LA VITA INTERIORE (26)

LA VITA INTERIORE E LE SUE SORGENTI (26)

Sac. Dott. GIOVANNI BATTISTA CALVI

con prefazione di Mons. Alfredo Cavagna Assistente Ecclesiastico Centr. G. F. di A. C.

Ristampa della 4° edizione – Riveduta.

TENEBRE DISSIPATE

LA POVERTÀ DI SPIRITO

Su la Patria, ottimo mensile degli emigrati  italiani nell’Argentina, è stato pubblicato, anni or sono, il seguente articolo:

NECESSITÀ DI VITA REGOLATA E CALMA.

«Il milionario americano Wheeter Arturo, straordinariamente seccato dal rumore delle automobili, che va facendosi sempre più intenso negli Stati Uniti, ha comprato dai monaci di Cerne, per 750.000 dollari, l’Isola di Browsea, ove si recherà a vivere, il più presto possibile, lontano da tutti i rumori. » Questo. milionario, odiatore del fracasso, della velocità, dei records sportivi ed assetato di silenzio; merita d’essere ricordato ai posteri, non tanto per l’esempio — che potrà essere difficilmente imitato da coloro che non hanno la fortuna di possedere la bellezza di 750 mila dollari per comperarsi un’isola — quanto per il significato profondo del suo gesto.

» Chi non ricorda gli inni, americani e non americani, alla vita intensa, avida di tutte le soddisfazioni e di tutte le gioie, in movimento perennemente in corsa sulle piste rumorose della felicità ricercata nelle scoperte della tecnica e nell’apoteosi della Natura?

» Il clamore assordante, diabolico, senza posa, dei veicoli in corsa non era che la espressione esteriore caratteristica dell’ansia terribile che padroneggiava e tormentava le anime, assumendo via via impeti di dramma e bagliori di tragedia.

» La guerra mondiale fu lo sbocco logico di quell’ansia terribile.

» Dal crollo immane popoli e individui si levano ora, cercando confusamente la propria pace. I popoli risalgono verso le antiche fonti, riannodano con doloroso amore le vetuste tradizioni già bestemmiate e infrante; gl’individui, sempre più numerosi, riposano appagati nella ritrovata pienezza della vecchia fede.

» E dai rumori delle strade, degli sports, della perenne dissipazione delle anime si anela al silenzio.

» Senza fuggire la vita, che non è sempre possibile né consigliabile, anche l’uomo moderno deve seguire il monito della sapienza antica, sequestrarsi qualche volta e qualche istante dal turbine umano, fare un’isola intorno al proprio cuore, rifugiarsi nella parte migliore di sé, ascoltare se stesso e Dio. Da questa solitudine e da questo silenzio nascono i grandi pensieri e le grandi forze che governano il mondo ».

ISOLARSI DALLE COSE CREATE.

È una verità conosciutissima quella che afferma, come la molteplicità e la soverchia estensione nella ricerca delle cose, sia contraria alla profondità della conoscenza delle cose stesse. La citrullissima teoria dell’americanismo, secondo la quale le virtù passive — a differenza delle attive — meritano disprezzo, è relativamente di fresca data; da che mondo è mondo; però, molti, troppi sono vissuti e vivono dominati dalle inezie, infatuati dei beni effimeri; avvinti da sciocchezze, da tutto ciò. che si esprime nella parola « leggerezza ». Poco tempo fa, a mensa di conoscenti, con parecchi invitati, ho compianto un povero Legale che, mentre gli altri compivano lodevolmente l’ufficio che a mensa si compie, continuava a esaltarsi nel riferire l’elenco vario e numeroso delle sue… conoscenze! — Ah! il generale X? È un mio amico di lunga data!… Il prefetto della provincia? Lo conobbi ai bagni!… Sì, conosco il nipote di S. Em. il Cardinale!… Feci il servizio di permanente alle dipendenze dirette di S. E. il Generale Cadorna!… — E chi più ne ha più ne metta. Chi sa quando avrebbe terminato di esaltare la sua prosopopea se uno de’ commensali, quasi sottovoce, non fosse uscito in questa dichiarazione: «Lo dirò al babbo, ch’è il questore di…; affinché, occorrendo, si rivolga a lei, egregio signore, per le sue informazioni ». Parlasse questi sul serio, come si dice, o con ironia, fatto sta ed è che il millantatore, o venditore di fumo, si tacque mortificato, e cercò di rifarsi in parte sulle diverse vivande che vennero presentate in seguito. Questo è uno dei sintomi. Oggi, si può ben dire, l’austerità, la severità, i digiuni, le mortificazioni, la temperanza, non trovano più il loro clima. A questo clima si cerca e si vuole sostituire il coronemur nos rosis di oraziana e pagana memoria. V’è poi un’altra categoria di persone, simile a questa, la quale nella via del bene, nella ricerca di Dio, vuole troppe cose… Perché l’anima possa veramente progredire nella ricerca e nel possesso di Dio, deve, riconoscendo la completa e assoluta vanità delle cose create, distaccarsi da esse e legarsi sempre più intimamente con tutto quello che riguarda direttamente Dio stesso. Lavorandosi, come si suol dire, energicamente su questo punto, l’anima giunge a disinteressarsi quasi completamente di tutto ciò che è creatura, per concentrare e fissare tutta la sua attività nel Creatore. Nulla più di questo giova al progresso della vita spirituale. Come per gli interessi della vita naturale il raccogliere la propria attività su pochi propositi e pochi oggetti, è condizione assoluta di prospero successo, così, e tanto meglio, per gl’interessi spirituali. I troppi pensieri, le troppe idee, gli eccessivi desideri inaridiscono lo spirito e snervano l’attività umana. L’uomo di poche idee, ma precise e ben chiare; di pochi desideri, ma decisi e risoluti, trionfa senza difficoltà di tutti coloro che, volendo troppe cose, finiscono con stringerne nessuna.

« La forza della volontà, frazionata e diluita su troppi oggetti, non riesce a condurne in porto nessuno; non è volere molte cose, ma volere molto poche cose ed anche una cosa sola, che assicura l’esito dell’impresa » (A. Gorrino, o. c., pag. 421).

RENDERE LIBERO IL CUORE.

Quando il nostro spirito si trova ingombrato e preoccupato da troppi desideri, da soverchio numero di pensieri e di preoccupazioni, pure essendo tutti e tutte di ordine sovrannaturale, è impedito di muoversi con libertà nel servizio di Dio. – Avviene lo stesso di quanto accade a un fiore delicato e fine se avvolto da un denso e intricato fogliame. Il fiore presto avvizzisce. Ma se il fiore viene liberato dall’efflorescenza esuberante che lo circonda, riprende presto la sua vita, si sviluppa, emana soavissimo profumo, rivela il suo essere prezioso e gradito. Così è della vita del nostro spirito. Non molte cose, ma poche, anzi, magari una sola, ma bene. Quando sentiamo di amare intensamente e realmente Gesù, allora sentiamo pure nausea per tutte le cose della terra. Conosciamo allora la necessità del concentramento del nostro io, delle nostre attività, delle nostre dedizioni… Riconosciamo, in quel caso, molto facilmente, quanto poco valgano i mille umani accorgimenti e infingimenti; proviamo, anzi, ripugnanza per le mille frivolezze e futilità cui, purtroppo, la maggior parte delle creature umane dà tanto peso…; riconosciamo che il nostro cuore ha bisogno d’essere liberato dalle soprastrutture ingombranti, dall’inutile vegetazione che lo soffoca.

BEATI I POVERI DI SPIRITO.

Quando il cuore si è reso libero da tutto ciò che è fragile e insipido, da tutte le vanità illusorie, da tutte le foglie secche portate e riportate dal vento, allora non abbiamo più bisogno di nulla, all’infuori di Dio. La povertà di spirito ci fa possedere l’unica ricchezza. Iddio è questa unica vera ricchezza. Se adunque, ci esorta S. Gregorio Magno, volete divenire ricchi tendete al Regno celeste… ». « Quanto più eviteremo di crearci esigenze, di essere schiavi della comodità e del lusso, e procureremo di ridurre, a francescana semplicità, la nostra vita, tanto più ci sentiremo invasi da un senso di vera libertà, apportatrice di gioie intime e veraci » (A. Cavagna. Squilli di gioia, pag. 351). Così possiamo ben comprendere come la prima delle beatitudini predicata da Gesù sia quella della povertà di spirito. Beati i poveri di spirito, perché di essi è il Regno dei Cieli (MATT., V, 3). «La povertà di spirito è più che lo spirito di povertà poiché con questo si rinuncia ai beni materiali della vita, mentre la prima importa la rinuncia anche ai beni superiori alla materia, come l’onore, la stima, la libertà, l’indipendenza, la gioia del successo, ecc. ecc.

» È il vero impoverimento dell’anima, la quale diventa indifferente e incapace di formare ed esprimere desideri per qualsiasi cosa che non sia Dio e il suo volere.

» Il povero di spirito non desidera nulla delle cose del mondo; la vita, l’intelligenza, le attitudini, il successo sono per lui cose indifferenti, quando non coincidono col volere divino. È sempre lo stesso, va sempre bene, poiché si compie sempre la volontà di Dio.

» Avere la povertà di spirito significa avere lo spirito povero e mancante di ogni sorta di bene proprio ed anche dei desideri stessi di tale bene; vuol dire non solo non possedere beni tra le vanità terrene, ma neppure desiderabili, od anche pensarci solamente.

» È quel sentimento espresso da S. Francesco di Sales il quale diceva di se stesso: Io voglio poche cose e quelle cose stesse le voglio molto poco e, se dovessi rinascere, vorrei non avere alcun desiderio» (A. GORRINO, 0. C., pag. 423).

DIO SOLO, UNICO VERO BENE!

La povertà di spirito non si applica solo ai beni materiali. Si applica, anche, ai beni spirituali più di quanto vi si pensi, ed espone l’anima alla ricerca assoluta dell’unico vero bene, Dio. Ah! se questa verità fosse ben compresa da tutte le anime e, in modo particolarissimo, dalle anime religiose! Suole accadere che molte anime spendono energie preziose non per cercare Dio, ma per raggiungere i doni spirituali, le virtù, le grazie che avvicinano a Dio. È necessario amare e cercare Dio per se stesso; se Dio, poi, disporrà che noi lo vediamo e lo possediamo per mezzo de’ suoi doni, noi saremo disposti a fare come piacerà a Dio… E qui, data l’occasione, affermiamo chiaramente il principio: TUTTO deve servire a Dio, per Dio…; nulla dobbiamo cercare all’infuori di Dio. Egli è un Padre: non pretende l’esito felice, la riuscita vittoriosa…: pretende, invece, soltanto il mostro sforzo che deve accompagnare la mostra volontà nella ricerca di Lui solo, o dei mezzi, da Lui solo disposti, per giungere a Lui. – Ogni anima che riflette con serietà su di se stessa, non può fare a meno di conoscere la sua assoluta miseria, la sua abbiettezza, e di essa, come della sua povertà, non si avvilirà. Ne godrà, anzi, perché così il Signore le apparirà tanto più grande ed amabile e tanto più l’avvicinerà a Dio… quanto più il sentimento della propria indegnità le sembrerà allontanarla. Santa Teresa del Bambino Gesù così, a questo riguardo, scrisse: Oramai mi rassegno a vedermi sempre imperfetta ed anzi trovo in questo la mia gioia! (Storia, VII). Ma noi, nel constatare le nostre imperfezioni, diciamo anche così? No. Non diciamo così. Noi, ordinariamente, viviamo di amor proprio, e ci lamentiamo, e facciamo disperare coloro che, per divina disposizione, preposti al nostro bene, diventano i bersagli del nostro egoismo. Ma seguiamo ancora la Santa: Più tardi, può darsi che il mio tempo mi appaia ancora pieno di molte miserie, ma io non mi stupisco più di nulla, né io mi affliggo nel vedermi essere la stessa debolezza; al contrario è in questo che io trovo la mia gloria e mi attendo ogni giorno di scoprire in me nuove imperfezioni (Storia IX). Ora, queste parole piene di umiltà e di santa rassegnazione, hanno già la loro radice in quelle che l’Apostolo Paolo scriveva ai Corinti: Volentieri troverò la mia gloria nelle mie infermità, perché risieda in me la virtù di Cristo (II Cor., XII, 9). Ma non è a queste anime, forse, che suole rivelarsi Gesù? Ecco le parole precise di Matteo (XI, 20): Hai celato le tue verità ai sapienti e ai prudenti per rivelarle ai bambini. Le predilezioni sono per questi piccoli: Chi è bambino, venga da me (Prov., IX, 4). Su questa piccolezza come ognuno bene deve sapere, il Signore pone la base della sua grandezza: Chiunque si sarà umiliato come questo bambino, sarà maggiore nel regno dei cieli (MATT., XVIII, 4).

CONCLUDENDO.

È necessario, adunque, possedere Dio, vivere uniti a Lui; e, perciò, poter fare a meno di tutti gli aggeggi e le sovrastrutture di questa vita. Un solo pensiero, un solo affetto può e deve riempire la nostra anima: Dio! Ogni altra cosa è aridità, fumo, fango, parvenza, NON REALTÀ. Perciò:

1) Anima fedele, non turbarti se ti senti povera e meschina.

2) Onori, stima, considerazioni, agiatezza e fortuna, sono illusioni.

3) Se gli uomini pensano male, e ti giudicano male, non dartene pena. Tu, potresti pensare assai peggio di te, poiché ti conosci.

4) Non attenderti nulla da nessuno, mai. Non la riconoscenza, non la comprensione, non la benevolenza. Non angustiarti se altri ti passano avanti, e, vilmente favoriti, occupano il tuo posto. Qualunque angolo… è sufficiente per la tua pochezza.

5) «Se ti senti arida e distratta nelle preghiere e negli atti di pietà: se il servizio di Dio ti parrà arido e freddo senza alcuna consolazione; se il tuo spirito rimane vuoto e inerte durante la meditazione dei misteri della bontà divina, non affliggerti per questo e pensa che non sei buona a niente e rimani ferma nel dare a Dio quel poco di cui sei capace » (A. Gorrino, o. c., pag. 427). – Non temiamo adunque.

Beati i poveri di spirito, perché di essi è il Regno dei Cieli. Risorti con Gesù Cristo, nostro capo, non dobbiamo più cercare e gustare le cose della terra, ma quelle del cielo, ove Gesù ci aspetta.

S. Paolo, Ai Col., III, 1-2.

LA VITA INTERIORE (27)

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (Olier) 22

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (22)

GIOVANNI G. OLIER

Mediolani 27-11 – 1935, Nihil obstat quominus imprimetur. Can. F. LONGONI

IMPRIMATUR: In Curia Arch. Mediolani die 27 – II – 1935 F. MOZZANICA V. G.

CAPITOLO XIV

Della carità verso il prossimo

II.

Segni della vera e perfetta carità verso il prossimo.

La vera carità è universale, senza sensibilità, instancabile e senza egoismo. – Si rallegra dei beni altrui come se fossero suoi. – esempio di Gesù Cristo, — di santa Elisabetta. – di di Maria SS.; dei Beati; — della Chiesa della terra.

La vera e perfetta carità si fa conoscere dal grande amore che si ha per tutti gli uomini. Essa vorrebbe tutto infiammare, a segno di trasformarsi in fuoco, ardore e zelo per portar dappertutto la conoscenza e l’amore di Dio. Questa carità universale non deve essere una chimera, come si vede in molti che si mostrano infiammati di zelo generoso, ma per ispirito di superbia; il loro amor proprio si compiace nelle cose grandi e vuole occuparsi in opere appariscenti e straordinarie. La vera carità deve mostrarsi verso qualunque prossimo in particolare, a tutti si deve voler bene e far del bene per quanto si può, prestando a ciascuno, nelle sue necessità, l’assistenza dei nostri beni e dei nostri conforti, e procurando di accontentare, con dolcezza e con cordialità cristiana, tutti  coloro che ci domandano qualche sollievo. – La pura carità è scevra di tenerezza esteriore e sensibile, di estrema espansività. Essa attira i cuori a sé con tale purezza che, mentre li conquista tutti, e per una segreta azione di Dio, se li tiene intimamente vincolati e uniti, pure esternamente non li tiene legati: è questo un effetto della libertà dell’amor santo e puro che tiene liberi da legami sensibili ed esteriori coloro che sono legati ed uniti in Dio. Questa divina carità non si esaurisce né si stanca mai; essa dà modo al prossimo di ricorrere a noi in qualunque luogo e in qualunque occorrenza, senza timore di ripulsa. – Un altro effetto meraviglioso che sempre l’accompagna e ne è un segno infallibile, è questo ch’essa mantiene tutto nella unione, senza mai attrarre nessuno a sé stessa in modo da separarlo dagli altri, né distratto dai propri doveri né dai propri obblighi. Essa nel suo amore mantiene tutte le cose in una vicendevole unione, è come un centro dove tutte le linee convergono e vengono a riunirsi. Mentre la falsa carità divide le persone unite onde attirarle esclusivamente a sé medesima, la vera carità tiene unite le persone più distanti per le loro inclinazioni; e per opera delle sue cure le persone più divise sono mantenute in società.

***

La perfetta carità verso il prossimo ci fa godere, con Lui, per i suoi beni come se fossero nostri. In quella guisa che Dio si compiace nei beni del Figlio suo, e il Figlio suo si compiace pure dei beni dello Spirito Santo come di beni suoi propri: così dobbiamo rallegrarci del bene di Dio nel prossimo, considerandolo come bene nostro. Donde avviene che, se abbiamo in noi la carità perfetta veramente operata da Dio nel nostro cuore. Dio gioirà e si dilaterà in noi in presenza dei beni del prossimo.

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Così Nostro Signore, per l’operazione dello Spirito Santo (In Ipsa hora exultavit Spiritu Sancto. Ecc. X, 21) provava una grande gioia interiore alla presenza dei suoi Apostoli che gli riferivano gli effetti ammirabili che il Padre suo operava sopra le loro persone; godeva di vederli rivestiti dei doni e delle ricchezze del suo Spirito, godeva inoltre Gesù Cristo in anticipazione, per tutte le operazioni di cui, per i meriti della sua morte, la sua Sposa sarebbe un giorno da quel divino Spirito ornata ed arricchita. Era questo un mistero nascosto agli occhi dei sapienti e dei prudenti; esso non sarebbe conosciuto che dai piccoli, perché questi, essendo sottomessi alla direzione della Chiesa e dei suoi Capi, vedrebbero che la cosa più debole nella natura, vale a dire, il Figlio di un operaio, povero, meschino e miserabile agli occhi del mondo, muoverebbe tutto il mondo e rovescerebbe tutti gli Stati, le monarchie e gl’Imperi, per la virtù e l’efficacia del suo dito, che è lo Spirito Santo nei- suoi. doni; questi doni, riguardo allo Spirito Santo considerato nella sua sostanza, non sono che come il dito dell’uomo in confronto di tutto il corpo.

