LO SCUDO DELLA FEDE (236)

LO SCUDO DELLA FEDE (236)

LA SANTA MADRE CHIESA NELLA SANTA MESSA (5)

SPIEGAZIONE STORICA, CRITICA, MORALE DELLA SANTA MESSA

Mons., BELASIO ANTONIO MARIA

Ed. QUINTA

TORINO, LIBRERIA SALESIANA EDITRICE, 1908

LA MESSA

PARTE I

LA PREPARAZIONE

CAPO III

Art. IV.

L’ OMELIA.

La spiegazione del Vangelo.

Eccoci adunque nella magione, che la Sapienza divina si ha edificata; ecco sull’altare imbandita la mensa, in cui il gran Padre nella frazione del pane si fa conoscere a’suoi figliuoli, col dare nella Chiesa celestial nutrimento. Ma come la madre con mistero d’amore trasmuta in latte il pane di che si ciba, e col latte versa il proprio sangue in cuore al suo bambino; così la Chiesa con tenerissimo cuore il pane della dottrina evangelica sminuzza e distempra in famigliare discorso per bocca de’ suoi Sacerdoti, per farlo cibo adattato alla semplicità dei pargoletti della sua grande famiglia. Nel meditare il Vangelo tutta la settimana, il Sacerdote, il buon parroco prese in seno a Gesù Cristo il sostanziale cibo dell’anima; apri la bocca nel desiderio dei precetti di Dio, e attrasse lo spirito suo (Ps. CXVIII): contemplò davvicino lo splendore del Verbo divino; e il Verbo riflesse sopra quell’anima monda la celestial sua luce. Come al cader d’un raggio di sole sopra un terso cristallo, rilucente e forbitissimo pare, che la luce si ridesti a quel tocco, si riaccenda e di nuovo splendore rimbalzi più viva, quasi lo specchio la vibri di un cotale suo colpo, e sicché si spanda rifratta su tutti gli oggetti d’intorno; così dall’anima del Sacerdote affiso in Dio la luce evangelica rimbalza sull’anime, che lo circondano, se più viva, almen più riflessa, più spezzata, e ad esse più umanamente adattata. Egli mise la bocca al costato di Gesù, bevve di quel Sangue, che gli palpita in cuore, ha sul labbro la parola di Gesù; sull’esempio del Figliuol di Dio; divinamente semplice è veramente il buon Pastore, che pascola le care agnelle. Col mezzo della sua parola ravviva tutto; e il giglio e l’albero del campo, la vite, il campicello, l’agnella, il gregge e tutta la natura sensibile, fa seco parlare. Onde collo splendore d’una celeste eloquenza fa da tutto riflettere chiarissime le più sublimi verità nella mente di tutti. Con una confidenza da padre penetra nel santuario dell’anime aperte con Dio; le abbraccia, le accarezza, le scuote, le informa mirabilmente varie, come l’industria della carità: tutto a tutti; sui fiori d’innocenza, che si schiudono appena, irrora stille di celeste rugiada: sui cuori piagati versa con unzione il balsamo che li ristora; coi commossi compunto, tenero con tutti, veramente per esso è il Verbo Divino, che si fa carne. – Osserviamo in prova che gli ingegni, che più onorano l’eloquenza, furono ispirati nell’altare dell’Evangelo: S. Giovanni Grisostomo, S. Basilio, san Leone, s. Gregorio, $. Agostino, Bourdaloue, Massillon, tutto calore, tutt’anima per la loro carità, crearono quella magia di stile, che veste con fantasia le idee più sottili, e scolpisce i pensieri colle espressioni le meglio appropriate per istruire, le più pittoresche per descrivere, robuste per esortare, patetiche per commuovere e consolare. Essi non sono mai così eloquenti, come quando si trovano, per dir così, fra le braccia di Gesù Cristo, divenuti padri divini, per versare col cuore Evangelo in cuore dei figli. Or via ci si dica: se Demostene in Atene, Cicerone in Roma avrebbero mai potuto immaginare, che tutte le feste, sul labbro del prete del villaggio, la carità del Redentore avrebbe ispirato una eloquenza troppo della loro più sublime, quanto dell’uomo è più grande Iddio? Deh! che direbbero questi sommi nell’ascoltare, come nelle chiesuole al povero popolo delle campagne, che da loro si teneva in conto d’armento, s’inculchino i precetti della carità divina; e come il rozzo villano e le sprezzate femminette del volgo si esortino ad essere come angioli in carne, per imitare il Padre loro, che è in cielo? Essi no, con tutte le ispirazioni del genio non furono mai tanto sublimi, quanto quest’uomo, che assorto in Dio non si cura delle frivole disuguaglianze di questo mondo di un’ora; e minaccia ai potenti l’eternale geenna, se ai più poveri non usano misericordia; e ai meschinelli del popolo, che non ne possono più della vita sempre in travagli, mostra la croce, e sopra il capo il paradiso aperto per chi la porta con Gesù Cristo. Quanto è commovente sentirlo ora stridere per ispavento per l’anima, che va a perdersi; e là descriverla come la pecorella, che, scappata tra le balze, e i precipizi, là per sentirla belare, e li per cadere in bocca il lupo: ed egli con lena affannata gridarle appresso: « o pecora cattiva… se ti piglio! » — E se la pigliate, o buon Pastore, che le vorrete fare? — Ed egli: « se la piglio la cattivella! L’abbraccio alla vita, me la metto sul collo! me la porto a casa!… e per castigo le medico le piaghe!… e per darle un ricordo da non fuggire più, le darò le manate d’erba più buona! » — Ah sì! qualche fanciulla amareggiata dall’inganno mette un sospiro e dice in cuore: la pecorella smarrita son io! Le vien voglia di lasciarsi al Pastore pigliare…. Oh Sì salva ancora! Talvolta grida tutto di fuoco quel padre: il mio figliuol disgraziato alzò la testa contro di me, indragato come un serpente! mi strappò via la sua porzione; e gittò ogni ben di Dio nella voragine de’ vizi! Va lo sciagurato di figlio coi mali compagni!… Ahi! è ridotto sul lastrico, la fame gli divora le viscere, disputa ai ciacchi immondi le ghiande, che van grufolando quei sozzi!… — Mi morrà disperato ! Eh! prodigo figlio, se mai ritorni!… — E se ritorna, o padre, che gli vorrete far voi? — Se ritorna!… l’abbraccio nel collo! me lo stringo al petto, me lo inondo di lagrime!…. per rimprovero lo copro di bacì!… per castigo lo vesto dell’abito mio più bello!…. e poi me lo porto al convito, e grido in casa: fate festa, è questo per la mia famiglia il più bel dì. In quel momento un peccatore piangente risolve di darla vinta alla misericordia di Dio, e di correre anch’esso a godersi di quell’accoglienze e carezze divine. Per lo più si sente sulla fine della spiegazione del Vangelo esclamare: « figliuolini miei, amatevi l’un l’altro per amore di Dio! » Deh! E chi mai rivelò a quest’umile figlio del popolo questi misteri dell’anime e dell’eloquenza?… Un solo Maestro: Gesù Cristo.

Laus tibi Christe.

Art. V.

FINE DELLA MESSA DEI CATECUMENI.

Letto l’Evangelo, era compiuta la Messa dei Catecumeni, i quali, come accennammo, a quel punto co’ penitenti ed ossessi dal luogo santo si allontanavano (Bossuet, Explic. De la Messe). Per ben intendere la qual cosa, fa d’uopo ricordare l’antica disciplina usata coi peccatori di quei tempi, le cui memorie sono così edificanti. – Uscita appena la Chiesa dalla persecuzione di Decio, trionfante anche dello scisma dei Novaziani, che, negandole la facoltà di rimettere i più gravi peccati, l’accusavano di rilassatezza, perché non lasciava i peccatori in disperazione; si stabili nelle chiese d’oriente un penitenziere particolare, incaricato di giudicare le coscienze per quei peccati che erano pubblici notoriamente, come fino allora aveva fatto il Vescovo solo, o col suo clero, secondo richiedevano le circostanze. Udiva egli le confessioni in privato; prescriveva le penitenze ed il modo di praticarle, se in pubblico od in secreto: e segnava il tempo dell’ammissione alla Comunione. Allora si divisero ì penitenti in quattro classi dette gradi o stazioni, nella 1° cioè dei Piangenti, nella 2° degli Uditori, nella 3° dei Prostrati, e nella 4° dei Consistenti.

I. I penitenti Piangenti dovevano restarsi alla porta della chiesa, nell’atrio, detto appunto il portico dei Penitenti, non essendo loro neppure concesso di assistere alla lezione, né ai sermoni. Colà prostrati, coperti di sacco e di cilizio, col capo sovente cosperso di cenere, colle mani giunte sul petto, in tanta umiliazione piangevano sopra le loro miserie, e abbracciavano le ginocchia di quelli che entravano, raccomandandosi di intercedere per loro presso al Signore ed al Vescovo, che lo rappresentava in terra.

II. Gli Uditori si fermavano vicino alla porta della chiesa, dove pure si lasciava che stessero presenti anche gl’infedeli. A tutti questi era permesso di assistere alle sante letture, alle esortazioni, che gli disponevano a conversione. Nelle chiese orientali, dopo il congedo degli infedeli, o di quei catecumeni, che erano uditori semplicemente, sì recitavano particolari orazioni per gli altri catecumeni, e pei penitenti, e per gli energumeni. Prima il diacono avvertiva di pregare tutti, fedeli e catecumeni. Congedati questi, esclamava: « pregate voi, o energumeni, e voi tormentati da spiriti immondi. » Poi, ricevuta anch’essi la benedizione, si licenziavano.

III. Quindi incominciavano le orazioni e le imposizioni delle mani pei Competenti, penitenti della terza classe, detti pure prostrati. Questi erano quelli a cui propriamente si dava il nome di penitenti, essendo le altre due classi stabilite per disporsi in esse, come per grado, alla vera penitenza; e si dicevano prostrati, appunto perché, come abbiam detto, ricevevano in ginocchio le imposizioni delle mani dal Vescovo nella chiesa, prima di essere congedati: e parimenti in ginocchio udivano l’orazione che per loro in particolare si recitava. Essi coi catecumeni e cogli energumeni avevano il loro posto in mezzo alle chiese fino al pulpito: e con essi dovevano uscire di chiesa, appena incominciata la Messa dei fedeli. Fin qui adunque erano ammessi coi catecumeni anche ì prostrati e gli energumeni; ma il maggior numero essendo dei catecumeni, da da questi, piuttosto che non dagli altri pochi, prendeva il nome la Messa, che fino a questo punto si dice Messa dei catecumeni.

IV. Ci resta di dire ancora dei penitenti del quarto grado, detti Consistenti, perché potevano consistere, cioè fermarsi a prender parte coi fedeli a tutte le orazioni della Chiesa. Assistevano essi al Sacrifizio divino; ma senza la consolazione di poter fare la loro offerta, né ricevere la santissima Comunione. In questa classe si collocavano frequentemente anche coloro, che non erano rei di colpa grave; ma con essi ponevansi per umiltà (Doelinger, Stor. Eccl.). Questi rigori di disciplina, queste distinzioni di classi sarebbe bene si conoscessero dai fedeli dei tempi nostri; ché così si potrebbe da loro comprendere la gravezza dell’oltraggio, fatta alla santità degli altari da chi, tra le dissipazioni e le irriverenze, coll’innalzare in trionfo di vanità un idolo di fango sino nel più interno del santuario, si porta il sacrilegio fino sotto gli occhi stessi di Gesù in Sacramento. – Dall’altra parte questi monumenti di storia sono una prova, che anche nei migliori tempi la Chiesa aveva peccatori da curarsi in seno. E questo giovi a dare la rimbeccata a coloro, che per non curarsi della Chiesa presentemente, appellano sempre alla santità della Chiesa primitiva. Letto il Vangelo, come abbiamo detto, il diacono si volgeva ed esclamava: « abscedite, andate. » Quindi licenziati i Catecumeni, gli Energumeni e i Penitenti non ammessi alla quarta classe, finché durò in vigore la severità della disciplina, per celebrare la Messa dei fedeli chindevansi le porte del luogo santo, e Vegliavano i ministri alla guardia di quelle, perché nessun immondo o indegno venisse colla profana presenza ad offendere la santità di così tremendi misteri, che gli angioli stessi adorano velati e prostrati sul pavimento del santuario (Caidin. Bona, lib. 2, cap. 18, n. 1). Ora è a dire qualche cosa del simbolo, detto volgarmente il Credo, che si recita, benché non sempre, nella Messa.

Il Credo.

Nella Chiesa cattolica si conservano quattro professioni di fede, dette simbolio contrassegni del vero fedele, o regole di fede (August. .. De Symb. ed Cat.). Chi ammette queste formole di fede è tenuto pe figlio di lei, chi non le ammette resta da lei separato e tenuto in conto di eretico e di infedele. Sono, come spiega s. Pier Crisologo (Serm. 63, De Symb. Apost.), un cotal istrumento od atto di fedeltà, con cui l’uomo si lega a Dio nel Battesimo obbligandosi poi a regolare la sua vita secondo le norme, che in esse ha giurato di seguitare. Questi quattro simboli sono: l’apostolico, il niceno,  il costantinopolitano, l’atanasiano. Quest’ultimo, come accenna il nome, si attribuiva comunemente a s. Atannsio; ma essendo in esso l’esplicita condanna e la esplicita professione di fede contro eresie, che vennero alcuni secoli dopo; o si deve dire, che non fa da lui composto, o che almeno gli si fecero posteriori aggiunte. Si recita nell’ora di Prima nell’ufficio divino, e non è qui luogo di più estendersi intorno a questo. –  Diremo adunque dell’apostolico, del niceno e del costantinopolitano.

Il simbolo apostolico è la professione di fede compilata dagli Apostoli (Natal. Alex. Diss. 12, sæcul. 1. D. Hyeron. ep. 61 ad Pam.): ed è il credo, che comunemente si recita da tutti i fedeli per tutto l’universo. In esso le principali verità della fede cattolica sono esposte con chiarezza, semplicità ed esattezza al tutto divina: e giurando questa fede, diedero per sostegno di essa la vita, come gli Apostoli, tanti milioni di martiri per trecento e più anni. Ma nel principio del secolo quarto Ario, nativo della Libia, prete di Alessandria d’Egitto, facendosi capo della più terribile eresia, che abbia travagliata la Chiesa, ardì di affermare bestemmiando che il Figliuolo di Dio non fosse generato dalla Sostanza del divin Padre; ma creato dal nulla, benché prima del tempo, ma non ad eterno, fosse differente dal Padre nella Sostanza. E benché poi confessasse che per Lui aveva Dio Padre creato ogni cosa, diceva nondimeno che anch’Esso era un essere creato, e quantunque chiamato Dio, non era Dio per natura, ma solamente deificato. Subito si raccolsero cento Vescovi in concilio nella chiesa di Alessandria, inorriditi di quelle bestemmie e lo condannarono. Né cessò per questo lo eresiarca di disseminare l’errore e fare partito, strascinando in inganno un gran numero di quei sciagurati, che gli inspirati di orgoglio, salutano sempre come benvenute le novità che lusingano: e di orgogliosi vi è sempre abbondanza! Allora s’indisse un Concilio generale. Era la prima volta, che si vide questa adunanza di rappresentanti d’ogni nazione, e costituiti padri delle anime per divina autorità. Molti di essi portavano scolpite nel corpo le gloriose stigmate del martirio; erano altri chiari di merito, di gran santità, di dottrina o di miracoli; era fra essi Atanasio il Grande, che fu poi il più glorioso campione nel difendere la fede ortodossa. Quei Padri si raccolsero in Nicea l’anno 325 per discutere liberamente intorno agl’interessi maggiori dell’umanità; per definire, colla certezza di avere l’assistenza dello Spirito Santo, che cosa credere sì dovesse, e come operare da tutti i fedeli del mondo. Costantino il Grande vi intervenne col rispetto dovuto ai rappresentanti di Gesù Cristo, e nell’entrare andò a baciare le cicatrici di Pafnuzio Vescovo della Tebaide. Qui a finirla con quel maestro d’errore, che cercava di eludere la verità con molti sofismi ed espressioni equivoche e dubbie, quei Padri, assistiti dall’ispirazione divina, cercarono alcune espressioni, che (essendo le più precise e chiare, che formular si potessero), escludessero qualunque equivoco, e la verità mettessero innanzi colla maggior evidenza. Perciò aggiunsero al simbolo degli Apostoli queste parole: « che il Figliuolo Unigenito di Dio è nato dal Padre innanzi a tutti i secoli, che è Dio da Dio, Lume da Lume, Dio vero da Dio vero, generato non fatto, consustanziale al Padre, e per mezzo di Lui furono fatte tutte le cose. » Così fu compilato il simbolo niceno. – L’eresia di Ario intaccava, anzi distruggeva tutto il sistema delle verità cristiane, da cui dipende la salvezza dell’uomo. I Cristiani vedevansi rotto l’anello, che riunisce il cielo colla terra; essendo tolto il Mediatore divino, che si abbassa da Dio agli uomini, e coll’unirli a sé, li ricongiunge in Dio. In vero, se Gesù fattosi propiziatore e redentore nostro, non fosse Uomo-Dio, la povera umanità resterebbe sempre da Dio egualmente lontana anche dopo la redenzione, e sarebbe sempre per lei al tutto impossibile d’avvicinarsegli, come era appunto nella religione pagana. Fu questo adunque il gran servizio reso al mondo cattolico dai Padri del Concilio, l’avere cioè difesa e salvata dagli assalti dell’inferno la verità fondamentale di tutta la Religione cristiana, come di tutte le nostre speranze. Così spiegata la verità dell’eterna generazione divina del figliuolo, di una sola natura col divin Padre, in questo simbolo si va innanzi, e si espone la redenzione, operata in queste parole che seguono: « Il qual Verbo per noi uomini e per la nostra salute discese dal cielo, e si è incarnato. » Nel professare questa più di tutte consolante verità; proprio nel pronunciare le parole : « SI È INCARNATO PER OPERA DELLO SPIRITO SANTO IN SENO A MARIA VERGINE E SI È FATTO UOMO » la Chiesa fa che tutto il popolo s’inginocchi, e cattivi l’intelletto a credere con umiltà questo inconcepibil miracolo di bontà divina, e, cadendo per terra in grande umiliazione, adori il Figliuolo di Dio comparso nel mondo, e baci col cuore le vestigie, che i piedi di Dio impressero sulla terra, santificandola. Così coll’aggiungere al simbolo apostolico questa dichiarazione, in cui si professa sì precisamente la divinità del Redentore nostro, si è formato il simbolo detto niceno (S. Athan., ep. ad Jovin. De Fide.) dalla città, dove si teneva il Concilio: e questa professione esplicita è quella, che richiesero i Padri in nome di Dio da chi vuol essere ammesso nel numero dei Cattolici. A questa professione va unita la memoria di persecuzioni, che durarono secoli: quasiché il nemico di Dio dopo di essersi vendicato di Lui, per essersi fatto uomo, volesse ora vendicarsi degli uomini  che a Luì fidandosi si salveranno. – Ma vi è in natura un animale, che non è né ranocchio, né biscia, né lucertola o d altro animale comune. La coda ha di quadrupede, la pelle di serpe, le branche di coccodrillo, e la maggior meraviglia è, che muta sotto degli occhi di chi lo fissa, il color delle pelle ad ogni istante. In tante Sue varietà è costante e propria sua natura l’essere schifoso e ributtante sempre. Questo animale è il camaleonte, vero simbolo dell’eresia, che senza forma propria, nè concetto di unità si adatta a tutte forme, e varia al variar di circostanze e di convenienza. Sempre solo costante nella viltà, nei raggiri, e negli inganni d’ogni maniera, essa muta ogni dì le sue credenze secondo il variar dell’aria, che spira intorno. Ne sono la più gran prova in questi ultimi tempi le sétte dei protestanti, in cui ciascuno crede come più gli talenta; perché, senza possedere con certezza la verità, ciascun si finge ciò, che vuol credere; ed è bello osservare come il gran Vescovo Bossuet, per convincerli di errore, imprendendo a scrivere la Storia delle variazioni delle chiese protestanti, col solo titolo dell’opera li convinse di falsità (Balmes). Ora la verità non varia; ed è sempre la stessa; mentre gli ariani si sono mutati in semi-ariani, i semi-ariani in pneumatomachi o macedoniani. Cioè, dopo la guerra fatta alla Divinità del Figliuolo di Dio, attaccarono gli eretici la Divinità dello Spirito Santo. Capitanati: da Macedonio, Vescovo di Costantinopoli, negavano che lo Spirito Santo fosse la terza Persona divina. I Vescovi si raccolsero ancora a Costantinopoli, regnando allora Teodosio il Grande, in un Concilio generale l’anno 381, e col simbolo costantinopolitano confermarono la professione di fede estesa nel Concilio di Nicea, la quale, come volevano i bisogni d’allora, spiegarono ancora più diffusamente, aggiungendo contro l’errore dei pneumatomachi, che dovevasi rendere adorazione e gloria allo Spirito Santo, come al Padre ed al Figliuolo; perché col Padre e col Figliuolo è un solo Dio. Il che si espresse poi colla maggiore chiarezza nella formola di queste parole. « Credo nello Spirito Santo Signore, Vivificante, che procede dal Padre e dai Figliuolo, il quale col Padre e col Figliuolo insieme si adora, e si glorifica: il quale parlò per bocca dei Profeti. » Con questa professione di fede si ebbe finalmente il Simbolo Costantinopolitano, che è quello che si dice nella Messa. – Ma nella Chiesa Romana, perché per mille anni e più, per divina provvidenza, non fu lacerata nell’interno dall’eresia (Ab. Bern. Lib. De rebus Miss. vide Baronium ad annum 1109), non si sentì pure il bisogno di attestare la fede, e fare, che con un atto di professione i fedeli condannassero quegli errori, che la massa del popolo così felicemente ignorava. Quei buoni padri nostri d’allora erano uniti col loro Sacerdote nell’ingenua semplicità di una fede salda; e bene stava, che certi errori non si conoscessero neppure di nome. Di qui credono alcuni venuto il rito di non recitare il simbolo in tutte le messe. Ma quando vi è concorso di popolo, come nelle domeniche e nelle altre solennità, la Chiesa, coi suoi figliuoli, vuol godere della consolazione di professare, nell’atto del Sacrificio sull’altare di Gesù Cristo, quelle grandi verità che sono la nostra salvezza. Come tenerissima madre ai suoi cari raccolti intorno alla mensa, ella parla così delle passate sue amarezze, delle sue consolazioni e delle sue speranze. « Ecco, o figliuoli, par che dica loro, il tesoro di fede, che mi costa tanti combattimenti. Io ve l’ho serbato intero, l’espongo a voi a parte a parte. Sono queste verità; deh! bene mettetevele in cuore, che voi, miei figli, in Dio avete un Padre, che vi aspetta in Paradiso, rigenerati nel sangue del suo proprio Figlio coeterno: e santificati dal suo Santo Spirito, in lui dovete essere beati! Fermi in questa fede su via datemi la mano: alla patria, alla patria, a vivere nel venturo secolo dell’eternità. – Osserva s. Tommaso (3 p. q. 83, a. 4.), che il credo si canta non solo nelle principali solennità; ma eziandio, per onore di particolare privilegio, nelle feste di chi si fa menzione nel simbolo stesso, cioè di Gesù Cristo, di Maria Vergine e degli Apostoli, come dei dottori della Chiesa. Ond’è che, quando, per esempio, si celebra la memoria di un santo Mistero della vita del Redentore, la Chiesa si affretta di menargli innanzi tutta la sua famiglia e fargli professione di fede. La festa è in onore di Maria Santissima? e la Chiesa le conduce ai piedi i figli credenti, quasi a dirle: « Gran Madre di Dio, deh! Guardate qui: voi siete Madre di questi figli nel vostro sangue’, perché sono generati dal Sangue del vostro Figlio, che è sangue vostro. Si celebra una festa degli Apostoli? « Viva Dio! pare che dica la Chiesa, o Apostoli benedetti, rallegratevi pure dal paradiso; che la fede da voi predicata e seminata col vostro sangue, ancora è conservata da noi a produrre frutti di vita eterna. » Si celebra la festa di un santo Dottore? « Padre santo, pare dica la Chiesa, ecco i figli alimentati dal pane di quella celeste dottrina, che voi avete gloriosamente difesa, esposta e condita coll’eloquenza della vostra carità. » – Così, come osserva pure s. Tommaso (ibi), essendo nell’Evangelio Gesù Cristo medesimo che parla ed ammaestra; noi sorgiamo nel Credo, a professare a Lui fede solennemente. Vera e santa confessione frutto delle nostre labbra, che danno gloria a Dio nella verità, ostia di laude ben accettevole  che sale in odore di soavità dall’altare insieme col sacrificio (S. Thom. rit. recit. Credo in Miss,). – Ecco il Sacerdote, che nell’atto di fare questa insigne professione solenne, stende le mani verso il Crocifisso, come per attestare la sua fede e ricevere da Gesù questo vero pegno dell’eredità del Paradiso, cioè le verità alla Chiesa affidate da custodire e tramandare ai fedeli di tutti i tempi. Pare adunque, che nei dì di festa, a cui partecipano i beati della Chiesa in trionfo, la Chiesa di qui in battaglia tuttora e vincitrice, presenti a Dio ed alla sua corte celeste questa professione di fede storica, che tanto l’onora; e come dagli eserciti vittoriosi nelle feste trionfali si portano sollevate in aria le immagini delle prese città ed i titoli delle trionfate battaglie; così tra le sue feste la Chiesa mostra innanzi nel simbolo apostolico e nelle parole aggiunte dai Concili, quasi in altrettanti bassi-rilievi o in tavolette o coniate medaglie, le combattute guerre e le verità trionfanti in quelle espressioni sostenute e difese. da patimenti inauditi, e saldate col sangue di tanti Papi, Vescovi, Sacerdoti e fedeli. In queste ella riguarda quasi altrettanti pegni delle vittorie, che verranno appresso ai presenti e futuri combattimenti, per compiere il suo trionfo. Così a noi è dato contemplare nel petto della Chiesa, nostra buona madre le larghe cicatrici sempre umide di caldo sangue…. Ah! Troppo si è pur versato di molto sangue in tante guerre di passioni su questa povera terra: ma il sangue versato dalla Chiesa, per difenderci le verità divine, è il più puro, il più generoso, che mai si sia versato in pro dell’umanità. Ella col gridare insieme coi figli innanzi all’altare: « Credo in Dio Padre di tutti, protegge lo schiavo, il bambino, la donna, tutti gl’inermi, incutendo rispetto ai crudeli, che pretendono d’esserne padroni: per ogni diritto dei deboli ha dato del sangue, e si prepara a spargerne ancora, per difendere la famiglia col Sacramento del matrimonio, se sarà d’uopo. Oh sì! quando vediamo il suo vecchio capo, il Papa, sempre a combattere contro gli usurpatori, per difendere i più vitali interessi dell’umanità; noi dobbiamo esclamare: « Grande Iddio, proteggete l’opera vostra, e fate conoscere agli uomini il vero loro difensore! »

VIVA CRISTO RE (6)

CRISTO-RE (6)

TOTH TIHAMER:

