LA GRAZIA E LA GLORIA (58)

LA GRAZIA E LA GLORIA (58)

Del R. P. J-B TERRIEN S.J.

II.

Nihil obstat, M-G. LABROSSE, S. J. Biturici, 17 feb. 1901

Imprimatur: Parisiis, die 20 feb. 1901 Ed. Thomas, v. g.

LIBRO XI

IL CARATTERE SOPRANNATURALE E GRATUITO DEI DONI FATTI DA DIO AI SUOI FIGLI. – UN’ULTIMA PAROLA SULL’ECCELLENZA DELLA GRAZIA E DELLA GLORIA.

CAPITOLO II

Come i doni di grazia e di gloria, ricevuti nell’anima, realizzino pienamente la nozione del soprannaturale. Qual è il soprannaturale per i corpi glorificati degli eletti?

1. – Con l’aiuto delle nozioni generali stabilite nel capitolo precedente, sarà facile mostrare quanto i doni dati da Dio ai suoi figli adottivi siano soprannaturali e liberi, non solo come modalità, ma anche come sostanza. Mi dispiace passare oltre la rassegna della magnifica raccolta di testimonianze che provano questo doppio carattere dei benefici che Dio ci concede per i meriti di Gesù Cristo, suo Figlio e nostro Salvatore. Si trovano ad ogni passo di questo lavoro e presto avremo occasione di segnalarne alcuni di grande importanza. È meglio studiare questi doni in sé, per far emergere fino a che punto si realizzi in essi la vera idea di soprannaturale e di gratuità. – « La visione beatifica, nel genere della causalità finale, è come la radice primaria di tutto l’ordine della grazia e di tutti i doni soprannaturali (« Visio beatifica in genere finis est quasi prima radix totius ordinis gratiæ omniumque supernaturalium donorum ». Suarez, de Deo, Tract. L. II, c. 9, n. 1 ». Questa è l’osservazione di Suarez; e questo grande teologo conclude giustamente che, se il carattere assolutamente soprannaturale di questa visione sia stato dimostrato una volta, si è provato allo stesso modo che tutti gli altri doni che essa presuppone e rivendica come sue proprietà siano anch’essi un prodotto non della natura ma della grazia. Ecco perché i teologi scolastici si sono impegnati così tanto per mettere in evidenza questo dogma. Essi sapevano che il principio fondamentale della dottrina cattolica sul destino soprannaturale della creatura ragionevole e sulle qualità o i mezzi che ci preparano a questo destino è la natura stessa del termine ultimo verso cui tutte le cose convergono, da cui tutte le cose sono determinate, a cui tutte le cose devono essere proporzionate. Se, dunque, la visione beata è totalmente al di là dei poteri, delle capacità e delle esigenze della natura, la grazia santificante, le virtù infuse e le operazioni che costituiscono i nostri diritti al possesso di questo fine ultimo, l’intero ordine della grazia e della gloria debba essere ritenuto soprannaturale e gratuito nella sua essenza, senza la necessità di provare ciascuna di questi benefici in particolare. – Questa dimostrazione, necessaria e fruttuosa, è già stata fatta. Non abbiamo forse stabilito che la visione beatifica è un’operazione il cui principio non si trova in nessuna intelligenza creata, se non tanto che non partecipi alla natura stessa di Dio? (Cf. T. I. Lib. II, c. 2.) Non abbiamo forse già dimostrato che questa stessa visione, oltre alla grazia santificante che ci rende partecipi dell’essere divino, esiga una luce superiore, « la luce della gloria » e l’unione più intima della forma ideale che è unicamente di Dio, poiché è la sua essenza (Cf. T. II, Lib. IX, c. 3.)? In vero, ciò che è difficile da dimostrare non è tanto la soprannaturalità assoluta, quanto la possibilità stessa della visione intuitiva. La ragione, finché è illuminata solo dai suoi principii, è totalmente impotente a stabilire questa possibilità; tutto ciò che può fare, purché non sia traviata da false luci, è convincere della sua debolezza qualsiasi ragionamento che tenda a dimostrare l’impossibilità del dogma cattolico. – Ora, poiché non solo per la natura umana, ma anche per ogni natura che non sia quella di Dio, esiste una radicale impotenza a vedere Dio faccia a faccia, è evidente che la visione beatifica sia soprannaturale nella pienezza che si addice a questa parola, cioè per quanto riguarda la sostanza. Come potrebbe, infatti, la natura richiedere una percezione della vita così assolutamente superiore a quella che risponde alle sue stesse operazioni? Si potrebbe allora anche dire che la pianta possa aspirare agli atti della vita sensibile e l’animale all’esercizio della ragione. – Direte che, se la creatura ragionante non possa arrivare con le sue forze native alla contemplazione dell’essenza divina, abbia essa diritto alla luce supplementare che è indispensabile per raggiungerla? Si tratterebbe di uno strano fraintendimento della nozione di natura, perché i requisiti o, se volete, i diritti della natura non vanno oltre le condizioni necessarie perché essa raggiunga il pieno sviluppo della propria attività. Un’integrazione della forza vitale che la porti in un ordine di attività incomparabilmente superiore alla sua sfera, diciamo nell’ordine dell’attività divina, non può mai essere chiamata naturale, a meno che non si intenda con questa parola una qualsiasi perfezione della natura. Ma, non dimentichiamolo, in quest’ultima accezione il naturale al suo apice non è altro che il soprannaturale. – La visione beatifica è dunque essenzialmente soprannaturale; e di conseguenza soprannaturali devono essere anche la grazia santificante, le virtù infuse, i doni dello Spirito, la luce della gloria ed i meriti dei giusti: perché tutti questi favori della munificenza divina sono tenuti insieme e legati a formare un unico e medesimo ordine, di cui l’intuizione beata è la ragion d’essere ed il vertice.

2. – Ma non è solo l’anima ad essere chiamata ed a godere della beatitudine. L’uomo esteriore, l’uomo corporeo, ha la sua parte nell’eredità del cielo, e quanto è ricca e magnifica questa parte! I doni che costituiscono questa beatitudine devono essere chiamati soprannaturali; e se lo sono, a quale idea di soprannaturale devono essere collegati? Si tratta di un problema complicato, sul quale è abbastanza facile trovare soluzioni divergenti, almeno per quanto riguarda il modo in cui vengono espresse. – Cominciamo col dare una soluzione assolutamente inoppugnabile. Tutti i privilegi che abbiamo ammirato nella parte corporea e sensibile degli eletti di Dio sono soprannaturali, non solo per quanto riguarda il modo di produzione, ma anche in sé e nella loro sostanza. Sono, dico io, soprannaturali; per quanto riguarda il modo, non è necessario dimostrare la cosa. Infatti, il principio di tali doni gloriosi non è nella natura, poiché è Dio che li produce da sé, e non c’è nessuna disposizione positiva nella natura umana che richieda la sua azione. Inoltre, il fine a cui sono ordinati è anch’esso soprannaturale: è in vista dell’anima glorificata che Dio li dona. Soprannaturali come modalità, sono anche soprannaturali come sostanza nella loro stessa realtà, poiché superano sia le forze che le pretese della natura. Anche se si vedesse nella natura umana un certo diritto alla riunione dei suoi elementi sostanziali, separati dalla morte, ci sarebbe comunque un abisso tra la semplice ricostituzione, anche permanente, della natura umana e la glorificazione corporale degli eletti. Infatti, non è nei principi naturali del nostro essere che dobbiamo cercare il requisito di tali meravigliose qualità, ma solo nello splendore soprannaturale dell’anima ammessa alla visione di Dio. – Le sentenze dogmatiche della Chiesa ci danno una prova dimostrativa del carattere soprannaturale dei privilegi che Dio riserva ai corpi dei suoi eletti. Non è questa la sede per intraprendere uno studio dettagliato dello stato della giustizia originale, e nemmeno dei doni peculiari che tale stato comportava per il corpo, se l’uomo fosse rimasto stabile nella sua fedeltà. Ci basti sapere che questi doni fossero, in fondo, solo una pallida immagine delle proprietà della gloria. Infatti, per parlare qui solo di immortalità, quella del nostro primo padre gli dava il potere di non morire; e la beata immortalità omette persino la possibilità di morire. Ora, la Santa Chiesa, tra gli altri errori, ha condannato in Bajo una proposizione che faceva dell’immortalità di Adamo non un beneficio della grazia, ma la normale condizione della natura (« Immortalitas primi hominis non erat gratiæ beneficium, sed naturalis conditio ». Prop. 78). Più in generale, essa ha riprovato quell’altra proposizione in cui il novatore affermava che « Dio non avrebbe potuto, in principio, creare l’uomo così come nasce ora » (Prop. 55), cioè passibile, mortale e soggetto alle rivolte della carne contro lo spirito. Ora, vi chiedo, se questi doni primordiali, dati alla nostra natura, sono di ordine soprannaturale e delle grazie propriamente dette, quali saranno allora i privilegi incomparabilmente superiori dell’uomo restaurato in Cristo e consumato su questo modello divino? – Ma si presenta un nuovo problema da risolvere. Se le perfezioni corporee dei beati sono assolutamente ed in ogni modo soprannaturali, come possono i teologi collocarle, da questo punto di vista, così al di sotto della visione beatifica e della grazia santificante, tanto da usare parole diverse per esprimere il carattere soprannaturale delle une e delle altre? Senza addentrarci in considerazioni che ci porterebbero troppo lontano dal nostro tema, diciamo innanzitutto che nessuno di questi teologi contesta il doppio elemento che costituisce il soprannaturale perfetto, poiché lo ritengono soprannaturale nella sua causa e nel suo termine, cioè nella sua realtà fisica. – Tuttavia, è proprio perché, anche dal punto di vista soprannaturale, essi li distinguono dalla grazia e dalla gloria, privilegio proprio dell’anima. Poiché la grazia e la gloria elevano la natura all’essere divino; attraverso di esse la creatura ragionevole diventa partecipe della vita stessa di Dio: ciò che Egli vede, essa lo vede; ciò che Egli ama, essa lo ama; essa lo vede, io dico, e lo ama, come Egli si vede ed ama se stesso. Non è così che il corpo partecipa alle perfezioni di Dio. Il movimento della vita divina non vi discende per riprodurlo nel suo essere o nelle sue operazioni. Per quanto possa essere elevato al di sopra dei limiti assegnati dalla natura agli esseri corporei, il corpo glorificato non si perde, come l’anima, nelle profondità di Dio. È vero che la sua vita riceve un grado di perfezione superiore a tutto ciò che la natura possa dare; ma questo non lo fa assurgere al possesso di una vita superiore a quella sensibile. È quindi giusto e doveroso negargli il soprannaturalismo specifico che si addice all’anima. – Per questo motivo i teologi hanno cercato di dare nomi diversi a questi due aspetti del soprannaturale propriamente detto. Per gli uni, il soprannaturale che risplende sia nella visione di Dio, sia nei doni celesti ordinati dalla loro natura a questa visione beatifica, è il soprannaturale per eccellenza; per altri, quello che non ordina direttamente la creatura alla vita divina, sia che si tratti di una perfezione dell’anima sia dell’elemento organico e materiale del nostro essere, è il preternaturale. – Al posto di questa terminologia recente, altri usano una formula che non lo è di meno. La prima forma di soprannaturale sarebbe il soprannaturale assoluto; la seconda, quella che risponde al preternaturale, cioè il soprannaturale relativo. Il motivo dell’uso di questi due nomi opposti è che l’ordine soprannaturale, la cui chiave di volta è la visione di Dio, supera assolutamente i poteri nativi e le esigenze non solo della natura umana o angelica, ma di qualsiasi altra natura che non sia quella di Dio. Al contrario, i doni così liberalmente elargiti al primo uomo, oltre alla grazia santificante, l’esenzione dalla morte, dal dolore, dalla concupiscenza e dall’errore; allo stesso modo, i privilegi ancora più magnifici che noi speriamo per i nostri corpi risorti, per quanto gratuiti in sé per la natura umana, non la elevano al di sopra di tutta la natura creata. In effetti, li troviamo nella natura angelica, anche se li possiede in un’altra forma ed in un grado sovreminente. Di là questa applicazione fatta all’uomo, ancora innocente, delle parole del Salmo ottavo: « Lo hai posto un po’ più in basso degli Angeli e lo hai coronato di onore e di gloria » (Sal. VIII, 6). E quest’altro, che riguarda gli uomini glorificati: « Saranno come gli Angeli di Dio nel cielo » (Mt XXII, 30). – C’è ancora una terza formula di cui dobbiamo dire almeno qualche parola. L’elevazione dell’anima all’ordine della grazia e della gloria sarebbe il soprannaturale semplicemente detto; la trasfigurazione del corpo che l’accompagna sarebbe anch’esso il soprannaturale, ma con una restrizione secundum quid (è importante capire la distinzione tra il soprannaturale propriamente detto ed il miracoloso. Tralasciando ogni altro punto di vista, considereremo solo quello del soprannaturale. Nel Soprannaturale propriamente detto, la natura non ne è né la causa né l’effetto. Ad esempio, nella giustificazione di un peccatore, la causa che produce la grazia e la grazia prodotta sono ugualmente soprannaturali. Prendiamo, al contrario, un fatto miracoloso, come la guarigione improvvisa di un cieco nato. L’effetto è di per sé naturale, perché la vista è una perfezione propria della natura umana. Ciò che è soprannaturale è solo l’azione che ripristina o guarisce l’organo, poiché le leggi della natura non richiedono che l’organismo sia ripristinato nella sua integrità con questo mezzo. San Tommaso diceva in questo senso: « Tra i movimenti o le azioni di cui la natura è il soggetto, ve ne sono alcuni di cui la natura non è né il principio né il termine…; in altri, il principio e il termine sono nella natura…; in altri ancora, la natura è il termine ma non il principio. » – S. Thom, Supplem. q. 75, a 3). – Ma, quali che siano le formule utilizzate per caratterizzare i doni soprannaturali dei corpi glorificati, guardiamoci bene dal considerare questi doni come separati da quelli più elevati che sono prerogativa esclusiva dell’anima. Anche quando essi parlano delle prerogative dello stato primitivo, i teologi e i Padri le collegano in gran parte all’influsso dell’anima spirituale: sono per loro il risultato di una virtù soprannaturale di cui è stata investita dal suo Autore divino. (« Incorruptio et immortalitas corporis Adæ principaliter veniebat ab anima, sicut à continente et influente; à corporis bona et æquali complexione, sicut à disponente et suscipiente; à ligno autem vitæ sicut a vegetante et admininiculante; a regimine vero divinæ providentiæ sicut interius conservante et exterius protegente. » – S. Bonav, Breviloq., L. ll, c. 10; coll. S. Thom. de Malo, q. 5, a. 5, ad 9 et 11; S. August, de Gen. ad litt. L. XI, c. 31 ecc.). È soprattutto la glorificazione finale del corpo che essi collegano alla beatitudine dell’anima, consumata nella visione. « Dio –  dice Sant’Agostino – ha fatto l’anima di una natura così potente, che dalla piena beatitudine promessa ai Santi, fluisce sulla natura inferiore che è il corpo, non la beatitudine propria dell’intelligenza, ma la pienezza della salute e il vigore dell’incorruzione » (S. August. Ep. 118, ad Dioscor., n. 14). – Così le perfezioni del corpo glorificato non hanno solo l’anima beata come causa finale, ma anche, in una certa misura, come radice e fonte. La proprietà della grazia consummata è quella di perfezionare nel seno dell’anima la dimora dello Spirito Santo, iniziata nella vita presente. Ora, questo Spirito divino non si ferma al vertice dell’anima. La natura umana in tutte le sue parti è il tempio, di cui lo Spirito è il santuario (1 Cor. VI, 19). È necessario che lo Spirito di Dio, prima unito alla sostanza dell’anima per grazia, dopo aver fatto un palazzo degno della Maestà che vi abita, porti la sua operazione onnipotente sulle nostre membra, quest’altra parte del tempio, per appropriarsene trasfigurandole. « Se dunque – scrive san Paolo – lo Spirito di Colui che ha risuscitato Gesù Cristo dai morti abita in voi, Colui che ha risuscitato Gesù Cristo dai morti vivificherà anche i nostri corpi mortali a causa del suo Spirito che abita in voi » (Rm VIII, 11). – Lo Spirito Santo abita nei beati per la grazia e trasfigura i corpi dopo aver glorificato le anime; l’anima, trasformata dalla gloria, riceve dallo Spirito Santo una Virtù che trasfigura il corpo e lo spiritualizza a sua immagine. Come conciliare queste due affermazioni, entrambe basate sull’autorità dei Padri e dei Dottori? Diciamo, senza entrare in ulteriori dettagli, che in questa trasfigurazione del corpo e questa glorificazione del tempio materiale, lo Spirito Santo è l’unica causa principale e l’anima il suo strumento ed il suo organo. Ma, ammiriamo innanzitutto quanto siano stretti i legami che uniscono tra loro i doni soprannaturali concessi alla natura glorificata; poiché la gloria del corpo è il riflesso ed il flusso della gloria che risplende sulla sommità dello spirito, illuminata dagli splendori di Dio (cfr. T. II, L. X, c. 3.).

LA GRAZIA E LA GLORIA (59)

LA GRAZIA E LA GLORIA (57)

LA GRAZIA E LA GLORIA (57)

Del R. P. J-B TERRIEN S.J.

II.

Nihil obstat, M-G. LABROSSE, S. J. Biturici, 17 feb. 1901

Imprimatur: Parisiis, die 20 feb. 1901 Ed. Thomas, v. g.

LIBRO XI

IL CARATTERE SOPRANNATURALE E GRATUITO DEI DONI FATTI DA DIO AI SUOI FIGLI. – UN’ULTIMA PAROLA SULL’ECCELLENZA DELLA GRAZIA E DELLA GLORIA.

CAPITOLO PRIMO

La vera nozione del soprannaturale e del gratuito.

1. – Se vogliamo avere una nozione chiara e certa del soprannaturale, è importante studiare innanzitutto i principali significati che vengono attribuiti alle parole naturale e natura; così, essendo questi termini correlativi, è attraverso il secondo che possiamo risalire al significato preciso del primo. Nella terminologia scientifica spesso si chiama natura, o meglio, esseri e cose della natura, le sostanze materiali, e soprattutto quelle che fanno parte del mondo organico. Da qui le espressioni usate di scienza naturale, di storia naturale, di spettacolo della natura. Da qui proviene, tra i nostri studiosi più o meno intaccati dal materialismo, l’uso abusivo della parola “soprannaturale” per caratterizzare tutto ciò che si eleva al di sopra delle cose e dei fenomeni materiali, Dio, l’anima e gli spiriti. Per la filosofia tradizionale, la natura, in senso stretto, designa la sostanza di ogni essere o, se vogliamo parlare più precisamente, ciò che in ogni essere sostanziale è il principio fondamentale delle operazioni che esso compie e delle modifiche che può subire sotto l’azione di agenti esterni. È in questo senso che noi parliamo della natura umana e della natura angelica. – Di conseguenza, il termine « naturale » sarà usato per riferirsi a tutto ciò che è connesso alla natura, presa in quest’ultima accezione; agli elementi che la costituiscono; alle proprietà che ne derivano; ai movimenti di cui essa è causa; alle perfezioni che tendono a completarla, o perché la natura le trae dal suo stesso fondamento, o perché ne porta solo il germe, che si svilupperà sotto l’influenza dell’esterno; al destino finale che risponde alla sua essenza; ai mezzi necessari per operare e muoversi verso questo fine ultimo. Così il corpo e l’anima sono i principi naturali dell’uomo; la proprietà naturale dello spirito è l’immortalità; il pensare, il volere sono operazioni naturali della creatura ragionevole; naturale è ancora la mozione divina o il concorso senza il quale nessuna attività creata potrebbe entrare in azione (Il naturale ha anche come controparte l’innaturale e l’antinaturale: ma non dobbiamo occuparci di questi ultimi, poiché il nostro scopo è solo quello di portare alla luce il soprannaturale). – E poiché la parola natura può significare non solo una sostanza particolare, ma l’intero corpo degli esseri creati e delle sostanze finite, sia che appartengano al mondo dei corpi sia che costituiscano il mondo degli spiriti, possiamo ancora classificare tra le cose che hanno il carattere di naturale tutto ciò che una creatura può operare per virtù propria in un’altra creatura, e ciò che essa stessa ne riceve: poiché, in entrambi i casi, il principio dell’effetto sarà incluso tra i confini estremi della natura. – Chiameremo quindi soprannaturale qualsiasi realtà, di qualunque tipo, che non rientri in una di queste categorie del naturale. Tale è la nozione di soprannaturale nel senso più rigoroso del termine. È una perfezione che non appartiene alla costituzione della loro natura; che non emana né può emanare da questa stessa natura come sua proprietà, sua risultante o suo effetto; che non può essere prodotta in essa da alcuna causa principale (se qualche agente creato, spirito o corpo, potesse produrla come causa principale, cesserebbe di essere soprannaturale, poiché questo agente apparterrebbe esso stesso all’ordine della natura). Il soprannaturale stesso non esclude l’azione di uno strumento creato, perché l’azione dello strumento, considerato come strumento, è l’azione della causa principale che lo impiega per la sua opera. Così Dio, causa principale della grazia, la produce in noi non solo con Se stesso, ma anche con i Sacramenti, come mediante cause strumentali. Diciamo ancora di più: esso non esclude, almeno quando si tratta di operazioni, la principale causalità della creatura; tanto meno i nostri atti meritori, di cui siamo certamente la causa principale. Ma allora non è questa la natura che opera con le sue forze native; è la natura elevata, potenziata, soprannaturalizzata dalla grazia e dalle virtù infuse. È una perfezione, infine, che Dio stesso produce senza presupporre nella natura alcuna disposizione positiva, alcun titolo, alcuna esigenza legittima che la rivendichi. Se si elimina l’una o l’altra di queste condizioni, si può avere forse un soprannaturale ridotto, ma non si conserva certo il soprannaturale propriamente detto, quello che i teologi hanno chiamato il soprannaturale rispetto alla sostanza, Supernaturale quoad substantiam. – Diamo alcuni esempi a sostegno di questa tesi. Un Angelo trasporta un corpo solido senza l’aiuto di alcuna forza materiale, e persino contro la resistenza che le sue forze oppongono. Questo è solo un fatto soprannaturale molto incompleto, perché, oltre al fatto che questo spirito angelico fa parte delle nature create, non c’è assolutamente nulla che impedisca alle forze decuplicate, o centuplicate se necessario, di una causa visibile di produrre un effetto simile. Che Gesù Cristo, con la sua onnipotenza, richiami Lazzaro dal sepolcro, nessuna energia creata potrebbe farlo; ma la vita che Egli restituisce a Lazzaro è quella che egli aveva ricevuto un tempo nel grembo di sua madre; e di conseguenza, se c’è qualcosa di soprannaturale nel modo di produrla, c’è solo qualcosa di naturale nel termine prodotto. È Dio, e solo Dio, che crea l’anima umana e la unisce al corpo che anima: ma vedo nella natura non so quale organizzazione rudimentale che richieda l’anima, e non avrebbe ragione di esistere, se la materia così disposta non fosse animata da un principio di vita. Ecco perché questa produzione, per quanto divina, appartiene ancora all’ordine della natura. – Mi si permetta di spingere queste applicazioni ancora più in là, perché esse gettano luce su nozioni astratte e sono meravigliosamente adatte a eliminare la confusione di idee, così pregiudizievole in una questione che tocca l’essenza stessa dell’ordine della grazia. È una dottrina indiscutibile che ogni causa creata abbia bisogno dell’assistenza concreta di Dio per poter compiere la minima delle sue operazioni. Diremmo che questi atti in cui la causa suprema ha la parte principale siano atti soprannaturali? In nessun modo: perché Dio deve alla natura, o meglio all’Autore della natura deve a Se stesso, darle tutto ciò che è necessario per lo sviluppo della propria attività; ed è per questo che il moto divino stesso è, in questo ordine, un moto puramente naturale (ciò che la natura non richiederebbe sarebbe un’azione di Dio che la facesse passare in un ordine di attività superiore alle sue potenze native). Supponiamo che a Dio piaccia, come ha fatto, si dice, con illustri teologi (Alberto Magno, per esempio, e Francesco di Suarez, secondo una rispettabile tradizione), trasformare una mente mediocre in un genio che ci stupisca per la sua profondità; questo vigore dell’intelligenza sarà altrettanto naturale che gli occhi miracolosamente restituiti ai ciechi da Gesù Cristo: poiché, in fondo, non è che un più pieno dispiegamento delle forze latenti nella natura ragionevole. Supponiamo ancora che Dio, per un singolare privilegio, riveli a questo stesso uomo i segreti più nascosti della scienza, intendo quelli in cui rientri lo studio delle opere divine (« Per ea quæ facta sunt », Rom., 20.); questa scienza infusa sarà naturale nella sua essenza, anche se il modo in cui viene acquisita supera i poteri della natura. – Pertanto, come abbiamo giustamente detto, per avere il soprannaturale totale e completo, dobbiamo abbracciare tutti i caratteri precedentemente enumerati. Dove non si trovano insieme, si avrà, a seconda delle diverse ipotesi, solo il naturale semplicemente detto, o il soprannaturalemescolato al naturale, cioè il soprannaturale quanto al modo, il soprannaturale incompleto, il soprannaturale per accidente (quod modum, secundum quid, per accidens).

2. – Aggiungiamo una triplice osservazione. La prima è che la parola naturale ha dei sensi che non la oppongono al soprannaturale. Lo abbiamo già visto per due termini che sono abbastanza ben compresi, anche se la nostra lingua non ne ha ammesso l’uso: il non naturale e l’innaturale. La stessa mancanza di opposizione si riscontra quando si vuole designare con naturale solo ciò che sia conforme alla natura, ciò che la perfeziona. Da questo punto di vista, nulla è più naturale dei doni soprannaturali; in altre parole, beni che non hanno la loro ragion d’essere né nei principi, né nelle proprietà, né nella dignità, né nelle esigenze della natura, poiché il loro compito è quello di elevare la natura al di sopra di se stessa. – Era abitudine di Sant’Agostino, nelle sue controversie con il pelagianesimo, considerare la natura umana tale com’è non per i suoi principi costitutivi, ma come è uscita dalle mani del suo Autore rivestita di giustizia originale e tutta splendente di grazia. È evidente che, secondo questo modo di vedere le cose, i doni più soprannaturali appartengono di per sé all’integrità della natura così intesa, e che privati degli stessi doni dalla colpa originale, la natura viene denaturata, corrotta, viziata. Questa nuova osservazione è di grande importanza per una corretta comprensione del pensiero del santo Dottore; ed è proprio perché ne hanno frainteso la portata che i nemici della grazia più o meno mascherati hanno preteso di trovare nelle sue opere un sostegno alle loro teorie errate.  – Possiamo quindi, usando la terminologia di Agostino, dire in tutta verità che per Adamo la grazia era naturale, poiché era il suo privilegio primordiale. Sarebbe ancora così per noi, se il peccato non avesse invertito l’ordine divinamente stabilito; infatti, nascendo all’esistenza, noi riceveremmo la natura umana come il padre degli uomini l’ha ricevuta all’origine, non solo perfetta nei suoi principi, ma arricchita di tutti i doni soprannaturali della giustizia e della grazia. Per noi, invece, la santità non è più naturale, perché non ci deriva dalla nostra origine; piuttosto, ciò che è naturale per noi è l’essere figli dell’ira, « natura filii iræ », poiché, in virtù della nostra discendenza, riceviamo la natura umana spogliata della bellezza soprannaturale che doveva renderla gradita al suo Autore. – La terza ed altrettanto importante osservazione riguarda l’espressione « esigenze della natura ». Il soprannaturale, abbiamo detto, supera le esigenze della natura. Le “esigenze” non sono la semplice capacità di ricevere. Quante cose, nell’ordine ordinario della vita, possiamo ricevere, senza avere un titolo per esigerle! L’esigenza aggiunge all’idea di capacità come un certo diritto a ricevere. Tutta la natura è un principio di attività; quindi, in virtù di ciò che è, esige le condizioni necessarie per il dispiegamento delle forze di cui è dotata. Può darsi che cause particolari ostacolino il normale esercizio delle facoltà native di questo o quel rappresentante della natura; ma una legge che negasse universalmente alla natura i mezzi per agire e di perfezionarsi nella propria sfera, non sarebbe più nell’ordine della sapienza. – Tutta la natura, e in particolare la natura ragionevole, ha la sua destinazione finale, in relazione alle attitudini che trova in se stessa e alle sue perfezioni innate; essa può dunque solo legittimamente rivendicare i mezzi per muoversi verso questo destino supremo e raggiungerlo attraverso l’uso che fa di questi mezzi. Fondamentalmente, queste due cose, il perseguimento del proprio destino naturale e lo svolgimento ordinato della propria attività naturale, non sono distinte. Per la natura è la stessa cosa raggiungere il suo fine ultimo e arrivare al perfetto sviluppo delle operazioni superiori di cui porta il germe ed il seme. Pertanto, tutto ciò che andrà solo verso questo fine e che, di conseguenza, non eleverà la creatura ragionevole ad un ordine superiore di operazioni, cioè non la renderà capace di produrre atti sproporzionati alle sue facoltà native, rientrerà nel dominio e nelle esigenze della natura. Al di sopra di questo c’è il soprannaturale in tutta la sua indipendenza e in tutta la sua gloria. – Potremmo riassumere il tutto dicendo che il soprannaturale è tutta la perfezione della natura, al di fuori e al di sopra delle sue esigenze: escluderemmo così ciascuno degli elementi che abbiamo visto rientrare nel naturale. La natura, infatti, esige i principi che la costituiscono, le proprietà e le facoltà che derivano dagli stessi principi e la libera perfezione che trova nelle sue operazioni, e di conseguenza tutte le condizioni ed i complementi necessari all’esercizio della sua attività fisica, intellettuale e morale.