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Così in San Giovanni Battista (Luc. I) e in Sant’Elisabetta, lo Spirito di Dio godeva per la gloria della Vergine Santissima. Stupenda grandezza di Maria innalzata alla dignità di Madre di Dio e di Sposa nell’Eterno Padre! Principio insieme col Padre della generazione temporale del Verbo, essa operò con Lui nell’Incarnazione ciò che Egli fa da solo nell’eternità. L’eterno Padre l’ha associata alla propria fecondità nella generazione reale del Figlio suo, ed è questa l’operazione più ammirabile, la grandezza più divina di cui una creatura possa essere onorata. La più alta, più sublime e più perfetta virtù dell’Altissimo è la sua fecondità. Ed è questa ch’Egli comunicava alla Vergine, come alla sua Sposa, per operare in essa la generazione temporale del Verbo Eterno. In pari tempo Maria era costituita Tempio dello Spirito Santo, nella pienezza più pura e più abbondante che fosse possibile. Siccome era destinata ad essere Madre di Gesù Cristo, essa aveva ricevuto la pienezza della grazia, come l’Angelo dichiarava con queste parole: Ave gratia plena, Vi saluto piena di grazia (Luc. I, 28). Perciò Maria è la creatura più pura, più divina e più perfetta che possa esservi. Da tale pienezza e perfezione procede appunto la sua fecondità materna, come la fecondità di Dio nasce dall’esuberanza della sua perfettissima sostanza e del suo Essere divino. In tal modo, le piante non producono il frutto che dalla sovrabbondanza e dal sovrappiù della linfa che possiedono. – Ma questa Madre ammirabile, benché fosse già ripiena della perfezione necessaria alla fecondità divina, riceveva ancora grazie e doni in una sovrabbondanza oltremodo prodigiosa. Per questo l’Angelo le diceva: Spiritus Sanctus superveniet in te, Lo Spirito Santoscenderà sopra di voi (Luc. I, 35), per operare invoi cose grandi, che sorpassano tutta lapienezza dei beni che Egli vi ha già comunicati.Era questo l’oggetto della gioiadi Sant’Elisabetta che si rallegrava dellagloria e della esaltazione della sua cugina,come se fosse sua fortuna propria. Parimenti,la Vergine SS.. contemplando nelsuo seno Gesù Cristo presente con la pienezzadella divinità del Padre, esultavapure in ispirito; si rallegrava dei beni conferitia Gesù Cristo in virtù della pienezzadi Dio che stava in Lui e lo aveva rivestitodei tesori della sua sapienza e della suascienza. Era questo il grande oggetto dellagioia di Maria: Esulta il mio Spirito inDio mio Salvatore! (Luc. I, 27).La Vergine si rallegrava e godeva, inoltre, perché il Figlio suo rivestirebbe poie riempirebbe la Chiesa della sua pienezza(Joan. I, 16), poiché, col suo divino Spirito, renderebbetutti i fedeli partecipi della suagloria e dei suoi doni.

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Così ancora i Santi tutti del cielo si rallegrano dei doni che possiedono e se ne rallegrano gli ini per gli altri; ciascuno di essi prende parte alla felicità di tutti come se fosse la sua propria. Infatti, quei doni sono tutti comuni in virtù della comunicazione vicendevole, reale e perfetta che se ne fanno gli uni agli altri; avendo essi una dimora comune gli uni negli altri, si comunicano a vicenda tra loro i doni di Dio. Per un’ammirabile somiglianza con la SS. Trinità, i Santi fruiscono di una specie di circuminsessione, dimorando gli uni negli altri, come le Persone divine ed eterne dimorano l’una nell’altra per la loro circuminsessione. Nostro Signore c’insegnava appunto questo mistero con queste parole « Come io sono nel Padre mio e mio Padre è in me (Joan. XVII, 23) per la comunicazione della sua sostanza e della sua vita, e che nondimeno il Padre rimane tutto ciò che è ed io pure rimango tutto ciò che sono: così pure di voi. Io sono similmente in voi e voi siete tutti consumati in me, come mio Padre ed io siamo identificati nella semplicità ed unità di una medesima essenza. – E come mio Padre ed io siamo distinti per il nostro carattere personale, benché i nostri beni siano comuni e che dei tesori e delle ricchezze della sostanza divina che ci è comune, nulla sia da noi posseduto in proprio: così di voi, benché siate tutti consumati in me, ciascuno però rimane ciò che è, ciascuno conserva il suo essere particolare, ciascuno conserva la distinzione dei suoi doni, delle sue grazie e del suo carattere proprio ». Tale è lo stato dei Santi; essi possiedono tutto Gesù Cristo, il quale è la loro sostanza comune; ciascuno possiede tutto lo Spirito e tutta la vita di Gesù Cristo, purtuttavia uno non è l’altro, ma ciascuno conserva il suo carattere proprio e il suo dono proprio.

***

Così, nella S. Chiesa della terra non meno che in quella del Cielo, tutti i fedeli in particolare possiedono Gesù Cristo nella sua pienezza, tutti sono partecipi dei suoi doni, tutti ricevono comunicazione delle sue intime disposizioni, tutti hanno parte al suo Spirito, il quale è uno Spirito di gioia che si dilata nel darsi e nel diffondersi nel cuore dei fedeli; perciò tutti devono rallegrarsi dei beni di tutti, come se fossero propri. Così vediamo che quando questo Spirito viene dato a qualche anima in particolare, tutte le anime pure ne risentono e ne provano gioia. S. Antonio al suo tempo era appunto una di quelle anime in cui lo Spirito di Dio si prendeva le sue maggiori compiacenze; perciò la sua morte riempì la Chiesa di dolore, perché quel medesimo Spirito cessò di comunicarsi a lui, su la terra, in quella gioia e in quella effusione di cui le anime della Chiesa militante erano rese partecipi, quando egli lo riceveva. – Dio in tutto sia benedetto, per i beni che fa alla Chiesa nel Cielo, come di quelli che comunica alla Chiesa della terra, e dei quali ciascuno in particolare viene reso partecipe!

17 MAGGIO (2022) SAN PASQUALE BAYLON

17 maggio: S. Pasquale Baylon, Confessore

1. – Pasquale è un figlio della grazia. Egli nacque il 16 maggio 1540, giorno della grande festa di Pentecoste, a Torre Hermosa in Spagna, da genitori poveri, ma profondamente cristiani. Fin dalla più tenera infanzia Pasquale mostrò uno spiccato sentimento religioso e una particolare attrattiva per il Santissimo Sacramento dell’Altare. Non conosceva gioia più grande di quella di esser portato in chiesa dalla mamma e di assistere alla santa Messa. Il bambino, non appena capace, si trascinava carponi a mani e piedi in chiesa e si arrampicava sui gradini dell’altare per essere vicino al Signore. Dall’età di sette anni Pasquale fu messo a guardare le pecore. I suoi genitori non potevano mandarlo a scuola, ma Pasquale portava con sé al pascolo un libro e si faceva indicare dai passanti l’una o l’altra lettera dell’alfabeto. Imparò così a leggere e a scrivere. Il suo interesse era unicamente rivolto ai libri e agli scritti di argomento religioso. Ben presto Pasquale dovette recarsi all’estero come pastore. Anche lì resistette con decisione al cattivo esempio e agli allettamenti degli altri pastori. Si sentiva sempre più attratto alla vita religiosa. A diciott’anni si presentò dai francescani di Monteforte presso Valenza e fece domanda di ammissione in convento. Questa gli fu negata. In realtà solo per metterlo alla prova i francescani lo posero a servizio come pastore presso un contadino delle vicinanze. Finalmente nel 1564 gli fu concesso l’abito come fratello converso. Pasquale condusse una vita religiosa perfetta e santa. – Ebbe una particolare devozione per il Santissimo Sacramento dell’Altare. Morì il 17 maggio 1592 a Villareal, fu beatificato nel 1618, canonizzato nel 1690 e, nel 1897, fu da Leone XIII proclamato celeste patrono di tutte le Leghe eucaristiche.

2. -« To ti rende, o Padre, perché hai nascoste queste cose ai savi e agl’intelligenti e le hai rivelate ai pargoli » (Vangelo). Quanto più elevata dev’essere un’opera, tanto più piccolo e insignificante è lo strumento di cui Dio si serve. Egli vuole così mostrare che Lui è veramente il Signore onnipotente e infinito. Nessun uomo deve potersi gloriare dinanzi a Dio. Questo è il modo di procedere di Dio nel chiamare i suoi Santi. « Solleva da terra il misero per collocarlo tra i principi, tra i principi del suo popolo » (Ps. CXII,12, 7 8). « Ha esaltato gli umili » canta la Vergine di Nazareth nel Magnificat (Luc. 1, 52). Pasquale è un povero pastorello che non ha mai la possibilità di frequentare una scuola; che passa la sua vita tra incolti pastori. Chiede l’ammissione in convento e questa gli viene in un primo tempo negata: i superiori non hanno fiducia in lui e lo lasciano aspettare ancora diversi anni prima di accoglierlo. Pasquale si piega e porta pazientemente la prova. Diventato religioso si sottomette con tutta fedeltà alla regola, pratica la povertà come nessun altro in convento e, secondo la testimonianza dei suoi confratelli e superiori prende come norma della sua condotta l’obbedienza in tutte le cose. Nel rinnegamento della propria volontà giunge fino all’eroismo. In un convento riceve dal Guardiano molti rimproveri e rabbuffi infondati. Pasquale si prende le aspre parole con assoluta calma e impassibilità. Il Cielo lo colma di grazie d’ogni genere. Il frate completamente ignorante di questioni teologiche, si mostra al corrente dei più profondi misteri della fede ed è in grado di compilare scritti dogmatici e di dare risposte che suscitano lo stupore dei più grandi teologi del tempo. Ha inoltre il dono della profezia, il dono del discernimento dei cuori, il dono dei miracoli, soprattutto della guarigione di malattie. Ha infine la grazia della preghiera. Già come giovane pastorello egli conduce una vita eremitica santificata dalla preghiera. Valli e colline sono testimoni delle sue estasi, nelle quali egli contempla le cose divine. Nelle fredde notti invernali, nonostante il gelo e la neve all’intorno, egli passa ore ed ore in preghiera  e contemplazione. Spesso solo il chiarore dell’alba lo riscuote dalla sua profonda preghiera. Così Dio esalta in Pasquale, nell’umile frate, la bassezza, la piccolezza, l’umiltà. Egli avrebbe avuto la capacità di assolvere gli studi necessari per il sacerdozio. Si cercò anche di influenzarlo in questo senso. Ma egli vuol rimanere semplice frate e si ritiene, come S. Francesco, indegno del sacerdozio. « Io ti rendo lode, o Padre, perché hai nascosto queste cose ai savi e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli ». – « 0 Dio, tu hai infuso nel tuo beato confessore Pasquale una mirabile devozione per i sacri misteri del tuo Corpo e del tuo Sangue » (Colletta). Fin dal tempo in cui Pasquale vive nel mondo, arde di tenero amore per il Signore eucaristico. Più che mai dopo che è entrato in convento. Di giorno e di notte ci si può imbattere nel portinaio del convento immerso in adorazione dinanzi al Santissimo. È vero che per il suo servizio di portinaio egli è continuamente chiamato via dall’altare dal suono del campanello. Ma non appena ha sbrigato le sue faccende alla porta si affretta a ritornare dinanzi all’altare e prosegue la sua adorazione con lo stesso raccoglimento, come se non ne fosse stato affatto distolto e interrotto. Dopo poche ore di sonno leggero, di buon ora è già nuovamente in chiesa, genuflesso dinanzi al Santissimo, le mani aspanse, gli occhi fissi al Tabernacelo, spesso per molte ore. A volte è rapito con tale potenza che il suo corpo, sollevato da terra, rimane sospeso in aria. Nel suo amore per il Santissimo Sacramento egli si sente spinto a servire continuamente la santa Messa, non di rado otto e più volte consecutive. Riceve la santa Comunione quanto più spesso gli è permesso e gli è possibile. Il pensiero del Signore nel Sacramento dell’altare lo segue dovunque. Sulla via per recarsi ad un convento in Francia il povero frate francescano soffre ogni sorta di maltrattamenti e d’ingiurie da parte degli Ugonotti. Gli vengono gettate contro delle pietre. Tormentato dalla fame, domanda l’elemosina – ed è preso per una spia, battuto e gettato in prigione. È sicuro di morire. Come per miracolo viene liberato, ma solo per sopportare nuovi maltrattamenti per il resto della via. « Credi che Dio sia presente nel Sacramento che voi consacrate e chiamate Messa?» gli domanda un Ugonotto. « Si, lo credo e proclamo ad alta voce che Dio è veramente e sostanzialmente presente nella specie del pane ». Nuovi maltrattamenti. Il desiderio di Pasquale di diventare martire dell’Eucaristia si sarebbe allora adempiuto, se Dio non avesse miracolosamente protetto il suo servitore: le pietre che dovevano colpirlo volarono oltre la sua testa. Soltanto una pietra lanciata con tutta furia gli spezza la spalla sinistra lasciandolo offeso per tutta la vita. Ritorna vivo dopo due mesi al suo convento. Egli si rammarica soltanto di una cosa: di non aver potuto dar la sua vita per la sua fede nell’Eucaristia. Sulla bara, al momento della consacrazione, apre ancora due volte gli occhi per adorare il Signore che s’immola. – Possa la nostra le e il nostro amore per la Santissima Eucaristia trovare continuamente alimento nella fede e nell’amore di S. Pasquale per il Santissimo Sacramento!

3. – Dal contatto fervoroso col Signore eucaristico, il santo frate attinge virtù in abbondanza: la perfetta purezza da ogni peccato; l’amore della povertà, della verginità, della castità; l’umiltà; lo spirito di sacrificio, di preghiera, di santo amore di Dio e del prossimo. « Dimmi chi pratichi e ti dirò chi sei! ». Non abbiamo noi quello stesso Salvatore nel Tabernacolo, nel sacrificio dell’altare, nella santa Comunione? E allora? La Chiesa non possiede nulla di più sublime, nulla di più santo, nulla di più meraviglioso della santa Eucaristia: essa racchiude il migliore e più grande dono di Dio: Lui stesso, fonte e origine di ogni grazia e santità, Gesù Cristo. Avessimo noi la viva fede di S. Pasquale! Quanto avremmo cura allora di mantenere l’anima nostra nel sole!

Preghiera

O Dio, che infondesti nel tuo beato confessore Pasquale una mirabile devozione per i sacri misteri del tuo Corpo e del tuo Sangue, concedi propizio che meritiamo di conseguire quella pinguedine di spirito che egli ebbe da questo divino banchetto. Amen.

(B. Baur O. S. B.: I Santi nell’Anno Liturgico, Herder Ed. Roma, 1958)

LA VITA INTERIORE (25)

LA VITA INTERIORE E LE SUE SORGENTI (25)

Sac. Dott. GIOVANNI BATTISTA CALVI

con prefazione di Mons. Alfredo Cavagna Assistente Ecclesiastico Centr. G. F. di A. C.

Ristampa della 4° edizione – Riveduta.

TENEBRE DISSIPATE

L’ALLEGRIA

Dopo aver trattato del dolore come fonte di vita interiore, è bene mettere in risalto che anche l’allegria vera ci conduce a una vita di stretta relazione con Dio.

ERRORE COMUNE.

«Due sono gl’inganni principali, con cui il demonio suole allontanare i giovani dalla virtù. Il primo è far loro venire in mente che il servire al Signore consista in una vita malinconica e lontana da ogni divertimento e piacere. Non è così, cari giovani. Io voglio insegnarvi un modo di vita cristiana, che vi possa nel tempo stesso rendere allegri e contenti, e additarvi quali siano i veri piaceri, talché voi possiate dire col santo Profeta Davide: Serviamo al Signore in santa allegria: Servite Domine in lætitia. Tale appunto è lo scopo di questolibretto: insegnare a servire il Signore e astare allegri». Così il santo don Bosco in:Il Giovane Provveduto, indirizzandosi ai giovanetti…Questo inganno non è, però, solamente presentato ai giovanetti. Il demonio si sforza di presentarlo, orpellato più o meno bene, a tutte le anime e molte, purtroppo,ne rimangono prese. La persuasione,errata, che ne consegue, rimane, purtroppo,la seguente: il peccato e la colpa sono apportatori di gioia; la gioia vera consistenell’assaporare il frutto proibito; e quindi, la pratica della vita cristiana, l’eserciziodelle virtù sono sinonimi e fonte di malinconia e di tristezza.La dottrina cattolica insegna tutto il contrario:il peccato è fonte di mestizia e di avvelenamento spirituale: la pratica della virtù porta all’allegria santa e serena.

LA « SOCIETÀ DELL’ALLEGRIA ».

Quando il santo don Bosco, giovinetto, riuscì, dopo tanti stenti e sacrifici, a stabilirsi nella cittadina di Chieri per iniziarvi gli studi regolari che gli avrebbero poi aperte le porte del seminario, del sacerdozio, del suo apostolato grande quanto il mondo, seguendo le divine aspirazioni, raccolse intorno a sé tutti i compagni di scuola… « La carità in lui era fin d’allora diffusiva. Desiderava, voleva, anzi, darsi davvero tutto a tutti ». Per questa sua spontaneità nel dare e nel darsi generosamente, e con la narrazione spigliata di piacevoli racconti, con l’attrattiva dei giochi ordinari e di altri di prestigio, e, soprattutto, coll’aiuto nell’indirizzo per lo svolgimento dei compiti scolastici, gli avvenne anche a Chieri quello che già eragli accaduto ai Becchi, alla Cascina Moglia, a Murialdo, a Castelnuovo. A questo si aggiunga la parola viva e scolpita, la parola affabile, il tratto affettuoso, avvincente… e non si proverà più nessuna meraviglia se diremo che si vide presto circondato da un numero discreto di compagni, di amici, docili e pronti al suo cenno e alla sua parola. Tanto docili, tanto obbedienti, che, per mezzo di essi e con essi, fondò la Società dell’allegria. La società dell’allegria aveva uno statuto proposto da Giovannino Bosco e approvato dai soci, di due soli articoli, la cui osservanza garantiva la buona condotta religiosa e morale de’ singoli soci. Ecco i due articoli nella loro semplice ed esatta espressione:

1) Ogni membro della società dell’allegria deve evitare ogni discorso, ogni azione che disdica ad un buon Cristiano.

2) Dev’essere esatto nell’adempimento dei doveri scolastici e dei doveri religiosi.

Potremmo trarre diverse e molteplici conseguenze. Ne trarremo una sola, e diremo che i soci della società dell’allegria avevano nell’osservanza dei due articoli dello statuto della loro società il mezzo di fuggire il peccato, ogni peccato, e di praticare bene il proprio dovere, tutti i loro doveri. Il peccato porta il rimorso, che toglie la gioia, la pace, l’allegria; per contrario la pratica della vita cristiana nell’adempimento dei nostri doveri genera la pace, la gioia, l’allegria santa. I piaceri del mondo portano amarezza e malinconia, desolazione, angoscia; la preghiera, il raccoglimento, il sacrifizio, l’esercizio della virtù porta la felicità, l’allegria.

IDDIO È GIOIA.

Chi ha gioia vera, possiede Dio, poiché Dio è gioia, è allegria. Se noi potessimo dire, osserva molto finemente il padre Faber, che la vita di Dio consiste in un attributo piuttosto che in un altro, dovremmo dire che consiste nella sua gioia. Gesù lasciò il cielo per la terra, per portarci quella gioia, quell’allegria sana e santa che il peccato ci aveva tolto. « Ma gli uomini non vogliono sapere della sua gioia. Le porte di molti cuori, come quelle di Betlemme, si richiudono sgarbatamente per non accogliere la sua insistente offerta di vera gioia. Ed egli è stanco. Sono duemila anni, che ripete, con la medesima delicata e imperturbabile premura, la sua offerta di gioia. » Altri invece, a suo posto, sono ascoltati; proprio e solo quelli che portano il rimorso, l’infelicità, la tristezza. » Vedetelo seduto vicino al pozzo di Giacobbe e in ciascheduno dei nostri tabernacoli, in un atteggiamento dignitosamente triste. Iddio, esclama il S. Curato d’Ars, vuol renderci felici e noi non lo vogliamo! Noi ci stanchiamo di lui, e ci diamo al demonio! Noi fuggiamo il nostro amico e noi cerchiamo il nostro carnefice! Noi commettiamo il peccato, noi sprofondiamo nel fango… Non è una vera follia, che potendo godere le gioie del cielo in vita unendoci a Dio coll’amore, ci rendiamo degni dell’inferno legandoci al demonio? » (A. M. Cavagna, Squilli dî gioia, pag. 167, Milano, 1933). – Concludendo: il piacere non dà la vera gioia. Perfino D’Annunzio deve confessare: « come tutti i fiumi sboccano nell’acqua amara del mare, così tutti i piaceri sboccano nell’amarezza del disgusto ». Parole tremende che meritano tutta la meditazione di ogni anima nel peccato. Renato Bazin, nella vita di Carlo De Foucauld, ricordando il periodo passato nei piaceri, osserva: Egli era triste, in fondo al cuore, triste, di un’antica tristezza. Aveva ben potuto vivere nel piacere: la tristezza non era che aumentata. Ma quando si trovò nel deserto, divenuto eremita e penitente, Carlo De Foucauld esclamò con gioia riconoscente: Io sono l’uomo più felice del mondo. È necessario che confessiamo anche noi con S. Agostino: Non sarà più, o Signore, che io mi reputi beato quando una gioia qualunque allieterà il mio cuore. Vi ha una gioia, che non è concessa agli empi, ma soltanto a coloro che ti servono con amore disinteressato e questa gioia sei tu. Ecco la vita beata; godere in te, di te, per te; la felicità è questa e non altra.

