GNOSI TEOLOGIA DI sATANA – 22- :

GNOSI, TEOLOGIA DI Satana -22 –

La gnosi in Dante, il “divin copione” col “vizietto”, nemico della Chiesa Cattolica Romana!

[Elaborato da: É. Couvert: “Visages e masques de la gnose”, Chirè en M. 2011]

Introduzione: il “Caso” Dante

Lo studio degli scritti del poeta fiorentino, ha costituito una scienza specifica peculiare al poeta, la “Dantologia”, formando una classe di interpreti specializzati, i “dantologi”. In effetti Dante ha mistificato buggerando i suoi lettori. Egli ha moltiplicato nei suoi scritti allegorie e simboli, e se le allegorie sono facilmente reperibili, i simboli invece sono ermetici, difficilmente decelabili. Dante ha nascosto il suo vero pensiero e dissimulato le sue intenzioni sottogiacenti in un simbolismo delirante, capace di dirottare i lettori verso le trappole più inestricabili; il lettore infatti viene anche lasciato “en suspens” sui diversi sensi possibili di uno stesso simbolo. Lo dice lo stesso Dante « O voi ch’avete l’intelletti sani, mirate la dottrina che s’asconda sotto al velame de li versi strani » (Inf. IX, 61-63). Compiacersi del nascondere la propria dottrina e del prendere in giro i propri lettori, non è l’opera di un uomo onesto, ma piuttosto di un mistificatore che non vuole esprimere chiaramente il suo pensiero, indubbiamente perché esso non è trasparente. Così possiamo vedere i cosiddetti “dantologi” sforzarsi invano di dare a questi simboli un significato verosimile, che possa chiarire definitivamente i testi. Ma qui non entreremo in questo ambito, e ci accontenteremo di prendere i testi nel loro senso ovvio, quando ne hanno, e per il resto lasciamo agli interpreti ogni libertà nello sfidarsi in un gioco sterile. Ma nel “caso” Dante c’è dell’altro ancor più strano, si ha la sensazione che gli “specialisti” del poeta abbiano cercato soprattutto di “occultare” ed insabbiare ciò che potesse alterare la visione di mirabile stupore e l’aureola che essi hanno diffuso sul loro “idolo”. Uno di essi, Bernardo Sanvisenti, scrive: « Per il resto, ed è bene che noi medesimi e gli stranieri lo ricordiamo in questa vigilia del centenario dantesco, questo prodigio della natura che fu Dante, conservò celato nel più profondo del suo spirito, il segreto selle sue fonti o, se si vuole, della sua arte, e tutti coloro che credettero di averlo ritrovato, non fecero altro che illudersi … Il poema di Dante si presenta al nostro culto ammirevole con tutto il suo arcano, che sette secoli di studi e di letture, lungi dal rivelarlo, hanno mostrato trattarsi di materia che sfugge all’investigazione »… certamente ci sono voluti ben sette secoli ed il fatto casuale del riscontro in un erudito arabizzante, per conoscere infine la vera sorgente dell’autore che ha potuto così ingannare il mondo per così lungo tempo … perfino un Papa! – Un altro “dantologo”, F. Rossi, ha ancor meglio precisato: « La chiave del problema della Divina Commedia non viene dall’esterno, ma è nella prodigiosa ed inesauribile spontaneità dello spirito dantesco » … contro-verità palesemente manifesta ed ingannevole! Così gli interpreti, con tale alibi, non hanno cercato di indagare la vita personale dell’autore, né le sue “fonti”, né le condanne romane … cose tutte che avrebbero potuto intaccare l’immagine posticcia costruita, o demolire il “monumento” che essi hanno eretto [… monumenti che si vedono materialmente, tra l’altro, in tante piazze “laiche” italiane. Noi andremo dunque ad esplorare questi tre ambiti e svelare ciò che questi letterati hanno cercato strenuamente di dissimulare.

Sulla vita di Dante

Nella vita del poeta, esistono molte zone d’ombra che i “dantologi” non hanno mai cercato di chiarire. A partire dal suo esilio da Firenze, egli conduce una vita errante da mentecatto, sulla quale non si sa molto; questa ha avuto come fine il ritagliare il suo personaggio, confondere le piste e dare una diversa luce alla sua vera personalità. Nel Convivio, si traveste da antico romano, sullo stile di Catone il vecchio. Andiamo dunque a ristabilire qualche verità! Dante incontra in Purgatorio il suo vecchio amico e condiscepolo Forese e gli dice: « Se tu riduci a mente/ qual fosti meco, e qual io teco fui,/ ancor fia grave il memorar presente./ Di quella vita mi volse costui/ che mi va innanzi… » [Purg. XXIII-115 e segg.]; comunque Forese non prova alcun orrore particolare a questo riguardo, ed il figlio del poeta, Pietro Alighieri, per scusare suo padre, spiega che « il vizio ed il peccato di sodomia è frequente soprattutto tra i giovani dediti alle scienze e alla dottrina », e che la setta dei professori e degli studenti è abituata a questo vizio … ecco! – Non è allora proibito il pensare che le tendenze omosessuali non fossero estranee alle sue difficoltà familiari ed all’abbandono dei suoi. – Esaminiamo ugualmente il suo amore per Beatrice. Noi non ci interessiamo della diatriba degli eruditi sull’identità di questa Beatrice, non ci proponiamo di sapere se essa sia veramente esistita e sia solo un avatar, un’allegoria, ad esempio della teologia, come si è voluto far credere. Noi consideriamo semplicemente questo amore nella sua caratteristica fondamentale. Glorificare un essere virtuale, delineatosi dalla propria immaginazione, attribuirgli tutte le bellezze e le virtù desiderabili, tributargli un vero culto non configura certo un’attitudine cristiana. Si tratta infatti di una forma di quell’amor cortese cantato dai trovatori provenzali e dai poeti italiani del “dolce stil novo”,  sulla falsa riga di un amore spirituale e romantico della donna idealizzata, che ispirava tutta questa corrente letteraria con un misto confuso tra misticismo e sensualità. Abbiamo già dimostrato (v. Gnosi ed Islam 1-5) che questo amor cortese, cantato nelle “corti d’amore”, era di origine musulmana, trasmesso in Occidente a partire dai mistici arabi. Abbiamo indicato il libro-chiave di Denis de Rougemont, “L’amour et l’Occident”, che ha stabilito con precisione questa origine araba ed i veicoli che l’hanno trasmessa in Europa. Dante ne è dunque una ponte di trasmissione, e non dei meno importanti. – Noi abbiamo pure precisato che si tratta di un amore adulterino, praticato fuori dal matrimonio e stornato sempre dalla sua finalità che è la procreazione. È più facile amare un essere costruito a proprio gusto da se stessi, che la propria legittima sposa, un essere cioè di carne ed ossa che richiede un amore difficile, esigente, fedele, perseverante, un amore reale, dunque, non trasognato. Infine è bene precisare che l’incontro di Dante e Beatrice, sulla soglia del Paradiso, non ha alcuna rispondenza, alcun precedente nella letteratura cristiana, come invece lo era nella tradizione musulmana, come vedremo più avanti nello studio delle fonti. Su questo soggetto, abbiamo trovato riflessioni molto giudiziose presso uno scrittore romantico irlandese, Thomas Moore (Dublino 1779, Londra 1852): « Il poeta dante, che vagabonda lontano dalla sua donna e dai suoi figli, trascorre la totalità della sua vita senza riposo e distaccato da tutto, nutrendo il suo sogno immortale di Beatrice, mentre Petrarca, la cui unica figlia risiedeva sotto il suo tetto, dedicò trentatré anni alla poesia ed alla passione di un amore idealizzato … » – «  … È nella natura e nell’essenza del genio, l’essere occupato sempre ed intensamente da se stessi, come il proprio grande centro e la sorgente della propria forza. Tale è la sorella di Lia, Rachele, in Dante, seduta tutto il giorno a rimirarsi allo specchio (Purg. XXVII, 104-105), e le infermità ed anche le miserie del genio sono dimenticate nella considerazione della sua grandezza. Ma chi domanda al presente se Dante avesse ragione o torto nelle sue controversie familiari? E da quanti, tra coloro la cui immaginazione si attarda nell’amore alla sua Beatrice, è ricordato anche il nome di Gemma Donati? »

Le fonti di Dante

Senza dubbio Dante fornisce, tra le sue fonti, solo quelle che sono confessabili, come ad esempio “la consolazione” di Boezio e le referenze religiosamente corrette dell’epoca, con San Tommaso d’Aquino in evidenza, certamente Aristotele [anche se sappiamo che all’epoca esistevano traduzioni poco aderenti al pensiero del “filosofo”] ed anche, all’occasione, Averroè, anche se con qualche restrizione, ma … la fonte fondamentale, quella che è la chiave di tutta la sua opera, era rimasta sconosciuta e scrupolosamente celata nel segreto. C’è voluto, dopo secoli di ignoranza, un colpo del caso per rivelarla. Un erudito ha creduto di riconoscere in certi scritti musulmani della stessa epoca dantesca, delle espressioni, delle formule e delle idee che egli aveva già incontrato negli scritti del toscano. Egli si mette così all’opera e le conclusioni che ha pubblicato nel 1919, hanno rivoluzionato lo studio di questo poeta. Si tratta di Don Miguel Asin-Palacios, un prete spagnolo arabeggiante. Pubblicando la sua “escatologia musulmana”, egli dimostra che tutta la “divina commedia” era in realtà  una parafrasi di diverse opere arabe: “Il viaggio notturno di Maometto”  e “Le rivelazioni della Mecca” di Ibn Arabi, comparse sessant’anni prima della nascita di Dante; ed un’opera intitolata “La Risala” d’Abulala; la maggior parte delle scene riportate in queste opere, sono identiche nel poeta fiorentino e nel poeta arabo: una moltitudini di espressioni e di formule poetiche sono state confrontate fianco a fianco su due colonne da Asin-Palacios, confrontando il testo italiano con il testo arabo. Le analogie sono talmente numerose e precise che non è possibile evidentemente negare il plagio. Nel suo “Viaggio notturno”,  Ibn Arabi racconta la discesa agli inferi e l’ascesa al cielo di Maometto secondo la leggenda musulmana, anche se è opportuno ricordare che questa leggenda ha la sua fonte negli scritti apocrifi di origine giudeo-cristiana: “le ascensioni di Mosé”, “… di Henoch”, “… di Baruch”, “… di Isaia”, che sono state tradotte in arabo e che sono servite da modello al “sogno” di Maometto. Noi abbiamo già dimostrato che l’Islam ha tratto la sue origini dalla dottrina giudeo-nazarea tradotta in arabo e diffusa in Siria nel corso del sesto e settimo secolo della nostra era. Andiamo allora a riassumere rapidamente i considerevoli plagi operati da Dante nella sua “divina commedia”. Si trova tale e quale ad esempio, la bufera infernale del canto quinto dell’Inferno, con le raffiche ed i turbinii che affliggono i lussuriosi, il “vento nero”, il vento delle tenebre con cui Allah frusta i colpevoli, il fiume di sangue, le melme fangose, la pioggia di acqua ghiacciata e di fuoco, la grandine di piombo fuso che trafigge i sodomiti, le cloache di urina ed escrementi ove è immersa la cortigiana Thaïs, il sistema del “contrappasso”, questa legge del taglione che fa sì che ciascuno sia punito per il modo in cui ha peccato, il supplizio del freddo, più intollerabile del calore, lo “zambarin”, questa idea di un mondo che si pietrifica, si congela a mano a mano, sorta di lastra di ghiaccio galleggiante che costituisce l’ultimo grado di durezza, etc. I musulmani sono pieni di immaginazione per quanto riguarda le crudeltà, le “arti” cruenti e l’odio. Si resta certo sbigottiti dal fatto che un poeta sedicente cristiano si compiaccia del raccontare tali orrori. Ma continuiamo a costatare il “copia ed incolla”: sia Maometto che Dante si purificano mediante una triplice abluzione prima di entrare in Paradiso; sotto le ombre del giardino delle delizie il viaggiatore di Abulala incontra una bella fanciulla che Dio gli ha inviato, ella passeggia insieme a lui recitando preghiere divine e gli canta delle canzoni d’amore che precedentemente il poeta Imrulcaïs aveva composto per la sua benamata. Ecco poi che sulle rive di un fiume compare la diletta del viaggiatore in mezzo ad un corteo di Uri il cui splendore celeste abbaglia per bellezza; tale è pure l’incontro di Dante e Beatrice che noi possiamo leggere tal quale nel testo arabo. E continuiamo: come Maometto, Dante incontra Adamo e egli domanda quale lingua parlasse nel Paradiso terrestre; sulla soglia dell’ottava sfera, San Pietro interroga Dante e lo sottopone ad un esame di catechismo sulla fede e le virtù teologali: interrogazione simmetrica all’esame sul Corano prima di entrare nel Paradiso di Allah. Certi commentatori antichi hanno spiegato che Dante aveva inserito questo passo per esporre la dottrina ortodossa cristiana in risposta alle ripetute accuse degli inquisitori e dei suoi nemici che egli chiamava “mordituri”, cioè mordaci, e che gli rimproveravano le sue eresie … indubbiamente.  Se vogliamo continuare il parallelo, occorrerà mostrare come tutta la struttura del poema, dai cerchi dell’Inferno fino alla montagna del Purgatorio e le sfere celesti, sia interamente copiata da una tradizione giudaico-cristiana apocrifa, come risulta evidente nelle “Apocalissi gnostiche”, dei primi secoli cristiani, tradizioni poi passate all’Islam e da questo diffuse in tutto l’Occidente: ed è dimostrato come l’Islam abbia giocato un ruolo fondamentale come veicolo della gnosi nel medioevo a partire dalle crociate. (V. gli studi di E. Couvert pubblicati nei numeri precedenti).

I TEMI GNOSTICI NEL DIVIN “COPIONE”

Temi gnostici; nel corso dei suoi studi universitari a Bologna, il giovane Dante aveva fatto conoscenza con un professore di astrologia, Cecco d’Ascoli, principe degli astrologi, secondo il quale “un medico senza l’astrologia è un occhio che non può vedere”; questi dopo aver per un certo tempo operato a Bologna [non come oculista, per fortuna!], finì per essere bruciato a Firenze. Da questo strampalato astrologo, Dante estrasse questo pensiero, secondo il quale Dio agisce su di noi per mezzo dei “mondi”, che il nostro microcosmo sia sotto l’influsso di un macrocosmo che in noi detta il nostro destino. Per via di questa sacra “ebbrezza” da astrologo il poeta saluta, alla sua entrata nell’ottavo cielo, la  costellazione dei gemelli, il segno sotto il quale egli era nato! “O gloriose stelle, o lume presno di gran virtù, dalle quale io riconosco tale quel che sia il mio ingenio” (Par. XVIII, 73-93) teste o luce si è evoluto. Si è voluto vedere in Dante un filosofo tomista, perché ha fatto spesso riferimento a San Tommaso. Ora non è sufficiente citare San Tommaso, ma bisogna restare fedele al suo pensiero. – Un erudito italiano, B. Nardi, ha rivisitato il pensiero di Dante e non vi ha ritrovato assolutamente l’insegnamento dell’Aquinate. « La maggior parte di coloro che studiano Dante, egli scrive, non hanno voluto deliberatamente comprenderne il pensiero, accettando la leggenda inventata dai neo-tomisti che facevano di lui un fedele interprete di San Tommaso d’Aquino ». Nardi ha dimostrato invece che il poeta ha seguito un pensiero neoplatonico, esposto con linguaggio da pensiero scolastico, ma che si avvicina essenzialmente all’Averroismo e alle tradizioni arabe. Esse gli hanno trasmesso, come visto nei numeri precedenti, la metafisica plotiniana attraverso certe opere ben conosciute: la “teologia apocrifa di Aristotele”,  il “liber de causis” e la “Rivelazione” di Ermete Trismegista: si tratta ben dunque di una tradizione gnostica filtrata attraverso scrittori arabi. Gli gnostici avevano ripreso dagli astrologi la cosmogenesi delle sfere concentriche, costituenti una gerarchia dei mondi con dei cerchi (o delle “ruote” come li chiama Dante), animati da un movimento sempre più rapido a partire dalla terra che ne è il nucleo ed il centro. Nei loro scritti vi erano sette cieli, corrispondenti ai sette pianeti, mentre l’ottavo cielo, l’Ogdoade o Pleroma, era il cielo nel quale le anime dovevano fondersi in un gran “Tutto”. I neo-platonici hanno aggiunto due altri cerchi luminosi al fine di giungere al decimo cielo l’“Empireo”, dove risiede l’Abisso creatore, la sorgente di ogni vita ed il motore eterno (Parad. XXVIII, 36-39). Ora il cerchio dantesco, come simbolo della divinità, trae il suo principio della metafisica di Plotino; quest’ultimo immagina Dio al centro di un cerchio, di un focolaio di luce, dalla quale i raggi si diffondono e si attenuano man mano che si allontanano dal focolaio stesso. Le intelligenze delle sfere celesti riflettono come degli specchi questi raggi ed imprimono le forme nella materia: trattasi dunque di una “emanazione discendente”, che è il dogma fondamentale degli gnostici. Le sfere o cerchi concentrici, queste “ruote” come le chiama Dante, considerate come abitate dagli Angeli, dai Profeti, dagli eletti ripartiti secondo i loro meriti e descritti con evidente compiacenza dal poeta, non hanno alcuna corrispondenza della tradizione cristiana, né nella letteratura biblica, né presso i Padri della Chiesa, né nell’insegnamento comune della Chiesa: esse pertanto non possono provenire che dalle sorgenti islamiche, che hanno ritrasmesso e riversato in Occidente i temi tipici favoriti della gnosi primitiva diffusa dagli apocrifi giudeo-cristiani. E dagli scritti di Averroè, Dante riprende per conto suo delle tesi gnostiche ben conosciute. Egli ha trovato nel “De anima” di Averroè la teoria dell’unità dell’intelletto, che è la formula scolastica dell’anima universale del mondo, secondo la quale le nostre intelligenze personali non ci appartengono, ed i nostri pensieri si fondono nel “pensiero collettivo” dell’umanità. Una conseguenza di questo principio è che la nostra anima non è che una particella dell’universo, essa è dunque di natura divina! È Dante stesso che ce lo dice, giusto per non lasciarci nel dubbio: “si può vedere ormai ciò che è lo spirito. È questa fine e preziosissima parte dell’anima che è la divinità” [« Onde si puote omais vedere che è mente: che è quella fin e preziosissima parte dell’anima che è deitate » (Convivio, III, c. II, 19). Tale è la definizione dello “pneuma” presso gli gnostici. E dunque, quando la nostra “deità” tende verso il suo principio, essa spera questo ritorno all’unità primordiale cantata da tutti gli gnostici. Questo ce lo spiega Dante stesso dettagliatamente: “occorre sapere che l’anima nobile, nell’ultima età, vale a dire nella estrema vecchiaia, fa due cose: l’una è che essa ritorna a Dio, come al porto dal quale essa è partita, quando sta per entrare nel mare di questa vita. Bisogna saperlo: la morte naturale è per noi come un porto dopo una lunga navigazione, ed un riposo. Ed anche a coloro che tornano da un lungo viaggio prima di entrare nel porto della propria città, vengono incontro a lui i cittadini di questa città, così incontro all’anima nobile vengono i cittadini della vita eterna. Essa ritorna a Dio, all’anima nobile che ha questa età ed attende la fine di questa vita presente con grande desiderio, sembra di uscire dal rifugio e tornare alla casa propria … gli sembra di uscire dal viaggio e tornare nella sua città … gli sembra di uscire dal mare e ritrovare il suo porto”. È questo un tema tanto caro a Baudelaire, che egli ha trovato nella “Rivelazione” di Hermete Trismegisto. Secondo lui l’anima è esiliata in questo basso mondo, partita dall’ “azzurro”, essa è decaduta. Essa è all’estero, è per strada! “Leviamo l’ancora”! “Prepariamoci”! la morte è il “portico aperto sui cieli sconosciuti””. Ecco ancora un tema ben conosciuto, ricorrente in tutta le letteratura nel corso dei secoli, da Dante fino ai nostri moderni esoteristi. Più gnostico di così!

Dante contro i Papi

Dante è animato da un odio formidabile, violento ed implacabile contro la Chiesa, i Papi, i preti, i monaci, i religiosi tutti. Si è cercato di scusare i suoi improperi disseminati in tutti i suoi scritti; egli aveva a che fare, a suo dire, con una Chiesa molto avida di danaro, disordinata, sovraccarica di beni temporali che l’allontanavano dalla sua funzione propriamente spirituale; la Chiesa distogliendosi dalla sua strada perde la sua forma, cessa di essere se stessa, e diventa così una prostituta [“puttana sciella”, purg. XXXII, 123-160] staccata dall’albero di giustizia e complice dei re che Essa sostiene. Così la sua santa indignazione pone nell’ottavo cerchio del canto XIX dell’Inferno, i Papi, disprezzabili imitatori di Simone mago verso i quali rivolge invettive con parole pesanti, affidando allo stesso San Pietro il manifestare la sua collera fino a fargli maledire Bonifacio VIII e Giovanni XXII. San Pietro fa la voce grossa e dice: “Quelli ch’usurpa in terra il luogo mio, il luogo mio, il luogo mio, che  vaca ne la presenza del Figliuol di Dio, fatt’ha del cimitero mio cloaca del sangue e de la puzza: onde ‘l perverso che cadde di qua su, là giù si placa … ” [colui che usurpa sulla terra il mio posto, il mio posto, il mio posto vacante nella presenza del Figlio di Dio, egli ha fatto del mio sepolcro una cloaca di sangue e di putridume, sebbene che il perverso che cade quaggiù dall’alto (Lucifero) sia sprofondato giù: a queste parole il sole in cielo arrossisce, Beatrice impallidisce, una eclissi adombra le luci celesti. Dante chiama l’imperatore a riformare la Chiesa ed uccidere la prostituta ed il gigante che pecca con lei, ad abbattere i chierici affamati di potenza e denaro ed il re di Francia che li spinge su questa strada]. – Dante dunque un eretico sedevacantista, che fa diventare eretico sedevacantista anche S. Pietro … orrore, chi l’avrebbe mai detto!!! – Ora Dante era terziario di S. Francesco, quest’odio contro la Chiesa e la sua gerarchia in lui non è solo personale, ma fa parte di una vera e propria eresia professata dai Fraticelli. Nel 1299 l’arcivescovo di Narbonne teneva a Béziers un sinodo provinciale nel quale condannava i terziari francescani “per essersi dati, sotto copertura di un ordine rispettabile, a delle pratiche non permesse dalla Chiesa, e di aver detto che il regno dell’anticristo, precursore della fine di un mondo corrotto e di una ulteriore rigenerazione, fosse cominciato, e per essersi consolati delle loro miserie, maledicendo la Chiesa stabilita, identificata con la Babilonia impura, con la prostituta dell’Apocalisse, persecutrice degli umiliati”. Tali erano le formule dei Fraticelli, identiche a quelle di Dante: “prostituta”, “l’anticristo”,  la “Babilonia”. Sono esattamente gli stessi insulti che saranno presto sulla bocca di Lutero. – Meglio ancora: Dante è colmo di pietà e di simpatia per le “povere” vittime delle condanne romane … esse sono beate ed in pace nell’antipurgatorio, ed infine ristabilite nel loro onore ed in felicità. Così il poeta si rivolge severamente contro gli autori delle scomuniche: “ … e voi mortali, state attenti ai giudizi che date perché noi che vediamo Dio non conosciamo ancora tutti gli eletti. [… e voi, mortali, tenetevi stretti a giudicar ché noi che vedremo Dio, non conosciamo ancor tutti gli eletti]”. senza dubbio le scomuniche e le canonizzazioni non appartengono all’ambito delle infallibilità, ma qui si tratta di rimarcare innanzitutto la sua indignazione rispetto all’autorità ecclesiastica: “per lor maledizioni sì non si perde che non possa tornar l’eterno amor”. – In De Monarchia, Dante ha intrapreso la giustificazione di un impero universale degli uomini uniti e pacificati sotto l’autorità unica dell’Imperatore. Egli ha eretto un ordine universale per la “universalis civitas humani generis”, la città umana unificata da un potere temporale laico destinato a soppiantare il potere temporale della Chiesa, una sorta di “Novus ordo” mondiale ante litteram (N.O.M.), gestito da un governo unico mondiale laico sovranazionale, con estromissione del potere temporale della Chiesa, cioè della Regalità di Cristo, sogno laicista di ispirazione giudaica che è stato il motivo di fondo di tutte le sette gnostiche, dalle neo-platiche alessandrine ai Nazareni-Ebioniti islamisti, dai templari ai rosacroce, dal neopaganesimo rinascimentale, fino alla massoneria attuale che lo sta attuando nell’ONU, loggia massonica non coperta anticamera del governo unico mondiale. Al tempo di Dante l’idea centrale del mondo occidentale era la Cristianità. I Re, gli imperatori, i principi, le repubbliche, tutti sotto l’autorità e la dipendenza della Chiesa che assicurava così la stabilità dei popoli, la ricerca del loro benessere mediante un ordine religioso al quale tutti erano sottomessi. È l’idea della Città di Dio di Sant’Agostino. Mai in quest’epoca i Cristiani avrebbero potuto immaginare un ordine temporale laico, una umanità unificata dalla ricerca del solo benessere temporale come suo fine proprio. I principi ed i Re si consideravano come i luogotenenti di Dio che aveva loro affidato i popoli per la ricerca di una felicità soprannaturale. Si proclamava che Gesù-Cristo dovesse regnare sulle anime e su tutte le istituzioni temporali. Dante per la prima volta è venuto a spaccare l’unità della cristianità medioevale. Egli ha voluto espellere dappertutto l’autorità del Pontefice Romano e confinarla esclusivamente nell’ordine spirituale puro, senza alcuna possibilità di esercitare qualche potere sulla società temporale: egli è dunque l’ancestre dello stato laico moderno, voluto, perseguito e realizzato dalle obbedienze massoniche di ogni tipo, che non ha più alcun riferimento né a Dio, né alla fede cristiana, e che ha cacciato il Crocifisso da tutta la vita pubblica. Egli è ugualmente l’ancestre del potere mondialista odierno che vuole unificare il mondo senza Dio, in vista di una felicità puramente materiale (di pochi padroni) e della pace dei cadaveri (dei molti, i popoli schiavizzati). È questo un punto fondamentale del pensiero dantesco, messo bene in luce da E. Gilson. – Nel 1329 il Papa Giovanni XXII condannò De Monarchia, che fu in seguito posto all’indice nel 1554. Questo esacerbato anticlericalismo di Dante ci spiega come mai abbia desiderato introdurre in Paradiso Jochim de Flore e Siger de Brabant. Jochim de Flore non fu condannato dalla Chiesa, ma San Tommaso e San Bonaventura non vedevano in lui che un falso profeta; tuttavia egli aveva pubblicato il suo “Vangelo eterno” che annunciava una terza era dell’umanità, era di carità e di libertà in cui l’ordine clericale della Chiesa visibile si riassorbiva in una chiesa puramente spirituale, una totale laicizzazione della società temporale così come Dante la sognava. È quanto oggi tra l’altro si stanno sforzando di fare gli antipapi recenti, da Roncalli agli attuali marrani, che stanno cancellando lo spirituale dalla dottrina come dalla liturgia, ed equiparando i chierici ai comuni laici, come ad esempio quelli dei “movimenti” eretico-religiosi” moderni, dai Neocatecumenali ai Focolarini, dall’Opus Dei ai falsi carismatici, etc. . – Siger de Brabant aveva insegnato certe verità care a Dante. Egli era un convinto averroista, ammetteva la creazione come credente, ma la negava, con Aristotele, come filosofo. Nelle sue “Questioni sull’anima intellettuale” (c. VII, in fine) egli aveva affermato che in “tale dubbio, bisogna aderire alla fede, la quale è al di sopra di ogni ragione umana! Dante faceva dire a San Tommaso che “era uno spirito dai pensieri gravi, e che doveva meritare il cielo”. Tuttavia Singer era stato colpito dalle condanne del 1270 e del 1277. Citato a comparire davanti al tribunale dell’Inquisizione di Francia, Simon du Val, il 23 ottobre del 1277, era fuggito e non era comparso. Fu pertanto scomunicato, ciò che giustificava dunque l’ammirazione che Dante provava per tutte le “vittime” delle autorità ecclesiastiche. –  Resta ancora un punto oscuro sulla vita di Dante: le sue condanne, che i “dantologi” hanno sistematicamente ammantato di un silenzio plumbeo. Si sa che egli era stato perseguito dall’Inquisizione Romana e che il suo errare in giro per l’Italia, non era per fini turistici, ma in realtà serviva solo a sfuggirla … Dopo la sua morte, fu intentato un processo contro la sua memoria ad Avignone, nel 1327, alla corte del Papa Giovanni XXII. Lo si accusava di essere un incantatore ed un negromante. Un negromante? Ma negromante è colui che fa parlare i morti … ciò che fu veramente Dante. Ignoriamo però i risultati di questo processo. – Il Papa Giovanni XXII inviò come legato in Italia suo nipote, il Cardinale Bertrand de Poyet con la missione di far bruciare dal carnefice il libro De Monarchia e disperdere le ceneri del poeta. La prima parte di questa missione fu eseguita effettivamente a Bologna. Quanto al seguito non ne sappiamo più nulla.

