Doni dello Spirito Santo.

Doni dello Spirito Santo.

[J.-J. Gaume: trattato dello Spirito Santo, vol II, capp. XXV e XXVI]

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Una quinta meraviglia della confermazione è lo svolgimento dei doni dello Spirito Santo. Diciamo svolgimento, stante che mediante il battesimo tutti i doni dello Spirito Santo con lo stesso Spirito Santo, risiedono già nel cristiano fedele conservatore della grazia. Cosi è che tutti gli elementi della vita naturale sono nel bambino ancora in culla. Mediante, la cresima, i doni dello Spirito Santo partecipano allo svolgimento generale impresso alla vita divina, in virtù di questo sacramento tanto bene appellato, il sacramento della forza. A fine di dare una più giusta idea di queste nuove ricchezze della grazia, fa d’uopo innanzi tutto rispondere a parecchie questioni di un fondamentale interesse. Che fa egli d’uopo intendere per i doni dello Spirito Santo? Che cosa avvi egli di comune tra i doni e le virtù? Che cosa vi è di distinto? Le virtù e i doni tendono eglino alla stesso scopo? Qual’é l’obietto speciale dei doni? Sono essi altresì necessari quanto le virtù? Lo son’eglino tutti? – La risposta ne uscirà dalla definizione particolareggiata dei doni dello Spirito Santo in generale, e da ciascuno in particolare. – Secondo san Tommaso: I doni dello Spirito Santo sono abitudini soprannaturali che ci dispongono ad obbedire prontamente allo Spirito. [Ia, 2ae, q. 68, art. 8, corp.]. — “Dona sunt quaedam hominis perfectiones, quibus homo disponitux ad hoc quod bene sequatur instinctum divinum” . Jbid., art. 2, corp. — Spiegando alquanto questa definizione possiamo dire: I doni dello Spirito Santo sono tante abitudini o inclinazioni inerenti all’anima, distinte dalle virtù soprannaturali infuse, necessarie per operare il bene e inseparabili le une dalle altre. ]. – Ogni parola di questa definizione vuol essere spiegata, imperocché racchiude un tesoro di lumi. – Doni. Per dare carattere alle grazie di cui qui discorriamo, la lingua cattolica le chiama doni dello Spirito Santo, cioè dire favori per eccellenza della terza Persona, dell’augusta Trinità. Ma che? Le luminose qualità degli Angeli e degli uomini, le magnificenze della terra e dei cieli non sono, senza eccezione, tanti benefizi dello Spirito Santo ? Senza dubbio. « Non vi è, dice san Basilio, una creatura visibile o invisibile che non debba allo Spirito Santo ciò che essa possiede. » E san Cirillo di Gerusalemme: « Lo Spirito Santo è il maestro, il direttore e il santificatore universale. Tutti hanno bisogno di lui, Elia ed Isaia tra gli uomini, Gabriele e Michele tra gli angeli. » [Catech., xv]. – Con tutto ciò nessuno di questi favori è appellato dono dello Spirito Santo. Che cosa vuol dire; se non che i doni dello Spirito Santo sorpassano in eccellenza tutte le meraviglie create, umane ed angeliche, visibili ed invisibili, tutte le virtù naturali infuse o acquisite, e tutte le virtù morali, soprannaturali? Essi appartengono dunque nel grado più eminente a un ordine di ricchezza, la cui più piccola particella vai meglio che tutto l’universo. [“Bonum gratiae unius majus est, quam bonum natura totius universi”. S. Th., l a 2ae, q. 113, art. 9, ad 2]. – Spieghiamo questo mistero. Il dono di Dio per eccellenza, il “Dono”, principio di tutti i doni, è lo stesso Spirito Santo. Quindi ne viene che è appellato dono di Dio: “Donum Dei”. Una volta comunicato personalmente all’uomo, questo Dono di Dio si diffonde e si distribuisce in tutte le potenze dell’anima, come il sangue in tutte le vene del corpo. Ei le anima e le deifica; Ei diventa il principio generatore di una vita tanto superiore alla vita naturale, quanto il cielo é elevato al disopra della terra. La ragione è che la vita naturale ci è comune con gli animali, con i pagani e con tutti i peccatori; mentre la vita della quale siamo debitori allo Spirito Santo, ci assimila ai santi, agli Angeli, a Dio. – Come misurare l’estensione di un tale benefizio? Dare la vita naturale ad un Angelo e a milioni d’Angeli, a un uomo e a milioni d’uomini, a un essere qualunque e a milioni d’esseri, rendere la vista ad un cieco e a milioni di ciechi, l’udito a un sordo e a milioni di sordi, il moto a un paralitico e a milioni di paralitici: ecco senza dubbio, tanti benefici e benefici immensi. – Ma raccattare nella polvere ammotita [fangosa – ndt. -] dove striscia, quel vermicello, che si appella l’uomo; poi a quell’essere nullo, comunicare la vita stessa di Dio, riempire il suo intelletto di luce divina, il suo cuore di sentimenti divini, la sua volontà di forze sovrumane, per compiere il bene e per vincere il male; questi sono benefizi, e benefizi superiori ai primi. – A questi elementi di vita divina, a queste forze soprannaturali, imprimere un impulso potente e sostenuto, il quale, durante una lunga serie di anni e di combattimenti, faccia produrre atti perfetti di tutte le virtù, talché Dio medesimo possa mostrare alle gerarchie angeliche il cristiano che le compie, e dir loro con una sorta d’orgoglio: “Quest’ é il mio Figlio diletto, l’oggetto di tutte le mie compiacenze” ; non è forse il benefizio dei benefizi, il dono che incorona tutti i doni? Descrivendolo, noi veniamo a descrivere i doni dello Spirito Santo e la loro incomparabile eccellenza. Essi sono più che la vita naturale, più che la vita soprannaturale, più che le grandi virtù di prudenza, di giustizia, di forza, di temperanza soprannaturale; essi ne sono i divini motori. [S . Th., l a 2 e, q. 68. art. 4, ad. 3 ; et art. 8, corp.]. – Doni “dello Spirito Santo” e non del Padre e del Figliuolo. Capo d’opera di carità, i doni non possono essere attribuiti che allo Spirito Santo, la carità stessa di Dio, l’amore consustanziale, l’Amore in Persona eternamente vivente, eternamente infinito. Come non vi è nella natura fisica che un unico sole, principio di calore e di vita; cosi nel mondo morale non vi è che un principio santificatore, lo Spirito Santo. Come mezzi superiori di santificazione, i doni venuti da lui, a lui ci conducono. Ora, santificare é unire. Se analizzando i consigli di Dio, voi gli riducete alla loro più semplice espressione, troverete un fine unico; ricondurre tutte le cose all’unità. – Da una parte, essendo Dio uno e unicamente buono, non può avere nelle sue opere altro scopo che l’unità e l’unità beatificante. Dall’altra, l’uomo composto di una duplice natura è la misteriosa saldatura del mondo spirituale e del mondo materiale. Unendo l’uomo a Sé di una soprannaturale unione, Dio lo santifica; imperocché l’unisce nel modo il più intimo alla santità per essenza. Nello stesso istante santifica 1’universalità delle sue opere, e ridiviene tutto in tutte le cose. Cosi si trova ristabilita con una gloria novella, l’unità primitiva, spezzata dalla rivolta dell’ angelo e per la disobbedienza dell’uomo. “Che sieno uno, come Noi siamo Uno”. Questa parola di una profondità infinita, riassume nelle sue cause, nei suoi mezzi e nel suo fine l’incarnazione del Figlio, la missione dello Spirito Santo, tutte le ricche combinazioni del concetto divino, nell’ ordine soprannaturale e nell’ordine naturale, nel mondo degli Angeli e nel mondo degli uomini, cosi nel tempo come nell’ eternità. – La definizione aggiunge, che i doni dello Spirito Santo sono tante abitudini, cioè dire qualità o inclinazioni inerenti all’ anima. Se qualche cosa può ancora rialzare a’ nostri occhi, il pregio di questi doni divini, è di sapere che non sono né grazie passeggiere, né momenti transitorii e di circostanza, ma bensì abitudini, vale a dire qualità permanenti. Come inseparabili dallo Spirito Santo, essi stanno nell’anima tanto tempo quanto lo stesso Spirito Santo vi risiede, e vi risiede fino a che non ne è bandito dal peccato mortale. – Di questa verità consolante abbiamo l’infallibile certezza. Parlando a’ suoi fratelli di tutti i luoghi e di tutti i secoli, il Verbo incarnato diceva: “Se Voi mi amate, osservate i miei comandamenti e lo Spirito Santo dimorerà presso di voi e sarà in voi. [“Apud vos manebit et in vobis erit”. Joan. XIV, 15-17]. – Ora lo Spirito Santo non è negli uomini senza i suoi doni. Egli vi abita con tutti i suoi doni o no : simile al sole che non può essere in nessun luogo senza la sua luce, il suo calore ed i suoi principi di fecondità. [“Spiritus autem sanctus non est in hominibus absque donìs ejus. Ergo dona ejus manent in hominibus. Ergo non solum sunt actus vel passiones; sed etiam habitus permanents” S. Th. l a 2ae, q. 68, art. 3, corp.]. – Possedere i doni dello Spirito Santo, e con essi tutto ciò che vi è di più ricco nei tesori della grazia, qual felicità e qual gloria! Il perderli, quale vergogna e quale infelicità! Dove trovare un motivo più potente di serbare a qualunque costo la grazia santificante, e di recuperarla prontamente, checché ne possa costare di sforzi e di lacrime se si venisse a perderla? – Soprannaturali per conseguenza, perche ci perfezionano. Tutto ciò che è divino, perfeziona quel che non lo è. I doni dello Spirito Santo essendo divini, perfezionano l’anima umana e tutte le sue potenze. Ma qual’é il genere di perfezione che essi le comunicano? Come i doni, così le virtù teologali e le virtù cardinali sono altrettante abitudini, abitudini permanenti, venute dallo Spirito Santo e perfezionanti l’uomo. Cosi sotto il rapporto dell’origine e dei fine, nessuna differenza tra i doni e le virtù soprannaturali, nulla più che tra le foglie, i fiori ed i frutti, considerati nell’albero che gli porta, nel succo che le abbevera, nel calore che gli matura. Ma siccome vi è differenza di funzioni tra le foglie i fiori ed i frutti, così ve n’ ha tra i doni e le virtù. Resta, a dire in che consiste questa differenza. Le virtù soprannaturali: la fede, la speranza, la carità, la prudenza, la giustizia, la forza, la temperanza, sono tante forze divine comunicate all’ anima per operare il bene soprannaturale. Il dono è l’impulso che mette le sue forze in moto. Tale è la materia con cui Egli ci perfeziona, per conseguenza la differenza radicale che lo distingue dalle virtù. Questo punto di dottrina è capitale. Ascoltiamo san Tommaso : « A fine di ben cogliere la distinzione che esiste tra i doni e le virtù fa d’uopo riferirsi al linguaggio della Scrittura. – Essa designa i doni dello Spirito Santo, non sotto il nome di doni, ma sotto il nome di “Spiriti”, “Su di lui riposerà, dice Isaia, lo spirito di sapienza e d’intelletto ecc.”. Queste parole fanno comprendere molto chiaramente che i sette doni dello Spirito Santo sono in noi, per effetto di una ispirazione divina, e piuttosto sono 1’alito stesso dello Spirito Santo in noi. Ora ispirazione vuol dire impulso venuto di fuori.1 [Corn. a Lap., in Is . xi, 2]. « L’anima, ricca di virtù soprannaturali, ha bisogno di un motore che le metta in azione. Queste forze soprannaturali non potendo essere messe in movimento per mezzo di un motore naturale, ne risulta che lo Spirito Santo é il motore necessario delle forze soprannaturali disposte nell’anima mediante il Battesimo. Ora è mediante i sette doni e i sette spiriti, che si traduce l’impulso dello spirito santificatore. Perciò i suoi doni stono appellati tali, non solamente perché sono diffusi in noi mediante questo Spirito divino ; ma anche perché hanno per fine di rendere l’uomo pronto ad operare sotto l’influenza divina. Ne consegue che il dono in tanto che differisce dalla virtù infusa può definirsi: “ciò che è donato da Lui per mettere in moto la virtù infusa”. [a 2ae, q. 68, art. 1, corp.; id., ad 3 ; id., art.-2, corp.; id., art. 8, corp.]». – Un confronto rende sensibile questa distinzione fondamentale. Come l’umore è necessario all’albero, cosi le virtù infuse sono necessarie all’anima battezzata. Perché un albero cresca e porti frutti, è necessario che l’umore sia messo in moto dal calore del sole, a fine di circolare in tutte le parti dell’albero, dalle radici fino alla punta dei rami. Altrettanto avviene rispetto al cristiano. Per via del battesimo egli possiede l’umore delle virtù soprannaturali; ma se egli vuol crescere e portare dei frutti, bisogna che questo umore divino sia posto in movimento, e circoli in tutte le potenze del suo essere. – Qual’ è il sole il cui vivo calore può solo mettere in attività questo prezioso umore? L’ abbiamo già detto, è lo Spirito con i sette Doni. Ora la questione della superiorità dei doni sulle virtù, e delle virtù sopra i doni, si spiega da se medesima. I dóni sono inferiori alle virtù teologali. Queste virtù difatti uniscono l’anima a Dio, mentre i doni non fanno che muoverla verso di Lui. Ma i doni sono superiori alle virtù morali, perché le virtù morali non fanno che togliere gli ostacoli che allontanano da Dio, mentre i doni dirigono veramente, e muovono verso Dio. [S . Th. l a 2ae, q. 68, art. 4, ad 3 ; et art. 8, corp.]. – La definizione finisce dicendo: “che esse ci dispongono ad obbedire prontamente allo Spirito Santo”. – L’ ignoranza o la cognizione imperfetta del bene, la ottusità naturale, i legami di affezioni terrene, qualche volta il timore della pena, il rispetto umano, la dissipazione dello spirito, la debolezza del cuore, il traviamento della volontà e mille altri ostacoli, ci rendono sordi o indocili alle ispirazioni dello Spirito Santo. – Quindi un cerchio insuperabile d’imperfezioni e di bassezze, il sommo delle forze divine nascoste in fondo dell’anima, come umori latenti nel seno della terra. – Tutte queste cose, umilianti e colpevoli che popolano la Chiesa di piccole anime, piene di piccoli pensieri, danno carattere tristemente alla vita e preparano angosce per la morte. – Venga lo Spirito Santo co’ suoi doni. È il fuoco la cui viva luce illumina l’intelletto e il cui calore riscalda il cuore; è il vento veemente del cenacolo che rompe tutte le resistenze ; è l’elettricità divina che, circolando in tutte le facoltà dell’ anima, le anima, le scuote, le spinge verso il mondo superiore; e rendendo il cristiano superiore a se medesimo, lo fa travagliare alla sua perfezione personale, come pure alla salute dei suoi fratelli, non lentamente ma attivamente; non superficialmente ma solidamente; non accidentalmente ma costantemente. A questo impulso il mondo deve gli Apostoli, i martiri, i missionari, i santi e le sante di tutte le condizioni, come gli dovrà i nobili vincitori o le nobili vittime degli ultimi tempi. – Definire i doni dello Spirito Santo, è mostrarne la necessità; e questo abbiamo fatto. Nondimeno insistiamo su questo punto essenziale e stabiliamo con prove dirette, che i doni dello Spirito Santo sono assolutamente necessari alla salute. Bisogna dirlo: ecco ciò che importa più che mai di sapere, e per conseguenza, insegnare, atteso ché la gente del mondo non lo sa affatto, e la più parte dei fedeli non lo sanno quasi punto. A questa ignoranza bisogna attribuire il poco caso che si fa dei doni dello Spirito Santo, la poca importanza che si annette al sacramento della Cresima, e la poca cura che si arreca nel conservarne i frutti. Essendo lo Spirito di sapienza e di vita così sconosciuto, che v’è da meravigliarsi se il mondo moderno va in rovina o alla morte? – A fine di rendere sensibile l’indispensabile necessità dei doni dello Spirito Santo, i Padri della Chiesa adoperano diversi paragoni. A quello deill’albero che abbiamo riportato aggiungono i seguenti : « Allo stesso modo, dice in un luogo, sant’Agostino, che l’occhio il più sano non può vedere, se un raggio di luce non venga a colpirlo, cosi l’uomo perfettamente giustificato, non può compiere gli atti della vita cristiana ove non sia spinto dal movimento dello Spirito Santo. »[Lib. de natura et gratia]. – San Basilio, già citato, aggiunge: «Si può paragonare l’uomo ad una nave. Per quanto perfetta si possa supporre costruita una nave, e bon provvista d’attrezzi e di marinai, essa non può camminare senza il soffio del vento. Cosi l’uomo; possedesse pure la grazia santificante e tutte le virtù infuse ad un grado eminente, se egli non ha il movimento dello Spirito Santo, non può fare un solo atto soprannaturale, e neppure pronunziare il nome di Gesù. » Ora il movimento dello Spirito Santo è l’effetto dei suoi doni. Cosi se il vento è necessario alla nave, parimente i doni dello Spirito Santo sono necessari all’ anima. – Riepilogando la dottrina dei Padri, san Tommaso dà la ragione fondamentale di questa necessità. « Iddio, dice, perfeziona le opere dell’uomo in due modi: col lume naturale che è la ragione, e col lume soprannaturale venuto dalle virtù teologali. Ma questa seconda maniera è imperfetta; poiché anche con queste virtù noi non conosciamo, né amiamo Dio che imperfettamente. – La ragione é che noi non le possediamo che in un modo incompleto e non da noi medesimi. Ora qualunque essere che non possegga completamente e di per sé medesimo un principio d’azione, non può operare da sé stesso secondo quel principio, ma bisogna che sia mosso dai di fuori. – « Così il sole che è pienamente luminoso, può illuminare da sé medesimo. Ma la luna nella quale la luce non risiede che in una maniera imperfetta, non può illuminare se essa medesima non viene illuminata. Così pure il medico che conosce perfettamente 1’arte sua, può operare da sé medesimo, mentre l’allievo imperfettamente istruito non lo può. Bisogna che egli riceva la direzione del suo maestro. [È un assioma delle scienze fisiche, come delle scienze morali, che il secondo agente non può agire che per virtù del primo: “nullum agens secundum agit, nisi virtute primi”. Tal’ è la condizione dell’uomo]. – In tutto ciò che è di dominio della ragione, e che tende ad un fine naturale, l’uomo, aiutato da Dio, può operare da sé medesimo mediante i lumi della ragione. « Non succede altrimenti, se si tratta del suo fine soprannaturale. Non essendo, informata che imperfettamente mediante le virtù teologali, la ragione vi ci fa tendere; ma il suo impulso non basta. È necessario il movimento dello Spirito Santo. La Scrittura l’insegna chiaramente: “Quelli che sono condotti dallo Spirito Santo, dice san Paolo, quelli sono i figli di Dio e suoi eredi”. Ed il profeta reale: “È il tuo Spirito che mi condurrà nella terra della beatitudine”. Cosi, nessuno può entrare nell’eredità del cielo, se non è spinto e condotto dallo Spirito Santo. Quindi ne segue che i doni dello Spirito Santo sono assolutamente necessari alla salute. » [l a, 2*, q. 68, art. 2, corp.; et ad 2]. -Tutta, questa bella e profonda dottrina dell’Angelo della scuola, deve compendiarci cosi: con le virtù teologali e morali l’uomo non è talmente perfezionato nei suoi rapporti col suo fine ultimo da non aver bisogno d’essere spinto dal movimento supremo dello Spirito Santo. – I doni dello Spirito Santo essendo necessari come principi generali del movimento soprannaturale, cosi lo sono ancora a parecchi titoli particolari. Sono necessari per conoscere il bene, necessari per operarlo, necessari per evitare il male: per modo che essi sono ad un tempo, lume, forza e protezione. Donde risulta che il considerarli come un alito fecondo, come un semplice impulso senza virtù propria, sarebbe un errore. – Si debbono tenerli per tante perfezioni attive e vivificanti, aggiunte alle virtù e alle potenze dell’ anima: “Bona sunt quaedam hominis perfections”. [ Ibid., art. 2, corp.]. Lume: essi sono necessari per conoscere il bene. Per quanto la ragione sia perfezionata mediante le virtù teologali e per le altre virtù infuse, non può essa conoscere tutto ciò che deve conoscere, né dissipare tutte le illusioni delle quali può essere vittima, né tutti gli errori nei quali può ella cadere. Essa ha bisogno di Colui la cui scienza è infinita, e che con la sua presenza la libera da ogni illusione, da ogni follia, da ogni ignoranza, da qualunque inettitudine a conoscere ed a comprendere. – Questo perfezionamento necessario è dovuto allo Spirito Santo ed a’ suoi doni. [ld . art. 2, ad 3.]. – Forza: essi sono necessari per operare il bene. La grazia santificante abituale, non basta per farci operare il bene, ma più del sangue, principio della vita, che non basta per farci vivere occorre che sia messa in circolazione. – Ora il dono dello Spirito Santo comunica alla grazia abituale l’impulso che la pone in moto e la rende efficace. In questo senso, il dono dello Spirito Santo è insieme abituale e attuale. Come abituale, egli dimora nell’anima in stato di grazia. Come attuale, la ispira, l’aiuta, la fortifica, la spinge, secondo il bisogno del momento, sia per praticare il bene, sia per resistere al male. – Protezione: esso ci difende contro i nostri nemici. Il dono dell’operazione dello Spirito Santo non si limita a dirigerci ed a fortificarci, ma ci protegge. L’uomo in stato di grazia ne ha bisogno, per essere sostenuto contro gli assalti del nemico. Per la qualcosa egli deve dir sempre: “Non c’indurre in tentazione”. E perciò con la grazia santificante e i doni dello Spirito Santo il cristiano è un essere perfetto. Ei non ha solamente la vita divina, ma possiede altresì tutti i mezzi di svilupparla, e tutte le armi per difenderla. « Le virtù e i doni, aggiunge san Tommaso, bastano per escludere i peccati ed i vizi nel presente e nell’avvenire in questo senso, che essi impediscono di commetterli. Quanto alle colpe passate, l’uomo ne trova il rimedio nei sacramenti. » [S . Th., III p., q. 62, art. 2, ad 2]. – Da ora in poi resta bene stabilito, che i doni dello Spirito Santo, tanto come principi di moto soprannaturale, che come elementi ‘di lume, di forza e di difesa sono tanto necessari alla salute quanto il moto alla vita, il calore all’umore, il vento alla nave, il vapore alla locomotiva. Ma sono essi tutti necessari allo stesso grado? Senza dubbio. – « Fra i doni dello Spirito Santo, dice la teologia cattolica, la sapienza tiene il primo posto, il timore, l’ultimo. Ora l’una e l’altro sono necessari alla salute. “Nessuno è amato da Dio, dice la Scrittura, se non colui che abita con la sapienza, e nessuno può esser salvo senza il timore”. Dunque i doni intermedii sono del pari necessari alla salute: “Ergo etiam alia dona media sunt necessaria ad salutem”. [S. Th., l a, 2“ , q. 68, art. 4]. – Inoltre, senza lo Spirito Santo, la salute è impossibile. Ora lo Spirito Santo è inseparabile dai suoi doni. Egli é nell’anima con tutti i suoi doni, o non vi è affatto. Donde ne segue che i sette doni dello Spirito Santo sono necessari alla salute di una eguale necessità: “Septem dona sunt necessaria ad salutem. » [Ibid. art. 3, ad 1]. – Non si ripeterà mai abbastanza, che l’uomo senza i doni dello Spirito Santo è privo di movimento soprannaturale. Egli non può convenientemente né conoscere il bene, né operarlo, né evitare il male, né aprirsi le porte del cielo. Ma qual è il numero di questi doni, più preziosi di tutto l’oro del mondo, più necessari mille volte della vita naturale? La Scrittura ci dà la risposta. Parlando di Nostro Signore, secondo Adamo, il profeta Isaia si esprime in questi termini: « E sopra di Lui riposerà lo Spirito del Signore, Spirito di sapienza e d’ intelligenza; Spirito di consiglio e di fortezza; Spirito di scienza e di pietà; e riempiralLo lo spirito del timore del Signore. » [Corn. a Lap.,in Is., XI, 3]. – Ciò che si è adempiuto nel Verbo incarnato deve adempirsi in ognuno dei suoi fratelli. Nel giorno del battesimo ciascun cristiano riceve sette doni dello Spirito Santo. Perché questi doni divini sono per l’appunto sette e non sei o otto? Ricordiamoci, che i doni dello Spirito Santo hanno per oggetto d’imprimere il movimento alle virtù. Ora, vi sono sette virtù: tre teologali e quattro cardinali. Queste virtù comprendono tutte le forze, come principi di atti soprannaturali. Queste forze riposano tutte nell’intelletto e nella volontà. L’intelletto deve comprendere la verità, nutrirsene e trasmetterla; la volontà, amarla e ridurla in atti. – Per conoscere la verità di un’utile cognizione, l’intelletto ha bisogno dei doni d’intelligenza, di consiglio, di sapienza, e di scienza. I doni di pietà, di forza e di timore sono gli ausiliari indispensabili della volontà, nell’amore e nella pratica del bene.. Cosi i doni dello Spirito Santo colpiscono tutte le facoltà dell’anima, tutte le virtù intellettuali e morali, e le seguitano nei loro atti, di qualunque natura si siano. [S. Th. a, 2ae, q. 68, art. 4, corp.] – Sotto una figura di una profonda verità, san Gregorio mostra la stessa ragione del numero sette. « Dio, dice, ha creato il mondo e l’ha reso perfetto in sette giorni. Come immagine di Dio, l’uomo è creatore. A ciascun giorno della sua creazione spirituale, corrisponde un dono dello Spirito Santo. Tutti insieme compiono e perfezionano i lavori, tanto della vita attiva che della vita contemplativa. » Ne risulta che il numero sette è quello che conviene ai doni dello Spirito Santo: più sarebbe inutile, meno non basterebbe. A questa mirabile precisione, come non riconoscere l’infinita sapienza, la quale nell’ordine morale, non meno che nell’ordine fisico, fa tutto con numero? – Essa riluce di un nuovo splendore, se si considera, come faremo più tardi, che i doni dello Spirito Santo sono opposti ai sette peccati capitali. Questi sette, peccati, o per dir meglio, questi sette Spiriti maligni s’impadroniscono delle sette virtù o potenze nell’uomo, come del suo intelletto e della sua volontà, cioè dire, eh essi assalgono l’uomo in tutto il suo essere. Per combattere con successo contro queste sette potenze infernali, sette forze divine erano necessarie all’uomo. Ei le trova né più né meno, nei sette doni dello Spirito Santo. – Nuovo tratto di sapienza e di bontà: questo splendido corteggio di perfezioni soprannaturali, questa potente coorte di ausiliari divini è indissolubile. I doni dello Spirito Santo sono inseparabili gli uni dagli altri. « Nessuna virtù morale, dice il principe della teologia, può esistere nell’uomo senza la prudenza. Tutte si riuniscono in questa virtù che le dirige secondo i lumi della ragione. Cosi avviene del cristiano. Tutte le sue virtù, tutte le forze della sua anima sono eccitate e rette dai doni dello Spirito Santo. Ora, lo Spirito Santo abita in noi, mediante la carità. Cosi, come le virtù morali sono messe in un fascio per mezzo della prudenza, parimente i doni dello Spirito Santo si trovano legati insieme nella carità. Colui dunque che ha la carità, possiede i sètte doni dello Spirito Santo, e colui che la perde, perde tutti i sette doni: ma egli gli ricupera ricuperando la grazia.1 »1 [l a, 2, q. 68, art. 4, corp. ; et. 9, 68, art. 5, corp.]. – Tale è, per dirla di passaggio, la ragione del numero sette, così spesso riprodotto nelle penitenze canoniche e nelle indulgenze accordate dalla Chiesa. [S. Anton., Summa theologic. p. IV, tit. X, c. I, p. 152, ediz. in-4, Venet. 1861]. – Non solamente i doni dello Spirito Santo sono inseparàbili; ma sono altresì talmente permanenti, che sopravvivono anche alla morte. Come mezzi necessari di santificazione nell’esilio, cosi divengono nella patria fonti di gloria e di beatitudine. « I doni dello Spirito Santo, continua san Tommaso, possono essere considerati nel loro oggetto attuale e nella loro essenza. Finché riseggono nell’uomo pellegrino, essi hanno per oggetto le opere della vita attiva, vale a dire, la pratica dei differenti doveri, ai quali la salute è annessa. Sotto questo rapporto essi non dimorano in cielo. Essendo allora ottenuto il fine, i mezzi non hanno più ragione d’essere. « Accade diversamente, se li consideriamo nella loro essenza. Difatti, è della loro essenza il perfezionare l’anima, in modo da renderla docile all’impulso divino. – Ora, in cielo questa docilità sarà completa. Là Dio sarà tutto in tutte le cose, e l’uomo perfettamente sottomesso a Dio. Cosi non solamente i doni dello Spirito Santo, principi di questa docilità, sussisteranno in cielo, ma incomparabilmente più perfetti che quaggiù, rifulgeranno negli eletti di una splendida luce, e saranno la misura della loro felicità e della loro gloria. » [l a, 2ae, q. 68, art.’6, corp.]. – Questo splendore non sarà lo stesso per tutti i doni, imperocché tutti non hanno la stessa eccellenza. Tutti, è vero, sono tante pietre preziose che formeranno la corona degli eletti; ma nel cielo, come sulla terra, tutte le pietre preziose non hanno né lo stesso pregio, né lo stesso splendore. Il rubino, lo smeraldo, il topazio, il diamante, hanno ciascuno la sua bellezza specifica e una luce differente. Che una eccellenza relativa, una dignità gerarchica distingua i doni dello Spirito Santo, niente è più facile a provarsi. – Questi doni corrispondono alle virtù, cioè dire, che ciascun dono ha per scopo di mettere in movimento una virtù particolare e di nobilitarla, facendola produrre degli atti, prontamente, facilmente, costantemente sotto l’impulso dello Spirito Santo. Ora, vi è una differenza di dignità tra le virtù. Senza parlare delle virtù teologali, che sono le prime di tutte, le virtù intellettuali sono superiori alle virtù morali, e tra le virtù intellettuali quelle contemplative sono preferibili alle attive. La causa e che le prime perfezionano la più nobile facoltà dell’uomo, la ragione; mentre le seconde non perfezionano che la volontà. – È una necessità che non avvenga lo stesso tra i doni: imperocché quanto più nobile è la cosa da muovere, tanto più nobile deve essere il motore; quanto più perfetta è la facoltà da perfezionare, tanto più perfetto deve essere il principio perfezionante. « Cosi, aggiunge san Tommaso, nei doni; la sapienza e 1’intelletto, la scienza e il consiglio, sono preferiti alla pietà, alla forza ed al timore. Fra questi tre ultimi, la pietà è preferita alla forza, e la forza al timore; come la giustizia medesima è preferita alla forza e la forza alla temperanza. – Tale è la superiorità relativa dei doni, presi in sé medesimi. – « Considerati sotto il rapporto degli atti, la forza ed il consiglio sono preferiti alla scienza ed alla pietà, perché la forza ed il consiglio si esercitano nei casi difficili; la pietà ed anche la scienza, nei casi ordinari. Si vede che la dignità dei doni corrisponde all’ordine nel quale essi sono numerati, parte semplicemente, in quanto che la sapienza e l’intelletto sono preferite a tutti; parte secondo il loro ordine di applicazione, in quanto che il consiglio e la forza sono preferiti alla scienza ed alla pietà [S. Th., l a, 2 ae, 9, 68 , a r t . 7, corp.] ». -Ma in che ordine i doni dello Spirito Santo sono numerati? Trovansi due modi di contarli: l’uno discendente che comincia dalla sapienza e finisce col timore; l’altro ascendente, che comincia col timore e finisce con la sapienza. Allorché lo Spirito Santo diffonde i suoi doni su Nostro Signore, Egli li nomina per ordine di dignità; sopra di noi, per ordine di necessità. Di Nostro Signore è detto: Su di Lui riposerà lo Spirito di sapienza e sarà riempito dallo Spirito del timore del Signore. Di noi è detto: Il timore è il principio della sapienza. Perché questa doppia scala? Il Verbo incarnato è l’eterna sapienza; ed il primo dono comunicato alla sua anima è la sapienza. Con ciò Io Spirito Santo ha voluto mostrare, che questa umanità santa, essendo senza peccato né imperfezione,- partecipa alla prima, dell’attributo supremo della Persona divina, alla quale essa va unita. L’ultimo dono nominato dallo Spirito Santo è il timore. La sede del timore è soprattutto nella parte inferiore deir anima, cioè dire, nel punto che pone in contatto immediato Nostro Signore con la nostra povera umanità. E lo Spirito Santo ha voluto insegnarci, che il timore è il primo gradino della scala che deve innalzarci sino a Dio, sapienza infinita. Tal’è l’ordine, secondo il quale lo Spirito Santo si comunica al Dio uomo, l’innocenza stessa e il riparatore dell’innocenza. – Quanto a noi, riceviamo i doni dello Spirito Santo nell’ordine inverso; e si capisce.1 [S. Bonav., ubi supra, p. 241].Carico di miserie e di peccati, il primo sentimento che l’omo deve provare dinanzi a Dio, è il timore. Ecco perché il timore è il primo dono eh’egli riceve, e la sapienza 1’ultimo a cui perviene. Lo Spirito Santo per arrivare sino a noi, discende nel Verbo incarnato, dalla sapienza al timore, e per rialzarci sino al nostro Fratello maggiore, ci fa risalire dal timore alla sapienza.Se vogliamo che il cristiano conosca la concatenazione e la dignità relativa dei doni dello Spirito Santo, tale è l’ordine che importa seguire spiegandoli. È tanto più razionale, in quanto che i doni dello Spirito Santo sono direttamente opposti ai peccati capitali. Ora l’orgoglio è il padre di tutti gli altri: Initium omnis peccati est superbia; ed è altresì il primo che si spiega. Il timore ne è il rimedio, come dimostreremo. È dunque per il timore che deve cominciare r esplicamento dei doni dello Spirito Santo.Questi due ordini, uno dei quali scende e l’altro sale, racchiudono, come é facile vedere, di grandi insegnamenti e di belle armonie. Né gli uni né le altre sono sfuggiti allo sguardo penetrante dei dottori della Chiesa: « Col numero sette, dice sant’Agostino, i doni ci rivelano lo Spirito Santo, il quale scendendo a noi, comincia con la sapienza e finisce col timore; mentre noi per mostrarci fino a lui, cominciamo col timore e si finisce con la sapienza; imperocché il timore dei Signore è il cominciamento della sapienza.1 » [Serm. 448, c. IV, opp. t. V, p. I, p. 1499]. E altrove: « Allorché il profeta Isaia celebra i sette doni mirabili dello Spirito Santo, incomincia colla sapienza e arriva al timore, scendendo dalla vetta fino a noi, a fine d’insegnarci a salire. Egli parte dal punto in cui vogliamo giungere, e perviene al punto in cui noi dobbiamo incominciare. Su di lui riposerà, dice, lo Spirito del Signore, lo Spirito di sapienza e d’intelletto, lo Spirito di consiglio e di forza, lo Spirito di scienza e di pietà, lo Spirito del timore del Signore. Cosi, come il Verbo incarnato non diminuèndo, ma insegnandoci, discende dalla sapienza sino al timore; parimenti noi dobbiamo salire, avanzando, dal timore alla sapienza. Difatti il timore é il principio della sapienza.Essa è quella valle del pianto di cui parla il profeta allorché dice : Egli ha disposto delle ascensioni nel suo cuore, in fondo alla valle delle lacrime. « Questa valle è 1’umiltà. Ora chi è 1’umile se non colui che teme Dio, e che a motivo di questo timore, fa scorrere dal suo cuore delle lacrime di confessione e di penitenza? Dio non disprezza un cuore contrito ed umiliato. Che egli non tema dunque di dimorare nel fondo della valle. In questo cuore contrito e umiliato Iddio ha preparato delle ascensioni, con le quali ci innalziamo sino a Lui. Dove, si fanno queste ascensioni? Nel cuore, dice il profeta, in corde. Di dove bisogna salire? Dal fondo della valle del pianto. Dove bisogna salire? Nel luogo che Dio medesimo ha preparato, in locum quem disposuit. Qual’è questo luogo ? Il luogo del riposo e della pace, dove abita, risplendente di luce, l’mmortale Sapienza.« Cosi per istruirci, Isaia scende a gradi dalla sapienza sino al timore, vale a dire dal soggiorno della pace eterna sino al fondo della valle dei gemiti, passeggeri come il tempo. Egli vuole insegnarci, poveri penitenti, che piangiamo e che gemiamo, a non restare nei gemiti e nelle lacrime; ma a salire da questa trista valle sino alla montagna spirituale, su quella cima sulla quale è edificata la santa Gerusalemme, nostra madre, dove noi godremo di una gioia senza misura e senza fine. Tale è la ragione per cui egli pone nel primo grado la sapienza, vale a dire la vera luce dell’ anima, e al secondo l’intelligenza. Come se rispondesse a coloro che gli domandano da qual punto bisogna partire per arrivare alla sapienza, egli dice: dall’intelletto. E per pervenire all’intelletto? dal. consiglio. E al consiglio? dalla forza. E alla forza? dalla scienza. Ed alla scienza? dalla pietà. E alla pietà? dal timore. Dunque alla sapienza dopo il timore: dalla valle del pianto, sino alla montagna della pace.1 ». Serm, 247, c. III, opp. t. ‘V, p. 1987]. – Nella maniera con cui Isaia parla del dono di timore nel nostro Signore, cosi l’abate Ruperto ci fa ammirare la profonda condiscendenza del Verbo incarnato, divenuto il salvatore ed il precettore dell’uman genere. Ecco le sue parole : Il profeta dice : « E lo Spirito del timore del Signore lo riempirà. È degno di nota che, parlando d’ei sei primi doni, Isaia dice costantemente: Su di Lui riposerà lo Spirito del Signore, lo Spirito di sapienza, lo Spirito d’intelletto, e. cosi degli altri. Perché, giunto al settimo cambia egli la parola e dice: lo Spirito di timore lo riempirà? Comprendiamo il mistero: Iddio ha voluto mostrare all’universo questo stupendo spettacolo: il Creatore dell’uomo, il Dio dell’eternità, che discende sino al punto da cui deve partire l’uomo peccatore, per uscire dall’abisso del vizio e liberarsi dalle catene infernali del peccato. – « Di fatti, il principio della sapienza è il timore del Signore. Il Creatore é sceso appunto fin qui. Lo Spirito del timore di Dio lo riempirà, dice il profeta. Che egli abbia detto: Sopra di lui riposerà lo Spirito dì sapienza e d’intelletto, non havvi nulla di sorprendente. Tutte queste magnifiche qualità si addicono alla Maestà di un Dio. Ma qual é l’Angelo, o l’uomo che non sia stupefatto, vedendo il Signore discendere fino al timore del Signore; il Padrone sovrano e terribile del cielo e della terra, pieno di timore non in parte, ma pienamente e in tutta l’estensione, che uomini ispirati dello Spirito Santo possono dare alla parola pienezza ? » [De Spir. sanct, lib. I, c. XXV]. – Tale è la scala misteriosa che il Verbo, condotto dallo Spunto Santo, ha calata per giungere fino a noi, e che noi medesimi dobbiamo salire per giungere sino a Lui. Fermiamoci per un istante a considerare questo duplice movimento di discesa e di salita. Questo studio per se stesso interessante ha tre grandi vantaggi. Il primo: di verificare con fatti l’enumerazione gerarchica d’Isaia: il secondo, di pòrci nella condizione di esercitare i doni dello Spirito Santo; il terzo di propalare gli effetti generali dei doni dello Spirito Santo sul genere umano. – 1. Verificare l’enumerazione gerarchica d’Isaia. Certo la vita del Verbo, fatto carne, è una manifestazione sostenuta dallo Spirito che riposava su di Lui. Nondimeno si trovano delle circostanze in cui rifulge di uno splendore più vivo ciascun dono dello Spirito settiforme, e nell’ordine stesso della enumerazione profetica. Gesù entra nella sua vita pubblica, e il primo dono che in lui riluce è la sapienza. Appena uscito dalle acque del Giordano, lo Spirito lo spinge nel deserto. Ivi, egli digiuna quaranta di e quaranta notti; permette al demonio di venire a tentarlo, a fine di avere occasione di vincerlo; respinge i suoi assalti con parole divine scelte mirabilmente, e così prelude a tutte le vittorie che Egli ed i suoi discepoli, di tutti i secoli e di tutti i paesi, riporteranno sull’eterno tentatore. – Dov’ è 1′ uomo la cui vita dirà una sapienza paragonabile a questa? Ritornato tra gli uomini, uno dei suoi primi atti è di entrare nella Sinagoga di Nazaret, ove si alza per fare la lettura dei libri santi, gli fu dato il libro d’Isaia, e spiegato che ebbe il libro, trovò quel passo dove era scritto: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per lo che mi ha unto e mi ha mandato ad evangelizzare a poveri; a curare coloro che hanno il cuore contrito; ad annunziare agli schiavi la liberazione, ed ai ciechi la recuperare la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, e predicare l’anno accettevole del Signore e il giorno della retribuzione. E ripiegato il libro lo rese al ministro e si pose a sedere e principiò a dir loro: “Oggi con le vostre orecchie avete udito l’adempimento di questa Scrittura”. [Luc IV, 17-19].» – Essa è compiuta; imperocché il profeta parla di miracoli dell’ordine morale, e in me e per me voi state per vedere operarsi tutti questi miracoli. Trovare immediatamente questo passo d’Isaia e darne il senso preciso, non é egli il trionfo del dono dell intelletto? – Ecco il dono del consiglio. Sospettando l’incredulità dei suoi uditori, fa loro intendere che questi miracoli non sono per essi. « In verità vi dico che molte vedove eranvi in Israele a tempo d’Elia, quando il cielo stette chiuso per tre anni e sei mesi, e fu carestia grande per tutta la terra. E a nessuna di esse fu mandato Elia, ma. a una donna vedova di Sarepta del territorio di Sidone. E molti lebbrosi erano in Israele al tempo di Eliseo Profeta: e nessuno di essi fu mondato fuori che Naaman Siro.» Luc., IV, 25-27]. – Conoscenza chiara e rivelazione precisa degli eterni decreti sui Giudei e sui gentili, tutto è in queste parole. Sulle labbra del Salvatore esse dicono: Col vostro orgoglio, o giudei, voi chiuderete sul vostro capo il cielo della misericordia: tutta la pioggia di grazie, caduta sopra di voi, mediante il ministero di Mosè e dei profeti, prenderà la sua direzione verso i gentili: e la vostra lebbra che voi non volete curare, sarà la guarigione della lebbra delle nazioni, per cui lo Spirito dei sette doni sarà la purificazione e il medico. – Il dono di Consiglio può egli spiccare di una più viva luce? – Il dono di Forza non è più difficile a trovarsi. Irritati dall’esperienza data ad essi dal dono di consiglio, gli Ebrei s’impadroniscono del Verbo incarnato e lo conducono in cima del monte sul quale la loro città era edificata, a fine di precipitarlo; ma sgusciò loro di mano e si allontanò tranquillamente. Questo non era che il preludio di atti più luminosi del dono di forza. – Cacciare il forte armato’ dalla sua cittadella, rompere i legami della morte, risuscitare se medesimo alla gloria, che cosa è questo se non il dono di Forza, innalzato alla sua più alta potenza? – Ogni passo del Salvatore nella sua vita pubblica, è contrassegnato dal dono di Scienza. Che dico? lo si vede risplendere come un raggio di luce divina nell’oscurità della sua vita nascosta. Potremmo noi dimenticare la meraviglia cagionata a tutti i vecchi dottori della legge, con le domande e risposte di quel fanciullo di dodici anni? Ma come il sole diventa più splendido a misura che si avanza sull’orizzonte, così con gli anni, il dono di Scienza rifulge in Gesù di un nuovo splendore. Per la festa dei tabernacoli egli sale a Gerusalemme; e dinanzi alla moltitudine riunita nel tempio egli insegna la sua dottrina. L’ammirazione splende da tutte le parti e si traduce con queste parole: Come sa egli le scritture senza averle mai apprese? Si può proclamar meglio il dono di Scienza ? – Continuando a scendere i gradini della scala misteriosa, il Verbo redentore giunge al dono di Pietà. Nessuno ignora ciò che rivelano le commoventi parabole del buon Samaritano: del padre di famiglia che invita al suo banchetto i poveri, gli infermi, i ciechi e gli storpi; della dramma e delle pecore perdute. – Ma la parola del figliuol prodigo non è l’inimitabile capo d’opera del dono di Pietà? – Eccoci finalmente al dono di Timore. Poiché nota all’uman genere il primo passo che dee fare per elevarsi a Dio, questo dono apparisce 1’ultimo e negli ultimi momenti del divin maestro. Esso é come il vestigio ancor caldo, nel quale l’uomo deve cominciare col mettere il piede. Questo vestigio indelebile è preso dal giardino degli Olivi. Non vedete voi il Forte d’Israele, colpito tutto ad un tratto da timore, da noia e da tristezza che cade in ginocchio e dice: Padre, se è possibile, allontanate dalle mia labbra questo calice? Non lo vedete voi nei patimenti dell’agonia, ricoperto di sudore, di sangue e ridotto per non soccombere, ad accettare il soccorso di un Angelo consolatore? Al timore mortale aggiungete la sottomissione la più rispettosa e la più intera agli ordini paterni, e dite se mai il dono di Timore si é rivelato con una tale perfezione! [Vedi Ruperto, De Spir. sanct., lib. I, c. XXI]. 2. Porci in grado di esercitare o praticare i doni dello Spirito Santo. Noi conosciamo i gradini pei quali il Verbo divino è sceso dalla vetta delle colline eterne sino in fondo alla valle dei pianti. Per compiere il moto contrario, quali sono quelli che noi dobbiamo seguire? Il saperlo è per noi di un capitale interesse. Con questi doni dello Spirito Santo il Verbo ha salvato l’uomo e creato un mondo nuovo.11 [Luc., IV, 17; Hebr., IX, 14] – Come immagine del Verbo e piccolo mondo, il cristiano può e deve, mediante gli stessi doni e con essi unicamente salvarsi, e fare di sé un mondo nuovo. Come metterli in opera? Dinanzi ai suoi occhi è la scala da salire. Avere la pretensione di alzarsi al primo salto fino allo scalino superiore, sarebbe follia. Bisogna dunque cominciare col porre il piede sul più basso. Quest’ultimo scalino, l’abbiamo visto, è il timore. Il Salvatore ci attende e ci, porge la mano. Lo stesso Spirito che l’ha fatto discendere fin li, comincia per innalzarci fino a quello. Tale è la sua prima operazione. – Ascoltiamo san Bernardo : « È con ragione, egli dice, che il timore di Dio è chiamato il principio della sapienza. Iddio, infatti, comincia a farsi gustare all’anima, allorquando gli insegna a temere, e non a sapere : imperocché temere è gustare: Timor, sapor est Ora il gusto rende savio, come la scienza rende sapiente. Temete voi la giustizia e la potenza di Dio? Voi gustate Dio giusto e potente. Sapienza viene da sapore. Ecco perché il timore, cominciamento della sapienza, diffonde nelle profondità dell’essere un sapore molteplice, che rigenera tutta la famiglia interiore dell’anima, purifica il suo regno, lo pacifica e lo santifica. 2 »2 [Serm . 28 in Cantic.]. – La conferma del gran mistero è tanto più vera, in quanto che il dono di Timore non produce il timore servile, ma il timore figliale; timore rispettoso, rassegnato e fiducioso, simile a quello dell’Uomo-Dio nell’orto di Getsemani. – Il timore è dunque il primo gradino della nostra ascensione verso Dio, la prima condizione del nostro riscatto, la prima legge della nostra rigenerazione; la Chiesa lo sa. Essa che non ignora nessuno dei segreti dell’ordine morale, incomincia sempre la salute dei suoi col timore. Ai suoi occhi, il lavoro di rigenerazione o di creazione nuova, imposto all’uomo, si divide in tre periodi, che essa appella la vita purgativa, la vita illustrativa e la vita contemplativa. A ciascuna corrispondono alcuni dei doni dello Spirito Santo. Il timore è il primo fondamento della vita purgativa, e la vita purgativa è il principio della rigenerazione. – Leggete inoltre tutti gli autori ascetici, quegli ufficiali del genio nella guerra spirituale; non ve ne è uno che non dia ai piani d’attacco e di difesa il timore, per primo centro d’operazione. Ascoltate tutti i predicatori di ritiri e di missioni, quei capitani esperimentati che fanno manovrare tutte le forze spirituali contro le potenze nemiche della salute; neppur’uno che non cominci la battaglia, senza mettere innanzi i «fini ultimi dell’uomo, fonti eterne del timore. – Come interpreti dello Spirito Santo, tanto gli uni che gli altri, non fanno che applicare la legge immutabile, che pone il timore come principio della sapienza. Per l’organo infallibile del concilio di Trento, lo Spirito santifìcatore, descrive egli medesimo il modo con cui egli opera la giustificazione dei peccatori. Il timore della giustizia di Dio dà loro la scossa; dal timore passano alla considerazione della misericordia: questa considerazione gli conduce alla confidenza, che Dio gli perdonerà in vista dei meriti del suo Figliuolo. Allora essi cominciano ad amarlo, come .fonte di ogni giustizia, e a detestare i loro peccati. [Sess. IV, c. VI.]. – È dunque’ bene stabilito che l’uomo, mediante il dono di timore si pone in contatto con l’eterna sapienza, e comincia l’opera della sua nuova creazione. Questa creazione, capo d’opera dei sette doni dello Spirito Santo, fu come tutte le opere della grazia, figurata nella creazione del mondo materiale. In quella guisa che il primo giorno della settimana primitiva, chiama il secondo, e il secondo il terzo, fino all’ultimo; cosi il primo dono dello Spirito Santo, messo in opera conduce al secondo, e questo a tutti gli altri sino al settimo, cioè alla sapienza, che è il riposo perfetto. Ivi giunto, l’uomo può dire, come lo stesso Dio nel contemplare 1’opera sua: Egli vide tutto ciò che aveva fatto, e lo trovò buonissimo. [S. Aug. De doctr. christ., c. vii]. Siccome noi abbiamo altrove spiegato l’economia di questo mirabile lavoro, perciò non vi ritorneremo. – 3. Effetti generali dei doni dello Spirito Santo nell’uman genere. I doni dello Spirito Santo fanno del Nostro Signore un Dio-scorno. Del cristiano essi fanno con le debite differenze un uomo-Dio. La prima cosa che gli apostoli, organi dello Spirito Santo, predicano ai rappresentanti del genere umano, riuniti nel Cenacolo, è la penitenza. Poenitentiam agite. Ora la penitenza è inseparabile dal dono di timore. Con questo dono 1’umanità, unita al Verbo incarnato, non tarda a ricevere la sua pienezza, la pienezza della sua pietà, la pienezza della sua scienza, quella della sua forza, quella del suo consiglio, quella del suo intelletto, quella infine della sua sapienza. Noi ne riceviamo, secondo la capacità delle nostre anime, e secondo la misura della nostra fedeltà. – In lui è la sorgente, in noi il rivo; in lui il focolare, in noi la scintilla; in lui lo Spirito dei sette doni in tutta la loro abbondanza, in noi una parte di questa abbondanza. Ecco perché, nota san Giovanni Crisostomo, il profeta non dice: lo dono il mio spirito, ma: Io diffonderò il mio spirito sopra ogni carne. [Propterea non dixit, do Spiritum, sed effundam de Spiritu meo super omnem camem. Exposit., in Ps. 44, n. 2, opp. t. V. p. I, p. 195]. – Tuttavia voi vedete ciò che produce nel mondo questa goccia di grazia, questa scintilla dello Spirito Santo! « La terra intera ne riceve l’influenza e ne prova la commozione. Caduta da prima sulla Palestina, essa guadagna l’Egitto, la Fenicia, la Siria, la Cilicia, l’Eufrate, la Mesopotamia, la Cappadocia, la Galazia, la Scizia, la Grecia, la Gallia, l’Italia, tutta la Libia, l’Europa, l’Asia ed anche l’Oceano. Havvi bisogno di un più lungo discorso? Quanta terra illumina il sole, altrettanta questa grazia ne percorre; e questa grazia, questa scintilla dello Spirito Santo, riempie il mondo di scienza. Per lei si compiono i miracoli, per lei i peccati sono rimessi. Pur nonostante questa grazia, estesa a tante regioni, non è che una parte e un’arra dello stesso dono. Egli ha deposto nei nostri cuori, dice l’ Apostolo, un arra dello Spirinto, cioè dire della sua operazione; imperocché lo Spirito non si divide. « Che cosa dire della sorgente? Ad uno è dato, mediante lo Spirito, il linguaggio della sapienza; ad un altro il linguaggio della scienza, mediante lo stesso spirito; all’altro la fede; all’altro la grazia delle guarigioni; all’altro il dono dei miracoli; all’altro la profezia; all’altro il discernimento degli spiriti; all’altro il dono delle lingue. Mediante la grazia ricevuta nel battesimo egli estende a tutte le nazioni tutti questi doni. Ecco quel che fa una goccia dello Spirito Santo. Che questa sia una goccia soltanto, lo dichiara il profeta, dicendo: Io diffonderò del mio spirito: Vedete dunque quant’è la potente fecondità della grazia dello Spirito Santo, la quale da sì lungo tempo basta all’intero mondo, e che non conoscendo né frontiere, né diminuzione, ricolma l’uman genere d’ineffabili ricchezze, senza impoverir sé medesimo. » [Ubi supra] – Avanti il gran Tertulliano, l’illustre patriarca di Costantinopoli, aveva celebrato la rapida deificazione dell’uman genere, mediante lo Spirito dei sette doni. Per lui questo miracolo era la prova irrefutabile della divinità del Verbo fatto carne, da cui il mondo aveva ricevuto lo Spirito rigeneratore. « Gli apostoli, dice nel suo magnifico linguaggio, furono il porta voce dello Spirito Santo, e le loro parole hanno risuonato in tutti gli echi dell’universo. A chi hanno mai creduto tutte le nazioni del globo? Al Cristo, e al Cristo solo. Davanti a Lui tutte le porte delle città si sono aperte, dinanzi a Lui tutte le serrature si sono rotte: e le valvole di bronzo hanno girato. sui loro cardini per farlo passare. Certo questi miracoli appartengono all’ordine morale, e bisogna intenderli in questo senso; che i cuori, degli abitanti della terra, assediati, chiusi, posseduti dal demonio, sono stati liberati, o aperti dalla fede del Cristo. Ma questi miracoli non sono però meno reali, poiché in tutti i luoghi abita oggidì il popolo cristiano. Ora, chi può estendere il suo regno all’intero universo, se non Cristo Figliuolo di Dio, annunziato come dovente regnare eternamente su tutte le nazioni ? « Salomone ha regnato, ma nelle frontiere della Giudea, da Dan fino a Bersabea. Dario ha regnato sui Babilonesi ed i Persii, ma non al di là. Il Faraone ha regnato sugli Egizii, ma solamente su di essi. Nabuccodonosor ha regnato dall’ Indie sino all’ Etiopia ; poco più lungi il suo impero era sconosciuto. Alessandro il Macedone ha regnato, ma sopra una parte dell’Asia soltanto. Che dirò dei Romani?Essi circondano il loro impero di stazioni militari, ed a queste barriere viventi finisce la loro potenza. Quanto a Cristo, il suo regno e il suo nome si distendono da per tutto. Da per tutto è creduto, da per tutto adorato, da per tutto comanda, dandosi a tutti senza accettazione di persona, per tutti uguale, per tutti re, per tutti giudice, per tutti Dio e Signore. Afferma tutto ciò senza esitare, poiché tu lo vedi co’ tuoi propri occhi. » [Lib. adv. Judaeos, c. VII]. – San Gregorio, colpito dallo stesso spettacolo, esclama: « Lo Spirito invisibile si è reso visibile nei suoi servi. I loro miracoli provano la sua presenza. Nessuno può fissare il disco abbagliante del sole quando si leva; ma noi possiamo vedere la cima dei monti che indora con la sua luce, e così sappiamo essere sull’orizzonte. Poiché non possiamo contemplare in se medesimo il sole di giustizia, vediamo i monti che ei fa risplendere della sua luce; i santi Apostoli, le cui virtù e i miracoli annunziano a tutta quanta la terra il levarsi del sole divino. Se è invisibile in se medesimo, noi vediamo i monti che illumina. La virtù della stessa Divinità è il sole nel cielo; la virtù della Divinità negli uomini è il sole sulla terra. Noi contempliamo dunque il sole sulla terra, poiché non possiamo contemplarlo nel cielo. » [Homil. XXX in Evang.] – Il genere umano, tratto dalla barbarie pagana, e stabilito nella piena luce del Vangelo, tali sono gli effetti generali dei doni dello Spirito Santo. Diciamo di passaggio, dinanzi a questo fatto, sempre antico e sempre nuovo, che cosa sono le obiezioni dell’ incredulo contro il cristianesimo? Ciò che sono i ragionamenti del cieco nato, contro l’esistenza del sole; ciò che sono le parole dell’insensato contro la certezza degli assiomi di geometria. – Come si è questo gran fatto compiuto nell’umanità? Come si compie in ciascun uomo; esso ha cominciato col dono del timore, traendosi dietro tutti gli altri. Che cosa predica Giovanni Battista, il precursore della luce? Il timore: « Fate degni frutti di penitenza. Di già la scure è posta alla radice dell’albero: ogni albero che non reca buoni frutti sarà tagliato e gettato nel fuoco. » [Luc,, III, 8.] – E Pietro, primo interprete del Redentore, davanti agli Ebrei dice: « Fate penitenza, e ciascun di voi sia battezzato nel nome di Gesù Cristo, in remissione de’ vostri peccati, e riceverete il dono dello Spirito Santo. » [Act., II, 38]. – E Paolo, suo apostolo, davanti ai gentili: « Iddio annunzia ora agli uomini che tutti, in ogni luogo facciano penitenza. » [Act, XVII, 30]. – Cosi da per tutto il dono di timore è in capo lista. Il principio della sapienza è il timore; tale è la legge immutabile della redenzione. – Per la ragione contraria, la perdita del timore è il principio della rovina. Come fece il mondo cristiano a scuotere il giogo del Cristianesimo? come giunge egli parimente a questo grado di aberrazione, da negare l’evidenza dei fatti evangelici? Perdendo i doni dello Spirito Santo. In quale ordine gli perde egli? Nello stesso ordine in cui gli riceve. Il primo a perdersi, come il primo a riceversi, .è il timore. Che cosa pensare di un’epoca che non ha più il timore di Dio ? I doni dello Spirito Santo essendo inseparabili, un’epoca che perde il timore di Dio, è un’epoca che perde la sapienza, che perde l’intelligenza, che perde il consiglio e la forza della virtù. È un epoca che si trova abbandonata ai sette spiriti contrari, allo spirito d’orgoglio, allo spirito di avarizia, allo spirito di lussuria, allo spirito d’iniquità, sotto tutti i nomi e sotto tutte le forme. Ove va essa? E come meravigliarsi di ciò che vediamo? e come non presentire ciò che vedremo? Se il timore è il principio della sapienza, la mancanza di timore è il principio della follia. Qui la follia è il preludio del delitto senza rimorsi presso gli individui, e catastrofi senza nome per i popoli. Se il mondo non vuol perire, ritorni ad aver dunque il timore: quest’é la prima legge della sua conservazione, la prima condizione della sua felicità: “Timeat Dominimi omnis terra…. Beatus vir qui timet Dominimi”. [Ps. XXXII et CXI].

 

La Cresima.

La Cresima.