Gregor. Ed. in Padova, 1954

Imprim. Jannes Jeremich, Ep. Beris

CAPITOLO VII

CRISTO, RE DEL SACERDOZIO

Voglio sviluppare il pensiero di Cristo e della Chiesa sulla dignità e la missione del Sacerdozio. Cosa pensa la Chiesa Cattolica del Sacerdozio? A cosa servono i Sacerdoti? In questa questione, l’unico che decide, l’unico che governa è Nostro Signore Gesù Cristo, l’unico Maestro. Una volta Egli disse ai suoi Apostoli: « Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi » (Giovanni XX: 21). « Vi mando – siete i miei ambasciatori, i miei ministri. Il Sacerdozio non è stato inventato, come molti sostengono, da uomini avidi di potere e di onori; non è stato inventato da uomini che cercavano di essere onorati e venerati dal popolo, ma è stato istituito dal Signore. È volontà del divino Gesù che ci siano uomini che, liberi da altri doveri, ancor più liberi dalle preoccupazioni della vita familiare, dedichino tutta la loro vita, tutti i loro momenti, ad un unico obiettivo: condurre gli uomini a Dio e condurre le anime al cielo. Dio stesso ha scelto un giorno della settimana, la domenica, per essere « il giorno del Signore »; Dio stesso ha scelto i salmi per essere i « canti del Signore »; Dio stesso ha voluto avere un luogo dedicato esclusivamente a Lui, la « casa del Signore »… Dio stesso ha anche scelto alcuni uomini per essere gli « unti del Signore », i « ministri di Dio ». Attraverso di loro Dio diffonde la grazia divina sui fedeli. Il Sacerdote, secondo la volontà di Dio, il buon Sacerdote, sa bene di essere un ministro, cioè un servitore, che non è lì per essere servito ma per servire, come servitore del Signore e dei fedeli di Cristo. Questo è il prete cattolico. – « Come il Padre mio ha mandato me, anch’io mando voi ». Prima di salire al cielo, Gesù Cristo ha affidato agli Apostoli la propagazione della sua dottrina: « Andate e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo » (Mt XXVIII, 19).  Come se dicesse loro: « Finora sono stato io a insegnarvi; d’ora in poi sarete voi a insegnare alle nazioni nel mio nome  ». Finora sono stato io a incoraggiarvi e a proteggervi; d’ora in poi sarete voi a esercitare lo stesso ufficio con i vostri simili. Finora ero Io a plasmare le vostre anime secondo la volontà di Dio; d’ora in poi sarete voi a plasmare le anime dei fedeli secondo il mio spirito. Cioè: finora siete stati i miei ascoltatori, i miei proseliti, i miei discepoli; d’ora in poi siate i miei araldi, i miei apostoli; siate… i miei Sacerdoti! i miei Sacerdoti! – La dignità sacerdotale scaturisce dal Cenacolo, dall’Ultima Cena, dalle parole di commiato che il Redentore rivolse agli Apostoli: « Fate questo »…; « Andate e insegnate »…; cioè: offrite questo stesso Sacrificio dell’Eucaristia e insegnate agli uomini a imitarmi fedelmente.  Il Sacerdote è un uomo come tutti gli altri, ma con la sua consacrazione sacerdotale, Cristo gli ha affidato un’alta missione: « Andate e ammaestrate tutte le nazioni, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato ». Vale a dire: « Andate, affrontate chiunque cerchi di perdere le anime ». Andate, non siate turbati, non abbiate paura. Sono con voi fino alla fine dei tempi. Sono sicuro che né re, né imperatori, né repubbliche, né governatori potranno privarvi del diritto che vi ho conferito: istruire tutte le nazioni. Non c’è potere umano che possa impedirvelo. So bene che tale missione vi porterà sofferenza; sarete perseguitati, odiati, privati di tutto…, lo so anch’io; ma anche così insegnerete. La parola di Dio non può fallire. Battezzare tutte le nazioni, cioè santificare le anime, perdonare i peccati, versare le mie grazie, rendere dritta e salda la canna spezzata, dare olio alla candela tremolante, dare speranza alle anime disperate…, portare le anime a Dio. Non avrai famiglia, perché nulla ti leghi. Non avrete figli, perché possiate essere liberi, perché possiate dedicarvi in ogni momento ai vostri figli spirituali, che dovrete conquistare per Me….. Ecco quanto è sublime la missione sacerdotale. « Come il Padre mio ha mandato me, anch’io mando voi. Vi mando a curare le ferite dell’anima. Vi mando a curare le ferite spirituali. Vi mando per consolare i cuori affranti. Vi mando a confermare nella fede coloro che vacillano nel dubbio. Vi mando a salvare le anime. Se incontrate uomini afflitti nel mondo, guardateli con il mio amore. Se vedete uomini oppressi dal peso delle prove, riversate nelle loro anime la mia consolazione. Se vedete uomini piegati sotto il peso dei loro peccati, offrite loro il mio perdono. Siate luce per coloro che vivono nelle tenebre. Dare coraggio alle anime deboli di cuore. Portateli tutti a Me. »- « Voi siete il sale della terra… » (Mt V, 13). C’è molto male nel mondo, si commettono molti peccati. …. Avvisare le anime del pericolo che corrono. Annunciate a tutti i Comandamenti di Dio. Ricorda alle anime ciò che ho sofferto per loro per salvarle. Non temete, parlate, anche a costo della vita, perché “«siete il sale della terra » ed è vostro dovere preservare le anime dalla decadenza. « Voi siete la luce del mondo » (Mt V.,14). Insegnate la via che conduce a Dio. Insegna le mie leggi in modo tale che gli uomini non solo le conoscano, ma le adempiano e le vivano. Nulla deve spaventarvi; diffondete il mio insegnamento, anche se dovrete pagare con la vita. Siate pastori del mio gregge, difendete le mie pecore dai lupi, dai lupi astuti. D’altra parte, dovete amare i vostri nemici, coloro che vi insultano e vi minacciano? Questo è il sublime ideale del sacerdozio, secondo la Chiesa. Così capiamo perché i buoni fedeli amano e rispettano così tanto i sacerdoti, e capiamo anche l’odio profondo che i nemici della Chiesa e della religione nutrono nei loro confronti. I Sacerdoti sanno bene che il rispetto e l’affetto che ricevono, più che alla loro persona, è dovuto alla grazia della missione, perché Gesù Cristo li ha scelti senza che lo meritassero. I buoni Cattolici amano i loro Sacerdoti perché continuano a estendere il Regno di Dio, secondo l’incarico ricevuto da Cristo; li rispettano perché credono fermamente che le mani consacrate del Sacerdote abbiano il potere di portare ogni giorno il Corpo di Cristo in questo mondo.Sono gli strumenti che Dio ha messo a nostra disposizione per raggiungere la vita eterna. Non hanno altra missione che salvare le anime redente dal sangue di Gesù Cristo. È soprattutto a loro che Cristo rivolge la domanda: Diligis me plus his? (Gv XXI, 15): « Figlio, mi ami tu? Mi ami tu sopra ogni cosa? » E sai lavorare per me più che per ogni altra cosa?  Ripeto: il Sacerdote non è un Angelo, ma un uomo, come tutti gli altri. Ma è un uomo infuocato dall’amore di Cristo. Nostro Signore guarì un cieco con un po’ di fango e una donna malata toccandole l’orlo della veste. Anche il Sacerdote è un po’ di argilla, ma un’argilla che, nelle mani di Cristo, apre gli occhi dei ciechi e permette loro di vedere Dio. Egli è anche l’orlo della veste di Cristo, e così restituisce la salute ai malati dell’anima.  Il Sacerdote porta i fedeli nella Chiesa attraverso il Battesimo; porta Dio nell’anima attraverso il Santissimo Sacramento; rafforza le anime nella lotta, prega con loro, mostra loro il Paradiso, le consola nelle disgrazie, nell’agonia della morte; e prega per loro davanti all’altare. Solo Dio può perdonare i peccati. Il peccato non può essere cancellato se non con il perdono di Dio. Posso fare ammenda, posso piangere, posso fare penitenza…, ma non basta; la coscienza del peccato permane nella mia anima: la giustizia di Dio non è ancora espiata. Così cado in ginocchio nel confessionale, vi porto la mia anima tormentata e straziata, caduta e peccatrice. Non è un uomo che siede sul santo tribunale; vedo il Sacerdote, e in lui Dio: « Confesso i miei peccati a Dio onnipotente per mezzo del sacerdote: gli mostro le mie ferite, le mie cadute, i miei dolori… ». Poi, quando ho confessato umilmente il mio peccato, con il cuore dolorante, Cristo misericordioso lascia cadere il sangue delle sue piaghe sulla mia anima, la lava e la conforta, le dà coraggio e gioia…, e quando mi alzo dal confessionale, sento che c’è una nuova vita in me, che la mia anima è pulita, che Cristo è in me…. Questa è la sublime missione del Sacerdote. – I Cattolici sanno bene cos’è la confessione. È per ridare pace all’anima tormentata; è per salvare le anime che si sono smarrite e sono cadute nell’abisso del peccato e per rimetterle sulla via della virtù…. È uno dei doni più eccelsi che ci ha lasciato il Redentore. E questo potere di perdonare i peccati è stato dato da Nostro Signore Gesù Cristo nelle mani del Sacerdozio. È ovvio, quindi, che i fedeli guardano con rispetto ai ministri del Signore. E forse questo spiega anche l’odio acerrimo che i nemici della Chiesa nutrono per il sacerdozio. Vedono solo difetti e peccati nei Sacerdoti. – Ci chiediamo: il male può entrare nel cuore di un Sacerdote? Non dobbiamo dubitarne, perché anche i sacerdoti sono uomini, possono avere difetti, debolezze e persino peccati. Da ogni albero cade qualche frutto marcio e ogni esercito ha dei disertori. Ma non dobbiamo giudicare l’albero dai frutti caduti, né l’esercito perché ci sono stati dei disertori; proprio perché i Sacerdoti danno la vita per gli altri, i loro minimi difetti…, che negli altri non si notano nemmeno, sono molto più evidenti. Su una tovaglia bianca si nota facilmente la più piccola macchia; tra gli stessi Apostoli c’era già un Giuda. Ci sono anche oggi – purtroppo – Sacerdoti in cui il sale della terra è rovinato, in cui la luce del mondo è oscurata, che compromettono la dottrina di Cristo, che disonorano la Chiesa. Ma cosa si può dedurre da questo? Il Cattolico coscienzioso, per quanto possa deplorare questi tristi scivoloni, non perderà la fede a causa di essi. Non ha dubbi sulla fede, perché vede la distinzione tra l’uomo ed il potere conferito da Cristo; e come nel Sacerdote esemplare non onora l’uomo, ma il ministro di Gesù Cristo, così non disprezzerà la Religione di Cristo per i peccati del ministro infedele; non dirà che il Cristianesimo è una menzogna, né che è fallito, perché sa che il Sacerdote è il tramite con cui la grazia divina scende nelle anime, il recipiente da cui possiamo attingere l’amore di Dio….. Il recipiente, come il condotto, può essere d’oro, d’argento, di bronzo o persino d’argilla, non importa; l’importante è ciò che contiene, ciò che dà. Il Cattolico coscienzioso, nonostante le possibili cadute, nonostante i difetti in cui può cadere l’uno o l’altro Sacerdote, onorerà e rispetterà il Sacerdote, perché è stato scelto da Cristo stesso per continuare la sua missione. E se gli altri odiano tutti i Sacerdoti senza eccezione, solo perché sono Sacerdoti, il fedele Cattolico onora il Sacerdote proprio perché è un Sacerdote, perché è il ministro di Dio. E nessuno piange con più dolore per il comportamento di un cattivo Sacerdote dei Sacerdoti esemplari, quelli che sono secondo il Cuore di Cristo, perché sanno meglio di altri che nemmeno dieci Sacerdoti di vita santa possono rimediare allo scempio spirituale causato dalla vita di un solo cattivo Sacerdote. I nemici della Chiesa non attaccano i cattivi Sacerdoti; al contrario, li lodano, li proclamano eroi, luminari della teologia…. D’altra parte, i più ferventi, i più cristici, i più santi Sacerdoti sono sarcasticamente calunniati e perseguitati. Una delle armi più potenti della Chiesa cattolica è la preghiera. Negli Atti degli Apostoli leggiamo che quando San Pietro soffriva nella prigione del re Erode Agrippa, tutta la Chiesa pregava incessantemente per lui. I Sacerdoti non hanno mai avuto bisogno delle preghiere dei fedeli come oggi. La mia affermazione può sembrare un po’ strana, ma risponde a una realtà: non sono solo i Sacerdoti a dover pregare per i fedeli, ma anche i fedeli devono pregare per i Sacerdoti. È un comando sincero di Gesù Cristo. In un’occasione ha guardato intorno al mondo delle anime: quanti uomini sono alla ricerca di Dio, quante anime immortali, quante lotte, quanti dolori, e quanti pochi sono sulla terra che si occupano di queste anime! Allora un sospiro gli uscì dal cuore Poi un sospiro sgorga dal suo cuore: « La messe è abbondante, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il Signore della messe perché mandi operai nella sua messe » (Mt IX,17-38; Lc X,2). I Cattolici dovrebbero pregare anche per i seminaristi, affinché perseverino nella loro vocazione con l’amore ardente di un’anima giovane, in modo che quando le comodità, gli agi e la felicità di questa terra vorranno sedurli, possano perseverare imperterriti e prepararsi all’alta missione di salvare le anime, anche se in questo cammino costerà loro molti sacrifici e rinunce. Certo, anche se la loro vita fosse cento volte più difficile, anche se le persecuzioni si intensificassero e le strade del Calvario diventassero più ripide e i sarcasmi e le calunnie si moltiplicassero, gli unti del Signore non sarebbero mai sterminati. Per due millenni i nemici della Chiesa hanno già provato molte cose. Hanno sequestrato il Papa, bandito i Vescovi, giustiziato molti Sacerdoti. A cosa è servito? Non è questo il modo in cui dovrebbero svolgere la loro attività.  Dovevano imprigionare l’anima della Chiesa. Dovrebbero sequestrarlo e annegarlo. Dovrebbero fermare il soffio dello spirito che mette nell’anima dei giovani la vocazione: Figlio mio, puoi amarmi più di tutti gli altri uomini? Puoi fare di più per Me, soffrire di più? Puoi essere il mio Sacerdote? Dovrebbero fermare questo spirito, al quale il giovane commosso risponde: Signore, io sono tuo, la mia vita è tua…, e anche se mi aspettano persecuzioni, il Calvario, le spine e la crosta di pane…, io sono tuo.  Chi dirà che non è così?  Nei giorni sanguinosi del comunismo, quando la morte e la fame minacciavano ogni sacerdote cattolico, ho incontrato un ragazzo dagli occhi ardenti, uno studente del quarto anno di liceo. Abbiamo iniziato una conversazione e mi ha detto che voleva diventare Sacerdote. Sono rimasto sorpreso. – Ora, figlio mio, vuoi diventare Sacerdote? Proprio ora? Avete molte professioni e mestieri tra cui scegliere… ma sapete cosa significa essere un Sacerdote? Sapete cosa vi aspetta? – Sì, mi sto preparando a diventare Sacerdote da quando ero bambino, rispose. Lo guardai dritto negli occhi: – Sai, figlio mio, che se sei un sacerdote rischi di morire di fame? Il ragazzo guardò anche me e, emozionato, disse solo questo: «Non importa, Padre; Nostro Signore Gesù Cristo sarà con me anche allora? » Sì, Egli sarà con voi! E sarà con tutti voi seminaristi che vi state preparando a servire il Signore; e sarà con tutti i fedeli che in qualche modo aiutano il sacerdote, chiunque esso sia, nel servizio di Dio. Il lavoro sacerdotale non è mai stato facile e comodo; ma alcuni padri sono abbagliati dal prestigio esterno e dal rispetto che talvolta porta con sé. Allora dobbiamo supplicarli: Se vostro figlio non vuole essere sacerdote, non costringetelo, per l’amor di Dio! Ma ora dico a tutti i genitori: se vostro figlio viene da voi con entusiasmo e vi dice: « Padre, madre, Gesù Cristo mi ha chiamato e scelto per essere sacerdote ». E ho detto di sì. Allora abbracciate vostro figlio con grande amore e dategli la vostra benedizione per seguire il sentiero stretto e spinoso dei ministri di Cristo.  Padri, dovete dare buoni Sacerdoti a Nostro Signore Gesù Cristo!  Il Signore si compiaccia di inviare alla Chiesa Sacerdoti ferventi, Sacerdoti santi, fedeli vassalli del Re del Sacerdozio, Cristo.

VIVA CRISTO-RE (7)

LA GRAN BESTIA E LA SUA CODA (4)

LA GRAN BESTIA E LA SUA CODA (4)

LA GRAN BESTIA SVELATA AI GIOVANI

dal Padre F. MARTINENGO (Prete delle Missionij

SESTA EDIZIONE – TORINO I88O

Tip. E Libr. SALESIANA

VIII.

I VILI E I FORTI

Ho detto di due martiri; ma voi sapete, cari giovani, che sono tre secoli e più tutti pieni di eroi cosiffatti, de’ cui nomi una piccola parte ci han tramandato le storie; gli altri stan scritti nel libro immenso dei cieli: tre secoli e più, nel volger dei quali, dalla Palestina alle regioni più lontane dell’Asia, dalla Grecia all’Italia, alle Gallie, all’ultima Spagna, e nell’Egitto, nella Libia, nelle provincie marittime dell’Africa, si vide levarsi un esercito immenso di giovani, di vecchi, di poveri e ricchi, d’uomini e di donne, di giovinetti persino e di delicate fanciulle, a spezzar risoluti il giogo di ogni umano rispetto, e correre incontro, quasi a festa, alla povertà, all’infamia, al carcere, ai tormenti , alla morte, per mantenere fedeltà a Cristo, e serbare inviolato il santuario di loro coscienza. Era la dignità, era la coscienza del genere umano che risorgeva in loro; né ci voleva meno di tre secoli d’eroismo per rilevare il mondo pagano dall’abisso in cui era caduto, di corruzione e di viltà. – Giovani cari, la conoscete l’antica storia di Roma? … Vedetela quella grande città che del suo nome aveva empito la terra, vedetela in quel tempo in cui Gesù, dannato a morte da un rappresentante dell’impero romano,  tiranno, spargeva il suo sangue in una lontana provincia, per redenzione degli uomini. Imperava Tiberio. Chi mera costui? Un vile tiranno, l’assassino feroce di Germanico e d’Agrippina, che empì Roma di sospetti, di spie, di confische, di morti, che dié di piglio nell’avere e nel sangue dei più nobili e virtuosi cittadini; che mentre contaminava di sue mostruose libidini la ridente isoletta di Capri, lasciandole un nome d’eterna infamia, in Roma abbandonavasi senza ombra di ritegno a suoi feroci istinti di sangue.  Un ritegno poteva metterglielo il Senato; ed egli a volte ne sentiva paura. Ma quell’illustre Senato, che mostravasi un tempo ai barbari Galli come un consesso di Numi, quel Senato che colla prudenza e colla giustizia era giunto a far di Roma la regina del mondo, quel Senato era divenuto sotto Tiberio un branco di vili, che si strisciavano ai piedi del potente tiranno, e non che rattenerlo l’invitavano co’ plausi a misfare. A Tiberio succede Caligola: Caligola, così ebbro di ferocia, che sendo penuria di carni, n’andava attorno per le carceri, e i più grossi tra’ prigionieri faceva gettar pascolo alle sue fiere; che a rallegrar sue cene nelle quali profondeva tesori, non trovava musica più dolce delle grida degli schiavi posti a tormenti; che agli strazi e alla morte de’giovinetti figluoli, costringeva ad assistere i genitori; che non applaudito quanto bramava dalla plebe, mordendosi il labbro, sclamava. — Oh avesse il popolo romano una test: a sola! la reciderei all’istante. — E il Senato?… il Senato a questa belva coronata decretava sacrifizi e onori divini. Dopo Caligola Claudio. Claudio imbecille, che datosi in mano a femmine e liberti, confisca, uccide, tiranneggia a lor posta; pazzo dei giuochi gladiatori, quando mancano gli schiavi a scannarsi per suo diletto nell’Arena costringe i liberi cittadini; non mai sazio di lascivie e di crapule, s’empie a gola, indi vomita, e si rimpinza e rivomita ancora … Ebbene, anche a costui, anche a Claudio si prostra la maestà del Senato, anche lui acclama Dio, anche a lui templi ed altari! – A Claudio tien dietro Nerone; Nerone l’uccisor di sua madre, che gusto di vagheggiare un incendio, appicca a Roma le fiamme, e ne incolpa i Cristiani, ed essi Cristiani vivi vivi fa impegolare di resina, e legati a un palo li brucia di notte nei suoi  orti ad uso di fanali. Pure anche per lui son plausi ed onori divini. Seneca il filosofo lo scusa del matricidio dinanzi al Senato, il Senato batte le mani e decreta ringraziamenti agli dei. – Or se tanta era corruzione del Senato, immaginate voi, cari giovani, qual dovesse essere la corruzione del popolo, e in qual fondo di viltà e di sozzure venisse precipitando il mondo pagano. Rispetto a Dio, coscienza, dignità umana tutto perduto! Non restava che il rispetto dell’uomo….. Fu allora che Dio ebbe pietà del genere umano; fu allora che si levò il suo Cristo a predicare: – non vogliate temere coloro che uccidono soltanto il corpo; ma temete piuttosto colui che tutto l’uomo, corpo ed anima, può dannare, ad eterni tormenti – Fu allora che Paolo, il fedele interprete di Cristo, gridava ai suoi seguaci: – Non vogliate farvi schiavi degli uomini. – E fu allora che le legioni di martiri saltarono fuori dalla terra; servi gloriosi di Dio spezzavano il giogo ingiusto dell’uomo, e per rispetto di Dio e dell’anima immortale, osavano dir di no in faccia ai coronati tiranni. Questi gli esempi che salvarono il mondo. Il che torna a dire, miei cari giovani, che se volete serbare inviolata in voi stessi l’umana dignità, e dal sentimento di essa attingereforzache basti a combattere e vincere il mostro dell’umano rispetto, vi conviene innanzitutto esser sinceri e ferventi Cristiani. Cristianesimo e verità, e: vere libere eritis (ci disse Cristo) si veritas liberavit vos. Sarete uomini veramente liberi ed indipendenti se tali vi renda la santa verità. – Veramente di libertà e di d’indipendenza s’è chiacchierato molto ai dì nostri, e si chiacchiera ancora: ma non lasciatevi ingannare, cari giovani, al suon delle parole. Guardate ai fatti; e pur troppo dovete convincervi, che il mondo dà addietro a grandi passi, torna all’antica servitù; e torna all’antica servitù perché torna al paganesimo.

IX.

LA LANTERNA MAGICA

Giovinotto mio, che vai leggendo queste carte. Tu sei nuovo ancora nel cammino della vita; facile a lasciarti abbagliare dalle apparenze, credulo e fidente per semplicità di cuore, uso a vedere il mondo attraverso a certe lenti che tutto il coloriscono in vaga tinta di rose. Ma io, a costo anche di guastarti certi bei sogni d’oro, vo’ farti vedere il mondo qual è. Di’, gio0vinotto mio: ti piacerebbe egli trastullarti un pochino colla lanterna magica? … oh, oh! Vedo che ti rallegri e fai festa … Bene, senti: io ce ne ho una lanterna magica, che fa veder le cose proprio al naturale … vuoi farne la prova? – Volentieri, ma amerei sapere quanto si paga. — Oh niente, amico mio, nient’affatto. Purché mi riesca trastullarti alquanto, e metterti a parte dei frutti di quell’esperienza, che alla tua età non puoi avere, io mi terrò per abbastanza pagato. Su dunque! Qui si da spettacolo gratis et amore. Ecco la lanterna, avvicinati, metti l’occhio alla lente…. Che vedi? – Vedo … vedo …  una stanza quadra, spaziosa, con intorno degli scaffali pieni di carte, e nei quattro angoli, quattro scrittoi. A tre di essi vede seduti dei giovani … tre … quattro … sette. Per un poco scrivono in silenzio; poi uno si alza, getta via la penna, si caccia le mani nella zazzera e: – Maledetto mestiere! … Anche gli altri al suo esempio si levano, chi si stira, chi sbadiglia, chi s’accende un sigaro, chi canta, chi suona il tamburo colle dita sui vetri della finestra … Altri fanno a pallottole di carta … due si mettono a giocare … Ma chi sono costoro?- Un momento. Guarda ancora: che vedi? – Oh! In batter d’occhio tutti a posto. Tutti tranquilli, cogli occhi fissi sulla carta, che menano la penna … Ma che è stato? – Guarda a quella porta … – Ah ecco, sì, da quella porta vedo entrare un uomo … – Basta, hai visto abbastanza, or bada a me. Quei giovan i sono impiegati del Ministero; quell’uomo è il capufficio … Ah ridi, neh? … – Già gli è rispetto del superiore … C’è egli poi un gran male? Anch’io alla scuola, se il maestro volta l’occhio, o per poco s’allontana… – Male, male, figliol mio: tu servi all’occhio, ad oculorum servientes, come dice S. Paolo, servi all’umano rispetto. Se appena manca l’occhio dell’uomo, intralasci il dovere, permetti, mio buon giovane, che tel dica; tu se’ già mezzo schiavo della brutta bestia…. m’intendi?… Tienti dunque a mente un ricordo: col cessar la sorveglianza il dovere non cessa; e se l’occhio dell’uomo talvolta si chiude, sta sempre aperto quello di Dio. Hai capito?… Or bene, torna a guardare … Che vedi? – Una cappella … l’altare parato a festa … candele accese… da unorta laterale esce un vecchio mitrato in sacri paramenti… con gran corteggio … È il Papa, son Cardinali; li conosco alla veste rossa che portano … s’accostano, si schierano davanti all’altare, il Papa si segna, comincia la Messa … — Si, bravo, hai bene riconosciuto i personaggi… Ma ora guarda un poco più in là verso la balaustrata… — Oh quanti signori vestiti in nero! Che serietà! che barboni! Che picchiar di petti, che compunzione! Quando si dice devoto femmineo sesso! Quì son tutti uomini, e donne … neppur una! — Passi la riflessione; ma guarda ancora. – Ecco, il Papa si volta, ha la sacra pisside in mano, mostra l’Ostia Santa, poi va a loro, li comunica ….. – Basta, hai visto; or senti me. Quegli uomini tanto devoti, sono i graziati dal Papa: li ha richiamati dall’esilio, ha aperto le loro carceri, li ha ridonati alla patria e alla famiglia … Ora prendono la comunione dalle sue mani. Passeranno pochi giorni e gli grideranno la morte. – Scellerati, sacrileghi! Chi son costoro? – L’imparerai a suo tempo, fanciullo mio. Ora va avanti, torna a guardare: che vedi? – Una contrada di notte … e c’è un fanale, e alla pallida luce che manda, due figure sinistre, ravvolte in ampi mantelli … Ecco, s’abboccano, si stringono la mano di sotto i mantelli … Uno è un giovanotto pallido di primo pelo, l’altro un barbone con du’ occhi sinistri … ha qualcosa che luccica in mano: pare … no … sì, un pugnale. Lo porge al giovane, il giovane lo brandisce, lo bacia, l’alza al cielo, e squassando la chioma, si dilegua fra l’ombre….. Che vuol dire questo? – Torna a guardare, or ora lo saprai. – Oh, oh! Una sala dorata, un andito a colonne … Ma lì, dietro a una colonna c’è uno, un giovane rannicchiato … Che fa? – Fissalo bene in volto. Nol conosci? – Ah, si, proprio lui: quel giovane  che poco fa riceveva il pugnale da colui …  e di fatto nel pugno stretto luccica la lama … Oh me! Costui macchina un delitto di sangue … – Oh via, non ti spaventare. T’assicuro che sangue non ne vedrai. È un vile costui, che dall’umano rispetto lasciossi trascinare alle società segrete, ora per rispetto umano s’atteggia di Bruto… egli è bruto, sì, ma nel senso comune della parola … Su via! Torna, giovane mio, torna a guardare; vedrai un uomo di alta statura … – Si, sì; oh come è lungo, magro …Ha volto pallido, guardo severo … è vestito alla militare, circondato di militari e d’altri … pare un re … – E poi? – Attraversa il salone, entra in quell’andito delle colonne, proprio là dove s’apposta l’assassino … Oh disgraziato d’un re! … – N on temere, dico, non temere di nulla; torna a guardare. Ebbene? – Il re è passato, e colui fugge, pur stringendo il pugnale … – È rosso forse? – No; anzi e’ par più terso e luccicante di prima. – E non te l’aveva detto, che sangue non ne vedrai. Ah la mia lanterna magica! so ben io quel che c’è dentro!… Pure anche qualche scena di sangue potrei fartela vedere: Ma perché avrei a spaventarti, povero giovane? … – Che spaventarmi, ? non sono così di cuore io. Eppoi, se si tratta di farmi un uomo … lasciatemi vedere, lasciatemi vedere ancora! – E tu vedi ancora. Ebbene? – Un bosco … là sul verde spazzo, sotto quella fila di pioppi, accanto a quel canale, due … Uno è un giovinetto biondo, delicato, che mette appena le prime caluggini. È pare smarrito e come fuor di sé … l’altro un barbuto, con cert’aria beffarda … O me! Traggon le spade, di battono, si battono come demoni … tic tac, tic tac … Ahi! Povero giovinetto … vacilla, cade … l’erba è rossa del suo sangue…- Bata, bast: non guardar pià. La vista delle sue crudeli agonie ti darebbe al cuore troppo tristezza … Odi me, invece … Quel giovinetto è di buona famiglia, ben educato, ha padre, madre, sorelle che l’amano. Nata rissa in un caffè tra lui e quel vil barbuto con cui non avrebbe mai dovuto affiatarsi, fu sfidato a duello … Il giovine sapeva il dover suo, ma il rispetto umano lo costrinse ad accettare. Ora è là cadavere insanguinato, e sua madre a stracciarsi i capelli e urlare da forsennata …- Ma via, cacciamo questi trucipensieri:e a trar qualche frutto da quanto hai veduto fa tuo conto che sta dall’alto al basso, dai grandi ai piccoli, dai popoli ai re, così va il mondo. L’umano rispetto, la viltà sua figliuola, e sua madre la paura, comandano a bacchetta, comandano a tutti. – Ma a me no, a me no in eterno! – Bravo giovinotto! Questa sdegnosa protesta mi piace. Ma bada! L’umano rispetto è tal bestia, che torna facile bravarla lontana … Man mano poi che s’appressa, la ti mostra certi unghioni, che anche i forti talvolta ne hanno paura. Sai che mi fa sovvenire la tua nobile protesta? Mi fa sovvenire s. Pietro, il quale al Salvatore, che prediceva la viltà dei discepoli suoi: – t’abbandonino tutti (protestava), non io t’abbandonerò, pronto, se fia d’uopo, a dar vita per te. – E poco dopo le generose promesse, non solo fuggiva come gli altri, ma per rispetto d’una vile fantesca e di pochi soldatacci, rinnegava tre volte il Maestro. – Gli è perciò che mi permetterete, o cari giovani, di prolungare ancora un poco la mia conversazione con voi, foss’anche a costo di annoiarvi un tantino; e lasciata da parte la lanterna magica, che, a dir vero, mostra certe cose un po’ troppo al naturale, ripigli così alla buona il mio ragionare, sempre nell’intento di aggiungervi forza a combattere e vincere e calpestare co’ vostri piedi la mala bestia che è soggetto dei nostri discorsi.     

VIVA CRISTO-RE (5)

CRISTO-RE (5)

TOTH TIHAMER:

Gregor. Ed. in Padova, 1954

Imprim. Jannes Jeremich, Ep. Beris

CAPITOLO VI.

CRISTO, RE DELLA CHIESA

Chiesa Cattolica! Il mondo ha visto molte cose sublimi…, ma nessuna così sublime come questa. Ha visto i faraoni costruire le piramidi; ha visto Ciro fondare il suo grande impero; ha visto Alessandro Magno attraversare trionfalmente l’Asia; ha visto l’Impero Romano conquistare tutto il mondo conosciuto; ha visto Carlo Magno gettare le fondamenta del regno dei Franchi; ha visto gli eserciti dei Crociati riconquistare la Terra Santa; ha visto le magnifiche invenzioni dell’epoca attuale…; ma non c’è mai stata un’istituzione così sublime come la Chiesa Cattolica. Chiesa Cattolica! Quanto parlano di essa… coloro che la attaccano! Ma anche noi dobbiamo parlare di essa una volta per tutte. Chiesa Cattolica! Secondo il certificato di Battesimo, i vostri figli sono numerosi; ma non così tanti sono orgogliosi di chiamarsi Cattolici. Chiesa Cattolica! Quanti rimproveri dovete sopportare dagli estranei e dai vostri stessi figli! Eppure questa Chiesa Cattolica, così calunniata e perseguitata, è il dono più prezioso che Nostro Signore GESÙ CRISTO ci abbia dato.

I

CHE COS’È LA CHIESA?

Il Catechismo risponde alla domanda in questo modo: « La congregazione dei fedeli cristiani, il cui capo è Gesù Cristo e il Papa il suo vicario in terra ».  Qual era lo scopo del Signore nell’affidare l’insegnamento della sua dottrina ad un’istituzione così particolare? Nostro Signore Gesù Cristo non sarebbe rimasto sulla terra… Ha insegnato come dobbiamo amare Dio; ma conosceva bene la natura umana; sapeva quanto velocemente, quanto facilmente dimentichiamo e distorciamo la vera dottrina. Voleva, quindi, che ci fosse qualcuno che non si lasciasse ingannare, che salvaguardasse la sua dottrina, che osasse alzare la voce e vietare le false dottrine…; per questo motivo fondò la sua Chiesa.  Da più di duemila anni la Chiesa Cattolica proclama la dottrina di Cristo. Quante cose sono successe da allora… Quanti popoli, quante dinastie sono perite! Ma la Chiesa resta in piedi e lo sarà fino alla fine del mondo.  Beh, io sono un membro di questa Chiesa. C’è chi vanta un albero genealogico che risale a diversi secoli fa… E io? E io? Ho un albero genealogico che risale a duemila anni fa. Amo la Chiesa. Ne sono orgoglioso.  Ma da dove viene il mio santo orgoglio di essere Cattolico?

II

PERCHÉ AMO LA CHIESA?

Anche da un punto di vista puramente umano, abbiamo tutte le ragioni per essere orgogliosi della Chiesa Cattolica.  Dove possiamo trovare, ad esempio, un’istituzione che abbia lasciato in eredità all’umanità tanti preziosi tesori culturali come la Chiesa Cattolica? Nel giro di appena mille anni, essa è riuscita ad impiantare una splendida cultura artistica, scientifica ed economica in mezzo a popoli incivili. Salvò per i posteri i valori dell’antica cultura, destinata a perire al momento della grande immigrazione di popoli barbari. E l’educazione spirituale ed artistica che esercitò per lunghi secoli non poteva che fiorire, dando origine alla splendida cultura del Rinascimento. Solo chi sa come vivevano i popoli barbari può rendersi conto dell’importanza del lavoro culturale della Chiesa. È stato un lavoro sovrumano quello svolto dai monaci in Europa, insegnando ad arare e coltivare la terra, conservando e diffondendo la cultura, creando centri abitati, poi origine di importanti città. Per questo motivo la cultura europea è chiamata semplicemente « cultura cristiana ».  – E cosa dire del lavoro della Chiesa nel campo spirituale? Sappiamo che l’uomo è un insieme di corpo e anima, con una parte corporea ed una spirituale. La vita corporea la riceve dai genitori; la vita spirituale, quella della grazia, la deve alla Chiesa, sua Madre. Ha Gesù Cristo come Sposo e da Lui ha ricevuto il compito di far crescere la vita di grazia nelle anime, affinché diventino veramente figli di Dio.  Avevamo solo pochi giorni di vita, quando la nostra buona Madre, frettolosa e sollecita per la sorte delle nostre anime, venne da noi e attraverso il Sacramento del Battesimo restituì alle nostre anime la vita della grazia, perduta a causa del peccato originale, rendendoci figli di Dio, fratelli di Gesù Cristo, per i meriti della sua redenzione. Ma questa Madre premurosa non ha voluto abbandonarci dopo il Battesimo, perché sa bene che questa vita di grazia, il cui seme ha depositato in noi, deve crescere anno dopo anno. Ci accompagna fino all’ora della nostra morte. Ci rafforza (Parola di Dio), ci nutre (Eucaristia), ci difende (sana dottrina) e, se malauguratamente cadiamo in peccato mortale, ci ridona la vita di grazia attraverso il sacramento della Confessione. Chi può quantificare le innumerevoli cure che la Chiesa si prende durante la nostra vita per farci vivere la vita di Cristo, per farci raggiungere la vita eterna? Con questo possiamo già vedere qual sia il motivo più potente del nostro amore per la Chiesa. Dobbiamo amarla, certo, perché si preoccupa della vita della nostra anima, ma soprattutto perché Cristo vive in essa. Cristo è lo Sposo e la Chiesa è la sua Sposa. Non sono semplici espressioni poetiche, ma contengono una verità fondamentale del Cristianesimo: non si può parlare di Cristo senza pensare alla Chiesa. Se Cristo è il Re, la Chiesa è la Regina.  La vita della Chiesa è Cristo. Ciò che fa la Chiesa, lo fa Cristo. La Chiesa battezza: è Cristo che battezza. La Chiesa conferma: è Cristo che conferma. Sacrifica la Chiesa: è Cristo che si sacrifica. La Chiesa assolve…, benedice…, prega: è Cristo che assolve, benedice e prega. Sì: la Chiesa è la continuazione della vita di Cristo. Il Sacerdote, il Vescovo, il Papa, non sono che ministri, vicari di Cristo.  Cristo è il centro della Chiesa. Ecco perché le chiese cattoliche sono costruite intorno all’altare; l’altare rappresenta Cristo, sacerdote e vittima.  La Chiesa Cattolica è Cristo stesso, che continua a vivere in mezzo a noi. Ci rendiamo conto di cosa significhi? La Chiesa non è una filosofia, per quanto splendida possa essere, né una morale lodevole. La Chiesa Cattolica è il Cristo che rimane in mezzo a noi.  Cristo vive in mezzo a noi nel tabernacolo. Cosa fa il Signore lì? Continua a lavorare, a fare il bene: « Oggi come sempre il Padre mio opera incessantemente e io faccio altrettanto » (Joan. V: 17). Nella Chiesa abita l’Amore divino, la Sapienza eterna, Dio onnipotente, la Provvidenza divina…; lì abita il Re.  Ma abbiamo bisogno degli occhi della fede per rendercene conto. Pensate a Lui, per esempio, quando passate davanti a una Chiesa? Vi recate spesso al tabernacolo, partecipate alla santa Messa, vi sentite spinti ad entrare per salutarlo? Dimmi con quale forza ti senti attratto dal tabernacolo…, e ti dirò se sei Cattolico o meno. Sì, questo contatto vivo e amoroso dell’anima con Cristo è la Religione Cattolica, è la Chiesa. Come posso dire di amare Cristo se non penso mai a Lui? Penso ai commerci, agli altri affari, allo sport, ai divertimenti…; quando penso a Cristo? Misura il tuo grado di fede e di amore. Se siete meno attratti dal tabernacolo che da altre cose…, siete malati di cuore. E la maggior parte dei Cristiani oggi soffre proprio di questa malattia. Tutto li interessa, tutto li attrae, tutto li soddisfa…; ma chi ama Cristo?  Voglio amarlo…, voglio amare la Chiesa. E attraverso di lei, amare Cristo.

