VITA E VIRTÙ CRISTIANE (Olier) 19

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (19)

GIOVANNI G. OLIER

Mediolani 27-11 – 1935, Nihil obstat quominus imprimetur. Can. F. LONGONI

IMPRIMATUR: In Curia Arch. Mediolani die 27 – II – 1935 F. MOZZANICA V. G.

CAPITOLO XII

La castità

Somiglianza con gli angeli, con Gesù Cristo risorto, con Dio medesimo. -— Male dell’amor sensuale.

La castità è una partecipazione della sostanza di Dio, che è spirituale e semplice, ma risplendente di bellezza. L’anima casta è un Angelo, perciò Nostro Signore dice che in Cielo saremo come gli Angeli: Sicut Angeli Dei (Matth- XXII. 30). L’anima casta è un’anima che è risorta in ispirito ed è della stessa natura di Gesù risorto, il quale, dopo la sua risurrezione, non ha più nulla della materialità e della viltà della carne, ma è spirituale come l’Angelo, divino come Dio suo Padre (Æquales angelis sunt et filii sunt Dei, cum sint filii resurrectionis. Luc., XX, 86). L’anima casta partecipa alla perfetta santità di Gesù e a tutte le qualità divine di Lui, che la trasformano nel più intimo del suo essere e le dànno quelle stesse inclinazioni e quei medesimi sentimenti di cui era ripieno il Figlio di Dio nello stato della sua risurrezione. È cosa meravigliosa che una creatura materiale come l’uomo, possa fin da questa vita, possedere la grazia di essere in tal modo simile all’Angelo, più ancora, di entrare in una simile partecipazione di Dio. Ma è tale sublimità cui non si giunge, se non dopo di aver combattuto a lungo, nello Spirito di Nostro Signore, con fortezza e fedeltà. – L’amore sensuale è una delle peggiori malattie dell’anima. L’anima che si lascia trascinare da tale amore bestiale, non è più un’anima, ma un cadavere fetente non più capace d’agire, ma solo di corrompere e di infettare tutto quanto gli si avvicina. Un’anima così corrotta diffonde una tale infezione che non v’è nessun rimedio sicuro per esserne preservati, fuorché la fuga. È un veleno che uccide non solamente colui che l’ha in corpo, ma talvolta anche chi tenta di portarvi rimedio.

Rimedi contro le tentazioni d’impurità.

Buona volontà. — Direzione di un buon confessore che sappia adattare i rimedi alla causa delle tentazioni. –  Durante la tentazione; pregare, umiliarsi, rifugiarsi interamente in Gesù Cristo, fare atti di abominio, distrarre la mente, confidare unicamente nella grazia, evitare le occasioni, ritirarsi in Gesù Cristo presente nell’anima.

È necessario dapprima che l’anima oppressa da queste sorta di tentazioni, abbia buona volontà di convertirsi e di uscire da un tale stato pericoloso. Orbene, essa dimostra questa buona volontà quando abbraccia volentieri le mortificazioni che le vengono proposte; in tal caso, chi deve curarla deve procedere con fiducia, e ordinarle tutto quanto si conviene per aiutarla a conseguire la guarigione. – In secondo luogo è necessaria la direzione di un buon confessore, che esamini in Dio la causa del male. Dico in Dio, perché chi volesse portar rimedio alle anime nel suo proprio spirito e con la sua propria forza, non riuscirebbe che ad aggravare il loro male, perché le priverebbe di quel giovamento che potrebbe procurar loro se si lasciassero condurre dallo Spirito Santo; né da Dio egli riceverebbe i lumi necessari per confortarle. Non bisogna presumere di portar soccorso alle anime, fuorché nello spirito di proprio annientamento e di rinuncia al proprio sentimento, ed invocando lo Spirito Santo onde operare nella sua santa luce e sotto la mozione della sua verace direzione. Con tali disposizioni, il confessore dovrà considerare l’origine del male, e esaminare se viene dalla natura o dal demonio, oppure da una particolare disposizione di Dio. – Se la tentazione proviene soltanto dalla carne per la violenza del sangue o la pienezza degli umori, si potrà procurare un sollievo per mezzo di rimedi esterni e corporali. Se le tentazioni vengono dal demonio, ai rimedi esterni bisogna unire i rimedi spirituali. Questa sorta di demonii, ha detto Gesù, non si scaccia se non coll’orazione e col digiuno (Matth. XVII, 30). La parola orazione comprende qui qualsiasi esercizio spirituale di elevazione a Dio: il digiuno comprende tutto quanto serve ad abbattere il corpo, perché questo effetto si ottiene in modo particolare col digiuno. Perciò Nostro Signore, nel Vangelo dice che bisogna adorar Dio in ispirito e verità, perché bisogna unire lo spirito con la mortificazione e col sacrificio vero e reale della carne. Ché se le tentazioni vengono da una particolare disposizione di Dio, che le permette per castigo di qualche vizio o infedeltà, si dovrà esercitare l’anima a sradicare i suoi vizi che sono causa delle tentazioni. Un’anima, per esempio sarà infetta di superbia, ed avrà stima di sé stessa per la sua scienza, per la sua pietà ed altri doni di Dio; talora potrà trovarsi animata da confidenza in sé medesima. In modo da credere di poter da sé preservarsi dal peccato, e particolarmente da quello della carne. In tal caso, Dio che non può soffrire la superbia, umilierà quest’anima sino al fondo; geloso di farle riconoscere che da sé stessa nella sua propria debolezza, non ha nessuna sua forza, tanto per resistere al male come per perseverare nel bene, e che ogni virtù ed ogni forza viene unicamente dalla grazia. Egli permetterà che sia molestata da tali orribili tentazioni, e talvolta persino che vi soccomba, perché sono le più vergognose e causano la maggior confusione. S. Paolo, nell’abbondanza dei doni che aveva ricevuti, venne con queste tentazioni preservato dalla vana gloria, per cui diceva « Che lo stimolo della carne gli era stato dato, onde schiaffeggiarlo, affinché la grandezza delle rivelazioni non lo innalzasse nella vanità » (II Cor., XII). Con questa parola schiaffi, l’Apostolo esprimeva la sua afflizione, indicando così quanto siano vergognosi ed ignominiosi tali assalti, e quanto, nei disegni di Dio, sia umiliante questa via. Quando, adunque, il Confessore trova un’anima così infetta di superbia, deve lavorare ad umiliarla ed annientarla in Gesù Cristo Nostro Signore; deve esercitarla a riconoscere il proprio nulla e la propria debolezza, e basterà questo esercizio interiore per procurare a poco a poco la guarigione.

***

Orbene, mi sembra che l’applicazione di questo rimedio interiore dipenda particolarmente da due o tre atti che l’anima dovrebbe compiere in ispirito e che le si potrebbero proporre nel modo che segue: appena l’anima si sente tentata contro la santa virtù di purità deve in qualunque tempo gettarsi subito in ginocchio e alzar le mani al Cielo per implorare l’aiuto di Dio. Dico che, bisogna alzar le mani al cielo. non solo perché questa positura da sé stessa è già una preghiera davanti a Dio, soprattutto quando vi si aggiunga la buona disposizione dello spirito; ma ancora perché bisogna dare all’anima tentata questa espressa penitenza di non toccarsi mai durante il tempo della tentazione e di soffrir piuttosto tutti i martiri interni, tutte le molestie della carne ed anche del demonio, piuttosto che toccar se stesso. Questo male ha le sue molestie e i suoi martirii specie quando c’entra il demonio. Orbene, il primo atto che, in tale stato, l’anima deve compiere è un atto di umiltà, gridando al Signore: « Dio mio, io non sono niente, non sono che polvere e cenere: Pulvis et cinis. Non sono che un verme della terra: Vermis et non homo (Ps. XXI, 7). Non posso difendermi senza il vostro soccorso, o mio Dio! Con tutta giustizia soffro questa violenza; Domine vim patior; è il giusto castigo dei miei peccati: Iuste pro peccatis nostris patimur.Il secondo atto è di rifugiarsi interiormente in Gesù Cristo, per trovare in Lui la forza di resistere e per accrescere in noi la bella virtù contro la quale siamo tentati, virtù che Egli ben sa quanto sia fragile innoi. Egli vuole che siamo tentati perché. conosciamo così la nostra debolezza e il bisogno che abbiano del suo soccorso e quindi ci rifugiamo in Lui per attingervi la forza che ci manca.Il terzo atto che l’anima deve produrre è un atto di rinuncia e di riprovazione di tutto quanto avviene in essa contro la sua volontà. Dopo aver impiegato tutti questi mezzi per resistere, essa può senza turbamento starsene sottomessa alla giustizia Di Dio per sopportare una tal pena e una tale afflizione in castigo dei suoi peccati.In tal modo l’anima si perfeziona e si fortifica nella virtù, in pari tempo che soffre maggiori infermità e risente maggior debolezza; perché essendo obbligata dalla propria impotenza a ricorrere a Gesù Cristo,essa in Lui trova tutta la sua forza e tutta la sua vita.

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Un altro rimedio eccellente contro le tentazioni d’impurità è l’esercizio dello spirito, non solamente per cercare in Dio la forza necessaria, ma ancora per occupare la mente e togliere quel vuoto di cui abusa il maligno allo scopo di insinuarsi nel cuore. Ora, per occupare utilmente il nostro spirito, bisogna esercitarlo ad annientarsi davanti a Dio, e a riflettere quanto sia scarso il nostro potere di resistenza contro il peccato; riconoscendo che solo lo Spirito di Dio può preservarcene e che solo in Lui troveremo la sicurezza e la vita. La carne da sé stessa è tutta portata al male e particolarmente all’impurità; solo lo Spirito di Dio, regnando in noi, può trattenerci dall’acconsentire ai sentimenti che da essa provengono. –  Dobbiamo perciò riconoscere che la castità è un dono di Dio, una grazia che unicamente possiamo aspettare dalla sua bontà; a Lui quindi dobbiamo lasciare la cura di tenerci alieni dal peccato e di allontanarcene, mantenendo vivo in noi l’orrore a questo mostro. Bisogna in questo abbandonarci completamente a Dio senza nulla presumere di noi medesimi, altrimenti tutto è perduto.

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Bisogna inoltre fuggire con gran cura le occasioni di inasprire in noi il male; altrimenti dimostriamo di aver confidenza in noi medesimi; c’inganniamo miseramente, mentre ci persuadiamo che ci rimane ancora il potere di resistere. Se ci esponiamo al pericolo delle occasioni, noi meritiamo che Dio ci abbandoni a noi stessi, e così ci faccia sperimentare la nostra debolezza. È certo e sicuro che appena saremo abbandonati a noi stessi, noi cadremo; non possiamo stare in piedi, a meno che Dio non ci sorregga per una bontà affatto particolare. Questa bontà ci farà riconoscere che da Lui soltanto siamo stati preservati, ma Dio non ci continuerà questo favore se non eviteremo l’occasione del peccato. Ché se, dopo aver evitato le occasioni, la tentazione non cessa, il vero modo di combatterla e di esserne vittoriosi, sarà come abbiamo detto, di rifugiarci interiormente in Gesù Cristo presente nell’anima nostra, il quale si compiace di rivestirci delle sue virtù quando noi ci ritiriamo in Lui. Questa maniera di combattere gli piace estremamente perché manifesta la nostra infermità e in pari tempo la fiducia che abbiamo unicamente in Lui. Egli permette queste tentazioni affinché lo cerchiamo, ed Egli possa accoglierci nella nostra pena e nella nostra afflizione. In tal modo, noi ci mettiamo al sicuro delle violenze del demonio; perché questo maligno spirito è costretto a smettere di tormentarci e a lasciarci in pace, vedendo che dalle sue tentazioni noi ricaviamo frutto e vantaggio più che pregiudizio. L’anima riconoscerà, per propria esperienza, quante Dio approvi questo modo di combattere: e vedrà, per la gran pace e per l’istruzione meravigliosa che ne ricaverà, quanto sia utile, in quella sorta di tentazioni, resistere con la fuga, rifugiandosi in Gesù Cristo. Riconoscerà che in tali occasioni essa abbisogna di grandi forze che solo può trovare in Gesù Cristo; perché in sé medesima e nella sua carne essa non è altro che debolezza, né può pretendere col solo proprio sforzo di dissipare le fantasie disoneste, né di soffocare i sentimenti impuri; i suoi sforzi sarebbero inutili e non servirebbero che a rovinarle la testa e riscaldarle il sangue. Questo modo di operare con la violenza dello sforzo rende la tentazione più forte e più sensibile. Perciò è necessario che l’anima si risolva di ritirarsi interiormente in Gesù Cristo, abbandonandosi alla giustizia di Dio per subire tutte le pene e tutte le afflizioni che a Lui piacerà di mandarle.

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (Olier) 20

LA VITA INTERIORE (24)

LA VITA INTERIORE E LE SUE SORGENTI (24

Sac. Dott. GIOVANNI BATTISTA CALVI

con prefazione di Mons. Alfredo Cavagna Assistente Ecclesiastico Centr. G. F. di A. C.

Ristampa della 4° edizione – Riveduta.

TENEBRE DISSIPATE

L’INSTABILITÀ

LE PRIVAZIONI SPIRITUALI.

Abbiamo già ripetutamente notato che le anime desiderose di operare il bene, di darsi a Dio, in sul principio della loro dedizione sogliono essere amabilmente ricreate dalla bontà divina. Gioie spirituali, conforti divini, attrazione intensa… E, perciò, promesse su promesse di fedeltà, di attaccamento, di corrispondenza, di amore… Tutto questo, però, non può durare. In un attimo, mentre meno l’anima se la pensa, la scena cambia. Al fervore sensibile succede l’aridità, alla gioia la prova dolorosa, all’attrazione intensa… la noia, le tentazioni violente, le nausee quasi vorrei dire, di ogni forma di preghiera, di ogni manifestazione di pietà. Tutto questo, lo sappiamo, è la solita via delle anime. Ma questo stato di desolazione non dovrebbe essere temuto, essendo, per divina disposizione, ordinato al miglioramento e alla tempera della nostra volontà. Tuttavia, per molte anime, col sopraggiungere del tempo della prova, ha inizio lo scoraggiamento, l’intiepidimento, la freddezza, di più, la nausea. Perché? Per l’instabilità, per l’incostanza della volontà.

LA MONOTONIA…

È noto il detto: molti incominciano, pochi perseverano… Perché?… Perché si dimentica facilmente che è necessario rinnegare il nostro io, che occorre farsi violenza, che il regno di Dio può essere carpito solo da chi mostra vera energia. Energia: ecco la parola. Occorre energia di volontà per allontanare le tentazioni che ci vogliono far sembrare troppo noiosa, snervante, uniforme e perciò monotona la pratica della vita cristiana e, tanto più, la pratica della vita interiore. Intendiamoci: abbiamo già detto che, per raggiungere la vita interiore, l’anima deve allenarsi, ripetere esercizi sopra esercizi, e che solo a questa condizione l’ascesa potrà, poco a poco, essere vera, certa. Se poi in questo ripetersi di atti, di esercizi, si può provare noia, nausea… nessuna meraviglia. L’amore di Dio, il Paradiso costano sacrifizi… Ecco tutto. E se questa risposta sembrasse troppo semplicista, si consideri, per esempio, in quale modo lo studente cerca di riuscire promosso negli esami: e generalizzando, come trascorra la vita degli uomini su la terra. Non sono ore e ore e giornate e mesi di… studio continuo? Non sono, sempre, le stesse occupazioni, gli stessi argomenti, gli stessi doveri, le medesime contrarietà, per tutti…? Forse che noi tralasciamo i nostri doveri, le nostre conversazioni, i viaggi… perché sono sempre gli stessi? Che dovrebbe dire un viaggiatore di commercio che, tutti i giorni, col tempo, sì o no, favorevole, è costretto a ripetere lo stesso viaggio, dalla casa alla Stazione, dalla stazione alla stessa città? E che dovrebbe dire una mamma di famiglia, la quale, dalle stoviglie rigovernate, ai letti rifatti, alle orazioni ripetute, agli ammonimenti dati, vede tutto tingersi dello stesso colore da anni e anni…? Nessuna novità mai! E che per questo? Siccome sempre avviene nella vita ordinaria, così avviene pure nella vita dello spirito. Ma come nella vita quotidiana, la uniformità, la monotonia, la noia, la nausea non ostacolano l’adempimento del dovere, così, e tanto più, la freddezza, o la creduta freddezza, la noia, la stanchezza non debbono farci troncare le pratiche di pietà e lo sforzo per riuscire a raggiungere, possedere e conservare la vita interiore.

ASSENZA DEL CUORE.

Altro è dire uniforme, altro è dire monotono, noioso. Vogliamo dunque, dire che se la vita interiore può sembrare uniforme, non è affatto monotona e, tanto meno, noiosa. O meglio; potrà essere anche monotona e noiosa; ma allora si dovrà fare un’altra considerazione, questa: che dalla pseudo vita interiore è già assente il cuore coi suoi sentimenti e coi suoi affetti. Una delle due: o il cuore è presente, ed ecco più ragionate, ma care e dolci e soavi emozioni, nella ricerca dell’amore di Gesù, unica fonte del vero amore; o il cuore viaggia per conto suo, e allora gli affetti e i sentimenti sono dispersi e non trovano più il punto di accentramento, il quale non può essere altri che Gesù. Proviamoci a pensare e a tenere a posto il cuore nella contemplazione di Gesù! Oh! allora, sentiremo inondarci dell’amore di predilezione, e in quell’oceano infinito saremo costretti a ripetere a Gesù la proposta di Pietro sul Tabor: Domine, bonum est nos hic esse. Oh Gesù! quanto è bello per noi rimanere qui, così! Ma i momenti della Trasfigurazione furono pochi: dopo quelli, Gesù ritornò alla sua vita di sacrificio e di rinnegamento. Sacrifizio e rinnegamento necessari sempre contro le nostre inclinazioni naturali, le quali sono in contrasto con le aspirazioni spirituali. È tutto un continuo lavorio di purificazione e di rinunzia che l’anima deve affrontare con generosa disciplina in espiazione dei suoi peccati, abbracciando volentieri la sua croce, in unione, e per l’unione, con Gesù Cristo. Ma, per imparare questa rinuncia, che nel linguaggio cristiano è una specie di crocifissione e di morte, l’anima dovrà lottare energicamente contro l’orgoglio, contro la pigrizia e la noia, abituandosi allo spirito di preghiera e alla meditazione assidua delle sante verità. Sarà, allora, facile, al corpo e allo spirito allenarsi a quella mortificazione delle proprie inclinazioni naturali tanto necessaria per quelli che vogliono appartenere veramente a Cristo e viverne intimamente la vita. Camminate secondo lo spirito, e non andate dietro ai desideri della carne (Gal. V, 16); e ancora: I seguaci di Cristo hanno crocefisso la propria carne con le sue passioni e le sue concupiscenze (Gal., V, 24).

È UN AFFARE TROPPO LUNGO.

Ricordo il consiglio frequente di un indimenticato e indimenticabile Maestro: Procura di fare una cosa per volta, non due…; non preoccuparti del giorno passato che non ritorna, né del domani che non è certo; pensa soltanto a quest’oggi… Questo è il succo di tutta l’esperienza della vita interiore, e … della più sana filosofia. Age quod agis…: fa quello che fai, dicevano i maestri di spirito. Vivi alla giornata… L’avvenire è nelle mani di Dio. Per ogni giorno la sua croce. La fantasia che pretende prevedere per provvedere è, ordinariamente, catastrofica. Consideriamo ogni giorno come l’ultimo della nostra vita… Questa considerazione ci darà forza a resistere, a mantenere le nostre posizioni… a vivere nella vita interiore. Terminiamo con un saggio consiglio che S. Giovanni Bosco, il grande apostolo della gioventù, ha scritto per i suoi cari giovinetti, perché ci sembra che possa coronare bene quanto sopra abbiamo detto: « Il primo laccio che il demonio suol tendervi per rovinare l’anima vostra, è il presentarvi alla mente come sarà mai possibile che per quaranta, cinquanta, o sessant’anni che vi promette di vita, possiate camminare per la difficile strada della virtù, sempre lontani dai piaceri. » Quando il demonio vi suggerisce questo, voi rispondetegli: Chi mi assicura che io giunga fino a quell’età? La mia vita è nelle mani del Signore; può essere che questo giorno sia l’ultimo di mia vita. Quanti della mia età erano ieri allegri, pieni di brio e di salute, ed oggi sono condotti al sepolcro! Quanti miei compagni sono scomparsi da questo mondo nel fior degli anni! E non potrebbe accadere a me altrettanto? E quand’anche dovessimo faticare alcuni anni per il Signore, non ne saremo abbondantissimamente compensati da un’eternità di gloria e di piaceri nel paradiso? Del resto noi vediamo che quelli i quali vivono in grazia di Dio, sono sempre allegri, ed anche nelle afflizioni hanno il cuor contento. Al contrario coloro che si dànno ai piaceri, vivono arrabbiati, inquieti, e più si sforzano per trovare la pace nei loro passatempi, più si sentono infelici: Non est pax impiis, dice il Signore» (Da quel modello di libro di pietà scritto da S. Giovanni Bosco pei giovani, cioè: Il giovane provveduto.

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (Olier) 18

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (18)

GIOVANNI G. OLIER

Mediolani 27-11 – 1935, Nihil obstat quominus imprimetur. Can. F. LONGONI

IMPRIMATUR: In Curia Arch. Mediolani die 27 – II – 1935 F. MOZZANICA V. G.

CAPITOLO XI

Della povertà

VII

Altri motivi della povertà.

Dio è tutto il nostro bene. — Chi ha vera fede non può attaccare il cuore alle cose visibili. — I Cristiani non sono di questo mondo, ma seguaci di un Capo povero; — missione di Gesù Cristo.

– Dio è l’unico nostro vero bene; Egli in sé stesso è il bene universale che soddisfa e compie pienamente tutti i desideri di coloro che lo possiedono. Le adorabili persone della S. Trinità sono infinitamente ricche e beate nel possesso dell’Essenza divina. Gli Angeli e Santi del cielo, nel possesso di Dio sono perfettamente soddisfatti nei loro desideri che sono di una capacità immensa. Così avviene pure dei giusti sulla terra, i quali essendo riempiti della sovrabbondanza di Dio, sono pienamente contenti e saziati da un tale godimento. Dio è talmente il nostro bene che è tutto il nostro bene; posseduto in grado anche minimo, ci accontenta e ci sazia più di tutti i beni del mondo. Questi non hanno nessuna consistenza, e l’uomo non vi può trovare nulla che riempia e soddisfi pienamente il suo cuore. Il nostro cuore, infatti, è creato per Dio che è il suo vero bene, quindi fuori di Dio non trova che vacuità, vanità e inganno: Dio solo può perfettamente saziarlo. Dio è così perfetto e contiene con tale eminenza e pienezza tutti i pregi delle sue creature, che nel minimo possesso e godimento di Lui noi gustiamo ogni sorta di beni, dimodoché coloro che lo possiedono, sia sulla terra sia in cielo, trovano in Lui ogni gioia, ogni soddisfazione, ogni riposo e ogni felicità. –  Era questa la verità che Nostro Signore voleva farci intendere, quando diceva che se saremo poveri di spirito, vale a dire distaccati da tutto, il Regno dei Cieli sarà nostro; ora, il regno dei Cieli è Dio medesimo che include in sé la pienezza di tutti i beni. Il Figlio di Dio è disceso dal cielo e venuto sulla terra, non soltanto per distaccarci dai beni del mondo, ma pure al fin di procurarci i beni veraci, mediante la privazione di quei beni che sono tali solo in apparenza. – Perciò i figli della fede non possono più attaccarsi alle cose visibili di questo mondo e neppure considerarle con amore; perché  la fede, che è il principio della loro condotta e della loro vita, li porta alle cose invisibili e fa che unicamente amino queste. I figli della fede sono morti ai sensi e alla generazione del loro primo padre; non possono più attaccarsi alla terra né perdersi nelle creature, non possono più amare questo mondo che venne fatto per Adamo e i suoi figli. – La fede ci fa considerare Dio come il bene unico e sovrano che trovasi nascosto in tutto ciò che si vede; ci fa considerare tutte le cose nella verità, in Dio di cui sono effetti e immagini e in cui sussistono; quindi ci obbliga a dire a tutte le creature: « Voi non siete che menzogna »; e a Dio invece: « Voi siete tutta la mia verità e verrà giorno in cui distruggerete tutte queste figure, per comparire Voi solo, come il vero ed unico mondo dei fedeli ». Dio non è soltanto l’unico vero bene che possa arricchire gli uomini, ma vuole ancora dare sé medesimo ai Cristiani che sono distaccati da tutto. Ad Adamo si era dato, ma nascosto sotto le creature tutte; vedendo poi che queste creature erano un pericolo per l’uomo perché lo distraevano e lo trascinavano alla rovina, Dio si è compiaciuto di sciogliersi e spogliarsi di tutto, per darsi tutto solo, nel Cristianesimo, in possesso alle anime. – Egli vuole perciò che i Cristiani sì contentino di possederlo spoglio di tutto, che si portino a Lui come si dà Lui medesimo, in perfetta nudità spirituale, senza altro mezzo per abbracciarlo e possederlo che la sola fede. È questo lo stato più santo che può esservi, cioè possedere Dio in sé stesso, tal quale Egli è, senza nessun ostacolo, senza nulla tra Lui e noi che ci trattenga e possa essere di impedimento o di inganno. Quando ci troviamo in tal stato, Dio ci riempie pienamente e ci sazia senza che in noi rimanga né vuoto né nausea. Nel Cielo Dio si dà in possesso ai santi, senza nulla di mezzo e senza figura; così vuole che l’anima del Cristiano sia vuota di tutto e libera da ogni cosa creata, disposta così a riceverlo in nudità spirituale e povertà di spirito. Beata quell’anima che in tale distacco da ogni cosa conosce è gusta il suo Dio! Felice lo stato dei Cristiani, poiché tutti sono chiamati a questa grazia.