[Mons. J.-J. Gaume: Il trattato dello Spirito Santo, vol. II, cap. XXIV]

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Il cristiano può adesso ammirarsi; ma egli deve soprattutto rispettarsi: Agnosce o Christiane dignitatem tuam . – Come tempio vivente dello Spirito Santo, Ei conosce i preziosi materiali con cui è costruito, ed i numeri misteriosi secondo i quali sono stati adoperati. Ma non basta una conoscenza generale. Fa d’uopo analizzare minutamente ciascuno degli elementi di questa creazione divina, incomparabilmente più bella e più degna de’nostri studi, che il mondo fisico con tutte le sue magnificenze. Per rimanere nei limiti naturali del nostro argomento, non parleremo né dei sacramenti in generale, né del simbolo, né del decalogo, né dell’orazione domenicale, quantunque tutte queste parti della divina costruzione sieno tante dipendenze ed effetti della grazia. La Cresima, le virtù, i doni, le beatitudini, i frutti, compongono il dominio diretto dello Spirito Santo. Tale è il campo più ricco di tutte le miniere della California, che .si apre alla nostra esplorazione. È di fede che i sacramenti, dandoci la grazia, ci danno lo Spirito Santo con tutti i suoi doni. Che forse ne vien di conseguenza che la Cresima sia inutile? Già noi abbiamo risposto negativamente, e dato la prova sommaria della nostra risposta. Bisogna svolgerla, e dire il fine speciale, o se si vuole, la ragione d’essere della cresima. « I sacramenti della nuova legge, ripeteremo con san Tommaso, non sono stabiliti soltanto per rimediare al peccato, e perfezionare la vita soprannaturale, ma altresì per produrre degli effetti speciali di grazia. Cosi dappertutto dove si presenta un effetto particolare di grazia, si rinviene un sacramento. » [“Sacramenta novae legis ordinantur ad speciales effectus gratiae; et ideo ubi occurrit aliquis specialis effectus gratiae, ibi ordinatur speciale sacramentum”. I II p., q. 71, art. 1, corp.]. – L’uomo venendo al mondo, non possiede che la vita naturale, e gli è necessaria la vita soprannaturale. Il Battesimo gliela dà. Tale è il fine speciale di questo sacramento. La debolezza fisica e morale è propria dell’infanzia. Se non fortificasse con l’età il suo corpo e la sua anima, l’uomo non diverrebbe uomo. Cosi è pure del cristiano. La forza gli è tanto più necessaria poiché è nato soldato. Destinato a lotte continue, la sua vita si definisce, una guerra. [“Militia est vita hominis super terram”. Job., VII,]. -L’antico Israele è la sua immagine vivente. Dai lidi del mar Rosso, tomba dei loro tiranni, gli Ebrei attraversano, dando continui combattimenti, il deserto che gli separa dalla terra promessa. Sette nazioni potenti ne disputano loro il possesso: ecco il cristiano. – Uscito dalle acque battesimali, con cui è stato liberato dalla schiavitù del demonio, per arrivare al cielo sua patria, gli è d’uopo attraversare il deserto della vita con le armi alla mano. La lotta non sarà contro esseri di carne e di sangue come lui; ma contro nemici ben altrimenti terribili, i principi dell’aria, le sette potenze del male. Evidentemente egli ha bisogno d’armi e di un maestro delle armi. In questa conferma, lo Spirito Santo si dà a lui come tale. Dice il Papa san Melchiade: « che lo Spirito Santo, scendendo nelle acque del battesimo, comunica loro nella sua pienezza la grazia che dà l’innocenza: nella cresima, arreca un accrescimento di grazia. Nel battesimo noi siamo rigenerati alla vita; nella cresima siamo preparati alla lotta. Nel battesimo noi siamo lavati; nella cresima siamo fortificati. ». [Apud S. Th,, III p.; q. 71, art. 1, corp.]. – Il Vicario di Gesù Cristo è l’eco fedele del divino maestro. A chi Nostro Signore riserba egli il miracoloso cambiamento degli Apostoli in uomini nuovi, e il cambiamento non meno ammirabile dei fedeli in martiri eroici? allo Spirito Santo che, disceso direttamente dal cielo sui primi, si dà ai secondi con la imposizione delle mani degli Apostoli, vale a dire mediante il crisma. – « Io vado, diceva tanto agli uni che agli altri, a mandare lo Spirito del Padre. Rimanete nella città, finché voi non siate rivestiti della forza dall’alto. Siate senza timore, e lo stesso Spirito Santo che parlerà per la vostra bocca e che vi darà una eloquenza tanto potente, che i vostri avversari non avranno nulla da replicare. »[Joan., XX, 16. — Luc. XXIV, 49; XX, 15]. – Come indica il suo nome, la confermazione è dunque il sacramento della forza: che essa sia stabilita per comunicarla al cristiano e fare di lui un soldato generoso, la Chiesa cattolica non ha mai cessato d’insegnarlo mediante i suoi concili, e la storia di provarlo con fatti luminosi. Di qui, quella dichiarazione solenne del Concilio di Firenze, cioè dire dell’Oriente e dell’Occidente riuniti sotto la presidenza dello stesso Spirito Santo: « L’effetto del sacramento della cresima, è di dare lo Spirito Santo come principio di forza, in quella guisa che fu dato agli Apostoli il giorno della Pentecoste, affinché il cristiano confessasse arditamente il nome di Gesù Cristo» [“Effectus autem confìrmationis sacramenti est, quia in eo datur Spiritus sanctus ad robur, sicut datus est apostolis in die Pentecostes; ut videlicet christianus audacter Christi confìteatur nomen”. Decret. ad Ann.]. – Il concilio di Magonza non è meno esplicito: « Secondo la promessa del Signore, lo Spirito Santo che noi riceviamo nel battesimo per la purificazione del peccato, si dà a noi nella cresima con un accrescimento di grazia, che ha per effetto di proteggerci contro gli assalti di Satana; d’illuminarci a fine di meglio comprendere i misteri della fede; di darci il coraggio di confessare arditamente Gesù Cristo e di fortificarci contro i vizi. Tutti questi beni il Signore ha formalmente promesso di darli ai fedeli per mezzo dello Spirito Santo, che doveva mandare. Tutte queste promesse sono state adempiute sugli apostoli il di della Pentecoste, come i loro atti ne porgono splendida testimonianza. 1 » [Conc. Mogunt, 1549, c. XVIII]. – Anche oggidì esse si compiono sui fedeli, nelle quattro parti del mondo, mediante il sacramento della cresima. La ragione è che lo Spirito Santo dimora sempre con la Chiesa, e che i suoi favori necessari per formarla, non lo sono meno per conservarla. Ora comunicandosi mediante la cresima, Io Spirito Santo opera parecchie grandi meraviglie nel cristiano, sua creatura privilegiata. La prima è una nuova Infusione della grazia santificante. – « La missione o la donazione del Santo Spirito, insegna san Tommaso, non ha luogo mai senza la grazia santificante, della quale lo Spirito Santo medesimo è il principio. È dunque manifesto che la grazia santificante è comunicata dalla cresima. Nel battesimo e nella penitenza questa grazia fa passare l’uomo dalla morte alla vita. Negli altri e nella confermazione specialmente essa accresce, ed afferma la vita( di già esistente. Questo sacramento perfeziona l’effetto del battesimo e della penitenza, nel senso che dà al penitente una remissione più perfetta de’ suoi peccati. Se un adulto, per esempio, si trova in stato di peccato senza saperlo, oppure se non è perfettamente contrito, e che si accosti alla cresima di buona fede, ei riceve mediante la grazia di questo sacramento la remissione dei suoi peccati. [III p., q. 71, art. 7, corp. et ad 1]. – La seconda è la grazia sacramentale. Oltre la grazia santificante, ciascun sacramento dà una grazia speciale, in relazione col fine del sacramento che la conferisce: e lo si appella grazia sacramentale. Nel sacramento della cresima è ama grazia di forza. Così la grazia sacramentale aggiunge qualche cosa alla grazia santificante propriamente detta. [“Gratia sacram entalis addit, saper gratiam gratum facientem comuniter sumptam, aliquid effectivum speciali effectus ad quod ordinatur sacramentum”. S . Thom. ubi sitpra, ad 8.] – Nella confermazione essa aggiunge la forza necessaria al cristiano: forza di memoria, per ritenere, senza mai dimenticarle, le grandi verità cattoliche, base e bussola della vita: forza d’intendimento, per comprendere la religione nei suoi dogmi e nei suoi precetti, nel dettaglio delle sue pratiche e nel suo magnifico complesso: nei suoi benefìci e nella sua storia, affinché tutte queste cose non abbiano nella nostra estimazione e nella nostra ammirazione né superiore né rivale. Forza di volontà, per tenere alto e fermo il vessillo cattolico, malgrado le diserzioni dei falsi fratelli, le persecuzioni del mondo, gli attacchi incessanti dell’inferno, e le interne sollecitazioni delle corrotte inclinazioni. Forza di tutte le facoltà in guisa, da armarle e da farle salire all’altezza della gran lotta,, delle quali l’anima è la posta, e il cielo la ricompensa. [S. Th., III p., q. 71, art. 1, ad 4, et art. 1, corp.]. – La terza è il carattere. In materia di sacramenti, chiamasi carattere un potere spirituale destinato a fare celate azioni nell’ordine della salute. [“Character est quaedam spiritualis potestas ad aliquas sacras actiones ordinate”. S. Th., ibid., art. 5, corp.]. Questo carattere è una grazia. Questa grazia è data allo scopo di distinguere quelli che la ricevono, da quelli che non la ricevono. Ogni grazia agisce sulla essenza medesima dell’anima. – Il carattere sacramentale è dunque interno, inerente all’anima e per conseguenza inammissibile. – Da ciò deriva che i sacramenti che l’imprimono non possono essere reiterati. « Vi sono tre sacramenti, dice il concilio di Firenze, il battesimo, la cresima e l’ordine che imprimono nell’anima un carattere, cioè dire un segno spirituale, distintivo e indelebile. » [“Tria sunt sacramenta, baptismus, confìrmatio et ordo, quae characterem, id est, spirituale quoddam -signum a caeteris distinctivum , imprimunt in anima indelebile”. Conc. Fiorent. decret. union.]. – E il concilio di Trento: « Se qualcuno dice che nei tre Sacramenti, battesimo, cresima e l’ordine non è impresso nell’anima un segno spirituale indelebile che impedisce di rinnovarli, sia scomunicato. » [“Si quis dixerit in tribus sacramentis, baptismo scilicet, confìrmatione et ordine, non imprimi characterem in anima, hoc est signum quoddam spirituale et indelebile, unde ea iterari non possunt ; anathema sit”. Sess. VII, 7]. – Il carattere essendo una forza, un potere, produce degli effetti reali in relazione con la sua natura e i bisogni dell’uomo. Cosi il carattere del battesimo distingue il cristiano dall’infedele, e gli comunica tutt’insieme la forza di compiere ciò che è necessario alla sua personale salute, e di confessare la sua credenza col ricevimento degli altri sacramenti ai quali dà il diritto. [“In baptism o accipit homo potestatem ad ea agenda, quae ad propriam pertinent salutem, prout scilicet secundum seipsum vivit Baptizatus accipit potestatem spiritualem ad protestandam fìdem per susceptionem aliorum sacramentorum”. S . T h ., III p., q. 72, art. 5, Corp. et ad 2]. -Ma non basta comunicare all’uomo la vita divina con i mezzi di conservarla, vivendo solitariamente. Bisogna da un lato che questa vita vada sviluppandosi come la vita naturale: e dall’altro, che il cristiano sia armato contro ai pericoli esterni, atteso che l’uomo è fatto per vivere in società. Mediante il carattere ch’essa imprime, la cresima soddisfa a tutte queste esigenze. Del cristiano essa fa un soldato. In esso ella aumenta la vita, della grazia ricevuta nel battesimo, e lo innalza alla perfezione. Ne risulta che il confermato può fare, nell’ordine della salute, certe azioni differenti da quelle di cui il battesimo l’ha reso capace. [“In hoc sacramento datur plenitudo Spiritus sancti ad robur spirituale, quod com petit perfectae aetati. Homo autem cum ad perfectam aetatem pervenerit, incipit jam comunicare actiones suas ad alios; antea vero quasi singulariter sibi ipsi vivit. S. Tohm., III p., q. 72, art. 12, corp.]. – Queste nuove azioni sono in rapporto, con la condizione del cristiano uscito dall’infanzia; e nel momento di entrare nella gran mischia che si appella la vita sociale. Certo la lotta contro ai nemici invisibili è la condizione di ogni anima battezzata dal giorno in cui ella si sveglia alla ragione. Ma il combattere i nemici visibili della fede, non comincia che più tardi nell’adolescenza, e al ruscire dal focolare domestico. Questi nemici sono i persecutori della verità; pagani, empi, libertini, corruttori, bestemmiatori, uomini e donne di tutte le condizioni, razza innumerevole che non sono, o che non son più cristiani e che non vogliono che si sia. – Il sacramento della cresima riveste il cristiano della forza necessaria contro questi nemici, a fine di sostenere nobilmente i combattimenti esterni della virtù. Vediamo ciò con l’esempio degli apostoli. Essi hanno ricevuto il battesimo, e nonostante si tengono nascosti nel Cenacolo fino al giorno della Pentecoste. Una volta confermati, escono dal loro ritiro, e senza temere né gli nomini né l’inferno, annunziano dappertutto la dottrina del loro maestro. Né le promesse, né le minacce, né le verghe, né le catene, né le prigioni, né le torture, né la morte non scuotono il loro coraggio. Così è altrettanto dei martiri. La quarta è l’accrescimento della virtù. Per comprendere questa nuova operazione, fa d’uopo scendere con la falce della filosofia e della fede, sino nelle profondità della natura dell’uomo e del cristiano. Nel cristiano vi sono due vite: la vita umana e la vita divina: ambedue si sviluppano su tante linee parallele; ambedue unite da leggi di conservazione e da rapporti di somiglianza, accusano l’unità di principio e l’unità di fine. – Siccome la quercia con tutta la sua potenza di vegetaazione, d’accrescimento e di solidità si trova in germe nella ghianda; cosi nel germe di vita umana e nel germe di vita divina; depositato in noi, si trovano in principio le forze, che più tardi si manifesteranno con atti, e si dischiuderanno in abitudini, d’onde dipenderà lo sviluppo dell’uomp e del cristiano. – Non vi è nessuno che non ammiri nelle piante questo lavoro di vegetazione e di accrescimento: potremmo noi seguirlo con minore interesse nella nostra debole natura d’uomini e di cristiani? Nello scoprire il segreto nel più umile vegetale, è la gioia del sapiente e il trionfo della scienza. Qual trionfo più nobile, qual gioia più viva di sorprenderlo in noi stessi. Il mezzo di giungere a questo risultato, è di farci una idea giusta di ciò che s’intende per abitudini e per virtù: per virtù infuse e per virtù acquisite; per virtù naturali e per virtù soprannaturali. – Chiamasi abitudine, una disposizione, o una qualità dell’anima, buona o cattiva. Essa è buona se è conforme alla natura dell’essere e del suo fine; cattiva se è contraria all’uno od all’altro. L’abitudine essendo una forza o un principio d’azione, dà luogo ad atti buoni o malvagi. Così, l’abitudine di agire con riflessione è buona, imperocché essa è conforme alla natura dell’essere ragionevole. Al contrario, l’abitudine di eccedere nel sonno, nel bere o nel mangiare, è cattiva: poiché essa tende a mettere al disopra ciò che deve stare al disotto, il corpo al disopra dell’anima. La virtù è una abitudine essenzialmente buona. Questa definizione mostra tutta la differenza che esiste tra l’abitudine propriamente detta, e la virtù. La prima è buona o cattiva, e porta al bene o al male. La seconda è essenzialmente buona e non può portare che al bene. – Di qui, quell’altra definizione, di sant’ Agostino: «La virtù è una buona qualità, o abitudine dell’anima, che fa viver bene, che niente può impiegare a male, e che Dio ha posto in noi, senza di noi. » [“Virtus est bona qualitas seu habitus m entis, qua recte vivitur et qua nullus male utitur, et quam Deus in nobis sine nobis operator”. De lib. arbit, lib. XI, c. XVIII]. -Nell’ordine puramente naturale, si distinguono le virtù infuse e le virtù acquisite. Le prime, come dice sant’Agostino, sono in noi, senza di noi; ma è chiaro che mediante gli atti spesso reiterati, queste buone qualità acquistano alla lunga una grande energia, e cosi sviluppate si appellano virtù acquisite. Meno che altrove non deve l’uomo attribuirsi ciò che appartiene a Dio. Nell’ordine naturale, come nell’ordine soprannaturale, è sempre sopra un fondamento divino eh’ esso lavora. I semi delle virtù acquisite sono in lui senza di lui. Il solo suo merito è nella coltura che egli dà ai doni del Creatore. E altresì gli atti che risultano dalla sua cooperazione, non raggiungono mai la perfezione del principio da cui essi emanano: simili ai ruscelli, la cui acqua è sempre meno pura, di quella della stessa sorgente. Le virtù naturali infuse o acquisite, procedendo da principi puramente naturali, cioè a dire non essendo che lo svolgimento della vita umana, hanno per termine la perfezione naturale. Il domandare ad esse di innalzare l’uomo ad un fine soprannaturale, cioè dire di condurlo nella perfezione della sua vita divina, sarebbe assurdo. La ragione è chiara come la luce del giorno. In tutte le cose i mezzi debbono essere proporzionati al fine; dunque il naturale non può produrre il soprannaturale. Però il soprannaturale è il fine per il quale l’uomo è stato creato. Come vi perverrà egli? Con la sua ordinaria lucidità, san Tommaso ci darà la risposta. – Dice l’angelico dottore: « Nell’uomo vi sono due principi moventi: l’uno interiore che è la ragione, l’altro esteriore che è Dio. II primo generatore delle virtù pura mente umane, pone l’uomo in stato di agire, in molti casi, conforme alla rettitudine ed all’equità naturale. Ma ciò non basta; l’uomo è chiamato a vivere d’una vita divina. – Di questa seconda vita, lo stesso Spirito Santo è il principio. La grazia eh’Egli diffonde nell’anima al momento del battesimo, è un elemento divino, donde procedono virtù soprannaturali, coinè le virtù naturali procedono dalla ragione e dall’eleménto umano. Queste virtù prendono il nome di virtù soprannaturali infuse. – Esse non sono la grazia, molto meno le virtù naturali non sono la ragione; come pure l’atto non è la potenza: nè l’effetto è la causa. » – Avuto riguardo alla vita divina che é in noi e della quale dobbiamo vivere a fine di giungere al nostro fine ultimo, queste virtù soprannaturali sono altresì più necessarie delle virtù puramente naturali o umane. – « La virtù, dice san Tommaso, perfeziona l’uomo e lo rende capace di atti, in relazione alla sua felicita. Ora vi sono per l’uomo due sorta di felicità o di beatitudine: l’una proporzionata alla sua natura d’uomo, e alla quale egli può pervenire con le forze della sua natura; ma non senza l’aiuto di Dio, “non tamen absque adjutorio divino”: l’altra, superiore alla natura, alla quale l’uomo non può pervenire che con forze divine, imperocché essa è una certa partecipazione della natura stessa di Dio. Gli elementi costitutivi della natura umana, non potendo innalzare l’uomo a quella seconda beatitudine, è occorso che Dio sopraggiungesse dei nuovi elementi, capaci a condurre l’uomo alla beatitudine soprannaturale, come gli elementi naturali lo conducono ad una naturale beatitudine. » – Tutti questi elementi sono compresi nella parola grazia, la più profonda senza dubbio e la più bella della lingua religiosa. Ora, in capo alle virtù nate dalla grazia, stanno le tre virtù teologali : la fede, la speranza e la carità. Come prime espansioni alla vita divina esse ci mettono, come conviene, in relazioni soprannaturali con Dio, nostro fine ultimo, e loro oggetto immediato. – La fede deifica l’intelligenza, messa in possesso di certe verità soprannaturali, che la luce divina le fa conoscere. La speranza deifica la volontà, dirigendola verso il possesso del bene soprannaturale conosciuto dalla fede. La carità deifica il cuore, che essa spinge all’unione col bene soprannaturale, conosciuto mediante la fede, e desiderato per mezzo della speranza. Non solamente il cristiano dee vivere nei suoi rapporti soprannaturali con Dio, ma ancora con sé stesso, co’ suoi simili con la creazione tutta intera. Come adempirà egli a quest’ obbligo? Dal principio vitale soprannaturale in lui escono necessariamente come un nuovo getto, le quattro grandi virtù morali: la prudenza, la giustizia, la forza, la temperanza. – Noi diciamo necessariamente; la ragione è che Dio non opera con meno perfezione nelle opere della grazia che nelle opere della natura. Ora, nelle opere della natura non si trova un sol principio attivo che non sia accompagnato da mezzi necessari al compimento dei suoi atti propri. Cosi tutte le volte, che Dio crea un essere qualunque, lo provvede di mezzi per fare quello a cui è destinato. Ma infatti la carità, predisponendo l’uomo al suo fine ultimo, è il principio di tutte le buone opere che vi conducono. Bisogna dunque che con la carità siano infuse, e che dalla carità escano tutte le virtù necessarie all’ uomo, per compiere i suoi doveri non solamente verso il Creatore, ma verso la creatura. – Le quattro virtù morali essendo come il cardine su cui muovonsi in giro i rapporti dell’ uomo con tutto ciò che non è Dio, hanno ricevuto il nome di virtù cardinali. [S. Th., l a, 2ae, q. 63, art. 3, corp.]. – E con ragione; poiché da esse sono animati, diretti, informati soprannaturalmente i nostri pensieri, le nostre parole, le nostre affezioni e i nostri atti, nell’ordine domestico e nell’ordine sociale. La prima è la prudenza. Questa madre delle virtù morali, che le dirige, come una madre dirige le sue figlie, si definisce: Una virtù che, in tutte le cose, ci fa conoscere, e fare ciò che è onesto, e fuggire ciò che non lo è. Questa definizione, ammessa del pari dalla filosofia e dalla teologia, mostra che non vi è virtù morale senza la prudenza. « Difatti, dice san Tommaso, viver bene, vuol dire operar bene. Non basta conoscere quel che c’è da fare, bisogna conoscere altresì la maniera dì fare. Ciò suppone la scelta giudiziosa dei mezzi. Alla sua volta questa scelta avendo rapporto col fine che si vuol raggiungere, suppone un fine onesto e mezzi convenienti per giungervi: tutte cose che appartengono alla prudenza. – Se voi gli sopprimete non vi è più virtù. La precipitazione, l’ignoranza, la passione, il capriccio, divengono il movente delle azioni; la stessa virtù sarà vizio. Dunque senza la prudenza non v’ha virtù possibile. [S. Bernard Serm. 40 super Cani]. Apprendiamo di qui qual regio dono fa lo Spirito Santo all’anima, dandole la prudenza, mediante il battesimo, sviluppandola per mezzo della cresima. Impariamolo eziandio dal bisogno continuo che abbiamo di questa virtù; poiché essa si applica a tutto. Parimente si distingue la prudenza personale, che insegna a ciascuno il modo di adempiere a’ suoi doveri verso sé medesimo, verso l’anima sua e verso il corpo suo. La prudenza domestica, che insegna al padre a dirigere la sua famiglia. La prudenza politica, che insegna ai re a governare i popoli in modo, da condurli al fine per cui Dio gli ha creati; la prudenza legislativa, alla quale i legislatori debbono le leggi eque ed i regolamenti salutari. Nemica della prudenza della carne, dell’astuzia, della menzogna, della frode, della sollecitudine esagerata delle cose temporali, la prudenza, figlia della grazia, è la gloria esclusiva degli abitanti della Città del bene. Essa forma la loro felicità; e se il mondo attuale cammina di rivoluzioni in rivoluzioni, se tutto in esso e malcontento, instabilità, febbre d’oro e di godimenti, bisogna attribuirlo alla perdita della prudenza cristiana ed al regno della prudenza satanica. La seconda virtù morale che esce dalla grazia, come il frutto esce dall’albero, e che matura al sole della confermazione, è la giustizia. La giustizia è una virtù che fa rendere ad ognuno ciò che gli appartiene. – Illuminata dalla prudenza, la giustizia soprannaturale rispetta innanzi tutto i diritti di Dio. Questi, come proprietario incommutabile d’ogni cosa, ha diritto a tutto e sopra tutto, per conseguenza al culto interiore ed esteriore dell’ uomo e della società. Qui la giustizia si manifesta mediante là virtù di religione, che comprende l’adorazione, la preghiera, il sacrificio, il voto, l’adempimento fedele dei precetti relativi al culto diretto del Creatore. «Essa rispetta i diritti del prossimo, ricco o povero, debole o forte, inferiore o superiore. Ad essa il mondo deve la fine dell’impiego dell’uomo a profitto di un uomo, dell’uccisione del bambino, della schiavitù, del dispotismo brutale, che pesò su tutti i popoli avanti la redenzione, e che pesa ancora su tutte le nazioni estranee ai benefizi del Vangelo. Essa insegna all’uomo a rispettare se stesso, la sua anima e i suoi diritti, il suo corpo ed i suoi, la sua vita, la sua morte e fino al suo sepolcro.Essa gli insegna finalmente a rispettare le creature governandole con equità, cioè conforme al loro fine: in spirito di dipendenza come in bene d’altri; con timore, come dovendo render conto dell’ uso che ne avrà fatto. Si immagini dunque ciò che diverrà il mondo sotto l’impero della giustizia soprannaturale!La terza virtù cardinale è la forza. Senza di essa la prudenza e la giustizia sarebbero lettere morte. Non basta aver cognizione del bene, nemmeno la volontà, bisogna averne il coraggio. Il coraggio è figlio della forza. La forza è una virtù che tiene l’anima in equilibrio tra l’audacia e il timore. L’audace pecca per eccesso, il timido per difetto, il forte tiene il mezzo tra l’uno e l’altro. [“Fortitudo est mediocritas inter audaciam et timorem constituta”. Apud Ferraris, Biblioth., etc., art. Virtus, n. 120]. – La forza ha un doppio ufficio, attivo e passivo. Attivo, in faccia al dovere perché affronta i pericoli: passivo, all’avversità perché oppone la pazienza. La magnanimità, o la grandezza di animo, la confidenza, il sangue freddo, la costanza, la perseveranza, la rassegnazione, l’attività, sono figlie della forza. Tutta questa famiglia, soprannaturalizzata dalla grazia, innalza il carattere dell’ uomo al suo più alto grado di nobiltà, intanto che essa produce nella vita privata, come nella vita pubblica, gli atti ammirabili che non si cessa d’ammirare, dacché lo Spirito Santo, diffuso nel mondo, gli ha resi così comuni. V’è egli bisogno d’aggiungere che per ragione delle circostanze presenti la forza deve essere, la grande virtù dei cristiani? forza per mettere, mediante il numero, la grandezza e la santità delle loro opere, un contrappeso alle iniquità del mondo; forza eroica per resistere agli attacchi eccezionali, di cui sono l’oggetto; forza per soffrire gli oltraggi inauditi, prodigati verso tutto ciò che hanno di più sacro e di più caro. La quarta virtù cardinale è la temperanza. È una virtù che regola l’uso del bere, e del mangiare; che reprime la concupiscenza, e modera i piaceri del senso. – Come le tre sue sorelle, cosi la temperanza è madre di una nobile e numerosa famiglia. La sobrietà, l’astinenza, la castità, la continenza, la verginità, il pudore, la modestia, la clemenza, l’umiltà, l’amabilità sono le sue figlie. Oh! vivano in un uomo, e quest’uomo diventerà il tipo del bello morale, la personificazione dell’ordine. – L’anima illuminata dalla prudenza, regolata dalla giustizia, sostenuta dalla forza, comanda al corpo; e il suo comandamento, eseguito con esattezza, allontana tutto ciò che degrada la natura umana. Lungi dall’uomo temperante, la gola, l’ubriachezza, la crapula, l’Impurità, la folle prodigalità, il lusso rumoso, i piaceri seduttori, in una parola, la vergognosa schiavitù dello spirito sotto il dispotismo della carne. Tale è la quarta virtù alla quale lo Spirito Santo comunica mediante la cresima, una nuova energia. Noi tralasciamo di dire se la temperanza in tutte le sue applicazioni, è una virtù necessaria ai cristiano moderno, condannato a vivere in mezzo di un mondo costituito tutto quanto sulla intemperanza. Benché sia difficilissimo in molti casi distinguere il naturale e il soprannaturale, la ragione e la grazia, questo duplice movente degli atti umani, come parla san Tommaso; nonostante la distinzione è reale. Costantemente ammessa dalla teologia cattolica, essa è fondata sul principio incontrastabile di una doppia vita nel cristiano. Vita puramente naturale come creatura destinata ad un fine naturale, e provvista di mezzi di pervenirvi. Vita soprannaturale, come figlio adottivo di Dio destinato ad un fine soprannaturale, imperiosamente obbligatorio per tutti gli uomini nell’ordine attuale della Provvidenza. Ne risulta che la prudenza, la giustizia, la forza, la temperanza sono altrettante virtù naturali infuse: ma tra la prudenza, la giustizia, la forza, la temperanza soprannaturali, grande è la differenza. Differenza nel principio: le prime procedono dalla ragione; le seconde dalla grazia. Differenza nel fine: le prime ci pongono in rapporti naturali e puramente umani col loro oggetto; le seconde in rapporti soprannaturali e divini. – Differenza nella efficacia: le prime sono inutili alla salute: le seconde non vi conducono. Differenza nella loro dignità: le prime si regolano secondo i lumi della ragione: le seconde, secondo i lumi dello Spirito Santo. Le prime fanno l’uomo onesto; le seconde il cristiano. Ora tra l’uomo onesto ed il cristiano, è tutta la differenza, che separa l’insetto che striscia, e l’uccello che vola. Un solo tratto ci fa pronunziare questo giudizio. La temperanza naturale, o filosofica per esempio, si limita a reprimere la concupiscenza del bere e del mangiare, in guisa da prevenire ogni eccesso, capace di nuocere alla salute, e di turbare la ragione; è il terra terra della virtù. La temperanza soprannaturale va più oltre. Essa conduce l’uomo a castigare il suo corpo ed a ridurlo in servitù, mediante l’astinenza nel bere e nel mangiare e di ciò che può lusingare i sensi. È la verità della virtù, la ratifica dell’ordine, mediante la subordinazione, completa della carne allo spirito, e dello spirito a Dio. Lo stesso è delle altre virtù. [S. Th., l a, 2ae, q. 63, art. 4, corp.]. – La differenza tra le virtù naturali e le virtù soprannaturali ci è nota. Ma in che cosa diversificano queste ultime da’ doni dello Spirito Santo? Questa questione è senza dubbio una delle più importanti che noi abbiamo da trattare. Nettamente risoluta, essa getta una gran luce sulla natura delle operazioni successive, per le quali lo Spirito Santo sviluppa in noi l’essere divino; mostra il nesso che le unisce senza confonderle; e fa risaltare con splendore l’azione necessaria di ciascuna. I seguenti capitoli saranno consacrati allo studio di questo meraviglioso lavoro, la cui cognizione chiamerà sulle nostre labbra l’esclamazione del Profeta: “Ammirabile è Dio nei suoi santi, ed è santo in tutte le opere sue”. [Ps. LXVII, 36]

 

Spirito Santo: IV creazione: il Cristiano (2).-

Spirito Santo: IV creazione: il cristiano (2).-

Svolgimento del cristiano.

[Mgr. J.-J.Gaume, Trattato dello Spirito Santo: capp. XXI, XXII, XXIII  -Firenze 1887]

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(In questi capitoli che riguardano ancora la “quarta creazione” dello Spirito Santo, cioè il Cristiano, viene tratteggiata con chiarezza una “aritmetica spirituale”, che nella sua linearità, semplicità ed evidenza, fa impallidire tutti i sistemi umani escogitati da presunti sapienti, che nulla hanno potuto comprendere della Sapienza divina se non marginali dettagli, male interpretati ed utilizzati; in particolare viene destituita di ogni fondamento razionale, la numerologia della “scimmia” di Dio, piatto forte della “cabala spuria”, veleno che, con i suoi simboli, segni e cifre, attossica i popoli cristiani che, ignari, cadono nella ennesima rete tesa loro, mediante servi occulti, sedicenti “illuminati”, dal “signore dell’universo”! [N.d.r.] Mettiamoci comodi e gustiamoci, centellinandole, queste leccornie spirituali che edificano la mente e lo spirito, confermandoci sempre più nella fede all’unico vero Dio, Uno e Trino, Creatore dell’universo e di ciò che contiene, e nella sua unica e vera CHIESA, la Chiesa di Gesù-Cristo, guidata dal “vero” romano Pontefice, la Chiesa Cattolica romana, unico mezzo attraverso il quale si giunge alla salvezza eterna.)

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Il cristiano riceve la vita nell’acqua del Battesimo: tale è il primo articolo della fede cattolica e la quarta creazione dello Spirito Santo nel nuovo Testamento. La vita del cristiano è la grazia. La grazia è il tesoro di tutte le ricchezze. Con essa e per essa noi possediamo tutte le virtù soprannaturali infuse, intellettuali e morali: le tre virtù teologali, le quattro virtù cardinali, madri di tutte le altre; lo Spirito Santo medesimo in persona con tutti i suoi doni. Ciò essendo, che cosa manca al cristiano? Tutto quello che manca al bambino che é nato. O sia figlio di povero o figlio di re, mancano ad esso i mezzi di conservare la vita, della quale è in possesso. Cosi del cristiano. Possessore di una vita divina, mancano a lui i mezzi di conservarla e di perfezionarla. Vediamo con quale liberalità lo Spirito Santo ha provvisto ai bisogni del bambino.- Noi accenniamo gli ineffabili misteri della grazia. Dinanzi a noi sta per rivelarsi tutto il sistema d’educazione o piuttosto di deificazione, posto in opera dallo Spirito Santo, per condurre il cristiano fino alla perfetta rassomiglianza col suo fratello maggiore, il Verbo fatto carne. Questo magnifico sistema racchiude i sacramenti, le virtù, i doni, le beatitudini ed i frutti. Disposti con una meravigliosa sapienza, questi mezzi conservatori e deificatori, si sovrappongono, s’incatenano, si prestano un mutuo concorso, e fanno dello svolgimento del cristiano il capo d’opera dello Spirito Santo, la sua opera propria o, come dice san Paolo, la costruzione di Dio: Dei “aedificatio estis”. E prima di tutto non basta avere la vita, bisogna conservarla e svilupparla. Tale è il fine dei Sacramenti. – « I sacramenti della nuova legge, dice san Tommaso, sono istituiti per un duplice scopo: guarire le malattie dell’anima, e darle la forza di compiere gli atti della vita cristiana. Senza dubbio la grazia, considerata in generale, perfeziona l’essenza dell’anima, dandole una certa somiglianza all’essere divino. Ora, dall’essenza dell’anima derivano le sue potenze: ne risulta che perfezionando l’essenza dell’anima, la grazia comunica alle sue potenze nuove perfezioni. Queste perfezioni, chiamate virtù e doni, le rendono capaci delle loro funzioni particolari; ma non basta. Vi sono nella vita cristiana certi atti speciali per i quali un effetto particolare di grazia è necessario. I sacramenti sono stabiliti in vista di questi atti speciali, a fine di comunicare al cristiano il peculiare aiuto di cui ha bisogno per compierli. Per conseguenza siccome le virtù e i doni aggiungono qualche cosa alla grazia, considerata in generale, cosi la grazia sacramentale aggiunge alla grazia in generale, alle virtù e ai doni una forza divina in rapporto con ciascun sacramento, » [“Sacramenta novae legis ad duo ordinantur, videlicet; ad remedium contra peccatum et ad perfìciendam animam in his qua e pertinent ad cultum Dei secundum ritma christianae vitae”. m p., q. 68, art. 1 corp. – “Ita gratia saeramentalis addit super gratiam communiter dictam et super virtutes et dona, quoddam divimim auxilium ad consequendum sacramenti finem”. Id., art. 2, corp]. I sacramenti sono stabiliti per guarire le infermità dell’anima; ma come raggiungono essi il loro fine? Il Battesimo è stabilito contro il difetto di vita divina: la Confermazione, contro la debolezza naturale ai bambini; l’Eucaristia, contro le cattive inclinazioni del cuore: la Penitenza contro il peccato mortale o la perdita della vita divina; l’estrema Unzione, contro i residui dei peccati e i languori dell’anima; l’Ordine, contro l’ignoranza e la dissoluzione della società cristiana ; il Matrimonio, contro la concupiscenza personale e contro l’estinzione della Chiesa che sarebbe la cessazione della vita divina sulla terra. [“Baptismus est directe contra culpam originalem; poenitentia, contra culpam actualem mortalem; estrema unctio, contra culpam venialem; ordo, contra ignorantiam; matrimonium, contra cuncupiscentiam; eucharistia, contra malitiam; confirmatio: contra infìrmitatem”. Conc. Vaur., 1368, c. X, et S. Thom., III p., q. 65, art. 1, corp.]. – Questo è appunto l’insieme più completo dei rimedi preservativi e curativi di tutte le infermità dell’anima, compresavi la morte medesima. Chi l’ha concepito, chi l’ha stabilito e chi le ha dato l’efficacia? Lo Spirito Santo. – Ma non è che metà dell’opera sua. Rimane da svolgersi la vita divina. Come la vita naturale, cosi la Vita soprannaturale si svolge mediante gli atti. Quali sono gli atti speciali della vita cristiana, pei quali la grazia dei sacramenti è indispensabile? In virtù della mirabile uniformità che regna tra l’ordine spirituale e l’ordine materiale, questi atti sono nel numero di sette e corrispondono ad altrettanti atti analoghi della vita corporea. Nell’ordine naturale, bisogna che l’uomo nasca, che si fortifichi, che si nutrisca, che guarisca, che mantenga la sua salute e che divenga membro della società, tanto per dirigerla, come per conservarla. Parimente, nell’ordine soprannaturale bisogna che il cristiano viva da figlio di Dio. La grazia propria del battesimo gli dà e la nascita divina e lo spirito del Cristianesimo. – « La misericordia di Dio ci ha salvato, dice l’Apostolo, mediante la lavanda di rigenerazione e di rinnovellamento dello Spirito Santo ; cui egli diffuse in noi copiosamente per Gesù Cristo salvator nostro. » [Ad. Tit, III, 5, 6]. – Bisogna eh’ egli acquisti le forze convenienti per sopportare la fatica del dovere, e sostenere le battaglie della virtù. La confermazione gli comunica lo Spirito Santo come principio di forza. Di qui quella parola di Nostro Signore ai suoi discepoli già battezzati : « Io manderò sopra di voi il promesso dal Padre mio. Trattenetevi dunque in città fino a tanto che siate rivestiti di virtù dall’ alto. » [Luc., XXIV, 49]. Occorre che egli si nutrisca di un cibo relativamente alla sua vita divina. L’Eucaristia gli dà questo cibo : « Io sono il pane vivo, che sono disceso dal cielo, dice il Verbo incarnato; se poi non mangerete la carne del Figliuolo dell’uomo, e non berrete il suo sangue, non avrete in voi la vita. [Joan., VI, 51-54]. » Nascere, crescere e mantenere la sua vita basterebbe all’uomo, se corporalmente e spiritualmente egli possedesse una vita impassibile. Ma siccome egli va soggetto ad infermità gravi e frequenti, ha bisogno di rimedi. S’egli perde la salute, la penitenza glie la rende, secondo queste parole: « Guarite l’anima mia perché io ho peccato. I peccati saranno rimessi a chi voi gli rimetterete.1 » [Ps. XL. – Joan.. XX, 23]. – Se le sue forze sono alterate da languori e dalle infermità, egli ne ritroverà la pienezza nell’estrema unzione. Questo sacramento purifica l’uomo dagli avanzi del peccato, lo fortifica nell’ ultimo combattimento e lo prepara ad entrare in possesso della gloria eterna. « Se vi è tra voi chi sia malato, dice san Giacomo, chiami i preti della Chiesa e facciano orazione sopra di lui, ungendolo coll’olio nel nome del Signore, e se trovisi con dei peccati gli saranno rimessi.2 » [Jac., V, 14]. – Nei cinque primi sacramenti, il cristiano trova tutti gli espedienti necessari agli atti della vita individuale. Come Essere sociale, bisogna che compia i doveri della società della quale è membro. I due ultimi sacramenti gliene forniscono i mezzi. Due cose sono essenziali a qualunque consorzio umano; la direzione e la conservazione. Occorrono uomini pubblici incaricati di condurre gli altri. – Il sacramento dell’ordine dà dei ministri alla Chiesa e delle guide ai fedeli. « Ogni pontefice, dice l’apostolo, preso di tra gli uomini è preposto a pro degli uomini a tutte quelle cose che Dio riguardano, affinché afferisca doni e sacrifici pei peccati. » [Hebr., V, 1,2] – Ci vogliono delle famiglie per perpetuare la società: nel consacrare l’unione degli sposi, il sacramento del matrimonio arreca loro le grazie necessarie per adempiere cristianamente ai loro doveri, perpetuare la Chiesa e popolare il cielo. Quindi quella parola di san Paolo ; « Il matrimonio è un gran sacramento in Gesù Cristo e nella Chiesa. » [Eph., V, 32. Et S. Th., III p., q. 65, art. 1, corp.]. -Da ciò che precede vediamo in complesso la ragione d’essere di ciascun sacramento e il posto che occupa nel disegno del nostro svolgimento divino.-Tutti, come il battesimo, ci comunicano la grazia, e per conseguenza lo Spirito Santo che ne é inseparabile; ma in ciascun sacramento questa comunicazione ha un fine speciale, relativamente ai bisogni della nostra vita spirituale. Ne risulta che per la grazia multiforme dei sacramenti, lo Spirito Santo dà al cristiano la vita divina con i mezzi di conservarla e di farne gli atti. In questa guisa viene adempita la prima parte della missione del Verbo incarnato che diceva: Io sono venuto affinché essi abbiano la vita: “Ego veni ut vitam habeant”. Come si compie la seconda, cioè: affinché essi l’abbiano più abbondantemente, “et ut abundantius habeant”. Sta scritto che l’unigenito Figliuolo di Dio cresceva in età e in sapienza dinanzi a Dio e dinanzi agli uomini: cosi il cristiano, suo fratello, deve seguire lo stesso progresso. Nel concetto divino, lo sviluppo della vita della grazia deve andare grado a grado a diffondersi nella vita della gloria: “Gratia inchoatio gloriae”. La pure non si arresterà. Al contrario salirà essa di continuo, di perfezioni in perfezioni, di felicità in felicità, per i secoli dei secoli. Per quali modi lo Spirito vivificatore procura Egli queste ascensioni del tempo, preludio delle ascensioni dell’eternità? attivando il germe di vita che Egli ha posto in noi, in modo da fargli accordare tutto ciò che Egli può dare. Ora come abbiamo veduto, la grazia è un principio divino, il quale opera sull’essenza stessa dell’ anima e su tutte le sue potenze. Come principio di una forza e di una fecondità incalcolabile, Egli produce nell’ uomo effetti molteplici, sovrumani, teandrici. – In ragione del duplice destino dell’uomo, la grazia si divide in due grandi specie. Il cristiano non è un essere isolato, ma un essere sociale; più sociale, se è lecito dirlo, di tutti gli altri uomini, poiché appartiene alla società universale, il cui scopo è di fare dell’umano genere un sol popolo di fratelli. Senza dubbio, dovrà egli lavorare alla deificazione personale; che è la prima legge del suo essere. Ma come figlio della Chiesa dovrà altresì, nei limiti della sua vocazione, lavorare per la gloria di sua madre e alla deificazione dei suoi fratelli. – Quest’è una nuova legge alla quale non può sottrarsi. Essa è talmente imperiosa che, qualunque cosa faccia, ogni uomo è necessariamente medium: medium del Verbo santificatore, o medium di Satana corruttore. Quindi due sorta di grazie, ovvero due applicazioni della grazia, la grazia santificante e la “gratis data. Intorno a questo principio fondamentale ascoltiamo l’Angelo della scuola : « Tutte le opere di Dio, dice san Tommaso, sono fondate nell’ ordine. Ora, è legge dell’ordine universale che certe creature siano ricondotte a Dio per mezzo di altre creature. La grazia, avendo per iscopo di ricondurre l’uomo a Dio, segue le leggi dell’ordine, ciò é dire che essa riconduce a Dio certi uomini, per mezzo di altri uomini. Quindi due sorte di grazie. La prima che unisce l’uomo a Dio si chiama grazia, gratum faciens, perchè essa ci rende gradevoli presso Dio. La seconda, mediante la quale 1’uomo aiuta il suo fratello a venire a Dio, si chiama “gratia gratis data”, perché essa non ha per iscopo la santificazione personale di colui che la riceve, e che non gli è punto data in vista dei suoi meriti. » [“Secundum hoc igitur duplex est gratia. Una quidem, per quam ipse homo Deo conjungitur, quae vocactur gratia gratum faciens. Alia vero, per quam unus homo cooperatur alteri ad hoc quod ad Deum reducatur”. I, II, q. 111, art. l, corp.]. – Da questa unica sorgente della grazia, divisa in due fiumi inessiccabili, escono tutte le meraviglie del mondo cristiano, meraviglie di virtù private, che hanno Dio e gli Angeli per testimoni; meraviglie di splendide virtù che hanno il genere umano per ammiratore; virtù private, brillante famiglia di perfezioni che completandosi le une con le altre, portano il cristiano al più alto punto di rassomiglianza con Dio [Conc. Trid., sess. VI, c. 7]; virtù pubbliche che fanno risplendere sulla fronte della Chiesa 1’incomunicabile sigillo della verità; virtù pubbliche e private di cui vive, senza saperlo, il mondo medesimo ; imperocché egli vive dello Spirito Santo e di Lui solo. Presentiamo in iscorcio il quadro di tutte queste meraviglie. Egli ci farà ad un sol colpo d’occhio, cogliere l’insieme degli elementi di cui si compone la nostra generazione divina, e l’ordine perfetto nel quale essi si coordinano. Il conte de Maistre dice che il corpo umano apparisce più meraviglioso sulla tavola anatomica che nella più bella attitudine della vita. Cosi è del cristiano. Meglio di tutto il resto, l’anatomia di questo capolavoro dello Spirito Santo ne riveste l’ammirabile bellezza, perché essa pone alla scoperto, nelle sue misteriose operazioni, la sapienza dell’Artefice che l’ha formato. – Ecco, secondo i maestri della scienza, un saggio di autopsia cattolica: o se si vuole, l’indicazione dei gradini della scala misteriosa, per la quale l’uomo sale dalla terra al cielo: e di figliuolo d’Adamo diventa figliuolo di Dio. – Mediante il battesimo lo Spirito Santo comunica all’anima la vita soprannaturale; mediante gli altri Sacramenti. – Ei la fortifica e la conserva. Ma come il chicco del grano non è affidato alla tèrra che per propagarsi in mèssi, cosi l’elemento soprannaturale non è depositato nell’anima se non che per manifestarsi con abitudini soprannaturali, e queste abitudini si chiamano “Virtù”. Come i Sacramenti, le Virtù sono in numero di sette : tre Teologali e quattro Cardinali. Alle virtù si aggiungono i “Doni”. Come ispirazioni permanenti dello Spirito Santo essi perfezionano le virtù, comunicando in loro un nuovo impulso, una energia più sostenuta, una tendenza più eminente. Se ne constano sette: e formano, dice un Concilio, le sette grandi santificazioni del cristiano. [“Haec dona, juxta sacras scripturas, consimiliter septem esse asserimus, quasi septem sanctifìcationes fìdelium mentium”. Conc. Vaur., c. I]. – Aiutato da questi mezzi potenti, il cristiano è in stato di credere come conviene gli articoli del simbolo, e di praticare i precetti del decalogo, ciò che è il fine della vita e il principio della gloria. Notiamo di passaggio col Concilio già citato, che il simbolo si divide naturalmente in sette articoli relativi alla SS. Trinità, e sette relativi al Figliuolo di Dio fatto uomo. Parimente i dieci precetti del decalogo si riferiscono alle sette virtù teologali e cardinali. Arrivato alla perfezione della vita divina, rimane al cristiano il mantenervisi, poiché da sé medesimo non è capace. La sua naturale debolezza unita agli’assalti incessanti dei suoi nemici, l’espone di continuo a cadere. La grazia che abbiamo vista manifestarsi in virtù e in doni, si manifesta qui in preghiere. Le sette domande della orazione domenicale corrispondono ai sette Doni dello Spirito Santo. Tutte le volte che noi pronunziamo quest’adorabile orazione, chiediamo la conservazione e l’accrescimento di questi doni divini; e lo stesso Spirito Santo onde renderla efficace la dice nell’anima del cristiano, con gemiti da non potersi narrare. I sette Doni dello Spirito Santo conservati e fortificati dalla preghiera divengono nelle mani del cristiano come tante armi di precisione contro i suoi nemici. Satana ci assale con sette armi che appellansi i sette peccati capitali. I sette doni dello Spirito Santo ne formano adeguata opposizione. – Dichiarando coraggiosamente questi nobili combattimenti della virtù il cristiano si mantiene ordinato. – L’ordine gli procaccia la pace con Dio, co’ suoi fratelli e con sè medesimo, e questa pace dà nascimento alle sette “beatitudini. – Finalmente glorioso sarà il frutto di buone fatiche, secondo la parola della Scrittura: Bonorum enim laborum gloriosus est fructus. [Sapien. III, 15]. Ora, poiché non vi sono fatiche migliori di quelle che si compiono nel vasto campo della vita spirituale, a queste nobili fatiche corrispondono i dodici frutti dello Spirito Santo. Questi frutti deliziosi danno all’anima che se ne ciba, un saggio di quello che tutti gli racchiude, il frutto cioè della vita eterna: Fructus in vìtam aeternam. Allorquando verrà la fine dei tempi, il cristiano, deificato dallo Spirito Santo, entrerà in possesso di questo frutto incomparabile, la cui vista, il gusto, il godimento, inonderà di delizie indicibili: imperocché questo frutto sarà Dio medesimo, veduto, gustato, posseduto senza timore, con un amore senza limiti. [Additiamo qui la frequente ripetizione del numero sette negli elementi della nostra santificazione. Più sotto cercheremo di dare la ragione di questa ripetizione misteriosa. “Articuli Symboli pertinentes ad deitatem sunt septem…. Articùli autem ad naturam a Filio Dei assumptam, sunt septem…. Virtutes theologicae cum cardinalibus, totidem. Sacramenta Ecclesiae totidem. Dona Spiritus sancti, totidem. Petitiones in dominica oratione contentae, totidem. Vitia capitalia, totidem”. Conc. Vaur. c. I. —- Intorno al numero dodici che misura i frutti dello Spirito Santo, bisogna notare due cose: la prima, nella Sacra Scrittura il numero dodici indica la perfezione assoluta. La seconda, ciascun dono avendo parecchi atti, il numero dei frutti supera necessariamente quello dei doni. Per non ne citare che un esempio : dal dono di pietà escono le sette opere di misericordia corporale, e le sette opere di misericordia spirituale; ciò che costituisce la perfezione della carità]. – Pur tuttavia noi non conosciamo ancora, fuorché gli effetti della grazia santificante, principio della deificazione personale del cristiano. Per dare un’idea completa dei tesori diffusi dallo Spirito Santo nell’anima battezzata, bisogna mostrare gli effetti della grazia gratuita. Il cristiano, come essere sociale e figlio della Chiesa, deve, lo ripetiamo, travagliare alla gloria della madre sua e alla deificazione dei suoi fratelli. A questo scopo tre cose sono indispensabili: conoscere a fondo le verità cristiane, a fine di ammaestrarne gli altri; essere in stato di provarle, senza di che l’insegnamento sarebbe inefficace; avere il talento di esprimerle per far gustare la dottrina. 2 S. Th., l a 2ae, q. 111, art. 4, Corp.]. – Tali sono gli effetti della grazia “gratis data”. Essi comprendono, come il fine comprende i mezzi, tutti i doni esteriori enumerati da san Paolo. « A ciascuno, dice egli, è data la manifestazione dello Spirito Santo per utilità. E all’uno è dato per mezzo dello Spirito il linguaggio della sapienza; all’altro poi il linguaggio della scienza secondo il medesimo spirito. A un altro la fede; a un altro il dono delle guarigioni; a un altro l’operazione dei prodigi; a un altro la profezia; a un altro la discrezione degli spiriti ; a un altro ogni genere di lingue; a un altro l’interpretazione delle favelle. » [I Cor., XII, 7, 10]. – Comuni a tutti i cristiani, poiché tutti debbono travagliare alla salute de’ loro fratelli, questi doni sono loro comunicati in differenti proporzioni, secondo la vocazione di ciascuno. Da prima il dono d’insegnare la verità. Egli suppone una cognizione della religione superiore a quella che basti per la salute. Quindi la fede, cioè dire in complesso una vista chiara, ed una certezza incrollabile delle cose invisibili, principio dell’insegnamento cattolico. Inoltre bisogna conoscere le principali conseguenze di questi principi. Di qui il “linguaggio della sapienza” che é la estesa cognizione delle cose divine. – Fa d’uopo possedere altresì una grande abbondanza di fatti e di esempi spesso necessari per dimostrare le cause; quindi il “linguaggio della scienza” che è la cognizione delle cose umane, attesoché il mondo invisibile si rivela agli occhi nostri mediante il mondo visibile. In seguito viene il dono di provare. Nelle cose che sono del dominio della ragione, la prova della dottrina insegnata si fa per via del ragionamento. Nelle cose dell’ordine soprannaturale, con mezzi riservati alla potenza divina. Questi mezzi sono miracoli e profezie. Contrariamente a tutte le leggi della natura, rendere la sanità agli infermi, la vita ai morti : miracolo. Di qui la “grazia delle guarigioni”. Manifestare l’onnipotenza di Dio, fermando il sole, per esempio, ovvero dividendo le acque del mare: miracolo. Quindi la grazia dei prodigi. A queste prove dell’onnipotenza di Dio sul mondo materiale, deve qualche volta unirsi la prova della sua conoscenza infinita del mondo morale. Quindi la grazia della profezia, che é la conoscenza dei futuri contingenti. Di qui ancora la grazia del discernimento degli spiriti, vale a dire la cognizione dei segreti i più reconditi del cuore. Finalmente il dono di comunicare. Esso può essere considerato sotto un duplice aspetto: il primo, dal punto di vista della lingua nella quale il dottore della verità dee parlare, e del modo con cui deve parlare. Da ciò il dono delle favelle e la grazia del linguaggio, che insegna il vero significato delle parole di una lingua straniera. [Vedi S. Th, l a, 2ae, q. 111, art. 4, corp.]. -Tale è il rapido quadro della formazione del cristiano mediante lo Spirito Santo. Noi domandiamo al filosofo, qualunque si sia, se nelle sue investigazioni ha mai trovato, se nelle sue meditazioni ha mai concepito nulla di così magnifico, di cosi completo e di meglio legato di questo complesso di mezzi, mediante i quali si sviluppa in ciascuno di noi il principio divino, e con i quali noi medesimi lo sviluppiamo negli altri, sino alla misura del Verbo incarnato nella sua età perfetta? Quando si pensa che, a malgrado di tutte queste perfezioni, il cristiano quaggiù non è che un Dio cominciato, qual lingua può dire le sue glorie, allorché in cielo sarà un Dio consumato? « Carissimi, scrive san Giovanni, noi siamo adesso figliuoli di Dio ; ma non ancora si è manifestato quel che saremo. Sappiamo che quand’egli apparirà, saremo simili a Lui; perché lo vedremo qual egli è . 1 » [I Ep., III, 2. — I d . , E v . XXII, 20]. – Per apprezzare come conviene un superbo edifizio non basta conoscere i ricchi materiali di cui è composto; fa d’uopo sapere in quali proporzioni, con qual arte, secondo quali calcoli sono stati posti in opera. Abbiamo enumerati gli elementi che entrano nella formazione del cristiano, o, per ricordare una figura dei sacri libri, i materiali impiegati dallo Spirito Santo nella costruzione del suo tempio vivente. Ma qui non è che una parte delle meraviglie che noi dobbiamo ammirare. -Per conoscerle tutte, bisogna studiare le matematiche divine, secondo le quali ha lavorato l’abile artefice. – Ora, in ciò che precede si è certamente notato l’uso del numero dieci e del numero dodici. Ma come non essere stati colpiti dalla ripetizione costante del numero sette? La struttura del cristiano sembra basarsi in grande su questo numero. Se vi sono dodici articoli nel simbolo, dodici frutti dello Spirito Santo e dieci precetti nel decalogo, vi sono altresì sette sacramenti, sette virtù madri, sette domande nel Pater, sette doni dello Spirito Santo, sette beatitudini, sette peccati capitali, sette opere di carità corporale e sette opere di carità spirituale. – Credere che questo numero sia arbitrario, sarebbe un errore. La sapienza infinita ha presieduto alla formazione del mondo spirituale con più cura, se é possibile, che alla creazione del mondo fisico. Se questo numero non è arbitrario, se non può esserlo, quale n’è la significazione misteriosa? Perché ritorna egli cosi sovente nell’opera più degna di Dio? Per rispondere è necessario balbettare alcune parole intorno alla scienza dei numeri sacri e del numero sette in particolare. – Questo studio non è una digressione. Non abbiamo da seguire lo Spirito Santo nelle sue vie, e fare ammirare i calcoli dell’adorabile operaio che ha fatte tutte le cose con misura, numero e peso? [“Omnia in mensura, et numero, et pondero disposuisti.” Sap., xi, 21]. – Oggi, d’altronde, che il materialismo più non vede nei numeri altro che delle cifre, é egli fuor di proposito ricordare, almeno di passaggio, una scienza familiare ai primi cristiani, filosofica fra tutte, ricca di profonde vedute, e risplendente di magnifiche armonie?

I Numeri.

