UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI (…COL GREMBIULINO) DI TORNO: SS. PIO VII – “ECCLESIAM A JESU”

La collezione di scomuniche per le società di stampo massonico, si arricchisce di una nuova Bolla, l’Ecclesiam a Jesu, di S.S. Pio VII che, informato dai settari fuoriusciti dalle riunioni tenebrose delle conventicole, cercava di porre argine all’espansione di facinorosi il cui scopo era sostanzialmente quello di sovvertire l’ordine sociale costituito, ma ancor più minare e demolire, se possibile, la santa Chiesa Cattolica, fondata da Gesù-Cristo, ed eliminare [si fueri potest] il suo Capo visibile, il Santo Padre, il Vicario di Cristo: colpire il Pastore per disperdere le pecore  …«Verranno gli ingannatori che, secondo i loro desideri, cammineranno nella via dell’empietà» (Gd 18). Infatti nessuno ignora quanti scellerati, in questi tempi difficilissimi, si siano coalizzati contro il Signore e contro Cristo Figlio Suo; costoro si adoperano soprattutto (sebbene con vani sforzi) a travolgere e a sovvertire la stessa Chiesa, ingannando i fedeli …». L’origine di tali movimenti settari, mascherati da organizzazioni politiche o addirittura filantropiche, risiedeva e tuttora risiede – come sempre – nelle radici gnostico-giudaiche così come opportunamente ricorda il Pontefice in questo documento, paragonando … questi scellerati, ai Priscillanisti, che seguivano appunto la dottrina gnostico-cabalista già pochi secoli dopo la costituzione della Chiesa, con l’intento sempre dichiarato, seppur nel segreto, di distruggere ed eliminare tutta l’opera – spirituale e materiale – del Cristo Gesù. Questa melma nel tempo si è rovesciata nel mondo e nella Chiesa, infiltrandosi per mezzo di ultra-scellerati marrani, finti chierici, frequentanti regolarmente gli alti gradi delle sette massoniche, e in ogni angolo della Cristianità, fino al totale controllo degli uffici e dei templi sacri. Ci si dirà che tutto questo fosse già profetizzato nelle sacre Scritture e dai Padri e teologi accreditati dalla Santa Chiesa, [tra gli altri, nel secolo scorso furono il De Segur, il Billot, il Cardinal Manning a tracciare un cammino che avrebbe seguito la Chiesa passando dal Getsemani, alla passione, morte e sepolcro, come il suo divin Fondatore, e questo come punizione per i popoli Cristiani irriverenti e praticanti un Cristianesimo farisaico, sacrilego di facciata]. Noi del pusillux grex, pur frastornati dall’empietà di personaggi dalla “faccia di bronzo” che si spacciano per Pastori cattolici “buonisti” ed accomodanti – aperti cioè a tutti i vizi [… in particolare al vizio impuro] ed ai capricci peccaminosi del mondo attuale da essi stessi paganizzato – ed occupano le sedi Apostoliche indebitamente usurpate, coadiuvati da sedicenti chierici pseudotradizionalisti senza giurisdizione e senza missione canonica – cioè i lupi sedevacantisti ed i fallibilisti gallicani, le iene rapaci che si introducono nel gregge – restiamo inamovibili nell’attesa degli eventi dei suddetti profeti e fedeli interpreti della Tradizione, i quali così come hanno previsto la rimozione del Katechon, l’abominio della desolazione nel tempio santo, la venuta dell’anticristo, l’eliminazione del Sacrificio perpetuo e la persecuzione violenta – fisica e spirituale – dei Cristiani, hanno pure profetizzato l’arrivo inatteso della Giustizia divina che farà scempio di satana e dei suoi adepti massoni con il “soffio della bocca” dello stesso Cristo, che darà nuovo spledore, nuova luce e beltà alla sua Sposa immacolata, al suo Corpo mistico: la Santa Chiesa Cattolica. Poveri illusi grembiulinati, siete destinati a perire miseramente, come Antioco, corroso dai vermi e da piaghe purulenti, già in questa vita, ed a subire i tormenti del vostro baphomet ingannatore che vi vuole suoi schiavi eterni nel fuoco della Geenna, ove … sarà pianto e stridor di denti. Pentitevi, fate penitenza, finché siete in tempo, tornate al vostro Creatore e Redentore … noi altri, non disperiamo, pregheremo anche per voi….  e ricordate:

ET IPSA CONTERET CAPUT VESTRUM!

BOLLA
ECCLESIAM A JESU
DEL SOMMO PONTEFICE
PIO VII

Il Vescovo Pio, servo dei servi di Dio. A perpetua memoria.

1. La Chiesa fondata da Gesù Cristo Salvatore Nostro sopra solida pietra (e contro di essa Cristo promise che non sarebbero mai prevalse le porte dell’inferno) è stata assalita così spesso e da tanti temibili nemici, che se non si frapponesse quella promessa divina che non può venir meno, vi sarebbe da temere che essa potesse soccombere, circuita dalla forza o dai vizi o dall’astuzia. Invero, ciò che accadde in altri tempi si ripete anche e soprattutto in questa nostra luttuosa età che sembra quell’ultimo tempo preannunciato in passato dall’Apostolo: «Verranno gli ingannatori che, secondo i loro desideri, cammineranno nella via dell’empietà» (Gd 18). Infatti nessuno ignora quanti scellerati, in questi tempi difficilissimi, si siano coalizzati contro il Signore e contro Cristo Figlio Suo; costoro si adoperano soprattutto (sebbene con vani sforzi) a travolgere e a sovvertire la stessa Chiesa, ingannando i fedeli (Col II, 8) con una vana e fallace filosofia e sottraendoli alla dottrina della Chiesa. Per raggiungere più facilmente questo scopo, molti di costoro organizzarono occulti convegni e sette clandestine con cui speravano in futuro di trascinare più facilmente numerosi individui ad essere complici della loro congiura e della loro iniquità. 

2. Già da tempo questa Santa Sede, scoperte tali sette, lanciò l’allarme contro di esse con alta e libera voce e rivelò le loro trame contro la Religione e contro la stessa società civile. Già da tempo sollecitò la vigilanza di tutti perché si guardassero in modo che queste sette non osassero attuare i loro scellerati propositi. È tuttavia motivo di rammarico che all’impegno di questa Sede Apostolica non abbia corrisposto l’esito cui essa mirava e che quegli uomini scellerati non abbiano desistito dalla congiura intrapresa, per cui ne sono derivati infine quei mali che Noi stessi avevamo previsto. Anzi, quegli uomini, la cui iattanza sempre si accresce, hanno perfino osato creare nuove società segrete. 

3. A questo punto occorre ricordare una società nata di recente e diffusa in lungo e in largo per l’Italia e in altre regioni: per quanto sia divisa in numerose sette e per quanto assuma talvolta denominazioni diverse e distinte tra loro, in ragione della loro varietà, tuttavia essa è una sola di fatto nella comunanza delle dottrine e dei delitti e nel patto che fu stabilito; essa viene chiamata solitamente dei Carbonari. Costoro simulano un singolare rispetto e un certo straordinario zelo verso la Religione Cattolica e verso la Persona e l’insegnamento di Gesù Cristo Nostro Salvatore, che talvolta osano sacrilegamente chiamare Rettore e grande Maestro della loro società. Ma questi discorsi, che sembrano ammorbiditi con l’olio, non sono altro che dardi scoccati con più sicurezza da uomini astuti, per ferire i meno cauti; quegli uomini si presentano in vesti di agnello ma nell’intimo sono lupi rapaci. 

4. Anche se mancassero altri argomenti, i seguenti persuadono a sufficienza che non si deve prestare alcun credito alle loro parole, cioè: il severissimo giuramento con cui, imitando in gran parte gli antichi Priscillanisti, promettono di non rivelare mai e in nessun caso, a coloro che non sono iscritti alla società, cosa alcuna che riguardi la stessa società, né di comunicare a coloro che si trovano nei gradi inferiori cosa alcuna che riguardi i gradi superiori; inoltre, le segrete e illegali riunioni che essi convocano seguendo l’usanza di molti eretici e la cooptazione di uomini d’ogni religione e di ogni setta nella loro società. 

5. Non occorrono dunque congetture e argomenti per giudicare le loro affermazioni, come più sopra si è detto. I libri da loro pubblicati (nei quali si descrive il metodo che si suole seguire nelle riunioni dei gradi superiori), i loro catechismi, gli statuti e gli altri gravissimi, autentici documenti rivolti a ispirare fiducia, e le testimonianze di coloro che, avendo abbandonato la società cui prima appartenevano, ne rivelarono ai legittimi giudici gli errori e le frodi, dimostrano apertamente che i Carbonari mirano soprattutto a dare piena licenza a chiunque di inventare col proprio ingegno e con le proprie opinioni una religione da professare, introducendo quindi verso la Religione quella indifferenza di cui a malapena si può immaginare qualcosa di più pernicioso. Nel profanare e nel contaminare la passione di Gesù Cristo con certe loro nefande cerimonie; nel disprezzare i Sacramenti della Chiesa (ai quali sembrano sostituirne altri nuovi da loro inventati con suprema empietà) e gli stessi Misteri della Religione Cattolica; nel sovvertire questa Sede Apostolica (nella quale risiede da sempre il primato della Cattedra Apostolica) (Sant’Agostino, Ep. 43) sono animati da un odio particolare e meditano propositi funesti e perniciosi. 

6. Non meno scellerate (come risulta dagli stessi documenti) sono le norme di comportamento che la società dei Carbonari insegna, sebbene impudentemente si vanti di esigere dai suoi seguaci che coltivino e pratichino la carità e ogni altra virtù, e che si astengano scrupolosamente da ogni vizio. Pertanto essa favorisce senza alcun pudore le voluttà più sfrenate; insegna che è lecito uccidere coloro che non rispettarono il giuramento di mantenere il segreto, cui si è fatto cenno più sopra; e sebbene Pietro principe degli Apostoli (1Pt 2,13) prescriva che i Cristiani «siano soggetti, in nome di Dio, ad ogni umana creatura o al Re come preminente o ai Capi come da Lui mandati, ecc.», sebbene l’Apostolo Paolo (Rm III,14) ordini che «ogni anima sia soggetta alle potestà più elevate», tuttavia quella società insegna che non costituisce reato fomentare ribellioni e spogliare del loro potere i Re e gli altri Capi, che per somma ingiuria osa indifferentemente chiamare tiranni. 

7. Questi ed altri sono i dogmi e i precetti di questa società, da cui ebbero origine quei delitti recentemente commessi dai Carbonari, che tanto lutto hanno recato a oneste e pie persone. Noi, dunque, che siamo stati designati come veggenti di quella casa d’Israele che è la Santa Chiesa e che per il Nostro ufficio pastorale dobbiamo evitare che il gregge del Signore a Noi divinamente affidato patisca alcun danno, pensiamo che in una contingenza così grave non possiamo esimerci dall’impedire i delittuosi tentativi di questi uomini. Siamo mossi anche dall’esempio di Clemente XII e di Benedetto XIV di felice memoria, Nostri Predecessori: il primo, il 28 aprile 1738, con la Costituzione «In eminenti», e il secondo, il 18 maggio 1751, con la Costituzione «Providas», condannarono e proibirono le società dei Liberi Muratori, ossia dei Francs Maçons, o chiamate con qualunque altro nome, secondo la varietà delle regioni e degli idiomi; si deve ritenere che di tali società sia forse una propaggine, o certo un’imitazione, questa società dei Carbonari. – E sebbene con due editti promulgati dalla Nostra Segreteria di Stato abbiamo già severamente proscritta questa società, seguendo tuttavia i ricordati Nostri Predecessori pensiamo di decretare, in modo anche più solenne, gravi pene contro questa società, soprattutto perché i Carbonari pretendono, erroneamente, di non essere compresi nelle due Costituzioni di Clemente XII e di Benedetto XIV né di essere soggetti alle sentenze e alle sanzioni in esse previste. 

8. Consultata dunque una scelta Congregazione di Venerabili Fratelli Nostri Cardinali di Santa Romana Chiesa, con il loro consiglio ed anche per motu proprio, per certa dottrina e per meditata Nostra deliberazione, nella pienezza dell’Autorità Apostolica abbiamo stabilito e decretato di condannare e di proibire la predetta società dei Carbonari, o con qualunque altro nome chiamata, le sue riunioni, assemblee, conferenze, aggregazioni, conventicole, così come con il presente Nostro atto la condanniamo e proibiamo. 

9. Pertanto a tutti e a ciascuno dei fedeli di Cristo di qualunque stato, grado, condizione, ordine, dignità e preminenza, sia laici sia chierici, tanto secolari che regolari, degni anche di specifica, individuale ed esplicita menzione, ordiniamo rigorosamente e in virtù della santa obbedienza che nessuno, sotto qualsivoglia pretesto o ricercato motivo, osi o pretenda di fondare , diffondere o favorire, e nella sua casa o dimora o altrove accogliere e nascondere la predetta società dei Carbonari, o altrimenti detta, come pure di iscriversi od aggregarsi ad essa o di intervenire a qualunque grado di essa o di offrire la facoltà e l’opportunità che essa si convochi in qualche luogo o di elargire qualcosa ad essa o in altro modo prestare consiglio, aiuto o favore palese od occulto, diretto o indiretto, per essa stessa o per altri; e ancora di esortare, indurre, provocare o persuadere altri ad iscriversi, ad aggregarsi o a intervenire in tale società o in qualunque grado di essa o di giovarle o favorirla comunque. I fedeli debbono assolutamente astenersi dalla società stessa, dalle sue adunanze, riunioni, aggregazioni o conventicole sotto pena di scomunica in cui incorrono sull’istante tutti i contravventori sopra indicati, senza alcun’altra dichiarazione; dalla scomunica nessuno potrà venire assolto se non da Noi o dal Romano Pontefice pro tempore, salvo che si trovi in punto di morte. 

10. Inoltre prescriviamo a tutti, sotto la stessa pena di scomunica, riservata a Noi e ai Romani Pontefici Nostri Successori, l’obbligo di denunciare ai Vescovi, o ad altri competenti, tutti coloro che sappiano aver aderito a questa società o che si sono macchiati di alcuno dei delitti più sopra ricordati. 

11. Infine, per allontanare con più efficacia ogni pericolo di errore, condanniamo e proscriviamo tutti i cosiddetti catechismi e libri dei Carbonari, ove costoro descrivono ciò che si è soliti fare nelle loro riunioni; così pure i loro statuti, i codici e tutti i libri scritti in loro difesa, sia stampati, sia manoscritti. A tutti i fedeli, sotto la stessa pena di scomunica maggiore parimenti riservata, proibiamo i libri suddetti, o la lettura o la conservazione di alcuno di essi; e ordiniamo che quei libri siano consegnati senza eccezione agli Ordinari del luogo o ad altri cui spetti il diritto di riceverli. 

12. Vogliamo inoltre che ai transunti, anche stampati, della presente Nostra lettera, sottoscritti per mano di qualche pubblico notaio e muniti del sigillo di persona investita di dignità ecclesiastica, si presti quella stessa fede che si concederebbe alla lettera originale se fosse presentata o mostrata. 

13. Perciò a nessuno sia lecito strappare o contraddire con temeraria arroganza questo testo della Nostra dichiarazione, condanna, ordine, proibizione e interdetto. Se qualcuno osasse tentare ciò, sappia che incorrerà nello sdegno di Dio Onnipotente e dei beati suoi Apostoli Pietro e Paolo. 

Dato a Roma, presso Santa Maria Maggiore, nell’anno dell’Incarnazione del Signore 1821, il giorno 13 settembre, nell’anno ventiduesimo del Nostro Pontificato.

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO E… PURE GLI SCOMUNICATI: SS. BENEDETTO XIV- “PROVIDAS ROMANORUM PONTIFICUM”

Questo documento apostolico di S. S. Benedetto XIV, è una conferma ed una ulteriore presa di posizione decisa contro le sette infernali della c. d. Massoneria, della precedente Bolla di S.S. Clemente XII. Nessuna novità rispetto al passato, anzi ulteriore ferma condanna per il nemico dichiarato, e oramai disvelato, della Chiesa Cattolica. Nuova scomunica, nuova condanna alla dannazione eterna per gli aderenti a qualsiasi titolo, giusto l’espressione dell’Apostolo delle genti: « … quae autem conventio Christi ad Belial? aut quæ pars fideli cum infideli? » [… quale accordo tra Cristo e belial, quale parte tra fedeli ed infedeli?]. Stiano attenti tutti, in particolare i cani muti, i mercenari in talare, i lupi con la mitra [… ed il mitra spirituale dell’eresia e della falsa dottrina che ha posto l’abominio della desolazione sugli altari, giusto le parole di S Girolamo – Omelia comm. al capo XXIV di S. Matteo – che ci illumina: « L’abbominazione della desolazione » si può intendere anche ogni dottrina perversa – come il modernismo postconciliare, che è la somma di tutte le eresie! ndr. – : così, se noi vedremo l’errore drizzarsi nel luogo santo, cioè nella Chiesa, e spacciarsi per Dio, dobbiamo fuggire dalla Giudea sui monti, ossia, abbandonare « la Lettera che uccide » 2Cor. III, 6 e la perversità dei Giudei … – cioè la setta del Novus Ordo, più chiaro di così!! – ndr.- ], gli scrittori ed i giornalisti complici divulgatori, i politici ispirati ai principi massonici, e simili: per tutti è già acceso il fuoco eterno riservato ai riprovati ed a coloro che hanno operato contro Cristo, la sua Chiesa, ed il suo Vicario: il Signore non farà sconti a nessuno e si pagherà fino … all’ultimo spicciolo, come il divin Redentore assicura con ammonizione evangelica. Anche se si siede fraudolentemente sulla cattedra di Pietro, pur in compagnia eccellente degli Illuminati e del suo Patriarca, uguale, anzi ancor peggiore, sarà la sorte. Guai, guai a chi semina scandali ed adesca anime create per rendere gloria a Dio. Guai a questi ladri della gloria di Dio, per essi non ci saranno né avvocati, né giudici corrotti, nè compagni di loggia, nè “superiori sconosciuti” a difenderli, solo la giustizia divina incomberà inesorabile e senza misericordia per gli impenitenti finali. Ravvedetevi, maledetti, fatte un atto di contrizione sincero, rinunciate a satana e tornate al vostro vero Padre celeste! « … Providas Romanorum Pontificum  prædecessorum Nostrorum leges atque sanctiones, non solum eas … »

Benedetto XIV (1751)

PROVIDAS ROMANORUM PONTIFICUM

Benedictus Episcopus, Servus servorum Dei ad perpetuam rei memoriam

I. Giudichiamo doveroso, con un nuovo intervento della Nostra autorità, rinsaldare e confermare – in quanto lo richiedono giusti e gravi motivi – le provvide leggi e le sanzioni dei Romani Pontefici Nostri Predecessori: non soltanto quelle leggi e quelle sanzioni il cui vigore o per il processo del tempo o per la noncuranza degli uomini temiamo si possano rallentare od estinguere, ma anche quelle che recentemente hanno ottenuto forza e pieno vigore. Di fatto Clemente XII, Nostro Predecessore di felice memoria, con la sua Lettera apostolica del 28 aprile dell’anno dell’Incarnazione del Signore 1738, anno ottavo del suo Pontificato – Lettera diretta a tutti i fedeli e che comincia In eminenti – condannò per sempre e proibì alcune Società, Unioni, Riunioni, Adunanze, Conventicole o Aggregazioni volgarmente chiamate dei Liberi Muratori o des Francs Maçons, o diversamente denominate, già allora largamente diffuse in certi Paesi e che ora sempre più aumentano. Egli vietò a tutti e ai singoli Cristiani (sotto pena di scomunica da incorrersi ipso facto senza alcuna dichiarazione, dalla quale nessuno potesse essere assolto da altri, se non in punto di morte, all’infuori del Romano Pontefice pro tempore) di tentare o ardire di entrare in siffatte Società, propagarle o prestare loro favore o ricetto, occultarle, iscriversi ad esse, aggregarsi o intervenirvi, ed altro, come nella stessa Lettera più largamente e più ampiamente è contenuto.

II. Ma poiché, per quanto Ci è stato riferito, alcuni non hanno avuto difficoltà di affermare e diffondere pubblicamente che la detta pena di scomunica imposta dal Nostro Predecessore non è più operante perché la relativa Costituzione non è poi stata da Noi confermata, quasi che sia necessaria, perché le Apostoliche Costituzioni mantengano validità, la conferma esplicita del successore;

III. ed essendo stato suggerito a Noi, da parte di alcune persone pie e timorate di Dio, che sarebbe assai utile eliminare tutti i sotterfugi dei calunniatori e dichiarare l’uniformità dell’animo Nostro con l’intenzione e la volontà dello stesso Predecessore, aggiungendo alla sua Costituzione il nuovo voto della Nostra conferma;

IV. Noi certamente, fino ad ora, quando abbiamo benignamente concesso l’assoluzione dalla incorsa scomunica, sovente prima e principalmente nel passato anno del Giubileo, a molti fedeli veramente pentiti e dolenti di avere trasgredito le leggi della stessa Costituzione e che assicuravano di cuore di allontanarsi completamente da simili Società e Conventicole, e che per l’avvenire non vi sarebbero mai tornati; o quando accordammo ai Penitenzieri da Noi delegati la facoltà di impartire l’assoluzione a Nostro nome e con la Nostra autorità a coloro che ricorressero ai Penitenzieri stessi; e quando con sollecita vigilanza non tralasciammo di provvedere a che dai competenti Giudici e Tribunali si procedesse in proporzione del delitto compiuto contro i violatori della Costituzione stessa, il che fu effettivamente più volte eseguito; abbiamo certamente fornito argomenti non solo probabili ma del tutto evidenti ed indubitabili, attraverso i quali si sarebbero dovute comprendere le disposizioni dell’animo Nostro e la ferma e deliberata volontà consenzienti con la censura imposta dal predetto Clemente Predecessore. Se un’opinione contraria si divulgasse intorno a Noi, Noi potremmo sicuramente disprezzarla e rimettere la Nostra causa al giusto giudizio di Dio Onnipotente, pronunciando quelle parole che un tempo si recitavano nel corso delle sacre funzioni: “Concedi o Signore, te ne preghiamo, che Noi non curiamo le calunnie degli animi perversi, ma conculcata la perversità medesima supplichiamo che Tu non permetta che siamo afflitti dalle ingiuste maldicenze o avviluppati dalle astute adulazioni, ma che amiamo piuttosto ciò che Tu comandi”. Così riporta un antico Messale attribuito a San Gelasio, Nostro Predecessore, e che dal Venerabile Servo di Dio il Cardinale Giuseppe Maria Tommasi fu inserito nella Messa che s’intitola Contro i maldicenti.

V. Tuttavia, affinché non si potesse dire che Noi avevamo imprudentemente omesso qualche cosa, al fine di eliminare agevolmente i pretesti alle menzognere calunnie e chiudere loro la bocca; udito prima il consiglio di alcuni Venerabili Nostri Fratelli Cardinali della Santa Romana Chiesa, abbiamo decretato di confermare la stessa Costituzione del Nostro Predecessore, parola per parola, come sopra riportato in forma specifica, la quale sia considerata come la più ampia ed efficace di tutte: la confermiamo, convalidiamo, rinnoviamo e vogliamo e decretiamo che abbia perpetua forza ed efficacia per Nostra sicura scienza, nella pienezza della Nostra Apostolica autorità, secondo il tenore della medesima Costituzione, in tutto e per tutto, come se fosse stata promulgata con Nostro motu proprio e con la Nostra autorità, e fosse stata pubblicata per la prima volta da Noi.

VI. Per la verità, fra i gravissimi motivi delle predette proibizioni e condanna esposti nella sopra riportata Costituzione ve n’è uno, in forza del quale in tali Società e Conventicole possano unirsi vicendevolmente uomini di qualsiasi religione e setta; è chiaro quale danno si possa recare alla purezza della Religione Cattolica. Il secondo motivo è la stretta e impenetrabile promessa di segreto, in forza del quale si nasconde ciò che si fa in queste adunanze, cui meritamente si può applicare quella sentenza che Cecilio Natale, presso Minucio Felice, addusse in una causa ben diversa: « Le cose oneste amano sempre la pubblica luce; le scelleratezze sono segrete ». Il terzo motivo è il giuramento con il quale s’impegnano ad osservare inviolabilmente detto segreto, quasi che sia lecito a qualcuno, interrogato da legittimo potere, con la scusa di qualche promessa o giuramento di sottrarsi all’obbligo di confessare tutto ciò che si ricerca, per conoscere se in tali Conventicole si faccia qualche cosa contraria alla stabilità e alle leggi della Religione e della Repubblica. Il quarto motivo è che queste Società si oppongono alle Sanzioni Civili non meno che alle Canoniche, tenuto conto, appunto, che ai sensi del Diritto Civile si vietano tutti i Collegi e le adunanze formati senza la pubblica autorità, come si legge nelle Pandette (libro 47, tit. 22, De Collegiis et corporibus illicitis), e nella celebre lettera (n. 97 del libro 10) di C. Plinio Cecilio, il quale, riferisce che fu proibito per suo Editto, giusta il comandamento dell’Imperatore, che si tenessero le Eterie, cioè che potessero esistere e riunirsi Società e adunanze senza l’autorizzazione del Principe. Il quinto motivo è che in molti Paesi le citate Società e Aggregazioni sono già state proscritte e bandite con leggi dei Principi Secolari. Infine, l’ultimo motivo è che presso gli uomini prudenti ed onesti si biasimavano le predette Società e Aggregazioni: a loro giudizio chiunque si iscriveva ad esse incorreva nella taccia di pravità e perversione.

VII. Infine lo stesso Predecessore nella sopra riportata Costituzione esorta i Vescovi, i Superiori Prelati e gli altri Ordinari dei luoghi a non trascurare d’invocare l’aiuto del braccio secolare qualora occorra per l’esecuzione di tale disposizione.

VIII. Tutte queste cose, anche singolarmente, non solo si approvano e si confermano da Noi, ma anche si raccomandano e si ingiungono ai Superiori Ecclesiastici; ma Noi stessi, per debito della Apostolica sollecitudine, con la presente Nostra Lettera invochiamo e con vivo affetto ricerchiamo il soccorso e l’aiuto dei Principi Cattolici e dei secolari Poteri –essendo gli stessi Principi Supremi e Podestà eletti da Dio quali difensori della fede e protettori della Chiesa –affinché sia loro cura adoperarsi nel modo più efficace perché alle Apostoliche Costituzioni si abbiano il dovuto ossequio e la più assoluta obbedienza. Ciò riportarono alla loro memoria i Padri del Concilio Tridentino (sess. 25, cap. 20), e molto prima l’aveva egregiamente dichiarato l’Imperatore Carlo Magno nei suoi Capitolati (tit. I, cap. 2), nei quali, dopo aver comandato a tutti e i suoi sudditi l’osservanza delle Sanzioni Ecclesiastiche, aggiunse queste parole: “In nessun modo possiamo conoscere come possano essere fedeli a noi coloro che si mostrano infedeli a Dio e disubbidienti ai suoi sacerdoti”. Conseguentemente impose a tutti i Presidenti e ai Ministri delle sue province che obbligassero tutti e i singoli a prestare la dovuta obbedienza alle leggi della Chiesa. Inoltre comminò gravissime pene contro coloro che trascurassero di fare ciò, aggiungendo fra l’altro: “Coloro poi che in queste cose (il che non avvenga) saranno trovati negligenti e trasgressori, sappiano che non conserveranno gli onori nel nostro Impero, ancorché siano nostri figlioli; né avranno posto nel Palazzo, né con noi né coi nostri fedeli avranno società o comunanza, ma piuttosto pagheranno la pena nelle angustie e nelle ristrettezze”.

IX. Vogliamo poi che alle copie della presente, ancorché stampate, sottoscritte di mano di qualche pubblico Notaio e munite del sigillo di persona costituita in dignità Ecclesiastica, sia prestata la stessa fede che si presterebbe alla Lettera se fosse esibita o mostrata nell’originale.

X. A nessuno dunque, assolutamente, sia permesso violare, o con temerario ardimento contraddire questa pagina della Nostra conferma, innovazione, approvazione, comandamento, invocazione, richiesta, decreto e volontà. Se qualcuno osasse tanto, sappia che incorrerà nello sdegno di Dio Onnipotente e dei Santi Apostoli Pietro e Paolo.

Dato in Roma, presso Santa Maria Maggiore, il 18 marzo dell’anno dell’Incarnazione del Signore 1751, undicesimo anno del Nostro Pontificato.