III

COME DEVO CONSIDERARE LA CHIESA?

Alla luce dei principi sopra esposti, tutte le difficoltà che possono sorgere troveranno una soluzione:

1. Pagine oscure nella storia della Chiesa.

Tutto ha un inizio su questa terra: tutto nasce, cresce e muore. Da bambino si diventa giovane, maturo, anziano, e alla fine si muore… Anche gli imperi più potenti hanno avuto la loro infanzia; la loro crescita, l’età d’oro, l’apogeo, poi la decadenza, la prostrazione e la fine. Anche la Chiesa Cattolica, poiché ha una componente umana, sperimenta in qualche modo nella sua storia tempi di prosperità e tempi di decadenza, ma rimane sempre e non muore. Inoltre, ci sono stati momenti in cui la Chiesa Cattolica, umanamente parlando, sembrava destinata a scomparire: « Ora, ora, ora! – I suoi nemici hanno gridato con entusiasmo: – Sta agonizzando, è chiaro che è arrivata la sua fine ». Ma ora arriva la cosa mirabile: proprio nel momento peggiore, la Chiesa ha riprende nuovo brio e, in modo incomprensibile, si è consolidata e ringiovanita.  Quale forza misteriosa ha la Chiesa per resistere a tutte le leggi umane e ringiovanire quando era sul punto di soccombere? Questa forza misteriosa dimostra chiaramente che la Chiesa Cattolica non è una semplice istituzione umana, ma un’istituzione divina che ha la promessa del NOSTRO SALVATORE: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla consumazione dei secoli » (Mt XXVIII, 20). Per dimostrarlo, non è necessaria la fede; è sufficiente conoscere la storia.  – 2° La convinzione che la Chiesa Cattolica sia la vera Chiesa. Questo è un altro rimprovero con cui viene attaccata. La Chiesa è consapevole di essere la vera Chiesa e per questo, ad esempio, non permette che nei matrimoni misti una parte dei figli venga educata in un’altra religione; non permette che, dopo aver benedetto una bandiera, un’altra religione la benedica.  – E lo fa non perché sia intollerante, ma perché è un’esigenza di verità. Due affermazioni contraddittorie sulla stessa cosa non possono essere vere allo stesso tempo. Due più due – non importa quante volte lo diciamo – non farà mai cinque. Pensiamo a quale indifferenza religiosa, quale declino della fede si scatenerebbe se la Chiesa Cattolica non fosse sicura di essere nella verità. Che nessuno si scandalizzi se lo dico sinceramente: Nel momento in cui la Chiesa Cattolica mi dicesse: « Va bene, non mi interessa se le altre religioni siano buone e vere o meno… » sarei il primo ad abbandonarla. Perché, allo stesso modo, nemmeno la Religione Cattolica sarebbe buona e vera.  Ma insistiamo su questo punto. Non disprezziamo le altre religioni. Per niente; stimiamo solo la nostra. Non odiamo le altre religioni. No, noi amiamo la Chiesa Cattolica. La amiamo perché crediamo che in essa viva la dottrina di Cristo, Cristo stesso; la amiamo perché Cristo Re l’ha fondata.

* * *

Non sappiamo apprezzare ciò che significhi essere Cattolici. Coloro che di solito ci riflettono sono quelli che non sono nati come tali e che, dopo lunghe lotte spirituali, sono arrivati nel seno della Chiesa. Non molto tempo fa è stato pubblicato il libro di una famosa scrittrice tedesca, Maria Bretano, Come Dio mi ha chiamato. L’autrice è passata da ballerina a suora benedettina. Ma quanto ha dovuto cercare, soffrire, lottare prima che ciò che aveva immaginato un giorno si realizzasse. , Ma quanto ha dovuto cercare, soffrire, lottare prima che un giorno si realizzasse ciò che aveva immaginato: “Se dovessi avere fede, potrei essere solo Cattolica! Sapeva cosa significasse essere Cattolici.  Non lo apprezziamo adeguatamente. Lo scolaro protestante, studente di medicina, che un giorno venne a trovarmi e mi disse con profonda nostalgia: « Signore, se fossi Cattolico, quanto spesso mi confesserei! »   Sai cosa significhi essere Cattolici? Mi trovavo in America proprio quando in Messico scoppiò la più vergognosa persecuzione dei tempi moderni contro i Cattolici. All’incredibile violenza dei massoni, la Chiesa rispose annunciando la sospensione di tutte le cerimonie religiose a partire dal 1° agosto 1926, per costringere il popolo messicano, interamente Cattolico, a prendere posizione contro il governo massonico ed oppressivo. Quando si diffuse nel Paese la notizia che il 1° agosto tutte le chiese sarebbero state chiuse, e che non ci sarebbero state Messe, né Confessioni, né Comunioni, né amministrazione dei Sacramenti della Cresima e del Matrimonio…, tutto il popolo cattolico del Messico ebbe un sussulto di dolore. Da terre lontane, dopo una faticosa marcia di diversi giorni, lunghe carovane di messicani sono arrivate nelle città e lì, per l’ultima volta, hanno invaso i recinti delle chiese, per poter confessare e ricevere per l’ultima volta il Sacratissimo Corpo di Gesù Cristo…. Migliaia di persone accorrevano ogni giorno per ricevere la Cresima e il Battesimo… e con dolore aspettavano il 1° agosto, quando tutto sarebbe cessato….  Quegli uomini sapevano cosa significasse essere Cattolici. Anche gli ungheresi sapevano cosa significasse la Chiesa quando le chiese furono chiuse nei giorni bui del comunismo. « Che la mia lingua si secchi e si attacchi al tetto della mia bocca se mi dimentico di te, o Gerusalemme » (Salmo CXXXVI: 6). Questo è ciò che si dicevano gli ebrei quando erano prigionieri in esilio. È lo stesso sentimento che viene suscitato nei cattolici quando la Chiesa è perseguitata e oppressa. Chi apprezza la Chiesa non si preoccupa di essere deriso in fabbrica o in azienda quando deve difenderla se viene attaccata ingiustamente. Rimanere fedeli alla Chiesa Cattolica significa rimanere fedeli a Gesù Cristo. Perché è la Sposa di Cristo. Cristo è il Re della Chiesa. Siamo orgogliosi di chiamarci Cattolici.

VIVA CRISTO RE (6)

LA GRAN BESTIA E LA SUA CODA (3)

LA GRAN BESTIA E LA SUA CODA (3)

LA GRAN BESTIA SVELATA AI GIOVANI

dal Padre F. MARTINENGO (Prete delle Missioni

SESTA EDIZIONE – TORINO I88O

Tip. E Libr. SALESIANA

VII. ESEMPI

Cari giovani, giovani generosi e bennati, m’accorgo che cosiffatti esempi vi piacciono, vi consolano, vi esaltano l’anima. Toglietene un altro levato di peso dalle s. Scritture. – « Eleazaro adunque; uno dei primi dottori della legge, uomo d’età avanzata e di venerando aspetto, volean quelli (i pagani) costringere a mangiar della carne di porco, aprendogli a forza la bocca. Ma egli, preferendo una gloriosissima morte ad una vita da vigliacco, volontariamente s’incammina al supplizio. E mirando a quel che gli conveniva fare, serbando stabile la pazienza, determinò di non far cosa illecita per timor della vita. « Ma quelli ch’eran presenti (suoi amici e congiunti), tocchi d’iniqua compassione, e per l’amore che a lui porvano da lungo tempo, prendendolo a parte, lo pregavano a permettere che si portassero delle carni di quelle che potevansi mangiare per fingere d’aver mangiato, secondo l’ordine del re, delle carni del sacrificio, affinché per tal mezzo si liberasse dalla morte: e questa umanità usavano con lui per l’antico affetto che gli portavano. Ma egli investitosi d’altri sentimenti degni di sua età e vecchiezza, memore dell’antica sua nobiltà e dell’ottima maniera di vita osservata fin da fanciullo, secondo i dettami della legge santa di Dio; rispose pronto e disse che avrebbe preferito l’inferno. Perocché (diss’egli) non è cosa conveniente alla nostra età il fingere: e di ciò n’avverrebbe che molti giovani, immaginandosi che Eleazaro di novant’anni fosse passato alla vita dei gentili, eglino pure per la mia finzione, e per questo poco di vita corruttibile, cadrebbero in errore; ed io, alla mia vecchiezza procaccerei infamia ed esecrazione. –  Perocché, quand’anche potessi io adesso sottrarmi al supplizi degli uomini, non potrei però né vivo né morto fuggire di mano all’Onnipotente. – Per la qual cosa, fortemente morendo, darommi a conoscere degno della mia vecchiezza; e un grand esempio lascerò alla gioventù, sopportando con animo volenteroso e costante una morte onorata per le gravissime e santissime nostre leggi. – E detto questo veniva trascinato al supplizio…. E mentre martoriando il coprivano di piaghe, gettò un sospiro e disse: – Signore, Iddio santo, che tutto vedi e conosci, tu sai che io potevo liberarmi dalla morte, e vedi i dolori atroci ch’io sostengo nel mio corpo, ma secondo lo spirito volentieri patisco tali cose per rispetto di te. – E in tal modo finì di vivere, lasciando, non solo al giovani, ma anche a tutta la nazione, la memoria della sua morte per esempio di fortezza e di virtù. – D’esempi cosiffatti ce ne somministra non pochi la storia antica sacra e profana; ma per trovarli a migliaia bisogna volgersi a’primi secoli del Cristianesimo, i secoli dei martiri. Oh quelli là sì ch’erano uomini e Cristiani! E che esercito immenso!… figuratevi, che sì contano a milioni. E quel che più ci fa meravigliare, e dirò ancora meglio, vergognare della nostra piccolezza, gli è che  quei tempi là gli stessi fanciulli e le delicate fanciulle, ci appaiono giganti. – Togliete s. Agnese. Fanciulla di tredici anni, bella, ricca, nobile, vagheggiata, invidiata da tutta Roma … Quanti giovani patrizi sospiravano a guardarla! Quanti principi ambivano la sua mano! I parenti stessila sollecitavano alle nozze, le avevano preparato lo sposo; ma la fanciulla, occultamente cristiana, a Cristo aveva votato il suo fiore, e: – che nozze, che sposo mi dite? Ah io l’ho già lo sposo! Uno sposo che mi ha eternamente inanellata con la sua gemma, uno sposo che ha cinto il mio collo di celestiali margarite, uno sposo che col castissimo bacio fa rifiorire vie più candidi e belli nel cuor mio i gigli della mia verginità. – Scoperta cristiana e tratta ai tribunali, sprezza le lusinghe, sorride alle minacce; posta ai tormenti, mentre il gentile corpicello è lacerato dai pettini ferrati, fissa gli occhi lucenti al cielo e pur favella con lo sposo; trascinata al supplizio, vi si avvia con passo così franco, con fronte così serena, che se a vece di catene fosse cinta di rose, l’avreste tolta in cambio d’una sposa che s’avvia alle nozze sospirate. – Si giunse al luogo fatale: mezza Roma era corsa al pietoso spettacolo! Ecco il ceppo funereo, e presso ad esso ritto in piedi il carnefice, che appoggiato il, fianco sulla scure, aspetta la sua vittima. Agnese vi corre bramosa col sorriso sulle labbra, s’inginocchia, china il capo, incrocia le braccia sul petto, prega alquanto in silenzio. Indi levata la testa, e girato sul folto cerchio dei pagani uno sguardo raggiante, piega il biondo capo sul ceppo e sguardando al carnefice: — suvvia! percuoti; son pronta. — A questo punto un brivido corre per l’ossa ai riguardanti, un suon confuso di gemiti e di sospiri si diffonde all’intorno, e: — povera agnelletta! (s’ode sussurrar d’ogni parte) Salvatela! non merita la morte. – Il carnefice si turba, impallidisce, sente anch’egli qualche cosa nel cuore … Alza il braccio colla scure, ma a guardare quella bionda testina, quel volto di rosa, quella pace, quella calma diffusa sull’angelica sembiante, il braccio gli trema; il colpo non scende …Agnese, che cogli occhi socchiuse aspetta l’istante che deve congiungerla allo sposo, gli apre anco una volta, e guardando il carnefice: – che non percuoti ancora? … cadde la scure sul candido collo, e l’anima bella col volo della colomba levossi al cielo. O generosa verginella del Signore, deh! Un poco della tua fortezza spira in petto ai giovanetti cristiani! – Nobile generoso giovine era pure Sebastiano. Iscrittosi fin dai primi anni alla milizia, aveva dato prove di tal valore che Diocleziano il volle alla corte tribuno della prima coorte e l’ebbe carissimo più anni. Occultamente Cristiano, i Cristiani favoriva e soccorreva largamente d’oro, di opera e di consiglio; di che scoperto e denunziato all’imperatore, tentato invano or colle carezze, or colle minacce, fu condannato alla morte; esecutori della sentenza quegli stessi soldati che poc’anzi ubbidivano ai suoi cenni. Ed ecco il valoroso tribuno, uso altre volte a combattere come un leone contro i nemici della patria, mutato in mansuetissimo agnello, lasciarsi prendere e legare dai soldati. Lo traggono in un bosco, gli strappano l’armi onorate e le vesti, lo legano ad un tronco; indi ritrattisi addietro quanto è un trar di pietre, dar di piglio ai giavellotti, e fra il crosciar delle risa e degli scherni brutali frecciarlo a gara, qual fosse una belva. Volavano fischiando per aria gli strali, e penetrando nelle candide carni, le rigavano di sangue. Il martire cogli occhi al cielo pregava. E già il suo corpo era tutto irto di frecce, il sangue scorreva a rivi e faceva pozza ai suoi piedi; quando fu visto volgere gli occhi errabondi, e piegare il capo sulla spalla. – Morto, è morto! – gridano i soldati; raccolgono l’armi, dan di piglio alle vesti dell’ucciso, ne scuotono il denaro, sel dividono altercando fra loro, e in sul partire, volgendo anco uno sguardo alla vittima, or l’uno, or l’altro, gli mandano, beffando, il saluto: — Addio, bel tribuno. — Ormai potete essere contento de’ vostri soldati. — Sicuro! e v’han servito per bene. — Addio, dormite il buon sonno. — Questi pochi ce gli andremo a bere alla vostra salute. — Cala la notte e la luna levasi tacita a compier suo viaggio pei campi solitari del firmamento. Il corpo di Sebastiano è pur là candido e vermiglio che pende legato dal tronco, come un giglio cui l’uragano ha piegato sul fragile stelo. Ma sta: sentesi un fruscio tra le piante: chi viene? Una giovine donna in abito dimesso, neglette le chiome, cogli occhi pregni di lagrime, s’appressa al sacro corpo, si prostra, gli bacia i ginocchi, lo bagna di pianto. Indi levatasi, si ritrae alquanto. e volta a due servi che silenziosi l’han seguita sin là: — scioglietelo, dice loro. — Sciolto il corpo, e distesolo su un candido lenzuolo facean prova di svellerne gli strali dalle carni, quando sentono, o par loro, un sospiro: Ei vive ; vive ancora! — La donna di subito si china sul corpo, gli pone la mano sul cuore e: (ripete) vive ancora. Oh Dio, ti ringrazio! Il santo martire è portato a casa d’Irene, trattato dalla pia donna con infinite cure e rispettoso amore; tantoché a poco a poco sì rimargina ogni ferita e Sebastiano torna sano e vigoroso come prima. — Giovani miei, or che credete facesse Sebastiano di una vita così prodigiosamente recuperata. Non conoscete ancora il giovine valoroso. Ei presentasi all’imperatore mentre usciva di palazzo circondato dai suoi favoriti, scortato dalle sue guardie, e con fronte alta e ferma voce: – Mi conosci tu, o imperatore? … Diocleziano allibisce, trema, s’arresta, e con voce soffocata dallapaura: – Sebastiano!…. Chi ha richiamato in vita costui? … – Il mio Dio (risponde Sebastiano) il mio Dio mi ha salvato prodigiosamente la vita; e questo Dio onnipossente or mi manda a te ad intimarti: cessa dall’incrudelire più oltre nel sangue cristiano, se no, l’ira del cielo…. — L’ira del cielo sovra te, sciagurato! (gli tuona contro l’imperatore). Guardie, incatenatemi costui e flagellatelo a morte. Così fu fatto, e Sebastiano due volte martire lasciò in quel momentola vita. – O invitto eroe di Cristo, volgi uno sguardo dal cielo sulla care gioventù; e intenda una volta qual è valor d’uomo e virtù di cristiano.

LA GRAN BESTIA E LA SUA CODA (4)

VIVA CRISTO-RE (4)

CRISTO-RE (4)

TOTH TIHAMER:

Gregor. Ed. in Padova, 1954

Imprim. Jannes Jeremich, Ep. Beris

CAPITOLO V

CRISTO, RE DELLA PATRIA ETERNA

Passiamo ora all’affare più importante: quello della vita eterna. Possiamo dividere i Cattolici in tre tipi. Ci sono Cattolici battezzati (Cattolici non propriamente Cristiani, ma Cattolici cristianizzati) che, pur essendo Cattolici secondo il loro certificato di Battesimo, conducono una vita che non è affatto cristiana. Sono i rami secchi dell’albero della Chiesa. Ci sono poi i Cattolici della domenica, che sono Cattolici solo la domenica, quando vanno a Messa, ma per il resto della settimana non lo sono più, e si nota appena. Sono i figli malati. Grazie a Dio, c’è un terzo gruppo: i Cattolici di tutti i giorni, che non vanno in Chiesa solo la domenica, ma sono Cattolici tutti i giorni della settimana, e cercano sempre di fare la volontà di Dio, pregano un po’ ogni mattina e si confessano spesso. Sono coloro che vanno a letto la sera con questo pensiero: « Mio Signore, oggi ho vissuto come avrei dovuto? Siete contento di me?  Pensiamo che se non ci sono molti apostoli, è perché ci sono pochi Cattolici di tutti i giorni. Ma perché ci sono così pochi Cattolici che vivono la loro fede ogni giorno? Perché non pensiamo alla vita eterna, come hanno fatto i Santi! Perché non abbiamo gli occhi fissi su Dio, sulla vita eterna, sull’aldilà. Quando le prove ci sommergono, non sappiamo alzare gli occhi al cielo come fece il primo martire della Chiesa, Santo Stefano: “Alzati gli occhi al cielo, vide la gloria di Dio e Gesù alla destra di Dio” (At. VII, 55). I Santi erano uomini come noi, hanno dovuto lottare e hanno incontrato sul loro cammino gli stessi ostacoli o di più grandi di quelli che abbiamo incontrato noi; gli avversari che li hanno combattuti erano, più o meno, come quelli che attaccano noi; le stesse tentazioni e difficoltà…. Ma essi meditavano continuamente su queste tre domande: Chi è Dio? Qual è il fine di questa vita terrena? E cos’è la vita eterna? Potremmo dire che quando sentivano il peso della vita, “… fissavano gli occhi al cielo e vedevano la gloria di Dio e di Gesù, che era alla destra del Padre”.

Chi è Dio per me? Molti, anche se non lo confessano apertamente, la pensano così: Dio è un essere altissimo, eccelso, maestoso, sovrano di tutto, che sta in cielo, lontano, che viene venerato ogni domenica… ma che non conta nulla nella vita quotidiana, nel lavoro, nella casa, nella società, nella politica… Ma i Santi non la pensavano così. Per loro Dio non è lontano. È in mezzo a noi, ovunque. Ovunque mi giri, in Lui « vivo, mi muovo ed esisto ». Non potrò mai fuggire dalla Sua presenza. Noi, se siamo sopraffatti dagli ostacoli, dalle difficoltà, ci disperiamo e diciamo: « Mio Dio, merito tutto questo, perché mi punisci? ». In questo modo, facilmente ci raffreddiamo nel nostro amore per Dio. E i Santi? I Santi vedevano la volontà del Signore in ogni cosa. Noi ci ribelliamo quando siamo feriti dalla malattia o dalla sfortuna. Cosa facevano i Santi in queste circostanze? Baciavano la mano di Colui che li castigava: « Padre, punitemi; eccomi, eccomi, castigatemi, mettetemi tra le fiamme, purché mi mostriate misericordia nell’eternità » (SANT’AGOSTINO). Noi ci lamentiamo: « Quanti problemi mi provoca questo malato, quanto è insopportabile quest’uomo! » E i Santi? Si sono detti: «”Quest’uomo è fratello di Cristo, e qualsiasi cosa io faccia per lui, la faccio per Cristo ». E alcuni arrivavano persino a baciare le ferite dei malati, per vincerere se stessi. Quanto siamo lontani dai Santi nel nostro modo di pensare a Dio!

Qual è il fine di questa vita terrena? Cosa significa per me questa vita? Per alcuni questa vita non è altro che una ricerca di piaceri peccaminosi. Per altri, si tratta di una mera somma di anni, metà dei quali trascorsi a sognare con nostalgia: « Come stavo bene », e l’altra metà con paura: « Cosa ne sarà di me in futuro? » Ci sono persone che considerano questa vita come un continuo dolore il cui unico scopo è quello di ottenere un po’ di conforto; questo e nient’altro. Come quel vecchio malato a cui il medico consigliò una cura molto costosa e che si lamentò con lui dicendo: « Vede, dottore, che strano è quest’uomo. In gioventù dà la salute in cambio del denaro; e quando invecchia, dà il denaro in cambio della salute ». La verità è che non siamo mai soddisfatti. Pensiamo sempre che gli altri stiano meglio di noi. Ci comportiamo come quel tagliapietre cinese. Un giorno, mentre stava noiosamente scalfendo la pietra, riflettendo sulla monotonia della sua vita, gli passò accanto l’imperatore, accompagnato da un brillante seguito. Era appollaiato su un enorme elefante, sotto un baldacchino d’oro; la sua corona scintillava di diamanti; un magnifico esercito di ministri, soldati e cortigiani lo accompagnava. Lo scalpellino ammirato si disse: “Oh, se solo potessi essere imperatore! E nello stesso istante si trasformò in un imperatore. Ora era lui a sedere sotto un baldacchino d’oro; era signore di milioni di uomini, e al suo gesto i ministri e i capi dell’esercito si inchinavano a terra. Ma quel giorno il sole era troppo caldo e l’imperatore continuava ad asciugarsi la fronte. Alla fine si arrabbiò, perché vide che il sole era più forte di lui. Ed esclamò con rabbia: -Voglio essere il sole! Nello stesso momento si trasformò in sole. Era a suo agio, splendente nella volta celeste, ed emanava così tanto calore che gli uomini e gli animali della terra camminavano ansimando…, l’erba si seccava e la terra si spaccava. E questo lo divertiva molto. Ma all’improvviso una densa nube nerastra gli si parò davanti. Il sole cercò di irradiare più calore, ma invano: i raggi non riuscivano a penetrare la densa nuvola. Saltò in piedi per la rabbia ed esclamò: -Voglio essere una nuvola! E si trasformò in una nuvola. Con furia sfrenata fece cadere la pioggia sulla terra; i torrenti e i fiumi, pieni d’acqua, ruppero gli argini, la corrente spazzò via le case, gli uomini furono annegati, ma la pioggia non fu sufficiente… infatti un gigantesco masso si ergeva inamovibile al suo posto. La nuvola esclamò con rabbia: – Ma cos’è questo? Questo masso osa sfidarmi? Voglio essere un masso! E divenne un masso. Era soddisfatto. Rimase orgogliosamente al suo posto e non fu danneggiato né dall’arsura del sole né dalla pioggia delle nuvole. Ma un giorno arrivò un uomo che gli conficcò un becco affilato. – Oh, cos’è questo?, gridò il masso. Questo scalpellino è più potente di me? Voglio essere uno scalpellino! E in quel momento tornò ad essere uno scalpellino. E da quel momento in poi fu felice della sua sorte. – È così anche per noi: trascorriamo la nostra vita in un costante sgomento. I Santi non la pensavano così. Per loro la vita era compiere la volontà di Dio giorno per giorno. Per loro l’anima era una veste bianca che dovevano mantenere immacolata fino al giorno della morte, così come il Padre celeste l’aveva data loro. Per loro la vita era un accumulo di ricchezze di valore eterno, non di inutili cianfrusaglie arrugginite o tarlate. Non vivevano nel ricordo del passato o nella paura del futuro. Per loro c’era solo una cosa importante: oggi, in questo momento, qual è la volontà di Dio, come posso accumulare tesori per la vita eterna? Sì, per la vita eterna! E con questo arriviamo alla terza domanda, la più importante e decisiva, da cui dipende tutto:

Che cos’è per me la vita eterna, come la valuto, penso costantemente al cielo? Sappiamo come gli Apostoli hanno vissuto e sono morti, con lo sguardo rivolto alla vita eterna. Quando Pietro fu inchiodato alla croce con la testa in basso, cosa gli diede forza? Quando Andrea abbracciò con amore la croce prima di morire, cosa lo incoraggiò? Quando Paolo chinò il capo sotto la scure del boia, cosa gli diede animo e coraggio? La Vita eterna! Essi Videro i cieli aperti e Cristo Re alla destra del Padre. È la stessa cosa che hanno fatto i martiri, mentre venivano sbranati dalle bestie feroci. Anche i Santi hanno spesso vissuto pensando alla vita eterna. Le sofferenze patite non sono nulla in confronto alla felicità di cui godono ora .. qui, lacrime, sudore, lotte…; là, perle preziose della corona celeste. Davanti ad una simile prospettiva, pensavano, vale la pena di soffrire.

Credo davvero nel Cielo?

Ogni volta che recitiamo il Credo lo confessiamo a parole: « Credo nella vita eterna ». Non siamo forse di quelli che dicono: « forse, forse…, chissà, forse c’è qualcosa dopo la morte »… Sono forse come quel soldato della fede che nel bel mezzo della battaglia pregava così? «”Mio Dio (se Tu esisti) salva la mia anima (se c’è un’anima), affinché io non sia condannato (se c’è una condanna), e così possa ottenere la vita eterna (se c’è vita oltre la morte) »? La mia fede è più solida di questa fede traballante? Credo fermamente che ci sia la vita eterna, che vivrò in eterno? Qualcuno obietterà, forse, che nella tomba tutto marcisce, tutto diventa polvere…, e quindi come può nascere la vita lì? Il chicco di grano seminato in autunno potrebbe dire la stessa cosa: intorno a me tutto è marciume, fango, ghiaccio…, come può nascere la vita qui? Eppure nascerà, e che germoglio vigoroso spunterà in primavera! Mi si dirà: « Tutto è così immobile nella tomba! Come può germogliare la vita lì? » Lo stesso si potrebbe dire del verme quando si chiude nel suo bozzolo e giace come morto nella sua bara per settimane. Eppure, che farfalla dai colori cangianti emerge dalla crisalide, apparentemente morta! Tutto cade, tutto perisce…. Posso dunque affermare che esiste la vita eterna? Mio padre viene seppellito, mia moglie muore…; so dire nonostante tutto: c’è la vita eterna? Sono vicino al peccato, sto per cadere nelle sue insidie…; so come incoraggiarmi a resistere confessando che c’è la vita eterna? Le disgrazie quasi mi schiacciano…; so come consolarmi con questa fede: c’è la vita eterna? Se non c’è un “aldilà”…, allora questo mondo è folle; non serve a nulla l’essere onesti; si apre un ampio campo all’inganno ed alla rapina; l’importante è godersi questa vita il più possibile. Ma cosa devo dire? Se non c’è vita eterna, allora Dio è crudele, allora non c’è Dio; perché non è possibile che ci abbia creato per questa vita miserabile, solo per questa vita terrena. San Paolo non la pensava diversamente quando disse: «”Che mi giova aver combattuto contro bestie feroci a Efeso, se i morti non risorgono? In tal caso, pensiamo solo a mangiare e a bere, perché domani moriremo » (cfr. I Cor XV, 32). Ricordiamo ancora una volta la lezione che ci hanno dato i Santi. Per loro la vita eterna era la vera vita e questa vita di sotto era solo un’ombra. Per essi la vita eterna era il grande libro e questa vita qui era solo il prologo, l’introduzione al libro. Per loro la vera patria era la vita eterna, mentre questa vita sulla terra non era che una «”valle di lacrime ». Eppure sapevano come rallegrarsi quando la giornata era soleggiata. Sapevano godersi il cinguettio degli uccelli. E anche loro hanno combattuto e fatto il loro dovere. Per farlo in modo eroico come hanno fatto, hanno attinto forza dal pensiero della vita eterna. Vivevano con il desiderio del paradiso. Noi Cattolici desideriamo la nostra vera patria, ma non per questo odiamo questo mondo. Questo desiderio ci spinge ad essere coraggiosi. Questo desiderio ci fa dimenticare i nostri dolori. Questa nostalgia ci spinge a pregare quando le disgrazie o le angosce ci opprimono. Così possiamo sorridere a noi stessi nei giorni più bui; sappiamo che tutte le nostre disgrazie sono ordinate da Dio per il nostro bene. Quando il cielo è nuvoloso e scuro, so che sopra le nuvole splende il sole. Al di sopra delle disgrazie di questa vita, c’è la vita eterna.