***

I Cristiani non sono di questa mondo.  De mundo non estis (Joann., XV, 19). Il battesimo, essendo una nuova nascita, li trapianta pure in un altro mondo, li fa diventar cittadini di un’altra città e membri di un altro regno. Questo regno è il regno di Dio, nel quale veniamo introdotti dalla Fede, che ci mostra altre ricchezze da possedere e un altro Re da servire ed onorare, altri piaceri da godere, altra terra da abitare, altra aria da respirare, altra luce per dirigerci. Ora, il primo articolo dello statuto di questo regno, la prima condizione» richiesta per entrarvi, è la povertà: Qui non renuntiat omnibus quæ possidet, non potest meus esse discipulus. Chi non rinunzia atutto ciò che possiede, non può essere mio discepolo (Luc. XIV, 83). Beati i poveri di spirito perché ad essi appartiene il Regno dei cieli! Il gran Re di questo nuovo mondo è Gesù Cristo, ma Gesù Cristo è povero. I Principi della sua corte, i Santi Apostoli, sono poveri; la Signora e Regina di questo regno, la Madonna, è povera. Tutti i cortigiani e tutti i nobili, vi sono poveri; anche gli Angeli, vi sono privi di tutto. Come si potrebbe vedere un ricco in mezzo a tanti poveri? – Se alla corte in cui tutti sono ricchi, si presentasse un povero, vi sarebbe odioso e sarebbe subito scacciato. Parimenti nel Regno di Gesù, dove i cortigiani sono poveri, un riccone non può entrare e neppur presentarsi alla porta, senza esserne scacciato e vergognosamente respinto (Questo va inteso dell’attacco alle ricchezze e non del possesso). Nostro Signore scaccerà dal suo banchetto colui che non è rivestito della veste nuziale e ordinerà di gettarlo, mani e piedi legati, nell’inferno. La veste nunziale è la santa povertà; è questa la santa livrea dello Sposo. Egli stesso dichiara che i ricchi non possono venire accolti e ammessi al suo banchetto e nel suo regno: Oh! quanto è difficile che i ricchi entrino nel regno dei cieli! L’Epulone non vi entra, ma i poveri vi sono ben accolti con Lazzaro perché a loro appartiene il regno dei Cieli. Il regno dei Cieli non è di questo mondo. Qui si stimano felici i ricchi (Beatum dixerunt populum cui hac sunt, Ps. CXLII), ma nel regno di Gesù Cristo, la cosa è ben diversa: Beati pauperes: Beati i poveri! Il regno del mondo è un regno da teatro; il regno di Gesù Cristo è regno verace, e vi si regna eternamente.

VIII.

Il male dello spirito di proprietà.

Effetti micidiali dell’amor proprio.

Non v’è nulla di più contrario al Cristianesimo che lo spirito di proprietà Il Cristianesimo, infatti ha la sua origine in Gesù Cristo; ma Gesù Cristo forma i suoi membri sul modello di sé medesimo; orbene, Gesù Cristo, mentre è uomo, non ha personalità umana, ma sussiste nel Verbo. Perciò lo spirito del Cristianesimo vuole che i Cristiani dal tronco di Adamo siano trapiantati e trasformati sul Verbo incarnato, e siano da Lui vivificati e come innestati in Lui, e così non siano più in sé medesimi, né più vivano della propria vita, ma operino soltanto in Lui. (Rom., XI, 24; Joann., XV, 6-7). Di nulla dunque dobbiamo avere orrore come dell’amor proprio; questo ci priva della pienezza del Verbo, della sua vita e della sua azione in noi, e ci rende membra inutili nell’ammirabile Corpo mistico di Gesù, membra che non sono adatte a nessun bene vero e solido. Con l’abnegazione di noi stessi invece, saremo stabiliti in Gesù Cristo, nel suo corpo saremo tutto e in Dio saremo capaci di tutto; Perciò Nostro Signore, nel Vangelo, ha posto l’abnegazione come il primo passo che bisogna fare nella vita cristiana: Se qualcuno vuol venire dietro a me rinunci a sé stesso; perché lo spirito proprio, l’attaccamento a sé stesso, chiude la porta a Gesù Cristo. Egli, infatti, non può entrare nell’anima ripiena di sé medesima, né riempirla della sua vita divina; quindi lo spirito proprio è sorgente inesauribile di ogni sorta di mali e di peccati. Adamo, nello stato di innocenza, non era attaccato a sé medesimo, ma era tutto rivolto a Dio; col suo peccato si è reso proprietario, ossia tutto dedito a sé stesso e quindi padre di ogni peccato; e i suoi discendenti, avendo ricevuto da lui col peccato lo spirito di proprietà, in questo trovano la sorgente di tutti i vizi e di tutte le impurità. – L’amor proprio è un mostro spaventoso, mare orrendo di ogni peccato, come l’abnegazione è il compendio della perfezione e il principio della vita e delle virtù cristiane. Colui che vive nell’abnegazione, nella rinuncia a sé medesimo, non è più attaccato a nulla; non ha più né prudenza umana, né falsa sapienza, non ha più né  desideri propri, né volontà propulsoreria; perfettamente docile alle leggi dello Spirito, si abbandona senza la minima resistenza alla santa direzione ed alla divina mozione dello Spirito medesimo; in una parola egli entra nel regno e nel dominio di Dio.

IX.

Effetti contrari dell’amor proprio e dell’abnegazione.

Il Cristiano mosso dall’amor proprio:

Il Cristiano che pratica l’abnegazione:

1. Non pensa che a sé: è egoista.

1. Esce fuori di sé medesimo e pensa agli altri.

2. È pieno di sé medesimo.

2. È vuoto di sé medesimo.

3. Confida in se stesso e si appoggia su se stesso.

3. Diffida di se stesso e confida in Gesù Cristo.

4. Si occupa sempre di sé.

4. Dimentica sempre se stesso,

5. Ha stima soltanto di sé.

5. Disprezza se stesso.

6. Vuole comparire ed emergere.

6. Si nasconde e sta ritirato.

7. Cerca le lodi e ne è invaghito.

7. Si confonde nelle lodi e le fugge.

8. Parla di sé.

8. Non parla mai di sé.

9. Sopporta a stento che si lodino gli altri,  non parla delle buone qualità del prossimo, o se ne parla, le diminuisce.

9. Gode delle lodi che si danno al prossimo e ne pubblica con piacere le buone qualità

10. Non può soffrire di essere contraddetto; non cede a nessuno.

10. Non è mai ostinato, ma si sottomette a tutti.

11. È fisso nel proprio sentimento; disprezza ogni consiglio, non ha deferenza che per il proprio parere.

11. Diffida sempre del proprio giudizio; apprezza e onora il sentimento altrui e vi accondiscende

12. Nelle opere, conta sulla propria virtù, senza curarsi della propria debolezza.

12. Opera sempre col pensiero del proprio nulla, unendosi alla virtù di Gesù Cristo.

13. Segue sempre la propria volontà e vuole essere indipendente da tutti.

13. Si mantiene sempre nella giusta dipendenza; nella volontà dei Superiori, considera, quella di Gesù Cristo.

14. Tutto riferisce a sé stesso, vuole tutto per sé, attira tutto a sé, non desidera alcun bene che a sé medesimo.

14. Non vuole nulla per sé e non desidera del bene che al prossimo.

15. In ogni cosa si appoggia alla propria virtù.

15. In ogni cosa opera nella virtù di Dio.

16. In ogni cosa ama e cerca la propria soddisfazione.

16. In ogni cosa ama e cerca il distacco da sé stesso.

17. È attaccato ad ogni cosa.

17. È libero e sciolto da ogni attacco.

18. Si singolarizza in tutto

18. Segue la via comune, interiormente ed esteriormente.

19. Sta male con tutti.

19. Sta bene con tutti.

20. Avendo stima di sè più di tutti gli altri, si ritira da tutti, si compiace di stare con sé medesimo e con quelli che lo stimano e l’approvano.

20. Stimando sé stesso meno degli altri, sta volentieri con tutti, come il più piccolo di tutti, senza curarsi di essere veduto, né stimato, né amato.

21. Attira il mondo a sé e lo attacca a sé; estende la sua personalità, unendo tutti gli altri a stesso, distaccandoli dagli altri per amor di se stesso.

21. È distaccato da tutto il mondo e cerca portare tutti a Gesù Cristo secondo l’ordine della società.

22. Vorrebbe riempire di se stesso il cuore e la mente di ogni creatura.

22. Vorrebbe riempire tutto il mondo dell’amore e della conoscenza di Gesù Cristo.

23. Ama la pietà quando prova consolazioni, quando si trova nell’abbondanza ed è stimato; lascia tutto quando si trova nell’aridità o nella desolazione, o è disprezzato.

23. È sempre uguale a se stesso nell’aridità e nell’abbondanza, che sia stimato o disprezzato; in qualsiasi stato non pensa né si occupa che di  servire Gesù Cristo.

24. Sempre vuole comandare, parla con alterigia e ordinariamente ad alta voce.

24. Sempre si compiace di obbedire; a tutti parla con rispetto e dolcezza, e tutti considera come suoi superiori.

25. Vuole per sé ciò che vi è di migliore, sia negli abiti, come nel cibo o nell’alloggio ecc.

25. Si contenta in ogni cosa di ciò che vi è più semplice e più modesto.

26. Vuole comparire come l’autore di ogni cosa e brama che tutta la gloria ne sia unicamente resa a lui.

26. Non vuole comparire come l’autore, neppure del bene che fa e ne rinvia tutta la gloria agli altri.

27. Vuole essere considerato come indispensabile in tutto; e fa ogni sforzo perché il mondo ne sia persuaso e così abbia stima di lui.

27. Si sforza di aprir gli occhi al mondo perché riconosca che Dio è l’autore di ogni bene e quindi procura di annientarsi dappertutto al cospetto di Dio.

28. Sempre agitato, turbato, irrequieto; sempre affettato e impigliato, sempre timido, leggero e incostante.

28. Sempre tranquillo e uguale a se stesso, sempre pacifico, coraggioso e contento, sempre disinvolto e pronto a tutto.

29. Ordinariamente triste, cupo e preoccupato.

29. Sempre lieto, colviso aperto e la mentelibera da fantasie.

30. Diventa di cattivo umore per una minima parola, si offende di tutto e sospetta che tutto quanto si dice o si fa, si riferisca alla sua persona.

30. Non si offende di nulla; tutto sopporta senza che il suo cuore si agiti, non pensa mai che si sia occupati di lui né che si abbia intenzione di offenderlo.

31. Nei buoni successi del suo amor proprio e della sua superbia, si abbandona ad eccessiva gioia; è volubile e passa dalla gioia al malumore a seconda degli incidenti, cosicché talora è irriconoscibile.

31. Non considera le cose in riguardo a se stesso ma unicamente a Dio, in ogni evento sta sempre unito a Dio, quindi è sempre del medesimo umore.

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (Olier) 19

UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S. S. PIO VII “EX QUO ECCLESIAM”

Breve Enciclica, questa “Ex quo Ecclesiam”, nella quale il Pontefice Pio VII, in sostituzione del regolare Giubileo, concede per due settimane da Venezia, ove si trovava per i noti fatti dell’epoca, l’indulgenza plenaria a tutti coloro che avrebbero praticato determinate pratiche di pietà. e questo per invocare l’intervento divino nei turbolenti avvenimenti dell’epoca, determinati – come sempre – da coloro che odiano Dio, il suo Cristo e il suo VICARIO in terra, la sua Chiesa e tutti gli uomini, compresi se stessi. Oggi ci troviamo in un tempo molto più nefasto, momento in cui il Lucifero-Corona (come è definito nelle sette che praticano la cabbala spuria) ha preso il sopravvento, sfruttando con furia il tempo esiguo che gli resta prima del secondo Avvento di Cristo. Il nostro Ponhtefice regnante è impedito dalla piovra massonica e cabalo-talmudica, per cui non può proclamare nè anni giubilari nè pratiche attuali di indulgenze, ma il pusillus grex può acquistarle con la relativa grazia, mediante le preghiere, le pratiche sacramentali in vigore nella Chiesa per questi tempi di “eclisse” e le opere di pietà e le elemosine, una volta ben radicato nel Corpo mistico di Cristo della Chiesa militante, cioè nella vera unica Chiesa Cattolica. Il Corpo mistico esclude ipso facto gli eretici (i conciliabori apostati del Vat. II, gli pseudotradizionalisti fallibilisti del cavaliere kadosh, tutte le conventicole sedevacantiste – eretiche autoreferenziate ed ultra-scismatiche – disseminate a caccia di pecore erranti, senza pastori e senza dottrina cristiana, cioè senza fede nè carità. Al pusillus grex cattolico non tocca altro che restare saldo nelle sue posizioni spirituali dogmatiche e morali, sicuro che ad un breve momento (modicum) di sofferenze, seguirà il giorno unico eterno di gaudio senza fine. Chi si troverà fuori dal Corpo mistico, sperimenterà lo stagno di fuoco nella eterna dannazione.

Pio VII
Ex quo Ecclesiam

Venezia, 24 maggio 1800

Enciclica

Il Papa Pio VII. A tutti i fedeli di Cristo che leggeranno questa lettera, salute e Apostolica Benedizione.

Da quando Dio ha affidato alla Nostra debolezza e fragilità il compito di sostenere e governare la sua Chiesa “acquistata con il suo sangue“e Ci ha costituiti pastore di tutte le sue pecore, non abbiamo mai smesso di pensare alla salvezza di tutti. A Noi, totalmente assorti giorno e notte in questo pensiero, viene sempre a mente ciò che Dio stesso dice al profeta Geremia: “Se all’improvviso io dirò nei confronti di un popolo e di un regno che lo sradicherò, lo distruggerò e lo disperderò; se quel popolo si pentirà di quella malvagità della quale ho parlato, anch’io mi pentirò del male che avevo pensato di procurargli, e tosto parlerò di quel popolo e di quel regno di come giovargli e farlo crescere” (Ger XVIII,7). Qui vediamo che è disponibile il rimedio per poter respirare in mezzo alle continue calamità, e conseguire finalmente la pace tanto desiderata. Dobbiamo prendercela con noi stessi e incolpare la nostra cattiveria e ostinazione se siamo ancora sbattuti e quasi sommersi dai flutti. Che cos’è, infatti, diletti figli, che ci trattiene dall’obbedire “alla bontà di Dio che ci spinge alla conversione? A quella conversione, dico, che non sia simulata, ma vera, per mezzo della quale “dovete rinnovarvi nello spirito della vostra mente“; e che sia duratura, per non sentirvi rinfacciare da uno dei profeti che essa “è come una nube del mattino, come la rugiada che all’alba svanisce. Non lo tollera, non lo permette il mio amore di padre per voi, né l’eccelso ministero che ho assunto. Tutto ciò sarà da me sempre ripetuto a vostro profitto e utilità per esortarvi, ammonirvi, pregarvi, scongiurarvi a ritornare in voi e a non fare più a lungo i sordi alla voce di Dio.

Vi indichiamo, con un altro profeta, “ciò che è buono e ciò che il Signore richiede da ciascuno di voi: praticare la giustizia, amare la pietà, camminare umilmente con il vostro Dio” (Mi VI, 8). Tutti dobbiamo sempre implorare e invocare la clemenza di Dio, placarlo con le lacrime, con i digiuni e con la generosità verso i bisognosi e i poveri secondo le proprie possibilità, e con le buone opere. Allora veramente “egli sorgerà per aver pietà di noi” (Is XXX, 18), come già da tempo ha dimostrato. Prendiamo come avvocata e mediatrice presso di Lui sua Madre, la sempre Vergine Maria, “per mezzo della quale – come disse Cirillo ai Padri nel Concilio di Efeso – ogni creatura viene a conoscere la verità, le Chiese vengono fondate in tutto il mondo e i popoli sono indotti alla conversione” (Or. 6 contro Nest.)Per decidervi a mettere in pratica con diligenza e prontezza tutte queste esortazioni, anche perché spinti dalla speranza prospettata di un più largo perdono, Ci sembra che attendiate che Noi “promulghiamo un anno di grazia del Signoresecondo l’esempio e l’insegnamento dei Nostri Predecessori. Che cosa potrebbe esserci di più gradito, di più desiderabile, di più bello per Noi che chiamare tutti voi, diletti figli, da tutte le parti alla Sede di Pietro, a quella dimora e rocca della vera fede, a quella fonte ricchissima di benefici celesti, godere della vostra presenza, compiacerci della vostra pietà, parlare davanti a voi, gioire con voi nel Signore? Purtroppo in un così forte strepito di armi, tra così grandi sconvolgimenti politici, siamo costretti a privarci di tale conforto: confidiamo di averlo fra breve. Perché tuttavia non rimaniate del tutto delusi, nel frattempo vogliamo che a tutti voi siano aperti, almeno per alcuni giorni, i tesori della Chiesa, l’elargizione dei quali è stata a Noi affidata da Dio. Perciò, confidando nella misericordia di Dio e nell’autorità dei santi Apostoli Pietro e Paolo, con il potere di legare e sciogliere che il Signore ha conferito a Noi, benché indegni, a tenore della presente lettera concediamo, come si suole concedere nell’anno del Giubileo, ed elargiamo l’indulgenza plenaria e la remissione di tutti i peccati a tutti e ai singoli fedeli dell’uno e dell’altro sesso, ovunque dimorino, purché: visitino almeno una volta con la dovuta devozione interiore e compostezza esteriore le Chiese o qualcuna delle Chiese, che gli Ordinari dei luoghi o i loro Vicari, o su loro mandato e in loro assenza coloro che hanno la cura delle anime, designeranno dopo che questa Nostra lettera sarà giunta a loro conoscenza; le visitino entro lo spazio di due settimane dalla pubblicazione delle Chiese da visitare fatta da parte degli Ordinari o dei loro Vicari o Ufficiali, o di altri, come è detto sopra; ivi preghino per qualche tempo per il trionfo della Santa Madre Chiesa Cattolica, per l’estirpazione delle eresie e per la pace e la concordia tra i Principi cristiani; digiunino il mercoledì, il venerdì e il sabato dell’una o dell’altra settimana sopra citate; dopo aver debitamente confessato i loro peccati, ricevano devotamente il Santissimo Sacramento dell’Eucaristia nella domenica immediatamente seguente, o in altro giorno della stessa settimana; diano ai poveri qualche elemosina, come suggerirà loro la devozione.

Parimenti concediamo e permettiamo che coloro i quali sono in viaggio per mare o per terra, appena tornati alle proprie case, una volta adempiute le condizioni prescritte e visitata la Chiesa Cattedrale o la Maggiore o la Parrocchiale del luogo della loro residenza, possano acquistare la stessa indulgenza.

Concediamo e permettiamo ai Regolari dell’uno e dell’altro sesso, anche di clausura perpetua, e a tutti gli altri laici o ecclesiastici, secolari o religiosi, anche se sono in carcere o in prigionia, o trattenuti da qualche infermità corporale o altro impedimento, e non potranno quindi ottemperare alle prescrizioni sopra indicate o ad alcune di esse: che il confessore, tra quelli già approvati dagli Ordinari dei luoghi prima della pubblicazione della presente lettera, o da approvarsi, possa commutare (o rimandare ad altro tempo vicino) tali opere di devozione in altre che i penitenti potranno compiere.

Inoltre a tutti e ai singoli fedeli dell’uno e dell’altro sesso, laici o ecclesiastici, secolari e religiosi di qualunque Ordine, Congregazione e Istituto in cui si trovano, concediamo la licenza e la facoltà di scegliersi il sacerdote confessore tra gli approvati, come è detto sopra, dagli Ordinari dei luoghi. Tale confessore potrà assolverli e liberarli dalla scomunica, dalla sospensione e dalle altre sanzioni ecclesiastiche; dalle censure irrogate dal diritto o inflitte per qualsiasi causa dal giudice; e da tutti i peccati, trasgressioni, crimini anche se gravi ed enormi e in qualunque modo riservati agli Ordinari dei luoghi, o a Noi e alla Sede Apostolica, anche se contenuti nella Bolla Cenae Domini o nelle altre Costituzioni Nostre o dei Romani Pontefici Nostri Predecessori, il tenore delle quali vogliamo che sia ritenuto come espresso dalla presente lettera. Il predetto confessore potrà assolvere anche dall’eresia, espressa con atti esterni, purché non ci sia l’intenzione di insegnarla e insinuarla ad altri, e il penitente faccia prima l’abiura almeno in segreto con la promessa di riparare agli scandali come e quando sarà possibile. Il confessore potrà assolvere e dispensare in foro interno, e solo in questa sede, da qualsiasi voto (eccetto quello dei Religiosi) e commutarlo in altre opere pie e salutari, imponendo a ciascuno, in tutti i sopraccitati casi, una salutare penitenza o altre mortificazioni a proprio arbitrio.

Perciò a tenore della presente lettera, in virtù della santa obbedienza, prescriviamo e ordiniamo rigorosamente a tutti e ai singoli Venerabili Fratelli, Patriarchi, Arcivescovi, Vescovi, e agli altri Prelati delle Chiese, a tutti gli Ordinari dei luoghi ovunque esistenti, ai loro Vicari e Ufficiali, o, in loro assenza, a coloro che hanno la cura delle anime, che, appena riceveranno gli estratti o gli esemplari anche stampati della presente lettera, subito, senza frapporre indugio, dilazione od ostacolo, li pubblichino e li facciano pubblicare nelle loro Chiese, Diocesi, Province, Città, Villaggi, Regioni e luoghi, e designino la Chiesa o le Chiese da visitare.

Non intendiamo, però, con la presente lettera dispensare da irregolarità pubblica od occulta, da defezione, da inidoneità o inabilità in qualunque modo contratta, o dare la facoltà di dispensare o abilitare e reintegrare nemmeno in foro interno. Né intendiamo che la presente lettera possa o debba favorire in alcun modo coloro che da Noi e dalla Sede Apostolica o da qualche Prelato o Giudice ecclesiastico sono stati scomunicati, sospesi, interdetti o altrimenti incorsi in sanzioni e censure o sono stati pubblicamente denunciati, a meno che nel tempo delle due settimane citate non riescano ad aggiustare la posizione o ad accordarsi con le parti.

E ciò nonostante le Costituzioni e le Regole Apostoliche, specialmente quelle dalle quali la facoltà di assolvere in certi ben determinati casi è così riservata al Romano Pontefice regnante, che concessioni simili, o dissimili, delle indulgenze non possono essere accordate a nessuno, a meno che in tali Costituzioni e Regole non si faccia un’espressa menzione o una speciale deroga; nonostante ancora la Nostra norma sulle indulgenze da concedere “ad instar“; nonostante anche le Costituzioni e le consuetudini di qualsiasi Ordine, Congregazione o Istituto, anche se confermate da un giuramento, da un’approvazione Apostolica o da una qualsiasi altra ratifica; nonostante anche i privilegi, gli indulti e le lettere Apostoliche in qualunque modo concessi, approvati e rinnovati agli stessi Ordini, Congregazioni e Istituti e singolarmente a membri di essi.

A tutte queste e singole concessioni, anche se ad esse o al loro contenuto fossero annesse una menzione speciale, specifica, espressa ed esclusiva, e clausole generali importanti, o fosse usata qualsiasi altra espressione o una particolare forma per tutelarle: Noi, ritenendo il loro tenore come sufficientemente espresso dalla presente lettera e salva sempre la forma loro data, per questa volta vi deroghiamo in modo speciale, nominativamente ed esplicitamente ad effetto di quanto premesso, nonostante qualsiasi disposizione contraria.

Affinché questa Nostra lettera, non potendo essere recapitata in ogni luogo, giunga più facilmente a conoscenza di tutti, vogliamo che agli estratti o alle copie di essa, anche stampati, firmati di mano di un pubblico notaio e muniti del sigillo di persona costituita in dignità ecclesiastica, in qualunque luogo e presso tutti i popoli si presti la medesima fede che si presterebbe alla presente se fosse esibita o mostrata.

Infine tutti coloro che apertamente o nel loro intimo avversano la Sede Apostolica, le sentenze e le Costituzioni della Santa Romana Chiesa, sappiano che sono indegni di partecipare alla grazia e al beneficio del Giubileo.

Dato a Venezia, dal Monastero di San Giorgio Maggiore, il 24 maggio 1800, nel primo anno del Nostro Pontificato.

(*) Il Pontefice neo eletto vorrebbe promulgare il Giubileo da celebrarsi in Roma, ma la tormentata situazione militare e politica non lo consente. Napoleone, rientrato in Francia dall’Egitto, nella primavera del 1800 attraversa le Alpi occidentali e ritorna in Italia. Il 18 maggio le sue truppe conquistano Aosta e si incamminano verso Milano, dove entreranno il 2 giugno.

Pio VII, tuttavia, per confortare i fedeli – ricalcando in parte le disposizioni che vengono solitamente impartite negli anni del Giubileo – il 24 maggio 1800 concede da Venezia, per due settimane, l’indulgenza plenaria e la remissione dei peccati a coloro che compiranno determinate pratiche di pietà.

DOMENICA III DOPO PASQUA (2022)

DOMENICA III DOPO PASQUA (2022)

Semidoppio. • Paramenti bianchi.

La Chiesa è nella gioia perché Gesù è risuscitato e ci ha fatti liberi (All.). Essa dà quindi gloria a Dio (Intr.) e ne canta le lodi (Off.). «Ancora un poco di tempo e non mi vedrete più, aveva detto Gesù nel Cenacolo, allora piangerete e vi lamenterete; ancora un poco di tempo e mi rivedrete e il vostro cuore si rallegrerà» (Vang.). Gli Apostoli, vedendo Gesù risuscitato, provarono quella gioia che risuona ancora nella liturgia pasquale; e come la Pasqua è un’immagine della Pasqua eterna, questa gioia è la stessa che avrà la Chiesa quando, dopo aver, nel dolore, generato anime a Dio, vedrà Gesù apparire trionfante nel cielo alla fine dei secoli, tempo assai breve, se paragonato all’eternità (Mattutino). « Egli allora cambierà la nostra afflizione in un gaudio che nessuno potrà più rapirci » (Vang.). Questo gaudio santo comincia già su questa terra, poiché Gesù non ci lascia orfani, ma viene a noi per mezzo dello Spirito Santo; e nella grazia sua siamo colmati di gioia nella speranza di una felicità avvenire. Non attacchiamoci ai vari piaceri del mondo, dice San Pietro, noi che siamo stranieri e viandanti avviati verso il cielo al seguito del divino Risuscitato, ma osserviamo i precetti tanto positivi, quanto negativi del Vangelo (Ep.), affinché, facendo professione di Cristianesimo, possiamo evitare quello che disonora questo nome e praticare quanto vi è conforme (Or.) e giungere cosi alla celeste Gerusalemme. «Uno dei sette Angeli mi disse: Vieni e ti mostrerò la novella sposa, la sposa dell’Agnello. E vidi Gerusalemme che scendeva dal cielo, ornata dei suoi monili, alleluia. Come è bella la sposa che viene dal Libano, alleluia » (Respons.). L’eucaristico e divino alimento delle anime nostre protegga i nostri corpi (Postcomm.), affinché mitigando in noi l’ardore dei desideri terrestri, ci faccia amare i beni celesti (Secr.).

