LA GRAZIE E LA GLORIA (53)

LA GRAZIA E LA GLORIA (53)

Del R. P. J-B TERRIEN S.J.

II.

Nihil obstat, M-G. LABROSSE, S. J. Biturici, 17 feb. 1901

Imprimatur: Parisiis, die 20 feb. 1901 Ed. Thomas, v. g.

LIBRO X

LA PERFEZIONE FINALE DEI FIGLI DI DIO CONSIDERATA DAL LATO DEL CORPO

CAPITOLO III

La condizione dei risorti dal punto di vista dell’essere. Le qualità esclusive dei corpi degli eletti; la loro relazione con l’anima glorificata.

1. – Quali saranno le gloriose prerogative di cui il Padre doterà i corpi dei suoi figli nel giorno della risurrezione? L’Apostolo si è assunto l’onere di risponderci: Cristo è il primogenito dai morti; come Egli è il nostro capo e il nostro esemplare nell’ordine della grazia e della santità, così lo è nell’ordine della gloria e della beatitudine (Rm, VIlI, 29: 1 Cor XV, 20, 23: Apoc, I, 5). La sua Risurrezione, pegno della nostra, sarà quindi il modello. Tale è il Capo, tali saranno i membri. Egli stesso, risuscitando i nostri corpi dalle ceneri dei sepolcri, li renderà conformi alla gloria del suo corpo (Fil. III, 21). E questo è una conseguenza necessaria del meraviglioso disegno che li ha resi membri del Corpo mistico, di cui Egli è il Capo. Se poi avessimo un’idea chiara della gloria del corpo risorto di Gesù Cristo, impareremmo, contemplandolo, quali privilegi siano riservati ai nostri corpi nella vita futura. Ma a Dio non è piaciuto mostrarci il corpo trasfigurato di suo Figlio nell’apparato del suo trionfo. Non è questo uno spettacolo per occhi mortali. Tuttavia, durante i giorni che volle trascorrere sulla terra prima di ascendere al cielo, Gesù Cristo risorto si degnò di lasciare che i suoi discepoli intravedessero alcuni raggi della sua gloria. Lo stesso Spirito Santo, per l’incoraggiamento e la consolazione dei fedeli, ha confermato questo insegnamento indiretto rivelandoci attraverso le Scritture, almeno nei suoi tratti generali, la perfezione che sta preparando per il corpo degli eletti. È da questa duplice fonte che i teologi e i Padri hanno tratto le descrizioni che ci forniscono. Ricordiamo, in poche parole, ciò che gli uni e gli altri hanno scritto su questo argomento. – « Il Cristo, risorto dai morti, non muore più; la morte non avrà mai più dominio su di lui » (Rm VI, 9). Perciò « … il corpo (degli eletti), seminato nella corruzione, risorgerà nell’incorruttibilità; mortale, rivestirà l’immortalità » (I Cor. XV, 42, 53). Di conseguenza, per le membra come per il Capo, non ci sarà più nulla che predisponga alla morte, nulla che segua la mortalità: né il dolore, né la fame, né la sete, né la fatica; ma una vita piena, sicura di sé, al di sopra di tutti gli incidenti, di tutti i fallimenti e di tutti i cambiamenti (Apoc. XVIII, 8, ecc.): questo è il primo privilegio, l’impassibilità. – Ecco il secondo: il corpo di Gesù Cristo, dalla sua risurrezione, non conosce più gli impedimenti che la legge di gravità oppone al nostro libero movimento nello spazio. In un attimo è in grado di spostarsi da Gerusalemme ad Emmaus, da Emmaus a Gerusalemme e da quella città alla Galilea. Lo vediamo sollevarsi in aria, senza sforzo, sollevato non da una forza estranea, ma per virtù propria. Questa è l’agilità che lo Spirito Santo promette alle membra di Cristo. « Il loro corpo è stato seminato nella debolezza; risorgerà nella forza », completamente liberato da tutto ciò che può paralizzare o ritardare l’esercizio dei suoi movimenti … « Voleranno come aquile, correranno senza fatica, cammineranno senza stancarsi », dicono i nostri libri sacri (Is. XL, 31). – Se la pietra che chiude il suo sepolcro, né le porte dietro le quali i suoi Apostoli stanno chiusi e tremanti, non possono fermare Gesù Cristo risorto, Egli esce, entra all’ora che ha fissato; dove vuole, come vuole. Un raggio di luce non passa più facilmente attraverso il cristallo più puro che attraverso i corpi più solidi. Questa è una meravigliosa sottigliezza che fa parte di quella degli spiriti puri, ed è per questo che i nostri interpreti hanno pensato che sia affermata anche per gli eletti, almeno in egual misura, con queste altre parole dell’Apostolo: « Chi è stato seminato corpo animale, risorgerà corpo spirituale » (I Cor. XV, 44). Sì, come Gesù Cristo, il nostro modello, non conosceremo più barriere; non c’è bisogno che ci allontaniamo dagli ostacoli o che ci sottraiamo ad essi, se non possiamo né evitarli né abbatterli: perché nulla è più un ostacolo per un Corpo spiritualizzato. – Non ho letto nel Vangelo che Gesù Cristo, dopo la sua uscita dal sepolcro, abbia rivelato qualche caratteristica particolare dell’ultima e forse più nobile prerogativa dei corpi risorti, quella che San Paolo chiama gloria e la teologia chiama chiarezza (claritas), luminosità. Ma tre dei suoi discepoli ne avevano visto un’anticipazione, quando sul Tabor Egli si era trasfigurato davanti a loro, con il volto che risplendeva come il sole e le vesti che divenute candide come la neve (Mt. XVII, 2), una pallida immagine di ciò che ci viene promesso da queste parole dell’Apostolo: « Il corpo è stato seminato nell’ignominia, ma risorgerà nella gloria ». Che spettacolo è quello del Corpo di Gesù Cristo appeso alla croce; ammazzato, insanguinato, straziato; che spettacolo è anche quello dei corpi dei giusti mutilati e frantumati dalla tortura, o sfigurati dalla penitenza e dalla morte! Questa è l’ignominia. Ma guardate ora: eccoli qui, che risplendono con incomparabile luminosità intorno al Sole che è l’Agnello. E questa gloria non è solo luce; è la perfetta armonia tra tutte le parti del loro organismo. È quindi una bellezza senza eguali, poiché la bellezza è solo il fiorire dell’essere nell’armonia delle proporzioni, dell’ordine e della luce. – Sarà necessario rimuovere da questi corpi le gloriose cicatrici delle torture subite per preservare l’amore e la fedeltà del Re del Cielo? Dio non voglia! Nel giorno del trionfo, non c’è nulla da ammirare come le lacerazioni ed i fori fatti sulla bandiera nell’infuriare della battaglia. Gesù Cristo, il grande trionfatore, ha conservato la traccia dei chiodi e della lancia. E nessuno oserebbe dire che questo va a discapito della Sua ineffabile bellezza. « Mi sembra – scrive Sant’Agostino – che il nostro amore per i beati Martiri non sarebbe soddisfatto se, in questo regno, non vedessimo nei loro corpi le vestigia delle ferite che hanno ricevuto per il Nome di Cristo; e penso che probabilmente li vedremo. Non sarà per loro una deformità, ma un onore, e come una nuova bellezza che non scaturisce dal corpo ma dalla virtù, e che sarà ancora nel Corpo. Non enim deformitas in eis, sed dignitas erit, quædam, quamvis in corpore, non corporis sed virtutis Pulchritudo fulgebit. « Tuttavia, se i Martiri hanno perso qualche arto, Colui che ha promesso loro che nemmeno un capello del loro capo sarebbe andato perduto, saprà come restituirglielo, conservando i segni lasciati dal ferro che ha colpito questi gloriosi atleti. È vero che non resterà nulla dei difetti che hanno guastato i corpi mortali; ma dovremmo chiamare difetti le nobili testimonianze di una virtù eroica? » (S. Agost., De Civit., L. XXII, c. 19, n. 3). Questo è il pensiero di Sant’Agostino. Sebbene la fede non mi obblighi a credere nella sopravvivenza di queste gloriose impronte, non so quale senso cristiano mi convinca ad ammetterlo e a vedere in esse un complemento di bellezza per chi le porta. Ho fiducia nell’Artista sovrano e gli farei un’ingiustizia se gli negassi il potere o la volontà di fare per i corpi dei suoi fratelli ciò che ha fatto nel suo stesso Corpo.

2. – Da dove verrà questo nuovo modo di essere, così diverso da quello che ci fa gemere quaggiù sotto il peso del nostro misero corpo? Non parlo della prima fonte: è troppo ovvio che, per trovarla, dobbiamo risalire a Dio, principio di ogni bellezza, di ogni luce, di ogni forza e di ogni armonia. Non parlo nemmeno del primogenito dai morti, Gesù Cristo, il Dio fatto uomo: è perché è morto che io risorgerò; è perché è risorto che io uscirò dal sepolcro; e se ho la felicità di partecipare alle glorie della sua Risurrezione, è perché Lui ne ha ricevuto la pienezza. Cerco una Causa, inferiore, senza dubbio, ma più vicina a me, più immediata. Questa causa delle proprietà che ho appena riconosciuto, la trovo indicata in questo testo del grande Apostolo: « Il corpo sarà seminato corpo animale e risorgerà corpo spirituale » (I Cor. XV, 44). No, non è più un corpo animale, che vive una vita materiale come quella delle bestie: così era il corpo dell’uomo al momento della prova e, in un certo senso, anche prima del peccato, causa della sua caduta. Che cos’è allora? Un corpo che partecipa alle proprietà dello spirito. Ma da dove viene questo privilegio, dove affondano le radici di tutte le altre? Ascoltate ancora San Paolo: « Se c’è un corpo animale, c’è anche un corpo spirituale, come sta scritto: ‘Il primo uomo, Adamo, fu fatto con un’anima vivente e il secondo con uno spirito vivificante” ». (Ibid. 44, 45, segg.). È qui che i maestri della Scolastica, e prima di loro Sant’Agostino, hanno visto il principio successivo delle qualità soprannaturali di cui saranno arricchiti i corpi degli eletti. – Lasciate che siano loro stessi a spiegarci cosa abbiano imparato alla scuola dell’Apostolo: « Se –  dice Sant’Agostino – chiamiamo carnale un’anima soggetta all’impero della carne, è giusto che una carne totalmente soggetta all’impero dello spirito porti il nome di spirituale; non perché diventi essa stessa spirito, ma perché lo spirito eserciterà su di essa un impero così meraviglioso e totale, che le toglierà completamente e per sempre la morte, la corruttibilità, il dolore, in una parola, tutto quel peso di debolezza e di miseria che la schiaccia o la ritarda. Non sarà più la salute perfetta di cui talvolta si gode sulla terra, e nemmeno lo stato che ammiriamo nell’uomo prima del peccato. Infatti, sebbene non sarebbe dovuto morire, se fosse rimasto fedele, aveva bisogno di cibo per sostenere la sua vita: era il corpo animale, non il corpo spirituale », perché lo spirito che lo animava non era ancora uno spirito vivificante (S. August. de Civit. L. XIII, c. 20; it. Ep 118, n. 14). Così parlava Sant’Agostino nella “Città di Dio“. Altrove scrive ancora, a proposito dello stesso testo: « Sia che per “primo Adamo” si intenda colui che fu formato dalla polvere, sia che per secondo si intenda Colui che nacque dalla Vergine; sia che ciascuno degli uomini debba essere l’uno e l’altro, il primo Adamo nel corpo mortale, il secondo Adamo nel corpo immortale, l’Apostolo ha voluto fare questa differenza tra l’anima vivente e lo spirito vivificante, affinché la prima faccia il corpo animale e il secondo il corpo spirituale. L’anima vive, in verità, nel corpo animale, ma essa non lo vivifica al punto da sopprimere la corruzione; nel corpo spirituale, invece, poiché aderisce perfettamente a Dio, e con questa adesione diventa un solo spirito con Lui, vivifica il corpo in modo tale da spiritualizzarlo, annientando in esso ogni germe di corruzione, ogni pericolo di separazione » (S. August. Ep. 205, n. 11). – L’Angelo della Scuola non parla diversamente. Chiedetegli perché questa impassibilità, questa bellezza risplendente, questa agilità, questa meravigliosa sottigliezza dei corpi glorificati; a tutte queste domande ha una sola risposta: poiché l’anima è immutabilmente e totalmente sottomessa a Dio, ha di conseguenza un pieno dominio sul proprio corpo; e poiché nulla potrà mai indebolire il regno di Dio sull’anima, nulla prevarrà contro l’influenza potente e salutare che l’anima esercita sul corpo (« Corpus erit totatiter subjectum animæ, divina virtute hoc faciente, non solum quantum ad esse, sed etiam quantum ad actiones, et passiones, et motus et Corporeæ qualitates. » – S. Thom, c. Gent. L. IV, c. 86). – Che cos’è la morte; che cosa sono le infermità, la debolezza, la passibilità? Tante insurrezioni contro il pieno e pacifico dominio dell’anima sul corpo. Pertanto, il corpo del risorto deve essere impassibile, immortale; e poiché nessun agente creato può sciogliere la catena d’amore che lega l’anima a Dio, nessuna forza esterna potrà distruggere la subordinazione che rende il corpo felicemente prigioniero dello spirito. Cos’è questa pesantezza che, in qualche modo, ci avvince alla terra? Un trionfo della materia sulla nostra natura spirituale. « Il corpo corrotto appesantisce l’anima », dice la Sapienza (Sap. IX, 15). Pertanto, l’anima, una volta padrona e pienamente indipendente nell’esercizio della sua facoltà motrice, dovrà sottrarre il proprio corpo a questa tirannia della legge fisica; e quando Gesù Cristo scenderà per giudicare il mondo, noi saliremo liberamente nell’aria per incontrare il trionfatore della morte (1 Tess., IV; 16). Sappiamo quale onta un corpo ribelle possa infliggere all’anima, e con quali ignominiose stimmate la segni, quando siamo abbastanza vigliacchi da cedere ai deliri dei suoi appetiti! Ora la situazione è cambiata. L’anima, bella e piena della luce di Dio, diffonde un bagliore di bellezza in tutto il suo corpo, di bellezza che nessun’altra bellezza naturale può suscitare in noi. – Che altro dire ancora? Per un’anima che è entrata nella gloria, non ci sono più ostacoli che impediscano il movimento del pensiero; con uno sguardo sicuro e fermo entra nelle profondità di Dio: perché il corpo, che essa spiritualizza, non dovrebbe partecipare a suo modo a questo potere di penetrazione? Dio ne ha fatto un corpo di luce, e ogni giorno conosciamo meglio quanto sia sublime la luce nell’aprire una via, anche attraverso i corpi apparentemente più impenetrabili (S. Thom., Suppl,, q. 81, a. 1 e 2; q. 84, a. 1; q. 85, a. 1 – Il santo Dottore non crede che ci possa essere per il dono della sottigliezza quello che ammette per gli altri, cioè una perfezione permanente che scaturisce dall’anima glorificata sul corpo; occorre supplire con un intervento miracoloso dell’Onnipotenza, che peraltro non viene mai rifiutata. Cfr. Suppl. q. 82, a. 2). Per avere l’ultima parola su queste meraviglie dobbiamo tornare al testo di San Paolo. Il primo uomo è stato fatto con un’anima vivente; l’ultimo, con uno spirito vivificante, cioè con uno spirito che prende possesso di tutta la vita dell’uomo e la trasforma a sua immagine e somiglianza (se vediamo nel secondo Adamo solo Gesù Cristo, il nostro Capo (1 Cor., XV. 45), avremmo comunque il diritto di attribuire a ciascuna delle sue membra una partecipazione dello spirito vivificant, vita del secondo Adamo). (1 Cor., XV, 45), avremmo comunque il diritto di attribuire a ciascuna delle sue membra una partecipazione allo spirito vivificante, poiché San Paolo, poche righe più avanti, dice espressamente: Qualis cœlestie, tales et cœlestes, etc.). – Dio, per la consolazione dei suoi figli, ha voluto dare loro più di una volta, in questa terra di esilio, un’immagine dei gloriosi privilegi che riserva loro nella vita futura. La storia dei Santi ci fornisce molti esempi. A volte è un’anima che, correndo verso Dio in un trasporto d’amore, solleva il suo corpo e lo tiene sospeso, come se avesse perso la sua gravità naturale; a volte è la luce interiore che fuoriesce, per così dire, attraverso le membra, come una fiamma dal suo focolare, e le incorona con i suoi raggi. Altri sono stati visti camminare sull’acqua o passare, come se fossero puri spiriti, attraverso i corpi che sbarravano loro la strada; altri ancora sono stati gettati nel fuoco e ne sono usciti vivi, integri, sani, come se avessero lasciato la più rinfrescante delle atmosfere. Sto parlando di fatti attestati da testimonianze inconfutabili e registrati nei documenti più autentici, i processi di canonizzazione: preludi imperfetti, senza dubbio, ma garanzie certe che il cielo ci sta preparando per l’eternità. – Aggiungiamo un’ultima riflessione: è che la natura materiale trova la sua destinazione finale nell’uomo spirituale: essa è fatta per lui. Non dirò in quali forme la sua attività universale e costante sia interamente al servizio dell’uomo. Per il momento è sufficiente sottolineare la sua nobile proprietà di manifestare lo spirito e le cose dello spirito.  San Paolo, nel primo capitolo della sua lettera ai Romani, ci insegna ciò che la Sapienza ci aveva già insegnato (Sap. XIII,1, segg.), come essa riveli le perfezioni del suo autore. Che cos’è nelle mani del vero artista? La rappresentazione dell’ideale attraverso il reale. Sotto l’ispirazione del genio, questo metallo inerte, questa pietra grezza, prende vita e diventa nei capolavori dell’architettura o della statuaria l’incarnazione più pura della bellezza spirituale. Che cos’è per l’oratore, cosa dico, per ogni uomo che gode del pieno uso delle sue facoltà? L’espressione dei pensieri più intimi. La voce, considerata fisicamente, non è altro che corporea, eppure è in essa e attraverso di essa che si rivela e si esprime ciò che di più spirituale e profondo c’è nella mente e nel cuore; tanto le idee e i sentimenti la penetrano e la assimilano. Per dirla in breve, è una legge, anche della nostra vita terrena, che il corpo sia come lo specchio dell’anima, che quest’ultima lo plasmi più o meno perfettamente a sua immagine e si manifesti attraverso di esso. Come possono dunque le anime glorificate, con l’aiuto di Dio Onnipotente, non rendere i loro corpi l’espressione vivida e radiosa di ciò che sono in sé? E che cos’è questo, se non il diffondere su questi stessi corpi le qualità con cui la nostra fede li mostra arricchiti per l’eternità (S. Thom. C. Gent., L. IV.)? Quali sono le leggi della materia che potrebbero sconfiggere la potenza, la sapienza e l’amore di Dio per i suoi eletti?

LA GRAZIA E LA GLORIA (54)

LA VITA INTERIORE DEL CATTOLICO (14)

LA VITA INTERIORE DEL CATTOLICO (14)

Mons. ALBAN GOODIER S.J. (Arcivescovo di Hierapolis)

Morcelliana Ed. Brescia 1935

Traduzione di Bice Masperi

CAPITOLO V

CONCLUSIONE (1)

Vediamo ora di riassumere quanto siamo andati dicendo a spiegazione di ciò che i Cattolici intendono per vita cattolica. Nulla di nuovo e nulla di originale; se lo fosse, non potremmo più parlarne come di pensiero cattolico, universale nel tempo e nello spazio. È qualche cosa di antico anzi, quale si trova in S. Paolo e S. Pietro e quale giunge sino a noi attraverso S. Agostino e S. Girolamo, S. Benedetto e S. Francesco d’Assisi, S. Tomaso d’ Aquino, S. Teresa, S. Giovanni della Croce, S. Francesco di Sales e S. Vincenzo de’ Paoli. È precisamente ciò che ha fatto questi Santi i quali, alla loro volta, altri ne hanno suscitati col loro esempio e con la loro influenza. È ciò che ha fatto l’ispirazione di una Giovanna d’Arco, di un Colombo, di un Thomas More, di un Pasteur, di un Pastor, di un Foch; di Dante, Petrarca, Racine; Chaucer, Crashaw, Francesco Thompson; Alfredo il Grande, Edoardo il Confessore, Enrico VI; Dunstan, Langton, Grosseteste, Colet; e per reazione anche di coloro la cui vita nel passato cattolico sembra non aver affatto contribuito alla gloria di esso. È lo spirito che vive oggi in ogni parte del mondo e in ogni condizione sociale, a Roma, a Parigi, a Londra, a Berlino, a New York, come nella foresta africana o nella jungla indiana, o nel villaggio cinese, lo stesso nella fede e nell’ideale morale, lo stesso, grazie a Dio, nei frutti. E questa vita è conseguenza logica di ciò che il Cattolico accetta e che tutto il Cristianesimo ha sempre e dovunque accettato fino a secoli recenti come base del suo credo e della sua stessa esistenza: “Abbiate in voi quel sentire che era anche in Gesù Cristo”. (Filip. II, 5). –  Ecco, per il Cattolico, l’importanza, la giustificazione, la necessità di ciò che si chiama dogma e di un’autorità che sia tanto sicura da renderne stabile la base. Senza un credo ben determinato, senza un’autorità infallibile non potrà darsi terreno solido sul quale costruire la vita ch’egli professa: ciò è provato ogni giorno dalla marea di opinioni e di contraddizioni, di certezze e di corrispondenti recise negazioni, dalle sabbie mobili e dagli edifici su di esse costruiti che cadono in rovina attorno a lui. – Nel Cristianesimo occidentale almeno, e noi non dobbiamo occuparci d’altro che di questo, la sola Chiesa Cattolica resiste intatta. Tutte le altre chiese hanno tanto cambiato e tanto continuano a cambiare che, per disperazione, pretendono essere questa medesima instabilità e queste continue fluttuazioni un contrassegno di verità. Chi parla di evoluzione accordo col progresso dei tempi dimentica che la verità non muta né può mutare. La fede e la pratica della Chiesa cattolica sono un tutto consistente giunte fino a noi, attraverso i secoli passati, adattandosi ad ogni successiva generazione, ma rimanendo inalterate nella sostanza, acquistando anzi in precisione per effetto della cultura e dell’esperienza, ma sempre l’identica e una verità. Sono state conservate dalla grande maggioranza dei Cristiani nel passato e son mantenute dalla grande maggioranza dei Cristiani di oggi in ogni clima e in ogni nazione, in ogni classe e in ogni circostanza. In quella fede e in quella pratica il Cristianesimo è ancora uno, e solamente in grazia loro quella che si civiltà cristiana può vantarsi di superare tutte le altre. –  Il pensiero cattolico, anzi la vita cattolica, si fonda innanzitutto sulla accettazione cattolica un Dio vivo, personale, oggettivo, onnisciente e onnipotente, dal quale tutte le cose create derivano e al quale vanno, in cui e per cui vivono e da cui in tutto dipendono, ma nello stesso tempo un Dio che è l’amore essenziale e che ha una cura personale ed amorosa di ciascuna delle sue creature. Questo Dio, autore di ogni essere e di ogni bene, è il primo principio e il fine ultimo dell’uomo che da Lui viene e a Lui va; in Lui vive e si muove ed esiste. L’uomo è dunque fatto per lo scopo d’amore di questo Dio che è tutto amore, e il raggiungimento di tale scopo costituisce la sua vera ragione d’essere, la meta ultima che gli darà la piena realizzazione di se stesso e perciò la pace. –

Il pensiero cattolico e la vita cattolica si fondano in secondo luogo sull’accettazione cattolica, intera e senza riserve, di Nostro Signore Gesù Cristo, vero Dio e vero Uomo, Redentore del genere umano dal suo stato decaduto, Mediatore fra Dio e l’uomo, Amico degli uomini, loro Maestro infallibile, Modello che tutti debbono imitare, Capo del corpo umano, Luce venuta nel mondo, Via, Verità e Vita, Sacerdote e Vittima dell’unico Sacrificio di riconciliazione in cui “la clemenza e la verità si incontrano, la giustizia e la pace si abbracciano ». (Sal. LXXXIV, 11). In relazione a questi due assiomi dai quali non possiamo prescindere, la vita cristiana, distinta ma non mai avulsa dalla vita naturale dell’uomo, può esser considerata da due punti estremi che sono l’azione di Dio e l’azione dell’uomo stesso. Da una parte, il dono di questo Dio d’amore che si prodiga, com’è nella sua natura, all’anima tanto amata; dall’altra, e in contraccambio, nell’accettazione e nell’uso di sì grande liberalità, il dono dell’anima umana al Signore Iddio suo.

1. – Il dono di Dio all’uomo.

In primo luogo, dunque, il dono affatto gratuito dell’amore di Dio all’anima umana. Dio, la cui essenza è amore e che solo per amore può agire, ha amato l’uomo, sua creatura, fin da tutta l’eternità. “Ti ho amato di un amore eterno e perciò ti ho tirato a me pieno di compassione”. (Ger. XXXI, 3). Il Profeta qui non fa che esprimere il vero motivo della Rivelazione divina. Ci ricorda che solo gli occhi dell’amore posson decifrare esattamente la Sacra Scrittura, solo una ragione illuminata dall’amore può interpretare la condotta di Dio nei riguardi dell’uomo, e solo una volontà resa ardita dall’amore potrà afferrare la mano che Dio misericordioso ci tende. Per effetto di quell’amore divino, e perché l’amore, sia da parte di Dio che dell’uomo, non può che desiderare il più e il meglio per l’essere amato, e per il bene di lui, darà ciò che è e tutto ciò che può, il Dio di ogni amore ha fin da principio ha predestinato la sua diletta creatura ad una vita, ad una meta, ad una sorte eterna molto superiore a quella che spetterebbe alla natura umana, e perciò veramente soprannaturale, che si può soltanto definire come partecipazione alla sua stessa vita perfetta, la vita divina.

(« Benedetto Iddio e Padre del Signor nostro Gesù Cristo il quale ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale, celeste, in Cristo, in quanto ci ha eletti in Lui, prima della fondazione del mondo, a esser santi e irreprensibili nel suo cospetto, per amore avendoci predestinati ad asser figli suoi adottivi per mezzo di Gesù Cristo, secondo la benignità del suo volere, sì che ciò torni a lode della gloriosa manifestazione della grazia sua di cui ci fece dono nel suo diletto Figliuolo”. (Efes. I, 3-6).

“Benedetto Dio, Padre del Signor nostro Gesù Cristo il quale, secondo la sua grande misericordia, ci ha rigenerati ad una speranza più viva, mediante la resurrezione di Gesù Cristo da morte, ad una eredità incorruttibile, purissima, inalterata, riservata nei cieli per voi”. (I Piet. 1, 3-4).

Tuttavia, per la propria maggior gloria e anche per l’eterna ricompensa e gloria dell’uomo, Dio non ha creduto bene, nella sua infinita Sapienza, d’imporre la sua generosità alla creatura umana ch’Egli ha voluto libera. Fra tutti gli esseri nell’ordine della creazione di Dio, l’uomo solo ha la facoltà di onorarlo con libero ossequio, e una obbedienza spontanea e amorosa è certo il maggior onore che si possa rendere a qualsiasi potenza superiore. –  Dio onnipotente che non vuol contraddire il suo atto creativo ha lasciato libero l’uomo di accettare, o di rifiutare se preferisce, il favore straordinario che gli è offerto, dandogli così il modo di rendere a Lui stesso con quella accettazione la gloria che l’uomo solo può rendergli e di assicurarsi in cambio la gloria che l’uomo solo può conquistare. L’ha lasciato di accogliere il dono o di respingerlo, ma il suo amore non gli consentiva di abbandonarlo poi solo senza aiuti a far la sua scelta. Per puro amore dell’uomo, desiderandolo felice, non contento di dargli il mezzo di sceglier la via retta e di seguirla, Dio ha voluto ancora attirarlo, persuaderlo, scongiurarlo, anche minacciarlo. Perché la sua creatura possa conseguire la vita che le è offerta, e viverla, per quanto consentono le sue condizioni umane, anche sulla terra, Dio ha trovato il mezzo di vivere Egli stesso in ogni anima disposta ad accoglierlo. Né il suo amore si è appagato di questo; ha voluto innalzarla sempre più, attirarla a sé, ricrearla, farla rinascere a un nuovo stato di esistenza. Ecco ciò che la Chiesa Cattolica intende per vita della grazia, quella vita di cui S. Paolo, S. Giovanni e S. Pietro non si stancano mai di parlare. L’uomo nato di donna nell’ordine della natura “rinasce di Spirito Santo” (Giov. III, 5) nell’ordine della grazia: “nati non da sangue né da voler carnale né da volontà di uomo, ma da Dio”. (Giov. I, 13).

(“Voi non siete nella carne, ma nello spirito, se lo spirito di Dio abita in voi”. (Rom. VIII, 9).

“Poiché voi non avete ricevuto spirito di servitù da ricader nel timore, ma spirito di adozione a figliuoli in cui gridiamo: Abba! (Padre). Lo Spirito stesso attesta allo spirito nostro che siamo figli di Dio. E se figli, anche eredi; eredi di Dio e coeredi di Cristo”. (Rom. VIII, 15-17).

“E perché siete figli, mandò Iddio lo spiritò del Figlio suo nei vostri cuori, il quale grida: Abba, cioè Padre. Sicché tu non sei più servo ma figlio, e se figlio anche erede per opera di Dio”. – Gal. IV, 6, 7).