VITA DI GIOIA.

Enumerando l’apostolo Paolo i frutti che porta la venuta dello Spirito Santo, dopo la carità, così asserisce: Fructus Spiritus Sancti gaudium et pax: i frutti dello SpiritoSanto sono la gioia e la pace (Gal., V, 19).Queste parole dell’Apostolo trovano unaddentellato in queste altre di Gesù riferiteda san Giovanni (XIV, 26, 27): La pacelascio a voi, dò a voi la mia pace; ve la doio, non in quel modo che la dà il mondo. Nonsi turbi il vostro cuore e non s’impaurisca.Le parole dell’apostolo Paolo e quelle di S. Giovanni ci persuadono che la vita nostra spirituale dev’essere permeata da un senso di pia allegrezza. Tutto questo, anzi, risulterà chiaro alla nostra mente e alla nostra anima, ricordando quanto sopra abbiamo riferito. Qui, però, desideriamo riaffermarlo, ponendo a base della nostra affermazione, l’idea della Provvidenza divina, sapiente e amorosa, che ci fa considerare tutti gli avvenimenti della nostra povera vita in questa valle di lagrime con serena confidenza, con tranquillità e sicurezza. Dio ci assiste e guida sempre amorosamente, come un padre; e noi non dobbiamo preoccuparci di nulla, tranne che di essere docili nel lasciarci guidare. Egli vuole solo e sempre il nostro bene. Ecco le parole di Davide che, con molta proprietà e precisione, sviluppano questo pensiero: Aveva sempre il Signore dinanzi agli occhi miei poiché Egli sta alla mia destra, affinché io non vacilli. Per questo ha gioito il mio cuore ed esultò la mia lingua; di più: anche la mia carne riposerà nella speranza. Poiché tu non abbandonerai l’anima mia nel soggiorno dei nostri morti; né permetterai che il tuo santo vegga la corruzione. Tu mi hai fatto conoscere le vie della vita; mi ricolmerai di gioia col tuo volto; vi sono delizie senza fine alla tua destra. Certamente, dobbiamo essere santamente allegri per questa paterna e divina assistenza, nonostante î dolori fisici e morali, nonostante la pena per i peccati commessi, nonostante tutte le presenti, possibili afflizioni. Anche questo ha radice nelle affermazioni di Gesù: In verità, in verità vi dico: voi piangerete e gemerete e il mondo godrà; ma la vostra tristezza si muterà in gioia (Giov., XVI, 20). Questa affermazione di Gesù è fin d’ora dolce e amabile conforto nelle nostre pene, di modo che le anime desiderose della vita interiore godono del loro pianto e de’ loro dolori, secondo l’Apostolo Paolo: quasi tristes, semper autem gaudentes (II Cor., VI, 10).

Rimani con me, o Signore, e si la mia vera gioia (300 giorni di ind.).

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (Olier) 21

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (21)

GIOVANNI G. OLIER

Mediolani 27-11 – 1935, Nihil obstat quominus imprimetur. Can. F. LONGONI

IMPRIMATUR: In Curia Arch. Mediolani die 27 – II – 1935 F. MOZZANICA V. G.

CAPITOLO XIV

Della carità verso il prossimo

Essendo noi creati a somiglianza di Dio, dobbiamo amarlo come Egli ama sé medesimo. — L’amore vicendevole delle divine Persone, motivo, tipo e modello della carità verso il prossimo. – Amare il prossimo come Gesù Cristo è amato dal Padre e ama noi.

Dio. nel creare l’uomo a sua immagine e somiglianza non gli ha comunicato soltanto il proprio essere, la propria vita e le proprie divine perfezioni; ma ha voluto ancora che esso fosse simile a Lui nelle operazioni. Perciò Dio, come ama se medesimo in tutto quanto è, e in tutta l’ampiezza del suo Essere e del suo potere, non potrebbe avere per sé medesimo, un amore maggiore: così ha fatto all’uomo il comando espresso di amarlo con tutto il cuore, con tuta l’anima, con tutta la mente e con tutte le forze. Dio vuole che l’uomo, tutto quanto, sia interamente impegnato ad amarlo, e in questo amore si perda e si consumi. E siccome Egli, per sè stesso, è tutto Amore, e fuori di sé tutto ha fatto per amore di sé medesimo, così vuole pure che l’uomo unicamente per amore di Dio usi delle sue proprie forze ed eserciti la sua propria attività. Orbene, Dio non solamente ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza, ma ha pure formata la società umana sul modello della società delle persone della SS. Trinità. Perciò. nell’istesso modo che, in questa adorabile società, il Padre ama il Figlio suo come sé stesso e ama sé stesso nel Figlio suo, e lo stesso è da dirsi dell’amore del Figlio verso il Padre e verso lo Spirito Santo, come dell’amore dello Spirito Santo verso il Padre e il Figlio: così Dio vuole che l’uomo ami il prossimo suo come sé medesimo. Donde avviene che ci ha dato questo comandamento: amerete il vostro prossimo come voi stessi (Deuter. VI, 6), comandamento che Gesù chiama simile al primo (Matth., XXII. 36) perché è conforme alla vita divina ed eterna delle persone della SS. Trinità. In tal modo appunto, Nostre Signore ci ha amati; parlando dell’amore che porta agli uomini, dice che è simile all’amore che il Padre porta a Lui: Come mio Padre mi ama, così vi ho amati (Giov. XV, 9), ossia il medesimo amore che il Padre ha per me, io l’ho per voi; ciò che ci dimostra che l’amore che Egli ha per noi è sul modello di quell’amore che il Padre porta a Lui medesimo, ed è un’imitazione di quell’amore che ciascuna Persona divina porta all’altra, amandola come un’altra sé medesima. Nostro Signore vuole pure che gli uomini si amino tra loro allo stesso modo. Perciò diceva ai discepoli: Amatevi l’un l’altro come vi ho amati, Sicut dilexi vos (Giov. XV, 12). Come l’amore che il Padre ha per me è la forma dell’amore che ho avuto per voi, così voglio che voi pure vi amiate l’un l’altro sul modello dell’amore che io stesso ho per voi, affinché il vostro amore sia tutto conforme e simile a quello di mio Padre.

I.

Condizioni della carità verso il prossimo.

Amare il prossimo come Dio ama se stesso in Lui. — Amare Dio nel prossimo come lo amiamo in noi. La carità non deve aver limiti, ad imitazione dell’amore con cui Dio ama se stesso nel suo Verbo. — Come ci ha amati Gesù Cristo.

Le qualità e condizioni dell’amore verso il prossimo, devono essere simili a quelle dell’amore con cui Dio ama se stesso nel Figlio suo e con cui il Figlio ama gli uomini: dobbiamo amare gli uomini come Dio ama il Figlio suo e come il Figlio ama gli uomini. – Perciò, gli esempi esterni dell’amore di Gesù Cristo verso gli uomini devono essere il modello di ciò che la carità ci obbliga di fare esternamente per il prossimo; e il suo Spirito interiore ch’Egli ci ha dato deve reggerci ed animarci interiormente di quella medesima carità. Perché non si può né praticare né adempiere perfettamente quel santo precetto, senza l’opera di quello Spirito che è Dio medesimo. Dio abita in noi,  ma abita anche nel prossimo, e nel prossimo, mediante il suo Spirito, ama pure sé stesso; perciò, ci fa amare il prossimo come Egli ama sé medesimo. Egli si trova tutto nel prossimo, e siccome dappertutto ama sé medesimo secondo il suo proprio merito, perciò nel prossimo Egli ama sé stesso infinitamente. Epperò, siccome Egli anima il nostro cuore e lo riempie del medesimo suo amore, quindi ci stabilisce nella sua vita, nei suoi movimenti e nelle sue medesime inclinazioni; perciò l’anima cristiana, assecondando i sentimenti e le disposizioni del divino Spirito, ama il suo Dio, nel prossimo, del medesimo amore e con lo stesso ardore con cui ama Dio in sé medesimo. L’anima deve amare sé stessa unicamente in Dio, vale a dire, in quanto Dio l’anima e la riempie: deve amare sé stessa in Dio, come Dio ama sé stesso, perché è resa partecipe della vita di Dio. Così essa deve amare col medesimo amore il suo Dio e sé medesima; e siccome Dio trovasi pure nel prossimo, amare con l’amore medesimo con cui ama Dio in sé medesima.

****

Dio, amando sé stesso nel suo Verbo, si dà infinitamente a Lui, in tutta pienezza, senza nulla riservare né dei suoi beni né della sua gloria; Egli è tutto nel Verbo, in Lui stabilisce la sua dimora, in Lui trova la propria beatitudine come in sé medesimo; e benché ciò faccia per necessità, non lascia però di farlo per amore, tantoché lo fa per amore necessario: la necessità in Dio non può essere un impedimento all’amore, perché Dio è Amore in tutto sé stesso. Così dobbiamo fare, noi pure, riguardo al prossimo: dobbiamo amarlo con tutta la nostra persona, comunicarci a Lui di cuore e d’anima, con l’aiuto e con l’assistenza; in una parola, non dobbiamo avere nulla che non siamo disposti a dargli, senza nessuna riserva. – I primi Cristiani, perché vivevano della vita di Dio, secondo la regola dell’amore che Dio prescriveva loro e che lo Spirito Santo faceva lor seguire, avevano tutto in comune come Gesù Cristo ha tutto in comune col Padre suo: Tutte le cose mie sono tue, e tutte le cose tue sono mie (Joann. XVII, 10). E come in Dio non v’è che un solo Spirito, una sola volontà vivente in tre Persone con perfetta unità di sentimenti, di pensieri e di desideri, così i primi Cristiani, come sta scritto, non avevano che un’anima, un cuore e una stessa volontà (Act, IV, 32). In tal modo i Santi in Cielo vivono in una perfetta unità: tale deve essere pure quella di tutti i fedeli sulla terra.

***

Nostro Signore, in questo, ha mostrato che Egli per il primo praticava quanto prescriveva agli uomini, e che adempiva la legge del Padre suo. Essendo il primogenito tra i suoi fratelli, Egli doveva per il primo ubbidire perfettamente al Padre e servire a noi di modello e di forma per la condotta perfetta della nostra vita. Egli imitava il Padre suo nell’amore eterno che il Padre gli porta; quindi, nella sua vita, manifestava che ci ama come suo Padre l’ba amato da tutta l’eternità (Joan. XV, 9). Vi ho amato come il Padre mio mi ha amato. Mio Padre mi dà tutta la sua sostanza, ed Io vi comunico la mia nel mio santo Sacramento e nella Comunione. – Mio Padre mi comunica e mi dà la sua vita: ed Io vi dò la mia vita, non solo l’ho sacrificata sulla Croce, non solo vi ho dato il mio sangue sino all’ultima goccia, ma pure vi comunico anche il mio Spirito che è la mia vita. – Mio Padre mi comunica le sue ricchezze e i suoi tesori, ed io vi comunico i doni del mio Spirito. – Mio Padre mi dà la sua fecondità, cosicché dò origine ad una persona divina, e Io vi dò la mia stessa fecondità per produrre e generare dei figliuoli a Dio ed alla vita eterna. – Mio Padre mi ha dato ogni potere in Cielo e sulla terra, mi ha dato potere sopra la natura per farne ciò che voglio e cambiarne l’ordine quando e come mi piace; ed Io. con la presenza del mio Spirito, vi ho dato la forza e la virtù di compiere gli stessi prodigi ed altri più grandi ancora. quando ne sia bisogno per la gloria del Padre mio e per il bene della sua Chiesa. Non ho nulla ch’Io non vi doni; tutto quanto è in me, tutto desidero vi sia comune con me, nello stesso modo che tutto quanto il Padre mio possiede, tutto mi è comune in Lui. – Infine, come il Padre mio mette in me tutto quanto ha e tutto quanto è in sé medesimo, così Io metto in voi tutto quanto ho e tutto quanto sono. Ecco la legge della vera e perfetta carità verso il prossimo.

UN’ENCICLICA AG GIORNO, TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S.S. PIO XI – “

Questa lettera Enciclica di S. S. Pio XI, fu scritta in occasione della grande depressione economica del ’29, nella quale il sovrano Pontefice lanciava una pacifica crociata di carità e solidarietà cristiana a favore dei soggetti più deboli ed in difficoltà in quelle drammatiche condizioni di vita. Anche oggi le condizioni economiche e sociali stanno rapidamente progredendo verso una situazione ancor peggiore dell’epoca, oltretutto infestata a livello mondiale da veleni di ogni genere, chimici e biotecnologici, da empie ideologie amorali e da spaventosi errori dottrinali e spirituali, ben più nefasti del modernismo che ha imperversato sottotraccia nel secolo scorso, ed è esploso nella cristianità corrotta e sacrilega col c. d. Vaticano II, ove un nido di cobra, di bungari e di vipere assassine e assetate di anime da condurre nello stagno di fuoco eterno, si è unito in un progetto infernale guidato dalla sinagoga neopagana e demoniaca degli adepti adoratori del baphomet e del pachamama. Sed non prævalebunt, ci assicura il divin Maestro, ed anzi l’azione del soffio della sua bocca e quella del Cuore Santissimo della Vergine Maria, trionferà senza dare scampo alcuno ai nemici di Dio, del suo Cristo e della sua unica vera Chiesa … et IPSA conteret

LETTERA ENCICLICA

NOVA IMPENDET
DEL SOMMO PONTEFICE
PIO XI
AI VENERABILI FRATELLI PATRIARCHI,
PRIMATI, ARCIVESCOVI, VESCOVI
E AGLI ALTRI ORDINARI LOCALI
CHE HANNO PACE E COMUNIONE
CON LA SEDE APOSTOLICA,SULLA CRISI ECONOMICA DEL 1929

Venerabili Fratelli, salute e Apostolica Benedizione.

Un nuovo flagello minaccia e in gran parte già colpisce il gregge a Noi affidato, e più duramente la porzione più tenera e più affettuosamente amata, cioè l’infanzia, gli umili, i lavoratori meno abbienti e i proletari. Parliamo della grave angustia e della crisi finanziaria che incombe sui popoli e porta in tutti i paesi ad un continuo e pauroso incremento della disoccupazione. Vediamo infatti costretti alla inerzia e poi ridotti all’indigenza anche estrema, con le loro famiglie, tanta moltitudine di onesti e volenterosi operai, di null’altro più desiderosi che di guadagnare onoratamente col sudore della fronte, giusta il mandato divino, il pane quotidiano che invocano ogni giorno dal Signore. I loro gemiti commuovono il Nostro cuore paterno e Ci fanno ripetere, con la medesima tenerezza di commiserazione, la parola uscita già dal Cuore amatissimo del Divino Maestro sopra la folla languente di fame: «Ho compassione di questa folla »[1]. Ma più appassionata si rivolge la Nostra commiserazione alla immensa moltitudine di bambini, le vittime più innocenti di queste tristissime condizioni di cose; implorano pane, « ma non c’era chi ne desse loro »[2], e nello squallore della miseria sono condannati a vedere sfiorire quella gioia e quel sorriso che la loro anima ingenua cerca inconsciamente intorno a sé. – Ed ora si avvicina l’inverno, e con esso tutto il seguito delle sofferenze e privazioni che la gelida stagione porta ai poveri ed alla tenera infanzia specialmente, per cui è da temersi che venga aggravandosi la piaga della disoccupazione che sopra abbiamo deprecato; in modo che non provvedendosi alla indigenza di tante misere famiglie e dei loro bimbi abbandonati, esse siano — che Dio non voglia! — sospinte all’esasperazione. – A tutto ciò pensa con trepidazione il Nostro cuore di Padre, e pertanto come già fecero in simili occasioni i Nostri predecessori ed ancora ultimamente il Nostro immediato Predecessore Benedetto XV di s.m., alziamo la nostra voce e indirizziamo il Nostro appello a quanti hanno sensi di fede e di amore cristiano: l‘appello quasi ad una crociata di carità e di soccorso. La quale, mentre provvederà a sfamare i corpi, darà insieme conforto ed aiuto alle anime; farà in esse rinascere la serena fiducia, allontanandone quei tristi pensieri che la miseria suole infondere negli animi. Spegnerà le fiamme degli odi e delle passioni che dividono, per suscitarvi e mantenervi quelle dell’amore e della concordia, e il più stretto e più nobile vincolo della pace e prosperità individuale e sociale. – È dunque una crociata di pietà e di amore e senza dubbio anche di sacrificio quella a cui tutti richiamiamo, quali figli di uno stesso Padre, membri di una medesima grande famiglia che è la famiglia stessa di Dio, tutti partecipi quindi, come i fratelli di una stessa famiglia, sia della prosperità e della gioia, come dell’avversità e del dolore che colpiscono i nostri fratelli. – A questa crociata richiamiamo tutti come ad un sacro dovere inerente a quel precetto tutto proprio della legge evangelica e da Gesù proclamato come precetto suo massimo e primo fra tutti i precetti, anzi compendio e sintesi di tutti gli altri, il precetto della carità che tanto inculcò a simile proposito e ripetutamente, quasi tessera del suo pontificato in quei giorni di odi e di guerra implacabili il Nostro carissimo Predecessore. – Ora Noi additiamo questo soavissimo precetto, non solo come dovere supremo e comprensivo di tutta la legge cristiana, ma altresì quale atto e sublime ideale, proposto in modo più speciale alle anime più generose e più aperte ai sensi della gentilezza e della perfezione evangelica. – Né crediamo dovervi insistere con molte parole, tanto appare evidente che questa sola generosità di cuori, questo solo fervore di anime cristiane col loro impeto santo di dedizione e di sacrificio per la salvezza dei fratelli e segnatamente dei più compassionevoli e bisognosi, com’è lo stuolo innocente dei bambini, riusciranno a superare, nello sforzo della concordia unanime, le più gravi difficoltà dell’ora presente. E poiché da una parte effetto della rivalità dei popoli, dall’altra causa di enormi dispendi, sottratti alla pubblica agiatezza, e quindi non ultimo coefficiente della straordinaria crisi presente è senza dubbio la corsa sfrenata agli armamenti, non possiamo astenerCi dal rinnovare la provvida ammonizione Nostra e dello stesso Nostro Predecessore, dolenti che non sia stata finora ascoltata ed esortiamo insieme Voi tutti, Venerabili Fratelli, perché con tutti i mezzi a vostra disposizione di predicazione e di stampa vi adoperiate a illuminare le menti e ad aprire i cuori secondo i più sicuri dettami della retta ragione, e molto più ancora della legge cristiana. – Ci arride la speranza che ciascuno di Voi possa essere il punto di riferimento della carità e della generosità dei propri fedeli, ed insieme il centro delle distribuzioni dei soccorsi da loro offerti. Se in qualche diocesi si trovasse più opportuno, non vediamo difficoltà che facciate capo ai rispettivi Metropoliti oppure a qualche Istituzione caritativa di provata efficienza e di vostra fiducia. – Già vi abbiamo esortato ad usare tutti i mezzi per voi disponibili, la preghiera, la predicazione, la stampa, ma vogliamo essere i primi a rivolgerCi anche ai vostri fedeli, per pregarli « in visceribus Christi », a rispondere con generosa carità al vostro appello, fin d’ora facendo tutto quello che voi verrete mettendo nei cuori, dopo averli portati a conoscenza di questa Nostra lettera enciclica. – Ma poiché tutti gli sforzi umani non bastano all’intento senza l’aiuto divino, innalziamo tutti fervide preci al Datore di ogni bene perché nella Sua infinita misericordia abbrevi il periodo della tribolazione, e anche a nome dei fratelli che soffrono ripetiamo più che mai intensa la preghiera che Gesù stesso Ci ha insegnato: «Dacci oggi il nostro pane quotidiano ». – Ricordino tutti, a loro incitamento e conforto, che il Redentore riterrà come fatto a se stesso quel che noi avremo fatto per i suoi poveri, e che, secondo un’altra sua consolante parola, aver cura dei bambini per amor suo è come aver cura della sua stessa Persona.