4º C’è un pensiero che può aiutarmi molto: che ne sarà di me tra novant’anni? Sarò a casa. A casa? Non certo qui, non in una tale o tal’altra città o villaggio, ma nella mia vera casa, in cielo, nella patria eterna. Dio mi conceda di essere nella prossima vita in cielo, a gioire con Dio; allora ricorderò tutta la mia vita come un sogno. Per quanto difficile possa essere stato, per quanto pieno di gioia…, non sarà altro che un sogno. Oh, come mi ricordo di questa o di quella cosa; pensavo che non avrei mai potuto separarmene, e ora… vedo che era una sciocchezza. Ho sofferto molto, ho sofferto, e ora… vedo che sarebbe stato molto vantaggioso soffrire ancora di più per amore di Dio. Come ci sembrerà tutto diverso da lassù, per tutta la vita! Cosa siete stato sulla terra? Un ministro? Ebbene, ciò che vi interessa ora non è la carica che avete ricoperto, ma se siete stati onorevoli e avete fatto il vostro dovere. Siete stato un insegnante? Ora, ciò che vi riempie di gioia non è il numero di libri che avete scritto, ma se avete nobilitato l’anima dello studente che vi è stato affidato. Cosa siete stato, un imprenditore? Non siete più orgogliosi delle imprese che avete gestito, ma di essere stati fedeli a Dio facendo la Sua volontà e non facendo affari illeciti. Che cosa siete stata? Una madre di famiglia? Ciò che vi consola non è il prestigio sociale che avete raggiunto nella società, ma il fatto che abbiate insegnato ai vostri figli a pregare, mattina e sera. E direte con sorpresa: Mio Dio, che capricci ho fatto per così poche cose! E ancora: perché ho taciuto quando avrei potuto interrompere quella conversazione immorale? Quante anime avrei potuto salvare! Perché sono stato vigliacco? Perché ho dato libero sfogo ai miei desideri malvagi? Perché non mi sono mai rifiutato nulla? Come ho potuto dare credito a tante parole vuote e frivole? E c’è un dato che non può essere discusso. Qualsiasi pentimento sarà allora troppo tardivo. – Non è troppo tardi ora. È il momento giusto per imparare la grande saggezza: dobbiamo dirigere tutta la nostra vita, tutte le nostre azioni, verso la vita eterna. Tutti noi passiamo attraverso abbondanti sofferenze e prove. Non sprechiamoli inutilmente. La vita è spesso, per tutti noi, un martirio. Che le nostre sofferenze ci servano per raggiungere la corona eterna. Solo così saremo vincitori e non vinti. Solo così arriveremo a casa, la nostra casa celeste, dove ci aspetta nostro Padre e Gesù Cristo Re. Dobbiamo essere pilastri, rocce e non sabbia, terreno melmoso. Solo così potremo resistere in questo mondo moralmente corrotto. Il pilastro non vacilla. La roccia non vacilla di fronte al torrente impetuoso del peccato. Soffro per questo? Faccio fatica a rimanere così? È possibile. Cado? No, non cadrò! Cristo è il Re della vita eterna e io voglio ereditarla. Dio mi ha creato per la vita eterna, e lì mi aspetta… a patto che io perseveri con Lui. Devo lavorare di giorno, finché c’è luce, prima che il sole tramonti, prima che la morte mi assalga.

II

Una storia russa racconta di un contadino che viveva felicemente nel suo lontano paese; non era ricco, ma aveva abbastanza per vivere felicemente…. Finché un giorno gli capitò tra le mani un giornale maledetto. In quel giornale lesse la notizia che nella terra della tribù dei Bashkir c’erano ancora grandi territori non occupati e che c’era un’usanza secondo la quale, se qualcuno nelle prime ore del mattino avesse deposto un berretto pieno di rubli d’oro ai piedi del capo dei Bashkir, sarebbe potuto diventare proprietario di tutti i territori che avrebbe potuto circondare in un giorno, a una condizione: sarebbe dovuto tornare nello stesso luogo da cui era partito prima del tramonto. Vendette tutti i suoi beni e riuscì a raccogliere solo l’oro sufficiente per riempire il suo cappello. Dopo un lungo pellegrinaggio, arrivò nella terra dei Bashkir. Il capo confermò la promessa e diede anche un buon avvertimento al contadino: « Prima del tramonto dovrai essere di nuovo qui, su questa collina da cui stai partendo per il tuo viaggio. Perché se venite un minuto dopo…. avrete perso l’oro e la terra ». All’alba, con il cinguettio degli uccelli, il contadino si mise in viaggio con grande gioia. Com’era bella la campagna! Tutta questa terra sarà mia! Il pensiero lo riempì di soddisfazione. Qui le mie colture ondeggeranno…; laggiù, un piccolo bosco…, magnifico!…, anch’io lo farò girare. Laggiù il pascolo…; lo recingerò anch’io, deve essere anche mio. Stava camminando…, l’uomo stava camminando…. Era già mezzogiorno. Non sarebbe male tornare indietro. Ma no. Là, più lontano, c’è un pezzo di terra anch’esso magnifico…; no, non posso lasciarlo…, andrò più veloce sulla via del ritorno. Ma quel pezzo di terra era più grande di quanto pensasse. Non importa, torno indietro di corsa. Alla fine si voltò e si mise sulla via del ritorno. Il sole stava calando rapidamente. Non sarà sbagliato andare un po’ più veloce. Il capo e gli uomini sembravano salutarlo. Ma quanto sono ancora lontani! Naturalmente, ora deve andare in salita. Prima andava in discesa, ed è così facile andare in discesa e così difficile andare in salita! Allunga le braccia e inizia a correre in salita. Ma anche il sole sta calando velocemente. Oh, se solo arrivasse in tempo. Dall’alto gli fanno cenno, sente già le voci. Comincia a sentire il cuore che batte all’impazzata e sembra che un coltello affilato gli stia tagliando i polmoni. Corre, corre senza tregua: « Ahimè, forse tutto è perduto! ». Il volto infuocato del sole lo sta già guardando dall’orizzonte lontano. Gli occhi del contadino si annebbiano e nella sua mente emerge improvvisamente un pensiero terribile: « Terra, denaro, lavoro, vita, tutto, tutto è perduto! È stato tutto inutile! ». Raccoglie le forze che gli sono rimaste: si aggrappa all’erba, barcolla, cade, si rialza. Si vede solo un pezzetto di sole: i suoi ultimi raggi cadono proprio sull’oro che brilla nel cappello…. L’oro brilla…, no, non deve essere perso…, mancano solo venti metri…, ancora dieci…, ancora cinque…. E poi, poi il sole … il sole tramonta, il contadino vacilla e crolla, il sangue gli inonda gli occhi, qualche altra convulsione… e muore! Il capo lancia una zappa a uno dei suoi servi: « Scavate una fossa lunga due metri e profonda un metro. Questa terra è sufficiente per un uomo solo ». Così poca terra è sufficiente per un solo uomo! E corriamo! E ci spingiamo a vicenda! E soffriamo! E ci consumiamo! E il sole tramonta…, giù, giù, giù, giù… Non dimentichiamo quindi che, prima che il sole tramonti, dobbiamo tornare al luogo da cui siamo usciti, all’inizio della nostra vita…, dobbiamo tornare… a casa…, alla casa del nostro Padre celeste.

VIVA CRISTO-RE (5)

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S.S. LEONE XIII – “DEPUIS LE JOUR”

Depuis le jour è un’Enciclica scritta in francese ed indirizzata ai Vescovi di Francia, ma rivolta in pratica a tutti i Vescovi e Sacerdoti cattolici di ogni tempo e di ogni luogo, e che serve oggi a noi per capire cosa significhi essere un Sacerdote cattolico vero per distinguerlo dalle sue contraffazioni moderniste attuali. In particolare acquistano un peso straordinario le seguenti parole: « In presenza degli sforzi concordi dell’incredulità e dell’eresia per consumare la rovina della fede cattolica, sarebbe un vero delitto per il clero rimanersene esitante e inerte. In mezzo a un così vasto dilagare di errori, di un tal conflitto di opinioni, egli non può venir meno alla propria missione che è di difendere il dogma attaccato, la morale travisata e la giustizia così spesso misconosciuta. Ad esso spetta di opporsi come un baluardo all’errore invadente e alla mal dissimulata eresia; ad esso sorvegliare i movimenti dei fautori dell’empietà che insidiano la fede e l’onore di questa cattolica contrada, ad esso smascherare le loro frodi e additare le loro insidie; ad esso premunire i semplici, rafforzare i timidi, aprire gli occhi ai ciechi. » Se questi insegnamenti fossero stati recepiti ed applicati dai Sacerdoti, Vescovi e prelati tutti, essi non sarebbero caduti nel tranello del falso Concilio c. d. Vaticano II, e nelle trappole di tutti gli abomini dottrinali postconciliari ancora oggi in costante “evoluzione”. Se si fossero preparati in modo coscienzioso e zelante, come il loro ruolo richiedeva, avrebbero preso le distanze dalle eresie pur grossolane professate dagli antipapi che si sono susseguiti dal 1958 in poi sino ad oggi. Invece per rispetto umano, per mantenere cariche e prebende, e per somma ignoranza teologica dogmatica e morale, si sono adattati alla falsa fede, diciamolo chiaramente: sono caduti nella totale apostasia. Questo ha permesso al Signore per setacciare e separare la crusca dal fior di farina, … purtroppo molta crusca e pochissima farina. Godiamoci questa bella Enciclica, ricca di dottrina, sapienza umana, morale, dottrinale e disciplinare di S. S. LEONE XIII.

Leone XIII
Depuis le jour

Lettera Enciclica

La formazione del clero in Francia

8 settembre 1899

Fin dal giorno in cui siamo stati elevati alla Cattedra pontificia, la Francia è stata l’oggetto costante della Nostra sollecitudine e del Nostro particolarissimo affetto. Nel corso dei secoli, infatti, mosso dagli insondabili disegni della sua misericordia sul mondo, proprio in essa Dio ha scelto di preferenza gli apostoli destinati a predicare la vera fede fino ai confini della terra, e a portare la luce dell’Evangelo alle nazioni ancora immerse nelle tenebre del paganesimo. Egli l’ha predestinata ad essere il difensore della sua chiesa e lo strumento delle sue grandi opere: “Le imprese di Dio per mezzo dei Franchi”. A una così alta missione, corrispondono evidentemente numerosi e gravi doveri. Desiderosi, come i Nostri predecessori, di vedere la Francia portare fedelmente a compimento il glorioso mandato di cui ha ricevuto l’incarico, le abbiamo già più volte rivolto, durante il Nostro lungo pontificato, i Nostri consigli, il Nostro incoraggiamento, le Nostre esortazioni. Lo abbiamo fatto in modo del tutto speciale nella Nostra lettera enciclica dell’8 febbraio 1984, Nobilissima Gallorum gens, e nella Nostra lettera del 16 febbraio 1892, pubblicata in lingua francese e che comincia con queste parole: Au milieu des sollicitudes. Le Nostre parole non sono rimaste infruttuose, e Noi sappiamo da parte vostra, venerabili fratelli, che una gran parte del popolo francese mantiene sempre in onore la fede dei suoi avi e adempie con fedeltà i doveri che essa impone. Non possiamo d’altra parte ignorare che i nemici di questa fede non sono rimasti inattivi, e che sono giunti ad allontanare da ogni principio religioso un gran numero di famiglie che, per questo motivo, vivono ora in una deplorevole ignoranza della verità rivelata, e in una completa indifferenza per tutto ciò che riguarda i loro interessi spirituali e la salvezza delle loro anime. – Se dunque, e a buon diritto, Ci congratuliamo con la Francia per il suo essere un focolare di apostolato per le nazioni infedeli, dobbiamo anche incoraggiare gli sforzi di quelli fra i suoi figli che, arruolati nel sacerdozio di Gesù Cristo, lavorano all’evangelizzazione dei loro compatrioti, e alla loro difesa contro l’irrompere del naturalismo e dell’incredulità, con le loro funeste e inevitabili conseguenze. Chiamati dalla volontà di Dio ad essere i salvatori del mondo, i sacerdoti devono sempre, e prima di tutto, ricordarsi di essere, in virtù dell’istituzione stessa di Gesù Cristo, il “sale della terra” (Mt V,13), per cui s. Paolo, scrivendo al suo discepolo Timoteo, conclude a ragione “che devono essere esempio ai fedeli nelle parole, nel comportamento, nella carità, nella fede, nella purezza” (1Tm IV, 12). – Che tale sia il clero di Francia, preso nel suo insieme, è per Noi sempre, venerabili fratelli, una grande consolazione il venirlo a sapere, sia mediante le relazioni quadriennali che Ci inviate sullo stato delle vostre diocesi, in conformità con la costituzione di Sisto V; sia mediante le comunicazioni verbali che riceviamo da voi, quando abbiamo la gioia di intrattenerci con voi e di ricevere le vostre confidenze. Sì, la dignità della vita, l’ardore della fede, lo spirito di dedizione e di sacrificio, lo slancio e la generosità dello zelo, la carità inesauribile verso il prossimo, la vigoria in tutte le nobili e feconde imprese che hanno come scopo la gloria di Dio, la salvezza delle anime, il bene della patria: queste sono le tradizionali e preziose qualità del clero francese, alle quali Noi siamo ben felici di poter rendere qui una pubblica e paterna testimonianza. Tuttavia, proprio a motivo del tenero e profondo affetto che gli portiamo; e insieme per adempiere al dovere del Nostro ministero apostolico, e per rispondere al Nostro vivo desiderio di vederlo rimanere sempre all’altezza della sua grande missione, abbiamo deciso, venerabili fratelli, di trattare nella presente lettera alcuni punti che le attuali circostanze raccomandano con la massima urgenza alla coscienziosa attenzione dei primi pastori della chiesa di Francia, e dei sacerdoti che lavorano sotto la loro autorità. – In primo luogo è assolutamente evidente che quanto più un ufficio è elevato, complesso, difficile, tanto più lunga e accurata deve essere la preparazione di coloro che sono chiamati ad adempierlo. Esiste forse una dignità sulla terra più alta di quella del Sacerdozio, e un ministero che impone una responsabilità più pesante di quello che ha per oggetto la santificazione di tutti gli atti liberi dell’uomo? Non è forse del governo delle anime che i Padri con ragione hanno detto che è “l’arte delle arti”, cioè il più importante e il più delicato di tutti i lavori ai quali un uomo possa applicarsi per l’utilità dei suoi simili “ars artium regimen animarum” Nulla dunque dovrà essere trascurato per preparare ad adempiere degnamente e con frutto siffatta missione coloro che sono chiamati da una vocazione divina. – Prima di tutto è necessario discernere, fra i fanciulli, coloro in cui l’Altissimo ha deposto il germe di una tale vocazione. Sappiamo che, in un certo numero di diocesi di Francia, grazie alle vostre sapienti raccomandazioni, i Sacerdoti delle parrocchie, soprattutto nelle campagne, si applicano, con uno zelo e una abnegazione degni di ogni lode da parte Nostra, a dare inizio essi stessi agli studi elementari dei fanciulli nei quali abbiano riscontrato serie disposizioni alla pietà e attitudini al lavoro intellettuale. Le scuole presbiterali sono così come il primo gradino di questa scala ascendente che, prima per mezzo dei seminari minori, poi per mezzo dei seminari maggiori, farà salire fino al sacerdozio i giovani ai quali il Salvatore ha ripetuto la chiamata rivolta a Pietro e Andrea, a Giovanni e Giacomo: “Lasciate le vostre reti; seguitemi; vi farò pescatori di uomini” (Mt IV, 19). – Per quel che riguarda i seminari minori, questa validissima istituzione è stata spesso paragonata a quei vivai dove sono riposte le piante che esigono cure speciali e assidue, per mezzo delle quali soltanto esse possono portare frutti e compensare delle loro fatiche quelli che si dedicano alla loro coltivazione. Noi rinnoviamo a questo riguardo la raccomandazione che, nella sua enciclica dell’8 dicembre 1849, il nostro predecessore Pio IX rivolgeva ai Vescovi. Questa si riferiva a una delle più importanti decisioni dei padri del Concilio di Trento. La chiesa di Francia può davvero farsene gloria, per averne fatto tesoro in questo secolo presente, poiché non vi è nessuna delle 94 diocesi di cui si compone che non sia dotata di uno o più seminari minori. – Noi sappiamo, venerabili fratelli, con quali sollecitudini circondate queste istituzioni così giustamente care al vostro zelo pastorale, e Noi ci rallegriamo con voi. I sacerdoti che, sotto la vostra alta direzione, lavorano alla formazione della gioventù chiamata ad arruolarsi successivamente nei ranghi della milizia sacerdotale, non potranno mai meditare a sufficienza davanti a Dio l’eccezionale importanza della missione che voi loro affidate. Non si tratta affatto per loro, come per la generalità dei maestri, di insegnare semplicemente ai fanciulli gli elementi delle lettere e delle scienze umane. Questa è solo la parte minore del loro compito. Bisogna che la loro attenzione, il loro zelo, la loro dedizione siano incessantemente vigili e attive, per studiare continuamente, da una parte, sotto lo sguardo e alla luce di Dio, le anime dei fanciulli e gli indizi significativi della loro vocazione al servizio dell’altare; dall’altra, per aiutare l’inesperienza e la debolezza dei loro giovani discepoli, a proteggere la grazia così preziosa della chiamata divina contro tutte le influenze funeste, sia esteriori che interiori. Debbono dunque adempiere un ministero umile, laborioso, delicato che esige una costante abnegazione. Per sostenere il loro coraggio nel compimento dei loro doveri, avranno cura di ritemprarlo alle fonti più pure dello spirito di fede. Non perderanno mai di vista che non debbono preparare per delle funzioni terrene, legittime e onorevoli che siano, i fanciulli di cui formano l’intelligenza, il cuore e il carattere. La Chiesa li affida a loro perché diventino capaci un giorno di essere Sacerdoti, cioè missionari dell’Evangelo, continuatori dell’opera di Gesù Cristo, distributori della sua grazia e dei suoi sacramenti. Questa considerazione tutta sovrannaturale si compenetri continuamente alla loro duplice azione di professori e di educatori, e sia come quel lievito che deve essere impastato con il miglior frumento, secondo la parabola evangelica, per trasformarsi in un pane fragrante e sostanzioso (Mt XIII, 33). – Se la preoccupazione costante di una prima e indispensabile formazione allo spirito e alle virtù sacerdotali deve ispirare i maestri dei vostri seminari minori nelle loro relazioni con gli allievi, è ancora a questa medesima idea principale e direttrice che dovranno riferirsi il piano di studi, e tutta l’economia della disciplina. Non ignoriamo, venerabili fratelli, che, in una certa misura, siete costretti a tenere conto dei programmi dello stato e delle condizione poste da quest’ultimo per il conseguimento dei gradi universitari, poiché, in un certo numero di casi, questi gradi sono necessari per i Sacerdoti utilizzati sia nella direzione dei liberi collegi, posti sotto la tutela dei Vescovi o delle Congregazioni religiose, sia per l’insegnamento superiore nelle facoltà cattoliche che voi avete così lodevolmente fondato. D’altra parte, è di supremo interesse, per conservare l’influenza del clero sulla società, che questo conti nelle sue fila un numero molto elevato di Sacerdoti che non siano inferiori in nulla per la scienza, di cui i gradi sono la constatazione ufficiale, ai maestri che lo stato forma per i suoi licei e per le sue università. – Tuttavia, e dopo aver dato a questa esigenza dei programmi la parte richiesta dalle circostanze, bisogna che gli studi di coloro che aspirano al sacerdozio restino fedeli ai metodi tradizionali dei secoli passati. Sono questi che hanno formato gli uomini eminenti di cui la chiesa di Francia va orgogliosa a così giusto titolo, i Pétau, i Thomassin, i Mabillon e tanti altri, senza parlare del vostro Bossuet, chiamato l’aquila di Meaux, perché, sia per l’elevatezza dei pensieri, sia per la nobiltà del linguaggio, il suo genio aleggia nelle più sublimi regioni della scienza e dell’eloquenza cristiana. Ora, è lo studio delle belle lettere che ha potentemente aiutato questi uomini a diventare così validi e utili operai al servizio della Chiesa, e li ha resi capaci di comporre delle opere veramente degne di passare ai posteri e che contribuiscono ancora ai nostri giorni alla difesa e alla diffusione della verità rivelata. Sono proprio le belle lettere infatti, quando sono insegnate da abili maestri cristiani, quelle che sviluppano rapidamente nell’anima dei giovani tutti i germi della vita intellettuale e morale, e insieme contribuiscono a dare al giudizio rettitudine e ampiezza, e al linguaggio eleganza e distinzione. – Questa considerazione acquista una speciale importanza quando si tratta della letteratura greca e latina, depositaria dei capolavori di scienza sacra che la Chiesa conta a buon diritto fra i suoi tesori più preziosi. Mezzo secolo fa, in quel troppo breve periodo di vera libertà, durante il quale i Vescovi di Francia potevano riunirsi e concertare le misure che ritenevano le più idonee a favorire i progressi della Religione e, nello stesso tempo, le più favorevoli per la pace pubblica, parecchi dei vostri concili provinciali, venerabili fratelli, raccomandarono nel modo più esplicito lo studio e l’esercizio della lingua e della letteratura latine. I vostri colleghi di quel tempo deploravano già il fatto che, nel vostro paese, la conoscenza del latino tendesse a diminuire. – Se, dopo parecchi anni, i metodi pedagogici in vigore negli istituti statali riducono progressivamente lo studio della lingua latina, e sopprimono le esercitazioni di prosa e di poesia che i nostri predecessori ritenevano a buon diritto che dovessero avere un posto rilevante nelle classi dei collegi, i seminari minori si guarderanno bene da queste innovazioni ispirate da preoccupazioni utilitaristiche, e che si volgono a danno della solida formazione dello spirito. A questi antichi metodi, tante volte giustificati a motivo dei loro risultati, Noi applicheremo volentieri il motto di s. Paolo al suo discepolo Timoteo, e con l’Apostolo noi vi diremo, venerabili fratelli, “Custoditene il deposito” (ITm VI, 20), con cura gelosa. Se un giorno, Dio non voglia, dovessero completamente sparire dalle altre scuole pubbliche, i vostri seminari minori e i liberi collegi li custodiscano con una intelligente e patriottica premura. Imiterete così i sacerdoti di Gerusalemme che, volendo sottrarre ai barbari invasori il fuoco sacro del tempio, lo nascosero, in modo tale da poterlo ritrovare e così restituirgli tutto il suo splendore, quando i giorni cattivi fossero passati (2Mac I,19-22). – Una volta in possesso della lingua latina, che è come la chiave della scienza sacra, e con le facoltà dello spirito sufficientemente sviluppate mediante lo studio delle belle lettere, i giovani che si votano al sacerdozio passano dal seminario minore a quello maggiore. Qui si prepareranno, mediante la pietà e l’esercizio delle virtù clericali, al ricevimento degli Ordini sacri, nel tempo stesso in cui si dedicheranno allo studio della filosofia e della teologia. Lo abbiamo detto nella Nostra enciclica Æterni Patris, di cui raccomandiamo nuovamente l’attenta lettura ai vostri seminaristi e ai loro maestri, e lo diciamo basandoci sull’autorità di s. Paolo: è per le vane sottigliezze della cattiva filosofia, “per philosophiam et inanem fallaciam” (Col II, 8), che lo spirito dei fedeli si lascia il più delle volte ingannare e che la purezza della fede si corrompe fra gli uomini. Noi aggiungevamo, e gli eventi che si sono compiuti negli ultimi vent’anni hanno ben tristemente confermato le riflessioni e i timori che allora esprimevamo: “Se si considerano le condizioni critiche del tempo in cui viviamo, se si abbraccia col pensiero lo stato degli affari sia pubblici che privati, si scoprirà agevolmente che la cagione dei mali che ci opprimono, come di quelli che ci minacciano, consiste nel fatto che erronee opinioni circa tutte le cose divine e umane, si sono, dalle scuole dei filosofi, infiltrate poco a poco in tutte le classi della società, e sono giunte a farsi accettare da un gran numero di intelligenze”. – Noi riproviamo nuovamente queste dottrine che della vera filosofia hanno soltanto il nome, e che, frantumando la base stessa del sapere umano, conducono logicamente allo scetticismo universale e alla irreligione. È per Noi fonte di grande dolore il venire a sapere che, da alcuni anni, alcuni Cattolici hanno creduto di potersi mettere al seguito di una filosofia che sotto lo specioso pretesto di liberare la ragione umana da ogni idea preconcetta e da ogni illusione, le nega il diritto di affermare qualsiasi cosa al di là delle sue proprie operazioni, sacrificando così ad un soggettivismo radicale tutte le certezze che la metafisica tradizionale, consacrata dall’autorità degli spiriti più vigorosi, dava come necessario e incrollabili fondamenta alla dimostrazione dell’esistenza di Dio, della spiritualità e immortalità dell’anima, e della realtà oggettiva del mondo esterno. È profondamente deplorevole che questo scetticismo dottrinale, di importazione straniera e di origine protestante, abbia potuto essere accolto con tanto favore in un paese giustamente celebre per il suo amore per la chiarezza delle idee e per quella del linguaggio. Noi sappiamo, venerabili fratelli, fino a che punto voi condividiate a questo proposito le Nostre giuste preoccupazioni, e contiamo sul fatto che raddoppierete la sollecitudine e la vigilanza per allontanare dall’insegnamento dei vostri seminari questa fallace e pericolosa filosofia, mettendo più che mai in onore i metodi che raccomandiamo nella Nostra Enciclica sopra citata del 4 agosto 1879. – Meno che mai in questo nostro tempo, gli allievi dei vostri seminari minori e maggiori potrebbero restare estranei allo studio delle scienze fisiche e naturali. Bisogna dunque che vi si applichino, ma con misura e in saggia proporzione. Non è dunque affatto necessario che, nei corsi di scienze, collegati allo studio della filosofia, i professori si sentano obbligati ad esporre dettagliatamente le infinite applicazioni delle scienze fisiche e naturali ai diversi settori dell’industria umana. È sufficiente che i loro allievi ne conoscano con esattezza i principi fondamentali e le principali conseguenze, per essere in grado di rispondere alle obiezioni che gli increduli traggono da queste scienze contro gli insegnamenti della rivelazione. – È importante soprattutto che, per almeno due anni, gli alunni dei seminari maggiori studino con il massimo impegno la filosofia razionale, che, come diceva un dotto benedettino, D. Mabillon, onore del suo ordine e della Francia, sarà loro di grande utilità non soltanto per insegnare loro il retto modo di ragionare e di formulare i retti giudizi, ma per renderli anche capaci di difendere la fede ortodossa contro gli argomenti capziosi e spesso sofistici degli avversari. – Vengono poi le scienze sacre propriamente dette, cioè la teologia dogmatica e la teologia morale, la sacra Scrittura, la storia della Chiesa e il Diritto canonico. Sono queste le scienze proprie del Sacerdote. Egli ne riceve una prima iniziazione durante il suo soggiorno nel seminario maggiore; ma dovrà proseguirne lo studio per tutto il resto della vita. La teologia è la scienza delle cose della fede. Essa si alimenta, come dice il papa Sisto V, a quelle sorgenti sempre zampillanti che sono le sacre Scritture, le decisioni dei Papi, i decreti dei Concili. Chiamata positiva e speculativa, o scolastica, a seconda del metodo che si usa nello studiarla, la teologia non si limita a proporre le verità da credere: ne scruta l’interiore profondità, ne mostra i rapporti con la ragione umana, e con l’aiuto delle risorse che le fornisce la vera filosofia, le spiega, le sviluppa e le adatta perfettamente a tutte le necessità della difesa e della propagazione della fede. A somiglianza di Bezaleel, al quale il Signore aveva donato uno spirito di sapienza, di intelligenza e di scienza, affidandogli il compito di costruire il suo tempio, il teologo taglia le pietre preziose dei dogmi divini, le adatta con arte, e con l’accorgimento con cui le dispone ne fa risaltare lo splendore, l’incanto e la bellezza. – Lo stesso Sisto V considera a buon diritto questa teologia (ed egli parla proprio della teologia scolastica) come un dono del cielo e richiede che sia mantenuta nelle scuole e coltivata con grande passione, essendo quanto vi è di più fruttuoso per la Chiesa. – C’è bisogno a questo punto di ricordare che il libro per eccellenza in cui gli allievi potranno studiare con il più grande profitto la teologia scolastica, è la Somma teologica di s. Tommaso d’Aquino? Vogliamo dunque che i professori si facciano premura di spiegarne a tutti i loro allievi il metodo e i principali articoli relativi alla fede cattolica. – Raccomandiamo ugualmente che tutti i seminaristi abbiano in mano e rileggano spesso il libro d’oro, conosciuto con il nome di Catechismo del Santo Concilio di Trento o Catechismo Romano, dedicato a tutti i Sacerdoti incaricati della cura pastorale (Catechismus ad parochos). Ragguardevole per la ricchezza e l’esattezza della dottrina e insieme per l’eleganza dello stile, questo Catechismo è un prezioso riassunto di tutta la teologia dogmatica e morale. Chiunque lo possieda a fondo, avrà sempre a sua disposizione le risorse sul cui fondamento un Sacerdote potrà predicare con frutto, assolvere degnamente all’importante ministero della confessione e della direzione spirituale delle anime, ed essere in grado di confutare vittoriosamente le obiezioni degli increduli. – Per quanto riguarda lo studio delle sacre Scritture. Noi richiamiamo di nuovo la vostra attenzione, venerabili fratelli, sugli insegnamenti che abbiamo dato nella Nostra Enciclica Providentissimus Deus della quale desideriamo che i professori diano conoscenza ai loro discepoli, aggiungendovi le necessarie spiegazioni. Essi li metteranno in guardia soprattutto contro le pericolose tendenze che cercano di introdursi nell’interpretazione della Bibbia, le quali, se dovessero prevalere, non tarderebbero molto a distruggerne l’ispirazione e il carattere soprannaturale. Sotto lo specioso pretesto di sottrarre agli avversari della parola rivelata l’uso di argomenti che potrebbero sembrare inconfutabili contro l’autenticità e la veracità dei libri santi, alcuni scrittori cattolici hanno creduto che fosse di grande utilità l’adottare anche loro queste argomentazioni. In virtù di questa strana e pericolosa tattica, hanno così lavorato con le proprie mani ad aprire delle brecce nelle mura della città che avevano invece la missione di difendere. Nella Nostra Enciclica sopra citata, come anche in un altro documento, Noi abbiamo fatto giustizia di queste dannose temerarietà. Pur incoraggiando i nostri esegeti a tenersi al corrente dei progressi della critica, Noi abbiamo saldamente mantenuto i princìpi sanciti in questa materia dall’autorevole Tradizione dei Padri e dei Concili, e rinnovati ai nostri giorni dal Concilio Vaticano. – La storia della Chiesa è come uno specchio nel quale risplende la vita della Chiesa attraverso i secoli. Molto più ancora della storia civile e profana, essa dimostra la sovrana libertà di Dio e la sua azione provvidenziale nel susseguirsi degli eventi. – Quelli che la studiano non debbono mai perdere di vista che essa racchiude un insieme di fatti dogmatici, che si impongono alla fede e che non è permesso a nessuno di mettere in discussione. Questa idea direttrice e soprannaturale che presiede ai destini della Chiesa è nello stesso tempo la fiaccola la cui luce illumina la storia. Tuttavia, e poiché la Chiesa, che continua fra gli uomini la vita del Verbo incarnato, si compone di un elemento divino e di un elemento umano, quest’ultimo dev’essere esposto dai maestri e studiato dagli allievi con grande onestà. Come è detto nel libro di Giobbe, “Dio non ha bisogno delle nostre menzogne”. Lo storico della Chiesa sarà tanto più efficace nel far emergere la sua origine divina, superiore ad ogni concetto di ordine puramente terreno e naturale, quanto più sarà stato leale nel non dissimulare nessuna delle prove che gli errori dei suoi figli, e talvolta anche dei suoi ministri, hanno fatto subire nel corso dei secoli a questa sposa del Cristo. Studiata in questo modo, la storia della Chiesa, da sé sola, costituisce una magnifica e convincente dimostrazione della verità e della divinità del Cristianesimo. – Infine, per completare il ciclo degli studi con i quali i candidati al Sacerdozio debbono prepararsi al loro futuro ministero, bisogna menzionare il Diritto canonico, o scienza delle leggi e della giurisprudenza della Chiesa. Questa scienza si collega con dei legami molto stretti e logici a quella della teologia, di cui mostra le applicazioni pratiche a tutto ciò che riguarda il governo della chiesa, l’amministrazione delle cose sante, i diritti e i doveri dei ministri, l’uso dei beni temporali, di cui essa ha bisogno per l’adempimento della sua missione. “Senza la conoscenza del diritto canonico (dicevano molto bene i Padri di uno dei vostri concili provinciali) la teologia è imperfetta, incompleta, simile a un uomo che fosse privo di un braccio. Proprio l’ignoranza del Diritto canonico ha favorito la nascita e la diffusione di numerosi errori sui diritti dei Romani Pontefici, su quelli dei Vescovi, e sulla potestà che la Chiesa tiene dalla propria costituzione, di cui proporziona l’esercizio alle circostanze”. – Riassumeremo tutto ciò che abbiamo appena detto sui vostri seminari minori e maggiori con queste parole di s. Paolo, che Noi raccomandiamo alla frequente meditazione dei maestri e degli alunni dei vostri atenei ecclesiastici: “O Timoteo, custodisci il deposito; evita le chiacchiere profane e le obiezioni della cosiddetta scienza, professando la quale taluni hanno deviato dalla fede”. – Ora poi vogliamo rivolgere a voi la parola, figli carissimi, a voi che, ordinati Sacerdoti, siete diventati cooperatori dei vostri Vescovi. Noi conosciamo, e il mondo intero le conosce come Noi, le qualità che vi distinguono. Non vi è un’opera buona, di cui voi non siate gli ispiratori o gli apostoli. Docili ai consigli che Noi abbiamo dato nella Nostra Enciclica Rerum novarum, voi andate al popolo, agli operai, ai poveri. Voi cercate in tutti i modi di venir loro in aiuto, di moralizzarli, e di rendere la loro sorte meno dura. A tale scopo voi promuovete delle riunioni e dei congressi; fondate dei patronati, dei circoli, delle casse rurali, degli uffici di assistenza e di collocamento per i lavoratori. Vi date da fare per introdurre delle riforme nell’ordine economico e sociale, e per un così difficile lavoro non esitate a fare notevoli sacrifici di tempo e di denaro. Sempre per questo voi scrivete libri e articoli nei giornali e nelle riviste periodiche. Tutte queste cose, di per sé, sono lodevolissime e voi date prove inequivocabili di buona volontà, di intelligenza e di generosa dedizione ai bisogni più urgenti della società contemporanea e delle anime. – Tuttavia, fratelli carissimi, Noi crediamo di dovere richiamare paternamente la vostra attenzione su quei principi fondamentali ai quali non mancherete di conformarvi, se volete che la vostra azione sia realmente fruttuosa e feconda. – Ricordatevi prima di tutto che, per essere utile al bene e degno di essere lodato, lo zelo deve essere “accompagnato dalla discrezione, dalla rettitudine e dalla purezza”. Così si esprime il grave e dotto Tommaso da Kempis.Prima di lui, S. Bernardo, la gloria del vostro paese nel dodicesimo secolo, questo apostolo infaticabile di ogni causa grande che toccasse l’onore di Dio, i diritti della Chiesa e il bene delle anime, non aveva timore di dire che “separato dalla scienza e dallo spirito di discernimento o di discrezione, lo zelo è insopportabile: … che quanto più lo zelo è ardente, tanto più è necessario che sia accompagnato da questa discrezione che mette l’ordine nell’esercizio della carità e senza la quale la stessa virtù può diventare un difetto e un principio di disordine”. – Ma la discrezione nelle opere e nella scelta dei mezzi per farle riuscire è tanto più necessaria ai giorni nostri, che sono ancora più torbidi e irti di più numerose difficoltà. Tale atto, tale misura, tale pratica di zelo potranno anche essere per se stessi eccellenti, ma, viste le circostanze, produrranno soltanto degli effetti incresciosi. I Sacerdoti potranno evitare questo inconveniente e questa sciagura se, prima di agire e nell’azione, avranno cura di conformarsi all’ordine stabilito e alle regole della disciplina. Ora, la disciplina ecclesiastica esige l’unione fra i diversi membri della gerarchia, il rispetto e l’obbedienza degli inferiori verso i superiori. Noi lo abbiamo detto poco tempo fa nella Nostra lettera all’Arcivescovo di Tours: “L’edificio della Chiesa, di cui Dio stesso è l’architetto, riposa su di un fondamento visibilissimo, prima di tutto sull’autorità di Pietro e dei suoi successori, ma anche sugli Apostoli, e i successori degli Apostoli, che sono i Vescovi; al punto che. ascoltare o disprezzare la loro voce, equivale ad ascoltare o a disprezzare Gesù Cristo stesso”. – Ascoltate dunque le parole rivolte dal grande martire di Antiochia, s. Ignazio, al clero della Chiesa primitiva: “Tutti obbediscano al Vescovo, come Gesù Cristo ha obbedito al Padre….Senza il Vescovo non fate nulla di ciò che riguarda il servizio della Chiesa, e come nostro Signore non ha fatto nulla senza il Padre, voi, Sacerdoti, non fate nulla senza il vostro Vescovo. Tutti i membri del presbiterio siano a lui uniti, come sono unite all’arpa le sue corde”.Se, al contrario, voi, come preti, operate al di fuori di questa sottomissione e di questa unione ai vostri Vescovi, Noi vi ripeteremo ciò che diceva il Nostro predecessore Gregorio XVI, cioè che “per quanto è in voi, voi distruggete da cima a fondo l’ordine stabilito con così grande provvidenza da Dio, autore della Chiesa”. – Ricordate anche, figli Nostri cari, che la Chiesa è paragonata a ragione ad un esercito schierato in battaglia, “sicut castrorum acies ordinata” (Ct VI, 3), perché essa ha il compito di combattere i nemici visibili e invisibili di Dio e delle anime. Ecco perché s. Paolo raccomandava a Timoteo di comportarsi come un buon soldato di Cristo Gesù” (2Tm II, 3). Ora, ciò che costituisce la forza di un esercito e contribuisce maggiormente alla vittoria, è la disciplina, è l’obbedienza esatta e rigorosa di tutti a coloro che hanno il compito di comandare. – Proprio qui lo zelo intempestivo e senza discrezione può facilmente diventare la causa di grandi disastri. Ricordatevi uno dei fatti più memorabili della storia sacra. Non mancavano certamente né di coraggio, né di buona volontà, né di dedizione alla causa santa della religione quei sacerdoti che si erano raccolti attorno a Giuda Maccabeo per combattere con lui i nemici del vero Dio profanatori del tempio, gli oppressori della loro nazione. Tuttavia, avendo voluto sottrarsi alle regole della disciplina, si impegnarono temerariamente in un combattimento nel quale furono vinti. Lo Spirito Santo ci dice di loro “che essi non erano della stirpe di quei valorosi, per le cui mani era stata compiuta la salvezza di Israele”. Perché? Perché essi avevano voluto obbedire soltanto alla loro ispirazione e si erano lanciati avanti senza attendere gli ordini dei loro capi. “In die illa ceciderunt sacerdotes in bello, dum volunt fortiter tacere, dum sine consilio exeunt in prælium. Ipsi autem non erant de semine virorum illorum, per quos salus facta est in Israel” (1Mac 5,67.62). – A questo riguardo, i nostri nemici possono servirci di esempio. Essi sanno molto bene che l’unione fa la forza, “vis unita fortior“; non mancano così di unirsi strettamente quando si tratta di combattere la santa Chiesa di Cristo. – Se dunque, cari figli Nostri, e questo è certamente il caso vostro, voi desiderate che, nella terribile lotta ingaggiata contro la Chiesa dalle sette anticristiane e dalla città del demonio, la vittoria resti a Dio e alla sua Chiesa, è assolutamente necessario che voi combattiate tutti insieme nel massimo ordine e con rigorosa disciplina sotto il comando dei vostri capi gerarchici. Non vogliate ascoltare quegli uomini nefasti che, pur dicendosi Cristiani e Cattolici, seminano la zizzania nel campo del Signore e gettano la divisione nella sua Chiesa attaccando, e spesso anche calunniando, i Vescovi, “posti dallo Spirito Santo a pascere la Chiesa di Dio” (At XX, 28). Non dovete leggere i loro opuscoli, né i loro giornali. Un buon Sacerdote non deve autorizzare in alcun modo né le loro idee, né la licenza del loro linguaggio. Potrà forse mai dimenticare che, il giorno della sua ordinazione, ha promesso solennemente al suo Vescovo, di fronte al sacro altare, “obedientiam et reverentiam“? Innanzitutto però, cari figli Nostri, ricordatevi che la condizione indispensabile del vero zelo sacerdotale e il pegno migliore del successo nelle opere alle quali l’obbedienza gerarchica vi consacra, è la purezza e la santità della vita. “Gesù ha cominciato con il fare, prima di insegnare” (At I,1). Come lui, il Sacerdote deve con la predicazione dell’esempio preludere alla predicazione della parola. “Vedendoli, infatti, sollevati in una sfera più alta, al di sopra degli affanni del secolo (dicono i Padri del Concilio di Trento), gli altri guardano a loro come ad uno specchio e da essi traggono l’esempio da imitare. È assolutamente necessario, perciò, che i chierici, chiamati ad avere Dio in eredità, regolino la loro vita e tutti i loro costumi in modo tale che negli abiti, nel modo di comportarsi, di camminare, di parlare e in tutte le altre azioni, mostrino soltanto un atteggiamento serio, equilibrato e pieno di religiosità. Fuggano anche le mancanze leggere, che in essi sembrerebbero grandissime, perché le loro azioni possano ispirare a tutti un senso di venerazione”. – A queste raccomandazioni del santo Concilio che Noi vorremmo, cari figli Nostri, incidere nei vostri cuori, verrebbero sicuramente meno i Sacerdoti che adottassero nella loro predicazione un linguaggio poco in armonia con la dignità del loro Sacerdozio e con la santità della parola di Dio; che assistessero ad assemblee popolari in cui la loro presenza servisse solo ad eccitare le passioni degli empi e dei nemici della Chiesa, e li esponesse alle ingiurie più grossolane, senza vantaggio per nessuno, e con grande stupore, se non anche scandalo, dei pii fedeli; che assumessero le abitudini, i modi di essere e di agire, e lo spirito dei secolari. Certamente il sale deve essere mescolato alla massa che deve preservare dalla corruzione, nel tempo stesso in cui difende se stesso da questa, sotto pena di perdere ogni sapore e di non essere più buono ad altro che ad essere gettato fuori e calpestato (cf. Mt V,13). – Allo stesso modo il Sacerdote, sale della terra, nel suo contatto obbligato con la società che lo circonda, deve conservare la modestia, la serietà, la santità nel suo contegno, nei suoi atti, nelle sue parole, e non lasciarsi invadere mai dalla leggerezza, dalla dissipazione, dalla vanità delle genti del mondo. Bisogna, al contrario, che in mezzo agli uomini egli conservi la sua anima così unita a Dio, che non vi perda nulla dello spirito del suo stato e non sia costretto a fare davanti a Dio e alla sua coscienza questa triste e umiliante confessione: “tutte le volte che sono stato fra i laici, ne sono ritornato meno Sacerdote”. – Non potrebbe essere proprio per avere messo da parte, con uno zelo presuntuoso, queste regole tradizionali della discrezione, della modestia, della prudenza sacerdotale, che alcuni Sacerdoti considerano sorpassati, incompatibili con i bisogni del ministero nel tempo presente, i princìpi di disciplina e di condotta che essi hanno ricevuto dai loro maestri del seminario maggiore? Li si vede andare, come per istinto, incontro alle innovazioni più pericolose di linguaggio, di comportamento, di relazioni. Parecchi, ahimè, impegnati temerariamente su sdrucciolevoli pendii dove da se stessi non avevano la forza di mantenersi saldi, disprezzando gli avvertimenti caritatevoli dei loro superiori o dei loro confratelli più anziani e più ricchi di esperienza, sono giunti a delle apostasie che hanno rallegrato gli avversari della Chiesa e fatto versare amarissime lacrime ai loro Vescovi, ai loro fratelli nel Sacerdozio e ai pii fedeli. Sant’Agostino ce lo dice: “Più si procede con forza e rapidità, quando si è al di fuori del retto cammino, più ci si smarrisce”.Ci sono sicuramente delle novità vantaggiose, capaci di fare avanzare il regno di Dio nelle anime e nella società. Ma, ci dice il santo Vangelo (Mt XIII, 52), è al “Padre di famiglia” e non ai figli, o ai servitori, che spetta esaminarle e, se lo giudica opportuno, dare loro il diritto di cittadinanza, accanto agli usi antichi e venerabili che compongono l’altra parte del suo tesoro. – Quando non molto tempo fa Noi abbiamo adempiuto al dovere apostolico di mettere in guardia i Cattolici dell’America del Nord contro certe novità che tendevano, fra le altre cose, a sostituire ai princìpi di perfezione consacrati dall’insegnamento dei dottori e dalla pratica dei santi, delle massime o delle regole di vita morale più o meno impregnate di quel naturalismo che, ai nostri giorni, tende a penetrare dappertutto, Noi abbiamo altamente proclamato che, lungi dal ripudiare e rigettare in blocco i progressi compiuti nei tempi presenti, Noi vogliamo accogliere assai volentieri tutto ciò che può aumentare il patrimonio della scienza o generalizzare maggiormente le condizioni della prosperità pubblica. Ma Noi avemmo cura di aggiungere che questi progressi non avrebbero potuto servire efficacemente la causa del bene, se si fosse messa da parte la saggia autorità della Chiesa. – Terminando questa lettera, ci è gradito applicare al clero di Francia quanto abbiamo scritto un tempo ai Sacerdoti della Nostra diocesi di Perugia. Riproduciamo qui una parte della Nostra lettera pastorale che rivolgemmo loro il 19 luglio 1886. “Noi chiediamo agli ecclesiastici della Nostra diocesi di riflettere seriamente sui loro sublimi doveri, sulle condizioni difficili che attraversiamo, e di fare in modo che la loro condotta sia in armonia con i loro doveri, e sempre conforme alle regole di uno zelo illuminato e prudente. Così, coloro stessi che sono nostri nemici cercheranno invano dei motivi di rimprovero e di biasimo: “qui ex adverso est, vereatur, nihil habens malum dicere de nobis“. – Quantunque di giorno in giorno si moltiplichino le difficoltà e i pericoli, il pio e fervente Sacerdote non deve per questo scoraggiarsi; non deve abbandonare i suoi doveri, né arrestarsi nell’adempimento della missione spirituale che ha ricevuto per il bene, per la salvezza dell’umanità e per il sostegno di quell’augusta Religione di cui è l’araldo e il ministro. Perché è soprattutto nelle difficoltà, nelle prove, che la sua virtù si afferma e si fortifica: nelle più grandi sventure, in mezzo alle trasformazioni politiche e agli sconvolgimenti sociali la sua azione benefica e civilizzatrice si manifesta con maggiore splendore. – Per discendere alla pratica, noi troviamo un insegnamento perfettamente adatto alle circostanze nelle quattro massime che il grande apostolo s. Paolo dava al suo discepolo Tito. Offri in ogni cosa il buon esempio nelle tue opere, nella tua dottrina, nella integrità della tua vita, nella gravità della tua condotta, non adoperando se non parole sante e irreprensibili.Noi vorremmo che ogni membro del nostro clero meditasse queste massime e vi conformasse la sua condotta. “In omnibus tè ipsum præbe exemplum bonorum operum“. Offrite in ogni cosa l’esempio delle opere buone, cioè di una vita esemplare e attiva, animata da un vero spirito di carità, e guidata dalle norme della prudenza evangelica, di una vita di sacrificio e di lavoro, consacrata a far del bene al prossimo, non già per vedute terrene e per una transitoria ricompensa, ma per uno scopo soprannaturale. Date l’esempio di quel linguaggio, semplice a un tempo e nobile ed elevato, di quella parola sana e irreprensibile che confonde ogni umana opposizione, mitiga l’antico odio che ci ha giurato il mondo e ci concilia il rispetto e la stima degli stessi nemici della Religione. – Chiunque si è votato al servizio del santuario è stato obbligato in ogni tempo a mostrarsi come un vivente modello, un esemplare perfetto di tutte le virtù; ma questo obbligo è molto più grande quando, in seguito agli sconvolgimenti sociali, si cammina su di un terreno difficile e incerto, dove ad ogni passo possono trovarsi imboscate e pretesti di attacco…