Il culto di Dante presso i romantici

Nel secolo XIX, gli scrittori romantici hanno rilanciato la moda Dante noi abbiamo dimostrato come il Romanticismo [lo vedremo nei prossimi numeri della “Gnosi, teologia di satana] sia stato una prodigiosa esplosione di gnosi in tutta Europa. Gli scrittori hanno dunque trovato nel pensiero dantesco come una prefigurazione delle loro passioni rivoluzionarie, e come una carica esplosiva capace di realizzare infine i loro sogni di sovversione religiosa. Si constata che i primi ammiratori di Dante appartengono al mondo degli “illuminati”, massoni ed occultisti, e che essi tendono a promuovere l’autore e la sua opera in senso esoterico molto anticristiano (anche recentemente questa moda è stata ripresa e cavalcata da un “guitto”, un comico legato al mondo massonico che, a suon di milioni di euro sottratti ai contribuenti, ha riletto in questa chiave l’opera di Dante in trasmissioni televisive popolari della Rai). – Già nel 1790 Wlliam Blake si volge a Dante; egli è un ammiratore entusiasta di Swedwnborg, ha letto Paracelso e Jacob Boehme, Milton e Dante. Egli “dialoga” con essi e nei suoi sogni “dialoga” spesso con Salomone, Maometto, Giulio Cesare, i costruttori delle Piramidi, etc. Nel 1800 e 1801 esegue pure un ritratto di Dante, poi compone novantotto disegni a colori per illustrare la Divina Commedia. Egli afferma che Dante è un perfetto ateo, ne rappresenta con varie illustrazioni la cosmografia che lo affascina. Ma è in Italia che il culto di Dante prende nel corso del XIX secolo delle proporzioni considerevoli. Egli costituisce il modello del “Risorgimento” … ecco che al suo nome l’Italia si risveglia, si solleva contro il potere pontificio, l’unico ostacolo all’unificazione del paese che bisogna abbattere. Mazzini è un rivoluzionario fanatico, un repubblicano appassionato, un massone “capo d’azione politica” degli Illuminati di Baviera, fondatore con A. Pike del Rito Palladico, [ancora attivo ad esempio nella famigerata loggia P2 = Rito Palladico 2], Massoneria cupola di altre obbedienze, mandante di numerosi omicidi e soppressioni di presunti nemici dei “figli della vedova”; l’empio genovese è animato da un odio formidabile contro la Chiesa: per lui Dante è il simbolo della nuova Italia, quella per la quale egli combatte (o meglio, restando nell’ombra, fa combattere gli altri …) egli scrive nel 1847: “ la patria si è incarnata in Dante, la sua grande anima ha presentito, con cinque secoli di anticipo, l’Italia: l’Italia iniziatrice eterna di unità religiosa e sociale dell’Europa; l’Italia messaggera di civilizzazione per le nazioni; l’Italia così come un giorno l’avremo. Quando saremo più degni di Dante, ammireremo le impronte gigantesche che egli ha lasciato nelle vie del pensiero sociale ed andremo tutti in pellegrinaggio a Ravenna, sulla sua tomba, sotto gli auspici dei destini futuri e delle forze necessarie per mantenerci all’altezza che mostrava ai suoi compatrioti”. Il suo amico Manzoni, ugualmente praticava il culto di Dante: « Tu, divino Alighieri, tu fosti maestro della collera e del sorriso. Il mondo giaceva in questa notte, allorché tu risplendesti, tu solo, il maestro, come quando il solo getta sulla terra nuova il suo primo sguardo, la valle lo ignora ancora, essa non beve ancora  la benevola pioggia vitale di luce … » Nel 1848, Mazzini poté infine realizzare il sogno di Dante. Egli, con il supporto degli Illuminati e della Massoneria inglese, espulse il Papa da Roma e proclamò la repubblica. Ma è nel 1870 che si realizzò ciò a cui aveva aspirato Dante nella sua opera: la destituzione del potere temporale del Papa [in attesa che si realizzasse poi la perdita del potere spirituale iniziata dai marrani del Conciliabolo Vaticano, detto secondo, e tuttora in atto per l’opera degli antipapi servi di lucifero …]. Un altro celebre romantico, il poeta inglese Shelley, fu anch’egli un appassionato del “Risorgimento” e dell’“unità di Italia”. Nella sua giovinezza aveva scritto un Saggio sulla necessità dell’ateismo; andò a fare anche un pellegrinaggio sulla tomba del poeta a Ravenna: così scrive alla sua sposa, Mary, il 15 agosto 1821: “Io ho visto la tomba di Dante ed adorato il luogo santo”. Nella sua “Difesa della poesia”, egli scrive: « La poesia di Dante può essere considerata come il ponte gettato sul fiume del tempo che unisce il mondo moderno e l’antico. Dante è stato il primo riformatore religioso e Lutero lo ha sorpassato piuttosto in rudezza ed acrimonia, in audacia nella censura dell’usurpazione papale. Dante è stato il primo a svegliare un’Europa assopita … ha riunito i grandi spiriti che presiedono alla resurrezione della coltura, il lucifero di questo gruppo di stelle che brillò nel XIV secolo nell’Italia repubblicana come un paradiso nell’oscurità del mondo e della notte. » E la sua sposa, Mary, scriveva da Roma, il 3 maggio 1843: « Il governo papale è considerato come il peggiore in Italia e l’autorità temporale della Chiesa è considerata come la principale fonte dei disastri della nazione. Questa non è una nuova asserzione, potete ricordare l’apostrofo di Dante: “Ah! Costantino! Di qual male fu non la conversione, ma questa dote che ricevette da te il primo ricco padre (il Papa)” -Inferno XIX, 115-17 ». – In Francia egualmente, Dante fu esaltato dai romantici. Il romanticismo ama il fantastico macabro, le guglie delle cattedrali, le stampe di Dürer e di Holbein. Si dà per così dire un senso tutto nuovo delle bellezze selvatiche, sublimi e grottesche insieme. Ci si chiede anche se Dante non sia la causa essenziale di questo lato oscuro e doloroso del romanticismo artistico francese. Le scene dell’inferno sono di un realismo intensamente espressivo. Si comincia così già ad ammirare il poeta della Divina Commedia. – Nel suo “Genio del Cristianesimo”, apparso nel 1802, Chateaubriand proponeva: « volete essere sconvolti, volete conoscere la poesia delle torture e gli inni della carne e del sangue? Discendete nell’Inferno di Dante e vi troverete movimenti, facce deformate, corpi contorti dalle torture, grida di disperazione, di odio e di rivolta … » – All’inizio del XIX secolo Dante era considerato in Francia un eretico, ma a partire dal 1830 diviene oggetto di ammirazione per i cattolici “tradizionalisti”. Viene letto con passione, spesso a La Chesnay da Lamennais. Viene acclamato con un entusiasmo senza pari, un ardore tutto nuovo, in precedenza sconosciuto. « Infine, scrive J. J. Ampere nel 1835, io mi son deciso a perseverare nel mio amore per la poesia di Dante, benché sia oggi come un furore universale, in Francia ed in Italia, ammirare a proposito o a sproposito l’autore della “Divina Commedia” che quasi nessuno leggeva fino a sessanta anni fa. » (in Revue des Deux Mondes, 1835).

Conclusione

« Strano destino quello del poeta! … Scrive senza stupirsi Marc Monnier. Egli era monarchico e lo hanno reso repubblicano, era cattolico e lo hanno fatto protestante, era virgiliano e lo hanno fatto romantico, … era per l’impero germanico e più di ogni altro è servito a formare la nazione italiana ». Destino effettivamente molto strano, quello di uno scrittore costretto a nascondere il suo pensiero in un linguaggio ermetico, ove ha accumulato le allegorie ed i simboli destinati ad ingannare i propri lettori in meandri complicati ed oscuri. Il poeta ha moltiplicato le chiavi di interpretazione, ciò che gli permetteva di sfuggire agli sguardi attenti dei censori ecclesiastici, conservando sempre una possibilità nella quale rifugiarsi in caso di condanna. Egli ha moltiplicato ugualmente le dichiarazioni di fede ortodossa per confondere le sue vere intenzioni. Ha condotto una vita errante per depistare i suoi inseguitori. – Questo ci fa pensare a Cartesio che ha utilizzato gli stessi metodi per darsi un’apparenza di onestà: una vita errante, dichiarazioni reiterate di buona fede religiosa. … – Per diversi secoli Dante è stato misconosciuto, forse disprezzato, soprattutto a causa dei suoi aspetti oscuri. C’è voluta la rivoluzione del XIX secolo, nella sua forma di sovversione religiosa, per ridare vita e gloria al poeta. La Cristianità è morta, uccisa dalla riforma protestante. La Scolastica è stata polverizzata da Cartesio, gli spiriti sono divenuti atti a ricevere e ad accettare infine il vero pensiero di Dante, sbarazzato dalle sue ombre, adattato al gusto rivoluzionario, decriptato e dunque rimesso in chiaro. – La nuova generazione romantica e rivoluzionaria ha reintrodotto il pensiero dantesco nella tradizione gnostica: Dante è ateo e luciferino, rientra nella lunga lista dei “Grandi iniziati”. Si possono infine riavvicinare i suoi simboli a quelli di Pitagora, di Platone, dei cabalisti e degli astrologi … si può alfine delineare “L’esoterismo di Dante” [titolo di un mediocrissimo libello di R. Guenon]. Il cerchio è chiuso: il genio letterario del poeta è stato messo al servizio della sovversione religiosa, finanche del “massonismo” oggi imperversante, che ne fa infatti una sua bandiera, ma questo è potuto accadere, verosimilmente, perché lo conteneva già in se stesso, benché nascosto, sigillato, rivestito ed incappucciato in una fraseologia pia ed edificante, tale da ingannare pure ad esempio, nientemeno che … Benedetto XV ! … In Præclara summorum, del 30 aprile 1921, documento redatto in occasione del centenario della morte di Dante, il Santo Padre Benedetto XV tende a sminuire il feroce anticlericalismo di Dante e la sua incrollabile avversione per il potere temporale della Chiesa ed in particolare per la figura del Papa definito, come visto, “padre ricco”, elementi evidenti oltretutto dalle condanne della Chiesa e di Papi canonici, oltre che dalle inchieste dell’Inquisizione e la messa all’Indice di sue opere; molte affermazioni del Sommo Pontefice, che servivano soprattutto ad incentivare gli studi della dottrina cristiana, inserendosi in ciò nella polemica contro B. Croce, all’epoca Ministro della pubblica istruzione, ed i fautori dell’educazione laica e priva di riferimenti cristiani e religiosi, peccano di informazioni all’epoca non sufficientemente elaborate o non disponibili, ma oramai acclarate dalla critica “senza grembiulino” più recente. Che l’argomento poi non appartenga a questioni dottrinali riguardanti la fede e la morale, quindi non attinenti né al Magistero Ordinario, né allo Straordinario, e che non intenda certamente essere motivo di una pur sospetta vaga canonizzazione, quindi non essendo in alcun modo impegnata l’Infallibilità Pontificia, rende possibile una critica serena sul piano storico, letterario e filosofico che non intacca naturalmente i principi cattolici che il Santo Padre ribadiva, e che in Dante purtroppo sono semplice “velo” di ben altre intenzioni e fonti, come visto, lontane mille miglia dal pensiero scolastico e soprattutto tomistico, evocato solo a parole, per sfuggire alle contestazioni degli inquisitori.

GNOSI TEOLOGIA DI sATANA -21- GNOSI ED ISLAM (5)

Gnosi, teologia di satana

“omnes dii gentium dæmonia

GNOSI ED ISLAM (5)

[da E. Couvert: “Visages et masques de la gnose”]

ALLE FONTI DELL’ISLAM

Nel secolo VII dopo Gesù-Cristo, appariva nel vicino Oriente una nuova religione. Essa si impose in pochi anni in Siria e Palestina, quasi senza resistenze. Gli imperatori di Bisanzio si mostrarono impotenti a riconquistare i loro territori fortemente ridimensionati dalla perdita di belle provincie, ove erano impiantati da vari secoli. Un secolo più tardi, appariva la leggenda di Maometto, fondatore di questa nuova religione. – Come spiegare tali avvenimenti? Gli islamologi si sono dimostrati impotenti a darci una giustificazione ragionevole e verosimile. Essi si sono ingegnati con sterili risultati, a stabilire delle concordanze tra il libro del Corano e la vita di Maometto. Essi hanno creduto di poter mettere in parallelo le sure del Corano con gli episodi della vita di Maometto, sprecando la loro intelligenza in questo gioco completamente assurdo, nel quale si sono inceppati. Da alcuni anni, diciamo abbastanza recentemente, alcuni ricercatori indipendenti hanno fatto dei progressi prodigiosi in questo ambito. Essi hanno eliminato e messo tra parentesi la vita leggendaria di Maometto, che formava come uno schermo nello spirito degli islamologi precedenti; hanno poi studiato il Corano in se stesso e in riferimento ad altre fonti religiose alle quali i loro predecessori non avevano prestato attenzione. Essi ne hanno concluso che l’Islam nel VII secolo non era una religione nuova, ma al contrario una religione molto antica e ben impiantata in Siria ove si è sviluppata nel corso dei secoli precedenti. Gli stessi hanno potuto pure verificare che la nozione di Arabia si applicava alla Siria e che la leggenda di Maometto aveva avuto come scopo di spostare il centro religioso dell’Islam verso il sud della penisola arabica. In questo capitolo, presentiamo i lavori di questi ultimi islamologi allo scopo di completare i nostri studi precedenti ai quali sarà bene riportarsi.

Il romanzo di Maometto secondo Hanna Zakarias

Quando le nostre ricerche sulla gnosi ci hanno condotto all’Islam, dominava nelle pubblicazioni tradizionali una tesi diventata obbligatoria: quella del rabbino di La Mecca, sostenuta dal p. Gabriel Théry, domenicano, sotto lo pseudonimo di Hanna Zakarias. Siamo rimasti per molto tempo perplessi e diffidenti davanti a questa tesi, ma senza poterne in quest’epoca mostrarne la falsità. Da allora, fortunatamente, essa è stata abbandonata, dopo avere ottenebrato gli spiriti per diversi decenni. – L’autore comincia con l’affermare: “Noi scriviamo un romanzo su Maometto”. Contro-verità manifesta! Tutta la sua recita è costruita come un romanzo. Il p. Théry conosce bene il mondo arabo ed i costumi musulmani e può così descriverci gli episodi della vita di Maometto con i colori e le luci dell’Oriente. Noi assistiamo alle sceneggiate del giovane uomo, al suo matrimonio con Khadidja, alle sue scene di ménage domestico. Tutto questo viene presentato abilmente come verosimile e pittoresco. – L’autore giunge così alla sua tesi: “ Tutto ciò che Maometto conosce ora della religione, lo ha appreso dal rabbino de La Mecca: non è che il riflesso del maestro unico. I nostri “coranizzanti” non hanno affatto compreso che evocano Zoroastro, la chiesa siriana, il manicheismo”. – Tutto questo “romanzo” è perentorio e non ammette replica. Tutto il dialogo che segue questa affermazione è interamente inventato, senza alcun supporto nella realtà. Il p. Théry è certamente incapace di fornire delle referenze storiche a questo dialogo del giovane Maometto con il rabbino. Si constata solamente che egli si contenta di condire la sua recita di referenze al Corano, secondo la moda degli agiografi cristiani, referenze assolutamente fittizie e convenzionali. – Dopo avere scritto: « Se gli atti dell’Islam sono stati composti, redatti e scritti in arabo da un giudeo, è inimmaginabile che si possano trovare in questo libro dei riferimenti cristiani, per il fatto che questo libro è ferocemente anticristiano”. Certamente esso è anticristiano, ma non bisogna errare sulla parola “cristiana”, e noi vedremo perché. – Hanna Zakarias deve certo riconoscere che stranamente « il rabbino legge gli apocrifi, il “Vangelo dell’infanzia”, e senza dubbio il “pseudo-Matteo” oltre al “protovangelo di Giacomo”. » Queste sono certe fonti cristiane. Come potevano allora arrivare fino a lui? Ma non importa! … Poiché siamo nel genere romanzesco, è sufficiente inventare un “curato” residente a La Mecca. “Sfortunatamente però non possediamo il testo delle predicazioni del signor “curato de La Mecca”, precisa l’autore con serietà! Così possiamo attribuirgli tutta una controversia con il rabbino onde spiegare i riferimenti giudeo-cristiani del Corano. – Un altro domenicano, il p. Jomier comincia a rispondere ad Henna Zakarias nel corso di una recensione pubblicata nella rivista “Études” del gennaio 1961, intitolata: “Le idee di Hanna Zakarias”. Il p. Théry cerca l’autore del Corano: « È precisamente là che inizia il “romanzo” di Hanna Zakarias, egli scrive: secondo lui, questo personaggio (il rabbino) è l’autore del Corano. Senza tener conto del fatto che l’espressione “figlio d’Israele” nel Corano è molto ampia, poiché designa sia i giudei che i Cristiani e, per il fatto stesso, anche tutti i membri delle sette giudeo-cristiane, Hanna Zakarias vede nel personaggio un giudeo, e per di più il rabbino de La Mecca, senza sapere se all’epoca ci fosse effettivamente a La Mecca una comunità giudea organizzata. I testi sono muti su questo punto ». E il p. Jomier fa notare che « il modo di parlare di Gesù non è ammesso dai circoli rabbinici ortodossi. Quando ci si riferisce alla forza del titolo di Messia nella tradizione giudaica, è impensabile che tale cerchia abbia riconosciuto Gesù come Messia, così come ne parla espressamente il Corano in questo senso. Bisognerebbe evidentemente allora cercare nell’ambito delle sette giudeo-cristiane eterodosse. Di questo gruppo Hanna Zakarias non parla che di passaggio …». Un rabbino dunque non poteva aver scritto il Corano e quando si potrà dimostrare, come ha fatto Patricia Crône, in Mekkantrade, che La Mecca non esisteva ai tempi presunti di Maometto, non resterà più che dire addio e al rabbino de La Mecca, e al “curato” de La Mecca e a … Maometto” stesso. – Che questa tesi possa aver avuto un tale successo, oltrepassa ogni comprensione! Questo dimostra in definitiva che si può raccontare la vita di Maometto senza scrivere un romanzo.

L’Islam dei Nazareni

Secondo l’autore del Corano, « I veri adoratori di Allah sono i Nazara, i Sabeei, e gli Zoroastriani ». Non bisogna tradurre “Nazara” con “cristiani”, ma con “Nazareni”. Si tratta degli eredi della prima comunità cristiana di Gerusalemme che si sono progressivamente separati dal resto della Chiesa e sono andati alla deriva verso la gnosi, e già ne abbiamo esposto la dottrina e constatate le diverse corrispondenze con il testo del Corano. – Questi Nazareni si dicono discepoli di San Giacomo il Minore, che essi soprannominano “Giacomo il giusto” (As sadik Jacob). Essi affermano che quest’ultimo avesse ricevuto dal Signore una gnosi di vita ed un insegnamento segreto. Ne ritroviamo gli esposti nelle “omelie clementine”. – I Sabei si chiamano ancora Mandei, elkasaiti o cristiani di San Giovanni Battista; essi insegnano una gnosi di vita come gli Zoroastriani. – L’autore del Corano si chiamava Ommaya. Egli scriveva sotto la direzione di un monaco nazareno e percorreva le chiese della Siria. Un giorno, egli precisa, « c’era un monaco che mi ha insegnato che ci sarebbero sei ritorni (cioè sei secoli) dopo Gesù-Cristo. Cinque sono passati e non ne resta che uno. Ora io desidero essere profeta e temo che la missione mi sfugga ». Si è pure tentato di identificare questo monaco, si sono citati dei nomi: Sarkis, Sergius, Bahira; ecco questo è più serio. Joseph Azzi ha pubblicato a Beyrouth ed in arabo una tesi intitolata: “Il sacerdote ed il Profeta. Alle fonti del Corano”. Si tratta di un certo Waraq ibn Nawfil. Questa tesi è stata tradotta in francese con il titolo: “Il Vangelo di Waraqa e la sua lettura in arabo”, pista da seguire … Bartolomeo di Edessa ci precisa che, al suo tempo, il testo autentico del Corano si trovava nella “trulla”, diciamo l’armadio della chiesa del Precursore a Damasco che sorgeva, egli dice, sul sito di un’antica sinagoga; essa è oggi la grande moschea di Damasco, anticamente chiesa-sinagoga dei Sabei. – Infine Cristoforo Luxenburg ha dimostrato recentemente che il testo del Corano presupponeva un prototipo in siriaco. Il Corano era dunque un manuale di dottrina dei giudeo-Cristiani chiamati “Nazareni”, tradotto in arabo per condurre alla loro religione gli arabi della Siria. In seguito a tutte queste recenti scoperte si impone una conclusione:  l’Islam non è una nuova religione, non si è avuta mai una “rivelazione”, e non c’è un fondatore, come afferma la leggenda di Maometto. L’Islam o “sottomissione a Dio” non è che la traduzione in arabo della religione dei “Nazareni”, praticata da diversi secoli in Siria, come vedremo. – L’ispiratore del Corano è un religioso, un monaco, un “ebionita”, un “povero”. Gli ebioniti avevano compreso i consigli della perfezione insegnati da Gesù come estensione del voto di “nazirato”, praticato sotto la religione giudaica. San Giacomo il minore aveva pronunciato questo voto e San Paolo era salito a Gerusalemme per pronunciare il medesimo voto ma ne fu distolto da una rivolta che poteva costargli la vita. Noi abbiamo commentato questa “sura della luce” nella quale l’autore del Corano esalta la vita consacrata. “Noi abbiamo messo nel loro cuore il monachesimo che essi hanno istaurato, precisa il Corano: noi non lo abbiamo prescritto ed essi non hanno fatto ciò che per desiderio di essere graditi a Dio, ma non lo hanno osservato con rettitudine. E tu troverai, sì, troverai, che gli uomini più vicini all’amicizia, sono, per i credenti coloro che dicono: noi siamo nazara. Ecco perché tra loro non ci sono sacerdoti e monaci e non si gonfiano di orgoglio”. Poi il Corano presenta questi monaci che vegliano alla luce del santuario occupati nella preghiera e nello studio della Scrittura santa. – Ahimè, convertendosi alla religione dei Nazareni, gli arabi della Siria hanno rigettato ogni idea di vita ascetica, tuttavia è rimasto nella pratica corrente dei musulmani una certa attitudine che non può spiegarsi se non con un’intenzione di imitare i religiosi ebioniti. – Innanzitutto l’uso del digiuno, che presso i monaci durava l’intero giorno fino al tramontare del sole. In effetti, così come i giudei, i musulmani hanno conservato la suddivisione della giornata a partire dal tramonto del sole della vigilia. E questa pratica era corrente al tempo anche presso i cristiani, come ci segnala S. Agostino. Da qui il ramadan. – In seguito l’uso del velo è attestato nei primi cristiani ed è proseguito nella pratica musulmana, benché non sia indicata nel corano. – L’uso di togliersi le scarpe e di entrare a piedi nudi nella Casa di Dio è attestato nella Bibbia: « Dio dice, non ti avvicinare, togli i tuoi calzari dai piedi, perché il luogo sul quale sei, è una terra santa ». L’uso delle cinque preghiere al giorno è pure di origine monastica. Questi sono quindi dei residui “fossili” di una pratica di vita consacrata per la quale gli arabi provavano una repulsione istintiva.

Il ruolo di Maria nel Corano

L’autore del Corano insiste nel ricordare che Gesù è il figlio di Maria. Gesù è dunque il Figlio di Maria per non dire che Egli è il Figlio di Dio. Gesù è secondo Ommaya [l’autore del Corano], il Servo di Yawhé (ansar) e non il Salvatore del mondo.  Gesù è collocato al livello dei profeti ebrei. Egli non è dunque il Gesù dei Cristiani. Il Corano insiste: « Quando Gesù, figlio di Maria ha detto: o figli di Israele, io sono l’inviato di Dio a voi ». Noi abbiamo precedentemente mostrato l’errore fondamentale di Hanna Zakarias, che attribuiva la redazione del Corano ad un rabbino. Egli ci fa precisare qui che ha tuttavia compreso il ruolo di Maria nell’esegesi musulmana: « Se il rabbino ha cercato un’altra genealogia per Maria, lo ha fatto volontariamente, con una scopo ben determinato. È unicamente per porre Maria nel ciclo mosaico e chiuderlo. Affermando che Ella era la sorella di Mosè, toglieva ogni velleità di fare di Maria la futura Madre di Dio. Non si può mettere Maria in contraddizione con suo fratello. Il monoteismo del Sinai diventa allora un affare di famiglia! Confinare Maria nella famiglia di Mosè, era togliere ai giudei rinnegati che qui rappresentano i Cristiani, ogni tentativo di proferire la più grande blasfemia religiosa che possa esistere per un giudeo: fare di Gesù un altro Yahvé ». – Maria è dunque figlia di Imram, questa famiglia che Dio ha scelto a motivo della religione che essa praticava, perché i suoi membri erano sostenitori dell’Islam (ahl al Islam). Ella è stata riservata al culto del Tempio, secondo il Vangelo dello pseudo-Matteo. Ella è sorella di Mosè ed Aronne: « O sorella di Aronne, tuo padre non era un padre indegno, né tua madre una prostituta ». Ma occorre tornare ai giudei-cristiani: essi attendevano il ritorno di Gesù, la ricostruzione del Tempio e la restaurazione del Regno di Israele. Gesù doveva ristabilire il culto sacrificale del Tempio e dunque il sacerdozio levitico al quale era affidato. Ora Gesù era Figlio di Davide, dunque un Re-Messia, bisognava che fosse anche un Messia-Sacerdote di Israele, dunque un erede del sacerdozio levitico. Per questo bisognava collegare sua madre alla famiglia di Aronne. – Per i Nazareni, Gesù era certamente il Messia, ma riservato alla salvezza del popolo giudeo, un “Messia di Israele”, al quale bisognava appioppare il titolo di “Messia di Aronne”, come vediamo nei testi ebioniti trovati a Qumran. – Rispetto a questa pretesa, i Cristiani della Grande Chiesa affermavano al contrario che il Cristo era venuto per la salvezza del mondo intero, una salvezza universale, e dunque che il suo sacerdozio non era nell’ordine di Aronne, ma secondo l’ordine di Melchisedech, sacerdote universale ed eterno, senza genealogia, non circonciso, anteriore e più grande di Abramo, sacerdote dell’Altissimo, offerente un sacrificio di pane e di vino: « perché la sinagoga dei giudei, sacrificava a Dio secondo il rito di Aronne, scrive San Giovanni Crisostomo, non il pane ed il vino, ma delle vacche e degli agnelli, Dio proclama, rivolgendosi a Gesù-Cristo. Tu sei sacerdote in eterno al modo di Melchisedech ». – Questo riferimento a Melchisedech faceva orrore ai giudo-cristiani, perché esso mandava in frantumi la loro immensa speranza nella ricostruzione del Tempio e l’arrivo tanto atteso del Regno di Israele, e gli arabi si sono ritrovati eredi di questa attesa messianica. Noi vedremo in seguito che essi abbandonano ogni intenzione di ristabilire il Tempio ed il Regno, e al contrario si distaccano da questa pretesa inventando la leggenda di Maometto, che cercano di situare fino al fondo dell’Arabia desertica per “occultare” l’origine giudaico-cristiana della loro religione. – Ed ugualmente convertendosi alla religione dei Nazareni, gli Arabi abbandonano pure ogni idea di sacrificio e di sacerdozio. Evidentemente, essi non sono il popolo eletto e le loro moschee sono prive di ogni presenza della Divinità: niente altare e niente tabernacolo, uno spazio vuoto e senza vita …

Scritti ebioniti e testo coranico

Si sono recentemente riletti dei testi ebioniti alla luce del Corano e si sono constatati  rimarchevoli paralleli ed anche formulazioni identiche da una parte e dall’altra.  Si tratta delle “Omelie Clementine”, scritte a Roma nel III secolo da un religioso ebionita. – Per i Nazareni occorre assolutamente negare la divinità di Gesù ed eliminare ogni credenza in un Dio Salvatore. Questo è infatti pure un tema centrale del Corano. Come distruggere la credenza nella divinità di Gesù? Inizialmente iscrivere Gesù all’interno di una successione di profeti. Nella diciassettesima omelia, si legge una catena di rivelatori che hanno avuto lo spirito e trasmesso lo stesso insegnamento nel corso dei secoli: Adamo, Henoch, Noè, Abramo , Isacco, Giacobbe, Mosè, Gesù. – In capo viene Adamo … egli era dunque un profeta, insegnava una rivelazione, una sorta di religione primitiva alla quale tutti i suoi successori aderiscono. Era allora difficile capire anche il peccato originale e la caduta dal Paradiso terrestre. Si comprende così come mai il Corano rigetti la dottrina cristiana de peccato originale. Il secondo di chiama Henoch, personaggio al quale gli gnostici fanno costantemente riferimento. L’autore dell’Episola agli Ebrei ha ritenuto che Henoch non abbia conosciuto la morte e lo vede in cielo con i giusti ed i Santi. Il libro di Henoch è stato ritrovato in numerosi esemplari nelle grotte del Qumran, esso appartiene dunque ala letteratura ebionita. Il “Libro dei giubilei” egualmente, afferma che egli fu il primo uomo a conoscere l’arte di scrivere e gli attribuisce la funzione di registrare in cielo i peccati degli uomini in vista del giudizio finale. Nella tradizione musulmana, Henoch fu il primo uomo che pose la canna sul papiro per scrivere; ecco perché egli fu soprannominato Idris (da d.s.r., studiare). Man mano che i Nazareni si sono staccati dalla Grande Chiesa cristiana, sono caduti nelle trappole degli gnostici. Essi hanno affermato che questi profeti successivi non erano che figure cangianti o delle “reincarnazioni” di uno stesso ed unico profeta « che, secondo la terza omelia, dopo l’inizio del mondo, cambiava nome nei tempi in cui la forma traversava i tempi di questo mondo ».  Così dunque Gesù non è che una reincarnazione dei suoi predecessori ed insegna la stessa dottrina! – Qui ci troviamo in piena gnosi il cui primo maestro è Adam-Kadmon, che ha ricevuto evidentemente la rivelazione del serpente. La successione dei profeti nei giudeo-cristiani diviene allora quella dei grandi iniziati della gnosi. Si è trovato nell’Asia centrale a Turfan, la « Lista dei profeti dell’umanità: Sem, Shem, Enoch, Nicoteo, Hénoch, Gesù. L’apostolo di luce che viene ogni volta nel suo tempo, si riveste della chiesa di carne dell’umanità e diviene capo in seno alla chiesa di giustizia. Egli è l’emanazione della Nous-Luce, padre di tutti gli apostoli » . Come distruggere ancora la credenza nella divinità di Gesù? Bisogna negare la sua resurrezione e dunque la sua crocifissione. Il Cristo non è stato crocifisso. Per gli ebioniti è stato elevato da Dio giusto prima di essere inchiodato sulla croce. Gli si è sostituito un altro corpo. Come Henoch, come Elia, come Mosè, Gesù è stato elevato verso Dio: « Dio dice a Gesù: Io sto per richiamarti a me, elevarti a me, ti libero dagli increduli ». Il tema della elevazione da parte di Dio è biblico e si ritrova nel Corano. Dio non esclude che il profeta sia perseguitato, al contrario questo è un marchio della sua elezione divina, ma finalmente lo libera e lo conduce fino alla sua intimità. Gesù è dunque un giusto, fortificato nello spirito di santità. Egli è paragonato agli Angeli nell’Eternità. Il Corano afferma così la natura angelica del Verbo, insegnato dai giudeo-cristiani, come in precedenza abbiamo visto. – Infine le pseudo-clementine presentano una professione di fede molto vicina a quella del Corano:  « Venerare solo Dio e credere al solo profeta della verità ».  La ripetizione della parola “solo” mostra che Gesù non è divino, ed è la ragion d’essere della formula. In una leggenda di origine giudaico-cristiana passata nell’Islam, la “Leggenda dei sette dormienti di Efeso”, si segnala l’episodio di uno di essi che, al ritorno da Efeso vede fluttuare una bandiera verde sulla porta della città, con la seguente iscrizione: « Non c’è che un solo Dio, e Gesù è il suo spirito ». Si può ritrovare questo insegnamento in Siria, sulle iscrizioni lapidarie degli antichi villaggi cristiani. Tra Aleppo, Antiochia ed Hamah, nei paesi ove si sono rifugiati i giudeo-cristiani, dopo la sconfitta di Bar-Cocheba, sulle colline rocciose, senza acqua e quasi deserte, si levano dei resti e delle rovine senza numero, mirabilmente conservate, risalenti ai primi secoli cristiani. Si tratta di intere città, con le loro case, le loro strade, le loro tombe, e le loro chiese. L’invasione musulmana ha distrutto tutto. – Ora, la maggior parte della case portavano sulle loro facciate il monogramma di Cristo, con le lettere A e Ω. Si legge, al di sopra del monogramma una pia epigrafe: “il Cristo trionfa sempre”, non c’è che un solo Dio ed il Cristo è Dio”, altrove “alleluja”. – Ma ecco che altri iscrizioni recano un messaggio dissonante molto strano. La formula “Non c’è che un Dio solo” è completata dalle parole: “Benedetto il suo nome per sempre”. Il tetragramma sacro rimpiazza la formula cristiana. Siamo dunque in famiglie giudeo-cristiane ove la divinità di Cristo è negata. Assistiamo qui ad un dialogo-contestazione tra i cristiani della Grande Chiesa, che affermano la divinità di Gesù, ed i giudeo-cristiani che la negano. Noi arriviamo così alla formula musulmana: “Allah solo è Dio e Maometto è il suo profeta”, nella quale la parola “Maometto” ha preso il posto di Gesù, ma il parallelo tra tutte queste formule è rimarchevole ed invita a pensare che la parola “Maometto” designi proprio Gesù-Cristo. È quanto ci resta da dimostrare.