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps LXV: 1-2. Jubiláte Deo, omnis terra, allelúja: psalmum dícite nómini ejus, allelúja: date glóriam laudi ejus, allelúja, allelúja, allelúja.

[Giubila in Dio, o terra tutta, allelúia: innalza inni al suo Nome, allelúia: dà a Lui gloria con le tue lodi, allelúia, allelúia, allelúia.]

Ps LXV: 3 Dícite Deo, quam terribília sunt ópera tua, Dómine! in multitúdine virtútis tuæ mentiéntur tibi inimíci tui.

[Dite a Dio: quanto sono terribili le tue òpere, o Signore. Con la tua immensa potenza rendi a Te ossequenti i tuoi stessi nemici.]

Jubiláte Deo, omnis terra, allelúja: psalmum dícite nómini ejus, allelúja: date glóriam laudi ejus, allelúja, allelúja, allelúja.

[Giubila in Dio, o terra tutta, allelúia: innalza inni al suo Nome, allelúia: dà a Lui gloria con le tue lodi, allelúia, allelúia, allelúia.]

Oratio 

Orémus. –

Deus, qui errántibus, ut in viam possint redíre justítiæ, veritátis tuæ lumen osténdis: da cunctis, qui christiána professióne censéntur, et illa respúere, quæ huic inimíca sunt nómini; et ea, quæ sunt apta, sectári.

[O Dio, che agli erranti mostri la luce della tua verità, affinché possano tornare sulla via della giustizia, concedi a quanti si professano Cristiani, di ripudiare ciò che è contrario a questo nome, ed abbracciare quanto gli è conforme.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Petri Apóstoli: 1 Pet II: 11-19

“Caríssimi: Obsecro vos tamquam ádvenas et peregrínos abstinére vos a carnálibus desidériis, quæ mílitant advérsus ánimam, conversatiónem vestram inter gentes habéntes bonam: ut in eo, quod detréctant de vobis tamquam de malefactóribus, ex bonis opéribus vos considerántes, gloríficent Deum in die visitatiónis. Subjécti ígitur estóte omni humánæ creatúræ propter Deum: sive regi, quasi præcellénti: sive dúcibus, tamquam ab eo missis ad vindíctam malefactórum, laudem vero bonórum: quia sic est volúntas Dei, ut benefaciéntes obmutéscere faciátis imprudéntium hóminum ignorántiam: quasi líberi, et non quasi velámen habéntes malítiæ libertátem, sed sicut servi Dei. Omnes honoráte: fraternitátem dilígite: Deum timéte: regem honorificáte. Servi, súbditi estóte in omni timóre dóminis, non tantum bonis et modéstis, sed étiam dýscolis. Hæc est enim grátia: in Christo Jesu, Dómino nostro.”

(“Carissimi: Io vi scongiuro che da stranieri e pellegrini vi asteniate dai desideri sensuali, che fanno guerra all’anima. Tenete una buona condotta fra i gentili, affinché, mentre sparlano di voi quasi foste malfattori, considerando le vostre buone opere, diano gloria a Dio nel giorno in cui li visiterà. Per amor di Dio siate, dunque, sottomessi a ogni autorità umana; sia al re, che è sopra di tutti, sia ai governatori come da lui mandati a far giustizia dei malfattori e a premiare i buoni. Poiché questa è la volontà di Dio, che, operando il bene, chiudiate la bocca all’ignoranza degli uomini stolti. Diportatevi da uomini liberi, che non fate della libertà un mantello per coprire la nequizia, ma quali servi di Dio. Onorate tutti, amate la fratellanza, temete Dio, rendete onore al re. Servi, siate con ogni rispetto sottomessi ai padroni, e non soltanto ai buoni e benevoli, ma anche agli indiscreti; poiché questa è cosa di merito; in Gesù Cristo Signor nostro”).

L’obbedienza e l’autorità come principio

(G. Semeria: Epistole della Domenica – Milano – 1939)

Tutta l’Epistola di questa domenica, terza domenica di Pasqua, è degna del suo autore umano e delle circostanze storiche in cui gli accadde di scrivere. San Pietro, Apostolo dell’autorità tratta precisamente dell’autorità per garantirne i diritti. Ma non si circoscrive nel suo mondo religioso, non chiede obbedienza solo ai pastori d’anime, va oltre ei direbbe guardi di preferenza, almeno a momenti, l’autorità civile. Certo egli pensa a quel mondo romano che dopo essere stato il mondo della violenza, volle essere il mondo della legge. E si preoccupa, il Pontefice, ormai romano anch’esso, di quel mondo in cui vive, se ne preoccupa in due modi, per due ragioni. Intanto quel mondo ha un suo valore spirituale, morale, vero e proprio in quanto non è pio e non vuol essere il mondo della violenza bruta e dell’arbitrio personale, quel mondo non bisogna guastarlo per pretesa, neppur per pretesi interessi spirituali superiori come certi fanatici sarebbero pronti a fare; bisogna conservarlo. Il Cristianesimo assume il suo ufficio di conservatore della civiltà. Conservarlo per se stesso, conservarlo anche per creare uno scandalo civile alle coscienze di fronte all’invito religioso del Vangelo. – Ma per conservare quel mondo civile bisogna custodire, rafforzare il principio, uno dei principi su cui regge, che è proprio l’autorità col suo correlativo: l’obbedienza. L’autorità principio unificatore, l’autorità rappresentanza dell’interesse collettivo di fronte alla somma degli interessi individuali, somma concorrente. – Il Cristianesimo per bocca dei suoi primi propagandisti più autorevoli, Pietro e Paolo, vi apporta il suggello di una vera e propria consacrazione, il paganesimo, in fondo, ha avuto – se è limitato al concetto di autorità per forza, o delle autorità entusiasmo – nell’un caso e nell’altro, un concetto personale dell’autorità, la persona del monarca (comunque poi si chiami chi comanda). Nel paganesimo, e dovunque il paganesimo, il laicismo civile risorge, comanda il più forte, in ragione ed in nome della sua forza. Il monarca è il potente, uomo o classe. – Che se poi si esce da questa situazione così precaria e avvilente, vuoi per chi comanda, vuoi per chi obbedisce, è per il rotto della cuffia dell’entusiasmo, il mito, il feticcio. Il monarca è Cesare, tutti lo acclamano e lo adulano. Di fronte alla sua autorità personale e mitologizzata l’obbedienza è servilità, una schiavitù dorata, schiavitù sempre. Il monarca nei due casi comanda, s’impone perché è lui. Il padrone sono me. Si fabbrica sull’arena mobile. Se la forza vien meno? Se l’entusiasmo si sgonfia? Che cosa succede? Dove va a finire la società di cui l’autorità è anima, vita, forza stabile, è verso la spersonalizzazione dell’autorità. L’autorità principio sostituita dall’autorità persona. E noi abbiamo di questo sforzo una formula magica nell’epistola di oggi. – « Obbedite ai vostri capi legittimi anche quando, anche se essi sono cattivi ». È l’ipotesi più terribile. La bontà e la qualità che sembra essenziale in chi comanda. Passi pure la mancanza di genio, d’ingegno, ma la bontà! La funzione del comando è proprio una funzione morale e moralizzatrice. E l’Apostolo è ben lontano dal negare in chi comanda l’utilità, la preziosità della bontà. Un buon monarca è il più grande dono di Dio a un popolo. Ma non bisogna edificare lì; neppur lì, su questa facoltà preziosissima. Guai! Si tornerebbe al personalismo; l’obbedienza è alla discrezione dei sudditi e possono giudicare le qualità personali. E perciò obbedite ai vostri capi sempre, perché sono capi, qualunque siano le loro qualità o i loro difetti… anche ai personalmente cattivi. Purché non comandino il male, purché non si erigano comandando né contro Dio, né contro la coscienza. – I Cristiani sono così i sudditi migliori, i più fidati dell’impero … d’ogni impero, d’ogni stato civile, diremmo oggi in linguaggio moderno. E perciò sono ciechi i governi che combattono il Cristianesimo; si danno la zappa sui piedi. Sono miopi i governi che accarezzano la religione per secondi fini, sono savi oltreché onesti, i governi che favoriscono senza ipocrisie, equivoci e sottintesi il Cristianesimo: lavorando in apparenza per la religione, lavorano in realtà abilmente ed efficacemente per sé.

Alleluja

Allelúja, allelúja. Ps CX: 9 Redemptiónem misit Dóminus pópulo suo:alleluja.

[Il Signore mandò la redenzione al suo pòpolo. Allelúia.]

Luc XXIV: 46 Oportebat pati Christum, et resúrgere a mórtuis: et ita intráre in glóriam suam. Allelúja.

[Bisognava che Cristo soffrisse e risorgesse dalla morte, ed entrasse così nella sua gloria. Allelúia.]

Evangelium

Joannes XVI: 16; 22

“In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis: Módicum, et jam non vidébitis me: et íterum módicum, et vidébitis me: quia vado ad Patrem. Dixérunt ergo ex discípulis ejus ad ínvicem: Quid est hoc, quod dicit nobis: Módicum, et non vidébitis me: et íterum módicum, et vidébitis me, et quia vado ad Patrem? Dicébant ergo: Quid est hoc, quod dicit: Modicum? nescímus, quid lóquitur. Cognóvit autem Jesus, quia volébant eum interrogáre, et dixit eis: De hoc quaeritis inter vos, quia dixi: Modicum, et non vidébitis me: et íterum módicum, et vidébitis me. Amen, amen, dico vobis: quia plorábitis et flébitis vos, mundus autem gaudébit: vos autem contristabímini, sed tristítia vestra vertétur in gáudium. Múlier cum parit, tristítiam habet, quia venit hora ejus: cum autem pepérerit púerum, jam non méminit pressúræ propter gáudium, quia natus est homo in mundum. Et vos igitur nunc quidem tristítiam habétis, íterum autem vidébo vos, et gaudébit cor vestrum: et gáudium vestrum nemo tollet a vobis.”

 (“In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: Un pochettino, e non mi vedrete; e di nuovo un pochettino, e mi vedrete: perché io vo al Padre. Dissero però tra loro alcuni dei suoi discepoli: Che è quello che egli ci disse: Non andrà molto, e non mi vedrete; e di poi, non andrà molto e mi vedrete, e me ne vo al Padre? Dicevano adunque che è questo che egli dice: Un pochetto? non intendiamo quel che egli dica. Conobbe pertanto Gesù che bramavano d’interrogarlo, e disse loro: Voi andate investigando tra di voi il perché io abbia detto: Non andrà molto, e non mi vedrete; e di poi, non andrà molto, e mi vedrete. In verità, in verità, vi dico, che piangerete e gemerete voi, il mondo poi godrà: voi sarete in tristezza, ma la vostra tristezza si cangerà in gaudio. La donna, allorché partorisce, è in tristezza, perché è giunto il suo tempo, quando poi ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più dell’affanno a motivo dell’allegrezza, perché è nato al mondo un uomo. E voi dunque siete pur adesso in tristezza; ma vi vedrò di bel nuovo, e gioirà il vostro cuore, e nessuno vi torrà il vostro gaudio”.).

OMELIA

(G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi; VI ediz. – Soc. Ed. Vita e pensiero.- Milano 1956.

GIOIA TRISTE E TRISTEZZA LIETA

Il Vangelo questa volta ci riferisce un momento dell’ultima sera che Gesù, prima di muovere incontro alla sua agonia sanguinosa, volle passare nell’intimità degli amici più caramente diletti. Il cuore di tutti era occupato dalla prossima fine del Signore, il quale la vedeva con certezza e precisione di particolari, mentre i discepoli la presagivano con timore e confusione. « Ancora un poco, e non mi vedrete più; ma dopo un altro poco mi vedrete ancora ». Queste parole misteriose significavano la vicina morte e sepoltura che avrebbe sottratto al loro sguardo l’amato Maestro; sottratto per poco però, perché sarebbe risorto al terzo giorno per non più morire. Ma nessuno le comprese a pieno, onde si misero tutti in ansia. Gesù per calmarli dolcemente aggiunse: « Vi dico che voi gemerete e piangerete, mentre il mondo se la godrà. Ma come la donna quando giunge l’ora della sua maternità è presa da tristezza, poi dimentica ogni angoscia per la gioia d’avere un bambino, così voi: ora che me ne vado siete presi da tristezza, ma quando tornerò a vedervi, il vostro cuore godrà. E nessuno vi potrà allora strappare la vostra gioia » – Questo è il brano evangelico che commenteremo. Una volta un pagano di nome Petronio e di soprannome « arbitro delle eleganze », tra i canti e le lusinghe di un festino, bevve l’ultimo sorso di una splendida coppa. Poi disperatamente la scagliò sul pavimento ove s’infranse, indi si ritirò nel suo bagno a segarsi le vene. Ancora si suonava: e si rideva, ed egli moriva dissanguato. Così è la coppa del mondo: riso e festa e liquore inebriante, e poi in fine l’amarezza e da ultimo la disperazione della morte. Invece Gesù disse una volta a Giacomo e Giovanni, i due figli di Zebedeo: « Potete voi bere il mio calice? ». Era il calice della umiliazione, del rinnegamento, del martirio. Essi risposero: « Lo possiamo ». E dietro l’amarezza, i figli di Zebedeo vi trovarono la pace e l’amore ardente e puro, vi trovarono da ultimo la vita e la gioia eterna. Dunque, Gesù e il mondo si presentano a noi, ciascuno col suo calice, e c’invitano a bere. Il calice del mondo dà la gioia al primo contatto ma una gioia esteriore e breve e poi lascia uno sgomento intimo e infine un dolore eterno. Il calice di Gesù dà la sofferenza al primo contatto, ma una sofferenza esterna e breve: e poi diffonde una dolce serenità nel cuore e infine un gaudio immenso ed eterno. A quale calice appresseremo le nostre labbra avide di felicità? a quello della tristezza lieta o della gioia triste? – IL CALICE DELLA GIOIA TRISTE. Per due motivi la gioia del mondo è triste: perché è esteriore, perché dura poco. – a) Un grande scrittore norvegese descrive un naviglio poderoso e sicuro che porta di mare in mare uomini, mercanzie, ricchezze. La ciurma è gaia e baldanzosa, ed anche i passeggeri sono presi nel gorgo di quella allegria. A bordo si agitano mille bandierine, si balla, si suona, si cantano le giulive canzoni della terra nativa. Improvvisamente, un giorno, senza alcun palese motivo, un’ansia strana sbianca la faccia di qualche uomo. Che è successo? C’è una falla nella chiglia? Minaccia carestia? È caduto qualcuno in mare? No, no. Solo, da poppa a prua, circola una voce: « C’è un morto nella stiva… ». (Ibsen, Epistola poetica a Georg Brandes). – Simile alla gioia di quel naviglio è quella del mondo. Cercate sotto a tante illusioni di felicità, dopo tante ore di stordimento, dopo tanti giorni vissuti nella dissipazione e troverete un cadavere: l’anima soffocata, l’anima infracidita. La coscienza di essere rovinati nell’intimo è come una macchia nera che affiora sulla gioia vana dei mondani e l’amareggia tutta. E poi, il mondo offre la gioia nelle cose secondarie, e non risponde agli interessi più importanti. « Vieni con me — ci dice — che ti faccio godere ». « Volentieri: ma dove mi conduci? dove mi troverò? » « Non pensare a queste cose: adesso godi ». Ma si può veramente godere in mille bazzecole, senza aver prima conchiuso sicuramente gli affari principali, quelli che riguardano la propria esistenza? Eppure, la gioia sia del mondo è fatta così. – b) Non solo è fatta così, ma, quel ch’è peggio, essa è passeggera e ci abbandona in breve. Il profeta Giona fuori delle mura di Ninive aveva trovato un luogo meraviglioso per riposarsi e dormire i suoi sonni. Un’edera fronzuta aveva formato una specie di pergola, così densa che non lasciava passare i brucianti raggi del sole, né soffi caldi del vento: con gran sollievo si cacciò sotto quella frescura e dormì. Nella notte però un invisibile vermicciuolo rosicchiò la radice dell’edera, che accartocciò le foglie e si seccò. Al giorno dopo cominciò a soffiare un vento caldo opprimente, e il sole dardeggiava ferocemente sul capo di Giona ormai senza riparo. Il profeta soffocava e gemeva: « Meglio per me morire che vivere sfortunato così » (Giona, IV, 5-8). E quand’anche un uomo potesse assicurarsi onori, piaceri, danari per tutta la vita, non potrà certo assicurarsi contro il verme insonne del tempo che gli divora la stessa vita. Chi può godere spreoccupatamente in una casa, le cui fondamenta sono rose da un fiume sotterraneo? Se pensa che forse fra un anno, fra sei mesi franerà, che forse in una notte mentr’egli dorme sarà travolto, un’inquietudine assillante gli rende triste ogni gioia. Ebbene, la gioia del mondo è fatta così. – IL CALICE DELLA TRISTEZZA LIETA. Per due motivi la tristezza del calice di Gesù è lieta: perché è passeggera e superficiale; perché ci conduce a un gaudio immenso ed eterno. – a) La tristezza del Cristiano è passeggera, poiché egli sa di essere in viaggio. « Mi spiace, signore, che ella debba restare in piedi » dicevano ad un viaggiatore sul treno: ed egli sorridendo rispose: « Non si cruccino per me: è tanto breve il mio percorso! ». In questa vita noi siamo come su di un treno in corsa. Dobbiamo però stare in piedi e vigili contro il demonio, contro le nostre passioni, contro il mondo, qualche volta poi dobbiamo stare in piedi perché ci mancano i mezzi di star comodi, o perché qualche angoscia non ci permette di restare tranquilli. Ma che importa! Noi sappiamo che il nostro percorso è breve: poi scenderemo alla nostra città, entreremo nella nostra casa dove tutto è preparato per accoglierci secondo il nostro desiderio. Anzi, meglio ancora. Inoltre, la tristezza del Cristiano è superficiale. Quando egli soffre o per resistere al male, o per fare il proprio dovere, o per accettare la volontà misteriosa di Dio, egli sente in fondo al suo cuore percosso dal dolore scaturire un’onda di pace. È la certezza di diventare migliore, di assomigliare di più a Gesù Cristo di cui è seguace, di piacere di più a Dio, d’essere da Lui più amato. – « Ho 72 anni, — diceva quel caro vecchio di S. Leonardo da Porto Maurizio — e non sono stato infelice neppure un’ora ». Forse che gli erano mancati affanni e croci? tutt’altro. Ma la tristezza del vero Cristiano è irrigata da una sorgente di pace e di letizia che a poco a poco la sommerge. « Ho 72 anni, — esclamò invece il grande poeta Goethe, — e non sono mai stato un’ora felice ». Eppure non gli era mancata né la ricchezza, né l’applauso di re e di popoli, né l’esperienza di tanti piaceri. Ma la gioia mondana è irrigata da una sorgente amara. – b) Ma ciò che fa più lieta la tristezza del Cristiano è il gaudio immenso ed eterno che sta dietro di essa. È la vita felice scevra di pene e travagli, di dolorî e timori; è la vita pienamente felice sotto lo sguardo di Dio, in compagnia di Dio, derivata da Dio; è la stessa vita di Dio eternamente felice. Tutto ciò a cui s’è rinunziato, tutto ciò che abbiamo sacrificato per essere buoni, per essere di Cristo, si ritrova ancora tutto infinitamente aumentato nella vita eterna in Cristo. Omnia autem vestra sunt: vos autem Christi. Ora la certezza e la grandezza del premio rende dolce la fatica che ce lo merita, sopportabile la via spinosa che ad esso ci porta, accettabile la lotta che ce lo conquista. – L’operaio che lavora in mezzo ai gas e ai rumori dell’opificio canta per la speranza della paga. Il viandante che cammina per regioni deserte e pericolose, sotto l’acqua o sotto il sole, di notte o di giorno, nonostante la stanchezza, canta perché s’avvicina alla sua casa, ai suoi. Il soldato che combatte nella trincea, tra una battaglia e una battaglia, canta per la gioia di fare una patria più libera e più forte. Ma una speranza assai più grande di tutte queste nasce dalla sofferenza del Cristiano e la fa lieta. Perciò egli fatica e canta; cammina e canta, combatte e canta.

– « Un poco ancora e poi non mi vedrete più: un poco ancora e poi mi rivedrete ». Udendo queste parole che indicavano la prossima sua morte e resurrezione, gli Apostoli non ne afferrarono il senso; e camminando a fianco dietro a Lui bisbigliavano tra loro e dicevano: « Che cosa vuol dire il Maestro? Che è mai questo: un poco ancora? ». Il Signore s’accorse di quella incomprensione e spiegò amorevolmente il suo pensiero così: « In verità, in verità! voi gemerete, voi piangerete mentre il mondo godrà. Ma un poco ancora e poi la tristezza vostra diverrà allegrezza che più nessuno vi potrà rapire ». In queste parole di Gesù Cristo notate una dolcissima verità. Egli annuncia i gemiti e i pianti della sua morte imminente, ma subito conforta l’anima dicendo che dureranno poco: « Un poco ancora e poi mi rivedrete per sempre ». Così nella nostra vita noi gemeremo e piangeremo, ma i pianti e i gemiti dureranno poco, perché verrà il Paradiso a portarci un’allegrezza senza fine. Un poco ancora! In questa parola è racchiuso tutto il motivo della nostra rassegnazione nei dolori, tutto il motivo della nostra perseveranza nella virtù. – RASSEGNAZIONE. Ogni mattino, quando ci alziamo, ci troviamo di fronte a delle croci. Ecco in famiglia c’è una persona cara gravemente ammalata. Ogni rimedio è inutile, ogni cura è vana: di ora in ora ella se ne va lontano lontano, e ci sentiamo morire con lei. Forse ci siamo appena tolto dal braccio una striscia di crespo nero, che siamo costretti a metterne un’altra come una benda che copra una nuova ferita, quando l’altra non s’è ancora rimarginata. Ahimè! la ferita non è al braccio, ma al cuore. – Ecco negli affari, dopo tante fatiche, dopo tanti viaggi e notti insonni, siamo ridotti in terribili contingenze; l’avvenire ci si prospetta davanti a colori foschi; i nostri figliuoli ci chiedono pane ed educazione, e non possiamo prevedere che cosa daremo a loro. – Ecco nei campi, dopo tanti sudori e tante spese per lavori e concimi, una tempesta, una brinata, una siccità dissolvono le nostre speranze come il vento sparpaglia le nubi. Ecco nella società, dove ci sforziamo di essere onesti e generosi, una persona cattiva ci fa del male, ci attenta nell’onore, ci tradisce, ci rende lo zimbello del vicinato. Insomma, si chiamerà dolore domestico, triste peso del presente, timore dell’avvenire, pena per vedere tormentati i nostri cari, astio vicendevole, separazione, malattia, speranza delusa, ma la croce ci accompagna sempre nella nostra vita. Credere di trovare una casa, un focolare senza queste ferite più o meno profonde, è una illusione. E allora? Allora ricordiamo la dolce parola di Gesù che va alla morte: « Un poco ancora ». Pazienza un poco ancora, o Cristiani; voi che siete tribolati, voi che dopo una tribolazione ne trovate un’altra, pazienza un poco ancora, che passerà tutto. Che cosa è la nostra vita? Un soffio; per quanto doloroso, sarà sempre breve. Perciò unite le vostre sofferenze a quelle del Crocifisso, sopportate in dolce rassegnazione, e acquisterete un gaudio senza fine. – PERSEVERANZA. Fare una buona confessione a Pasqua, fare degli ottimi propositi è abbastanza facile; difficile invece è perseverare nel bene. Facile è dire: « Sono superbo, sarò umile ». Ma appena qualcuno ci schiaccia la coda, subito dalla pianta dei piedi fino alle tempie il sangue rigurgita, e non ne possiamo più. « Fino a quando, o Signore, dovrò umiliarmi? » Pazienza, ancora un poco. – Facile è dire: « Sono voluttuoso, sarò casto ». Ma quando nello studio, nell’officina, si è costretti ad ascoltare discorsi immondi, avvicinare persone tentatrici, quando per giorni interi i pensieri disonesti fanno guerra nella nostra anima, ne non ne possiamo più e ci vien fatto d’esclamare: « Fino a quando dovrò lottare così? » Pazienza, ancora un poco. È facile dire: « Sono violento, sarò dolce ». Ma se in casa la moglie non è attenta, ma se un figlio commette uno sbaglio, ma se lavorando si guasta un arnese, subito ci viene tra i denti una bestemmia e ci sforza le labbra per uscire, ma subito una forza terribile vuole agitarci come ossessi. Nello sforzo duro di contenerci, che ci fa sudare, noi ci sentiamo stanchi. « Fino a quando, o Signore, dovrò comprimermi così?» Pazienza, ancora un poco. Gran Dio, che lotta e che guerra crudele! Ci sono dentro noi due uomini di cui uno deve necessariamente morire: ma attenti, non è tanto facile ucciderlo, essendo da una parte sostenuto dall’inferno e dall’altra dal mondo. E di giorno e di notte saranno già dieci mesi, dieci anni, vent’anni forse che dura questo duello a morte. ed ohimè, quante ferite, e che dolori, ma fortunatamente anche quante vittorie! Ma fino a quando dovremo durarla così? La vita è breve; pazienza, ancora un poco. – Ricordate gli Israeliti nel deserto. Per lo spazio di quaranta giorni si trattenne Mosè con Dio sul monte Sinai per ricevere le tavole della legge. Ed essi aspettavano ogni dì la sua discesa, e l’aspettarono con desiderio per trentacinque giorni, mantenendosi fedeli a Dio, osservanti dei riti, ubbidienti ad Aronne. Ma poi non vedendolo tornare, si stancarono d’attenderlo: « Fino a quando — dicevano — dovremo noi rimanere in aspettativa? ». E allora come avevano veduto fare in Egitto, cambiata la modestia in dissolutezza, la pietà in gioco, la religione in idolatria, si fabbricarono un vitello d’oro e con matta insolenza l’adorarono. Dopo nemmeno cinque giorni arrivò, raggiante di fulgore, Mosè; stritolò quel vitello infame, spezzò le tavole e comandò che a fil di spada fossero passati tutti gli idolatri: ne restarono uccisi ventitré mila. Disgraziati Israeliti, avessero avuto pazienza di aspettare ancora cinque giorni! Ma più disgraziati quei Cristiani che, stanchi di lottare contro le passioni, si abbandonarono al demonio; essi per avere cinque giorni di falso godimento si procurarono una eternità di pene atroci. – Quando Filippo, padre d’Alessandro il grande, vide il modello della città d’Atene che cento ambasciatori gli presentavano, se ne invaghì tanto che proruppe in quella risoluzione: « O col ferro o con l’oro questa città deve essere mia ». Ecco che Gesù Cristo in questo brano di Vangelo ci presenta il modello della Città celeste del Paradiso: « Dopo questo po’ di tristezza — ci dice — io vi vedrò di nuovo e godrà il vostro cuore, e nessuno vi potrà più rapire la vostra gioia! » O giorno meraviglioso quando entreremo in cielo! I nostri occhi vedranno il Salvatore, le nostre orecchie udranno le armonie angeliche, i nostri cuori gusteranno dolcezze eterne, la nostra anima abiterà dimore splendenti e olezzanti. Nel conquistare questa città ci lasceremo spaventare da quel « poco ancora » di rassegnazione alle croci e di perseveranza nelle virtù, che è necessario? « Costi quel che costi — diciamo noi pure insieme a Filippo re — costi quel che costi, ma il Paradiso deve essere mio! ».

