GNOSI: TEOLOGIA DI sATANA (47)

LA VERA FEDE E GLI ETERODOSSI –II.

 (P. Gioacchino VENTURA: LE BELLEZZE DELLA FEDE, vol. II. Genova; Ed. Dario Giuseppe Rossi, 1867)

LETTURA VI.

LA CREDENZA DEI MAGI OVVERO LA VERITÀ E LA CERTEZZA DELL’INSEGNAMENTO DELLA FEDE.

§ III. – La ragione umana abbandonata a sé sola incontra più facilmente l’errore che la verità. I filosofi antichi non conobbero che pochissime verità: e queste non le scoprirono, non le inventarono colla loro ragione, ma, attintele dalle tradizioni generali, non fecero che oscurarle con molti errori. Si dimostra ciò colla storia delle orribili stravaganze con cui alterarono la prima e somma verità dell’ esistenza di un Dio e quella dell’immortalità dell’anima. 1 filosofi, fanciulli ignoranti in confronto anche de’ più rozzi Cristiani, che, istruiti alla scuola della fede, sono sapientissimi nelle cose divine. Infatti che accade egli mai ove l’uomo, lasciata la luce celeste, che mai non manca a chi con umiltà la implora, non prende per guida, nella ricerca del vero, che la luce terrena? S. Tommaso lo da detto: il terzo disordine, o l’effetto il più ordinario e il più comune delle investigazioni della privata ragione, si è che in unione di una qualche verità dell’ordine morale ed invisibile che si giunga a scoprire per questa via si adottano per lo più molti errori, e che spesso per questo mezzo si trovano più errori che verità: lnvestigationi rationis humana plerumque falsitas admiscetur. Mirate gli antichi filosofi: giunsero ben essi, è vero, a conoscere molte verità col solo lume della ragione. Ma primieramente queste verità sono state scarsissime e rare. Leggendo i loro libri, vi sembra viaggiare pei deserti dell’Arabia, nei quali bisogna camminare più giorni pria d’incontrare un sol vegetabile, un sol fiore, un sol filo d’erba che vi richiami alla mente l’idea della natura animata; ed altro non vedesi che un cielo sempre ardente al di sopra di un pelago di sterili e volubili arene. E chi può mai leggere senza una noja immensa, per esempio, i tre libri di Cicerone, dei fini, i cinque delle Quistioni tusculane? Che fecondità di parole, ma che sterilità di cose! Che copia di erudizione, ma che mancanza di certezza! Che eleganza di stile, ma che scarsezza di verità! Non siamo estranei alle fastidiose letture: abbiamo divorati, nel corso de’ nostri studi, non pochi volumi in foglio, la cui vista scoraggia gli animi più fermi: pure confessiamo che nessuna lettura ci è stata più tediosa e più pesante di quella degl’indicati trattati; e senza l’eleganza del linguaggio con cui sono scritti (tristo e misero compenso a chi cerca le idee), ci sarebbe stato impossibile il venirne a capo.In secondo luogo, queste medesime verità, già sì scarse e sì rare, alcuni, dice Tertulliano, le conobbero per un puro caso; come un naviglio sorpreso di notte dalla tempesta, abbandonandosi in balia del mare e dei venti, nella stessa oscurità e nello stesso scompiglio degli elementi, giunge alcuna volta per caso ad afferrare un porto; o come chi si trova in una stanza oscura, a forza di girarvi intorno a tentone, per un caso felice pure trova alcuna volta la parte da uscirne: Plane non negabimus aliquancto phìlosophos juxta nostra sensisse; non numquam enim et in procella, confusis vestigiis cœli et freti, aliquis porltìs ostenditur; non nunquam et in tenebris adilus quidam et exilus deprehenduntur cæca felicitate (De anima 2). Altri poi trovarono certe verità perché suggerite loro dal senso intimo di cui Dio si è degnato di dotare l’anima umana, e dal senso comune della natura divenuto pubblico in tutti gli uomini: Sed et natura pleraque suggeruntur, quasi de publico sensu, quo animam Deus donare dignatus est (ibid). Cioè a dire che la pagana filosofia non ha fatto che prendere le verità universalmente conosciute (perché leggi della natura morale appropriarsele e spacciarle enfaticamente come suoi ritrovati: Philosophia leges natura opiniones suas fecit (ibid). Lo stesso afferma S. Agostino: le belle e vere cose, dice egli, che i filosofi han detto intorno al culto di Dio. non le hanno altrimenti inventate; ma come l’oro e l’argento si cava dalle miniere, così queste verità le hanno essi ricavate dalle miniere delle tradizioni e de’ sentimenti universali, che la provvidenza divina ha sparso dappertutto: Apud philosophos, de Deo colendo, multa vera inreniuntur: tamquam aurum et argentum quod non ipsi instituerunt, sed de quibusdam quasi metallis divima providentiæ, qua ubique infusa est, eruerunt (De doctr. Christi, cap. 30). E Cristiano Drutmaro aggiunge: Tutte le parti della greca filosofia si trovano nella sacra Scrittura; e tutti i più belli pensieri nella stessa Scrittura erano stati esposti pria che i sofisti del secolo pensassero a farne il vanto della loro eloquenza. I filosofi non hanno nulla del proprio. Il poco di vero che han detto lo hanno ricevuto dalla liberalità di Dio: Omnes partes philosophiæ græcorum etiam in divina Scriptura inveniuntur. Et omnes modi locutionum ante fuerunt in Scriptum quam ad sophistas seculares pervenirent. Qui si quid habuerunt, Dei dono habuerunt (in Matth. II). Un Dio supremo, creatore e regolatore dell’universo; un’anima che nell’uomo sopravviva al corpo per ricevere l’eterna pena o il guiderdone eterno che in vita si ha meritato; una legge morale che ha Dio stesso per Autore, che obbliga tutti gli uomini e la cui violazione ed osservanza costituisce il peccato o la virtù; queste ed altre simili verità, più o meno deturpate dalle favole, erano conosciute ed ammesse in tutto il mondo Pria che Platone avesse cominciato a disputarne in Atene, e Tullio in Roma. Poste adunque queste idee primitive ed universali che S. Paolo chiama « rivelazione divina, Deus enim illis manifestavit (Rom. 1), » fu facile ai filosofi, come aggiunge lo stesso Apostolo, dalla considerazione del mondo visibile elevarsi a conoscere qualcuno degli attributi del Dio invisibile: lnvisibilia Dei per ea qua facta sunt intellecta conspiciuntur (ibid.). E perciò S. Tommaso, le cui espressioni sono sì precise e sì esatte, nel famoso passo che di sopra abbiamo riportato (§ 2), delle stesse verità accessibili alla ragione umana non dice che i filosofi colla ragione le han trovate, ma che, essendo di già note, le han dimostrate colla ragione: Philosophi de Deo multa DEMONSTRATIVE probaverunt, ducti naturalis lumine rationis. Lo stesso S. Tommaso poi intorno alle verità conosciute da’ filosofi, fa una osservazione che per moltissimi è passata inosservata, cioè a dire che c’inganniamo col credere che i filosofi, ammettendo un Dio, ne abbiano avuto l’idea che noi ne abbiam ricevuta dalla fede di un Essere cioè adorno di tutte le perfezioni e del quale non si può pensar nulla di più perfetto: Non omnibus, etiam concedentibus Deum esse, notum est quod Deus sit id quo majus cogitari non possit (Contr. gentil, lib. I , cap. 2). Lo stesso può dirsi delle opinioni dei filosofi sull’anima. Quei moltissimi fra loro che ne han riconosciuta l’esistenza e la durata, sono stati lontanissimi dal crederne la spiritualità e l’immortalità come noi la crediamo. L’immortalità dell’anima, per quelli che l’ammettevano, era solo la sola permanenza dopo la soluzione del corpo: Permanere animos putamus (Cic); ma non avevano alcuna idea o molto oscura ed erronea intorno al suo stato di perfetta felicità, se è ammessa alla visione ed al consorzio di Dio e di profonda miseria eterna, se ne è separata. E sopra i premj e le ricompense della vita futura, non ostante le favole che le deturpano, si trovano idee più giuste e più vere presso i poeti che presso i filosofi; perché i primi hanno consultato più la tradizione universale, i secondi più han seguita la privata loro ragione. Che se per tutto ciò non vi è alcuna verità dell’ordine morale di cui si possa dire che, essendo ignota affatto nel mondo, il tal filosofo l’abbia scoperta: non vi è al contrario alcuna assurdità o errore di cui, come dice lo stesso Cicerone, non si possa indicare un qualche filosofo che ne è stato inventoree maestro: Nihil est tam absurdum quod non dicatur ab aliqua philosophorum. Per un passo che fanno i filosofi nel sentiero del vero, si veggon fare mille cadute nell’errore, e simili a’ cagnolini, che si addestrano a camminare su due piedi e che nel più bello del piacer che vi fanno di vedersi ritti all’umana, ritornano al naturale, ricadendo con le zampe e col muso verso la terra: i filosofi, mentre si fanno ammirare in atto di professare alcune verità, si veggono subito riprendere la direzione erronea, propria della ragione abbandonata a sé sola, e ricadere in miserabili errori.Sicché S. Paolo poté benissimo compendiare tutta la storia della filosofia de’ gentili in queste due gravi e sentenziose parole: « i Greci, cercando sapienza, stoltezza rinvennero: Græci sapientiam quærunt, et stulti facti sunt. ». Non vi è nulla di più vera di questa decisione di S. Paolo poiché, ad eccezione di poche verità tradizionali e comuni che non hanno aspettato i filosofi per essere conosciute, tutta la filosofia gentile intorno a Dio, all’anima, ai doveri, alla vita futura, non è che stoltezza, come se questo ne fosse il luogo, ci sarebbe facilissimo il dimostrarlo. Per dirne però alcuna cosa capace di farci sempre meglio sentire il pregio altissimo dell’insegnamento divino in faccia alle miserie dell’insegnamento umano non ci rincresca di osservare qui il tremendo quadro che nelle opinioni dei filosofi gentili intorno a Dio ci ha lasciato Cicerone filosofo gentile esso stesso, e i cui libri filosofici sono come la somma e il manuale di Tutta la gentile filosofia. Ora i tre grandi libri che Tullio consacra alla trattazione di sì grave argomento possono considerarsi come un monumento compassionevole della impotenza della ragione abbandonata a sé sola per giungere alla rivelazione di Dio, per giungere alla verità senza miscela di errore, e della necessità della rivelazione di Dio per conoscere veramente Dio. – Né già aspetta Cicerone che la forza de’ principj ed il calor della disputa lo strascini ad attaccare la presunzione della ragione umana, che crede di bastar sempre ed in tutto a sé stessa; ma dal bel principio della discussione solennemente dichiara che la questione che imprende a trattare è essa sola un argomento senza replica, per provare che il principio della filosofia pagana è l’ignoranza, ed il risultato più sicuro ne è l’errore e il dubbio; poiché dice: « Fra le moltissime questioni che la filosofia ha agitate sovente senza terminarle giammai, una delle più difficili a definirsi e delle più oscure ad intendersi si è appunto la questione della natura degli dei; poiché tante sono intorno ad essa e sì varie e sì ripugnanti fra loro le opinioni degli uomini più dotti che questa sola prova è più che bastevole a farsi conchiudere che il principio di ogni filosofia è la stoltezza: Cum multæ res in philosophia nequaquam satis explicatæ sunt, tum per difficilis et perobscura quæstio est de natura deorum; de qua tam variai sunt doctissimorum hominum tamque discrepantes sententiæ ut magno argumento esse debeat, causam idest principium philosophiæ esse inscientiam (De nat. deor., lib. 1). » Così, oh cosa veramente singolare e strana! l’introduzione ad una disputa filosofica, da un filosofo intrapresa, in un’assemblea di filosofi è un pubblico e solenne anatema contro la filosofia. Fa quindi Tullio, in persona dell’interlocutore Vellejo, un osservazione importante, cioè, che se vi è una certa concordia fra la maggior parte de’ filosofi nell’affermare che vi è un Dio, ciò accade perché, nell’ammettere questa sentenza, si è consultata la tradizione e il sentimento della natura, che insegna che un Dio esiste: ma che quando si è voluto ragionare sulla sua natura, la ragione di questi stessi filosofi, unanimi nell’ammettere Dio, si è trovata sì debole, e le loro opinioni sì contradittorie e sì stravaganti che non si possono solamente riferire senza sentirsi muovere la bile e sconcertarsi lo stomaco.Poiché, avendo negato tutto e tutto combattuto, non è certamente colpa de’ filosofi, se tuttavia rimane nel mondo alcun vestigio di religione, di pietà e di virtù, mentre dal canto loro han fatto di tutto per distruggerle coll’avere insegnato che gli dei non si danno alcun pensiero delle cose umane: Plerique qui, quod maxime vero simile est, et quo OMNES, DUCE NATURA, vehimur, deos esse dixerunt, tanta sunt in varietate et dissensione constituti ut eorum molestum sit enumerare sententias. Sunt qui omnino nullam habere censent humanarum rerum procurationem deos; quorum si vera sententia est, quæ potest esse pietas, quæ sanctitas quæ religio? E poi continua così: « Udite, o amici, non già portenti e miracoli di filosofi che ragionano, ma stravaganze di febbricitanti che delirano: Audite portento et non disserentium philosophorum, sed somniantium. La stupidità de’ platonici ha del prodigioso. Per essi Dio è e deve essere di figura rotonda: perché questa figura è la più bella, e Dio deve avere la figura più bella e più perfetta. Or che mi potrà rispondere Platone se lo asserisco che Dio è di figura piramidale o conica, , perché a me queste figure sembrano più perfette e più belle? Per Talete, Dio è quell’intelligenza che coll’acqua ha raffazzonato ogni cosa: e mentre vuole che Dio sia incorporeo, lo unisce all’acqua come ad un corpo, per poter con esso operare. Anassimandro opina che gli dei a diverso intervalli nascono, e muojono siccome gli nomini. Anassimene stabilisce che l’aria é Dio: ch’esso è stato generato ed ha avuto principio, e non pertanto è immenso e non avrà mai fine. Crotoniate ha fatto altrettanti dei del sole, della luna e delle anime umane. Pitagora dice che Dio è una grand’anima infusa e mista nell’intera natura corporea: e che da quest’anima una, come parti divelte dal loro tutto, hanno origine le anime nostre, sicché questo povero Dio è costretto a vedersi fare a brani tutti i momenti. Senofane sostiene che Dio è un composto di una intelligenza e di tutto ciò che è infinito nella natura. Parmenide ha sognato un non so che di poetico che chiama Stefano (parola greca che vuol dire corona); questo Stefano per esso è l’orbita adorna di luce e di calore che cinge l’universo, e quest’orbita è Dio. Empedocle dice che gli dei sono quattro, e sono i quattro elementi primi onde si forman le cose. In quanto a Protagora, lo metto fuori di questione; perché coll’aver detto che non sa di certo se vi è o no Iddio, né quale ne sia la natura, dà