Maometto o Gesù-Cristo?

L’autore del Corano ci da un insegnamento completo su Gesù e su Maria, insegnamento coerente, improntato agli apocrifi giudeo-cristiani: lo Pseudo-Matteo, il protovangelo di Giacomo, il Vangelo dell’Infanzia, il Libro dei Giubilei, Omelie clementine, Libro di Henoch, come già visto. – Gesù è il vero profeta dell’Islam. Egli è l’erede di tutta la tradizione biblica … rivista e corretta dai Nazareni. Il Corano precisa che non si tratta di una nuova religione, ancor meno di una nuova rivelazione. Ed insiste fortemente sulla non divinità Gesù: è il leitmotiv di tutti i suoi sviluppi. Roger Arnaldez ci ha presentato con grande chiarezza questo insegnamento. – Quanto all’esistenza di un supposto Maometto, non ne parla mai. La parola “mahammed, appare più volte nel testo, ma sempre a proposito di Gesù. Esso non è il nome proprio di un uomo, ma un qualificativo che significa “degno di essere amato, degno di essere lodato”. Gesù in effetti è degno di essere amato, degno di essere lodato, ma soprattutto di essere adorato. Molto recentemente, degli specialisti dell’Islam si sono applicati nel comprendere questa espressione. Alfred-Louis de Prémare commenta questo versetto del Corano. « Gesù dice: io sono l’inviato di Allah a voi, annunziante la buona novella di un inviato che verrà dopo di me ed il cui nome sarà ahamad ». Ciò che vuol dire: il cui nome sarà lodato fino al punto più alto. Sarà un qualificativo nella forma elativa, cioè superlativa secondo la grammatica araba. E l’autore continua: “Noi conosciamo nella fede cristiana primitiva l’importanza dell’annuncio dello Spirito Santo e la realizzazione di questo annunzio dello Spirito Santo e la realizzazione di questo annuncio attraverso gli Atti e le Epistole degli Apostoli”. Lo Spirito Santo è chiamato “Paraclito”, in aramaico Menahemana”. A partire da questa assonanza si giunge a “mohammed” ed ecco come questa espressione è stata all’origine della leggenda di Maometto. – Continuiamo il nostro inventario, esso ci condurrà molto lontano. Un altro recente specialista dell’Islam, il già citato Cristophe Luxenberg, ha studiato attentamente il duomo di Rocher costruito nel VII secolo sul luogo del tempio. Questo duomo era in precedenza un santuario cristiano, costruito da architetti bizantini sul modello del Santo Sepolcro. Esso riposa su dodici colonne e quattro paia di pilastri. Il califfo Abd-el-Maljk vi ha posto delle iscrizioni prese dal Corano. Ecco l’iscrizione principale: « Nel nome di Dio misericordioso e clemente. Di Dio non ce n’è che uno solo. Non c’è “associato”. Egli ha la sovranità, a Lui si rivolge la lode,  Mahammed è il servo e l’inviato di Dio. Che Dio ed i suoi Angeli benedicano il profeta. Voi credenti beneditelo e salutatelo come conviene. Voi, genti delle Scritture non oltrepassate il limite della vostra religione e non dite contro Dio se non la verità. Cristo-Gesù, il figlio di Maria, è unicamente l’inviato di Dio e la sua parola che Egli ha proiettato in Maria è un suo spirito. Ecco perché credete in Dio ed al suo inviato e non dite tre. Dio è unicamente un solo Dio. Egli sia lodato! Il Cristo non disdegnerà di essere il servo di Dio, non più degli Angeli che sono vicini a Dio. Dio, benedetto il tuo inviato e tuo servo, il figlio di Maria. Pace sia su di lui nel giorno in cui è nato, il giorno in cui è morto ed il giorno in cui sarà nuovamente svegliato alla vita … La vera religione per Dio è la sottomissione (l’Islam dunque) ». Questa iscrizione è notevole, essa dimostra che la parola “mohammed” si applica a Gesù-Cristo. Egli è l’unico profeta, il servo (ansar), l’inviato (l’Angelo) di Dio, ma bisogna “salutarlo come conviene”. Perché? Perché Egli è l’unico inviato di Dio. È quindi solo Lui il profeta dell’Islam. Ed è anche uno Spirito di Dio (espressione che abbiamo già trovato nella “Leggenda dei sette dormienti di Efeso”). « Credete in Dio e al suo inviato e non dite tre ». non c’è che un solo inviato di Dio ed è Gesù-Cristo, perché non bisogna associarlo a Dio e formare una Trinità. Tutto ciò è molto chiaro ed è impossibile negare che, ogni volta che l’autore del Corano impiega il termine “mohammed”, designa Gesù. Non può essere più chiaro di così! – E Cristophe Luxenberg ha precisato che bisogna tradurre: « Egli è degno di essere lodato come il servo e l’inviato di Dio », esattamente ciò che è il senso del termine “mohammed”. Così dunque l’autore del Corano ignora totalmente l’esistenza di Maometto, fondatore di religione.

Conclusione

 La leggenda di Maometto è dunque una formidabile impostura che avvelena da secoli i popoli del vicino-Oriente. È inconcepibile come da vari secoli, gli specialisti dell’Islam, gli “islamologi ufficiali e patentati” non abbiano compreso ciò che Cristophe Luxenberg ha infine con semplicità dimostrato. C’è voluto un prodigioso accecamento per continuare a raccontarci gli episodi di questa leggenda invece di rigettarli come un mito assurdo. Per la prima volta, Cristophe Luxenburg ha avuto il coraggio di proclamare questa verità fondamentale, che il “mohammed” del Corano è niente altri che … Gesù-Cristo. E certo, gli ci è voluto un gran coraggio, perché questa affermazione distrugge completamente tutta la religione musulmana e mostra che i suoi autori ed i suoi commentatori sono degli impostori. E che dire poi degli “asini” del Conciliabolo Vaticano II, i “ladri” conciliari che, in Nostra Ætate, hanno messo in mostra tutta la loro malafede e l’ignoranza abissale che trova giustificazione solo nella volontà di sprofondare tutte le anime nell’abisso preparato per satana e per coloro che lo servono e lo seguono! Ed oggi l’impostura modernista continua con il satanico ecumenismo, dirupo di perdizione che porta allo sfacelo totale di popoli ed anime guidate dai mondialisti masso-marrani, il “buffone ed il giullare usurpanti”, sepolcri imbiancati, con talare a ricoprire i vasi di vermi immondi e putrescenti, e non solo metaforicamente. Che Dio ce ne liberi e ci guidi alla salvezza mediante la sua unica e vera Chiesa, Una, Santa, Cattolica ed Apostolica Romana, con S. Pietro, Principe degli Apostoli ed il Vicario di Cristo in terra.

Ausilium Christianorum, ora pro nobis!

Cunctas hǽreses sola interemísti in univérso mundo.

Exsurgat Deus et dissipentur inimici ejus!

GNOSI TEOLOGIA DI sATANA – 20 – : GNOSI ED ISLAM (4)

Gnosi, teologia di satana

“omnes dii gentium dæmonia

GNOSI ED ISLAM (4)

[da E. Couvert: “La gnose universelle”, cap. II]

Islam, veicolo della gnosi:

A. – Mediante la FILOSOFIA

Non c’è una filosofia araba e, non se ne dispiaccia Henry Corbin, non ci sono neppure filosofi islamici o musulmani. Gli scrittori musulmani che hanno compilato i commentari dei filosofi greci erano sia iraniani, come al-Ghazzali, al-Kindi, sia berberi, come ibn Tofail, ibn Badja, sia spagnoli come ibn Roschild, che gli occidentali hanno chiamato Averroè. Essi infatti non esprimono un pensiero personale, un pensiero autoctono elaborato secondo concetti originali. Essi si contentano di tradurre e commentare semplicemente i filosofi anteriori. Ora noi vedremo che essi sono in realtà prigionieri del pensiero neo-platonico, sprofondati nella gnosi manichea, quella che si era già diffusa in oriente attraverso il Buddhismo. – Gli arabi avevano stabilito dall’VIII al X secolo una scuola di traduttori ad Harran, a sud di Edessa, al confine tra Siria e Mesopotamia. Essi pretesero di risalire ad Ermete Trismegisto e ad Agathodaimon (il demonio buono?!?). Ora noi sappiamo che nei manoscritti dell’Asia centrale, Ermete è un avatar di Mani, che di la è passato presso gli Arabi ove è stato identificato come Idris o Hénoch. Il loro dottore più celebre, Thabit ibn Qorra (morto nel 901) aveva scritto e tradotto in siriaco, poi in arabo, un libro delle “Istituzioni di Ermete”, parafrasi della rivelazione do Ermete Trismegisto, già ben conosciuto. Egli aveva pure ugualmente tradotto in arabo delle opere di matematica ed astronomia. I Sabei avevano da parte loro inondato il mondo musulmano con molte opere dette “pseudoepigrafi”,  degli pseudo-Platone, pseudo-Plutarco, pseudo-Tolomeo, pseudo-Pitagora, etc., che furono la fonte di una vasta letteratura neo-platonica in Asia. Si deve a loro pure uno pseudo-Dionigi, attribuito a S. Dionigi l’Aeropagita. – Citiamo due pseudoepigrafi che ebbero un’incidenza considerevole in Occidente, e che hanno avvelenato le università cristiane. Il primo è una “Teologia detta di Aristotele”, tradotta in arabo da una versione siriaca del IV secolo. È questa una parafrasi delle tre ultime enneadi di Plotino, e cerca di dimostrare un accordo tra Platone ed Aristotele ponendosi alla base del neo-platonismo in Islam. Il secondo è il “libro sul bene puro”, tradotto in latino nel XII secolo da Gerardo da Cremona, con il titolo  “Liber de causis” o “liber Aristotelis de expositione bonitatis puræ”, ed è infatti un estratto dell’ “Elementatio théologica” del neo-platonico Proclo. Si è fatto credere a tutto il Medio-Evo che Aristotele fosse platoniano. I Sabei hanno ripreso cioè il metodo degli gnostici che consisteva nell’attribuire dei testi fittizi agli autori antichi celebri, per dar loro così una forte pubblicità. – Bisogna notare egualmente due opere ermetiche che furono molto lette in terra islamica: Il “Libro del Segreto della Creazione e tecnica della natura” attribuito dall’autore anonimo ad Apollonio di Tiane (Ma certamente, ritroviamo qui in fondo sempre gli stessi nomi visti nella gnosi). Esso contiene la celebre “Tavola di Esmeralda (Tabula smaragdina), e lo “Scopo del Saggio” (Ghâyat al Hakim), che offre informazioni sulla liturgia dei Sabei e tutto un insegnamento sul tema della “Natura perfetta”. La Natura perfetta è l’entità spirituale (Rûha-nîyar), l’Angelo del filosofo. Sohrawardi commenta questa visione di Hermés: è alla sua quiete che se ne va il pellegrino delle epopee mistiche persiane d’Attar. – Tutti questi testi insegnano null’altro che il panteismo della gnosi. Ascoltiamo Abû  Yasid … Bastamî: « io contemplavo il mio Signore con l’occhio della certezza dopo che mi ebbe allontanato da tutto ciò che è altro da lui ed illuminato della Luce. Egli mi fece allora conoscere le meraviglie del suo segreto, rivelandomi la sua ipseità (il suo Sé). Io contemplavo il mio “me” con la sua ipseità. La mia luce impallidì sotto la sua Luce, la mia forza svanì sotto la sua forza, la mia potenza cessò sotto la sua Potenza. Così io vedevo il mio “me” attraverso il suo Sé. La grandezza che io mi attribuivo, era in realtà la sua grandezza, la mia progressione era la sua progressione, etc. ». Si potrebbe continuare a lungo su questo tema dell’identificazione con il mondo divino. – Sohrawardi è vissuto nel XII secolo. Egli era nato nel 1155 a Soharaward, una città del nordovest dell’Iran nell’antica Media. Egli è discepolo di Hermès, di Platone, di Zoroastro. « C’era presso gli antichi Persi, scrive, una comunità che era diretta da Dio. È da lui che furono condotti degli eminenti saggi, a differenza dei Maguse. È la loro alta dottrina della Luce, dottrina che testimonia dell’esperienza di Platone e dei suoi predecessori, e che io ho resuscitato nel mio libro intitolato la “Teosofia orientale” (Himkat al Iskrak) ed io non ho avuto predecessori per un progetto tale ». Egli resuscitò dunque le dottrine dei Saggi della Persia concernenti i Principi della Luce e delle Tenebre ». Questa comunità della Luce, perseguitata dai Magi, adoratori del Fuoco, che avevano aizzato contro di essa il re sassanide, non è altro che la Chiesa manichea. – Sohrawardi aveva dapprima seguito la dottrina di Aristotele, ma ebbe una visione estatica. Anche egli fu “illuminato”. Gli viene mostrato la moltitudine di « questi esseri di luce che contemplavano Hermés e Platone e queste irradiazioni celesti, fonti della luce della gnosi e della sovranità della Luce di cui Zoroastro fu l’annunciatore ». Egli riprese la formula modificata di Socrate: « Svegliati a te stesso! » Egli insegnava una iniziazione progressiva per mezzo della conoscenza, una illuminazione con la quale l’anima conosce se stessa e conosce ogni cosa con la sua luce interiore. Così tutto è perfettamente gnostico. – Nel VI secolo l’imperatore Giustiniano aveva chiuso le scuole filosofiche di Atene. Il pensiero greco era emigrato in Siria, ad Edessa. I filosofi siriani l’avevano trasmessa agli arabi che ne pubblicarono i commentari a Bagdad: Al Farabi nel X secolo, Avicenna nel XI  secolo, Averroè nel XII secolo a Toledo in Spagna. – Ora il pensiero di Aristotele era stato rivoltato e falsato dalla pubblicazione di opere neo-platoniche che gli avevano attribuito i Sabei, di modo tale che la coesione del suo sistema metafisico era frantumata ed il miscelaggio mal fuso di tesi inconciliabili andava a sconvolgere l’insegnamento delle università cristiane. – Nel 1085, i cavalieri cristiani di Spagna, aiutati dai Crociati franchi in vista della “reconquista”, si impadronirono di Toledo e ne fecero la capitale del regno cristiano in modo tale che mai più i saraceni poterono riconquistarla. Fu allora che il vescovo francese Raymond de Sauvetat (1126-1151 circa) stabilì a Toledo un collegio di traduttori per riprendere nelle università d’Occidente il pensiero e la scienza degli arabi. Il giudeo Ibn Daoud traduce dall’arabo in “romanzo” (la lingua spagnola popolare) i libri arrivati da Bagdad. Eli ignorava il latino: è Gondisalvi che è un buon latinista, ma ignora l’arabo, a continuare l’operato e trascrivere il “romanzo” di Ibn Daoud in latino. – A partire dal XIII secolo, la filosofia di Aristotele, rivista e corretta dagli Arabi, si intrufola nelle università. Aristotele, come dice bene il p. Gabriel Théry, arriva a noi “non vestita con peplo o con toga, ma ricoperto da un mantello incappucciato e come copricapo un fez arabo”. Fu una vera conquista spirituale dell’Islam egli precisa. Ci fu così una vera rivoluzione nelle università. Il Medio-Evo viveva fino ad allora sulla filosofia di Platone: questi non vede nella natura se non dei segni il cui significato si trova nel mondo ideale, che sarebbe il solo reale, il mondo delle idee pure. Essa conduce dunque ad un simbolismo sistematico e delirante. Tutto è simbolismo, niente di questo mondo quaggiù è reale. È “il mito della caverna”, ben conosciuto. Si resta stupefatti davanti al successo di un pensiero sì assurdo e sì contrario al buon senso naturale. Ma Aristotele, al contrario, naturalista, considera che la natura è veramente reale e contiene in essa la sua intellegibilità. Si scopriva infine la natura che il XII secolo si contentava di interpretare simbolicamente. Aristotele usava la dimostrazione, processo proprio della ragione. La superiorità di questa metafisica razionale sui miti platonici era così grande che essa doveva necessariamente averne la meglio. Aristotele diviene infatti “il filosofo” per eccellenza. – Orbene, Aristotele era stato “rivisto e corretto” da Averroè; quest’ultimo aveva attribuito l’idea di un intelletto-agente unico per tutti gli uomini: « C’è, scrive Etienne Gilson, nella sua “Filosofia del Medio-Evo”, un solo ed unico intelletto-agente per tutta la specie umana, ed è per la sua azione in noi che pensiamo … l’immortalità non appartiene che a questo intelletto-agente comune a tutta la specie umana, cioè l’immortalità sparisce, e l’individuo in quanto tale svanisce al momento della morte ». Questo intelletto-agente unico non è altro che, in linguaggio scolastico, l’ “anima universale del mondo” insegnata dai nostri gnostici, “ … io non penso da me stesso, bensì mediante un’anima divina alloggiata in me. Le mie idee non sono l’opera elaborata da una facoltà intellettuale, esse sono ricevute da intelligenza divina che agisce in me. Esse sono dunque necessariamente vere. L’errore è impossibile. La nostra anima è una Spirito-Santo. Il nostro corpo non è che un carapace di materia unita temporaneamente ad un’anima universale. Al momento della morte, la nostra individualità scompare. È il ritorno al “niente”, il “Nirvana” dei buddhisti, seguito dal ripiombare nel Gran tutto. Non si potrebbe essere più gnostici di così! – ne seguiranno le conseguenze: se l’uomo non pensa da se stesso, non è padrone dei suoi atti. È l’anima universale o intelletto-agente che è il solo responsabile … non c’è il libero arbitrio. Applichiamo questo all’Islam. È Allah che interviene costantemente nella vita umana, secondo il suo beneplacito: « Noi abbiamo attaccato, dice il profeta, al collo di ogni uomo il suo uccello (il suo destino) ». « Allah, ci spiega Louis Gardet, è il solo essere ed il solo agente. Il creato non saprebbe avere un reale valore ontologico. Il bene ed il male non esistono nelle cose ma per il comando del Signore. E Allah guida nel bene che gli piace ed abbandona nel male chi a lui piace. » – Poiché non c’è attività spirituale propria a ciascuno, è la comunità, l’«umma» che pensa, che ha ricevuto il Libro. Non c’è magistero dogmatico nell’Islam, perché tutti pensano con lo stesso testo perpetuamente recitato. Per di più, non c’è una conoscenza “naturale” de mondo. Allah non ha dato agli uomini una natura intellegibile delle cose che ognuno deve “decifrare”, che deve “leggere” nelle creature (è questo il senso della parola “intellegere”). Non c’è una realtà permanente, coerente e significativa nel mondo creato. Dio solo può insegnare. Tutta la scienza della natura si riduce ad una fede ed è accettata senza un atto di comprensione naturale. – Allora ben si comprende che le autorità ecclesiastiche si siano inquietate per una tale invasione, sì contraria alle verità naturali ed alla fede cristiana. Averroé, il panteista! Averroé l’anticristo! Le condanne si sono moltiplicate contro la filosofia di Aristotele. Il vescovo di Parigi ha pubblicato delle sentenze di condanna, anche contro San Tommaso d’Aquino, all’inizio del suo insegnamento. Resta a gloria di San Tommaso l’aver compreso che bisognava innanzitutto ristabilire il vero pensiero di Aristotele e per far questo, era necessario ritrovare il testo iniziale. Egli ignorava il greco, ma ottenne la traduzione diretta dal greco in latino operata  da Guglielmo de Moerbeke. Ne sottomise il testo ad una esegesi rigorosa, letterale. Che differenza con quello di Averroé! Quest’ultimo apparve allora non come il commentatore eletto di Aristotele, bensì come il suo “depravatore”, il suo sovvertitore. Ci volle così un genio e Santo per “esorcizzare” in senso proprio Aristotele e “liberare” così l’Occidente da questa invasione gnostica sotto l’etichetta musulmana!

B. MEDIANTE LA LETTERATURA

I critici letterari che si sono dedicati seriamente al problema delle origini della letteratura medioevale, hanno notato con grande precisione l’apparizione improvvisa nel XII secolo di una epopea cortese e di romanzi cavallereschi, di cui non hanno potuto trovare le fonti nelle canzoni delle gesta e nelle epopee carolingie del secolo precedente. Essi hanno notato in tal soggetto, delle importanti strane novità nella scelta dei temi e nei modi di ispirazione tra le epopee franche ed i romanzi bretoni della Tavola Rotonda. – Louis Clédat, nella sua “Epopée courtoise” definisce così i due generi: « L’epopea cortese, leggera, brillante, piacevole ritratto delle feste di corte, dei tornei, delle spedizioni avventurose, che amavano moltiplicare le sorprese di un meraviglioso racconto delle fate, danno all’amore un posto preponderante; l’epopea nazionale, al contrario, grave, grandiosa, consacrata alle lotte nazionali, feudali o religiose, prende dalla religione le risorse della sua meravigliosa austerità, profondamente sprezzante delle passioni e delle delicatezze del cuore ». Si notano in questi romanzi del ciclo bretone, dei riquadri vivi, molto liberi in situazioni rischiose, con una compiacenza per il vizio. In Tristano, ad esempio, nessuna colpa per Isotta ed il suo complice, al contrario, entrambi sono vantati per la loro bellezza ed il loro spirito. Solo il re Marco è ridicolizzato. Si trova in questo romanzo una sorta di naturalismo tutto pagano, una finezza ed una cortesia ricercata nel disprezzo più odioso delle leggi morali e dell’insegnamento della Chiesa. Si è ugualmente sottolineato che non si ritrova in questi romanzi l’entusiasmo che suscitavano allora nei cavalieri franchi le lotte contro i saraceni, elemento che costituiva l’anima dei poemi carolingi; la cosa doveva far “drizzare le orecchie”. È nell’epoca in cui la cavalleria d’Occidente ingaggia i più energici combattimenti contro i saraceni, che una nuova letteratura si sforza di allontanare gli spiriti di nobiltà franca verso la vita raffinata ed effeminata delle corti d’amore. Si tratta dunque di un’operazione disarmante per gli spiriti, ben condotta secondo l’Oriente musulmano e che coincideva con l’invasione della nuova filosofia nelle nostre università cristiane. – Ora lo studio minuzioso delle fonti ci mostra che questa letteratura cortese è tutta estrapolata dagli scrittori musulmani del X e del XI secolo, ed è penetrata in Occidente dalla Spagna, così come la filosofia della stessa epoca. Si è notato ad esempio che il tipo del cavaliere errante, che raddrizza i torti, è tratto dal poema di Antar, raccolta di leggende risalente ad Haroun-al-Raschid, riunito sotto forma di romanzo da Erous Moyyed, medico e poeta, dedicato al visir di Zangui nel 1145. Autar, montato su di un cavallo [Abjer], è sempre pronto a sguainare la sua spada Dhamy gridando. “Io sono colui che ama Ibla”. Come ricompensa delle sue prodezze, il re Zoheir gli da il soprannome di Aboul-fauris, il padre dei cavalieri. Vi si trovano pure temi cortesi nel libro dei Re (Shah-nameh) di Firdousi, pubblicato nel 1010 e dunque anteriore alle prime epopee cavalleresche.

1°) L’amore cortese o “l’Eterno femminile”.

Nella storia degli gnostici, si vedono apparire, fin dalle origini, delle donne deificate: Simon mago viveva ad esempio con la famosa Elena di Tiro che personificava, egli diceva, l’Ennoia, cioè l’emanazione diretta di Dio; la fede in Elena ed in lui era la prima condizione per ottenere la salvezza. – Montano aveva le profetesse Priscilla e Massimiliana, porta voci dello Spirito-Santo. I catari ammiravano la loro dea, Esclarmonda de Foix. Petrarca vide apparire nel tempio di Santa Chiara, ad Avignone, la sua amica Laura; Boccaccio riceve la sua diletta Fiammetta (piccola fiamma!) nel tempio di Santa Chiara a Napoli; Dante trova anche la sua Beatrice in « un luogo in cui si cantano le lodi della regina della gloria ». Questa Beatrice è una sorta di dea che conduce il poeta attraverso il mondo della notte e degli eletti. Una certa Guglielmina era considerata all’epoca di Dante come un’incarnazione dello Spirito-Santo. Fra Dolcino si era aggregato una donna chiamata Margherita che egli chiamava sua “sorella spirituale”. Si potrebbe proseguire ancora per molto con il culto della donna divinizzata in tutta la tradizione gnostica attraverso i secoli. – Questo mito gnostico ci è tornato attraverso l’Islam, sotto forma di amor cortese cantato nella lingua d’oc dai trovatori. Si è cercato per lungo tempo donde venisse questo tema nel contempo erotico e religioso, sconosciuto prima del XII secolo nella nostra letteratura feudale. Due eruditi si sono dedicati al problema, Eugène Aroux, nel secolo scorso, e A. R. Nykl, più recentemente. Entrambi hanno riconosciuto in questa nuova moda letteraria una invasione del pensiero musulmano. – Nei poeti sufi, si trova dappertutto una mescolanza straordinaria, una singolare amalgama tra l’amore spirituale e l’esaltazione erotica. Gli annali di questa poesia che invoca sotto il nome di una donna la divinità stessa, di cui questa donna è il simbolo visibile, si aprono in Occidente con Platone che ha spiegato nel suo “Banchetto” che l’amore fisico degli esseri creati è il simbolo ed il primo grado dell’amore di Dio. – Si risale, in questa ricerca dell’amor cortese, a Ibn Dawoud che scriveva a Bagdad nel 910 un trattato sull’amore, il « Kitab-as-Zahra ». L’amore umano, egli dice è un male che bisogna dominare. È una fatalità fisica, una forza naturale, ineluttabile e cieca, senza ragione e senza scopo. È possibile ridurne i misfatti. L’atto carnale è reprensibile, il desiderio dominato è atto meritorio: « Quando anche la castità degli amanti, la loro lontananza dalla corruzione e la cura della loro purezza non fossero protetti dai precetti delle leggi religiose ed dal pregiudizio dei costumi, certo questo sarebbe ancora dovere di ciascuno, restare casto, alfine di eternizzare il desiderio che lo possiede con il desiderio che lo ispira ». Si riporta ugualmente un dialogo sull’amore tratto dai “Prati d’oro” di Mas’oudi, scritto nel VIII secolo. « L’amore emana dalla bellezza divina, dal principio sottile della sostanza. Colui che ama è illuminato da una fiamma interiore, tutto il suo essere risplende, le sue qualità lo pongono al di sopra degli altri uomini. L’amore non è vivificante se non per la sua sconfitta, non si compie che nella morte ». – A partire dal secolo XI, questa letteratura amorosa passa in Spagna. Ibn Hazm (994-1065) pubblica a Cordova il “Libro delle religioni e delle sette”. Nel 1022, a ventotto anni, egli redige “la collana della colomba”, ove si scopre tutto il linguaggio dei “fedeli d’Amore” della Linguadoca: lo zerbino, la sottomissione alla dama, il “lauzengier”, lodatore, la fedeltà, la malattia e la morte dell’amante. Questa sottomissione dell’amante alla sua dama è un omaggio platonico alla Bellezza, una esaltazione della dama divinizzata. « L’amante deve sottomettersi ai desideri della sua amata, come lo schiavo ed il domestico al suo padrone ». Il suo contemporaneo, Ibn Zaïdoun compone unicamente dei poemi alla poetessa Wallanda, figlia di un califfo, che era la prima “donna del suo tempo”. Nel secolo XII Abou Bekr Mohammed ibn Guzman celebra l’amor cortese in lingua araba popolare, il “zadjal” in cui mescola molte parole ed espressioni in linguadoca, cosa che suppone un pubblico mezzo arabo e mezzo cristiano. –  Questa letteratura appare infine in Francia, a Poitiers dapprima, portata dai cavalieri del conte Guglielmo.  Nel 1120 egli aveva condotto 600 cavalieri ad Alfonso il Battagliero, che aveva percorso con fulmineo percorso tutta la Spagna fino a Valenza e Grenada. Il conte Guglielmo aveva sposato una aragonese, la vedova di Sancio d’Aragona. Alla presa di Barbastro, gli autori arabi raccontano che i signori francesi si erano mostrati molto sensibili ai canti ed alle danze dei giovani moreschi e si erano comportati in maniera scandalosa. Nel corso di queste continue guerre, la due civiltà, l’araba e la cristiana, si sono compenetrate, soprattutto con i prigionieri ed i transfughi, anche attraverso i giudei. –  Per il platonismo dei sufi, come per i “fedeli d’amore”, si produce una vera trasmutazione dell’amore umano, che appare come un’emergenza divina. – Ascoltiamo questo testo significativo di Ahmed Ghazzali (morto nel 1126 in Iran) : « Quando l’amore esiste realmente, l’amante diviene il nutrimento dell’amato; non è l’amato il nutrimento dell’amante, ma l’amato non può essere contenuto nella capacità dell’amante … la farfalla che è diventata l’amante della fiamma, ha come nutrimento, benché ne sia distante, la luce di questa aurora. È il segno precursore dell’illuminazione mattutina che la chiama e l’accoglie. Ma essa deve continuare a volare finché non la raggiunge. Quando è arrivato non è più lui a progredire verso la fiamma, è la fiamma che progredisce verso di lui. . non è la fiamma che gli è nutrimento, è lui che è il nutrimento della fiamma. E la vi è un gran mistero. Un istante fuggitivo, diviene il proprio amato (poiché è la fiamma). E la sua perfezione è questa ». – Praticare l’amore è divinizzarsi. Non si tratta di un amore puramente spirituale, ma ben carnale. I testi dei poeti sufi e dei trovatori sono formali, le descrizioni sensuali ed erotiche vi abbondano. L’abbraccio amoroso provoca in tutto il corpo una esaltazione della sensibilità generale che dà l’impressione all’amante di oltrepassare la sua condizione semplicemente umana e di partecipare ad un atto divino. Ecco anche perché egli cerca anche di trovare la morte nell’atto stesso dell’amore per eternizzare questa intuizione divinizzante. Ma di fatto, contrariamente a quanto affermano i “Fedeli d’amore” l’unione carnale ha una finalità naturale che è la procreazione, cioè la partecipazione all’azione creatrice di Dio. In un certo senso questo atto è divino, in ogni caso è sacro. La Chiesa l’ha santificato con il Sacramento del Matrimonio, ma non lo divinizza. – Ora i “fedeli d’amore”, come i poeti sufi, vogliono togliere all’amore la sua finalità. Essi lo dicono puro e casto, cioè sterile. Essi parlano di un amore “da lontano”, diremmo oggi di “un abbraccio riservato”. È la forma di contraccezione dell’epoca. Unitevi nell’atto carnale, ma non date la vita, cercate piuttosto la morte! In più questo amore è sempre adultero e praticato fuori dal matrimonio. Esso né l’esatto inverso. Non ci si può opporre più efficacemente al piano di Dio che rifiutando di trasmettere la vita che si è ricevuta dai genitori. Solo lucifero, “omicida e menzognero” fin dall’inizio, può interessarsi ad un tale scimmiottare del vero amore così come lo ha voluto Dio.