3. – È facile capire che il soprannaturale e la grazia, intesi secondo il significato principale del nome, esprimano una stessa cosa, da due punti di vista diversi. Non è necessario ritornare sui molteplici significati che l’uso ha dato alla parola « grazia »: si possono ritrovare nel secondo libro di quest’opera (cfr. T. I, L. II, c. 4.). Prendiamo dunque la grazia come un dono che Dio fa alla creatura ragionevole, e vedremo che essa si fonde con il suprannaturale, come al contrario il gratuito, cioè il debito o il dovuto, riconduce al naturale. – A questo proposito, ascoltiamo la bella dottrina di San Tommaso d’Aquino: « La grazia, per il fatto stesso che è un dono gratuito, esclude un doppio dovuto (debitum). Esclude ciò che sia dovuto alla persona, cioè ciò che deriva dal merito: infatti, dice l’Apostolo, “a chi lavora, la ricompensa non è imputata come grazia, ma come debito” » (Rom. IV, 4; coll. de verit. Q. 6, a.2; q. 26, a. 6; Rom. IV, 4). Essa esclude il dovuto alla natura, come sarebbe per l’uomo avere l’intelligenza e altre proprietà che derivino dalla sua essenza. « Tuttavia – aggiunge – se in un senso o nell’altro si parla di debito o di un dovuto, non è che Dio stesso sia obbligato nei confronti della sua creatura: piuttosto, è che la creatura debba essere così sottomessa a Dio che l’ordinazione divina si compia in lei: l’ordinazione della Sapienza infinita che, per una tale natura, ha definito tali proprietà e tali condizioni, e per tali opere, tale ricompensa.  Ora – conclude l’Angelo della Scuola – i doni naturali non appartengono al primo dovuto, ma rientrano nel secondo; quanto ai doni soprannaturali, né l’uno né l’altro si addicono ad essi; ed è per questo che portano in modo speciale il nome di grazia » (S. Thom. 1.2, q. 111, a. 1, ad 2; col. de Verit, q. 6, a. 2; q. 26, a. 6. È vero che ci sono doni soprannaturali che sono dovuti al merito, per esempio l’aumento della grazia e della gloria; ma questo merito non è il merito della natura, escluso dal santo Dottore; è un merito fondato sulla grazia e che la presuppone. Da qui la formula di Sant’Agostino già citata: Deus coronando merita nostra coronat dona sua). – A suo tempo, e conformemente agli stessi principi, aveva risolto una controversia che, a quanto pare, divideva alcuni teologi del suo tempo. Alcuni sostenevano che tutto ciò che Dio fa, lo produca per puro e semplice piacere; altri, al contrario, che in tutte le sue opere interviene qualche debito (debitum) che determina la sua Operazione. « Ora, entrambe le opinioni sono palesemente false: la prima è falsa perché annienta l’ordine necessario che deve legare insieme gli effetti della potenza divina; la seconda è falsa perché suppone che tutto proceda da Dio per necessità di natura. La verità si trova tra questi due estremi. Ciò che Dio ha voluto dal principio, cioè le nature sussistenti, procede da Lui per semplice volontà: su che cosa si potrebbe fondare il debito che ne motiverebbe la creazione? Ma su questi primi effetti della semplice liberalità di Dio si innesta un debito. E quale? Che cos’è questo debito? Quello che fa donar loro tutto ciò che è necessario per il normale complemento del loro essere e della loro attività. Che un re crei un cavaliere tra i più umili dei suoi sudditi è pura liberalità; ma, una volta supposta questa elevazione volontaria, egli deve fornire al nuovo cavaliere il cavallo e l’equipaggiamento adatto al servizio del principe. Tuttavia, se Dio può essere debitore, lo è a rigore solo verso la propria sapienza e volontà, ma non verso la sua creatura » (De Verit., q. 6, a 2; col. 23, a. 6 ad 3). – Aggiungo un altro testo del Dottore Angelico, non tanto per chiarire nozioni già sufficientemente chiare, quanto per mostrare con quale ingiustizia i teologi del Medioevo sarebbero stati accusati di non aver distinto con sufficiente chiarezza il soprannaturale dal naturale, o la grazia dalla natura. Si chiede se ci sia giustizia in Dio. Un’obiezione che tenderebbe a negarla è che l’atto di giustizia consiste nel rendere ciò che è dovuto. E poiché Dio non deve nulla a nessuno, sembra che non possa avere in Sé la perfezione della giustizia. La risposta a questa difficoltà ci riporterà, in altra forma, alle stesse idee che abbiamo già incontrato nelle opere del grande teologo. – « Ciò che è dovuto a qualcuno è ciò che è suo. Ora, una persona ha il diritto di considerare come proprio ciò che sia ordinato per essa e verso di essa… Quindi la parola “dovuto” porta nel suo concetto una certa esigenza, basata sull’ordinazione di una cosa per un’altra. Così, i frutti di un giardino sono dovuti al proprietario, perché l’ordine gli dà il diritto di rivendicarli come propri. Ora ci sono due ordini da considerare nelle cose. In primo luogo, l’ordine in virtù del quale il creato è ordinato al creato, ad esempio le parti al tutto, gli accidenti alle sostanze e le sostanze stesse al loro fine; in secondo luogo, l’ordine superiore in virtù del quale ogni creatura è ordinata a Dio. Di conseguenza, il dovuto può essere coinvolto in due modi nelle operazioni divine: o come dovuto a Dio, o come dovuto alla creatura. – Dio rende il dovuto in entrambe le forme. Ciò che è dovuto a Dio è che le cose create rispondono ai decreti della sapienza divina e dimostrano la sua bontà: di conseguenza, quando Dio le dispone in quest’ordine, rende a Se stesso ciò che gli spetta. Ciò che è dovuto alla creatura è che essa abbia tutto ciò che le è attribuito dall’ordine delle cose, in altre parole, tutto ciò che è richiesto per la perfezione naturale; per esempio, è dovuto all’uomo che abbia le mani e che gli animali esistano per il suo servizio. E Dio esercita ancora la giustizia, quando dà ad ogni cosa ciò che le è dovuto secondo la sua natura e la sua condizione particolare. Ma, tutto sommato, il secondo debito dipende dal primo: perché non c’è nulla di dovuto ad un essere creato se non le perfezioni determinate dall’ordine della Sapienza divina. Inoltre, sebbene Dio renda così il dovuto alla sua creatura, non ne è il debitore; perché non spetta a Lui essere ordinato verso di essa e per essa, ma ad ogni creatura essere ordinata verso Dio » (S. Thom., I p., q,21, a. 1 ad 3. Cfr. c. Gent., L II, c. 28 e 29). – Il soprannaturale e il gratuito sono dunque la stessa cosa; affermare l’uno è riconoscere l’altro. Hanno una misura comune, tanto che diminuiscono o crescono insieme e nello stesso grado. Si potrebbe dire, per contrasto, che il nome di grazia è spesso applicato dai Padri ai beni naturali, come l’esistenza, l’anima con le sue facoltà, il corpo con i suoi organi; e che, di conseguenza, le due parole non possano essere equivalenti. Questa difficoltà svanisce grazie ad una semplice osservazione, praticamente contenuta nei testi di San Tommaso che ho appena tradotto. Quando parliamo di soprannaturale e di grazia, abbiamo in vista ciò che può essere per la natura sostanziale già costituita. Da questo punto di vista, l’unico che può essere discusso in un trattato sulla grazia, tutto ciò che è completamente grazia, in altre parole, tutto ciò che non possa essere rivendicato dalla natura, una volta presupposto, come dovuto o ai suoi meriti o alle sue esigenze native, tutto questo, dico, è soprannaturale. Questo è evidente dalle definizioni date alle parole « soprannaturale e gratuito ». È vero che la nostra stessa natura è essa stessa una grazia: chi ha obbligato la potenza e la bontà divina a crearla? Ma questa natura non si presuppone da se stessa. Ora, ancora una volta, il naturale ed il gratuito, quando li confrontiamo, sono giudicati in base al loro rapporto con la natura che li riceve e che essi perfezionano.

LA GRAZIA E LA GLORIA (58)

LA GRAZIA E LA GLORIA (56)

LA GRAZIA E LA GLORIA (56)

Del R. P. J-B TERRIEN S.J.

II.

Nihil obstat, M-G. LABROSSE, S. J. Biturici, 17 feb. 1901

Imprimatur: Parisiis, die 20 feb. 1901 Ed. Thomas, v. g.

LIBRO X

LA PERFEZIONE FINALE DEI FIGLI DI DIO CONSIDERATA DAL LATO DEL CORPO

CAPITOLO VI

Conclusioni. Come la vita beata sia il complemento perfetto dell’adozione e come, nella gloria, il figlio di Dio sia l’uomo spirituale per eccellenza.

.1. – Basta dare un rapido sguardo al contenuto degli ultimi due libri per capire come la vita beata sia, in tutta verità, la perfezione finale e il coronamento dell’adozione. Infatti, tutto ciò che costituisce la nostra filiazione è portato al limite estremo. Non è senza ragione, quindi, che diversi Padri abbiano rappresentato il pieno ingresso degli eletti nella gloria non solo come il compimento della loro nascita divina, ma anche come il momento della loro vera adozione: tanto lo stato del termine sorpassa in modo eccellente la nostra condizione nella via. – Qual è il fondamento ed il principio della figliolanza adottiva in noi? La grazia, cioè la partecipazione formale alla natura divina. Ora, vedete quanto la partecipazione del cielo prevalga sulla partecipazione presente. Essa prevale in quanto ci mostra nel suo totale compimento ciò che quest’ultima aveva solo in germe: non è più solo il principio primo dell’atto essenzialmente proprio di Dio, ma il principio successivo, intendo la luce della gloria, ma l’operazione stessa, la visione faccia a faccia. Da qui le parole di Sant’Ireneo: « La partecipazione a Dio è vedere Dio e godere della sua bontà. Participatio Dei est videre Deum et frui benignitate ejus » (S. Ireneo, c. Hær. L. IV, c. 20, n. 5, P. Gr. t. 7, p. 1036). Prevale perché questa partecipazione formale è ormai così radicata nell’anima, così identificata, per così dire, con essa, che nulla potrà mai separarla da essa, né distruggerla. – Che cos’altro fa ancora la filiazione adottiva? L’inabitazione della Trinità nelle anime e la misteriosa unione che lo Spirito Santo contrae con esse. Confrontate l’unione attuale con quella della patria eterna, non solo dal punto di vista della stabilità, ma anche e soprattutto dal punto di vista dell’intimità; che differenze ci sono tra l’una e l’altra! Vedete Dio che penetra con la sua essenza fino alle profondità degli spiriti beati per farsi loro forma intelligibile, e li inonda con la sua luce, come li infiammerà con il suo amore « In lumine tuo videbimus lumen »! – Che cosa rende possibile la filiazione adottiva? La somiglianza e l’immagine di Dio. È allora che il ritratto divino, ora abbozzato, riceverà la sua perfezione finale dal cuore e dalla mano dell’Artista onnipotente. Saremo come Lui, perché lo vedremo così com’è. « Lo Spirito ci renderà simili a Lui per volontà del Padre, perché completerà l’uomo ad immagine e somiglianza di Dio » (Id. ibid. L. V, c. 8, n.1. P. Gr. p. 1142). Così parla sant’Ireneo. Sant’Agostino dirà più tardi: « In questa immagine di Dio (che noi siamo), la somiglianza di Dio sarà perfetta, quando la visione di Dio sarà perfetta » (Sant’Agostino, De Trinit…, L XIV, n. 23, ss.). – Cos’altro richiede la grazia dell’adozione? Che i figli non abbiano altra volontà che quella del Padre e che evitino tutto ciò che potrebbe essere un’offesa nei suoi confronti. Il privilegio del cielo è la realizzazione immutabile di questo oracolo dei nostri Libri santi: « Chiunque è nato da Dio non commette peccato, perché il seme di Dio abita in lui, e non può peccare, perché è nato da Dio » (1 Joan. VI, 9); è anche una conformità così perfetta tra la volontà dei figli e quella del loro Padre, che non solo non vogliono nulla contro la regola della volontà divina, ma anche che in Dio e ovunque vogliono identicamente solo ciò che Dio vuole, e nella misura in cui Egli lo vuole (« In statu gloriæ omnes videbunt in singulis quæ volent ordinem eorum ad id quod Deus circa hoc vult; et ideo non solum formaliter sed materialiter in omnibus suam voluntatem Deo conformabunt » – S. Thom, 1. 2, q. 19, a. 10, ad 1; col. de Verit., q. 23. 8). – Lascio al lettore la consolazione di seguire da solo il parallelo tra l’adozione dei figli che sono ancora lontani dalla casa del Padre e quella dei Santi che sono entrati in possesso della sua eredità. Riempito di questi pensieri elevati e salutari, sentirà crescere nel suo cuore la santa ambizione di entrare nella Gerusalemme celeste o, per usare un’espressione di Sant’Agostino, di far parte « di quel tempio di Dio che è costruito da dei, fatti da quel Dio non fatto Templum Dei quod ædificatur ex diis quos fecit non factus Deus ».

2. – Prima di concludere queste considerazioni sulla perfezione finale dei figli di Dio, vediamole riassunte in un nome frequentemente usato dagli autori ascetici: è il nome di uomo spirituale. Presa nella pienezza del suo significato scritturale, questa parola esprime mirabilmente i privilegi della natura glorificata. Sì, l’eletto di Dio, una volta raggiunta la sua beatitudine, è veramente l’uomo spirituale per eccellenza. Non parlo della spiritualità che gli si addice, come ad ogni altro uomo, a causa della sua anima immateriale, ma di una spiritualità superiore, che spiegheremo alla luce delle Scritture. – Le epistole di San Paolo, in particolare, oppongono in ogni momento la carne allo spirito. La carne è la parte inferiore dell’uomo, considerata non solo come l’elemento più materiale del nostro essere, ma come la sede, il fulcro, il principio delle tendenze e degli affetti disordinati (Rm VII, 5; VIII, 1-15). Al contrario, lo spirito sarà la parte superiore dell’uomo che, sotto l’influenza della grazia che lo eleva e dello Spirito Santo che lo inabita, è diventato un principio delle operazioni divine. Perciò le opere della carne, secondo San Paolo, sono l’impurità, l’idolatria, gli avvelenamenti e altri crimini; ed i frutti dello spirito, la carità, la pazienza e tutte le virtù (Gal. V, 19-24). Da qui la lotta, di cui parla lo stesso Apostolo, tra i desideri della carne e quelli dello spirito; perché lo spirito e la carne sono in contraddizione tra loro (Ibid. V, 17). Cosa sarà dunque l’uomo carnale? Chi vive secondo la carne e cerca le cose della carne! – E cosa sarà l’uomo spirituale? L’antitesi dell’uomo carnale, cioè colui che cammina secondo lo spirito, che mortifica con lo spirito le passioni della carne e si abbandona all’azione dello spirito (Rm VIII, 3, 9, 13, 14). L’uomo spirituale non è solo l’opposto dell’uomo carnale; è anche l’opposto dell’uomo animale. San Paolo non dà alla parola anima (animus, ψυχὴ = psuke) il cattivo significato che spesso attribuisce a quella di carne. L’anima è per lui, secondo i diversi testi, a volte il principio vivificante del corpo o la vita che essa gli dà, a volte il principio della vita sensibile e ragionevole (At. XXII, 10; Rom., XI, 3; XIII, 1; Ebr., XII, 3, ecc.); ma in nessun luogo esprime con questa parola i doni soprannaturali racchiusi in quella di spirito. Pertanto, l‘uomo animale, nel senso inteso dall’Apostolo, è colui che non ha altra vita, altra luce, altro principio di pensare, volere e agire, se non quello che gli deriva dalla sua natura vivente e ragionevole, cioè dall’anima; l’uomo, quindi, è puramente umano, per il quale le cose dello spirito sono scandalo e follia (I Cor. I e II); l’uomo che parla in modo superbo e ripudia Gesù Cristo, l’unico dominatore, con le sue leggi e i suoi misteri (Giud. 19, 7, 4). Dall’altra parte, l’uomo spirituale è il fedele che, sottomettendo umilmente la propria mente, accetta le lezioni della Sapienza divina, e possiede lo Spirito che è di Dio e rivela i doni di Dio (I Cor., XII, 10, 12, 15). – L’antagonismo tra i due uomini si ripresenta sotto un terzo punto di vista. « La carne ed il sangue non possono entrare nel possesso del regno di Dio », cioè – come spiega lo stesso San Paolo – la natura umana con la sua attuale corruttibilità (I Cor. XV, 50). È dunque essere ancora un uomo carnale, indossare un corpo terreno, quella pesante dimora sotto la quale l’Apostolo delle genti gemeva (1 Cor., V, 1 segg.); e, poiché questo corpo è allo stesso tempo un corpo animale, corpus animale, che non è ancora liberato da esso, rimane sempre per questo motivo l’uomo animale, di cui ci parla la Scrittura. Perciò l’uomo, per essere veramente spirituale, deve rivestirsi di una carne spirituale e celeste, corpus spirituale (I Cor. XV, 44), partecipe dello spirito e totalmente dominata dallo spirito – Dopo questa descrizione molto apostolica, è facile capire che l’uomo spirituale, nel senso assoluto del termine, è il figlio di Dio che regna in cielo, e non può che essere lui. A qualsiasi grado di spiritualità un uomo venga elevato nel tempo della prova, rimane sempre animale e carnale in qualche punto (II Cor., V, 1-4; 1 Cor., XV passim). Senza parlare del peso della corruzione che dobbiamo portare in questa carne infelice, quali rivolte in essa contro l’impero dello spirito; quali tenebre e veli sulla nostra intelligenza; quali minacce di instabilità anche in coloro che più certamente possiedono lo Spirito di Dio! Non sono solo i piccoli figli in Cristo che San Paolo può chiamare carnali (I Cor., I, 1-3); lui stesso, quell’uomo che è stato rapito al terzo cielo, si lamenta di esserlo ancora (Rom. VII, 14-20). L’uomo carnale e l’uomo vecchio vanno di pari passo; e come l’uno rimane sotto la novità stessa, così l’altro non è mai completamente estirpato né dal corpo né dall’anima dalla virtù vivificante e santificante dello Spirito. – Ma in cielo, dopo la gloriosa risurrezione, ci sarà la vittoria piena e stabile dell’uomo spirituale sull’uomo animale e carnale; una vittoria così radicale che tutto ciò che è carnale e animale in noi sarà annientato per sempre. Nella carne, niente più cupidigia, niente più debolezze, niente più malattie, niente più mortalità; perché essa è eternamente soggetta allo spirito come lo spirito lo è a Dio. Nella ragione non c’è più ignoranza, non c’è più oscurità, non c’è più possibilità di ribellione alla conoscenza di Dio, perché l’intelligenza è perennemente annegata nella luce ed i misteri sono messi a nudo davanti ad essa. Nella volontà c’è l’attualità sempre presente e la rettitudine inamovibile dell’amore divino, il cui regno è assoluto su tutti gli affetti e tutti i movimenti dell’anima.

3. – Insistiamo ancora di più sulla considerazione della stessa verità. Ciò che rende l’uomo, dal punto di vista filosofico, un essere spirituale è che, per il principio superiore della sua natura, partecipa all’immaterialità divina, cioè alla spiritualità di Dio. Ora, che cos’è la gloria, considerata nel suo elemento più essenziale, se non la partecipazione più alta e più perfetta di questo attributo divino? Dio, infatti, conosce e ama se stesso solo perché è immateriale, e la misura, per così dire la radice, della sua conoscenza e del suo amore è questa immaterialità per cui è infinitamente Spirito: « Deus spiritus est ». Poiché, dunque, i conoscitori del cielo prevalgono incomparabilmente nella conoscenza e nell’amore su tutte le creature diverse da loro, si deve necessariamente concludere che essi abbiano raggiunto il più alto grado della vita spirituale e che ciascuno di loro sia quindi l’uomo spirituale nel suo punto più alto. – Ciò che rende ancora l’uomo spirituale è, secondo la testimonianza dei Padri, la sua singolare ed intima unione con lo Spirito Santo. Ricordiamo i testi già citati di San Basilio e di Sant’Ireneo, che mettono in piena luce questo pensiero. « Come la superficie levigata di un corpo, quando viene colpita da un raggio di sole, diventa brillante… così le anime che portano in sé lo Spirito divino diventano splendenti e spirituali » (San Basilio, L. de Spir. S., c. 9, P. Gr., t. 32, p. 110). Pertanto, « che questo Spirito divino si unisca all’anima e l’anima alla carne, questa effusione dello Spirito Santo renderà l’uomo spirituale e perfetto… ». Ma se l’anima è separata dallo Spirito, l’uomo che avrete non sarà altro che un uomo animale, imperfetto e carnale » (S. Iren, de Hæres, L. V, c. 6, n. 1. P. Gr., t. 7, p. 1137). Quanto è stretta l’unione dello Spirito con l’anima dei Santi durante i giorni di questa vita mortale. Ma quanto più intimo, quanto più indissolubile, quanto più attivo diventerà nella beata eternità, quando Dio, prendendo possesso di tutto il nostro essere, sarà come la forma luminosa della nostra intelligenza, l’oggetto immediato e sempre presente della nostra conoscenza e del nostro amore, l’Ospite divino che glorifica il nostro corpo, il suo santuario più puro e incorruttibile! – Alcuni degli antichi scrittori ecclesiastici, per esprimere con maggior forza l’incomprensibile immaterialità di Dio, lo proclamarono l’unico immateriale. Certamente erano lontani dal pensare che tutte le creature, sia gli spiriti angelici che le anime umane, siano materia o dipendano intrinsecamente dalla materia, sia nel loro essere che nel loro operare. Sostenevano che la spiritualità divina, che supera infinitamente tutte le spiritualità delle nature create, non possa essere contrapposta all’altra senza che la seconda venga eclissata dalla prima. È nello stesso senso che l’essere della creatura, per quanto perfetto possa essere, diventa come un nulla per chi lo confronta con l’Essere infinito di Dio. Così, tutto considerato, si può dire dei figli di Dio, che hanno raggiunto il pieno sviluppo della loro adozione, che essi soli, dopo Dio, sono uomini spirituali, tanto che ciò che rende l’uomo carnale e animale è distrutto in loro in modo più assoluto di quanto possa esserlo nello stato di prova e di mortalità. « Ciò che nasce dalla carne è carne, ma ciò che nasce dallo Spirito è spirito », diceva il Salvatore al fariseo Nicodemo. Questo è un grande detto, che il cielo ci riserva come chiara dimostrazione, se, vivendo della vita dello spirito, conserviamo e sviluppiamo in noi l’essere spirituale di cui l’adozione divina ci ha liberalmente dotati.

LA GRAZIA E LA GLORIA (57)

LA VITA INTERIORE DEL CATTOLICO (15)

LA VITA INTERIORE DEL CATTOLICO (15)

Mons. ALBAN GOODIER S.J. (Arcivescovo di Hierapolis)

Morcelliana Ed. Brescia 1935

Traduzione di Bice Masperi

CAPITOLO V

CONCLUSIONE (2)

2. – Il dono dell’uomo a Dio.

Abbiamo considerato la vita spirituale come dono gratuito dell’immenso amore di Dio per l’uomo. Sta all’uomo accettarlo liberamente. Poiché in questa libera accettazione si compie la felice consumazione del dono, e, una volta accettato, coltivarlo nella fede, nella speranza, nella carità. E sarà un degno contraccambio d’amore se la dedizione di sé a Dio saprà esser completa, secondo l’esempio di Colui che tutto si è dato. Egli mi ha amato fino a darsi per me: io debbo riamarlo e darmi per Lui. Riconosco che la mia vita di quaggiù, in confronto a quella ch’Egli mi offre, è cosa meschina, di ben poco valore intrinseco attuale, per quanto grande potrebbe sembrare se non mi fosse stato svelato nessun altro orizzonte, ma resa grande effettivamente fin d’ora dalla sua identità con qualche cosa ch’è molto più grande di lei. Se desidero esser quale Egli mi vuole debbo darmi tutto a Lui, com’Egli si è dato a me, perché mi plasmi come più gli piace; e la mia vita spirituale tanto maggiormente si svilupperà quanto più completo sarà il dono di me

(“Chi avrà perduto la vita per causa mia la ritroverà ”. (Matt. X, 39).

“Perché chi vorrà salvare la sua vita la perderà, e chi avrà perduto la vita per amor mio la salverà. Che giova mai all’uomo guadagnare tutto il mondo, se poi perde e danneggia se stesso?” (Luca IX, 24, 25),

“Chi ama la propria vita la perderà, e chi odia la propria vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna”. – Giov. XIII, 25).

E ciò si farà in tre modi. Innanzi tutto, per chi accetta il soprannaturale, per ogni cattolico, per ogni credente nel Figlio di Dio fatto Uomo, primo dovere è quello di sottomettere a sé l’uomo naturale e particolarmente quella parte dell’uomo naturale che lo fa schiavo di bassi appetiti: “la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita” (I Giov. II, 16). Lo stesso uomo naturale deve combattere contro queste forze dominanti, se uomo vuol rimanere e non abbassarsi al livello del bruto; molto più poi, se vuol sottomettere a sé tutto ciò ch’è naturale in lui e diventarne padrone assoluto.

(“La notte è inoltrata e il giorno si avvicina; gettiamo via dunque l’opera delle tenebre, rivestiamo le armi della luce. Come in pieno giorno, camminiamo onestamente, non in crapule e ubbriacature, non in alcove e in licenza, non in contese e invidia, ma rivestitevi del Signore Gesù Cristo e non abbiate cura della carne sì da destarne le concupiscenze” (Rom. XIII, 12, 14).

“To dico invece, conducetevi secondo lo spirito e non soddisfate ai desideri della carne. La carne ha desideri contrari allo spirito, e lo spirito li ha contrari alla carne; son cose opposte fra loro, sì che voi non dovete fare tutto quel che vorreste… I seguaci di Cristo Gesù hanno crocifisso la carne con le sue passioni e le sue concupiscenze. Se viviamo collo spirito, procediamo anche con lo spirito. (Gal. V, 16, 25).

“Carissimi, io vi scongiuro che come forestieri e pellegrini vi asteniate dai desideri carnali che fan guerra all’anima”. – I Piet. II, 11).

Questa necessaria sottomissione interiore sarà la prima cosa da intraprendere per il vero seguace di Gesù Cristo, e la grazia di Dio sarà con lui, È la via tracciata alla preghiera da ogni maestro di spirito, è la chiave di quel sereno ascetismo che ha sempre accompagnato la Chiesa Cattolica nella sua storia, nei suoi Santi, nei suoi eremiti e reclusi e in tutti i suoi ordini religiosi, nel cilicio di un Thomas More e nella povertà volontaria di tanti principi e re. Non è cosa contraria, alla natura, ché anzi i veri Santi furono gli uomini più naturali, non è che un conquistar la natura, un sottometterla, un assoggettarla affinché possa servire, un ribellarsi energicamente alla sua tirannia che vorrebbe dare alla nostra capitolazione la pietosa illusione della libertà. Poi, nel campo positivo, il seguace di Cristo si sforzerà non solo di vincere il male, ma anche tenderà a coltivare tutto il bene che ha in sé.

(“Poiché chi vuol amare la vita e vedere giorni beati raffreni la sua lingua dal male e le sue labbra non parlino inganno. Schivi il male e faccia il bene, cerchi la pace e le vada dietro; perché gli occhi del Signore sono sopra i giusti e le sue orecchie attente alle loro orazioni, ma la faccia del Signore sta contro coloro che fanno il Male”. – I Piet. III, 10-12).

E il maggiore di tutti i beni è l’amore: amore di Dio, in primo luogo, di Dio che “è amore”, “che ci ha amati per primo”, e tanto “da dare il suo Unigenito”, che ci ama “di un amore eterno”, amore che sospinge l’uomo il quale desideri veramente ricambiarlo almeno in parte. Ora, secondo gli stessi criteri del mondo, la maggior prova d’amore è la dedizione di sè. “Nessuno ha un amore più grande di colui che dà la vita per l’amico” e perciò nessuno avrà un più grande amore verso Dio di chi per Lui dà la vita. Ma dare la propria vita non significa necessariamente quello che s’intende di solito per “morire”: è la dedizione di sé all’essere amato, in assoluta e completa devozione al suo servizio. Così è dell’amore dell’uomo per Iddio. Stimar la vita e tutte le cose di quaggiù non secondo le proprie vedute, ma secondo quelle di Dio, sforzarsi per amor suo di renderci quali Egli ci vuole, anche quando la sua volontà contrasta con la nostra e malgrado tutte le ribellioni della natura, vivere non secondo le nostre ambizioni, ma facendo della nostra esistenza tutto ciò che Dio vuole, ecco l’ideale cattolico. È questo davvero un “dar la vita per l’amico”, è l’adempimento perfetto della legge: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua mente, con tutte le tue forze”. Ed è cosa che porta con sé la sua abbondante ricompensa, secondo ch’Egli ha promesso, il centuplo, misura piena, pigiata e traboccante, Poiché morire a se stessi con Cristo è risuscitare con Lui, dar la propria vita per amor suo è ricevere in cambio la sua vita. Né questa è metafora o pura allegoria. Cristo vive misticamente e non per questo meno realmente in ognuno che sia disposto ad accoglierlo, e gli conferisce il potere di diventare e di essere veramente figlio di Dio. Viviamo, non più noi, ma Egli vive in noi. Ecco perché noi offriamo le nostre preghiere “per Gesù Cristo Signor nostro”, unendo il nostro nulla ai suoi meriti infiniti. Ecco perché anche il più insignificante dei nostri atti può acquistar valore e riuscire accetto a Dio nostro Padre. Per questa unione, creature deboli quali siamo, ci soprannaturalizziamo e tutte le nostre azioni partecipano del soprannaturale: siamo fatti “ partecipi” della divina natura di Colui che si è “degnato di partecipare alla nostra natura umana’; ejus divinitatis participes, qui humanitatis nostræ fieri dignatus est particeps. E inoltre, a motivo di questa unione, essendo il vero amore attivo e fattivo in tutti, in ogni altra anima come nella mia, siamo fatti uno tra noi in un senso assai più reale ed effettivo di quello che potrebbe conseguire la sola natura umana. Unificati e affratellati così, desideriamo che anche il resto dell’umanità, ancora escluso dall’abbraccio divino, vi giunga finalmente e sia fatto uno con noie partecipi alla stessa ineffabile eredità, “affinché Cristo dimori nei vostri cuori per mezzo della fede e voi radicati e fortificati in amore siate resi capaci di comprendere con tutti i Santi qual sia la larghezza e la lunghezza e l’altezza e la profondità e intendere quest’amore di Cristo che sorpassa ogni scienza, affinché siate ripieni di tutta la pienezza di Dio… Con tutta umiltà e mansuetudine e con longanimità, tollerandovi a vicenda con amore, sforzandovi di conservare l’unità dello spirito nel vincolo della pace. Un corpo solo, un solo spirito come in unica speranza siete stati chiamati. Uno è il Signore, una la fede, uno il Battesimo, uno Iddio e Padre di tutti, che è sopra di tutti e per tutti e in tutti”. (Efes. III, 17-19; IV, 2-6).