In doctrina“. In presenza degli sforzi concordi dell’incredulità e dell’eresia per consumare la rovina della fede cattolica, sarebbe un vero delitto per il clero rimanersene esitante e inerte. In mezzo a un così vasto dilagare di errori, di un tal conflitto di opinioni, egli non può venir meno alla propria missione che è di difendere il dogma attaccato, la morale travisata e la giustizia cosi spesso misconosciuta. Ad esso spetta di opporsi come un baluardo all’errore invadente e alla mal dissimulata eresia; ad esso sorvegliare i movimenti dei fautori dell’empietà che insidiano la fede e l’onore di questa cattolica contrada, ad esso smascherare le loro frodi e additare le loro insidie; ad esso premunire i semplici, rafforzare i timidi, aprire gli occhi ai ciechi. Una superficiale erudizione, una scienza volgare non bastano a tutto ciò; ci vogliono degli studi solidi, profondi ed assidui, in una parola, un insieme di conoscenze dottrinali capaci di lottare con la sottigliezza e la singolare astuzia dei moderni nostri contraddittori…

In integritate“. Nulla prova meglio l’importanza di questo consiglio, della triste esperienza di ciò che intorno ci accade. Non vediamo infatti che la vita rilassata di certi ecclesiastici discredita e fa disprezzare il loro ministero e cagiona scandali? Se alcuni uomini, dotati di uno spirito brillante e ragguardevole disertano qualche volta le schiere della santa milizia, e si ribellano alla Chiesa, a questa madre che nell’affettuosa sua tenerezza li aveva preposti al governo e alla salute delle anime, la loro defezione, i loro traviamenti non hanno per lo più altra origine che la loro indisciplinatezza e i loro cattivi costumi…

In gravitate“. Per gravità bisogna intendere quella condotta seria, piena di ponderazione e di tatto, che deve essere propria del ministro fedele e prudente che Dio ha eletto al governo della sua famiglia. Costui infatti, ringraziando Dio di essersi degnato elevarlo a tale onore, deve mostrarsi fedele a tutte le sue obbligazioni, nel tempo stesso che misurato e prudente in ogni suo atto; non deve lasciarsi per nulla dominare da vili passioni, ne trascinare a parole violente ed eccessive; deve compatire con bontà le sciagure e le debolezze altrui, fare a ciascuno tutto il bene che può disinteressatamente, senza ostentazione, mantenendo sempre intatto l’onore del suo carattere e della sua sublime dignità…”. –

Noi torniamo ora a voi, figli Nostri cari del clero francese, e abbiamo la salda fiducia che le Nostre prescrizioni e i Nostri consigli, ispirati unicamente dal Nostro amore paterno, saranno compresi e accolti da voi, secondo il senso e la portata che Noi abbiamo voluto loro dare indirizzandovi questa lettera. – Noi ci aspettiamo molto da voi, perché Dio vi ha riccamente dotati di tutti i doni e di tutte le qualità necessarie per operare cose grandi e sante a vantaggio della Chiesa e della società. Noi vorremmo che neppure uno tra voi si lasciasse macchiare da quelle imperfezioni che diminuiscono lo splendore del carattere sacerdotale e nuocciono alla sua efficacia. – I tempi attuali sono tristi; l’avvenire è ancora più oscuro e minaccioso; sembra annunciare l’avvicinarsi di una spaventosa crisi di sovvertimenti sociali. Bisogna dunque, come Noi lo abbiamo detto in diverse circostanze, che si mettano in onore i salutari princìpi della Religione, come quelli della giustizia, della carità, del rispetto e del dovere. Spetta a noi imprimerli profondamente nelle anime, particolarmente in quelle che sono schiave dell’incredulità o agitate da funeste passioni; spetta a noi di far regnare la grazia e la pace del nostro divino Redentore che è la Luce, la Risurrezione, la Vita, e di riunire in lui tutti gli uomini, malgrado le inevitabili distinzioni sociali che li separano. – Sì, più che mai, i giorni in cui viviamo reclamano il concorso e la dedizione di Sacerdoti esemplari, pieni di fede, di discrezione, di zelo, che, ispirandosi alla dolcezza e all’energia di Gesù Cristo di cui sono i veri ambasciatori, “pro Christo legatione fungimur” (2Cor V, 20), annuncino con una coraggiosa e indefessa costanza le verità eterne, che sono per le anime i semi fecondi delle virtù. – Il loro ministero sarà faticoso; spesso anche penoso, specialmente nei paesi in cui le popolazioni, prese soltanto dagli interessi terreni, vivono nell’oblio di Dio e della santa religione. Ma l’azione illuminata, caritatevole, infaticabile del sacerdote, fortificata dalla grazia divina, opererà, come ha sempre fatto in tutti i tempi, incredibili prodigi di risurrezione. – Noi salutiamo con tutti i nostri voti e con gioia ineffabile questa consolante prospettiva, mentre, con tutto l’affetto del Nostro cuore, concediamo a voi, venerabili fratelli, al clero e a tutti i cattolici di Francia, la benedizione apostolica.

Roma, presso San Pietro, 1’8 settembre dell’anno 1899, ventiduesimo del Nostro pontificato.

DOMENICA II DOPO EPIFANIA 2023

DOMENICA II DOPO L’EPIFANIA (2023)

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani,

comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Semidoppio – Paramenti verdi.

Fedele alla promessa che aveva fatta ad Abramo ed ai suoi discendenti, Dio inviò il Figlio suo per salvare il suo popolo. E nella sua misericordia, Egli volle anche riscattare tutti i pagani. Gesù è il Re che tutta la terra deve adorare e celebrare come suo Redentore (Intr., Grad.). Morendo sulla croce Gesù è diventato il nostro Re, e col S. Sacrifizio – ricordo del Calvario – applica alle nostre anime i meriti della sua redenzione ed esercita quindi la sua regalità su di noi. Così col miracolo delle Nozze di Cana – simbolo dell’Eucaristia – Gesù manifesta per la prima volta in modo aperto ai suoi Apostoli la sua divinità, cioè il suo carattere divino e regale, ed è allora che « i suoi discepoli credono in Lui ». – La trasformazione dell’acqua in vino è il simbolo della transustanziazione, che S. Tommaso chiama il più grande di tutti i miracoli, e in virtù del quale il vino Eucaristico diviene il Sangue dell’Alleanza di Pace (Or.) che Dio ha stabilito con la sua Chiesa. E poiché il Re divino vuole sposare le nostre anime, è con l’Eucaristia che si celebra questo sposalizio mistico, poiché essa aumenta la fede e l’amore che ci fanno membri viventi di Gesù nostro Capo. (« L’unità del corpo mistico è prodotta dal vero corpo ricevuto sacramentalmente » – S. Tommaso). Le nozze di Cana raffigurano anche l’unione del Verbo con la Chiesa sua sposa. « Invitato alle nozze – dice S. Agostino – Gesù vi andò per confermare la castità coniugale e per mostrare che Egli è l’autore del Sacramento del Matrimonio e per rivelarci il significato simbolico di queste nozze, cioè l’unione del Cristo con la sua Chiesa. In tal modo anche quelle anime che hanno votato a Dio la loro verginità, non sono senza nozze, partecipando esse con tutta la Chiesa a quelle nozze in cui lo Sposo è Cristo ».

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Adjutórium nostrum in nómine Dómini.
R. Qui fecit cælum et terram.
Confíteor Deo omnipoténti, beátæ Maríæ semper Vírgini, beáto Michaéli Archángelo, beáto Joánni Baptístæ, sanctis Apóstolis Petro et Paulo, ómnibus Sanctis, et vobis, fratres: quia peccávi nimis cogitatióne, verbo et ópere: mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa. Ideo precor beátam Maríam semper Vírginem, beátum Michaélem Archángelum, beátum Joánnem Baptístam, sanctos Apóstolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et vos, fratres, oráre pro me ad Dóminum, Deum nostrum.
S. Misereátur nostri omnípotens Deus, et, dimíssis peccátis nostris, perdúcat nos ad vitam ætérnam.
R. Amen.
S. Indulgéntiam, absolutiónem et remissiónem peccatórum nostrórum tríbuat nobis omnípotens et miséricors Dóminus.
R. Amen.

V. Deus, tu convérsus vivificábis nos.
R. Et plebs tua lætábitur in te.
V. Osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam.
R. Et salutáre tuum da nobis.
V. Dómine, exáudi oratiónem meam.
R. Et clamor meus ad te véniat.
V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.

Introitus

Ps LXV: 4

Omnis terra adóret te, Deus, et psallat tibi: psalmum dicat nómini tuo, Altíssime.

[Tutta la terra Ti adori, o Dio, e inneggi a Te: canti salmi al tuo nome, o Altissimo.]

Ps LXV: 1-2

Jubiláte Deo, omnis terra, psalmum dícite nómini ejus: date glóriam laudi ejus.

[Alza a Dio voci di giubilo, o terra tutta: canta salmi al suo nome e gloria alla sua lode.]

Omnis terra adóret te, Deus, et psallat tibi: psalmum dicat nómini tuo, Altíssime.

[Tutta la terra Ti adori, o Dio, e inneggi a Te: canti salmi al tuo nome, o Altissimo.]

Kyrie

S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Christe, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.

Gloria

Glória in excélsis Deo. Et in terra pax homínibus bonæ voluntátis. Laudámus te. Benedícimus te. Adorámus te. Glorificámus te. Grátias ágimus tibi propter magnam glóriam tuam. Dómine Deus, Rex cæléstis, Deus Pater omnípotens. Dómine Fili unigénite, Jesu Christe. Dómine Deus, Agnus Dei, Fílius Patris. Qui tollis peccáta mundi, miserére nobis. Qui tollis peccáta mundi, súscipe deprecatiónem nostram. Qui sedes ad déxteram Patris, miserére nobis. Quóniam tu solus Sanctus. Tu solus Dóminus. Tu solus Altíssimus, Jesu Christe. Cum Sancto Spíritu ✠ in glória Dei Patris. Amen.

Oratio

Orémus.

Omnípotens sempitérne Deus, qui coeléstia simul et terréna moderáris: supplicatiónes pópuli tui cleménter exáudi; et pacem tuam nostris concéde tempóribus.

[O Dio onnipotente ed eterno, che governi cielo e terra, esaudisci clemente le preghiere del tuo popolo e concedi ai nostri giorni la tua pace.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Romános.

Rom XII: 6-16

“Fratres: Habéntes donatiónes secúndum grátiam, quæ data est nobis, differéntes: sive prophétiam secúndum ratiónem fídei, sive ministérium in ministrándo, sive qui docet in doctrína, qui exhortátur in exhortándo, qui tríbuit in simplicitáte, qui præest in sollicitúdine, qui miserétur in hilaritáte. Diléctio sine simulatióne. Odiéntes malum, adhæréntes bono: Caritáte fraternitátis ínvicem diligéntes: Honóre ínvicem præveniéntes: Sollicitúdine non pigri: Spíritu fervéntes: Dómino serviéntes: Spe gaudéntes: In tribulatióne patiéntes: Oratióni instántes: Necessitátibus sanctórum communicántes: Hospitalitátem sectántes. Benedícite persequéntibus vos: benedícite, et nolíte maledícere. Gaudére cum gaudéntibus, flere cum fléntibus: Idípsum ínvicem sentiéntes: Non alta sapiéntes, sed humílibus consentiéntes.

[Fratelli, avendo noi dei doni differenti secondo la grazia che ci è stata donata, chi ha la profezia (l’eserciti) secondo la regola della fede; chi il ministero, amministri, chi l’insegnamento, insegni; chi ha l’esortazione, esorti; chi distribuisce (lo faccia) con semplicità; che fa opere di misericordia, con ilarità. La vostra carità non sia finta. Odiate il male; affezionatevi al bene. Amatevi scambievolmente con amore fraterno, prevenendovi gli uni gli altri nel rendervi onore. Non pigri nello zelo, ferventi nello spirito, servite al Signore. Siate allegri per la speranza, pazienti nella tribolazione, assidui nella preghiera. Provvedete ai bisogni dei santi; praticate l’ospitalità. Benedite quelli che vi perseguitano: benedite e non vogliate maledire. Rallegratevi con chi gioisce; piangete con chi piange, avendo gli stessi sentimenti l’uno per l’altro. Non aspirate alle cose alte, ma adattatevi alle umili.]

 P. G. Semeria: Le epistole delle Domeniche, Op. naz. Per il mezzogiorno d’Italia, Milano, 1939.

(Nihil obstat sac. P. De Ambroggi – Imprim. P. Castiglioni vic. Gen. Curia Arch, Mediolani, 1-3-1938)

LA CARITÀ PIÙ DIFFICILE.

San Paolo in materia di carità è un Maestro straordinario; grande in tutto, è grandissimo in questo. Assurge al grido più sublime, discende alle considerazioni più pratiche e in questo terreno pratico che pare umile, spiega un’abilità, una finezza che lo mette in contrasto, vittorioso da parte sua, con le idee che hanno più facile e maggior voga nella società. Ecco qua un binomio nel quale si riassume l’esercizio pratico della carità: « gaudere curri gaudentibus, flere cura flentibus ». Dove il consiglio o precetto di piangere con chi piange appare a tutti un precetto caritatevolissimo. Non è egli giusto e bello compiangere chi soffre? aiutarlo, per stimolo di compassione sincera a non soffrire più? a superare il suo dolore? È così bella e caritatevole questa funzione del piangere coi dolenti che per molti la carità predicata da Cristo si riduce lì. La carità per lo meno più autentica, più meritevole è questa. Gli altri, quelli che non soffrono né punto né poco anzi godono, se la scialano, se la ridono, che bisogno hanno di carità? O come la possiamo esercitare verso di loro? Come possiamo essere con loro e verso di loro caritatevoli? Domanda che S. Paolo non ammette in quanto tendono a rimpicciolire l’esercizio della carità nel campo della miseria umana. La. carità spazia in termini più vasti. È possibile anche coi felici, solo che è più difficile. È molto difficile. Impietosirsi cogli infermi è più facile. Strano, ma vero. E neanche strano. Il nostro egoismo in fondo è carezzato, vellicato, soddisfatto quando vede soffrire gli altri, quando incontra il dolore. E assumiamo volentieri l’attitudine della pietà perché è un’attitudine universalmente apprezzata, facciamo il gesto del soccorso perché esso pare a tutti un bel gesto. Ci dà una doppia superiorità, la superiorità di chi non soffre e quella di chi benefica. Impalcatura psicologica che crolla quando il nostro prossimo è fortunato; quando invece di passare lagrimando dalla gioia al dolore, dalla ricchezza alla povertà, dalla salute alla malattia, passa allegramente, ridendo, cantando dal dolore alla gioia, e per esempio dalla povertà alla ricchezza. Quando una famiglia ricca per un rovescio diventa povera, quanti dicono, e abbastanza sinceramente: povera gente! e piangono e aiutano. Ma quando accade il rovescio, quando il povero diventa ricco sono molti che si rallegrano sinceramente? Attenti a questo sinceramente! Perché la commedia delle congratulazioni la recitano molti, troppi: ma è una commedia. Sotto sotto, dentro di sé, in realtà crepano d’invidia. Il buon Cristiano, il vero caritatevole si rivela in quel « gaudere cura gaudentibus » prima e più che nel « flere cura flentibus », nel partecipare alle altrui gioie prima e più che nel dividere gli altrui dolori.

Graduale

Ps CVI: 20-21

Misit Dóminus verbum suum, et sanávit eos: et erípuit eos de intéritu eórum.

[Il Signore mandò la sua parola e li risanò: li salvò dalla distruzione.]

V. Confiteántur Dómino misericórdiæ ejus: et mirabília ejus fíliis hóminum. 

[V. Diano lode al Signore le sue misericordie e le sue meraviglie in favore degli uomini. ]

Alleluja

Allelúja, allelúja

Ps CXLVIII: 2

Laudáte Dóminum, omnes Angeli ejus: laudáte eum, omnes virtútes ejus. Allelúja.

[Lodate il Signore, voi tutti suoi Angeli: lodatelo, voi tutte milizie sue. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum Joánnem. [Joann II: 1-11]

In illo témpore: Núptiæ factæ sunt in Cana Galilaeæ: et erat Mater Jesu ibi. Vocátus est autem et Jesus, et discípuli ejus ad núptias. Et deficiénte vino, dicit Mater Jesu ad eum: Vinum non habent. Et dicit ei Jesus: Quid mihi et tibi est, mulier? nondum venit hora mea. Dicit Mater ejus minístris: Quodcúmque díxerit vobis, fácite. Erant autem ibi lapídeæ hýdriæ sex pósitæ secúndum purificatiónem Judæórum, capiéntes síngulæ metrétas binas vel ternas. Dicit eis Jesus: Implete hýdrias aqua. Et implevérunt eas usque ad summum. Et dicit eis Jesus: Hauríte nunc, et ferte architriclíno. Et tulérunt. Ut autem gustávit architriclínus aquam vinum fáctam, et non sciébat unde esset, minístri autem sciébant, qui háuserant aquam: vocat sponsum architriclínus, et dicit ei: Omnis homo primum bonum vinum ponit: et cum inebriáti fúerint, tunc id, quod detérius est. Tu autem servásti bonum vinum usque adhuc. Hoc fecit inítium signórum Jesus in Cana Galilaeæ: et manifestávit glóriam suam, et credidérunt in eum discípuli ejus.

