L’ABOMINIO DELLA DESOLAZIONE (3)

[Mgr. J. Fèvre, 

REVUE DU MONDE CATHOLIQUE. 15 DECEMBRE I901]

L’ABOMINIO DELLA DESOLAZIONE (3)

Lettera ai vescovi di Francia

(… CONTINUA)

V. – Questi sono dei pericoli certi, ma non sono molto gravi o molto dannosi; dobbiamo arrivare al grande pericolo della Chiesa in Francia, al pericolo che la minaccia a sua volta, in tutti i paesi che la luce del sole della civiltà “moderna” illumina. Le infiltrazioni protestanti, le nozioni poco riflessive sul ruolo delle lettere e sui compiti della filosofia nella Chiesa, qualche illusioni sulla necessità di costituire alla romana i seminari maggiori di Francia: queste cose meritano certamente attenzione. Ma il male, il grande male che deve attirare tutta la riflessione, provocare tutti gli sforzi, provocare una resistenza indispensabile ed unanime da parte dell’Episcopato, è la trasformazione che sta avvenendo, sotto i nostri occhi, da parte del triplice complotto secolare e delle manovre scellerate dell’anti-cristianesimo. Per lasciare da parte considerazioni troppo generiche di scienza speculativa, dobbiamo metterci alla presenza della storia. Il Vangelo è stato inteso, da Gesù Cristo a Lutero, come inteso ed applicato al mondo dalla Santa Chiesa Romana; il Vangelo è stato spiegato diversamente, da Fozio in Oriente, da Lutero in Occidente; e questa diversa spiegazione mette da parte la vecchia costituzione della Santa Chiesa, ne scarta il suo capo, il Romano Pontefice, e intende far camminare il mondo sotto le leggi del libero pensiero. Per tre secoli, attraverso una gestazione che è superfluo commentare qui, Lutero ha partorito Cartesio, Cartesio ha aperto la strada all’autocrazia o al parlamentarismo a Luigi XIV, a Mirabeau, a Napoleone. Poi, con la dissoluzione del principio religioso, l’Europa è passata da Bayle a Voltaire, da Voltaire a Proudhon. Oggi, tutti questi elementi di dissoluzione religiosa e di razionalismo filosofico stanno producendo un caos immorale e antisociale, dal quale si suppone che emerga un mondo nuovo. Questo radicalismo eretico, scismatico e rivoluzionario è stato a lungo chiamato anticristianesimo. Anticristianesimo significa, in breve, rifiutare non solo la Chiesa, ma il Vangelo, Gesù Cristo e Dio, per riportare il mondo alle infermità della natura decaduta e costituire un l’ordine sociale sull’ateismo. Non sarebbe possibile, dopo venti secoli di cristianesimo, tornare alle abiezioni del paganesimo e ristabilire il culto degli idoli nei templi. Giove è morto; si può tentare di restaurare i misteri della buona deità, ma non nella loro forma antica. È davvero un mondo nuovo; è davvero un rinnovamento dell’ordine dei secoli che si vuol tentare; ma si tratta di sapere in cosa consiste, e non tutti sanno percepirlo, spiegarlo o capirlo. Per procedere per analisi, e prendere le cose in ordine sperimentale, vediamo, in Francia, l’avvento di nuovi ceti, personificati da un partito di governo. Questo partito è entrato in scena con la parola d’ordine di “guerra contro il clericalismo”, un sinonimo mascherato di cristianesimo, ma è un travestimento che non può mascherare la realtà delle cose. Da venticinque anni, questo grido di guerra è stato affermato da un insieme di leggi assolutamente ipocrite, non meno assolutamente anticristiane. Lentamente ma inesorabilmente, seguendo le parole di un sostenitore del sistema, con un senso pratico e molto chiaro, siamo arrivati a tagliare, uno dopo l’altro, tutti i membri delle nostre chiese. Da vent’anni, ciò che è in corso in Francia è la demolizione, pietra dopo pietra, del grande edificio della civiltà cristiana. Non vogliono chiudere le chiese, come nel 1793, né, tanto meno, metterle a terra; ma lo Stato se ne appropria e vuole cambiarne l’uso. Questo fatto è ovvio; è superfluo insistere. Senza entrare in polemica, si tratta di sapere in virtù di quali principi di teorie filosofiche e politiche si persegue per legge l’estromissione del Cristianesimo. È in virtù di due teorie che sono state chiamate, una: l’americanesimo; l’altra, internazionalismo: una sconfigge la Chiesa nell’ordine sociale; l’altra porta una nuova regola, diversa dal Cristianesimo, per ordinare le relazioni delle nazioni tra loro. L’americanismo è una dottrina che pretende di regolare ovunque, nell’universo, la condizione della Chiesa, in accordo con ciò che esiste in America. L’America, originariamente abitata da razze autoctone, la cui barbarie portò alla loro rovina, fu ripopolata da rifugiati inglesi in fuga dalla tirannia del protestantesimo ufficiale. Questi puritani, vittime della persecuzione, una volta stabiliti, divennero a loro volta persecutori. In verità, avevano una certa libertà di libero esame, persino una certa tolleranza, ma erano ben lontani dall’aver costituito un regime veramente accettabile per la Chiesa Cattolica. Il nostro amico chiaroveggente, Jules Tardivel, editore-proprietario de La Vérité de Québec, in un libro di assoluta sincerità e di irrefutabile documentazione, ha descritto la situazione religiosa degli Stati Uniti, ha messo la realtà contro i sogni, e ha dimostrato che questa cosiddetta democrazia liberale è effettivamente la meno tollerante e la meno giusta di tutte le democrazie. Il fanatismo protestante vi spinge per l’assenza di religione; ma non ammette l’uguaglianza dei diritti e la libera espansione dei Cattolici. Si può ammirare la prodigiosa crescita degli Stati Uniti in un periodo di tempo molto breve. È possibile credere che questo bambino, che ieri era in costume, diventato un gigante, sarà in grado di soddisfare le esigenze della civiltà cristiana? Ma, ha detto Leone XIII, « questo errore deve essere distrutto; nessuno deve pensare che sia possibile prendere in prestito dall’America l’esempio di una condizione eccellente della Chiesa: Error tollendus ne quis hinc sequio existimet petendum ab America exemplum optimi Ecclesiæ status. Ora non c’è un solo americanismo, ce ne sono quattro. Il più recente è l’americanismo italiano. Ma cos’è questo americanismo? Nient’altro che liberalismo italiano coperto dalla bandiera a stelle e strisce. Ha un solo dogma essenziale: che che il potere temporale del Papa è il peggior nemico del Cattolicesimo. Gli italo-americanisti sostengono di basarsi sulle dottrine di alcuni Vescovi americani. Poco d’accordo sui dettagli, sono generalmente d’accordo nel proclamare l’inutilità degli ordini contemplativi e gli svantaggi dell’unione di Chiesa e Stato. L’americanismo tedesco è il più impetuoso. È il prodotto più recente dello spirito che ha causato la cosiddetta riforma del XVI secolo. Vuole riformare ulteriormente la Chiesa Cattolica e attacca soprattutto l’ispirazione divina delle Sacre Scritture. Su questo punto si confonde con il radicalismo dell’empietà.  L’americanismo francese è il prodotto di diversi elementi, il principale dei quali è l’ignoranza della condizione della Chiesa in America. Negli Stati Uniti, la grande maggioranza della popolazione è protestante o indifferente; in Francia, essa è quasi esclusivamente cattolica. Gli Stati Uniti sono un paese nuovo, con poche o nessuna tradizione e spirito cattolico; in Francia, la Religione Cattolica fa parte della vita quotidiana del popolo ed è confermata dai costumi più antichi. Gli Stati Uniti, dove il protestantesimo delle sette prevale nella maggioranza della popolazione, non possono offrire ai popoli cattolici né esempi, né principi che possano aumentare lo spirito di religione in mezzo a loro. Un altro errore della scuola francese è quello di parlare del movimento americano come un insieme di studi acquisiti e di determinazioni formali, accettate dalla gerarchia, messe in pratica dai preti e dai fedeli. Questo è un errore assurdo. – In America, l’americanismo è solo un insieme di opinioni fluttuanti, per le quali nessuno vorrebbe essere incolpato pubblicamente. In fondo, l’americanismo in America non è che un compromesso con i protestanti, un desiderio di non offenderli, una tendenza a mostrare generosità accomodando i loro costumi. Ma non c’è nessuna prova che queste usanze, queste tendenze, questi voti siano approvati o anche tollerati dalle autorità ecclesiastiche. Sono per lo più frasi senza fine che accarezzano l’onda dei pensieri, ma non prendono vita. Per quanto riguarda le relazioni tra Chiesa e Stato, i giornalisti dicono che il sistema americano è il più desiderabile per tutti i popoli. I giornalisti non sono né canonisti né teologi. Il giorno in cui i preti o i Vescovi ammettessero queste opinioni, dovremmo esaminare la loro ortodossia. Per il momento, Leone XIII ha parlato chiaro e forte. I Paesi cattolici devono conformarsi al principio dell’unione di Chiesa e Stato. Nei paesi protestanti, la Chiesa ha lo stesso diritto, inerente alla sua istituzione divina. Non accetterà mai di essere messa sullo stesso piano delle sette. Se non può far valere il suo diritto, accetta la posizione che gli viene data. Negli Stati Uniti essa è liberamente tollerata. Questa tolleranza è meglio della persecuzione e dell’oppressione, e nella misura in cui migliora una situazione precedente più penosa, la Chiesa non esita, in attesa di qualcosa di meglio, ad accontentarsi. L’americanismo francese non conta, senza dubbio, che degli apostati; ma ne ha almeno uno. Gli altri sono spiriti sinceri e onesti che vogliono, con la loro strategia, promuovere gli interessi della Chiesa; ma mancano di equilibrio, buon senso e penetrazione; i risultati della loro propaganda sono, finora, poco degni di lode. Il lato in cui sembrano più biasimevoli è che le loro incoerenze, senza approvare positivamente gli attacchi della persecuzione, purtroppo forniscono loro pretesti e scuse. Le opere della Chiesa vengono distrutte, presumibilmente per migliorare una situazione che queste belle menti hanno criticato. Ma, con Leone XIII, non dobbiamo stancarci di ripeterlo: 1° Nessun dogma può essere cambiato, né si può cambiare, per ottenere i favori dell’opinione pubblica: bisogna essere Cattolici intransigenti; 2° la disciplina si adatta senza dubbio ai tempi e ai luoghi; ma il legame che lega i fedeli all’autorità ecclesiastica, non può, meno che mai, essere indebolito. Da lì segue: 1° che bisogna accettare la direzione esterna e non dire che lo Spirito Santo è sufficiente a dirigere le anime; 2° che bisogna, senza dubbio, praticare le virtù naturali, ma non minare la preminenza delle virtù soprannaturali; 3° che non bisogna rimproverare i voti religiosi come contrari al genio dei nostri tempi; 4° che non dobbiamo gettare sfavori sulla vita religiosa; e che non dobbiamo propugnare un nuovo metodo per portare i dissidenti alla Chiesa, né screditare le cosiddette virtù passive, che sono attive quanto le altre. L’americanismo è l’espressione più o meno cieca, più o meno esplicita della follia e del tradimento. – L’internazionalismo, un’altra forma di aberrazione attuale, un’altra terribile fonte di perversione e rallentamento, non è, sotto altro nome, che solo il giudaismo talmudico. I massoni, i contestatori, i liberi pensatori, i cosiddetti intellettuali Cattolici, non sono che i duplicati o i complici del giudaismo. Dopo ventitré anni, un complotto ordito da tempo contro la Francia cattolica è arrivato al governo francese. Tutte le leggi anticristiane emanate da allora sono state promulgate sotto l’ispirazione dottrinale dell’internazionalismo giudaico e dell’alta banca, un tesoro largamente aperto al tradimento. L’alleanza universale israelita è il centro ed il fulcro della cospirazione anticristiana; il suo duplice scopo è quello di fondere tutte le patrie in un’unica repubblica, di fondere tutte le religioni in una vaga religiosità e di prendere il comando del mondo. Sotto la sua ispirazione e guida, le società segrete e la stampa stanno lavorando per distruggere l’idea di patria e per distruggere ogni principio della religione. Già in passato, i Giudei erano stati i promotori o gli esecutori di tutte le eresie, gli agenti della cospirazione permanente che rappresenta, nella storia, le debolezze dell’umanità ed il genio del male. Oggi, questo potere nemico, divenuto liberale ed umanitario, è all’assalto delle patrie e della Santa Chiesa. L’idea che il clero francese possa entrare, a qualsiasi titolo, in questa cospirazione giudaica non è ammissibile; ma c’è un elemento di seduzione. Hecker, il fondatore dei paulisti, voleva eliminare le barriere religiose, proibire la polemica, estendere i limiti della tolleranza e considerare solo i risultati nella morale. I Congressi delle Religioni propongono l’unione suprema delle religioni e cercano così di realizzare una nuova relazione con Dio ed il progresso interiore della Chiesa. In questa scossa, non tutto è falso; ma non tutto è certo. Il sistema, almeno, non può essere un principio di forza. Cercare rimedi a mali molto gravi è nostro dovere; lavorare per una grande unità attraverso la fede e la Chiesa è la nostra speranza. Ma niente, niente, ce n’è per l’indebolimento delle credenze e la diminuzione delle virtù; niente, niente, per l’anticristianesimo, la contraffazione satanica del Vangelo e il programma del futuro Anticristo. L’ora è solenne, l’uomo diventa inquieto e va dove Dio lo conduce. Il mondo è molto agitato; materialmente sta progredendo; intellettualmente, è molto debole; moralmente, molto basso; socialmente, pronto alla guerra civile e straniera. Possiamo essere schiacciati; è per essere confusi. In linea di principio, però, solo la Chiesa possiede le luci e le grazie della salvezza. Non c’è altro nome che il nome di Gesù Cristo; non c’è altro potere che quello infallibile del Romano Pontefice, per assisterci nella battaglia. – Il clero, secolare e regolare, è sufficiente per l’opera; ma non c’è nulla da cambiare nei nostri principi di spiritualità, nelle nostre leggi di educazione clericale, nelle nostre tradizioni di propaganda religiosa. La dolce Francia, la razza che ha versato lo spirito di Gesù Cristo nel cuore delle nazioni, deve essere sostenuta contro il complotto giudeo-massonico, deve essere sollevata dal clero, con l’infusione di sangue nuovo, il sangue della pura teologia e degli insegnamenti della Cattedra apostolica. – [Desidero citare qui e raccomandare caldamente due opere molto appropriate per dissipare la confusione e riaccendere il coraggio: uno è intitolato: “Le P. Heckcr è un santo?” di Charles Maignen; l’altro “L’américanismo e la cospirazione universale”, di Henri Delassus. Queste due opere sono due capolavori di buon senso, scienza e risoluzione, qualcosa, ahimè, troppo raro oggi. L’abate o padre Maignen ha pubblicato altre due opere sullo stesso argomento: una intitolata: Nazionalismo, Cattolicesimo, rivoluzione; l’altra: Nuovo Cattolicesimo e nuovo clero. Il primo si riferisce all’americanismo francese e lo demolisce con grande forza di ragione; il secondo è dedicato all’imbecille conciliatorismo che apre la porta allo scisma e riecheggia le due opere dell’antisemita dell’antisemita francese: “L’Abomination dans le lieu saint” et “La désolation dans le sanctuaire”. Questi libri non sono solo di circostanza; sono classici fondamentali, un manuale per l’uomo che vuole conoscere il suo dovere e compierlo.]. – Da questo, Monsignori, si deve concludere che ogni inerzia, ogni effusione, ogni complicità in presenza di leggi anticristiane è più che una colpa; è un crimine ed una follia! Il dovere dell’ora presente è, più che mai, l’intransigenza dottrinale, il fervore morale, la lotta per Dio e per la patria. I Vescovi hanno fatto la Francia; tocca a loro, Eccellenze, conservarla, risvegliare gli spiriti abbattuti, vincere il male con il bene.

VI. – Tutto si sta oscurando in Francia. Il coraggio, già così debole, minaccia di indebolirsi ancora di più sotto i colpi, tanto abili quanto sicuri, del nemico. Per scrollarsi di dosso la tristezza presente, per riaccendere il coraggio, per sostenere e sviluppare le nostre forze, dobbiamo andare a combattere. Ahimè, dopo i dodici anni in cui abbiamo lanciato il grido di guerra, non possiamo che constatare l’inutilità dei nostri sforzi e, salvo il sacrificio personale che ci è stato imposto, non sappiamo come potremmo contribuire più efficacemente alla salvezza della Francia. Dall’umile parte nostra, crediamo nella necessità della resistenza e nell’urgenza delle grandi battaglie. Abbiamo persino pronunciato il nome di una crociata interna, guidata dal clero. Ma ora, quando parliamo di sguainare la spada apostolica, ci viene detto che il Papa la difende e che i Vescovi, astenendosi, hanno semplicemente seguito il motto di ordine pontificio. Inoltre, si aggiunge, scuotendo la testa, per mostrare la propria saggezza e caricarci di ironia, che gli approcci segreti sono da preferire alla rumorosa pubblicità; che sembra più dignitoso, più conforme ai costumi nazionali, portare le proprie lamentele a chi ha l’autorità pubblica: è dare a chi ha il potere un pegno di fiducia nella sua probità e giustizia. – A nessun costo, non si vuole interferire nella politica e scendere nell’arena dei partiti. Per quanto riguarda l’istruzione del Papa, non intendiamo, in nessun modo, introdurci nel governo effettivo della Chiesa. È a Pietro, è al Papa, che Gesù Cristo ha detto: Pace, agnelli miei, pace, pecore mie, conferma i tuoi fratelli. Le parole rivolte a Pietro, ai suoi successori, ai cooperatori che il Papa chiama a condividere la propria sollecitudine, non sono rivolte a nessun altro; e nessuno, sia esso re o imperatore, sia esso il più grande dei maestri o il primo degli uomini di genio, può legittimamente contraddire o ostacolare ‘gli ordini del governo ecclesiastico. Attenersi tuttavia ai documenti ufficiali, ci sembra cento volte provato che la consegna del Papa sia di difendere la Chiesa; che questo dovere è imposto ai soldati ordinari e agli ufficiali di stato maggiore; che il Papa lo ha particolarmente stabilito nell’Enciclica Sapientiæ christianæ e più recentemente, in una lettera al Cardinale Richard, in difesa degli ordini religiosi. In Francia, tutti sono più o meno convinti della necessità di combattimenti valorosi; tutti lo dichiarano, ma quando si tratta di agitare solo la punta delle dita, tutti lo evitano. Qui, però, c’è un enigma posto dalla sfinge della storia. Da un lato, in Francia, ci viene detto ufficialmente che i Vescovi, astenendosi dall’agire, obbediscano alle raccomandazioni del Papa; dall’altro, ci viene assicurato che a Roma c’è, contro i nostri Vescovi, una denuncia unanime del loro rifiuto di obbedire agli appelli del Papa. C’è, qui, un’evidente contraddizione in termini. Non è possibile che lo stesso Papa ordini contemporaneamente di agire e di astenersi; quanto ai Vescovi, essi possono essere reprensibili solo nella misura in cui si sono sottratti agli ordini del Papa; non possono esserlo se il Papa ordina veramente l’azione. Ma il Papa decreta davvero l’azione? Ufficialmente, non ci sono prove; ufficiosamente, è possibile. Quindi c’è il dubbio e, nel dubbio, bisogna astenersi. Ci viene dato, per giustificare la cosiddetta inerzia del Papa, mentre le nostre chiese vengono demolite, il progetto di salvare con le concessioni, il bilancio dei culti. Ma noi, che non siamo niente e che possiamo parlare tanto più liberamente, noi che non crediamo nella probità dei nostri settari politici, abbiamo scritto, molti anni fa, al Cardinale Segretario di Stato per dirgli la nostra incredulità riguardo alla diplomazia che lascia distruggere le nostre chiese per salvare il bilancio. Non che mettessimo in dubbio la sua saggezza, ma ci sembrava che rinunciare a difenderci significasse incitare il nemico, e affrettare piuttosto che ritardare la soppressione del risarcimento dovuto dallo Stato alla Chiesa per i beni confiscati dalla Costituente. – Infatti, per vent’anni, la nostra gloriosa saggezza ha portato solo alla rovina; e se tutto è perduto, non abbiamo nemmeno la consolazione di scrivere: … fuorché l’onore! Quanto al paralogismo che consiste nel non fare politica, nel non scendere nell’arena dei partiti, esso è letteralmente pietoso; e non si capisce come una mente appena fiera, possa ancora coprirsene. La difesa della Chiesa non è né un lavoro di partito né un’azione politica. È un dovere di fede, di coscienza, di probità, di onore, e chi, costituito in dignità ecclesiastica, sostenesse che il suo dovere non è quello di difendere la Chiesa, dimostrerebbe solo la sua indegnità. A nostro modesto parere, il più grande bisogno della Francia nelle attuali circostanze è, al contrario, la formazione di un partito cattolico, dedicato unicamente alla difesa della Chiesa. La difesa della Chiesa invocando il diritto divino ha, senza dubbio, un grande prezzo e deve venire prima di ogni altro; ma ha poche possibilità di essere ascoltato dai politici. La difesa della Chiesa mettendo in moto le forze politiche, con una lega per il bene pubblico, con il suffragio universale e la composizione delle camere, con incessanti appelli all’opinione, è, a nostro avviso, la migliore procedura di apologetica. È, inoltre, quella che ci sembra più in linea con le indicazioni del Papa sull’unione dei Cattolici e la loro azione comune per far galleggiare la nave che porta la fortuna della Francia. Cosa dobbiamo pensare dell’antiquato sistema di indirizzare i reclami all’autorità costituzionale? Questo sistema aveva la sua ragion d’essere, quando il capo dello Stato era il vero detentore del potere. I rimproveri o le lamentele erano formulati da persone con autorità e venivano indirizzati ad un potere che poteva ascoltarli, che a volte doveva accoglierli. Oggi non è più così. – La costituzione che ci governa non ha investito nessuno di responsabilità; ha soprattutto legato le mani del capo dello Stato; ha costituito dei piccoli re che possono commettere impunemente tutti i crimini, ed è una specie di beffa rivolgersi a loro per fare ammenda. I nostri padroni sono criminali politici, dei persecutori della Chiesa, e nel rivolgersi a loro con una tale denuncia, oltre alla colpa di ingenuità, ci sembra che non ci sia niente di peggio che aver l’onore di rivolgere loro la parola. Sarebbe inoltre molto, forse troppo nel dire, chiamare i persecutori delle canaglie; ma questa gente vuole il male che fa; esortarli ad astenersi da esso è un modo come un altro per entrare nel loro piano. Politicamente, non c’è nulla da chiedere al nemico; legalmente, pure se il nemico volesse concederci una qualche grazia, non può. La macchina legislativa funziona come la ghigliottina; e Loubet, il lupetto, che firma l’esecuzione dei suoi decreti, se sa che sono ingiusti, non può che essere, legalmente, un boia, il boia di Francia, l’uomo più infelice, se sa quello che fa; il meno stimabile se, sapendolo, ha il triste coraggio di eseguirlo. Questo è il caso di ricordare una parola famosa: la legalità uccide. Mer Parisis, che aveva deciso, dopo matura riflessione, di agire pubblicamente, era disposto ad opinare nelle sue interviste su questo argomento; secondo lui, le condoglianze, i placet, i mercuriali, le rimostranze, tutte queste erano tutte pratiche dell’Ancien régime. Sotto il regime attuale, era ancora la sua opinione che non c’era niente da chiedere a nessuno; deputati, senatori, ministri, presidente, re o imperatori, possono ascoltarci favorevolmente, ma possono solo offrirci l’acqua benedetta di corte. – Oggi l’opinione pubblica è la regina del mondo; se vogliamo ottenere qualcosa, dobbiamo rivolgerci all’opinione pubblica. La procedura, sono d’accordo, è lunga, ma è unica, rigorosamente obbligatoria. Trascurare l’opinione pubblica è un tradimento di se stessi. Inoltre, non dobbiamo credere che sia impossibile, o addirittura difficile. In generale, si coglie solo l’opinione di questioni serie, di alti interessi. Questi interessi sono i nostri; queste questioni ci riguardano molto da vicino e nessuno personalmente può disdegnarle con ragione. Le masse sono sempre difficili da scuotere; ma la stampa è una leva di forza superiore, per sollevare le masse popolari. C’è qualcosa di vero nell’opinione che suppone che i giornali si annientino a vicenda; in fondo è insostenibile. Le contraddizioni stesse non sono inutili, per chiarire le idee e assicurare loro, attraverso la precisione, virtù più trascinante. Nonostante le contraddizioni, un’opinione giusta, un sentimento vero, un dovere patriottico e pio, se sono serviti da una stampa intelligente, hanno tutte le possibilità di essere accreditati. L’opinione è la regina del mondo; e la stampa è il suo veicolo ordinario, spesso il suo carro di trionfo. Allo stato attuale, di cosa si tratta? Nella società attuale, il partito rivoluzionario, nel suo insieme, vuole abolire la proprietà privata e amministrare la proprietà collettiva solo mediante lo Stato, con l’instaurazione di una nuova schiavitù, che non lascerà all’uomo nessuna libertà. Lo Stato persecutore vuole, inoltre, sopprimere ogni pratica religiosa, ogni forma di Chiesa, dove solo il necessario viene offerto all’imbecillità umana, così come ai ciarlatani ed ai comici è concesso il libero esercizio senza garanzie governative. Rabbini protestanti, rabbini giudei, rabbini musulmani o buddisti, non vuole più Vescovi e preti. Con un “trucco di volgare abilità” che può ingannare solo gli sciocchi, non può che abusare che dei nani, intende servirsi dei rabbini per demolire i Vescovi, e…, ma questa è l’ultima goccia, spera di potersi servire dei Vescovi per demolire la Chiesa. Per prendere le cose nel modo diatonico più indulgente, l’idea essenziale del regime repubblicano è di elevare lo Stato al di sopra della Chiesa; è di ridurre la Chiesa alla servitù e all’impotenza. Questi settari dicono tutti più o meno la stessa cosa, nella loro testa: questa cosa capitale per la Repubblica è sostituire la società laica alla società religiosa. Tutto si riduce ed è sottomesso a questo pensiero. La Repubblica si crederà definitivamente padrona solo quando avrà distrutto o reso schiava la Chiesa in Francia. Tra essa e la Chiesa è una lotta di principio, è un’incompatibilità assoluta. Tutti i repubblicani di tradizione vogliono la supremazia dello Stato sulla Chiesa, la secolarizzazione della società. Finché dura questo regime, con il suo personale suo spirito di empietà radicale, sarà lo stesso pensiero di ostilità contro la Chiesa, la stessa pretesa ipocrita e violenta di supremazia, di onnipotenza, la stessa politica di dominio secolare. Cullarsi con altre idee è un’illusione; lusingarsi della rassegnazione dei ministri è prossimo alla follia. La cosa peggiore è che questa esecrabile progenie, che si crede repubblicana e che è solo giacobina, cioè una canaglia negatrice, può permettersi tutti questi attacchi solo violando la Costituzione, minacciando le sue stesse leggi. Da tre anni, la costituzione francese si dice liberale, cioè favorevole, in linea di principio, a tutte le libertà. Che, secondo i tempi e le circostanze, i poteri pubblici siano più o meno rigorosi, il rigore e l’allentamento dei vincoli sociali hanno un solo scopo, la garanzia di tutte le libertà civili. Ora, i malandrini che ci opprimono, per raggiungere la Chiesa, per legarla, con la speranza di assassinarla, hanno, sotto la copertura della loro Repubblica, stabilito solo una dittatura, un mostro con quattrocento teste senza cervello; e questa dittatura, intendono usarla solo togliendo alla Chiesa, voglio dire ai suoi membri, tutte le libertà civili favorevoli alla libera pratica del loro culto. Gli atti di culto devono essere liberi come tutti gli altri atti civici, anzi, per la loro nobiltà, anche di più. Questi tiranni cancroidi non l’intendono così e per abbattere il culto, proclamano il principio della servitù universale. La guerra contro questo regime di follia criminale è un dovere sacro, necessario e tanto più efficace perché si tratta di difendere allo stesso tempo focolari ed altari. Noi, senza dubbio, come popolo Cristiani, come Vescovo, abbiamo, anche se a titolo minore, il dovere di difendere la Chiesa per se stessa, di difenderla così come istituita da Gesù Cristo, un francese immortale, il più grande dei cittadini francesi. Lo dobbiamo tanto più che difendendola, manteniamo il nostro diritto civile, ci rinchiudiamo nella Costituzione come nella cittadella della verità sociale e del diritto pubblico. – Non ho mai capito, non capirò mai e ancor meno ammetterò che, fin dall’inizio della persecuzione, non ci siamo accampati su questo campo di battaglia; che non abbiamo predicato la crociata di liberazione. Non riuscendo a farlo, si arriva alla guerra civile, preludio della guerra estera. La Francia, come nazione, assomiglia ad un alveare di api che si uccidono a vicenda. O meglio, assomiglia a Gerusalemme, dove i Giudei combattevano tra loro mentre l’ariete di Tito abbatteva i bastioni della città santa.

