IL SACRO CUORE DI GESÙ (63)

IL SACRO CUORE (63)

J. V. BAINVEL – prof. teologia Ist. Catt. Di Parigi;

LA DEVOZIONE AL S. CUORE DI GESÙ-

[Milano Soc. Ed. “Vita e Pensiero, 1919]

PARTE TERZA.

Sviluppo storico della divozione.

CAPITOLO SETTIMO

DALLA MORTE DI MARGHERITA MARIA AI NOSTRI GIORNI

VI. – LE TENDENZE ATTUALI DELLA DEVOZIONE

Non mi pare che si possa segnalare, nei primi decenni del nostro secolo, né un nuovo sviluppo, né tendenze propriamente nuove della divozione. Ma, come succede ordinariamente, la scossa data alle anime dallo scatenarsi della guerra mondiale, dal pericolo imminente in cui si è trovata la patria, dai lutti innumerevoli, dalle inquietudini e calamità di ogni sorta, questa scossa ha rianimato il senso religioso e il senso patriottico; nello stesso tempo, ravvivando il sentimento dell’unità nazionale e della solidarietà fra il presente e il passato, essa ha fatto risalire alla superficie della coscienza francese (non mi occupo qui che della Francia) molte idee deposte nel corso degli anni sul fondo di questa coscienza, sempre pronte a ricomparire (se son mai scomparse) presso quelli che vivono la vita cristiana nella sua pienezza. Da ciò una intensità più grande, un orientamento particolare del movimento, visibile soprattutto per due o tre idee, due o tre pratiche, che, senza essere nuove, hanno preso nuovo rilievo in questi ultimi tempi. Voglio parlare della preghiera nazionale al sacro Cuore, dell’intronizzazione del sacro Cuore nella famiglia, delle consacrazioni militari.

I. La preghiera nazionale. — Abbiamo visto, nel corso di questo studio, il desiderio manifestato da nostro Signore a santa Margherita Maria di un omaggio regale al suo divin Cuore (edifizio, consacrazione riparatrice, stendardo) e gli sforzi fatti nel passato per rispondere alle intenzioni di Gesù. La prima parte del programma (edificio espiatorio, in cui doveva farsi la consacrazione) è stata magnificamente realizzata con la costruzione della Basilica di Montmartre. L’opera era quasi terminata e già il Cardinale Amette aveva espresso il suo desiderio e la sua speranza di consacrare solennemente la Basilica del Voto nazionale per la festa di santa Margherita Maria (17 ottobre 1914), quando la guerra scoppiò. La grandiosa cerimonia, che doveva riunire tutto l’episcopato francese e a cui tutta la Francia cattolica doveva esser rappresentata, fu rimessa a più tardi. Ma il movimento verso il sacro Cuore fu unanime fra i Cattolici ferventi. La preghiera pubblica andava a tutti i Santi protettori della patria: alla SS. Vergine, a S. Michele, a S. Dionigi e a Genoveffa, a S. Clotilde e a S. Luigi, a S. Giovanna D’Arco e ad altri ancora, secondo le devozioni locali o particolari; ma, d’ordinario il sacro Cuore aveva il primo posto. I giorni di preghiera nazionale sono stati quasi tutti contrassegnati dalla consacrazione al sacro Cuore. E questa consacrazione, si può dirlo, è stata veramente nazionale; nazionale per lo slancio unanime delle anime, nazionale per l’intenzione di tutti. – La Francia ufficiale non vi si è associata. Ma questa stessa astensione non ha fatto che rendere più sensibile la necessità dell’espiazione e dell’ammenda onorevole; non solo per le colpe individuali, ma anche per quelle della nazione. Questo carattere di espiazione è stato particolarmente segnato nella formula che fu letta in tutte le chiese di Francia, nelle cerimonie dell’11 giugno 1915 e del 26 marzo 1916. La formula ha per titolo « Ammenda onorevole e consacrazione della Francia al sacro Cuore di Gesù ». Essa esprime così bene il pensiero di tutti e rende così esattamente l’aspetto attuale della divozione nella nostra patria, che noi non sapremmo far vedere ciò che è ora la devozione dei francesi al Cuor di Gesù meglio che dandone dei larghi estratti che ne riproducano tutto il movimento. « O Gesù…, eccoci prostrati ai vostri piedi, per offrire al vostro sacro Cuore, a nome nostro e in nome della Francia nostra patria, i nostri omaggi e le nostre suppliche. Noi vi adoriamo… Noi vi riconosciamo come nostro sovrano Signore e Padrone. Noi confessiamo che il vostro dominio si estende, non solo sugli individui, ma sulle nazioni… Noi proclamiamo che Voi avete dei diritti particolari sulla Francia, a causa dei beneficî di cui Voi l’avete colmata e della missione che le avete affidato nel mondo, Vi chiediamo perdono delle colpe private e pubbliche con le quali abbiamo oltraggiato la vostra sovranità e il vostro amore. Perdono, o Signore Gesù, per l’empietà, che vorrebbe cancellare il nome di Dio e il vostro Nome benedetto dalla faccia della terra ». Il popolo rispose: « Perdono, o Signore Gesù! ».

Il celebrante continua: « Perdono per l’accecamento e l’ingratitudine di coloro che, sconoscendo la missione divina confidata alla vostra Chiesa per la felicità della società, non meno che per la salute delle anime, ha voluto separare da Essa la nostra patria e si sforzano di intralciare la sua libertà e la sua azione fra noi ». Il popolo: « Perdono, o Signore Gesù! ».

Il celebrante: « Perdono per la violazione dei vostri comandamenti, per le bestemmie di parole e di penna, per la profanazione della Domenica, per il disprezzo delle sante

leggi del matrimonio, per l’omissione del gran dovere dell’educazione cristiana, per la depravazione dei costumi, per l’amore sfrenato del lusso e del piacere ». Il popolo:

« Perdono, o Signore Gesù! ».

Il celebrante: « Per tutti questi disordini, noi vi facciamo ammenda onorevole, e vi domandiamo perdono ». Il popolo: « Perdono, o Signore Gesù! ».

Dopo l’ammenda onorevole, la consacrazione.

Il celebrante: « Al fine di riparare queste colpe, per quanto sta in noi, vi consacriamo oggi le nostre persone, le nostre famiglie, la nostra patria: che esse siano, d’ora in avanti, completamente vostre ». Il popolo: « Siano vostre, o Signore Gesù! ».

Il celebrante riprende ciascun punto di questa enumerazione, precisando come noi intendiamo in pratica questa consacrazione, questo dono delle nostre persone, delle nostre famiglie, della nostra patria a Gesù. Per le persone e le famiglie il popolo risponde: « Siano vostre, o Signore Gesù! ». Per la Francia quando il prete ha detto: « Noi vogliamo che la Francia sia vostra », il popolo risponde: « Che la Francia sia vostra, o Signore Gesù ». Segue la preghiera: « Noi ci rivolgiamo a Voi, o Cuore sacratissimo di Gesù, nelle nostre angosce; aprite per noi i tesori della vostra infinita carità. Il sangue sgorgato dalla vostra ferita, ha riscattato il mondo; che una goccia di questo Sangue divino, per la sua potenza espiatrice riscatti, ancora una volta, questa Francia che voi avete tanto amato e che non vuol rinnegare la sua vocazione cristiana. Dimenticate le nostre iniquità, per non ricordarvi altro che delle sante opere dei nostri Padri e lasciate scorrere su noi l’onda della vostra misericordia. Che la Chiesa costruita dalla Francia in vostro onore, sia per noi come una cittadella inespugnabile, che protegga Parigi e il nostro Paese tutto intiero. Benedite i nostri coraggiosi eserciti, accordateci la vittoria e la pace e fate che presto il tempio nazionale che vi abbiamo innalzato possa esservi solennemente consacrato come testimonianza del nostro pentimento e della nostra fiducia, come garanzia della nostra riconoscenza e della nostra fedeltà futura. Cuore adorabile del nostro Dio, la nazione francese v’implora: beneditela, salvatela! » Il popolo risponde: « Cuore adorabile, ecc. ». Il celebrante: « O Cuore immacolato di Maria, pregate per noi il sacro Cuore di Gesù! », il popolo riprende ancora: « O Cuore immacolato, ecc. ». È inutile dire che la parte data alla folla nell’ammenda onorevole, nella consacrazione, nella preghiera, finisce per dare all’atto la sua vera fisionomia, il suo carattere sociale. Malgrado l’astensione della Francia ufficiale e, in parte, a causa di questa stessa astensione, abbiamo avuto in questi anni terribili, una preghiera, un’ammenda onorevole e una consacrazione veramente nazionali della Francia al sacro Cuore. – Quanto all’immagine del sacro Cuore sulla bandiera di Francia, si è cercato, combattendo gli intrighi meschini, di supplirvi con la devozione privata, innalzando da per tutto e in tutti i modi, dei piccoli stendardi del sacro Cuore. Quanti soldati al fronte l’hanno portato fieramente sul petto; quante donne e uomini attraverso le vie delle nostre città e i sentieri delle nostre campagne presentano agli occhi di tutti la pia insegna! La Francia ufficiale, ahimè, continua ad ignorare Gesù o a disconoscerlo; ma mai la Francia fedele e credente ha fatto tanto per consolare il suo divin Cuore, rendendogli, per quanto sta in lei, tutti gli omaggi che Egli le ha domandato per mezzo della sua serva preferita, Margherita Maria.

2. L’intronizzazione e la consacrazione delle famiglie. Abbiamo visto, più addietro come fu arrestato ilmovimento (che d’altra parte non aveva nulla di specificamente francese) della incoronazione del sacro Cuore.Sempre viva ed attiva la devozione, si è portata in un’altradirezione. Questa volta non è più questione, almenodirettamente, di cerimonie solenni, in cui la folla affluisceda tutta una città o da tutta una regione per acclamareGesù e la sua sovranità di amore. Si tratta di unafesta intima, di una riunione di famiglia. Ma la festaha un senso profondo, la riunione si fa in vista di uno degli atti più importanti nella vita della famiglia. Questo atto consiste nell’intronizzare il sacro Cuore nella dimora familiare, nell’installarlo nel focolare, perché Egli presieda d’ora in poi, non solo come invitato, ma come padrone e re a tutta la vita domestica. Gesù aveva promesso ch’Egli avrebbe benedetto le case in cui l’immagine del suo sacro Cuore fosse esposta ed onorata. L’intronizzazione implica che ormai questa immagine (quadro o statua) avrà il suo posto, un posto d’onore nella dimora familiare e che vi riceverà gli omaggi; ma la cerimonia ha un senso più profondo e deve avere un’influenza su tutta la vita della famiglia; poiché l’intronizzazione, come l’indica la parola, consiste nell’introdurre il sacro Cuore nella casa per esserne d’ora innanzi il signore e il re. La cerimonia è semplicissima e molto bella. Si procura, se non si ha di già, una bella immagine del sacro Cuore (bella relativamente). Si fissa il giorno; naturalmente sarà un giorno di festa (festa liturgica, festa del padre o della madre, data importante per la famiglia). Ci si prepara convenientemente e, per quanto è possibile, ci si comunica la mattina del giorno scelto, Se il prete può venire facilmente, lo si invita per maggiore solennità. All’ora fissata, si mette solennemente l’immagine sul trono, in mezzo ai fiori (La camera indicata è naturalmente la sala da ricevere, quando l’intronizzazione è intesa come una professione pubblica di appartenenza al sacro Cuore; se vi si vede invece un atto intimo della vita familiare, può essere una camera interna o una specie di oratorio di famiglia.) ed ai ceri. Allora, davanti alla famiglia riunita (e conviene che in questa occasione i servitori si sentano più che mai della famiglia) qualcuno, il prete, o il capo o la padrona di casa legge la consacrazione di tutta la famiglia (padre, madre, figli, servitori) al Cuore sacratissimo di Gesù. Esistono alcune formule già fatte; ma il capo della famiglia può comporne una a suo piacere, o modificare, per adattarla meglio, quella che ha sotto mano. Anzi, se la vorrà leggere tal quale, è bene ch’egli l’abbia copiata di sua mano o fatta copiare, sia dalla madre, sia da uno dei figli. Conviene che la consacrazione sia ben scritta, su bella carta e che sia firmata da tutti quelli che, nella casa, sono in grado di firmare. Sarebbe anzi desiderabile che l’atto fosse messo in cornice, come si usa per l’immagine della prima Comunione, e restasse esposto presso l’immagine intronizzata, come testimonianza e ricordo della consacrazione solenne. D’altra parte è evidente che i particolari della cerimonia possono variare all’infinito. L’essenziale è che vi sia intronizzazione solenne e solenne consacrazione. Nella mente dei promotori, la festa deve avere un domani. Questo domani sarà tutta la vita di famiglia dominata dal grande atto ora descritto. Questo stesso atto si rinnoverà tutti gli anni (O anche, come l’’indica il « documento familiare », tutti i giorni alla preghiera della sera. Invece di rinnovare tutti i giorni la consacrazione spesso ci si accontenta d’intercalare nella preghiera qualche parola  che la ricordi) nel giorno anniversario, o meglio ancora, tutti i mesi, per esempio i primi venerdì. Quando un nuovo bambino viene ad accrescere la famiglia, appena battezzato sarà presentato e consacrato al sacro Cuore; il suo nome sarà aggiunto a quello degli altri consacrati in attesa ch’egli possa ratificare lui stesso la consacrazione e firmare a sua volta l’atto. Tutti i giorni, se le circostanze e la disposizione dei luoghi vi si prestano, ci si riunirà per la preghiera presso l’immagine venerata; vi si potrebbe intercalare un ricordo della intronizzazione che fu fatta del sacro Cuore dal capo della casa e della consacrazione che fu fatta della famiglia al sacro Cuore. La vita familiare dovrà rispondere alle parole, sarà una vita solidamente, profondamente cristiana, tale da fare onore al divino Maestro; la vita intima di ciascuno dovrà realizzare l’ideale comune. Questo ideale è troppo bello, senza dubbio, se non per esser realizzabile, almeno per esser realizzato da per tutto. Dove non si può ottenere tanto, ci si accontenta di meno. Così in molte diocesi si è propagata la cerimonia della consacrazione generale delle famiglie. Essa si fa nella Chiesa parrocchiale per quelle famiglie della parrocchia, i di cui membri vogliono prendervi parte. Per supplire alla intronizzazione solenne, si distribuisce un’immagine ricordo che deve essere posta bene in vista e in un posto d’onore in ciascuna famiglia consacrata, con raccomandazione di renderle qualche omaggio e particolarmente di riunirsi davanti ad essa per la preghiera della sera in comune. Questo movimento di divozione familiare al sacro Cuore, per mezzo dell’intronizzazione e della consacrazione, ha preso in questi ultimi anni una grande estensione. Non è, credo, di origine francese, anzi forse è più in vigore nell’America latina che in Francia. Vi si possono rilevare diverse correnti distinte, partire da diversi punti, e che, finora, non si sono completamente fuse. Sembrano potersi raggruppare in due, quella che propaga il Messaggero del Cuor di Gesù, organo dell’Apostolato della preghiera, e quella determinata dal P. Matheo. Nella prima l’idea di consacrazione domina. Già da molto tempo il Messaggero spingeva alla consacrazione delle famiglie al sacro Cuore. Nel 1889 specialmente vi fu in questo senso un movimento quasi mondiale. Lo slancio pareva essersi indebolito. Da alcuni anni, forse in parte per influenza indiretta del P. Matheo, si è riacceso e il Messaggero gli presta l’aiuto possente della sua pubblicità (più di 40 organi mensili in una trentina di lingue). L’idea primitiva di consacrazione si mantiene al posto principale, ma l’intronizzazione vi ha la sua parte, sia come condizione preliminare della consacrazione, sia come conseguenza naturale di questa, sia come parte integrale di una unica cerimonia totale. Per assicurare l’effetto durevole di questo atto solenne, il P. Calot, direttore generale dell’Apostolato della preghiera, ha elaborato per « le famiglie del sacro Cuore » un piccolo regolamento di vita cristiana, semplice e pratico. Esso comprende: professione di docilità assoluta agli insegnamenti della Chiesa, e alla direzione del Papa; consacrazione al sacro Cuore, rinnovata tutti gli anni, immagine del sacro Cuore al posto d’onore nella casa, osservanza fedele dei comandamenti d’Iddio e della Chiesa, specialmente della legge cristiana del matrimonio, preghiera della sera in comune, comunione frequente, unione e pace fra gli sposi, educazione cristiana dei figli e cura cristiana del loro avvenire (vocazione, matrimonio cristiano); decenza cristiana nelle mode e negli ammobigliamenti, scelta dei libri e delle riviste, sorveglianza nella conversazione, doveri di religione e di carità verso i servitori. – L’opera dell’« intronizzazione del Cuor di Gesù, per mezzo della consacrazione delle famiglie » ha avuto, ed ha ancora, per promotore principale il R. P. Matheo Crawley- Boevey dei sacri Cuori (Picpus). Il cardinal Billot, nella lettera che scriveva al P. Matheo per raccomandarla « con entusiasmo », dopo aver preso conoscenza dell’opera, ce la spiega come avente per unico scopo « di installare nel focolare domestico la pura, semplice e franca divozione al sacro Cuore, quale ci è stata trasmessa nelle rivelazioni di santa Margherita Maria, quale la Chiesa l’ha sanzionata con la sua suprema autorità ». Egli vi vede « un modo semplice e pratico di realizzare i desideri espressi da nostro Signore » alla santa, di un culto speciale reso al suo Cuore nelle famiglie. Non è l’intronizzazione « l’allargamento del gesto, così graziosamente abbozzato » dalle novizie di Paray quando esse festeggiavano la loro santa maestra, indirizzando tutti i loro omaggi ad una modesta immagine del sacro Cuore? Il Cardinale dunque raccomanda l’introduzione della divozione al sacro Cuore nei focolari domestici. come « il mezzo più appropriato alla santificazione della famiglia, e, per essa, della società tutta intiera ». Ravvicinando a questo proposito la dottrina dei Padri intorno alla Chiesa, Sposa di Cristo. uscente dal fianco trafitto di Gesù e dal suo Cuore ferito d’amore, e la dottrina di S. Paolo sul matrimonio cristiano simboleggiato dal mistico matrimonio di Cristo con la sua Chiesa, egli conclude: « Per il sacramento che è alla sua base, la famiglia cristiana ci appare come avente le sue radici nelle profondità stesse del Cuore da cui la Chiesa ha preso la vita. E, se è così, dove dunque la divozione al sacro Cuore sarà meglio al suo posto? Dove troverà un ambiente e, se osassi dirlo, un terreno di cultura più appropriato? Soprattutto dove si troverà un mezzo più connaturale (mi si perdoni il barbarismo) di soprannaturalizzare la famiglia e d’innalzarla all’altezza dell’ideale voluto da Gesù Cristo? » Egli vi vede infine un omaggio di riparazione per i diritti di sovranità di nostro Signore misconosciuti da tutti. – Per quanto questa raccomandazione del Card. Billot possa essere preziosa ed autorevole, il P. Matheo ha ricevuto di meglio. Fin dal 1913 Pio X, in seguito alla domanda dei Vescovi del Cile, accordava un’indulgenza alle famiglie cilene che si consacrassero al Cuor di Gesù, intronizzando nelle loro case l’immagine del sacro Cuore. Benedetto XV, con una lettera del 27 aprile 1915, ha esteso questo favore alle famiglie del mondo intero. In questa occasione il Santo Padre ha caldamente raccomandato questa pratica e ne ha mostrato i vantaggi e l’opportunità. La lettera è tale che conviene darne qui la sostanza, non solo per l’autorità da cui essa emana, ma anche per le spiegazioni che contiene ed i lumi che porta. Essa indica prima di tutto con perfetta chiarezza l’idea dell’opera ed i suoi costitutivi essenziali: consacrazione della famiglia con questo particolare, che « l’immagine, installata come su di un trono, in un luogo molto in vista nella casa, presenti a tutti gli sguardi nostro Signore come il re di questa famiglia ». Leone XIII, continua il Papa, aveva consacrato al divin Cuore il genere umano intero. Ma questa consacrazione generale non rende superflua la consacrazione di ciascuna famiglia in particolare; al contrario essa vi si armonizza a meraviglia e contribuisce a realizzare la santa intenzione del Pontefice; poiché ciò che è di ciascuno in particolare, ci tocca più da vicino di ciò che è comune a tutti. E poi vi è qualcosa che convenga meglio ai tempi in cui siamo? Quanti sforzi per disfare l’opera moralizzatrice della Chiesa e riportarci al paganesimo! Quanti attacchi specialmente contro la famiglia! I nostri nemici vedono bene che, corrompendo la famiglia, corrompono la società intera. Di là la legge del divorzio; di là il disprezzo dell’autorità paterna, l’obbligo di affidare i figli alla scuola pubblica, che è quasi sempre ostile alla Religione; di là quelle campagne vergognose per arrivare ad inaridire la vita fin dalle sue sorgenti, violando con pratiche impure la santità del matrimonio. Non si potrebbe dunque far cosa migliore che lavorare per rianimare il senso cristiano nella vita domestica, installando la carità di Cristo come una regina nel focolare domestico ed attirando sulla famiglia le benedizioni promesse da nostro Signore alle case in cui l’immagine del suo cuore fosse esposta ed onorata. « Ma, aggiunge Benedetto XV, questo onore non basta, Bisogna prima di tutto conoscere Gesù, la sua dottrina e la sua vita, la sua passione, la sua gloria. Non basta accontentarsi di seguirlo con un sentimento superficiale di religiosità, che parli al cuore sensibile e faccia versare qualche lagrimuccia, lasciando i vizî intatti; bisogna attaccarsi a Lui con una fede viva e forte, che diriga e governi lo spirito, il cuore, la condotta. Gesù è così dimenticato, così poco amato, perché è sconosciuto o troppo poco conosciuto. Bisogna dunque, prima di tutto, lavorare a far meglio conoscere Gesù Cristo, la sua verità, la sua legge; l’amore verrà in seguito ». Tale è la bella lettera del Papa. Si noterà questa singolare insistenza su la conoscenza di nostro Signore e del suo Vangelo. Vi è in ciò una lezione delle quali deve penetrarsi chiunque si industri a sviluppare, in sé e negli altri, la divozione al sacro Cuore. Ecco dunque spiegate magnificamente dal cardinale Billot e da Sua Santità Benedetto XV le grandi idee che dominano questa bella opera dell’intronizzazione con la consacrazione delle famiglie al sacro Cuore. È bene aggiungere ancora qui che vi sono, fra gli zelatori dell’intronizzazione, alcune leggere differenze di vedute, che portano delle differenze in questo o quel dettaglio pratico. Gli uni la considerano avanti tutto come l’entrata del sacro Cuore nel santuario della famiglia. In conseguenza essi installano la statua in una stanza più intima o in una specie di oratorio, dove la famiglia va a renderle omaggio, nella preghiera della sera, e dove ognuno può venirla a pregare in segreto. Gli altri vi vedono più una professione pubblica di divozione al sacro Cuore, ed espongono l’immagine bene in vista, nel salotto, dove colpisce subito gli sguardi ai visitatori. Tutte e due le idee son buone e facilmente conciliabili.

3. La consacrazione dei soldati. — Durante la guerra mondiale alcuni cappellani zelanti hanno avuto l’idea della consacrazione militare al sacro Cuore. L’idea ha trovato accoglienza tanto fra i soldati quanto fra i superiori, specialmente al fronte, dove la presenza del nemico, la vita di sacrificio e il pericolo continuo di morte, la visione più netta dell’ideale patriottico, tutto infine contribuisce ad innalzare gli animi al disopra delle preoccupazioni malsane o volgari, nel mondo superiore della grazia e della religione. Hanno avuto luogo cerimonie mirabili alle quali « unità » più o meno considerevoli, cedendo alla possente attrazione del cuor di Gesù han preso parte con uno slancio ed un accordo che, senza violentare per niente la libertà degli individui, la libera, per così dire, dagli impacci del rispetto umano o delle passioni per trasportarla in alto. L’atto solenne è preparato da una specie di ritiro, con numerose Confessioni e Comunioni, ed implica, nel pensiero di tutti, l’impegno a condurre, d’ora in poi, una vita cristiana ed a collocare di nuovo il Cristo al focolare della famiglia. La moglie ed i figli sono messi al corrente del grande atto e della promessa con un documento firmato che resterà anche a far fede per l’avvenire. Il fine ed il senso della cerimonia debbono essere spiegati con cura. Prima di tutto essa ha per scopo il bene spirituale di ogni individuo, riavvicinandolo a Dio e procurandogli i vantaggi incomparabili della divozione al sacro Cuore. Di più ha uno scopo sociale: prepara, per il ritorno al focolare domestico, l’entrata del sacro Cuore nella famiglia; reintegra, per quanto è possibile, la preghiera e la Religione nell’esercito; ci permette di intravvedere, in un avvenire ancora indeciso, il tempo in cui la nazione ritornata ufficialmente cristiana, si consacrerà al cuor di Gesù e farà sventolare, sulla bandiera nazionale, l’immagine del sacro Cuore.

QUARESIMALE (IX)

QUARESIMALE (IX)

DI FULVIO FONTANA

Sacerdote e Missionario
DELLA COMPAGNIA DI GESÙ

Venezia, 1711. – Imprim. Michel ANGELUS Præp. Gen. S. J. – Roma 23 Aprile 1709)

IN VENEZIA, MDCCXI (1711)

PREDICA NONA


Nella Feria sesta della Domenica prima.

Si mostra non esser veri devoti di Maria Vergine; nè da Maria meritar protezione, quei che vogliono vivere nemici del Figliuolo Giesù.

Erat autem Jerosolymis Probatica piscina. S. Gio: cap. V.