2°) Il linguaggio degli Uccelli.

Nel suo desiderio di divinizzarsi, l’uomo cerca dei mezzi per salire verso l’azzurro e per confondersi con la Luce per raggiungere il suo soggiorno originale, il cielo, dal quale è ricaduto con una catastrofica caduta. Ecco un tema gnostico ben conosciuto. L’uomo vorrebbe essere un uccello: il suo volo nell’aria sembra sottrarlo alla gravità, nell’azzurro ed ai raggi del sole appare rivestito da un alone d’oro e di luce. Egli finisce per confondersi con il cielo stesso. Ecco un simbolo dell’anima che, chiusa nel suo carapace corporeo, ma ricoperto di piume alla maniera di Icaro, cerca di raggiungere il mondo divino dal quale è stato rigettato. – Si conosce il celebre testo di Chateaubriand, in René: « Spesso ho seguito con gli occhi gli uccelli di passaggio che volavano al di sopra della mia testa. Immaginavo i confini ignorati, i climi lontani, ove essi si recano. Avrei voluto essere sulle loro ali. Un istinto segreto mi tormentava. Mi sentivo io stesso un viaggiatore, ma una voce dal cielo sembrava dirmi: Uomo, la stagione della tua migrazione non è ancora giunta; aspetta che il vento della morte si alzi; allora tu deplorerai il tuo volo verso queste regioni sconosciute che il tuo cuore domanda. Levatevi presto, tempeste desiderate, ché dovete trasportare René negli spazi di un’altra vita. » Questo testo illustra bene quello di Al Gazzali, citato in alto, che ci mostra la farfalla, che con il suo volo si congiunge alla luce del mattino per confondersi con la fiamma che l’accoglie e nella quale si perde. – Ora i poeti musulmani hanno giocato in questo registro con molto virtuosismo. Il poeta persiano Farid al Din Attar ha scritto un poema intitolato “Il colloquio degli uccelli” (Mantic al Tayr). Sotto la guida dell’upupa, gli uccelli si mettono alla ricerca di Simurgh che essi hanno scelto per re. Tutti periscono nel corso di questa ricerca, salvo trenta di essi (“si” in persiano vuol dire trenta e “murgh” significa uccelli). Questi sopravvissuti finiscono per riconoscere la divinità in se stessi e vengono assorbiti nel Simurgh divino per annientamento (fanâ) della loro individualità materiale. – Questo poema ha delle grandi analogie con un’altra opera persiana: « La Rosa di Bakawali ». La rosa misteriosa proposta alla conquista dell’uomo, è Dio stesso. Vi si ritrova la dottrina dei Sufi: « Dio esisteva da solo all’inizio dei secoli, vi è detto. Egli era concentrato su se stesso. Il sole della sua sostanza era rimasto nascosto dietro il velo del mistero. Egli si compiaceva nel suo amore ma provò il desiderio di manifestarsi all’esterno. Volle mostrare la sua bellezza, far conoscere il vino del suo amore e mettere in evidenza il tesoro sacro della sua natura. A questo scopo creò l’universo. Fu così che l’unità di Dio andò a riflettersi nello specchio del niente ». Il mondo non è che lo specchio di Dio; esso è un puro niente, è Dio che si riflette su se stesso. Non si può essere più panteista! – Orbene, questa “Rosa di Bakawali” è l’ispiratore del celebre “ Romanzo della Rosa”. Questa rosa divina è posta al centro di un bel giardino che percorre Déduit, che “dalla terra dei saraceni, fece trasportare là questi alberi”. Precisiamo che gli uccelli, cantori dell’amore, vi gorgogliavano per invidia cercando di sperarsi l’un l’altro; « essi cantavano un canto tale come se fossero degli spiritelli”. Comprendere il linguaggio degli uccelli, è dunque prepararsi a raggiungere il “regno della luce”, il “Wonderland” che Michel Carrouges ci ha descritto con tanta minuziosa precisione nella sua “Mistica del superuomo”. – La religione musulmana è stata marcata, fin dalla sua apparizione, da una importante serie di deficienze fondamentali. Enumeriamole: – Nell’Islam non c’è culto sacrificale, dunque, non c’è sacerdozio, non sacrificio, non sacramenti, diciamo che non c’è niente di specificamente “sacro”. – Nell’Islam non c’è una dottrina, dunque non c’è magistero, non c’è insegnamento. – La recita cadenzata e bilanciata del Corano, i commentari sulle “Hadith” del profeta non possono certamente definirsi un insegnamento. – Nell’Islam non c’è la distinzione fondamentale tra l’ambito temporale e l’ambito spirituale. L’uno si riconduce all’altro e constatiamo che lo spirituale è dominato e schiacciato dal temporale. Di conseguenza non esiste affatto nell’Islam distinzione tra “foro” esterno degli atti umani e “foro” interno delle coscienze. – La moralità si riduce all’osservanza delle regole giuridiche e siccome vi è negato il libero arbitrio, l’ambito della coscienza personale è ridotto a niente. Ecco un handicap prodigioso per l’educazione della rettitudine di intenzione nella vita morale. – In tal modo, l’Islam non può essere definita una religione che in senso ristretto ed usurpato. Infatti esso “occupa il posto” di una religione per milioni di uomini da svariati secoli. Si comprende che con una tale deficienza di quasi tutto ciò che potrebbe costituire in “senso proprio” una religione, i popoli sottomessi all’Islam siano regrediti verso una semi-barbarie, in un abbrutimento generale degli spiriti ed una lunga sclerosi della civilizzazione. – In queste condizioni, l’Islam non poteva espandersi sui cristiani d’Europa che lo rigettano con orrore. – Gli scrittori musulmani hanno dovuto cercare altrove il loro nutrimento intellettuale, mentre i filosofi sono andati a trovare nel pensiero greco di che nutrire le loro meditazioni. Essi le hanno ritrasmesso all’Occidente la filosofia neo-platonica che le era stata data in pasto dai Sabei. I poeti ed i mistici sono andati a trovare nel Buddhismo di che alimentare i loro sogni o allucinazioni. Essi hanno trasmesso all’Occidente il panteismo insufflato dai Sufi. E dietro a loro, l’Occidente cristiano ha assorbito in parte questi due veleni. La filosofia realista di Aristotele e di San Tommaso non ha potuto imporsi definitivamente e, dopo Cartesio, viviamo nella più completa confusione di dottrine. La letteratura resta ancora oggi avvelenata da una nozione radicalmente contraria all’ordine naturale, come ha dimostrato Denis de Rougemont nella sua notevole opera: “L’Amore e l’Occidente”. – Infine, quando l’Occidente ha potuto riprendere il dominio politico e militare sul mondo arabo, l’Islam è stato capace di assimilare i progressi tecnologici, la potenza materiale, il lusso ed il confort delle sue classi dirigenti, ma ha rigettato con infallibile istinto, il Cristianesimo che gli era stato simultaneamente presentato. La “religione” musulmana resterà sempre l’ostacolo più radicale all’espansione della fede cristiana. –  L’Islam ha assorbito immediatamente il pensiero e le attitudini della massoneria, avendone in comune la profonda radice gnostico-giudaica, così come oggi assistiamo pure alla sua fusione con il “modernismo ecumenista del Vaticano II”, supportato dal finto tradizionalismo di facciata lefebvriano o sedevacantista [basti pensare ad esempio all’ignoranza in mala fede che fa passare, per gli allocchi inebetiti, il Corano nientemeno che … come libro di pace!!!], il c.d. “novus ordo”, con cui condivide il pensiero gnostico-talmudico base della nuova falsa religione universale noachide, fondata sul monoteismo luciferino, denominatore comune pure delle sette protestanti, delle pseudo-religioni orientali, e della ideologia massonica dominante, camuffata di volta in volta sotto l’abito comunista, liberista, radicale o finto-democratico, mondialista … pare proprio che tutte le vie portino all’inferno, ma … Illa conteret caput tuum!

[Continua… ]

GNOSI TEOLOGIA DI sATANA -19- : GNOSI ED ISLAM (3)

Gnosi, teologia di satana

“omnes dii gentium dæmonia”

GNOSI ED ISLAM (3)

[da E. Couvert: “La gnose universelle”, cap. II]

Il panteismo dei sufi

Si pensa che la parola “sufi” venga da “suf” che vuol dire  “lana”, perché i sufi portavano il costume dei filosofi neoplatonici, dei gran mantelli di lana bianca, la khirka, un bastone e la lunga barba. Tuttavia è più logico vedervi la trascrizione del greco σοφος [sofos], saggio, che si ritrova in “faylasôf” dal greco φιλοσοφος [filosofos]. I dervisci ed i fachiri sono anch’essi dei sufi popolari. Essi si ritengono filosofi; infatti, essi sono mistici e contemplativi. Si pretendono musulmani; in effetti essi sono buddhisti. Tutti loro, come gli gnostici, ammettono una doppia dottrina, l’esoterica o interiore (batn), riservata agli iniziati, e l’essoterica o esteriore (zahar) per il volgare. Essi impiegano tutti i loro sforzi nel far concordare uno ad uno i loro principi con i dogmi maomettani, in maniera da stabilirne l’ortodossia agli occhi delle autorità musulmane. Ma è un concordismo artificiale che non inganna nessuno. – Un erudito del secolo scorso, specialista in letteratura sanscrita ed induista, M. Garcin de Tassy, ha riassunto in 9 proposizioni tutto l’insegnamento dei sufi:

1°) Dio solo esiste, Egli è in tutto e tutto è in lui e tutto è lui-stesso.

2°) Tutti gli esseri, visibili ed invisibili, ne sono una emanazione, « divinæ particula aureæ » e non ne sono realmente distinte.

3°) I sufi non sono soggetti alle leggi esteriori. Il paradiso e l’inferno, tutti i dogmi infine delle religioni positive non sono per i sufi, che delle allegorie delle quali essi solo conoscono lo spirito.

4°) Così le religioni sono indifferenti. Esse servono tuttavia come mezzo per giungere alla realtà. Alcune possono essere più vantaggiose di altre per raggiungere questo scopo, tra le altre la religione musulmana, della quale la dottrina dei sufi è la filosofia.

5°) Non esiste realmente differenza tra il bene ed il male, poiché tutto si riduce all’unità e così Dio in realtà è l’autore delle azioni dell’uomo.

6°) È Dio che determina la volontà dell’uomo e così quest’ultimo non è libero nelle proprie azioni.

7°) L’anima preesiste al corpo e vi è racchiusa come in una gabbia o in una prigione. La morte deve dunque essere l’oggetto degli auguri dei sufi, perché è allora che essi rientrano nel seno della divinità ed ottengono ciò che il buddhismo chiama il “nirvana”, cioè l’annientamento in Dio.

8°) È con la metempsicosi che le anime che non hanno raggiunto la loro destinazione quaggiù, sono purificate e diventano degne di essere riunite a Dio.

9°) La principale occupazione dei sufi deve essere la meditazione sull’unità con l’avanzare progressivamente attraverso i vari gradi della perfezione spirituale alfine di morire in Dio e raggiungere fin da questo mondo l’unificazione in Dio. »

È sufficiente comparare queste nove proposizioni con quelle sviluppate nello studio di base sulla « Gnosi, tumore in seno alla Chiesa » [vedi al n. 7 di “Gnosi, teologia di satana”/Exsurgatdeus.org.], per constatarne la sostanziale identità. I sufi sono semplicemente degli gnostici formati dal buddismo. Essi insegnano a disprezzare tutto ciò che è terreno, a dirigere la propria anima solamente verso ciò che esiste: l’Essere divino, a spogliarsi, a sganciarsi dall’apparenza dell’esistenza personale per associarsi all’esistenza divina, la sola reale, ad inebriarsi della bevanda stupefacente della bellezza della luce divina. » Il sufi deve assorbirsi in Dio. I poeti arabi sufi scrivono: « Purificati da ogni attributo di “me”, alfine di percepire la tua essenza brillante. » – « Lasciatemi diventare inesistente, perché la non-esistenza mi grida con gli accenti di un organo: è a lui che noi torniamo. » – « Realizza nel tuo cuore la conoscenza del Profeta, senza libro, senza maestro, senza istruttore. » Si potrebbero moltiplicare le formule di questo genere … ci troviamo in una terra pienamente conosciuta: la gnosi buddhista!  – Questa dottrina “esoterica” dell’Islam non è altro che il panteismo indiano. Vi si ritrovano gli errori del Vedanta che insegna, secondo Vyaçadavera, l’unità di tutti gli esseri, quelle del Sankia che insegna secondo Kapila il “niente delle cose visibili”. – Si è costituito ai limiti del mondo musulmano e del mondo buddhista una zona intermedia, una sorta di marchio, o delle sette miste, semi-buddhiste, semi-musulmane, che hanno avvicinato gli elementi opposti delle due religioni, ad esempio i Kabir-panthis ed i Sikh. I musulmani dell’India rendono un culto uguale ai loro santi Muin-uddin e Marçud Gazi, ed ai santi indù, Kabir e Ramanand. Un sufi indiano, Sabjani, faceva con tanto ardore sia il pouja (adorazione) ed il dandawai (prosternazione) nella pagoda, sia le preghiere musulmane nelle moschee. I sufi hanno ripreso la posizione raccolta dei monaci buddisti per meditare: « Resta raccolto come il bambino nel seno di sua madre », dice l’autore del « Mantie Uthar », un persiano. È la posizione che vi prepara al ritorno nella “terra-matrice” originale della vita, la γἤ μἡτηρ [ghe meter] degli gnostici. – Per i sufi musulmani, tutti gli esseri sono della stessa natura, la metempsicosi permette di passare da un corpo umano ad un corpo animale, ad una pianta, etc. … – Ci piace citare, in questa occasione, una seduta di dervisci urlanti e girovaghi che Teofilo Gautier ci ha descritto al suo ritorno da un viaggio in Oriente. Egli era andato, come molti romantici, alla ricerca della “religione primitiva”. Il suo viaggio era una sorta di “pellegrinaggio alle fonti”. La scena si svolge a Costantinopoli. Egli ci mostra dapprima i dervisci riuniti intorno all’imam, che scuotono la testa in avanti ed indietro e vice-versa, poi accelerando i movimenti e traendo dal petto urla rauche e prolungate che non sembrano appartenere alla voce umana: «L’ispirazione arriva poco a poco, gli occhi brillano come pupille di bestie feroci in fondo ad una caverna,  ed una schiuma da epilettico compare alle commessure della labbra, i volti si decompongono e rilucono di livore sotto il sudore; tutta la fila si piega e si alza sotto un soffio invisibile come delle spighe sotto un vento di tempesta e sempre, ad ogni slancio, il terribile grido: « Allah! Hou! », si ripete con energia crescente … »  Questa passionalità, che si pretende mistica, infatti, è evidentemente bestiale, un ritorno all’animalesco prima di divenire un niente ed imputridire sotto terra. – In questo momento, Gautier nota, tra gli spettatori, due religiosi cappuccini che ridono sotto la barba. Allora la sua collera scoppia « oh! Ridete! Essi non pensano di essere, egli dice, dei dervisci cattolici, che si mortificano in diverso modo per avvicinarsi ad un dio diverso … Io comprendo i preti di Athis, il fachiro indù, il trappista ed il derviscio che si torce sotto l’immensa pressione dell’eternità e dell’infinito cercando di placare il dio sconosciuto con l’immolazione della propria carne e le libazioni del proprio sangue. Questo derviscio che faceva ridere i cappuccini, mi sembravano belli con la loro figura allucinata, come il monaco di Zurbarano, livido per l’estasi, e che lascia brillare sulla sua ombra una bocca che prega e due mani eternamente giunte ». Teofilo dunque è incapace di distinguere un ritorno all’animalità più grossolana e violenta da una spiritualizzazione del corpo mediante la preghiera e la meditazione … c’è una confusione assurda tra la verità mistica che eleva a Dio, e la sua contraffazione diabolica che abbassa e riduce al livello della bestia. Ci vuole una forte miopia intellettuale e spirituale per non capirne la differenza!

Le sette gnostiche nell’islam

Oltre ai sufi, che sono i veri gnostici dell’Islam, si deve notare ancora la presenza in terra musulmana di comunità gnostiche antiche, già fiorenti prima della nascita e l’espansione del Maomettismo e che sono sopravvissute penosamente ripiegandosi su se stesse: questi sono i Druzi, gli Ansariati, gli Yezidi. Oggi queste comunità hanno perso il senso della loro antica dottrina. Il maggior numero di questi settari, vivono miseramente, spacciandosi e cercando di passare per musulmani agli occhi delle autorità, prendendo dall’Islam qualche pratica esteriore che non li turbi. Ma essi sono in realtà pieni di disprezzo per i musulmani, si odiano a vicenda e non si uniscono che nell’odio comune verso i Cristiani. – Gli Yezidi sono gli ultimi eredi dei Mandei; essi erano numerosi un tempo in Babilonia, se ne trovano in Siria. La loro dottrina è quella di Mani. Essi dichiarano di seguire l’insegnamento di Addo, che fu il loro fondatore ed il discepolo preferito di Mani. Essi praticano un battesimo per immersione, tolgono le scarpe e baciano il sole quando entrano in una chiesa cristiana, fanno il segno della croce. Nella loro liturgia hanno conservato la cena eucaristica, credono che il vino contenga il sangue di Cristo, adorano un Dio supremo e rispettano Gesù-Cristo come un Salvatore. Si prostrano davanti al sole al suo sorgere come simbolo di Gesù. Li si accusa di rendere un culto al diavolo: essi rispondono che hanno un gran rispetto per satana che essi chiamano “il serpente della sera”, o il “principe delle tenebre”, talvolta pure Sheik Maazen. Essi affermano che il serpente è un angelo decaduto, contro il quale è scoppiata la collera di Dio; ma che, alla fine dei tempi, sarà ristabilito nel favore divino. La loro mozione del male è derivata dall’Arimane degli antichi maghi e dalla divinità secondaria dei Manichei. Essi parlano tra di loro il curdo: sono infine degli gnostici Manichei, rimasti molto vicini al Cristianesimo con il loro culto e le tradizioni liturgiche. Potrebbero essere considerati come gli ultimi cristiani ofiti o naasseni. – I Druzi pure hanno conservato una tradizione gnostica, si dicono discepoli di un califfo dell’Egitto, Hakem (996-1020), mostro di crudeltà che essi considerano come una divinità e che tornare alla fine dei tempi. Essi professano la metempsicosi, adorano il vitello, si dividono tra iniziati, gli “akkals”, coloro che sanno, e coloro che ignorano, i “djahels”. Essi sono pieni di odio verso i cristiani. Sono sempre stati all’origine dei massacri dei cristiani in Siria nel corso dei secoli. Gérard de Nerval, che voleva sposare la figlia di uno sceicco druizo, nel corso del suo viaggio in Oriente, non potette ottenere la mano della figlia, se non mostrando al padre che egli affiliato alla granco-massoneria e questa affiliazione cancellava dunque in lui la ricezione del battesimo cristiano. – Gli Ansariati, chiamati anche Nosaïri o piccoli cristiani, abitano la Siria del nord, nelle montagne intorno al golfo di Alessandretta. Essi sono biondi con occhi azzurri, sembrano venuti dalle Indie. Essi sono indo-europei e non semiti; si sottomettono in apparenza alle pratiche esteriori dell’Islam, ma il loro vero culto è una iniziazione “gnostica”, che comincia con la rivelazione del “mistero dei due”; adorano una divinità in cinque persone e si prostrano anche davanti agli alberi, al sole, alla luna, riveriscono gli animali, particolarmente il cane. Professano la metempsicosi; sono un residuo delle comunità manichee e buddhiste in ambito musulmano.

Islam, veicolo della gnosi

In un libro che ebbe il suo momento di celebrità, intitolato « Carlo Magno e Maometto », Henri Pirenne, storico belga, ha dimostrato che l’espansione dell’Islam intorno al bacino mediterraneo aveva provocato, sul piano economico, una frattura radicale tra il mondo cristiano d’Europa e l’Oriente. In precedenza i due mondi erano in relazioni costanti e numerose, il commercio nel Mediterraneo era fiorente, la navigazione era facile e senza rischi poiché la flotta bizantina assicurava la sicurezza e faceva da polizia, sull’insieme di questo mare chiuso. Successivamente Henri Pirenne sviluppa nella sua opera le conseguenze di questa rottura in Occidente: la sparizione dei grandi assi commerciali, l’assembramento delle popolazioni intorno alle roccaforti in una stretta autarchia, la decadenza dell’autorità politica malgrado i tentativi di Carlo Magno per ristabilire un grande Impero dell’Occidente che rifiorirà dopo la sua morte. – Se Henri Pirenne non si fosse limitato al solo piano economico, nella sua ricerca nuova e suggestiva, egli avrebbe scoperto un’altra causa ben più fondamentale in questa frattura tra Occidente cristiano ed mondo musulmano.  – Prima dell’Islam, tutti i popoli insediati intorno al Mediterraneo, federati con Roma, partecipavano ad una medesima civilizzazione greco-latina. Essi furono tutti cristianizzati nella stessa epoca, e se questa civilizzazione romano-cristiana poteva assumere degli aspetti diversificati secondo i caratteri peculiari a popolazioni di razza ed origine così variate, restava non meno fondamentale che l’essenziale dei costumi e delle credenze comuni erano un cimento di unità notevole, malgrado le dispute teologiche e le dispute per la successione sul trono imperiale. – Ora, all’arrivo dell’Islam, in Oriente ed in Africa si produssero due fenomeni simultanei e complementari. All’inizio una decadenza dell’autorità politica: i capi arabi musulmani furono incapaci di creare un grande impero unificato. Dopo aver distrutto la rimarchevole amministrazione romana, essi si costituirono dei principati feudali, un po’ come in Occidente, in perpetue guerre intestine. I califfi di Damasco, poi di Bagdad erano incapaci di mantenere un potere politico stabile; essi stessi si massacrarono e si avvelenarono reciprocamente e la storia di questi principi musulmani non è che una lunga serie di orrori. Poi una unità culturale, dovuta al fatto che l’Islam si è diffuso in tutto il mondo musulmano mediante la lingua araba, imposta talvolta con la forza, ma spesso accettata con la nuova religione. Questa lingua araba si è sostituita al latino, al greco, all’aramaico, all’egiziano, ai dialetti berberi. Essa è stata il legame necessario tra le popolazioni disperse intorno al Mediterraneo e separate dai dissensi e dalle guerre perpetue che opponevano i califfi e le signorie arabe costantemente in rivolta. – Ma tanto vale una lingua, quanto una cultura che essa veicola. Ora il ruolo dell’arabo fu quello di tagliare questo mondo musulmano dalla cultura greco-latina e cristiana. Le popolazioni  già cristiane, floride e felici, regredirono rovinosamente verso una pseudo-cultura araba, caratterizzata dall’analfabetismo, dall’abbrutimento degli spiriti, dal disprezzo per tutte le attività intellettuali, dall’inattitudine congenita al progresso morale e spirituale. Da ciò derivava una civilizzazione sclerotizzata, rappresa nella massa delle popolazioni convertite ed il ricorso costante agli schiavi cristiani ogni qual volta un principe musulmano voleva sviluppare intorno a sé un po’ di lusso e di arte. Che l’Islam abbia tenuto incessantemente un ruolo distruttivo, questo è ben risaputo. – Ma la conseguenza fondamentale di questi due fenomeni è non solo una rottura tra l’Occidente cristiano ed il mondo musulmano, ma pure la formazioni di una barriera infrangibile tra i due mondi. La diversità di lingua ha provocato una ignoranza, poi una incomprensione, infine una ostilità dichiarata e definitiva. La guerra religiosa ininterrotta ne fu la manifestazione più suggestiva. Il mondo cristiano si armò contri i Saraceni che, essi stessi, massacrarono con furia e crudeltà i resti delle antiche comunità cristiane che non avevano potuto islamizzare. E dopo di loro non è stato mai possibile colmare il fossato fra questi due mondi antagonisti. Al momento delle crociate, i signori franchi costituirono in terra islamica dei principati cristiani che poterono sopravvivere per circa un secolo in un ambiente così ostile. Se hanno potuto istaurare una sorta di “modus vivendi” con le popolazioni che vi si erano sottomesse, se hanno potuto proteggere le comunità cristiane non ancora completamente massacrate, come gli Armeni, essi si sono scontrati con un ostacolo insormontabile, l’impossibilità quasi assoluta di convertire un musulmano al Cristianesimo: è questa la ragione principale per la quale non hanno potuto “resistere” in Oriente e sono finiti per essere rigettati in mare, “vomitati”, per così dire, dall’Islam. Tutto questo per arrivare al nostro proposito fondamentale. Fino alla colonizzazione europea del XIX secolo, il mondo musulmano è totalmente sfuggito ad una influenza occidentale e cristiana. Non c’è mai stato il benché minimo inizio di osmosi nel senso dell’Occidente verso l’Oriente. Ma curiosamente, lo vedremo, è l’Oriente musulmano che è penetrato nella nostra Europa cristiana. I contatti ripresi nel corso delle crociate, non hanno provocato che un movimento in senso contrario sul piano della cultura. Le crociate sono partite ferocemente come anti-musulmane, per combattere i saraceni. Nello stesso tempo, tutta una letteratura in lingua araba è stata tradotta in latino ed ha diffuso nell’Occidente cristiano dei temi letterari e religiosi venuti dall’Oriente. Noi ora costatiamo che queste traduzioni contengono essenzialmente la gnosi d’Asia e sono penetrate fino a noi attraverso due vie privilegiate, la Sicilia e la Spagna, Spesso queste traduzioni sono state eseguite da giudei che hanno “trasportato” così le opere dei filosofi e poeti persiani o siri, e ne hanno diffuso il contenuto in Europa. È quanto andremo a dimostrare.