abbastanza a conoscere che non ammette alcuna divinità. Lo stesso farò di Democrito, il quale negando che siavi nulla di eterno (poiché per esso ogni cosa è a cangiamento soggetta), toglie in modo Dio dall’universo che non ve ne lascia traccia veruna (ibid.). – Indicate cosi le principali stravaganze dei filosofi intorno a Dio, Tullio passa a farne notare l’incostanza e la leggerezza onde gli stessi filosofi sulla stessa questione hanno in diversi tempi insegnate opinioni diverse; poiché dice: « Se io volessi provare l’incostanza di Platone nell’opinare, non la finirei giammai. Nel Timeo stesso e nello stesso libro delle Leggi, ora dice che Dio è innominabile, e che non si deve tentar di indagare che cosa sia; ora, che Dio si può benissimo nominare e decidere che cosa è, giacché decide che l’universo tutto, il cielo e la terra, gli astri e le anime umane sono Dio. In quanto a me, altro non trovo di evidente, in queste contrarie evidenze, che l’errore e l’assurdità. Egualmente incostante e varia è la evidenza di Senofonte: poiché ora sostiene che non si deve rintracciare di Dio la forma, ora che il sole, la cui forma si conosce, e l’anima dell’uomo è Dio: ora dice che Dio è un solo, ora che sono molti gli dei. Nessuno però, nel cambiare spesso d’opinione intorno a Dio, ha sorpassato Aristotele; tante sono le diverse sentenze contradittorie fra loro che ammassa nei suoi libri, dandole tutte per certe. Per esso ora la divinità è una intelligenza incorporea, ora il suo Dio è il mondo: ora, oltre l’intelligenza-Dio ed il Dio-mondo; vi è un altro Dio che presiede all’intelligenza ed al mondo; ora Iddio altro non è che il fuoco celeste, più non ricordandosi che il cielo è una parte del mondo e che del mondo aveva di già fatto un solo Dio. Senocrate, condiscepolo di Aristotele, senza essere nel suo opinare più fermo, è però nelle sue stravaganze più ridicolo. Fu già per lui certissimo che otto soli sono gli dei: cinque ne sommano i cinque conosciuti pianeti, il sesto lo formano le stelle fisse, che altro non sono che le membra di questo sesto, uno e semplice Dio; il settimo Dio è il sole, e la luna la costituisce per ottavo. Ma Eraclito, allievo della stessa scuola di Platone, alla seria commedia di Senocrate aggiunge favole ridicole da fanciullo. Per esso ora Dio è il mondo, ora l’intelligenza, ora i pianeti: e mentre fa corporeo Iddio, gli nega ogni senso; e mentre lo fa una intelligenza, gli dà una mutabile figura; e ricordandosi nello stesso libro di aver lasciato indietro la terra e il cielo, anche del cielo e della terra fa due altri dei. » – Parrebbe che, in materia di leggerezza e di stravaganza sopra questo argomento, non fossevi dove arrivare più oltre di quello cui sono giunti i citati filosofi. Eppure Teofrasto è andato ancora al di là e si è renduto affatto intollerabile. Ora attribuisce ad una intelligenza il principato e l’essere di Dio, ora dal cielo, ora ai segni del zodiaco, ora alle stelle fisse. Zenone solamente gli può stare vicino, quel Zenone vostro (parla agli stoici) che dopo di essersi vantato  che era proprio de’ filosofi suoi pari l’avere una opinione determinata e certa intorno a Dio è però più degli altri ancora fluttuante ed incerto. Ora l’aria è il suo Dio; ora è una certa ragione che circonda, e investe e penetra tutta la natura; ora gli astri tona dei. ara persino gli anni stessi e le stagioni; e dopa avere ammesso tanti dei, interpretando la teogonia di Esiodo, finisce col dire che non vi è idea innata, né si ha percezione alcuna chiara e distinta intorno a Dio. Cleante anch’esse ora fa del mondo il Dio vero, ora fa di Dio l’intelligenza e l’anima della natura, ed ora dice che il fuoco, che chiama etere, è infallibilmente il Dio vero. E spingendo ancora più innanzi il delirio, ora finge una certa forma o immagine di divinità separata da ogni altra cosa; ora stabilisce che solo negli astri, ora che solo nella ragione bisogna cercare e riconoscere la divinità (ibid.). – E qui Tullio non sa contenersi dal prorompere in questo tristissimo epifonema: «Così quel Dio che diciam di conoscere evidentemente colla nostra mente, e di cui pretendiamo che nella chiara percezione dell’anima esista l’idea come nel proprio vestigio, in fatti poi non sappiamo decidere né se vi sia, né chi mai sia: una nuvola densissima lo nasconde al nostro sguardo: Ita fit ut Deus iste, quem mente noscimus atque in animi notione tamquam in vestigio volumus reponere, nusquam prorsus appareat (ibid.). » Dopo avere quindi esposte le empietà di Perseo, scolaro di Zenone, per cui Dio altro non è che un vocabolo che la riconoscenza pubblica ha attribuito agli autori delle utili invenzioni ed alle invenzioni medesime; dopo di avere ampiamente annoverata la ignobile turba di nomi sconosciuti e chimerici che  immaginò Crisippo, l’interprete più maligno delle stoiche stravaganze, Tullio conchiude così, come l’avea cominciato, il quadro spaventevole degli errori e delle insanie de’ filosofi, intorno a Dio: « Io vi ho messo sotto degli occhi non dirò i giudizj de’ filosofi, che sì fatte cose un tal nome non meritano, ma i sogni d’immaginazioni in delirio, ma i delirj di uomini mentecatti; ed in verità che le stesse favole de’ poeti, che tanto male han fatto ai costumi colla loro artificiosa dolcezza, non sono certamente né più sconce, né più assurde di queste filosofiche dottrine: Exposui non philosophorum judicia, sed delirantia somnia; nec enim multo absurdiora sunt ea quæ, poetarum vocibus fusa, ipso suavitate nocuerunt (ibid.). » L’opinione poi dello stesso Tullio intorno a Dio, che in questa importantissima disputa esso manifesta sotto il personaggio di Cotta, si è quello dell’antico filosofo Simonide, cioè che gli sembra che, se ci è Iddio, e qual sia la sua natura, è una cosa quanto più vi si pensa, tanto più oscura ed incerta: Rogas me quid aut qualis sit Deus? Auctore atar Simonide, qui, quanto, inquit, diutius considero, tanto mini res videtur obscurior (ibid.). Protesta però di volere sempre difendere in pubblico la superstizione introdotta in Roma, salvo il diritto di ridersene in privato: Opiniones quas a majoribus accepimus de diis immortalibus, sacra, cærimonias religionesque defendam Jurarem per Jovem, nisi ineptum videretur. Cioè a dire che il sentimento di Cicerone, intorno a ciò che vi è di più grave, si era che bisogna rispettare e mantenere in pubblico la religione del popolo, perché al popolo è necessaria una qualunque religione, e pensare poi come si vuole in privato. La religione di Cicerone era adunque una specie d’indifferentismo politico, quale lo vediamo professato ai dì nostri da molti, non so se io dica più empj o più imbecilli, che non essendo uomini di alcuna scienza e di alcuna coscienza, si danno il titolo di uomini di stato, indifferentismo che il romano oratore restringeva a quest’orribile massima: che bisogna pensare da filosofo ed operar da politico, cioè adire: nulla credere e mostrar di creder tutto: Sentiendum philosophiæ, vivendum politice. L’insufficienza però, la debolezza, la miseria della ragione privata nell’acquisto del vero è un principio sì profondamente scolpito nell’animo di Cicerone che nol perde giammai di vista, e da esso incomincia sempre le sue filosofiche discussioni. Pertanto, come ha fatto nella disputa sulla natura di Dio, così trattando dell’anima, entra in argomento col rammentare i risultati infelici della filosofia anche in questa materia, ed osserva che i filosofi non sono meno discordi e meno contradittorj fra loro nel fissare il destino e la natura dell’anima di quello che lo sono stati nel decidere alcuna cosa di Dio; poiché dice: credono alcuni che la morte altro non sia che la partenza dell’anima dal corpo; altri, che partenza non vi è di sorta alcuna, che anima e corpo finiscono al tempo stesso, che nulla dell’uomo sopravvive alla morte. Quelli poi che la morte attribuiscono alla partenza dell’anima, sono ancor essi fra loro discordi.Poiché vi è chi pensa che l’anima uscita dal corpo poco dopo si dilegua nel nulla; altri, che sopravviva lungo tempo;ed altri, che mai non muore. Più grande è poi la disparità delle opinioni dei filosofi intorno alla natura ed alla sede dell’anima. Per alcuni l’anima non è altro che il cuore.Per Empedocle non è il cuore, ma il sangue che intorno al cuore s’aggira. Costoro affermano che una parte del cervello è quella che esercita le funzioni dell’anima. Quelli negano assolutamente che l’anima sia cuore o cervello; ma fra loro stessi, alcuni nel cerebro, come in propria sede, la collocano,altri nel cuore. A Zenone stoico parve che l’anima non fosse altro che fuoco. Ad Aristosseno poi, che era allo stesso tempo filosofo e musico, la sua ragione dimostrò che l’anima non è altro che un certo movimento permanente nelle fibre del cuore, simile a quello che si osserva nel canto e nelle corde da cui risulta l’armonia. Per Senocrate l’anima non è che un numero. L’immaginazione di Platone non si contentò di ammettere un’anima sola, ma ne foggiò tre ben diverse; la ragione che collocò nel corpo, l’ira nel petto, e la cupidità sotto ai precordj. Ma ove la liberalità di Platone ci ha regalate tre anime, l’avarizia di Dicearco non ce ne lascia nemmeno una sola: la sua ragione avendogli rivelato che l’anima è una parola vuota di senso, e che l’uomo non è che materia che la natura ha organizzata in modo che sussista e senta. Aristotele deduce l’anima da un quinto elemento da lui riconosciuto in natura, e chiama l’anima entelechia, quasi fosse un movimento continuato e perenne. Democrito dice che l’anima è formata, come il mondo, di leggerissimi atomi che il caso nel corpo umano ha insieme riuniti. Or, dopo di avere indicate queste diverse opinioni sì stolide e sì stravaganti che i filosofi si erano colla loro ragione fabbricate intorno all’anima, Tullio esclama: di queste diverse opinioni, presentate tutte siccome vere, quale però sia fra tutte la vera, solo un qualche dio può saperlo: Harum sententiarum quæ vera sit, deus aliquis viderit (Quæst. tusc).Quale spettacolo di umiliazione e di dolore adunque perla povera ragione umana, il vedere uomini che il mondo ha stimato sì grandi, e in cui la ragione era certamente elevata e possente, divenuti sì piccoli allorché colla sola loro ragione han voluto rintracciare la prima e la più importante di tutte le verità, l’esistenza e la natura di Dio; e non sapere, sopra un argomento sì grave, che balbettar da fanciullio delirare da matti! Questo quadro basta solo a giustificare l’argomentazione di S. Tommaso, che di sopra abbiamo recata, intorno alla imbecillità ed all’impotenza della ragione ad elevarsi alla pura e semplice cognizione di Dio.Al contrario, da questo spettacolo sì tristo e sì doloroso volgiamo lo sguardo ad uno spettacolo il più stupendo per chi sa considerarlo, ed insieme per noi il più giocondo e il più lieto: lo spettacolo cioè dalle nazioni cristiane, presso le quali quelle stesse verità che i filosofi antichi o non conobbero affatto, o le conobbero confusamente e miste alla scoria di turpissimi errori, si trovano chiare, pure e precise fino sulla bocca del povero artigianello, del rozzo bifolco, della donnicciola ignorante e persino del fanciullo che appena balbetta, sulle cui labbra innocenti hanno una dolcezza ed una grazia che incanta per la stessa debolezza della lingua che intoppa ad ogni tratto nel ripeterle e che non articola che per metà le parole: Ipso offensantis lingua fragmine dulciores, come direbbe Minuzio Felice. Che bella cosa. si è il sentire ai fanciulli recitare il Credo, questo meraviglioso compendio di tutte le verità, questo tesoro di sapienza celeste, magnifica professione di fede dettata dagli Apostoli, ispirata da Dio: Le labbra dei sapienti d’Atene e di Roma quando mai si udirono articolare parole tanto sublimi e importanti quanto quelle che articolano le labbra del fanciullo cristiano che recita il Credo? Ah! caso con ciò solo è più illuminato del più grande degli antichi filosofi in materia di  religione. Fra i gentili gli stessi filosofi, gli stessi oratori più insigni non facevano  che balbettare; fra noi Cristiani, secondo la bella espressione dei Libri Santi, gli stessi fanciulli sono eloquenti e filosofi: linguas infantium facti esse disertas. Grande Dio! Che direbbero essi mai adunque Socrate e Platone, Zenone ed Aristotele, Arcesilla e Cicerone e tutti i pagani filosofi dell’antichità, se risorgessero dalle loro ceneri he direbbero al vedere la verità che essi dissero collocata al di sopra dei cieli, a ascosa nella profondità della terra, divenuta fra i Cristiani si comune e si popolare? Che direbbero essi, che sì lunghi anni spesero invano, e tanti durarono stenti e fatiche per giungere ad assicurarsi di due o tre morali verità senza esservi potuto riuscire, al vedere non solo queste verità medesime, intorno alle quali si lambiccarono invano il cervello, ma ancora le più sublimi dottrine intorno a Dio e all’uomo, i più giocondi ed ineffabili misteri del Salvatore degli uomini, le leggi più elevate e più perfette, conosciute, professate e credute dall’età la più tenera, dagli uomini più incolti e più rozzi? Che direbbero essi mai al vedere il bambinello cristiano avere idee più giuste, più precise, più elevate intorno a Dio, all’anima, ai doveri, alla vita futura, di quello che mai non ebbero tutti i filosofi, tutte le scuole filosofiche di Atene e di Roma insieme riunite? Che sorpresa per loro! che meraviglia! che incanto. O come invidierebbero la nostra sorte! o come esalterebbero l’eccesso della degnazione di Dio a nostro riguardo nell’aver messo così a disposizione di tutti i tesori della sua sapienza, di cui essi contanti viaggi e tanti stenti non ottennero nemmeno un obolo, a causa, dice S. Paolo, della loro vanità e del loro orgoglio! Oh bel vanto dell’insegnamento della fede! L’inquisizione umana presso i gentili ha fatto divenire gli uomini, fanciulli, i filosofi, idioti; i saggi, ignoranti; gl’inquisitori della verità, il trastullo miserando di tutti gli errori. Ma la rivelazione divina presso i Cristiani ha fatto al contrario divenire gli stessi fanciulli veri uomini; gl’ignoranti, veri filosofi; i rozzi, veri sapienti; e coloro che per la loro età, per la loro rozzezza o per la loro condizione, sembra che sieno da una dura necessità condannati ad essere il trastullo dell’errore, divenuti possessori e maestri di verità. Oh miseria dell’uomo che non ha che l’uomo per maestro: Oh felicità del Cristiano che per maestro ha avuto lo stesso Dio!