[Bullarium t. 3, pp. 373-377]

UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO … E PURE GLI SCOMUNICATI: SS. CLEMENTE XII – “IN EMINENTI”

Il nemico della Chiesa e dell’umanità, braccio operante di satana e dei suoi adepti, la setta massonica, viene già individuata dal Santo Padre Clemente XII fin dal 1738, cioè una ventina di anni dopo la sua costituzione ufficiale, anche se era ben presente con denominazioni ed aggregazioni varie da alcuni secoli, … pensiamo ai Rosa Croce, alle pseudo-accademie e lincei nazionali, ai mitrei ove si praticava il culto di Mitra e del dio sole [uno dei capisaldi esoterici tuttora attuali delle conventicole massoniche, noto come “eliocentrismo”, rivestito con falso sapere astronomico da una maschera razional-scientifica che ancora oggi si serve di foto taroccate e di filmati cinematografici di enti pseudospaziali che foraggiano abbondantemente falsi scienziati e fasulli esperti giornalisti, per dimostrare la realtà assurda della terra-palla che si opponga – ridicolizzandola – alla verità biblica mostrata nelle Sacre Scritture], agli occultismi alchemici [dei Newton, Keplero, Bacone, Galileo etc.], ai cabalismi gnostici e a tante altre deliranti diavolerie suggerite dai demoni di turno ad uomini corrotti e orgogliosi del loro nulla; gli effetti di questa satanica aggregazione, già si facevano sentire nella società dell’epoca tanto da generare sospetti, poi divenuti certezze, che indussero il Sommo Pontefice ad una condanna netta, senza appello per chiunque aderisse, in qualsiasi veste, a queste associazioni che accoppiavano ai ridicoli loro pseudo-culti [ornati da grembiulini, medagliette, cappelli frigi con pendagli e nastrini vari…], la corruzione della società e l’odio accanito contro la santa Chiesa Cattolica e contro il Cristo ed il suo Vicario. Si tratta della prima ferma condanna di questo movimento infernale che doveva diffondersi a macchia d’olio nel mondo intero realizzando le profezie sul “mistero dell’iniquità” del quale San Paolo parlava già ai fedeli di Tessalonica. Nessuna simulazione, nessuno sconto per i seguaci del baphomet-lucifero, i sedicenti “figli della vedova”, come amano definirsi, secondo una ridicola favola massonica, i seguaci di satana e nemici di Cristo: « … decretiamo doversi condannare e proibire, come con la presente Nostra Costituzione, da valere in perpetuo, condanniamo e proibiamo le predette Società, Unioni, Riunioni, Adunanze, Aggregazioni o Conventicole dei Liberi Muratori o des Francs Maçons, o con qualunque altro nome chiamate. ». Abbiamo sottolineato le parole “in perpetuo” onde chiarire a tutti gli attuali aderenti alle conventicole, purtroppo attualmente infiltranti, anzi dominanti i sacri palazzi e la falsa “chiesa dell’uomo”, di montiniana istituzione, di cui hanno le redini in mano saldamente [… non della Chiesa Cattolica, come alcuni eretici e scismatici presumono, poiché la vera Chiesa Cattolica, il Corpo mistico di Cristo, Sposa immacolata senza macchia e senza ruga del divin Coniuge, Maestra e luce del mondo, non è e non sarà mai macchiata dalle infamie della setta del “novus ordo” che si spaccia per Chiesa Cattolica … la Chiesa Cattolica, secondo il permesso di Dio e a nostra prova, è “eclissata”, nelle catacombe e nei sotterranei, è vero ed evidente, ma c’è, pur perseguitata e scacciata da ogni dove, ed è quella di sempre, nei riti e nella dottrina, pronta a risorgere, più viva e splendente che mai, quando tutti gli empi la dichiareranno oramai morta e sepolta], che la loro sentenza è già pronunziata ed è definitiva, ed il fuoco preparato dal loro “padre”, li aspetta superalimentato sette volte: « … sotto pena di scomunica per tutti i contravventori, come sopra, da incorrersi ipso facto, e senza alcuna dichiarazione, dalla quale nessuno possa essere assolto, se non in punto di morte, da altri all’infuori del Romano Pontefice pro tempore » (tradotto in altri termini, significa: scomunica latæ sententiæ riservata in modo speciale alla Santa Sede). E questo vale anche per i discendenti del “cavaliere kadosh” di Lille, che ha generato e partorito una marea di disgraziati, tra falsi prelati e ingannati fedeli, tutti sotto questa scomunica ed a quella degli altri successivi confermanti documenti apostolici. – Dopo aver letto la Bolla, al “pusillus grex” dei Cattolici non resta che pregare per tali sventurati ed offrirsi ostia sacrificale per la salvezza di questi poveracci che, senza una grazia speciale, sono oramai destinati all’eterna dannazione.

BOLLA DOGMATICA

“IN EMINENTI”

DEL SOMMO PONTEFICE CLEMENTE XII

“Sulla Condanna della Massoneria”

CLEMENTE PP. XII

Servo dei servi di Dio

A tutti i fedeli, salute ed Apostolica Benedizione!

Posti per volere della Clemenza Divina, benché indegni, nell’eminente Sede dell’Apostolato, onde adempiere al debito della Pastorale provvidenza affidato a Noi, con assidua diligenza e con premura, per quanto Ci è concesso dal Cielo, abbiamo rivolto il pensiero a quelle cose per mezzo delle quali – chiuso l’adito agli errori ed ai vizi – si conservi principalmente l’integrità della Religione Ortodossa, e in questi tempi difficilissimi vengano allontanati da tutto il mondo Cattolico i pericoli dei disordini. Già per la stessa pubblica fama Ci è noto che si estendono in ogni direzione, e di giorno in giorno si avvalorano, alcune Società, Unioni, Riunioni, Adunanze, Conventicole o Aggregazioni comunemente chiamate dei Liberi muratori o des Francs Maçons, o con altre denominazioni chiamate a seconda della varietà delle lingue, nelle quali con stretta e segreta alleanza, secondo loro Leggi e Statuti, si uniscono tra di loro uomini di qualunque religione e setta, contenti di una certa affettata apparenza di naturale onestà. Tali Società, con stretto giuramento preso sulle Sacre Scritture, e con esagerazione di gravi pene, sono obbligate a mantenere un inviolabile silenzio intorno alle cose che esse compiono segretamente. Ma essendo natura del delitto manifestarsi da se stesso e generare il rumore che lo denuncia, ne deriva che le predette Società o Conventicole hanno prodotto tale sospetto nelle menti dei fedeli, secondo il quale per gli uomini onesti e prudenti l’iscriversi a quelle aggregazioni è lo stesso che macchiarsi dell’infamia di malvagità e di perversione: se non operassero iniquamente, non odierebbero tanto decisamente la luce. Tale fama è cresciuta in modo così considerevole, che dette Società sono già state proscritte dai Prìncipi secolari in molti Paesi come nemiche dei Regni, e sono state provvidamente eliminate. Noi pertanto, meditando sui gravissimi danni che per lo più tali Società o Conventicole recano non solo alla tranquillità della temporale Repubblica, ma anche alla salute spirituale delle anime, in quanto non si accordano in alcun modo né con le Leggi Civili né con quelle Canoniche; ammaestrati dalle Divine parole di vigilare giorno e notte, come servo fedele e prudente preposto alla famiglia del Signore, affinché questa razza di uomini non saccheggi la casa come ladri, né come le volpi rovini la Vigna; affinché, cioè, non corrompa i cuori dei semplici né ferisca occultamente gl’innocenti; allo scopo di chiudere la strada che, se aperta, potrebbe impunemente consentire dei delitti; per altri giusti e razionali motivi a Noi noti, con il consiglio di alcuni Venerabili Nostri Fratelli Cardinali della Santa Romana Chiesa, a ancora motu proprio, con sicura scienza, matura deliberazione e con la pienezza della Nostra Apostolica potestà, decretiamo doversi condannare e proibire, come con la presente Nostra Costituzione, da valere in perpetuo, condanniamo e proibiamo le predette Società, Unioni, Riunioni, Adunanze, Aggregazioni o Conventicole dei Liberi Muratori o des Francs Maçons, o con qualunque altro nome chiamate. Pertanto, severamente, ed in virtù di santa obbedienza, comandiamo a tutti ed ai singoli fedeli di qualunque stato, grado, condizione, ordine, dignità o preminenza, sia Laici, sia Chierici, tanto Secolari quanto Regolari, ancorché degni di speciale ed individuale menzione e citazione, che nessuno ardisca o presuma sotto qualunque pretesto o apparenza di istituire, propagare o favorire le predette Società dei Liberi Muratori o Francs Maçons o altrimenti denominate; di ospitarle o nasconderle nelle proprie case o altrove; di iscriversi ed aggregarsi ad esse; di procurare loro mezzi, facoltà o possibilità di convocarsi in qualche luogo; di somministrare loro qualche cosa od anche di prestare in qualunque modo consiglio, aiuto o favore, palesemente o in segreto, direttamente o indirettamente, in proprio o per altri, nonché di esortare, indurre, provocare o persuadere altri ad iscriversi o ad intervenire a simili Società, Unioni, Riunioni, Adunanze, Aggregazioni o Conventicole, sotto pena di scomunica per tutti i contravventori, come sopra, da incorrersi ipso facto, e senza alcuna dichiarazione, dalla quale nessuno possa essere assolto, se non in punto di morte, da altri all’infuori del Romano Pontefice pro tempore. Vogliamo inoltre e comandiamo che tanto i Vescovi, i Prelati Superiori e gli altri Ordinari dei luoghi, quanto gl’Inquisitori dell’eretica malvagità deputati in qualsiasi luogo, procedano e facciano inquisizione contro i trasgressori di qualunque stato, grado, condizione, ordine dignità o preminenza, e che reprimano e puniscano i medesimi con le stesse pene con le quali colpiscono i sospetti di eresia. Pertanto concediamo e attribuiamo libera facoltà ad essi, e a ciascuno di essi, di procedere e di inquisire contro i suddetti trasgressori, e di imprigionarli e punirli con le debite pene, invocando anche, se sarà necessario, l’aiuto del braccio secolare. Vogliamo poi che alle copie della presente, ancorché stampate, sottoscritte di mano di qualche pubblico Notaio e munite di sigillo di persona costituita in dignità Ecclesiastica, sia prestata la stessa fede che si presterebbe alla Lettera se fosse esibita o mostrata nell’originale. A nessuno dunque, assolutamente, sia permesso violare, o con temerario ardimento contraddire questa pagina della Nostra dichiarazione, condanna, comandamento, proibizione ed interdizione. Se qualcuno osasse tanto, sappia che incorrerà nello sdegno di Dio Onnipotente e dei Santi Apostoli Pietro e Paolo.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 28 aprile 1738, anno nono del Nostro Pontificato.

Clemente P.P. XII

LO SCUDO DELLA FEDE (66)

LO SCUDO DELLA FEDE (66)

[S. Franco: ERRORI DEL PROTESTANTISMO, Tip. delle Murate, FIRENZE, 1858]

PARTE SECONDA.

FRODI PER CUI S’INTRODUCE IL PROTESTANTISMO

CAPITOLO I.

PRIMA FRODE. SIMULARE VIRTÙ E SANTITÀ.

Se il demonio si facesse vedere a tentare gli uomini visibilmente non otterrebbe niente da loro, perché tutti si armerebbero col segno della S. Croce e lo metterebbero in fuga. Così i Protestanti che vogliono sedurre le vostre anime, se vi facessero vedere tutta la bruttezza e deformità delle loro dottrine non guadagnerebbero niente; e perciò si trasformano in tutt’altro e prendono sembiante e apparenza di Santi per ingannare. Imitano in ciò gli antichi Eretici i quali hanno sempre posto in opera, secondo che osservano gli antichi Padri, ogni sorta di frodi per riuscire nel loro intento e verificano così le parole di Gesù Cristo, che ci vengono innanzi con pelli di pecora, mentre nell’interno sono lupi rapaci.

Il perché io stimo opportuno di premunirvi contro coteste arti, svelandovi le insidie che più comunemente essi tendono in questi tempi. La prima di tutte è fingere zelo della virtù ed amore alla santità. Da principio non vi parlano d’altro che di Gesù Cristo, dell’amare il prossimo, di non rubare, di non bestemmiare, di adorare Dio in spirito e verità, cose tutte molto buone e molto giuste: e poi quando vi hanno guadagnato con tutte queste apparenze di santità, v’insinuano il veleno nascostamente. Così facevano per testimonianza d’Origene gli Eretici Marcionisti, Valentiniani, Apostolici ed altri i quali mostrando una certa mansuetudine, carità del prossimo, amor della giustizia ed alcuni (sebbene pochi invero) perfino una certa castità, cercavano di farsi credito per propagare più efficacemente i loro errori. Ora voi state in guardia contro questa prima frode, perché per sapere che abbiamo da amare Gesù Cristo non abbiamo bisogno che i Protestanti ce lo insegnino. I nostri Parrochi, i nostri sacerdoti ci ricordano sempre che Gesù Cristo è il nostro buon Dio, il nostro Padre, l’unico nostro Salvatore. il quale venne sulla terra per nostro amore, visse ed operò sempre per nostro amore, patì e morì sempre per amor nostro; che dobbiamo sperare in Lui, amare Lui con tutto il nostro cuore, ed obbedirgli in tutto quello che ci ha comandato. Non vengono ad insegnarci una cosa nuova quando dicono che dobbiamo amarci scambievolmente. E chi non sa che la S. Religione Cattolica non raccomanda mai altro se non se che i padri amino i figliuoli, i figliuoli i padri, le mogli i mariti ed i mariti le mogli, che i fratelli si trattino da buoni fratelli, che i parenti si riguardino da buoni parenti, che in una parola niuno porti odio al suo prossimo, ma che ciascuno anzi procuri di fare del bene anche a chi gli ha fatto del male? Avevamo proprio bisogno che venissero costoro con tutte le loro smorfie ad insegnarci queste verità! Così pure menano tanto strepito perché ti raccomandano ed inculcano di non bestemmiare. Oh davvero, che se non venivano essi ad ammaestrarci, noi non lo sapevamo! E come dunque tanto si predica contro la bestemmia? E perché si sono anche erette società ed aggregazioni per sterminarla da questo mondo? e perché i Confessori quando veggono che uno non fa nessuno studio per emendarsene, gli negano perfino la santa assoluzione? È poi bella che ci raccomandano di adorare Iddio in spirito e verità, quasi i Cattolici non lo raccomandassero più di loro, e non solo lo raccomandassero, ma anche non lo praticassero più di loro! Che cosa vuol dire adorare Iddio in ispirito e verità? Vuol dire non contentarsi di lodarlo con la bocca, di onorarlo con atti esterni, ma accompagnare tutti gli atti del divin culto anche col cuore e soprattutto eseguire con l’opera tutto quello che Egli ci comanda. Questo è adorare in spirito e verità. Ora che altra cosa raccomanda la S. Chiesa Cattolica se non se che impieghiamo il nostro cuore in tutto quello che riguarda il divin culto? Non è forse vero che c’inculca sempre che nella preghiera non ci contentiamo di profferire le parole come i pappagalli, ma che lo facciamo col cuore? Non è forse vero che quando ci abbiamo a confessare, sempre ci si prescrive che ci pentiamo dei nostri peccati con tutto il cuore e che altrimenti la confessione non serve a nulla? Non è forse vero che nella S. Comunione e poi in tutti i tempi c’insinua d’amare il nostro buon Gesù con tutto il cuore, offerendogli tutti i nostri pensieri, i nostri sentimenti, i nostri affetti? E perché in certe belle solennità della Madonna, ci fa pregare questa S. Madre perché offra Ella stessa a Gesù il nostro cuore? Non sono tutte queste le cose che sempre ci inculca la S. Chiesa Cattolica? Ci era dunque proprio di bisogno che venissero i Protestanti ad insegnarci queste verità? – Quanto all’eseguire la volontà di Gesù espressaci nei suoi Santi Comandamenti, dite, non è vero che quello che sempre vi hanno inculcato i vostri Parrochi, i vostri Sacerdoti è che non basta dire che vogliamo esser buoni, ma che bisogna contentare Gesù facendo quello che Egli ci comanda? Che bisogna che i padri e le madri di famiglia vigilino sopra i figliuoli, che i figliuoli onorino i genitori, che non si ha da rubare, che si ha da santificare la Festa, che sono un gran peccato le imprecazioni, gli spergiuri, le bestemmie, le carnalità, in una parola tutte le violazioni dei divini Comandamenti? Non è forse vero che ripetono sempre che non bastano le buone parole, ma che ci vogliono i fatti, cioè sodisfare agli obblighi del proprio stato? E adesso vengono costoro ad insegnarci tutte queste cose, quasi noi Cattolici non le sapessimo e non le avessimo inculcate prima che essi venissero al mondo? Eh sappiamo anche noi più di loro che bisogna adorare Iddio in ispirito e verità. Sapete però il fine per cui raccomandano tutte queste cose? Non perché loro importino, ma lo fanno per ingannare i semplici. Dopo che hanno raccomandato tutte queste cose buone, passano ad insinuare il loro veleno di nascosto: fanno come certi venditori di grano che ne mettono un poco di buono alla bocca del sacco e poi più sotto è grano cattivo. Così essi, dopo che si sono acquistati un poco di credito con l’avere raccomandate queste cose buone, v’insinuano poi tante cose pessime. Dicono che è buona la carità, ma poi soggiungono che non è necessario andare in Chiesa, sentire la S. Messa, confessarsi dei propri peccati, osservare la S. Quaresima. Dicono che non bisogna bestemmiare, ecco il grano buono: ma poi vi danno il grano cattivo, soggiungendo che non bisogna dare retta ai Sacerdoti di Dio, che non bisogna ascoltare la loro parola, che non bisogna lasciarsi far paura dei castighi che minacciano a nome del Signore. Dicono che bisogna adorare Dio in ispirito e verità, ecco il grano buono; ma poi dopo vi danno il grano cattivo dicendo che non è necessario ricevere la S. Comunione, che non è buono il raccomandarsi alla Madonna ed ai Santi, che non ci vogliono tutte queste cerimonie che adopera la S. Chiesa. Ah lupi traditori! Avreste mai creduto che per ingannarvi fossero capaci di fare tante lustre, tante mostre di pietà? È proprio quello che vi diceva: si ricoprono con la pelle di pecora per assalirvi. Ora voi fate così: quando cominciate a sentire tutte quelle antifone, mettetevi subito in guardia e levateveli dintorno prontamente rispondendo che certo bisogna adorare Iddio in ispirito e verità, ma che non per questo bisogna tralasciare tutti i mezzi esteriori della pietà, come sono le Preci, la Messa, i Sacramenti, le opere buone, com’essi v’insinuano: che anzi bisogna praticarle con ogni fervore perché son quelle per cui si giunge alla vera adorazione fatta in ispirito e verità.

GNOSI, TEOLOGIA DI sATANA(37): GNOSI E TRADIZIONE -3-

LA GNOSI, TEOLOGIA DI Satana (37)

Gnosi e “tradizione” -3-

 

1. Dal Paganesimo al Cristianesimo ed alla super-chiesa: da de Maistre a Newmann e Pusey.

Joseph de Maistre, rifugiato nel 1792 a Losanna in Svizzera, legge un’opera di Dutoit-Mambrini, discepolo di Claude de Saint-Martin, sotto lo pseudonimo do Keleph-Ben-Nathan, apparsa nello stesso anno in questa città ed intitolato: « Filosofia divina applicata ai lumi naturali, magica, astrale, soprannaturale, celeste o divina, o: Immutabili verità che Dio ha rivelato di Se stesso nelle sue opere, nel triplo specchio analogico dell’universale, dell’uomo e della rivelazione scritta ». È in particolare nelle sue “Chiarificazioni sui Sacrifici”, che andremo a ritrovare il pensiero di Joseph de Maistre sulla religione universale. Egli cita un libro pubblicato nel 1730 da Guillaume de Lavaur: Conferenza della “favola con la sacra Scrittura”, in cui si vede che le grandi fiabe, i culti e i misteri del paganesimo non sono che delle copie alterate della storia e delle tradizioni degli Ebrei. – Da questa opera apologetica, erudita ma con riferimenti contestabili, de Maistre trae questa conclusione: che « le tradizioni antiche son tutte vere, che il paganesimo intero non è che un sistema di verità corrotte e trasportate, e che è sufficiente ripulirle, per così dire, e rimetterle al loro posto per vederle brillare con  tutti i suoi raggi. » (Serate, II intrattenimento). – Egli precisa che gli scritti di Plutarco, di Senofonte, di Platone, “questa prefazione del Vangelo” e gli insegnamenti di Socrate sono piene di idee di una suggestiva rassomiglianza con certi insegnamenti giudaici e cristiani. Egli compara, senza esitare, gli dei del paganesimo agli Angeli ed ai Santi del Cristianesimo. – Scrive pure, a conclusione della sua opera “Il Papa”, una invocazione al Panteon della Roma eterna: « Tutti i santi al posto di tutti gli dei! È nel Panteon che il paganesimo è stato rettificato e ricondotto al sistema primitivo del quale era una corruzione visibile. Il nome di Dio, senza dubbio, è esclusivo ed incomunicabile; tuttavia ci sono più dei sulla terra ed in cielo. Ci sono delle intelligenze, delle nature migliori, degli uomini divinizzati. Gli dei del Cristianesimo sono i Santi … » Maistre ha trovato l’ispirazione di questa “piece” in un passaggio de « Il pio Theyer, nella relazione che ha dato della sua conversione ». [Religion 30 dic. 1805 e 11 genn. 1806] – Quale differenza allora c’è tra l’apoteosi antica e la canonizzazione? Esculapio non era per Senofonte che quel che chiamiamo un santo … « Nessuno dubita – precisa – 1° che non si può passare subitaneamente dal culto di Jéhowa a quello degli spiriti; 2° che gli dei delle nazioni erano agli occhi degli antichi adoratori del vero Dio, dei veri dei; 3° ma che questi veri dei, erano e potevano essere degli dei malvagi [Mélange B, nov. 1807] ». Egli aggiunge nelle sue “Chiarificazioni sui sacrifici”: « … una credenza giusta nella radice, ma corrotta da questa forza che aveva coinvolto tutto, e aveva generato, malgrado la ragione, malgrado la pietà naturale, l’uso generale dei sacrifici di animali e di piante ed anche l’orribile abuso dei sacrifici umani. Questa fu una depravazione del dogma innato. Perché non adotta naturalmente l’errore. È la religione cristiana che ha spiegato e giustificato l’istinto religioso dell’umanità, che ha liberato questo sentimento universale dagli errori e dai crimini che lo disonoravano. » Tutti i dogmi e tutti gli usi della Chiesa Cattolica hanno la loro radice « … nel profondo della natura umana e di conseguenza da qualche opinione universale, comune nel suo principio a tutti i popoli di tutti tempi. » (in Du Pape). C’è dunque una continuità tra paganesimo e Cristianesimo. Si potrebbe dire che il Cristianesimo sarebbe l’infiorescenza di un paganesimo purificato. È questo il pensiero sottogiacente a tutti gli intrattenimenti delle “Serate”. Questo tentativo apologetico è così pericoloso e discutibile. Andiamo dunque a considerarlo ponendoci delle domande. Com’è che una umanità, depositaria di una rivelazione divina, proprietaria di una verità infallibile, ricevuta direttamente da Dio, avrebbe potuto alterare questo deposito divino, corromperlo e dislocarlo? E qual è questa forza che avrebbe potuto deteriorare una credenza giusta fino dalle sue origini? Se gli dei falsi del paganesimo non sono che Santi o degli Angeli, come spiegare la fonte di questa corruzione? Ci sono, ci vien detto, degli dei cattivi! Perché? Ma se un essere dal carattere divino non porta necessariamente in sé la perfezione, cosa è l’idea della divinità? E se la perfezione può corrompersi, alterarsi, in cosa bisogna porre il criterio della Verità? Noi abbiamo già dimostrato l’incoerenza fondamentale degli gnostici nel problema del male. Joseph de Maistre – gnostico diversamente abile –  non sfugge a questa contraddizione. – Seconda questione: Se il Cristianesimo non è che il paganesimo “ripulito”, “epurato”, perfezionato, cos’è che impedisce di considerarlo come forma transitoria dell’evoluzione verso una religione universale che potrà raggiungere più avanti una forma evoluta ancor più perfetta? Emile Pavet lo aveva già notato in “Politiques et moralistes”: la concezione maistriana della continuità delle religioni rischia di sfociare in un Cristianesimo “razionalizzato”, che lasciando cadere i suoi dogmi ed i suoi misteri, diventerà la religione dell’umanità. Ed è ben vero, tanto che attualmente, il satanico Novus Ordo, tempio dei demoni in talare, ci sta portando all’O. R. U. (l’organizzazione delle religioni unite), agghindato da noachismo talmudico, il cui direttivo sarà nelle mani, come ampiamente preventivato e in gran parte già attuato, a “coloro che odiano Dio e tutti gli uomini”, come li chiamava “affabilmente” San Paolo, che già ai suoi tempi ben ne conosceva i precursori.  – Maistre precisa, nelle sue “Serate” (II intrattenimento) che « … alla rivelazione limitata del Sinai, a quella del Cristo, più ampia, ma ancora ristretta per le circostanze dei tempi e dei luoghi … », succederà una nuova manifestazione di divinità: « … contemplate questo lugubre spettacolo ed unitevi l’aspettativa degli uomini scelti e vedrete se gli “Illuminati” hanno torto a prendere in considerazione, come più o meno vicina, una terza esplosione della potenza divina in favore del genere umano, una nuova effusione dello Spirito ». Joseph de Maistre precursore del movimento (pseudo-)carismatico? È questo in una certa misura normale, poiché questi movimenti sono usciti dalle stesso “illuminismo massonico” di cui Maistre era impregnato. Questo dimostra in ogni caso che tutto questo gioco intellettuale non era inoffensivo; malgrado la buona fede e la reale pietà dei loro autori [ma oggi non ne siamo ben certi …pensiamo sempre più che fossero degli infiltrati della quinta colonna], ebbe delle conseguenze disastrose di cui subiamo oggi gli effetti finali. – L’influenza di Joseph de Maistre, di Bonald e di Lamennais fu molto grande su tutti gli spiriti cristiani nel corso del XIX secolo. – Ozanam cercava attraverso i secoli, l’eredità comune dell’umanità. Circa nel 1830, un gruppo di studenti cattolici credeva con lui ad una nuova palingenesi o rinnovamento del mondo con il Cattolicesimo, complemento divino della religione primitiva le cui tracce si trovano in tutti i popoli e che soddisfava i bisogni dell’individuo e della società (cf. Mgr. Baudillart: Fredéric Ozanam, 1912). Goerres, Schlegel, Brentano, il redattore delle Visioni di Anna Caterina Emmerich, Arnim, svilupparono queste idee in Germania. Nawmann scriveva nel 1838, in Inghilterra: « La vera religione è la somma e la perfezione delle false. Essa combina tutto ciò che c’è di buono e di vero in ogni altra religione  separatamente. La Fede cattolica è in gran parte la combinazione di verità separate che gli eretici si son divise tra di loro, o dai loro errori. » Ecco un mostruoso ecumenismo: fare uscire la vera Religione dalle false, combinare delle parziali verità, cioè rimescolare gli errori; considerare gli eretici non come impugnanti verità già conosciute e professate [peccato contro lo Spirito Santo], ma come conservatori di verità parziali (d’altra parte un marrano infiltrato, travasato dagli anglicani, cosa poteva mai dire?). Come dicevamo già, il Cristianesimo è allora per questi “tradizionalisti” di varia foggia, l’efflorescenza del paganesimo, nel suo spirito. Esso doveva sbocciare mediate una evoluzione naturale. Ma allora ci si domanda perché il Cristo sia venuto a soffrire la Passione, se il paganesimo conteneva in se stesso implicitamente tutto il Cristianesimo, e l’Incarnazione con la Redenzione non hanno più di ragion d’essere. Auguste Compte [ma pensa un po’!] ha visto bene l’influenza di Joseph de Maistre sul movimento di Oxford. In una lettere a Stuart Miller, Parigi, 5 aprile 1842, egli vede nel Puseysmo uno “strano avvento del Cattolicesimo anglicano ed una emanazione spontanea della nostra scuola retrograda dopo de Maistre”. Il sogno ecumenico dell’autore delle “Serate” aveva prodotto i suoi frutti avvelenati, frutti che ancor oggi vengono proposti all’assaggio mortale da case editrici finto-cattoliche, legate a doppio filo col satanico “novus ordo”, effettando tradizionalismo … spurio.

