Rogazioni e tempo pasquale

ROGAZIONI

Spiegazione delle Rogazioni dei giorni prima del giovedì dell’Ascensione

[da “l’anno liturgico” 2° vol. di Dom P. Guéranger]

Le Rogazioni e il Tempo Pasquale.

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   Oggi comincia una serie di tre giorni consacrati alla penitenza. Questa coincidenza inaspettata sembra, a prima vista, una specie di anomalia nel Tempo pasquale; tuttavia, quando vi si riflette, si giunge a riconoscere che l’istituzione ha un nesso intimo con i giorni in cui siamo. È vero che il Salvatore, prima della Passione, diceva che non si può far digiunare gli amici dello sposo mentre lo sposo è con loro (Lc. 5, 34); ma queste ultime ore che precedono la sua dipartita per il cielo, non hanno forse qualcosa di melanconico? E, ieri stesso, non ci sentivamo portati naturalmente a pensare alla tristezza, rassegnata e contenuta, che opprime il cuore della divina Madre e quello dei discepoli, alla vigilia di perdere colui la cui presenza era per essi la pregustazione delle gioie celesti?

Origine delle Rogazioni.

   Dobbiamo ora render conto del come, ed in quale occasione, il Ciclo liturgico si é completato, in quest’epoca, con l’introduzione dei tre giorni, durante i quali la santa Chiesa, ancora raggiante degli splendori della Risurrezione, sembra volere improvvisamente retrocedere fino al lutto quaresimale. Lo Spirito Santo, che la dirige in qualunque cosa, ha voluto che, poco dopo la metà del quinto secolo, una semplice Chiesa delle Gallie desse principio a questo rito che si estese poi rapidamente a tutta la cattolicità, dalla quale fu ricevuto come un complemento della liturgia pasquale.

La Chiesa di Vienne, una delle più illustri e delle più antiche della Gallia meridionale, circa l’anno 470, aveva come Vescovo S. Mamerto. Calamità di ogni genere erano venute a portare la desolazione in questa provincia, di recente conquistata dai Burgondi. Terremoti, incendi, fenomeni paurosi agitavano le popolazioni, come fossero stati segni della collera divina. Il santo Vescovo che desiderava risollevare il morale del suo popolo esportarlo a Dio, la cui giustizia durante i quali i fedeli dovevano darsi ad opere di penitenza e andare in processione al canto dei salmi. Per mettere in pratica questa pia risoluzione, furono scelti i tre giorni che precedono l’Ascensione.

Senza prevederlo, il santo Vescovo di Vienna gettava così le basi di una istituzione che tutta la Chiesa avrebbe poi adottato [Bisogna tuttavia riconoscere che Mamerto non fu il creatore di questa solennità; egli non fece che precisarne lo svolgimento liturgico e fissarne la data. Effettivamente, noi vediamo che queste processioni avevano luogo anche a Milano, non durante i tre giorni che precedono l’Ascensione, ma nella settimana seguente; e in Spagna, il concilio di Girona, tenuto nel 517, ordinava processioni nel giovedì, venerdì e sabato dopo la Pentecoste. D’altronde, Sidone Apollinare, contemporaneo di Mamerto, dice che queste processioni esistevano già prima di Mamerto, ma che egli dette loro una solennità più grande (Rev. Ben., t. XXXIV, p. 17)]. Cominciarono i Galli, come era giusto. Sant’Alcino Avit, che successe quasi immediatamente a San Mamerto nella sede di Vienne, attesta che la pratica delle Rogazioni era già consolidata in quella Chiesa. San Cesario d’Arles, al principio del sesto secolo, ne parla come di un uso già esteso altrove, designando almeno con queste parole tutta quella porzione di Galli che allora si trovavano sotto il giogo dei Visigoti.

Leggendo i canoni del primo concilio di Orléans tenuto nel 511 e che raccoglieva tutte le provincie che riconoscevano l’autorità di Clodoveo, si nota chiaramente che essi affermano come l’intera Gallia non tardò ad adottarlo. I regolamenti del concilio, a proposito delle Rogazioni, danno una chiara idea dell’importanza che si annetteva a questa istituzione. Non solamente è prescritta l’astinenza dalle carni durante quei tre giorni, ma il digiuno è di precetto. Vi si ordina ugualmente di dispensare dal lavoro le persone di servizio, affinché possano prendere parte alle lunghe funzioni che si terranno in quei tre giorni (can. 27). Nel 567, il concilio di Tours sanzionava pure l’obbligo del digiuno durante le Rogazioni (can. 17); e in quanto all’obbligo dell’astensione dal lavoro durante quei tre giorni, si trova anche riconosciuto nei Capitolari di Carlo Magno e di Carlo il Calvo.

La processione delle Rogazioni.

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   Il rito principale nelle Chiese dei Galli durante questi tre giorni consistette, fin dall’origine, in quelle marce solenni, accompagnate da supplichevoli cantici, che furono chiamate Processioni, perché esse sfilano da un luogo all’altro. S. Cesario d’Arles ci dice che quelle che avevano luogo per le Rogazioni, duravano sei ore intere, di modo che quando il clero si sentiva troppo stanco per la lunghezza dei canti, le donne cantavano a loro volta per lasciare ai ministri della Chiesa il tempo di respirare. Questo dettaglio, che troviamo negli usi delle Chiese dei Galli in quell’epoca primitiva, può aiutarci a pesare l’indiscrezione di quelli che, nei tempi moderni, hanno insistito per l’abolizione di alcune processioni che occupavano una parte notevole della giornata, pensando che una manifestazione così lunga dovesse essere per se stessa considerata come un abuso.

La partenza della Processione delle Rogazioni era preceduta dall’imposizione delle ceneri sulla testa di quelli che vi avrebbero preso parte, ossia dell’intero popolo, perché tutti vi partecipavano. Aveva poi luogo l’aspersione dell’acqua benedetta; dopo di che, il corteo si metteva in cammino. La Processione era formata dal clero e dal popolo di parecchie Chiese secondarie che procedevano sotto la croce di una Chiesa principale, il clero della quale presiedeva la funzione. Tutti, sacerdoti e laici, camminavano a piedi nudi. Si cantavano le Litanie, i Salmi, le Antifone, e ci si recava a qualche Basilica, designata per la Stazione, dove si celebrava il santo Sacrificio. Durante la strada si visitavano le Chiese che s’incontravano per via, cantandovi un’Antifona, per lodare il mistero, od il Santo, sotto il cui titolo erano state consacrate.

Grandi esempi.

Tali erano alle origini, e tali sono stati per un pezzo, i riti osservati durante le Rogazioni. Il monaco di San Gallo che ci ha lasciato memorie così preziose su Carlo Magno, ci dice che il grande imperatore in quei giorni si toglieva i calzari come l’ultimo dei fedeli e camminava a piedi nudi seguendo la croce, dal suo palazzo fino alla Chiesa della Stazione. Nel XIII secolo S. Elisabetta di Ungheria dava pure il medesimo esempio; era ben felice, durante le Rogazioni, di confondersi con le povere donne del popolo, camminando anch’essa a piedi nudi, ricoperta di una rozza veste di lana. S. Carlo Borromeo, che rinnovò nella Chiesa di Milano tanti usi dell’antichità, non trascurò certo quello delle Rogazioni. Mediante la sue cure ed i suoi esempi, rianimò nel popolo l’antico zelo per una pratica così santa, esigendo dai suoi diocesani il digiuno durante tre giorni, digiuno che tutto il clero della città era tenuto ad assistere e che cominciava con l’imposizione delle ceneri, partiva dal Duomo, allo spuntar del giorno, e non vi rientrava che alle tre o alle quattro del pomeriggio, avendo visitato: il lunedì tredici chiese; nove il martedì; e undici il mercoledì. In una di esse l’Arcivescovo celebrava il santo Sacrificio e indirizzava la parola al suo popolo. Se si paragona lo zelo dei nostri padri per la santificazione di queste tre giornate, con la noncuranza che oggi, specialmente nelle città, accompagna la celebrazione delle Rogazioni, non potremo fare a meno di riconoscere anche qui uno dei segni dell’indebolimento del senso cristiano nella società moderna. Eppure, quanto importanti sono i fini che si propone la santa Chiesa in queste Processioni, alle quali dovrebbero prendere parte tutti i fedeli che hanno la possibilità di farlo e che, invece di consacrare quel tempo al servizio di Dio per mezzo delle opere di vera pietà cattolica, lo passano in devozioni private, che non potranno attirare su di essi le stesse grazie, né portare alla comunità cristiana i medesimi aiuti di edificazione!

Le Rogazioni nella Chiesa d’Occidente.

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   Le Rogazioni dalla Gallia si estesero rapidamente in tutta la Chiesa d’Occidente. Nel VII secolo erano già stabilite nella Spagna, e non tardarono poi ad introdursi in Inghilterra e, più tardi, nelle nuove Chiese della Germania, man mano che esse venivano fondate.

La stessa Roma l’adottò, nell’801, sotto il Pontificato di S. Leone III. Fu poco tempo dopo che le Chiese dei Galli, avendo rinunciato alla Liturgia Gallicana per prendere quella di Roma, ammisero nei loro usi la Processione di S. Marco. Ma si ebbe questa differenza: che a Roma si conservò alla Processione del 25 aprile il nome di Litania maggiore, e si chiamarono Litanie minori quelle delle Rogazioni; mentre in Francia, queste ultime furono designate con l’appellativo di Litanie maggiori, riservando il nome di minori per la Litania di S. Marco. Ma la Chiesa romana, senza disapprovare la devozione di quelle dei Galli, che avevano creduto bene dover introdurre nel Tempo Pasquale tre giorni di osservanza quaresimale, non adottò tale rigore. Le ripugnava di rattristare col digiuno la lieta quarantena che Gesù risorto aveva accordato anche ai suoi discepoli; si limitò dunque a prescrivere solo l’astinenza dalle carni durante questi tre giorni, pratica che fu mantenuta nel corso dei secoli, fino al momento in cui, per l’indebolimento generale dei costumi cristiani della nostra epoca, fu costretta a modificare l’antica disciplina su questo punto. La Chiesa di Milano che, come abbiamo visto, conserva, con tanta severità, l’istituzione delle Rogazioni, l’ha trasportata al lunedì, martedì e mercoledì che seguono la domenica nell’Ottava dell’Ascensione, ossia dopo i quaranta giorni consacrati a celebrare la Risurrezione.

Bisogna, dunque, per restare in questo vero equilibrio da cui la Chiesa romana mai si distacca, valutare le Rogazioni come una santa istituzione che viene a temperare le nostre gioie pasquali, ma non ad annullarle. Il colore viola, adoperato per la Processione e per la Messa della Stazione, non ha più lo scopo d’indicarci ancora la dipartita dello Sposo (Cant. 8); ma ci avverte che la separazione è vicina; e l’astinenza, che un tempo era imposta in questi tre giorni, pur non essendo accompagnata dal digiuno, era già una manifestazione anticipata del dolore della Chiesa, conscia che la presenza del Redentore le sarebbe stata presto rapita.

Oggi il diritto ecclesiastico non menziona più il lunedì, martedì e mercoledì delle Rogazioni tra quei giorni in cui la legge dell’astinenza obbliga ancora i fedeli. È ben triste che l’indebolimento del sentimento cristiano nelle generazioni del tempo nostro, e le domande di dispense sempre più numerose, abbiano reso necessario quest’abbandono dell’antica disciplina. È un’espiazione di meno, un’intercessione di meno, un soccorso di meno, in un secolo già così povero dei mezzi per i quali la vita cristiana si conserva, diviene indulgente il cielo, si ottengono grazie di salvezza. Possano i veri fedeli concludere che l’assistenza alle Processioni di questi tre giorni è divenuta più opportuna che mai, e che è urgente, unendosi alla preghiera liturgica, di compensare in questo modo, l’abolizione di una legge salutare che datava da così lungo tempo, e che, nelle sue esigenze pesava tanto leggermente sulla nostra mollezza! Possa una sì venerata istituzione, sanzionata dalle leggi della Chiesa e dalla pratica di tanti secoli, restare sempre in vigore in quella Francia che, col suo esempio, ha imposto a tutto il mondo cattolico la solennità delle Rogazioni! Secondo l’attuale disciplina della Chiesa, le Processioni per le Rogazioni, la cui intenzione è d’implorare la misericordia di Dio offeso per i peccati degli uomini, ed ottenere la protezione celeste sui beni della terra, sono accompagnate dal canto delle Litanie dei Santi, e completate da una messa speciale che si celebra sia nella Chiesa della Stazione, sia nella Chiesa stessa da dove la Processione è partita, almeno che non debba fermarsi in qualche altro Santuario.

Le Litanie dei Santi.

Full title: The Forerunners of Christ with Saints and Martyrs Artist: Fra Angelico Date made: about 1423-4 Source: http://www.nationalgalleryimages.co.uk/ Contact: picture.library@nationalgallery.co.uk Copyright © The National Gallery, London

Non si stimeranno mai troppo le Litanie dei Santi per il potere e l’efficacia che hanno. La Chiesa vi ha sempre ricorso in tutte le grandi occasioni, come ad un mezzo atto a rendersi propizio l’aiuto di Dio, rivolgendosi a tutta la corte celeste. Se non potessimo prendere parte alle Processioni delle Rogazioni, che si recitino, almeno, queste Litanie in unione con la Chiesa: si avrà parte nei benefici di una istituzione così santa, e si contribuirà ad ottenere le grazie che la cristianità, in questi tre giorni, sollecita da tutti i luoghi; avremo anche compiuto atto di vero cattolico.

 

Esercizi di pietà per i giorni delle Rogazioni.

[da: Via del Paradiso, Terza ediz., Siena 1823 – imprimatur-]

“Dio eterno, Dio ottimo, che ci avete creati con la vostra onnipotenza, e che ci custodite, e nutrito con la vostra infinita provvidenza, siate benedetto per l’essere che ci avete dato, e ci avete conservato fino a questo giorno.

Vi ringrazio con tutta la Chiesa dei beni non solo spirituali, ma anche corporali, che Vi degnate compartire a tutti i fedeli ed a tutti gli uomini pel mantenimento della vita. Vi ringrazio de’ beni che ci date quotidianamente, e di quelli che ci avete preparati, o sia che vogliate darceli Voi stesso immediatamente, oppure per mezzo delle vostre creature, le quali Voi fate gl’istrumenti della vostra provvidenza.

Riconosco il tutto da Voi, o mio Dio: riconosco che tocca a Voi solo, come Padre della natura, di far germogliare gli alberi, e la semenza, di far nascere e crescere i frutti e condurli a maturità.

O Padre celeste, o Autore di ogni bene, che vi ricordaste di Noè nell’Arca al tempo del diluvio, e di Daniele nel lago de’ leoni, ricordatevi, Vi prego, di noi, che siamo Vostri figli e conservateci la vita, e la sanità, e fate che le impieghiamo a Vostro servizio. Togliete dall’aria l’infezione e i mali influssi, e togliete dalla terra la sterilità, e le male bestie. Togliete ai nostri nemici, visibili ed invisibili, tanto pubblici, come privati, la volontà o la forza di nuocerci. Mandate le rugiade e le piogge a suo tempo, acciò la terra produca con abbondanza. Date ai frutti la virtù di nutrirci e fate che noi non ce ne serviamo mai senza ringraziarvene.

In somma allontanate da noi i vostri flagelli, la peste, la fame, la guerra ed i terremoti, o seppure volete castigarci per i nostri peccati, dateci lo spirito di pazienza e di penitenza ne’ mali che ci mandate, acciò i vostri figli riposandosi sotto l’ombra della vostra infinita bontà, Vi amino, e Vi servano con quiete, e lodino il Vostro santo Nome nel tempo e nell’eternità. Così sia.”

La vera carità

LA VERA CARITA’ 

   Taluni si lamentano che a volte, anche in questo umile ed insignificante blog, si usino espressioni forti nell’attaccare apostati, eretici, falsi tradizionalisti, maschere carnevalesche e marrani incalliti. A costoro, chiaramente in malafede, noi non possiamo rispondere, non ci sentiamo in grado di farlo, vista la nostra infima statura culturale e la scarsa capacità oratoria. Però, grazie a Dio, c’è chi lo ha già fatto per noi, per cui ci limitiamo a ricopiare fedelmente alcuni capitoli dell’opera di Felix Sarda y Salvany del 1884 “El liberalismo es pecado”! È una musica celestiale per le orecchie di un cattolico!

N.B.:al termine “liberale”, possiamo sostituire: “apostata modernista”, o se preferite: “esponente della setta ecumenista-mondialista” … fate voi!

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-Cap. XXI-

La sana intransigenza cattolica opposta alla falsa carità liberale

   Intransigenza! Intransigenza! Io sento una parte dei miei lettori più o meno intaccati dal liberalismo lanciare queste grida dopo la lettura del capitolo precedente. Che maniera poco cristiana di risolvere la questione, dicono!

I liberali sono, si o no, il nostro prossimo, come gli altri uomini? Con tali idee dove andremo? È mai possibile proporre con una simile impudenza la condanna della carità!

“Siamo al punto, infine!” Noi grideremo a nostra volta. Ah! Ci si getta sempre in faccia questa pretesa nostra mancanza di carità. Ebbene! Poiché è così, noi risponderemo nettamente a questo rimprovero che per molti, riguardo a questo soggetto, è un grande cavallo di battaglia. E se non lo è, perlomeno serve da paraurti ai nostri nemici, e, come ha detto con grande spiritualità un autore, obbliga gentilmente la carità a servire da barricata contro la verità. Ma, prima di tutto,

cosa significa la parola carità? 

   La teologia cattolica ne dà una definizione tratta dall’organo più autorevole per l’insegnamento al popolo, il Catechismo, così pieno di saggezza e di filosofia. Ecco questa definizione: “la carità è una virtù soprannaturale che ci inclina ad amare Dio sopra ogni altra cosa e il prossimo come noi stessi per amor di Dio”. Così, dopo Dio, noi dobbiamo amare il prossimo come noi stessi, e ciò, non in una qualsiasi maniera, ma per l’amore che portiamo a Dio e per obbedienza alla sua legge.

E ora, che cosa significa amare?

   Amare è volere il bene, risponde la filosofia, “amare, è volere il bene per colui che si ama”. A chi la carità comanda di voler bene? Al prossimo! Cioè non a tale o tal altro uomo solamente, ma a tutti gli uomini. E quale è questo bene che bisogna volere perché ne risulti un vero amore ? Prima di tutto, il bene supremo, che è il Bene soprannaturale; immediatamente dopo i beni nell’ordine naturale, che non siano incompatibili con esso. Tutto ciò si riassume nella frase: “per l’amore di Dio” e in mille altre il cui senso sia lo stesso.

Ne consegue che si può amare il prossimo, bene e molto, sia facendogli dispiacere, sia contrariandolo, oppure causandogli un pregiudizio materiale o perfino in certe occasioni privandolo della vita.

Tutto si riduce, insomma, a esaminare se in tutti questi casi si operi, sì o no, per il suo bene proprio, per il bene di qualcuno i cui diritti sono superiori ai suoi, o semplicemente per il più grande servizio di Dio.

1°)– Per il suo bene. – Se è dimostrabile che dispiacendo al prossimo, offendendolo, si sia agito per il suo bene, sarebbe evidente che noi lo amiamo, anche nelle contrarietà e dispiaceri che gli abbiamo imposto. Per esempio: si ama il malato bruciandogli con il fuoco o tagliandogli il membro affetto da cancrena; si ama il malvagio correggendolo con la repressione e le punizioni, etc. etc., tutto ciò è carità, e carità perfetta!

2°)– Per il bene di un altro i cui diritti siano superiori.- È sovente necessario dispiacere una persona, non per il suo proprio bene, ma per togliere a qualcun altro il male che ella gli causa. Si tratta allora di un obbligo di carità difendere l’aggredito contro l’ingiusta violenza; e può capitare di fare all’aggressore tanto male quanto sia necessario per la difesa dell’aggredito, ciò che accade quando si uccide un brigante alle prese con un viaggiatore. In questo caso, uccidere l’ingiusto aggressore, ferirlo, ridurlo in ogni maniera all’impotenza, è fare un atto di vera carità!

3°)– Per il servizio dovuto a Dio. – Il Bene di tutti i beni è la Gloria divina, allo stesso modo che Dio è per ogni uomo il più prossimo di tutti i prossimi. Di conseguenza, l’amore dovuto all’uomo in quanto prossimo deve sempre essere subordinato a quello che noi tutti dobbiamo al nostro comune Signore. Per il suo amore dunque e per il suo servizio (se è necessario), occorre dispiacere agli uomini, ferirli e perfino (sempre quando sia necessario) ucciderli. Fate bene attenzione alla grande importanza delle parentesi (quando sia necessario): esse indicano chiaramente il solo caso in cui il servizio di Dio esiga tali sacrifici.

Allo stesso modo che in una guerra giusta gli uomini si feriscono e si uccidono per il servizio alla patria, così essi possono ferirsi o uccidersi per il servizio di Dio.

E ancora: allo stesso modo che si può, in conformità alla legge, giustiziare degli uomini a causa delle loro infrazioni al codice umano, si ha il diritto, in una società cattolicamente organizzata, di fare giustizia degli uomini colpevoli di infrazione al codice divino, in quelli dei suoi articoli obbligatori nel foro esterno. Così si trova giustificata, sia detto “en passant”, l’Inquisizione tanto maledetta. Tutti questi atti (beninteso quando essi siano giusti e necessari) sono degli atti virtuosi e possono essere comandati dalla Carità.