– Era l’ultima volta che Gesù parlava a’ suoi discepoli prima di morire. Guardandoli con la tenerezza di un padre che sta per partire, li mette in guardia dai pericoli del mondo, e dalle illusioni di un roseo avvenire. Diceva: « Tra poco e non mi vedrete; un altro poco e mi rivedrete ». Gesù alludeva alla sua morte vicina, e alla sua resurrezione. Gli Apostoli non capivano nulla e Gesù, che leggeva a loro negli occhi, aggiunse: « In verità vi dico che voi gemerete e piangerete; il mondo invece godrà ». Non scandalizzatevi; Cristiani, se Dio ha spartito le cose del mondo così che ai cattivi toccassero le gioie e ai buoni rimanessero soltanto le lacrime e i dolori. Non scandalizzatevi perché nel Vangelo d’oggi c’è una parola che spiega tutto: « Modicum! ». Spesso ci capita d’ascoltare i Cristiani a lamentarsi: « A questo mondo più s’è cattivi e più si ha fortuna. C’è della gente che non va in Chiesa, non rispetta nessuna legge, eppure è sempre beata: non malattie in casa; non odiosità fuor di casa; hanno roba; hanno danaro; hanno tutto. Noi invece non possiamo mai tirare avanti liberamente: è la morte, è una disgrazia, è un affare che va a male, e sempre c’è da piangere… ». Ricordiamoci della parola del Signore: « Modicum »: poco. Quaggiù tutto dura poco. Poco il dolore e poco la gioia. Non dobbiamo attaccare quindi il nostro cuore a cose che durano tanto poco; ma dobbiamo cercare il nostro bene dove durerà sempre: in Paradiso. Meditiamo la parola di Gesù, e ne otterremo conforti e speranze per il travaglio duro della nostra vita. – VOI PIANGERETE MENTRE IL MONDO GODRÀ. Quando noi osserviamo la vita pagana delle nostre città, e nei giorni di festa anche nei piccoli paesi, così buoni una volta, ci par di riudire il canto dei voluttuosi, come è scritto nel libro della Sapienza: « Circondiamo le nostre tempia di rose prima che marciscano: non ci sia piacere da noi non provato, non ci sia peccato da noi sconosciuto ». Coronemus nos rosis! È una folla di uomini, di donne, di giovanetti che, a coronarsi di queste rose, si riversano ogni giorno nelle sale dei teatri, dei cinematografî, dei balli… E dentro si vede, si ascolta, si ride, si salta; e si vende l’anima al diavolo. Intanto si perde l’amor della propria casa, dei propri figli; i figli sono spine per questi gaudenti, e allora li rifiutano conculcando ogni legge umana e divina. Coronemus nos rosis! È un’altra folla di persone che avida legge i libri, riviste, giornali. Sono romanzacci dove le infamie più vergognose riempiono le pagine; sono novelle fetide di corruzione e di incredulità; sono figure impudiche che ridestano nei sensi il fuoco delle passioni. A quelle letture la mente si popola di fosche immagini, il cuore si accende a desideri impuri, la notte è profanata da sogni brutti. L’anima è invasa da una nebbia grassa che non lascia intravedere Dio: e non si prega più. Coronemus nos rosis! È un’altra folla ancora che vive soltanto per il gioco, e nel gioco consuma il tempo e magari tutto il denaro della famiglia. Per il gioco commettono ingiustizie, si tralascia il rosario in famiglia, si perde la Messa e la dottrina cristiana. Quanta gioventù sciupa tutta la festa negli sports! Che cosa ci potranno dare, domani se non hanno mai sentito parlare della loro anima, dei loro doveri? La rosa del piacere si vuole e non la spina del dovere. Voi, invece, o buoni Cristiani, voi soffrite nella mortificazione del vostro corpo e delle vostre passioni, voi soffrite nell’osservanza della legge di Dio. Ed è giusto che sia così, ce lo dice Tertulliano: « Nostræ cœnæ, nostræ nuptiæ nondum sunt » (De Spect., 28). Il tempo dei nostri festini e delle nostre nozze non è giunto ancora, per ciò non possiamo gioire coi mondani. Quaggiù siamo in viaggio: e quando si cammina non ci si può fermare a divertirsi, altrimenti non si arriva più alla mèta. Quaggiù abbiamo dei grandi affari: amare Dio, salvare l’anima. Ma se qualcuno ha la testa nei divertimenti, non può combinare nessun affare buono. Quaggiù è tempo di battaglia: i soldati che in guerra s’abbandonano alle mollezze, come quelli d’Annibale a Capua, non avranno forza per vincere. Consoliamoci però, non sarà sempre così. Anzi questo tempo è breve: Modicum. Un poco, e poi le rose dei mondani marciranno, e le nostre spine fioriranno un’eterna primavera. – IL VOSTRO PIANTO DIVERRÀ GIOIA. Un giorno a S. Giovanni fu concesso di contemplare i Santi in gloria. Stavano nella luce, nella gioia, nel canto, davanti al trono dell’Agnello. Vestivano con lunghe stole bianche ed agitavano nelle mani palme stupende. S. Giovanni rimase estatico. Uno di essi, vedendo senza dubbio lo stupore dell’Apostolo, gli domandò: « Questi che vedi vestiti di bianche stole, chi sono? Donde vennero? ». E Giovanni dovette confessare la propria ignoranza. « Sappi, gli fu detto allora, che essi sono venuti da una grande tribolazione ». Venir dalla tribolazione! Ecco il miglior titolo per godere in Paradiso. Rallegratevi tutti voi che soffrite, perché siete sulla via del gaudio; tra poco ogni vostra lacrima sarà un sorriso; ogni vostra pena una eternità di gioie. È sulla via della gioia quel giovane onesto che, mentre vede i suoi compagni correre ai divertimenti, frequenta la Chiesa e l’oratorio. È sulla via della gioia quel buon padre di famiglia che è pronto a patir anche la fame, pur di non violare la legge del Signore! È sulla via della gioia quella buona donna, dimenticata da tutti, forse disprezzata anche da quelli che tanto ama, che tutto riceve dalle mani di Dio e soffre con rassegnazione. – Vediamo ora un’altra scena del Vangelo. La scena è divisa in due. In basso un orribile abisso pieno di fuoco; e nel fuoco un uomo brucia e urla: « Abramo! Abramo! » In alto una regione purissima di luce, di melodie. In quella luce, tra quei fiori, tra le musiche, vi è un altro uomo che beatissimo gode. « Abramo! Abramo! », si urla disperatamente dall’abisso ardente. Abramo ascolta quel pianto lungo e straziante. « Abramo, abbi pietà di me. Mandami Lazzaro e digli che col suo dito mi lasci cadere una goccia d’acqua sulla lingua, ché son tutto una fiamma ». E Abramo a lui: « Ti ricordi quando tu vestivi di porpora e bisso e banchettavi ogni giorno nel tuo palazzo? Allora Lazzaro pieno di ulceri giaceva sulla tua porta, e bramava le briciole cadute dalla tua mensa per placare la sua fame. Ma nessuno gliene dava: solo i cani gli lambivano le piaghe cancrenose. Sappi dunque ché tu in vita avesti le gioie, e Lazzaro ebbe i dolori. Ora, e per sempre, Lazzaro godrà e tu soffrirai ». Ecco, o Cristiani, i due destini dell’uomo: goder per pochi anni e soffrire per tutta l’eternità, oppure, soffrir per pochi anni e godere per tutta l’eternità. Quale scegliete per voi? – La sponda è fiorita e dolce è il pendio. In lontananza si estende radioso il sole che tramonta, un vasto strato d’acqua che somiglia ad uno specchio. Sopra una barchetta abbellita da nastri, dei giovani in abito festivo si divertono graziosamente cantando. Sulla riva, un fanciullo sorride e tende le braccia. « Vieni! Vieni! », dicono i gitanti. « Sì, Sì! ». E nel momento in cui il piccolo legno tocca il lido, nel momento in cui il fanciullo si slancia, un braccio vigoroso lo trattiene e lo porta via. È suo padre. « Cattivo! » dice il fanciullo tentando di svincolarsi. Il giorno dopo, una barca vuota e sbattuta dalle onde venne a cozzare contro la sponda. Il fanciullo ancor triste e di cattivo umore, a quella vista comprese la disgrazia a cui era sfuggito; e gettandosi al collo del padre, lo baciò, singhiozzando di tenerezza: « Grazie, Grazie! ». Quante volte ancor noi, mentre sognavamo giorni tranquilli, affari deliziosi, onori, gioie, mentre sognavamo di slanciarsi in barca a traversare, cantando, il lago della vita, abbiamo sentito un braccio vigoroso strapparci dalle nostre illusioni. Era una disgrazia, una malattia, una calunnia, la miseria, l’umiliazione… O meglio, era la vigorosa mano del nostro Padre celeste. Noi in quel momento abbiamo imprecato contro Dio, e forse ancora oggi imprechiamo… Ma verrà un giorno in cui sapremo il perché d’ogni nostra pena e comprenderemo come sarebbe stata la nostra rovina, quella gioia che noi tanto agognavamo. Allora anche noi, come il fanciullo della leggenda, getteremo le braccia in collo a Dio, e piangendo di riconoscenza, gli diremo: « Grazie, buon Dio, d’avermi fatto soffrire! ». – IL DOLORE CRISTIANO. Mundus gaudebit; vos autem contristabîmini, sed tristitia vestra vertetur in gaudium. S. Agostino dice che due amori hanno fatto due città del mondo: Civitates duas fecerunt amores duo.L’uno è l’amore di Dio che ha formato la città dei buoni, i quali vivono nel dolore e nel rinnegamento d’ogni passione. L’altro è l’amore dell’io che vuol la soddisfazione delle proprie voglie ed ha formato la città del mondo che ama la pazza gioia. Mundus gaudebit.Ma perché Gesù ha voluto serbare il dolore per i buoni? Ecco: dal giorno che Adamo e Eva si ribellarono per superbia a Dio, nella nostra natura, ferita dal morso del demonio, si levò un istinto peccaminoso che prepotentemente ci spinge verso ciò che è proibito.Sul nostro occhio è venuto come un velo di polvere che ci fa piacere ciò che ci dovrebbe far paura, che ci tinge di bei colori ciò che in realtà è assai brutto. L’inganno di cui si sentiva vittima anche San Paolo quando scriveva: « Non comprendo quel che faccio: poiché il bene ch’io voglio non lo compio, mentre il male che non vorrei lo faccio ».Per vincere quest’inganno è necessaria un’acqua che deterga quella polvere dai nostri occhi, che ci faccia vedere le cose secondo la fede e non secondo il mondo.Quest’acqua misteriosa sono le lacrime: il dolore. Allora non lamentiamoci della nostra croce, ma portiamola con gioia dietro a Gesù Cristo che ce ne ha dato il primo e insuperabile esempio.Il dolore è la medicina amara che ci guarisce: esso ci stacca dalle cose mondane e ci merita il Paradiso. – CI SI STACCA DALLE COSE VANE DEL MONDO. A Cortona viveva una donna assai ricca. Il suo nome era tristamente famoso: Margherita. Ella non aveva altra ambizione che quella di apparire, null’altra brama che di godere. Chissà quanti richiami Dio aveva già lanciati al suo cuore ardente: ma sempre invano. Deus quos amat castigat. Una sera Iddio la chiamò col dolore. L’uomo, col quale conviveva, non era tornato come al solito, colle prime ombre della notte: eppure dall’alba era partito col suo cane per la caccia. Margherita s’impensierì, poi si agitò, poi non ebbe più pace in quell’aspettativa crudele. Finalmente s’udì un lungo latrare: era il cane fedele, ma col pelo arruffato, ma con macchie di sangue sul pelo. E con più giri circondò la padrona e coi guaiti le significò che l’invitava a seguirlo. Era notte. E Margherita corse nel buio, per viottoli sassosi e spinosi dietro alla bestia che abbaiava incessantemente. Quando il cane si fermò, nel folto dei cespugli, la donna intravvide il cadavere intriso di sangue. Urlò di dolore, pianse, si stracciò le vesti come una pazza. Ma da quella sera i suoi capelli furono cosparsi di cenere, le sue gote rigate di pianto, le collane e le perle vendute per i poveri, gli abiti di seta cambiati con sacco, la sua splendida dimora abbandonata per la nuda cella del convento. E cominciò a pregare, a vegliare, a macerarsi, ad amar Dio con l’ardenza dei Serafini. La gaudente divenne la penitente, la peccatrice si fece una santa. Chi ebbe tanta forza da strapparla così decisamente dalla sua perduta via? Il dolore. – Ed anche noi possiamo vedere ai nostri giorni queste belle trasformazioni operate dal dolore e dalla croce. Chi ha persuaso quell’uomo, che da molti anni non faceva la Pasqua, ad accostarsi ai sacramenti? La morte di una sua bambina; un disastro finanziario; un’umiliazione in società. Quand’è che quella donna è tornata modesta, seria? Dopo la morte di suo marito, dopo quella malattia che l’ha condotta in fin di vita, dopo quella tribolazione in famiglia. Le disgrazie, le croci ci privano delle gioie quaggiù. Ma che cosa sono questi beni terreni? Sentiamo Salomone: « Ho detto allora a me stesso: godiamo di tutti i beni, andiamo in mezzo a tutte le delizie…; mi feci palazzi e giardini, limpidi laghi bagnavano al basso le mie foreste; possedevo numerosi greggi e le mandrie più belle d’Israele; avevo vasi d’oro e d’argento; avevo servi ed ancelle, cantori e cantatrici. Avevo tutte le delizie degli uomini. Niente ho negato alle brame degli occhi miei, nessuna voluttà ho negato al mio cuore. Chi più di me ha divorato tutto il fremito gioioso dei piaceri, e l’ebbrezza dei sensi? Ed ho veduto che il riso è una menzogna e la gioia un inganno. Niente sotto il sole ha valore: tutto è vanità e amarezza dell’anima ». Il cuore dello stolto sogni la gioia! Mundus gaudebit. Il cuore del sapiente ha cara la tristezza! Vos autem contristabimini. Se il dolore non fa altro che distaccare da una falsa felicità, non lamentiamoci più contro la divina Provvidenza, ma baciamo con riconoscenza quella mano che ci percuote per nostro bene. – CI MERITA IL PARADISO. In una chiesa di Pisa, Cristo apparve a S. Caterina da Siena, mostrandole due corone: l’una d’oro, l’altra di spine. E le diceva: « Tu devi portare queste due corone ma in tempi differenti: se porti ora quella d’oro, quella di spine l’avrai per tutta l’eternità ». Caterina rispose: « O Signore, voi sapete che la mia scelta è fatta da lungo tempo… ». E stendendo le braccia, prese la corona di spine, la baciò e se la pose in capo. Ecco perché i santi, che sono i veri sapienti della vita, hanno portato con gioia la croce; anzi l’hanno cercata con desiderio. Il fratello di S. Pietro Apostolo era giunto nelle sue peregrinazioni apostoliche fin nell’Acaia, ove s’attirò le ire del proconsole. Fu rinchiuso in un carcere e poi condannato al supplizio della croce. Ma quando, accompagnato dagli sgherri, legato, battuto, egli vide da lontano comparire la sua croce, le protese le braccia ed eruppe in un cantico stupendo: « Salve, crux! quæ diu fatigata, requiescis exspectans me suscipe me, et redde Magistro meo ». Salve, o croce, bramata da lungo tempo! prendimi nelle tue braccia e rendimi a Gesù.Questi devono essere i sentimenti dei veri Cristiani davanti alle tribolazioni della vita. Senza patire non si entra nel regno eterno della gioia. Per multas tribulationes oportet nos intrare in regnum Dei (Atti, XIV, 21).Il Paradiso è l’eredità dei figli di Dio. E non si è figli di Dio, se non si è fratelli di Gesù Cristo, unico Figlio naturale di Dio.Ma come si può pretendere di essere fratelli di Cristo, quando cerchiamo la corona di rose mentre Egli è coronato di spine? Quando ci rifiutiamo di portar, come lui, la nostra croce? Si quis vult post me venire abneget semetipsum, tollat crucem suam. Prendiamo dunque la nostra croce da portare, ed il pensiero del premio che ci aspetta c’infonderà coraggio: Quia non sunt condignæ passiones huius temporis ad futuram gloriam. – Suor Teresa del Bambino Gesù aveva avuto l’incarico di assistere una suora vecchia e inferma. Tutte le sere alle sei meno dieci doveva interrompere la sua meditazione per condurla in refettorio. Questo servizio le costava assai, perché sapeva la difficoltà o meglio l’impossibilità di contentare la povera inferma. Quando la vedeva scuotere l’orologio a polvere doveva armarsi di santo coraggio e cominciare una sequela di cerimonie. Doveva smuovere e tirare una panca, ma sempre al medesimo modo, sorreggerla per la vita e accompagnarla leggermente. Se per disgrazia le sfuggiva un passo falso, subito si sentiva un aspro rimbrotto « Ma buon Dio, andate troppo lesta, così mi fate rovinare ». Se poi andava piano « Muovetevi dunque, non sento più la vostra mano. Lo dicevo che eravate troppo giovane per accompagnarmi! ». Una sera d’inverno, che faceva freddo ed era buio, mentre compiva questo penoso ufficio, la piccola santa udì venir da lontano il suono armonioso di molti strumenti: e subito si presentò alla sua fantasia la ricca sala dorata, le luci, i profumi, il fruscìo delle vesti di seta e le mille cortesie. Mundus gaudebit! Ed ella era là, sola: nel freddo, nel buio, nello squallore ruvido del chiostro; ella che era pur giovane e ricca; ella che era stata abituata alle squisitezze d’una soave famiglia signorile: era là con gli occhi pieni di lacrime accanto a quella vecchia monaca crucciosa che la tormentava… Vos autem contristabimini! Ma ora la piccola santa non soffre più. Ora ogni cuore le offre un palpito, ogni Chiesa un altare. Ed ella è beata e gloriosa tra le armonie degli Angeli ed il sorriso del suo Sposo diletto Gesù. Così sarà pure dei nostri dolori, se sapremo accettarli come Cristiani. Tristitia vestra vertetur in gaudium.

IL CREDO

Offertorium

Orémus

Ps CXLV: 2 Lauda, anima mea, Dóminum: laudábo Dóminum in vita mea: psallam Deo meo, quámdiu ero, allelúja.

[Loda, ànima mia, il Signore: loderò il Signore per tutta la vita, inneggerò al mio Dio finché vivrò, allelúia.]

Secreta

His nobis, Dómine, mystériis conferátur, quo, terréna desidéria mitigántes, discámus amáre coeléstia.

[In virtú di questi misteri, concédici, o Signore, la grazia con la quale, mitigando i desiderii terreni, impariamo ad amare i beni celesti.]

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Joannes XVI: 16 Módicum, et non vidébitis me, allelúja: íterum módicum, et vidébitis me, quia vado ad Patrem, allelúja, allelúja.

[Ancora un poco e non mi vedrete più, allelúia: ancora un poco e mi vedrete, perché vado al Padre, allelúia, allelúia.]

Postcommunio

Orémus.

Sacramenta quæ súmpsimus, quæsumus, Dómine: et spirituálibus nos instáurent aliméntis, et corporálibus tueántur auxíliis.

[Fai, Te ne preghiamo, o Signore, che i sacramenti che abbiamo ricevuto ci ristòrino di spirituale alimento e ci siano di tutela per il corpo.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

LO SCUDO DELLA FEDE (202)

LO SCUDO DELLA FEDE (202)

DIO GI LIBERI CHE SAPIENTI! CI VORREBBERO FAR PERDERE LA TESTA! (5)

PER Monsig. BELASIO

TORINO, 1878 – TIPOGRAFIA E LIBRERIA SALESIANA San Pier d’Arena – Nizza Marittima.

§ III.

Il terzo inganno è il voler darsi d’intendere che gli uomini sono nati dalle bestie molti secoli e secoli prima che li creasse con amore Dio benedetto.

 (I PREISTORICI).

(1)

Spez. Ma che costoro s’abbiano tra loro data la parola da dire dappertutto tante empie bestialità?… e che vogliano mettersi d’accordo per trattarci alla maniera come cose da farne quel che vogliono, e menarci come le bestie col bastone?… Basta basta, li sentiamo che cominciano a dirci, che noi veniamo dalle bestie!… Abbia la bontà di lasciarmi dire. Essi vanno ricantando che tutto quello che abbiamo di buono viene dallo sviluppo del progresso. E li raccontano, come se l’avessero veduto, che i primi uomini vennero fuori dalle selve irsuti come gli orsi e che mano mano diventarono civili. E studia e studia! L’hanno| poi fatta la gran bella scoperta: che sono certe quali bestie che cominciarono a diventar uomini!.. Benché ancora non hanno ben sognato di quale specie di scimmioni siano i nostri venerandi genitori. Però dicono essi: che trovarono le ossa di queste bestie-uomini; e che sanno essi come quegli uomini bestiali vivessero selvatici insieme colle fiere; e trovarono tante cose…

Par. Adagio adagio, mio buon amico, ne dicon tante, ne dicon troppe… Voi state sempre sull’avviso, non lasciando a loro passare confusamente tante bestiali ed empie falsità. Avvertite che gl’increduli sono come i furfanti, i quali troppo van facendo i loro interessi nelle oscurità e nelle confusioni. Cercano confondere i poco intelligenti collo sciorinare loro dinanzi quasi fosse verità e tutto oro da coppella quello che inventano o vogliono intendere a modo loro; e  per tutte buone ragioni basta solo che lo dican essi; ché debba valer più che se l’avesse detto Iddio. – Abbiate pazienza. di ripetermi ad uno ad uno gli errori che udite, affinché possa io darvi con calma in risposta le ragioni che ne mostrano le falsità.

Spez. La ringrazio; e voglio cavarmeli dalla testa coll’esporli qui a lei. In prima dicon là, senza ragione alcuna, che nacquero da non san dire neppur essi quali bestie, i primi non so che; se siano nati più bestiolini o più bambini.

Par. Ma deh! oh rispondete loro che non la dican così sconcia! È impossibile che un bambino sia nato bestiolino, e che nato un bambino alla bestiale, potesse vivere di poi. Il bambino ha bisogno d’una madre che se lo pigli in seno, lo levi sopra tutti gli animali, e subito subito con un bacio e gli occhi al cielo gli faccia intendere ch’egli è nato per sollevarsi dalla terra al Creatore, al Padre, a Dio che lo aspetta. Ha bisogno d’una madre e di un padre che sel piglino tra loro, e col dono della parola gli mostrino a conoscere le cose e ragionare. Qui poi è pur da fermarsi a ben considerare che i primi genitori stessi se fossero anche stati creati bambini, non avrebbero potuto vivere senza le cure d’una madre e di un padre. Questo prova come è vero quanto insegna la dottrina, che il Signore ebbe creati Adamo ed Eva in fior di vita, capaci a ragionare e provvedere a se stessi e poi ai loro figliuoli, tra le belve prepotenti. Pigliateli anzi in parola, quando dicono che l’uomo è l’ultima evoluzione della terra, dite loro: Se il primo uomo fosse stato formato lì ancor bimbo senza l’uso della ragione, poverino quell’infantuccio! senza una piuma e senza un pelo che lo coprisse, senza un dente e senza artigli per difendersi e mantenersi nella vita, senza forza e senza saper che fare, sarebbe stato subito dalle belve divorato! Eh via via! dite loro che lo dice fin Voltaire: che se si dimanda donde veniamo e come fummo noi creati, ne sa più il fanciulletto che l’impara al catechismo, che non tutti quei che si credono sapienti e lo inventano da sé. Basta solo pensare a questo, che se l’uomo fosse apparso bambino sulla terra, non avrebbe potuto vivere per dover credere che i primi nostri genitori furon creati in pieno sviluppo di vita e di ragione per poter vivere la vita umana. Sì si, che quel che insegna la dottrina cristiana della creazione degli uomini è quello solo che soddisfa la ragione e fa bene al nostro cuore. — È una cara verità di Dio che noi siamo creati per conoscerlo, per amarlo, per esser sempre con Lui beati. Se poi vi piacesse mostrare loro chiaramente che ne san meno dei fanciulli questi che non hanno fede, fate loro queste tre dimande sole: La prima: Non è vero che come noi siamo qui, né ci siam fatti da noi stessi; così noi intendiam subito che una cosa che è fatta, è stata fatta da qualcuno? Dunque pure intendiamo subito che vi debba essere un Creatore onnipotente che poté far tutto così bene. Tutti i popoli del mondo perciò credono, pregano e in qualche modo così adorano un Creatore. Or via, mi dite: se fra tutte le bestie che esistono da mille e mille anni, vi sarà mai stata anche una scimmia sola che abbia dette le orazioni o innalzato un solo altare?… Salterebbero su sino i fanciulli: « O no no, perché sono bestie! » – La seconda: Non è vero che tutti gli uomini san formarsi ed adoprarsi gli stromenti per far bene quel che vogliono?… Or via, mi dite: vi sarà mai stato uno scimmione così destro, che abbia aguzzato un solo palo per coltivarsi un campicello ?… « Oh no no, risponderebbero sino i bimbi, i scimmioni sono bestie. » – Fate lor questa terza dimanda: Se non è vero che tutti gli uomini, quando vedono far del male ad altri e rubargli ciò che è suo, essi, sentono che il malfattore meriti di essere castigato?… Or via, mi dite: se mai vi saranno state scimmie che gridassero di far un po’ di giustizia e se avran rizzato un tribunale?… « Oh oh, risponderebbero tutti i bimbi sghignazzosetti colle loro alte vocine, sono bestie… e le bestie non sanno che cosa sia far bene o male! » Dunque î bambini del catechismo mostrano di aver maggior giudizio di coloro che non credono e si vantano scienziati. Or mi direte, quali son le grandi scoperte di queste ossa di bestie umane come essi vanno sognando?