Questo è ciò che intendiamo per vita soprannaturale: è una cosa nuova, un arricchimento della nostra esistenza naturale, che ci innalza ad un’altra sfera, quella di Dio stesso, e dà un nuovo significato al nostro pellegrinaggio quaggiù, una meta oltre quella della creazione, anzi il diritto al raggiungimento di quella meta, purché  vogliamo viver la vita che ad essa conduce. Così Dio, il Creatore, il Conservatore, il Padre, l’Amico nostro è insieme causa della vita soprannaturale in noi e ideale di questa vita. Egli ne è la sorgente, il mezzo, il fine; e noi tanto viviamo in quanto lo amiamo. E siccome per ogni vita è indispensabile un organismo adatto, così all’uomo, per questa sua vita soprannaturale, è dato un organismo soprannaturale corrispondente, inteso a trasformare qualunque azione Egli compia in quanto uomo; i suoi atti così non sono più soltanto semplici atti della natura umana dotati di solo valore naturale, ma sono altresì atti della vita divina ch’è in lui. E come tali sono accetti a Dio, perché provenienti non da una sua creatura qualsiasi, ma da un vero figlio diletto; in quell’ordine superiore diventano meritori, mettono l’uomo in grado di guadagnarsi il premio che spetta ai figli di Dio. È la vita di un Dio d’amore che non può trattenersi dal dare e la cui generosità non conosce altro limite all’infuori della limitata capacità della sua diletta creatura. Questa sua ricostruzione in noi è interamente opera sua, come lo fu la nostra prima creazione; è anzi Egli stesso che vive in noi in maniera affatto nuova, non solo in virtù dell’Esser suo – per potentiam, per præsentiam, per essentiam, — come si esprimono i filosofi, ma in virtù di un’unione ulteriore liberamente donata e liberamente ricevuta. Tutto questo intende il Cattolico quando parla di stato di grazia, di vita della grazia abituale, di inabitazione nell’anima umana dello Spirito Santo con i suoi doni e i suoi frutti e con le grazie attuali che li accompagnano. E questo fu il programma di Dio fin da tutta l’eternità; sotto questo riguardo l’uomo è vissuto fin da tutta l’eternità come pensiero di Dio. Se il disegno divino non gli fosse stato rivelato dall’alto, l’uomo non avrebbe mai potuto immaginarlo, sebbene qualche cosa di simile s’intuisca e s’intraveda nei filosofi del pensiero antico sotto forma di desiderio e quasi di presentimento. È una volta /che questa magnifica realtà gli è stata svelata e che, per la rivelazione della parola stessa di Dio, l’uomo è staio innalzato oltre il mondo della ragione e del senso fino ad un regno dove la verità sola vive senza veli, egli riflette e si accorge come questo apparente eccesso di liberalità sia perfettamente consono alla natura di quel Dio amorosissimo che finalmente conosce. È un miracolo degno in tutto di Lui e del suo amore. Ma l’uomo tradì il disegno di Dio. Con la libertà che gli era propria, l’unica forza che lo distingueva da tutte le altre creature e lo costituiva padrone sopra di esse tutte, e con la quale avrebbe potuto rendere a Dio un onore, una gloria, un servizio che nessun’altra creatura può rendergli, l’uomo calpestò il grande ideale che gli si offriva, respinse la grazia e la perdette. Preferì alla vita soprannaturale quella naturale che è a sua portata, che incomincia e finisce nella morte e che tutto a lui circoscrive. A Dio preferì se stesso, e alla vita eterna la vita di questa valle di lagrime: l’uomo preferì “le tenebre alla luce”. (Giov. II, 19). E con questa scelta deliberata commise un’offesa che, non essendo egli che creatura, mai avrebbe potuto da sé riparare. – Ma l’amore di Dio non si diede per vinto. L’uomo lo aveva respinto, preferendo ridursi allo stato abbietto di semplice uomo naturale; aveva detto al suo Dio che non voleva saperne di Lui; eppure questo Dio d’amore ancora lo inseguiva, e volle ancora venire a lui e riconquistarlo, se comunque ciò fosse possibile, e riaverlo per Sé. Volle scusarlo dicendosi che era cieco e che non sapeva quello che faceva; e decise di vincerlo con un nuovo eccesso di amore. Ma ciò doveva compiersi nell’ordine, secondo quella perfetta armonia che è attributo di Dio e che si riflette in tutta la creazione. Pur amando infinitamente, Egli era anche infinitamente giusto, e perché giustizia fosse compiuta oltre che soddisfatto l’amore e la misericordia, volle che questo dono di Sé, una volta respinto dall’uomo, fosse dall’uomo stesso riconquistato. E come poteva farsi ciò? Ché ormai, come abbiamo veduto, l’uomo naturale non poteva più nulla meritare.

“Come per opera d’un sol uomo entrò la colpa nel mondo e per la colpa la morte, così a tutti gli uomini si è estesa la morte in quanto che tutti peccarono”. (Rom. V, 12). E i morti nulla possono. L’uomo che di propria mano era morto alla vita di Dio non poteva più da sé risorger da morte e riprender la vita che aveva respinto. Ma il Dio d’amore trovò la soluzione, una soluzione che l’amore solo poteva concepire e portare ad effetto.

(“Dio ha talmente amato il mondo da dare il suo Figliuolo Unigenito affinché chiunque crede in Lui non perisca, ma abbia la vita eterna. Poiché Dio non ha mandato il Figliuol suo nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di Lui”. (Giov. II, 16, 17).

“In questo si è manifestata la carità di Dio verso di noi, che Dio mandò il suo Figlio Unigenito nel mondo, affinché per mezzo di Lui abbiamo vita. In questo è la carità; che senza aver noi amato Dio Egli per primo ci ha amati e ha mandato il suo Figliuolo come propiziazione per i nostri peccati”. – I Giov. IV, 9, 10).

Per redimere i perduti e gli schiavi, per risuscitare i morti alla vita, per restituire al figliuol prodigo un posto nella casa del Padre, e per dare insieme a Sé medesimo in quanto Dio un compenso adeguato a ciò che gli era stato tolto, Dio stesso, nella Persona del Figlio, venne sulla terra a viver la vita dell’uomo e a morirne la morte. Come uomo, veramente uomo, ma puro e immacolato, “in ogni cosa simile a noi eccetto che nel peccato”, Gesù Cristo Figlio di Dio, fatto vero uomo, nella nostra natura sulla terra, rese a suo Padre un perfetto ossequio in nome di tutto il genere umano. In quanto uomo, ma con la forza della Divinità in Sé, chiese perdono al Padre per il male che era stato fatto e immolò in degna espiazione la propria vita umana fino all’ultima goccia di sangue. Fu l’amore a ideare il mezzo, l’amore a compiere il sacrificio volontario, l’amore ad accettare con gioia la riparazione e ad effondersi nuovamente sulla creatura amata.

(« Dio dà a vedere il suo vivo amore per noi, perché essendo noi ancora peccatori, Cristo per noi è morto. Or dunque, giustificati nel sangue di Lui, tanto più saremo a’ mezzo di Lui salvati dall’ira. Giacché se, essendo nemici, siamo stati riconciliati a Dio per la morte di suo Figlio, tanto più, riconciliati, saremo salvati nella vita di Lui. Né solo questo, ma anche ci gloriamo in Dio per opera del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo del quale ora abbiamo ottenuto la riconciliazione ”. – Rom. V, 8-11).

Così in Gesù Cristo vero Dio e vero Uomo, e solo perché tale Egli era nella sua unica divina Persona, l’umanità restituì a Dio servizio ed ossequio perfetto e adeguato, anzi assai più perfetto e adeguato di quello che avrebbe potuto rendere se non fosse mai caduta o piuttosto se Gesù Cristo non si fosse mai fatto uomo. L’uomo offerse così a Dio una soddisfazione divina. In Gesù Cristo, con Lui e per i meriti di Lui, egli poteva rialzare il capo ed esser perdonato e riprendere la sua vita soprannaturale, rimanendo soddisfatte la giustizia e la misericordia. Ecco ciò che l’umanità deve a Nostro Signore Gesù Cristo; ecco l’essenza dei misteri che il Cattolico chiama Incarnazione e Redenzione. Ma non è ancora tutto. Non bastò al Dio d’amore, fatto uomo per amore, cancellare la sentenza che condannava la sua creatura e abbandonarla poi a compier da sola il suo destino come meglio potesse. Nostro Signor Gesù Cristo è realmente vero Dio, e come tale gli spetta di diritto l’uguaglianza col Padre; ma è anche vero uomo, e come tale si è fatto l’eguale dell’uomo e di conseguenza modello dell’umanità intera anche nelle vie di questa vita, con tutta la sua debolezza e le ansie del suo faticoso procedere a tastoni nel buio. –

(Di sé Egli disse: “Io vi ho lasciato l’esempio. Io sono la Via, la Verità, la Vita”. S. Paolo sottolinea con ardore queste parole del Maestro: “Abbiate in voi quel sentire ch’era anche in Gesù Cristo: il quale, sussistendo in natura di Dio, non considerò questa sua eguaglianza con Dio come una rapina, ma vuotò se stesso, assumendo la forma di schiavo, e facendosi simile ,all’uomo; e in tutto il suo esteriore atteggiamento riconosciuto come un uomo, umiliò se stesso, fattosi ubbidiente sino al punto di morire su una croce”. (Filip. II, 5, 8).

“Noi vediamo Gesù che è stato fatto di poco inferiore agli Angeli, per via della morte patita, coronato di gloria e d’onore, affinché per la grazia di Dio a favor di tutti subisse

la morte, giacché ben si conveniva a Colui per mezzo del quale e a cagion del quale ogni cosa è, volendo condurre alla gloria molti figliuoli, render perfetto per via di patimento l’autore della salvezza”. (Ebr. II, 9, 10).

“Noi non abbiamo un Sommo Sacerdote che non possa compatire le nostre debolezze, ma invece è stato provato in tutto a somiglianza di noi, salvo il peccato”. (Ebr. IV, 15).

«Ond’è ch’Egli doveva in tutto esser fatto simile ai suoi fratelli, per diventare misericordioso e fedele sacerdote nelle cose divine, affinché fossero espiate le colpe del popolo. Poiché appunto per essere stato provato lui e avere sofferto, per questo può venire in soccorso a quelli che sono nella prova”. (Ebr. II, 17, 10).

«Poiché quel che era impossibile alla legge in quanto era indebolita per via della carne, Dio, mandando suo Figlio in carne simile a quella del peccato e mandandolo per il peccato, condannò il peccato nella carne”. – Rom. VII, 3).

In altre parole, Gesù Cristo, essendo Dio fin da tutta l’eternità, è anche nel tempo uomo come tutti gli altri, con un’unica eccezione, lo abbiamo già notato. È l’amico dell’uomo, avendo portato sulla terra quell’amore che era in Lui nel Cielo: il Sacro Cuore di Cristo palpita dell’amore di Dio. È il fratello dell’uomo, membro della famiglia umana e con essa solidale, della stessa carne e dello stesso sangue; perciò nulla di umano gli è estraneo: gioia o dolore, vittoria o sconfitta, scienza o ignoranza. In virtù di ciò ch’Egli è e di ciò che ha fatto, Cristo è la sorgente e il seminatore di quanto v’è di buono nel campo dell’umanità. “Della pienezza di Lui tutti abbiamo ricevuto ». (Giov. I, 16). – « Egli è il beato e unico Sovrano, Re dei re, Signore dei signori ». (I Tim. VI, 15). È la pietra angolare del tempio umano, base e coronamento

dell’edificio. È unito ai suoi da un vincolo più forte di quello del matrimonio perché è il Capo vivo del Corpo Mistico vivo. Gli scrittori del Nuovo Testamento, con frasi del tenore delle seguenti, e con una forza che indica com’essi vi annettessero un valore molto superiore a quello di semplici metafore, cercano di esprimere ciò che Gesù Cristo è agli uomini pel solo motivo della sua umanità.

(“Perciò dunque non siete più ospiti e forestieri, ma concittadini dei santi e della famiglia di Dio; edifizio eretto sul fondamento degli Apostoli e dei Profeti, essendone pietra angolare lo stesso Cristo Gesù su cui tutto l’edificio ben costruito s’innalza a tempio santo nel Signore, E voi pure siete parte di questo edificio che ha da essere abitacolo di Dio nello spirito”. (Efes, II, 19-22).

“Il campo di Dio, l’edificio di Dio siete voi”. (I Cor. III 9).

“Poiché nessuno può porre altra base oltre quella che già c’è, che è Gesù Cristo ». (I Cor. III, 11).

“Cristo fu come Figlio soprastante alla propria casa, e la sua casa siamo noi, a condizione che manteniamo salda sino alla fine la sicura fiducia e la speranza di cui ci gloriamo”, (Ebr. III, 6).

“Accostatevi a Lui, alla pietra viva rifiutata è vero dagli uomini, ma scelta e onorata da Dio; e voi pure come pietre vive siete edificate sopra di Lui per essere una cosa spirituale, un sacerdozio santo, per offrire vittime spirituali, gradite a Dio per mezzo di Gesù Cristo”. (I Piet. II, 4.5).

“Come dunque avete accolto Cristo Gesù il Signore, in Lui vivete, radicati ed edificati in Lui e rinforzati nella fede, come vi era stato insegnato, progredendo in azioni di grazie”. (Col. II, 6, 7).

“Come una donna soggetta al marito è legata per legge al marito vivente; e se il marito muore vien sciolta dalla legge del marito… Così, fratelli miei, anche voi siete morti alla legge per il corpo di Cristo, sì da appartenere ad un altro, cioè a Colui che risuscitò da morte, e ciò perché cogliamo frutti a Dio”. (Rom. VII, 2, 4).

“Perché io son geloso di voi, d’una gelosia di Dio, poiché vi ho fidanzati per darvi, vergine casta, a un uomo solo, a Cristo”, (2 Cor. XI, 2).

“Poichè, come il corpo è uno e ha molte membra e tutte le membra del corpo pur essendo molte il corpo è uno, così anche Cristo. Poiché noi tutti, sia Giudei sia Gentili, sia schiavi sia liberi, in unico Spirito siamo stati battezzati sì da formare un corpo solo, e tutti siamo stati imbevuti di unico Spirito… Orbene, voi siete corpo di Cristo e partitamente siete membra di esso”. (I Cor. XII, 12, 27).

« Poiché come in unico corpo abbiamo varie membra e le membra non hanno tutte la stessa funzione, così noi molti siamo un corpo solo in Cristo; e, per i rapporti reciproci, siamo membri gli uni degli altri”. – Rom. XI)

Così in Gesù Cristo tutti gli uomini sono uno e possono essere uno, come i tralci fanno tutt’uno con la vite, sia che crescan dal tronco o che vengan su di esso innestati.

(“Restate in me ed io resterò in voi, Come il tralcio non può portare frutto da sé medesimo se non rimane unito alla vite, così neppure voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Colui che dimora in me e nel quale io dimoro porta abbondanti frutti, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me è gettato via come il tralcio sterile, e inaridisce”. (Giov. XV, 4, 6).

“Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano abbondantemente”. (Giov. X, 10).

“Io sono la luce del mondo, Chi mi segue non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce di vita”. (Giov. VIII, 12).

Tutte queste considerazioni ci mostrano la vita spirituale come puro dono di Dio che giunge all’uomo per effetto di giustizia e insieme di amore e di misericordia, per i meriti di Nostro Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio. Egli stesso ne è la sorgente, il sostentamento, il modello; Egli ha provveduto i mezzi coi quali potremo conservarla e svilupparla. Infatti, per evitare che l’uomo nella sua debolezza non comprenda, o nella sua superficialità interpreti male, o nella sua distrazione dimentichi, o nel suo egoismo trascuri la verità vitale che Cristo ha rivelato e per la quale ha sparso il suo sangue, Egli ha provveduto per sempre una guida sicura che la conserverà intatta e viva e che salverà l’uomo dalla sua cecità.

“Tu sei Pietro e sopra questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte dell’inferno non

prevarranno contro di essa. E io ti darò le chiavi del regno dei Cieli”. (Matt. XVI, 18).

“Chi ascolta voi ascolta me e chi disprezza voi disprezza me; e chi disprezza me disprezza Colui che mi ha mandato”. (Luca X, 16).

“Vi ho detto queste cose mentre mi trovavo ancora in mezzo a voi; ma il Paracleto, lo Spirito Santo che il Padre manderà in mio nome, Egli vi insegnerà ogni cosa e vi suggerirà tutto ciò che io vi ho detto”. (Giov. XIV, 25, 26).

“Ho ancora molte cose da dirvi, ma per ora sono al disopra della vostra portata. Ma quando sarà venuto lo Spirito di verità, Egli vi insegnerà tutta la verità”. (Giov. XVI, 12, 13).

“Andate per tutto il mondo, predicate l’Evangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo; chi invece non crederà sarà Condannato”. (Marco, XVI, 15, 16).

Il Cattolico medita questi passi e molti altri simili, ricorda la ben nota verità che “Dio è fedele” e immutabile, e non sa spiegarsi come possano alcuni, malgrado ciò, negare la sua immanente e infallibile assistenza o anche solo dubitarne. Chi fece tali rivelazioni di Sé e della sua vita d’amore, chi impose tali comandamenti alle sue dilette creature, chi diede tali assicurazioni di continua presenza: “ecco che io sono con voi tutti giorni”, non avrebbe mai potuto abbandonar l’uomo alle sue sole risorse a cercarsi una strada nell’oscurità come meglio potesse. Colui pel quale il tempo non esiste, che è con gli uomini oggi come nei giorni in cui quelle parole vennero pronunciate, Colui al quale preme che gli apparteniamo, noi della generazione presente non meno di quei di Betsaida e di Cafarnao, non può averci abbandonato. Lo ha detto Egli stesso, e la sua parola è verità; e siccome crediamo in Lui, noi crediamo pure nel suo rappresentante, chiunque egli sia. – La parola di Dio è verace; la voce che annuncia nel tempo quella parola di verità è, nel pronunciarla, infallibile. Per dubitarne, il Cattolico dovrebbe modificare tutta la sua concezione di Dio, di quel Dio d’amore che per amore si è legato alla sua creatura. Il Suo è un amore che non può ingannare né ingannarsi, che non può venir meno, che, avendo parlato una volta con sicurezza, parla con altrettanta sicurezza per sempre. “Io credo nella Santa Chiesa Cattolica” perché credo nella fedeltà assoluta di Dio. – È questo il primo mezzo che garantisce la vita di Dio nell’anima dell’uomo: la guida sicura della Chiesa. Come Gesù Cristo parlò infallibilmente con le sue labbra umane, altrettanto infallibile è quando parla per bocca di quella Chiesa di cui Egli rimane il Capo vivente. Poi, viene il dono dei Sacramenti e con essi della vita sacramentale. “Con gaudio attingerete acque dalle fonti del Salvatore”. (Is. XII, 3). Così cantava il Profeta, e il Cattolico crede che dal costato aperto di Cristo siano sgorgate quelle sette sorgenti, quei “segni esteriori di grazia interiore”, quegli atti che, compiuti dall’uomo con le debite disposizioni, lo inondano per se stessi di grazie sempre più abbondanti di giustificazione e di salute. Non sono semplici devozioni, né semplici riti, sono segni esteriori di grazie effettivamente conferite all’anima; il Cattolico crede che siano stati istituiti da Gesù Cristo stesso e che, nell’accoglierli, egli riceve dalle mani pietose di Lui e in virtù della sua grande vittoria un aumento positivo di vita soprannaturale che in nessun altro modo potrebbe ricevere. Per effetto della sua unione con Cristo e dei propri sforzi personali, il fedele può acquistare ancora altre grazie, ma la grazia sacramentale egli non può altrimenti guadagnarla da sé: non può aprire la porta se non con la chiave che Cristo stesso ci ha dato, e allora il torrente del suo amore gli inonderà l’anima. Ecco perché nella frequenza ai Sacramenti meglio che in altri modi si manifesta la pratica della religione: per il Cattolico religione e sacramenti sono due termini correlativi e complementari, quasi espressioni di un’unica realtà, e un Cattolico è spesso definite come “uno che si accosta ai sacramenti”. – E fra questi sette sacramenti, uno gli è particolarmente caro. È quello che è insieme Sacramento e Sacrificio, Sacramento dell’Eucarestia, sacrificio della Messa, il “Sacro Banchetto in cui Cristo si fa nostro cibo, e si rinnova la memoria della sua Passione e l’anima si riempie di grazia e riceve un pegno della gloria futura ». Questo sacramento è diventato inevitabilmente il centro attorno a cui circola tutta la pratica cattolica. Sulla parola di Cristo stesso, sempre confermata attraverso i secoli dal suo legittimo rappresentante, il Cattolico crede che nella SS. Eucarestia il suo Signore e Maestro dimora con lui sulla terra e scende nella sua anima e vi rimane, alimentandone la vita con la Sua, anzi assorbendola in Sé di modo che non vive più lui ma in lui vive Gesù Cristo. Assistendo alla S. Messa il Cattolico è con lo stesso Signore Gesù non solo nell’istante in cui essa è celebrata ma anche in quell’ora solenne in cui realmente si compì il Sacrificio del Calvario. È una verità che per essere ineffabile non è per ciò meno vera, e in tutta l’Europa, anzi nel mondo intero, abbondano le evidenze, gli effetti prodotti da quella verità. “Gesù Cristo il medesimo ieri, oggi e per sempre: ecco in una parola la fede cattolica, il pensiero cattolico. La vita nella Chiesa Cattolica non è né più né meno che questo: “Per me la vita è Cristo, e la morte è un guadagno”. È l’atto culminante di un Dio d’amore, l’eccesso cui è giunto Gesù Cristo, l’Uomo-Dio, nello sforzo di conquistare il cuore della sua amata ma ostinata creatura. Ed Egli ha vinto; si è avverata la profezia: “Da dove sorge il sole fin dove tramonta il mio Nome è grande tra le genti e in ogni luogo si sacrifica e si offre al mio nome oblazione pura. Perché grande è il mio Nome fra tutte le genti, dice il Signore degli eserciti. (Mal. I, 11). – Ma i Cattolici non possono separare la Madre dal Figlio, ché anzi per essi onorar quella è onorare e imitar questo. Per la volontaria adesione di lei, Egli venne in questo mondo; per il “fiat” di lei, s’iniziò l’opera della Redenzione; l’amore della Madre pel Figlio e l’amore del Figlio per la Madre, il naturale fuso col soprannaturale, li legò insieme inseparabilmente in vita, in morte e dopo morte. Per molti anni essa comandò ed Egli le ubbidì. Essa rimase sua Madre sino all’ultimo; infine Egli ci diede a Lei e diede Lei a noi perché ci custodissimo ed amassimo a vicenda. Ella è quindi ora per noi, che le fummo affidati quali figli, avvocata insuperabile presso il suo Figliuolo, e d’altra parte, essendoci essa stata affidata da Lui, onorarla è ancora onorar Cristo. Trattarla come un figlio amoroso tratta una tenera madre è fare quanto ha fatto Cristo sulla terra e quanto Egli stesso ci ha chiesto di fare in sua vece. – Con la Madonna stanno gli Angeli e i Santi. Questi ultimi son pure nostri fratelli, sono parte della grande famiglia di Dio, suoi figli ed eredi, membra di quello stesso corpo al quale noi apparteniamo. Durante la loro vita quaggiù i Santi hanno combattuto la buona battaglia, hanno compiuto la loro corsa, hanno ricevuto la corona di giustizia da Colui che è Giudice giusto. Dal luogo della loro beatitudine essi hanno cura di noi. “Vi sarà gioia fra gli Angeli di Dio per un peccatore che fa penitenza”, Se gli Angeli si rallegrarono alla nascita di Cristo fra noi, cantando “Gloria a Dio nel Cielo e pace in terra agli uomini di buona volontà”; se, quando Egli ebbe fame e sete, vennero gli Angeli a servirlo; se, nell’ora dell’agonia al Getsemani, quando pregò perché si allontanasse da Lui quel calice, un Angelo gli diede nuova forza, se i figli degli uomini hanno i loro Angeli in Cielo che li proteggono, — “guardatevi dal disprezzare alcuni di questi piccoli, poiché vi dico che i loro Angeli nei cieli vedono continuamente la faccia del Padre mio che è nei cieli” —, ancor noi possiamo sicuramente contare sull’assistenza, la preghiera, la compagnia di tutti questi fratelli nelle lotte della vita. « Poiché non è la nostra lotta contro la carne e il sangue, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori del mondo delle tenebre, contro gli spiriti maligni dell’aria”. (Efes. VI, 12).

LA GRAZIA E LA GLORIA (52)

LA GRAZIA E LA GLORIA (52)

Del R. P. J-B TERRIEN S.J.

II.

Nihil obstat, M-G. LABROSSE, S. J. Biturici, 17 feb. 1901

Imprimatur: Parisiis, die 20 feb. 1901 Ed. Thomas, v. g.

LIBRO X

LA PERFEZIONE FINALE DEI FIGLI DI DIO CONSIDERATA DAL LATO DEL CORPO

CAPITOLO II

La condizione dei corpi resuscitati dal punto di vista dell’essere. – Cosa sarà in comune per tutti: identità, integrità, incorruttibilità.