Il liberalismo moderno non la vede in questo modo, ma in ciò ha torto. Da questo deriva che esso concepisca e dia una nozione falsa della carità ai suoi adepti. Con le sue invettive e le sue banali accuse di intolleranza e di intransigenza rinnovate senza interruzione, esso sconcerta perfino i cattolici più fermi. La nostra concezione, per noi, è tuttavia ben chiara e concreta.

Eccola: la sovrana intransigenza cattolica non è altro che la sovrana carità cattolica. Questa carità si esercita relativamente al prossimo, quando, nel suo proprio interesse, essa lo confonde, l’umilia, l’offende e lo fa soffrire. Essa agisce verso terze persone, allorquando per liberarle dall’errore e dal suo contagio, essa ne smaschera gli autori e i fautori, chiamandoli con il loro vero nome: malvagi, perversi, destinandoli all’orrore, al disprezzo, denunciandoli all’esecrazione comune, e quando sia possibile, allo zelo delle autorità sociali incaricate di reprimerli e di punirli.

Infine questa carità si esercita relativamente a Dio, quando per la sua Gloria e il suo Servizio, diventi necessario imporre il silenzio a tutte le considerazioni umane, superare tutti i limiti, tralasciare ogni rispetto umano, ferire tutti gli interessi, esporre la propria vita e tutte le vite allorquando il loro sacrificio fosse necessario al raggiungimento di un così alto fine.

Tutto ciò è pura intransigenza nel vero Amore e, per conseguenza, sovrana Carità.

I tipi umani di questa intransigenza sono gli eroi più sublimi della Carità, come la comprende la Vera Religione. E poiché ai nostri giorni ci sono così pochi veri intransigenti, ci sono anche poche persone veramente caritatevoli. La carità liberale, attualmente alla moda, [ed oggi anche la falsa misericordia –n.d.r.-] è condiscendente, affettuosa, perfino tenera, nella forma, ma in fondo essa non è che il disprezzo essenziale dei veri beni dell’uomo, dei supremi interessi della Verità e di Dio.

-Cap. XXII-

La carità nelle forme della polemica: i liberali hanno ragione su questo punto contro gli apologisti cristiani?

 

Non è tuttavia sul terreno dei principi del liberalismo che a tutta prima si deve dare battaglia, perché si sa troppo bene che nella discussione sui principi, esso avrebbe a subire un’irrimediabile disfatta. Il liberale preferisce accusare senza interruzione i cattolici di esercitare poca carità nelle forme della loro propaganda. E’ su questo punto, come abbiamo già detto, che certi cattolici, in fondo buoni, ma intaccati di liberalismo, si scagliano ordinariamente contro di noi. Vediamo ciò che c’è da dire su questo punto. Cattolici, noi abbiamo ragione su questo punto come su tutti gli altri, ma i liberali non ne hanno neppure l’ombra. Fermiamoci un momento per convincerci di ciò sulla base delle seguenti considerazioni:

1°)– Il cattolico può trattare apertamente il suo avversario in quanto “liberale”, se egli lo è realmente, e questo nessuno lo metterà in dubbio. Se un autore, un giornalista, un deputato fa mostra di liberalismo e non nasconde le sue preferenze liberali, come si può dire che lo si insulta chiamandolo “liberale”? Si palam res est, repetitio injuria non est: “dire ciò che tutti sanno, non è un’ingiuria.”. A maggior ragione, dire del prossimo ciò che lui stesso afferma in tutti i momenti, non può costituire offesa. Quanti liberali tuttavia, soprattutto nel gruppo delle persone miti e di quelle moderate, giudicano ingiuriose le espressioni di “liberali” o “amici dei liberali” riferite loro da qualche avversario cattolico.

2°)- essendo dato che il liberalismo è una cosa malvagia, definire malvagi i difensori pubblici e coscienti del liberalismo, non è una mancanza di carità. Si tratta in sostanza, di applicare al caso presente la legge di giustizia in uso in tutti i secoli. Noi, cattolici di oggi, non diciamo nulla di nuovo a questo riguardo. Noi ci atteniamo alla pratica costante dell’antichità. I propagandisti e i fautori delle eresie sono stati in tutti tempi definiti eretici quanto i loro autori. E siccome l’eresia è sempre stata considerata nella Chiesa come un male dei più gravi, la Chiesa ha sempre definito malvagi e cattivi i suoi fautori e propagatori. Vedete l’insieme degli autori ecclesiastici, voi noterete come gli Apostoli abbiano trattato i primi eresiarchi, come i santi Padri, i controversisti moderni e la Chiesa stessa nel suo linguaggio ufficiale, li hanno imitati. Non c’è dunque alcun peccato contro la carità nel chiamare il male “Male”, malvagi gli autori, fautori e discepoli del male, iniquità, scelleratezza, perversità, l’insieme dei loro atti, parole e scritti. Il lupo è stato sempre chiamato “lupo” senza giri di parole, e mai chiamandolo così si è creduto di fare torto al gregge e al suo pastore.

3°)- se la propaganda del bene e la necessità di attaccare il male esigono l’impiego di termini un poco duri contro gli errori e i loro corifei riconosciuti, questo impiego non è assolutamente contrario alla carità. Vi è qui un corollario o una conseguenza del principio sopra dimostrato. Occorre rendere il male detestabile e odioso. Ora non si ottiene questo risultato senza mostrare i pericoli del male, senza dire quanto esso sia perverso, odioso e da disprezzare. L’arte oratoria cristiana di tutti i secoli autorizza l’impiego delle figure retoriche più violente contro l’empietà. Negli scritti dei grandi atleti del Cristianesimo, l’uso dell’ironia, dell’imprecazione, dell’esasperazione, degli epiteti “pesanti” è continuo. In questo campo l’unica legge deve essere l’opportunità e la verità.

Esiste ancora un’altra giustificazione per questo uso di termini un poco duri.

La propaganda e l’apologetica popolari (esse sono sempre popolari quando sono religiose) non possono conservare le forme eleganti e temperate dell’accademia e della scuola. Per convincere il popolo occorre parlare al suo cuore e alla sua immaginazione che non possono essere toccate che da un linguaggio colorito, bruciante, appassionato. Essere appassionati non è reprensibile quando si è tali per un santo ardore di Verità.

Le pretese violenze del giornalismo ultramontano moderno non solo sono molto inferiori a quelle del giornalismo liberale, ma esse sono ancor più giustificate da tutte le pagine delle opere dei nostri grandi polemisti cattolici delle epoche migliori, ciò che è facile da verificare.

San Giovanni battista cominciò col chiamare i farisei: “razza di vipere”. Gesù Cristo nostro Signore lanciò loro gli epiteti “di ipocriti, di sepolcri imbiancati, di generazione perversa e adultera” senza per questo credere di macchiare la santità della sua predicazione così misericordiosa.

San Paolo stesso diceva degli scismatici di Creta che essi erano dei “mentitori, delle bestie selvagge, fannulloni obesi”. Il medesimo Apostolo definisce il mago Elymas “seduttore, uomo pieno di frode e di furberia, figlio del diavolo, nemico di ogni verità e giustizia”.

Se noi apriamo la collezione delle opere dei Padri, incontriamo dappertutto degli scritti di questa natura. Essi li impiegarono senza esitare, in ogni occasione, nella loro eterna polemica con gli eretici. Limitiamoci a citarne qualcuno dei principali.

San Girolamo discutendo con l’eretico Vigilanzio gli getta in faccia la sua antica professione di teatrante. “Dai tempi della tua prima infanzia, gli disse, tu apprendesti altra cosa che la teologia e ti abbandonasti ad altri studi. Verificare nello stesso tempo il valore delle monete e quello dei testi delle Scritture, degustare i vini e possedere il significato dei Profeti e degli Apostoli: queste non sono certamente cose in cui lo stesso uomo possa cavarsela con onore”! È facile rendersi conto della predilezione del Santo controversista per questa maniera di discreditare il proprio avversario. In un’altra occasione, attaccando il medesimo Vigilanzio, che negava l’eccellenza della verginità e del digiuno, gli domanda, col suo solito buon umore, se il motivo della sua opposizione a queste virtù non fosse il minore afflusso che avrebbero causato ai suoi spettacoli.

Oddio! Che grida avrebbero gettato i critici liberali, se uno dei nostri controversisti avesse scritto in questo modo contro l’eretico del giorno!

Che diremmo di San Giovanni Crisostomo? La sua famosa invettiva contro Eutropio non è paragonabile, dal punto di vista del carattere personale e dell’aggressività, che alle più crudeli invettive di Cicerone contro Catilina o contro Verre. Il dolce San Bernardo non era certamente mellifluo allorquando si trattava dei nemici della Fede. Indirizzandosi ad Arnaldo da Brescia, il grande agitatore liberale del suo tempo, egli lo definisce in tutte le lettere “seduttore, vaso di iniquità, scorpione, lupo crudele”!

Il pacifico San Tommaso d’Aquino dimentica la calma dei suoi freddi sillogismi per lanciare contro il suo avversario, Guglielmo da Saint-Amour e i suoi discepoli, le violente parole che seguono. “Nemici di Dio, ministri del diavolo, membra dell’anticristo, ignoranti, perversi, riprovati”. Mai l’illustre Louis Veuillot ne ha dette tante!

Il serafico San Bonaventura, così pieno di dolcezza, si serve contro Gérald di tali epiteti: “impudente, calunniatore, spirito di malizia, empio, pubblicano, ignorante, impostore, malfattore, perfido e insensato”.

Nei tempi moderni noi vediamo apparire la splendida figura di San Francesco di Sales che per la sua delicatezza squisita e la sua ammirevole mansuetudine hanno chiamato “l’immagine vivente del Salvatore”. Voi credete che egli ebbe dei riguardi per gli eretici della sua epoca del suo paese? Vediamo dunque!

Egli perdonò loro le ingiurie e li riempì di benefici, arrivò fino a salvare la vita di quelli che avevano attentato alla sua, fino al punto di dire ad uno dei suoi avversari: “se voi mi strappaste un occhio, io non smetterei con l’altro di guardarvi come un fratello”; ma con i nemici della Fede, egli non conservava alcuna moderazione, alcuna considerazione.

Interrogato da un cattolico desideroso di sapere se gli era permesso di parlare male di un eretico che spargeva cattive dottrine, egli gli rispose: “Sì, voi potete farlo, a condizione di attenervi all’esatta verità, a ciò che voi sapete della sua malvagia condotta, presentando ciò che è dubbioso come dubbioso e secondo il grado più o meno grande di dubbio che voi avrete a questo riguardo”.

Nella sua “Introduzione alla vita devota”, libro così prezioso e popolare, egli si esprime più chiaramente ancora: “I nemici dichiarati di Dio e della Chiesa, dice a Filoteo, devono essere biasimati e censurati con tutta la forza possibile. La Carità ci obbliga a gridare al lupo, quando un lupo si sia infiltrato in mezzo al gregge e allo stesso modo in quei luoghi in cui vi sia il rischio di incontrarlo”.

Sarà dunque necessario per noi di fare un corso pratico di retorica e di critica letteraria per affrontare i nostri nemici? Insomma, noi abbiamo appena detto ciò che c’è di vero nella questione tanto dibattuta delle forme aggressive utilizzate dagli scrittori cattolici ultramontani, cioè dai “veri” cattolici. La carità ci proibisce di fare agli altri ciò che ragionevolmente non vorremmo che fosse fatto a noi. Notate l’avverbio “ragionevolmente”, esso specifica tutta l’essenza della questione.

La differenza essenziale che esiste tra la nostra maniera di vedere e quella dei liberali a questo proposito, consiste nel fatto che essi considerano gli “apostoli” dell’errore come dei semplici cittadini liberi, che usano il loro pieno diritto quando esprimono il proprio parere, in materia di religione, diversamente da noi. Di conseguenza essi si credono tenuti a rispettare l’opinione di chiunque e di non contraddirla se non nei termini di una discussione libera.

Noi altri, al contrario, vediamo in essi i nemici dichiarati della Fede che noi siamo “obbligati” a difendere. Noi non vediamo nei loro errori delle libere opinioni, ma delle eresie formali e colpevoli, nel modo che ce lo insegna la Legge di Dio.

   È dunque con ragione che un grande storico cattolico ha detto ai nemici del cattolicesimo: “Voi vi rendete infami con i vostri atti ed io arriverò a coprirvi d’infamia con i miei scritti”. In questo stesso modo la legge delle 12 tavole ordinava alle virili generazioni dei primi tempi di Roma: Adversus hostem aeterna auctoritas esto! Ciò che può essere tradotto così: “contro il nemico, mai nessuna tregua!”.

s. Agostino

Cap. XXIII

Conviene, mentre si combatte l’errore, combattere e screditare la persona che lo sostiene ?

   Passi la guerra contro dottrine astratte, dirà qualcuno. Ma conviene combattere l’errore, per quanto evidente esso sia, abbattendosi e accanendosi contro le persone che lo sostengono?

Ecco la nostra risposta!!:

Si, spesso conviene e non solamente conviene, ma ancor più è indispensabile, meritorio davanti a Dio e davanti alla società, che sia così.

Questa affermazione deriva da ciò che è stato precedentemente esposto, tuttavia noi vogliamo trattarla qui ex-professo tanto è grande la sua importanza.

L’accusa di fare dei personalismi non è di solito rivolta agli apologisti cattolici se non quando gli intaccati di liberalismo gettano quest’accusa contro uno dei nostri, e sembra loro che non vi sia più niente da appurare per la sua condanna. Tuttavia essi si sbagliano, sì, in verità, si sbagliano. Occorre discreditare e combattere le idee malsane e ancor più bisogna ispirare l’odio, il disprezzo e l’orrore, verso queste idee, nella moltitudine che cercano di sedurre e reclutare.

Le idee non si sostengono in alcun caso da se stesse, esse non si diffondono né si propagano per il solo fatto di esistere; non potrebbero da sole produrre tutto il male di cui soffre la società. Esse assomiglierebbero a frecce o a pallottole che non ferirebbero nessuno, se non si usassero archi o fucili.

È dunque contro l’arciere e il fuciliere che deve rivolgersi, innanzitutto, colui che vuol metter fine ai loro tiri assassini!

Qualsiasi altro modo di guerreggiare sarà liberale quanto si vorrà, ma sarà insensato. Gli autori e propagatori di dottrine eretiche sono dei soldati che usano delle armi caricate con proiettili avvelenati. Le loro armi sono il libro, il giornale, il discorso pubblico, l’influenza personale [oggi i mezzi di comunicazione –n.d.r.-]. È sufficiente portarsi a destra o a sinistra per evitare i colpi? No, la prima cosa da fare, la più efficace, è quella di eliminare il tiratore.

Così dunque conviene togliere qualsiasi autorità, qualsiasi credito al libro, al giornale e al discorso del nemico, ma conviene anche, in certi casi, fare altrettanto per la sua persona, sì, per la sua persona che è incontestabilmente l’elemento principale della lotta, come l’artigliere è l’elemento principale dell’artiglieria e non la bomba, la polvere e il cannone.

È dunque lecito in certi casi rivelare al pubblico le sue infamie, ridicolizzare le sue abitudini, trascinare il suo nome nella polvere!

Si, lettore, ciò è permesso, permesso in prosa, in versi, in caricatura, in un tono scherzoso o meno, con tutti i mezzi e procedimenti che l’avvenire potrà inventare. Importa solamente non mettere la menzogna al servizio della giustizia. Questo no, sotto nessun pretesto può essere portata offesa alla Verità, nemmeno d’uno iota.

Ma senza uscire dai suoi stretti limiti si può ricordare questa parola di Cretinau-Joly e trarne profitto: la Verità è la sola carità permessa alla storia, si potrebbe anche aggiungere: e alla difesa della Religione e della Società. Ed i Padri che noi abbiamo già citato forniscono la prova di questa tesi. Gli stessi titoli delle loro opere affermano chiaramente che nelle loro lotte con le eresie, i loro primi colpi furono diretti contro gli eresiarchi.

Le opere di Sant’Agostino portano quasi tutte in prima pagina il nome dell’autore dell’eresia che combattono: Contra Fortunatum Manichoeum; Adversus Adamanctum; Contra Felicem; Contra Secundinum; Quis fuerit Petilianus; De Gestis Pelagii; Quis fuerit Julianus, etc.; in tale maniera la maggior parte della polemica del grande dottore fu personale, aggressiva, biografica, per così dire, quanto dottrinale, lottando corpo a corpo con l’eretico, non meno che con l’eresia.

Ciò che noi diciamo di Sant’Agostino, potremmo dirlo di tutti i santi Padri.

Da dove il liberalismo ha dunque tratto la nuova obbligazione morale di non combattere l’errore se non facendo astrazione delle persone, se non elargendo agli eretici incensamenti e sorrisi? Si attengano piuttosto alla Tradizione cristiana e ci lascino, noi gli ultramontani [ed oggi i “veri” cattolici – n.d.r. -], difendere la SANTA FEDE come è stata sempre difesa nella Chiesa di Dio.

Che la spada del polemista cattolico ferisca, che essa ferisca, che vada dritta al cuore !

È questa l’unica maniera reale ed efficace di combattere!!!

 

GLI ANGELI – dal trattato dello Spirito Santo di mons. Gaume

GLI ANGELI

[capp.VIII, IX, X del Trattato dello Spirito Santo di mons. J.-J. Gaume]

 cori angeli

Il Re della Città del bene (lo Spirito Santo) non è solitario. Intorno al suo trono stanno innumerevoli legioni di Principi risplendenti di bellezza che formano la sua corte. L’ufficio loro è di onorare il grande Monarca, vegliare alla guardia della Città e presiedere al suo governo: questi principi sono i buoni angeli. Sotto pena di lasciare nell’ombra una delle più grandi meraviglie del mondo superiore ed il roteggio più importante della sua amministrazione, noi dobbiamo farli conoscere. Perciò fa d’uopo dire la loro esistenza, natura, numero, le loro gerarchie, i loro ordini e funzioni. Esistenza degli Angeli. Gli Angeli sono tante creature incorporee, invisibili, incorruttibili, spirituali, dotate di intelligenza e di volontà. [Angelus est substantia creata, immaterialis sive incorporalis, invisibilis, incorruptibilis et spiritualis, intellectu perspicax et voluntate pollens. Viguiev, c. in, § 2, vers. 2, p. 77.]

La fede del genere umano, la ragione, l’analogia delle leggi divine si riuniscono per stabilire sopra un fondamento incrollabile il domma dell’esistenza degli Angeli. Di già abbiamo visto la Fede del genere umano manifestarsi con splendore nel culto universale dei genii buoni e cattivi. La ragione dimostra facilmente che il nostro mondo visibile con la sua imperfetta natura, non ha né può avere in sé, né la ragione della sua esistenza, nè il principio delle leggi che la regolano. Bisogna cercarla in un mondo superiore, del quale non è che il reverbero. [Invisibilia enim ipsius a creatura mundi, per ea qua e facta sunt intellecta conspiciunuir. Sum., I, 20.]

Com’é per l’albero, il cui fogliame sboccia ai nostri sguardi, così sono i principii di vita e di solidità, nascosti nelle profondità della terra.

L’osservazione più sapiente delle leggi divine provoca quest’assioma: che non vi è salto nella natura né rottura nella catena degli esseri. [Natura non facit saltus. Linné.]

Nello stesso tempo essa dimostra che di questa catena magnifica l’uomo non può essere l’ultimo anello. Dio è l’oceano della vita. Egli la diffonde su tutte le forme, vegetativa, animale, intellettuale. Secondo che essa è più o meno abbondante, la vita segna il grado gerarchico degli esseri. Ora essa è più abbondante via via che l’essere si avvicina più a Dio. Cosi per ricondurre a sé con gradi insensibili tutta la creazione discesa da lui, l’ Onnipotente, la cui infinita sapienza si è divertita nella formazione dell’universo, ha tratto dal nulla parecchie specie di creature. Le une visibili e puramente materiali, come per esempio, la terra, l’acqua, le piante: altre, visibili ed invisibili a un tempo, materiali e immateriali, come gli uomini; altre infine, invisibili ed immateriali come gli Angeli.

     Questi ultimi, non meno degli altri, sono dunque una necessità della creazione. Ascoltiamo il più grande dei filosofi: « Supposto, dice san Tommaso, il decreto della creazione, l’esistenza di certe creature incorporee è una necessità. Difatti il fine principale della creazione, è il bene. Il bene o la perfezione consiste nella rassomiglianza dell’essere creato col Creatore, dell’effetto con la Causa. La rassomiglianza dell’effetto con la causa è perfetta, allorquando l’effetto imita la causa, secondo che essa lo produce. Ora, Dio produce la creatura con intelletto e con volontà. La perfezione dell’universo esige dunque che vi siano creature intellettuali ed incorporee. « Di maniera che, che vi siano Angeli, e che questi siano esseri personali, e non miti o allegorie, quest’è una verità insegnata dalla rivelazione, confermata dalla ragione, e attestata dalla fede del genere umano.