La scienza dei numeri, che non bisogna confondere con l’arte del calcolo, non è una scienza immaginaria. Chi oserebbe tassare in tal modo una scienza che fu, sino dalla più remota antichità, l’oggetto dello studio e dell’ammirazione dei veri filosofi? Uno dei più grandi geni che siano comparsi nel mondo, sant’Agostino, la coltivava con una specie di passione. Questo stesso ardore era per lui il termometro del sapere e il segno del genio. « A misura, dice egli, che l’uomo dotto e l’uomo di studio si liberano della materialità che gli circonda, quanto più essi vedono chiaramente il numero e la sapienza, tanto più essi amano l’uno e l’altro. » [“Docti et studiosi, quanto remotiores sunt a labe terrena, tanto magis et numerum et sapientiam in ipsa veritate contuentur et utrumque carimi habent”. De lib. arbitr., lib. II, c. XI, n. 31, 32, opp. t. I, p. 875-976]. – Queste parole dell’ illustre dottore significano che agli occhi del genio purificato, i numeri, formanti la parte più eminente della scienza umana, sono la base dell’universo, le leggi che presiedono alla sua conservazione. Fatto per essi, per essi sussiste, ad essi egli deve tutta la sua bellezza. « Considerate, continua il gran vescovo, il cielo e la terra, il mare e tutto ciò che racchiudono; ciò che brilla al disopra del vostro capo, o che striscia a’vostri piedi, o che vola nell’ aria, o che nuota nelle acque: tutte queste cose sono belle, perché hanno dei numeri; togliete i numeri, esse perdono all’istante la bellezza e la vita.1 » [S. Aug., De Ub. arbitr., ubi supra, p. 982]. – Niente di più vero. Togliete il numero dal firmamento e voi avete la scossa e la rovina degli astri. Togliete il numero dalla terra, dal mare, dagli elementi, da tutte le creature, voi non avete più né ordine, né armonia, né esistenza, poiché l’ordine, l’armonia, l’esistenza riposano essenzialmente sopra tanti numeri, vale a dire sopra tante proporzioni calcolate con precisione. In luogo suo che abbiamo noi? Il caos. Tra 1’ordine e il caos, tra la bellezza e la bruttezza, tra la vita e la morte, tra 1’armonia e il disaccordo, è il numero solo che costituisce la differenza. – Se le opere di Dio riposano sul numero, le opere del1’uomo, immagine di Dio, riposano altresì sul numero. Ogni operaio, ogni artista ha davanti agli occhi dello spirito un numero, cioè dire un complesso di proporzioni al quale egli conforma il suo lavoro. La sua intelligenza travaglia, la sua mano si affatica, i suoi strumenti si muovono finché l’opera esterna, di continuo guardata nel lume interiore del numero, non giunga alla perfezione e soddisfaccia lo spirito, giudice interiore che contempla il numero, modello dell’opera. Finche non vi giunge, voi avete un’opera imperfetta, e se mai se ne allontana affatto, voi avete una cosa mostruosa, una cosa senza nome, perché è senza numero. – Togliete per esempio il numero da una composizione musicale, voi avrete suoni discordanti e voci confuse. « Il numero, dice il Conte de Maistre, è la barriera evidente tra il bruto e noi…. Iddio ci ha dato il numero, ed è per il numero che a noi si mostra, come è per il numero, che l’uomo si mostra al suo simile. Togliete il numero, voi togliete le arti, le scienze, la parola e per conseguenza l’intelligenza. Riconducetelo, con esso ricompariscono le sue due figlie celesti, l’armonia e la bellezza. Il grido diventa canto, il rumore riceve ritmo, il salto è danza, la forza si chiama dinamica, e le linee sono tante figure. » – Non solamente le opere dell’ uomo riposano come quelle di Dio sul numero,- ma sono fatte col numero. Ciò che mette in movimento le membra dell’operaio, è il numero; imperocché esse si muovono in cadenza. Se voi attribuite al piacere il movimento misurato delle sue membra, voi avete il ballo. Cercate ora ciò che piace nel ballo; il numero risponderà: sono io. – Contemplate la bellezza delle forme nel corpo: chi la costituisce? i numeri che rimangono fissi nello spazio. La bellezza del movimento nel corpo a che cosa è dovuta? ai numeri che si muovono nel tempo. Così succede di tutte le opere dell’uomo, come di tutte le opere di Dio. Il numero, e il numero solo, dà loro l’essere e la bellezza. [(Sapientia) dedit numeros omnibus rebus, etiam infìmis. S. Aug., ubi supra, p. 976. — “Tolle numerum in rebus omnibus, et omnia pereunt. Adirne saeculo computum, et cuncta ignorantia caeca complectitur. Nec differre potest a caeteris annnalibus, qui calculi nescit rationem”. Superi, De operib. sanctissimae Trinitatis, lib, LXII ; De Spirit. sanct., lib. VII, c. XIV]. – Come si vede la scienza dei numeri racchiude le leggi dell’ordine universale, come pure la rivelazione dei più profondi misteri. A ragione dunque i più bei geni se ne sono preoccupati. Se nei tempi moderni essa é caduta in dimenticanza, bisogna attribuirla alla debolezza della ragione, conseguenza inevitabile dello scadimento della fede. Il mondo è pieno di abbachisti, ma non abbiamo più matematici. Si disprezza la scienza dei numeri, perché, ridotta all’arte materiale del calcolo, essa è alla portata di tutti. Quanto alla vera scienza dei numeri, alla filosofia dei numeri, in una parola, alla matematica divina, la si dispregia; atteso che ella non ha una applicazione immediata agli interessi della vita animale, e che non può essere altro che il patrimonio di pochi. [“Multos novi numerarios et muneratores, vel si quo alio nomine vocandi sunt, qui summe ac mirabiliter computant: sapientes autem perpaucos”. S. Aug., ubi supra, p. 875]. – Cercare la scienza dei numeri, non è dunque tener dietro ad una chimera. Ma che cosa è il numero? I numeri sono nel tempo e nello spazio, ma non sono né il tempo, né lo spazio. I numeri sono indefiniti, immutabili, eterni. Non avvi potenza umana che possa cambiare l’ordine dei numeri, o violarne l’essenza. Chi può, per esempio, fare che il numero che segue l’uno non sia due, o che il numero tre sia divisibile in due parti eguali? [“Ergo aeternos esse (numero) non negas. Imo fateor. S. Aug., De Musica, opp., T.1, p. II, p. 870; Id., De morib. Manich. c. XL, opp. t. I, p. II, p. 1170; De civ. Dei, lib. XII, c. XVIII]. -Cosa è dunque il numero? « Se volete saperlo, risponde sant’Agostino, elevatevi al disopra delle opere di Dio, nelle quali il numero risplende da tutte le parti. Elevatevi al disopra dell’anima umana che in essa ha la vista interiore del numero. Andate sino a Dio: là nel santuario intimo della sapienza medesima, vedrete il numero eterno, tipo e sorgente di tutti i numeri. Ma la sapienza medesima esiste ella per il numero, o consiste nel numero? Io non oso affermarlo. » [“….Sapientiam existere a numero, aut consistere in numero, non ausim dicere”. De lìber. arbitr., ubi supra, p. 976]. – Una cosa é certa: se il numero nella sua essenza non è la stessa sapienza, realizzata nelle opere di Dio, ne è pero l’espressione la più perfetta. Un’ altra cosa è egualmente certa; vi sono dei numeri, soprattutto nella sacra Scrittura, che sono sacri e pieni di misteri. 22 [“Numeros in Scripturis esse sacratissimos et mysteriorum plenissimos, ex quibusdam quos inde nosse potuimus, dignissime credimus”. S. Aug., Quaest. in Gen., c. CLIII; opp. t. III, p. 657]. – La tradizione di tutti i secoli è unanime su questo punto. Sacri, poiché è Dio medesimo che gli ha fissati; pieni di misteri, perché sono le leggi venerabili dell’ordine morale, e l’espressione dei rapporti intimi tra l’uomo e le creature, tra Dio e l’uomo, tra il tempo e l’eternità. A questo doppio titolo essi sono degni di un profondo rispetto e di un ardente studio. – Quali sono questi numeri misteriosi e sacri? Se ne conta una quantità infinita. Nella sola costruzione del Tabernacolo, sant’Agostino ne conta più di venti che tutti son pieni di misteri. [“Magnum mysterium figuratimi est, quando jussum est tabernaculum fabricari. Multa ibi numerosa dieta sunt in magno sacramento. Serm. 88, c. VI, opp. t. V, p. I, p. 645. — S. Th., 2a 2ae, q. 87, art. 1, corp.]. – Ci basti studiarne qualcuno. I più notevoli sono : il numero tre, il quattro, il sette, il dieci, il numero dodici e i loro multipli. – Tanto nell’Antico che nel Nuovo Testamento, il numero tre ritorna più di 359 volte; il numero quattro, 165 volte; il numero sette 347 volte; il numero dieci 239 volte; il numero dodici 177 volte; il numero quaranta 152 volte, e il numero cinquanta 61 volte. -Se facciamo attenzione che la Bibbia è di tutti i libri conosciuti il solo che indichi costantemente e con una precisione, apparentemente minuziosa, i numeri delle cose, delle misure, degli anni; che la Bibbia è l’opera della sapienza infinita; che nulla vi è d’inutile; che tutto in essa è mistero e verità; che Dio ha fatto tutto con numero; come non riconoscere in questa ripetizione sorprendente, l’intenzione evidente d’ammaestrarci? Ma che cosa c’insegnano i numeri sacri? Secondo i Padri, e sant’Agostino in particolare, il numero tre c’insegna la SS. Trinità. In Dio, vi è unità, trinità, indivisibilità. Il numero tre è uno e indivisibile; per dividerlo bisogna frazionarlo, cioè dire romperlo e distruggerlo. Da Dio vengono tutti gli esseri. Dal numero tre, unità primordiale, derivano tutti i numeri. – II Dio uno e trino ha scolpito la sua impronta su tutte le sue opere. Di qui quell’assioma della filosofia tradizionale: Tutte te cose sono uno e tre: “Porro omnia unum sunt et trìa”. – Il numero tre, rivelatore del Dio creatore, redentore e santificatore, trovasi quasi ad ogni pagina della Scrittura. Inoltre il Dio uno e trino, Creatore, Redentore e Santificatore ha fatto tutto, e ancora fa tutto col numero tre. Nell’ordine fisico, col numero tre, il mondò è tratto fuori dal nulla. Noi vediamo il Padre che crea; il Principio o il Figlio pei quale è creato; lo Spirito Santo che feconda il caos. Col numero tre il mondo è salvato. Noè che deve ripopolarlo ha tre figli: trinità terrestre, immagine viva della trinità creatrice. – Nell’ordine morale tutta l’esistenza del popolo ebreo, figura di tutti i popoli, è basata sul numero tre. La sua nascita in Isaac ha luogo col numero tre. Per annunziarlo ad Abramo, tre personaggi misteriosi appariscono al patriarca che non ne adora che un solo. Tre misure di farina sono adoprate a fare il loro pasto. – La liberazione dell’Egitto si fa col numero tre. Mosè salvatore del popolo, è tenuto nascosto da sua madre durante tre mesi. Gli Ebrei domandano a Faraone il permesso d’internarsi nel deserto per tre giorni. – La religione è stabilita sul numero tre. Ogni anno Israele deve celebrare tre grandi solennità nell’unico tempio di Gerusalemme. Costantemente egli prescrive di offrire nei sacrifizi tre misure di farina. Tre imbasamenti di pietra pulita sostengono l’atrio interiore del tempio di Salomone, tre gradini di pietre segate, il grande spazio lo circonda al di fuori. Il mare di bronzo riposa sopra tre bovi rivolti ad Oriente, tre all’Occidente, tre a Mezzogiorno, tre a .Settentrione: trinità che sorregge tutto, che è dappertutto e tutto vede. – La società, con i diversi avvenimenti che la distinguono è regolata dal numero tre. Così tre città d’asilo sono al di qua del Giordano e tre al di là. Gli esploratori di Giosuè si nascondono tre giorni nelle montagne vicine a Gerico. La presa della città e la conquista della Palestina sono il risultato di quella misteriosa ritirata. – Col numero tre si compiono i miracoli consolatori e liberatori della sacra nazione. Per colmarla di abbondanti benedizioni, l’arca dimora tre mesi nella casa di Obededom. Elia si china tre volte sul figlio della vedova di Zarepta, per ridonarlo alla vita. Prima d’ essere favorito dalle sue grandi rivelazioni, Daniele dee digiunare tre settimane, e tre volte al giorno voltarsi verso Gerusalemme per adorare. A fine di forzare Nabuccodonosor a confessare pubblicamente il vero Dio, tre fanciulli sono gettati nella fornace. Un soggiorno miracoloso di tre giorni dentro le viscere di una balena dee servire di credenziale a Giona a preparare la conversione di Ninive. Avanti di presentarsi ad Assuero, Ester ordina agli Ebrei tre giorni di digiuno: essa è obbedita; e contro ogni aspettiva, Israele, salvato dallo sterminio, diventa libero di rientrare nella terra de’ padri suoi. – Questi tratti sparsi segnalano l’ufficio continuo e sovrano del numero tre nell’antico mondo. Non meno interessante è il posto che esso tiene nel nuovo mondo. – L’incarnazione del Verbo è come la creazione del mondo rigenerato. L’augusto mistero si compie col numero tre. Il Padre copre Maria con la sua ombra onnipotente; lo Spirito Santo forma l’umanità del Figlio: il Verbo s’incarna. Quando é necessario manifestare il mistero rigeneratore e far conoscere il Figlio di Maria per il Padre del mondo nuovo, il numero tre ricomparisce con splendore sulle rive del Giordano: il Verbo è battezzato, il Padre Lo proclama suo Figlio, e lo Spirito Santo discende sotto la forma di una colomba. – Nel corso della sua vita mortale, il Redentore avrà bisogno di confermare la sua missione. Chi Gli renderà testimonianza in cielo e sulla terra, davanti agli Angeli e davanti agli uomini? Il numero tre. Cristo è la verità, dice san Giovanni, e ve ne sono tre che Gli rendono testimonianza in cielo: il Padre, il Verbo, e lo Spirito Santo: e ve ne sono tre che gli rendono testimonianza sulla terra: lo spirito, l’acqua e il sangue. [Joan., V, 7, 8]. Sul Tabor vuole egli manifestare la sua divinità: tre apostoli gli servono da testimoni. Nell’orto degli olivi egli deve mostrare in tutta la sua realtà la natura umana; tre apostoli gli servono ancora di testimoni, e questi stessi discepoli potranno affermare davanti all’universo intero ch’egli è Dio e uomo insieme. – Finalmente, quando è venuta l’ora in cui deve salvare il mondo col suo sangue, col numero tre si compierà il mistero, restando Gesù tre ore sulla croce e tre giorni nel sepolcro. – Come parteciperà l’umanità ai meriti del Redentore, e come di figlia di Adamo diventerà ella figlia di Dio? Per il numero tre. È in nome del Dio uno e trino che il mondo nuovo prenderà nascimento nelle acque battesimali, come il mondo antico l’aveva presa in nome dello stesso numero nelle acque primitive. Queste acque rigeneratrici chi le farà conoscere alle nazioni? Il numero tre. Pietro é a Cesarea: il vaso misterioso che gli annunzia la rovina del muro che separa il giudeo dal gentile, discende tre volte dal cielo, e tre uomini vengono a cercare il pescatore di Galilea per pregarlo di battezzare gli incirconcisi. – Il mondo è nato, ma bisogna che viva. Egli vivrà del numero tre. La fede, la speranza e la carità saranno il suo alimento divino sino alla fine del suo pellegrinaggio. La sua eterna dimora dovrà le sue perfezioni misteriose al numero tre. La Gerusalemme celeste ha tre porte all’oriente, tre all’occidente, tre al mezzogiorno, tre al settentrione. Perché in questi esempi e in cento altri che possiamo citare, il numero tre e non il numero quattro, cinque, sei o otto? Nessuno può dire che questo numero è arbitrario o forzato. Liberamente impiegato da una sapienza infinita esso racchiude un mistero. Questo mistero l’abbiamo indicato: il numero tre è il segnale rivelatore della Trinità. Adoprato nelle opere capitali dell’Onnipotente, la creazione, la redenzione, la glorificazione insegnano all’uomo creato, redento, glorificato di Chi egli sia opera, su qual tipo è stato formato, ed a Chi deve render gloria. – Per quanto umile sia ogni creatura, porta essa scolpito su di sé il numero tre, a fine di annunziare a tutti con quell’ impronta indelebile chi è il suo Autore ed il suo proprietario. Come per esempio il cervo di Cesare, il cui collare portava scritto: “Io appartengo a Cesare, non mi toccate; la pianta come l’animale dice all’uomo: io appartengo a Dio uno e trino, rispettatemi. [“Ternarius vero numerus Patrem et Filium et Spiritum Sanctum insinuate”. S. Aug., Serm. 252, c. X, t. I, p. 1521]. .-.-   Passiamo al numero quattro. Manifestandosi al di fuori, la SS. Trinità produce gli esseri creati, il tempo e lo spazio. Quest’ è che rappresenta il numero quattro, che segue immediatamente il numero tre e che ne procede. Diversamente dal numero tre, il numero quattro é divisibile. Tale è la condizione del tempo, e delle cose del tempo. Ciò nonostante, come avvi il tre in ciascuna creatura, avvi pure in ciascuna natura qualche cosa di indivisibile e d’immutabile: ed è l’essere. Da ciò deriva che, se tutto perisce, nulla rimane annientato. – Con le quattro unità di cui si compone il numero quattro, rappresenta la materia, composta di quattro qualità: altezza, lunghezza, larghezza e profondità: il mondo diviso in quattro punti cardinali; il tempo, formato di anni di cui ciascuno si decompone in quattro stagioni: “il numero quattro è dunque la misura e la legge delle cose create”. – A giudizio dei Padri, questa significazione del numero quattro, semplice o moltiplicato, è invariabile nella Scrittura. «Se il numero tre è il segno dell’eternità, il segno di Dio in tre persone e dell’anima in tre facoltà, il numero quattro, dice sant’Agostino, è il segno del tempo e della materia. » Come segno del tempo: l’anno di cui si compongono i secoli si divide in quattro parti: la primavera, l’estate, l’autunno e l’inverno. Questa divisione non è affatto arbitraria, atteso che essa segna dei cambiamenti palpabili nella natura. La scrittura conta pure quattro venti, sull’ ali dei quali si propagano in quattro canti del mondo, e i grani delle piante e il seme evangelico. » [“In quaternario numero est insigne temporum, etc.Serm. 552, c, X, t. I, p. I, p. 1521. — “Manifestum est ad corpus quateraarium numerum pertinere,propter elementa notissima quibus constat”. Enarrat. in ps. VI, t. IV, p. I, p. 32]. – Ammiriamo come il numero quattro completa l’insegnamento del numero tre. Questo, rivelatore della Trinità e dell’eternità, dice all’uomo, che Dio solo è indivisibile, immutabile ed eterno. Come segno della creatura e del tempo, il numero quattro gli dice, che il tempo e tutto ciò che appartiene al tempo, è divisibile, mutabile, perituro: che la terra è un luogo di passaggio; che noi vi siamo viandanti, e che la vita è un camminare continuo verso l’immutabile;22 [II tempo, questa immagine mobile dell’immobile eternità.]. – Ciò che insegna di per se stesso, il numero quattro continua ad insegnarlo per le sue quantità. Fecondato dai numero tre arriva a dodici. Fra tutti i numeri, il dodici è uno dei più sacri. Egli rappresenta la creazione tutta quanta, il tempo, lo spazio, vivificata dalla SS. Trinità e chiamata alla deificazione. Nel giorno del giudizio, dice il Verbo Creatore, Redentore e Santifìcatore, dodici seggi saranno preparati per i dodici Apostoli chiamati a giudicare le dodici tribù d’Israele. – « Che cosa significano questi dodici seggi, domanda sant’Agostino? Perché il numero dodici e non un altro? – Il mondo si divide in quattro parti, secondo i quattro punti cardinali. Di queste quattro parti, gli abitanti sono chiamati, perfezionati e santificati dalla SS. Trinità. Poiché tre volte quattro fanno dodici, voi vedete perché i santi appartengono al mondo intero, e perché vi saranno dodici seggi preparati ai dodici giudici delle dodici tribù d’Israele. Difatti, da una parte, le dodici tribù d’Israele rappresentano non solo l’universalità del popolo ebreo ma di tutti i popoli; dall’altra, i dodici giudici rappresentano l’universalità dei santi, venuti dalle quattro parti del mondo e chiamati a giudicare i peccatori venuti pure dalle quattro parti del mondo. Così dal numero dodici, sono rappresentati tutti gli uomini, giudici e giudicati, radunati dalle quattro parti. del mondo dinanzi al tribunale dell’Uomo-Dio. » [Enarrat. in ps. 49, c. 8, t. IV, p. 640] – Quante volte nel suo misterioso, ma eloquente linguaggio, il numero dodici ricorda questi grandi dommi della creazione degli uomini per mezzo della santa Trinità, della loro vocazione al battesimo per mezzo della medesima e del conto che avranno da rendere all’ultimo giorno, delle tre facoltà della loro anima che ne formano l’immagine della SS.Trinità! Noi gli vediamo scritti nei dodici figli di Giacobbe; nelle dodici tribù d’Israele; nelle dodici fontane del deserto, dove si dissetarono gli Israeliti, pellegrini della terra promessa; nelle dodici pietre preziose del razionale, sulle quali è scolpito il nome delle dodici tribù, nei dodici mortai d’oro per il servigio del tabernacolo; nelle dodici ampolle d’argento per le libagioni; nei dodici esploratori di Mose e nelle dodici pietre depositate nel letto del Giordano. – Noi gli troviamo più chiari ancora nei dodici Apostoli; nelle dodici sporte piene di avanzi di pani miracolosi, e nella celebre visione di san Pietro. « Il capo della Chiesa universale, dice sant’Agostino, vide un vaso simile ad un lenzuolo scendente dal cielo, sostenuto dai quattro canti ei nel quale si trovavano animali di ogni specie. La visione ebbe luogo tre volte. Quel vaso sostenuto dai quattro angoli era la figura del mondo diviso in quattro parti, e che doveva essere tutto evangelizzato: ecco perché sono stati scritti quattro Vangeli. – Questo vaso che scende tre volte dal cielo segna la raccomandazione che il Figlio di Dio fece a’ suoi apostoli, di battezzare tutte le nazioni nel nome del Padre e del Figliuolo e dello Spirito Santo. – « Di qui pure, il numero di dodici apostoli. Questo numero non è nient’affatto arbitrario. Che dico io? È talmente sacro, che bisognò completarlo dopo l’apostasia di Giuda. Ma perché dodici apostoli e non più di dodici? – Perché il mondo, diviso in quattro parti, doveva essere chiamato al Vangelo in nome della SS. Trinità. Ora, quattro moltiplicato per tre dà dodici: numero della Chiesa universale, nella quale sono gli ebrei ed i gentili figurati dagli animali di ogni specie, contenuti nel vaso misterioso. » [Enarrat, in ps, 103, t. IV, p. 1640]. – Le stesse verità proclamate dal numero dodici le vediamo ancora nei dodici giudici del mondo e le vedremo risplendenti di una nuova luce nei dodici fondamenti in pietre preziose e nelle dodici porte della Gerusalemme futura; nei dodici frutti dell’albero della vita, infine nelle dodici stelle che compongono in cielo l’eterna corona della Chiesa. – Questa non è però che una parte dei solenni insegnamenti dati dal numero quattro. Moltiplicato col numero dieci, altro numero sacro del quale parleremo in breve, quale insieme di leggi mirabili e rivelazioni feconde offre alla meditazione degli spiriti attenti! – « Il numero quaranta, dice sant’Agostino, segna la durata del tempo, durante il quale travagliamo sulla terra. » [“Quadragenarius numerus tempus hoc significat, in quo laboramus in saeculo”. Serm. 252, c. X, t. I, p. I, p. 1521]. – O gran genio che avete già visto, e come tutta la storia vi rende testimonianza! – Come tante energiche figure della vita dell’uomo quaggiù, delle sue fatiche e dei suoi patimenti, le acque del diluvio non cessano di cadere sulla terra, per quaranta giorni e quaranta notti. Il pericoloso viaggio degli esploratori di Mosè dura quaranta giorni. Mosè medesimo digiuna quaranta giorni sulla montagna, prima di ricevere la legge. Gli Ebrei, popolo tipo dell’umanità, errano quarant’anni nel deserto prima di valicare il Giordano. Durante quaranta giorni, il gigante Golia insulta il campo d’ Israele: figura trasparente del demonio, che insulta la Chiesa, per tutta la durata del suo pellegrinaggio. Davide regna quarant’anni: immagine del vero Davide, il cui regno abbraccia la totalità del tempo. – Elia nutrito di un pane miracoloso, digiuna quaranta giorni e quaranta notti, prima d’arrivare in cima del monte di Dio: è il cristiano fortificato dalla grazia, in cammino verso l’eternità. Il doloroso sonno d’Ezechiele per l’espiazione dei peccati di Giuda, dura quaranta giorni, durata totale della vita cristiana, definita dal concilio di Trento, una penitenza perpetua. Quaranta cubiti formano la lunghezza del tempio. Una dilazione di quaranta giorni è accordata a Ninive; è il tempo dato al genere umano per convertirsi. Avanti la presa di Gerusalemme fatta da Antioco, cavalieri e carri armati, attraversano il cielo per quaranta giorni. Il gran penitente del mondo, il Verbo incarnato, digiuna quaranta giorni; e dopo la sua resurrezione rimane sulla terra, istruendo i suoi discepoli durante quaranta giorni. – « I tre grandi digiuni di quaranta giorni, continua sant’Agostino, segnano tutta la durata del mondo e la condizione dell’uomo sulla terra. Mosè digiunando quaranta giorni è il genere umano sotto la legge; Elia digiunando quaranta giorni è il genere umano sotto i profeti; Nostro Signore digiunando quaranta giorni, è il genere umano sotto il Vangelo. Ora, siccome la vita dell’uomo sotto il Vangelo deve durare sino alla fine del tempo, il digiuno di Nostro Signore è stato perpetuato dalla Chiesa, a fine di avere tutto il suo significato. – Vedete come é ben posto! qual tempo meglio adattato per ricordarci la nostra condizione terrena, digiunando e mortificandoci, come i giorni vicini alla passione del Salvatore ? » [“In qua ergo parte anni congruentis observatio quadragesimae constitueretur, nisi confini atque contigua dominicae passionis?” Epist. XV, clas. 2, c. xv, t. 31, p. I, p. 207: Id., Serm, 51, c. XXII, t. V, p. I, p. 429].

Numero dieci e numero sette

Il numero quaranta rappresenta il tempo con le sue divisioni, le sue successioni, le sue penose fatiche e le sue lotte incessanti. Ma il tempo non è che il cominciamento della vita, e per il cristiano il vestibolo della beata eternità. Qual numero ricorderà all’uomo questa verità consolante? Il numero dieci aggiunto al numero quaranta. Questa addizione non ha d’arbitrario nulla di più degli altri calcoli sacri. I più grandi geni ne hanno riconosciuta la profonda giustizia. Secondo san Tommaso, il numero dieci è il segno della perfezione. – Perché? Perché è il primo e insuperabile limite dei numeri. Al di là di dieci, i numeri non continuano ma ricominciano da uno. [“Decima est perfectionis signum, eo quod denaxius est quodammodo numerus perfectus, quasi primus limes numerorum, ultra quem numeri non procedunt, sed reiterante ab uno”. 2a, 2ae, q. 87. art. 1, cor. ; et p. in, q. 31, art. 8, corp.]. Cosi in tutte le cose, allorché siamo arrivati alla perfezione non si continua, ma si ricomincia. L’orologiaio, per. esempio, che ha fatto una mostra perfetta, non continua a lavorarvi, ma ne ricomincia un’altra. Il fatto del numero dieci, come limite dei numeri, è di tutti i paesi e di tutti i tempi. Qual prova più evidente che esso non è arbitrario né di umana invenzione? Bisogna dunque riconoscere ch’è misteriosamente divino e divinamente misterioso. – Da ciò deriva, secondo il giudizio dei Padri, che nella Scrittura lo Spirito Santo l’usa cosi sovente, per notare la perfezione tanto in bene che in male. In nome d’Isaac, Abramo manda il suo servo Eliezer con dieci cammelli carichi di doni, a chiedere una sposa per suo figlio: quest’è il vero Isacco che cerca la Chiesa, la vera Rebecca, e gli offre come patto di nozze, i suoi dieci comandamenti, principio della sua deificazione. Dieci fratelli di Giuseppe vanno a cercare del grano in Egitto: quest’è l’universalità degli uomini che domandano il pane di vita al vero Giuseppe. Mosè riceve da Dio dieci comandamenti, né più né meno; è la perfezione della legge. – Dieci candelabri d’oro risplendono nel tempio di Gerusalemme, perfezione della luce la quale con i dieci comandamenti illumina la Chiesa, tempio augusto di cui Gerusalemme non era che la figura. Il salterio di David ha dieci corde; perfezione della lode. Dieci lebbrosi si presentano a Nostro Signore; è tutto il genere umano infermo, che implora la sua guarigione. Il principe del Vangelo distribuisce dieci monete ai suoi servi, per farle valere durante la sua assenza: dieci comandamenti sono dati a tutti gli uomini, per praticarli, e giungere alla perfezione. La bestia dell’Apocalisse ha dieci corni: simbolo della sua terribile potenza: e dieci diademi sul capo: segno dell’immensa estensione del suo impero. – Il numero dieci, preso in sé stesso come limite insuperabile dei numeri, è dunque il segno della perfezione. Se si aggiunge al numero quaranta, egli conserva la stessa significazione, ma diviene più evidente e si applica ad un ordine di cose più elevato. Quaranta e dieci fanno cinquanta: questo numero segna la riunione del tempo e dell’eternità. Lasciamo parlare sant’Agostino: « Il numero quaranta è la misura del tempo : epoca di sudori, di lacrime, di fatiche, di patimento e di doloroso pellegrinaggio nel deserto della vita. Ma allorché avremo ben compiuto il numero quaranta, camminando nella strada dei dieci comandamenti, riceveremo il denaro promesso alle buone opere. Cosi, al numero ben riempito di quaranta, aggiungete la ricompensa del danaro composto di dieci, ed avrete il numero di cinquanta. – Quest’è la misteriosa figura della Chiesa celeste, in cui Dio sarà lodato, senza interruzione, nei secoli dei secoli. – « Di quest’inni eterni, di queste pure gioie che niuno potrà rapirci, non ne godiamo ancora. Nonostante ne abbiamo una caparra, allorché durante i cinquanta giorni che seguitano la risurrezione del Salvatore, ci asteniamo dal digiunare e facciamo risuonare il giocondo alleluia, » [Enarrat. in ps. 150, t. IV, p.II, p. 2411, 2412; Serm. 252, c. XI, I, p. I, p. 1521; Id., Serm. 210, c. VI, p. 1342]. -Tutta la Scrittura conferma nel modo il più splendido la spiegazione dell’illustre dottore. L’arca, soggiorno di tutto ciò che dee sfuggire alla morte, è cinquanta cubiti di larghezza; il tabernacolo, immagine della Chiesa per la quale saranno salvi tutti gli eletti, ha cinquanta anelli per formare le cortine di porpora che la circondano. – Al momento della loro partenza gli Ebrei schiavi in Egitto, sacrificano l’agnello pasquale. Camminano quaranta giorni nel deserto e dopo dieci giorni di fermata a’ piè del Sinai; per conseguenza cinquanta giorni dopo la loro liberazione, ricevono la legge di timore, scritta da Dio medesimo sopra tavole di pietra, e portate dal monte da Mosè. Avviene la nuova alleanza. Il Figliuolo di Dio, il vero agnello pasquale è immolato, e cinquanta giorni dopo, la legge di carità, è data al mondo dallo Spirito Santo medesimo che lo scrive nei cuori. – La Pentecoste, cioè dire la cinquantina giudaica, pegno di felicità per la sinagoga, la Pentecoste cristiana, pegno di felicità per la Chiesa, e l’una come l’altra figura è arca di felicità della Gerusalemme futura! Questa misteriosa concordanza dei numeri rapisce d’ammirazione il gran vescovo d’Ippona. « Chi non preferirebbe, esclama, la gioia che cagionano i misteri di questi numeri sacri, allorquando sfolgorano di splendore della sana dottrina a tutti gli imperi del mondo anche i più floridi? Non vi pare egli che i due Testamenti, come i due serafini del tabernacolo, cantino eternamente le lodi dell’Altissimo e si rispondano dicendo: Santo, santo, santo, è il Signore Dio degli eserciti? » [E p i s t class. II, c. XVI, t. II, p. I, p. 208]. – Il numero cinquanta, formato di dieci e quaranta, racchiude un altro mistero di una bellezza sorprendente: “magnae significationis”, come dice parimente sant’Agostino. Il Redentore del mondo ordina agli Apostoli di gettare la loro rete a destra della barca. Essi obbediscono e riconducono centocinquantatre grossi pesci. Di nuovo, perché questo numero e non un altro? Quale ne è il significato; poiché ve ne ha uno, atteso che è determinato dalla sapienza infinita? «Tutti gli uomini, continua sant’Agostino, sono chiamati dalla Trinità a fine di vivere santamente il tempo della vita, rappresentato dal numero quaranta, e di ricevere la ricompensa segnata dal numero dieci. Ora il numero cinquanta moltiplicato per tre forma centocinquanta. Aggiungete il divino moltiplicatore, la SS. Trinità, tamquam multiplicaverit cum Trinitas, e voi avete centocinquantatre che è il numero dei pesci trovati nella rete, numero perfetto che comprende la totalità dei santi. » [“Quia in nomine Trinitatis vocati sunt omnes, ut in quadragenario numero bene vivant et denarium accipiant, ipsum quinquagenarium ter multiplica, et fìunt centum quinquaginta. Adde ipsum mysterium Trinitatis, fìunt centum quinquaginta tres, qui piscium numerus in dexfcra inventus est: in quo tamen numero innumerabilia suntmillia sanctorum”. Serm.252, c. XI, ubi supra]. – Tali sono i numeri o le proporzioni geometriche, secondo le quali è stata fatta, e nelle quali é rinchiusa la maggior opera di Dio: la salute dell’uman genere. – Ma per quali mezzi gli uomini pervengono alla salute? e questi mezzi riposano su dei numeri? quali sono questi numeri? Tutto il mondo conosce la parola del Verbo redentore: Se voi volete entrare nella vita, osservate i comandamenti. Ora i comandamenti sono in numero di dieci. Per essere del numero degli eletti fa d’uopo dunque tenersi nel numero dieci, come in una fortezza, vale a dire che i dieci comandamenti debbono essere il limite dei nostri pensieri e delle nostre azioni. – Ma da sé stesso l’uomo non può adempire i dieci comandamenti, ha bisogno della grazia. Chi la dà? Lo Spirito dei sette doni. Cosi per fare un santo, ci vogliono due cose: i dieci comandamenti e i sette doni dello Spirito Santo. “La salute riposa dunque sul numero dieci e sul numero sette”. Fa egli meraviglia che il capo d’opera della sapienza infinita riposi sul numero, poiché le creature più umili, come il moscerino e il filo d’erba sono state fatte con numero, peso e misura? Abbiamo già veduto che il numero dieci e il numero sette, riuniti, formano e comprendono tutti gli eletti; vale a dire tutti coloro che adempiono la legge con l’aiuto dello Spirito Santo. Sant’Agostino lo mostra ancor più chiaramente. « Difatti, egli dice, se voi sommate dieci e sette, aggiungendo le une alle altre cifre che le compongono, voi arrivate a centocinquantatre, ed avete, come è stato spiegato più sopra, la moltitudine innumerevole dei santi, designati dai centocinquantatre pesci. » [“Lex habet decem praecepta: Spiritus aùtem gratiae, per quam solam lex impletur, septiformis legitur…. Decem ergo et septem tenent omnes pertinentes ad vitam a et emani, id est legem implentes per gratiam Spiritus…. Si computes ab uno ad decem et septem fìunt centum quinquaginta tres, et invenies numerum saerum fìdelium atque sanctorum in eoelestibus cum Domino futurorum”. S. Aug., Serm. 248, c. iIV, t. V, p. I, p. 1499]. Ecco l’operazione: 1+ 2 + 3 + 4 + …. etc. + 17 = 153. (153 è uno di quei numeri detti: “numeri triangolari”, cioè il numero che risulta dalla somma di tutti i precedenti lo stesso. Il numero triangolare si ottiene dalla formula: n. x (n.+1) : 2 [nel nostro caso: 17 x (17+1) : 2 = 17×18 = 306:2 = 153] – n.d.r. -). – Se l’ordine morale, la virtù, la santità riposano sul numero dieci, combinato col numero sette, ne risulta che il segno del disordine morale o del peccato è il numero undici, e la totalità del disordine morale o del peccato, lo stesso numero moltiplicato per sette. (Non per nulla il numero 11 è in numero simbolico più impiegato da tutte le obbedienze della massoneria, sinagoga di satana– n.d.r.). Spieghiamo questo nuovo teorema della geometria divina. Siccome il numero dieci segna la perfezione della virtù sulla terra, e della beatitudine nel cielo, cosi il numero undici dee necessariamente indicare il peccato. Che cosa è infatti il peccato? È una trasgressione della legge. – Come il suo nome lo dice, la trasgressione ha luogo allorquando si esce dal limite del dovere, segnato dal numero dieci. Ora uscendo da dieci, il primo numero che si riscontra naturalmente, è l’undici. 11 [“Lex enim per decem, peccatim per undecim. Quare peccatum per undecim? Quia transgressio denarii est ut eas ad undenarium. In lege autem modus fìxus est; trasgressio autem peccatum est. Jam ubi transgrederis denarium ad undenarium venis”. S. Aug. S erm . 83, c. VI, t. V, p. I, p. 645]. – Perciò nel Vangelo il numero undici non è mai moltiplicato per dieci ma per sette. Perché non é egli moltiplicato per dieci? Perché dieci è il segno della perfezione e che comprende la Trinità rappresentata da tre; e l’uomo rappresentato da sette, a cagione dell’anima con le sue tre facoltà, e del corpo con i suoi quattro elementi. Ora la trasgressione non può appartenere alla Trinità. Per moltiplicare undici, segno del peccato, resta dunque sette, a motivo dei peccati dell’anima e del corpo. I peccati dell’anima sono la profanazione delle sue tre facoltà, come i peccati del corpo sono la profanazione dei suoi quattro elementi. – Questa semplice parola della lingua dei numeri, invela luminosamente il significato generalmente incompreso, delle minacele tante volte ripetute in Amos. Parlando per bocca del profeta, Iddio dice: «Se Damasco commette tre e quattro delitti, io non gli perdonerò. Se Gaza commette tre e quattro delitti, non gli perdonerò. Se Tiro commette e tre e quattro delitti, non gli perdonerò. Se Edom commetterà tre e quattro delitti, non gli perdonerò. Se i figliuoli di Aminone commettono tre e quattro delitti, io non gli perdonerò. » [Amos, c. I, 8-18]. – Perché il Signore perdonerà uno e due e non perdonerà tre e quattro? Perché tre e quattro componendo il numero sette, segnano la trasgressione totale della legge e la ribellione completa dell’uomo composto di un’anima e di un corpo. Così undici, moltiplicato per sette, segna la totalità della trasgressione e l’ultimo limite del peccato. V’è egli bisogno di ripetere che questo misterioso calcolo non ha nulla d’arbitrario? È la Verità stessa che 1’adopra e che ci dà il significato. Pietro ha ricevuto il potere di legare e di sciogliere tutti i peccati. Egli domanda al divino Maestro quante volte gli dovrà perdonare. Senza attendere la risposta, si affretta ad aggiungere: fino a sette volte? Non solo sino a sette volte, ripigliò Nostro Signore, ma fino a settanta volte sette. [Matth., XVIII, 21, 22]. – A meno che non si accusi la eterna Sapienza d’aver parlato a caso, bisogna convenire che questo numero ha la sua ragione d’essere. Qual è questa ragione e perché questo numero e non un altro? Meno, sarebbe stato troppo poco, più sarebbe stato inutile. Meno, sarebbe stato troppo poco, perché tutti i peccati sono remissibili, e che se ne ottiene il perdono tutte le volte che si domanda con sincerità. Più, sarebbe stato inutile, poiché settanta volte sette, indica l’universalità dei peccati, come l’abbiamo visto, e la perpetuità della remissione, come noi vedremo. – Difatti, un nuovo sprazzo di luce ci rivela il significato del numero settantasette, facendo brillare in tutto il suo splendore l’adorabile sapienza che ha disposto tutto con numero. San Luca, descrivendo la genealogia del Redentore, conta in tutto settantasette generazioni. Cosi negli eterni consigli, la discesa del Piglio di Dio sulla terra ha avuto luogo nel momento preciso in cui settantasette generazioni di peccatori erano passate, a fine di mostrare con questo numero misterioso, ch’egli era venuto per cancellare l’universalità dei peccati commessi dal genero umano. [S. Aug. Serm . 83, c. IV, t. V, p. 1, p. 644]. – Abbiamo spiegato il numero sette combinato con i numeri dieci e undici; rimane a spiegarli presi isolatamente. Di tutti i numeri sacri, il sette è, secondo il giudizio dei Padri della Chiesa, interpreti incomparabili della Scrittura, uno di quei numeri che racchiudono i più numerosi e più profondi misteri: eccone alcuni. Composto di tre, segno della Trinità, e di quattro, segno del tempo, il numero sette rappresenta il Creatore e la creatura.2 2 [“Septenarius numerus indicat creaturam, quia sex diebus Deus operatus est et septimo ab operibus quievit”. S. Aug., Serm. 252, c. x, ubi supra.]. Esso gli rappresenta e nei loro caratteri generali e nella loro intima natura, vale a dire nella loro totalità. Totalità dell’uomo, composto di un’anima con tre facoltà: memoria, intelletto e volontà: e di un corpo con i quattro elementi e le quattro qualità della materia: lunghezza, larghezza, altezza e profondità. – Totalità di Dio, la sapienza settiforme che ha creato il mondo, che lo conserva e che lo santifica. [“Spiritus sanctus in Scripturis septenario praecipue numero commendatur”. S. Aug.t Enarrat, in ps. 50, t. IV, p. 2411, 2412]. Ora, il Creatore e la creatura comprendono tutto ciò che è. Il numero sette è dunque la formula completa degli esseri. Esso esprime non solamente il finito e l’infinito, ma altresì la differenza che gli distingue, e i rapporti che gli uniscono. Uno è immutabile indivisibile, l’altro mutabile e divisibile: uno è principio, l’altro effetto. [“Septenarius numerus quo universitatis signifìcatio saepe figurato, qui etiam Ecclesiae tribuitur propter instar universitatis”. S. Aug. epist, class. 2, t. II, p. I, p. 196]. – Nel suo significato naturale il numero sette è dunque una protesta permanente contro tutti i sistemi erronei del panteismo, o dell’eternità della materia, o del razionalismo, o della indipendenza dell’uomo. Con la universalità degli esseri, il numero sette segna ancora la totalità del tempo. Nulla di più chiaro, poiché sette giorni che vanno e vengono senza interruzione, compongono i mesi, gli anni ed i secoli.33 [“Et quare septies pro eo quod est semper ponatur, certissima ratio est : septem quippe diebus venientibus et redeuntibus, totum volvitur tempus”. Id., Serm. 114, t. V, p. 1, p. 822]. Dai significati fondamentali del numero sette, risultano le applicazioni così frequenti che lo Spirito Santo fa nella Scrittura. Queste applicazioni diventano altrettante rivelazioni, ricche d’insegnamenti e risplendenti di bellezze. Cosi a fine di ripopolare il mondo, Dio ordina a Noè di fare entrare nell’arca sette paia d’animali puri. Quando tutto è pronto per la vendetta, egli concede ancora sette giorni di ravvedimento ai colpevoli. Quando le acque del diluvio hanno diminuito, Noè aspetta sette giorni, prima di mandare una seconda volta la colomba, poi sette altri, innanzi di rimandarla una terza. Per giurare la sua solenne alleanza con Àbimelech, Abramo sacrifica sette agnelli: Giacobbe serve sette anni per ottenere Rachele; immagine del vero Giacobbe, che fatica durante le sette età del mondo, per conquistare la vera Rachele, cioè la Chiesa sua sposa. Le spighe piene e le vacche grasse, simbolo della piena abbondanza dell’Egitto, sono in numero di sette. I funerali di Giacobbe durano sette giorni: eloquente rappresentazione della vita dell’ uomo nella valle delle lacrime. Gli Ebrei mangiano il pane azzimo per sette giorni, durante i quali il pane lievito deve essere escluso dalle loro case sotto pena di morte: mortificazione completa del corpo e dell’ anima per entrare in comunicazione con Dio per la manducazione dell’agnello pasquale. – Il candelabro del tabernacolo ha sette bracci: calore e luce universale dello spirito dei sette doni: le mani dei sacerdoti debbono essere consacrate durante sette giorni. Innanzi di ricevere la vittima, l’altare deve essere purificato per sette giorni di seguito e asperso sette volte. La purificazione delle lordure dura sette giorni. – Alle tre feste solenni, il popolo ebreo, tipo di tutti gli altri, deve offrire sette agnelli. Sette settimane d’anni formano il Giubileo. Sette nazioni nemiche occupano la terra promessa: non è che dopo averle annientate che gli Ebrei saranno i pacifici possessori della terra di benedizione: bella figura dei sette peccati capitali, la cui distruzione può sola metterci in possesso della pace, della coscienza e della beatitudine eterna. Se, come non se ne potrebbe dubitare, il numero sette non è adoperato arbitrariamente nei misteri della vera religione, bisogna aspettarsi di vedere il demonio servirsene sovente nelle pratiche del suo culto.1 1 [I pitagorici chiamavano il numero sette il numero venerabile, venerabilis numerus. Apud serrarium Bibl, c. XII, p. 7. Varrone c’insegna che nessun altro era più sacro presso i pagani: M. Varrò in primo librorum qui inscribuntur Hebdomades, vel De imaginibus, septenarii numeri virtutes potestatesque multas variasque dicit : Aul. Gell., lib. III, c X]. – Ora questa grande scimmia di Dio, più istruito di noi dei profondi misteri del numero sette, vuole che i suoi sacerdoti non diventino tali che sacrificando sette montoni. Balaam a fine di riuscire nelle sue evocazioni, ordina a Balaac d’innalzare sette altari, e vuole per vittime sette vitelli e sette agnelli. Oggi ancora, sette abluzioni dell’idolo formano il rito sacro dell’adorazione solenne presso gli Indiani. – Costantemente i sette agnelli ritornano in tutti i sacrifici: doppia immagine e della totalità dei peccati e dell’efficacia onnipotente del sangue dell’Agnello “vero” per cancellarli. Cosi per pacificare il Signore terribilmente irritato, Ezechia fa immolare sette tori, sette castrati, sette capri e sette agnelli. Dopo il ritorno della schiavitù, per espiare tutti i peccati della nazione, si sacrificano settantasette agnelli. Purificato, Israele può marciare contro i suoi nemici che furono dinanzi a lui per sette vie: sconfitta completa. – Siccome lo Spirito Santo è l’anima del mondo, e che la sua settiforme influenza si fa sentire a qualunque creatura per illuminarla, purificarla, glorificarla, così il numero sette gli appartiene in un modo speciale. Egli forma, possiamo dirlo, la proporzione geometrica di tutte le sue operazioni. Da ciò l’uso cosi frequente che se ne fa nell’antico e nel Nuovo Testamento. – Sette sacerdoti con sette trombe fanno cadere le mura di Gerico: così i sette doni dello Spirito Santo rovesciano l’impero del demonio. Nelle sette trecce dei suoi capelli risiede la forza di Sansone: i sette doni dello Spirito Salito, forza del cristiano, martire della guerra o martire della pace. Sette cori di musica accompagnano l’arca dell’alleanza nel suo cammino trionfale, e David canta le lodi di Dio sette volte al giorno: inni eterni dei santi, riuniti intorno a Dio, e salvati dai sette doni dello Spirito Santo. – Sette anni sono impiegati nella costruzione del tempio; cosi la chiesa edificata dallo Spirito dei sette doni, lungo la durata del settenario, che appellasi il tempo. Sette consiglieri dirigono il re di Persia, che invia Esdra a ricostruire il tempio di Gerusalemme; parimente i sette doni dello Spirito Santo riposanti su Nostro Signore, mandato dal Padre suo per ricostruire il vero tempio della vera Gerusalemme. Sette Angeli stanno in piedi dinanzi al trono di Dio, e sette colonne sostengono il palazzo della Sapienza: due figure del pari trasparenti dei sette doni dello Spirito Santo, sostegni della Chiesa e principi delle eterne adorazioni. Sette occhi sono scolpiti sulla pietra angolare delle mura di Gerusalemme; così sette doni dello Spirito Santo su Nostro Signore, pietra angolare della Chiesa del tempo e della Chiesa dell’ eternità. Sette pastori condurranno il divino ovile », allorché il Redentore l’avrà formato; del pari sette doni dello Spirito Santo conduttori degli abitanti della Città del bene. – Sette anni di’follia e di dimora fra le bestie, sono inflitti a Nabuccodonosor punizione adeguata dei sette peccati capitali.- Sette leoni sono nella fossa, dove è gettato Daniele: sette peccati capitali intorno al cristiano nella valle delle lacrime. Il Vangelo nomina sette cattivi demoni: sette spiriti dei peccati capitali. Sette pani nutriscono quattro mila uomini nel deserto: i sette doni dello Spirito Santo, cibo spirituale del mondo intero. [“Septem panes signifìoant septiformem operationem Spiritus sancti; quatuor millia hominum, Ecclesiam sub quatuor evangeliis constitutam. Septem sportae fragmentorum perfectionem Ecclesiae, hoc enim numero saepissime perfectio commendatur”. S. Aug., Serm. 95, n. 2, p. 728]. – Gli Apostoli diretti dallo Spirito Santo stabiliscono sette diaconi: universalità delle opere di carità spirituale e corporale. San Giovanni indirizza l’Apocalisse a sette chiese: numero della totalità. Il figlio di Dio gli appare nel cielo circondato da sette candelabri d’oro: i sette doni dello Spirito Santo, raggiante dal Verbo incarnato. La grande bestia ha sette teste con sette occhi: sette peccati capitali con la loro terribile potenza sul mondo fisico e sul mondo morale. Sette Angeli suonano di continuo la tromba; sette fortissime voci si fanno udire, e prima di spirare, il mondo colpevole è colpito da sette piaghe: tenibili profezie dell’universalità dei segni di morte, e dei flagelli riserbati agli ultimi giorni. – E tempo di terminare questo schizzo della scienza dei numeri, e di farne l’applicazione diretta al cristiano. Esso è la costruzione dello Spirito Santo, e noi conosciamo i ricchi materiali di cui si compone. Dipendendo da un architetto infinitamente abile, questi materiali, nessuno ne può dubitare, sono stati messi in opera, dietro un piano prestabilito. Ogni piano riposa su calcoli, e su proporzioni; per conseguenza su tanti numeri. Una simile verità è certissima. Da un lato l’universo intero depone, che è stato fatto con numero peso e misura, cioè dire in proporzioni geometriche di una precisione e di una armonia perfetta. Dall’ altro lato, il cristiano è il capo d’opera dello Spirito Santo ; fa d’uopo eludere a fortiori, che calcoli ammirabili di giustezza hanno presieduto alla sua costruzione. – Quali sono i calcoli, o meglio, i numeri speciali secondo i quali è stato costruito il cristiano, su’ quali riposa, essendo come l’armatura dell’edificio e la misura delle sue proporzioni? Il cristiano è stato fatto con i due numeri più sacri, cioè il sette e il dieci. Egli sussiste per via di essi: il mondo finirà, allorché la somma di questi due numeri misteriosi, combinati insieme e moltiplicati per mezzo della Trinità, sarà completa. In prova di ciò ricordiamo il bel passo di sant’Agostino: « Lo Spirito, autore dei doni santificatoli, è designato dal numero sette, e Dio autore del decalogo, mediante il numero dieci. Per fare un cristiano, bisogna riunire queste due cose. Se voi avete la legge, senza lo Spirito Santo, voi non adempirete ciò che è stato comandato. – Ma quando, aiutato dallo Spirito Santo dei sette doni, voi avrete conformato la vostra vita al decalogo, sarete costruito e apparterrete al numero diciassette. Appartenendo a questo numero, voi vi innalzate sommando al numero 153. Quando giungerà il giudizio, sarete alla destra per essere coronato, non alla sinistra per essere condannato. [Serm. 250, c. VII et VIII, t. V, p. I, p. 1502, 1503].

LO SPIRITO SANTO: La quarta creazione: “IL CRISTIANO”

SPIRITO SANTO: La quarta creazione: “IL CRISTIANO”

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[Mons. Gaume: Trattato dello Spirito Santo: vol. II Capp. XVIII, XIX, XX – Firenze 1887]

Le tre prime creazioni dello Spirito Santo nel Nuovo Testamento si riferiscono alla quarta. Maria per il Verbo incarnato; il Verbo incarnato per la Chiesa; la Chiesa per il cristiano; il cristiano medesimo per divinizzare la creazione tutta intera e ricondurla al suo principio, moltiplicando dappertutto i fratelli del Verbo incarnato: “ut sit Deus omnia in omnibus”. Studiamo questo nuovo capo d’opera che compendia tutti gli altri. Che cosa è infatti il cristiano? È il fratello del Verbo incarnato [Joan XX, 17] è un altro Gesù Cristo. Ora il Verbo incarnato è Dio, figliuolo di Dio ed erede di tutti i beni di suo Padre sulla terra e nel cielo, nel tempo e nell’eternità. Nel significato in cui noi stiamo per spiegarlo, il cristiano è tutto ciò: Dio, figliuolo di Dio, coerede di tutte le cose col Verbo suo fratello maggiore. Egli è Dio: “Io ho detto: voi siete Dii e figli di Dio vivente”. [Ps. 81. — Osea, I, 10]. « In virtù dello Spirito Santo, aggiunge san Basilio, i santi sono Dii. » [“Sanctos propter inhabitantem Spiritum sanctum esse Deos”. Homil. de Spir. Sanct.] E sant’Àtanasio: «In quella guisa che nell’incarnarsi Iddio si è fatto uomo, cosi per il Verbo incarnato, l’uomo si è fatto Dio. » [“Ut enim Dominis; induto corpore factus est homo; ita et nos homines ex Verbo Dei fìamus dii”. Serm. iv, Cont. Arian.]. Il Verbo è Figliuolo di suo Padre per mezzo di una generazione eterna: questa generazione è il tipo di quella del cristiano. Fin da “ab eterno”, Iddio Padre genera un Figlio consustanziale ed eguale a Lui in tutte le cose. Egli genera nel tempo, dei figli che sono per cagion della grazia, ciò che il suo Figlio unico è per natura. Cosi il cristiano è un essere a parte, e il risultato di un fiat speciale.1 Corn. a Lapid Osea, I, 10. Egli non è figlio né di dèi morti, né di idoli muti, né del sangue, né della carne, né della volontà dell’uomo; Egli è Figlio di Dio vivente: Fìlli Dei viventis. È simile al Verbo, il cui Padre dice eternamente: Tu sei mio figlio, io medesimo ti ho generato. [Hebr., i, 5]. Egli è coerede di tutte quante le cose. Il Verbo incarnato, dice san Paolo, è l’universale legatario di Dio. Id., I,  Tutto appartiene a Lui, tanto in cielo che sulla terra; ed aggiunge: “E noi siamo tutti coeredi del Verbo”. [Rom. VII, 17]. II cielo e la terra non sono stati fatti né per gli angeli cattivi, né per i malvagi; ma per il cristiano. Il cielo è il suo regno, il suo paese, la sua dimora nell’eternità. La terra è il suo luogo di passaggio. Quando l’ultimo cristiano avrà ricevuto il battesimo e rimessa l’anima sua tra le mani del suo divin Padre, il mondo finirà, e finirà, perché avrà perduta la sua ragione di essere: “Omnia propter electos: consummatum est”. Grandezza ineffabile! anzi ineffabile bontà! far uscire dal nulla il cielo con gli astri e con gli Angeli, la terra con le sue ricchezze e co’ suoi abitanti è una magnifica creazione, giustamente attribuita al Padre. Ve ne è un’altra più magnifica, e la cui gloria ritorna allo Spirito Santo; ed è la creazione del cristiano. « Un’opera forse appellata grande, dice san Tommaso, a causa della stessa grandezza dell’opera. Sotto questo rapporto la giustificazione dell’uomo, che ha per fine la partecipazione eterna alla natura divina, é più grande della creazione del cielo e della terra, che si termina col godimento di una natura peritura. Perciò, sant’Agostino, dopo aver detto che il fare un giusto di un peccatore è una più gran cosa che il trarre dal nulla l’universo, aggiunge: “Poiché il cielo e la terra passeranno, ma la giustificazione e la salute dei giusti non passeranno”. » [la q. 113 corp.]. Che l’uomo tratto dal niente del peccato, sia innalzato fino alla partecipazione della natura divina; che il figlio della polvere diventi il figlio di Dio; che Dio appelli l’uomo suo figlio; che l’uomo appelli Dio suo Padre; e che questa appellazione reciproca sia l’espressione della realtà: « Ecco, continua san Leone, la creazione più meravigliosa, il dono che sorpassa tutti i doni. O cristiano, riconosci dunque la tua dignità: nel partecipare della natura divina, bada di non degradarti con una condotta indegna della tua grandezza. » [Id. ibid., Serm. I]. Qual è il principio di questa generazione, causa della nostra incomparabile nobiltà? come si compie essa? quali sono in particolare gli effetti che ne risultano? dove si compie? O spirito di luce, degnatevi illuminarci nel momento in cui, nell’interesse della vostra gloria, tentiamo di rivelare a’ vostri figli il mirabile e profondo mistero della loro origine. Qual è il principio della generazione del cristiano? La grazia; ma che cosa è la grazia, e come dire la sua eccellenza e la sua natura intima ? « La grazia, dice san Pietro, é tutto quello che Vi abbia di più eccellente nei tesori di Dio. È un dono che rende l’uomo partecipe della natura divina. [II Pietr. I, 4].» L’angelo della teologia parla come il principe degli apostoli. Secondo san Tommaso: « La grazia è una partecipazione della natura stessa di Dio. È la trasformazione dell’uomo in Dio, essendo rincominciamento della gloria in noi. [“….Ipsum lumen gratiae quod est participatio divinae naturae”. l a 2ae, q. 110, art. III, corp. “Gratia nihil aliud est quam quaedam inchoatio gloriae in nobis”. 2a 2ae, q. 24, art. 3, ad 2]. I catechismi spagnuoli aggiungono: «La grazia é un principio divino che ci fa figli di Dio ed eredi della sua gloria. » [La gracia es un ser divino que nos hace hijos de dios y herederos de su gloria]. Ma qual è nella sua natura intima questo dono deificatore? La grazia non è solamente come troppo spesso la si definisce, un aiuto dato da Dio in vista della nostra salute. L’aiuto è l’effetto della grazia e non la grazia, nella sua essenza. La grazia non è più un dono esterno all’anima, ma è nell’essenza stessa dell’anima. È un principio divino, un nuovo elemento, sopraggiunto alla nostra natura, una qualità suprema che risiede nella stessa essenza dell’anima, che opera sull’anima e su tutte le potenze; come la stessa anima opera sul corpo e su tutti gli organi. « Senza dubbio, continua san Tommaso, la grazia non è la sostanza stessa dell’anima, o la sua forma sostanziale; ma è la sua forma accidentale. [Si sa che la parola forma, nell’antica teologia, vuol dire principio o causa che determina e perfeziona una cosa : come l’anima nel corpo. Lagrazia santificante” è un principio divino che ci fa figli di Dio ed eredi della sua gloria. La grazia santificante è un dono creato, cioè dire che, quale si sia la perfezione di questo dono, questo dono non ‘è la sostanza stessa di Dio. Infatti questo dono è inerente all’ anima, vale a dire che modifica l’anima ma non la distrugge, né la cambia sino al punto di cessare d’essere anima. E inerente e sotto forma d’abitudine, cioè dire d’inclinazione, di propensione a fare il bene. Ora se questo dono fosse la sostanza stessa di Dio, non vi sarebbe solamente inclinazione a fare il bene, ma vi sarebbe azione continua del bene, perché Dio è sovranamente e eternamente autore del bene. La grazia santificante, come dice san Pietro, è ima partecipazione alla natura divina! Quaggiù nessuna creatura può intendere il significato, né la natura di questa parola; noi la comprenderemo in cielo, e questa intelligenza sarà parte della nostra felicità in patria. La causa produttiva della grazia è lo Spirito Santo, autore di ogni dono naturale e soprannaturale. La causa meritoria, è il Verbo incarnato. Sua causa strumentale sono i sacramenti: la causa formale, la natura della grazia, posta nell’anima, è la vita divina comunicata a quest’anima. La causa finale, o la ragione per la quale Dio la comunica nell’anima, è la gloria di Dio; la gloria del Verbo incarnato; la deificazione dell’uomo che gli dà diritto alla gloria di Dio ed a tutti i suoi beni della grazia e della gloria – l a 2ae, q. 110, art. 2, ad 2. — Vedi anche il testo di san Basilio in Corn. a Lap., in II, Petr. I, 4]. Difatti, per mezzo della grazia, ciò che è sostanzialmente in Dio, diviene accidentalmente nell’anima, resa partecipe delle perfezioni divine. » – Ora, chi è sostanzialmente in Dio, se non Dio medesimo: il Padre, il Figliuolo, lo Spirito Santo, l’Adorabile Trinità. Per cagione della grazia è dunque Dio, il Padre il Figliuolo, lo Spirito Santo, l’adorabile Trinità che è accidentalmente nel cristiano. Dio è sostanzialmente vita, santità, forza, luce, perfezione, beatitudine eterna. Il cristiano è dunque accidentalmente vita divina, santità divina, forza divina, luce divina, perfezione divina, beatitudine divina. Tutto questo egli è accidentalmente, vale a dire, ch’egli può cessare d’esserlo, mentre Dio non lo può. – L’anima del cristiano è dunque la dimora, il tempio, il trono di Dio. Al cristiano, Dio è dunque infinitamente più unito che non lo sia alle altre creature, per la sua essenza, per la sua presenza e per la sua potenza. È a tal punto che se, per impossibile, Dio non fosse nell’anima, come è con tutti gli esseri creati con l’essenza, con la presenza e con la potenza, ei vi sarebbe per grazia. Come il corpo del Verbo incarnato diviene presente sotto la specie del pane mediante le parole della consacrazione; o come la sua divinità divenne presente all’umanità nel momento della incarnazione; di guisa che, se fino allora essa ne fosse stata assente, avrebbe essa cominciato allora ad esserle presente ed esistere personalmente in lei; cosi avviene dell’unione di Dio con l’uomo mediante la grazia. Questa unione è talmente intima, che è la più perfetta a cui possa pretendere una pura creatura. [Corn. a Lapid Act. apost II, 4]. Come si compie in noi questa unione divina, alla quale dobbiamo l’essere non solamente chiamati ma essere realmente figli di Dio? La risposta a questa questione ci fa scandagliare uno degli abissi dell’amore infinito. Comunicando a noi la grazia, lo Spirito santificante avrebbe potuto renderci solamente giusti e santi senza farci suoi figli. Un simile favore avrebbe meritata una eterna riconoscenza. Avrebbe potuto onorarci di questa adozione, contentandosi di darci la grazia e i doni creati; imperocché la grazia, come vedemmo, è la partecipazione alla natura divina. Questo secondo favore sarebbe stato più grande del primo : lo Spirito Santo non se n’è contentato. Co’ suoi doni Egli ha voluto dare se stesso, e da sé medesimo in persona deificarci e adottarci. Per questo scopo Ei si é volontariamente unito a’ suoi doni. Di modo che, allorquando Ei gli versa nell’anima, Egli medesimo vi si versa per essi e con essi, personalmente, sostanzialmente, a fine di contrarre con noi una unione superata solamente dall’unione ipostatica di Dio e dell’uomo nel Verbo incarnato. Tale è dunque l’amore immenso dello Spirito Santo, e la suprema elevazione del cristiano. Nel momento della nostra generazione divina, non è solamente la grazia e gli altri doni dello Spirito Santo che si sono versati in noi, ma è lo Spirito Santo medesimo, dono increato e autore di tutti i doni. Mescolato e come identificato co’ suoi doni, questo divino Spirito in persona abita in noi, ci vivifica, ci adotta e ci divinizza. [Corn. a Lap., in Osee, I, 10]. Vogliamo noi qualche cosa ancora di più grande? Lo Spirito Santo discendendo personalmente nel cristiano, è accompagnato dal Padre e dal Figliuolo, da’ quali non può essere separato. Così tutta l’augusta Trinità personalmente e sostanzialmente abita in lui, tanto tempo quanto egli persevera nella giustizia. Chi osserverà la mia parola, diceva il Verbo incarnato, “noi verremo da lui e faremo dimora presso di lui“. [Joan. XIII, 14]. Così per la grazia, Iddio dimora personalmente in noi, e noi dimoriamo personalmente in Dio. Guardiamoci dal paragonare questa abitazione di Dio in noi, all’abitazione di un re in un palazzo, oppure alla presenza di Dio in qualunque altra pura creatura; sarebbe un errore. L’abitazione di Dio nell’anima giusta, è una unione attiva, che tende alla trasformazione dell’uomo in Dio. Tale fu l’immensa gloria chiesta e ottenuta dal Verbo, nostro fratello maggiore, nella preghiera eh’Egli fece al Padre prima di morire: « Che siano tutti una sola cosa: come tu sei in me, o Padre, ed io in te, che siano anch’essi una sola cosa in noi. » [Joan., XVII, 21]. Quali sono i principali effetti di questa unione, o piuttosto della nostra generazione divina? Il primo è la vita : « Io sono venuto diceva il Redentore, perché abbiano vita, e siano nell’abbondanza». [Ibid., X, 10]. Allo Spirito Santo, successore e continuatore del Verbo, appartiene il diritto di tenere lo stesso linguaggio. Ma qual vita ci dà Egli? Vi sono quattro sorte di vite: la vita vegetativa che è quella delle piante; la vita sensitiva che è quella degli animali, la vita ragionevole che é quella degli uomini; la vita divina che è quella di Dio medesimo e degli Angeli. Quando lo Spirito Santo discese sulla terra, la vita vegetativa, la vita sensitiva, la vita della semplice ragione, scorrevano strabocchevolmente. Non é dunque per renderle più abbondanti che lo Spirito d’amore e di verità lasciava le altezze dei cieli. Ma la vita divina era quasi spenta. Chi viveva di essa? Chi pur la conosceva? I savi, i dotti, i virtuosi si erano degradati sino al punto di non vivere altro che della vita delle bestie [Ps. XLVIII]. È dunque la vita di Dio che lo Spirito Santo ci comunica per via della grazia. Questa vita dominante, assorbente ogni altra vita, espelle dall’anima il peccato, principio di morte, e soprannaturalizza ciò che è puramente naturale. « La grazia, dice san Tommaso, sana l’anima, le fa volere il bene e praticare il bene ch’essa vuole; la fa perseverare nel bene e giungere alla gloria. Essa nobilita tutte le sue potenze e le rende capaci di atti sublimi, in relazione col principio divino che le mette in azione. [“Sicut ab essentia animae effluunt ejus potentiae, quae sunt ejus operum principia, ita etiam ab ipsa gratia effluunt virtutes in potentias animae, per quas potentiae moventur ad actus”. l a 2“ , q. 110, art. 4, ad 1.]. A questa vita divina le nazioni cristiane hanno dovuto e devono ancora, tutta la superiorità intellettuale e morale che le distingue. Se avessero la disgrazia di perderla non resterà loro, come al mondo pagano, se non che la povera vita della ragione, dominata ben tosto dalla vita della pianta e della bestia. Se l’Europa non si sollecita a rientrare nello stato di grazia, questa nuova caduta dell’umanità è infallibile: tra l’uomo antico e 1’uomo moderno la sola differenza è quella che vi ha posto il Cristianesimo. – Il secondo effetto della generazione divina è “l’adozione divina”. La nostra adozione divina non rassomiglia in nulla 1’adozione che ha luogo fra gli uomini. In questa, i figli non ricevono nulla della natura fisica del loro padre adottivo. Essi gli debbono soltanto un nome che dà loro il diritto all’eredità. Altra cosa è l’adozione divina: « Osservate, dice san Giovanni, qual carità ha dato il Padre a noi che siamo chiamati e siamo figliuoli di Dio. » [I Joan., III, 1]. – Infatti, con la grazia il cristiano riceve da Dio la stessa natura divina, alla quale egli partecipa, non solamente per accidente, ma come sostanzialmente. Noi siamo dunque figli di Dio, e come tanti dei, poiché Dio ci comunica realmente la sua natura. [Qua adoptione accipimus summam dignitatem filiationis divinae, ut reipsa non tantum accidentaliter per gratiam, sed et quasi substantiaiiter per naturam simus fìlii Dei, et quasi Dii. Deus enim suam naturam realiter nobis communicat et donat. Com. a Lap., in Osee, I, 10. — In un altro luogo, il dotto commentatore spiega le due parole accidentalmente e sostanzialmente. “Accidentalmente”, il cristiano è partecipe della natura divina mediante la grazia santificante che è un dono accidentale versato nell’anima, in virtù del quale egli partecipa della maniera più elevata e più perfetta della natura divina. “Sostanzialmente”, perché partecipa realmente della natura divina che gli è comunicata; imperocché la grazia dell’adozione non può più essere separata dallo Spirito Santo, come l’adozione dello Spirito Santo non può essere separata dalla grazia, in quella guisa che il raggio non può essere separato dal sole, come il sole dal raggio.”Nec enim gratia adoptans a Spiritu sancto, nec Spiritus sancti adoptio a gratia divelli potest : sicut radius a sole, et sol a radio divelli nequit“. In II Petr., I, 4]. – Se noi siamo veramente figli di Dio, Dio altresì è veramente nostro Padre. Difatti, quegli è veramente padre che comunica la sua natura a suo figlio, è dunque con ragione, che Dio è chiamato non solamente il Padre di Nostro Signore Gesù Cristo, ma Padre nostro, poiché ci comunica la sua natura mediante la grazia, come Ei la comunica mediante la unione ipostatica a Nostro Signore, facendoci veramente suoi fratelli.1. Corn. a Lap., in Osea, I, 10]. Quest’è l’insegnamento formale dello stesso Spirito Santo. « Coloro che Egli ha preveduti, dice san Paolo, gli ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figliuol suo, ond’Egli sia il primogenito tra molti fratelli. » Rom VIII, 29]. E san Giovanni : « Egli diede potere di diventar figliuoli di Dio a quelli che credono nel suo nome; i quali non per via di sangue, né per volontà della carne, né per volontà d’uomo, ma da Dio son nati. » [Joan. I, 12]. – Che cosa dire di una gloria simile? Come figliuoli di Dio prestiamo orecchie alle parole dello stesso apostolo, rapito d’ammirazione in presenza a tanta grandezza; «Carissimi, noi siamo adesso figliuoli di Dio, ma non ancora si è manifestato quel che saremo. Sappiamo che quand’Egli apparirà sarem simili a Lui, perché Lo vedremo qual’ Egli è » [1 Giov. III, 2]. O cristiano, essere sublime, se tu sai comprenderti! Essere figlio di Dio, erede di Dio, è essere infinitamente più che re, imperatore, Papa, monarca di tutto l’universo: più che essere angelo, arcangelo, cherubino, serafino. Essere figlio di Dio, essere Dio sulla terra, “terrenus Deus”; assimilarsi mediante il cibo tutte le creature inferiori; nutrirsi della carne e del sangue di Dio medesimo, e partecipare realmente della sua natura: ecco il “panteismo cattolico. La ragione ne è offuscata. Che c’è da meravigliarsi dell’immenso successo di Satana, allorquando egli lo contraffà, e che offre all’uomo la contraffazione in luogo dell’originale? Oh quanto é dunque degna d’invidia la filiazione divina! o uomo, come tu devi amarla! con che sollecitudine tu devi conservarla; e se per disgrazia vieni a perderla, con qual prontezza tu dei recuperarla! Come un figlio si conduce con suo padre, cosi dee condursi con Dio. Vivi di fiducia, d’ amore e di rispetto figliale. Dietro l’esempio de’tuoi avi, Noè, Enoch, Abramo, sii perfetto in tutte le vie. Che la tua società si componga piuttosto d’Angeli che di uomini. Niente attiri, niente offuschi gli sguardi di colui che sa d’essere figliuolo di Dio. Egli si degraderebbe, se dopo Dio potesse ammirare qualche cosa. [S. Cypr., De Spectacul.]. – Il terzo effetto della generazione, o figliolanza divina, è il “diritto all’eredità paterna”! Questa eredità, alla quale nessun’altra può essere paragonata, si compone della grazia e della gloria: tesori infiniti che comprendono tutti i beni del padre nostro sulla terra e nel cielo. Ne nominerò soltanto alcuni: al momento della sua adozione, il cristiano riceve con la remissione dei suoi peccati e con la perfetta purificazione dell’ anima sua, le tre virtù teologali : la fede, la speranza, la carità; le quattro virtù morali soprannaturali: la prudenza, la giustizia, la forza, la temperanza, i sette doni dello Spirito Santo, che discesero primitivamente sul Verbo, suo maggior fratello. – Di più ancora: poiché in Lui discendono, a Lui si danno lo Spirito Santo, autore di tutti i doni, il Figliuolo ed il Padre, tutta l’augusta Trinità sostanzialmente e personalmente. [S. Th., l a 2ae q. 08, art. 8 corp.; Conc. Trid., sess. VI, c. vii. Falluntur qui in justifìcatione et adoptione censent dari Spiritum sanctum duntaxat quoad sua dona, non autem quoad suam substantiam et personam”. Corn., a Lap., in Qsee., I, 10]. – Tutti questi doni versati sino nella profondità dell’anima, fanno del cristiano un essere nuovo, nato ad una vita nuova e capace di opere divine. Lavorando sino alla morte 1’uomo non adottato può guadagnare dell’oro e dell’argento che con lui periscono; ma il cristiano può guadagnare ogni giorno, ogni ora un accrescimento di grazia, il cui minimo grado vale più dell’intero universo. [“Bonum gratiae unius majus est quam bonum naturae totius universi”. S. Th., la 2a q. 113, art. 9, ad 2]. – La ragione è che le sue opere sono le opere di un figlio, in qualche modo sostanziale di Dio, procedente da Dio medesimo e dallo Spirito Santo che ne è il motore ed il cooperatore. [Corn. a Lap., in Osee, I, 10]. – Pur tuttavia non è questa che una parte de’ nostri tesori e il principio della nostra nobiltà. Tutte le opere del cristiano sono semi di gloria. Come l’albero e il frutto nascono dal grano, cosi la gloria e la felicità eterna nascono dalla grazia. Per calcolare tutta la dignità del cristiano bisogna dunque aggiungere che la sua adozione cominciata sulla terra si consumerà in cielo. Ivi, in possesso di un regno del quale quaggiù niente potrebbe darcene l’idea, in seno alla visione beatifica, egli sarà trasformato in Dio in modo cosi perfetto, unito di una unione cosi intima, che andrà, senza confondere le nature, sino alla consumazione nella unità [Joan., XVIII, 28]. – Alla vista di tanta grandezza, la parola spira sulle sue labbra. Non rimane altra forza che per dire al cristiano: Nobiltà obbliga, ed ai sacerdoti: Fate conoscere a questo figliuolo di Dio la sua dignità e gli obblighi che ne derivano. Oggi specialmente che l’uomo tende a disprezzarsi sino al punto di assomigliarsi alla bestia, gridategli: “Sollevate i cuori. Stirpe divina, la terra è indegna di te; che gli istinti grossolani della natura, che le pallide faci della ragione siano le scorte degli altri uomini; per te, la regola dei tuoi pensieri, delle tue affezioni e delle tue opere, è la parola del tuo divino fratello, il Verbo incarnato: “Siate perfetti come lo stesso Padre vostro celeste è perfetto”. Queste misteriose operazioni che abbiamo descritte essendo la base della formazione del cristiano, crediamo utile di riassumerle in poche parole. Esse renderanno, bene intese, facile lo studio particolareggiato della quarta e magnifica creazione dello Spirito Santo.Come l’uomo è figlio dell’uomo per la generazione umana, così egli è figlio di Dio per una generazione divina. Questa generazione che lo rende partecipe della natura stessa dì Dio, si fa mediante la grazia. La grazia è un dono, un elemento divino che fa l’uomo, figlio di Dio ed erede della sua gloria. Il mistero si compie cosi: lo Spirito Santo discende personalmente nell’uomo, e se lo unisce con l’unione che é più intima dopo la unione ipostatica.In virtù di questa unione la carità, di cui lo Spirito Santo è la sorgente, si trasfonde tosto nella essenza dell’anima. Essa vi porta tutte le virtù, tutti i principi costitutivi della vita soprannaturale o divina, essendo essa medesima questa vita. Senza perdere della sua natura, l’anima al contatto dell’elemento divino si divinizza, in quel modo che rimanendo ferro il ferro immerso nel fuoco, ne prende tutte le qualità.Mediante la grazia santificante o abituale, l’uomo, divenuto figlio di Dio, è capace di qualunque bene soprannaturale. Nondimeno per compierlo, ha bisogno di un impulso che deve rinnovarsi cosi spesso quanto l’obbligo di operare. Cosi il succo che è nell’albero e che è la sua vita, deve essere messo in movimento per mezzo dei raggi del sole, per circolare nei rami e formare i fiori ed i frutti. Nell’uomo questo impulso è la grazia attuale. Come lo indica il suo nome, la grazia attuale è un movimento, un impulso, una ispirazione transitoria dello Spirito Santo, che a un dato momento pone in azione la grazia abituale, e comunica all’anima, secondo il bisogno, la luce, la forza, i rimorsi, il desiderio, necessari per compiere il bene che si presenta. [“Hujusmodi gratiae actualis auxilmm necessarium est ad eas omnes exercendas operationes quae aliquo modo naturae vires excedunt. Montagn., De gratia, quaest. Proaem., p. 53, ediz. in-4. — Quoties bona agimus, dum in nobis et nobiscum est, ut operemur, operatur. Conc, arausic., XI, c. IX. — Hac gratia agitur, non solum ut diligenda credamus verum etiam ut credita diligamus. S. Aug., Lib . de Grat. Christi, c. XII].