La festa infine che oggi la Chiesa celebra Ci fa ricordare, quasi a conclusione delle Nostre esortazioni, le commoventi parole di Gesù che dopo aver, secondo la frase di San Giovanni Crisostomo, innalzato mura inespugnabili a tutela delle anime dei bambini, soggiungeva: «Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli poiché vi dico che i loro Angeli vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli ». E saranno questi Angeli che nel Cielo presenteranno al Signore gli atti di carità compiuti da cuori generosi verso i bambini, ed essi pure otterranno, a tutti coloro che avranno preso a cuore una causa così santa, le più copiose benedizioni. – Inoltre, avvicinandosi ormai l’annuale festa di Gesù Cristo Re, il cui regno e la cui pace abbiamo auspicato fin dagli inizi del Nostro Pontificato, Ci sembra grandemente opportuno che in preparazione di essa si tengano nelle varie chiese parrocchiali solenni tridui per implorare da Dio pensieri di pace e i suoi doni. In auspicio dei quali impartiamo a voi, Venerabili Fratelli, e a tutti coloro che corrisponderanno al Nostro paterno appello l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 2 ottobre, festa dei Santi Angeli Custodi, dell’anno 1931, decimo del Nostro Pontificato.

PIUS PP. XI

DOMENICA IV DOPO PASQUA (2022)

DOMENICA IV DOPO PASQUA (2022)

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Semidoppio. – Paramenti bianchi.

La liturgia di questo giorno esalta la giustizia di Dio (Intr., Vang.) che si manifesta col trionfo di Gesù e l’invio dello Spirito Santo. « La destra del Signore ha operato grandi cose risuscitando Cristo da morte » (All.) e facendolo salire al cielo nel giorno dell’Ascensione. È bene per noi che Gesù lasci la terra, poiché dal cielo Egli manderà alla sua Chiesa lo Spirito di verità (Vang.), per eccellenza, che viene dal Padre dei lumi (Ep.). Lo Spirito Santo ci insegnerà ogni verità (Vang., Off., Secr.), esso « ci annunzierà » quello che Gesù gli dirà e noi saremo salvi se ascolteremo questa parola di vita (Ep.). Lo Spirito Santo ci dirà le meraviglie che Dio ha operate per il Figlio (Intr., Off.) e questa testimonianza della splendida giustizia resa a Nostro Signore consolerà le anime nostre e ci sarà di sostegno in mezzo alle persecuzioni. Siccome, secondo quanto dice S. Giacomo, «la prova della nostra fede produce la pazienza e questa bandisce l’incostanza e rende le opere perfette », noi imiteremo in tal modo la pazienza del nostro Dio « e del Padre nostro », nel quale « non vi è né variazione né cambiamento » (Ep.), e « i nostri cuori saranno allora là dove si trovano le vere gioie » (Or.). Lo Spirito Santo convincerà inoltre satana e il mondo del peccato che hanno immesso mettendo a morte Gesù (Vang., Comm.) e continuando a perseguitarlo nella sua Chiesa.

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps XCVII:1; 2
Cantáte Dómino cánticum novum, allelúja: quia mirabília fecit Dóminus, allelúja: ante conspéctum géntium revelávit justítiam suam, allelúja, allelúja, allelúja.

[Cantate al Signore un cantico nuovo, allelúia: perché il Signore ha fatto meraviglie, allelúia: ha rivelato la sua giustizia agli occhi delle genti, allelúia, allelúia, allelúia.]

Ps XCVII: 1
Salvávit sibi déxtera ejus: et bráchium sanctum ejus.

[Gli diedero la vittoria la sua destra e il suo santo braccio.]

Cantáte Dómino cánticum novum, allelúja: quia mirabília fecit Dóminus, allelúja: ante conspéctum géntium revelávit justítiam suam, allelúja, allelúja, allelúja.

[Cantate al Signore un cantico nuovo, allelúia: perché il Signore ha fatto meraviglie, allelúia: ha rivelato la sua giustizia agli occhi delle genti, allelúia, allelúia, allelúia.]

Oratio

Orémus.
Deus, qui fidélium mentes uníus éfficis voluntátis: da pópulis tuis id amáre quod prǽcipis, id desideráre quod promíttis; ut inter mundánas varietátes ibi nostra fixa sint corda, ubi vera sunt gáudia.

[O Dio, che rendi di un sol volere gli ànimi dei fedeli: concedi ai tuoi pòpoli di amare ciò che comandi e desiderare ciò che prometti; affinché, in mezzo al fluttuare delle umane vicende, i nostri cuori siano fissi laddove sono le vere gioie.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Jacóbi Apóstoli
Jas I 17-21
Caríssimi: Omne datum óptimum, et omne donum perféctum desúrsum est, descéndens a Patre lúminum, apud quem non est transmutátio nec vicissitúdinis obumbrátio. Voluntárie enim génuit nos verbo veritátis, ut simus inítium áliquod creatúræ ejus. Scitis, fratres mei dilectíssimi. Sit autem omnis homo velox ad audiéndum: tardus autem ad loquéndum et tardus ad iram. Ira enim viri justítiam Dei non operátur. Propter quod abjiciéntes omnem immundítiam et abundántiam malítiæ, in mansuetúdine suscípite ínsitum verbum, quod potest salváre ánimas vestras.


[Caríssimi: Ogni liberalità benefica e ogni dono perfetto viene dall’alto, scendendo da quel Padre dei lumi in cui non è mutamento, né ombra di vicissitudine. Egli infatti ci generò di sua volontà mediante una parola di verità, affinché noi siamo quali primizie delle sue creature. Questo voi lo sapete, miei cari fratelli. Ogni uomo sia pronto ad ascoltare, lento a parlare e lento all’ira. Poiché l’uomo iracondo non fa quel che è giusto davanti a Dio. Per la qual cosa, rigettando ogni immondezza e ogni resto di malizia, abbracciate con animo mansueto la parola innestata in voi, la quale può salvare le vostre ànime.]

L’Apostolo S. Giacomo, detto il Minore, era venuto a conoscere che tra i Cristiani convertiti dal Giudaismo e disseminati fuori della Palestina serpeggiavano gravi errori, nell’interpretazione della dottrina loro insegnata, specialmente rispetto alla necessità delle buone opere. Inoltre, in mezzo alle tribolazioni cui andavano soggetti, c’era pericolo che riuscissero a farsi strada le vecchie abitudini. Per premunire contro l’errore questi suoi connazionali dispersi, e per richiamarli a una vita più austera, S. Giacomo scrive loro una lettera. In essa si insiste sulla necessità che alla fede vadano congiunte le buone opere. Si danno, poi, varie norme, perché tanto nella vita privata, quanto nelle relazioni sociali siano guidati da uno spirito veramente cristiano; e vengono confortati nelle loro tribolazioni. L’Epistola è tolta dal cap. 1 di questa lettera. Da Dio deriva ogni bene. Da Lui abbiamo avuto il dono inestimabile della vita della grazia, per mezzo della predicazione del Vangelo, parola di verità. Questa parola di verità ciascuno deve accogliere con prontezza, con semplicità, con spirito di mansuetudine.

Alleluja

Allelúja, allelúja.
Ps CXVII:16.
Déxtera Dómini fecit virtútem: déxtera Dómini exaltávit me. Allelúja.

[La destra del Signore operò grandi cose: la destra del Signore mi ha esaltato. Allelúia.]


Rom VI:9
Christus resúrgens ex mórtuis jam non móritur: mors illi ultra non dominábitur. Allelúja.

[Cristo, risorto da morte, non muore più: la morte non ha più potere su di Lui. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia +︎ sancti Evangélii secúndum Joánnem

Joannes XVI: 5-14

In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis: Vado ad eum, qui misit me: et nemo ex vobis intérrogat me: Quo vadis? Sed quia hæc locútus sum vobis, tristítia implévit cor vestrum. Sed ego veritátem dico vobis: expédit vobis, ut ego vadam: si enim non abíero, Paráclitus non véniet ad vos: si autem abíero, mittam eum ad vos. Et cum vénerit ille, árguet mundum de peccáto et de justítia et de judício. De peccáto quidem, quia non credidérunt in me: de justítia vero, quia ad Patrem vado, et jam non vidébitis me: de judício autem, quia princeps hujus mundi jam judicátus est. Adhuc multa hábeo vobis dícere: sed non potéstis portáre modo. Cum autem vénerit ille Spíritus veritátis, docébit vos omnem veritátem. Non enim loquétur a semetípso: sed quæcúmque áudiet, loquétur, et quæ ventúra sunt, annuntiábit vobis. Ille me clarificábit: quia de meo accípiet et annuntiábit vobis.

[In quel tempo: Gesú disse ai suoi discepoli: Vado a Colui che mi ha mandato, e nessuno di voi mi domanda: Dove vai? Ma perché vi ho dette queste cose, la tristezza ha riempito il vostro cuore. Ma io vi dico il vero: è necessario per voi che io me ne vada, perché se non me ne vado, non verrà a voi il Paraclito, ma quando me ne sarò andato ve lo manderò. E venendo, Egli convincerà il mondo riguardo al peccato, riguardo alla giustizia e riguardo al giudizio. Riguardo al peccato, perché non credono in me; riguardo alla giustizia, perché io vado al Padre e non mi vedrete più; riguardo al giudizio, perché il principe di questo mondo è già condannato. Molte cose ho ancora da dirvi: ma adesso non ne siete capaci. Venuto però lo Spirito di verità, vi insegnerà tutte le verità. Egli infatti non vi parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito: vi annunzierà quello che ha da venire, e mi glorificherà, perché vi annunzierà ciò che riceverà da me.]

OMELIA

(G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi; VI ediz. – Soc. Ed. Vita e pensiero.- Milano 1956.

« VADO A COLUI CHE MI HA MANDATO »

Finita la Cena, l’ultima Cena della sua vita terrestre, Gesù disse agli Apostoli tenerissime cose. E soggiunse: « Ed ora torno a Colui che mi ha mandato ». Non era la prima volta, quella sera, che il Maestro parlava di partire: durante la Cena, quando stavano mangiando l’agnello pasquale e poi dopo, al momento solenne in cui aveva consacrato il pane ed il vino, Gesù aveva lasciato capire che era giunta la sua ultima ora. Non aveva anzi mancato di accennare chiaramente che lo attendevano ore di persecuzione e di sangue. Eppure, nessuno dei suoi parlava. « Come? — disse Gesù — non parlate? Vi ho detto che vado a Colui che mi ha mandato e nemmeno uno di voi mi domanda: dove vai? ». Gli Apostoli erano tristi, molto tristi, perché presagivano cose oscure, ma nessuno di loro, neppure S. Pietro, neppur S. Giovanni, sapeva certo quello che stava per succedere; tuttavia, pareva non si dessero cura di conoscerlo dal loro Maestro. Era forse cosa da poco l’andare al Padre ed affrontare la morte? Per questo Gesù esce in un accento di dolce rimprovero; quella noncuranza lo feriva: almeno i suoi prediletti era giusto si interessassero della sua Persona! Gesù sapeva che non era una negligenza colpevole quella che rendeva gli Apostoli così taciturni: la eccessiva tristezza aveva fatto dimenticare quanto, in quegli istanti, era necessario chiedere. Noi, invece, proprio per colpevole negligenza ci dimentichiamo di chiedere a noi medesimi: « Dove vai? ». Anche noi, vedete, come Gesù, andiamo al Padre. Quando preghiamo, allorché ci rechiamo alla Chiesa e ci accostiamo ai Santi Sacramenti, siamo i figli che si avvicinano al Padre: la Chiesa, i Sacramenti sono fatti apposta per renderci sempre più figlioli degni del Padre Celeste. E questo è cosa da poco? Eppure quante volte andiamo in Chiesa, senza domandarci: « Quo vadis? ». Anche noi, come Gesù, siamo incamminati alla morte: e la morte è proprio cosa da nulla? Eppure, sono troppo rari i momenti in cui pensiamo ad essa. Quest’oggi il Signore vuol farci riflettere che alle cose importanti bisogna pensare di più. – ANDIAMO A DIO QUANDO CI RECHIAMO IN CHIESA. Mentre un reggimento di fanteria soggiornava ad Orléans, il parroco della Cattedrale aveva osservato che ogni giorno, nel pomeriggio, dalla una alle tre un soldato se ne stava, riverente ed immobile, in mezzo alla Chiesa. Dopo la genuflessione, era là ritto per due ore continue con lo sguardo al Tabernacolo. Si recò un giorno a visitar la Cattedrale un capitano, ed il curato gli raccontò la cosa. « Se aspetta pochi minuti, Ella stessa potrà vedere ». Scoccò l’ora, ed ecco giungere il buon soldato che si mette al suo posto. Il capitano lo guarda, lo riconosce, e chiamatolo a sè: « Che fai, a quel luogo? » « Due ore di sentinella al mio Dio » rispose con franchezza il soldato. « A Parigi i grandi Ministri hanno le loro guardie; qui il mio generale ne ha due, il colonnello una… e il Re dei re, Gesù Cristo, non ne avrà alcuna? Ci vengo io, per due ore, perché Gesù Cristo io Lo amo ». « Far la sentinella al Re dei re » ecco quanto dovremmo pensare quando ci rechiamo alla Chiesa. Proviamo a riflettere e forse dovremo dire che noi trattiamo Dio più male di una persona qualunque di questo mondo. Domandiamoci invece: « Dove vai? » e dall’interno del cuore ascoltiamo una voce identica a quella di Gesù: « Vado a Colui che mi ha mandato ». – Nella Chiesa, nel Tabernacolo c’è Iddio che mi ha creato a preferenza di molti altri che non videro e non vedranno mai la vita. Colui che ha fatto dal nulla tutte le cose, al quale ubbidiscono i cieli, la terra il mare è là nascosto sotto poche specie di pane. Ci vuole il rispetto! Ma soprattutto ci vuol l’amore, la confidenza, i sentimenti dei figli. Sì, perché le nostre Chiese racchiudono l’Amore infinito. Esse non devono sembrarci fredde ed oscure, ma calde e piene di soave raccoglimento, c’è il fuoco di Colui che è venuto per accendere la Vita; c’è la luce di Cristo che è Verità e Via ad ogni uomo che viene in questo mondo. Attorno agli altari di Dio pensiamo pure alle parole del Signore: « Tremate nel mio Santuario »; ma soprattutto pensiamo a Gesù che ci dice: « Venite a me, voi che siete affaticati! ». Saremo sentinelle di Cristo, non per forza, ma sempre solo per amore. – ANDIAMO A DIO, COLL’AVVICINARSI OGNI GIORNO ALLA MORTE. Si dice che a Pio IX sia capitato una volta di confessare un gran peccatore, che era venuto di lontano. Il Papa ascoltò difatti la sua confessione e fu edificato dall’esattezza che il penitente vi pose. Ma quando si trattò di dargli una penitenza, il forestiero non volle accettarne alcuna di quelle che il Santo Padre volle imporgli: nessuna gli andava a genio. Per digiunare era troppo debole; di leggere e di pregare non aveva tempo; gli affari poi gli rendevano impossibile qualunque pellegrinaggio. Il Papa allora ne pensò una bella. Aveva un anello d’oro con scritte queste parole: Memento mori! « Ricordati che devi morire! ». Lo volle regalare a quell’uomo ponendogli per penitenza che sempre lo portasse in dito ed almeno una volta al giorno leggesse e meditasse le parole che vi erano incise: « Ricordati che devi morire! » Contentissimo di una penitenza così leggera se ne andò quel penitente, ma di lì a non molto pensò lui stesso ad aggravare le sue mortificazioni. La vista di quell’anello lo penetrò talmente del pensiero della morte, che non cessava mai di dire: « Dal momento che sono condannato alla morte e dovrò presto ritornare a Dio, ciò che più importa è dunque fare una buona morte! Che cosa serve cercar di risparmiare ciò che la morte verrà presto a distruggere? ». Siamo stati creati da Dio ma qui sulla terra non dovremo starci sempre. Uno dopo l’altro andremo a finire nella terra del cimitero. Verrà un giorno che le campane suoneranno i mesti rintocchi per noi: una cassa, un funerale, qualche lagrima e poi … tutto quaggiù sarà finito. Ma se la morte fosse tutta qui ci sarebbe ben poco di male. Invece la morte ci porta al tribunale di Dio, e al cospetto di Cristo giudice dovremo rispondere di tutti i momenti della nostra vita. Saremo giudicati del male che abbiamo commesso e del bene che non abbiamo fatto. A quel Giudice giusto non sfuggirà neppure il minimo pensiero cattivo su cui fermiamo apposta la nostra mente; i peccati che avessimo stoltamente taciuto in confessione là saranno palesati e condannati. E la sentenza sarà irrevocabile: o l’Inferno per sempre, o il Paradiso per sempre. Se  è così perché non pensarci spesso? Perché non domandarci frequentemente: « Dove vai? ». Tant’è se la morte avanza inesorabile e, volere o no, bisognerà subirla: a che pro allontanarne il pensiero? Scriviamo allora se non sopra un anello d’oro, nella nostra mente: Ricordati che devi morire! Quando il desiderio dei danari tenterà di farti ribelle alla legge di Dio: Ricordati che devi morire! Se il fuoco delle passioni impure volesse bruciare qualche comandamento: Ricordati che devi morire. Se ti senti la smania di far bella comparsa e ti punge la brama di essere applaudito: Ricordati che devi morire! Soprattutto alla sera, quando, stanchi delle fatiche del giorno, ci corichiamo per prendere un po’ di riposo, ci accompagni il pensiero della morte. Verrà così spontaneo l’esame di coscienza sulle azioni della giornata e se mai ci fosse qualche cosa di male, un atto di dolore, un bacio al Crocifisso, il proposito di confessarci al più presto rinsalderà l’amicizia con Dio. Del resto noi siamo ancora nei gaudi pasquali: Cristo ha vinto, ha distrutto la morte. Ma questa vittoria non fu soltanto sua: con Cristo han vinto la morte coloro che gli sono uniti per mezzo della grazia: Se abbiamo nel cuore la grazia di Dio non abbiamo ragione di temere la morte. Essa è vinta; i vincitori siamo noi! – Quando saremo morti, ci porteranno qui, in chiesa, ed attorno al nostro cadavere i Sacerdoti ed i fedeli invocheranno la pace di Cristo e la preghiera dei Santi. Possano allora queste sante pareti parlar bene di noi al tribunale di Dio! Possa Gesù dal Suo Tabernacolo sorriderci ancora come nei giorni della nostra vita. Felici noi se in questa Casa di Dio avremo imparato la strada per giungere alla Reggia dei Cieli.