1 « Ecco – dice San Paolo ai fedeli di Corinto – vi dichiaro un mistero: tutti saremo elevati alla verità, ma non tutti saremo trasformati. » (I Cor, XV, 51. Il testo greco recita: « Non tutti dormiremo, ma tutti saremo trasformati  ». S. Paolo, seguendo questa lezione, parla a nome dei soli eletti, come se dicesse: Noi discepoli di Cristo non moriremo tutti. Quando Cristo apparirà nella sua gloria, ci saranno alcuni che Egli troverà vivi e che passeranno senza morire da questa mortalità alla gloriosa immortalità. Questa è l’opinione comune dei Padri greci, e diversi Padri dell’Occidente l’hanno adottata come propria. Inoltre, non è in contrasto con la sentenza di morte pronunciata su tutti i figli di Adamo. « Anche se i giusti che sopravvivono (alle catastrofi degli ultimi tempi) non morissero prima dell’arrivo del Signore, sarebbe comunque vero che la legge della morte pesa su di loro e che ne subirebbero la pena, se Dio non la rimettesse loro come può fare grazia anche di quella dei peccati attuali. » S. Thom, 12, q. 81, a. 3, ad. 3). – Non ignoro che il testo greco presenta un altro significato; ma nulla ci vieta di accettare quello della Vulgata: perché, oltre a non essere contrario all’altro, esprime una verità dogmatica, chiaramente enunciata dallo stesso Apostolo nel versetto immediatamente successivo, quando aggiunge: « Suonerà la tromba ed i morti risorgeranno incorruttibili e noi, eletti di Cristo, saremo trasformati » (1 Cor., XV. 52). Il pensiero contenuto nei due testi è evidente: c’è nella resurrezione finale un duplice fatto: uno, comune a tutti gli uomini; l’altro, proprio solo dei figli di Dio; un fatto di restaurazione corporea, omnes resurgemmus, mortui resurgent incorrupti; un fatto di glorificazione soprannaturale, non omnes immutabimur, et nos immutabimur. È questa doppia condizione dei risorti che resta da spiegare secondo l’insegnamento della Scrittura, dei Dottori e dei Padri. – Ora, per iniziare con la restaurazione comune, si deve ritenere una verità certa che tutti i corpi degli uomini risorgeranno nella loro identità, con l’integrità delle loro membra, e non torneranno mai più alla corruzione della tomba. – Si eleveranno nella loro identità, cioè saranno gli stessi in modo specifico e numerico. Ho detto: specificamente. Sarebbe una follia sognare corpi che diventino letteralmente spirituali dopo la risurrezione, da materiali che erano nel tempo della prova; e Sant’Agostino (S. August., De Civit., L. XIII, c. 20) giustamente deride coloro che pensavano di poter interpretare in questo senso il testo dell’Apostolo: « È stato seminato come un corpo animale, risorgerà come un corpo spirituale » (1 Cor., XV, 44). Non sarebbe meno contrario alla fede affermare, secondo lo stesso testo, che i corpi risorti, pur rimanendo materiali nella loro sostanza, saranno di una fluidità simile a quella dell’aria, fantasmi senza densità né consistenza. San Gregorio Magno (Moralia, L. XIV, C. 29), che riporta questa strana opinione, la confuta nelle sue opere. Nostro Signore, il giorno stesso della sua gloriosa Risurrezione, l’aveva condannata in anticipo, quando, per rassicurare i suoi discepoli, spaventati dalla sua improvvisa apparizione, disse loro con adorabile condiscendenza: « Perché vi turbate? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio Io; toccatemi e vedete, perché uno spirito non ha né carne né ossa come vedete che Io ho » (Lc. XXIV, 7). Inoltre, l’idea stessa della risurrezione è sufficiente ad escludere un simile errore. Risorgere, infatti, significa riprendere il proprio corpo, quello stesso corpo che la morte aveva separato dall’anima, e non un’altra sostanza materiale, con qualsiasi nome la si voglia chiamare. – Ora questo stesso fatto, indipendentemente da tutte le altre prove, dimostra con evidenza che il corpo dei risorti non solo sarà identico dal punto di vista specifico, ma anche individuale. Supponiamo per un attimo che si tratti di un corpo umano, ma diverso da quello che la morte ha ridotto in polvere: così non c’è più una surrezione della carne, ma una sostituzione. Qual corpo, Gesù Cristo, modello della nostra futura resurrezione, fa toccare a San Tommaso? Quello stesso le cui mani e i cui piedi erano stati trafitti dai chiodi, il cui fianco era stato squarciato da una lancia (Gv XX, 25-27). Vedrò il mio Redentore e il mio Dio nella mia carne – grida Giobbe – vedrò me stesso e non un altro (Giobbe XIX, 25-27). Anche la Chiesa, interprete infallibile del pensiero divino, ha definito, in uno dei suoi Concili, che « tutti, eletti e reprobi, risorgeranno con i corpi che ora possiedono » (Conc. Later. IV, Firmiter.) e richiedeva, in un altro, la solenne professione di « fede nella resurrezione di questa carne che ora abbiamo. Credimus etiam veram resurrectionem hujus carnis quam nunc gestamus (Confessione fid., Mic. Paleologi, ipsi a Clem. VI proposita, et ab ipso in Conc. Lugd. II Gregor. X oblata). – Sì, ci troveremo, per quanto riguarda la sostanza e la disposizione organica delle nostre membra, come siamo e cosa siamo. Lo stesso cuore che l’amore di Dio ha fatto battere nel tempo dell’esilio condividerà in cielo le ardenti emozioni dell’amor gaudente; gli stessi occhi, che erano chiusi per non vedere le vanità della terra, contempleranno un giorno gli splendori del paradiso; le stesse labbra che hanno così spesso baciato i piedi del Crocifisso, si poseranno sui piedi del Salvatore vivente e glorificato; questa bocca che si è aperta alla preghiera, canterà in una lingua divina l’eterno Alleluia. Questa è la nostra speranza e la nostra fede: nessun figlio della Chiesa oserebbe contraddirla. – La piena identità dei corpi risorti con i corpi mortali non è una questione controversa; ciò che è controverso è il modo in cui questa stessa identità debba essere intesa, perché mentre la Chiesa ha definito la risurrezione dell’uomo con il proprio corpo e la carne che ora possiede, da nessuna parte ha determinato più esplicitamente ciò che costituisce l’identità individuale dei corpi. – Tra gli scrittori cattolici del nostro tempo, e parlo soprattutto degli apologeti e dei polemisti, ci sono molti che credono che potremmo risorgere con il nostro stesso corpo, anche se non conserveremmo più una sola molecola che abbiamo posseduta durante la nostra esistenza terrena, a condizione, però, che il corpo del risorto riproduca la stessa forma, le stesse caratteristiche e, per il bene della risurrezione, le stesse caratteristiche e, per dirla in una parola, gli stessi caratteri individuali della nostra mortalità. – Per convincerci di questo, ci invitano a considerare il corpo umano così come l’esperienza ce lo mostra durante questa vita di prova. Da un lato, è certo che le molecole che costituiscono i nostri organi sono in perenne mutamento: tanto che, dopo poco tempo, il rinnovamento è completo. Quelle che possiedo oggi, appartenevano ieri ad altri composti, e torneranno domani nel fondo comune, dove altri esseri verranno ad assimilarle a loro volta. L’organismo umano è come un fiume che scorre sulla stessa sabbia e nello stesso letto, irrigando la stessa campagna, ma i cui flussi si spingono e si succedono continuamente; o meglio, come un fiume che scorre nella stessa direzione o, meglio ancora, come un popolo che, conservando le sue leggi, le sue istituzioni e le sue frontiere, vede, circa ogni trent’anni, nuove generazioni prendere il posto di quelle passate: così è il corpo dell’uomo. D’altra parte, non è meno evidente che, in mezzo a questo incessante flusso e riflusso, il corpo umano non perda affatto la propria individualità. Il corpo dell’anziano è lo stesso di quello che aveva nella culla, che portava nel grembo di sua madre. Un occhio esperto, avendolo visto in questi due periodi della sua esistenza, non potrebbe sbagliarsi. – Cos’è, dunque, che mantiene l’identità di questo organismo, attraverso queste alternative e perpetui scambi di materiali con la natura che lo circonda e lo avvolge? È l’anima che si appropria di tutti questi elementi materiali, che li penetra, li informa e li vivifica; l’anima che è sempre la stessa e che con la sua unione sostanziale li fa partecipare alla sua identità. Se si rompe questa unione, l’idea di permanenza del corpo non ha basi solide. Supponiamo, ad esempio, che uno spirito angelico, come il compagno celeste di Tobia, unisca a turno due corpi assolutamente simili per mostrarsi visibilmente agli uomini; se non ci fosse un intervallo apprezzabile tra l’una e l’altra unione, si potrebbe avere l’illusione di un unico corpo, ma, in fondo, sono due corpi e l’uno non sarà mai l’altro. Il motivo è che lo spirito puro, non entrando nella costituzione dei corpi, è di conseguenza impotente a dare loro l’unità che non trovano nei materiali che li compongono. – Che cosa ci vorrà, dunque, perché l’uomo, nell’ultimo giorno, ritrovi il suo corpo, il suo proprio corpo? Dovrà riprendere le molecole materiali che ne facevano parte durante la sua vita terrena? Niente affatto, quand’anche tutti i materiali fossero diversi, se è la stessa anima che anima il corpo rinnovato; se gli stessi principii, rimanendo in quest’anima allo stato di radice feconda, le restituiscono la pienezza delle sue facoltà di sentire; se la stessa virtù riproduce in esso la stessa forma e gli stessi tratti; è il mio corpo, e ho il diritto di riconoscerlo come mio; perché non è più diverso da quello che ho deposto nella tomba, di quanto l’organismo in decomposizione non differisca da quello dal neonato. Così ragionano questi autori, e la Chiesa, custode della fede, non ha condannato le loro dottrine. – Tuttavia, lo dirò, per quanto questa opinione possa sembrare plausibile a prima vista, non posso darle il mio assenso. A fermarmi non è tanto il peso di considerazioni metafisiche, quanto il rispetto per il pensiero dei nostri antichi Dottori e Padri. Da sempre gli increduli, nel loro desiderio di rovesciare il dogma della Risurrezione, hanno avanzato presunte impossibilità. Come farà Dio a trovare la polvere che era il corpo di un uomo sepolto da migliaia di anni, per farne un organismo identico a quello che ha perso? Qual è la storia di questi atomi umani che, depositati nella terra, passano dall’uomo all’erba dei campi, per essere mangiati dagli animali, e da questi animali ad altri uomini che se ne nutrono; poi, tornando di nuovo a degradarsi, vengono divorati questa volta dai vermi, con i quali diventano preda degli uccelli, per ritornare nella sostanza di questi ultimi all’organismo dell’uomo; e tutto questo senza fine o tregua in cambiamenti e metamorfosi? Che cosa sarebbe allora se ipotizzassimo un uomo abbastanza crudele da nutrirsi solo della carne dell’uomo, così che ogni molecola che entra nel suo corpo appartenga ad un altro uomo? Ancora una volta, si chiede il non credente, chi può dipanare elementi così confusi, e come possiamo restituire a ciascuno ciò che forse era patrimonio di tanti altri? – Non conosco nessun apologeta dei primi secoli, né nessuno dei grandi maestri della teologia, che abbia risolto queste ridicole obiezioni come gli autori di cui ho appena esposto le opinioni. Tutti, all’unisono, suppongono che gli uomini nella Risurrezione riprenderanno gli elementi materiali di cui erano composti i loro corpi (tra gli scolastici, trovo solo Durand che fa eccezione. Ecco perché Suarez, dopo aver ricordato questa particolare opinione, aggiunge: « Communis vero sententia est, de necessitate resurrectionis esse ut corpus resurgentis constet ex eadem numero-materia ex qua prius constitit, Ita D. Thomas… et cæteri scolastici hanc sententiam amplectuntur ». Suar, in II Pa, D. 44, 1. 2, n. 2 e 3). Ma sanno che nulla perisce per Dio: che nulla sfugge al suo sguardo, così come nulla si sottrae al suo sguardo, nulla fuoriesce dalla sua mano onnipotente. Per questo essi non temono che Egli non possa un giorno distinguere ciò che appartenga a ciascuno di noi in mezzo alle ceneri, sparse da mille fortune diverse ai quattro angoli del mondo. Inoltre, le ipotesi formulate dai loro avversari non hanno nulla che li metta in imbarazzo. Infatti, non siamo affatto obbligati a credere che la materia di cui i nostri corpi saranno riformati sia la stessa che avevano nel momento preciso della loro decomposizione; ancor meno, che sia una materia che il turbinio della vita non abbia mai fatto passare in un altro organismo. – Inoltre, sarebbe palesemente assurdo supporre che l’integrità dei corpi rianimati richieda che essi riprendano in sé tutte le molecole successivamente scartate dal momento della nascita a quello della morte. Diciamo di più: l’identità del corpo è nella sua sostanza, e non nelle dimensioni maggiori o minori che può ricevere. Ora, la sostanza corporea può rimanere la stessa, non solo sotto l’andirivieni di molecole, ma con un’incredibile differenza di volume e di massa. Prima di essere il gigante di cui parla la Scrittura, Golia era un bambino molto piccolo; e la stessa quercia che tiene orgogliosamente la testa tra le nuvole era all’inizio solo un umile alberello. Negherete a Dio il potere di recuperare abbastanza elementi primitivi per ricostituire la sostanza umana; e dal centro che le era proprio, l’anima non sarà forse in grado, sotto l’azione dell’Onnipotenza, di rifarsi in un attimo un organismo a misura dell’uomo rinnovato? Le difficoltà non sono quindi di natura tale da costringerci a guardare solo all’anima per l’identità che è oggetto della nostra fede. – A questa testimonianza degli antichi maestri, aggiungiamo quella fornita dalla Risurrezione del Salvatore, esempio e pegno della nostra. Gesù Cristo non ha forse tolto dal sepolcro il corpo che i fedeli discepoli vi avevano preziosamente deposto? Sarebbe inutile rispondere che si trattava di un privilegio proprio di questa carne, perché essa rimaneva, anche separata dall’anima, personalmente unita al Verbo della vita: vi mostrerei infatti il corpo glorioso della sua divina Madre, e vi chiederei se c’è qualcuno nella Chiesa che non riconosca in esso questa stessa carne che non si trovava più nel sepolcro della Vergine immacolata. Perché Dio, che non ha voluto che i resti mortali di sua Madre cadessero in preda alla corruzione nemmeno per un momento, dovrebbe consegnare eternamente quelli dei suoi figli alla decomposizione sempre crescente del cadavere?  – Inoltre, ci sarebbe una grande differenza tra l’identità che persiste nel Corpo vivente, attraverso tutte le mutazioni che non cessa di subire, e quella che avrebbe il Corpo risorto, se la materia dell’uno e dell’altro fosse totalmente diversa. Nel fenomeno del rinnovamento quotidiano, le molecole del Corpo vengono sostituite solo lentamente e in successione: è come un edificio da cui si staccano una ad una alcune pietre che vengono presto sostituite da altre. Ma un organismo ricostruito nella sua interezza, senza che nessuno degli atomi che lo compongono ritorni ai propri tessuti, sarebbe come una casa crollata ricostruita interamente sulla stessa pianta, ma con materiali totalmente diversi. Per me, più medito su questa questione, più mi aggrappo al sentimento dell’antichità cristiana; tanto più che è anche la persuasione comune del popolo fedele. Sì, nei disegni di Dio, l’identità dei corpi risorti non prescinde dal recupero più o meno completo dei principi materiali che li componevano nella loro precedente esistenza, anche se la permanenza dello stesso principio formale è il fattore primario.

2. – Con l’identità affermiamo l’integrità. Ciò che crediamo dei corpi glorificati, non può lasciare dubbi sugli eletti di Dio: non mancherà loro nulla di ciò che rende la perfezione naturale dell’organismo umano. I Santi, le cui membra sono state mutilate dagli incidenti della vita o dalle mani degli uomini o dalla furia dei carnefici, rinasceranno come la natura, o meglio l’Autore della natura, ha concepito l’uomo e lo ha modellato fin dall’inizio. Ciò che Dio fa da sé, non lo fa a metà: come potrebbe allora decidere di lasciare incompleti i corpi che fa rinascere dalla loro polvere, per formarne l’ornamento più bello della Gerusalemme celeste? – Ciò che abbiamo appena detto sul corpo degli eletti, San Tommaso lo afferma su quello dei reprobi. Anch’esso recupererà tutto ciò che fa parte della sua integrità naturale, non per premio ma come castigo (S. Thom., c. Gent., L. IV, c. 89.). È così che il Santo Dottore intende le parole dell’Apostolo: « I morti risorgeranno incorruttibili e noi saremo trasformati » (1 Cor., XV, 52). Così questa corruzione parziale, che risulterebbe dalla privazione di una parte dell’organismo, non coglierà nessuno tra i morti, nemmeno tra coloro che non avranno parte alla risurrezione gloriosa. Questo è anche il pensiero di Sant’Agostino che commenta lo stesso testo. « Cosa significa questa distinzione dell’Apostolo – egli dice – se non che tutti risorgeranno incorruttibili (incorrupus, incorrupti), ma che solo i giusti avranno un’incorruttibilità che nessun tipo di corruzione potrà mai più raggiungere? E perciò, chi non è trasformato, risorgerà nell’integrità delle sue membra, ma per soffrire in esse i morsi del dolore » (S. August., ep. 205, al 446, n. 15.). – A cosa serve, dicevano gli oppositori del dogma, trasportare nella vita futura arti che non esercitano più le loro funzioni, denti che non hanno più nulla da masticare, uno stomaco che non digerisce più, dei piedi che non dovranno più lottare contro la gravità? Questa obiezione, confutata nel II secolo da San Giustino (S. Giustino, Fragmenta ex l. de Resurrect., n. 3. P. Gr., t. VI, col. 1576), altri miscredenti l’hanno ripresa ai nostri giorni, o per attaccare la nostra fede cattolica, o per sostenere singolari fantasticherie (J. Reynaud, nella sua opera “Terre et Ciel”, ha trasportato nella vita futura da lui immaginata, la maggior parte delle funzioni della vita presente, e persino quelle che tendono alla conservazione della specie, perché non comprende un organo che non avrebbe più il suo funzionamento naturale). Sì, lo ammettiamo subito, molte delle funzioni proprie dei nostri organi non saranno più adatte alla vita perfetta che è la nostra speranza. Perché degli alimenti, quando il corpo dell’uomo incorruttibile e immortale non sentirà più né la fame né la sete (Apoc. III, 16), né la perdita di sostanza e di forza che li esigono? Perché questi rapporti, destinati per loro natura a riempire i vuoti fatti dalla morte, quando il numero dei figli di Dio sarà completo, e nulla potrà far scomparire il più piccolo di loro dalla terra dei viventi (S. Matth. XXII, 30)? Ma se le funzioni più o meno grossolane a cui le esigenze della vita mortale li avevano sottoposti sulla terra, devono cessare per i nostri organi, non è questo un motivo per sopprimerle nella vita perfetta. – Io lo comprenderei per alcuni, se ci fosse del vero nel principio di certi filosofi, che non sanno distinguere l’idea del bello dalla nozione dell’utile. Ma chi non vede quanto sia bassa e falsa una dottrina che misura la bellezza dall’utilità? Perché, dunque, le membra dei beati sussisteranno nella loro perfetta integrità, anche quando non saranno più necessarie per le operazioni a cui la natura le aveva principalmente destinate? Rimarranno per condividere la felicità di cui sono stati strumenti e per essere una testimonianza permanente dei meriti acquisiti nell’uso della loro attività. Rimarranno, perché la loro presenza è necessaria per la perfezione del corpo che Dio vuole glorificare (« Cætera ergo membra (quæ deserviunt vel nostræ conservandæ individuæ vel speciei propagandæ), erunt ad speciem, non ad usum; ad commendationem Pulchritudinis, non ad indigentiam necessitates. Numquid quia vacabunt, ideo indecora erunt? Erunt ibi membra integra, etiam quæ hic pudenda sunt, sed ibi pudenda non erunt. Non ibi erit sollicitum integritatis decus, ubi non erit libidinis dedecus ». S. Agost.., serm. 283 in dieb. pasch. 14, n. 4, 6 – Il Santo sottolinea nello stesso testo che, anche nel nostro attuale stato di mortalità, non tutto nell’uomo è per l’utilità. « Barbæ quis usus nisi sola pulchritudo? Speciem video, usum non quæro ». – Cfr. Tertull, de Resurr. carn, c. 60, 61. ): infatti, la costituzione dell’organismo umano è tale che tutte le parti si tengono insieme e che nessuna, di conseguenza, può essere tagliata senza danneggiare l’armonia dell’insieme  (« Deus autem ita est artifex magnus in magnis, ut minor non sit in parvis“): Quæ parva non sua granditate, nam nulla est, sed artificis sapientia metienda sunt: sicut in specie visibilis hominis, si unum radatur supercilium, quam propemodum nihil corpori, et quam multum detrahitur pulchritudini: Quoniam non mole constat, sed parilitate ac dimensione membrorum ». S. Augus, de Civit. Dei, L. XI, c. 22). Rimarranno, perché l’anima stessa non dispiegherebbe tutta la sua perfezione, priva come sarebbe di questi organi. – Un testo di Aristotele, spiegato da San Tommaso, ce lo farà capire meglio. Questo grande filosofo disse dell’anima « che essa è per il Corpo, non solo una causa formale e finale, ma anche una causa efficiente » (Arist., de Anima. I, II, testi 36 e 37). Le bellezze che l’opera rivela all’esterno, l’arte le conteneva già implicitamente in sé, ed è per questo che era in grado di produrle. Così è per l’anima: tutto ciò che vediamo nel corpo e nelle sue varie parti, l’anima lo contiene allo stato latente, come fonte da cui emana. – Come l’opera d’arte sarebbe imperfetta, e l’arte stessa potrebbe essere accusata di impotenza, se l’opera mancasse di una parte della bellezza contenuta nell’arte, così l’uomo non sarebbe perfetto né nell’anima né nel corpo, se lo sviluppo di quest’ultimo non rispondesse pienamente alla potenza formativa contenuta nella prima (S. Thom., Supplem., q. 80, a. 1). Non volete organi senza funzioni, e condannate l’anima, la parte più nobile di noi stessi, a non creare per sé, con l’aiuto di Dio, un organismo che si armonizzi con la sua natura e la sua stessa virtù. Ma, inoltre, quale uomo ha sufficiente dimestichezza con i misteri dell’altra vita per affermare che le membra spiritualizzate potrebbero avere, in assenza delle funzioni grossolane che svolgono quaggiù, una destinazione più consona alla loro nuova condizione?

3. – All’identità e all’integrità dei corpi risorti va aggiunta l’incorruttibilità. Sì, tutti questi corpi estratti dal sepolcro saranno incorruttibili, nel senso che questa parola designa l’immortalità. « E non ci sarà più la morte » (Apoc. XXI, 4) e i morti risorgeranno incorruttibili (I Cor. XV, 52). La sentenza è generale e si estende universalmente a tutti, ai riprovati come agli eletti. Perché questa corruzione che dividerebbe l’anima dal corpo, quando non v’è più lo stato di cambiamento e di cammino, ma quello di immobilità nel termine? Il corpo è unito all’anima perché l’uomo possa subire la punizione dei suoi crimini o ricevere la ricompensa dei suoi meriti; eppure, come insegna la fede e approva la ragione naturale, né la punizione né la ricompensa avranno fine. È ai risorti e non alle sole anime che si dirà: « Venite, benedetti del Padre mio… e…: Via da me, maledetti, andate nel fuoco eterno » (Mt. XXV, 34, 41). – Io so che l’inferno non è la dimora dei vivi, come il Paradiso, ma dei morti. « E il mare rese i morti che aveva; e furono giudicati secondo le loro opere. E l’inferno e la morte furono gettati nel lago di fuoco. Questa è la seconda morte » (Ap. XX, 13, 14). Come sono morti coloro la cui anima è stata unita alla carne; e come possono vivere se sono morti? Non risolverebbe del tutto la difficoltà dire che sono morti, e per sempre, perché hanno perso la vita naturale, eternamente separati come sono da Dio, la vita delle anime. Né basterebbe rispondere che una vita di torture e di sofferenze, senza riposo né godimento, non è tanto una vita quanto una morte (S. Augus., de Civit., L. XIII, c. 2) – C’è, mi sembra, nelle parole dell’Apostolo un significato ancora più profondo. La morte per noi uomini mortali, cioè questa lacerazione suprema in cui si spezzano i legami, in cui avviene la separazione, è solo di un istante. Per gli sfortunati dannati, il morire è eterno. Tale è la forza del tormento che basterebbe a distruggere milioni di vite; ma tale è la potente virtù di Dio che tiene queste anime maledette legate ai loro corpi, che la divisione non può essere completata. È un’agonia senza nome che non è né il tranquillo possesso della vita né la consumazione della morte. Non vivono e non sono morti; stanno morendo, moriranno sempre; ed è per questo che la seconda morte, lungi dall’essere incompatibile con l’unione del corpo e dell’anima, la richiede come sua condizione essenziale.

4. – I teologi, dopo aver affrontato le questioni principali dell’identità, dell’integrità e dell’immortalità, ne sollevano incidentalmente una quarta a cui è meno facile rispondere. Quanti anni avranno i risorti o, per meglio dire, a qual età della vita corrisponderà il loro sviluppo organico? Se dovessimo prendere troppo alla lettera alcune espressioni delle Scritture e dei nostri Libri liturgici, sembrerebbe che essi avranno proprio l’età in cui dovranno lasciare la terra. L’Apocalisse parla di anziani seduti su troni, con corone d’oro sul capo, che circondano il trono su cui siede l’Altissimo (Ap. IV, 4 Segg.); e la Chiesa, in uno dei suoi inni più graziosi, rappresenta i bambini, massacrati da Erode, che giocano sotto l’altare con le palme e le corone. Ma si tratta di immagini che non possono fornire argomenti solidi. Lo stesso testo dell’Apocalisse non mostra forse, accanto agli anziani, quattro misteriosi animali che, notte e giorno, non cessano di glorificare il Dio tre volte Santo? Alcune anime, favorite da visite celestiali, hanno avuto la felicità di vedere Gesù apparire loro nella figura incantevole di un bambino; non concludiamo pertanto che questo sia lo stato di Nostro Signore in cielo. – Due illustri dottori, San Tommaso e Sant’Agostino, sono entrambi dell’opinione che gli eletti, dovendo risorgere nella perfezione della loro natura, rinasceranno tutti all’età in cui l’uomo raggiunge la pienezza del suo sviluppo fisico; cioè all’età in cui Gesù Cristo, il loro esemplare, uscì glorioso e vittorioso dalla tomba. Inoltre, questa regola non deve essere intesa con precisione matematica. Sembra opportuno che nell’aspetto esteriore dei risorti ci sia qualcosa che ricordi la loro vita quaggiù. Ci piace pensare che un Santo Stanislao, per esempio, conservi le grazie della sua giovinezza, e l’anziano Simeone la nobile maestà che lo caratterizzava quando accolse tra le sue braccia il Salvatore del mondo. Questo è tutto ciò che si può dire su un argomento in cui lo Spirito Santo non ha voluto definire nulla. – Anche Sant’Agostino conclude ciò che scrive al riguardo con questa importante osservazione: « Tutti risorgeranno con lo sviluppo corporeo che hanno avuto, o che avrebbero acquisito, nel pieno della loro giovinezza; tuttavia nulla impedisce di ritrovare le forme esteriori dell’infanzia e della vecchiaia, dove non ci sarà né l’ombra di infermità né la minima traccia di caducità. Pertanto, se qualcuno pensasse che ciascuno degli eletti riapparirà nello stato corporeo in cui lo ha sorpreso la morte, non ci sarebbe bisogno di preoccuparsi di contraddirlo » (S. August, de Civit., L. XXII, c. 16; S. Thom, Suppl., q. 81,a, 1). – Ho già sottolineato che la differenza tra i sessi non sarà soppressa, come alcune menti poco equilibrate hanno pensato di poter concludere da un testo di San Paolo, erroneamente interpretato (Ef., XIII, 4.). La donna, come l’uomo, è la creatura di Dio; ella entra, come lui, nel piano primitivo della creazione; come lui, sarà l’ornamento di quella Gerusalemme celeste, di quel regno in cui l’uomo regnerà in Gesù e la donna in Maria, sua e nostra Madre (S. Agostino, De Civit., L. XXII, c. 20; S. Thom, Suppl., q. 81, a.3). – Poniamo un’ulteriore duplice domanda che i più grandi Dottori non hanno considerato come oziosa. Quale sarà l’altezza e la fisionomia degli eletti, reintegrati nella perfezione della loro natura? La risposta alla prima domanda è la seguente: non tutti saranno di uguale statura. Infatti, ciò che la risurrezione deve riparare in ognuno di loro non è solo la natura specifica, ma l’individuo. Ora, sebbene la specie umana abbia dei limiti che sarebbe imperfetto superare o non raggiungere, non richiede di per sé alcuna dimensione specifica. Tali non sono le nature individuali. Ognuno, tra i termini estremi che sono appropriati alla natura specifica, ha un suo sviluppo normale. E poiché i principii individuali differiscono nelle diverse persone, non dobbiamo aspettarci di vedere negli eletti quell’uniformità di dimensioni che sarebbe non meno contraria alle leggi della loro costituzione che a quelle dell’estetica. Ciò che possiamo affermare è che tutti raggiungeranno quella giusta misura al di sopra o al di sotto della quale la bellezza delle forme cederebbe alla minima deformità (S. Thom., Suppl., q. 8l, a d: S August, l. c.). – La risposta è simile per l’altra parte della domanda. Né la differenza di fisionomia sarà distrutta, né le imperfezioni che li contraddistinguono li seguiranno oltre la tomba. Ogni volto dell’eletto, manterrà, anche dopo la sua trasfigurazione, il suo carattere distintivo; ma, pur conservando i suoi tratti fondamentali, raggiungerà l’ideale della sua perfezione. E questa non è una meraviglia così difficile da concepire. L’arte umana, per soddisfare un vano compiacimento, sa realizzare qualcosa di simile. Chi può ostacolare l’opera dell’Operatore onnipotente che riformerà i suoi figli a somiglianza di Gesù Cristo il Primogenito? -Colui che trasforma le anime e conferisce una bellezza divina ai più deformi, sarebbe impotente a idealizzare un corpo senza privarlo del suo carattere distintivo? Per aiutare la nostra fede, ha voluto darci un’anticipazione di questa gloriosa metamorfosi nella vita e nella morte dei suoi Santi. Quante volte ha diffuso sui loro volti, emaciati dal digiuno o sfigurati dalla malattia, uno splendore di bellezza che ha deliziato i felici testimoni di questi miracoli! Eppure, nessuno si sbagliava: erano davvero gli stessi uomini, la stessa espressione facciale, la stessa fisionomia, ma idealizzata, trasfigurata. – Sarebbe temerario aggiungere di sfuggita che anche gli eletti del cielo, con la loro fisionomia, conservano la loro caratteristica naturalezza? Questo, almeno, è ciò che credo sia espresso in un testo di Sant’Agostino. Quando arriva all’esposizione dell’ultimo salmo, il Santo ama riconoscere i beati abitanti del Paradiso nella moltitudine di strumenti che il sacro Cantore chiama a far risuonare la lode di Dio. « Così – egli dice – i Santi avranno ancora le loro differenze in cielo; ma proprio in questa varietà ci sarà consonanza e non dissonanza; ci sarà unità e non divisione. Non vediamo forse il concerto più gradevole derivare da suoni diversi ma non discordanti? Habebunt etiam tunc sancti Dei differentias suas consonantes non dissonantes, id est; consentientes non dissentientes: sicut fit suavissimus concentus ex diversis quidem sed non inter se adversis sonis » (S. August. Enarr. In psalmis 150, n. 7 e 8). – Soffermiamoci su queste considerazioni più generali. – A prima vista, sembrerebbe che non abbia raggiunto l’obiettivo che mi ero prefissato, perché invece di parlare della restaurazione comune a tutti i risorti, ho insistito soprattutto su quella dei benedetti dal Padre. Ma se guardiamo bene, quello che ho appena detto vale, tutto sommato, sia per i reprobi che per i salvati: con la differenza, però, che nel caso di alcuni questa identità e questa perfetta integrità si trasformeranno in punizioni eterne, e nel caso di altri in eterne delizie (« È necessario che i corpi dei morti siano in proporzione alle loro Anime. Ora, le anime dei malvagi sono buone, considerate nella loro natura, poiché questa è la creatura di Dio; ciò che è disordinato in loro è la volontà perennemente deviata dal suo fine proprio. Perciò i loro corpi, per quanto riguarda la loro natura, saranno restituiti alla loro integrità; saranno risuscitati all’età perfetta, con la totalità delle loro membra e senza i difetti che potevano essere introdotti in precedenza o dall’errore della natura o dalle loro infermità. » S. Thom, c. Gent, L. IV, c. 89).

LA GRAZIE E LA GLORIA (53)

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S, S. SAN PIO X – “PIENI L’ANIMO”

« … Prevenite il male dove fortunatamente ancor non si mostra; estinguetelo con prontezza dov’è sul nascere; e dove per sventura sia già adulto, estirpatelo con mano energica e risoluta. Di ciò gravando la vostra coscienza, vi imploriamo da Dio lo spirito di presenza e fortezza necessaria … » Sono queste le vigorose parole del santo Pontefice Pio X a sigillo della sua lettera Enciclica che  imponeva ai Vescovi di vigilare attentamente sulla scelta dei Sacerdoti e dei predicatori autorizzati. Quanta cristiana saggezza il Santo Padre infonde in questo documento forte, autoritario sì, ma di una forza che tende a tutelare l’operato dei Sacerdoti  secondo lo spirito evangelico fatto proprio dalla Chiesa di Cristo in particolare nei decreti immutabili ed inviolabili del Santo Concilio di Trento. Queste norme impartite nella presente lettera, se seguite completamente, avrebbero garantito un Sacerdozio cattolico idoneo a formare alla fede ed alla morale evangelica l’intera società. Ed è appunto dai seminari che le logge di perdizione degli empi demolitori della struttura ecclesiastica hanno cominciato a scardinare lentamente ma inesorabilmente la purezza d’animo dei giovani Sacerdoti, la cui formazione si sarebbe poi propagata fino alle più alte sfere della Gerarchia fino a creare le condizioni del “colpo di mano” del ’58 con la cacciata del legittimo  canonico Papa, la sua sostituzione usurpante con una serie di fantocci gestiti da logge e conventicole di “Illuminati” fino a far apparire la Chiesa di Cristo una combriccola di sacrileghi ministri senza fede e pronti ad eretiche innovazioni, introdotte con subdola e menzognera azione fino ad impregnare l’anima dell’intera società un tempo animata da salutari principi cristiani. Oggi questo abominio è sotto gli occhi di tutti, di coloro che hanno dormito, ed ancora dormono, il sonno della infingarda abulia, di coloro che usano tonaca e talare, o incarichi e prebende varie per fini personali materiali e di avidità, per non parlare dei vizi malcelati di innominabili e ributtanti pruriti che fanno orrore solo a nominarli. Ecco perché dobbiamo necessariamente pensare e credere che la vera Chiesa di Cristo, sua Sposa immacolata senza macchia e senza rughe, sgorgata dal costato ferito di Gesù morto sulla croce, sia “eclissata” secondo la tipica espressione profetica usata dalla Vergine Madre nelle sue apparizioni a La Salette.

san Pio X
Pieni l’animo +

Lettera Enciclica

Riafferma i concetti dell’Enciclica “Il fermo proposito” e richiama i Vescovi d’Italia alla maggiore cautela e severità nella scelta dei sacerdoti e dei predicatori.