Quante furono le operazioni, ed i fatti della Sinagoga tante furono le ombre della Chiesa e delle operazioni de’ fedeli. L’odierna Probatica con gli infermi che stanno sotto del portico attendendo la mozione dell’acque per mano angelica, mi fanno ravvisare quei peccatori che vivendo, come essi dicono, sotto la protezione di Maria, tengono per certa la salute eterna; senza accorgersi che siccome per ottenere salute agli infermi non bastava stare sotto il portico, ma bisogna tuffarsi nelle acque al primo muoverle dell’Angelo. Così ai peccatori per salvar le anime loro, non basta fingersi e figurarsi di star sotto la protezione di Maria, invocandola ogni dì, digiunando il sabato, ma è necessario tuffarsi nel bagno salutifero della Confessione mondandoli dalle colpe, abbandonando il peccato. Quando questo non si faccia, io v’assicuro, e saranno i due punti del mio discorso, che né voi siete devoti di Maria, né Maria sarà mai vostra Protettrice. Le monete di maggior prezzo, non v’ha dubbio, che sono le più facili ad essere falsificate; voi ben sapete che non v’è moneta di maggior pregio della Devozione di Maria, è questa una moneta d’oro di tal stima e valore che nel banco della Divina Misericordia trova sempre abbondantissimo lo spaccio. – Or questa moneta appunto, è quella che molti di voi, così non fosse, per istigazione del superbissimo principe de’ falsari, il demonio, falsificate. Non me lo credete? Su dunque alle prove. Come vien definita da’ Teologi la Devozione; Est voluntas quædam prompte tradendi se ad ea, quæ pertinent ad Dei famulatum, è quella prontezza di volontà, che taluno prova in tutto ciò che appartiene al servizio di Dio. Così San Tommaso; ma non così voi, poiché voi chiamate devoto di Maria chi recita devozioni in onor suo, chi ne va a visitare l’immagine, chi digiuna qualche giorno in ossequio di Lei, e cose simili. Sin qui non anderebbe male, ma non basta; voi mi portate la vostra definizione tronca, non me la dite tutta; bisogna che diciate che presso di voi, Devozione di Maria vuol dire Corona e peccati, Offizio e femmine, Salmi e mormorazioni, Salve Regine e vendette, Inni e laide canzoni, roba del prossimo e limosine in onor suo, e per finirla, digiunar dal cibo e non dal vizio. Se  così è, voi non potete negare falsificata la Devozione, dunque come falsa non conterà nel banco Divino. Confessatela giusta: voi con questa falsa Devozione non cercate di servire alla Vergine, e però non siete veramente devoti suoi; ma con questa falsa devozione, avete solo la mira a gabbarla per quanto è dal canto vostro, per evitare i castighi di malattie, di penurie, di disonori e di morte che meritate per i peccati. Vorreste che a voi riuscisse, come ai Gabbaoniti; comparvero quelli, come sapete, avanti Giosuè con le vesti tutte lacere, con i viveri scarsi e di mala qualità, con le scarpe totalmente logore, e tutto ciò per dar ad intendere a Giosuè d’aver fatto lunghissimo viaggio per ritrovarlo, quando per verità appena si erano mossi per ricercarlo. Or siccome questa simulazione de’ Gabbaoniti non ebbe altra mira che sottrarsi da’ castighi, così voi, con la vostra fantastica devozione non avete altro scopo che liberarvi da quegli scempi funesti che vi minaccia la Divina Giustizia. Per questo voi di quando in quando vi presentate riverenti davanti la Vergine con certe vostre spoglie di penitenza più apparente che vera, voglio dire con certe esteriorità, benché pie, d’una limosina stentatamente donata in onore di Maria, d’un Salterio recitato, e con ciò vi credete di poterle dare ad intendere d’aver fatta lunga strada per ritrovarla, mentre neppure avete dati pochi passi, anzi neppur questi, giacché non vi siete mossi di casa non avendo lasciata la consuetudine maledetta, e l’abito invecchiato di peccare. Intendetela, queste vostre finte devozioni, non vi esimeranno da castighi; poterono i Gabbaoniti gabbar Giosuè, ma non potrete voi gabbar Maria, la quale adoprerà il braccio onnipotente del Figlio per piovere sopra di voi i suoi giusti sdegni: non sarete esenti da malattie, sarete flagellati da carestie, avrete ogni castigo in questa vita, perché non siete ma vi fingete devoti di Maria. E siccome queste vostre finte Devozioni non vi elimineranno da’ mali di qua, così non vi partoriranno i beni di là. – Lo sò, che sì! Volere andare in Paradiso con una Corona della Madonna accompagnata da una dozzina di peccati mortali; Pietro d’Alcantara, e perché sempre a capo scoperto, e con piede nudo, ne’ maggiori rigori del vero, perché tanto lacerarvi, tanto strapazzarvi? Domenico Loricato, perché ridurvi con tante asprezze a guisa d’un scheletro animato? Fu vostra disgrazia nascere ne’ secoli scorsi, se a voi toccava in sorte di vivere ne’ nostri, avreste imparato, che per entrare in Cielo basta un piccolo ossequio a Maria, ancorché finto, perché mescolato da colpe gravi. Che occorreva a Francesco Saverio che voi assicuraste la vostra salute con tanti sudori, con tanti stenti, con viaggi sì lunghi, con vigilie, con asprezze, con digiuni? Bastava visitare una Immagine di Nostra Signora ed ancorché foste macchiato di peccato mortale. Non risponde così il Saverio, non concludono così i Santi, i quali sanno che Cristo ha asserito che è stretta la porta del Cielo… Arcta est via, quæ ducit ad Cælum! E voi che correte per la via larghissima del peccato, vi date a credere di poter andare in Cielo col passaporto della Devozione finta di Maria, con averle recitato un’Offizio, biescinta una corona, digiunato un sabato? V’ingannate; voi siete come gli struzzi, i quali se hanno le ali come gl’augelli, non per questo hanno forza di volare, perché nel resto del corpo sono bestie quadrupedi; così pur voi, pensate di volare in su con le ali di questa Devozione, ma piomberete all’ingiù per il peso smisurato de’ vostri peccati. Passiamo avanti; voi ben sapete, che non giunge al Cielo chi non osserva la legge. Domine, quis habitabit in Tabernaculo tuo aut quis requiescet in Monte Sancto tuo? Signore, chi sarà degno d’entrare in Cielo … e ci risponde, non già chi recita alla Vergine una Corona con più peccati che Ave Marie, non chi fa per suo amore nel mercoledì e sabato qualche digiuno, e poi ne’ sette dì che conta la settimana, l’offende otto, nò! Ma quello sarà condotto al Cielo … qui ingreditur sine macula, et operatur justitiam, chi vive immacolato e giusto. Dunque, voi che commettete peccati, quasi abbi a dire a numero di respiri, con tutte le vostre Devozioni non ci entrerete, se non desistete dal peccato. Non vi lasciate ingannare dal demonio, il quale ha (quasi dissi) gusto che continuiate in quelle Devozioni, perché così con la speranza di salvarvi per mezzo di queste, continuate nelle amicizie, negl’odii, negl’interessi. Sapete quello che fa il demonio con voi? Quello fece Naasse con i suoi nemici? Udite. Nel primo de’ Regi si legge quella strana richiesta fatta da Naasse Ammonite a’ Popoli Galaditi, allorché furono vinti, disfatti e costretti alla resa; In hoc feriam vobiscum, fœdus, ut eruam omnium vestrum oculos dextros. Se volete pace, e che io cessi dalla strage, e dal far correre sangue per queste vie, io voglio, che a tutti vi si cavi l’occhio destro, vi lascio il sinistro, e tanto vi basti; Confesso il vero, che non può sentirsi condizione più barbara. Questo appunto è l’operar del demonio con non pochi, dice San Pietro Damiano; egli è contento che abbino un occhio aperto alla Pietà in certe Devozioni esterne, verso di Maria, di digiuni, di Limosine, di Rosari, di Visite alle sue capelle, ma vuole altresì che tengano chiuso l’occhio destro a’ comandamenti di Dio; sæpe malignus hostis potiorem partem Sanctitatis adimit minorem vero reliquit, perché così l’inganna, e conduce all’inferno, non vi fidate: resterete ingannati, questo piccolo lume non basterà. – Così avesse intesa questa verità quel misero giovine che con certe sue Devozioni a Maria, pretendeva che Maria fosse, quasi dissi, scorta alle sue scelleraggini. Aveva costui una indegna amicizia e dovendo andare a perdersi con colei, era costretto a trapassare nuotando, una tal parte di mare; prima però che si mettesse al trapasso, aspettava dell’amata il contrassegno d’un lume; andò più volte e tornò, non si può dire felicemente, perché sempre con la disgrazia di Dio. Quando i parenti di quella femmina, accortisi della tresca, esposero fuori una notte un lume ed il giovine infelice si pose subito a nuoto per portarsi senza saperlo, là dove lo portavano i suoi peccati, e quelli in tanto scostavano a poco a poco dalla casa il lume esposto, mentre il robusto giovine nuotava alla dirittura di quello, parendogli ormai quel viaggio più lungo del solito ed alla forza delle sue braccia, ed alla sfrenatezza delle sue voglie. Smorzarono finalmente i domestici la lucerna ed il meschino ormai stanco dal lungo nuoto, fu privo di quella luce che gli mostrava il viaggio, e rimase sommerso e poi morto; un altro intraprese troppo più lungo al tribunale di Cristo e da quello giù nell’inferno; tanto succederà a voi peccatori, i quali affidati dal lume delle vostre piccole Devozioni pensate d’andar sicuri al porto; no, non vi andrete, la candelina si estinguerà, e resterete sommersi in un mar di fuoco. Ma Padre, si dice pure che la Vergine Santissima è Avvocata de’ peccatori! Lo so ancor io, e chi ne può dubitare? E so che da Sant’Efrem è chiamata, Portus naufragantium tutissimus; sicurissimo porto de’ peccatori. Consolatevi pure, perché Maria è Avvocata de’ peccatori, e se io volessi negargli un sì bel titolo, avrei tanto scrupolo, quanto se gli rubasse una di quelle stelle che la incoronano. Ma intendiamoci di grazia, Ella non è Avvocata di quei peccatori che vogliano perseverare ne’ loro peccati, ma solo di quelli che dolenti, la supplicano ad impetrargliene il perdono e son risoluti di non peccar più. Così Ella se ne protestò con Santa Geltrude … Ego sum Mater peccatorum se emendare volentium; Io son Madre di quei peccatori che vogliono emendarsi delle loro colpe. Il che fu veduto dalla Santa in una nobile visione, allorché le comparve la Vergine sopra d’un Trono, bella a tal segno che pareva che il Paradiso mutatosi dal suo luogo, fosse venuto tutto ad abitarle nel volto, e notò che venivano da varie parti a gettarsi a’ suoi piedi, schiere di vari e mostruosi serpenti, e Maria gli prende, va con le sue mani, e li accarezza. – Or questi serpenti significavano i peccatori che dolenti delle loro colpe vanno alla sua clemenza; ma la Santa non vide mai che la Santissima Vergine accarezzasse le vipere che immobili stavano nel loro covile. Così Ella non è Avvocata di quelli che ostinati ne’ loro vizi non vanno a Lei per trovare rimedio, ma se ne stanno in quei covili di disonestà, d’odii, d’interessi maledetti. E Maria Vergine ha da essere protettrice di costoro? Poveri voi, il demonio v’ha attaccati a queste devozioni fortemente, per tenervi più tenacemente avvinti ne’ peccati con la speranza della protezione. Vedete là quel giovinastro? A quello parrebbe che il Cielo gli cascasse addosso, se non recitasse quelle orazioni prima d’andare a dormire, se non visitasse quella Chiesa; e poi non si fa scrupolo di andare a letto con più peccati mortali. Vedete là quella donna? Prima morire, Padre, che non digiunare il sabato, e non guardare il mercoledì; ancorché fossi finita di forze, voglio digiunare; ma poi vedrete che questa donna divorerà lascivie tutta la settimana. – In una città di Toscana, io so d’un muratore il quale aveva fabbricato all’anima sua una sepoltura di fuoco. Questo mentre stava gravemente infermo, fu visitato da un Padre della mia minima Compagnia, e perché era zelantissimo, gli toccò subito quel tasto che più gli premeva, dicendogli: Io so, con mio sommo dispiacere, che voi siete infermo più d’anima che di corpo, mentre avete una pratica che vi fa perdere il corpo e l’anima. Alzossi a queste parole il muratore a sedere sul letto e, messa la mano sotto del capezzale: Padre, disse, per sola grazia di Dio e della Beatissima Vergine Protettrice, e non per i miei meriti, io sono stato in Inghilterra, in Francia, in Polonia, e seguì a dire, mettendo fuori lo Scapolare della Madonna del Carmine e, baciandolo, così conchiuse: mai mi son cavato di dosso questo abito, e spero certamente che Maria Vergine mi sarà buona Avvocata in morte. Non si può credere di quanto zelo s’accendesse quel Religioso, udendo una tal risposta; come! Replicò il Padre, un abito sì santo ed una vita sì lasciva? E pretendete che Maria v’abbia da impetrare una buona morte, mentre fate una vita sì scandalosa? Statevene, che io qui vi lascio con l’abito della Vergine, e con l’indignazione di Cristo, e con l’inferno aperto; lasciate questo santo abito, diceva il Religioso. O questo no, replicava l’infermo; lasciate dunque la mala pratica, licenziatela, mandatela fuori di casa, se volete Maria per Protettrice. – O quanti e quanti si trovano, che sono macchiati della medesima pece, e si pensano d’andar salvi con menare una vita cattiva sulla speranza di qualche ossequio alla Vergine Santissima. Ma, Padre, che rispondete alle rivelazioni tanto famose, che chi è devoto di Maria non può dannarsi. Ci voleva anche questa per inquietarmi! Prima rispondo, che simili rivelazioni, o non si possono, o non si devono intendere, che della devozione, la quale è vera, perocché quella, che è falsa, ed è collegata col peccato, ordinariamente tira seco la dannazione. Dico in secondo luogo, che tali rivelazioni non si devono prendere nel senso loro letterale, ed assoluto, perché altrimenti si prenderebbe uno sbaglio di troppo peso. Sia per cagione d’esempio. In San Matteo al cap. 16. si dice: Qui crediderit, baptizatus fuerit salvus erit. Colui, che crederà ed avrà il Battesimo sarà salvo. Lo vedrebbe chi non ha occhi, che se volessimo intendere queste parole così assolute, ne verrebbe in conseguenza che saria sufficiente a salvarsi con il Battesimo la sola Fede, il che, come vedete, è più che falso, perché è di Fede indubitatissima, che per salvarsi, è necessaria la nostra cooperazione, e però l’Apostolo San Paolo dice: Non coronabitur, ni si qui legitime certaverit, con la Fede e col Battesimo vi vogliono l’opere; dunque tali parole di simili revelazioni si devono prendere non così sole, ma unite ad altre come queste, che dicono che con la Fede e col Battesimo vi vogliono le opere, e così per appunto, mentre in esse si vien dicendo, che i devoti di Maria si salveranno, insieme, sì insieme si deve intendere, se coopereranno alla loro salute, essendo verissimo che una simile Devozione è giovevole, ad un tal fine. Rispondo in terzo luogo, che queste rivelazioni non sono di fede ancorché siano venerabilissime, pregiabilissime, perché quelle solamente sono di fede, … Quæ proponuntur ab Ecclesia, ut credantur, che si propongono dalla Chiesa, acciò si credano. Ma queste, dalla Chiesa non son proposte perché si credano, adunque senza dubbio non sono di fede, ed io, dall’altra parte ho contro di voi più di cento rivelazioni che dalla Chiesa si propongono perché si credano. Nella prima de’ Corinti al cap. 6: Iniqui Regnum Dei non possidebunt, non è il Regno di Dio, per chi offende Dio. Ne’ Romani al cap. 8. Si secundum carnem vixeritis moriemini, se vivrete secondo i vostri sfrenati capricci vi troverete eternamente sepolti nel fuoco. In Giob al 21: Ducunt in bonis dies suos et in puncto ad infernum descendunt, consumano la vita loro in cercare tutti i piaceri, ed in un momento vanno all’inferno a trovar tutti i tormenti. Or che dite? Mentre io contro alle vostre rivelazioni, che non sono di fede, ne porto moltissime che sono di fede; adunque torno a dire, non vi fidate, non peccate sotto la scorta della Devozione, perché vi perderete. Oh Padre, noi abbiamo conosciuto uominacci di tal vita, che peggiori non sappiamo immaginarceli. Morì un certo uomo così disonesto che non aveva riguardo ad imbrattarsi con ogni età, con ogni sesso, con ogni condizione, anche le vergini consacrate a Dio restavano, per quanto era dal canto suo, appannate d’abito impuro; or questo uomo con somma pace e con tutti i Sacramenti, né ad altro può attribuirsi, che a quella Devozione che aveva di visitare Nostra Signora ogni sera. Passò all’altra  vita una donna da me conosciuta, così vana, che pareva per lei esser nata ogni usanza, ogni moda, s’adornava per compiacere se stessa, per piacere ad altri, e se nello specchio faceva più ritratti di sé stessa, non lasciava anche di farne copia, e pure una donna di tal sorte, anche essa munita de’ Sacramenti passò con pace all’altro mondo, né può attribuirsi ad altro, una tal fortuna, che a quel benedetto Rosario, che sempre recitò. Chi v’ha detto, che questa gente sia salva? Forse l’arguite dalla quiete con cui sono morti, or vedete come diversamente da voi discorro, poiché dico che, essendo sì malamente vissuti si saranno dannati ed intanto non mostrarono inquietudine nel morire, in quanto, come dice Isidoro: il demonio non inquieta, chi già è certamente suo, prostratos, ac suos factos, contemnit. Ma Padre, sappiamo pur noi tanti e tanti esempj di certi uomini, e di certe donne che avevano mantello da ogni acqua, e stomaco da ogni vivanda, e pure si sono salvati per la protezione della Vergine. Ditemi, come si chiama questo libro, ove sono questi esempi? Il Libro de’ Miracoli; dunque a salvare uno di questi falsi devoti vi vuole un miracolo! Dunque, la loro salute si racconta come miracolo. E non vedete benissimo che lo sperare di salvarsi per miracolo, è lo stesso che darsi per dannato, perché miracoli si fanno sì rari, che è miracolo de’ miracoli, quando sono spessi? Fermatevi, non vedete che il fiume è grosso, non è possibile, che se vi cimentate al passo non ne restiate annegato. Eh Padre chi porta l’Abito di Nostra Signora non teme; vi passò, non è molto, uno, e giunte salvo al lido; ma questo esempio vi farebbe cuore per tragittare; appunto. Chi di voi, quantunque sappia, che uno per mezzo d’una devozione a Maria restò libero dalle archibugiate, si porrebbe a fronte per riceverle? Niuno certo sarebbe ben pazzo che volesse esporsi ad evidente pericolo di morte sulla speranza d’un miracolo, e pur questi sono gli stolti a’ danni dell’anima, che non fidano il corpo ad un miracolo, ma l’anima. – Mi ricordo aver letto, e finisco, come in San Martino, Terra vicina ai confini della Provenza, fu narrato questo caso da’ Padri Missionari Francesi. Si trovava in Firenze un malvivente, di quei che a guisa di animali immondi non si rivolgono che tra sozzure. Era quelli verso la Vergine un falso devoto, perché con i suoi ossequi a Maria voleva unire laidezze. Fra gli altri atti di Devozione fu l’andarsene à Roma, ove fattasi fare una statua d’Alabastro di Nostra Signora, ottennevi dalla Santità d’Urbano Ottavo Indulgenza in articolo di morte, la quale per lui non stette molto a giungere. Si fece portare la statua, e, doppo averla devotamente baciata per guadagnare l’Indulgenza, si munì con gl’altri Sacramenti, e poco dopo spirò. Indi a non molto , volendogli un Sacerdote dir la Messa, gli comparve, e dissegli: non vi straccate a pregar per me; le vostre Orazioni, benché fervorose, nulla mi gioveranno, son dannato. Dannato! E non siete voi quello, che eravate tanto devoto della Madonna, e non siete voi quello che ve la faceste fare in Roma per averla in vostro aiuto? Sì, ma sappiate che quando m’approssimai per dare un bacio alla statua, in cambio di Maria, baciai il demonio ivi comparso in forma di Colei, nella quale erano stati sempre collocati i miei affetti, ed ora per Lei mi trovo dannato. Che dite di questo caso, o falsi Devoti di Maria? Che volete, che diciamo Padre; diremo, che accade esser più nel numero de’ devoti di Maria; lasciamo pure di digiunare il Sabato, di recitare l’Offizio. No, no, tacete bocche indegne non dite così, questo vostro discorso è troppo mal fondato, non me lo credete? Riposiamo prima, e poi discorreremo.

LIMOSINA.
Innocenzo Terzo, al riferire del Surio, che doveva dannarsi, ma per aver fatta una gran limosina, con cui s’era alzato un Monastero in onore della Vergine
Santissima aveva avuto grazia di fare un atto di Contrizione prima di morire.
Fate limosina ad onor di Maria.

SECONDA PARTE

Questa è la spina che mi trafigge il cuore, forte più di quanto finora v’ho detto, perché temo, che dal mio discorso non ne caviate una sciocchissima conseguenza, e perciò non prendiate motivo di lasciare tutte le Devozioni che fate in onore di Maria. Guai a voi se lascerete il Santissimo Rosario, se non porterete l’Abito del Carmine, la Sacra Cintura. Guai a voi, se non digiunerete in onor suo, se in suo ossequio non visiterete le sue Immagini, non mi state à parlare scioccamente, e dire a che servono queste Orazioni, se non servono per moneta da entrare in Paradiso? È vero, che non servono per moneta da entrare in Paradiso, ma servono perché il Signore v’aspetti un poco più, perché non fulmini così presto il castigo. Quanto più siete in disgrazia, tanto più dovete raccomandarvi a’ Santi, alla Vergine, a Dio. Bisogna levarsi questa pazzia di testa, che la Devozione della Madonna non vi ha da servire per scorta a’ peccati; digiuno il sabato, visito la Madonna, recito l’Offizio, dunque posso andare in quella casa, posso covare quell’odio: Oh che stolte conseguenze! La Devozione di Maria v’ha da servire per impetrarvi il perdono de’ peccati; lo non ho mai saputo che niuno si ferisca perché ci fono i balsami da medicarsi: i balsami fon fatti per le ferite; ma non si fanno le ferite per adoperare i balsami. Ditemi, ed a che ferve per vita vostra la patente d’un principe, volete forse che serva per franchigia di laidezze, di furti, d’omicidi, o questo no! Servirà bensì perché se il protetto ha qualche lite, il principe raccomandi la sua causa; servirà perché , se è perseguitato, il principe si frapponga e metta le parti in pace; servirà perché, se si trovasse in povertà, il principe gli assegni qualche stipendio da poter vivere. Tanto appunto dico io della Devozione della Madonna, non v’ha da servire di scala franca per liberamente peccare, perché andiate sfacciatamente in quella casa, perché  liberamente facciate vendetta; non serve in questo, ma v’ha da servire, perché possiate avere molti aiuti di grazia che Ella v’impetrerà; molti soccorsi, che vi porgerà nelle vostre tentazioni; molti lumi Divini, che vi rischiareranno la mente; vi sottrarrà da molti castighi, che vi verrebbero addosso, e poi quel che più importa, servirà la Devozione della Vergine, perché abbiate particolare assistenza nel punto della morte. Per tutti questi capi, dico vi servirà la Devozione di Maria, ma non già mai per quello che voi vorreste, che sarebbe di poter vivere sempre a guisa di corvi, e poi morire come colombe. Io non pretendo, torno a dirvi, con questo mio discorso di togliere a’ peccatori quella confidenza che essi ripongono in Maria per le Orazioni, e Devozioni di Cintura, di abito del Carmine, Santissimo Rosario, Offizio, Limosine fatte in onor suo, e molto meno di levare alla Vergine quel culto che pur riceve da’ peccatori. Voglio che confidiate in Maria, voglio che le prestiate gl’ossequi che avete principiato, ma voglio altresì darvi qualche segno che vi possa far sperare salute eterna per mezzo della Devozione di Maria. Attenti. – Due sorti di peccatori si trovano, ed ambedue devoti di Maria. Alcuni sono peccatori, ed è grandissimo male; ma quel che è peggio vogliono seguitarlo ad esserlo, aggiungendo alle piaghe delle colpe mortali l’ostinazione, mentre non curano guarirle; e di questi non se ne può fare se non pessimo pronostico: già stanno con un piede nell’inferno ed è quasi certa la loro dannazione. – Altri sono peccatori, è vero; ma se peccano hanno subito fiero rimorso di coscienza, ed un animo fisso di lasciare il vizio; onde è, che bramano e cercano di trovare qualche pietoso samaritano, il quale versi balsamo sopra le loro ferite che pur troppo le conoscono mortali. Questa seconda sorte di peccatori, miei UU. possono avere qualche speranza di salute, poiché sebbene non abbiano la vera devozione di Maria, perché son privi di quella pronta e risoluta volontà di lasciare il peccato per amor suo, ad ogni modo sono stradati per averla, mentre racchiudono in cuore quella volontà di voltar le spalle a’ vizi, e di liberarsi dalla servitù contratta col demonio per mezzo di replicate scelleratezze. È vero che i primi albori dell’aurora nascente non sono giorno, ma è altresì verissimo che indi a poco il diverrà. È vero che chi pecca non è devoto di Maria, benché a sua riverenza pratichi molte Devozioni; ma è altresì vero che se unitamente a queste devozioni, avrà vera brama di liberarsi da’ vizi potrà sperare di svilupparsene, e di conseguire la vera Devozione, che ottenuta li conduca ad una beata morte, principio d’una eterna vita. Dunque, o peccatori, seguitate à raccomandarvi di cuore alla Vergine, seguitate pure à portare la Cintura, a vestir l’Abito, e recitare il suo Santissimo Rosario; ma sopra tutto vi raccomando che, se volete che la Vergine vi protegga, servate illi Puerum, non gli maltrattate il Figliuolo, non glielo strapazzate. Tanto disse il Re David a quei soldati, che gli professavano devozione, allorché gli altri gli si ribellarono; Servate mihi puerum meum Absalon; Servate mihi Puerum meum Jesum, dice la Vergine a questi che si dichiarano suoi devoti. Deh, se veramente m’amate, dice Maria a’ peccatori, se mi volete vostra Protettrice ne’ bisogni di questo Mondo, in vostro aiuto nel punto di morte, contentatevi di salvarmi il mio caro Figlio Gesù, Servate, non lo strapazzate con la lingua, non l’oltraggiate con i pensieri, non lo conculcate con i fatti peccaminosi, … Servate mihi. Date ricetto nel vostro Cuore a Gesù, Gesù riverite, Gesù amate, Giesù onorate, che così con tutta verità potrete dirvi miei devoti, ed allora non mancherò d’aiutarvi in questa vita, ed assistervi in morte.

QUARESIMALE (X)

LA GRAN BESTIA E LA SUA CODA (15)

LA GRAN BESTIA E LA SUA CODA (15)

LA GRAN BESTIA SVELATA AI GIOVANI

dal Padre F. MARTINENGO (Prete delle Missioni

SESTA EDIZIONE – TORINO I88O

Tip. E Libr. SALESIANA

X.

ALTRO GENERE DI TROMBE: I LIBRI.