[In quel tempo: Vi furono delle nozze in Cana di Galilea, e li vi era la Madre di Gesù. E alle nozze fu invitato anche Gesù con i suoi discepoli. Venuto a mancare il vino, la Madre di Gesù disse a Lui: Non hanno più vino. E Gesù rispose: Che ho a che fare con te, o donna? La mia ora non è ancora venuta. Disse sua Madre ai domestici: Fate tutto quello che vi dirà. Orbene, vi erano lì sei pile di pietra, preparate per la purificazione dei Giudei, ciascuna contenente due o tre metrete. Gesù disse loro: Empite d’acqua le pile. E le empirono fino all’orlo. Gesù disse: Adesso attingete e portate al maestro di tavola. E portarono. E il maestro di tavola, non appena ebbe assaggiato l’acqua mutata in vino, non sapeva donde l’avessero attinta, ma i domestici lo sapevano; chiamato lo sposo gli disse: Tutti servono da principio il vino migliore, e danno il meno buono quando sono brilli, ma tu hai conservato il vino migliore fino ad ora. Così Gesù, in Cana di Galilea dette inizio ai miracoli, e manifestò la sua gloria, e i suoi discepoli credettero in lui.]

OMELIA

(G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi; VI ediz. – Soc. Ed. Vita e pensiero.- Milano 1956)

IL PRIMO MIRACOLO E I SUOI SIGNIFICATI

C’era uno sposalizio a Cana, paese lontano un tre ore di strada da Nazareth. Qualcuno degli sposi doveva essere parente della Santa Famiglia, perché la Madonna era stata invitata e si trovava là. Anche Gesù era stato invitato e vi giunse con un gruppo di discepoli. O perché non avevano fatto bene il calcolo, o per l’improvviso arrivo dei discepoli condotti da Gesù, sul più bello del banchetto, il vino venne a mancare. Maria fu la prima ad accorgersi dell’imbarazzo, e si chinò verso suo Figlio sussurrandogli: « Non c’è più vino ». Gesù le rispose: « E che c’entriamo noi? La mia ora non è questa ». Il cuore delle madri va più in là di quel che le parole dei figli suonano: e Maria, non persuasa d’aver ricevuto un rifiuto definitivo, osò dire ai servi: « State pronti al cenno ». E il cenno fu che riempissero d’acqua fino all’orlo le sei idrie di pietra che stavano lungo il muro fuor della sala, di cui ciascuna era capace di cento litri circa. Tutta quell’acqua fu vino. Il direttore di tavola, come ne assaggiò, fece una faccia piena di meraviglia, non sapendo spiegarsi di dove quel vino eccellente giungesse. Ma ben lo sapevano i servi. Questa trasformazione dell’acqua in vino è il primo miracolo di Gesù e i suoi discepoli lo videro e credettero in Lui. Quando l’acqua diviene vino sull’istante; senza preghiera, senza movimento di mani, senza emetter voce, senza fare un comando, ma soltanto per un atto interiore di volontà, bisogna pur confessare che si è alla presenza non di un uomo, ma di Dio stesso. Ma la trasformazione miracolosa avvenuta alle nozze di Cana è un segno preannunziatore di altre più alte e misteriose trasformazioni. Quel Gesù che trasmuta acqua in vino di nozze saprà trasmutare il contratto matrimoniale in Sacramento, gli uomini in figli di Dio. – 1. IL CONTRATTO MATRIMONIALE TRASMUTATO IN SACRAMENTO. S. Francesco di Sales aveva ospite in casa da alcuni giorni un suo amico. Ed ogni sera, fatto un poco di conversazione, lo accompagnava fino alla sua camera. L’altro protestava e non voleva che un Vescovo si disturbasse tanto per un laico. « Amico mio, non siete voi sposato? ». « Non ancora ». Allora avete ragione di protestare: vi tratterò con più confidenza e minori riguardi ». Per il santo dunque una persona sposata doveva essere circondata di una maggior venerazione. Perché? per la dignità del sacramento del matrimonio che conferisce agli sposi una grazia che li rende capaci d’amarsi soprannaturalmente, e di educare i figli per il Paradiso, e di sopportare con serenità i pesi del loro stato. – Appunto per santificare le nozze, Gesù volle trovarsi a quelle di Cana. Come ha preso la lavanda a simboleggiare e a conferire la grazia che lava dal peccato originale, nel Battesimo, così ha preso il mutuo e perpetuo impegno degli sposi a donarsi l’uno all’altra per simboleggiare la sua unione con la Chiesa e per conferire la grazia d’amarsi indissolubilmente come Egli e la Chiesa si amano. Perciò in Cristo e nella Chiesa il matrimonio è diventato un grande sacramento. Se è un Sacramento, ed un Sacramento dei vivi, bisogna prepararsi con retta intenzione; accostarsi con pura coscienza; perdurarvi secondo la legge di Dio. a) Prepararsi con retta intenzione: non per calcoli umani, né per stimoli unicamente passionali. « Stammi a sentire: — diceva l’Angelo Raffaele al giovane Tobia — io ti mostrerò chi sono quelli sui quali può prevalere il demonio. Quelli che vanno al matrimonio dimenticando Dio, solo per sfogare la propria libidine, come il cavallo ed il mulo che non hanno intelletto: su quelli il demonio ha potestà ». Ma Tobia pregava: « Signore, tu sai ch’io prendo moglie non per lussuria, ma per desiderio di figli nei quali il tuo Nome sia benedetto nei secoli dei secoli » (Tob., VI, 16 – 17; VIII, 9). – b) Perdurarvi secondo la legge di Dio: non significa appena la condanna di ogni infedeltà, ma anche la condanna di ogni uso del matrimonio che non rispetti il fine per cui il Signore l’ha istituito. – 2. L’UOMO TRASMUTATO IN FIGLIO DI DIO. Quel Gesù che alle nozze di Cana trasmutò l’acqua fredda e insapora in vino, forte e generoso, nelle mistiche nozze della Divinità con la umanità avvenute nella sua Incarnazione trasmutò noi da poveri decaduti figli di Adamo in figli di Dio. Come rami di un ulivo selvatico siamo stati staccati dal vecchio e maligno tronco, siamo stati innestati nel divino ulivo Gesù, ed ora assorbiamo la linfa della sua vita, e uniti a Lui possiamo produrre frutti degni della Santissima Trinità. Orbene, ogni innesto richiama una doppia ferita: una nel tronco che deve ricevere il ramo, l’altra nel ramo che deve essere tagliato via dal ceppo maligno. Cristo ricevette la sua ferita sul Calvario. Noi dobbiamo infliggercela di giorno in giorno per strapparci ai desideri e alle opere degli figli del secolo, per vivere soltanto nei desideri e nelle opere di figli di Dio. Liberato dalla schiavitù egiziana, attraversando il deserto verso la Terra Promessa, il popolo d’Israele arrivò alla frontiera del paese degli Edomiti, pagani e crudeli. Mosè inviò alcuni messaggeri al loro re, che dicessero così: « Ci sia concesso di passare attraverso il tuo territorio. Non devasteremo i tuoi campi, né assaggeremo l’uva dalle tue vigne, né berremo l’acqua dei tuoi pozzi: ma andremo per la via maestra, finché avremo oltrepassato i tuoi confini» (Num., XX, 14-17). – Liberati dalla schiavitù del demonio, fatti figli di Dio in viaggio nel deserto di questa vita verso il Paradiso promesso, dobbiamo anche noi attraversare un territorio pagano e pericoloso assai alle nostre anime. Nessuno si lasci incantare dai vigneti del mondo, pieni di lusinghe ma fatali; nessuno abbeveri la sua sete di felicità alle acque contaminate della lussuria e dell’orgoglio e dell’avarizia. Avanti per la strada maestra dei comandamenti, senza voltarsi a destra o a sinistra, diritto fino al regno eterno del Padre celeste dove ci è preparato un posto con eterno amore. – Ricordate la meravigliata espressione del direttore di tavola: « Tutti bevono prima il vino migliore e serbano per ultimo lo scadente… tu hai fatto il contrario ». Sono gli stolti seguaci del mondo che eleggono il vino buono e allegro per questa vita e nell’altra si riserbano lo scadente… Noi Cristiani, seguaci dello Sposo divino Gesù, in riconoscenza delle preziose trasmutazioni che per nostro amore ha operata, eleggiamo per questa vita il vino amaro della mortificazione, ed Egli nell’altra ci riserberà quello ottimo del gaudio eterno.LA MADONNA A NOZZE.Questo fu il primo miracolo di Gesù ed accadde alla presenza di Maria, per sua intercessione. A considerarlo attentamente, si rivela la bontà e la potenza di Maria.1. LA BONTÀ DI MARIA. a) La Madonna è la prima ad accorgersi del serio imbarazzo in cui si trovano sposi. Essi, forse, non lo sapevano ancora, e già il cuore della Madre divina è trepidante per loro: le pare già di assistere alla delusione, alla meraviglia e alle proteste dei convitati che si trovano senza vino nel momento in cui lo si desidera maggiormente; di assistere allo sgomento e alla vergogna degli sposi novelli che si vedono offuscata anche l’ora più gioiosa della vita. Ella si preoccupa e soffre come di una sventura sua, capitata nella propria casa. Noi, chiusi nel cerchio dei nostri interessi personali, noi egoisti e dimentichi di chi soffre nell’anima e nel corpo, come siamo indegni d’essere figli d’una Madre così buona! Sappiamo che ci sono nazioni intere a cui manca il vino della fede, e ci sono missionari estenuati e insufficienti perché senza mezzi; sappiamo che anche nelle mostre parrocchie il male e l’ignoranza trionfano perché i Sacerdoti non bastano, se non sono aiutati; eppure viviamo nella beata indifferenza, come se fossero bisogni le pene che non ci riguardano. Sappiamo che non lontano da noi c’è una famiglia in miseria, c’è un infermo, c’è una disgrazia; sappiamo che, mentre cade la neve e tira il vento freddo, c’è gente senza casa, o senza coperte, o senza fuoco, o senza scodella di minestra calda; noi bene pasciuti, ben riscaldati, allegri e sani, ci chiudiamo nella felicità di casa nostra. Non si arriva talvolta a provare un istintivo e malvagio senso di gioia per qualche infelicità toccata agli altri, quasi che l’umiliazione altrui aumenti la nostra gloria, quasi che il dolore altrui aumenti il nostro benessere? E, per contrario, non si arriva a provare un istintivo e malvagio senso di pena per la fortuna toccata ad altri? Perfino nella preghiera, portiamo il nostro egoismo, la grettezza del nostro cuore, e, pregando non ci ricordiamo che dei nostri dolori, dei nostri bisogni. La vera preghiera dei figli di Dio non è egoistica, ma s’impietosisce anche dei dolori e alle disgrazie altrui, allarga le braccia verso i peccatori, gli infedeli, le anime purganti, la gerarchia ecclesiastica, il Papa, la Chiesa universale, la gloria immensa di Dio. Non viviamo soli al mondo, Cristiani, ma siamo uniti tutti in una sola famiglia che è la Chiesa, siamo membri di un sol corpo che è il mistico Corpo di Cristo. Niente è più contrario alla religione dell’individualismo egoistico. Torniamo alla Madonna, e aggiungiamo un’altra riflessione sul suo buon cuore. b) La Madonna non sa criticare. Un’altra persona al suo posto, vedendo mancare il vino, avrebbe fatto due sorte di ragionamenti. Avrebbe detto: « Che gente irriflessiva, senza giudizio, senza avvedutezza! Ti fanno un banchetto, invitano gente, e non pensano a provvedere almeno l’indispensabile. Se adesso resteranno scornati, se lo sono meritato: un’altra volta ci penseranno meglio ». Oppure avrebbe detto: « Che spilorci! come si fanno compatire in una circostanza in cui anche i più miserabili sanno apparire signori! Pretendevano che si venisse a festeggiarli bevendo più acqua che vino ». Simili pensieri non attraversarono mai, neppure lontanamente, il cuore di Maria. Ella non sa criticare, sa provvedere e aiutare. Invece sono moltissimi che sanno inasprire le sofferenze altrui con i loro giudizi, le loro assennate disapprovazioni, i loro pareri per l’avvenire, ma non muovono un dito per correre efficacemente. Oh; sapessero almeno tacere! c) La Madonna non sa tardare. Un’altra persona al suo posto non si sarebbe mossa, dicendo fra sé e sé: « Aspettiamo che me lo dicano ». Invece la Madonna non sa aspettare: benché non informata, ella indovina la situazione; benché non pregata, soccorre liberamente. La bontà di Maria vede due cose nel nostro cuore. La prima è che spesso siamo così distratti, così pieni di sonno, che non ci accorgiamo neppure d’essere sull’orlo dell’abisso; come i due sposi non s’accorgevano che non c’era più vino. Siamo tutti come i bambini che si mettono nei pericoli senza saperlo. Ma una madre non aspetta che il suo fanciullo la chiami, ma ella accorre quando un veicolo, una bestia, o qualsiasi altro accidente minaccia la sua vita. Chissà quante volte la Madonna è accorsa a salvarci, ha interceduto e pianto per noi! Se avesse aspettato sempre che la pregassimo, a quest’ora forse saremmo già all’inferno. – Come sei buona, dolce madre Maria, non ho parole per ringraziarti! La Madonna sa un’altra cosa di noi. Ed è che ci brucia terribilmente aprire agli altri la nostra miseria, abbassarci a chiedere aiuto: si preferirebbe soffrire, anche morire. E Maria, la buona, la dolce Regina, c’insegna che la carità migliore si deve fare senza essere richiesti e senza umiliare, e, se fosse possibile senza farsi conoscere da nessuno, neppure dal beneficato. Nei « Promessi Sposi » gran libro di sapienza cristiana, c’è un buon sarto che doveva aver imparato dalla Madonna a far la carità. Era povero, ma sapeva di una persona più povera di lui, benché non gli avesse detto nulla. Un giorno di festa mise insieme in un piatto delle vivande che erano sulla tavola, e aggiuntovi un pane, mise il piatto in un tovagliolo, e preso questo per quattro cocche, disse alla sua bimbetta maggiore: « Va’ qui da Maria vedova; lasciale questa roba, e dille che è per stare un po’ allegra co’ suoi bambini. Ma con buona maniera ve’: che non paia che tu le faccia l’elemosina. E non dir niente, se incontri qualcheduno; e guarda di non rompere ». (cap. XXIV). – Osservate il delicato accorgimento di accettare qualcosa dai bambini. Cristiani, mandate spesso i vostri bambini a fare l’elemosina. Osservate ancora che saggi avvisi dà il sarto, soprattutto non dimenticate le parole: « … che non paia che tu le faccia l’elemosina ». Cristiani, dobbiamo essere riconoscenti ai poveri quando si degnano d’accettare il nostro superfluo, perché essi ci arricchiscono nel cuore di bene essenziali.2. LA POTENZA DI MARIA.La parte più interessante del miracolo di Cana è in quel sommesso dialogo di Maria con Gesù. C’è come un combattimento tra la misericordia e la giustizia, tra l’ansioso cuore d’una madre e la volontà imperscrutabile dell’Onnipotente, tra la Madonna e Dio. Il meraviglioso è che vince la Madonna. O Vergine potentissima, vinci, anche per noi, così! Dice Maria sottovoce: « Gesù, non hanno più vino ». Risponde Gesù: « Né io, né tu abbiamo colpa; noi non c’entriamo ». La Madonna non è contenta: il suo amore non si volge soltanto a quei casi dove in qualche modo è interessata; la sua carità non cerca mai il proprio tornaconto. Ripete Maria sottovoce: « Gesù, non hanno più vino ». Risponde Gesù: « Lascia andare! Non è questo il momento per farmi conoscere Figlio di Dio ». Solo una madre sa capire perfettamente le parole di un figlio; e la Madonna sentì che sotto a quel no, in fondo in fondo tremava un sì. Subito ne approfittò con un atto che diremmo audace, se non fosse della Vergine prudentissima. – Chiamò i servi e li mandò davanti al Figlio pronti a ricevere ordini. E Gesù disse loro: « Riempite d’acqua le sei pile ». Come ella udì, tremò tutta di gioia. Aveva vinto. Aveva ottenuto di far lieti due cuori. La Madonna è vittoriosa! E che vittoria! Ciascuna pila conteneva più di cento litri: bastava dunque che l’acqua d’una sola fosse tramutata in vino. Ma la Madonna non fa le grazie su misura, Ella abbonda e sovrabbonda, è magnificentissima. Le sei pile si trovarono tutte colme di gustoso e redolente vino. I due sposi ne ebbero per quel giorno e per un anno intero. Cristiani, nella nostra vita manca forse il vino del fervore, dell’amore di Dio. Purtroppo da tanti e tanti l’amor di Dio non si conosce neppure. Amore alla carne, amore ai danari, amore agli onori, amore a questo mondo bugiardo: ecco quel che hanno in cuore. Se ci troviamo in questo numero, preghiamo Maria perché per noi si rivolga a dire al suo Gesù: « Non hanno più vino ». Pregatela così, e sentirete un generoso vino, dolce e forte, riempire i vostri cuori, e vi troverete cangiati da quei di prima.Può darsi che qualcuno, pur convinto della bontà e della onnipotenza di Maria, non osi invocarla per sé, perché da moltissimo tempo in balìa del vento d’ogni più brutto piacere, più non l’ha pregata e forse l’ha oltraggiata. Ora è triste in fondo al cuore, vorrebbe ritornare, ma dispera. Per costui voglio ricordare una graziosa leggenda tessuta intorno a un convento di Vienna, detto il convento della Celeste Portinaia. Si racconta che, moltissimo tempo fa, la suora portinaia di quel convento, disamorata della vita claustrale, fu presa da una forte smania di ritornare al mondo e appressare le sue smunte labbra al vino della felicità mondana, Una notte, che tutte le suore dormivano nella pace purissima, ella non poteva dormire per la veemenza di quel desiderio. La sciagurata non era cattiva ma debole, e ad un certo momento non seppe più resistere. Si alzò, discese in portineria, aprì; poi prese la chiave e il suo velo di suora e li depose dietro la statua della Vergine Maria che stava vicino alla porta, con queste parole: « Regina del Cielo, ecco la chiave; fate di buona guardia al convento… » E, senza voltarsi, uscì. La notte oscura era senza stelle. Per sette anni visse nel mondo e bevve al suo calice lunghi sorsi, ma non erano di felicità. Il mondo è cattivo, bugiardo, ingannatore; non era vino quello che dava alla sua sete, ma liquidi melmosi e piccanti ed esasperanti. La delusione fu terribile. Dopo sett’anni quella povera suora senza velo, umiliata, distrutta, pentita, con la promessa d’una severa penitenza, colla volontà d’un totale rinnovamento, s’avvicinò al suo chiostro. Era ancora notte, ma una notte piena di stelle. Il cuore le batteva forte. Fece per bussare alla porta, ma era aperta: dietro la statua della Vergine c’era un velo e le chiavi. Il suo velo e le sue chiavi. Al giorno dopo riprese il suo ufficio di portinaia, senza che alcuno facesse meraviglie del suo ritorno o le dicesse alcunché. Nessuno si era accorto della sua lontananza perché la Vergine benedetta s’era messa ogni giorno il suo velo, aveva preso la sua sembianza, ed aveva fatto al suo posto la portinaia. Cristiani, se delusa dagli avvelenati piaceri del demonio e del mondo, un’anima vuol ritornare a bere il vino casto della pace e della gioia di Dio, per quanto male abbia commesso, non abbia disperazione o timore veruno. Troverà la porta aperta. Una dolce madre, da tanto tempo, gliela tiene aperta, aspettando, piangendo, pregando.LA SANTA MESSA. L’ora sua era un’altra: e venne nell’ultima cena quando non l’acqua in vino, ma il vino cambiò nel suo Sangue vero. E quel Sangue lo diede da bere alle anime nostre. Sciens Jesus quia venit hora in finem dilexit eos. E istituì la S. Messa. Un umile Sacerdote sale l’altare, offre a Dio una sottile ostia di pane sulla paterna, e il vino nel calice; pronunzia quelle medesime parole che disse Gesù Cristo nel cenacolo, ed ecco quel pane e quel vino diventano il vero corpo e il vero sangue del Figlio di Dio. O res mirabilis! Meraviglioso mistero: i nostri occhi, le nostre mani non s’accorgono di nulla, tutto rimane come prima per i sensi. Ma i cieli sono spalancati, Dio si è fatto presente, intorno prorompono i cori angelici nell’altissimo cantico: santo! santo! santo!Nel Vangelo si legge di un uomo che fu disavveduto. Possedeva un campo con un tesoro nascosto e non lo sapeva. Poteva farsi ricchissimo come un re, e invece si è lasciato comprare il terreno da un altro più furbo che scovò il tesoro e se lo fece suo. Anche nei nostri paesi, anche tra le nostre case, a pochi passi dal nostro uscio, c’è un tesoro che noi non sappiamo. C’è una favolosa ricchezza alla portata delle nostre mani e non l’afferriamo. Potremmo diventare ricchissimi, non di danari, ma di grazia e di meriti per il cielo; invece non ce ne curiamo. Io voglio mostrarvi oggi questo tesoro, perché tutti ne possiate approfittare: è la santa Messa. Nulla sopra la terra v’è di più sublime. Nulla sopra la terra v’è di più utile.1. NULLA DI PIÙ SUBLIME. L’Apocalisse (c. IV-V) descrive una gran visione. Nel cielo s’ergeva un trono altissimo, in giro stavano ventiquattro seniori vestiti di bianco e coronati d’oro. Ed ecco in mezzo al trono ed ai seniori venne un Agnello ritto in piedi, ma come ucciso. Tutti si prostrarono davanti a Lui ed avevano in mano cetre e le coppe d’oro piene di profumi e cantavano un cantico nuovo, dicendo: « Degno è l’Agnello di ricevere la gloria e la benedizione, perché è stato ucciso e col suo sangue ci ha redenti ». Quest’agnello che sta ritto come un leone e pure è ucciso, questo agnello che sta sul trono e ci redense col suo sangue, è figura di Gesù Cristo che sull’altare, nel Sacrificio della Messa, sta ritto come sacerdote offerente ed è ucciso come vittima offerta. – Nel giorno del S. Natale, nella Chiesa, si ricorda la nascita del Signore: ma non è vero che in quel giorno il Signore nasca nuovamente. Nel giorno di Pasqua e della Pentecoste si celebra la resurrezione di Cristo e la discesa dello Spirito Santo: ma non è vero che in quel giorno Gesù risorga nuovamente, e lo Spirito Santo nuovamente discenda. Invece nella S. Messa non v’è appena una rappresentazione, un ricordo della morte del Signore, ma è lo stesso sacrificio della croce che avvenne un giorno tra spasimi e sangue sul Calvario che ora qui si rinnova senza spasimo e senza sangue, ma in tutta la sua realtà. – Infatti, medesimo è il Sacerdote, medesima è la vittima, medesimo è il Dio a cui si offre. – Sulla croce fu Gesù Cristo che placò la maestà offesa del divin Padre, offrendogli la sua vita: la sua povera vita passata in miseria, in fatica, in dolore, morendo di sua propria volontà (perché se voleva poteva non morire) egli la pose nelle mani di Dio come prezzo del nostro riscatto. E poi, chinato il capo, spirò. Ebbene, il Sacerdote che celebra la S. Messa non è che un rappresentante del vero Sacerdote Gesù Cristo. È Cristo che celebra, è Cristo che, per nostra salute, transustanzia il pane e il vino nel suo sangue e nel suo corpo, è Cristo che si pone sull’altare, vero e vivo ma come ucciso, Vidi agnum stantem tanquam occisum. Ecco la sublimità della S. Messa. O res mirabilis! sole della Chiesa, cuore della fede, salute delle anime nostre! Se ascoltando la S. Messa, pensassimo sempre che ascendiamo il Calvario per assistere alla morte di Cristo, non ci verremmo con aria distratta ed annoiata e con abbigliamenti immodesti! La Maddalena sotto la croce non certo vestiva e trattava come quand’era creatura perduta del mondo. E pure non pochi Cristiani assistono al divin Sacrificio senza una preghiera, sbadigliando, o peggio, con chiacchiere, con risa, con sguardi sacrilegamente profanatori. Se chi contamina l’opera di Dio sarà maledetto (Geremia; XLVIII, 10); maledettissimo colui che ne contamina l’opera più sublime: la santa Messa.2. NULLA DI PIÙ UTILE. Povero figliuolo! d’inverno camminava, lacero e scalzo, per le vie di Ravenna con le mani arrossate dal freddo e screpolate dal gelo, abbandonato da tutti fuor che dalla fame; di primavera, appena la bella stagione col suo lume nuovo e con il suo alito tiepido svegliava le erbe nei campi e le gemme sugli alberi, gli mettevano in mano una verga lunga, e lo cacciavano tutto il santo giorno a pasturare i porci. Non così aveva sognato l’avvenire del piccolo Piero la mamma sua! Morendo, aveva affidato al fratello maggiore, e l’aveva scongiurato perché lo trattasse bene e lo crescesse buono. Invece il fratello maggiore non gli dava che tante botte e poco pane ed al piccolo Piero non restava al mondo che piangere e patir la fame. Un giorno in cui l’angoscia del suo stato lo tormentava più che mai, camminando per una via solitaria vide luccicare qualcosa. Si curvò: una moneta d’oro. Sobbalzò di gioia il cuore del fanciullo, ché gli pareva d’aver trovato un gran tesoro. Come spenderla? La sua miseria, i suoi patimenti, la sua fame quanti consigli non gli davano mai! Ma alla fine decise di donarla a un Sacerdote perché gli celebrasse la S. Messa. Fece così. Di lì a pochi giorni, provò quanto sia utile all’uomo il sacrificio dell’altare. Damiano, un altro suo fratello, venne a sapere, chi sa come, le pene del fratellino; lo prese con sé, lo fece studiare, e gli volle tutto il bene che dalla morte di mamma più nessuno gli aveva voluto. E il piccolo custode dei porci crebbe, e divenne celebre nel mondo per la sua scienza e per la sua santità. Fu segretario di papa Clemente II, e poi fu Cardinale. E noi lo veneriamo come Santo: S. Pier Damiano. Oh benedetta la Messa che tanto gli giovò! Benedetta la Messa perché nulla v’ha di più utile: sia per i vivi che per i morti. – a) Per i vivi: ci allontana i castighi di Dio. Molti si meravigliano come il Signore non sia più l’antico delle armate, che appariva tra i fulmini e le nubi, l’antico Dio che per un sol adulterio fece passare a fil di spada 25.000 persone della tribù di Beniamino, che fece morir di peste 70 mila uomini per la superbia di Davide, che atterrò 50.000 Betsamiti per un solo sguardo curioso. Se Dio non manda il diluvio di acqua o quello di fuoco non è già perché gli uomini siano migliori, ma perché sulla terra, in ogni parte, si celebra la S. Messa. Ecco il sole di S. Chiesa che dissipa le nubi temporalesche e riconduce il sereno, ecco l’arco di perdono e di pace che congiunge la terra col cielo. Dio non solo perdona, ma tutto concede quello che gli chiediamo per mezzo della S. Messa. Quando abbiamo da impetrare una grazia che ci preme, forse la propria vocazione, forse la conversione d’una persona cara, forse anche una grazia materiale, ascoltiamo la S. Messa: Dio che in essa ci dona perfino il suo Unigenito, quale altra grazia ci potrà rifiutare? – b) Per i morti: S. Gerolamo afferma che quando si celebra per un’anima purgante, quel fuoco voracissimo sospende il suo tormentoso vigore per tutto il tempo che la Messa dura. E la madre di S. Agostino, sul letto di morte, nel tremito della agonia, raccolse le forze per supplicare alcuni sacerdoti che, lei morta, la ricordassero al santo altare.Ci sono, nella vita, certi giorni d’oscura angoscia in cui l’anima è oppressa da un incubo immenso e la morte ci appare come una liberatrice. In tale stato, racconta una leggenda, si trovava un principe di Germania e il demonio lo stimolava a stringersi un laccio intorno al collo, a gettarsi da un ponte, a bere il veleno. Una volta che già stava per finirla con quella disperata vita, trovò una persona amica che gli disse: « Se vuoi la pace del tuo cuore, ascolta la S. Messa tutti i giorni ». Gradì il consiglio quel principe di Germania e così fece per molti mesi. Ma un giorno, non so per qual impedimento, indugiò tanto che venendo alla chiesa, prima di giungervi udì da un contadino che la Messa era già finita, e non ve n’erano altre. Allora, turbato, cominciò a piangere, pensando se quello non fosse l’ultimo della sua vita. Il contadino, stupito di quelle lacrime e di quei sospiri, gli disse: «Signore, non V’affliggete: se mi date il vostro mantello rosso io vi venderò la Messa che ho ascoltato ». « Ma non sai — rispose l’altro — che la Messa non si può vendere? ». « Che me ne importa! — soggiunse loscamente il contadino. — Pur che mi diate il vostro mantello rosso io ve la cedo ». « Prendete pure, — concluse il principe — per una Messa darei anche la casa e la vita ».E ognuno proseguì il suo cammino.Prima di sera, tristi cose si narravano in paese. Alcuni avevano visto nella faggeta un uomo appeso ad un albero per un mantello rosso; vestiva da contadino e la sua faccia era come la faccia di Giuda. Questo fatto di due cose ci rende istruiti: Se vogliamo essere felici anche in mezzo alle tribolazioni, ascoltiamo la Santa Messa tutti i giorni. Guai a quelli che vendono la S. Messa, ossia tralasciano d’ascoltarla, e forse in giorno di festa, per amor di denaro o di divertimento o di pigrizia.

IL CREDO

Offertorium

Orémus

Ps LXV: 1-2; 16

Jubiláte Deo, univérsa terra: psalmum dícite nómini ejus: veníte et audíte, et narrábo vobis, omnes qui timétis Deum, quanta fecit Dóminus ánimæ meæ, allelúja.

[Alza a Dio voci di giubilo, o terra tutta: cantate un salmo al suo nome: venite, e ascoltate, voi tutti che temete Iddio, e vi racconterò quanto Egli ha fatto per l’anima mia. Allelúia.]

Secreta

Oblata, Dómine, múnera sanctífica: nosque a peccatórum nostrórum máculis emúnda.

[Santifica, o Signore, i doni offerti, e mondaci dalle macchie dei nostri peccati.]

Præfatio

V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
V. Sursum corda.
R. Habémus ad Dóminum.
V. Grátias agámus Dómino, Deo nostro.
R. Dignum et justum est.

de sanctissima Trinitate

Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Qui cum unigénito Fílio tuo et Spíritu Sancto unus es Deus, unus es Dóminus: non in uníus singularitáte persónæ, sed in uníus Trinitáte substántiæ. Quod enim de tua glória, revelánte te, crédimus, hoc de Fílio tuo, hoc de Spíritu Sancto sine differéntia discretiónis sentímus. Ut in confessióne veræ sempiternǽque Deitátis, et in persónis propríetas, et in esséntia únitas, et in majestáte adorétur æquálitas. Quam laudant Angeli atque Archángeli, Chérubim quoque ac Séraphim: qui non cessant clamáre quotídie, una voce dicéntes:

[È veramente degno e giusto, conveniente e salutare, che noi, sempre e in ogni luogo, Ti rendiamo grazie, o Signore Santo, Padre Onnipotente, Eterno Iddio: che col Figlio tuo unigénito e con lo Spirito Santo, sei un Dio solo ed un solo Signore, non nella singolarità di una sola persona, ma nella Trinità di una sola sostanza. Cosí che quanto per tua rivelazione crediamo della tua gloria, il medesimo sentiamo, senza distinzione, e di tuo Figlio e dello Spirito Santo. Affinché nella professione della vera e sempiterna Divinità, si adori: e la proprietà nelle persone e l’unità nell’essenza e l’uguaglianza nella maestà. La quale lodano gli Angeli e gli Arcangeli, i Cherubini e i Serafini, che non cessano ogni giorno di acclamare, dicendo ad una voce:]
Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Preparatio Communionis

Orémus: Præcéptis salutáribus móniti, et divína institutióne formáti audémus dícere:

Pater noster,

qui es in cælis. Sanctificétur nomen tuum. Advéniat regnum tuum. Fiat volúntas tua, sicut in cælo et in terra. Panem nostrum quotidiánum da nobis hódie. Et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris. Et ne nos indúcas in tentatiónem:
R. Sed líbera nos a malo.
S. Amen.

Agnus Dei

Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: dona nobis pacem.

Panem cæléstem accípiam, et nomen Dómini invocábo.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Joann II: 7; 8; 9; 10-11

Dicit Dóminus: Implete hýdrias aqua et ferte architriclíno. Cum gustásset architriclínus aquam vinum factam, dicit sponso: Servásti bonum vinum usque adhuc. Hoc signum fecit Jesus primum coram discípulis suis.