Quo vadis? Ogni Cristiano dovrebbe sempre rivolgersi questa domanda e poter dire con Gesù: « Io vado a Colui che mi ha mandato ». Invece quanti vivono senza mai pensare allo scopo principale della loro vita! Si dice che il poeta Aleardo Aleardi, dovunque andasse, portava con sé una bandiera per spiegarla ai piedi del letto ove dormiva, affinché i suoi occhi al primo svegliarsi potessero contemplare il simbolo del risorgimento italiano per cui egli aveva consacrato i suoi giorni e il suo ingegno. Se ogni mattina tutti i Cristiani richiamassero alla loro mente il fine della loro vita, anche le loro azioni sarebbero migliori. E se ogni giorno sventolasse davanti al loro occhi la bandiera dell’eternità a cui sono destinati, non perderebbero tanto tempo prezioso dietro alle vanità del mondo. Seneca, considerando l’affannoso correre degli uomini verso gli onori, i danari, i piaceri, quantunque non avesse fede, disse una saggia parola: « ludus formicarum ». E Salomone disse una parola più vera: « vanitas vanitatum ». E S. Paolo un parola più forte: « tutto ciò che non conduce al fine per me è una perdita, anzi è un’immondezza; io mi slancio verso la mèta segnata, e voi, fratelli, siate i miei imitatori ». Ad destinatum persequor (Filipp., III, 14). O Cristiani, avete meditato qual è il vostro fine? E se già lo conoscete, vi slanciate con tutte le forze, come dice l’Apostolo, trascurando ogni lusinga del mondo e sorpassando ogni difficoltà pur di raggiungerlo? Sono questi i due pensieri che sgorgano dal Vangelo e scendono oggi verso l’anima nostra: conoscere il nostro fine, tendere ad esso. Raccogliamoli. – CONOSCERE IL NOSTRO FINE. Quando Ottone III imperatore di Germania, sospinto dalla fama della santità straordinaria e dei miracoli che operava S. Nilo, si recò a visitarlo, gli offrì magnifici doni; ma il Santo, ringraziandolo umilmente, lo assicurò che nella sua povertà era così ricco da non bisognare di nulla. « Se non volete gradire i miei regali, — soggiunse allora l’imperatore, — almeno domandatemi qualche grazia, perché non si dica che un monarca sia venuto a chiedervi consiglio a mani vuote ». « Questo sì, — ripigliò il Santo, illuminandosi nel volto — questo sì! Ho una grazia, una sola e mi sta molto a cuore: pensate al vostro fine ». L’imperatore promise che avrebbe approfittato di quel ricordo. E fortunato lui, perché a ventidue anni appena, quando l’attendevano grandiosi trionfi politici, quando la sua promessa sposa, che veniva di Grecia, navigava verso l’Italia portandogli in dote tesori e terre, egli a Paternò moriva. Una grazia sembra che Gesù da questo Vangelo chieda a noi pure: pensiamo al nostro fine, perché troppo infelici saremmo se la morte ci sorprendesse mentre viviamo una vita senza scopo. Ma per conoscere il nostro fine è necessario prima conoscere il nostro principio. Donde veniamo? Questa vita chi ce la diede? Cento anni fa il mondo esisteva: ma vi erano gli uomini, le città, gli stati. Ma noi non eravamo ancora. Chi ci ha creati? Dio. «Le tue mani, o Signore, mi hanno fatto e plasmato tutto intiero ». Così è scritto anche nel libro di Giobbe (X, 8). Egli si è servito dei nostri genitori per darci la vita come si serve della terra per portarci, dell’aria per vivificare i nostri polmoni, dell’acqua per dissetarci. E infatti possono i genitori prolungare la vita dei loro figliuoli o impedirne la morte? No, perché non essi sono i creatori della vita. Ma se Dio è il nostro Creatore, noi siamo cose sue. L’utensile non è di colui che l’ha fabbricato con le proprie mani? E Iddio ci ha fabbricati con le sue mani dal fango della terra e ci ha soffiato sul volto un soffio di vita; perciò, Egli è il nostro padrone. Il campo non è di colui che l’ha comperato col proprio danaro e l’ha dissodato con il proprio sudore? E Dio appunto ci ha comperati col proprio sangue dalla schiavitù del demonio in cui eravamo caduti e ci ha santificati con la sua grazia; perciò, Egli è il nostro Salvatore. Ma perché Dio ha creato e redento l’uomo? Forse perché accumulasse ricchezze? L’avaro lo crede ma s’inganna. Forse perché insuperbisse negli onori? L’ambizioso lo pensa, ma cade in errore. Forse perché s’abbandonasse ai piaceri del senso? Il voluttuoso lo dice, ma si perde. No, Dio non ha potuto creare le cose che per se stesso. « Sono io il Signore — Egli dice — Io che ho creato i cieli e li ho distesi, che ho forgiato la terra e ciò che in essa germina; che dò il respiro a quelli che abitano in essa, e la vita a quelli che si muovono sopra di essa. Sono Io il Signore, tale è il mio nome, Io non darò la mia gloria ad un altro » (Is. XLII, 5). « Per me, per me solo opererò; ascoltami Giacobbe, ascoltami Israele! Sono io il primo e l’ultimo; io il principio, io la fine! » (Is., XLVII, 11-12). – Dunque l’uomo è creato per la gloria di Dio. Ma in qual modo possiamo noi dar gloria a Dio? Salvando l’anima nostra con l’osservanza dei comandamenti. Così, raggiungendo la nostra felicità eterna, noi raggiungiamo il fine ultimo che è la gloria di Dio. « Ascoltiamo tutti insieme, — dice lo Spirito Santo nell’Ecclesiastico, — l’ultima parola di ogni cosa: temi il Signore e osserva i suoi comandamenti perché questo è tutto l’uomo ». Hoc est enim omnis homo (Eccl., XII, 13). – TENDERE AL NOSTRO FINE. In una famiglia, il padre stava male. La madre angosciata manda il figlio di dieci anni a chiedere il medico. Il giovanetto parte. Mentre il malato si aggrava, si aspetta con ansietà, due ore, tre ore, quattro ore… e non arriva nessuno. Quando ritorna è già sera. « Figlio mio, — esclama la madre, — perché hai tardato tanto? È il medico, dov’è? ». « No, non l’ho veduto. — Risponde ingenuamente il figlio — Io ero partito per andare in cerca di lui; ma, strada facendo, ho veduto farfalle dalle ali bianche chiazzate d’oro e d’azzurro, e così belle che io non ho potuto trattenermi dal perseguirle di fiore in fiore, senza mai venire a capo. Per questo ho fatto tardi. Madre mia, quanto erano belle quelle farfalle! ». La condotta di questo fanciullo che si diverte a correre dietro alle farfalle, invece di cercare il medico per il padre agonizzante, ci desta un fremito d’indignazione. Ma ritorciamo contro di noi il nostro sdegno. Dio ci manda sopra la terra per trattare un affare importantissimo, anzi l’unico importante: si tratta di dare a Lui la sua gloria e di assicurare a noi la nostra felicità. Se ci comanda, è perché ne ha diritto, giacché noi Gli apparteniamo come cosa tutta sua. Orbene, che cosa facciamo noi spesse volte? Come quel fanciullo noi ci trastulliamo a correr dietro a farfalle tutta la giornata. In verità non sono come farfalle quei divertimenti, quei piaceri, quelle mode, quegli onori e tutti i beni effimeri di questa vita? Quo vadis? Dove vai? « A colui che mi ha mandato » rispose Gesù; e a Dio che ci ha creati, dobbiamo rispondere noi. Ma tende davvero al suo fine quel padre di famiglia che fa sentire tante cattive parole ai suoi figli nei momenti di collera, e che a loro non dà mai il buon esempio di accostarsi ai Sacramenti? Tende proprio al suo fine quella madre che alle figlie insegna più la vanità che il timore di Dio e che si fida di esse come se al mondo non vi fossero pericoli? Tende al suo fine quel giovane che non ascolta mai un po’ di parola di Dio e che non pensa ad altro fuor che a divertirsi nel giuoco e nei piaceri? Quo vadis? Ciascun di noi faccia i suoi conti, e interroghi se stesso, dove egli vada, correndo per quella strada che ha già intrapresa. –  Quando Loth doveva separarsi da Abramo, gli fu detto « Guarda tutta la terra d’intorno: tu sei padrone di scegliere la destra o la sinistra ». Loth alzò gli occhi e vide una contrada fertile, dolce, amabile, ridente, tal quale il suo cuore la sognava. Subito lasciò ad Abramo la regione che gli parve meno deliziosa ed egli con i suoi armenti discese in basso ad abitare i paesi di Sodoma. Et habitavit in Sodomis (Gen. XIII,12). Ben presto però, osserva S. Ambrogio, dovette pentirsi della sua imprudenza: sopra le sue terre vennero dei re nemici e lo fecero prigioniero; e appena riuscì a sfuggire dalle loro mani, ecco che una pioggia di fuoco discese dal cielo e distrusse le sue possessioni. È questo appunto che avverrà a molti Cristiani che nella vita han voluto scegliere la parte dorata e ridente dei piaceri e hanno trascurato la parte aspra del loro dovere. Il fuoco della morte distruggerà a loro ogni cosa. Se anche noi stiamo in questo numero e, dimenticando il fine per cui siamo stati creati, abbiamo soltanto pensato a vivere più comodamente che ci fosse stato possibile, oggi che la grazia di Dio ha aperto i nostri occhi, ripetiamo il gemito di Giobbe « … Signore! Dammi ancora un po’ di tempo perch’io pianga il mio sbaglio e lo ripari prima che mi tocchi d’andare senza ritorno nella regione tenebrosa e caliginosa della morte ». Antequam vadam et non revertar ad terram tenebrosam ed opertam mortis caligine.

.- « Quando verrà lo Spirito Santo convincerà il mondo quanto al peccato, alla giustizia, al giudizio ».Queste severe parole — che or ora ho letto nel Vangelo, — Gesù le pronunziòche si faceva già sera, l’ultima sera di sua vita terrena. Nel cenacolo grande, ingiro alla mensa stavano gli Apostoli: il Figlio di Dio, nel mezzo, parlava tristemente. Non gli restavano che poche ore, e poi l’agonia, la cattura, il processo, lamorte. Egli sapeva tutto ed esclamò: « È meglio che me ne vada; perché se non vo, non discenderà lo Spirito Santo: appena me ne sarò andato, ve lo manderò. Maquando Egli verrà, convincerà il mondo quanto al peccato, alla giustizia, al giudizio »Il peccato era quello dei Giudei che invece di riconoscere in lui il Figlio di Dio, lo  chiamarono ossesso; la giustizia era quella che il Sinedrio e il Pretorio avrebbero. conculcato uccidendo barbaramente l’innocente Figlio dell’Uomo; il giudizio era l’infame sentenza con cui il tribunale di Caifa e di Pilato avrebbe condannato alla croce. Gesù Cristo, sentenza così infame che non poteva essere provocata se non da satana, principe di questo mondo. Ma egli è già giudicato (Cfr.: J. LAGRANGE, L’Evangelo di Gesù Cristo, Morcelliana, pag. 515). Disse ancora il Maestro divino: «Lo Spirito Santo ben saprà glorificarmi ». Ille me clarificabit. E con questo pensiero, senza esitare mosse incontro alla passione. crudele, alle umiliazioni brutali, agli insulti demoniaci che il mondo gli aveva. preparato.Il mondo e lo Spirito Santo! il primo disconosce, accusa, condanna Cristo; ma il secondo rovescerà il mondo in eterna rovina e Cristo, per Lui, sarà difeso, amato e glorificato dagli eletti. A meglio farvi comprendere le parole del Vangelo, mi son posto in cuore di svilupparvi due pensieri: che cosa è il mondo e perché dobbiamo. fuggirlo. – CHE COSA È IL MONDO. Ritornato Cristoforo Colombo dall’America, tosto si diffuse in tutta Europa la notizia di quella regione meravigliosa ove i frutti ingrossavano fino a schiantar le piante per troppo peso, ove ogni montagna nascondeva oro e ogni fanciullo si trastullava con perle. Accorsero allora uomini bramosi di godimento e di ricchezza. Con molte lusinghe avvicinavano gli indigeni e, ingannandoli, barattavano campanelli, specchietti, trastulli con verghe d’oro e d’argento. E se taluno, più accorto, non voleva cedere la sua ricchezza vera per quelle cianfrusaglie, con violenza veniva costretto ed ucciso. Il fremito d’indignazione che sentite a tali ignobili scaltrezze e crudeltà, vi può aiutare a comprendere che sia il mondo. Il mondo è un mercato diabolico. Satana conosce che per i meriti di Gesù Cristo Salvatore, noi siamo diventati possessori di inestimabili ricchezze; conosce anche la nostra ingenuità che spesse volte ci rende simili agli antichi selvaggi d’America, incapaci a valutare i nostri tesori. Ed egli, il maligno e il rapace, s’aggira sulla piazza del mondo per i suoi infernali baratti: quanti per la passione d’un momento gli cedono la gioia eterna! quanti per un piatto di lenticchie, per un pugno di orzo, per un bicchiere di vino, rinunciano al convito divino del Paradiso! Quanti ancora per l’amicizia con una donna pericolosa, con un uomo scostumato, si distaccano dall’amicizia di Gesù!… Povera gente, apri finalmente gli occhi! Non vedi che il mondo fin ora non ha fatto che illusi, infelici, vittime? Non vedi che te pure tradisce con i suoi specchietti, con i suoi campanelli, con le sue cianfrusaglie di cui non una ti verrà buona nel momento della morte? Ma se proprio vogliamo farci un’idea del mondo, ascoltiamo la parola di Gesù: Nel mondo non c’è verità. « Pregherò il Padre che mandi a voi lo Spirito della verità, che il mondo non può né ricevere, né conoscere » (Giov., XIV, 17). Non meravigliatevi dunque se vedrete tante frodi e tante ingiustizie, se udrete tante bestemmie e tante eresie. Nel mondo non c’è amore: « Siccome voi non siete del mondo, il mondo vi odia: egli non ama che i suoi » (Giov.; XV, 19). Ma anche i suoi ama per rovinarli eternamente. Nel mondo non c’è pace. « Dono e lascio a voi la mia pace: non io faccio come il mondo! » (Giov., XIV, 27). Provate, Cristiani, a pensare quando avete gustato la pace vera nella vostra vita dal giorno della prima Comunione: forse dopo i divertimenti del mondo, forse dopo aver ceduto ai desideri del mondo? No! ma solo quando lontani dal mondo, vi siete stretti a Gesù con una buona Confessione e Comunione. Nel mondo non c’è salvezza. È certo che nessuno si può salvare, se non per Gesù Cristo. Or bene Gesù Cristo ha escluso il mondo dalla sua redenzione. « Per il mondo io non prego!» (Giov., XVII, 9). Il mondo dunque non è la società in cui vivete, ma quella parte di società che vive nemica a Cristo e al suo Vangelo: dimentica di Dio, aggiogata alle passione, inebriata di piacere sensuale. A parlare propriamente il mondo è l’armento di satana: satana n’è il pastore e il principe. – FUGA DAL MONDO. S. Anselmo, rapito in estasi; vide un giorno un immenso fiume che travolgeva tutte le immondizie della terra, di modo che nessuna cloaca si trovò più schifosa di quella. Sulle nere e schiumose onde della fiumana, trasportati in rapina, biancheggiavano molti cadaveri di uomini, donne, ragazzi, ricchi, poveri, coi ventri rigonfi di melma. Avendo il Santo domandato che significasse quella visione, così gli fu risposto: «Il fiume è il mondo; e gli annegati sono i suoi amatori ». Vivesse ancora S. Anselmo, la sua visione non muterebbe, anzi si presenterebbe più spaventosa. Per questo è mio dovere alzare la voce, e ripetere il grido del profeta Geremia: « Fuggite da questa Babilonia, se volete salvare l’anima vostra » (LI, 6). In questa fuga, vi conforteranno i seguenti pensieri: 1) L’amore di Dio e l’amore del mondo non possono coabitare in uno stesso cuore; non si può con un occhio guardare l’azzurro del cielo e con l’altro il fango della terra. O il dovere glorioso o il piacere vergognoso! O Cristo o satana! S. Paolo, S. Giovanni, gli Apostoli e i loro successori hanno sempre predicato contro il mondo, i suoi teatri, le sue danze, le sue feste; con grande fermezza respingevano ogni neofito che non avesse voluto rinunciare ai piaceri del mondo. Quanta fede, quanta forza noi ammiriamo in quei primi Cristiani che rompevano assolutamente ogni relazione cogli idolatri, sfidavano l’odio dei tiranni, la rabbia dei carnefici! O secoli dei martiri, quanto siete lontani da noi! 2) Non basta fuggire il mondo, ma ciascuno deve industriarsi di mettere nell’amore di Dio e delle cose pudiche e sante quella smania che prima aveva per le cose mondane e peccaminose. « Risanate il vostro amore; — esclama S. Agostino –  e quell’impeto che prima vi spingeva al mondo, ora vi trasporti al Creatore del mondo » (In Ps., XXXIV). 3) Non scordiamoci di essere stranieri e pellegrini sulla terra: «Io vi avviso o fratelli, il tempo è breve: quelli adunque che sono sposati vivano mortificandosi come se non lo fossero; quelli che piangono come se non piangessero; quelli che godono come se non godessero; quelli che comprano cose come se non possedessero; quelli che si servono del mondo come non se ne servissero: tutto passa e svanisce come un’ombra » (I Cor., VII, 29-31). – La regina Elisabetta d’Inghilterra aveva tra i nobili della sua corte uno splendido ballerino di nome Tommaso Pondo. Come egli danzava, tutti, in un delirio di applausi, gridavano: « Replica ancora la danza! Almeno una volta ancora! ». Ma un giorno era così stanco, che le forze non lo ressero ad un altro sforzo. Eppure anche la Regina diceva: « Replica! Replica! ». E Tommaso per compiacerla danzò; ma negli ultimi giri, la vertigine l’incolse. E cadde. Tutti risero. E la Regina disse anch’essa: « Alzati bue! ». Egli udì l’insulto: si morse le labbra e s’alzò. Al giorno dopo fuggì a casa sua lontano tra i monti: e più nessuno lo vide alla corte. Le ricompense del mondo sono sempre simili a queste. Fin tanto che la giovinezza, l’ingegno, il danaro ci sorreggono, mille lodi e mille sorrisi: ma appena una disgrazia, una malattia, un dissesto finanziario ci abbatte, non altro dobbiamo aspettarci che l’abbandono e l’insulto amaro: « Alzati bue! ». – « O mondo! — diceva un’anima piena di nobile sdegno — tu prometti ogni bene e non dài che mali; assicuri vita e rechi morte; annunci gioia e concedi amarezza: offri dei fiori, ma sono fiori sgualciti che avvizziranno senza lasciare frutto. Guai a chi si confida in te! felice chi ti contrasta! più beato chi può lasciarti senza ferita! » (Serm., XXX, nelle Op. S. Aug.). – « È necessario per voi ch’io vada; perché s’io non vado, il Paracleto non verrà » — Lo Spirito Santo non poteva venire prima della morte di Cristo perché gli uomini erano ancora schiavi del peccato originale; era necessario che Gesù morendo ci redimesse, affinché lo Spirito Santo, che non abita in un corpo soggetto al peccato, potesse venire in noi. « È  necessario per voi ch’io vada: perché vi possa preparare un posto, e quando lo avrò preparato, ritornerò da voi, e vi prenderò con me; e starete per sempre dove sarò io ». Noi in Paradiso, prima della morte di Cristo, non potevamo andare: era necessario che Gesù morendo entrasse per il primo e ce lo aprisse, perché anche noi dietro a lui vi potessimo entrare. Dunque, com’è stato buono, più che una mamma, Gesù. con noi! Prima di partire ha pensato a noi, per la nostra vita e per. la nostra morte. Per la nostra vita ci ha promesso lo Spirito Santo; per la nostra morte ci ha promesso che tornerà Lui a prenderci e a portarci dove Egli sta. Ciò che importa, adesso, è sapere quello che dobbiamo fare perché lo Spirito Santo abiti in noi in questa vita, e perché nell’ora della nostra morte venga Gesù a prenderci e condurci in Cielo. – PERCHÈ LO SPIRITO SANTO ABITI IN NOI. La Vergine siracusana, santa Lucia, fu accusata al governatore Pascasio perché rifiutava la mano d’un giovane idolatra. Essa si difese e disse: « Non ho promesso fedeltà a nessun uomo, ma solo a Dio ». Il governatore, adirato, comandò: « Fra i tormenti la si costringa a tacere! A lui rispose Lucia: « Le parole non mancheranno mai sulle labbra dei servi di Dio. L’ha detto Gesù: Quando vi troverete davanti ai re ed ai magistrati, non angustiatevi per le cose che dovete dire; lo Spirito Santo che è in voi vi suggerirà tutto » – « Dunque, lo Spirito Santo è in te? ». « Sì: coloro che vivono casti e pii sono templi dello Spirito Santo ». Allora il governatore maligno aggiunse: « Penserò a farti cessare di essere casta e pia e non sarai più il tempio dello Spirito Santo ». Ma la vergine, levate le mani e gli occhi al cielo, pregava. Ecco, o Cristiani: perché lo Spirito Santo abiti in noi è necessario vivere pii e casti. Pii: con la frequenza dei Sacramenti, con la preghiera in casa ed in chiesa. Casto: con l’onestà della vita, con la fuga dalle occasioni cattive, con l’amore alla propria famiglia. È vicina la Pentecoste, la grande festa che ricorda la discesa dello Spirito Santo sopra gli Apostoli: prepariamo i nostri cuori con una vita casta e pia. E se alcuno sentisse pesare sulla sua coscienza una grave colpa, si purifichi con la santa Confessione, altrimenti lo Spirito Santo non verrà in lui e non sentirà gli effetti della sua presenza. « Quando verrà lo Spirito consolatore — ha detto Gesù — egli v’insegnerà ogni verità ». Beate le anime caste e pie, perché da Lui saranno consolate! In ogni dolore, in ogni croce proveranno una soave dolcezza, perché lo Spirito Santo presente in loro, ascolterà ogni gemito e preparerà per essi una ricompensa eterna. Beate le anime caste e pie, perché da Lui saranno ammaestrate, e comprenderanno come tutte le cose di quaggiù non sono altro che un inganno, e non val la pena d’attaccare il cuore nostro ad esse. – PERCHÈ GESÙ RITORNI NELL’ORA DI NOSTRA MORTE. L’ora più terribile della vita è quella di nostra morte. Soffrire i mali dell’agonia che ci strapperanno stille di freddo sudore; chiuder gli occhi e non riaprirli più a vedere le persone e le cose amate; andar via da questo mondo senza portar via niente con noi, neppure un soldo, neppure un frustolo di pane; e non sapere dove si va e come sarà… Al di là della morte chi verrà a prenderci? Gesù o il demonio? Oh, se fossimo sicuri che verrà Gesù a condurci dove Egli è, a star sempre con Lui, a non morir più, a godere eternamente, come sarebbe dolce la morte! Sarebbe il termine d’ogni dolore, anzi l’inizio della gioia senza confine. Ebbene, Gesù ha promesso che tornerà a prendere i suoi discepoli per dare ad essi quel posto che si sono guadagnati in Paradiso. Quando il cappellano entrò nella stanza della santa di Lisieux morente, cercò di confortarla ad accettar la morte con rassegnazione. « Padre! — rispose santa Teresa, — non c’è bisogno di rassegnazione se non per vivere. A morire io provo gioia: perché Gesù stesso verrà a prendermi. E quando si è con Gesù non si muore ma si entra nella vita ». Beati quelli che muoiono bene! Morire bene: ecco lo scopo di tutto il nostro vivere. Ma noi sappiamo che nulla s’impara se non con l’esercizio e con la pratica Come s’impara a fabbricare? fabbricando. Come s’impara a morire? morendo. « Ogni giorno io muoio », diceva San Paolo; ed ogni giorno moriva al mondo, ai piaceri, alle lusinghe del demonio e delle passioni. Da questo si spiega com’egli potesse scrivere: « Io bramo di morire per trovarmi con Cristo ». Cupio dissolvi et esse cum Christo. «Io bramo di morire perché la morte è un guadagno per me » (Filip., I, 21,23). Sulla tomba di Scoto, filosofo francescano, fu scritto « Semel sepultus bis mortuus ». Fu sepolto una volta sola e morì due volte: la prima, mentre viveva facendo penitenza e rinnegando se stesso. Se vogliamo morir bene, anche noi ogni giorno dobbiamo imparare a morire: devono morire nella nostra mente i cattivi pensieri; devono morire sulle nostre labbra le parole cattive di bestemmia, di impurità, di odio, di mormorazione; devono morire nella nostra vita le opere cattive, solo deve vivere in noi la volontà di Dio. Solo così Gesù ritornerà a prenderci nell’ora di nostra morte. – Moriva un bambino di sei anni: s’accorgeva di morire, ma non aveva paura. Volgendosi alla mamma che singhiozzava, ingenuamente le chiedeva: « Mamma, domani, quando sarò in cielo e mi verrà sonno, Gesù a dormire mi metterà nella cuna o mi prenderà sulle sue braccia? ». Sulle braccia di Gesù tu dormi ora, o piccolo innocente! Ma anche noi se sapremo conservare il nostro cuore buono e puro come quello di un bambino, anche noi Gesù prenderà sulle sue braccia, nell’ora di nostra morte. E sia così.