GNOSI: TEOLOGIA DI sATANA (46)

LA VERA FEDE E GLI ETERODOSSI -1-

 (P. Gioacchino VENTURA: LE BELLEZZE DELLA FEDE, vol. II. Genova; Ed. Dario Giuseppe Rossi, 1867)

LETTURA VI.

LA CREDENZA DEI MAGI

OVVERO LA VERITÀ E LA CERTEZZA DELL’INSEGNAMENTO DELLA FEDE.

Ubi est qui natus est rex Judeorum? Vidimus enim stellam ejus, et venimus adorare aum.

(Matth. II)

INTRODUZIONE.

§I. – L’uomo non ha da sé inventata la verità, ma l’ha ricevuta da Dio per via di rivelazione e di fede. Due bei passi della Scrittura che lo attestano, ed argomentazione di S. Tomaso che lo dimostra. Al medesimo modo furono istruiti i Magi che avendo perciò conosciuti senza errore e con un’intera certezza i misteri di Gesù Cristo, figurarono gli altri due caratteri dell’insegnamento della fede: la sua VERITÀ e la sua CERTEZZA. Argomento e divisione della presente lettura.

Uno de’ più turpi delirj, spacciato con una intrepidezza di spropositare senza esempio da filosofi materialisti, e che, avendo menato gran rumore nello scorso secolo, ha un eco debole sì, ma pur reale ancora nel nostro, si è questo appunto: che l’uomo non è debitore che a se stesso della cognizione e del possesso della verità. Poiché, gettato, dicono, dalla natura sopra la terra, ovvero dalle viscere della terra uscito non si sa come, non fu in origine che un bruto, anzi il più ignobile e il più vile de’ bruti, senza altro fine che il grugnire, senza altra intelligenza che l’istinto di disputare al suo simile la vita corporea, senz’altra dimora che un covacciolo, senz’altre armi che le unghie, senz’altro alimento che le ghiande; e coi soli suoi sforzi seppe quindi uscire da questo stato di degradazione e di avvilimento, trovare i principj generali e formare la sua intelligenza, inventare il linguaggio e parlare, indovinare il diritto e le leggi, e sottomettervisi, e dalla condizione di muta bestia elevarsi all’altezza ed alla dignità d’uomo. Cioè a dire che seppe ragionare prima di aver l’uso della ragione, e parlare prima di aver l’uso della parola; poiché la ragione era necessaria per inventar la ragione, come Rousseau ha osservato che la parola era necessaria all’uomo per potere combinarsi coi suoi simili ad inventare la parola. – Ma gli epicurei moderni non hanno nemmeno il tristo vanto dell’invenzione di queste sconce ed orribili stravaganze, avendole servilmente copiate dagli antichi. Giacché Orazio, che non arrossiva di chiamarsi PORCO DEL GREGGE DI EPICURO, Epicuri de grege porcum, erano già diciotto secoli che aveva detto: — Cum prorepserunt primis ammalia terris — Multum et turpe pecus glandem atque cubilia propter — Unguibus et pugnis… pugnabant… — Donec verba quibus voces, sensusque nolarent— nominaque invenere; dehinc ubsistere bello — Oppida cœperunt munire, et funere leges — Ne quis fur esset neu latro, neu quis adulter … — Jura inventa metu injusti fateare necesse est (Sat. 3, lib. -1). In faccia a queste ignobili bestemmie di uomini degradati, discesi per la lascivia sino al bruto in pena di essersi voluti sollevare sino a Dio per l’orgoglio, quanto è bello l’udire gli oracoli santi delle Scritture, in cui il Dio Creatore dell’uomo ne ha Egli stesso descritta e rivelata la nobile istoria! Perché vi si dice: Dio ha creato l’uomo dalla terra, ed ha tratta dal suo stesso corpo la donna, perché gli fosse compagna della vita, come gli era simile nella natura. Deus de terra creavit hominem, et creavit ex ipso adjutorium simile sibi. Dio diede ad entrambi l’uso perfetto de’ sensi: sicché poterono subito e pensare e volere e intendere ed amare e manifestò loro il male per fuggirlo, ed il bene per abbracciarlo: Et linguam et aures et cor dedit illis excogitandi, et disciplina intellectus replevit illos. Creavit illis scientiam spiritus; sensu implevit cor illorum, et mala et bona ostendit illis. Degnossi ancora questo Dio di ammirare amorosamente il loro cuore, per sollevarlo sino a lui: rivelò loro la magnificenza divina delle sue opere, e loro insegnò a. render culto al suo Nome, non solo perché potente, ma ancora. perché santo, e a non gloriarsi in loro stessi, ma in Lui, come fattura meravigliosa delle sue mani, ed a trasmettere ai loro figliuoli i prodigi della creazione del mondo: Posuit oculum suum super corda illorum, ostendere illis magnalia operum suorum, ut nomen significationis collaudent et gloriari in mirabilibus illius. et magnalia enarrent operum ejtis. Finalmente gli ammaestrò nella maniera di condursi, dando loro la legge della vita ch’essi dovevano tramandare ai loro discendenti come in eredità. Strinse con loro,mediante la sua grazia, un’alleanza eterna, fece loro conoscere la santità de’ suoi comandamenti e la severità dei suoi giudizj: Addidit illis disciplinam, et legem vitæ hæreditvit illos. Testamentum æternum constituit cum illis, et justitiam et judicia ostendit illis (Eccli. XVII).Quanto dire che Dio stesso è stato non solo il primo padre, ma altresì il primo maestro dell’uomo, e dopo avergli data la vita corporea coll’avergli l’anima intasa, gli diede ancor la vita intellettuale, rivelandogli  ogni verità: vita nobile, preziosa, divina. Imperciocché siccome noi non amiamo il bene se non per un riflesso della divina volontà nel nostro cuore, così non conosciamo il bene che per un riflesso dell’intelligenza di Dio nella nostra mente; il quale, come dice leggiadramente s. Tommaso, rimirando noi, che ha creato a sua immagine in ciascuno di noi in certo modo si ripete, come uno stesso volto si ripete, come uno stesso volto vedesi ripetuto in tutti quanti i pezzi d’uno specchio infranto: Sinìcut apparent multæ faciesin speculo fracto. Quando dunque la Scrittura ci dice che l’uomo uscì dalle mani del Creatore ANIMA VIVENTE, et factus est in animam viventem (Gen. II), è chiarissimo che intende avvertirci che l’uomo da quell’istante incominciò a vivere non solo vita naturale per l’unione del corpo coll’anima, ma ancora della vita intellettuale per l’unione dell’anima colla verità. Giacché come un corpo senz’anima non è un essere vivente nell’ordine fisico, così nell’ordine intellettuale, non può dirsi anima vivente uno spirito tenebroso ed oscuro privo d’ogni verità. Come dunque l’Artefice divino infuse l’anima nel corpo del primo uomo, così la verità altresì rivelò ed infuse nella sua anima; sicché sin dal primo momento l’uomo incominciò a vivere della doppia vita che gli è propria, e divenne tra i corpi animati un corpo vivente ed un’anima vivente tra gli esseri intelligenti: Et factus est in animam viventem. Di questo gran fatto della rivelazione primitiva, di cui la Scrittura ci attesta la verità, il gran S. Tommaso ci ha data la ragione e le prove; poiché ecco come si esprime nel suo egregio trattato o questione DELLA SCIENZA DEL PRIMO UOMO (Quæst. disp.).Adamo, nell’istante medesimo in cui fu creato, dovette avere la scienza delle cose naturali non solo nel suo principio, ma ancora nel suo termine: perché fu formato daDio per esser padre di tutto il genere umano: ed i figliuoli devono ricevere dal padre non solo l’essere per mezzo della generazione, ma ancora la norma del vivere per mezzo dell’istruzione: Adam, in principio sua cenditionis, non solium oportuit ut haberet naturalium cognitionem quantum ad suum principium, sed quantum ad terminum, eo quod ipse condebatur ut pater totius generis immani. A patre fllii accipere debelli non soluta esse per generationem, sed disciplinata per instructionem. Dovette adunque trovarsi per ogni parte perfetto; e rispetto al corpo in modo da poter subito generare, e rispetto alla mente in modo da potereancora subito insegnare come primo e grande institutore di tutti gli uomini: Oportuit in ipsa sui conditione constitui in termino perfectionis, et quantum ad corpus, ut esset conveniens principium generationis, et quantum ad cognitionem, ut esset sufficiens cognitionis principium, in quantum erat totius generis humani instructor. Perciò siccome rispetto al corpo, non conobbe la debolezza dell’infanzia, così non provò le tenebre dell’ignoranza rispetto alla mente: ma ottenne egli in un istante ciò che noi acquistiamo col crescere degli anni, ricevette dall’operazione divina ciò che noi riceviamo dall’educazione umana; un corpo perfetto ed una mente rivestita dell’intero uso della ragione e mirabilmente illuminata: Sicut in corpore ejus nihil erat non explicitum in actu quod pertineret ad perfectionem corporis…. hoc etiam oportuit quod intelleclus ejus non esset in sui principio sicul tabula non scripta, sed haberet plenum notitiam ex divina operatione. Imperocché sarebbe stato contro la perfezione che doveva avere il primo degli uomini, se fosse stato creato senza la pienezza della scienza, ma avesse dovuto andare a grande stento imparandola per mezzo de’ sensi: Erat contra perfectionem qua primo homini debebatur, ut conderetur sine plenitudine scientiæ, solummodo a sensibus scientiam accepturus. Ma, oltre la cognizione naturale, soggiunge pure S. Tommaso, Adamo ricevette ancora la cognizione della grazia: In Adam duplex fuit cognitio, naturalis et gratiæ; in quantoche, non solo conobbe subito tutte le cose naturali, alle quali si può estendere l’intelletto umano coll’ajuto de’ primi principj, ma ancora conobbe per una graziosa rivelazione di Dio molte cose soprannaturali, cui sola non può giungere la ragione umana: Scivit etiam inulta ad qua vis primorum principiorum non se extendit; sed ad hæc aliqualiter cognoscendo adjuvabatur alia cognitione, qua est cognitio gratiæ. Con questa differenza però che le cose naturali le conosceva in tutta la loro ampiezza e in tutte le loro più remote conseguenze, come collocato nel termine della cognizione naturale perfetta: ma siccome questo termine di cognizione perfetta riguardo alle cose soprannaturali e divine non si può ottenere che nella visione della gloria, alla quale Adamo non era per anco arrivato, cosi non conosceva di queste cose se non quel tanto che Dio si degnava di rivelargliene: Sed in hac cognitione (gratiæ) non instituebatur  quasi im termino perfectionis ipsius existens: quia terminus gratuitæ cognitionis non est nisi in visione gloriæ, ad quam ipse nondum pervenerat, et ideo hujusmodi omnia non conoscebat, sed quantum de his sibi divinitus revelabatur. – Siccome per ciò solo per rivelazione conosceva Adamo le cose soprannaturali e divine, e non le credeva che sull’autorità della parola di Dio, così Adamo sin dal primo momento ebbe ancora infusa ed esercitò la fede: Adam in primo statu fidem habuit. E poiché la fede si riceve in due maniere diverse, o per mezzo dell’udito interiore per quelli che la ricevono i primi onde trasmetterla agli altri, come furono i Profeti e gli Apostoli, o per mezzo dell’udito corporeo per quelli che la ricevono in seguito, come sono stati tutti quanti i fedeli che furono istruiti dagli Apostoli e dai loro successori; così Adamo, avendo ricevuto la fede in qualità di principale, per poterla agli altri insegnare, ed essendone stato ammaestrato dallo stesso Dio, ebbe la divina rivelazione per mezzo dell’interna elocuzione, onde Dio parlò direttamente al suo cuore: Per auditum interiorem in his quid fidem primo acceperunt el docuerunt, sicut in Apostolis et Prophetis: per secundum vero auditum fides oritur in cordibus aliorum fidelium. Adam autem PRIMO fidem habuit, et primo est fidem edoctus a Deo: et ideo per internata elocutionem fidem habere debuit. – Ecco adunque sin dal principio del mondo praticata e stabilita da Dio col primo uomo la maniera propria onde gli uomini devono conoscere con certezza la verità, alimento evita dell’intelligenza, cioè per via di rivelazione e di fede.E poiché gli uomini, pel loro orgoglio e per la loro corruzione, avean col tempo smarrita la certezza e la verità, Quóniam diminuire sunt veritates a filiis hominum (Psal. XI, 2),cosi Iddio, dopo avere per quattromila anni in tanti e si varj modi parlato al mondo per mezzo de’ patriarchi e dei Profeti, cui della verità avea confidato il deposito, e che perciò la Scrittura chiama i BANDITORI DELLA GIUSTIZIA. Justitiæ præcones (II Petr. 2), finalmente nella pienezza dei tempi si è degnato di manifestare la sua verità per la bocca del suo stesso Figliuolo: Multifariam multisque modis olim loquens Deus patribus in Profetis, novissime autem locutus est in Filio (Hebr. I ). Ma coll’avere Iddio cambiato il personaggio che c’istruisca non ha cambiato, ma rinnovato e perfezionato il mezzo dell’istruzione. Come dunque Adamo ed Eva, primizie dell’umanità, furono per via di fede ammaestrati dal Dio Creatore, così per via di fede ancora furono dal Dio Redentore ammaestrati i santi re Magi, primizie del Cristianesimo. E come Adamo ed Eva, per mezzo della rivelazione conobbero senza errore e senza dubbiezza la religione primitiva, così i Magi, per Io stesso mezzo conobbero essi pure senza errore e senza dubbiezza la Religione cristiana; giacché la bella confessione che fecero in Gerosolima dicendo: « È nato il re de’ Giudei, o il Messia, e noi siamo venuti ad adorarlo, …Natus est rex Judæorum, et venimus adorare cum, » e i doni ch’essi offrirono in Betlemme, l’oro, l’incenso e la mirra, Obtulerunt ei munera, aurum, thus el myhrram, indicano chiaramente non solo la prontezza e l’uniformità della loro istruzione, ma ancora la purezza e la solidità della lor fede ne’ misteri del Dio Salvatore. Ma noi l’abbiamo veduto: i Magi furono i nostri precursori e i nostri rappresentanti nella Religione del Messia; perciò i pregi e i caratteri della loro istruzione e della loro fede furono pegno e figura de’ pregi e de’ caratteri della nostra: cioè a dire ch’essi, coll’averli sperimentati in se stessi, annunziarono e predissero a noi loro successori quattro grandi vantaggi; i quattro grandi caratteri, cioè, la facilità, l’universalità, la veracità e la certezza dell’insegnamento della fede. E poiché dei primi due caratteri di questo insegnamento si è trattato nella passata lettura, tratteremo degli altri due nella presente. A tale effetto vedremo da prima che la fede de’ Magi fu pura e sincera senza mescolanza di errore, perché frutto non delle loro private ricerche ma della rivelazione divina, e che, per mezzo dell’insegnamento della vera Chiesa, pura e sincera e senza mescolanza di errore, absque errore, è ancora la nostra fede. In secondo luogo cogli esempi degli antichi filosofi e de’ principali eretici dimostreremo come, al contrario, la via del privato giudizio conduce a turpissimi errori, e quanto noi saremmo infelici se fossimo privi dell’insegnamento della Chiesa. In terzo luogo, passando a parlare della certezza della fede de’ Magi e indicatine i tre motivi che la produssero. 1.° un’autorità divina; 2.° una rivelazione uniforme; 3.” una grazia superiore, dimostreremo che il Cattolico, trovando i medesimi motivi nell’insegnamento della Chiesa, la sua fede è altresì certa, solida e costante: Absque dubitatione, fixa certitudine. In quarto luogo finalmente proveremo come la via dell’inquisizione particolare, escludendo i tre indicati motivi di certezza, fuori della vera Chiesa non produce certezza alcuna di fede; ma una varietà infinita, un’anarchia di opinioni, che conduce all’indifferenza, al disprezzo di ogni verità, di ogni culto, di ogni virtù, che degrada e rende l’uomo infelice nel tempo e nell’eternità. Cioè a dire che procureremo di penetrare nella profondità del cuore, e ne’ secreti della mente tanto del Cattolico quanto dell’eretico: opporremo l’uno all’altro; ne noteremo le disposizioni contrarie rispetto alla fede, alla virtù, alla vera felicità; e senza stare à discutere sopra i domini, col quadro solamente delle bellezze della fede, opposte alle deformità della eresia, ne faremo col divino ajuto risultare la verità. – Questa è dunque la parte più importante del nostro libro, che domanda maggiore attenzione.