Una reazione pseudo-cristiana: l’ontologismo o la visione di Dio

A: Da Sant’Agostino a Blanc de Saint Bonnet

Altri filosofi cristiani, colpiti sall’incoerenza del Tradizionalismo, hanno cercato un accordo [per altro impossibile] tra il pensiero gnostico di Cartesio e la dottrina cattolica divinamente rivelata. – Noi abbiamo detto che Cartesio, con la sua dottrina del “Cogito”, mirava a fare uscire il mondo intero dal “Me pensante”, ponendo così il germe degli errori deliranti dell’idealismo e del panteismo. Al “io penso, e dunque io sono”, questi pensatori cristiani hanno voluto sostituire l’idea di infinito, cioè di Dio che sarebbe la sola base di ogni conoscenza individuale. È quel che si chiama Ontologismo (l’ontologismo, enunciato dapprima da Malebranche, poi sostenuto da Gioberti, Ubaghs e Rosmini – vedi il num. 29 della nostra serie -, fu condannato il 18 sett. 1861 dal Santo Officio che lo giudicò infetto da panteismo). Blanc de Saint-Bonnet riceve invece a Lione tutta la sua formazione filosofica dall’abate Noirot, le cui “Lezioni di filosofia” erano state pubblicate da un allievo, Tissandier, al quale aveva comunicato i suoi quaderni del corso. – Per questo abate Noirot, la filosofia è la scienza delle idee: « … L’oggetto della filosofia è dunque il pensiero stesso e tutto ciò che costituisce da vicino o da lontano il  pensiero (…) tutte le idee, tutte le nozioni delle quali si compone in una qualsiasi epoca il saper umano » (p. 6). Ecco la filosofia ridotta ad una psicologia e privata di metafisica. « Le nozioni che noi chiamiamo idee necessarie – continua l’abate Noitot – o concezioni, sono delle idee immutabili, invariabili in mezzo a tutte le rivoluzioni del pensiero umano. I filosofi che hanno estrapolato e descritto questo elemento del pensiero gli hanno dato dei nomi diversi e ciascuna di queste denominazioni esprime uno dei caratteri di queste idee. » – Egli cita allora Platone e le sue “idee innate”, Leibnitz e le sue “idee necessarie”, Bossuet e Fénelon e le loro “idee pure”. « Questo nozioni – aggiunge – si distinguono da tutte le altre, perché esistono. » (p. 40) – Ma se si riconducono queste idee assolute ad una creazione “a priori” della ragione, si cade necessariamente nel kantismo e finalmente nello scetticismo agnostico. Per evitare tali conclusioni, occorrerà collegare queste idee assolute ed a priori al reale di cui esse devono far conoscere la natura e le loro leggi. – L’abate Noirot realizza questo collegamento  facendo ricorso alla celebre teoria delle “Verità eterne” derivate da Sant’Agostino. « Questa ragione che è in me, e che non è me, da dove viene? Non è qualche ospite celeste disceso in noi per intrattenerci in cose dell’alto? » Poi cita Bossuet: « Se io cerco ora – dice l’aquila di Meax, ove ed in qual soggetto queste verità sussistono eternamente ed immutabili come sono, io sono obbligato a confessare un Essere in cui la Verità è eternamente sussistente ed ove essa è sempre intesa e questo essere deve essere la Verità stessa, e deve essere tutta Verità ed è da lui che la verità deriva in tutto ciò che è e si intende fuori di lui. Questo oggetto eterno, è Dio, eternamente sussistente, eternamente la stessa Verità. » (pp. 111 e 112). – Questo testo, preso da Bossuet, riassume una prova dell’esistenza di Dio, sempre insegnata in filosofia cristiana. Ma l’abate Noirot gli fa dire tutt’altra cosa, e cioè che la ragione sarebbe in noi un qualcosa di divino. – È l’ontologismo: dottrina secondo la quale il primo oggetto della nostra ragione sarebbe Dio stesso, e sarebbe in Lui che essa trae le sue idee eterne, le quali sarebbero state inserite da Dio stesso nel nostro spirito e, ricevendole da Dio, la ragione le concepisce. L’accordo di queste idee con il reale avviene con l’intermediazione di Dio. Non si fa fatica a ritrovare in questa teoria delle tracce evidenti dell’inneismo cartesiano. – Blan de Saint-Bonnet continua l’insegnamento dell’abate Noirot. Precisando, egli demarca bene il suo punto di arrivo e ciò che non era molto chiaro in lui va a prendere bruscamente un nuovo aspetto, il panteismo implicito di tutta questa costruzione cartesiana. – « Da ogni tempo – ci dice – si è constatato che nell’uomo c’era altra cosa che l’uomo, che in lui la Verità si poneva in un santuario e la coscienza è una sede per dettare degli arresti certi. I grandi filosofi nel corso dei secoli si sono particolarmente preoccupati della ragione … la ragione è ciò che per eccellenza vede, ciò che vede l’essere. Vedere, malgrado il velo degli oggetti esteriori, o al di là dei sensi e dell’orizzonte i fenomeni, è proprio della ragione. La ragione è un riflesso, benché debole, di questa luce che procede dallo stesso seno della Sostanza eterna. Essa proviene da Dio, appare alla coscienza come un ospite che le porta delle nuove da un mondo di cui offre l’idea ed il bisogno … Questa parentela ancora tra ragione umana e saggezza divina, questa filiazione diretta nella quale il pensiero dell’uomo ed il pensiero di Dio si incontrano, ci spiega perché il bene, quaggiù, è reamente il bene, il vero, realmente il vero … La nostra ragione è appartenuta a Dio, essa fa parte della saggezza eterna, prima di scendere in noi con la creazione, e l’anima non ne è ingannata. Quantunque umile, l’uomo può dire: io ho qualcosa di comune con Dio, io possiedo un elemento, delle facoltà che questo Essere divino deve possedere … » (Estratto dal libro De la Raison, 1866). – Noi abbiamo sottolineato, nel corso di questo testo, tutte le formule che sviluppano questa idea pantestica che la nostra anima è una particella dell’anima divina discesa in un corpo. Gli gnostici, che negano che Dio sia altra cosa dal mondo, fanno dell’anima umana una particella dell’anima del mondo. Il punto di applicazione del principio è analogo. La nostra anima ragionevole non ci appartiene e non costituisce per noi il principio delle nostre conoscenze. – Si suppone che la « conoscenza diretta di Dio sia naturale per l’uomo ». Questa è la negazione di un ordine soprannaturale, poiché si accorda alla creatura il potere di conoscere direttamente il Creatore, di vederlo senza intermediario. Ora, la visione intuitiva, oltrepassa assolutamente le forze e le esigenze di tutte le creature. Aggiungiamo ancora che gli ontologisti, fanno spesso appello a questo testo di San Giovanni: « Il Verbo è la luce che illumina ogni uomo che viene in questo mondo » (dunque, al momento della sua nascita, Dio gli insuffla i principi della ragione). San Tommaso d’Aquino ha rifiutato già da molto tempo questa teoria delle idee innate: « Il testo di San Giovanni che voi citate – diceva ai platonici – non prova che una cosa che noi ammettiamo; cioè che la luce del Verbo illumina la comprensione umana come causa universale, ma non prova che questa luce divina sia la causa immediata delle funzioni dello spirito umano. Questo testo, lungi dall’escludere l’esistenza della comprensione umana agente nell’uomo, al contrario la comprova; perché è da questa luce universale del Verbo che l’anima riceve questa specie di virtù particolare che si chiama intelletto agente. » Quando la sorella di Blanc de Saint-Bonnet pubblicò l’opera del fratello, ebbe chiaramente il sentore che la sua dottrina si allontanasse sensibilmente dall’insegnamento della Chiesa e la fece procedere da questo avvertimento: « … pur circondando di affetto e di rispetto la penna di mio fratello ho però il dovere, come figlia devota della Santa Chiesa Cattolica, di spiegare certe espressioni, certi pensieri contenuti in queste pagine. Allievo del dotto abate Noirot, e dedito al culto della filosofia in un’epoca in cui questa scienza era studiata al di fuori dei suoi rapporti con la Scolastica, Antoine Blanc de Saint-Bonnet non ha avuto la fortuna di conoscere gli ammirevoli insegnamenti di Leone XIII, relativi al cammino da seguire nello studio delle scienze filosofiche e di profittare di questi insegnamenti. Il lettore saprà dunque spiegarsi le possibili lacune e si degnerà di scusarle … ». – In certi scrittori tradizionalisti del XIX secolo, Maistre, Bonald, Blanc de Saint-Bonnet, c’è un miscuglio di idee vere e di idee false, tra le quali bisogna fare una cernita attenta. Non si possono leggere né senza discernimento, né metterle in ogni mano a chicchessia. È affatto legittimo pubblicare nelle antologie le belle pagine piene di verità e di buon senso che si trovano nelle loro opere, ma occorre eliminarvi, o almeno denunciarne gli errori che vi si incontrano.

  1. RITORNO AL REALISMO

L’oggetto della filosofia non è il pensiero in sé, ma l’essere stesso delle cose. Contrariamente al pensiero di Cartesio e di tutti i filosofi che abbiamo citato, l’uomo non pensa il suo pensiero, egli pensa le cose. Le idee non sono ciò che è conosciuto, ma ciò per cui le cose sono conosciute. Esse non sono il termine del pensiero, ma ne sono il mezzo. – A partire da una riflessione del pensiero su se stesso, come lo preconizza Cartesio, è impossibile raggiungere qualsiasi verità, perché la verità è una conformità del nostro pensiero con la forma ricevuta dalle cose. Non si conchiude dal pensiero all’essere, ma nel pensiero è dato l’essere delle cose. Come potremmo noi osservare il nostro pensiero se non ci fosse l’oggetto in esso? Non si pensa il nulla, ma un qualcosa, e se si è deciso di rigettare qualche cosa in un “dubbio metodico” tutte le conoscenze acquisite, non c’è più alcune possibilità che qualsiasi pensiero possa essere. La Verità è l’essere delle cose attualmente pensate. Essa risiede e nell’essere, e nel nostro pensiero. Noi non abbiamo in noi la potenza prodigiosa di creare un essere ed imporgli una forma. Noi ci contentiamo di ricevere la forma degli esseri che noi pensiamo, estraendola, estraendola cioè dalle percezioni sensibili. – Tra Dio ed i nostri pensieri si pone la creatura, il solo oggetto immediato quaggiù del nostro sguardo intellettuale. Ed è questa percezione immediata dell’oggetto che assicura il valore assoluto delle idee e dei primi principi dell’essere e della ragione. – La vera filosofia cristiana esalta il valore di certezza della ragione umana; l’intelligenza dei primi principi è il frutto diretto del puro sguardo dell’intelligenza sugli oggetti. Essa li legge spontaneamente nel reale, in qualunque forma siano presentati. E questo primo sguardo non è il risultato di un ragionamento, ma è un apprendimento diretto. La logica è nelle cose, noi le riceviamo con la conoscenza stessa dell’essere delle cose. L’intelligenza umana, secondo il suo naturale funzionamento, trova il suo proprio oggetto, l’essere, solo nelle cose create. Essa percepisce nelle creature le esigenze e le leggi dell’essere. Essa scopre allora che la ragion d’essere inizialmente disegnata in una creatura qualunque, contiene la pienezza illimitata dell’essere che è Dio. Dio è senza dubbio, in un certo senso, nel contenuto del suo sguardo, ma lo è solo in maniera implicita. La conoscenza di Dio avrà bisogno di apparire esplicitamente in seguito ad un ragionamento. Solo la ragione ci permette di cogliere Dio, almeno nell’ordine della conoscenza umana, poiché la visione intuitiva è al di là di tutte le nostre capacità congenite. La nostra idea delle cose non è precostituita, né innata, essa è disegnata nel reale. È con la sottomissione al reale che la nostra intelligenza si conforma ad esso e si rende verace. I grandi principi della ragione (principi di identità, di non contraddizione, etc.) sono infallibilmente veri perché sono esistiti da sempre, sono le leggi stesse dell’essere.

[Fine]

GNOSI, TEOLOGIA DI sATANA (36): GNOSI E TRADIZIONE -2-

Gnosi e “tradizione-2-

[Elaborazione da: É. Couvert, La gnose contre la foi, Ed. De Chiré, 1989]

Le grandi tesi di questa filosofia “Tradizionale”.

1. Il disprezzo della ragione: da Lutero a Lamennais.

Conosciamo già le violente diatribe che Lutero portava contro la ragione umana. Fedele al suo errore fondamentale sulla corruzione assoluta della natura umana, frutto del peccato originale, Lutero insegnava « … che la ragione umana è nemica della fede ed è la “fidanzata” (egli impiegava in verità una parola molto più scurrile … degna di lui!) del demonio »; « … tra tutti i pericoli dei quali l’uomo è circondato sulla terra – aggiungeva – il più grande è la propria ragione, quando si mescola il parlare di Dio e dell’anima. Tutto ciò che essa dice, è onta e blasfemia. » – « … È più facile che un asino possa parlare, che l’intelligenza possa conoscere la verità! » – Se il linguaggio dei nostri filosofi “tradizionali” è quantomeno, non così grossolano e certo meno violento, non è men vero che però, attraverso i loro scritti, scorra un disprezzo della ragione che costituisce il punto di partenza sempre sottogiacente a tutte le loro considerazioni metafisiche. Se ne ritrovano le formule più o meno vive negli scritti di de Maistre, di Bonald, di Lamennais. Così, nel corso delle pagine dei suoi scritti, Maistre esalta il “sentimento interiore” e “l’intuizione”, come fonti di verità, e denuncia nel contempo la ragione ragionante (come se potesse esistere una ragione non ragionante!). – Lamennais ha delle formule ancor più incisive: « L’uomo non può con le sue forze darsi, né conservarsi l’essere … » Ed ancora altrove: « … Quando la verità si concede, l’uomo la riceve; ecco tutto ciò che essa può; ma occorre ancora che la riceva con fiducia e senza esigere che mostri i suoi titoli … perché essa non è in grado di verificarli … », e si potrebbe continuare ancora a lungo così. Qual è il punto? – Il visconte di Bonald pubblica nel 1802: « La Legislazione primitiva considerata negli ultimi tempi con le sole luci della ragione ». In questo libro, il nostro visconte spiega al suo lettore che egli deve comprendere « con i soli lumi della sua ragione »,  che cioè la ragione personale sia incapace di giungere a qualsiasi verità, e pertanto essa debba sottomettersi al sentimento generale dell’umanità che, esso solo, è infallibile. Qual ironia! Non si può senza ridere far comparire la ragione davanti al tribunale della sua sola ragione personale, per poterla condannare! E qual incoerenza! Se le sole luci della ragione sono capaci di dimostrarmi che la ragione è inefficace, io sono condannato allo scetticismo più assoluto e più deludente!!! Verso la fine della sua vita tuttavia, Joseph de Maistre ebbe timore e scrisse questa lettera, sul letto di agonia, all’abate Lamennais: «Io vorrei, Monsignore abate, dirvi una parola essenziale: voi volete trarre la ragione dal suo trono e forzarla a fare una bella riverenza; ma con quale mano commetteremo questa insolenza? Con quella di Aristotele, senza dubbio, non ne conosco altre da poter impiegare! Eccoci dunque a Roma ridotti al sistema romano e a questi stessi argomenti che non vi sembrano più niente, e le dimostrazioni di Euclide sono assai inconcludenti ai nostri giorni, come lo erano già ai suoi tempi. Ma se Abadie, Pascal, Ditton, Sherlock, Bergier e compagnia possono fare oggi degli increduli, cosa dobbiamo concluderne? Fate attenzione  monsignor abate, procediamo dolcemente, io ho paura ed è tutto ciò che posso dire. » Questo atto supremo del pensiero religioso di de Maistre costituì uno slancio preoccupato sul soggetto del tradizionalismo di Lamennais che, tredici anni dopo, Roma condannerà. È Auguste Compte che mette il dito nella piaga in questa pagina del suo “Corso di Filosofia positiva”: « Quando si analizzano i vari tentativi tanto frequentemente rinnovati da due secoli da intelligenze distinte e talvolta superiori, per subordinare, secondo la forma teologica, la ragione alla fede, sarà difficile riconoscere la costituzione radicalmente contraddittoria, che stabilisce la ragione stessa essere giudice supremo di questa sottomissione, di cui l’intensità e la durata dipendono unicamente da queste decisioni verbali, non raramente troppo severe. – Il più eminente pensatore della scuola cattolica attuale, l’illustre de Maistre, ha reso egli stesso una testimonianza chiarificatrice, benché involontaria, a questa inevitabile necessità della filosofia quando, rinunciando ad ogni apparato teologico, si sforza, nella sua opera principale, di fondere il ristabilimento della supremazia papale su semplici ragionamento storici e politici, altrove su certi sguardi mirabili, in luogo di limitarsi a comandarlo direttamente di “diritto divino”, il solo modo pienamente in armonia con la natura di una simile dottrina e che un tale spirito, nella nostra epoca, non avrebbe esitato senza dubbio a seguire esclusivamente, se lo stato generale dell’intelligenza non ne avesse impedito, anche in lui, l’intera preponderanza. » – Certo è evidente: non ci si può richiamare alla ragione contro se stessa, senza cadere nell’assurdità. Ma se Auguste Compte avesse conosciuto la filosofia scolastica, avrebbe saputo che mai la Chiesa aveva proposto alcun dogma senza produrre nello stesso tempo i suoi titoli di credibilità al giudizio della ragione! – Ma allora: da dove viene questo disprezzo della ragione nei nostri filosofi cristiani? Paradossalmente dalla filosofia di Cartesio, come reazione contro il razionalismo rivoluzionario che ne era scaturito. – Con il suo dubbio metodico, Cartesio ha gettato fuori dal nostro spirito tutte le nostre conoscenze oggettive. Egli ha tagliato il nostro spirito dal reale, lo ha dichiarato incapace di giungere all’essere stesso delle cose conosciute. Egli ha insegnato le idee innate, al modo di Platone. – Se le idee sono in me l’opera stessa del mio pensiero, se esse non sono in me la forma stessa delle cose conosciute, la mia ragione non può più operare sul mondo reale. Essa si ritrova condannata ad operare su delle forme costruite dal mio pensiero, all’interno di esso. Di colpo eccomi divenuto cieco! Il mio pensiero non può dirmi niente sul mondo esteriore. – Dove trovare allora la certezza? Se la verità non è l’accordo del mio pensiero con le cose, la mia ragione non può più dunque che danzare con i concetti. Essa gira a vuoto ed io posso dunque pensare dunque non importa cosa, perché non ho più contatto con le cose che devono mettere un freno alle mie costruzioni razionali. Ecco la ragione divinizzata, ma … svuotata: io posso pensare un mondo fantastico inventato da me stesso. – Un giorno io vorrei creare un mondo con il mio pensiero, e siccome il mondo reale si presenta davanti a me con i suoi vincoli e le sue resistenze, occorrerà distruggerlo: questo sarà la rivoluzione, questo odio feroce e devastante contro un mondo creato dall’altro che non corrisponde al mio desiderio di perfezione tale come lo concepisco nel mio spirito. Per distruggere, bisognerà alzare questa dea-ragione su un altare al posto di Dio ed adorarla. – Noi comprendiamo allora perché i nostri filosofi cristiani hanno preso in disgusto questa “Ragione”. Questa fu una reazione di buon senso, ma ahimè senza prudenza! Denunciando questa ragione divinizzata, essi hanno attaccato la vera ragione, quella che Dio ci ha dato, per conoscere, giudicare ed amare. Essi hanno abbassato l’uomo, lo hanno dichiarato incapace di giungere con certezza alla verità. Facendo questo, essi sono caduti in un errore fondamentale che avrebbe potuto essere evitato grazie a qualche necessaria distinzione concettuale. La teologia cattolica ha sempre insegnato che la nostra ragione ha il potere assoluto di conoscere, con i propri lumi, tutte le verità religiose e morali di ordine naturale. Ahimè, noi possiamo ingannarci e cadere nell’errore. La storia dell’umanità ce lo insegna ampiamente. Come ridurre questa antinomia? Semplicemente distinguendo la facoltà del suo esercizio. Dio non ha voluto ingannare gli uomini. Cartesio stesso in un eccesso provvisorio di franchezza, ha scritto: « Perché Dio, non potendo essere ingannatore, non potendo volere che le sue creature si ingannino, non ha potuto dare all’uomo la ragione ed i sensi come mezzi di errore. » – Senza dubbio Dio ci ha dotato di intelligenza e di ragione per conoscere e comprendere il mondo creato che ci circonda. Quando usiamo di questi mezzi nel loro ordine naturale e nella loro finalità, non possiamo ingannarci. Ma noi possiamo non usare la nostra ragione o anche misurarne. Allora cadiamo nell’errore: è il privilegio della nostra libertà. Noi possiamo rifiutare di pensare, perché la riflessione, la meditazione sono atti difficili e che richiedono uno sforzo. Noi preferiamo sognare, dormire o gioire. La sbornia inveterata gode di una ragione naturale. Ahimè! Non se ne serve! L’ambizioso, il vanitoso utilizzano la loro ragione per giustificare i loro eccessi! Essi la distolgono dalla sua finalità. Come volete che così non vi inganni? Il Papa Pio IX, nella sua enciclica del  9 novembre 1846 (Qui pluribus) ha condannato le dottrine degli Annali di filosofia cristiana, nei quali Augustin Bonnetty insegnava che « l’uomo in qualunque stato si trovi, non possiede in realtà che un principio di conoscenza per le verità della religione naturale, tali quali l’esistenza di Dio, l’esistenza della legge naturale, l’immortalità dell’anima e l’esistenza di un’altra vita. » Questo principio della conoscenza non è altro che la rivelazione divina manifestata all’uomo con la tradizione. Sprovvista del soccorso di questa tradizione, la ragione, lasciata interamente a se stessa, è assolutamente incapace di scoprire queste verità. Da qui l’atto. Si pone qui il problema della Fede. Quando Dio propone alla nostra intelligenza una verità di ordine soprannaturale, che oltrepassa infinitamente le capacità di comprensione del nostro spirito, non pretende di fare appello ad altra facoltà che non sia la ragione, alla quale sovrapporrebbe una sorta di ragione divina allogata nella nostra anima. Esso non pretende di ritirarsi per sostituirvi un altro modo di conoscenza che non sarebbe più umano, bensì divino. Assolutamente. Egli domanda alla nostra ragione di aprirsi ad una verità più perfetta, più alta. Chiede uno sforzo di perfezione e siccome questo ordine soprannaturale oltrepassa le facoltà native della nostra ragione, occorre aggiungere una grazia particolare che non distrugge la ragione, ma la completi e la rifinisca. – Uno dei rari pensatori cattolici che conserva, in questa epoca, la vera dottrina della Chiesa, senza cadere nel tradizionalismo, né nel liberalismo dottrinale che allora facevano furore, è dom Guéranger. Egli ha esposto molto bene la questione in un notevole articolo dell’Univers del 3 giugno 1858. – Egli comincia col rigettare il Tradizionalismo, sistema propaggine del Bajanesimo, fortunatamente in declino e destinato a sparire; poi spiega l’uso legittimo della ragione che si esercita sotto il controllo della fede. Egli mostra così che l’atto di fede è mirabilmente volontario, che esso è il coronamento della ragione, come ne è la prova che germoglia sotto la grazia nell’anima dell’uomo e non declina mai da « questa gloriosa umiltà che ci inchina davanti al pensiero di Dio ». Come potrebbe Dio far germogliare la fede in un’anima priva di ragione?

2. L’inneismo delle idee: Da Platone a Cartesio a Joseph de Maistre.

Se la nostra intelligenza dotata di ragione non è capace di produrre in noi le idee estratte dalle cose che ci circondano, donde possono dunque provenire le nostre idee? Per i filosofi platoniani, esse erano già in noi fin da prima della nascita. È l’inneismo che suppone quindi la preesistenza delle anime prima della loro caduta nei corpi, concetto sovranamente gnostico. – Joseph de Maistre, fu contemporaneo della filosofia del Sensualismo che insegnava che le idee erano il prodotto delle sensazioni; di là, ad estrarle dalla materia, non c’era che un passo, … presto raggiunto. Fu il caso di Condillac e di Locke. Reagendo a questa concezione, fonte di materialismo, e citando questa formula di Aristotele: « che l’uomo non può apprendere nulla se non in virtù di quanto già non sappia », Maistre ne trae la  conclusione che: ciò suppone necessariamente qualcosa di simile alla teoria delle idee innate già sostenuta da Platone. – Maistre cita pure più volte San Tommaso d’Aquino senza comprenderlo: quest’ultimo dice che « niente può entrare nello spirito se non per l’intermediario dei sensi » (Nihil est in intellectu quod prius non fuerit sub sensu), perchè – egli afferma ancora – « l’intelligenza, nel nostro stato di degradazione non comprende nulla senza immagini » (intellectus noster secundum statum præsentem nihil intellegit sine phantasmata), e Maistre ne conclude: « che non può esserci rapporto alcuno, alcuna ideologia, alcuna equazione tra la cosa compresa e l’operazione che comprende » e « … che i più mobili ed i più virtuosi geni dell’universo si sono accordati nel rigettare le origini sensibili delle idee » (Serate di San Pietroburgo). Ora, San Tommaso non dice che le idee siano prodotte dai sensi, ma che esse abbiano bisogno dei sensi per fissarsi nello spirito. – In un altro passaggio, Maistre continua: « Guardate bene in tutti i libri filosofici del XVIII secolo, non si diceva francamente che Dio non c’è, ma si diceva: Dio non sta là. Egli non è nelle nostre idee, e poiché esse vengono dai sensi, Egli non è nei nostri pensieri che non sono che sensazioni trasformate, etc. » Certamente, egli ha ragione nel negare che le sensazioni possano produrre le idee, ma ha torto nel concluderne che le nostre idee non vengano da cose percepite dai sensi. Il cartesianesimo ed il platonismo che impregnano il suo spirito, dopo averlo reso inadatto a percepire ciò che vi è di intellegibile nelle cose, lo costringono a cercare, fuori dal reale conosciuto, la fonte delle idee. Cosa gli resta? Una rivelazione divina o ancora un’attività propriamente divina operante nel nostro spirito. – Egli pertanto continua: « Ogni idea che non provenga né dal commercio dello spirito con gli oggetti esteriori, né dal lavoro dello spirito su se stesso, appartiene alla sostanza dello spirito. Ci sono dunque delle idee innate, o anteriori alla nostra esperienza. Io non vedo conseguenza più inevitabile; ma questo non deve stupire. Tutti gli scrittori che si sono esercitati contro le idee innate si son trovati ad essere portati dalla sola forza della verità a riconoscersi più o meno favorevoli a questo sistema » (In “Serate” …). Questo inneismo è stato insegnato da Platone, da Sant’Agostino anche, pur avendolo rigettato nelle “Ritrattazioni” (Libro I, cap. 2). Giunto ai suoi 75 anni, il Vescovo di Ippona, ha detto: « Io sono per questo motivo desolato nell’aver fatto un grande elogio a Platone ed ai platoniani. Questi erano degli uomini empi che non bisognava lodare a causa dei grandi errori nei quali erano sprofondati ». (« quorum contra errores magnos defendenda sit christiana doctrina ») Seguendo questa scuola cartesiana, de Maistre e Bonald al suo seguito, negano che l’uomo abbia facoltà propria di formarsi delle idee. Essi suppongono che è con la luce divina che noi vediamo in noi le idee. Supposizione assurda e che disprezza Dio Creatore! È estrapolando delle immagini ricevute dalle cose la loro forma intellegibile, che lo spirito con la sua attività propria comprende il reale e conosce l’idea che la cosa realizza. Per comprendere questo, bisogna che gli esseri che ci inviano la loro forma, sono già la realizzazione di un’idea creatrice e che possiede in sé questo carattere immateriale già preadattato alla natura immateriale della nostra anima. – Ma se, come affermano gli inneisti, è Dio che con la sua luce infinita incide direttamente queste idee nello spirito di tutti gli uomini, non c’è in fatto di idee che un unico e solo agente, operante con l’aiuto di un solo strumento, la comprensione divina, che distribuisce direttamente le idee in ogni spirito. – Se lo spirito umano non ha facoltà né operazione che gli sia propria, non ha l’essere proprio in sé: Dio sarebbe tutto in tutti gli spiriti. Ma noi qui siamo in pieno Panteismo! – Il “Me universale” di Fichte, l’Assoluto di Schelling, la “sostanza essenziale”, “la Ragione Generale” dell’umanità, non sarebbero altro che lo spirito di Dio inglobante gli spiriti di tutti gli uomini. È questa la conseguenza necessaria e rigorosa dell’insegnamento di Platone e di Cartesio. – Ahimè! Joseph de Maistre e Bonald lo hanno a loro volta ripreso. Nella loro opera c’è un certo Panteismo implicito.