« Natura degli angeli. L’abbiamo già indicata; gli angeli sono incorporei, vale a dire che non hanno corpi coi quali siano essi naturalmente uniti. La ragione è che essendo tanti esseri completamente intellettuali e sussistenti per se medesimi, formae inbsistentes, come parla san Tommaso, cosi essi non hanno bisogno di corpo per essere perfetti. Se l’anima umana è unita ad un corpo, è che essa non ha la pienezza della scienza, e che è obbligata ad acquistarla per mezzo delle cose sensibili. Quanto agli angeli, essendo perfettamente intellettuali per loro natura, non hanno niente da apprendere dalle creature materiali: e il corpo loro è inutile. » Da ciò risulta che gli angeli non possono, come le anime umane, essere uniti essenzialmente a dei corpi, e diventare una stessa persona con loro. Essi sono per conseguenza incapaci di esercitare nessun atto della vita sensibile o vegetativa, come vedere corporeamente, sentire, mangiare e altre cose simili. Dell’aria o di un’altra materia già esistente, essi possono però formarsi dei corpi, e dar loro una figura ed una forma accidentale. L’Arcangelo Raffaello diceva a Tobia: Quando io era con Voi per volere di Dio, pareva che io mangiassi e bevessi, ma io faceva uso di cibi invisibili. [Tob. XII].

Cosi, l’apparizione degli Angeli sotto una forma sensibile non è una visione immaginaria. La visione immaginaria non è che nella immaginazione di colui che la vede: essa sfugge agli altri. Ora, la Scrittura ci parla sovente degli angeli che appaiono sotto forme sensibili, e che sono visti indistintamente da tutti. Gli angeli che appariscono ad Abramo sono visti dal patriarca, da tutta la sua famiglia, da Lot e dagli abitanti di Sodoma. Cosi pure l’Angelo che appare a Tobia è visto da lui, da sua moglie, da suo figlio, da Sara e da tutta la famiglia di Sara. È dunque manifesto che non era quella una visione immaginaria. Era bensì una visione corporea, nella quale quegli che ne gode, vede una cosa che é esteriore a lui. Ora, l’oggetto di una simile visione, vale a dire la cosa esteriore non può essere altro che un corpo. Ma, poiché gli Angeli sono incorporei e che non hanno corpi, ai quali siano naturalmente uniti, ne risulta, ch’essi rivestono, quando ne hanno bisogno, di corpi formati accidentalmente. Questi corpi, composti d’aria condensata, o di un’altra materia, gli Angeli non gli prendono per sé ma per noi. Tutte le loro apparizioni si riferiscono al mistero fondamentale dell’Incarnazione del Verbo, e alla salute dell’uomo del quale è la indispensabile condizione. Le une lo preparano, le altre lo confermano, intanto che esse provano la esistenza del mondo superiore con le sue realtà eterne, gloriose o terribili. « Conversando familiarmente con gli uomini, dice san Tommaso, gli Angeli vogliono mostrarci la verità di questa grande società degli esseri intelligenti, che noi attendiamo nel cielo. Nell’antico Testamento, le loro apparizioni avevano per scopo di preparare il genere umano all’Incarnazione del Verbo, imperocché erano tutte figura dell’apparizione del Verbo nella carne.

Nel Nuovo, esse concorrono al compimento del mistero, sia in se medesimo, ossia nella Chiesa e negli eletti. È facile convincersene esaminando le circostanze delle apparizioni angeliche a Zaccaria, alla Santa Vergine, a San Giuseppe, a San Pietro, agli apostoli, ai martiri, ai Santi in tutti i secoli. Secondo i più dotti interpreti, le apparizioni accidentali degli Angeli sulla terra non sarebbero che il preludio di una apparizione abituale in cielo. «I reprobi, dicono essi, saranno tormentati non’ solamente nella loro anima, per la conoscenza dei loro supplizi: ma altresì nei loro corpi, vedendo le figure orribili dei demoni. In essi gli occhi del corpo hanno peccato nello stesso modo che gli occhi dell’anima; è dunque giusto che tanto gli uni che gli altri ricevano il loro castigo.

«Parimente, è probabile che nel cielo gli Angeli prenderanno corpi magnifici aerei, a fine di rallegrare gli occhi degli eletti, e di conversare con essi a bocca a bocca. Ciò pare esatto, da un lato, per l’amicizia, per l’unione, per la comunicazione intima, la quale esisterà tra gii Angeli ed i beati, come concittadini della stessa patria: dall’altro per la ricompensa dovuta alla mortificazione dei sensi ed alla vita angelica che i Santi hanno menato quaggiù, nella speranza di godere della società degli Angeli. Se fosse altrimenti, i sensi degli eletti non riceverebbero nessuna gioia dagli Angeli, ed anche ogni relazione con essi sarebbe loro impossibile. Tutto si limiterebbe ad una comunicazione mentale, ed il corpo sarebbe privato di una parte della sua ricompensa! »

Parlando del giudizio ultimo essi aggiungono : « Egli è credibilissimo che tutti gli Angeli riappariranno in corpi splendidi; altrimenti questa gloria del Figliuolo di Dio non sarebbe veduta dagli empi, pei quali appunto sarà soprattutto mostrata. L’esercito potente dei cieli niente aggiungerebbe alla maestà esteriore del Giudice supremo; maestà che la Scrittura prende cura di descrivere con tanta precisione. La moltitudine degli Angeli essendo innumerevole, essa riempirà dunque le immense pianure dell’aria e presenterà alle nazioni radunate, il formidabile aspetto d’un’armata schierata in battaglia. Non è meno credibile che i demoni appariranno sotto forme corporee: altrimenti non sarebbero veduti dai reprobi, e però la gloria del Nostro Signore e la confusione dei malvagi esigono che siano visibili.

Qualità degli Angeli. Dalla semplicità o incorporeità della loro natura, risulta che i principi della Città del bene sono incorruttibili. Esenti da languori e da infermità, essi non conoscono né il bisogno di nutrimento o di riposo, né le debolezze dell’infanzia, né le infermità della vecchiaia. Risulta ancora ch’essi sono dotati di una bellezza, di una intelligenza, di una agilità e di una forza incomprensibile all’uomo. Iddio è la bellezza perfetta e la sorgente di ogni bellezza. Quanto più un essere Gli rassomiglia, tanto più è bello. I cieli sono belli, la terra è bella, perché i cieli e la terra riflettono alcuni raggi della bellezza del Creatore. Di tutti gli esseri materiali il corpo umano è il più bello, perché possiede in un grado più elevato la forza e la grazia, la cui felice unione forma il marchio della bellezza. L’anima è più bella del corpo, perché è l’immagine più perfetta dell’eterna Bellezza. L’Angelo, dunque essendo alla sua volta l’immagine incomparabilmente più perfetta di questa bellezza, é incomparabilmente più bello che l’anima umana. Per conseguenza quale spettacolo offre agli sguardi il Re della Città del bene, circondato da tutti questi Principi, rilucenti come tanti soli, il meno bello dei quali eclissa tutte le bellezze visibili! Il giorno in cui sarà dato all’uomo di vederlo faccia a faccia, entrerà in un rapimento, indicibile anche a Paolo che ne fu testimone. Frattanto l’umanità ha l’istinto di questa suprema Bellezza; imperocché, per indicare il grado più perfetto della bellezza sensibile essa dice; “bello come un Angelo”. La bellezza degli Angeli è il raggio della loro perfezione essenziale, e questa loro essenziale perfezione è l’intelligenza. Chi ne dirà l’estensione? Risponde san Tommaso : « L’intelligenza angelica è deiforme, vale a dire, che l’Angelo acquista la conoscenza della verità non mediante la vista delle cose sensibili, né per via del ragionamento, ma per il semplice sguardo. Come sostanza esclusivamente spirituale la potenza intellettiva é in lui completa, cioè dire ch’essa non é mai in potenza come nell’uomo, ma sempre in atto, di maniera che l’Angelo conosce attualmente tutto ciò che può conoscere naturalmente. »

Ei lo conosce tutto intero, nel complesso, e nei particolari, nel principio, e nelle ultime conseguenze. «Le intelligenze d’un ordine inferiore, come l’anima umana, hanno bisogno per giungere alla perfetta cognizione della verità di un certo movimento, di un certo lavoro intellettuale, col quale esse procedono dal noto all’ignoto. Questa operazione non avrebbe luogo se, dal momento che esse conoscono un principio, ne vedessero istantemente tutte le conseguenze. Tale è la prerogativa degli Angeli. Tosto che sono in possesso di un principio, già conoscono tutto quel che racchiude: ecco perché si chiamano intellettuali, e le anime umane semplicemente ragionevoli. Così non può esservi né falsità, né errore, né inganno nell’intelligenza di nessun Angelo.

A che cosa si estende la conoscenza dei Principi della Città del bene? Essa si estende a tutte le verità dell’ordine naturale. Per essi il cielo e la terra niente hanno di celato; e dacché sono confermati in grazia, conoscono la maggior parte delle verità dell’ordine soprannaturale. Noi diciamo “la maggior parte”, poiché sino al di del giudizio, in cui il corso dei secoli finirà, gli Angeli riceveranno delle nuove comunicazioni intorno al governo del mondo, ed in particolare circa la salute dei predestinati.

Se l’intelligenza dei principi della Città del bene è per essi la sorgente di voluttà ineffabili, essa è per noi un triplice soggetto di consolazione, di tristezza e di speranza; di consolazione, perché i buoni Angeli non si servono della loro intelligenza, se non che nel nostro interesse e quello del nostro Padre celeste. Di tristezza, perché in Adamo noi possedevamo un’intelligenza simile alla loro, esente da errore e noi l’abbiamo perduta. Di speranza, perché noi la ritroveremo in cielo, e già ne possediamo le primizie negli splendori della fede.

   Dalla incorporeità degli Angeli nasce la loro agilità. Come essere finito, l’Angelo non può essere dappertutto nel tempo stesso, ma tale è la rapidità de’ suoi movimenti, che equivalgono quasi all’ubiquità. « L’Angelo, dice san Tommaso, non è composto di diverse nature, di modo che il movimento dell’una impedisca o ritardi il movimento dell’altra; come avviene all’uomo, in cui il movimento dell’anima è contenuto dagli organi. Ora dunque, siccome nessun ostacolo lo ritarda né lo impedisce, l’essere intellettuale si muove in tutta la pienezza della sua forza. Per lui lo spazio sparisce. Così, i principi della Città del bene possono a un colpo d’ occhio, essere in un luogo, ed in un altro colpo d’occhio, in altro luogo senza durata intermedia.

Tale è d’altro canto la loro sottigliezza, che i corpi più opachi sono per essi meno di un velo diafano che per i raggi del sole. Come agilità, la forza degli angeli prende la sua sorgente nell’essenza del loro essere, il quale partecipa più abbondantemente d’ogni altro dell’essenza divina, forza infinita. [Diamo a questa partecipazione il significato delle parole di san Pietro: divinae consortae naturae. Ciò che non è del panteismo.] Cosi l’una e l’altra sorpassano tutto ciò che noi conosciamo d’agilità e di forza nella natura, vale a dire che esse sono incalcolabili e si esercitano sul mondo e sull’uomo. Sul mondo: gli angeli sono quelli che gli imprimono il moto. Tutte le creature materiali, come inerti di loro natura, sono nate per essere messe in movimento dalle creature spirituali, siccome il nostro corpo e l’anima nostra. « È legge della divina sapienza, insegna l’angelico Dottore, che gli esseri inferiori siano mossi dagli esseri superiori. Ora la natura materiale essendo inferiore alla natura spirituale, è manifesto ch’essa è posta in movimento da esseri spirituali. Tale è l’insegnamento della filosofia e della fede».

Ora, la forza d’impulsione della quale gli Angeli sono dotati è cosi grande, che basta un solo per mettere in moto tutti i corpi del sistema planetario; e benché sia ad oriente la sua azione, secondo un’antica credenza conservata pure presso i pagani, si fa sentire a tutte le parti del globo. Di guisa che lo stesso uomo, la cui mano pone in azione la ruota maestra di un’immensa macchina produce senza cambiar di luogo, il movimento di tutte le ruote secondarie.

La conseguenza logica di questa forza d’impulsione è che gli Angeli possono spostare i corpi più voluminosi e trasportarli dove vogliono con una tale rapidità che sfugge al calcolo. Secondo sant’Agostino la forza naturale dell’ultimo degli Angeli è tale, che tutte le creature corporee e materiali gli obbediscono quanto al moto locale, nella sfera della loro attività, a meno che Iddio o un Angelo superiore non vi ponga ostacolo. Se dunque Iddio lo permettesse, un Angelo solo trasporterebbe un’intiera città da un luogo ad un altro, come l’hanno fatto per la santa Casa di Loreto trasportata da Nazaret in Dalmazia, e di Dalmazia al luogo ove riceve oggi gli omaggi del mondo cattolico.

Non solamente gli Angeli imprimono il moto al mondo materiale, ma lo conservano, sia impedendo ai demoni di portare la perturbazione nelle leggi che presiedono alla sua armonia, ossia vegliando al mantenimento perpetuo di quelle leggi ammirabili. «Tutta la creazione materiale, dice sant’Agostino, è amministrata dagli Angeli. Perciò nulla impedisce di dire, aggiunge san Tommaso, che gli Angeli inferiori sono preposti dalla Sapienza divina al governo dei corpi inferiori, e i superiori al governo dei corpi superiori, e in fine, i più elevati, all’adorazione dell’Essere degli esseri».

Non bisogna dunque illudersi: l’ordine meraviglioso che ci colpisce nella natura e soprattutto nel firmamento, è dovuto non al caso, non alla forza delle cose, non a leggi immutabili, ma all’azione continua dei Principe della Città del bene. Sotto gli ordini del loro Re, essi conducono gli immensi globi che compongono la splendida armata dei cieli, come tanti ufficiali conducono i loro soldati, come i capi del treno conducono le terribili macchine; con questa differenza che gli ultimi possono ingannarsi, i primi giammai. A malgrado della spaventosa rapidità che imprimono a queste masse gigantesche, essi le mantengono però nella loro orbita, facendo percorrere ad ognuna la sua ruota con una precisione matematica. Un giorno solamente, che sarà l’ultimo dei giorni, questa magnifica armonia sarà rotta. All’avvicinarsi del Giudice supremo, allorché tutte le creature si armeranno contro l’uomo colpevole, i potenti conduttori degli astri, rovesceranno 1’ordine del sistema planetario, allora le nazioni, inorridiranno di timore nell’aspettativa di ciò che deve succedere. Sull’uomo: In virtù della stessa legge di subordinazione gli esseri spirituali di un ordine inferiore sono sottomessi all’azione degli esseri spirituali di un ordine superiore. Così l’uomo è soggetto corpo e anima, alle potenze angeliche e gli Angeli non sono a lui soggetti. Bisognerebbe scorrere tutta la Scrittura qualora si volessero riferire le diverse operazioni degli Angeli sul corpo dell’uomo. Citiamo soltanto l’esempio del profeta Abacuc trasportato da un Angelo dalla Palestina in Babilonia, a fine di portare il suo nutrimento a Daniele rinchiuso nella fossa coi leoni. Citiamo altresì l’esercito del re d’Assiria Sennacheribbe, del quale cent’ottantacinque mila uomini sono tagliati a pezzi da un Angelo in una notte. Ricordando questo fatto a proposito delle dodici legioni d’Angeli che Nostro Signore avrebbe potuto chiamare intorno a sé nell’orto degli Ulivi, san Crisostomo esclama con ragione: « Se un Angelo solo ha potuto mettere a morte cent’ottantacinque mila soldati che cosa non avrebbero fatto dodici legioni d’Angeli? ».

Si potrebbe aggiungere il passo cosi noto dell’Angelo sterminatore, al quale pochi istanti bastarono per fare perire tutti i primogeniti degli uomini e degli animali nel vasto regno d’Egitto. Quanto alla nostra anima, gli Angeli possono esercitare, e in realtà esercitano su di lei una azione a quando a quando ordinaria e straordinaria, di cui è difficile misurare la potenza. L’intelletto deve ad essi i suoi lumi più preziosi. «Le rivelazioni delle cose divine, dice il gran san Dionigi, giungono agli uomini per mezzo degli Angeli ».

Dalla prima sino all’ultima, tutte le pagine dell’antico e del nuovo Testamento verificano le parole dell’illustre discepolo di san Paolo. Abramo, Lot, Giacobbe, Mosè, Gedeone, Tobia, i Maccabei, la SS. Vergine, san Giuseppe, le sante donne e gli Apostoli sono istruiti e diretti da questi spiriti amministratori dell’uomo e del mondo. Noi vedremo che l’Angelo custode compie certo con meno splendore, ma non con meno realtà le stesse funzioni rispetto all’anima affidata alla sua sollecitudine. Questa illuminazione così potente intorno alla condotta della vita ha luogo in parecchie maniere. Ora l’Angelo fortifica l’intelletto dell’uomo, affinché possa concepire la verità; ora gli presenta immagini sensibili, mediante le quali egli può conoscere la verità, perché senza di esse non conoscerebbe. A questo modo si conduce l’uomo medesimo nell’istruirne un altro.

Si tratta per caso della volontà? È vero che gli Angeli, buoni o malvagi, non possono forzare le sue determinazioni, imperocché l’anima resta sempre libera; ma l’esperienza universale insegna quanto le ispirazioni degli Angeli buoni e le suggestioni degli angeli cattivi sono efficaci, per condurci al bene come al male. Tanto gli uni che gli altri, traggono gran parte della loro forza dalla potenza che hanno i principi della Città del bene e della Città del male, di agire profondamente sopra i sensi esteriori.

Mercé di essi, i demoni affascinano l’immaginazione con lusinghiere immagini che tolgono al male la sua bruttura, e lo rivestono dell’apparenza di bene; sommuovono tutta la parte inferiore dell’anima e accendono in tal modo la concupiscenza. Al contrario i buoni Angeli allontanano le nubi dell’errore e le tenebre delle passioni, riconducono i sensi alla loro natia purezza, e producono come una seconda veduta, mediante cui le cose si presentano agli apprezzamenti dell’anima sotto il vero loro aspetto. In certi casi, gli Angeli possono altresì privare l’uomo dell’uso dei suoi sensi, come avvenne agli abitanti di Sodoma. A questa legge si ricollega la lunga serie dei fatti del soprannaturale divino e del soprannaturale satanico, che riempiono gli annali di tutti i popoli, e di cui la ragione non può molto meno spiegare la natura o disconoscere la causa, come non può negarne l’autenticità. I Pagani meno ignoranti o meno ostinati nell’errore dei nostri razionalisti moderni, che non avevano inventato ancora il sistema delle leggi immutabili, proclamano altamente e senza restrizione il libero governo dell’uomo e del mondo, mediante le Potenze angeliche. Oltre le testimonianze già citate, abbiamo quella di Apuleio. Esso è talmente esplicito, che si direbbe una pagina del libro di Giobbe. « Se, dice egli, è sconveniente per un re di far tutto, e governare tutto da sé medesimo, egli è molto più per Iddio. Per conservar a Lui tutta la sua maestà, bisogna dunque credere che Egli stia assiso sul suo sublime trono e che governi tutte le parti dell’universo con le potenze celesti. Infatti Egli governa il mondo inferiore mediante le loro cure: perciò non Gli occorre né fatica, né calcoli, cose di cui l’ignoranza o la debolezza dell’uomo hanno bisogno.

« Quando dunque il Re ed il Padre degli esseri che noi non possiamo vedere, fuorché con gli occhi dell’anima, vuol porre in movimento 1’immensa macchina dell’universo, risplendente di stelle, fulgida di mille bellezze, regolata dalle sue leggi Ei fa, se dirlo è permesso, come facciamo nel momento di una battaglia. Al suono della tromba i soldati, animati dai suoi accenti, si pongono in moto; chi piglia la sua spada, chi il suo scudo; quelli la loro corazza, il loro elmo, i loro stivali; questi inforca il suo cavallo, l’altro attacca i suoi cavalli alla quadriga, ciascuno con ardore si prepara. I veliti formano le loro file, i capitani fanno la loro ispezione e i cavalieri ne pigliano il comando. Ognuno si occupa del suo ufficio. Ciononostante tutto l’esercito obbedisce ad un sol generale che il re pone alla sua testa. Cosi avviene lo stesso nel governo delle cose divine ed umane. Sotto gli ordini di un solo capo, ciascuno conosce il suo dovere e lo compie, quantunque esso non conosca la molla segreta che lo fa agire e che questa potenza sfugge agli occhi del corpo. Prendiamo un esempio in un ordine meno elevato. Nell’uomo l’anima è invisibile. Però bisognerebbe essere pazzo per negare che tutto ciò che l’uomo fa, viene da questo principio invisibile. A lui deve la vita umana e la sua sicurezza, i campi’ la loro cultura, i frutti il loro uso; le arti il loro esercizio; insomma tutto quel che fa l’uomo».

Bossuet è stato dunque l’eco della fede universale, allorquando ha pronunziato questa magistrale parola: « La subordinazione delle nature create chiede che questo mondo sensibile ed inferiore sia diretto dal superiore ed intelligibile, e la natura corporea dalla natura spirituale. [Sermone per la festa dei SS. Angeli p. 402, t. xvi, edit. Lebel.]

Che l’uomo dunque se ne ricordi. Come il mondo materiale é governato dalle Potenze angeliche, egli stesso é posto sotto l’azione immediata di un Angelo buono o malvagio. Non una parola, non un’azione, non un minuto nella sua esistenza che non sia influenzato da una o dall’altra di queste potenti creature. Ma è dolce il pensare che il potere dei Principi della Città del bene supera quello dei principi della Città del male.