VII – All’epoca in cui si finisce questa lettera, i giornali pubblicano, Monsignori, una lettera militante del Vescovo di Nancy, Mons Turinaz è ancora giovane; ma è già un anziano: il suo episcopato risale all’essere indeterminabile che il maresciallo Soult ha chiamato Foutriquet. Il vescovo di Nancy è un ex professore di teologia; ha finito i suoi studi a Roma: è uno scrittore ed un oratore; sa quello che dice e misura la portata delle sue parole. Quindi cosa dice? In un appello alla Francia, aveva detto: Giustizia e Libertà: ecco cosa chiedono i Cattolici. – « Parole superbe, gli hanno gridato; ma parole. » Al che il Vescovo risponde: « La prima regola dei Cattolici e dei liberali sinceri è quella di chiedere giustizia e libertà; e di comprendere, sotto questa richiesta, la Religione cristiana e la Chiesa Cattolica. « La seconda regola è mettere gli interessi della Francia e della Religione al di sopra degli interessi degli individui e dei partiti. » E come conclusione, aggiunge: « Bisogna scegliere, tra coloro che hanno aderito alla prima regola, i candidati che offrono le migliori possibilità di successo. Allora tutti loro devono, a qualunque partito appartengano, mettere la loro influenza e la loro azione al servizio di questi candidati senza restrizioni e senza riserve. » Questa è una parola d’ordine di battaglia elettorale. Il Prelato non dimentica, inoltre, che c’è un altro campo d’azione, un’altra arena di lotta pro Deo e pro Ecclesia. In altre parole, distingue la lotta religiosa da quella politica. Nella lotta politica, vuole i laici come leader; nella lotta cattolica, vuole i Vescovi come leader. « Sì – dice – tutto questo era pratico, tutto questo era possibile, e di tutto questo non si è fatto nulla. – C’è altro da fare oggi? Lui risponde con tutta l’energia della sua anima: « No, mille volte no. » Mille volte no è molto; l’energia è una buona cosa; la letteratura oratoria è una bella cosa. Ma non si è forse, in presenza di un’inerzia perseverante, è qualcos’altro? Non mi piace, Eccellenze, in generale, la nota di disperazione. – Un leader non deve mai disperare della sua causa; nei suoi discorsi deve almeno esprimere fiducia. Non averla è sentirsi già sconfitto e demoralizzare i suoi soldati; farne una dimostrazione valorosa è elettrizzare i soldati e affilare le spade. La parola d’ordine di un generale coraggioso è: « avanti sempre! » Il modello dei suoi proclami è il mirabile appello di La Roche-Jaquelin: « Se avanzo, seguitemi; se mi ritiro, uccidetemi; se muoio, vendicatemi ». Un tale proclama è di bronzo. Nello stato in cui si trova l’episcopato, dopo vent’anni di corruzione del governo, se non ha fornito una resistenza, o anche un’azione comune, è perché ci sono uomini tra di esso che hanno abdicato alla loro libertà d’azione, e se non tradiscono positivamente, rifiutano almeno di combattere: non faranno mai nulla di decisivo contro il governo che ha distribuito loro dei mezzucci, secondo la formula di Bismark e le riserve di un mediatore disonesto. In presenza di queste decisioni, i discorsi sono poca cosa; le mozioni, apparentemente le più decisive, sono quasi niente. Scendere nell’arena delle rivendicazioni religiose; sventolare la bandiera della guerra santa; colpire di punta e di taglio, tutto questo linguaggio cavalleresco, per le creature di Dumay, è pura verbosità, e, per il persecutore, un atto di rivolta, una violazione della parola d’onore. Ho già espresso, e ripeto l’espressione di questo pensiero: non sfuggiremo alla persecuzione con le parole; alle parole, senza dubbio utili, ma si devono aggiungere i fatti e, soprattutto, i sacrifici. Per determinare la questione: abbiamo bisogno di confessori che siano risoluti nel loro proposito di martirio. – Cito, a questo proposito, due aneddoti. Durante l’invasione persiana, la flotta nemica, imbarcata in un porto greco, si preparava a partire. Un semplice soldato, Cynégire, teneva una barca con la mano. La sua mano fu tagliata; prese la barca con l’altra mano, che cadde con un’ascia; poi morse la barca con i denti; la sua testa cadde, ma la flotta persiana fu fatta prigioniera. A La Roquette, alla vigilia degli assassinii, il prete della Madeleine, preso da un santo entusiasmo, gridò: « Sine sanguinis effusione, non fit remissio. ». Se non versiamo il sangue, non otterremo la nostra liberazione. La Provvidenza lo accettò come vittima; fu la salvezza della Francia, o almeno la fine della Commune. Credo che sia necessario richiamare questi ricordi e raccomandarne la loro imitazione. Il Vescovo di Nancy è un Crisostomo; che sia un Basilio o un Atanasio: per salvare un paese, basta un eroe. Che il signor Turinaz sputi in faccia ai persecutori l’obbrobrio dei loro crimini; che denunci, facendo i loro nomi, le canaglie che preparano il ritorno del 93. Il suo coraggio ha già subito l’appropriazione indebita dell’imbecillità popolare; dovrà poi sopportare i rigori dei saltimbanchi diventati satrapi. Dubito che si accontenteranno di tagliargli la borsa. La verità è che temono la perpetrazione della violenza; non vogliono nemmeno apparire capaci di commetterla. Ma alla fine, se il Vescovo dice tutto quello che c’è da dire, se mette tutta la sua testa nel suo cuore, e tutta la sua anima al servizio del suo braccio, vedremo la salvezza che viene da Dio. I procuratori emetteranno dei mandati di cattura; i commissari e i gendarmi andranno al vescovado di Nancy. Il Vescovo sarà allontanato dal suo palazzo, ammanettato; se va, andrà tra due gendarmi, in una prigione. Lì comincerà a trovarsi pienamente Vescovo; sarà rivestito di ogni potere. Allora il giudizio di Dio sarà reso e satana sarà espulso dall’episcopato. Quello che seguirà è facile da indovinare. Per quanto mi riguarda, Eccellenze, nell’umile ambito in cui non posso pretendere l’immolazione, mi limito a denunciare i pericoli dell’umanesimo, l’inadeguatezza di una filosofia ingannevole, l’infiltrazione protestante nell’esegesi, e soprattutto i gravi pericoli delle due grandi eresie americanista ed internazionale. È su questi cinque punti che oso attirare la vostra attenzione e provocare rispettosamente la decisione della vostra autorità. La salvezza deve iniziare con l’espurgo delle idee; deve continuare con la risoluzioni al combattimento e trionfare attraverso il martirio.

Ad ogni giorno è sufficiente la sua pena.: Sufficii diei malitia sua. Sono, Eccellenze, con il più profondo rispetto, vostro servitore, rammaricandomi di non avere che solo una penna per la lotta, ma senza paura del martirio.

Riaucourt, 30 novembre 1901.

JUSTIN FEVRE,

Protonario Apostolico.

L’ABOMINIO DELLA DESOLAZIONE (2)

L’ABOMINIO DELLA DESOLAZIONE (2)

Lettera ai Vescovi di Francia

[Mgr. J. Fèvre, 

REVUE DU MONDE CATHOLIQUE. 15 DECEMBRE I901]

III. – Il più grande difetto del baccalaureato universitario è che è completato, coronato e sancito da un corso di filosofia. La filosofia è la scienza delle cause prime e dei fini ultimi; o, più esplicitamente, la scienza degli esseri in generale e degli spiriti in particolare, cioè di Dio, dell’uomo e delle loro relazioni, secondo la rivelazione della fede e la luce della ragione. La filosofia, così intesa, è una creazione propria del Cristianesimo.  Gli antichi non erano più di noi estranei a questo bisogno dell’anima che vuole conoscere l’essenza delle cose e la loro ragione d’essere. Ma, con la loro fede incerta e la loro ragione ancora più incerta, sapevano solo creare grandi sistemi ed inquadrare gli errori che li avevano sedotti e gli idoli che avevano eretto nei loro cuori. Nel pieno dei lumi della civiltà greca, Platone diceva che solo un Dio poteva insegnare la filosofia agli uomini. Confucio, il grande saggio della Cina, si rivolgeva all’Occidente per invocare il desiderato delle nazioni. E Cicerone, il segretario generale della filosofia greca, schiacciato dall’evidenza, dopo aver sintetizzato gli insegnamenti dei filosofi, emise questa sentenza: non c’è niente di così assurdo che non sia stato detto da qualche filosofo: Nibil est tam absurdum quod non dictum fuerit ab aliquo philosophante. La filosofia cristiana, figlia del Vangelo e della Chiesa, mirabile creazione di grandi geni, specialmente di Sant’Agostino d’Ippona, Sant’Anselmo di Canterbury e San Tommaso d’Aquino, ha illuminato il mondo dopo la sua conquista da parte di Gesù Cristo. Non ho niente da dire qui sul suo potere e sui suoi benefici. Basta notare che se i filosofi antichi erano condannati a sbagliare dall’assenza di una fede che non conoscevano, i filosofi moderni si sono dedicati alla stessa oscurità, ripudiando la fede della loro culla. Di fronte alla filosofia tradizionale del Cristianesimo, hanno voluto stabilire una filosofia razionale che si isolasse dalla tradizione per limitarsi alla ragione. Con Bacone rifiutarono questa filosofia cristiana che chiamarono scolastica, cioè d’ignoranza; con Cartesio fecero poggiare l’edificio del nostro sapere sulla sola ragione; e con Leibnitz osarono dire che nel letame della Scolastica non c’erano che poche particelle d’oro da raccogliere. Hinc dérivata clades. – Dopo tre secoli, la filosofia scolastica in Francia era stata più o meno asservita ai filosofi moderni. Critica con Bacone, razionalista con Cartesio, idealista con Malebranche, atea con Spinosa, fantasiosa con Leibnitz, questa filosofia delle scuole cercò di evitare l’errore capitale di ogni sistema, attaccandosi alle verità del simbolo. Così che questa filosofia, cristiana nella sua ispirazione generale, preservata dalle più grandi deviazioni dal presidio del Vangelo, era tuttavia contaminata da errori che la rendevano impotente. Questi tre secoli in cui ha regnato questa filosofia sono tre secoli di decadenza. Si è seguito un solco finendo in una buca fangosa, che non faceva passare più abbastanza luce. Le disgrazie di questa filosofia, vanamente provate dalle catastrofi della storia, non allarmarono altrimenti la fede e il patriottismo, né dei maestri, né degli allievi, né del clero, né dei principi. – È solo negli ultimi cinquant’anni che questa filosofia è stata messa alla prova. Un giorno sarà la gloria del XIX secolo l’aver iniziato il ripudio della filosofia moderna; e per mezzo di voci isolate, per aver propugnato un ritorno alla scolastica, cioè alla filosofia come risulta dagli insegnamenti del Vangelo. Menti isolate avevano preso questa iniziativa; Pio IX e soprattutto Leone XIII presero in mano questo grande interesse della Chiesa e dell’umanità. Leone XIII, lui stesso tomista, scrisse un’enciclica espressamente per riportare i maestri alla filosofia dell’Angelo della Scuola. Da un tale voto alla sua realizzazione, c’è una lunga strada da percorrere. Di tutti i locali, il più difficile da esplorare è il cervello umano. Tre secoli di aberrazione scolastica avevano depositato le ragnatele del filosofismo nella scatola cranica dei francesi; le fibre del cervello francese si erano infettate di emanazioni di questa piccola filosofia; e come la gola si adatta all’espressione di una lingua, così il cervello nazionale era stato invaso da un insegnamento difettoso, che era diventato un’abitudine, una seconda natura. – Nella Chiesa, come ovunque, è difficile tornare dalle infatuazioni; più difficile ancora per le abitudini ecclesiastiche di rispetto delle tradizioni, e anche per quelle abitudini di adulazione che hanno sostituito, tra noi, l’antico vigore dello spirito. Più lo spirito mente si abbassa, più si esalta; più, esaltandosi, si apre ad ammissioni ridicole e si chiude con asprezza alla riparazione critica. La nostra decadenza francese ci riporta alle usanze bizantine. Ammiriamo molto, ma non ammiriamo nulla e ci impantaniamo nella confusione. – Non è che abbiamo trascurato di mettere San Tommaso nel pasticcio di carne tritata, come si chiamano, in cucina, i ripieni. In passato, senza citare il buon uomo che aveva messo San Tommaso in meditazione, Billuart e Goudin avevano acquisito, spiegandola, un’illustrazione e Duns Scoto, contraddicendola, l’immortalità. Oggi, lo confesso, con più lodevole impegno, San Tommaso è stato tradotto; San Tommaso è stato abbreviato; San Tommaso è messo in evidenza, nella prosa e nei versi; soprattutto sono state scritte filosofie nello spirito di San Tommaso. San Tommaso è ovunque; ma non entra nelle menti, non illumina ancora le anime, sia perché le ragnatele rifiutano di riceverlo, sia perché i cervelli non sentono nulla onde digerirlo. Ovviamente non siamo più ai tempi in cui un seminarista chiedeva a un professore di leggere San Tommaso, e il professore rispondeva: “È una cosa seria, ne parlerò con il superiore”. Il superiore, ricevuta la richiesta, rispose a sua volta: “È una questione seria, dovrò convocare il consiglio. Il Consiglio, cioè i superiori e i professori, a loro volta, dopo aver deliberato sulla questione, dopo averla esaminata da tutte le parti, dopo aver soppesato i pro e i contro con il peso del santuario, hanno espresso il serio parere che vi fosse un pericolo nella questione e hanno risposto alla richiesta con un rifiuto. Nel 1840, San Tommaso era ancora pericoloso da leggere; nel 1850 era nella sala di teologia con dei volumi di Patrologia e la Somma dei Concili, alla portata di tutte le mani. Cinquant’anni di voga, anche dopo la formazione romana di un certo numero di professori, non hanno ancora distrutto la tradizione gallicana dei seminari ed introdotto tra noi il seminario romano. San Tommaso è tornato; è giustapposto ai costumi dell’insegnamento gallicano; è sottomesso ai suoi metodi, ai suoi programmi e talvolta è impantanato dalle sue soluzioni. È una riforma radicale che occorre stabilire. Io non ho ancora sentito che ha avuto luogo; sono persino incline più a credere che sia stato rifiutato. La causa di questa strana disgrazia è la mancanza di una Bacone antigallicano. Il cancelliere di Verulam, all’alba del filosofismo moderno, prima di dare il Novum organon, aveva pubblicato il De augmentis scientiarum; aveva fatto un inventario delle dottrine ricevute, e proceduto, egli credeva, al loro espurgo. Bacone fu l’introduttore del razionalismo. Dio, che non manca mai alla sua Chiesa, ci aveva dato un Bacone antitesi del primo; era Jeàn-Baptiste Aubry che P. Freyd chiamava il Colosso di Rodi del seminario francese a Roma. Dopo aver professato a Beauvais, Aubry, che aveva una grande anima, andò a morire missionario a Kouéi-Tchéou. Mentre lavorava per la conversione della Cina, non aveva dimenticato la sua missione di restaurare la Francia. Scriveva incessantemente; quando morì, le sue carte tornarono a casa, lasciate in eredità a suo fratello Agostino, – un vero Agostino – che doveva mettere a frutto l’eredità del defunto. Il nostro Agostino ha pubblicato dieci volumi. Questi dieci volumi sono dedicati esclusivamente all’opera preparatoria per il trionfo di San Tommaso. Nel loro vasto insieme, non si limitano alla speculazione sui principi generali e sul metodo della scienza cattolica; essi impostano la legge costituzionale dei seminari maggiori; trattano successivamente della Sacra Scrittura, del dogma, della morale, del diritto canonico, della storia e della vita spirituale; e su ogni punto realizzano la riforma indispensabile per sostituire il seminario gallicano e le sue disastrose routine con il seminario romano con la solidità dei suoi metodi, la certezza delle sue dottrine e la magnificenza delle sue illustrazioni. I fratelli Aubry non sono forse le due più grandi menti del nostro tempo; sono però certamente i due apostoli più ascoltati della rivoluzione che deve trasformare i seminari e, di conseguenza, trasformare la Francia. San Tommaso trionferà solo a questo prezzo; io credo nella prossimità di questo trionfo.  L’asino di Balaam in persona lo saluta con entusiasmo. Ciò che mi rallegra in questa speranza è che Jean-Baptiste Aubry è morto martire per la sua causa, ucciso dal lavoro; e che suo fratello Augustin Aubry, che si è dissanguato per la pubblicazione delle opere del missionario, ha da dieci anni i vecchi furfanti del gallicanesimo come cibo al suo pranzo. Su questa questione cruciale di San Tommaso e della riforma dell’insegnamento filosofico, ecco una lettera del nostro Agostino. Il Papa aveva scritto al giovane vescovo di Verdun su questo stesso argomento: « Ancora una volta – dice Augustin Aubry, in poche righe molto suggestive, Leone XIII rimette a punto l’insegnamento ecclesiastico. Ai professori dei nostri seminari maggiori egli fa come di un dovere capitale di lasciare da parte le invenzioni di una vana filosofia, di seguire San Tommaso e di coltivarlo come loro maestro e guida. Più energicamente che mai, insiste sull’attuazione del programma delineato nelle sue lettere precedenti. « È impossibile – aggiunge – che l’aumento quotidiano del numero di seminari che potrebbero servire da modello per altri non ci dia una grande soddisfazione…. « Cosa notevole, Leone XIII procede qui per desiderio. Perché questo giro di parole nell’espressione della parola pontificia? Non sentite che ci sono lamentele, dei gravi desiderata? Non si giudica anche a Roma che la filosofia del baccalaureato universitario è un substrato piuttosto dubbio? «Dalla lettera di Leone Xlll ci sembra emergere, chiaro come il sole, che questa filosofia di San Tommaso, questa teologia scolastica, di cui egli chiede da tempo la restaurazione, sarebbe praticata solo in un numero molto ristretto di nostri seminari, suscettibili, dice, di servire da modello per altri. « Ora, quali sono questi seminari modello dove l’insegnamento scolastico regna già in tutta la sua pienezza? Io cerco avidamente la lista delle scuole filosofiche e teologiche dove l’Enciclica Æterni Patris, che prescrive la filosofia di San Tommaso, sia applicata in tutto il suo contenuto. Certamente oggi non ci sono più scuse per non applicare gli ordini del Papa; il suo programma risale al 4 agosto 1879: in 22 anni ci sarebbe stato tempo per la riforma, per la riorganizzazione. « Ahimè! Vorrei credere in una restaurazione solida e generale nel senso e secondo le idee di Leone XIII. Ma la lettera papale del 1° ottobre scorso conferma i timori che da tempo soffocavo. « Timori basati sull’uso generale – con poche eccezioni – di autori classici mediocri e dubbi, a volte anche più o meno contaminati da ontologismo, cartesianesimo, kantismo e razionalismo. « Timori fondati sulla scelta degli insegnanti, sempre zelanti, spesso improvvisati, a volte inferiori, raramente scolastici. « Timori basati sul modo in cui si usa San Tommaso, procedendo per lo più da citazioni isolate che da uno studio di questi trattati – il che è una specie di adulterazione ed un’assoluta ignoranza del suo metodo e della linea tracciata da Leone XIII. « Timori basati sui risultati osservati negli ultimi vent’anni, vale a dire: la depressione dello spirito sacerdotale, l’indebolimento della predicazione, il razionalismo delle idee, l’assenza dei principi più elementari, la divisione infinita delle forze cattoliche. « Osiamo sostenere, e siamo determinati a dimostrare, con cifre alla mano, che il lavoro essenziale deve ancora essere fatto per il ripristino degli studi filosofici e teologici nella maggior parte delle nostre scuole francesi. – « Il considerevole lavoro sui seminari maggiori, che pubblicammo nel 1891, fu l’occasione di una vasta inchiesta la cui documentazione, molto seria, molto significativa, rimane nelle nostre mani, come prova indiscutibile della correttezza dei desiderata di Leone XIII. – « Produrremo questa prova a breve. È stata fatta dagli uomini più importanti del clero e dell’insegnamento, che sono stati così gentili da darci le loro impressioni, e da illuminarci sufficientemente sullo stato delle nostre diocesi, e può essere riassunta in una viva dolenzia del triste stato delle cose sacre nelle nostre diocesi. « Non avremmo pensato che si potesse scendere più in basso e fare del baccalaureato universitario la pietra di paragone della vocazione sacerdotale. « Dedichiamo questi pochi pensieri ai signori della democrazia balzana del clero. Ci permettiamo di segnalare loro questa vena che sembra non abbiano pensato di sfruttare: lo studio dei principi, secondo Leone XIII; una forte preparazione filosofica e teologica, sempre secondo Leone XIII; ma soprattutto dei principi, dei principi, i principi…. « Perché andare al popolo senza solidi principi, senza idee precise – come accade appunto ai nostri suddetti democratizzatori – è rovinare l’opera del buon Dio; è disturbare le coscienze già indebolite; è risparmiare alla Chiesa di Francia amare delusioni e rovine irreparabili. » Non ci fermiamo qui al carattere classico della Somma di San Tommaso, avendo trattato questa grave questione in questa stessa rivista, in una lettera al Sommo Pontefice. Ricordiamo solo che, per ordine di Leone XIII, il corso ecclesiastico di filosofia deve durare due anni.