3. Dalla rivelazione primitiva alla divinizzazione del popolo: da Maistre e Bonald a Lamennais.

Il visconte de Bonald ha dato l’esposizione più completa di questa rivelazione primitiva. La sua formazione intellettuale è interamente autodidatta. Egli si lega al padre Mandar, un professore ed amico di J. J. Rousseau. Egli ha letto Claude de Saint-Martin, il « filosofo sconosciuto », fondatore delle logge massoniche dette martiniste. Secondo Auguste Viatte, questi gli avrebbe imprestato l’essenziale delle sue tesi su: i numeri, la struttura dell’anima, l’origine del linguaggio. Durante la sua emigrazione egli ha letto il catechismo, ma anche Platone, Cartesio e Leibnitz. Si riferisce sovente a “Lo spirito delle leggi” di Montesquieu e al “Contratto sociale di Rousseau”, cercando di rifiutarli, o almeno correggerli. L’idea madre del suo sistema è che « l’uomo pensa la sua parola prima di esprimere il suo pensiero ». il linguaggio è dunque lo strumento necessario ad ogni operazione intellettuale ed il mezzo di ogni esistenza morale (in “Recherches philosophiques”). Incapace di inventare un linguaggio, l’uomo ha dovuto necessariamente riceverlo da Dio e con questo pure le principali verità morali e religiose. Questa è la « Rivelazione primitiva » che ci fa conoscere queste verità che il linguaggio trasmette di generazione in generazione ed è nell’infallibilità di Dio rivelatore che si trova la sola garanzia che ne ristabilisce la certezza. – Il Verbo crea e genera il pensiero che esso vuol significare. Le formule di Bonald, ci dice Albert Garreau, nel suo libro “Les Voix dans le désert. Prophètes du XIX siècle” prendono una svolta inquietante. – « Nei primi tempi dell’umanità, dice il nostro visconte, quando le leggi della natura non erano conosciute, il pensiero li attraversava ed in qualche modo risaliva a Dio stesso, Autore di tutte queste leggi. Questa presenza generale della divinità, che è dogma per una ragione illuminata, era, per la loro ragione nascente, una presenza locale. » – Questa « presenza locale » designa verosimilmente la presenza sensibile ed evidente di Dio manifestata ai nostri primi genitori nel paradiso terrestre. A partire di là, il Bonald si azzarda pericolosamente pretendendo di fondare sulla Tradizione universale, e contro la ragione, una criteriologia della Verità. – « Il genere umano, cioè le società di tutti i tempi e di tutti i luoghi, ebbe il sentimento dell’esistenza della Divinità. Dunque la Divinità esiste, perché il sentimento generale del genere umano è infallibile. » (sembra di leggere J. J. Rousseau). E: « Gli uomini nominano Dio, quindi Egli c’è; perché se non ci fosse non sarebbe nominato. » Si crederebbe che secondo Bonald sono le parole che creano le cose! Noi riconosciamo qui la prova ontologica, ricopiata direttamente da Cartesio. –  Questo sistema è pericoloso, non solo perché condurrà certi discepoli del Bonald – Lamennais e Bautain – a negare le capacità della ragione individuale, ciò che varrà loro la condanna della Chiesa, ma ancor più perché gli occultisti del XIX e XX secolo ne profitteranno per fare accettare la loro dottrina della grande tradizione universale – tradizione di cui il Cristianesimo, non sarebbe che semplicemente un ramo. – Quanto alla teoria dell’origine divina del linguaggio – che notiamolo, non è stata inventata dal Bonald perché la si trova già esposta e discussa ampiamente nell’Encyclopédie (art. “lingua”), in J. J. Rousseau (Discorso sull’origine … dell’ineguaglianza …) o in Claude de Saint Martin – si può trovarne la fonte nella kabbala. – La kabbala ci spiega che la parola è la creatrice degli esseri. Ad ogni lettera dell’alfabeto, la kabbala fa corrispondere una cifra mistica. Dunque le lettere ebraiche sono sacre e di origine divina. Il Verbo è un essere intermediario tra il Creatore e la creatura. Egli porta in sé l’essere stesso delle cose che designa. Esso non è dunque un segno convenzionale inventato dall’uomo per trasmettere il suo pensiero: è un vero ritorno al “Nominalismo”. È la parola che apporta al pensiero i suoi oggetti di conoscenza. Noi designiamo con il pensiero il linguaggio e non gli oggetti che esso designa. – Sistema doppiamente erroneo, perché esso presuppone esservi alla radice dei nostri pensieri una rivelazione: è dunque Dio che pensa in noi! L’ordine naturale e l’ordine soprannaturale sono confusi. Tutte le tradizioni di tutti i paesi sono i resti di una grande rivelazione primitiva; esse sono dunque sacre. Ed i popoli detengono in se stessi l’infallibilità divina. – A tali assurdità occorre rispondere con qualche domanda di buon senso. Se il nostro pensiero è il prodotto di un linguaggio divino, come si spiegano gli errori? Dio potrebbe ingannarsi nella sua rivelazione? Come l’uomo potrebbe inventare delle moltitudini di dei? In altre parole, il politeismo sarebbe impossibile. – Ma ancora, la prima conoscenza degli uomini è un atto di fede. La filosofia non è dunque che uno sviluppo di questo atto di fede primitivo. Essa è dunque una teologia. Ecco cosa rovina la Fede e la Teologia. – Credere in Dio, rivelatore del linguaggio e creatore del pensiero umano, senza aver prima portato una prova della sua esistenza, è un atto irragionevole, una dismissione della nostra intelligenza. L’uomo condannato ad un atto di fede ancor prima di aver fatto uso della sua ragione (poiché essa è detta “nascente”), qual follia! Dio, dandoci un’anima spirituale dotata di intelligenza e rendendoci incapaci di servircene, si sarebbe preso così gioco di noi! – In realtà, il linguaggio non è lo strumento del pensiero, ma lo strumento che l’uomo si è forgiato per trasmettere il suo pensiero. Non c’è rapporto necessario tra le parole e le cose che esse significano: le parole sono simboli, cioè segni convenzionali. Da una lingua all’altra la parola può cambiare, ma l’idea che rappresenta, è sempre la medesima, perché essa è in relazione non necessaria con l’oggetto, essendone la forma intellegibile. Con la parola il nostro spirito perviene all’oggetto stesso. Il nominalismo è impensabile! – L’abate de Lamennais non ha fatto che portare le idee che esponiamo alle loro conseguenze ultime,k o meglio, egli ha spiegato il loro contenuto reale e gli ammiratori di de Maistre e di Bonald si vanno affollando. Finalmente la Chiesa li condannerà. – Quando il suo secondo volume di « L’Essai sur l’indifférence en matière de religion » appare nel 1820, qualche spirito più riflessivo cominciò a notare delle reticenze. – Lamennais vi insegnava che la ragione individuale è capace di darci solamente delle certezze istintive o del fatto, e che solo la ragione collettiva dell’umanità, il consenso universale, il “senso comune” danno la certezza assoluta o di diritto, appoggiata su Dio, di cui conservano e trasmettono gli insegnamenti. – Il criterio del vero non è l’evidenza della proposizione che lo enuncia, ma l’autorità della ragione generale che afferma: « è vero ciò che gli uomini credono che sia vero. » Bisogna rigettare la ragione dell’uomo separato dalla ragione umana e dalla ragione di Dio, esprimendosi con la ragione umana generale legata all’uso della parola. La conoscenza non è innata nell’uomo, né acquisita, ma innata nella società. Bisogna rigettare, estirpare dalla filosofia cristiana l’idea che in ognuno la ragione sia dotata della potenza di raggiungere il vero. – Di tal modo che per Lamennais, sotto le religioni dette “primitive” ed i culti dell’antichità, sotto l’alterazione dei paganesimi si riconoscono delle credenze universali, identiche alle idee essenziali del Cristianesimo. La vera religione si trova presso tutti i popoli. Il Cristianesimo non ne è che la spiegazione più completa. – Maine de Biran reagisce ben presto con molto buon senso: « Ecco un altro bel mistero. La sede delle verità di cui si tratta, è la società che, dotata di una sorta di intelligenza collettiva, differente da quella degli individui, ne è stata imbevuta dalle origini dal dono del linguaggio ed in virtù di un’influenza miracolosa esercitata sulla massa solo indipendentemente dalle parti. L’uomo non è nulla, la società solo esiste, essa è l’anima del mondo morale. Essa sola resta, mentre le persone individuali non sono che fenomeni … ascolta che potrà questa metafisica sociale!!! … »  – Dom Guéranger era allora al seminario di Mans. Il suo professore di filosofia, M. Arcanger, il suo ripetitore, M. Nourry erano menesiani. Egli fece come loro, prese parti per il senso comune. « Il senso comune – diceva egli più tardi, noi non lo avremo mai veramente, ma credo che i nostri compagni cartesiani fossero ancora più assurdi che noi. » E aggiungeva: « io non avevo al tempo compreso queste questioni, come tanti altri, se non dopo essere uscito dal seminario. » – È una delle glorie di Dom Guéranger essersi sempre levato contro un divorzio così pregiudiziale alla ragione e alla fede ed essere stato il precursore di un movimento filosofico che, per sostenersi e difendere la ragione contro l’agnosticismo o il tradizionalismo, non aveva che da ritornare alle origini scolastiche e a San Tommasa d’Aquino. Dal 1862, il padre Ramière, S. J. pubblicava: “De l’unité de l’insegnament de la Philosophie au sein des écoles catholiques”, primo tentativo di restaurare il Tomismo nella Chiesa francese. – Lamennais tenta di difendersi dall’avere innovato ed ha ragione. Tutto il suo insegnamento proveniva da Bonald, « questa quercia vigorosa – dice – che cerca la sua linfa attraverso le rocce primitive fino alle viscere della terra. » – « Questo povero libro – scrive a Saint-Brieue, il 3 agosto 1820, è stato poco compreso fino ad oggi, soprattutto dal clero di Parigi. Si fa di me uno scettico, perché ho rovinato lo scetticismo e dato, almeno mi sembra, una vera base alla ragione. Persone che hanno dello spirito pertanto mi hanno scritto su questo cose strane … M. de Bonald pensa come me e sosterrà la mia dottrina. Io la credo sinceramente di estrema importanza per la religione ed è questo che mi tranquillizza sulla mia sorte. » – « Per quel che è delle mie idee – scrive ancora il 10 febbraio del 1837 a Mme Cottu, esse si sono sviluppate, non mi hanno cambiato. Il germoglio è diventato foglia, ecco tutto … Le mie idee, sempre le stesse nel fondo, si sono rettificate, estese, sviluppate, ecco tutto. Non si è uniti a Dio finché non si è uniti all’umanità, senza distinzione di luoghi, di tempi, di opinione, di credenza … ». È  meraviglioso! È fondando il proprio pensiero nel pensiero collettivo dell’umanità, che si può pervenire alla verità. Marx ed Hegel non hanno detto diversamente. L’umanità divinizzata, il mondo detentore della Verità infallibile! … tutte le religioni non essendo che espressioni variate di una stessa religione universale! Non siamo forse qui in piena gnosi massonica? Ed infatti, è esattamente quanto gli infiltrati gnostico-massonici hanno inserito nel vergognoso anticattolico documento “Nostra Ætate” (28 ottobre 1963, … che coincidenza … a 5 anni esatti dall’usurpazione della Sede Apostolica), VI sessione del conciliabolo cosiddetto Vaticano II, presieduto appunto dall’illuminato patriarca giudeo-kazaro G.  B. Montini [l’anti-Papa Paolo VI]. E non è finita, vedremo come queste idee siano in germe nelle famigerate “Serate di San Pitroburgo”, di Joseph de Maistre.

GNOSI, TEOLOGIA DI sATANA (35): GNOSI E TRADIZIONE -1-

Gnosi e “tradizione” -1-

[Elaborazione da: É. Couvert, La gnose contre la foi, Ed. De Chiré, 1989]

Abbiamo spiegato in un’opera precedente [Dalla gnosi all’ecumenismo, III cap.], come la filosofia di Cartesio si sia dal XVII secolo sostituita alla filosofia cristiana a causa del convergere nel cartesianesimo degli oratoriani, man mano imitati poi dalla maggioranza dei religiosi nel corso del XVIII secolo. – Questa sparizione della filosofia scolastica e la sua sostituzione con il pensiero razionalista, hanno potentemente contribuito all’evoluzione intellettuale del XVIII secolo ed alla Rivoluzione del 1789 che ne fu la ovvia conseguenza politica. Bisogna necessariamente ricordarsene, se si vuole comprendere ciò che è successo in seguito, essendo il XIX secolo direttamente tributario degli eventi del XVIII secolo, e questo in molteplici ambiti, particolarmente in materia di filosofia. Dopo il “tormentone” rivoluzionario, la Chiesa francese si mise coraggiosamente a riparare le rovine, a riaprire le chiese, a restaurare la liturgia ed il catechismo. Nuovi ordini religiosi partirono alla conquista di popolazioni abbandonate e paganizzate. Si poté assistere allora ad una vera e propria rinascita religiosa in tutti gli ambiti verso la metà del secolo. Un solo territorio resterà per lungo tempo in terra desolata, quello della filosofia cristiana. Un clero insufficientemente preparato, schiacciato dall’abbondanza delle novità, non aveva l’agio di consacrarsi allo studio. Alcuni autori isolation, spesso laici autodidatti, si levarono allora per denunciare con eloquenza e convinzione i misfatti della Rivoluzione, il suo carattere satanico ed anticristiano. Questi non ebbero particolari problemi nel conquistare il pubblico coltivato del loro tempo, gli orrori della Rivoluzione erano ancora impressi in tutte le memorie, per cui le loro opere conobbero un immenso successo. Noi ci limiteremo, nel nostro esposto, ai più celebri di questi scrittori: Joseph de Maistre, il visconte de Bonald, l’abate de Lamennais, e Blanc de Saint-Bonnet. – Essi costituirono, nella storia della filosofia cristiana, un movimento niente affatto originale, prima di sparire senza lasciare tracce visibili in seguito: il Tradizionalismo. Come mai dunque Alain Besançon, nel suo libro “La confusione delle lingue”, ha potuto qualificare questa scuola tradizionale nientemeno che una « prima invasione gnosticizzante »? – Egli precisa che « … nella loro esaltazione del Papato, dell’Inquisizione, dell’autorità spirituale sotto tutte le forme, non si poteva minimamente immaginare che facessero passare una “mercanzia” sospetta,  passata meglio, mettendosi i suoi portatori in tutta sincerità, sotto la protezione delle autorità che essi vogliono restaurare; costoro poi non se ne accorsero che con una generazione di ritardo (verso il 1840). « … Alle origini, l’umanità ha ricevuto, con la lingua, non solo un sistema di comunicazione, ma un sistema di pensiero, una dottrina. Essa forma la rivelazione primitiva, la Tradizione. Questa è trasmessa dalla società, guardiano voluto da Dio della verità fondamentale che la comunica ai suoi figli e ne svela il segreto mediante una lingua che essa insegna loro. » – « Era andare in pratica a braccetto con gli Illuministi che d’altra parte venivano rigettati per aver preparato la Rivoluzione, ma da essi si erdita e si riprende il tradizionalismo iniziatico, questa volta a profitto della reazione … » Ecco un quadro che non corrisponde affatto all’idea che da sempre ci si è fatta di questa scuola nelle famiglie tradizionali. Noi vedremo che questo quadro è assolutamente esatto, e nell’esposto che sta per seguire, andremo probabilmente a sovvertire delle idee e dei giudizi che sembravano solidamente certi. – Una prima difficoltà deve essere subito sollevata. Come è possibile che uomini, molti dei quali pii e Cristiani abbiano potuto far coabitare nel loro spirito: a) una sottomissione profonda e sincera all’insegnamento della Chiesa, e b) insegnamenti che la Chiesa aveva sempre condannato? La prima risposta è evidentemente l’ignoranza religiosa di questi maestri del pensiero contro-rivoluzionario. Essi furono per lo più degli autodidatti, e mai avevano studiato la filosofia cristiana. I loro maestri di pensiero furono questi scrittori anticristiani del secolo precedente: Rousseau, Montesquieu Fénelon, questo “Renan del XVIII secolo” …. Lacordaire ha ben visto questa incoerenza di un pensiero ondeggiante tra verità parziali ed errori mal compresi. « La maggior parte degli uomini ignorano la loro strada, dice nella sua “Lettera sulla Santa Sede; essi credono che l’universo si arresti nel luogo ove si affaticano, e che i principi siano incoerenti come le persone che non abbiano una portata maggiore di quella che effettivamente non hanno. Ma – prosegue mirabilmente – benché questa porzione cieca e pigra diminuisca la forza del potere che gli dà l’impulso, essa serve meravigliosamente, perché forma delle scale su cui si arrestano le anime e gli strumenti che non possono andare più lontano. Se non esistesse alcuna sfumatura tra l’errore e la verità, pochi sarebbero abbastanza forti per non cadere nell’errore. Essi hanno bisogno di scendervi lentamente e di familiarizzare con le tenebre. Ecco perché, per giudicare una potenza, bisogna porre il principio, dedurne dalle conseguenze compiute quelle che ne usciranno inevitabilmente, e lasciando da parte la folla che non sa mai quel che fa, vedere l’azione da dove parte … » In effetti noi possiamo portare a nostra insaputa, nel nostro sistema di pensiero, degli errori parziali di cui non comprendiamo bene le conseguenze, ed anche le premesse che vi sono implicitamente contenute. Noi le correggiamo in noi con l’esperienza e la riflessione, ma le lasciamo coabitare nel nostro spirito, ed un giorno la contraddizione, alfine percepita, ci fa rigettare all’esterno tutto ciò che non fa realmente corpo con il nostro sistema generale di pensiero. Non c’è coesione possibile tra l’errore e la verità. Una delle due deve un giorno eliminare l’altra. Questo sarà ad esempio, come vedremo, il caso di Lamennais, leggendo Joseph de Maistre. Joseph de Maistre stesso, che si ritiene cattolico completo, perfettamente sottomesso all’insegnamento della Chiesa, dice nondimeno nel 1816: « Io sono approdato alla Chiesa Cattolica romana, non tuttavia senza avere acquisito nella frequentazione degli illuministi martinisti e dallo studio della loro dottrina, una folla di idee dalle quali ho tratto il mio profitto. » Il suo biografo, Emile Dermenghen, ci spiega che l’insegnamento degli illuministi ha giocato nel suo spirito il ruolo di un fermento, allorché la dottrina cattolica romana è servita da contrappeso, regolatore del freno. Egli precisa ancora che questa amalgama di idee contraddittorie, che avrebbe dovuto provocare una esplosione, ha potuto essere stabilita perché Maistre aveva la preoccupazione di sostenere gli uni e gli altri. Ma noi sappiamo che certi suoi lettori andranno al contrario a spingere i principi illuministi contenuti nelle sue opere, fino alle loro conseguenze profonde, e subire allora le condanne romane.

Le fonti de queste filosofia “Tradizionale”

  1. L’insegnamento di Cartesio

Abbiamo già visto in precedenza il ruolo distruttivo della filosofia di Cartesio. Con il suo dubbio metodico e con il suo “cogito”, Cartesio ha distrutto nelle anime ogni possibilità di raggiungere qualsiasi verità. È in effetti assurdo chiedere al nostro spirito di fare il vuoto completo di tutte le conoscenze con un atto contro natura, e poi domandargli di “ricostruire” il mondo a partire dal proprio “me” pensante. La rottura con il reale è profonda e definitiva; Cartesio è così alla radice del soggettivismo e dell’idealismo. Noi vedremo anche che egli veicola, malgrado lui, tutto il panteismo moderno. La sua filosofia giocò nel XIX secolo il ruolo di un vero e proprio lavaggio del cervello. – Comunque Cartesio ne aveva buona coscienza! Egli scrive nel 1641: « Io ho provato espressamente che Dio è il Creatore di tutte le cose. Queste sono delle cose alle quali desidero si faccia più attenzione. Ma penso di averne messe molte altre e vi dirò, tra noi, che queste sei meditazioni contengono tutti i fondamenti della mia fisica. Ma non bisogna dirlo, se vi aggrada, perché coloro che preferiscono Aristotele farebbero più difficoltà ad approvarle, ed io spero che coloro che le leggeranno si abitueranno insensibilmente ai miei principi riconoscendo la verità prima di accorgersi che essi distruggono quelli di Aristotele. » Come diceva Lacordaire, si scende lentamente verso l’errore e bisogna abituarsi alle sue tenebre: Cartesio ce lo ha spiegato molto bene. – Nei seminari del XVIII e XIX secolo, si insegnava il cartesianesimo. Il manuale più utilizzato era “La Filosofia di Lione” pubblicato nel 1783 e 1784 dall’oratoriano Joseph Valla, su richiesta di Mgr. Montazet, Arcivescovo di Lione, giansenista e cartesiano che impose all’autore di insegnare l’inneismo sul problema dell’origine delle idee. – Quando l’abate Emery restaurò la Compagna di San Sulpizio, impose l’uso di questo manuale a tutti i seminari di Francia. Questo abate, Joseph Valla, aveva visto le sue “Istituzioni liturgiche” messe all’indice a causa del giansenismo che vi era implicato. È vero pure che tre teologi eminenti dicevano, nella prefazione delle “Istituzioni Filosofiche di Lione”, di aver eliminato tutto ciò che avrebbe potuto inquietare la più severa ortodossia. – La generazione di giovani preti, colpita dallo spettacolo delle rovine accumulate con la sparizione di ogni verità, si precipitava allora su tutte le teorie che umiliavano la ragione. L’influenza di Rousseau restava profonda negli spiriti e l’apologetica del sentimento allora fece furore. – Oltre Chateaubriand, si vedeva l’abate Maury, “opposto agli abusi della ragione nelle cose della Fede”., applicare la dialettica affettiva del Vicario savoiardo in favore della Religione naturale, segnare l’accordo completo della nostra natura sensibile con il Cristianesimo. Noi siamo allora in pieno pragmatismo religioso ed in pieno soggettivismo. – Vedremo così come l’insegnamento di Cartesio sia alla radice di tutti gli errori della scuola “tradizionale”. L’abate Noirot a Lione lo insegna e fu il maestro di Blanc de Saint-Bonnet. L’abate Maret lo insegna alla Sorbona ufficialmente, vi mette delle restrizioni, ma resta un cartesiano determinato. Un solo prete, destinato alla celebrità, si mostrò assolutamente refrattario a Cartesio ed agli scrittori Tradizionali, e fu Dom Guérager, spiegando in un articolo dell’“Univers” del 22 novembre del 1857 all’abate Maret, che questa situazione è insostenibile per un filosofo e che il pensiero cristiano deve abbeverarsi ad altre fonti.

  1. L’Illuminismo massonico.

Se l’insegnamento di Cartesio fu negativo, al punto da provocare un vuoto spirituale in tutti gli spiriti, altri si incaricarono, con pari efficacia, di riempire questo vuoto, e questi furono i franco-massoni. Occorreva innanzitutto svuotare gli spiriti dalla filosofia scolastica, cioè cristiana, e poi introdurvi progressivamente e in dosi “omeopatiche” la gnosi luciferina, quella cioè delle logge. – Joseph De Maistre, il primo maestro del pensiero contro-rivoluzionario, era un uomo di grande cultura, ma questa cultura era fatta di elementi eterocliti e contraddittori. Buon ellenista, subì soprattutto l’influenza di Platone di cui ha voluto – come Sant’Agostino ai suoi albori – fare un precursore del Cristianesimo, tanto che nelle “Serate a San Pietroburgo” lo definirà “una prefazione umana del Vangelo”! … ed è probabilmente all’influenza platonica che bisogna attribuire l’accecamento di cui fece prova nei riguardi della Franco-massoneria e dell’occultismo. Fu per quindici anni un franco-massone convinto che, partito dal razionalismo, subì un’evoluzione verso l’illuminismo che confuse costantemente con la mistica cattolica, tanto che, malgrado delle reticenze, non rinnegò giammai totalmente i suoi maestri illuminati. – Egli ricevette dapprima una vera iniziazione dal suo maestro Willermoz, fondatore delle logge martiniste a Lione. Quest’ultimo gli inviò le sue istruzioni il 9 luglio del 1779. – Per leggerle, egli dice, bisogna mettersi “al di sopra di tutti i pregiudizi acquisiti o naturali” (cf. Il dubbio metodico), ascoltare le voci del proprio cuore « principio della convinzione “interiore” in una faccenda in cui l’uomo ragionevole non deve sperare nelle “esteriori” (cf, il disprezzo della ragione, il rifiuto del reale e delle autorità naturali), rigettare tutti i sistemi filosofici che “lasciano dei vuoti che affliggono e tormentano l’uomo” (cf. il rigetto delle superstizioni religiose), “non aspettarsi nulla dagli uomini, perché il fuoco che deve illuminarci, riscaldarci è in noi ed un desiderio puro, vivo e costante è il solo soffietto che possa infiammarlo ed estenderlo » (cf. la natura divina ed onnisciente della nostra anima), vale pure a dire che “l’uomo così preparato acquisisce con il proprio lavoro ciò che resta sua proprietà” (cf. l’uomo che possiede in se stesso la fonte delle sue conoscenze), ecco un bel programma cartesiano di “lavaggio del cervello”! Joseph de Maistre ha letto evidentemente i grandi autori massonici. Claude die Saint-Martin, il fondatore delle logge martiniste pubblicava nel 1790, “L’uomo del desiderio”. L’uomo è un desiderio di Dio, vi spiegava, il Quale vuole infiltrare in lui una linfa meravigliosa, e l’uomo deve essere un uomo di desiderio, per la sua assiduità a sviluppare in sé le “proprietà divine”. Così devono cadere gli ultimi ostacoli tra le loro due nature, tra i due “esseri” che aspirano alla loro unione, all’unione tra l’uomo e Dio. Noi riconosciamo bene in questo libro le tesi gnostiche del ritorno all’unità primordiale. – Teresa de Maistre, la sorella dello scrittore, trovava questo profeta “tanto sublime, tanto eretico, tanto assurdo”. Era la reazione di un’anima retta e semplice. Ma suo fratello le replicò precisandole che egli  non si accordava che con il primo punto: “questo punto non soffre difficoltà. Io non ti nego formalmente il secondo e mi impegno a sostenere la sua ortodossia in tutti i capi …” – In breve, Maistre consegnava un certificato di ortodossia a Claude de Saint-Martin. Nel 1797, ricopiando certe accuse dell’Eudista Le Franc contro il nostro “sublime profeta”, aggiungeva: « Nulla è più degno di inestinguibili risate. » Nelle logge martiniste, Maistre intendeva parlare (e lo sappiamo proprio da lui) di un « Cristianesimo reale, ascendente » (cf. la risalita attraverso gli eoni verso l’Ogdoade degli gnostici!), che era una vera iniziazione, tale come che era stata « già conosciuta dai cristiani primitivi » e che rivelava e « poteva rivelare ancora delle grandi meraviglie, non solamente disvelarci i segreti della natura, ma metterci in comunicazione con gli spiriti » (Oh! Oh! … sento odor di zolfo!) [Opere, tomo VIII, pag. 327-328 e tomo V, pag. 241]. Ecco cosa dovrebbe far drizzare le orecchie: Joseph de Maistre ancestre di un ecumenismo presieduto dal futuro Messia giudeo …

  1. Joseph de Maistre ed Origene

La sua formazione massonica e platonica lo ha spinto a ricercare tra gli antichi scrittori ecclesiastici coloro che erano impregnati di gnosi: Origene e Clemente di Alessandria.In un grosso volume di di Mélamges B, cominciato a Torino il 25 maggio 1797, noi ritroviamo 25 pagine di brevi commenti sul « Trattato di Origene contro Celso ». –  Questo grand’uomo, questo “sublime teologo”, credeva alla magia in generale, vale a dire alla realtà di una scienza che può mettere l’uomo in comunicazione con delle intelligenze di un ordine superiore; egli ammetteva una “magia bianca”, in modo tale che questa scienza era buona o cattiva, a seconda del genere di spiriti che si invocavano. Maistre considera come provato da Origene che « il Cristianesimo, nei primi tempi, era una vera iniziazione in cui si svelava una vera magia divina ». Egli cita tra gli oggetti di questa iniziazione, l’anima degli astri e la divisione delle nazioni, … leggiamo ancora, nei Melanges B [inedito, 2 dicembre 1797]: « Sant’Agostino, nella Città di Dio, ha mal compreso Origene, quando costui asseriva che la causa della materia non è solo la bontà di Dio, ma il fatto che le anime, avendo peccato allontanandosi dal loro Creatore, meritavano di essere rinchiuse in diversi corpi come una prigione, secondo la diversità dei loro crimini e che il mondo è là; così la causa della creazione non è stata quella di far fare delle buone opere, bensì quella di impedirne le cattive. L’opinione di cui si tratta, aggiunge de Maistre, non ha nulla a che vedere con il Manicheismo. Si può osservare che essa è ancora oggi la base di tutte le iniziazioni moderne. » Ecco un buon riassunto degli insegnamenti gnostici trasmessi da Origene. Sant’Agostino, che aveva conosciuto i Manichei da vicino, non aveva difficoltà a ritrovare le loro tesi in Origene ed a denunciarle. Joseph de Maistre, impregnato dal platonismo e dal linguaggio massonico, al contrario, vi aderisce ed appare addirittura meravigliato dalla reazione energica di Sant’Agostino. – Ma vi è di più. Sotto la sua penna, annotata nelle sue “Miscellanee”, si trovano dei passaggi completi del vangelo gnostico di Tommaso, quello che fu trovato a Nag-Hammadi nel 1947 e che era in precedenza sconosciuto: « Quando due non faranno più che uno, e che ciò che è al di fuori sarà come ciò che è al di dentro, quando il maschio sarà confuso con la femmina e non ci sarà più né maschio né femmina, quando avrete depositato il vestito dell’onta e di ignominia [si tratta del nostro corpo], allora verrà il regno. » Questi testi li ha trovati in San Clemente d’Alessandria, ancora una volta uno scrittore ecclesiastico impregnato di gnosi, che venerava nella biblioteca personale il vangelo di Tommaso. Bisognerà fare molta attenzione allora, quando leggeremo le “Serate di San Pietroburgo”, a questa impregnazione gnostica e massonica nel pensiero Maistriano.