Nascita del cristiano: il Battesimo

     Noi conosciamo la realtà e l’eccellenza della nostra generazione divina, ma dove si compie? Nella, vita del cristiano havvi un’ora solenne tra tutte, ora unica, ora di gloria e di benedizioni eterne; l’ora cioè del battesimo. Allora si opera un miracolo più grande della creazione del cielo e della terra; il figlio dell’uomo diventa il figlio di Dio. Che c’è da meravigliarsi, se ogni volta che questo prodigio si rinnova, le trombe della Chiesa militante, le campane prorompono in suoni giocondi per annunziarlo al cielo e alla terra? Che fa meraviglia, se il più gran re del più bel regno segnava, non il nome della sua famiglia, ma quello del luogo dove aveva ricevuto il battesimo, e si chiamava Luigi di Poissy? Che è necessario meravigliarsi, se ogni anno i nostri padri celebravano con una festa solenne detta Pasqua annotina, l’anniversario della loro nascita divina? No; tutto ciò nulla ci deve meravigliare. Ciò che sorprende ed affligge è di vedere il giorno più grande della vita, divenuto, per la maggior parte dei cristiani d’oggigiorno, un giorno come un altro. Che nelle acque del battesimo l’uomo diventi figlio di Dio, è una verità di fede. « Chiunque, dice il Verbo incarnato, non rinasce con l’acqua e con lo Spirito Santo non può entrare nel regno di Dio.» [Joan., III, 3]. E il santo concilio di Trento interprete infallibile del Maestro, dice : « La causa strumentale della santificazione è il Sacramento del battesimo. » [Justificationis causa instrumentalis item, sacramentum Baptismi; quod est sacramentum fìdei, sine qua nulli unquam contigit justifìcatio”. Sess. VI, c. VII et c. IV]. Qui ricomparisce con un nuovo splendore razione creatrice dello Spirito Santo, e la profonda armonia che Dio ha posta tra il mondo della natura e il mondo della grazia. Poiché il soggetto ci porta, parliamo di questi misteri oggi cosi poco ammirati, e però cosi degni, d’esserlo.

L’acqua è la materia del battesimo. Perché l’acqua e non un altro elemento ? L’incertezza cesserà con la risposta a questa questione: che cosa è l’acqua? Tra’ tanti ozi perduti, non ci è mai accaduto di consacrarne un solo, per breve che sia, a cercare qual è questo elemento, il più amico dell’uomo, questa bella e benefica creatura di cui facciamo un uso cosi frequente? Tentiamo almeno ima volta questo studio. Rivelandoci la cagione per la quale Iddio impiega l’acqua nella più magnifica delle sue opere, essa ci ispirerà nobili concetti e nobili sentimenti. L’acqua è la madre del mondo e il sangue della natura. A definirla in tal modo siamo autorizzati, come bentosto vedremo, dal più dotto dei geologi, san Pietro, il principe degli Apostoli. Avendo imparato la geologia alla scuola medesima del Creatore, nessuno meglio di lui conosce l’origine delle cose. L’acqua è la madre del mondo, se dal suo seno e dalla sua sostanza sono usciti la terra ed i cieli. Ecco ora ciò che noi leggiamo in capo al Genesi: « In principio Iddio creò il cielo e la terra ; e la terra era informe e vuota, e le tenebre erano sopra la faccia dell’abisso. » La materia primitiva, lanciata nello spazio dal Verbo creatore, formava una massa informe in stato liquido. La terra, che ne era parte integrante, subiva la comune condizione. Acqua non condensata era essa, come dice la Scrittura, senza consistenza e senza forma determinata. « Questa materia informe, che Iddio trasse dal nulla, dice sant’Agostino, fu da principio chiamata cielo e terra. Ed è detto: “In principio Iddio fece il cielo e la terra”. Non che ciò fosse già, ma perché poteva esserlo; imperocché è scritto che il cielo fu fatto. Perciò, quando noi consideriamo il grano di un albero, diciamo che in esso sono le radici, il tronco, i rami, le foglie, i frutti, non che già queste cose sieno; ma perché devono essere. Nello stesso senso è stato detto: “Nel principio Iddio fece il cielo e la terra”, sebbene la materia del cielo e della terra fosse ancora in stato di caos. Ma perché da questo caos dovevano con certezza uscire il cielo e la terra, di già la medesima materia era chiamata il cielo e la terra. » [De Gen. contr. Maniche lib. I, c. VII, opp. t. I, p. 1052, ediz. Novis]. Udiamo adesso il principe degli Apostoli. A tempo suo vi erano (come oggi dei Renan, dei Proudhon, dei Quinet, degli Strauss) degli scolaretti del piccolo Epicuro, i quali negavano la creazione del mondo, il suo libero governo mediante la Provvidenza e la sua distruzione finale. San Pietro risponde : « Questi beffatori ignorano perché lo vogliono, che furono da prima per la parola di Dio i cieli e la terra uscita dall’acqua, e che ha consistenza per l’acqua. » [“Latet enim eos hoc volentes quod, coeli erant prius et terra de aqua et per aquam, consistens Verbo Dei”. II Piet.,III, 5. — Benché al singolare la parola consistens confermata, si riferisca del pari al cielo ed alla terra, gli Ebrei hanno l’usanza di fare accordare l’aggettivo con l’ultimo sostantivo]. Cosi il cielo e la terra con quanto racchiudono di creature materiali, sono stati formati dall’acqua, alla quale il Verbo creatore ha dato, condensandola, una forma decretata e mantenuta in uno stato permanente. Presso i Padri ed i commentatori, l’interpretazione delle parole dell’apostolo è invariabile. Per primo troviamo il Papa San Clemente, discepolo di san Pietro, che assicura tenerla dalla bocca del suo augusto maestro: « Io vi insegnerò, mi diceva Pietro, come e per qual motivo il mondo è stato fatto. In principio Iddio fece il cielo e la terra, come un solo edilìzio. L’acqua che occupava il mondo, Iddio la condensò come una ghiacciaia, la rese solida come il cristallo: essa formò il firmamento che avvolge tutto lo spazio, compreso tra il cielo e la terra » [“Repetamus…. quomodo vel a quo factus sit mundus…. In principio cum fecisset Deus coelum et terram tamquam domum unam…. aqua, quae erat intra mundum.,.. quasi gelu concreta et crystallo solidata distenditur, et hujusmodi firmamento velut intercluduntux media coeli ac terrae spatia”. Recognita lib. I, c. XXVI et XXVII]. Come si vede, non si tratta dell’acqua come materia elementare. Iddio l’ha separata in due parti: una, ridotta allo stato concreto, forma la terra : l’altra, tenuta in sospeso nel vuoto, si chiama firmamento, e forma intorno alla terra come una corona di cristallo smaltata di diamanti.11 [Vedi Fabricius, Teologia delV acqua, lib. II, c. I]. Ecumenio parla come San Clemente. « Il cielo e la terra, dice, sono state create dall’acqua. Il cielo non è che l’acqua vaporizzata, o nello stato aeriforme; e la terra, l’acqua consolidata o in stato di concrezione.» [“Sicut coelo et terra ex aqua constitutis…. nam aer ex aquarum exhalatione, terra ex eorum concretione consistit”. In II Petr. III, 5]. Sant’Agostino non è meno esplicito. « Nel principio, i cieli e la terra furono creati dall’acqua e per mezzo dell’acqua. Non è dunque assurdo il dire che 1′ acqua era la materia primitiva; imperocché tutto ciò che nasce sulla terra, gli animali, le erbe e gli altri esseri simili, ripetono dal1’acqua la loro formazione e il loro nutrimento. » [De Gen, conir. Manich., lib. I, c. VII , p. 1058]. Tale è il sentimento degli altri dottori, a cui il terzo versetto della Genesi viene a dare, a quanto sembra, una splendida conferma. [Vedi Corna Lap., in Eccles., XXIX, 28]. E lo Spirito di Dio si muoveva sopra le acque. Perché la Scrittura non dice: “sul cielo e sulla terra”, da lei nominati, e soli ? Non è forse evidente che dice cosi, perché esistevano in stato d’acqua, e che l’acqua era l’elemento generatore dell’uno e dell’altro? – La memoria della primitiva origine degli esseri materiali non si era interamente perduta presso i pagani. Dall’Oriente, culla della tradizione, era passata in Occidente. La prima scuola filosofica della Grecia, quella di Talete, stabiliva per principio che l’acqua aveva dato l’origine a tutto quello che noi vediamo. [Aquam principem rebus creandis dixere. Auson., De Lud. Sapiente] Plinio, il naturalista più erudito che fosse tra i romani, scrive: « L’acqua è la regina di tutto, essa conserva la terra, uccide il fuoco, sale in alto e possiede l’impero del cielo. Cadendo, essa fa nascere ciò che produce la terra. Prodigio della natura! Se si considera come nascono le messi, come vivono gli alberi e le piante, come l’acqua sale al cielo, e come ne discende per dar vita alle erbe, confesseremo con verità che la terra deve ogni cosa all’acqua. » [Hist. nat., lib. XXXI, c. I, ediz. in-8, Parigi, 1827]. Festo e altri grammatici pagani, danno alla parola acqua un’etimologia che significa madre di tutto ciò che esiste. [Corn. a Lap., in Joan., IV, 9].All’insegnamento della tradizione universale, la chimica, quando sarà più avanzata, verrà, non ne dubitiamo, ad aggiungere l’autorità delle sue esperienze. In luogo di cinquanta corpi semplici, riconoscerà che un elemento solo è bastato al Creatore per formare tutto ciò che noi vediamo. Ora, questo elemento primitivo è l’acqua. Tale è di già l’opinione di una parte del mondo colto. Come il bambino esce dal seno e dalla sostanza di sua madre, cosi la creazione materiale è dunque uscita dall’acqua. Parimente i cieli e la terra e tutto ciò che essa produce, sono figli e nipoti dell’acqua : Ex aqua et per aquam. Ché nobile madre, che bella e numerosa famiglia! Volgiamo i nostri sguardi sull’immensa varietà di alberi, di vegetali, di piante, d’erbe, di fiori e di frutti, nei quali non si sa che più ammirare, o l’utilità del loro legname e della loro fronda, la ricchezza dei loro colori, la graziosità delle loro forme, l’odore squisito dei loro profumi, o le loro proprietà medicinali. Con tutto ció, questa non è la più bella parte dei figli dell’acqua. – Da essa altresì sono nati gli animali che riempiono la terra, i pesci ché popolano il mare, la cui grassezza o piccolezza, la forma è la struttura, le industrie e i mezzi d’attacco e di difesa, del pari ci sorprendono. – Qualche cosa di più grazioso e altresì di più brillante. Gli uccelli sono fratelli dei pesci. Per la gentilezza delle loro forme, la vivacità del loro portamento, lo splendore, la magnificenza e la varietà delle loro piume, la sicurezza del loro istinto e l’armonia dei loro canti; queste incantevoli creature offrono uno spettacolo che non si cessa mai di ammirare. Che più? Dalla terra è uscito il capolavoro della creazione materiale, il nostro corpo, come la terra medesima è uscita dall’acqua. Se dunque la terra è nostra madre, l’acqua è l’ava nostra. Qualunque uomo è nato da lei: “Initium vitae hominis aqua”. [Hydrogiologia, sect. i, c. III, auct. Marco Ani. Marsilio, Columna archiep. Salernit]. – Il Creatore che ha tratto la terra dall’acqua, ha voluto che questa figlia, in qualunque tempo, riposasse come un bambino nel seno di sua madre. Egli ha fondato la terra sull’acqua: “super maria fundavit eam”, dice il profeta. [Ps, XXIII]. L’acqua in vero, le serve di punto d’appoggio, di cuna e di fascie. Di fatti la conservazione degli esseri non è che la loro continua creazione; ciò significa che essi vivono degli stessi elementi di cui sono formati. Se dunque l’ acqua è l’elemento generatore degli esseri materiali, essa deve rappresentare una parte sovrana nella loro conservazione. Ora è un fatto, che l’acqua entra in tutti gli alimenti; che è il rimedio diretto a una quantità di malattie, che serve di veicolo alla maggior parte dei medicamenti. Siccome nelle opere di Dio tutto è fatto per istruzione dell’uomo, perciò sant’Ambrogio applica la lezione che ci è data da questa indissolubile unione della terra con l’acqua. « Vedete, dice egli, che buona madre è l’acqua! Essa nutrisce ciò che partorisce, né mai se ne separa. E tu, o uomo, tu hai insegnato al padre ed alla madre l’abbandono dei propri figli, le separazioni, gli odi, le offese; impara dall’acqua quali siano gli intimi legami che debbono unire fra loro i genitori ed i figliuoli. – Hexaem.,lib. V, c. IV. – Apprendiamo altresì quanto grandi debbano essere la nostra umiltà e il nostro distacco dalle creature. Che cosa è il nostro corpo ? Acqua rappresa. E gli animali, le piante, la terra, e tutte le creature materiali? Acqua rappresa. E per un poco d’acqua rappresa noi vorremo inorgoglire e perdere l’anima nostra fatta ad immagine di Dio? L’acqua non è solamente la madre del mondo, ma è eziandio il sangue della natura. – Come il sangue è necessario alla vita del corpo; cosi l’acqua è necessaria alla vita dell’universo. Nel corpo umano il sangue ha i suoi serbatoi; di lì esce per alimentare tutte le nostre membra; vi torna per rinfrescarsi, e ne esce di nuovo per seguitare le sue funzioni indispensabili. Avviène la stessa cosa nel gran corpo della natura. I mari senza fondo, le ampie cavità delle montagne sono i serbatoi del suo sangue. Per un moto non interrotto di flusso e riflusso, l’acqua purificata, rinfrescata, impregnata di tutte le sue natie qualità, continua ad infondere la vita in mille svariate produzioni: l’avvicendarsi delle quali in un modo regolare, non é il carattere meno ammirabile. È la sapienza infinita che fa uscire dai suoi ricettacoli il sangue, che lo spartisce e lo dirige per cento canali, di diversa grandezza secondo i bisogni di ciascun organo. – Nella natura la stessa sapienza presiede alla distribuzione delle acque; ed apre, ai suoi tempi, quelle grandi conserve, ne spartisce la massa, le mostra i canali per cui deve passare, per bagnare, rinfrescare, e mantenere da per tutto la bellezza e la vita. In questi canali, alcuni come fiumi, sono le arterie del gran corpo della natura; le riviere, i ruscelli, le fontane, le infiltrazioni sotterranee, sono le vene, le fibre, i vasi capillari, per dove l’acqua penetra nelle più minute parti della terra: come il sangue nelle estremità più deboli dei nostri organi, e le più lontane dal centro. È un fatto comprovato che trovasi acqua da per tutto. Su tal proposito i pozzi artesiani sono venuti, come tutte le altre scoperte, a confermare gli insegnamenti della teologia. Che sarebbe se l’uomo possedesse una scienza più completa, oppure se potesse adoprare strumenti più perfetti? La precisione con la quale Dio misura la quantità dei sangue, che dee entrare in ciascun vaso, la rapidità o la lentezza con cui deve scorrere, è tale che non v’é mai, tranne un caso strano, né un ingorgo, né una perturbazione nell’organismo. Con un arte del pari meravigliosa lo stesso Creatore si fa gloria d’aver misurato, equilibrato e spartite le acque nel corpo della natura, per modo, che ciascuna parte ne riceve la quantità che gli bisogna. « Sono io che ho messo l’acqua nella bilancia; io che segnai il corso all’impetuosa pioggia, e la strada al tuono rumoreggiante. » [Job., XXVIII, 25,26]. – Ma se l’uomo si rende meritevole di qualche grave castigo, l’ordine é sospeso. Siccome nella famiglia quella a cui tocca più spesso di correggere il figlio colpevole è la madre: cosi nella natura è l’acqua, che vendica il Padre celeste oltraggiato. A lei Iddio intima di rinchiudersi nei suoi serbatoi, e di far languire la terra e i suoi prodotti; o di cadere in piogge dirotte e funeste che inondando la prima, alterando i secondi, costringono l’uomo colpevole a chiedere mercé. – Si può dunque ripetere a buon diritto con un autore pagano: « L’acqua è l’elemento più amico che si abbia l’uomo; non ve ne sono altri che gli arrechino tanti vantaggi; senza l’acqua nulla potrebbe nascere, né conservarsi, né essere adattato ai nostri usi. » [Vitruv., lib. VIII, c. IV]. Aggiungiamo con Eusebio, che di tutti gli elementi, l’acqua è quella che sembra rendere maggiore gloria agli attributi di Dio. I fiumi e le riviere che scorrono di continuo in sì grande abbondanza, fanno conoscere la magnificenza del Creatore. Le fonti inesauribili che notte e giorno scaturiscono dagli abissi nascosti all’occhio umano, mostrano la bontà di Dio che le alimenta. La grandezza della sua potenza si rivela mediante la immensa massa delle acque racchiuse nell’abisso degli oceani, e per mezzo degli audaci flutti che innalzandosi fino alle nubi, fanno paura alla terra, ma vengono a rompere l’orgoglio contro un grano di sabbia. [De Laud. Constant., p. 605]. – Tale è l’acqua in se stessa e nell’ordine naturale. Non è egli giusto che a motivo del supremo ufficio di cui è onorata, canti ella la gloria di Dio, e che l’uomo associandosi alla madre sua, l’aiuti a pagare il debito della riconoscenza? Perciò nel cantico in cui invoca tutte le creature ad esaltare, a sopra esaltare il loro autore, il profeta, dopo essersi indirizzato agli Angeli, gloriosi abitatori del mondo superiore, passa alla creazione inferiore e appella immediatamente l’acqua, sua madre sempre feconda: “Benedicite aquae omnes quae super coelos sunt Domino”. – Ecco dunque, gli onori resi all’acqua. È un fatto poco notato e però tanto più degno d’esserlo, quanto è universale: tutti i popoli inciviliti dell’Oriente e dell’Occidente, ebrei, pagani, o cristiani, hanno posto una parte della loro gloria nell’adornare le fonti. Essi hanno voluto che la lor madre, giungendo presso di loro, fosse ricevuta non da vasi di pietra o di legno rozzamente lavorati, ma in vasche e bacini di marmo, di bronzo, di porfido, riccamente adorne di sculture e di bassorilievi. – Le acque non sgorgano punto da orifizi semplici e senza arte: ma graziosi e vari sono i loro canali. Escono esse ora dal becco di un uccello, ora da una gola di leone, o dalla bocca di qualsiasi altra creatura animata, e il rumore della loro caduta, dolce e risuonante, forma un concerto che è, secondo l’espressione del Profeta, il battito di mani delle acque: “Flumina plaudent manu”. Nessuno intese il culto delle acque meglio dei due più grandi popoli dell’antichità, cioè gli Ebrei ed i Romani. Gli acquedotti di Salomone erano di una magnificenza incredibile, di una grandezza e larghezza che sembrerebbero favolose, se le prove scritte e materiali non le rendessero certe. I Cesari non entrarono mai in Roma con tanta pompa come le acque, chiamate ad abbellire la eterna città. Per esempio l’acqua detta Paola e Vergine, la cui abbondanza e purezza fanno ancora della Roma attuale la città delle belle fontane, arrivavano, come tante regine, sopra archi trionfali della lunghezza di dieci o quindici leghe. I nostri acquedotti, scriveva Plinio, sono le meraviglie del mondo; orbis miracula [Lib. XXXVI, c. XV]. Non deve dunque fare meraviglia se la grande scimmia di Dio, satana, si é impadronita di questa venerazione istintiva per le acque, e la fa volgere a suo profitto. Egli, per corrompere l’uomo e fare insultare Dio dalla più bella delle sue creature, si è messo con accanimento a profanare le acque e le fontane: le prime furono popolate di una moltitudine di divinità impure: delle seconde, ha fatto uno spettacolo di lubricità. Uscendo dalla bocca o dalla conca, sirene, naiadi, tritoni, vale a dire demoni provocatori, le fontane ridiventate pagane non cantano più gli attributi del Creatore, ma le infamie di satana, dei suoi angeli e del suo culto. [Vedi Corn. a Lap., in Zach., XIV, 6; et Cant, IV, 16]. – Lo stupore raddoppia, o piuttosto la scienza si svolge, quando si considera l’ufficio importante dell’acqua nell’ordine morale. Qual elemento ha più spesso servito alle meraviglie dell’Onnipotente! Il diluvio, il passaggio del Mar Rosso, il monte di Horeb, il passaggio del Giordano, il culto mosaico con le sue numerose cerimonie, di cui l’acqua forma quasi sempre una parte integrante; non attestano essi che l’acqua è l’elemento preferito del Creatore? Quante volte il Verbo incarnato l’ha fatto servire a’ suoi misteri ed a’ suoi miracoli, sarebbe lungo il narrarlo. Citiamo un sol fatto: al limitare della sua vita pubblica egli vuol manifestare la sua divinità con un irresistibile splendore. Il primo suo miracolo sarà, come la sua lettera credenziale. Per operarlo qual’elemento adopera? L’acqua. – « Cosa degna di nota, dice a questo proposito il dotto Fabricio, il cambiamento dell’acqua in vino alle nozze di Cana; il Verbo rigeneratore continua ad operarlo tutti i giorni con un lusso di varietà, davanti a cui si cade in ginocchio. Egli fa cosi bene unire l’acqua con la virtù del ceppo della vigna, che le uve si empiono non d’acqua ma di un succo delizioso. Chi potrebbe annoverare tante specie di vini, tante sorte di altri vini, di olii e di frutti succulenti ; nei quali l’acquasi cangia al contatto delle virtù racchiuse nei loro semi? » [Teologia dell’acqua, lib. I, c. IV]. . Se la miracolosa trasformazione dell’acqua si compie al contatto di un elemento creato, perché non potrebbe essa compiersi dietro l’ordine immediato di Colui che ha creato l’acqua e l’elemento trasformatore? – Era necessario di far conoscere l’eccellenza naturale dell’acqua, mostrando ciò che è nel mondo fisico, per avere la ragione della scelta costante, che Dio ne fa sin dall’origine, come elemento delle cose più grandi nel mondo morale. Ora queste antiche meraviglie non erano che il preludio di una maraviglia ancor molto più grande. Noi vogliamo parlare della nascita del cristiano: all’acqua ridonda questo onore. Esso, come unico, incomparabile ed immortale, pone in evidenza una delle armonie che più rapiscono tra le opere divine, né forma la minor prova che l’ acqua è bene l’elemento generatore di tutte le cose. Vedremo ciò a breve. Non é dunque perché essa si trovi dappertutto, ma bensì, perché è cosa profondamente misteriosa, che l’acqua sia stata scelta per l’elemento del battesimo.

Magnificenza del battesimo dei cristiani

Nel primo giorno del mondo, lo Spirito Santo riposa sulle acque, simile all’uccello che cova il suo nido per tarlo schiudere. Dalle acque primitive cosi fecondate sorgono le brillanti e innumerevoli legioni d’esseri organici, viventi, animati e destinati a vivere sulla terra, uscita confessi dal seno delle acque. Nella pienezza dei tempi, lo stesso Spirito riposa sulle acque del battesimo, le feconda e per tutta la durata dei secoli ne fa uscire l’innumerevole famiglia dei figli di Dio, destinati a popolare il cielo. Questo spettacolo rapisce i Padri e i dottori della Chiesa. Come gli antichi profeti si erano dilettati a cantare la prima creazione uscente dal seno delle acque, cosi essi celebrano a gara la seconda creazione uscita dallo stesso elemento. « Quel che fu il seno di Maria per il Verbo, dicono essi, Io è per noi il fonte battesimale; seno materno in cui è ricevuta la grazia generatrice e donde noi usciamo fratelli e coeredi del Verbo incarnato. Oh l’ammirabile artefice che è lo Spirito Santo! » [“Fons aquae elementaris, hoc Spiritu interveniente, fìt uterus Ecclesiae, uterus gratiae, etc.” – Rupert, de Spirit. Sanct., lib. III, c. CIII. — Qui si vede la ragione per la quale l’acqua elementare o naturale è l’unica materia del battesimo. E sola che lo Spirito Santo ha santificata e resa feconda. – « Che utilità reca l’acqua, domanda san Crisostomo, per dare una seconda nascita al mondo? Sono grandi misteri. Io non ne dirò che un solo. In virtù della legge che presiede alla trasformazione o al perfezionamento degli esseri, nell’acqua battesimale si compie un mistero di morte e un mistero di vita. Morte, sepoltura, vita, risurrezione, tutto si fa nello stesso tempo. L’acqua battesimale è una tomba. Noi vi discendiamo, e l’uomo vecchio vi é sepolto e immerso tutto intero. Noi ne usciamo, e l’uomo nuovo n’esce pieno di vita. Per quanto sia a noi facile d’immergersi nell’acqua e ritornare a galla, è altrettanto facile a Dio il seppellire l’uomo vecchio e creare il nuovo…. Ciò che è il seno della madre per il bambino, cosi è il battesimo per il cristiano: essendo nell’acqua fatto e formato. In principio fu detto: “Che le acque producano i rettili animati”. Dacché il Verbo Redentore è disceso nel Giordano, non è più la razza dei rettili prodotti dalle acque, ma la famiglia delle anime dotate di ragione e piene dello Spirito Santo.2 » [“….Quod est matrix embryoni, hoc est aqua fìdeli: in aqua enim fìngitur et formatur, etc.” in Joan., homil. xxv, n. 2; et homil. xxv, n. 1, opp. t. VIII, p. 168 et 171, ediz. Novis.] – Non vi è alcuno che abbia colori più graziosi e più vivi di Tertulliano, per dipingere le maraviglie della seconda creazione, tanto più magnifica che la prima. « Fortunato mistero della nostra acqua battesimale! Esclama questo grand’uomo. In esso noi siamo purificati delle nostre antiche colpe e resi liberi per la vita eterna. La vipera, voglio dire l’eresia, ama i luoghi asciutti e aridi. Per noi, piccoli pesci, secondo il nostro pesce Gesù Cristo, nasciamo nell’acqua e non viviamo della vita divina se non rimanendo nell’acqua. » [“…. Sed nos piscienti secundum iktun nostrum, Jesum Christum, in aqua nascimur; nec aliter quam in aqua permanendo salvi sumus”. De Baptism., c. I]. Quest’acqua potente ebbe la sua figura nella creazione del mondo. Allora lo Spirito Santo era portato sulle acque e le santificava. Sino da quel momento l’acqua santificata ebbe la virtù di santificare essa medesima; imperocché è una legge che la creatura inferiore prenda le qualità dell’essere superiore che influisce su di lei, specialmente se si tratta della materia riguardo allo spirito. Tutte le acque essendo venute da quelle acque primitive, partecipano della stessa virtù. Perciò poco importa che si sia battezzati in mare, in un lago, in un fiume o in una fonte, in Oriente o in Occidente, da Giovanni nel Giordano, o da Pietro nel Tevere. Appena che è invocato il nome di Dio, lo Spirito dalle altezze dei cieli discende sulle acque, le santifica da sé medesimo, e così santificate, bevono esse la virtù di santificare. [“Invocato Deo, supervenit enim statini Spiritus de coelis, et aquis superest, sanctifìcans eas de semetipso, et ita sanctifìcatae vim sanctifìcandi combibunt”. Id., c. IV]. È dunque vero che il mondo morale e il mondo fisico sono usciti dallo stesso elemento rigeneratore, sotto l’azione dello stesso Spirito. I cieli e la terra nascono dall’acqua e vivono nell’acqua, et per aquam, dice san Pietro; e il mondo cristiano nasce dall’acqua e non può vivere che nell’acqua: “In aqua nascimur; nec aliter quam in aqua permanendo salvi sumus”. – Meglio che tutti i discorsi, questo fatto ci mostra l’eccellenza deill’acqua e il posto ch’essa occupa nelle opere divine. Per questo appunto essa sarà 1’oggetto inevitabile dell’odio privilegiato del demonio. Se dunque il gran nemico del Verbo incarnato aveva profanato l’acqua, considerata solamente come principio della creazione materiale, noi dobbiamo vederlo raddoppiare di rabbia per profanarla, per disonorarla come elemento della creazione spirituale e speciale istrumento dei miracoli dell’uomo Dio. Infatti è cosi: riferire ciò che il principe delle tenebre ha fatto per corrompere l’acqua; e, di questo elemento santificante, fare un istrumento di male morale e fisico, sarebbe quasi impossibile. Si direbbe che avendo avuto cognizione dei destini sublimi dell’acqua per la rigenerazione del mondo, Satana ha scaricato il suo odio su questo elemento due volte misterioso, come l’aveva scaricato sulla donna. Tertulliano che lo vedeva all’opera, cita qualcuna delle sue contraffazioni sacrileghe e delle sue perfide scelleratezze: « Egli ha, dice, il suo battesimo per iniziare i suoi adepti ai misteri d’Iside e di Mitra. Da ogni parte veggonsi i suoi adoratori purificare con acqua le campagne, le case, i templi, le città intere. Nei giochi di Apollo e di Peluso, i combattenti si immergono nell’acqua col pensiero di rigenerarsi e di ottenere il perdono delle loro colpe. Presso gli antichi l’uomo che aveva commesso un omicidio si purificava con acqua. Riconosciamo qui satana geloso di Dio, poiché ha pure esso il suo battesimo. Ma qual rapporto tra il suo e il nostro? L’immondo purifica, l’uccisore vivifica, il dannato assolve! distruggerà egli l’opera sua cancellando i delitti che egli stesso ispira? «Indipendentemente da ogni pratica superstiziosa, il demonio é il corruttore delle acque. I pagani non l’ignorano, ché negando essi l’ azione di Dio sull’ acqua, ammettono la caricatura. Che forse gli spiriti immondi non riposano sulle acque contraffacendo la posizione dello Spirito Santo sulle acque primitive? Tutte le fontane ombrate sanno ciò, tutti i ruscelli solitari, le piscine dei bagni pubblici, e, nelle case particolari, tutte le gore, cioè dire le cisterne e i pozzi chiamati euripi poiché attraggono a sé, mediante lo spirito maligno quelli che vi si accostano. I disgraziati che quelle acque hanno uccisi, o resi pazzi, o colpiti di panico, le appellano linfatiche e idrofobe.1 » [Tertull., De baptismo, c. V]. Porre indubbio la realtà di questi fenomeni satanici sarebbe semplicemente ridicolo. Tertulliano non gli ha inventati, gli autori pagani attestano ciò. Essi citano nelle differenti parti’ del mondo un gran numero di queste acque che producono gli effetti segnalati dal grande apologista. Plinio nomina una di queste gore omicide o malefiche nell’Arcadia, tre nella Tauride, altre in Lidia, in Etiopia, in Beozia, nell’isola di Cèos, nella Frigia, in Ispagna, nella Tracia e nella Sicilia.2 [Lib. XXXI, c. I et c. XI. — In Cea insula fontem esse quo hebetes fìant. Id., Id., c. XII. — Necare aquas Theopompus et in Thracia apud Cychros dicit: Lycus in Leontinis, tertio die quam quis biberit. Ibid., c. XIX.]. – Il gran teologo del paganesimo, Porfirio, conferma gli stessi fatti, e riporta quell’oracolo di Apollo ad Alessandro : «O figlio d’Eaco, bada di non accostarti all’acqua di Acherusa e di Pandosia, poiché ti attende una morte inevitabile » [Oracul. Veter., orac. Apoll. ab Obsapaeo, p. 62]. — « Vi è, dice Psello, un genere di demoni, chiamati demoni acquei perchè s’immergono nell’acqua, frequentano volentieri i laghi ed i fiumi, eccitano le tempeste e fanno perire molte navi e persone in quelle acque. » [De daemonib., cit. init.] – Questi fatti e molti altri permettono dunque di affermare con sicurezza che tra le creature animate, 1’oggetto privilegiato dell’odio di Satana, è la donna ; e tra le creature inanimate, l’acqua. La donna, perché in Maria è la madre del Verbo incarnato; l’acqua, perché nel battesimo è la madre del cristiano, fratello del Verbo incarnato. Quindi la sollecitudine particolare con cui la Chiesa veglia sulla donna, e specialmente sulla giovinetta. Di qui pure viene che di tutti gli elementi, l’acqua è quella che più spesso purifica, e di cui ella si serve per purificare le creature. Tertulliano conclude dicendo: « Perché abbiamo noi riferite tutte queste cose? Perché nessuno stenti a credere all’azione degli Angeli buoni sulle acque per la salute dell’uomo, poiché gli angeli cattivi hanno commercio con lo stesso elemento per la perdita dell’ uomo. » [Tertull. ubi supra. II . 13].Ma contro l’incredulità moderna non abbiamo bisogno di simili prove. La virtù miracolosa dell’acqua del battesimo è un fatto splendidissimo come il sole. Io sfido il negatore più intrepido del soprannaturale e gli domando: Evvi si o no una differenza tra il mondo pagano e il mondo cristiano? tra un mondo prostrato ai piedi di mille idoli più terribili, più crudeli, più impuri, gli uni degli altri, ai quali offra in sacrificio migliaia di vittime umane; e un mondo adoratore di un solo Dio tre volte santo, che egli onori con un culto di una purità irreprensibile? Se risponde di no; è detto tutto; con la follia non si ragiona. Se risponde affermativamente, io gli domando: in qual luogo questo mondo cristiano tanto superiore al mondo pagano ha egli preso nascita? Se non vuol cadere nel ridicolo, negando l’ evidenza, egli è ben costretto a mostrarmi i fondamenti del battesimo. Da questi infatti è uscito il mondo cristiano. Il fatto è talmente vero, che tutti i popoli antichi dell’Oriente e dell’Occidente, tutte le repubbliche tanto vantate di Sparta, d’Atene e di Roma, malgrado i loro filosofi, i loro poeti, i loro capitani, le loro arti, la loro civilizzazione materiale, sono rimasti adoratori delle più mostruose divinità, schiavi dei più vergognosi errori, fino a che non sono venuti ad immergersi nell’acqua battesimale. Affinché la permanenza del miracolo rendesse l’incredulità non scusabile, che cosa vediamo noi ancora oggi?Quando l’africano adoratore del serpente, l’oceanico antropofago, cessano d’essere adoratori di serpenti e mangiatori d’uomini? Il giorno del loro Battesimo. È dunque eternamente vera la bella parola di Tertulliano : “I cristiani sono piccoli pesci che nascono nell’ acqua”: “Pisciculi in aqua nascimur”. Non meno vera quell’altra che aggiunge; E noi non possiamo vivere che stando nell’ acqua: “Nec aliter quam in aqua permanendo salvi sumus”. Infatti se i cristiani, uomini e popoli, vengono a degenerare, la storia mostra, come data precisa della loro decadenza, il giorno in cui essi si sono allontanati dalle acque del battesimo, dalla vita che vi avevano ricevuta e dallo Spirito che gliel’aveva data. [A motivo dell’ importante ufficio che essa adempie nell’ordine naturale, l’acqua è ben degna di servire a questo miracolo come a tutti gli altri. Come appunto abbiamo visto, essa possiede con la grazia numerosi e notevoli rapporti. Citiamo altresì questa bella armonia. L’acqua che sorge da una collina e che attraversa una valle, risale la collina opposta, fino al livello della sua sorgente ; è una legge fisica. Avviene lo stesso nell’ ordine soprannaturale. Parlando della Samaritana, il figlio di Dio gli promette di dare al mondo un’acqua che risalirà sino alle altezze del cielo. Dunque la sorgente di quest’acqua è nello stesso cielo. Ora questa sorgente è stata aperta al battesimo; essa non si è mai seccata. Scorrendo sulla terra sino all’ultimo giorno del mondo, essa risalirà all’altezza della sua sorgente, portando seco l’uomo rigenerato, pieno di vita e ricco di virtù che il paganesimo, né la filosofia conobbero mai. Anche questo è un fatto.] – Prendere nascimento nel più magnifico degli elementi, non è la più gran gloria del cristiano. La sua prerogativa per eccellenza è che il suo battesimo ha per tipo il Battesimo del Verbo incarnato. Tutti gli augusti misteri, che noi vediamo rifulgere nel Giordano, si rinnovano in ciascuno di noi. « Il nuovo Adamo, dice san Tommaso, ha voluto essere battezzato, per consacrare il nostro battesimo col suo. Cosi nel primo ha dovuto rivelarsi con splendore tutto ciò che mostra l’efficacia del secondo. Su ciò tre cose sono da considerare. La prima, la suprema virtù che dà al battesimo la sua efficacia. Questa virtù viene dal cielo. Ecco perché quando “il Cristo fu battezzato, il cielo fu aperto”, per mostrare che da qui innanzi la virtù celeste santificherebbe il battesimo. La seconda, la fede della Chiesa e del battezzato che concorre all’ efficacia del battesimo. Di qui la professione di fede pronunziata dal battezzato, e il nome del Sacramento della fede dato al battesimo. Ora per mezzo della fede noi vediamo le realtà dell’ordine soprannaturale che sorpassano i sensi e la ragione. – Questa veduta superiore è significata con queste parole: “Battezzato il Cristo, i cieli furono aperti”. La terza, l’ingresso del cielo aperto dal battesimo del Verbo incarnato: all’uomo che se l’era chiuso col peccato. Di qui pure la parola profondamente misteriosa: “Battezzato il Cristo, i cieli furono aperti”, per mostrare che la via del cielo è aperta ai battezzati. Ma per seguirla costantemente, il battezzato deve di continuo ricorrere alla preghiera. Difatti, se il battesimo rimette il peccato, ei lascia sussistere il focolare del peccato che ci assale interiormente; il mondo e il demonio che ci assalgono esternamente. Per conseguenza quelle parole significanti: Quando Gesù fu battezzato e mentre pregava, il cielo fu aperto. » [P. III, 89, art. 5, corp.]. – Qual’é questa virtù sovrana che opera tanti miracoli? È lo Spirito Santo. Perciò noi lo vediamo appaiare immediatamente sotto una forma sensibile, nel battesimo del nuovo Adamo: misteriosa colomba che noi non vediamo coi nostri occhi posarsi sul capo di ciascun battezzato, ma che nonostante vi si posa. A lei ed a lei sola, il mondo battezzato deve la purità, la dolcezza, la fecondità del bene, la trasformazione intellettuale e morale che lo distingue tanto nobilmente dai pagani di un tempo e dagli idolatri odierni. Vivificata dallo Spirito Santo, l’acqua ha prodotto un piccolo pesce, il cristiano, sul tipo del gran pesce, Nostro Signore Gesù Cristo. Che rimane se non che il Padre eterno riconosca suo figlio in presenza del cielo e della terra: “Ed ecco una voce dal cielo che dice: questi è il diletto mio Figlio, nel quale io mi sono compiaciuto” [Matth., III, 17]. – Per annunziare la perpetuità di questo mistero durevole quanto il tempo, ed esteso quanto il mondo, la voce del Padre che risuonò sulle rive del Giordano, diciotto secoli fa, non cessa mai di farsi sentire sul fonte battesimale, allorché un fratello del Verbo incarnato viene a prendervi nascimento. Ecco il bel pensiero di sant’Ilario: «La voce del Padre, dice, si fece sentire a fine di avvertirci che i miracoli di Nostro Signore si compiono in noi; che la divina colomba discende su di noi, e che la voce del padre annunzia la nostra divina adozione. » [“Super Jesum baptizatum descendit Spiritus sanctus, et vox Patris audita est dicentis: Hic est filius meus dilectus; ut ex his quae consummabantur in Christo, cognosceremus post aquae lavacrum et de coelestibus portis sanctum in non Spiritum involare, et patemae vocis adoptione Dei fìlios fieri.” Super Matth. c. I. in fin.]. – Niente’di più vero, poiché niente sulla terra è più bello, più degno delle compiacenze del Padre eterno, quanto l’anima all’uscire dal fonte battesimale. Di questa creazione dello Spirito Santo, di questo cielo terrestre dove risiede l’augusta Trinità, si può dire ciò che l’apostolo ha detto del cielo empireo: L’occhio dell’uomo non ha visto niente, il suo orecchio non ha udito nulla, il suo spirito nulla concepito, che possa essere paragonato a Lui, per la felicità e per la gloria.

Terza Creazione dello Spirito Santo: la Chiesa.

Con la “terza creazione” dello Spirito Santo, siamo agli ultimi capitoli prima del “botto finale”, rappresentato dalla quarta creazione: il Cristiano! In attesa quindi della delucidazione delle azioni dello Spirito Santo sull’uomo “cristiano” da santificare, attraverso i “doni” che generano i “frutti”, le opere di misericordia, le virtù e le beatitudini, godiamoci con calma, ruminandoli e facendoli nostri, questi capitoli interessantissimi, che tra l’altro ci danno un’idea precisa della fondazione della “vera” Chiesa di Cristo da parte dello Spirito Santo, e del sostegno che, in collaborazione alla altre Persone della Santissima TRINITA’, Esso costantemente mostra, anche in questi tempi di generale apostasia, usurpazione dell’Autorità e di “eclissi”. Non finiremo mai di ringraziare il buon DIO per aver ispirato con largo anticipo a mons. Gaume quest’opera fondamentale per la rinascita ed un rinnovato splendore della Chiesa Cattolica, l’unica Chiesa per la Quale si giunge alla salvezza eterna.

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Terza Creazione dello Spirito Santo: la Chiesa.

[dal Trattato dello Spirito Santo, vol. II capp. XV, XVI, XVII]

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L’Incarnazione è l’asse del mondo. La storia universale non è altro che lo svolgimento di questo mistero: compiuto che sia una volta nell’ultimo degli eletti, i tempi finiranno. Per realizzare l’Uomo-Dio, lo Spirito Santo creò Maria. Per generalizzare l’Uomo-Dio, crea la Chiesa. In quella guisa che il cristiano è il prolungamento di Gesù Cristo, cosi la Chiesa è il prolungamento di Maria. Ciò che Maria è di fronte a Gesù, similmente la Chiesa lo è al cristiano. I tratti divini che distinguono Maria, distinguono la Chiesa. Maria è la prima creazione dello Spirito Santo nella legge di grazia, la Chiesa é la terza. Maria è ripiena di tutti i doni delio Spirito Santo: cosi la Chiesa è ripiena di tutti i doni dello Spirito Santo. Maria è Vergine; la Chiesa è vergine: Maria è madre e sempre vergine; la Chiesa è madre e sempre vergine. Lo Spirito Santo, sopravvenuto in Maria, riposa sempre in Lei; Ei La protegge, La ispira, La dirige. Disceso sulla Chiesa, lo Spirito Santo abita sempre in essa per proteggerla, ispirarla, dirigerla. Maria è il focolare della carità; la Chiesa lo è del pari. Queste analogie e altre ancora rivelano la misteriosa unità che presiede alla deificazione dell’uomo: ecco alcuni particolari sopra ciascuna. – Maria è la prima creazione dello Spirito Santo; la Chiesa, la terza. « La terza persona dell’augusta Trinità, dice san Basilio, non lascia 1′ Uomo-Dio risuscitato tra i morti. L’uomo aveva perduto la grazia che aveva ricevuta il di della sua creazione dal soffio di Dio. Il Verbo incarnato gliela vuol rendere. Per ciò Egli soffia sulla faccia de’ suoi discepoli. E che dice loro: Ricevete lo Spirito Santo, i peccati saranno rimessi a chi voi li rimetterete, e ritenuti a chi li riterrete. Che vuol Egli dir ciò, se non che la Chiesa, la sua gerarchia ed il suo governo sono evidentemente e senza contrastoL’opera dello Spirito Santo ? È Esso medesimo, dice san Paolo, che ha dato alla Chiesa da prima gli Apostoli: quindi i profeti: in terzo luogo i dottori: poi il dono delle lingue e dei miracoli, secondo che Egli ha giudicato conveniente. » Apriamo il Libro sacro e seguitiamo, passo passo, il racconto di questa meravigliosa creazione. Ei ci mostrerà che lo Spirito Santo ha formato la Chiesa, come ha formato Maria. « Cum complerentur dies Penlecostes: Come i giorni della Pentecoste erano per finire. [Acti II, 1.] ». – La risurrezione e l’ascensione del Salvatore erano state talmente rispettate, che la discesa dello Spirito Santo doveva in virtù dei numeri sacri, aver luogo nelle feste della Pentecoste mosaica. Siccome in questi giorni lo Spirito Santo aveva per mezzo del ministero degli Angeli dato a Mosè la legge di timore, la quale costituiva definitivamente gli Ebrei allo stato di nazione e di nazione separata, cosi parimente Egli scelse quei giorni solenni per dare, in persona, la legge d’ amore che sostituiva la Chiesa alla Sinagoga, e costituiva definitivamente allo stato di nazione universale la grande famiglia cattolica. Ecco perché la discesa dello Spirito Santo non ebbe luogo lo stesso giorno della Pentecoste mosaica, ma il giorno dopo, primo giorno della grande ottava. Sappiamo infatti, che i Giudei celebravano la Pentecoste il sabato, e gli Apostoli la celebrarono la domenica. Scegliere per la rigenerazione del mondo lo stesso giorno della sua creazione e il giorno, in cui per la sua risurrezione gloriosa, il Redentore aveva trionfato di satana, è appunto qui una di quelle belle armonie che si riscontrano ad ogni tratto nell’ opera divina. « Erant omnes pariter in eodem loco: erano essi tutti insieme in uno stesso luogo ». – Maria sino dalla sua più tenera infanzia, stando racchiusa nel tempio, si era preparata con cura alla visita dello Spirito Santo. Così la Chiesa appena nata dal sangue del Calvario, erasi ritirata nel cenacolo, a fine di prepararsi pel raccoglimento alla venuta dello Spirito Santo, e invocare i suoi favori. Centoventi persone componevano quel giovane consorzio: quest’era presso i Giudei il numero richiesto per formare una comunità ecclesiastica; imperocché centoventi persone composero la grande Sinagoga sotto Esdra, allorché ei ristabilì lo stato ed il culto della nazione. Non formando tutti che un sol cuore, un’anima sola, ed una preghiera ardente per domandare lo Spirito Santo, erano essi nello stesso luogo: “in eodem loco”. Questo luogo era il cenacolo. A qual fine scelse lo Spirito Santo il cenacolo per primo teatro delle sue rivelazioni meravigliose? Perché era il luogo il più santo della terra. E fu in questo stesso cenacolo che il Signore istituì la divina Eucaristia, e che dopo la sua risurrezione egli apparve all’apostolo Tommaso. Colà pure in memoria dei più grandi prodigi fu edificata la santissima Sion, la più venerabile delle Chiese. Luogo sacro, testimone delle più stupende meraviglie come il Sinai, il Giordano e il Tabor; luogo benedetto che rammentava agli Apostoli l’ineffabile bontà del maestro, i suoi discorsi divini, e la loro prima comunione per la stessa mano di Gesù. Oh come dovevano ritornarvi con tenerezza e rimanervi con amore! Questo cenacolo era nella casa di Maria, madre di Giovanni, soprannominato Marco, e cugino di san Barnaba. Secondo due Padri insigni della Chiesa orientale, sant’Esichio patriarca di Gerusalemme, e san Proclo patriarca di Costantinopoli, lo Spirito Santo discese in quello stesso momento, in cui san Pietro celebrava in mezzo ai discepoli l’augusto sacrificio della Messa. Subito che ebbe visto il corpo di Gesù e sentito il profumo ineffabile di quella carne immacolata, l’aquila divina si precipita dal cielo. Mirabile contrasto! Lo Spirito di Dio erasi separato dall’uomo, perché la carne l’aveva trascinato nelle sue vergognose cupidigie e il demonio erasi impadronito dell’umanità. Ma ecco che la carne purissima di Gesù si presenta dinanzi a Dio. Tosto lo Spirito discende, attratto da tutte le sue pure bellezze, affascinato da tutte le sue amabilità, e con essa dimora per sempre: e questa carne divina, moltiplicata all’infinito, estende a tutti i luoghi ed a tutti i secoli l’unione dello Spirito Santo con l’umanità. « Et factus est repente de coelo sonus: e venne di repente dal cielo un suono. » Ciascuna di queste divine parole racchiude un tesoro di verità: Venne di repente senza che gli Apostoli se l’aspettassero e senza alcuna precipitazione da parte loro. Così apprendiamo che lo Spirito Santo diffondeva l’abbondanza dei suoi doni interni ed esterni mediante la sua pura liberalità. Vediamo ancora la prontezza e la forza della sua grazia che in un batter d’occhio cambia gli uomini terreni in uomini celesti: Pietro in eroe, Maddalena in santa. O che meraviglioso artefice é lo Spirito Santo! Alla sua scuola nessuna dilazione per imparare, poiché Egli tocca l’anima e l’ammaestra; 1’averla toccata è come se l’avesse istruita. Dal cielo, per mostrare che là é la dimora dello Spirito Santo, che è Dio, e che viene ad innalzare al cielo gli Apostoli e per essi l’intero mondo. O leva potente! « Oggi, grida il gran Crisostomo, la terra per noi diviene il cielo, non per la discesa delle stelle sulla terra, ma per l’Ascensione degli Apostoli in cielo. L’abbondante effusione dello Spirito Santo fa dell’universo un cielo unico, non cangiando la natura degli esseri, ma divinizzando le volontà. Egli trova dei pagani e ne fa tanti cristiani; degli adoratori del demonio, degli adoratori del Verbo Dio; di ladri, tanti disinteressati; di persecutori, tanti apostoli; delle donne pubbliche Ei le agguaglia alle vergini. Ei pone in fuga la iniquità, e le sostituisce la bontà; la legge d’odio universale si converte in legge d’amore universale, la schiavitù in libertà. « Per operare queste meraviglie, tutti i mezzi sono per Lui buoni. Ei prende i timidi apostoli, e che ne fa Egli? ne fa dei vignaiuoli, dei pescatori, e delle torri e delle colonne e dei medici e dei generali e dei dottori, e dei porti, e dei governatori, e dei pastori, e degli atleti e dei trionfanti combattitori. Come colonne essi sono il sostegno e le fondamenta della Chiesa. Come porti, essi mettono in salvo il mondo contro le tempeste delle persecuzioni, dell’eresie, degli scandali. Essi ne hanno trionfato per sé e per noi, e ne trionfano ancora e sempre ne trionferanno. Come governatori hanno rimesso sulla buona via l’umanità. Come pastori hanno cacciato i lupi, e custodite le pecore. Come agricoltori hanno svelto le spine e seminato il grano della pietà. Come medici hanno guarito le nostre ferite. « Insomma non prender tu le mie parole per un vano linguaggio, poiché io metto sotto i tuoi occhi Paolo che fa tutte queste cose. Vuoi tu vedere un agricoltore? ascolta: Io ho piantato; Apollo ha annaffiato e Dio ha dato l’accrescimento. Un costruttore? Come un architetto ho poste le fondamenta. Un soldato? Io combatto non dando colpì in aria. Un corsiero? Da Gerusalemme ed i contorni sino in Illiria e al di là, nelle Spagne e sino alle estremità della terra io ho tutto riempito del Vangelo di Gesù Cristo, Un atleta? Per noi la lotta non è contro la carne ed il sangue, ma contro le potenze dell’aria. Un generale? Pigliate le armi di Dio e indossate la corazza della fede, l’elmo della salute e la spada dello Spirito Santo. Un guerriero? Io ho combattuto una buona battaglia ed ho conservato la mia consegna. Un trionfatore? Una corona di giustizia riposerà sul mio capo. Ciò che Paolo fa da sé solo, ogni apostolo lo fa, perché lo Spirito Santo essendo indivisibile è tutto intero in ciascuno. ». « Tanquam advenientis Spiritus vehementis: questo suono era come quello di un vento gagliardo che sopraggiunge. » Questo vento non era lo Spirito Santo ma il suo emblema. Perché quest’emblema e non un altro? Per mostrare la forza irresistibile dello Spirito Santo. Fra tutti gli elementi il vento è il più forte. In pochi minuti sconvolge l’Oceano sin nelle sue profondità, e alza sino alle nubi la pesante massa delle sue acque; ovvero sradica come per divertimento, secolari foreste. Come vento impetuoso ei renderà gli apostoli ardenti ai combattimenti e invincibili nella conquista del mondo. La loro parola animata dal soffio dello Spirito Santo farà cadere gli idoli, crollare gli imperi, confondere tutti i potentati, cacciare le nubi senz’acqua dell’errore e della filosofia; purificare l’aria corrotta da venti secoli di tenebre nauseabonde; condurre dai quattro punti del cielo le nubi cariche di acque fecondatrici, attirare nelle anime la vena divina e spingerle a piene vele come navi ben equipaggiate verso le sponde dell’eterna Gerusalemme. – «Et replevit totam domum: e riempì tutta la casa » . Tanto al morale che al fisico il vento o il soffio è il segnale della vita. Come principio di vita, lo Spirito Santo figurato da questo vento, riempie tutta la casa dove si trovavano gli apostoli; ma egli non riempie che quella: cosi per avere lo Spirito Santo, bisogna essere nella casa degli apostoli, vale a dire nella Chiesa. « Lo Spirito Santo, dice meravigliosamente sant’Agostino, non è che nel corpo di Gesù Cristo. Il corpo di Gesù Cristo è la santa Chiesa cattolica. Fuori di questo corpo divino, lo Spirito Santo non vivifica alcuno. » [Epist. III Class., epist. 1 8 5 , t. II, 995]. – E altrove: « Che divengano il corpo di Gesù Cristo, se vogliono vivere dello Spirito di Gesù Cristo. Solo il corpo di Gesù Cristo vive dello spirito di Gesù Cristo. Il mio corpo, certo, vive del mio spirito. Vuoi tu vivere dello spirito di Gesù Cristo ? sii nel corpo di Gesù Cristo. Che forse il mio corpo vive del tuo spirito? Il mio corpo vive del mio, e il tuo del tuo. » Ei riempì la casa tutta quanta, a fine di mostrare che la Chiesa, figurata da questa casa, riempirebbe un di il mondo intero dello Spirito Santo, e per conseguenza di luce e di carità. Essa l’ha fatto. Cercate in quale epoca l’umanità, tratta dalla barbarie pagana, ha incominciato a camminare sulla via della vera civiltà, voi troverete che fu il giorno delle Pentecoste. Dappertutto dove non è esso, il mondo resta nella sua antica degradazione. Dappertutto dove Egli cede, ritornano le antiche tenebre, ed il genere umano si arresta nella melma, o cammina negli scogli. « Datemi, dice san Crisostomo, una nave leggera, un pilota, dei marinari e delle gomene, degli attrezzi da nave, tutto l’apparecchio necessario alla navigazione, ma non però un soffio di vento; non è egli vero che tutto diventa inutile? Cosi è dell’umanità. Malgrado la filosofia, malgrado l’ intelligenza, la. più ampia provvista di discorsi, se lo Spirito Santo non gli dà l’impulso, tutto è vano. » [Homil. de Spirit. sancto, t. HE, sub. fin. ediz. vet.]. « Ubi erant sedentes: dove stavano seduti ». Non è senza ragione che la Scrittura nota l’attitudine della Chiesa, al momento della discesa dello Spirito Santo. Il riposo del corpo è il simbolo della tranquillità e della sovranità dell’anima: doppia disposizione necessaria per ricevere lo Spirito Santo. – La tranquillità: non è nel rumore esterno del mondo, né nel tumulto interno delle passioni che lo Spirito Santo si comunica alle anime. La sovranità: bisogna essere re della sua anima per ricevere lo Spirito Santo. Egli stesso dice, che non abita in chi é schiavo del peccato. La sovranità: aggiungiamo che Egli stava per darla alla Chiesa: sovranità imperitura, contro la quale non prevarranno giammai le porte dell’inferno. « Et apparuerunt illis dispertitae linguae: ed apparvero ad essi delle lingue ripartite ». Queste lingue dicevano agli occhi, che lo Spirito Santo si posò su tutti quelli che si trovavano nel cenacolo: la Santa Vergine, gli Apostoli e i discepoli, ai quali andava a comunicare la conoscenza delle lingue delle differenti nazioni, chiamate a benefìcio del Vangelo. Perché delle lingue? Il mondo era stato perduto per la lingua; ed è mediante la lingua che doveva essere salvato. Perché lingue visibili? Il più gran teologo dell’Oriente ne dà la ragione: « Il Figliuolo, dice san Gregorio Nazianzeno, aveva conversato con noi in un corpo sensibile e palpabile; era dunque conveniente che lo Spirito Santo apparisse agli uomini sotto una forma corporea. Cosi come il Verbo si è incarnato per insegnarci colla sua propria bocca la via della verità e della salute; parimente lo Spirito Santo si è, per cosi dire, incarnato in tante lingue di fuoco a fine di istruire gli Apostoli ed i fedeli. » Il dono delle lingue suppone la cognizione delle parole e del loro significato; l’accento o il modo di parlare; la vista chiara di tutte le verità necessarie al resultato della predicazione apostolica, accompagnata da una consumata prudenza per dire ciò che bisognava e nient’altro che ciò che bisognava, in mezzo a tante difficoltà e pericoli, e in faccia ad una si grande varietà d’individui e di congiunture: tutto ciò fu dato agli Apostoli. – Ora, i doni di Dio sono senza ripentimento, e lo Spirito Santo è sempre rimasto nella Chiesa, tale quale discese su di lei nel cenacolo. Il dono meraviglioso delle lingue si è dunque conservato nella Chiesa cattolica e in essa sola, non soltanto per eccezione, come in sant’Antonio da Padova, san Vincenzo Ferreri, san Francesco Saverio; ma abitualmente e perpetuamente per ciascun cattolico. – Ascoltiamo sant’Agostino : « Come mai, fratelli miei, oggi, quegli che è battezzato, non parla tutte le lingue; bisogna forse credere che non abbia ricevuto lo Spirito Santo? A Dio non piaccia che una tal perfidia tenti il cuor nostro. Ogni uomo riceve al Battesimo lo Spirito Santo, e s’egli non parla le lingue di tutte le nazioni, è perché la Chiesa medesima le parla. Ora la Chiesa è il corpo di Gesù Cristo. Io son membro di questo Corpo che parla tutte le lingue, io dunque le parlo tutte. Tutti i membri di questo Corpo uniti dagli stretti vincoli della carità, parlano come parlerebbe un solo uomo. La Chiesa è la loro bocca e lo Spirito Santo la loro anima. ».- « Tanquam ignis: queste lingue erano simili al fuoco. ». Il vento ed il fuoco erano simboli eloquenti dello Spirito Santo. Ripetuta parecchie volte la missione dell’augusta Persona, si è manifestata con segni analoghi ad ogni circostanza. « Al battesimo di Nostro Signore, dice l’angelo della scuola, lo Spirito Santo apparisce sotto la forma di una colomba, uccello fecondissimo, per mostrare che il Verbo incarnato è la sorgente della vita spirituale. Quindi quella parola del Padre: Qui è il mio figlio diletto; per suo mezzo tutti diverranno miei figli.