Spez. Dicon essi che fu trovato in Neanderthal il più bestiale, il più scimmiesco cranio d’uomo, e fino, pensate! una mascella a Moulin Quignon… un vero tesoro da museo. È vero che non vi erano più denti. Che peccato! erano stati venduti ad uno scienziato che buono buono li pagava troppo bene. Or di un cranio frantumato e di una mascella senza denti con poche altre ossa se ne servono per combattere tutta la storia della creazione e tutta la grand’opera di Dio.

Par. Oh!… e con quale ragione quei frantumi di una testa e con quella povera mascella volevano dire che erano di un uomo scimmiesco? Solo perché erano mal conformati? Con questo modo di ragionare, udite, udite che ci potranno dire quelle cime di teste così dotte. Se dimani un povero cretino (un di que’ meschini che per loro malattia, detta cretinismo, han la testa grossa grossa; conficcata tra le spalle quasi senza collo) girando alla stordita cadesse poverino! in un precipizio, e venisse dalle acque. in una piena trasportato dentro un buco della montagna; se lo troveranno poi dopo qualche anno tra le fanghiglie indurite come calce; to, che diranno subito che quel cretino nostro era un uomo scimmione prima d’Adamo? Che se poi dicono che quel cranio era molto antico e preistorico di molti secoli, perché voglion proprio che fosse di antica formazione quel terreno in cui si è trovato, dite a loro che nello stesso tempo si è trovato in Eugis, in un terreno detto da loro più antico, un altro cranio così bene conformato che mostrava come l’uom che si dovrebbe riconoscere da loro pel più antico del mondo, doveva avere una testa bella come quelle dipinte da Raffaello.

Spez. L’ho capito; ma che potrò rispondere, se nei musei detti preistorici mostrano tante schegge di pietre che tengon preziose, perché le dicon armi di quegli uomini ancor selvatici.

Par. A proposito di quelle pietre, corsi anch’io ad esaminarle negli scaffali di museo; e proprio là dovetti dire ad uno scienziato che aveva ancor buon senso: « Signor mio, se si vogliono di schegge così mal spezzate, ne trovate delle carra pei letti dei torrenti; tra montagne, poiché le schegge della silice trasportate giù dalle acque s’arrotondano a forma ovale, e sbattute trai macigni sì frantumano e sì sfogliano a mo’ di lancia. Eh meglio ancora che non son quelle là stampate in quel libro di quel signore il quale vuol far vedere lucciole per lanterne a coloro che egli tiene gonzi per lui.

Spez. Eh, ma dicon poi che si trovarono ossa di uomini nelle caverne miste a quelle delle belve, preistoriche cioè antichissime, tanto che non se ne trovano più al mondo; e conchiudono che quegli uomini selvatici vivevano insieme colle fiere.

Par. Che si siano trovate tali ossa miste insieme, certamente non prova che quegli uomini si passassero la vita in comunella colle fiere. Dite pure francamente che proprio a confondere questi pretendenti, dove si trovarono ossa umane, sì trovano, si può dire, sempre appresso a loro lavoretti fatti di ossa delle belve, e strumenti per lavorarli, armi ed ami e utensili di cucina; è a vederli già che di quanto bello lavoro!.. Oh, ma si dovrebbe dire mai, che quegli antichi uomini stesser là nelle caverne colle fiere a lavorare le loro ossa, e con loro se la facesser così bene! E come le nostre damigelle si divertono agucciando in ricami colle loro sorelline nel salotto della mamma, essi pure intagliando finemente quelle ossa si divertissero con quegli enormi orsacci e tigri e iene dette appunto delle caverne, perché più orribili dei viventi ai nostri tempi, oh oh se quelle care sorelline li avranno accarezzati cogli unghioni e baciati con quei denti a forma di grande stocco! «Anche qui, se dal trovarsi insieme ossa d’uomini e di antichissimi animali mostruosi si dovesse conchiudere che quegli uomini e quelle fiere vivessero tra loro da buoni amici; il ciel non voglia che un uragano sorprenda qualche Russo od Inglese, ricercatori d’avorio ai nostri di in Siberia tra gli avanzi degli elefanti, e dei mammouth; perché, trovate poi commiste le loro ossa, direbbero che i poveri nostri europei erano gli amiconi dei mammouth, e preistorici. avanti ad Adamo da chi sa quanti mila anni.

Spez. Ma assicurano che quegli uomini abitavano e seppellivano i morti nelle caverne.

Par. Lo credo anch’io che quando quegli antichi disperdendosi, come dice la Parola santa di Dio, si allontanarono dai grandi regni che si formavano fin d’allora; e per le alture delle montagne vennero i primi ad abitare tra i monti dell’Europa dei nostri dì, là in mezzo a tante fiere fu per loro vera grazia ritrovare delle caverne ed abitarle come case. Là le mura eran già fatte e ben solide e sicure; un buon lastrone di sasso incastrato alla bocca dell’antro li teneva sicuri nel lor rifugio, in cui godevano la tenerezza delle lor famiglie. Là difatti si trovano ancora e le mense pur di sasso e le ceneri dei focolari e gli strumenti di cucina. Insomma, dove si trovano segnali che là abitassero degli uomini; là sono sempre gli argomenti che erano uomini come noi. Là pur potevano deporre i lori morti come in luoghi più sicuri per salvare quei cari avanzi dagli unghioni e dalle zanne delle belve. – Trovarono adunque: che quegli antichissimi selvatici, come essi dicono, non solo abitavano; ma nelle caverne, come in quella famosa di Aurignac, seppellivano l’un presso all’altro i loro morti: anzi, aggiungono che alla bocca di quell’antro sì trovarono eziandio avanzi di cenere di mensa e di altare. Oh oh, che quegli non so che, se più bestie o più uomini degli increduli creati a fantasia, pregassero fino d’allora pei lor morti? E si raccogliessero a convito davanti ai loro sepolcri? Vorranno dunque i nostri signori, che pur credono niente, fare credere a noi che quelle bestie ancor, né ancor uomini fatti, facessero piamente i funerali ai loro padri bestie un grado indietro più di loro! Se seppellivano così bene i loro morti, erano ben uomini pietosi! Se poi volessero ostinarsi a dire che erano selvatici, perché frequentavano le caverne, noi vorremmo loro rispondere: che ancora adesso da quella cara e santa grotta di Betlemme, alle spelonche dei santi solitari e sino alle devote grotte dei nostri santuari, anche noi usiamo frequentare quegli antri; eppur noi non siamo selvatici e. molto meno preistorici: né lo sono i cittadini di Modica, abitanti nelle grotte in quella città ancora presentemente.

Spez. Ma se sapeste, ne trovan sempre delle nuove! e fino in fondo dei laghi scopersero degli avanzi di abitazioni; e gl’increduli a far gazzarra, e cantare e ricantare che in mezzo a quelle acque vi dovettero abitare uomini selvatici certamente preistorici, in tre epoche diverse che chiamano della pietra, del bronzo e del ferro.

Par. Ve lo voglio ancora ripetere: Non lasciatevi ingannare dagli increduli che qui cercano di confondere i poco istruiti coll’usare la parola in senso confuso. Ora vi darò io il vero senso della parola preistorico, che menano tanto per bocca. Attendete. [1. Continua…]

IL SACRO CUORE DI GESÙ (54)

IL SACRO CUORE (54)

J. V. BAINVEL – prof. teologia Ist. Catt. Di Parigi;

LA DEVOZIONE AL S. CUORE DI GESÙ

[Milano Soc. Ed. “Vita e Pensiero, 1919]

PARTE TERZA.

Sviluppo storico della divozione.

CAPITOLO QUINTO

SFORZI SPECIALI PER ORGANIZZARE E PER DIFFONDERE LA DEVOZIONE

II. – LA COMPAGNIA DI GESÙ. IL CARATTERE DELLA SUA OPEROSITÀ (2)

Il ven. P. Luigi da Ponte (da Puente) (1545-1624), al dire del suo biografo, aveva fatto sua la pratica tanto raccomandata da Luigi de Blois, d’offrire ogni azione ed ogni pena a Dio, in unione di quelle di Gesù, pregando il divin Cuore di supplire a tutto ciò che loro mancava. Nelle sue Meditazioni, egli raccoglie devotamente tutto l’insegnamento tradizionale sulla piaga del costato e la ferita d’amore di cui essa è simbolo; ed è tutta la devozione al sacro Cuore nella teoria e nella pratica. – Il P. Luigi Lallemant (*1635), non ha pubblicato nulla ch’io sappia; ma egli ha esercitato una grandissima influenza sia con i suoi esempî e le sue istruzioni; sia con il libro della sua Dottrina spirituale, ove i suoi discepoli raccolsero e coordinarono i suoi insegnamenti. Il P. Champion, che fece stampare il lavoro, nella nota posta in testa al volume, dice: « Lo spirito di annientamento del Figlio di Dio, nell’incarnazione, era il modello di umiltà che egli si proponeva, ed il sacro Cuore del Verbo Incarnato era la scuola ov’egli imparava questa virtù. Ed in questa scuola e da questo divino Maestro, egli aveva imparata la sublime lezione d’umiltà, della dimenticanza di sé e della sepoltura nel Proprio nulla. Nel libro si tratta più volte del sacro Cuore: « Noi dobbiamo consultare nostro Signore su tutte le cose che si presentano alla nostra scelta, e considerare qual pegno esse hanno nel suo Cuore; poiché noi dobbiamo bandire dal nostro Cuore tutto ciò che vi troveremo che non è in quello di Gesù ». Per imparare a portare le croci, egli vuole che le riguardiamo « nel Cuor di Gesù Cristo che le ha scelte per noi e ce la Presenta », Raccomandando l’amore ed il desiderio del dispregio di sé, egli diceva. Per aver questo amore e questo desiderio del disprezzo, sogna andare ad attingerlo nel Cuore di Gesù Cristo, entrandovi spesso per considerare il Verbo annientato e la santissima umanità annientata nel nascondimento ». Questi brani, dimostrano un uomo in comunione intima con il cuor di Gesù ed abituato a raccomandare questo commercio intimo, come mezzo potente di perfezione. Senza poter affermare nulla né dare precisi particolari, sembra però, secondo una serie d’indizi convergenti, che questo Maestro della vita ascetica, la di cui azione sopra i suoi discepoli è stata così considerevole, abbia avuto una grande influenza nella diffusione della divozione durante la prima metà del XVI secolo: Maestro dei novizi, istruttore del terz’anno di probandato, sembra che egli l’abbia trasfusa nei suoi novizi e nei suoi terziari, che poi la Sparsero intorno a loro. Il P. Huby, il P, Surin, il p. Rigoleuc furono di questo Numero; e si può anche credere che uomini come san Giovanni Eudes, Bernières-Louvigny, ed anche, per mezzo del P. Bagot, Boudon ed altri subirono la medesima influenza. Ma i particolari precisi su questa azione nascosta non sono stati ancora raccolti con abbastanza cura per permettere conclusioni stabili. – Si è disputato molto sulla parte precisa che spetta al cuor di Gesù in un libretto scritto in ungherese, pubblicato a Vienna nel 1629, e di cui fu fatta una nuova edizione a Presburgo nel 1642, da P. Mattia Hajnal, gesuita ungherese (1578-1644). Eccone il titolo esatto, tradotto sulla traduzione latina letterale, che gentilmente han voluto far per me due gesuiti della Provincia di Ungheria: Piccolo libro per la divozione dei cuori, che amano il Cuor di Gesù. Consiste in pie incisioni (cordialibus imaginibus) e nella spiegazione delle incisioni, sotto forma di meditazioni e di preghiere. Ogni anima fedele, può impararvi il proprio stato, vergognoso, e pericoloso, prima della sua giustificazione; bello e sublime dopo, e così pure il modo ed il progresso (fluxum) di ogni giustificazione. Come si vede, testo e incisioni si riferiscono al cuore del fedele; tuttavia il cuor di Gesù non è assente completamente dal libro. Primieramente apparisce al principio, nel titolo; eppoi, contiene una prima meditazione sul cuor di Gesù. È intitolato: « Del cuore più nobile che vi sia al mondo, o del cuor di Gesù infiammato d’amore ». Vi si legge: « Sali o anima mia, sali al cielo, presso il tuo Salvatore…; e ricordati dell’ardente amore ch’Egli ha per il Padre suo e per te. Rifletti, o anima mia, sulla natura del fuoco di cui brucia questo divin Cuore; egli tende al cielo e vi solleva i cuori che consuma. Così il cuore di Gesù, sempre infiammato di questo fuoco si tiene continuamente alla presenza del Padre celeste. Non dimenticare, anima mia, che il nostro cuore brucerebbe ancora dello stesso fuoco, se non si fosse estinto nel cuore dei nostri progenitori; non dimenticare che, riacceso dal nuovo Adamo, alle fiamme del suo proprio cuore, si consumerebbe ancora, se il tuo peccato non avesse spento i suoi ardori. Anima mia, non ti allontanar più da questo focolare d’amore; immergiti in questo divin Cuore, e con lui prendi il volo verso il cielo! ». La preghiera risponde a queste pie riflessioni: « O Signore Gesù, l’immagine del vostro Cuore infiammato d’amore, è atta a riscaldare i nostri cuori indifferenti e colpevoli… Ve ne supplico, o buon Gesù, degnatevi di riaccendere nel mio cuore meschino la fiamma del vostro primo amore; degnatevi di associarmi. a coloro che io vedo, in quest’incisione, abbracciare con tanto zelo, la causa del vostro divin Cuore ».

Il P. Pietro Marie (1589-1645) pubblicava nel 1642 un libretto intitolato: La scienza del Crocifisso, ove spesso si parla del sacro Cuore. Egli dice alla regina, madre del re, nella lettera di dedica, che nel suo lavoro va « aprendo le piaghe e scoprendo i movimenti del cuore di Gesù Crocifisso ». La nona « considerazione » della prima parte è intitolata: « Il Crocifisso c’insegna di quale amore il cuore di Gesù Cristo bruciava per noi, ed a qual ricambio d’amore noi siamo obbligati ». Nella riflessione contenente le « cause che hanno potuto obbligar Gesù Cristo ad amarci » vien detto, a pagina 104, che, « come vi erano due nature (in Lui), la divina e la umana, vi erano pure due volontà e due cuori, il cuore e la volontà di Dio e quella dell’uomo e dell’umanità », e che « il cuore del Verbo, il cuor di Dio, dichiarava, insinuava, imprimeva nel cuore e nella volontà dell’uomo, l’amore ammirabile ch’Egli aveva per gli uomini, affinché il cuore dell’uomo e dell’umanità ne conservassero le impressioni, come la cera prende la forma del sigillo ». A_pagg. 105-108, seguono degli svolgimenti bellissimi sull’amore « del cuor di Gesù » per noi, quell’amore « che il cuore di Dio accendeva nel cuore dell’uomo in Gesù Cristo ». Il simbolismo del cuor di Gesù è qui cancellato come lo è nel P. Giuseppe e nel P. Le Gaudier ed in varie altre parti dove la parola cuore più che un simbolo, è una metafora. Nondimeno esso è sempre vivo, presente, e basta un’occasione favorevole perché ricompaia. È una osservazione che dovrei rinnovare ad ogni momento, se non supponessi che il lettore la tiene sempre presente. Il P. Vincenzo Caraffa (1585-1649), che morì poi generale della Compagnia di Gesù, ha lasciato varie opere di pietà, ove mostra molta divozione al cuor di Gesù. Nel suo libro intitolato: Il cammino del cielo, seconda parte, egli insegna al devoto di Maria la pia pratica di unire il suo cuore a quello di Gesù, tutti i giorni della settimana, per rendere omaggio alla Madre di Dio e domandarle qualche virtù. Ma soprattutto nel Mazzetto di mirra, o considerazioni diverse sulle piaghe di Cristo, egli è naturalmente condotto a parlare del sacro Cuore e ne parla molto. Eccone dei brani. « Primo libro, XXXI Considerazione. Le piaghe di Gesù Cristo, il nido del divino amore… Domandate di cambiare il cuore. O mio Gesù, datemi il vostro cuore! Oh come nel mio petto starebbe meglio di quello che lo anima! Se vi fosse, come amerebbe Voi che siete tanto amabile, giacché, essendo nel vostro, ama me, benché io non meriti che il vostro odio ».

« 3. Vivete d’ora innanzi… privo del vostro cuore, di quel cuore che non sa che di umano e di terra, pieno del cuore di Gesù Cristo, di un cuor ardente e divino. Oh il felice cambiamento, la felicissima sorte! Ma ricordatevi che il cuore che ricevete è un cuore ferito, per disporvi ad una vita simile alla sua ».

« Secondo libro, XLI Considerazione. La piaga del costato di Gesù Cristo, il propiziatorio dell’arca… O cuore amoroso di Gesù Cristo, principio di ogni nostro merito, nel quale noi siamo stati santificati, io vi adoro, vi venero e confesso altamente che è da voi che ho la vita ».

« Terzo libro, XXIV Considerazione. Entriamo nel cuore di Gesù Cristo per la piaga del costato ». « I. Il costato di Gesù Cristo, aperto da un colpo di lancia, è la porta per la quale entriamo nel suo amabilissimo Cuore ».

« 2. Ma questo domicilio del cuor di Gesù Cristo non domanda che il vostro cuore per alloggiarlo. Figlio mio, dammi il tuo cuore, per metterlo nel mio. Felice unione, gradito possesso, felicissima dimora nel cuore di Gesù Cristo! Certamente il nostro cuore, sempre famelico ed oppresso dall’inquietudine, non può saziare la sua fame, né trova il suo riposo che nel cuor di Gesù Cristo, che è come il suo centro. È dunque necessario che vi sia proporzione fra questi due cuori come fra il luogo ed il corpo che l’occupa. Ora, secondo quel che dice S. Bernardo, il cuore di Gesù Cristo, fu ferito due volte: la prima volta dall’amore, e poi dal dolore; primieramente, dunque, fu ferito spiritualmente; la seconda volta corporalmente… Nella stessa maniera, affinché il vostro cuore sia degno del cuor di Gesù, bisogna che vi si aprano due piaghe, d’amore e di dolore ».

Il P. Paolo de Barry (1585-1661) è forse anche più esplicito. Nel suo libro il Paradiso aperto a Filagia egli propone, come divozione per il 25 novembre, l’offerta del cuore di Gesù a Maria Santissima, come il dono più prezioso che si possa offrirle e come il più gradito: e, a questo proposito, suggerisce alla sua Filagia una bella preghiera ed una lode commovente al sacro Cuore. Ascoltiamola: « Filagia, voi non avete ancora nulla offerto alla vostra cara Madre e Signora, che valga questo dono del sacro Cuore; offritele dunque oggi il cuore del suo caro Figliuolo Gesù Cristo, per soddisfare alle vostre ingratitudini e per supplire alle debolezze del vostro servizio… e siate sicura che è questa una ricchissima offerta. Ve ne ho tracciato l’argomento; ripensatelo voi stessa accuratamente, e, sopra tutto, fate pensare il vostro cuore. Non crediate che sia questa una divozione inventata da me; è una lezione che S. Gertrude ricevette dal cielo… In seguito ella offrì alla Santissima Vergine il cuore del Figliuol suo… Ma mi avveggo Filagia che aspettate, per vostra quiete, ch’io vi suggerisca una preghiera a questo scopo. Sono contento di offrirvela; ditela di cuore e ripetetela spesso ». Segue la preghiera: « Regina del Cielo e della terra…, eccomi umilmente prostrata innanzi alla vostra divina maestà, per offrirvi un dono di cui non si conobbe mai l’uguale. Io vi offro il cuore amoroso di Gesù, vostro amabilissimo Figlio e mio adorabile Redentore. Non è questo il dono più ricco che possa offrire sulla terra? Questo divin Cuore vale più di millecinquecento milioni di mondi, anche se i mondi fossero pieni di Serafini; questo sacro Cuore vale più di tutti i cori degli Angeli e dei Santi, che potrebbero essere, se Dio li facesse uscire dal seno della sua onnipotenza. Questo cuore è il Cuore dei cuori, il Cuore tutto tenerezza, il Cuore quasi simile a quello dell’augustissima Trinità; ed è anche il Cuore che è sorgente vivificante delle più elette benedizioni, il più bell’oggetto di tutte le vostre compiacenze; perciò è questo Cuore che voglio offrirvi in dono ». Egli prega poi Maria di gradire quest’offerta e conclude: « Dal cuore di Gesù attendo la felicità ». Nel Santo favore egli suggerisce, fra le divozioni che più ci attirano i divini favori, una speciale « affezione alla piaga sacratissima del costato di Gesù Cristo » e indica più esplicitamente ancora una « singolare affezione al cuore di Gesù Cristo » e, a questo proposito, ricorda le dottrine tradizionali sul cuore di Gesù « dimora dei suoi amici», « asilo e rifugio nostro », « libro dei predestinati », « piazza d’armi, torre di abbondanza ». – Fedele alle sue abitudini, egli insiste soprattutto nella pratica: « Essendo i nostri cuori ciò che sono, ed il suo il Cuore per eccellenza… che sapremmo far noi di più glorioso che dar cuore per cuore, offrire a lui i nostri cuori ed amare sinceramente questo Cuore amabilissimo e degno dei più grandi ed assidui servizî di tutte le creature? », « Io riduco, aggiunge, questo amore che dobbiamo dimostrargli a quattro capi ». E comincia, con il dolce ricordo « di questa fornace d’amore e di questo cuore benedetto »; raccomanda di pregare nostro Signore per la bontà del suo Cuore…, protestando che non avremo amore né cuore che per Lui »; di ossequiare spesso il Sacro Cuore, e soprattutto in riparazione delle negligenze passate, finalmente « di offrirgli le mancanze nelle quali cademmo, attraverso le nostre buone opere… per ottenere il perdono », seguendo così la pratica tanto raccomandata da Luigi di Blois. – Il P. Paolo Lejeune (1592-1664), tornato in Francia dopo essere stato superiore della missione del Canadà, parlava spesso del Cuore di Gesù nelle sue lettere di direzione, parecchie delle quali sono state raccolte e pubblicate. La lettera 98.a della raccolta è intitolata: « Della unione del cuore con Gesù Cristo ». Ad ogni passo si tratta del Cuore di Gesù. « Mia reverenda Madre, il vostro cuore e quello di tutte le vostre figlie traspariscono nelle vostre lettere… Li ho tutti presentati a nostro Signore e li ho come chiusi nel suo Cuore, sul quale desidero di farne un sacrificio all’Eterno Padre. Ma, figliuola mia, fate attenzione che tutti i cuori si modellino sul cuor di Gesù Cristo; questo cuore adorabile dev’essere la regola dei nostri. Per questo Egli ci separa dal mondo per darci appunto mezzi più appropriati per formare i nostri cuori sul Suo, che è un Cuore di sacrificio, che non ama né ritien giammai nulla per sé, ma riporta tutto al Padre suo; che non ebbe mai un movimento di stima per se stesso… Egli non gustò alcun piacere per sè… Giammai questo amabilissimo Cuore si determinò, né si portò da se stesso a qualsiasi cosa… Questo Cuore sì pieno di luce e di rettitudine… aspettava quaggiù gli ordini del Padre suo, di S. Giuseppe e della sua santa Madre… Ohimè! Dove sono i nostri cuori quando si agitano…? Come son poco conformi, allora, al cuor di Gesù! ». Il P. Lejeune trovava in questo tutta una spiritualità: « Ah! mie care figlie, intendete voi bene questa alta e profonda spiritualità? ». In un’altra lettera egli raccomanda ad un’anima restìa a santificarsi, di offrirsi a Dio nel cuore di Gesù. Si potrebbe ancora additare un buon numero di scrittori che han parlato del cuor di Gesù. Suarez e Lugo fra i teologi; Maldonato, Tirinus, Cornelio e Lapide, Lorin e Baeza fra gli esegeti; Scribani, Binet, Nieremberg, Giacomo Rho, Leopoldo Mancini, Surin, Lyric, Rigoleuc fra gli autori ascetici, e molti altri ancora. Ma quattro o cinque meritano un’attenzione speciale, per la singolare importanza che prende in essi la divozione al sacro Cuore e quello che fecero per propagarla. Sono questi il P, di Saint-Jure, Druzbicki, Paullinus, Nouet, Huby. Il P. Giovanni Battista di Saint-Jure (1588-1657) ne parla specialmente in due passi e molto lungamente nel Libro degli eletti e nell’Uomo spirituale. Nel Libro degli eletti, c. 14; egli tratta ex professo della dimora nelle piaghe di nostro Signore, e cita interamente i testi classici su questo argomento. Sono quelli che noi incontrammo già nel corso di questo studio; quelli di san Bernardo sulla Cantica, quelli della Vitis mystica e dello Stimulus amoris, quelli del Manuale, detto di sant’Agostino. Val quanto dire che si tratta molto dei segreti del cuore amante manifestati dalle ferite corporali. Egli passa in seguito alla piaga del costato, che è « senza controversia la principale, non per essere stata la più dolorosa…, ma perché fu la più amorosa, essendogli stata fatta nel cuore, ove risiede l’amore, e per i misteri grandi che contiene ». Il pio autore spiega completamente questi grandi misteri e raccomanda una « particolarissima divozione a questa adorabile ed amorosa piaga », insistendo particolarmente sulla dimora nella piaga del costato e nel cuore di Gesù. « Ma, quando saremo in quel Cuore divino, che vi faremo noi? In che cosa bisognerà occuparci?… Io loderò, benedirò, adorerò, ecc. In quel Cuore mi consacrerò interamente a Lui; mi affiderò pienamente alla sua condotta…; avrò un orrore estremo de’ miei peccati, e mi dedicherò con tutte le mie forze all’esercizio delle buone opere; mi sforzerò di andare di virtù in virtù per salire alla perfezione alla quale Dio mi chiama… Ma, siccome questa piaga è quella dell’amore, perciò è in essa che si attende particolarmente all’amore, che si rinunzia a tutte le creature, e tutte le sregolate affezioni, e si ama eccellentemente nostro Signore ed il prossimo ». – Finalmente bisogna che noi moriamo « nel suo Cuore per andare da questo a unirci a Lui per tutta l’eternità, nello stato di gloria. E per dir tutto, siccome noi siamo nel Cuore di Gesù Cristo, atteso che l’amore estremo che Egli ci porta, là ci mette e là ci tiene inseparabilmente, così noi dobbiamo in quel Cuore far tutte le operazioni, e ciò sarà un mezzo eccellente per farle bene ». Come si vede, è questa tutta la vita cristiana, connessa all’esercizio della divozione al sacro Cuore. – Il P. di Saint-Jure ha sviluppato e spiegato ex professo, nell’Uomo spirituale, quello che qui indica rapidamente. Parlando dell’unione a nostro Signore come principio della vita spirituale, egli si domanda « come e dove deve farsi ». « Per il luogo, egli scrive, io dico che dev’essere il Cuore di nostro Signore, nel quale dobbiamo unirci strettamente a Lui. Ci siamo tutti di già…, poiché Egli ci ama tutti e l’amore alberga sempre nel cuore, come nel proprio domicilio, le persone amate. E di più, noi possiamo entrarvi e rimanervi con i nostri pensieri, come possiamo con lo spirito avvicinarci a qualcuno ed entrare nel suo cuore. È dunque là la nostra dimora, e non possiamo certamente averne una più ricca, più magnifica, più gradevole, più santa e più divina… Andiamo dunque, con gioia, ad abitare in quel cuore, per non uscirne mai più. Oh! Come è dolce e piacevole vivere ed operare in quel cuore! Si; anche operare, perché noi dobbiamo far tutte le nostre operazioni nel Cuore di nostro Signore e farvi assolutamente tutto ciò che facciamo, esercitandovi anche tutte le funzioni della vita purgativa, della illuminativa e di quella unitiva ». In questo quadro vastissimo si disegnano, lo sappiamo, tutti gli atti e gli esercizî della vita spirituale, dal primo fino all’ultimo scalino. Il pio autore li ricollega tutti al Cuor di Gesù, e spiega, con precisione e chiarezza, come ciò deve farsi. « E in primo luogo per la vita purgativa, considerate, esaminate e piangete i vostri peccati, domandatene il perdono a Dio, in quel cuore che altre volte ne concepì tanto dispiacere e ne fu trafitto dal dolore. Odiate e fuggite le più piccole offese ed i più leggeri difetti; in quel Cuore infinitamente santo, sovranamente puro e che ha grande avversione ed estremo orrore anche del più piccolo peccato veniale ». E continua così per la lotta contro noi stessi e il dominio, per le penitenze e le mortificazioni, per le prove dolorose, spirituali e temporali. « Se ogni sorta di prova accettiamo dal Cuore di Gesù, in esso si addolciscono grandemente e vi perdono tutta la loro amarezza e le loro malvagie qualità, per prenderne delle salutari; né più né meno delle acque, che, passando per le miniere, ne ritraggono la loro forza e le loro virtù, e divengono medicinali ». – « Per la vita illuminativa esercitate le virtù e le buone opere nel cuore di nostro Signore. Praticate la fede, in questo Cuore infinitamente sapiente e sperate in questo Cuore che vi ama perfettamente e che è liberale e misericordioso al di là di quel che si può pensare ». È così delle sue virtù, « Fate nel cuore di Gesù le vostre orazioni mentali e vocali, il vostro ringraziamento dopo la santa Comunione. Non potete scegliere un oratorio più raccolto; poiché questo Cuore santissimo è stato sempre elevato ed unito a Dio; vi sarete più attento e meno distratto che in ogni altro luogo ». – « In questo Cuore, che è tutto ardente di amore per gli uomini, amate il vostro prossimo ». – Seguono alcuni particolari sopra il perdono, la compassione e tutti gli altri doveri verso il prossimo, sempre nel Cuore amoroso, misericordioso e tollerante di nostro Signore. « A più forte ragione noi dobbiamo fare tutte le nostre azioni interiori ed esteriori in questo divin Cuore, con la moderazione, la dolcezza, la soavità e con le sue stesse intenzioni, in perfetta conformità e intera sottomissione a tutte le sue ispirazioni e ad ogni suo movimento ». – « Per la vita unitiva, finalmente, questo Cuore divino… è il vero santuario ed il migliore domicilio, ove essa si pratica eccellentemente », e qui pure seguono particolari e pratiche. « Ecco, conclude l’autore, quel che noi dobbiam fare nel Cuore di nostro Signore e come bisogna unirci a Lui ». – Né la teoria né la pratica, sono del P. di Saint-Jure; le abbiamo già incontrate ad ogni momento nel nostro cammino. Ma però la cosa non era forse mai stata spiegata in maniera così chiara né così ridotta alla pratica.