GNOSI, TEOLOGIA DI sATANA (34): GNOSI ED UMANESIMO – 3 –

GNOSI, TEOLOGIA DI Satana (34)

Gnosi ed UMANESIMO -3-

[Elaborato da: É Couvert: La gnose contre la foi, Ed. de Chiré, 1989]

ALCUNI UMANISTI:

A) Cornelio Agrippa

Cornelio Agrippa di Mettersheim (nato a Colonia nel 1486, morto a Grenoble nel 1533), è un buon esempio di umanista. Egli fu iniziato alla kabbala e all’occultismo dall’abate Giovanni Tritemio (Johann Trithémius). Quest’ultimo a sua volta è il tipo perfetto del prete “modernista” novus-ordo ante litteram. Egli aveva raggruppato attorno a lui i suoi discepoli a Wuzburg, fu il maestro di Paracelso, che era stato anch’egli iniziato alla magia. Cornelio Agrippa compone già all’età di 25 anni un libro sulla filosofia occulta, impregnata di kabbala giudaica; insegna l’alta teologia annunciando agli “eletti” i segreti del Vangelo. Sull’esempio di Tritemio, attacca violentemente i monaci. Nel 1509 si reca a Dole, ove viene aggregato come membro dell’Accademia e da inizio a delle lezioni pubbliche sul trattato di Reuchlin “De Verbo Mirifico”, in cui Reuchlin riuniva le dottrine della Kabbala e di Pitagora. Recandosi a Dole, nella contea di Bourgogne, spera di guadagnarsi la benevolenza di Marherita d’Austria. Scrive a questo scopo un discorso sul « La nobiltà ed eccellenza del sesso femminile » e glielo dedica, dandolo alla stampa nel 1529: « L’uomo, scrive, è Adamo, è la natura, la carne, la materia. La donna è Eva, la vita, l’anima, il misterioso tetragramma dell’ineffabile onnipotenza divina. La donna ebbe per culla il Paradiso, l’uomo vide il giorno in mezzo ai bruti. La donna è superiore all’uomo, sia per spirito che per bellezza, questo riflesso della divinità, questo raggio di luce celeste, ancor più la donna è Dio stesso… » Si riconoscono, sotto queste enormi ed assurde adulazioni, delle nozioni certamente gnostiche, il « tetragramma sacro » in particolare, e l’idea della “Sophia”, la saggezza femminile del divino, l’idea anche dell’« eterno femminino », ben conosciuto dai Teilhardiani. – Questo discorso non piace però a Margherita d’Austria, perché il provinciale dei francescani, Jean Catelinet, predicando la Quaresima nel 1510, davanti al governatore dei Paesi Bassi, denuncia Cornelio Agrippa come « eretico giudaizzante ». – Ma sempre spinto da Tritemio, l’Agrippa spiega che tutte le dottrine sulla magia, l’Astrologia e l’Alchimia, devono essere comprese secondo un senso mistico. Nel 1512 diviene consigliere imperiale  dell’imperatore Massimiliano, nel 1515 dà delle lezioni a Pavia su Hermete Trismegisto, vi si sposa ed è ricevuto come dottore in diritto e medicina. Diviene così rispettato, onorato, coccolato. Poi nel 1529 Margherita d’Austria lo nomina suo consigliere, fiduciario e storico: risultato di un’abile scalata progressiva, frutto di una lunga pazienza, a coronamento di una ambiziosa carriera:  ormai, potrà scrivere in tutta sicurezza, protetto da personaggi così eminenti dai tribunali ecclesiastici. – Vediamo il suo insegnamento. Nel suo trattato:  “De incertitude et vanitate scientium”, parte con una guerra alla ragione umana, professa uno scetticismo generalizzato sul quale costruisce la sua mistica; insegna l’unione mistica del nostro spirito con la natura e con Dio. Attacca Aristotele e la sua logica, ovviamente. Trova ridicolo quel che ci vuole portare a concludere: «  Si pensa – egli scrive – che le nostre conoscenze debbano uscire dai sensi, ma i sensi sono ingannevoli, essi non possono conoscere le cose donde tuttavia bisogna estrarre tutte le nostre conoscenze. » Da qui la conclusione che ogni uomo debba convincersi che la verità non possa essere conosciuta se non con la libera adesione alla fede: « La bontà dell’uomo non si fonda che sul libero arbitrio, che si prova con la fede, nella quale tutti ci volgiamo verso Dio, fonte di ogni verità. Non è la lingua, ma il cuore, la sede di ogni verità. Non è la ragione, ma la volontà che ci unisce a Dio. » Ecco una bella definizione del fideismo, con un culto della volontà, privata della sua norma, la ragione, posta alla sorgente della conoscenza. È il Modernismo… Cornelio edifica la Teologia sulla santa Scrittura, ed imputa ai teologi l’aver privato il popolo di questa unica fonte di religione, ma … non bisogna comprendere la scrittura alla lettera. Essa non rivela il suo vero senso se non con l’illuminazione divina dello Spirito-Santo. Dio solo è verace, gli uomini sono tutti mentitori. Con la nostra ragione, che specula a torto e a traverso, noi non possiamo comprendere il senso mistico della Parola rivelata. « La nostra fede – egli dice – deve essere diretta da Dio. Dio solo è verace, ed è  a lui che siamo connessi mediante la Fede, Egli ci rivela tutto, ci fa vedere tutto in Lui. » Evidentemente, se l’anima umana è una particella divina, scintilla luminosa piombata in un corpo, non ha bisogno di un ausilio naturale, come è la ragione, per raggiungere penosamente, con tanto sforzo e rischio di errori, una Verità che possediamo già in noi stessi, poiché la nostra anima è già piena di ogni conoscenza, essa che è la sorgente stessa di tutte le idee, in connessione con la Natura di Dio. Da qui questo disprezzo della ragione che è comune a tutta la gnosi da sempre. disprezzo che ritroviamo in Lutero, come nel Romanticismo ed nel “Tradizionalismo” del secolo scorso. – Nella sua opera De occulta philosophia, Cornelio Agrippa riprende l’insegnamento dei neo-platonici. Alla maniera degli umanisti del XVI secolo, come abbiamo in precedenza esposto, egli parla degli dei, afferma che i peccatori ed i pagani sono stati presi dallo Spirito angelico o divino; « Inoltre – egli dice – tutte le religioni sono buone, benché la cristiana sia la migliore. » – « La religione – ancora scrive – purifica lo spirito e lo rende divino; con questo aumenta le forze della natura … » – « … Una forza universale anima il mondo e vi si rivela, ma tutto deve essere ricondotto alle idee di Dio, le quali sono “uno” in Lui, ma multiple nell’anima del mondo; questo le infonde nelle cose inferiori per mezzo degli astri, cioè nella materia, esse non esistono se non come ombre. Esse sono anche nel nostro spirito, sono innate, come insegna Platone … le cose materiali sono occupate da forze occulte. Gli elementi sono pieni di vita e di anima. Uno spirito li mette in movimento. Da qui la necessità di una sorgente universale di vita, vale a dire dell’anima del mondo, seguendo Platone. » Da questi estratti  dalla sua “Philosophia Occulta”, si vede come Cornelio Agrippa fosse profondamente panteista. Tutti questi temi sono comuni in effetti a Platone e alla gnosi. Non ci si domanda più come sia potuto sfuggire ai fulmini della Chiesa, conoscendo ora i suoi potenti protettori.

B) L’ecumenismo secondo Tommaso Moro.

Tommaso Moro o Morus (1485-1535), gran cancelliere di Inghilterra sotto il Re Enrico VII, fu decapitato su ordine del Re, il 6 luglio 1535, per aver rifiutato di rinnegare la sua fede cattolica. Egli fu dunque realmente martire. La recita della sua prigionia e della sua morte è ammirevole. La Chiesa romana lo ha canonizzato giustamente nel 1935. Ma questa non deve ingannarci, intanto perché egli fu, in tutta la sua vita, un umanista profondamente paganizzato ed un amico intimo di Erasmo, di cui parleremo a breve. La sua conversione finale resta così il frutto della grazia divina e della libertà umana. Non si può trovare una spiegazione semplicemente umana, e niente nella sua vita passata, né nella sua attività intellettuale, poteva lasciar prevedere una tale conversione. – Il suo celebre libro l’Utopia, ispirato alla Repubblica di Platone, è un’opera veramente sovversiva della fede cristiana. Noi abbiamo già mostrato che l’ideale di vita espressa in tutte le pagine del libro, è totalmente pagano, che non c’è posto in Utopia per qualunque religione, perché gli “utopisti” sono belli, buoni, perfetti, pienamente felici nella soddisfazione di tutti i loro istinti e nell’esaltazione dei loro piaceri. – L’isola di Utopia ha una forma ovale: è una terra ben protetta da rocce circondate da acque tiepide e tranquille, è fertile ed accogliente. La sua capitale Amorante, alla foce del fiume, ha la posizione esatta dell’embrione nel seno materno. L’Utopia è previdente, nutrice, materna. Essa è l’uovo primitivo da cui sono usciti tutti i mondi che popolano l’universo, essa è la cellula originale, la matrice del mondo, di più: essa è Dio diffusa per emanazione in tutti gli esseri. L’ispirazione del libro è nettamente panteista. – Ma continuiamo la nostra esplorazione attraverso l’isola di Utopia. Come nella Repubblica di Platone, così come nello Stato sovietico, tutto vi è regolato con una precisione tipica di un orologiaio. Tutte le attività, private e pubbliche, sono minuziosamente regolate. Non c’è lo spazio per la minima spontaneità, per un equilibrio personale e sociale lasciato al libero gioco delle iniziative personali. Una sola libertà è stata proclamata dall’inizio dal re Utopus: la libertà religiosa. Questo potrebbe costituire la confessione che la religione sia senza importanza nella vita della città, mentre tutte le altre attività sono regolate in quanto necessarie e fondamentali. – ma il motivo addotto dal re Utopus è veramente notevole, singolare, perché egli pensa ancora che l’interesse della religione esiga questa misura. Egli non osa nulla stabilire in materia di fede, non sapendo se Dio non ispirasse Egli stesso agli uomini delle credenze diverse, al fine di saggiare una moltitudine di culti. Del resto una intuizione provvidenziale lo portava a credere che tutte le religioni fossero false, ad eccezione di una sola, e che sarebbe giunto un tempo in cui, con l’aiuto della dolcezza e della ragione, la verità si sarebbe manifestata da se stessa, come un cammino luminoso nella notte di errori inestricabili. Ma nell’attesa, chi avrebbe potuto dire se Dio non si compiacesse di questa molteplicità variopinta di omaggi, in questo gioco sincero ed multiforme di bambini che vanno alla sua ricerca? Questo è veramente notevole: la molteplicità delle religioni sarebbe dunque un omaggio variopinto di un gioco sincero, e perciò essa sarebbe ispirata da Dio. La verità si manifesta da se stessa con il pensiero libero degli uomini. Ma certamente, poiché l’anima è una “scintilla divina” essa possiede in se stessa la verità che fa scaturire dal proprio fondo. Essa non ha bisogno di un sostegno esterno, come una rivelazione. Siamo qui, come si capisce facilmente, nella logica della gnosi. – Come dunque spiegare questa molteplicità che appare a noi, poveri umani ordinari, una contraddizione insolubile? La risposta è molto semplice: tutte le religioni sono vere, ma di una verità particolare e complementare, essendo esse tutte forme particolari e rispettabili di una unica religione universale, quella cioè che fu insegnata dal serpente ai nostri progenitori: è questa l’ecumenismo, una rivelazione satanica: « Eritis sicut dei ». – Quando il re Utopus ci dice: « se tutte le religioni fossero false », abbiamo ben compreso che questa condizione sia irreale, perché è Dio stesso che avrebbe ispirato questa diversità di credenze. – Ora noi sappiamo che la nostra anima non è divina, e che la nostra ragione è semplicemente naturale; essa è orientata da sé verso la Verità, ma dopo la caduta originale non può più raggiungerla se non con una sforzo sostenuto e difficile. I rischi di errore sono molteplici. È per questo che l’uomo ha bisogno di autorità naturali, come quella del padre, quella del principe, quella del sacerdote. Ora gli umanisti hanno proclamato il rigetto di ogni autorità. Nel suo Momus, scritto nel 1443, Leon Battista Alberti si erge contro il principio di autorità in materia di pensiero terminando con questo aforisma dal quale si possono trarre le conseguenze le più gravi: « Nulla getta la verità nell’ombra più dell’autorità. » – Ad ogni modo, in Utopia la felicità è già istallata; un giorno tuttavia, uno dei discepoli di Hythlodeo è venuto ad Amorante, la capitale. Egli esalta subito la religione cristiana, l’esistenza di un Salvatore, in qualche luogo, ma per salvare chi, mio Dio ? … perché tutto va bene qui, nel regno di Utopia. Questi spinge poi la sua audacia fino ad esprimersi contro i seguaci dei misteri pagani, trattandoli da empi e da dannati. Evidentemente viene immediatamente espulso.  In Utopia, come nel regime sovietico, e come si prospetta nel satanico Nuovo Ordine Mondiale, sono autorizzate tutte le religioni, … salvo quella di Gesù-Cristo. Si è proclamata, come anzidetto, innanzitutto la libertà religiosa, poi la libertà di propaganda anti-religiosa, ma non di propaganda religiosa, ciò che è logico. Perché reclamare la libertà religiosa in uno stato cristiano in cui l’insieme della popolazione è rimasta fedele alla sua fede? Non si vuol rivendicare il diritto di adorare il vero Dio, perché questo è già assicurato. Non si può dunque rivendicare che il diritto di rifiutare questa adorazione. – Ed il prosieguo della storia dell’Inghilterra ce lo dimostra. Una volta padrone del potere politico, il serpente manda a spasso « l’aiuto della dolcezza e della ragione » ed organizza la persecuzione più violenta contro tutto ciò che si vede di Cattolico, il saccheggio e la distruzione dei monasteri, il massacro in grande stile delle popolazioni rivoltate, due secoli di violenze sanguinarie in Inghilterra ed in Irlanda contro i preti della Chiesa Cattolica e contro i loro fedeli. Queste sono pagine di storia che i nostri scrittori protestanti hanno ben curato di mettere tra parentesi occultandole. – Tuttavia, siamo in piena ipocrisia. Proclamare un rispetto uguale per tutte le religioni, è mostrare che le si disprezza tutte allo stesso modo. Perché di fatto, nella città di Utopia, esiste una religione ufficiale ed obbligatoria: si è costruito un tempio al centro della città ove tutto è calcolato per favorire il raccoglimento. Tutti gli utopisti vi si recano regolarmente e rivolgono un culto “ecumenico” ad una sola divinità « eterna, immensa, incomprensibile » che si chiama Mithra (1), la cui natura si spande per tutto l’universo. Così gli utopisti adorano se stessi nello specchio del loro Mithra. Non si può essere più panteista di così.

(1) Mithra « Noi sappiamo che il culto di Mithra è stato opposto, nei primi secoli cristiani, a quello di Gesù Cristo. Mithra è il sole invitto, imbattuto, (sol invictus). Esso finì per essere il culto ufficiale dell’Impero Romano sotto Aureliano. Ecco che gli Umanisti del Rinascimento, nel loro furore anticattolico, hanno ripreso questo culto, ma in segreto, secondo gli usi dei marrani, nelle loro conventicole intime, i cosiddetti mitrei. Il sistema eliocentrico, insegnato da Copernico e ripreso da Galileo è effettivamente una manifestazione dell’adorazione del sole, pura idolatria e becero paganesimo. Copernico scrive nel “De revolutionibus orbium cœlestium”: “ in mundo vero omnium residet Sol. Quis enim in hoc pulcherrimo templo lampadem hanc in alio vel meliori loco poneret, quam unde totum simul possit illuminare, si quidem non inepte quidam lucernam mundi, alii mentem, alii rectorem invocant, Trismegistum visibilem deum”. Il sole è dunque, per Copernico lo spirito del mondo, il reggitore del mondo, un dio visibile. Il riferimento ad Ermete Trismegisto è significativo. Il sole ha la sua sede di soggiorno in tutte le cose del mondo ed il mondo è il suo tempio: non è questa forse una definizione di Panteismo? Galilei ulteriormente precisa: “Mi sembra che in natura si trovi una sostanza molto volatile, molto tenue, rapidissima che, nel suo espandersi nell’universo, penetra tutto senza ostacolo, riscalda, dà vita e rende feconde tutte le creature animate. Sembra che i sensi stessi ci mostrino che il corpo del sole sia il ricettacolo di questo “spirito”, fuori dal quale si spande su tutto l’universo una immensa luce accompagnata da questo “spirito calorifico”, penetrante tutti i corpi capaci di essere animati, dando loro vita e fecondità.” – “Il sole è un dio visibile al centro dell’universo; immobile esso penetra tutte le creature, è sorgente di vita, anima tutto. Certamente è questo il “culto solare”, tipicamente pagano, che Copernico e Galilei praticavano, come già Persiani, gli Esseni, ed ancora oggi diverse obbedienze massoniche. Ed è alla luce di questi testi che i giudici del Santo Uffizio, quelli che facevano bene il loro lavoro di guardia dell’ortodossia, hanno condannato Galilei. Da questa chiara angolazione si aprono prospettive nuove sul “complesso Galilei”! [cf.: “La verità su Galilei”, in www. exsurgatdeus. Org.]. Si può ben comprendere allora che le considerazioni sui movimenti della terra e del sole, non sono altro che un pretesto per sviluppare un insegnamento fondamentalmente panteistico, un “cavallo di Troia” che in una certa misura si insinuò tra le autorità romane. Ma il 24 febbraio 1616, l’Eliocentrismo di Copernico, come decodificato sopra, venne condannato dal Santo-Uffizio ed a giusto titolo come abbiamo visto! E per manifestare che i censori non erano incappati nelle trappole tese, essi hanno precisato con cura che le formule condannate “erano assurde in filosofia e formalmente eretiche”, ma che non pregiudicavano considerazioni puramente astronomiche o fisiche. L’affare a questo punto avrebbe dovuto essere chiuso, lo si doveva arrestare là, ma si era di fronte ad una vera “setta” molto ben organizzata, una proto-ragnatela gnostico-cabalista, archetipo degli interessi ed intrallazzi kazaro-massonici oggi visibilmente e spudoratamente operanti in chiaro, ben al di fuori delle tenebre delle conventicole, addirittura all’opera con le cosiddette Agenzie spaziali internazionali, in primis la Nasa – “il serpente” in ebraico –  che gestisce studi televisivi e cinematografici con sceneggiate di grande livello per mostrarci “palle che girano” – pianeti tutti perfettamente sferici, oh che meraviglia della tecnica! – guerre stellari, pupazzi umani – gli astronauti – ridicolmente goffi, “galleggianti”, danzanti nell’aria senza la supposta gravità prodigiosamente eliminata da trucchi tecnologici, sbarchi lunari strampalati ed improbabili, degni dei momenti migliori di Charlot, e fantasmagoriche scenografie con foto ritoccate e taroccate].

– Tommaso Moro non si è accontentato di esporre solo il suo pensiero sulla società ideale, nell’Utopia, perché ha tentato, come cancelliere di Inghilterra, di mettere in pratica il suo insegnamento. « Se i turchi, i saraceni ed i pagani – spiega il suo portavoce nell’Utopia, soffrono che la fede Cattolica sia predicata pacificamente tra noi, e se noi Cristiani accettiamo che nella nostra città, tutte le sette predichino tra di noi,  messa da parte ogni violenza di comune accordo, io non ho alcun dubbio che la fede di Cristo, lungi dal subirne una diminuzione, ne trarrebbe un immenso profitto.  » E per mettere d’accordo il suo pensiero con i suoi atti, si fa complice attivo degli eretici. Egli ce lo ha spiegato, verso la fine della sua carriera di cancelliere. « Per l’eretico, io odio il suo errore e non la sua persona, vorrei di cuore che l’uno fosse sterminato e l’altro salvato. Questi “fratelli” benedetti, professori e predicatori di eresie, hanno proclamato ad alta voce le loro menzogne, ed io non ho altra condotta nei loro riguardi. E se si sapesse di quale indulgenza e di quale pietà ne avessi fatto prova, vi giuro che nessuno mi contraddirebbe. » Ecco ciò che definisce lo stato d’animo di un umanista. Quando Moro fu nominato cancelliere, l’Inghilterra praticava una stessa regola di fede. Ora, nello stesso tempo, l’eresia è in piena espansione, gli eretici luterani moltiplicano le loro satire in tutti i paesi, ma la polizia del cancelliere chiude gli occhi. Nessun interesse da parte del tribunale, né del rogo a Smithfield. Quando riceve degli istigatori, egli li ascolta, li interroga, tenta di suscitare in essi un moto di conversione o di rimorso. Chiede loro di rinunciare a diffondere le loro dottrine. Infine si mostra pieno di pietà e di indulgenza nei loro riguardi come dice egli stesso: Punto, tutto qui! Erasmo, suo amico intimo, ha potuto scrivere al Vescovo di Vienne che durante il passaggio di Moro alla cancelleria non aveva avuto luogo nessuna esecuzione. Di questi avvenimenti buonisti, si conosce il seguito e di come la “fede in Cristo ne abbia avuto un immensi profitto!”

C) Un prete “modernista”: Erasmo.

Erasmo è nato il 28 ottobre 1467 a Rotterdam. Suo padre, Geart Praet, era ecclesiastico e non poté pertanto legittimare suo figlio. Egli si chiamava “Geert Geerts, cioè Gerard, figlio di Gérard” e, come scrittore, assume lo pseudonimo di Desiderius erasmus (dal greco ερασμιος = amabile). Viene ordinato sacerdote il 25 febbraio 1492 dal Vescovo di Cambrai, Henri de Berques, che diviene per lui un fedele protettore. Vive per molto tempo a Londra, presso Tommaso Moro, poi nel 1521, si stabilisce a Bâle. L’ultima parola di tutta la sua filosofia è: la libertà. Egli sostiene efficacemente gli sforzi di Lutero per riformare la Chiesa. Nel 1519, in risposta ad una lettera affettuosa di quest’ultimo, gli precisa: « La vostra lettera respira un’anima cristiana … mi sembra che si avanzi mediante una dolce moderazione, piuttosto che per importunità; non è così che il Cristo condusse il mondo sotto la sua legge?» Ecco un consiglio che non poteva moderare l’ardore focoso e violento del riformatore. Erasmo vuol mostrare ai suoi amici protestanti che i libelli e le caricature sparse da essi in Europa, non possono che far torto alla loro causa: « Credete voi che con tali mezzi di ostacolare le vie del Vangelo? Io credo piuttosto che la stolta malizia e la maliziosa stupidità, non possa abbattere uomini letterati e lo stesso Vangelo se si potesse fare, e vi facciano cadere in discredito. » Poi egli si rivolge alla corte di Roma, supplica il Papa Adriano IV di mostrarsi tollerante: « Il male è troppo profondo – egli spiega – per poter essere guarito con il ferro ed il fuoco. Sono necessarie delle mutue concessioni, la dottrina sulla quale poggia la fede, resta intatta … inoltre bisognerebbe offrire al mondo la speranza di veder cambiare certe cose che danno luogo a legittime lamentele. Alla dolce parola di libertà, i cuori rifioriranno. » – « … nel cuore di Lutero – aggiunge – brillano delle fiammelle della vera dottrina evangelica, ma invece di metterlo in guardia, di presentargli la verità con dolcezza e bontà, teologi che non lo comprendono e che spesso non lo hanno nemmeno letto, lo denunciano al popolo con clamori insensati, lo colpiscono con violenti attacchi, non hanno sulle labbra che le parole … eresia, eresiarca, scisma ed anticristo. Si condanna in Lutero, come eresia, ciò che si trova ortodosso in san Bernardo ed in sant’Agostino. Molti di quelli che si effondono in ingiurie contro Lutero non credono essi stessi all’immortalità dell’anima. » Egli scrive, il 1 novembre 1519 all’Arcivescovo di Magonza: « Dei teologi ai quali converrebbe soprattutto la mansuetudine, sembrano non respirare che sangue umano, tanto aspirano agli arresti di Lutero ed alla sua eliminazione. » Infine, quando viene pubblicata la bolla di scomunica: « … questa bolla risente di crudeltà, piuttosto che del pensiero dolce e benevolo del nostro Leone X. » – Ma vediamo le “ … cose che bisogna cambiare perché danno luogo a legittime lamentele”. Erasmo critica il digiuno, le indulgenze, i giorni di festa, il culto delle immagini, i voti monastici e la confessione auricolare. Si pronuncia per la dissoluzione del matrimonio. Si burla dell’Immacolata Concezione della Vergine, difende la causa dell’Arianesimo; e mette dei dubbi sulla divinità di Cristo, sulla Santissima Trinità. Nega l’eternità delle pene. Vuole che i bambini, giunti all’età della ragione ratifichino gli impegni del Battesimo. Chiede al Papa di accordare il calice ai laici ed il matrimonio ai preti .. è tutto? È più o meno il programma messo in opera dalla riforma luterana. Molte rivendicazioni hanno dovuto attendere l’apostasia del conciliabolo cosiddetto Vaticano II, ove si vede oggi l’accanimento con cui i nostri moderni riformatori, oramai veri e propri apostati della fede, si sforzano di demolire ciò che resta della fede cristiana, mettendo in opera le reclamazioni di Erasmo. Il Modernismo è rimasto lo stesso da dopo il Rinascimento. – Un controversista dei più celebri, Josse Clichtove di Nieuport [Judocus Clichtoveus Neoportuensis], pubblica nel 1519 uno scritto intitolato Propugnaculum fidei, ove rimprovera ad Erasmo di rigettare la legge canonica che impone la continenza del clero. Erasmo gli manda una breve e pronta risposta in cui sostiene che la Chiesa può permettere il matrimonio a quelli tra gli ecclesiastici ai quali non è possibile vivere nel celibato. I teologi di Lovanio considerano il portabandiera della fazione luterana, trattandolo come … libero pensatore che faceva lo stesso del saio di un monaco e del mantello di un briccone, che avrebbe dato tutta la scolastica per un solo trattato di Cicerone e che non ha ritegno nel dire: « san Socrate, prega per noi »! Erasmo si spegne a Bâle la notte tra l’11 ed il 12 luglio 1536, all’età di sessantanove anni. Muore senza l’assistenza di un prete e rifiutando gli ultimi Sacramenti, nell’impenitenza finale: conclusione logica di una vita consacrata alla demolizione della fede cristiana.

DALL’UMANESIMO ALLA RIFORMA.