E basti questo breve saggio d’un giornalaccio, con quel poco panegirico che vi ho recitato dei cosiffatti, per farvi persuasi, miei cari giovani, che se vi sta a cuore il bell’ingegno e la bellissima anima che Dio dato, non dovete bere, e spero non berrete mai a fonti sì avvelenate e fangose. — Sta bene; leggeremo libri, non giornali — parmi sentirvi a dire. Buona risoluzione! Ma anche qui, cari giovani, se mi andate colla testa nel sacco, potreste capitar male. Sentite. Io era fanciullo fra i tredici ed i quattordici anni. Già entrato in quella che allora chiamavasi prima Rettorica,e ghiottissimo di leggere, sentii corrermi l’acquolina in bocca a dir cose mirabili, che diceva un mio

compagno, delle poesie di Leopardi. Prima però di procacciarmele volli pigliar mie precauzioni. Un libro nuovo in casa, a dir vero, non mi sarei attentato di portarcelo; ché stavami ancor fitta nella mente una scena, vista da bambino, del babbo, che, trovato un giorno per casa non so che romanzo, n’andò sulle furie, stracciò il libro e ne gittò le pagine al fuoco, dicendo: — I libri che entrano in casa mia gli ho da veder io, gli ho da vedere. Guai a chi ne porta il secondo! — E quel quai fece gelare il sangue nelle vene, non che a’ miei fratelli maggiori, persino a me che non ne capivo nulla; e così fin da quell’età incominciai a quardar certi libri con sospetto. Ora poi, trattandosi di questo che mi veniva tanto lodato, prima di comperarlo o farmelo imprestare, pensai ben fatto

andarne a trovare il mio buon maestro, e: — dica, signor maestro, le poesie del Leopardi son elle proibite? — Proibite (mi rispose) le poesie veramente no, ma…. ma posso leggerle? Certo sì, potresti: ma… ma… ci ho questo benedetto ma, che per amor tuo mi inquieta un tantino. — E guardavami fisso negli occhi. — Oh via! la me lo dica dunque questo ma: la non dubiti; son disposto ad acconciarmi al suo consiglio. — Com’è così, senti, Cecchino mio; a dirtela, quelle poesie son cose belle, nol nego: ma

ora… ti guasterebbero l’umore. Vedi, gli è come se su un bel ciel sereno si stendesse una nuvola scura scura … Stattene colla tua pace, colla tua giocondità giovanile; più tardi leggerai quelle e dell’altre ancora. Ora hai Tasso, hai Monti, hai Dante; Dante, il gran babbo di tutti i poeti, questo sì che ti farà il buon pro! E poi non dimenticare i prosatori, specie del trecento, il Cavalca, il Passavanti, fra Bartolomeo… questi, questi gli scrittori su’ quali devi formarti!… Tenni il consiglio del buon maestro; e più tardi, quando lessi le poesie di quello sventurato poeta, capii quel ma, e ne mandai al mio maestro mille benedizioni. – Queste cose di me vi racconto, o cari giovani, perché  vorrei ispirarvi una gran diffidenza anche dei libri, specie se romanzi, specie se forestieri; e che non vi lasciate tirare alla curiosità, adescare all’eleganza dell’edizione, alle gaie vignette, al buon prezzo… Ahi povera Eva, povera Eva! Perché vagheggiar tanto quel pomo bianco e rosato, ed aspirarne con avidità le soavi esalazioni, e lasciarsi adescare alle melate parole del serpente?… Pareva così ragionevole al parlare! Pareva così dolce a vedere quel frutto! Eppure e’ c’era dentro veleno di morte. – Così siam fatti un poco anche noi, figli pur troppo di madre temeraria e leggera. Si fissa curioso, avido lo sguardo su tutto che è proibito; tant’è, l’ha detto il poeta: nitimur in vetitum; e dietro il guardo vola il cuore; dietro il cuore la mano….Deh! non fermarti a guardare il vino (avverte lo Spirito Santo) quando rosseggia spumando nel bicchiere…Or simili a questo vin traditore, simili al pomo avvelenato di Eva, sono appunto, giovani cari, certe stampe e certi libri messi lì in bella mostra sotto i tersi cristalli delle ricche vetrine a far pompa di sé, a trarre com’esca gli uccelli, l’incauta gioventù. Voi non fidatevi, non fidatevi di ciò che non conoscete; e prima di stender la mano a un libro sospetto, fate capo a un buon consigliere. Il miglior consigliere sarebbe il babbo, se avesse la prudenza e la vigilanza del mio. Ma quanti ci abbadano ai libri? Eppure, se è tempo d’aprire gli occhi, gli è questo nostro per l’appunto. – A quei tempi d’insopportabile schiavitù, come tutti sanno, di cattivi libri o non ce n’era o non se ne vedeva punto. I librai arrossivano a venderli, i tipografi non osavano stamparli, perché…. perché…. lo sapete il perché? È c’era il castigamatti,vo’ dire, il governo che lo scandaloso traffico non permetteva, e a’ librai che cogliesse in flagrante, non solo sequestrava la merce, ma azzeccava, se d’uopo, una buona multa per giunta. In que’ tempi là ragionavasi alla buona così: — Inuna ben regolata società la vendita de’ veleni va proibita. Or veleni cen’ha di due sorta, altri che al corpo, altri che all’anima dan morte; dunque se ha a vietarsi lo spaccio dei primi (che nessuno ne dubita) e molto più de’ secondi. — Ora poi che è venuto il progresso, la sì discorre diversamente: — Chi avvelena i corpi, la forca; chi l’anime, s’accomodi pure. — Con che guadagno del buon senso e della logica, un orbo il vede. Sicché vedete, cari giovani, se vi conviene star desti! Oh sapeste male che può farvi, e all’anima e al corpo, un pessimo libro! Si, cari giovani, anche al corpo, alla sanità, alla vita; e ne ho veduti io degli esempi da far fremere i sassi. Ricordate quellodi: Bertino; aveva cominciato da un libro!..; E se uno non basta, togliete questi altri: sono due giovani stati miei scolari, de’ quali potrei farvi nome, cognome, e parentela; ma bisogna me n’astenga. per compassione di loro famiglie. L’uno …. suo padre andava pazzo per la pesca e per la caccia, e curavasi dei figliuoli come voi del terzo piè che non avete; la madre, una vanarella tutta vezzi e moine e smancerie; i figli (specie quel di cui parlo, ch’era il primo e perciò il più guastato) piena libertà e denaro a’ lor comandi. Costui dunque, che aveva la passione del leggere, comperò e lesse d’ogni sorta libri, romanzacci il più, s’intende: pure con tanto leggere che faceva mantenne sempre in classe il suo posto, ch’era quello del ciuco. Io lo vedevo che non aveva nessun amore allo studio, alla scuola, a’ compagni, e veniva su lungo, pallido; allampanato, con du’ occhi tondi, stupidi, cerchiati di paonazzo; e sospettato quel che era, l’ebbi a me, l’interrogai; l’ammonii, lo carezzai, lo supplicai persino… Chiuse il cuore e non volle ascoltarmi; infelice!….. Più tardi, datosi al militare, fatto fiasco all’esame di ufficiale, veduto promosso un fratello minore, che aveva letto meno di lui, sapete che fece?….. Un colpo di pistola nelle tempia e buona notte! L’altro, pur rovinato cogli stessi veleni, a quattordici anni portava l’occhialino e fumava il sigaro, a quindici bestemmiava come un turco, passava le nottate al gioco, e vi perdeva fin la giubba, a diciotto, non ostante la sua asinaggine, riusciva a forza di protezioni, ad arraffare un impieguzzo dal governo, a ventitrè languiva tisico spacciato in un letto, bistrattava quanti gli venivano d’attorno, e non voleva saperne di morire. – Pregato dall’infelice sua madre a visitarlo e rammollirlo alquanto, vi andai, ma col cuore serrato, che non mi diceva nulla di bene. La buona mamma, m’accolse a mani giunte come fossi stato un Angelo, e: l’abbia la bontà di aspettare un tantino; vado a disporlo, ad avvertirlo ché è lei. — Aspettai più d’un quarto d’ora; quand’ecco la madre, tra sgomentata e piangente, e farmi le scuse. Non c’era stato verso che l’infelice giovane s’inducesse a ricever la mia visita. Due mesi dopo, o in quel torno, moriva. Un buon frate, chiamato nel serra serra dell’ultime agonie; l’acconciò dell’anima..- Dio sa come! Ah giovani; giovani! Perché non voler credere? Non voler ascoltare chi v’ama? Perché tanta paura, tanto rispetto d’un mondo, che tenta strapparvi al prete? Ah il prete! L’hanno ben schernito, in nome della santa libertà, questo povero prete! Ma badate, o giovani: il mondo, che, gettatoci addosso tanto del suo fango vi grida: alla larga dal prete! vedete: com’ egli, è sozzo! — questo mondo, dico, mira nulla. meno che a strapparvi dal cuore i due tesori più preziosi: fede e buon costume, che è quanto dire, chiudervi il cielo sul capo, e aprirvi sotto i piedi l’abisso. E il prete?…. Il prete freme, piange e prega, e darebbe tutto il suo sangue per la pace e per la serenità delle belle e care anime vostre.

QUARESIMALE (VIII)

QUARESIMALE (VIII)

DI FULVIO FONTANA

Sacerdote e Missionario
DELLA COMPAGNIA DI GESÙ

Venezia, 1711. – Imprim. Michel ANGELUS Præp. Gen. S. J. – Roma 23 Aprile 1709)

IN VENEZIA, MDCCXI (1711)

PREDICA OTTAVA
Nella Feria quinta della Domenica prima.


Del Santissimo Sacramento
,

in cui si riconoscono le finezze
dell’ Amore Divino, e si mostra l’ingratitudine di chi non
corrisponde.
Non est bonum sumere panem filiorum, et mittere canibus.
San Matteo cap. XV.

Si dichiara Iddio questa mattina per San Matteo di non voler dare il Pane di Vita a’ cani, che vale a dire a’ peccatori mentre Egli lo ha destinato ai suoi soli figlioli; ed a ragione, poiché d’un opera sì fina del suo amore, qual è l’Eucaristia, non è dovere che ne partecipino gli indegni; sì, perché in questo cibo di vita, ha Iddio compendiate le meraviglie delle sue opere ammirabili: memoriam fecit mirabilium suorum, come ci assicura il reale Profeta, soggiungendo subito: escam dedis timentibus se; sì, perché questi Cibo eucaristico è quasi dissi, la superbia del divino Amore. – Apelle in quelle pitture, nelle quali vedeva consumata l’arte del suo pennello, temuto poco men che dissi dalla natura, era solito dipingere la sua immagine, volendo accoppiar con essa l’autore. Iddio altresì nella adorata Eucaristia nella quale vide, dirò così, consumata l’arte del suo amore non in pittura, ma realmente ci volle racchiudere se stesso, acciò, che uno fosse il Dono, ed il Donatore. Contentatevi dunque, che io ammirando la finezza di Chi dona un sì gran dono, detesti l’ingratitudine non solo di chi non si dispone a ben riceverlo, ma molto più di chi indegnamente lo riceve. L’amore è un atto della volontà e perciò invisibile, onde è che la sua maggior o minor grandezza non può conoscersi salvo che dall’opere. Probatio dilectionis exibitio est operis. Tra le opere con cui l’amore si manifesta, sono i Donativi, i quali quanto sono maggiori, tanto più palesano la grandezza dell’amore. È pur trito nel mondo il proverbio, che chi ama dona e più ama chi più dona. Se così è, e qual mai sarà l’amore che Iddio ci porta mentre nel Sacramento ci donò il maggior tesoro che possa donar Lui, che possa donare a noi audeo dicere, son parole d’Agostino: quod Deus cum sit omni potenti plus dare non potuit, cum sit sapientissimus plus dare nescivit, cum sit ditissimus plus dare non habuit. Egli ci dà il Santissimo Corpo, il Preziosissimo Sangue, l’Anima, la Divinità dell’Unigenito suo Figliuolo; questo sì che è altro che donare gemme, tesori, regni, imperi, giacché donando se stesso nel suo Divin Figliuolo, ha donato tutto: Quomodo cum illo non omnia nobis donavit. Rallegratevi dunque miei UU. mentre vilissime creature, ricevete dal vostro Iddio dono tale, di cui maggior non averia potuto dare ad un altro, Dio se possibile fosse con tutta la sua Onnipotenza; alzate pure voci di giubilo con San Bernardo, e dite: o charitas super  excellens, omnia quæ potuit fecit, omnia que babuit dedit, dedit semetipsum. O carità sopraffina fece quello che poté, diede quello che aveva, diede tutto sé stesso; o amore, amore per noi. Angeli Santi, piantate qui pure due colonne, cavate da due preziosi zaffiri del Paradiso, ed à caratteri indelebili, incideteci il famoso motto, non plus ultra, dissi male, fermatevi; tanto potreste fare se più oltre non fosse passato l’Amor Divino. È passato più oltre, perché poteva dare tutto se stesso, ma darsi solo, (giacché Egli è in realtà Cibus grandium) a’ principi, a’ regi, agl’imperatori, ai Pontefici; ma no; l’Amor Divino non comportava che un dono sì prezioso si restringesse alle sole persone qualificate, ha voluto con straordinaria liberalità comunicarlo a tutti, sicché per San Luca ci fa intendere, Exi cito in vicos, et plateas , debiles, pauperes, et cæcos, et claudos introduc huc; voglio che il mio Corpo si dia a tutti ed a ciascheduno, sia chi si voglia. – Povero di facoltà, o vile di nascita, o infelice di condizione, o misero di talenti, sia chi si sia, tutti godano di questo Cibo prezioso. Ego veni in mundum ut vitam babeant, abundantius habeant. Un grande amore è questo, volersi comunicare a tutti; grazie a Voi, adorato Signore. E voi Serafini del Cielo infocati del suo amore, ajutateci a ringraziarlo, ed esponeteli, che siamo pronti portarci nelle Provincie più remote per godere d’un tanto Bene, d’un sì gran tesoro; appunto, l’Amor Divino non lo comporta, e per ciò non vuole, che à tale effetto si assegni una basilica delle più famose del mondo ma ci fa verificare ciò che già ci fece intendere per Malachia, che, in omni loco sacrificatur, is offertur nomini meo oblatio munda; voglio che in ogni luogo si dispensi il mio Corpo; non m’importa, che sia povera villa, barbaro paese, fetido spedale, Chiesa senza ornamenti, altare senza suppellettili, Tabernacolo senza oro, pisside senza gemme, In omni loco; in somma si dispensi questo Cibo di vita, perché, Ego veni in mundum ut vitam habeant, et abundantius babeant. Ma qua ci sono eccessi di un amore indicibile, mentre un sì gran tesoro, non solo si dispensa a tutti, ma in ogni luogo; deh Santi; le di cui ossa venerate, giacciono sepolte in questo Tempio, e l’anima regna in Cielo, correte al Soglio Divino, ed ivi prostrati, ringraziate per noi l’Altissimo, e assicuratelo, che per cibarci di questo Pane di vita, che si dispensa a tutti, ed in ogni luogo; Noi per cibarcene una sol volta, spenderemo facoltà, sangue, vita. Che dite UU.? e non sentite la risposta, che vi danno i Santi! L’Amor Divino non comporta, che si stabilisca prezzo, con cui si compri questa vivanda di Paradiso; e però, Venite, emite absque argento, absque ulla commutatione vinum, lac. Basta a me, dice Dio, che chi vuol cibarsi di questo Pane di vita s’accosti all’altare privo di colpa, e mondo di cuore, né da lui richiede i digiuni d’Elia, le piaghe di Giobbe, e la prigione di Geremia. Ego veni in mundum. Angeli, che c’assistete custodi, deh portatevi sollecitamente al Trono di Dio, e ditegli, che sopraffatti da grazie non sappiamo più che bramare; ma sento che essi mi rispondono: se voi non sapete che bramare, sa Iddio darvi nuovi pegni del suo amore, poiché non bastandogli aver dato il suo Figliuolo a tutti in ogni luogo, e senza prezzo, lo vuol dare ancora ogni volta che si vuol ricevere, mentre sarebbe stato un eccesso di finissimo amore dar se stesso a ciascheduno di noi, una sol volta in vita, o amore, amore! Mille e mille sono le mani che lo preparano, senza numero le Chiese nelle quali si consacra, innumerabili i ministri, che lo dispensano. Uomini, donne, figli, fanciulle, su aiutatevi l’un con l’altro a ringraziare il Signore Iddio, che tanto vi favorisce, invocate quanti sono vostri protettori in Cielo, che ad un Dio tanto amante di voi portino i vostri ringraziamenti. O amore, amore! darsi a tutti in ogni luogo senza prezzo, ogni volta che si vuole, un Cibo sì prezioso, che solo basta a giustificare un’anima. – Son finiti gli eccessi del Divino Amore? Appunto, v’ingannate, poiché è passato anche più oltre; si, più oltre, mentre potendo darcisi sotto le specie di qualche cibo rarissimo e preziosissimo, finché non si rendesse facile l’averlo, ha voluto darcisi sotto le angustie di poco Pane, e tutto questo l’ha fatto con tanto amore, che ha potuto dire: Delitiæ meæ esse cum filiis hominum. Se Iddio dall’altezza del suo trono si fosse abbassato a far dire una parola in benefizio dell’uomo, sarebbe stato un gran favore, segno d’uno stupendo amore molto più se ci avesse impiegata la lingua, più assai, se per soccorrerlo avesse stesa l’Onnipotente sua mano, e pure è passato più oltre, mentre non una parola, non un soccorso, ma tutto se stesso ha dato a pro degli uomini. Ah miei affetti, e perché tutti non ardete per un tanto amore, e perché tutti non vi abbruciate alla rimembranza d’un tanto tesoro, e perché non ve ne prevalente, accostandovi spesso a questa mensa divina per ritrarne quei tanti beni, che sempre reca chi bene si comunica. Eppure, un dono sì grande, come poco si prezza. Ditemi: se un’Ostia sola consacrata si ritrovasse tra tutta l’ampiezza di questo mondo, ecco, che tutti i nobili, e plebei, dame e cavalieri, principi e Regi la porterebbero per vie scabrose in devoto Pellegrinaggio a vederla, ed appena giunti, con gli occhi pieni di lagrime, col cuore acceso di devozione, accennando all’Ostia Divina, direbbero, là sta il Figlio di Dio? Oh invenzione d’amore, che ha saputo andare in Cielo col Padre, e nello stesso tempo restare in terra con noi. Non vi è amico che possa amare che fino alla morte, ma esso rimanendo con noi ha trovato modo d’amarci anche doppo morte. Ah, direbbero quei fortunati pellegrini, almeno potessimo toccarlo un tantino con la corona. Ah, che se fosse possibile averne un’invisibile pezzetto, vi spenderemmo di buona voglia tutti i nostri patrimoni. Ne vi sarebbe alcuno che avesse ardire di pensare a porsi neppure una volta sola cibare di quel Pane celeste. Ah carità sviscerata di Dio, ah ingratitudine troppo alta degli uomini, mentre avendo in questa vostra Patria non un pezzetto in un Reliquiario, ma tante Ostie consacrate, e potete cibarvene senza spesa, e senza pellegrinaggio, e pure come le stimate? O Dio, converrà pure, che io dica poco, anzi per molti, nulla! Alle Chiese, alle Chiese; s’io rifletto à quelle femmine, io vedo che la loro remota preparazione a comunicarsi, è trattenersi la sera antecedente a giocare, a ridere, a mormorare, senza neppur pensare a recitare il Santissimo Rosario, o l’Offizio di nostra Signora; se poi le vedo entrare in Chiesa, le rimiro tutte attente a pavoneggiar se stesse, scollate e sbracciate, ed a far pompa di sé, quasi Idoli per essere adorate. Gli uomini poi vi si preparano con occupar la mente in ciance di novelle, in interessi; sapete come vi si preparano non pochi Sacerdoti mentre che si vestono degli abiti sacri. Par che vestino abiti da scena: ridono, burlano, senza o non dire, non considerare le misteriose parole prescritte nel porsi quegl’abiti sacri indosso. Prendono dopo il Sacro Calice in mano, e con occhio libero guardano, mirano, non solo all’andare, ma ancora nello stare all’Altare, ove da molti si mangiano le parole e si maneggia Cristo peggio che non si farebbe un vil fante della terra. Che meraviglia dunque se questi tali, che così impreparati si portano a questa Mensa divina, non ricevano i meravigliosi effetti di questo Divino Sacramento. Tutta la colpa è loro, ed il male non vien dal cibo ma dallo stomaco, né solo si portano a questa mensa impreparati, ma doppo comunicati, li vedete subito immersi negl’interessi, nelle ricreazioni, intervengono ai giuochi, ai balli, ed invece d’impiegare quella giornata in opere pie, l’impiegano in mille inezie. Chi si vuole ben comunicare, bisogna che prima d’ogni cosa avvivi la fede, e concepisca la Presenza Reale del suo Dio in quell’Ostia Sacrosanta. Ah, che se avessimo vera Fede ci prepareremmo la sera antecedente con digiuni, con penitenze, con Rosari, e la mattina ci porteremmo alla Comunione con tutta riverenza e devozione, non si farebbero tante ceremonie in Chiesa, che ormai par quasi ridotta a sala di festino, tanti sono i discorsi, le riverenze, gl’inchini, i profondi saluti, che tali, piacesse a Dio , si facessero a questo Sacramento. Se bene, a che perder tempo contro chi poco si prepara a questa Mensa divina e nulla ringrazia, benché si sia nutrito con un tanto Cibo, mentre vi sono di quei peccatori i quali, doppo esser vissuti nelle laidezze di mille peccati, in quella istessa mattina che si confessano, dirò così, Dio sa con qual proposito e con la bocca ancor fumante d’alito velenoso, corrono subito ad inghiottire il Signore. San Giovanni Crisostomo non sapeva già capire come alcuni Cristiani reputassero tempo sufficiente i quaranta giorni della Quaresima a purificarsi da peccati di tutto l’anno, e prepararsi in tal forma a ricevere nella Pasqua Cristo Sacramentato, quadraginta diebus sanitatem animæ assignas, et Deum babere propitium expectas ludis ne quæso? Or che direbbe questo sì gran Dottore, se si ritrovasse a’ dì nostri, e vedesse tanti e tanti, che non solo non permettono quaranta giorni di penitenza a ricevere Cristo, ma con un breve passo dal Confessionario, dove hanno detto roba laida e scomunicata, vanno alla Mensa, per andar, dirò io, con un altro passo più breve , dall’Altare al postribolo. Che direbbe Sant’Agostino, il quale a chi si vuole accostare alla Santa Comunione prescrive digiuni, limosine ed orazioni, se vedesse che da molti si spendono i giorni avanti la Comunione in crapule, in bagordi, in veglie, in teatri, in parole disoneste, in canzoni amorose. Che meraviglia, dunque, che non si cavi frutto! Quel contadino, il quale getta il seme sopra la terra non ancor ben rammollita dalle piogge, raccoglie poco, ancorché il seme sia ottimo. – Così quantunque l’Eucaristia sia semenza che partorisca ogni bene, tuttavia gettata in certi cuori, che puzzano ancor di vendette, d’odii e di lascivie e di bestemmie, non può essere che renda frutto. Ah Dio, Sacerdoti, che dispensate il Sangue di Cristo nel Sacramento della Penitenza se permettete saviamente, all’anime che sogliono star lontane dal peccato, la Comunione immediatamente doppo la Confessione, non la permettete a chi visse lungamente nimico di Dio; ma ordinate loro che prima d’accostarsi al Pane di vita attendano a coltivare la grazia ricevuta nella Confessione, perché se sarete facili a concedergliela, gli faciliterete il ritorno a’ peccati. Scrive Plutarco, che presso i Sibariti si costumava d’invitar le Donne a’ conviti nobili un anno prima, affinché avessero tempo di bene accomodarsi, ed esser ben disposte all’onore che doveano ricevere. Dio immortale! Ed i Cristiani stimeranno superfluo l’apparecchio di pochi giorni per accostarsi alla Mensa Divina? Ma se questi che s’accostano alla Comunione dopo una Confessione in cui hanno vomitato veleno pestifero di laidezze poco prima commesse, sono degni di biasimo. Che diremo di coloro che s’accostano alla Comunione, non solo subito Confessati delle loro colpe, ma vi s’accostano, così non fosse, con l’affetto ai peccati di cui si sono confessati, volendo, che pacificamente alloggino insieme nel loro cuore, l’Arca e gl’idoli, Dio ed il diavolo; sapete voi chi sono questi tali? Questi sono quelli che non tolgono via l’occasione di peccare, perché non tralasciano quei sorrisi, quelle veglie, quei regali. Sappiano questi tali, che anticamente si serbava l’Eucaristia in un vaso d’oro o d’argento figurato a guisa di colomba, per significare che non è degno di ricevere Cristo dentro di sé, chi non arriva a vivere senza fiele che è quanto dire: senza ombra di laidezza in cuore. Sacri ministri di Cristo, quando vi si accostano ai piedi certe persone, le quali vedete che conservano rancori, che fomentano affetti non solo non gli dovete concedere la Comunione, ma mandateli via da voi senza proscioglierli. Come! volersi accostare alla Comunione con sdegni in cuore, con affetti impuri, con continuare nelle occasioni mi meraviglio, fate loro conoscere il pessimo loro stato, e poi licenziateli. Or se questi che ardiscono accostarsi alla Mensa Divina con affetti impuri, e senza lasciare le occasioni tutte di peccare, stanno in continuo pericolo di dannazione. Che dirò io di quei miserabili, i quali indegnamente si cibano di questo Pane di vita, voglio dire si comunicano in peccato mortale; a questi tali ricordo che Cristo sopportò tutto in Giuda, dissimulò a’ furti, le mormorazioni, l’infedeltà, ma quando sfacciatamente ardì comunicarsi con la coscienza macchiata da colpa grave, allora lo lasciò subito nelle mani del diavolo. E post buccellam intravit in eum satanas, il quale fieramente agitandolo, lo necessitò a disperarsi, e a darsi da per se stesso con infame laccio la morte, per esser portato ad ardere nell’inferno. Comunicarsi in peccato mortale! Non si può dir di peggio. Questa è una mostruosità sì grande, che maggiore non può darsi. Voi ben sapete che non v’è mostro più mostruoso di quello che vien composto da parti più stravaganti, or quali parti più travaganti possono mai mirarsi unite insieme che stare in un medesimo cuore, Cristo e peccato? Non potestis, miei UU. non potestis Mensæ Domini participes esse et mensæ Dæmoniorum, dice l’Apostolo; non è possibile sedere alla mensa di Cristo e godere de’ conviti del diavolo. Chi si vuol pascere delle cipolle d’Egitto, non può nutrirsi con la Manna del Cielo. Come volete mai, che questo Cristo, che non può tollerare in sua compagnia sotto il velo degl’accidenti la sostanza innocente del pane, possa poi venire ad abitare nel vostro petto, allorché sa esservi annidati serpi velenosi di vizi, allorché sa averci posta sua fede l’amore indegno verso quella femmina, l’odio implacabile verso quel nemico? Non potestis no! È  un mostro, vi ho detto, una mostruosità, volere in cuore Dio e peccato. Or i mostri, come sapete non solo sono orribili per la mostruosa deformità, ma sono anche terribili per le rovine che pronosticano. Appena si vede un mostro che par che ognuno vi legga dentro qualche grave calamità, ancor io prevedo da un tal mostro rovine, e sono accertati i miei giudizi, perché sono dell’Apostolo che dice: Qui manducat, et bibit indigne, judicium sibi manducat, et bibit! – Ecco le rovine di chi si comunica in peccato mortale: Judicium sibi manducat, et bibit idest, dice il Crisostomo damnationem, è dannato, beve la morte dal fonte che sperava vita. – Il balsamo ha questa proprietà di conservare i corpi non ancor corrotti; ma s’è applicato ad un cadavere che abbia principiato ad imputridire, il balsamo serve perché più presto s’imputridisca. Così appunto nel caso nostro, è potentissima a conferirci l’immortalità beata la santa Comunione. Con tutto ciò se indegnamente si riceve, ci dà l’ultima spinta per l’inferno. Riceve indegnamente e perciò è quasi dannato chi si comunica senza confessarsi, avendo peccato mortale; chi si confessa ma non li dice tutti per vergogna, per malizia, chi li dice tutti ma ne lascia per rossore qualche circostanza necessaria, o specie diversa. E perciò se questo infelice vuol ritornare in grazia di Dio, conviene che con un vero dolore e fermo proposito vada a fare una buona Confessione, in cui s’accusi d’aver lasciati i tali e tali peccati, e poi si confessi di quanti da quel tempo che lasciò quelli, ne fece, perché di niuno è stato mai assolto. Datemi mente. Il peccato di chi si comunica in peccato mortale è sì orribile, che Dio per lo più non lo castiga in questa vita, perché in questa vita non vi è pena bastante, ma la riserba nell’altra. Ne ha voluto però alle volte dar qualche esempio ancora in questa vita come fece in quella rea femmina riferita da San Cipriano, testimonio di veduta; interrogata questa dal Confessore se avesse commesso il tal peccato, nego’ sfacciatamente, asserendo non esser di quei costumi, che egli presupponeva e raddoppiando la sfacciataggine nell’atto stesso di volerla ricoprire, ardì con fronte temeraria accostarsi alla santa Comunione, sperando, dice il Santo, d’ingannare Iddio, come aveva ingannati noi, suoi Ministri, ma non gli riuscì, poiché ricevuta l’Ostia, si cambiò subito questa in un affilatissimo coltello, che inghiottito gli segò miseramente la gola, lasciandola quivi morta, e tutta bagnata nel suo sangue, che ben si vedeva esser vittima scannata in quella Chiesa per esempio del suo sacrilegio. Dio immortale! Che vi strapazzino quelli infedeli che tengono l’Eucaristia non essere che semplice pane, non è da meravigliarsi, questo è uno strapazzo fatto ad un principe sconosciuto, da chi lo giudicava uomo ordinario; ma che v’oltraggino i Cristiani, che vi confessano per quel Dio che siete, è un eccesso intollerabile. Eh mio Dio io so che se il caldo s’incontra nel freddo in seno alle nuvole, non sa stare ivi paziente neppur per un’ora, ma squarciato il seno alle medesime nuvole, tuona, tempesta, e si accende in fulmini terribili. Il fuoco della vera carità, mio Dio, non deve stare col freddo de’ peccati nel cuore del peccatore, però tuoni, tempeste, e fulmini quegl’empi che non vi rispettano nel Divino Sacramento, e fate loro provare i vostri sdegni giustissimi privandoli e in vita, ed in morte del vostro Santissimo Corpo.

LIMOSINA
È sicura la vostra roba se la darete in custodia a Dio ne’ poverelli, ond’è che un mercante ricchissimo richiesto un dì dal suo sovrano a dirgli con tutta verità quanto fosse il suo guadagno messo da parte in quell’anno rispose: mille scudi, e vedendo alterato il re per simile risposta, quasi si credesse burlato replicò, mille, o sire, e non più, perché mille n’ho dati a Dio ne’ suoi poveri, e così mille son certo averli in sicuro, l’altre mie facoltà soggiacciono tutte a tanti pericoli, che io temo di chiamarmene padrone.