A questa unione con Dio la natura umana  tende spontaneamente, anche se spesso inconsciamente. Quella sete di perfezione, quella brama di una più completa realizzazione di sé, innata in ogni essere umano normale, non è che lo sforzo dell’anima ansiosa di corrispondere all’invito dell’amore di Dio. Per quanto cerchi di completarsi e di appagarsi altrove, l’uomo non è mai soddisfatto; c’è sempre da raggiungere qualche cosa di più, anzi tanto di più che i beni ormai raggiunti sembrano un nulla e gli sfuggono come acqua fra le dita. Poiché “per primo Egli ci ha amato” e ha radicato il suo amore in noi; ci ha amato “di un amore eterno”, e il nostro è parimenti amore per l’eterno; ci ama di un amore infinito personale e fedele che non vien mai meno; e, purché vogliamo accoglierlo, quell’amore agisce su noi, e quasi senza rendercene conto noi bramiamo di ricambiarlo. È questo il segreto del desiderio dell’uomo, e del suo malcontento di sé e di ogni sua conquista. Consapevoli o no, noi tendiamo a Dio, e la fame di Lui è diventata inerente al nostro essere. “Ci hai fatti per Te, Signore, e il nostro cuore non ha pace finché in Te non riposa”. – Ne deriva che nessuna conoscenza al mondo può confrontarsi con la conoscenza di Dio. Poiché non possiamo amare ciò che non conosciamo, e poiché l’amore di Dio è l’appagamento unico dell’uomo, per esser logico e coerente, questi dovrebbe fare della conoscenza di Dio la sua principale occupazione. Anzi, siccome Dio stesso è amore, la conoscenza di Lui è conoscenza dell’amore nel suo grado più sublime, nel suo oggetto più degno. Fu l’amore che ispirò e diede il precetto unico rendendolo sufficiente a tutto: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta l’anima tua, con tutta la tua mente, con tutte le tue forze”. Questa conoscenza di Dio e dell’amore di Dio in se stesso e nella sua effusione in noi, necessariamente dovrà modificarci. Sappiamo bene che da noi siamo un nulla e affatto indegni di quell’amore, mentre per le nostre colpe e infedeltà ce ne siamo resi ancor più indegni. Eppure vi aspiriamo ardentemente, e ciò basta a farcene sentire il bisogno e a indurci ad ogni sforzo per diminuire la nostra indegnità, a farci ricorrere a Colui che ancora ci ama di un amore immutato, a farci implorare la sua misericordia e il suo perdono, la sua compassione e la sua benevolenza, a buttarci ai suoi piedi affinché Egli ci riammetta al suo amplesso. E cercheremo di fare in ogni cosa la volontà di Colui che tanto ci ha amato e che noi vorremmo tanto riamare, poiché far la volontà di chi amiamo è già di per sé una prova d’amore feconda di gioia; accetteremo le sue leggi e le ubbidiremo, cercheremo i suoi consigli e li seguiremo, coglieremo le occasioni di dargli gloria e le promuoveremo noi stessi, saremo pronti a riconoscere in tutti gli avvenimenti lieti o tristi della vita la manifestazione del suo beneplacito e quindi altrettante occasioni di dargli nuove testimonianze d’amore. E saremo inoltre portati alla preghiera, poiché per essa entriamo in comunione con Lui, e — come insegna la nota definizione — la mente e il cuore a Lui si sollevano. Se questo è l’orientamento interiore dell’anima consapevole delle sue relazioni con Dio, inevitabilmente esso troverà modo di riflettersi sulla vita esteriore. Poiché le cose della vita sono non meno di noi creature del. Dio vivente, che tutte le ama nella loro condizione e in tutte vive, mentre esse, pel semplice fatto di esistere, manifestano Lui e la sua gloria. “I cieli narrano la gloria di Dio e il firmamento annunzia le opere delle sue mani” (Sal. XVIII, 1). “Del Signore è la terra e ciò che la riempie, il mondo e tutti i suoi abitanti » (Sal. XXIII, 1). “Le perfezioni invisibili di Lui fin dalla creazione del mondo, comprendendosi dalle cose fatte, si rendono visibili, quali la sua eterna potenza e la sua divinità” (Rom. I, 20). – Nelle cose della terra, dunque, possiamo se vogliamo riconoscere l’opera di Dio, anzi riconosciamo Lui stesso, perché esse pure sono sua immagine, tengono imprigionato un tenue raggio della sua infinita bellezza e amabilità e riflettono in qualche modo quel fulgido sole centrale che è Dio stesso. Così tutto l’ordinamento della vita viene ad essere il disegno di Colui che “governa sapientemente da un capo all’altro del mondo e tutte le cose dispone soavemente”. Sebbene a noi le sue intenzioni sembrino spesso misteri, e le sue vie, troppo dissimili dalle nostre, addirittura inesplicabili, pure sappiamo che dietro a tutto quanto appare alla superficie sempre risplende la sua volontà e quell’amore ineffabile che è il motivo della sua azione, allo stesso modo che il sole continua a splendere dietro alle nuvole più cupe e che ancor quelle sono effetto della stessa azione solare e, in definitiva, ordinate a uno scopo di bene. – La conformità alla volontà di Dio non è sottomissione cieca, forzata, fatalistica, è gioiosa accettazione di una guida che ci conosce assai meglio di quanto non ci conosciamo noi stessi, è servizio leale prestato ad un Sovrano, servire il quale è l’onore massimo riserbato all’uomo. È un contraccambio d’amore che brama di ripagare nella debole misura consentitagli tutto quanto gli è stato donato, è il raggiungimento del fine pel quale fummo creati, e perciò l’unico mezzo col quale possiamo anche in questa vita trovare vera soddisfazione.

(“Ho corso la via dei tuoi comandamenti quando tu hai allargato il mio cuore.

“Insegnami, o Signore la via dei tuoi statuti e io la ricercherò sempre.

“Dammi intelletto e scruterò la tua legge e l’osserverò con tutto il mio cuore.

« Guidami per il sentiero dei tuoi comandamenti poiché in esso io mi diletto”. – Sal. CXVIII, 32-35). – E se ritroviamo Dio e la sua volontà nelle cose materiali e negli avvenimenti della vita, quanto più lo troveremo negli esseri umani dai quali siamo circondati! Come noi, essi pure, Ebrei e Gentili, schiavi e liberi, chiunque essi siano, tutti sono fatti a sua immagine e somiglianza, anche se i nostri occhi miopi stentano a riconoscerlo. La grazia non distrugge la natura, il soprannaturale non cancella ciò che è veramente naturale; se quindi la stessa natura ci inclina ad amare il nostro simile, l’amor di Dio ci spinge ad amarlo più e meglio ancora. L’amore e la reverenza verso Dio stringono maggiormente i legami familiari, il vincolo fra marito e moglie, fra genitori e figliuoli.

“E voi, o mariti, amate le vostre mogli, così come Cristo amò la Chiesa e diede se stesso per lei… Così anche i mariti devono amare le loro mogli come i propri corpi” (Efes. V, 25, 28).

Ecco l’ideale cattolico dello stato coniugale, un amore quale fu quello di Cristo per i suoi, dimostrato con la morte. A ideale della paternità, poi, è proposta la paternità di Dio stesso: “il Padre del nostro Signore Gesù Cristo da cui ogni famiglia e nei cieli e sulla terra prende nome” (Efes. III 14, 15). Ai figli pure è dato per modello Colui che per trent’anni fu “soggetto” ai suoi genitori. (Luca II, 51); essi imparano ad obbedire a quelli che alla loro volta obbediscono a Colui dal quale deriva ogni autorità. E così è dei nostri rapporti con tutti coloro che amiamo. L’amicizia non è affatto condannata da Colui che amò così teneramente i suoi amici. S. Giovanni ne è buon testimone, e S. Paolo pure, seguace del suo esempio, è una splendida fiamma di puro amore per gli amici. Così è ancora dei nostri rapporti col prossimo in genere. Per amor di Dio noi amiamo il destino, il dovere, la condizione sociale, la professione che la sua Provvidenza ci ha assegnato, precisamente perché da Lui ci vengono e perché sono espressioni della sua volontà. E per amor suo ancora amiamo i fratelli tutti, perché Egli li ama; e questo è per noi motivo assai più forte e sicuro di qualunque nostra inclinazione affettiva, e vorremmo prodigar loro tenerezza e cure: perché Gesù Cristo si sacrificò per gli uomini, vorremmo anche noi, nel nostro piccolo, spender per loro tutto ciò che abbiamo e che siamo. Far questo alla maniera di Lui, amare i fratelli perché Cristo li ama, per i motivi medesimi per cui Egli li ama e nello stesso modo, non è che dimostrare maggiormente a Dio medesimo l’amor nostro e dimostrarglielo nella maniera che a Lui più ci avvicina e che ci fa vivere una vita più nobile e più eroica di quella che la natura umana da sola possa mai sperar di attuare. “Noi dunque amiamo Dio, poiché Egli per il primo ci ha amati. Ma se uno dirà: “Io amo Dio” e odierà il suo fratello, è mentitore. Infatti chi non ama il suo fratello che vede, come può amare Dio che non vede? E questo comandamento lo abbiamo da Dio: che chi ama Dio ami anche il proprio fratello”. (I Giov. IV, 19, 21). Così l’amore verso Dio ci impegna all’amore verso i fratelli, amore per i singoli e per l’umanità nel suo insieme, tutti membri di un solo corpo che è il Corpo di Gesù Cristo, ispirati tutti dallo stesso amore che è l’amor suo, acceso e ardente in ciascuno di noi. E reciprocamente, l’amore per i fratelli ci riporta all’amore per Iddio che è il principio e insieme l’oggetto di ogni amore; noi siamo il suo Corpo, siamo membri l’uno dell’altro, così vicini a Lui e fra noi che il suo spirito è il nostro spirito, la sua Verità è la nostra, infallibile e sicura, la sua Vita una cosa sola con la nostra. – Questo amore nato da Dio che è fedele e nel quale crediamo, profuso su ogni cosa esistente a somiglianza del suo, uno, santo, universale, apostolico, è l’ideale vissuto della fede cattolica. È l’attuazione del pensiero cattolico: “Da questo conosceranno tutti gli uomini che siete miei discepoli se vi amerete gli uni con gli altri”. – È questo il suo Verbo fatto carne, la meta alla quale tendono i Cattolici, e, per quanto possano in pratica rimanerne lontani, pure essi sperano, ad onta di qualunque sconfitta, di riuscire ad accostarvisi sempre più “per Cristo Gesù Signor nostro”.

F I N E

LA GRAZIA E LA GLORIA (55)

LA GRAZIA E LA GLORIA (55)

Del R. P. J-B TERRIEN S.J.

II.

Nihil obstat, M-G. LABROSSE, S. J. Biturici, 17 feb. 1901

Imprimatur: Parisiis, die 20 feb. 1901 Ed. Thomas, v. g.

LIBRO X

LA PERFEZIONE FINALE DEI FIGLI DI DIO CONSIDERATA DAL LATO DEL CORPO

CAPITOLO V

Sulla glorificazione finale della natura. La nuova terra e i nuovi cieli.

.1 – L’uomo, questo composto di spirito e corpo, ha bisogno di una dimora materiale che corrisponda all’elemento visibile della sua natura: palazzo o prigione, a seconda che sia degno di amore o di odio, amico del Re dei secoli o suo eterno nemico. Ai tempi della prova, questa dimora materiale era la terra su cui camminiamo: un luogo di delizie, finché l’uomo ha conservato la giustizia e l’innocenza; un esilio ed una valle di lacrime, quando le ha perse per sé e per la sua posterità. Sant’Agostino, dovendo trattare del paradiso biblico, esordisce con questa osservazione: « So bene che si sia parlato molto del paradiso dell’Eden, e che se ne sia parlato in modo molto diverso. Tuttavia, ci sono solo tre opinioni principali su questo argomento. Alcuni interpretano ciò che dice la Scrittura in senso puramente materiale; altri lo vedono come un paradiso puramente spirituale; altri ancora lo ritengono un paradiso sia spirituale che materiale; ed è, aggiunge, questa terza opinione che io condivido » (S. August. De Gen. Ad litt. L. VIII, c. 1). – Mi sembra che queste parole del grande Dottore riassumano abbastanza chiaramente l’idea che gli uomini hanno ancora del paradiso a cui il Padre celeste ha invitato i suoi figli. Alcuni, per eccesso di semplicità, prendono alla lettera tutto ciò che leggono nelle Scritture ed in particolare nell’Apocalisse. Non parlate loro di metafore o simboli. Arriverebbero a persuadere che questi animali, contemplati da San Giovanni nelle sue visioni profetiche, sono e fanno davvero ciò che l’Apostolo scrive di loro. Può essere un’innocente illusione, ma è priva di qualsiasi fondamento serio. Ci sono altri che sono di parere diametralmente opposto. Il paradiso è per loro la visione di Dio, è l’anima beata di cui la Trinità divina ha fatto il suo trono; e questa gloriosa città degli eletti, la nuova Gerusalemme, è solo una magnifica figura che rappresenta le ricchezze spirituali e gli splendori della Chiesa santa, ora velati. – Tra questi due modi di vedere, c’è il sentimento comune del popolo fedele che recita il Pater, quello che la Chiesa, per bocca dei suoi Dottori e Padri, ha manifestamente approvato: Dio, che nei primi giorni del mondo ha posto l’uomo in un luogo di delizie, prepara anche per gli uomini divinizzati e risorti una dimora conforme alla gloria di cui li incorona (S. Agostino: de Hæres., hær. 50 – enumera tra gli errori dei Seleucidi la negazione di un “paradiso visibile“). È lì che raccoglierà i suoi figli; per questo deve fare una nuova terra e nuovi cieli (Ap. XXI, 1). Certo, non nego che il nome di Paradiso sia molto vago e si presti a diverse interpretazioni; ammetto che si possa essere in paradiso con l’anima, quando il corpo giace sulla terra, perché il Signore disse al ladrone: « Oggi sarai con me in paradiso ». Dio non voglia che io voglia sposare la causa di tante descrizioni fantasiose in cui l’immaginazione ha dato libero sfogo. Quello che sostengo è che ci sarà certamente per i figli di Dio una dimora materiale in cui risplenderanno la loro gloria e la maestà di Dio; una dimora che supererà come all’infinito tutte le bellezze e le magnificenze dell’universo in cui viviamo. – In mancanza di testi positivi, mi basterebbe convincermi di questo considerando il mondo attuale nel suo rapporto con la nostra natura umana. Non dimentichiamo che la creazione materiale ha la sua ragione finale non in se stessa, né nei puri spiriti, ma nella creatura che è insieme ragionevole e corporea, nell’uomo. L’universo, fatto per l’uomo, è in un certo senso parte di Lui stesso; è come il grande corpo dell’umanità. Se Dio, nei suoi eterni consigli, non avesse decretato altra creazione che quella delle nature angeliche, il mondo dei corpi non sarebbe mai esistito, tanto i suoi destini dipendono intimamente da quelli della creatura intelligente e sensibile. – Questo legame è stato evidente sulla terra fin dall’inizio dei tempi ed è diventato sempre più chiaro nel corso dei secoli. All’uomo creato da Dio in tutto lo splendore della giustizia, una terra che la Scrittura chiama « un paradiso di delizie ». Ma ecco che l’uomo si allontana dal suo Dio. Subito la maledizione di Dio cade sulla terra, essa perde la bellezza della sua giovinezza, la sua prima giovinezza si esaurisce e l’uomo dovrà nutrirsi di essa con il sudore della sua fronte (Gen. III, 17). Più tardi, dopo che tutta la carne si è corrotta, l’ira di Dio si abbatte con onde vendicative sulla superficie del nostro pianeta, distruggendo con l’uomo le piante e gli animali creati per servirlo. Quante volte nella vita del popolo di Dio abbiamo visto gli elementi schierarsi a favore o contro di esso, a seconda che esso fosse docile o ribelle alla legge del Dio che lo aveva fatto appositamente suo! – Ma è dall’avvento del Salvatore che l’alleanza tra il mondo della natura e l’umanità, considerata nel suo Capo e nelle sue membra, sarà rivelata da segni più manifesti. La nuova Legge è senza dubbio un codice in cui il distacco dai beni e dai godimenti materiali ricorre quasi in ogni riga. Ma se ci è vietato abbandonare il nostro cuore alle attrattive della creatura corporea, se dobbiamo elevarlo al di sopra del mondo sensibile, vediamo tuttavia quanto l’ordine della natura fisica si mescoli alla nostra vita, intendo dire anche e soprattutto alla nostra vita di figli di Dio. – Ricorderò cosa abbia fatto la natura per il Figlio unigenito quando si è degnato di rivestirsi della nostra carne e di diventare il capo dei predestinati? È presente alla sua nascita, manifestandolo con fenomeni luminosi che conducono i pastori e i magi alla sua mangiatoia. È al Calvario, in lutto a modo suo per il suo Re: la terra trema, le rocce si spaccano, il sole si copre di tenebre. Quante volte, durante i tre anni di vita pubblica del Salvatore, non si è allontanata spontaneamente dalle leggi che la governano, per contribuire ai suoi disegni di misericordia? Ciò che è stato per Gesù Cristo, sarà per i figli dell’adozione; non basterebbero dei volumi per raccontare i fatti miracolosi in cui vediamo ciascuno degli ordini della creazione materiale venire uno dopo l’altro ad abbassarsi davanti agli uomini di Dio, come umili servitori davanti al rappresentante del loro Padrone. È la natura sensibile che sarà, attraverso i Sacramenti, lo strumento ordinario della santificazione degli uomini; è la natura che fornirà il materiale per le loro contemplazioni, i loro sacrifici, le loro immolazioni volontarie. – Così dappertutto e sempre, nell’ordine della grazia come in quello della natura, trovo la creazione materiale unita da legami indissolubili agli esseri umani. Non mi sorprende quindi leggere in San Paolo che « la creatura attende con ansia la manifestazione dei figli di Dio. Soggetto com’è alla vanità, essa nutre la speranza di essere un giorno liberata anch’essa dall’assoggettamento alla corruzione presente e di passare alla libertà dei figli di Dio; infatti – aggiunge l’Apostolo – sappiamo che finora tutte le creature gemono e sono nel travaglio » (Rm VIII, 19-22). Quindi non è solo il corpo dell’uomo, ma il mondo degli esseri sensibili in cui viviamo, che un giorno dovrà essere purificato, trasfigurato come lui. I cieli passeranno attraverso il fuoco, gli elementi si scioglieranno nell’incendio della terra con tutto ciò che contiene (2 Pt. III, 12). Ma questa catastrofe finale sarà per loro ciò che la fornace è per l’oro ed i metalli di gran valore. Non ci sarà né annichilimento né distruzione totale, ma una trasformazione completa: « perché noi aspettiamo, secondo la promessa del Signore, nuovi cieli e una nuova terra, ove abiterà solo la giustizia » (Id. ib. 13). – Un momento davvero sublime in cui Dio, rinnovando tutte le cose, farà risplendere le anime, i corpi e la natura stessa di una bellezza incomparabile ed immortale: « E vidi un cielo nuovo e una terra nuova. Perché il primo cielo e la prima terra erano passati e non c’era più il mare. E vidi la città santa, la nuova Gerusalemme, che scendeva da Dio dal cielo, preparata come una sposa adorna per il suo sposo. E udii una gran voce dal trono che diceva: Questo è il tabernacolo di Dio con gli uomini, ed egli abiterà con loro.  Essi saranno il suo popolo ed egli, Dio in mezzo a loro, sarà il loro Dio. E Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e la morte non ci sarà più. E non ci sarà più lutto, né lamento, né dolore, perché il primo era sarà passato. E colui che sedeva sul trono disse: Ecco, io rinnovo tutte le cose. Ed egli mi disse: Scrivi, perché queste parole sono molto sicure e vere » (Apoc. XXI I, 5). Se volete dire che questa visione di San Giovanni si riferisca alla Chiesa di Dio, non lo nego; ma bisogna anche ammettere che l’Apostolo contemplava questa Chiesa così come la vedremo nella dimora del suo eterno trionfo. Il contesto non ci permette di dubitarne: questa descrizione della nuova Gerusalemme segue immediatamente quella della risurrezione dei morti, del giudizio finale e del lago di fuoco e di zolfo dove saranno gettati satana ed i suoi complici. – Ripetiamo che questi testi di San Giovanni sono pieni di espressioni figurative sulle quali sarebbe sbagliato insistere troppo. Sono d’accordo; ed ho già sottolineato che sarebbe eccessivo prenderli troppo alla lettera. Ciò che l’Apostolo vide non era che un’immagine brillante, ma debole, della magnificenza a cui Dio invita i suoi figli. Ma queste, pur superando tutto ciò che l’immaginazione possa concepire e il nostro linguaggio esprimere, non sono né meno reali né meno palpabili. Non credo certo che questa Gerusalemme abbia mura e porte, né che il suo pavimento sia d’oro purissimo, né che nelle sue fondamenta siano ammassati tutti i tipi di pietre preziose, con compiacenza enumerati dall’Apostolo (Apoc. XXI, 11, ss.; col. Tob, XIII, 29, ss.; Is, LXV, 17,18). Ma so bene che, per darci un’idea degli splendori sconosciuti alla terra, era necessario prendere come simbolo tutto ciò che la terra offre di più ricco, seducente e piacevole ai nostri occhi. – Questo mondo corporeo così trasformato dalla magnificenza del nostro grande Dio è il Paradiso dei Cristiani; è la sala del banchetto dove il Padre celebra eternamente le nozze del Figlio con la Chiesa trionfante; è la nostra casa familiare con le sue dipendenze; è il Paradiso finale di cui quello dell’Eden era solo una figura. Si realizza così ognuno dei significati che possiamo dare alla parola « cielo »: il significato spirituale, poiché la beatitudine che ci viene promessa è soprattutto la gloria dell’anima, cioè Dio posseduto, Dio che regna sugli spiriti beati come nel suo tempio; il significato materiale, poiché la glorificazione del nostro corpo porta con sé la trasformazione del nostro universo, che è diventato per sempre la terra dei viventi. – È per queste ed altre ragioni simili che il Dottore Angelico dimostra il fatto del rinnovamento del mondo, dopo l’ultimo giudizio. « Una volta completato  il giudizio finale – egli dice – la natura umana sarà pienamente costituita nel suo termine. Ora, poiché tutte le cose corporee sono state create per l’uomo, sarà opportuno che esse passino in uno stato che sia in armonia con la nuova condizione realizzata per gli uomini. Essendo gli uomini diventati incorruttibili, la stessa creatura materiale non sarà più soggetta alla corruzione. Non ci saranno più cataclismi da temere, non ci saranno più quelle rivoluzioni che disturbano o sconvolgono l’ordine del pianeta; e questo è ciò che ci annuncia l’Apostolo, quando dice che la creatura stessa sarà liberata dalla corruzione per la gloriosa libertà dei figli di Dio » (S. Thom., c. Gent. L. IV, c. 97). – È vero che l’organismo umano, spiritualizzato dall’anima, non avrà più bisogno, come oggi, di mendicare da esseri inferiori il nutrimento per la sua vita corporea. L’intelletto non dovrà nemmeno chiedere alla creazione visibile una conoscenza delle cose divine che riceverà in modo più eccellente dall’intuizione faccia a faccia; ma l’occhio della carne, che non può raggiungere Dio, troverà la sua felicità nel contemplarlo nelle sue opere materiali. E questo è uno dei motivi per cui sarà necessario che la natura corporea riceva più ampiamente gli influssi della bontà divina (S. Thom. Suppl., q. 91, a. 1). « È ancora vero, a rigore, che gli esseri insensibili non hanno meritato un eccesso di gloria. Ma non c’è motivo per cui debba essere loro negato: perché l’uomo stesso ha meritato che fosse elargito a tutto l’universo, in quanto è un suo coronamento; così come un uomo merita di avere ricami più ricchi sulla sua veste, anche se la veste stessa non lo abbia in alcun modo meritato » (Id. ibid. . ad 5).

2. – Dopo questo, non chiedetemi dove sarà la dimora abituale ed il luogo di incontro comune dei figli di Dio risorti. Sarà con la terra uno di quei corpi celesti che vediamo brillare sopra le nostre teste; o saranno tutti insieme? Posso io saperlo, visto che Dio non l’ha detto? Mi ha rivelato che ci saranno un nuovo cielo e una nuova terra; e so che ciò che è stato creato per l’uomo sarà glorificato con l’uomo e per l’uomo, e quindi farà parte della grande città degli eletti. Non potrei dire di più senza entrare nel campo delle congetture, delle ipotesi e forse dei sogni. Non chiedetemi quali siano le nuove condizioni ed i cambiamenti che la trasformazione finale dovrà apportare allo stato fisico del nostro pianeta, né se l’intero sistema solare vi parteciperà, né se le migliaia di mondi che oscillano in profondità sconosciute nel seno dello spazio saranno inclusi nel dominio dell’umanità totalmente rigenerata; non lo so. In ogni caso, non posso essere d’accordo con coloro che vorrebbero che la dimora degli eletti fosse circoscritta dai confini della stretta dimora che ci circonda. Non è questo il significato del popolo fedele, né l’idea che ci viene quando lo Spirito Santo ci parla non solo di una nuova terra, ma anche di un nuovo cielo. Quando il mio Salvatore ci ha lasciato per il cielo, si è alzato in volo ed è andato lontano da questa terra dove viviamo. Che l’uomo, durante il suo noviziato dell’eternità, sia confinato in un piccolo pianeta, posso facilmente concepirlo; ma che la razza umana immutabilmente divinizzata non abbia un palazzo più degno della sua grandezza, mi sembra impossibile da ammettere. – Ci addentriamo ancora di più nel campo delle congetture. Perché l’intera creazione di Dio, con le sue migliaia di mondi, non dovrebbe costituire questo palazzo? La sua immensità sembra troppo per la creatura ragionevole, una volta glorificata in tutto il suo essere? Mi sembra che questo significhi conoscere molto poco dell’eccellenza e della maestosità contenute nel titolo di figlio adottivo di Dio. Che cos’è, infatti, l’intero corpo degli esseri materiali in confronto non solo ad una creatura intelligente e libera, ma ad un essere che porta in sé così perfettamente la somiglianza con Dio? E poi, chi mi impedisce di considerare mio tutto questo dominio, dal momento che è proprietà di mio Padre e io ne sono un erede? Ma se è mio, non deve condividere la mia nuova condizione? Inoltre, tra le ragioni che più fortemente sostengono che la trasformazione dell’ordine corporeo accompagni e completi in qualche modo quella dell’uomo, ce n’è più di una che militi a favore di questa ipotesi. – In primo luogo, tutte queste creature, per quanto nascoste nelle profondità del cielo, contribuiscono a loro modo alla perfezione morale dell’uomo, perché di loro è scritto: « I cieli annunziano la gloria del loro autore » (Sal. XVIII, 2). Importa poco che esse sfuggano agli sguardi della moltitudine e che, durante lunghi secoli non se ne abbia intravisto l’esistenza. Ciò che è fatto per l’uomo non deve, allo stesso modo, essere utile a tutti gli uomini. Chi mi vieta di pensare che dopo di noi verranno altri che, grazie al progresso della scienza, sapranno ciò che noi non sappiamo, come noi stessi sappiamo ciò che i nostri padri non sapevano? La terra cessa di essere interamente dominio dell’uomo, perché contiene nelle sue viscere un numero infinito di tesori al di fuori della nostra portata? Per me, trovo proprio in questo mistero, che sappiamo coprire tante meraviglie, la più sublime predicazione della grandezza, della bontà e della potenza del nostro Dio. « Tutte le cose sono vostre – scrive l’Apostolo – e voi siete di Cristo, e Cristo è di Dio » (I Cor. III, 22, 23). Se tutto è per gli eletti, perché mai vorremmo staccare dalla loro corona una parte dell’universo creato? – Si potrebbe dire che stia spingendo troppo in là le conclusioni da trarre da queste parole. Così sia, ma « non è agli Angeli che Dio ha sottoposto il mondo futuro ». Gesù Cristo fatto uomo è il suo Re universale. Perché, o Dio, « Voi avete messo tutte le cose sotto i suoi piedi. E quando Dio gli sottomise tutte le cose, non lasciò nulla che non gli fosse assoggettato » (Ebr. II, 5, 8). Ammassate mondo su mondo e moltiplicate all’infinito i soli e le stelle, non ne troverete nessuno che non appartenga a Cristo Gesù. – Sarebbe forse avventato pensare che il Dio fatto Uomo, giunto, come dice l’Apostolo, alla pienezza della sua età e del suo sviluppo, li comprenderà nella gloriosa restaurazione che coronerà la perfezione finale del suo Corpo mistico? Dio, che glorificherà il Verbo incarnato con il rinnovamento del nostro pianeta, rifiuterà di imprimere alle migliaia di mondi, sconosciuti ai mortali, il sigillo della potenza e della gloria di suo Figlio, quando questi mondi non sono meno del suo impero che il più umile dei corpi celesti? È una questione di fede che l’Incarnazione ristabilisca l’uomo. Il sangue che è sgorgato sul Calvario è stato versato su tutta la creazione per pacificare e restaurare tutto ciò che è in cielo e in terra (« Instaurare omnia in Christo, quæ in cœlis, quæ in terra sunt, ipsoPacificans per sanguinem crucis ejus, sive quæ in terris, sive quæ in cœlis sunt ». Ef., I, 10; col. 1, 20): Egli ha bagnato non solo il nostro mondo, ma tutti i mondi che rotolano nello spazio e l’universo che li comprende tutti, come canta la Chiesa: « Terra, pontus, astra, mundus hoc lavantur flumine ». Pertanto, tutti gli esseri materiali, purificati, restaurati e glorificati, saranno il palazzo reale di Cristo. Cristo, infatti, si è degnato di unirci alla sua Persona, non solo come suoi amici, ma come suoi coeredi, o meglio, come sue membra. Più di una volta, mentre scrivevo queste righe, ho percepito l’obiezione che mi sarebbe stata mossa. Si ragiona come se non ci fosse altra natura ragionevole nella creazione se non quella dell’uomo. Ora, secondo un’opinione che è lecito sostenere, altre stelle, forse nel nostro sistema solare e più probabilmente al di fuori di esso, hanno i loro abitanti proprio come la nostra terra. Pertanto, è il destino di questi esseri intelligenti, e non il nostro, che questi mondi debbano condividere: e, di conseguenza, il cielo umano, per quanto si possa spingere indietro i suoi limiti, dovrà fermarsi ai loro confini. Se si accetta questa ipotesi, il rinnovamento cosmico che ci aspettiamo avvenga dopo l’ultimo giudizio dovrebbe rimanere parziale, almeno fino a quando le creature ragionevoli, distinte e separate dall’uomo, non avranno esse stesse completato la loro carriera di prova. Innanzitutto, osserviamo che in nessun punto ho posto la negazione dell’ipotesi in questione, ma piuttosto il destino dell’uomo e delle creature e le affermazioni dei nostri Libri sacri. Confessiamo, inoltre, che se l’ipotesi fosse vera, la glorificazione dell’uomo non includerebbe più la glorificazione dell’intera creazione materiale. Ma questa ipotesi è, a quanto pare, meno solida di quanto molti immaginino. – Se la terra fosse la dimora eternamente permanente dell’uomo, potremmo trarre dalla sua piccolezza una ragione plausibile per affermare che altri mondi, che la sorpassano per volume, debbano essere abitati da creature intelligenti come noi; ma poiché è una dimora temporanea, un’osteria in cui entriamo solo per andare, al termine di una breve sosta, alla dimora della sua eternità, la conclusione non è più la stessa. L’argomentazione avrebbe più forza se si dimostrasse che questi pianeti, che ci stupiscono per il loro numero e le loro dimensioni, non servissero al genere umano: perché allora sarebbe necessario, per spiegare la loro esistenza, porre altri esseri, simili a noi, che possano volgere alla gloria del Creatore; ma abbiamo già visto come essi ci insegnino a conoscere meglio le infinite perfezioni del nostro Dio. Non è, inoltre, la più bella testimonianza da rendere ai grandi e limitati destini della nostra natura, mostrarle una creazione così maestosa fatta solo per essa? – Qualunque siano queste considerazioni, una cosa è certa: la nostra terra e il nostro cielo parteciperanno alla rigenerazione dei figli di Dio. Ciò che il corpo risorto è per il corpo di corruzione, gli elementi restaurati e rinnovati saranno per ciò che ora appare ai nostri occhi. Nella sua descrizione della vita futura, lo Spirito di Dio ha tracciato, per così dire, tanti sacri geroglifici. Essi ci permettono di intravedere come sarà per noi la terra della patria; ma farsi un’idea esatta di questo fortunato paese è impossibile come per un cieco immaginare gli splendori di una bella giornata. Il regno dei cieli ci è stato rappresentato solo per immagini. Ma è anche vero che queste immagini sono il ritratto di cose molto grandi e vere, il commento eloquente di questa parola dei nostri Libri santi: « L’occhio dell’uomo non ha visto ciò che Dio prepara per coloro che lo amano » (cfr. Hettinger, Apol. del Cristian., vol. III, c. 16). Tacciamo dunque su queste meraviglie, o piuttosto ripetiamo con gli esuli di Babilonia: « Se ti dimentico, o Gerusalemme, sia dimenticata la mia stessa mano destra. Che la mia lingua si attacchi al mi palato, se perdo il ricordo di te e tu cessi di essere la mia prima gioia » (Salmo, CXXXVI, 5-7).

LA GRAZIA E LA GLORIA (56)

UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S. S. PIO X – “SINGULARI QUADAM”.