PARTE PRIMA.

§ II. – S’incomincia a tratture del terzo carattere dell’insegnamento della fede, la sua VERITÀ. I Magi conobbero e credettero Dio uno e trino, Gesù Cristo vero Dio, vero uomo e salvatore degli uomini, e i principali doveri del Cristiano. La loro fede fu pura, sincera, scevra di errore, perché frutto non delle ricerche della loro ragione, ma della rivelazione divina. I veri figli della Chiesa conoscono e credono colla stessa sincerità e purezza le medesime verità.

Il terzo carattere adunque proprio dell’insegnamento della vera fede si è, come si è veduto (Lett. V, § 1), di essere puro, sincero, veridico, senza mescolanza alcuna di errore, absque errore, come parla S. Tommaso; e di contenere tutta la verità, e di essere esso stesso tutto verità. Or tale appunto si fu l’ammaestramento de’ Magi: e però la loro fede fu pura e sincera, senza la menoma ombra di fallacia e di errore. Tutto ciò che essi conobbero per la rivelazione divina che ricevettero fu verità; ed essi ebbero, come si è più volte osservato, le idee più chiare, più precise e più giuste di tutte le verità che formano la base del Cristianesimo. – La prima di queste verità, fondamento e sorgente di tutte le altre, è il gran mistero di un Dio, un Dio uno nella natura e trino nelle Persone. Or questa grande, sublime ed incomprensibile verità i Magi, dice S. Ilario arelatense, la conobbero, come quindi noi tutti l’abbiamo conosciuta. Giacché nell’aver voluto offrire tre doni, oro, incenso e mirra, indicarono di conoscere la trinità delle Persone; e l’unità della natura nella trinità delle Persone mostrarono di credere col volere questi doni offrire ad un solo: Quid aliud Magi expresserunt muneribus, nisi fidem nostram? In eo enim quod tria offerentur trinitàs intelligitur: in eo vero quod tres UNI in trinitate unitas declaratur (Epiph., Homil. 1). E per sempre meglio dichiarare la cognizione che aveano di questo grande mistero, il dottissimo Drutmaro sull’appoggio della tradizione, afferma che i Magi non divisero i doni da offrire in modo che uno presentasse l’oro, l’altro l’incenso e il terzo la mirra, ma ciascun di loro recò l’oro, l’incenso e la mirra da offrire; manifestando così ciascuno in se stesso, con un segno visibile, la fede della Trinità nell’unità, che avean ricevuta nel cuore: Credimus quia, quod corde crediderunt, muneribus ostenderunt, et unusquisque trio oblulerit (in 2 Matth.). Lo stesso afferma l’Emisseno: i Magi, coll’avere ciascuno offerto tre doni, chiarissimamente dimostrarono la loro fede nella Trinità; Quod unusquisque trio miniera oblulit, fidem Trinitatis apertissime demonstrarunt (in 2 Matth.). Aggiunge anzi che, se avessero voluto ciascuno offrire doni più o meno di tre, non avrebbero mostrato esteriormente di conoscere l’unità e la trinità di Dio e di avere la vera fede cattolica di sì grande mistero: Quod unusquisque tria miniera obtuìit. Trinitatis fidem apertissime demonstrarunt: si enim vel plus vel minus offerrent, fidem catholicam non tenerent (ibid.). Il secondo mistero principale della cristiana Religione si è l’incarnazione e la morte di Gesù Cristo Salvatore degli uomini. Or questo mistero ancora conobbero i Magi colla stessa precisione e chiarezza con cui noi lo conosciamo buon conto, entrati appena in Gerusalemme, si mettono a gridare per tutte le vie, a domandare a tutte le persone:« Dov’è il re de’ Giudei che di già è nato? Venerunt Hierosolymam dicentes: Ubi est qui natus est rex Judæorum? »Non si contentano di chiederne ai laici, ma si rivolgono ancora ai sacerdoti; né si limitano ad interrogare il popolo, né ricercano ancora dal monarca. E notate, dice S. Pier Crisologo, questo re de’ Giudei o Messia non cercano i Magi in un personaggio di età matura, collocato in un magnifico trono, circondato dagli omaggi del popolo, terribile per le sue armi, potente pe’ suoi eserciti, rispettabile per la sua porpora, risplendente per la sua corona: Requirebant autem non grandævum humanis oculis, in excelsa sede conspicuum, exercitibus pontentem, armis terrentem, purpurea nitentem, diademate refulgentem. Noi ricercano nemmeno dopoché crocifisso trionfò colla sua croce, risorse da morte a vita, salì glorioso al più alto de’ cieli: Vel de cruce sibi exsultantem, vel ab inferis resurgentem, aut in cælos ascendentem.Cercano il re de’ Giudei in un bambino nato di fresco, qui natus est; che trema in una culla; che pende dalle poppe materne; che non ha nulla che gli concili l’ammirazione e il rispetto degli uomini, non ornamento alcuno della persona, non alcuna forza nelle sue membra: ma debole e meschino, senza titoli, senza autorità, non solo per la piccolezza della sua età, ma per la povertà ancora de’ suoi parenti: Sed recens natum, in cunis jacentem, uberibus inhianlem, nullo ornata corporis, nullis membrorum viribus, nullis parentum opibus, non sua ætate, non suo rum potestate præstantem. E questo re de’ Giudei lo cercano o lo domandano ad un altro re de’ Giudei, ad Erode, che allora sulla Giudea regnava: Et quærunt regem Judæorum a rege Judæorum. Segno evidente adunque che il re de’ Giudei di cui essi vanno in traccia è un re sopra gli altri re, un re che ha l’impero non solo de’ popoli, ma ancora de’ secoli un re che è uomo, ma uomo-Dio; dall’uomo-Erode cercano adunque Gesù Cristo uomo-Dio, dall’uomo-re terreno cercano del cielo che avea creato l’uomo: Ab Herude hamine Christum Deum et hominem; a terreno rege hominem regem cælorum qui condiderat hominem. Cercano, è vero, un Piccolino da un grande, come era Erode; dall’uomo pubblicamente onorato un bambino nascosto; da un eccelso personaggio un umile pargoletto; un infante da colui che parla; un povero da un ricco; da un potente un essere debole e infermo. Nulla ciò ostante però, e sebbene sia esso perseguitato da Erode, i Magi non dubitano punto che esso sia il vero Messia, il loro Salvatore, il padrone del mondo, degno di essere adorato, sebbene Erode il disprezzi; perché sebbene privo di ogni regia pompa umana, credono che in esso risiede l’adorabile maestà divina: A grandi parvulum, a loto latentem, ah excelso humilem, a loquente infantem, ab opulento inopem, a forti infirmimi. Et lumen, quamvis ab Herode persequente. sibi et aliis Christum dominantem, a contemncnte adorondimi profecto: in quo nulla pompa regia videbatur, sed vera Dei majestas adorabatur (Semi.Epiph.). Ma non solo però coi discorsi, ma coi donativi ancora, he erano impazienti d’offrire a’ suoi piedi, manifestarono, dice S. Leone, di riconoscere e di credere nella stessa Persona di Gesù Cristo e la maestà di un Dio e la dignità di un re e la mortalità dell’uomo. Giacché l’incenso si adopera ne’ sacrificj, che solo a Dio si competono; l’oro è la materia dei tributi, che si pagano al re: la mirra era l’aroma allora adoperato nell’imbalsamare i corpi de’ morti: Per ista trio munerum getterà in uno eodemque Christo et divina majestas, et regia potestas, et humana mortalitas intimatur. Thus enim ad sacrificium, aurum pertinet ad tributum, myrrha ad sepulturam mortuorum (Epiph. 1).Oh quanto è bello poi, segue a dire lo stesso Padre, il vedere da questi primi discepoli della fede confutati anticipatamente i più grandi maestri dell’errore e determinata intorno ai misteri di Gesù Cristo la cattolica verità! Col volere i Magi offerir dell’incenso al figliuolo siccome a Dio, confondono l’eretico ariano, che sostiene che solo al Padre Eterno si deve un culto di latria e il sacrificio che ne è l’espressione. Col volergli presentare, come ad uomo mortale, della mirra, confondono il manicheo, il quale ricusa di credere che Gesù Cristo è realmente morto per la nostra salute. Col recargli infine dell’oro, come a re celeste e terreno, confondono l’una e l’altra eresia insieme: giacché il manicheo, negandolo vero discendente di Davide, gli contende la regalia terrena: e l’ariano gli nega la regalia e l’indipendenza celeste, osando di chiamar servo di Dio l’Unigenito dello stesso Dio; in oblatione thuris confunditur arianus, qui soli Patri sacrificium offerri debere contendit. In oblatione myrrha confunditur manichæus, qui Christum vere mortuum prò nostra salute non credit. In auro simul uterque confunditur: et manichæus, qui de semine David secundum carnem natum non credit regem et arianus, qui Dei Unigenito assignare nititur servitutem. Che più? l’offerta che i re Magi si dispongono a fare distrugge l’eresia di Nestorio, il quale tenta di dividere in due Gesù Cristo, ammettendo in lui due persone. Giacché al vedere che i Magi offrono con tanta religione e pietà non già una cosa al Dio ed un’altra all’uomo, ma gli stessi doni all’unico e solo uomo-Dio, chi non intende che non si deve credere in due persone diviso colui che si vede riconosciuto uno ed indiviso nei donativi che gli si vogliono fare? Finalmente, come questi donativi indicano due nature in Gesù Cristo, anche la stolida eresia di Eutiche rimane schiacciata, che nega esservi in Gesù Cristo, in una stessa persona, una doppia natura: Confunditur eliam Nestorius, qui nititur Christian in duas personas dividere; cum videat Magos non alia Dea, alia homini, sed uni Deo-homini eadem miniera obtulisse suppliciler. Non ergo dividitur in personis qui non invenitur divisus in donis. Confunditur Eutichetis insania, qui non vidi in Christo utrumque veram predicare naturam.I Magi adunque nelle loro offerte han data a divedere di avere avuta una intelligenza perfetta di tutte le qualità sublimi, di tutti i caratteri unici del Messia, prima ancora di averlo veduto: in una parola, hanno conosciuta, creduta ed annunziata i primi al mondo la fede intera, la fede perfetta del gran mistero dell’incarnazione; poiché come uomo, né crederon la morte; come Dio, ne aspettarono la risurrezione, come re, ne temettero l’universale giudizio: Denique oblatio munerum ititeli igentiam in eo totius qualitatis expressit; atque ita per venerationem eorum sacramenti omnis est consummata cognitio: in nomine mortis, in Deo resurrectionis, in rege judicii. – Oh fede ammirabile de’ Magi! con quale esattezza, con quale precisione, con quale chiarezza e nei loro discorsi e nelle loro azioni esprimono le più grandi verità del Vangelo priaché sia predicato il Vangelo! quali idee giuste manifestano della natura di Dio e dell’incarnazione del Verbo! Come i misteri che sembrano contradittori fra loro ben si conciliano nella loro mente, si armonizzano nel loro cuore, e 1’una verità non esclude, ma sussiste insieme coll’altra senza confusione di termini, senza equivoco di espressioni, senza ombra alcuna di errore: Absque errore? Poiché essi confessano che Dio è uno nella natura e trino nelle persone; che Gesù Cristo, di cui vanno in traccia, benché poverello, è pure re; benché debole, è onnipotente; benché infante, è legislatore; benché figliuolo di donna, è figliuolo di Dio: celeste insieme e terreno, Dio ed uomo; uomo passibile, Dio impassibile; uomo mortale, Dio trionfator della morte; Dio ed uomo, Messia o Salvatore degli uomini. Confessano che bisogna credergli ed adorarlo, obbedirgli e servirlo, sacrificargli i tre rami della concupiscenza umana, l’orgoglio, la cupidigia, la sensualità, per mezzo della pratica di un’umile pietà, di una generosa giustizia, di una mortificazione severa. E queste verità, senza la menoma mescolanza di errore, ma nella loro purezza, come le hanno nella mente, le manifestano al di fuori colla lingua e coll’opera. E come, dice S. Giovanni Crisostomo, potevano mai errare uomini che non avevano implorato a loro guida il lume fioco e ingannevole della ragione umana, ma l’ammaestramento divino? che non ebbero a maestra la sapienza terrena, ma l’illustrazione celeste? Come potevan mai traviare, quando non cercarono per loro duce che lo stesso Gesù Cristo, che si avevano proposto a termine del loro viaggio: quel Gesù Cristo che ha detto: « Io sono insiememente la verità e la vita, e la vera ed unica strada per giungere alla vita ed alla verità? Non quæsierunt ducatum hominis, quia ducutum stellæ de cœlo acceperunt. Sed nec errare poterant qui veram viam, Christm Dominum, requirebant: illum utique qui ait: Ego sum via, veritas et vita (Homil. 1 ex var. in Matth.). Quanto dire: come potevano mai errare nella scienza di Dio, essendo stati ammaestrati da Dio, avendola, come poscia S. Paolo, imparata, non già per la via dell’inquisizione e del raziocinio, ma per via di rivelazione e di fede? La sola via onde si giunge a conoscere la verità senza alterazione, senza mescolanza di difetto e di errore: Absque errore. – E noi altresì cristiani Cattolici, noi conosciamo le stesse verità e al medesimo modo, perché siamo stati istruiti con lo stesso metodo: e la maniera onde furono ammaestrati i Magi per mezzo della stella fu una promessa ed una figura della maniera onde noi saremmo stati ammaestrati per mezzo della vera fede. – Infatti lo stesso Dio che loro si rivelò per mezzo della stella si è per mezzo della fede rivelato anche a noi. Lo stesso Dio che parlò loro per mezzo della sinagoga, ha parlato e parla a noi per mezzo della Chiesa. E come ogni uomo è mendace. Omnis homo mendax (Psal. CXV), e Gesù Cristo solo è verità, pura e sola verità: Christus est veritas (I Joan 5): come l’uomo alla sua propria scuola o a quella di un altro uomo è esposto al pericolo di non imparare che errori, così alla scuola di Gesù Cristo è sicuro di non apprendere che verità. E siccome questa scuola visibile, di cui Gesù Cristo è l’invisibile maestro, si è la cattolica Chiesa; così l’insegnamento della Chiesa cattolica è il solo adorno della qualità divina di essere esente da errore, absque errore; ed in esso tutto è verità, e vi è tutta la verità; verità vergine, verità pudica, verità intera, verità incorrotta, verità santa, come il Dio che ne è l’autore. Perciò come gli Apostoli, o la Chiesa, docile al magistero dello Spirito Santo, impararono da esso secondo la promessa di Gesù Cristo, ogni verità, Ipse docebit vos omnem veritatem (Joan. XVI): osi il vero Cristiano, docile al magistero degli Apostoli o della Chiesa, e che si è formato alla sua scuola, che ha appreso la sua dottrina e che è al suo insegnamento fedele, conosce tutte le verità che più importano di conoscere. Conosce Dio e i suoi attributi, gli angioli e il loro ministero, il mondo e la sua origine, l’anima e le sue facoltà, l’uomo ed il suo fine, la trinità e le sue Persone, la redenzione ed i suoi effetti, Gesù Cristo e i suoi misteri, la legge evangelica e le sue obbligazioni, i sacramenti e la loro efficacia, le pratiche di Religione e il loro uso, la vera santità ed il suo pregio, il vizio e i suoi castighi, la virtù e le sue ricompense. E queste verità sublimi, verità profonde, verità necessarie, verità eterne, ancorché non le intenda, né possa intenderle, le conosce però, le possiede e le crede senza alterazione, senza ambiguità, senza errore, ma pure, intatte, semplici, chiare, precise, come sono in sé stesse: giacché quello che il discepolo della Chiesa ha dalla Chiesa imparato e conosce e crede sulle lezioni della Chiesa, così è precisamente, così è esattamente, così è veramente né più né meno di come e di quanto esso lo conosce e lo crede. – Né si può temere che l’ignoranza che acceca, la debolezza dell’ingegno che istupidisce, i pregiudizi che strascinano, l’autorità che impone, la fantasia che illude, il prestigio che affascina, la falsa evidenza che abbaglia, il sofisma che inganna, la stessa erudizione che confonde, la stessa scienza che gonfia e l’interesse delle passioni che seduce, non si può, dico, temere che queste sì moltiplici e sì possenti cause di errore abbiano potuto influire nella mente del vero discepolo della Chiesa e fargli creder vero ciò che vero non è. Questo pericolo si teme e si deve ragionevolmente temere solo quando l’uomo pretende d’istruire sé stesso, o si dà ad essere istruito ad un altro uomo: e perciò alle scuole puramente umane le verità sono sì difficili e sì scarse, gli errori sì ovvii e sì frequenti. Ma non si teme, né si può temere alla scuola della Chiesa, dove colui che insegna è Dio: e però, nel passo d’Isaia che abbiamo citato di sopra e che Gesù Cristo ha spiegato nel Vangelo, i veri fedeli sono leggiadramente chiamati « scolari di Dio, Doctos a Domino (Isa. LIV): docibiles Dei (Joan. 6). ».