« In Dio, dice l’Angelo delle Scuole, è la sorgente principale di ogni superiorità. Quanto più esse si accostano a Dio, tanto più le creature partecipano di Esso e tanto più sono perfette. Ora, la perfezione più grande, quella che si accosta più di tutto a quella di Dio, appartiene agli esseri che godono di Dio medesimo; tali sono gli Angeli buoni. I demoni sono privi di questa perfezione. Ecco perché i buoni Angeli sono superiori a loro in potenza, e li tengono soggetti al loro impero. Di qui deriva, come conseguenza, che l’ultimo degli Angeli buoni comanda al primo dei demoni, atteso che la forza divina, alla quale egli partecipa, la vince sulla forza della natura angelica».

Numero degli angeli. Quando gli autori ispirati, ammessi a vedere talune delle realtà del mondo superiore, vogliono indicare la moltitudine degli Angeli, essi non parlano che di milioni e di centinaia di milioni. « Io mi stava osservando, dice Daniele, fino a tanto che furono alzati dei troni e l’Antico dei giorni si assise: le sue vestimenta candide come neve e i capelli della sua testa come lana lavata. Il trono di Lui era di fiamme infuocate; le ruote del trono erano vivo fuoco. Rapido fiume di fuoco usciva dalla sua faccia. I suoi ministri erano migliaia di migliaia e i suoi assistenti dieci mila volte cento mila. » [Dan., VII, 10].

Testimone dello stesso spettacolo san Giovanni, continua: « E io vidi e intesi intorno al trono la voce di una moltitudine di Angeli il cui numero era di migliaia di migliaia.» Più sotto avendo osservato 1’universalità degli eletti del sangue d’Abramo, aggiunge: «Dopo ciò vidi una grande moltitudine che nessuno poteva contare, di tutti i popoli e di tutte le lingue. » Ora sin dal principio del mondo, ciascun predestinato e ciascun reprobo ha per guardiano un Angelo dell’ordine inferiore; cosicché il numero degli Angeli di tutte le gerarchie è incalcolabile.

San Dionigi, depositario degli insegnamenti del suo maestro Paolo rapito al terzo cielo, tiene lo stesso linguaggio : «I beati eserciti delle superne menti, superano, egli dice, per numero tutti i poveri calcoli della nostra aritmetica materiale. Non sospettate nessuna esagerazione nelle parole dei Profeti. Il numero degli Angeli é incalcolabile; eccede quello di tutte le creature anche quello degli uomini che furono, che sono e che saranno ».

L’Angelo della scuola ne dà la ragione; e noi traduciamo il suo pensiero. Il fine principale che Dio si è proposto nella creazione degli esseri è la perfezione dell’universo. La perfezione o la bellezza dell’universo risulta dalla più splendida manifestazione degli attributi di Dio, nei limiti segnati dalla sua sapienza. Quindi ne segue che quanto più certe creature sono belle e perfette, tanto più ne è stata abbondante la creazione. Il mondo materiale conferma questo ragionamento. Vi si rinvengono due specie di corpi: i corruttibili e gli incorruttibili. La prima si riduce al nostro globo, abitazione degli esseri corruttibili; ed il globo nostro è un nulla in confronto ai globi del firmamento. Ora siccome la grandezza è per i corpi la misura della perfezione, il numero lo è per gli spiriti. Cosi la ragione medesima conduce a questa conclusione, che gli esseri immateriali superano gli esseri materiali in numero incalcolabile. Aspettando che il cielo ci riveli la esattezza di queste magnifiche supposizioni del genio illuminato dalla fede, è per il nostro pellegrinaggio un grande argomento di sicurezza il sapere che gli Angeli buoni sono molto più numerosi dei cattivi. « La coda del Dragone, dice san Giovanni, non trascinò seco che la terza parte delle stelle ». Non avvi nessuno interprete che per queste stelle non intenda parlarsi qui degli angeli ribelli.

Gerarchie e ordini degli angeli. Una moltitudine senza ordine è la confusione: tale non può essere lo stato degli Angeli. « Tutte le opere di Dio, dice l’Apostolo, sono ordinate; » o, come è scritto altrove: « Dio ha fatto tutte le cose in numero, peso e misura », cioè dire con ordine perfetto. L’ordine è la prima cosa che ci colpisce nel mondo materiale. L’ordine produce l’armonia, e l’armonia suppone la mutua subordinazione di tutte le parti dell’ universo. Dal canto suo questa armonia rivela una causa intelligente che l’ha creata e che la mantiene.

Senza dubbio la stessa armonia deve esistere per quanto è possibile più perfetta nel mondo degli spiriti, archetipo del mondo dei corpi e capo d’opera della sapienza creatrice. La subordinazione, per conseguenza la gerarchia degli esseri che la compongono, è dunque la legge del mondo invisibile, come è la legge del mondo visibile. Tali sono l’insegnamento della fede e l’affermazione invariabile della ragione. Ora secondo l’etimologia delle parole: La Gerarchia è un sacro principato. Principato significa a un tempo il principe stesso e la moltitudine posta sotto i suoi ordini. Di qui derivano bellissime conseguenze che mandano una viva luce sull’ordine generale dell’universo e sul governo particolare della Città del bene. Dio essendo il creatore degli Angeli e degli uomini non ha rispetto a sé che una sola gerarchia della quale Egli è il supremo gerarca. Lo stesso è rispetto al Verbo incarnato. Re dei Re, Signore dei Signori, a cui è stata data ogni potenza in cielo e in terra, Egli è il supremo gerarca degli Angeli e degli uomini e per conseguenza della Chiesa trionfante e della Chiesa militante.

Pietro, come Vicario del Verbo incarnato è il supremo gerarca della Chiesa militante in virtù di quelle parole divine: “Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecore”. Dal canto suo poi Pietro ha stabilito altri gerarchi, i quali essi pure hanno stabilito rettori subalterni, incaricati di dirigere le diverse provincie della Città del bene. Ciononostante tutti non formano che una sola e medesima gerarchia, poiché tutti militano sotto uno stesso capo, Gesù Cristo. Vedremo tra poco che la gerarchia angelica è il tipo della gerarchia ecclesiastica, tipo essa stessa della gerarchia sociale.

Se consideriamo il principato nei suoi rapporti con la moltitudine, chiamasi gerarchia l’insieme degli esseri soggetti ad una sola e medesima legge. Se essi sono soggetti a leggi differenti formano delle gerarchie distinte, senza cessare di far parte della gerarchia, generale.

   Cosi vediamo in uno stesso reame e sotto uno stesso re, delle città governate da differenti leggi. [Vediamo altresì da questo che la centralizzazione in un grande impero è contraria alle leggi fondamentali dell’ordine e, come conseguenza inevitabile, ella deve produrre la collisione, l’inquietudine, la ribellione, la rovina.]

Ora, gli esseri non sono soggetti alle stesse leggi, se non perché hanno la stessa natura e le stesse funzioni. Risulta da ciò che gli Angeli e gli uomini non avendo né la stessa natura né le stesse funzioni, formano delle gerarchie distinte; risulta altresì che tutti gli Angeli non avendo le stesse funzioni, il mondo angelico si divide in parecchie gerarchie.

Che gli Angeli e gli uomini formino delle gerarchie distinte, la ragione e la prova è nella perfezione relativa degli uni e degli altri. Questa perfezione è tanto più grande, quanto gli esseri partecipano più abbondantemente delle perfezioni di Dio. Come creatura puramente spirituale, l’Angelo ne partecipa più dell’uomo. Infatti l’Angelo riceve le illuminazioni divine nell’intelligibile purità della sua natura, mentre l’uomo le riceve sotto le immagini più o meno trasparenti delle cose sensibili, come la parola ed i Sacramenti.

L’Angelo è dunque una creatura più perfetta dell’uomo, e deve per conseguenza formare una diversa gerarchia. Inoltre siccome vi è gerarchia, vale a dire ordine di subordinazione nel mondo angelico, è evidente che tutti gli Angeli non ricevono ugualmente le divine illuminazioni. Vi sono dunque degli Angeli superiori agli altri. La loro superiorità ha per fondamento la cognizione più o meno perfetta, più o meno universale della verità.

« Questa conoscenza, dice san Tommaso, segna tre gradi negli Angeli; imperocché essa può essere riguardata sotto un triplice rapporto. «Primieramente, gli Angeli possono vedere la ragione delle cose in Dio, Principio primo e universale. Questa maniera di conoscere è il privilegio degli Angeli che si accostano più a Dio, e che secondo la bella parola di san Dionigi, stanno dentro il suo vestibolo. Questi Angeli formano la prima gerarchia. « In secondo luogo possono essi vederla nelle cause universali create che appellansi le leggi generali. Queste cause sono multiple, la conoscenza è meno precisa e meno chiara. Questa maniera di conoscere è la dote della seconda gerarchia.  “In terzo luogo, possono essi vederla nella sua applicazione agli esseri individuali, in tanto che essi dipendono dalle loro proprie cause, o dalle leggi particolari che le reggono. In tale modo conoscono gli Angeli della terza gerarchia”.

Vi sono dunque tre gerarchie tra gli Angeli e non sono che tre: una quarta non troverebbe posto. Di fatti queste tre gerarchie hanno la loro ragione d’essere nelle tre maniere possibili di vedere la verità: in Dio, nelle cause generali, nelle cause particolari, vale a dire come parla il sublime areopagita, nella vita più o meno abbondante della quale godono gli Angeli che le compongono.

La rivelazione ci scuopre altresì in ciascuna gerarchia tre cori o ordini differenti. Chiamasi “coro” ovvero “ordine angelico”, una certa moltitudine di Angeli, simili tra loro per i doni della natura e della grazia. Ogni gerarchia ne racchiude tre non più che tre. Più sarebbe troppo; meno, non basta. Infatti ogni gerarchia compone come un piccolo stato. Ora ciascuno stato possiede necessariamente tre classi di cittadini né più né meno. « Per quanto siano numerosi, dice san Tommaso, tutti i cittadini di uno stato si riducono a tre classi, secondo le tre cose che costituiscono ogni società bene ordinata: il principio, il mezzo e il fine. Perciò noi vediamo invariabilmente tre ordini tra gli uomini; gli uni sono al primo grado, ed è l’aristocrazia; gli altri all’ultimo, cioè il popolo, gli altri tengono il mezzo, e quest’è la cittadinanza.

« Così avviene fra gli Angeli. In ciascuna gerarchia vi sono ordini differenti. Simili alle gerarchie medesime questi ordini si distinguono per ’eccellenza naturale degli Angeli che gli compongono e per la differenza delle loro funzioni. Tutte queste funzioni si riferiscono necessariamente a tre cose né più né meno: il principio, il mezzo e il fine ». Vedremo ciò chiaramente con la spiegazione delle particolari funzioni di ogni ordine.

Prima di darla confermiamo che la magnifica gerarchia del cielo, o della Chiesa trionfante si prova di per se stessa, riflettendosi agli occhi nostri nella gerarchia della Chiesa militante, quell’altra porzione della Città del bene. Basta aprire gli occhi per vedere che la Chiesa terrena si divide in tre gerarchie, ed ogni gerarchia in tre ordini.

   La prima si compone di prelati superiori, e racchiude tre ordini: il supremo pontificato, l’arcivescovado e l’episcopato; al supremo pontificato appartiene il cardinalato, imperocché i cardinali sono i coadiutori del supremo pontefice; come l’ arcivescovado appartiene al patriarcato, la cui giurisdizione si estende a parecchie diocesi ed anche a parecchie provincie.

   La seconda si compone di prelati mezzani, i quali ricevono la direzione dai prelati superiori, e che adempiono a certe funzioni, sia in virtù della loro propria autorità, ossia per delegazione. Essa racchiude altresì tre ordini: gli abati a cui è affidato il potere di benedire e qualche volta di confermare. I priori e i decani delle collegiate o delle comunità, i cui poteri sono più o meno estesi. I rettori ed i curati, incaricati della condotta delle parrocchie, ed ai quali si riferiscono nella qualità loro di ausiliari, i vicari ed i chierici inferiori. Tutti hanno per missione di amministrare i Sacramenti.

   La terza si compone dei fedeli o del popolo; ai quali appartiene il ricevere i beni spirituali, ma non amministrarli. Come le altre, quest’ultima gerarchia racchiude tre ordini, le vergini, i continenti ed i maritati, i cui doveri sono diversi, come la loro stessa vocazione é distinta. Nella regolarità del loro ministero queste gerarchie e questi ordini presentano la più bella armonia che l’uomo possa contemplare quaggiù, e quest’armonia non é altro che l’immagine dell’armonia mille volte più bella che noi vedremo nel cielo. Lassù si mostreranno agli occhi nostri senza nubi e senza velo, le tre gerarchie angeliche, con i loro nove cori, di luce e di beltà risplendenti.

Nella prima: i Serafini, i Cherubini ed i Troni. Nella seconda: le Dominazioni, i Principati e le Potenze. Nella terza: le Virtù, gli Arcangeli e gli Angeli.

Funzioni degli angeli. Il mondo angelico composto di tre grandi gerarchie, ed ogni gerarchia divisa in tre ordini distinti, ci apparisce come un magnifico esercito in bell’ordine. Il saper questo non basta. Per godere dello spettacolo di un immenso esercito nei suoi formidabili splendori, bisogna vederlo in movimento. Cosi, per avere un’idea dell’esercito armato dei cieli, e misurare il luogo occupato nel piano provvidenziale, con i Principi della Città del bene, è d’uopo studiarli nell’esercizio delle loro funzioni. Essere purificati, illuminati, perfezionati; ovvero purifìcare, illuminare e perfezionare; tal’è il duplice fine a cui si riferiscono tutte le funzioni delle gerarchie e degli ordini angelici. Qual è il significato di queste misteriose parole? Tutti gli Angeli non conoscono del pari i segreti divini. La prima gerarchia, abbiamo detto con san Tommaso, vede la ragione delle cose in Dio medesimo; la seconda, nelle cause seconde universali: la terza, nell’applicazione di queste cause agli effetti particolari.

Alla prima appartiene la considerazione del fine; alla seconda, la disposizione universale dei mezzi; alla terza, il porla in opera. I lumi attinti nel seno stesso di Dio gli Angeli della prima gerarchia gli comunicano, per quanto occorre, agli Angeli della seconda gerarchia: questi agli Angeli della terza; e quelli della terza ne fanno parte agli uomini. Ma la reciprocità non ha luogo, atteso che gli Angeli inferiori non hanno nulla da insegnare agli Angeli superiori, né gli uomini agli Angeli.

Questa comunicazione incessante, come necessaria al governo del mondo, durerà sino all’ultimo giudizio. Essa racchiude quel che noi abbiamo chiamata la purificazione, l’illuminazione ed il perfezionamento. Infatti la manifestazione di una verità a colui che non la conosce, purifica il suo intelletto, dissipando le tenebre dell’ignoranza; essa illumina facendo rifulgere la luce dove regnava l’oscurità; essa lo perfeziona dandogli una scienza certa della verità. Tali sono le operazioni degli Angeli superiori rispetto agli Angeli inferiori; i quali sono, per questo, detti purificati, illuminati e perfezionati. Neppure una di quelle misteriose operazioni della gerarchia celeste, che non si rinvenga nella gerarchia della chiesa militante. Ora le comunicazioni angeliche si fanno mediante la parola; imperocché gli Angeli, immagini perfette del Verbo, hanno un linguaggio e si parlano tra di loro. Che gli Angeli parlino, san Paolo ce lo insegna, allorché dice: “Quando io parlassi le lingue degli uomini e degli Angeli”. Nonpertanto guardiamoci dall’immaginare che il linguaggio angelico sia simile al linguaggio umano, e che abbia bisogno di suoni articolati o di segni esteriori, veicoli del pensiero tra un Angelo e l’altro.

Questo linguaggio è tutto interiore, tutto spirituale, come lo stesso Angelo. Ei consiste da parte dell’Angelo superiore nella volontà di comunicare una verità all’Angelo inferiore; e dalla parte di questi nella volontà di riceverla. Queste due operazioni non incontrando nessun ostacolo, né nella natura degli Angeli, né nelle loro disposizioni individuali, sono infallibili ed istantanee. Tanto la seconda che la terza gerarchia ricevono dalla prima, l’una immediatamente, l’altra mediatamente le divine illuminazioni. Di qui, relativamente alla loro dignità ed alle loro funzioni quella grande divisione degli Angeli, in Angeli assistenti e in Angeli esecutori, o amministratori. I primi considerano in Dio stesso la ragione delle cose da fare, e le manifestano agli Angeli inferiori, incaricati di eseguirle. Tale è l’immagine sotto la quale la sacra Scrittura ci rappresenta gli Angeli della prima gerarchia. Uno di questi principi illustri della corte del grande Re, parlando a Tobia gli dice: « Io sono Raffaello, uno dei sette angeli che siamo assistenti dinanzi a Dio. » Che letteralmente vuol dire: “che noi stiamo in piedi dinanzi al suo trono”.

Bisogna dire che questa bella espressione “essere assistenti al trono di Dio” ha parecchi significati. Gli Angeli assistono dinanzi a Dio allorquando essi prendono i suoi ordini; allorché Gli porgono le preghiere, le elemosine, le buone opere, i voti dei mortali; quando essi difendono contro i demoni la causa degli uomini al supremo tribunale; quando penetrano i loro sguardi nei raggi della faccia divina per ritrarne le ineffabili voluttà che costituiscono la loro felicità. In quest’ ultimo significato tutti gli Angeli, nessuno eccettuato, sono assistenti dinanzi a Dio; poiché tutti godono e godono continuamente della beatifica visione, allorché pure essi compiono le loro missioni sul governo del mondo. Nondimeno nel senso preciso, l’espressione “assistere dinanzi a Dio” designa gli Angeli della prima gerarchia, che non hanno costume d’essere impiegati in ministeri esterni. Questi Angeli assistenti al trono di Dio e superiori a tutti gli altri si chiamano: i Serafini, i Cherubini, i Troni, e formano la prima gerarchia. Poiché le gerarchie del mondo inferiore non sono che un riflesso delle gerarchie del mondo superiore; un solido confronto, preso dalla corte dei re della terra, ci aiuta a comprendere il grado e le funzioni di questi grandi Ufficiali della Corona eterna. Fra i cortigiani ve ne sono di quelli che debbono alla loro dignità l’entrare famigliarmente presso il Principe, senza aver bisogno d’essere introdotti; altri che aggiungono a questo primo privilegio quello di conoscere i segreti del Principe; altri finalmente ancor più favoriti, compagni inseparabili del Principe, sembrano non fare che un solo con Lui.

Questi ultimi ci rappresentano i Serafini. Creature le più sublimi che Dio abbia tratte dal nulla, questi Spiriti angelici debbono il loro nome alla fiamma del loro amore. Posti in cima delle gerarchie create, essi giungono fin dove il finito può giungere all’infinito, alla Trinità divina, all’Amore stesso ed al centro eterno di ogni amore. Lungi dal raffreddare il loro ardore, le solenni missioni che gli sono qualche volta affidate sembrano accrescerlo e far loro ripetere, con una più intima voluttà, il cantico sentito da Isaia: « I Serafini stavano in piedi, e chiamandosi l’un l’altro, dicevano: Santo, santo, santo è il Signore Dio degli eserciti; tutta la terra è ripiena della sua gloria.

Nei fortunati cortigiani che conoscono tutti i segreti del Principe, noi abbiamo un’immagine dei Cherubini, il cui nome significa “pienezza della scienza”. Questi Spiriti deiformi che non abbagliano né turbano mai i raggi scintillanti della faccia di Dio, contemplano con uno sguardo le ragioni intime delle cose nella loro sorgente, a fine di comunicarle agli Angeli inferiori, dei quali debbono essi determinare le funzioni e regolare la condotta. Essi medesimi qualche volta sono spediti in missione. Cosicché vedesi un Cherubino incaricato di guardare l’ingresso del paradiso terrestre e d’interdirlo all’uomo colpevole.

Perché un Cherubino e non un altro Angelo? Vegliare e vedere di lontano sono le due qualità di una sentinella. Ora, come il loro nome lo indica, i Cherubini posseggono queste due qualità ad un grado sovraeminente, anche nel mondo angelico.

I Troni sono rappresentati dai grandi signori che hanno libero ingresso presso il Re. Elevatezza, beltà, solidità: ecco le tre idee che reca allo spirito il nome della sede sulla quale si pongono i monarchi nelle occasioni solenni. Nessuno poteva meglio designare il terzo ordine angelico della prima gerarchia. I Troni sono così chiamati, anche quegli Angeli, sfolgoranti di bellezza, che sono elevati al disopra di tutti i cori delle gerarchie inferiori, ai quali essi intimano gli ordini del gran Re, dividendo con i Serafini ed i Cherubini il privilegio di vedere chiaramente la verità in Dio medesimo, vale a dire nella Causa delle cause. Fissi in Dio per intuizione della verità, essi sono incrollabili. Di più, come il trono materiale è aperto da un lato per ricevere il monarca che parla di questa fede maestosa; cosi i Troni angelici sono aperti per ricevere lo stesso Dio che parla per bocca loro. Ad essi appartiene il nobile ufficio di trasmettere le sue sovrane comunicazioni agli Angeli delle gerarchie inferiori, sparsi in tutte le parti della Città del bene. Infatti i Troni, essendo l’ultimo ordine della prima gerarchia o degli Angeli assistenti, toccano immediatamente alle Dominazioni, che formano il coro il più elevato degli Angeli ministranti.