IV. – La nostra attenzione deve concentrarsi sulla questione della Sacra Scrittura all’alba del XX secolo. Tra i Giudei ed i Cristiani, i libri sacri sono sempre stati oggetto di culto religioso. Sono stati letti, spiegati e commentati: mai un libro è stato letto e commentato tanto quanto la Bibbia. Quando il pozzo dell’abisso fu aperto al mondo, probabilmente volle oscurare le stelle con i suoi neri vapori, ma il grande eresiarca Lutero affettò prima di tutto un aumento della devozione alla Bibbia. La Bibbia era il messaggio di Dio all’umanità: tutto era nella Bibbia, chiaro, accessibile allo spirito più umile. Per essere inondati dalla luce divina e purificati dalla grazia, c’era solo da leggere la Bibbia senza inclinazioni malvagie, i filosofi con il loro orgoglio, lo stato con le sue ambizioni: tutti questi poteri deviati hanno trasformato la Bibbia in polvere. Il protestantesimo non riconosce più né il canone della Scrittura, né il contenuto ed il significato dei testi, né l’autenticità dei due Testamenti. Il Protestantesimo non è ormai che una forma di Filosofismo, una forza cieca del ciclone rivoluzionario: esso non solo ha annientato le Scritture, ma ha divorato tutte le dottrine positive; e storicamente, l’applicazione di questo principio distruttivo avrebbe messo in ginocchio il mondo, se l’istinto dei popoli ed il buon senso dei principi non ne avessero scongiurato la furia. Nonostante il declino della verità in Francia, nonostante il profondo scuotimento della società civile, il clero francese, nel suo insieme, non fu né invaso né minacciato dall’infiltrazione protestante. Ma non si può negare seriamente che non sia fortemente esposto alla tentazione, il popolo ancora di più. Oggi, come in passato, i nostri studiosi e scienziati devono prendere in prestito dalla scienza tedesca non solo le sue procedure e i suoi metodi, ma a volte i risultati ancora incerti delle sue pazienti indagini. Non è lontano da lì accettare dottrine ed indicazioni. Devo ricordarvi che il nostro clero parrocchiale è stato scosso, sedotto, caduto, un esodo come mai si era visto dopo Calvino, e questo in piena pace. I fuggitivi hanno il loro budget, il loro giornale, il loro sostegno da parte dello Stato, l’incoraggiamento dall’estero. Le missioni protestanti furono inviate in Francia in tutte le direzioni; esse circuivano la gente comune e lusingavano le passioni della borghesia. Lo Stato, che ha abolito la facoltà di teologia alla Sorbona, l’ha sostituita con una facoltà protestante e con una cosiddetta facoltà di religione comparata, ma semplicemente per la distruzione del Cattolicesimo. In nome dello Stato e a spese dei contribuenti, i padroni, nati dalla feccia del razionalismo più radicale, lavorano per l’annientamento del grande culto della patria. Due fatti gravi devono essere messi in relazione con queste circostanze: l’insegnamento scritturale micrologico in Francia, la sua debolezza, che non difende le intelligenze dalla seduzione; e in secondo luogo, la deformazione del cervello ecclesiastico da questa disastrosa tradizione del particolarismo francese. Da ciò si deve concludere che la nostra relativa debolezza e l’indiscutibile forza del nemico – anche se questa forza è solo una debolezza – ci creano, nel campo della Scrittura, un pericolo reale. Questo pericolo sembra più grave, se consideriamo l’attuale disfatta. – P. Fontaine, S.-J. “Le infiltrationi protestanti”, prefazione, a p. VIII. “Della morale pubblica e lo scuotimento intellettuale causato dal progresso della Rivoluzione”.. D’altra parte, bisogna notare la pubblicazione dei grandi Dizionari della Sacra Scrittura e della Teologia e la crociata scientifica di cui queste pubblicazioni sottolineano le conquiste. « Come, si chiede un gesuita – non applaudire alla creazione della Scuola esegetica di Gerusalemme, audacemente originale, dove l’Ordine di San Domenico ha portato le sue antiche ed alte tradizioni di scienza teologica scritturale? Le Facoltà di Teologia, che sono come il cuore delle nostre Università cattoliche, hanno anche contribuito a moltiplicare nelle file del clero secolare e delle congregazioni religiose, sacerdoti meglio equipaggiati dei loro predecessori per le lotte scientifiche e la difesa della verità. Daranno la loro vera misura ed i loro frutti più abbondanti il giorno in cui, cessando di essere scuole complementari dei seminari maggiori, avranno vita propria ed autonoma, abbracciando l’intero ciclo delle scienze religiose, con un personale più numeroso e studenti che vi apprenderanno di più (P. Fontaine, S.-J. Le infiltrazioni  protestanti, prefazione, p, VIII.). . Maurice d’Hulst, il cui spirito era insicuro, è ricordato come il patrono, per semplice ipotesi, di questa interpretazione ampia, che ammetteva errori nella Bibbia. L’ipotesi di D’Hulst avrebbe potuto essere messa nella lista nera, come l’ipotesi liberale di Lamennais. Il Papa, sempre benevolo verso la debolezza liberale, si accontentò di rettificare, per mezzo di un’Enciclica, le sue discrepanze; ma, nella sua sincerità, non mancò di dire che questo modo di difendere le Scritture equivaleva ad un tradimento. Dopo quell’Enciclica in cui il Papa aveva posto delle protezioni sull’orlo di tutti gli abissi, il p. Fontaine non crede che sia rimasta senza difetti. A suo modesto parere, la critica mossa alla teologia ha reso dubbia la prima rivelazione; ha scosso l’autenticità del Pentateuco e gli argomenti che fornisce su Dio, l’anima, l’immortalità e la vita futura; ha sminuito la giusta nozione di messianesimo  reso Cristo troppo umano; ha travisato il problema dei sinottici e la questione giovannea; ha compromesso la divinità di Gesù Cristo ed il valore dimostrativo del quarto Vangelo; essa ha alterato la storia dei dogmi sul capitolo “penitenza”; infine, sembrava contestare l’eternità delle pene dell’inferno.  – La Chiesa conserva come tesi consolidate l’autenticità canonica dei libri sacri, la giusta nozione dell’ispirazione divina e l’assoluta veridicità delle Scritture divine. In presenza di queste affermazioni indiscutibili, la critica storica ha il compito di illustrare i libri e di interpretare i testi; soprattutto, deve liberarli dall’infiltrazione dell’esegesi protestante, « che ha invaso – dice P. Fontaine – quasi ogni ramo della scienza ecclesiastica. Invece di diventare meri cronisti dell’esegesi d’oltre Reno, essi metteranno la loro scienza al servizio della dogmatica rivelata. Non passerà molto tempo prima di avere un’esegesi propria, veramente cattolica e veramente scientifica ». Spetta ai Vescovi, Eccellenze, affrettare questo felice evento.

JUSTIN FEVRE

Protonotario apostolico.

(Continua…) 

L’ABOMINIO DELLA DESOLAZIONE (3)

L’ABOMINIO DELLA DESOLAZIONE (1)

L’ABOMINIO DELLA DESOLAZIONE (1)

Lettera ai Vescovi di Francia

[Mgr. J. Fèvre, 

REVUE DU MONDE CATHOLIQUE. 15 DICEMBRE 1901]

Monsignori…

Un antisemita, membro della Ligue de la Patrie Française, ha recentemente pubblicato due opere sulle disgrazie del tempo. Di fronte alla dolorosa situazione in cui versa la Chiesa – una situazione che peggiora di giorno in giorno – vorrei, miei Signori, in una lettera indirizzata a voi, trarre alcune conclusioni da queste opere, o piuttosto aggiungere ad esse considerazioni su alcuni fatti nuovi. Questi fatti mi sembrano elementi necessari di apprezzamento ed indicazioni urgenti per una risoluzione di condotta. L’interesse della Chiesa e della Francia è la sola causa determinante di questa lettera e la ragion d’essere delle sue sollecitudini.

I. – Ma prima diciamo una parola, a titolo di preambolo, Monsignori, sulle due opere dello scrittore antisemita, un patriota di buono stampo ed un Cattolico della migliore marca, che ritengo essere colui che, abdicando a qualsiasi residuo di particolarismo francese, si colloca esattamente all’interno del diritto pontificio e si limita a rivendicare l’adempimento dei doveri che esso impone, a tutti, re e popoli, pastori e gregge. La prima di queste opere è presentata sotto il titolo biblico: L’abominio nel luogo santo. L’obiettivo dell’autore è di indagare se e in che misura si è prodotto in Francia l’abominio predetto da Daniele sulla riprovazione della Giudea. A tal fine, l’autore stabilisce una somiglianza tra il popolo giudeo prima di Gesù Cristo ed il popolo francese dopo il suo avvento. Il popolo giudeo aveva ricevuto da Dio la vocazione di custodire, nel tempio della Sinagoga e nel suo territorio chiuso tra montagne, i dogmi, le leggi e le istituzioni sacre della legislazione divina; il popolo francese ha ricevuto da Dio, dopo le invasioni dei barbari, con il battesimo di Clodoveo, con il battesimo della regalità e della già nazione di Francia, poi con la chiamata di Carlo Magno all’Impero, la missione di custodire, di diffondere in tutto l’universo la rivelazione di Gesù Cristo, e di difendere a Roma, il Papa, Vicario di Gesù Cristo, Pastore sovrano, unico ed infallibile del genere umano redento dalla Croce del Calvario. Come risultato di questa vocazione, la Francia ha sia oneri che benefici: gli oneri sono di adempiere sempre fedelmente i doveri inerenti alla sua missione; i benefici sono di vedere la sua fortuna dipendere dalla sua fedeltà al servizio del Vangelo e della Chiesa; è di ricevere, per la sua fedeltà, la benedizione temporale di Dio e, in caso di infedeltà, di incorrere nei suoi anatemi. La storia ci mostra la Francia fedele e benedetta per mille e più anni: benedetta, cioè saggiamente costituita al suo interno, che persegue il suo destino nella pace di Dio e che prevale incessantemente su tutte le sue frontiere. Il mondo, sotto l’autorità dei Romani Pontefici e sotto l’impulso della Francia, gradualmente entra nel seno della Chiesa, nella luce e nella potenza del Vangelo, in tutto il progresso e la gloria della civiltà. Nel IX secolo apparve Fozio; nel XVI secolo apparve Lutero. Questi due grandi eresiarchi sono i nemici forzati di Roma, di cui rifiutano il primato spirituale, ed i distruttori intenzionali della Francia, la figlia primogenita della Chiesa. Per effetto della loro predicazione, i tre grandi imperi della forza, Russia, Germania ed Inghilterra insorgono in Europa, ostili, a dir poco, contro la Francia e Roma, ed armati per la loro comune rovina. Lì si trova il grande senso della storia moderna, appena sospettato da Bossuet negli ultimi capitoli della sua storia. Ora, questo complotto, tre volte secolare, ordito contro la Chiesa e la Francia, parla di scisma e di eresia, questo complotto ha avuto i suoi complici, se non i suoi ciechi collaboratori all’interno della stessa Francia. Gli umanisti del Rinascimento avevano diminuito l’amore tradizionale per il Cristianesimo; i filosofi, basandosi solo sulla ragione, come Lutero, avevano scosso le colonne della filosofia e del diritto; i principi, beneficiando, credevano essi, dei dubbi dei filosofi e delle false dottrine degli eretici, avevano innalzato, anche nei paesi cristiani, il tipo augusteo dei Cesari. Da questo miscuglio di debolezze, errori e iniquità nacque la Rivoluzione, che era soprattutto anticristiana, nemica radicale dei Romani Pontefici, e che spingeva fino all’ateismo la sua furia cieca contro la vocazione provvidenziale della Francia. Da un secolo a questa parte, non ci sono che due grandi questioni in Francia per la rivoluzione satanica: separarsi da Roma, prima amministrativamente e poi effettivamente; e distruggere, in Francia, ogni appartenenza alla Chiesa; perseguire, nelle istituzioni e nelle persone, lo sradicamento di ogni principio religioso; riconoscere solo i rapporti degli uomini tra loro per lo sfruttamento della terra ed il fragile mantenimento di un’esistenza fugace. La conseguenza finale di questa situazione è lo scisma. Finché ci saranno, in Francia, tante persone senza fede, senza culto, senza morale; finché la società si baserà sulla Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo ad esclusione dei diritti di Dio; finché la legge si dichiarerà atea e pretenderà di esserlo; nel momento stesso in cui la politica, satura di ateismo, è decisa a spingere fino in fondo il radicalismo distruttivo della legge e delle istituzioni, non si capisce, al di fuori dello scisma, come la Francia possa mantenere la pratica religiosa. Non è da uno scisma per tradimento dei Vescovi, Monsignori, che la Francia può perire: l’autore dichiara questo scisma impossibile; ma lo scisma preparato dall’allontanamento della moltitudine, scritto nelle leggi, perseguito in una cospirazione giudeo-massonica, appena contrastato da qualche protesta, sembra dover essere derivato dallo Stato, come il risultato delle nostre aberrazioni visibili, come il termine logico dei nostri attacchi rivoluzionari, come il coronamento della rivoluzione contro Dio. – La seconda opera dell’autore antisemita si intitola: Desolazione nel Santuario: è ancora un titolo biblico, ma applicato alle realtà attuali. L’Abominio nel Luogo Santo studiava nei suoi atti e nelle sue circostanze il tentativo dello Stato di corrompere la Chiesa; la Desolazione nel Santuario cerca gli effetti, oggi certi, di questo tentativo di corruzione. Per ragionare con forza e concludere con decisione, nel primo scritto, l’autore si è appoggiato alla storia di Francia e ha sostenuto la sua requisitoria contro il governo persecutore con la testimonianza di diciotto secoli; per ragionare con la stessa forza e concludere con la stessa decisione; l’autore si appoggia, nella sua nuova accusa, sulla storia della Chiesa, “Il Papa e la Chiesa, dice San Francesco di Sales, sono uno”; ma il Papa, gerarca supremo della Chiesa, è assistito nel suo governo dai Vescovi stabiliti, dice San Tommaso, come giudici e agenti subalterni, nelle principali città. Ora, questo governo, composto dal Papa come capo permanente e continuatore infallibile, e dai Vescovi come capi locali, confermati nell’ortodossia dal Papa, offre questo tratto caratteristico: la conferma pontificia è, per i Vescovi, la fonte del potere, la regola dell’azione, e, in caso di fallimento, sempre possibile, il necessario, assolutamente necessario e, inoltre, l’unico controllo. Per i Vescovi, quindi, c’è bisogno di una ferma adesione, un legame indissolubile, alla Cattedra del Beato Pietro, Pastore dei Vescovi come è il Pastore di tutti i Cristiani. Se, alla luce di questo principio, voi esaminate i venti secoli di storia ecclesiastica, cosa vedete? Vedete che i Vescovi che erano fermi nella fede, i Padri e i Dottori della Chiesa, e tutti i Prelati che erano costanti nell’ortodossia e nella disciplina, erano tali solo per la loro devozione alla Cattedra Apostolica; al contrario, tutti i Prelati che naufragavano nella fede o nella morale; tutti i Vescovi caduti nell’eresia o nello scisma; tutti i Vescovi che sono stati traditori di Dio, di Gesù Cristo e della sua Chiesa, erano tali perché infedeli a Roma, ribelli alla sua monarchia, divisi dal Romano Pontefice. Stabilita questa regola di discernimento, l’autore arriva ai nostri tempi e nota, da un lato, il fatto flagrante della persecuzione per vent’anni; dall’altro, il fatto certo che nessun tradimento scandaloso è avvenuto nella Chiesa per vent’anni. Al contrario, legioni di valorosi soldati sono insorti nello Stato, combattendo per Dio e per la Patria; e si son visti nell’episcopato, fin dall’inizio, solenni atti di resistenza. Rendendo alla fedeltà e alla bravura un giusto omaggio, è dunque evidente: 1° Che la persecuzione non ha fatto che accrescersi ed aumentare, distruggendo in tutte le istituzioni, la proprietà ecclesiastica, violando nel clero secolare e regolare tutti i diritti sanciti dal diritto canonico; 2°. Che la continua estensione e austerità della persecuzione è in parte attribuibile alla mancanza di una sufficiente resistenza nella Chiesa. Invece di combattere il nemico di Dio e del nome cristiano, si è generalmente pensato di disarmarlo con una procedura sdolcinata e con un spirito assoluto di conciliazione. Sembrava che il dissenso non fosse che solo in superficie; che unendosi ad esso senza secondi fini si sarebbe ammorbidito il persecutore; che era necessario obbedire alla legge e prestarsi all’evoluzione della patria; che Dio parlava attraverso gli eventi della storia; che era patriottico e pio prestarsi al trionfo della Repubblica. In breve, sotto l’influenza delle nostre illusioni, della nostra cecità, delle nostre debolezze, delle nostre miserie, siamo arrivati ad una situazione che fa pena agli uomini di spirito e agli uomini di fede. – Senza appoggiarci qui,  Monsignori, a nessuna colpa particolare o generale, senza recriminare contro nessuno, senza istituire alcun processo, io stabilisco per principio che la salvezza della Francia deve essere l’opera della Chiesa; che la Chiesa, attraverso il suo clero secolare e regolare, possiede il rimedio a tutti i mali del mondo e la medicazione necessaria all’applicazione efficace di questo rimedio. Sono i Vescovi che hanno fatto la Francia, sono i Vescovi che devono salvarla. Che non l’abbiano fatto è evidente; che sia stato loro impedito, io voglio crederlo… Ecco perché voglio ricercare quali ostacoli esistono nel clero all’azione redentrice dei Vescovi. Non sono i Vescovi che biasimo; essi non sono miei sudditi e non sono io il loro giudice. Ma è ai Vescovi che voglio indicare, il più brevemente e rispettosamente possibile, gli ostacoli che impediscono il nostro progresso e, per non essere infinito, denunciare questi imbarazzi prima di tutto nell’ordine delle dottrine e degli insegnamenti.

II – “La Francia”, disse il cardinale Gousset, “sarà salvata da buoni Vescovi e buoni preti. “Le Encicliche dei Romani Pontefici hanno affermato solennemente con quale insieme di scienza, di virtù e di sacrifici, preti e Vescovi potevano diventare i salvatori della loro nazione. Due Vescovi su novanta, per dare una base migliore alle dottrine papali, hanno preteso dai seminaristi il baccellierato in letteratura ricevuto all’Università di Francia. Questi due Vescovi si incontrarono ad un certo punto con il fondatore della scuola carmelitana, che, come Arcivescovo di Parigi, voleva elevare i gradi e le conoscenze umanistiche del clero francese al più in alto nell’Università. L’opinione quasi unanime dell’Episcopato, senza voler respingere positivamente questa scuola, era quella di non mandarvi i suoi preti, anche se la suddetta scuola fosse opera di un Vescovo. – Le ragioni di questo rifiuto non derivavano certamente da un’avversione alla crescita del sapere letterario e alla sua consacrazione mediante titoli. I Vescovi non erano propensi innanzitutto per il pericolo della formazione sacerdotale, poi il danno delle malsane dottrine, poi ancora l’assoggettamento del prete ai suoi rivali, l’immatricolazione nei ranghi dello stato laico, e la tentazione di entrare al suo servizio lasciando la Chiesa. Più di una volta, abbiamo visto questi preti, divenuti dottori dell’Università, scambiare la tonaca con la redingote, e, con trasformazioni che non oso descrivere, porsi come nemici pubblici di Santa Madre Chiesa. Il baccalaureato offre un pericolo minore, ma è comunque un pericolo per la vocazione. Il Vescovo di Orléans, così liberale, lo sperimentò più di una volta; si faceva in quattro per moltiplicare il numero dei preti e dei baccalaureati; spesso i baccalaureati non diventavano preti e il generoso Dupanloup era riuscito solo a fornire ai licei dei maestri di studio. Un corrispondente di Vérité Française ha obiettato che il baccalaureato richiesto come condizione “sine qua non” per entrare nel seminario maggiore stava diventando una nuova irregolarità e che la creazione di un’irregolarità era al di là del potere di un Vescovo. Un Vescovo può fare un regolamento valido per la sua diocesi, ma è privo delle qualità per imporre una legge alla Chiesa universale. Questo è evidente: non intendiamo in alcun modo opporci alla regolamentazione diocesana di un Vescovo; ma crediamo che, come legge generale, possa essere discussa e non ammessa. Due altri corrispondenti dello stesso giornale hanno sollevato molte altre obiezioni, una in extenso, secondo l’adagio: Unus est instar omnium: « Permettetemi di offrire alcuni pensieri, suggeritimi dalla misura intrapresa da NN. SS. i vescovi di Tarentaise e di Mende, riguardo all’ammissione dei candidati al sacerdozio nei loro seminari maggiori. D’ora in poi, nessuno riceverà l’abito ecclesiastico in Tarentaise e Mende, se non può dimostrare di aver ottenuto il diploma di maturità. Questa decisione, di eccezionale gravità, ha conseguenze che non sono suscettibili di provocare una legittima emozione tra i Cattolici, perché può alienare dagli ordini sacri, soggetti molto degni, capaci di fare molto bene nella Chiesa, e che, forse privi della scienza dell’università laica e neutrale, sono ricchi della scienza dei Santi, e potranno acquisire conoscenze sufficienti in teologia per amministrare i Sacramenti secondo le regole prescritte, e, con l’aiuto della grazia, guidare le anime con sapienza. Voi ricordate molto opportunamente il caso del Venerabile Curato d’Ars, e se ne potrebbero citare molti altri, anche di Santi che la Chiesa onora con il culto pubblico nella sua liturgia. Ma non è questo punto di vista che voglio considerare. « Certamente, la misura imposta ai futuri chierici di Tarentaise e Mende nasce dalla lodevole preoccupazione di assicurare che il prete nella società contemporanea non sia in alcun modo inferiore agli uomini del mondo, e che la carriera sacerdotale, chiedo perdono per questa espressione, sia di difficile accesso come le carriere liberali. Questo è un bel tributo alla dignità del sacerdozio. Tuttavia, vedo alcuni inconvenienti in esso. Vi sono giovani che vengono a chiedere alla Chiesa di dar loro un posto tra i suoi chierici, di farli ministri di Cristo e di affidare loro la missione di lavorare per la salvezza del popolo cristiano. » Per sapere se possono essere sottoposti alla lunga preparazione che li porterà al sacerdozio, che bisogno c’è di consultare lo Stato? Ai professori delle Facoltà della nostra Repubblica, atei, settari e persecutori, è stato affidato il compito di discernere gli eletti per il sacerdozio? Se questi signori dell’istruzione superiore, molti dei quali sono protestanti o ebrei, hanno la fantasia di essere difficili verso i candidati ecclesiastici, il vostro seminario rimarrà chiuso per causa loro. C’è dunque un legame necessario tra il grado di scienze umane richiesto per il baccalaureato e le qualità necessarie per diventare prete? La vocazione al sacerdozio è inseparabile dal diploma rilasciato dal Ministro della Pubblica Istruzione, e deve essere contrassegnato dal timbro del governo? Finora la Chiesa non ha proibito ai suoi sacerdoti di sostenere la prova degli esami universitari, ma imporre loro questa prova, farne una condizione sine qua non per l’ammissione agli ordini sacri, che è ripugnante al suo carattere di società perfetta, sarebbe in qualche modo un abbassamento, un’abdicazione dei suoi diritti nelle mani dello Stato, che non ha nulla a che fare con il reclutamento dei ministri di Dio e di cui sarebbe il giudice, se il baccalaureato fosse indispensabile per entrare in seminario. Si dimentica, sembra, che il sacerdozio non sia, come uno stato mondano qualsiasi, l’oggetto della sola scelta della libertà umana, e che, per presentarsi all’ordinazione, bisogna essere chiamati da Dio. Può il Signore aver sottoposto questa vocazione al giudizio dei laici, troppo spesso ostili al Cattolicesimo?  C’è un elemento soprannaturale nello stato ecclesiastico che non si trova altrove; bisogna tenerne conto.  Inoltre, nel considerare le materie dell’esame di maturità, sappiamo dove il governo può portare i futuri studenti del santuario? – Forse lontano dalla teologia. Infatti, se finora il programma degli studi secondari laici ha coinciso più o meno con quello degli studi teologici preparatori, non c’è nessuna garanzia che questo accordo duri a lungo; le tendenze attuali fanno addirittura temere che cessi presto e che nei licei non si acquisisca più una conoscenza sufficiente del latino per poter trattare gli autori ecclesiastici. Senza dubbio, le lettere profane, le scienze matematiche, fisiche e naturali non devono rimanere estranee a coloro che con la loro vocazione intendono guidare i fedeli; ma una giusta parte deve essere lasciata nella vita del futuro seminarista allo studio del latino e della sana letteratura. Se i programmi sopprimono questa quota già piccola, bisognerò seguirli ciecamente? Allora ci sarà lo spettacolo davvero curioso di un esame che non comprende nessuna materia preparatoria per gli studi per i quali essa è richiesta; sarà il semplice fatto di essersi presentati davanti allo Stato con qualche tipo di conoscenza estranea che deciderà l’ammissione al seminario. Infine, vedo un notevole pericolo nell’imporre le dottrine filosofiche che si insegnano nell’Università a persone il cui ruolo sarà proprio quello di insegnare al mondo le nozioni del vero, del giusto, del bello e del buono, così poco conosciute nel nostro tempo. Perché, come tutti sappiamo, la filosofia universitaria, se davvero ne esiste una, ha demolito più di quanto abbia costruito, e ha già avuto un’influenza troppo disastrosa su una parte del giovane clero; è ad essa che si deve, per molti, l’introduzione del neo-kantismo tra il nostro popolo, a scapito delle idee sane e in contrasto con le istruzioni del Sommo Pontefice. – « Se mi si obietta che gli esaminatori non decidono sulla vocazione stessa, risponderò: poiché obbligate i futuri chierici a far stabilire il loro grado di scienza dagli accademici, e questo sotto pena di avere la porta del santuario chiusa … state davvero facendo dipendere la vocazione stessa ed il sacramento dell’ordine dall’opinione di questi signori? Che per i funzionari dello Stato, e anche per le carriere liberali, sia richiesto un dato massimo di conoscenze umane, e che l’Università sia il giudice dell’attitudine dei candidati, molto bene; ma non è il caso dell’ammissione allo studio della teologia e dei suoi annessi. Spetta solo alla Chiesa e non allo Stato dire fino a che punto le scienze umane siano necessarie ai giovani chierici. Questa questione preoccupa da molto tempo la Chiesa, che ha provveduto attraverso l’istituzione di seminari minori, di cui si riserva la direzione. Perché il Vescovo dovrebbe abdicare ai suoi diritti e trasferirli allo Stato? Perché affidare allo Stato l’esercizio del controllo che appartiene di diritto al Vescovo e che solo lui può esercitare con discernimento e saggezza ed in conformità con le vedute della Provvidenza sui futuri continuatori dell’opera di Gesù Cristo? « Che nessuno mi rimproveri di esporre la Chiesa all’accusa di essere nemica delle scienze secolari (deliberatamente non dico oltre la scienza); essa le ha sempre incoraggiate, e molti nelle file del clero, regolare e secolare, hanno reso in questo campo servizi eminenti che solo l’ignoranza e l’ingratitudine possono misconoscere, Non è sufficiente ricordare questo? Non sono stati i nostri benedettini che, mentre convertivano e civilizzavano i popoli, ci hanno conservato i capolavori dell’antichità classica? E i gesuiti non hanno forse contribuito in larga misura allo sviluppo degli studi scientifici e letterari? Né mi si accusi di fideismo, perché nessuno più di me vuole vedere il clero brillare in tutti i rami della scienza; ma i preti, sopra tutti gli altri, devono dare la preferenza agli studi ecclesiastici, e non è scioccante far dipendere la vocazione sacerdotale da un esame in materie secolari davanti ad una giuria laica spesso incredula? – « Per riassumere, vedo nella decisione presa un pericolo per il reclutamento del clero, un abbandono dei diritti della Chiesa, un pericolo per la dottrina ed una concezione inesatta della vocazione sacerdotale. Inutile dire che queste semplici e franche riflessioni non mi impediscono affatto di dare un’esplicita testimonianza di rispetto ai venerabili prelati, il cui zelo si preoccupa giustamente di garantire al loro clero una seria formazione sia nella scienza che nelle virtù sacerdotali? » Di tutte queste obiezioni, ne conservo solo due: la prima è l’inutilità della misura; la seconda è la sua inadeguatezza. Ecco un bambino che è arrivato al seminario minore in sesta o quinta elementare. Ogni anno, questo allievo aveva le sue note di classe giornaliere, le sue sedute settimanali, un esame semestrale e la solenne consacrazione della distribuzione dei premi. – Questo allievo è passato dalle classi di grammatica a quelle di umanità, ha studiato le leggi dello stile, la poetica e l’eloquenza; non ha negletto lo studio elementare delle scienze fisiche e matematiche. E dopo tre, quattro o cinque anni di seminario, i delegati del Vescovo, o il Vescovo stesso non sono capaci di apprezzare la sua attitudine alla filosofia e al ministero ecclesiastico? E questa incapacità, di cui confessano di essere giustamente privi, la riceverebbero da laici, esaminatori universitari, dopo una sola composizione e un esame di tre quarti d’ora; essendo certi, inoltre, che questi stessi esaminatori, capaci di giudicare il merito letterario, non discernono, non sospettano neppure, in questo ambito, il punto in cui dovrebbe prepararsi alle scienze della Chiesa. Dico, per me, salva reverentia, che questo apprezzamento del merito di un retore del seminario minore, è, per il superiore, per il professore dello stabilimento, e ancor più per il Vescovo, un dovere rigoroso, e che essi devono, su un punto così delicato, così serio, così importante, non riferirsi a nessuno. L’ammissione al seminario maggiore appartiene a loro e a nessun altro; e il giorno in cui questa ammissione dipenderà dai rivali dei nostri collegi ecclesiastici, dai nemici della Chiesa, quel giorno nei nostri annali deve essere segnato con una pietra nera…. « Può essere che l’ammissione al seminario maggiore sia stata a volte decisa con eccessiva indulgenza, ma sarebbe da giudicare allora, in modo non definitivo.  Deve essere successo a volte, visto che si sta cercando un rimedio.  Ma il rimedio non è nell’Università, è nella Chiesa; e se il giudizio dell’Università non fosse soggetto ad un ulteriore controllo, sarebbe una grande disgrazia; che il popolo della Chiesa abbia il coraggio di compiere tutto il suo dovere; non ha nulla da chiedere allo Stato per questa lontana preparazione al sacerdozio.  Il baccalaureato, come semplice valutazione del merito letterario, ha l’autorità che dovrebbe avere?  – Confesso che sono lontano dal crederci. Un piano di studio ben pensato, un insieme di classi ben applicate, un lavoro costante, saggio e con un po’ di entusiasmo per prestarsi ad esso, ci sembra essere la migliore garanzia di un corso di seminario. Questo sistema d’istruzione non mira ad un diploma; non si rinchiude negli stretti confini di un programma; si estende e si espande fino agli estremi delle frontiere dell’istruzione secondaria; ci si sforzi in tutto per dare all’allievo il giusto sentimento per ciò che deve sapere, e il sentimento del grande per tutto ciò che deve ignorare.  Un tale piano di studio e di insegnamento ci sembra essere di gran lunga superiore a questa preparazione per il baccalaureato, che è lo scopo esclusivo delle scuole secondarie e dei college, che sembra solo suscettibile di rendere l’insegnamento più piccolo e la testa più bassa. – Citerò qui un aneddoto. All’epoca in cui ero studente nel seminario minore, Mons. Parisis era vescovo di Langres. Questo Vescovo, che non basta chiamare grande, aveva severamente proibito in seminario la preparazione del baccalaureato, non solo per le future reclute del santuario, ma anche per i giovani che erano destinati alla carriera civile. Nella mente del prelato, la ragione di questo divieto era che la preparazione al baccalaureato gli sembrava adatta solo per abbassare il livello desueto. Al contrario, pensava che l’educazione, liberata da questi bordi e liberata da questi limiti, dovesse crescere ogni giorno di più e portare l’educazione al punto più alto della solidità. Il ministro Villemain sosteneva il contrario: il Vescovo, per mettere da parte queste pretese, lanciò una sfida al ministro: la sfida di far competere gli studenti del seminario minore con i collegi maggiori di Parigi. Il ministro non accettò; temeva, e aveva le sue ragioni, che i seminaristi minori di Langres sarebbero arrivati a battere, agli occhi di tutta la Francia, gli studenti del Collège Louis-le-Grand. Il fatto è che, sotto il potente impulso di questo Vescovo, si era formata a Langres una generazione di allievi di altissimo merito. In due o tre occasioni, gli studenti di questo seminario si sono presentati per il baccalaureato; sono stati i primi a ricevere i voti più alti ed i posti migliori. Queste sono ragioni serie, questi fatti sono decisivi. – C’è un altro aspetto della questione. Tutti sanno che l’esame di maturità è solo una lotteria: gli stupidi riescono spesso a causa della pietà che ispirano; i forti falliscono perché sono forti. Il diploma di maturità è volgarmente chiamato pelle d’asino; se non ha la virtù di far crescere le orecchie, non può impedire che si facciano. La moltiplicazione delle pelli d’asino ha creato, in Francia, una specie di mandarinato, di mediocrazia, che ci ha fatto abbassare la stima e la grandezza reale. Il più grande dei mali della Francia, il peggiore dei flagelli, è l’assenza di uomini. La Francia sta cadendo, al punto da essere minacciata di essere completamente cancellata. L’abbassamento delle menti, dei cuori e dei caratteri è un fatto universale. Come risultato di questo abbassamento, si sono formati dei partiti che si oppongono tanto più aspramente al parroco tanto più sono colpiti da una peggiore ignoranza. Le invenzioni criminali del socialismo minacciano di sorprendere e dominare un paese che una volta era la patria del buon senso, dell’onore e del patriottismo. La guerra alla proprietà, al matrimonio, alla famiglia, all’esercito, all’ordine pubblico e all’indipendenza del Paese sono oggi i passatempi di banditi, transfughi dell’Università. Siamo minacciati dal destino medesimo della Polonia e dell’Irlanda. E in questa crisi formidabile, cosa ci viene offerto, come rimedio? L’obbligo del baccalaureato per i chierici… molto simile a quel rimedio del debole Melantone che, spaventato dalle catastrofi scatenate sulla sua patria dal suo padrone, propose, come rimedio efficace, una rinascita della letteratura. Io non sono nemico della letteratura: la amo, la coltivo anche senza altra ispirazione che la mia fede ed altro maestro che il mio zelo. La letteratura non ha mai rovinato nulla; non deve essere denunciata. Ma non dobbiamo dimenticare che la predicazione del Vangelo, la conquista del mondo da parte della parola apostolica, la sconfitta del vecchio paganesimo, sono opera dei dodici pescatori raccolti dalle sabbie della Galilea. Ma non dobbiamo dimenticare che dopo l’annientamento della barbarie pagana, i missionari senza lettere dei tempi merovingi sconfissero la barbarie selvaggia dei Goti, degli Unni e dei Vandali. Non dobbiamo dimenticare che questi missionari analfabeti, sostenuti dalla parola degli Apostoli e dal sangue dei martiri, hanno creato le nazioni cristiane, hanno costituito queste nazioni nel Cristianesimo, hanno dotato questo Cristianesimo di lingue, di scienze e di lettere, che sono tutte radiose emanazioni del Vangelo. Soprattutto, però, non dobbiamo dimenticare che quando la rinascita del paganesimo nel XVI secolo prese a ribaltare l’opera dei missionari e dei martiri, non passò molto tempo prima che scuotesse la fede, obliterasse le coscienze, cancellasse il sapere, minasse le istituzioni, dissolvesse il Cristianesimo e compromettesse persino la civiltà ed il suo futuro. Poi, e nessun uomo istruito può negarlo, dacché l’anticristianesimo, al quale il baccalaureato appartiene, ha fatto deviare il corso della civiltà cristiana e ha scosso le istituzioni dei popoli, ora non ci si parla che di una religione senza Dio, un cristianesimo senza Cristo ed una chiesa polverizzata, della quale ogni atomo vivente è re e pontefice. Sotto la copertura di queste negazioni antisociali e omicide, ciò che ci rimane è la ragione, impotente, senza bussola e senza base; è l’anima consegnata a tutta la cecità e la furia delle passioni; è la schiavitù necessaria alla conservazione dell’umanità corrotta; è il dispotismo, la forza necessaria per mantenere gli uomini fuori dalla cultura, senza appoggio morale, costantemente minacciata dal progresso materiale rimasto senza contrappeso. « Noi saremo abbrutiti dalla scienza – diceva Monsieur de Maistre – e questo è il peggior tipo di barbarie ».