GNOSI: TEOLOGIA DI sATANA (45): RAPPORTO DEL PROTESTANTESIMO COL SOCIALISMO PER MEZZO DEL PANTEISMO (3)

Rapporto del protestantismo col socialismo per mezzo del panteismo. (3)

 [A. NICOLAS: “Del Protestantesimo e di tutte le eresie nel loro rapporto col socialismo”, vol. II – Napoli, tipogr. e libr. Gabr. ARGENIO – 1859]

CAPITOLO VII.

BAPPORTO FINALE DEL PROTESTAMTISMO COL SOCIALISMO

Noi ci siam studiati di mostrare sino al suo termine il movimento I1 protestantismo verso il panteismo, e di far vedere, dopo l’origine del Cristianesimo, l’eresia sotto i suoi mille nomi e sotto le sue mille forme, girar sempre in questo circolo del panteismo, pel quale essa avrebbe menato cento volte il mondo alla dissoluzione, donde il Cristianesimo l’ha tratto, se la Chiesa Cattolica, col prodigio della sua esenzione dall’errore universale e dell’infallibilità de’ suoi decreti, non avesse costantemente combattuto l’errore, e altamente, invincibilmente mantenuto il sacro deposito della fede e dell’incivilimento cristiano. Or bene, che lo scatenarsi di quel male che, sotto il nome di socialismo e di comunismo, mette a’ dì nostri in questione questo incivilimento, altro non sia che l’applicazione in grande di questo panteismo, di questo egelianismo protestante combinato col naturalismo di cui abbiam del paro mostrato la sorgente nel protestantismo, è cosa molto facile a dimostrarsi. Noi abbiamo già fatto vedere il razionalismo francese, nato dalla scuola scozzese, riuscire alla scuola alemanna, e trasformarsi rapidamente in eclettismo, in sincretismo ed in panteismo. Tutto quanto l’Hegel è passato in Francia nel signor Cousin. Co’ suoi Studi critici sul razionalismo contemporaneo, quanto giudiziosi e sottili altrettanto sodi, l’abbate di Valroger ha messo in tutta la sua luce l’identità delle due predicazioni in Francia ed in Alemagna. Questa eccellente opera ci dispensa dall’entrare ne’ particolari a questo proposito; ci basta di rimandare ad essa i nostri lettori: e del resto, la verità di questo rapporto è stata sì comprovata nelle sue conseguenze che sarebbe oggidì una trivialità l’occuparci a farla conoscere. Sono più di trent’anni che il panteismo protestante valicò i confini col signor Cousin, e che questo spirito prestigiatore, nelle diverse peregrinazioni fatte nell’Alemagna nel 181.7, 1818 , 1824, e nelle relazioni che egli ebbe con de Wette, Schleiermacher, Jacobi, Schelling e collo stesso Hegel, contrasse il male di quel pestilenziale errore, e ne recò seco i germi in Francia, come un cinquant’anni prima Voltaire vi aveva portati dall’Inghilterra quelli del filosofismo.

(La mercé, scrive il signor Damiron, la mercé di questa felice flessibilità di spirito, che, pigliando un’abitudine altrettanto presto quanto presto ne abbandona un’altra, si adagia a tutto, sino alle stranezze, egli ebbe in breve di un filosofo alemanno le opinioni e il linguaggio. Egli colse, sviluppò, espresse le idee del maestro, come se le avesse ricevute dalla sua bocca; e spinse la fedeltà dell’imitazione sino al germanismo: parve un. apostolo. Questa maniera di essere invasato delle proprie idee, la facilità di porre in quadri astrazioni metafisiche, quella vivezza di spirito, quegli slanci di sicura veduta, quegli scoppii, dirò così, di coscienza di cui si componevano le sue improvvisate, ad un’ora così animate e cosi gravi, così facili e cosi maestose, e perfin le sue debolezze; in cui si poteva vedere la stanchezza di uno spirito che si riposa dall’ispirazione, tutto era in lui proprio d’un poeta, » – Globo, 6 nov. 1824. «  Non si poteva comprendere a Berlino com’egli importasse così in Francia una dottrina senza neppur nominarne l’autore: Hegel scherzava su questo procedere con un’indulgenza alquanto satirica, io non credo che scientemente il signor Cousin abbia voluto farsi bello di ciò che non gli appartiene. Ma trasportato dalla sua immaginazione, egli ha creduto di avere egli stesso concepito quello che aveva imparato. Fu colla miglior buona fede del mondo che, fondendo insieme Kant ed Hegel, egli si persuase di aver creato qualche cosa. » (Lerminier, Lettere filosofiche ad un cittadino di Berlino, anno 1832.).