PARTE SECONDA

Che vuol dire, che tanti Cristiani vivono ne’ peccati, perché questi non frequentano i Sacramenti, e perché non li frequentano? Perché abbracciano i motivi suggeritigli dal demonio. Dice taluno, io non frequento la Comunione per non dar da dire, perché se quel tale mi vedrà comunicare, dirà, mirate un poco, chi vuol fare da Santo! E per questo volete lasciare la Comunione per le parole di pochi sciocchi, per questo lasciare d’andare a Dio. Qual è quel pescatore colà nelle coste dell’India, che lasci di far preda di qualche incomparabile Margharita per timore dell’acqua fredda? O Dio, se sapeste, che perla di Paradiso si contiene in quell’Ostia sacrosanta, non solo non temereste le freddure d’una lingua mal Cristiana, ma sprezzereste, per acquistarla, un mar di ludibri. Altri si scusano dicendo che non si accostano a questa Mensa Divina, per non addomesticarsi tanto con Dio, e questi che così parlano sono d’ordinario persone puntigliose, e piene d’albagia; e se a queste persone, che dicono non accostarsi spesso per riverenza, il confessore per umiltà gli vietasse comunicarsi in un dì solenne di Festa, quando tutto il popolo si comunica, voi vedreste cambiarsi tutta l’umiltà in superbia, voi le vedreste strepitare, e dichiarare assolutamente che non vogliono questo smacco di non comunicarsi in giorno in cui tutto il mondo Cristiano comunica. Eh via, tacete voi tutti, che prendete simili scuse, non dite che non v’accostate per rispetto di Dio, dite piuttosto che non v’accostate a quella Mensa Divina perché volete seguitare a vivere nella vostra scandalosa libertà. –  Altri poi non s’accostano perché dicono aver da fare assai, che i negozi di casa, della bottega, l’occupano tanto, che non gli resta tempo per questa Santa Funzione. Costoro sapete? Sono affogati dal demonio non con il fumo della superbia, ma con la polvere delle cose terrene: avete la famiglia da provvedere? Bene! Ma avete ancor l’anima! È possibile, che in un intero mese non si trovino due ore per confessarsi e comunicarsi, per assicurare la propria salute? Che negozi? Che imbarazzi? Perché siete in questo mondo, non vi siete per la terra, no, ma per il Paradiso. Che risolvete? giacché le vostre scuse non vagliano, che risposta date? Volete essere più frequenti nel comunicarvi? Ridotti che farete all’estremo di vostra vita avete da maledire la negligenza usata nel comunicarvi, ed io molto temo, che questa negligenza non sia per essere la causa della vostra rovina, e temo, che nel fine della vita abbiate da morir senza Sacramenti. Volete che io vi dica la vera cagione, perché non frequentate i Sacramenti? Perché volete continuare in quella pratica, in quell’odio, in quell’interesse. Sapete che il confessore non vorrà quella tresca, vorrà la restituzione, vorrà che perdoniate! Questa è la vera cagione perché non volete frequentare i Sacramenti. Certamente ogni nausea è cattiva, ma quella che si ha del pane, al dire d’Avicenna è peggiore d’ogn’altra, omnis naufeatio mala, panis autem pessima, temo e temo con ragione che questa gran ripugnanza che voi mostrate al Pane di vita, sia per voi un segno d’eterna morte; odo il Profeta, che me lo conferma, qui elongant se a te peribunt, chi si allontana da Dio, si dannerà; O che stupore vedere, che l’infermità fugge la salute! Ma se noi fossimo tiranni di noi medesimi potremmo far di peggio, che non volere adoperare un rimedio sì potente per salvarci, qui elongant se a te peribunt, intendetela o Cristiani, chi si slontana da Dio, perirà, si dannerà. Certa gente confinante con gl’Abissini, per assaltarli, e superarli, aspetta che per certi loro digiuni siano indeboliti, e poi improvvisamente gli son sopra con l’armi, e ne fanno macello. Così farà il demonio con voi altri che tanto indugiate a comunicarvi. Quando sarete stati lungamente digiuni da questo Pane di vita, v’assalirà, vi vincerà, morirete dannati. Cristiani miei per evitare questo pericolo di dannazione, frequentate questo Sacramento é perché possiate ritrarne veri frutti di vita eterna, accostatevici doppo una sincera Confessione e poi accostatevi con la debita modestia dell’abito, non essendo possibile che ritraggano utilità dalla Santa Comunione quelle donne che nella medesima mattina che devono comunicarsi, si adornino per non dire più immodestamente, certo più vanamente che mai, senza timore di presentarsi così pompose d’avanti a quella Maestà che per amor loro s’è  umiliata nel Sacramento fino a non comparire uomo ma cibo ignobile. Non è possibile che ritraggano frutto dalla Comunione quelle donne che, rinunciando alle leggi della verecondia cristiana non si curano di riaccendere, con farsi vedere scollate, spettorate, sbracciate, quelle fiamme impure, per smorzar le quali, versò Cristo tanto sangue. – Racconta Roberto Lisio come giunta a morte una vanissima femmina che spendeva l’ore allo specchio, acconciandosi la testa ed ornandosi il volto, gli fu portato dal Parroco il Santissimo, acciò lo ricevesse per viatico all’altra vita. Ma ecco che d’improvviso si videro scendere dal Cielo due Angeli, i quali giunti alla camera, e salutata profondamente quell’Ostia Santissima, la rapirono dalle mani del Sacerdote, e sparvero. Ebbe questi a morire per lo spavento, né mai si riebbe, finché tornato alla Chiesa, ritrovò quell’Ostia riposta dagli Angeli su l’Altare, ed argomento, che il Signore giustamente aveva sottratto il suo Corpo a colei, mentre ella troppo aveva voluto adornare il proprio. Cari miei UU. se ornerete il vostro corpo con maniere lascive, con usanze che abbiano del disonesto, se trascurerete di cibarvi di questo Pane, io vi dico, che temo molto, se nel punto di morte avrete il Divino Sacramento, ma posso temere che non passiate all’altro mondo senza Sacramenti.

QUARESIMALE (IX)

VIVA CRISTO RE (20)

CRISTO-RE (20)

TOTH TIHAMER:

Gregor. Ed. in Padova, 1954

Imprim. Jannes Jeremich, Ep. Beris

CAPITOLO XXV

CHI È IL CRISTO PER NOI?

Nell’anno 1880 si tenne a Roma una grande assemblea. Uno degli oratori tenne un discorso solenne in onore di lucifero, capo degli spiriti ribelli. E nel mezzo del discorso si udì questo grido: “Evviva satana!” “Viva satana!” E cinquemila gole ripeterono il grido: “Dio è morto, viva satana!”. Siamo inorriditi da questa incredibile rozzezza spirituale, da questa adorazione del diavolo; eppure le migliaia di peccati che si commettono oggi, cos’altro sono se non idolatria infernale? – Quante cose ha fatto l’umanità contro Dio! La Rivoluzione francese ha voluto distruggere Dio; ha fatto un manifesto in cui diceva che Dio non serviva più. Ci meravigliamo di questa follia? Eppure cosa sono gli innumerevoli orrori della nostra epoca se non la realizzazione del decreto rivoluzionario e la sua promulgazione a tutta l’umanità? E la rivoluzione contro Dio continua. Ricordiamo quei giorni tristi in cui gli studenti di Vienna cantavano: “Non sono cristiano, sono socialista!”. Quante cose ha provato l’umanità contro Dio…, e tutte invano. Per questo, il Papa, Sua Santità Pio XI, ci ha ammonito: Uomini, rivolgetevi a Cristo, al quale Dio ha dato un Nome che è al di sopra di ogni nome: “nessun altro Nome sotto il cielo è stato dato tra gli uomini per mezzo del quale dobbiamo essere salvati” (At. IV,12). Individui, rivolgetevi a Cristo! Società, rivolgetevi a Cristo! Nazioni, rivolgetevi a Cristo! Famiglia, politici, economisti, pensatori, rivolgetevi a Cristo! Stampa, spettacolo, letteratura, affari, banche, industria, finanza, rivolgetevi a Cristo! Uomini, perirete se non avete Gesù Cristo come vostro Re! – Questi sono i pensieri che spieghiamo in tutte le pagine di questo libro. Negli ultimi due capitoli voglio riassumere quanto detto e allo stesso tempo delineare i tratti caratteristici e definitivi di Cristo Re. Solo chi lo conosce può amarlo in tutta verità e rimanergli fedele in ogni momento della vita, e quanto più lo conosce, tanto più lo amerà!…. – In questo capitolo cercheremo di conoscerlo meglio! Sfoglieremo il Vangelo, affinché il Signore stesso ci risponda a queste domande: Chi sei? Cosa ci dici di Te?

* * *

Apro il Vangelo secondo Giovanni e leggo ciò che il Signore dice in un passo: “Io sono la porta. Chi entra attraverso di me sarà salvato” (Gv X, 9). Gesù Cristo è la porta e io non posso essere salvato se non entro attraverso di Lui. “Attraverso di Lui”, cioè se guardo il mondo con i suoi occhi, se penso al mondo con il suo spirito, se ciò che Lui considera importante è importante per me, se non lego il mio cuore a ciò che per Lui era una cosa secondaria. Guardare il mondo con gli occhi di Cristo! Quale utile lezione di vita è contenuta in questa frase apparentemente semplice! Perché Nostro Signore Gesù Cristo è sceso sulla terra? Per formare un nuovo tipo di uomo: l’uomo che lotta per la vita eterna. Tutto in Gesù Cristo serve a questo piano: la sua vita, le sue parole, la sua passione, la sua morte, la fondazione della Chiesa. Cristo era onnisciente; eppure non ha promulgato una sola verità di tipo scientifico, perché non la riteneva di importanza decisiva. Cristo è onnipotente, eppure non ha voluto lasciare alla tecnica, all’industria, alcuna linea guida che ne moltiplicasse l’efficienza. Cristo era bellezza eterna, e non ha fatto un solo quadro, una sola statua, una sola poesia, una sola composizione musicale. Cristo era l’amore eterno, e non ha insegnato come curare la tubercolosi o il cancro, o come eseguire operazioni chirurgiche. Cristo amava il bambino al massimo, eppure non ha lasciato in eredità ai posteri un metodo pedagogico a beneficio dei più piccoli. Perché? Perché non considerava tutte queste cose di importanza decisiva! Cosa era importante per Lui, allora? Credere in Dio, pregare, obbedire ai genitori, dire la verità, mantenere puro il proprio cuore; in altre parole, guardare il mondo alla luce dei suoi insegnamenti. Lui è la porta e solo chi entra attraverso di Lui sarà salvato. Continuiamo a chiedere: Dimmi, Signore, chi sei? E il Signore ci risponde in un altro passo: “Io sono il buon pastore” (Gv X,11). Cristo è il mio pastore, che non mi abbandona mai, che non fugge all’arrivo del nemico, che dà la vita per le pecore. È lecito per me avvilirmi, abbattermi, disperarmi, se so che Cristo è il Pastore che si prende teneramente cura di me? Ah, se il vento soffia, lo specchio liscio del lago trema, la mia fronte si corruga, è naturale, ma non è lecito per me disperarmi! Non è lecito piangere? Oh, sì, ma non ribellarsi! Anche il fiore piega il suo calice pieno di lacrime quando l’uragano scatenato passa su di lui. Come la sua rugiada cade sulla madre terra, così è lecito per me piangere; ma non in modo disperato, non rotto e spezzato, ma con la piena certezza che le mie lacrime cadono nelle mani amorevoli del Buon Pastore! E il pensiero del Buon Pastore non solo mi consola nelle disgrazie, ma mi dà anche forza nelle tentazioni. Quale forza acquisterei in tutte le tentazioni, se ricordassi questa grande verità in questi momenti! Questo Cristo che mi ha tanto amato, che ha dato la sua vita per me, questo Buon Pastore, ora mi chiede questo o quello, o mi proibisce questo o quello! È lecito per me disperare, dubitare come un uomo di poca fede, quando Cristo mi parla attraverso le circostanze? Perché Cristo ha dato se stesso per me fino alla morte; Cristo, il Buon Pastore. – E ancora chiediamo: Dimmi, Signore, chi sei? E Lui ci risponde così: “Io sono la vite, voi i tralci. Chi è unito a me e Io a lui porta molto frutto, perché senza di me non potete fare nulla. Senza di me non potete fare nulla. Chi non rimane in Me sarà scacciato come un tralcio che non porta frutto, appassirà e si seccherà, sarà preso e gettato nel fuoco e bruciato” (Gv XV, 5-6). Queste sono le parole di GESÙ CRISTO. Cristo è la vite e io sono il tralcio: che grave avvertimento, ma allo stesso tempo che grande onore! Il tralcio vive solo finché la linfa vitale della vite circola in esso. Anche la mia anima vivrà solo finché la forza di Cristo circolerà in me, finché il Cuore di Cristo batterà in me, cioè finché sarò fratello di Gesù Cristo. L’edera ha bisogno della roccia; se può arrampicarsi sulla roccia, fiorisce, ma se striscia per terra, ha una vita stentata. Il sempreverde ha bisogno della quercia; se può abbracciarla, riceve i raggi del sole vivificante; senza la quercia, non ha vita. Anch’io sono edera; Cristo è la mia roccia. Anch’io sono un sempreverde; Cristo è la mia quercia. Se mi aggrappo a Lui, volerò con gioia piena al di sopra di questa vita terrena, così piena di pantano, di dolore e di amarezza. Il buon Cristiano gode così della vita. I divertimenti legittimi e puri sono destinati a lui. Il buon Cristiano non deve mai essere triste, imbronciato, amareggiato – per niente! Al contrario. Chi ha l’anima in grazia, chi è unito al Signore, deve avere una pace e una gioia traboccanti. Il tralcio che ha una comunicazione vitale con la vite, trabocca di vigore e rigoglio. La più bella fioritura della vita cristiana mostra proprio agli uomini che, per godere della vera gioia, non è necessario peccare, né vivere in modo frivolo, né sprofondare nella dissolutezza dell’immoralità. Un Cristiano può essere duro con se stesso, mortificato come San Francesco d’Assisi, eppure sentire la sua anima inondata di grande felicità, come lo era l’anima di questo Santo, che parlava agli uccelli dell’aria, che predicava ai pesci e accarezzava il lupo della foresta. Per vivere così non devo mai dimenticare che Cristo è la vite e io sono il tralcio, cioè sono fratello di Cristo. Sono fratello di Cristo, quindi… vado a testa alta! Sono fratello di Cristo; perciò i miei occhi devono essere puri. Sono un fratello di Cristo, perciò tutte le mie parole devono essere espressione di verità. Sono un fratello di Cristo, quindi tutte le mie azioni devono essere giuste e corrette. Sono un fratello di Cristo, quindi la mia vita deve essere degna del Signore. Devo irradiare la luce che brilla in me; non ho altra scelta. La mia vita, le mie opere, le mie parole devono essere luminose. Sono fratello di Cristo; perciò non devo pensare, parlare, fare, amare nulla che Cristo stesso non possa pensare, dire, fare e amare. Perché Lui è la vite e io sono il tralcio. – Dimmi, Signore, chi sei? E CRISTO ci risponde: “Io sono la luce del mondo; chi segue me non cammina nelle tenebre, ma avrà la luce della vita” (Gv VIII,12). Mi sembra di sentire l’obiezione: “Cosa? Cristo è la luce del mondo? Ci sono milioni di persone che non si interessano a Lui, che gli passano accanto senza nemmeno guardarlo! Milioni di persone che non sono cristiane! È vero che ancora oggi molti vivono lontani da Cristo. Ma questi o non hanno ancora sentito la Buona Novella di Cristo, o non vogliono più saperne di Lui. Questi ultimi proclamano, senza saperlo, la grandezza di Cristo; infatti, da duemila anni combattono contro di Lui e non sono riusciti a strappargli le sue pecore. Gli altri, quelli che non lo hanno ancora conosciuto, con quale gioia ascoltano quando qualcuno parla loro della vita e delle parole di Cristo! Infatti, che cos’è, in confronto alla luce di Cristo, la dottrina del Buddha, che viene dal nulla e ritorna al nulla? Che cos’è Maometto, accanto alla Luce del mondo? Maometto ha cercato di attingere l’acqua dai torrenti che sgorgano da Cristo; ne ha attinta ben poca, sta nella bacinella della sua mano. La sua luce è presa in prestito, esigua e impura. Cosa sarebbe il mondo senza la luce di Cristo? Non possiamo immaginare in quale abisso di tenebre scenderemmo. Che ne sarebbe del mondo se la terra inghiottisse intere città e paesi, se i grandi oceani scomparissero? Il mondo ci sarebbe ancora. Cosa ne sarebbe se tutte le gradi invenzioni tecnologiche che abbiamo, cessassero di esistere? Il mondo non cesserebbe ancora di esistere. Cosa sarebbe la storia del mondo senza i grandi scienziati, senza i più importanti filosofi? Potremmo fare a meno di loro. Ma cosa sarebbe l’umanità senza Cristo? Mancherebbe la sua anima e ciò che resterebbe non sarebbe altro che un cumulo di macerie in un’oscurità spaventosa. Cristo è la luce del mondo. – Dimmi, Signore, chi sei? E il Signore risponde: “Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà mai fame e chi crede in me non avrà mai sete” (Gv XIV: 6). In effetti, Cristo è il pane della vita, perché senza di Lui non potremmo vivere. Se non avessimo Cristo, quale speranza resterebbe all’uomo peccatore? Se non avessimo Cristo, chi si prenderebbe cura dei poveri? Se non avessimo Cristo, chi frenerebbe gli eccessi dei forti, chi solleverebbe gli spiriti dei deboli? Se non avessimo Cristo, chi difenderebbe i non nati? Se non avessimo Cristo, a chi si rivolgerebbe l’uomo nella tentazione? Se non avessimo Cristo, a chi si rivolgerebbe il povero malato? Sì, Signore; sappiamo, sentiamo, sperimentiamo ad ogni passo che Tu sei il pane della vita e che chi viene a Te non avrà più fame e chi crede in Te non avrà più sete. – Dimmi, Signore, chi sei? E il Signore risponde: “Io sono la via, la verità e la vita” (Gv XIV, 6). Molti hanno voluto essere le guide dell’umanità, ma nessuno più di Cristo ha osato affermare che “Io sono la via”, che dobbiamo essere come Lui, che dobbiamo imitarlo in tutto. L’umanità ha avuto molti maestri, ma nessuno ha osato affermare come Cristo: “Io sono la verità”. Molte promesse sono state fatte e vengono fatte nel nostro tempo, ma non ci viene detto: “Io sono la vita”. Se Cristo è la via, chi si allontana da Lui si smarrisce. Se Cristo è la verità, chi lo nega o si vanta di non conoscerlo cade nell’errore. E se Cristo è la vita, chi rifiuta di ricevere la sua linfa sarà come un albero secco. E questo principio non vale solo per la vita dei singoli, ma anche per la vita della società, degli Stati stessi, dell’Umanità. Se le vie e le leggi sono contrarie alle vie e alle leggi di Cristo, la rovina è certa, sia degli individui che delle collettività. È vero che Cristo non ci esenta dalle difficoltà della vita; ma ci dà la forza, il coraggio, la libertà interiore, la maturità spirituale per sopportarle. L’individuo che segue Cristo sarà onorato nella sua condotta, meriterà la fiducia degli altri, avrà un grande spirito di sacrificio, amerà il prossimo. Oggi più che mai l’umanità ha bisogno di vivere questo spirito cristiano. Perché viviamo in un mondo competitivo, dove la cosa principale è il profitto e l’efficienza. Perché l’egoismo è all’ordine del giorno, perché i conflitti di interesse si moltiplicano, perché i Paesi ricchi cercano di conquistare il mondo, perché siamo padroni di molte materie, ma non di noi stessi. Cristo è la via, la verità e la vita. Vita non solo dell’individuo, ma anche della famiglia e della società. – Dimmi, Signore, chi sei? E il Signore risponde: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà” (Gv IX, 25). Queste parole del Signore ci incoraggiano e ci danno speranza. La mia vita ha un senso, non finisce con la morte. Il Signore è in grado di riportare in vita una persona morta? Sì. Lo ha fatto diverse volte durante la sua vita terrena. Ma non ci crediamo del tutto? Ha calmato la tempesta sul lago di Gennesaret… Ma a cosa mi serve sapere”, obietterà il marinaio che lotta contro l’uragano, “se poi vengo inghiottito dagli abissi?”. L’orlo della sua veste curò una volta il malato…. “Ma a cosa mi serve”, si lamenta un giovane gravemente malato, “se sono malato da anni e non sono guarito?”. Gesù ha risuscitato i morti… Ma a che mi serve”, dice la vedova, “se mio marito è morto e i miei figli sono morti? Quanti sono quelli che si lamentano così, ma senza motivo! Gesù Cristo, nella sua vita terrena, non ha voluto calmare tutte le tempeste, guarire tutti i malati, risuscitare tutti i morti!0 Perché non è venuto per questo. Se ha mandato al mare, alla malattia, alla morte, lo ha fatto per dimostrare che davvero “a Lui è data ogni autorità in cielo e in terra”, anche su tutte le disgrazie, anche sui morti! Sulla morte stessa, è il suo potere, e che Egli “è la risurrezione e la vita, e chi crede in Lui, anche se muore, vivrà”. Se lo volesse, potrebbe salvare, anche oggi, tutti i naufraghi. Se Lui volesse, potrebbe guarire tutti i nostri malati. Ma non è questo che Egli vuole. Allora cosa vuole? Ci dice: “Rimanete nel mio amore”. “Chi mi ama osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e Noi verremo a lui e prenderemo dimora in lui”. Vale a dire, instaurate nella vostra anima e nel mondo intero il regno di Dio: il regno della fiducia ancorata a Dio, il regno dell’amore di Dio, in Dio e per Dio. Lavorate perché il mio amore abbracci tutta la terra…. Morirete…, ma un giorno verrò di nuovo e spazzerò via ogni miseria e cancellerò ogni lacrima…. “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà”.

* * *

Ecco, mentre sfoglio il Vangelo, il volto santo e divino di Nostro Signore Gesù Cristo diventa ad ogni pagina più bello, più radioso, più caldo, più soggiogante, più chiaro. Chi conosce Gesù Cristo sa tutto, chi lo ignora non sa nulla.

Signore, Tu sei la porta; attraverso di Te fammi entrare una volta per tutte.

Signore, Tu sei il Buon Pastore; fammi diventare una pecora docile del Tuo gregge.

Signore, Tu sei la vite; fa’ di me un tralcio vivo nutrito dalla Tua linfa.

Signore, Tu sei la luce del mondo; fa’ che la tua luce illumini tutta la mia vita.

Signore, Tu sei il pane della vita; nutriti per me.

Signore, Tu sei la via, la verità e la vita; guidami sulla via della verità verso la vita divina.

Signore, Tu sei la risurrezione e la vita; credo che un giorno risorgerò per vivere con Te in cielo.

QUARESIMALE (VII)

QUARESIMALE (VII)

DI FULVIO FONTANA
Sacerdote e Missionario
DELLA COMPAGNIA DI GESÙ

Venezia, 1711. – Imprim. Michel ANGELUS Præp. Gen. S. J. – Roma 23 Aprile 1709)

IN VENEZIA, MDCCXI (1711)


PREDICA SETTIMA
Nella Feria quarta della Domenica prima.

L’Avarizia è vizio veramente traditore perché nascosto, perché difficilmente si allontana; si fa capo di tutti i vizi, e seco porta danni temporali, rovine eterne.


Tunc vadit assumit septem spiritus nequiores se, et intrantes habitant ibi.