[Dice il Signore: Empite d’acqua le pile e portate al maestro di tavola. E il maestro di tavola, non appena ebbe assaggiato l’acqua mutata in vino disse allo sposo: Hai conservato il vino migliore fino ad ora. Questo fu il primo miracolo che Gesù fece davanti ai suoi discepoli.]

Postcommunio

Oremus.

Augeátur in nobis, quǽsumus, Dómine, tuæ virtútis operatio: ut divínis vegetáti sacraméntis, ad eórum promíssa capiénda, tuo múnere præparémur.

[Cresca in noi, o Signore, Te ne preghiamo, l’opera della tua potenza: affinché, nutriti dai divini sacramenti, possiamo divenire degni, per tua grazia, di raccoglierne i frutti promessi.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ORDINARIO DELLA MESSA

LO SCUDO DELLA FEDE (235)

LO SCUDO DELLA FEDE (235)

LA SANTA MADRE CHIESA NELLA SANTA MESSA (5)

SPIEGAZIONE STORICA, CRITICA, MORALE DELLA SANTA MESSA

Mons., BELASIO ANTONIO MARIA

Ed. QUINTA

TORINO, LIBRERIA SALESIANA EDITRICE, 1908

LA MESSA

PARTE I

LA PREPARAZIONE

CAPO III

Art. IV.

L’EVANGELO.

Preparazione per leggerlo al popolo.

Ecco finalmente il tempo salutato per tanti secoli dai Profeti (Heb. I, 1), che il videro collo spirito del Signore; ecco l’ora che ha fatto giubilare col pensiero i santi Patriarchi (Jov. VIII, 56), in cui finalmente avrebbe parlato agli uomini Iddio di sua bocca. Ecco Gesù Cristo, che parla nel suo santo Vangelo; perocché quando i fedeli ascoltano la lettura del santo Vangelo, è il Verbo eterno che riflette sui cuori un raggio diretto della Divinità; è il Verbo eterno che si abbassa, e cerca in certo qual modo ancora incarnarsi nel cuor dell’uomo (Orig. Hom. 53 in Matt,), informando l’anima colla parola divina: « Beati quelli che sono di Dio, e perciò ascoltano la sua parola (Luc. XI.).» – Una volta una buona donna, che dovette essere una madre, bevendo le parole di vita, che fluivano dal labbro di Gesù Cristo, ne andò sì ripiena di consolazione, che si mise ad e clamare: Beate le viscere che ti hanno portato; beato il seno che ti ha allattato, o Gesù! » E Gesù Cristo, forse per farle meglio gustare la sua ventura: « che anzi, le disse, beato chi ascolta la parola di Dio, e la custodisce nel cuore. » Quasi volesse dire: la mia Madre sì veramente è beata; ma la ragione più bella di tenerla per tale, è perché ha ascoltata e custodita la mia parola (Beda, Homil. Lib. 4, c. 40, in Luc. II); e questa beatitudine, o buona donna, ecco, la puoi tu pure godere. Questa beatitudine nella Messa è assicurata a ciascun di noi se vogliamo ascoltare e conservare nel cuore la lettura del santo Vangelo. Prepariamoci intanto colla devota considerazione dei riti, che la accompagnano. In quest’istante la Chiesa si prepara per godere della sua ventura. Gli accoliti portano in mano i candelabri ardenti, e si presentano dall’uno all’altro lato dell’altare per accompagnare il santo verbo di Dio, che è 1’Evangelo. Il turiferario si affretta ad agitare il braciere infuocato; affinché consumi il prezioso profumo innanzi alla Divinità nel momento, che si degna parlare cogli uomini, per accendere in essi la carità. L’accolito presenta al Sacerdote l’ardente turibolo. Il diacono, che tiene in mano affidata la navicella, che porta dalle più lontane regioni il peregrino profumo, bacia la man del Sacerdote, e lo prega di benedirlo, affinché non sia indegno di Dio. Il Sacerdote versa l’incenso a consumarsi in forma di croce, affinché quell’offerta dell’incenso, che rappresenta la povera gratitudine nostra pel gran dono del santo Vangelo, possa venire accetta a Dio per la memoria di quella grande offerta, che gli ha fatto il Figliuol suo sopra la croce. – Il diacono va a prendere il libro del santo Evangelo, e lo pone in mezzo dell’altare come in trono, sopra le spoglie dei martiri, che versarono il sangue per sua difesa, e sotto la croce su cui sta come agnello svenato Gesù, che ruppe i suggelli, e diede da leggere scritto tutto col suo sangue il gran libro dei Misteri di Dio.

Il libro del Vangelo.

Due cose sono necessarie all’anima cristiana, cioè la luce della verità, e il pane della vita; e Gesù (Imit. Chr. lib. 4) gliele provvide e amministra dall’altare. Preparato il popolo dopo l’umile confessione colla remissione dei peccati, colle benedizioni e colle preghiere, e dispostolo nella lettura dell’epistola cogli ammonimenti, colle promesse, colle figure, e colle profezie a ricevere la pienezza della verità; ora il Figliuol di Dio stesso di sua bocca vuole ammaestrarlo, per dargli poi il pane della vita. Sull’altare è il libro dell’Evangelo: in esso non più figure enigmatiche, non più segni oscuri; ma è il gran profeta della Chiesa cristiana, è il gran dottore della giustizia, il legislatore del Nuovo Testamento; anzi, molto più che profeta, dottore e legislatore, è il Desiderato delle genti, è Gesù Cristo stesso, che dice le sue parole, come amico ad amici. Oh bontà del divino Gesù! sì veramente ci si donò tutto, interamente: mentre sotto i veli del Sacramento ci vuol donare se stesso prima colla sua viva parola spira in noi l’alito della carità, affinché possiamo vivere a Lui uniti. Gesù è il Verbo di Dio, è presente in ogni luogo, e nella sua eternità i tempi altro non sono che un tutto presente. Egli è dunque qui, e nel Vangelo vivifica la sua parola, che diventa parola viva sul labbro suo. Egli è proprio Lui, che qui ora vagisce bambino, fanciulletto vive soggetto a Maria e a Giuseppe nella casa di Nazaret: ci dice beati noi, che viviamo fra le tribolazioni con quell’amabile parola: ci comunica di sua mano: ci guarda in volto grondante di sangue in passione: ci tira sotto la croce con ansioso lamento; ci piove il sangue sulle persone; ci fa metter la mano nel suo Costato; non ci abbandona più; ci piglia in Cuore, per portarci in paradiso. Ci pare adunque vedere Gesù nel Vangelo. – A differenza di ogni altra parola consegnata nei libri, che è cosa morta, e quasi scheletro di pensieri e materiale segno di alcune idee, qui la parola del Vangelo è quella medesima, che, spirando da Dio per mezzo del consostanziale suo Verbo, diede l’essere ed il movimento a tutte le cose, e che poi uscita di bocca al Verbo stesso umanato a foggia di Spirito animatore, ebbe corsa e rinnovata la faccia della terra. Qui questa parola nel libro del santo Evangelo, e dallo Spirito di Dio vivificata, è come un raggio di vera luce vivida ed immortale; ella è il verbo del Verbo divino; e, non sapendo dir meglio, diremo, che ella è come una emanazione continua, che esce dal seno della Divinità ovunque presente! La Chiesa in fatti le adopera un culto particolare, anzi le presta adorazione come a cosa divina; perciò il Sacerdote, che sempre nel pregare, pronunciando il santo Nome di Dio, si volge, e s’inchina alla croce, se gli avviene di nominarlo nel leggere il Vangelo, s’inchina al libro stesso, come a Gesù Cristo in persona, adorandolo nella sua parola. – La Chiesa poi confida così nella virtù di quella parola, che l’usa come una potenza a fugare il demonio. Quindi nel dare benedizioni e nell’assistere ai moribondi, fa che si legga porzione del santo Evangelo; perché allo scintillare di quella luce divina fuggano le potenze delle tenebre, come da fulmine che le percuota. Per questa ragione alcuni degli antichi fedeli si portavano con tenera venerazione il santo Vangelo sempre sul seno; altri ne appendevano al collo alcuni versetti; altri non contenti d’averlo avuto indivisibil compagno nel pellegrinaggio della vita, morivano stringendoselo al cuore, volevano che si ponesse sul petto seco nel sepolcro, testimonio delle fede, argomento della speranza d’aver a risorgere, e mallevadore della vita eterna. Così sul petto dell’Apostolo S. Barnaba si trovò nel  sepolcro scritto di propria mano l’Evangelo di S. Matteo. – Furono poi nelle chiese con ogni più fina cura dai fedeli guardati i sacri codici evangelici, e si conservarono in ceste d’oro tempestate di gemme (S. Greg. Turon., De glor. confess. Cap. 63); e nei tesori delle cristiane antichità li troviamo coperti d’oro e d’argento, ricchi d’ogni più prezioso ornamento e del più squisito lavoro. Come osserva s. Clemente Alessandrino, Gesù nel Vangelo non solo ci comunica la sua dottrina; ma ci si rimette sotto gli occhi quasi presente nei misteri, e in tutte le azioni della sua vita; e così continuerà quasi presente a parlare di sua bocca ai fedeli Egli stesso fino alla consumazione dei secoli. Quindi negli antichi concili, come in quello di Efeso ed in tutti i concili ecumenici (Baronius. Annal. Eccles., 325, n. 40), si collocò il libro dell’Evangelo in maestoso trono, perché fosse testimonio parlante delle verità, che con lui concordi lo Spirito Santo avrebbe coll’ispirazione dichiarato pel ministero dei Padri. Ancora al tempo presente. quando Si vuole attestare la verità con un solenne giuramento, si mette dinanzi il Vangelo, s’accendono i lumi, simbolo della fede, con cui si adora il Verbo del Dio vivente in esso, e mentre stende la mano, chi intende giurare, con quell’atto solenne fa appello alla veracità di Dio, che si adora presente chiamandolo testimonio e giudice del vero, che si protesta di dire. – Gioverà qui ricordare un bel fatto. A Cesarea di Palestina viveva s. Marino, uno dei primi ufficiali della corte del governatore; e gli toccava per ragion di grado di essere fatto centurione. Un cotale suo competitore, per escluderlo da questa carica va, e denunzia lui essere Cristiano, e perciò per legge escluso, perché non sacrificava agli imperadori. Aceo governatore il dimanda se fosse vero; e Marino a lui francamente: « Sono e mi glorio d’essere Cristiano. » Il governatore gli dà tre giorni di tempo. Era in sull’uscire dal Pretorio, e gli si fa incontro Teoteno Vescovo, che lo prende per mano, lo mena innanzi all’altare, e, sollevatagli la clamide, gli scopre la spada al fianco; e, facendogli posar una mano sull’elsa e l’altra sul libro del santo Evangelo, « Marino! gli dice quel santo Vescovo, eleggi o questa, o questo: o la spada, o l’Evangelo. » Marino, senza esitare, prende il Vangelo, se lo pone sul petto, e, « questo dice, sì, questo eleggo. » E il Vescovo: « ben sia teco, ché hai scelto il tuo migliore. Statti fermo con Dio, e va in pace. » Esciva di chiesa, e andava a versare il sangue in supplizio a difesa dell’Evangelo, che aveva scelto per sua porzione. – In tante persecuzioni i martoriati fedeli, nella consolazione di possederlo, dimenticavano il furore delle tempeste, e con esso rifugiati negli antri, gli cantavano allegre lodi d’intorno, e si lasciavano tagliuzzare le membra, ed abbruciar vivi, piuttosto che consegnare una copia di questo libro, che ci tramandarono in eredità col loro sangue (Cantù, vol. 5, Persecuzioni, Storia Univers.). Qui ci pare di vedere gli antichi fossori raccogliere le salme dei fedeli squartati, comporle nei sepolcri, e quasi a consolare quei cadaveri mutilati orribilmente, porger sul petto una particella del divin libro e dire: « riposate, povere membra, riposate per poco qui nel tempo: risorgerete presto alla vita eterna, che v’è promessa: e questo libro nel dì della manifestazione presenterete come titolo della vostra fede e dell’eredità del paradiso. »

I.

Il canto del Vangelo.

Perché, come osserva s. Tommaso nell’Evangelo s’istruisce il popolo perfettamente, la Chiesa lo fa leggere dal diacono ministro maggiore: e mentre il suddiacono sta già pronto appiè della predella per accompagnarlo alla tribuna, quegli prostrato  sui gradini dell’altare, è tutto in preparare l’anima sua. Colle mani giunte sul petto, cogli occhi fissi alla terra, tremante pel grande incarico a cui sobbarcare si debbe, quest’uomo ripieno dello spirito di Dio non sa fare altro, che dire gemendo: « mondate il cuor mio ed il mio labbro, o Dio onnipotente; voi, che al profeta Isaia avete le labbra purificate coll’acceso carbon dell’altare. Deh! colla vostra gratuita misericordia degnatevi di mondare questo uomo peccatore, e farvelo degno di servirvi d’organo a parlare al popolo vostro la vostra parola. Fatelo per i meriti di Gesù Cristo nostro Signore. » Sorge! va diritto in mezzo all’altare, s’inchina in atto di chiedere in grazia, gli sia concesso di prendere il Vangelo. Con quel pegno divino fra le mani cade in ginocchio a piedi del Sacerdote, « O padre, esclamando, o Signore, comandatemi voi affinché da un vostro cenno io prenda ardimento alla grande azione, confortato dalla vostra benedizione. » Il Sacerdote benedice con queste parole: « Dio ti possieda il cuore; Dio ti muova le labbra, affinché colla tua bocca santificata annunci con dignità, come si conviene, la sua parola. Va nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo. » – Il diacono bacia la mano ripiena dei balsami del Signore, venerando nel Sacerdote l’autorità che Dio gli ha comunicata; s’inginocchia col suddiacono sotto la croce adorando Gesù; indi, preceduto dagli accoliti cogli accesi doppieri e col sacro fuoco ardente, accompagnato dal suddiacono, portasi alla tribuna, dove depone con gran religione il santo libro, e lo apre: passando esso profondamente tutti s’inchinano innanzi al Verbo di Dio (Mansi, De vero Eccl.). Alla vista di quel libro divino aperto sopra quel trono, pare ai fedeli di vedere sopra il ricco origliere trapuntato d’oro e adorno di fiori, che mai non appassiscono, riposare l’Agnello divino, ritornato a vita immortale dall’altare, su cui fu svenato. Vedon in fatti in quel libro il titolo originale della riconciliazione, la tavola del gran patto stretto tra il cielo e la terra, il pegno dell’eredità del paradiso, promesso ai figliuoli adottati nel Sangue del loro primogenito Figliuolo di Dio; insomma il libro della vita aperto per tutti. Gli splendono i lumi d’intorno, e anticamente nelle chiese d’oriente s’accendevano tutti i lumi per esprimere la letizia e la vigilanza delle anime e lo splendor di verità, che dall’Evangelo si diffonde per tutto l’orbe. – Ciò si fa ancora da noi nella festa della purificazione di Maria, forse per esprimere la luce divina, che Gesù ha portato in terra, e la fiamma della carità, di che fa ardere i cuori, e per festeggiare il Bambino Gesù, che appare nel tempio fra le braccia della Madre Santissima; come pure nella domenica delle Palme si prendono in mano le palme quasi per festeggiare in trionfo Gesù, che viene a parlarci. – Il popolo sorge in piedi come un sol uomo. Anticamente i re deponevano la lor corona, che avevano ricevuta sul capo consacrato per grazia di Dio; (ma allora potevano stare tranquilli che la mano sacrilega dei popoli in rivolta non l’avrebbe mai tocca): i guerrieri sguainavano la spada e l’appuntavano a terra, per mostrarsi assoldati all’Evangelo, e pronti sotto la croce a combattere per la patria e la famiglia, per ogni bene di Dio: monarca, milizia, e popolo sotto il vessillo di Gesù, alla lettura del Vangelo stavano in atto di chi aspetta i comandi di Colui, che li conduce alla conquista del regno de’ cieli. Il diacono grida loro: « Fratelli, il Signore sia con voi: » « e collo spirito tuo » rispondono tutti. « Eccovi ciò che vi dice Gesù nel Vangelo. » Tace un momento, si affretta d’abbruciare l’incenso, in atto di adorare Dio nella sua parola. Momento solenne! Terra, terra, ascolta Iddio medesimo! Figliuoli degli uomini, questa è la parola creatrice, che vi ritorna all’immortalità, per cui ella vi aveva creato! Beato chi l’ascolta, e la custodisce! – Qui è da notare, come il Sacerdote sta sull’altare a piè della croce. Rappresentante di Gesù Cristo, da quell’altezza, quasi dall’alto della casa del Padrone Evangelico, si vede spiegato dinanzi nell’universo il gran campo da farvi la raccolta, e vi spedisce l’operaio. Questo atto del celebrante, che manda il suo ministro a pubblicare l’Evangelo, significa, che dal divin Padre ricevette Gesù ogni potestà sulla terra, e da Gesù Cristo il sacerdozio ha il diritto ed il dovere di conquistare in essa tutte le nazioni alla verità (Natt, XXVIII, 18). Ma sì però che nessuno dei ministri abbia d’arrogarsi questo onore di predicare in nome di Dio, se non è, come l’antico Aronne (Heb. C. 5, v. 4), chiamato da Dio e delegato da chi è posto da lui a reggere la sua Chiesa, coll’ordine della Gerarchia.

La Gerarchia.

Essendo la verità il primo bene degli uomini, ed ogni bene venendo di cielo dal Padre dei lumi, che è Dio; Egli il tesoro delle sue verità affidava alla Chiesa, cioè alla congregazione da lui ordinata degli uomini chiamati a salute, e consegnata come gregge d’agnelli da pascolare e reggere a Pietro ed ai suoi successori (Jo.  XXI, 16). Questa società di fedeli con Dio, non può essere se non che una; perché uno è Dio, ed una sola è la verità, e deve essere universale, cioè cattolica, e nella sua unità abbracciar l’universo, ed illuminare, come il sole, tutta la terra. Gesù Cristo per fondarla sicura in unità, la costituiva sopra una pietra destinata a metter in pezzi coloro, che vi cadranno sopra, e quelli altresì sopra di cui ella cadesse (Matth. XXV, 44); e dava cominciamento al mistero dell’unità della Chiesa collo scegliere dodici fra i suoi discepoli. Ecco la prima separazione, questa degli Apostoli dal resto dei fedeli; ma volendo consumare il mistero dell’unità, fra dodici ne scelse uno; e per porre l’immancabile pietra, sopra la quale meditava di sollevare tutto il suo edificio, scelse Simone, a cui diede il nome di Pietro col dirgli: « Tu sei Pietro, e sopra di questa pietra edificherò la mia Chiesa. » Col mezzo di lui fondò la Chiesa, soggiungendo: « Le porte d’inferno non prevarranno contro di essa, » Poi disse: « Ti darò le chiavi del regno de’ cieli; e qualunque cosa avrai legato sopra la terra, sarà legata ne’ cieli; e qualunque cosa avrai sciolta sulla terra, sarà sciolta anche ne’ cieli. » Con questa parola qualunque ha messo sotto il potere di Pietro il mondo universale; e questo potere dato a lui solo, sopra tutti senza eccezione, porta seco la pienezza, non avendo a dividersi con alcuna altra potenza. Sin qui s. Cipriano, che saldava la sua fede con morir martire per essa l’anno 258. Quindi con tutti ì dottori conchiude Bossuet (Expos. de la Doct. Cathol. Art. 22), ecco che il sommo Pontefice è il centro necessario, è il vincolo immortale dell’unità del corpo di Chiesa santa. Dov’è adunque Pietro ed il Pontefice suo successore, là è la Chiesa (S. Ambr.): e solo in esso i Vescovi trovano l’unità dell’episcopato indivisibile (Bossuet l. c.). – Ed ecco, prosegue Bossuet, il mistero dell’unità cattolica, ed il principio immortale della bellezza della Chiesa. Essa è una nel suo tutto, ed una in ciascun membro; perché v’ha un legame divino, che unisce tutte le parti, che formano il tutto. Non basta che essa sia unita al di dentro dallo Spirito Santo; ma ha altresì un vincolo comune dell’esterna sua comunione, e dee rimaner unita con un governo, in cui l’autorità di Gesù sia rappresentata. Affinché nel governo istituito da Gesù Cristo l’autorità di Gesù fosse rappresentata, bisognava stabilirvi un capo, costituito da Gesù Cristo per condur tutto il gregge nelle sue vie (Bussuet, l. c.). Perché poi il Vangelo doveva propagarsi per tutto il mondo; e gli Apostoli dovevano istituire Vescovi e ministri inferiori in tutti i paesi, in cui avessero portata la luce; bisognava (dicono qui con s. Cipriano nella loro esposizione tutti i Vescovi di Francia dell’Assemblea del 1791), per mantenere nell’unità di una medesima fede e di uno stesso governo tutte le chiese particolari disperse sulla superficie della terra e tutto il popolo immenso delle nazioni, bisognava una potenza superiore, a cui tutte le chiese fossero subordinate, e che potesse reprimere le discordie, che fossero nate in mezzo ad essi. –  Questa potenza, questo capo di tutto il gran corpo è Pietro, l’abbandonar il quale è fonte di scismi e di tutti gli errori di quelli che dicendosi Cristiani, camminano nelle tenebre della notte. Così nell’esposizione suddetta contessano tutti i Vescovi di Francia. – Stabilito il vincolo dell’unità, fondò il ministero dell’Apostolato; cioè ordinò gli uomini destinati ad estendere la Chiesa in tutte le parti del mondo; ed ebbe così Gesù Cristo stabilita nella Chiesa la gerarchia, cioè un’adunanza di uomini subordinata ad un Capo per operare ad un medesimo fine; la quale colla diversità dei gradi e dei misteri forma l’episcopato, poi il clero cattolico. In esso è un Capo, che è il Sommo Pontefice, che con un cenno muove questo gran corpo diffuso per tutto il mondo, e lo  fa agire in ordine al disegno ricevuto da Dio. in esso pure sono i Vescovi, come capitani, che tengono l’ordine, eseguiscono i cenni, e dirigono le mosse, operano entro il cerchio, loro assegnato. Monarchia per l’unità del Papa; aristocrazia per l’unità dei Vescovi; democrazia, perché tratto dal popolo, l’Apostolato cattolico si confonde col popolo in cui trasfonde la sua forza vitale. Questo corpo abbraccia la terra, e mira a conquistar l’universo alla verità del Vangelo. Questi apostoli o missionari hanno già una storia di meravigliose vittorie in loro favore. Senza armi conquistarono i popoli conquistatori; e, quando i barbari invadono i regni, essi li adocchiano come loro facile preda, solita a conquistarli alla civiltà. Combattuti, trionfano morendo; e la loro vittoria è condurre gli uomini a salvarsi in Dio. Son la vera crociata di Dio che il Papa capitana da Roma. Intanto ecco un vero miracolo, il miracolo d’ogni di nella Chiesa Cattolica. – Questo povero vecchio, inerme, sempre guerreggiato, e sempre invincibile, sono ormai quasi duemila anni, che manda i suoi discepoli ad insegnare a tutto l’universo le verità necessarie per far migliori gli uomini. È tutto dire: quest’uomo solo ha fatto più per insegnare la verità, che non tutte le potenze antiche, e tutti i dotti di ogni tempo. Di fatto l’India, la China, l’Egitto, la Grecia, Roma; ecco ciò che ha di grande l’antichità. E che fecero mai tutte queste potenze per istruire e far migliore l’umanità? L’India se seppe alcun vero, lo tenne nascosto per la casta privilegiata; e tutto adoperò a tenere come maledette e schiave nell’ignoranza le caste dipendenti. La China fece delitto dell’uscire ad insegnare il vero agli altri, e decretò pena la testa a chi volesse a lei venire ad insegnarlo. L’Egitto del vero fece un mistero, che tenne celato nei geroglifici, e per giugner a scoprirvi qualche cosa, eh! bisogna ben esser cima di dotto. La Grecia con tutte le sue grazie, collo splendor delle sue parole, con quella potenza di genio, che pareva ispirasse il pensiero fino ai sassi, tradusse in mille forme brillanti il bello, che lusinga i sensi e pascola l’immaginazione; ma insegnò ella un nulla del vero, di che abbisognano gli uomini per divenire migliori? Roma pagana corse il mondo, ma per incatenare i popoli; e, portando seco gli errori di tutti, lasciò tutti schiavi nella più abbietta ignoranza. – Bisogna nondimeno essere sinceri, e confessare la difficoltà. Gli uomini ben sovente non vogliono il vero; e guai a chi a loro dispetto un vero che dispiaccia, voglia insenare! Allora conviene essere disposti a morire per istruirli. Ora conviene egli morire per istruire gli uomini, e farli migliori? Che cosa risponderebbero i dotti a questo quesito? Le scuole antiche avevano già data una risposta simile a quella, che danno i moderni umanitari. I dotti sono sempre usati a raccogliersi nelle loro accademie, meglio ancora sotto l’ombra del trono di un principe palpeggiato e adulato; e, gravemente sdraiati sui loro stalli, sanno leggere le loro dicerie sapute. Così se l’intendono fra loro, e tronfi del loro sapere, sprezzano un volgo ignorante; se pur, politici sino alla perfidia, come il nemico di ogni bene, non tentano i popoli a mangiar il frutto d’una scienza avvelenata, per trasfondere in essi le loro idee, dominare le masse, e strascinarle nel vortice delle rivoluzioni al loro disegno di perdizione. Del resto, i dotti di tutti i tempi, che si vantano maestri dell’umanità, ed anche, a quel che pare, ì giornalisti, che si vendono per tali al popoletto, non si sentirono mai grande vocazione al martirio; e per quanto noi sappiamo, non è mai che se n’ncontri qualcheduno incapricciato d’insegnare a fare il bene a chi vuol dare in cambio la morte. Essi credono essere meglio conservarsi al bene della patria, e lasciar andare a cimentarsi cogli antropofagi, chi? I missionari, cui il sommo Pontefice coi Vescovi di tutto l’orbe, consacrandoli  nell’ordinazione, dà in mano il Vangelo, ed, accennando alla croce, dice con Gesù: « or via andate, insegnate a tutte le creature; » e così gli spedisce colla missione.

La Missione ed i Gesuiti.