« … La questione sociale, e le controversie che ne derivano circa il metodo e la durata del lavoro, la fissazione del salario, e lo sciopero, non sono soltanto di natura economica, e perciò non sono tali da potersi risolvere prescindendo dall’autorità della Chiesa, essendo invece fuori dubbio che (la questione sociale) è principalmente morale e religiosa, e che per ciò va risolta principalmente secondo le leggi morali e religiose … » In questa lettera Enciclica scritta ai Vescovi tedeschi, S. S. Pio X chiarisce con chiarezza i presupposti de debbano animare la questione sociale non in termini esclusivi di condizione socio-economica autoregolata, ma soprattutto in chiave religiosa ispirata alla Chiesa Cattolica ed al suo Magistero, senza cedere ad alcun principio interconfessionale o acattolico, come preteso da alcune parti sociali. Oggi naturalmente questo pensiero viene considerato offensivo della libera espressione personale ed autodeterminante, scaturita da ideologie falsamente libertarie, senza regole e principi sperimentati e validi sotto nessun profilo pratico, tutt’altro. È ciò che stiamo sperimentando sulla nostra pelle da diversi decenni, e che purtroppo sperimenteremo in modo sempre più drammatico, viste le strade impervie battute da ideologie economiche e politiche dichiaratamente anticristiane, anzi meglio sarebbe definirle antiumane e lesive degli interessi più elementari di cittadini e Stati. Rileggiamo allora attentamente la lettera cercando di coglierne gli aspetti che coinvolgono la dottrina della “vera” Chiesa, Maestra infallibile dei popoli che sola può dare stabilità e pace sociale, custodire anche gli interessi materiali in vista di quelli soprannaturali che conducono alla salvezza dell’anima ed alla eterna beatitudine.

san Pio X
Singulari quadam

Lettera Enciclica

24 settembre 1912

Uno speciale affetto e benevolenza verso i Cattolici di Germania, i quali, uniti a questa Sede Apostolica da un grande spirito di fede e di obbedienza, sogliono combattere con generosità e con forza in favore della Chiesa, ci ha spinto, venerabili fratelli, a rivolgere tutto il nostro zelo e la nostra cura all’esame della controversia sulle associazioni operaie, che tra di essi si agita; sulla quale controversia, in questi ultimi anni, già più volte ci avevano dato informazioni, oltre alla maggior parte di voi, anche prudenti e autorevoli persone di entrambe le tendenze. E con tanto zelo ci siamo dedicati a questa cosa, in quanto, nella coscienza dell’Apostolico Ufficio, comprendiamo che è Nostro sacro dovere sforzarci di far sì che questi Nostri carissimi figli conservino la dottrina cattolica nella sua purezza e integrità, e di non permettere in alcun modo che la stessa loro fede sia messa in pericolo. È chiaro infatti che, se non vengono tempestivamente esortati a vigilare, c’è pericolo che essi, a poco a poco e quasi senza accorgersene, si adattino a una specie di Cristianesimo vago e non definito, che si suol chiamare interconfessionale, e che si diffonde sotto la falsa etichetta di comunità cristiana, mentre evidentemente nulla vi è di più contrario alla predicazione di Gesù Cristo. E inoltre, essendo Nostro sommo desiderio di favorire e rafforzare la concordia tra i Cattolici, vogliamo rimuovere qualsiasi causa di dissensi, che, disperdendo le forze dei buoni, non possono giovare se non agli avversari della Religione; ché anzi desideriamo vivamente che i nostri anche con i loro concittadini che non professano la Religione Cattolica coltivino quella pace che è indispensabile al governo dell’umana società e alla prosperità dello stato. – Sebbene poi, come abbiamo detto, ci fosse noto lo stato della questione, abbiamo tuttavia voluto, prima di darne un giudizio, chiedere il parere di ciascuno di voi, venerabili fratelli, e ognuno di voi ha risposto alla Nostra richiesta con quella diligenza e con quella prontezza che la gravità della questione richiedeva. In primo luogo dunque proclamiamo che è dovere di tutti i Cattolici – dovere che va scrupolosamente e completamente adempiuto tanto nella vita privata quanto nella vita sociale e pubblica – di mantenere fermamente e di professare senza timidezza i principi della verità cristiana, insegnati dal Magistero della Chiesa Cattolica, soprattutto quelli che il Nostro predecessore ha formulato con tanta sapienza nell’enciclica Rerum novarum;i quali principi sappiamo essere stati seguiti sopra ogni altro dai Vescovi di Prussia, riuniti a Fulda nel 1900, ed essere stati esposti sommariamente da voi stessi, quando Ci avete risposto che cosa pensate intorno alla presente controversia. E precisamente qualunque cosa un Cristiano faccia, anche se nell’ordine delle cose terrene, non gli è lecito trascurare i beni soprannaturali; anzi deve, conformemente alle regole della dottrina cristiana, tutto dirigere al bene supremo come a fine ultimo. E tutte le sue azioni, in quanto moralmente buone o cattive, cioè conformi o no alla legge naturale e divina, sono soggette al giudizio e alla giurisdizione della Chiesa. – Tutti coloro, singoli o associati, che si gloriano del nome di Cristiani, devono, se non dimenticano il proprio dovere, alimentare non le inimicizie e le rivalità tra le classi sociali, ma la pace e il mutuo amore. – La questione sociale, e le controversie che ne derivano circa il metodo e la durata del lavoro, la fissazione del salario, e lo sciopero, non sono soltanto di natura economica, e perciò non sono tali da potersi risolvere prescindendo dall’autorità della Chiesa, “essendo invece fuori dubbio che (la questione sociale) è principalmente morale e religiosa, e che per ciò va risolta principalmente secondo le leggi morali e religiose”. – Quanto poi alle associazioni operaie, sebbene il loro scopo sia di procurare agli associati dei vantaggi in questa vita, tuttavia meritano la più alta approvazione, e sono da considerare più delle altre adatte ad assicurare una vera e durevole utilità ai soci, quelle che sono state costituite prendendo come principale fondamento la Religione Cattolica, e che seguono apertamente le direttive della Chiesa; e più volte Noi lo abbiamo dichiarato, quando se ne è offerta l’occasione in un paese o in un altro. Da ciò discende che si devono costituire e con ogni mezzo aiutare tali associazioni confessionali cattoliche, non solo nei paesi cattolici, ma anche in tutti gli altri, dovunque si ritenga possibile venire incontro per mezzo di esse ai bisogni dei soci. Se poi si tratta di associazioni che direttamente o indirettamente toccano la religione o la morale, non sarebbe in alcun modo da approvare che nei suddetti paesi si volessero favorire e diffondere le associazioni miste, ossia composte di Cattolici e non cattolici. Infatti se non altro, a causa di tali associazioni, a non piccoli pericoli si espongono, o almeno si possono trovare esposti, sia l’integrità della fede dei nostri fedeli, sia la dovuta obbedienza alle leggi e ai precetti della Chiesa Cattolica; pericoli del resto, che abbiamo visto espressamente messi in rilievo, venerabili fratelli, nella maggior parte delle vostre risposte su questo punto. – Perciò facciamo molto volentieri ogni elogio a tutte le associazioni operaie puramente cattoliche esistenti in Germania, desideriamo che ogni loro iniziativa in favore delle masse operaie abbia successo, e auguriamo ad esse sviluppi sempre più felici. Con questo, tuttavia, non intendiamo negare che sia lecito ai Cattolici lavorare, con cautela, insieme con gli acattolici, per procurare all’operaio una sorte migliore e per una più equa retribuzione e condizione di lavoro, o per qualunque altro fine utile e onesto: ma preferiamo che per tale scopo le associazioni cattoliche e non cattoliche si uniscano per mezzo di quel genere di patto opportunamente escogitato che si chiama Cartello. – A questo proposito, venerabili fratelli, non pochi di voi Ci domandano che Noi vi permettiamo di tollerare i cosiddetti sindacati cristiani, come sono ora costituiti nelle vostre diocesi, dato che essi abbracciano un numero di operai molto maggiore di quello delle associazioni puramente cattoliche e che molti inconvenienti ne verrebbero se tale tolleranza non fosse permessa. In considerazione della speciale situazione del Cattolicesimo in Germania, Noi riteniamo di dover accogliere tale richiesta, e dichiariamo che si può tollerare e permettere che i Cattolici facciano parte anche di quelle associazioni miste, che esistono nelle vostre diocesi, fino a che per nuove circostanze tale tolleranza non cessi di essere opportuna o lecita; purché, tuttavia, si prendano le precauzioni necessarie per evitare i pericoli che, come abbiamo detto, sono inerenti a tal genere di associazioni. – Prima di tutto si deve curare che gli operai cattolici che fanno parte di questi sindacati, siano anche iscritti alle associazioni di operai cattolici denominate Arbeitervereine. Che se per questo essi devono fare qualche sacrificio, soprattutto pecuniario, siamo certi che, nel loro zelo per la conservazione della loro fede non lo faranno malvolentieri. Fortunatamente, infatti, accade che queste associazioni cattoliche, sotto l’impulso del clero, che con la sua guida e vigilanza le dirige, molto contribuiscono a tutelare nei loro membri la purezza della fede e l’integrità dei costumi, e ad alimentare il loro spirito religioso con molteplici esercizi di pietà. Senza dubbio, perciò, i dirigenti di queste associazioni, ben conoscendo i nostri tempi, vorranno insegnare agli operai quei precetti e quelle norme, soprattutto circa i doveri di giustizia e di carità, che ad essi è necessario e utile ben conoscere, per potersi comportare, nei sindacati, in modo retto e conforme ai principi della dottrina cattolica. – Inoltre, perché i sindacati siano tali che i Cattolici vi si possano iscrivere, è necessario che si astengano da qualsiasi manifestazione teorica o pratica, contrastante con la dottrina e i precetti della Chiesa e dell’Autorità Ecclesiastica competente; e parimenti che nulla di men che accettabile sotto questo aspetto vi sia nei loro scritti, discorsi, o attività. Considerino perciò i Vescovi uno dei più sacri doveri osservare diligentemente come si comportino queste associazioni, e vigilare che i Cattolici non soffrano alcun danno dai loro rapporti con esse. E i Cattolici stessi, iscritti ai sindacati, non permettano mai che i sindacati anche come tali, nel curare gl’interessi temporali dei membri, professino o facciano cose che in qualsiasi modo contrastino con i principi insegnati dal supremo Magistero della Chiesa, con quelli specialmente che abbiamo sopra richiamato. A tale scopo, ogni qualvolta si agitino questioni relative a materie che toccano i costumi, e cioè alla giustizia e alla carità, i Vescovi vigileranno con la massima attenzione affinché i fedeli non trascurino la morale cattolica, né da essa menomamente si allontanino. – Siamo d’altronde sicuri, venerabili fratelli, che voi curerete che sia scrupolosamente e completamente osservato quanto nella presente vi abbiamo ordinato e che, data l’importanza della cosa, Ci terrete spesso e accuratamente informati. Poiché però abbiamo avocato a Noi questa cosa, e spetta a Noi, sentito il parere dei Vescovi, darne un giudizio, comandiamo a tutti i buoni Cattolici di astenersi d’ora in poi da qualunque discussione tra di loro su questa materia; e Ci piace sperare che essi, in spirito di fraterna carità e pienamente sottoposti all’autorità Nostra e dei loro pastori, faranno in modo completo e leale quello che comandiamo. Che se sorgesse in essi qualche difficoltà, essi hanno a loro disposizione il modo di risolverla; consultino i loro Vescovi, e questi deferiranno la questione al giudizio di questa Sede Apostolica. Resta ora da dire – si deduce facilmente da quanto abbiamo esposto – che come da una parte a nessuno sarebbe lecito accusare di fede sospetta e combattere a questo titolo coloro che, costanti nella difesa della dottrina e dei diritti della Chiesa, vogliono tuttavia, con retta intenzione, appartenere, e realmente appartengono, ai sindacati misti, dove l’autorità ecclesiastica, secondo le circostanze del luogo, ha ritenuto opportuno di permettere l’esistenza di tali sindacati; così d’altra parte, sarebbe altamente da riprovare che si svolgesse attività ostile contro le associazioni puramente cattoliche – mentre si deve con ogni mezzo aiutare e favorire tal genere di associazioni – e che si volesse seguire e quasi imporre un tipo interconfessionale,anche se sotto il pretesto di ridurre a un modello uniforme tutte le associazioni di Cattolici esistenti in ciascuna diocesi. – Frattanto, mentre facciamo voti perché la Germania cattolica progredisca sia nel campo religioso che in quello politico, imploriamo per questo caro popolo il particolare aiuto di Dio onnipotente e la protezione della vergine Madre di Dio, che è anche la Regina della pace; e, come pegno dei doni divini e testimonianza della Nostra speciale benevolenza, impartiamo di tutto cuore l’apostolica benedizione a voi diletto Nostro figlio e venerabili fratelli, al vostro clero e al vostro popolo.

Roma, presso San Pietro, il 24 settembre 1912, anno decimo del Nostro pontificato.

DOMENICA III DI AVVENTO (2022)

III DOMENICA DI AVVENTO (2022)

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Stazione a S. Pietro

Semid. Dom. privil. di II cl. – Paramenti rosacei o violacei.

Il Signore è già vicino, venite, adoriamolo (Invitatorio). 1° Avvento. È Maria che ci dà Gesù: « Tu sei felice, o Maria, perché tutto quello che è stato detto dal Signore, si compirà in te » (Ant. Magn.). « Da Bethlem verrà il Re dominatore, che porterà la pace a tutte le Nazioni » (2° resp.) « e che libererà il suo popolo dal dominio dei suoi nemici » (4° resp.). Le nostre anime parteciperanno in un modo speciale a questa liberazione nelle feste di Natale, che sono l’anniversario della venuta in questo mondo del vincitore di satana. « Fa’, chiede la Chiesa, che la nascita secondo la carne del tuo unico Figlio ci liberi dall’antica schiavitù che ci tiene sotto il giogo del peccato ». (Messa del giorno, 25 dic.). S. Giovanni Battista prepara i Giudei alla venuta del Messia: egli ci prepara anche all’unione, ogni anno più intima, che Gesù contrae con le nostre anime a Natale. « Appianate la via del Signore » dice il Precursore. Appianiamo dunque le vie del nostro cuore, e Gesù Salvatore vi entrerà per darci le sue grazie liberatrici. – 2° Avvento. S. Gregorio fa allusione alla venuta di Gesù alla fine del mondo allorché, spiegando il Vangelo, dice: «Giovanni, il Precursore del Redentore, precede Gesù nello spirito e nella virtù d’Elia, che sarà il precursore del Giudice » (9a Lezione). Dell’avvento di Gesù come Giudice parlano l’Epistola e l’Introito. Se proviamo gran gioia nell’avvicinarsi alle feste del Natale, che ci ricordano la venuta dell’umile Bambino della mangiatoia, quanto più il pensiero della sua venuta in tutto lo splendore della sua potenza e della sua maestà, non deve empirci di santa esultanza, perché  allora soltanto la nostra redenzione sarà compiuta. S. Paolo scrive ai Cristiani: « Godete, rallegratevi nel Signore, ve lo ripeto ancora, perché il Signore è vicino ». E come nella Domenica Lætare (Questa pia pratica in uso per la benedizione della rosa a Roma, nella Domenica Lætare, si è estesa a tutti i Sacerdoti che ne hanno desiderio per la celebrazione della Messa ed è passata alla Domenica Gaudete, perché queste due domeniche cantano la nostra liberazione dalla schiavitù del peccato per opera di Cristo), i Sacerdoti che lo desiderano celebrano oggi con paramenti rosa, colore che simboleggia la gioia della Gerusalemme celeste, dove Gesù ci introdurrà alla fine dei tempi. « Gerusalemme, sii piena di gioia, perché il tuo Salvatore sta per venire » (2a Ant. vesp.). Desideriamo dunque questo avvento, che l’Apostolo dice vicino, e, invece di temerlo, auguriamoci con santa impazienza che si realizzi presto. « Muovi, o Signore, la tua potenza, e vieni a soccorrerci » [« Ecco — dice l’Apocalisse — il Signore apparirà e con Lui milioni di Santi e sulla sua veste porterà scritto: Re dei Re e Signore dei Signori » (1° resp.). « Il Signore degli eserciti verrà con grande potenza » (4° resp.). « Il Suo Regno sarà eterno e tutte le Nazioni Lo serviranno » (6° resp.). (All). « Vieni, o Signore, non tardare » (Ant. delle Lodi). « Per adventum tuum libera nos, Domine »].

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Adjutórium nostrum in nómine Dómini.
R. Qui fecit cælum et terram.
Confíteor Deo omnipoténti, beátæ Maríæ semper Vírgini, beáto Michaéli Archángelo, beáto Joánni Baptístæ, sanctis Apóstolis Petro et Paulo, ómnibus Sanctis, et vobis, fratres: quia peccávi nimis cogitatióne, verbo et ópere: mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa. Ideo precor beátam Maríam semper Vírginem, beátum Michaélem Archángelum, beátum Joánnem Baptístam, sanctos Apóstolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et vos, fratres, oráre pro me ad Dóminum, Deum nostrum.
S. Misereátur nostri omnípotens Deus, et, dimíssis peccátis nostris, perdúcat nos ad vitam ætérnam.
R. Amen.
S. Indulgéntiam, absolutiónem et remissiónem peccatórum nostrórum tríbuat nobis omnípotens et miséricors Dóminus.
R. Amen.

V. Deus, tu convérsus vivificábis nos.
R. Et plebs tua lætábitur in te.
V. Osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam.
R. Et salutáre tuum da nobis.
V. Dómine, exáudi oratiónem meam.
R. Et clamor meus ad te véniat.
V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.

Introitus

Phil IV:4-6
Gaudéte in Dómino semper: íterum dico, gaudéte. Modéstia vestra nota sit ómnibus homínibus: Dóminus enim prope est. Nihil sollíciti sitis: sed in omni oratióne petitiónes vestræ innotéscant apud Deum.

[Godete sempre nel Signore: ve lo ripeto: godete. La vostra modestia sia manifesta a tutti gli uomini: il Signore è vicino. Non siate ansiosi per alcuna cosa, ma in ogni circostanza fate conoscere a Dio i vostri bisogni]

Ps LXXXIV: 2
Benedixísti, Dómine, terram tuam: avertísti captivitátem Jacob.

[Hai benedetto, o Signore, la tua terra: hai liberato Giacobbe dalla schiavitù].

Gaudéte in Dómino semper: íterum dico, gaudéte. Modéstia vestra nota sit ómnibus homínibus: Dóminus enim prope est. Nihil sollíciti sitis: sed in omni oratióne petitiónes vestræ innotéscant apud Deum.

[Godete sempre nel Signore: ve lo ripeto: godete. La vostra modestia sia manifesta a tutti gli uomini: il Signore è vicino. Non siate ansiosi per alcuna cosa, ma in ogni circostanza fate conoscere a Dio i vostri bisogni.]

Kyrie

S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Christe, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.

Gloria

Glória in excélsis Deo. Et in terra pax homínibus bonæ voluntátis. Laudámus te. Benedícimus te. Adorámus te. Glorificámus te. Grátias ágimus tibi propter magnam glóriam tuam. Dómine Deus, Rex cæléstis, Deus Pater omnípotens. Dómine Fili unigénite, Jesu Christe. Dómine Deus, Agnus Dei, Fílius Patris. Qui tollis peccáta mundi, miserére nobis. Qui tollis peccáta mundi, súscipe deprecatiónem nostram. Qui sedes ad déxteram Patris, miserére nobis. Quóniam tu solus Sanctus. Tu solus Dóminus. Tu solus Altíssimus, Jesu Christe. Cum Sancto Spíritu ✠ in glória Dei Patris. Amen.

Oratio

Orémus.
Aurem tuam, quǽsumus, Dómine, précibus nostris accómmoda: et mentis nostræ ténebras, grátia tuæ visitatiónis illústra:

[O Signore, Te ne preghiamo, porgi benigno ascolto alle nostre preghiere e illumina le tenebre della nostra mente con la grazia della tua venuta.]

Lectio

Lectio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Philippénses

Philipp IV: 4-7
Fratres: Gaudéte in Dómino semper: íterum dico, gaudéte. Modéstia vestra nota sit ómnibus homínibus: Dóminus prope est. Nihil sollíciti sitis: sed in omni oratióne et obsecratióne, cum gratiárum actióne, petitiónes vestræ innotéscant apud Deum. Et pax Dei, quæ exsúperat omnem sensum, custódiat corda vestra et intellegéntias vestras, in Christo Jesu, Dómino nostro.
R. Deo gratias.

[“Rallegratevi sempre nel Signore: da capo ve lo dico, rallegratevi. La vostra benignità sia nota a tutti gli uomini: il Signore è vicino. Non siate ansiosi di nulla: ma in ogni cosa le vostre domande siano manifestate a Dio nell’orazione, nella preghiera e nel rendimento di grazie. E la pace di Dio, che supera ogni mente, custodisca i vostri cuori e le vostre menti in Gesù Cristo „ (Ai Pilipp. IV, 4-7]

(L. Goffiné, Manuale per la santificazione delle Domeniche e delle Feste; trad. A. Ettori P. S. P.  e rev. confr. M. Ricci, P. S. P., Firenze, 1869).

Che significa rallegrarsi nel Signore?

Significa ringraziare Dio del benefizio che ci ha dato di una felice eternità, e della continua protezione che ci presta: e rallegrarsi dei mali e delle persecuzioni che si possono avere a sopportare per il Signore, come se ne rallegrarono gli Apostoli, e specialmente s. Paolo. – Docili all’esortazione di s. Paolo, la nostra vita sia esemplare, e mai la nostra sollecitudine per i beni temporali sia eccessiva; confidiamoci nella Provvidenza: gratissimi a Dio per i suoi benefizi esponiamo a Lui le nostre necessità. E può questo Dio di bontà, che ha cura dei più piccoli animali abbandonare i suoi figli, se ricorrono a Lui come al migliore dei padri?

SERVITE DOMINO IN LÆTITIA!

Ecco un testo latino, biblico, molto popolare, forse troppo, nel senso che forse c’è chi, malignamente o ingenuamente (non importa), lo fraintende. Però, a parte gli equivoci e i malintesi, il testo in sé è bello ed è di indubbia marca religiosa, giudeo-cristiana. Un’onda di letizia corre dal Vecchio al Nuovo Testamento, dalla Legge al Vangelo di Gesù Cristo. Nostro Signore non è il maestro arcigno e burbero, non è l’asceta truce o il filosofo altero. No. Di fronte ai discepoli del Battista, che digiunano troppo, i suoi discepoli digiunano meno, poco. Di fronte ai Farisei accigliati per ostentazione di virtù o per piccineria di spirito, il volto del Maestro, Gesù, e dei suoi discepoli è non solo sereno; addirittura ilare. E San Paolo riprende questa tradizione evangelica, come Egli suole, quando grida nell’Epistola che oggi leggiamo, ai Filippesi: allegri, allegri in Dio. « Gaudete, iterum dico gaudete. » Il quale cristiano gaudio non è — sarebbe quasi superfluo il dirlo se io non volessi circoscrivere bene questa gioia cristiana di fronte ad altri stati spirituali affini ma non da confondersi con essa — l’incomposta rumorosa sfrenata ilarità del mondo: una ilarità fatta di incoscienza e di voluttà più o meno accentuata. La gioia cristiana sta molto più in qua, sta molto più in su della follia pagana. Quella è divina, questa è brutale. Quella si esprime nel sorriso, nel riso magari; questa nella sghignazzata. Paolo la descrive benissimo con due tratti contrastanti: la letizia nostra è: divina; in Domino e composta, « modestia vestra nota sit omnibus hominibus. » Ma come la gioia cristiana si oppone alle accigliatezze o tristezze farisaiche e alla gioia pagana, così non va confusa colla serenità pura e semplice, colla imperturbabilità — per usare la frase precisa — del filosofo stoico, greco. Non turbarsi mai. Nell’alto cielo non arrivano i turbamenti atmosferici della terra. Ma questa imperturbabilità oltreché tutta umana, oscilla, nello stoicismo, tra l’egoismo e l’orgoglio; egoista la imperturbabilità se nutrita dal desiderio di non soffrire; orgogliosa se ispirata da desiderio di parere; è qualcosa di negativo, di freddo; anche il marmo non si turba mai, nella sua glaciale, marmorea freddezza e durezza. Il Cristianesimo ha portato al mondo l’attività di fronte alla passività, la possibilità di fronte alla negabilità. Quello che è la carità attiva e calda del Cristianesimo di fronte alla inerte compassione buddistica, questo è la gioia cristiana di fronte alla stoica imperturbabilità. Il Cristianesimo ci vuole, sì, sereni, della serenità di un bel viso terso, ma ci vuole anche lieti, giocondi, allegri, positivamente contenti. Non gli basta che noi non si maledica; vuole che benediciamo, e molto, la vita. Non solo non dobbiamo essere corrucciati coi nostri fratelli, ma dobbiamo verso di loro nutrire la nostra benevolenza. Il nostro non deve essere un viso olimpico, serenamente olimpico per disprezzo di tutti e di tutto, disprezzo altezzoso e quasi corrucciato, o disprezzo umoristico, disprezzo sempre…Noi non dobbiamo disprezzare nulla e nessuno. Dobbiamo amar tutti e tutto, meno il male. – Una luce divina deve nutrire questa nostra gioia: la luce della bontà di Dio. Il mondo, per noi che lo vediamo in quella luce divina del Dio Creatore, Creatore buono, il mondo è bello. – Per noi che vediamo la storia nella luce di Dio, il Dio Redentore, caritatevole, l’avvenire è santo. Non siamo dei fatui che non vedono le ombre nel quadro, nel mondo e nella vita: ma su quella ombra grandeggia la luce di Dio. La luce trionfa. Lietamente noi abbracciamo la vita — non dice l’accettiamo, che è di nuovo una espressione di passività: l’abbracciamo, che vuol dire attività — colle sue lotte e coi suoi sacrifici e dolori. Alla lotta andiamo giocondi, sicuri della vittoria; i sacrifici li accettiamo lieti, sicuri della ricompensa. « Servite Domino in Lætitia: » ripetiamolo pure il vecchio ritornello, con nuova e più lucida coscienza, e, soprattutto, applichiamolo.

(P. G. Semeria: Le epistole delle Domeniche, Op. naz. Per il mezzogiorno d’Italia, Milano, 1939. – Nihil obstat sac. P. De Ambroggi – Imprim. P. Castiglioni vic. Gen. Curia Arch, Mediolani, 1-3-1938)

Graduale

Ps LXXIX: 2; 3; 79:2

Qui sedes, Dómine, super Chérubim, éxcita poténtiam tuam, et veni.

[O Signore, Tu che hai per trono i Cherubini, súscita la tua potenza e vieni.]

Qui regis Israël, inténde: qui dedúcis, velut ovem, Joseph.

[Ascolta, Tu che reggi Israele: che guidi Giuseppe come un gregge. Allelúia, allelúia.]

Alleluja

Allelúja, allelúja,

Excita, Dómine, potentiam tuam, et veni, ut salvos fácias nos. Allelúja.

[Suscita, o Signore, la tua potenza e vieni, affinché ci salvi. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum Joánnem

Gloria tibi, Domine!

Joann l: XIX-28

“In illo tempore: Misérunt Judæi ab Jerosólymis sacerdótes et levítas ad Joánnem, ut interrogárent eum: Tu quis es? Et conféssus est, et non negávit: et conféssus est: Quia non sum ego Christus. Et interrogavérunt eum: Quid ergo? Elías es tu? Et dixit: Non sum. Prophéta es tu? Et respondit: Non. Dixérunt ergo ei: Quis es, ut respónsum demus his, qui misérunt nos? Quid dicis de te ipso? Ait: Ego vox clamántis in desérto: Dirígite viam Dómini, sicut dixit Isaías Prophéta. Et qui missi fúerant, erant ex pharisæis. Et interrogavérunt eum, et dixérunt ei: Quid ergo baptízas, si tu non es Christus, neque Elías, neque Prophéta? Respóndit eis Joánnes, dicens: Ego baptízo in aqua: médius autem vestrum stetit, quem vos nescítis. Ipse est, qui post me ventúrus est, qui ante me factus est: cujus ego non sum dignus ut solvam ejus corrígiam calceaménti. Hæc in Bethánia facta sunt trans Jordánem, ubi erat Joánnes baptízans.”

“In quel tempo i Giudei mandarono da Gerusalemme a Giovanni i sacerdoti ed i leviti, per domandargli: Chi sei tu? Ed ei confessò, e non negò, e confessò: Non son io il Cristo. Ed essi gli domandarono: E che adunque? Se’ tu Elia. Ed ei rispose: Noi sono. Se’ tu il profeta? Ed ei rispose: No. Gli dissero pertanto: Chi se’ tu, affinché possiamo render risposta a chi ci ha mandato? Che dici di te stesso? Io sono, disse, la voce di colui che grida nel deserto: Raddrizzate la via del Signore, come ha detto il profeta Isaia. E questi messi erano della setta de’ Farisei. E lo interrogarono, dicendogli: Come adunque battezzi tu, se non sei il Cristo, né Elia, né il profeta? Giovanni rispose loro, e disse: Io battezzo nell’acqua; ma v’ha in mezzo a voi uno, che voi non conoscete: questi è quegli che verrà dopo di me, il quale è prima di me; a cui io non son degno di sciogliere i legaccioli delle scarpe. Queste cose successero a Betania di là dal Giordano, dove Giovanni stava battezzando”.

(Jo. I, 19-28).