Il P. Gaspero Druzbicki (1590-1662) non fa della teoria, dà solamente qualche spiegazione breve e chiara, per servir di direzione nella pratica. Ma, tal qual è, il suo opuscolo intitolato: Meta cordium cor Jesu, è tuttavia un vero manuale di divozione al sacro Cuore, ricco e pio; esso fu il primo nel suo genere. È giusto che lo si descriva. Nel recto del frontespizio vi son tre testi della santa Scrittura: Pone me ut signaculum super cor tuum. — Fili, præbe mihi cor tuum. — Paratum cor meum, Deus. Segue poi una corta prefazione dov’è chiaramente indicata l’idea della divozione: « Gli esercizi verso il Cuore di nostro Signore G. C. che voi avete per le mani e sotto gli occhi, son rivolti particolarmente al Cuore corporeo di Gesù, al suo Cuore di carne, ma unicamente in quanto esso è informato dall’anima sua santissima che è in unità d’essere e di vita (consentit atque unitur) con il cuore spirituale ed interiore; in quanto sussiste ipostaticamente nella persona del Verbo ». Da queste condizioni dipende o, meglio, da questa sorgente scaturisce tutto il valore, l’attività, la ricchezza del cuore materiale. Verso questo cuore inteso in questo senso, è cosa salutare far ossequio d’amore, di culto, d’invocazione, ed altre pratiche di pietà e di divozione, e tutto ciò è salutare, ed anche secondo il Cuor di Gesù. Il libro contiene un piccolo ufficio del Cuor di Gesù, delle preghiere e delle aspirazioni a quel Cuore divino, alcuni punti di meditazione « sulle occupazioni, affezioni e patimenti » di questo Cuore; di certe maniere di servirsi di Lui per gli esercizi della triplice vita unitiva, illuminativa e purgativa, una litania d’immagini o di simboli da utilizzarsi in considerazioni ed affetti; un colloquio con il Cuor di Gesù; domande da fargli per sé e per gli altri; lodi a questo Cuore; le sue funzioni, luce di sapienza, fuoco d’amore; preghiere e suppliche fervorose a questo Cuore amante, a questo Cuore che soffre, a questo Cuore beato; virtù del Cuore di Gesù da studiare, da domandare; quello che noi dobbiamo al Cuore di Gesù; il salmo doxologico al sacro Cuore; alcune contemplazioni (o, meglio, dei punti di contemplazione) sul sacro Cuore, immagine, della Trinità, sede della divinità, cielo, fornace, sole, paradiso, sorgente, alveare di miele, banchetto ecc. ecc.; infine vi si trova un piccolo rosario alle piaghe di Gesù, tutto secondo lo spirito della divozione al sacro Cuore. Nelle nuove edizioni hanno aggiunto nel libro una bella preghiera alla piaga del costato e del cuore, tolta da un altro scritto dello stesso autore. Prima di questo, nessun altro libro aveva tanto e così direttamente parlato del Cuore di Gesù; nessuno aveva aperto tali e tante prospettive alla divozione. Ed anche dopo, fra tanti manuali, non se ne trova uno più pratico, più ricco, più suggestivo.

Il P. Giovanni Paullinus (1604-1671) nella sua opera Pia cum Jesu vulnerato colloquia ha un colloquio, il 21, pieno di slanci ammirabili sul sacro Cuore. Anche il titolo è significativo: Del Cuore amabilissimo di Gesù, ferito dalla lancia. Nel principio, il motto della Scrittura: Il vostro servo ha trovato il suo Cuore; poi seguono questi quattro versi:

O dulce, forte, grande cor

O cordium corona!

Da, quæso, Christe, da mihi,

Cor hoc habere cordi

(O dolce cuore forte e grande. O corona dei cuori – Datemi io ve ne prego, o Cristo – Di aver questo Cuore nel mio!).

È questo il senso generale del colloquio. Eccone qualche brano: « Ecco, o Gesù ferito, che il vostro servo viene a parlarvi cuore a cuore. Il suo cuore parla al vostro, e vi parla del vostro cuore e del suo destino… Il vostro Cuore è il santuario. della Santissima Trinità, è sacrosanto, ed il mio è un ricettacolo d’iniquità… Il vostro Cuore è la sede della sapienza, il mio è un abisso di aberrazione. Il vostro Cuore è una sorgente di grazie e di virtù, il mio è un pantano di sozzure e di vizi. Nel vostro Cuore regna la carità, nel mio domina la corruzione; nel vostro brucia la fiamma della divozione, nel mio vi è il freddo glaciale del torpore. Nel vostro Cuore si ha la pace continua, nel mio si agita il turbine e l’angoscia. Il vostro è sempre aperto dal lato del cielo e chiuso a quello della terra, il mio si apre solo per la terra e si chiude per il cielo. Il vostro Cuore risuona sempre delle lodi divine, nel mio non odo che gli importuni mormorii degli affanni. Il vostro è sempre fissato in Dio, il mio mi abbandona di continuo, fugge e si smarrisce…. Signore, che farò io? Dovrò cercarlo? Ma spesso lo cerco invano: è nascosto nel fango terrestre… Mi hai dunque detto che debbo cercarmi un altro cuore, e, grazie a Te mio Gesù, l’ho trovato. Vedo il vostro petto sacratissimo, aperto dalla lancia, e vi scorgo il vostro Cuore, o per dir meglio il mio cuore. Poiché Voi mi siete stato dato; tutto ciò che Voi siete, è mio; è dono del vostro Padre, dono di Voi stesso. Dunque il vostro Cuore è mio, e questo mi basta, non ne cerco altri!… Salve, dunque, salve, trono della divinità, abisso di grazie, tempio di gloria! Salve, delizie del Padre supremo, tabernacolo dell’eterno Figlio, santuario dello Spirito Santo! Salve, o Cuore della Madre divina (Deiparæ corculum) (È Gesù stesso che l’autore indica così non il Cuor di Maria. Noi troviamo altrove, specialmente in S, Giovanni Eudes, termini uguali: Gesù… il Cuor di Maria, ecc.), gioia degli Angeli, centro delle anime sante. Salve, amante dei cuori, dimora dei giusti, asilo dei peccatori. Voi siete la scuola della cristiana sapienza, il luogo di esercizio della vita perfetta, l’artefice della beatitudine eterna… Cambiarmi in Voi, dimorare in Voi, vivere e morire in Voi, non desidero altro! In Voi è tutta la mia gioia, la mia gloria, la mia virtù, il mio tesoro, le mie ricchezze, il mio riposo e la mia pace, la mia vita, la mia salvezza, ogni mio bene! O Gesù, o Gesù mio, permettete che l’anima mia entri nel vostro Cuore. Accordatemi un piccolo angolo (angulum) nel vostro Cuore… Voi che non escludete alcun peccatore, e voleste che la lancia vi aprisse un asilo per tutti… Il vostro Cuore, sulla croce, fu afflitto ed angosciato!… Allora, sì, proprio allora, o mio Gesù, io mi trovavo nel vostro Cuore, Voi pensavate a me, offrivate tutto il vostro sangue per me… Ho dunque ragione di rifugiarmi nel vostro Cuore, ove trovo il mio nome scritto; vi voglio vivere e morire… Vi prego dunque, per il vostro sacratissimo Cuore, e ve ne supplico, perdonate il mio ardire… Quale altro rimedio per la mia salvezza, quale altro pegno posso aver io oltre il vostro Cuore? Se mi risponderete, non mi allontanerò, mi siederò alla porta e busserò, finché Voi non mi aprirete, sia in vita che in morte. Poiché ora il vostro servo ha trovato il suo cuore, il quale finora, sotto il mantello dell’amor proprio, era nascosto negli imbarazzi delle cose terrene. Ma ora io lo nascondo, lo rinchiudo nel vostro santo costato; ora lo distacco e lo separo interamente da tutto ciò che non è Dio e cosa di Dio, o che a Dio non conduce; lo confido al vostro dolcissimo Cuore ed a questo lo consacro e lo dono… Fatelo grande, perché  tenga il mondo intiero per un nulla; fatelo alto, perché  disdegni tutto ciò che passa… Allora potrò dire, nella gioia e nella pace, ovunque e sempre, il vostro servo ha trovato il suo cuore, e, con il suo cuore la rettitudine del consiglio, la forza dell’anima, la purezza dello spirito, la grazia perfetta, la gloria suprema, le delizie celesti, la beatitudine eterna; poiché, con il cuore, ho altresì trovato il vostro e Voi stesso, Gesù mio ferito dalla lancia; ed in Voi ho trovato il mio Signore e il mio Dio, ogni mio bene! Io sono il servo del vostro Cuore; voi siete il Dio del mio cuore.