IL CREDO

Offertorium


Orémus.
Ps LXV:1-2; LXXXV:16
Jubiláte Deo, univérsa terra, psalmum dícite nómini ejus: veníte et audíte, et narrábo vobis, omnes qui timétis Deum, quanta fecit Dóminus ánimæ meæ, allelúja.

[Acclama a Dio, o terra tutta, canta un inno al suo nome: venite e ascoltate, tutti voi che temete Iddio, e vi narrerò quanto il Signore ha fatto all’ànima mia, allelúia.]

Secreta

Deus, qui nos, per hujus sacrifícii veneránda commércia, uníus summæ divinitátis partícipes effecísti: præsta, quǽsumus; ut, sicut tuam cognóscimus veritátem, sic eam dignis móribus assequámur.

[O Dio, che per mezzo degli scambi venerandi di questo sacrificio ci rendesti partecipi dell’unica somma divinità: concedici, Te ne preghiamo, che come conosciamo la tua verità, così la conseguiamo mediante una buona condotta.]

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Joann XVI:8
Cum vénerit Paráclitus Spíritus veritátis, ille árguet mundum de peccáto et de justítia et de judício, allelúja, allelúja.

[Quando verrà il Paràclito, Spirito di verità, convincerà il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio, allelúia, allelúia]

Postcommunio

Orémus.
Adésto nobis, Dómine, Deus noster: ut per hæc, quæ fidéliter súmpsimus, et purgémur a vítiis et a perículis ómnibus eruámur.

[Concédici, o Signore Dio nostro, che mediante questi misteri fedelmente ricevuti, siamo purificati dai nostri peccati e liberati da ogni pericolo.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ORDINARIO DELLA MESSA

LO SCUDO DELLA FEDE (203)

LO SCUDO DELLA FEDE (203)

DIO GI LIBERI CHE SAPIENTI!. CI VORREBBERO FAR PERDERE LA TESTA! (6)

PER Monsig. BELASIO

TORINO, 1878 – TIPOGRAFIA E LIBRERIA SALESIANA San Pier d’Arena – Nizza Marittima.

§ III.

Il terzo inganno è il voler darsi d’intendere che gli uomini sono nati dalle bestie molti secoli e secoli prima che li creasse con amore Dio benedetto.

 (I PREISTORICI).

(2)

La parola preistorico vuol dire esistente prima della storia. In questo senso si posson dire quegli abitatori in mezzo ai laghi, preistorici per loro: perché essi non voglion credere alla storia dell’origine di tutti gli uomini. Già per tutte le nazioni che non credono alla Parola santa di Dio, i primi uomini che le formarono, debbono essere tutti preistorici. Poiché senza il lume della nostra santa fede, intendetelo, tutte e tutte le origini delle nazioni del mondo antico sono involte nelle tenebre tra le nebbie di incredibili racconti favolosi: e quindi quegli uomini che esistettero prima che si scrivesse la loro storia, sono per loro preistorici. Per noi credenti, grazie a Dio, non vi sono uomini preistorici in quel senso. Perché Dio stesso si fece scrivere da Mosè nella Scrittura Sacra la Storia del principio di tutto il genere umano. È inutile vantarsi di non credere. Ormai tutti i più dotti uomini del mondo colla loro giudiziosa e sana critica riconoscono che la Scrittura Sacra nostra contiene le più antiche memorie e tradizioni di tutto il genere umano. Fatta scrivere dal Signore molto tempo prima di tutte le vere storie del mondo. Essa sola dà il filo in mano che guida i dotti a cavarsela dal laberinto della confusione di tanti errori favolosi (Lenormand nel — Manuale di storia antica dell’Oriente — Opera coronata dall’Accademia di Francia). Sicché la Sacra Scrittura è il Libro che contiene più verità storiche antiche che non tutti libri, storie, frammenti, di tutta l’antichità. Essa sola ha il racconto dell’origine del mondo che più soddisfa la ragione. Le scoperte poi delle scienze lo vanno sempre più confermando.

Spez. Finalmente intendo anche io come in fatto non vi sieno stati mai uomini preistorici, prima cioè dalla Storia Sacra fatta scrivere da Dio. Il primo uomo che fu creato è Adamo, di cui ci è dato di conoscere la vera storia. – Ora a noi: che cosa si ha da dire adunque di queste abitazioni che già da tanto tempo erano in mezzo alle acque; e che si chiamano lacustri?

Par. Vi dirò che corsi anch’io a visitare quei laghi; e dovetti, come chiunque, essere bene persuaso, che quegli uomini che le costruirono in lontanissimi tempi, erano tutt’altro che selvatici. Mi pare anzi che vivessero proprio nei tempi stessi delle nazioni, di cui noi conosciamo la storia, come vi dirò. Avreste a vedere come furono ben costruite. In alcuna, come nel Lago di Zurigo, si contano fino a quattro mila travi conficcate in fondo al lago tra macigni ben gettati come si fa dai nostri ingegneri nelle costruzioni dentro il mare, per formarvi i moderni porti; sicché resistettero per migliaia d’anni a tutte le burrasche. Potete ben immaginarvi come sopra quelle palafitte dovettero sicuramente aver formato le travate e i parapetti, perché fino i figliuoli: almeno non sprofondassero nelle acque. E pensare che quegli antichissimi non avevano i nostri ferri, né gli altri stromenti! dovremo dire che coloro diedero prova di perizia, e son più da ammirare che i costruttori delle antiche città che avevano tanti mezzi. Intanto vi dirò che se son da dire preistorici e selvatici quegli uomini, perché costrussero le loro abitazioni in mezzo ai laghi, si dovranno da lor dire preistorici e selvatici quei signori che fabbricarono le delizie delle isole Borromeo; preistorici e selvatici fino i Vescovi che edificarono il Seminario sul lago d’Orta; preistorici e selvatici poi fino quei prodi Italiani che nelle lagune della Venezia fabbricarono sulle palafitte quei marmorei palagi per difendersi dai barbari come quegli antichi per difendersi dalle fiere e dai nemici di quel tempo.

Spez. Eppure quei miserabili ridon di Mosè e della Santa Scrittura.

Par. Ma il ridere di ciò che non si vuole studiare, perché non si vuole conoscere per non volere far bene, è segno di superba ignoranza e di corruzione del cuore. Tenete sempre in mente poi quel che vi dissi già, che coloro che non vogliono credere in Dio col vagare orgogliosi dietro alle lor fantasie, vanno a terminare in un abisso di confusione da non intender più niente. Invece, per la santa Parola di Dio è dato ai dotti veri di conoscere in fondo alle false religioni in cui furono confusi coi favolosi racconti, gli avanzi della verità che Dio aveva in sul principio fatto rivelare a tutta l’umana famiglia. Siccome poi quando una inondazione passò attraverso a un edifizio e lo rovinò, se si levano via le ghiaie e il fango di mezzo, si vedono ancora i ruderi che mostrano coi loro avanzi in qualche modo qual doveva essere in prima il bell’edifizio; così se si levano via dalle false religioni, dai lor racconti favolosi tutto ciò che gli ingannatori e la superstizione vi misero dentro di falso e di cattivo o di irragionevole affatto, si viene a conoscere e si deve ammettere che è vero ciò che racconta la storia di Mosè nella Scrittura Sacra dettata da Dio medesimo. Ma il Signore faceva raccontare la storia del genere umano, affine di far conoscere la storia delle sue misericordie, con cui voleva salvare gli uomini col mandare il suo Figliuolo, il nostro Divino Gesù; perciò, quando ebbe raccontato come Egli, il Signore castigò l’orgoglio di quegli antichi che pretendevano innalzare una torre, stolti! per toccar fino al cielo, colla confusione delle lingue, a quel punto cessa la Parola di Dio di raccontare la storia delle altre nazioni, e parla solamente in modo particolare del popolo ebreo, a cui affidava la promessa di venire a salvare il mondo, nascendo uomo nella famiglia d’Abramo. Delle altre nazioni dice solo: che si divisero e andarono in dispersione per le varie parti della terra. Come però narra ancora che tutta la gran famiglia del genere umano era divisa in tre rami dai discendenti dei tre figliuoli di Noè di Sem, di Cam e di Iafet; così la Parola di Dio dà ancor un filo per giungere in quella oscurità di tempo a capir qualche cosa della storia delle altre nazioni antiche. Ora tutte le scoperte che si van facendo da tanti secoli, provano proprio che i discendenti di Sem restarono nell’interno dell’Asia intorno alla torre di Babele, la Babilonia. I discendenti di Cam dall’Asia andarono diffondendosi nell’Egitto e nelle altre parti dell’Africa; mentre i figliuoli di Iafet emigrarono nei più lontani paesi, per estendersi nell’Europa nostra. Eccovi la ragione, che par giusta, per cui, massime presso agli abitatori dispersi in Europa, erano in uso stromenti ed armi, utensili di osso e di pietra; mentre tra i discendenti di Sem, di Cam che là fermatisi formarono subito grandi nazioni, erano in quel tempo stesso in uso le armi e gli stromenti di bronzo e ferro.

Spez. Dica, dica che io la spiegherò ai miei, che spero farà loro piacere ad udirla; perché quei miei buoni amici dicono sol quel che lor si mette senza pigliarsi la briga di studiare se sia la verità.

Par. Ebbene vi dirò quel che pare solamente ragionevole assai, perchéne abbian tante prove. Adunque i figliuoli di Iafet emigrando in lontani paesi forse prima di aver conosciuto come si lavorassero già i metalli, certo là sulle creste degli altissimi monti che dividono l’Eutopa dall’Asia, non trascinavano seco le fucine per fondere, e lavorare i metalli, né poi là avevan in pronto le cave conosciute da estrarli.

Spez. Questo mi par ragionevole e mi fa già intendere una qualche cosa.

Par. Quando poi si trovarono tra le montagne dove abitarono in prima, tra quelle orride foreste di cui vi sono ancora gli avanzi, là in quelle selve dei nostri in mezzo a quelle belve feroci, fu una bella grazia per loro aver trovato le caverne da rifugiarsi dentro e farne le loro abitazioni. Là trovarono in pronto le ossa da poter lavorare, con le pietre focaie da formar ancor ben affilati stromenti. Di metalli non vi dovette neppur venire un pensiero. E mentre abitavano in quelle grotte nella pace delle loro famigliole, facevano in osso ed in pietre quei loro lavoretti. Se ne trovano armi e utensili di cucina, anzi fin oggetti di lusso così belli che è grazia a vederli ancora nei nostri musei. Si direbbe che furono diligentati con amore e buon gusto d’arti. Quasi si direbbe che sin d’allora lasciarono in eredità l’arte di far quei gentili lavori ai Germani e Svizzeri de’ nostri dì, in legno ed osso. Per vivere poi insieme quasi in piccole borgate studiaron bene di costruirsi in mezzo all’acqua al sicuro le loro abitazioni lacustri. Per poco che, visitandole, vi giriamo in quelle col pensiero, come s’aggirano ancora gli Europei su quelle abitazioni e giardini pénsili che i Cinesi vanno estendendo sull’acque del mare. Che ne dite or voi? Eran barbari questi uomini, eran selvatici come gli orsi e preistorici da milioni di secoli?

Spez. La ringrazio; ella mi dice cose, che questa gente che non pensa mai bene, poiché dimenticato il catechismo che hanno gustato da fanciulletti, bevon giù alla grossa ciò che gli increduli dan loro ad intendere.

Par. Voi dunque potete a loro far capire chiaramente, che poterono quegli antichi abitatori della montagna usare le pietre per formarsi i loro stromenti; sicché si può chiamare in buon senso quel tempo, l’epoca della pietra; mentre nell’istesso tempo nelle nazioni dell’Asia e nell’Egitto in Africa si lavoravan già tanto bene i metalli. – Ne abbiam le prove più chiare che questi usi erano contemporanei nel gran Libro delle verità storiche più sicure. Diffatto, si legge egli è vero, che Abramo comprò una grotta da seppellirvi la sua Sara; ma vi sborsò fin d’allora sicli d’argento ben sonanti. Sefora moglie di Mosè, poi Giosuè, usavan nel circoncidere i coltelli di pietra; ma Mosè nello stesso tempo scelse gli artisti più stimati per lavorare il bronzo, l’argento e l’oro pel Tabernacolo di Dio. Anche Davidde non sapeva usar altr’arme che i sassi del torrente; ma Golia aveva la spada con cui Davidde gli tagliò la testa. Eppoi eppoi anche ai di nostri, salite sulle cime degli Appennini, là vedrete. che quei buoni montanari han tutti gli utensili di legno, di osso e fino le pentole di pietra; ma dalla vetta dei loro monti potete veder Genova, in cui si lavora l’oro e l’ argento a finissima filigrana. Immaginatevi adesso che un figliuol di quei mandriani, mandato a Genova alle scuole, diventasse fino un gran ministro dello Stato. Se costui ritornasse poi al nativo monte per respirare aria più pura, la sua cugina pastorella, a lui solito a centellare il caffè in dorate porcellane, presenterebbe il latte con bel garbo in una ciottola di legno. Ebbene, potranno dire coloro che la pastorella è preistorica o almen selvatica?.. Però se avessi da dir io qual è fra questi due la persona di più pulita civiltà… non esiterei un sol momento!… Non è dunque da credere che le epoche della pietra, del bronzo e del ferro fossero divise da secoli l’una dall altra; quando abbiam tante prove che eran contemporanee.

Spez. Oh! che le spiegassero un po’ bene, massime nelle nostre Scuole Tecniche, queste cose, se però prima le avessero studiate i maestri! Verrebbe su la nostra gioventù ben più sodamente istruita, e quindi meglio educata! Ma son tanto nuove per noi queste osservazioni, che vorrei mi faceste ancor meglio intendere come queste tre epoche, che si menan sempre per bocca da chi meno profondamente studia, potessero esser vicine, anzi, come avete detto, contemporanee in diversi luoghi.