Da questi germi, seminati con tutta l’arte di un ingegno che si mascherava sotto le forme dell’ispirazione e ricevute da un terreno che il filosofismo, il naturalismo e il difetto d’ogni credenza avevano renduto meravigliosamente acconcio ad appropriarsele, nacquero le dottrine fataliste, umanitarie e progressiste. La filosofia del successo, di cui abbiamo già riportato lezioni cotanto pazze, ispirò la storia e avvezzò le anime a non indegnarsi più, a non più commoversi se non pel piacere dell’emozione, così alla veduta de’ più gran misfatti, come delle più angeliche virtù: a non vedervi che un fatale e inesorabil trionfo dell’idea rivoluzionaria; un dramma in cui il personaggio che suscita maggiormente orrore e il più applaudito, perché sostiene meglio la sua parte, e dove si perdonano tutti i delitti, precisamente per 1’effetto che producono e pel successo che ottengono. Dalla Storia della rivoluzione del signor Thiers, cui compensò almeno con quella del Consolato, sino ai Girondini di Lamartine, dopo i quali non v’ha più che da piangere sull’angelo delle Meditazioni, perché ciò che forma la sua colpa forma altresì il suo castigo, tutta la storia fu dedicata al culto della necessità ed alla violazione di quella coscienza del genere umano la cui abolizione pareva impossibile a Tacito, e che i nostri storici moderni, che dovevano esserne i vendicatori, non hanno temuto di immolare sugli altari dell’opinione a quei mostri medesimi che dovevano ad essa immolare. Chi dirà l’immensa parte che questo fatalismo storico ebbe nel pervertimento del senso morale e nell’avvelenamento delle immaginazioni? E al tempo medesimo, chi potrà contrastare che la sua sorgente non sia nel panteismo protestante importato dall’Alemagna, e anteriormente nella dottrina teologica del servo arbitrio e della giustificazione per mezzo della fede? – E non fu solamente la storia, ma la filosofia ancora nelle sue mille cattedre pagate dallo stato, il giornalismo con tutti i suoi romanzi di appendice, che formavano le delizie della borghesia conservatrice, l’economia politica con tutte le penne e tutte le bocche delle nostre accademie, l’arte drammatica con tutte le sue rappresentazioni teatrali, tutte le produzioni dello spirito umano insomma furono quelli che introducevano nelle vene della società il veleno dell’egelianismo, mercé la glorificazione di tutti i vizi, la censura di tutte le istituzioni, l’oltraggio alla Religione ne’ suoi caratteri più santi, il sollevamento di tutti i cattivi istinti d’invidia, di rivolta e di licenza contra le leggi della natura e della società. Il solo Cattolicismo, coi gemiti e i profetici sgomenti de’ suoi Pontefici, protestava contra questo straripamento e non raccoglieva che gli sdegni e i dispregi di coloro che ne tacevano essere le vittime. – In altri tempi furono veduti certamente scritti empii e licenziosi: ma ciò che non si era veduto è l’empietà eretta in religione o la licenza in morale; è la violazione di tutte le leggi sotto il nome di riforma, la barbarie sotto quello di progresso; è finalmente il genio del male, sotto il santo nome di Dio. – Si formarono religioni coi loro rivelatori, i loro sacerdoti, i simboli loro, il loro apostolato; e l’idolo di queste religioni era l’umanità, il progresso, avente Dio per essenza, le passioni per leggi, la distruzione di tutte le istituzioni sociali per mezzo, e il caos delle più stravaganti e più immorali teorie per fine. – Tali sono stati l’uno dopo l’altro il sansimonismo, il forierismo, il socialismo e il comunismo, la cui sostanza era la medesima: la dottrina del progresso continuo, la legittimazione delle cattive inclinazioni, l’affrancamento della materia, il corso di Dio nell’umanità per mezzo alle rovine di tutte le istituzioni sociali, a dir breve il panteismo. – La potestà distruttiva di questa dottrina è spaventevole e le cento volte più grande di quella del male avuto insino allora il più grave. Un uomo che non crede né a Dio né ad un giudizio avvenire è molto pericoloso certamente; ma colui che a sì fatta mostruosità aggiunge quella di credersi Dio egli medesimo, giudice sovrano e assoluto di tutto ciò che esiste, è un vero pazzo da catena. Ora, questa è la follia del panteismo, della dottrina dell’umanità-Dio, e sempre più Dio; per modo che gli ultimi venuti sono la più alta espressione di Dio, a credono realmente aver la missione di riformar tutto e tutto creale, vale a dire di distruggere e annichilare ogni cosa, e negano, affocano Dio, l’uomo, la società, tutto, coll’audacia della follia che si crede la divina sapienza, e della forza brutale che si crede investita del diritto divino, suscitando le passioni più selvagge, scatenandole e sciandole sul mondo come le folgori della loro divinità. Dopo di ciò, non v’ha più altro; abbiam l’inferno, e l’inferno armato della potestà del cielo per disertare la terra. Ma noi non abbiam per anco finito di mostrare tutto il pericolo di questa situazione, unica nella storia, e qual cosa impedì che non ne fosse la fine. – Nella prima parte del nostro lavoro noi abbiam fatto vedere come il protestantismo, pel principio del libero esame, aveva condotto il mondo al naturalismo. Nella seconda parte abbiam mostrato come, allontanandosi dalla dottrina cattolica, esso era, al paro che tutte le eresie, tralignato in panteismo. – Il naturalismo aveva da principio esercitato egli solo i suoi guasti, e  la rivoluzione del secolo decimottavo ne fu il frutto. u quello un gran male, ma non ne fu il peggiore. Il naturalismo aveva fatto un vuoto spaventevole, il vuoto infinito di Dio in seno alla natura umana. Da questo vuoto dell’infinito doveva uscire il panteismo seguito dal socialismo, come dal pozzo dell’abisso di cui è parlato nell’Apocalisse. (IX, 2-11) Una volta levata la pietra che lo chiude, e sulla quale son fondate le società, sale un vapore simile al fumo di una fornace che oscura il sole e l’aria, e n’escono innumerevoli quegli animali misteriosi con volto d’uomo, con capelli di femmina e denti da leone, portando tutti ad un modo sul loro capo una corona d’oro, preparati pel combattimento, e avendo qual re l’angelo dell’abisso, che si chiama lo sterminatore. – Se il difetto d’ogni credenza fosse stato a quest’ultima epoca totale come nel secolo decimottavo, se il naturalismo e il panteismo si fossero scontrati al loro apogeo, avremmo avuto il fine della società. Ma per buona ventura, quando regnava il naturalismo, il panteismo sociale non era ancora apparso, e Babeuf giunse troppo tardi! Per buona ventura quando il panteismo faceva la sua apparizione e giungeva Proudhon, il naturalismo aveva perduto assai del campo, e Voltaire se ne andava! Di fatto, si noti bene che ciò che rende audace il socialismo contro la società e crea il percolo di questa, non è solo che il socialismo sia scatenato, ma eziandio e sopra tutto che la società è per cosi dire mantellata. La proprietà e tutte le istituzioni sociali non sarebbero cosi pericolosamente attaccate se non fossero attaccabili. Ciò che forma la forza del socialismo è la debolezza della proprietà, della società. E donde procede che la proprietà e la società sono cosi deboli? Ah! è perché i titoli della proprietà, perché i fondamenti della società sono nel cielo, nella fede, nella speranza, nella carità, nella moderazione, nella pazienza, in tutte le convinzioni, in tutte le virtù cristiane, che suppongono l’altra vita, e che per la prospettiva e l’allettativa della rimunerazione che vi ci aspetta fan che si accettino i rigori e le ingiustizie apparenti o reali di questa, aumentano per mezzo della rassegnazione la forza che le sopporta, attenuano per mezzo della carità la superiorità che le impone, e le fanno considerare come disposizioni preparatorie della provvidenza, il cui disegno è la prova per mezzo del combattimento e il cui fine è la felicità per mezzo della giustizia. – Sopprimete tutto quest’ordine di cose celesti e ulteriori che fa contrappeso all’ordine terreste e presente, e questo perde tutti i suoi titoli, tutti i suoi legami, tutti i suoi fondamenti, e si dissolve al minimo urto. Si avrà un bel dire che la proprietà e tutte le disuguaglianze sociali non si spiegano punto e non si giustificano sempre da se medesime. Se esse sono spesso il frutto della fatica o la ricompensa del merito, soventi volte però toccano in sorte all’ignavia ed alla sciocchezza, e talvolta sono ben anco la preda del vizio e dell’iniquità. E quando ammettesi questa enormità, che la ricchezza e tutte le distinzioni del ben essere sono sempre meritate da quelli che le possiedono, ne rimarrebbe un’altra da digerire, la quale è che tutti quelli che sono nel patimento e nella miseria l’hanno egualmente meritato; e che se la sovrana giustizia scendesse sulla terra per rendere a ciascuno ciò che gli è dovuto de’ beni di questo mondo, essa non avrebbe da far mutamento nel loro scompartimento. Quante fatiche solitarie, i cui sudori e le cui lagrime cadono sopra un suolo che non rende loro! Quante virtù degne di un trono e che hanno appena uno sgabello dinanzi ad un focolare spento! E poi, si tien egli ben conto di tutte le tentazioni della miseria, della necessità, della disperazione, dell’isolamento, o della cattiva compagnia e di quella diminuzione della dignità e della confidenza propria, che è come un’ignominia interna, dell’abiezione del di fuori, e che può far dire della povertà ciò che Omero diceva della schiavitù, che il giorno in cui tocca un’anima, le fa perdere la metà della sua virtù? Finalmente, io ammetto che ogni cosa così in fatto di meriti come di difficoltà sia eguale e mescolata tra i poveri e i ricchi, rimane sempre la questione: perché questi sono ricchi e perché quelli sono poveri? Perché il gran numero soffre, manca del necessario, e il piccolo numero ribocca del superfluo? Dire che in sé ciò è giusto, è il più insolente paradosso: dire che questa ingiustizia è necessaria pel mantenimento della società, è uno scoprire questa società ai colpi del socialismo, e giustificar tutte le teorie di coloro che vogliono porla a soqquadro per rifarla; dire finalmente come Voltaire, che il servaggio del popolo mercé la potenza dell’oro è nella necessità delle cose, e professare il naturalismo nel suo senso più pericoloso e orribile. A dir breve, se non vi è un’altra vita che dia un senso a questa; se non vi hanno beni futuri infiniti il cui scompartimento debba avvenire in razione del merito; come questo è in ragione della prova: se questi medesimi beni futuri non diventano beni presenti, e se la loro speranza non è scontata dalla fede in profitto della carità e della giustizia, e non costituisce valori reali aventi corso nella società tra la povertà e la ricchezza; a dir breve, se tutta questa ammirabile economia politica del Cristianesimo è soppressa, il socialismo, sebbene così mostruoso, non Io è più che una tale società. Componete quanti più libri vorrete sulla proprietà; difendetela con le ragioni più naturali, più giudiziose, più ingegnose, tutte le quali alla fin del conto potranno benissimo ritorcersi contra di voi, vi consento; ma v’ha un libro anteriore e superiore ai vostri, nel quale è scritto che ogni uomo è egualmente nato per essere felice, infinitamente felice; per vedere noverati tutti i suoi sudori, terse tutte le sue lagrime, terminate tutte le sue miserie, retribuiti tutti i suoi meriti, e soddisfatta tutta la sua sete di giustizia e di ordine morale: questo è il cuore dell’uomo e il suo autore è Dio. Il socialismo e vero nel suo punto di partenza, cioè in questa promessa di felicità, di giustizia e di equa partizione de’ beni in ragione delle opere, scritta nel cuore dell’uomo: e non è ammesso dalla moltitudine se non perché le guadagna con questo mezzo. Dove è falso, colpevole, mostruoso e là ove si accorda con voi, cioè nel dire che non v’è un’altra vita, in cui questa promessa avrà il suo compimento; perocché per la negazione di quest’altra vita egli scatena tutte le brame dell’uomo in questa. – Come in ogni errore, v’ha nel socialismo una cosa vera ed una cosa falsa mescolate insieme. La cosa vera è l’eguale vocazione d’ogni uomo alla felicità; la cosa falsa è la negazione dell’adempimento di questa vocazione in un’altra vita. Ora, l’individualismo conservatore è d’accordo col socialismo in ciò che esso ha di falso, che è la negazione dell’altra vita; e non è d’accordo con lui in ciò che esso ha di vero, che è il diritto dell’uomo alla felicità. Egli non differisce da lui che per una negazione di più. Così, l’individualismo non può difendersi contra il socialismo se non appoggiandosi sul falso, se non aggiungendo alla negazione dell’altra vita la negazione della destinazione dell’ uomo alla giustizia ed alla felicità. – Ma egli si difende malissimo, anche a questo prezzo, per una ragione semplicissima; ed è che non dipende da lui il togliere all’uomo la persuasione della sua vocazione alla felicità, come lo ha potuto spogliare della fede in un’altra vita. Negando questa, egli, per quanto voglia lasciar quella da parte, non lo può; e questa impotenza, congiunta a questa negazione, forma la forza del socialismo. – La fede è come una valvola di sicurezza, per la quale sfuggono e si esalano tutti i desideri e tutte le speranze di cui il cuor dell’uomo è l’ardente fornace, e che non trovano in questa vita la loro piena soddisfazione. Chiudere questa valvola senza potere estinguere questo fuoco è un far nascere l’esplosione. Così l’individualismo conservatore è colpevole di socialismo in primo grado. Il socialismo propriamente detto non differisce dall’individualismo se non perché attizza il fuoco che questo vorrebbe spegnere, se non perché tramuta in furore ciò che l’altro vorrebbe mutare in abbrutimento. Il solo Cristianesimo, ne sia ad esso renduta gloria, scioglie il problema senza scatenar l’uomo e senza abbrutirlo. Questa verità della vocazione d’ogni umana creatura alla felicità di cui il socialismo si fa un’arme contro la società, la quale vorrebbe invano allontanarla, il Cristianesimo l’accetta, la prende, o meglio la ripiglia; imperocché essa gli appartiene come ogni verità, ed era stata a lui tolta. Ma a questa verità egli ne aggiunge un’altra, che l’individualismo e il socialismo negano di conserva; ed è la verità di un’altra vita, e la fede in una rimunerazione futura, in un’equa partizione de’ beni in ragione delle opere, in un’ultima rivoluzione che porrà per sempre il povero Lazaro nella gloria e il cattivo ricco nell’inferno. Con ciò il Cristianesimo compie la verità che è nel socialismo, come 1’individualismo ne compie l’errore. Egli differisce dal socialismo in questo, che il socialismo pone il termine della miseria umana al di qua della tomba, ed Egli lo pone al di là; differisce in questo, che il socialismo vuol realizzare il cielo sulla terra e con tali beni la cui insufficienza assoluta ne rende la divisione infernale, ed Egli lo realizza nell’altra vita e con tali beni la cui infinità fa pieni tutti i desideri dell’uomo, e la cui prospettiva e speranza riescono una felicità anche in questo mondo. E siccome Egli concede il diritto a questi beni futuri colla condizione che si rispettino i beni presenti da quelli che ne sono privi, e che quelli che li possiedono ne facciano parte caritatevole a quelli che ne sono sprovveduti, così presenta dei titoli alla ricchezza, un sollievo all’indigenza, una giustificazione e un correttivo alla troppa gran disuguaglianza che risulta dall’una e dall’altra, e dà fondamenti eterni alla società. – Io sfido a spiegare in altro modo la società coi nostri costumi cristiani; sfido a giustificarla, a giustificar tutto il gran cumolo d’ingiurie di cui essa si compone; le bestemmie spaventevoli di Proudhon devono esserne l’ultima parola se il cristianesimo non ne è la prima. – Qusto è ciò che ha renduto possibili quelle bestemmie non mai udite sino allora se non nell’inferno; questo è ciò che diede un’attituine plausibile al socialismo. La società si era addormentata nell’individualismo e nel possedimento de’ beni presenti per sé medesimi: il ricco si era racchiuso ne’ suoi tesori ed averi, il mercatante e il fabbricatore nelle sue speculazioni, l’ambizioso nella sua carica, l’uom di stato nella sua autorità e potestà, tutta quanta la società in questa vita; la si era finita coi vecchi dogmi e si seppellivano con onore; non si era scacciato Dio, ma si era rimandato con bel garbo e cortesia; si facevano le grandi riverenze alla religione ed a’ suoi ministri, e si copriva collo splendor del rispetto il dispregio delle sue doglianze e de’ suoi reclami; il mondo aveva per uno spettacolo le eloquenti proteste del conte di Montalembert, e le lasciava correre pel piacere di udirle; si lasciava profetare il vescovo di Chartres, e si leggeva con furore Eugenio Sue; si tolleravano i richiami dell’episcopato e si dava la parola d’ordine a tutti i professori di filosofia contra la Religione e a tutti i maestri delle campagne contra il curato; finalmente la società si era composta verso il cristianesimo tra il rispetto esteriore e il dispregio segreto; e l’oltracotanza umana era a tale salita da credere perfino di poter sostenere in aria il mondo senza il suo autore e scongiurare il disordine colla corruzione. Quand’ecco improvvisamente venire un tale a battere alla porta: è il socialismo. Egli domanda alla proprietà i suoi titoli, all’industria i suoi conti, all’ambizioso i suoi diritti, all’uom di stato i suoi principii, a tutta quanta la società i suoi fondamenti; e a questa impreveduta domanda ne rimangono tutti interdetti, essi non sanno che rispondere, smarriscono i sensi, se ne fuggono o sono trascinati….Per buona ventura il Cattolicismo si è trovato là per rispondere al socialismo! Per buona ventura un movimento di ritorno al Cattolicismo si era da qualche tempo dichiarato nelle anime! Per buona ventura il santo nome di Pio IX, librandosi sul mondo, ha ammansato il lion popolare, e la Religione ha potuto, moderandolo, farsi seguire da lui, e l’eroico sacrifizio di un buon pastore ha potuto riscattare col suo sangue l’incivilimento in pericolo nella metropoli del suo impero! Da quel tempo il Cattolicismo è stato la sola forza esistente, la sola colonna in piedi, che sono venuti ad abbracciare que’ medesimi che si trastullavano in atterrarla, ed a lui devono venire come a loro sostegno tutti coloro che ora vorranno ristorarne l’edifizio. Oggimai la quistione è giudicata. L’esperienza cominciata nel secolo decimosesto ha portato i suoi ultimi frutti. Il protestantismo diretto o indiretto, religioso, filosofico, politico o sociale, lo spirito di ribellione insomma, in tutte le sue applicazioni e in tutte le sue fasi, ha potuto fare successivamente illusione la mercé delle verità di fede, di giustizia, di umanità, di libertà, di fratellanza che esso pigliava al Cattolicismo, e colle quali egli imitava la vita e il progresso. Ma l’errore, il cui destino è di svilupparsi a suo danno e di perdersi giungendo al suo colmo, l’errore è apparso nella maggior luce nelle sue conseguenze, e si dileguarono tutte queste apparenze di verità e di vita, lasciando dietro sé l’inganno e la rovina. Questa gran verità dimostrata a sì caro prezzo, che la terra e il cielo pubblicano a gara, pare a noi abbia tocco il colmo dell’evidenza e ci dia il diritto, dopo tutti i nostri sforzi, di riposar nella sua conclusione, senza temere che l’ostilità anche più cieca prenda a disputarcela …

GNOSI: TEOLOGIA DI sATANA (44): RAPPORTO DEL PROTESTANTESIMO COL SOCIALISMO PER MEZZO DEL PANTEISMO(2)

 Rapporto del protestantismo col socialismo per mezzo del panteismo. (2)

 [A. NICOLAS: “Del Protestantesimo e di tutte le eresie nel loro rapporto col socialismo”, vol. II – Napoli, tipogr. e libr. Gabr. ARGENIO – 1859]

 (SEGUITO)

CAPITOLO VI.