S. Matt. cap. XII

Assuero quel gran re dell’Asia, che stese il suo comando sopra ventisette Provincie, non per altro innalzò a’ regi onori Mardocheo, se non per averli scoperti due domestici traditori. Una gran remunerazione potrò io aspettar da voi miei R. A. mentre voglio questa mattina scoprirvi il maggior traditore che abbia una gran parte di voi, il quale, nel portarvi la rovina della famiglia, la perdita dell’anima, non vuol esser solo; ma fattosi guida di non pochi traditori, v’insidia, vi rovina, v’uccide. Orsú, ove si tratta di scoprir traditori non v’ha bisogno di lunghezze. Eccovelo: questo traditore è l’Avarizia, ed è quello spirito così vostro nemico, che non contento delle sue frodi assumit septem alios per maggiormente rovinarvi: datemi dunque mente, già che voglio mostrarvi questo spirito veramente traditore, perché nascosto, perché difficilmente si slontana, perché è guida di tutti i vizi, perché porta rovine temporali, rovine eterne. – Disse pur bene l’Apostolo San Paolo, allorché chiamò l’avarizia radice di tutti i mali, già che l’avarizia si veste a guisa della radice delle di lei proprietà; come radice sta nascosta; come radice è difficile a svellersi, come radice è feconda di tutti i mali. Cominciamo dal primo: negate, se potete, che l’interesse a guisa di radice non stia nascosto nel fondo del cuore. Girate un poco per le piazze, per le botteghe, per i tribunali; entrate per le case private, e che sentirete? Altro non udirete, se non voci di chi si querela assassinato nella lite, gabbato ne’ traffici, ingannato ne’ contratti, defraudato nelle mercedi; e dall’altra banda non troverete, quasi dissi, uno il quale si persuada d’ingannare, di far torto, di defraudare; niuno si trova che si conti nel numero degl’ingiusti, de’ ladri, deʼ rapaci. Come va dunque questo affare! Tutto  il mondo si lamenta delle ingiustizie, ed appena si trova chi si accusi d’essere ingiusto. Ecco l’origine: non per altro, se non perché gli uomini talmente occupati nella brama dell’avere, e nella solitudine di non perdere i beni di questa terra, né pur riflettano à ciò ch’è chiaro come il sole. Interviene a loro, ciò che intervenne in quella gran giornata, che si fece tra’ Romani e Cartaginesi al Trasimeno. Racconta Plinio, che quando dall’una e l’altra banda fieramente si combatteva, e con reciproca strage, si scosse terribilmente la terra per uno spaventosissimo terremoto; eppure niuno de’ combattenti se ne accorse. Sapete voi perché? Non per altro se non perché quella avidità di togliere all’inimico la vita, quel timore di non perder la propria, le strida di chi moriva, i plausi di chi vinceva; in una parola, la confusione di quel gran conflitto talmente occupava i sentimenti, e gli affetti di ciascheduno che non si pensava più ad altro. Questo appunto è quel che succede nel mondo con gli interessati con gli avari. L’interesse, l’avarizia eccitano, fanno un rumore sì grande nel cuore di costoro; li sconvolgono talmente le passioni o per l’avidità di non perdere o per la brama smoderata di guadagnare, che più non odono i rimorsi della coscienza, benché fierissimi; più non sentono i consigli della ragione, le minacce della fede; a tal segno, dice lo Spirito Santo, che l’interessato è persuaso d’essere un uomo prudente e savio, Sapiens sibi videtur vir dives. Un uomo interessato, un uomo che si lascia legare dall’amor soverchio alla roba, stima d’essere il Savio de’ savi, e però sprezza le voci de’ predicatori, i consigli de’ confessori, lascia latrar la coscienza, alla quale non dà retta, quantunque gli porga una cagione sì giusta di temere de suoi traffici, de’ suoi contratti, dei suoi maneggi. sapiens sibi videtur dir dives, per lui tutto è giusto, tutto è ben fatto. Sentite a questo proposito uno de’ più celebri miracoli di quel gran Santo Patriarca Francesco di Paola. Stando un dì alla presenza di Luigi XI Re di Francia, prese alcune monete riscosse dal popolo, per tributo, e trettele, ne fece uscire vivo sangue, a solo fine d’insegnare al re quanto facilmente si mescoli l’ingiustizia nell’imporsi a’ Popoli gli aggravi da principio almeno nel riscuorersi da ministri. Ah, che per verità, se ai dì nostri vi fosse un simile operator di prodigi, vorrei scender frettoloso da questo luogo e prostrato a’ suoi piedi, tanto vorrei pregarlo, finché accondiscendesse a rinnovare uno stupendo miracolo, e seco accompagnato umilmente lo vorrei condurre per le fiere, per le botteghe, per le case de’ ricchi. O la’ presto direi, portate qua tutte le vostre monete, v’ingannate, se  le credete tutte di buon acquisto. Spremete, o Santo Patriarca, le monete di quel mercante: sangue, sangue. Stringete l’oro, che tiene in cassa quel nobile: sangue, sangue! Ah, che se voi con la vostra mano prodigiosa toccherete l’anello, che porta in dito quella femmina, le gioie di quella dama, gli abiti pomposi, le suppellettili preziose riempite le stanze, le sale, le casse, i palazzi di sangue de’ poverelli nelle mercedi ritenute, nelle usure praticate: tutta roba usurpata nel tener corte le misure, scarsi i pesi; nelle frodi, negl’inganni: sangue, sangue; e pure se parlate con costoro, vi diranno che sono innocenti e perché? Perché questo vizio dell’avarizia, a guisa della radice sepolta sotto la terra, sta nascosto nel cuor dell’interessato … – Né vi crediate, cari miei UU., che questo vizio tanto occulto sia meno difficile a sradicarsi, benché scoperto, appunto non sarebbe radice, se fosse facile a svellersi. Radix omnium malorum avaritia, grida, l’Apostolo, sapete perché? Perché tale appunto la ravvisò in quell’albero misterioso in cui riconosceva i vizi del mondo, tutto, ben vedeva egli pendere dai rami di quel grand’albero irriverenze nelle Chiese, spergiuri nelle bettole, bestemmie per le piazze, disonestà nelle case; ma la radice di questo grande albero qual era? l’avarizia. Or ditemi: qual è la differenza che passerà tra lo sradicare una profonda radice, e rompere un ramo d’un albero? Se vorrete rompere un ramo, benché grosso, d’un albero, stentate qualche poco, ma pure con qualche sforzo, e poco aiuto vi riuscirà: ma se vorrete svellere la radice, non basteranno le vostre forze, non quelle de compagni, bisognerà adoprare e ferro e fuoco. È difficile che quella lingua si moderi nelle mormorazioni, nelle bestemmie, non farà facile che colui lasci colei: bisognerà tentare, perché si faccia quella pace; ma pure coll’ajuto d’orazioni e santi religiosi si avrà l’intento, perché son rami d’un albero. Ma l’avarizia, che è radice, farà difficilissimo, dissi male; sarà impossibile; che dite, Padre? disditevi; non sta a martello il vostro discorso: vi sta, se mi udirete. Dico impossibile, perché gli avari, gl’interessati per ordinario non vogliono aiuto: tengono lontane quelle mani, che bramano svellerli l’avarizia dal cuore; non è vero? Udite le sacre carte ci raccontano come i due Faraoni re d’Egitto furono e ripresi e castigati: l’uno perché disoneto, perché interessato l’altro. Il primo fu quello che rapì Sara moglie d’Abramo, per averla a’ suoi piaceri. Il secondo Faraone fu quello che aggravò più d’ogn’altro il Popolo Ebreo, per tenerlo schiavo. Ah maledetto interesse, quanto difficilmente ti fiacchi. Il primo Faraone, al primo tocco del flagello di Dio, non solo si arrese, ma restituì ad Abramo la consorte, e pentito ne fece scusa. Il fecondo Faraone, perché si trattava d’interesse, non solo non si mosse al primo flagello di Dio, ma s’indurò sempre più sotto le percosse, e non desisté, fin che non restò sommerso nell’onde marine. Quello vuol dire combatter con l’interesse. Nel primo Faraone si aveva da combatter con l’amor del piacere, e non fu difficile; ma nel fecondo Faraone, che si aveva da combattere con l’interesse, non bastarono né i prodigi, né le stragi. Non accadde altro, è difficilissimo svellere quella radice dal cuore degli uomini. È talmente difficile a svellersi, che avendo un uomo levato certi danari ad un altro, sentendo dal confessore che conveniva restituirli, non si sapeva metter le mani in tasca per prenderli, convenne che il confessore glieli prendesse lui stesso. Mette radici sì alte e difficili a sbarbarsi, che neppure al capezzale moribondi, sanno indursi. Ciò è avvenuto a me nell’assistere ad una dama. Che dissi moribondi? Né pur talora morti vogliono seco il mal tolto. Sia la verità del seguente caso, presso l’Autore. – Jacopo da Utriaco racconta, come un certo avarone, simile forse a qualcheduno di quei che qui m’ascoltano, non faceva mai limosina del suo, ma si era ingrassato con la roba altrui. Venne costui a morte, e non poté dal confessore essere indotto a fare la dovuta restituzione. Ma invece di questa, chiamata a sé la moglie e i figli, fece testamento, dividendo i suoi danari in tre parti, alla moglie, ai figli, la terza a se stesso: e questa ultima parte fece porre in un sacco, costringendo la moglie ed i figli a promettere di sotterrare seco nel Sepolcro i danari. Morto dunque, e sotterrato con quel sacco di danari, una servetta di casa consapevole del fatto, chiamato a sé un certo giovane che ella bramava in sposo, gli promise, quando però egli l’avesse presa per moglie, che gli avrebbe manifestato un segreto, per cui sarebbe senza fatica, e senza dilazione di tempo, divenuto grandemente ricco e promettendo di far tutto il giovane, ella gli scoprì il fatto del sacco de’ denari sepolto col morto. Ma ecco, che essendo andato alla sepoltura una notte, ed apertala, vide con orribile spavento molti demoni, i quali liquefacendo quei danari entro una padella di fuoco, poscia così liquefatti gli gettavano giù per la gola di quell’avaro, gridando con voci d’inferno… già che foste tanto interessato, ed avesti tanta sete d’oro e d’argento: saziati, saziati! Vide il giovane, e veduto, più morto che vivo, se ne fuggì, narrandone nel dì seguente il fatto. – E se l’avarizia, miei UU., come radice è difficilissimo svellerla, come radice altresì sarà madre maledetta, da cui pullulerant quanti son peccati nel mondo. Non me lo credete? Meco scorrete quanti sono i comandamenti di Dio, e troverete, così non fosse, tutti, ma tutti violarsi per questo maledetto peccato dell’avarizia. Attenti! Idolatra l’avaro, perché in luogo di Dio adora l’oro, le ricchezze, la roba. L’avaro non santifica le feste, perché intento agl’interessi di lucro, tralascia la Messa nei dì festivi, e si pone a lavorare come le fosse giorno feriale. Comanda Iddio che si onori e padre, e madre; ecco che il figlio di cuore avaro, non solo non onora, ma positivamente strapazza e padre e madre, perché accorati se ne muoiano, e a lui resti il maneggio. Vuole Iddio, che non si pigli la robba d’altri, e l’avaro è solo
intento a spogliarne il prossimo. Ah vizio, vizio pessimo dell’avarizia! Che come vera radice d’ogni vizio sei madre d’ogni iniquità. Non fornicare è strettissimo comando: Dio immortale! O come facilmente si trasgredisce questo precetto per l’avarizia! Quante fanciulle vendono il bel fiore della verginità? quante maritate tirate dall’avarizia contaminano il letto coniugale? Quante vedove macchiano il loro decoro. È precetto Divino: non pigliare il nome di Dio invano; e pure molti vogliono afferire i loro detti con giuramenti, e autenticarli con gli spergiuri; basta che vi sia la sola speranza del danaro, che subito si rende facile ad inghiottire la pillola dello spergiuro, perché coperta con foglia d’oro o d’argento, anche ne’ Tribunali a lla rovina del prossimo. Si sì, radix omnium malorum cupiditas; come radice produce ogni male. Sta col dito di Dio registrato: avverti non ammazzare; chi pone il ferro in mano di quell’omicida se non l’avarizia? Pochi impugnano le armi contro l’inimico che non abbiano per guida l’avarizia: radix omnium malorum cupiditas; l’avarizia, come radice, produce tutti i mali; e l’avaro, non solo è trasgressore d’un precetto di quanti ne prescrive l’Altissimo. Ne volete di peggio? Passa ancora l’avarizia alla mala educazione de’ figli. Attenti. S’accorge quella Madre, di quanto pericolo sono alla sua figlia quelle veglie, e quei festini, ne’ quali per lo più a lume di torcia e preparano i funerali alla pudicizia o già morta, o pur moribonda. Ma che? per quella maledetta speranza di maritarla con poco condiscende che ella si trovi ad ogni ricreazione con i favoriti. Quel padre di cuore tutto avaro per attendere con ansietà ai negozi, abbandona la cura della famiglia e lascia la briglia sul collo a’ figli e sebbene potrebbe con dar moglie a più d’uno, sanar la piaga della disonestà, che sa marcia, non se ne cura; e si dice, che l’utile di casa non comporta tante famiglie, e se la figlia sposata per avarizia, a persona che ella non voleva, ma facoltosa, si dannerà, tal sia di loro. E mi si replica, che la roba toglie l’orrore a quanti peccati possono derivare da un matrimonio fatto per forza: basta che per sensale d’esso si presenti l’avarizia, ed ogni Matrimonio è Beato. Né qui pur finisce il male d’un padre avaro si spinge da lui talora per forza agli Ordini Sacri, chi nemmeno è buono per servir la Messa, non che per dirla e si procurano le Chiese, e le cure per chi è più atto a divorar la gregge, che a pascerla. Ah maledetta avarizia; chi potrà mai raccogliere il numero de’ pestiferi frutti, che tu come radice, produci? Basta il dire, che fai voltar le spalle a Dio. – Nel sacro libro de’ Giudici si racconta, come v’era un cert’uomo nobile detto Mica, il quale avendo fabbricato in una villa un picciolo tempio, bello, devoto, decente; v’aveva posto per Sacerdote un Levita ebreo, e trattandolo da Figliuolo, quasi unum de Filiis, gli aveva assegnato appartamento ornato, vestimenti doppj, stipendio grosso, alimenti quotidiani; e forse perché egli avesse danaro da spendere, dice il sacro testo, che impleverat illi manum . Immaginatevi pare, che a tante finezze di Mica, corrispondeva con amor vero il Sacerdote. Avvenne un giorno che entrati alcuni soldati della tribù di Dan nel tempio, pretesero di svaligiarlo. Allora il Sacerdote tanto favorito da Mica, senza temere né gli insulti, né le spade, si pose a difendere i sacri arredi, Quid facitis? Quid facitis? Certo non può negarsi, che si portò come doveva. Ma piano, i soldati nel veder tanta resistenza, gli dissero: eh sta cheto; pensa lo stato tuo. Tu di piovano pezzente, e di pretazzuolo meschino, se farai a nostro modo, diverrai amministratore di cura molto maggiore, Tace, venique nobiscum, ut babeamus te Patrem, Sacerdotem. Quando il buon uomo senti lucro maggiore, chiuse gli occhi a’ benefizi di Mica, il primo di tutti cominciò a saccheggiar di propria mano l’altare, a spogliar le mura, vuotar le credenze, e a gran passi ne volò via con i soldati. Dite pure, se potete, che l’avarizia non sia madre feconda di tutti i mali; ed esclamate con Valeriano: Nihil est malum, quod cupiditas, aut non concipiat, aut non nutriat, aut non parturiat. Ma se l’interesse produce tutti i vizi, converrà che Iddio punisca l’interessato con tutti i castighi temporali ed eterni. Certo che sì, udite e sentite le rovine che porta in questo mondo l’avarizia, l’interesse vizioso. Chiama un giorno il Signore Zaccaria e gli dice: Zaccaria, Zaccaria, vedi tu nulla per aria? Zaccaria alzati gli occhi verso il cielo, guarda e risponde: sì mio Dio, se non erro, video volumen volans, un libro che va svolazzando per l’aria. Ma mi sapresti tu dire, replica Iddio, ciò che vi stia scritto? Signore, confesso il vero, che bene non discerno; pure mi pare di leggervi una spaventosa minaccia; così è, dice Iddio: l’hai indovinata; ecco le parole che vi stanno registrate: hæc est maledictio, quæ egredietur super faciem terræ. Ella è una maledizione che ha da piombare sopra la terra, e dove mai andrà a cadere un fulmine sì spietato? Povera casa! Io ti vedo in terra, ti vedo rovinata fino da’ fondamenti, se sopra di te viene questa gran maledizione. Ecco che piomba e dove s’invia? Oh Dio! … ad domum furis, ch’è quanto dire: allo sterminio di chi tiene roba non sua; ad domum furis, a chi non paga legati pii, a chi non soddisfa le religiose de’ livelli; ad domum furis, a chi ritiene mercedi, chi non paga i suoi debiti potendo, e fa che peni il suo creditore. Si, sì, tenete pur corte le misure o mercanti, tenete pur scarsi i pesi, bagnate le seti, perché crescano di peso; tenete il grano all’umido, perché ingrossi, le tende alle botteghe, perché non si vedano le magagne delle mercanzie; seguitate pure a fare, che l’industria ne’ vostri traffici in altro non consista, che in tramar frodi, e pigliare usure; ma aspettatevi poi la maledizione divina, la quale vi stermini; vi verranno malattie, che per mesi ed anni vi terranno attratti; i fiumi ingrossati inonderanno le vostre campagne; perderete de liti; i fulmini atterreranno le vostre case; uccideranno i vostri armenti; E quello che è peggio, questa maledizione non verrà come di passaggio, ma commorabitur in medio domus ejus, si fermerà, si stabilirà nel mezzo della casa di chi ha roba altrui. – Avvertite, che Dio si protesta, che queste disgrazie s’hanno da stabilire nella vostra casa. Poveri Figli, che siete figli di padri interessati, che hanno acquistato malamente; sarete sempre infelici; non avrà pace la vostra casa. E se voi non me lo credete, ve lo confermi il fatto di Cristo in S. Luca, quando Zaccheo ravvedutosi, disse a Cristo: si quid aliquem defraudavi, reddo quadruplum; ed il Signore, che rispose? Hodie huic domui salus a Deo facta est. Ma voi mi direte: e che risposta è questa? Pareva, che dovesse dire huic homini, perché Zaccheo era stato l’operator de’ furti, delle frodi; e perciò era pronto a rifare danni; onde tutta sua doveva esser la salute. Sì, ma il Signore l’intese meglio, e però disse: huic domui, perché vedeva apertamente che se Zaccheo non restituiva, non farebbe stato solo a patire, ma con esso lui la casa, i discendenti. Su dunque, quando non vogliate rovinati i Figli, né pur la vostra casa. Voltate le spalle all’avarizia: restituite l’altrui, e contentatevi di restar con meno, per non rimaner privo del tutto; poiché chi non rende l’altrui, perde con l’altrui anche il proprio: tanto vi fa intendere Iddio nelle sacre carte per Giobbe Divitias, quas devoraverit, evomet, et de ventre illius extrahet illas Deus. Io , dice Iddio, con le mie proprie mani e non con quelle d’un Angelo, voglio aprirgli il ventre, e fargli vomitar fuori quanto possiede e d’altri proprio, giusta la proprietà del vomito, che necessita a rendere col cattivo, anche il buono. Pazzo dunque chi non restituisce, chi non paga, chi non si sgrava delle altrui sostanze, perché perderà non solo quello, che non è suo, ma anche il proprio. Se l’avarizia è radice di tutti i mali, deve esser castigata con tutti i castighi temporali ed eterni; già i temporali ve li ho espressi: veniamo ora agli eterni. Ecco, che ve li minaccia Paolo Apostolo, neque fures, neque raptores, neque avari Regnum Dei possidebunt. Siete esclusi dal Paradiso, o voi, che prendete, che ritenete la roba altrui; né v’è altro modo per salvarvi, che restituire, e presto. E se vi esclude dal Paradiso l’Apostolo, vi condanna all’inferno lo stesso Dio nelle sacre carte, allorché con quel veæ tremendo, che secondo gli espositori, connota l’Inferno, più volte ve lo minaccia, Veæ, qui prædaris; veæ, qui congregat non sua, guai a te che rubbi, che ritieni roba d’altri, che defatighi a torto nella lice il tuo prossimo, che scemi agli operarj la dovuta mercede e in vece di danaro, dar loro il fracidume della bottega a prezzo il più rigoroso, a cui si dia la mercanzia più perfetta: Veæ, qui prædaris, guai a te, che non paghi legati pii, che non soddisfi alle Messe. Veæ, qui congregat non sua; chi è quello che raduna della robba non sua? quello che non fa limosina, perché quella robba è del povero: Veæ, Veæ, Veæ, e tutti questi veæ non dicono altro, che Inferno, Inferno, Inferno. O Avari, pazzi, che siete, mentre per poco danaro vi comprate l’Inferno, e perdete il Paradiso, mentre più stimate i beni da lasciarsi agli eredi, che l’anima vostra: mentre che con la roba altrui vi stabilite per fondo l’inferno per ritrarne in frutto perpetuo la dannazione. Udite successo spaventoso. Racconta Sant’Antonino Arcivescovo di Firenze nella sua Somma il seguente caso. Si trovava vicino a morte uno di questi ingrassati con la roba altrui, e quantunque esortato da’ Sacerdoti à restituire, mai si volse indurre. I figli desiderosi della salute del padre, si adoperarono anch’essi, ma senza frutto; giacché loro rispose l’iniquo padre: figli, se restituisco e campo, non ho con che vivere; se restituisco e muoio, non avete con che viver voi. A noi, ripresero i figli, non pensate signor padre; siamo contenti d’esser poveri, pur che voi salviate l’anima. Allora il padre mirandoli con occhio torbido, disse loro: tacete ché non avete cervello, e non sapete ancora esser più pietoso Iddio degli uomini. Se io son peccatore, posso sperar da Dio misericordia; ma se voi farete mendici, non avrete compassione dagli uomini, e così persuaso se ne morì. Quanta fosse l’impressione fatta nell’animo de’ figli per questo accidente, immaginatevelo voi. Uno tutto volle restituire, l’altro tutto volle ritenere: Quello che restituì si fece religioso di San Francesco, l’altro finì miseramente la vita. Or, mentre il religioso se ne stava una notte in alta contemplazione, gli si aprì sotto degli occhi una gran voragine e vide tra quei tormenti di fuoco e di fiamme, tra una gran folla di dannati e padre, e fratello, i quali afferrati insieme à guisa di due mastini arrabbiati, svellendosi i capelli, sgraffiandosi il viso reciprocamente. Per te maledetto figlio, diceva il padre, tanto patisco; ed io per te, replicava il figlio: meglio era che io generassi un serpe, diceva il padre; meglio era, diceva il figlio, che io fossi generato da un’orso. Tu mi bruci, o figlio; tu mi bruci, o padre. Questo è il fine di coloro che si procacciano la roba del prossimo, e son macchiati di avarizia. Fuggite o Cristiani il vizio dell’avarizia; se avete robba altrui, restituite subito; fe non vi è certo il padrone, dispensatela a’ poveri di Cristo, ma non tardate, perché quanto più tardate, tanto più l’interesse si radicherà nel vostro cuore; modum non habet avaritia, dice Sant’Ambrogio, nec capiendo impletur, sed incitatur; l’avidità dell’oro è una catena d’oro che non finisce mai, ed è à guisa della fiamma, che quanto più vi si aggiunge di legna più s’accende, e si rende inestinguibile, inflammatur auro avaritia, non extinguitur. Lasciate dunque questa maledetta avarizia, che vi porta tanta rovina; e se voi non la lasciate, quantunque si promulghino indulgenze, vengano Giubilei, tornino gli Anni Santi, nulla vi giova. Bisogna restituire, se volete godere questi tesori: o restituire, o dannarsi. Altro non vi è che possa scusarvi dal non restituire, che l’impotenza del non avere. Ma avvertite bene, che sia impotenza e che più tosto non sia un non volere, perché in tal caso, ancorché vi confessiate, il Sangue di Cristo, invece di lavarvi, vi avvelena, si res propter quam peccatum est, reddi po test, et non reddatur, pœnitentia, dice
Sant’Agostino non agitur, sed simulatur.
Pensate a’ casi vostri …
LIMOSINA.

Felici gli uomini se non fossero avari; hanno questi nell’oro, come osservò Aristotile, un instromento generale equivalente ad ogni altro bene commutabile; ond’è, che con loro si può aver tutto; il danaro è quello che metitur omnia. Aristotele, quando asserì questa verità, che chi ha danaro ha tutto, parlò de’ beni di questo mondo; ed io passo più avanti, e dico che l’oro ha la stessa potenza anco in cielo. Distribuite limosine à proporzione delle vostre facoltà, e fiate sicuri che col danaro dato a poveri, comprerete il Paradiso: e sarà un restituire a Dio , ciò che è di Dio.

PARTE SECONDA

Due sorti d’avarizia distingue S. Tommaso, ambedue gravemente peccaminosa, l’una contro la liberalità, l’altra contro l’avarizia. Or io sento taluno che mi dice: come si potrà conoscere se io nel mio cuore nutrisco quell’avarizia peccaminosa contro la liberalità, oppure ho quella cura che mi si deve, come capo di casa. Sant’Agostino v’insegna il modo; babes et concupiscis; plenus es, et sitis morbus est. Ditemi, come si distingue la sete naturale d’un uomo sano, da quella d’un idropico? Ecco: la sete naturale con una buona bevanda si appaga, la sete dell’Idropico con una buona bevanda si accresce. Se voi vedete che vi contentate di vivere nel vostro stato, sevi soddisfate d’una moderata raccolta, la sete vostra è d’uomo sano perché si sazia; ma se poi mai non state contento della sorte vostra, sempre più vorreste avere; se quando avete pieni i granai, bramate carestia per vendere bene il frumento; se trattate co’ poveri a tutto rigore, senza vedervi mai pieno del loro sangue; se non fate limosine, cercate pure un buon medico che vi curi, perché state male assai assai: la vostra sete è sete d’idropico, e questa sete, siccome nella infermità del corpo, così in quella dell’anima non si estingue, se non con sminuire la bevanda, che vuol dire con la limosina … Come potrò altresì conoscere se pecco d’avarizia contraria alla giustizia? Ecco il modo: hai tolto la roba al tuo prossimo? fai d’avere niente d’altri, o preso da te, o lasciatoti da tuoi maggiori. Restituisci! Ma tu subito a questa parola: “restituisci” principii a storcerti, a scusarti, con dire: io non restituisco non perché sia interessato, ma per non decadere dal mio stato. Oh quanto la discorri male! Tu non restituisci, non perché non vuoi decadere dal tuo stato, ma perché la vuoi fare da più di quel, che sei. Il figlio d’un contadino la vuol fare da bottegaro, da mercante il rivendugliolo, il mercante da nobile, il nobile da cavaliere, la figlia di quell’ignobile da gentildonna, da dama, con pompe, con sfoggi altrettanto dispendiosi alla borsa, quanto dannosi all’anima per l’immodestia. State nel vostro stato, così avrete comodo di restituire. – Altri dicono che gli impegni ne’ quali al presente si trovano, non permettono loro restituire, perché bisogna mantengano quello stato in cui Dio li ha fatti nascere; ma che però ne lasceranno strettissimo l’obbligo agli eredi. Gli eredi, replico io, credete voi che abbino da restituire ciò che voi avete tolto e fraudato per arricchirli? V’ingannate! Sappiate che stenteranno e suderanno a pagare quel semplice legato pio, e si eleggeranno piuttosto ad avere scomuniche addosso che soddisfarlo. Stenteranno a farvi celebrare quelle poche Messe nel giorno del mortorio più per apparenza pomposa che per stimolo di coscienza, e per amore verso l’anima vostra. O pensate voi, se vorranno restituire le grosse somme, non lo faranno, e vi lasceranno penare gli anni e anni nel Purgatorio, se pur non sarete sepolti nell’inferno, come è più probabile; mentre, ora che siete vivi, potete restituire, e non restituite, così dice l’Angelico, il quale afferisce che quilibet tenetur statim restituere si potest, vel petere dilationem, e devi restituir presto, se puoi; o devi dimandare dilazione; altrimenti sei in stato di dannazione. – Un certo Conte aveva rapiti alla Chiesa di Metz alcuni campi, e morendo, li aveva lasciati a’ Figli; sicché di mano in mano l’iniquo acquisto era già passato al decimo erede. Quando da un sant’uomo fu veduta una lunga scala posar giù nell’inferno, per la quale di grado in grado scendevano colaggiù gli iniqui possessori, che, non ostante le intimazioni de’ Sacerdoti, non avevano mai voluto rendere il suo alla Chiesa. Ecco quello che partorì l’iniquo acquisto tutti gli eredi a casa del diavolo; fœnus pecunia, dice San Leone , funus est Animæ, o restituzione, o dannazione. Altri vi sono, che son risoluti di restituire; ma come il mare che, doppo avere assorbite le navi intere, appena ne rende alle spiagge pochi avanzi, e questi laceri; s’inducono a restituire parte del debito, per prendere tutta l’anima. – Padre, sento per ultimo chi mi dice: io non restituisco, perché non ho, e neppure posso obbligare i miei eredi, perché la mia casa sta troppo male; voi, che un potete restituire, potete andar a spasso? certo che sì: lavorate dunque, e restituite. Potete spendere per le bettole? Desistete e pagate. Signora, avete danari per fare quella maledetta usanza? lasciate tanti ornamenti, e restituite. Amico, dimmi, puoi mantenere così non fosse!… tu m’intendi; e via tacete, e liberamente dite che non restituite, perché non volete restituire. Non pensate già d’ingannare Cristo, con dire, non posso, come ingannare il confessore. – Sacri ministri della Penitenza, padri confessori, assolverete voi chi vi adduce una tale scusa? Avvertite bene, perché parlano così subornati dall’avarizia, dall’interesse, pochi son quelli, che in realtà non possano; e se voi avrete indizio che siano scuse: non li assolvete; perché per lo più la facoltà dell’assoluzione è quella che non fa ridurre all’atto la restituzione, la quale sempre resta una mera velocità, mentre non si riduce all’esecuzione. Guai, ma guai grandi a chi è tocco dall’avarizia. Costui commette continui sacrilegi; perché ogni volta che si confessa, promette di restituire con la lingua, ma non col cuore; perché può e non restituisce. Orsù, io finora ho esortato a far limosina, per non peccare di quella avarizia ch’è contraria alla liberalità, ho esortato a restituire il mal tolto, il mal posseduto; ma sento rispondermi con le parole d’Ambrogio: pulcher sermo, sed pulchrius aurum; il discorso è buono, ma la roba altrui è migliore, perché quando non fò limosina, mi cresce la roba in casa, quando ritengo l’altrui son più comodo. Si è? Ed io vi dico, ed ho finito, e datemi ben mente, perché è Dio che vi parla per bocca mia: ed io vi dico che se non renderete la roba a chi si deve, renderete l’anima al diavolo.

QUARESIMALE (VIII)

CALENDARIO LITURGICO DELLA CHIESA CATTOLICA: MARZO 2023

CALENDARIO LITURGICO DELLA CHIESA CATTOLICA, DEL MESE DI MARZO 2023

MARZO è il mese che la Chiesa dedica a SAN GIUSEPPE, dichiarato da Pio IX l’8 Dic. 1870 Patrono della Chiesa!