Par. Potrei darvene le tante prove; ma vi dirò che si provano ravvicinate queste epoche da tante scoperte, di cui mi accontenterò di accennarvi almeno le principali, fatte nella nostra Italia. La crosta terrestre continuamente si muta. Le alluvioni e le eruzioni dei vulcani ebber coperto le tante volte di nuovi strati di terra i terreni primitivi. Ebbene, nella caverna detta di Tiberio tra Imola e Faenza, sì eran trovati cocci di vasi mal composti e mal fatti; mentre sì sarebbe detto da chi ha la smania di gridar subito: ecco una prova contro la Storia di Mosè; ecco le prime prove di quegli uomini che cominciavano appena ad incivilirsi; poiché vi si son trovati fin cultri di selce. Ebbene si trovarono subito appresso antiche monete romane, anzi anche una statuetta di bronzo! Si direbbe poi che la Provvidenza abbia voluto conservare sotto depositi alluvionali vicino al lago Sabbatino un vero piccol museo, per mostrar come tanto si avvicinano le tre epoche tra loro. Si trovarono degli oggetti in ordine di tempo deposti. Dalle acque. In basso stromenti di selce lavorati, poi oggetti di bronzo, poi anche monete ben coniate, fin monete e vasi dei tempi dei romani imperatori. Ora dirassi che gl’imperatori romani fossero preistorici?… Però dovranno credere anche gl’increduli che sieno nati un qualche anno almeno dopo Adamo! – Tenetelo ben fisso in mente che tutte le scoperte col tempo vengono sempre a dimostrare la verità della nostra santa Religione; e così le vere scienze e il tempo vanno sempre a terminare per render più splendido il trionfo della nostra santa fede. Voglio aggiungere una osservazione tutta mia, ed è: che siccome nelle abitazioni lacustri, nelle alluvioni, e sotto le eruzioni vulcaniche si è trovato che l’uso della pietra, poi del bronzo e poi del ferro erano così vicini nel tempo: così quegli oggetti sono prova che i così detti tempi preistorici erano vicini assai agli storici contemporanei. Ecco un anello fra loro. Bene appare questo da una scoperta di un’abitazione lacustre in questa Lombardia, in cui si sono trovati fino ami, aghi, una spilla di ornamento. Laonde vorrei dire: che per la vicinanza della Toscana, queste nostre provincie, gli antichi abitanti delle montagne e dei laghi nostri furono dei primi ad avvicinarsi ai Pelasgi, e agli Etruschi. Tra lor trovato l’uso di quel metallo, se ne sarebbero provveduti degli oggetti più utili pei laghisti, gli ami e i primi oggetti di lusso per le lor donne. — Pregheremo il Signore di concedere che si vada innanzi nelle scoperte; perché è vicino il tempo in cui i loro tempi preistorici diverranno storici anche per loro, come sono storici per grazia della Parola di Dio tutti i tempi del genere umano. La santa Religione nostra sola ha la storia dell’umanità; e per saper qualche cosa bisogna cominciare a credere in Dio.

Spez. Permettetemi ancora questa. Mi mostrano stampato che ancora adesso vi sono degli uomini che restarono sempre selvaggi; e che quindi tali bestie-uomini sono di una razza alle bestie superiore appena per un grado: e che i tentativi di noi uomini per farli più civili finiscono collo sterminarli.

Par. Amico! fa troppo male al cuore che quei nostri a noi sì cari sempre lontani dalla Chiesa senza mai una parola che loro inspiri un buon pensiero, leggano tutto che si manda per le stampe a loro dinanzi, colla più fina astuzia preparato per ingannarli; e poi lo dicono su alla spensierata. Così le povere pecorelle lontane dal pastore pascolano le erbe avvelenate ed appestano anche le altre! Lasciatemi sfogar del cuore: mi salgono le fiamme dello sdegno al volto nel leggere in certi libri che si fan girare in mano a tutti, sotto una scienza apparente con maligna moderazione come si danno orribili insegnamenti. Anche voi lo avete detto, che si vuol far credere che vi sieno razze d’uomini selvaggi poco diverse dalle bestie, e di un grado appena superiore, e come una razza degli altri mammiferi un po’ più fina. Oh i tristi! altro che abolire ai nostri dì, si potrebbe metter su la schiavitù più dura; e questa loro teoria giustificherebbe le più atroci crudeltà! E perché i Romani credevano poter fare sgozzare a lor dinanzi nei conviti l’un coll’altro i loro servi? ed ahi! al misero che cadeva trafitto barcollando, dicevano col bicchiere in mano: «Fatti in là, bestia, che non mi brutti la tunica di sangue!… » È perché leggevano scritto nei loro libri, come in questi libri ai nostri di, che gli schiavi eran d’una razza diversa inferiore alla nostra! Perché quei pagani crudelmente cavavano fino gli occhi agli schiavi, affinché facessero girare più quieti le loro macine da mulino? E perchè insegnavano nelle scuole che gli schiavi erano cose, e come bestie da lavoro! Se quei poveri selvaggi fosser bestie solo d’una razza un po’ più fina, potranno dunque i celada (chiamano celada quei pezzi di galera, udite, udite, che me lo raccontano tante volte i moretti e le morette riscattati) potranno quegli orribili celada andare a dare loro la caccia tra le povere capanne e sulle rive dei ruscelli, abbrancar per la gola quei poveri fanciulletti, e pigiarli dentro un sacco per portarli a vendere sui mercati di carne umana! Eh via! che la scienza moderna di quei tali scrittori insegnerebbe che sono scimmie di una razza un po’ più fina! E quegli uomini scampa-forche, che si dicono mercanti della tratta degli schiavi, possono ancora sguinzagliare alla vita dei selvaggi i grossi cani, per raccoglierli a torme in sulle spiagge e stiparli nelle stive dei bastimenti, e così far buoni affari! Ahi! che l’intendon la lezione certi padroni che fan lavorare i poveri sudditi nelle campagne senza lasciare un dì di festa da sentirsi dire che anch’essi hanno ancora un Padre in cielo! E si Stampa sopra un libro: che questo è il risultato della scienza! Ah! maledetta questa scienza, con cui forse si vuol preparare il popolo a lasciarsi trattare come le bestie… Se questi empi la vincessero, non credendo né a Dio, né all’anima, né alla povera umanità, potranno ammazzarci come bestie! E potran fare!… (vel voglio dire: quel che fecero coloro che nella grande rivoluzione passata proclamarono che non esiste Iddio!…) potranno far conciare certe pelli!.. come più morbide di tutte quelle delle bestie di una razza alla nostra inferiore! E ci dicono che scrivono da filantropi per istruire il popolo!

Spez. DIO CI LIBERI DA QUESTI FILANTROPI!  FAN L’AMORE AI POPOLI.. COI DENTI! … Ma in quei libri si dà per certo che molte orde di selvaggi sono tali per natura sempre state per tutti i secoli selvatici d’allora che apparvero sulla terra.

Par. Vedete come la danno da bere a coloro che pretendono d’essere istruiti senza avere studiato, e credon tutto ciò che leggono nei libri stampati apposta per ingannarli! Le tradizioni, le storie, i monumenti e tutto dimostra, che quel miserabile stato di selvatichezza in cui si trovano, è uno stato di decadimento. – Questi poveri. popoli selvaggi conservano ancora le memorie dei loro antenati, che erano tanto più di loro civili: cui tengono sino come figliuoli dei loro sognati Dei. – I nomi poi conservati dalle storie degli antichi regni tanto fiorenti in quei paesi, in cui van ora vagolando misere nazioni mezzo selvatiche, mostrano che in prima furono fondati proprio fin dai figliuoli di Noè, come la santa Scrittura ricorda. I Persiani, detti anche Elamiti, discesero da Elam, gli Assiri da Assur, i Lidii da Lut, tre figlivoli di Sem. Da Canan gli antichi Cananei, da Misraim gli abitanti d’Egitto, detto anticamente Misraim; gli Etiopi, detti anche anche Cussiti, da Cus, figliuoli di Cam. I quali discepoli di Noè eran tutt’altro che selvatici, ma erano colti di quella civiltà primitiva, che si mostrò così grande nelle grandi opere eseguite subito nei primordi dei loro regni. Diffatto, in Asia nel nostro tempo i Persiani e gli Arabi nell’Africa, gli Etiopi ed anche molti Egiziani, van errando sui ruderi di antichissime città e rizzano le lor catapecchie sui palazzi e templi, le cui grandiose rovine si van tuttora scoprendo; e quando gli Europei scoprirono il Nuovo Mondo, si credeva che le orde di quegli indigeni fosser sempre state selvagge; ma si scoprirono e si scoprono ancora presentemente gli avanzi di antichissime città e dimostrano come gli Americani selvaggi, ora è ormai certo, discesero dagli Asiatici dell’antichissima civiltà. Questi, e si può dire tutti i popoli selvaggi, adunque sono decaduti da una primitiva ed antichissima civiltà.

Spez. Ma com’è adunque, mi diranno, che son diventati selvaggi così?

Par. Son contento che me lo domandate, poiché mi porgete occasione di dirvi cose che mi pesano sul cuore. Sono tre le cause che fecero e che farebbero diventar selvaggio tutto il genere umano, se non lo conservasse civile la bontà di Dio. La prima è pur troppo il perdere l’idea di Dio Creatore e Padre, che creò gli uomini per farli seco beati. La seconda, la tirannia dei conquistatori. La terza, la corruzione dei costumi. Voi siete uomo di buon giudizio; e lascio pensare a voi a queste tre cause se non fan diventare peggio che selvatici anche certi increduli dei nostri dî, che par sentano tanto la brama d’imbestialirsi, affannandosi a far credere che siamo figliuoli di bestie.

Spez. Ma perdonatemi; essi si mostrano filantropi e compiangono i poveri selvatici perché non si possa render migliore la lor condizione; poiché tutti i tentativi per civilizzarli, non fanno che sterminarli.

Par. Ah che dite? tutti i tentativi! Vi dirò io quali si fecero e si fanno tentativi da certi filantropi, per civilizzare i poveri selvatici! Quando questi filantropi mercanti toccano qualche spiaggia abitata da’ selvaggi, la prima cosa vi fabbrican i loro forti per pigliar di là il possesso del paese; e se quei miserabili abitanti accorrono a difender le loro terre, predicano loro la civiltà da’ fortilizii colla bocca dei cannoni. Con quei terribili catechisti, come v’ho detto, che sono i lor grossi mastini, invece di raccoglierli intorno ad una cappelletta (come facevano quei monaci nostri per ammansare i barbari in Europa che convertirono nelle più civili e floride nazioni del mondo) li spinsero sui bastimenti per poi venderli in sui mercati. Quando appena poterono comandare, a far subito leggi per togliere ai selvaggi il possesso dei loro terreni che coltivavano alla meglio… misero fino la taglia: « Avrà tanto di mercede chi porterà la testa d’un Indiano; »  e si spesero delle grandi somme per toglier quelle teste, invece di farle battezzare. Ah! sì, che vel dico io, che con questi tentativi non si fece che sterminarli. Deh! si lascino almeno andar in pace i Missionari di Gesù Cristo, e non si corra appresso a perseguitarli sin in mezzo alle Missioni! Dite anche ai vostri signori che li aiutino almeno colle loro preghiere. – Quando adunque vediamo stampato che, p. es., gli Indiani dell’America hanno un carattere selvaggio e fiero, che resistono a tutti i tentativi di civilizzazione, noi gridiamo altamente: è indegna questa ingiuria fatta a quei poveri nostri fratelli che sono ancora selvaggi. Se con certi tentativi non si fa che sterminarli, vi sono altri tentativi che danno i più consolanti risultati. Più che tutte le spedizioni commerciali e le scientifiche; più che tutte le colonie stabilite da avventurieri trafficanti, ha potuto un povero frate, san Francesco Solano. Ma egli non andava tra i selvaggi a rubare il loro oro, ma offriva tutto se stesso, e col coraggio da eroe per proteggere i suoi convertiti in un’invasione di altri selvaggi correva incontro a quelle orde col petto ignudo e col Crocifisso in mano: e ammansatili colla carità, li convertiva a milioni. Il dir che gl’Indiani d’America non possano rendere civili è una calunnia contro cui protestano tutti gli Americani inciviliti più che forse molti Europei. Ora mentre tutte le nazioni civili distruggono tutte le barriere che dividono l’umana famiglia sparsa sulla faccia della terra, per formare la gran famiglia nell’unione della civiltà cristiana Universale, si debbon ricordare quegli scienziati che stamparono questi libri ai nostri dì, che già altri scienziati in Europa tenevano le orde di abitanti del Paraguay in conto di uomini-bestie. Ebbene, pochi Gesuiti obbedendo alla Parola di Gesù Salvatore che comanda d’istruire tutte le genti per salvare tutti, si cimentarono tra quelle orde di feroci e li ammansarono colle industrie di carità. Essi là a lavorare per mostrare a lavorare, essi là a piantare alberi fruttiferi e coltivare erbaggi per lasciar cogliere ai selvaggi; essi là a conciar pelli, a tessere le lane; essi là mutati in sarti, calzolai, falegnami, fabbri, muratori; poi far da medici e sempre a far da padri con tutti. Così mentre gli scienziati qui disputavano seriamente se fosser uomini da battezzare, essi avevano quei selvatici educati a tal modello di civiltà, da far dire ad un letterato con una sublime espressione: «Ecco là nel Paraguay il Cristianesimo felice. » – Ancora adesso, mentre tanti Missionari di varii Ordini religiosi consumano la vita in ignorati benefizi e..riescono così bene nei tentativi benedetti da Gesù Cristo, udite ciò che mi scrivono gli amici Salesiani fino dai Pampas: « Oh quanto sono disposti, quanto sono capaci, anzi proprio desiderosi di diventare migliori e buoni cristiani, questi poveri selvaggi !… ».

Spez. Dio la rimeriti, mio buon signor Parroco! Mi pare proprio di esser con lei come.col padre della nostra grande famiglia, a trattare degl’interessi di tutti i nostri fratelli, anche di quelli che noi abbiamo tanto lontani! Ma io non posso capire quali ragioni possano avere ancora da far contro la fede in Dio?

Par. Mio carissimo, ne hanno due ragioni, contro cui non valgono le verità delle ragioni della fede: e sono l’orgoglio della mente e la corruzione del cuore che rendono gli uomini amanti sol di se stessi, nemici di Dio, e crudeli coi loro fratelli. Io ho il cuor troppo pieno, ed ho bisogno di sfogarmi con voi che m’intendete così bene. Ben vi ricorderete, che quando il demonio soffiò nell’orgoglio di quei superbi dell’antico tempo, che vollero costruire la grande Torre per tentare di elevarsi in cielo fino a Dio, essi tirarono sopra di sè il castigo della confusione delle lingue; e dovettero andare dispersi? Ora ecco che vi sono degli uomini altrettanto superbi, ma di coloro più vili, i quali, anch’essi dal diavolo, e maggiormente tentati di propria concupiscenza, così perdutamente guasti che tutt’altro che cercare di alzarsi al cielo sino a Dio, si abbassano ad avvoltolarsi nel fango, © tutti ingolfati in putridume, niente più agognano che d’imbestiarsi colle bestie, vantandosi di esser nati da loro. Però almen quegli antichi si mostrarono grandi fin nell’audacia del loro delitto; e con quel resto di sentimento della loro grandezza raggranellarono ancora i fratelli dispersi e formarono grandi nazioni da regnarvi quasi come déi: ma questi increduli moderni senza cuore e vili da schifo si studiano di sbrancare la famiglia umana quasi noi fossimo torme di bestie per poco dalle altre diverse. E che? vorranno forse tosarci come pecore matte e farne carne? Eh lo darebbero da sospettar col preparare come fanno l’Internazionale e la Comune! Così se quei superbi col tentare di farsi eguali a Dio fabbricarono la Babele della confusione delle lingue; questi vili coll’imbestiarsi vorrebbero buttarci nella Babele della distruzione. Pigliamo animo, o caro. Poiché se tutti che fanno guerra a Dio van vagabondando nella Babele, noi che l’amiamo come figliuoli, siamo nella Pentecoste; perché il miracolo della Pentecoste conrinua ancora per noi. Vi voglio partecipare una mia consolazione che provai proprio questo anno nel di di S. Giovanni in Torino. Nell’Oratori dei Salesiani, come gli apostoli nel Cenacolo raccolti intorno a Maria Ausiliatrice, quei buoni giovani per festeggiare il dì onomastico del loro pio istitutore accorrevano da tutte le parti a leggergli i più cari indirizzi, in tante lingue diverse; italiani, francesi, inglesi, irlandesi, scozzesi, tedeschi, polacchi, spagnoli, americani e fin cogli accenti dei selvaggi, degli Indii, Pampas e Patagoni: allora io in uno scoppio di pianto esclamava « ecco il miracolo della Pentecoste! » Ebbene, ebbene udii allora D. Bosco, questo uomo provvidenziale colle mani al cielo esclamare come il Salvatore: oh quanto è abbondante la messe! preghiamo il padrone ci mandi tanti operai: affinché si possa dare pane di vita eterna agli uomini nostri fratelli di tutti i colori che il Padre nostro invita al convitto del figliuol suo Gesù … ed io ripetevo singhiozzando: Oh, gran Padre della misericordia, affrettatevi a far di tutti gli uomini come un solo ovile di pecorelle sotto un solo buon Pastore! Oh amico, voi tante volte con ragione esclamavate: DIO CI LIBERI DA QUESTI SAPIENTI, DA QUESTI FILANTROPI!.. Deh! deh! Esclamate pregando con me: Dio salvi tutti gli uomini per Gesu Cristo suo Figliuolo unico Salvatore del mondo.

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (Olier) 20

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (20)

GIOVANNI G. OLIER

Mediolani 27-11 – 1935 Nihil obstat quominus imprimetur. Can. F. LONGONI

IMPRIMATUR: In Curia Arch. Mediolani die 27 – II – 1935 F. MOZZANICA V. G.

CAPITOLO XIII.

Dell’ obbedienza

Suppone il distacco dalle creature e soprattutto dal proprio spirito.

L’obbedienza è quella virtù che ci inclina a seguire in tutto la volontà di Dio. Il grande ostacolo a questa virtù è l’attacco alle creature, e soprattutto a noi medesimi, perché tali attacchi ci fermano e ci impediscono di correre nella via dei comandamenti di Dio. Per questo motivo, nell’ordine dei voti di religione, si incomincia dalla povertà e dalla castità e si finisce all’obbedienza, perché è necessario essere sciolti e liberi dai beni esteriori del mondo e dai piaceri della carne, per poter camminare liberamente nelle vie di Gesù Cristo Nostro Signore. Per questo ancora, S. Paolo ci avverte di offrire prima i nostri corpi come vittima e poi di prestare una ubbidienza ragionevole (Rom. XII, 1), così egli suppone che la morte al corpo e a tutti i piaceri del corpo, come cosa indispensabile, per la perfetta obbedienza. Oltre questo grande ostacolo all’ubbidienza che è l’attacco ai beni del mondo e ai piaceri della carne, ve n’è un altro ancora più funesto, ed è l’attacco allo spirito proprio, attacco che impedisce la volontà di sottomettersi agli ordini superiori. È questo ciò che Nostro Signore chiama la prudenza della carne, di cui parla per bocca dell’Apostolo, come della nemica giurata di Dio: La prudenza della carne è morte; essa è nemica di Dio; non è né può essere sottomessa alla legge di Dio (rom. VII, 6-7).

Motivi dell’obbedienza.

..perché creature; perché  figliuoli di Dio; — esempio di Gesù Cristo, che vivendo in noi vuole continuare in noi per mezzo nostro l’obbedienza al Padre suo; – perché schiavi redenti da Gesù Cristo cui apparteniamo; — perché vittime, essendo noi incorporati a Gesù Cristo; — perché templi dello Spirito Santo; — perché come Cristiani siamo in stato di morte.

Il primo motivo dell’ubbidienza è la nostra qualità di creature; perché in questa qualità, dobbiamo stare in un’intera dipendenza dalla volontà di Dio, che dà ad ogni cosa vita, movimento e esistenza (Act. XVII, 28). Dio, essendo /l’Essere universale e sovrano, governa tutto il mondo: tutto ubbidisce al suo Impero e alla sua voce. Bisogna dunque che ogni creatura sia sottomessa a Lui come all’Essere supremo. Quando noi si ubbidisce a qualche superiore, dobbiamo sempre tenere davanti agli occhi della fede l’Essere divino, rappresentato dalla creatura che ci parla e ci governa. Quando sentiamo qualche comando che ci viene fatto o troviamo qualche regola da osservarsi non dobbiamo sentite altre che la voce di Dio.