Pieni l’animo di salutare timore per la ragione severissima, Che dovremo rendere un giorno al Principe dei pastori Gesù Cristo a riguardo del gregge da Lui affidatoCi, passiamo i dì Nostri in una Continua sollecitudine, a preservare, quanto è possibile, i fedeli dai mali perniciosissimi, onde è afflitta di presente l’umana società. Teniamo perciò come detta a Noi la parola del profeta “Parla senza mai stancarti, fa’ che la tua voce sia forte come una tromba“(Is. LVIII, 1);e non manchiamo, ora di viva voce ed ora per lettere, di avvertire, di pregare, di riprendere, eccitando sopra tutto lo zelo dei Nostri fratelli nell’episcopato, onde spieghi Ciascuno la più sollecita vigilanza sulla porzione dell’ovile, a cui lo Spirito Santo lo ebbe preposto. – Il motivo, che Ci spinge a levare di nuovo la voce, è del più grave momento, Trattasi di richiamare tutta l’attenzione del vostro spirito e tutta l’energia del Nostro pastorale ministero contro un disordine, di cui già si provano i funesti effetti: e, se con mano forte non si svelle dalle più ime radici, Conseguenze ancor più fatali si proveranno con l’andar degli anni. – Abbiamo infatti sott’occhile lettere di non pochi fra voi, o Venerabili Fratelli, lettere piene di tristezze e di lacrime, le quali deplorano lo spirito d’insubordinazione e d’indipendenza, che si manifesta qua e là in mezzo al clero. – Purtroppo, un’atmosfera di veleno corrompe largamente gli animi ai nostri giorni; gli effetti mortiferi sono quelli che già descrisse l’apostolo San Giuda 1: “Macchiano perfino la carne, disprezzano ogni dominio e bestemmiano la maestà” (Iud. 8); oltre cioè alla più degradante corruzione dei costumi, il disprezzo aperto di ogni autorità e di coloro che la esercitano. Ma che tale spirito penetri comecchessia fino nel santuario e infetti coloro, ai quali più propriamente convenir dovrebbe la parola dell’Ecclesiastico: “Loro nazione è l’obbedienza e il diletto (III, 1);è cosa questa che Ci ricolma l’animo d’immenso dolore. – Ed è soprattutto fra i giovani sacerdoti che si funesto spirito va menando guasto, spargendosi in mezzo ad essi nuove e riprovevoli teorie intorno alla natura stessa dell’obbedienza. E, ciò ch’è più grave, quasi ad acquistar per tempo nuove reclute al nascente stuolo dei ribelli, di tali massime si va facendo propaganda più o meno occulta tra i giovani, che nei recinti dei seminari si preparano al sacerdozio. – Pertanto, o Venerabili Fratelli, sentiamo il dovere di fare appello alla vostra coscienza, perché, deposta ogni esitazione, con animo vigoroso e con pari costanza diate opera a distruggere questo mal seme, fecondo di esizialissime conseguenze. Rammentate ognora che lo Spirito Santo vi ha posti a reggere. Rammentate il precetto di San Paolo a Tito: “Rimprovera con tutta autorità. Nessuno ti disprezzerà” (II, 15). Esigete severamente dai sacerdoti e dai chierici quella obbedienza che, se per tutti i fedeli è assolutamente obbligatoria, pei sacerdoti costituisce parte precipua del loro sacro dovere. – A prevenire però di lunga mano il moltiplicarsi di questi animi riottosi, gioverà moltissimo, Venerabili Fratelli, l’aver sempre presente l’alto ammonimento dell’Apostolo a Timoteo: “Non imporre ad alcuno troppo facilmente le mani” (I Tim. V22). È la facilità infatti nell’ammettere alle sacre Ordinazioni, quella che apre naturalmente la via ad un moltiplicarsi di gente nel santuario, che poi non accresce letizia. – Sappiamo esservi città e diocesi, ove, lungi dal potersi lamentare scarsità nel clero, il numero dei sacerdoti è di gran lunga superiore alla necessità dei fedeli. Deh! qual motivo, o Venerabili Fratelli, di rendere così frequente la imposizione delle mani? Se la scarsità del clero non può essere ragione bastevole a precipitare in negozio di tanta gravità, là dove il clero sovrabbonda al bisogno nulla è che scusi dalle più sottili cautele e da somma severità nella scelta di coloro, che debbono assumersi all’onore sacerdotale. Né l’insistenza degli aspiranti può menomare la colpa di siffatta facilità. Il sacerdozio, istituito da Gesù Cristo per la salvezza eterna delle anime, non è per fermo un mestiere od un uffizio umano qualsiasi, al quale ognun che lo voglia e per qualunque ragione abbia diritto di liberamente dedicarsi. Promuovano adunque i Vescovi, non secondo le brame o le pretese di chi aspira, ma come prescrive il Tridentino, secondo la necessità delle diocesi; e nel promuovere in tal guisa, potranno scegliere solamente coloro che sono veramente idonei, rimandando quelli che mostrassero inclinazioni contrarie alla vocazione sacerdotale, precipua tra esse la indisciplinatezza e ciò che la genera, l’orgoglio della mente. – Perché poi non manchino i giovani che porgano in sé attitudine per essere assunti al sacro ministero, torniamo, Venerabili Fratelli, ad insistere con più premura su ciò che già più volte raccomandammo, sull’obbligo cioè che vi corre, gravissimo dinanzi a Dio, di vigilare e promuovere con ogni sollecitudine il retto andamento dei vostri seminari. Tali avrete i sacerdoti, quali voi li avete educati. – Gravissima è su ciò la lettera che vi diresse, in data 8 dicembre 1902, il Nostro sapientissimo Predecessore, quasi testamento del suo diuturno Pontificato. Nulla Noi vogliamo aggiungervi di nuovo: richiamiamo solo alla vostra memoria le prescrizioni in essa contenute; e raccomandiamo vivamente che al più presto sieno messi in esecuzione i Nostri ordini, emanati per organo della Sacra Congregazione dei Vescovi e Regolari, sulla concentrazione dei seminari specialmente per gli studi della filosofia e della teologia, a fine di ottenere così il grande vantaggio derivante dalla separazione dei seminari piccoli dai seminari maggiori, e l’altro non meno rilevante della necessaria istruzione del clero. – I seminari siano gelosamente mantenuti nello spirito proprio, e rimangano esclusivamente destinati a preparare i giovani, non a civili carriere, ma all’alta missione di ministri di Cristo. – Gli studi di filosofia, di teologia e delle scienze affini, specialmente della Sacra Scrittura, si compiano, tenendosi alle Pontificie prescrizioni, e allo studio di San Tommaso, tante volte raccomandato dal venerato Nostro Predecessore e da Noi nelle Lettere Apostoliche del 23 gennaio 1904. I Vescovi poi esercitino la più scrupolosa vigilanza sui maestri e sulle loro dottrine, richiamando al dovere coloro, che corressero dietro a certe novità pericolose, ed allontanino senza riguardo dall’insegnamento quanti non approfittassero delle ricevute ammonizioni. Il frequentare le pubbliche università non sia permesso ai giovani chierici se non per molto gravi ragioni e con le maggiori cautele per parte dei Vescovi. – Sia onninamente impedito che dagli alunni dei seminari si prenda parte comecchessia ad agitazioni esterne; e perciò interdiciamo loro la lettura di giornali e di periodici, salvo per questi ultimi, e per eccezione, qualcuno di sodi principi, stimato dal Vescovo opportuno allo studio degli alunni. – Si mantenga con sempre maggior vigore e vigilanza l’ordinamento disciplinare. – Non manchi da ultimo in verun seminario il direttore spirituale, uomo di prudenza non ordinaria ed esperto nelle vie della perfezione cristiana, il quale, con cure indefesse, coltivi i giovani in quella soda pietà, che è il primo fondamento della vita sacerdotale. Queste forme, o Venerabili Fratelli, ove siano da voi coscienziosamente e costantemente seguite, vi porgono sicuro affidamento di vedervi crescere intorno un clero, il quale sia vostro gaudio e corona vostra. – Se non che il disordine d’insubordinazione e d’indipendenza, finora da Noi lamentato, in taluni del giovane clero va assai più oltre, con danni di gran lunga maggiori. Imperocché non mancano coloro, i quali sono talmente invasi da sì reprobo spirito, che, abusando del sacro ministero della predicazione, se ne fanno apertamente, con rovina e scandalo dei fedeli, propugnatori ed apostoli. – Fin dal 31 luglio 1894, il Nostro Antecessore, per mezzo della Sacra Congregazione dei Vescovi e Regolari, richiamò l’attenzione degli Ordinari su questa grave materia. Le disposizioni e le norme date in quel Pontificio documento Noi le manteniamo e rinnoviamo, onerando su di esse la coscienza dei Vescovi, perché non abbiano ad avverarsi mai in veruno di loro le parole di Nahum profeta: “I tuoi pastori hanno dormito” (III, 18). – Nessuno può avere la facoltà di predicare, “se prima non sia stato provato nella vita e nei costumi” (Conc. Trid., Sess. V, cap. 2, De Reform.). I sacerdoti in altre diocesi non debbono ammettersi a predicare senza le lettere testimoniali del proprio Vescovo. – La materia della predicazione sia quella indicata dal divin Redentore, là dove disse: “Predicate il vangelo” (Marc. XVI15), “insegnando loro di conservare tutte le cose che vi ho affidate” (Matth. XXVIII20). Ossia, come commenta il Concilio di Trento, “annunciando loro i difetti che devono abbandonare e le virtù che devono seguire per poter sfuggire alla pena eterna e conquistare la gloria Celeste” (Loc. cit.). – Quindi si bandiscano del tutto dal pulpito gli argomenti più acconci alla palestra giornalistica ed alle aule accademiche che al luogo santo; si antepongano le prediche morali a conferenze, il men che possa dirsi infruttifere; si parli “non con le parole persuasive della sapienza umana, ma mostrando lo spirito e la virtù” (I Cor. II4). Perciò la fonte precipua della predicazione devono essere le Sacre Scritture, intese, non già secondo i privati giudizi di menti il più delle volte offuscate dalle passioni, ma secondo la tradizione della Chiesa, le interpretazioni dei Santi Padri e dei Concili. – Conformemente a queste norme, Venerabili Fratelli, egli è d’uopo che voi giudichiate coloro, ai quali vien da voi commesso il ministero della divina parola. E qualora troviate che talun di essi, più cupido degli interessi propri che di quelli di Gesù Cristo, più sollecito di plauso mondano che del bene delle anime, se ne allontani; e voi ammonitelo, correggetelo; se ciò non basti, rimovetelo inesorabilmente da un ufficio di cui si manifesta affatto indegno. – La quale vigilanza e severità tanto più dovete adoperare, perché il ministero della predicazione è tutto proprio di voi ed è parte precipua dell’ufficio episcopale; e chiunque oltre di voi lo esercita, lo esercita in nome vostro ed in vostro luogo; ond’è che resta sempre a voi di rispondere innanzi a Dio del modo col quale viene dispensato ai fedeli il pane della parola divina. – Noi, per declinare da parte Nostra ogni responsabilità, intimiamo ed ingiungiamo a tutti gli Ordinari di rifiutare e di sospendere, dopo le caritatevoli ammonizioni, anche durante la predicazione, qualsivoglia predicatore, sia del clero secolare sia del regolare, il quale non ottemperi pienamente alle ingiunzioni della precitata istruzione emanata dalla Congregazione dei Vescovi e Regolari. Meglio è che i fedeli si contentino della semplice omelia e della spiegazione del catechismo fatta dai loro parroci, anziché dover assistere a predicazioni che producono più male che bene. – Un altro Campo, dove tra il giovane Clero si va trovando pur troppo ansia ed eccitamento a professare e propugnare la esenzione da ogni giogo di legittima autorità, è quello della cosi detta azione popolare cristiana. Non già, o Venerabili Fratelli, perché questa azione sia in sé riprovevole o porti di sua natura al disprezzo dell’autorità; ma perché non pochi, fraintendendone la natura, si sono volontariamente allontanati dalle norme che a rettamente promuoverla furono prescritte dal Predecessore Nostro d’immortale memoria. – Parliamo, ben l’intendete, della istruzione che circa l’azione popolare cristiana emanò, per ordine di Leone XIII, la Sacra Congregazione degli affari ecclesiastici straordinari, il 7 gennaio 1902, e che fu trasmessa a ciascun di voi, perché nella rispettiva diocesi ne curasse l’esecuzione. – Questa istituzione altresì Noi manteniamo, e colla pienezza di Nostra podestà ne rinnoviamo tutte e singole le prescrizioni, come pure confermiamo e rinnoviamo tutte le altre da Noi stessi all’uopo emanate nel Motu proprio del 18 dicembre 1903 “De populari actione christiana moderanda“,e nella lettera circolare del diletto figlio Nostro il Cardinale segretario di Stato, in data 28 luglio 1904. – In ordine alla fondazione e direzione di fogli e periodici, il clero deve fedelmente osservare quanto è prescritto nell’art. 42 della Costituzione Apost. “Officiorum (25 gennaio 1897): “Agli uomini del clero… è vietato, salvo il permesso degli Ordinari, assumere l’incarico di dirigere giornali o fogli periodiciParimente, senza il previo assenso dell’Ordinario, niuno del clero può pubblicare scritto di sorta sia di argomento religioso o morale, sia di carattere meramente tecnico. Nelle fondazioni di circoli e società gli statuti e regolamenti debbono previamente esaminarsi ed approvarsi dall’Ordinario. – Le conferenze sull’azione popolare cristiana o intorno a qualunque altro argomento, da nessun sacerdote o chierico potranno essere tenute senza il permesso dell’Ordinario del luogo. – Ogni linguaggio, che possa ispirare nel popolo avversione alle classi superiori, è e deve ritenersi affatto contrario al vero spirito di carità cristiana. – Il similmente da riprovare nelle pubblicazioni cattoliche ogni parlare, che ispirandosi a novità malsana, derida la pietà dei fedeli ed accenni a nuovi orientamenti della Chiesa, nuove aspirazioni dell’anima moderna, nuova vocazione sociale del clero, nuova civiltà cristiana, e simili. I sacerdoti, specialmente i giovani, benché sia lodevole che vadano al popolo, debbono nondimeno procedere in ciò col dovuto ossequio all’autorità e ai comandi dei superiori ecclesiastici. E pure occupandosi, con la detta subordinazione, dell’azione popolare cristiana, deve essere loro nobile còmpito “di togliere i figli del popolo alla ignoranza delle cose spirituali ed eterne, e con industriosa amorevolezza avviarli ad un vivere onesto e virtuoso; riaffermare gli adulti nello fede dissipandone i contrari pregiudizi, e confortarli alla pratica della vita cristiana; promuovere tra il laicato cattolico quelle istituzioni che si riconoscono veramente efficaci al miglioramento morale e materiale delle moltitudini; propugnar sopra tutto i principi di giustizia e carità evangelica, ne’ quali trovano equo temperamento tutti i diritti e i doveri della civil convivenza.. Ma abbiano sempre presente, che anche in mezzo al popolo il sacerdote deve serbare integro il suo augusto carattere di ministro di Dio, essendo egli posto a capo dei fratelli animarum causa (San Greg. M., Regul. Past. Pars. II, c. VII); qualsivoglia maniera di occuparsi del popolo a scapito della dignità sacerdotale, con danno dei doveri e della disciplina ecclesiastica, non potrebbe essere che altamente riprovata“(Ep. Encicl., 8 dicembre 1902). – Del resto, Venerabili Fratelli, a porre un argine efficace a questo fuorviare di idee ed a questo dilatarsi di spirito di indipendenza, colla Nostra autorità proibiamo d’oggi innanzi assolutamente a tutti i chierici e sacerdoti di dare il nome a qualsiasi società che non dipenda dai Vescovi. In modo più speciale, nominatamente, proibiamo ai medesimi, sotto pena pei chierici di inabilità agli Ordini sacri e pei sacerdoti di sospensione ipso facto a divinis, di iscriversi alla Lega democratica nazionale,il cui programma fu dato da Roma-Torrette il 20 ottobre 1905, e lo Statuto, pur senza nome dell’autore, fu nell’anno stesso stampato a Bologna presso la Commissione provvisoria. – Sono queste le prescrizioni, che avuto riguardo alle condizioni presenti del clero d’Italia, ed in materia di tanta importanza, esigeva da Noi la sollecitudine dell’Apostolico ufficio. – Ora altro non ci resta, che aggiungere nuovi stimoli al vostro zelo, Venerabili Fratelli, affinché tali disposizioni e prescrizioni Nostre abbiano pronta e piena esecuzione nelle vostre diocesi. Prevenite il male dove fortunatamente ancor non si mostra; estinguetelo con prontezza dov’è sul nascere; e dove per sventura sia già adulto, estirpatelo con mano energica e risoluta. Di ciò gravando la vostra coscienza, vi imploriamo da Dio lo spirito di presenza e fortezza necessaria. E a tal fine vi impartiamo dall’intimo del cuore l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 28 luglio 1906, anno III del Nostro Pontificato.

DOMENICA II DI AVVENTO (2022)

DOMENICA II DI AVVENTO (2022)

Stazione a S. Croce in Gerusalemme.

Semid. Dom. privil. Il cl. – Paramenti violacei.

Tutta la liturgia di questo giorno è piena del pensiero di Isaia, (nome che significa: Domini Salus: Salvezza del Signore), che è per eccellenza il Profeta che annuncia l’avvento del regno del Cristo Redentore. Egli predice, sette secoli prima, che « una Vergine concepirà e partorirà l’Emanuele »  — che Dio manderà « il suo Angelo, — cioè Giovanni Battista — per preparare la via avanti a sé (Vang.) e che il Messia verrà, rivestito della potenza di Dio stesso, (I e III antif. dei Vespri) per liberare tutti i popoli dalla tirannia di satana. « Il bue — dice ancora il profeta Isaia — riconosce il suo possessore e l’asino la stalla del suo padrone; Israele non m’ha riconosciuto: il mio popolo non m’ha accolto » (I Dom. 1° Lez. ) — « Il germoglio di Jesse — continua — s’innalzerà per regnare sulle nazioni » (Ep.) e « i sordi e i ciechi che sono nelle tenebre (cioè i pagani) comprenderanno le parole del libro e verranno » (Vang.). Allora la vera Gerusalemme (cioè la Chiesa) « trasalirà di gioia » (Com.) perché i popoli santificati da Cristo vi accorreranno (Grad. All). Il Messia — spiega Isaia — « porrà in Sion la salvezza e in Gerusalemme la gloria » — « Sion sarà forte perché il Salvatore sarà sua muraglia e suo parapetto » cioè il suo potente protettore. Così la Stazione è a Roma, nella Chiesa detta di S. Croce in Gerusalemme, perché vi si conservava una grossa parte del legno della Santa Croce, mandata da Gerusalemme a Roma quando fu ritrovata.

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Adjutórium nostrum ✠ in nómine Dómini.
R. Qui fecit cælum et terram.


Confíteor Deo omnipoténti, beátæ Maríæ semper Vírgini, beáto Michaéli Archángelo, beáto Joánni Baptístæ, sanctis Apóstolis Petro et Paulo, ómnibus Sanctis, et vobis, fratres: quia peccávi nimis cogitatióne, verbo et ópere: mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa. Ideo precor beátam Maríam semper Vírginem, beátum Michaélem Archángelum, beátum Joánnem Baptístam, sanctos Apóstolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et vos, fratres, oráre pro me ad Dóminum, Deum nostrum.
S. Misereátur nostri omnípotens Deus, et, dimíssis peccátis nostris, perdúcat nos ad vitam ætérnam.
R. Amen.
S. Indulgéntiam, ✠ absolutiónem et remissiónem peccatórum nostrórum tríbuat nobis omnípotens et miséricors Dóminus.
R. Amen.

V. Deus, tu convérsus vivificábis nos.
R. Et plebs tua lætábitur in te.
V. Osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam.
R. Et salutáre tuum da nobis.
V. Dómine, exáudi oratiónem meam.
R. Et clamor meus ad te véniat.
V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.

 Introitus

Is XXX: 30.
Pópulus Sion, ecce, Dóminus véniet ad salvándas gentes: et audítam fáciet Dóminus glóriam vocis suæ in lætítia cordis vestri.

[Popolo di Sion, ecco il Signore verrà a salvare tutte le genti: il Signore farà udire la gloria della sua voce inondando di letizia i vostri cuori.]

Ps LXXIX:2
Qui regis Israël, inténde: qui dedúcis, velut ovem, Joseph.

[Ascolta, tu che reggi Israele, tu che guidi Giuseppe come un gregge.]

Pópulus Sion, ecce, Dóminus véniet ad salvándas gentes: et audítam fáciet Dóminus glóriam vocis suæ in lætítia cordis vestri.

[Popolo di Sion, ecco il Signore verrà a salvare tutte le genti: il Signore farà udire la gloria della sua voce inondando di letizia i vostri cuori.]

Kyrie

S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Christe, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.

Gloria

Glória in excélsis Deo. Et in terra pax homínibus bonæ voluntátis. Laudámus te. Benedícimus te. Adorámus te. Glorificámus te. Grátias ágimus tibi propter magnam glóriam tuam. Dómine Deus, Rex cæléstis, Deus Pater omnípotens. Dómine Fili unigénite, Jesu Christe. Dómine Deus, Agnus Dei, Fílius Patris. Qui tollis peccáta mundi, miserére nobis. Qui tollis peccáta mundi, súscipe deprecatiónem nostram. Qui sedes ad déxteram Patris, miserére nobis. Quóniam tu solus Sanctus. Tu solus Dóminus. Tu solus Altíssimus, Jesu Christe. Cum Sancto Spíritu ✠ in glória Dei Patris. Amen.

Oratio

Orémus.
Excita, Dómine, corda nostra ad præparándas Unigéniti tui vias: ut, per ejus advéntum, purificátis tibi méntibus servíre mereámur:

[Eccita, o Signore, i nostri cuori a preparare le vie del tuo Unigenito, affinché, mediante la sua venuta, possiamo servirti con anime purificate:]

Lectio

Lectio Epístolæ beáti Pauli Apostoli ad Romános.
Rom XV: 4-13.
Fatres: Quæcúmque scripta sunt, ad nostram doctrínam scripta sunt: ut per patiéntiam et consolatiónem Scripturárum spem habeámus. Deus autem patiéntiæ et solácii det vobis idípsum sápere in altérutrum secúndum Jesum Christum: ut unánimes, uno ore honorificétis Deum et Patrem Dómini nostri Jesu Christi. Propter quod suscípite ínvicem, sicut et Christus suscépit vos in honórem Dei. Dico enim Christum Jesum minístrum fuísse circumcisiónis propter veritátem Dei, ad confirmándas promissiónes patrum: gentes autem super misericórdia honoráre Deum, sicut scriptum est: Proptérea confitébor tibi in géntibus, Dómine, et nómini tuo cantábo. Et íterum dicit: Lætámini, gentes, cum plebe ejus. Et iterum: Laudáte, omnes gentes, Dóminum: et magnificáte eum, omnes pópuli. Et rursus Isaías ait: Erit radix Jesse, et qui exsúrget régere gentes, in eum gentes sperábunt. Deus autem spei répleat vos omni gáudio et pace in credéndo: ut abundétis in spe et virtúte Spíritus Sancti.

 “Tutte le cose che furono già scritte, furono scritte per nostro ammaestramento, affinché per la pazienza e per la consolazione delle Scritture noi manteniamo la  speranza. Il Dio poi della pazienza e della consolazione vi conceda di avere un medesimo sentimento fra voi, secondo Gesù Cristo. Affinché di pari consentimento, con un sol labbro, diate gloria a Dio, Padre del Signor nostro Gesù Cristo. Il perché accoglietevi gli uni gli altri come Gesù Cristo ha accolto voi a gloria di Dio. E veramente io affermo, Gesù Cristo essere stato ministro della circoncisione per la veracità di Dio, per mantenere le promesse fatte ai patriarchi: i gentili poi glorificare Iddio per la misericordia, siccome sta scritto: Per questo io ti celebrerò fra le nazioni e inneggerò al tuo nome. E altrove: Rallegratevi, o genti, col suo popolo. E ancora: “Quante siete nazioni, lodate il Signore, e voi, o popoli tutti, celebratelo. E Isaia dice ancora: Vi sarà il rampollo di Jesse e colui che sorgerà a reggere le nazioni, e le nazioni spereranno in lui. Intanto il Dio della speranza vi ricolmi di ogni allegrezza e pace nel credere, affinché abbondiate nella speranza per la forza dello Spirito santo. ,, (Ai Rom, XV, 4-13). –

***

L’intenzione di s. Paolo in questa lettera è di far cessare certe controversie domestiche, che lo spirito di gelosia aveva suscitate tra i Giudei ed i Gentili convertiti alla fede. Quelli si gloriavano delle promesse che Dio aveva fatto ai lor padri, di dare il Salvatore, che sarebbe della loro nazione; questi rimproveravano ai Giudei la manifesta ingratitudine della quale si eran fatti colpevoli uccidendo il loro Redentore. S. Paolo dimostra agli uni come agli altri che essi devono tutto alla grazia ed alla misericordia del Salvatore.

Perché Dio è chiamato il Dio della pazienza, della consolazione e della speranza?

Perché la sua longanimità verso i peccatori lo determina ad aspettare la loro conversione con pazienza; perché da Lui viene questa consolazione interiore che sbandisce ogni pusillanimità; e fa insieme trovar gaudio nelle croci; perché Egli è che ci dà la speranza di pervenire, dopo questa vita a godere Lui stesso.

Aspirazione. O Dio di pazienza, di consolazione e speranza, fate che una perfetta rassegnazione al vostro santo volere versi la gioia e la pace nei nostri cuori, e che la Fede, la Speranza e la Carità ci rechino, con la pratica delle buone opere, al possedimento del bene a cui fummo creati, e che ci attende nell’eternità, se adempiremo fedelmente le condizioni alle quali ci è stato promesso.

Graduale

Ps XLIX: 2-3; 5
Ex Sion species decóris ejus: Deus maniféste véniet,
V. Congregáta illi sanctos ejus, qui ordinavérunt testaméntum ejus super sacrifícia.

[Da Sion, ideale bellezza: appare Iddio raggiante.
V. Radunategli i suoi santi, che sanciscono il suo patto col sacrificio. Alleluia, alleluia.]

Alleluja

Allelúja, allelúja,
Ps CXXI: 1
V. Lætátus sum in his, quæ dicta sunt mihi: in domum Dómini íbimus. Allelúja.

[V. Mi sono rallegrato in ciò che mi è stato detto: andremo nella casa del Signore. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum Matthaeum.
R. Gloria tibi, Domine!
Matt. XI:2-10

In illo tempore: Cum audísset Joánnes in vínculis ópera Christi, mittens duos de discípulis suis, ait illi: Tu es, qui ventúrus es, an alium exspectámus? Et respóndens Jesus, ait illis: Eúntes renuntiáte Joánni, quæ audístis et vidístis. Cæci vident, claudi ámbulant, leprósi mundántur, surdi áudiunt, mórtui resúrgunt, páuperes evangelizántur: et beátus est, qui non fúerit scandalizátus in me. Illis autem abeúntibus, coepit Jesus dícere ad turbas de Joánne: Quid exístis in desértum vidére? arúndinem vento agitátam? Sed quid exístis videre? hóminem móllibus vestitum? Ecce, qui móllibus vestiúntur, in dómibus regum sunt. Sed quid exístis vidére? Prophetam? Etiam dico vobis, et plus quam Prophétam. Hic est enim, de quo scriptum est: Ecce, ego mitto Angelum meum ante fáciem tuam, qui præparábit viam tuam ante te.  

“In quel tempo avendo Giovanni udito nella prigione le opere di Gesù Cristo, mandò due de’ suoi discepoli a dirgli: Sei tu quegli che sei per venire, ovvero si ha da aspettare un altro? E Gesù rispose loro: Andate, e riferite a Giovanni quel che avete udito e veduto. I ciechi veggono, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono mondati, i sordi odono, i morti risorgono, si annunzia ai poveri il Vangelo; ed è beato chi non prenderà in me motivo di scandalo. Ma quando quelli furono partiti, cominciò Gesù a parlare di Giovanni alle turbe: Cosa siete voi andati a vedere nel deserto? una canna sbattuta dal vento? Ma pure che siete voi andati a vedere? Un uomo vestito delicatamente? Ecco che coloro che vestono delicatamente, stanno ne’ palazzi dei re. Ma pure cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, vi dico io, anche più che profeta. Imperocché questi è colui, del quale sta scritto: Ecco che io spedisco innanzi a te il mio Angelo, il quale preparerà la tua strada davanti a te” .