PASSAGGIO DAL PROTESTANTISMO AL PANTEISMO -II. –

Kant ruppe guerra alla metafisica razionalista nella sua Critica della ragion pura, e studiò ad assodare la religione e a rialzare il Cristianesimo sulla base della ragion pratica e della coscienza morale. Schelling continuò l’impresa di sostentare l’edificio cristiano col sentimento religioso; e finalmente Io stesso Hegel, avviluppandosi di una terminologia biblica, ammetteva e sosteneva « che la religione è in sé medesima ciò che v’ha di più importante; che conoscerla nella sua essenza è lo scopo d’ogni sapienza; che la religion cristiana ha nella sua costituzione ecclesiastica un significato storico e universale più profondo di quello che ammettono i razionalisti, ecc.» Tuttavia che avveniva sotto queste mostre apparenti? Era scavato un abisso in cui s’andavano a dileguare non solamente il Cristianesimo, ma la religion naturale, la libertà morale, l’incivilimento ed ogni principio sociale determinato. – Non essendo gli spiriti rattenuti da alcun dogma certo, da nessuna dottrina ferma avente autorità sulla ragione per regolare o sodisfare in lei il bisogno che essa ha di verità finale, di verità totale, e il Cristianesimo sotto l’azion prolungata del libero esame essendo diventato per quei medesimi che non l’avevano apertamente rigettato, una dottrina talmente diversificata e diversificabile, che poteva vestir tutti i sistemi, Kant apri una strada che Fichte e Schelling allargarono, in cui gli spiriti, nojati del vuoto della natura, si precipitarono con tanto maggior ardore, perché le passioni ve li potevano seguire, e che doveva riuscire in Hegel e ne’ suoi discepoli al più stravagante panteismo, al più rozzo comunismo. Proviamoci ad esporre la deduzione di questi sistemi in una succinta analisi. – La filosofia pratica di Kant poneva in fatto una dualità primitiva: il subbietto e l’obbietto, l’io e il non io. « Il subbietto, come facoltà di sentire e come facoltà di conoscere, è il principio della forma delle nostre rappresentazioni; l’obbietto è il principio della materia di queste rappresentazioni. » Le nozioni sono vane se si separano dalla materia che i sensi forniscono; la materia che i sensi forniscono non offre nulla di necessario, senza la forma che le nozioni le danno. Così ogni conoscenza suppone l’unione della forma e della materia, il concorso del subbietto e dell’Obbietto; e questo è ciò che costituisce l’esperienza, gran criterio della filosofia di Kant. – Kant aggiungeva: « È chiaro che il subbietto e l’obbietto non sono gli esseri reali in sé medesimi, poiché noi non conosciamo il subbietto che relativamente all’obbietto, e l’obbietto che relativamente al subbietto, senza conoscere la natura intima né dell’uno né dell’altro. Vi deve ben essere qualche cosa di nascosto sotto il subbietto e l’obbietto; ma questa esistenza o quest’essere qualunque ci è sconosciuto; esso equivale per noi a X. Noi non possiamo mai sperare e non dobbiamo neppur mai tentare di penetrar sino ad esso; perocché i sensi e le nozioni non forniscono che testimonianze relative, e non possono sollevarci al di sopra dell’esperienza.» Questo X misterioso doveva però districarsi e diventare il Dio del secolo. Lo stesso porlo come il solo essere reale, e il dare un valore relativo e fenomenale al subbietto ed all’obbietto, era un legare a de’ successori la tentazione di farlo prevalere sopra il subbietto e l’obbietto e di sacrificarglieli.

Fichte se la pigliò primieramente coll’obbietto, e considerandolo per rapporto al subbietto, osservò « che questi aveva la parte attiva nel concorso dell’uno e dell’altro; che l’obbietto non aveva che una parte passiva; che esso era colto, formato, determinato dal subbietto; e che come egli non aveva consistenza e valore obbiettivo che per questa azion plastica del subbietto, si poteva dire che esso era creato dal subbietto. » Di qui nacque il sistema dell’idealismo trascendente di Fichte. In questo sistema « non vi è esistenza fuor quella del subbietto o dell’ io. Tutto ciò che non è l’io , per conseguenza tutto l’universo, non è che il non io, vale a dire l’antitesi naturale e necessaria dell’io, che lo accompagna come l’ombra accompagna la luce. Si ha il sentimento dell’io col pensiero. L’operazione del pensiero è doppia; essa consiste in astrarre e riflettere: astrarre tutto ciò che non è l’io, e l’universo non è che questa astrazione; riflettere, vale a dire ripiegar l’azione del pensiero sull’io, la cui esistenza è districata; di maniera’ che l’essere pensante e la cosa pensata si confondono in una stessa veduta, e la scienza non è altro che l’esistenza che coglie da sé medesima, e si esprime in questa proposizione che sola ha una certezza immediata: lo = io. » Schelling venne a fare un passo di più nella sua Filosofia della natura. Come Fichte aveva fatto scomparire il non io, egli fa scomparire l’io, ma per farlo ricomparire allo stato di esistenza assoluta, allo stato di Dio, e innalzar la formula di Fichte Io = io alla formula Dio = Dio. — Ed ecco come egli vi arriva; « Non si tratta di sapere se le cose fuor di noi hanno un’esistenza reale, se v’ha qualche cosa fuori di noi; ma se noi medesimi siamo un oggetto reale nel senso trascendentale della parola. Ora l’obbietto e il subbietto sono correlativi che si suppongono l’un l’altro, e appena si toglie l’uno di questi termini, l’altro si dilegua insieme con lui. La verità non si trova che nell’esistenza assoluta; non v’ha che una esistenza, una, eterna, immutabile. L’astrazione e la riflessione, che nell’idealismo trascendente devono condurre all’atto puro e libero, pel quale l’essere si pone, sono mezzi lenti e insufficienti; bisogna cominciare con questo atto puro e libero; la filosofia è una creazione indipendente, alla quale si giunge col distruggere l’uno coll’altro il subbietto e l’obbietto, e collocarci nel punto in cui siamo egualmente indifferenti ad ambedue, e donde per un atto d’intuizione intellettuale afferriamo l’esistenza assoluta. Quest’esistenza è Dio, il principio dell’unità e della felicità: quest’esistenza è una; l’affermarla è conoscerla, e conoscerla è affermarla. Ora v’ha identità perfetta tra la conoscenza e l’esistenza. La conoscenza che noi abbiamo di Dio è dunque l’esistenza medesima di Dio, per la conoscenza e la coscienza che esso ha di sé medesimo in noi; come, secondo Fichte, la conoscenza che noi abbiamo dell’io è l’esistenza medesima dell’io. In oltre, siam costretti di ammettere nell’esistenza assoluta una vera antitesi, ed è quella dell’unità e della pluralità. L’essere quale unità perfetta deve manifestarsi, e non può manifestarsi in sé medesimo nella sua unità; ma necessariamente in un altro che non è lui, e per conseguenza in una pluralità. Bisogna dunque che esso sia lui medesimo e un altro che non è lui; unità nella sua essenza e pluralità nella sua manifestazione. E come l’unità perfetta non può concepirsi senza manifestazione, né la manifestazione senza l’unità cui essa manifesta, ne conseguita che né l’una né l’altra, né l’unità né la pluralità, in quanto unità e pluralità, non esistono propriamente, e che non v’ha che la copula, vale a dir l’esistenza pura e semplice: Deus est in fieri ». O ragione umana, da quali vertigini tu sei sempre presa! E dove non vai tu a perderti nella tua matta libertà? – Il panteismo era fatto. L’Hegel non ebbe che a circoscriverne i termini e farne le applicazioni. « Unità di sostanza allo stato impersonale e indeterminato, quando la si considera in sé medesima; l’infinito indefinito, solo essere, sostanza e causa del mondo visibile. L’essere, l’infinito così latente, fa sforzo per esprimere tutte le modificazioni nascose nel suo seno colle loro innumerevoli qualità: egli si sveglia, si rivela, si esprime sempre più negli esseri che compongono l’universo e che offrono degli stati sempre più perfetti di questo spiegamento progressivo dell’esistenza. Egli dorme nella pietra, egli sogna nell’animale; e non esce dallo stato impersonale, e non arriva alla coscienza di sé medesimo che nell’uomo. Così l’uomo non esiste per se medesimo, come neppur tutto il resto dell’universo. Nulla esiste, altro che l’esistenza assoluta, altro che Dio, e l’uomo non è che questa esistenza assoluta giunta al suo più alto grado di sviluppo; egli è Dio, e Dio al supremo grado, Dio compiuto, Dio che si fa Dio, Dio giunto all’equazione di sé medesimo, per la riflessione e il sentimento della sua personalità, nella quale egli si contempla, Dio—Dio.