Sono mille ottocento e più anni, che per eseguire questo comando, gli apostoli non aspettano che gli uomini vengano a chiedere; ma si gettano per tutte le contrade, attraversano i mari, si arrampicano sulle più dirupate montagne, si inselvano nelle foreste in cerca degli uomini dovunque, d’ogni colore, d’ogni clima per avviarli al Padre loro in Cielo. Corrono essi per ogni verso la terra, assalgono gli uomini, che da sé li ributtano, si attaccano a loro; predicano opportunamente; s’affannano,, gridano tanto e fanno tanto, che impongono a credenza, e mettono dentro, per dir così, a questi per forza la dottrina, che gli ha da salvare. – Ma quali fanno guadagni questi franchi predicatori del vero? Non sapremmo, sé forse questi a certa morte devoti avessero già il bel piacere di essere attaccati al patibolo, come S. Pietro e Perboyfre, o d’essere ammozzati del capo, come san Paolo e il Padre Bernard, o d’essere scorticati vivi, come s. Bartolomeo e Coinay. Sarà forse stato loro gusto particolare il goder dentro in quei raffinati martori d’indescrivibili morti. Certo con quel loro programma, vogliam dire l’Evangelo, da far adottare in pratica, dovettero e dovranno scontrarsi nel mondo con fieri nemici ed accaniti. Eh! ci voleva bel coraggio per venire a Roma, quando gl’imperatori Romani si facevano adorare per déi, ed intimare predicando al Giove del Campidoglio: « uomo di fango, umiliati al Crocifisso, che ti prepara l’inferno, se non diventi di cuore come l’ultimo dei tuoi schiavi. » Gli offesi imperatori, che non si piccavano d’umiltà, gridavano subito: « tagliate la testa a questi nemici, rei della nostra maestà divina. » Venire a dire in mezzo al popolo d’allora: « uomini, rispettate le donne, che sono le sorelle della Madre di Dio; e Dio stringe indissolubile in cielo il matrimonio, che a loro vi lega. » Quegli sguinzagliati, che mutavan le mogli col mutarsi dei consoli, (che alla più lunga a quei dì duravano un anno), gridavano subito: « alle tigri, ai leoni questi perturbatori del popolo romano. » Venire a quei tempi in nome di Dio e dell’umanità oltraggiata ad intimare ai prepotenti padroni, che tenevano due terzi degli uomini in conto di cose da scapricciarsene a volontà: « gli schiavi che tenete in catene, son vostri fratelli; rispettateli, ché son membra del corpo del Figliuol di Dio. » Quei feroci, che trucidavan nel lago Fucino diciannovemila servi per giuoco in una festa data all’imperatore Claudio, e che degli uomini facevan carne da ingrassare le anguille nei serbatoi, gridavano subito furiosamente: « La croce, la croce a questi congiuratori »contro lo stato romano. » Sì, la verità tira addosso l’odio, lo disse il filosofo, lo ripete il volgo, ed il Sacerdote lo prova sempre: perché la verità assale i pregiudizi, combatte le passioni, e ferisce l’egoismo; e pregiudizi, passioni ed egoismo sono gli elementi, che del potente fanno il tiranno. Quindi imperatori, legisti, filosofi, tutti si collegarono per soffocare nel sangue questi predicatori di un vero tanto abborrito. La Palestina, la Grecia, le Gallie, la Spagna, l’Africa, l’Asia e l’Europa tutta sono bagnate dal sangue dei martiri. Roma, basta nominarla, era il macello dei martiri (macellum martyrum). Si scoprono mondi novelli, le due Americhe e 1’Oceania; ed i Sacerdoti sono già là col predicare il vero e farsi ammazzare. La  enumerazione è inutile qui; perché l’odio della verità non è negli uomini un eccesso di furore, che passa; ma è una malattia cronica, che dura da Adamo a noi. Odiare il vero, calunniarlo e tratto tratto rispondere col pugnale alle ragioni, che non si possono altrimenti combattere, è la solita impresa che ha un’antichissima storia, e sempre nuova. Gli annali del mondo sono sempre lì a dire, che da s. Pietro a questo di i Sacerdoti ebbero sempre a combattere; sempre combattuti e sempre freschi, strascinati sul patibolo, muoiono col sorriso del trionfatore sul labbro, guardando sotto il patibolo una turba di prodi, che corrono a raccogliere l’eredità di sangue, successori all’impresa. Ricorderemo gli ultimi tempi, in cui Voltaire: « mi arrabbio, diceva, di sentire sempre a dire, che dodici uomini hanno potuto fare il mondo cristiano; io ho voglia di mostrare, che basta un solo a distruggere il Cristianesimo; » e poi invece stringeva in lega tutti i filosofi e letterati, molti potenti, ministri, e fino alcun re. Allora impaziente vantava già il trionfo, gridando: « Morte ai preti, schiacciamo l’infame (Gesù Cristo !): da qui a cinquanta anni Dio avrà fatta la bancarotta. » E i preti?…. Sentasi ciò che scrive Violet (Barruel), commissario presidente dei carnefici, nell’occasione che vedeva tagliare la testa, e scannare alla rinfusa in una volta 197 preti: « Io mi smarrisco, io strabilio; io non intendo più nulla: i vostri preti vanno alla morte dei carnefici colla medesima gioia come si cercava di salvarne, buttandone dietro ad un uscio .quanti poteva. Bene! I preti nella morte per la verità van proprio a nozze, vanno di fatto a sposare l’anima coll’Eterno Verbo, in seno al Padre in Paradiso. – Questo è il miracolo d’ogni dì nella Chiesa cattolica. In questo istante l’aere è negro; la bufera romba; guizzano or qua or là certi lampi, che la fan vedere spaventosa sul capo: fischiano certe urla che dicono: « Preti, il dì della vendetta è vicino… a momenti!… e il vostro sangue!… » E i preti? I preti sempre al posto. Anzi provocano, per dire così, i nemici; e pare che dicano: « all’erta. all’erta, voi, che ci minacciate la morte dai vostri club: sorprendeteci in chiesa, e ci troverete al posto, a che fare? a predicarvi di salvare l’anima vostra. » I politici adoratori dello stato gridano ai preti: « usurpatori! che volete mettere la mano fino sopra la corona dei re, e disporre delle leggi del matrimonio; » e i preti al loro posto predicano alto: « frenate la carne, e poi andremo d’accordo. » Or ora dappertutto dai nemici si chiamavano i preti avari, sozzi e trafficanti; e i preti da per tutto al loro posto a guadagnarsi, se vien bene, la peste per convertir quelli almeno alla morte. Si, proprio oggi (anno 1854) ì predicatori della cattolica Chiesa, minacciati in Inghilterra, affamati in Irlanda, perseguitati nella Nuova Granata, scannati nella Cina, nel Tonchino, nella Polinesia, questa fazion clericale, così temuta, così calunniata, che fanno? Là ed in certi altri paesi d’Europa… che macchinano?… a che si preparano? Macchinano di salvar tutti, e colgono il momento dell’invasione del colera-morbus per correre al letto dei moribondi ad eseguire il disegno;… e si preparano al martirio!… Anzi il martirio, che taglia la gola, è la breve cosa; ma durarla in mezzo agli insulti e alle calunnie dei vili, alle minacce dei truci, in mezzo alle persecuzioni ipocrite alla sordina; quando col dare un passo indietro, come fa per lo più il ministro protestante, col dire sempre ai dominanti: « va bene, » si potrebbe inebriare ai vapori della popolarità; ed invece trangugiare il calice delle amarezze ogni dì: sia lode a Dio, questa è politica inusitata, questa è virtù che viene dal cielo! « Sì eh! dirà taluno; ma se venisse la persecuzione davvero… allora? » Allora, noi rispondiamo, i predicatori dell’Evangelo, come hanno sempre fatto, esclamerebbero ancora: « Emmanuele! Dio è con noi! » E gli aiuterebbe Iddio. Ecco un bel fatto. – Era appena scoperta l’America, e alcuni missionari colle navi formate di scorza d’alberi si cimentarono sopra il gran fiume, il Rio della Plata, e remigando contro acqua adagino penetrarono in mezzo alle negre selve del Paraguay. I selvaggi, color di rame, stupiti al comparir di quei bianchi in veste nera, s’arrampicavano su per gli alberi, o guatavanli tra le fronde paurose. Quegli europei sapienti incantatori suonavano il flauto, cantavano e facevano graziose moine, per attirare i selvaggi appresso; e intanto vogavano innanzi. Ma i selvaggi nel vederli avanzarsi correvano, come orsi, a rinselvarsi tra le macchie più folte, e nei più oscuri buscioni. Così non veniva loro mai fatto di averne pur uno per convertirli. Eppure prendon terra alla fine. Ora che sarà mai di loro? Essì attraversano foreste e paludi nell’acqua fino alla cintura, s’arrampicano a rocce scoscese, corrono presso ai selvaggi negli sconosciuti deserti, costretti a mangiarsi fino le vesti per non morir di fame: penetrano nei precipizi, frugano per gli antri, dove trovavano spesso serpenti invece di uomini, di cui vanno in cerca, e lì restano divorati dai selvaggi… Ed ecco una delle molte avventure. Un bel di trovano sopra una rupe tutto crivellato di frecce un cadavere, già mezzo dilaniato dagli avvoltoi. Lo riconoscono; era del compagno padre Lisardi gesuita… « Oh sciagura, sciagura! avrebbe esclamato più d’uno di noi.. Che fare adunque in mezzo a queste belve umane, le mille miglia lontani dagli Europei? Chi vuol fermarsi ancora per far Cristiani questi feroci? » In simil frangente il padre compagno col suo breviario sotto del braccio, col Crocifisso fuor della cinta sul cuore, corre sulla rupe vicina, e canta: « Te Deum laudamus etc. »Vi lodiamo o Signore, confessando la vostra bontà! L’America si farà cristiana, perché è bagnata del sangue dei Martiri missionari. » Dunque, se venisse la persecuzione, i Sacerdoti vincerebbero morendo, perché viene da Gesù la virtù della missione. – Per mostrare tradotto in atto nella più splendida maniera il disegno della missione, vorremmo poter esporre qui in compendio la storia di un solo Istituto cattolico, quello della Società di Gesù. « Che cosa è il sacramento dell’Ordine? È il sacramento incaricato di operare e continuare sino alla fine dei tempi il prodigio dei prodigi. Così nella preziosa operetta: La sveglia del popolo (Lez. X). E gli annali delle missioni dell’universo sono lì, per attestare splendidamente questa verità. Ma qui senza nulla sminuire dei meriti luminosi di tutti gli altri apostoli innumerevoli degli Ordini secolari e regolari del clero cattolico; poiché contro quello dei Gesuiti fervono tutt’ora, come quasi sempre, più acre le ire maligne dell’empietà, fermiamo per poco appunto sopra le loro missioni, siccome le più combattute, il nostro sguardo; e si parrà più manifesta la prova, che veramente divina è la virtù che vigoreggia nell’apostolato di quegli uomini, che si assumono la generosa missione di far conoscere il Nome di Dio nella redenzione dell’umanità. Sono più di tre secoli che alla guida del guerriero sant’Ignazio da Loyola questa eletta di prodi sì stringe sotto il vessillo, che ha per impresa — ALLA MAGGIOR GLORIA DI DIO — e per conseguirla si dà in mano al gran Vicario del suo regno in terra. –  Nel lungo tirocinio passando gli ascritti per le molteplici ingegnose prove degli Esercizi di quella Perfezione, che traduce nel Cristiano l’immagine della perfezione celeste, come assunsero il nome, tendono a vivere della vita di Gesù, non avendo altro che un solo volere, fare la volontà del Padre celeste in quella del Superiore. Questi in ogni maniera di disciplina, per tutti i gradi di scuola, come il sacerdotal ministero, forma di essi in segreto ed educatore dei pargoli del Signore, ed il maestro potente in sana dottrina, e l’accademico colto; e il Sacerdote della carità, come il martire delle missioni straniere, gli uomini insomma del più deciso eroismo, strumenti della grazia ad operare i prodigi dell’apostolato. Eccoli nell’esercizio delle svariate loro missioni; collocati nei collegi e nelle scuole, in mezzo ai bimbi sono i padri della tenerezza, gli amici più confidenti dell’altera gioventù, che si tempera al vigor di loro pietà. Diffusi nelle campagne consolano i popoli coll’unzione di lor santità; dappertutto, dove è ignoranza da istruire, e vizio da correggere, virtù da sostenere, e povertà da pascere, dove sono perseguitati da proteggere; e patimenti da dividere, là il gesuita ha la sua porzione. Nelle missioni straniere lo trovi antiquario illuminato, dotto filologo in Oriente, accurato naturalista in cento luoghi delle Americhe, difensore temuto dell’umanità dei poveri schiavi in mezzo alle colonie di quei tiranni europei, che mercanteggiano la carne umana. Di essi introdotti nella Cina, chi si dà maestro dell’imperatore celeste, e in mezzo alla sua corte gira tra le mani i pianeti, accenna le costellazioni, per far dire dalla grandezza del firmamento una parola di gloria al Creatore; chi svolge o disegna carte geografiche, per coglier occasione di parlar del regno di Cristo in terra; chi dà lezioni di geometria, o d’architettura per intromettervi un’osservazione sulla morale cattolica. Perseguitati si ritirano, per ritornare sotto forme novelle; or son merciaioli, che colle loro ceste girano per tutti i viottoli, e trovano da battezzare a migliaia i bambini gettati pascolo gi cani; ora sono medici solleciti al letto dei morenti, per aprir loro, almeno all’uscir dalla terra, le porte del paradiso; penetrano da per tutto; par che si ridano del mandarino, che spia, come del doganiere europeo; che sta a guardia, perché non entrino nei regni. Mirabilmente vari come la carità, che gli inspira, sono invitti e potenti piucché la morte, perché nel morire trovano il loro trionfo; e pure spenti pare che godano il privilegio della risurrezione. Colla irrevocabile decisione del martire in animo, corrono per mille vie al loro scopo. E il loro scopo? Solo si lasci un campo nelle foreste, colla mirabile loro repubblica del Paraguay ne danno prova, è fare il Cristianesimo felice. – Ma il nemico degli uomini, che s’arrabbia d’ogni ben di Dio, come già dalle latebre della terra trasse fuori invasato il serpente, spinge contr’essi da tenebrosi antri arrovellate le segrete società, che dovunque gli assalgono alla vita. Se gli scacciano dai paesi d’Europa, scuotono la polvere della civiltà, che si corrompe avvelenata da quelle, e vanno a crear popoli novelli in mezzo alle orde dei selvaggi antropofagi. Per richiamarli a più miti costumi, facendosi artigiani, coltivatori, tutto a tutti si dedican sconosciuti a benefici ignorati, si consumano della vita in sacrifici inauditi di carità, secondo i nomadi, ridotti nelle loro emigrazioni a mangiarsi fino le vesti; nel pericolo di momento in momento di essere abbruciati vivi trovano in compenso degli indescrivibili stenti nel guadagnar un’anima a Dio, e tengono le persecuzioni in conto di premio. –  Oh! poteva il cielo a questi, che pigliarono a seguire Gesù colla croce così generosi, negar di compiere con Gesù il sacrificio? Ecco che accorda le palme tanto da loro desiderate, e nell’intrepidità dei suoi apostoli si manifesta la gloria di Gesù Cristo. Il padre Daniele corre in mezzo ai suoi neofiti, e li battezza mentre cadono trucidati dai loro assalitori, coperto di frecce come s. Andrea in patibolo predica, minaccia ai barbari la collera di Dio (Charleroix, Hist le la nouv. France, tom. I). Il padre Garnier colpito da due palle sorge di terra, per dare l’assoluzione ad un neofito, che gli spira non lungi, e ricade percosso di scure (ivi). Brèbveuf predica colle labbra tagliate a quelli, che con torchi accesi gli abbruciano tutte le parti del corpo, mentre altri gli divorano le proprie carni sugli occhi; e al giovane padre Lallemant alquanto atterrito dal fuoco, che già l’abbruciava , sorride dai mutilati suoi labbri, per incoraggiarlo dal martirio a volare in cielo. Il padre Bobola spira alla fine tra i barbari, furiosi per non sapere come più spietatamente tormentarlo dopo tali crudeltà, che per ribrezzo rifugge l’animo di ricordare, quasi tardasse a morire in quegli indescrivibili martiri per provare tutta la potenza della grazia nell’apostolo di Gesù Cristo. – Noi non andiamo più in là. Questi sono una vera recluta di venduti alla morte per la crociata di Dio, guardie avanzate, sempre in mezzo al minaccianti pericoli in tutti gli attacchi contro alla Chiesa cattolica. Le prime lance sì rompono in loro; hanno già dato settemila martiri al paradiso; possono essere (dicono taluni) politici, ma la loro politica è diversa da quella del mondo.

Virtù della Missione.

Ma d’onde viene tanta virtù nei missionari dell’Evangelo? Dall’altare noi rispondiamo, dall’altare! Dove i giovani preti vanno a sposare la loro casta colla Persona di Gesù Cristo. La santa Messa è un atto di solenne testamento, saldato coll’effusione del Sangue di Gesù, che a loro lega l’eredità dei suoi patimenti. Che fecero e che fanno madunque gli apostoli di tutti i tempi? Alla mattina posando il capo sul petto a Gesù, mettono la bocca al suo Costato; e ne attingono col suo Sangue quel coraggio, quella fortezza sacerdotale, eredità di eroi. Discendono colla croce in mano, colla fiducia del trionfator sulla fronte, e colla irrevocabile decisione del martire in cuore; invincibili, come chi non teme la morte, gridano agli uomini col fervore della carità: « vogliamo salvarvi! di noi scapricciatevi fino al delirio, imprigionateci; calunniateci; fate di noi come d’agnel da macello: noi neppur zittiremo; ma voi intanto pensate, che mai vi giovano tutte le cose, se voi perdete l’anima per tutta l’eternità? » – Il seme è gettato, la verità ha la forza di attecchire, e dal cielo vien l’incremento. Come l’acqua che cade dal cielo, e per mille canali scorre ad irrigare la terra con un’immensa rete di fiumi, di torrenti, ruscelli e gorelli, e porta d’alto in basso la vita; e l’arida terra ride del più bel verde, e s’abbella di fiori, e lussureggia di porporine e dolcissime frutta, di biade dorate, così per tutto il mondo si diffonde la dottrina del santo Vangelo a ristorare l’umanità riarsa, e consunta dai vizi. L’impero romano n’è subito invaso; Cesare, Pompeo e Crasso, che tanto s’avventurarono colle trionfatrici legioni, sono lasciati indietro da questi avventurieri di nuovo genere, la cui parola si burla dei doganieri della verità. Una mano di ferro al collo del missionario tenta di strascinare oggi in carcere la verità, e la verità corre per le piazze a scorno del carceriere. Ella è luce, calorico, magnetismo, un po’ di tutto, come il fluido elettrico, che si diffonde colla rapidità del baleno e dà scossa a tutto. – Sull’altare adunque mangia il Pane dei forti quest’invincibile generazione d’eroi, i quali, ricevendo il Corpo di Gesù, e bevendo il suo Sangue, diventano inebbriati di carità. La gente, che non intende il mistero, quando li vede affannarsi, venire noiosi a disturbare chi gode i piaceri, e tanto fare e gridare, al tutto di sé spensierati, va dicendo talvolta: « Eh! sono fanatici, o pazzi questi frenetici? » Ed hanno in qualche modo ragione. L’amore è una vera pazzia; ma pazzia sublime, che ispira il coraggio al sacrificio di tutto se stesso. Hanno sì, hanno dentro di sé un fuoco, che li abbrucia, e offusca la mente, e fa loro vedere dappertutto Gesù: vedono Gesù nei poveri più disgraziati e più abietti, e si affrettano a raccoglierli nelle case di carità e li trattano con religioso rispetto; vedono Gesù negli infermi derelitti, e creano gli ospedali, innalzandoli a modo di templi, e collocato sull’altare in mezzo il Crocifisso, in quello adorano il Capo, e tengono in conto di membra gl’infermi stesi sui letti d’intorno; vedon Gesù negli schiavi cui tutte le umane leggi davan diritto di trattare come bestie, e per liberarli da quella legale catena s. Paolino di Nola si vende, S. Pietro Nolasco, San Raimondo di Pennafort, san Felice di Valois, San Pietro Pascal e S. Giovanni di Matha si obbligavano con tutti i loro seguaci a darsi in pegno e restare per essi in catene; vedono Gesù anche nei bambini buttati pascolo ai cani, e corrono a raccoglierli, e li consegnano in braccio alle madri di Carità, perché n’abbiano cura, come del Bambino di Maria Santissima; vedono Gesù negli appestati, e non sapendo staccarsi da quelli, cadono morti sopra i loro cadaveri, e ne portano l’anime abbracciate in paradiso. Insomma credono di vedere Gesù negli afflitti d’ogni maniera, e a tutte le miserie e a tutti i dolori umani consacrano con riti di religione ordini di persone, che servono devote al loro Dio incorporato cogli infelici. E perché non basta l’uomo a tutte le tenerezze della carità, chiamano in aiuto le spose di Gesù Cristo. Oh! al veder timide verginelle in mezzo all’oceano ridere delle tempeste, cui affrontano intrepide per seguire i missionari fino tra i patiboli, come Maria tenne appresso a Gesù fino sotto alla croce; o quando sì scorgono nel manicomi e nelle prigioni, o quando nelle infermerie al letto di chi agonizza msenza una sposa, senza una figlia, senza un parente che s’interessi per loro, sì fanno vedere le notti come apparizioni celesti, tu le diresti angeli, cui Dio impresti un corpo, per portare le consolazioni di madre a quei sofferenti. Che voglion dunque cotesti, che si piglian tanta faccenda? Qual è lo scopo di questa loro missione così svariata ed immensa? Che vogliono? Vogliono chiamare a Gesù, unire a Gesù, consolare in Gesù i loro prossimi sull’altare in terra, per portarli come membra del suo Corpo con Gesù in paradiso. Ecco perché non curati, sprezzati e ributtati corrono appresso ai mondani fratelli, con loro frammischiati in tutte le condizioni della vita. Hanno questa speranza, che gl’incoraggisce fino alla morte. Al tutto, al tutto per loro non vi è condizione, né stato di uomo perduto così, che non sperino di farne ancora un figliuolo da serbare a Dio; e fino quando la terribil giustizia umana col suo braccio di ferro strascina sul patibolo il malvagio, che ella dispera di fare migliore; mentre la fiera vibra il giusto, ma terribile colpo, gridando « muori, o uom di delitto, indegno di vivere in terra; » ancora là corre il Sacerdote, ed abbracciandolo gli grida: « Figliuol del pentimento e del perdono, pel sangue di Gosù Cristo vola in paradiso. » – Ah! s’egli è ver che siamo circondati da tante miserie in vita, s’egli è ver che moriamo, e alla morte ci troviamo sopra l’abisso dell’eternità; è pure Vero, che abbiamo bisogno di un uomo di grazia, qual è il Sacerdote di Gesù Cristo, che ci aiuti con carità! Ma l’uomo della Carità invano si cerca nelle storie di tutte le opere, tra i prodigi di invenzione dell’ingegno umano. Ben, a dir vero, la filosofia, senza il merito di aver mai asciugato una lagrima ad un infelice, avrebbe detto di possederlo quando i filosofi del secolo passato nel Direttorio di Parigi decretavano (Cesari, Fiori di storia ecclesiastica, Ragionamento: S. Vincenzo de’ Paoli.): « una statua all’uomo della carità, a Vincenzo de’ Paoli filosofo. » Che?… Vincenzo de’ Paoli fra quegli alteri sapienti?… Quel rozzo prete? Con quell’ariona di bonomia? Raffazzonato alla grossa? Con quei bimbi raccolti dal fango, involti nella nera sottana, come nel grembiule di una mamma? Il buon uomo Vincenzo farebbe troppo cattiva figura in mezzo a quei filosofi in largo paludamento, dal truce sguardo di tigri, sitibondi di sangue; che ha da fare con quei filosofi quel prete, che non se ne intende? Quegli avevano la lor parola d’ordine: « Schiacciamo l’infame; » e volevano dire Gesù Cristo! Questi predicava ogni dì: « niente altro fuorché Gesù Salvatore del mondo! » Perché quest’uomo della carità era un missionario dell’Evangelio.

VIVA CRISTO-RE (3)

CRISTO-RE (3)

TOTH TIHAMER:

Gregor. Ed. in Padova, 1954

Imprim. Jannes Jeremich, Ep. Beris

CAPITOLO IV

CRISTO, RE DELLA PATRIA TERRENA

« Il mio regno non è di questo mondo », ci dice Gesù. Il suo regno è il Regno dei Cieli. Pertanto, Cristo è il Re del cielo, della patria eterna. Inoltre, sappiamo che questo mondo che conosciamo finirà un giorno, le stelle si spegneranno… Se un giorno questa terra scomparirà, la cosa più importante per noi è il cielo, la patria eterna. Questo significa che non dobbiamo amare la nostra patria terrena? No, certo che no. Non esiste una religione che insegni l’amore per la propria patria come il Cattolicesimo. Perché i Cattolici cercano di imitare l’esempio del Signore e perché è un comando esplicito della Sacra Scrittura. L’esempio del Signore: mentre un giorno Gesù Cristo guardava la città di Gerusalemme dalla cima del Monte degli Ulivi, pochi giorni prima della sua Passione, improvvisamente non riuscì a contenere la sua emozione ed i suoi occhi si riempirono di lacrime. Pianse per la sua patria e per il suo amato popolo, per non aver risposto all’invito di Dio e per essersi ostinatamente allontanato da Lui. E piangeva anche per ciò che sapeva sarebbe accaduto alla città di lì a pochi anni: Gerusalemme sarebbe stata assediata e distrutta. E con il suo pianto ci mostra il grande amore che aveva per la sua patria. – Il comando esplicito della Sacra Scrittura. In primo luogo, la frase categorica di GESÙ CRISTO: « Rendete a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio » (Mt XXII, 21; Mc XII, 17; Lc XX, 25). Una cosa non è in contrasto con l’altra, perché come ci dice l’apostolo SAN PAOLO: « Non c’è autorità se non da Dio » (Rm XIII,1). « Date a Cesare quel che è di Cesare ». Cesare significa il potere terreno, il potere dello Stato. Il Signore ci obbliga a dare allo Stato, alla patria terrena, ciò che gli spetta. Che cosa dobbiamo dargli? Il rispetto che merita, il contributo materiale e l’obbedienza in tutte le questioni in cui ha il diritto di esigere da noi. « Non c’è potere che non venga da Dio ». Vale a dire: si deve obbedire finché il potere terreno non comanda nulla contro la legge di Dio. Si capisce quindi quanto giustamente il Santo Padre abbia scritto nella sua Enciclica, quando ha istituito la festa di Cristo Re: « Pertanto, se gli uomini riconoscono pubblicamente e privatamente l’autorità regale di Cristo, ciò porterà necessariamente incredibili benefici a tutta la società civile, come la giusta libertà, la tranquillità e la disciplina, la pace e la concordia. La dignità regale di Nostro Signore, come rende sacra in un certo modo l’autorità umana dei capi e dei governanti dello Stato, così nobilita i doveri e l’obbedienza dei sudditi ». E il Papa continua: « E se i principi e i governanti legittimamente eletti sono persuasi di governare, più che per diritto proprio, per comando e rappresentanza di Gesù Cristo, non si nasconderà a nessuno quanto dovranno usare santamente e saggiamente la loro autorità, e quale cura dovranno avere, nel dare e nell’eseguire le leggi, per il bene comune e per la dignità umana dei loro inferiori ». – Ma in cosa consiste il vero amore per la patria? È l’attaccamento alla casa in cui siamo nati? Sì, questo è amore per la patria, ma non è sufficiente. Consiste forse nell’amare il nostro popolo, la nazione a cui apparteniamo, il paese che consideriamo nostro? Anche questo è amore per la patria, ma per un Cattolico non è sufficiente. Il patriottismo consiste forse nel combattere per gli interessi della nostra nazione? Anche questo. Ma l’amor patrio di un Cattolico va anche oltre. In cosa consiste l’amore patriottico per un Cattolico? Consiste nell’impegnarsi e lavorare affinché il mio Paese progredisca e si sviluppi il più possibile, materialmente e spiritualmente. L’amore per la patria non degenera in una cieca idolatria della propria, né cerca di annientare le altre Nazioni o di dominare il resto del mondo. L’amor di patria, stimando il proprio popolo, non aborre i popoli stranieri, perché sa che siamo tutti figli dello stesso Padre. Se l’amor patrio è così, se solo ci fossero più persone che amano la propria patria! Allora non ci sarebbero tanti iniqui trattati di pace…. Non c’è dubbio che la Religione Cattolica insegni come si debba amare veramente la patria. L’amore per la patria non consiste tanto nel battere i tamburi, nello sventolare le bandiere e nel gridare “hurrah” fino alla raucedine, ma nel sapersi sacrificare nella monotona esecuzione di un lavoro ben fatto, affinché la patria possa progredire. – Cosa chiede sempre la Chiesa a ciascuno di noi? Uomo, fratello, sii onesto, non macchiare le tue mani e la tua anima. Dimmi, allora, amico lettore: non è questo l’amore patriottico? Oggi che vogliono sistematicamente demolire le fondamenta della società, la famiglia, attraverso il divorzio e la dissolutezza sessuale… né lo Stato né le istituzioni più serie si sentono abbastanza forti per fermare tanto male. Solo il Cattolicesimo osa gridare, consapevole della sua forza: Uomini, fratelli, non è lecito per voi, Cristo lo vieta, non distruggete le vostre case! Ditemi: non è amore patriottico questo? – Oggi, quando il mondo frivolo disprezza la sublime missione dei genitori nella trasmissione della vita, e le leggi civili sono incapaci di porre fine agli orrori dell’aborto e del controllo delle nascite, la sola Chiesa Cattolica preserva il santuario della famiglia dalla profanazione e dall’infanticidio: non è questo amore patriottico?  Oggi, quando i giovani si lasciano corrompere dall’edonismo della società […], e né la scuola, né lo Stato, né spesso la stessa autorità parentale sono in grado di preservarli da tanto male, la Religione Cattolica è l’unica che grida efficacemente: Figli, voi siete la speranza della patria, conservate la purezza delle vostre anime; che ne sarà della patria se la lussuria vi ha reso schiavi? Rispondiamo con la mano sul cuore: non è questo l’amore patriottico?  – E in tempo di guerra? Quando è necessario difendere il Paese sotto attacco, cos’è che dà fermezza agli spiriti?  Non sarò io a rispondere a questa domanda. Ecco un esempio del 1914. Le truppe ungheresi erano stanziate da diverse settimane nelle trincee umide e allagate del fronte serbo. La pioggia cadeva a dirotto, insistente, persistente… È una delle più grandi prove del campo di battaglia, rimanere per settimane in trincea, sotto una pioggia autunnale… Un uomo ha tirato fuori il suo rosario… e in pochi istanti tutti i presenti nella trincea cominciano a pregare con lui. È da qui che i nostri soldati traggono la loro forza di resistenza! Questi uomini amavano la loro patria; davano veramente a Cesare ciò che era di Cesare. – Non dimenticherò mai la grande fede di un soldato gravemente ferito, quando, dopo l’amputazione della gamba, stava morendo nell’ospedale militare. « Padre – disse il povero uomo, gemendo – ah, se fossi morto e stessi vedendo la Vergine Maria! » Nelle parole di questo soldato ferito si rivela la fonte da cui si alimenta il patriottismo.  – Su cosa si basa l’amore dei Cattolici per il loro Paese? Le parole memorabili del Signore non dicono solo « rendete a Cesare quello che è di Cesare », ma anche: « … e a Dio quello che è di Dio ». In altre parole, se diamo alla Patria ciò che le è proprio, lo facciamo perché Dio ce lo chiede. È l’amore per Dio che più ci spinge ad amare la nostra patria terrena. Spesso si sente dire la seguente falsità: il Cattolicesimo parla sempre dell’altro mondo; ammonisce incessantemente, dicendo: « salva la tua anima », e non si preoccupa del mondo terreno. Ma un Cattolico ha non uno, ma due doveri, uno verso la sua patria terrena e, allo stesso tempo, un altro verso la sua anima, per fornire i mezzi per salvarla. Deve dare a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio. In questo modo, il Cattolicesimo è un grande valore patriottico, non solo perché ci impone di pagare le tasse, ma perché ci chiede, allo stesso tempo, di essere onesti e buoni cittadini, obbedendo a Dio. Ci ricorda infatti che se sul “denaro” c’è l’immagine di Cesare: « Rendete a Cesare ciò che è di Cesare », nella nostra anima è incisa anche l’immagine di Dio, che dobbiamo rispettare: « Rendete a Dio ciò che è di Dio ». – Nell’Antico Testamento, il saggio re Salomone chiude il libro dell’Ecclesiaste con queste parole: « Basta con le parole. Tutto è stato detto. Temete Dio e osservate i suoi Comandamenti, perché questo è essere un uomo giusto. Dio infatti sottoporrà a giudizio ogni opera, anche quella nascosta, per vedere se è buona o cattiva » (XII: 13-14). Il Signore non insegna altro quando dice: « Rendete a Dio le cose che sono di Dio ». Niente può darci la felicità perfetta se non una coscienza retta, la convinzione che l’anima sia in ordine e che possa sopportare lo sguardo di Dio con tranquillità.  – L’intera dottrina di Nostro Signore Gesù Cristo è piena di questo pensiero: Salva la tua anima! Non una sola delle sue parole, non una sola delle sue azioni, ha avuto altro scopo che quello di instillare questo grande pensiero nei nostri cuori: Non avete che un’anima, un’anima eterna. Se la conservate per l’eternità, avete salvato tutto; ma se la perdete, a cosa vi servirà guadagnare il mondo intero?  Date a Dio ciò che è di Dio. Tutto ciò che abbiamo è Suo; tutto, quindi, dobbiamo darGli. È nota la similitudine del « Libro della vita », in cui tutte le nostre buone azioni sono scritte per il giorno del giudizio. È solo una similitudine, ma una similitudine profonda, che ci dice che tra il cielo e la terra c’è davvero una contabilità segreta: Dio ci presta un capitale (talenti corporei e spirituali), ed un giorno esige la restituzione del capitale, ma maggiorato degli interessi.  In quale giorno? Non dipende da me. Dove ho vissuto? Non ha importanza.  Quanto tempo ho vissuto? Non importa. Ho avuto un ruolo importante o ho vissuto come uno dei tanti che passano inosservati? Non verrà preso in considerazione! L’unica cosa che conta è se ho dato o meno a Dio ciò che gli appartiene. L’importante non è la quantità o l’entità delle opere realizzate nella mia vita, ma la buona volontà con cui lavoro. – Non è difficile dedurre l’immensa forza che scaturisce da questi pensieri per adempiere ai piccoli doveri della vita quotidiana. E va notato che l’adempimento di tali doveri è spesso più difficile del martirio improvviso; la vita eroica e perseverante in mezzo alla miseria, alle prove, è più difficile della morte in trincea. – Sì, la nostra Religione parla costantemente di vita eterna, di un’altra patria; ma bisogna ammettere che non ci sia pensiero migliore di questo per inculcare l’amore per la patria terrena: Verrà l’ora in cui Dio chiederà la restituzione di tutto ciò che ho, di tutto ciò che mi ha dato; della mia persona e dei miei parenti, amici e conoscenti. La mia persona. Prima che nascessi, Dio aveva elaborato nella sua mente un bellissimo piano per me. Lui mi ha creato. Il dovere che mi incombe è quello di lustrare e realizzare questo bel progetto di Dio nella mia persona giorno dopo giorno. Mi chiederà anche di rendere conto delle persone con cui ho trattato. Non posso passare accanto al mio vicino senza fargli del bene. Dio ha disposto che tutti gli uomini siano al suo servizio. Agli Apostoli ha affidato la fondazione della sua Chiesa; ai confessori l’esempio eroico dell’amore per Lui; ai dottori la lotta contro le false dottrine. A San Francesco d’Assisi, il dare un esempio di povertà… E io?  – Dio vuole che io sia una luce per coloro che vivono nelle tenebre intorno a me; che eserciti la carità verso il mio prossimo, verso coloro che mi sono più vicini. Così facendo, avrò dato a Dio ciò che gli appartiene. E verrà il giorno in cui Dio mi chiederà: sei stato la luce del mondo, il sale della terra, il balsamo delle ferite?  Facciamo un piccolo esame di coscienza: Dio mio, ti ho dato finora ciò che è tuo? Forse la mia vita sta per finire e non me ne rendo conto. Quando verrà il momento in cui Dio mi chiamerà a sé, come mi porrò davanti a Lui? Ho dato a Dio tutto ciò che è di Dio? Rivedo la mia vita: quanto lotto, quanto soffro, quanto lavoro…  per cosa? E perché? Quanto mi sforzo, soffro e lavoro per avere comodità…, per godere…, per accumulare denaro! Ma mi sono curato abbastanza della mia povera, unica anima? Ho dato allo stomaco ciò che gli spetta, non ho risparmiato il corpo, forse gli ho dato più della sua parte…; ma ho dato a Dio ciò che è di Dio? Ho tempo per tutto: divertimenti, amicizie, feste; e per la mia anima…, non ho nemmeno mezz’ora al giorno? Forse ho vissuto così fino ad oggi… Come sarà d’ora in poi?

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Questo è il modo di pensare della Chiesa quando si tratta dell’amore per la patria terrena. Apparentemente non dice molto sull’amor patrio; ma, se riflettiamo profondamente, ci rendiamo conto che religiosità e patriottismo, amore per la Chiesa e amore per la patria, cuore cattolico e cuore patriottico…, non sono incompatibili. – Ancora di più: siamo costretti a confessare che le maggiori benedizioni per lo Stato derivano dalla Religione Cattolica…. Non c’è nessun potere, nessuna istituzione, nessuna società, nessun’altra religione che possa vantare un così lungo elenco di meriti per il bene della patria terrena come il Cattolicesimo. – DANIEL O’ CONNELL è stato il più grande patriota irlandese e, allo stesso tempo, uno dei più ferventi figli della Chiesa Cattolica. E così scrisse nel suo testamento   « Lascio il mio corpo all’Irlanda, il mio cuore a Roma, la mia anima a Dio ». Tutti i Cattolici dovrebbero essere pronti a fare lo stesso: « Lascio il mio corpo al mio Paese, il mio cuore alla santa Chiesa Cattolica romana, la mia anima a Dio ».

VIVA CRISTO-RE (4)

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