GNOSI TEOLOGIA DI sATANA -18-: GNOSI ED ISLAM (2)

Gnosi, teologia di satana

“omnes dii gentium dæmonia”

GNOSI ED ISLAM (2)

[da E. Couvert: “La gnose universelle”, cap. II]

 I temi gnostici nel Corano

Nel 1874, il professor Adolf von Harnak, nella sua tesi di laurea, dichiarava che il maomettanesimo non era che una lontana derivazione della gnosi giudaico-cristiana e non certo una nuova religione. Egli ha mantenuto costantemente questa visione fondamentale. È quanto andremo per l’appunto a dimostrare. L’autore del Corano è un religioso, un monaco giudeo-cristiano, appartenente ad una comunità derivata dagli antichi ebioniti, i cosiddetti “poveri di Gerusalemme”. San Ireneo ci aveva già spiegato, nel II secolo, che questi ebioniti negavano la divinità di Gesù-Cristo e restavano molto legati alla pratica del mosaismo, rimproverando ai Cristiani della Grande Chiesa il loro abbandono della legge di Mosè. L’autore del Corano possiede una conoscenza minuziosa ed approfondita di tutto l’Antico Testamento. Secondo lui, pure, non esiste il Nuovo Testamento: Gesù-Cristo non è che un profeta della linea di Mosè. Le sue fonti sul Messia sono tutte chiaramente estratte da opere apocrife, rigettate dalla Grande Chiesa Cristiana greca e latina. La sua biblioteca è composta da pseudo epigrafi di carattere gnostico: « il Vangelo dell’infanzia », redatto in siriaco, il « Protovangelo di Giacomo il minore », il « Vangelo di Tommaso », opera gnostica oggi ben conosciuta, il « Vangelo dello pseudo-Matteo », redatto inizialmente in lingua ebraica. La maggior parte di questi apocrifi erano già tradotti in arabo in questa epoca. Si trovano ancora nella biblioteca di questo monaco ebionita, degli apocrifi dell’Antico Testamento, il « Libro dei giubilei », dal quale è estratta l’astrusa storia di satana lapidato, e « le rimostranze di Abramo a suo padre Tharé », come spiega Siderski, nel suo « Origini delle leggende musulmane nel Corano ». Ora il « Libro dei Giubilei » apparteneva alla letteratura ebionita tanto che se ne sono ritrovati degli estratti a Qumran. – L’autore del Corano tenta con tutte le sue forze di distruggere il dogma fondamentale del Cristianesimo, la divinità del Salvatore. Egli ha considerato infatti Gesù come un eminente profeta, come il Verso e lo Spirito di Dio, ma nelle linea degli altri profeti e legandolo direttamente alla rivelazione di Mosè. Per questo egli ha affermato che Maria, Madre di Gesù, era la sorella di Aronne e di Mosè:  « … O sorella di Aronne, tuo padre non era un padre indegno, né tua madre una prostituta » (come affermano i giudei). Ella era vergine, poiché Isaia lo aveva annunziato ed i libri apocrifi, come lo « pseudo-Matteo » ed il « Protovangelo di Giacomo », pure affermano. Dunque il Cristo Gesù, secondo questa svista clamorosa, non è che il nipote di Mosè! Occorre una audacia singolare, praticamente idiozia pura, per urtarsi con i secoli e proporre nel VII secolo una leggenda sì contraria a tutta la storia religiosa conosciuta da tempo. Henna Zacharias ha sviluppato bene questo punto capitale. Di conseguenza, Gesù-Cristo non sarebbe Figlio di Dio. Come potrebbe verificarsi questo? « … egli che ha formato i cieli e la terra, come potrebbe avere un figlio, lui che non ha compagna! ». – « Essi [i Cristiani] dicono: Dio ha un figlio. Per la sua gloria, no. Dite piuttosto che tutto ciò che è nei cieli e sulla terra gli obbedisce ». – « … Gesù è agli occhi di Dio ciò che è Adamo. Dio lo formò dalla polvere, poi disse: Sia, ed egli fu ». Gesù è dunque creato, non generato. Non c’è che un solo Dio. Gli arabi Cristiani professavano il dogma trinitario, ed impiegavano la parola Tathlith per designarlo; inoltre essi sapevano distinguere le tre Persone con il termine uqnum, di origine siriaca. L’autore del Corano si leva con forza contro questo dogma: « … o voi che avete ricevuto le Scritture, nella vostra religione, non oltrepassate la giusta misura, non dite di Dio che ciò che è vero. Il Messia, Gesù, figlio di Maria è l’apostolo di Dio ed il suo verbo che egli ha gettato in Maria. Egli è uno spirito che viene da Dio. Credete dunque in Dio, ai suoi apostoli, e non dite: c’è la Trinità. Astenetevi dal farlo. Questo vi sarà di danno, perché Dio è unico, gloria a Lui … » – « … gloria a Dio che non ha preso figli per sé  e che non ha soci nel suo regno, magnificate l’Altissimo! … » – « … Coloro che sono empi hanno certamente detto: Dio è il Messia, il figlio di Maria. Ora il Messia ha detto: O figli di Israele! Adorate Dio, il mio Signore, e vostro! A chiunque attribuisce associati a Dio, Dio interdice il giardino; costui avrà il fuoco come rifugio … », etc. – Per il Corano, i Cristiani che adorano Gesù sono dei “mushri kun”, degli “associatori”, poiché associano Gesù a Dio; sono dei politeisti, perché adorano tre dei; degli idolatri, poiché fanno di Gesù un idolo; degli infedeli, perché si rifiutano di seguire la legge di Mosè. In tutte queste accuse, sono coinvolti sempre i Cristiani e mai i popoli pagani dell’Arabia. C’è una volontà deliberata di staccare gli Arabi Cristiani di Siria dall’adorazione dovuta a Gesù Nostro Signore. – Infine Gesù-Cristo non è stato crocifisso! Nel negare la sua morte sulla croce, l’autore del Corano ha tolto ogni motivo di credere al suo Sacrificio espiatorio per il genere umano. Gesù-Cristo non è il Salvatore. Ora questa tesi è tutta propriamente gnostica. Il Vangelo apocrifo di Barnabè (lo pseudo-Barnabè) dice che … Dio permise che Giuda ebbe l’apparenza del Salvatore e fu crocifisso al posto suo. Basilide, altro gnostico d.o.c., pretende che si sostituì a Gesù-Cristo nientemeno che Simone di Cirene. I manichei affermano egualmente che Gesù non è morto se non in apparenza. È questo il docetismo (dal greco δοκειν = sembrare, apparire). – « Essi [i giudei] dicono: Noi abbiamo messo a morte il Messia, Gesù, il figlio di Maria, l’inviato di Dio. No essi non lo hanno ucciso, non lo hanno crocifisso. Un uomo che gli somigliava fu messo al suo posto e coloro che disputavano lassù, sono stati essi stessi nel dubbio. Essi non sapevano di scienza certa, non facevano che seguire un’opinione. Essi non lo hanno ucciso realmente. Dio lo ha elevato a sé, e Dio è potente e saggio ». – Il farneticante autore del Corano vuol dimostrare con ciò l’errore dei Giudei, fieri di aver crocifisso un impostore, e le discussioni tra gli gnostici che disputavano su chi fosse stato sostituito al Cristo sulla croce. Questa elevazione del Cristo, di cui parla il testo citato non ha il senso di cui parlano i Cristiani. La Bibbia racconta che l’ascensione di Henoch e di Elia in un turbine di fuoco; gli apocrifi raccontano egualmente quelle di Mosè e di Isaia, anche se si tratta ancora di una leggenda gnostica passata nei miti religiosi dell’Oriente e nel Corano. Questa “Ascensione” presuppone l’esistenza dei sette cieli, insegnati dai rabbini … al limite del settimo cielo, secondo essi, c’è “l’orizzonte superiore”, ove si trova il “giuggiolo del limite”, l’albero che bisogna attraversare per raggiungere l’ottavo cielo, che costituisce il Pleroma degli gnostici. Questi ultimi parlano pure di una “crocifissione”, cioè di un passaggio attraverso lo  σταυρος [stauros], la croce-limite. Il Corano che rigetta ogni idea di croce, vi ha sostituito un albero, il giuggiolo, ma l’idea è la stessa: il Cristo ha varcato il limite, così come Mani e come tutti i suoi successori, i Buddhas. – L’autore del Corano è dunque ben ispirato da tutta una letteratura apocrifa di carattere gnostico, che compone l’essenziale della sua personale documentazione sul Cristo. Ma se egli è cristiano a suo modo, egli è pure essenzialmente giudeo: i doni di Dio sono senza pentimento. Il popolo giudeo resta il popolo eletto, anche dopo la distruzione del tempio. Egli è fiero di appartenere al popolo giudeo ed attende la ricostruzione del tempio, come tutti i confratelli di religione, i monaci ebioniti [… fino ai massoni attuali]. Non si tratta quindi di convertire i popoli dell’Oriente al giudaismo: essi infatti non costituiscono il popolo eletto, ma devono essere esattamente preparati a vivere “more judaico”, seguendo la legge di Mosè, ma senza che sia loro attribuito il vero culto sacrificale del tempio. Così il Corano non comporta dei riti propriamente giudaici, i fedeli di Allah si “accontentano” di adorare e pregare Dio. Le loro moschee sono vuote di ogni presenza della divinità, non c’è Santo dei Santi, né altare per il sacrificio. Il vero culto di Dio non potrà che essere ristabilito dopo la ricostruzione del tempio. Ciò che mostra che gli Ebioniti, i « Poveri di Yahvé » sono rimasti fedeli all’Antico Testamento. – L’autore del Corano ha approfittato della eclissi che ha conosciuto nel VII secolo la potenza dell’autorità romana per riportare questi arabi Cristiani, detentori del potere politico, alla pratica dei « Timorati di Dio », cioè dei proseliti giudei del passato. Questi, non essendo giudei, non potevano avvicinarsi al culto sacrificale del tempio; essi restavano perciò sul sagrato: erano i “gérim”, di cui la parola “proseliti” è la traduzione greca. I musulmani praticano l’islam, la sottomissione a Dio; essi lo pregano attendendo il loro ritorno a Gerusalemme. È una religione di attesa, provvisoria. I temi gnostici riconosciuti nel Corano non sono passati nella pratica religiosa dei musulmani, perché restano “esoterici”, riservati agli iniziati. Li ritroveremo pertanto nei sufi. L’autore del Corano è molto severo con i Giudei che hanno seguito i rabbini precursori aderenti all’insegnamento di Gesù, secondo lui essi hanno distrutto la successione delle profezie, hanno diviso il popolo eletto. Egli dice loro: « Essi – i Giudei – non hanno creduto a Gesù; essi hanno inventato contro Maria una menzogna atroce». Egli aggiunge « tu troverai certamente che i più ostili a coloro che credono sono i giudei e gli associatori, e tu troverai che le persone più vicine a quelli che credono per amicizia, sono coloro che dicono: noi siamo Cristiani. Tra essi si trovano dei preti e monaci e queste persone si gonfiano di orgoglio ». è un testo capitale da comprendere bene: i giudei rabbini ed i Cristiani “associatori”, hanno tagliato in due la tradizione di Mosè, quella del Sinai. Solo i giudei Cristiani hanno conservato intatto il deposito della tradizione, completamente, fino a Gesù-Cristo compreso. Essi hanno dei sacerdoti e dei monaci, “i poveri di Yahvé”, gli ebioniti dunque! Essi hanno conservato la legge di Mosè, alla quale hanno aggiunto i loro consigli evangelici, che completano la legge, ed hanno così dunque la pienezza della legge, senza alcuna frattura. Essi ne sono fieri, orgogliosi. Un islamologo attuale, Roger Arnaldez, nel suo libro intitolato – “Gesù, figlio di Maria, profeta dell’islam”, mette fianco a fianco i testi del Corano, che tanto magnificano i monaci cristiani, e a volte li denunciano: “ Lo storico, egli dice, dovrebbe fare a proposito della diversità di questi testi, alla lettera contraddittori, numerose riflessioni e ricerche sulle circostanze che servirono loro da fondo”. Egli non ha compreso che esistevano due tipi di Cristiani, gli “associatori” che adoravano Gesù, ed i Giudeo-cristiani” che lo veneravano come un grande profeta. Siccome l’autore del Corano si rivolgeva a degli arabi già Cristiani, bisognava metterli in guardia contro i primi e convertirli alla religione cristiana giudaizzata dei secondi. L’autore del Corano è necessariamente quindi un monaco ebionita. San Gerolamo aveva spiegato già che le comunità ebionite erano numerose in tutte le città dell’Oriente, che possedevano delle sinagoghe, che si dichiaravano essere i « veri cristiani », che erano denunciati dai rabbini come una setta di mineani (provenienti cioè dallo Yemen). È evidentemente, in questa prospettive, che bisogna cercare l’autore del Corano non presso i nestoriani, veri cristiani adoratori di Gesù-Cristo e dunque incapaci di aver scritto questo libro. Si sono citati dei nomi, Bahira, Sergius, Giorgi, Nestore … agli storici proseguire le loro ricerche. – Infine un altro testo capitale del Corano ci mostra in quale ambiente gnostico vivessero gli ebioniti: « coloro che credono, coloro che praticano il giudaismo, i Cristiani, i sabei (coloro che credono in Dio e nell’ultimo giorno e compiono opere pie) hanno la loro retribuzione dal Signore. Su di essi alcun paura, perché non sarebbero stati rattristati … nel giorno della resurrezione, Dio distinguerà tra loro coloro che avranno creduto (cioè coloro che avranno praticato il giudaismo, i sabei, i cristiani e gli zoroastriani) e coloro che saranno stati “associatori”. Dio è testimone di ogni cosa. – Dunque per l’autore del Corano, i Cristiani (cioè gli ebioniti), i Sabei, e gli zoroastriani che praticano il giudaismo, e sono fedeli all’Antico Testamento, si oppongono radicalmente agli “associatori”, i Cristiani della Grande Chiesa che adorano Gesù-Cristo ed hanno rigettato la legge di Mosè. – I Sabei si chiamano ancora caldei, talvolta nazareni o cristiani di San Giovanni, perché pretendono di ricollegarsi a Giovanni il Battista e praticano un battesimo quotidiano per immersione. Essi si dicono pure mandei, dalla parola “manda” che significa “conoscenza”, dunque “gnosi”. La loro entità divina si chiama “gnosi di vita”, Si trova nella loro liturgia il buon pastore e la vigna. I loro testi sono stati codificati nell’VIII secolo, per resistere alla penetrazione dell’islam. Essi chiamano il loro uomo-Dio: Enosch-Uthra. Ora nei manoscritti manichei o buddisti dell’Asia centrale, Enosch è presentato come un avatar di Mani, il Bouddha. Il loro insegnamento è uniforme a quello dei manichei. Nel XI secolo, lo storico musulmano El Firdousi designa i monaci buddisti sotto il nome di sabeeni. – I zoroastriani sono anch’essi degli gnostici. Noi non sappiamo granché sulle stesso Zoroastro, chiamato Zarust nei manoscritti manichei e buddhisti. Il suo insegnamento è contenuto nel Zend-Avesta, redatto nel III secolo della nostra era, all’epoca in cui Mani diffondeva la sua dottrina in Persia ed in India. Si chiamava un “libro di Abraham”. Esso conteneva una storia della creazione, del diluvio, la vita di Adamo, di Giuseppe, di Mosè, di Salomone, presentati conformemente all’insegnamento della Bibbia. Vi si annuncia il Messia promesso, e la sua “stella”. I nestoriani pretendono che Zoroastro fosse discepolo di Geremia e che inviò i Magi a Bethlem per la nascita del Cristo. Era senza dubbio un giudeo anch’egli, insegnava nella città dei Medi a Urmia, nei pressi di Urumia, nel nord del Kurdistan attuale. Il suo insegnamento, ripreso da Mani è puramente gnostico, con un culto del sole, il doppio principio del bene e del male in eterno conflitto, etc. – Infine, come tutti, anche l’autore del Corano finì un giorno con il morire. I suoi discepoli, i signori musulmani di Siria, sbarazzatisi del loro maestro, poco toccati dagli scrupoli religiosi, ma avidi di domini e potenza politica hanno dovuto utilizzare il Cosano come uno strumento di asservimento e stordimento di popolazioni appena islamizzate, per depistarli dalla velleità che avrebbero potuto avere, di tornare al Cristianesimo o peggio, di fare appello ai “Rumi” ed alle armate bizantine alfine di sbarazzarsi dei loro nuovi tiranni. Da qui, non sappiamo più nulla. Agli storici indagare …

[2 – Continua …]

GNOSI TEOLOGIA DI sATANA -17- : GNOSI ED ISLAM (1)

GNOSI ED ISLAM (1)

“omnes dii gentium dæmonia”

[da E. Couvert: “La gnose universelle”, cap. II]

La storia critica delle origini dell’Islam, dopo tanti secoli, resta ancora da scrivere. Fino a tutti questi ultimi anni, gli islamologi si sono accontentati di dare un’apparenza erudita e sapiente, di offrire una veste dignitosa e credibile alle leggende diffuse dopo le origini dell’Islam dalle autorità musulmane per corrompere lungo i secoli gli infelici popoli del medio-Oriente e dell’Africa del Nord. Ciò facendo, questi storici sconsiderati e senza scrupoli hanno imposto detti popolari, pieni di menzogne ed imposture destinate a mantenere queste povere popolazioni in uno stato soporoso, inebetito, sia moralmente che intellettualmente. Riza Tewfik scriveva nel 1947 a Beyrut: « Ho constatato che la maggior parte degli storici orientali sono sprovvisti di qualsiasi senso critico e la storia – fin quasi all’inizio del XIX secolo – ha conservato da noi il suo carattere primitivo: quello di essere cioè platealmente aneddotico! Quanto ai commentari, essi hanno accumulato – nel nome della tradizione che considerano come verità mai dimostrate, ma evidenti per se stesse – un tasso di superstizione estrapolate dall’immaginario popolare. Essi ne hanno talmente abusato, che i commentari sono zeppi di questi stupidi aneddoti che, lungi dal chiarire il significato del testo, lo ottundono piuttosto; questo sconvolge l’intelligenza delle persone semplici, e distrugge la loro fede. » Si sono dovuti attendere questi ultimi venti anni per trovare storici liberi ed indipendenti dalle mode intellettuali capaci di produrre dei fori efficaci in questo muro di ufficiale e gratuito conformismo universitario. Per primo, il p. Gabriel Théry ha denunciato la falsificazione storica diffusa dagli islamologi; ma egli non ha osato farlo con il suo nome, che tuttavia era già sufficientemente autoritario in materia; egli si è contentato infatti dello pseudonimo di Hanna Zacharias (cosa che dimostra tra l’altro quale forte pressione eserciti il conformismo intellettuale anche su uomini realizzati, giunti alla sommità degli onori universitari!). Tuttavia la sana critica storica non conserverà granché delle sue ipotesi, se non questa giustissima ipotesi, che l’Islam cioè, diffondendosi tra le popolazioni cristiane dell’Oriente le ha condotte alla pratica del giudaismo ed all’osservanza della legge di Mosè. Il suo discepolo e successore Joseph Bertuel ha compiuto uno studio molto approfondito sulle origini dell’Islam. Egli resta prigioniero di diverse tesi di Hanna Zacharias. Tuttavia il primo, ha avuto il coraggio di « radiare Maometto dal numero dei grandi fondatori di religione, e di togliergli puramente e semplicemente la paternità del Corano », come egli stesso ha detto. Egli avrebbe potuto aggiungere semplicemente che Maometto non è mai esistito e che la sua legge e la sua esistenza è totalmente leggendaria. Ma allora perché aver conservato questa distinzione tra sure della Mecca e sure di Medina? È un rimaneggiamento artificiale del Corano, operato per ricollegare il testo del libro ad una leggenda secondo la quale il libro stesso non era stato umanamente scritto. Inoltre le ricerche storiche del Bertuel sono appassionanti: si può dire che, per primo, egli ha fatto un’opera degna di uno storico serio. Infine il frate Bruno Bonnet-Aymart, si è dedicato al compito faticoso ma fondamentale, di ritradurre seriamente il Corano. Si comprende così da questa dotta traduzione, che l’autore di questo libro era in realtà un uomo sapiente, addirittura un erudito che conosceva in profondità l’ebraico, l’aramaico, il greco. Questo erudito è stato tra l’altro capace di creare, a partire da una lingua araba solo parlata, una lingua scritta. Egli ha forgiato da se medesimo un vocabolario religioso necessario a trasmettere il suo insegnamento ed ha dato a questa lingua una struttura grammaticale sufficientemente complessa per esprimere delle nozioni religiose e giuridiche alle quali i grezzi nomadi arabi erano poco abituati. Il frate Bruno ha già estratto dalle sue traduzioni delle conclusioni notevoli, importanti al punto tale da capovolgono da cima a fondo tutta la storia dell’Islam fondata sulle sabbie mobili della pura leggenda. Non è certamente il caso di riprendere questo lavoro di primo ordine, ma solo di utilizzarne diverse sue conclusioni che possono essere poste alla base dell’intenzione di mostrare, attraverso la storia di questa falsa religione, la sua impregnazione di pensiero gnostico fin dalle origini, ed il ruolo che l’Islam ha giocato nel corso dei secoli nella trasmissione di questa gnosi, con i caratteri di sempre, riversata sull’Occidente cristiano.

Posizione del problema

Per comprendere le origini dell’Islam, bisogna aver presente al proprio spirito, la tela del fondo e delle vicende storiche sulle quali si è, per così dire, stampata la nuova religione. Dopo l’inizio dell’era cristiana, il vicino-Oriente venne scosso dalla lotta secolare tra l’impero romano ed il regno persiano. I Romani in realtà non hanno mai potuto abbattere questo impero dei Sassanidi, la guerra era endemica, interrotta da tregue e da paci provvisorie, ma sempre venne ripresa con alterne fortune da una parte e dall’altra. Alcuni imperatori romani vi persero addirittura la vita, tra essi ad esempio: Aureliano e Giuliano. Fu proprio la necessità di avvicinarsi al teatro delle operazioni che costrinse l’imperatore Costantino ad insediare la sua capitale a Bisanzio, divenuta poi Costantinopoli. – Ora in questa guerra ininterrotta, i Romani hanno fatto appello agli arabi e li hanno incorporati nelle loro legioni come ausiliari; i re sassanidi fecero altrettanto. Così già dall’inizio dell’era cristiana vi erano delle tribù arabe insediate in Siria, in Palestina, in Egitto, in modo più o meno sedentario e residenziale. Oltre il Giordano c’erano ad esempio i Nabatei. Questi erano stati legati con trattato di pace e di assistenza all’Impero romano che li utilizzava per proteggere i territori dell’Impero contro le altre tribù arabe rimaste nomadi e predatrici. Durante i primi secoli cristiani, questi arabi si convertirono al Cristianesimo. Uno di essi divenne nientemeno che imperatore a Roma: Filippo l’Arabo, imperatore e nello stesso tempo cristiano. M. F. Nau ci aveva già in precedenza presentati questo “Arabi cristiani della Mesopotamia e della Siria del VII ed VIII secolo”, cioè nell’epoca della nascita dell’Islam. Egli precisa pure che « il nome Allah non appartiene ai musulmani, ma è di proprietà degli Arabi cristiani. » Cosa successe pertanto nel VII secolo? Poco più o meno di quanto sarebbe successo due secoli dopo nella parte occidentale dell’Impero romano: qui i Germani, i Franchi, i Visigoti, i Burgondi, istallati sul territorio della Gallia, si staccarono dall’imperatore romano divenuto impotente e si proclamarono di fatto regni indipendenti, pur mantenendo un’alleanza teorica con l’impero. Si evitarono così invasioni, massacri di popoli, e si ebbero solo sporadiche battaglie contro le legioni romane rimaste fedeli all’imperatore. Nel vicino-Oriente, dopo l’ultima e più violenta delle guerre contro la Persia, l’indebolimento dei due belligeranti fu tale che i capi delle tribù arabe cristianizzate e installate in Siria, Palestina, Egitto, Mesopotamia, rivendicarono la loro autonomia e si attribuirono un potere sovrano, impadronendosi di città ed espellendo le legioni bizantine rimaste fedeli all’imperatore. L’operazione si compì nel giro di qualche anno, senza resistenza delle popolazioni, felici di sottrarsi agli scontri ed alle esigenze dell’amministrazione imperiale. Non si ebbero quindi propriamente delle invasioni, o delle guerre di conquiste, ma una semplice presa di potere da parte dei capi delle tribù già insediate in loco. Un fenomeno simile si produsse in Persia. L’ultimo dei Sassanidi, Cosroe II, aveva organizzato una grande spedizione in Egitto, al ritorno della quale le sue armate avevano saccheggiato e distrutto Gerusalemme nel 614, impadronendosi del legno della vera Croce. Dopo la riconquista di queste regioni da parte dell’imperatore Eraclio e dopo la morte di Cosroe II, il regno persiano cadde in una disastrosa crisi dinastica. Si generò in tal modo l’occasione di una specie di interregno contrastato ed oscuro, durante il quale i capi dei contingenti arabi presero egualmente il potere. – La redazione del Corano data proprio quest’epoca. Essa è legata alla presa di potere degli Arabi cristiani ai quali si indirizza appunto in particolare l’autore del libro. L’Abate Bertuel si pone questa obiezione: « Se questo autore fosse stato cristiano, le sue narrazioni si sarebbero svolte come delle lezioni che facilitavano, chiarivano il senso e la portata spirituale dei testi mediante la rivelazione del Nuovo Testamento. » Ma no, signore Abate! Il Corano non era destinato a convertire gli Arabi al Cristianesimo, poiché essi già lo erano, ma ad allontanarli dall’adorazione di Gesù-Cristo ed a ricondurli alla pratica del Giudaismo ed all’osservanza della legge di Mosè! L’autore del Corano non era dunque un cristiano, ma un eretico giudaizzante, che negava la Divinità di Gesù-Cristo. Soprattutto non bisogna richiamare il Nuovo Testamento per chiarire l’insegnamento della sua eresia, poiché egli stesso ne rigetta il fondamento che è la divinità di Gesù-Cristo. Vi ritorneremo ancora. – L’Abate Bertuel aggiunge poi questa riflessione: « Ci si domanda perché gli Arabi non si convertirono subito al Cristianesimo che avrebbe detto loro più chiaramente le cose e li avrebbe liberati radicalmente dall’apologetica giudaica … » Perché? Ma perché gli Arabi erano già cristiani e si trattava quindi di ricondurli ad un’apologetica giudaizzante, quella dell’Antico Testamento, la sola autentica agli occhi del Corano. Non c’è infatti Nuovo Testamento, poiché il Cristo non sarebbe che un profeta, successore di Mosè. La verità è che il libro del Corano è stato scritto in Siria, da un cristiano giudaizzante, per gli Arabi di Siria. Non c’è nulla in questo libro infatti che lo possa far ricondurre o faccia riferimenti all’Arabia. Non si menziona mai né la Mecca, né Medina, né la Kaaba. Il tempio che si menziona invece, non può essere che quello di Gerusalemme, che occorre ricostruire! Nel corso dei secoli seguenti, i Cristiani di Occidente hanno infatti sempre considerato i musulmani come cristiani eretici. Essi li chiamavano Mori, abitanti della Mauritania, l’Africa romana, oppure Saraceni, popolazioni della Siria, ma mai Arabi, quando si tratta di riferirsi ai musulmani! Anche Dante, nel secolo XIV, mette Maometto tra i Cristiani eretici: quest’ultimo si lacera il petto in due parti, perché ha diviso la Chiesa in due. San Giovanni Damasceno (morto nel 749) accusa il fondatore dell’islam  “di avere avuto colloqui con un certo monaco ariano” e pone la “superstizione degli Ismaeliti” tra le eresie cristiane. – Precisiamo ancora che gli Arabi non hanno conquistato il resto del bacino mediterraneo. Quando la popolazione sotto la loro dominazione è passata nella loro “superstizione”, credendo tuttavia di rimanere cristiana, essi sono partiti all’avventura, i Siriani sui loro navigli per piratare le coste occidentali e fornire di schiavi gli harem d’Oriente, i Mauri sulla Spagna per saccheggiare e razziare, per insidiarsi nelle città prosperose. Si è notato che nei contingenti islamizzati, gli arabi erano una infima minoranza diluiti tra molteplici apporti stranieri. In Spagna c’erano quasi unicamente berberi, Tuaregh, slavi che erano antichi schiavi dell’Europa centrale, formanti corpi di giannizzeri, giungendo alle posizioni più elevate nell’Islam, nonché molti cristiani convertiti spontaneamente o con la forza, ed infine i Mozarabi, indigeni rimasti cristiani ma più o meno arabizzati e quasi assimilati. Solo le popolazioni delle campagne e delle montagne hanno resistito per lungo tempo ed efficacemente all’invasione dell’Islam, i Fellahs d’Egitto, i Kabili di Algeria, i Cristiani delle montagne del nord della Spagna. – Infine l’esistenza di Maometto è rimasta, diversi secoli dopo la conversione dell’Islam, sconosciuta alle popolazioni convertite. In Spagna, durante tutto l’VIII secolo e l’inizio del IX, nessuna opera polemica tra Cristiani e musulmani menziona la persona di Maometto. Nel 857, Eulogio scrive: « Siccome mi trovavo al monastero di Leyre (nel nord della Spagna), io presi conoscenza del desiderio di istruirmi con tutti i libri che vi erano riuniti, leggendo quelli che mi erano sconosciuti. Improvvisamente in una piccola opera anonima, scoprii una storiella su di un profeta nefasto »: era Maometto! Egli riassunse questa storia nella sua « Apologetica dei Martiri », e la inviò poi a Giovanni da Siviglia che la rese nota. Alvarez de Cordou parla di Maometto nel suo « Indiculus luminosus ». Un monaco di Sens, Gautier, compone un poema su di lui. Hildebert, vescovo di Mans, compone un altro poema in sedici canti, intitolato « Historia Mahumeti », composto nel 1100, nel quale Maometto è presentato come un barone del Medio Evo, circondato di vassalli devoti, e che forniva l’opinione che della sua persona si facevano i cavalieri delle crociate. È dunque a giusto titolo che l’Abate Bertuel pone la questione che resta ancora oggi senza risposta: « il solo mistero che sussiste è puramente di ordine storico: perché e come, dopo un secolo e mezzo di oblio dell’apostolo arabo, i musulmani del IX secolo hanno “fabbricato” delle vite di Maometto che dovevano diventare il pensiero universale degli adepti dell’Islam? » – Tutte le considerazioni che svilupperemo sono destinate unicamente a decantare una storia disseminata di leggende inverosimili e che ci permettono infine di dare una spiegazione giustificata e ragionata dei molteplici elementi gnostici che affiorano dappertutto nel pensiero musulmano, a cominciare dallo stesso testo del Corano. [1 – Continua…]

GNOSI: TEOLOGIA DI sATANA (16) – GNOSI E BUDDISMO -4-

GNOSI: TEOLOGIA di Satana (16)

“omnes dii gentium dæmonia”