Omelia

(G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi; VI ediz. – Soc. Ed. Vita e pensiero.- Milano 1956)

LO SCONOSCIUTO

Il mondo era stanco d’attendere. Eran secoli e secoli che i Patriarchi e i Profeti l’avevano annunciato, ed ogni giorno il popolo scrutava i confini del deserto per vedere se venisse verso Sion il Dominatore della terra (Is., XVI, 1), ed ogni alba alzava le mani verso l’alto e scongiurava che si squarciasse alfine il cielo e il Salvatore discendesse (Is., LXIV, 1). Ed ecco che fuori dalle lande desolate della Perea esce un uomo; e si ferma sulla riva sinistra del Giordano, presso Betania, a battezzare e a predicare. L’asprezza del suo abito, fatto con peli di cammello e stretto ai fianchi con cinghia di cuoio, l’austerità del suo volto e della sua vita, che sostentava di radiche amare e di miele silvestre, la sua parola minacciosa e sdegnosa fece balenare a molti l’idea ch’egli fosse il Messia atteso. I Giudei di Gerusalemme lo mandarono ad interrogare per bocca di autorevoli rappresentanti: sacerdoti e leviti. « Sei tu il Cristo? ». Ma il Battezzatore protestò e confessò: « No: io, non sono il Cristo ». « Allora sarai Elia? o almeno un profeta? ». « Né Elia io sono, né un Profeta. Sono l’eco della Sua parola che s’alza dal deserto; sono l’ombra della Sua figura che s’avanza; sono indegno di essergli schiavo e di curvarmi a sciogliergli i legacciuoli dei calzari ». Quelli disillusi protestarono: « Allora perché battezzi? ». « In acqua soltanto io battezzo. Ma in mezzo a voi c’è Uno che voi non conoscete ». Medius autem vestrum stetit quem vos nescitis. Ed in mezzo a quella gente, ignoto, c’era il Figliol di Dio, incarnato per la salute del mondo. Portava vesti d’operaio, mangiava carne e beveva vino coi peccatori, lo chiamavano il figlio del fabbro. Sì, figlio del fabbro: ma di quel fabbro che edificò il mondo non col martello, ma con il comando della sua volontà, di quel fabbro che compagnò con ordine gli elementi dell’universo, di quel fabbro che accese il sole e le stelle con fuoco non terreno, di quel fabbro che, all’impeto della sua voce, fece balzare dal nulla ogni cosa. Medius autem vestrum stetit quem vos nescitis Questo rimprovero può essere rivolto anche ad un gran numero di Cristiani, ai nostri tempi. Quel Gesù che era presente e sconosciuto in mezzo ai Giudei ai giorni del Battista, è pure presente e sconosciuto in mezzo a noi. Il piccolo catechismo c’insegna che nell’Eucaristia vi è lo stesso Gesù che nacque dalla Vergine Maria; che vi è vivente e immortale come lo è in Paradiso; che vi è certamente perché ce l’assicurò Egli medesimo quando disse: questo è il mio corpo. Da fanciulli imparammo queste verità, le credemmo, e le crediamo ancora; ma in pratica Gesù Eucaristico è uno sconosciuto tra gli uomini. Perché i Cristiani sentono così poco desiderio della S. Comunione? Perché a stento e non tutti riescono ad ascoltare una Messa alla settimana? Perché le chiese sono sempre silenziose e deserte, mentre tutta la vita ferve nei teatri, nelle osterie, nelle piazze? Perché Gesù Eucaristico è in mezzo a noi come uno sconosciuto: 1 – sconosciuto nella S. Comunione – sconosciuto nella S. Messa – sconosciuto nel S. Tabernacolo. Oggi, davanti a Lui che ci guarda e ci vede fin nel profondo del cuore, esaminiamo in proposito la nostra coscienza. – 1. GESÙ È SCONOSCIUTO NELLA COMUNIONE. Una tempesta improvvisa colse la nave su cui viaggiava Satiro, fratello di S. Ambrogio quando già all’orizzonte s’intravvedeva il profilo scialbo del porto. Il vento gonfiava le onde enormemente e le nubi erano discese in giro alla nave come una coltre grigia densa. Il fragore dell’acque copriva l’ululo delle donne e il pianto dei bambini. Qualche mercante s’era buttato sopra le sue casse, piene di prodotti oltremarini, quasi per strapparle alla furia selvaggia dell’elemento, o per sommergersi con esse in fondo al mare. Satiro, quando vide che la nave, sbattuta contro uno scoglio, faceva acqua da ogni parte e calava a picco, dimenticò la sua roba e i suoi denari, e gridò ad alcuni Cristiani: « Datemi l’Eucaristia ». Quelli portavano seco il Sacramento come permetteva la liturgia del tempo. Ma Satiro non poteva far la Comunione, ché ancora non era battezzato: perciò, posta e sul cuore l’Ostia santa, si gettò in mare. Che cosa può fare un uomo contro l’infinita rabbia del mare? Ma quest’uomo portava Gesù, il dominatore del mare, e toccò la sponda della salvezza.  Ogni giorno quante persone fan naufragio nella vita! Sono giovani travagliati dalla passione impura, che a loro suscita in mente una fosca nuvolaglia di pensieri, che a loro ridesta in cuore rabbiose ondate di desideri, e deboli e stanchi della dura lotta si abbandonano agli istinti cattivi disperatamente. Sono fanciulle che dopo aver cercato di resistere alle frivolezze della moda, dei divertimenti, delle compagnie, sfiduciate si lasciano trascinare dalla corrente vorticosa, del male verso la rovina eterna. Sono uomini che non si sentono capaci di liberarsi dalla bestemmia, dal gioco, dal vino, dal furto, da un affetto proibito e impuro. Sono madri di famiglia che hanno perso la pazienza e la forza di portar la croce: e non sanno più educare i figliuoli, e s’imprecano la morte ogni giorno, e più volte al giorno. »: Povera gente! Avete in mezzo a voi colui che può salvarvi dalla bufera, e voi non lo conoscete, non lo volete conoscere. Perché v’attaccate a mille cose di quaggiù, come quei mercanti che speravano di salvarsi gettandosi sopra le casse delle loro merci? Imitate piuttosto l’esempio di Satiro; gridate anche voi: « Datemi l’Eucaristia ». Con essa nel cuore non temerete né il demonio, né le passioni; con la forza che in voi metterà Gesù Eucaristico trionferete di ogni vizio, porterete ogni croce e la serenità della vita ritornerà ancora sopra il vostro cielo. – Alcuni credono di aver toccato la perfezione se una volta all’anno, a Pasqua, non tralasciano la Comunione. Oh quanto poco conoscono Gesù! Valeva forse la pena, allora, di rimanere tra noi sotto le specie di pane? « Si panis est — dice S. Ambrogio — quomodo illum post annum sumis? ». Se questo pane celeste avesse virtù di prolungare per molti anni la vita terrena, o soltanto di guarire dalle infermità corporali, in folla il popolo si accosterebbe alla sacra mensa. Ma la vita e la salute dell’anima non sono da più di quelle del corpo? Ma Gesù Cristo non è il dono che supera ogni dono? Sì: ma troppi Cristiani ignorano. Medius vestrum stetit quem vos nescitis. – 2. GESÙ SCONOSCIUTO NELLA MESSA. Circa l’ora nona d’un Venerdì, lontano ormai nei secoli, moriva in croce il Salvatore del mondo. Era disceso dal cielo in una notte rigida d’inverno, era cresciuto nel lavoro e nell’umiltà, per tre anni aveva camminato senza requie predicando e facendo miracoli, ed infine perseguitato e calunniato e flagellato moriva come un delinquente, lui il Figlio di Dio, per la salvezza degli uomini. E gli uomini non se ne davano pensiero. – A Roma forse in quell’ora tutto il popolo era assembrato nella cavea del circo, urlando di gioia belluina ad ogni gladiatore che gettasse il rantolo dell’agonia. Ad Atene la gente non pensava che a danzare e a mangiare allegramente. Ad Alessandria, ad Antiochia affluivano i mercanti non desiderosi d’altro che di perle e di profumi orientali. A Gerusalemme stessa la maggior parte della popolazione attendeva alle solite faccende d’ogni giorno. E Gesù, intanto, spasimava e agonizzava per tutti costoro. – Sul Calvario c’erano delle persone. Ma i più erano là indifferenti e curiosi. Stabat populus spectans (Lc., XXIII, 35). E Gesù moriva per loro. I ricchi e i caporioni lo beffavano: « Alios salvos fecit, se salvum faciat ». E Gesù moriva per loro. Anche i soldati lo prendevano in giro, e gli umettavano le labbra riarse con l’aceto: « Si tu es rex, salvum te fac ». E Gesù moriva per loro. Perfino il ladro, a sinistra crocifisso, lo scherniva: « Si tu es Christus, salvum fac temetipsum et nos ». E Gesù moriva per lui. Cristiani, questa tragedia che non ha confronti, nel mondo, si ripete ancora e spesso tra noi. Che cosa è la S. Messa? è il Sacrificio della croce, — risponde il catechismo, — che si rinnova sui nostri altari realmente quantunque senza spargimento di sangue. È ancora Gesù che si sacrifica al suo divin Padre per la salute di noi peccatori. « Prendimi, o Dio — sembra che dica ogni volta che il sacerdote leva l’ostia e il calice in alto — prendimi, salva gli uomini ».— Fra tutte le azioni più sacre e venerande della fede, non ve n’ha alcuna che possa paragonarsi al sacrificio della Messa: questa è il compendio di tutta la nostra santissima Religione. Eppure gli uomini, ancora come in quel venerdì ormai lontano nei secoli, se ne danno così poco pensiero! Come gli antichi Romani, come gli Ateniesi, come i commercianti di Alessandria e d’Antiochia, gli uomini anche oggi hanno tempo per tutto: per i teatri, per i balli, per le chiacchere, per gli affari; ma per la Santa Messa, no. Quanti Cristiani hanno il coraggio di non trovare, nemmeno alla festa, il tempo per ascoltare la S. Messa. I selvaggi, convertiti dai missionari, fanno giornate di cammino, attraverso foreste senza sentieri, per udire una S. Messa; e noi non sappiamo balzare dal letto qualche tempo prima, e noi non abbiamo la forza di fare un piccolo sacrificio per ricevere tanto bene. Medius vestrum stetit quem vos nescitis. Oh se lo si conoscesse Gesù che s’immola ogni giorno sull’altare, sarebbe ben diverso il nostro contegno durante la S. Messa! Molti vi assistono di malavoglia e nei giorni d’estate si ama rimanere fin sul sagrato per divagarsi meglio con la gente che passa. Si mormora del prete che nel celebrare non è frettoloso come si desidera. Si girano gli occhi su tutto e su tutti con un’aria curiosa e maliziosa. Si cerca un amico per scambiare qualche chiacchiera o qualche sorriso. Si viene alla chiesa: a sfoggiare il lusso delle vesti, l’acconciatura del volto e della persona. Così, così han fatto i Giudei sotto la croce. Intanto sull’altare Gesù muore un’altra volta per noi!… S. Giovanni Crisostomo, accortosi un giorno che durante il Santo Sacrificio stavano taluni in piedi e cianciavano, in un impeto di zelo così li apostrofò: « Qui stanno tremanti perfino gli Angeli e voi, in piedi, cianciate? Mi meraviglio come non vi colpisca un fulmine, o sacrileghi. Mentre il sangue dell’Agnello leva al Padre per i Cristiani voci di misericordia, contro voi lancia una voce terribile di vendetta e maledizione ». Non così, o Cristiani, rechiamoci ad ascoltare la S. Messa, ma coi sentimenti di Tommaso apostolo quando disse: « Andiamo anche noi e moriamo con lui! » (Giov., XI, 16). Con Cristo che rimuore sull’altare, moriamo al peccato e al mondo. – 3. GESÙ SCONOSCIUTO NEL TABERNACOLO. Assalonne, privato da Davide suo padre dell’onore di comparire alla sua presenza, non sa trovar pace. Che gli vale essere sfuggito alla morte, se vivo gli è proibito di vedere il volto di suo padre? Che sollievo potevano dargli, in questo stato, le parole degli amici da cui era corteggiato e l’abbondanza dei beni che possedeva? Cupo di giorno, inquieto di notte, s’aggira come un’ombra singhiozzante intorno alla reggia, penetra furtivamente nelle anticamere, e scongiura qualcuno che gli ottenga il sospirato favore. Un giorno, non potendone più, ferma Gioab e gli dice: « Recati innanzi al re mio padre e digli che da due anni languisco. Che non mi neghi più di vedere la sua faccia! E se il mio delitto è tale da non lasciarmi sperar perdono, o Gioab, digli che mi è più dolce morire che vivere senza vederlo ». Obsecro ergo ut videam faciam regis; quod si memor est iniquitatis meæ, interficiat me (II Reg.,XIV, 32).Quale stridente confronto, o Cristiani, tra noi e quel figlio sgraziato! Gesù nel Santo Tabernacolo ove s’è fatto eterno prigioniero d’amore, non ci proibisce d’andare a lui, anzi c’invita: «Voi che faticate, voi che siete angosciati, venite da me che vi ristorerò» (Mt., XI, 28). «O assetati, venite all’acqua! » (Is. LV, 1). Eppure le chiese per tutta la giornata sono sempre silenziose e deserte come una tomba. Quante volte si passa davanti alla chiesa e perché non si entra almeno un minuto a salutare Gesù?— Non si ha tempo — si dice; ma se s’incontra un amico per strada, nonostante tutta la fretta che ci sospinge, ci si indugia per delle mezz’ore. Perché nei lunghi pomeriggi le buone donne di casa non sanno correre da Gesù per una visitina? Perché si va, a poco a poco, dimenticando la bella consuetudine di passare da Gesù, dopo il lavoro della giornata, a prendere la perdonanza? Medius vestrum stetit quem vos nescitis. Quando il rimorso dei peccati vi stringe il cuore, voi cercate il rimedio nelle dissipazioni: e in mezzo a voi c’è Uno che vi può guarire, e non lo conoscete. Quando qualche disgrazia, qualche calunnia, qualche discordia vi strazia l’anima,voi cercate conforto tra gli amici, che non vi sanno comprendere, né vi possono aiutare; e in mezzo a voi c’è Uno che vi può consolare e non lo conoscete. – Nella notte di Natale, S. Gaetano da Thiene vegliava in preghiera ardente davanti al presepio nella basilica di S. Maria Maggiore. Con la sua fede rifaceva la storia di quella notte santa, e gli pareva d’esser lui pure un pastore a cui l’Angelo annunciasse la grande gioia. E gli pareva d’accorrere anche lui giù per le stradette rupestri verso la grotta di Betlemme, ove con un fil di voce gemeva l’Onnipotente nato bambino. Ed ecco, mentre così meditava, gli apparve davvero la Vergine Maria che portava il Bambino. E venne da lui e reclinò sulle sue braccia aperte e tremanti il piccolo Figlio di Dio. E Gaetano lo guardava, e stringeva al suo cuore di povero uomo quel Cuore di Dio, e gustava il paradiso. (Brev. Ambr., 9 Agosto). – Cristiani, in tempo d’Avvento, ravviviamo il nostro amore e la fede verso il santissimo e divinissimo Sacramento: Che Gesù Eucaristico non sia più per noi lo Sconosciuto! Allora nella Comunione di Natale, che tutti vorremmo ricevere, sarà la Madonna che metterà tra le nostre braccia, nel nostro cuore tremante di poveri peccatori il suo piccolo Figlio di Dio. E gusteremo un presagio di paradiso. — PREPARIAMOCI AL S. NATALE CON UMILTÀ. Davanti alla rude umiltà di San Giovanni Battista viene spontanea questa osservazione: Il primo peccato nell’universo fu di superbia. A redimere il mondo rovinato dalla superbia ci volle l’umiltà di Colui che, essendo Dio per natura, s’abbassò fino alla nostra misera condizione di uomini. Volendo poi mandare avanti chi gli preparasse la strada, era conveniente che scegliesse un uomo come Giovanni, che sapeva stare al suo posto. Questi infatti non s’arrogò il posto di Dio: « No, io non sono il Cristo ». Questi infatti non s’arrogò il posto del prossimo: « No, io non sono Elia; no, io non sono il profeta ». Umiltà con Dio, umiltà col prossimo prepareranno nel nostro cuore la strada al Signore che viene nel santo Natale. – 1. UMILTÀ con Dio. Nella Storia Sacra si racconta che a Nabucodonosor venne in mente di farsi una statua d’oro e di innalzarla in mezzo a un vasto piano. Nel giorno dell’inaugurazione fece dare questo bando: « Magistrati e Popolo, siete avvisati: appena udrete la poderosa orchestra suonare con trombe, flauti, arpe, cetre, zampogne, sull’istante vi butterete per terra adorando la statua del Re. Se qualcuno non lo farà, una fornace di fuoco inestinguibile già arde per lui ». Evidentemente una folle superbia spingeva Nabucodonosor a credersi Dio, e a scimmiottare il castigo divino dell’inferno. Non passò molto tempo che la vendetta del Signore lo raggiunse. Fu preso da un male strano e bestiale per cui urlava e morsicava come una belva, mangiava fieno come un bue, e gli crescevano sulle dita le unghie come artigli. Chi volle farsi Dio, si trovava ad essere bestia. (Dan., III, 1-7; IV, 26-30). L’orgoglio è quella profonda depravazione che induce l’uomo a mettersi al posto di Dio. – a) Sono io il Messia! gridano tante anime, non a parole ma con la pratica della vita: ad esempio, con lo spirito d’indipendenza dalle leggi di Dio. Perché il Signore deve proibirmi questo piacere? Che c’entra Lui con l’uso che del matrimonio io credo di fare nel segreto della mia famiglia? Così della propria volontà si fanno una statua d’oro da adorare. b) Sono io il Messia! gridano tante anime con il loro spirito d’egoismo che le inclina ad operare per sé, come se fossero fine a se stesse. Perché devo perdere un guadagno se mi viene da un lavoro di festa? Che mi viene in tasca a frequentare la Chiesa, le prediche? Così, del proprio interesse si fanno una statua d’oro da adorare. – c) Sono io il Messia! gridano tante anime con il loro spirito di vana compiacenza che si diletta nelle proprie qualità come se Dio non ne fosse l’autore; che si vanta per qualche opera buona come se essa non fosse, prima di tutto, principalmente il risultato dell’azione divina in loro. Così della propria stima si fanno una statua d’oro da adorare. – E in conclusione, tante anime, arrogandosi il posto di Dio, misconoscendo la loro realtà di creature che devono ubbidire, servire, adorare il Signore, sono diventate più felici, più elevate? Né più felici, né più elevate. Dio le vede cadute nell’abbiezione di Nabucodonosor. Si sono preclusa la comprensione e la grazia dell’umile nascita di Gesù nella stalla di Betlemme. – 2. UMILTÀ COL PROSSIMO. San Giovanni Battista ricusò di innalzarsi nella stima dei suoi contemporanei, proclamandosi Elia o il Profeta. Quanti invece tenendosi per grandi uomini, disprezzano il prossimo col cuore, con la parola, con gli atti. – a) Col cuore perché hanno invidia dei buoni successi altrui; si rattristano come di un torto fatto a loro; e giungono perfino a desiderarne il male. Essi sono il grande Elia, il Profeta atteso, e guai a chi fa ombra su di loro. – b) Con la parola perché vedendo il prossimo sbagliare, lo diffamano ripetendo a tutti con maligna mormorazione quel che hanno veduto o saputo. E non vedono i loro sbagli e i loro peccati; si credono zelanti come Elia, santi come il Profeta. – c) Con gli atti perché non riconoscono nessuna superiorità più in su della loro, e vogliono a tutti soprastare. Se si ricordassero che coi loro peccati hanno meritato l’inferno, e dovrebbero stare sotto i piedi del demonio, con quanta più delicata carità tratterebbero il prossimo. Ma essi si credono come Elia destinati al Paradiso prima ancora di morire. – Il santo Natale s’avvicina. Moviamo incontro a Gesù Bambino col sentimento della nostra nullità e miseria. Egli è colui che redimendoci dalla maledizione e dalla schiavitù ci ha riaperto le porte del paradiso, di cui avevamo smarrito la chiave. A S. Gerardo Maiella, quand’era fanciullo, capitò un caso tanto bello che quasi non parrebbe vero, ma è degno di fede perché fu esaminato e riconosciuto dalla Chiesa quando si trattò la causa della sua beatificazione. Gerardo faceva da servitorello al Vescovo di Lacedonia. Un giorno fu visto con la faccia pallida e piena di spavento vicino al grande pozzo sulla piazza del mercato. Con negli occhi una muta angoscia guardava in quell’oscura profondità. Neppur lui sapeva dire come fu: ad un certo momento udì un tonfo, ed erano le chiavi di casa sgusciategli dalle dita. E adesso che fare? che cosa gli avrebbe detto il suo padrone, malaticcio e nervoso? Forse l’avrebbe messo alla porta. Dove sarebbe andato, solo, senza lavoro, senza tetto? Di colpo gli balenò un’idea. Attraversa correndo la piazza, entra nella cattedrale, e prende, dalla cuna in cui giaceva, la statuetta del Bambino Gesù. « Bambino Gesù — supplica Gerardo quasi stringesse non una figura di gesso, ma proprio Lui di carne, vivo e respirante. — Tu soltanto puoi aiutarmi. Tu e nessun altro: fammi dunque ripescare la chiave! ». Poi legò il Bambino Gesù alla corda del pozzo e lo fece calare dolcemente. Come lo sentì nell’acqua gli gridò dentro con tutta la forza della sua speranza: « Bambino Gesù! portami su la chiave ». E cominciò a ritirare la corda. – Un grido di gioia: già sull’orlo era apparso il Bambino Gesù e nella manina teneva la chiave. Gerardo la prese da Lui, e poi sospinto come da un vento di allegrezza e di riconoscenza corse a riportarlo nella sua cuna. Cristiani, questo fatto è la conclusione più bella al Vangelo che abbiamo spiegato in questa terza settimana d’Avvento. – Gli uomini per la loro superbia avevano perduto la chiave della loro casa, cioè del Paradiso. Il demonio con l’astuzia e con la menzogna l’aveva fatta sgusciare dalle loro mani, e con riso beffardo l’aveva gettata in un abisso, donde era impossibile riprenderla. – Venne Gesù Bambino, ci ripescò la chiave, e ci riaprì il cielo: non da noi, ma solo da Lui venne la nostra salvezza. Umiliamoci! Il triste tempo della chiave perduta è finito: la chiave del Paradiso c’è per tutti che la vogliono. Rallegriamoci con riconoscenza amorosa! E se qualcuno sentisse di non potersi rallegrare perché nel suo cuore s’è spalancato ancora un pozzo di peccati e la chiave di nuovo gli è caduta dentro, con una umile, sincera confessione faccia calare Gesù Bambino in quel suo pozzo. Riavrà la chiave. — PREPARATE LA STRADA DEL SIGNORE. Anche a noi che ci prepariamo al Santo Natale, S. Giovanni grida: Dirigite viam Domini. Gesù Bambino è per venire e la via per cui verrà è il nostro cuore: bisogna prepararglielo. Per preparare la strada all’ingresso d’un re prima la si eguaglia, poi la si netta da ogni lordura, infine la si adorna. Eguagliar la via del cuore significa, dunque, togliere ogni occasione di caduta in peccato. – Nettare il cuore da ogni lordura significa purificarlo da ogni colpa. Infine adornarlo non è altro che abbellirlo d’opere buone. Queste son le tre cose che verrò spiegando un poco, son le tre cose che dobbiamo fare prima che giunga Natale. – 1. TOGLIERE LE Occasioni. Gerolamo il dalmata, un giorno, sparì dalle liete brigate romane: lo si cercò alle terme, al circo, ai divertimenti; invano. Per lunghi anni non si seppe più nulla di lui, così allegro, così intelligente. Ma una volta Vigilanzio lo scovò in una grotta in Palestina presso Bethlem, sfinito dalla penitenza, colla faccia sulla terra, pregante. Lo chiamò: « Gerolamo! Perché ti sei rintanato come un orso in questa spelonca, di che temi? ». Si rizzò il santo sulle ginocchia e, guardandolo, gli disse: « Vigilanzio; sai di che temo? temo di tanti pericoli tra i quali tu vivi, temo i discorsi oziosi, le liti, l’avarizia sordida, temo gli occhi della donna mondana ». Poi ritornò a poggiare la testa sul suolo di quella grotta dove quattro secoli prima era nato Gesù, il Salvatore. « Questo è un fuggir da vigliacco, — insistè Vigilanzio, — e non un vincere da glorioso. Bello è saper resistere al male pur vivendone in mezzo! ». « Basta, Vigilanzio. Se questa mia è debolezza, confesso d’esser debole. Confiteor imbecillitatem meam. Preferisco fuggire per vincere, che rimanere per perdere ». L’unico modo, dunque, di toglier le occasioni è quello di fuggirle. Se un santo, già disfatto dalle penitenze, assicura di non saper resistere in mezzo alle occasioni, come pretenderemo noi di non vedere senza lasciar quella compagnia, senza abbandonar quel ritrovo, quella relazione, senza bruciar quel libro? S. Bernardo dice che la nostra natura è troppo debole, e perciò è più facile risuscitare un morto che vivere nelle occasioni senza peccare. Via adunque quella lettura, via quella persona, via quel gioco. Il Signore viene, bisogna preparargli la strada. – 2. TOGLIERE IL PECCATO. Era un giorno arioso d’aprile quando Gesù uscito dalla casa di Marta prese la via di Gerusalemme. Il mezzogiorno dorato si stendeva sopra la città affollata d’ogni gente accorsa per la celebrazione della Pasqua vicina. La notizia si diffuse rapidamente e la moltitudine cominciò ad affluire. Irrompeva giù dall’Oliveto incontro al Signore, agitando rami di palma, frasche di mortella, ciocche d’ulivi. Alcuni gettavano sotto al suo passo i propri mantelli. E Gesù avanzava: mite e solenne come un trionfatore, cavalcando un asino non mai aggiogato. Tutti che l’accompagnavano si sentivano esaltare in quell’ora di trionfo luminoso. « Benedetto chi viene in nome di Dio! » gridò qualcuno; tutta la folla rispose con urlo impetuoso: « Osanna, osanna! ». « Benedetto il re d’Israele che viene! » gridarono altri che sopraggiungevano allora e tutti in un rapimento sovrumano risposero: « Osanna, Osanna! ». Non era questo il giorno più bello per Gesù? Eppure, come dall’alto della costa Gesù vide Gerusalemme bianca di marmo e piena di sole, scoppiò in pianto sopra di essa. Videns civitatem, flevit super illam (Lc., XIX, 41). Buon Dio! Ora che la città è tutta in festa dentro le sue mura, ora che tutto il popolo corre ad incontrarlo con fronde e con grida, Gesù piange. Gesù, che non ha pianto quando quelli del suo paese lo buttarono fuori dalla sinagoga; che non ha pianto quando gli gridarono dietro ch’era indemoniato; che non ha pianto quando tolsero su i sassi per lapidarlo, piange ora, nel giorno suo più bello. Videns civitatem flevit super illam. Perché? Egli intravvedeva sotto le fronde di palma e d’ulivo il tradimento: distingueva tra osanna e osanna il terribile crucifige di pochi giorni dopo; e quei mantelli sotto il suo passo gli erano immagine delle sue vesti di cui l’avrebbero tra poco spogliato. Per questo piangeva. Or ecco, Cristiani, che Gesù sta ancora per venire. Nel santo Natale Gesù entra nel mondo, entra nei nostri cuori. Io so che in tutte le famiglie all’avvicinarsi di questa solennità c’è molta preparazione. Le massaie fan rilucere il rame; il capo di famiglia pensa ai vestiti nuovi per i figliuoli; i figliuoli sognano i regali; ogni soglia s’adorna con vischio, con fronde di alloro, con piccoli abeti. Tutto questo va bene: ma forse son come le palme agitate dai Giudei, son come gli osanna d’allora. Tutta esteriorità e sotto c’è il peccato. Gesù Bambino venendo nelle nostre case, nei nostri cuori, Egli che vede fino in fondo alla coscienza, forse scoppierà in pianto. Videns… flevit. Vede che abbiamo dimenticato i nostri doveri di famiglia: che abbiamo trascurato l’educazione dei figli; che li abbiamo considerati come un fastidio da evitare. Vede la nostra passione per il gioco, per il vino; vede quell’amicizia indegna, vede i cattivi desideri, i pensieri. Vede che da mesi e mesi non ci confessiamo mentre sulla coscienza pesano certi peccati, certi sacrilegi, certe confessioni mal fatte. Gesù Bambino vede e piange. Come fa pena un bimbo che piange! quando di notte, svegliandoci, s’ode il suo vagito passare nel tenebroso silenzio, ci si stringe il cuore, non possiamo riprendere sonno e mormoriamo: « Ma perché lo lasciamo piangere?!… ». Allora, perché non ci farà pena il vagito di un Dio Bambino, perché lo lasceremo piangere? – Purifichiamoci con una bella confessione! che non li veda più i nostri peccati! Sorriderà. – 3. ORNIAMO IL CUORE. È commovente leggere nella Storia Sacra con quale desiderio bruciante i patriarchi invocavano la nascita del Messia. Quando qualche disgrazia li opprimeva, dicevano: « Gocciate o cieli, dall’alto; s’aprano le nubi e discenda il Giusto » (Is., XLV, 8). Quando la tirannia di qualche re li angariava, sognavano il soavissimo regno di Cristo: « Signore, dicevano, manda il tuo Agnello a regnare su Gerusalemme » (Is., XVI, 1). E quando Mosè ebbe l’incarico di liberare il popolo dalla schiavitù, e tremava di spavento, gli sgorgò l’invocazione sublime: « Signore, manda colui che devi mandare, che m’aiuti » (Esodo, IV, 13). – In questi giorni che precedono il Santo Natale facciamo nostre queste aspirazioni; ripetiamole mattino e sera, ma soprattutto nei momenti della tentazione. Ripetiamole quando l’adempimento del nostro dovere ci pesa: quando l’osservanza della legge del Signore ci sembra dura e difficile. Solo così, con la preghiera e con le opere buone, si può adornare il nostro cuore. Gesù venendo non troverà in noi lo squallore della stalla di Bethlem, ma un’abitazione calda d’affetto. – L’anima diletta dei Sacri Cantici, nel cuore della notte, udì strepere vicino alla sua porta. Si sveglia e tende l’orecchio. Sentì una voce che la chiamava: « Aprimi, sorella mia, amica, colomba!» Ella, sorpresa così tra la veglia e il sonno, pensava: «Devo proprio vestirmi e scendere ad aprire che fa freddo, che è notte, che ho sonno? » E si voltò dall’altra parte. Ma poiché la voce insisteva a chiamarla, poiché alla sua porta s’insisteva a bussare, dopo un poco decise di scendere ad aprire. Ma quando fu aperta la porta, non trovò più nessuno. S’accorse, disperata, che di là era passato il suo Signore, che aveva bussato proprio alla sua porta, ch’ella, per pigrizia, non gli aveva aperto, ed Egli se n’era andato lontano. Lo chiamò allora, con quanto fiato avesse in gola, perché tornasse; ma la sua voce velata di pianto tremava nella notte senza stelle, e nessuno le rispondeva: vocavi et non respondit mihi. Lo cercò allora, correndo come una pazza in giro per la città, interrogando le sentinelle, ma non lo trovò: quæsivi eum et non inveni (Cant., V, 6). – Il Santo Natale è vicino, e Gesù Cristo già bussa alla porta dell’anima nostra. Ci scuote dal sonno dei peccati e ci dice: « Aprimi! scaccia fuori il demonio e apri al Signore ». Temiamo che se ne vada via per sempre da noi. Forse è l’ultima volta che Gesù ci chiama a convertirci; poi ci abbandonerà in balia delle nostre passioni. Forse è l’ultimo Natale della nostra vita, poi verrà la morte. E nel momento della morte saremo noi che busseremo alla casa di Gesù; ma se adesso non gli apriamo, neppure Egli aprirà a noi, allora.

IL CREDO

Offertorium

Orémus
Ps LXXXIV:2
Benedixísti, Dómine, terram tuam: avertísti captivitátem Iacob: remisísti iniquitatem plebis tuæ.

[Hai benedetto, o Signore, la tua terra: liberasti Giacobbe dalla schiavitù: perdonasti l’iniquità del tuo popolo.]

Secreta

Devotiónis nostræ tibi, quǽsumus, Dómine, hóstia iúgiter immolétur: quæ et sacri péragat institúta mystérii, et salutáre tuum in nobis mirabíliter operétur.

[Ti sia sempre immolata, o Signore, quest’ostia offerta dalla nostra devozione, e serva sia al compimento del sacro mistero, sia ad operare in noi mirabilmente la tua salvezza.]

Præfatio

V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
V. Sursum corda.
R. Habémus ad Dóminum.
V. Grátias agámus Dómino, Deo nostro.
R. Dignum et justum est.

de sanctissima Trinitate


Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Qui cum unigénito Fílio tuo et Spíritu Sancto unus es Deus, unus es Dóminus: non in uníus singularitáte persónæ, sed in uníus Trinitáte substántiæ. Quod enim de tua glória, revelánte te, crédimus, hoc de Fílio tuo, hoc de Spíritu Sancto sine differéntia discretiónis sentímus. Ut in confessióne veræ sempiternǽque Deitátis, et in persónis propríetas, et in esséntia únitas, et in majestáte adorétur æquálitas. Quam laudant Angeli atque Archángeli, Chérubim quoque ac Séraphim: qui non cessant clamáre quotídie, una voce dicéntes:

[È veramente degno e giusto, conveniente e salutare, che noi, sempre e in ogni luogo, Ti rendiamo grazie, o Signore Santo, Padre Onnipotente, Eterno Iddio: che col Figlio tuo unigénito e con lo Spirito Santo, sei un Dio solo ed un solo Signore, non nella singolarità di una sola persona, ma nella Trinità di una sola sostanza. Cosí che quanto per tua rivelazione crediamo della tua gloria, il medesimo sentiamo, senza distinzione, e di tuo Figlio e dello Spirito Santo. Affinché nella professione della vera e sempiterna Divinità, si adori: e la proprietà nelle persone e l’unità nell’essenza e l’uguaglianza nella maestà. La quale lodano gli Angeli e gli Arcangeli, i Cherubini e i Serafini, che non cessano ogni giorno di acclamare, dicendo ad una voce:]

Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Preparatio Communionis


Orémus: Præcéptis salutáribus móniti, et divína institutióne formáti audémus dícere:

Pater noster,

qui es in cælis. Sanctificétur nomen tuum. Advéniat regnum tuum. Fiat volúntas tua, sicut in cælo et in terra. Panem nostrum quotidiánum da nobis hódie. Et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris. Et ne nos indúcas in tentatiónem:
R. Sed líbera nos a malo.
S. Amen.