ZELO MASSONICO PER L’ABOLIZIONE DELLA PENA DI MORTE

ZELO MASSONICO PER L’ABOLIZIONE DELLA PENA DI MORTE

[La Civiltà Cattolica – Anno trigesimo secondo, Serie XI, Vol. VI, Quaderno 743 – Firenze, presso Luigi Mannuelli, libraio, 4 giugno 1881]

I.

Lugubre veramente, sott’ogni rispetto, è sorta fra noi la state di quest’anno. Mentre da una parte l’esecuzione della pena capitale, centro tre soldati omicidi, riscalda le ire di certa gente e fa tener vivo il fuoco artificiale della pietà umanitaria verso gli assassini; dall’altra il eh cholera-morbus, che minaccia l’Italia dal mare e dall’alpe, sbigottisce le menti così, che non si ode parlare se non di casi, di decessi, di quarantene, di lazzaretti, suffumigi, di microbi e di bacilli contagiosi: cose tutte che funestano gli animi e mostrano come Dio serbi sempre in vigore, per la sua giustizia, quella pena di morte, che i protettori degli assassini pretenderebbero dall’umana giustizia abolita per sempre e maledetta. – Or, lasciato da banda il cholera, che preghiamo la celeste Clemenza rimovere dalla nostra Italia, e posta pure da un canto la questione giuridica della pena di morte, la quale non abbisogna di nessun nuovo argomento che la giustifichi, ci piace mostrare più tosto da chi e perché propriamente venga la fittizia agitazione contro questa pena; agitazione che ora ha per effetto di ribattere nelle fantasie l’idea della morte, quando appunto l’umanitarismo sembrerebbe richiedere che più se ne allontanasse.

II.

Per indovinare d’onde venga il chiasso che si seguita a menare contro la triplice esecuzione della pena di morte, avvenuta militarmente in Italia, basta guardare i campioni che la promuovono, ed i giornali loro. Sono in genere adepti della massoneria, ed in ispecie delle sette radicali e socialistiche da essa dipendenti. Il Fascio della democrazia, che di tutte queste è portavoce il più stridulo, se non il più autorevole, dà il tono del linguaggio che tutti più o meno sdegnosamente adoperano. « La vecchia Europa è assetata di sangue; gridava esso dopo le fucilazioni degli ufficiale traditori in Ispagna e dei soldati omicidi in Napoli ed in Palermo; Italia e Spagna sono oggi le prime a dare l’esempio della reazione e dell’efferatezza. » (Num. Del 1° luglio 1884). Per questo foglio, le fucilazioni suddette sono « orribili vendette giudiziarie; » né ci regge l’amino di trascrivere le truculente parole con cui compiange gli esecutori, ed esalta le vittime segnatamente spagnuole, il cui unico delitto, dic’egli, essere stato l’amore e  l’accarezzamento d’una, « bella e fulgida idea, quella della Repubblica. » –  Sia con pace di questi signori: ma quando essi batteron mani le agli eccidii di Ponte Landolfo e di Casalduni ed alla fucilazione degli undicimila e più napolitani, chiamati briganti, perché colle anni in pugno resistevano all’invasione del loro suolo, che altro facevano essi, se non plaudire all’uccisione di vittime, che pur aveano amata un’altra idea, la quale stimavano « bella e fulgida», più ancora di quella della Repubblica? La spietata fucilazione di tante vittime del loro patriottismo non fu efferatezza pe’ nostri settarii: ma quella di tre assassini e di due traditori della bandiera, cui avean giurata fedeltà, è stata « orribile vendetta giudiziaria? » – Ma questa è la logica delle sette, le quali abborriscono dal sangue, finché si tratti del loro o di quel dei loro amici e fratelli, ma vi anelano ansiosamente, quando si tratta di quello degli avversari e de’ nemici loro. Questa gente, così umanitaria, pietosa e schifa della pena di morte, è quasi tutta uscita dalla scuola della famiglia della Giovine Italia del Mazzini. Eppure tanto questo ramo della carboneria massonica non abbominava la pena di morte, che ne’ suoi statuti si leggono i seguenti cinque arciumanitari articoli; i quali troppo si sa come spesso fossero pietosamente eseguiti.

« Art. 30. Coloro che non obbediranno agli ordini della società secreta, o che ne riveleranno il mistero saranno pugnalati senza pietà. Il castigo medesimo è riservato ai traditori.

« Art. 31. Il tribunale secreto pronunzierà la sentenza e designerà uno o due affigliati, per l’immediata sua esecuzione.

« Art. 32. Chiunque ricuserà di eseguire il decreto sarà tenuto in conto di spergiuro, e come tale ucciso su due piedi.

« Art. 33. Se il reo fugge, sarà perseguitato senza posa in ogni luogo, e dovrà esser colpito da una mano invisibile, fosse pure nel seno di sua madre, o nel tabernacolo di Cristo.

« Art 34. Ogni tribunale secreto sarà competente, non solo per giudicare gli adepti colpevoli, ma per far mettere a morte chiunque avrà colpito d’anatema. »

E gente che ha succhiato il latte dal petto di una madre così mite e dolce, ardisce dare nelle smanie contro la pena di morte applicata agli assassini?

III.

Non si creda però che l’odio alla pena di morte, sentenziata ed eseguita fuori dei covi settarii, sia per cosi dire una fisima propria soltanto di alcune speciali congreghe carbonaresche: no, esso è inerente alla Massoneria tutta intera, la quale, sotto specie di filantropia, ovunque può, si studia di farla cancellare dai codici degli Stati, o almeno di farla smettere dalla pratica e andare in disuso. – Già il più essa ha ottenuto, può dirsi in ogni paese civile; cioè che questa pena fosse di diritto e di fatto levata dai codici, per quel che riguarda i detti delitti politici. E in effetto ora, gran mercè della Massoneria, chi suscita una rivoluzione in cui periranno, se occorre, più migliaia di vite umane, non può essere giustiziato da nessun tribunale; tranne il caso nel quale la rivoluzione sia contro la setta, poiché allora la giustizia sommaria si eseguisce senza misericordia. Per tal modo la setta si è assicurata una giuridica impunità, che toglie a’ suoi adepti il timore di tentare ogni enormezza; quantunque debba questa avere per conseguenza l’eccidio di popoli e di nazioni. Dato che un vero delitto rivesta un colore solo di politico, purché non sia a danno della setta, divien per ciò stesso delitto privilegiato. Ma questo non è sufficiente La setta vuole abrogato il diritto legittimo e teorico della pena di morte in tutti gli Stati, per usurparsene essa solo l’uso, quando convenga. E intorno a questa abrogazione, promessa in Italia dalla Massoneria, abbiam davanti agli occhi nostri curiosi documenti, che non sarà inutile mettere sotto quelli dei profani.

IV.

L’anno 1865, alla congrega, divenuta pubblica dopo che Napoleone III, coll’oro e col sangue della Francia, le aveva posta in mano l’Italia, parendo d’essersi bastevolmente assodata, venne in animo di fare una prima prova per conseguire l’abolizione legale della pena di morte: ma insieme con quest’abolizione volle congiungere anche quella degli Ordini religiosi, affinché, mentre si toglieva la libertà di vivere come frati ai frati, guarentisse quella di vivere come assassini agli assassini. – Allora nel Bollettino del Grande Oriente d’Italia si presero a dare incitamenti a tutte le logge, perché si unissero a fare con una fraterna petizione, dolce violenza ai fratelli del Parlamento. – A pagina 114 del fascicolo III e IV del suddetto Bollettino, sotto il titolo Una Petizione, il Grande Oriente comunicava tutte le logge quel che segue: « I principi fondamentali che reggono ed ispirano la famiglia dei Liberi muratori,  i quali vogliono e studiano, armati della solidarietà e della scienza, la redenzione del popolo dalle catene dell’ignoranza (cioè della religione e fede cristiana) dalla cieca soggezione alle tradizioni assolute (cioè al legittimo diritto sociale ed all’autorità pubblica) ed alla miseria che abbrutisce (cioè al rispetto della proprietà altrui) non potevano lasciar indifferenti i fratelli alla alte Controversie, che stavano per aprirsi nel Parlamento italiano sull’abolizione della pena di morte e sulla soppressione delle Corporazioni religiose.Abbiamo sott’occhio parecchie tavole (lettere) di legge, le quali si volgono al Grande Oriente, perché, qual suprema magistratura dell’Ordine, coordini l’azione e gli sforzi di tutti i fratelli, imprima loro quella efficace unità, che è già per sè stessa una mezza vittoria. » Quindi partecipava al mondo massonico d’Italia la lettera della loggia Ferruccio di Pistoia, che dichiarava di « non potere rimanersi muta, ora che l’Italia si agita e si affatica a risolvere due questioni, dalle quali pende tanta parte de’ suoi destini. La soppressione delle Case religiose e l’abolizione della pena di morte vogliono estero la conquista dell’età nostra. Quella è pegno di vita più prospera alla nazione, questa fa tornare l’Italia un’altra volta alla testa dell’incivilimento. » Perciò domandava che « dai templi massonici s’alzasse la voce, a difesa delle due grandi proposte. » – Ov’è da notare di passaggio, che questa cara Massoneria, così ingenua nel beneficare ed innocente di imbrogli politici, faceva dipendere gran parte dei suoi destini nel nostro paese, dall’eccitare alla rapina dei beni de’ Corpi religiosi e dal privar questi della libera loro esistenza, e poi dall’assicurare in ogni caso la vita ai più solenni malfattori, omicidi e ribaldi, che fossero per venir su nell’Italia. Inoltre merita considerazione che, per questa onestissima Massoneria, il rubare i beni agli Ordini religiosi e dare così al popolo un esempio pubblico e legale di socialismo, era un pugno di vita più prospera alla nazione,la quale quanto se ne sia perciò prosperata, lo mostra la recente Inchiesta agraria, messa a stampa per ordine del Governo; ed il dare piena sicurtà a tutti gli assassini, che potrebbero assassinare sempre e chi si fosse e da per tutto, salva la vita, ora un far tornare l’Italia un’altra volta alla testa dell’incivilimento.

V.

Posto ciò, seguita il Bollettino, « il Grande Oriente ed il Gran Consiglio per esso, non aveva bisogno di tali manifestazioni per riconoscere l’unanimità dei fratelli, per chiedere l’abolizione del patibolo e del chiostro (Bell’accoppiamento, degno del tutto del Grande Oriente che lo ha fatto!). Egli crede che tutti i fratelli, in tutte le forme della legge concesse, debbono e sempre adoperarsi, perché cadano istituzioni dei mezzi tempi, istituzioni create dal privilegio e dalla superstiziosa ignoranza (il professare i consigli del Vangelo di Gesù Cristo è superstiziosa ignoranza!) perché siano rotte le catene che ancora inceppano il libero sviluppo dei popoli, (il quale dipende dalla rottura delle catene che inceppano la libera vita degli assassini),perché sia riconosciuta la inviolabilità della vita umana. » – Conseguentemente autorizzava che « si diramasse una petizione, formulata da un fratello, nel modo che segue: Al Parlamento italiano. I sottoscritti cittadini italiani dimandano che piaccia al Parlamento 1° di abolire la pena di morte; 2° di sopprimete tutte le Corporazioni religiose, volgendone i beni a strumento di benessere, e di civiltà (per la borsa dei giudei e dei giudaizzanti, che soli si son goduti il benessere di questa civiltà). – Poscia a pagina 110 si legge la circolare, sottoscritta dal gran cancelliere Mauro Macelli 33 :., a tutte le logge, colla quale il Grande Oriente « consigliava tutti i fratelli ad adoperarsi pel trionfo delle due grandi misure, e tutti i venerabili a diramare la petizione da farsi sottoscrivere, con tutto lo zelo possibile, anche nel mondo profano. » Dal che si deduce il modo che tiene la Massoneria, per formare la così detta opinione pubblica;  e quanto facilmente molte persone da bene, ma dolci di sale, si lascino carrucolare dagli apostoli di una civiltà, che vuole intronizzarsi mediante la rapina e la protezione degli assassini. – La petizione, ideata e caldeggiata dai massoni, non ebbe in tutto l’esito propizio che la setta se ne riprometteva. La Camera, composta di uomini che poco prima si esano promulgati da sé tutti rivoluzionari,  approvò l’abolizione del patibolo; ma il Senato fu contrario e la legge non passò. Allora nella parte ufficiale, si noti bene, nella parte ufficiale, nel fascicolo V-VII del Bollettino si stamparono, alla pagina 145 queste parole. « Liberamente e nei più convenevoli modi la nostra famiglia ha combattuto la pena di morte e gli Ordini monastici. Se la vittoria non ha coronato i suoi voti, non conviene perdersi l’animo. Gli ostacoli surti porranno in maggior evidenza fa necessità di siffatta misura, parte essenziale dell’italiano, o per dire più esattamente, dell’umano progresso. E noi dobbiamo per l’avvenire continuare sulla medesima via. » – Ma poi a pag. 189 il fratel De Poni, allora pezzo grossissimo di questa massoneria da teatro, non esitò a sfogare le ire sue sublimi, con queste parole che sono degne d’esser meditate dai senatori. « I  liberi muratori italiani dichiararono la loro opinione sulla pena di morte, diffusero lo dottrine (sofistiche) che la combattono (a vantaggio unico degli assassini), sostennero l’inviolabilità della vita umana (In prò degli assassini che la possono violare per conto proprio) e la chiesero sanzionata da legge. Il partito nella Camera elettiva (in cui prevalevano i fratelli massoni) fu vinto. Se il carnefice resta in Italia, pel bigottismo e la servile timidità del Senato, non è per questo che puntellato il patibolo: la sanguinosa e orrenda baracca cadrà al primo soffio di vento. Lo stesso possiamo dire delle Corporazioni religiose, che col sacrifizio legale di vittime umane s’hanno parentela strettissima, poiché il nodo che cinge le reni al frate e il capestro del boia non sieno che le estremità d’una medesima corda. » – E con ciò  gli sfoghi officiali ed officiosi della Massoneria italiana, nel suo Bollettino, a tutela degli assassini ed asterminio dei poveri frati, ebbero termine.

VI.

Niuno creda per altro che il rifiuto del Senato di aderire all’umanitaria petizione della setta, nocesse di molto alla vita dei trucidatori di vite umane. Tutt’altro, La pena capitale restò ferma nel codice, por alcuni pochissimi od atrocissimi casi di delitti di sangue: ma la pena, benché applicata con giuridiche sentenze, per non offendere il delicatissimo cuore dei massoni predominanti, ebbe assai rare esecuzioni. Ecco di fatto quel che ci danno le statistiche autentiche. L’anno seguente all’abolizione rigettata dal Senato, e fu il 1866, i tribunali condannarono al supplizio 81 reo, ma nessuno vi fu sottoposto, Noi 1807 si ebbero 75 condannati, ma 7 soli giustiziati. Nel 1868 furon condannati 72, e giustiziati 7. Nel 1869 sopra 111 condanne, 4 se ne mandarono ad effetto. Nel 1870, sopra 102 condannati, Vi fu un unico giustiziato. Nel 1871 si condannarono 121 e si giustiziarono 2 soli rei. Nel 1872 si ebbero condanne 41, giustizie fatte 2. Nel 1873 esecuzioni 5, sopra 72 condanne. Nel 1874, esecuzioni 3, sopra 87 condanne. Gli anni successivi, benché molte sieno state lo sentenze capitali pure non se n’è più eseguita nessuna, fino al giugno e luglio di quest’anno, quando si son fucilati i tre soldati omicidi, non tanto perché omicidi, quanto perché soldati: ed il frutto è stato che l’Italia è salita alla gloria di un primato che non ebbe mai; quello degli assassinio Così, secondo il voto della loggia massonica di Pistoia, più presto che non si fosse potuto sperare l’Italia si è messa a capo di un nuovo incivilimento, che la rende invidiata dalle Pellirosse e dagli Zulù.

VII.

Si domanderà: — Ma qual è la vera e propria ragione di questo zelo della Massoneria, per far abolire la pena di morte?