GNOSI E BUDDISMO -4-

Sul nostro studio sulla gnosi ed il buddhismo, abbiamo dimostrato come il buddhismo non era altro che gnosi manichea diffusa in Asia, che il vero Buddha non era altri che lo stesso Mani, e che la dottrina buddhista non è che lo sviluppo dell’insegnamento di Mani al quale si sono mescolati, nel corso dei secoli, molteplici leggende popolari che non hanno naturalmente sfigurato l’essenziale della dottrina. – Per questo abbiamo mostrato come le più antiche pitture murali dei più antichi monasteri buddhisti in rovina dell’Asia centrale, siano dipinti manichei, che i più antichi  manoscritti scoperti in questi stessi monasteri siano trattati manichei, ricopiati dai monaci buddhisti nel corso del VII ed VIII secolo della nostra era. Queste scoperte erano già state conosciute in Occidente, negli anni 1920-1930, ma sono rimaste ignorate perché “sistematicamente” occultate dagli storici dell’Asia. In effetti, tali scoperte li inducevano e rigettare tutte le ricostruzioni cronologiche arbitrarie del XIX secolo ed a riconoscere la cattiva fede di questi storici che non avevano esitato a fabbricare la storia con delle leggende ed a giocherellare senza pudore con i secoli. – Noi abbiamo ugualmente dimostrato che l’insegnamento di Mani ed i riti dei monaci buddhisti sono l’esatta riproduzione dei rituali manichei scoperti in questi stessi monasteri. Noi non abbiamo inventato queste dimostrazioni: esse sono state sostenute da osservatori perspicaci e non sensibili alle mode intellettuali dei loro tempi. Abbiamo citato questo padre Giorgi, che nel XVIII secolo ha dimostrato che il buddhismo non era altro che una deformazione del Cristianesimo dovuta all’azione perversa dei manichei: egli era infatti ben informato dai missionari insediati nel Tibet. Uno di essi, un portoghese, il p. Antonio D’Andrade, residente a Tsaoarang, nel 1624 aveva notato la formula magica con la quale i tibetani pregavano il loro Buddha: « Om mani padmé hum », che i monaci traducevano così: « Mio Dio, salvaci ». Ma questo “dio salvatore”, esso lo chiamano sempre, ed ancora oggi: MANI. Questa formula è scritta sulle loro grandi banderuole che fluttuano al vento, sulle loro campane e sui loro scranni da preghiera. – Risaliamo a qualche secolo addietro. Nel 1246, San Luigi inviò presso il gran Khan di Tartaria un religioso domenicano, il fr. Guglielmo de Rubrek. Questi intraprende diverse grandi controversie con un monaco cinese, che egli chiama un tuyan, cioè un taoista (il Tao è la gnosi della Cina). Egli tratta della molteplicità degli dei, della natura e della causa del male, etc. ed oppone ai cinesi la vera dottrina cristiana e mostra che conosce molto bene la dottrina di coloro che chiama idolatri, adoratori dei loro buoni auspici. Egli precisa nella sua “Relazione: « Tutti in effetti professano questa eresia dei Manichei, secondo i quali la metà delle cose è cattiva, e l’altra metà buona, e che vi sono almeno due principi; quanto alla anime, essi pensano che esse passino da un corpo all’altro ». il traduttore, A. T’serstevens, aggiunge in nota: “Beninteso, il cinese non è manicheo ma è buddhista” e le sue prime proposizioni si collegano a questa religione. Rubruk, che abbiamo visto visitare dei templi buddhisti, non sembra avere alcuna idea del buddhismo. Occorrerà attendere Marco Polo per averne le prime nozioni”. Il “beninteso” è ammirevole. T’serstevens si crede un teologo e filosofo più abile del religioso domenicano e manifesta a suo riguardo un disprezzo che dimostra la sua ignoranza della vera natura gnostica del buddhismo. – Su tale argomento, pensiamo sia utile ricordare questa definizione del buddhismo dovuto ad un erudito dell’ultimo secolo, Philarètes Chasles (professore al Collegio di Francia, uno dei “padri” della letteratura contemporanea): « Questi dogmi buddhisti si avvicinano in modo strano ai simboli e ai dogmi cristiani. Vi si ritrova, sotto diversa forme, il frutto del male e del bene, che non è più una mela, bensì un fico;  Eva soccombente alla tentazione, il serpente tentatore, la vergine che dà il seno al Redentore – tutto ciò che il credo cristiano contiene di fondamentale, o di simbolico e misterioso … L’idea dell’incarnazione divina in un essere umano ne costituisce il fondamento stesso e l’essenza. Il buddhismo va oltre, esso la moltiplica come in altri tempi gli gnostici e stabilisce la possibilità per l’uomo di diventare “Dio” e di riunirsi alla sostanza eterna. L’ortodossia cristiana accetterebbe la maggior parte dei precetti inculcati dalla morale buddhista (?). Si crede, scorrendo i loro trattati ascetici, di leggere Gerson o il mistico Taler … »  Ecco una buona definizione del buddhismo: “un Cristianesimo sfigurato dalla gnosi”. – A queste dimostrazioni che ci sembrano definitive, non ci si può opporre che le cronologie stabilite da storici dell’Asia, cronologie false, completamente da rigettare. Così come è impossibile basarsi sulle dichiarazione degli stessi buddhisti. Il valore delle tradizioni indiane è praticamente nullo in questo ambito. James Fergusson scrive al proposito: « Chiunque abbia viaggiato in India sa di quali insegnamenti può avere, anche da parte dei migliori e più intelligenti brahmani, sulla data dei templi in cui hanno servito essi ed i loro ancestri dopo la loro edificazione. Mille o due mila anni è la datazione fornita per dei templi che noi sappiamo perfettamente non avere che due o tre secoli di esistenza. – Applichiamo questo principio ai manoscritti buddhisti. I più antichi attualmente conosciuti non vanno oltre il Medio-Evo, e precisiamo pure: il basso Medio-Evo, XIII e XIV secolo! Se si risale più indietro, si trovano solo i manoscritti manichei  dei quali abbiamo trattato. Il poema sanscrito più antico sulla vita di Buddha intitolato il « Buddha-charita » è attestato per la prima volta in India nel 673 dopo Cristo. Il « Laita Vistara » è conosciuto da una versione cinese del VI secolo della nostra era e non prima. – In una lettera a W. S. Lilly, il cardinale Newman aveva già protestato energicamente contro le fantasie degli storici indianisti: « Per provare l’autenticità e la datazione dei nostri Vangeli, noi abbiamo una massa di manoscritti di diverse date e famiglie differenti, una moltitudine di testimonianze e di citazioni, sia dei Padri, sia di altri autori; poi, onde soddisfare alle esigenze della nostra critica, si deve avere coincidenza perfetta tra i testi dei diversi manoscritti. Se in tutti i manoscritti scoperti non si ritrova un passaggio, esso è condannato … perché allora non chiedere tali garanzie prima di ammettere come vera la storia di Buddha? » – Ci si può stupire in effetti, dell’estrema facilità con la quale gli indianisti abbiano accettato tutte le leggende buddhiste, senza il minimo spirito critico, nell’epoca in cui l’esegesi modernista arzigogolava con acrimonia contro le pretese contraddizioni dei manoscritti del Nuovo Testamento. Le leggende di Buddha, come quelle delle recite musulmane sulle vita di Maometto, hanno beneficiato di una indulgenza inammissibile e colpevole da parte di scrittori, per altro molto severi a riguardo delle fonti manoscritte del Cristianesimo. Ci sono due pesi e due misure evidentemente che lasciano perplessi sulla buona fede e sulla serietà di questi autori. – Vediamo le cose più da vicino:

.1°) Il “Dialogo di Milanda” ci è noto da una versione cinese del VI secolo della nostra era. Esso racconta la conversione di un re indiano, Milanda, operata da un monaco buddhista. Saltando a piè pari svariati secoli, alcuni storici hanno preteso di identificare Milanda con il re greco Menandro, vussuto nel I secolo a. C., identificazione da molti contestata. Ma noi possediamo una vita di Menandro, scritta da Plutarco nel secondo secolo della nostra era, nella quale non c’è accenno alcuno alla questione di buddha e del buddhismo. –

.2°) Esiste una moneta di Kanischka rappresentante Boddo, in piedi, con la mano destra alzata nel gesto di un maestro che insegna ai suoi discepoli e che porta un manipolo al braccio sinistro, il manipolo del sacerdote cristiano. Si è preteso che il re Kanischka fosse vissuto nel primo secolo della nostra era, senza precisare che vi furono diversi re con questo nome che hanno regnato durante i primi secoli del Cristianesimo.

3°) La leggenda di Açoka (il “re pio”, cioè colui che dà generosamente per la costruzione dei monasteri) è contenuta nel “Mahavansa”, la cui redazione non risale oltre il V secolo della nostra era. James Prinzep, un erudito inglese, ha decifrato diverse inscrizioni sopra alcune rocce, nelle quali Açoska, « l’amico degli dei e delle leggi » enumera i popoli che egli ha convertito al buddhismo. Tra questi cita dei re di Yavanas (vale a dire dei Greci), chiamati Ptolémeo, Antioco, Antiochus, etc. Frettolosamente si è voluto identificare questi re con i discendenti dei generali di Alessandro e, danzando sui secoli, si è preteso che Açoka abbia regnato nel III secolo a. Cristo. Lo si è pure chiamato “l’imperatore delle Indie” con un anacronismo nient’affatto giustificato; la città d Taxila, della quale sarebbe stato re, era in realtà una piccola città del Gandhara. – Ora, è certo che il buddhismo non sia mai penetrato né in Babilonia, né in Siria, né in Egitto, ove non si è mai trovata la benché minima traccia che possa testimoniare anche di un transito momentaneo di questa religione; la stele di Açoka precisa anche il nome di una città, Alessandria, che si è voluto identificare come la capitale dell’Egitto. Tutto questo è pura impostura! Noi sappiamo oggi che piccoli regni greci si sono perpetuati nelle montagne dell’Asia centrale, in Bactriana e Sogdiana, fino alla conquista maomettana, cioè fino al VII secolo della nostra era. I loro re portavano dei nomi greci. In quest’epoca esistevano pure piccole città greche che portavano il nome di Alessandria, in particolare nel Caucaso. Come la stele di Açoka enumera, al fianco dei re greci, dei re di Huns, vediamo bene che essa designa con ciò i capi di questi piccoli stati dell’Asia centrale. – Ma se si vuole ben esaminare attentamente la storia del buddhismo alla luce delle datazioni rettificate, si comprende chiaramente che essa corrisponde perfettamente all’espansione del manicheismo nell’Asia. Mani ha insegnato in India ed in Asia nel III secolo della nostra era. I monasteri manicheo-buddisti si sono diffusi in queste regioni nel corso del V e VI secolo. È in quest’epoca che apparvero pure le leggende di Milanda, di Açoka, dello stesso Buddha. Esse sono tradotte in cinese verso la fine del VI  secolo, seguendo la “via della seta”. Nel VIII e X secolo si ritrovano i manoscritti manichei tra le rovine di questi monasteri, ricopiati dai monaci buddhisti dell’epoca. È tutto chiaro e semplice, c’è una successione naturale e logica dei fatti che prendono posto in un mosaico storico allora ben conosciuto. – Infine conviene precisare che questa storia falsificata del buddhismo, che ha finito per imporsi dappertutto, non è il risultato di un gioco innocente, o di ricerche superficiali fatte da dilettanti incompetenti, ma tutto è stato abilmente manipolato con l’intenzione appena camuffata di demolire la fede nelle anime cristiane. Vediamo il caso, nel secolo scorso del più grande indianista, Eugène Burnouf. Nella sua “Introduzione alla storia del buddhismo”, apparso nel 1844, egli insinuava: « Ci sono poche credenze che si fondano su di un piccolo numero di dogmi ed impongono al senso comune meno sacrifici, io parlo qui in particolare del buddhismo che mi sembra essere il più antico, il buddhismo umano e, se oso chiamarlo così, è perché è quasi tutto interamente compendiato in regole molto semplici di morale …” . Nel dire che il buddhismo fosse la religione primitiva dell’umanità che si trova alla radice di tutte le religioni, Barnouf insinuava che il buddhismo avrebbe potuto agire sul Cristianesimo con l’intermediazione degli Esseni che avrebbero trasmesso a Gesù-Cristo la tradizione monastica. Tutto questo ovviamente senza la benché minima prova … C’era di conseguenza una cascata di contro-verità suggerite, lasciate alla libera interpretazione dei suoi discepoli. I suoi uditori entusiasti gli chiedevano di dimostrare “che il padre zoroastriano e l’India buddhica avessero in diversi punti preceduto ed spirato il Vangelo”. « Concludete dunque » essi dicevano, stimolandolo a fornire ai pensatori « il punto di partenza per lo slancio verso un mondo nuovo ». Ma più abile e più prudente, Burnouf si accontentava di sorridere … – Davanti a questi insegnamenti sì conturbanti, i cattolici sprofondavano in una timidezza patologica. Un certo abate Deschamps osò manifestare una “rispettosa riserva” nei riguardi di Prinzep e di Barnouf. Si contentò di notare, per la prima volta, certe analogie tra la leggenda di Çakiamouni e gli apocrifi cristiani, evidenti in particolare nel “Lalista vistar”. – Sulle devastazioni religiose che questa presentazione del buddhismo ha potuto provocare tra anime sincere, noi abbiamo la testimonianza di un critico letterario, Ferdinand Brunetière, che all’inizio del secolo scorso ha confessato, nelle sue “Difficoltà a credere” come egli fosse stato trattenuto per quindici anni sul cammino dell’adesione alla fede cristiana. Egli è stato, tra molti altri, vittima di una monumentale impostura! È la medesima impostura che è stata propinata agli sbigottiti fedeli, dagli gnostici, coscienti o meno, che hanno stilato i documenti del falso concilio, o meglio il conciliabolo Vaticano II [solo per inciso ricordiamo che la bolla “Exsecrabilis” di Pio II ha condannato anzitempo tutti gli organizzatori, i fautori e gli aderenti ad un concilio, o ai suoi documenti fasulli, che ribaltavano Sentenze Pontificie precedenti, con la terribile scomunica “ipso facto”, “latæ sententiæ”!], quando hanno “sdoganato” con assoluzione piena le false religioni orientali, tutte infarcite, come constatato, di manicheismo gnostico, o per meglio dire di pensiero gnostico addobbato con kimono, turbante, codino ed occhi a mandorla, in pratica: satanismo puro! In uno dei documenti più sbandierati dalla setta modernista [Nostra Ætate, sess. VII] si può infatti leggere con raccapriccio: « … così nell’induismo scrutano il mistero divino e lo esprimono con la inesauribile fecondità dei miti e con i penetranti tentativi della filosofia; essi cercano la liberazione dalle angosce della nostra condizione sia attraverso forme di vita ascetica, sia nella meditazione profonda, sia nel rifugio in Dio con amore e confidenza. Nel Buddhismo, secondo le varie scuole, viene riconosciuta la radicale insufficienza di questo mondo mutevole, e si insegna una via per la quale gli uomini, con cuore devoto e confidente, siano capaci di raggiungere lo stato di liberazione perfetta o di pervenire allo stato di illuminazione suprema, sia per mezzo dei propri sforzi, sia con l’aiuto venuto dall’alto [che in realtà viene solo dal basso –ndr. -]. Ugualmente anche le altre religioni che si trovano nel mondo intero si sforzano di superare, in vari modi, l’inquietudine del cuore umano proponendo delle vie, cioè dottrine, dei precetti di vita e dei riti sacri. … la chiesa cattolica [quella falsa – ndr. -] nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni … ». Questa è una dichiarazione chiarissima di accettazione delle dottrine gnostiche orientali, ed una confessione che la nuova dottrina del falso concilio è in realtà la medesima in “salsa vaticana”: il Manicheismo gnostico! Ergo: concilio falso, Papa falso [i massoni gnostici Roncalli e Montini], dottrina falsa, chiesa falsa!!! … più chiaro di così !?! … c’è bisogno forse che Lucifero parli al tg1?

[Fine]

GNOSI: TEOLOGIA DI sATANA (15) – GNOSI E BUDDISMO -3-

GNOSI: TEOLOGIA di Satana (15)

“omnes dii gentium dæmonia”

GNOSI E BUDDISMO –3-

Un mondo seduto all’ombra della morte

Per tutto l’esposto che precede vediamo bene che l’Asia ha ricevuto la sua ispirazione religiosa del Cristianesimo, un Cristianesimo però sfigurato dalla gnosi manichea. René Grousset, per esempio, nel suo “Bilancio della Storia” ha ben ragione di mostrare le numerose e suggestive interferenze tra l’arte religiosa dell’India e quella del nostro Medio-Evo cristiano. Egli ci trascrive le parole attribuite al Buddha che sembrano ispirate dai Vangeli: « Fare un po’ di bene vale più che compiere delle opere difficili. – Se si vogliono comprendere i frutti dell’elemosine, non si mangerebbe il proprio ultimo boccone di cibo senza averne donato. – L’uomo perfetto non è niente se non diffonde benefici sulle creature, se non consola gli abbandonati. – La mia dottrina è una dottrina di misericordia, ecco perché i felici del mondo la trovano difficile. – C’è un sacrificio più felice del latte, dell’olio, del miele: è l’elemosina. – Invece di immolare gli animali, lasciateli andare … ». Ma non possiamo seguire René Grousset quando ci spiega che queste parole sono un “progresso evangelico” e che esse segnano una posizione di attesa, un presagio della carità cristiana. Se possiamo affermare che il Buddha, l’illuminato non era altri che Mani, è evidente che il suo insegnamento è in parte ispirato ai Vangeli. L’appello di Gesù-Cristo è stato inteso fino in fondo alla Cina. Si legge nella “Storia universale” di Cantu che Confucio stesso disse ad un ministro dell’imperatore della Cina: « Io ho saputo che nei paesi dell’Occidente nascerà un uomo santo senza esercitare alcuna carica di governo, che farà discorsi senza parlare, attirerà una fiducia universale, senza operare sconvolgimenti, produrrà un oceano di azioni. Nessuno può dire il suo nome, ma io ho sentito dire che egli sarà il vero santo ». Conformemente a questa credenza e sessantacinque anni dopo la nascita di Cristo, l’imperatore Ming-Ti, colpito dalle parole di Confucio, inviò due grandi del suo regno in Occidente, con l’ordine di non tornare finché non avessero trovato il “Santo” che il cielo aveva fatto conoscere, e finché non avessero appreso la legge che insegnava. Malauguratamente, gli inviati, affranti dai pericoli e dalle fatiche del viaggio, si fermarono in India, si istruirono nella religione buddhista  e riportarono la statua del suo fondatore, sotto il nome di Fa. Fu così che il buddhismo venne introdotto in Cina. Così dunque, e se si può accordare una parte di verità a questa legenda, l’insegnamento di Buddha si è sostituito a quello di Gesù-Cristo in tutta l’Asia. Ora il Buddha insegnava una gnosi dualista e panteista. Un missionario dell’ultimo secolo, il padre Leboucq, riassume così l’insegnamento orale di Confucio.

1° Dio è l’essere degli esseri, il principio universale, il tronco di tutto ciò che esiste. È la “grande anima” dell’universo, e presiede all’armonia del mondo.

2° l’anima umana e le sue facoltà intellettuali sono una derivazione della grande anima, dell’anima universale.

3° La morte è una separazione, una decomposizione delle due sostanze che l’essere degli esseri ha unito nell’uomo. La sostanza materiale ricade nella massa degli esseri fisici. La sostanza spirituale risale al grande essere e si riunisce a lui. » –

Si ritrovano le medesime formule panteiste negli scritti di Lao-Tseu, ed è il Taoismo. Il Tao, cioè la “via”, è una sorta di potenza impersonale, indefinibile, indifferente e vuota, che si è diffusa dappertutto ed è considerata come “il principio immanente dell’universale spontaneità”, ci dice Marcel Granet nel suo libro sul “Pensiero cinese”. L’uomo deve unirsi a questa potenza per possedere il sapere ed il potere e godere di una lunga vita. Egli vi perverrà immergendosi nella natura, fuggendo i contrasti sociali, allontanandosi dalle sterili agitazioni del mondo, evitando ogni attaccamento agli esseri ed alle cose, soprattutto ricorrendo all’estasi che gli procura un « saggio esercizio, e che solo può conservargli intatto l’essenza della vita. » Questa estasi gli appare come « una luce diffusa che è quella dell’alba, la visione di una indipendenza solitaria ». « Egli entra in ciò che non è né vivere né morire », lasciando cadere corpo e membra, bandendo vista ed udito, separandosi da ogni apparenza corporea ed eliminando ogni scienza », « egli si unisce a ciò che penetra tutto e dà continuità all’universo ». Egli così aderisce al Tao: si tratta quindi dell’unione mistica con un infinito immanente. Si riconosce in questa dottrina sia la gnosi dei primi secoli, sia lo yoga ed il nirvana dei buddhisti.  – Un dottore buddhista, Bodhidarma aveva per dieci anni insegnato in Cina verso l’anno 535 della nostra era. Nel 1050 comparve in Cina, sotto la firma di un monaco buddhista, il « Fondamento della religione » che sviluppava il pensiero corrente nel buddhismo cinese, che Buddha, Lao-Tse e Confucio non hanno predicato che un’unica e medesima dottrina. Si posero allora nei templi buddhisi le statue di Confucio e di Lao-Tse ai lati di quelle di Buddha, Lao-Tse alla sua sinistra, che è il posto d’onore in Cina, e Confucio alla sua destra. Poi il buddhismo cinese penetrò in Tibet dove divenne lamaismo; si diffuse poi in Mongolia, poi nel nord della Cina, in Corea, e da qui in Giappone. Grazie a Shinto, si trasformò e si adattò all’affermazione del mondo. Shinto è come il Lutero del buddhismo. Egli nega l’utilità delle opere per ottenere la salvezza, rigetta i pellegrinaggi, la penitenza, il digiuno, il celibato dei sacerdoti, dei monaci e delle suore. I missionari gesuiti che penetrarono in Giappone verso la metà del XVI secolo, sottolinearono immediatamente la parentela spirituale dello Shintoismo con l’eresia luterana. – Questa invasione della gnosi buddhista fu una catastrofe per l’Asia. Il ciclo delle trasmigrazioni – nascere, soffrire, rinascere per soffrire eternamente e piombare nel nulla – fu come una “tunica di Nesso” imposta al mondo asiatico. René Grousset ha ragione nel mostrarne il carattere suicida. Esso giunge alla sparizione della personalità in una totale vacuità, nell’evanescenza del nirvana. La pratica dello Yoga, il “giogo”, implica una fusione con il principio supremo, con l’anima cosmica. È un ascetismo spersonalizzante, che provoca una quantità di abusi sociali, e le pratiche più assurde della magia! – La metempsicosi non ha nulla a che vedere con un Dio caritatevole e salvatore. È piuttosto uno strumento di terrore; essa fa pesare su milioni di esseri la spaventosa fatalità con cui ottenebrerà il mondo asiatico. Nel corso della reincarnazione la salvezza non è che apparente, perché al termine non c’è più nulla, non l’uomo, non l’amore, solo un oceano immenso e senza rive. Il riassorbimento finale nel gran-tutto-pleroma, nel nirvana, che ne è la traduzione in sanscrito, è il trionfo del niente sull’essere: pertanto non vale la pena cominciare il gioco del mondo e dell’uomo se poi ci si deve annientare ancora e ricominciare incessantemente nello stesso senso in circolo. Sarebbe stato inutile fare l’essere per poi ricondurlo al non-essere. Non c’è che il demonio ad interessarsi di questo! La penetrazione gnostica in Asia, sotto la sola forma buddhista, non ha incontrato una resistenza energica e sostenuta da parte di spiriti sensati. Talvolta tuttavia si notano reazioni intelligenti e piene di buon senso contro questa depersonalizzazione degli individui. Il pio letterato confuciano, Fou-Yi, aveva in orrore il buddhismo. Nel 626 della nostra era, rimetteva all’imperatore Li-Yuan una memoria in cui enumerava le sue proteste: « La dottrina buddhista è piena di stravaganze ed assurdità. La fedeltà dei soggetti al suo principe e la pietà filiale sono dei doveri che questa setta non riconosce. I suoi discepoli passano la loro vita nell’ozio, senza darsi alcuna pena. Se essi portano un abito diverso dal nostro, fanno sì che i semplici corrano dietro ad una felicità chimerica ed ispirano loro il disprezzo per le nostre leggi e le sagge istruzioni degli anziani. Questa setta, aggiunge, conta oggi più di centomila bonzi e tanti bonzi vivono nel celibato. Sarebbe nell’interesse dello stato obbligarli a maritarsi … attualmente queste persone sono a carico della società, e per il loro oziare, vivono a sue spese. Rendendoli membri di questa stessa società, li si farebbe concorrere al bene generale e cesserebbero di togliere allo Stato delle braccia che potrebbero servire alla sua difesa. » Ecco una diatriba severa ed in parte giustificata. Se si elimina la preoccupazione politica che anima Fou-Yi, si comprende che i rimproveri fondamentali che indirizza ai buddhisti sono identici ai rimproveri che faranno, in Occidente, alcuni secoli dopo, gli inquisitori agli Albigesi. In effetti, gli Albigesi erano gli eredi dei manichei in Occidente, come i buddisti in Oriente. Si rimprovera loro il rifiuto del giuramento alle autorità, il rifiuto della vita e della procreazione, il desiderio di evadere dal mondo per raggiungere il “pleroma”. Dai due lati, princîpi identici hanno provocato attitudini simili nei confronti della vita e dei princîpi similari, differenziati solo dalle circostanze e dalle contingenze proprie a ciascuno dei due mondi. – Infine è interessante studiare la ripresa del contatto tra l’Occidente cristiano e l’Oriente buddhista, nel XVI secolo all’arrivo dei missionari cattolici in Asia. Questo incontro provocò reazioni importanti. Dapprima un grande stupore alla vista di pratiche religiose che sembravano ricopiate sulla liturgia cristiana. In seguito una evangelizzazione difficile ed audace quando questi missionari, soprattutto i Gesuiti, ebbero compreso la perversione intrinseca delle dottrine. – San Francesco Saverio attendeva a Singapore un battello per evangelizzare il Giappone. Egli aveva battezzato un giapponese chiamato Henjiro con il nome di Paolo.  Questi gli spiegò che nel suo paese si praticava già la religione cristiana. C’erano dei monaci celibatari che vivevano in conventi, digiunavano frequentemente e pregavano di notte. Parlavano tra di loro una lingua sconosciuta dal popolo, credevano in un Dio unico, obbedivano ad un abate e conducevano una vita edificante. Essi insegnavano l’inferno, il purgatorio, il cielo e veneravano numerosi santi pregandoli di intervenire per Dio unico ed Onnipotente, come fanno i cristiani. Francesco Saverio scrive: « Secondo la comunicazione che mi ha fatto Paolo, la Cina, il Giappone, la Tartaria obbediscono ad una legge religiosa comune che si insegna in una città chiamata Chynopinquo. Paolo, con comprendendo la lingua nella quale è redatta questa legge religiosa: è, egli dice, una lingua che, come da noi il latino, si usa per la composizione dei libri sacri. Egli non ha saputo darmi altre delucidazioni sul contenuto di questi libri ». Si trattava del buddhismo, e questa lingua era il sanscrito! Francesco Saverio ne concluse che questi paesi senza dubbio erano stati evangelizzati in un passato lontano e si chiese se la fede dei giapponesi non fosse una sorta di Cristianesimo alterato da tradizioni pagane. Su consiglio di Hanjiro, egli denominò Dio con il nome conosciuto in Giappone, di “Dainitschi”, che vuol dire: Creatore di tutte le cose. I bonzi soddisfatti, dichiararono che il Dio dei “Barbari del sud” non era altri che il loro Dio e che il Cristianesimo era una setta buddhista!!!  « Tra voi e noi, dicevano a Saverio, non c’è che differenza di linguaggio; la nostra fede è a stessa ». Essi accolsero questo fratello “straniero” nel modo più amabile. Lo invitarono nei loro conventi e gli fecero dei solenni ricevimenti. Alcuni bonzi passarono al Cristianesimo e si fecero battezzare da Saverio. Pericolosa illusione! Le somiglianze del culto e della liturgia nascondevano l’« opposizione fondamentale che esisterà sempre tra la vera fede cristiana e la sua contraffazione satanica, la gnosi panteista ».  È quanto aveva ben compreso un altro gesuita, il padre de Nobili (1577-1650), che, nel secolo seguente, si sforzò di riconquistare i brahmani delle Indie al Cristianesimo. Per fare questo, si presentò egli stesso come brahmano, adottando il loro costume ed i loro modi di vivere, studiando i loro libri e decifrando il sanscrito. Il padre de Nobili, religioso romano formato dalla Scolastica più tradizionale, ci racconta come sia entrato in contatto con i primi brahmani che vennero a rendergli visita e ci riferisce del dialogo ammirevole che intraprese con essi. La sua prima conquista « … fu un uomo distinto per la sua nobiltà ed i suoi talenti, già promosso al grado di “guru” (sacerdote indù): io disputai con lui per una ventina di giorni, quattro o cinque ore al giorno ». – Il padre de Nobili illustra ai suoi superori romani le diverse tappe del suo dialogo: « Il primo giorno la conversazione ruotò su due punti: la moltitudine degli dei e la creazione. Io convinsi facilmente il mio dottore dell’unità di Dio con gli argomenti riguardanti la perfezione e l’indipendenza assoluta della natura divina. Quanto alla creazione la cosa fu più penosa. I sapienti di questo paese, partendo dal principio che niente si fa dal niente, ammettono tre cose eterne: padi, paju, passam (in sanscrito: pali, pasu e pasâm). Pali è Dio, paju è la materia dalla quale Dio produce le anime, passam è la materia con la quale forma i corpi. Io gli opposi gli argomenti ordinari della filosofia per provare che se paju non era creato, questa sarebbe Dio; poi mostrai che se padi non poteva creare o estrarre dal nulla, non era Onnipotente e di conseguenza non era Dio, poiché la sua azione, simile a quella delle cause seconde, si limitava a modificare le forme. Io sviluppai questo argomento con applicazioni e comparazione ed egli sembrò convinto. Il secondo giorno, parlammo della trasmigrazione delle anime. Egli si appoggiava fortemente sulla varietà delle condizioni dell’uomo che non potrebbero spiegarsi, egli diceva, se non ammettendo i meriti ed i demeriti anteriori alla vita presente. Egli diceva, con i platonici, che l’anima non è la forma del corpo, ma che si trova chiusa come l’uccello in una gabbia o il pulcino nel guscio dell’uovo. Io risposi: 1° che il corpo e l’anima costituiscono un composto che è l’uomo, che vive, si modifica, opera in maniera che le sue azioni non sono né del solo corpo né della sola anima, mentre l’uccello e la gabbia non hanno tra loro alcun rapporto naturale (quando un uomo abita in una casa, forse che la casa cresce con lui?); 2°) che avendo il peccato una infinita malizia, la differenza delle condizioni e le miserie passeggere della vita, non possono essere di per sé l’espiazione del peccato, 3°) che le differenze tra gli uomini, ricchi o poveri, brahmi o parias, gioiose o tristi, felici o infelici, provengono dalle cause secondarie delle quali Dio non è obbligato a sospendere l’azione, perché Egli vuole mostrarci con ciò quanto disprezzabili siano le grandezze, le ricchezze e le gioie di questo mondo in confronto a quelle che Egli ci ha riservato nell’altro e che possiamo meritare per il buon uso dei beni e con la pazienza nei mali. – Aggiunsi poi che in ogni società ben regolata c’è bisogno di una subordinazione; se tutti fossero re, sarebbero dei re fantasma, senza sudditi, dei generali senza soldati. Nel corpo umano, se tutte le membra fossero la testa, che mostro sarebbe! Infine conclusi con un argomento “ad hominem”: voi dite che Brahma estrae il primo uomo dalla sua testa, il primo rajah dalle sue spalle, il primo paria dai suoi piedi, etc., ora il primo uomo, il primo rajah, il primo paria, non possono avere alcun merito o demerito anteriore alla loro prima produzione, dunque … etc., ometto tutte le altre discussioni troppo lunghe e noiose. Dopo venti giorni di dispute, il guru si dichiarò vinto, si fece pienamente istruire nelle verità della religione, ricevette il Battesimo e prese nome di Alberto. Questa prima conversione ne produsse molte altre … ». Questo dialogo è molto interessante. Quando l’intelligenza umana non è legata al reale mediante il buon senso, quando non è più o non ancora perfezionata e consolidata dalla rivelazione cristiana, pende, come per naturale deficienza, ma che possiamo definire satanica, verso il panteismo. In effetti quando si tratta di capire il senso ultimo della natura, del mondo, delle cose che ci circondano e del nostro posto all’interno del mondo, il nostro spirito non ha molte soluzioni di ricambio al di fuori della verità. È questo che fa che tutte le eresie abbiano il loro punto comune nella gnosi panteista. –  Il padre de Nobili non ebbe meraviglia nel ritrovare nelle Indie nella bocca del brahmano, tutti gli errori che i suoi studi di scolastica gli avevano insegnato nel confutare gli eretici d’Occidente: l’idea di un dio demiurgo e fabbricatore, che estrae le forme dell’essere da una materia preesistente: è la tesi dei moderni evoluzionisti; l’idea di un’anima divina imprigionata in un carapace, la gabbia dell’uccello e il guscio d’uovo del pulcino: è ciò che ancora oggi insegnano i nostri esoteristi che si dichiarano cristiani; l’idea che la nascita è l’espiazione di una colpa anteriore nel mondo divino, è la base della credenza della trasmigrazione delle anime. Il padre de Nobili ha ritrovato in India la filosofia di Platone. Lo dice lui stesso. Ma se avesse saputo che Mani citava tra le fonti del suo insegnamento Platone ed Ermete Trismegisto e che era “egli” il vero Buddha, non sarebbe stato meravigliato di ritrovare Platone attraverso la dottrina buddhista. – Infine il padre de Nobili, nel corso delle sue ricerche sulle origini della religione indù, ha notato il vago ricordo di una rivelazione cristiana affondata sotto le elucubrazioni dei brahmani: « Una cosa che mi aiuta molto a fare delle conversioni, egli scrive, è la conoscenza che ho dei loro libri più segreti. Io ritrovo il constatare che si possedeva anticamente in questi paesi, quattro leggi o vedas, che tre di queste leggi sono quelle che i brahmani insegnano ancora oggi, e che la quarta era una legge tutta spirituale, in virtù della quale si poteva ottenere la salvezza dell’anima. Ora, egli aggiungeva, questa quarta legge è confusa in parte con le tre prime, ma la gran parte si è perduta interamente, e mai si è trovato un uomo così saggio e santo per ritrovarla. Essi assicurano di più, ed è parallelamente scritto negli stessi libri, che nessuna delle tre leggi che restano può dare la salvezza  e da ciò qualcuno conclude che non c’è salvezza da attendersi, e di conseguenza, che non c’è vita futura.»