Agnus Dei

Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: dona nobis pacem.

Panem cæléstem accípiam, et nomen Dómini invocábo.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Is XXXV: 4.
Dícite: pusillánimes, confortámini et nolíte timére: ecce, Deus noster véniet et salvábit nos.

[Dite: Pusillànimi, confortatevi e non temete: ecco che viene il nostro Dio e ci salverà.]

Postcommunio

Orémus.
Implorámus, Dómine, cleméntiam tuam: ut hæc divína subsídia, a vítiis expiátos, ad festa ventúra nos præparent.

[Imploriamo, o Signore, la tua clemenza, affinché questi divini soccorsi, liberandoci dai nostri vizii, ci preparino alla prossima festa.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (1)

Ite, Missa est.
R. Deo gratias.

LO SCUDO DELLA FEDE (231)

LO SCUDO DELLA FEDE (231)

LA SANTA MADRE CHIESA NELLA SANTA MESSA (5)

SPIEGAZIONE STORICA, CRITICA, MORALE DELLA SANTA MESSA

Mons., BELASIO ANTONIO MARIA

Ed. QUINTA

TORINO, LIBRERIA SALESIANA EDITRICE, 1908

LA MESSA

PARTE I

LA PREPARAZIONE

CAPO II

ART. II

L’Altare.

L’Altare fu il primo monumento, che gli uomini proscritti dal paradiso terrestre, ricoverati alla meglio in questa valle di lagrime, s’affrettarono ad innalzare a memoria della perduta grandezza, e per implorare la pietà di Dio (Ben. XIV, ap. Cic. lib. 2, cap. 11, n.1). D’ allora in poi pel mondo universo l’erezione degli altari fu sempre come uno slancio dell’umana natura verso del cielo, dove sente ancora, che debbono essere collocati i suoi destini. L’erezione degli altari adunque dagli uomini fatta è come un’eco alla primitiva rivelazione, di cui si trova una parola, un argomento, un segno in tutte le religioni dell’universo (Cantù, St. Univ. v. Religione. Dei Sacrifizi religiosi del Card. Tadini; Plutarc.). Coll’ erigere in tutti i tempi, in ogni angolo della terra, dov’è un gruppo d’uomini uniti in società, altari in onore di qualunque divinità, gli uomini confessano solennemente di riconoscere il primo e l’universale loro dovere; anzi esprimono il maggiore, il sommo loro bisogno; manifestano il più naturale sentimento, il dovere cioè d’onorare Dio, il bisogno d’una felicità. senza fine, e il sentimento di demeritarla per propria colpa. Queste verità le ha rivelate Dio; e le nazioni infedeli le hanno malamente offuscate e confuse, bruttando la religione primitiva e rivelata di superstizioni miserande, che la sfigurarono. Eppure come, distrutta la civiltà, i popoli barbari rizzano le loro catapecchie sulle rovine delle città devastate, ma non ne distruggono affatto i nobili avanzi, sicché i ruderi di quelle macerie accennano alle antiche glorie, e fanno indovinare la grandezza guastata, così in mezzo alle superstizioni, di che le nazioni guastarono la religione primitiva, restano ancora alcuni avanzi di verità, quasi frantumi di antico edifizio e monumenti della sua grandezza; e le loro favolose leggende sono quasi archivi di antichissime tradizioni. Difatti in tutte le religioni vediamo confessato il dovere e il bisogno che hanno gli uomini di offrir sacrifici al loro Creatore. Ora sull’Altare di Lui, che potevano mai deporre gli uomini, che degno fosse di venire accolto da Dio? Che far potevano, se non presentargli quelle vittime, che per loro si credevano le migliori, e poi distruggerle innanzi a Lui, per protestargli di riconoscere di dovergli il tutto; ma niente potere offrirgli, che si meritasse di stare al suo cospetto? Veramente gli antichi sacrifici, più che offerte erano voti, erano come suppliche: desse agli uomini da offrirgli tale un dono che gli fosse gradito. Dio lo dà a noi questo dono, il più grande della sua misericordia, sul nostro altare. Per noi l’altare è il più bel monumento della bontà del Signore, è il fondamento di tutte le speranze, è il centro della devozione, è il focolare della carità, è il santuario delle nostre consolazioni veramente divine, è la rupe benedetta, da cui zampilla l’acqua saliente a vita eterna: sì, l’altare è come il campo, in cui si dà lo spettacolo di qual misericordia è Dio potente! – Quando gli antichi Patriarchi ricevevano la grazia di un’apparizione celeste, si affrettavano d’innalzare almeno un cumulo di pietre a monumento, che stesse a memoria del favore divino, e confortasse i posteri a sperare tutto da Dio. Ecco ora la Chiesa, che nel mezzo del tempio sotto le cupole, che si slanciano arditamente verso il cielo sublimi come il pensiero della fede che le ha inspirate, sull’eretto altare, pianta il Crocifisso, quasi dicesse: « guardate, o figliuoli, che cosa ha saputo fare Iddio per voi; poi dubitate, se potete della sua bontà!… e mostra attaccata al patibolo l’immagine del Figliuolo di Dio Crocifisso!…. Contempliamola questa adorata immagine.

Il Crocifisso.

Che bella posizione, sclameremo col gran Bossuet, ha fatto pigliare al figliuol di Dio la croce! Eccolo Crocifisso innalzato ira il cielo e la terra, e par che dica: « Figliuoli, al cielo, al cielo…; è là tutto il vostro bene che sospirate. » Il Crocifisso tien le braccia allargate, e vuol dire: « venitemi tutti in braccio; menatemi i figli; cercatemi tutti i peccatori; vi voglio portar tutti in paradiso. » Il crocifisso mostra al cielo le mani piene di sangue, e par che gridi: « Padre! pago io per li peccati di tutti. » Il Crocifisso stende le braccia sopra di noi, e vuol dire: « Padre, li amo come vita mia questi figliuoli del mio sangue: me li piglio sotto di me, come la madre stringe il bimbo al seno che lo alimenta, come la gallina copre coll’ali i suoi pulcini e se li scalda nel proprio petto. » Il Crocifisso lascia cader giù la testa, e con questo dice: « Poverini miei; tribolati, crocifissi in tanti mali con me, guardatemi come sono tutto piagato anche io! ancora un poco, e poi meco a vita eterna… » Il Crocifisso manda il sangue dal cuor squarciato; e vuol farci intendere che sta sempre pronto a pioverci il sangue sull’anima nei Sacramenti, e pigliarci in quel cuore in Comunione, e portarci in paradiso. Sì, contempliamo ancora e poi sempre Gesù benedetto crocifisso! Ve?!… tiene le braccia alzate verso il cielo; ma il peso del corpo lo strascina giù verso la terra: e vuol dire tutta la Religione cattolica. Con quelle braccia al cielo ci dice: « O figliuoli, io son Dio col Padre eternamente beato; ma fattomi Uomo con voi, là pur nel ciclo qualche cosa mi manca! ; » par che dica quasi li per cader sull’altare: « mi mancate voi altri carne della mia carne, sangue del mio sangue; il cuor mio mi tira giù, mi lega a voi in Sacramento, mi sacrifico con voi su questo altare per salvarvi meco. » Oh Crocifisso! Oh monumento della bontà di Dio, fatto nostro in sacrifizio! Oh! quando entriamo nella chiesa, contempliamo quella cara adorata immagine del Crocifisso Gesù, e, mentre quella benedetta figura ci mette sotto gli occhi visibili ed insanguinate le piaghe, che misticamente ma realmente, benché invisibili offre Gesù sull’altare nella santa Messa (C. Bona, Rerum lit. lib. 1, cap. 23, v.$, et Ben. XIV, De sac. Miss.), deh! corriamo coll’anima sotto la croce, pregando che le vive gocce del sangue divino piovano sul nostro cuore, e lo fecondino di santi affetti. Oh! per chi comprende i segreti divini nelle cerimonie della Chiesa, e vede nel Crocifisso l’immagine del Figliuol di Dio morto pei nostri peccati, basterà bene contemplarlo per guarire dalle piaghe, di che hanno i peccati avvelenato il cuore (Ecco un bel fatterello che fa comprendere quanto è caro oggetto al cuor cristiano l’adorabile immagine del Crocifisso. Predicando il Card li Cheverus, accorrevano molti protestanti attirati dall’amabile sua parola, e, vedendolo in tanta bontà, gli fecero sentire come verrebbero ben più volentieri, se non tenesse al fianco quell’idolo, dicevano, del Crocifisso: e si narra, che Cheverus il dì appresso di dal pergamo: Signori, sento che ad alcuni offende la vista il Crocifisso: io vorrei compiacerli, e per ora lo levo; e così dicendo abbassasse la croce, e la mettesse come al coperto…:. poi, rivolto a loro che restavano sorpresi, soggiunse Io ho da raccontarvi il fatto seguente: — Un dì un signore usciva di casa, e sopra via gl’interruppe addosso un assassino, che lo riversa per terra, e con un ginocchio sul petto gli drizza al cuore un pugnale. In quel frangente un buon uomo si getta sopra a difesa dell’assalito, e lo copre colla propria persona: il sicario giù un colpo cuore al buon uomo che cade trafitto sul signore protetto! Un pittore per caso quivi presente, colpito a quello spettacolo, corre a casa e dipinge al vivo, come l’aveva nell’immaginazione, il ritratto del signore caduto e del buon uomo, che morendo, lo salva: e porta il dipinto coperto al signore, dicendo: vi presento un regalo che vi gradirà: e glielo scopre in parte. « Ah! il mio ritratto, esclama, in quell’orribile istante!… » Ma il pittore alza il restante del velo… ed il signore a quel punto balza in piedi, gridando: « Ah! il buon uomo che mi ha salvato! Vi ringrazio, vi ringrazio di avermelo così al vivo dipinto!» E si getta sopra, e lo bacia, e ribacia a calde lagrime, sclamando: « Cara immagine, ti terrò sempre con me! » — Signori, dice Cheverus, alzando allora il Crocifisso: io vi presento un ritratto: guardatelo; vedete di chi è. E scopre il Salvatore, e continua: « Voi andavate tutti perduti; Egli vi coprì colla sua persona, e ricevette questo colpo nel petto!… Lascio la fredda discussione: m’indirizzo al vostro cuore, io vi dirò; Non volete l’immagine del Salvatore?… io me la porto con me …   Allora sì alza un grido da tutti, e Cattolici e protestanti esclamarono a gara: « Vogliamo il Crocifisso: Vogliamo il Crocifisso! » Cheverus l’abbassò dal pulpito, e quelli si strinsero intorno disputandosi di coprirlo di baci e di lacrime.).

I ceri e i gradi dell’altare,

Stanno sui gradi dell’altare i ceri ardenti. I gradini significano i vari gradi di virtù e di santità, per cui le anime staccandosi da questa povera terra s’innalzano a Dio per l’amor del Crocifisso. I candelieri ardenti ed il Crocifisso in mezzo mostrano i popoli credenti uniti dalle due parti opposte, giudaica e gentile a Colui, che, elevato in alto trae ogni cosa (Innoc. III, Rosm. Dell’educ. Crist.): e i ceri significano le anime che s’incamminano su per quei gradi. Ecco la nostra destinazione. Su via, colla mente illuminata dai raggi della santa fede, coi cuori ardenti di carità, giubilanti per le più care speranze, palpitando di tenerezza intorno all’altare, nel vedervi Gesù sacrificare se stesso per nostra salute, corriamogli in seno. – I ceri adunque, che spandono nelle sacre ombre del santuario, come le stelle nel firmamento, una mite luce d’intorno, e col tremolio delle loro fiammelle danno movimento, pare che spirino fra la quiete maestà dei sacri riti quasi un’anima misteriosa, e sembrano qualche cosa di più che un semplice simbolo privo di vita; i ceri, io dico, vivi e scintillanti popolano, se così lice esprimerci, di tanti esseri vivificati il santo altare. Mentre andranno a posarsi fra loro quegli angelici spiriti, che, adorando continuamente Gesù, vivono della vita della sua Divinità, anche noi mandiamo a frammischiarsi con essi, e palpitare d’amore in mezzo al tremolio dei lumi, i nostri cuori ardenti di divozione. Sembra a noi poi, che le candele intorno al Crocifisso rendendo la più bella immagine della vita cristiana, suggeriscano queste tre osservazioni: I. Le candele stanno diritte al cielo rivolte; II. Sono candidissime; III. Si consumano spandendo luce nel Santuario in mezzo al popolo. Ora, come la candela è ritta, così la vita nostra deve essere al cielo indirizzata, e noi, camminando innanzi a Dio, dobbiamo tendere alla patria nostra tenendo al Paradiso rivolto i pensieri, mentre siamo pellegrini in terra. La candela è bianca, e significa che la religione è pura, ci conserva mondi dalle brutture di questo povero secolo: perché l’oblazione di un’anima pura, quasi vittima immolata sull’altare del Dio vivente, insieme con Gesù è il culto accettevole che Dio dimanda, e rende onore alla divina Maestà, dinanzi a cui viviamo. – La bianca candela poi si consuma a gloria di Dio spargendo luce; e ci insegna che dobbiamo, come olocausto tutto a Dio devoto, consumarci in opere di carità, spargendo intanto luce di buon esempio, sicché veda il popolo le opere nostre, e renda gloria al Padre nostro, che è nel cielo. Questi ceri che ardono in pieno giorno fra le ombre del Santuario, ricordano ancora quei tempi di fervore, e di persecuzione, in cui i santi nostri misteri venivano celebrati di notte nelle oscure viscere della terra, cioè nelle (Ben. XIV, lec. cit.):

Catacombe

Eisistono ancora, in Roma specialmente, in Napoli, e altrove le catacombe; e sono escavazioni sotterraner, spesso a due o più piani, con corridoi tortuosi, che girano, e s’attraversano in ogni senso, e formano sotto la terra il più intricato labirinto di tetri viottoli, molti dei quali mettono, e s’incontrano in una camera o grotta quasi ad un centro, in cui trovi avanzi di altari o mense, con altri argomenti, che indicano aver servito alla celebrazione dei santi riti cristiani. In alcuni s’addita il luogo, ove si riponevano le lampade; anche qualche traccia di pulpito, da cui il Vescovo parlava a’ suoi fedeli raccolti; anche sedili, in cui pare si ascoltassero le confessioni. Tutto è scavato nel tufo; e sono estesi così quei sotterranei, che le catacombe sole, dette di S. Sebastiano in Roma, si credono tenere ben dodici miglia, e più di duecento miglia tutte le altre catacombe insieme. – Non si può esprimere a parole ciò che si sente in cuore nel visitarle! Immaginatevi per una scaletta, o per ripida scesa, di scendere giù nelle viscere della terra, e di trovarvi in mezzo a centomila sepolcri scavati nel tufo, a tre piani orizzontali, nei due fianchi di quegli anditi. In quel tenebrore, in mezzo a quei morti di benedetta memoria, a cui dà vita la fede nostra, che è la medesima di quei prodi, che la difesero col sangue, voi colla vostra fiaccola in mano cercate ansiosi di visitarli. Ben vi pare di parlare con ciascun di loro, d’interrogarli dei patimenti e dei tempi loro, ed in quelle lapidi leggere la risposta; e quasi vi compiacete di stender loro la vostra mano, di baciare quei cari fratelli di eterna speranza. Mettete la candeletta fra le fessure dei lastroni scassinati di tufo o di terra cotta, e vedete dentro le ossa dei martiri con al fianco l’ampolletta del sangue raccolto, e talvolta lo strumento del martirio. Qui un pontefice, poi un vergine illustre, od un soldato; colà un fanciullo, poi una matrona romana; poi un padre, una madre, e intorno tutti i figli sepolti l’un all’altro vicini, e tutti martiri: e sopra il tufo rozzamente graffiato con un saluto il nome del martire, e un simbolo della vittoria e della vita eterna, e più sovente la semplice scritta: è morto per Cristo: il che significa l’anagramma figurato in questo modo XP. –  Convien pur dire che quei nascondigli fossero cari alla pietà dei fedeli, che, adornandoli di pitture, mosaici, e talvolta anche di graziose sculture per esprimere con divozione i santi misteri, ne fecero la culla dell’arte cristiana. Là nelle viscere della terra, in quelle figure del Redentore, di Maria e dei Santi, rozze, se vuoi, e di duro contorno, ma altrettanto devote e care, tu scorgi l’arte cristiana ancora bambina; ma traspira dentro un casto sorriso di bellezza più pura della terrena, che accenna già allo splendore della celeste bellezza che si sarebbe rivelata pei sommi Raffaello o Michelangelo e nel grazioso e melanconico Gaudenzio Ferrari e nell’Angelico pittore Beato! che rapito in estasi coglieva in cielo quei tipi di bellezze di paradiso, e le traduceva in quelle sante amabilissime sue Madonnine, in quelli angioletti vestiti di corpicciuoli, diresti spiritualizzati, che ti rubano il cuore ad amore divino. Così le arti sorelle, appena comparve la religione cattolica, si affrettarono ad offrirle l’umile tributo di loro servitù; ed essa in contraccambio spirò in quelle la propria divinità. Le ha ben ricompensate! Fino dalle prime persecuzioni ordinò la Chiesa con sapiente disposizione. Notai, che tenessero registro degli atti dei martiri, del dì del martirio, e del luogo di loro sepoltura. Meritano pure di essere ricordati quei generosi, a cui era affidata la cura delle preziose reliquie dei Santi scannati. Essi si chiamavano Fossori o Fossari; e trovasi talvolta nelle catacombe dipinto il Fossore in atto di scavare la fossa; mentre un altro gli fa lume colla lucerna. Questi Fossori vanno contati fra i maggiori eroi del Cristianesimo: perché, e si esponevano ai persecutori, affine di raccogliere gli avanzi dei Martiri trucidati, e passavano la vita in quei tetri sotterranei nel preparare depositi ancora in bell’ordine, e talvolta lavorati con amore e buon gusto, ai santi cadaveri dalla persecuzione mandati giù loro in abbondanza (Ognora si vanno trovando sempre nuovi monumenti che provano essere stati  moltissimi i martiri, vedi la Civiltà Cattolica. fasc. del 1 luglio 1854. Fra tanti monumenti che provano il numero dei martiri, piace qui presentar due sole iscrizioni fra le moltissime raccolte dai Visconti. (Memorie Romane d’ntichità, Roma 1825).

I

MARCELLA ET CHRISTI MARTIRES CCCCC L.

II

HIC REQUIESCIT MEDICUS CUM PLURIBUS

CL MARTIRES CHRISTI

Sovente poi si mettevano solamente numeri, che forse indicavano i martiri colle corone e palme.). Il Sacerdote poi, i discepoli, le anime fervorose, massime le donne dedicate alla pietà, come si facevano un santo impegno di mandare pei diaconi i loro soccorsi di carità nelle prigioni ai confessori; così, quando venivano uccisi, era per loro un dovere di tenera religione raccogliere ì cadaveri, ed anche nasconderli nelle proprie case, e sovente spedire le reliquie alle diverse chiese (Oltre alle catacombe, che sono piene di monumenti, che parlano della devozione, con cui si raccomandavano ai Santi i primi fedeli, non possiamo trattenerci di riportare questi due fatti. Quando si era per tagliare la testa a s. Cipriano, ì fedeli corsero in quel pericolo a stender d’intorno a lui i pannolini, per raccogliere il sangue prezioso. Poi non si può leggere niente di più tenero e di più devoto di ciò che scrive s. Giovanni Grisostomo della venerazione, con cui furono ricevute le reliquie di s. Ignazio che soffrì il martirio a Roma, 100 anni dopo Cristo. Egli era vescovo d’Antiochia, e vediamo che il suo corpo fu traslocato di città in città alla sue sede, come un tesoro inestimabile. Di questa traslazione ecco come parla eloquentemente S. Giovanni Grisostomo: « Quando egli dunque soggiacque in questa città (di Roma), o piuttosto, quando salì al cielo, rivenne per essere coronato, perché la volontà di Dio volle ch’Ei ritornasse fra noi, e il martire fosse diviso tra le nostre città. – Quella città vide colare il suo sangue, ma voi avete onorato le sue reliquie e vi siete rallegrati del suo vescovato. A Roma si sue reliquie, e vi si vide lottare, vincere e trionfare; voi lo possedete ognora: Dio ve lo tolse per poco tempo, e ve lo rendette con molto più di gloria. E siccome coloro, che prendono a prestito del danaro, danno poi con usura ciò che ricevono, così Dio, avendo preso per un istante questo prezioso tesoro, ed avendolo mostrato a quella città, ve lo ritorna sfolgoreggiante di nuovo splendore. Avete spedito un Vescovo, ed avete ricevuto un Martire; lo avete mandato con preghiere, e lo avete ricevuto con corone, e non solo voi, ma tutte le città, che si sono trovate sul suo passaggio; poiché da quali sentimenti non sono state comprese, quando videro traslocare queste reliquie? Quali frutti d’una santa gioia non hanno esse raccolto? Con quali acclamazioni non hanno salutato il coronato vincitore? In quella guisa che gli spettatori si slanciano nell’arena si impadroniscono del nobile combattente, che, superati i suoi avversari, si avanza nella sua gloria, non permettendogli toccar terra, e portandolo seco in trionfo; nella stessa guisa tutte le città, ricevendo alla loro volta da Roma questo santo uomo, hanno recato ed accompagnato il Martire vincitore fino a quella città, celebrando con inni la sua gloria, e trionfando del demonio, i cui artifizi ricaddero in suo proprio disdoro, e il quale, adoperandosi contro il Martire, non ha adoperato che contra se stesso. » (Hom. in s. Ign. mart.). Impertanto scorgiamo che le reliquie dei Santi sono onorate da coloro che gli hanno rate dai discepoli immediati degli Apostoli, da coloro che li hanno conosciuti, e che dalla venerazione di quelle si cavarono col più gran rispetto sublimi lezioni, tenendole le chiese, che le possedevano, come un pegno per ottenere grazie da Dio per l’intercessione dei Santi.). – Le catacombe, massime in Roma, diramansi intorno, e sotto gli edifizi della città. Alcune eran in principio scavate per estrarre la pozzolana, specie di calcina per fabbricare; le più erano scavate per servire alle sepolture: e quindi guardate come luoghi sacri, in cui era quasi pei pagani una profanazione il penetrarvi. Restavano adunque come un rifugio dove nascondersi i fedeli cerchi a morte. Qualche volta dall’interno delle case si passava in quei sotterranei. Di qui avveniva che le case dei più ragguardevoli fedeli servivano di chiese, cioè luoghi di adunanze o di collette; e i sotterranei di cimiteri. Illustri sono i Cimiteri o Cripte o Catacombe di S. Lucia, Priscilla e Lucina, ecc. Così di quei nascondigli presero pratica i Cristiani perseguitati, e li scelsero per convegno ai vivi, e per sepoltura ai morti. Succedeva adunque un martirio? I coraggiosi fedeli, col pericolo della propria vita, raccoglievano gli estinti, il sangue sparso, i ferri, i sassi, e tutto che fosse del loro sangue prezioso consacrato; componevano quelle membra lacerate nelle nicchie scavate, dove ora le troviamo, Chiamavano poi quei santi asili della morte col soave nome di Cimiteri, cioè dormitori: espressione di una coscienza pura e tranquilla consolantesi nella certezza di svegliarsi all’altra vita, dopo il sonno della beata morte cristiana. – A chi visita Roma con cuore ben disposto alle inspirazioni della fede cristiana, tutto parla di pietà e di fervore, e lo fa vivere e conversare coi Santi in quell’alma città, centro della Religione, e come casa propria della Madre universale della cristiana famiglia, singolar medo di comunione cattolica! Ad ogni passo egli trova una casa, un monumento, una pietra, che lo mette in relazione con un eroe del Cristianesimo. Là può sedersi e meditare sopra a cento e mille tombe che stanno intorno a quella di s. Pietro, monumenti eloquenti della religione Divina da lui predicata. Quando s’entra, per esempio, nella chiesa di S. Prassede, eretta sull’area della casa di questa ricca Verginella, e si vede la statua della vergine in atto di spremere le spugne inzuppate del sangue dei Martiri, per nasconderlo in un pozzo che ancora è là scavato; a quella vista, in quel luogo dinanzi a Dio nel santo ciborio, che nella sua eternità ravvicina tutti i tempi nell’istante presente, pare allora di veder qualche cosa di più di una morta immagine, e sì veramente sì sente, si gode la comunione dei Santi. – Nelle catacombe adunque, che s. Girolamo chiama vere basiliche della morte, si raccoglievano dì e notte i fedeli a celebrare i santi misteri; e mentre Roma incestuosa e micidiale, spalancante le porte al vitupero, era invasa da prostituzioni e da suicidi, ed i Romani erano vili così da adorare sull’altare il delitto, incensando al dio Nerone: anime, che quel mondo era indegno di possedere, nelle viscere della terra si apparecchiavano a fecondar col sangue la rigenerazione dell’umanità, col rinnovare sulle tombe dei sacrificati il sacrificio del Dio-Uomo morto per tutti in croce, pregando per quelli, che lo crocifiggevano. Intorno a quelle tombe si raccoglievano nascostamente sbucati dalle città e dagli ergastoli degli atroci padroni. e venivano a trovarsi liberi e schiavi con Pontefici miracolosamente scampati al martirio e filosofi mutati in apostoli, che in quella dottrina trovavano la soluzione di quelle interminabili questioni (Cantù, Storia universale). Quivi ricevevano col vero il Pane Celeste, giravano il calice del Sangue Divino, e celebravano insieme l’agape, cioè facevano carità mangiando insieme ricchi e poveri i cibi a gloria di Lui, che li dà, e rallegravano la sacra accolta nella fratellanza dell’affetto e nella gioia del perdono per l’amor di Dio, così consolante in pure coscienze. Seduti all’ombra di morte giuravano su quelle tombe la fede, e si confortavano colla Comunione a confermarla in faccia alle genti nelle tremende prove sul patibolo, sopra il fuoco, ed in mezzo alle fiere dell’anfiteatro forse dimani; se pure non venivano là in quegl’istanti scoperti e scannati sull’altare, così mischiando il proprio sangue col Sangue di Gesù Cristo in Sacrificio, come avvenne al Pontefice s. Stefano, trafitto nelle catacombe di S. Sebastiano sull’altare, e dai fedeli quivi sepolto, quale era vestito, insieme colla cattedra su cui fu scannato.

La pietra Sacra.

Data pace alla Chiesa dall’imperator Costantino, fu una santa letizia per tutta la cristianità: allora sbucavano i Sacerdoti dallo squallido silenzio delle catacombe a celebrare i riti della nuova alleanza, e a spiegare al cospetto del mondo lo splendor maestoso del puro culto divino. Allora Pontefici e Vescovi dedicare chiese a pieno sole, specialmente sopra quei sotterranei, e a celebrare la memoria dei Martiri, che là eran sepolti. Quivi tutti i fedeli sicuri, riconoscendosi fra loro, si abbracciavano, e saldavano la fratellanza col Sacrificio della perpetua commemorazione; e cantavano inni a Dio, che aveva sedate le tempeste, sui gloriosi sepolcri, che restavano nell’interno delle chiese sotto le mense, e che, a ricordo del loro coraggio, chiamavano confessioni. E perché sotto ma chiesa sola spesso erano molto tombe di Martiri illustri, che meritavano un particolare monumento, moltiplicossi fino d’allora il numero delle cappelle al modo appunto che si vede nelle chiese moderne, e si mandò poi a raccogliere reliquie di santi Martiri, e se ne deposero frammenti in tutti gli altari; e dei Martiri più chiari per meriti e per singolare gloria di combattimenti, o per opere, o per miracoli, si collocavano i corpi in urne preziose. Di qui l’uso di foggiare a modo di urna sepolcrale il cippo, Su cui posano le mense degli altari anche ai dì nostri. Religiosamente osservando questo costume, scriveva S. Ambrogio a Marcellina sua sorella, che la basilica di Milano egli non voleva consacrare, come si usava in Roma, se non trovasse reliquie di Martiri (Epist. 51 ad Marcellinam sor.), come poi consacrò di fatto, trovati ch’ebbe i corpi de’ ss. Gervasio e Protasio. Quindi poi le pietre consacrate, per servire di mensa per celebrare, hanno tutte nel mezzo un sepolcreto, entro il quale sono sigillate le reliquie dei santi Martiri (Conc. Alric. vulgo dictura cap. 56, Bon 1, Celert. 1, ex Conc. Carth. 7, et Ben XIV loc. cit, S. August. 113 sermo.), ed anche di altri Santi (Maasi, Del vero Focl. Vol. 2, Lib. 5, cap. I). Così sull’altare cattolico a’ piedi del Crocifisso sono deposte le spoglie di quegli eroi, che resero il più grande onore che uomo potesse a Dio, sacrificandogli tutto se stessi. Questi uomini sentivano di non aver la vita per altro che per darla a gloria di Dio; caddero a piè della Croce, e vi lasciarono i loro corpi, trofei della vittoria, che sopra del mondo riporta la croce piantata sulle gloriose spoglie di più milioni di martiri. Questi milioni di Martiri sono il più grande olocausto e il più degno del cielo, che sulla terra potevano offrire gli uomini rigenerati dal sangue di Dio fatto Uomo. Così si può dire veramente che la terra ha dato tal frutto, che il cielo non poteva aspettare migliore; né poteva essere altare più santo delle tombe dei martiri, sopra cui offrire a Dio il gran sacrificio, che i corpi dei suoi fedeli sacrificati. Come nel tempo della persecuzione la santa Messa si celebrava sulle tombe dei Martiri, così anche a’ dì nostri sopra le loro ossa si sacrifica il sacratissimo Corpo di Gesù, che in loro trasfuse tanto eroismo di virtù, che seppero morire per Dio, e che fu per loro, ed è per noi, arra e pegno di risurrezione alla vita dell’immortalità. Qui intanto accompagnano dall’altare il gran sacrifizio coi profumi dei loro sacrifici particolari (S. Paulin. Ep. Nol. in 6 feb. nar. 9 post medium in epist. Ad Severum.).

Il Pallio, e il vario colore dei drappi sacri.