***

Il secondo motivo è la nostra qualità di figliuoli di Dio; è proprio d’un figlio ubbidire al padre suo, perciò Nostro Signore, come Figlio perfetto dell’Eterno Padre, gli ubbidì dal primo istante di sua vita sino alla sua morte (Fil. II, 8). Egli visse trent’anni nell’ubbidienza a S. Giuseppe ed alla sua santissima Madre, considerando l’uno e l’altra come immagini di Dio suo Padre. Il Vangelo non fa cenno per tutto quel tempo di nessun’altra virtù, in Gesù Cristo, che della sua sottomissione e della sua ubbidienza; Egli uscì dal mondo nel modo con cui vi era entrato: era entrato nel mondo e vi era vissuto per ubbidienza: per ubbidienza ancora ne uscì con la morte. Nostro Signore, nel rigenerarci, ci riempie del suo spirito e della sua vita; viene a vivere ed operare in noi alla gloria del Padre suo in quella stessa maniera che operava in sé medesimo; Egli viene a vivere in noi per muoverci secondo la direzione degli ordini del Padre suo e secondo il desiderio che vede nel Padre in riguardo a ciascuno di noî (Joan. V. 19). Nella sua vita mortale Egli teneva sempre l’occhio fisso in Dio suo Padre, e con la massima precisione aspettava i momenti della di Lui divina volontà. Orbene, il suo disegno è di continuare in noi la stessa esattezza, eseguendo con la medesima puntualità gli ordini del Padre suo. Egli vuole quindi tenerci soggetti al suo divino Spirito, onde operiamo sotto di Lui nella medesima dipendenza; perciò ci dà quello Spirito divino che ci fa operare, sotto la sua mozione, come veri figli di Dio.

***

Il terzo motivo è la nostra qualità di schiavi riscattati, per effetto della redenzione, dal giogo del peccato e dalla dominazione, del demonio. Nostro Signore nel redimerci, liberandoci da tale funesta e maledetta schiavitù, ci ha assoggettati al Padre suo e ci ha ristabiliti sotto il suo benefico dominio. Apparteniamo dunque a Gesù Cristo come a Colui che ci ha redenti. Non appartenete più a voi stessi, ha detto l’Apostolo, Jam non estis vestri (1 Cor. VI, 26). Siete, infatti, proprietà di Gesù Cristo che vi ha riscattati col prezzo del suo sangue, perciò non potete più pretendere di vivere indipendenti, perché non avete più diritti propri; da un dominio siete passati in un altro; dalla tirannia del demonio siete passati nel dominio di Gesù Cristo, essendo diventati familiari della sua casa e sudditi del suo Regno. Il Cristiano adunque, per l’inclinazione dello Spirito e della grazia di Gesù Cristo, deve star sottoposto alle leggi di Lui, che è il suo Re, e deve gloriarsi di esserne vassallo; perciò deve vivere per Lui e non per sé. Non sapremo, infatti, vivere per noi stessi, senza infedeltà, senza ingiustizia, senza fellonia, senza che Gesù Cristo abbia il diritto di muoverci severissimi rimproveri.

Il quarto motivo è la nostra qualità di vittime. Nel medesimo tempo, infatti, che Gesù Cristo Nostro Signore ci conquista a sé stesso, ci offre pure a Dio, ci dà al Padre suo e ci consuma con sé medesimo come vittime di Lui. Dimodoché in quella guisa che una vittima consacrata a Dio e destinata al sacrificio, perde ogni diritto sopra di sé medesima, noi pure non abbiamo più nessun diritto sopra di noi. Dal momento infatti che Nostro Signore ci ha legati a sé, ci ha incorporati in sé medesimo mediante il battesimo, noi siamo consacrati, in Lui, agli altari del Padre suo, siamo come morti a noi stessi e viventi a Dio in Gesù Cristo. – Consideratevi, dice Paolo, come morti al peccato, ma vivi a Dio in Gesù Cristo Signor nostro (Rom. VI, 11). Non apparteniamo dunque più a noi, ma solo a Dio, in attesa della immolazione e del sacrificio, in quella maniera che le vittime aspettavano dal sommo sacerdote il momento della loro morte e del loro sacrificio. Non abbiamo più nessun diritto su la nostra vita, né sul nostro essere; le nostre facoltà non sono più nostre né possiamo più usarne a nostro piacimento, ma devono essere come morte in noi; abbiamo anche perduto il diritto di usare dei nostri sensi. – Dio solo ha diritto a tutto quanto vi è in noi. Dio solo ha potere di usarne come vuole per il suo servizio, perché a Lui apparteniamo in virtù di una consacrazione particolare: Egli solo ha diritto di disporre di noi, come il sommo Sacerdote aveva diritto di disporre delle vittime.

***

Il quinto motivo è la nostra qualità di templi dello Spirito Santo. Solo lo Spirito Santo deve essere l’anima nostra e la nostra vita; solo deve muoverci e dirigerci (Rom. VIII, 14). Dobbiamo dunque rinunciare completamente alla nostra volontà propria e annientarla per lasciarne il posto allo Spirito Santo, affinché, nel suo potere supremo, Egli solo ci vivifichi e ci diriga come membri di Gesù Cristo. – Nostro Signore avendo scacciato lo spirito maligno del demonio dal suo tempio che siamo noi, ci ha riempiti dello Spirito Santo, perché la sua casa sia da Lui occupata e quel divino Spirito sia il governatore fedele di tale fortezza. Per mezzo dello Spirito Santo, il Cristiano diventa una nuova creatura; perciò quel medesimo Spirito distrugge e consuma la volontà per prenderne ed occuparne stabilmente il posto. Dimodoché, come Egli è la volontà personale di Dio, vuole pure riempire la volontà umana della sua presenza onde renderla divina, ed annientarvi così quella maledetta facoltà che è la micidiale rovina del Cristiano. La volontà propria è nemica giurata della salvezza; essa si mette al posto di Dio. Dio solo ha diritto di reggerci e la volontà invece vuole essa disporre di noi; così essa prende ed occupa davvero il posto di Dio.

***

Il sesto motivo è il titolo di morti che noi portiamo come Cristiani. Voi siete morti, dice S. Paolo; dobbiamo dunque essere morti a tutto il nostro essere proprio e soprattutto alla nostra volontà propria, la quale è la sorgente e la radice della vita di Adamo in noi. Questo ci fa intendere il grande obbligo che sopra tutto ci incombe di annientare la nostra volontà, perché dalla sua morte dipende la morte di tutte le nostre operazioni proprie. Con questa morte, tutto è vivente; senza di essa, nulla può vivere. Perciò dobbiamo esaminare senza posa i nostri desiderii propri onde annientarli, impedire che diventino attacchi. Il desiderio non costituisce l’attacco; ma se lo assecondiamo e volontariamente ci lasciamo andare a quelle cose esso ci porta, allora si trasforma in attacco. Se poi siamo indulgenti per l’attacco e lo rinforziamo con frequenti compiacenze, allora si forma l’abitudine; dimodoché la volontà si concentra e si perde in sé stessa come in un abisso, né potrà, senza grandi difficoltà, rialzarsi e trarsi fuori dal precipizio. – Bisogna dunque aver gran cura di soffocare i desideri che sono i primi attacchi della vita della volontà propria; appena nati, i desideri sono ancora deboli e senza vigore, e si possono facilmente distruggere perché non sono ancora cambiati in abitudini precise e forti. Le abitudini e gli attacchi trascinano la volontà e se ne impadroniscono a tal segno che essa non sa come difendersene; i desideri invece sono come bambini che essa soffoca a suo piacimento.

***

Il settimo motivo è la mostra qualità di peccatori, che ci obbliga ad essere senza volontà propria; perché, come penitenti, dobbiamo, con zelo di giustizia, distruggere quel posto dove venne commesso il  delitto di lesa Maestà. Nella giustizia umana, ai briganti si taglia la mano o la testa, si rasano le loro fortezze e i loro castelli. Così bisogna distruggere la volontà propria che è il luogo di rifugio per tutti i rivoltosi e i delinquenti, vale a dire per tutti i nostri desideri e tutte le nostre passioni. Essa è la potenza che ha commesso il delitto, che lo ha deciso, combinato e ordinato; quindi deve avere la testa tagliata. Essa è la madre che ha concepito tutti questi maledetti mostri, che sono i nostri desideri maligni; e questi, li dobbiamo ad ogni ora soffocare appena compaiono, e ciò sino alla terza ed alla quarta generazione. Chi non odia l’anima sua, vale a dire, la volontà propria, non può essere discepolo di Gesù Cristo (Luc. XIV, 26). Non v’ha nulla che dobbiamo temere e fuggire come la nostra volontà propria; essa tutto deruba a Dio perché in ciò che fa non può mai guardare a Lui. Sempre è rivolta a sé stessa e occupata di sé stessa; non produce nulla che per sé medesima. Lo Spirito Santo, il quale è quella volontà personale in Dio che incessantemente e inflessibilmente considera e cerca Dio, con la sua presenza in noi raddrizzerà la nostra volontà; Egli solo nella sua virtù la innalzerà sino a Dio. Dobbiamo dunque aver gran cura di lasciarci possedere e reggere da questo divino Spirito di rettitudine e di santità; dobbiamo lasciare che la nostra volontà si riempia della volontà di Gesù Cristo che abita in noi e dà vita all’anima nostra. Così noi adempiamo quanto dice l’Apostolo: Riformatevi col rinnovamento della vostra mente per ravvisare quale sia la volontà di Dio, buona, gradevole e perfetta (Rom. XII, 2). In Gesù Cristo noi adempiamo tutti i voleri di Dio, sia quelli che Dio ci manifesta coi suoi precetti, sia quelli che esprime coi suoi consigli, sia quelli che opera Egli medesimo nel suo proprio volere e nella sua propria volontà vivente in noi, la quale è la volontà perfetta.

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (Olier) 21

LA VITA INTERIORE (25)

LA VITA INTERIORE E LE SUE SORGENTI (25)

Sac. Dott. GIOVANNI BATTISTA CALVI

con prefazione di Mons. Alfredo Cavagna Assistente Ecclesiastico Centr. G. F. di A. C.

Ristampa della 4° edizione – Riveduta.

TENEBRE DISSIPATE

IL DOLORE.

PERCHÈ IL DOLORE?

La parola « dolore » è, qui, generica: intendiamo, con essa, ogni sofferenza fisica, morale, spirituale; disdette, tribolazioni, contrasti, lotte, infermità, discordie, speranze infrante, abbandoni, mali di ogni genere, tutti i mali. Ogni dolore ci dovrebbe condurre a Dio, come ci suggerisce l’Apostolo Pietro: Christus passus est pro nobis, vobis relinquens exemplum, ut sequamini vestigia eius (S. Pierro, II, 21), e cioè: Gesù Cristo soffrì per noi, lasciandovi un esempio, affinché seguitiate le sue vestigia. — Ho detto: ci dovrebbe condurre a Dio; ma, in realtà, molte anime non si lasciano condurre a Dio; se ne allontanano, anzi, quanto più loro è possibile. Perché? Perché sotto la pressione del dolore, si ribellano a Dio, si rivoltano con tutte le loro energie, e non riuscendo a vincere l’origine e la causa del male che subiscono, si accasciano, si avviliscono e, Dio non voglia, si lasciano dominare dalla disperazione. Certo, questo contegno non è proprio delle anime che vogliono seguire Gesù. È volontà di Dio che ognuno cerchi di vincere, lottando e pregando, tutte le avversità. Ma quando abbiamo cercato di fare da parte nostra tutto ciò ch’era umanamente possibile, l’ostinazione contro il volere di Dio è superbia, è una resistenza inutile. « La nostra sorte non è nelle nostre mani, e ogni rivolta contro il corso degli avvenimenti si risolve sempre a nostro danno e scorno. Chi picchia del capo contro il muro, non spezza l’ostacolo, ma la testa ». Così, giustamente, un pio autore, il Gorrino, nella sua Vita interiore.

GLI INSEGNAMENTI DELLA FEDE.

Che mi accadrà quest’oggi, o mio Dio? Non lo so. Tutto quello che io so è che non mi accadrà nulla che voi non abbiate disposto da tutta l’eternità pel mio bene. Questo mi basta. Adoro i vostri disegni eterni ed impenetrabili… Sono riconoscente ad un’anima elettissima, già chiamata al premio celeste, se appresi e recitai, da molti anni, ogni mattina questa bellissima preghiera. Essa corrisponde pienamente alla più consolante realtà: la paterna bontà, la santa provvidenza di Dio a nostro riguardo. Tutto quello che ci può accadere, tutti gli avvenimenti, quanto ci riguarda, direttamente o indirettamente, è nelle mani di Dio: Deus meus es tu, in manibus tuis sortes meæ (Ps., XXX, 16); è disposto dalla divina Sapienza in numero, peso e misura: Omnia in mensura et numero et pondere disposuisti (Sap., XI, 21); ogni opera di Dio è piena di bontà: Opera Domini universa bona valde (Eccli., XXXIX, 21); Dio è buono e misericordioso con tutti: Suavis Dominus universis et miserationes eius super omnia opera eius (Ps.,CXLIV, 9).Perché, dunque, angustiarci? Dio pensa e dispone tutto solo pel nostro bene: Diligentibus Deum omnia cooperantur in bonum (Rom., VIII, 28). Dio è il Bene assoluto, l’Essere perfettissimo per eccellenza. Può da Dio, vero; sommo ed unico bene, venire il male? No. Ma… e allora? Allora quello che Dio permette, e che a noi sembra male,è solo un male esteriore, nell’aspetto, maè, al contrario, un vero bene…

ORIGINE DEL DOLORE.

Se Dio è il sommo Bene, s’Egli è veramente buono, se da Dio viene solo il bene, perché… tanto male, tanto dolore nel mondo? Perché tutta la vita umana è fasciata dal dolore, perché i brevi e pochi giorni della nostra vita sono avvolti da tante pene e amareggiati da tante lagrime? Perché? Questa domanda trova, purtroppo, una pronta, facilissima risposta: il male e i dolori di cui noi facciamo quotidianamente la più amara esperienza, hanno la loro origine nel vero ed urico male, il peccato. In rebus humanis nihil malum dicendum, nisi peccatum solum… « Ricordate: un poema d’amore apre la storia dell’umanità; l’uomo compare sulla terra, nel paradiso terrestre tra gli splendori, della natura tutta a lui soggetta, e della grazia che lo imparenta con Dio, rivestito del manto regale della giustizia originale che a lui procura l’integrità, la scienza, l’impassibilità, la immortalità; è collocato in un giardino di delizia, e Dio Padre scende a trattenersi visibilmente con lui come suo figlio adottivo. » Ma tutto ciò fu di breve durata: il poema è troncato, l’uomo fugge da Dio; è spogliato di ogni dono e grazia soprannaturale, è condannato al lavoro faticoso, al dolore e alla morte. » Chi ha fatto ciò? Non Dio certamente; fu il peccato che trasformò il paradiso terrestre in una valle di dolori e di lagrime, che portò nel mondo la fame, la pestilenza, la morte. » Quando noi gemiamo nel dolore, non rivolgiamoci a maledire Dio o a chiamarlo causa e origine delle sofferenze, malediciamo il peccato, questo odioso attentato contro la sovranità del Creatore e nostra sventura. » Il dolore, dunque, nasce con la colpa e la prevaricazione dei nostri progenitori; esso è la sorgente amara del fiume di lagrime che si è ingrossato per tutti i delitti dell’umanità attraversandone le interminabili generazioni » (G. Perardi, Vita cristiana, II, pag. 65-66.).

IL DOLORE NON È UN MALE.

Il dolore non è un male. Se in tutti gli avvenimenti umani il Signore cerca soltanto il nostro bene; se nel mondo niente dev’essere detto male all’infuori del solo peccato, quelli che noi diciamo mali, sofferenze, pene, e che non sono e non si identificano col peccato, si dicono mali impropriamente. Essi hanno una funzione di bene, e beni dovrebbero essere detti. – Ascoltiamo gl’insegnamenti della fede: Beato l’uomo che è castigato da Dio, disse Giobbe, il grande sofferente (V, 17); Beato l’uomo che è tentato perché, quando ha superato la prova, riceverà la corona della vita, confermò san Giacomo (Giac., I, 12); e Gesù con maggior precisione: Ego quos amo, arguo et castigo (Apoc., III, 19) e cioè: Io riprendo e castigo coloro che amo.Se questi sono gl’insegnamenti divini, perché noi dobbiamo temere tanto le pene, le sofferenze, i dolori di questa vita? Sono, essi, la fonte d’immensi vantaggi spirituali e spingono efficacemente la nostra anima alla ricerca di Dio, al possesso di Dio. Di più: i dolori, le prove di questa vita accettati e affrontati con serenità, rassegnazione, fiducia e confidenza in Dio ci liberano datanti altri mali.Dio ci ha voluti collaboratori efficaci dell’opera della nostra salvezza eterna. La volontà efficace nell’accettare le prove da Lui permesse ha valorizzato la nostra libertà. In questa libertà, con la volontà decisa per il Signore e per la sua gloria, noi saremo veramente provati ed approvati da Dio.

LA MISSIONE DEL DOLORE.

È il bene nostro, è la gloria di Dio. Non sarà coronato se non chi avrà combattuto secondo le leggi… Ecco l’obbligo, ecco la necessità dichiarata della lotta contro noi stessi, contro il mondo, contro il demonio. Questa triplice lotta è… un grande dolore. In questa lotta dobbiamo, invocata la divina assistenza, resistere e vincere. Dio ci ha assegnato la parte nostra nel portare il peso della Croce. Chi vuole venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce, mi segua. Ma: hilarem datorem diligit Deus, e cioè: il Signore ama chi dà con gioia, con allegria, con serenità. Si deve, dunque, trarre un’altra conclusione, questa: noi dobbiamo accettare le prove, i dolori, le sofferenze non solo con rassegnazione, ma anche con gioia. – Ascoltiamo la parola dell’apostolo Paolo: Superabundo gaudio in omni tribulatione (II Cor., VII, 4). Perché? Perché dalla tribolazione terrena vedeva scaturire la dolce acqua del premio celeste. Che cosa c’insegna la quotidiana esperienza? Che l’uomo accetta, anzi giunge a desiderare e a volere un male, quando sa che da esso potrà venirgliene un bene! Non è, forse, per questo che noi ci lasciamo tanto manipolare dal medico, e, specialmente, dai chirurghi? Un’operazione chirurgica non è, certo, cosa che possa farci molto piacere. Tuttavia, poiché ne speriamo un bene, la desideriamo, e, pure sapendo che ci farà soffrire, che ci costerà anche una somma di denaro non indifferente, noi ci rechiamo da uno o da parecchi chirurghi, e… ci abbandoniamo nelle loro mani. Non altrimenti opera Dio. V’è, però, una differenza sostanziale: il divino chirurgo è un operatore infallibile. Non così gli umani manipolatori delle nostre povere carni. Gesù ha disposto che sia il dolore a ricondurre il peccatore a Dio. Ha voluto, e vuole, che il dolore ci distacchi dalle cose create, dal mondo, dalla terra… e ci faccia desiderare il Cielo. Ha voluto, e vuole, Gesù, che il dolore espii su la terra il peccato, che purifichi e perfezioni la virtù, come il fuoco purifica l’oro. Infine, il dolore crea la nostra rassomiglianza morale con Gesù Cristo, nostro modello, ricordandoci la nostra incorporazione con lui nel Battesimo. Se Gesù, nostro capo, è crocefisso, possiamo noi, sue membra, pretendere di essere esonerati dalla nostra parte di dolore?