OMELIA

(G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi; VI ediz. – Soc. Ed. Vita e pensiero.- Milano 1956)

IL PRECURSORE: UOMINI DI CARATTERE

Perché le sue parole non venissero sospettate d’opportunismo o di adulazione, Gesù aspettò che i due discepoli mandati da Giovanni Battista se ne fossero tornati al loro maestro che languiva nelle carceri di Erode. Poi cominciò a parlare di Giovanni alla moltitudine. – « Che cosa vi attirava nel deserto, quando lasciavate le case e. accorrevate in folla? Forse una canna che si piega ad ogni fiato di vento? Forse un uomo effeminato vestito con eleganza e mollezza? ». – No: Giovanni non era un effeminato cortigiano, egli che fin da fanciullo crebbe e si fortificò nelle solitudini di luoghi selvaggi: portava una veste di peli di cammello stretta ai fianchi con una cintola di cuoio; si nutriva con locuste e miele e non beveva mai vino. – Cristiani, Gesù loda Giovanni Battista perché era un uomo di carattere. Chi non ha carattere, non è un uomo, ma una cosa; Dante direbbe che è una pecora matta perché si muove non secondo ragione, ma secondo istinto: l’istinto della paura, l’istinto del piacere. Due cose fanno l’uomo di carattere: convinzione profonda; volontà energica. – 1. CONVINZIONE PROFONDA. Quando Mosè salì sul monte a ricevere gli ordini da Dio, una nube avvolse la vetta del Sinai e nascose i colloqui dell’Eterno con l’uomo. Ma il popolo rimasto alle falde della sacra montagna, col passar dei giorni, cominciò ad annoiarsi dell’attesa, a disinteressarsi di quello che avveniva oltre quella nube che non lasciava trasparir nulla, se non forse qualche lampeggiamento seguito dal brontolare del tuono. Alla fine perse la pazienza di restar fedele, si costruì un vitello d’oro, intorno al quale tutti se la godevano, mangiando e bevendo e ballando. E non pensavano che da un momento all’altro sarebbe potuto tornare Mosè? Ci pensavano, ma dicevano anche: « Di quel Mosè che ci ha liberati dalla schiavitù dell’Egitto e del suo Dio che sta sopra le nuvole, non sappiamo che cosa sia accaduto » (Es., XXXII, 1 ss.). – Noi sentiamo un fremito d’indignazione verso quel popolo sleale e ondeggiante tra il vero Dio e gli idoli, che cento volte prometteva fedeltà e altrettante la trasgrediva. Eppure non è questo il male di moltissimi Cristiani, il male che forse rode anche la nostra vita? Diciamo di essere creature poste sulla terra per il cielo, ma intanto lo dimentichiamo. Diciamo d’aver un cuore destinato ad amare la sola cosa veramente amabile, e intanto sciupiamo il nostro amore in vergognose passioni. Il vero motivo di questo nostro ondeggiare sta nella mancanza di convinzioni profonde. Ne avessimo almeno una, saremmo uomini; e invece siamo canne. La nostra fede ha radici superficiali, come quella del popolo ebraico nel deserto, e, in pratica, diciamo anche noi: « Di quel Gesù che ci ha redenti col sangue ed è salito oltre le nuvole a parlare col suo padre Celeste, non sappiamo che cosa sia accaduto ». Con siffatta perplessità d’idee, è impossibile pretendere d’assomigliare a Giovanni Battista. – Un pomeriggio domenicale, una persona di mondo entrò nella canonica del parroco d’Ars, attratta da quello che si diceva intorno all’austerità di quell’umile prete, alla generosità con cui donava tutto per vivere poi egli stesso in una povertà estrema, allo zelo con cui si prodigava di giorno e di notte per la salvezza delle anime. « Signor Curato, — disse quella persona — crede proprio a tutto quanto dice il Vangelo? ». – « Sì, a tutto ». « Ma è proprio sicuro che dopo la morte ci sarà il Paradiso? ». « Sicurissimo ». « Proprio sicuro, come dopo quest’oggi che è domenica verrà il lunedì? ». « No, molto più sicuro ». « Proprio sicuro come il sole che è tramontato adesso, sorgerà domani mattina? ». « No. Molto, molto più sicuro. Poiché può darsi anche che venga una domenica dopo la quale non ci sia più il lunedì, quale non ci sia un tramonto dopo il quale non ci sia più aurora, un inverno dopo il quale non ci sarà più primavera, ma non può darsi assolutamente che le parole di Cristo non s’avverino ». « Quali parole? ». « Queste: Io sono la Resurrezione e la Vita: chi crede in me, anche se fosse morto, vivrà… Io lo risusciterò nell’ultimo giorno ». – Quella persona partì commossa e persuasa d’aver capito il segreto di quella grande santità. Soltanto una convinzione così profonda poteva dargli la forza di vivere come viveva. Tale profondità di convinzione era quella che condusse Giovanni Battista nel deserto, che gli diede il coraggio di rinfacciare al re il suo nefando peccato, che lo fece intrepido quando si lasciò troncare la testa. Tale profondità di convinzione era quella che sostenne i martiri: Agnese, bella e ricca ereditiera d’una cospicua famiglia romana, che a 13 anni, mentre le fiamme del rogo già la lambivano, esclamava: « Ecco che finalmente io vengo a Voi, Signore, che io amavo, cercavo, desideravo, senza intermissione »; Pancrazio di 14 anni che lasciò sbranare dalle belve la sua giovane vita, ma non sacrificò agli idoli; Policarpo di 85 anni, Simeone di 120, entrambi col corpo tremante di vecchiezza, ma con l’anima immobile nella certezza della fede. Né si creda che questa convinzione capace di sfidare perfino la morte, sia un ricordo archeologico di tempi antichi che non ritornano più. È del nostro tempo il fatto di una fanciulla americana, (Grazia Minford), convertita dal protestantesimo e divenuta suora domenicana. Suo padre morendo le lasciò la somma favolosa di 12 milioni e mezzo di dollari, a patto che abbandonasse il convento. Che cos’ha risposto quella fanciulla? « Il mio Padre del cielo è assai più ricco del mio padre della terra, e mi darà una ricompensa più grande ancora ». Questa è convinzione e forza veramente cristiana! («Schonere Zukunft », 1-5-1927). – Convinzione cristiana spinge ancora tante figliuole a rinunciare a un sogno di felicità, piuttosto che sposare una persona che non rispetterebbe la loro coscienza, a rinunciare a un impiego lucroso piuttosto che sgualcire il candore della loro innocenza in certi uffici. Convinzione cristiana sostiene il padre di famiglia in gravi e lunghi sacrifici piuttosto che violare la legge del Signore. – 2. VOLONTÀ ENERGICA. La volontà energica è una conseguenza naturale della convinzione profonda. L’uomo di carattere sa dimostrare la sua volontà decisa davanti al mondo, a sé, a Dio. – Davanti al mondo. Il mondo ha due armi terribili per trascinare al male: la lusinga e lo scherno. Le lusinghe del mondo sono le amicizie, certe amicizie specialmente; sono i divertimenti, come gli spettacoli licenziosi, i balli, le passeggiate sbrigliate e promiscue. Gli scherni del mondo sono fatti di sorrisi maliziosi, di mormorazioni, di ironia, di disprezzo, e perfino di persecuzioni; poiché spesso i buoni si vedono preclusa la via alle loro legittime aspirazioni, e alle ricompense meritorie. La volontà energica dell’uomo di carattere non cede alle lusinghe, non teme gli scherni: ma va diritta e sicura, ascoltando sempre la voce della coscienza. – Davanti a sé. Un nemico potente è entrato in noi stessi per il peccato originale, ed ha esteso il suo nefasto impero un poco su tutte le facoltà dell’anima. Bisogna riconquistare e difendere la nostra libertà interiore. I cattivi pensieri la minacciano nella nostra mente, i cattivi desideri nel rostro cuore, i cattivi istinti nella nostra carne: quale campo di battaglia aspra e incessante per la volontà! Chi cede è rammollito. – Davanti a Dio. Dio ogni giorno per purificarci o per provarci ci manda la nostra parte di fatica e di sofferenza. È necessaria la volontà energica, che tronchi ogni querela e ogni impazienza, e ci faccia accettare con santa e lieta rassegnazione la sua paterna e misteriosa volontà. La volontà energica sa placare la natura ferita, e la induce a ripetere quella preghiera che, quando è sincera, vuole coraggio e amore: « La tua volontà sia fatta! ».- Santa Giovanna è all’assedio d’Orléans. Sette ore ha combattuto, sempre calma e intrepida, in mezzo alle sue truppe; ora è il momento in cui deve strappare al nemico la famosa bastiglia di Tourelles. Repentinamente si slancia, afferra la scala, l’appoggia alla torre, e sale impetuosa. Una freccia la colpisce in mezzo al petto: sgorga sangue. Ella impallidisce, trema: sospesa a metà della scala, piange di dolore e di paura. Ridiscende e si nasconde a curarsi. Ecco la debolezza umana. Gli Inglesi imbaldanziscono, ed i Francesi spauriti cedono il campo, e suonano la tromba della ritirata. Ma al primo squillo, Giovanna scatta in piedi: ricorda le visioni che ebbe, le voci che udì, e fa una breve preghiera. Poi di colpo si strappa la freccia, e col petto chiazzato di sangue, grida: « Avanti, siamo vincitori! » E vince. – Cristiani, la vita è una battaglia per la conquista del regno di Dio. Se ci capitasse qualche momento di paura e di debolezza, richiamiamo i motivi della nostra fede, ravviviamo le nostre condizioni, e chiediamo forza con la preghiera, Poi come Santa Giovanna andiamo avanti, sicuri che la vittoria è nostra. –PREPARIAMOCI AL SANTO NATALE CON LA FEDE. Due parti ha il brano di Vangelo da commentare: il messaggio di S. Giovanni Battista a Gesù; l’elogio di Gesù per San Giovanni Battista. 1. Da parecchi mesi il Precursore languiva nella fortezza di Macheronte, erma e selvaggia sul mar Morto, dove lo teneva rinchiuso Erode. Venivano i suoi discepoli a trovarlo e non senza amarezza gli raccontavano i primi successi di Gesù. «Maestro, gli dicevano, sai, quell’uomo che era con te al di là del Giordano, a cui tu hai reso testimonianza? ecco battezza anch’egli, e tutti vanno da lui » (Giov., III, 26). – Per quei discepoli affezionati riusciva molto duro vedere il loro maestro prigioniero in una fosca e solitaria torre mentre pensavano che laggiù nella ridente Galilea un altro Maestro predicava alla luce del sole, e la folla lo ascoltava ammirata. E se qualche volta s’imbattevano a passare di là, sapendo che Gesù, con i suoi amici era entrato in qualche casa a mangiare, mossi da invidia e sdegno, si mettevano sulla porta a protestare (Mc., II, 18). – San Giovanni aveva cercato già di dissipare questi sentimenti non generosi, ma tanto naturali e facili a germinare nel cuore dell’uomo; e aveva detto: « Sentite: se una persona si sposa e tutti gli fan festa, il suo amico deve rattristarsi? No; ma l’amico dello sposo, che sta presso di lui, e lo ascolta, si rallegra grandemente nell’udire la voce dello sposo. Questa è la mia gioia: ed è perfetta. Bisogna che egli cresca, e io diminuisca » (Giov. III, 29-30). – Quella volta però in prigione, il Precursore sentendosi incapace a disarmare e a illuminare i suoi amici, ne scelse due e li mandò a interrogare Gesù: « Sei Tu colui che ha da venire, o ne aspetteremo un altro? » Lo scopo recondito dell’ambasciata fu subito intuito da Gesù che in presenza dei due inviati moltiplicò i miracoli. Al momento di congedarli, disse: « Andate ora, e riferite a Giovanni ciò che avete udito, ciò che avete visto ». Poi, volendo mostrare come leggesse nei loro cuori, aggiunse: « E beati quelli che non si lasciano sconcertare dalla mia maniera di fare! ». 2. Partiti che furono, evitata quindi anche l’apparenza d’adulazione, Gesù rese una magnifica testimonianza al suo Precursore davanti ad una gente che l’aveva conosciuto nel deserto. « Chi siete andati a vedere nel deserto? Forse una canna sbattuta dal vento? ». No. Di canne erano folte le rive del Giordano, senza andarle a cercare lontane nel deserto. Giovanni poi non era certo una canna, lui il predicatore terribile che non infinse, che non tacque, ma andò fin dal Re a rimproverargli l’adulterio. « Chi dunque siete andati a vedere nel deserto? — incalza Gesù con una seconda domanda. — Forse un uomo di lusso vestito alla moda? ». I cortigiani dalle ricche vesti, gli uditori di Gesù sapevano bene che non abitavano il deserto, ma la reggia. Nel deserto, dove da vestire non ci sono che’ pelli ispide, da mangiare che erbe e locuste, da bere che acqua e scarsa ancor quella, non vivono che i ladroni e i profeti. E Giovanni era un profeta, anzi più che un profeta. « Non ‘è sorto un altro tra i figli di donna più grande di lui, — disse Gesù conchiudendone l’elogio. — Egli è l’araldo preannunziato per prepararmi la strada ». Ora che abbiamo raccontato con qualche commento, il Vangelo, fermiamo l’attenzione sulla risposta che il Signore diede ai due inviati. Questa risposta ha per noi una grande importanza. Oggi, come allora, in molti cuori manca la fede, oppure s’è illanguidita, oppure s’è fatta inerte. Anche per questi cuori, perché si ridestino a una fede operosa e amorosa, perché con tale fede si preparino al santo Natale, Gesù incaricò i due discepoli del Battista di riferire quello che udirono e quello che videro. – 1. QUELLO CHE UDIRONO. Certamente udirono quello che Cristo ha detto di sé medesimo. Lo udirono cioè proclamarsi figlio di Dio, Dio uguale al Padre. Il Vangelo non ci riferisce le parole precise pronunciate da Lui in quell’occasione: ma non ci rincresce perché ne abbiamo molte altre equivalenti pronunciate in diverse circostanze. Basterà ricordarne alcune. a) Un giorno l’Apostolo Filippo lo prega di fargli vedere Dio Padre, di cui parlava con tanta affettuosa insistenza. E Gesù: « Filippo, chi vede me, vede anche il Padre. Non credi tu che Io sono nel Padre, e che il Padre è in me?» (Giov., XIV, 9-10). La terra nostra non aveva mai inteso prima d’allora un simile parlare. Non c’è che Dio solo, e niente è simile a Lui in tutto il mondo. Ed ecco che questo uomo, Gesù, afferma d’essere un unico Dio col Padre: di possedere la stessa eternità, la stessa potenza, la stessa scienza, la stessa natura e vita divina. E lo confidò anche a Nicodemo in quella notte in cui l’ammise a un colloquio segreto (Giov., III, 13-18); lo ripeté al cieco nato dopo avergli donata la vista (Giov., IX, 35-37); lo proclamò solennemente alla folla che l’attorniava nel tempio (Giov., X, 30); lo disse in faccia a Caifa, l’ipocrita che cercava un pretesto per scandalizzarsi di lui (Mt. XXVI, 63-64). – b) Non solo Gesù affermò d’essere Dio, ma anche d’avere quei diritti che competono soltanto a Dio. Ad esempio, l’onnipotenza in cielo e in terra. Salutando i suoi discepoli, prima di salire al cielo, disse loro: « Io ho ogni potere, lassù in cielo e quaggiù in terra ». (Mt., XXVIII, 18). – Un altra volta domanda per sé un amore sopra ogni cosa. « Chi non mi ama più di suo padre e di sua madre, di suo figlio e di sua figlia, non è degno di me » (Mt., X, 37). Soltanto Dio può pretendere un simile amore. Gesù voleva appunto dire d’essere Dio. – c) E se l’ha detto, lo è. Era troppo equilibrato, semplice, schietto, buono per illudersi o per illudere. Ma non solo lo disse, lo comprovò coi fatti, e i due inviati del Battista videro cose che non può fare se non colui che ha fatto il mondo e che è il padrone della vita e della morte. – 2. QUELLO CHE VIDERO. Videro Gesù avvicinarsi affettuoso alle pupille spente d’alcuni ciechi, e chieder loro: « Che cosa desiderate? ». « Vedere! Vedere! », « Ebbene, guardate ». Sotto l’impero di quella parola, davanti alle loro facce stupefatte si rivelava per la prima volta la luce del sole e in essa tutte le altre cose belle. Erano scoppi di gioia, parole di riconoscenza interrotte da incomprimibile meraviglia infantile: «Oh gli uomini, sono come alberi che camminano! » (Mc., VIII, 24). – Videro sordomuti gonfiare la gola nello sforzo d’esprimere la parola che non potevano dire e agitare le dita intorno alle orecchie. Gesù, appoggiato un dito tra le sue labbra, l’intinse di saliva, poi toccò la loro bocca e il loro orecchio: « Apriti! » esclamò. D’improvviso come se finalmente un ingorgo maligno fosse travolto, la parola libera e chiara usciva dal loro petto, entrava nel loro timpano. Videro storpi gettare via le grucce e saltare sulle loro gambe. Videro alcuni in un momento guarir dalla lebbra che è inguaribile. Forse videro anche il centurione supplicare il Maestro per un suo carissimo servo che giaceva a letto in condizioni disperate, e Gesù guarirglielo in distanza (Lc. VII, 259). Forse videro anche i funerali dell’unigenito della vedova di Naim. Gesù fermò la barella e comandò alla morte di cedergli la tenera preda. « Fanciullo, ti dico di alzarti! ». E il morto risuscitò (Lc., VII, 11-17). – Questi sono fatti sicuri che non hanno che una sola spiegazione: Gesù è Dio fatto uomo, e rivestito d’un corpo come il nostro. Eppure molti non si lasciano persuadere. Non c’è da stupirsi, quando si pensa che perfino due città di quelle che videro coi loro occhi i miracoli si ostinarono nella incredulità. Gesù abbandonandole rivolse su loro la maledizione: « Guai a te, Corozain! Guai a te, Bethsaida! Se i miracoli che sono stati fatti tra le vostre contrade fossero avvenuti a Tiro e a Sidone, già si sarebbero convertite » (Mt. 11.21). Che vuol dire ciò? Vuol dire che alla buona fede che lo cerca Gesù si presenta con prove certe della sua divinità, ma non s’impone per forza all’ostinazione che lo respinge. – S’avvicina il giorno in cui la Chiesa ricorderà a tutto il mondo il mistero della ancora nascita di Gesù. E la Grazia che da questo mistero sgorgò allora, verrà diffusa a tutti i cuori, nella misura che se ne renderanno capaci. Dio Eterno che nasce bambino per noi! C’è qui un abisso di amore e di degnazione di cui non ci sarà mai possibile vedere il fondo. Santa Maddalena de’ Pazzi con incessante amorosa adorazione ripeteva centinaia di volte al giorno: «Il Verbo si è fatto carne ed abitò tra noi ». S. Alfonso de’ Liguori non sapeva studiare se sul suo tavolo di lavoro non vedeva la cara immagine di Gesù Bambino. Ed infinite volte la baciava, adorando Colui che vi era rappresentato. Cristiani: in questa settimana d’Avvento più volte al giorno, sull’esempio dei Santi, diremo col cuore: « Bambino Gesù, io ti ringrazio d’essere nato per me! ». Ma forse qualcuno penserà: « Come farò a ricordarmelo? ». Ebbene: perché non l’abbiate a dimenticare tre volte al giorno, al mattino, al mezzodì, alla sera, la Chiesa fa suonare le campane dell’Angelo che annunzia l’incarnazione del Verbo. Nessuno dunque si scordi, almeno in questa settimana, che udendo quel suono deve pensare al Figlio di Dio che si fece uomo per la nostra salvezza. — I FRUTTI DELL’AVVENTO DEL SIGNORE.- Se un rincrescimento pungeva ancora Giovanni il Battista, non era per sé, ma per i suoi discepoli: quelli che avevano raccolta la sua parola gridata dalle soglie del deserto, che avevano ricevuto il suo battesimo di penitenza sulle rive del Giordano: i suoi discepoli che non volevano rassegnarsi a separarsi da lui, che ancora venivano a trovarlo in prigione, che per stare con lui trascuravano di seguire il Messia. Ah no! questo era troppo, questo non poteva più permetterlo. Solo Gesù è il Salvatore, solo Gesù bisogna seguire! Per ciò, sentendo imminente la sua tragica morte, mandò due discepoli a Cristo per dirgli. « Sei tu il Messia, o è un altro che dobbiamo aspettare? ». – Giovanni, si capisce, non dubitava nemmeno: egli fino dal seno materno, sobbalzando misteriosamente, l’aveva riconosciuto; egli l’aveva additato alle folle ignoranti; egli l’aveva battezzato mentre la voce dell’Eterno Padre discendeva dal cielo aperto. Ma nella squisitezza della sua fede e del suo amore voleva che i discepoli suoi lo vedessero coi loro occhi, lo udissero con le loro orecchie: così affascinati dal Cristo, si sarebbero staccati da lui senza rimpianti. E Gesù comprese lo scopo di quella ambasciata. Li accolse con affetto e se li tenne con sé amorevolmente facendo molti miracoli in presenza di loro. Poi li congedò con queste parole: « Tornate da Giovanni e ditegli quel che avete udito, quel che avete veduto ». Orbene, Cristiani: la santa Chiesa in principio dell’Avvento, imitando il gesto del Precursore, manda anche noi a considerare i frutti della venuta del Salvatore perché abbiamo a credere più fermamente in Lui, a seguirlo più coraggiosamente. Questi frutti sono molti, ma i principali sono tre: la pace, la luce, l’amore. – 1. LA PACE. Prima ancora che nascesse, da un profeta fu chiamato « principe della pace »; quando nacque, i cori d’Angeli cantarono che «la pace in terra, agli uomini» era discesa. Alla vigilia della morte diceva ai suoi amici: « Me ne vado, ma vi lascio la pace »; risuscitando disse: « Pace a voi ». Gesù Cristo, dunque è la nostra pace. Ipse enim est pax nostra (Eph., II, 14). Perciò non fa meraviglia se, con la sua venuta, mise pace tra Dio e l’uomo, tra l’Angelo e l’uomo, tra uomo e uomo. a) Tra Dio e l’uomo: dal momento che il primo uomo peccò, Dio voltò via la sua faccia sdegnata e abbandonò la nostra natura al giogo del demonio. Passarono migliaia e migliaia d’anni in cui nessun uomo poté, benché santo, entrare in Paradiso: né Adamo, né Mosè, né Isaia, né Davide, alla loro morte, lo trovarono aperto. Finalmente nel seno verginale di Maria la natura divina e la natura umana s’abbracciarono nell’unica Persona nel verbo incarnato. Come Iddio poteva continuare la sua inimicizia con gli uomini, se uomo era anche il suo Figlio Unigenito? – b) Tra l’Angelo e l’uomo. Fino alla venuta di nostro Signore Gesù, gli Angeli trattavano gli uomini come stranieri con superiorità ed asprezza. Perciò quando apparvero ad Abramo, a Loth, a Giacobbe, a Mosè, ad Ezechiele, a Davide gli uomini tremanti si gettavano a terra per adorarli come padroni. Ma dal giorno della venuta del Signore, tutta la schiera angelica ci è diventata benevola ed amica: ai loro occhi cessammo di apparire la razza degradata e maledetta, poiché vedono che il Figlio di Dio ha voluto rivestire umana natura, farsi uomo in carne ed ossa come noi. Se Dio ebbe di noi tanta misericordia da diventare uno dei nostri, gli Angeli come ci potrebbero ancora trattare duramente? Quando a S. Giovanni Evangelista apparì un Angelo, egli, secondo l’uso dell’Antico Testamento, fece per gettarsi sulla nuda terra ad adorarlo. Ma la celeste creatura glielo impedì, dicendo: « Che fài? Io sono come te un servo dell’Altissimo ». – c) Tra uomo e uomo. Prima che il Salvatore discendesse su questa terra, il sentimento più diffuso tra gli uomini era l’odio. I pagani odiavano i Giudei, i Giudei odiavano gli immondi pagani. I Greci chiamavano barbaro chiunque non fosse della loro nazione; i Romani non riconoscevano i diritti se non dei cittadini di Roma. La guerra e l’odio implacabile per i nemici era un vanto. Venne Gesù: e davanti a Lui non ci furono più né Giudei né Gentili, né Greci né barbari, né rivali né nemici, ma tutti gli uomini divennero fratelli suoi, compartecipi della sua natura umana: e perciò figli tutti d’un Padre unico, Iddio. L’uomo dunque da Dio, dagli Angeli, dagli uomini stessi era odiato e disprezzato come un lebbroso. Gesù Redentore, portandoci la pace con Dio, con gli Angeli, con gli uomini, ci ha mondati da quella lebbra. Leprosi mundantur. Ma guai a quelli che ritornano negli odi antichi! per loro il frutto dell’avvento divino è maturato invano. – 2. LA LUCE. Tutti i popoli camminavano nelle tenebre e nell’ombra della morte. In Egitto si adoravano le cipolle e il bue; in Grecia si erano costruite divinità viziose e libidinose; in Roma si incensavano i tiranni crudeli. Le madri uccidevano i loro figliuoli per placare le ire di Baal o di Astharte, idoli sanguinarî. Anche gli uomini più intelligenti d’allora non riuscivano a sapere del loro eterno destino quanto ora ne sa anche l’ultimo dei nostri bambini. Gesù venne: e fu come se si squarciasse la maligna nuvolaglia che ottenebrava il mondo e risplendesse improvvisamente il sole. Sole di giustizia è Gesù! Luce del mondo è Gesù! – Quante meravigliose verità ci ha Egli disvelate riguardo a Dio, all’anima nostra, alla vita eterna… Tutte le cose più utili al nostro vero bene il Vangelo ce le insegna. – I nostri occhi erano ciechi, ed ora vedono. Cæci vident. Eppure ci sono di quelli che la dottrina cristiana hanno dimenticata, che non vogliono più impararla. Eppure ci sono di quelli che vivono solo per mangiare e guadagnare, veri adoratori delle cipolle e del bue; di quelli che vivono per accontentare ogni istinto bestiale, veri adoratori delle passioni immonde; di quelli che i proprî figli non educano cristianamente e sacrificano la loro innocenza al demonio. Guai a questi che ritornano nell’antica tenebrosa ignoranza! per loro il frutto dell’avvento divino è maturato invano. – 3. L’AMORE « Signore, perché sei venuto sulla terra? ». «Sono venuto a portare il fuoco dell’amore sulla terra ghiacciata, e non bramo altro che di incendiarla tutta in questa mistica fiamma ». Anche senza l’Incarnazione, nella sua infinita misericordia, Dio avrebbe saputo trovare il modo di perdonarci e salvarci. Ma era l’amore della sua creatura, che il Creatore dell’universo voleva: e si fece uomo per amore. Nell’Antico Testamento avevano imparato a temerlo e a rispettarlo; lo sentivano presente nel fragore del tuono, nell’urlo della bufera, nell’ardore del fuoco; ma gli uomini non riuscivano ad amare un Dio invisibile. Ma ora Egli si è fatto visibile, e tutto il mondo vede la sua dolce Umanità. « Fratelli, — scriveva S. Paolo — dopo la sua venuta più nessuno può vivere per sé, ma solo per Lui, che visse e morì per noi ». E sorsero allora moltitudini di uomini, di donne, di fanciulli che con desiderio offrirono la loro vita nel martirio. Sorsero allora infinite schiere di Monaci e di Vergini che si ritirarono nei deserti a vivere solo per suo amore, già fatti angeli prima di morire. Sorsero in ogni tempo i Santi che non temettero penitenze e umiliazioni, fatiche e malattie, tribolazioni e persecuzioni, accesi com’erano nell’amore di Cristo, il Dio fatto Uomo. – Senza questo eterno amore, che sarebbero stati gli uomini se non dei cadaveri? – Gesù venne e li risuscitò. Mortui resurgunt. Eppure sono troppi quelli che non amano il Signore: passano lunghe settimane senza un pensiero e un palpito per Lui! Troverete di quelli che neppure una Messa alla festa sanno ascoltare per suo amore; per suo amore non sanno nemmeno compiere una piccola rinuncia. E se si volesse entrare nel segreto delle famiglie, quanti ne trovereste che non sanno più rispettare la castità coniugale e vivono nell’egoismo brutale, dissacrando ogni legge di Dio e di natura! Guai a questi che ritornano nell’antica morte dell’indifferenza e del peccato! Per loro la primavera della redenzione è venuta senza fiori e senza frutti. –  Dopo due millenni, nuovamente ci prepariamo al Santo Natale per partecipare maggiormente ai frutti della divina venuta. – S. Gaetano da Thiene sì struggeva in affettuose preghiere; S. Filippo Neri si ritirava nelle catacombe a meditare; San Francesco d’Assisi s’avviava verso Greccio gridando: « Amiamo il Bambino celeste! ». Noi che faremo? Facciamo pace con Dio e con gli Angeli togliendo via i peccati dal cuore, facciamo pace con gli uomini perdonando e chiedendo perdono. Ritorniamo a frequentare la Chiesa, a studiare la dottrina cristiana, ad ascoltare la parola di Dio. Infine, per amore di Gesù che tanto ci amò, facciamo un po’ di penitenza, di elemosina, di mortificazione. – Così la pace, la luce, la carità del nostro Signore ritorneranno in noi.

IL CREDO

Offertorium

Orémus
Ps LXXXIV: 7-8
Deus, tu convérsus vivificábis nos, et plebs tua lætábitur in te: osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam, et salutáre tuum da nobis.

[O Dio, rivolgendoti a noi ci darai la vita, e il tuo popolo si rallegrerà in Te: mostraci, o Signore, la tua misericordia, e concedici la tua salvezza.]

Secreta

Placáre, quǽsumus, Dómine, humilitátis nostræ précibus et hóstiis: et, ubi nulla suppétunt suffrágia meritórum, tuis nobis succúrre præsídiis.

[O Signore, Te ne preghiamo, sii placato dalle preghiere e dalle offerte della nostra umiltà: e dove non soccorre merito alcuno, soccorra la tua grazia.]

Præfatio

V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
V. Sursum corda.
R. Habémus ad Dóminum.
V. Grátias agámus Dómino, Deo nostro.
R. Dignum et justum est.

de sanctissima Trinitate


Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Qui cum unigénito Fílio tuo et Spíritu Sancto unus es Deus, unus es Dóminus: non in uníus singularitáte persónæ, sed in uníus Trinitáte substántiæ. Quod enim de tua glória, revelánte te, crédimus, hoc de Fílio tuo, hoc de Spíritu Sancto sine differéntia discretiónis sentímus. Ut in confessióne veræ sempiternǽque Deitátis, et in persónis propríetas, et in esséntia únitas, et in majestáte adorétur æquálitas. Quam laudant Angeli atque Archángeli, Chérubim quoque ac Séraphim: qui non cessant clamáre quotídie, una voce dicéntes:

[È veramente degno e giusto, conveniente e salutare, che noi, sempre e in ogni luogo, Ti rendiamo grazie, o Signore Santo, Padre Onnipotente, Eterno Iddio: che col Figlio tuo unigénito e con lo Spirito Santo, sei un Dio solo ed un solo Signore, non nella singolarità di una sola persona, ma nella Trinità di una sola sostanza. Cosí che quanto per tua rivelazione crediamo della tua gloria, il medesimo sentiamo, senza distinzione, e di tuo Figlio e dello Spirito Santo. Affinché nella professione della vera e sempiterna Divinità, si adori: e la proprietà nelle persone e l’unità nell’essenza e l’uguaglianza nella maestà. La quale lodano gli Angeli e gli Arcangeli, i Cherubini e i Serafini, che non cessano ogni giorno di acclamare, dicendo ad una voce:]

Sanctus

Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Preparatio Communionis

Orémus: Præcéptis salutáribus móniti, et divína institutióne formáti audémus dícere:

Pater noster

qui es in cælis. Sanctificétur nomen tuum. Advéniat regnum tuum. Fiat volúntas tua, sicut in cælo et in terra. Panem nostrum quotidiánum da nobis hódie. Et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris. Et ne nos indúcas in tentatiónem:
R. Sed líbera nos a malo.
S. Amen.

Agnus Dei

Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: dona nobis pacem.

Panem cæléstem accípiam, et nomen Dómini invocábo.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Bar V: 5; IV:36
Jerúsalem, surge et sta in excélso, ei vide jucunditátem, quæ véniet tibi a Deo tuo.

[Sorgi, o Gerusalemme, e sta in alto: osserva la felicità che ti viene dal tuo Dio.]

Postcommunio

Orémus.
Repléti cibo spirituális alimóniæ, súpplices te, Dómine, deprecámur: ut, hujus participatióne mystérii, dóceas nos terréna despícere et amáre cœléstia.

[Saziàti dal cibo che ci nutre spiritualmente, súpplici Ti preghiamo, o Signore, affinché, mediante la partecipazione a questo mistero, ci insegni a disprezzare le cose terrene e ad amare le cose celesti.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (1)

ORDINARIO DELLA MESSA

IL SACRO CUORE DI GESÙ (60)

IL SACRO CUORE DI GESÙ(59)

J. V. BAINVEL – prof. teologia Ist. Catt. Di Parigi;

LA DEVOZIONE AL S. CUORE DI GESÙ-

[Milano Soc. Ed. “Vita e Pensiero, 1919]

PARTE TERZA.

Sviluppo storico della divozione.