S. Teresa e S. Giuseppe.

Ecco quanto dice: « Invoco S. Giuseppe come patrono e protettore e non cesso di raccomandarmi a lui: il suo soccorso si manifesta in modo visibilissimo. Questo tenero protettore dell’anima mia, questo amabilissimo padre, si degnò di trarmi dallo stato in cui languiva il mio corpo e di liberarmi da pericoli assai più gravi che minacciavano il mio onore e la mia salvezza eterna. In più, mi ha esaudita sempre, più di quanto sperassi e di quanto chiedessi. Non ricordo di avergli chiesto qualcosa e che non me l’abbia accordato. Quale ampio quadro io potrei esporre, se mi fosse accordato di conoscere tutte le grazie di cui Iddio m’ha colmata e i pericoli, sia dell’anima che del corpo, da cui m’ha liberata per intercessione di questo amabilissimo Santo! L’Altissimo dona ai santi quelle grazie che servono per aiutarci in certe circostanze; il glorioso S. Giuseppe – e lo dico per esperienza – estende il suo potere su tutto. Con questo, il Signore vuole mostrarci che, come un giorno fu sottomesso all’autorità di Giuseppe, suo padre putativo, così ancora in cielo, si degna di accettare la sua volontà, esaudendo i suoi desideri. Come me, l’hanno costatato per esperienza, quelle persone alle quali ho consigliato di raccomandarsi a questo incomparabile protettore; il numero delle anime che lo onorano cresce di giorno in giorno, e i felici successi della sua mediazione confermano la verità delle mie parole ». Per soddisfare questi desideri e per venire incontro alla devozione del popolo cristiano, il 10 settembre 1847, Pio IX estese alla Chiesa universale la festa del Patrocinio di S. Giuseppe che fino allora era celebrata soltanto dai Carmelitani e da qualche chiesa. In seguito, S. Pio X aumentò il valore di questa festa, onorandola di una Ottava e Pio XII, volendo dare un particolare patrono a tutti gli operai del mondo, ha istituito una nuova festività da celebrarsi il Primo Maggio; per questo motivo, venne soppressa quella del secondo mercoledì dopo Pasqua, e la festa del 19 marzo ricorda S. Giuseppe quale Sposo della Vergine e Patrono della Chiesa universale. (Dom Gueranger: L’Anno liturgico. Vol. I, Ed. Paoline – Alba,1956)

Queste sono le feste del mese di Marzo 2023

1 Marzo Feria Quarta Quattuor Temporum Quadragesimæ – Simplex

2 Marzo Feria Quinta infra Hebd I in Quadr. – Simplex

3 Marzo Feria Sexta Quattuor Temporum Quadragesimæ – Simplex

4 Marzo Sabbato Quattuor Temporum Quadragesimæ– Simplex

             S. Casimiri Confessoris- Semiduplex *L1*

5 Marzo Dominica II in Quadr. – Semiduplex I. classis

6 Marzo Ss. Perpetuæ et Felicitatis Martyrum   Duplex

7 Marzo S. Thomæ de Aquino Confessoris et Ecclesiæ Doctoris    Duplex

8 Marzo S. Joannis de Deo Confessoris – Duplex

9 Marzo S. Franciscæ Romanæ Viduæ – Duplex

10 Marzo Ss. Quadraginta Martyrum – Semiduplex

12 Marzo Dominica III in Quadr. – Semiduplex I. classis

            S. Gregorii Papæ Confessoris et Ecclesiæ Doctoris -Duplex

17 Marzo S. Patricii Episcopi et Confessoris – Duplex

18 Marzo S. Cyrilli Episcopi Hierosolymitani Confessoris et Ecclesiæ Doctoris – Duplex

19 Marzo Dominica IV in Quadr. – Semiduplex I. classis

20 Marzo S. Joseph Sponsi B.M.V. Confessoris – Duplex I. classis *L1* (transfer)

21 Marzo S. Benedicti Abbatis – Duplex majus *L1*

24 Marzo S. Gabrielis Archangeli    Duplex majus *L1*

25 Marzo In Annuntiatione Beatæ Mariæ Virginis – Duplex I. classis *L1*

27 Marzo S. Joannis Damasceni Confessoris – Duplex m.t.v. *L1*

29 Marzo S. Joannis a Capistrano Confessoris – Semiduplex m.t.v.

31 Marzo Septem Dolorum Beatæ Mariæ Virginis – Duplex majus

*****

Sette Dolori ed Allegrezze di S. Giuseppe.

I. Sposo purissimo di Maria, glorioso s. Giuseppe siccome fu grande il travaglio e l’angustia del vostro cuore nella perplessità di abbandonare la vostra illibatissima Sposa; così fu inesplicabile l’allegrezza, quando dall’Angelo vi fu rivelato il Mistero sovrano dell’Incarnazione. — Per questo vostro dolore, e per questa vostra allegrezza preghiamo di consolar ora e negli estremi dolori l’anima nostra coll’allegrezza di una buona vita e di una santa morte somigliante alla vostra in mezzo di Gesù e di Maria. Pater, Ave e Gloria.

II. Felicissimo Patriarca, glorioso S. Giuseppe, che trascelto foste all’ufficio di Padre putativo del Verbo umanato, il dolore che sentiste nel veder nascere con tanta povertà il Bambino Gesù, vi si cambiò subito in giubilo celeste nell’udire l’armonia angelica, e nel vedere le glorie di quella splendentissima notte, — Per questo vostro dolore, per questa vostra allegrezza vi supplico di impetrarci, che dopo il cammino di questa vita ce ne passiamo ad udir le lodi angeliche, ed a godere gli splendori della celeste gloria. Pater, Ave, Gloria.

III. Esecutore obbedientissimo delle divine leggi, glorioso S. Giuseppe, il Sangue preziosissimo che sparse nella Circoncisione il Bambino Redentore vi trafisse il cuore, ma il Nome di Gesù ve lo ravvivò riempiendolo di contento. — Per questo vostro dolore e per questa vostra allegrezza otteneteci, che tolto da noi ogni vizio in vita col Nome santissimo di Gesù nel cuore e nella bocca giubilando spiriamo. Pater, Ave, Gloria.

IV. O fedelissimo Santo, che a parte foste dei Misteri della nostra Redenzione, glorioso S. Giuseppe, se la profezia di Simeone di ciò che Gesù e Maria erano per patire, vi cagionò spasimo di morte, vi ricolmò ancora di un beato godimento per la salute e gloriosa risurrezione, che insieme predisse dover seguire di innumerabili anime. — Per questo vostro dolore e per questa vostra allegrezza, impetrateci che noi siamo nel numero di quelli, che pei meriti di Gesù, e ad intercessione della Vergine Madre hanno gloriosamente a sorgere. Pater, Ave e Gloria.

V. O vigilantissimo Custode, famigliare intrinseco dell’Incarnato Piglio di Dio, glorioso S. Giuseppe, quanto penaste in sostentare e servire il Figlio dell’Altissimo, particolarmente nella fuga, che doveste fare in Egitto: ma quanto ancora gioieste avendo sempre con voi lo stesso Dio, e vedendo cadere a terra gli idoli Egiziani. — Per questo vostro dolore e per questa vostra allegrezza impetrateci, che tenendo da noi lontano il tiranno infernale, specialmente con la fuga delle occasioni pericolose, cada dal nostro cuore ogni idolo di affetto terreno: e tutti impiegati nella servitù di Gesù e di Maria, per loro solamente da noi si viva e felicemente si muoja. Pater, Ave e Gloria.

VI. O Angelo della terra glorioso S. Giuseppe, che ai vostri cenni ammiraste soggetto il Re del Cielo, se la consolazione vostra, nel ricondurre dall’Egitto intorbidossi col timore di Archelao; assicurato nondimeno dall’Angelo, lieto con Gesù e Maria dimoraste in Nazaret. — Per questo vostro dolore e per questa vostra allegrezza impetrateci, che da timori nocivi sgombrato il cuore, godiamo pace di coscienza, e sicuri viviamo con Gesù e Maria e fra loro ancora moriamo. Pater, Ave, Gloria.

VII. O esemplare di ogni santità glorioso San Giuseppe, smarrito che aveste senza vostra colpa il fanciullo Gesù, per maggior dolore tre giorni lo cercaste, finché con sommo giubilo godeste della vostra Vita ritrovata nel tempio fra i Dottori. — Per questo vostro dolore e per questa vostra allegrezza vi supplichiamo col cuore sulle labbra ad interporvi, onde non ci avvenga mai di perdere con colpa grave Gesù; ma se per somma disgrada lo perdessimo, tanto con indefesso dolore lo ricerchiamo, finché favorevole lo ritroviamo, particolarmente nella nostra morte, per passare a goderlo in Cielo, ed ivi con voi in eterno cantare le sue divine misericordie. Pater, Ave e Gloria

Antiph. Ipse Jesus erat incipiens quasi annorum triginta, ut putabatur Filius Joseph.

V. Ora prò nobis Sancte Joseph.

R. Ut digni efficiamur promissionibus Christi.

OREMUS.

Deus, qui ineffabili providentia Beatum Joseph sanctisimæ Genitricis tuæ sponsum eligere dignatus es: presta quæsumus, ut quem Protectorem veneramur in terris, intercessorem habere mereamur in cœlis. Qui vivis et regnas in sæcula sæculorum. Amen.

INDULGENZE PER LE 7 ALLEGREZZE ED I 7 DOLORI E PER LE DOMENICHE DI S. GIUSEPPE.

A sempre più infervorare i fedeli nella divozione a S. Giuseppe, a chiunque pratica il suesposto esercizio dei suoi sette Dolori ed Allegrezze, Pio VII il 9 dic. 1819 accordò l’Ind. Di 100 giorni una volta al giorno, e di 300 in ogni Mercoledì nonché in tutti i nove giorni precedenti così la sua festa, 19 Marzo, come quella del suo Patrocinio nella III Dom., dopo Pasqua, oltre la Plen. in dette due feste, ricevendo i SS. Sacramenti. Più ancora Indulg. Plen. a coloro che l’avranno praticato per un mese intero in un giorno a scelta, confessandosi e comunicandosi. — Inoltre Gregorio XVI, 22 Gen. 1836, concesse a chi lo praticherà per 7 continue domeniche fra l’anno, da scegliersi ad arbitrio, Indulg. Di 300 giorni in ciascuna delle prime 6 domeniche e la Plen. nella settima Confess. e Comunic. — Pio IX in seguito, l Febbr. 1817, confermò le sudd. Indulg. E vi aggiunse indulg. Plen. in ciascuna delle 7 domeniche purché, premesso il sudd. Esercizio, e ricevuti i SS. Sacramenti si visiti una chiesa, pregandovi secondo la mente di S. Santità. La quale ultima concessione lo stesso Pont. 22 Marzo 1847, la estese a favore anche di coloro, che non sapendo leggere reciteranno solamente i 7 Pater, Ave e Gloria, adempiendo però le surriferite condizioni. [Manuale di Filotea del sac. G. Riva, XXX ed. Milano, 1888]

Ench. Indulg. N. 469:

Ai fedeli che davanti ad un’immagine di San Giuseppe, reciteranno devotamente un Pater, Ave, e Gloria con l’invocazione: Sancte Joseph, ora pro nobis, si concede:

Indulgentia trecentorum dierum:

Indulgentia Plenaria s. c. a coloro che avranno piamente perseverato nella recita, ogni giorno per un intero mese (S. Pænit. Ap., 12 oct. 1936).

Ench. Indulg. N. 466:

Ai fedeli che nel mese di MARZO, o per giusto impedimento in altro mese dell’anno, praticheranno devotamente in pubblico, un pio esercizio in onore di San Giuseppe, Sposo della B. V. M., si concede:

Indulgentia di sette anni per ogni giorno del mese;

Indelgentia Plenaria, se praticato per almeno 10 volte nel mese, se confessati e comunicati pregheranno per le intenzioni del Sommo Pontefice.

Se poi nel mese di marzo, sarà praticata privatamente una preghiera o altra opera di pietà in ossequio a San Giuseppe Sposo della B. M. V., si concede:

Indulgentia di 5 anni ogni volta in ogni giorno del mese;

Indulgentia Plenaria, s. c. se si pratica per un mese (S. C. Indulg. 27 Apr. 1865; S. Pæn. Ap., 21 Nov. 1933)

Ench. Indulg. N. 467

Ai fedeli che praticheranno pubblicamente il pio esercizio della novena in suo onore, prima della festa di San Giuseppe, Sposo di B. M. V. si concede:

Indulgentia sette anni per ogni giorno della novena;

Indulgentia Plenaria, se confessati sacramentalmente, comunicati e pregando per le intenzioni del Sommo Pontefice, sarà praticato per almeno cinque durante la novena. Se praticato privatamente, si concede:

Indulgentia di cinque anni per ogni giorno della novena;

Indulgentia Plenaria, suet. cond. al termine della novena, a chi sia legittimamente impedito al pubblico esercizio.  (S. C. Ind. 26 nov. 1876; S. Pænit. Ap., 4 Mart. 1935).

Fac nos innocuam, Ioseph, decurrere vitam,

Sitque tuo semper tuta patrocinio.

(ex Missali Rom.).

Indulgentia trecentorum (300) dierum. Indulgentia plenaria suetis conditionibus, invocation quotidie per integrum mensem pie recitata (S. C. Indulg.,

18 mart. 1882; S. Pæn. Ap., 13 maii 1933).

HYMNI

463

Te, Ioseph, celebrent agmina Caelitum

Te cuncti rèsonent Christiadum chori,

Qui, clarus meritis, iunctus es inclytae

Casto fœdere Virgini.

Almo cum tumidam germine coniugem

Admirans, dubio tangeris anxius,

Afflatu superi Flaminis, Angelus

Conceptum puerum docet.

Tu natum Dominum stringis, ad exteras

Aegypti profugum tu sequeris plagas;

Amissum Solymis quæris et invenis,

Miscens gaudia fletibus.

Post mortem reliquos sors pia consecrat,

Palmamque emeritos gloria suscipit:

Tu vivens, Superis par, frueris Deo,

Mira sorte beatior.

Nobis, summa Trias, parce precantibus,

Da Ioseph meritis sidera scandere:

Ut tandem liceat nos tibi perpetim

Gratum promere canticum. Amen.

(ex Brev. Rom.).

Indulgentia trium (3) annorum.

Indulgentia plenaria suetis conditionibus, quotidiana

hymni recitatione in integrum mensem producta (S. Pæn. Ap., 9 febr. 1922 et 13 iul. 1932).

– 464 –

Salve, Ioseph, Gustos pie

Sponse Virginis Mariae

Educator optime.

Tua prece salus data

Sit et culpa condonata

Peccatricis animae.

Per te cuncti liberemur

Omni poena quam meremur

Nostris prò criminibus.

Per te nobis impertita

Omnis gratia expetita

Sit, et salus animae.

Te precante vita functi

Simus Angelis coniuncti

In cadesti patria.

Sint et omnes tribulati

Te precante liberati

Cunctis ab angustiis.

Omnes populi laetentur,

Aegrotantes et sanentur,

Te rogante Dominum.

Ioseph, Fili David Regis,

Recordare Christi gregis

In die iudicii.

Salvatorem deprecare,

Ut nos velit liberare

Nostrae mortis tempore.

Tu nos vivos hic tuere

Inde mortuos gaudere

Fac cadesti gloria. Amen.

Indulgentia trium (3) annorum (S. Pæn. Ap., 28 apr.1934).

– 473 –  

Virginum custos et Pater, sancte Ioseph, cuius

fideli custodiæ ipsa Innocentia, Christus Iesus,

et Virgo virginum Maria commissa fuit, te per

hoc utrumque carissimum pignus Iesum et Mariani

obsecro et obtestor, ut me ab omni immunditia

præservatum, mente incontaminata, puro

corde et casto corpore Iesu et Mariæ semper

facias castissime famulari. Amen.

(Indulgentia trium (3) annorum.

Indulgentia septem (7) annorum singulis mensis marti:

diebus necnon qualibet anni feria quarta.

Indulgentia plenaria suetis conditionibus, oratione quotidie per integrum mensem pia mente iterata (S. C. Indulg., 4 febr. 1877; S. Paen. Ap., 18 maii 1936 et 10 mart. 1941)

-475-

Memento nostri, beate Ioseph, et tuæ orationis

suffragio apud tuum putativum Filium intercede;

sed et beatissimam Virginem Sponsam

tuam nobis propitiam redde, quae Mater est

Eius, qui cum Patre et Spiritu Sancto vivit et

regnat per infinita saecula saeculorum. Amen.

(S. Bernardinus Senensis).

Indulgentia trium annorum.

Indulgentia plenaria suetis conditionibus, dummodo quotidie per integrum mensem oratio devote recitata fuerit

(S. C. Indulg., 14 dee. 1889; S. Paen. Ap., 13 iun.1936).

– 476 –

Ad te, beate Ioseph, in tribulatione nostra

confugimus, atque, implorato Sponsæ tuæ

sanctissimæ auxilio, patrocinium quoque tuum fidenter

exposcimus. Per eam, quæsumus, quae

te cum immaculata Virgine Dei Genitrice coniunxit,

caritatem, perque paternum, quo Puerum

Iesum amplexus es, amorem, supplices deprecamur,

ut ad hereditatem, quam Iesus Christus

acquisivit Sanguine suo, benignius respicias,

ac necessitatibus nostris tua virtute et ope

succurras. Tuere, o Custos providentissime divinae

Familiae, Iesu Christi sobolem electam;

prohibe a nobis, amantissime Pater, omnem errorum

ac corruptelarum luem; propitius nobis,

sospitator noster fortissime, in hoc cum potestate

tenebrarum certamine e caelo adesto; et

sicut olim Puerum Iesum e summo eripuisti vitae

discrimine, ita nunc Ecclesiam sanctam Dei

ab hostilibus insidiis atque ab omni adversitate

defende: nosque singulos perpetuo tege patrocinio,

ut ad tui exemplar et ope tua suffulti, sancte

vivere, pie emori, sempìternamque in cœlis

beatitudinem assequi possimus. Amen.

Indulgentia trium (3) annorum.

Indulgentia septem (7) annorum per mensem octobrem, post recitationem sacratissimi Rosarii, necnon qualibet anni feria quarta.

Indulgentia plenaria suetis conditionibus, si quotidiana

orationis recitatio in integrum mensem producta fueri:

(Leo XIII Epist. Encycl. 15 aug. 1889; S. C. Indulg., 21 sept. 1889; S. Paen. Ap., 17 maii 1927, 13 dee. 1935 et 10 mart. 1941).

477

O Ioseph, virgo Pater Iesu, purissime Sponse

Virginis Mariae, quotidie deprecare prò nobis

ipsum Iesum Filium Dei, ut, armis suae gratiae

muniti, legitime certantes in vita, ab eodem coronemur

in morte.

Indulgentia quingentorum (500) dierum (Pius X, Rescr. Manu

Propr., 11 oct. 1906, exhib. 26 nov. 1906; S. Paen. Ap.

23 maii 1931).

LA GRAN BESTIA E LA SUA CODA (14)

LA GRAN BESTIA E LA SUA CODA (14)

LA GRAN BESTIA SVELATA AI GIOVANI

dal Padre F. MARTINENGO (Prete delle Missioni

SESTA EDIZIONE – TORINO I88O

Tip. E Libr. SALESIANA

IX.

LE TROMBE DEL CIARLATANO E PRIMA I GIORNALI.

Voi dunque dovete guardarvi dalle dottrine che spaccia il gran ciarlatano il mondo: e. ciò non solo nei punti, che ho toccato del suicidio e del duello, ma in tutto che dice ed insegna, perché il mondo, per vostra regola, oltr’essere, un gran ciarlatano, è anche un gran pazzo: non basta; ma di ciarlatani e di pazzi ai suoi servigi ne mantiene una baraonda senza fine, che d’ogni parte vi assiepano, vi circonvengono, vi stordiscono, v’intronano … Carro vuoto (dice bene quel proverbio) fu maggior fracasso. E col fracasso appunto, col vociare alto e sonoro, col piglio di gran baccalari, e’ s’ingegnano supplire alla buona ragione che lor manca. Chi ha la ragione dalla sua non ha mestieri di gridar tanto alto: pur pure in mezzo a questo gran buscherio che ci fanno d’attorno, non disdirà anche a noi alzar un tantino la voce, come si fa in una conversazione, quando un qualche trombone ci assorda; che se vogliamo farci intendere, ci è forza anche noi, date le spalle a monna creanza, alzar un tantino il corista. E di tromboni e di trombe il gran ciarlatano ne ha a dovizia, dalle qual v’è d’uopo guardarvi, se no, ne avreste sì intronate le orecchie, che vi ne verrebbe il capogiro. – Prima tromba, cari giovani, sono i giornali; parlo de’ cattivi, s’intende cioè, per nostra disgrazia, dei più e vi domando; lo sapete voi che di venti e più anni questi sono un flagello, una piaga del nostro bel paese, peggiore di tutte insieme le dieci piaghe d’Egitto? Oh potessi dirvi l’un cento del male che fanno a furia di ciarlatanesche strombazzate. –  Platone che dalla sua repubblica volea cacciati i poeti, fu tacciato di soverchio rigore; ma se i poeti d’allora erano come i nostri giornalisti d’adesso, credo che ogni onesto gli batterebbe le mani. A ogni modo togliete pur via i giornali, e statevi tranquilli, che la repubblica letteraria non avrà a patirne detrimento. Ora frattanto, mentre che ci sono, e’ bisogna guardarcene come dal contagio, e voi, miei giovani, se ascoltate il mio consiglio, non li leggerete, non li guarderete nemmeno. Ei vi pervertirebbero in poco d’ora le idee, il giudizio, il buon senso, le idee, il giudizio, il buon gusto … Sì, anche il buon gusto. E che avreste a impararci, in grazia, da quello scrivere contorto, smanioso, barbaresco che fanno i più dei giornalisti, che hanno sempre Italia sulla punta della penna, e non sanno rabberciare a garbo un periodo, esprimere italianamente un concetto, e questo dolcissimo idioma che Dio ci ha dato, che pare un’emanazione del nostro bel cielo, lo sformano, lo snaturano, l’imbrattano a tutto pasto, infarcendolo di solecismi e di barbarismi da spiritarne cani? O povera nostra, lingua; a che mani ci sei venuta! – Per carità, giovani cari, se punto vi cale de’ vostri studi, del buon giudizio, del buon gusto, e sapere scrivere due righe d’italiano, leggete, non osa sì, che fate bene; ma! intendiamoci; buoni libri, si: giornalacci, poi, no, no mai! – E questo che ho detto, notate, è che non ancora il men male. Se dalla lingua passiamo al pensiero, dallo stile ai concetti, dalla scorza al midollo, Dio mio! che idee stravolte! che granchi! che bestialità!… E non è mica sempre facile, ad un giovane specialmente, di accorgersene; perchè in difetto d’altre cose, questi, cosiffatti. Scribacchini hanno sì bene appresa l’arte di falsar le idee, le parole, i nomi stessi delle cose, che uno più non ci si raccappezza. Togliete ad esempio Libertà; chi ne capisce più nulla?… Tolleranza; la levano a cielo, ma poi guai a chi non pensa e dice e fa come loro. Indipendenza; ed essi per primi si danno devotissimi servi alla GRAN BESTIA, e non restano dal lisciarle, la coda.; Amor di patria; eh via! L’udimmo tanto menare e rimenare da certe bocche questo nome così sacro, che ormai un uomo one non osa più proferirlo. – Che se poi, non paghi alla politica, e’ t’entrano, come suol dirsi, in sacrestia, apriti cielo!. spacciano di quelle che non hanno vabbo nè mamma. — Ma e chi son dunque costoro, che ci appestano l’aria? Italiani? Che volete vi risponda?.., In Italia, almeno la maggior parte, sì, pur troppo! ci son nati: ma italiani non oserei dirli davvero; anzi né italiani né Cristiani, che si putono di barbaro e di volteriano a mille miglia. Giovani, il più, di primo pelo, teste intronate che suonano a fesso come le campane rotte, saggiati appena i primi studi, odorato alla larga un po’ d’enciclopedia alla moderna, letto un buon dato di robaccia forestiera, imparati certi paroloni e frasi sonanti da tener a bada il popolino, ecco che s’impancano a maestri d’Italia, anzi di tutto quanto il genere umano: essi gli organi della pubblica opinione, essi gli educatori delle plebi; questo, se nol sapete, il loro apostolato, questa la loro missione. Boom!.. E chi glie ne diede, in grazia? Il gatto ?…. E così, con sì bei titoli e santissimi fini, s’accomodano coraggiosamente nascosti dietro il nome d’un paltoniere qualunque a frecciare non visti il terzo ed il quarto, lanciar la pietra e nasconder la mano, gettare del loro fango su tutto e su tutti…. Giù lo maschera, vigliacchi! Uscite dalla macchia e combattete a viso aperto, se ne avete il cuore!…. Oh quante vergogne di meno, se ci calasse dal cielo un buon governo che avesse coscienza e coraggio di intimar loro: — Volete parlare al pubblico? E voi mostrategli il viso. Ciarlatani,. pazienza; ma ciarlatani camuffati da eroi, non ne vogliamo, non ne vogliamo. — Recatomi un giorno da un amico e non trovatolo in casa, mentre stava aspettandolo, mi misi, così per far ora, a leggere su un giornaluzzo che trovai li, quello che chiamano elegantemente, l’articolo di fondo. Lo scrittore parla solla gravità d’un Catone in Utica, in persona prima plurale, come i grandi personaggi fanno, e trinciava a dritto ed a rovescio, non sol di politica, ma e di filosofia, di teologia; di storia, e di non so quante altre cose: strafalcioni che Dio vel dica! Tornato l’amico: – chi è (l’inchiesi) che scrive di queste babbuassaggini? — Il tal di tale, mi risponde. Non potei tener le risa. Era il più gran lasagnone di questa terra, un giovinastro sciupato che io, anni avanti, aveva avuto scolaro, e so quanto pesava! Ché senza fargli torto, è sempre stato il più asino tra gli asini. Oh vedete, giovani miei, come anche gli asini in questa nostra felicissima età, possono impennar l’ali e volarsene alle stelle! Tant’è; Sic itur ad astra. E mi sovvenne la nota favoletta d’Esopo. —L’asino, coperto d’una pelle di leone, andava attorno spaventando eli animali: e veduta la volpe, volle provarsi a farle una grossa paura anche a lei. Ma la volpe che è volpe: — ti conosco al raglio — e se ne rise, Or di cosiffatti asini, vo? sappiate, miei cari giovani, che ce n’ha un buon dato. Ma io mi starò contento a dirvi di uno che conosco assai bene, camuffato, non da leone, ma da cittadino; il quale, udito ch’era uscito il libretto della Gran Bestia, tratto senza dubbio da simpatia di razza, volle vederlo; ma trovatovi cose che forse non pensava, cioè, che della BESTIA ne dico corna ad ogni pagina, volle pigliarne una sua vendetta. — O quale? Sentite. Mi stampò contro un articoluzzo di poche righe, intitolandolo: Risum teneatis, che vuol dire: si tenga dal ridere chi può. E fece bene a darne avviso al lettore, perché davvero son tutti da ridere gli argomenti che mi sfodera contro. Ne volete sentire?… Sì, ve li copierò tali e quali: è bene che pigliate un’idea della sodezza con che ragionano certi giornali. Attenti.

Argomento. Mi chiama un tal reverendo, non sappiam bene, aggiunge (ehi, sentite plurale? Cavatevi la berretta e zitti!) non sappiamo bene se prete o frate … Balordo! Bastava leggere il frontespizio per saperlo.

Argomento. — Ignoriamo (bravo! È proprio il verbo dell’asino, e messo così al plurale, ha certa maestà!) ignoriamo se il rev. Autore abbia relazione col rev. anonimo che propaga lunari e libri ascetici editi da una società di corvi e gufi per istruire il popolo. — Non vi spaventate, cari giovani, di quei corvi e gufi: son parole e non più; parole d’effetto magico… pei gonzi. Quanto alla sostanza; lo ‘scrittore ignora. Ebbene io gli lascerò la sua ignoranza che gli sta tanto bene, e gli dirò: — Confutate il libro, se vi basta la vista, poi parleremo delle relazioni e dell’anonimo.

Argomento. — Dice che riporta un brano dell’opuscoletto (ahi! Perché sbranarmelo così il poverino!) come prezioso saggio dell’istruzione fornita dagli affigliati (eleganza di moda) della società di s. Vincenzo. — Brrrr!…. libera nos Domine! Ma come il sa egli che sono affigliato, se ignora persino chi io mi sia?

Argomento. — Reca quel tratto o brano del capo XIII, dove: mostro colla Scrittura, coi Padri e cogli interpreti alla mano; che la colpa di Adamo fu in gran parte effetto della stolta condiscendenza d’Adamo alla donna; per indi dedurre che non piccola parte ebbe in essa, e nelle miserie che ne conseguitarono, l’umano rispetto; e finite quelle mie parole, conchiude secco secco così: — O sei un gran pazzo, o un gran citrullo: punto e basta. E grazie del complimento! Che ne dite, cari giovani? Non son proprio le carezze dell’asino? E così avete un’idea delle valide ragioni, o meglio dei raglioni sonori, con cui, in prima persona plurale, con pochi paroloni di civiltà moderna, e con meno fatica, si può confutare, nel secolo decimonono, un buon libro qualunque. Che ne pensate? C’è egli da spaventarsi o da ridere? … Per me, questa volta almeno, do tutte le ragioni alla volpe.