Il P. Giacomo Nouet (1608-1680) è, con il P. di Saint-Jure, uno di quelli che parlavano meglio del sacro Cuore; meglio di tutti, almeno avanti Croiset e Galliffet, egli ha spiegata la divozione e ne ha fatto come la teoria. Si può rilevare in lui moltissime volte nominato il sacro Cuore; ogni pagina ne è piena. In esso vi è però di più e di meglio di queste menzioni passeggere e d’occasione. Nell’Uomo d’orazione, al principio della terza parte consacrata alla vita gloriosa di Gesù Cristo, vi è una lunga Prefazione, ove non si tratta del sacro Cuore. Ecco come giunge a parlarne l’autore: poiché la principale disposizione nella quale dobbiamo entrare, durante il tempo pasquale, per seguir lo spirito e la condotta della Chiesa, è l’amor divino, che deve prendere il posto dell’amor proprio e distruggere in noi l’uomo vecchio, per darci una vita nuova, simile a quella di Gesù Cristo risuscitato, è importante di formarsene prima un’eccellente idea sul modello del sacro Cuore di Gesù e dell’amore stesso che Dio ci porta ». – E si tratta certamente del cuore di carne, poiché l’autore aggiunge subito: « Per questo Egli ha voluto il suo costato rimanesse aperto, anche dopo la sua Resurrezione, affinché noi possiamo entrarvi, per attingere il puro amore alla sua stessa sorgente, voglio dire in questo Cuore sacratissimo, in questo Cuore nuovo, in questo Cuore che rinnova ogni cosa, in questo Cuore ove S. Paolo vuole che i fedeli scelgano la loro dimora: Dio è testimone, egli dice, quanto io desidero che voi siate tutti nelle viscere di Gesù Cristo. Non ci poteva insegnare un luogo più proprio per imparare ad amare Dio e per meditare i misteri della sua vita gloriosa, che rispondono alla vita che noi chiamiamo unitiva. Entriamovi dunque, per trovar quei pascoli divini che nostro Signore promette alle pecorelle del suo ovile; stabiliamo in quel Cuore la nostra dimora, per mezzo di una solida divozione, fondata su quattro motivi, dei quali il primo riguarda la sua nobiltà e la sua eccellenza; il secondo le sue ricchezze ed i suoi tesori inestimabili; il terzo, le sue piaghe e le sue sofferenze; il quarto i voti e gli omaggi di tutti i santi, che ne hanno fatto il luogo delle loro delizie, per condurvi una vita santa, una vita divina, una vita nuova ». Ciascuno di questi motivi è oggetto di un paragrafo distinto, il cui insieme riassume l’insegnamento tradizionale, e fornisce, nella teoria e nella pratica, una dottrina completa della divozione. – Vorrei qui riportar per intero queste belle pagine che Galliffet stesso non sorpasserà poi. Eccone, almeno,  una breve analisi. Per mostrare « l’eccellenza e la nobiltà del sacro Cuore di Gesù », Nouet ne segnala dodici prerogative: la sua origine Verginale, la sua unione con « l’anima più bella che Dio abbia tratta dai suoi tesori », la sua sussistenza nella persona del Verbo, che ne ha fatto il cuore di un Dio, la sua santità divina, la sua vita teandrica, le compiacenze che vi prende il Padre celeste, la dimora del Verbo in Lui ed il riposo che vi prende lo Spirito Santo, come nel suo capolavoro: « Egli è il cuore della Chiesa, il primo organo dell’onnipotenza divina, il trono della gloria di Dio e l’altare del gran sacrificio, e finalmente, il re di tutti i cuori, e per la sua grandezza, per il suo potere e per il suo merito ». Ciascuna di queste prerogative, inspira all’autore qualche riflessione breve, ma penetrante, in favore della divozione e sulla maniera di praticarla. – Egli ci scopre le « ricchezze spirituali, immense, che noi troviamo nel cuore di Gesù per mezzo di cinque considerazioni. 1. Nel cuor di Gesù, sono stati formati tutti i disegni della nostra salute. 2. In quel Cuore la Chiesa fu concepita e per conseguenza tutti i fedeli debbono amarlo, come il luogo della loro nascita. 3. Noi troviamo, in quel Cuore, tutte le armi proprie alla nostra difesa, tutti i rimedi per la guarigione delle nostre malattie, tutti i soccorsi contro gli assalti dei nostri nemici…, ogni grazia, ogni giustizia, ogni santità, ogni gloria, il Paradiso stesso! 4: Vi posso dire di essere debitore a questo Cuore amabilissimo, di tutte le obbligazioni particolari che ho, per ogni parte del suo corpo che soffrì per la mia salute. Egli pianse con i suoi occhi divini etc…. Fu l’amore che animava questo Cuore sì grande, fu questo cuore che era infiammato d’amore che spinse Gesù a far tutto ciò che fece in nostro favore… 5. Questo Cuore adorabile, non respirava che per me, non sospirava che per la mia salvezza, non aspirava che a darsi a me ». « E questo Cuore divino, il cuore di Gesù, può esser mio, è anzi mio! » « Me ne voglio dunque servire; conclude il pio autore, per amare il mio Salvatore, per benedirlo, e per ringraziarlo. Ne voglio fare un tempio per adorarlo, una vittoria per potergliela sacrificare, un fondo per pagare tutti i miei debiti e soddisfare ad ogni mio dovere. Qua e là, nelle considerazioni che precedono, come in quelle che seguono, il dettaglio fisiologico può esser talora inesatto; l’idea fondamentale però è sempre bella e vera ». – A proposito delle « piaghe e sofferenze del sacro Cuore di Gesù », noi abbiamo qui la dottrina tradizionale, ma sempre con un accento tutto personale di unzione e di pietà. Ferito d’amore, ferito di compassione, ferito di dolore per i nostri peccati, Gesù volle esser ferito dalla lancia per aprirci l’ingresso nel suo Cuore. Segue un bello svolgimento su questa piaga, «la più bella, la più amabile e la più preziosa di tutte le piaghe che il Figlio di Dio abbia mai ricevute ». E come conclusione, vi è una bella preghiera. « O Cuore divino, cuore amoroso, cuore santissimo, cuore donato, abbandonato, sacrificato ed immolato all’amore degli uomini, io non voglio vivere più che per rendervi un amore reciproco e darmi irrevocabilmente a Voi. O ferita amorosa, dalla quale stillano l’acqua ed il sangue, per il rimedio di tutte le mie debolezze, voi ferite il mio cuore, con la vista di tante pene, di tanti prodigi e misteri. O divino costato, ove il ferro e l’amore hanno aperto una breccia sì favorevole, ricevete il mio cuore insieme a quello di Gesù… Salvator mio, voi non disprezzate un cuore contrito ed umiliato, spezzate dunque con il dolore il mio, per farlo entrare nel vostro, per far così di due cuori un cuor solo. Che se il mio non vi sembra puro abbastanza, toglietemelo, ve ne supplico, affinché io non viva più a me stesso; datemene uno nuovo, perché io viva una vita nuova; accordatemi il vostro, affinché io non viva più che per voi. Ah! io non voglio amar più nulla fuori del vostro cuore, che mi ha amato più della stessa vita! ». Questa bella preghiera finisce con una solenne consacrazione al Cuore di Gesù. « Io lo dico in presenza della divina Maestà, in presenza della beatissima Vergine Maria, il cui cuore non fece altro che amare il Cuore adorabile del suo divin Figlio; lo dico alla presenza di tutti i Santi, che non trovano né piaceri né delizie che nel cuore di Gesù. Io dedico e consacro il mio spirito, la mia memoria, la mia volontà, il mio corpo, l’anima mia e tutto ciò che sono, al suo onore, rinunziando a tutto ciò che può impedirmelo… Cuor di Gesù, Cuore adorabile, Cuore più grande e più santo di tutti i cuori, io lascio tutto per Voi, io dono tutto per Voi, io non fo più conto di nulla che di Voi; e, come Voi siete tutto mio, io voglio essere eternamente tutto Vostro. Così sia ». – Non si direbbe qui di ascoltare santa Margherita Maria e il beato de la Colombière? La Veggente di Paray leggeva Saint-Jure e Nouet; e si è creduto di riconoscere, qua e là nei suoi scritti, l’eco del loro pensiero, qualche volta anche le loro stesse espressioni. Non è dubbio che essi hanno esercitata grandissima influenza nella preparazione e nella elaborazione dei materiali che il lume divino rischiarava nella coscienza della santa, durante la sua lettura. – A proposito del quarto motivo, che è la « divozione di tutti i Santi verso il Cuore santissimo di Gesù », Nouet spiega, in primo luogo, in termini che sembrano ispirati da Saint-Jure, come: « un Cristiano non debba esser senza domicilio, errante e vagabondo nel mondo ». Ma « ove lo cerca, non ne trova uno più vantaggioso di quello del Cuor di Gesù ». E come fare per dimorarvi? « Lo impareremo dai Santi, l’esempio dei quali è un potente motivo per eccitarci alla divozione; ed è altresì un’istruzione salutare per insegnarcene la pratica ». Qui l’autore raccoglie molti esempi e testi tradizionali e conclude: « Venite, dunque a questo divin Cuore, con sicurezza, all’esempio dei Santi, e cercate di seguire le invenzioni meravigliose, che la divozione suggerisce loro per onorarlo ». Queste invenzioni le riduce « a quattro capi principali, che ne contengono la pratica ». « In primo luogo, avvicinatevi al cuor di Gesù in ispirito di penitenza… In secondo luogo, avvicinatevi a Lui in ispirito di raccoglimento e d’orazione. In terzo luogo venitevi come al Vostro rifugio in ispirito di confidenza per dimenticare le vostre tristezze, i vostri dispiaceri e disgusti, le vostre pene e le vostre noie in questo abisso di dolcezze e di bontà… In quarto luogo, venitevi in ispirito di fervore per impararvi la pratica di tutte le virtù e sopra tutto dell’amore divino, che è il centro della vita unitiva, alla quale tendono, principalmente, tutti i misteri della vita gloriosa di Gesù Cristo ». Nei paragrafi precedenti noi trovammo già indicati insieme con i motivi di onorare il sacro Cuore, anche i mezzi e gli esercizi pratici. Tuttavia l’autore consacra un paragrafo speciale al mezzo di unire il nostro cuore a quello di Gesù ed il nostro amore al suo, per mezzo di una perfetta somiglianza ». Gesù desidera questo più di tutto. Guardiamo dunque in Lui stesso « il modello sul quale noi dobbiamo formarci, se vogliamo essere secondo il Suo cuore ». 1. Egli è tutto amore. « Desideriamo dunque di amare Dio con tutti noi stessi…. ; se fosse possibile, che tutto il nostro essere si converta in una vera fiamma di amore ». 2. Egli è in tutto e dappertutto amore. « Dunque dobbiamo amar tutti. La carità non fa che una sola famiglia del Cielo e della terra ». 3. « Egli è eternamente amore ». Dunque non dobbiamo amare che Dio nella creatura, e non dobbiamo amar la creatura che per Dio. L’autore aggiunge poi che « bisogna misurare la carità, per le quattro dimensioni che S. Paolo c’insegna, e cioè per la sua altezza, per la sua lunghezza, per la sua larghezza e per la profondità, per discernere la vera carità dal falso amore, senza ingannarci ». – E conclude: « Osservate bene questo modello e, nelle meditazioni che farete durante questo tempo, cercate di ritrarne una buona copia… Quando andrete all’orazione persuadetevi che andate alla conquista del Cielo, che Gesù Cristo vi ha aperto: ma che, avanti d’unirsi a Voi, Egli vi domanda se il vostro cuore è retto, come il suo, poiché nulla Egli gradisce di più che la corrispondenza e simpatia delle vostre affezioni con le sue. Egli vi chiama, per farvi riposare sull’amoroso seno della sua provvidenza; non turbate dunque il suo riposo con le vostre inquietudini e le vostre disordinate passioni. Egli vi presenta il suo costato aperto per guarir le piaghe dell’anima vostra, per rianimare la vostra fede, per infiammare il vostro amore; non resistete dunque alle sue attrattive. Finalmente Egli è disposto a darvi il suo Cuore, che è il tesoro di tutti i beni del Cielo, a condizione che voi gli diate il vostro; non ricusate questo scambio, che è per Voi tanto vantaggioso; dategli il vostro cuore intero, senza riserva alcuna; pregatelo di purificarlo, di illuminarlo, di trasformarlo, per renderlo perfettamente simile al suo, in maniera che Egli lo possieda assolutamente e ne sia sempre il padrone ». – Si vede bene, senza bisogno d’insistervi, con quale pienezza, chiarezza, precisione e profondità ci è qui presentata la divozione al sacro Cuore. Due passi, però, mi sembra che meritino di essere notati particolarmente, In primo luogo è bastato al P. Nouet di procedere nel senso di S. Ignazio per trovare il sacro Cuore. Già avevamo notato qualche cosa di simile in Alvarez de Paz. Questi due esempi, meglio di molte discussioni, ci possono aiutare a precisare giustamente la relazione fra la spiritualità di sant’Ignazio e questa divozione. Secondariamente poi si deve notare che il P. Nouet ha posto questo trattato della divozione al sacro Cuore in principio della parte che riguarda la vita gloriosa di Gesù; non di quella dolorosa. È questo un indizio, fra molti altri, che la divozione al cuore di Gesù si costituisce sempre più in una divozione speciale, distinta dalla divozione alle cinque piaghe ed alla Passione; è questa propriamente la divozione all’amore per ottenere l’amore. Queste belle pagine non contengono tutto il contributo dato dal P. Nouet a questa divozione. Nella prefazione della quinta parte delle Meditazioni, consacrata alla « vita di Gesù che conversa con gli uomini », più volte si accenna al sacro Cuore. Al N. 8, è detto: « Qual piacere più grande può desiderare un’anima, che si occupa seriamente della sua salvezza e della sua perfezione, che di esser con Gesù Cristo, che è l’amico fra tutti più fedele e più dolce, di lavorare con Lui, di agire di concerto e di intelligenza con Lui; di vivere, se si può dire, nel suo sacro Cuore, o almeno di vivere secondo il suo Cuore? Oh! come le verità appariscono anche più belle ed attraenti in questo esemplare! » Al N. 13: « Al principio d’ogni vostra azione, elevate il vostro spirito a Gesù, e con sguardo semplice ed amoroso, osservate com’Egli faceva, durante la sua vita, quello che voi siete per fare, e in qual modo le farebbe, se fosse al vostro posto. Animate questo sguardo del desiderio ardente di piacergli, di accontentarlo e di onorarlo. Unite il vostro Cuore al suo, la vostra alla sua azione, per trarne forza e vigore e compierla nel suo spirito » Fra i Trattenimenti sulla Divozione verso nostro Signore Gesù Cristo, 3° parte, si possono notare i trattenimenti per la 22° settimana dopo la Pentecoste. Quello del martedì è intitolato: Che il cuore di Gesù Cristo è il trono dell’amore divino, ove l’Eterno Padre regna assolutamente; quello del mercoledì: Che il cuore di Gesù è il capolavoro dello Spirito Santo, che non è che amore; quello del giovedì: Che il cuore di Gesù Cristo è unito personalmente al Verbo, che è il principio dell’amore; quello del venerdì e del sabato: Della singolare eccellenza del sacro Cuore di Gesù Cristo e del suo ardentissimo amore verso Dio. Benché tali considerazioni siano tutte bellissime, non possiamo però fermarci su di esse. Notiamo solamente qualche tratto della divozione. Anzitutto, il ricorso alla mediazione del sacro Cuore: « Se il nostro cuore è troppo basso per amare ed onorare un Dio così grande, noi possiamo soddisfare ai nostri doveri onorandolo ed amandolo nel cuore di Gesù. Poiché infatti è nostro il suo divin Figliuolo che ce l’ha dato; e noi l’offriamo a Lui con umiltà, per supplire alla nostra impotenza, Egli ne sarà contento e soddisfatto ». Alla fine di una bella considerazione che tratta della stretta « corrispondenza fra lo Spirito Santo e Gesù Cristo » e « della simpatia di questi due cuori, che non si danno mai l’uno senza l’altro », si ha la seguente preghiera: « Mio Dio, create in me un cuor puro e rinnovate uno spirito retto nelle mie viscere (Ps., L, 12); lo so che colui che vi ama con cuor puro ha il dono, possiede il pegno della vita eterna, ha il carattere dei predestinati; datemi dunque il vostro Cuore che è la sorgente di ogni purezza… Datemi il vostro spirito per guidarmi; datemi il vostro Cuore per obbedire e seguirlo nella mia condotta; datemi l’uno e l’altro, per amarvi nell’eternità. Amen ». – Il P. Vincenzo Huby (1608-1693) ha scritto molto meno del P. Saint-Jure e del P. Nouet; egli fu più di tutto un missionario e un uomo d’azione. Non cercheremo dunque in lui lunghe spiegazioni scientifiche sul sacro Cuore, quali le abbiamo trovate in questi autori, ma i suoi scritti, come i suoi atti, non solamente dimostrano in lui un devoto del Cuor di Gesù, ma altresì un apostolo di questa divozione. Disgraziatamente vi sono ancora molte questioni da risolvere sulle quali i missionari bretoni, successori del P., Huby e che io ho interrogato, non hanno potuto fornirmi gli schiarimenti desiderati. Dobbiamo accontentarci dunque di testi sparsi qua e là, in due piccole raccolte molto incomplete degli scritti del grande missionario e direttore di anime, ed anche di preziose indicazioni, qualche volta però vaghe ed oscure, dateci dal suo discepolo e biografo, il P. Champion. Tutti gli scritti del P. Huby sono secondo lo spirito della divozione al sacro Cuore; tutto vi parla d’amore e conduce all’amore. Spesso vi è nominato espressamente il Cuore di Gesù. A proposito della contrizione si legge nel Ritiro: « Voi servirete di supplemento al mio amore ed alla mia contrizione, o cuore adorabile di Gesù. Voi siete l’unica bontà e la misericordia infinita del mio Dio, e per voi mi pento di tutte le mie iniquità. Versate sempre più nel mio cuore le fiamme del vostro amore per Iddio, le acque della contrizione amara che vi cagionarono i miei peccati (Si sa che Gesù non ebbe « contrizione » nel senso proprio della parola, poiché la contrizione suppone il peccato personale; ma ebbe il cuore pezzato per i nostri peccati; ed è questo che vuol dire l’autore). Se questi mi rendono indegno della grazia di morir di amore e di dolore, che il vostro amore per me mi accordi almeno di languire di un amore umiliato e contrito ». A proposito della morte, egli dice: « O Gesù, mio Salvatore, accordatemi, per l’intercessione di Maria madre vostra santissima, la grazia di morire con sentimenti simili ai vostri… Cuore adorabile del mio Gesù, che siete tutto amore e carità, voi potete accordarmi la grazia che imploro…; la gloria del Padre vostro ve la chiede… Siate sempre in me, o buon Gesù, tutto amore per noi. Che noi siamo per sempre in Voi e tutto amore per Voi. Amore, amore ». – A proposito del giudizio universale, meditando sulla infelicità di un’anima che non ha amato Dio, l’autore fa intervenire Gesù e lo fa parlar così: « Io non ti domando conto della mia vita, che ho immolato per te, volontariamente e con gioia: ma ti domando conto del tuo cuore. Era mio; l’avevo comprato a prezzo del mio sangue per manifestarti la carità immensa di cui il mio cuore bruciava per te; per condurti a questa sorgente inesauribile di tutte le grazie, l’amore ti aveva aperto il mio costato… Malgrado tutti gli sforzi dell’amor mio, malgrado le mie tenere ricerche, malgrado le mie minacce, tu non ti sei degnato di entrarvi… Tu non mi hai amato! ». Per eccitare ad amar Gesù, dopo. averlo mostrato tutto amoroso ce lo mostra amantissimo. « Le fiamme dell’amore acceso nel sacro cuore di Gesù erano così vive, così ardenti, che ad ogni momento gli avrebbero causato la morte, se la sua potenza non gli avesse conservato la vita… Cuore amoroso del mio Gesù, cuore tutto fuoco e tutto fiamma, com’è possibile che voi non sciogliate il ghiaccio dei nostri cuori? Un amore infinito ha una forza infinita sul cuore della persona amata. Siamo noi dunque capaci di una resistenza infinita? No, ma, ohimè! Come sono poche le persone che studiano seriamente Gesù, e che entrano nel suo interno, per conoscere quello che Egli è in se stesso ed in rapporto a noi! » Considerando l’amore di Gesù per gli uomini nell’Eucaristia e l’ingratitudine degli uomini per Gesù in questo Sacramento d’amore, egli vorrebbe, come santa Margherita Maria, vivere e morire ai piedi degli altari, « meditando gli abissi del sacro cuore di Gesù, e immolandosi come una vittima, per riparare gli oltraggi che Gesù riceve nel Sacramento del suo amore ». Nella meditazione delle sofferenze di Gesù Cristo, non trascura quelle del suo cuore. Egli ci fa entrare « nell’interno di Gesù », per studiare « quello che addolora il suo cuore tenerissimo e pieno d’amore per noi », per comprendere quanto soffre, o piuttosto per vedere « che le pene interne del cuor di Gesù sorpassano ogni idea », e che, per comprenderle, « bisognerebbe avere l’intelletto ed il cuor di Gesù; il suo intelletto, per conoscere perfettamente come lui il rispetto dovuto alla maestà infinita di Dio e l’enormità del peccato; il suo cuore, per amar così ardentemente Dio e gli uomini ». Ed è durante tutta la sua vita, che Gesù ha così sofferto nel suo Cuore! La meditazione « sull’eccesso d’amore, che Gesù Cristo manifesta agli uomini soffrendo per loro », finiva con una preghiera al Cuore di Gesù. « Cuore infinitamente amabile ed infinitamente amante, comunicate i vostri ardori al mio cuore; ispiratemi un amore puro e disinteressato, un amore appassionato, ardente, divorante, in una parola, un amore degno di Voi ». Nella meditazione sulla Croce, egli dice a nostro Signore: « O mio Gesù, voi solo potete formarmi a questa sublime scienza (della croce); per rendermi in essa istruito, voglio studiare continuamente i sentimenti del vostro cuore adorabile ». E nella preghiera finale aggiunge: « Voi, o Signore, che mi avete ispirato questi desideri (di soffrire e d’amare), Voi li appagherete quando vi piaccia; comunicatemi frattanto anticipatamente le disposizioni del vostro sacro Cuore ». La meditazione « sulla gloria nascosta nella Croce », si chiude anch’essa con una preghiera al sacro Cuore. « O cuore adorabile di Gesù, sorgente ineffabile di luce e di grazie, fate sentir vivamente al mio spirito, e più ancora al mio cuore, che nell’universo non vi è gloria maggiore di quella di esser simile a Voi; soffocate in me ogni (altra) ambizione ed ogni altro desiderio ». Nella meditazione « sul desiderio d’amare Gesù Cristo », dice: « Oltre a ciò che Gesù ha fatto e sofferto per noi, Egli ha altresì desiderato, con ardore, di fare e soffrire anche di più. Ecco il modello di un Cuore ferito dall’amore; perciò io debbo, voglio, o mio Gesù, imparare da Voi ad amarvi ». Un poco più innanzi dice: « Gesù è un amico infinitamente amabile: il suo Cuore adorabile, ci ama di un amore più grande di quello che tutti i santi e gli angeli hanno per Dio; e, se la sua potenza non avesse sostenuto la sua vita mortale contro gli ardori e gli sforzi del suo amore, ad ogni momento questo sviscerato amore gli avrebbe tolto la vita ». Si scorge chiaramente che questo ritiro non è solamente secondo il più puro spirito della divozione al sacro Cuore; il Cuor di Gesù è presentato continuamente all’esercitante come modello, come stimolo d’amore; come supplemento divino, come simbolo vivente di Gesù tutto amore e perfezione, amantissimo ed: amabilissimo. Spesso rappresenta la Persona stessa di Gesù invocandolo e rivolgendoglisi come a Gesù stesso. Nella Pratica dell’amore, gli esercizi di divozione al sacro Cuore sono più diretti e più liberi. In principio, l’editore del 1734 ha posto una « Preghiera divota al Crocifisso per eccitarci alla contrizione ». Il peccatore si rivolge alternativamente ai piedi, alle mani, al costato, al cuore di Gesù in croce. AI costato dice: « O Gesù, che il vostro Cuore entri nel mio per la piaga del vostro sacro costato aperto, o che il mio cuore entri nel vostro per mezzo di questa stessa sacra piaga; affinché io viva in Voi e Voi in me, e che non sia mai separato da Voi ». Al cuore dice: « O cuore di Gesù, immerso nella tristezza per le mie vane gioie! O cuor di Gesù carico d’affanni per i miei divertimenti peccaminosi! O cuor di Gesù, invaso dal timore, per la temerità dei miei desideri!… O cuor di Gesù fornace d’amore, tesoro di ogni grazia, sorgente amabilissima ed inesauribile della contrizione che entrò, che entra ed entrerà nel cuore degli uomini! Infondete Voi nel mio cuore questa santa contrizione, quei rimpianti preziosi… che Voi suscitaste nel cuore di tanti santi penitenti… Contrizione del cuor di Gesù, venite, deh! Venite nel mio cuore! ». Dopo una pausa di umile e rispettoso silenzio innanzi a Dio, egli si rivolge anzitutto al suo cuore, poi al Cuor di Gesù insieme al proprio. « Ah! qual differenza, esclama, fra cuore e cuore! Fra il vostro cuore ed il mio! O cuore purissimo di Gesù! O cuore guasto e macchiato della creatura! O cuore paziente di Gesù, o cuore impaziente della creatura!… O cuore di Gesù! O cuore della creatura. sì leggero nel bene, sì costante nel male! Ah! qual differenza fra cuore e cuore, fra il vostro cuore, o Gesù, ed il mio! Oh! qual differenza! Ma, Salvatore mio, permettetemi di dirvi dal fondo dell’abisso del mio niente che Voi non avete preso un cuore per natura simile al mio, se non perché il mio fosse simile al vostro per mezzo della vostra grazia. Fate dunque, o mio adorabile Redentore, fate che il mio cuore sia simile al vostro. Il vostro Cuore è puro; che anche il mio sia tale. Create, mio Dio, create in me un cuor puro. Il vostro cuore è umile, che lo sia anche il mio… Il vostro cuore è tutto amore, ed amore santissimo; che anche il mio arda di questo santo amore. Che il vostro cuore, o Gesù, possieda interamente il mio; e che il mio sia fuso ed inabissato nel vostro. Che il vostro Cuore ed il mio, o Gesù, non siano più due cuori, ma uno solo; un cuore fedele, un cuore contrito, un cuore devoto, un cuore generoso, un cuore caritatevole, un cuore veramente cristiano. A questo voglio applicarmi d’ora innanzi, con la vostra grazia, o mio Salvatore; a non aver più nulla nel mio cuore, fuorché ciò che è nel vostro: purezza; umiltà, docilità, coraggio, dolcezza, carità; a non aver più che Gesù e l’amor suo, a non aver più cuore che per Gesù. Non è più mio questo cuore, è vostro e tutto vostro. Apritelo, chiudetelo, purificatelo, infiammatelo; è cosa vostra. Ohimè! Pur troppo non lo fu sempre: ma, O cuore di Gesù, o amor di Gesù, ora, per grazia vostra, il mio cuore vi appartiene e per sempre, o Gesù, Gesù, Gesù! ». Segue poi questa nota: « Qui silenzio ed amore, tenendo la bocca sul cuore del Crocifisso ». – Nella seconda parte del lavoro, consacrata all’amore di nostro Signore Gesù Cristo, due sole volte è nominato espressamente il cuore di Gesù. L’una si trova nella seconda considerazione sull’amore di Gesù per noi: « Cerchiamo di penetrare ancor più avanti nel Cuore di Gesù ». L’altra è nella terza considerazione sul poco amore che si rende a Gesù. « Ma com’è mai che dopo tutti questi cattivi trattamenti, Voi mi tendete ancora le braccia e mi aprite il vostro cuore per ricevermi? » Citazioni rapide queste, ma che dominano tutto lo sviluppo, il quale, del resto, è tutto intiero nel senso della divozione al sacro Cuore. Nell’« Esercizio di divozione verso il Crocifisso », il peccatore contempla alternativamente la faccia, gli occhi, la bocca, le mani ed i piedi di Gesù morto in Croce, e gli rivolge commoventi preghiere. Al cuore egli parla così: « O Cuore sacratissimo del mio Gesù in cui si son rinchiusi tutti i tesori della divinità, e che avete avuto tanto amore per me, io vi vedo dunque così ferito e versar per me fino all’ultima goccia del vostro sangue. Io vi adoro con tutti i cuori a Voi devoti, che sono in cielo, sulla terra, e nel purgatorio, e che Voi avete infiammati del vostro amore. O mio Gesù, fate che per questa piaga del vostro costato… il vostro Cuore entri nel mio o il mio nel vostro, per esser tutto trasformato in Voi. O Cuore, o Cuore, sorgente adorabile dell’amore che ha santificato tanti cuori, purificate e santificate anche il mio, affinché io divenga tutto amore per Voi, come Voi foste e siete ancora tutto amore per me ». – Si vede bene da tutto ciò qual è il posto che occupa nella spiritualità del P. Huby la divozione al sacro Cuore. In nessun altro luogo, prima di Margherita Maria, mi sembra che si trovino altrettante applicazioni pratiche negli esercizî della vita spirituale. Non contento di propagare questa divozione, raccomandandola e parlandone in tutti i suoi scritti, il P. Huby ne fu l’infaticabile apostolo, sia con la predicazione che con l’azione diretta. Ecco quel che ne dice l’editore del 1757, seguendo il biografo del P, Huby. Dopo avere notato che egli precorse la Madre Matilde (Caterina de Bar, fondatrice delle Benedettine del SS. Sacramento) nello stabilire fin dal 1651 l’adorazione perpetua nella Cattedrale di Quimper, poi in quella di Vannes, aggiunge: « Egli ebbe altresì l’onore di precorrere, forse, il P. Eudes, la Ven. Margherita Alacoque; o, se non altro, di concorrere con loro, senza conoscere i loro disegni, al progetto di far onorare i sacri Cuori di Gesù e di Maria. Il medesimo spirito animava queste anime sante, dava loro le stesse vedute, ispirava loro gli stessi sentimenti, benché la maniera di produrli e di manifestarli fosse differente. – La pratica favorita del P. Huby era quella di diffondere e distribuire dappertutto gratuitamente delle medaglie che rappresentavano i sacri cuori di Gesù e di Maria. Egli voleva che molto spesso, nel corso del giorno, si baciasse questa medaglia o almeno che la si stringesse al cuore; e che nello stesso tempo ciascuno, secondo differenti bisogni, animasse quest’atto esteriore di religione, con un atto interiore o d’amore di alcune virtù o di detestazione di alcuni vizi. I nomi delle virtù principali che si doveva studiare di imitare nei Cuori santissimi di Gesù e di Maria, erano impressi su queste medaglie; ed i vizi principali che si dovevano evitare erano altresì impressi e raffigurati con emblemi. E tutto questo era spiegato in un libro che il Padre aveva per questo scopo composto ». Il P. Huby soleva chiamar questa pratica: il « rosario del sacro Cuore »; ed ecco, secondo il suo storico, che cosa egli intendeva. Questo esercizio « consiste nel guardare amorosamente o nel baciare e stringere al cuore la medaglia del cuor di Gesù e di Maria, oppure un crocifisso; e ciò per tante volte quanti sono i grani del rosario. Si fa questo posatamente, senza dire né Pater, né Ave, né altra preghiera vocale, se non qualche esclamazione affettuosa, qualche parola devota suggerita dal cuore. Nel tempo nel quale si scorrono i grani del rosario, si può ancora baciarli, come se si baciasse i piedi di nostro Signore o quelli della Madonna, o il loro sacro Cuore, e senza pronunciare parola; con quell’atto s’intende di protestare di cuore a Gesù che lo si ama, si adora, si ringrazia; gli si domanda perdono, ci sottomettiamo alla sua volontà, abbandonandoci amorosamente alla sua condotta ». – Apparisce chiaro che si può, senza timore, annoverare il P. Huby, fra i più gran devoti del sacro Cuore, prima di santa Margherita Maria. Sembra anzi che egli fosse con S. Giovanni Eudes, di cui ora parleremo, il principale propagatore popolare di questa divozione e di quella del Cuor di Maria. Ci vien fatto di ricercare ove egli l’abbia attinta; se non avesse avuto qualche rapporto con S. Giovanni Eudes; se non fosse in qualche modo dipendente da lui, oppure se non avesse conosciuto qualche cosa delle visioni di Paray. Nello stato attuale delle nostre conoscenze, non possiamo per prudenza, affermare nulla, mancandoci i documenti necessarî. Si può congetturare però che egli, nei suoi ultimi anni, abbia sentito parlare di santa Margherita Maria e delle sue rivelazioni; che abbia conosciuto il Ritiro del B. de la Colombière ed anche il libro del P. Croiset. Tutto ciò è possibile; ma nulla ci autorizza a pronunciarci sicuramente in proposito. In quanto poi ad un’influenza notevole delle visioni di Paray sugli scritti suoi e sul suo apostolato è poco probabile e niente lascia intravvedere, Riguardo però a S. Giovanni Eudes il caso è un po’ differente. È verosimile, per non dir certo, che il missionario bretone abbia inteso parlare del gran missionario normando, del suo apostolato e dei suoi scritti, della sua divozione al Cuore di Maria ed a quello di Gesù, delle feste celebrate in loro onore nelle diocesi della Normandia ed anche in quella di Rennes. Che siano stati fra loro in rapporti diretti, che l’uno abbia esercitato dell’influenza sull’altro è probabile; ma non sembra che i documenti portati fin qui in campo e discussi ci diano diritto di giudicare in un senso o nell’altro. – Il P. Huby potrebbe forse ricollegarsi al P. Lallemant, per mezzo del P, Rigoleuc, di cui fu allievo al collegio di Rennes e che poi ebbe per direttore nella sua Vita spirituale e per guida nelle sue missioni. Il P. Rigoulec, come si sa. fu un fervente discepolo del P. Lallemant, che era stato il suo « istruttore del terzo anno »; fu lui che raccolse la dottrina spirituale del maestro nelle note che servirono più tardi a formare il libro del P. Champion. Paragonando quel che è detto del sacro Cuore nella « Dottrina spirituale » e ciò che ha scritto il Padre Huby si può constatare che diverse pratiche del P. Huby rispondono benissimo a ciò che domandava al P. Lallemant. Ciò sia detto senza però trarre da queste constatazioni, alcuna conclusione decisiva

LA VITA INTERIORE (23)

LA VITA INTERIORE E LE SUE SORGENTI (23)

  1. Sac. Dott. GIOVANNI BATTISTA CALVI

Sac. Dott. GIOVANNI BATTISTA CALVI

con prefazione di Mons. Alfredo Cavagna Assistente Ecclesiastico Centr. G. F. di A. C.

Ristampa della 4° edizione – Riveduta.

LUCE DIFFUSA

IL RACCOGLIMENTO

UN OSTACOLO: LA DISSIPAZIONE.

Uno degli ostacoli più gravi alla nostra vita d’unione con Dio è la dissipazione. La dissipazione mentre allontana e tiene separata da Dio l’anima, l’avvicina e lega alle cose create. Queste cose esterne, se troppo considerate, assorbono, guastano, avvelenano gli spiriti. Occorre perciò che l’anima desiderosa di vivere la vera vita interiore sappia dominare le cose esterne, o se ne separi arditamente e decisamente. Com’è possibile riuscirvi? Il primo mezzo, come sempre e in tutto, è la preghiera umile e fiduciosa. Vogliamo ricordare qui, almeno sinteticamente, una preghiera saggia di tante care anime: Signore non ti chiedo di dispiacere alle creature perché sono Tue; ma deh!, o Gesù, concedimi almeno di non piacere loro troppo e di non essere troppo amato… Dopo la preghiera, per riuscire a svincolarsi dalle cose esterne, è proprio necessario non amarle troppo, poiché quando si ama, si è legati all’oggetto dell’amore. Nulla macchia e impaccia il cuore umano come l’amore. impuro delle creature. Occorre, persino, non amare troppo le nostre occupazioni, il nostro apostolato, le fonti stesse della nostra vita spirituale. Dobbiamo amarle queste cose, ma non troppo. Basta, cioè, amarle con la disposizione di lasciarle senza rimpianti alla prima occasione. Dobbiamo, pure, cercare di avere e di conservare, inalterata, una grande calma e serenità di spirito in tutte le diverse circostanze della vita. Non affannarsi, adunque, non affaccendarsi, non tuffarsi, più del necessario, nelle opere esteriori. Il Signore non si lascia trovare nell’agitazione e, così pure, la nostra anima non riuscirà a dominarsi, a reggersi, e verrà, quanto prima, assorbita completamente. – Concludendo: la vittoria nella dissipazione e il conseguimento della vita raccolta non si ottengono senza una volontà ferma, senza una lotta continua contro le attrattive della esteriorità, e contro le nostre cattive inclinazioni tendenti alla ricerca della esteriorità.

I SENSI.

I sensi sono la porta del cuore e dell’anima. Se la porta non è custodita; tutti vi possono entrare. Per la porta dei nostri sensi entrano tutte le tentazioni. In modo particolare è necessario frenare e custodire la vista, l’udito, la lingua. Dobbiamo: vedere e non guardare; udire e non ascoltare; parlare moderatamente, con criterio, e non muovere continuamente la lingua a guisa di elica che volteggia meccanicamente, senza riflessione. «… Chi vuole tutto vedere e sapere, anche se si tratta di cose non cattive; né per se stesse pericolose, non sarà mai persona interiore. »« Dopo tutto, di quanto avviene attorno a noi nel mondo, poco o nulla merita di essere conosciuto. Anche ciò che il mondo chiama cose importanti, sono frivolezze di poco momento: sembrano grandi solamente a coloro che sono piccoli » (Gorrino, La vita interiore, pag. 114. Torino, S. E. I. 1936). – Per orientarsi, però, definitivamente nella vita di raccoglimento, è necessario dominare la lingua, vigilare, frenare, regolare la nostra parola. Precisamente per questo viene tanto insistentemente raccomandato il silenzio. « Chi crede di essere religioso e non raffrena la sua lingua, ha una religione vana » (SAN Giacomo, I, 26). Nella vita delle anime consacrate a Dio, tutto è a base di Regola. V’è, quindi, il tempus loquendi e il tempus tacendi. L’osservanza della Regola del silenzio porta, nella vita di comunità, una vera fioritura di anime care a Dio. Nella vita che la maggior parte delle anime deve condurre in mezzo al mondo, il silenzio può dirsi osservato e custodito quando si parla per necessità, per convenienza e col giusto criterio della riservatezza. Non taciturni e musoni: ma lieti, sereni e pronti a rispondere e ad alimentare una conversazione santa, o, anche, soltanto per quel sentimento di carità di cui parla san Francesco di Sales: « Dove non c’è peccato è sempre buona cosa, quando sia possibile, accontentare il nostro prossimo ».

FANTASIA, IMMAGINAZIONE, MEMORIA.

La dissipazione è alimentata non solo dai sensi esterni, ma anche dalle potenze interne. Ora il silenzio interno è ancora più necessario di quello esterno per ottenere la vita interiore. La fantasia è la pazza di casa, e l’immaginazione la segue come ancella fedele. Ma a che giova lasciare la fantasia sbrigliata? Devesi frenarla, non solo nelle cose peccaminose, o quasi, ma anche in quelle indifferenti. È tutto un lavorio interno di purificazione, di elevazione, di santificazione, specialmente col ricorso diretto a Dio, a Gesù Re dei vergini che si pasce tra i gigli. La memoria pure ha necessità d’essere regolata, frenata, quietata. Parrebbe impossibile, ma è proprio una constatata realtà. Di continuo ci proietta dal passato nel presente tutto quello che non vorremmo più ricordare, che abbiamo confessato, detestato, calpestato e promesso di non voler più ricordare. Ci sembra di poter suggerire questa constatazione: il passato non ritorna più e l’avvenire è nelle mani di Dio. Perciò procuriamo di vivere alla giornata, positivamente, e fidandoci solo del Signore.

VANTAGGI DELLA VITA RACCOLTA.