« Nella Trasfigurazione Ei prende la forma di una nube splendidissima per annunziare l’esuberanza della dottrina che farà cadere sul mondo: quindi quella parola: ascoltatelo. Agli Apostoli egli viene sotto l’emblema del vento e del fuoco, perché comunica ad essi la potestà del ministero nell’amministrazione dei sacramenti. Quindi quelle parole: Quelli ai quali rimetterete i peccati, gli saranno rimessi. E nella predicazione della dottrina, predicazione invincibile e vittoriosa di tutti gli ostacoli; da ciò quella parola: Essi cominciarono a parlare diverse lingue. » [I p., q. 43, art. 7, ad 6]. – Le lingue del cenacolo non erano un vero fuoco, ma un fuoco apparente di cui avevano il colore, lo splendore e la mobilità. Lo Spirito Santo elesse il fuoco come simbolo per due ragioni. La prima perché essendo l’amore in sostanza, egli stesso è un fuoco consumante: ignis consumens. – Il fuoco riscalda, illumina, purifica, e si leva in alto. Ora lo Spirito Santo fa tutto questo nelle anime. La seconda, perché la legge antica fu data sul Sinai mediante il fuoco in mezzo al fuoco. » [In dextera ejus ignea lex. Deuter. XXXIII, 2]. – Bisognava che la realtà rispondesse alla figura, e che la legge nuova fosse data mediante il fuoco ed in mezzo al fuoco; ma senza lampi né tuoni: atteso che essa è una legge non di timore ma d’amore. – «”Seditque super singulos eorum”: e questo fuoco in forma di lingua si posò sopra ciascuno di loro. » Il sacro testo non dice: Le lingue si posarono, ma il fuoco si posò. Ciò rivela singolarmente il profondo mistero di una lingua unica e universale, benché divisa in parecchie parti, secondo la diversità delle nazioni che dovevano parlarla, e alle quali doveva essa essere parlata. Rivela altresì l’unità dello Spirito Santo, di cui questa lingua era la lingua. Qual altro mistero in quella parola, si riposò? Una fiamma sul capo d’un uomo era agli occhi della più remota antichità, il contrassegno di una vocazione divina. – Era la prima volta che questo fenomeno si produceva presso i discepoli del Nazzareno. Attestando la divinità del Maestro, proclamava la grande missione affidata agli Apostoli; e per mezzo del fuoco, simbolo dello Spirito Santo, Dio aveva autorizzato i profeti. Sotto l’emblema del fuoco i cherubini che accompagnano il carro di Dio, appariscono ad Ezechiele : “e in un carro di fuoco Elia è trasportato in cielo. [Ez. I, 13]. I profeti ed i cherubini dell’ antica legge non erano che la figura degli Apostoli. Come profeti, essi hanno annunziato gli oracoli divini, non ad un popolo solo ma a tutti i popoli. Come cherubini hanno condotto il carro di Dio nell’intero mondo. « Cherubini della terra, dice san Gregorio di Nazianze, lo Spirito Santo li sceglie pel suo trono e riposa su di loro, come sopra i cherubini del cielo. » [Orat. XLIV]. Ei riposa su di essi per consacrarli dottori del mondo e per mostrare che sono uomini affatto celesti, dotati per conseguenza di una sapienza e di una eloquenza divina. Riposa su di essi, aggiunge san Crisostomo, per annunziare a tutto 1’universo che Ei dimora con loro e co’ loro successori sino alla consumazione dei secoli. [Apud Com. a Lap. in act., n, 3]. Dimora permanente, la quale, assicurando alla Chiesa l’infallibilità di tutti i giorni e di tutte le ore, confonde anticipatamente tutte le eresie, e condanna allo scetticismo ogni ragione ribelle all’insegnamento cattolico.

Che avvi di più dolce per i fanciulli che il contemplare la culla della loro madre! continuiamo dunque il racconto minuto della nascita della Chiesa. Restiamo nel cenacolo, nostra casa materna, ed ascoltiamo il sacro testo. Esso aggiunge: «Et replett sunt omnes Spiritus Sancto: e furono tutti ripieni di Spirito Santo. » Tale è la consumazione del mistero creatore. Come il Verbo incarnandosi in Maria mediante 1’operazione dello Spirito Santo, aveva formato sua madre; cosi lo Spirito Santo s’incarna in qualche modo oggi nella Chiesa per formare la madre dei cristiani. Studiamo alcuni tratti di questo sorprendente parallelismo. Sant’Agostino chiama lo Spirito Santo, il Vicario ed il successore del Verbo. Ora aggiungono gli interpreti, come il Verbo è disceso, così lo Spirito Santo ha voluto discendere per compiere la sua opera. Per conseguenza la discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli, rassomiglia alla discesa del Verbo nel mondo, vale a dire l’incarnazione. Quanto alla sostanza. In quella guisa che la sostanza del Verbo discese nella carne, così lo Spirito Santo discende sostanzialmente sugli apostoli. Quanto al modo. Il modo dell’incarnazione fu riunione ipostatica; così la Persona, o l’ ipostasi dello Spirito Santo, si unisce agli Apostoli in un modo quasi consimile. Il Verbo fu nella carne, come il fuoco nel carbone; ed i Padri lo paragonano ad un carbone incandescente: parimente lo Spirito Santo tu come un fuoco risedente negli Apostoli. – Quanto alla causa. La discesa dello Spirito Santo, come pure l’Incarnazione del Verbo, ebbe per causa l’amore immenso che lo portava, come Dio, a ricolmare l’uomo del più immenso benefìcio, comunicandosi a Lui nel modo il più perfetto; cioè dire sostanzialmente e personalmente. – Quanto alle proprietà. In Nostro Signore, le proprietà della natura umana si attribuiscono a Dio e al Verbo; di modo che in virtù della comunicazione degli idiomi, si può dire che Dio è nato, e parimente che 1′ uomo è Dio, onnipotente, eterno. Di più, tra lo Spirito Santo e gli Apostoli esiste una sorta di comunicazione degli idiomi, per la quale gli Apostoli sono chiamati santi, divini, spirituali, a cagione dello Spirito Santo e divino ch’essi ricevono. Similmente lo Spirito Santo medesimo è chiamato apostolico, profetico, dottore, predicatore multilingue, perché ha reso tali gli apostoli, le labbra dei quali sono divenute suoi organi. – Quanto ai frutti, La seconda Persona dell’adorabile Trinità incarnandosi, ci ha purificati de’ nostri peccati, ricolmi d’ogni sorta di grazie, perfezionati, beatificati e condotti alla gloria eterna. Discendendo sul mondo la terza Persona, ha fatto tutto questo. Purificazione, illuminazione, perfezione, beatificazione; tutto noi le dobbiamo. [Coni, a Lap., in hunc locum]. – Qui si affaccia una difficoltà. Il sacro testo viene a dirci che nel giorno della Pentecoste gli apostoli furono riempiti dello Spirito Santo: repleti sunt omnes Spiritu Sancto. Nostro Signore promette loro di continuo quest’immenso favore. « Se io non me ne vado, lo Spirito Santo non potrà venire in voi. Io vi manderò un altro Paracleto. Allorché sarà venuto, Egli vi insegnerà ogni verità. Fra poco voi sarete battezzati nello Spirito Santo. Lo Spirito Santo non era stato ancora dato perché Gesù non era ancora glorificato. » [Joan., VII, 39; XIV, 16, 26, etc. etc]. Ma che! sino al giorno della Pentecoste gli Apostoli erano stati privi delio Spirito Santo? Se lo avevano ricevuto, come può Nostro Signore prometterlo loro? Che si riceve ciò che già possediamo? Ascoltiamo i Padri e i Dottori. « Il Signore, risponde sant’ Agostino, dice agli Apostoli: Se voi mi amate, osservate i miei comandamenti, ed Io pregherò mio Padre che vi dia un altro consolatore. Evidentemente questo consolatore è lo Spirito Santo, senza del quale non si può, né amare Dio né osservare i suoi comandamenti. Ma se non l’avevano ancora, come potevan’ essi amare e adempiere ai precetti? E se già l’avevano, come è Egli promesso loro? – Frattanto è loro comandato di amare e osservare i comandamenti, a fine di ricevere lo Spirito Santo. -« I discepoli avevano dunque lo Spirito Santo che il Signore prometteva loro; poiché amavano il loro Maestro, ed osservavano i suoi precetti. Ma non l’avevano ancora “come” il Signore Glielo prometteva. L’avevano dunque e non l’avevano; attesoché non l’avevano nel modo che Lo dovevano avere. Essi l’avevano interiormente; e dovevano riceverLo esteriormente e con segni rumorosi. Quest’era un nuovo favore dello Spirito Santo il manifestare a sé medesimi ciò che possedevano. – « Di questo favore immenso l’Apostolo parla, allorché dice: Noi non abbiamo ricevuto lo spirito di questo mondo, ma lo Spirito di Dio, affinché conoscessimo i doni che Dio ci ha fatti. [I Cor., XI, 12.]. Che lo Spirito Santo sia dato con più o meno di abbondanza, la prova sta nella differenza della carità, con la quale gli uomini amano Dio, e osservano la sua legge. D’altronde, se non fosse più abbondantemente nell’uno che nell’altro, Eliseo non avrebbe detto ad Elia: che lo Spirito che è in voi sia doppio in me. Il Signore dunque ha potuto promettere agli Apostoli ciò che già avevano. » [In Joan Tract. 74, n. 1 e 2]. – San Gregorio Nazianzeno parla come sant’ Agostino. « Lo Spirito Santo, dice, è stato dato tre volte agli Apostoli in differenti epoche, e secondo la capacità della loro intelligenza: avanti la passione, dopo la risurrezione e dopo l’ascensione. Avanti la passione, allorquando essi ricevettero la potestà di cacciare i demoni, ciò che manifestamente non poteva farsi che mediante la potenza dello Spirito Santo. Dopo la risurrezione quando il Signore soffiò su di essi dicendo: Ricevete lo Spirito Santo. Dopo l’ascensione, allorché furono tutti riempiti dello Spirito Santo : repleti sunt omnes Spiritu Sancto. La prima volta in un modo più nascosto e meno efficace; la seconda più espressivo: e la terza più completo, in questo senso, che non è solamente in atto come innanzi, ma per essenza, se così posso esprimermi, che lo Spirito Santo fu loro presente e conversò con essi. » [Orat. in Pentecoste]. – La verità teologica è, pigliando ad imprestito il linguaggio di un dotto commentatore, che gli Apostoli innanzi la Pentecoste avevano ricevuto lo Spirito Santo sostanzialmente e personalmente, substantialiter et personaliter. [Corn. a Lap. in Act apost., n, 4]. – Tale è l’insegnamento dei Padri, e tra gli altri di san Cirillo. Circa le parole di Nostro Signore, Ricevete lo Spirito Santo, ei si esprime in questi termini: «Per insufflazione del Salvatore gli Apostoli divennero partecipanti, non solamente della grazia dello Spirito Santo, ma dello Spirito Santo medesimo. Se la grazia che è data per mezzo dello Spirito Santo, era separata dalla sostanza dello Spirito Santo, perché non dire apertamente: Ricevete la grazia pel ministero dello Spirito Santo ?» [Dialog., VII, p.638, vedi Petan, De dogmat. theolog., De Trnit, lib. VII, c. V et VI]. – Una volta che Egli è nell’anima vi diffonde la sua grazia, la sua carità, i suoi doni; come il sole una volta che è sull’ orizzonte sparge nel mondo la sua luce, i suoi raggi e il suo calore.[ Corn. Alapide]. – Ma perché queste donazioni successive? È con lo scopo di insegnarci che nell’ordine della grazia come nell’ ordine della natura, Dio fa tutto con misura, numero e peso, proporzionando i mezzi al fine, e dando a ciascuna creatura quel che ha di bisogno secondo i doveri che le sono imposti. – Altro mistero: perché la prima di queste donazioni manifeste ha avuto luogo per insufflazioni, mentre l’altra si compiè sotto la forma di lingua di fuoco? Il Salvatore risuscitato, andava ad affidare agli Apostoli la potenza meravigliosa di risuscitare le anime morte alla vita della grazia; e disse loro: « Come mandò me il Padre, anch’io mando voi, » e dopo questo soffiò sopra di essi e disse: «Ricevete lo Spirito Santo; saranno rimessi i peccati a chi li rimetterete, e saranno ritenuti a chi li riterrete. » [Joan., XX, 21-28]. – Richiamando in un modo sensibile la primitiva insufflazione che fece di Adamo un essere vivente, questa insufflazione nascondeva un gran mistero. Con questo linguaggio d’azione il divino Riparatore diceva : « Io gli ho comunicato lo Spirito Santo, principio della vita naturale e soprannaturale, come fece Iddio, soffiando sopra Adamo; oggi soffiando su di voi, Io vi dò lo Spirito Santo, principio di vita soprannaturale e divina, perduta per il peccato, affinché alla vostra volta voi la comunichiate al genere umano. Dunque, come Io sono il creatore dell’uomo, cosi sono il suo Rigeneratore e suo Redentore. » S, Cyrill. lib. XII, c: LIV , et & Athan,y Ad. Antioch. q. 64]. – « Et coeperunt loqui variis linguis: e cominciarono a parlare varie lingue. » Ecco gli Apostoli santi e santificatori; che cosa manca ad essi, e che può loro dare la terza e solenne effusione dello Spirito Santo? «Gli Apostoli, dice san Leone, che innanzi la Pentecoste possedevano già lo Spirito Santo, Lo ricevettero allora in tutta la sua pienezza e per fini differenti. » [Serm. III, de Pentecoste]. – Il primo era un grande accrescimento di carità. « Due amori, insegnano sant’Agostino e san Gregorio, costituiscono la perfezione: l’amore di Dio e l’ amore del prossimo.Mediante l’ insufflazione divina gli Apostoli erano riempiti dell’amore del prossimo, e rivestiti della sublime potestà di dargli il maggiore dei beni, la vita della grazia.Ma la carità, sebbene sia la medesima nel suo principio, ha due obietti: Dio e il prossimo. Ecco perché dopo l’insufflazione che comunica l’amore del prossimo vengono le lingue di fuoco che comunicano l’amore di Dio.«Quest’amore per dignità é il primo. Tuttavia lo Spirito Santo comincia col secondo. “Se, difatti, dice san Giovanni, Voi non amate prima di tutto il vostro fratello che vedete, come amerete voi Dio che non vedete?” – Cosi per formarci all’ amore del prossimo, il Signore mentre era visibile sulla terra, modello vivente della carità del prossimo, ha dato lo Spirito Santo, soffiando sul volto degli Apostoli; poi Egli dal cielo, come dimora della carità divina, ha mandato lo Spirito Santo. Ricevete dunque lo Spirito Santo sulla terra, ed amate il vostro fratello; riceveteLo dal cielo, e amate Dio. [“Spiritum sanctum accipe in terra, et diligis fratrem; accipe de coelo, et diligis Deum”. [S. August. serm. 265, n. 7 et 8; Tract. in Joan. 74, n. 1 et 2; S. Greg. Homil. xxx in Evang. S . Bern ., serm. I, n. 14, in festa Pentecoste]- La seconda era la predicazione del Vangelo per tutta la terra. Quindi il dono delle lingue che gli apostoli parlarono tutte, secondo l’occasione, con la stessa facilità. Poi quest’altro dono d’essere intesi da uomini di diverse lingue, ad onta che non parlassero essi medesimi che una lingua sola. Avanti la Pentecoste gli Apostoli avevano ricevuto la missione di evangelizzare tutto il mondo; ma non parlando tutte le lingue non avevano essi lo strumento della loro missione. – La terza era la piena conoscenza della verità. Avanti la Pentecoste, il loro spirito era troppo debole per portare il peso immenso dei misteri del Verbo incarnato, Dio di Dio e Dio medesimo. « Io molte cose ho da dirvi, diceva loro il Salvatore, ma non ne siete capaci adesso: ma venuto che sia quello Spirito di verità, v’insegnerà tutte le verità. » [Joann. XVI, 16]. Cosi, avanti la Pentecoste, veduto camminare sopra le onde del mare il Signore, si turbarono e dicevano: « Questo è un fantasma. » Dopo la Pentecoste scrivono: «Nel principio era il Verbo, e il Verbo era appresso Dio, e il Verbo era Dio. Egli è avanti a tutte le cose, e le cose tutte per lui sussistono. » Cosi altre verità. – La quarta era la forza di rendere alla verità la testimonianza del sangue. Avanti la Pentecoste, era stato detto loro di confessare il Figliuolo di Dio dinanzi ai tribunali, e dinanzi alle sinagoghe: ma nessuno aveva avuto il coraggio di farlo. Il più bravo aveva rinnegato il suo Maestro alla voce di una ancella. Sino alla venuta dello Spirito Santo neppure un discepolo, né un Apostolo fu adorno della corona del’ martirio. Viene la Pentecoste, e tutti a gara entrano nella lizza sanguinosa, e mietono le palme della vittoria : « Uscivano essi dinanzi ai giudici pieni di allegrezza per essere stati trovati degni di patire degli affronti pel nome di Gesù. » [Joann. V41]. – La quinta era la sovrana potestà di comandare ai demoni, agli uomini ed a tutta la natura, per mezzo dei miracoli. Come ambasciatori di Dio presso tutte le nazioni civilizzate o barbare, bisognava agli Apostoli delle lettere di credenza, autentiche e leggibili a tutti: queste consistevano nel dono dei miracoli, né potevano essere altre. Questa conferma è talmente evidente, che il mondo convertito senza miracoli, sarebbe il più grande dei miracoli. – « Prout Spiritus sanctus dàbat eloqui illis: secondo che lo Spirito Santo gli faceva parlare. » Perché tutti questi doni meravigliosi: dono delle lingue, dono di profezia, dono dei miracoli, dono di forza sovrumana e d’intelligenza, sconosciuta dai profeti d’Israele e dai savi del gentilesimo ? Perché tutti questi doni, accompagnati da un immenso accrescimento di carità, non discendono sulla Chiesa che nella Pentecoste e non avanti l’ascensione del Salvatore? Perché sono altresì comunicati non solitariamente, ma col più grande strepito? I Padri trovano parecchie ragioni degne dell’infinita sapienza: « I ricchi tesori di grazia, dice san Crisostomo, che hanno fatto degli Apostoli gli uomini i più straordinari, che il mondo abbia veduti e che vedrà, non sono stati loro comunicati durante la vita mortale del Salvatore, a fine di farglieli desiderare più vivamente e di preparargli cosi al ricevimento di questi immensi favori. Ecco perché lo Spirito Santo non viene che dopo la partenza del Maestro. Se fosse venuto mentre Gesù era con essi, non sarebbero stati in una viva aspettazione. Bisognava che essi fossero per qualche tempo tristi ed orfani, per apprezzare meglio i benefizi del Consolatore. « Non è dunque venuto né innanzi l’ascensione, né subito dopo, ma soltanto dopo dieci giorni d’intervallo.- Occorreva inoltre che la natura umana apparisse nel cielo perfettamente riconciliata, e l’atto di riconciliazione fosse segnato da Dio Padre in presenza di tutta la corte celeste, avanti che lo Spirito Santo discendesse sul mondo. » [In Act. apost., homil. I, n. 5]. Questi doni meravigliosi sono comunicati alla Chiesa con un tal fragore che ricorda il Sinai, a fine di verificare autenticamente le promesse del Salvatore e stabilire in un sol tratto, agli occhi degli Ebrei e dei gentili accorsi a Gerusalemme da tutte le parti del mondo, la divinità del Nostro Signore e la divinità dello Spirito Santo. In quella guisa che Dio Padre aveva spiegata la sua divinità mandando il Figliuolo; cosi il Figliuolo, Dio fatto carne, doveva per ultima prova della sua divinità, e come glorificazione suprema della sua persona, mandare 1o Spirito Santo, dimostrando in tal guisa che questa Persona divina procedeva dal Figliuolo come dal Padre. – La discesa dello Spirito Santo doveva essere uno dei frutti della passione e. della resurrezione del Salvatore; e l’ascensione, termine finale dei misteri della vita di Gesù sulla terra, il segnale della effusione abbondante e visibile dello Spirito Santo. [Domini ascensio dandi Spiritus fuit ratio. S. Leo, serm. in Pentecost.]. Avvenne ai giudei con gli Apostoli, ciò che era avvenuto al patriarca Giacobbe con i suoi figli. « I figliuoli di Giacobbe, dice la Scrittura, gli diedero le nuove e dissero: Giuseppe tuo figlio vive; ed è padrone di tutta la terra d’Egitto. Udito ciò, Giacobbe, quasi da profondo sonno svegliandosi, non prestava fede ad essi. Ma quelli tutta raccontarono la serie delle cose. E quando egli ebbe veduti i carri e tutte le cose che quegli aveva mandate, si ravvivò il suo spirito e disse:A me basta che sia ancora in vita Giuseppe mio figlio: anderò e lo vedrò prima di morire. » [Gen., LIX, 26 e seg.]. – Cosi gli Apostoli, come figliuoli della Sinagoga, annunziavano alla loro Madre, che Gesù Cristo era risuscitato. Ma a questa nuova i Giudei, uscendo come da un profondo sonno, restavano increduli. Finalmente allorché il dì solenne della Pentecoste ebbero essi veduto i carri ed i magnifici presenti, vale a dire i doni miracolosi stati mandati agli apostoli dal divino Giuseppe, in testimonianza della sua risurrezione e della sua onnipotenza nel cielo, furono colpiti di stupore, rapiti di ammirazione e si dissero l’un l’altro: «Forse che tutti questi uomini che parlano non sono Galilei? Come accade che ciascuno di noi gli intende nella sua lingua propria? Ed essi credettero. » [Vedi Diez, Summa praedicant t. Et, p. 464]. – Simile insegnamento per i gentili. Tutti questi miracoli, frutti della passione di Cristo e pegni delle sue promesse, erano per essi la prova palpabile della sua divinità e del suo trionfo nel cielo. Lo spettacolo che avevano veduto cosi di sovente nelle cose umane, lo vedevano nell’ordine divino. Allorché i re e gli imperatori prendono possesso del loro regno, e che ritornano vittoriosi dei loro nemici, hanno costume di spargere oro e argento nel popolo, in segno di gioia e di congratulazione. Cosi il Figliuolo di Dio pigliando possesso del cielo, suo regno, e vincitore del demonio, diffonde sulla chiesa un’immensa effusione di grazie meravigliose. San Pietro ha cura di dire: «Gesù che è stato resuscitato ed esaltato alla destra di Dio, ricevuta dal Padre la promessa dello Spirito Santo, lo ha diffuso come voi vedete e udite. » [Act, II, 82, 88]. – Ora, questa generazione di Giudei e di Gentili, testimone oculare dei miracoli della Pentecoste, si è perpetuata e si è estesa sul globo. Dei due popoli fusi in uno, essa forma la Chiesa cattolica, fiore dell’umanità, stirpe indistruttibile, la cui ostinazione nel credere ai prodigi della sua culla, spunta dopo diciotto secoli la scure di tutti i carnefici e sventa gli inganni di tutti i sofisti. – Per mezzo dei doni incomparabili della Pentecoste la divinità dello Spirito Santo non è provata con meno evidenza della divinità del Salvatore. È Dio, quegli che dà un Dio per un altro se stesso. Ora, il Figliuolo Dio, innanzi di lasciare gli Apostoli, aveva detto loro: « Io pregherò il Padre e vi darà un altro avvocato affinché resti con voi eternamente, lo Spirito di verità; Ei mi renderà testimonianza, e voi stessi testimonierete di me. » [Joan., XIV, 17, ecc.]. – Intorno a che sant’Agostino cosi si esprime: « Un altro, non inferiore a me, ma simile a me in gloria, in natura, in sostanza, sebbene altro in persona. Ei così parlava, affinché la fede degli Apostoli, preparata da questa infallibile promessa, riconoscesse per vero Dio Colui che era stato promesso loro in luogo di un Dio. Vedete con quale precisione questa promessa esprima il mistero della Trinità! Essa nomina il Padre che deve essere pregato; il Figliuolo che deve pregare; lo Spirito Santo che deve essere mandato. [2Homil. VIII in Miss. Spir. Sanct.]. « O bontà ineffabile del Redentore! Egli porta l’uomo in cielo, e invia Dio sulla terra. Nel Creatore qual cura della sua creatura! Per la seconda volta un nuovo medico è inviato dal cielo. Per la seconda volta la sovrana Maestà degna venire in persona a visitare i suoi infermi. – Per la seconda volta il cielo si unisce alla terra, deputando in lui il vicario del Redentore. Ciò che il Verbo ha cominciato, viene con la sua speciale virtù a consumarlo: ciò che Egli ha redento, lo santifica; ciò che ha acquistato lo custodisce: così si rivela mediante l’unità di grazia e di ufficio, l’unità di Dio, la Trinità, e la perfetta eguaglianza delle persone.3 » [Id., Serm. 185, de Tempore]. – È Dio quegli che dopo il giorno della Pentecoste fa tutte le opere di Dio, e le fa con più splendore del Figliuolo di Dio medesimo. Chi completa gli insegnamenti del Salvatore? Chi procura agli Apostoli una consolazione eguale alla privazione di un Dio? Chi comunica loro il dono delle lingue e dei miracoli? Chi insegna loro la verità di cui hanno inondato il mondo? Chi dà loro la forza invincibile di rendere testimonianza al loro Maestro, dinanzi ai giudici e dinanzi ai filosofi, a Gerusalemme, ad Atene, a Roma? Chi conserva nella Chiesa tutti questi doni sconosciuti da ogni altra società? Non è forse lo Spirito Santo alla Chiesa, ciò che l’anima è al corpo? [S. Aug.j Lib, de Gratia Nov. Test, et Corn. a Lap,, in Joan. XIV, 17].Che questo fiume di doni miracolosi, la cui sorgente deriva dal cenacolo, continui a scorrere sul mondo, basta aprir gli occhi per vederlo. Di dove attingono il loro incominciamento tutte quelle generazioni di martiri, i quali per la fede cattolica, hanno affrontato, e che affrontano ancora gli eculei, i roghi, i carboni, la spada, la canga, le torture le più squisite; tutti quei cori di vergini che per salvare la loro verginità hanno combattuto, e che ancora combattono sino a morire; e le seduzioni, e le minacce, e i supplizi; tutti quelli sciami di solitari, di anacoreti, di religiosi e di religiose che hanno vissuto e che vivono ancora unicamente per Iddio, separati dal mondo, come uomini celesti, o come angeli terreni; tutti quelli ordini di pontefici, di prelati e di sacerdoti, che ripieni di santità hanno governato e governano saggiamente le chiese e le anime affidate alla loro sollecitudine, e le formano ad una santità perfetta; tutte quelle legioni di dottori, di predicatori, di confessori, i quali con la loro parola e scrittura, hanno diffuso e diffondono ancora sul mondo intero tesori di dottrina e di pietà; tutte queste miriadi di fedeli, uomini e donne che hanno vissuto e che vivono ancora nel mondo con sobrietà, giustizia, pietà, attendendo con ansietà la venuta della gloria del gran Dio e del nostro Salvatore Gesù Cristo? In una parola, chi ha formato e chi conserva la grande nazione cattolica, i cui splendori e virtù la fanno brillare in mezzo alle nazioni come il sole tra gli astri del firmamento? Non è forse lo Spirito Santo ? E non è forse ciò un magnifico e perpetuo testimonio che questo divino Spirito rende a Se medesimo e alla divinità di Colui che l’ha mandato ?[Corn. a Lap., in Joan VIII, 39]. In cosiffatto modo, prodigi due volte misteriosi per il tempo in cui si compiono, e per la somiglianza con altri prodigi, accompagnavano la nascita della Chiesa. Mille cinquecento anni prima, alla creazione della Sinagoga sul Sinai, la montagna fu scossa sino dalle sue fondamenta. Mentre che dalla vetta uscivano torrenti di fiamme e di fumo, scese Mosè, col volto infiammato, per proclamare alla presenza del popolo d’Israele i comandamenti del decalogo. Oggi in mezzo agli stessi segni, è fondata la Chiesa della nuova alleanza. Pietro, nuovo Mosè, annunzia ai Giudei meravigliati la fine dell’antica legge, il compimento di tutte le profezie e la risurrezione dei corpi, operata nella persona di Cristo, primizie dei risorti. – Era circa le ore nove: la folla usciva dal tempio dove era stata ad assistere al sacrificio del mattino, allorquando udì il rumore della tempesta, vide la casa tremare, e alcuni uomini uscire tutti ispirati per parlare al popolo. Ciascuno invece di ritornare alla sua dimora, corse sulla piazza del cenacolo. Mirabile contrasto l’oggi tutti i popoli che sono sotto il cielo e che in antico si erano separati a Babele, si ritrovano insieme nei loro rappresentanti, e non formano che un solo e medesimo consorzio. – Eranvi infatti in quel momento a Gerusalemme alcuni uomini appartenenti ai tre rami dell’ umanità ed alle tre lingue madri, parlate sulla terra. Tra i figli di Sem, vi erano Elamiti, Mesopotamii, Lidii, Arabi ed Ebrei. I discendenti di Cham erano rappresentati da Egizii, da Cirenei, da abitanti della Colchide, da Cananei e Fenicii. I figli di Iaphet, da Romani, Greci, Parti, Medi, Cretesi, Pamfilii, Cappadocii e da Frigii. [ Act., II , 9, ecc.]. – « Tutti questi popoli, sebbene parlanti lingue differenti, intendevano i discorsi degli Apostoli. In questo giorno si faceva il contrario di ciò che era succeduto a Babele. Là, lo spirito di Dio era disceso per confondere il linguaggio degli uomini e forzarli cosi a separarsi: qui, Egli discende pure, e le lingue che allora si erano divise, si ritrovano in uno stesso linguaggio comprensibile per tutti. Chiamati d’ora in poi a non fare che una sola famiglia, tutti i popoli si riconoscono oggi dinanzi ai rappresentanti di Dio, come i figli di uno stesso. Padre. La parola che è loro annunziata, è la parola cattolica. Per questo tutte le tribù della terra si ritrovano oggi formanti una sola società spirituale e visibile insieme, mediante il legame di questa religione, che ricongiungeva all’origine, popoli e lingue. Perciò i Padri della Chiesa non temono di chiamare i fatti che oggi si compiono, il contrapposto di Babele » [Sepp., Storia di Nostro Signore Gesù Cristo, t. II, 258, ecc.]. – A nome di tutti ascoltiamo sant’Agostino : « A Babele satana, lo spirito d’ orgoglio, il padre del dualismo, ruppe in pezzi l’unico e primitivo linguaggio del genere umano. Al Cenacolo invece lo Spirito Santo ristabilisce l’unità di linguaggio. La ragione per la quale gli Apostoli parlano le lingue di tutte le nazioni, è che il linguaggio é il legame sociale del genere umano. Questa unità di linguaggio esprimeva l’unità sociale di tutti i figli di Dio, sparsi fra tutte le tribù della terra. E come nei primi giorni della Chiesa, quegli che parlava tutte le lingue era conosciuto per avere ricevuto lo Spirito Santo; cosi oggi si riconosce per avere ricevuto lo Spirito Santo colui che parla con la bocca e col cuore la lingua della Chiesa, diffusa fra tutte le nazioni. » Spiritus superbiae dispersit linguas; Spiritus sanctus congregavi linguas, etc. In Ps. liv ; et lib. De blasphem. in Spirit sanct. — Il dono universale delle lingue ha sussistito parecchi secoli. Sant’Ireneo afferma avere udito dei cristiani che parlavano tutte le lingue; “audisse se multos universis linguis loquentes”. Contr. Haer. lib. V, c. VI]. Perciò a questo miracolo senza analogia nella storia, la moltitudine rimase stupefatta. Essa perdeva il cervello sino al punto che alcuni esclamarono: Questi uomini sono ubriachi di vino dolce: “Mosto pleni sunt”: Ebbri di vin dolce nel mese di maggio! questa è la miglior prova, che voi non sapete quel che vi diciate. Pur tuttavia, avete ragione; questi uomini sono ubriachi, ubriachi di vin dolce; essi sono pazzi; ma ubriachi e pazzi diversamente da quel che ne pensate. « Il vino dolce che essi hanno bevuto, dice eloquentemente san Cirillo di Gerusalemme, è la grazia del Nuovo Testamento. Esso viene dalla vigna dello Spirito Santo, il quale area di già parecchie volte inebriato i profeti dell’antica alleanza, e che rifiorisce in questo giorno per inebriare gli Apostoli. Siccome la vigna naturale rimanendo sempre la stessa, dà ogni anno nuovi frutti; così la vigna spirituale, lo Spirito Santo, sempre lo stesso, opera oggi negli apostoli, quel che operava sui profeti. » Vera dicunt Judaei, sed irridendo. Nóvum enim vere erat illud vinum, novi Testamenti gratia, etc. Catech., XVII]. – Questa ubriachezza gli rende pazzi, poiché essa si manifesta con tutti i segni della comune follia. L’ubriachezza fa perdere la ragione, per questo gli Apostoli l’avevano perduta. In essi non più calcoli umani, non più giudizi umani; ma sentimenti, linguaggio, impresa, tutto è sovrumano, soprannaturale, divino e per conseguenza incomprensibile, e insensato per la semplice ragione. L’uomo ebbro non conosce più né parenti, né amici: ei gli assale e gli batte a torto e a traverso; cosi sono gli ubriachi della Pentecoste. Essi non conoscono più né parenti, né amici, né grandi sacerdoti, né magistrati, né popoli, né re. Alle difese, alle minacce, ai castighi, essi non sanno opporre che una parola: Val meglio obbedire a Dio che agli uomini; non temiamo nulla perché noi adempiamo il ministero che ci è stato affidato. L’uomo ubriaco va ora a diritta ora a sinistra, nelle strade, sulle piazze, e attacca discorso con tutti quelli che incontra. Cosi fanno gli Apostoli; essi vanno a Oriente e Occidente, da Gerusalemme a Samaria, da Samaria a Gerusalemme, a Cesarea, ad Antiochia, dappertutto: la loro vita non è che una serie di marce e contromarce. Con la stessa intrepidezza si gettano sul giudaismo e sul paganesimo, sui Greci e sui barbari, sui proconsoli di Roma e sui filosofi di Atene, sui principi e sui Cesari padroni del mondo, né abbandonano la preda fintanto che non l’hanno inebriata come sé medesimi, o lasciata la propria vita nel combattimento. L’uomo ubriaco è di una gaiezza folle; ride e canta. Chi più ubriaco degli apostoli? Sono battuti pubblicamente con verghe, ed essi se ne vanno ridendo e cantando la loro felicità per tutta la città di Gerusalemme.”Ibant gaudentes a conspectu concilii quoniam digni habiti sunt prò nomine Jesu contumeliam pati”. Act, V, 41]. L’uomo ubriaco è audace, aggressivo, ciecamente intrepido, non riconoscendosi più, come se fosse pazzo. – Tutto ciò si manifesta del pari negli Apostoli. Ebbri del loro vin dolce, non conoscono più pericoli, non respirano altro che combattimenti, e provocano tutto ciò che incontrano. Ieri, la vista del più piccolo pericolo gli faceva cadere; oggi, coraggiosi come leoni, non domandano che guerra, guerra contro il genere umano tutto quanto, guerra contro Satana, sostenuto da tutte le potenze dell’Oriente e dell’occidente. Senza impallidire si gettano intrepidamente in mezzo ai pericoli, presentano le loro mani ai ferri, il loro capo alla spada, il loro corpo alle zanne dei leoni, scendono nelle prigioni, salgono sui roghi: niente li può guarire della loro follia. – Udite uno di questi ubriachi che si ridono del mondo intero con tutti i suoi terrori: « Avete un bel fare: chi ci dividerà dalla carità di Cristo? Forse la tribolazione, forse l’angustia, la fame, la nudità, forse il rischio, la persecuzione, forse la spada? Io son sicuro che, né la morte, né la vita, né gli angioli, né i principati, né le virtù, né ciò che ci sovrasta, né quel che ha da essere, né la fortezza, né l’altezza, né la profondità, né alcun’altra cosa creata potrà dividerci dalla carità di Dio, la quale è in Cristo Gesù signor nostro. » [Rom. VIII, 35, 38, 39]. – Ma quel che fu più strano, l’ubriachezza degli Apostoli fu epidemica. Nella moltitudine che si era burlata di costoro, tre mila persone diventarono sull’istante ubriachi e pazzi; ebbri di santa ebbrezza, pazzi della sublime pazzia del cenacolo. Come i primi granelli della nuova raccolta che ai di della Pentecoste si offriva a Dio nel suo tempio, così furono le primizie di quel popolo immenso di pazzi, la cui stirpe incurabile si è perpetuata a traverso i secoli, su tutti i punti del globo, e che a malgrado di tutti i rimedi dell’umana sapienza, si perpetuerà sino alla fine del mondo. Questo popolo di pazzi é la grande nazione cattolica. Come fare ad enumerare tutti i suoi tratti di follia? Non vedete voi, da duemila anni a questa parte, questi innumerevoli sciami di giovani, tanto maschi che femmine, idolo del focolare domestico, gioia del mondo, fiore dell’umanità, rinunziante a tutti i piaceri del presente come a tutte le speranze dell’avvenire; e senza esservi forzati, ma liberamente e con allegrezza, abbandonano i loro parenti e la loro patria, per farsi schiavi del giogo dell’obbedienza, vivere poveri, sconosciuti, disprezzati, notte e giorno occupati in ciò che ripugna di più alla natura? Come a Paolo, si grida loro che sono pazzi: Insanis, Paule; e come Paolo ne convengono: nos stulti propter Christum; e come Lui, lungi dal cercare di divenir dotti, non aspirano altro che a completare la loro pazzia. Più pazzi sono i martiri. Dinanzi a quegli esseri strani, uomini, fanciulli, vecchi d’ogni stato e condizione, visti in tutti i luoghi illuminati dal sole, e oggi ancora visibili sulle contrade insanguinate della Cocincina e del Tonchino, si presentano con tutti i loro orrori, l’indigenza, la fame, la nudità, l’esilio, la prigione, 1′ apparato dei supplizi, infine la morte in mezzo alle torture. Una parola detta all’orecchio del giudice, un grano d’incenso gettato sopra un carbone, un passo sopra una croce di legno basta per salvarli. Malgrado le preghiere dei loro amici e le lacrime dei loro prossimi, quella parola non la diranno mai; quel grano d’incenso, mai lo bruceranno, quel passo mai lo faranno. Come a Paolo si grida loro che sono pazzi, Insanis Paule; e come Paolo ne converranno: nos stulti propter Christum; e come lui, invece di cercare di diventar saggi, cantano la follia che li conduce al patibolo: Libenter impendam et super impemdar ipse. E che dire di più ancora? La folla tumultuante, innumerevole, quel grosso dell’ umanità che appellasi mondo, vive appassionato per le ricchezze, per gli onori e per i godimenti. Al di là del presente il suo occhio nulla vede, il suo spirito nulla comprende, il suo cuore niente desidera. Secondo il parer suo, illusi, pazzi, visionari quelli che si danno per vedere, per cercare, per sperare altra cosa. Ora in mezzo a questo mondo esiste per tutta la terra un popolo numeroso che disprezza il presente e che aspira all’eternità; un popolo che preferisce la povertà alla ricchezza,- la mortificazione ai piaceri, l’oblio alla gloria, le tante veglie alle notti colpevoli; un popolo pel quale gli aspri combattimenti della virtù sono tante delizie, il perdono delle ingiurie un dovere amato, lo stesso nemico un fratello degno di compassione, oggetto preferito di preghiere e di benefizi. Come a Paolo si grida che sono pazzi: insanisi, Paule; e come Paolo ne convengono: Nos stiliti propter Chrìstum. E come lui, anziché cercare di divenir sapienti, si fanno gloria della loro follìa: Omnia detrimentum feci et arbitror ut stercora, ut Christum lucrifaciam. Quel che vi ha di più incomprensibile è la stessa natura della loro ubriachezza e della loro follia. Essi son pazzi di quella sublime follia, alla quale il mondo deve la sua ragione e tutta la sua ragione; pazzi di quell’ebbrezza del cenacolo che ha reso al buon senso i pazzi di Babele. Tale è stata, tale è ancora e tale sarà sino alla fine la Chiesa cattolica, istituzione per ciò solo, straordinariamente miracolosa, e di cui il reale profeta cantava la nascita mille anni innanzi alla Pentecoste cristiana: Signore voi manderete il vostro spirito, e tutto sarà creato : e voi rinnoverete la faccia della terra …. Mediante la follia del cenacolo aggiunge l’Apostolo: Per stultiiìam praeclicatìonis placuit salvos facere cedentes. 1 Cor., I, 21].

La storia particolareggiata della Pentecoste mostra che la fondazione della Chiesa è come la creazione di Maria, il capo d’opera dello Spirito Santo. Tra queste due meraviglie vi sono altre analogie che adesso indicheremo. Maria è ripiena di tutti i doni dello Spirito Santo, come un diadema d’immortalità, i quali brillano sul suo capo verginale [non bisogna eccettuarne il dono delle lingue. Maestra e consolatrice non solamente degli apostoli, ma di tutti i fedeli che accorrevano da tutte le parti per vederla e consultarla, era necessario che essa conoscesse le loro lingue per animarli, istruirli e infondere nel cuor loro il suo cuore materno. Altrettanto bisogna dire di santa Maddalena, presente al cenacolo con Maria e più tardi, apostolo della Provenza]: cosi la Chiesa. Lo Spirito Santo inseparabile dai suoi doni, gli diffonde non con misura, ma secondo la capacità dei vasi che incontra. Creazione immediata dello Spirito Santo, Maria, capacità completa; la Chiesa, parimente. In Maria dunque pienezza dei doni dello Spirito Santo, pienezza dei doni interiori, pienezza del dono di sapienza e di Intelletto, pienezza del dono di consiglio e di forza; pienezza del dono di scienza e di misericordia; pienezza del dono di timor di Dio; pienezza dei doni esteriori; pienezza del dono dei miracoli, e del dono di profezia; pienezza del dono di guarigione e del dono delle lingue. – Siccome ne attesta la storia, tutti i doni ch’Egli comunica all’augusta Madre del Verbo, lo Spirito Santo li comunica alla madre del cristiano. Oggi, in faccia al cenacolo, il cielo e la terra possono dire alla Chiesa ciò che l’Arcangelo diceva a .Maria: « Salve piena di grazia, il Signore è teco; tu sei benedetta tra tutte le genti e gli esseri beati ai quali tu darai nascimento saranno appellati figli di Dio. Non dubitare; vedi come la virtù dell’Altissimo ti circonda della sua ombra, e con quale magnificenza lo Spirito Santo scende sopra di te. «Il Verbo incarnato, vincitore del Re della Città del male, compie le sue promesse. Egli si è innalzato nei cieli, conducendo in trionfo i demoni incatenati, e gli schiavi loro, resi gloriosamente alla libertà. A guisa degli antichi trionfatori Ei distribuisce oggi le sue elargizioni. Dalle sue mani divine scorrono su di voi non talenti d’oro né mine d’argento, ma gli stessi doni dello Spirito Santo, e fra tutti, quelli delle lingue. Grazie a questo nuovo dono, 1’Ebreo divenuto vostro figlio e parlante il suo idioma materno, farà risuonare alle orecchie di tutti i popoli le glorie del Verbo e adorare dai Romani Colui che un dei loro Proconsoli, Pilato, fece morire sulla croce. » [S. Maxim., Serm. in Pentecoste versus fin.]. – Maria è vergine, la Chiesa è vergine. Fra tutte le prerogative di Maria brilla di uno splendore particolare la sua inviolabile verginità. La Chiesa è onorata della stessa prerogativa: essa è vergine e vergine immacolata. Depositaria incorruttibile del Verbo divino, essa è vergine nella sua fede e vergine nel suo amore. Ciò che era ieri, è oggi, e lo sarà sempre: essa non può non esserlo. Che forse il Verbo e lo Spirito Santo non hanno promesso solennemente d’essere tutti i giorni con lei sino alla fine del mondo? [Matth., XXVIII, 20; Joan. XIV, 16]. Una simile promessa può ella mancare? Se nella durata dei secoli fosse possibile di trovare non dico un’ora, ma un secondo, in cui la sposa dello Spirito Santo avesse insegnato l’ombra di un errore, il regno della verità sulla terra sarebbe finito. – I Protestanti accusando la Chiesa romana d’ infedeltà, non s’accorgono ch’essi pongono in principio lo scetticismo universale. Se la Chiesa si é ingannata, o, come dicono, si è corrotta, che cosa diventano le assicurazioni d’infallibilità date da Gesù Cristo? Che diventa tutto quanto il Cristianesimo ? Cosa diventa la verità qualunque sia il suo nome? La Chiesa é adunque, come Maria, vergine, sempre vergine e anche per questo, unicamente per questo, per un privilegio rifiutato a tutte le sette, essa è l’oggetto eterno dell’odio del demonio. Vergine come Maria, la Chiesa è madre come lei. « Il vostro capo, dice sant’Agostino, è figlio di Maria, e voi, siete figli della Chiesa; imperocché essa pure è madre e vergine. Essa è madre per le viscere della sua carità; vergine per la integrità della sua fede. Essa partorisce dei popoli interi, ma tutti appartengono a Quegli di cui è il corpo e la sposa: nuova rassomiglianza con Maria, poiché malgrado la molteplicità, essa é madre della unità.1 »1 [ “Caput vestrum peperit Maria, vos Ecclesia. Nam ipsa quoque et mater et virgo est. Mater visceribus charitatis, virgo integritate fìdei et pietatis. Populos parit, sed unius membra sunt, cujus ipsa est corpus et conjux ; etiam in hoc gerens ilìius virginis, quia et in multis mater est unitatis.” Serm. 142, n. 2]. Per la nascita del Verbo lo Spirito Santo discende in Maria: il seno dell’augusta Vergine è il santuario del mistero. Per opera misteriosa dello Spirito Santo il Verbo è concepito: gli stessi sono gli elementi nella formazione dei figli della Chiesa. Ciò che fu il seno di Maria per Gesù, per noi lo è la fontana battesimale. Dall’acqua fecondata mediante lo Spirito Santo nasce il cristiano; egli non può nascere altrimenti.22 [Joan III, 5]. – Nel libro dei cantici il divino Spirito, parlando alla sua sposa le dice: « Il tuo ventre è simile a un monticello di frumento contornato di gigli. » [“Venter tuus sicut acervus tritici vallatus liliis”. Cant., VII, 2]. Fecondità e verginità: tali sono le due prerogative significate dall’espressione profetica. Il seno verginale di Maria fu un monticello di frumento. Là come in un granaio di abbondanza fu formato e rinchiuso il frumento divino, frumento dorato e odorifero, frumento inalterabile e inestinguibile, il quale di generazioni in generazioni si muta in raccolte di eletti, destinati agli eterni granai del padre di famiglia.Il seno della Chiesa cattolica pure è un monte di frumento la cui fecondità è inesauribile e il grano indistruttibile.Contare le stelle del firmamento non sarebbe più difficile che il contare gli uomini ed i popoli generati dalla Chiesa alla vita della verità. Né le armi dei persecutori, né i loro roghi, né le loro belve feroci, né la zizzania degli eretici, né gli scandali dei peccatori hanno potuto mai distruggere il frumento cattolico. Su tutta la faccia della terra e sino alla fine dei tempi si riprodurrà sempre lo stesso. Siccome pianta cosmopolita, né la varietà dei climi, né la differenza di cultura lo faranno degenerare: ciò che è scritto è scritto.Questa inesauribile fecondità della Chiesa non è il contrassegno meno luminoso della sua origine celeste e della sua perpetua verginità. Se per caso la Chiesa avesse contratto con la menzogna un’adultera alleanza, da molto tempo avrebbe essa cessato di produrre. Solo lo Spirito Santo è fecondo. Ogni società, come ogni anima che esso abbandona, diventa sterile ; sterile perché ha cessato d’essere vergine. Vedete il protestantismo con la sua operosità febbrile, con le sue importazioni di bibbie stampate in tutte le lingue, con i milioni spesi a diffondere i suoi opuscoli o a stipendiare i suoi agenti; qual popolo ha egli generato a Gesù Cristo? Ma perché parlare del protestantismo? La sua essenza essendo una negazione, non potrebbe niente produrre; se è fecondo, lo è solamente nelle rovine. Rovine intellettuali, rovine morali, rovine sociali; queste tre parole riassumono la sua storia e quella di tutte le eresie passate e future.Volgiamo i nostri sguardi verso la Chiesa orientale, triste sorella della Chiesa latina, e com’essa dotata in antico di una gloriosa fecondità; dopo lo scisma che ha ella prodotto? Nulla. Ha piantato la croce in qualche regione lontana? ha ella civilizzato una sola popolazione dell’Asia o dell’America? ha ella favorito il movimento delle scienze, o compiute qualcuna di quelle opere che lasciano dietro di sé un lungo solco di gloria? No. Ma ha ella almeno potuto difendersi contro la sua propria corruzione ? Neppure. Come vittima della simonia, dello scandalo e dell’intrusione che la divorano come i vermi un cadavere, essa è caduta in una prodigiosa ignoranza ed in una mortale atonia. Essa non ha né un dottore celebre, né un concilio degno di qualche rilievo. « Se facciamo un parallelo tra il clero greco è quello latino, diceva Montesquieu, se paragoniamo la condotta dei Papi con quella dei patriarchi di Costantinopoli, vedremo della gente tanto dotta, quanto gli altri erano poco sensati. ».La differenza delle due chiese, rifulge nella continua espansione di forze e di vita della Chiesa romana, e nelle sue conquiste su tutti i punti del globo; mentre la chiesa greca rimane immobile, rinchiusa nei confini della servitù, e spogliata del principio di fecondità comunicato alla vera sposa, il giorno della Pentecoste.Lo Spirito Santo, siccome è inseparabile da Maria, cosi è inseparabile dalla Chiesa. Formata nel cenacolo, la madre del cristiano apparisce vivente il dì della Pentecoste.Essa vive, poiché possiede il principio del suo movimento, cioè lo Spirito Santo, il Quale si manifesta con atti riservati a lui solo. [“Dicimus animal vivere, cum incipit ex se motum habere”. S. Th. I p., q. 18, art. I corp.]. « Nel dì della Pentecoste, dice sant’Agostino, lo Spirito Santo discese come una rugiada santificante sugli Apostoli, sui templi viventi. – Non è un visitatore passeggiero ma un consolatore perpetuo, un eterno abitatore. Ciò che il Verbo incarnato aveva detto di Se medesimo ai suoi apostoli: Io sono con voi tutti i giorni sino alla fine del mondo, Ei lo dice dello Spirito Santo: Il Paracielo che mio Padre vi darà, dimorerà sempre con voi. Egli fu dunque presente ai fedeli, non per favore della sua visita e delle sue operazioni, ma per la presenza stessa della sua maestà. Questi vasi ricevettero, non solamente l’odore del balsamo, ma il balsamo medesimo, affinché il suo profumo riempisse la terra intera, e rendesse i discepoli degli Apostoli capaci della vita di Dio altresì, e partecipanti della sua natura. » [Serm, 185, De temp.]. – Ora lo Spirito Santo resta con Maria per proteggerLa, per ispirarLa, per dirigerLa; in altri termini, per conservarLa sino alla fine, piena di grazia e tipo unico di bellezza morale. Ei la protegge: senza la protezione speciale dello Spirito Santo, come avrebbe potuto Maria povera e delicata, come pure il suo giovine figlio, sottrarsi al furore d’Erode? La Chiesa è ancora nella culla, e la stirpe immortale d’Erode ha giurata la sua morte. – Tre armi micidiali sono tra le mani de’ suoi nemici: la persecuzione, l’eresia, lo scandalo. Queste armi troveranno sempre braccia per maneggiarle, ma sempre si spunteranno contro la forza, la sapienza, la costanza sovrumana, triplice corazza, della quale lo Spirito Santo ha rivestito la Chiesa. Il divin Verbo nel lasciarla le aveva detto: restate nella solitudine, non v’impegnate in nessun combattimento, non affrontate alcun pericolo, innanzi d’essere rivestita della forza celeste. Allora soltanto voi sarete in stato di servirmi di testimone a Gerusalemme, in Samaria e sin nell’estremità della terra. [Act. I, 8]. – Questa forza invincibile è data. Vengano i giudici ed i manigoldi di Gesù di Nazaret, vengano i giudei ed i gentili, vengano gli imperatori romani colla loro potenza, venga come un sol uomo tutta la vecchia società, furibonda di odio e folle di libidine; essi troveranno a chi parlare. La giovine società, animata dallo Spirito Santo, si riderà delle loro minacce, affronterà i loro supplizi, e circondandosi di miracoli, getterà loro nella fronte quella parola senza replica: “val meglio ubbidire a Dio che agli uomini”. Porgete l’orecchio, e udirete dopo diciotto secoli risuonare su tutti i punti del globo questa parola eternamente vincitrice delle porte dell’inferno. – Lo Spirito Santo ispira Maria ed ispira la Chiesa. A cagione della sublimità del suo canto profetico Maria è chiamata la Regina dei profeti. Se nei profeti l’ispirazione fu un ruscello, in Maria fu un fiume, e un vasto mare. – Cosi è lo stesso della Chiesa. Lo Spirito di sapienza che in bocca dei fanciulli o degli uomini del popolo fa stupire i pretori romani per l’opportunità e la sublime semplicità delle risposte, si esprime nelle assemblee della Chiesa, per organo dei Pontefici con una lucidità che confonde Terrore, e con una autorità fino allora sconosciuta. – Sin dall’origine, gravi questioni riuniscono in un concilio gli antichi pescatori di Galilea. Come teologi di prim’ordine e per conseguenza come filosofi eminenti, discutono i punti più difficili con ragionamento così alto, che fa ecclissare le sedute tanto vantate del Senato e dell’Areopago. – Terminate le discussioni, il concilio invia ai fedeli dell’Oriente e dell’Occidente la sua decisione formulata, come assemblea umana non osò mai formulare la sua: È parso cosa buona allo Spirito Santo ed a noi: “Visual est Spirititi Sancto et nobis’.” Ecco l’intelligenza umana posta allo stesso livello dell’intelligenza divina! Ecco l’uomo che divide con Dio l’infallibilità dottrinale e la potenza giudiziaria! Se qui non è il sublime, dove lo troverete voi? Questa deificazione dell’uomo, per opera dello Spirito Santo, non ha mai cessato nella Chiesa. In termini differenti, ma con la stessa assicurazione, tutti i concili generali, da diciotto secoli in poi, ripetono la gloriosa formula; « Il santissimo universale ed ecumenico concilio (di Trento), legittimamente radunato dallo Spirito Santo, insegna, statuisce, ordina, proibisce. » I concili hanno doppiamente ragione: da una parte, lo Spirito di verità è sempre con essi [Joan. XVI, 16]: dall’altra, la storia prova che di tutte le società la Chiesa è la sola, che non abbia niente da ritrattare. Lo Spirito Santo non ispira solamente le parole di Maria, ma dirige i suoi passi. Da Nazzaret Ei la conduce a Betleem, da Betleem in Egitto, d’Egitto nella Giudea, di Giudea nella Galilea, a Gerusalemme, al Calvario al Cenacolo. – Egli opera nello stesso modo sulla Chiesa. Sempre sensibile nel succedere dell’età, questa azione é palpabile nei primi secoli. Il ministro della potente regina d’Etiopia, venuto ad adorare a Gerusalemme, se ne ritorna nel suo paese; qual nobile conquista! Lo Spirito Santo parla al diacono Filippo che si accosta al ministro, sale sul carro, lo istruisce e lo battezza. In un attimo, lo stesso diacono trovasi trasportato dallo stesso spirito nella città di Azot, e la sua vittoriosa parola risuona in tutte le città intermedie sino a Cesarea. – Occorre chiamare i gentili alla fede? è lo Spirito Santo in Persona che sceglie Pietro per questa missione, e gli indica, volta per volta, il modo di compierla. È giunto il momento di portare lungi la face divina; chi saranno gli operai? Chi li piglierà per la mano, e li condurrà senza abbandonarli neppure un istante, come il precettore conduce il suo discepolo, e l’anima il corpo? Non sarà né il Padre, né il Figliuolo, ma lo Spirito Santo. – « Separatemi, dice egli, Paolo e Barnaba per 1′ opera alla quale Io gli ho destinati. » [Act., XIII, 2]. – Seguiamo per un istante i conquistatori evangelici, e vedremo che tutti i loro movimenti sono regolati dallo Spirito Santo medesimo: « Avendo attraversato, dice lo storico sacro, la Frigia e la Galazia, essi furono impediti dallo Spirito Santo di annunziare la parola di Dio nell’Asia. » [ Act, XVI, 6]. – Venuti nella Misia tentano di entrare nella Bitinia, ma lo Spirito Santo vi si oppone. La Macedonia è loro aperta, e lo Spirito Santo gli conduce nella città di Filippi, dove san Paolo deve riportare un splendido trionfo sul demonio, ispiratore di una giovine pitonessa. Atene, Corinto, Efeso gli vedranno di quando in quando, seminare i miracoli e moltiplicare le conquiste. – Con tutto ciò questi possenti uomini obbediscono in tutte le cose allo Spirito di forza e di sapienza. È Esso che avverte Paolo di lasciare Efeso, di attraversare rapidamente la Macedonia e l’Acaja e di recarsi a Gerusalemme. – Né i lacci de’ suoi nemici, né le lacrime dei suoi cari discepoli possono ritardare il suo cammino. « Io sono, dice egli medesimo, incatenato dallo Spirito Santo che mi conduce a Gerusalemme. Io ignoro ciò che mi starà per accadere; solamente in tutte le città dove io passo, egli mi fa annunziare che catene e tribolazioni mi attendono a Gerusalemme; ma io non temo nulla di tutto questo ; né stimo la mia vita più di me, purché io consumi la mia carriera e il ministero della parola che ho ricevuto dal Signore Gesù. »[Ibid., 22 e seg.]. – Nobili disposizioni che l’imminenza del pericolo non farà cambiare. «arrivammo ben presto, dice san Luca, a Cesarea, dove noi dimorammo alcuni giorni. Allora venne dalla Giudea un profeta di nome Agabbo, il quale pigliando la cintura di Paolo si legò i piedi e le mani e disse: Ecco ciò che dice lo Spirito Santo: l’uomo a cui appartiene questa cintola, sarà legato a questo modo dai Giudei in Gerusalemme e lo daranno in potere dei Gentili. Udita la qual cosa, e noi e quelli che erano di quel luogo, lo pregammo che non andasse a Gerusalemme. – Allora rispose Paolo e disse: che fate voi, piangete affliggendo il mio cuore? Conciossiaché io sono pronto non solo a essere legato, ma anche a morire in Gerusalemme per il nome del Signore Gesù. » [ Act., XXI, 11 e seg.]. – Il seguito della storia dimostra che Paolo non si smentisce un istante; essa dimostra altresì la ragione recondita di tutti i passi del grande apostolo e di tutte le persecuzioni alle quali è in balia. Se egli è obbligato a fuggire da Efeso, se gli è proibito di fermarsi in Bitinia, se gli è ordinato di attraversare l’Asia correndo, e di venire a farsi prendere a Gerusalemme, è perché lo Spirito Santo ha deciso di inviarlo a Roma. Caduto nelle mani dei Giudei, sarà da essi dato nelle mani dei Romani. Egli ricuserà il giudizio del governatore Festo, si appellerà a Cesare, e questo appello lo condurrà nella capitale di satana, le cui mura saranno scosse dalla sua potente parola. – Questa direzione dello Spirito Santo che trovasi anche nella vita degli altri Apostoli, non ha mai abbandonato la Chiesa. Dalla creazione in poi, la sapienza infinita conduce il sole come per mano, e gli addita ogni dì i luoghi in cui deve egli portare la luce. Così, dalla rigenerazione evangelica in poi, lo Spirito Santo dirige la Chiesa, il sole del mondo morale, e le indica con precisione i popoli e le anime ch’ella deve visitare o abbandonare. – A questa azione direttrice fa d’uopo attribuire il passaggio della fede da una nazione all’altra; la conversione dei popoli del Nord nel momento dello scisma orientale; la scoperta dell’America quarant’anni dopo il risorgimento del paganesimo in Europa; lo slancio meraviglioso della propagazione della fede, della quale siamo noi testimoni, nel momento in cui l’Apostasia generale delle società moderne domanda per riparare le perdite della Chiesa immensi compensi. – Diamo termine al parallelismo tra Maria e la Chiesa con un nuovo tratto, e che non è il meno commovente. – Simile a Maria per la sua feconda verginità, la Chiesa le rassomiglia altresì per l’amore materno. Madre del Verbo incarnato, Maria nutre il suo Figliuolo dei suo latte verginale, ubere de coelo pleno. Essa Lo circonda delle più teneri cure, Gli prodiga le più affettuose carezze, Lo salva da tutti i pericoli, prende parte a tutti i suoi dolori, né Lo abbandona neppure alla morte. La Chiesa Madre del cristiano, lo nutrisce del latte verginale della sua dottrina. Non un errore e neppur l’ombra di esso lascia penetrare in quella intelligenza, fatta per la verità, niente altro che per la verità. Essa è gelosa: incessante è la sollecitudine con cui questa madre veglia sul nutrimento de’ suoi figli. Per allontanare dalle loro labbra qualunque cibo corrotto, trova il coraggio della leonessa che difende i suoi leoncelli. Sopra gli Erodi avvelenatori o assassini, cadono le sue minacce ed i suoi anatemi. Felici i cristiani se avessero sempre inteso il cuore della loro madre! – Via via che suo figlio cresce e che i combattimenti della vita divengono più pericolosi, le precauzioni della Chiesa si moltiplicano. Se a malgrado dei suoi sforzi viene egli a cadere, ella lo rialza, lo incoraggia, medica le sue ferite, gli rende la sua salute, e fino all’ultimo momento raddoppia le sue cure materne, a fine di farlo morire riconciliato col suo maggior fratello, suo giudice e suo rimuneratore. Non basterebbero volumi per ridire ciò che dalla culla sino alla tomba, e al di là, fa la madre dei cristiani per il corpo e per l’anima de’ suoi figli: imitazione permanente delle sollecitudini di Maria per il suo diletto figliuolo. – Non solo Maria ha amato il suo Figliuolo, ma essa ha amato tutti quelli che egli ama. Ora ama Egli tutti gli uomini: il suo amore non conosce né incostanza, né freddezza, né limiti di tempo, di luoghi o di persone. “Ego dominus et non mutor”. Cosi pure è l’amore di Maria. Per attestarlo ha fatto ciò che nessuna madre ha fatto mai: Essa ha dato il suo proprio Figliuolo. Maria mostrando in tutti i secoli Gesù inchiodato sulla croce, può dire: Cosi ho amato il mondo sino a dargli il mio unico figlio. Siccome è stato necessario il mio consenso per l’incarnazione del Verbo, cosi ci è voluto questo per l’immolazione di questa cara vittima. – La Chiesa, come madre del cristiano, è in diritto di tenere lo stesso linguaggio. Su tutti i punti del globo divenuto per lei un immenso Calvario, essa mostra le croci, i roghi, i patiboli, le caldaie d’olio bollente, le canghe, i supplizi d’ogni sorta, le belve degli anfiteatri, tutti insomma i mille generi di torture e di morti, inventati da satana, e dopo diciotto secoli rimasti in permanenza nelle diverse parti della terra: poi i suoi figli i più diletti, crocifissi, bruciati, appesi, ridotti in polvere, squartati, torturati sino da quello stesso tempo in poi, e sulla medesima estensione. A questo spettacolo, pigliando in imprestito il linguaggio di Maria, essa dice agli Angeli ed agli uomini: a questo modo io ho amato il mondo; e per salvarlo, ho dato e do ancora i miei più amati figli, Yl’ossa delle mie ossa, il sangue del mio sangue. – Quest’ultimo tratto aggiunto a tanti altri somiglianti, ci mostra negli annali dell’umanità due madri, due soltanto, Maria e la Chiesa, che sacrificano i loro figli per la salute del mondo. O Maria! o Chiesa! miracoli inauditi di carità! anatema a colui che non vi ama!