CAPITOLO SETTIMO

DALLA MORTE DI MARGHERITA MARIA AI NOSTRI GIORNI

I. – DAL 1690 AL 1725

La morte di Margherita Maria, grazie, in gran parte, al libro del P. Croiset, non fece che dare un nuovo slancio alla divozione. Il libro ebbe una diffusione prodigiosa; se ne fecero edizioni ed adattamenti in parecchie città di Francia; fu tradotto in diverse lingue. Dappertutto esso accendeva il fuoco sacro facendo conoscere, con il valore e l’unità della divozione, le sue origini celesti. – L’apostolato vivente faceva ancora di più. In ogni luogo ove era un monastero della Visitazione o un collegio di Gesuiti, si trovava qualche anima ardente per propagarla. Non era sempre senza difficoltà. Perché, se la divozione provocava l’entusiasmo, trovava anche delle opposizioni. Si vede dagli scritti del P. Galliffet, e ciò si sarebbe potuto indovinare, che, come d’ordinario, bisogna distinguere due o tre momenti nel progresso della divozione. Appena essa appare, alcune anime se ne innamorano: attrattiva della grazia, affinità naturale, entusiasmo di novità. È come polvere che s’incendia. – Ma ecco l’opposizione; essa nasce appunto dal successo medesimo; l’entusiasmo degli uni provoca la resistenza degli altri. È il momento delle divisioni delle dispute, delle critiche. Interviene l’autorità, per ristabilire la pace. Conservatrice per dovere, come per istinto, essa reprime gli slanci troppo vivi, le iniziative troppo brusche. Poi essa impone silenzio ai partiti. Le anime docili fanno silenzio. Ma quando il movimento viene da Dio, questa stessa docilità ne assicura il trionfo, mentre gli indocili e i fanatici mormorano forse, ed abbandonano quasi subito la causa che hanno compromessa con i loro eccessi e con la loro indiscrezione; gli altri più seri e più soprannaturali, la liberano di tutto ciò che poteva mescolarvisi di umano e di naturale; pregano, attendono, agiscono discretamente, sotto lo sguardo e con l’approvazione dell’autorità. Il movimento riprende a poco a poco, più profondo, senza rumore, senza urti. Fra gli oppositori i migliori riflettono, esaminano; sotto l’azione della grazia i pregiudizi, si mostra la verità; ed eccoli conquistati; essi saranno forse un giorno ardenti zelatori. – Noi abbiamo visto che tale fu la storia della divozione a Paray. Tale essa fu in molti monasteri della Vistazione; tale nei collegi della Compagnia di Gesù; tale quasi in ogni luogo dove si propagava la nuova divozione. Questa prima opposizione non era, di sua natura, un’opposizione giansenista. Ma vi si mescolarono qua e là influenze gianseniste che servirono a renderla più ostinata ed amara. Non è dei primissimi tempi che parla il P. Galliffet; ma si può dire con lui che « la persecuzione fu forte ». « Si arrivò, continua egli, a riguardare quelli che volevano praticare o stabilire questa festa, come una specie di setta, capace di turbare la Chiesa. Tutto, fino il nome della divozione, divenne odioso. Non si poteva nominare il cuore di Gesù, senza offendere certi spiriti ». I Cristiani istruiti e pii arrivarono presto ad apprezzamenti più giusti: « La verità, dice ancora il P. Galliffet, si faceva strada a poco a poco, i pregiudizî si dissipavano, gli spiriti si rialzavano, calmandosi in modo che, in pochi anni, si videro persone di tutte le condizioni e di tutti i caratteri abbracciare la nuova divozione e trovarvi la loro consolazione ». Egli aggiunge che essa « s’introdusse soprattutto nei conventi ». É ciò si comprende facilmente. È sempre stata la divozione degli eletti! – Ma fu obbligata a conquistare le anime una ad una. Anche la Visitazione, come corpo, e la Compagnia di Gesù, furono ben lungi dal lasciarsi conquistare ciecamente, alla prima, dalla nuova divozione. Vi furono perfino condanne dell’autorità, destinate a far riflettere i temerari e gli innovatori. Da Annecy, dalla « Sorgente santa ». partiva il 1 novembre 1693 una circolare che spiegava perché si era alieni da « quelle pratiche così singolari, che sono state introdotte da poco, per onorare il sacro Cuore di Gesù ». Non rigettavano la divozione, lo dicevano chiaramente: « Per questo, noi non vogliamo avere meno rispettoso culto per il sacro Cuore; noi lo consideriamo come il centro di tutti i nostri desiderî e la mèta di tutti i nostri voti ». Ciò che si respinge sono le pratiche nuove, contro le quali i santi fondatori avevano messo tanto in guardia. Ma la parola rimase dura. D’altra parte Annecy riceverà presto la Madre Greyfié, la sceglierà per superiora, e imparerà da lei ad apprezzare meglio la nuova divozione. – Cose analoghe nella Compagnia di Gesù. I profani  s’immaginano, talvolta, che una divozione reclamata dalle visioni e dalle rivelazioni di una religiosa, è sicura di trovar credito in questo mondo di predicatori, di confessori, di teologi… Si conoscono molto malel… Il P. Croiset e i suoi amici, pur essendo così prudenti, apparvero ad alcuni eccessivi e troppo crudeli. La cosa arrivò fino al P. Thyrse Gonzales, allora Generale della Compagnia. Egli non era certo disposto alle novità. Tuttavia non condannò la divozione; ma temeva che il P. Croiset non si fosse « volto ad opinioni singolari ». Gli si spiegò che non era così; egli rispose guardandosi dal biasimare la divozione, ma senza volerla incoraggiare e sopprimendo le pratiche contrarie agli usi. Ciò avveniva nel 1695. La Compagnia, per intero, non doveva fare atto di divozione al sacro Cuore che al tempo di Lorenzo Ricci, quando piombando su essa le disgrazie da tutte le parti, essa non aveva più speranza che nel sacro Cuore. – Frattanto, le confraternite si moltiplicavano, le pratiche principali erano adottate; si costruivano cappelle, si dedicavano altari; i predicatori parlavano. In pochi anni la devozione fu conosciuta da tutta la Francia, conosciuta nel Canada e fin nell’Estremo Oriente. Alcuni santi preti se ne facevano i propagatori zelanti. Abbiamo già parlato di Boudon. Un po’ più tardi, nel 1711, Simone Gourdan, il pio e sapiente canonico di San Vittore, ne faceva l’elogio in una consultazione celebre, in cui egli la mostrava come « la più antica, la più autorizzata, la più perfetta, la più utile, la più gradita da nostro Signore, di tutte le divozioni ». Alcune congregazioni religiose le spalancarono le loro porte. Le Benedettine del SS. Sacramento, furono preparate dal P. Eudes; così pure alcuni conventi di Benedettine e di Orsoline; le Certosine lo erano dalle mistiche del loro Ordine. Forse sono i Certosini che per i primi hanno adottato, quasi ufficialmente, la nuova divozione, Verso il 1692 alcune monache di questo ordine, domandavano al loro Superiore generale, don Innocente Le Masson, se potevano adottare le pratiche proposte in un piccolo libro della devozione al sacro Cuore: il ritrovo quotidiano in quel divin Cuore, alcune preghiere speciali, una consacrazione, un’ammenda onorevole, una specie di festa riparatrice in onore del sacro Cuore nel venerdì dopo l’ottava del SS. Sacramento. E gli mandarono il libro. Sembra che fosse il libretto di Digione, quello di suor Joly. Don Le Masson rispose: « Non solo acconsento… Ma vi esorto a farlo ». E volle scrivere lui stesso un Esercizio di devozione al sacro Cuore per le religiose Certosine che fu pubblicato nel 1694. – In questa prima diffusione della divozione ci piacerebbe distinguere le influenze di Margherita Maria e quelle del P. Eudes, vedere almeno come esse si uniscano e si fondano. Non si possono raccogliere a questo proposito che poche informazioni. Nel 1693 una lettera del P., Croiset ci mostra alcune Benedettine, le Dame di S. Pietro a Lione, che ritrovano, per così dire, nella divozione che vien loroproposta quella che il loro Ordine ha avuto in altri tempi. Ma esse ne avevano perduto ogni ricordo, Quelle Dame, « avendo gustato straordinariamente questa divozione, appresero che essa era stata altre volte molto ordinaria nell’Ordine…, e che c’era stata, molti anni avanti, una festa nell’Ordine e un Ufficio, in onore del sacro Cuore ». Sembrerebbe trattarsi di cosa di molti secoli prima. Non è così, pare. « Dio ha permesso, aggiunge il P. Croiset, ch’esse abbiano trovato, a Parigi, questo Ufficio a nove lezioni con una Messa molto bene composta in onore del sacro Cuore, il tutto approvato a Roma, con permesso, per tutto l’ordine di S. Benedetto, di fare tutti gli anni questa festa ». L’Ufficio di cui è fatta questione qui è probabilmente quello del Padre Eudes. In tutti i casi bisogna riconoscere che, se fra queste persone di Lione il P. Eudes era completamente sconosciuto, il collegamento della nuova divozione con l’antica si faceva nel modo più naturale. Questo servirsi dell’Ufficio e della Messa del P. Eudes per la divozione di Paray non sarebbe unico; già abbiamo avuto l’occasione di segnalarne delle tracce, fin presso le Visitandine, presso quelle di Strasburgo per esempio, di Nancy, di Metz. Lo si può pure constatare a Roven. Le Visitandine vi avevano accolto la divozione fin dal 1690. Là fu pubblicato, nel 1694, un opuscolo, La divozione al sacro Cuore di Gesù Cristo (Ripubblicato a Montreuil sur Mer, nel 1899, ma con adattamenti che ne fanno quasi un altro libro.). La divozione di Paray vi era nettamente. Esposta ed anche distinta, in certo modo, da quella del P. Éudes: ma la Messa che vi si unisce è quella del P. Eudes. Anche a Rouen si ritrovano a contatto le due influenze il 6 giugno 1608. Per la festa solenne della Confraternita adoratrice (che è proprio la festa di Paray, giugno, nel venerdì dopo l’ottava del SS. Sacramento, quella che Roma ha appunto allora concesso alle Visitandine), sono gli Eudisti, «i signori del Grande Seminario » che cantano la Messa del sacro Cuore, ed è un Eudista che fa la predica della sera. Toccava a loro, dice la circolare dove son raccontati tali avvenimertti, « di fare l’inaugurazione di questa devozione, già stabilita nella loro Congregazione da lungo tempo ». Sono questi fatti isolati, Oppure si presentano di frequente casi simili? Per rispondere occorrerebbero documenti precisi, che ancora non sono stati raccolti. Ma una cosa è sicura. L’impulso conquistatore, il movimento che invade l’Europa, l’Oriente, l’America, è partito da Paray. Presto il libro del P. Croiset non basta più. Se ne vedono apparire altri da tutte le parti. Spesso non sono che manuali ad uso delle confraternite che si stabiliscono in ogni luogo, raccolte di preghiere e di pratiche, con qualche spiegazione sulla natura e sulle origini della divozione con alcune approvazioni episcopali. Talvolta le confraternite, non sono che l’occasione; il libro è un vero trattato, pio e teologico insieme. Tale è quello del P. Froment, cominciato ancor prima della pubblicazione di quello del P. Croiset e sotto l’influenza di Margherita M, ma non apparve che nel 1699. Tale è quello del P. Bouzonié. Pubblicato a Parigi nel 1697. – Verso lo stesso tempo, i revisori generali della Compagnia di Gesù a Roma, ne esaminavano uno che sembra mirasse più in alto ancora, mirasse cioè ad ottenere la festa con Messa e Ufficio per la Chiesa universale. Essi lodarono l’opera « scritta con talento e sapere ed atta a promuovere la divozione e il culto del sacro Cuore ». Tuttavia furono di parere di non stamparla, E il P. Thyrse Gonzales, allora generale della Compagnia, decise, in conformitàal loro consiglio, per le ragioni che diremo fra poco. Che opera era quella e di chi? Fino adora non si sapeva. Si era creduto che si trattasse forse di estratti del P. Croiset o di una nuovqa edizione. Nuovi dati favoriscono un’altra congettura. 11 P. Pietro Charrier dice di aver trovato a Roma un Manoscritto del P. Galliffet De culto sacrosanti Cordis Jesu, datato dal 1696. Se queste inidicazioni sono esatte, non si può più dubitare che non sia quella l’opera sottoposta dal Provinciale di Lione ai revisori di Roma. Così il Padre Galliffet avrebbe aspettato per 30 anni l’ora della Provvidenza! La sua opera latina non apparve che nel 1726. La divozione stessa stava per subire altri ritardi davanti alla Corte di Roma. Le anime buone avevano creduto che le cose camminerebbero da sé. Non si aveva il desiderio di Gesù e la sua promessa, che egli regnerebbe malgrado le resistenze e le opposizioni?… Essendosi rivolte inutilmente a Roma una prima volta, nel 1687, le Visitandine si rivolgevano agli Ordinari, seguendo il consiglio di Roma stessa; e spesso gli Ordinari accordavano per le loro Confraternite la festa del sacro Cuore, con Messa e Ufficio propri. Altri Vescovi facevano lo stesso, ciascuno a piacer suo. Niente di uniforme, niente di sicuro; tutto dipendeva dal beneplacito dell’Ordinario. E poi mancava il prestigio dell’autorità papale. Dal 1693 le Confraternite furono approvate da Roma e arricchite d’indulgenze. Il P. Croiset si figurava che con questo si avesse tutto. « Si aspettavano le indulgenze, scriveva egli nel 1693. Appena Roma avrà parlato, mi aspetto di veder solennizzare questa festa dappertutto ». Anche lui stava per esser deluso.  – Nel 1697 si credette venuto il momento di tentare un grande sforzo presso Innocenzo XII, per avere la festa tanto desiderata, con Messa e Uffici proprî. Le Visitandine avevano interessato alla loro causa la regina decaduta di Inghilterra, Maria d’Este, moglie di Giacomo II. Era facile, giacché ella non aveva potuto dimenticare il suo predicatore del 1677, il P. de la Colombière. Dal suo esilio regale di Saint-Germain-en-Laye, ella scrisse al Papa, domandandogli di accordare ai monasteri della Visitazione la festa del sacro Cuore con Messa propria, il venerdì dopo l’ottava del Corpus Domini. Il Papa, secondo l’uso, rinviò la causa alla sacra Congregazione dei Riti. Il cardinale Prospero Bottini, Arcivescovo di Mira, fece le obbiezioni secondo l’uso, La principale era la novità; poi anche le conseguenze che se ne tirerebbero, per stabilire altre feste, specialmente quelle del cuor di Maria. Il postulatore rispose risolvendo le obbiezioni e ricordando i meriti della regina d’Inghilterra. La sacra congregazione emise il suo decreto il 30 marzo 1697. Essa accordava ai monasteri della Visitazione delle cinque piaghe per la festa del sacro Cuore. Si può vedere nei resoconti del tempo con quale entusiasmo e con quale solennità fu celebrata la festa. – Tuttavia, non era che una mezza soddisfazione. È la impressione a Roma non fu quella di una vittoria che incoraggia ad andare avanti… Due mesi dopo il decreto per la causa delle Visitandine, i revisori Gesuiti si pronunziarono, come noi abbiamo visto. Essi aggiungevano: « Noi speriamo che i Nostri non si impegnino più a patrocinare la causa del sacro Cuore alla Corte di Roma, e soprattutto che la paternità vostra non intervenga per ottenere che la festa con Messa e Ufficio propri del sacro Cuore siano accordati a tutta la Chiesa; particolarmente in un tempo in cuile nuove devozioni pullulano da ogni parte e sono spietatramente rigettate dalla santa Chiesa » – Infatti, verso la stessa epoca, le Orsoline di Vienna, che si erano rivolte, per loro conto, alla Congregazione dei Riti, per ottenere la festa per loro stesse, ricevevano dalla Congregazione un rifiuto formale: Non expedire. – La divozione stava per ricevere un colpo più forte. Nel 1704 il libro del P. Croiset fu messo all’Indice. Perchè? Il P. Galliffet spiegava così la cosa a Mons. Languet, venti anni dopo: « La novità della cosa, la mancanza di alcune formalità richieste qui e forse, anche, un po’ di malignità, da parte degli uomini, e molta certamente da parte dell’inferno ». Il libro non cessò di propagarsi; fu tradotto in italiano; corretti i difetti di forma: anche in Francia riceveva grandi elogi da Mons. Languet, che lo raccomandava senza fare la minima allusione all’Indice. Il P. Galliffet, nella sua lettera a Mons. Languet, esprimeva la speranza che, dopo l’approvazione della divozione, si farebbe « rendere al detto libro la giustizia che gli è dovuta ». Questa speranza si è realizzata, ma lungo tempo dopo, nel 1887. Malgrado tutti gli ostacoli, la divozione continuò a diffondersi nel pubblico. Le confraternite si moltiplicavano con approvazione e indulgenze da Roma. Indulgenze si avevano anche per tutti coloro che visitavano le chiese delle Visitandine, il giorno della festa. Le Orsoline di Vienna, imitavano le Visitandine di Francia: la Polonia apriva le braccia al sacro Cuore, come pure il Canada. – Nel 1707 le Visitandine rinnovarono le loro istanze presso Clemente XI per avere la Messa propria. Il Papa rispose loro, il 4 giugno 1707, lodando il loro zelo, la loro pietà, la loro prudenza, nella condotta di quest’affare; che esse aspettassero dunque, in pace, il giudizio della Chiesa; per questa sottomissione sincera esse arriverebbero direttamente al cuore del Signore. La peste di Marsiglia, nel 1720, fu forse la prima occasione di una consacrazione solenne, di un culto pubblico, al di fuori delle comunità religiose. Si sa come Marsiglia era stata ardente per il sacro Cuore, fin dai tempi di Margherita Maria. Da alcuni anni un’altra Visitandina, Anna Maddalena Rémuzat, vi diffondeva la stessa divozione. Ella aveva annunziato il flagello del 1720. Quand’esso scoppiò, nostro Signore le indicò il rimedio nella divozione al suo sacro Cuore. Ammenda onorevole e consacrazione furono fatte da Mons. di Belsunce, in mezzo alle lagrime ed ai singhiozzi di tutto un popolo; un decreto stabilì la festa per l’anno seguente. La peste cessò. Nel 1722 essa riapparve. Questa volta i magistrati stessi fecero il voto solenne di festeggiare ormai il sacro Cuore con Messa, comunione, omaggi e processione solenne. Altre città, colpite o minacciate, ricorsero pure al sacro Cuore: Aix, Arles, Tolone. Fu una supplica generale. Così la divozione diveniva popolare.

LO SCUDO DELLA FEDE (230)

LO SCUDO DELLA FEDE (230)

LA SANTA MADRE CHIESA NELLA SANTA MESSA (4)

SPIEGAZIONE STORICA, CRITICA, MORALE DELLA SANTA MESSA

Mons., BELASIO ANTONIO MARIA

Ed. QUINTA

TORINO, LIBRERIA SALESIANA EDITRICE, 1908

LA MESSA

PARTE I

LA PREPARAZIONE

CAPO II

Art. 1

SACRE VESTI.

L’Amitto

Segnasi col segno di croce per porsi, dirò, sotto la croce come sotto l’albero della salute, e venire protetto dall’ombra sua, come colui, che allo scoperto non reggerebbe di presentarsi alla Divinità. Poi impone l’amitto sopra il capo. Come gli antichi guerrieri mettevansi l’elmo in capo, e della gorgiera, di che l’elmo era fregiato, si coprivano a difesa il collo intorno, così dell’Amitto, scopresi il capo, il collo, e lo stende giù per le spalle e sul petto (Rub. Miss. Præp.). L’amitto è un misterioso velo, che significa il Sacerdote dovere solo per Dio riservare gli affetti del cuore, a Lui interamente consacrato, anzi coprirsi come d’un velo il capo, la bocca, il petto, perché niente di guasto, di vano, di falso abbia da offendere colui che è chiamato sul santo Monte a conversare con Dio (Bona, Trac. ant. de Missa., Bened. XIV, De sac. Missæ). L’uomo, così posto al sicuro dagli attacchi del mondo, alza il capo, il cuore, la voce, per combattere le battaglie del Signore, forte per l’armatura della fede, di che risplende terribile al nemico di Dio e degli uomini. Così il Sacerdote resta il capitano della crociata di Dio. Ecco ragione della guerra eterna dell’inferno e de’ suoi contro i Sacerdoti. Bene sta: quando si fa guerra al re, sono i guerrieri, che stan per lui, che ne ricevono i colpi della vita. Il Sacerdote dice perciò mettendosi l’amitto: « imponi, o Signore, al mio capo l’elmo della salute per combattere gli assalti diabolici. » Mai non è da dimenticarsi, che il Sacerdote non solo sacrifica in nome di Gesù Cristo, ma anche lo rappresenta; perché il suo sacerdozio è uno con quello del gran Pontefice eterno Gesù Cristo, il quale è pur la gran Vittima ad un tempo. Il perché il Sacerdote rappresenta Gesù come sacrificatore, e rende immagine di Gesù Cristo come vittima (Durandus Minut. Ep. Ration., div. off. lib. 3, cap. 4.). – Perciò giova qui avvisare, che dopo le altre significazioni simboliche e morali, noi toccheremo delle significazioni, che riguardano Gesù Cristo direttamente; fra le quali una è questa, che l’amitto significa il velo, col quale i Giudei bendarono gli occhi a Gesù, quando gli scaricarono sul volto benedetto quegli orrendi schiaffi, dicendo: « Indovina chi ti ha percosso, o Profeta da burla (Manzi loco cit.). » L’Amitto significa pure la corona di Spine, egualmente che la santa umanità, di che velò sulla terra la sua divina persona (Bona loc. cit. Manzi Del vero ecclesiastico).

Il Camice.

Ecco il bianchissimo camice (alba), simbolo dell’umana natura purificata nel Sangue dell’Agnello immacolato Gesù (Card. Bona trac. an. de Missa.). Il battesimo, la penitenza, poi le sante lagrime, la compunzione e tutti i mezzi di santificazione mirano qui, cioè a riparare i guasti fatti dal peccato nelle anime nostre, ed a restituirle nell’originale giustizia e santità; affinché, purificati per i meriti di Gesù Cristo, compiamo la nostra destinazione, che è questa, di poter giungere ad essere beati in seno a Dio. Dice perciò nell’atto di vestire il Camice: « Lavatemi, o Signore, e mondate il mio cuore, affinché, reso candido nel Sangue dell’Agnello, possa fruire dei gaudi sempiterni. » – Ecco adunque il Sacerdote vestito tutto di bianco, che significa l’uomo dover essere purificato delle braccia, perché si affretti a lavorare a gloria di Dio, e deporre della sua vita continue offerte sull’Altare, che arde in cielo innanzi al trono dell’Eccelso; purificato delle ginocchia, e fatto degno di prostrarsi innanzi all’altare, a presentare all’Altissimo ossequiosa adorazione; purificato dei piedi, affinché cammini diritto sul sentiero della legge divina, sull’orme segnate dall’Uomo-Dio; purificato del petto e di tutta la persona, perché, ricreato in santità, sia degno d’essere assorto in Dio (Idem. Amalarius Ben. XIV, loc. cit. Rupertus Abba. Tuil. de div. off. lib. I, cap. 20. De Alba Hug. Card. in Apocal. cap. 2, I. Durand. loc. cit.). – Il Camice significa anche la veste di Cristo, con che Erode lo vesti per ischerno per farsi trastullo di lui come d’uomo pazzo (Manzi loc. cit.). Bene sta; una vita monda che piace a Dio, è stoltezza agli occhi di coloro, che s’involgono nel fango d’ogni lordura, qui sulla terra. Ahì disgraziati! hanno bruttato in sé la santa immagine di Dio, perciò, senza pure volerlo, sentono ribrezzo di presentarsi a Dio, e per non sentire i lamenti della coscienza, che latra, gridano allegramente: « godiamo, godiamo l’istante presente; » e con brama infocata si ingolfano nei vizi, cercando furiosi nelle soddisfazioni della carne la felicità, che sola si trova in Dio; carnefici della propria pace, ché per andamenti sozzi di vita e mper opere dissolute, diventano feccia e scolatura d’ogni ribalderia, e sì gettano miseramente a disperazione!

Il Cingolo.

Poi il Sacerdote si stringe la vita col Cingolo, che significa l’angelica virtù della purità (Miss. Rubr. de præpar. Miss.), che rende la carne nostra degna di Dio: e, « cingetemi, o Signore, ei dice, col cingolo della purità ed estinguete nella mia carne l’umore della libidine, affinché rimanga in me la virtù della continenza e della castità. » Il voto della castità sposa a Dio il Sacerdote che ha giurato di volere i suoi affetti purificati (Bona Durand. Rutio div. off. lib. 3, cap. 3 De Alba Petrus Bles. Barhon Arcid. cit. 40.) tutti a Lui consacrare, e le sue delizie cercare in Lui solo; ed il Cingolo significa questo legame di caste nozze divine. Come i buoni fedeli appendono quei loro voti d’argento con belli nastri e gala intorno alle immagini care alla divozione dei popoli; così questo Cingolo appunto appende come un voto purissimo all’altare, a piè del Crocefisso, la persona devota e consacrata a Dio, e legata a Gesù unico oggetto delle sue tenerezze di Paradiso (Ben. XIV loc. cit.): e rappresenta pure i vincoli, che legarono Gesù nell’Orto. In tal modo il Sacerdote si lega, e va ad offrirsi con Gesù sull’Altare.

Il Manipolo.

Stende quindi il braccio sinistro a ricevere il Manipolo, e bacia sopra esso la croce. Questo era forse anticamente una pezzuola, di che i fervorosi nostri antichi Padri si asciugavano le lagrime, senza cui non potevano mai celebrare così santi Misteri. Sembra pure che il Manipolo servisse come di un pannolino per astergersi (Alcuinus De div. off. c. quid. signif. vestim.), e presentare con garbo e pulitezza sull’altare i santi vasi al Suddiacono affidati. Esso, colla croce che porta, significa la vita presente, in cui la nostra miglior porzione sono le lagrime ed i travagli, che Gesù ci comparte (Id. Rub. Miss. de præp.). La terra è un esilio per noi creati pel paradiso; la vita è un tempo di prova, e sono meriti di vita eterna le tribolazioni della vita presente. Verrà tempo, e non è lontano, quando sarà per noi gran fortuna l’aver avuto da soffrire con Gesù Crocifisso. Mieteremo allora in gaudio per l’eternità ciò che abbiam seminato lagrimando nel tempo (Duran. Ruper. ab Bona. Psal. CXXV.). Noi adunque, finché siam confinati qui sulla terra, siamo in bando, in pressura, in catene; ed il braccio sinistro, a cui si lega il Manipolo, significa la carne umana; che tiene legata la nostra persona colla terra, in cui dobbiamo espiare le nostre colpe coi patimenti (Ben. XIV loc. cit.). E siccome il Manipolo rappresenta anche la corda, che teneva avvinto alla colonna il benedetto Gesù, mentre Egli sopportava quella tempesta di battiture (Durandus, loc. cit.), ed eziandio la sua santa umanità, per cui restava Egli legato al mondo e soggetto ai patimenti; noi così con Gesù Cristo legati alla terra soffriamo, Lui fissando lassù in cielo dove godremo la vera libertà dei figliuoli di Dio, e diciam flagellati con Gesù Cristo, come il Sacerdote nello stendere il braccio, a cui si stringe il Manipolo: « fatemi degno, o Signore, di portare il Manipolo del pianto, e del dolore, perché con esultanza riceva la grande mercede eterna, che la vostra misericordia ai brevi travagli di questa povera vita apparecchia in paradiso; » e baciamo la mano, che ci manda le croci, e ci santifica i patimenti.

La Stola.

Così l’uom di Dio rinnovellato alla vita in Gesù Cristo, con Lui preparato a combattere la battaglia del Signore, e durarla da forte sotto il peso della tribolazione, pone sul collo segnato di croce la Stola. La Stola esprime il terzo vincolo, col quale fu legato Gesù, quando portava la croce. Essa è un dignitoso ornamento di autorità che si adopera nel presentarsi alle più importanti funzioni: significa la veste dell’immortalità, che, perduta pel peccato del primo Padre, riacquistiamo nei meriti di Gesù Cristo. Adunque, dove nell’anima nostra, spogliata della grazia che la rendeva degna di vita eterna, sovrabbondò il peccato, e del peccato fu stipendio la morte, ora la giustizia di Gesù Cristo, cancellando la nostra ingiustizia, fa che nell’anima nostra sovrabbondi la grazia (Ad Rom. V, 20.); e questa grazia è pegno di vita immortale. La Stola di color vario secondo il variare della solennità d’ogni dì, e splendida di oro e fino brillante di gemme, significa la veste dell’immortale gloria, che in cielo ricorda i vari meriti dei beati. Chi visse vita angelica in carne qui, vestirà il candor degli Angeli in cielo; e belli della luce del color di mite viola di paradiso saranno gli umili e i penitenti: splendidi i martiri dello splendor del Sangue divino: e le anime grandi in carità ricche in quella gloria della stola d’oro del regno dell’immortalità. Tutto questo viene significato dal nobile arredo, che è la ricca Stola, di che si adorna il Sacerdote dicendo: « rendetemi, o Signore, la Stola l’immortalità, affinché, quantunque indegno m’accosti al vostro santo Ministero, meriti pure il sempiterno gaudio ». Qui giova osservare il bel rito, con cui il Sacerdote compone la Stola sulla sua persona. Prende adunque egli questa, che significa la veste dell’immortalità infiorata di tutte virtù, che hanno da render risplendente l’anima nostra eternamente in paradiso, e la indossa formando con essa stretta sul petto una Croce, per farci intendere, che la virtù negli uomini è sincera e sicura solo, quando è saldata nella Croce di Gesù Cristo. Lo possiamo dire francamente: abbiamo diciotto secoli di prove, e sappiamo dalla storia di molte migliaia d’uomini che, chi guarda il Crocifisso, e lo medita, e vi si raccomanda, sotto la Croce di Gesù Cristo, si sente venire giù sull’anima da quelle piaghe santissime un balsamo, che guarisce le due piaghe eterne del cuore degli uomini; la piaga dell’orgoglio vile, e della voluttà schifosa; ma, chi volge le spalle al Crocifisso, con tutta la filosofia in corpo, resta pur sempre l’uomo dell’orgogli o vile e della voluttà schifosa. Non vi è adunque altro me a salvarci, fuorché unirci a portar la croce con Gesù Cristo, obbedienti insieme con Lui fino alla morte (Rub. Miss. praep. Bona, Durand. Ben. XIV loc. cit.) crocifiggendo la propria carne, serbarci immacolati dalle sozzure di questo secolo. Col cingolo ferma al fianco la Stola, il che pare voglia esprimere, che tutte virtù stanno in sesto, massime nei Sacerdoti, e risplendono come i più belli ornamenti agli occhi di Dio e degli uomini, finché campeggiano sopra di una vita monda. Che se d’una carne rinata nel Sangue di Gesù Cristo si fa vitupero di brutto peccato, allora si rompe il legame, che la unisce a Gesù e la compone a santità: e come nel vestimento sacerdotale, rotto il cingolo, cade giù a penzolone dalla persona in disonesto modo ogni adornamento, così, rotta al mal costume la vita, che deve essere santa, cade tutto in disordine vituperevole: lasciandosi poi andare l’uomo ai desideri d’una carne corrotta in fracido di snervamento dell’anima e del corpo, anche il lustro della virtù che sì possedeva, serve a rendere più disonorevoli e più deformi i disordini di una vita vituperata. Il Sacerdote velato dell’amitto, di candida veste interamente coperto, stretto dal cingolo al fianco, col manipolo legato al braccio, adorno della stola, colla croce sul petto, rappresenta l’uomo ricreato in Gesù Cristo, e rigenerato nello Spirito Santo alle opere di vita eterna.