Il boomerang dall’Oriente: la gnosi di “andata e ritorno”:

La Franco-massoneria, abbiamo detto già altra volta, è la « congregazione militante della gnosi ». Essa rivendica come suo grande ancestre, Mani, ed ha conservato i simboli manichei. I “fratelli” si chiamano tra loro «i figli della vedova ». L’acacia è un altro simbolo massonico; esso gioca un ruolo importante nella vita di Mani e di Buddha. L’abate Augustin Barruel ha sviluppato questo punto nelle sue “Memorie per servire alla storia del Giacobinismo”. Si sta tentando ora di riattualizzare la gnosi nel nostro mondo occidentale riportando gli insegnamenti religiosi dell’Asia. È quel che abbiamo chiamato « l’Induismo occidentalizzato ».  Con istinto molto sicuro, i franco-massoni hanno riconosciuto nel corso dei loro studi sul buddhismo, nel bramanismo e nelle tesi del pensiero orientale, i loro princîpi. Quale buona occasione per servirsene sotto gli abiti di forme esotiche e bizzarre in modo da renderla più venerabile! – Dopo l’inizio dell’ultimo secolo le mode orientali hanno invaso l’Occidente. Segniamo le tappe di questa nuova conquista che ha consentito un gran ritorno della gnosi universale. Essa è lanciata all’inizio del XIX secolo dai franco-massoni “illuminati” che si convertirono al Cattolicesimo , … essi dicevano, ma in effetti erano adepti della gnosi orientale. Essi sono alla radice del Romanticismo francese, come mostreremo in un successivo capitolo su “la gnosi ed il Romanticismo”. Goerres, un antico giacobino francese, si convertì alla nuova fede. D’accordo con la scienza, egli dice, i Germani diverranno i brahmani ed i salvatori dell’Europa. Goerres cerca in tutti i popoli dell’antichità le tracce di una rivelazione primitiva e la ritrova in Asia. Egli pubblica nel 1809 una “Storia dei miti del mondo asiatico”, ed annuncia la nascita di una religione germanica, miscuglio di scienze moderne, Cattolicesimo e protestantesimo. Il suo amico Arnim, scrive a Clemente Brentano, l’autore reale delle visioni di Anne Marie Emmerich: “ È un miracolo che Goerres, venuto da tanto lontano, si sia rapidamente convertito!” Ma si trattava in realtà di una conversione ad un germanesimo indo-europeo. Si percepiscono già in lui i primi elementi di ciò che sarà più tardi il nazismo. Guerre è impregnato di platonismo e di panteismo, segue Jacob Boehme, Novalis e frédéric Schlegel che sognano di fondare una religione universale comprendete e completante tutte le altre. – Un altro seminatore di idee orientali in Francia, fu il barone di Eckstein, un giudeo svedese convertito al Cattolicesimo … ma occorre vedere, anche qui, a quale cattolicesimo! Egli aveva ricevuto una formazione occultista presso il duca Pierre d’Oldenbourg, fratello dell’antica regina di Svezia, che gli insegnò la cabala, la negromanzia e l’arte di evocare gli spiriti. Poi aderì ai gruppi degli Illuminati di Weishaupt, ancora molto attivi, anche dopo lo smacco della rivoluzione francese, poi ai giovani terroristi del “Tugendbund”. Cominciava poi ad insegnare in Francia. Per questo, ad imitazione del suo amico Goerres che aveva fondato in Germania un giornale, il “Katholik”, fonda anche in Francia il “Catholique”. “Questa collezione, scriveva nel 1827 il “Globe”, giornale liberale, è come un canale aperto dalla Germania alla Francia. Esso puo’ darci delle idee, delle vedute, delle domande, dei materiali dei quali, con lo spirito che ci è proprio, sapremo approfittarne. La Germania è una miniera che non conosciamo abbastanza, e dalla quale non prendiamo abbastanza. Essa racchiude dei tesori di erudizione e di scienza che noi dobbiamo provare ad esplorare”. Il suo amico Goerres, esclama con ammirazione: « È dunque il più autentico spirito tedesco che si trova trapiantato in Francia. Il “Catholique” è uscito dalle scuole germaniche, ha compiuto i suoi studi presso i maestri tedeschi, ha assimilato le loro caratteristiche ed è con la loro mentalità che tratta gli oggetti di cui si occupa.  Ci si stupisce che una testa così completamente organizzata alla tedesca, sia riuscita così perfettamente a pensare in tedesco ed esprimersi in francese ». Eckstein si è vantato di essere unito a Frédéric Schlegel da una comunanza dottrinale: “la sua amicizia mi è stata accordata fin dalla giovinezza, egli precisa, ed egli non si è mai lamentato che io abbia saccheggiato le sue opere!” – Ora quale è questo pensiero tedesco che il barone di Eckstein trascrive in francese? È nientemeno che … il buddhismo. Lo si chiamava infatti il barone sanscrito. Egli parlava di Buddha continuamente nei saloni del sobborgo di Saint-Germain, dimostrava con prolissità che ci sono due buddha. Spiegava pure come il dogma della Trinità si trovi già nella Trimourti indiana. Cita il Ramayana, il Mahabaratin, le Uprekat, la vacca Sabala ed il re Wiswamitra. Si finì col chiamarlo il barone-buddha. Nel suo insegnamento si trovano delle formule di sincretismo religioso, del neoplatonismo, ma tutto mescolato in salsa buddhista. Impiega delle metafore riprese dai canti dei Veda. Con i suoi amici Goerres, Arnim, Frédéric Schlegel, costituisce la “Banda indo-cristiana”. Siamo qui all’inizio del Romanticismo. È quindi del tutto naturale che i grandi scrittori di questa scuola, siano impregnati di buddhismo: Lamennais, Lamartine, V. Hugo, etc., come vedremo nel lavoro sul Romanticismo. In Germania Fichte, Hegel, Schelling insegnano in “panteismo indiano”. Emerson e Carlyle includono il culto degli eroi nel senso dei buddhisti e degli adoratori di Vischnu. Hartman adora l’incoscio. I suoi due libri sulla “Coscienza religiosa dell’umanità”, e la “religione dello spirito” richiamano il Mahayana. Nietzche crede al superuomo, cioè a Buddha. Tutto l’inizio del suo “Zarathoustra” sembra ispirato dalle Pitakas. Richard Wagner è convertito al buddhismo dalla lettura del conte Gobineau, come visto in altri studi. Gli orientali, ci dice Gobineau, sono incuriositi soprattutto da Spinoza ed Hegel. “Vengono compresi senza difficoltà, diceva un filosofo persiano: questi due spiriti sono spiriti asiatici e le loro teorie combaciano in ogni punto con le dottrine conosciute e professate nel paese del sole”. – Shopenauer ha mostrato la filiazione della filosofia kantiana e del pensiero asiatico. Egli stesso copia alla filosofia di Buddha la dottrina del voler vivere, la morale dell’ascetismo e della pietà: « Se volessi vedere, egli scrive, nella mia filosofia la misura della Verità, dovrei mettere il buddhismo al di sopra di tutte le religioni. In ogni caso io mi riduco a constatare un accordo così profondo tra la mia dottrina, la filosofia ed una religione che sulla terra, ha la maggioranza per essa, poiché essa conta più adepti ». Egli si indigna nel vedere che i missionari europei vogliono convertire i brahmani. « La nostra religione, egli dice, non  attecchisce né attecchirà nell’India. La saggezza umana non si lascerà allontanare dal suo corso da un’avventura giunta dalla Galilea. No, ma la saggezza indiana refluirà ancora sull’Europa e trasformerà da cima a fondo il nostro sapere ed il nostro pensiero » (Il mondo come volontà). Ecco una “profezia” che si realizza oggi sotto i nostri occhi! – La moda del Bergsonnismo è stata pure un ritorno alle metafisiche orientali. Con il suo divenire assoluto, con il suo slancio vitale, con il suo intuizionismo, con il disprezzo della ragione, con il suo mobilismo permanente, il bergsonnismo ci sembra un’attitudine spirituale degna di quella di uno yoghi indiano. Quando Rabindranath Tagore venne in Francia e quando gli si parlò della filosofia bergsonniana, egli rispose con sufficienza, che da tanto tempo l’India era passata per li là! In effetti, all’epoca di Carlo Magno, un pensatore buddhista, Çankara aveva già insegnato il monismo spiritualista e panteista a Maissora, sotto il nome di Vedanta. Bergson stesso ha riconosciuto questa ispirazione buddhista della sua filosofia. – Le dottrine dei teosofi sono penetrate in Russia, importate dalla Germania e dalla Svezia. Caterina II aveva reagito severamente contro questa invasione di Illuminismo. Ma Alessandro I, amico della folle M.me de Krüdner, lanciò la moda mistica nella società intellettuale di San Pietroburgo. Il suo ministro, Speransky, raccomandava al suo amico Zar: « la contemplazione mistica fissando un punto, piuttosto che l’ombelico » … già il mondo dello Yoga! Tolstoi è un profeta d’Asia. Egli vuole rinnovare la faccia della terra, instaurare quaggiù il regno di Dio « la pace tra gli uomini ». Con il suo pessimismo e con la sua indifferenza verso ogni progresso, con la sua dottrina di rinuncia, negatrice della personalità, con la sua carità senza Dio, questo strano cristiano somiglia molto a Buddha. La Russia, egli dice, deve giocare il ruolo di mediatore tra l’Occidente e l’Oriente. – Protestanti, teosofi, occultisti, devoti di Annie Besant, sostengono le imprese della penetrazione dell’Asia in Occidente. Si è potuto vedere sui muri di New York e delle grandi città americane degli enormi manifesti rappresentanti Gandhi accovacciato come un Buddha sul globo terrestre portando un epigrafe « the greast man in the world ». – Più di recente Romain Rolland ha lanciato in Francia la moda di Gandhi, ne ha voluto fare il “santo”, il “Messia” della sua religione induista. Egli ce lo presenta come un nuovo “S. Francesco d’Assisi”, una madre come “una Santa Elisabetta”. Egli vede in lui l’uomo che ha inaugurato nella politica umana il più potente movimento da due mila anni, e lo compara a Cristo stesso. Gandhi si dichiara ammiratore di Tolstoi, di Ruskin. La sua formazione intellettuale è tutta occidentale. Le sue idee sono impregnate di esoterismo occultista dell’Occidente. – In Italia ovviamente la moda è stata seguita, indottrinati dal celebre film sul soggetto e dalla letteratura da “stazioni ferroviarie” e chioschi volanti. – Alla base di questa invasione buddhista o induista, bisogna mettere in causa le vecchie eresie gnostiche; dei falsi profeti indù, dei teosofi, tra i quali pure noti falsi-chierici di alto bordo [leggi Woitiła], dei professori di storia religiosa, certi filosofi tedeschi, tutti formati in seno alle logge massoniche, hanno rinnovato l’interesse per le loro elucubrazioni rivestite da un bell’abito esotico, ricamato con i miti dell’India e della Cina, con accenti pieni di mistero e di poesia. Essi hanno rinnovato la potenza di seduzione dei loro errori, trasducendo gli antichi testi “sacri” dell’Asia nel loro linguaggio. Ma la riuscita della loro impresa non ha potuto essere così totale essendo il pensiero orientale già pieno di questa gnosi primitiva germinata in Asia, seminata dai Manichei attraverso la via della seta. Così è stata preparata pure ad Assisi la sceneggiata “ecumenica” del teosofo orientalista Woitiła, che ha incontrato cordialmente bonzi e brahmani, togliendo dall’altare della chiesa Madonna e Crocifisso, e ponendo un bel Buddha sghignazzante con addome cirrotico al loro posto in bella vista! … abominio della desolazione!!! Usquequo, usquequo Domine! –  Come dice Chesterton: « C’è in Asia un grande demonio che tenta di fondere tutto nello stesso crogiuolo e che si presenta immerso in un immenso stagno ». Il nostro Occidente è oggi questo crogiuolo. La conquista è iniziata: noi pratichiamo lo yoga, lo Zen, la meditazione dell’ombelico. Ben presto la « new age » ci farà vibrare all’unisono con i falsi profeti dell’Asia e questo sarà il più grande trionfo della gnosi eterna e satanica.

[Continua]

GNOSI: TEOLOGIA DI sATANA (14) – GNOSI E BUDDISMO -2-

GNOSI: TEOLOGIA di Satana (14)

“omnes dii gentium dæmonia”

GNOSI E BUDDISMO

Sulla strada della seta.

Il buddhismo è nato nel III secolo della nostra era nei reami greco-sciti e parti della Bactriana, nel nord dell’India. San Tommaso Apostolo aveva evangelizzato questa regione, Mani vi ha insegnato la sua dottrina gnostica e da questo III secolo il buddhismo si diffonde in tutta l’Asia centrale lungo le due strade della seta che collegano questa regione alla Cina, l’una circondante il nord del deserto centrale e del deserto del Gobi, l’altra che si snoda lungo la parte meridionale della catena dell’Himalaya ed il Tibet. – Ciò che occorre rimarcare innanzitutto è che nelle città di accesso da cui si dipartono queste due strade, sorgono monasteri costruiti in questa epoca. Lo stile, gli ornamenti, i bassorilievi, le pitture di questi edifici sono state ritrovate nel XI secolo tra le rovine. Si rileva l’impronta di un’arte iraniana, che ha subito l’influenza greca e romana. Gli artisti sono venuti dalla Siria, il Buddha vi conserva i caratteri dell’arte di Gandhara. – A Miran, nel sud del Lobnor, un antico santuario buddhista ci ha conservato degli affreschi degni di Pompei. Abbiamo la sorpresa di scoprirvi un Buddha accompagnato dai suoi monaci, personaggi imberbi con un copricapo frigio, geni alati, quadrighe. Il nome del pittore è Tita. Lo stile è romano e siriaco: « Bisogna concluderne – dice Victor Goluobov, che il pittore sia un artista formato in qualche laboratorio di Antiochia o di Bactriana? » – Gli apostoli del buddhismo che penetrano in Cina sono dei Parti o ancora degli indo-Sciti, di cultura iraniana e greca, venuti dall’Afganistan. La prima comunità buddhista installata a Lao-Yang (Ho-nan-fou), la capitale dell’impero cinese, è stata fondato da un Parto. Scoperte ancora più sensazionali vengono ancora a mostrare, in un gran numero di monasteri buddhisti dell’Asia centrale le prove della loro origine manichea. – A. Von le Coq, all’inizio del novecento, ha percorso la strada della seta a nord del deserto, nella regione del Tourfan. Questo paese era occupato nel VII ed VIII secolo da un popolo misto di elementi sciti, iraniani, turchi, gli Uiguri. La loro capitale Chotcho, oggi chiamata Kao-Tchang, o Karakhoja, fu visitata da Albert Von le Coq che passava da sorpresa in sorpresa. Egli trovò un’alta piramide a tre piani, comprendente sei nicchie che riparavano dei Buddha dipinti e dorati. Uno di essi giaceva più lontano, privo di testa. Von le Coq vi notò gli stessi caratteri trovati sui monumenti di Gandhara. Più distante, verso il centro della città, c’è una immensa costruzione  composta da tre sale rettangolari circondate da una serie di ambienti più piccoli a volte. Sul muro della parete settentrionale, dopo aver abbattuto un moro più recente, apparve un affresco maestoso. Un gran sacerdote in piedi, rivestito da ornamenti sacerdotali, circondato da un clero tutto vestito di bianco. Ogni personaggio porta il suo nome scritto sul petto, in caratteri uiguri, ma i nomi sono iraniani. Il più grande è Mani, il profeta supremo. « Nell’edificio a cupola della parte sud, facemmo una terribile scoperta –scrive Von le Coq, gli stessi personaggi, nei loro bianchi vestiti, al naturale, non più in piedi, in un bell’ordine processoniale, ma coricati, ammassati in un impressionante disordine, in una caterva di un centinaio di corpi mummificati: tutta la comunità di monaci buddhisti là sorpresi da una morte violenta, un massacro generalizzato abbattutosi su di essi. Von le Coq attribuisce questo massacro alle persecuzioni religiose provocate dalle autorità cinesi. – Infine, fuori dalle muraglia della città, una piccola chiesa nestoriana contenente le vestigia di pitture murali bizantine raffiguranti un sacerdote ed altri personaggi portanti dei rami. All’interno della città tutti gli scritti buddhisti ridotti in brandelli potevano raccogliersi con la pala. In questa regione si trovò un altro santuario contenente una biblioteca di manoscritti manichei irrimediabilmente danneggiati dalle acque fangose di un sistema di irrigazione, ed all’entrata di questa biblioteca il cadavere di un monaco buddhista assassinato, restato avvolto nella sua bianca veste macchiata di sangue. Von le Coq  dichiarava alla fine della sua vita che questa era la scoperta più sensazionale che egli aveva fatto nel corso della sua carriera di ricercatore. – Continuiamo questa esplorazione, essa ci riserverà ancora delle straordinarie sorprese. Lungo la via meridionale della seta si trova la città cinese di Touen-Houang, nel Kan-Sou. È la città dei “mille buddha”. Essa contiene un monastero buddista ben conservato con delle sale dipinte e scolpite nella roccia. In una di esse, due ricercatori, sir. Aurel Stein e M. Pelliot, francese, si fecero aprire un armadio murato nel quale trovarono migliaia di manoscritti antichi che il buon monaco era incapace di decifrare. Essi riuscirono a comprarne diversi importanti gruppi. Quale sorpresa! In mezzo ai manoscritti buddhisti essi trovarono un gran numero di manoscritti manichei. Innanzitutto un Catechismo della religione del “Buddha di luce, Mani”, tradotto dall’iranico in cinese nel 731 su ordine imperiale. Vi si apprende che il Buddha di luce, Mani, è nato nell’ottavo giorno di una seconda linea nel reame di Sou-Lin, che designa presso i cinesi l’Asia occidentale, dunque la Siria o la Babilonia, secondo la traduzione di Pelliot. Un altro frammento dello stesso catechismo, chiamato frammento Stein, è riprodotto in una delle compilazioni cinesi del XVIII secolo in cui il Buddha è chiamato Mani. Poi essi decifrarono dei manoscritti in pehlvi, in sogdiano, in turco antico, in uiguro e in cinese, nei quali si predicava la “religione della luce, dei due principi e dei tre movimenti.” Si è trovato una raccolta di inni e di preghiere con le loro notazioni musicali – “ciò che richiama i manichei, al dire di Sant’Agostino, è che essi amano molto la musica” -, un formulario di Confessione ricostruito frammento per frammento grazie alle scoperte di  M. Radloff, identico a quello che si pratica presso i buddhisti; una regola della comunità che ci fa conoscere quali sono le condizioni a cui deve adempiere colui che vuole entrare nell’ordine, come deve essere il tempio, etc.; un frammento di vangelo apocrifo; un altro frammento della vita di Buddha; un “libro santo incompleto di una religione della Persia” pubblicato a Perkin e trovato anche a Touen-Houang [è un trattato manicheo datante il 900 circa]; raccolte di pezzi cinesi ispirati alle diverse opere di Mani stesso che, seduto in mezzo ai suoi fedeli, è reputato rispondere alle domande che gli pone il suo discepolo preferito Addo, o Addas. – Messo in presenza di una scoperta così prodigiosa di manoscritti manichei in gran numero in diversi monasteri buddhisti dell’Asia centrale, gli storici non hanno compreso che l’insegnamento di questi manoscritti era identico a quello del buddhismo, che il Buddha del quale seguivano le lezioni, era Mani stesso, perché bisogna comprendere che mai i discepoli del Buddha-Mani si sono chiamati manichei. È il termine che fu loro dato dagli storici greci  latini. Essi erano soltanto i “figli della luce”, i discepoli del Buddha, l’illuminato. Questi storici, ingannati dalla certezza che avevano di un buddhismo anteriore al Cristianesimo, hanno tentato di collegare questi documenti manichei alla religione del Buddha con l’idea di una ricopiatura.  I manichei, essi dicevano, hanno praticato un sincretismo sistematico. Altri dicono che il buddhismo sembra essere stato coevo del manicheismo presso gli uiguri. Henri-Charles Puech, nel suo libro sui manichei, ci dice che essi tentavano un avvicinamento al fine di applicare a Mani testi buddhisti, supposti anteriori. Egli precisa che, nel “catechismo cinese”, detto frammento Stein, di cui abbiamo parlato, si fondono taoismo, buddhismo e manicheismo. In effetti questo catechismo cinese ha, come precursori di Mani, Buddha e Lao-Tseu. Nel frammento di Tourfan si è trovata la successione degli ancestri di Mani e di Buddha: “Lista dei profeti dell’umanità: Sem, Shem, Enosh, Nicoteo, Henoch, Gesù”. “L’apostolo di luce, che viene cinque volte nel suo tempo, si riveste della chiesa di carne d’umanità e diviene capo in seno alla “chiesa di giustizia”. Egli è l’emanazione di Nous-Luce, padre di tutti gli apostoli”. È già l’idea gnostica dei grandi iniziati. – “Mescolanza, sincretismo, coesistenza”? Ancora bisognerebbe spiegare il perché di questo incontro tra questi due sistemi religiosi, il perché dell’identità dei personaggi: monaci buddhisti o manichei? Buddha o Mani? Chi ha copiato dall’altro? Quando noi leggiamo ad esempio i riferimenti fatti al Cristianesimo nella biografia del Buddha, noi siamo portati a pensare che l’uno abbia preceduto l’altro. Se vogliamo pure esaminare le cose più da vicino, vediamo che il buddhismo ha operato una cernita nei suoi “assorbimenti” e ci accorgiamo che ha rigettato dal Cristianesimo gli stessi elementi già rigettati dagli gnostici manichei: il culto della croce, la nozione del Sacrificio, i sacramenti, etc. … e che gli elementi che gli sono pervenuti, sono stati copiati dai vangeli apocrifi gnostici … – In conclusione, sembra che il buddhismo dell’Asia centrale non sia venuto dall’India, ma dalla Persia e dai regni Sciti, ciò che lascia pensare che il buddhismo sia penetrato tardivamente nell’India e che non vi si sia tenuto se non provvisoriamente, perché si scontrava con l’ostilità dichiarata dei brahmani. Ma vi torneremo.

Da Mani a Buddha.

Mani aveva delle nozioni estese in pittura e scultura grazie alle quali aveva acquisito grande celebrità in Asia. Egli percorse l’Indostan ed il Turkestan. Un giorno, avendo scoperto nel deserto una montagna che comunicava mediante una vasta caverna con una pianura deliziosa e che non aveva altre uscite, si risolse segretamente a vivervi per un anno. Egli annunziò allora ai suoi discepoli che stava per risalire in cielo dal quale sarebbe ridisceso dopo un anno per portar loro gli ordini di Dio, che avrebbe loro portato vicino alla caverna di cui indicava la posizione. Vi si ritirò dunque e visse solo per un anno, occupato interamente a dipingere ed incidere figure straordinarie su una tavola chiamata ertankimany. Al tempo convenuto, riapparve nei paraggi della caverna aspettando i suoi discepoli. Mostrò loro le tavole che aveva riunito in un volume e dichiarò loro che questo grande libro proveniva dal cielo. Tutto il Turkestan abbracciò la sua “religione della luce”. Le comunità manichee si diffusero nei regni dell’Asia centrale sotto la protezione dei Parti e degli Sciti. Esse stabilirono delle “chiese-monastero”, sotto la direzione dei successori di Mani, i Buddha, i  Saravan, gli Imam, capi supremi della chiesa. Lo stesso Mani, dopo la sua gnostica “crocifissione”, è risalito fino alla “colonna di luce”, poi alla luna e al sole per giungere nel “paese del riposo e della gioia”, il “Nirvana”, “l’eterno regno di luce” che è la sua patria ritrovata. Egli è il sigillo dei profeti, l’apostolo dell’ultima generazione. Tutte queste espressioni si ritrovano nei manoscritti scoperti a Tourfan. – Nel corso dei suoi studi sul manicheismo, Henri-Charles Puech si è avvicinato poco a poco a queste stesse conclusioni. Egli aveva ben notato che, ad esempio, il tempio buddista di Bezelik, situato presso Tourfan, era incontestabilmente manicheo. Egli avrebbe potuto affermare lo stesso per tutti gli altri templi dell’Asia centrale. – Nel corso dei suoi studi sulle liturgie manichee, Puech ha egualmente notato progressivamente i loro rapporti con i riti buddhisti. Egli li ha collegati all’insegnamento di Mani. In effetti noi sappiamo che gli gnostici, e dunque i manichei, insegnano che il cosmo è animato da un principio universale, l’anima del mondo o “luce divina”; che questa anima luminosa percorre l’insieme degli esseri che costituiscono il mondo e dà la vita alle piante, agli animali, ad ogni essere vivente contiene, chiuso in esso, una scintilla luminosa dell’anima universale [panteismo gnostico]. Ciascuno di essi è dunque sensibile al dolore ed al piacere. Cuocere un frutto, tagliare un legume, sradicare un albero, sgozzare un animale, sono dei veri omicidi. L’agricoltura e l’allevamento degli animali sono attività criminali [sembra di riascoltare le stesse paranoie allucinanti dei vegani, gnostici-manichei … senza esserne ravvisati!]. Ugualmente il matrimonio e la procreazione sono condannate, perché costringono a rinchiudere queste particelle luminose, le parti migliori della “divinità universale”, nei corpi che le tengono prigioniere. Questa idea stravagante, ma logica nella sua assurdità è, con la reincarnazione, comune agli gnostici, ai manichei ed ai buddhisti, loro successori ed eredi. – A partire da questo si può comprendere l’attitudine del monaco buddhista, accovacciato a terra, con la sua ciotola di cibo in mano. – Gli “eletti”, i “puri”, i “catari”, prendono il loro pasto in comune, una volta al giorno. Prima di mangiare, si ritirano in disparte e rivolgono agli alimenti questa preghiera: “ non sono io che vi ho raccolto, che vi ho mondato, non vi ho impastato, non vi ho cotto. Così io sono innocente di tutti i mali che avete sofferto.” Si mettono in piedi o seduti con la ciotola del cibo, vaso sacro, in mano. Poi secondo un cerimoniale ben regolato, cominciano a mangiare. Essi pretendono che durante la digestione, l’anima divina racchiusa nella materia si liberi e vada dal loro stomaco per risalire in cielo e riunirsi alla sua “sorgente”. In tal modo, credono di liberare dalle tenebre della materia il “dio-luce” prigioniero. La loro masticazione è un altro atto sacro. Poi accordano il perdono ai caritatevoli catecumeni che hanno loro preparato la pietanza. La elemosina alimentare è in effetti una sacra offerta. – Henri-Charles Puech ha ugualmente comparato il manuale di confessione dei monaci buddhisti ai manoscritti scoperti nell’Asia centrale. Egli ha così concluso che questi erano calcati sullo stesso modello. Gli “eletti” manichei facevano confessione dei loro peccati davanti ai confratelli riuniti ogni lunedì. I monaci buddhisti lo fanno ogni quindici giorni, secondo lo stesso formulario, con la recita del Pâtimokka. Infatti i peccati dei monaci si riportano tutti al rifiuto della luce e della conoscenza (della gnosi!). – Infine la posizione accovacciata dei monaci si spiega con il desiderio di prendere la posizione fetale nel seno materno. Si tratta di raccogliersi in se stessi per preparasi al ritorno nella terra originale, nell’utero primitivo dal quale sono usciti tutti gli esseri, in modo da accelerare la morte che libererà l’anima luminosa chiusa nella materia del corpo. – Noi comprendiamo bene così che i principali riti della liturgia buddhista non hanno senso intellegibile se non ci si riferisce all’insegnamento di Mani. [Il religioso romano, p. Giorgi, amico del Papa Benedetto XIV, pubblicò nel 1762 una “enorme compilazione” sotto il titolo di “alfabeto tibetano”. Egli era in corrispondenza con i religiosi cappuccini in missione nel Tibet. Grazie agli insegnamenti dei suoi confratelli, egli descrive il buddhismo come una contraffazione del Cristianesimo dovuto all’azione perversa dei manichei. Il p. De Lubac, lo gnostico della “nuovelle thèologie” – del quale ci siamo occupati in un numero precedente – che cita quest’opera aggiunge:  “Una idea fissa che falsa il suo esposto. L’opera non è letta e la conoscenza del buddhismo non ha sofferto per niente di questo insuccesso”. Questa idea fissa, come la chiamava il noto fanta-teologo gnostico del concilio para-gnostico “Vaticano II”, era pertanto pura VERITA’, come è stato dimostrato inconfutabilmente dalle ricerche recenti. È ancora una volta verificato che è cosa non buona che un autore proponga una spiegazione nuova ed inattesa, seppur veritiera, quando le idee alla moda, seppur truffaldine, si trovano in contraddizione con quest’ultima!].

Il buddismo tibetano

Secondo furto al Cristianesimo. Il padre Huc, nel corso del suo viaggio in Tartaria, in Tibet e Cina, non è stato affatto sorpreso di incontrare nel culto dei Lama, il pastorale, la mitra, la dalmatica, la cappa, il flagellum, la benedizione data stendendo la mano sulla testa dei fedeli, un servizio a due cori con sermone, salmodia, litanie, genuflessioni, il culto delle reliquie, l’uso dell’acqua benedetta, degli esorcismi, il rosario, la campanella, le campane, l’incensiere, gli altari decorati con i fiori, delle immagini, ad esempio una donna portante una corona sulla testa ed un bambino nelle braccia, che schiaccia con il piede un dragone. Egli ha riconosciuto ugualmente una descrizione figurata di un vero purgatorio, ove i demoni tormentano i defunti nei cerchi, che ricordano l’inferno di Dante (ancora un’altra fonte per Dante: dopo Ibn Arabi, il buddhismo!), le processioni all’interno ed all’esterno dei templi. I monaci iniziano con un apprendistato, poi ricevono un’ordinazione; essi fanno voto di obbedienza, di castità e povertà, praticano la confessione, si rasano la testa e vivono nei monasteri sotto la direzione dei superiori. Esistono pure dei conventi femminili. Alla testa della chiesa si trova un “papa”, il Dalai Lama, assistito dai cardinali, i Tchoutouktous. – Il padre Huc ci spiega che questi adattamenti sono venuti direttamente dalla Chiesa Romana, in seguito alle relazioni che si sono avute nel XIII secolo tra l’impero Mogol ed i Cristiani di Occidente. L’autore di queste copie sarebbe questo Tsong-Khapa, che fu forse pure il vero fondatore del lamaismo. – La somiglianza tra i riti Cristiani e buddhisti è stata segnalata in questa epoca, il XIII secolo, da Jean de Ruysbroeck che visitò gli stati del Gran Kahn. Egli stabilì nettamente la differenza tra i Saraceni, i nestoriani e gli idolatri, cioè i buddhisti. Entrando in un tempio buddhista degli Uiguri, esclamò: “ Quando entrai nel loro tempio mi sembrò di  vedere dei preti veri!”