Sono preziosissimi. Anzitutto, l’anima che, poco per volta, si accorge d’essere presente a se stessa, viene a conoscere i propri sentimenti ed affetti nel loro sorgere. Se questi sono buoni li asseconderà, se sono malvagi li sopprimerà. In secondo luogo; fatta l’abitudine alla vita raccolta, l’anima trova più facile la preghiera, più viva la devozione, più intenso il fervore. Certamente non si può essere raccolti nella preghiera se si è assorbiti dalle cose esteriori o dissipati in esse. « Dove la mente è solita trovarsi lungo il giorno, ivi tornerà anche nel tempo dell’orazione. » Bisogna adunque fare in modo che il pensiero vada a Dio, anche quando ci si trova in mezzo alle brighe esterne: tanto meglio vi si manterrà poi unito durante l’orazione. » Quindi alle persone pie che desiderano sentire il fervore nella preghiera, non si può indicare altro spediente che questo: tenersi raccolte lungo la giornata. Ogni altro consiglio è inutile e inefficace. Chi non ha l’animo raccolto durante gli impegni della giornata, non lo avrà neppure durante l’orazione. Si vive di abitudine. Bisogna farsi l’abitudine del raccoglimento per essere raccolti nei tempi in cui vogliamo esserlo » (Gorrino, o. c., pag. 119). Ma il raccoglimento si nutre del vero fervore che non è quello sensibile. Il vero fervore è dato da una volontà seria, ferma, stabile, refrattaria, disposta a tutto.

VITA E VIRTU CRISTIANE (Olier) 17

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (17)

GIOVANNI G. OLIER

Mediolani 27-11 – 1935 Nihil obstat quominus imprimetur. Can. F. LONGONI

IMPRIMATUR: In Curia Arch. Mediolani die 27 – II – 1935 F. MOZZANICA V. G.

CAPITOLO XI

Della povertà

V.

Fondamenti della povertà.

Gesù Cristo che vive in noi è il nostro vero tesoro. — Dio si contiene ogni bene. — Dobbiamo già vivere la vita dei santi in cielo. — Esempio di Gesù Cristo. — Felicità dell’anima che sì abbandona alla bontà e Provvidenza del Padre dei cieli. — Ancora i grandi esempi di Gesù Cristo.

Noi siamo chiamati a partecipare alla vita di Dio in Gesù Cristo; la nostra vita come quella di Gesù è nascosta in Dio; Dio la infonde in noi come l’ha infusa nel Figlio suo, col renderci partecipi delle disposizioni, dei sentimenti e delle virtù di questo suo Figlio. Dio nel Figlio suo abita nel suo splendore divino; vive in Lui nella sua Maestà, dimodoché Gesù Cristo possiede una gloria cui nulla può paragonarsi (Lucem in habitat inaccessibilem. I Tim., VI. 16); poiché è rivestito di un tale splendore di divine ricchezze che tutte le cose, in confronto, non sono che polvere e fango. Tutte le ricchezze della terra non sono che vili cenci, a paragone con la gloria di Dio. Perciò Nostro Signore, essendo ora entrato perfettamente nella grandezza di Dio suo Padre, dopo il ritorno al cielo sta infinitamente più lontano dalle cose naturali che non durante la sua vita mortale; in questa Egli lasciava che i discepoli avessero nelle mani qualche po’ di denaro, per il mantenimento della sua vita e per il sollievo dei poveri. – Nostro Signore, anche durante la sua vita mortale, sempre viveva in Dio e interiormente sempre abitava nello splendore della divina Gloria. Nel suo interiore Egli partecipava all’essere del Padre suo ed era essenzialmente ricco di tutte le divine ricchezze di Lui, perciò non poteva desiderare né apprezzare quelle della terra; ogni cosa ai suoi occhi era vile, ogni cosa era indegna della sua stima. Così l’anima ritirata in Dio e rivestita delle disposizioni di Gesù Cristo, mentre trova in Lui ricchezze così preziose, non può gustare i beni terreni; se ne avesse la minima stima, sarebbe simile ad un re che non essendo soddisfatto della sua gloria e della sua Maestà, portasse invidia all’abito cencioso di un mendicante come se col rivestirsene, diventasse ricco e facesse bella comparsa. Siamo dunque obbligati alla povertà e al distacco da tutti i beni, a motivo delle ricchezze immense e infinite che troviamo in Dio. Al confronto di queste, tutte quelle della terra sono un niente: possedendo Dio le possediamo tutte in eminenza.

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Dio tutto contiene in sé; Egli è la sorgente e l’origine di tutti i beni. Egli li  possiede tutti senza l’imperfezione e la viltà che hanno nelle creature. — Dio è per eccellenza ogni ricchezza, ogni grandezza, ogni bellezza, ogni splendore: perciò colui che sta in Dio è libero da tutto e possiede tutto. In tal modo, i Santi essendo usciti da questo mondo, dopo la risurrezione abiteranno in Dio in corpo e in anima, È tutto avranno in Lui. Non avranno più bisogno di usare di nessuna creatura: in Dio troveranno il loro mondo. Dio non si darà più ai Santi sotto la molteplicità di quelle vili creature che servono all’uomo per il mantenimento o la conservazione della vita; ma sarà per sé stesso la pienezza che soddisferà tutti i loro desideri; Egli li circonderà, li abbraccerà, li sazierà di sé medesimo. Questa felicità, Dio ce la fa pregustare fin da questa vita, quando lo possediamo perfettamente. Perché in quella guisa che una spugna ripiena d’acqua è tutta penetrata dalla sostanza dell’acqua in tal modo che i suoi vuoti ne sono tutti riempiti; così Dio dà soddisfazione a tutti i bisogni e a tutti i desideri dell’anima che lo possiede: l’uomo non può più nulla desiderare, quando possiede un Dio che è il suo Tutto: Deus meus et omnia. – Le ricchezze non sono altro quaggiù che ombre e figure di Dio; a loro modo contengono in eminenza tutte le creature, e le porgono all’uomo per i suoi bisogni. Infatti, per mezzo dell’oro e dell’argento, noi attiriamo a noi tutte le creature; quei metalli che, per una benigna provvidenza di Dio, sono per gli uomini di un valore incredibile ci servono ad acquistarci e procurarci ogni cosa. Ma, l’anima che fin da questa vita vive in Dio, che incomincia a gustarlo e nutrirsi di Lui, e vede già qualche raggio della gloria di Lui e del suo divino splendore, non può avere né stima, né gusto, né gioia, né desiderio, né amore per la meschinità delle cose di questo mondo, perché queste non sono che figure e apparenze: la figura si lascia senza difficoltà quando si vede la verità. Nostro Signore in questo mondo viveva nel godimento e nel possesso di Dio; l’anima sua era abbeverata e saziata di ciò che Dio è in sé medesimo; così, in Dio godeva ogni vero bene, né poteva provare nessun desiderio di ciò che ne è solo la ,scorza e l’involucro. In Dio suo Padre trovava Colui che saziava ogni suo desiderio, quindi, in questo mondo vile e basso, non poteva più nulla desiderare; è questa la disposizione di cui possono essere partecipi i Cristiani fin da questa vita, e che S. Paolo implorava per essi con queste parole: Che Dio, in Gesù Cristo Nostro Signore, riempia tutti i vostri desiderii, secondo l’estensione delle sue divine ricchezze. (Philipp. IV, 9). – Tuttavia, Nostro Signore usava talvolta dei beni di questo mondo per le sue necessità e per il sollievo dei suoi bisogni. Ma così ha fatto per santificarne l’uso; e siccome tra gli uomini, ciascuno in particolare ha bisogno per vivere di possedere in proprio qualche bene materiale dopo che il peccato ne ha tolto l’uso comune, Egli ha voluto insegnarci a possedere santamente ciò che la Provvidenza, nella sua misericordia, mette nelle nostre mani. Perciò, benché l’oro e l’argento siano in sé medesimo cose vilissime, abiette e spregevoli, Dio nondimeno ha voluto che l’uomo, nello stato di miseria cui trovasi ridotto, abbia amore e inclinazione naturale a possederli, perché così possa sovvenire alle necessità in cui Egli stesso lo ha posto in conseguenza del peccato. Tale inclinazione e tale desiderio sono un effetto della divina Provvidenza, nello stesso modo che Dio ci lascia l’appetito del cibo e delle bevande affinché ci conserviamo in vita. Ma il desiderio delle ricchezze, perché trovasi in noi in conseguenza del peccato, è un desiderio tirannico e famelico, molesto e inquieto. Orbene, le anime grandi nella grazia e intimamente unite a Dio, perché in Lui godono tutto, perdono il desiderio di questo mondo. Se lo provano ancora per le loro necessità è un desiderio calmo, spesso anzi è un desiderio così morto in esse che non ne hanno il minimo pensiero. Le anime apostoliche, che nelle comunità vivono in Dio, hanno il vantaggio di poter con facilità tenersi liberi da questi desideri e da queste cure, perché vedono Dio presente in sé medesime, il quale provvede a sufficienza ai loro bisogni, e porge loro quanto è necessario per tutte le loro necessità. Le loro cure, quindi sono riposte in Dio medesimo, il quale è tutto per esse, come esse sono tutte dedicate a Lui e non vivono che per Lui.

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Oh quanto è felice in questo mondo l’anima che in tal modo non pensa che a Dio, e vive libera dalle cose materiali! Essa serve Dio, vive per Dio, occupata unicamente di Dio per il quale lavora incessantemente; e Dio pure da parte sua, veglia sulle necessità e sulla vita di essa. Oh, quanta fiducia può avere un’anima che così serve Dio cercandone il Regno e la giustizia! Non v’ha nulla di sicuro come la parola di Dio; essa vale più e meglio di centomila contratti; non può essere contraffatta, né alterata, né contrastata; essa è da preferirsi a tutte le rendite, a tutte le proprietà, a tutti i tesori, perché tutto questo può venir perduto. Tutto perirà: il Cielo e la terra passeranno, ma la parola di Dio non passerà mai (Matth. XXIV, 35). Beata l’anima che sa intendere la verità e la santa parola di Dio! O anima apostolica, che vivi dello Spirito Santo, che ti appoggi sulla parola del tuo Dio onnipotente, tutto vigilante, tutto amorevole! Perché occuparti di altro che di Dio? Dio non conosce forse i tuoi bisogni? – I pagani che non avevano la conoscenza d’una intelligenza universale, la quale veglia sulla necessità di tutti e nel suo amore non può soffrire indigenza nei suoi figliuoli, avevano ragione di stare in pena ed agitarsi con sollecitudine per il proprio mantenimento; ma noi, noi sappiamo che il Padre nostro vive in noi, vede tutti i bisogni della sua famiglia e sente l’afflizione e l’indigenza dei suoi figlioli (Matth., VI, 32.). Perché, dunque, tanta inquietudine e tanto affanno? Dio è Padre buono, tenero, pieno di carità, non si esaurisce nel darci i suoi doni, né da alcuno riceve quelle liberalità che ci elargisce. I padri naturali di questo mondo, talora sono avari, talora sono poveri, e nel dare s’impoveriscono ancor di più, spesso sono ben poco commossi per la miseria dei loro figliuoli; eppure non sanno rifiutar di dar loro quei soccorsi che essi domandano. Perché dunque non avremo noi una perfetta confidenza in Dio? (Matth., VII, 1). Perché non imiteremo Nostro Signore che viveva sempre in pace, in una tranquilla fiducia nella Provvidenza del Padre suo?

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Nostro Signore, in quest mondo viveva in uno stato di povertà, perché la sua vita era una vita di penitenza. Se lasciava che i discepoli ritenessero le limosine che gli si davano, era questo un segno di penitenza. Perché accettando così la carità e la misericordia che Dio suo Padre gli faceva per mezzo degli uomini, Egli si riteneva in dovere di conservare con grande reverenza tali preziosi doni, di cui si stimava indegno vedendosi carico dei nostri peccati; né voleva prodigare quei beni che riceveva dal Padre suo, considerandoli come cose che, a motivo del suo stato di peccatore, non aveva diritto pretendere e di cui pertanto doveva usare senza aspettare altri doni che non gli erano dovuti.  – In questo sentimento di penitenza. Il minimo dono che Egli riceveva era per Lui un gran tesoro. Non aveva nessun bene, nessuna rendita, nessuna limosina assicurata e vedendosi, per la sua qualità di peccatore pubblico, indegno della minima bontà di Dio, Egli viveva in una continua dipendenza dalla misericordia divina. In questa qualità, siccome teneva il posto di tutti i peccatori, niente gli era dovuto, anzi avrebbe dovuto essere privo di tutto; era dunque naturale che ricevesse le minime grazie, col più profondo sentimento della propria indegnità e con la massima stima e riverenza per la misericordia di Dio suo Padre. Egli doveva, inoltre, subire la privazione di ogni sollievo e di ogni ricchezza, perché faceva penitenza per tanti avari e ricchi, come per il lusso e gli eccessi di tutti gli uomini. L’obbrobriosa nudità che gli si fece subire sul Calvario, spogliandolo ignominiosamente delle sue vesti, fu la pena della vanità eccessiva con cui gli uomini si parano di abiti ricchi e suntuosi. Il presepio e la stalla con la paglia e il letame che vi erano, furono la pena del lusso sfrenato ed immodesto di tante case ammobiliate con tanta superbia e ornate di oro e di preziose decorazioni. La santa durezza della Croce, dove riposava nella sua morte, fu la pena di quei letti sfarzosi dove si commettono quelle mollezze e impurità che inondano il mondo. La Chiesa ha stabilito le astinenze per continuare la santa penitenza di Gesù Cristo. e le anime sante che hanno una tale particolare vocazione, devono essere vittime per i peccati del mondo e offrire soddisfazione a Dio nello Spirito medesimo di Gesù Cristo. Devono dunque essere povere, facendo così penitenza per i peccati che regnano sulla terra; devono, col loro esempio, condannare il lusso e per questo gemere sul legno e sulla paglia, vale a dire contentarsi delle abitazioni e dei mobili più ordinari, delle vesti più dimesse, per dare al secolo una lezione, nella virtù di Gesù Cristo che in noi deve illuminare il mondo e mostrargli quale debba essere la vita dei Cristiani.

VI

Motivi della povertà.

L’attacco ai beni materiali è di grande danno spirituale. – Il Cristiano deve imitare i Beati, anzi la santità di Dio medesimo. — I beni materiali sono un peso che trascina al basso, rende inetti alla contemplazione.

1. Il cuore attaccato alle creature e soprattutto alle ricchezze è sempre inquieto.  Perciò Gesù Cristo paragona le ricchezze a delle spine che lo molestano e non gli lasciano nessun riposo.

2. Il cuore pieno di un tal amore è trascinato verso la terra, e allontanato dal Cielo.

3. Dio non lo riempie di sè, anzi ne prova nausea e disgusto,

4. Cade, come dice S. Paolo, nei lacci del demonio; e abbandonandosi ai propri desideri, vive ostinato nei suoi attacchi che lo precipiteranno sicuramente nella rovina (1 Tim. VI, 2).

5. Tosto o tardi, l’anima fatalmente perderà tutto ciò che possiede; la giustizia di Dio la costringerà ad abbandonare per forza quanto non ha voluto lasciare per amore.

6. I Cristiani devono essere morti a tutti i desideri del secolo (Col. III, 3); né devono operare secondo i suoi sentimenti, ma comportarsi come se vi fossero completamente insensibili. Bisogna dunque che soffochiamo in noi ogni affezione per le ricchezze della terra.

7. I Cristiani devono vivere come si vive in Cielo; ora in Cielo si è liberi da ogni sentimento della carne di Adamo; in Cielo più non si vive che secondo inclinazioni e sentimenti spirituali, senza più nessun attacco alle creature: in Cielo, in una parola, con Gesù Cristo e coi Santi tutti, si è ritirati in Dio e separati da tutto. Dio, in sé medesimo, in Gesù Cristo e nei suoi Santi, ecco il modello della nostra vita; orbene, Dio è perfettamente santo e separato da tutto. Ed è questo distacco che è necessario ai Cristiani se vogliono, fin da questa vita, elevarsi a Dio, imitando ciò che si fa in Paradiso. Bisogna si distacchino, elevandosi alla santità, da sé medesimi e da ogni creatura. Bisogna pure che lo spirito sia separato dall’anima, perché questa dal peso della carne trovasi, per sé medesima, inclinata ad ogni creatura; così, le nostre facoltà superiori, nelle quali risiedono tutte le principali operazioni dello spirito interiore, saranno libere dal peso e dall’inclinazione della parte inferiore, la quale è tutta imbevuta della vita animale, terrena e vilissima della carne; così potranno elevarsi a Dio senza ostacolo né resistenza. Bisogna dunque che la nostra volontà sia purificata da qualsiasi attacco alle creature e in tal modo libera, sciolta e distaccata da tutto. A questo effetto, dobbiamo munirci delle ali per volare: Quis dabit mihi pennas sicut columbæ? Chi mi darà le ali della colomba? (Ps. LIV, 7). La contemplazione delle verità divine e l’amore santo di Dio sono le ali che ci faranno volare, perché questo divino movimento ci preserverà dalla caduta dove ci trascinerebbe il peso della carne. E siccome in questa vita siamo sempre da questo peso miserabile attirati verso la terra, dobbiamo sempre lottare per elevarci a Dio nella virtù dello Spirito Santo.

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (Olier) 18

LA VITA INTERIORE (22)

LA VITA INTERIOR E LE SUE SORGENTI (22)

Sac. Dott. GIOVANNI BATTISTA CALVI con prefazione di Mons. Alfredo Cavagna Assistente Ecclesiastico Centr. G. F. di A. C.

Ristampa della 4° edizione – Riveduta.

LUCE DIFFUSA

LA PUREZZA

BASE DI QUESTA VIRTÜ: LA MORTIFICAZIONE.

Come lo spirito di rinnegamento e di mortificazione è la base necessaria dell’unione con Dio, cosi lo è pure della virtù della purezza. Come Gesù venne espressamente in questo povero mondo per cercarvi non le soddisfazioni ma la rinuncia e le sofferenze, così noi dobbiamo seguirlo imitando le sue azioni e mettendo in pratica il suo comando: chi vuole venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua (Matth. XVI, 24). – Nel sapersi molto rinnegare ivi è molto godere. Così, ricordo, mi scrisse venticinque anni or sono, una pia anima già chiamata al premio celeste. Non v’è adunque da rimanere storditi pel timore delle pene, pel numero delle contrarietà, per la morte che danno al nostro io. Ë necessario rinnegarsi, abbracciare la croce; e questa necessità porta al combattimento. La vittoria nella lotta, ottenuta coll’aiuto di Dio, rende lieta la nostra anima. Ecco l’origine del molto godere…. – « L’anima provata dalla tribolazione, formata alla sofferenza e alla contraddizione, abituata al sacrificio, rimane calma tra le pene della vita, bacia la mano di Dio che la percuote, leva lo sguardo verso il cielo e gode delle sue pene medesime, nelle quali vede l’espiazione delle sue colpe ed il pegno della felicità eterna. Che la facciano soffrire le bizzarrie dei giudizi umani, gli sbagli dell’amor proprio, i disgusti e le pene della fatica ella è ferma, incrollabile, e quanto più è percossa dalla sventura, tanto più è lieta di offrirsi a Dio come un’ostia segnata dal carattere della Croce del suo Figlio diletto, Gesü ». Ë questo il commento pratico che la stessa pia anima in quell’occasione scrisse e unì alla sua affermazione: nel sapersi molto rinnegare ivi è molto godere. Come conclusione aggiunse, ed io riferisco: sono queste le nostre disposizioni? Occorre assolutamente: 1. Soffrire per amor di Dio, senza mai lamentarcene, tutte le contrarietà e le croci; 2. non usare cure eccessive per sottrarci a tutto ciò che molesta ed incomoda; 3. tenere lo sguardo fisso a Gesù che preferì alle gioie della vita l’umiliazione e la croce. Per aumentare in noi la resistenza riflettiamo sulle seguenti parole che il Padre Baldassarre Alvarez, il consigliere di santa Teresa, indirizzava a se stesso: « È un errore il credere che devi entrare in Cielo interamente integro, e che la tua persona subirà soltanto pochi danni. Il regno di Dio è il regno dei decapitati, dei tentati, degli afflitti, dei disprezzati, di coloro che passarono da quelle o da più grandi prove. Come oseresti comparire tra sì illustri capitani, essendo tanto vile che se Dio ti mettesse il processo tra le tue mani condanneresti te stesso?» (Cfr. Lettere di direzione. Vol. I, pag. 135. S.E.I. Torino.)

LA PUREZZA DI MARIA.

Lo spirito di rinuncia e di mortificazione conducono felicemente alla conservazione della virtù della purezza, la quale a sua volta, è necessaria per conseguire e conservare l’unione con Dio. Gli esempi dei Santi, e, sovra di essi, tutti quelli della Vergine Madre di Dio, Maria, sono prove eloquentissime. Qui ci accontenteremo di riferire alcune parole che san Giovanni Bosco indirizzò ai giovinetti del suo primo Oratorio in una delle brevi conversazioni denominate: la buona notte: « Già era giunto il tempo tanto desiderato nel quale nascere doveva il Salvatore del mondo. Ma chi sarà mai colei, che avrà la gloria di essergli madre? Dio gira gli occhi su tutte le figlie di Sion e una sola ne vede degna di tanta dignità. Maria Vergine! Da lei nacque Gesù Cristo, per opera dello Spirito Santo. Ma perché tanto prodigio e privilegio? In premio della purità di Maria, che fra tutte le creature fu la più pura, la più casta. » O anime fortunate che non avete ancora perduta la bella virtù della purità, deh! raddoppiate i vostri sforzi per conservarla. Custodite i sensi, invocate spesse volte Gesù e Maria, visitate Gesù nel SS. Sacramento, andate sovente alla Comunione, obbedite, pregate. Voi possedete un tesoro così bello, cosi grande, che fino gli Angeli ve lo invidiano. Voi siete, come dice il nostro stesso Redentore Gesù Cristo, voi siete simili agli angioli. Erunt sicut Angeli Dei in cœlo.» E voi che per vostra disgrazia l’avete giàperduta non iscoraggiatevi. Le giaculatorie,le frequenti e buone confessioni, lafuga delle occasioni, le visite a Gesù viaiuteranno a ricuperarla. Fate ogni vostrosforzo; non temete; la vittoria sarà vostra,perché la grazia di Dio non mancherà mai.Un posto vi è ancora per voi nel cielo,così bello, cosi maestoso, al cui confrontosono come fango e spariscono i troni deipiù ricchi principi e più potenti imperatoriche siano stati e che potranno mai essere sovra questa terra. Sarete circondati eziandiodi tanta gloria, che lingua né umanané angelica potrà mai spiegare. Potrete ancoragodere della cara, bella compagnia diGesù e di Maria, di quella nostra buonaMadre che colà ansiosa ci aspetta ».Concludiamo con un altro pensiero beneappropriato di don Bosco: « Maria è la scala di Giacobbe che aveva per sua base la terra e stendeva la sua estremità fino a toccare il cielo, giacché è per mezzo di Maria che le terrene creature si congiungono con le celesti, come la scala veduta da Giacobbe congiungeva in certo modo il cielo con la terra ».

DIVERSI ASPETTI DELLA PUREZZA.

Precisiamo, ora, le diverse forme della purezza. Esse sono: la purezza di cuore, e cioè la purezza del corpo, o meglio dei sensi; la purezza di coscienza, la purezza di intenzione. Per non estenderci soverchiamente, ci limiteremo a richiamare l’assoluta necessità della purezza di cuore. Infatti, solo i puri di cuore vedranno Dio, secondo la promessa del Salvatore: Beati coloro che hanno il cuore puro, perché vedranno Dio (Beati mundo corde quoniam ipsi Deum videbunt Matth., V, 8). La purezza del cuore è sempre accompagnata dalla prudenza e dall’umiltà. Queste virtù ci fanno conoscere qual è il vero bene e facilmente ci ritraggono dai beni falsi e malvagi per indirizzarci, più sicuramente, al vero Bene ch’è il Signore. Tra i beni falsi e malvagi viene, anzitutto, la sensualità. L’anima desiderosa di vivere unita con Dio, deve amare, e preferire sempre, a qualunque costo, la purezza. Questa virtù angelica, accompagnata e sorretta dall’umiltà e dalla prudenza, dovrà sempre fuggire tutto ciò che può essere, anche lontanamente, pericolo od occasione di peccato, e, soprattutto, dovrà fuggire quei beni che portano il nome di beni e piaceri corporali, o sensuali. Essi rendono schiavo il corpo e atrofizzano ogni slancio dello spirito. « Ne consegue, per tanto, che per conservare il dominio di sé e mantenere l’animo mondo, bisogna saper rinunciare ai piaceri dei sensi, anche per quella parte in cui sono permessi. » Senza questo allenamento dello spirito, prodotto dalla castità, l’uomo diventa preda e zimbello delle soddisfazioni corporali e due giudizi, che don Bosco dichiarò poi rispondenti a verità. « Don Bosco ha due grandi segreti, che sono la chiave di tutto il bene operato dai suoi. In primo luogo egli imbeve talmente i giovani delle pratiche di pietà che, quasi direi, li inebria. I giovani così impressionati, non osano quasi più, anche volendo, fare il male; non hanno i mezzi di farlo; devono assolutamente muovere contro la corrente per divenir cattivi; trascurando le pratiche di pietà si troverebbero come pesci fuor d’acqua.… Ma come fare a tenere tanti chierici e preti giovani, nel ministero più pericoloso, nell’età più critica, senza ch’eglino stessi cadano? Qui è il secondo segreto. Don Bosco accumula su ciascuno tante cose da fare, li carica di tante faccende, di tanti pensieri e sollecitudini, che non hanno neppure il tempo di volgere la mente ad altro. Chi può appena respirare, pensate se può essere tratto al male! ». Giunte all’orecchio di don Bosco queste osservazioni, egli cosi le commenta: « Mi pare che siano veramente due belle e buone verità. Quanto alle pratiche di pietà, si cerca di non opprimere i giovani, anzi di non istancarli mai; si fa che siano come l’aria, la quale non opprime, non istanca mai, sebbene noi ne portiamo sulle spalle una colonna pesantissima: la ragione è che interamente ci circonda, interamente c’investe dentro e fuori. Che poi si lavori molto. eh si!… specialmente quest’anno ». Si erano aperte in quell’anno 1878 venti nuove case (P. BARALE in Credere (V, 4). Roma, 1936).

PRATICHE DI PIETÀ E LAVORO.

Pratiche di pietà e lavoro.. L’elevazione della mente a Dio, per mezzo della preghiera, e il dominio delle forze fisiche per mezzo del lavoro che mortifica e castiga e che, pure, a sua volta, offerto a Dio, diviene preghiera, sono due mezzi efficacissimi, due propulsori, e due preservativi della purezza del cuore per la vita interiore.