Rispondiamo che non è certo l’umanità, poiché, o volere o non volere, umano non è il Potere che assicura in ogni peggior caso la vita ai ribaldi, i quali amano lavarsi le mani nel sangue altrui; ma più tosto quello che toglie giustamente la vita agli uccisori degli altri, per difendere così la vita dei cittadini, minacciata sempre dagli omicidi impuniti. – Ma oltre ciò non è l’umanità, che muove la Massoneria a pretendere che si risparmi la vita degli assassini; giacché la setta se si abolisse la pena capitale, la rimetterebbe in vigore, subito che si levassero avversari a tentare di strapparle il predominio che si è usurpato. Fate che scoppiassero insurrezioni contro il suo Governo, che si formassero bande armate per restituire lo Stato, puta caso, al Re di Napoli o al Papa; e vedreste con che furore i fratelli massoni domanderebbero il capo, il cuore, le viscere e il sangue di quei nomici della patria, perché opposti alla tirannia loro. Fate che, perduta la signoria, la setta fosse necessitata di tornare a farsi secreta; e rivedreste i pugnali dei suoi sicari,  insanguinar di nuovo le nostre città, come prima che il Bonaparte calasse dalle Alpi per apportare all’Italia la libertà del suo giogo: con questo di più, che l’umana setta, ai pugnali od alle rivoltelle traditrici, aggiungerebbe il petrolio, la dinamite e la panclastite, tutte dolcezze umanitarie e carezze familiarissime ai buoni fratelli, per farsi rispettare dai profani e dai nemici. Non ci vengano a dire, che essi amano la mitigazione delle pene, perché il popolo più incivilito, come ora è, si rattien facilmente dal delitto con mezzi più soavi. Questo poté esser vero in passato per alcune regioni, e fu vero segnatamente per la Toscana. Ma ora con quale fronte può asserirsi vero per tutta la nostra Italia, nella quale i delitti di sangue crescono ogni anno a tale, che ella supera in ciò tutti i paesi inciviliti dell’Europa? – La civiltà massonica, che da venticinque anni in qua viene ammorbando la Penisola da un capo all’ altro, ben mostra che la sua efficacia non ha atto, se non per viziare e corrompere i popoli sui quali, come tabe cancrenosa, si diffonde. Un paese che conta più di 70,000 condannati al carcere o alla galera, che offre annualmente più di 23,000 minorenni ai tribunali da giudicare, che è ogni anno contaminato da migliaia di assassinamenti, che dà in un anno, qual è stato il 1882, quasi 1400 suicidi, non è né può dirsi paese incivilito: o ci ricordiamo di un ministro di grazia e giustizia della nuova Italia, il quale, parlando appunto della Toscana, il cui codice esclude la pena di morte, diceva necessario introdurvela; perocché la Toscana annessa al regno d’Italia, quindici anni dopo la civiltà novella, non era più la gentile Toscana dei Leopoldi, né primo, né secondo che ignorava quasi il maneggio dello stile o del coltello. – Di fatto l’esperienza prova che la civiltà massonica, compendiata nella sua pedagogia, anticristiana, atea, materialistica, è bensì ottima a fprmare generazioni di sicari e di furfanti, ma inabile a dare cittadini, cui possa competere il nome di galantuomini, nel significato antico e proprio di questa voce.

VIII.

Altre e ben altrimenti maligne sono le ragioni che incitano la setta a far la tenera, per la inviolabilità della vita degli assassini; e son sempre conformi a’ suoi principi d’odio inestinguibile ad ogni sociale potestà: « La grande campagna, scrive ottimamente l’Unione di Bologna, da tempo impresa dalla Massoneria per l’abolizione della pena di morte, ad altro non mira appunto se non che a rendere impossibile nei Principi e nei Sovrani l’esercizio pratico, effettivo, fecondo e salutare sì del diritto di pena, come di quello di grazia in quanto che, posto un limite qualsiasi ad un diritto, questo che è di sua natura indivisibile, così scisso e diviso, intisichisce e muore in tutto il resto. Col negare infatti la pena di morte, si limita e si circoscrive il diritto di punire nella parte sua più imponente, più tremenda, più esemplarmente salutare: in quella parte precisamente che rivela e dimostra l’origine divina e sovrumana di questo grande diritto, onde Dio ha investito i supremi reggitori dei popoli e delle nazioni. « Sfuma a fronte di ciò il massimo sofisma adoperato di continuo dagli abolitori della pena di morte, essendo che non si può dire che l’uomo non è padrone della vita dell’uomo, poiché solo per autorità avuta direttamente da Dio, e perciò dal Padrone assoluto della vita dell’uomo, il Principe può dannare e danna nel capo un delinquente. Ora questo supremo diritto è stato completamente emanato e naturalizzato, e molti Principi e molti Governi, ora in principio ed ora in fatto, hanno lasciato così radicalmente snaturarlo (Num. 13 luglio 1884). » – La setta, che anela a sbandire Iddio da ogni appartenenza sociale, sopra tutto lo vuol fare fuori dell’autorità. Un Re, sia pur costituzionale quanto piace, nel cui nome si condanni un reo alla morte o se liberi per grazia dopo la condanna, è un Re nella cui fronte brilla ancora un raggio di diritto divino. Or questo abbaglia l’occhio della setta, che nel Dio vivo e vero, autore e supremo Signore dell’umana società, riconosce il suo nemico. Si gridi adunque tanto, e tanto si congiuri contro la pena capitale, che si renda impossibile ad un Re, in quanto Re, di farla eseguire per diritto, ed il farla commutare per grazia. Ed in verità, seguita ragionando l’egregio diario bolognese: « Bisogna che s’invochino motivi di ordine al tutto secondario, per coonestare di qualche guisa l’esercizio effettivo di questo supremo diritto, come nel caso delle fucilazioni testò avvenute in Italia,  in cui si ricorse alla necessità di mantenere la disciplina nell’esercito, Ma questa è una vera petizione di principio, che per  nulla giustifica l’eccezione che si reca alla regola assunta di abolire in fatto la pena di morte, giacché il mantenimento della disciplina è un effetto pratico e susseguente alla fucilazione, ma non èe non può essere la ragione sufficiente della pena di morte. Tanto è vero che il soldato insubordinato e ribelle è condannato e fucilato in nome e per ordine del Principe, non mai è condannato e fucilato in nome e per ordine della disciplina, cosa astratta, senza anima e senza corpo, e quindi senza diritto, senza azione e senza forza.» – Con questo si fa chiaro il misterioso perché dello zelo massonico, per abolire nella teorica e nella pratica il ius sanguinis, il  ius gladii, inerente per intrinseca essenza alla suprema Potestà sociale, Ciò intende la Massoneria occulta; e lascia che un’altra Massoneria da strapazzo tenga il campo a rumore, con sciocchi pretesti; i quali non valgono nulla a provare la giustizia dell’adizione di quel diritto, ma valgono molto renderne frustraneo ed esoso l’esercizio.

GNOSI TEOLOGIA DI sATANA (64) – LA CITTÀ ANTICRISTIANA (4)

LA CITTÀ ANTICRISTIANA (4)

DI P. BENOIT

DOTTORE IN FILOSOFIA E TEOLOGIA

DIRETTORE EMERITO DEL SEMINARIO DI PARIGI

SOCIÉTÉ GÉNÉRALE DE LIBRAIRIE CATHOLIQUE VICTOR PALMÉ, DIRECTEUR GÉNÉRAL

76, rue des Saints-Pères, 76

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GENEVE HENRI THEMBLEY, ÉDITEUR’

4, rue Corraterîe, -1886 –

II

LA FRANCO-MASSONERIA O LA SOCIETÀ SECRETA

ТОМO PRIMO

SEZIONE PRIMA

PIANO IDEALE DEL TEMPIO MASSONICO O SCOPO SUPREMO DELLE SOCIETÀ SEGRETE

IV — L’ARTE REALE — LA FILANTROPIA

36. La massoneria (La franco-massoneria designa sia l’insieme delle sette massoniche, sia l’insieme delle instituzioni, delle osservazioni e delle pratiche massoniche. Nel primo senso, essa s’oppone alla Chiesa cattolica, e nel secondo, alla Religione Cattolica. Noi impiegheremo di volta in volta il termine nei due sensi. Qui lo prendiamo nel secondo senso, cioè per indicare il sistema massonico.) è spesso chiamata nelle logge l’arte reale. Qual è il significato di questa espressione? Un’arte è un insieme di regole usate per dirigere l’attività umana nel lavoro esterno (Ars est recta ratio faclibilium; prudentia, recta ratio agibilium. S. Th. et Schol.). L’arte regale è quella che primeggia su tutte le altre, come il re sui suoi sudditi; o quella che porta al trono ed insegna a regnare, in altre parole, quella che fa i re. La vera arte regale è la religione di Gesù Cristo; perché, destinata a realizzare il fine soprannaturale, essa presiede, come una regina, a tutte le istituzioni umane, affinché tutte, da essa diretta, collaborino a procurare la salvezza delle anime. In secondo luogo, incorporando gli uomini a Gesù Cristo, li innalza al trono dove Egli siede con suo Padre. (Ap. III, 21) – Ora invece, secondo i settari, la massoneria è la vera arte reale. È, sostengono, l’istituzione perfetta, che ha la precedenza su tutte le altre, che nessuno ha il diritto di combattere, che tutti hanno anzi il dovere di promuovere e di aiutare, perché rende gli uomini liberi e padroni di se stessi. « La prima idea che fa nascere l’aspetto da saggio, è quella di un uomo libero e padrone di sé; la Massoneria, che tende a fare uomini saggi, è dunque un’arte di libertà e di regalità. » (Ragon, Orthodossia mass.). « La Massoneria porta nei suoi fianchi la salvezza del genere umano. Le sue osservanze e le sue pratiche esercitano il senso della dignità primaria dell’uomo; esse liberano la natura dai pregiudizi e dai vizi che la oscurano e la contaminano, e restaurano la sua purezza originale; esse restaurano la sovranità individuale distruggendo ogni dispotismo, cioè ogni autorità; « per mezzo di esse gli uomini diventano re » non riconoscendo più « né Dio né padrone. »

37. Oppure ancora. L’arte reale è l’arte di trovare l’oro, detto il re dei metalli; l’arte di scoprire la pietra filosofale, o il segreto di trasformare tutto in oro. « Noi offriamo ai nostri seguaci, dice la Massoneria, la conoscenza dell’arte sublime che conduce alla scoperta della vera Pietra Filosofale. Alcuni uomini, nel profondo errore e nel delirio della più vile cupidigia, vogliono ottenere un metallo degno dei loro desideri, e consumano la loro fortuna e la loro vita nella sua ricerca infruttuosa. Lungi da noi coloro che una sì vile passione, la sete dell’oro, o che una indiscreta curiosità induce alla ricerca dei nostri segreti. » (Discorso d’iniziazione al recependario Novizio nella setta dei filosofi sconosciuti.) « La vera pietra filosofale, infatti, non è il mezzo per trovare miniere d’oro, ma per recuperare l’età dell’oro, cioè lo stato di natura perduto, lo stato di libertà ed uguaglianza originaria. »

38. I culti si vantano spesso di essere « istituzioni filantropiche », di praticare « la filantropia più sublime”, « la più pura filantropia ». – Cos’è la filantropia? È, come indica l’etimologia della parola, l’amore per gli uomini o l’amore per l’umanità. Ora il vero franco-massone non riconosce più il padre né il figlio, il principe né i sudditi, i proprietari né  i proletari, ma in tutti i suoi simili non vede che degli uomini. Disprezza, condanna e desidera eliminare le differenze di Religione, di Patria, di condizioni, e non ama in ogni uomo che solo la natura umana: ha dunque il amore puro per la natura umana o per l’umanità: egli è un filantropo. – Di conseguenza egli lavora per restituire alla natura umana un’indipendenza assoluta. E, secondo lui, la perfezione dell’uomo è nel possesso di questa pura libertà. Pertanto, non è massone che solo per dedicarsi alla felicità degli uomini: è un filantropo  solo in questo secondo senso. Anche così, come diremo, non ha « un amore volgare per l’umanità », ma « un amore sublime », ma « un culto », perché adora l’uomo. Inoltre, agli occhi degli alti iniziati, gli adoratori del Dio vivente sono i nemici della natura umana: “il solo franco-massone è filantropo. »

39. Per alcuni iniziati, il termine filantropia ha un senso abominevole, come quello di fraternità. – Essendo, la filantropia che caratterizza i franco-massoni, la prima virtù richiesta in un sofisiano, nessuno è ricevuto come un aspirante se non conosce l’acacia, e se non ha lavorato nella stanza di mezzo (Regolamento degli aspiranti nell’ordine dei Sofisiani, art. 18.). »

V – RELIGIONE

40. La massoneria è una religione? I settari spesso rispondono negativamente. « La Massoneria non impone alcun giogo religioso ai suoi iniziati; lascia ad ogni fratello il suo culto; non pretende di esserne una, perché un massone non può avere due culti » (Ragon, Ortod. mass. Introd.). « Anteriore alle religioni conosciute, la Massoneria continua la sua marcia pacifica ed incessante, perché il suo obiettivo inalterabile è il miglioramento degli uomini senza distinzione di classi, climi, opinioni filosofiche, politiche o religiose. » (Ragon, Ortod. mass., p. 203.). E infatti, come può essere una religione un’istituzione che non ha né Dio né dogma né morale, e che combatte Dio, dogma e morale?

41. Spesso, tuttavia, i settari sostengono che la Massoneria è una religione e addirittura è l’unica religione o addirittura la religione per eccellenza. È « la vera fede, la buona religione »,  il « Vangelo eterno », la « grande Bibbia ». La Massoneria « è consacrata alla fondazione di una religione universale e rigenerata » (Massoneria pratica, Rituale di cavaliere Kadosch. t. I, p. 314).  « La nostra religione è la religione stessa. Non ha un nome e non può averne uno. Un giorno sarà la religione dell’umanità. Fino ad allora dovrà accontentarsi di chiamarsi la religione. » – « La massoneria è una religione troppo poco conosciuta, troppo poco apprezzata, troppo spesso calunniata, ma che tuttavia, nonostante tutti gli ostacoli, è trionfante e quasi universale » (Notizie storiche dell’ordine della franco-massoneria, t. II, p. 307.). Questo perché è chiaro, da tutta l’esposizione precedente, che la Massoneria ha un tempio, che è l’uomo o la umanità libera; in questo tempio c’è un adoratore, è l’uomo o la libera umanità; c’è un adorato, è l’uomo o la libera umanità. La massoneria è la religione del futuro. » Infatti, « in passato, l’uomo ha costruito templi a Dio; in futuro, l’uomo costruirà templi all’uomo. Non si prostituirà più col suo incenso ad un tiranno fiabesco che domina la razza umana con terrori immaginari; è l’umanità stessa che sarà oggetto del suo culto. » – « Tutte le religioni precedenti sono state anti-umanitarie; la franco-Massoneria rivela al mondo una religione umanitaria. Tutte quelle hanno curvato l’uomo davanti ad un essere estraneo; la nuova religione gli insegna a raddrizzare la testa nel senso della sublime dignità della sua natura, perché essa gli insegna che egli è re, sacerdote e dio. » – « Non veniamo a predicare un nuovo Dio, ma a mostrare a tutti che non c’è altro Dio se non la Ragione stessa. » – « Abbiamo proclamato e proclamiamo la regalità, la “divinità” dell’io umano. » – « La nostra religione”, cioè il dio della nostra religione, è l’umanità (Indirizzo dei socialisti di Madrid a tutti gli operai del mondo, 1869.). *

VI – RIASSUNTO

42. Ora comprendiamo ora il piano ideale del tempio che la franco-massoneria innalza. Nel linguaggio degli adepti, è chiamato il tempio della libertà, dell’uguaglianza e della fraternità, il tempio della ragione e della natura, il tempio della verità e della virtù, il tempio innalzato dall’arte reale, dove si pratica la religione dell’umanità. Nel vero linguaggio, deve essere chiamato il tempio della rivolta totale, il tempio della pura anarchia, una rovina universale. Rivolta contro l’autorità di Dio e l’autorità che emana da Dio, o libertà; rivolta contro ogni gerarchia, contro la superiorità stessa di Dio e tutte le ineguaglianze da lui stabilite tra gli uomini, o uguaglianza; rivolta contro la paternità di Dio ed ogni paternità che da essa deriva, o fratellanza; Rivolta contro la Religione soprannaturale di Gesù Cristo, ancor più contro lo stato sociale e tutte le istituzioni sociali, o il regno della natura; Rivolta contro qualsiasi verità che superi la ragione individuale o che non emani da essa, rivolta contro qualsiasi legge che causi cupidigia, o illuminazione e santificazione massonica; Rivolta contro la famiglia, perché nella famiglia la libertà o l’uguaglianza non può essere perfetta; contro lo Stato, perché “i diritti dei principi sono attentati ai diritti umani”; contro la Chiesa, perché la Chiesa esercita la più orribile tirannia sull’intelligenza attraverso i suoi misteri e sulla volontà attraverso il decalogo; rivolta contro la proprietà, perché è « il principio di tutte le disuguaglianze sociali »; contro il matrimonio, perché genera « la libera espansione delle simpatie »; contro la religione, perché pone i diritti dei padri, degli sposi, dei proprietari e dei re sotto la protezione di un Essere supremo, e rafforza tutte le tirannie con il sostegno di terrori religiosi; Rivolta contro Dio e contro l’uomo; contro il diritto divino ed il diritto umano; contro le leggi naturali e positive; contro ogni autorità, ogni gerarchia, ogni tradizione, ogni legge, ogni diritto, ogni dovere: « Rompendo le sue catene e rovesciando i suoi idoli, l’umanità, grazie alla franco-massoneria, sta facendo passi da gigante verso un futuro di perfetta uguaglianza e libertà assoluta, dove non conoscerà più né padroni né schiavi. » «No, né Dio né padrone! »; in una parola:

rivolta universale;

Questa è la massoneria.

GNOSI TEOLOGIA DI sATANA (63) – LA CITTÀ ANTICRISTIANA (3)

LA CITTÀ ANTICRISTIANA (3)

DI P. BENOIT

DOTTORE IN FILOSOFIA E TEOLOGIA DIRETTORE EMERITO DEL SEMINARIO DI PARIGI

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II

LA FRANCO-MASSONERIA O LA SOCIETÀ SEGRETA

ТОМO PRIMO

SEZIONE PRIMA

PIANO IDEALE DEL TEMPIO MASSONICO O SCOPO SUPREMO DELLE SOCIETÀ SEGRETE

III – RAGIONE, VERITÀ, LUCE, GIUSTIZIA, MORALITÀ

28. I settari ripetono spesso che il loro obiettivo è “l’emancipazione della ragione”, “la diffusione della verità”, “l’illuminazione degli uomini”, “il trionfo della virtù e della giustizia”, “l’instaurazione della morale pura”. “La massoneria è lo studio delle scienze e la pratica delle virtù. » “La massoneria serve, con i suoi sublimi principi, a purificare la nostra morale. “Le leggi della Massoneria sono per punire il crimine e per onorare la virtù. “Il bello, il sublime, la vita finalmente, sono dalla parte di coloro che lottano per la luce, per la giustizia (Kropotkine, Parole d’un rivoltato, p. 59.). “Attraverso le tenebre verso la luce”, questo è il motto del massone (Findcl, I principi della franco-massonneria nella vita dei popoli, p. 30.). “Ci riuniamo per costruire templi di virtù e per scavare prigioni per i vizi (3). (3(3) Raccolta preziosa della Mass. adonhiramita, t. I, p. 16, 70, etc.) “Cosa significano queste espressioni nel loro senso più completo?

29. Secondo la teoria massonica, la ragione umana è indipendente e sovrana. Non è giudicata da nessuno, ed è giudice di tutto. Essa non riceve la verità, la crea. “La ragione umana, senza alcun riguardo per Dio, è l’unico arbitro del vero e del falso, del bene e del male; è legge a se stessa. “(Syllabus. prop. III.) Di conseguenza, come abbiamo già notato, la ragione dell’uomo è sostituita alla Parola di Dio, perché come la Parola di Dio ha “la pienezza della verità che ne è la fonte e la regola, così la ragione umana diventa l’essenza stessa della verità; ne è il principio e l’arbitro. « Io sono – essa dice – l’uguale del Verbo di Dio: similis ero Altissimo. » Ora, agli occhi dei settari, è in questa rivolta della ragione individuale contro ogni autorità, anche divina, è in questa esaltazione dello spirito fino all’adorazione di se stesso, che consiste la “nativa indipendenza della ragione umana”. Gli uomini saranno illuminati”, quando avranno recuperato “la piena libertà di pensiero”. “La verità brillerà pura ai loro occhi quando, rifiutando tutti i pregiudizi provenienti dall’esterno, non avranno altro maestro che la loro ragione stessa.

30. In una parola, quando l’intelligenza finita dell’uomo è in uno stato di rivolta contro le verità rivelate da Dio o insegnate dalla società, e considererà i propri deliri come la “pura verità”, “la ragione sarà perfetta”, “ci sarà la luce piena”, “la verità regnerà”. “Allora sarà innalzato “il tempio della ragione”, “il tempio della verità e della luce””. La ragione è stata deviata, svilita dai sacerdoti; la si è presentata qui come insufficiente, corruttiva (?), come un fanale ingannevole (?), atta a condurre l’uomo fuori strada. Eppure questa ragione è evidentemente l’unica (ad esclusione della rivelazione e della fede), la vera, la più nobile prerogativa che la divinità (la natura) si è compiaciuta di dargli per distinguerlo dai vili animali. È grazie alla Massoneria che oggi, finalmente, l’uomo, come un viaggiatore stanco dei venti e della tempesta, comincia ad aprire gli occhi e, vedendo la luce della ragione, si risolve a prenderla come guida (abiurando la fede) e a camminare con essa verso il porto consolatore della verità (Notizie storiche dell’ordine della franco-mass.. Discorsi pronunciati dalle logge, t. II, p. 324-325.). « Il cammino della storia conduce dalle tenebre alla luce; le Chiese (fonte delle tenebre) crollano nell’abisso dei tempi oscuri, e sulle loro rovine, dio (cioè la natura) costruisce il suo tempio (il tempio luminoso della ragione e della virtù massonica) nel cuore degli uomini che vivono in spirito e per la verità. » (2 Findel, op. cit. p. 69)

31. Come l’intelligenza di ogni uomo è indipendente e sovrana, così la sua volontà è la legge a se stessa. Tutto ciò che il suo cuore vuole è buono, come tutto ciò che la sua ragione pensa è vero. È la volontà che fa il bene, come è lo spirito che fa il vero: « Esagerando la potenza e l’eccellenza della natura, i massoni – dice Leone XIII – mettono solo in essa il principio e la regola della giustizia. » (Encyc. Humanum genus) Questa è la teoria dei settari. Essi danno al cuore corrotto dell’uomo gli stessi attributi dell’impeccabile volontà di Dio, come prima alla sua ragione finita i diritti dell’intelligenza increata. L’uomo, « ponendosi come il cuore di Dio »,(Ez, XXVIII) ebbro al punto di sostituirsi a Dio stesso, proclama che la sua volontà non dipende più dal suo Creatore, ma ha in essa, per la sua essenziale rettitudine, la legge stessa, della virtù, della giustizia e della moralità. « Sarete degli dei – dice la Massoneria agli uomini – poiché avrete in voi stessi, nella vostra volontà naturalmente retta, la legge del bene e del male. (Eritis sicut dii, scientes bonum et malum. Gen. III, 5).

32. In questa teoria, non c’è alcuna inclinazione naturale che l’uomo sia tenuto a reprimere. « I settari – dice Leone XIII seguendo il testo che abbiamo citato sopra – non possono nemmeno concepire la necessità di fare sforzi costanti ed energici per sopprimere le rivolte della natura e controllare i suoi appetiti (Id.). » Poiché la sua volontà è la legge del bene, qualunque cosa voglia, qualunque cosa faccia, tutto ciò che vuole, tutto ciò che fa è santa. Di conseguenza, ciò che finora è stato chiamato leggi morali, obblighi di coscienza, regole di condotta, non è che « un cumulo di pregiudizi »: l’unica regola di condotta è rifiutare tutti i precetti che vengono da una volontà estranea; l’unico obbligo di coscienza è seguire la propria volontà; l’unica legge morale è non avere altra legge che quella della natura, cioè cercare di soddisfarne tutte le tendenze. – Inoltre, « sono queste cosiddette leggi morali che sono la causa di tutto il male che si fa sulla terra; perché, dando alla volontà una falsa direzione, le tolgono la sua naturale rettitudine ». « Abbandonato a se stessa, la natura non fa che il bene; lacerata da precetti tirannici, non riconosce più la sua strada e si smarrisce. » – « Libera, la volontà chiede le sue ispirazioni a se stessa; ed allora tutte le sue azioni sono buone così come essa lo è. Ma, dominata da una volontà estranea, è il giocattolo dell’ambizione e dell’avidità. » E ancora: « Così quindi, si infrangono le leggi della società, e allora si fa il male, perché si crede di farlo; oppure le si osserva, e allora si vive nella coercizione e nella servitù, » cosa che è il più grande crimine che si possa commettere contro la propria natura libera. « Se ci sono tante azioni malvagie nel mondo, è perché ognuno non erge come legge la propria volontà, che ha ricevuto dalla natura per essere sua regola, ma una volontà estranea alla quale non è e non deve essere soggetto. Affinché non ci siano che azioni sante, devono essere abolite tutte le leggi arbitrarie che hanno sostituito l’unica e semplice legge di natura, far recuperare alla volontà la sua piena indipendenza e proclamare la completa emancipazione delle inclinazioni. » Ci stupiremo allora che i settari declamino così spesso contro “la tirannia del Sacerdozio cattolico, e arrivino fin’anche a definire il Vangelo di Gesù Cristo « un codice di immoralità »?