Si sa dell’odio ferocissimo nei riguardi della filosofia Scolastica. Gli umanisti le rimproveravano soprattutto il suo richiamo alla ragione naturale per porre le verità della Fede su delle basi indistruttibili.  Erasmo è partito in guerra contro i teologi del Medio Evo. « Tutto il loro sforzo, scrive nell’Elogio della Follia, consiste nell’interrogare, dividere, distinguere definire. Una parte è divisa in tre, la prima delle tre in quattro ed ognuna delle quattro di nuovo in tre. Cosa è più distante dallo stile dei profeti, del Cristo o degli Apostoli? » Ma la sua ironia è fuori luogo e malintesa. Ciò che denunzia con tanta veemenza in realtà è l’uso naturale della nostra intelligenza. Essa è comune a tutti coloro che non vogliono prendersi cura nel riflettere. La Scolastica non pretende di sostituirsi alla parola o allo stile di Gesù o dei Profeti, essa cerca solo di comprendere e definire il buon fondamento della ragion d’essere. –  I protestanti appunto accentuano questo odio della ragione e del suo uso nella filosofia scolastica, odio ricevuto in consegna dagli umanisti. Essi hanno proclamato la necessità di leggere la Bibbia nel testo, senza alcun commento, poiché l’anima del lettore è a contatto diretto con la Divinità che l’ispira. Occorre dunque sviluppare gli studi linguistici, studiare l’ebraico ed il greco, ma respingere la Teologia. Da qui il disprezzo manifesto nei confronti della Sorbona, “maestra di errore” e l’infatuazione per i collegi reali ove potevano darsi allo sfogo le nuove mode intellettuali senza rischio di condanne, poiché questo collegi erano protetti dai re. – Nel 1535, in una “Lettera al re del tempo, dal suo esilio a Ferrara”, indirizzata a Francesco I, Clement Marot, scrive:  « Tanto come loro, senza causa che sia buona, mi vuol male l’ignorante Sorbona, essa è ignorante e nemica della trilingue e nobile Accademia che si è eretta. È infatti manifesto che là dentro, contro la tua voglia celeste, è proibito dar voce pronunziante l’ebraico, il greco, né il latino elegante, dicendo che è lingua di eretici. O povera gente dal sapere tutto etico ben fa veder questo proverbio corrente: la scienza non è in odio che all’ignorante. » – L’umanista Ramus, professore al Collegio reale, il futuro Collegio di Francia, rimprovera all’università il suo immobilismo, lo statu quo dei suoi metodi. Egli è dalla parte degli umanisti, per il greco, per l’ebraico e pertanto per il protestantesimo, contro la Sorbona, contro la Scolastica, in fondo alla quale si trovava pertanto l’ortodossia. – Il Rinascimento umanista ha preparato la via al protestantesimo, permettendone l’esercizio del libero esame nella lettura dei testi biblici, senza riferimenti autorizzati dalla Teologia. Nel suo “Præmium reformandæ academiæ parisiensis”, Ramus pretende di imporre l’ebraico come base necessaria di ogni teologia. Egli diventa anche l’anima del Collegio reale, di cui la maggior parte dei professori passano al protestantesimo: Ramus stesso, Vatable, Mercier, Palma-Gayet, che tiene la cattedra di ebraico. – Quando Ignazio di Loyola giunge a Parigi con i suoi futuri compagni, per prepararsi alla Teologia, si reca alla Sorbona; egli sconsiglia ai suoi amici di seguire i corsi di lingue antiche, tenuti dai real lettori, origine del Collegio di France, che il Re stava istituendo nel 1530. Il suo amico Bobadilla, scrive che « L’eresia luterana cominciava a diffondersi a Parigi; a quei tempi se ne bruciava molto sulla piazza Maubert e coloro che grecizzavano, luteranizzavano » (“qui græcisabant lutheranisabant”). Un altro suo compagno, Saverio, in una lettera a suo fratello, nel 1535, dice che è molto riconoscente ad Ignazio, a lui deve di essersi distaccato dalle “cattive frequentazioni” che la sua scarsa esperienza non gli permetteva di riconoscere come tali. « … ora che le eresie si sono scatenate a Parigi, io non vorrei a nessun costo avere relazioni con questa gente. » e più oltre aggiunge che questi uomini dai quali Ignazio lo ha staccato « … esteriormente sembrano buoni, ma interiormente erano pieni di errori, come il prosieguo ha fatto vedere chiaramente ». – Sui pensieri e sulle parole degli umanisti e soprattutto di Erasmo, si è continuato a sostenere, in tutti i manuali di storia, che la Sorbona era in piena decadenza, che la Scolastica era obsoleta, che occorreva una grande riforma dell’insegnamento. Questo non era l’opinione di Ignazio che ha trovato, al contrario, in questa vecchia Sorbona, così criticata dagli umanisti, il punto di appoggio fondamentale di tutta la sua formazione intellettuale e spirituale. – Egli ha fatto della Scolastica aristotelica e tomistica la base di tutto l’insegnamento dei Gesuiti. Nelle sue “Costitutioni della Compagnia di Gesù”, raccomanda la dottrina di San Tommaso d’Aquino, finché non appaia « un’altra teologia più adatta ai tempi moderni » e più utile, ma sempre sulla scia di quella di San Tommaso. Nella sua Ratio Studiorum, egli precisa che bisogna insegnare la filosofia e la fisica « non solamente in conformità alla verità, ma anche nel senso di Aristotele e del suo spirito », con la proibizione di « non allontanarsi mai da Aristotele quando si tratti di punti di qualche importanza ». Non ci si deve mai servire che con estrema prudenza di commentari non cristiani e « se si trova qualcosa di buono da ritenersi dalle loro opere », bisogna almeno citarli « senza farne l’elogio. » Nell’appendice agli “Esercizi spirituali”, Ignazio raccomanda di « tenere in grande stima la teologia positiva e la teologia scolastica », perché « … è dovere dei teologi scolastici di denunciare, combattere e rifiutare gli errori religiosi, i falsi ragionamenti e le opinioni pericolose della loro epoca ». Giudizio netto! Sant’Ignazio di Loyola  ha ben compreso che l’Umanesimo platonizzante del suo tempo conduceva necessariamente all’eresia protestante ed ha lottato tutta la sua vita contro questo movimento verso l’eresia con la Compagnia di Gesù, alla sua sequela. Come si opera questo passaggio dal platonismo degli umanisti all’eresia protestante? È quanto ci resta da dimostrare. – Gli gnostici hanno sempre affermato che l’anima umana era una “scintilla divina”, particella dell’Anima del mondo, che altro non è che Dio immanente nell’universo. Questa dottrina è stata ripresa dai mistici tedeschi dal XV secolo, passando da Mastro Eckart nel pensiero dei riformatori. Essi hanno visto la prova che la nostra anima era in contatto immediato e permanente con Dio, pretendendo che in ogni coscienza risiedesse una certezza, che la voce della coscienza fosse la voce di Dio che risiede in se stessi. – La nostra anima dunque in noi, non è altro che uno strumento passivo nelle mani di Dio, da cui, per irresistibile influenza vien porta in ogni direzione. L’uomo è certamente, secondo l’espressione dei riformatori, « un blocco di legno o di pietra »; egli subisce una forza universale ed unica che si sostituisce alla sua azione propria. L’individualità è fusa in una totalità di anime dal movimento perpetuo e divino: è Dio che, in noi, è il principio di causalità in tutti i nostri atti, è Dio che opera in noi il bene ed il male. – Zwingli, più ardito e più logico di Lutero, ne trae le conclusioni, nel 1530, nel suo trattato sulla Provvidenza: « Una forza creata, egli scrive, non è altra cosa che la forza universale che si manifesta in un nuovo soggetto e sotto una forma nuova. » – « essere di Dio, aggiunge, è l’essere stesso di tutte le cose, etc. » Ecco le formule in latino: « Omnium esse numinis Esse. – Certum est quod, quantum ad esse et Exsistere attinet, nihil sit quod numen est, id enim est verum universarum Esse. – Jam constat, extra infinitum hoc Esse nullum Esse posse. – Creata virtus dicitur, eo quod in novo subjecto et nova specieuniversalis aut generalis ista virtus exhibitur. » Si trova in queste espressioni tutto Spinoza e tutto Hegel, in un colpo solo la riforma sfocia nel panteismo con l’assorbimento dell’attività umana nell’operazione divina e la negazione del libero arbitrio. – Kant è il filosofo dei riformatori. Per lui precisamente, come per Platone, come per Maestro Eckart, la coscienza è la “Partecipazione” immediata dell’uomo dell’idea del bene e per questo la garanzia della sua autonomia morale. È per questo che nella sua “Religione nei limiti della semplice ragione”, si legge nel capitolo intitolato: « del filo conduttore della coscienza negli affari della fede »: « La questione di sapere come la coscienza debba essere diretta, perché essa non vuole filo conduttore; è abbastanza già avere una coscienza. La coscienza morale morale, è una coscienza psicologica, che si obbliga da sé … Dunque, se la coscienza psicologica mi dice che un’azione che io voglio intraprendere è giusta, la sua parola è un imperativo assoluto … ». In altre parole, la mia coscienza essendo la voce stessa dell’Assoluto che risiede in me, è totalmente autonoma e non ha da ricevere da nessuno la direzione di una regola di moralità eteronoma, vale a dire da una legge divina impostami dall’esterno. È la coscienza divinizzata, perché partecipe di un’unica coscienza universale. Non c’è più posto per il libero arbitrio, rispetto ad una regola ricevuta. Non c’è dunque né bene, né male, perché è giusto tutto ciò che la mia coscienza mi dice di intraprendere.

CONCLUSIONE

Con un movimento continuo di andirivieni, abbiamo percorso la gnosi, la kabbala, l’umanesimo ed il protestantesimo, ed abbiamo incontrato degli uomini appassionati, tesi verso la loro deificazione. Si può tuttavia sentire in questa ricerca di una perfetta felicità, come un’inquietudine sottogiacente opposto allo scopo ricercato …! L’uomo che accetta la sua condizione naturale di creatura, che adora il suo Dio, gli rende omaggio e si sottomette alla sua legge, possiede una felicità, imperfetta senza dubbio,  ma possibile. Egli è libero, di una libertà di figlio di Dio. Egli può scegliere tra i molteplici beni che il Creatore ha messo a sua disposizione. È il libero arbitrio. Egli può anche, senza dubbio, usarne ragionevolmente o irragionevolmente, cioè abusarne: è la scelta possibile tra un bene ed un male. È anche una responsabilità. – L’uomo ribelle che rigetta Dio rifiuta questa responsabilità. Di colpo, perde il suo libero arbitrio. Non gli resta che ergersi un piedistallo, come un dio Panteo ed adorarsi. Eccolo dissolto in una divinità “totale” , perso nel gran tutto “Pleroma”, di cui non è però più che una particella, indeterminata, intercambiabile. Egli ha perso la sua volontà libera. Non c’è per lui né bene né male, perché tutto viene determinato è necessario. La Città di Utopia, come la Repubblica di Platone, come lo Stato Sovietico, come il Nuovo Ordine Mondiale, è un mondo chiuso delimitante una umanità deificata.  L’uomo, “scintilla divina” è interamente prigioniero della città fino alla soddisfazione dei suoi minimi piaceri. La libertà religiosa, proclamata all’inizio, è infine realizzata, perché non c’è più religione … l’uomo si è definitivamente “liberato” di Dio! – Tale è la rivelazione del serpente. Egli aveva detto ai nostri progenitori: “voi sarete come dei”, ma non aveva aggiunto, « così diventerete miei schiavi, poiché sono io il padrone del mondo ». Un attimo, Adamo ed Eva si sono lasciati convincere. Ma la divinizzazione non ha avuto luogo. La schiavitù, invece, è diventata la realtà quotidiana ed è l’INFERNO.

[Fine]

 

GNOSI, TEOLOGIA DI sATANA (33): GNOSI ED UMANESIMO -2 –

GNOSI, TEOLOGIA DI sATANA –

Gnosi ed UMANESIMO (2)

[Elaborato da: E Couvert: La gnose contre la foi, Ed. de Chiré, 1989]

IL CULTO DI PLATONE

Secondo Platone, gli oggetti che noi chiamiamo “reali” non sono in realtà che riflessi del mondo eterno delle Idee ove si trovano, dotate esse sole di una vita reale, i modelli di questi oggetti. Le nostre sensazioni, legate al corpo peribile, non ci fanno conoscere che delle apparenze, ed è solamente attraverso la conoscenza (la “Gnosi”) che la nostra anima può elevarsi gradualmente fino alla contemplazione delle Idee pure. Questa anima eterna ha vissuto precedentemente nel mondo superiore delle Idee, e vi ritornerà quando sarà liberata dalla prigione del corpo. Essa ne ha conservato una reminiscenza confusa che le permette di accedere alla contemplazione delle idee senza ricorrere al ragionamento… Non si vede come Dio potrebbe collocarsi in questa filosofia, se non come Demiurgo, cioè fabbricatore della materia. Ecco pertanto che le grandi tesi platoniche, sono in contraddizione manifesta con la Fede cristiana. La Chiesa ha sempre condannato la natura divina dell’anima, la sua preesistenza e le sue trasmigrazioni; Essa afferma che Dio sia l’unico Creatore di tutto e dunque: che il « mondo delle Idee » non esista. Noi comprendiamo così che queste tesi condannate dalla Chiesa, siano parimenti comuni a Platone, alla Gnosi classica ed alla Cabala giudaica. Ogni qual volta che nella storia del pensiero cristiano, ci si imbatta in una “folata” gnostica, essa si realizza sempre sotto la forma di una invasione del Platonismo. Fu questo infatti il caso eminente dell’Umanesimo, apparso all’epoca del cosiddetto Rinascimento. – Già Petrarca, nel XIV secolo, ha letto diversi dialoghi di Platone, nel testo originale portato da Costantinopoli, e si è appassionato a questa filosofia che egli contrappone a più riprese a quella di Aristotele. È lui ad aprire le strade a Bessarion e a Marsilio Ficino, e burlandosi dell’insegnamento della Scolastica, dichiara che i dottori di sillogismo sono degli affabulatori « rigonfi di nulla, che lavorano incessantemente nel vuoto e si esercitano con delle futilità”.» Egli è irritato dal rispetto “superstizioso” di cui la Scuola circonda Aristotele. Si sente, nei suoi attacchi violenti, il veleno della libertà di esame e ciò nonostante rimane alla corte del Papa in Avignone che, da parte sua non comprende le conseguenze di una tale demolizione. – Ma sono soprattutto le opere del Cardinal Bessarion che esercitano un’influenza capitale sul movimento degli spiriti: dopo il suo ritorno da Costantinopoli, egli si fa mentore degli umanisti, sostiene la causa di Platone contro i suoi detrattori in diversi trattati: « De natura arte », « In Calumniatorum Platonis ». – « Preferire Aristotele a Platone, egli dice, è cosa permessa, ma accusare quest’ultimo di ignoranza in ogni cosa, è fare un’accusa, non un parallelo. » Con una difesa erudita e calorosa di Platone, egli vuol dimostrare che le ardite speculazioni dell’Accademia, non meritano le diffidenze mostrate nel Medio Evo e che, secondo i Padri più illustri, si poteva elevare la filosofia platonica alle verità della Religione. Egli insegnò con il suo esempio che, nell’ambito della ragione, bisogna evitare ogni esclusivismo e che l’amore che si prova per un grande spirito, non debba chiudere gli occhi sui meriti di qualcun altro: « Io onoro e venero Aristotele, scrive agli stesso, e però amo Platone. » Si vede bene ove pende il suo cuore. Il rispetto apparente per Aristotele, non è che il mezzo per attirare gli spiriti verso Platone, e tutti gli umanisti, che lo hanno ben compreso, non temeranno più di rigettare con disprezzo e violenza tutta la Scolastica. È Bessarion che ha lanciato il movimento. È Infine a Firenze, sotto la protezione dei Medici, che il culto di Platone assume tutta la sua ampiezza. Nel corso del suo esilio provvisorio, Cosimo de’ Medici, raccoglie i sapienti greci che i turchi hanno cacciato dalle loro terre: Giovanni  Argyropoulos. Demetrio Calcondila, Giovanni Lascaris, il Cardinal Bessarion, il vecchio Giorgio Gemisto Platone ed altri. Al suo ritorno a Firenze, egli fonda l’« accademia platonica » e ne affida la presidenza al figlio del suo medico personale: Marsilio Ficino. Nato il 15 ottobre 1433 a Firenze, divenuto canonico della chiesa di San Lorenzo, viene ricevuto da Cosimo che gli apre le sue ville più belle e i suoi giardini fioriti all’ombra dei pini, dei cipressi e dei larici. « Qui ancora, scrive Cosimo a Marsilio, arrivai alla mia villa di Careggi con il desiderio di migliorare le mie terre e di migliorare me stesso. Venitemi a vedere, Marsilio, quando potrete, e non dimenticate di portare con voi il libro del vostro divino Platone sul bene sovrano. Non c’è sforzo che io non faccia per scoprire la vera felicità. Venite e non mancate di portare con voi la lira di Orfeo. » – Il primo lavoro dell’Accademia di Firenze è di contrastare Aristotele, questo colosso eretto sul formidabile piedistallo della “Summa Theologica”. La stella di Platone, spentasi con la fine della scuola di Alessandria, rispunta all’orizzonte, e da questo momento  pertanto l’umanità sarà divisa in due campi, quello Aristotelico e quello platonico. Più che una scuola, l’Accademia è una religione, un ardente e puro fervore che raggruppa in un culto pubblico tutti i fedeli di Platone e Marsilio Ficino ne è l’anima, la vita. – Platone è morto, seduto ad un banchetto ad 81 anni, un numero perfetto che si ottiene moltiplicando 9 per 9. Si riprende allora l’usanza di celebrare la sua morte il 7 novembre, uso che si era perso dopo Plotino e Porfirio. – Platone è la verità corroborata da S. Agostino che ebbe a  dire [ritrattando poi]: « varie cose presso i platonici, sono cristiane ». Si studiano pertanto le grandi questioni poste dal maestro: l’uomo è libero o no? La natura agisce secondo un disegno o no? È essa cosciente dello scopo a cui tende o no? Possiede  essa una essenza divina? La riflessione è immanente alla Natura? Appartiene essa proprio allo Spirito divino che governa la natura? L’anima non è il corpo, dice ancora Ficino, è l’anima che sente e non il corpo; l’anima ripugna al corpo. Essa non abita la terra, non è che un “ospite divino” che deve raggiungere la sua patria celeste.  Essa è sprofondata in seguito ad una caduta, deve trasmigrare per tornare nel mondo perfetto da cui è venuta. Platone che, di fatto, non è che un abile scenografo di dottrine orientali insegnate da Pitagora, diviene, nelle parole della sua bocca, una specie di Messia; i suoi discepoli sono degli apostoli. Marsilio si prosterna davanti a tutti i platonici, a Giustino, ad Origene, a Clemente, a Filone i quali tutti cercano di conciliare la Genesi con il Timeo, davanti a Numenio che afferma che tutta la teologia è racchiusa nei dialoghi di Platone. Egli circonda di un’aureola gloriosa  Platone. Platone è il precursore. «Il nostro Platone – egli scrive – con ragioni pitagoriche e socratiche, segue la legge di Mosè e anticipa la legge di Cristo. » – « Anzi, cosa dico?, Platone è Dio stesso ed i suoi misteri sono divini ». Marsilio, si dice, tiene acceso un cero giorno e notte davanti al busto di Platone, lo prega nella chiesa degli Angeli a Firenze: « In questa chiesa, noi vogliamo esporre la filosofia religiosa del nostro Platone, vogliamo contemplare la verità divina in questo soggiorno degli Angeli. Entriamo, cari fratelli, con spirito puro … » Egli aggiunge poi: « Io ho trovato con certezza come Numerio, Filone, Plotino, Giambico, Proco abbiano attinto i loro principali misteri da Giovanni, Paolo, Dionigi l’Aeropagita, perché tutto ciò che i platonici dicono dello spirito divino degli angeli ed altre cose teologiche, le presero da loro … » – Nel 1460, Cosimo compra il « Corpus hermeticum », e si affretta a farlo tradurre da Marsilio. Entrambi vengono elettrizzati dalla scoperta di questa rivelazione primordiale; i testi ermetici erano allora supposti premosaici e si pensava addiruttra che essi avessero ispirato Mosè, Pitagora e Platone.  Soltanto nel 1624 Isaac Casaubon ridimensionò questi testi e dimostrò che essi in realtà non erano anteriori al III secolo della nostra era. Nella stessa epoca, il Papa Alessandro VI (1492-1503) aveva fatto dipingere in Vaticano un affresco, in seguito distrutto, ricco di simboli ermetici ed egiziani. È attraverso il « Corpus hermeticum » che la Gnosi più classica può agevolmente penetrare nell’umanesimo rinascimentale. Come suo nonno Cosimo, Lorenzo il Magnifico coltiva la filosofia platonica da vero discepolo di Ficino. « Senza Platone – amava dire – io mi sentirei incapace di essere un buon cittadino ed un buon Cristiano. » Pico della Mirandola è il suo intimo consigliere. Lorenzo scrive degli inni, il canto “Oratione magno Deo”, l’inno “Oda il sacro inno tutta la natura”, lode al sacro contenuto in tutta la natura. In essi si trova l’idea che il mondo è strutturato come un grande cosmo fisico e morale, riproduzione di un modello preesistente; vi si trova ancora il concetto che l’anima può, per mezzo della conoscenza (la Gnosi), fare entrare l’Essere infinito nel cerchio stretto che essa abbraccia, estendendosi poi indefinitamente, grazie all’amore divino. Tale è la vera felicità della terra! – Questo culto di Platone è completato da un’attitudine curiosa nei confronti di Aristotele. Marsilio Ficino lo considera un percorso che conduce a Platone: « Si  ingannano completamente coloro che pensano che la disciplina peripatetica e platonica siano opposte, perché il cammino non può essere contrario al fine da raggiungere. » Pico della Mirandola aggiunge che « non vi è questione naturale o divina in cui Aristotele e Platone non siano d’accordo sul senso della cosa, benché sembrino divergere con le parole », cosa che evidentemente  è una manifesta contro-verità. Pico prepara un’opera: “Concordia Platonis ed Aristotelis”, che la morte gli impedisce di terminare. Ma intanto è dichiarata la guerra all’Aristotele del Medio Evo, al “filosofo” per eccellenza di San Tommaso d’Aquino, e non si riconosce più che l’Aristotele pagano interpretato in maniera panteista da Averroè. – E questa evoluzione nel pensiero cristiano si ritrova pure nella storia dell’arte di questa epoca. Mentre i vecchi pittori, come Francesco Traini, Benozzo Gozzoli e Taddeo Gaddi rappresentano San Tommaso, l’Angelo della Scuola, Aristotele dominante, e con Averroè, l’“anticristo”, calpestato, Raffaello, nella Scuole di Atene, oppone ai dottori cristiani, i maestri della saggezza greca, fianco a fianco, la filosofia pagana di fronte alla Teologia.

Il culto dell’uomo divinizzato

L’uomo, questa scintilla divina caduta nel mondo, è di natura ed origine divina. Egli è « imago mundi », microcosmo nel macrocosmo, vale a dire è la riproduzione quaggiù del mondo divino. Egli solo è Dio, ed è pure l’adempimento di tutta la natura nella sua perfezione. Gli umanisti lo hanno ripetuto sotto ogni forma. « L’uomo – ci dice Leone Battista Alberti – può ottenere da se stesso, tutto ciò che vuole. » – « La natura del nostro spirito è universale », dice Matteo Palmieri. « Noi siamo nati in questa condizione – dice Pico della Mirandola – noi siamo ciò che vogliamo essere. » – « L’uomo – dice Marsilio Ficino – si sforza di restare sulla bocca dell’uomo per tutto l’avvenire … egli soffre per essere stato celebrato in tutto il passato, da tutti i paesi, da tutti gli animali … egli misura la terra ed il cielo, scruta le profondità del Tartaro, il cielo non gli sembra troppo alto, né certo il centro della terra troppo profondo … e poiché ha conosciuto l’ordine dei cieli, muove verso questi cieli e dove essi vanno, e le loro misure e i loro prodotti, chi negherà che egli abbia quasi lo stesso genio dell’autore di questi cieli e che in un certo modo potrebbe crearli egli stesso? … L’uomo non vuole dunque né uguali né superiori, egli non tollera che ci sia sopra di lui qualche dominio dal quale sia escluso.  È solamente lo stato di Dio … egli si sforza di essere dappertutto come Dio, come Dio egli si sforza di essere sempre … » Queste formule estratte dalla sua “Theologia platonica”, sono dei commentari dell’ « Eritis sicut dei », promessa del serpente ad Adamo. Si sente tuttavia in questi testi una collera assurda contro Dio. L’uomo vorrebbe essere divino; ma è questo in lui uno sforzo portato per l’avvenire e non una realtà attuale. Questo culto dell’uomo è “in divenire”. Pico della Mirandola pubblica un discorso sulla dignità dell’uomo. Per terminare l’opera della creazione, Dio ha fatto l’uomo affinché conosca le leggi che reggono l’universo, ne esalti la bellezza, ne ammiri la grandezza. Egli non lo ha condannato a vivere nello stesso posto, come le piante, non ha incatenato la sua azione e la sua volontà, come per gli animali, ma gli ha dato la libertà di agire a suo piacere, di andare, di venire: « Io ti ho posto in mezzo al mondo – dice il Creatore ad Adamo – affinché tu possa più facilmente allungare il tuo sguardo intorno a te e meglio vedere ciò che ivi è racchiuso. E facendo di te un essere che non è né celeste, né mortale, né immortale, Io ho voluto darti il potere di formarti e di vincere te stesso. Tu puoi scendere fino al livello della bestia, e puoi elevarti fono a diventare un essere divino. Venendo al mondo, gli animali hanno tutto ciò che devono avere, ma gli spiriti di ordine superiore sono dal principio, o almeno subito dopo la loro formazione [allusione al culto di lucifero e dei suoi partigiani], ciò che essi devono essere e restare per l’eternità. Tu solo puoi ingrandirti e svilupparti come vuoi, tu hai in te i germi della vita sotto ogni forma. » – A partire da un giustissimo pensiero, che l’uomo sia stato posto  da Dio ai confini del mondo materiale e del mondo spirituale, Pico della Mirandola falsifica tutto il piano divino. Mai Dio infatti ha rivelato ad Adamo che potrebbe un giorno divenire divino. Egli gli ha solamente chiesto di regnare sulla creazione a patto che l’uomo rendesse omaggio al suo Creatore rispettandone l’ordine da Lui voluto, cioè l’ordine della vita, e la distinzione del Bene e del Male, i due alberi sacri del Paradiso. Ora, Pico della Mirandola pretende che Dio abbia dato all’uomo la facoltà di auto-divinizzarsi a suo piacimento. Come quest’ultimo potrebbe acquisire, secondo Pico, questa facoltà se la possedeva già per natura propria? Questo discorso è stato inviato a Roma, esaminato da un collegio di sapienti apostolici ed autorizzato ad essere pubblicato nel 1486. Poi si fanno delle obiezioni  contro « questo mago empio, nuovo eresiarca », il Papa Innocenzo VIII sospetta delle tesi del giovanotto, « … avvolte da vocaboli nuovi ed insoliti ». Punto, è tutto. Rispetto all’invasione della gnosi, proveniente dalla Kabbala, l’Autorità suprema è mostrato una sconcertante indulgenza. – Tale è l’ideale di tutti gli umanisti dall’inizio del XVI secolo; ad esempio Coluccio Salutati scrive i “Lavori di Ercole”. « Il cielo – egli dice – appartiene di diritto agli uomini energici che hanno sostenuto grandi lotte e compiuti straordinarie opere sulla terra. » Si tratta dunque di una conquista in pieno diritto. L’uomo prende dalle sole sue forze il suo fine ultimo e la sua perfezione. L’uomo è un Dio in divenire. Coluccio Salutati era maestro di Poggio, i suoi discepoli hanno popolato il collegio dei segretari apostolici, gli « abbreviatori » di cui abbiamo già parlato, istallati a Roma, al centro della Cristianità. – Nella sua Utopia, Tommaso Moro propone, come esempio, la ricerca sfrenata dei piaceri naturali che costituiscono il « condimento e il fascino della vita ». Egli rifugge « ogni voluttà che impedirebbe di gioire di una voluttà ancora maggiore o che sarebbe seguita da qualche sofferenza ». Egli esalta la santità ma rifiuta di sacrificarsi, con il digiuno e l’astinenza, ad un « vano fantasma di virtù ». Egli è avido di felicità e non dimentica nulla per ottenerla. In “Utopia” ci si sposa: « gli sposalizi sono preceduti da un esame nunziale, » una dama onesta e seria, presenterà al suo futuro fidanzato, la giovane o vedova, nello stato di perfetta nudità, e dall’altra parte, un uomo di provata probità, mostrerà alla giovane il suo fidanzato, nel medesimo stato di semplicità … « L’onore della città vuole dei cittadini di nobile razza, prestanti, vigorosi, amanti della salute, dei divertimenti, delle gioie della vita. La bellezza e la robustezza del corpo sono i segni di questa esaltazione dell’uomo divinizzato. L’Utopia appare nel novembre del 1516 a Lovanio,. L’opera ottiene subito la stima di tutti i grandi umanisti: al primo posto Guglielmo Budé ed Erasmo. Essa non fu tradotta in francese che nel 1550 da Jean Le Bond, ma dal 1532, la stessa parola “utopia”, fa la sua comparsa nel vocabolario francese. Rabelais, nel suo Pantagruel, si ispira all’Utopia di Tommaso Moro, ma con maggiore impudenza ancora: l’abbazia di Thélèma (in greco, libera volontà) è costruita sulle rive della Loira « al contrario di tutte le altre ». Qui non ci sono mura esterne, né orologio; uomini e donne vi praticano un triplo voto di “matrimonio, ricchezza e libertà”; si tratta dell’inversione della perfezione cristiana: “castità, povertà e obbedienza”. « … Fu ordinato che non vi venisse ammesso nessuno se non i ben conformati, perfetti e le donne belle ed attraenti … fu stabilito che si potessero maritare coloro che erano ricchi e vissuti in libertà. » Un gran cartello vien posto sulla porta di Thélèma che proibisce l’ingresso agli « ipocriti, ai bigotti », agli agenti di giustizia ed agli usurai; sono ammessi solo  « nobili cavalieri, le dame di alto lignaggio, fior di bellezza, dal viso celestiale, dal contegno riservato e saggio » ed i Cristiani evangelici. « Entrate, ché qui ci si basa su di una fede profonda! Poiché i nemici della santa parola, confondono con la voce e con il ruolo! » Si tratta di conciliare l’abbrutimento totale della natura umana con un sé dicente Cristianesimo tornato alle origini, – Ma siamo come si nota, agli antipodi della fede cristiana. « Come regola non avevano che questa clausola: fate ciò che volete, perché persone ben nate, bene istruite, conversanti in compagnia onesta, hanno per natura un istinto ed un acume che li spinge sempre ad essere virtuosi. » Li si spinge, in vero, in maniera più imperiosa verso una morale che qui consiste nella soddisfazione di tutti gli istinti. Elevare al più alto grado d’intensità l’umanità che si porta in sé, la [pseudo] “virtù”, questa è la legge morale! L’« uomo universale » deve svilupparsi armoniosamente in tutte le felici disposizioni del corpo, in tutte le facoltà della propria intelligenza. Là dove la Chiesa afferma che la curiosità di Eva ha perso l’intera l’umanità, gli umanisti fanno della curiosità insaziabile e ovunque diretta, la principale delle virtù: là dove la Chiesa insegnava l’umiltà in una ignoranza rispettosa del mistero, essi hanno posto il loro ideale nella conoscenza (la gnosi!). – Infine a Thélèma non c’è una chiesa. Ognuno delle 9332 camere dispone di una cappella particolare; la religione ridotta alla soddisfazione di un sentimento individuale, di una fantasia infinitamente modificabile a proprio piacimento. Ed infatti che bisogno ha l’uomo divinizzato di un Dio? Egli si crea da sé, rigetta ogni intervento di una volontà divina che pretende di  regolare l’esistenza quaggiù. La società utopica è vuota di Dio, perché dispone da se stessa degli attributi della divinità. Essa ha rinnegato Dio per darsi all’adorazione degli uomini. Come dice bene Jean-Philippe Delsol, gli umanisti «non reclamano ancora la morte di Dio, ma preparano involontariamente (?) la lettiga sulla quale i secoli successivi lo sdraieranno prima di sotterrarlo ». – E questo culto dell’uomo si manifesta finanche nell’arte dell’epoca. Tutto il pensiero di Leonardo da Vinci, ad esempio, è inebriato di paganesimo, esaltato da costumi voluttuosi e violenti, con la pretesa di ritrovare la bellezza originale ed inventare la scienza. Il suo San Giovanni, posto in una splendida solitudine, appare come un dio di voluttà. Nel suo sguardo balenano gli ardori della passione e di tutte le audacie dello spirito. Dalla sua bocca si si sente l’antico grido pagano di èvoé (grido che baccanti ebbre, in stato di esaltazione, rivolgevano a Bacco) La celebre Gioconda si pone all’entrata di un labirinto strano formato da rocce bizzarre e ruscelli sinuosi che si perdono nei vapori dell’orizzonte. Tranquilla e sorridente, la sirena attende con un bagliore negli occhi e con sulle labbra fini e serrate, il fascino mortale della menzogna. –  Che resta di veramente cristiano in questo “San Sebastiano”, simile e pari ad Adone, o nelle sue Madonne che sono delle Veneri travestite? Finanche nell’arte funeraria si sente questa esaltazione della vita divinizzata; infatti l’apparato di morte si circonda di un elogio della vita e glorifica la maestà e le bellezza del vivente: diversi “piangenti”  circondano il “giacente”, il morto è come per miracolo, resuscitato. Si eleva dalla bara, solleva il coperchio, si siede sul bordo della tomba e sembra conversare con i suoi, venuti a fargli visita. Ben presto camminerà, argomenterà …