SPIRITO SANTO – La seconda creazione: l’uomo-DIO

SPIRITO SANTO 

La seconda creazione: l’uomo-DIO

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[Mons. J.-J. Gaume: Trattato dello Spirito Santo – Capp. XIII e XIV]

Una Vergine Madre è la prima creazione dello Spirito Santo nel nuovo Testamento: un Uomo-Dio è la seconda. L’ordine della Redenzione chiedeva che cosi fosse. Satana, da una donna e da un uomo colpevole aveva formato la Città del male; per uno di quegli armoniosi contrasti così frequenti nelle opere della sapienza infinita, da una donna e da un uomo perfettamente giusti, lo Spirito Santo formerà la Città del bene. Dopo aver conosciuto la nuova Eva, ci rimane da studiare il nuovo Adamo. -Divinizzare l’uomo è l’eterno pensiero di Dio. Indemoniare l’uomo è l’eterno pensiero dell’inferno. Divinizzare, è unire, indemoniare è dividere: sopra questi due poli opposti si bilancia il mondo morale. Per divinizzare l’uomo, il Verbo creatore ha risoluto di unirsi ipostaticamente la natura umana. Come Uomo-Dio egli diverrà il principio di generazioni divinizzate. Ma chi gli darà questa natura umana che egli non ha e della quale ha bisogno? Chi lo farà Uomo Dio? Allo Spirito Santo è riserbato questo capo d’ opera’. Senza dubbio, Egli non crea la divinità, ma crea l’umanità e l’unisce di una unione personale al Verbo increato. – Egli l’ha creata non della sua sostanza, il che è mostruosamente assurdo, ma con la sua potenza. Egli l’ha creata della più pura carne, della più santa, di una vergine senza macchia di peccato, né attuale, né originale. [S. Ambr. De Spir. sancto, lib. II, c. V.] Egli l’ha creata rinnovando il miracolo della creazione del primo Adamo. Di una terra vergine ed inanimata Iddio formò il primo capo’ del genere umano. Lo Spirito Santo, della carne verginale di una vergine vivente forma il secondo. Di Adamo vergine, Iddio formò la vergine Eva; perché lo Spirito Santo non avrebbe potuto formare di una donna vergine un uomo vergine? « Maria, dice san Cirillo, rende la pariglia all’umanità. Eva nacque di Adamo solo: il Verbo nascerà da Maria sola. » [“Reddidit igitur Maria gratiae mutuum hujus officium; et non ex viro, sed ex ipsa sola impollute ex Spiritu sancto virtuteque” Dei peperit. Catech., XII]. – Così il più bello dei figli degli uomini è formato. Trent’anni Egli ha vissuto, ignorato dal mondo, sotto l’ali di sua madre e sotto la direzione dello Spirito Santo. L’ora della sua pubblica missione è suonata. Disceso dal cielo per riunire l’uomo a Dio, il suo primo dovere è di predicare la penitenza; imperocché la penitenza non è che il ritorno dell’uomo a Dio. Per dare autorità alle sue lezioni Ei incomincia dal proclamare sé medesimo il gran penitente del mondo. Sulle rive del Giordano, Giovanni Battista convoca le moltitudini sotto lo stendardo della penitenza. Gesù vi si reca, e agli occhi di tutti i peccatori radunati, Ei riceve il battesimo da Giovanni. Qui ricomparisce lo Spirito Santo. Sotto la forma misteriosa di una colomba, ei scende sull’Uomo Dio. Essendo principio della sua vita naturale, guida della sua vita nascosta, Ei sarà l’ispiratore della sua vita pubblica. [S. Aug., De Trinit., lib. XV, c. xxvi]. – Perché Colui che sarà nuvola luminosa sul Thabor, e lingue di fuoco nel cenacolo, diventa colomba nel Giordano? Nelle opere della sapienza infinita tutto è Sapienza. Questa questione ha altresì dato da fare alle più alte menti cristiane dell’Oriente e dell’Occidente: « La colomba è scelta, dice san Crisostomo, come il simbolo della riconciliazione dell’uomo con Dio, e della instaurazione universale che lo Spirito Santo andava ad operare per mezzo di Gesù Cristo. Essa pone il nuovo Testamento in confronto all’Antico: alla figura ella fa succedere la realtà. La prima colomba, col suo ramo di olivo, annunzia a Noè la cessazione del diluvio d’acqua; la seconda, riposando sulla gran vittima del mondo, annunzia la fine prossima del diluvio d’iniquità. » [In Gen IX, 12]. – Nella colomba del Giordano, san Bernardo vede la dolcezza infinita del Redentore. Egli è designato dai due esseri più miti della creazione: l’agnello e la colomba. Giovanni Battista l’appella l’agnello di Dio, Agnus Dei. Ora, per indicare l’agnello di Dio nulla conveniva meglio della colomba. Ciò che è l’agnello tra i quadrupedi, la colomba è tra gli uccelli: tanto dell’uno come dell’altra, sovrana è l’innocenza, sovrana la dolcezza, sovrana la semplicità. Che cosa di più estraneo a qualunque malizia dell’agnello e della colomba? [Seria, I de Epiphan.]. In questo doppio simbolo si rivela la missione dell’Uomo-Dio, e tutto lo spirito del Cristianesimo. Secondo Ruperto, la colomba indica la divinità del Verbo fatto carne. « Perché, dice egli, una colomba e non una lingua di fuoco? La fiamma o tal altro simbolo poteva designare una parziale infusione dello Spirito Santo, ma non la pienezza dei suoi doni. Ora in Gesù Cristo abita corporalmente tutta la pienezza della divinità. 2 3 2 [Inhabitat in ipso omnis plenitudo divinitatis corporaliter”. Col. II, 9]. – Tutta intera la colomba, la colomba senza mutilazione, riposandosi sopra di Lui, mostrava che nessuna grazia dello Spirito settiforme mancava al Verbo incarnato: poiché era bene il Padre dell’adozione, il Capo di tutti i figliuoli di Dio, e il gran Pontefice del tempo e dell’eternità.3 [De Spirit. sancto, lib. I, c. xx]. – San Tommaso trova nella colomba le sette qualità che formano il simbolo perfetto dello Spirito Santo, disceso sul battezzato del Giordano: « La colomba, dice, abita sulla corrente delle acque. Ivi, come in uno specchio essa vede l’immagine dello sparviero che spazia nell’aria, e si mette al sicuro: dono di Sapienza. Ella mostra un istinto meraviglioso per scegliere, tra tutti, i migliori granelli del grano: dono della Scienza. Essa nutrisce i pulcini degli altri uccelli: dono di Consiglio. Essa non gli rompe col becco: dono d’intelletto. Essa non ha fiele: dono di Pietà. Essa fa il suo nido nelle fessure degli scogli: dono di Forza. Essa geme invece di cantare: dono di Timore. » [III p., q. 89, art. 6, corp.] – Nel Verbo incarnato vediamo risplendere tutte queste qualità della divina colomba. Egli abita sulle sponde dei fiumi delle Scritture, delle quali possiede la piena intelligenza. Ivi, vede tutte le malizie passate, presenti e future del nemico, come pure i mezzi di sottrarsi ad esse: dono di Sapienza. Nell’immenso tesoro degli oracoli divini, sceglie con una meravigliosa opportunità le armi le più perfezionate contro ogni tentazione in particolare, le sentenze le meglio appropriate alle circostanze dei luoghi, dei tempi e delle persone. Lo vediamo dalle sue risposte al demone del deserto, e ai dottori dei tempio. Lo vediamo da quella profonda conoscenza delle Scritture che faceva stupire i suoi uditori: dono di Scienza. Egli nutrisce gli stranieri, vale a dire i gentili, sostituiti agli ingrati Giudei. Egli li illumina, gli ammette alla sua alleanza e gli ricolma delle sue grazie: dono di Consiglio. Esso è lontano dall’imitare l’eretico Ario, l’eretico Pelagio, l’eretico Lutero: che sono come tanti uccelli di rapina dal becco adunco, i quali gettandosi sopra alle Scritture, le fanno a pezzi con le interpretazioni del senso privato; e alcuni brani che essi portano via, se ne servono come di stracci, per nascondere le loro menzogne, ingannare i deboli e perdere le anime. – Esso, l’Allievo della colomba, comprende la Scrittura nel vero suo senso; l’ammette tutta quanta, e da ogni testo fa scintillare un raggio luminoso, che mostra nella sua persona il Verbo redentore del genere umano: dono dell’Intelletto. Ei non ha fiele. L’infinita mansuetudine della sua anima diviene trasparente nelle parabole del Samaritano, della pecora smarrita e del figliuol prodigo. Egli stesso praticando la sua dottrina non rende male per male, né ingiuria per ingiuria. Che dico io ? Quel che non si era mai visto le che l’uomo non avrebbe mai sognato, egli prega pe’ suoi carnefici; dono di Pietà. Egli fa il suo nido nello scoglio incrollabile della fiducia in Dio, e quello dei suoi pulcini nelle piaghe del suo adorabile corpo: duplice asilo inaccessibile al serpente. I suoi nemici vogliono precipitarlo dall’alto di una montagna, ed Egli passa tranquillamente di mezzo ad essi. Disceso negli abissi del sepolcro, n’esce pieno di vita. Da per tutto sul suo passaggio fa fuggire 1 demoni, risana gli infermi riesce ad incatenare satana, il principe di questo mondo: dono dì Forza. La sua vita è un lungo gemito. Va umilmente alla morte, ne prova tutti gli orrori,, chiede in ginocchio di esserne liberato: riceve il soccorso da un Angelo, e finalmente sulla croce prega e piange, rendendo l’anima sua a suo Padre: dono di Timore. Con tutto ciò il nuovo Adamo battezzato e confermato, è iniziato alla sua gran missione di conquistatore, e rivestito della sua impenetrabile armatura. Ei può con sicurezza andare al combattimento. Lo Spirito Santo che Lo anima, Lo spinge nel deserto.2 [E il deserto dell’Arabia Petrea al di là del mare Morto, non lontano dai luoghi dove Giovanni battezzava]. Il demonio ve Lo attende: David e Golia sono presenti. Lucifero impiega tutte le sue astuzie per vincere, o almeno per conoscere questo misterioso Personaggio, la cui austerità lo sorprende, e la santità lo inquieta. Alle inutilità dei suoi assalti, egli comprende che ha trovato il suo dominatore. Questa prima vittoria dell’Uomo-Dio, preludio di tutte le altre, scuote sin nelle loro fondamenta, le mura della Città del male. Ben presto con brecce di più in più larghe, gli schiavi di satana potranno sottrarsene, è venire ad abitare la Città del bene. Sino da quest’istante, il Cristianesimo avanza, ed il paganesimo indietreggia: la storia dei tempi moderni incomincia. – L’opera vittoriosa che il nuovo Adamo inaugura nel deserto, viene a continuarla nei luoghi abitati; sempre sotto la guida dello Spirito Santo, percorre le campagne, i borghi e le città. « Lo spirito del Signore, dice Egli medesimo, è sopra di me : per lo ché mi ha unto e mi ha mandato ad evangelizzare a’ poveri; a curare coloro che hanno il cuore contrito; ad annunziare agli schiavi la liberazione, ed ai ciechi il ricupero della vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a predicare l’anno accettevole del Signore e il giorno della retribuzione. » [Lue., IV, 14, 29]. Più sotto riassumendo in due parole tutta la sua missione dice: « Il Figliuolo dell’uomo è venuto per distruggere le opere del diavolo. » [“In hoc apparuit Filius Dei, ut dissolvat opera diaboli”. Joan., VIII, 8]. – L’opera del diavolo è la città del male con le sue istituzioni, le sue leggi, le sue città, i suoi eserciti, i suoi imperatori, i suoi’ filosofi, i suoi dei, le sue superstizioni, i suoi errori, i suoi odi, la sua schiavitù, le sue ignominie intellettuali e morali: città formidabile, di cui Roma, padrona del mondo, era allora la capitale. – Soltanto l’onnipotente Re della Città del bene può riuscire in una simile impresa. Non è che a forza di miracoli di uno splendore rilucente e di una autenticità vittoriosa, che possono cadere le fortezze di satana, fabbricate sopra prestigi e protette da oracoli in possesso della fede universale. Lo Spirito dei miracoli si comunica dunque tutto quanto al Verbo incarnato. Per bocca d’Isaia, Egli medesimo l’aveva predetto. « E sopra di lui riposerà lo Spirito del Signore, Spirito di sapienza e d’intelligenza; Spirito di consiglio e di forza; spirito di scienza e di pietà. E lo Spirito del timore del Signore Lo riempirà. » [Is XI, 2]. – Il Verbo incarnato riferisce, alla sua volta, allo Spirito Santo tutta la gloria del successo. Se Egli battezza, se caccia i demoni, se insegna la verità, se conferisce il potere di rimettere i peccati: in altri termini, se con una mano rovescia la Città del male, e con l’altra riedifica la Città del bene, è in forza del nome e della autorità, e come luogotenente dello Spirito Santo. [in Matth. III 8; XIII, 18, ecc. ecc.]. – Le stesse virtù che in Lui rifulgono, che rapiscono i popoli di ammirazione, si fa un onore di ripeterle dallo Spirito Santo e di essere Egli medesimo il compimento vivente della parola d’Isaia : « Ecco il mio Servo eletto da me, il mio diletto, nel quale si è molto compiaciuta l’anima mia. Io porrò il mio Spirito sopra di Lui ed Egli annunzierà la giustizia alle nazioni. Non litigherà, né griderà, né sarà udita da alcuno nelle piazze la voce di Lui. Egli non romperà la canna incrinata, né ammorzerà il lucignolo che fuma sino a tanto che faccia trionfare la giustizia, e nel nome di Lui spereranno le genti. » [Is., XLI, 1, 8. — Matth., IV, 1, XII, 18, 28]. – Giunge l’ora solenne nella quale Egli dee riportare l’ultima sua vittoria, e salvare il mondo col suo sangue divino. Novello Isacco, vittima del genere umano, é lo Spirito Santo nuovo Abramo che Lo conduce al Calvario e che Lo immola. Egli muore, e lo Spirito Santo Lo ritrae vivo dal sepolcro. [Ebr., IX, 14; Rom., VIII, 11]. – Se fa d’uopo difendere i diritti dello Spirito Santo, Egli dimentica i suoi. Egli stesso ha pronunziato questa sentenza : « Chiunque avrà pronunziato una parola contro il Fgliuolo dell’uomo sarà perdonata; ma colui che avrà detto contro lo Spirito Santo, il perdono non gli sarà accordato, né in questo mondo, né nell’altro. » [Matth., VII, 32]. – È egli venuto il momento di fargli luogo nelle anime? Ei non esita a separarsi da tutto ciò che ha di più caro al mondo, perché la sua presenza non sia un ostacolo al regno assoluto del divino Spirito. « A voi giova che Io me ne vada, dice ai suoi apostoli, poiché se Io non vo, non potrà venire in voi lo Spirito Santo. 4 » [Joan.? XVI, 7]. – Se trattasi della grande missione che deve essere loro affidata, Egli ne spiega loro la1 natura e l’estensione e ne dà ad essi l’investitura; ma gli avverte che la forza eroica di cui essi hanno bisogno per compierla, sarà loro comunicata per mezzo dello Spirito Santo.5 [Lue., XXIV, 46, 49]. Finalmente, continuando ad eclissarsi davanti il divin Paracleto, il Maestro disceso dal cielo, dichiara loro in termini formali che malgrado i tre anni passati alla sua scuola, la loro istruzione non è finita. Allo Spirito Santo è riserbata la gloria di completarla, addottrinandogli in tutto ciò che essi debbono sapere.[Ion. XVI, 12, 13]. – Tali sono stati gli ammaestramenti e gli atti dell’Uomo-Dio rispetto allo Spirito Santo. Il cielo e la terra non hanno mai inteso, né mai intenderanno niente di più eloquente, intorno alla maestà dello Spirito Santo, e intorno alla necessità della sua influenza, tanto per rigenerare l’uomo, quanto per mantenerlo nel suo stato di rigenerazione. – La seconda creazione dello Spirito Santo è come la prima, un capo d’opera inesplicabile. Il Figlio di Maria s’eleva ad una tale altezza, che supera tutto ciò che il mondo ha visto mai. Complesso ineffabile di grazia e dì maestà, di dolcezza e di forza, di semplicità e di dignità, di fermezza e di condiscendenza, di calma e di attività, parla, e nessun uomo ha mai parlato come Lui. Egli comanda ed ogni cosa obbedisce. Con una parola Ei calma le tempeste; con un’altra caccia i venditori dal tempio, o i demoni dal corpo degli ossessi. Egli ammaestra come avente un’autorità propria che nessuno divide con L ui. Le sue preferenze sono per i piccoli; per i poveri e gli oppressi. Egli semina i suoi miracoli via facendo, e tutti i suoi miracoli sono tanti benefizi. Quale si sia il delitto di cui uno si penta, Ei lo perdona con una bontà materna. – Tale è la santità della sua vita, ch’Egli pone a disfida dei suoi più accaniti nemici di trovare in lui l’ombra di una colpa. Ei si tace, quando Lo si accusa; benedice quando si oltraggia. Ingiustamente condannato da dei nemici avidi della sua morte, Ei sospende i loro colpi, sventa le loro trame, né lascia scoppiare la tempesta se non nel giorno da Lui decretato, e nel modo da Lui medesimo stabilito, provando la sua divinità più invincibilmente con la sua morte che con la sua vita. – Ma il fine dello Spirito Santo non è soltanto di fare del Verbo incarnato una creazione eccezionale, degna dell’ammirazione del cielo e della terra: prima di tutto, Egli vuole realizzare in Lui l’uomo per eccellenza, quale egli esisteva “ab eterno” nel pensiero divino, e quale doveva Egli comparire un giorno per fare di tutti gli uomini tanti dii; meravigliosa operazione che congiungendo la creazione inferiore alla creazione superiore, la natura umana alla divina, doveva ogni cosa ricondurre all’unità. Ora questa deificazione dell’uomo è l’ultima parola delle opere di Dio, lo scopo finale della Città del bene.11 [“Instaurare omnia in Christo”. — “Christus enim est stimma, caput et recapitulatio omnium operum Dei, visibilium et invisibilium. Quocirca omnes res feruntur in Christum, tanquam in centrum, cui conjungi desiderane”. Corn. a Lap., in Agg II, 8]. – « Sin da principio, dice il sapiente dottore Sepp, l’uomo e per esso la natura, della quale Egli era insieme e il capo e il rappresentante, erano intimamente uniti a Dio. Questa unione durò sino a che il peccato, staccando l’uomo dal suo Creatore, gli ebbe fatto perdere nel tempo stesso la potenza che aveva ricevuta sulla natura. Ma Dio, per riparare la sua opera alterata dal peccato, si riaccosta di nuovo alla creatura con l’incarnazione. « Essa consiste in ciò che la divinità essendosi unita all’umanità, nella persona di Gesù Cristo, Questi è divenuto, il centro della storia. Questa unione intima, una volta compita nel centro, si comunica mediante una effusione continua a tutti i punti della circonferenza e ciò che si è prodotto una volta nella vita di Gesù Cristo si riproduce e si svolge di continuo nella vita dell’ umanità. » – [Vita di Gesù Cristo, t. I, introduzione, 17, 18]. – Secondo il bel pensiero di Clemente di Alessandria tutto il dramma della storia si è compiuto, a modo di preludio nella vita di Gesù Cristo. Il Verbo che si è incarnato una volta nel seno di Maria, deve incarnarsi tutti i giorni, e nell’umanità e in ciascun uomo in particolare. – Ogni giorno pure la nascita del Verbo si riproduce nella storia, e in questo rinascimento spirituale, che operano incessantemente i sacramenti nei quali ha Egli depositato la sua grazia. Quindi è che il Nostro Signor Gesù Cristo non è solamente la più gran figura ma ancora la sola personalità della storia. Invece di non essere nulla o poco, Egli è tutto: “Omnia in omnibus”. Invece d’essere un mito o un falsario, come hanno osato dire alcuni stupidi bestemmiatori, Egli è la realtà alla quale fa capo tutto il mondo antico: il centro d’onde parte tutto il mondo nuovo. Cosicché se nostro Signor Gesù Cristo, nato in una stalla di Betleem e morto sulla croce del Calvario, non è l’uomo per eccellenza, l’Uomo-Dio, realmente Dio, realmente uomo e principio della deificazione universale, false da cima a fondo sono tutte le tradizioni e tutte le aspirazioni antiche, false tutte le credenze moderne; e la vita del genere umano é una demenza senza lucidi intervalli, incominciata or sono sei mila anni, per durare, con gran disperazione della incredulità, finché petto umano respirerà sul globo. Difatti, se avvi nella storia un punto non controverso, é che le nazioni, anche le più grossolanamente idolatre, non hanno perduta mai la memoria della prima caduta, né la speranza di una redenzione. Questo duplice domma ha la sua formula nel sacrificio, offerto costantemente sopra tutti i punti della terra. Un personaggio divino, Salvatore e rigeneratore deill’universo, è l’oggetto evidente di tutte le aspirazioni. – L’Ebreo lo vede in Noè, in Abramo, in Mosè, in Sansone, in venti altri che ne son le figure. Invano lo spirito del male si sforza, di alterare presso i gentili il tipo tradizionale del Desiderato delle genti. Ei ne può oscurare qualche tratto, ma il fondo rimane. Noi vediamo anche che alla venuta del Messia, l’intero mondo era più che mai nell’aspettativa di un liberatore. Diciamo il mondo intero, per esprimere tute le parti del quale si compone; il cielo, la terra, l’inferno. Doveva ciascuno a suo modo proclamare il Redentore universale, e secondo l’espressione di san Paolo, piegare il ginocchio davanti alla sua adorabile Persona. – Appena nato, tutta la Milizia celeste va a prostrarsi intorno alla sua culla, ed annunzia il compimento del più desiderato tra i misteri, la riconciliazione dell’uomo con Dio, la gloria in cielo e la pace sulla terra..Alla voce degli Angeli si unisce la voce degli astri. Non parliamo della stella che guida i magi a Betleem, ma di tutto il sistema planetario. I calcoli astronomici più dotti stabiliscono che gli astri predicevano la venuta del Verbo incarnato; che l’anno sabbatico, anno di perdono e di rinnovamento, era calcolato sulle loro rivoluzioni, e che gli astri rinnovavano il loro corso, ogni volta che la terra si rinnovava a penitenza. – I sapienti dottori tedeschi, Sepp e Schuberr, hanno mostrato che tutti i popoli dell’antichità conoscevano questo linguaggio degli astri e il grande avvenimento ch’essi annunziavano: « Ma tutte queste armonie particolari tendevano ad una più generale e più alta armonia nel movimento d’Urano, il più elevato e più lontano dei pianeti. Nell’anno della nascita di Nostro Signore Gesù Cristo, Urano, il tempo di rotazione del quale intorno al sole abbraccia quello di tutti gli altri pianeti, compiva la sua cinquantesima rivoluzione. Ora, può con ragione considerarsi l’anno di Urano come il solo anno reale e completo del sistema planetario, poiché allora tutti gli astri anche i più lontani ricominciano il loro corso. – « Ebbene! fu precisamente in quest’epoca, in cui tutto il sistema planetario riunito, celebrò il suo primo anno di riparazione e di riconciliazione, che tutte le profezie si compivano, che gli Angeli del cielo e gli abitatori della terra cantavano, mescolando le loro voci ai concerti armoniosi delle sfere: “Gloria nei cieli a Dio, pace agli nomini di buona volontà sulla terra. Quest’epoca coincideva con la fine della settimana dell’anno sabbatico, nel quale, secondo un’antica predizione, Dio doveva affermare la sua alleanza con i suoi. – « Insomma, in questo grande orologio dell’universo, il cui primitivo destino è di segnare il tempo, le ruote e le molle erano state sin dal principio, talmente disposte dallo stesso Creatore, che tutti si riferivano alla grande ora in cui Dio doveva fare splendere il giorno eternamente previsto del perdono e del rinnovamento dell’universo. Nelle grandi proporzioni del suo ordinamento generale, come pure nella disposizione delle sue armonie interiori, il firmamento annunziava dunque Colui col Quale e per il Quale è stato fatto il cielo stellato. » [Schuberr, Simbolica dei sogni; Sepp, Vita di Gesv Cristo, t. II, 887 e seg.].Cosi all’ora della sua Incarnazione gli Angeli e gli astri piegarono il ginocchio dinanzi a Lui e Lo riconobbero per il loro autore: “Omne genu flectatur coelestium”. Gli stessi omaggi sono a Lui resi dagli abitatori della terra. Istruiti sino dall’origine della loro nazione mediante la profezia di Giacobbe, che segnava la venuta del grande Liberatore, nel momento in cui lo scettro uscito dalla casa di Giuda, sarébbe portato da uno straniero, gli Ebrei sono nell’aspettativa della sua prossima venuta. Le loro orecchie sono aperte a tutti gli impostori i quali, chiamandosi il Messia, promettono di liberarli dal giogo delle nazioni: essi si affidano a costoro con una facilità sino allora senza esempio. 2 2 Act., V, 36, 37, ecc.]. – La storia attesta che il motivo principale della guerra insensata che sostennero allora contro i Romani fu un oracolo delle Scritture, annunziante che sorgerebbe a quel tempo, nella patria loro, un uomo che estenderebbe la sua dominazione su tutta la terra. [Joseph, De bell, judaico, lib. VI, c. V, n. 4]. – Quest’aspettativa della prossima venuta del Messia non era particolare agli Ebrei; tutte le nazioni del mondo la nutrivano. Bisognava bene che cosi fosse; senza di ciò, come mai i profeti, cominciando da Giacobbe e terminando con Aggeo, avrebbero potuto chiamare il Messia, l’Aspettativa delle genti, il Desiderato delle genti?11 [“Et ipse erit Expectatio gentium”. Gen. XLIX, 10. — “Movebo omnes gentes et veniet Desideratus cunctis gentibus.” Agg., II]. – I gentili dovevano questa conoscenza del futuro Redentore, tanto alla primitiva tradizione che al commercio dei Giudei, sparsi da parecchi secoli, nei differenti paesi della terra, e a Roma stessa. Lungi dall’essere un piccolo numero, ignorati e senza influenza, in questa capitale del mondo, essi vi erano numerosissimi. Occupavano uffici di molta rilevanza, e tale era la loro unione, che esercitavano una notevole influenza sulle pubbliche assemblee. « Voi sapete, diceva ai magistrati romani Cicerone nel difender Fiacco, come è considerevole la moltitudine dei Giudei, e quanta influenza hanno essi nelle nostre concioni. Io parlo sotto voce, tanto che basti a farmi sentire dai giudici, imperocché non manca mai gente che gli eccitano contro di me e contro i migliori cittadini. » [Fiacco, n. 28]. – Certo la religione di un tal popolo, almeno nei suoi dommi fondamentali, non poteva essere ignorata dai Romani: la ragione l’insinua, e molte testimonianze della storia lo confermano. [Vedi gli articoli stupendi degli Annali di Filosofia cristiana, anni 1862-63-64]. Per esempio, Erode era l’ospite e l’amico particolare di Àsinio Pollione, al cui figlio si applica nel senso letterale, la quarta egloga di Virgilio. Il Giudeo Niccolò di Damasco, uomo abile, a cui Erode affidava la cura delle sue faccende, era nelle buone grazie di Augusto. Macrobio, riferisce che Augusto conosceva altresì la legge per la quale era proibito ai Giudei di mangiare della carne di porco. Ora sappiamo che l’aspettazione del Messia era la base della religione mosaica.Via via che si avvicina la venuta del Bramato delle nazioni, una luce più viva si spande nel mondo ; si potrebbe dire che fossero i primi raggi della stella di Giacobbe. Essa sta per apparire; e Virgilio, interprete della Sibilla di Cuma, canta alla corte d’Augusto il prossimo arrivo del Figliuolo di Dio, il quale scendendo dal cielo, cancellerà i delitti del mondo, ucciderà il Serpente e ricondurrà l’età d’oro sulla terra.Agli oratori ed ai sacerdoti di Roma si uniscono gli storici più serii. « Tutto T Oriente, scrive Svetonio, rimbombava di una antica e costante tradizione, che i destini avevano decretato che a quell’epoca la Giudea darebbe dei padroni all’universo. » [In Vespas., n. 4].Tacito non è meno esplicito: « Si era, dice egli, generalmente convinti che gli antichi libri dei sacerdoti annunziavano che a quell’epoca l’Oriente prevarrebbe, e che dalla Giudea uscirebbero i padroni del mondo ». [Hist, lib. V, n. 3].Questa viva espettazione del Messia trovavasi presso tutti i popoli, ad onta che fosse svisata tra di essi la religione primitiva. Una tradizione cinese, antica quanto Confucio, annunzia che in Occidente apparirà il giusto. Giusta il secondo Zoroastro, contemporaneo di Dario figlio d’Istaspe, e riformatore della religione dei Persi; un giorno sorgerà un uomo vincitore del demonio, dottore della verità, restauratore della giustizia sulla terra e principe della pace. Una Vergine senza macchia Lo partorirà. L’apparizione del Santo sarà segnalata da una stella, il cui cammino miracoloso guiderà i suoi adoratori sino al luogo della sua nascita. [Schmidt, Redenzione del genere umano, p. 66-174]. – Sino all’epoca nostra, l’eresia ed anche l’incredulità, hanno riconosciuto e rispettato quest’accordo unanime dell’Oriente e dell’Occidente. « Immemorabili tradizioni, dice il dotto inglese Maurizio, derivate dai patriarchi e diffuse in tutto 1’Oriente, concernenti la caduta dell’uomo e la promessa di un futuro mediatore, avevano insegnato a tutto il mondo pagano ad aspettare verso il tempo della venuta di Gesù Cristo, la comparsa di un personaggio illustre e sacro. » [Id. ubi supra]. L’ empio Volney tiene lo stesso linguaggio: « Le tradizioni sacre e mitologiche dei tempi anteriori alla rovina di Gerusalemme, avevano sparso in tutta 1’Asia un domma perfettamente analogo a quello dei Giudei intorno al Messia. Non si parlava d’altro che di un grande Mediatore, di un Giudice finale, di un Salvatore futuro, il quale, re, Dio, conquistatore e legislatore, doveva ricondurre l’età dell’oro sulla terra, liberarla dall’ impero del male, e rendere agli uomini il regno del bene, la pace e la felicità. » [Rovine, c. XX, n. 13]. – Tale era l’universalità e la vivacità di questa credenza che, secondo una tradizione degli Ebrei, consegnata nel Talmud e in parecchie altre opere antiche, un gran numero di gentili si recarono a Gerusalemme verso l’epoca della nascita di Gesù Cristo, a fine di vedere il Salvatore del mondo, quando verrebbe a riacquistare la casa di Giacobbe. [Talmud, c. XI]. – Riepilogando: due fatti sono certi come l’esistenza del sole. Primo fatto: sino alla venuta del Verbo incarnato, tutti i popoli della terra hanno atteso un liberatore. Secondo fatto: dopo la venuta di Nostro Signore, questa aspettazione generale ha cessato. Che cosa si conclude da ciò ? O che il genere umano, instruito dalle tradizioni della sua culla, e dagli oracoli dei profeti, si è ingannato aspettando un liberatore e riconoscendo per tale Nostro Signore Gesù Cristo, o che Nostro Signore Gesù Cristo è veramente il Desiderato delle nazioni; non vi è via di mezzo. A questo modo la terra piega le ginocchia dinanzi a Lui e Lo riconosce per suo redentore: “Omne genu flectatar terrestrium”. – Lo stesso inferno non poteva rimanere estraneo alla venuta del Messia. Per esso era una questione di vita o di morte. Quante volte nel Vangelo noi vediamo gli spiriti immondi, cedere non solamente agli ordini di Gesù, ma proclamare altresì il Figliuolo di Dio! Questo omaggio individuale ancorché fosse così spesso ripetuto, non bastava. Dinanzi al Verbo eterno, il Verbo vivente, disceso sulla terra per istruire il mondo, il Verbo demoniaco, satana e i suoi oracoli dovevano restar muti. Bisognava pure, per un giusto ricambio, che gli ultimi accenti fossero una proclamazione solenne della divinità e della venuta sulla terra di Colui che gli riduceva al silenzio. – A questo proposito, Plutarco nel suo libro del Mancamento degli oracoli, riferisce una storia meravigliosa. È un dialogo tra parecchi filosofi romani, uno dei quali si esprime nel modo seguente: « Un uomo grave ed incapace di mentire, Epiterse, padre di quel retore Emiliano che taluni di voi hanno udito e che era mio concittadino e mio maestro di grammatica, raccontava che una volta s’imbarcò per l’Italia sopra una nave carica di ricche merci e piena di una turba di passeggeri. « Sulla sera trovandosi verso le isole Echinadi, il vento abbassò, e la nave andando qua e là con direzione incerta, venne ad avvicinarsi all’isola di Paro. [Oggi Curzolari, Paros e Antìparos]. Delle genti di sulla nave molte erano deste, e molte avendo cenato continuavano a bere. All’improvviso fu sentita una voce uscita dall’isola che a gran tuono chiamava: Tamo: di che la meraviglia fu. grande. Questo Tamo, egiziano di patria, era il piloto; ma non conosciuto per nome dalla maggior parte di quelli ch’erano sulla nave, chiamato due volte, non rispose; finalmente alla terza diede orecchio. Allora colui che chiamava, rinforzata la voce, disse: Quando sarai giunto alla palude, dai la nuova che il grande Pane è morto. « Raccontava Epiterse, che tutti, udito questo, si spaventarono; e che consigliandosi, se fosse meglio eseguire l’ordine, o non se ne dare per inteso; Tamo decise che se il vento sarebbe favorevole, passerebbe avanti a Palode senza nulla dire; ma se invece facesse bonaccia, direbbe ciò che aveva udito. Ora, giunti a Palode, senza vento e senza movimento d’acqua, Tamo di sulla poppa con la faccia rivolta verso terra, annunziò come aveva udito, che Pane grande era morto. [Pane, universale; gran pane, grande, universale, Dio degli dei]. « Non ebbe peranco finito di dire, che fu inteso gran gemito misto a voci di sorpresa non d’un solo, ma di moltissimi: e poiché vi si erano trovate presenti molte persone, velocemente se ne sparse la notizia fino a Roma; e Tamo fu chiamato colà dall’imperator Tiberio. Aggiungono che questi gli prestò fede a segno, di avere fatto premurose ricerche e domande intorno a quel Pane grande. » [Plutarco, Opuscoli Morali, t. VI, c. in, p. 31]. – La storia non dice qual fosse il risultato delle ricerche imperiali: ma dietro l’analogia dei fatti, la tradizione lo congettura con fondamento. Esse riuscirono ad accertare la morte di colui che il centurione del Calvario aveva proclamato Figliuolo di Dio. « Le voci delle quali si discorre, scrive il dottor Sepp, erano voci misteriose della natura, di cui infernali potenze si servivano per comunicare agli uomini questa notizia, oggetto di terrore per esse. La morte del Figliuolo di Dio fu annunziata per tutta la terra con fenomeni strani. [Catechismo di persev., t. HI, p. 155 e seg. 8a ediz.]. – II paganesimo risentì sin nelle sue più intime fondamenta, i suoi oracoli, il contraccolpo di questo grande avvenimento. – « In quella guisa che un segno che apparve in cielo aveva annunziato al sabeismo orientale là nascita del Salvatore: cosi la morte di Colui che era disceso nell’inferno, è annunziata nell’Occidente, per mezzo degli oracoli dell’inferno, agli adoratori dei demoni sino in Roma lor capitale. E nella stessa guisa che nell’arrivo dei magi, Erode convocò i sapienti tra i Giudei per interrogarli sulla nascita del Messia: cosi Tiberio consulta qui i savi del suo popolo, intorno alla notizia della sua morte. Quest’avvenimento è tanto più notevole, in quanto che poco tempo .dopo, il rapporto di Pilato circa la morte di Gesù, giunse a Roma nel palazzo dell’imperatore. » [Sepp., t. I, 145, 146]. Secondo Tertulliano, questo rapporto conteneva in compendio la vita, i miracoli, la passione, la morte di Nostro Signore. « Pilato, dice il grande apologista cristiano, nella sua coscienza, scrisse tutto ciò che concerneva il Cristo a Tiberio, allora imperatore. Sin da quel momento gli imperatori avrebbero creduto in Gesù Cristo, se i Cesari non fossero stati gli schiavi del secolo, o se dei cristiani avessero potuto essere Cesari. Comunque sia, allorché Tiberio ebbe appreso dalla Palestina i fatti che provavano la divinità di Cristo, egli propose al senato di metterlo tra gli dei, ed egli medesimo gli accordò il suo suffragio. Il senato, non approvando, rigettò la sua domanda. L’imperatore persistette nel suo parere, e minaccio del suo corruccio coloro che accusassero i cristiani. [Apol., v, et Pamelii notae, 67 et 58. »]. Cosi, abbandonare la loro preda, proclamare la sua divinità, divenir muti, annunziare là sua morte, disertare, per non più ritornarvi, i loro templi e i loro sacri boschi: tali sono gli atti con i quali i demoni, piegano il ginocchio dinanzi al Verbo incarnato, e lo riconoscono per il loro vincitore. “Omne gemi flectatur infernorum. – Dopo il passaggio sulla terra del Figliuolo di Maria, tutti i secoli hanno continuato a piegare il ginocchio dinanzi a Lui. La sua divina personalità è la base della loro storia come la stessa ragione, della loro esistènza e della loro dènominazione. A che data risale la caduta del paganesimi greco-romano, la comparsa nell’umano linguaggio del gran nome di cristiano, la nascita della più potente nazione del globo, la nazione cattolica, il rovesciamento della tirannia cesarea, l’abolizione della schiavitù? Quando sono scomparsi dal suolo dell’ Occidente il divorzio, la poligamia, l’oppressione della donna, l’assassinio legale dell’infante, i sacrifici umani? Indirizzate tutte queste questioni ai popoli che compongono il fiore dell’umanità; essi, ad una voce unanime,vi nomineranno Gesù Cristo, la sua dottrina, e la sua epoca. Se voi percorrete, uno dopo l’altro, tutti gli elementi della civiltà moderna, non ne troverete un solo che non supponga la fede nell’Incarnazione, vale a dire nella vita, nei miracoli, nella divinità, nella morte, nella risurrezione, nella storia completa di Nostro Signore. Ed i Renan moderni osano dire che non si son visti mai miracoli; e segnatamente che la resurrezione di un morto, è un fatto impossibile o almeno senza esempio! Come pimmei del dubbio, non vedono che sono essi medesimi una conferma vivente di questo miracolo! Non vedono che non possono nominare l’anno della loro nascita, della nascita o della morte del loro padre, l’anno degli avvenimenti che raccontano, che ammettono o che combattono, senza affermare il miracolo, del quale essi affettano stupidamente di negare l’esistenza! O negatori impotenti, voi mentitea voi medesimi; ma a voi soltanto. Malgrado le vostre negazioni, rimane evidente come il giorno, che tutta la storia religiosa politica, sociale e domestica del mondo moderno, parte dalla resurrezione di un morto; e che la civiltà europea, come la vostra vita intellettuale, ha per piedistallo un sepolcro. Se dunque Gesù Cristo non è risuscitato, tutto è falso, e il genere umano è pazzo. Ma se il genere umano è pazzo, provate che voi non lo siete. Cosi, atteso e desiderato, creduto e adorato il Dio uomo, il Verbo incarnato, la seconda creazione dello Spirito Santo nel nuovo Testamento, è il centro al quale tutto fa capo, il focolare da cui tutto parte, il fatto fondamentale su cui riposa l’edificio della ragione e della storia, la quale non è essa stessa nel suo corso, altro che lo svolgimento di questo fatto divino: « Il Cristianesimo possiede dunque tutti i caratteri di una rivelazione centrale, l’unità, l’universalità, la semplicità ed una fecondità tale, che diciotto secoli di meditazioni e di ricerche non hanno potuto estinguerlo, e nel quale la scienza, via via che va innanzi scavando in questo abisso, scopre nuove profondità. Quest’è ciò che dà al cristianesimo l’impronta della divinità, ed alle sue dimostrazioni quella della perfezione. » – L’Incarnazione essendo ciò che essa é nel piano della Provvidenza, il re della Città del male non poteva mancare, come abbiamo detto, di fare gli ultimi sforzi per impedire la credenza di questo domma distruttore del suo impero. Perciò le contraffazioni ch’egli aveva moltiplicate per sconcertare la fede del genere umano alla maternità divina della Vergine delle vergini, ei le adopera con una desolante astuzia, per rendere impossibile la fede delle nazioni alla divinità del suo Figliuolo. – Istruito sin dall’origine del mondo intorno all’incarnazione del Verbo, egli tiene consiglio, e dice: Per timore che questo Dio uomo non sia riconosciuto pel solo vero Dio, Figlio di una Vergine sempre vergine, oracolo insigne della verità, liberatore, e salvatore degli uomini, inventiamo una moltitudine di dii,’ tra i quali noi divideremo i suoi tratti diversi: dii visibili, nati da dee e da semi dii: dii sapienti, potenti e buoni che renderanno oracoli, che proteggeranno gli uomini, che gli libereranno dai loro nemici, che si faranno ascoltare dai sapienti, temere dai popoli, e servire dagli imperatori; dii antichi, dii nuovi e in si gran numero, che a malgrado del cielo, noi saremo padroni della terra. – Da questo consiglio infernale sono uscite le innumerevoli contraffazioni del grande Liberatore, la speranza del genere umano. Percorrete la storia del mondo pagano, antico e moderno: da per tutto troverete il tipo deformato del Messia, uomo Dio e rigeneratore di tutte le cose. L’indiano ve l’offre nel Chrishna, incarnazione di Vischnou, che dirige nel firmamento il cammino delle stelle, e che nasce tra i pastori. Eccolo in Buddha, il quale sotto nomi diversi, è ad un tempo il Dio della Cina, del Thibet e di Siam. Egli nasce da una vergine di regia stirpe, che non perde punto la sua verginità nel metterlo al mondo. Inquieto della sua nascita, il re del paese fa uccidere tutti quei bambini nati nello stesso tempo di lui. Ma Buddha, salvato dai pastori, vive come essi nel deserto, sino all’età di trent’anni. Allora incomincia la sua missione, insegna agli uomini, gli libera dai cattivi spiriti, fa miracoli, riunisce discepoli, lascia ad essi la sua dottrina, e sale al cielo. Vediamolo nel Feridun dei Persiani, vincitore di Zohac, sulle cui spalle sono nati due serpenti, i quali devono essere cibati ogni di con le cervella di due uomini. – « Eredi delle tradizioni primitive, tutti i popoli sapevano che il male era entrato nel mondo per mezzo di un serpente; sapevano che l’antico dragone doveva esser vinto un giorno, e che un Dio nato da una donna doveva schiacciargli la testa. Però troviamo presso tutti i popoli dell’antichità il riflesso di questa divina tradizione in un mito particolare, le .cui sfumature variano secondo i tempi ed i luoghi, ma il fondo del quale rimane lo stesso. – « Apollo combatte contro Python; Oro, contro Typhon, il cui nome significa serpente; Ormuzd contro Arimane, il gran serpente che presenta alla donna il frutto, il godimento del quale la rende delittuosa verso Dio; Chrishna contro il drago Caliya-Naza che gli spezzò il capo. Thor presso i Germani, Odino presso i popoli del Nord, sono vincitori del gran serpente che accerchia la terra come una cintura. Presso i Tibetani è Durga che combatte contro il serpente. Tutti questi tratti sparsi nelle mitologie dei differenti popoli, il paganesimo greco-romano gli aveva riuniti in Heracles o Ercole.1 » [Vedi D’Argentan, Grandezze della santa Vergine, 25-27]. – Questo seim-dio, salvatore degli uomini, sterminatore dei mostri, è figlio di Giove e di una mortale. Appena nato, egli uccide due serpenti mandati per divorarlo. Divenuto grande, ei si ritira in un luogo solitario, si vede in balia della tentazione e si decide per la virtù. Dotato di forze fisiche straordinarie, ei si consacra al bene degli uomini, percorre la terra, punisce l’ingiustizia, distrugge gli animali malefici, procura la libertà agli oppressi, soffoca il leone di Nemeo, uccide l’idra di Lerna, libera Hesione, discende negli abissi e ne strappa il guardiano Cerbero. Queste gesta ed altre non meno brillanti, compongono le dodici fatiche di Ercole, numero sacro, che rappresenta l’universalità dei benefizi di cui l’umano genere va debitore all’eroico semi-dio. – Ercole soccombe finalmente nella sua lotta per l’umanità; ma di mezzo alle fiamme del suo rogo, innalzato sulla vetta del monte Oeta, ascende nella celeste dimora. Aggiungasi che Ercole era l’oggetto principale dei misteri della Grecia, nei quali la sua nascita, le sue azioni e la sua morte erano di continuo celebrati. Aggiungasi ancora, che sotto un nome o sotto un altro, Ercole si trova presso tutti i popoli dell’Oriente e dell’Occidente: Candaule in Lidia, Belo in Siria, Som in Egitto, Melkart a Tiro, Rama nell’ India, Ogomios nelle Gallie. Come mai non vedere in quest’Ercole universale il tipo sfigurato del Desiderato di tutte le nazioni, che percorre la sua carriera da liberatore, e che offre la – sua vita per espiare i peccati del mondo ? [Satana avea resa popolare in Egitto un’altra contraffazione del Dio riconciliatore. Ogni anno si offriva al popolo uno spettacolo solenne di cui la vita di Osiride formava la base. Il Dio sole nasce sotto la forma di un bambino; una stella annunzia la sua nascita: il Dio cresce e si trova costretto a fuggire, essendo perseguitato da animali feroci; soccombendo finalmente alla persecuzione, muore. Allora incomincia un lutto solenne; il Dio sole, privato poco fa della vita, risuscita, e se ne celebra la sua resurrezione. Vedi anche Plutarco : De Iside et Osiride]. – Così, la lotta, i caratteri e l’eroe della stessa si trovano, per tutta la terra. In fondo alle tradizioni dei differenti popoli si scopre il tipo più o meno alterato del Messia, della sua opera e della sua vita: l’annunciazione, la nascita di una vergine, la persecuzione d’Erode, la lotta vittoriosa contro il serpente, la morte, la risurrezione, la redenzione dell’uman genere e l’ascensione al cielo. – Se tutti questi miti non fossero calcati sopra una verità comune; se essi fossero unicamente frutto della immaginazione dei popoli, come fare a spiegare un simile accordo fra tutte le nazioni dell’ universo, e quale ne sarebbe stato lo scopo? Se Lucifero e 1′ umanità non fossero stati istruiti, uno chiarissimamente, l’altro confusamente, che il Redentore apparirebbe un giorno sotto questi tratti, di dove gli avrebbero presi? Ma la realtà storica che ha servito di base a tutti questi miti, dove la troviamo noi, se non nella persona del Verbo incarnato, il quale ha mutato l’aspetto del mondo a costo delle sue fatiche e del suo sangue? Se l’universo tutto, diciamo ancora, dopo essersi ingannato quattromila anni nelle sue speranze, s’inganna dopo due mila anni nella sua fede, che cosa vi sarebbe di vero per lo spirito umano?

Lo SPIRITO SANTO nel Nuovo Testamento

Lo Spirito Santo nel Nuovo Testamento

-prima creazione –

[J.-J. GAUME: Trattato dello Spirito Santo: Vol. II, cap. XI e XII]

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Ricollegando l’azione incessante e universale dello Spirito Santo nell’ antico mondo, alla sua azione del pari incessante e universale nel mondo nuovo, due grandi dottori uno dell’Oriente l’altro dell’Occidente si esprimono con una precisione che reca all’anima avida di verità, la luce e la gioia. Dice san Basilio che : « Tutte le creature del cielo e della terra debbono la loro perfezione allo Spirito Santo. Quanto all’uomo, tutte le benevole disposizioni del Padre e del Verbo Salvatore, chi può negare che non siano esse state realizzate dallo Spirito Santo? Sia che voi consideriate i tempi antichi, le benedizioni dei patriarchi, la promulgazione della legge, le figure, le profezie, le gesta militari, i miracoli degli antichi giusti, ossia che voi riguardiate tutto ciò che concerne la venuta del Signore nella carne; tutto è stato fatto per mezzo dello Spirito Santo.1 » [Lib. de Spir. sanct., CXVI, n. 39].