33. La virtù consiste, secondo i moralisti, nella ricerca del bene sovrano. Ora, secondo i settari, la perfezione suprema dell’uomo si trova nell’indipendenza illimitata della sua ragione e dei suoi sensi, in una parola nella libertà. Perciò, secondo essi, ogni atto che tende a liberare se stesso o altri dalle leggi divine o umane è un atto buono; ogni esercizio della propria sovranità essenziale è virtuoso. E in effetti, la bontà degli atti dipende dalla bontà del loro oggetto e del loro fine. Per i Cattolici, il bene sovrano è Dio; quindi, per loro, gli atti che si riferiscono a Dio sono i migliori. Ma per i settari, il bene sovrano è « lo stato di natura, », « la libertà e l’uguaglianza assolute », « la sovranità della ragione », « l’emancipazione dei sensi »; quindi, secondo essi, la virtù consiste nel rifiutare ogni autorità e seguire tutti « i desideri del cuore ». Si è giusti se si dà allo spirito ed alla carne l’indipendenza universale che è loro dovuta; si è colpevoli se si sottopone lo spirito ad un’autorità e la carne ad una legge. Tanto quanto la libertà di pensiero è una virtù sublime, tanto la fede, l’obbedienza, l’umiltà sono crimini abominevoli. – La mortificazione è un peccato contro natura e la lussuria è un dovere. Non siate sorpresi da queste conclusioni. I massoni la cui iniziazione è imperfetta, ammettono il principio, professando che la “libertà” è un bene sovrano dell’uomo, e ne rifiutano le conseguenze in se stesse. Ma i settari la cui “illuminazione” è perfetta, ricevono sia il principio che le conseguenze. « Da quando il sentimento è diventato il punto importante della religione, dice uno di loro, gli articoli di fede del Cristianesimo, una volta così sacri, sono diventati indifferenti. E questa differenza deriva dal fatto che dove il sentimento è dichiarato l’essere soggettivo, l’organo della religione, anche lì è l’essere oggettivo, reale, in una parola il dio. Il carattere religioso del sentimento dipende dalla natura del sentimento in generale, al quale partecipa ogni sentimento particolare, e questa natura è dichiarata santa, ed è in essa che si fonda ogni religiosità. Il sentimento è proclamato così l’assoluto, il divino, e poiché è in sé buono, religioso, cioè santo, non ha forse in sé la sua divinità, non è forse il suo proprio dio? …. Ciò che, di conseguenza, si dichiarerà essere l’infinito, in quanto costituente l’essenza, sarà la natura del sentimento. Dio è il sentimento puro, libero, senza limiti (senza legge). – Qualsiasi altro Dio sarebbe imposto dall’esterno… Il sentimento è dio a se stesso. È dunque solo per viltà di cuore o debolezza d’animo che non si osa confessare (o fare) ciò che i propri sentimenti confessano (o chiedono di fare) in segreto. Bloccati dai retropensieri tradizionali (che hanno insegnato ad arrossire di fronte a certi sentimenti ed a reprimerli), incapaci di comprendere la grande anima (l’essenza divina) del sentimento, avete paura dell’ateismo del vostro stesso cuore. » Eppure, “il sentimento (di cui forse arrossisci e che vuoi combattere) è il tuo Dio” ( Feuerbach, Essenza del Cristianesimo. Trad., p. 33-34.). »

34. Dove porta questa morale massonica? Al culto della Carne. « Vogliamo la libertà. » Quale libertà? « La libertà che rende felici. » È la libertà di pensiero? Che ci importa della libertà di pensiero? Vogliamo la libertà dei piaceri. Così, per gli alti iniziati, la vera libertà non è altro che la licenza dei costum: « Liber – dice Ragon in qualche luogo – era il vero nome del BACCO DEI MISTERI, ed in Grecia si sosteneva che un certo ELEUTHERO O LIBERO (Eleuteros) avesse istituito le ELEUSINI ». Per essi, la vera saggezza consiste nell’immergersi nella voluttà. « In tutte le nostre feste, noi mescoliamo saggezza e piacere. …La fiaccola della saggezza ci porta alla voluttà. » (Raccolta preziosa della massoneria adonhiramita, t. I p. 54, 56). « La virtù unisce due corpi come due cuori. » Non stupiamoci quindi di vedere la “virtù” e la “moralità” massonica guazzare nella fogna profonda. Nella nostra natura corrotta, infatti, ci sono le inclinazioni più vili che sono le più violente. O Dio, Voi avete sempre punito i superbi che si rivoltano contro di Voi, consegnandosi “al senso reprobo” e “alle passioni d’ignominia”.  Quando le sette si sono trovate per la prima volta padrone della Francia, hanno proposto all’adorazione del popolo la “ragione” e la “natura” in una prostituta nuda. Ovunque lo straripamento dei cattivi costumi è legato ai progressi della Massoneria. I veri iniziati lo sanno bene; essi applaudono alla corruzione; perché quando « tutta la carne avrà corrotto il suo essere e la materia avrà soffocato lo spirito, allora « il tempio della virtù » sarà finito.

35. Questa teoria speciale della virtù e della morale, come la teoria generale della libertà e dell’uguaglianza native o dello stato di natura, nasconde un errore molto grave che è al suo centro, cioè la negazione del peccato originale: « L’uomo è nato buono »; – « tutte le sue facoltà sono rette per natura »; « lasciato a se stesso, fa solo il bene », ecc. ecc. Ahimè, tu sostieni, o settario, che « l’uomo è nato buono », che « la sua natura è perfettamente retta », che basta lasciare l’uomo a se stesso perché « tutte le sue tendenze siano oneste e tutte le sue azioni sante ». Non è forse evidente il contrario? Il peccato originale è iscritto a caratteri indelebili nel profondo della nostra natura. Quando il bambino ha già solo pochi mesi, si nota impazienza, rabbia, egoismo, non può ancora parlare, e picchia la sua nutrice. Non è forse naturale per ogni uomo mettere il suo bene particolare al di sopra del bene generale? Non prova spesso un’attrazione violenta per i beni sensibili, mentre è pieno di disgusto per i beni intelligibili? Non appena la ragione si sveglia, si accorge che c’è « una legge delle membra che resiste alla legge dello spirito (Rom. VII, 23 ) » e che la volontà si sente impotente ad abolirla. Tu dici, o settario, che « le cattive tendenze sono il frutto dello stato sociale, che non provengono dalla natura, ma dall’educazione. » Dite il contrario ed avrete detto il vero. La natura « ha accumulato stoltezza nel cuore del bambino (Stultitia colligata est in corde pueri. Prov, XXII, 15.) »; è l’educazione che “dissolve questi fardelli”. « Noi siamo per origine figli dell’ira » (Natura filii iræ. Eph.); è grazie all’aiuto della società domestica, della società civile e soprattutto della società religiosa che diventiamo umani, temperanti, generosi. Nel linguaggio di tutti i popoli, l’ « uomo senza educazione » non è forse « un uomo rozzo, vanitoso ed egoista? » L’esperienza universale non ci insegna forse che ovunque le influenze della famiglia e della Chiesa sono assenti o solo deboli, l’uomo non è che orgoglio e indipendenza di spirito, sensualità e brutalità nella carne?

GNOSI TEOLOGIA DI sATANA (62) – LA CITTÀ ANTICRISTIANA (2)

LA CITTA’ ANTICRISTIANA (2)

DI P. BENOIT

DOTTORE IN FILOSOFIA E TEOLOGIA

DIRETTORE EMERITO DEL SEMINARIO DI PARIGI

SOCIÉTÉ GÉNÉRALE DE LIBRAIRIE CATHOLIQUE

VICTOR PALMÉ, DIRECTEUR GÉNÉRAL

rue des Saints-Pères, 76

BRUXELLES

SOCIÉTÉ RELGE DE LIBRAIRIE

12, rue des Paroissiens.

GENEVE HENRI THEMBLEY, ÉDITEUR’

4, rue Corraterîe. -1886 –

II

LA FRANCO-MASSONERIA O LA SOCIETÀ SEGRETA

ТОМO PRIMO

SEZIONE PRIMA – PIANO IDEALE DEL TEMPIO MASSONICO

O SCOPO SUPREMO DELLE SOCIETÀ SEGRETE

10. Diciamo in primo luogo che il piano ideale del tempio massonico o il fine supremo delle società segrete è la pura anarchia, cioè la distruzione dell’ordine sociale fino alle sue ultime fondamenta. Coglieremo questo piano od obiettivo in certe formule che ricorrono ripetutamente nelle opere dei massoni, nei discorsi delle logge e persino nelle decorazioni massoniche. Confermeremo la verità della nostra presentazione con un certo numero di testi presi in prestito dalle opere di famosi massoni o presi da alcuni discorsi degli alti gradi. Non ci resta poi che fare alcune osservazioni e dedurre alcune conclusioni.

CAPITOLO I

Dichiarazione dello scopo supremo delle società segrete

11. Il mondo massonico non cessa di parlare di libertà, uguaglianza, fraternità; spesso loda lo stato di natura; celebra la verità, la virtù, la moralità; sostiene di possedere un’arte reale e pretende di trovare la pietra filosofale; spesso parla di filantropia e talvolta di una nuova religione. Queste espressioni o formule coprono, agli occhi degli iniziati, il sistema massonico in tutte le sue orrende profondità. Cerchiamo di penetrare il loro significato.

I – LIBERTÀ, UGUAGLIANZA, FRATERNITÀ

12. Abbiamo già detto altrove cosa intendono i settari per libertà e uguaglianza. Riassumiamo e completiamo la nostra presentazione. La libertà, per i massoni la cui iniziazione è completa, è l’indipendenza assoluta e illimitata dell’uomo; è il rifiuto di ogni autorità e di ogni legge; in altre parole, è l’insubordinazione o la rivolta universale. Chi è soggetto ad una volontà estranea, foss’anche quella divina, non è libero; chi è soggetto a qualsiasi legge, anche quella naturale, non è libero. Il fedele non è libero; il suddito non è libero; il marito e la moglie non sono liberi; il bambino che vive sotto l’autorità dei suoi genitori non è libero; l’uomo in uno stato sociale non è libero. “Tutti gli uomini sono liberi per natura; quindi, nessuno di loro ha il diritto di comandare i suoi simili; pertanto, è una violenza agli uomini pretendere di sottometterli a qualsiasi autorità. “Sarai libero, dice la massoneria al suo seguace, se sarai sovrano, se sarai sacerdote, re e dio, se sarai venerato come l’adoratore del tempio. Questa è l’antica promessa del serpente ai nostri primi genitori: “Sarete dei: dii eritis”. “Così, nel linguaggio massonico, la libertà significa rivolta: rivolta del figlio contro il padre, dei coniugi contro il freno del matrimonio, o distruzione della famiglia; rivolta dei poveri contro i ricchi, o annientamento della proprietà; rivolta dei sudditi contro i principi, o anarchia civile; rivolta dell’uomo contro Dio, o rifiuto di ogni religione. « Se siete miei discepoli – disse Gesù Cristo agli uomini – conoscerete la verità e la verità vi libererà. » (Giov. VIII, 32). Poi ha aggiunto: « chi fa il peccato è schiavo del peccato ». Ma lo schiavo del peccato abita in una casa di schiavitù; il Figlio di Dio abita nella casa di Dio, cioè nella casa della pace e della libertà. – Se dunque vi sottomettete al Figlio di Dio, sarete veramente liberi. » (Giov. VIII, 34-36).

– I liberi massoni sopraggiungono e dicono: « No, non è chi si sottomette a Gesù Cristo, bensì chi viene da noi che è veramente libero. » Colui che si sottomette a Gesù Cristo entra nella casa di schiavitù, perché « mette la sua intelligenza in cattività » (II Cor. X, 15) sotto il giogo di una parola rivelata, e si impegna « a crocifiggere la sua carne con tutte le sue concupiscenze » (Gal V, 24) Chi viene a noi entra nel tempio della libertà, perché può seguire senza costrizioni le opinioni della sua ragione, i richiami del suo cuore e gli appetiti dei suoi sensi. La libertà al servizio di Dio e del suo Cristo: eccolo lo scopo della Religione Cattolica. Libertà con la ribellione contro Dio ed il suo Cristo: questo è il fine della massoneria. Il Cristiano è libero perché spinge l’amore di Dio fino all’odio e alla repressione di tutti i desideri della natura corrotta. Il massone è libero, se porta l’amor proprio fino al disprezzo di Dio. Continuiamo.

13. « I diritti si basano sull’essenza o sulla natura. L’uguaglianza, natura; ora la natura è la medesima in tutti gli uomini; quindi i diritti devono essere gli stessi ». Questo è il ragionamento dei settari. « Gli uomini sono uguali nei diritti: tutti, e da tutti i punti di vista, sono nella stessa condizione » (Encyc. Humanum genus). Da questo l’ammissione di tutti alle cariche pubbliche, la sottomissione di tutti alle stesse leggi ed agli stessi tribunali, la partecipazione di tutti al suffragio, … che sono solo i preliminari del sistema di uguaglianza; tutti devono partecipare a tutti i beni, e anche a tutti le persone. Finora ci sono stati ricchi e poveri, genitori e figli, mariti e mogli, re e sudditi, preti e laici, cattolici, protestanti, ebrei, musulmani, buddisti; in futuro ci saranno solo uomini. « Il tempio massonico è l’universo popolato da uomini liberi e uguali. » – « Tra i massoni (e un giorno, grazie a loro, tra tutti gli uomini), non c’è né primo né ultimo; non ci sono né forti né deboli, né grandi né piccoli; ci sono solo fratelli e sorelle, tutti uguali, tutti desiderosi di essere uguali (Précis historique de l’ordre de la franc-maç. Discours, t. II, p. 326). « Nel mondo dei profani, uno combatte per Mario, l’altro per Sylla; nel nostro mondo, non c’è né Mario né Sylla. Nel mondo dei profani, si adora qui Baal, là Geova; nella massoneria, c’è un solo culto, quello della virtù; e chi può dire che tale culto non sia quello del vero Dio? Nel mondo dei profani, ci sono fedeli e miscredenti, ci sono ebrei, pagani, maomettani, greci, protestanti, antiprotestanti, e mille altre sette le cui pretese spaventano la mente, e tutti, nemici gli uni degli altri, sono si sono massacrati per secoli in nome e per gli interessi del Cielo; nel mondo che sogniamo, la Mecca e Ginevra, Roma e Gerusalemme si confondono: Non ci sono ebrei, maomettani, papisti o protestanti: ci sono solo uomini. » (Ibid., p. 328).

14. Le sette non si accontentano solo di proclamare l’uguaglianza tra tutti gli uomini; la proclamano tra Dio e l’uomo. Secondo loro, o Dio non esiste, o, se esiste, non può intervenire nel governo degli esseri liberi, o si confonde con l’uomo e il mondo. Quest’ultima teoria è, come vedremo, la più cara alla Massoneria: è nel cuore dei suoi simboli, entra nell’essenza di tutti i suoi gradi, ricorre costantemente nei discorsi e nei libri dei fratelli. – Ma sia che le sette releghino Dio lungi dal commercio degli uomini, sia che lo neghino o lo confondano con la natura, esse investono l’uomo delle caratteristiche stesse della divinità, dell’indipendenza e della sovranità: egli entra nel tempio massonico come adoratore oltre che come cultore, e, alzando gli occhi al cielo, dice con l’arcangelo rivoltoso: “Similis ero Altissimo: sono l’uguale di Dio. « Ogni uomo è il suo prete e il suo re, il suo papa e il suo imperatore. » (F:. Potvin. A. Neut., l.1, p. 408.) « Noi rispondiamo dei nostri atti, solo a noi stessi, siamo i nostri sacerdoti e i nostri dei. » (R :.Lacroix, ïbid.). « I nostri stessi avversari non lo dicono continuamente: “Gli dei se ne vanno! Il prestigio dell’autorità” scompare? » E chi sostituirà gli dei, i re, i sacerdoti, se non l’individuo libero, fiducioso nelle sue forze (Kropotkine, Paroles d’un révolté, p. 342.), egli stesso “re, sacerdote e dio?

15. « Fraternità significa prima di tutto la comunità di natura e di diritti, o l’uguaglianza di tutti nel possesso della stessa libertà. Nel Cristianesimo, tutti gli uomini sono fratelli attraverso la comunità della stessa origine, natura e fine. Ma questa comunità non toglie le differenze di condizione e di funzione: tra questi uomini che hanno la stessa natura ci sono poveri e ricchi, sudditi e re, figli e padri, mogli e mariti. – Al contrario, nella massoneria, la comunità di natura, assorbe e fa sparire tutte le differenze. Non più famiglie particolari, ma una sola famiglia: l’umanità. Non più nazioni separate, ma una sola nazione, l’umanità. Non più Chiesa Cattolica o protestante, ma una sola chiesa, l’umanità. Le differenze di colore, di razza e di religione stanno scomparendo; i genitori, i coniugi, i re, i proprietari non hanno più diritti propri: non ci sono più dappertutto che uomini tutti uguali, perché essi tutti hanno una libertà assoluta. In questo senso, tutti gli uomini sono fratelli.

16. In secondo luogo, la fraternità serve a designare l’assistenza che tutti i massoni si devono reciprocamente in tutti gli affari della vita, specialmente in quello che riguarda la grande opera comune. Secondo l’insegnamento delle logge, infatti, un fratello deve aiutare il fratello in tutto ed ovunque. Un ministro, un prefetto, devono usare il loro credito per l’avanzamento dei fratelli. Un giudice non deve condannare un fratello, anche se colpevole. Gli alti funzionari devono usare la loro influenza per assicurarsi che i membri dell’Ordine ricevano posizioni onorevoli e vantaggiose, pensioni, bonus, favori e onori di ogni tipo.

17. Ma soprattutto quando è interessata la causa comune, i massoni devono dimenticare i legami di parentela, di amicizia, di nazionalità, i doveri stessi della giustizia, per pensare solo al bene dell’ordine. Quest’uomo è nemico delle società segrete? Sia anche tuo padre, devi combatterlo. Questa famiglia sta ostacolando   il progresso della libertà massonica: facendone parte, voi dovete lavorare per rovinare la sua influenza. Una legge è utile al paese, ma dannosa all’opera rivoluzionaria; un’altra è favorevole alle sette, ma perniciosa alla nazione: bisogna respingere la prima e acclamare la seconda. Il primo dovere di un deputato del Parlamento o di un senatore è quello di difendere la causa della libertà e dell’uguaglianza con la parola e con il voto. Il primo dovere di un diplomatico, di un generale dell’esercito, è quello di portare al successo i piani massonici. Non abbiamo visto spesso, nel secolo scorso, politici chiudere gli occhi di fronte agli interessi più evidenti del paese, e spingere a misure che si giustificavano solo dal loro lato rivoluzionario? Non ci sono tante occasioni in cui i generali hanno tradito la causa del paese per servire la causa della rivoluzione? I capi delle alte logge non hanno forse raccomandato ai massoni di intentare cause civili e politiche contro i loro avversari in tribunali in cui sedevano dei fratelli? La storia contemporanea è piena di fatti di questa natura. Nel corso di questo libro, avremo più di una volta l’opportunità di tornare su questo argomento.

18. Per i settari, il grande obiettivo, quello che ha la precedenza su tutto il resto, è il trionfo della libertà e dell’uguaglianza massonica. « I cittadini devono unirsi ai cittadini, i popoli ai popoli, per provvedere all’emancipazione comune. « Tutti, in tutti i climi e con tutti i mezzi, devono lavorare per la grande opera di emancipazione dell’umanità ». Questo è il senso della fratellanza.

19. Per alcuni iniziati c’è un significato più segreto e più odioso. La fraternità è il ritorno ai costumi dei templari, cioè il regno della dissolutezza più sfrenata. È così che gli antichi gnostici intendevano la carità (Si può vedere ià in San Epifanio quel che gli gnostici intendevano con « l’esercizio della carità »: charitatem exhibere (Hæres. advers. Gnostic, lib. I. Hæres. VI vel XXVI. Mign. Patr. Græc. 91. XLI, col. 338,86). Molte formule e cerimonie massoniche sono state improntate a questi antichi settari. « È con lo studio degli antichi gnostici e manichei, diceva uno dei più illustri settari, il famoso Weishaupt, che l’illuminato potrà fare grandi scoperte su questa vera massoneria »); così i settari moderni, i loro successori, intendono « la beneficenza », l’« umanità », la « fraternità ». La « beneficenza » consiste, in questo senso, nel procurare agli uomini la soddisfazione dei desideri più universali e potenti della natura; l’« umanità » vuole che il massone si abbassi a tutti i desideri della carne; la « fraternità » è l’associazione di mutuo soccorso per il godimento voluttuario. Per questi « puri massoni », la « fraternità » designa i liberi costumi … delle bestie. Per poterli « restaurare » tra gli uomini, si sforzano di stabilire il matrimonio civile ed il divorzio, « il primo passo verso il regime dei liberi costumi ». Allo stesso scopo, fanno professione tra di loro di una spudoratezza sconosciuta nelle relazioni sociali, rifiutando ogni segno del rispetto reciproco, e praticando in alcune logge di alto rango un’orribile confidenziale turpiloquio, che hanno preteso persino di imporre per qualche tempo ad un intero popolo.

20. Inoltre, per questi puri, la parola libertà nasconde lo stesso significato. Nell’antichità pagana, il dio e la dea che presiedevano agli atti carnali, erano chiamati Liberi (S. Aug. De Civ. Dei, lib. VII, c. II e c. III.) o dei della libertà; la soddisfazione dei sensi era chiamata sollazzamento o liberazione; c’erano già feste della libertà, nelle quali il popolo adorava solennemente le cose più vergognose (S. Agost. De Civ. Dei, VII, cap. XXI). Queste pratiche infami furono trasmesse agli gnostici e ai manichei (S. Epifanio, Minuzio Felice e tanti altri). Qual sorpresa dunque che i moderni restauratori del paganesimo, gli eredi degli gnostici e dei manichei, chiamino la licenziosità di passioni infami con il nome di libertà, e propongano essi stessi al culto degli uomini ciò che è di più ignobile sotto il nome di albero della libertà? « Qual è il nome di un cavaliere bretone massone? », chiede l’iniziatore di un alto grado. Il candidato risponde: “Il nome di un massone liberissimo (Recueil précieux de la Mac. adonhir., t. II, p. 124). « Per i veri iniziati – dice Ragon – Iside è senza veli (Ragon, Orth. maç., introd., p. III.). » Gregorio XVI dice: « Tutto ciò che c’è mai stato di più sacrilego, blasfemo e vergognoso nelle eresie e nelle sette più criminali, è stato accumulato nelle società segrete come nella fogna universale più sordida di tutte le infamie » (Encyc. Mirari Vos). »

21. Da questo momento in poi, si vede il piano del tempio prendere forma. Il tempio ideale è una rovina universale. « Il nostro principio – dice Proudhon – è la negazione di ogni dogma; il nostro dettato è il nulla. Negare, negare sempre, questo è il nostro metodo; esso ci ha condotto a spacciarci come principi: nella religione, l’ateismo; nella politica, l’anarchia; nell’economia politica, la non proprietà. » È questa negazione assoluta, questo rovesciamento universale, che esprime la formula: Libertà, Uguaglianza, Fraternità… Libertà: distruzione di ogni autorità. Uguaglianza, distruzione di ogni gerarchia.  – La fraternità, da un lato una comunità di diritti e di beni, dall’altro l’assistenza reciproca per il bene comune in generale e per i piaceri dei sensi in particolare. La libertà è il fine; l’uguaglianza è ancora il fine; la fraternità è il fine e il mezzo. – Una sola di queste parole comprende tutto il piano del tempio:

Libertà: « Non ci sono più né padroni né schiavi, ma uomini liberi. »

Uguaglianza: « Non ci sono più superiori o inferiori, ma uguali ».

Fraternità: « non ci sono più padri o figli, ma fratelli. »

Quindi:

Libertà, distruzione della Religione, della società civile, della famiglia, della proprietà.

Uguaglianza, ulteriore distruzione della Religione, della società civile, della famiglia e della proprietà. –

Fratellanza, distruzione sempre della Religione, della società civile, della famiglia e della proprietà.

La libertà è dunque inseparabile dall’uguaglianza; la libertà e l’uguaglianza dalla fraternità. In queste tre parole abbiamo il piano ideale del tempio massonico, e lo abbiamo tutto in uno. Si può anche dire che l’obiettivo della Massoneria è la costruzione del tempio della libertà, o il tempio dell’uguaglianza o il tempio della fraternità, così come il tempio della libertà, dell’uguaglianza e della fraternità. Essa stessa si fregia di chiamarsi libera muratoria o massoneria.

LA CITTÀ ANTICRISTIANA (3)

GNOSI TEOLOGIA DI sATANA (61) – LA CITTÀ ANTICRISTIANA (1)

LA CITTÀ ANTICRISTIANA (1)

DI P. BENOIT

DOTTORE IN FILOSOFIA E TEOLOGIA DIRETTORE EMERITO DEL SEMINARIO DI PARIGI

SOCIÉTÉ GÉNÉRALE DE LIBRAIRIE CATHOLIQUE VICTOR PALMÉ, DIRECTEUR GÉNÉRAL

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BRUXELLES

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GENEVE

HENRI THEMBLEY, ÉDITEUR’

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-1886 –

II

LA FRANCO-MASSONERIA

O LE SOCIETÀ SEGRETE

ТОМO PRIMO

PREAMBOLO

1. Su questa terra, sono presenti due Città che si combattono l’una contro l’altra: la Città di Dio o la Città dei Cristiani, presieduta dal suo Capo Gesù Cristo, e la Città del Mondo o la Città degli Antichicristi, governata dal suo capo “il serpente antico”, “il principe di questo mondo”, “il dio di questo secolo”. La Città di Dio si oppone alla Città del mondo con una dottrina ed un esercito. Questa dottrina è “il Vangelo della salvezza”. Questo esercito è la Gerarchia Cattolica, composta dal Papa, i Vescovi ed i sacerdoti, predica in tutto l’universo “la parola della verità”, e governa con autorità divina l’umanità rigenerata.

– A sua volta, la Città del Mondo si oppone alla Città di Dio con gli errori e con le milizie. Gli errori oggi sono il Razionalismo e il Semi-razionalismo. – Le milizie sono le società segrete o la massoneria. « Lo scopo supremo della Massoneria – dice Leone XIII in un’incomparabile Enciclica, che sarà la nostra luce principale in tutta quest’opera, – è di rovinare da cima a fondo l’intera disciplina religiosa e sociale che è nata dalle istituzioni cristiane, e di sostituirla con una nuova, modellata sulle loro idee, e i cui principi e leggi fondamentali sono mutuati dal naturalismo. » Abbiamo parlato degli errori moderni. [Nella prima parte di quest’opera]. Non ci resta ora che di occuparci delle società segrete o della Franco-massoneria.

2. Divideremo questo nuovo studio in tre parti. Indagheremo prima di tutto su quale sia lo scopo della Massoneria; poi passeremo in rassegna le società massoniche stesse; e infine vedremo come le sette lavorano per raggiungere l’obiettivo proposto.

In altre parole, prenderemo in considerazione:

1° Il piano del tempio massonico;

2° I lavoratori impiegati per costruirlo;

3° Il lavoro di costruzione.

3. Si potrebbe dire che la Massoneria porti la sua definizione nello stesso suo nome; è un’associazione di franchi o liberi muratori. I muratori costruiscono un edificio: qual è l’edificio costruito da questi muratori liberi? Costruiscono – dicono – « il tempio della libertà, dell’uguaglianza e della fraternità », « la chiesa della ragione e della natura », « il santuario della verità e della virtù”. Costruiscono – diciamo noi – il tempio di satana ».