La Pianeta.

Or ecco che veste la Pianeta; che significa la veste nuziale, colla quale solo è permesso comparire ad aver parte al gran convito per noi preparato da Dio (Innoc. INI, Ben. XIV, et Bona De Missa ei Durandus loc. cit.). E la veste nuziale è la carità, la quale colla sua forza e soavità rende leggiero il giogo di Dio (Rubrica Miss.). La Pianeta ha la croce dinanzi, che l’occupa tutta: perché, quando Gesù Cristo s’addossò la croce, coprì colla sua carità la moltitudine dei nostri peccati. La Pianeta significa anche la tunica inconsutile del Salvatore, che fu giocata ai dadi ai piè della Croce (Durand. loc. cit.). La bontà del Redentore per noi ha lasciato che gli giocassero fin l’ultimo de’ cenci che lo coprivano: così dava proprio tutto per noi! Ora il Sacerdote che rappresenta la Chiesa, la prende come il regal vestimento, che convien alla Sposa del Re divino, che ha dato per lei fino la vita (S. Laurentius Justin. lig. Visa de Car.). Perciò il Sacerdote, della Pianeta ricoperto nella persona, ci rappresenta Gesù Cristo, che porta nella Croce il peso delle nostre iniquità (Bona loc. cit.). Colla carità di Gesù Cristo confida di portare con costanza il peso del suo ministero, ed il caro giogo della legge di Dio; dice adunque in atto d’indossarsela, « O Signore, che avete detto: Il mio giogo è soave, ed il mio peso è leggero, fate che io così portar lo possa da meritarmi la vostra grazia. » Così il santo ministro, immediatamente a Cristo congiunto per l’unione dell’immortal Sacerdozio, che Gesù continua in Cielo, e cui esso Sacerdote come suo strumento esercita in terra, deve sempre ardere di quella carità, che in Dio sfavilla uguale ed eterna; la cui figura in terra nella legge antica si aveva in quel fuoco perpetuo, che doveva ardere sull’altare degli olocausti, per bruciarvi il grasso delle ostie pacifiche; il quale fuoco veniva mantenuto dal Sacerdote col porvi ogni mattina le legna (Lev. 6, 12, 13). Ora Cristo accese sulla terra la carità, fuoco spirituale, da quel materiale significato; e il Sacerdote ha da mantenerlo colle legna (chi nol vede?) della Santa Croce, di cui egli ha misticamente caricatala sua persona, e sulle quali rinnova egli ogni mattina il gran sacrificio dell’altare; il qual fuoco della carità donde ha da poter venire, se non dal cielo? Questo indicavano le fiamme, che, cadute nella legge antica di cielo, consumavano i sacrifizi. Ecco adunque il principio e la fonte inesauribile di quella vita di carità, che rende immortale, sempre attivo è più potente della morte, il Cattolicismo; voglio dire il sacrificio del Corpo e del Sangue di Gesù Cristo, che si consuma vero olocausto dal Sacerdote in un incendio di carità divina. Così egli è pronto all’azione tremenda, questo uomo di Dio. Ha il segno della corona di spine sul capo, la croce sul petto, la croce sulle spalle, la croce sul braccio; la croce sull’uno e sull’altro fianco, le mani piene di sacri crismi, che ricordano le mani piene di Sangue di Gesù Crocifisso, vero rappresentante di Cristo, il sacerdote misticamente con Lui crocifisso; come Gesù si avviava al Calvario portando la croce, egli, recando gli arredi, coì mezzi quali vuole compiere il gran sacrificio, va all’altare.

LA GRAZIA E LA GLORIA (51)

LA GRAZIA E LA GLORIA (51)

Del R. P. J-B TERRIEN S.J.

II.

Nihil obstat, M-G. LABROSSE, S. J. Biturici, 17 feb. 1901

Imprimatur: Parisiis, die 20 feb. 1901 Ed. Thomas, v. g.

LIBRO X

LA PERFEZIONE FINALE DEI FIGLI DI DIO CONSIDERATA DAL LATO DEL CORPO

CAPITOLO PRIMO

La resurrezione della carne, sulla testimonianza della natura e della fede.

1. Ecco il figlio di Dio glorificato, consumato dalla parte principale di sé: è entrato attraverso l’anima nel possesso della sua eredità eterna: un’eredità di luce, di amore e di godimento inenarrabile. Cosa resta perché l’adozione sia completa ed il capolavoro della grazia sia compiuto? Resta da fare il Corpo, questa parte inferiore ma sostanziale di noi stessi, ad immagine del corpo di Gesù Cristo, l’unigenito Figlio di Dio; cioè farlo risorgere dal sepolcro, unirlo all’anima beata per adornarlo con tutti i doni richiesti da questa alleanza. Finché non siamo ancora liberati dalla schiavitù della corruzione, « noi gemiamo in noi stessi, aspettando l’adozione dei figli di Dio, che sarà la redenzione del nostro corpo » (Rm. VIII, 23). È di questa gloriosa risurrezione che dobbiamo parlare, prima di tutto per dimostrarne la certezza e poi, per quanto ci è possibile, per spiegarne le prerogative e gli splendori. Se considerassimo l’uomo solo dal punto di vista della pura e semplice ragione, sarebbe forse molto difficile, per non dire impossibile, portare delle prove a favore della risurrezione che siano in grado di darne certezza. Tuttavia, in assenza di prove rigorose, ci sarebbero comunque seri motivi per accogliere come una speranza questo ritorno alla vita che sarà la risurrezione dei nostri corpi. I santi Padri, soprattutto quelli che dovettero difendere questo dogma della nostra fede contro gli increduli dei primi secoli (Atenagora, S. Clemente, Minut. Felice, Tertulliano, Cirillo, Gerol., ecc.), ne svilupparono diverse con energia non minore dell’eloquenza, e i nostri grandi teologi, con S. Tommaso in testa, riprendendo le stesse induzioni dopo di loro, non hanno fatto altro che dare loro talvolta una forma meno oratoria e più concisa. – Questa prova della resurrezione della carne, gli Apologeti la richiedevano alla giustizia di Dio. Non è forse necessario che nella vita futura la ricompensa o il castigo corrispondano alle opere buone o cattive? Ora, essi vi risponderebbero, può essere mai che il corpo, una volta consegnato alla polvere, non ne debba mai uscire per unirsi all’anima e con questa nuova unione ricostituire l’uomo? Perché è l’uomo intero che qui fa l’opera del male e l’opera del bene; l’uomo che benedice Dio e che lo bestemmia; l’uomo che si piega alla sua santissima volontà per osservare la legge morale o che si ribella per violarla; l’uomo, in una parola, che ama il suo Dio o che lo oltraggia. Non obiettate che ci siano crimini in cui il corpo non ha alcun ruolo. Non ne conosco nemmeno uno. Infatti, l’unità del nostro essere umano è tale che nessuna operazione dell’anima si svolge in esso senza il concorso degli organi. Né la mente ha un pensiero se non entra in gioco l’immaginazione, né la volontà agisce se la sua libera determinazione non abbia il suo punto di partenza o la sua ripercussione nella sensibilità. – Almeno ammetterete prontamente, e questa sarebbe una prova sufficiente, che, se pur ci siano delle eccezioni, la cooperazione o la complicità del corpo è la regola generale. E la santa Chiesa di Dio lo ha capito così bene che, nelle preghiere con cui accompagna le estreme Unzioni che impartisce ai suoi figli per cancellarne le ultime macchie, parla solo dei peccati commessi con i sensi del corpo. « Che il Signore, per questa santa unzione – essa dice – e per la sua piissima misericordia, vi perdoni tutto ciò che avete commesso di male con gli occhi, con le orecchie, ecc. ». Né mi dite pure che lo strumento cieco di un crimine o di un atto eroico di virtù non venga né premiato né punito: il coltello dell’assassino, per esempio, o la spada del soldato che muore per la sua Patria. Senza rispondere, come potrei, che l’uno è accolto con rispetto, mentre l’altro è respinto con una sorta di orrore, mi accontenterò di far notare quali sentimenti opposti la natura stessa impartisca alle spoglie di un criminale e a quelle venerate di un uomo di grande virtù. Il corpo, infatti, non è uno strumento separato, come l’ascia o la spada: esso è una parte dell’uomo che lo usa; è quest’uomo stesso in uno degli elementi essenziali che costituiscono la sua natura e la sua persona. Dunque, è giustizia di Dio che, nel giorno della retribuzione finale, la carne esca dalla tomba per seguire il destino dell’anima, o nella ricompensa o nel castigo (Athenag., de Resurr., mort., n. 48-24). P. Gr., t. 6. p. 1008, cfr. Thom, c. Gent, L. IV, c. 79). Diciamo di più: anche se il corpo non avesse contribuito in alcun modo agli atti che saranno oggetto del giudizio di Dio, dovrebbe comunque comparire lì con l’anima: perché è l’uomo che ha compiuto questi atti. « L’uomo è, in effetti, un composto di due sostanze; egli deve quindi presentarsi con ciascuna di esse per essere giudicato tutto intero. Egli ha vissuto nella sua interezza; quindi, come ha vissuto, così deve essere giudicato, poiché il giudizio riguarda la sua vita. Qualis ergo vixerit, talem judicari (dicimus), quia de eo quod vixerit habeat judicari » (Tert. De Resurr. Carnis, c. 14, col. 16), dice Tertulliano nel suo linguaggio vigoroso. – Dopo la giustizia, è la sapienza di Dio che esige la resurrezione. Ancora una volta, che cos’è l’uomo? Non ascoltate chi vi dice che è pura materia, più o meno perfettamente organizzata: è un errore troppo evidentemente assurdo e troppo evidentemente degradante. Non ascoltate nemmeno coloro che, per un errore contrario, vorrebbero renderci puri spiriti, racchiusi per un certo tempo nel corpo, ma destinati un giorno a liberarsi da esso, come un prigioniero che viene liberato dalle sue catene, un insetto alato che rifiuta i suoi involucri informi. L’uomo non è né un corpo né un’anima, ma il composto vivente e sostanziale dell’uno e dell’altro, anche se la preminenza spetta all’anima in virtù della sua stessa natura. Quando, dunque, l’anima viene separata dal corpo, è un’opera incompleta, come una magnifica cattedrale il cui coro sia in piedi e la cui navata sia stata abbattuta. Posso mai persuadermi che la Sapienza divina, l’Artefice onnipotente la cui mano ha creato questo capolavoro (Sap. VII, 21), facendo violenza alla natura delle cose, possa lasciare i detriti alla terra e conservare per l’eternità solo la parte maestra (S. Thom. Ibid.)? È ancora una volta alla provvidenza di Dio che i Padri e i nostri Dottori si appellano. In qualsiasi stato dell’umanità, se Dio non l’avesse creata come ha fatto, per un destino soprannaturale, avrebbe dovuto darle la felicità dopo una prova vittoriosamente subita. Ora, senza la risurrezione del corpo, questa felicità non sarebbe completa, né risponderebbe pienamente alle aspirazioni che la natura, cioè Dio stesso, ha posto nel cuore dell’uomo. – Io ho detto che non sarebbe completa, perché la beatitudine, cioè la perfezione finale, presuppone come fondamento la prima perfezione dell’anima, quella che le è propria per natura. Ora, questa prima perfezione su cui poggia la beatitudine, l’anima separata dal corpo non la possiede interamente: infatti, in virtù dei requisiti stessi del suo essere, essa è parte dell’uomo, poiché la sua funzione nativa è quella di essere in esso come forma del corpo (« Anima, cum sit pars humanæ naturæ, non habet naturalem perfectionem nisi secundum quod est corpori unita ». S. Thom, 1 p., q. 90, a. 4; col. q. 76 a. 1). Se, dunque, nessuna parte ha la perfezione della sua natura al di fuori dell’insieme verso cui è ordinata, come potrebbe l’anima trovare la sua suprema perfezione, eternamente esclusa dall’insieme organico in cui ha ricevuto l’esistenza? Così il Dottore Angelico riassume una prova eloquentemente sviluppata fin dal II secolo da Atenagora ed altri Padri (S. Thom., c, Gent., l. c.; de Pot.., q.5 a. 10; Atenag. de Resurr. mort., n. os 15 e 24, l. c.). Ho aggiunto che la beatitudine dell’anima separata non risponderebbe completamente alle aspirazioni del cuore umano. Perché no? Perché il desiderio innato dell’uomo è di essere completo nel suo essere. Da qui quell’istintivo orrore per la morte che può essere superato, è vero, quando il dovere lo richieda; ma che permane anche quando si vola con eroico ardore verso una fine gloriosa. Orrore e desiderio che difficilmente possono essere spiegati, se la separazione dovesse essere per sempre la condizione normale della nostra esistenza e della nostra futura beatitudine (S. Thom., c. Gent., l. c.; Compend. Theol., c. 15). – E ancora, se fosse vero che la compagnia del corpo sia essa stessa un ostacolo allo sviluppo di nobili facoltà, capirei come, nonostante la relativa perfezione che derivi dalla separazione, l’anima, per conquistare la sua suprema perfezione, dovrebbe dire un eterno addio al suo corpo. Ma l’ostacolo non viene dal corpo, bensì dal suo attuale stato di mortalità. « Corpus quod corrumpitur aggravat animam; il corpo che si corrompe appesantisce l’anima » (Sap. IX, 16). Questo è il peso che ci lega alla terra e « abbatte lo spirito capace di pensieri più elevati » (Ibid.). (Che questa mortalità svanisca, dunque, per lasciare l’anima libera di librarsi verso le regioni della luce; ma che non si privi lo spirito dell’uomo, con il pretesto di liberarlo, del suo complemento naturale.  Infine, i nostri Apologeti si appellano alla magnificenza di Dio, giocando con gli splendori della creazione. Che cosa ha voluto Egli fare nel produrre l’uomo? Costruire un ponte, per così dire, tra il mondo dello spirito e quello del corpo; unire intelligenza e materia con un legame permanente. Separando l’anima ed il corpo senza speranza di ricongiungimento, c’è soluzione di continuità, l’accordo si rompe, l’armonia cede il passo ad una dissonanza. Io non trovo più nel piano divino la sua grande e meravigliosa unità, perché la catena di esseri che da Dio è scesa fino all’abisso del nulla ha perso il suo anello più necessario: l’uomo, nel quale si combinavano l’esistenza puramente materiale e l’esistenza spirituale. Non sento nemmeno quel concerto unanime di esseri che hanno tutti una voce per lodare e benedire il loro comune Creatore e Padrone; se il mondo corporeo può ancora fornire un soggetto per la lode e l’adorazione, così non ne è più né lo strumento né l’organo. Anche da questo punto di vista, quindi, è necessario che l’uomo, dopo una momentanea dissoluzione, si ritrovi come Dio l’ha fatto, spirito e corpo, una miscela armoniosa e vivente in cui si riassume tutta la creazione. Quanto sono più forti e più evidenti queste belle convenienze della risurrezione tratte dalla contemplazione della nostra natura, quando il Cristiano guarda la sua carne dal punto di vista soprannaturale! Tra tutti gli Apologeti, Tertulliano ha messo in luce in modo mirabile ciò che l’economia della grazia ha fatto per rafforzare i diritti dei nostri corpi alla futura risurrezione. – Che cos’è in effetti la nostra carne agli occhi della fede? Questo grande uomo ce la mostra come investita di funzioni sacerdotali. Il fine del sacerdozio è far salire le anime a Dio e far scendere Dio verso gli uomini (Ebr. V., 1 seg.). Ora, è per mezzo della carne che saliamo a Dio: essa ci trasporta sulle ali del sacrificio, della mortificazione e della preghiera; è con la sua assistenza, attraverso il suo ministero, col suo ausilio, che ci offriamo a Dio come ostie viventi e che celebriamo le sue lodi. È anche attraverso di essa che Dio viene a noi. Ascoltiamolo dalla bocca dello stesso Tertulliano: « Quando – egli esclama –  l’anima si pone al servizio di Dio, è attraverso la carne che riceve questo onore. È la carne che viene bagnata, perché l’anima sia purificata; la carne che viene unta, perché l’anima sia consacrata; la carne che viene segnata con il segno sacro, perché l’anima sia consacrata; è la carne che si piega sotto l’imposizione delle mani, affinché l’anima sia illuminata dallo spirito; è la carne che è nutrita dal corpo e dal sangue di Gesù Cristo, affinché l’anima sia impinguata con la sostanza divina » (Tertull., de Resurr. carnis, c. 8.). Poi, riprendendo in una breve e calda sintesi i diritti che la natura e la grazia hanno dato alla carne: « Così, ricapitolando, questa carne che Dio ha formato con le sue mani e a sua immagine, che ha animato con il suo soffio a somiglianza della sua vita, che ha stabilito in questo universo per abitarlo e goderne, per comandare a tutte le sue opere, che ha rivestito con i suoi Sacramenti e la sua disciplina; questa carne di cui ama la purezza, di cui approva le mortificazioni, di cui apprezza le sofferenze, questa carne, dico, non risorgerebbe, essa che prende da Dio tanti titoli! Hæccine non resurget, toties Dei? No, no, lungi da noi pensare che Dio abbandoni ad una distruzione senza ritorno l’opera delle sue mani, del suo industriarsi, l’involucro del suo soffio, la regina della sua creazione, l’ereditiera della sua liberalità, la sacerdotessa della sua Religione, il soldato della sua testimonianza, la sorella del suo Cristo » (ibid., c. 9). Ripeto, queste prove, anche con la nuova forza che la consacrazione della carne nel Cristiano conferisce loro, non pretendo di presentarle come assolutamente dimostrative (San Tommaso, sebbene nessuno enunci le prove filosofiche della risurrezione con più forza di lui, si guarda sempre bene dal fornirle come vere dimostrazioni. Nel quarto libro contro i Gentili, c. 79, dice: « evidens ratio suffragatur », « Immortalitas animarum exigere videtur resurrectionem corporus futuram », aggiunge nello stesso luogo. E altrove (Supplem:, q. 75, a. 3, ad. 2): « Ex rebus naturalibus non cognoscitur aliquid non naturale (qualis est ex ipso resurrectio) ratione demostrante persuadente, sed ratione persuadente... ». Ne consegue che le prove tratte dall’ordine della natura « fidei resurrectionis persuasive adminiculantur » – ibidem). Ma come esse ci preparano a credere all’insegnamento infallibile del Vangelo, quando afferma a nome di Dio che la nostra carne, uscita dal sepolcro, sarà di nuovo vivificata dall’anima e non conoscerà più la morte! Questa è la bella riflessione che fa Tertulliano: « Dio – egli dice – ci ha dato la natura come maestra, prima di illuminarci con la sua parola, affinché, istruiti alla scuola della natura, credessimo più facilmente alla sua parola divina » (Job. XIX, 25-27). Noi che abbiamo ascoltato questa grande lezione della natura, impariamo da Dio stesso che cosa riservi nella loro carne, non più a dei semplici servi, ma ai suoi figli; non più ad umili creature ragionevoli, ma a degli dei divinizzati dalla grazia e dalla gloria.

2. – C’è una verità costantemente affermata nei nostri Libri sacri, predicata da Cristo, annunciata dagli Apostoli, custodi e testimoni della sua dottrina, insegnata dalla Chiesa in tutte le fasi della sua esistenza: la risurrezione dei morti. L’Antico Testamento stesso era pieno di questa convinzione: fu questa convinzione a consolare Giobbe, nel mezzo della sua angoscia, mostrandogli da lontano il Redentore della sua carne (« Prærmisit naturam magistram, submissurus et prophetiam, quo facilius credas prophetiæ, discipulus naturæ. » Tertull. de Resurr. carnis, c. 12); quella che rafforzò gli eroici Machabei nell’orrore dei loro tormenti (II Mach. VII, 9 segg.); quella che mostrò a Daniele coloro che dormono nella polvere, risvegliando alcuni alla vita eterna e altri all’eterno obbrobrio (Dan. XII, 2). Che cosa mi importa, allora, delle vane pretese di una falsa scienza e delle pretese impossibilità che essa oppone alla mia fede? Dio, la verità, afferma che risorgerò; Dio, l’Onnipotente, saprà come realizzare ciò che afferma. Per questo mi unisco con tutto lo sforzo della mia anima, e senza ombra di dubbio, alla grande voce del popolo cristiano che canta attraverso i secoli e soprattutto sulle lande: Credo nella resurrezione della carne e nella vita eterna, il dono della vita eterna, Credo resurrectionem mortuorum et vitam æternam », certi che questa voce sia solo l’eco fedele della predicazione degli Apostoli, dei Padri e dei Dottori; un’acquisizione necessaria della parola di Gesù Cristo, il Figlio del Dio vivente, che ci ha detto di sé: « Io sono la resurrezione e la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, io lo risusciterò nell’ultimo giorno » (Gv. XI, 25; VI, 53, 59, ecc.). E certamente, data l’economia della Nuova Legge, i corpi dei figli di Dio dovranno un giorno essere riuniti alle loro anime, glorificati con loro e come loro. L’Apostolo ce l’ha detto: « Noi tutti, per quanto numerosi, siamo un solo corpo, di cui Gesù Cristo è il capo e noi le membra » (Rom., XII, 5; cfr. Lib. V, c. 4). E non è solo attraverso l’anima che siamo parte di Cristo. Lungi da noi commettere un errore che ci attirerebbe il rimprovero dello stesso Apostolo: « Non sapete che le vostre membra sono membra di Cristo » (I Cor. VI, 15). Ciò che il Verbo ha unito a sé quando è diventato uno di noi nel grembo della Vergine è la nostra intera natura, anima e carne. Di conseguenza, Egli vuole che questa natura entri nel suo Corpo mistico, non solo con l’anima, la sua parte principale, ma interamente e senza alcuna divisione. E per suggellare questa felice alleanza, unisce nella più augusta delle vesti il suo Corpo al nostro corpo, le sue membra alle nostre membra, affinché il fedele ed il Cristo siano due in una stessa carne; è anche questa la conseguenza che traeva S, Ireneo da questa presa di possesso del nostro corpo da parte del Corpo di Gesù-Cristo: « da qual fronte si osa negare che possa ricevere il dono della vita eterna, questa carne che si è nutrita del corpo e del sangue del Cristo e che è un membro suo? » – Una conclusione così necessaria e così certa che revocarla significherebbe addirittura minare la nostra fede dal profondo. Non sono io ad affermarlo, ma San Paolo e lo Spirito di Dio attraverso di lui: « Quando vi sarà stato predicato che Gesù Cristo è risorto dai morti, come potrà qualcuno di voi osare dire che i morti non risorgeranno? Se i morti non risorgono, non è forse risorto Gesù Cristo stesso? E se Gesù Cristo non è risorto, vana è la nostra predicazione e vana la vostra fede, e voi siete ancora nei vostri peccati » (I Cor. VI, 12 segg.). Così Gesù Cristo non poteva risorgere solo in parte; è necessario che questo Trionfatore della morte abbia una risurrezione piena, completa, totale, in modo che la morte non sia indebolita ma assorbita nella sua vittoria. Ora, dove sarebbe la pienezza del trionfo di Gesù Cristo sulla morte, se le membra non seguissero il capo; le membra, dico, nella loro integrità, cioè sia le anime che i corpi? Proseguiamo sulle orme del grande Apostolo. Se vedessimo queste membra eternamente sparse e mescolate alla polvere, non saremmo autorizzati a concludere della stessa Testa che è come loro sepolta nelle viscere della terra? Così « il Cristo che esce dalla tomba, può essere veramente chiamato la primizia di coloro che dormono ancora nel sepolcro…. Come tutti muoiono in Adamo, così tutti devono rinascere nel Cristo. » E questa è giustizia: perché se la caduta e la morte del primo capo della razza umana ha portato alla morte dei suoi discendenti, la risurrezione del nuovo Adamo, Capo dell’umanità rigenerata, deve a miglior titolo chiamare il ritorno finale alla vita per la nostra natura. Ma, aggiunge l’Apostolo, « … ciascuno al proprio posto: prima Cristo, come primizia; poi quelli che sono di Cristo » (1 Cor., XV, 20-23). Pertanto, come Dio ha risuscitato il Signore, così risusciterà noi con la sua potenza. Non sapete che le vostre membra sono membra del Cristo? » (I Cor., XV, 14, 15). Che dico: Egli ci risusciterà. « Dio, che è ricco di misericordia per il grande amore che ci ha dimostrato… ci ha già vivificati in Gesù Cristo e per mezzo di Gesù Cristo. Ci ha innalzati con Lui e ci ha fatti sedere nei cieli in Cristo Gesù » (Ef., II, 4-6). Aprite gli occhi della vostra fede e guardate: ecco nello splendore della gloria tutti coloro che vivranno e moriranno membri del Corpo mistico il cui capo è Gesù Cristo; essi sono là, non ancora in realtà, ma in speranza e di diritto: perché io vi vedo già il Capo, e Voi, Vergine Santissima, la più perfetta e la più unita delle sue membra (« Christo a mortuis excitato, capite nostro, et nos una surreximus, et, sedente capite, una et corpus sedet. S. Giov. Crisost,. Hom. 4 in Efesini, II, 6). – Nei giorni della sua vita mortale, il mio Salvatore conservò come imprigionate nella parte superiore della sua anima le delizie celesti, frutto naturale della visione intuitiva, che regnava su quelle alte vette. Da lì non discendeva nulla nelle regioni inferiori, perché doveva essere la nostra vittima, e per essere vittima doveva soffrire sia nel suo corpo che nella sua anima. Ma, una volta consumato il sacrificio cruento, la gloria rompendo gli argini inondava l’anima, i sensi e il corpo del mio Maestro. – È per lo stesso disegno che la sofferenza e la mortalità dominano ancora nelle membra vive di Gesù Cristo, che sono i fedeli: la passione del loro Capo deve essere completata in loro. Ma quando questa passione totale del Capo nelle membra sarà terminata, la pienezza della vita inonderà l’intero corpo di Cristo e « non ci sarà più la morte » (Ap. XXI, 4). Verrà giorno, quando il Padre metterà tutti i nemici sotto i piedi del suo Cristo. Perciò l’ultimo nemico, la morte, sarà distrutto, perché Egli ha posto tutte le cose sotto i suoi piedi » (1 Cor., XV, 25, 26): cioè, se vogliamo prendere le parole nel loro significato più completo, sotto le membra più infime della sua Persona, che sono i piedi ancora attaccati alla terra. – Così, per la natura delle cose e secondo le ripetute affermazioni dello Spirito di Dio, il dogma della nostra futura risurrezione è una conseguenza dell’incorporazione dei fedeli nella Persona mistica di Gesù Cristo Nostro Signore. Si può obiettare che questo ragionamento si spinga troppo in là, poiché, se portato alle sue conseguenze, condurrebbe a pensare che il Corpo mistico di Gesù Cristo rimarrebbe incompleto, se tutti i corpi degli uomini non si elevassero configurati al suo stesso splendore. Un’obiezione vana che viene risolta da una parola sola: anche se tutti i corpi risorgono, non appartengono più a Cristo, le cui anime sono eternamente separate da Lui. Come può allora il suo Corpo rimanere incompleto, perché non ha membra che non sono e non possono essere sue? – Riportiamo la stessa conclusione generale in una nuova forma. Gesù Cristo disse ai Giudei: « Distruggete questo tempio e io lo ricostruirò in tre giorni…. Ed è del tempio del suo corpo che Egli parlava », secondo l’osservazione dell’Evangelista (Giov., II, 19-21). Gesù Cristo chiama il suo corpo tempio, perché « la pienezza della Divinità abitava in Lui corporalmente » (Col. II, 9). Ma anche noi siamo templi di Dio; templi di Dio attraverso le nostre anime, templi dello Spirito Santo attraverso le nostre membra (I Cor. II, 10): perché la divinità scende dal capo al corpo, dal capo alle membra, per riempirle della sua presenza (Col. II, 10). Ora, il tempio che è Cristo e il tempio che siamo noi non sono due templi separati, ma uno stesso tempio di cui Gesù Cristo è il fondamento e la sua umanità la parte più augusta e sacra. « Non ho visto un tempio nella Gerusalemme di lassù, perché il Signore Dio onnipotente è il suo tempio e l’Agnello » (Ap. XXI, 22). Pertanto, se c’è un solo tempio in cielo, e se ogni fedele è un tempio di Dio, per grazia e gloria noi siamo di quel tempio (“Simul omnes unum templum, et singuli singula templa sumus“. S. Sant’Agostino, ep. 187, al. 57, n. 20 Cfr. Ef. II, 20-22). –  Pertanto, quando Nostro Signore ha detto: «  Distruggete questo tempio e lo ricostruirò in tre giorni », questa ricostruzione, che si riferiva direttamente a Lui, riguarda noi stessi in modo mediato. Non più di quanto il Corpo mistico di Cristo, il tempio di Dio che è l’Agnello, possa rimanere eternamente incompiuto. Ciò che è più o meno il destino dei santuari costruiti con le mani degli uomini, non può essere appropriato al tempio costruito con le mani di Dio. – Membri di Gesù Cristo, templi viventi di Dio, due titoli alla futura risurrezione. Ne trovo una terza, più immediatamente basata sulla nostra condizione di figli di Dio e di fratelli di Gesù, il primogenito del Padre. Ricordiamo il ragionamento di San Paolo nella lettera ai Romani: « Voi avete ricevuto lo Spirito di adozione a figli, con il quale gridiamo a Dio: “Abbah, Padre…” Ora, se voi siete figli, siete eredi, eredi di Dio e coeredi con Gesù Cristo, se solo soffriamo con Lui per essere glorificati con Lui » (Rom. VIII, 15, 17). Partecipando quindi alla figliolanza del Verbo incarnato, dobbiamo nella stessa misura partecipare alla sua eredità. Una parte di questa eredità, non la più eccellente, ma bella e certa, è la glorificazione della sua carne. Perciò, o eredi di Gesù Cristo, rallegratevi nella speranza dei beni futuri e, guardando con gli occhi della fede a Cristo risorto dai morti, vedete cosa vi aspetti, se non degenerate dal vostro sangue. « Ed è per questo – dice l’Apostolo – che viviamo già in cielo, da dove aspettiamo il Salvatore, il Signore nostro Gesù Cristo, che riformerà l’umiltà del nostro corpo e lo renderà conforme alla sua carne gloriosa, secondo quella potente operazione con la quale Egli è in grado di sottomettere tutte le cose. » (Fil. III, 20, 21). – Se la morte, prima di essere pienamente abbattuta, addormenta ancora nella polvere questi figli di Dio, membra vive di Cristo, non temiamo per loro: « essi non sono morti, ma dormono »; dormono, dico, nel Cristo vivente, e il loro risveglio, alla voce dello stesso Cristo risorto, sarà d’ora in poi vita piena ed immortale (Marc., V, 39; I Cor. XV 15; 20). Ed è per questo che, secondo un’osservazione molto consolante di San Giovanni Crisostomo, il campo dei morti porta un nome veramente profetico tra i Cristiani: noi lo chiamiamo cimitero, cioè dormitorio: perché questo è ciò che si intende con il termine greco (κοιμητήριον = koimeterion): da cui si è formata questa parola. Siamo portati lì ed adagiati, infranti, sfigurati, senza forza né vita, ma per riposare all’ombra di Colui che abbiamo desiderato (Cant., II, 3; cfr. Wiseman, Fabiola, 2a parte, c. 3), nella cura della sua potenza e del suo amore, fino all’ora in cui risuonerà il richiamo vittorioso: « Alzatevi, voi che dormite, risorgete dai morti e Cristo vi illuminerà » (Ef. V, 14). E « l’ultimo nemico, la morte, sarà distrutto, perché Dio ha posto ogni cosa sotto i piedi del suo Cristo » (I Cor. XV, 25-26). – Quando e come avverrà questa beata resurrezione dei figli di Dio? Lo Spirito Santo, senza rivelarcene l’intero mistero, non ha voluto tenercene completamente all’oscuro. Una convinzione comune nella Chiesa è che ciò avverrà quando il numero degli eletti, predestinati alla gloria, sarà completo; quando l’edificio del Corpo mistico di Gesù Cristo sarà perfetto, e non mancherà nemmeno una pietra al tempio che Dio si è degnato di costruire per sé con gli uomini; quando, infine, la grande famiglia dei figli adottivi, sparsi nello spazio e nel tempo, sarà riunita al Padre celeste (Ef. IV, 12 segg.). Allora, « in un attimo, in un batter d’occhio, al suono dell’ultima tromba, i morti risorgeranno incorrotti (« Incorrupti intégritate membrorum, sed tamen corrumpendi dolore pænarum », ha detto Sant’Agostino dei reprobi. Ep. 205, al. 146 n. 15), e noi saremo trasformati ». (I Cor., XV, 52). « Resurget igitur caro, et quidem omnis, et quidem ipsa, et quidem integra. In deposito est ubicumque apud Deum,. per fidelissimum sequestrem Dei et hominum Jesum Christum, qui et homini Deum et hominem Deo reddet, carni spiritum et spiritui carnem. Utrumque jam in semetipso foederavit, sponsam sponso et sponsum sponsae comparavit, Nam etsi animam quis contenderit sponsam, vel dotis nomine sequetur caro. Non erit anima prostituta, ut nuda suscipiatur a sponso: habet instrumentum, habet cultum, habet mancipium suum carmen; ut collectanea comitabitur. Sed caro est sponsa, quae et in Christo Jesu spiritum sponsum per sanguinem pacta est. Hujus interitum quem putas, secessum scias esse. Non solo anima seponitur: habet et caro secessus suos interim, in aquis, in ignibus, in alitibus, in bestiis. Cum in hæc dissolvi videtur, velut in vasa transfunditur. Si etiam ipsa vasa defecerint, cum de illis quoque effluxerit, in suam matricem terram quasi per ambages resorbetur, ut rursus ex illa repræsentetur Adam, auditurus a Domino: Ecce Adam est quasi unus ex nobis factus, vere tunc compos mali quæ vasit, et boni quod invasit  », Tertull. de Resurr. carn., c. 63). Sarà l’ultimo giorno, non di questo o quell’uomo in particolare, ma di tutta l’umanità attuale, novissimus dies: giorno di resurrezione per tutti, di giudizio per tutti, di premio o supplizio totale per tutti (Joan. VI, 32; XI, 24; XII, 48). E non ci sarà più tempo, perché il destino di tutti sarà irrevocabilmente fissato nella morte eterna o nella vita eterna, per sempre.