Tali sono dunque in poche parole i rapporti e le distinzioni che esistono tra gli Angeli della prima gerarchia. Tutti sono assistenti al Trono. Tutti contemplano le ragioni delle cose nella causa prima. Il privilegio dei Serafini è di essere uniti a Dio nel modo il più intimo, negli ardori deliziosi di un indicibile amore!

Il privilegio dei Cherubini è di vedere la verità, di una veduta superiore a tutto ciò che è al disotto di essi. Il privilegio dei Troni è di trasmettere agli Angeli inferiori, in proporzione del bisogno, le comunicazioni divine di cui essi posseggono la pienezza.

Cosi è che l’augusta Trinità, la cui immagine passa attraverso a tutte le creazioni, brilla di un incomparabile splendore nella massima perfezione. Nei Troni vediamo la Potenza; nei Cherubini, l’Intelligenza; nei Serafini, l’Amore.

La gerarchia ecclesiastica, come riflesso della gerarchia celeste, offre lo stesso spettacolo. Nel Diacono voi avete la Potenza che eseguisce; nel Sacerdote, l’Intelligenza che illumina; nel Pontefice, l’Amore che consuma, secondo quella parola indirizzata al capo supremo del Pontificato: « Simone, figlio di Giovanni, mi ami tu più degli altri? — Signore, Voi sapete che io vi amo. — Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecore.» L’Amore è dunque il principio, il fine, la legge suprema della Città del bene; siccome l’odio, come noi vedremo, è il principio, il fine, la legge suprema della Città del male.

Innanzi di lasciare la prima gerarchia angelica ci sembra necessario dire una parola dei Sette Angeli assistenti al Trono di Lui, dei quali é parlato nell’uno e nell’altro Testamento. « Io sono Raffaello uno dei sette Angeli che stiamo in piedi dinanzi a Dio, diceva Raffaele a Tobia. » [Tob., xn; 15] .« Giovanni, alle sette Chiese che sono in Asia. Grazie a Voi e pace, da parte di Colui che è e che era e che dee venire, e da parte de’sette Spiriti che stanno alla presenza del suo Trono, scriveva il discepolo diletto». [Apoc., I, 4.]

La tradizione cattolica, interprete fedele degli insegnamenti divini, venera difatti, sette Angeli più belli, più grandi, più potenti di tutti gli altri, che circondano il Trono di Dio, sempre pronti ad eseguire, sia per se medesimi, ossia per altri, le sue volontà supreme. Come l’oggetto di confermarla, il Re degli Angeli si è piaciuto sovente di mostrarsi ai Santi ed ai martiri, circondato da questi sette Principi sfolgoreggianti di splendore. Così Egli apparve al comandante della coorte pretoriana, san Sebastiano, per animarlo al combattimento del martirio; e come pegno di vittoria, lo fece rivestire da’ questi sette angeli di un manto di luce. Un’altra tradizione comune ai giudei, ai filosofi ed ai teologi, attribuisce a questi sette Angeli il supremo governo del mondo fisico e del mondo morale. Essi sono simili ai ministri dei re, la cui vita pare inoperosa perché essa si esercita intorno al Trono; ma che, in realtà, è l’anima di tutti i movimenti dell’impero.

Essendo essi paragonati, secondo san Girolamo, al candelabro dalle sette braccia del tabernacolo mosaico, presiedono ai sette grandi pianeti, le rivoluzioni dei quali determinano il movimento di tutte le ruote secondarie nella meravigliosa macchina che chiamasi universo materiale. Sotto la stessa figura noi vediamo questi sette Spiriti che presiedono al mondo morale. « Di qui viene, secondo l’osservazione di un dotto commentatore, la distribuzione settenaria, cosi frequente nelle opere divine. Come vi sono nel mondo sette pianeti e sette giorni nella settimana, cosi vi sono nella Chiesa sette doni dello Spirito Santo, e sette virtù principali, alle quali presiedono questi sette Angeli superiori al fine di condurre per mezzo di essi gli uomini alla vita eterna. »

Ascoltiamo ancora un altro teologo: « Il numero sette che indica i sette grandi Principi della corte celeste, è un numero preciso; imperocché quando trovasi nella Scrittura lo stesso numero, usato parecchie volte in differenti luoghi, soprattutto in materia di Storia, la regola é di prenderla nel suo significato matematico. Vi sono dunque sette Angeli superiori a tutti gli altri. Loro ufficii speciali sono di vegliare ai sette doni dello Spirito Santo, a fine di ottenerli, di comunicarceli e di farli fruttificare; di domare in virtù ed in forza speciale i sette demoni che presiedono ai sette peccati capitali, di presiedere ai sette corpi più splendidi del firmamento, e di farci praticare le sette virtù necessarie alla salute, le tre teologali e le quattro cardinali.

« Poiché sotto la direzione di Satana sette demoni presiedono ai sette peccati capitali, e nel loro odio implacabile dell’uomo, nulla trascurano per farci commettere questi peccati e strascinarci alla dannazione: perché non crediamo noi che sotto il gran Re della Citta del bene, sette Angeli, scelti tra i più nobili, sono incaricati di sorvegliare questi sette nemici principali, di metterci, al riparo contro i loro assalti, e di farci praticare le virtù che debbono assicurare la nostra eterna salvezza? L’assalto può essere egli superiore alla difesa? E se tra gli Angeli cattivi vi ha un accordo per perdere gli uomini, perché non ve ne sarebbe uno tra gli Angeli buoni per salvarli? » La Chiesa erede fedele di questi alti insegnamenti, ha avuto cura di riprodurli nella sua gerarchia. Diciamo meglio: il divino Fondatore della Chiesa militante ha voluto ch’essa offrisse nella sua gerarchia, l’immagine di quella della sua sorella, la Chiesa trionfante. Perché vediamo poi gli Apostoli, diretti dallo Spirito Santo, stabilire sette diaconi e non sei o otto? Perché i primi successori di San Pietro creano essi sette cardinali diaconi? Perché ordinano che sette diaconi assisteranno il sovrano Pontefice ed anche il vescovo, quando pontifica? Per ricordare i sette Angeli che assistono al Trono di Dio. « Questi sette diaconi, continua Serario, erano chiamati gli occhi del vescovo pei quali egli’ vedeva tutto ciò che avveniva nella sua diocesi. Ora, Iddio è il primo e il maggiore dei vescovi. La sua diocesi, è il mondo. Ei vede tutto ciò che vi accade per mezzo dei sette diaconi angelici. Non certamente che Egli abbia bisogno delle creature, come il vescovo ha bisogno de’ suoi diaconi per conoscere tutte le cose; ma se ne serve per la stessa ragione che gli fa adoperare le cause seconde pel governo dell’universo. Questa ragione è di onorare le sue creature. »

I sette grandi Principi angelici occupano un troppo gran posto nella creazione e nel governo del mondo; essi ci ottengono troppi favori, ci rendono troppi servigi; essi sono troppo onorati da Dio medesimo, perché la Chiesa abbia dimenticato di render loro un culto speciale di riconoscenza e di venerazione. La loro memoria è celebre nelle diverse parti del mondo cattolico, ma in nessuna parte è tanto viva come in Sicilia, a Napoli, a Venezia, a Roma ed in parecchie città d’Italia, questi luoghi, dove sembrano conservarsi più religiosamente che altrove le antiche tradizioni, ce li mostrano rappresentati in pittura, in scultura ed anche in mosaico. Palermo capitale della Sicilia possiede una bella chiesa dedicata ai sette Angeli principi della milizia celeste. Nel 1516 le loro immagini di una grandissima antichità, furono scoperte dall’arciprete di quella chiesa, il venerabile Antonio Duca. Stimolato spesso dall’ispirazione divina, questo sant’uomo venne, a Roma nel 1527, per propagare il culto di questi Angeli, e trovar loro e fabbricarli un santuario. Dopo molti digiuni e preghiere ei meritò di conoscere per rivelazione che le Terme di Diocleziano dovevano essere il tempio dei sette Angeli assistenti al trono di Dio. Le ragioni della scelta divina erano, che queste Terme famose erano state costruite da migliaia di angeli terrestri, vale a dire da quaranta mila cristiani condannati a questa dura fatica; che la loro costruzione gigantesca aveva durato sette anni; che tra tutti quei martiri, sette rifulsero di un più vivo splendore: Ciriaco, Largo, Smaragdo, Sinsinio, Saturnino, Marcello e Trasone, i quali incoraggiavano i cristiani e provvedevano alle loro necessità.

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Questa rivelazione essendo stata accertata, i sovrani Pontefici Giulio III e Pio IV ordinarono di purificare le Terme e di consacrarle in onore dei sette Angeli assistenti al Trono di Dio, o della Regina del cielo circondata da questi sette Angeli. Michelangelo fu incaricato del lavoro. Con i ricchi materiali delle voluttuose Terme del più gran nemico dei cristiani, il celebre architetto fabbricò la splendida chiesa che si ammira tuttora. Il 5 agosto 1561 Pio IV, in presenza del sacro collegio e di tutta la corte romana, la consacrò solennemente a S. Maria degli Angeli e 1’onorò del titolo cardinalizio. Si vede che la Chiesa cattolica nella sua materna sollecitudine nulla trascura per farci conoscere gli Angeli, per onorarli, per avvicinarci ad essi ed assicurarci la loro potente protezione. Nulla di più intelligente di una simile condotta. Noi siamo della famiglia degli Angeli e dobbiamo vivere con essi per tutta l’eternità. Passiamo alla seconda gerarchia. L’abbiamo già notato, non avvi nessun salto nella natura. Tutte le creazioni si toccano e si concatenano con legami misteriosi talmenteché le ultime produzioni di un regno superiore si confondono con le produzioni le più elevate del regno inferiore. La stessa legge regge il mondo delle intelligenze, prototipo del mondo dei corpi. Così, i Troni, ultimo ordine della prima gerarchia angelica, riguardano immediatamente l’ordine il più elevato della seconda, le Dominazioni.

Se i Troni finiscono la gerarchia degli Angeli assistenti, le Dominazioni cominciano le gerarchie degli Angeli ministranti. Queste ultime in numero di tre sono nel governo del mondo e della città del bene, ciò che sono nelle società umane i capi dei grandi corpi dello stato, i generali d’ armata, i magistrati. La più eminente si compone delle Dominazioni, dei Principati e delle Potestà.

Indicare e comandare quel che bisogna fare è la parte delle Dominazioni. Esse sono cosi chiamate e con ragione, perché dominano tutti gli ordini angelici, incaricati di eseguire le volontà del gran Re: come il generalissimo di un esercito domina tutti i capi dei corpi posti sotto i suoi ordini, e gli fa manovrare secondo le intenzioni del principe di cui è il rappresentante. Per continuare il confronto, i Principati, il cui nome significa “conduttori secondo l’ondine sacro”, rappresentano i generali e gli ufficiali superiori che comandano ai loro subordinati i movimenti e le manovre, conforme alle prescrizioni del generalissimo. Principi delle nazioni e dei regni, questi potenti Spiriti le conducono, ognuna in ciò che le riguarda, alla esecuzione del piano divino. In questo ministero, di tutti il più importante, sono secondati dagli Angeli immediatamente sottomessi ai loro ordini. Da ciò resulta la magnifica armonia della quale parla sant’Agostino. « I corpi inferiori, dice il gran vescovo, sono regolati dai corpi superiori, e tanto gli uni che gli altri dagli Angeli, e i cattivi angeli dai buoni. »

Vengono finalmente le Potestà. Rivestiti, come lo indica il loro nome, di una autorità speciale, questi Angeli sono incaricati di togliere gli ostacoli alla esecuzione degli ordini divini, allontanando gli angeli cattivi che assediano le nazioni per distoglierli dal loro scopo. Nell’ordine umano, i loro consimili sono le pubbliche potestà, incaricate di allontanare i malfattori e togliere cosi gli ostacoli al regno della giustizia e della pace.

     La terza gerarchia angelica è formata delle Virtù, degli Arcangeli e degli Angeli. Nei soldati che compongono i differenti corpi di un esercito, di cui ciascun reggimento ha la sua destinazione particolare, negli amministratori subalterni alla giurisdizione ristretta, noi troviamo l’immagine dei tre ultimi ordini angelici e l’idea delle loro funzioni.

Le Virtù, il cui nome vuol dir “forza”, esercitano il loro impero sopra la creazione materiale, presiedono immediatamente al mantenimento delle leggi che la reggono, e vi conservano l’ordine che ammiriamo. Quando la gloria di Dio l’esige, le Virtù sospendono le leggi della natura e operano dei miracoli. Cosi gli agenti invisibili, dai quali noi siamo circondati, rivelano la loro presenza, e mostrano che il mondo materiale è soggetto al mondo spirituale, come il corpo è soggetto all’anima.

Tutti i ministeri degli ordini angelici si riferiscono alla gloria di Dio ed alla deificazione dell’uomo; in altri termini, al governo della Città del bene. Gli uomini, sudditi di questa gloriosa Città, sono l’oggetto particolare della sollecitudine degli Angeli. Fra essi e noi esiste un commercio continuo, figurato dalla scala di Giacobbe. Scendere gli scalini di questa scala misteriosa e venire, in occasioni solenni, a compiere presso l’uomo importanti missioni, soprintendere al governo delle provincie, delle diocesi, delle comunità; tale è la duplice funzione degli Arcangeli, il cui nome significa Angelo superiore, o Principe degli Angeli propriamente detti. Sotto quest’ordine vi è quello degli Angeli. Angelo significa “inviato”. Tutti gli spiriti celesti essendo i notificatori dei pensieri divini, il nome di Angelo è ad essi comune. A questa funzione gli Angeli superiori aggiungono certe prerogative, dalle quali traggono il proprio loro nome. Gli Angeli dell’ultimo ordine dell’ultima gerarchia, non aggiungendo niente alla funzione comune d’inviati e di notificatori, ritengono semplicemente il nome di Angeli. In relazione più immediata e più abituale con l’uomo, essi vegliano alla custodia della sua duplice vita e gli recano ad ogni ora, ad ogni istante, lumi, forze, grazie di cui abbisogna, dalla culla fino alla tomba.

ang. gerarchie

Se noi riepiloghiamo questo rapido schizzo, quale immenso orizzonte non si apre dinanzi a noi! Quale imponente spettacolo non si spiega a’ nostri occhi! È vero dunque che invece di non essere niente, il mondo superiore è tutto; che il reale è l’invisibile; che il mondo materiale vive sotto l’azione permanente del mondo spirituale; che Dio governa l’universo mediante i suoi Angeli, liberamente, senza necessità, senz’obbligo, come un re governa il suo regno mediante i suoi ministri, e un padre, la sua famiglia, per mezzo dei suoi servi. È vero altresì che razione di questi spiriti amministratori raggiunge ciascuna parte dell’insieme, di modo che né l’uomo né alcuna creatura non è abbandonata al vento, lasciata alle proprie sue forze, o lasciata in balìa degli assalti delle potenze nemiche.

Come principi e governatori della grande Città del bene, a cui si riferisce tutto il sistema della creazione, gli Angeli, nell’ordine materiale presiedono al moto degli astri, alla conservazione degli elementi, ed al compimento di tutti i fenomeni naturali che ci rallegrano o che ci spaventano. Tra essi è divisa l’amministrazione di questo vasto impero. Gli uni hanno cura dei corpi celesti, gli altri della terra e de’ suoi elementi; altri delle sue produzioni, come gli alberi, le piante, i fiori ed i frutti. Ad altri è affidato il governo dei venti, dei mari, dei fiumi, delle fonti; ad altri la conservazione degli animali. Neppure una visibile creatura grande o piccola ch’ella sia, che non abbia una Potenza angelica incaricata di sorvegliarla.

L’uomo animale, lo sappiamo, “animalis homo”, nega questa azione angelica; ma la sua negazione non prova che una cosa, cioè ch’egli è animale. Per l’uomo che ha l’intelligenza, questa azione è evidente. Dappertutto dove la natura materiale lascia scorgere dell’ordine, dell’armonia, del moto, un fine; ivi si riconosce tosto un pensiero, una intelligenza, una causa motrice e direttrice. Ora, niente nella natura materiale si fa senza ordine, senza armonia, senza movimento, senza scopo.

Qual è il principio di tutte queste cose? Non è, né può essere nella materia inerte, cieca di sua natura. Senza dubbio, il vento non sa né dove, né quando deve soffiare; né con qual violenza; né quali tempeste dee suscitare; né quali nubi deve accumulare. La pioggia, la neve, la folgore stessa non sanno dove debbono formarsi, né dove debbono cadere; la direzione che devano tenere, il fine che debbono raggiungere; il giorno e 1’ora dove debbono compiere la loro missione. Cosi è lo stesso delle altre creature materiali, così impropriamente decorate del nome di agenti.

Dov’é dunque il principio dell’ordine, dell’armonia e del moto? A meno che non si ammettano degli effetti senza causa, bisogna per necessità cercarlo fuori della creazione materiale, in una natura intelligente, essenzialmente attiva, superiore ed estranea alla materia. È infatti solamente là dove lo pone la vera filosofia. Il profeta parlando del Creatore, principio di ogni moto e di ogni armonia, ci dice; “Le creature fanno la sua parola”, valea dire eseguiscono le sue volontà, “facìunt Verbum ejus”. Ma come è ella la parola creatrice posta in contatto universale e permanente col mondo inferiore, fino all’ultimo degli esseri dei quali si compone? Nel modo stesso che la parola di un monarca con le parti più lontane e più oscure del suo impero, per mezzo di mediatori. I mediatori di Dio sono gli Spiriti celesti: “qui facit angelos suos spiritus”. Questa verità è di fede universale. Sotto tutti i climi, in tutte le epoche, il paganesimo medesimo la proclama, e la teologia cattolica la manifesta in tutta la sua splendidezza. Il sapere che tutte le parti dell’universo vivono sotto la direzione degli Angeli; qual sorgente inesauribile di luce e di ammirazione per lo spirito, di rispetto e di adorazione per il cuore!

Nell’ordine morale, non meno certo e più nobile altresì è il ministero degli Angeli. Essi sono, giusta la bella espressione di Lattanzio, preposti alla guardia ed alla cultura del genere umano. Ancor qui le loro funzioni non sono meno variate dei bisogni del loro pupillo. Gli uni custodiscono le nazioni, ciascuno la sua. Altri, la Chiesa universale. Come un esercito formidabile difende una città assediata, così essi proteggono la città del loro Re, la santa Chiesa cattolica, nella sua guerra eterna contro le potenze delle tenebre. Ve ne sono di quelli incaricati della cura di ciascuna Chiesa, cioè di ciascheduna diocesi in particolare. « Due custodi e due guide, insegnano con sant’Ambrogio gli antichi Padri, sono preposti a ciascuna Chiesa: l’uno visibile, che è il vescovo; l’altro invisibile, che è l’Angelo tutelare. » Se per conservarla e per impedire che il demonio la deturpi o la distragga, la più piccola creatura nell’ordine fisico, come l’insetto o un filo d’erba, vive sotto la protezione di un Angelo, a più forte ragione l’essere umano, per quanto debole lo si supponga, è oggetto di una eguale sollecitudine.

Ogni uomo ha il suo custode. Come tutore potente, il principe della Città del bene veglia su di noi, anche nel seno materno, a fine di proteggere la nostra fragile esistenza contro i mille accidenti che possono comprometterla e privarci del battesimo.

Lasciamo parlare la scienza: « Grande dignità delle anime, poiché fino dalla nascita, ognuna ha un Angelo per custodirla! Avanti di nascere, l’infante attaccato al seno materno fa in qualche modo parte della madre; come il frutto pendente all’albero fa tuttavia parte dell’albero. È dunque probabile che 1’Angelo custode della madre guardi l’infante rinchiuso nel suo seno; come quegli che custodisce l’albero custodisce il frutto.

Ma appena l’infante è separato dalla madre che subito un Angelo particolare è mandato alla sua custodia.» L’Angelo custode, compagno inseparabile della nostra vita, ci segue in tutte le nostre vie, ci illumina, ci difende, ci rialza, ci consola. Mediatore tra Dio e noi, intercede in nostro favore, offre all’Antico dei giorni i nostri bisogni, le nostre lacrime, le nostre preghiere, le nostre buone opere, come incenso di grato odore, bruciato in un turibolo d’oro. La sua missione non cessa con la vita terrena, ma dura finché l’uomo non è giunto al suo fine.

Così gli Angeli presentano le anime al tribunale di Dio e le introducono in cielo. Se la porta è ad esse momentaneamente chiusa, essi le accompagnano nel purgatorio, dove le consolano fino al dì della loro liberazione. Quanto a quelle che un orgoglio ostinato rende sino alla morte indocili ai loro consigli, i Principi della Città del bene le abbandonano solamente sul limitare dell’inferno, ardente dimora preparata da Satana, agli angeli e schiavi suoi. Come hanno essi presieduto al governo del mondo, cosi gli Angeli assisteranno al suo giudizio, risveglieranno i morti e faranno la eterna separazione degli eletti dai reprobi.