4. Gesù Cristo si è paragonato ad un architetto, ed ha paragonato la sua Chiesa ad un edificio: “Tu sei Pietro”, ha detto al capo dei suoi Apostoli, “e su questa roccia edificherò la mia Chiesa”. (Matt. XVI, 18) Anche satana, il rivale ed “avversario” di Gesù Cristo, pretende di essere un architetto; anche lui vuole costruire un tempio.

5. Il tempio di Gesù Cristo è il tempio della perfetta obbedienza a Dio, il tempio della fede e della carità. Il tempio di satana è il tempio della rivolta universale contro il Signore ed il suo Cristo, il tempio dell’empietà e della diffamazione. Il primo tempio è ogni uomo soggetto a Gesù Cristo, divenuto così “primogenito” dei figli di Dio, in una parola, si è fatto Cristiano: « Non sapete – disse San Paolo ai fedeli – che voi siete i templi di Dio, e che lo Spirito Santo abita in voi? » (I Cor. III, 16) « Il tempio di Dio è santo -, diceva – e questo tempio siete voi stessi » . (ibid. 17). Ed ancora: « voi siete l’edificio di Dio, il tempio del Dio vivente: Dei ædificatio, templum Dei vivi.

Il primo tempio è anche la Chiesa considerata nel suo insieme, tutta l’umanità l’intera rigenerata, che lo Spirito anima con il suo soffio e sulla quale regna Gesù Cristo: « questo è il vero tabernacolo di Dio con gli uomini »; (Apoc. XX, 2, 3) questo è il tempio le cui vaste proporzioni sono state misurate da Ezechiele e San Giovanni, (Ez. XL.— Ap. XI.) la cui magnificenza è stata celebrata da tutti i profeti ( Ps. XXVI, 4. — Is. VI, 1. — Jer. XXX, 18. — Dan. III, 53, etc.). –  Il secondo tempio è ogni uomo che si è ribellato contro Dio ed il suo Cristo, si è reso conforme al primo dei rivoltati ed è diventato con lui e sotto di lui un anticristo. È anche l’insieme di tutti coloro che anima lo spirito di rivolta, la riunione di tutti quegli orgogliosi e libertini sui quali regna l’Arcangelo decaduto.

6. Ora Gesù Cristo, per edificare la sua Chiesa, impiega degli operai: questi sono il Papa, i Vescovi, sono i sacerdoti, è la Gerarchia cattolica. Satana, da parte sua, nella costruzione del tempio della rivolta, si avvale di operai organizzati in gerarchie: oggi questi sono i franco-massoni. – Gli operai di Gesù Cristo prendono « quelle pietre – umane – che giacciono sparse (Dispersi sunt lapides sanctuarii in capite omnium viarum. Thren. IV, 1.) dalla rovina originaria: le tagliano, le puliscono (Fabri polita malleo, Hanc saxa molem construunt. Hymn. in Dedic. Eccles.), sul modello della « pietra angolare posta da Dio stesso in Sion (I Petr. II 4-7,) », e le fanno entrare nella magnifica struttura « del tempio vivente, dove abita Dio ». I settari si impadroniscono di uomini imprudenti o perversi, li formano sul modello dell’Arcangelo della rivolta e li collocano nel tempio dell’empietà e della corruzione. La Gerarchia cattolica è la voce di Gesù Cristo nel mondo, la sua mano, il suo organo, il suo strumento per operare la salvezza delle anime: essa prega, parla ed agisce nel suo Nome; nella sua potenza e virtù essa dà “verità e grazia” a tutti gli “uomini di buona volontà”; in Lui e con Lui opera per fare entrare nel « regno di Dio, tutte le nazioni della terra ». –

La gerarchia o le gerarchie massoniche sono « la cattedra di pestilenza » dove siede l’ « avversario » di Gesù Cristo, laddove « chiama bene il male e il male bene », laddove « insegna la menzogna » e combatte contro il regno di Dio; esse sono l’organo e lo strumento che egli usa per condurre gli uomini alla sua rivolta; in essi e attraverso di essi egli conduce la guerra più grande mai vista alla Città di Dio; con il loro aiuto si illude per far sparire il soprannaturale da tutta la terra per condurre il genere umano ad un’apostasia universale. In una parola, esattamente come il sacerdozio cattolico fa l’opera di Gesù Cristo nel mondo, così la Massoneria fa l’opera di satana. Come l’uno milita con Gesù Cristo contro satana, così l’altro combatte per satana contro Gesù Cristo. Mentre il primo eleva il tempio della carità, il secondo costruisce il tempio dell’apostasia.

7. Come tutta la Gerarchia cattolica dice a Gesù Cristo con uno dei suoi membri: « Mio Signore e mio Dio, ti consacro la mia libertà, la mia memoria, la mia intelligenza e la mia volontà. Tutto ciò che possiedo viene da Voi; lo metto nelle vostre mani e lo pongo solo al vostro servizio. »  – Da parte sua, tutta la gerarchia massonica potrebbe dire a Satana con uno dei suoi più famosi seguaci: « Vieni, satana; vieni, calunniatore di sacerdoti e di re: lascia che ti abbracci, lascia che ti stringa al mio petto! Ti conosco da molto tempo, e anche tu mi conosci. Le tue opere, o benedetto del mio cuore, non sono sempre belle né buone: ma solo esse danno senso all’universo, impedendogli di essere assurdo ». Cosa sarebbe la giustizia senza di te? un istinto. La ragione? Una routine. Un uomo? Una bestia. Tu solo animi e fecondi il lavoro; nobiliti la ricchezza; servi come scusa all’autorità; metti il sigillo alla virtù. Ancora spera, proscritto! Io non ho che una penna almio servizio; ma essa vale milioni di bollettini. E giuro di non metterla giù finché non saranno ritornati i giorni cantati dal poeta: Ah, restituitemi i giorni della mia infanzia, o Dea della libertà (Proudhon) ! »

8. Questa è l’essenza della Massoneria. Sì, per dirla in una parola, i settari del nostro tempo sono in effetti gli operai che procedono su tutti i lati della costruzione del tempio o della città di satana. Ci convinceremo di questo nel corso di questo lavoro. D’ora in poi, ascoltiamo la solenne dichiarazione che la grande voce incaricata di indicare tutti i pericoli della Città di Dio sta facendo in faccia all’universo cristiano: « Da quando, per invidia del diavolo – dice Leone XIII nella sua famosa Enciclica sulle società segrete – il genere umano si è miseramente separato da Dio, al quale era debitore per la sua chiamata dalla inesistenza e dei doni soprannaturali, si è diviso in due campi nemici, uno dei quali combatte incessantemente per la verità e la virtù, e l’altro per tutto ciò che è contrario alla verità e alla virtù ». Il primo è il regno di Dio sulla terra, cioè la vera Chiesa di Gesù Cristo, le cui membra, se vogliono farne parte dal profondo del cuore e in modo tale da ottenere la salvezza, devono necessariamente servire Dio ed il suo Figlio Unigenito con tutta l’anima e con tutta la volontà; il secondo è il regno di satana, al quale appartengono tutti quegli sventurati che, seguendo gli esempi fatali del loro capo e dei nostri progenitori, rifiutano di sottomettersi alla legge divina e, nella loro condotta, si allontanano da Dio o addirittura si lasciano trascinare da lui. Sant’Agostino vide questi due regni e li descrisse abilmente sotto forma di due Città, governate da leggi contrarie e tendenti ad un fine contrario; e, con notevole brevità, segnò con le seguenti parole il principio costitutivo di ciascuno di essi: « DUE AMORI SONO NATI IN DUE CITTA’: L’AMOR-PROPRIO SPINTO FINO AL DISPREZZO DI DIO E’ NATO NELLA CITTA’  TERRESTRE; L’AMORE DI DIO PORTATO FINO AL DISPREZZO DI SE STESSI, E’ NATO NELLA CITTA’ CELESTE » (De Civit. Dei, lib. XIV, c. XXVII). In tutta la successione dei secoli, queste due città non hanno smesso di combattere l’una contro l’altra, con ogni sorta di tattica e con le armi più diverse, anche se non sempre con lo stesso ardore e la stessa impetuosità. Ora, nel nostro tempo, i fautori del male sembrano essersi coalizzati in uno sforzo immenso, sotto l’impulso e con l’aiuto di una società diffusa in ogni parte e fortemente costituita, la società dei franco-massoni (Hoc autem tempore, qui delerioribus favenl partibus videntur simul conspiraro vehementissimeque cuncti contendere, auctore et adjutrice ea quam Massonum appellant, longe latequo diffusa et firmilor constitula hominum societate. – Encyc. Humanum genus 20 apr. 1881.). »  – Entriamo ora nei dettagli e cominciamo a cercare lo scopo delle società segrete.

LA CITTÀ ANTICRISTIANA (2)

GNOSI: TEOLOGIA DI sATANA (60)

GNOSI TEOLOGIA DI SATANA (60)

[Augusto Nicolas: L’ARTE DI CREDERE, Parma, P. Fiaccadori, 1868- vol. II]

CAPO V.

Ateismo, Teismo, Deismo, Cristianesimo. (4)

§ IV.

Abbiamo detto in quarto luogo, che le dottrine del Teismo e del Deismo, opinioni unicamente fondate sui dati della ragione umana, mancano di base, e che la conoscenza e la certezza sono il privilegio esclusivo del Cristianesimo.

I. Il ben credere è il fondamento del ben vivete, ha detto Bossuet, traducendo la frase di Quintiliano: Brevis est itstitutio vitæ honestæ, beatæque si credas. Questo fondamento dovendo sostenere il peso di tutta la vita umana, e sopportare un edificio di doveri, di virtù, di sacrifici, di meriti, il cui complemento è necessariamente superiore a tutti gli interessi terreni, deve essere lutto ciò che v’ha di più incrollabile e di più tenace. « È impossibile, « dice Cicerone, senza cedere a ragioni chiare, « stabili, certe, evidenti… senza credere a cose che non possono essere false, lo stimare la rettitudine e la buona fede al punto di affrontare i più orribili supplizi… Come ardirà mai la stessa sapienza formare un’impresa, od eseguirla con confidenza, se manca d’una. Guida sicura per seguirne le orme? … E dunque necessario un Principio, che la sapienza possa seguire quando comincia ad agire, ed una conoscenza del fine, a cui devono tendere le sue azioni. Senza questa sicurezza tutta la vita umana è rovesciata …

« Però, soggiunge Cicerone con un tatto squisito, tradire il domma è delitto: Scelus est dogma prodere. » – Cicerone, con tutta 1’antichità filosofica (noi lo vedremo fra poco), non poteva evitare quel delitto. Egli professava, e subiva pur troppo l’insufficienza dello spirito umano a trovare il domma, ed arrendervisi. Non è già che fosse meno sollecito della verità: « Noi adopriamo, diceva egli nel ricercarla, tutte le nostre cure e tutto il nostro zelo … ma le cose sono talmente oscure in sé stesse, ed il nostro giudizio è tanto debole, che i filosofi più sapienti dell’antichità disperarono con ragione di riuscire nelle loro investigazioni. – O Lucullo! tutti questi segreti si celano agli occhi nostri in mezzo a fitte tenebre, nè v’ha genio umano che penetrare li possa… — Tuttavia, soggiunge ancora, se mi viene indirizzato il discreto rimprovero, che non sto contento ad alcun ragionamento, allora vincerò me medesimo, e sceglierò una Guida. Ma quale? Imperocché non se ne può avere che una sola, e trovata questa, tutte le altre, per quanto siano numerose e gloriose, andranno perdute e condannate. La nostra filosofia, mi direte voi, è la sola vera; ed io vi rispondo, che essendo vera, è sola, appunto perché la verità è unica … » (Academique, I liv. II) – In mancanza di questa guida unica, di questa verità unica fornita d’un carattere determinante per lo spirito umano, ecco la conclusione di Cicerone: « Io credo che non possiamo essere assicurati di niente; che il savio può tuttavia prestar fede a cose di cui non è punto sicuro, vale a dire opinare, ma senza perdere di vista che si tratta di semplici opinioni, e che non si danno comprensioni e percezioni esatte. Quanto all’arresto filosofico (sospensione d’ogni giudizio, espressione tolta all’arte del maneggio) vi aderisco di tutto cuore; coll’ammetterlo si rigetta la certezza. — Conosco ora la vostra opinione, o Catulo, e non può spiacermi. Ma qual è Ortensio, la vostra? — Egli rispose ridendo: Io sono per la sospensione (Académique, I . liv. II, édit, Victor le Clerc,  Pag. 271.). » – Ho anticipato su questa esposizione, che avrebbe trovato il suo posto, e troverà la sua conferma in una rapida rivista dell’antichità che noi faremo fra poco. Era opportuno o dimostrare sin d’ora il bisogno naturale dello spirito umano, e la sua insufficienza rispetto a quella certezza dommatica, che è il fondamento della vita umana. – Io sono per la sospensione: ecco a qual punto si trovava l’umana sapienza dopo quaranta secoli di ricerca. Essa  era in arresto al momento, in cui compariva quella Guida unica, Verità unica, a cui faceva appello, e che venne a dirle con una celeste autorità: Ego sum via, veritas, et vita… qui sequitur me, non ambulat in tenebris.

II. Noi sappiamo ornai, a chi noi crediamo: noi abbiamo cognizione e certezza, perché abbiamo Rivelazione. Abbiamo quel domma senza del quale tutta la vita umana è rovesciata, ondeggiante a seconda di tutte le opinioni; ed è a questo punto che è un gran delitto di tradire il domma. La dottrina cattolica non è tale soltanto per la bellezza, la sublimità, la santità, la fecondità morale dei suoi dommi e della meravigliosa loro economia. Tutto ciò, per quanto sia perfetto, non costituirebbe ancora il riposo dello spirito umano ed il fondamento della sapienza, se fosse stato il semplice trovato d’un savio. Di fatti la ragione umana acquisterebbe allora un diritto sull’opera sua propria, e potrebbe disfarla quando l’avesse fatta, mentre nessun uomo può farsi schiavo dei propri pensieri, né essere lo schiavo dei pensieri altrui. Rousseau in un trasporto segreto ha vergato queste rimarchevoli parole: « Se fossi nato cattolico resterei cattolico, sapendo benissimo che la vostra Chiesa mette un freno molto salutare agli errori della ragione umana, la quale non trova né fondo né sponda, quando vuole scandagliare l’abisso delle cose; e sono talmente convinto dell’utilità di quel freno, che me ne imposi io stesso uno simile, prescrivendomi pel resto della mia vita delle regole di fede, dalle quali non mi permetto di deviare. Però vi giuro, che da quel momento soltanto mi sento tranquillo stante la mia convinzione, che senza così fatta precauzione non lo sarei stato mai… Vi parlo, signore, con effusione di cuore, e come parlerebbe un padre al suo figliuolo ». – Vana precauzione! Rousseau non fu più tranquillo dopo, che prima; e fu sempre veduto a passare dall’ateismo al battesimo delle campane, come diceva Diderot. – Gli è con ben maggior tatto, che osservava Montaigne; « Sono gli scolari che propongono e discutono le questioni, ed è il Cattedrante che le risolve. Il mio Cattedrante è l’Autorità della volontà divina, che ci regola indubbiamente al disopra di quelle umane e vane contestazioni (Essais lib. II, c. 3). » –

Allo spirito umano è dunque necessaria la Fede; e la Fede divina.

Ammettere una cosa che non si comprende, è certamente una specie di fede; ma in tutte le dottrine, che non sono il Cristianesimo, qualunque ne sia il valore, e fossero anche (cosa impossibile) altrettanto perfette quanto quella di Gesù Cristo, è sempre una fede umana, la fede in se stesso, od in un altro se stesso, che non impone, né assicura alcuna vera autorità. Il fondamento sta nella cosa medesima, che ha bisogno d’essere fondata, in quella mobilità dello spirito umano, che non può stare senza una autorità, anche per conservare le sue conquiste, e difenderle contro la propria mutabilità. D’altronde non è soltanto a questa incostanza dello spirito umano, che è affidata la dottrina, ma a tutte le burrasche delle passioni che se ne fanno giuoco, allorquando questa dottrina ha per oggetto di padroneggiarle. – Si richiedeva dunque per la fede un fondamento esteriore, e superiore all’ente umano, che ne è il soggetto. Era necessaria la Parola di Dio raccomandata ad una Istituzione che avesse la giurisdizione e l’assistenza spirituale per interpretarla. Ci volevano Gesù Cristo e la sua Chiesa.

III. Allora, solamente allora la dottrina della verità diventa per l’uomo cognizione e certezza. È cognizione, e non più congettura, né opinione; dappoiché ci viene da Dio medesimo che si rivela a noi, e ci insegna ciò che Egli è con quella scienza certa che ha di Sé stesso. È certezza per un motivo perfettamente eguale; certezza cioè permanente ed invariabile in quanto che sta sul proprio fondamento sovrannaturale e divino, vi si mantiene coll’autorità della Istituzione della Chiesa, che ne è l’emanazione, e si spiega, s’interpreta e si applica all’umanità la quale altro non fa che riceverla e aderirvi. – Gesù Cristo, autore di questa dottrina ne è in pari tempo l’oggetto, il principio e la fine, l’alfa e l’omega, la base ed il complemento. Quale dottrina più certa di quella dove si trova la Verità in persona, che insegna; la Vita in sostanza, che nutrisce; il Principio e la Fine, che sono il mezzo; il Verbo fatto carne per ritirarci dalla carne, e Dio stesso venuto a noi per ricondurci a Lui? Come perdersi, come ingannarsi, come esporsi al minimo pericolo in sì fatta dottrina? Ciò non si può immaginare.

IV. Tutto questo è ammirabile e decisivo, mi si dirà, se tutto questo è: Certo che !a dottrina insegnata da un tal maestro è di fede, ma anche il maestro è di fede; ed allora, tutto essendo di fede, quale impressione può fare sulla ragione? La dottrina si sostiene sulla fede nel maestro, ed il maestro come si sostiene? Sempre sulla fede, sulla fede nella dottrina. No, ma sulla ragione; la quale non può disconoscerne la divina autorità a fronte delle testimonianze e delle prove che ne porge. – Allora (si oppone) è la ragione, che si fa giudice della questione, che verifica i titoli, che corregge la missione ed apprezza la persona. Non si fa più luogo alla fede, ed alla certezza che in lei si affidava, e tutta la vostra tesi è smentita. Questa si aggira necessariamente tutta intera o nella fede, o nella ragione. Nel primo caso la credenza è gratuita; nel secondo la dottrina è incerta.

Niente affatto.

Distinguiamo la Dottrina ed il Maestro; e nel Maestro, la persona e l’autorità. La Dottrina è di fede; e così deve essere, Maestro è la Verità in persona. – Il Maestro è di fede nella propria persona, in quanto forma questa una arte della sua dottrina, cioè in quanto Egli è insegnato nei misteri del suo ente, della sua generazione eterna come Verbo di Dio, e della sua Incarnazione umana. – Ma in quanto Egli è insegnante, la sua autorità, che ci fa credere alla sua persona ed alla sua dottrina, entra nella sfera della ragione, e si sostiene sovra prove e testimonianze eminentemente verificabili e discutibili; né questo ufficio della ragione altera in guisa alcuna la fede dovuta alla persona ed alla dottrina, posciaché la ragione non si esercita che sovra il fatto esteriore e storico, e non guarda che il sigillo riservando il piego. Ed è qui che torna opportuna la distinzione dianzi stabilita tra il carattere, e l’esistenza d’un fatto o d’una verità. – La Dottrina, tutta di fede, è per tal modo avviluppata in una autorità, i titoli della quale sensibili ed estrinseci, sono propri della ragione, e la obbligano alla fede. Essa è fondata sulla fede all’Autorità, mentre l’Autorità è fondata sovra testimoni razionali, e sovra prove storiche. Fra queste, le profezie, i miracoli, l’autenticità ed il carattere dei Vangeli, lo stabilimento, la propagazione, la perpetuità del Cristianesimo e della Chiesa ecc. ecc., sono come baluardi dell’edificio della fede, che ne sostengono la sommità. Si appoggiano sul suolo della ragione, mentre isolano quell’edificio e quella sommità della fede. – Quest’ ultima poi non ha per sé l’Autorità dell’evidenza, né potrebbe mai averla, suo oggetto essendo il mistero; ha però l’evidenza dell’Autorità, mediante la quale è eminentemente razionale senza cessare d’essere misteriosa. – Ecco l’economia logica del Cristianesimo.

V. Aggiungiamo cosa altrettanto importante che disconosciuta, vale a dire che se la dottrina è tutta di fede, nel senso che la ragione per se medesima non avrebbe mai potuto conoscerla, né saprebbe discuterla, diventa gradatamente una dottrina di ragione, nel senso che essendo vera, la ragione finisce per riconoscervisi, ammirarla ed arricchirsene. È questo un altro campo per la ragione, campo immenso, o piuttosto infinito, che vuol essere accuratamente distinto da quello che le appartiene in proprio, quando s’incontra nella fede. Qui la ragione va in cerca della fede, ed agisce da sola per apprezzarne i titoli; è la ragione quærens fidem. Là seguita la fede, agisce al di fuori, e sotto l’autorità della fede: è la fede medesima che cerca di appropriarsi l’intelligenza della dottrina, fìdes quærens intellectum. – È dunque un errore il credere che la ragione nulla abbia da vedere nella fede. Vi deve anzi tutto vedere i titoli, e sotto questo rapporto si trova nel proprio dominio, ed agisce da sola. Riconosciuti poi quei titoli, la fede si deve loro sottomettere, in questo senso, che qualunque cosa avvenga, comprenda o non comprenda, più o meno, deve sempre credere, certa qual è, a fronte di quei medesimi titoli che la determinarono una volta per tutte, di non correre alcun pericolo d’errore, e che laddove qualche credenza la molesti, non è quella credenza, ma essa stessa che si trova in fallo, essendo che Dio non può ingannare, né ingannarsi, e la Chiesa fa scomparire agli orchi di colui che ne vuole ascoltare l’alto ammaestramento, qualsiasi contraddizione per non lasciar sussistere che il mistero.  — Ora questa sommessione razionale della ragione, essendo ben definita e ben riconosciuta, la ragione non è punto colpita d’interdetto in quel dominio della fede. Essa può, anzi deve continuare ad esercitarsi in altre condizioni. Essa non diventa soggetta alla fede per esserne acciecata, ma illuminata. Non è già lo schiavo, ma l’allievo della fede, e questo allievo diventa un Sant’Agostino, un Sant’Anselmo, un S. Tommaso d’Aquino, un Bossuet, ed in ogni Cristiano un vero filosofo. Pensare altramente gli è avere per la fede un rispetto ingiurioso, un calunniarla, e privarla della più bella gemma della sua corona, di quel privilegio, che la costituisce, sola in mezzo a tutte le sue rivali, regina e madre dello spirito umano, che forma di noi altrettanti figli della luce. Sulla base di quel sentimento invochiamo una altissima autorità, ed uno stupendo esempio: Sant’Agostino, nella sua lettera CXX a Cosenzio; quel gran Dottore così si esprime: « La Chiesa esige la fede: ed è appunto perché noi abbiamo tante ragioni di credere, e tutte di sì grande valore ed urgenza, che richiede la fede, e l’umile sommessione a tutti i suoi divini insegnamenti. Non la si accusi pertanto di riehiedere una fede assolutamente cieca e senza ragione. Non le si imputi nemmeno di pretendere che coloro i quali credettero, ovvero che per credere hanno fatto quell’uso salutare della loro ragione, che noi abbiamo notato, non possano più continuare nell’uso della loro ragione per rendere la loro fede sempre più umile, e nello stesso tempo sempre più illuminata. Anche questa è una obiezione, o meglio una calunnia contro la Chiesa medesima, che rimane a distruggersi. Noi dunque crediamo, e siamo obbligati di credere; ma non ci è vietato di voler intendere ciò che crediamo; ed a chi ci dicesse: Credete, e non curatevi di voler intendere ciò che credete, noi risponderemo: Correggete il vostro principio, non già fino al punto di rigettare la via della fede, ma almeno fino al punto di riconoscere, che quanto la fede ci fa credere, può essere, in certa grado, compreso dal lume della ragione. Perocché Dio ci proibisce di pensare, che detesti in noi quella prerogativa, per la quale ci elevò al di sopra degli altri animali! A Dio non piaccia, che la sommersione nostra riguardo a tutto ciò che partecipa della fede, ci impedisca di cercare e domandare ragione di tutto ciò che crediamo, posciaché noi non potremmo manco credere, se non fossimo capaci di ragione! — Colui che giunse al punto di acquistare dalla vera ragione l’intelligenza di ciò che credeva dapprima senza intenderlo, è sinceramente in una miglior condizione di colui che è ancora nel desiderio di intendere ciò che crede. Che se non avesse questo desiderio, e s’immaginasse che bisogna affidarsi alla fede invece che noi dobbiamo aspirare all’intelligenza, sarebbe un ignorare qual è il fine e l’utilità della fede. Imperocché, siccome la Fede santa e salutare non sussiste senza senza la Speranza e senza la Carità, bisogna che l’uomo fedele non creda ciò che ancora non vede, ma che ami di vederlo, s’adopri, e speri di raggiungerlo. – Tutto questo è ammirabile, purché ben si comprenda. Ora, credo di doverlo ripetere, sarebbe non comprenderlo qualora se ne traesse la conclusione, che la fede, oltre alle ragioni di credere che la precedono, debba essere in ragione dell’intelligenza che la seguita; è invece l’intelligenza, che sarà in ragione della fede. Ma se la fede non deve essere in ragione dell’intelligenza, non deve quanto meno essere in ragione dell’accecamento! Essa deve, mantenendo pur sempre il suo carattere, adoprarsi nella calma e nella sicurezza del suo possesso, a fecondare il campo della dottrina, ed a convertirlo in intelligenza non meno che in sapienza, in ragione non meno che in virtù. – Tali sono i nobili e savi caratteri del Cristianesimo, del Cattolicismo. Tale è il cemento meraviglioso, ed impastato, se così posso esprimermi, di ragione e di fede in una ammirabile mistura, che lega i fondamenti, e costituisce la sede dommatica e morale della nostra credenza. Questa sola credenza può reggere alla prova della teoria e della esperienza, delle esigenze dello spirito e dei bisogni del cuore, delle agitazioni della vita e della catastrofe della morte, degli interessi del tempo e dei destini della eternità. Nessun’altra dottrina colma per tal modo tutte le condizioni di resistenza e d’impulso che reclamano in pari tempo la debolezza e ls forza, i doveri ed i diritti dello spirito umano. Nessun’altra presenta delle gaurentigie di certezza e di verità così esclusive d’ogni elemento di dubbio, d’ogni pericolo di errore; e la verità manifestandosi qui in Dio medesimo, la ragione di aderire non è che la ragione di credere, la ragione di adorare.