Il culto di Krishna

Terza copia del Cristianesimo: il culto di Krishna. Il buddismo è penetrato fortemente dell’India nel corso del Medio-Evo. Ora, Buddha condannava le caste, proclamava l’uguaglianza tra gli uomini, accoglieva ugualmente il principe e il paria.: « il brahmano, o discepolo, è nato da una donna, così come il tchandala, l’ultimo degli umani, a cui chiude la porta della salvezza ». – I brahmani si opposero inizialmente al buddhismo che invadeva il culto sensuale e gioioso di Vischnù, già molto diffuso e lo resero ancor più popolare identificando il “dio” con gli eroi famosi delle grandi guerre, Krischna. Nel Rig-Veda, Krischna signifia “nero”, e designa i demoni, nemici di Indra (lo Zeus indiano). Poi Krischna fu rappresentato come l’eroe delle grandi guerre per simbolizzare di nuovo e rendere popolare la religione dei brahmani minacciata dall’invasione del buddhismo. Con questa strategia i brahmani tentarono di guadagnare alla loro causa la casta dei Kshatiyas, i guerrieri ed i re. Più tardi per ricondurre ad essi i buddhisti, misero Buddha nel Panthéon buddhista come un ultimo avatar di Vischnù. – Poi essi inviarono i loro “saggi” in Occidente a studiare la dottrina cristiana, come annota il Mahâbharata. Questa conoscenza del Cristianesimo dovette loro fornire nuovi concetti religiosi che sembrarono loro buoni per arginare i progressi del buddhismo e del Cristianesimo. Utilizzando la rassomiglianza dei nomi Krischna e Cristo, composero la Baghvad-Gita. Questo mito di Krischna prese sviluppo nel corso del Medio-Evo, poi nel XIII secolo fino al XVIII della nostra era. I Purânas sono i libri religiosi che descrivono le cerimonie ed i riti delle feste destinate a celebrare la nascita di Krischna. Vi si mostra Krischna nascente, portato sul seno di sua madre, in una capanna di pastori, circondato dai pastori, poi il viaggio di Nanda e del suo sposo Mathura per pagare il tributo, la presenza dei buoi ed altri animali domestici nella capanna della nascita, la guarigione della gobba, Koubja che aveva sparso profumo sul capo di Krischna; poi si aggiunge qualche episodio ispirato alla fuga di Bethlem, al massacro degli innocenti, ai miracoli dell’infanzia, una tentazione, una trasfigurazione. – I brahmani, introducendo questo culto di Krischna, hanno popolarizzato la teoria delle reincarnazioni divine. Krischna è il dio supremo che si incarna di tempo in tempo « ogni volta che la religione degenera e l’empietà trionfa ». Dopo il suo insegnamento, perisce di morte violenta, abbandonato dai suoi. – Egli pone al di sopra della scienza a dell’ascetismo, la « bhakti », l’amore. Ma il suo insegnamento è falsato da un senso panteista dalla Bhagavad-Gita. Gesù Cristo aveva detto: « Io sono la via, la verità e le vita ». Krischna traduce: « Io sono la vita di tutti gli esseri (dunque l’anima universale del mondo), il supporto del mondo, la sua via, il suo rifugio ». – Gesù Cristo aveva detto: « Io sono l’alfa e l’omega ». Krischna traduce: Io sono l’inizio, il centro e la fine delle cose, l’immortalità e la morte » (formula panteista). Gesù Cristo aveva detto: « Io so da dove vengo e dove vado. Ma voi non sapete né da dove vengo, né dove vado ». Krischna traduce: « Io sono passato per le nascite (metempsicosi), tu anche. Io le conosco tutte, tu non le conosci affatto » – Krischna insegna il rispetto delle caste e il finale assorbirsi nella divinità! Si vede dunque che i brahmani, nel rigettare il buddhismo, ne avevano conservato però l’essenziale: il panteismo e la reincarnazione, il dissolvimento finale nel nulla, il Nirvana. – Già gli specialisti dell’India avevano avvicinato nell’ultimo secolo i monumenti dell’India all’iconografia cristiana. Essi avevano constatato le numerose copie fatte dall’India all’Occidente cristiano. Il grande indianista Albrecht Weber aveva notato nella sua “Storia della letteratura sanscrita”: « il culto di Krischna come dio si è completato sotto un’influenza cristiana. Angelo de Gubernatis, indianista italiano, anch’egli così scriveva: « Nella mitologia brahmanica c’è una delle più belle trasformazioni della divinità alla quale ha contribuito la conoscenza del Cristo giunta fino all’India e che pareva, come già a Weber, aver fornito a Krischna, con una parte di dottrina, diversi episodi della sua vita » (Enciclopedia indiana). Lo si vede chiaramente, i veri sapienti vanno a cercare l’imitazione in India. È l’India che ha copiato il Vangelo e non il contrario! Krischna è una invenzione moderna dovuta alla preoccupazione che i brahmani hanno avuto di recuperare Buddha e Gesù-Cristo per restare i padroni delle basse caste, attirate dall’insegnamento dei missionari. – Infine si è recentemente preteso che gli Indù conoscessero la Trinità. Ora questa concezione è tardiva  presso i brahmani; essa risale solamente ai  Purânas, scritti nel corso del Medio-Evo, ed « imitazione del dogma cristiano sfigurato » come dice molto esattamente Angelo De Gubernatis. Essi hanno ammesso Vishnù e Civa in un gruppo supremo ove hanno introdotto il loro Bramha. Essi insegnarono ai loro discepoli che questi tre nomi non designano che delle forme o maniera d’essere della divinità. Essi hanno impiegato la parola Trimurti, « tripla forma », ma questo è un vocabolo recente, moderno, destinato a dare una colorazione di sapienza ed occidentale al loro insegnamento.

[Continua …]

 

GNOSI: TEOLOGIA DI sATANA (13) – GNOSI E BUDDISMO -1-

 

“… omnes dii gentium dæmonia”

GNOSI E BUDDISMO -1-

[rielaborato da: É. Couvert “La gnose universelle“-Chirè en Montreuil, 1993)

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Alle sorgenti del Buddismo

La storia religiosa dell’Asia centrale e dell’India, si presenta ai nostri sguardi occidentali come doppiamente limitata. In effetti le popolazioni di questi paesi sono senza storia, senza cronologia, senza annali se non qualche cronaca di famiglie principesche in India, più o meno leggendarie. I popoli dell’India hanno vissuto ai margini della nostra civiltà occidentale, ed è pertanto ben difficile collocare rispetto a noi i loro monumenti, i loro scritti, le loro leggende. – La tentazione naturale degli archeologi e degli storici fu di creare, tutta nuova, una cronologia e dei quadri storici per inserirvi le loro scoperte e tentare di confrontarle con la storia del nostro Occidente. Ciò facendo furono spesso condotti a modificare di sovente i loro giudizi e le loro osservazioni sui reperti che avevano potuto raccogliere per farli quadrare con le loro supposte cronologie, e quando la cosa appariva di difficile realizzazione, ebbero difficoltà enormi per rivedere i loro quadri. Ora le scoperte archeologiche e paleografiche più recenti, quelle dell’inizio del secolo pen’ultimo scorso, avrebbero dovuto provocare una rimessa in causa delle precedenti ricostruzioni in parte arbitrarie e improbabili, ma gli storici continuarono a far riferimento ai loro predecessori, salvo marcare dei dubbi e dei punti interrogativi qui e là. Nelle pagine seguenti non pretendiamo certo di rivelare documenti nuovi, né fatti incerti o indiscutibili, ma ci contenteremo di raccogliere, in un nuovo ordine, una gran quantità di recenti scoperte, già ben conosciute ameno dagli specialisti dell’Asia. Ci sforzeremo di rigettare le cronologie infondate ricevute dai manuali classici per far riapparire aspetti nuovi ed inattesi ai quali gli sguardi non erano più abituati, ed allora vedremo disegnarsi, sotto i nostri occhi, un quadro inedito delle origini del buddhismo. – Una seconda difficoltà deve essere eliminata. Poiché l’Asia centrale ci sembra misteriosa, lontana e sconosciuta, certi “indianizzanti” hanno voluto farne la culla di tutte le civiltà, il punto di partenza di ogni forma religiosa diffusasi poi nel mondo intero. È questo il senso ed il contenuto di tutta una letteratura indianizzante che ingombra attualmente gli scaffali delle librerie. – L’esame dei fatti mostra con evidenza che tutto questo è assolutamente falso! L’Asia centrale e l’India sono state civilizzate dall’Occidente; questo movimento colonizzatore è partito dall’Ovest e si è diffuso nel corso dei secoli in tutta l’Asia. – Prima delle spedizioni di Alessandro, i Persiani di Dario avevano invaso e colonizzato la valle dei Sind ove avevano stabilito una satrapia del Grande Re. È evidente che i monumenti dell’India ricordano quelli di Babilonia e della Persia. Dopo i Persiani, Greci di Alessandro stabilirono nel Pendjab dei reami greci, e durante vari secoli questi Greci sviluppano in tutta l’Asia centrale una civiltà ellenica, quella dei regnii di Bactriano e di Sogdiano che hanno lasciato nei manoscritti indù il ricordo dei Yavanas, e nei monumenti indiani l’impronta dell’influenza greca e romana. Il conte Goblet d’Alviella ha dimostrato questa opera civilizzatrice nel suo trattato: « Ciò che l’India deve alla Grecia »; in ciò si trova l’essenziale della sua civilizzazione, e cioè scultura, pittura, fino alla letteratura e fin’anche l’arte drammatica. – A partire dall’era cristiana, l’invasione degli Sciti e dei Parti, i “Palavas” dei manoscritti dell’India, provocò uno stravolgimento delle influenze occidentali. Questi Parti e Sciti sono venuti dal sud della Russia; essi hanno conquistato i regni dell’India, ma ne hanno conservato e rispettato la civilizzazione. Essi l’hanno diffusa in Asia centrale; poi nel secondo o terzo secolo della nostra era, essi hanno costituito un ponte tra l’India ed i Paesi nuovamente convertiti al Cristianesimo. Vedremo infatti che questi regnii sciti sono all’origine dell’espansione del Buddhismo attraverso l’Asia. Assistiamo quindi ad un movimento civilizzatore venuto dall’Occidente che si diffonde gradualmente in tutta l’Asia. In effetti se verifichiamo nel corso dei secoli dei movimenti migratori e delle popolazioni venuti dall’Asia del nord in direzione del sud e dell’Europa, constatiamo ugualmente che questi popoli, emigrando appunto, hanno saccheggiato e distrutto tutto al loro passaggio e che, una volta stabilitisi e fissati sul territorio, hanno subito le influenze civilizzatrici di origine occidentali: greca, latina e quindi cristiana. E questo è fondamentale per comprendere l’origine e l’espansione del Buddismo. – Pretendere che il Buddhismo sia all’origine delle religioni dell’Asia centrale, è costruire un’ipotesi sul nulla. Se i Persiani, i Greci e gli Sciti hanno occupato  durante i secoli il nord-ovest dell’Indostan, se le comunità cristiane si sono stabilite nelle Indie e nell’Asia centrale, l’Europa al contrario non ha mai subito invasione indiana, né conosciuto una “chiesa” buddhista. I monumenti dell’India testimoniano una influenza persiana e greca; al contrario nessun monumento dell’Asia minore o dell’Egitto ricorda lo stile degli indù. Non troviamo alcuna menzione di un culto “buddhico” in tutta la letteratura antica latina o greca od orientale prima del secondo secolo della nostra era, in epoca cioè in cui i contatti tra questi paesi erano numerosi. La prima menzione di un Bottha al quale gli indù rendono culto divino, si trova nelle “Stromate” di Clemente di Alessandria, la cui redazione risale probabilmente alla fine del secondo secolo della nostra era, non prima. Affermare l’esistenza di un Buddha che sarebbe vissuto nel V o VI secolo avanti Cristo, è costruire un castello in aria. Non esiste la pur minima prova di una tale asserzione, che si presenta evidentemente falsa. Max Muller, nel suo libro sull’India, scrive: « In tutta la mia vita ho cercato di capire come il Buddhismo avesse potuto agire sul Cristianesimo; queste prove non le ho mai trovate ». – Il culto di “Buddha” apparve per la prima volta nel regno scita di Battriano, nella provincia del Gandhara, situato nella valle del Pehawar, regione che fa attualmente parte del Pakistan. L’arte buddhista del Grandhara si è sviluppata nel corso dei primi secoli dell’era Cristiana sotto i sovrani Kushan, discendenti appunto degli Sciti. – Il primo “Buddha” si presenta sotto forma di un maestro che insegna ai suoi discepoli. Egli è in piedi, con la mano destra alzata (come il falso Gesù della c. d. “divina misericordia”, Culto gnostico dell’eretica F. Kowalska e del marrano-teosofo Woitiła, entrambi pseudo-canonizzati dalla “sinagoga di satana”). Il suo volto è classico: naso e sopracciglia diritte, capelli ricci. È un filosofo, vestito con una toga che procede circondato dai suoi discepoli. Quando la sua testa è circondato da un’aureola ha l’aspetto di un Apollo greco. In questi primi monumenti buddhisti, il clima ha cancellato tutti i dipinti murali, restano solo sculture ricavate dagli scisti grigi della regione. Questa si chiama scuole del Gandhara: è un’arte essenzialmente greca o romana. Il “Buddha” non vi si presenta secondo le forme obese, da addome cirrotico, contorte e terrificanti che troveremo nei templi dell’India. – I tentativi di datazione di queste sculture sono ben deludenti. secondo gli “specialisti” esse risalirebbero tra il III secolo a. C. ed il VI secolo dell’era Cristiana. Tentiamo però di restringere il ventaglio temporale – Emile Male, celebre storico dell’arte religiosa di Occidente, ha dimostrato che le più antiche basiliche cristiane in Gallia, erano concepite da artigiani cristiani, essi stessi ispirati dai monumenti cristiani di Siria, sia in ciò che concerne l’architettura, che per quanto attiene  alla scultura ed ai motivi decorativi. Egli ha così confrontato i bassorilievi di Gandhara con i sarcofagi cristiani delle catacombe e specialmente quelle delle “officine” di Arles en Provence. Si sono costatate delle parentele nell’ispirazione molto prossime, praticamente quasi identiche. Dall’una e dall’altra parte Gesù-Cristo e il “Buddha” sono presentati da personaggi vestiti all’antica, allineati parallelamente in nicchie separate da colonnette mediante tronchi di arbusti sormontati da fogliame. Essi stanno in piedi, mano destra in alto, circondati dai loro discepoli che sembrano, con i loro gesti, dare il loro assenso all’insegnamento del maestro. Emile Male ne ha concluso che per le due chiese hanno lavorato gli stessi artisti, e che i loro laboratori di scultura erano situati ad Antiochia, in Siria. Si è pure trovato su di un basso rilievo di Gandhara, rappresentante la nascita del Buddha, una immagine innegabile del Buon Pastore, scolpito sul pannello di un capitello corintio. Sulla base di una statua di “Buddha” trovata a Hashagar, si è trovata una data, l’anno 274 di un’era sconosciuta. Se si tratta dell’era di Gondofare, siamo nel 214 dopo Cristo; se si tratta dell’era di Çakias, cioè degli Sciti (Çakia è il loro nome in sanscrito), nel 352 dopo Cristo. Siamo dunque tra la fine del III secolo o all’inizio del IV secolo della nostra era! Ora noi sappiamo che l’Apostolo Tommaso è venuto in India durante il regno indiano di Gondofaro nel corso del primo secolo dopo Cristo. Suo nipote Abdagare gli successe intorno agli anni 70 dopo Cristo. Questi re “indo-sciti” e “parti” hanno dunque ricevuto il Cristianesimo molto presto, ed una ispirazione iconografica comune alle due religioni è molto verosimile, corroborata com’è pure dalle date che abbiamo potuto precisare. Il culto del “Buddha” è apparso per la prima volta nel terzo secolo della nostra era e non prima! – Affermare, come hanno fatto diversi storici, che questo culto del “Buddha” sia stato preceduto da una lunga epoca in cui il Buddhismo viveva in letargo, come “in sonno”, è affermare ciò che si dovrebbe essenzialmente provare, ma che mai è stato provato da nessuno. Si è riportato ad un passato lontano e storicamente non controllabile, un culto simbolico del Buddha, rappresentato dalla venerazione dell’impronta dei suoi piedi, della ruota, dell’albero o di qualche carattere sanscrito, senza vedere che queste superstizioni popolari non potevano precedere il culto del “Santo”, ma completare, dopo tanto tempo, un culto ed una liturgia già consolidata e florida. – Viaggiatori e missionari Cristiani hanno notato nel corso dei secoli i numerosi elementi presi “in prestito” [cioè copiati e fatti propri] dalle comunità buddhiste al Cristianesimo. Essi hanno dato delle spiegazioni che  sembrano plausibili e sono probabilmente vere, almeno in parte. Gli uni hanno fatto valere le giustapposizioni in Asia centrale delle comunità nestoriane e dei monasteri buddisti che potevano spiegare queste “copie”. Altri hanno invocato l’influenza dei missionari cristiani nel Medio-Evo e nel XVI secolo. Tutto questo è possibile, ma è fantasioso, non sicuro né provato! – Tuttavia le scoperte archeologiche e paleografiche della fine del penultimo secolo e dell’inizio del successivo ci mostrano una influenza ben più considerevole e probabilmente decisiva sulla formazione stessa del buddhismo. Si tratta dei Manichei. – In luogo di “inventare” un “Buddha” mitico, vissuto secoli prima dell’era cristiana, gli storici avrebbero dovuto osservare i “Buddha” veri che sono esistiti, e che noi conosciamo perché da se stessi si sono attribuiti il titolo di “Buddha”, che vuol dire “illuminato”. È quanto resta ora da dimostrare e provare!

Il Buddha di luce: MANI

Il Manicheismo si è presentata come una « Religione della luce », « una chiesa della giustizia ». La loro “chiesa” è la comunità degli « eletti », dei “giusti” dei “veridici”. Essa comprende pure degli « Uditori », coloro che apprendono la verità, dei catecumeni dunque. In ginocchio davanti agli eletti, i dignitari che godono della iniziazione completa, per ricevere l’imposizione delle mani in segno di perdono dei loro peccati. [anche i finti vescovi della setta vaticana del “novus ordo”, ricevono una pseudo-consacrazione, dal 18 giugno del 1968, da una formula invalida che li rende «eletti» secondo lo spirito manicheo: … Et nunc effunde super hunc electum eam virtutem …” effondi su questo eletto …] – Il fondatore di questa chiesa è un certo Scythianos (lo sciziano), che viveva, si dice, ai tempi degli Apostoli. Egli avrebbe predicato una gnosi cristiana in Palestina. Il suo discepolo Terebinto, redigerà quattro libri contenenti il suo insegnamento; i “Misteri”, i “Capitoli”, il “Vangelo” e il “tesoro”. Dopo la morte dei suo maestro, Terebinto si recò a Babilonia, dichiarando di chiamarsi « Buddha », di essere nato da una vergine ed essere stato nutrito dagli angeli sulle montagne. – Ma il “vero” maestro che ha dato il nome a questa chiesa gnostica, è Mani (216-277), che i Latini ed i Greci hanno chiamato Manicheo. Piuttosto che un pensatore ed un fondatore di religione, egli fu piuttosto un notevole organizzatore e costruttore di chiese e di comunità che si diffusero in tutto l’Oriente, fino all’Asia centrale. Il suo insegnamento è semplicemente la “gnosi” di Marcione e di Basilide. Non è affatto originale, ma insiste soltanto su: 1) – una accentuazione particolare del doppio principio del mondo, l’esistenza di un “dio buono” e di un “dio cattivo” in conflitto eterno, e 2) – sulla reincarnazione delle anime. – Egli si diede il nome di « Mani », che in sanscrito significa « gemma, pietra preziosa ». In un inno manicheo, il « canto della perla », estratto dagli atti di Tommaso, è salutato con il titolo di « figlio del re ». In questo inno ci si racconta che il “creatore” ha posto nel corpo di Adamo una “perla” preziosa che, passando da corpo a corpo, ha dato nascita a Gesù nel seno di Maria. Egli stesso, Mani, si dice figlio di una vedova, quindi concepito dallo Spirito Santo (i franco-massoni, che sono gli autentici eredi dei Manichei, si chiamano ancora oggi tra loro, i “figli della vedova”, anche se ne danno una diversa motivazione, presunta biblica !?!). Anch’egli è dunque uscito dalla “perla”, questa pietra preziosa di cui ha preso il nome. Stabilitosi a Babilonia, come il suo maestro Terebinto, egli spiega ai suoi discepoli: « Dopo che la chiesa della carne è stata elevata sulle alture, allora è stato inaugurato il mio apostolato sul quale mi avete interrogato. Dopo di ciò è stato inviato il Paraclito, lo Spirito di verità, che è venuto a voi in questa ultima generazione, conformemente a ciò che aveva detto Gesù: “Nell’ora in cui partirò, vi invierò il Paraclito, e quando il Paraclito sarà venuto, istruirà il mondo e vi parlerà della giustizia”. Poi egli racconta che durante il regno del re Ardashir, re sassanide che regnò nel secolo terzo della nostra era sulla Persia, « il Paraclito vivente è disceso verso di lui, si è intrattenuto con lui e gli ha rivelato i misteri nascosti ». Dopo averli enumerati egli conclude: « Così mi è stato rivelato dal Paraclito tutto ciò che è accaduto e tutto ciò che accadrà, tutto ciò che l’occhio vede, tutto ciò che l’orecchio ascolta, tutto ciò che l’intelligenza comprende. Da lui ho appreso a conoscere tutto (è la gnosi!), con lui ho visto il tutto (è il panteismo!), io sono divenuto con lui un solo corpo ed un solo spirito ». si tratta dunque di una totale identificazione con lo Spirito divino. Il manicheismo è certamente, come tutta la gnosi, una eresia che si è sviluppata sul tronco cristiano come un tumore parassita. In effetti, Mani si dice discepolo di Gesù. Le sue lettere iniziano con la formula: “Manicheus apostolus Jesu Cristi”. Egli ha composto degli inni in onore di Gesù. I suoi discepoli ne hanno composti altri in suo onore: preghiere a Mani, inni in onore del suo martirio, salmi per la festa di Bêma, in onore della sua morte, etc. … All’inizio dei suoi “Kephalaia” (o Capitoli): « L’illuminato (il Buddha) dice ai suoi discepoli: alla fine degli anni del re Ardashit, io sono partito per predicare. Io mi sono recato su un vascello nei paesi dell’Indiani, ho predicato loro la speranza della vita, ed ho scelto là una buona élite. L’anno in cui morì il re Ardashir ed in cui divenne re il figlio Shapûr, egli mi fece venire e mi sono recato su di un vascello dai paesi degli Indiani nel paese dei Persiani, e dal paese dei Persiani vengo nel paese di Babilonia … ». Nell’introduzione al suo libro “Kephalaia”, Mani insiste sui suoi tre precursori: Gesù, Zarades (probabilmente Zoroastro) e Buddha. Questi sono, egli dice, i suoi tre fratelli, interpreti della medesima saggezza. « Tutti gli apostoli, miei fratelli che sono venuti prima di me, non hanno scritto la loro saggezza, come l’ho scritta io. Essi non l’hanno rappresentata con dei dipinti come l’ho rappresentata io. La mia religione, fin dai suoi inizi, oltrepassa le religioni precedenti. » Si noti la progressione di questa confessione: Gesù non si distingue da Zaradès, né da Buddha; tuttavia egli viene sempre nominato per primo, di modo che gli altri sembrano essere suoi discepoli. Essi non hanno dato un insegnamento originale, distinto dal suo, ma sottolinea bene l’identità dei loro insegnamenti. Questi sono i “maestri” della chiesa gnostica che egli non ha fondato, ma che ha tuttavia diffuso in tutta l’Asia. Non si trovano nel suo insegnamento caratteri particolari che potrebbero derivare da un buddhismo insegnato precedentemente a lui, come ci appare oggi nei libri sanscriti. « Nell’insegnamento originale di Mani – scrive Burkitt – non vedo alcuna traccia sicura che ci faccia riconoscere il buddhismo, come elemento costitutivo. Buddha è menzionato da Mani con rispetto, così come menziona Platone ed Ermete-Trismegisto ». Egli è dunque un anello di congiunzione in una catena di maestri gnostici successivi. Alfaric afferma che Mani non ha conosciuto il Buddha, ma solo la gnosi del suo tempo. – Quando la Chiesa cristiana, greca o nestoriana, accettava il ritorno dei manichei convertiti, imponeva loro una formula di abiura  con la quale essi rigettavano l’insegnamento di Scythianos, di Zaradès, di Buoddha e di Mani. Questi quattro personaggi erano dunque considerati come i capi successivi di una stessa religione. Appariva evidente che il Bouddha di cui parla Mani non è altri che il suo predecessore Terebinto. La terza omelia dei Manichei ci racconta la “passione” di Mani. È una scopiazzatura sistematica della Passione di Cristo e delle recite dei martiri cristiani. Si ignora la data della sua morte. Egli viene arrestato dal re sassanide, gettato in prigione dove morì per consunzione dopo qualche tempo. Poi c’è, naturalmente l’“ascensione”: Mani rigetta il suo corpo e sale con la rapidità di una freccia o di una luce fino alla sfera lunare da dove veglierà sulla sua chiesa. Come per la morte di Gesù, si produssero fenomeni soprannaturali: oscurità del cielo, terremoti, voci imponenti che si fecero ascoltare, sconvolgimento negli uomini che cadono faccia a terra. Le voci della sua morte si diffondono nella città, i discepoli si riuniscono alla porta della prigione e fanno lamenti. Tre sante donne vergini si recano a baciare il volto del morto e fuggono per paura del re.  – Non si tratta questa volta di una crocifissione, benché il termine sia citato: “crocifissione” o dârgirdêh. Ma bisogna ben comprendere il senso di questo termine presso gli gnostici. La croce, per gli gnostici, è lo “stauros”, il limite che occorre superare per abbandonare il proprio corpo di polvere per risalire al pleroma, o il gran tutto divino.  – Il primo successore di Mani, è Mar Sîsîn che i greci hanno chiamato sisinnios. Altre omelie ci raccontano la sua consacrazione da Mani imprigionato, il suo martirio, la sua “crocifissione”. Anch’egli è chiamato “il Bouddha”, l’illuminato, ed il suo nome fu collegato a quello degli altri primi discepoli di Mani, nella celebrazione del Bêma, che è l’anniversario della sua morte: questi sono Thomas (probabilmente l’autore del Vangelo gnostico, detto di Tommaso), Addas o Addo, in latino Adimante ed Hermas. Secondo Faustus di Milène, “dopo il beato padre Manicheo, Adimante è il solo al quale ci si deve attaccare, ed è Sant’Agostino che segnala un’opera di quest’ultimo contro il quale compone un trattato. Ricordiamo che tutti i successori di Mani si sono nominati “Buddha”, cioè l’“illuminato”. – Questo lungo sviluppo sulla vita di Mani, il Buddha, è destinato a far apparire nella recita del Buddha, come lo conosciamo oggi, tutte le vestigia considerevoli, le riprese quasi testuali dei testi manichei o cristiani ai quali si aggiungono, nel corso dei secoli, leggende numerose per sfigurare la primaria sorgente. Tentiamo di ristabilire l’essenziale. – Il Buddha si chiama pure “Çakia-mouni”. Il monaco della casta di Çakia, dunque degli Sciti, il maestro venuto dall’Occidente per insegnare ai popoli del’India. Egli esce dalla linea reale, come Mani che si proclama “figlio del re”; egli è concepito dalla madre Mâyâ Dêvî: la moglie del re Couddhoudana, che ha appreso in sogno che concepirà il suo figlio senza il concorso del suo sposo. Egli è dunque figlio di una vergine. Sua madre partorisce appoggiata su un’acacia (pianta introdotta nella saga e nelle favole massoniche) i cui rami si abbassano per ricoprirlo, episodio che si ritrova nei vangeli apocrifi. Egli esce dall’anca destra di sua madre “bello, brillante, puro come una gemma (Mani) posto su una fine stoffa di Benares”. Alla sua nascita, una stella sorge ad ovest. Tutti questi fatti sono ricopiati dal vangelo dell’infanzia e dal vangelo di Giacomo che sono di origine gnostica. Notiamo che il titolo di Mani è applicato più volte nelle invocazioni che gli vengono indirizzate dai monaci buddhisti. – Un vegliardo rinomato per la sua saggezza, il ricco Asita, viene, come Simeone, a salutare il bambino e predice il suo elevato destino versando lacrime perché non vivrà lungamente per esserne testimone. Buddha riceve le rivelazione della sua missione sotto il famoso “ficus religiosa”, la ficaia che riveste un ruolo sì importante nei Vangeli. Poi Buddha digiuna per quarantanove giorni. Egli subisce la tentazione di Mâra, il maligno, che gli propone l’impero del mondo, poi lo invita ad entrare nel Nirvana. Il Buddha resiste e mette in fuga le legioni del principe delle tenebre. Subisce una trasfigurazione in cui il suo corpo risplende di luce. Molte sue recite sono incontestabilmente ricopiate dai Vangeli, ad esempio quella del figliuol prodigo, il cieco-nato, la donna di casta inferiore incontrata alla fontana. Poi egli fa un’entrata trionfale nella città natale, Kapilavastou, della quale predice la prossima distruzione. I suoi discepoli si radunano insieme a lui. Un traditore, Devadatta, si infiltra nel suo gruppo. Al momento della sua morte il sole si oscura, una meteora cade, scoppia un fulmine, il sole trema ed un vento di terrore passa sulla terra.  – Ecco una recita che “pone problemi”, come suol dirsi: come attribuire le scene più importanti della vita di Buddha ad un personaggio che sarebbe vissuto diversi secoli prima dell’era cristiana? La cosa è talmente inverosimile che sembra proprio impossibile ed assurda. Ricordiamo ancora che tale ipotesi è costruita sul vuoto e non poggia su alcuna prova. Ma un esame più attento selle rovine insabbiate dell’Asia centrale ci fa assistere alla lenta trasformazione delle comunità manichee in monasteri buddhisti.

[Continua]