Nel lasciare la Città del bene, cerchiamo di riportare con noi mia memoria che riassuma e il fine della sua esistenza e le innumerevoli funzioni dei Principi che la governano. La Città del bene ed i ministeri degli Angeli si riducono ad un solo oggetto: il Verbo incarnato: ad un solo scopo: la salute dell’uomo, mediante la sua unione col Verbo incarnato. Monarca assoluto di tutti gli esseri, Creatore di tutti i secoli, erede di tutte le cose del cielo e della terra, il Verbo incarnato è l’ultima parola di tutte le opere divine, come la salute dell’uomo è l’ultima parola del suo pensiero. Che cosa avvi di più logico, di più semplice, di più sublime e di più luminoso, per conseguenza di più vero, di questa filosofia del mondo angelico, di questa storia della Città del bene!

Il credere che tutte le spiegazioni che precedono siano il risultato di semplici congetture, piuttostoché cognizioni positive, sarebbe un errore. La scienza del mondo angelico è una scienza certa: certa perché essa è vera; vera perché essa è universale. La rivelazione, la tradizione, la ragione medesima di tutti i popoli, la conoscono, la insegnano, la praticano. Come tutte le altre, essa è stata richiamata alla sua purezza primitiva e svolta dal Signor Nostro, i cui insegnamenti non scritti sono, a testimonianza di san Giovanni, infinitamente più numerosi che quelli di cui il Vangelo ci ha tramandata la cognizione. Il più ricco depositario di questi preziosi insegnamenti fu Maria; e sappiamo che, Madre della Chiesa e istitutrice degli Apostoli, la Augusta Vergine ha parlato sapientemente degli Angeli, che essa conosceva meglio di chiunque.

     Parimente Paolo, che può chiamarsi l’Apostolo degli Angeli, dei quali annovera tutti gli ordini, Paolo, rapito sino al terzo cielo, ha arrecato sulla terra una conoscenza profonda di ciò che aveva visto, non per sé ma per la Chiesa. Il suo illustre discepolo san Dionigi, infatti è il primo tra i Padri, che abbia dato una particolareggiata descrizione, dotta, sublime, del mondo angelico. Questa descrizione, fondata sulle Scritture e sulla testimonianza degli altri Padri, è divenuta il punto di partenza degli scrittori posteriori, e particolarmente, la scorta dell’impareggiabile san Tommaso nel suo grandioso studio del mondo angelico. Tali sono i canali pei quali è giunta sino a noi la conoscenza degli Angeli, delle loro gerarchie, dei loro ordini e dei loro ministeri. Quale scienza può essere più certa?

Il piccolo numero di coloro che si salvano

“Il piccolo numero di coloro che si salvano”

famoso sermone di San Leonardo da Porto Maurizio

giudiz.univ. giotto. part.

GIOTTO di Bondone “Giudizio universale” (particolare) 1306 D.C. affresco, Cappella Scrovegni, Padova.

San Leonardo da Porto Maurizio è stato uno dei più grandi missionari nella storia della Chiesa, ed uno dei più grandi predicatori di missioni popolari. I suoi 44 anni di ministero apostolico si svolsero percorrendo instancabilmente tutta l’Italia.

san leonardo

Così brillante e santa era la sua eloquenza, che nella stessa Roma, presso Piazza Navona, nel corso una missione di due settimane, San Leonardo tenne une predica alla quale assistette nientemeno che S.S. Benedetto XV con tutto il collegio cardinalizio. La sua predicazione era infatti estremamente efficace. L’Immacolata Concezione della Beata Vergine, l’adorazione del Santissimo Sacramento e la venerazione del Sacro Cuore di Gesù erano le sue principali crociate o, per così dire, i suoi cavalli di battaglia. Egli è stato in un certo qual modo il precursore e propugnatore della definizione del Dogma dell’Immacolata Concezione, proclamato poco più di un centinaio di anni dopo la sua morte. Ci ha anche lasciato la “divina lode”, che si recita alla fine della solenne Benedizione Eucaristica. Ma l’attività più famosa di San Leonardo scaturiva dalla sua devozione per le Stazioni della Via Crucis. È morto di una morte Santissima nel suo settantacinquesimo anno di vita, dopo ventiquattro anni di predicazione ininterrotta.

Egli usava dire: “I miei sermoni sono basati non su belle parole, ma su belle verità”! Io mi servirò solo di parole semplici, familiari, per essere compreso dai più zotici e dai più bifolchi, senza pur tuttavia tralasciare i più intelligenti”.

Il suo instancabile compagno, il frate Giacomo di Firenze, gli consigliò un giorno di cambiare i suoi temi nel sermone poiché, egli asseriva, facendo sempre gli stessi sermoni, non si sarebbero ottenuti i frutti che si potevano invece ottenere variandoli. Il Santo rispose con questo efficace argomento: “Fallo tu!, così sarai un piccolo dotto presuntuoso alla ricerca della gloria del mondo e non di quella di Dio”! Evidentemente è così che ragionano i santi.

Con due o tre compagni, a piedi, senza scarpe, bastone alla mano, San Leonardo percorse tutta l’Italia centrale fino a Napoli e quasi tutta l’Italia del nord. Ovunque si fermasse, provocava sempre un afflusso straordinario di gente. Fin dai primi sermoni, ogni chiesa si rivelava troppo piccola per la folla che accorreva, e quindi non gli restava che parlare nelle pubbliche piazze che si riempivano all’inverosimile, gremite fin sui tetti. Una volta conclusi i sermoni, i confessionali venivano assediati, ed il santo missionario, apparentemente senza fatica, confessava per ore, giorno e notte, con il coraggio di un soldato che rifiuta di abbandonare il campo di battaglia fino a quando non abbia ottenuto una vittoria completa, e senza dimenticare che, dopo la battaglia, resta ancora da inseguire il nemico!

“Contro l’inferno, diceva, abbiate la spada in pugno … siate pronti a combattere l’inferno fino all’ultimo respiro”. Papa Benedetto XV lo chiamava “Il grande procacciatore del paradiso”.

Figura apostolica celebre e molto popolare, San Leonardo è il patrono delle missioni popolari; qual è la ragione di questo patronato? Egli compiva completamente ciò che comanda il Codice di diritto Canonico (CJC 1917) al Canone 1347: Can. 1347. §1. In sacris concionibus exponenda in primis sunt quae fideles credere et facere ad salutem oportet.

  • 2. Divini verbi praecones abstineant profanis aut abstrusis argumentis communem audientium captum excedentibus; et evangelicum ministerium non in persuasibilibus humanae sapientiae verbis, non in profano inanis et ambitiosae eloquentiae apparatu et lenocinio, sed in ostensione spiritus et virtutis exerceant, non semetipsos, sed Christum crucifixum praedicantes.

[.1- La sacra predicazione dovrà esporre prima di tutto ciò che i fedeli devono credere e praticare per salvarsi! 2- I predicatori della parola divina devono astenersi dal trattare affari profani, soggetti astratti che oltrepassino la capacità ordinaria degli ascoltatori, essi devono esercitare il loro ministero evangelico non attraverso ragionamenti persuasivi, di eloquenza umana, né attraverso un apparato profano o con la seduzione di una vana ed ambiziosa eloquenza, ma mostrandosi nella loro predicazione pieni dello spirito e della virtù di Dio, non predicando se stessi, ma Cristo crocifisso.]

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Uno dei più famosi sermoni di San Leonardo da Porto Maurizio è stato indubbiamente “Il piccolo numero di coloro che si salvano.” Su di esso egli faceva affidamento per la conversione dei grandi peccatori. Questo sermone, come altri suoi scritti, è stato sottoposto all’esame canonico durante il suo processo di canonizzazione. In esso egli recensisce primariamente i vari Stati di vita dei Cristiani per concludere poi con: “il piccolo numero di coloro che si salvano, in relazione alla totalità degli uomini”.

Il lettore che mediterà su questo testo di notevole importanza, potrà verificare la solidità delle sue argomentazioni, che gli hanno valso l’approvazione della Chiesa. Ecco il discorso vibrante e commovente del grande missionario.

Il piccolo numero di coloro che si salvano

[Da: Opere complete di S. Leonardo da Porto Maurizio Missionario apostolico, Minore riformato del Ritiro di San Bonaventura in Roma riprodotte con alcuni scritti inediti in occasione della sua canonizzazione, vol. III (Prediche quaresimali), Venezia 1868, pag. 314-327.]

PREDICA VIGESIMAQUARTA

MARTEDÌ DOPO LA QUARTA DOMENICA di Quaresima

DEL PICCOLO NUMERO DEGLI ELETTI.

salvati

– De turba autem multi crediderunt in eum. – [Joann. VI]
  1. Lode sia all’Altissimo; non è poi sì scarso il numero dei seguaci del Redentore, che ne debba tripudiar con tanto di gioia la malignità degli scribi e farisei. Per quanto si studiassero di calunniar l’innocenza, e con avvelenati sofismi procurassero d’ingannare le turbe screditando e la di Lui dottrina e la di Lui santità, fingendo le macchie perfin nel sole, non lasciarono perciò moltissimi di riconoscere al riverbero di tanta luce la divinità del vero Messia; anzi ad onta di chi con maligne imposture voleva oscurarne gli splendori, senza tema alcuna o di minacce, o di castighi, si gettarono palesemente al partito di Lui: de turba autem multi crediderunt in eum. [1] Se poi tutti quelli che furono del numero de’ seguaci di Cristo fossero altresì del numero dei comprensori [= beati, n.d.r.] con Cristo: oh qui sì che ammutolisco per riverenza di sì alto mistero, e adoro gli abissi di Dio con silenzio, piuttosto che decidere un sì gran punto con temerità. Grande argomento è quello che si deve trattar questa mane! argomento di sì alta importanza, che fe’ tremare le colonne principali di santa Chiesa, ricolmò d’orrore i più gran santi, e riempì di anacoreti i deserti; un argomento sì terribile, in cui si ha a decidere quel gran dubbio, se sia maggiore il numero dei cristiani che salvansi, o il numero dei cristiani che vanno dannati, servirà, cred’io, di pungolo ai vostri cuori per stimolarli a temere una volta i giudizî di Dio. Miei cari uditori, per l’amore tenerissimo che a voi porto, bramerei consolare i vostri timori con pronostici di felicità, dicendo a ciascheduno di voi: allegramente, il paradiso è vostro, la maggior parte dei cristiani si salvano, vi salverete ancor voi. Ma come posso io recarvi così dolce conforto, se voi, nemici giurati di voi medesimi, vi ribellate ai disegni di Dio? Io scorgo in Dio un desiderio vivo di salvarvi, e scorgo in voi una propensione somma a dannarvi; che farò dunque questa mane? Se parlo chiaro, disgusto voi; se non parlo, disgusto Iddio; facciamo così: dividerò l’argomento in due punti. Nel primo per atterrir voi solamente lascierò decidere il punto dai teologi e santi padri, cioè che dei cristiani adulti la maggior parte si dannano; mentre io, adorando taciturno l’altezza del mistero, terrò nascosto il mio proprio sentimento. Nel secondo deciderò apertamente per difendere dalle censure dei libertini la bontà del mio Dio: cioè chiunque si danna per sua schietta malizia si danna, perché si vuol dannare. Ecco dunque due importantissime verità. De’ cristiani adulti la maggior parte si danna: ecco la prima. Chiunque si danna, per sua schietta malizia si danna: ecco la seconda. Se rimanete atterriti dalla prima, non vi lamentate di me, quasi che vi voglia stringere la via del paradiso: sarebbe questa una nera calunnia, mentre ho protestato di voler essere neutrale, e passarmela con rigoroso silenzio; lamentatevi di quei teologi, di quei santi padri, che a forza di vive ragioni ve lo imprimeranno nel cuore. Se rimarrete disingannati dalla seconda, ringrazierete Iddio, che con tanti mezzi altro finalmente non vuole che una resa totale de’ vostri cuori. Se poi in ultimo mi sforzerete a dir chiaro il mio proprio parere, lo dirò, e sarà di vostra somma consolazione. Incominciamo.
  2. Non è curiosità, è cautela il ventilarsi da’ pergami certe verità, che servono a maraviglia per reprimere la insolenza de’ libertini, che, riempiendosi tuttodì la bocca di misericordia di Dio più che grande, di conversione facile, di speranza sicura, vivono poi immersi sino agli occhi nelle iniquità, e dormono agiatamente con gran sicurezza in mezzo alla via della loro perdizione. A risvegliar dunque costoro e a disingannarli, si discuterà questa mane il gran dubbio, se sia maggiore il numero dei cristiani che salvansi, o il numero dei cristiani che vanno dannati. Anime buone, ritiratevi, la disputa non è per voi, tutta è ordinata ad imbrigliar l’orgoglio dei licenziosi, che, sbandito dal mondo il santo timor di Dio, hanno fatto lega col demonio, che, al parer d’Eusebio, con assicurare le anime, le manda alla perdizione: “immittit securitatem, ut immittat perditionem” [2]. Per scioglier dunque il dubbio proposto, schierate in bella ordinanza da una parte tutti i santi padri sì greci, come latini, dall’altra tutti i teologi di maggior sapere, tutti gl’istorici di maggior erudizione, e nel bel mezzo ponetevi la Bibbia sacra esposta agli occhi di tutti. Or qui attendete, non a ciò che son per dir io, che già ho protestato e di bel nuovo protesto non voler decidere, anzi di voler essere mutolo affatto; ma attendete a quel tanto che sono per dirvi quelle anime grandi, che nella Chiesa di Dio servono come di fanali per far lume agli altri; acciocché non isbaglino la via del paradiso, affinché con la loro guida al lume della fede, dell’autorità e della ragione, rimanga sciolto compitamente un sì gran dubbio. Avvertite però, che non cade il discorso sulla gran massa di tutto l’uman genere, né s’intende parlare di tutti i cristiani cattolici alla rinfusa, ma solo de’ cattolici adulti, che con la libertà dell’arbitrio sono capaci di cooperare al grande affare dell’eterna salute. Date pure la precedenza ai teologi, che hanno per proprio di esaminare le cose più per sottile, e di non esagerare insegnando. Ecco che si fanno innanzi due eminentissimi porporati, il Gaetano e il Bellarmino, spalleggiati dal dottissimo Abulense, i quali concordemente votano contro dei libertini, e dicono aperto il loro parere, cioè che de’ cristiani adulti la maggior parte si dannano. Ed oh avessi tempo di porvi sotto gli occhi i loro motivi e fondamenti e ragioni, quanto ne rimarreste convinti! Ve ne accerta però in mia vece il Suarez, che dopo averli consultati tutti, dopo avere esaminato tutto, ci lasciò scritto: “communior sententia tenet ex christianis plures esse reprobos, quam praedestinatos” [3]. Tant’è, fra’ teologi corre per sentenza più comune, che dei cristiani adulti i più vanno dannati. Se poi ai sentimenti dei teologi volete accoppiata l’autorità dei padri sì greci, come latini, li troverete quasi tutti uniformi. Così sentirono un s. Teodoro, un s. Basilio, un s. Efrem, un s. Giovanni Grisostomo; anzi fra questi padri greci fu comune opinione, al riferir del Baronio, che di questa verità ne avesse espressa rivelazione s. Simeone Stilita; che però per assicurare sempre più l’affare importantissimo della sua eterna salute, si risolvesse a vivere per quarant’anni continui su quella prodigiosa colonna sempre in piè esposto a tutte le intemperie delle stagioni, divenuto agli occhi di tutti un insigne modello sì di santità, come di penitenza. Chiamate adesso a consulta i padri latini, e sentirete un s. Gregorio, che chiaramente decide: “ad fidem plures perveniunt, ad regnum coeleste pauci perducuntur”; [4] a cui fa eco s. Anselmo: “ut videtur, pauci sunt qui salvantur”, [5] e con più chiara espressione conchiude s. Agostino: “pauci ergo qui salvantur in comparatione multorum perituro rum”. [6] Il maggiore spavento però ce lo porge s. Girolamo, che, ridotto all’estremo di sua vita, in presenza dei suoi discepoli proferì quella orribilissima sentenza: “vix de centum millibus, quorum mala fuit semper vita, meretur habere indulgentiam unus”. [7] Di centomila cristiani vissuti sempre male, appena uno si salva.

III. Ma a che servono le opinioni dei padri e dei teologi, se dalla sacra Scrittura, che teniamo aperta innanzi agli occhi, si deduce chiara la risoluzione di sì gran dubbio? Voltate su e giù ambedue i Testamenti vecchio e nuovo, e li troverete ripieni di figure, di simboli, di parabole, che ci esprimono al vivo questa rilevantissima verità, che pochi, anzi pochissimi, si salvano. Al tempo di Noè tutto il genere umano restò affogato nel diluvio, e solo otto persone si salvarono nell’arca: quest’arca, dice s. Pietro nella sua epistola, fu figura della Chiesa: e quell’essersi salvate solo otto persone, ripiglia s. Agostino, significa che pochissimi cristiani si salvano, perché pochissimi sono quelli che confermino coi fatti quella rinunzia che fecero nel battesimo con le parole; “qui saeculo solis verbis, non factis renunciant, non pertinent ad hujus arcae mysterium”. [8] Seguitate a leggere, e poi dite che lo stesso volle significare quell’essere entrati nella terra di promissione due soli di quasi due milioni d’ebrei, che vi s’incamminarono dopo l’uscita dall’Egitto; quell’essersi salvati soli quattro dall’incendio di Sodoma e delle altre città nefande; quel raccogliersi assai più paglia dei reprobi da gettarsi nel fuoco, da quel che si raccolga frumento d’eletti da riporsi nei granai. E chi la finirebbe mai, se si avessero ad esaminar tutte le figure, delle quali abbonda la sacra Scrittura in conferma di questa verità? Eh via… che a noi deve bastare l’oracolo vivo della incarnata Sapienza. Che risposta diede il Redentore a quel curioso del Vangelo, che lo interrogò: “Domine, si pauci sunt, qui salvantur?” Signore, sono pochi o molti quei che si salvano? Che rispose? Forse tacque? Rispose titubando? Dissimulò per non atterrire? Mi maraviglio, rispose apertissimamente, e interrogato da un solo volse il suo dire a tutti quanti erano ivi presenti: Di che mi ricercate voi? Se siano pochi o molti quei che si salvano? Ecco quel che vi dico: sforzatevi d’entrare per la porta stretta, perché in verità vi assicuro che molti procureranno d’entrarvi, eppure non vi potranno entrare, mentre si contenteranno di una diligenza mediocre, e per entrar in paradiso vi vuole uno sforzo grande. “Domine, si pauci sunt, qui salvantur? Ipse autem dixit ad illos: contendite intrare per angustam portam, quia multi, dico vobis, quaerent intrare, et non poterunt” [9]. Chi è qui che parla? Forse un teologo che specula, un dottore che formalizza? No, no; è il Figlio di Dio, è la stessa eterna Verità, che in altra occasione disse anche più chiaro: “multi sunt vocati, pauci vero electi” [10]. Non disse: “omnes sunt vocati”, rinchiudendovi tutti gli uomini, e che di tutti gli uomini sono pochi eletti; no, ma disse: “multi sunt vocati”, cioè, come spiega s. Gregorio, tra tutti gli uomini molti sono i chiamati alla vera fede, molti sono i cristiani cattolici, e di questi pochi sono gli eletti, pochi si salvano. Lamentatevi adesso di me, che vi stringo la strada del paradiso, mentre io mi sono protestato di non voler neppure aprir bocca. Queste, popolo caro, sono pur parole di Gesù Cristo? sono pur chiare? sono pur vere? Or ditemi adesso, si può aver fede in cuore questa mane, e non tremare per il grande orrore?….