FINE DEL CAPITOLO

GNOSI: TEOLOGIA DI sATANA (59)

GNOSI TEOLOGIA DI SATANA (59)

[Augusto Nicolas: L’ARTE DI CREDERE, Parma, P. Fiaccadori, 1868- vol. II]

CAPO V. (3)

§. III.

Ho detto, in terzo luogo: all’incomprensibile il Teismo ed il Deismo aggiungono l’inconcepibile, al vero il falso; e la lotta che ferve tra il vero ed il falso, tra l’incomprensibile e l’inconcepibile non permette di arrestarvisi; bisogna retrocedere all’Ateismo, od inoltrarsi fino al Cristianesimo.

I . Il Teismo accoppia due cose, che si escludono: Dio presente nella natura, ed assente nell’ umanità: Dio Provvidenza infinita nel meccanismo dell’universo a principiare dai mondi fino all’ ultimo insetto, e formante delle creature per tormentarle nell’ordine umano, il solo che abbia la coscienza di Lui, e che lo glorifichi. Questo concetto è orribile ed assurdo, dice Voltaire, ma cosa volete? « Se vi si porge la prova d’una verità, forse che queste vien meno, perché trae dopo di sé delle conseguenze inquietanti »? La massima è buona, ma non se ne deve abusare; sarebbe un oltrepassare i limiti della fede, e mai noi Cristiani immetteremmo dei dommi, che riuscissero a ributtanti conseguenze. Ce lo vieta la nostra fede medesima. Osservate infatti, dove si giunge per quella via. La stessa ragione, che afferra la prova d’ una verità, disgustata dall’assurdità delle conseguenze, non ha maggiori cause di credere a queste, che non ne abbia per credere a quella. Voi credete in Dio, perché l’universo vi imbarazza; ma l’idea di questo stesso Dio carnefice dell’umanità vi rivolta; il che equivale a dire, che voi siete posti fra un’assurdità da evitarsi, ed un’assurdità da accogliersi. Diciamolo schiettamente, l’alternativa è difficile; qualunque partito voi prendiate non può che essere falso, e temo assai che non sia guari durevole. Il Teista si decide per assurdità dell’umanità senza Provvidenza, o piuttosto vittima della Provvidenza. che regge l’universo. – Almeno Voltaire, che qui considero siccome capo di si fatta dottrina, avesse lottato contro tale mostruosità Ma no: egli invece se ne diletta e se ne fa il campione. Sotto ogni aspetto, romanzo, teatro, storia, poesia, dizionario, corrispondenza, scritti anonimi, egli fu il detrattore ostinato della Provvidenza. Egli si compiacque di rappresentare, raccontare, cantare, fischiare, schernire l’umanità giuoco d’ogni follia e d’ogni delitto, in un orribile e satanico miscuglio di disordine e d’impunità. Certo che la sua immoralità giustifica il suo giudizio, ma non si può negare che questo era proprio il servitore di quella. Figuratevi un tale, che assista ad una rappresentazione di Rodoguna o di Andromaca, e che non vi distingua altro che portici, palagi, appartamenti, lumiere, i mobili insomma che servono alla decorazione, e riguardo all’azione altro non veda che gente intenta ad entrare, ad uscire, ad ingiuriarsi, a battersi, e ad uccidersi senza ragione e senza scopo. Così suole il Teista ravvisare le cose umane. Dio non è per lui che il meccanico decoratore del teatro di questo mondo. Quanto alla rappresentazione che vi si dà, siccome non ne afferra l’intreccio, egli ne contesta il disegno; non vedendo che l’orribile e l’assurdo se ne accontenta. Quello stesso buon senso, che lo fa concludere dall’oriuolo meccanico all’oriuolajo, dovrebbe pure farlo concludere dall’oriuolajo all’ oriuolo morale, c farlo passare dal Teismo al Deismo. Dovrebbe pure comprendere la divina ragione, e la bellezza di questa parola: Avvisate, come crescono i gigli della campagna: essi non faticano e non filano; e pure io vi dico che Salomone stesso, con tutta la sua gloria, non fu vestito al pari dell’un di loro. Or se Dio riveste in questa maniera l’erba dei campi, non vestirà egli molto più voi, o uomini di poca fede? (Matt. VI, (28, 29) » — « Cinque passeri non si vendono elle due quattrini? e pur niuna di esse è dimenticata appo Iddio. Anzi eziandio i capelli del vostro capo sono tutti annoverati. Non temiate adunque: Voi siete da più di molte passere (Luc. XII, 6, 7). »

Ma no. Il Teista non si solleva fino a questa fede, fino a quest’altra ragione. Egli resta nell’assurdo del Dio-Carnefice; e così io dico che ricade nell’Ateismo, anzi al dissotto dell’Ateismo, dappoiché nega Dio nella più bella parte dell’opera sua. È l’Ateismo nel secondo grado; ancora più inconcepibile in un certo senso dell’Ateismo nel primo. Né può sfuggire a questa conseguenza salvo passando al Deismo, che è la fede in Dio-Provvidenza.

II. Assicuriamo questo secondo passo verso il Cristianesimo. Ogni uomo porta con sé un testimonio vivente della Divinità: la coscienza: anche questo è un oriuolo che rivela ma oriuolajo; tanto poi che, in uomini, ond’è che esiste una coscienza generale ed universale nell’umanità. Essa parla cosi altamente, che lo stesso Voltaire fu costretto a darle retta:

La morale uniforme en tout temps; en lout lieu,

A des sìècles sans fin parle au nom de ce Dieu.

C est la loi de Trojan, de Socrate, et la vótre,

De ce culte éternel la nature est l’apòtre.

Le bon sens la recoit: et les remords vengeurs,

Nés de la conscience, en sont les défenseurs;

Leur redoutable voix partout se fait entendre. (1)  

(1) Voltaire, Poema sulla Legge naturale;

L’uniforme moral, per tutto, sempre,

Agl’infiniti secoli favella

D’Iddio nel nome. È di Trajan la legge.

Di Socrate, di voi. Eterno culto,

A cui natura è apostolo, s’accoglie

Dal retto senso; e i vindici rimorsi

Da coscienza nati, in sua difesa

Alzan dovunque la terribil voce.

Questo oriuolo, è vero, si guasta sovente, e pochi uomini si danno, nei quali sia ben regolato. Ma donde ciò? Da due distinte cagioni: l’una delle quali basta a confondere il Teista, mentre mi riservo di adoprar l’altra contro il Deista. La prima, che trovo qui sufficiente, consiste nella apparizione nella sfera umana d’un elemento superiore, totalmente estraneo al meccanismo dell’ universo: la libertà, o piuttosto il libero arbitrio, che nel suo esempio può avere per conseguenza il disordine nel generare un ordine sovreminente. Quindi è che il disordine stesso nell’umanità si riferisce a un principio di superiorità nell’universo: alla moralità. Se d’altronde quel disordine, in ogni uomo, non impedisce di sentire il testimonio della coscienza, come non vedremo noi lo stesso testimonio nell’umanità, che altro non è se non l’uomo collettivo? Come non ci eleveremo noi da quel testimonio al suo oggetto: Dio, Provvidenza dell’umanità? – Quindi è che in ogni tempo l’umanità ne fu profondamente penetrata. Udite quei religiosi accenti, che rimbombavano nel teatro d’Atene! — « Dentro di me si trova un gran Santuario, dove la legge della giustizia pronuncia i suoi oracoli (Euripide, Elettra) ». — « Su via, coraggio, mia figlia, nel cielo vi è quel Dio supremo, che considera tutte le cose, e le governa; affidati in Lui per ciò che infiamma la tua collera (Id. Elettra) ». — « Non ne dubitate, la Divinità ha degli occhi sull’uomo pio; quindi gli empi non si sottraggono al suo sguardo, e niuno di loro potrà scampare al celeste castigo (Sofocle). » — « Le prosperità non hanno la loro sorgente in noi; Dio le ripartisce, qui elevando gli uni, là riconducendo gli altri sotto la misura delle sue mani sovrane (Pindaro, Pitiche; ode 8) ».

III. Lo stesso disordine che si produce quaggiù deve riportarci all’idea della Provvidenza. Partendo infatti dalla coscienza, che si direbbe il freno dell’anima, c’è luogo a vedere, nelle leggi della giustizia e della verità, che vi si acconciano così bene, e vi si fanno sentire certe redini, che risalgono ad una mano sovrana, che le sostiene e le modera a suo grado. A suo grado no, perché sono fluttuanti, e la nostra libertà ci permette di scuoterle, così che ne deriva poi quel disordine apparente, ed in un dato senso anche reale. Ma se in quel disordine vi sono dei delitti, vi sono pure delle virtù, le quali non sussisterebbero senza la libertà che quei delitti permette. In secondo luogo il delitto, anche quaggiù, non va interamente impunito. La pena lo seguita, in distanza è vero, e con pie’ zoppicante; ma finisce per raggiungerlo tosto o tardi, o dentro o fuori: non è che una questione di indugio; e se il delitto è disordine a suo riguardo, la pena è ordine rispetto al delitto. Oltracciò Dio si serve dei delitti sia per mettere alla prova la virtù, sia per punire i delitti medesimi. Egli fa il suo ordine col nostro disordine; e chi avesse lo sguardo vasto abbastanza e penetrante, per seguitare e comprendere tra mezzo alle innumerevoli implicazioni dell’azione umana, quell’azione divina che opera nella nostra e per mezzo della nostra, sarebbe compreso da grata meraviglia per l’ordine profondo ed immenso che ricupera e produce lo stesso disordine. Quel soldato che si perde nella mischia, e lotta nello stretto limite d’un lembo di terra, altro non vede che confusione nella battaglia, mentre il generale dall’altura dove domina e dirige tutti i movimenti, li scioglie da quella confusione apparente, li combina, e li riferisce ad un piano di campagna, che la vittoria finale non tarda a giustificare.

IV. Queste spiegazioni sono tuttavia incomplete, ed il Deista deve elevarsi più in alto. Dato infatti, che il disordine sia soltanto apparente, questa medesima apparenza diventa un disordine, il quale, almeno in parte, è realmente tale. L’ordine, considerato

come giustizia completa, in relazione al merito od al demerito, è sospeso dall’azione della libertà che li produce. L’ultima parola delle cose non può dunque proferirsi quaggiù. Lo scioglimento dell’intrigo di questo mondo deve esistere altrove. Anche tutte quante le spiegazioni da noi emesse svanirebbero in quel caos di disordine, che provoca tanto lo scandalo dell’empio, se non spuntasse anche il giorno della Giustizia sovrana ed assoluta dopo quello della nostra libertà. L’ordine temporario non esiste anzi che relativamente a quel giorno, il quale nella voce della coscienza trova soltanto dei preludj e delle dilazioni; quel gran giorno, in cui la Giustizia raccorciando le redini della nostra libertà, e restituendo definitivamente il mondo alle sue leggi, si convertirà in giudizio. La fede in questo giudizio, e nella vita futura, dove si compirà, è il corollario obbligato della fede nella Provvidenza, e nella Giustizia medesima. Cosi si chiarisce per mezzo della fede l’inevitabile mistero della natura delle cose. Questo mistero, abisso di tenebre e di contraddizioni per l’Ateo, si chiarisce di già per opera della fede in Dio, intelligenza ordinatrice dell’universo; ma si chiarisce più ancora per opera della fede in quello stesso Dio Provvidenza degli uomini, e Giudice delle opere nostre in un ordine superiore. Progredendo nella fede noi progrediamo pure nella luce.

V. Facciamo un passo ancora, un passo che è necessario, se non vogliamo ricadere nelle tenebre; ed allora invece di essere deisti diventeremo Cristiani sotto pena di tornare atei, e di esclamare col più fervente deista: « L’Ente incomprensibile non è né visibile ai nostri occhi, né palpabile a alle nostre mani; opera si manifesta, ma l’artefice si nasconde: Non è un piccolo affare di conoscere finalmente che esiste (G. G. Rousseau, Emilio, lib. III). » – Imprigionato nella natura, Dio lo è parimente nella umanità, dove maggiormente si rivela per quella Provvidenza che lo mette in relazione col nostro destino, ma in altro senso è più oscurato dal disordine risultante dalla stessa libertà, che è l’anima di quella relazione, di guisa che ne deriva un’accusa contro di lui, che non si trova al suo posto. Il Deista crede in Lui, ma credendovi agisce come se non vi credesse. Non gli rende un culto effettivo, capitale, assoluto, e quale conviensi ad un Ente cosi grande; il perché Egli è più inconseguente del Teista, che è più inconseguente dell’Ateo. Ci va dell’Ateismo al terzo grado. – Ed invero che cosa è mai un Dio, che non si riconosce che speculativamente; che si calcola per niente nella nostra vita mentre dovrebbe costituirne l’essenza? Un Dio, verso del quale noi non proviamo né riconoscenza, né rispetto, né amore, né timore? Un Dio, lungi dal quale i nostri pensieri, i nostri desideri, i nostri affetti, le nostre volontà corrono alla ventura, senza che Egli le ispiri, le diriga e le accolga; un Dio, che non occupando il primo posto non può averne alcuno nel nostri spiriti e nei nostri cuori? Questo Dio non è che un sole, cui si tolsero i raggi, lo splendore, il calore, ed ogni influenza, sicché non manda nelle alte sfere del cielo che uno spettro di luce, il quale meglio della presenza dell’astro, ne dimostra l’inanità. Nello stato normale delle cose noi dovremmo amar Dio, come amiamo le creature, i beni, i piaceri, noi stessi; e se non transigessi, direi anzi, che noi dovremmo amarlo sopra tutto, sino al dispregio di noi medesimi e di tutte le cose. L’umanità dovrebbe offrire lo stesso spettacolo dell’universo, conformandosi alla ispirazione divina altrettanto perfetta di quella che lega la natura all’azione del suo Autore, il quale non è meno Padrone di noi, che della natura. Dio dovrebbe stare nel centro del mondo morale come il Sole d’un sistema, dove le nostre volontà, ottemperando all’attrazione del suo amore, girerebbero nell’orbita della sua giustizia, siccome gli astri in quella della loro gravitazione; ma con una libertà di allontanarsene, che non hanno gli astri, e che sarebbe una armoniosa fedeltà quando vi soggiacesse. Tale era lo stato dell’uomo primitivo. A fronte di questo ideale, che la ragione concepisce logicamente, che debba essere il vero dell’ordine delle cose, bisogna convenire che il mondo umano presenta un disordine orribile, una assenza di Dio spaventevole, una diminuzione di libertà pericolosa, una impotenza di riabilitazione disperata; e ciò che è più lamentevole, una ignoranza ed una insensibilità, riguardo a questo stato, che ne svela tutta la profondità. – Ciò solo dovrebbe farci supporre una grande deviazione originale, e farci concepire il bisogno d’una grande riparazione; da una parte l’invasione del male, possibile in ragione dell’imperfezione della nostra natura creata, e permessa come conseguenza eventuale della nostra libertà; dall’altra un intervento di Dio interessato dalla sua giustizia alla ripartizione dell’ordine, e disposto per la sua bontà a soccorrere la sua creatura caduta nel disordine. Questa soluzione si presterebbe per liberare l’anima da quel tremendo enimma del male, che Voltaire qualificava come orribile ed assurdo, e del quale si faceva scudo contro il domma della Provvidenza, che lo risolve soltanto in modo imperfetto. Quel gran domma. per sostenersi, chiama a sé  qual corollario un intervento di quella stessa Provvidenza più adattato al nostro stato presente. La Provvidenza infatti ha potuto togliere il disordine, ma non potendo mai agire senza la nostra libertà, non ha impedito, che alla fin fine prevalesse a) punto di indiarsi da sé. – A fronte di tale rovescio, due partiti s’offrono dunque all’anima umana: o quello di accusare la Provvidenza, e per conseguenza Iddio, di cui è dessa l’attributo essenziale; oppure quello di credere al suo intervento sovrannaturale, ad una religione riparatrice del disordine umano. Da una parte si indietreggia nell’assurdo: dall’altra si avanza nella tace. Il primo partito ci piomba ancora nel caos d’impossibilità tenebrose e desolanti; il secondo ci disvela il piano raggiante e consolatore del nostro destino.

VI . E come si fa a non abbracciare questa credenza, allorquando, indipendentemente dalle prove innumerevoli che la giustificano, si regge da sola sulla base universale del genere umano! infatti il genere amano ha sempre portato nel suo sena i peso ereditario d’una caduta primitiva, derivante dall’uso funesto di quella grande libertà di merito e di demerito, che ogni giorno fa ancora cadere ognuno di noi. Ma in pari tempo ne ha sempre trovato il contrappeso nella espettazione d’un Redentore divino, che sarebbe venuto a sollevarlo, e sarebbe disceso nell’arena della nostra libertà per ripararne il disordine, e per dedicarsi alla nostra aalvezza con un amore infinito, al pari della sapienza che si rivela nell’ ordine generale dell’universo. – Siffatta credenza s’incontra dovunque nel mondo, e risale alla culla del genere umano. Noi ne abbiamo prodotto delle imponenti testimonianze nei nostri Studi. Eccone una affatto nuova, né mai stata dianzi enunciata. È la storia, è la profezia della credenza cristiana tracciate non da Mosè, ma da Platone. Raccomando questa pagina all’intera attenzione del lettore.

« Nella prima età tutto nasceva da sé per gli uomini. Dio medesimo posto a capo dell’umanità la guidava. Quando questa prima età ebbe a finire, colui che regge questo universo lo abbandonò alla sua libertà, e si ritrasse come in un luogo d’osservazione. Ma il mondo secondando una inclinazione innata, traviò sempre più, e fino al punto di esporsi al pericolo d’una intera distruzione. Allora colui che lo ha formato vedendolo in quella estremità, e non volendo, che assalito e disciolto dal disordine s’inabissasse nello spazio infinito della dissimiglianza (Espressione ammirabile, dappoiché l’umanità venne creata ad immagine e rassomiglianza di Dio. Dio tornando al timone, ripara ciò che si alterò e si distrusse, imprimendo di bel nuovo quel movimento, che si era dapprima compiuto sotto la sua direzione, ordina il mondo, e lo salva dalla morte. — È questa, soggiunge Platone, una delle antiche tradizioni (La Politica o Regalità,  t. XI. p. 337). » – Certo che questa tradizione è incompleta e logora, anche per causa di quel disordine al quale si riferisce; e lo stesso Platone lo confessa ingenuamente. « Quei prodigi, egli aggiunge, si riferiscono ad uno stato identico di cose, e sono con mille altri ancora più sorprendenti. Ma a cagione del lungo trascorso del tempo gli uni caddero nell’oblio, e gli altri staccati dal nesso che formavano si raccontano separatamente; » come sarebbe il ricordo della caduta originale sotto l’allegoria di Pandora e di Prometeo. Sta sempre in fatto, che noi abbiamo in quel passo di Platone un prezioso testimonio della credenza del genere umano in una prima ed in una seconda rivelazione, in un intervento sovrannaturale di Dio per riformare, ordinare il mondo, ed affrancarlo dalla morte.

VII. Tutto il genere umano visse di questa credenza senza sapere nel suo traviamento dove collocarne l’oggetto, e se ne figurò mille immagini fantastiche sino al giorno, in cui correndo verso la fine il pericolo di una intera distruzione, il mondo vide comparire al tempo prefisso il suo Salvatore. Nella sua corruzione, e nella sua follia lo disconobbe, e si sollevò anzi contro di Lui in ragione della sublimità dei caratteri, che dovevano ben tosto rivelare in Lui il Principio d’una perfezione morale paragonabile a quella che rivela Dio nella natura; perfezione questa tanto prodigiosamente mantenuta, che introdotta nel disordine di questo mondo per restarvi sempre quale fonte inesausta di risorgimenti morali, qual tipo inalterabile del Bene, qual regolatore infallibile di Giustizia, qual centro d’ispirazioni eroiche, qual punto immutabile di verità, e finalmente qual Principio d’ordine, che non solamente vieta al disordine di prevalere, ma non permette mai che si produca senza stimmatizzarlo in fronte. – Il Cristianesimo ha precisamente avverato, nella nostra condizione scaduta, quell’ideale d’ordine che noi tracciammo poc’anzi. Gesù Cristo nel mondo è il Sole di giustizia e di verità, i raggi del quale già sparsi e rotti in mille pezzi e mille riflessi, derivando oramai dal loro unico centro, illuminano e vivificano tutta la natura spirituale. Esiste un centro d’azione rigeneratrice per mezzo d’una forza sovrannaturale, la quale non agisce sulla nostra libertà che per attrattiva: la Grazia. Bilanciando esso colla sua forza centrale le forze centrifughe delle nostre volontà trascinate dalla concupiscenza, ne fa gravitare un gran numero nella sfera della sua santità, con una fedeltà ed un progresso ammirabili; le fa ravvedere dei più lontani traviamenti; ravvicina, o trattiene una moltitudine d’anime sollecitate dalle lusinghe del male; agita con un salutare turbamento quelle medesime che non gli obbediscono; obbliga il disordine a rovinarsi da sé per mezzo d’un odio disastroso del bene, che ne provoca la reazione; finalmente trionfando del male nelle sue più scatenate rivolte, ed esercitando la sua azione sulla massa intera dell’umanità sino alle sue estremità le più remote, non le permette più di ritornare indietro, e la spinge innanzi nelle vie della vera civiltà. Esso giustifica per tal modo quei titoli, pei quali si è Egli stesso posto nel mondo nello entrarvi:

« Io sono il Principio; Io sono la Luce del Mondo; Io sono la Via; Io sono la Verità; Io sono la VITA ».

VII. Ecco il Cristianesimo, effezione sovreminente della relazione dell’uomo con Dio: Religione unica nella sua verità. – Ripigliamo la via ascendente, che là ci conduce. La Natura sensibile non stabilisce tra l’uomo e Dio che una relazione muta, cieca, fatale, indistinta, dove l’uomo è parificato a tutti gli altri esseri, sui quali si stende la Provvidenza universale, la sola che agisce. Se da questa Provvidenza della natura, alla quale si limita il Teista, si ascende a quella Provvidenza morale che regge l’umanità, si entra in una relazione più distinta con Dio, relazione di coscienza e di condotta, dove comparisce un nuovo elemento: la libertà umana, che viene a combinarsi coll’azione divina; relazione che costituisce il Deismo. Ma questa seconda relazione, per quanto superi la prima, è ancora insufficiente. Essa racchiude anzi un vizio di soluzione, dove il Teismo rifiuta di impegnarsi preferendo lo stesso enimma. È questo il gran disordine, dove Dio scompare dietro l’azione umana, e sembra esserne assorbito, nella stessa guisa che nell’ordine immutabile della natura l’uomo sparisce, ed è assorbito dall’azione divina: disordine che non spiega punto la libertà umana da sola; che accusa una grande deviazione in quella libertà; e fa appello ad una Restaurazione. – Il solo Cristianesimo intervenendo con un nuovo elemento, la Grazia, realizza completamente la relazione dell’anima con Dio. Accorda a quella relazione un punto d’appoggio, che senza assorbire l’uomo per mezzo di Dio come nella natura, senza assorbire Dio per mezzo dell’uomo come nell’azione divina e l’azione umana, una giusta proporzione di grazia costituisce la vera Religione nel suo tipo assoluto: l’Uomo-Dio. – In Lui unicamente tutte le verità del Teismo e del Deismo si risolvono, vanno al loro fine, e si giustificano completandosi. Il mistero che le copriva, e che metteva l’anima alle prese coll’inconcepibile, si chiarisce, socchiude i suoi veli, si spoglia di tutte le sue contraddizioni, e non conserva altro che l’incomprensibile. Questa nube medesima dell’incomprensibile dietro la quale Dio si mostra e si nasconde, tenta la ragione senza disanimarla, cede alla fede, rapisce l’anima colle celesti prospettive che essa vi scopre, la illumina coi raggi che ne derivano, e la rigenera coi tratti di grazia e cogli effetti di virtù che ne riceve. – Coroniamo questa rapida esposizione delle armonie razionali della nostra fede con un ultimo pensiero che basterebbe da sé solo ad esimerla da qualsiasi paragone con ogni altra dottrina, e con ogni altro concetto religioso. Mediante quella fede Dio riceve il solo omaggio, che sia a rigore degno di Lui per essere a Lui adeguato; un omaggio che non gli è reso né dai mondi, né dagli stessi Spiriti celesti, e che ogni adorazione umana sarebbe perciò impotente di rendergli, dappoiché tutto ciò è finito, e tale omaggio è infinito al pari di Lui, perché gli è reso da suo Figlio, e suo Eguale, da Gesù Cristo capo di tutto il culto, Pontefice – Dio di tutta la creazione. Il quale concetto è tanto sublime, che porta in sé l’impronta della propria divinità, e realizzato nella Chiesa giustifica questo detto già citato d’ un gran empio: « La Chiesa crede in Dio meglio d’ogni altra setta: essa è la più pura, la più completa, la più splendida manifestazione dell’Essenza divina; ed è la sola che la sappia adorare. »

Per colui che non è ateo, né panteista, per colui che crede in Dio non havvi dunque altro partito da prendere, come diceva ancora Proudhon, tranne quello d’essere Cristiano, e Cristiano Cattolico.

GNOSI: TEOLOGIA DI sATANA (60)