L’altare si para a festa, e si addobba del ricco Pallio, che è un drappo, che lo fregia con decoro, e pende dinanzi sotto la mensa di color corrispondente a quello delle sante vesti, di che si parano i ministri. Anche nelle famiglie il dì delle gioie più care va distinto di vesti più gaie, come hanno le loro vesti i giorni di corruccio e di duolo. Tutto è armonia nella Chiesa, e col variar dei colori mostra la varietà delle celesti attrattive (Ps. XLIV), che rende questa sposa terrestre si bella agli occhi dello Sposo divino. Co’ diversi colori, giusta la diversità dei tempi e delle feste, si esprimono i diversi affetti dei fedeli, or di letizia per la gloria di Dio, ora di gratitudine pei suoi benefizi, or di fortezza nelle avversità, ora di afflizione per i propri o gli altrui peccati (Bona. Trac. ant. Loc. cit.). Nel bianco colore risplendente d’oro, ora tu intendi i gigli di purità, che adornano le vergini sposate a Dio eternamente in Paradiso; ora l’illibato costume di quegli austeri penitenti, la cui vita è così caro spettacolo agli uomini ed agli Angioli: ora la carità di quei Pontefici, e Sacerdoti, che, consumandosi nei travagli del loro ministero, generarono tanti figli pel paradiso. Nel color rosso contempli il sangue sparso , e le rose eterne, di che risplendono i Martiri in gloria. Poi nel color della melanconica viola intendi il gemito della Chiesa, che in mesto ammanto si presenta al grande Sposo signore dei cuori, e lo prega, che converta i figli suoi peccatori: ora invita noi, vestiti a lutto, ad accompagnare colla nostra preghiera il gran sacrificio, per espiare le colpe dei confratelli che gemono nel purgatorio: mentre appiè delle tombe rallegra l’orror della morte colla speranza del paradiso (Ben. XIV, lib. I, cap. 8, n. 16 et Ugo Op. cit.). Finalmente nel color verde usato in tutte le feste dell’anno, in cui non si faccia festa particolare, e non sia tempo di duolo e penitenza, la Chiesa fa intendere, che questo è il tempo di seminare in opere buone, affine di raccogliere in vita eterna, essendo questo non il tempo di godere, ma di sperare e di preparar l’eternità. Il bianco pannolino che si stende purissimo sopra la sacra mensa, ricorda il lenzuolo in cui fu involto dopo morte la santissima salma del Redentore, e la purezza, che deve aver l’anima e il cuore, in cui ha da discendere Gesù Cristo (Isidorus Pelusiota lib, I, ep. 123. Beda Hom. Rabanus lib. L de rit. Cler.).

LA GRAZIA E LA GLORIA (54)

LA GRAZIA E LA GLORIA (54)

Del R. P. J-B TERRIEN S.J.

II.

Nihil obstat, M-G. LABROSSE, S. J. Biturici, 17 feb. 1901

Imprimatur: Parisiis, die 20 feb. 1901 Ed. Thomas, v. g.

LIBRO X

LA PERFEZIONE FINALE DEI FIGLI DI DIO CONSIDERATA DAL LATO DEL CORPO

CAPITOLO IV

Sulla condizione dei risorti dal punto di vista dell’attività vitale.

1. – Non abbiamo detto tutto sulla parte che sarà fatta ai corpi dei figli di Dio nella beatitudine eterna. La beatitudine non è tanto nell’essere e nel potere, quanto nell’atto. Glorificato dall’anima, il corpo avrà tutte le operazioni dei sensi che gli sono proprie? La risposta affermativa, per quanto certa, non manca di presentare alcune difficoltà. I nostri teologi, che le hanno riportate solo per risolverle, le riducono a due principali. Si veda, innanzitutto, come si producono le percezioni sensibili, siano esse della vista, dell’udito, del gusto, dell’olfatto o del tatto. Ovunque e sempre, l’organo deve subire l’azione di un agente esterno, cioè deve patire. Da qui l’assioma del principe dei filosofi: “sentire è soffrire: sentire est quoddam pati” (Arist., de Anima, t. II, testo 118). È possibile conciliare questa condizione necessaria con l’impassibilità? – Inoltre, è un fatto di esperienza che se l’intelligenza è fortemente presa da un pensiero, il corpo diventa come insensibile a tutti gli stimoli esterni; non si può vedere o sentire più che se si fosse ciechi o sordi. Mille fatti naturali lo testimoniano, e i fenomeni soprannaturali di estasi e rapimento, raccontati nelle vite dei Santi, non possono lasciare dubbi nella mente dei credenti.  Se l’esercizio delle facoltà sensitive è incompatibile con le alte contemplazioni di questa vita, come potrebbe non esserlo quando Dio si mostra faccia a faccia in tutto lo splendore della sua luce? – Vedremo presto come queste ed altre difficoltà simili possano essere risolte. Ma anche se fossero cento volte più imbarazzanti, il fatto sarebbe innegabile: perché rifiutandolo, dovremmo affermare che la risurrezione di Gesù Cristo non è il modello della nostra, diciamo di più, che non ci sarà alcuna risurrezione per gli eletti di Dio. Infatti, se Gesù Cristo è il modello divino su cui Dio riformerà i loro corpi, è ovvio che essi dovranno godere del perfetto esercizio delle facoltà sensitive: perché Gesù Cristo, risorto dai morti, lo ha dimostrato nella sua Persona, come attestano sia i Vangeli che gli Atti. – Ho aggiunto che sarebbe necessario negare la resurrezione stessa. Perché dovrebbe essere così? Perché le facoltà organiche eternamente inattive e senza atti sarebbero una contraddizione in un corpo posseduto da un’anima glorificata: a cosa servirebbero le potenze, quando le si tolgono le operazioni proprie, cosa che è ragione della loro esistenza: lungi dal partecipare alla beatitudine dell’anima, questa massa insensibile ne sarebbe un ostacolo. Come gli idoli delle nazioni pagani, essa avrebbe occhi per non vedere e orecchie per non sentire; mille volte più imperfetto, nello stato di perfezione finale, di quanto non fosse nello stato di imperfezione originaria. – Monumento eterno di un’opera incompiuta, darebbe inoltre una smentita formale alle promesse del Salvatore: è la vita eterna che Egli ha promesso all’uomo intero, nel suo spirito e nel suo corpo. « I vostri padri – Egli diceva ai Giudei – mangiarono la manna e morirono. Chi mangia questo pane vivrà eternamente » (Gv., VI, 49). È quindi evidente che i nostri sensi avranno la loro attività. E se il cielo si differenzia dalla terra, è perché lì questa attività si dispiegherà in operazioni incomparabilmente più eccellenti di quelle che potrà mai esercitare durante la prova.

2. Inoltre, la Scrittura non si accontenta di affermare in generale queste operazioni della vita sensibile; ci descrive in molti punti le loro diverse manifestazioni. « Io so – dice Giobbe – che il mio Redentore vive… e io stesso lo vedrò, i miei occhi lo vedranno, io stesso e non un altro, e questa speranza riposa nel mio seno » (Giobbe XIX, 27). Sì, i nostri occhi di carne vedranno il Re Gesù, il più bello di tutti i figli degli uomini, e quella grazia incomparabile diffusa sul suo volto; lo vedranno, e nella sua santa umanità, mille volte più trasparente del cristallo, ammireranno il cuore ardente e radioso che ci ha tanto amati: e questa sola vista basterebbe a gettarci nell’estasi eterna. E anche Voi, o Maria, mia Regina e mia Madre, Vi contemplerò sul trono della vostra gloria, la più bella delle creature dopo vostro Figlio, vestita di sole e con il capo coronato di stelle (Apoc. XII, 1); e il vostro sguardo incontrerà il mio sguardo, e sentirò il mio cuore sciogliersi d’amore alla vostra presenza. Tutti questi benedetti abitanti del cielo, figli di Dio, li vedrò nella loro carne e con gli occhi della mia carne, una moltitudine immensa che nessuno potrebbe contare, in piedi davanti al trono, alla presenza dell’Agnello, vestiti di vesti bianche e con le palme nelle mani (Ap. VII, 9). In questa folla di volti amici riconoscerò quelli che ho conosciuto sulla terra, e chi può dire la gioia di questo incontro? Chi può dire la delizia in cui ci getterà la contemplazione di questa nuova terra e dei nuovi cieli, brillanti davanti a noi per magnificenza ed uno splendore rispetto ai quali tutto ciò che il nostro mondo offre di più ricco e bello non è nulla. – Vedremo con gli occhi ed ascolteremo con le orecchie; e cosa ascolteremo? Delle armonie ineffabili: l’inno di quei beati che « gettando le loro corone davanti al trono del Signore, ripetono in coro: Tu sei degno, Signore nostro Dio, di ricevere gloria, onore e potenza » (Apoc. IV, 10, 11); il cantico nuovo che i soli Vergini possono cantare seguendo l’Agnello, lo Sposo sacro delle Vergini (Apoc. XIV, 3, 4); l’Alleluia senza fine che risuonerà in tutte le strade e le piazze della Gerusalemme celeste (Tob. XIII, 22): i canti dei vittoriosi nel giorno del loro trionfo, i canti dei commensali seduti allo stesso inebriante banchetto, canti d’amore che riposa nel godimento dopo lunghi sospiri e amari dolori, canti di lode che non si stancano di benedire ed esaltare Colui la cui gloria e i cui benefici superano ogni concezione. Che dire poi delle parole, così dolci e così affettuose, che gli eletti di Dio si scambieranno tra loro nella misteriosa lingua del paradiso: infatti, molto meglio che nei tempi passati, questo popolo, che avrà un solo cuore ed una sola anima, avrà una sola pronuncia ed una sola lingua (Gen. XI, 1). Inoltre, poiché tutti saranno ascoltati e compresi da tutti, il dono delle lingue cesserà per sempre: « linguæ cessabunt », dice San Paolo (I Cor. XIII, 8). – Ecco un passo originale di Sant’Agostino, che si riferisce al nostro argomento. L’ho tratto da un sermone che tenne al suo popolo ad Ippona sulla risurrezione dei morti. « Che cosa faremo in cielo? Quello che so, fratelli miei, è che lì non dormiremo in un triste ozio, perché il sonno ci è stato dato per riparare le nostre forze, che una costrizione troppo prolungata finirebbe per spezzare. Quindi non c’è sonno. Dove non c’è la morte, non ci deve essere l’immagine della morte. Nessuno, però, deve temere la noia, quando gli si parla di una veglia perpetua in assenza di qualsiasi lavoro. Posso dire che non ci sarà noia; come questo avverrà non posso dirlo, perché non lo vedo ancora. Ma posso dire senza temerarietà, perché lo dico secondo le Scritture, quale sarà la nostra azione. Sarà tutta nell’Amen e nell’Alleluia. Che ne dite, fratelli? Vedo che avete inteso, e questo vi rende felici. Ma non continuate a fare pensieri carnali e a rattristarvi al pensiero che se uno di voi dovesse stare in piedi e ripetere continuamente Amen e Alleluia, si addormenterebbe alle parole e chiederebbe solo di tacere. No, non continuate a disprezzare questa vita in cielo e a dire a voi stessi: Cosa! dire sempre Amen e Alleluia; chi potrà mai stare al passo con questo? – Quindi parlerò, se posso e come posso. Non diremo Amen o Alleluia per mezzo di suoni passeggeri, ma con l’affetto dell’anima. Perché cos’è l’Amen? Che cos’è l’Alleluia? Amen, è vero; Alleluia, lode a Dio. Perché Dio è la verità immutabile, senza difetti, senza progresso, senza diminuzione, senza alcuna mescolanza di falsità; la verità perpetua, stabile e sempre incorruttibile; perché, invece, ciò che facciamo nella creazione visibile, nel corso della nostra vita mortale, non è che una figura delle realtà a venire, e non camminiamo in piena luce, ma nella fede. Quando vedremo faccia a faccia ciò che vediamo in enigma e come in uno specchio, allora con un sentimento molto diverso, ineffabilmente diverso, diremo: è vero; e dire che è vero è dire Amen, ma con insaziabile sazietà. Poiché non ci mancherà nulla, ci sarà sazietà, e poiché ciò che non ci mancherà mai, ci rallegrerà sempre, sarà, se così si può dire, una sazietà insaziabile. Insaziabilmente soddisfatti della verità, ripeterete con non meno insaziabile sazietà: Amen. – « Ma chi potrà leggere ciò che è vero, ciò che l’occhio non ha visto, né l’orecchio ha udito, ciò che non è salito al cuore dell’uomo? Perciò, mentre contempliamo il vero con evidenza e certezza, senza smentite, con una fedeltà sempre nuova, infiammati dall’amore della verità stessa, incollati per così dire alla stessa verità da un abbraccio delizioso, casto e tutto spirituale, con la stessa voce esalteremo il nostro Dio e diremo Alleluja! Animati gli uni gli altri a cantare una lode uguale e comune, uniti nel più ardente amore per Dio e per i fratelli, tutti gli abitanti della città del cielo diranno Alleuja, perché diranno Amen. » – S. Agost., Serm 362, n. 29; col. N. 31.]. – Avendo letto nella storia dei Santi quali deliziosi profumi emanassero talvolta i loro corpi, anche e soprattutto quando la morte aveva fatto il suo lavoro in loro, non posso persuadermi che questi stessi corpi non esaleranno profumi meravigliosamente più dolci, una volta che Dio li avrà glorificati.  Poiché questi odori non erano più della terra e non avevano un equivalente tra le cose conosciute. Se talvolta coloro che li hanno annusati, volendo darne un’idea, ce li rappresentano come una miscela in cui si combinano in modo ineffabile i più squisiti profumi della terra, il più delle volte hanno una sola espressione per caratterizzarli: è un odore celestiale, un odore soprannaturale, un odore di santità, un odore di paradiso (cfr. a questo proposito M. J. Ribet, La mystique divine, t, IT. 2° p., 27). Non è quindi in cielo che dobbiamo vedere una semplice figura in questa apostrofe dello Sposo alla sposa, cioè dire a ogni anima fedele: « O sorella mia, sposa mia, l’odore dei tuoi profumi è al di sopra di tutte le spezie, e l’odore delle tue vesti come l’odore dell’incenso. Ella è il giardino chiuso, mia sorella, mia sposa… Là ci sono cipro col nardo, croco e zafferano, canna e cinnamomo, mirra e aloe con tutti i profumi più preziosi » (Cant. IV, 10-15). Quali saranno dunque le ineffabili fragranze esalate dalla carne del Salvatore, che profumeranno tutto il cielo e porteranno nelle anime quelle che sono le dolcezze celesti? – Dolcemente inebriato di profumi dall’olfatto, l’eletto avrà ancora i piaceri del gusto. Non è forse a questo che potremmo adattare queste parole dell’Apocalisse: « Al vincitore darò una manna nascosta » (Apoc. II, 17). È certo che questa misteriosa soddisfazione del gusto non viene dal mangiare o dal bere, perché un corpo spiritualizzato non usa il cibo. Ma, a parte questa fonte grossolana, Dio saprà trovare altri mezzi per compensare l’organo del gusto per le privazioni imposte dalla penitenza. Si dice che San Felice da Cantalice provasse un incomparabile piacere nel pronunciare il nome di Gesù, come se avesse assaporato il miele più delizioso. “Mel in ore“, dice il devoto San Bernardo, parlando dello stesso Nome. Chi può dubitare che il nome di Maria non provochi un piacere simile a chi lo ripete per benedirlo? Il tatto non sarà meno perfetto, né meno adatto degli altri sensi nel suscitare in noi le impressioni più delicate. Ma allontaniamo da noi tutte le immagini e i pensieri di gioie disordinate e di piaceri grossolani: dove la carità regna sovrana, dove la concupiscenza è spenta, dove la legge delle membra ha lasciato il posto al dominio trionfante dello spirito, tutto è puro e tutto è santo. Puri e santi sono i baci posati sulle sacre piaghe del Salvatore e sulle mani benedette della sua divina Madre; puri e santi sono anche i casti abbracci dati sotto lo sguardo di Dio, e tanto più dolci al cuore perché il primo motivo è l’amore divino. – Questo è ciò che dobbiamo sempre ricordare quando parliamo delle operazioni sensibili dell’età futura e del piacere che le accompagna. Tutti vanno a Dio. Un piacere che non si potrebbe gustare se non per amore, sarebbe un orrore e diventerebbe il più intollerabile dei tormenti. « Il mio cuore ha sussultato di gioia, la mia carne ha trasalito per l’eccitazione – dice il Profeta reale – ma è per il Dio vivente » (Sal. LXXXII, 3). È ispirata dallo stesso sentimento, la moltitudine di cui San Giovanni, l’Apostolo del cielo, ha sentito la grande voce che diceva: « Alleluia, perché il Signore nostro Dio, l’Onnipotente regna. Rallegriamoci, esultiamo e rendiamo gloria a Lui, perché è giunto il tempo delle nozze dell’Agnello » (Ap. XIII, 6-7). Certamente ella accetta la gioia: perché questa gioia è un dono di Dio, in cui ella lo ama. Non solo lo accetta, ma è entusiasta di gioire con tutte le sue forze, perché la gioia degli invitati è la gloria del Re che li ha radunati per il banchetto di nozze eterno dello Sposo, suo Figlio. – Non immaginiamo quindi lo stato del cielo come un’estasi immobile, dove tutte le forze del corpo sono sospese. No, il paradiso sarà per l’uomo esteriore, così come per l’uomo interiore, una vita pura, libera, piena: l’esercizio senza fatica, senza ostacoli, senza affanni, sovranamente perfetto e sovranamente delizioso, delle nostre facoltà spirituali e corporee. Bisogna essere ignoranti delle cose della fede, come lo sono i nostri moderni increduli, per mettere la beatitudine dei Cristiani nel sonno inerte e totale che essi perseguono con le loro beffe.

3. – Potrei passare oltre e dire, come fece una volta la venerabile Giovanna d’Arco ai suoi giudici, “Confido in Dio”. Ma a questa soluzione generale se ne possono aggiungere alcune particolari. Innanzitutto, è un fraintendimento della dottrina aristotelica prendere la sofferenza che essa rivendica nelle percezioni sensibili per la sofferenza esclusa dal dono dell’impassibilità. Non nego che questo doppio patire non sia unito nel nostro attuale stato di imperfezione. Troppo spesso la luce, la cui impressione sull’organo ha determinato la visione, stanca l’occhio e lo danneggia. Quindi, a parità di condizioni, le stesse cose accadono agli altri sensi. È soprattutto l’immaginazione che, applicata troppo fortemente e troppo costantemente agli stessi oggetti, finisce per alterare il suo organo; ed è per questo che il lavoro del pensiero, quando è perseguito senza prudenza, provoca una stanchezza che può portare persino all’esaurimento. – Ma questi due fenomeni, l’impressione che determina la percezione sensibile e l’alterazione più o meno notevole dell’organo che essa provoca, quando è troppo vivace o troppo continua, sono distinti e separabili; altrimenti si dovrebbe dire che nessuna operazione dei sensi si svolge senza fatica e senza lesioni organiche, il che è manifestamente contrario all’esperienza. Non confondiamo quindi la passività delle facoltà organiche con la patibilità e, poiché quest’ultima scompare nella gloria, pretendiamo che la prima scompaia con essa. Ora, se la passività permane, cioè se l’organo animato rimane sensibile alle influenze esterne degli oggetti della conoscenza, la prima difficoltà che ci è stata imposta si dissolve con l’equivoco che le faceva da supporto. – La seconda difficoltà è tutt’altro che facilmente risolvibile. Ciò che lo rende ancora più grande è la sensazione comunemente ricevuta da San Tommaso riguardo al rapimento sperimentato da San Paolo, e raccontato dalla stesso nel capitolo XII della seconda epistola ai Corinzi. L’Angelo della Scuola suppone, al seguito di Sant’Agostino, che San Paolo sia stato allora ammesso alla visione transitoria dell’essenza divina; inoltre suppone e dimostra, in base al testo dell’Apostolo, che questa visione fosse accompagnata da una cessazione della percezione sensibile. È impossibile, infatti, che l’attenzione dell’anima, condizione necessaria per l’intero atto cosciente di conoscere, si frammenti tra oggetti diversi, a meno che non ci sia un legame tra di essi che li riporti all’unità. Ora, non è il caso dell’essenza divina come degli altri oggetti della conoscenza umana, che raggiungiamo per mezzo di rappresentazioni tratte dalla percezione dei sensi; ma nessuna immagine proveniente dai sensi può conoscere la visione di quella. Perciò l’attenzione dell’anima sarà tanto più assolutamente allontanata da ogni oggetto sensibile quanto più la verità suprema, rivelandosi in tutta la sua gloria, assorbirà tutte le forze dell’anima. Questa, in breve, è la dottrina dei maestri: con essa vediamo che il ragionamento conferma l’obiezione tratta dall’esperienza, invece di indebolirla (S. Thom., 2. 2, q. 175, a. 4; de Verit., q. 13, a. 3 e 4). – Tuttavia, la dottrina cattolica ci presenta un fatto innegabile in cui si dimostra che l’intuizione di Dio è alleata, non per un momento fugace, ma per tutta la vita, interamente all’esercizio più perfetto di tutte le facoltà sensitive. È nel Verbo incarnato che questo strano fenomeno ci viene rivelato. Da un lato, è assolutamente certo che Gesù Cristo, nella regione superiore della sua anima, fosse costantemente illuminato dagli splendori della visione divina. Se alcuni teologi, per spiegare i dolori della Passione, hanno ritenuto possibile ammettere un’eclissi momentanea, è sempre prevalso il sentimento contrario. D’altra parte, sarebbe una negazione del Vangelo ed un capovolgimento dell’intera economia della nostra fede negare a Gesù Cristo le funzioni della vita sensibile. Pertanto, l’esperienza garantisce che non c’è alcuna incompatibilità radicale tra il libero uso dei sensi e l’intuizione di Dio. – Ciò che rende illusoria la questione è che non sappiamo distinguere tra due stati così diversi tra loro: lo stato di beatitudine e quello di mortalità attuale. In quest’ultima, l’anima dipende in larga misura dal corpo e dai sensi; nella prima, l’intero impero appartiene all’anima divinizzata dalla luce della gloria. Abbiamo già visto quali conseguenze opposte derivino da questo stato di dolcezza: come, nell’uno, l’infermità del corpo si rifletta, per così dire, sull’Anima e la appesantisca; e come, nell’altro, la glorificazione dell’Anima si traduca in una correlativa perfezione di tutto l’essere organico. È in virtù della stessa legge che, nella condizione attuale della nostra natura, l’anima, per elevarsi alla vita superiore dello spirito, debba astrarsi dalle operazioni inferiori; e che sarà in grado, nella beatitudine, non solo di contemplare Dio senza ostacoli, ma anche di far scendere dall’alto di questa contemplazione un nuovo vigore sulle sue facoltà di sentire (S. Thom., 2. 2, q. 173, a. 4 ad 1.). – Ma allora, si potrebbe dire, perché San Paolo, momentaneamente elevato al cospetto di Dio, perse l’uso delle facoltà sensitive e perché Nostro Signore lo conservò, dal momento che entrambi erano in uno stato di mortalità? È perché, rispondono i nostri Dottori, il principio successivo della visione non era lo stesso nel Maestro e nel discepolo. Gesù Cristo aveva in sé, sotto forma di perfezione permanente, la luce della gloria: tanto da richiedere un intervento della sua potenza divina per salvaguardare nel suo corpo le debolezze della mortalità, rivendicate dal suo ruolo di Redentore. In Paolo, invece, l’atto della visione divina, essendo come un lampo fugace, non procedeva da un principio intimo e stabile nell’anima. L’Apostolo non ha ricevuto la luce della gloria, come la possiedono i Santi in cielo e come l’ha ricevuta Gesù Cristo, conversando con noi. L’illuminazione che gli rivelò, per un istante, le profondità di Dio, era analoga alle grazie passeggere che riceve un peccatore (S. Thom., de Verit., q. 13, a. 3, ad 3; q. 10, a. 11, ad 3; cf. 2-2, q. 175, a. 3, ad 2). E questo è il motivo per cui, riguardo alla visione divina, c’era una differenza tra San Paolo e ogni Beato abitante del cielo che è analoga a quella che si riscontra, riguardo allo stesso atto soprannaturale, tra due Cristiani, l’uno privo della grazia e delle virtù infuse, e l’altro giustificato. Quindi, per concludere, se l’esempio di San Paolo dimostra che la visione immediata di Dio ha come conseguenza in questa vita la cessazione della percezione sensibile, nulla ci obbliga a dare lo stesso giudizio sulla stessa visione, come quella che ammiriamo in Nostro Signore e nelle sue membra glorificate. – Bisogna ammettere che tutte queste spiegazioni, anche se mille volte più luminose e profonde, sono solo concezioni infantili rispetto alle realtà che il Signore ha preparato per coloro che lo amano. E non è l’ultima delle nostre consolazioni, in mezzo all’angoscia in cui ci troviamo, sapere che questa futura beatitudine dei nostri corpi superi in modo eccellente tutte le gioie di questo mondo, essendo essa stessa superata dalla beatitudine sostanziale dell’anima, cioè dalla vista, dall’amore e dal godimento di Dio?

LA GRAZIA E LA GLORIA (55)

FESTA DELL’IMMACOLATA CONCEZIONE (2022)

FESTA DELL’IMMACOLATA CONCEZIONE (2022)

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Doppio di 1a classe. – Paramenti bianchi.

Festa di precetto.

Avendo da tutta l’eternità deciso di fare di Maria la Madre del Verbo Incarnato (Ep.), Dio volle che dal primo istante del suo concepimento Ella schiacciasse la testa del serpente, e la circondò di un ornamento di santità (Intr.) e fece della sua anima, che preservò da ogni macchia, un’abitazione degna del suo figliuolo (Oraz.). La festa dell’Immacolata Concezione si celebrava nel sec. VIII in Oriente il 9 dicembre; nel sec. IX in Irlanda il 3 maggio e nell’XI sec. in Inghilterra l’8 dicembre. I benedettini con S. Anselmo, e i francescani con Duns Scoto (+ 1308) si dimostrarono favorevoli alla festa dell’Immacolata Concezione, celebrata dal 1128 nei monasteri anglo sassoni. Nel sec. XV papa Sisto IV, fece costruire nel Vaticano la cappella Sistina in onore della Concezione della Vergine. E l’8 dic. 1854 Pio IX proclamò ufficialmente questo grande dogma; interpretando la tradizione cristiana, sintetizzata dalle parole dell’Angelo: « Ave Maria, piena di grazia, il Signore è teco ». ( Vang.) « Sei tutta bella, o Maria, e macchia originale non è in te » dice con grande verità il verso alleluiatico. Come l’aurora, messaggera dei giorno, Maria precede l’astro che ben presto illuminerà il mondo delle anime. (Com.). Ella introduce nel mondo suo Figlio e per la prima volta si presenta nel ciclo liturgico. Domandiamo a Dio di « guarirci e di purificarci da tutti i nostri peccati » (Secr.. e Post.), affinché siamo resi più degni di accogliere Gesù nei nostri cuori.

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Adjutórium nostrum in nómine Dómini.
R. Qui fecit cælum et terram.
Confíteor Deo omnipoténti, beátæ Maríæ semper Vírgini, beáto Michaéli Archángelo, beáto Joánni Baptístæ, sanctis Apóstolis Petro et Paulo, ómnibus Sanctis, et vobis, fratres: quia peccávi nimis cogitatióne, verbo et ópere: mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa. Ideo precor beátam Maríam semper Vírginem, beátum Michaélem Archángelum, beátum Joánnem Baptístam, sanctos Apóstolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et vos, fratres, oráre pro me ad Dóminum, Deum nostrum.
S. Misereátur nostri omnípotens Deus, et, dimíssis peccátis nostris, perdúcat nos ad vitam ætérnam.
R. Amen.
S. Indulgéntiam, absolutiónem et remissiónem peccatórum nostrórum tríbuat nobis omnípotens et miséricors Dóminus.
R. Amen.

V. Deus, tu convérsus vivificábis nos.
R. Et plebs tua lætábitur in te.
V. Osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam.
R. Et salutáre tuum da nobis.
V. Dómine, exáudi oratiónem meam.
R. Et clamor meus ad te véniat.
V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.

Introitus

Is LXI: 10

Gaudens gaudébo in Dómino, et exsultábit ánima mea in Deo meo: quia índuit me vestiméntis salútis: et induménto justítiæ circúmdedit me, quasi sponsam ornátam monílibus suis.

[Mi rallegrerò nel Signore, e l’ànima mia esulterà nel mio Dio: perché mi ha rivestita di una veste di salvezza e mi ornata del manto della giustizia, come sposa adorna dei suoi gioielli.


Ps XXIX: 2

Exaltábo te, Dómine, quóniam suscepísti me: nec delectásti inimícos meos super me.

[Ti esalterò, o Signore, perché mi hai rialzato: e non hai permesso ai miei nemici di rallegrarsi del mio danno.]


Gaudens gaudébo in Dómino, et exsultábit ánima mea in Deo meo: quia índuit me vestiméntis salútis: et induménto justítiæ circúmdedit me, quasi sponsam ornátam monílibus suis.

[Mi rallegrerò nel Signore, e l’ànima mia esulterà nel mio Dio: perché mi ha rivestita di una veste di salvezza e mi ornata del manto della giustizia, come sposa adorna dei suoi gioielli.]

Kyrie

S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Christe, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.

Gloria

Glória in excélsis Deo. Et in terra pax homínibus bonæ voluntátis. Laudámus te. Benedícimus te. Adorámus te. Glorificámus te. Grátias ágimus tibi propter magnam glóriam tuam. Dómine Deus, Rex cæléstis, Deus Pater omnípotens. Dómine Fili unigénite, Jesu Christe. Dómine Deus, Agnus Dei, Fílius Patris. Qui tollis peccáta mundi, miserére nobis. Qui tollis peccáta mundi, súscipe deprecatiónem nostram. Qui sedes ad déxteram Patris, miserére nobis. Quóniam tu solus Sanctus. Tu solus Dóminus. Tu solus Altíssimus, Jesu Christe. Cum Sancto Spíritu ✠ in glória Dei Patris. Amen.

Oratio

Orémus.
Deus, qui per immaculátam Vírginis Conceptiónem dignum Fílio tuo habitáculum præparásti: quǽsumus; ut, qui ex morte ejúsdem Filii tui prævísa eam ab omni labe præservásti, nos quoque mundos ejus intercessióne ad te perveníre concédas.

[O Dio, che mediante l’Immacolata Concezione della Vergine preparasti al Figlio tuo una degna dimora: Ti preghiamo: come, in previsione della morte del tuo stesso Figlio, preservasti lei da ogni macchia, cosí concedi anche a noi, per sua intercessione, di giungere a Te purificati.]

Lectio

Léctio libri Sapiéntiæ
Prov VIII: 22-35

Dóminus possedit me in inítio viárum suárum, ántequam quidquam fáceret a princípio. Ab ætérno ordináta sum, et ex antíquis, ántequam terra fíeret. Nondum erant abýssi, et ego jam concépta eram: necdum fontes aquárum erúperant: necdum montes gravi mole constíterant: ante colles ego parturiébar: adhuc terram non fécerat et flúmina et cárdines orbis terræ. Quando præparábat coelos, áderam: quando certa lege et gyro vallábat abýssos: quando æthera firmábat sursum et librábat fontes aquárum: quando circúmdabat mari términum suum et legem ponébat aquis, ne transírent fines suos: quando appendébat fundaménta terræ. Cum eo eram cuncta compónens: et delectábar per síngulos dies, ludens coram eo omni témpore: ludens in orbe terrárum: et delíciæ meæ esse cum filiis hóminum. Nunc ergo, filii, audíte me: Beáti, qui custódiunt vias meas. Audíte disciplínam, et estóte sapiéntes, et nolíte abjícere eam. Beátus homo, qui audit me et qui vígilat ad fores meas quotídie, et obsérvat ad postes óstii mei. Qui me invénerit, invéniet vitam et háuriet salútem a Dómino.