  1. Ah… tardi mi avveggo, che il parlare così alla rinfusa di tutti è uno scoppio senza palla. Stringiamo l’argomento al diverso stato d’ognuno, e toccherete con mano esser d’uopo o rinunziare alla ragione, all’esperienza, al senso comune dei fedeli, o confessare che dei cattolici i più vanno dannati. E però ditemi in grazia, v’è stato nel mondo più favorevole all’innocenza, più idoneo alla salute, più in credito di bontà di quello dei sacerdoti, che sono i luogotenenti di Dio? Or chi non presumerebbe senz’altro i più di loro essere gli ottimi, che non i buoni? Eppure odo non senza orrore lagnarsi un Girolamo, che essendo il mondo pienissimo di sacerdoti, ve n’è però tal carestia, che appena uno tra cento si troverà che sia buon sacerdote; odo un servo di Dio attestare di avere inteso per rivelazione a sé fattane, esser tanti i sacerdoti che giornalmente precipitano nel baratro dell’inferno, che non gli parea possibile restarne altrettanti nel mondo; odo il Grisostomo, che in vedere sì poca esemplarità di vita nei sacerdoti, il tutto conferma con le lagrime agli occhi, dicendo che i più vanno perduti: “non arbitror inter sacerdotes multos esse, qui salvi fiant, sed multo plures, qui pereant”. [11] E se volete maggiormente raccapricciarvi per l’orrore, sollevate gli occhi più in alto, e poi ditemi: dei principi, prelati di santa Chiesa, e curati d’anime sono i più quelli che si salvano, o quelli che si dannano? Io son mutolo, non parlo; il Cantipratense vi racconterà un fatto, toccherà a voi dedurne le conseguenze. Si radunò un sinodo in Parigi con l’intervento di molti prelati e curati d’anime, assistiti per maggior pompa e decoro dalla presenza del re e dei principi di quella dominante. Fu invitato a sermoneggiare in questo sinodo un famosissimo predicatore, e mentre studiava la materia del suo discorso, gli comparve uno spaventoso demonio, e gli disse: eh via, metti da parte tanti libri; vuoi tu fare una predica fruttuosissima a questi principi, prelati e curati di anime? Lascia pur tutto il resto, e porta loro solamente una imbasciata da parte di noi altri diavoli dell’inferno, e di’ loro così, come in persona nostra: noi principi delle tenebre rendiamo infinite grazie a voi, principi, prelati e curati d’anime delle chiese, mentre per vostra negligenza la maggior parte dei fedeli si dannano; che però ci riserbiamo a rendervi il contraccambio di sì gran favore, quando vi troverete con esso noi nel nostro inferno. Guai a voi, che presiedete agli altri, guai a voi! Se per causa vostra tanti si dannano, di voi che sarà? Or se di questi, che sono i luminari di prima grandezza nella Chiesa di Dio, tanto pochi si salvano, di voi che sarà? Fate pure un fascio di tutte le sorta di persone di ogni sesso, di ogni stato, di ogni condizione, dei coniugati, liberi, maritate, vedove, fanciulle, soldati, mercanti, artefici, bottegai, contadini, ricchi, poveri, nobili, plebei; di tanta gente, che per altro vive sì male, qual giudizio faremo noi? A me nol chiedete; non ho cuore, me ne sto taciturno ammirando i giudizî di Dio. San Vincenzo Ferreri vi chiarirà con un fatto. Riferisce dunque il santo, qualmente un arcidiacono di Lione di Francia, rinunziò la sua dignità, e per zelo dell’anima sua ritirossi a far penitenza in un deserto. Spirò lo stesso dì ed ora, in cui morì san Bernardo, ed apparendo poscia al suo prelato gli disse: Monsignore, sappiate che nella stessa ora, in cui io spirai morirono trentamila persone; di questi l’abbate Bernardo ed io salimmo al cielo senza dilazione alcuna, tre al purgatorio, e tutte le altre ventinovemila novecento novantacinque precipitarono all’inferno. Anche più spaventoso è il caso che si registra nelle nostre cronache. Predicando in Alemagna un nostro religioso insigne per santità e dottrina, esagerò sulla deformità dei peccati disonesti con tanta veemenza di spirito, che una donna dell’uditorio cadde svenuta per il gran dolore a vista di tutti, e ritornata in sé, disse: Quando fui presentata al tribunale di Dio vi concorsero pure da varie parti del mondo sessantamila persone, delle quali si salvarono tre, che andarono in purgatorio, e tutto il resto dannossi! Di trentamila soli cinque si salvano, di sessantamila soli tre vanno in luogo di salute; eh, peccatori fratelli, voi che mi udite, di qual numero sarete voi? che dite? che pensate?…
  2. Già mi avveggo che per la maggior parte abbassate il capo, e stupidi per l’orrore ve ne rimanete attoniti, sorpresi da un’alta maraviglia. Eh via, deponete lo stupore, e lasciamo ormai, cari uditori, di adulare il nostro rischio, ma bensì procuriamo di trar qualche vantaggio dal nostro timore. Siete voi ragionevoli? eccovi dunque chiariti dalla ragione. Non è vero che due sono le vie che conducono al santo paradiso, cioè la via della innocenza e la via della penitenza? Or se io vi dimostrerò che pochissimi camminano per una delle due strade, voi da quei ragionevoli che siete, dedurrete subito che pochissimi si salvano. E per venire alle prove, qual’età, qual impiego, qual grado mi troverete voi, nel quale il numero dei cattivi non sopravvanzi con proporzione di cento ad uno quello dei buoni, ed a cui non quadri l’opinione di Biante: “Rari boni, pravi plurimi?” Ormai può dirsi del nostro tempo ciò che diceva Salviano del suo: essere più facile trovar un numero senza numero di persone colpevoli e immerse in ogni sorta d’iniquità, che rinvenirne pochissime innocenti. Quanti pochi vi sono tra i servitori, che siano netti di mano e fedeli nei loro uffici! quanti pochi tra i bottegai discreti e giusti nelle loro vendite! quanti pochi artigiani puntuali e veridici nelle loro opere! quanti pochi tra i mercanti disinteressati e sinceri nei loro traffichi! quanti pochi curiali, che non tradiscano l’equità! soldati che non calpestino l’innocenza! padroni che non ritengano le mercedi! potenti che non soverchino gl’inferiori! “Rari boni, pravi plurimi”. Chi non vede che è tanto universale ormai la sfrenatezza nei giovani, la malizia negli adulti, la libertà nelle fanciulle, la vanità nelle donne, nella nobiltà la licenza, nella cittadinanza la corruttela, nella plebe la dissoluzione, nella povertà l’impudenza, che, come Davidde disse dei tempi suoi, quei pochissimi che vivono bene tra la moltitudine dei malviventi non compariscono, come se al mondo non ve ne fosse pur uno? Omnes declinaverunt, non est qui faciat bonum, non est usque ad unum”. [12] Eccoci giunti pur troppo a quella universale inondazione dei vizî profetizzata da Osea: “maledictum, et mendacium, et furtum, et adulterium inundaverunt”. [13] Scorrete le piazze e le strade, i fondachi e le officine, i palazzi e le case, i quartieri ed i campi, i tribunali e le corti, i tempî stessi di Dio; dove mai troverete più un palmo di netto? Ahimè, dice Salviano, ora mai non si può più reggere alla gran piena di bestemmie e di spergiuri, di uccisioni e di rancori, di oppressioni e di rapine, di crapule e di adulterî, di scandali e di ateismi, che allagano dappertutto: “praeter paucissimos qui mala fugiunt, quid est aliud christianorum coetus, quam sentina vitiorum?” [14] Tutto è interesse, tutto è ambizione, tutto golosità, tutto lusso; dalle sole sozzure della disonestà forse non è ammorbata la maggior parte degli uomini? Dunque non è verissimo il sentimento di s. Giovanni, che il mondo, se pur si può chiamare mondo quello che è la stessa immondezza, tutto arde di questa febbre maligna, tutto divampa: “mundus totus in maligno positus est?” [15] Non mi tacciate, se così è; non sono io che parlo, non sono io che vel dico, è la ragione che vi violenta a credere che di tanta gente che vive sì male, pochi, anzi pochissimi si salvano.
  3. Ma la penitenza, mi dite voi, non può riparar con vantaggio le perdite della innocenza? Sì che il può; ma io so ancora che è sì difficile in pratica, e sì disusata, o sì abusata tra’ peccatori la penitenza, che basta questo a convincerci essere ben pochi quei che si salvano per questa strada. Ed oh che strada scoscesa, angusta, spinosa, orrida a rimirarsi, aspra a salirsi, dolorosa a calcarsi, segnata per tutto d’orme sanguigne, di tronche membra, di funeste memorie! quanti si smarriscono in solo vederla! quanti si ritraggono nel principio! quanti vengono meno nel mezzo! quanti abbandonansi miseramente sul fine, e quanti pochi sono quelli che con santa perseveranza la tengono fino alla morte! È un gran dire quello di Ambrogio, di aver trovato più facilmente chi abbia serbata l’innocenza in tutto il tempo di sua vita, che chi vissuto malvagio abbia poi fatta de’ suoi peccati penitenza condegna: “facilius inveni qui innocentiam servaverint, quam qui congruam poenitentiam egerint”. [16] Che se considerate la Penitenza qual sacramento, oh Dio! quante confessioni dimezzate! quante narrazioni istoriche! quante apologie studiate! quanti pentimenti bugiardi! quante promesse ingannevoli! quanti propositi inefficaci! quante assoluzioni male impiegate! Direte voi che sia buona la confessione di colui, che confessa disonestà inveterate, di cui tiene appresso di sè l’occasione? o ruberìe manifeste, che non ha animo di risarcire quantunque possa? o ingiustizie, o imposture, o iniquità d’ogni genere, in cui appena confessato ricade? Oh abuso orribile di sì gran sacramento! chi si confessa per esimersi dalle scomuniche, chi si confessa per acquistar credito di penitente, chi si sgrava dei peccati per attutare i suoi rimorsi, chi per vergogna li tace, chi per malizia li tronca, chi per usanza li scopre. A chi manca il vero fine del sacramento, a chi il dolor necessario, a chi il proposito universale. Poveri confessori! quanto vi convien sudare per indurre la più parte de’ penitenti a quelle risoluzioni, a quegli atti, senza dei quali la confessione è un sacrilegio, l’assoluzione è una condanna, e la penitenza è una vanità? Dove sono adesso coloro che, per autenticar l’opinione contraria del maggior numero degli eletti, si fanno forti con questo discorso: i più dei cattolici adulti muoiono nel loro letto co’ sacramenti, dopo essersi confessati; dunque i più dei cattolici adulti vanno salvi. Oh che bel raziocinio! Conviene inferire tutto l’opposto; i più dei cattolici adulti si confessano male in vita, dunque a fortiori i più dei cattolici adulti si confessano male in morte; e i più vanno dannati. Ho detto a fortiori, perchè ad un moribondo, a cui riuscì sì malagevole il confessarsi bene quando era sano, come volete che riesca confessarsi bene, allorché se ne giace in un letto col cuore oppresso, col capo vacillante, con la ragione sopita, combattuto in più guise dagli oggetti ancor vivi, dalle occasioni ancor fresche; dagli abiti fatti, e soprattutto dai demonî assistenti, che cercano tutti i mezzi per precipitarlo? Or se a tutti questi o falsi penitenti, o veri impenitenti voi aggiungerete quei tanti altri malvagi, che i giorni loro finiscono improvvisamente in peccato, o per imperizia dei medici, o per colpa de’ parenti, o per malignità de’ veleni, o sepolti da’ terremoti, o rapiti da apoplessie, o precipitati da alto, o morti in guerra, o uccisi in rissa, o colti in fallo, o fulminati, o arsi, o annegati, come non direte che sopravvanzino di gran lunga il numero di coloro che vanno salvi? Concludiamo a forza di convincentissima ragione, che i più de’ cristiani adulti vanno dannati. Il discorso non è mio, io per me sto quieto, non parlo, è di Giovanni Grisostomo, che vi mette con le spalle al muro. Venite qua, dice il santo: la maggior parte dei cristiani non battono la via dell’inferno? non camminano per tutto il tempo della loro vita verso l’inferno? Perché dunque vi maravigliate che la maggior parte vadano all’inferno? che i meno entrino in paradiso? “Non potest quis pervenire ad portam, nisi ambulaverit in via.” [17] Rispondete adesso ad una ragione sì robusta, se vi dà l’animo.

VII. La risposta l’abbiamo in pronto: la misericordia non è grande? Sì, che è grande per chi teme Dio: “misericordia Domini super timentes eum”, [18] dice il profeta; ma per chi non teme Dio è grande la giustizia, che è risoluta mandare in perdizione tutti i contumaci: “discedite a me, omnes operarii iniquitatis”. [19] Or se così è, per chi sarà fatto il paradiso, se non è fatto per i cristiani? Anzi per i cristiani è fatto il santo paradiso, ma per quei cristiani che non disonorano un sì bel carattere e vivono da buoni cristiani; tanto più che se voi al numero dei cristiani adulti, che muoiono in grazia, aggiungerete uno stuolo numerosissimo di bambini che muoiono dopo il battesimo prima di arrivar all’uso della ragione, si formerà una turba sì smisurata e sì strana, che l’apostolo s. Giovanni in vederla, la chiamò innumerabile: vidi turbam magnam, quam dinumerare nemo poterat. [20] Ed ecco l’abbaglio di chi sostiene opinioni in contrario. È certo che, parlandosi di tutti i cattolici alla rinfusa, la maggior parte si salvano, attesoché, secondo le varie osservazioni già fatte, dei bambini che nascono, circa la metà muoiono dopo il battesimo prima di arrivar all’uso della ragione. Or se a questa metà si aggiungono gli adulti, che conservarono intatta la stola dell’innocenza, o dopo averla macchiata la lavarono con lagrime di opportuna penitenza, è certo che i più vanno salvi, e quadra loro benissimo il “vidi turbam magnam” dell’Apostolo diletto; il “venient multi ab oriente, et occidente, et recumbent cum Abraham, et Isaac, et Jacob in regno coelorum” [21] del Redentore, con gli altri simboli e figure, che sogliono addursi in favore di questa opinione; ma se si parla de’ cristiani adulti, troppo convincono e l’esperienza e la ragione e l’autorità e la convenienza e la Scrittura, che i più vanno dannati. Nè crediate perciò sia per formarsi del paradiso un deserto; eh no, no, anzi un reame popolatissimo; e se i reprobi saranno tanti quante le arene del mare, gli eletti saranno tanti quante le stelle del cielo, cioè a dire gli uni e gli altri senza alcun numero, benché con differentissima proporzione; la quale proporzione ben ponderata un dì da Giovanni Grisostomo lo fe’ fremere per l’orrore. Predicando egli nella sua cattedrale di Costantinopoli, città allora popolatissima, ebbe a dir sospirando: quanti credete voi d’un popolo sì numeroso siano per salvarsi? E senza aspettar risposta, soggiunse: io sono di parere che appena cento si salveranno, e di questi ancora dubito: “non possunt in tot millibus inveniri centum qui salventur, quin et de his dubito”. [22] Ahi spavento! ahi terrore! d’un popolo sì numeroso, appena cento credeva quel gran santo si avessero a salvare, e nemmeno questi dava per sicuri; e di voi che mi ascoltate, che sarà? Dio immortale! è punto questo da tremare. Troppo ardua, dilettissimi, è la impresa della nostra eterna salute, e, secondo la massima di tutti i teologi, quando un fine dipende da mezzi grandemente difficili, non è che di pochi l’arrivare a spuntarlo: “deficit in pluribus, contingit in paucioribus”. Che però l’angelico dottor s. Tommaso, dopo aver ponderato ben bene con la vastità del suo sapere tutti i motivi, tutte le ragioni, alla fine conchiude che de’ cattolici adulti la maggior parte si danna: “cum beatitudo aeterna excedat statum naturae, et praecipue secundum quod est gratia originali destituta, pauciores sunt qui salvantur.” [23]

VIII. Strappatevi dunque dalla fronte quella benda, con cui pur troppo vi accieca l’amor proprio acciocché non crediate sì potenti verità, facendovi formare un erroneo concetto della giustizia di Dio: “Pater juste, mundus te non cognomi”. [24] Padre giusto, disse Cristo Signor nostro, il mondo non vi conosce: non disse, padre onnipotente, padre ottimo, padre misericordioso; no, disse, Padre giusto, per dinotar che Dio in nessuno dei suoi attributi è meno conosciuto, che in quello della giustizia di Dio, perché gli uomini non vogliono credere quello che non vorrebbero esperimentare. Togliete dunque quel velo che vi benda gli occhi, ed aprite in ambedue le pupille due fonti di pianto; ah dite… che del mondo cattolico, di questo stato, di questo luogo, e forse ancora di questa udienza, i più andranno dannati! E quando mai più a proposito lagrimerete, occhi miei, che in un caso sì deplorabile? Pianse il re Serse nel rivedere dall’alto d’un colle schierati in bella ordinanza centomila soldati, considerando che dopo cento anni di una sì numerosa e florida armata non resterebbe più vivo un solo uomo. Quanto maggiore motivo abbiamo di piangere ancor noi in pensare che di un numero innumerabile de’ fedeli cattolici la maggior parte se ne morrà di morte eterna? Ahimè che una evidenza sì lagrimevole dovrebbe farci struggere in un mare di pianto; e se non altro dovrebbe per lo meno eccitare nei nostri cuori quel sentimento di compassione, che già provò il venerabile fr. Marcello di s. Domenico religioso agostiniano. Meditando egli un dì le pene eterne, si degnò di mostrargli il Signore quanti in quel punto andavano dannati; e ciò per un grande stradone, dove in numero di ventiduemila, come a lui parvero, urtandosi gli uni con gli altri, correano a folla verso l’inferno. A quella vista il buon servo di Dio tutto in atto di attonito era udito esclamare: oh quanti sono! oh quanti! oh quanti! eppure ne vengono degli altri! eppure corrono a dannarsi! O Gesù! o Gesù! che follia, che stolidezza! sì, sì, che voglio dire ancor io con Geremia: “quis dabit capiti meo aquam, et oculis meis fontem lacrymarum, et plorabo interfectos filiae populi mei?” [25] Povere anime, anime belle, come correte sì affollate verso l’inferno? Deh, fermate di grazia, fermate e discorriamola un po’ familiarmente. O voi capite che voglia dire salvarsi per tutta l’eternità, che voglia dire dannarsi per tutta l’eternità; o voi nol capite? Se lo capite, e non vi risolvete questa mane a mutar vita, a fare una buona confessione, a mettervi il mondo sotto de’ piedi, insomma a far tutti gli sforzi per entrare nel numero di quei pochi che si salvano, dico che in voi non v’è fede; se poi non lo capite, siete degni di maggiore scusa, perché non v’è cervello, non vi è senno. Salvarsi per tutta l’eternità! dannarsi per tutta l’eternità! e poi non far ogni sforzo per fuggir l’uno, e assicurar l’altro, l’è un gran che! Forse ancor non credete? ancor titubate? Ma sono pure i teologi di maggiore sfera, i padri di maggiore autorità che vi hanno predicata questa mane una sì gran verità? Io per me non ho avuto cuore di decidere; come dunque potete far testa a tante ragioni corroborate da tanti motivi, da tanti esempi, da tante scritture? Che se, non ostante una sì gran piena di ragioni convincentissime, rimaneste ancora sospesi, e il vostro intelletto inclinasse alla opinione opposta, non basta per farvi tremare il solo sospetto che possa esser vera questa pia opinione, che dei cristiani i più si dannano, la quale vi viene predicata da tanti santi, da tanti servi di Dio e da tutti i più accesi della salute delle anime? Ahimè che pur troppo dareste a conoscere che a voi non preme la eterna salute. Io so che ad ogni uomo di senno in quel che risguarda l’affare della eterna salute fa più colpo un leggiero dubbio del suo pericolo, che la evidenza d’una totale ruina in altri affari che non ispettano all’anima. Quindi è che il nostro beato Egidio soleva dire, che se di tutti gli uomini uno solo si avesse dovuto dannare, avrebbe fatto tutto il fattibile per accertarsi di non esser egli quello. Or che dovremo far noi con una verità sì manifesta sugli occhi, che non solo di tutti gli uomini, ma ancora de’ cattolici i più vanno dannati? Che si risolve per entrare nel numero di que’ pochi che si salvano? Che dite? Che pensate? Che abbiamo a dire?… Se Cristo m’aveva a dannare, a che farmi nascere? Taci, lingua temeraria, taci; nemmeno i turchi Cristo ha fatto nascere per dannarli, ma chiunque si danna, per sua schietta malizia si danna; si danna perché si vuol dannare. Oh qui sì che voglio parlare io per difendere la bontà del mio Dio da ogni censura. Lasciatemi riposare.