QUARESIMALE (VI)

QUARESIMALE (VI)

DI FULVIO FONTANA
Sacerdote e Missionario
DELLA COMPAGNIA DI GESÙ

Venezia, 1711. – Imprim. Michel ANGELUS Præp. Gen. S. J. – Roma 23 Aprile 1709)

IN VENEZIA, MDCCXI (1711)

PREDICA SESTA

Nella Feria terza della Domenica prima.

Esser necessaria una ferma vigilanza per guardarsi dalle piccole cadute,
che per lo più fanno strada a gran precipizj.


Cathedras vendentium Columbas evertit.
S. Matt. cap. XXI

Sarà sempre degno d’encomj colui che con invenzione non mai abbastanza lodata, fabbricò con tale artifizio, nella gran sala di Dionigi in Siracusa, un meraviglioso orecchio di Saffo, da cui per lunghe ritorte, e piccolissime strade giungeva all’udito del Monarca, assiso nel suo proprio gabinetto, quanto dagl’incauti cortigiani si proferiva. Di questa corte sì, con verità poteva asserirsi ciò che d’altre figuratamente si dice, non v’esser muro che non osservi, angolo che non parli, né trave, né pietra che non accusi, mentre ogni sillaba articolata, ogni accento proferito passava al prodigioso orecchio di Saffo, e da questo saliva all’ orecchio curioso del Re; or sappiate, e non ve ne ha dubbio, che per impedire l’effetto d’opera sì degna, nulla di più vi voleva che tramezzarsi a quelle piccolissime vie un minutissimo grano di frumento. Quanto fu degna l’invenzione di costui nella fabbrica dell’orecchio di Saffo, altrettanto è dannosa l’astuzia del demonio, che con le diaboliche sue invenzioni ha trovato modo con cui render di Saffo l’orecchio dell’uomo alle voci di Dio; e quel che deve deplosarsi a lacrime di sangue è che per impedire questa corrispondenza della voce di Dio all’orecchio dell’uomo, si serve di cose minutissime, di piccoli errori, di cose che tal volta si stimerà vestire innocenza di colombe. No, no, anche queste vuol Cristo che si sbandiscano da noi, perché queste, benché piccole, a poco a poco fan la strada alle maggiori, le quali poi induriscono talmente il cuor del peccatore, che è quasi, dissi, impossibile, che più si ammollisca alle voci Divine. – Piaccia a Dio che le mie fatiche per più d’uno, non siano buttate al vento, griderò, suderò, strepiterò su questo pulpito; ma con qual frutto: vi saranno tra i miei UU. così non fosse, di quelli talmente induriti nel peccato, che per quanto io schiamazzi, ad ogni modo non si arrenderanno alla ragione, non si ammolliranno alle minacce, non si atterriranno ai castighi; finché si potrà dire esser caduta sopra di loro quella spaventosa maledizione, induratum est cor eorum, quasi incus Malleatoris, è divenuto il loro cuore a guisa d’una incudine, che quanto più è percossa, tanto più s’indura; hanno, i meschini, chiuso il cuore alla pietà, l’occhio al Cielo l’orecchio a Dio, a tal segno che, se le chiamate di Dio, o con le interne ispirazioni, o per mezzo di ministri evangelici, durassero cento anni, altrettanti persisterebbero nel rifiutarle. Bisognerà dunque rassomigliare costoro a quelli infelici i quali, quantunque udissero le voci di Dio per mezzo di Noè nel lavoro dell’Arca, ad ogni modo niuno di loro dava un minimo segno di pentimento. Vedevano, è vero, in ogni monte in ogni piano affrettarsi la grande opera, cader selve, atterrate a forza di braccia, sonar sotto il ferro querce di più secoli, ogni bosco della terra trasportarsi in uso d’acqua, intimando lacrime, e pianto quasi ogni selva dicesse, pænitentiam agite, penitenza, o popoli penitenza; ma essi eran sordi. Miravano, è vero, Noè che in età di sei secoli operava con robustezza da giovine, intenta la mano al lavoro, gli occhi al pianto, e, tacendo la lingua, ogni colpo di martello pareva dicesse, pænitentiam agite, penitenza, o popoli, penitenza; ma gli empi seguivano a peccare, peccando in faccia all’arca, prendendo per argomento d’impunità ciò, che doveva esser motivo di penitenza. Voi vi crederete, miei UU. che gli scellerati dopo d’essere stati chiamati da Dio per un secolo intero a penitenza, aprissero finalmente le orecchie per udire, per eseguire? Appunto: v’ingannate; sordi più che mai quelli indegni, non curarono il proprio bene, e vollero piùttosto esser sepolti dalle acque d’un diluvio, che pentirsi. Già m’avvedo, miei UU. che voi dentro del vostro cuore alzate tribunale di giustizia, per condannare costoro a perpetue fiamme, perché, chiamati per cento anni, non si convertirono: Ma piano, non correte alla sentenza, che forse potreste pronunziarla a vostro favore. Quanti anni sono, che Dio vi chiama? Non son cento, perché tanti non ne contate, non saranno cento, perché tanti non ne conterete; quanti dunque, sono venti, sono trenta, cinquanta, sessanta? E in tutti questi anni non vi ha Iddio chiamati con le ispirazioni interne, e con le voci de’ suoi ministri? Quante volte vi siete sentiti dire al cuore, ecce ancillam, non sta bene colei in casa; Quante volte avete udito da’ predicatori, che conviene lasciare tante vanità superflue, immodeste, che bisogna aver più cura de’ figli. Quante volte v’ha detto il confessore, quel compagno non è buono, quel gioco è la vostra rovina, in quel circolo, in quella bettola e si mormora, e si bestemmia, non vi andate: ah Dio, sono anni ed anni, che avete sempre ripugnato à queste batterie, né mai vi sete voluti arrendere; sì, dunque voi siete rei di quelle stesse fiamme, delle quali giudicavi meritevoli coloro che, chiamati da Dio, non vollero salvarsi nell’arca. Se bene dissi poco, allorché pretesi uguagliare il cuore di certi peccatori a quello di costoro; mentre senza taccia posso afferirlo più duro delle pietre. Uditemi, e vi farò toccar con mano quanto vi dico. – Stava l’empio Jeroboamo sacrificando con mano indegna sopra d’un altare di pietra, e già svenava vittime in culto di false deità, e offriva incenso a quelli idoli da se stesso temerariamente fabbricati. Giunse il fetore dell’incenso, e la voce della vittima al Cielo; finché Dio sdegnato ordina con severo comando al Profeta, che si porti al luogo del sacrificio, e ne rimproveri l’ardire. Arrivato colà l’Uomo di Dio, e trovato nell’atto nefando di sacrificare il re, ben conobbe, che il suo cuore alle voci di Dio si sarebbe mostrato più duro delle pietre; acceso per tanto di zelo, rivolto all’altare con volto adirato, e con voce di chi severamente minaccia gridò, Altare, Altare; ah Altare, ah pietre, ah sassi. Olà con chi l’avete, o buon Profeta? rispondete al Boccadoro che v’interroga, con chi ve la prendete, con le pietre, con i sassi? E da quando in qua hanno le pierre orecchio da udire, e voci da rispondere i sassi? Eh sgridate a chi vi può sentire, sgridate Jeroboamo, quid cum Lapide verba facis; Sì, sì, risponde il Profeta, parlo con pietre, perché dalle pietre impari il re ad obbedire alle voci Divine, ut Rex lapidis exemplo sanior fieret; e, o mirabil cosa, sentite, e inorridite, audivit lapis, distractus est, victimam effudit, homo ille non audivit; l’Altare subito si spezzò, si sparsero per terra le ceneri, la pietra sentì la voce di Dio ma non la sentì Jeroboamo. Piacesse a Dio, che qui non vi fosse qualche cuore così duro; ma so bene, che se Mosè tornasse a percuotere con la sua verga le pietre, ne vedremmo scaturire acque larghissime. So bene che, se l’Apostolo San Pietro stendesse nuovamente la mano, sorgerebbero fonti d’acque abbondantissime; ma, se i ministri di Dio batteranno con voci di tuono il cuore d’alcuni, non vi è pericolo che neppure ottengano una stilla di compunzione. Perdonatemi Zaccaria, voi diceste poco, quando parlando della durezza di questi tali, asseriste che: aures suas aggravaverunt, ne audirent, et cor suum posuerunt ut adamantem, ne audirent legem Dei; dovevi assolutamente dire, super adamantem, perché io vedo che vi sarà peccatore che supererà di durezza, non solo il diamante, che è la pietra più forte, ma la stessa durezza. Così è, così è; vi farà, così non fosse, tra i miei UU. chi sarà arrivato a questo segno; e perciò vestitosi della proprietà delle cose più dure, avrà ributtato dardi, verso di chi li lanciò. Scoccate saette su l’elefante, e vedrete, che invece di ferirlo, gli cadranno morte ai piedi, tanto egli è duro di pelle; ma, se le scoccherete in un feudo di bronzo concependo questo nella durezza del metallo un nuovo impeto, risalteranno contro la mano che le avvento’. Or dovete sapere, che il cuore di certi peccatori arriva a questo segno di durezza, che non solo resiste alla bontà di Dio, ma di più gli si rivolta contro, peccando tanto più fieramente quanto più Dio gli aspetta a pentirsi. V’ha Iddio prosperato con l’abbondanza de’ beni temporali, e voi, invece d’impiegare il danaro a ricomprarvi dalla servitù del demonio con limosine, con opere pie, in che l’impiegate? In giochi, in feste, in balli, sarebbe poco; l’adoperate in raddoppiar le vostre catene, giacché ve ne servite per vestirvi più sfacciatamente, e per tirare all’inferno con la vostra, l’anima di tanti incauti; l’impiegate in mantener quella mala pratica; l’impiegate in donativi, insidiando alla altrui onestà, e se Iddio, Medico pietoso muterà modi, per usarli tutti ad effetto di curarvi, e perciò permetterà che vi si susciti contro una fiera lite, che v’assalisca una febbre acuta, non per questo si ammollirà il vostro cuore; ma invece di baciare la mano Divina, la morderete fieramente, come frenetici, bestemmiando il Nome Sacrosanto del Redentore, e v’inoltrerete a tacciare la provvidenza d’un Dio; in somma per voi gli antidoti diverranno veleni, e le occasioni di ravvedervi si cambieranno in motivi di perdervi, e vi perderete, così non fosse, se non corrispondete alle chiamate divine. Come appunto si perdé quell’infelice nobile nella città di Toledo, al quale, perché era sempre stato sordo alle voci di Dio, Iddio turatesi, visibilmente staccate le mani da’ chiodi, le orecchie, gli disse con voce spaventosa alla presenza di molta nobiltà, vocavi, renuisti, ego quoque in interitu tuo ridebo; e quella voce, fu un fulmine, che appena uscita da quella immagine cacciò l’anima infelice da quel corpo scellerato, e fulminatala la seppellì nell’inferno. Cari miei UU. se voi non sfangate sollecitamente da quei vizi, se voi di proposito non date orecchio a quanto vi dico a nome di Dio, voi diverrete sempre più duri, con timore ben fondato, che neppur in punto di morte vi ammolliate, ritorniate a Dio. – Confesso il vero, che se piango la disgrazia di chi vive sì duro alle divine chiamate; m’inorridisco altresì alla riflessione dell’origine d’un tanto male. Sappiate miei R. A. che questo fiume sì spietato di colpe, annidato nel cuore di questi scellerati, non sboccò già dall’oceano; né vi crediate che per cagionare un diluvio sì spaventoso si aprissero le cataratte del cielo; v’ingannate se vi credete che per inondare l’anima con tante iniquità d’un peccatore duro di cuore si rompessero gli argini de’ fiumi, ed i lidi del mare; appunto. Tenuissimi furono i principii che a poco a poco hanno condotta quell’anima miserabile ad esser sorda e dura di cuore alle divine chiamate; fu un occhio non custodito, un guardo piuttosto curioso che immodesto; fu una piccola parolina non tollerata, un risentimento non represso, un poco d’ambizione, un piccolo interesse, un vil guadagno: questi furono i principii della durezza sì eccessiva di tali peccatori; bisogna dunque guardarsi di non cadere in piccoli mancamenti, perché questi fan la strada a precipizj orrendi. Vediamo di grazia questa verità in un singolarissimo esempio delle Divine Scritture. Le tribù ebree avevano richiesto a Dio qualche re che, invece di giudici, assistesse al governo loro: condiscese Dio alle istanze, e gli concesse Saul, il quale, quanto era vile di nascita, tanto era ricco di virtù. Samuele fu quello che l’unse, e lo pubblicò per re; e doppo gli disse: va’ in Galgala, dove arrivato m’aspetterai per sette giorni, dentro i quali io verrò per sacrificare, Septem diebus expectabis, donec veniam ad te. Obbedisce Saul, l’aspetta, ma già correva il settimo giorno, e Samuele non si vedeva: stavasene Saul tutto sopra pensiero, né sapeva a qual partito apprendersi; voleva aspettar di vantaggio, ma l’esercito nemico lo sfidava a battaglia e le vittime eran pronte per immolarle. Si risolve dunque Saul, giacche è vicina la sera del dì prefisso, d’offerire egli stesso il sacrificio, come pure venivali permesso dalla legge in assenza del Sacerdote: ma che, appena egli ebbe involate le vittime, ed ecco giunge Samuele, e rivolto à Saul: ah sfortunato, gli dice, che hai fatto? quid fecisti, non mi hai aspettato? lo vi ho aspettato, ripigliò Saul, più che ho potuto; ma non potevo più trattenermi, merceché i Soldati nostri chiedevano la Battaglia, ed i Nemici la minacciavano; e perché stimai scelleratezza uscire in campo prima d’aver placato il Volto Divino, per questo sacrificai. Sì eh, misero te, stulte egisti; or sappi che, per non avermi tu pazientemente aspettato, Iddio non vuol perpetuare il tuo scettro sopra del suo popolo, come avrebbe fatto, se tu m’avessi aspettato. Ed è pur vero, miei UU. che Saul per questa azione non solo perde’ il Regno, ma la virtù, la grazia, l’anima, il Paradiso; non precisamente per questa azione scusata da molti per colpa grave, ma per questa azione, che lo dispose alla perdizione. Or, se la rovina di Saulle dipende da una cosa, che per sé stessa era buona, che sarà di quelle occhiate? Guardatevi dunque da’ piccoli principii. Quali furono quelli principii, che han condotto quella donna a non si vergognare di comparir per le strade come madre, mentre mai fu sposa? Un’occhiata, un saluto, una veglia. Quali principii condussero quella donna ad esser corriera di lettere, segretaria di biglietti, mezzana a prostituire l’innocenza? Un saluto, un fiore portato a quella donzella. Chi ha condotto quella maritata a mancar di fede, quella vedova al male? Quella libertà di scherzar con gli uomini che pareva innocente; chi ha condotto quel miserabile a segno che scordato de’ figli, della consorte, vive
in braccio alle lupe? uno sguardo, un saluto … Quali principii hanno avuto quelle bestemmie che si vomitano nelle bettole, ne’ giochi, nelle strade? da piccoli giuramenti: così è, così è! Le spine dell’istrice, da principio sono come peli; ma col tempo diventano dure al pari degli strali. Non occorre altro, basta una piccola goccia d’acqua che dal tetto grondi in cala, perché, trascurata, atterrerà le fabbriche che resistono a’ fulmini; basta una piccola scintilla a destar la morte addormentata sotto le polveri di munizione. Abramo trovato che ebbe Iddio, inesorabile al perdono del fuoco, nella provincia di Pentapoli, si portò nel giorno seguente in luogo discosto per rimirare l’esecuzione del divino castigo, e argomento’ il principio di quella orribile tragedia da una favilla, che dalla terra vide salire in aria, intuitus est Sodoma, et Gomorram, et universam terram regionis illius, viditque ascendentem favillam de terra . Non vi meravigliate, dice San Girolamo, che da una scintilla arguisse un sì grande incendio; ed è vero, che, scintilla parva res est; ma si fomitem comprenderit mænia, urbs, regionesque comburit. Considerate di grazia quella scintilla che risalga subito da una selce percossa dal fucile, e riflettete che il suo essere consiste in un briciolo di fuoco, che appena nato muore; e che altro non ha per misura della sua nascita, della sua vita, della sua morte e sepoltura, se non un istante. Or io vi dico, alzare un poco con gli astrologi la natività a quella piccola scintilla, e siate sicuri di trovar cose grandi: Incontri questa favilla alimento da pascersi, ed ecco che ingrandisce con la morte di quanto gli si oppone; cresciuta poi, si rende formidabile, incenerendo selve, distruggendo città, mœnia Urbs, regionesque comburit. Ecco dove è giunta quella scintilla, quel parto, di cui il mondo non ha più piccolo. Ario, Ario, e dove mai ti portò quella piccola scintilla d’ambizione? Ella ci condusse a divenire, di figlio, parricida crudele della Chiesa Romana, a por la bocca temeraria in Cielo, negando la Divinità del Verbo Incarnato; questa tua piccola ambizione tolse dalle bandiere di Cristo tanti popoli e li portò ad arrolarsi sotto quelle di lucifero. Questa insomma fece sì gran male che basterà dire con San Girolamo, che: ingemiscens Orbis terrarum, se Arianum esse miratus est; ah, che il mondo tutto dirottamente pianse, nel mirarsi infettato da peste ariana, e nel vedere ormai incenerita la Fede Cattolica da un eretico incendio; onde concluse il santo Dottore: Arrius in Alexandria una scintilla fuit, sed quia non statim oppressa ejus favilla, depopulata est totum Orbem. Non occorre altro, bisogna guardarsi dalle piccole cose; per atterrar quel gran colosso di Babilonia nulla più vi volle d’un piccolo sassolino. Sovvengavi di quella gran statua di Nabucco che figureggiava con capo d’oro, con braccia d’argento, con petto
di bronzo tutta nobile, forte e robusta; Chi l’atterrerà? Chi la rovinerà? Si stacca un piccolo sassolino dal monte, percuote i piedi, che erano di creta, ecco a terra la statua, ecco confuso il tutto. Ahi quanto spesso avviene; chi ha denigrato lo splendore di quell’oro in quel cavaliere tanto stimato? un piccolo genio che troppo s’inoltrò. Chi quella dama? E non mi state dunque a dire: che male è guardare? O dire una parola uomini, donne, quanti siete, che così parlate, io vi rispondo che, se tutto il male si ferma in quel guardare, in quel parlare io vi rispondo e replico, che non ho che dire; ma il male è, che non si ferma qui, e se comincerete in questa forma, con questa piccola libertà, intendetela, non vi fermerete qui, si passerà alla amicizia, s’inoltrerà la domestichezza, s’arriverà à perdere tutto il candore, e lustro della innocenza e pudicizia; intendiamola, non bisogna dire che cosa è, che male è guardare, parlare; ditemi, che cosa è l’ovo d’un aspide, certo, che non si muove, non morde, non avvelena; è vero, e se rimanesse sempre ovo non farebbe mal niuno; ma, se un poco di caldo lo fomenta, voi vedrete, che da quell’uovo bianco nella sua scorza, freddo di sua natura, senza denti, senza veleno, ne nascerà un serpente sì pestifero, che avvelenerà quanti toccherà. Se quell’uomo sarà troppo libero nel trattare, nel guardare, nel parlare, scorgerete ben presto come queste piccole cose produrranno aspidi mortiferi, micidiali per l’anima. – Tornate ora a dire, che cosa è un piccolo principio, mentre porta seco tante rovine? Non si creda alcuno di poter principiare, e poi porre una colonna stabile, e dire: non plus ultra. La rovina di Sansone da che ebbe principio? Egli si lasciò uscir dagli occhi un sguardo, vidi mulierem de filiabus Philistinorum; voi qui mi replicate, e che male è una occhiata? Ma udite, appena disse “vidi”, che subito soggiunse: placuit oculis meis; una piccola occhiata concepì un grande amore, e dall’amore d’una Filistea nacque l’odio de’ Filistei, e la morte di Sansone. Chiede da voi il demonio un cantoncino … am mettete, vi dice, quel pensieruccio che passa per la mente volando. Avvertite di non vi lasciare ingannare dalla picciolezza, poiché entrato che sia il pensiero, crescerà in concupiscenza, si avanzerà in desiderio, verrà all’opera, si passerà alla consuetudine, all’abito, alla ostinazione, e questa caccerà dal vostro cuore tutta l’osservanza della Legge Divina e l’indurerà di modo che sarà quasi dissi, impossibile l’ammollirlo. Nolite, nolite, grida l’Apostolo, locum dare diabolo, perché, come commenta il Crisostomo, enim introjerit, cuncta dilatat, amplificat sibi; guardate, dice l’Apostolo Paolo di non dare luogo, benché piccolo, nel vostro cuore, al demonio, perché, vi assicura il Boccadoro, che, entrato, non uscirà, e, se non esce, siete perduti in eterno.
LIMOSINA
Vi raccomando la limosina; credetemi, UU. che con Dio v’è un bel trattare onde cercate pure quanti banchi mai volete, niuno è più fruttuoso, né  più fedele della limosina, feneratur Domino, qui mieretur pauperis: mi dirà taluno, io non vedo questi guadagni; è vero, voi non li vedete, perché Dio ha vari modi da donare il suo, senza che neppure se ne accorga chi lo riceve; talora in premio della limosina fatta, vi conserverà la sanità; vi farà vincere quella lite, leverà di mente al vostro avversario di suscitarvela, spingerà altrove una nuvola gravida di tempeste, che volava a desertar le vostre possessioni; farà che vi avvediate dalle insidie de’ nemici …

SECONDA PARTE

Per conferma di quanto vi ho detto, voglio parlarvi con la nobile riflessione nata nell’ingegno fecondo di Sant’Isidoro, da cui conoscerete che , sì il precipizio d’un’anima, come la salute della medesima, dipende, come in radice, da piccolissime cose. Supponete dice egli, che io voglia far buono uno di voi; non vi crediate già, che io sia subito per dirvi, portatevi da quello ammalato, e succhiatene, a similitudine d’un Saverio, la marcia dalle sue posteme, no; ma vi esorterò à visitare tal volta i pubblici spedali, e, con compatire gli infermi, benedire Dio, che vi liberò a tanto male. Io non vi dirò, che ritirati subitamente da’ parenti, ed amici, abbandoniate le case, e vi mettiate con lo Stilita sopra d’una colonna, per ivi alle intemperie dell’aria purgare i delitti della vostra vita passata, o questo no; ma bensì vi esorterò à ritirarvi per breve ora una volta fra il giorno, per pensare all’altra vita, all’anima vostra, che è il maggiore interesse che abbiate. Certo, che, se io volessi farvi Santi, non pretenderei farlo subito; e perciò non ricorrerei alla vita per strapparvi di dosso l’abito, e vestirvi d’un sacco, ad imitazione di Francesco d’Assisi; ma solo vi mostrerei i Poverelli, immagini di Cristo, e vi esorterei a dispensar qualche limosina, insomma comincierei ad animarvi alla pratica di cose piccole perché passo passo voi poi arrivaste ad eguagliare i gran Santi. Volete vedere, che da piccoli principii ne dipenda talora una gran santità; contentatevi, che io vi porti quel bello avvenimento descritto da Sant’Agostino. Si tratteneva, dice il Santo, l’Imperatore Teodosio nella città di Treveri a rimirare i famosi giochi del Circo; Quando due cortigiani si appartarono da quello spettacolo, e non sapendo ciò che fare, s’incamminarono unitamente fuori della mura per godere la vita innocente della campagna, passarono d’una in un’altra strada, d’un ragionamento in un altro, finché giunsero spensierati in una boscaglia, dove sotto ruvida casuccia abitavano alcuni penitenti romiti. Entrarono per curiosità in quel tugurio, mentre come suol farsi, ammiravano le angustie della abitazione, e la scarsezza de mobili; videro un libro assai lacero sopra d’un tavolino. Uno di loro il piglia, l’apre, e si avvede contenersi in esso le azioni del grande Antonio; legge prima per curiosità e poi per diletto, e indi sente infiammarsi alla imitazione. Quando all’improvviso avvampando nel cuore d’un amor santo, e nel volto di un vergognoso rossore, proruppe in un sospiro e disse al compagno: poveri noi, che seguitiamo una strada sì diversa, che pretendiamo noi con tanti servizi, con tanti corteggi, e umiliazioni, nulla di più potiamo sperare, che d’essere in grazia del principe, e quando ancor v’arrivassimo, che avremo noi fatto? avremo cambiata servitù con servitù, non ci mancheranno odj, invidie, persecuzioni, e calunnie. Ed è pur vero, che per divenir amico di Dio, basta il volerlo, niuno potrà mai torcelo, amicus autem Dei, si voluero, ecce nunc fio, e tornato a fissar gli occhi sul libro, quasi come fuori di sé, batté la mano sopra la tavola, e rivolto al compagno, amico disse, io ho stabilito di non partir di qui, per qui consacrarmi del tutto a Dio, se voi non mi volete seguire, almeno non mi sturbate. Come, ripigliò l’altro commosso da tale esempio, no, no, che non voglio a voi lasciare il Cielo, e per me prender la terra; o ambedue alla reggia, o ambedue in questo tugurio. Così dissero, e risoluti di non tornare all’Imperatore, dentro d’un foglio gli mandarono l’avvio della loro determinazione, e deposti subito gli abiti del secolo, e gli ornamenti di cavalieri, si copersero di sacco, si cinsero di fune, si racchiusero in una cella e ivi sconosciuti al mondo trionfarono del mondo e conquistarono il Paradiso. Or ditemi, questa santa risoluzione, quella vita condotta sì santamente, colma di tante opere buone, da che ebbe principio? Non da altro, che dall’essersi ritirati da uno spettacolo, se non si partivano da quello spettacolo, non giungevano a quel romitaggio, non leggevan quel libro, non lasciavano il mondo. La vostra salute può dipendere appunto dal non intervenire ad una comedia, ad una veglia, ad un ballo ove, se v’anderete, quantunque forse potiate farlo senza colpa, può esser che sia principio di vostra perdizione. – Così è, cosi è; perché dovete sapere, che quanto io farei per farvi Santi, e rendervi perfetti, altrettanto pratica il demonio per farvi reprobi: egli vi vuol condurre alla perdizione a poco a poco vuol che cominciate la vostra dannazione con leggeri mancamenti, perché con questi è sicuro di farsi scala agli altri. Sa bene il demonio, che molti di voi non han per anco perduto affatto il timor di Dio; e perciò portate qualche rispetto alla vostra coscienza. Onde è che astuto, non vi stimola sul bel principio alle laidezze più nefande, ai sacrilegi più orribili, agli omicidi più detestabili, perché sa, che, forse in solo udire una tal proposta vi inorridireste; ma che fa? Vi consiglia ad amoreggiare, vi induce a quella irriverenza alle Chiese, a risentirvi di quel leggero affronto, cose, che a voi non pajano niente; ma infatti sono l’avanguardia dei misfatti più enormi. Non vi condurrà già il demonio su l’altezza d’un scoglio, alla riva del mare, dicendovi gettativi giù, precipitativi in quelle acque, perché sa, che inorriditi ributterete le sue indegne proposte; ma, perché voi un giorno v’immergiate in quel mare d’iniquità, che egli disegna, farà che un compagno vi conduca ad un ballo, ad una conversazione, vi suggerisca l’usar un poco più di vanità nel vestire; tanto gli basta, per potervi poi avere ad ogni più libera dissolutezza. Queste sono le astuzie del demonio, con queste precipita le anime; state attenti miei UU. e guardatevi accuratamente da piccoli principii. Il buon pilota non aspetta il furor della tempesta per mettersi in ordine a resistere; ma gli basta di vedere i primi principii, o nel salto de’ delfini, o nel fumar de monti, perché in questi ben riconosce le agitazioni mortali del suo legno per i bollori del mare adirato. Cristiano, saresti senza cervello, se tu solo ti ritirassi dalla tempesta quando a Cielo aperto precipita in terra, e non quando te la minacciano i tuoni, e quando te ne portano certi indizi, quei lampi di sguardi, quei nuvoli d’affetti: se tu scherzi, se tu burli, se tu non smorzi il fuoco quando con poche lingue gridando ti sveglia, ma aspetti superarlo quando per i tetti volerà infuriato, tu vi resterai incenerito. Intendetela; se non vi farete scrupolo di certe amicizie, se discorrerete domesticamente, v’ingolferete ne vizj con poca o quasi niuna speranza d’uscirne. O quanti, o quanti pagano con morte eterna i primi trastulli di quell’amore che credevano innocente, quanti ardono nelle fiamme, perché non ripresero quelli sdegni nascenti, che non stimavano nulla; quanti piangono con lacrime di dannati i piccoli errori della lingua. Quante femmine ora bruciano nell’inferno per le loro vanità scandalose, che non ebbero altra origine d’un trattenersi allo specchio. Tacete, o Cristiani, non vi lusingate con dir più, e che cosa è dare uno sguardo dir una parola, andare a veglie, ecc.? Son principii, che pajono innocenti, ma portano à rovine; aprite gli occhi, e correte pronti ai primi rumori, acciocché il demonio scacciato subito, non abbia ardire di più molestarvi, e vi salviate.