San Leone non è meno esplicito : « Non bisogna dubitarne, scrive l’immortale Pontefice, se nel giorno della Pentecoste, lo Spirito Santo ha riempito gli apostoli, ciò non fu principio dei suoi benefizi, ma accrescimento di liberalità. I patriarchi, i profeti, i sacerdoti, tutti i santi che vissero negli antichi tempi, dovettero allo stesso Spirito Santo la vena santificante che fece la loro forza e la loro gloria. Senza la sua grazia, questi sacri segni non furono mai stabiliti, né mai celebrati come misteri; di guisa che la sorgente dei benefizi fu sempre la stessa, sebbene differente nella misura dei suoi doni. » [Serm. II de Pentecost.] – Ora, le effusioni parziali dello Spirito Santo sugli uomini e sulle donne illustri dell’antica legge, sulla sinagoga, sul semplice ebreo medesimo, dovevano far capo nel seguito dei tempi ad una effusione completa, manifestata da quattro grandi creazioni: la santissima Vergine, Nostro Signore, la Chiesa ed il cristiano. – Prima creazione dello Spirito Santo nel Nuovo Testamento, fu la santissima Vergine. — Iddio ha parlato all’uomo e parlato per istruirlo. La sua parola non é dunque, né può essere, un libro sigillato. Quindi l’indispensabile necessità di una interpretazione autentica. Questa interpretazione o non si trova in nessun luogo, ovvero essa è nella tradizione universale della Sinagoghe della Chiesa. – Questa tradizione ci dice che tutte le donne illustri del’antico Testamento sono tanti embrioni, tanti disegni, tante figure della donna per eccellenza, Maria. I doni che esse non possedettero altro che in parte e transitoriamente, Maria li possiede nella loro pienezza ed in un modo permanente. – Come i diversi corsi d’ acqua che irrigano la terra vanno a perdersi nell’oceano, così tutte le effusioni parziali dello Spirito Santo’ su queste donne della Bibbia, si danno un convegno nella donna del Vangelo, per creare l’incomparabile meraviglia del suo sesso, la Vergine madre, Maria. – In quella guisa che noi vediamo spuntare la rosa nel bottone, cosi noi vediamo in Eva Maria, spuntare madre dei viventi, l’irreconciliabile nemica del serpente del quale schiaccerà il capo. Essa risplende in Rebecca, modesta verginella, ingenua, bella e pudica, ricercata tra tutte dal venerando Abramo, per il figlio della sua tenerezza, Isacco. «Tutti i secoli l’ammirano nella coraggiosa Giuditta, la quale ponendo a rischio la sua vita, uccide il crudele Oloferne, e salva la patria. Ester presenta un riflesso della sua incomparabile bellezza, della sua potenza sul cuore del gran Re, della sua compassione per gli infelici. Salomone la canta con tutte le sue attrattive, con tutte le sue virtù, con tutti i suoi benefizi, nella sposa immacolata del Cantico dei cantici. – Tutti questi doni sparsi, sono riuniti in Maria; ma non basta. Posta dallo Spirito Santo tra il mondo antico e il nuovo, essa è come un oceano nel quale vanno a confondersi tutte le meraviglie dei due Testamenti: Tutti i fiumi, dice il Serafico Dottore, entrano in mare e il mare non trabocca mai: così tutte le qualità dei santi si danno convegno in Maria. Il fiume della grazia degli angeli entra in Maria. Il fiume della grazia dei patriarchi e dei profeti entra in Maria. Quello della grazia degli apostoli entra in Maria; quello della grazia dei martiri entra in Maria; quello dei confessori entra in Maria; tutti i fiumi entrano in questo mare, e questo mare non straripa mai. Che cosa vi è di sorprendente che ogni grazia vada a versarsi in Maria poiché ogni grazia da Maria discende?1 »? [In Specul. B. M. V., post Med,]. – Qual è quest’oceano? Quest’oceano senza limiti e senza fondo si compone di tutte le ricchezze della natura della grazia, e di tutte le virtù teologali e cardinali, e di tutti i doni dello Spirito Santo e di tutte le grazie gratuite, in un grado sovraeminente. « Il Verbo incarnato, dice san Tommaso, possedette nella sua perfezione la pienezza della grazia; ma ella fu cominciata in Maria. 2 »2 [“Sicut gratiae plenitudo perfecte quidem fuit in Christo, et tamen aliqua ejus inchoatio praecessit in matre”. III, p. q. 28, art. 3, ad 2]. – Quanto alle grazie gratuite, quelle cioè che sono date per utilità altrui, a fine di faticare a prò della loro salute, sia operando la loro conversione, ossia assicurando la loro perseveranza, vogliamo noi conoscere sotto questo rapporto le ricchezze di Maria? Ascoltiamo san Paolo che specifica le nove specie di grazie gratuite distribuite ai diversi membri della Chiesa; « All’uno, dice egli, è dato, per mezzo dello spirito, il linguaggio della sapienza, all’ altro il linguaggio della scienza; a un altro il dono della fede; a un altro il dono delle guarigioni pel medesimo Spirito; a un altro l’operazione de’ prodigi; a un altro la profezia; ad un altro la discrezione degli spunti; a un altro ogni genere di lingue; a un altro l’interpretazione delle favelle.1 »1 [I Cor., XII, 8]. – Possedere una sola di queste grazie insigni basta per essere eminente nella Chiesa. Ora san Tommaso, seguito dalla teologia cattolica, insegna che Maria le aveva tutte in abito ed in atto: « Non bisogna dubitare, dice, che la beata Vergine non abbia ricevuto eccellentemente il dono di sapienza e dei miracoli, come pure lo spirito di profezia. Pur tuttavia essa non ha ricevuto l’uso di tutte le grazie gratuite; ciò è privilegio esclusivo del Verbo incarnato. Essa ha esercitato quelle che erano convenienti alla sua condizione. A questo modo essa ha ricevuto il dono di sapienza, per innalzarsi a sublimi contemplazioni ; ma non ne ha avuto l’uso per predicare pubblicamente il Vangelo, perché non era convenevole al suo sesso. – « Essa possedeva veramente il dono dei miracoli ; ma non ne ha avuto l’uso sopratutto nel tempo che lo stesso Figliuolo predicava il Vangelo. Era conveniente infatti, che per confermare la sua dottrina Egli solo facesse miracoli, in persona o per mezzo dei suoi organi accreditati, come i discepoli e gli apostoli. Di qui deriva ciò che è scritto di Giovan Battista medesimo, che non fece nessun miracolo. Doveva essere così, affinché l’attenzione del popolo non fosse divisa tra parecchi, ma che tutti gli occhi fossero volti verso il Verbo divino. Quanto al dono di profezia, Maria ne ha fatto uso nel suo cantico immortale. » [III p., q. 27, art. 5, ad 3]. – Come i raggi del sole colorano, nell’ attraversarla, una nuvola diafana, cosi le bellezze interiori della figlia del Re, irradiavano sul suo corpo verginale, e le davano una grazia incomparabile. Maria fu più bella di Rachele, più bella di Rebecca, più bella di Giuditta, più bella di Ester, più bella di tutte le bellezze dell’antico mondo. Siccome il Nostro Signore fu il più bello dei figli degli uomini, così Maria fu la più bella delle figlie degli uomini. Come tipo perfetto della bellezza morale, fu essa pure il tipo perfetto della beltà fisica. [B. Albev. magn., apud Canisium, De M aria Deipv lib. I, c. xm, p. 92, ediz. in-fol.].Da chi è stato formato quest’oceano di perfezioni? Dallo Spirito Santo. Maria è ciò che abbiado già detto e mille volte ancora più, perché tra tutte le creature del cielo e della terra, dei tempi passati e dei secoli futuri, Essa é la sola in cui la terza Persona dell’augusta Trinità sia sopraggiunta con la pienezza dei suoi doni. Se voi domandate a quale scopo lo Spirito Santo si è cosi riposato in Maria, gli angeli e gli uomini rispondono: perché Maria doveva essere sua sposa, la madre del Verbo incarnato, la base della Città del bene, la donna per eccellenza madre di un lignaggio perpetuo di donne eroine.Meditiamo il Fiat creatore di Maria: « L’angelo Gabriele fu mandato da Dio ad una città della Galilea chiamata Nazaret, ad una vergine, sposata ad un uomo per nome Giuseppe, della casa di Davide: e la vergine si chiamava Maria. Ed entrato l’angelo da Lei disse: Io ti saluto, o piena di grazia, il Signore è teco: Benedetta in fra le donne.1 » [ Luc. I, 28]. Notiamolo bene, l’angelo non dice: Tu sarai piena di grazia, ma: Tu “sei” piena di grazia, e benedetta sopra tutte le donne. Le perfezioni ineffabili di Maria non datano dalla visita del celeste messaggero. Essa non le ripete da lui, ma le possiede senza di lui e prima di lui. Il divino Artefice, dopo essersi esercitato, come scherzando in mille preludi, costruì nel crear Maria, il suo santuario vivente. Sino dal primo istante della di Lei esistenza, Egli aveva ornato la sua futura sposa della pienezza di grazia. Oggetto delle sue compiacenze infinite, Essa era la sua colomba, unica, tutta bella, senza macchia, né ombra di macchia, bianca come il giglio, graziosa come la rosa, rilucente come lo zaffiro, trasparente come il diamante. Tale era Maria nel momento della visita dell’angelo, e tale era sempre stata. Né al suo concepimento, né alla sua nascita, né durante la sua vita, l’alito impuro del principe della Città del male, aveva mai tocco Colei che doveva schiacciarle il capo. Noi non abbiamo più da provare il plenario possesso e perpetuo della grazia mediante Maria, dacché la Chiesa compendiando la credenza universale dei secoli, ha formulato in domma di fede l’Immacolato Concepimento della sposa dello Spirito Santo. Ci rimane solamente da dire con l’angelo, nei trasporti della riconoscenza e della fede: Io ti saluto piena di grazia: Ave gratia piena. Ripigliamo la storia di questa creazione assai più meravigliosa di quella del cielo e della terra. Gabriele aggiunge: « Non temere, o Maria, tu concepirai e partorirai un figlio. Lo Spirito Santo scenderà sopra di te, e la virtù dell’Altissimo ti adombrerà. E per questo ancora quello che nascerà di te Santo, sarà chiamato Figliuolo di Dio.1 »1 [Lue., I, 29]. – La lingua degli angeli sarebbe impotente a spiegare questi misteri profondi; o figuriamoci quella dell’uomo! – La prima cosa che colpisce nell’angelico messaggio è la parola: Non temere o Maria. Quale n’è il senso e la ragione? « Voi avete sentito, risponde un Padre della Chiesa, che per un mistero incomprensibile, Iddio e l’uomo saranno messi in uno stesso corpo, e che la fragile natura della nostra carne deve portare tutta la gloria della Divinità, Per tema che in Maria il grano di sabbia del nostro corpo, non fosse schiacciato sotto il peso immenso del celeste edificio, e che Maria, stelo delicato, destinato a portare il frutto di tutto il genere umano non fosse troncato, l’angelo incomincia dal bandire ogni timore, dicendo: Non temer punto, o Maria. » [S. Pet. Chrys., Ser. CXVII, De Ànnuntiat.]. – Perché la verginella di Giuda deve essere senza timore? L’angelo si dà premura di dirlo, annunziandole il concorso delle tre Persone della Trinità. Il Padre comparisce come sostegno, lo Spirito Santo come sposo, il Verbo come figlio. Perché questo concorso cosi espressamente indicato? gli interpreti rispondono: « Fino a Maria le figlie illustri di Giuda avevano ricevuto lo Spirito Santo parzialmente, per una missione speciale; la Vergine sposa deve ricevere dallo Spirito Santo tutta la sostanza del Verbo eterno, il Verbo medesimo in Persona, il Creatore dei mondi. Gabriele conosce il peso opprimente del miracolo. Perciò ei non si contenta di dire: Lo Spirito Santo scenderà sopra di te; ma si affretta ad aggiungere: E la virtù dell’Altissimo ti adombrerà. Essa lo farà in un modo ineffabile, affinché tu possa sostenere il peso del tuo concepimento. Che cosa doveva infatti concepire questa fanciulla, due volte fragile pel suo sesso e per la sua condizione mortale? – L’Onnipotente, Verbo di Dio, la solida sostanza dell’Eterno, discesa dalla pura sostanza di Dio Padre, e il cui solo sguardo fa tremare gli angeli? È dunque ben detto: Tu sarai sostenuta dalla virtù dell’Altissimo, virtù potente in miracoli, sola capace di associare la sostanza di una donna al Verbo Dio.1 » [Rupert.7 De Trinit. et oper. ejus, lib. XLII, De Spir. sanct, lib, I, c. IX].Un dotto panegirista della Santa Vergine, il padre D’Argentan, porge una nuova ragione di questo premuroso concorso. Ricordando la parola di sant’Esichio di Gerusalemme che dice che in Maria era il complemento di tutta la Trinità. [Serm. de S. Maria Deip.] scrive il seguente commento: « È vero in qualche maniera che Maria dà alle tre Persone dell’adorabile Trinità un certo complemento di perfezione, che esse non avrebbero mai avuto senza di Lei, e che almeno va alla gloria esteriore di Dio.« Incominciamo dal Padre. Non si può dubitare ch’Egli non possegga la perfezione infinita della divina paternità, poiché Egli comunica tutto il suo essere all’unico Figlio suo. Ma questo Figlio essendo ad Esso eguale in tutte le cose non può rendergli nessuno dei doveri della pietà figliale, come servigio, obbedienza e rispetto. Secondo le nostre deboli idee, non parrebbe che facesse un complemento d’onore per il Padre, se questo stesso Figliuolo, rimanendo sempre in possesso della maestà infinita Gli obbedisse nonostante e Gli rendesse profondi omaggi? Qual gloria vedersi adorato da un Dio grande, quanto Lui! Chi la procura al Padre? Maria. Il Padre che vede avanti tutti i secoli il suo figlio nascere dal suo seno, il suo eguale; Lo vede nel tempo nascere dal seno di Maria, come suo inferiore, talmente devoto, e talmente sottomesso, che Gli darà la sua propria vita sopra una croce. Si può negare che rispetto al Padre, l’augusta Vergine non sia il complemento della Trinità: “universum Trinitatis complementum”? «Quanto al Figliuolo, lo stesso ragionamento. Egli possiede eternamente tutte le perfezioni, poiché è Dio di Dio, luce di luce, vero Dio del vero Dio. Ma questo Verbo eterno di Dio dimora nascosto nel seno di Colui che l’ha prodotto. Ora questa parola vivente di Dio, è come quella dell’uomo suscettibile di due nascimenti; uno interno, l’altro esterno. Il primo ha luogo allorquando il nostro spirito concepisce un pensiero che considera in se medesimo.Sant’Atanasio appella ciò il Verbo e la parola dell’ intelletto, verbum mentis. Il secondo si fa quando, per mezza di una parola sensibile noi produciamo al di fuori il nostro pensiero. Questa parola esterna, secondo nascimento dell’interno, le dà il suo complemento. « Cosi avviene della Parola eterna, la quale nata in seno del Padre, era in lui innanzi a tutti i secoli. Nessuno la conosceva, ma era capace di un secondo nascimento che l’esponesse al di fuori e la rendesse sensibile. Secondo il nostro modo d’intendere, questo secondo nascimento Gli dava il suo ultimo complemento. Ora, Maria è stata la bocca, con la quale il Padre ha prodotto ‘il suo Verbo al di fuori. È Lei che gli ha dato un corpo e l’ha reso visibile e sensibile. Essa può dunque essere chiamata rispetto al Figliuolo nello stesso modo che rispetto al Padre, il complemento della Trinità, universum Trinitatis complementum. – « La cosa è ancor più palpabile rispetto allo Spirito Santo. Iddio possiede tutte le perfezioni, tutta la bontà, tutta la fecondità che è nel Padre e nel Figliuolo. La fecondità del Padre apparisce nella generazione eterna del suo unico Figliuolo; la fecondità del Padre e del Figliuolo rifulge nella produzione dello Spirito Santo. Sola questa terza Persona, cosi ricca in fecondità quanto le due altre, rimane sterile, essendole impossibile di produrre una quarta persona della Trinità. Maria fa sparire questa inferiorità apparente. Per mercé sua, lo Spirito Santo diverrà fecondo: e si produrrà un Dio uomo e un Uomo Dio, capo d’opera di potenza e di amore. Non sembra forse che in ciò l’augusta Vergine gli dia un accrescimento di gloria, e che essa meriti una terza volta di essere appellata il complemento di tutta la Trinità : universum Trtnilatis complementum ? »Vedremo ben tosto ciò che produrrà in Maria medesima il concorso premuroso delle tre Persone divine. [Grandezze della Santa Vergine, c. i, § 3].

Verg. con Bambino

Maria è creata dallo Spirito Santo.

Maria è creata dallo Spirito Santo, capo d’ opera unico della Potenza infinita. « Verso di voi, le grida san Bernardo, come verso 1’arca di Dio, e verso la causa e il centro degli avvenimenti, come verso la gran faccenda di tutti i secoli, negotium omnium saeculorum, volgono i loro sguardi e gli abitatori dei cieli e gli abitatori della terra, e quelli che ci hanno preceduto, e noi che passiamo, e quelli che ci seguiranno, ed i figli de’ loro figli. Tutta da creazione fìssa gli occhi su di Voi, e con ragione. Di Voi, in Voi, per voi, la mano benefica dell’Onnipotente ha rigenerato tutto ciò che essa aveva creato. » [“Merito in te respiciunt oculi onmis creaturae, quia in te, et per te et de te benigna manus Omnipotentis quid quid creaverat, ricreavi”. Ser. II, de Pentecoste]. – Lo stesso Creatore contempla l’opera sua con infinite compiacenze. Maria è creata per essere la Sposa dello Spirito Santo e la madre del Verbo. Il matrimonio suppone il libero consenso delle parti: vediamo in qual modo é sollecitato quello della augusta Vergine. Le tre Persone della SS. Trinità inviano un messaggero, incaricato di chiederLa in matrimonio. Meravigliata di tanto onore, Maria si turba; ma ella stabilisce le sue condizioni e tratta con Dio anche da pari a pari. Io acconsentirò, dice, a patto di conservare intatto il giglio della mia verginità. Cosi una fanciullina di dodici anni tiene in sua mano la salute del mondo. Dalla sua volontà dipende il compimento dell’opera, alla quale si riportano sin dall’eternità tutti i divini consigli. L’augusta Trinità apparisce quasi supplichevole dinanzi a Maria. Ineffabile procedere! che contiene tutta una rivoluzione morale. La donna, fino allora l’essere il più abietto, diviene tutt’ad un tratto l’essere il più rispettato. Il genere umano avrà egli un Salvatore? La risposta di una donna deciderà. Maria riflette. Accettando il duplice titolo di Sposa dello Spirito Santo e di madre del Verbo, sa che essa accetta quello di regina dei martiri. Dinanzi ai suoi occhi si spiega una lunga serie di lugubri immagini; il presepio, la croce, il calvario saranno per Lei, poiché essi saranno pel suo Figliuolo. « Acconsentite, acconsentite, le grida sant’Agostino, non ritardate la salute del mondo. L’angelo vi ha data la sua parola; voi resterete vergine e sarete madre; voi avrete un figlio e la vostra verginità non patirà alcun danno. Felice Maria! tutto 1’uman genere schiavo vi supplica di acconsentire. Il mondo vi stabilisce presso Dio come l’ostaggio della sua fede. Non tardate; rispondete una parola al messaggero; acconsentite a diventar madre, impegnate la vostra fede, e conoscerete la virtù dell’Onnipotente. » [“Jam audisti quomodo fìet hoc; responde mane verbum. Vitam quid tricas mundo? Noli morari, Virgo; nuncio festinanter responde verbum, et suscipe filium; da fidem, et senti virtutem”. Ser. XVIII, de Sanct S. Bem., Ber. III, sup. Missus]. – Maria ha chinato dolcemente il suo capo verginale e ha detto: Io sono l’ancella del Signore, che sia fatto secondo la tua parola. Essa è sposa, è madre, e la sua corona nuziale è una corona di spine e le sue gioie materne sono il principio di un lungo martirio. Intanto il mondo è salvo, salvo per una donna; e l’anatema quaranta volte secolare, che pesava sulla donna è tolto via per sempre, imperocché da qui in poi Ella appare alla cima d’ogni bene. – Peraltro lo Spirito Santo è sceso sopra di Maria, e l’Essere santo che nascerà da Lei sarà chiamato il Figliuolo di Dio. – Perché il Figliuolo di Dio e non dello Spirito Santo? Per bocca dei dottori la fede cattolica risponde: Non sarà chiamato né sarà Figliuolo dello Spirito Santo, perché non sarà formato della sostanza dello Spirito Santo. La sua carne sarà la carne di Maria, e Maria sarà sua madre; ma la sua carne non essendo formata della sostanza dello Spirito Santo, lo Spirito Santo non sarà suo Padre. – Notiamo la precisione meravigliosa del divino linguaggio. – L’angelo non dice: Egli sarà chiamato, ovvero: Sarà Santo, ma dice: “L’essere Santo che nascerà da te, sarà chiamato il Figliuolo di Dio. Difatti, quegli che Maria concepisce era da lungo tempo; Egli era santo per essenza e Figliuolo di Dio. Restava dunque di appellarlo ciò che era, e appellandolo, a manifestare ch’Egli era Figliuolo di Dio non per adozione, ma per natura. – « L’angelo non dice: Il Santo che nascerà di te, ma: La cosa santa, l’Essere santo che nascerà di te. – Perché? Perché un gran numero sono chiamati o santificati, ma non vi ha che una cosa santa, un Essere santo, la stessa santità, da cui emana quella di tutti i santi. Quest’Essere santo è il Santo dei santi, il Figliuolo di Maria. Estraneo alla prevaricazione di Adamo, concepito per opera dello Spirito Santo, nato da una vergine senza màcchia, Ei non ha avuto bisogno, né al suo concepimento, né alla sua nascita di una santificazione accidentale, ma è santo per essenza e la santità medesima. » [Rupert., De Spir. sanct, lib. I, c. x.] – Ecco dunque la Verginella di Giuda divenuta la sposa dello Spirito Santo, la madre del Verbo, la parente di tutta la Trinità, “consanguinea Trinitatis”. Tanta gloria non è per essa sola. Come Eva e Adamo furono le basi della Città del male, cosi Maria e suo Figlio saranno le basi della Città del bene, innalzata sulla terra alla sua più gran perfezione. Conosciuta nel mondo tutto sotto il nome incomunicabile di Chiesa cattolica, questa gloriosa città riconosce Maria per sua Madre e sua padrona. Ai Cinesi, ai Tibetani, ai selvaggi d’oggidì, come ai Greci ed ai barbari d’un tempo, i quali le domandano la sua origine, essa risponde: Io sono figlia del Verbo eterno concepito di Spirito Santo e nato dalla Vergine Maria : conceptus de Spiritu Sancto natus ex Maria Virgìne”.Essendo Madre e padrona della Chiesa, questa prerogativa di Maria spiega un mistero altrimenti inesplicabile.’Quando si conosce l’affezione reciproca di Gesù e di Maria si domanda con meraviglia, perché il Salvatore salendo al cielo non vi condusse seco la sua dilettissima Madre? Non aveva Essa più di qualunque altro partecipato ai suoi travagli, alle sue umiliazioni, a’ suoi patimenti? Ohi dunque meritava più d’essere associata alle sue glorie ed alle sue gioie? Mentre Egli medesimo, il migliore dei figli, va a godere di una felicità immutabile, senza fine, perché lascerà la più tenera delle madri nelle tristezze dell’esilio? I giusti dell’antico mondo che formano il suo corteggio, sono essi di miglior condizione di Maria? I loro desideri del cielo, più vivi dei suoi? Lo stesso buon ladrone sale al cielo, e Maria rimane sulla terra! Qual è il mistero di una simile condotta? Ritornando ora a suo Padre, Nostro Signore, lasciava la Chiesa nella culla. Come piccola e tenera bambina essa aveva bisogno di latte e di cure materne: Ei le dà sua madre, per nutrice, “ecce Fitius tuus”. Maria, sempre obbediente, accetta questo ufficio che prolungherà il suo esilio, e se ne sdebiterà con una premura ineffabile. Essa nutrisce la giovine sposa del suo Figliuolo, delle sue preghiere, de’ suoi esempi e delle sue lezioni, siccome Essa aveva nutrito del suo latte verginale lo Sposo della Chiesa, mentre era bambino. Come per esempio, in una casa, nell’assenza o dopo la morte del padre, la madre prende cura della famiglia e ne fa le faccende; cosi il Capo della Chiesa avendo cessato d’essere visibilmente presente in mezzo a lei, è Maria che vi si sostituisce. [Corn, a Lap., in Act, v, 42]. Ecco perché gli apostoli ed i discepoli La circondano del loro rispetto e della loro obbedienza filiale. Questa missione di Maria spiega la sua presenza nel Cenacolo con gli apostoli e con le sue preghiere continue per ottenere loro lo Spirito Santo. Essa spiega la fedeltà degli apostoli nel consultarla nelle faccende importanti. Possedendo di per sé sola più grazie e lumi che tutto il collegio apostolico, allorché gli organi del Verbo hanno bisogno di un supplemento d’istruzione, o d’una testimonianza per confermare l’interpretazione delle Scrittura, fanno ricorso a Colei che durante nove mesi fu la sede vivente della sapienza, “Sedes sapientiae”. Quindi san Bonaventura chiama Maria la maestra dei maestri, la maestra degli Evangelisti. [“Magistra magistrorum et magistra evangelista rum”. S. Bonaven Psalt. Mar.]. – I bei giorni della Chiesa primitiva ce la mostrano nel pieno esercizio di questa prerogativa. La sua parola. sovrana chiarisce tutti i dubbi, la sua materna autorità riconduce tutte le divergenze all’unita. È Essa che al concilio di Gerusalemme tronca la questione delle osservanze legali; questione delicata, vivamente discussa, cagione di serie turbolenze per la Chiesa nascente, e che anche per un istante aveva diviso Paolo e Cefa. « Non perchè, dice Ruperto, abbia Maria presieduto al Concilio; un simile ufficio non conveniva ad una donna, ma essa ne aveva dettati i decreti.1 » [Corn. a Lap., in Act., XV, 13]. -Prima della dispersione degli apostoli è Maria che apre la sua bocca in mezzo all’assemblea dei santi, ed emette, come la rugiada, le parole della sua sapienza per illuminare i principi della Chiesa. [Eccl, xv, 5. — Ps. CIV, -21]. – Come avrebbero gli apostoli e i discepoli potuto naturalmente conoscere i misteri della santa infanzia e della vita nascosta di Nostro Signore, se la santa Vergine non li avesse istruiti.? Chi altri se non la divina Madre poteva loro raccontare ‘l’annunzio del Precursore, la visita di Gabriele e il suo colloquio con Maria, la Visita a santa Elisabetta, la santificazione di Giovanni Battista nel seno di sua madre, il cantico virginale, la nascita ammirabile di Lui, e il cantico di Zaccaria, la nascita del Salvatore, la sua circoncisione, la sua presentazione al Tempio, il cantico e la profezia di Simeone, la venuta dei Magi, la fuga in Egitto, il ritorno a Nazaret, l’insegnamento di Gesù al Tempio, la sua sottomissione a’ suoi genitori ed una moltitudine d’altri particolari? – Dove sono i testimoni di questi misteri, compiuti la maggior parte nel segreto della vita domestica? Chi li conosceva come Maria? Essa sola poteva insegnarli agli apostoli. Questi alla loro volta ne hanno istruito il genere umano, consegnando nel Vangelo il racconto dell’augusta Madre. San Luca specialmente si dà incarico di descrivere le prime circostanze dell’incarnazione del Verbo. « Ho scritto, dice, secondo il racconto di quelli che hanno visto co’ loro propri occhi, sino da principio, e che sono stati i ministri del Verbo.1 » [Luc. I, 2]. Senza dubbio esistevano tuttora molti testimoni che avevano assistito al principio della predicazione del Salvatore, i quali avevano visto ciò che faceva, e sentito quel che diceva; ma fino al suo trentesimo anno, Maria sola lo sapeva, solo Essa poteva dirlo, poiché al tempo in cui san Luca scriveva, san Giuseppe era morto da lungo tempo. In conseguenza san Luca, storico della vita nascosta, è chiamato il segretario della Santa Vergine, Notarius Virginis. – Così prendendo ad imprestito il linguaggio di sant’Ilario, Maria sola insegnò agli apostoli ciò che fu sin da principio, quel che Ella sentì, ciò che vide co’suoi occhi. Essa manifestò pubblicamente ciò che contemplò, ciò che le sue mani toccarono del Verbo di vita, ciò che aveva veduto in segreto. Quel che le sue orecchie sole avevamo udito, ella l’annunziò sui tetti, affinché i predicatori apostolici lo facessero conoscere all’ intero mondo.1 « Qual riconoscenza dobbiamo noi a Maria, aggiunge Eusebio Emisseno, per avere custodite tante verità importanti, le quali non avremmo mai sapute senza di lei: Nisì enim ipsa conservasset, non ea haberemus. » – Dal canto suo san Bernardo, scandagliando con la sua consueta penetrativa i misteri di Maria, domanda perché l’Arcangelo Gabriele gli annunzia lo stato di Santa Elisabetta? Egli risponde: « Lo stato di santa Elisabetta è manifestato a Maria, affinché essendo informata a quando a quando della venuta del Precursore e di quella del Verbo, Ella conoscesse il tempo e l’ordine degli avvenimenti per modo, da potere più tardi rivelare agli apostoli ed agli evangelisti, la verità intorno alla quale Essa era stata sin dall’origine pienamente e divinamente istruita. – Non solamente l’augusta Madre nutre la giovine Chiesa dei più dolci e più importanti misteri, ma la fortifica,, la consola e le assicura una gloriosa immortalità. La Passione del suo divin Figliuolo non dee finire al Calvario. Ivi essa non fa che cominciare, perpetuandosi nei fratelli del Verbo incarnato, in tutti i punti del globo, sino alla fine dei secoli. Il giovine e coraggioso diacono Stefano, è arrestato, giudicato e condannato a morte. Maria non l’abbandona, come non aveva abbandonato il suo figliuolo che saliva sul Calvario. Scesa in fondo alla valle di Giosafat, non lungi dal torrente di Cedron, dove il giovine diacono deve essere lapidato, la dolce Vergine accompagnata da san Giovanni, si pone in ginocchio, e le preghiere della Regina dei martiri ottengono la palma della vittoria al primo di essi.[Corn, a Lap. in Act, VII, 57]. – Il fuoco della persecuzione si accende ognora più: tantoché gli Apostoli hanno bisogno di consigli, e i fedeli di consolazioni. Maria si fa tutta a tutti; la Chiesa di Gerusalemme è una famiglia della quale essa è madre. Intorno a Lei si riuniscono i suoi figliuoli; ciascuno le espone i suoi dolori ed i. suoi timori. Nessuno la lascia senza essere illuminato e consolato. Fortunati colloqui! un’ora dei quali si acquisterebbe a prezzo di una vita di ottant’anni. Ciò che sant’Agostino dice della sua buona madre, deve con molta più ragione dirsi di Maria: Essa era, o mio Dio! la serva de’ vostri servi, essa pigliava cura di loro, come se tutti fossero stati suoi figli, ed Ella si prestava ai loro desideri come se di tutti fosse stata la figlia.» [“Erat serva servoram tuorum, o Domine…. Ita curam gessit, quasi omnes genuisset.; ita servivit, quasi ab omnibus genita fuisset”. Confess, lib. IV, c. ix]. – La missione di consolare la Chiesa, di incoraggiarla, di proteggerla, non finisce colla vita mortale della santa Vergine. Immortale come la parola che ne compone il titolo, durerà quanto i secoli. Ecco il vostro Figlio, ecce filius tuus, le dice il Salvatore morendo. Finché questo figlio viaggerà sulla terra d’esilio, esposto agli assalti del principe della Città del male, egli avrà bisogno di voi; voi gli terrete luogo di madre, ecce filius tuus. La fedeltà di Maria al divino mandato è scritta in tutte le pagine della storia. – Da una parte, la Chiesa non esita di farle omaggio della distruzione di tutte le eresie: “cunctas haereses sola interemisti in universo mundo”. Dall’altra, essa le dà il nome glorioso di aiuto dei Cristiani: “Auxilium christianorum”. Con gli splendidi santuari eretti in suo onore in tutti i punti del globo, con le manifestazioni entusiastiche della loro figliale fiducia, del loro amore e della loro riconoscenza, gli individui ed i popoli ripetono, dall’origine del Cristianesimo in poi ad una voce, che 1’empietà non potrà mai ridurre al silenzio che Maria è l’aiuto dei cristiani, la colonna della Chiesa, il terrore di satana, la speranza dei disperati, la consolatrice degli afflitti, la salute degli infermi, quella del mondo, e la pietra angolare della Città del bene. – La Sinagoga fa eco alla Chiesa, e, per bocca dei suoi dottori, proclama le glorie, la potenza e le bellezze della Vergine di Giuda. «Dicono essi che é per amore alla Vergine immacolata, che Dio ha creato il mondo. Non solamente egli l’ha creato per amore verso di Lei, ma per amor suo Egli lo conserva. Da lungo tempo i delitti del mondo l’avrebbero fatto perire, se la potente intercessione della dolce Vergine non l’avesse salvato. » [R. Onkelos, apud Cor. a Lap., in Prov., VIII, 22].San Bernardo mostra che la fede più ortodossa non trova alcuna esagerazione nelle parole dei rabbini, allorquando esclama: « Per Maria tutta la scrittura è stata fatta: per Lei tutto l’universo è stato creato. Come piena di grazia, per Lei il genere umano è stato redento, il Verbo fatto carne, Dio umile e l’uomo Dio. » S. Bern in Serm. IV in Assumpt.].Sposa dello Spirito Santo, Madre del Verbo, pietra angolare della Città del bene, capo d’opera di interiore ed esteriore bellezza, Maria è la perla dell’universo.Tante gloriose prerogative sono forse 1’ultima parola della sua creazione? Nient’affatto. Per un privilegio unico, Maria riunisce in sé le due glorie incompatibili della donna, la verginità e la maternità. Vergine e Madre, mistero di santità e mistero d’ amore: mistero di grazia, di pudore, di timida modestia, e mistero di coraggio e di sacrificio sublime; tipo di una nuova donna, ignota all’antico mondo: stipite eternamente fecondo di un glorioso lignaggio di donne, vergini per la loro purità senza macchia, e madri per l’eroismo della loro carità: tale è Maria, e tale essa doveva essere. – Dopo la primitiva prevaricazione, un anatema speciale pesava sulla donna: bisognava che una donna venisse a levarlo. Ed era necessario; affinché il Principe della Città del male avesse la vergogna d’esser vinto da Quella stessa, di cui si era fatto un istrumento di vittoria. Era necessario, perché la donna, causa principale della rovina dell’uomo, diventasse la sua salute. Come colpevole messaggera del demonio, aveva essa recato la morte all’ uomo; come messaggera benefica di Dio, essa doveva apportargli la vita’. [“Per foeminam mors, per foeminam vita; per Evam interitus, per Mariani salus”. S. Aug. De Symbol, ad catechum., tract. m, § 4]. – II genere umano lo sapeva ; tutte le tradizioni dell’antico mondo ponevano la donna alla testa del male; e tutte le tradizioni del nuovo mondo dovranno porla alla testa del bene. Le antiche generazioni col ripetersi a vicenda : è la donna la causa di tutte le nostre disgrazie, avevano accumulato sul capo della donna un mucchio d’odio e di disprezzo, da fare dell’antica compagna dell’uomo, il più abietto e il più miserabile degli esseri. Per conseguenza ripetendosi fin sul limitare dell’ eternità: “Alla donna noi andiamo debitori dì tutti ì beni”, le novelle generazioni circonderanno essa di una venerazione e di una riconoscenza, che ne formeranno l’essere il più rispettato ed il più santamente amato di tutti quelli che Iddio ha tratti dal nulla. – Come Vergine e Madre, Maria è ciò che fu la donna nella mente del Creatore: l’aiuto dell’uomo, simile a lui : Adjutortum simile sibi. Essa medesima partorisce figli simili a Lei, madri come Lei, e madri degne di questo nome. – Siccome Maria aveva assunto in sé tutte le glorie delle donne bibliche, le sue preparazioni e le sue figure; così essa comunica le sue qualità alle donne evangeliche, la sua continuazione ed il suo prolungamento. Tutte sono sue figlie; ma qualunque siano le loro ricchezze e le loro bellezze, Maria le supera tutte. Agnese é sua figlia, Lucia è sua figlia, Cecilia, Agata e Caterina parimente. Tutte queste vergini, tutte queste donne, risplendenti di virtù, ricche di meriti e di glorie, sono figlie di Maria, ma essa tutte le supera. [S. Bonav., in Specul., c. II.] – Bisognerebbe scorrere gli annali di tutti i popoli cattolici, se si volessero nominare queste donne nuove, figlie gloriose di Maria; queste madri di famiglia così grandi, così rispettate, così predilette e cosi devote; queste vergini eroine, fiori graziosi del giardino dello Sposo, api infaticabili, le quali compongono delle più rare virtù, un balsamo sovrumano per tutte le infermità. Considerate piuttosto e vedete tutto ciò che il mondo deve alla donna rigenerata da Maria. Esso deve a Lei la famiglia; ed è alla famiglia che la società cristiana è debitrice di tutta la sua superiorità. La donna è una potenza cristiana. Quest’elemento di civilizzazione mancava al mondo antico; manca altresì al mondo idolatra; e con lui manca e mancherà sempre la civiltà. Esso deve a Lei la più splendida varietà di gratuiti servigi per tutti i bisogni dell’anima e del corpo. Esso Le deve la conservazione di ciò che resta di fede sulla terra. – Come la prima alle catacombe, così la donna è l’ultima ai piè degli altari. Le deve infine, anche oggi, Io spettacolo forse il più bello, ma certamente il più misterioso che egli abbia visto giammai. – Fin qui le donne e le vergini cattoliche, figlie e sorelle di Maria, erano rimaste nell’interno del focolare domestico o non avevano varcato mai, almeno per l’apostolato, le frontiere del mondo civilizzato. Tutt’ad un tratto lo Spirito del Cenacolo si è diffuso su di esse. Il suo ardore le anima, la sua forza le sostiene. Trasformate come gli apostoli, volano esse alla conquista delle anime. – Timidità, delicatezza, pregiudizi, vincoli di sangue, tutto è sparito, la donna dà luogo all’eroina. – Simile a quei leggeri granelli,che nei giorni di autunno il vento trasporta in tutte le direzioni, per dar nascita a delle pepiniere di fiori e di arboscelli, cosi esse vanno, portate sulle ali della Provvidenza, a riposarsi alle quattro parti del mondo. Alla vista loro, l’Arabo, il Cinese, il Mussulmano, il Selvaggio rimangono colpiti di stupore. Domandano ingenuamente se esse sono femmine, e non piuttosto angeli discesi direttamente dal cielo! Tante virtù eroiche in un sesso che non hanno mai saputo altro che disprezzare, è per essi un mistero palpabile che le dispone a credere tutti gli altri. – Maria essendo quel che essa è, facendo ciò che noi sappiamo e anche molto più, si può prevedere sino a qual grado di potenza e di perfezione la sua influenza innalzerà la Città del bene. Satana l’aveva compresa meglio dell’uomo. L’anatema primitivo era a lui sempre presente; egli, orgoglio incarnato, sapeva che un giorno il capo gli, sarebbe schiacciato da una donna! Questo pensiero fa salire il suo odio sino al parossismo. Per quattro mila anni ei si vendica della donna oltraggiandola in tutti i modi; ma non basta; egli vuole ad ogni costo impedire la vittoria che egli teme. Ei sa che la Donna il cui piede gli schiaccerà la testa, sarà Vergine e Madre di Dio; perciò egli adopera tutti i suoi artifizi per far disconoscere Maria, e paralizzare la sua azione salutare sul mondo. – Come grande scimmia di Dio, molto tempo innanzi, ei moltiplica presso tutti i popoli le caricature dell’augusta Vergine; « Per timore, dice egli, che la mia nemica non sia riconosciuta e onorata come Madre di Dio, io ne inventerò un’altra.» E sino dalla più remota antichità inventa Cibele, la madre di tutti gli dei, la moglie del vecchio Saturno, di essi il più antico. Il suo culto, celebre per tutta la terra, impedirà all’uomo di non fare alcun caso di un’altra madre di Dio, più recente e meno feconda; ma una sola non gli basta. Tutte le antiche mitologie dell’ Occidente, come tutte le mitologie attuali dell’Oriente, sono piene di dee, madri di dei! – “Senza dubbio che la mia Nemica farà mostra del suo Figliuolo; poiché l’orgoglio di una madre si è di portare il suo figlio nelle braccia. Questo spettacolo farà si che tutti ameranno lei e il suo figliuolo.” Ed egli inventa Venere, tipo della sensuale bellezza; tra le sue braccia le pone un figlio, Cupido, il quale con le sue trecce accende l’amore in tutti i cuori. Tutto quanto il genere umano farà il cambio, e crederà che questa madre col figlio, non è che una copia di Venere e di Cupido. « Senza fatica si attribuirà un gran credito alla mia Nemica sul cuore di Dio. Il mondo sarà condotto ad implorarla; e questa fiducia affermerà il suo impero. » – Ed egli inventa Giunone, la regina dell’Olimpo, potente sul cuore di Giove, suo sposo, e il padrone degli dei. – « La mia Nemica sarà l’ausiliatrice degli infanti, degli infelici e delle persone del suo sesso. I suoi santuari saranno assediati da moltitudini che verranno ad esporle i loro bisogni dell’anima e del corpo. Le grazie ottenute renderanno popolare il suo culto, ed il mio cadrà a poco a poco in dispregio. » Affinché dunque niuno faccia ricorso a Maria, egli inventa Diana, dea a tutti benefica. I pastori ed i villici l’invocheranno, perché sarà creduto che essa presegga alle selve ed ai monti. Le donne incinte ricorreranno a lei, come pure i viandanti di notte e quelli che avranno male agli occhi, poiché sotto il nome di Lucina o luminosa, si crederà che essa aiuti l’infante a venire alla luce, e che dissipi le tenebre e renda ai ciechi la vista. [Vedi il Padre d’Argentari, Grandezze della santa Vergine, t. Ili, o. xxv, §11]. Il ‘pensiero satanico di screditare Maria non é vecchio. – Un missionario scrive dalle Indie: « Mariamacovil è una grossa borgata, vicino a Tanjaour. Le sue case stanno aggruppate intorno all’enorme pagoda di Mariamél, falsa divinità, che ha dato il suo nome alla piccola città. Il furibondo demonio contro Colei che gli ha schiacciato il capo, ha voluto travestire il culto della nostra buona Madre del cielo. Egli ha dunque ispirato a suoi sacerdoti d’immaginare una dea che portasse il nome di Maria, e di presentarla ai loro balordi come una divinità malefica, che non si dee cercare altro che di pacificare, per impedirle di far del male. Questa orribile bestemmia contro la Madre di bontà è ben degna dell’inferno. Perciò questo borgo è un dei baluardi del paganesimo. » [Annali della santa Infanzia, n. 89, p. 411, dicem. 1862.] – Insomma, molti secoli avanti la nascita di Maria, satana riempì il mondo pagano di un numero infinito di dee e di semidee, di Palladi, di Minerve, di Cereri, di Proserpine e cento altre, che tutte insieme formano un’immensa contraffazione di Maria, all’oggetto di oscurare la sua gloria, come una nuvola di polvere che nasconde la faccia del sole. – Vani sforzi! «La Santissima Vergine, dice Eutimio, ha stritolato gli altari degli idoli, rovesciato i templi dei gentili, fatto asciugare i torrenti di sangue cristiano sparsi in tutte le parti del mondo. ». satana non si dà per questo vinto. Per mezzo delle eresie, ei ricomincia la lotta. Ancora qui, come l’abbiamo osservato, tutti i suoi sforzi tendono a distruggere il domma del Verbo incarnato, e per conseguenza a detronizzare Maria. Disperato tentativo! Tutte le volte che l’antico serpente alza il capo, egli sente il piede verginale di Maria che lo schiaccia; imperocché bisogna che l’anatema divino abbia eternamente il suo effetto; Ipsa conteret caput tuum. Sino alla fine della prova riserbata alla specie umana, la lotta ricomincerà sotto un nome o sotto un altro, con la stessa onta per satana e la stessa gloria per Maria.

Preparazione dello Spirito Santo

Preparazione dello Spirito Santo

[mons. J.-J. Gaume: Trattato dello Spirito Santo, vol. II ,Cap. X]

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   Iddio non si contentava di promettere il Desiderato delle nazioni, nè di dipingerlo in una grande varietà di figure eloquenti, nemmeno di dare il suo contrassegno esatto, mediante quella lunga serie di profezie che tennero gli sguardi del mondo antico costantemente volti verso l’Oriente. La sua ammirabile provvidenza coordinava tutti i fatti sociali alla fondazione del regno immortale del suo Figliuolo. Tale è l’evidenza di questa preparazione evangelica, che la vera filosofia riepiloga tutta la storia anteriore al Messia con queste due parole: Tutto per il Nascituro di Betleem. Ora, ciò che ebbe luogo per la seconda Persona dell’adorabile Trinità, si compì con lo stesso splendore per la terza; né poteva essere altrimenti. L’opera della rigenerazione del mondo, sebbene differente nei suoi mezzi, essa è comune alle due Persone inviate: tutto ciò che prepara il Figliuolo, prepara lo Spirito Santo.

Se era d’uopo che il popolo ebreo fosse scelto tra tutti i popoli per conservare il deposito della vera religione; se occorreva che intorno a lui e contro lui si sollevassero le quattro grandi monarchie degli Assirii, dei Persi, dei Greci e dei Romani ; se bisognava che queste monarchie racchiudessero nel loro ampio seno l’Oriente e l’Occidente e fossero alla lor volta assorbite dall’impero romano; se faceva d’uopo che quest’impero ponesse, senza saperlo, l’ultima mano al compimento delle profezie messianiche, con tuttoché s’innalzasse al più alto grado di potenza la Città del male: se bisognavano infine tutte queste cose per il compimento dei divini consigli intorno al Verbo incarnato; con la stessa asseveranza devesi affermare che tutte erano necessarie, ed allo stesso titolo, per l’effettuazione dei disegni provvidenziali rispetto allo Spirito Santo. La sua missione suppone quella del Verbo di cui essa é il coronamento. Lo Spirito Santificatore non doveva venire che dopo l’incarnazione del Verbo, dopo la sua predicazione, la sua passione, la sua risurrezione, il suo ritorno in cielo; immensi avvenimenti per i quali Iddio sommoveva il cielo e la terra da quattro mila anni. “Lo Spirito, dice san Giovanni, non era ancora stato dato, perché Gesù non era stato per anco glorificato”. [Joan., VII]. – « La gloria di Gesù, aggiunge san Crisostomo, era la croce. Noi eravamo peccatori, nemici di Dio e privi della sua grazia. La grazia é il pegno della riconciliazione ora, il dono non si fa ai nemici ma agli amici. Cosi era d’uopo innanzi tutto che il Verbo offrisse per noi il suo sacrificio, e che immolando la sua carne distruggesse l’inimicizia, a fine di renderci amici di Dio e capaci di ricevere il dono divino, lo Spirito Santo. [“Oportebat prius prò nobis offerri sacrifìcium et inimicitiam in carne solvi, nosque Dei amicos effiei, et tunc donum accipere”. In Joan. Homil. IV, n. 2, opp. t. VIII, p. 346]». Chiaro risulta che tutta la preparazione del Desiderato delle genti si inferisce al Santificatore delle medesime, e che è per Lui come per il Figliuolo che si compiono tutti gli avvenimenti del mondo antico.

Oltre a questa preparazione generale, havvene una che è speciale allo Spirito Santo; la quale consiste negli atti particolari, mediante i quali la terza Persona dell’augusta Trinità prelude, sin dall’origine del mondo, all’atto sovrano del giorno della Pentecoste. Il magnifico Artefice che dee rigenerare il mondo, illuminarlo, condurlo, santificarlo, annunzia come in tante prove da lungo tempo rinnovate, il capolavoro che Egli medita. A questo modo Egli prepara le intelligenze e le volontà ad amarLo, e adorarLo, di un amore e di una adorazione simili a quelle con cui Egli onora il Padre ed il Figliuolo. Niente di più importante di questa preparazione che fa di se medesimo lo Spirito Santo. In ragione alle meravigliose operazioni che la compongono, essa è eminentemente propria a trarlo dall’oblio nel quale noi Lo lasciamo. Mercé sua, noi Lo vediamo non punto inoperoso in seno dell’eternità; ma operante perpetuamente sul mondo, e preludente con opere particolari più o meno splendide, a creazioni più generali e più magnifiche. Per intendere questa preparazione, fa d’uopo rammentarsi che l’opera grande dello Spirito Santo era la rigenerazione dell’Universo mediante la Chiesa. Bisogna ricolmarsi ancora che tanto nell’ordine della grazia che nell’ordine della natura, Iddio non opera bruscamente ed a sbalzi. Tutte queste opere al contrario si fanno con dolcezza e si svolgono per via di insensibili progressi. « Ora la Chiesa, dice san Tommaso, tiene il mezzo tra la Sinagoga e il cielo. La società cristiana molto più perfetta della società mosaica, lo è molto meno dell’eterna società degli eletti. Nella Sinagoga veli senza verità; sotto il Vangelo la verità con dei veli; in cielo la verità nuda affatto. » [“Status novae legis medius est inter statim i veteris legis, cujus figurae implentur in nova lege, et inter statum gloriae in qua omnis nude et perfecte manifestatibur veritas”. I, II, q, 61, art. 4, ad 1]. Cosi l’antico mondo è la preparazione del nuovo. Per l’antico mondo bisogna intendere i suoi uomini, le sue leggi, i suoi avvenimenti, il suo culto, i suoi profeti. Tutti stanno al mondo nuovo, come il bozzetto sta al ritratto, o come il fanciullo sta all’uomo maturo. Il pittore divino che doveva realizzare il ritratto, lavora per quattromila anni a formarne l’abbozzo, entriamo nella sua officina e vediamolo all’opera. – Il quadro del ritratto è il mondo materiale. Chi forma questo quadro magnifico? chi lo fa risplendere di splendide bellezze ? È lo Spirito Santo. Uscendo dalle mani del Padre e del Figliuolo, la terra non era che una massa informe, inzuppata d’acqua e coperta di tenebre. Sotto la meravigliosa azione dello Spirito Santo gli elementi confusi si disciolgono, le tenebre si dissipano, e dal seno del caos escono come per incanto, milioni di creature una più dell’altra graziose. [“Superferebatur huic materiae…. excellentia et eminentia dominantis super omnia voluntatis, ut omnia conderentur.S. Aug. D. divers. quaest lib. II, n. 5]. All’eterno principio di loro bellezze, devono esse il movimento e la vita. «Lo Spirito Santo, dice un Padre, è l’anima di tutto ciò che vive. Con tanta liberalità egli concede della sua pienezza, che tutte le creature ragionevoli e non ragionevoli gli debbono, ciascuna nella propria specie, e il loro essere proprio e il potere di fare, nella loro sfera particolare, ciò che conviene alla natura loro. Senza dubbio non è l’anima sostanziale di ciascuna e in essa dimorante; ma come distributore magnifico dei suoi doni Ei gli diffonde e gli distribuisce, secondo il bisogno di ciascuna creatura. Simile al sole, riscalda tutto, e senza alcuna diminuzione di sé medesimo Ei presta e distribuisce ad ogni essere ciò che è necessario e ciò che basta ». – San Basilio aggiunge; « Voi non troverete nelle creature alcun dono di qualsiasi natura che non venga dallo Spirito Santo. » [Lib. de Spir. sanct., c. XXVI, n. 55.]. – La parte più bella della creazione materiale, come il firmamento, deve ad Esso le sue magnificenze. Quando l’occhio contempla l’innumerevole esercito dei cieli, l’abbagliante splendore delle sue schiere, l’ordine del loro cammino, la incomprensibile rapidità e la precisione dei loro movimenti; il cuore non dimentichi d’indirizzare l’inno della riconoscenza alla terza Persona dell’adorabile Trinità. Tutte queste bellezze, tutte queste grandezze gridano a lui ; Ipse fecit nos, è lui che ci ha fatte.3 [Verbo Domini coeli firmati sunt, et Spiritu oris eius ominis virtus eorum. Ps. XXXII, 6. — Spiritus ejus ornavit coelos. Job., XXXVI, 13]. – Non men grande è la riconoscenza del mondo angelico. Gli ineffabili splendori di cui brillano le celesti gerarchie, come astri viventi dell’empireo, anch’ esse vanno debitrici allo Spirito Santo: « Se col pensiero, dice san Basilio, voi togliete lo Spirito Santo, tutto è caos nel cielo. Non vi sono più cori angelici, non più gerarchie, non più legge, non più ordine, né più armonia. Come faranno gli Angeli a cantare: “Gloria a Dio nei cieli”, se essi non ricevono la potestà dallo Spirito Santo? Una creatura qualunque, può ella dire “Signore Gesù”, se non è ispirata dallo Spirito Santo? E quando essa parla mediante lo Spirito Santo, nessuno dice anatema a Gesù. Che gli Angeli ribelli abbiano pronunziato quest’anatema, la loro caduta prova che per perseverare nel bene, le intelligenze celesti avevano bisogno dello Spirito Santo. «Secondo me, Gabriele non ha potuto annunziare l’avvenire che mediante la prescienza dello Spirito Santo. E n’è prova che la profezia, è uno dei doni dello Spirito divino. Quanto ai Troni e alle dominazioni, ai Principati ed alle Potestà, come goderebbero della beatitudine se non vedessero sempre la faccia del Padre che è nei cieli? Ora la visione beatifica non esiste senza lo Spirito Santo. Se durante la notte voi togliete i lumi da una casa, tutti gli occhi sono colpiti da cecità: tanto organi che facoltà, tutto diviene inerte. Non si distingue più, né la bellezza, né il pregio degli oggetti ; per ignoranza l’oro è calpestato, come il ferro. Cosi nell’ordine spirituale è tanto impossibile che la vita beata del mondo angelico sussista senza lo Spirito Santo, quanto è impossibile ad un esercito di rimanere ordinato senza un generale che lo mantenga, ad un coro conservare l’armonia senza un capo che regoli gli accordi. – « Ed i Serafini come potrebbero dire: Santo, Santo, Santo, se lo Spirito non insegnasse loro quando bisogna cantare l’inno di gloria? Sia dunque che gli angeli lodino Dio e le sue meraviglie, essi lo fanno mediante il soccorso dello Spirito Santo; ossia che schierati dinanzi a lui migliaia di milioni di essi eseguiscano i suo ordini, non adempiono degnamente le loro funzioni se non che per virtù dello Spirito Santo. Insomma, né la sublime e ineffabile armonia degli angeli nel culto di Dio, né l’accordo meraviglioso che regna tra queste intelligenze celesti, non esisterebbero senza lo Spirito Santo. » S. Basil., lib. de Spir, sanct c. XVI, opp. t. III, p. 4445. — S. Greg, Nazian., homil. In Pentecoste]. – Non è questo un provare chiaramente l’azione dello Spirito Santo sugli Angeli? Grazia, perseveranza nel bene, conoscenza dell’avvenire, beatitudine, armonia, bellezza, tutto deve il mondo angelico alla terza persona della SS. Trinità. Penetriamo ancor più addentro. Lo Spirito dei sette doni, per insegnare a tutte le generazioni ch’Esso è l’autore di tutte le bellezze del cielo e della terra, dichiara nelle sue opere eh’ egli fa tutto mediante il numero sette. Come testimoni della sua azione e predicatori della sua futura venuta, sette pianeti principali risplendono nel firmamento. Nel mondo inferiore il tempo si divide in sette giorni. Da Adamo a Noè, sette grandi patriarchi biffano la strada dei secoli. Sette volte sette giorni, aumentati dall’unità misteriosa che congiunge il tempo coll’eternità, formano lo spazio tra l’immolazione dell’Agnello pasquale e la promulgazione della legge. – Alle settimane di giorni succedono le settimane di anni terminati dall’anno del giubileo, anno di remissione, di liberazione, di restaurazione e di riposo : nuova figura del giubileo eterno, creazione meravigliosa dello Spirito Santo. Sette giorni di preghiere consacrano i sacerdoti, sette giorni di purificazione rendono il lebbroso alla vita civile; sette trombe suonate da sette sacerdoti, fanno cadere le mura di Gerico. A pasqua, per sette giorni si nutrivano di pani azzimi. Al settimo mese si celebra la festa dei Tabernacoli che dura sette giorni. Sette anni sono impiegati nella costruzione del tempio di Salomone, e sette dì nella sua consacrazione. Sette bracci e sette lumi adornano il candelabro del santuario. Sette moltiplicato per dieci forma il numero dei sacerdoti, associati al ministero di Mosè e degli anni in cui il popolo sarà schiavo in Babilonia. – Queste cosi frequenti ripetizioni del numero sette nell’Antico Testamento non sono arbitrarie. Come opere dell’infinita sapienza, esse rappresentano (lo mostreremo più tardi) le meraviglie settennarie che doveva effettuare nel Nuovo, il divino Autore, delle fine e delle altre. – Imprimendosi lo Spirito Santo col numero sette nella fronte di tutte le creature e di tutti gli avvenimenti figurativi, vi imprimeva seco le altre due Persone dell’adorabile Trinità, e preparava cosi il genere umano a contemplarle nello splendore della loro manifestazione. – « Il numero sette, dice san Cipriano, si compone di quattro e di tre. Degno di rispetto a causa dei suoi misteriosi significati, egli lo è infinitamente più a ragione delle parti di cui è composto. Per il tre e per il quattro sono espiassi gli elementi primitivi di tutte le cose, l’artefice e l’opere, il Creatore e la creatura. Il tre indica la Trinità creatrice, quattro 1′ universalità degli esseri, compresi in sostanza nei quattro elementi. Nella persona dello Spirito Santo, il Quale procede dal Padre e dal Figliuolo, si vede nei primi giorni del mondo, il tre riposare sul quattro. La Trinità sopra i quattro elementi, confusi nella massa informe del caos: poi nella sua bontà, il Creatore abbraccia la sua creatura; essendo bello, egli la rende bella; santo, egli la santifica e se l’unisce coi legami di un amore indissolubile. » – Egli crea i patriarchi. Dopo aver creato e abbellito i cieli e la terra, soggiorno della sua immortale Città: dopo avere del pari creato e dotato di incomprensibili bellezze i principi incaricati di governarla, lo Spirito Santo crea, abbellisce, educa e protegge i cittadini che debbono abitarla. Patriarchi, avvenimenti, istituzioni, profeti, grandi uomini mosaici, son altrettanti saggi coi quali il Re della Città del bene predispone a delle operazioni più complete intorno al popolo cattolico. I figli di Adamo peccatore, e peccatori essi medesimi, sono la materia ch’egli manipola. Come il fuoco coglie l’oro e lo purifica, così Egli li prende, li nobilita, e riempiendoli di qualcuno dei suoi doni, ne forma tanti patriarchi. – Quel che è il gigante per l’altezza della statura in paragone agli uomini ordinari e per la forza muscolare, lo è il patriarca, per le sue virtù, in mezzo ad uomini dell’antico mondo. Si provi qualcuno a trovare presso gli Egizi, presso gli Assiri, presso i Persi, presso i Greci e presso i Romani, uomini da paragonarsi ad Enoch per fedeltà al vero Dio; a Noè per la giustizia, ad Abramo per la fede, a Giuseppe per la castità ed il perdono delle ingiurie, a Mosè per la dolcezza e la perseveranza, a Giosuè per il coraggio, a Giobbe per la pazienza, a Davide per le regie doti, a Salomone per la scienza e la saviezza, a Giuda Maccabeo per le virtù guerresche; a tutti questi giusti dallo sguardo sereno, dalle forti e modeste virtù, dalla semplicità dei costumi, dalla bontà ed elevata ragione, e la cui immagine si dipinge nella fantasia, come quei quadri a grandi prospettive che estendono le loro proporzioni via via che lo sguardo se ne allontana. Chi è l’autore di questi miracoli viventi i più belli senza dubbio che l’antico mondo abbia contemplati? Lo Spirito dai sette doni. – Egli crea il popolo ebreo, lo dirige e lo conserva. Dai Patriarchi, lo Spirito Santo fa uscire un popolo eccezionale, come i suoi padri, e come figura di tutti i popoli. Invano l’ingrato e sospettoso Egitto vuole ritenerlo nei ferri. Lo Spirito onnipotente lo trae dalla sua misteriosa servitù. Tale è lo splendore dei miracoli, con cui Egli colpisce questa terra indurita che i maghi di Faraone si confessano vinti, e sono costretti a riconoscervi, non il Padre o il Figliuolo, ma proprio lo Spirito Santo. [San Cyp. Serm. De Spirit. Sanct.]. – Le catene della schiavitù sono cadute: Israele è in cammino per ritornare nella sua patria, ma il mare gli oppone i suoi abissi. Alla voce dello Spirito Santo il terribile elemento si agita, e, come due montagne a picco, le sue acque sospese aprono un passaggio: seicentomila combattenti scendono in quelle ignote profondità e le attraversano a piè asciutto. Dall’altra parte, all’ingresso del deserto, gli attende lo Spirito Santo. Egli sarà in quella solitudine immensa il loro precettore e la loro guida: magnifico preludio della futura direzione del popolo Cattolico attraverso il deserto della vita. [Non dimisisti eos in deserto… Spiritum tuum bonum dedisti qui doceret eos. II Esdr. IX, 19, 20]. Altro preludio non meno eloquente. Egli è desso che sulla vetta del Sinai, inciderà la legge mosaica su due tavole di pietra, e del pari scolpirà la legge evangelica nel cuore dei cristiani; costituendo in tal modo quanto allo stato sociale e il popolo antico e il popolo nuovo. – Viaggiatore con Israele, Jehova vuole un santuario, dove rendere i suoi oracoli e ricevere le adorazioni dei figli di Giacobbe. Chi sarà incaricato di edificare al Dio del cielo una abitazione sulla terra? Un operaio dello Spirito Santo. « Il Signore disse a Mosé: Io ho chiamato pel suo nome Beselul, figliuolo di Uri, e l’ho ripieno dello Spirito di Dio, di sapienza, di intelligenza e di scienza per ogni maniera di lavori; e costui farà il Tabernacolo. » In questo capolavoro di tutte le arti riunite non vi è parte che non sia una figura, un saggio della Chiesa cattolica, tabernacolo immortale che lo Spirito Santo doveva costruire all’augusta Trinità. – Occorre un capo abile e coraggioso che introduca la santa nazione nella terra promessa? Lo Spirito Santo forma Giosuè figlio di Nun. [Num., XXVIII, 18]. – Magistrati supremi che con una mano dettino giudizi pieni di equità, e dall’altra respingano con la loro spada vittoriosa i re di Siria, i Madianiti, i figli di Ammone, i Filistei e gli altri nemici d’Israele? Lo Spirito Santo suscita successivamente Otoniel, Gedeone, Jefte, Sansone, Samuele, e quella lunga schiera di savi e di guerrieri ai quali gli altri popoli non hanno niente da porre a paragone. Il popolo figurativo ha egli bisogno nelle differenti epoche della sua esistenza, di un prodigio di forza, di sapienza, di scienza, di pietà? Lo Spirito dai sette doni lo fa apparire ben presto: sotto la sua mano nessuno elemento è ribelle. « Egli prende un bifolco, dice un Padre, e ne fa un suonatore d’arpa che incanta gli Spiriti maligni. Egli vede un pastore di capre che sta sbucciando i sicomori, e ne fa un profeta. Ricordatevi di Davide e di Amos. Egli scorge un bel giovine, e lo costituisce giudice degli anziani: testimone Daniele. «Nemico degli avari e dei falsari, egli colpisce Giezi con una lebbra pestifera. Impone silenzio a Balaam, pagato per maledire, lo fa riprendere dalla sua asina, gli fa troncare la gamba e lo rimanda nel suo paese pieno di confusione con le mani vuote, e azzoppito. È Esso che mantiene il bell’ordine che ammiriamo presso la santa nazione, che crea i re ed i principi, che consacra i pontefici e che elegge i sacerdoti. » Siccome lo Spirito Santo è l’anima della Chiesa, così era l’anima della Sinagoga. Nei secoli di preparazione Lo vediamo di continuo preludere con una grande varietà di figure alle realtà che doveva operare nei secoli di compimento: “Haec omnia operatur unus atque idem Spiritus”. – Ma razione dello Spirito Santo non si manifesta sull’antico mondo in nessuna parte, con più lucentezza e perseveranza, come nelle ispirazioni dei profeti. Questi uomini divini, i quali per venti secoli si succedono senza interruzione, sono incaricati di riprendere a un tempo Israele, per le sue prevaricazioni, e di annunziare al genere umano le future meraviglie della misericordia infinita. Chi dà ad essi la forza di parlare arditamente ai re ed ai popoli? Chi pone sulle loro labbra le reprimende, le minacce e le promesse? Chi apre ai loro occhi gli orizzonti dell’ avvenire, e mostra loro nella lontananza delle età, gli immensi avvenimenti, or consolanti, or terribili, di cui i fatti mosaici non sono che i preludi rudimentali? Per bocca di David tutti i profeti rispondono: « Lo Spirito del Signore ha parlato per me, e la sua parola è uscita dalle mie labbra. » [Spiritus Domini locutus est per me, et sermo ejus per linguam meam. II Reg.; XXIII, 2]. – San Pietro, a nome di tutti gli apostoli, dichiara che la profezia non è nata mai dalla volontà umana. «Ma, dice egli, gli uomini di Dio ispirati dallo Spirito Santo hanno parlato.» [II Petr., I, 21]. E tutti i padri greci e latini per organo di san Crisostomo e di san Girolamo aggiungono: « E un fatto ammesso da tutti, che lo Spirito Santo fu dato ai profeti… Che nessuno s’immagini che un altro Spirito Santo fosse dato ai santi, anteriori alla venuta del Messia, e un altro agli Apostoli e ai discepoli del Signore. » [S. Chrys., homil. LI , in Joan., n. 2]. Finalmente nella sua professione di fede la Chiesa canta, da un capo all’altro del mondo, lo Spirito Santo, che ha parlato per bocca dei profeti, “qui locutus est per prophetas”. Perché l’ispirazione dei profeti è ella attribuita allo Spirito Santo, e non al Padre, come principio dei lumi, Pater luminum; ovvero al Figliuolo, Sapienza eterna, Sapientia Dei? È qui il luogo di risolvere una questione che si presenta naturalmente allo spirito. Ricordiamo da prima con san Leone, che la maestà dello Spirito Santo non è mai separata dall’onnipotenza del Padre e del Figliuolo ; e che tutto ciò che la divina Sapienza fa nel governo dell’ universo, è opera della Trinità tutta intera. – « Se il Padre o il Figliuolo o lo Spirito Santo, aggiunge il gran dottore, fa qualche cosa che gli sia propria, si dee attribuirla alla necessità della nostra salute. La santa Trinità si è divisa l’opera della nostra redenzione. Il Padre ha dovuto essere pacificato, il Figliuolo pacificare e lo Spirito Santo santificare. Di più, dandoci certi fatti o certe parole sotto il nome del Padre o del Figliuolo o dello Spirito Santo, la Scrittura vuole preservare da errore la fede dei cristiani. Difatti, essendo la Trinità inseparabile, non intenderemmo mai che sia Trinità, se Essa fosse sempre nominata senza distinzione di Persone. – Ciò posto, ecco la ragione fondamentale per cui l’ispirazione profetica viene attribuita allo Spirito Santo. Qual’ è il fine di tutte le profezie dell’Antico Testamento? È di annunziare il Nuovo. E il Nuovo Testamento che cos’è? L’Incarnazione del Verbo e la formazione della Chiesa. E l’ Incarnazione del Verbo e la formazione della Chiesa? L’opera per eccellenza dell’amore divino. Lo Spirito Santo è l’Amore divino in persona; a giusto titolo dunque si attribuisce ad esso la incarnazione del Verbo e la formazione della Chiesa. Le profezie sono l’annunzio e la preparazione dell’uno e dell’altra. Che cosa di più ragionevole che l’attribuirle allo Spirito Santo? Sarebb’egli ancora possibile di concepire che essendo incaricato del fine, non fosse incaricato dei mezzi? Parimente, le parole e le azioni ispirate dai profeti, sono l’opera dello Spirito Santo; e come abbiamo notato, esse formano nell’antico mondo il doppio preludio delle meraviglie analoghe, ma assai più grandi, che egli doveva compiere nella pienezza dei tempi. – Ascoltiamo gli interpreti e i dottori: « Per lunghi secoli, dicono essi, lo Spirito Santo preludeva alla formazione del Verbo incarnato: ogni profeta, ogni azione profetica ne è un disegno, uno schizzo. Chi altri che Lui è raffigurato in Isacco che porta le legna del suo sacrificio? Chi altri che Lui nel montone impacciato tra le spine è offerto in olocausto? Chi altri che Lui nell’angelo che lotta con Giacobbe, e per cui benedice la posterità rimasta fedele? È Lui, Giosuè, che introducendo il popolo nella terra promessa; Sansone che uccide il leone, e che va a cercare una sposa straniera, figura della Chiesa dei Gentili. – « Chi è Gioele, donna piena di fiducia che uccide Sisara generale degli eserciti di Giabin, e che ficca nelle tempie il chiodo della sua tenda? È la Chiesa la quale armata della croce, schiaccia il demonio, e rovina il suo impero. Che cosa è quella pelle ricoperta di rugiada sulla terra asciutta, quindi la pelle asciutta sulla terra umida? il Messia, da prima nascosto nel mistero della legge giudaica, mentre il resto del mondo rimane come una terra senz’acqua; poi il mondo che possiede la divina rugiada, della quale l’Ebreo si è reso indegno. Che cosa è Elia, che moltiplica la farina e l’olio alla povera vedova, oppure Eliseo che risuscita un morto? Il Cristo futuro! – Così l’Antico Testamento è la sementa, il Nuovo la messe; e l’uno come l’altro, è opera dello Spirito Santo. » [Corn. Alap. Proem. in Proph.] [S. Aug., lib. XII contra Faust. c. xxvi, xxxi, xxxii, xxxv. — Satores fuerunt Prophetae, messores Apostoli. S. Chrys. homil. XXXIV, in Joan., 4.]. – In questo sbozzo, se vi aggiungiamo mille tratti, facili a raccogliersi, avremo il quadro delazione dello Spirito Santo sul mondo angelico, sul mondo fisico e sul mondo morale, per tutta la durata dell’antica alleanza. – Lungi dall’essere lo Spirito Santo inerte in seno all’eternità, ci apparirà invece come il Principio sempre operoso nella creazione, e come il preparatore instancabile dell’Alpha e dell’Omega delle opere divine: Gesù Cristo e la Chiesa.