Il culto del serpente: verso l’ecumenismo.

Nel XVI secolo, il serpente si tiene modesto e non canta ancora vittoria, come farà nel XIX secolo nella furia romantica. Ma esso sa comunque rendersi insinuante. Mormora discretamente alle orecchie degli umanisti, ascoltiamolo! Il suo leitmotiv, è l’ecumenismo. Tutte le religioni si equivalgono, esse sono tutte eccellenti nel loro ambito, ma seguitemi e vi insegnerò la vera religione, quella della felicità e della libertà. – Gemisto Pletone ha suscitato una triplice rivoluzione religiosa. Egli adora un Dio iperboreano, annuncia una nuova religione che non sarà « né del Cristo, né di Maometto, ma non differisce essenzialmente dal paganesimo » ; pubblica il suo opuscolo nel 1489 a Firenze. – Luigi Pulci pubblica il suo Morgante maggiore, confessa di credere alla bontà relativa di tutte le religioni. È il demonio Astaroth che lo dice nel capitolo 25 del suo poema. In precedenza si pensava che bisognasse essere ortodosso o eretico, o cristiano o musulmano. Pucci crea la figura del gigante Margotte, che si burla di tutte le religioni, professa l’egoismo più materiale, si dà a tutti i vizi. Nel capitolo 16 egli completa l’insegnamento di Astaroth con un discorso deista della bella pagana Antea, che è l’espressione più netta delle opinioni che circolavano tra i compagni di Lorenzo dei Medici. – Il demonio Astaroth ha frequentato l’accademia platonica, letto tutta l’opera di Marsilio Ficino, ascoltato l’astronomo Buonincontri, commentato l’Astronomicon di Manilius. Egli ha la sua opinione su Dio, la Trinità, il libero arbitrio, la caduta e l’eterna dannazione degli angeli. Il negromante Malagigi lo evoca per aver notizie di Rinaldo. Egli stesso, Astaroth, è entrato nel cavallo di Rinaldo che conduce dall’Egitto, gli rivela con la bocca del suo destriero che al di là delle colonne di Ercole ci sono delle città ed un popolo chiamato “Antipode”, ove si adora il sole, Giove e Marte.  Ogni religione, egli dice, è gradita a Dio, purché sia sincera. Solo la fede cristiana è vera, certamente, e i giudei ed i maomettani saranno dannati. Ma essi … non perderanno nulla, perché fin nell’inferno si trova « gentilezza, amicizia, cortesia ». In tutti gli umanisti serpeggia una ammirazione discreta per l’islam. Gli viene attribuito un ideale di generosità, i dignità, di fierezza. Si esalta questo o quel sultano, soprattutto Saladino, come Boccaccio nel Decamerone,  o nella Commedia di Dante. In Masiccio si esaltano dei sultani, il re di Fez, il re di Tunisi. Fazio degli Uberti esalta “il buon Saladino” nel suo “il Dittamento”. Bisogna pure ascoltare le declamazioni furibonde contro il Papa Pio II, quando chiama alla crociata contro i turchi, proprio un Piccolomini, il grande amico degli umanisti. L’Astrologia viene pure opportunamente in soccorso dell’ecumenismo. Sono autori arabi e giudei che diffondono questa teoria, che ogni religione dipenda dagli astri. Battista Mantovano, nel suo “De Sapientia” spiega che la congiuntura di Giove con Saturno aveva prodotto la dottrina ebraica, quella di Giove con Marte aveva dato origine alla religione caldea, la religione egiziana era il frutto della congiunzione di Giove con il sole; Giove in congiuntura con Venere aveva creato il maomettanesimo, in congiuntura con Mercurio, aveva prodotto il Cristianesimo. Come si vede le religioni sono sotto la dipendenza diretta degli Arconti dei nostri gnostici, degli Zephiroths dei cabalisti, che sono le vere divinità reggitrici degli astri. Si noti anche che l’Arconte, maestro del Cristianesimo, è mercurio, cioè Hermès, il tre volte grande, il “Trismegista”: è lui che è stato formato dal “Pastore” il pimandro, cioè il Cristo, l’ultimo dei grandi iniziati. – Più insinuante ancora, il demone ispira ai poeti del Rinascimento gli argomenti che i nostri modernisti si sono fatti un maligno piacere di sviluppare dopo l’ultimo secolo e che sono oggi ripresi dai nostri moderni gnostici. – Un certo Theodolus o Theudulus (il suo nome familiare è Teodolo) pubblica un’ecloga nella quale oppone Pseustis, la menzogna, e Alitea, la verità. Due pastori che sulla moda di Virgilio, ingaggiano una lotta poetica. Phronisis, la Saggezza, è designata come arbitro e, come Pseustis racconta le favole dell’antica Grecia, Alitea gli oppone la meravigliosa recita della Bibbia. Si capisce che la verità rimane vittoriosa, ma qual demolizione intanto: Se Alitea parla di paradiso terrestre, è perché Pseustis ha cantato l’età d’oro, il regno di Saturno. Se racconta la storia di Adamo cacciato dal Paradiso, il suo avversario ha mostrato Saturno detronizzato da Giove, l’età dell’oro sostituita dall’età dell’argento. Si vede così da un lato Cecrops istituire il culto idolatrico, dall’altro Abele e Caino offrire sacrifici. Poi viene Licaone con Henoch, il diluvio di Deucalione con il diluvio di Noé. Hebé è soppiantato da Ganimede ed il corvo maledetto dagli animali perché non ha portato nell’arca la notizia della salvezza. Qui i Titani fanno la guerra all’Olimpio e là, Babele si volta contro il cielo; Dedalo causa la perdita di suo figlio Icaro mentre Abramo sacrifica Isacco, etc. si potrebbero ancora riferire parecchie concordanze, degli avvenimenti che l’umanità primitiva si era trasmessa oralmente deformati nel corso dei secoli, ai quali si era aggiunta molta fantasia, ma la Genesi aveva conservato la tradizione più autentica. Gli umanisti ne traggono invece un’altra conclusione, che cioè tutte le religioni, la cristiana come la pagana, erano la deformazione di una Tradizione primitiva perduta ed il serpente era là, vicino alle loro orecchie per sussurrare loro che egli era il solo a conoscerla veramente, e che se essi volevano esserne iniziati, avrebbero dovuto passare per la Conoscenza (la gnosi). Gli umanisti praticano abitualmente la mescolanza delle due ispirazioni, la cristiana e la pagana. Pio II scrive al sultano di Costantinopoli che “il Cristianesimo non è che una nuova lezione più completa del sovrano bene egli antichi”. – Leone Battista Alberti, già citato, commenta secondo un metodo simile, i sei primi libri dell’Eneide di Virgilio. I viaggi che porteranno fino in Italia Enea, che rappresenta la saggezza (la “sofia” degli gnostici), simbolizzano l’ascensione graduale dell’anima terrestre verso la contemplazione della pura divinità. Idea tutta di matrice gnostica. Pico della Mirandola nell’Eptaplus, interpreta la recita della Genesi, come il contenuto dei segreti della Natura e la storia dello “spirito divino”. L’ecumenismo contiene necessariamente il Panteismo ed il “culto dell’uomo” sostituito al culto di Dio. È la religione del serpente. [Da queste considerazioni si comprende come effettivamente l’ecumenismo del novus ordo, sia la religione dell’uomo divinizzato, del Dio immanente vivente nell’uomo e nella natura, nel cosmo in evoluzione; l’uomo pertanto non ha bisogno di redenzione, né di culto, né di sacramenti, ma semplicemente della conoscenza di sé come uomo-dio, cioè la gnosi; è il medesimo sibilo serpentino delle conventicole massoniche ormai trapiantate in quelli che erano  un tempo i sacri palazzi … dell’urbe e dell’orbe. Il serpente si fa adorare nelle logge come baphomet-lucifero, e nella falsa chiesa dell’uomo, come il “signore dell’universo” …, ma la lingua biforcuta è la stessa.]

I TEMI GNOSTICI NELLA LETTERATURA.

Infine gli gnostici hanno ben compreso che, per penetrare la società cristiana e capovolgerne la mentalità, non si poteva fare a meno dei letterati, e soprattutto dei poeti. Essi hanno assediato questi ultimi, li hanno educati, istruiti in tutte le scienze occulte, l’alchimia, la kabbala, e soprattutto la filosofia platonica. Poi hanno spiegato loro che essi erano i veri sacerdoti di una nuova religione, che la loro poesia dovesse sembrare come una rivelazione divina, poiché l’ispirazione viene direttamente dalla divinità. Non si rimarrà allora sorpresi dal ritrovare nei poemi del Rinascimento tutte le idee sviluppate nelle pagine precedenti. Joachim du Bellay ha lasciato dei sonetti tutti impregnati da idealismo platonico, adagiati su una concezione nuova dell’amore e della bellezza. L’amore per la bellezza terrestre, egli dice, traduce l’aspirazione sublime dell’anima, prigioniera quaggiù, verso la bellezza divina ideale. Questo deve essere pertanto un amore casto e puro, nei fatti un amore sterile, stornato dalla sua propria finalità, che è la procreazione. È pure un amore che esalta la morte, che la chiama, la provoca finanche. Già prima di lui, Clemente Marot aveva presentato questo amore della bellezza come un richiamo al suicidio:

« L’anima è il fuoco, il corpo un tizzone,

l’anima vien dall’alto, il corpo è inutile.

Altro non è che bassa prigione,

in cui langue l’alma nobile e gentile.

Di tal prigione ho la sottile chiave;

è il mio dardo all’anima graziosa,

perché la trae fuor dalla vil prigione,

per rinviarla da quaggiù al cielo ».

La morte è buona, bisogna averne desiderio, è facile darsela, perché è liberatoria. Si ritrova la stessa concezione della morte liberatrice in questo poema di Joachim du Ballay, intitolato:  l’Idea

« Se la nostra vita è men che una giornata nell’eterno,

se l’anno che fa il giro,

discaccia i nostri giorni senza spirto di ritorno;

se peritura è ogni cosa nata,

cosa sogni tu, anima prigioniera?

Perché ti piace l’oscur dei nostri giorni,

se per volare in più soggiorno chiaro,

tu hai al dorso ali ben piumate?

Là c’è il bene che desia ogni spirto

Là il riposo a cui tutto il mondo aspira,

là è l’amore, là è il piacer ancora.

Là, all’alto ciel, anima mia guidata,

potrai conoscervi l’Idea

della beltà che in questi mondo adoro. »

Si noti, al termine, che la bellezza ha preso il posto di Dio, l’amore è sinonimo di piacere e di libertà, che l’anima portata dall’aquila piumata è angelica. Infine come involarsi verso il soggiorno più chiaro, senza darsi la morte? Questo poema è dunque anch’esso un netto richiamo al suicidio. Non bisogna poi egualmente illudersi sulla qualità cristiana di un tale amore. Mai il Cristianesimo ha insegnato che l’amore debba essere sterile, conseguenza del cosiddetto amore “casto e puro”; è una invenzione del serpente, omicida e menzognero . lo ritroveremo tutto nella poesia romantica. Questa impazienza di scappare alla “prigione” terrena, questa aspirazione verso l’assoluto della bellezza, che non è Dio, annunzia tutte le stravaganze romantiche.

Ma ascoltiamo Ronsard.

« Dio è in noi, e per noi fa miracoli,

sì come i versi di un poeta scrivente,

son degli dei gli oracoli e i segreti

che innanzi spingon con la bocca. »

« Perché dunque fate sacerdoti? » domanderà più tardi Victor Hugo. Il poeta è il vero sacerdote della religione gnostica. Ronsard si vanta e si dice cristiano, ma tutto il pensiero è panteista. Dio stesso – secondo lui – è l’energia vitale che circola nell’universo e generatrice degli esseri che lo popolano. Egli è il viscere centrale, il focolaio dell’ardore del mondo, l’Anima del mondo che lo avvolge e di cui tutte le creature sono degli accidenti. Ascoltiamo questa gnosi:

« Perché dappertutto si mescola Dio,

inizio, intermezzo e fine

di ciò che vive ed in cui l’anima è chiusa

dappertutto rinvigorisce ogni cosa

dagli elementi di questa anima infusa

noi siam nati. Il corpo mortale utilizzato al tempo,

dagli elementi è fatto;

da Dio vene l’anima, l’anima perfetta,

l’anima perfetta, intoccabile, immortale,

come da un’essenza eterna:

l’anima non ha inizio né fine,

perché la parte segue il tutto,

con la virtù di questa anima mistata

gira il ciel e la stellata volta,

il mare ondeggia, la terra produce,

con le stagioni, erbe, foglie e frutti …

perle, zaffiri, han da questo lor essenza,

e per tal anima han forza e potenza.

Che più, che meno secondo la pienezza,

così ne è di noi, poveri umani … »

Ecco un buon compendio di cosmologia gnostica: Dio è identificato con l’anima del mondo che dà vita e forza a tutti gli esseri. Egli è inizio, intermedio, e fine! [Dio certamente è l’inizio, essendo il Creatore del mondo, e ne è fine, perché l’Universo è creato a sua gloria, ma non ne è l’intermedio, perché l’universo non è Dio].  Questa espressione è tratta da Hermete Trismegisto. L’anima umana è un elemento dell’anima divina infusa nella natura. Si tratta qui di un’emanazione. Essa è eterna, non ha avuto mai inizio, come Dio, poiché … “la parte segue il tutto”. L’anima divina percorre il mondo e passa da un essere all’altro come lo slancio vitale di Bergson [filosofo gnostico moderno]. Essa è il principio che anima il tutto, anche gli esseri non animati, come le perle e gli zaffiri, così tutti i regni, vegetale, animale, minerale, sono animati dal medesimo soffio. – Questo “animismo universale” è comune a tutti i poeti del Rinascimento. Perfino l’austero calvinista, Agrippa d’Aubigné, parafrasa in anticipo il “tutto vive, tutto è pieno di anime …” di Victor Hugo. Egli così descrive la resurrezione:

« Qui un albero sente dalle braccia della sua radice,

sciame di un capo vivente, uscire un petto.

Là, l’acqua torbida ribolle e poi disperdendosi

Sente in sé dei capelli ed un capo si scuote … »

Ronsard, in una delle sue più celebri “Elegie”, riassume il problema molto bene:

« O dei, quanto vera è la filosofia che dice ch’ogni cosa alla fine perirà,

e cambiando forma in altro vestirà!

… la materia resta, la forma svanirà.

La materia qui, nel pensiero del poeta, è divinizzata, poiché porta in se stessa in potenza tutte le forme possibili e ne produce la varietà. Questa materia è certamente dunque l’anima del mondo. Gli esseri non sono che manifestazioni provvisorie e successive di uno stesso principio vitale « incluso, infuso » nella natura. – Infine Rostand, come ogni buon gnostico pratica il culto del demonio. Egli ne eredita la storia dai sogni neo-platonici di Giamblico, dal cronicario bizantino Psellos, ai tomi degli occultisti. – Egli ha pubblicato « L’inno dei demoni », dedicato al vescovo di Riez, Lancelot Carle, grande estimatore dei filosofi segreti, con l’intenzione di sfuggire ai fulmini dell’Inquisizione riparandosi dietro un prelato. Questo poema si ricollega alle tradizioni più esatte delle scienze occulte dell’epoca. In questo poema, Rostand ci racconta che i demoni sono stati concepiti dalle donne della terra per mezzo di Angeli (guadate che potenza viene attribuita alla bellezza femminile) e che Dio, avendo punito i colpevoli, perdonò ai figli innocenti, « che, non essendo colpevoli dei misfatti dei loro genitori, tenendosi più dalla parte del padre che della madre, si involeranno in aria come cosa leggera ».

Ecco uno stravolgimento un po’ forte del dogma del peccato originale. Questi demoni hanno animato i diversi pianeti che governano, attraverso loro, gli atti ed i caratteri dei mortali:

« Secondo l’astro del cielo sotto il quale essi sono nati,

quelli di Saturno fan l’amore malinconico,

quei di Marte, il collerico, quei di Venere, lubrico;

quei del sole amati, felici, di Giove … »

Da ciò si vede ancora che l’Astrologia è certo una scienza demoniaca, perché pretende di determinare gli atti umani con una influenza astrale che toglie loro ogni libertà. –  Si comprende bene pure che questi “demoni” non sono altro che gli arconti degli gnostici o gli zephiroth dei kabbalisti; sono le perfette emanazioni del “gran tutto” che comandano il cammino dell’universo e governano le umane volontà. Si vede ancora apparire in filigrana attraverso questo poema, la riabilitazione di satana, ridivenuto lucifero e padrone del cielo, che i romantici fra non molto esalteranno.

[2 – Continua …]

GNOSI, TEOLOGIA DI sATANA (32): GNOSI ED UMANESIMO -1-

GNOSI, TEOLOGIA DI Satana -32-

Gnosi ed UMANESIMO (1)

[Elaborato da: É. Couvert: La gnose contre la foi, Ed. de Chiré, 1989]

La gnosi è l’anima dell’Umanesimo, di tutto il Rinascimento [in realtà rinascimento del paganesimo e del culto solare di Mithra, con annesso becero ed assurdo eliocentrismo], che in nome di una pretesa e falsa libertà di pensiero e di coscienza, ha guidato la ribellione a Dio – pretendendo di averne causato addirittura la morte – ed al suo Cristo, ha stravolto, in unione con la gnosi islamica e giudaico-kabbalista, le fondamenta del Cristianesimo e della sua Chiesa, demolendone prima il potere temporale [1871] e poi, si fieri potest, quello spirituale [dal 26 ottobre del 1958]. La “Rivolta” ha interessato tutta la società, tutta la cultura, le arti, il pensiero, addirittura ha imposto un falso modello astronomico, fondato sul nulla, sull’immaginario di visionari allucinati, occultisti astrologi, alchimisti e veri e propri stregoni, definiti ancor oggi “scienziati”; coinvolte sono state naturalmente la letteratura, la filosofia, la teologia, virata dal sano e lucido tomismo, alle fantasie ofidiche della nuova teologia modernista. Il nostro É. Couvert, che non sapremo mai ringraziare abbastanza per la sua opera di “talpa-segugio” anti-gnostico, ha elaborato dei capitoli veramente straordinari per farci rivivere e comprendere l’ambiente in cui è rinata, nonché l’evoluzione storico-culturale della gnosi, vero cancro del Cristianesimo, e dell’intero pensiero umano. Possiamo ringraziarlo pregando per la sua conversione alla Chiesa Cattolica, quella vera, che non è la sinagoga satanica del “novus ordo”, fogna di tutte le eresie, infestata e disfatta dalla lebbra gnostica; possa finalmente comprendere – e chi meglio di lui – che Gesù Cristo non poteva ingannarci consentendo l’errore nella sua Chiesa o l’apostasia del suo “vero” Vicario, infallibile capo visibile della sua Sposa, senza macchia e senza rughe, Corpo mistico di Cristo, e parte del vero “PLEROMA”, [non la contraffazione luciferina], cioè la pienezza di Cristo, costituita dal Capo, l’uomo-Dio, e dalla Chiesa, membra del corpo, secondo la meravigliosa definizione di San Paolo ai Colossesi ed agli Efesini.

Introduzione

Fin dalle origini del Cristianesimo, abbiamo visto che gli gnostici si sono sforzati di penetrare nella giovane Chiesa per depositarvi il germe del loro culto satanico. Ma fu all’epoca un insuccesso clamoroso. A partire dal IV secolo, essi dovettero lavorare nell’ombra, e così la loro azione continuò discreta e nell’oscurità attraverso i secoli del Medio Evo. Qui e là, la loro dottrina satanica, appariva improvvisamente per ripiombare con altrettanta velocità nelle voragini dalle quali faceva capolino. Ad esempio: gli eretici Sabelliani, spiegavano Dio come una monade in espansione. Marcello, Vescovo di Ancyra, parlava di “dilatazione del divino” e del “logos” esteriorizzantesi da se stesso attraverso una energia attiva [emanazione!], benché rimanesse sempre Dio. Gli Ariani credevano che Gesù-Cristo e lo Spirito-Santo fossero delle emanazioni di Dio Padre [eoni!], che Gesù-Cristo fosse un uomo perfetto la cui anima fosse il “Logos”, in comunicazione diretta con Dio. – Più tardi, nel XII secolo, si vede apparire, senza apparenti legami con una gnosi precedente, un monaco calabrese, che pretendeva di aver intravisto, passeggiando al sole nel giardino del suo convento, un giovane uomo che gli tendeva una coppa dalla quale bevve alcuni sorsi. Joachim de Flore aveva gustato da un calice meraviglioso la “rivelazione dell’avvenire”, la visione del “Vangelo eterno”. Egli partì per la Terra santa, al ritorno si fermò in un monastero della Sicilia, alle falde all’Etna, ove ebbe un’estasi di tre giorni, simile ad un’agonia:« … io ero ai suoi piedi, racconta un suo discepolo: io scrivevo, e due altri erano con me. Egli dettava notte e giorno. Il suo volto era pallido come una foglia secca di un albero. » Egli annunciava la fine della legge del Cristo che doveva retrocedere, nell’anno 1260, e far luogo alla legge dello Spirito. La terza età, proclamava, sarà quella del Vangelo eterno, della legge dell’amore ed il tempo della libertà. La sua dottrina fu propagata dai francescani. E Jochim stesso non fu perseguitato. Dante, gnostico occultista, lo pone tra gli eletti e gli attribuisce il titolo di profeta. Egli ebbe discepoli in Germania, nel secolo XIV, i « Fratelli del libero Spirito», Maestro Eckart, Tauler, Suso. Nei fatti egli insegnava la più classica delle gnosi. La fine dell’umanità è un fondersi in Dio per mezzo dell’opera dello Spirito ed in questa unione, l’anima dell’uomo non è che Dio stesso!  – Maestro Eckart continua l’insegnamento di Joachim de Flore. « L’anima, egli dice nei suoi sermoni, “Nisi granum frumenti”, sfugge alla sua natura, al suo essere alla sua vita e nasce nella divinità. È là che c’è il suo divenire. Essa diviene sì totalmente un solo essere al quale non resta altra distinzione che questa: «Esso resta Dio, ed essa resta anima. » Questa unione, « Einung », è nei fatti una fusione di due esseri in una sola divinità totale: è il ritorno all’ “unità primordiale” dei nostri gnostici. Il Papa Giovanni XXII, condannò in una bolla del 1329 questa tesi di maestro Eickart: « noi Ci metamorfosizziamo totalmente in Dio e ci convertiamo in Lui allo stesso modo che il pane, nel Sacramento, si cambia in Corpo di Cristo. Io sono così cambiato in Lui, perché Egli stesso mi fa essere suo. Unità, quindi, non similitudine. Con il Dio vivente è vero che non c’è alcuna distinzione. » Come questa, attraverso i secoli del Medio Evo, si può seguire una linea segreta di penetrazione, nel pensiero cristiano, di una gnosi che si nasconde sotto un linguaggio apparentemente cristiano. Ma se si vuole assistere veramente ad un ritorno in forze della gnosi nel pensiero cristiano, bisogna attendere il XV secolo, con la fioritura dell’Umanesimo nel Rinascimento. È allora che il pensiero gnostico va ad esercitare un’influenza decisiva su tutta la mentalità dell’élite coltivata nel XVI secolo, di tal sorta che dopo di allora, essa non ha mai cessato di avvelenare gli spiriti fino ad esplodere ai nostri giorni, malgrado gli sforzi energici della Chiesa per preservare la dottrina cristiana contro questa nuova invasione. Il Romanticismo degli ultimi secoli, ad esempio, non è stato che una riesumazione dell’Umanesimo gnostico. – Se si vuol definire con precisione l’Umanesimo del Rinascimento, occorre riconoscere che esso è stata il risultato di una penetrazione della gnosi cabalistica insegnata dai rabbini del XV secolo nella società cristiana del loro tempo.

LA KABBALA, FORMA GIUDAICA DELLA GNOSI.