QUARESIMALE (VII)

VIVA CRISTO RE! (19)

CRISTO-RE (19)

TOTH TIHAMER:

Gregor. Ed. in Padova, 1954

Imprim. Jannes Jeremich, Ep. Beris

CAPITOLO XXIII

CRISTO, RE DELLE MADRI.

Nel presente capitolo esamineremo la più alta missione che Dio abbia dato alla donna: la missione della maternità. Dio ha fissato una missione peculiare per ogni essere di questo mondo. Qual è la missione primaria, la più peculiare, la più importante della donna? La missione di essere madre. E non solo in senso fisico, ma anche in senso spirituale. È questo il punto che vorrei sottolineare in modo particolare a quelle ragazze addolorate che, per ragioni indipendenti dalla loro volontà, non sono riuscite a sposarsi. Devono rendersi conto che, nonostante tutto, questo non impedisce loro di aspirare alla maternità, anche se solo in senso spirituale. Infatti, è lo stesso spirito che spinge una donna a esercitare il suo ruolo di madre curando ed educando i figli, così come quello che opera in un’infermiera, in un’insegnante, in una religiosa, in una catechista per svolgere il suo compito. – Se nelle pagine precedenti ho mostrato quanto la donna, in generale, debba a Cristo, permettetemi ora di sottolineare quanto debba a Lui come moglie e madre. – La nascita di Nostro Signore Gesù Cristo segna l’ora della redenzione per la sposa e l’ora della gloria per la madre. Ora di redenzione, perché il Signore ha restaurato l’unità, la santità e l’indissolubilità del matrimonio. Le sue parole sono per sempre memorabili: “Non avete letto che Colui che all’inizio creò il genere umano creò un solo uomo e una sola donna e disse loro: “Perciò l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne”? Ciò che dunque Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi” (Mt XIX, 4-5.6). E in un’altra occasione il Signore dice: “Chiunque divorzia dalla propria moglie e ne sposa un’altra commette adulterio, e chiunque sposa colei che è divorziata dal marito commette adulterio” (Lc XVI:18). Donne, madri, non sentite quanto amore per voi emana da queste parole del Signore? Ma c’è di più: sapete chi ha promulgato il primo decreto in difesa delle donne? GESÙ CRISTO stesso, quando pronunciò le seguenti parole: “Avete udito che fu detto ai vostri anziani: “Non commetterete adulterio”. Ma io vi dico che chiunque guardi una donna con desiderio cattivo di lei ha già commesso adulterio nel suo cuore” (Mt V,27-28). Donne, non sentite l’immensa gratitudine che dovete a Gesù Cristo? – Cosa deve una donna a Cristo? Innanzitutto, gli deve l’indissolubilità del matrimonio. Quanto sarebbe triste la situazione delle donne ancora oggi se un marito potesse divorziare dalla moglie quando vuole! Una donna sacrifica tutto al servizio del marito e dei figli: la sua bellezza, la sua forza, la sua giovinezza; ebbene, è lecito divorziare quando la sua bellezza è svanita? E quanti lo farebbero se fosse possibile! Spesso la Chiesa deve subire rimproveri rabbiosi da parte di donne divorziate civilmente che vorrebbero risposarsi: “La Religione cattolica è crudele, antiquata, non ha cuore, non mi permette di sposarmi! – Ma donna, non ti rendi conto che la Chiesa ti sta difendendo, non vedi che sta difendendo la tua dignità specifica, la tua condizione di compagna, non di serva, dell’uomo? Madre, devi mostrare una gratitudine speciale al Signore. Devi essergli grata perché non è più lecito che il marito prenda il bambino dal tuo seno e lo abbandoni, condannandolo a morire di fame. È merito di Gesù Cristo! Gesù Cristo, che ha steso la mano per benedire i piccoli di entrambi i sessi e ha detto: “Chi accoglie un bambino nel mio nome, accoglie me” (Mt XVIII, 5). – Quali sono i benefici che le madri devono a Cristo? Ecco il primo: la Vergine Maria, la cui figura esaltata dice a tutti gli uomini con quale alta considerazione dobbiamo trattare le madri. Tutto ciò che di sublime la Chiesa ha saputo creare nell’arte e nella liturgia, nelle immagini, nelle statue, nelle pietre preziose, nella musica, nel canto, nella poesia, lo ha posto ai piedi della Vergine Madre; e questo culto della Donna Benedetta, radicato in tutto il mondo, sta proclamando a gran voce il grande rispetto dovuto alle madri, soprattutto alle madri cristiane. “Madre cristiana!” Mentre scrivo questa parola un mare di sentimenti si agita in me. “Madre cristiana!” Mentre la scrivo, penso a tutti i dolori e alle fatiche di una vita piena di sacrifici. “Madre cristiana!” L’amore più grande che possa entrare in un cuore umano. Quanto l’umanità deve ai sacrifici delle madri! Non ci sono parole per descriverlo. Guardate il famoso scienziato, che è diventato tale grazie alle cure prodigategli dalla madre! Guardate il Sacerdote, come lo ha preparato l’amore di sua madre! Guardate la madre che veglia di notte al capezzale del figlio malato; guardate la preghiera delle madri, che sale incessantemente al cielo! Quanti altri esempi potremmo fare…! Considerate tutte queste cose e forse arriverete a capire cosa significhi l’amore di una madre cristiana. – In verità, tra i doni che Dio ci ha concesso, non ce n’è uno più eccelso di questo: aver avuto una madre fervente e cristiana. Donna che hai il titolo di madre, sii veramente una madre cristiana! Una madre è stata sepolta. La figlia sedicenne si precipitò verso la bara gridando: “Madre mia, portami con te!” Che lode per una madre! Che conforto ricordare una madre così!

II

Abbiamo visto a quale altezza Cristo abbia innalzato la dignità di una madre; studiamo ora come essa si sgretoli, come tale dignità perisca se si rinuncia a Cristo. Contempliamo una bella immagine della Vergine con il Bambino Gesù in braccio. Se dovessimo fare una statistica per sapere quale soggetto è stato più trattato dai pittori, credo che non potrebbe essere altro che quello della Vergine con Cristo, diverso da quello della Vergine con il Bambino in braccio. È la maternità, il compito più importante del mondo! Ma oggi viviamo in un mondo in cui si cerca in tutti i modi di privare la donna della sua più alta dignità. Oggi è di moda evitare la maternità, persino vergognarsi della maternità. Un simile peccato non è nuovo tra gli uomini; ma non è mai stato così diffuso come oggi, diventando addirittura uno stile di vita, un modo di pensare, un’intera mentalità anti-vita o contraccettiva. Come canta l’allodola nelle mattine di primavera; come gorgheggia l’usignolo; come cinguettano gioiosi gli uccelli canori di Dio! Perché, perché tutto questo? Per amore dei “piccoli”. Ogni canto, ogni nido, tutta la poesia della vita è per loro, per i pulcini. Anche il lupo più feroce, o la leonessa più feroce, rabbrividiscono di tenerezza quando si prendono cura dei loro piccoli nella giungla. Ma nella specie umana non è lo stesso, ci sono madri che guardano con orrore e persino con odio l’arrivo di una nuova prole, per chiudere la strada prima che i poveri piccoli abbiano avuto la possibilità di nascere. La bestia selvaggia si lascia uccidere per difendere i suoi cuccioli; la donna moderna fa il contrario, fa di tutto perché il suo bambino non venga concepito e, se viene concepito, che non nasca… con una freddezza spaventosa, per puro egoismo, perché non disturbi minimamente il suo benessere? Ecco quanto si abbassa la madre quando l’umanità si separa da Cristo. Essere madre ha sempre significato molta abnegazione, molta mortificazione, molti sacrifici; ma oggi significa non di rado avere un eroismo da martire! Se, in questi tempi, la moglie vuole essere madre, deve essere pronta a subire gli attacchi più duri. Il marito, l’amica, la vicina di casa, la portinaia, la sarta, la manicure…; tutti cercheranno, prima in modo cauto e subdolo, poi in modo palese, di farle capire che ciò che desidera è una temerarietà, una vera e propria barbarie, che i tempi non lo permettono. Madri, volete un pensiero che vi consoli in questi tempi? Pensate al severo rimprovero che Nostro Signore Gesù Cristo rivolse al fico sterile. Pensate alla Beata Vergine che, apprendendo per rivelazione dal cielo i misteri della sua divina maternità, scoppiò in un canto di gioia santa e traboccante: “L’anima mia glorifica il Signore… perché Colui che è potente ha fatto in me grandi cose…” (Lc 1, 46.49). Alzate gli occhi verso questa Madre Santissima, che ci mostra tra le sue braccia il Figlio amato, invitandoci a essere vere madri! Pensate all’umanità, perché siete il suo sostegno. E pensate anche alla patria eterna, che non potrete certo conquistare con i divertimenti, gli studi o il prestigio umano…, ma con l’alta missione a cui Dio vi ha chiamate, la buona educazione dei figli, come vi avverte l’Apostolo (I Tim II, 15), e compiendo fedelmente i vostri doveri di moglie e di madre.

* * *

Vorrei concludere queste righe con il caso tragico e sublime narrato nel libro II (capitolo XXI) dei Re dell’Antico Testamento. Saul, re degli Israeliti, aveva punito molto severamente i Gabaoniti; questi si vendicarono crudelmente crocifiggendo i suoi due figli e cinque nipoti sulla cima di un monte e, per rendere più dura la punizione, non permisero che fossero sepolti. Ed ora arriva una scena agghiacciante: Resfa, la moglie di Saul, appare e fa la guardia ai sette cadaveri per tutta la notte… per evitare che vengano fatti a pezzi dagli sciacalli. A tal fine, accende un fuoco e inizia a gridare per spaventare le bestie selvagge e farle fuggire… Sorge il giorno: i rapaci affamati si posano sui morti… e la donna lancia pietre contro di loro per tutto il giorno, affinché non si avvicinino… E così trascorre giorni e settimane, sempre di guardia accanto ai cadaveri dei suoi figli e nipoti. Per sei mesi! Alla fine i gibeoniti hanno pietà della madre e le permettono di seppellirli…. Che testimonianza del cuore di una madre! Eppure, in questo caso, la madre stava solo difendendo i cadaveri dei suoi figli morti. Voi, madri cristiane, difendete le anime vive e immortali dei vostri figli! Donne, siate orgogliose della vostra maternità, proprio ora che è così screditata. Prendete Nostro Signore Gesù Cristo come vostro Re, quando tanti Lo rifiutano. Madri: la vita familiare è malata, voi potete curarla! Madri, la vita sociale è malata e voi potete curarla! Madri, l’umanità intera è malata e voi potete curarla! Che il Signore del cielo faccia conoscere alle donne la grande missione a cui le chiama. Solo così il futuro della società e della Chiesa sarà sicuro.

CAPITOLO XXIV

CRISTO, RE DELLA MORTE

Cristo è Re non solo della vita, ma anche della morte.

La Chiesa dedica un mese intero, il mese di novembre, soprattutto ai defunti, e con questo ci dice di tenere sempre ben presente la morte. Dobbiamo dare sollievo ai nostri cari defunti, ma dobbiamo anche ricordare sempre la morte, in modo da acquisire la forza d’animo e la serenità che deriva dalla consapevolezza che siamo solo di passaggio. La Chiesa sembra indifferente quando ci grida: “Uomini! Ricordatevi dei vostri cari morti; ancor più: ricordatevi anche della vostra morte”. Ma ci parla della morte non per spaventarci, ma per incoraggiarci. I cimiteri ci annunciano la verità, anche se ci addolora; e per non farci disperare, la croce sta sopra le tombe. Cristo, re della morte, ci porta la resurrezione. Ma cosa ci predica la Chiesa nel ricordarci la morte? Ci predica una grande verità, una verità spaventosa: la vita dell’uomo su questa terra dura pochi decenni, e poi è finita. Tutti dobbiamo morire: io come voi. “Perché pensarci, perché rovinare il nostro buon umore”, si dice. E ci sono davvero molti che non vogliono pensare alla morte, in questo grave momento. Vivono come se dovessero vivere sempre in questo mondo, ma come si ingannano! Che si pensi o meno alla morte, ci si avvicina ad essa di momento in momento; la differenza tra l’uno e l’altro è che l’uomo che pensa spesso alla morte cessa di temerla. La morte è senza dubbio un potere spaventoso. Andate nei cimiteri…, cosa leggete sulle tombe? Che il bambino, l’uomo adulto, il vecchio, il potente come il debole, il povero come il ricco, tutti devono morire.

Ave, Cesare, morituri te salutant! Ti salutiamo, Cesare, noi che stiamo per morire. Questo è il grande grido che l’umanità grida incessantemente al passaggio della morte…; ma questo Cesare non lo perdona mai. Alza la mano per farci morire, non per esercitare la misericordia. Siamo condannati a morire dalla nascita. Il sonno, il cibo, i vestiti, il riposo, non sono che tentativi di sopprimere la morte. Alla fine essa vince! Quante cose ci dicono quei morti silenziosi: “Io ero come te, tu sarai come me”! Che ci si pensi o che lo si dimentichi, poco importa. “Vegliate, perché nell’ora che meno ve lo aspettate, il Figlio dell’uomo verrà”, dice il Signore. TALLEYRAND, il famoso politico francese, aveva molta paura della morte. La parola “morte” non poteva essere pronunciata in sua presenza. Non osavano dirgli della morte dei suoi migliori amici, tanto che non sapeva nemmeno che alcuni di loro fossero morti. Ma invano vegliava, invano si difendeva: un giorno si ammalò anche lui. Supplica il suo medico: “Le darò un milione di franchi per ogni mese che riuscirò a prolungare la mia vita”. Invano… Quando arrivò la sua ora, morì anche lui… “Quando venne la sua ora…” Come faccio a sapere che tra un anno non sarà arrivata anche la mia ora! “Chissà quando arriverà”, dice qualcuno per consolarsi? Sì, anch’io dico la stessa cosa, ma con un tono diverso: “Chi sa quando arriverà? Stiamo tutti in guardia, per evitare di fare la fine del maggiordomo di Re Salomone. È una vecchia leggenda. Si racconta che la morte bussò una mattina alla porta dell’intendente di Salomone e lo guardò in modo così strano, con tale sorpresa, che il potente cortigiano si sentì gelare il sangue nelle vene. Corse dal re: “Mio signore, grande re”, disse, “sono sempre stato un tuo fedele vassallo, non negarmi ora una richiesta: dammi il tuo destriero più veloce”. Il re non poteva rifiutare una simile richiesta e l’accolse. L’intendente saltò in sella al cavallo e…. Avanti, per fuggire in ogni caso!…. Per tutto il giorno spronò il suo cavallo ansimante…; voleva andare lontano… il più lontano possibile, per sfuggire alla morte… Quando scese la notte, cavaliere e cavallo si fermarono esausti per riposare un po’, lontano, sul ciglio della strada. Quando l’intendente salta, quasi senza forze, fuori dalla sella, mio Dio, cosa vede lì? Chi è seduto sul ciglio della strada, a guardare il cavaliere stanco? La morte. Il maggiordomo, esausto, si arrende al suo destino e dice: “Vedo che non posso scappare da te; eccomi, prendimi. Ma prima rispondi a una sola domanda: “Stamattina, quando sei entrato nella mia stanza, perché mi hai guardato con tanta sorpresa? – Perché avevo ricevuto l’ordine di prenderti al tramonto, qui, su questa strada. Sono rimasto sorpreso e mi sono detto: sarà una cosa difficile, quel posto è così lontano. Ma vedo che comunque sei venuto…”. La morte stava portando via l’amministratore. Cosa avverte il Signore… “Vegliate, perché il Figlio dell’uomo viene nell’ora che non vi aspettate” (Mt 24,42). La morte parla anche dell’orrore del peccato. La morte fa paura, perché? Perché la morte dell’uomo non faceva parte del piano originale di Dio, quindi cos’è il peccato agli occhi di Dio quando lo punisce con la morte? I nostri primi genitori, mangiando il frutto proibito, hanno mangiato anche la morte. Il piano originale di Dio prevedeva che anche il nostro corpo fosse immortale. Ma dopo il peccato, questo corpo è diventato fragile come un vaso di terracotta (è la stessa Sacra Scrittura a dirlo). E ancora più fragile: un vaso, se non viene danneggiato, può durare secoli. Ma la vita di un uomo è di circa “settant’anni, o forse ottanta”; in ogni caso, per quanto possa essere conservata, si risolve in un pugno di cenere. Che cosa sarà dunque il peccato, quando una tale punizione è stata meritata da Dio? Alla luce di questi principi, possiamo ancora avere un concetto frivolo della vita? I trappisti si salutano spesso in questo modo: Memento mori, “Pensa alla morte”. Anche noi dobbiamo meditare spesso su di essa. Soprattutto nelle ore di tentazione. – Lo specchio di NUMA POMPILIO, l’antico re romano, aveva un teschio come cornice con questa iscrizione: Hoc speculum non fallit: “Questo specchio non inganna”. Anche il pensiero della morte non inganna: sotto il suo suo influsso si dissipano molte tentazioni di peccato. Perché vivere da cristiano è talvolta difficile, e morire da Cristiano è facile: la morte, invece, è difficile per coloro per i quali la vita è stata facile. E la morte sottolinea la vanità del mondo. Essa proclama a gran voce la grande verità: non temere quando soffri, non fidarti troppo quando tutto va bene. – HORMIDA, un illustre persiano, si recò una volta a Roma, a quel tempo capitale del mondo. Al momento di congedarsi, l’imperatore romano gli chiese: “Cosa ne pensi di Roma? Non vorresti rimanere qui?” “Mio signore”, rispose il persiano, “in nessuna parte del mondo ho visto bellezze così ammirevoli. Ma se posso parlare sinceramente, vi dirò che queste bellezze non mi hanno abbagliato. Infatti, tra colonne, archi di trionfo, palazzi e templi magnifici, ho visto anche delle tombe; quindi gli uomini muoiono a Roma come in Persia? Quando ho scoperto questa verità, la bellezza più luminosa si è oscurata davanti ai miei occhi”. Questo persiano aveva proprio ragione. Anche io sono colpito da un pensiero ogni volta che mi trovo in un cimitero: “Se tutti questi morti, che riposano qui a migliaia, venissero ora resuscitati con il permesso di vivere, per esempio, per un anno, cosa accadrebbe? Vivrebbero con la stessa frivolezza, commetterebbero lo stesso numero di peccati della loro prima vita? Avrebbero una così bassa considerazione dei precetti divini? Sanno già che la bellezza, la ricchezza, la vanità, tutto, tutto passa”. Ma questo non è che un sogno di fantasia: i morti non possono tornare, non è più dato loro di riparare a ciò che hanno fatto. Ma si può ancora riparare. Pensate! Non avete forse offeso il vostro vicino, con il quale avreste dovuto fare pace? Non possedete denaro, oggetti di valore, che avete acquisito illegittimamente e che dovreste restituire? Non c’è nessuno a cui dovreste dire: “Oh, non fare, non fare quello che hai imparato da me? Potete ancora riparare a tutto. Non rimandate, non dite: lo farò. Non c’è potere al mondo capace di trattenere nel corpo l’anima che sta prendendo il volo: né le medicine, né le migliori cure prodigate ai malati, né i singhiozzi dei presenti; per quanto atroci siano le sofferenze che torturano il malato, egli non può morire prima, e per quanto possa ancora desiderare di vivere, non può vivere più a lungo di quanto la misteriosa legge di Dio gli permetta. Confessate, dunque, che è una follia pensare costantemente al corpo e trascurare l’anima! Non vedete come gli uomini dimenticano rapidamente i morti e come vanno facilmente a divertirsi quando lasciano il cimitero? Non capite come crolla rapidamente l’opera principale della vostra vita? Non pensate come coloro che non si sono mai stancati di lodarvi in vita vi dimenticheranno dopo la morte? Considerate, dunque, quanto sia pericoloso cercare il favore degli uomini e non cercare l’approvazione del Dio eterno. Per le stesse ragioni, la morte rende più importante la vita terrena. La morte non è la fine di tutto. Quando l’uomo muore, arriva il giudizio. “È tutto finito”, singhiozza la vedova mentre il marito morente esala l’ultimo respiro. Ah, non è così. Perché se fosse tutto finito… Ma non è finita. Al contrario: proprio morendo, siamo all’inizio: all’inizio della vita eterna. E tutto dipende da questo: come ho vissuto, in che stato sono morto. Spesso nei necrologi leggiamo queste parole: “Morto inaspettatamente”. Inaspettatamente? Ma quasi tutti noi non moriamo “inaspettatamente”? Non solo chi muore di infarto, ma anche la persona più gravemente malata, perché…. non si aspettava ancora la morte”. Tutti sappiamo che moriremo; ma tutti crediamo che non moriremo adesso. Pertanto, dobbiamo aspettarla, dobbiamo essere preparati. Non sapete dove vi aspetta la morte: aspettatela ovunque.

II

Le tombe ci ricordano la nostra morte! È qualcosa che ci rattrista, che ci toglie lo spirito. E cosa annuncia la croce sulle nostre tombe? Ci dice che c’è vita nell’aldilà, che Cristo è il Re sulla morte, perché Cristo è risorto dai morti e ha vinto la morte. Il cimitero è un terreno sacro, è il grande campo coltivato da Dio. I semi, le persone, sono stati seminati in esso affinché un giorno germoglino e si diffondano nella vita eterna. C’è una vita oltre la morte! Sì, chi vive per Cristo non teme la morte. – Il grande missionario SAN FRANCESCO SAVERIO morì consumato dalla febbre lontano dalla sua patria, su una piccola isola al largo della Cina, pronunciando queste parole: “Signore, in Te ho sperato; non sarò mai confuso”. – SAN CARLO in tutta la sua vita non fece altro che vivere per Cristo, ma guardò a Lui; così poté dire sul letto di morte: “Eccomi, vengo”. – SAN VINCENZO DI PAOLO morì con queste parole: “Che Egli stesso compia in me la sua santa volontà”. – SAN ANDREA AVELLINO sentì il colpo della morte sull’altare quando pronunciò queste parole, Introibo ad altare Dei: “Mi accosterò all’altare del Signore”. Durante le persecuzioni, un diacono in Africa stava giustamente cantando l’Alleluia pasquale dal pulpito, quando una freccia gli trapassò la gola e dovette finire l’Alleluia davanti al trono di Dio. Non importa… Cristo è il Re della morte! – Nella cattedrale di Santo Stefano a Vienna, c’è un monumento tombale che affascina. In groppa a un destriero agitato, un giovane principe in cotta di maglia sale su una collina fiorita. Ai piedi della collina si trova una fontana. Dietro di essa si nasconde la perfida Morte; la sua falce è nascosta dai bellissimi fiori. Il cavaliere si china verso la fontana; i riccioli dei suoi capelli gli cadono sul viso; nello specchio limpido dell’acqua, la volta azzurra del cielo. Si alza in piedi. La morte è su di lui. Nessuno è ancora riuscito a sfuggire a un simile colpo… E trecento anni fa, un cavallo tornò indietro senza il suo cavaliere, e il suo proprietario fu sepolto in quella chiesa. Oggi mi fermo davanti al monumento. L’iscrizione è stata cancellata dal tempo e non posso nemmeno chiedergli: “Bel cavaliere, come ti chiamavi? Nel fiore degli anni sei stato colpito dalla morte!”. Ma la sua anima vive! Facciamo un passo avanti. Un ampio sarcofago di pietra nella Chiesa. Molto tempo fa le spoglie del potente re, dominatore del mondo, davanti al quale si prostrarono migliaia di vassalli, si ridussero in polvere; ora anche lui è polvere. Non ci fermiamo nemmeno davanti al suo monumento, perché altri ricordi ci chiamano. Le pareti sono piene di lapidi di marmo con iscrizioni dorate. Corona, trionfo, sfarzo, benessere, bellezza, giovinezza, potenza…; queste sono le parole che ci è ancora permesso leggere sulle lastre consumate dal tempo, e da esse scaturisce la lezione: tutto questo splendore, tutta questa gloria, appartengono ormai al passato. Ma le loro anime continuano a vivere! Premo la mia fronte ardente contro il marmo freddo e grido alle profondità delle tombe: “Tu, eroico capitano; tu, nobile giovane; tu, principessa dal bel viso; tu, re sovrano; tutti voi che siete qui ridotti in cenere, avete pensato alla morte durante la vostra vita? Se lo avete fatto, ora sarete contenti di averlo fatto…”. Nessuno risponde, non sento altro che il battito del mio cuore. E nel momento in cui il pensiero schiacciante della morte mi opprime, sull’altare maggiore si sente il Vangelo della Messa per i morti: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà e io lo risusciterò nell’ultimo giorno” (Gv XI, 25-26). Parole consolanti! …. La Santa Messa continua e risuona il mirabile prefazio: “È veramente giusto e necessario, è nostro dovere e nostra salvezza renderti grazie sempre e dovunque, o Signore, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno, per Cristo nostro Signore. Nel quale rifulse per noi la speranza della felice risurrezione, affinché noi, che siamo rattristati dalla certezza della morte, fossimo confortati dalla promessa della futura immortalità. Perché per i tuoi fedeli, Signore, la vita non si spegne, ma solo si trasforma, e mentre la nostra casa terrena si sgretola, acquistiamo una dimora eterna in cielo…”. Cristo è la risurrezione e la vita. La nostra vita non si spegne, ma viene solo trasformata e ci viene preparata una dimora eterna in cielo. Cristo, nostro Signore Gesù Cristo! Tu sei anche il Re della morte!

* * *

Il momento della morte è difficile. Nessuno, per quanto vicino, può aiutarci a superarlo. Dobbiamo intraprendere da soli il cammino più difficile della nostra vita. Tuttavia… c’è una mano a cui possiamo aggrapparci. Una mano che è stata trafitta sulla croce. Una mano che ha teso la mano della misericordia al ladrone crocifisso. Una mano che si è posata nel perdono sul capo della Maddalena pentita…. La morte è una cosa terribile. Ma coloro che sono guidati da Cristo lungo il difficile cammino della vita non saranno oppressi; la prova non sarà difficile per loro. Come faccio a saperlo? Me l’ha detto una bambina. Una bambina malata. Uno dei miei colleghi Sacerdoti fu chiamato a confessare una bambina che stava morendo. La bambina era malata da tempo; sapeva che la morte si stava avvicinando; ma era così tranquilla che il Sacerdote le chiese: “Non hai paura della morte, bambina mia?” “Prima la temevo, ma da quando è successa quella cosa della vespa, non la temo più”. “Della vespa?” “Beh, sì. Ero seduto in giardino e all’improvviso è arrivata una grossa vespa che ronzava, ronzava e io avevo paura che mi pungesse…; ho gridato: Mamma! E mia madre mi ha sorriso e mi ha abbracciato, coprendomi completamente, e mi ha detto: Non avere paura, piccolo mio. E la vespa svolazzò… e ronzò…, salì sul braccio di mia madre e la punse…, e mia madre continuò a sorridermi: “Non ti fa male, vero? Guarda, sarà così anche con la morte, non ti farà male, perché il suo pungiglione è stato spezzato prima nel Cuore di Nostro Signore Gesù Cristo. Da allora non ho più paura della morte!”. – Che Nostro Signore Gesù Cristo ci conforti quando arriva la nostra ora e ci faccia vivere il pensiero che il pungiglione della morte è stato spezzato nel Suo Cuore…, nel Suo Sacro Cuore.

VIVA CRISTO RE (20)