[Il Signore mi possedette dal principio delle sue azioni, prima delle sue opere, fin d’allora. Fui stabilita dall’eternità e fin dalle origini, prima che fosse fatta la terra. Non erano ancora gli abissi e io ero già concepita: non scaturivano ancora le fonti delle acque: i monti non posavano ancora nella loro grave mole; io ero generata prima che le colline: non era ancora fatta la terra, né i fiumi, né i càrdini del mondo. Quando preparava i cieli, io ero presente: quando cingeva con la volta gli abissi: quando in alto dava consistenza alle nubi e in basso dava forza alle sorgenti delle acque: quando fissava i confini dei mari e stabiliva che le acque non superassero i loro limiti: quando gettava le fondamenta della terra. Ero con Lui e mi dilettava ogni giorno e mi ricreavo in sua presenza e mi ricreavo nell’universo: e le mie delizie sono lo stare con i figli degli uomini. Dunque, o figli, ascoltatemi: Beati quelli che battono le mie vie. Udite l’insegnamento, siate saggi e non rigettatelo: Beato l’uomo che mi ascolta e veglia ogni giorno all’ingresso della mia casa, e sta attento sul limitare della mia porta. Chi troverà me, troverà la vita e riceverà la salvezza dal Signore.]

Graduale

Judith XIII: 23

Benedícta es tu, Virgo María, a Dómino, Deo excélso, præ ómnibus muliéribus super terram,
[Benedetta sei tu, o Vergine Maria, dal Signore Iddio Altissimo, piú che tutte le donne della terra].

Judith XV: 10

Tu glória Jerúsalem, tu lætítia Israël, tu honorificéntia pópuli nostri. Allelúja, allelúja
[Tu sei la gloria di Gerusalemme, tu l’allegrezza di Israele, tu l’onore del nostro popolo. Allelúia, allelúia]

Cant. IV: 7

Tota pulchra es, María: et mácula originális non est in te. Allelúja.
[Sei tutta bella, o Maria: e in te non v’è macchia originale. Allelúia].

Evangelium

Sequéntia +︎ sancti Evangélii secúndum Lucam
Luc I: 26-28
In illo témpore: Missus est Angelus Gábriël a Deo in civitátem Galilææ, cui nomen Názareth, ad Vírginem desponsátam viro, cui nomen erat Joseph, de domo David, et nomen Vírginis María. Et ingréssus Angelus ad eam, dixit: Ave, grátia plena; Dóminus tecum: benedícta tu in muliéribus.[In quel tempo: Fu mandato da Dio l’Àngelo Gabriele in una città della Galilea chiamata Nàzaret, ad una Vergine sposata ad un uomo della casa di David, di nome Giuseppe, e la Vergine si chiamava Maria. Ed entrato da lei, l’Àngelo disse: Ave, piena di grazia: il Signore è con te: Benedetta tu fra le donne.]

OMELIA

[J. B.- Bossuet: La Madonna, discorsi nelle sue feste – trad. F. Bosio; 1944 – V. Gatti ed. Brescia, 1934].

IMMACOLATA CONCEZIONE – II DISCORSO

Tota pulchra es.

Se ci è caro il dolce nome di Maria, e godiamo nel celebrare le sue lodi e bramiamo la sua gloria, io e voi, o Cristiani, figli della Vergine, che qual madre oggi qui ci riunisce, dobbiamo godere ed esultare nel Signor nostro Iddio. Oggi è tornato luminoso il giorno di festa che ricorda il grande istante in cui l’anima di Maria, anima predestinata al più alto grado di grazia e di gloria, s’unì al corpo: un corpo la cui purezza non ha confronto e neppur l’uguaglia il candore degli spiriti celesti; corpo che un giorno attirerà sulla terra lo Sposo vergine delle anime caste! È doverosa, nevvero, o fratelli, una grande gioia?… una grande gioia spirituale inondi dunque l’anima nostra in questa festa! Via, via da questa concezione le lacrime ed i pianti che accompagnarono il nostro primo essere… questa fu tutta purezza e candore. Oh no, non dobbiamo credere, o Cristiani, che la corruzione che intacca all’inizio la vita di ogni essere nato da donna, abbia anche solo sfiorato la immacolatezza dell’anima di Colei che Dio destinava a Madre dell’Unigenito! È questo che voglio pensiate con me, che vi parlo, ma, non ve lo nascondo, con una grande trepidazione. Tra tutti gli argomenti, che si trattano nelle scuole e nelle adunanze dei dotti ecclesiastici, nessuno è delicato quanto questo, perché oltre la difficoltà del Soggetto, che mette in imbarazzo anche i più dotti oratori, la S. Chiesa impone la più grande cautela ed un grande riserbo nelle affermazioni! [Notiamo che Bossuet parlava quando il dogma non era definito.] … Diciamo subito, o Cristiani, e diciamolo a gloria del nostro Padre celeste, che la Vergine Santa, non provò affatto gli attacchi del peccato, comune alla nostra misera natura… diciamolo con quanta forza e gioia possiamo… che non si stacchi però da una prudente riservatezza: sarà soddisfatto il bisogno del nostro cuore… ma insieme sarà obbedita, e quindi contenta, la nostra Madre la Chiesa, senza che nulla vi perda la nostra tenerezza figliale verso la gran Madre del Cielo. Vi sono certe teorie oscure e difficili, che per persuaderle a noi ed agli altri occorre accanto ad uno sforzo di ragionamento, tutto il fascino dell’arte del dire. Altre, invece, hanno in se stesse una tale luminosità, che subito gettano sprazzi di luce nell’anima che le studia; anzi ci si sente portati ad amarle prima ancora d’averle conosciute attraverso il lavoro della intelligenza. Sono verità che non hanno bisogno di dimostrazione: si tolgan gli ostacoli, si chiariscan le obbiezioni e subito l’intelligenza, per un moto spontaneo dell’anima, vi aderisce. – Per me la verità che la concezione della Madre di Dio godette d’uno specialissimo privilegio, cioè che il suo Figlio, suo Dio onnipotente, l’abbia voluta preservata dalla comune infezione che intacca tutte le nostre facoltà, giù, giù fino in fondo all’anima ed avvelena le sorgenti della nostra vita, per me vi dico è una di queste verità che s’intuiscono e si amano per un bisogno prepotente del cuore! …. Crederete con tranquillità, vi dissi, ma lo dissi così per dire, poiché voi ne siete più che convinti, e le mie parole non potranno che confermare la vostra pia credenza, in attesa della parola definitrice della Chiesa nostra Madre e Maestra infallibile. – Mi pare proprio inutile esporre qui una verità che non può essere sconosciuta ad alcuno. La sappiamo tutti: Adamo nostro primo padre, s’alzò contro Dio, e perdette all’istante il dominio che naturalmente aveva sulle sue passioni: la ribellione vendicò terribilmente la prima grande disobbedienza umana. Egli sentì subito una rivolta paurosa, dentro di sé, alla quale non trovava forza per opporsi: la materia di cui era composto s’era alzata prepotente contro la ragione spaventata di non poterla domare. Ma, ed è ancor più deplorevole, avvenne che le brame brute e cieche dei nostri sensi, abbuiando la mente, ebbero gran parte nella nostra nascita. Viene da questo che un non so che di vergognoso circonda il fatto della generazione d’un uomo, perché noi tutti veniamo da un appetito fuorviato che fece arrossire il nostro primo padre. – (….)  Che diremo allora della Santa Vergine? È verità: concepì essendo Vergine; ma non fu concepita da una vergine! Tale onore non può attribuirsi che al Figlio suo: per Lei, la concezione dovette compiersi nel modo comune; come sarà preservata dalla corruzione inseparabilmente congiunta all’atto della generazione umana? Ricordiamo che l’Apostolo Paolo, parla di questa infezione con frase così universale, che pare impossibile poter ammettere una deroga a questa legge, una eccezione. Dice infatti, nella sua lettera ai Romani (V, 12) « tutti hanno peccato: tutti morirono in Adamo, ché tutti in Adamo hanno peccato ». Vi sono anche altre frasi simili e non meno forti né meno universali!… Dove troveremo noi un rifugio in cui porre la cara nostra Madre perché sfugga alla condanna universale? Oh certamente tra le braccia del suo Figlio divino… nell’onnipotenza divina. Sarà questa sorgente di misericordia divinamente inesauribile, il suo rifugio. Mi pare abbiate ben compresa l’obbiezione: io cercai, come meglio potevo, presentarvela in tutta la sua forza. Seguitemi con attenzione, mentre rispondo: vi dirò tutto in poche parole, poiché parlo a persone intelligenti. Non possiamo negare, o Cristiani, che Maria sarebbe come noi stata perduta, se il Medico pietoso che sa trovar rimedi a tutti i nostri mali, non avesse divisato di prevenirne la morte con la sua grazia. Il peccato che, come torrente impetuoso, travolge ogni nato da donna avrebbe travolto nei suoi gorghi avvelenati Maria. Ma, non v’è ondata, così travolgente ed impetuosa, che non possa essere arrestata dalla divina onnipotenza quando e come le piaccia. Mirate con quale rapida costanza il sole compie il cammino tracciatogli dalla provvidenza: eppure noi sappiamo che, nella piena corsa, con la parola di un uomo, Dio lo fermò. – Gli abitanti le rive del Giordano, il fiume sacro della Palestina, vedevano con quanta rapidità le sue acque correvano al Mar Morto… eppure l’Armata d’Israele le vide rimontare alla sorgente per lasciar libero il passo all’Arca dell’Alleanza del Dio Onnipotente. – Qual cosa più naturale che le fiamme d’una fornace ardente brucino… eppure l’empio Nabucodonosor non ammirò tre giovani lieti tra le fiamme, che il suo comando ed i suoi carnefici avevano invano aizzato? – Non di meno davanti a questi fatti miracolosi, nessuno di noi vorrà dire che vi sia fuoco che non bruci, né che il sole non corra eterno per la sua via, né che qualche fiume torna le acque alla sorgente da cui nascono: tutti siamo di questo persuasissimi senza che i fatti prodigiosi, che non neghiamo, ci tolgano la nostra convinzione che è certezza. Ma perché questo? Oh bella!… perché noi, cari fratelli, siamo troppo avvezzi a parlare guardando al corso ordinario degli avvenimenti e delle cose… mentre al Signore piace alle volte operare secondo le leggi della sua onnipotenza che è al di sopra di tutto il nostro parlare e pensare. Ed allora non meraviglia affatto, che il grande Apostolo abbia così parlato e scritto, sulla universalità del peccato originale, che dà la morte ad ognuno dei discendenti d’Adamo: era l’ordine naturale delle cose che qui considerava l’Apostolo: ogni nato da donna viene infallantemente e per necessità di natura ucciso dalla colpa nella sua anima: come è naturale al fuoco di bruciare, all’acqua di scorrere dalla montagna alla pianura, così il nascere porta con sé la corruzione e la morte. Ma io posso anche dire che questa maledizione universale, e tutto quanto l’uomo davanti al fatto può dire, non può impedire al Re onnipotente, che con leggi governa gli spiriti e la materia, di spezzarle queste leggi… sospendere le condanne uscite le une e le altre, dalla sua bocca! E quando, o Dio, e con chi, domando al mio Signore, userete voi di questa vostra potenza senza limiti, che è legge a se stessa, se non per far grazie a Maria? Non vi nego, o fratelli, che alcuni dottori, sostengono che questo voler mettere restrizioni a queste parole così chiare e generali è grande imprudenza…. e porta a terribili conseguenze! Ma, io vi chiedo o Cristo Salvatore nostro, quale conseguenza?… Pesate, vi prego, le mie parole: Queste conseguenze minacciate, mi pare non si debbano affatto temere… forse qualcuno potrà vantare uguale diritto? Scusate, se voi ad esempio, pensate di fare un dono od un favore ad una persona di condizione poco elevata: state ben attenti vi dico, potrebbe venirne per conseguenza che molti altri, davanti al fatto, pretendano eguali favori? Ma, fratelli, cerchiamo pure nei cori degli Spiriti belli del cielo e tra i Beati, credete voi si possa trovare una creatura che non solo possa eguagliare, ma anche solo confrontarsi con la Vergine Santa? Ah no… né l’obbedienza dei Patriarchi, né la fedeltà dei Profeti né lo zelo instancabile degli Apostoli, né il coraggio dei Martiri, né la diuturna penitenza dei Confessori, né la purezza intemerata dei Vergini, né tutta la grande virtù che in modo così mirabile e vario Dio ha sparso nei gradi dei Santi, può dare nulla che possa solo avvicinare la Vergine Maria. La sua maternità gloriosa, l’alleanza stretta tra Lei e Dio la sollevano ad un ordine di grandezza che rifiuta ogni confronto. Ed allora?… quando abbiamo tanto dislivello e disuguaglianza, quali conseguenze si potrebbero temere da un intervento dell’Onnipotente? Trovatemi prima un’altra madre di Dio, un’altra vergine feconda… un’altra che possa esser salutata piena di grazia, che riunisca in sé una umiltà sì profonda ed una dignità così eccelsa ed ogni altra meraviglia che si contempla ed ammira nella Vergine, e poi diremo che un’eccezione alla legge generale in suo favore, può suscitare… pretese… preparare tristi conseguenze!! Vi sono leggi universali da cui Maria fu esente? non è triste necessità ad ogni donna di diventar madre nel pianto e con pericolo della vita? Maria ne fu esente. E non diciamo di tutti gli uomini che « peccano molte volte ed in molte cose » « in multis offendimus omnes » e non c’è anima giusta che non cada in quelle debolezze che noi diciamo colpe veniali? È verissima e universale tale asserzione, ma pure l’ammirabile S. Agostino non esita a sottrarne l’innocentissima Maria. Certamente accettando ed ammettendo che Ella segua, nella sua vita l’ordine comune potremmo anche credere, come conseguenza, che sia stata concepita in colpa, come ogni uomo? Ma se, al contrario, noi accettiamo una esenzione speciale da tutte le leggi; se consideriamo secondo il dettame della fede, od almeno secondo il pensiero dei più grandi Dottori; se, dico, noi vediamo una maternità ed un parto senza dolore, una carne senza corruzione, sensi senza ribellione, una vita senz’ombra di macchia, una morte senza strazio né pena: se il suo sposo non ne fu che il custode, le nozze null’altro che un velo candido che protesse e coprì la sua verginità, il nato da Lei un fiore staccato dalla sua integrità: se, quando concepì, la natura attonita e confusa credette fossero abolite le sue leggi, e lo stesso Santo Divino Spirito sostituì la natura e protesse le delizie di quella purezza che è insidiata dalle brame cupide della carne… chi vorrà sostenere che qualche cosa di soprannaturale non sia intervenuto nel concepimento di questa Principessa, e che questo momento solo della sua vita non sia stato suggellato da prodigi? Potreste dirmi che questa purissima innocenza è la prerogativa del Figlio di Dio e volerla concedere alla sua Madre, è un diminuirla al Cristo o, almeno, togliere a Lui, quanto è esclusivamente suo? È l’ultima lancia spezzata dai dottori di cui confutiamo le obbiezioni. Ma io vi prego e scongiuro, o Dio mio, o Cristo mio Maestro, che mai un tal pensiero offuschi un istante la mia intelligenza! S’oscuri la mia mente, cessi la mia parola, si cancellino i miei scritti se essi posson togliere un ette alla vostra grandezza! Voi siete l’Innocente per natura, Maria per grazia… Voi per eccellenza, Maria per un divinissimo privilegio. Voi siete Innocenza infinita perché Redentore, Lei innocentissima come la prima che il vostro sangue purificatore ha purificato. – Eccovi soddisfatti quelli che trepidano si tolga qualcosa a Nostro Signore… così io penso. E poi se noi ci proclamiamo tutti colpevoli per natura, non è un modo questo per proclamare l’innocenza del Salvatore? Che se pensate aver fatto già molto col metterLo al disopra d’una massa infinita di colpevoli, non vogliate far cattivo viso a me se tento trovare almeno una creatura innocente sopra la quale innalzare ancora il Salvatore, per dimostrare che non è solo della nostra colpa ch’Egli ha una esenzione, ma da ogni colpa! È necessarissimo ch’Egli s’alzi ad altezza infinita al disopra della santità della sua Madre; lo ammetto, ma dovrete anche concedermi che è più che ragionevole il bisogno di innalzare questa Madre al di sopra, e quasi senza misura, delle altre creature serve del Signore. Cosa rispondereste ad una domanda tanto ovvia e legittima? Badate però, che io non mi accontento, dico a costoro; se mi affermano che fu santificata nel nascere, anzi prima della nascita; perché se è già un grande privilegio, li prego di ricordare che di tale privilegio ne godette anche Giovanni Battista, e forse qualche altro profeta. – Quello che oggi io domando e voglio, e mi si possa dare, è mi si conceda qualcosa di singolare, anzi unico, per Maria, salvi solo i diritti del suo Gesù! Io per mio conto, mi sento appagato nei bisogni della mia mente e della mia pietà stabilendo come tre gradi, molto facili a comprendersi. Vi dico subito: il Salvatore s’alza infinitamente alto sopra la corruzione comune… Maria vi sarebbe stata soggetta: ma ne fu, pesate bene la parola, preservata. Per gli altri Santi… essi contrassero il contagio, ma ne furono liberati. Mi pare che in tal modo si conceda un privilegio alla Madre senza toccare l’infinita grandezza del Figlio; soluzione giusta ed equa questa e per nulla sconveniente alla Divina Provvidenza: anzi, il Cristo Salvatore, che, come insegna la teologia, venne a purificare gli uomini tutti dal peccato originale, che era la grande opera del diavolo, in Maria riporta su di lui una gloriosa e completa vittoria… lo domina, lo vince, lo scaccia dovunque possa nascondersi. Come? mi domandate voi névvero fratelli? È chiarissimo il ragionamento. Questo vizio originale regna in ogni nato nuovo: Gesù ne lo scaccia col Battesimo. Non basta: il demonio per questo peccato penetra fino nel seno delle madri nostre, dove, incapaci di sfuggirgli, ci rende nemici di Dio; Gesù scelse qualche anima grande che purificò ancora nel seno che materno: anche là Egli sconfisse il peccato. Sono coloro dei quali diciamo che furono santificati avanti la nascita come S. Giovanni, di cui ci assicura il Vangelo, Geremia e S. Giuseppe come pensano alcuni Dottori. – Rimane però ancora un rifugio, o Salvatore caro, che il demonio ritiene inespugnabile… dal quale crede ed afferma che nessuno lo potrà cacciare. È nel momento della concezione, che sfida la vostra onnipotenza. Voi gli strappate, dice, il corso della vita nostra, ma egli s’aggrappa, senza nulla temere, alla radice, alla sorgente che infetta col suo dominio. « Sorga il Signore e siano sgominati i suoi nemici, fuggan dal suo cospetto quelli che lo odiarono, prega il vostro santo Re. – Scegliete una creatura, almeno una sola, che voi santificherete nell’istante stesso in cui avrà la vita!… mostrate al vostro nemico giurato, che la vostra potenza previene il suo soffio pestifero… costringetelo a confessare che non v’è oscurità profonda in cui non penetri la vostra luce scacciando con sprazzi luminosissimi le sue tenebre infernali. Eccovi Maria… degno della vostra infinita bontà, e dello splendore d’una tal Madre, che si senta si veda in Lei un prodigio di onnipotenza, della vostra protezione speciale! Fratelli miei, che ve ne pare?… cosa pensate di questa dottrina? non vi si presenta ben accettabile?… Per conto mio, quando considero Gesù Salvatore, amore, gioia speranza nostra, tra le braccia della Vergine, o quando si nutre del suo latte virgineo, o dolcemente addormentato sul suo petto, o ancora nascosto nel suo seno (ma io qui mi arresto, mi fermo davanti a questo pensiero che sarà più adatto quando fra pochi giorni celebreremo il Natale del Salvatore e l’adoreremo nell’attesa dentro le viscere materne…). Quando, vi dico, io contemplo l’Incomprensibile fatto piccolo, l’Immenso quasi limitato a confini, quando o dolce Redentore, vi penso ed adoro dentro a questa angusta prigione, dico a me stesso: Sarà mai possibile pensare che Dio abbia voluto cedere, diciamo pure per un solo istante, questo tempio santo che destinava al suo figlio, questo tabernacolo in cui avrebbe dimorato riposando per lunghi mesi, questo letto verginale su cui avrebbe celebrate mistiche nozze con la natura umana? Parlo e penso così da me stesso… poi rivolgendomi di nuovo al Salvatore « O Benedetto Bambino, gli grido, deh non sopportate, deh non permettete che la vostra Mamma sia toccata da quella mano putrida!… Che se satana l’osasse mentre voi dimorando in Lei ne fate un paradiso… quali fulmini non dovreste scagliare su quella testa superba!… Con quanto ardore geloso difendere l’innocenza di vostra Madre!… Ma, fanciullo benedetto per cui sono i secoli ed i tempi… Voi eravate avanti i tempi ed i secoli tutti! quando la Mamma vostra fu concepita, la rimiravate dall’alto dei cieli… anzi Voi ne formavate le membra, soffiaste dal vostro labbro il soffio di vita che animò la carne che divenne carne vostra… State attenta divina Sapienza, vigilate che proprio in questo momento, Ella la vostra Mamma verrà contaminata da un peccato schifoso… in questo istante sarà la schiava di satana, il vostro nemico… deh scongiurate tanta sventura, ve ne prego per la vostra bontà infinita! Cominciate Voi ad onorare la Madre vostra, fate godere a Lei il beneficio di aver un Figlio che era prima che Lei fosse… alla fin fine Ella è già vostra Madre, e Voi le siete Figliolo, fin da quell’istante! » Fedeli miei cari, sarà un momento di entusiasmo pio che mi farà dire questa preghiera?… non sarebbe invece una verità? e perché non potrebbe essere realtà dolce, consolante realtà, quella che domando io al Signore a Dio Padre, a Dio Figlio, a Dio Spirito Santo?… Sì, l’Unigenito dell’Eterno Padre, già da quell’istante è Figlio di Maria: non nella successione dei secoli che si svolgeranno, ma nel consiglio di Dio cui tutto è presente. – Ascoltatemi ancora: quando Dio nell’eterno segreto dei suoi disegni ha deciso un avvenimento, osservate che la Scrittura santa ne parla come d’un fatto compiuto. Isaia ad esempio dice: « Ci è nato un bimbo, ci fu dato un Figlio » (IX-6) parlando di nostro Signore: che vuol dire ciò, o fratelli miei? Gesù Cristo non era ancor nato, ma il santo Profeta pensava che Iddio non pensasse come gli uomini che fanno progetti che sfumano: pensiero e volontà in Dio hanno un effetto infallibile! Fu così che penetrando Egli, illuminato dall’alto, nel grande disegno dell’Eterno Padre d’inviare il suo Unigenito nel mondo, trasalisce di gioia, e come se la visione fosse già compiuta l’annuncia, perché Egli la vede decretata da un decreto immutabile. È ben degno dei Profeti tal modo di parlare che tanto rispecchia la Maestà di Colui che li inspira; perché, come osserva il severo Tertulliano, « è ben conveniente alla Natura divina che non conosce in se stessa alcuna successione né mutazione di tempo, d’aver come già fatto tutto quanto ella comanda, poiché davanti a Lei l’Eternità tiene fisso un eterno presente ». Allora è vero, ed io non mi posso ingannare affermando che la Vergine Santa, fin dal primo istante della sua concezione era già Madre del Cristo Salvatore, non umanamente parlando, ma secondo la parola di Dio, cioè, come abbiamo visto, è modo di parlare della Santa Scrittura. Voglio rafforzare la mia affermazione, con un’altra dottrina meravigliosamente spiegata dallo stesso Tertulliano. Racconta questo grande uomo, che avendo deciso il Figlio di Dio di prender umana carne (quando sarebbe giunta l’ora segnata) fin dal principio si compiacque conversare cogli uomini: per questo spesso discese dal Cielo: era Lui che parlava in forme umane ai Patriarchi, ai Profeti. Tertulliano considera queste varie apparizioni della divinità, come altrettanti preludi della Incarnazione, come preparativi del grande prodigio che già cominciava fino d’allora: « così, continua Tertulliano, Egli si avvezzava a parlare agli uomini, imparando, per così dire, ad esser uomo compiacendosi essere dapprincipio, quel che sarebbe diventato nella pienezza dei tempi ». « Ediscens jam inde a primordio, jam inde hominem quod erat futurus in fine ». (Libro I contro Marcione, n. 27). – Ovvero per parlare in un modo più degno del grande mistero, non avvezzava sé, ma avvezzava noi a non scandalizzarci, quando avremmo sentito parlare d’un Dio uomo, e d’un Uomo-Dio: non si addestrava, ma abituava noi a trattare più famigliarmente con Lui, che velava, quasi, la sua maestà per adattarsi alla puerile nostra debolezza. Tale il piano del Salvatore! Su questa magnifica dottrina di Tertulliano io appoggio questo mio ragionamento che vi pregherei di ben seguire: non dubito vi farà bene. Maria era Madre di Dio nel primo istante in cui fu concepita: (ricordate che ve lo dissi appena ora?) Lo era secondo le leggi della Divina Provvidenza, e secondo le leggi d’un’immutata ed immutabile eternità che in sé esclude ogni successione di tempo. Certamente non avete già scordato il passo mirabile di Tertulliano che tanto bene chiarisce questa verità. E proprio secondo queste norme il Figlio di Dio dovrà operare e non secondo le norme umane: non secondo le leggi del tempo ma quelle dell’eternità. Quando trattasi dell’Eterno Figlio dell’Eterno Padre, non parliamo di regole umane, ma parliamo di regole di Dio: per esse Maria era Madre di Dio secondo l’ordine delle cose divine, ed il Verbo eterno tale la considerò fin dall’istante della concezione, e già lo era al suo sguardo che vede un eterno presente. Tenete sott’occhio queste affermazioni, vi saranno di grande aiuto a ben comprendere quanto vi dirò in seguito. Continuiamo dunque: Noi impariamo da Tertulliano che il Verbo divino, molto tempo prima di prender umana carne, si compiaceva adattarsi alle sembianze ed al modo di sentire di noi uomini, tanto s’era, lasciatemi dir così, appassionato per la nostra miserabile natura! Ed allora, o cari, qual sentimento più naturale in noi che l’amore ai genitori?… Il Verbo di Dio quindi, molto tempo prima d’esser uomo amò Maria come Madre, e gioiva di questo suo amore: e non togliendo l’occhio da Lei, stornava dal tempio in cui già abitava ogni maledizione di profani: anzi già l’abbelliva dei suoi doni, la riempiva delle sue grazie continuamente: dal primo istante in cui Ella cominciava la sua vita fino all’ultimo sospiro con cui l’avrebbe chiusa. È questa la conseguenza che io voglio tirare dai saggi principi di Tertulliano: conseguenza molto veritiera, almeno pare a me, anzi mi sembra una base solida alla verità dell’Immacolata Concezione. Questa opinione ha una segreta forza, che persuade immediatamente le anime pie… dopo le verità definite io non troverei verità più assodata. È per questo che non meraviglia affatto, che la celebre scuola dei teologi di Parigi, imponga a tutti i suoi allievi la difesa di questa verità! Oh dotta assemblea, questa pietà per la Vergine forse è la più bella eredità trasmessavi dai vostri primi padri. Possiate crescere e sempre più fiorente! La devozione che avete verso la Madre come riflesso del suo divin Figlio, possa far suonare nei secoli avvenire la grande stima che le gloriose vostre fatiche vi hanno acquistato per tutta la terra! … La Chiesa, nostra madre e maestra, ha in grande onore l’immacolato concepimento della Vergine: è vero non ce la impone come verità di fede l’Immacolata, ma fa ben comprendere che un tale sentire le è di gran gioia. Vi sono cose ch’Ella comanda e che accettate fanno conoscere la nostra obbedienza; ve ne sono altre che ella dolcemente insinua: accettandole, noi le testimoniamo il nostro amore. Veri figli della Chiesa dev’essere un bisogno della nostra pietà, non solo obbedire ai comandi ma ancora piegarci immediatamente ad ogni più piccolo desiderio d’una madre sì buona sì Santa. Mi pare che voi tutti condividiate il mio sentire. Sarebbe però un’offesa la nostra cura in difender la purezza della Madre nostra, se altrettanta cura e premura non usassimo nel conservare in noi la purezza….

IL CREDO

Offertorium

Orémus
Luc 1: 28

Ave, María, grátia plena; Dóminus tecum: benedícta tu in muliéribus, allelúja.

[Ave, o Maria, piena di grazia, il Signore è con te, tu sei benedetta fra le donne. Allelúia].

Secreta

Salutárem hóstiam, quam in sollemnitáte immaculátæ Conceptiónis beátæ Vírginis Maríæ tibi, Dómine, offérimus, súscipe et præsta: ut, sicut illam tua grátia præveniénte ab omni labe immúnem profitémur; ita ejus intercessióne a culpis ómnibus liberémur.

[Accetta, o Signore, quest’ostia di salvezza che Ti offriamo nella solennità dell’Immacolata Concezione della beata Vergine Maria: e fa che, come la crediamo immune da ogni colpa perché prevenuta dalla tua grazia, cosí, per sua intercessione, siamo liberati da ogni peccato].

Praefatio

de Beata Maria Virgine

Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubique grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Et te in Conceptióne immaculáta beátæ Maríæ semper Vírginis collaudáre, benedícere et prædicáre. Quæ et Unigénitum tuum Sancti Spíritus obumbratióne concépit: et, virginitátis glória permanénte, lumen ætérnum mundo effúdit, Jesum Christum, Dóminum nostrum. Per quem majestátem tuam laudant Angeli, adórant Dominatiónes, tremunt Potestátes. Coeli coelorúmque Virtútes ac beáta Séraphim sócia exsultatióne concélebrant. Cum quibus et nostras voces ut admitti jubeas, deprecámur, súpplici confessióne dicéntes:

[È veramente degno e giusto, conveniente e salutare, che noi, sempre e in ogni luogo, Ti rendiamo grazie, o Signore Santo, Padre Onnipotente, Eterno Iddio: Te, nella Concezione immacolata della Beata sempre Vergine Maria, lodiamo, benediciamo ed esaltiamo. La quale concepì il tuo Unigenito per opera dello Spirito Santo e, conservando la gloria della verginità, generò al mondo la luce eterna, Gesù Cristo nostro Signore. Per mezzo di Lui, la tua maestà lodano gli Angeli, adorano le Dominazioni e tremebonde le Potestà. I Cieli, le Virtù celesti e i beati Serafini la celebrano con unanime esultanza. Ti preghiamo di ammettere con le loro voci anche le nostre, mentre supplici confessiamo dicendo: ]

Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Preparatio Communionis

Orémus: Præcéptis salutáribus móniti, et divína institutióne formáti audémus dícere:

Pater noster,

qui es in cælis. Sanctificétur nomen tuum. Advéniat regnum tuum. Fiat volúntas tua, sicut in cælo et in terra. Panem nostrum quotidiánum da nobis hódie. Et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris. Et ne nos indúcas in tentatiónem:
R. Sed líbera nos a malo.
S. Amen.

Agnus Dei

Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: dona nobis pacem.

Panem cæléstem accípiam, et nomen Dómini invocábo.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Ps LXXXVI: 3, Luc I: 49

Gloriósa dicta sunt de te, María: quia fecit tibi magna qui potens est.

[Cose gloriose sono dette di te, o Maria: perché grandi cose ti ha fatte Colui che è potente].

Postcommunio

Orémus.
Sacraménta quæ súmpsimus, Dómine, Deus noster: illíus in nobis culpæ vúlnera réparent; a qua immaculátam beátæ Maríæ Conceptiónem singuláriter præservásti.

[I sacramenti ricevuti, o Signore Dio nostro, ripàrino in noi le ferite di quella colpa dalla quale preservasti in modo singolare l’Immacolata Concezione della beata Maria].

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ORDINARIO DELLA MESSA