LA GRAZIA E LA GLORIA (52)

LA VITA INTERIORE DEL CATTOLICO (13)

LA VITA INTERIORE DEL CATTOLICO (13)

Mons. ALBAN GOODIER S.J. (Arcivescovo di Hierapolis)

Morcelliana Ed. Brescia 1935

Traduzione di Bice Masperi

CAPITOLO IV

LA VITA DELL’UOMO IN SE STESSO

3. – Sua applicazione.

Nell’amore e nel sacrificio sta dunque tutta la perfezione cristiana; son queste le due forze che fanno l’uomo perfetto secondo l’ideale cristiano. E chi vorrà dire che, con l’aiuto della grazia di Dio, non sia possibile raggiungerlo? “Da voi nulla potete”, verissimo; ma: “Tutto posso in Colui che mi conforta ”. Può esser tanto difficile amare Chi ha dimostrato di essere infinitamente amabile e infinitamente amoroso e quindi infinitamente degno dell’amor mio, la cui Persona è inoltre in perfetta armonia di affinità con la mia propria? Colui che per primo mi ha amato: “In questo è la carità, che, senza aver noi amato Dio, Egli pel primo ci ha amati ”, (I Giov. IV, 10), che ha tanto amato il mondo da mandare il suo Figliuolo, che ci ha amati fino a farci suoi figli: “Guardate di quale amore ci ha amati il Padre, concedendoci di poterci chiamare ed essere di fatto figliuoli di Dio” (I Giov. III, I)? E d’altronde l’amore ch’Egli mi chiede non è una cosa straordinaria; è l’amore più consono alla mia natura, quello che la innalza al livello più alto. È amore di devozione, diremo anzi di dedizione, a Lui e alla sua causa, l’ufficio più nobile che io uomo possa compiere. È il dono di me stesso a Lui affinch’Egli faccia di me ciò che gli piace. “Dio lo vuole” è stato un grido di guerra e rimane il grido del soldato di Cristo nelle battaglie di Dio e soprattutto in quella battaglia interiore che mai cesserà in lui. In che cosa consistono in pratica quest’amore e questa lotta? Poiché la nostra vita è soprattutto pratica: non possiamo fermarci alla teoria. Per molti di noi, anzi, non esiste teoria, tanto l’anima è assorbita dalla vita, e non possiamo che compiangere coloro che fanno della teoria ad ogni costo, che continuano a porre quesiti e, non avendo né guida né basi né autorità, vanno sempre a tastoni brancolando attorno a loro stessi. Orbene, per incominciare: anche il solo voler amare o desiderar di amare è già per se stesso amare, come dice S. Leone. Non c’è desiderio dove non c’è amore; desiderare è amare. E osservare i comandamenti di Dio, ecco l’amore; gettarsi ai suoi piedi nel nostro nulla, nella nostra debolezza, nella nostra indegnità, guardare a Lui e fidare in Lui, sapere ch’Egli ci riguarda con misericordia e anche con fiducia, domandargli perdono quando l’abbiamo offeso, aspettare con fede dalla sua mano quanto ci occorre, poiché sappiamo benissimo che se il bambino domanda del pane il Padre non gli darà un sasso. E nell’allontanarci da Lui, vivere per amor suo la vita ch’Egli ci ha indicata, ecco che cos’è viver davvero, poiché è amare e dimostrare il proprio amore con la vita. Accettare il dovere che ci si presenta qualunque esso sia, perché Egli ce lo dà a compiere, e nella maniera in cui Egli vuole che lo compiamo, perché così possiamo piacergli, rende anche la cosa più insignificante e la vita stessa, e qualunque vita, degna di esser vissuta. E l’atto stesso di prendere il riposo e la ricreazione, dopo il lavoro quotidiano, e il cibo e il sonno, perché anche queste cose Egli ha disposto e vuole che in esse troviamo piacere, tutto ciò è ancora amare. “Venite in disparte in luogo tranquillo a riposare un poco” fu l’invito amoroso rivolto un giorno da Cristo ai diletti discepoli. No, per la maggior parte di noi, come ha detto S. Paolo più di una volta, la vita d’amore non è difficile quando si abbia conosciuto Colui della grazia di Dio, una volta avutane la visione, nulla vi è di più facile e di più naturale, se è lecito usar questa espressione nell’ambito del soprannaturale, che esercitarsi di continuo così nell’amor di Dio e per tal mezzo crescere in quella perfezione della nostra virilità che sola è degna di questo nome. – È vero che la pratica del sacrificio è più difficile; se fosse cosa facile la natura umana non le darebbe il nome di sacrificio, l’ammirerebbe di meno, non chiamerebbe eroe colui che lo compie nobilmente. Iddio, d’altronde, e la nostra vita cristiana quaggiù per Lui non esigono il sacrificio più che non lo esiga la natura umana in genere. Non domandano che facciamo di esso uno scopo. come se avesse valore di per sé, non vogliono che lo ricerchiamo come unica fonte di perfezione.. “Se distribuissi tutto il mio ai poveri, e dessi il mio corpo per essere arso, e non avessi la carità, a nulla mi gioverebbe”. (I Cor. XIII, 3). L’unico valore del sacrificio sta in ciò ch’esso deriva dall’amore e a quello conduce. Basta amar Dio e cercare il suo amore e rendersi conto che in questa vita mortale ciò non può farsi senza qualche rinuncia. Molti sono gli ostacoli all’amore di qualunque genere; e chi vuole amare bene deve esser deciso a superarli. Preso in questo senso, il sacrificio appare veramente un bene, atto ragionevole e tollerabile; in breve diventa desiderabile e alla fine anche amato e gustato. È il segreto dei Santi. “O soffrire o morire” esclamava uno di essi. E un altro: “Non morire, ma piuttosto soffrire”, poiché ambedue sapevano l’amore che si cela dietro alla sofferenza e la trasforma in bene prezioso. La madre che ama la sua creatura non esiterà, quando questa sia colpita da grave malattia, a passare lunghe ore accanto al suo letto, incurante della propria stanchezza e della propria sofferenza, che saranno anzi l’unico suo conforto; e non v’è dubbio che l’assiduità e il sacrificio materno non avranno più limite se da quelli potrà dipendere la vita della creatura in pericolo. La stessa eroica generosità si manifesta in ogni campo, quando si ami davvero. Potremo esaltare e ricercare il piacere e l’appagamento di ogni capriccio, potremo perseguire le comodità e l’abbondanza, ma non potremo a meno d’inchinarci con sincera ammirazione dinanzi al sacrificio nobilmente compiuto per un nobile scopo, come dinanzi all’unica vera espressione di vita. Nessuna parola di Cristo ha ottenuto il consenso del mondo intero più facilmente di questa: “Nessuno ha un amore più grande di colui che dà la vita per l’amico”. Questa e non altra è l’attitudine del Cattolico verso il sacrificio. Egli è guidato e sospinto dall’amore verso Dio, e sopra ogni cosa desidera di esser fedele a quell’amore e di dimostrarlo coi fatti. Ha fiducia, anzi certezza che, sacrificando quanto lo ostacola nell’esercizio di questo amore, darà a Dio quanto Egli chiede, gli sarà accetto, diffonderà la sua gloria e al tempo stesso, sebbene questo non sia che un fine secondario, assicurerà la propria salvezza, consolazione e perfezione. « Chi avrà perduto la sua vita per amor mio la ritroverà”. Tutto questo egli sa perché glielo insegna un’autorità degna di fede e perché lo sente confermato dalla propria esperienza, lo vede nell’esempio di tante nobili esistenze intorno a sé e davanti a sé e soprattutto in quella che di tutte è il modello: la vita dell’Uomo-Dio. Che cosa non sopportò Egli perché il Padre fosse debitamente glorificato e le anime fossero salve, per dimostrare l’amore ardente che lo consumava per il Padre e per gli uomini? E noi, suoi discepoli, incorporati a Lui per il Battesimo, nutriti del suo Corpo e del suo Sangue, chiamati ad aver parte con Lui affinchè “compiamo ciò che manca alla passione di Cristo”, potremo esitare a soffrire in compagnia di Colui che protestiamo di amare, per cagion sua, per amor suo e per quei fini stessi che indussero Lui a soffrire volontariamente? D’altra parte, anche a riflettere alla nostra sola esperienza personale, non dobbiamo riconoscere che la sofferenza non è affatto da ritenersi un male assoluto? Chi non ha mai sofferto merita compassione, chi pone tutto il suo studio nell’evitare la sofferenza è degno di disprezzo, mentre chi molta ne ha avuta in sorte nella vita conquista facilmente il nostro affetto. Sappiamo, inoltre, come alla scuola della sofferenza si apprendano cose che non potrebbero altrimenti apprendersi, e come per essa ci agguerriamo contro ogni genere di male e di falsità. “Nella croce sta la salute, nella croce la vita; nella croce sta la difesa da’ nemici; nella croce l’infusione delle celesti dolcezze”, dice l’autore dell’Imitazione di Cristo. (II, XII, 2), o, come si esprime S. Agostino: “Per i cuori che amano nessuna fatica è troppo gravosa, anzi diventa una gioia, così come gli uomini trovan piacere nelle fatiche della caccia, nelle noie del commercio… Poiché quando un’anima ama, non soffre più, o, se soffre, la sofferenza stessa è amata”. (De bono viduitatis). – Come illustrazione dei pensieri sviluppati in questo capitolo, diamo una preghiera di quel grande Cancelliere inglese, Sir Thomas More, Santo che la Chiesa sta per elevare solennemente all’onore degli altari, definito da alcuni l’inglese più tipicamente rappresentativo, del suo paese che abbia mai esistito. Non era ancor giunta la condanna, ma egli la sentiva venire. Il suo re aveva spavaldamente preso partito contro di lui, sebbene solo un anno prima avesse dato a vedere di amarlo con tutta l’anima. More aveva dato le dimissioni dal suo alto ufficio, e si era ritirato nella casetta di Chelsea sperando di vivervi in pace, coi diletti familiari, il resto dei suoi giorni. Fu durante questo periodo che scrisse a margine del suo Libro delle Ore la seguente preghiera, documento umano quant’altri mai:

Dammi la tua grazia, o buono Iddio,

per tenere il mondo in conto di nulla,

per fissare in Te la mia mente e non curarmi delle vane parole degli uomini,

per amar la solitudine e non desiderare la compagnia del mondo, e a poco a poco ripudiarlo del tutto,

per liberare il mio cuore da ogni cosa di quaggiù, per non desiderar di ascoltare alcun rumore terreno,

perché anzi le fantasie mondane riescan fastidiose al mio orecchio, per pensare a Te con gioia,

per implorare il tuo aiuto umilmente e confidare nel conforto tuo,

per adoprarmi con diligenza ad amarti,

per conoscere la mia miseria e la mia malizia,

per umiliarmi e abbassarmi sotto la tua mano possente,

per piangere le mie colpe passate e soffrir con pazienza, per espiarle, ogni avversità,

per viver lietamente il mio purgatorio quaggiù,

per esser sereno nella tribolazione,

per camminare nella via stretta che conduce alla vita portando la croce con Cristo,

per ricordar sempre i novissimi,

per non mai perder di vista la mia fine che incombe,

per rendermi la morte familiare,

per prevedere e meditare l’eterno fuoco infernale,

per implorar perdono dal Giudice che verrà,

per tener sempre fissa in mente la passione che Cristo sofferse per me,

per ringraziarlo senza posa dei suoi benefici,

per riguadagnare il tempo perduto,

per astenermi da vane conversazioni sulle cose del mondo; e considerare un nulla, per conquistar Cristo, la perdita degli amici, della libertà, della vita, per considerare i nemici come gli amici miei migliori poiché i fratelli di Giuseppe non avrebbero mai potuto fargli tanto bene col loro affetto quanto gliene fecero con la loro malizia e il loro odio.

Questi sentimenti ognuno deve desiderare più di tutti i tesori dei principi e dei

re, cristiani e pagani, riuniti e ammassati insieme.

Nota. — Il Libro delle Ore a margine del quale è scritta questa preghiera è in possesso del Duca di Denbigh e conservato a Newnham. – Ne diamo la dicitura testuale sull’autorità del defunto Cardinal Gasquet.

LA VITA INTERIORE DEL CATTOLICO (14)

CALENDARIO LITURGICO DELLA CHIESA CATTOLICA: DICEMBRE 2022

CALENDARIO LITURGICO DELLA CHIESA CATTOLICA DI DICEMBRE 2022

Dicembre è il mese che la Chiesa Cattolica dedica all’Avvento del Salvatore, e alla Immacolata Concezione della Vergine Maria.

Il decreto dell’Incarnazione Divina. — Iddio, — sì ingratamente offeso dall’uomo — poteva abbandonarlo alla sua sorte — come già vi aveva abbandonato Lucifero — dando corso alla sua giustizia: — volle invece — misericordioso — l’Incarnazione riparatrice!

Che provvidenza! — Senza l’Incarnazione Redentrice, l’uomo — tutto il genere umano — senza eccezioni — non avrebbe più potuto entrare in Cielo; — il « Paradiso perduto » sarebbe stato suo rimpianto eterno! — Inoltre per lo più sarebbe precipitato in peccati personali — irremissibili — traboccando così nell’inferno — a spasimarvi — disperato — per sempre! — E neppure in questa vita egli avrebbe avuta consolazione efficace ai suoi mali: — né valido ritegno ai suoi vizi: — né felicità — neanco relativa — individuale — o sociale!

Che sapienza! — Coll’utilità massima del riscatto dell’umanità, l’Incarnazione del Figliuolo di Dio conciliò anche la massima gloria di Dio. — Gesù, come Uomo, poté espiare le nostre colpe: — come Dio, diede alla sua espiazione valore morale infinito. Ne rimaneva così sovranamente ripagata la Divina Giustizia, — con infinito margine alla Divina Misericordia per reintegrarci e colmarci di grazie — sino alla nostra apoteòsi in Cielo — purché noi non resistessimo… — E Gesù stesso. Che divino Capolavoro! — Che capolavoro la Madonna SS.! Che bontà! — « Sic Deus dilexit mundum. ut… suum Unigenitum daret! » — « Ut servum redimeres. Filium tradidisti!

». — E il Figlio Divino? — « Dilexit me. et tradidit, semetipsum pro me! ». — E questo, pur prevedendotutte le empietà avvenire — tutte le bestemmie — tutti isacrilegi — le mille più odiose persecuzioni ai Sacerdotie alla Chiesa — gli innumerevoli abusi di grazie — leindifferenze incredibili — le freddezze anche di animepie — di persone sacre! — « Tu solus Sanctus! — Tu solus bonus!» — « Copiosa apud Deum redemptio!». — Ringraziamo!— Confidiamo sempre! — Approfittiamo ditanta generosità!

(G. Monetti S. J.: La Sapienza Cristiana, vol. II – Un. Tipog. Edit. Torinese, 1949)

124

Novendiales preces ante festum

Nativitatis Domini

Fidelibus, qui novendiali pio exercitio, in honorem divini Infantis Iesu publice peracto ante festum Nativitatis Domini, devote interfuerint, conceditur:

Indulgentia decem annorum quolibet die;

Indulgentia plenaria, accedente sacramentali confessione, sacra Communione et oratione ad mentem Summi Pontificis, si per dies saltem quinque novendiali supplicationi adstiterint.

Iis vero, qui præfato tempore preces vel alia pietatis obsequia divino Infanti privatim praestiterint, cum proposito idem per novem dies continuos explendi, conceditur:

Indulgentia septem annorum semel quolibet die;

Indulgentia plenaria suetis conditionibus, novendiali exercitio absoluto; at ubi hoc publice peragitur, huiusmodi indulgentia ab iis tantum acquiri potest, qui legitimo detineantur impedimento quominus exercitio publico intersint (Secr. Mem., 12 aug. 1815; S. C. Indulg., 9 iul. 1830; S. Pæn. Ap., 21 febr. 1933).

[A chi pratica un pio esercizio in onore del divino Infante pubblicamente (o privatamente se legittimamente impedito) per nove giorni prima della festa della Natività del Signore, si concede: indulgenza di dieci anni (sette se in privato) per ogni singolo giorno; Indulgenza plenaria a chi, confessato e comunicato e pregato per le intenzioni del Papa, lo avrà praticato almeno per cinque giorni]

125

Novendiales preces

a die i6 ad diem 24 cuiusvis mensis

I. Eterno Padre, io offro a vostro onore e gloria, per la mia salute eterna e per quella di tutto il mondo il mistero della Nascita del nostro divin Redentore.

Gloria Patri.

II. Eterno Padre, io offro a vostro onore e gloria, per la mia eterna salute e per quella di tutto il mondo, i patimenti della Ss.ma Vergine e di san Giuseppe in quel lungo e faticoso viaggio da Nazareth a Betlemme, e l’angoscia del loro cuore per non trovare luogo da mettersi al coperto, allorché era per nascere il Salvatore del mondo.

Gloria Patri.

III. Eterno Padre, io offro a vostro onore e gloria, per la mia eterna salute e per quella di tutto il mondo, i patimenti di Gesù nel presepio ove nacque, il freddo che soffrì, le lagrime che sparse, ed i suoi teneri vagiti.

Gloria Patri.

IV. Eterno Padre, io offro a vostro onore e gloria, per la mia eterna salute e per quella di tutto il mondo, il dolore che sentì il divino Infante Gesù nel suo tenero corpicciuolo, allorché si soggettò alla circoncisione; vi offro quel Sangue prezioso, che allora Egli sparse la prima volta, per la salvezza di tutto il genere umano.

Gloria Patri.

V. Eterno Padre, io offro a vostro onore e gloria, per la mia eterna salute e per quella di tutto il mondo, l’umiltà, la mortificazione, la pazienza, la carità, le virtù tutte di Gesù Bambino, e vi ringrazio, amo e benedico infinitamente per questo ineffabile mistero dell’Incarnazione del divin Verbo.

Gloria Patri.

V- Verbum caro factum est;

S . Et habitavit in nobis.

Oremus.

Deus, cuius Unigenitus in substantia nostræ carnis apparuit; præsta, quæsumus, ut per

eum, quem similem nobis foris agnovimus, intus reformari mereamur: Qui tecum vivit et regnat in sæcula sæculorum. Amen.

Indulgentia septem annorum semel quovis die.

Indulgentia plenaria suetis conditionibus, novendiali

exercitio in finem adducto (S. C. Indulg., 23 sept. 1846;

S. Pæn. Ap., 14 oct. 1934).

II

PRECES

V. Deus, in adiutorium meum intende;

S . Domine, ad adiuvandum me festina.

V. Gloria Patri et Filio et Spiritui Sancto, Sicut erat in principio et nunc et semper, et in sæcula sæculorum. Amen.

Pater noster.

I. Iesu Infans dulcissime, e sinu Patris propter nostram salutem descendens, de Spiritu Sancto conceptus, Virginis uterum non horrens, et Verbum caro factum, formam servi accipiens, miserere nostri.

S. Miserere nostri, Iesu Infans, miserere nostri.

Ave Maria.

II. Iesu Infans dulcissime, per Virginem Matrem tuam visitans Elisabeth, Ioannem Baptistam Præcursorem tuum Spiritu Sancto replens, et adhuc in utero matris suæ sanctificans, miserere nostri.

Miserere, etc. Ave Maria.

III. Iesu Infans dulcissime, novem mensibus in utero clausus, summis votis a Maria Virgine et a sancto Ioseph expectatus, et Deo Patri pro salute mundi oblatus, miserere nostri.

S. Miserere, etc. Ave Maria.

IV. Iesu Infans dulcissime, in Bethlehem ex Virgine Maria natus, pannis involutus, in præsepio reclinatus, ab Angelis annuntiatus et a pastoribus visitatus, miserere nostri.

Miserere, etc. Ave Maria.

Iesu, tibi sit gloria, Qui natus es de Virgine, Cum Patre et almo Spiritu, In sempiterna sæcula. Amen.

V. Christus prope est nobis.

Venite, adoremus.

Pater noster.

V. Iesu Infans dulcissime, in Circumcisione post dies octo vulneratus, glorioso Iesu nomine vocatus, et in nomine simul et sanguine Salvatoris officio præsignatus, miserere nostri.

S . Miserere, etc. Ave Maria.

VI. Iesu Infans dulcissime, stella duce tribus Magis demonstratus, in sinu Matris adoratus, et mysticis muneribus, auro, thure et myrrha donatus, miserere nostri.

Miserere, etc. Ave Maria.

VII. Iesu Infans dulcissime, in templo a Matre Virgine præsentatus, inter brachia a Simeone amplexatus, et ab Anna prophetissa Israeli revelatus, miserere nostri.

Miserere, etc. Ave Maria.

VIII. Iesu Infans dulcissime, ab iniquo Herode ad mortem quaesitus, a sancto Ioseph in Ægyptum cum Matre deportatus, a crudeli cæde sublatus, et præconiis Martyrum Innocentium glorificatus, miserere nostri.

Miserere, etc. Ave Maria.

Iesu, tibi sit gloria, Qui natus es de Virgine Cum Patre et almo Spiritu

In sempiterna sæcula. Amen.

V. Christus prope est nobis.

Venite, adoremus.

Pater noster.

IX. Iesu Infans dulcissime, in Ægyptum cum Maria sanctissima et Patriarcha sancto Ioseph usque ad obitum Herodis commoratus, miserere nostri.

S. Miserere, etc. Ave Maria.

X. Iesu Infans dulcissime, ex Ægypto cum Parentibus in terram Israel reversus, multos labores in itinere perpessus, et in civitatem Nazareth ingressus, miserere nostri.

S. Miserere, etc. Ave Maria.

XI. Iesu Infans dulcissime, in sancta Nazarena domo, subditus Parentibus, sanctissime

commoratus, paupertate et laboribus faticatus, in sapientiæ, ætatis et gratiae profectu confortatus, miserere nostri.

C. Miserere, etc. Ave Maria.

XII. Iesu Infans dulcissime, in Ierusalem duodennis ductus, a Parentibus cum dolore quæsitus, et post triduum cum gaudio inter Doctores inventus, miserere nostri.

S. Miserere, etc. Ave Maria.

Iesu, tibi sit gloria, Qui natus es de Virgine Cum Patre et almo Spiritu.

In sempiterna sæcula. Amen.

Die Nativitatis Domini et per Octavam:

V. Verbum caro factum est, alleluia.

S. Et habitavit in nobis, alleluia.

In Epiphania Domini et per Octavam:

V. Christus manifestavit se nobis, alleluia.

R. Venite, adoremus, alleluia.

Per annum.

V. Verbum caro factum est,

R. Et habitavit in nobis.

Oremus.

Omnipotens sempiterne Deus, Domine cæli et terræ, qui te revelas parvulis; concede, quæsumus, ut nos sacrosancta Filii tui Infantis Iesu mysteria digno honore recolentes, dignaque imitatione sectantes, ad regnum cælorum promissum parvulis pervenire valeamus. Per eumdem Christum Dominum nostrum. Amen.

Indulgentia quinque annorum semel in die.

Indulgentia plenaria, suetis conditionibus, iis qui die

25 cuiusvis mensis supra relatas preces pia mente recitaverint

[I. P. a chi, in ogni 25 del mese, reciterà le preghiere suddette

(S. C. Indulg., 23 nov. 1819; S. Pæn. Ap., 8

iun. 1935).

Queste sono le feste del mese di Dicembre: 2022

2 Dicembre S. Bibianæ Virginis et Martyris    Semiduplex

                        PRIMO VENERDI

3 Dicembre S. Francisci Xaverii Confessoris    Duplex majus

                        PRIMO SABATO

4 Dicembre Dominica II Adventus  –  Semiduplex II. classis

                      S. Petri Chrysologi Episcopi Confessoris et Ecclesiæ Doctoris,  Duplex

5 Dicembre Sabbæ Abbatis  –  Simplex                     

6 Dicembre S. Nicolai Episcopi et Confessoris   – Duplex

7 Dicembre S. Ambrosii Episcopi Confessoris et Ecclesiæ Doctoris    Duplex

8 Dicembre In Conceptione Immaculata Beatæ Mariæ Virginis    Duplex I. classis

10 Dicembre S. Melchiadis Papæ et Martyris    Feria

11 Dicembre Dominica III Adventus  – Semiduplex II. classis

S. Damasi Papæ et Confessoris    Duplex

13 Dicembre S. Luciæ Virginis et Martyris    Duplex

14 Dicembre Feria IV Quattuor Temporum in Adventu    Ferial

15 Dicembre In Octava Concept. Immac. Beatæ Mariæ Virginis    Duplex majus

16 Dicembre S. Eusebii Episcopi et Martyris    Semiduplex

                      Feria VI Quattuor Temporum in Adventu    Ferial

17 Dicembre Sabbato Quattuor Temporum in Adventu   Ferial

18 Dicembre Dominica IV Adventus    Semiduplex II. classis

21 Dicembre S. Thomæ Apostoli – Duplex II. classis

24 Dicembre In Vigilia Nativitatis Domini  –  Duplex I. classis

25 Dicembre In Nativitate Domini – Duplex I. classis

26 Dicembre S. Stephani Protomartyris    Duplex II. classis

27 Dicembre S. Joannis Apostoli et Evangelistæ – Duplex II. classis

28 Dicembre Ss. Innocentium  –  Duplex II. classis

29 Dicembre S. Thomæ Episcopi et Martyris    Duplex *L1

3o Dicembre – Dominica Infra Octavam Nativitatis    Semiduplex Dominica minor

S. Thomæ Episcopi et Martyris – Duplex

31 Dicembre S. Silvestri Papæ et Confessoris    Duplex