Lo Spirito Santo nell’Antico Testamento

 

Lo Spirito Santo nell’Antico Testamento

J.-J. GAUME

[Da: “Il trattato dello Spirito Santo”, vol II capp. VIII e IX]

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Lo Spirito Santo nell’Antico Testamento, promesso e figurato.

   Il Messia è promesso, lo Spirito Santo è promesso. Dopo la promessa tante volte rinnovata, in termini più o meno espliciti della venuta dello Spirito Santo sulla terra, [Is. XLIV, 3., Ezech. XI, 19; xxxvi, 26. ecc.], Iddio ordina al profeta Gioele di pubblicarla chiaramente, più di seicento anni avanti il giorno memorando in cui essa doveva compiersi. Nella persona degli Ebrei, il profeta si indirizza a tutti i popoli, chiamati a divenire per la fede i figliuoli d’Abraham. Il suo sguardo ispirato vede nel tempo stesso il Verbo che s’incarna e lo Spirito Santo che discende. Dinanzi a lui, sono presenti le due adorabili Persone, e con lo stesso entusiasmo, parla egli dell’uno e dell’altro. « Voi, figliuoli di Sion, esclama, esultate e rallegratevi nel Signore Dio vostro, perché Egli ha dato a voi il maestro della giustizia, e manderà a voi le pioggie d’autunno e di primavera, come in antico. E le aie saranno piene di grano, e le cantine ridonderanno di vino e di olio. E compenserò gli anni resi sterili dalla locusta, dal bruco, dalla ruggine e dall’eruca, terribili eserciti mandati da me contro di voi. E mangerete allegramente e sarete satolli e celebrerete il nome del Signore Dio vostro che ha fatte mirabili cose per voi: e il mio popolo non sarà confuso in sempiterno. E conoscerete come io risiedo in mezzo ad Israele, ed io sono il Signore Dio vostro, ed altro non v’è, né rimarrà giammai confuso il mio popolo » [Gioele, XI, 23-27]. La gioia e l’abbondanza di tutti i beni spirituali, la riparazione di tutti i mali, sotto il cui peso gemeva l’uman genere dopo la primitiva caduta, la presenza permanente dello stesso Signore in mezzo al suo popolo, la grande nazione cattolica; questi appunto sono i tratti distintivi del regno del Messia. Quando il Verbo incarnato avrà posto le fondamenta di questa felicità universale e bagnato del proprio suo sangue, alla mattina ed alla sera della sua vita, questa terra del mondo, che cosa avverrà? Ascoltiamo il profeta : « E dopo tali cose avverrà che io spanderò il mio spirito sopra tutti gli uomini, e profeteranno i vostri figliuoli e le vostre figliuole; i vostri vecchi avranno de’ sogni e la vostra gioventù avrà delle visioni. Ed anche sopra i servi miei e sopra le serve spanderò in quei giorni il mio spirito.2 » [Ivi, XXVIII, 30]- (Lo stesso giorno delle Pentecoste, san Pietro dichiara agli Ebrei che le meraviglie che risplendono ai loro occhi, sono il compimento della promessa del Signore fatta dal profeta Gioele. Tutti i Padri parlano come il capo degli apostoli. Vedi tra gli altri S. Crisost. in princip. Act. Apostoli II, t. III, p. 927, II. 11,12, e Corn. a Lap. in Gioel. II, 28). Tali sono nei loro tratti generali, i benefizi dei quali il mondo andrà debitore allo Spirito Santo. Come dovevano tutti i cuori palpitare a tale annunzio! Come i giusti dell’antica legge dovevano scongiurare il Signore di affrettare questo giorno, unico tra i giorni! Per consolarli, il Signore vuol altresì prometter loro per bocca del profeta Aggeo la prossima venuta dello Spirito Santo. Giuda ritornava di Babilonia; egli era occupatissimo della costruzione del secondo tempio; ma i cuori erano tristi. Non si poteva pensare senza gemere alla magnificenza dell’antico tempio ed alla povertà relativa del nuovo, che sorgeva a stento ed in mezzo a difficoltà d’ogni sorta. – Aggeo riceve ordine d’incoraggiare il popolo. Come Gioele, egli vede ed annunzia la venuta delle due Persone dell’adorabile Trinità: Lo Spirito Santo, che, conforme alle antiche promesse, verrà bentosto a risedere in mezzo al suo popolo; il Verbo fatto carne, che degnerà santificare il nuovo tempio, con la sua personale presenza: « O profeta, gli disse il Signore, parla a Zorobabel figliuolo di Salathiel, principe di Giuda, ed a Gesù figliuolo di Iosedech, sommo sacerdote, e al resto del popolo, e di’ loro : “Fatti cuore, o Zorobabel, dice il Signore, e, fatti animo, o Gesù figliuolo di Iosedech; e tu fatti animo, o popolo quanto sei, dice il Signore degli eserciti, ed operate (perché io sono con voi, dice il Signore degli eserciti). Io sto per mantener la parola promessavi quando uscivate dalla terra d’Egitto, e il mio Spirito sarà in mezzo a voi: non temete, perché così dice il Signore degli eserciti: ancora un pochetto, e io metterò in movimento il cielo, la terra, il mare e il mondo. E metterò in movimento tutte le genti, perché verrà il Desiderato da tutte le genti ed empirò di gloria questa casa, dice il Signore degli eserciti; maggiore sarà la gloria di quest’ultima casa che della prima. » [Agg., II, 2-10. – Tutti i Padri, sant’Atanasio, san Cirillo di Gerusalemme, san Gregorio di Nissa, Teodoreto, hanno visto in queste notevoli parole la promessa dello Spirito Santo. Vedi tra gli altri S. Girolamo, in Agg. II, opp. t. III, p. 1694, e Corn. Alap., ivi]. Questa seconda promessa, più esplicita della prima, non si contenta di annunziare la venuta dello Spirito Santo, ma ne designa 1’epoca. Egli verrà allorché il mondo sarà tratto fuori dalla vera cattività d’Egitto, mediante il sangue dell’Agnello di Dio: e che gli apostoli saranno pronti a costruire il grande edificio cattolico, in cui lo Spirito Santo deve eternamente abitare.  Verso la medesima epoca un altro profeta Zaccaria è incaricato di annunziare la venuta del divino Spirito, il quale deve mutare la faccia alla terra, dopo aver cambiato i cuori. Qui pure, il Signore ha cura di riunire nella medesima predizione la venuta del Messia e la discesa dello Spirito Santo. La ragione si è che questi due avvenimenti si collegano l’uno con l’altro. Il primo é la prova del secondo, e il secondo la conseguenza del primo; quindi non si può ammettere l’uno senza dell’altro: « In quel giorno, dice il Signore, mi studierò di abbattere tutte le genti che si muoveranno contro Gerusalemme. E spanderò sopra la casa di Davide e sopra gli abitatori di Gerusalemme lo Spirito di grazia e di orazione, e volgeranno lo sguardo a me che han trafitto : e lui piangeranno come suol piangersi un unico figlio e meneran duolo per lui come si fa duolo alla morte di un primogenito. » [Zach., XII; 9, 10].  Leggendo nell’avvenire delle età, dicono i Padri e gli interpreti, Zaccaria vede davanti a’ suoi occhi il giorno memorabile della Pentecoste, in cui lo Spirito Santo discende sugli Apostoli riuniti in Gerusalemme. Ei lo vede producente la grazia e la santificazione; poi, i gemiti e le supplicazioni nelle anime che ha illuminate sull’enorme attentato, commesso dalla nazione ebrea sulla persona adorabile del Messia. Tutto ciò è cosi fattamente preciso che gli Atti degli Apostoli, raccontando la storia della Pentecoste, non sembrano essere che la riproduzione delle parole di Zaccaria. 22 [Vedi Corn. Alap. in Zach., XII, 9; e S. Girolam. In Zach. , opp. t. III, p. 1784, 1785]. Non solamente Iddio annunziava al mondo la venuta dello Spirito santificatore con queste promesse solenni e con molte altre sparse nell’antico Testamento, ma a favore del Messia, noi vediamo camminare di pari passo con le promesse innumerevoli figure le quali fissavano di continuo l’attenzione sul futuro Liberatore. Altrettanto è a favore dello Spirito Santo; poiché accanto alle promesse si mostrano costantemente alcune figure che lo rivelano nella sua natura e nei suoi doni. Appoggiati all’autorità dei santi dottori ne faremo conoscere alcune. Lo Spirito dei sette doni che è il principio vitale, la luce, la lealtà del mondo morale e della Chiesa in particolare, trovasi rappresentato dai diversi settennari, i quali ritornano cosi di sovente nella creazione del mondo materiale e nella formazione del popolo figurativo. Ne citerò due soli esempi: il mondo fisico fu creato in sei giorni, seguiti dal giorno di riposo: cosi è il medesimo del mondo morale. L’uomo che ne è il sublime compendio, é formato dallo Spirito dei sette doni.

Nell’ ordine della natura, la luce comparisce il primo giorno. Essa figura il dono di “timore”, per mezzo del quale l’uomo comincia a conoscere Dio efficacemente, secondo quella parola del profeta: il Timore del Signore è il principio della sapienza. – Nel secondo giorno della creazione, si spiega il firmamento, il quale separa le acque inferiori dalle superiori; e questo è l’emblema del dono di “scienza” che c’insegna a discernere le vere dottrine dalle false. L’uomo adorno di questo prezioso dono, rassomiglia al firmamento mediante la incrollabile stabilità della sua fede. Mantenendo una separazione radicale tra la verità e l’errore, impedisce a questi di non riunirsi giammai nella sua intelligenza per produrvi il caos. Cosi il firmamento posto immutabilmente tra le acque inferiori e le acque superiori, impedisce ad una di confondere le loro masse e di produrre un nuovo diluvio. – Il terzo giorno ha luogo la separazione delle acque e della terra. La terra mostrando la sua superficie asciutta la copre di ogni sorta di erbe e di piante: e questa è la viva immagine del dono di “pietà”. L’uomo separato dalle acque inferiori, cioè dire dalle dottrine di menzogna, l’idolatria, la superstizione, l’incredulità, vivificato invece dal dono di pietà, onora il vero Dio e produce i fiori dei buoni desideri, cioè le erbe delle sante parole, infine i frutti eccellenti delle opere di carità verso Dio e verso il prossimo. – Il quarto giorno compariscono i due grandi luminari, il sole e la luna, accompagnati da miriadi di stelle. Qui si vede in tutta la sua magnificenza il dono di “consiglio”. Come faro mattutino, simile al sole, egli illumina tutto il sistema del mondo soprannaturale; come faro notturno, pari alla luna, esso illumina tutto il sistema del mondo inferiore; parimente le stelle, le quali, sparse in tutta la estensione del firmamento, ne illuminano tutte le parti, cosi illumina ciascuna delle nostre facoltà, e dirige ciascuno dei nostri sensi. – Il quinto giorno, i pesci e gli uccelli prendono nascimento dallo stesso elemento; i primi vivono nelle acque, i secondi volano nell’ aria. La sapienza eterna poteva ella meglio prefigurare il dono di “forza” ? Mercé la sua efficacia, le buone risoluzioni nascono e si fortificano nella tribolazione; ed i buoni pensieri volano verso Dio, rompendo le resistenze dei demoni che riempiono l’aria da cui siamo circondati. – Il sesto giorno ha luogo la creazione degli animali e dell’uomo, loro re. Questo è appunto il dono d’“intelletto”. L’uomo che lo possiede conosce chiaramente la sua duplice natura e l’apprezza; ei sa che la parte superiore di se stesso deve dominare l’inferiore, ei conosce di più le regole da seguire per mantenere questa subordinazione, principio di virtù e di universale armonia. – Il settimo giorno Iddio si riposa e benedice questo giorno. Tale è la figura perfettamente giusta del dono di “sapienza”, di tutti il più nobile. Per lui l’anima si riposa deliziosamente in Dio. Disgustata di tutto ciò che non è lui, attende essa nella pace al giorno eterno, in cui essa andrà a benedirlo di tutto quel che ha fatto per lei e per mezzo di lei. A questo modo Iddio il settimo giorno corona l’opera della creazione del mondo materiale; e parimente lo Spirito Santo col settimo dono compie la creazione di un mondo nobile, cioè l’uomo, sua immagine e suo figliuolo. [Vedi intorno a questa bella filosofia, S. Anton., Summ. theol., I, art., t. X, c. I, § 4.].

A coloro che fossero tentati di non vedere che un gioco d’immaginazione, in questo parallelo tra la creazione del mondo materiale e la creazione del mondo morale, tra quel che è preceduto sin dall’origine dei tempi e ciò che si è compiuto nella pienezza delle età, basta ricordare la dottrina di san Paolo e dei Padri. Tutti insegnano che l’Antico Testamento, è al Vangelo, ciò che è la rosa in gemma, è alla rosa sbocciata, poiché il mondo fisico non é che l’irradiazione del mondo morale; che l’uno e l’ altro sono stati fatti dallo stesso Spirito sul medesimo piano e nel medesimo fine; e che cosi comincia l’annunzio figurativo dello Spirito Santo, come quello del Messia, dal primo giorno del mondo. – Un’altra figura, più trasparente della prima, è il candelabro dalle sette braccia. Israele uscito d’Egitto trovavasi in mezzo al deserto, ed era incamminato verso la terra promessa. Iddio chiama Mosè e gli ordina di lare il tabernacolo, opera in cui il mistero e la figura dell’avvenire risplendono da ogni parte. Il tabernacolo, dicono gli ebrei, Giuseppe e Filone, era l’immagine del mondo; e il Santo dei santi rappresentava il cielo empireo. Ivi appunto Iddio comanda a Mosè di porre un candelabro d’oro, a sette braccia, destinato ad illuminare il cielo della terra. Dove trovare una figura più bella dello Spirito dai sette doni, luminare del tempo e della eternità [Corn. Alap., in Exod. xxv, 31].

I Padri della Chiesa hanno visto una nuova figura dello Spirito Santo nei sette figli di Giobbe: « I sette figli del patriarca del dolore, scrive san Gregorio Magno, imbandivano conviti, ciascuno alla sua volta, ogni giorno della settimana, in compagnia delle loro tre sorelle, in un edificio quadrangolare. « Ecco dunque i sette doni dello Spirito Santo che nutriscono l’anima, ciascuno a suo modo, e ciò in compagnia delle loro tre sorelle, vale a dire delle tre virtù teologali, la fede, la speranza e la carità; in un edificio spirituale di forma quadrata, vale a dire formato delle quattro virtù cardinali, la prudenza, la giustizia, la fortezza, la temperanza. Ciascuna dà il suo banchetto, perché ciascun dono dello Spirito Santo nutrisce l’amina. La sapienza mediante l’esperienza tanto certa quanto deliziosa dei beni futuri ; l’intelligenza, per la luce tutta divina che ella fa brillare nelle tenebre del cuore ; il consiglio, per l’ alta prudenza di cui lo riempie; la fortezza, per l’invincibile coraggio, sia nell’azione, ossia nel soffrire ; la scienza, per la serenità dello sguardo e la solidità dei pensieri; la pietà, per la sazietà, frutto delle opere di misericordia ; il timore, per l’ umile fiducia, ricompensa dell’ orgoglio vinto. » [S. Greg. Morale lib. I et II.] Via, via che noi avanziamo, le figure diventano più trasparenti; è 1’aurora che succede all’ alba e che annunzia il sorgere del sole. Dietro l’esempio dei Padri, studiamo la bella figura dello Spirito dai sette doni, tanto bene delineata dall’autore della Provvidenza. « La sapienza, dice il sacro scrittore, si è fabbricata una casa, e ha lavorato sette colonne. Ha immolate le sue vittime, ha annacquato il suo vino, imbandita la sua mensa. Ha mandate le sue ancelle ad invitare la gente alla cittadella, e alla città di forti mura, dicendo: chiunque è fanciullo venga a me: e a quelli che sono poveri di senno, ella dice: venite, mangiate il mio pane e bevete il vino che io ho annacquato per voi, abbandonate la fanciullaggine e vivrete: e battete le vie della prudenza. [Prov. IX, 1-6]. Qual’è questa Sapienza? Il Verbo eterno, la stessa sapienza di Dio. La casa fabbricata di sua propria mano, qual’è? La Chiesa, palazzo del Figliuolo di Dio sulla terra: E quelle sette colonne che sorreggono l’edificio? i sette doni dello Spirito Santo che rendono la Chiesa incrollabile in mezzo alle tempeste ed ai terremoti. Come mai? Opponendo, ciascuno in particolare, una forza di resistenza superiore alla violenza dei sette spiriti maligni, nemici potenti della Città del bene. Al demone dell’orgoglio, resiste il dono di timore ; al demone dell’ avarizia, il consiglio; al demone della lussuria, la sapienza; al demone della gola, l’intelligenza; al demone dell’invidia, la pietà; al demone dell’ira, la scienza; al demone della pigrizia, la fortezza. Tale è l’armonioso contrasto che i santi dottori scoprono tra le forze opposte dello Spirito del bene e lo Spirito del male. Niente è più reale come lo mostreremo altrove.[V. Coirn. Alapid. in Proverbi., c. IX, 1-6]. – Contentiamoci di notare qui che questa nuova figura dello Spirito Santo, presenta lo stesso carattere delle altre. Le due Persone divine che il mondo attendeva vi sono insieme designate. Quali sono infatti queste vittime immolate dalla sapienza, quel pane, quel vino, quella mensa imbandita per i suoi fanciulli? Ad una voce unanime i Padri ed i commentatori rispondono che è il Verbo incarnato. Quanto alle ancelle incaricate ad invitare i convitati, la tradizione costante vi scorge le anime zelanti, i predicatori ed i sacerdoti, le cui preghiere, le parole e gli esempi attraggono i loro fratelli al divino banchetto. Quelli stessi fanciulli che vengono a parteciparvi, rappresentano al naturale tutti gli uomini, grandi fanciulli, sempre occupati in fanciullaggini, sino ai momento in cui, illuminati da quel Dio che ricevono alla sacra mensa, prendono seri gusti e procedono nelle vie della vera prudenza. È inutile aggiungere che tutte queste figure erano comprese dagli antichi, secondo il grado di cognizione che Dio voleva dar loro dei suoi adorabili consigli.

Spirito Santo

Lo Spirito Santo predetto.

Nella preparazione del genere umano alla venuta della seconda e della terza Persona della Trinità, trovasi lo stesso procedere provvidenziale. Promesse moltiplicate rendono certa la venuta del grande Liberatore: alcune figure danno in sbozzo il suo ritratto. Più esplicite delle prime e più trasparenti delle seconde, alcune profezie danno il suo completo contrassegno; di guisa che a meno di un volontario accecamento, sarà impossibile all’uomo di disconoscere il Desiderato delle genti. Rispetto allo Spirito Santo, uguale condotta. Alle assicurazioni date mediante le promesse, ai tratti sparpagliati, diffusi nelle diverse figure, succederanno gli oracoli più precisi dei profeti, e i tocchi più accentuati del loro pennello. Tale sarà la perfezione di questo ritratto anticipatamente disegnato, che gli stessi ciechi riscontreranno in ciò il divino Spirito. – Mille anni avanti la sua venuta, David lo segnala all’attenzione universale mostrandolo col suo incomunicabile carattere. « Signore, esclama, Tu manderai il tuo Spirito e ogni cosa sarà rigenerata. » [Psalm. CIII.]. Come se dicesse: Abitatori della terra state attenti: verrà il giorno in cui lo Spirito Santo, terza Persona della augusta Trinità, scenderà in mezzo a voi. Voi Lo riconoscerete dai prodigi che opererà sotto gli occhi vostri. Il mondo, morto alla vita soprannaturale, alla vita della intelligenza, della virtù, della carità e della libertà, sorgerà dalla tomba di fango, nella quale è sepolto. Le catene della schiavitù cadranno da un polo all’altro: il vizio cederà il posto alla più pura virtù, e i vivi splendori della verità succederanno alla lunga notte dell’errore: uomini nuovi e un nuovo mondo usciranno dal nulla: questo prodigio sarà l’opera dello Spirito Santo. Quando voi lo vedrete compiuto, sappiate che questo Spirito rigeneratore, oggetto della vostra aspettativa, sarà venuto, ed a un tal segno voi Lo riconoscerete. – Interroghiamo ora la storia, e domandiamole in qual giorno ebbe luogo questa miracolosa creazione. Tutte le nazioni civilizzate nominano il giorno della Pentecoste. Giorno eterno il quale, dopo diciotto secoli si leva successivamente sui diversi paesi della terra, operando dappertutto lo stesso prodigio che a Gerusalemme. Qual è l’istante in cui i popoli barbari sono venuti, di dove essi vengono alla luce, alla virtù, alla civiltà ? — Quest’è l’istante in cui lo Spirito Santo, dato mediante il Battesimo, domina su di essi è gli vivifica: come nei primi giorni del mondo ei dominava sulle acque del caos per fecondarle. Come compirà lo Spirito Santo questo meraviglioso cambiamento? Isaia ce lo insegna: « Spunterà un pollone dalla radice di lesse e un fiore dalla radice di lui si alzerà. E sopra di lui riposerà lo spirito del Signore, spirito di sapienza e d’intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di scienza e di pietà. E lo spirito della fortezza del Signore lo riempirà…. La scienza del Signore riempirà la terra, come le acque riempiono il mare. » Is. XI, 1-9]. In questa profezia noi troviamo altresì riunite ed operanti insieme le due Persone dell’augusta Trinità che devono onorare il mondo della loro visita. Il Figliuolo è chiaramente designato da questo fiore che spunterà dal ramo, nato dalla radice di lesse. Vedete la giustezza del linguaggio profetico! Il Messia è paragonato ad un fiore a cagione della sua umiltà, della grazia della sua Persona, e del profumo delle sue virtù. Maria è il ramo che Lo porta: ramo per la sua dolcezza, per la flessibilità sotto la mano di Dio, per la sua integrità poiché il fiore nasce dal ramo senza farle alcuna lesione. È detto che questo ramo non esce dall’albero e dal tronco ma dalla radice. Perché? Perché ai giorni del Messia la famiglia reale di lesse, privata del potere sovrano e perpetuata nei rampolli umili e poveri, non era più un albero dai rami magnifici, ma una semplice radice nascosta nel seno della terra; radice però piena di succo che produce il ramo più perfetto, il fiore più bello che l’albero stesso abbia mai prodotto. [“Virga beata virgo Maria, flos Christus, radix familia Davidis jam ablato sceptro quasi emortua et succisa, ita ut sola ejus radix in plebe latere et vivere videatur : sed haec ipsa reflorescente profert florem Christnm tanquam regem regum.” S. Hier., in hunc loc.]. – Dopo aver dipinto con tratti cosi graziosi e cosi perfettamente incomunicabili, il Messia Figliuolo di Dio e figlio di lesse, il profeta ripiglia il suo pennello per disegnare l’azione dello Spirito Santo. Egli è Colui che darà tutta la sua bellezza al divin fiore e che comunicherà alla radice di David i doni necessari al compimento delle meraviglie, nel seguito della profezia che è per riferirci la storia. Lo Spirito del Signore, dice il profeta, lo Spirito dei sette doni riposerà sopra di Lui. Non havvi padre della Chiesa, né interprete della Scrittura, il quale in questo Spirito dei sette doni non riconosca la terza Persona della SS. Trinità. A quale altro Spirito difatti, potrebbe convenire questo carattere? Qual altro Spirito potrebbe riposare sul figliuolo di Dio ? Qual altro Spirito potrebbe essere chiamato l’autore o il cooperatore delle meraviglie compiute mediante il Verbo fatto carne? [S. Hier. Ibid. in Is. XI opp. t. III, p. 99]. – Riposerà su di lui, dice il profeta. Nell’energia del significato originale, questa parola indica la forza, la pienezza, il luogo naturale del riposo dell’augusta Persona. Ciò vuol dire che lo Spirito Santo resta incrollabilmente nel nostro Signore; che Lo riempie nella pienezza de’ suoi doni, e che é in lui come nel suo inviolabile santuario, per motivo dell’unione ipostatica della natura divina con la natura umana. Isaia, dopo avere descritto questo spettacolo, sorpreso da ammirazione, canta le meraviglie del mondo sottomesso all’azione combinata della seconda e terza Persona dell’adorabile Trinità. Il regno della giustizia succedente al regno del capriccio, della forza e della crudeltà; la sconfitta del demonio e dei tiranni, suoi ciechi sostegni; il sepolcro del grande Liberatore rifulgente di gloria immortale; il leone e l’agnello, tutto ciò insomma che vi ha di più feroce e di più mansueto, vivente pacificamente insieme; immagine con cui la graziosa energia designa l’unione fraterna in seno del Vangelo, degli Ebrei coi Gentili, dei Greci e dei barbari, dei più fieri potentati co’ più deboli figli. Tali sono le meraviglie che si mostrano agli occhi del profeta.

Interroghiamo ancora qui la storia, e domandiamole in qual giorno si è compiuto questo meraviglioso cambiamento? In qual giorno si è rotto lo scettro di ferro che ha pesato per più di duemil’anni sul capo del mondo pagano? In qual giorno ha incominciato la distruzione del regno della idolatria? In qual giorno gli Ebrei ed i Gentili si sono per la prima volta abbracciati come fratelli? In qual giorno hanno cominciato, per non mai più finire, la venerazione del Calvario e il culto solenne del suo glorioso sepolcro? Ad unanime voce la terra tutta, nomina il giorno per sempre memorabile della Pentecoste. Se voi domandate allo stesso Messia, autore di tante meraviglie, a chi dobbiamo noi testificare la nostra riconoscenza, Egli vi risponde umilmente: «Lo Spirito Santo é stato sopra di me, e per questo mi ha mandato ed ho operato i prodigi dei quali voi siete testimoni» [Luc. , IV, 18-21].

Ascoltiamo un altro profeta. Ezechiele descrive con la medesima precisione d’Isaia, la terza Persona della SS. Trinità, la sua venuta, i suoi caratteri, le sue meravigliose operazioni. Anche qui il Verbo e lo Spirito Santo si danno la mano per lavorare alla rigenerazione del mondo. « Io santificherò il nome mio che é grande, dice il Signore per bocca del profeta, il mio nome che è macchiato tra le nazioni, affinché sappiano che io sono il Signore…. Ed Io spargerò sopra di voi un’acqua pura, e quando avrete lavate tutte le vostre brutture, vi purificherò di tutti i vostri idoli. E vi darò un cuore nuovo, e porrò in mezzo a voi un nuovo spirito. E toglierò dal vostro petto il cuor vostro di pietra, e vi darò un cuore di carne. E porrò il mio Spirito in mezzo a voi, e vi farò camminare nella via dei miei comandamenti. E voi custodirete la mia santa legge, e sarete il mio popolo, ed io Sarò il vostro Dio. [Ezech., XXXIV, 28-28]. – La prima cosa che ferisce gli sguardi del profeta, è il gran nome di Dio indegnamente profanato fra tutte le nazioni. Ecco appunto il regno della idolatria, quale la storia ce lo fa conoscere alla venuta del Redentore; regno di superstizioni vergognose e crudeli, in cui il nome di Dio dato ai coccodrilli, ai serpenti, ai gatti, alle erbe, alle rozze pietre, riceveva i più sanguinosi oltraggi. Poi, lo stesso profeta vede tutto ad un tratto cadere dal cielo una pura onda, che lava la terra ed i suoi abitanti di tutte le loro iniquità, e il gran nome di Dio ridiventare l’oggetto del rispetto e dell’amore universale. – Ecco ora i Sacramenti, soprattutto il Battesimo, in cui l’ebreo ed il pagano hanno perdute le loro macchie, e trovato la candidezza dell’innocenza. Dopo questa universale purificazione, Ezechiele vede discendere lo Spirito del Signore. Egli anima questi nuovi uomini e gli fa camminare con passo sicuro nei sentieri della virtù, di guisa che il vero Dio sarà d’ora in poi per essi il Dio unico, ed essi medesimi, ‘gli adoratori degli idoli, saranno il suo popolo diletto. Potevasi meglio descrivere il miracolo della Pentecoste? Non è egli chiaro che incominciando da questo gran giorno il genere umano ha perduto il suo cuore di pietra, ha preso un cuore nuovo, e che il gran cieco il cui cammino per più di duemil’anni era stata un’aberrazione continua, e entrato nella via luminosa della verità e della civiltà? [S. Aug., De doct. Christ. lib. III, c. XXXIV, n. 28; e Patres, passim apud Corn. a Lap. in Ezech., XXXIV, 25]. – Altrove lo Spirito Santo rivela ad Ezechiele sotto la più viva figura, l’azione rigeneratrice dello Spirito Santo. Per mostrare a lui che questo Spirito di vita, annunziato da David, come dovente trarre il mondo dal sepolcro dell’errore e del vizio, compierà in tutta la sua estensione la sua miracolosa missione, ecco ciò che fa il Signore. « La sua mano fu sopra di me, dice il profeta, e mi menò fuori in ispirito e mi posò in mezzo di un campo che era pieno di ossa; e mi fece girare intorno ad esse: ora esse erano in gran quantità sulla faccia del campo e secche grandemente. E (il Signore) disse a me: Figliuolo dell’uomo, pensi tu che queste ossa stiano per riavere la vita? Ed io dissi: Signore Dio tu lo sai. Ed ei disse a me: profetizza sopra queste ossa e dirai loro: ossa aride, udite la parola, del Signore. Queste cose dice il Signore Dio a queste ossa: ecco che io infonderò in voi lo spirito e avrete vita; e sopra di voi farò nascere i nervi e sopra di voi farò crescere le carni, e sopra di voi stenderò la pelle e darò a voi lo spirito e vivrete e conoscerete che io sono il Signore. « E profetai come ei mi aveva ordinato; e nel mentre che io profetava udissi uno strepito ed ecco un movimento, e si accostarono ossa ad ossa, ciascuno alla propria giuntura. E mirai, ed ecco sopra di esse vennero i nervi e le carni e si stese sopra di esse la pelle, ma non avevano spirito. Ed ei disse a me: profetizza allo spirito, profetizza, figliuolo dell’uomo, e dirai allo spirito: queste cose dice il Signore Dio: dai quattro venti vieni o Spirito, e soffia sopra questi morti ed ei risuscitino. « E profetai com’egli mi aveva comandato, ed entrò in quegli lo Spirito, e riebbero vita e si stettero sui piedi loro, esercito grande for misura. Ed ei disse a me: Figliuolo dell’uomo, tutte queste ossa sono la famiglia d’Israele: essi dicono: le ossa nostre sono aride ed è perita la nostra speranza e noi siam rami troncati. Per questo tu profetizza e dirai loro: queste cose dice il Signore Dio: ecco che io aprirò i vostri sepolcri e da’ sepolcri vostri vi trarrò fuori, popolo mio, e vi condurrò nella Terra d’Israele. E conoscerete che io sono il Signore, quando avrò infuso in voi il mio Spirito e vivrete e nella terra dei Padri vostri vi avrò dato riposo. [Ezech., XXXVII, 1-14.]. Energia, precisione, lucidezza, che cosa manca a questa profezia della risurrezione morale dell’umanità mediante l’alito dello Spirito Santo? Allorché per voce degli apostoli che escono dal cenacolo, la terza Persona dell’augusta Trinità soffiò sul mondo, tutta quanta la terra non era essa un campo coperto di ossa? Qual popolo viveva allora della vera vita? Quelle ossa non erano esse aride per il tempo, calcinate mediante il soffio ardente dello Spirito omicida, spirito d’orgoglio e di voluttà? Qual altro spirito ha propagato il moto e la vita in quell’ampio carnaio del genere umano? Porre simili questioni è risolverle.

Passiamo ad una nuova profezia. Anche in questa appariscono riunite le due adorabili Persone della Trinità la cui venuta salverà l’universo. È Zaccaria che parla. Sotto la figura del ristabilimento d’Israele nella patria dei suoi avi, e della costruzione del secondo tempio, egli annunzia la grande realtà del ristabilimento universale di tutte le cose e l’edificazione della Chiesa, tempio immortale del vero DIO. Il grande Oriente si alza sul mondo: ei si costruisce un tempio da sé stesso, del quale è insieme e il pontefice e la pietra angolare. Sette occhi scintillano su questa pietra magnificamente cesellata. Ai fuochi che n’escono sparisce l’iniquità dalla terra e la pace regna dappertutto. « Ascolta, o Gesù sommo sacerdote, Tu e i tuoi amici che abitano presso di Te, che sono uomini da portènti: perché ecco che io farò venire il mio servo, l’Oriente. Perché questa è la pietra che io ho posta innanzi a Gesù: sopra quest’unica pietra sono sette occhi: ecco che Io collo scalpello la lavorerò, dice il Signore degli eserciti, e in un giorno torrò via l’iniquità dalla terra. In quei giorno l’amico inviterà, l’amico ad andare sotto la sua vite e sotto il suo. fico, dice il Signore degli eserciti.1 » [Zach., III, 8-10]. Tutta la tradizione ha visto chiaramente designato il Messia in questo oracolo degno di nota. Come Dio, è esso altresì il vero Oriente, il solo principio di ogni luce. Come uomo, inferiore a suo Padre, è pure il vero servo del Dio degli eserciti. Certo egli, egli solo è altresì la pietra fondamentale della Chiesa figurata dal tempio., la edificazione del quale occupava allora Gesù, figlio di Iosedech. Ora, siccome la Chiesa è un tempio vivente, la pietra che gli serve di base deve essere vivente. Siccome essa è opera di Dio, cosi il fondamento deve essere lo stesso Dio; gli occhi dei. quali questa pietra è ornata, l’indicano sotto una eloquente figura. Per mostrare che è di essenza della Divinità di essere dappertutto e di tutto vedere, l’uso costante presso i differenti popoli è di rappresentare Dio sotto la figura di un occhio aperto. In Egitto, un occhio sormontato da uno scettro era l’emblema di Osiride. Nella Grecia, la statua di Giove aveva tre occhi per mostrare la sua triplice provvidenza sul cielo, sulla terra e sul mare.[Macrob. lib. I, c, XXI, Plutarco, De Iside et Osiride; Pausan., in Corinth; Pierìus, hierogl. XXXIII, 15]. – Nell’arte cristiana l’occhio è parimente l’emblema della Divinità. Cosi l’occhio dato alla pietra misteriosa della quale parla Zaccaria, denota senza alcun dubbio che questa pietra è l’emblema di Nostro Signore, il fondamento della Chiesa. Ma perché Dio la mostra egli al profeta con sette occhi e non con due, o con uno solo? Perché il numero sette e non un altro ? Ricordiamoci innanzi tutto, che in questa figura, essendo opera della infinita sapienza, non ci si può trovare nulla di arbitrario; quanto più essa apparisce strana, tanto più dobbiamo noi sospettarvi un senso profondo e un grande insegnamento. Per conoscerlo, ascoltiamo quelli che,Dio medesimo ha incaricato di spiegare i suoi oracoli, affidando ad essi il segreto dei suoi pensieri.       «Sopra questa unica pietra, dice san Gregorio Magno, vi sono sette occhi. Ora questa pietra è il Nostro Signore: dire che ha sette occhi, è dire che sul Verbo incarnato riposa lo Spirito dei sette doni. Fra noi vi è chi possiede il dono di profezia, e chi il dono di scienza; un altro il dono dei miracoli, un quinto il dono delle lingue, un sesto il dono d’interpretazione, secondo la distribuzione che lo Spirito Santo giudica a proposito di fare dei suoi doni; ma nessun uomo li possiede tutti nello stesso tempo, e nella loro pienezza. Quanto al Divin Redentore egli ha mostrato che rivestendo la nostra inferma natura Egli possedeva, come Dio, tutti i doni dello Spirito Santo. Per questo egli riunisce nella sua Persona tutti gli occhi brillanti di cui parla il profeta. » [“Super lapidem unum septem oculi sunt. Huic enim lapidi (Cristo) septem oculos habere, est simul omnem virtutem Spiritus septiformis gratiae in operatione retinere, etc.” – Moral., lib. XXIX, 16. Ita S. Hier., S. Remig., Rupert, Emmanuel, et alii]. – Tale è altresì la interpretazione degli altri Padri e dei più celebri commentatori. Resta a dare il significato delle ultime parole della profezia; Io stesso lavorerò collo scalpello questa pietra e toglierò via l’iniquità dalla terra e ciascuno riposerà all’ombra della sua vite e del suo fico. Chi sarà l’autore di queste magnifiche cesellature, di cui sarà adorna la pietra vivente, eterna base della Chiesa? Quello stesso che parla per organo del profeta, lo Spirito Santo in Persona. È Esso che nell’Incarnazione, scolpirà con una perfezione inimitabile il corpo e l’anima del Redentore. È Esso che con un’arte non meno meravigliosa gli unirà personalmente al Verbo eterno. Egli che adornerà la sua anima di tanta sapienza, di tanta virtù, di grazia e di gloria che ne farà come un cielo divino, raggiante di tutto lo splendore del sole, della luna e delle stelle. Esso, Spirito d’amore, che formerà sull’adorabile corpo dell’augusta vittima, con la punta acuta delle spine, dei chiodi e della lancia, le adorabili cesellature che fecero durante la passione 1’ammirazione degli Angeli e che faranno per tutta l’eternità l’amore dei Santi. – Qual sarà l’effetto di queste cruenti sculture? L’abolizione dell’iniquità. Il sangue del Redentore sgorgante a grandi gocce per le incisioni delle divine stimmate con cui lo Spirito Santo ornerà la sua carne immacolata, purificherà la terra dai suoi delitti. Iddio pacificato renderà le sue buone grazie al genere umano, e la pace dell’uomo con Dio, diventerà il principio della pace dell’uomo co’ suoi simili. È egli possibile di dipingere con più vivi colori l’azione simultanea del Figliuolo e dello Spirito Santo nella rigenerazione dell’umano genere? I fatti compiuti dopo la Pentecoste cristiana lasciano eglino il minimo dubbio sull’influenza dello Spirito Santo nel mondo, la minima oscurità sulle sue operazioni nel Verbo fatto carne, la minima ambiguità sulle parole del profeta? [S. Iren., De haeres., lib. III, 28]. – Sarebbe facile di continuare questo quadro cominciato sino dall’ origine dei tempi, e che va svolgendosi coi secoli. Noi vedremmo’ il Verbo, mediante il quale tutto è stato fatto, e lo Spirito Santo da cui tutto dee essere rifatto, uniti costantemente nelle predizioni dei profeti. Intenderemmo la misteriosa Giuditta che celebra la sua misteriosa vittoria, e nel suo cantico pure ‘misterioso, annunziante un più glorioso trionfo sopra un Oloferne più terribile di quello, del quale aveva già tagliata la testa; nominante il futuro vincitore del grande Oloferne ed esclamante: « Signore, Signore mio, tu sei grande e insigne per tua possanza e nessuno può superarti. A Te obbediscono tutte le tue creature, perché alla parola tua furono fatte, mandasti il tuo Spirito e furono create; e nessuno resiste alla tua voce. Saranno scossi da’ fondamenti i monti e le acque, e le pietre qual cera si struggeranno dinanzi alla tua faccia. Ma quei che temono Te, saranno grandi in tutte le cose dinanzi a te .» [Iudit., XCI, 16 a 19]. Quando l’umano genere da lungo tempo prostrato ai piedi di satana, ha egli cominciato a cadere ginocchioni dinanzi al vero Dio? Quale Spirito ha scosso gli imperi pagani, ridotto in polvere le mura ed i templi del Campidoglio, posto la croce vittoriosa sulla fronte dei Cesari? A quale epoca risale la generazione dei veri Apostoli, martiri, santi sul trono o nella solitudine, nobili vincitori di se medesimi e del mondo? Tutte le voci rispondono, benedicendo lo Spirito Santo ed il Cenacolo. – Il profeta che canta le meraviglie della increata Sapienza, non manca di aggiungergli lo Spirito Santo. L’uomo ispirato nella sua estasi, vede tutta la terra coperta di tenebre. Gli uomini incerti vanno brancolando in pieno meriggio, pigliando il falso per il vero, il male per il bene, ignorando Dio, e ignorando se medesimi. A tale spettacolo egli esclama : « Signore chi conoscerà i tuoi voleri, se Tu non dai la sapienza, e non mandi dal più alto cielo il tuo Santo Spirito? Onde così siano emendati gli andamenti di que’ che vivono sulla terra e gli uomini apprendano quel che sia grato a te ?» [Sap. IX, 17-18]. – Spirito di luce che dissiperà la notte del mondo morale, lunga notte di due mil’anni, notte profonda che i vacillanti lumi della ragione, piuttosto che dissiparne l’oscurità, rendevano palpabile; Spirito di forza che riempiendo l’uomo di un ignoto coraggio, lo ritrarrà dalla via del vizio, e lo farà camminare di un passo fermo nei difficili sentieri della virtù: tal è il doppio carattere, sotto il quale è annunziato lo Spirito necessario alla salute del mondo. V’è egli bisogno di dire che questi due caratteri convengono allo Spirito Santo e non convengono altro che à Lui? Non sono essi scritti in testa a tutte le opere rigeneratrici, le quali cominciate alla Pentecoste continuano sotto i nostri occhi per non finire che sul limitare dell’eternità? Infine, il Figliuolo e lo Spirito Santo sono sempre associati nelle predizioni dei profeti. Non essendo l’uno meno necessario dell’altro, per la rigenerazione del mondo, Dio ha voluto che essi fossero del pari annunziati. Queste due grandi figure dominano tutta la storia, illuminano tutti gli avvenimenti, provocano tutti i sospiri, sostengono tutte le speranze dell’antico mondo, come essi devono eccitare l’eterna riconoscenza del nuovo. – In quella guisa che studiando tutte le circostanze della nascita, della vita e della morte di Nostro Signor Gesù Cristo, il suo carattere, la sua dottrina, i suoi miracoli, è impossibile di non riconoscere in lui il Messia annunziato dai profeti; cosi considerando le opere meravigliose, e le operazioni intime dello Spirito del Cenacolo, è impossibile di non adorare in Lui la terza Persona dell’augusta Trinità, di cui gli oracoli profetici avevano dato il contrassegno. Questo costante parallelismo, di cui abbiamo già delineato i tratti principali, si continuerà nella preparazione dello Spirito Santo.

 

Missione dello Spirito Santo.

Missione dello Spirito Santo

[mons. J.J.Gaume: “Trattato dello Spirito Santo”. Firenze-1887-]

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     Per quanto lo permettano le oscurità della presente vita, noi conosciamo lo Spirito Santo in sé medesimo. Esso è la terza Persona della SS. Trinità. Egli è Dio come il Padre ed il Figliuolo. Ei procede dall’uno e dall’altro mediante una sola spirazione e come da un solo e medesimo Principio, senza che per ciò vi sia né posterità, né priorità, né ineguaglianza qualsiasi tra Colui che procede e quelli da’ quali egli procede. Esso è il fondatore e il Re della Città del bene. Sotto i suoi ordini diretti sono poste tutte le schiere angeliche, notte e giorno dappertutto, per proteggere nelle quattro parti del mondo, i fratelli del Verbo incarnato contro gli assalti delle legioni infernali. Amore consustanziale del Padre e del Figliuolo, a Lui si attribuisce per appropriazione di linguaggio, l’opera per eccellenza dell’adorabile Trinità. Qual’è quest’opera? La creazione? No! La Redenzione? No!. Qual’è dunque? La santificazione e la glorificazione; il Padre crea, il Figliuolo riscatta, lo Spirito Santo santifica; il Padre fa degli uomini, il Figliuolo dei Cristiani, lo Spirito Santo dei Santi e dei beati. L’opera dello Spirito Santo è dunque più sublime di quella del Padre e del Figliuolo, poiché essa è il compimento e dell’una e dell’altra. [“Haec est enim voluntas Dei sanctifìcatio vestra”. I Thess., IV, 3.]

Che quest’opera suprema appartenga allo Spirito Santo, la prova è chiara. È Esso che forma Maria, la Madre del Redentore e, nel seno verginale di Maria, il Redentore medesimo. Esso che Lo dirige, che Lo ispira, che Gli dà incarico di fare miracoli e che Lo glorifica: “Ille me glorificabit”. Come prolungamento di quest’opera di universale santificazione, è Esso che forma la Chiesa, Madre del cristiano, e nel seno verginale della Chiesa, lo stesso cristiano, fratello del Verbo incarnato. Esso che lo dirige, che lo ispira, che lo innalza a poco a poco alla santificazione, e dalla santificazione alla gloria. [“Verbum caro factum habuit a Spiritu sancto, qui totum hoc unionis hominis cum Deo opus in Christo peregit, eumque ita sanctificavit, ut illi virtutem dederit omnes homines sanctifìcandi“. In Epist. Ad Rom c. I, 4.]. Questa grande opera, magnifica sintesi di tutte le opere del Padre e del Figliuolo, non poteva rimanere isolata nelle inaccessibili regioni dell’eternità. Che anzi, doveva essa diventare palpabile e compiersi nel tempo. Per compierla, lo Spirito Santo ha dunque avuto una missione. Prima di andare più oltre fa d’uopo spiegare questa parola tanto spesso pronunziata e tanto poco intesa. Allorché essa parla delle divine Persone, la Teologia cattolica intende per missione: “La eterna destinazione di una persona della Trinità al compimento di un opera del tempo: destinazione che le è data dalla Persona da cui essa procede” [“Missio est unius personae a persona ex qua procedit destinatio ad aliquem effectum temporalem”. Vid. S. Th., i p., q. 43, art. 2, ad 2. — Vitass., De Triniti q. 8, art. 5.]. Fin da “ab eterno” era deciso che il Verbo si farebbe uomo e verrebbe nel mondo per salvarlo [“Non enim misit Deus Filium suum in mundum, ut sudice mundum, sed ut salvetur mundus per ipsum”. Joan., III, 17.]: ecco la sua missione. Fin da “ab eterno” era deciso che lo Spirito Santo verrebbe nel mondo per santificarlo: ecco la sua missione!

Parimente nelle Persone divine, vi sono tante missioni divine quante sono processioni. Il Padre non ha missione, perché Egli non procede da nessuno. Il Figliuolo riceve la sua missione dal Padre solo, perché non procede che da Lui. [“Qui misit me Pater“. Joan VIII, 16. — “Misit Deus Filium suum“. Gal., IV, 4.]. Lo Spirito Santo riceve la sua missione dal Padre e dal Figliuolo, perché Egli procede dall’uno e dall’altro. [“Cum autem venerit Paracletus, quem ego mittam vobis a Patre”. Joan., XV, 26].  Ascoltiamo sant’Agostino: « Il Figliuolo, dice, è mandato dal Padre, perché è apparso nella carne, e non il Padre. Vediamo altresì che lo Spirito Santo è stato mandato dal Figliuolo: “Quando Io me n’anderò, Io ve lo manderò”; e dal Padre: Il Padre ve Lo manderà in mio nome. Con ciò, vedesi chiaro che il Padre senza il Figliuolo, né il Figliuolo senza il Padre non ha mandato lo Spirito Santo; ma ha ricevuto la sua missione dall’uno e dall’ altro. Del Padre solo non si legge in nessun luogo che sia stato mandato. E la ragione è che Egli non è né generato, né procedente da nessuno. Infatti, non è né la luce, né il calore che manda il fuoco; ma è il fuoco che manda il calore e la luce. » [Contra Serm. Arian., c. IV, n. 4, opp. t. VIII, p. 964].

Ammiriamo per un po’ la profonda giustezza del divino linguaggio. Allorché egli annunziava lo Spirito Santo ai suoi Apostoli, il Verbo incarnato dice: « Egli mi glorificherà, imperocché Egli prenderà del mio e ve l’annunzierà. Tutto ciò che appartiene a mio Padre è mio. Ecco perché ho detto: Egli prenderà del mio e ve l’annunzierà. » [Joan. XVI, 14, 15]. Non dice, prenderà di me, perché sarebbe dire in qualche maniera, ch’Egli sarebbe il solo principio dello Spirito Santo, e che lo Spirito Santo procede dal Figliuolo, come il Figliuolo procede dal Padre, vale a dire da Lui solo. Ma non è cosi. Per questo Egli dice: Egli piglierà del mio, e non “di me”. Imperocché, ancorché Egli prenda da Lui, non prende di Lui tranne ciò che Egli medesimo ha preso dal Padre. Di guisa che la missione dello Spirito Santo viene insieme e dal Figliuolo e dal Padre, dal quale il Figliuolo stesso ha tutto ricevuto. Del resto, non bisogna credere che la missione implichi una inferiorità qualunque in colui che la riceve, relativamente a colui che la dà. La missione non denota molto meno una inferiorità, quanto la stessa processione di cui è la conseguenza: l’Angelo della scuola dice con ragione: « Nelle persone divine, la missione è senza separazione, senza divisione della natura divina che è una, e la medesima nel Padre e nel Figliuolo e nello Spirito Santo; essa non indica dunque che una semplice distinzione d’origine. » [“Talis missio est sine separatione, sed habet solam distinctionem originis“, I p., q. 48, art. 1, ad 4]. Cosi, per adoperare un paragone imperfetto, il raggio è mandato dal centro, e il fiore dalla pianta, senza esserne separato, e conservando la natura dell’uno e dell’altro. Completiamo queste nozioni fondamentali, aggiungendo che vi sono due sorta di missioni per il Figliuolo e per lo Spirito Santo: una visibile e l’altra invisibile.  Per il Figliuolo, la missione visibile fu l’Incarnazione: per lo Spirito Santo: la sua comparsa al battesimo di Nostro Signore, sul Thabor, e il giorno della Pentecoste.

Per il Figliuolo, la missione invisibile ha luogo tutte le volte che Egli viene, Sapienza infinita, e Luce soprannaturale a comunicarsi all’anima preparata, nella quale abita come nel suo tempio; per lo Spirito Santo, la missione invisibile si rinnova ogni volta che viene, come Amore infinito, Carità soprannaturale, a comunicarsi all’anima ben disposta, nella quale egli abita come in suo santuario. [S. Aug., apud S. 71., i p., q. 48, art. 6, ad 1]. Lo scopo di questa duplice missione è di assimilare l’anima alla Persona divina che gli è inviata: “Similis ei erimus”. Ora, siccome il Figlio, Luce eterna, e lo Spirito Santo, Amore eterno, sono stati mandati per l’intero mondo, così l’intenzione di Dio è di assimilarsi l’umano genere, e assimilandoselo, mediante la verità e la carità, di deificarlo. O uomo! se tu comprendessi il dono di Dio: “Si scires donum Dei!” Cotale missione, nel concetto divino, non è transitoria ma permanente: essa è infatti fino a che l’uomo non vi pone fine col peccato mortale. Essa non arreca soltanto all’anima i lumi del Figliuolo e i doni dello Spirito Santo: ma il Figliuolo e lo Spirito Santo vengono in Persona ad abitare in lei. [“Si quis diligit me…. ad eum veniemus et mansionem apud eum faciemus”. Joan., XIV, 23]. Completare l’opera del Verbo, facendo nei cuori ciò ch’Egli aveva fatto nelle menti, compiere così la trasformazione dell’uomo in Dio: tale è la magnifica missione dello Spirito Santo. In ragione stessa della sua importanza, essa dovette essere l’ultimo termine del concetto divino; per conseguenza l’anima della storia, il motore e la chiave di tutti gli avvenimenti compiuti dall’origine del mondo in poi. Se dunque l’Incarnazione del Verbo ha dovuto essere conosciuta da tutti i popoli; e per ciò, promessa, figurata; predetta, preparata sino dalla nascita dell’uomo, con più forte ragione ha dovuto essere altrettanto della missione dello Spirito Santo, compimento dell’Incarnazione; i fatti confermano il ragionamento.

Spirito Santo

Ora, affinché sia bene inteso che le promesse, le figure, le profezie, le preparazioni di cui andremo disegnando il quadro, si riferiscono alla terza persona della SS. Trinità, e non ad un altro spirito, è bene il ricordare l’insegnamento dei Padri, intorno al significato della parola “Spirito” nella Scrittura. Basti a noi udire sant’Agostino : « Si può, dice egli, domandare se, allorquando la Scrittura dice lo “Spirito di Dio”, senza aggiungere niente, bisogni intendere lo Spirito Santo, la terza Persona della Trinità consustanziale al Padre ed al Figliuolo; per esempio: “Là dove è lo Spirito di Dio, ivi è la libertà”, e altrove: “Iddio ce l’ha rivelato mediante il suo Spirito”; e altresì: “ciò che è nascosto in Dio, nessuno lo sa, fuorché lo Spirito di Dio”. In questi passi, come in moltissimi altri dove nulla è aggiunto, si tratta evidentemente dello Spirito Santo. Il contesto lo fa comprendere abbastanza. Difatti, di chi altri parla la Scrittura quando dice: “Lo stesso Spirito rende testimonianza allo spirito nostro, che noi siamo i figliuoli di Dio”; e: “lo Spirito medesimo, aiuta la nostra infermità, è un solo e medesimo Spirito che opera tutte queste cose distribuendole a ciascuno come gli piace”. In tutti questi luoghi, né la parola Dio, né la parola Santo, è aggiunta alla parola Spirito; e nonostante si parli chiaramente dello Spirito Santo. « Io non so se si potrebbe provare con un esempio solo, autentico, che là dove la Scrittura nomina lo Spirito di Dio senza aggiunta, essa non voglia parlare dello Spirito Santo, ma bensì di un altro spirito buono quantunque creato. Tutti i testi citati per stabilire il contrario sono dubbiosi, ed avrebbero bisogno di chiarimento. » [De divers. Quaest. lib. II. n. 6, p. 187, opp. t. VI, S. Th., I p., q. 74, art. III, ad 4].

Come vedemmo, nei consigli eterni era deciso che due Persone dell’Augusta Trinità discenderebbero visibilmente sulla terra: il Figliuolo per salvare il mondo coi suoi meriti infiniti, lo Spirito Santo per santificarlo con la effusione delle sue grazie. Ma quando un monarca, teneramente amato dal suo popolo, deve visitare le diverse parti del suo regno per seminare dei benefizi, tutti gli spiriti sono preoccupati della sua venuta. La fama lo precede; come pure i corrieri: tutte le strade si aprono dinanzi a lui, e niente è dimenticato per preparargli un ricevimento degno delle speranze ch’egli fa nascere, e dell’entusiasmo che ispira. Non vi è cristiano che non lo sappia: ecco ciò che ha fatto Dio per preparare la venuta del Verbo incarnato. Promesso, figurato, predetto, atteso per quaranta secoli, il Desiderato delle genti, domina maestosamente il mondo antico. Esso è l’anima della Legge e dei Profeti, l’oggetto di tutti i voti, la fine di tutti gli avvenimenti, lo scopo dell’innalzamento e della caduta degli imperi: insomma Egli è l’asse divina intorno a cui gira tutto il governo dell’universo. Questa preparazione, sorprendente per grandezza e per maestà, non era dovuta soltanto alla seconda Persona della SS. Trinità, ma altresì alla TERZA! Eguale al Figliuolo per la dignità di sua natura, superiore in un senso per la sublimità della sua missione, e dovendo come il Figliuolo scendere personalmente sulla terra, lo Spirito Santo doveva, come il Messia, essere preceduto da una lunga sequela di promesse, di figure, di profezie, di preparazioni, per essere non meno del Messia, l’oggetto costante dell’ universale aspettativa: “Desideratus cunctis gentibus”. Questa induzione della fede non inganna punto. La storia ci mostrerà la terza Persona della Trinità, occupante lo stesso posto della seconda, e nel concetto di Dio, e nella speranza del genere umano e nella direzione di tutti gli avvenimenti del mondo antico, per il lungo intervallo di quattromila anni.