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Seconda parte

  1. Prima d’inoltrarci, fate un fascio da una parte di tutti i libri ed eresie di Lutero e di Calvino; dall’altra accumulate tutti i libri ed eresie dei pelagiani e semipelagiani, e poi date loro fuoco; gli uni distruggono la grazia, gli altri distruggono la libertà, sono pieni di errori, gettateli alle fiamme; è stampato in fronte ad ogni prescito [= reprobo, n.d.r.] l’oracolo di Osea profeta: “perditio tua ex te”. [26] Per fargli capire che chiunque si danna, per sua schietta malizia si danna, si danna perché si vuoi dannare, piantate questi due fondamenti: “Deus vult omnes homines salvos fieri”, [27] Iddio per quanto è da parte sua vuole salvar tutti; “Omnes egent gloria Dei”, [28] e per salvarci tutti abbiamo bisogno della grazia di Dio. Or se io vi farò vedere che Iddio ha questa buona volontà di salvar tutti, e che per salvar tutti, a tutti dà la sua grazia con gli altri mezzi necessarî per conseguire un fine sì sublime, sarete sforzati a confessare che chiunque si danna, per sua schietta malizia si danna; e se la maggior parte dei cristiani vanno dannati, ci vanno perché ci vogliono andare: “perditio tua ex te, in me tantummodo auxilium tuum”. [29] Che per verità Iddio abbia voglia di salvar tutti, l’ha manifestato in cento luoghi delle sacre Carte: “nolo mortem peccatoris, sed ut magis convertatur et vivat: vivo ego, dicit Dominus, nolo mortem impii”; [30] “convertimini, et vivite”. [31] E perché non ho tempo di dilatarmi, solo dirò che quando alcuno ha voglia grande di qualche cosa, si suole dire: se ne muore di voglia: ma si dice così per esagerazione, per iperbole; Iddio sì, che ha ed ha avuta una voglia sì grande, sì accesa della nostra eterna salute, che è morto per sì gran voglia, e per brama di dare a noi la vita, ha sofferto egli stesso la morte: “et propter nostram salutem mortuus est”. Dunque questa volontà di salvar tutti in Dio non è una volontà affettata, superficiale, per cerimonia, no, ma è una volontà vera, pratica, benefica, perché infatti ci dà tutti quei mezzi che sono attissimi per salvarci, e non ce li dà acciocché non abbiano il suo effetto, o perché vede che non l’avranno; ma ce li dà con volontà buona, con intenzione vera che ottengano il loro fine, e se non l’ottengono, si dichiara che se ne disgusta, se ne offende; ed anche a’ presciti comanda che si adoprino per conseguire la loro eterna salute; li esorta a questo, a questo li obbliga, e se non lo fanno, fanno peccato; dunque poteano farlo, e salvarsi anch’essi; anzi perché Dio vede che senza il suo aiuto nemmeno ci serviremmo della sua grazia, ci dà altri aiuti, acciocché con essi ci aiutiamo; e se questi aiuti talvolta riescono inefficaci, la colpa è nostra: perché con quegli stessi aiuti in actu primo, dicono i teologi, de’ quali uno si abusa e si danna, un altro può cooperare e salvarsi, anzi con minori. Sì, sì, uno che ha maggior grazia, può abusarla e dannarsi; un altro che ha minor grazia, può cooperare e salvarsi. Or qui s’alza in piedi s. Agostino e intuona: laonde chiunque si danna, per sua schietta malizia si danna: “ergo si quis a justitia deficit, suo in praeceps fertur arbitrio, sua concupiscentia trahitur, sua persuasione decipitur”. [32] Ma per questi poverelli, che non intendono questa teologia, ecco che voglio dire: attendete. Iddio, fratelli cari, è tanto buono, ma sì buono, buono che quando vede un peccatore correre a spron battuto alla perdizione, che fa? Ecco, gli corre sempre dietro, lo chiama, lo prega, e lo accompagna perfino sulle porte dell’inferno; e che non fa per convertirlo! Gli manda buone ispirazioni, santi pensieri, e se non ne approfitta, Iddio si adira, si sdegna, e lo piglia di mira. Ahimè, adesso lo colpisce! No, perché poi spara all’aria e gli perdona; ma pur non si emenda: ed Egli lo getta moribondo su di un letto. Or sì che lo finisce; ma no, perché poi lo risana; ancora imperversa; ahimè, dice Dio, vediamo un po’, pensiamo un po’, che si può far di più, diamogli ancora un anno di tempo, e, finito questo, via, diamogliene un altro; e se con tutto questo colui ad ogni modo si vuol gettare in quella fornace di fiamme, Iddio che fa? Lo lascia? No, lo prende per mano, e mentre sta mezzo dentro e mezzo fuora dell’inferno, ancora gli predica, ancora lo supplica a prevalersi della sua grazia. Or ditemi adesso, se costui si danna, non è vero che a dispetto di Dio si danna, si danna perché si vuol dannare? Dov’è colui, che mi diceva, se Cristo m’aveva a dannare, a che farmi nascere?…
  2. Ah peccatori sconoscenti, intendete questa mane, se vi dannate, Iddio non ha colpa, la colpa è vostra; vi dannate perché vi volete dannare. E per chiarirvene maggiormente, affacciatevi giù a quelle porte dell’abisso, e poi lasciate che io vi faccia venire quassù alcuno di quei miseri presciti, che bruciano tra quelle fiamme; acciocché vi diciferi questa verità. Udite, sgraziati, venga su alcuno di voi per disingannare chiunque mi ascolta. Ecco che tra quei gorghi di fuoco e di fiamme ne spunta su uno brutto e spaventoso assai; eccolo a galla: or dimmi, chi sei tu? Io sono un povero idolatra nato nella terra incognita, che non seppi mai nulla né d’inferno, né di paradiso, né di quanto adesso patisco! Poverino, va giù, che non cerco te; venga su un altro: eccolo, oh quanto mostruoso! E tu chi sei? Io sono uno scismatico del l’ultima Tartaria vissuto sempre alla foresta: appena sapevo che vi fosse Dio; nemmeno te io voglio, torna giù: eccone un altro, che viene su da quelle bolge di fuoco: e tu chi sei? Io sono un povero eretico del Nord, nato sotto del polo, senza aver veduto mai né luce di sole, né lume di fede: eh che io non voglio nessuno di voi, tornate pur giù. Cristiani miei, mi piange il cuore in vedere che si siano dannati questi poverini, che non hanno saputo mai nulla di fede: eppur sappiate che anche a questi, quando fu data la sentenza, fu detto: perditio tua ex te, si sono dannati perché si sono voluti dannare. Oh quanti aiuti ricevettero dalla bontà di Dio per salvarsi! noi non li sappiamo, ma li sanno ben eglino, che adesso confessano: “justus es Domine, et rectum judicium tuum.” [33] Che però dovete sapere che la più antica legge è la legge di Dio; questa tutti la portano scritta nel cuore, questa s’impara senza maestro, basta avere il lume della ragione per saper tutti i precetti di questa legge; quindi è che gli stessi barbari cercano tanto il segreto per commettere i loro delitti, procuran nasconderli, perché conoscono il male che fanno; ed ecco perché si sono dannati, perché non osservarono la legge naturale, che ebbero impressa nel cuore, mercecché, se avessero osservata questa, Iddio avrebbe fatto miracoli piuttosto che lasciarli dannare; avrebbe mandato chi li istruisse, e avrebbe loro dati altri aiuti, de’ quali si resero indegni, perché non vissero conforme ai dettami della propria coscienza, che li avvisò sempre del bene e del male; questa li accusò dinanzi al tribunale di Dio, questa laggiù nell’inferno intima di continuo al cuor loro: “perditio tua ex te, perditio tua ex te”; ed essi non sanno che rispondere, e sono sforzati a confessare che la dannazione loro sta bene. Or se questi infedeli non hanno scusa, che scusa potrà avere un cattolico con tanti sacramenti, con tante prediche, con tanti aiuti? Come ardisce dire, se Cristo aveva a dannarmi, a che farmi nascere, mentre Iddio gli dà tanti aiuti acciocché si salvi? Lasciate dunque che io finisca di confondere costoro.
  3. Rispondete voi, che penate laggiù in quel profondo; de’ cristiani cattolici ve ne sono fra queste fiamme? Se ve ne sono?! oh quanti, oh quanti! Venga su dunque uno di questi; non può riuscire, stanno troppo giù nel fondo fondo; bisognerebbe mettere sottosopra tutto l’inferno; è più facile fermar uno di questi, che già stanno per cadervi. Olà, con te parlo, che vivi in peccato mortale con odî, con pratiche, involto nel fango di mille disonestà, ed ogni giorno più ti avvicini alla bocca dell’inferno; fermati, fratello, sorella, fermati, volgiti indietro; è Gesù che ti chiama, e con tutte le bocche delle sue piaghe ti dice al cuore: figlio, figlia, oh tu sì, se ti danni, non hai di che lamentarti, se non di te: perditio tua ex te. Alza il capo, figlio, e mirati d’intorno, di quanti beneficî ti ho arricchito, acciocché assicurassi la tua eterna salute; ti poteva pure far nascere in una selva de’ più remoti paesi della Barberia; l’ho fatto con tanti e tanti; con te non ho fatto così, anzi ti ho fatto nascere in seno alla santa fede cattolica, ti ho fatto allevare da sì buon padre e buona madre, con tante istruzioni e insegnamenti miei; or se con tutto questo ti danni, la colpa di chi sarà? Sarà tua, figlio, sarà tua: “perditio tua ex te”. Ti poteva pure mandare all’inferno sin dal primo peccato, senza aspettare il secondo; ho fatto così con tanti e tanti, ma con te ho avuto pazienza, ti ho aspettato per anni ed anni, anche adesso ti aspetto a penitenza; or se con tutto questo ti danni, la colpa di chi sarà? Sarà tua, o figlio, sarà tua: “perditio tua ex te”. Sai pure quanti ne ho fatti morire malamente sugli occhi tuoi: l’ho fatto per tuo avviso; quanti altri ne ho rimessi per la buona strada: l’ho fatto per darti esempio; ti ricordi di quel che ti disse quel buon confessore? Io gliel feci dire; non t’invitò egli a mutar vita, fare una buona confessione generale? Io glielo ispirai; non udisti quella predica, che ti toccò il cuore? Io ti ci condussi, io ti compunsi; e poi quel che è passato fra me e te, là dentro al gabinetto segreto del tuo cuore, tu nol puoi negare; quelle tante ispirazioni interne, quelle cognizioni sì chiare, quegli stimoli di coscienza sì continui, hai cuore a negarli? Or sappi che erano tutti aiuti della grazia mia, che ti voleva salvo in paradiso; a tanti e tanti li ho negati, e li ho dati a te, da me amato come figlio; ah figlio, ah figlio, se tanti e tante mi udissero parlare così con tanta tenerezza, come al presente Io parlo a te, si struggerebbero, si ridurrebbero sulla buona via; e tu mi volti le spalle, eh? … Deh, anima cara, anima cara, senti queste ultime mie parole, tu mi costi sangue, figlia, mi costi sangue; che se con tutto il prezzo del mio sangue ti vuoi dannare, deh non ti lamentar di me, lamentati di te, e tieni a mente questo per tutta l’eternità; se ti danni, senza mia colpa ti danni, a mio dispetto ti danni, ti danni perché ti vuoi dannare: “perditio tua ex te, perditio tua ex te”. Ah Gesù mio dolcissimo, una pietra non si spezzerebbe a queste parole sì dolci, ed espressioni sì tenere? C’è nessuno in questa udienza, che a dispetto di Dio voglia dannarsi, che con tanti aiuti di Dio voglia precipitarsi all’inferno? Se vi è, attenda, e poi resista se può, e finisco.

XII. Giuliano apostata, conforme riferisce il Baronio, dopo l’infame sua apostasia, concepì un odio sì intenso al santo battesimo, che giorno e notte andava fantasticando il modo di sbattezzarsi; e infatti fece preparare un bagno di sangue di capra, e vi si tuffò dentro, pensando con quel sangue lordo di vittima consacrata a Venere cancellare dall’anima sua il sacrosanto carattere battesimale. Vi parrà bestiale un tal successo, ma non è vero; fe’ benissimo l’apostata, perché oh quanta minor pena avrebbe sofferto nell’inferno, se vi fosse comparso senza battesimo! Ah peccator mio, vi parrà strano il consiglio che io sono per darvi; ma se bene si considera, è tutto pietoso; ed acciocché vi faccia maggiore impressione, eccomi genuflesso ai vostri piedi; mio caro peccatore, vi prego per il sangue di Gesù, per le viscere di Maria a mutar vita, a rimettervi sulla via del paradiso, a far quanto mai potete per entrare nel numero di quei pochi che si salvano; che se non vi risolvete, e volete tirare innanzi verso l’inferno; ah ecco il consiglio che vi do, ingegnatevi almeno di trovar qual che modo di sbattezzarvi; guai a voi, se portate laggiù fra tanti diavoli il nome sacrosanto di Gesù Cristo, se vi comparite col sacrosanto battesimo in capo, guai a voi! oh quanta maggior confusione sarà la vostra! deh fate a mio modo, se non vi volete convertire, andate sin da oggi alla parrocchia, supplicate il vostro parroco a cancellare il vostro nome dal libro dei battezzati, acciocché non vi rimanga memoria, che voi siate mai stato cristiano; supplicate altresì il vostro Angelo custode a cancellare dal suo libro tutte le grazie, ispirazioni e aiuti, che per ordine di Dio v’ha dati; guai a voi, se si risanno! voltatevi ancora a questo Cristo, e ditegli apertamente che si ripigli la sua fede, il suo battesimo, i suoi sacramenti. Voi inorridite eh? Non vi dà il cuore di far sì cruda preghiera? Finitela dunque, caro mio peccatore, e gettatevi ai piè di Gesù tutto lagrime, tutto compunto, e col capo basso e cuor contrito ditegli tutto amareggiato dal dolore: lo confesso, caro mio Dio, che sino a quest’ora sono vissuto peggio di un turco; non merito no di essere ascritto al numero dei vostri eletti; conosco che mi starebbe bene la dannazione; ma pure, grande è la vostra misericordia, ed affidato sugli aiuti della grazia vostra, mi protesto che vo’ salvar l’anima mia, sì, sì, vo’ salvare l’anima mia; vadane pure ciò che ne può andare, vada la roba, vada l’onore, vada la vita, purché mi salvi; se per l’addietro sono stato infedele, ecco il mio cuore contrito, mi spiace della mia infedeltà, la deploro, la detesto, e ve ne chieggo umilmente perdono; perdonatemi, caro Gesù mio, e insieme insieme invigoritemi acciocché mi salvi; non chieggo ricchezze, non onori, non prosperità, solo chieggo di salvare quest’anima; l’anima, l’anima vi raccomando, che mi salvi l’anima. E voi che dite, mio Gesù? Ecco la pecorella smarrita, che ricorre a voi, buon pastore; deh abbracciatelo un peccatore sì bene risoluto, sì addolorato; benedite le sue lagrime, benedite i suoi sospiri, anzi benedite non un peccator solo, ma benedite tutto questo popolo sì bene disposto, sì risoluto di non voler cercare altro che la salute dell’anima. Via su, dilettissimi, facciamone una fervorosa protesta ai piè di questo Amor crocifisso, di volere a tutto costo salvarci l’anima. Chi ha concepito un vivo desiderio di salvarsi, mi sia compagno in far sì bella protesta; ah che troppo preme, siatemi compagni tutti, e diciamolo pur tutti insieme: Gesù mio, voglio salvare l’anima mia: diciamolo con le lagrime agli occhi: Gesù mio, voglio salvare l’anima mia. Oh benedette lagrime! oh benedetti sospiri! Oh questa mane sì che vi vo’ mandare a casa consolati! Che però se mi ricercate del mio proprio sentimento, se siano pochi quei che si salvano, o no; ecco quel che ne sento: o siano pochi, o siano molti, dico che chi si vuol salvare si salva, dico che non si perde chi non vuol perdersi; e se è vero che pochi si salvano, si salvano pochi perché sono pochi che vivono bene. Per altro ponete su di un tavolino ambedue le opinioni. La prima dice che i più dei cattolici vanno dannati; la seconda dice che i più dei cattolici vanno salvi; e poi fingete che un Angelo mandato da Dio, suonata in tuono feroce la tromba dell’eternità, in conferma della prima opinione, dica che non solo la maggior parte dei cattolici vanno dannati, ma aggiunga di più che di tutto questo popolo qui presente uno solo dovrà salvarsi; ubbidite pur voi con esattezza ai divini comandamenti, detestate pur voi le mode senza modo di questo secolo corrotto, abbracciatevi con un vero spirito di penitenza al tronco di questo mio Gesù crocifisso; e voi, voi sarete quel salvo, voi sarete quel solo che si salverà. Ritorni poi l’Angelo, e risuonata con fiato più giulivo la tromba, in conferma della seconda opinione, dica che non solo i più dei cattolici vanno salvi, ma di più aggiunga che di questo popolo qui presente un solo s’ha da perdere, gli altri tutti si hanno a salvare. Seguitate pur voi ad amare le vostre usure, le vostre vendette, le vostre borie, i vostri amori, le vostre disonestà, e voi, e voi sarete il perduto, voi sarete quel solo che si dannerà. Che giova dunque la curiosità di sapere se siano pochi, o molti quei che si salvano? Ecco l’oracolo di s. Pietro: “satagite ut per bona opera certam vestram electionem faciatis”. [34] Se vorrete, vi salverete, così disse l’angelico dottor s. Tommaso d’Aquino alla sua sorella, che lo interrogò che cosa doveva fare per salvarsi: se vuoi, le rispose, ti salverai. E se ne volete un argomento in forma insolubile, convincentissimo, eccolo: non va all’inferno chi non pecca mortalmente, questa maggiore è di fede innegabile. Non pecca mortalmente chi non vuole, questa minore è proposizione teologica, verissima: “non est peccatum nisi voluntarium”. Dunque chi non vuole non va all’inferno. Questa è conseguenza legittima, indubitabile. Non basta questo per consolarvi? Piangete i peccati passati, confessatevi bene, non peccate più per l’avvenire, eccovi tutti salvi. A che tanti sgomenti, essendo verissimo che non va all’inferno chi non pecca mortalmente; non pecca mortalmente chi non vuole; dunque chi non vuole non va all’inferno? Questa non è opinione, ma verità soda, accertata, che ristora, che consola. Iddio ve la faccia capire e vi benedica.

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NOTE REDAZIONALI (dal sito: Progetto Barruel):

[1] Joann. VII, 31. Molti però del popolo credettero in lui.

[2] Eusebio Emis., Hom. de Latrone.

[3] Suarez De Deo lib. VI

[4] San Gregorio Magno, Homiliae in Evangelia, l. I (Lectio Evang. sec. Matth. 20, 1-16)

[5] Sant’Anselmo, In Elucid.

[6] Sant’Agostino, Serm. 111, 1 (PL 38,642).

[7] In Epist. Euseb. ad Damas. Pap. de morte D. Hieron.

[8] Sant’Agostino, De Baptismo contra Donatistas, V.

[9] Luc. XIII, 23-24: Signore, son eglino pochi quei, che si salvano? Ma egli disse loro: Sforzatevi di entrare per la porta stretta: imperocché vi dico, che molti cercheranno di entrare, e non potranno.

[10] Matth. XX, 16 e XXII, 14: Molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti.

[11] San Giovanni Grisostomo, Hom. III in Act. Apost.

[12] Ps. XIII, 3 e LII, 4: Tutti sono usciti di strada, son divenuti egualmente inutili: non havvi chi faccia il bene, non ve n’ha nemmen uno.

[13] Os. IV, 2. La bestemmia e la menzogna e l’omicidio e il furto e l’adulterio la hanno inondata (la terra).

[14] Salviano, De gubernatione Dei lib. III.

[15] I Joann. V, 19. Tutto il mondo sta sotto il maligno.

[16] Sant’Ambrogio De Poenit. Lib. II.

[17] San Giovanni Grisostomo In Matth. Homil.  XVIII.

[18] Ps. CII, 17. La misericordia del Signore… sopra color, che lo temono.

[19] Luc. XIII, 27. Partitevi da me voi tutti artigiani d’iniquità.

[20] Apoc. VII, 9. Vidi una turba grande, che nissuno poteva noverare.

[21] Matth. VIII, 11. Molti verranno dall’oriente e dall’occidente e sederanno con Abramo e Isacco e Giacobbe nel regno de’ cieli.

[22] San Giovanni Grisostomo, Hom. XL ad populum Antiochenum.

[23] San Tommaso d’Aquino, S. Th. Iª q. 23 a. 7 ad 3.

[24] Joann. XVII, 25. Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto.

[25] Jer. IX, 1. Chi darà acqua alla mia testa, e agli occhi miei una fontana di lacrime? e piangerò dì e notte gli uccisi della figlia del popol mio.

[26] Cfr. Os. XIII, 9. La perdizione è da te, o Isrele, da me solo il tuo soccorso. Mons. Antonio Martini commenta: «Vers. 9. La perdizione è da te, o Israele: ec. Tu solo, o Israele, se’ la cagione di tue sciagure: perocchè dal canto mio io non pensai, se non al tuo bene, al tuo soccorso, alla tua salute, e tu solo potevi colla tua ingratitudine sforzarmi a dar mano al flagello.»

[27] I Tim. II, 4. (Dio) vuole, che tutti gli uomini si salvino.

[28] Rom. III, 23. Tutti… hanno bisogno della gloria di Dio.

[29] Cfr. Os. XIII, 9 (vedi nota 26).

[30] Ez. XXXIII, 11: Io giuro, dice il Signore Dio: io non voglio la morte dell’empio, ma che l’empio dalla sua via si converta e viva. Convertitevi, convertitevi dalle pessime vie vostre…

[31] Ez. XVIII, 32. Convertitevi e vivete.

[32] Sant’Agostino, De articulis falso sibi impositis art. 13.

[33] Ps. CXVIII, 137. Giusto se’ tu, o Signore, e retti sono i tuoi giudizj.

[34] II Pt. I, 10. Per la qual cosa, o fratelli, viepiù studiatevi di certa rendere la vocazione ed elezione vostra per mezzo delle buone opere: imperocchè così facendo, non peccherete giammai.

Gli infermi provvedano prima all’anima poi al corpo.

Gli infermi provvedano prima all’anima poi al corpo

[Cocilio Lateran. IV – Costituz. XXII]

Gesù guarisce

   L’infermità del corpo dipende talora dal peccato, come disse il Signore all’ammalato che aveva sanato: “Va e non voler più peccare, perché non debba accaderti di peggio (Jon. V: 14), col presente decreto pertanto stabiliamo e comandiamo severamente ai medici dei corpi che quando sono chiamati presso gli infermi, prima di tutto li ammoniscano e li inducano a chiamare i medici delle anime, cosicché dopo che è stato provvisto alla salute spirituale degli infermi, si proceda al rimedio della medicina corporale con maggior efficacia: cessando infatti la causa, cessa anche l’effetto.

medico dell'anima

Questo decreto è motivato dal fatto che alcuni, quando soffrono, e i medici cercano di persuaderli a provvedere alla salute della loro anima, cadono in una estrema disperazione, da cui segue più facilmente il pericolo di morte.

I medici che trasgredissero, dopo la sua pubblicazione da parte dei prelati locali, questa nostra costituzione, siano esclusi dall’ingresso in chiesa fino a quando non abbiano soddisfatto nel debito modo per questa trasgressione.

Del resto, poiché l’anima è molto più preziosa del corpo, proibiamo ai medici sotto minaccia di anatema di consigliare all’ammalato per la salute del corpo qualche cosa che si risolva in danno per l’anima.