Gli gnostici si sono sforzati, fin dai primi secoli, di penetrare nel giudaismo della diaspora in modo da indurre i rabbini, fedeli alla Rivelazione dell’Antico Testamento, a rinnegare il vero Dio, Yeowah. Essi hanno spiegato loro infatti, che Yeowah non era che un’entità demoniaca, che la legge di Mosè era stata da lui inventata per ridurre i Giudei alla schiavitù del Demiurgo, rinchiudendoli in una rete di istituzioni e principi arbitrari, manifestando la volontà determinata di un tiranno malvagio. Così essi hanno inondato la Siria e la Palestina di canti gnostici da loro composti. Vi si ritrova in essi tutto il principio dell’emanazione, le idee neoplatoniche, con uno stato di esaltazione e di entusiasmo grazie al quale si “volava nell’aria” sul “carro dell’anima”, e si compivano ogni sorta di miracoli, accompagnati da allucinazioni e da visioni. – Il risultato di questa penetrazione gnostica in Israele fu, nel corso del Medio Evo, l’apparizione della Kabbala, o “tradizione”. La sua forma definitiva si è espressa nel libro dello “Zohar”, cioè “Lo splendore”. Esso si presenta sotto la forma di un commentario del Pentateuco, insegnato da rabbi Simon Ben Jochai al suo circolo di pii uditori; la sua redazione attuale risale in gran parte a Moïse de Léon. Ne diamo un riassunto secondo Moïse Cordovero e Isaac Luria. – Ma è innanzitutto necessario sbarazzare lo Zohar di tutta una stravagante mitologia la cui lettura è veramente penosa per una intelligenza ordinaria e sana. I kabbalisti si sono ingegnati nell’avviluppare il loro insegnamento con un rivestimento fantasioso destinato in realtà a nascondere le loro vere intenzioni. In questo, per la verità, essi non hanno fatto che seguire l’esempio dei nostri primi gnostici. Era in effetti difficile far abbandonare ai rabbini il vero culto di Yeowah, e per questo bisognava fingere di seguire la Rivelazione dell’Antico Testamento, poi darne un commento rispettoso che doveva però lentamente pervenire ad invertirne completamento il vero senso. Si continuava a parlare del “Santo, il suo nome benedetto”, della “creazione”, ma queste parole si caricavano di un senso nuovo ed inaudito in precedenza in Israele, quello della gnosi, come già in precedenza esposto. Il “Gran Tutto”, il “Pleroma” dei nostri gnostici, si chiama, presso di loro l’« En-Sof », cioè il non-limitato”, il grande Essere immutabile, eterno, infinito, che racchiude in sé tutte le forme. Per spiegare l’apparizione del mondo visibile e la molteplicità degli esseri che popolano l’universo, i kabbalisti hanno ricorso come al solito, alla nozione di emanazione e contrazione. Il “gran Tutto” primitivo, esce dal “caos”, si contrae per lasciare un vuoto all’interno di sé, dal quale appaiono le forme determinate e multiple delle creature che sono il riflesso apparente dell’ « En-Sof ». In altri termini, il “gran Tutto” non è altro che la somma, la totalità delle cose finite. Per spiegare questo passaggio dall’uno al molteplice, dall’indeterminato alle forme concrete, gli gnostici avevano inventato delle potenze divine intermedie, gli Arconti, capaci di produrre gli esseri. Essi sono chiamati “Zephirot” dai kabbalisti. Il loro numero ed i loro attributi possono variare da una scrittore all’altro, ma il loro ruolo resta essenziale nella produzione delle cose finite distinte tra loro per le qualità, la gradazione, le determinazioni. – Una nozione fondamentale della kabbala è che essa rappresenta la maniera di presentare il panteismo più assoluto, è la corrispondenza di struttura tra i due mondi, quello dell’« En-Sof » ed il mondo visibile, oggetto della nostre percezioni: «Tutte le cose, ci dice lo Zohar, dipendono le une dalle altre e tutte sono collegate le une alle altre, affinché si sappia che: tutto è Uno, e tutto è l’Antico e niente è separato da Lui ». L’Antico, è il nome velato per designare la divinità originale, fonte di tutti gli esseri; lo Zohar precisa ancora: « Quando si afferma che le cose sono state create dal niente, non si vuole parlare del nulla propriamente detto, perché non può mai succedere che un essere venga da un non essere. Ma si intende con il nome di non-essere ciò che non si concepisce né dalla sua causa, né per essenza, ma è, in una parola, la causa delle cause, quello che noi chiamiamo il Non-Essere primitivo, perché è anteriore all’universo, e con questo noi intendiamo non sono gli oggetti materiali, ma anche la Saggezza sulla quale è fondato il mondo … Tutte le cose di cui questo mondo è composto, lo spirito, come il corpo, rientrano nel principio e nella radice dalla quale sono usciti. Esso è la l’inizio la fine di tutti i gradi della creazione, tutti i gradi sono marcati dal suo sigillo e non lo si può nominare se non come l’unità. Esso è l’Essere unico, malgrado le forme innumerevoli dalle quali è rivestito. » Tutto questo è perfettamente gnostico. Si riconoscono in queste considerazioni: – la filosofia di Spinoza, secondo la quale Dio è al tempo stesso causa e sostanza dell’Universo; – la filosofia di Hegel, per la quale il mondo apparente non è che la manifestazione di “Dio primordiale incosciente”; – la filosofia di tanti filosofi moderni che si son ingegnati nello sviluppare temi gnostici sotto le forme più disparate e stravaganti. – Lo Zohar studia anche l’uomo. Già Maimonide aveva distinto nell’uomo, altre al corpo ed all’anima, una intelligenza materiale, incaricata di animare il corpo, ed una intelligenza comunicata, emanazione dell’Anima universale del Mondo. Si tratta dunque di una costituzione tripartita dell’uomo, tale come si è sempre insegnato nella gnosi. Per il kabbalista, il corpo non è un rivestimento, ma il principio intermedio, cioè la Psiche dei nostri gnostici: è divisa in due anime, così da partecipare e della materia e dello spirito: questa è la nephesh, principio animale e sensitivo a contatto immediato con il corpo; la Ruach, invece, è la sede della vita morale ed il principio di animazione; “Neschama” resta l’anima spirituale, l’emanazione divina, l’intelligenza pura, lo pneuma degli gnostici. Tutte le anime preesistono nel mondo e cadono nei corpi in seguito ad una caduta; « Notate, spiega lo Zohar, che tutte le anime di questo mondo, che sono il frutto delle opere del Santo … sia esse benedetto, non formano prima della loro discesa sulla terra, che un’unità, poiché queste anime fanno parte tutte di un solo e medesimo mistero, e quando discendono giù in questo mondo, si separano in maschio e femmina; sono i maschi e le femmine che si uniscono. » Da qui, la trasmigrazione delle anime, insegnata già dagli gnostici nella metempsicosi. « Notate, dice sempre lo Zohar, che il Santo … esso sia benedetto, impianta le anime quaggiù; se esse prendono radici, è bene, altrimenti le strappa anche più volte e le trapianta fino a che mettano radici … le trasmigrazioni sono inflitte alle anime come punizione e variano secondo la colpevolezza … Ogni anima che si è resa colpevole durante il suo passaggio in questo mondo è, per punizione, obbligata a trasmigrare tante volte, quanto necessita perché essa raggiunga, con la sua perfezione, il sesto grado della regione dalla quale essa emana. » Si trova ancora nello Zohar la dottrina della Reminiscenza: « Anche prima della creazione, tutte le cose di questo mondo si trovavano presenti al pensiero divino, tutte le sue forme che gli sono proprie, così come tutte le anime umane, prima di scendere in questo mondo, esistevano davanti a Dio, nel cielo, nella forma che hanno conservato quaggiù e tutto ciò che apprendono sulla terra, esse lo conoscevano già prima di arrivarvi. » – Ecco come Adolphe Franck riassume la posizione dell’uomo, secondo lo Zohar: « L’uomo è allo stesso tempo il riepilogo ed il termine più elevato della creazione. Egli non è soltanto l’immagine del mondo, dell’universalità degli esseri, ivi compreso l’Essere assoluto, egli è anche e soprattutto l’immagine di Dio, considerato nell’insieme dei suoi attributi infiniti. Egli è la presenza divina sulla terra, è l’Adamo celeste che, uscendo dall’oscurità suprema e primitiva, ha prodotto questo Adamo terrestre … ». Rabbi Simon ben Jochaï spiega ai suoi discepoli che « la forma dell’uomo racchiude tutto ciò che è nel cielo e sulla terra, gli esseri superiori come gli esseri inferiori ». Non si poteva dir meglio che l’uomo è Dio stesso manifestato. Gli umanisti del Rinascimento non dimenticheranno affatto la lezione dei rabbini. Essi rappresenteranno l’uomo con gli arti divaricati, perfettamente descritto in un cerchio, nell’uovo primitivo dal quale sono stati estratti tutti gli esseri; i diari di Leonardo da Vinci e di Albert Dürer sono le proporzioni umane rappresentanti questa sovrapposizione della forma umana in una figura geometrica che vuol suggerire che l’uomo è la misura del mondo! – Come vediamo, la kabbala non è altro che la gnosi tradotta in ebraico. Il contenuto dottrinale è lo stesso, e gli si possono opporre gli stessi argomenti di buon senso che una ordinaria intelligenza non può mancare di trovare, se appena vuol prendersi la briga di riflettere un poco. Infine, il serpente ispiratore di tutta questa mitologia menzognera, non ha avuto remora né riguardo nel menzionare se stesso. Egli ha spiegato ai cabalisti che egli non è assolutamente il nemico del genere umano, bensì, al contrario, il suo protettore ed il suo padrino, che egli, poverino, è stato una vittima dell’ingiusta gelosia del Demiurgo, creatore della materia, che l’Arcangelo San Michele e le altre potenze celesti che lo avevano precipitato nell’abisso, erano dei veri demoni, mentre lucifero, belzebuth e astaroth erano l’innocenza e la luce stessa. Ecco che allora il regno di Michele e della sua milizia, deve ben presto finire, ed egli stesso sarà riabilitato e reintegrato nel cielo con la sua falange. Il nome del serpente velenoso è samael. Il giorno in cui ritroverà il suo nome e la sua natura di angelo, si ritaglierà la prima sillaba, che vuol dire “veleno” mentre la seconda è il termine comune designante tutti gli Angeli. Niente è cattivo, niente è maledetto: tutto ciò che si chiama il male, è in Dio stesso, l’altra faccia del bene. I mistici giudei del periodo talmudista, riflettendo sulla natura di Dio, avevano dichiarato che « Dio è il luogo in cui soggiorna l’universo »; essi avevano impiegato la parola “Ma kom” che vuol dire “piazza”, per designare Dio. Filone si esprimeva già così: « Dio è chiamato Ma kom (il luogo) perché racchiude l’Universo », nel suo trattato “De Somniis”. Come abbiano fatto dunque i rabbini, nel corso del Medio Evo, a riciclarsi aderendo in tutto alla kabbala? È cosa che sarà molto difficile da comprendere. In effetti questa nuova dottrina è la totale inversione dell’insegnamento della Bibbia, ed in particolare della Genesi. Ciò che è certo è che il giudaismo contemporaneo ha abbandonato il culto del vero Dio ed ha spinto questo abbandono alla sue estreme conseguenze. M. Th. Reinach, un’autorità in Israele, dichiara nella “Grande Enciclopedia”, che emergerà dal giudaismo « una religione superiore, conciliante la nozione della divinità, anima del mondo e sorgente del bene, con i dati della scienza, che la religione supera ma non saprebbe contraddire, accettando dal Cristianesimo il suo principio di fraternità universale già proclamata dai Profeti, ma correggendo il suo pessimismo che non vede salvezza che nell’altra vita, salvezza che scaturisce invece dal miglioramento infinito della specie umana: è questa la forma moderna della speranza messianica ».

GLI UMANISTI ALLA SCUOLA DEI RABBINI

È in Italia, nel corso del Medio Evo, che l’attività letteraria dei Giudei esercitò una influenza considerevole sul pensiero cristiano all’epoca in cui l’imperatore Federico II di Hohenstaufen aveva invitato il celebre Anatoli di Provenza a tradurre in ebraico gli scritti di Averroè, poi in latino le opere di Maimonide. Dal XIV secolo, gli scrittori giudei si avvicinarono ai principali rappresentanti della cultura italiana. Guido Romano studia la filosofia scolastica e scrive sul soggetto, dei trattati in ebraico. Suo cugino Manoello [Manuel Romano o Manoello Giudeo], divenne amico intimo di Dante, scrisse una sorta di Divina Commedia in lingua ebraica, nella quale fa l’elogio del suo amico e deplora la morte del grande (?!) poeta fiorentino in un sonetto in italiano. Dante stesso, come ben sappiamo, ha preso come modello della sua Divina Commedia, ricopiandolo in gran parte, il “Libro del viaggio notturno” del mistico arabo Ibn el Arabi, scritto ottanta anni prima. Questo trattato descrive in effetti una traversata dei tre mondi dell’aldilà: l’inferno, il purgatorio, il paradiso, con gli stessi incontri e le medesime peripezie e riportando molti personaggi simili. Ora, Ibn el Arabi era affiliato alla setta mistica degli “Assassini”, ed il suo libro era stato tradotto in ebraico. È così che da questo ambiente culturale, Dante ha tratto il suo odio per il Papato. Egli mette nell’Inferno nella “bolgia” dei simoniaci, i Papi Nicola III, Clemente V, Bonifacio VIII, con i corpi conficcati in buche, testa all’ingiù, piedi all’aria. Cotti al fuoco! Essi avevano invertito l’ordine stabilito da Dio, era giusto che fossero invertiti a loro volta; essi avevano calpestato la santa fiamma dello spirito: la Santa Fiamma brucia in compenso i loro piedi. La Chiesa subisce un affronto cruento, ricevendo uno schiaffo più violento di quello del Nogaret sul volto di Bonifacio VIII. Essa ne resterà per lungo tempo abbattuta. Gli umanisti del Rinascimento, non fecero altro che sviluppare questo odio satanico contro Roma, e Lutero non avrà difficoltà ad ammassare tutta questa spazzatura per gettarla in faccia al Papato. Elia Del Medigo insegna pubblicamente a Padova e Firenze; egli viene anche scelto un giorno, dal senato di Venezia, per arbitrare un grande incontro filosofico. Per costituirsi professori e maestri del pensiero religioso, gli scrittori giudei cominciano a produrre edizioni della loro bibbia ebraica, poi delle grammatiche e dei dizionari ebraici: il primo tipografo di Mantova è un medico giudeo che lavora con una donna. Un altro edita a Reggio Calabria. Ecco ben presto i nostri umanisti inquieti: la Chiesa non possedeva dunque la vera Bibbia. Le Pogge si chiede secondo quali principi San Girolamo avesse tradotto la Vulgata. Bruni gli risponde che leggere la Bibbia nell’originale, è mostrare una diffidenza ingiusta rispetto all’opera intrapresa da san Girolamo. Nel 1482, i Giudei furono cacciati dalla Sicilia e si rifugiarono a Firenze. È là che essi formano Pico della Mirandola (1463-1494): sotto la direzione di Elia Del Médigo e di Jonachan Alemanno, a mezza voce e porte chiuse, coi vetri oscurati, nella sua camera di Firenze, Pico studia la kabbala nelle scritture misteriose portate dall’Oriente, per passare poi ad elementi di arabo e di caldeo. Egli si approfondisce nello studio dei numeri. Pretende di ritrovare nella kabbala l’incarnazione del Verbo, la divinità del Messia, la Gerusalemme celeste. Gesù vi appare, egli crede, come colui che unisce tutte le cose nel Padre, per il quale tutto è fatto e tutto diviene, e tutto  sabbatizza. Gesù è rivelato in ogni tempo come il Pallas di Orfeo, lo spirito paterno di Zoroastro, il Figlio di Dio di Mercurio, la Saggezza di Pitagora, la sfera intelligibile di Parmenide, il Verbo di Platone. Presso di lui tutto procede per via di simboli, allegorie, immagini. Ogni rivelazione è esoterica, ermetica. Gesù non ha scritto, ma ha rivelato i suoi misteri ai suoi discepoli, come insegna Origene [passato già ai Manichei], e secondo Dionigi l’Aeropagita, questi ultimi devono impegnarsi formalmente a non confidare nulla attraverso la scrittura, ma a trasmettere tutto bocca a bocca. – In Germania altri rabbini formano e plasmano Reuchlin (1455-1522). Nel 1492, nel momento in cui i rabbini di Toledo e di Cordova, cacciati dalla Spagna, camminavano verso la Germania, un Giudeo, medico dell’imperatore Massimiliano, fece dono a Reuchlin di un manoscritto prezioso della Bibbia. Nel 1494, Reuchlin pubblica il suo libro “De Verbo mirifico”, il cui senso era: “solo i Giudei hanno conosciuto Dio”. Nel 1498, tre mesi dopo il supplizio di Savonarola, egli visita Firenze, raccoglie l’anima del martire tra i visionari che lo piangono, torna ai suoi studi e pubblica nel 1506 i suoi “Rudimenta hebraica”, e nel 1512 il suo “Lexicon Hebraicum”. La dottrina centrale della kabbala, egli dice, ha per oggetto il Messia, essa trae la sua origine immediatamente dall’illuminazione divina. Grazie a questa luce, l’uomo diviene capace di penetrare il contenuto della dottrina, interpretando simbolicamente le lettere, le parole, le frasi della Scrittura. Egli è inoltre lo zio del celebre compagno di Lutero, Melantone. In Francia il neo-platonismo circola nelle opere di Lefebvre d’Etaples. Gli scritti dello pseudo-Dionigi esercitano molte attrattive sugli umanisti che li credono autentici. Nel 1521, in una “Raccolta di allegorie e sentenze morali estratte dai due Testamenti”, noi vediamo apparire delle formule ben conosciute sull’illuminazione dell’intelligenza e la “purgazione dei sentimenti”. – La penetrazione platonica è manifesta in un erudito ebraizzante, Charadame de Seez. Sotto il titolo di “Alfabeto ebraico”, egli pubblica nel 1529, un piccolo trattato di mistica dionisiaca. Egli vede nell’ebraico, lingua sacra, tutto un simbolismo. Questa lingua è stata, egli dice, insegnata direttamente da Dio; essa è dunque eminentemente divina. Le parole hanno un senso celato. Nel triplo nome di Gerusalemme gli apparirà, ad esempio, quello della Trinità. Egli cerca nelle lettere, nella loro forma, nella loro consonanza, nella loro armonia, nel loro numero, tutto un senso nuovo. L’uno figura essere di Dio, imperituro e semplice, l’altro, il Cristo, questi gli elementi del mondo materiale o le forme multiple della creazione, queste altre l’uomo, la sua intelligenza, il suo corpo. L’alfabeto ebraico racchiude così tutta una teologia e questo non è altra cosa che la speculazione neo-platonica di Hermète Trismegisto. La gerarchia del mondo, l’armonia degli esseri “non soltanto nelle cose che sono visibili, ma anche nelle cose umane che l’occhio non percepisce.” Questo ritorno al platonismo è l’opera degli ebraizzanti. Noi potremmo continuare così la lunga lista degli scrittori e delle opere destinate a diffondere il pensiero giudaico negli ambiente intellettuali del Rinascimento, ma la lista sarebbe fastidiosa ed inutile.

UNA SETTA DI INIZIATI

Nel XV secolo gli umanisti, così formati dalla kabbala giudaica ed impregnati di neo-platonismo, hanno coperto l’Europa occidentale, salva la Spagna dalla quale i Giudei erano stati espulsi, di una rete densa di relazioni e di attive complicità. Essi hanno fatto circolare, prima sotto traccia, e poi sempre più apertamente, una moltitudine di opere di violenta polemica anticristiana, opere nelle quali viene insultato e disprezzato il Papato, si biasimano gli ordini religiosi con un odio feroce contro tutto ciò che potrebbe riferirsi all’ascesi, alla rinunzia, alla povertà volontaria … Legati tra di loro da un segreto comune, gli umanisti praticano un metodo meraviglioso ed efficace per darsi una grande autorità intellettuale sull’élite coltivata del loro tempo, schivando scrupolosamente tutti i rischi connessi al loro accanito combattimento. Essi cominciano con l’assicurarsi la protezione del potente del giorno, un cardinale, un vescovo, un principe, un re, lo stesso imperatore, finanche il Papa. Essi li lusingano di volta in volta senza vergogna, servono indifferentemente l’uno o l’altro. Fidelfo si mette a servizio dei Visconti, poi della Repubblica ambrosiana, poi degli Sforza. Fontana serve indifferentemente gli Aragonesi ed i francesi che erano venuti a cacciarli da Napoli. Appena un personaggio emerge, essi accorrono, si rendono disponibili, lusingano, “scodinzolano e leccano”. – Redigono all’inizio dei loro scritti delle grandi dichiarazioni di ortodossia onde sfuggire ai fulmini dei tribunali dell’Inquisizione o del Santo Officio. Ad esempio, Marsilio Ficino scrive al principio delle sue opere: « In tutte le cose che sono state trattate da me qui o altrove, io non voglio proporre nulla che non sia stato approvato dalla Chiesa ». (« Tantum adsertum esse volo, quantum ad Ecclesia comprobatur »). Una volta assicurati i loro “deretani”, gli umanisti sono di un’audacia incredibile; essi ingiuriano i loro avversari, si prendono gioco dei tribunali ecclesiastici, pubblicano satire incendiarie, ingaggiano violente polemiche, sversano tonnellate di spazzatura sulla Chiesa, soprattutto sugli ordini mendicanti, in tutta impunità. Se talvolta un tribunale ecclesiastico si inquieta e comincia un processo per diffamazione, è ben presto fermato nelle procedure dal potente protettore di turno che interviene discretamente. – Si riporta ad esempio, la storia di Lorenzo Valla: nato a Roma nel 1415, studia la storia, dichiara che la famosa donazione dell’imperatore Costantino alla Santa-Sede è un falso. Allora insulta il Papa, afferma che una cortigiana è più utile allo società di un religioso, pretende di non aver mai incontrato un Papa uomo onesto ed aggiunge una moltitudine di altre “gentilezze” di tal sorta. Deve egli darsi alla fuga e rifugiarsi presso Alfonso il Magnanimo, re di Napoli e protettore degli uomini di preteso talento (cioè degli umanisti), nel 1445. Ma Valla è anche un violento ed un litigioso; egli maneggia meglio la spada che la penna, e la polizia napoletana comincia ad interessarsi di lui e minaccia una tempesta, avendo egli scritto delle cose folli sulla Trinità e sul libero arbitrio. Viene così condannato ad essere bruciato vivo dall’Inquisizione. Ma il re Alfonso interviene, e Valla viene rilasciato per essere frustato nel chiostro di San Giacomo. Egli torna in seguito a Roma ove ha la fortuna di trovare il Papa Niccolò V. il quale gli accorda una pensione; diviene poi canonico, curiale e professore  vantato e celebre. – Simile avventura, ugual copione, si legge nella storia dell’Accademia di Roma ove vediamo comparire una vera società segreta. – Un giorno, il Papa Paolo II (1464-1471) destituì dal collegio degli abbreviatori  della cancelleria romana, diversi umanisti e li rimpiazzò con altri più sicuri da un punto di vista dottrinale. Nel corso di venti mesi, essi sedettero alla porte del palazzo pontificale senza riuscire a farsi ricevere. Uno di essi, Platina, scrisse allora al Papa minacciandolo di andare a visitare i re ed i principi per invitarli a convocare un Concilio davanti al quale Paolo II avrebbe dovuto poi discolparsi della condotta tenuta nei loro confronti. Questa insolenza lo fede condurre al Castel Sant’Angelo; il resto della truppa degli umanisti, si riunì presso uno di essi, Pomponio Leto. Così nacque l’Accademia romana di cui lo storico Grecorovius ci dice che essa « funzionava come una loggia di classici franco-massoni ». Per evitare di essere perseguiti, i membri di questa accademia si riuniscono in catacombe. Essi celebrano il Natale come anniversario della fondazione di Roma; il loro “papa” è Pomponio Leto, « questo oracolo delle buone lettere, ci dice Antonio di Verona, il capo singolare delle muse, il sovrano pontefice » (maximus pontifex); Platina è chiamato il “pater amatissimus”. Quest’ultimo, Callimacus, Luca Toloza ed i loro amici che « si sono appassionati alla storia di Roma, l’hanno apprezzata, e perché Roma ritorni al suo primitivo stato, hanno deliberato di sottrarre questa città all’assoggettamenti ai preti ». Papa Paolo II si inquieta e verso gli ultimi giorni del febbraio del 1468, la polizia pontificia arresta i membri dell’Accademia con l’accusa di lesa maestà pontificale e cospirazione: essi avevano progettato semplicemente di assassinare Paolo II e proclamare la repubblica. Pomponio Leto fugge a Venezia, ma ripreso viene imprigionato con gli altri nel Castel Sant’Angelo. – Il Papa successivo, Sisto IV, purtroppo, si incarica di mettere in libertà i prigionieri dalla loro prigione. Platina viene nominato addirittura bibliotecario del Vaticano, Pomponio viene ristabilito alla Sapienza. Le riunione dell’Accademia possono quindi riprendere. E qui si riprende a sacrificare a San Vittore, a San Fortunato, a San Genesio: queste sono dei nomi di “copertura” della Fortuna, della Vittoria, del “Genetliaco” della città eterna. Nel 1483 l’imperatore Federico accorda all’Accademia romana, che è definitivamente recuperata, il diritto di creare dei dottori e di incoronare poeti. Il cerchio è chiuso; i sovversivi sono padroni del terreno nella stessa Roma, qui al centro della Cristianità. – Altra società segreta … nel 1545, Sozzini, o Soccino, o Socino, nato a Siena nel 1525, fonda a Vicenza una società segreta per la distruzione del Cristianesimo che vuole rimpiazzare con il “puro razionalismo”. Nel 1546, egli organizza una conferenza a Vicenza ove arrivano delegati da tutta Europa, uniti tra loro dall’odio per tutto il Cristianesimo. Nel corso di questa conferenza si conviene come mezzo per distruggere la Religione di Gesù-Cristo, il formare una società segreta. L’apostata Ochino, vecchio generale dell’ordine dei Cappuccini, è anch’egli presente a questo incontro come uno dei più virulenti. Papa Paolo III, informato di tale conferenza di Vicenza, indirizza una lettera alla Repubblica di Venezia per segnalare questo pericoloso focolaio di corruzione. Si arresta Giulio Trevisan e Francesco de Lugo, che venono giustiziati. Gli altri, tra cui Ochino e Lelio Sozzini, riescono a fuggire. Essi divengono in Europa i propagatori di una nuova dottrina che pretende di ricostruire sulle rovine della Chiesa un tempio che avrebbe accettato tutte le credenze, dal libero pensiero fino al culto di lucifero. Ecco gli inizi della setta massonica e del blasfemo ecumenismo. Alla morte di Lelio, suo figlio Fausto Sozzini (1539-1604) fu suo zelante continuatore. Adriano Lemmi, antico Maestro del Grand’Oriente di Italia, ha presentato, durante la sua elezione, il 29 settembre 1893, Lelio Sozzini come il vero padre della franco-massoneria. – La complicità delle grandi autorità politiche e religiose è considerevole in questa diffusione delle sette anticristiane nel corso del Rinascimento. Re, imperatori, cardinali, finanche Papi, si fanno efficaci e zelanti protettori di coloro che preparavano la loro caduta … incredibile e colpevole accecamento! – Un giorno che Erasmo, sconvolto davanti alle conseguenze violente di una riforma protestante che egli aveva singolarmente contribuito a fomentare, scriveva della sua sconfitta al suo amico, il principe Alberto di Carpi; costui gli risponde sottolineando per bene le vere responsabilità: « I principi ecclesiastici ed i laici, egli scrive, raccolgono ora i frutti della semenza che hanno sparso a profusione, o di cui essi tutti hanno almeno favorito la crescita. Sono i poeti che hanno contribuito più ad eccitare in Germania la rivola contro la Chiesa e la società. Sono essi che hanno incoraggiato tutte queste violazioni del diritto di cui noi siamo tutti i giorni testimoni. Ma chi dunque ha sostenuto questi uomini? Sono i dignitari ecclesiastici, finanche quelli di rango più elevato. Essi hanno intrattenuto alle loro corti voluttuose queste persone dalle tendenze semipagane, che gettano il disprezzo su tutto ciò che sia rimasto caro al popolo e non hanno altro scopo che di ribaltare tutto ciò che esiste. » Questa lettera è estratta dai “Lucubrationes” nelle quali Erasmo, deluso dai risultati della riforma luterana, aveva raccolto i documenti nell’ultima parte della sua vita.

[1. Continua …]