Si comprendono tutte le spaventevoli conseguenze contenute in questa dottrina. Se non v’è che una sola essenza che, diventando la natura, comincia ad avere una esistenza determinata, e che non arriva allo stato di personalità, di coscienza e di riflessione se non nell’umanità, è assolutamente necessario di negar Dio fuor dell’uomo, di negare un’intelligenza infinita, una volontà infinita, una provvidenza infinita anteriore e superiore al mondo. Cosi il panteismo, secondo la giusta espressione di Bossuet, non è che un ateismo mascherato. Ma esso è di gran lunga peggiore dell’ateismo; perocché l’ateismo lascia il vuoto della negazione, e questo vuoto dalle aperte fauci grida in certo qual modo, chiama a sé il suo obbietto, protesta contra la sua negazione, accusa la follia dell’ateo, e non gli concede rifugio che in una degradazione, in un abbrutimento di se stesso che gli lascia almeno il benefizio dell’umiliazione del suo stato per uscirne. Ma il panteismo, identificando l’esistenza assoluta col mondo, trasportando la personalità divina nell’uomo stesso, afferma Dio negandolo, inganna il sentimento che noi abbiamo della sua esistenza, sodisfa sino all’esaltazione il sentimento che abbiamo della nostra grandezza, e produce il peggiore di tutti gli accecamenti, quello dell’orgoglio, e dell’orgoglio che può stare colle più vili passioni, dell’orgoglio mascherato esso medesimo sotto l’apparenza dell’annegazione più compiuta, poiché in questo sistema l’uomo individuo non ha esistenza distinta, e non è che una molecola dell’uomo in genere, dell’umanità, che sola esprime la ragione assoluta, e n’è la più alta espressione. Cosi in questo sistema l’uomo è negato al par di Dio; non più alcuna verità distinta intorno a lui; non più legge morale, che ne metta in azione la libertà; non più timore o speranza per l’avvenire; a dir breve non più personalità; ciascuno è assomigliato alla massa, come questa alla Divinità. Ma al tempo stesso ch’egli vi è assomigliato, egli se lo assomiglia, egli si fa della libertà generale dell’uomo, della libertà assoluta di Dio, la sua propria libertà: e le sue passioni più disordinate sono non solamente più affrancate dalla coscienza individuale, da quella del genere umano e dal sentimento della divinità, ma le sono autorizzate, consacrate, divinizzate, come quelle che ne sono l’espressione e la determinazione attiva. Per recar le molte parole in una, in questo mostruoso sistema, Dio e l’uomo sono ad un’ora negati e affermati l’una dall’altro, negati pel bene e affermati pel male. Dalla nozione di Dio si traggono le idee d’indipendenza, di giustizia, di provvidenza, di saviezza, di bontà suprema; dalla nozione di uomo, si traggono le idee di libertà morale, di responsabilità, di coscienza, di merito e di virtù: e dopo di aver cosi fatto il voto di ogni bene in Dio e nell’uomo, si trasportano in Dio le passioni dell’uomo, nell’uomo i diritti di Dio, e dell’uno e dell’altro così rovesciati si fa un solo mostro, che ha la possanza assoluta di Dio e la perversità dell’uomo. Per colmo di delirio, questo mostro va crescendo. L’idea infinita, la ragione assoluta, secondo l’hegelianismo, vaga e confusa in sé medesima, comincia solamente a prendere una esistenza determinata nella natura, in cui ella si va sempre più svegliando, da poi la pietra sino all’uomo, in cui solo essa attinge la coscienza di se medesima. Ma giunta a questo punto, ella non vi si arresta; ella continua a progredire continuamente e produce le evoluzioni storiche dell’amanita, come ella ha già prodotto i regni della natura. La storia di tutta la successione dei fatti che la compongono non è cosi che la successione delle manifestazioni sempre più perfette dell’esistenza assoluta. Essa è, per lo sviluppo dello spirito universale, ciò che è la riflessione per lo spirito individuale; ne’ suoi periodi successivi vennero a porsi, sotto una forma manifesta e vivente, secondo un ordine logico e necessario, tutti elementi interiori dell’idea divina. Ad ogni epoca, le costituzioni, l’arte, la religione, la filosofia, hanno una radice comune, lo spirito del tempo, il quale non è esso medesimo che lo spirito universale, l’idea infinita al suo termine di sviluppo relativamente più avanzato. Tutto così, perfino i delitti più spaventevoli, sono giustificati, se sono conformi allo spirito del tempo; e le virtù più eroiche sono riprovate se esse sono a lui contrarie. L’ultimo stato dell’umanità è così il più alto punto dell’esistenza assoluta; e questa esistenza sviluppandosi sempre, ogni epoca può e deve operare per la distruzione di ciò che la precede e l’effettuazione delle sue più arrischiate e più perverse teoriche, col sentimento dell’Infinito e dell’assoluto che fa un legittimo sforzo per esprimersi. – Questa teorica dello sviluppo successivo di Dio nella storia è la teorica rivoluzionale, sollevata alla sua più alta possanza, alla possanza dell’assoluto, del Fatum, ma del Fato al servigio delle più feroci passioni scatenate, che dico! suscitate dal sentimento della legittimità, o piuttosto della divinità della loro azione. Perciò noi vediamo i maestri di questa teorica, quantunque più circospetti dei loro discepoli, trovar nondimeno dell’entusiasmo per celebrare le virtù di Robespierre e di Marat. – Ma questa teorica non ha aggiunto tutta la sua applicazione nel principio rivoluzionale; perocché questo principio atterra i troni e le superiorità politiche, ma lascia sussistere le condizioni sociali, i principii eterni della proprietà, del matrimonio, della libertà morale e dell’individualità delle esistenze. Ora, come abbiam già detto altrove, il panteismo esclude tutte queste distinzioni; se Dio è tutto, non v’è cosa che sia Dio; tutte le esistenze sono assorbite nell’assoluto dell’esistenza: nessuna appartiene a sé, e non ha nulla per conseguenza che a lei appartenga; il panteismo essendo il comunismo del finito e dell’ infinito, non trova la sua compiuta espressione che nel comunismo sociale dei diversi elementi del finito preso in se medesimo. Se il finito collettivo non è nulla, come il finito particolare che non ne è che un elemento, sarebbe esso qualche cosa? Ogni confusione, ogni comunismo, ogni caos sociale, è dunque il termine dell’egelianismo. Io non ho usato né arte né violenza, nella «posizione di questa dottrina, e neppure nell’estensione delle sue conseguenze; non ho detto insomma cosa che non sia stata formulata e praticata sotto i nostri occhi. E le citazioni sarebbero altrettanto facili quanto sono superflue. Ciò che ora importa di ben notare è che questo panteismo, che trovava il suo antecedente nella dottrina protestante del servo arbitrio, come il naturalismo in quella del libero esame, è uscito e si è sviluppato in seno al protestantismo e sopra il suo terreno primitivo; è che i suoi dottori e i suoi adepti erano ammessi come cristiani protestanti, in opposizione ai razionalisti propriamente detti che essi occupavano le cattedre dell’insegnamento teologico e si costituivano quali difensori del Cristianesimo (Per tal modo, cosa strana, grida lo storico Alzog , ei finirono a disconoscere a tale punto il Cristianesimo che pensavano di ritrovarne il vero spirito in un sistema, che, come quello di Hegel, vede in Dio la ragione impersonale, che non arriva alla coscienza di sé medesima se non nello spirito dell’uomo, che distrugge la libertà divina ed umana, e precipitando l’umanità dalle chiarezze ineffabili del Vangelo nelle tenebre del paganesimo, evoca da questo caos, come arbitro supremo d’ogni cosa, la cieca necessità.); finalmente è che 1’egelianismo è un sistema teologico protestante, che spiega alla sua maniera i dogmi della Trinità e dell’Incarnazione. Nell’esposizione che ne abbiam fatto, noi l’abbiamo spogliato delle sue formule dommatiche altrettanto plausibili ed ammissibili per la ragione emancipata dalla Chiesa quanto lo è tutta la simbolica delle altre eresie, e meno ributtante sicuramente della dottrina generale protestante del servo arbitrio e della giustificazione per la fede. Cosi, secondo l’Hegel, l’essenza assoluta, la sostanza di ogni cosa, considerata in sé medesima e prima di ogni sviluppo, è il Padre, o la prima Persona del mistero della Trinità. — Il passaggio dalla sostanza indeterminata all’esistenza effettiva, la trasformazione dell’essenza infinita in universo, in mondo creato, ciò che noi chiamiamo la natura, è Dio il Figliuolo, la seconda Persona, la quale esprime tutto ciò che è nella sostanza eterna. — Finalmente, quando lo spirito arriva al termine di tutti gli sviluppi, riconosce se stesso; quando egli afferma l’identità del finito e dell’infinito; quando per questa veduta e questa affermazione egli rientra in certo qual modo in sé medesimo, si uguaglia a sé medesimo, compie sé medesimo, esso è lo Spirito Santo, la terza Persona, ed è lo spirito umano. – Il dogma dell’incarnazione è similmente rispettato nella scuola hegeliana: solamente la dottrina del Verbo fatto carne, del Dio fatto uomo, invece di essere particolarizzata in Gesù Cristo, è generalizzata nell’umanità; e Strauss, discepolo di Hegel, nella sua Vita di Gesù, non ha fatto, in quest’ordine di idee, che spogliare la dottrina cristiana della sua veste storica; ma egli l’ha conservata, trasportandola nel genere umano; a giudizio di lui, come a giudizio di tutta la scuola egeliana, la specie umana è il Verbo. Del resto, tutta questa teorica panteista egeliana non ha nulla di originale; se noi ce ne ricordiam bene, essa non è che un ritorno alle antiche teoriche dei gnostici e de’ neo-platonici: lo Strauss non fa che riprodurre Filone, e il ciclo delle eresie termina come fu cominciato or fa diciotto secoli. – Questa dottrina ha potuto così autorizzarsi col protestantismo che l’ha partorita, e darsi come un progresso finale su tutte le evoluzioni di questa grande eresia. Perciò noi leggiamo sotto tutte le forme. negli Annali alemanni, « che la missione della chiesa protestante è di sradicare la fede al Cristianesimo evangelico; che Lutero non e stato che il precursore del grande Hegel; che il protestantismo può esistere senza la Bibbia, da lungo tempo invecchiata, piena di errori sulle questioni più importanti della vita, e che egli può, coll’ajuto della scienza e dell’incivilimento, surrogare efficacemente ogni disciplina morale (Il rispetto della Bibbia e della divina persona del Cristo non era molto più grande nei primi riformatori che negli ultimi, e Strauss non ha per certo superato Lutero. E lo vedremo poco stante.). » – Sotto il nome di Essenza del Cristianesimo, Feuerbach e Brunone Bauer vennero, dopo Strauss, a far discendere l’egelianismo sul terreno della politica sociale, ed a gridar la venuta del comunismo. Nel suo programma del 1843, censurando il vecchio liberalismo, questa scuola dichiarava che si trattava oggimai di strappare il popolo dalle illusioni su cui posa attualmente la nostra vita politica e religiosa, di mettere in moto le massime di distruggere l’organizzazione militare, insegnare al popolo a reggersi da se medesimo, ed a rendersi giustizia, di strappar dalla morte il mondo germanico e di assicurare il ino avvenire, trasformando il liberalismo in pura democrazia. Il protestantismo non respinge la solidarietà di queste fatali tendenze. Per far ciò sarebbe bisognato che trovasse in sé qualche fondo di credenza comune sul quale egli potesse appoggiarsi e raccogliersi. Ma, tutto al contrario, le facoltà teologiche di Prussia accompagnarono coi loro voti i richiami di Brunone Bauer in favore della libertà teologica; e gli ultimi tentativi fatti collo scopo di obbligare i predicatori prussiani ad adottare qualche simbolo positivo di Cristianesimo qual regola dell’istruzione della gioventù e del popolo sono venuti a rompere contra il rifiuto di queste medesime facoltà, salvo i1 decanato di Berlino e di Hengstenberg (L’anglicanismo, sotto la sua apparente coesione, non racchiude una minore divisione, una minore inanità. Nel maggio del 1840, si suscitò nella camera alta, sui trentanove articoli, un dibattimento in cui si domandò se il clero stesso credeva alla verità di questi articoli che egli approvava. A tale questione uno dei vescovi rispose che tutti i membri del clero vi credevano; un altro che nessuno vi credeva: un ferzo che era impossibile accettarli; sopra di che un altro, il quarto, aggiungeva che tutte le persone ragionevoli lo sottoscrivevano in massa, ma si riservavano di non credere altro che quello che loro sembrasse conveniente. Quello che avvenne poscia in Inghilterra non ha fatto che mettere sempre più in evidenza ed in azione questa discordia scandalosa e nondimeno molto istruttiva per una moltitudine di anime oneste e disingannate, che hanno preso c prendono tutti i giorni il loro corso verso l’unità.). – A dir breve, tutti i partiti del protestantismo per reagire contra le ultime conseguenze del suo principio possono compendiarsi in questa parola di Nicola Harms: « Io potrei scrivere, sull’unghia del mio pollice tutto ciò che rimane di dogma generalmente creduto nella chiesa protestante. » Ma una obbiezione onorevole non ci permette di raccogliere ancora il vantaggio di questo capitolo, e domanda che noi la leviamo. – In un lavoro notevolissimo, pubblicato negli Annali cattolici di Ginevra, sull’opera nostra, e in cui la benevolenza non la cede che alla sincerità dei giudizi, ci è stata fatta questa censura essenziale: « Il signor Nicolas ha voluto stabilire un legame di filiazione diretta tra il protestantismo ed il panteismo. Noi non possiamo approvare un tale sentimento. Il proprio del panteismo è di rigettare l’esistenza di un Dio personale: ora in nessun tempo passato o presente noi non vediamo alcuna setta protestante giungere a questo grado di negazione. Se il signor Nicolas ha voluto dire che la dottrina del libero esame ha creato in seno alle sette riformate un principio di dissoluzione favorevole allo sviluppo della filosofia panteista, noi siam d’accordo con lui. » – Noi non crediamo che questa censura sia fondata; e, qualunque sia la nostra deferenza pel suo autore, non possiamo abbandonare a lui la verità, o meglio non crediamo di poter rispondere meglio alle sue intenzioni che mettendola viemaggiormente in luce, e porgendogli così motivo di congratularsi con noi dell’obbiezione. – Primieramente è vero che la dottrina del libero esame ha creato in seno alle sette riformate un principio di dissoluzione favorevole allo sviluppo della filosofia panteista. Tutto quello che dice a questo riguardo il giudizioso critico nel seguito dell’articolo è esattissimo. Nondimeno, non tenendoci ancora che a questo punto di vista, noi pensiamo che la filosofia panteista non è stato l’effetto puramente fortuito della dissoluzione operata dal libero esame. L’errore non è così avventuroso come pare nelle sue cadute e nei suoi traviamenti. Le sue cadute sono fatali anzi che avventurose. A dir breve, l’errore ha le sue leggi, le quali non sono altro che l’atterramento di quelle della verità, leggi di decomposizione, di corruzione e di morte, come quelle della verità sono leggi di unione, di santità e di vita. Ora, avendo il principio del libero esame recata la distruzione radicale delle credenze, questa incredulità totale non era terribile per la natura umana. Il bisogno di credere che è ad essa inerente, e la necessità di trovar soluzioni ai grandi problemi del destino individuale e sociale dell’uomo, senza i quali egli non può organizzare né la società né la sua vita particolare, doveva, come l’ha si bene spiegato Jouffroy nelle pagine da noi citate, recare una reazione contra il naturalismo. Dal culto del finito, se così posso dire, si doveva andare al culto dell’infinito. Ma come trovare, o porre le leggi e i confini di questo culto? Noi l’abbiamo già mostrato le cento volte: Gesù Cristo solo e la sua Chiesa hanno potuto sciogliere questo problema. Gli spiriti che si rifiutano d’accettare la soluzione cattolica, e che in tutte le loro investigazioni non mirano che a soddisfare quello di cui bisognerebbe primieramente spogliarsi, l’orgoglio del loro spirito, la libertà delle loro passioni, non potevano far altro che errare in tale investigazione, cadendo nell’eccesso contrario al naturalismo, nel panteismo, sia perché l’impotenza naturale dello spirito umano è scoprire le leggi dell’ordine soprannaturale non lo rende capace che di eccesso nei concetti che può formarsene, sia perché in questo eccesso egli conserva sempre la sola cosa che non vuole abbandonare, se cosi oso dire, il suo io emancipato dal naturalismo o autorizzato dal panteismo, glorificato nella prima e divinizzato nella sonda di queste concezioni. Il panteismo e il naturalismo non sono che due forme di un medesimo culto, del culto della ragione. Perciò noi vediamo i medesimi spiriti, senza mutar costumi né carattere, passar dall’una all’altra di queste due dottrine e trovarvi egualmente il loro conto. Il panteismo ha anzi questo vantaggio per essi sul naturalismo, che soddisfa o piuttosto inganna il bisogno innato che noi abbiamo dell’infinito, facendo volgere il suo culto in quello di noi medesimi. Sia per ignoranza, sia per orgoglio, sia per debolezza intellettuale, sia per debolezza morale, o per ambedue al tempo stesso, l’uomo non può dunque trovar l’accordo del finito coll’infinito, vale a dire la religion vera; egli non può che gettarsi da un polo all’altro, quando non si sottomette a seguire il simbolo cattolico, che è come l’eclittica celeste, e agghiaccia o incendia la terra cui il sole della verità divina contenuta in questo simbolo può solo vivificare. In questo primo senso si direbbe dunque con verità che il panteismo è imputabile all’emancipazione religiosa dello spirito umano, al protestantismo. – Ma noi abbiam detto in oltre che vi era un rapporto dottrinale tra il protestantismo e il panteismo, ed è principalmente su questo punto che noi discordiamo col nostro giudizioso critico, e dobbiam spiegarci. La spiegazione sarà semplicissima e, come crediamo, assai concludente. « Il proprio del panteismo, dice egli, è di rigettare l’esistenza di un Dio personale. Ora in nessun’epoca passata o presente, noi non vediam setta protestante giungere a questo grado di negazione. » Questa obbiezione è troppo moderata nella sua esposizione; ed è perciò che il suo autore vi si è impegnato. Se egli avesse dato ad essa tutto il suo sviluppo, avrebbe veduto che la si confutava da sé medesima, come avvien sempre di una obbiezione che non è fondata. Una tale obbiezione bene esposta è per metà confutata, per la ragion medesima che una questione ben posta è per metà risoluta. Ora, non basta, nel senso dell’obbiezione, il dire che il protestantismo non ha mai rigettato l’esistenza di un Dio personale; bisognava dire che ha professata l’esistenza di un Dio personale con eccesso mercé il dogma della giustificazione, della predestinazione e del fatalismo; che egli ha sacrificato a questa personalità divina la personalità umana; che vi ha immolati tutti gli atti interiori ed esteriori che distinguono quest’ultima, fino a riuscire a questa conclusione, che Dio fa tutto, che Dio è tutto in noi, come in tutte le creature. Ecco l’obbiezione in tutta la sua forza. Ma eccola appunto per questo in tutta la sua debolezza; perocché se Dio è tutto, tutto è Dio, ed ecco la personalità divina assorbita nel suo proprio eccesso, e i due estremi che arrivano, come sempre, a confondersi. Il panteismo esiste tanto nella formola: Dio è tutto quanto in quella: tutto è Dio; perché in queste due formolo vi è egualmente confusione del finito coll’infinito, ciò che è propriamente il panteismo. La prima ha un carattere più religioso, e la seconda un carattere più filosofico; ma questo è il vero di quella, perocché ciò che muta di natura, ciò che è sacrificato, ciò che perisce realmente in questa confusione non è il finito, non sono i suoi atti, non sono le nostre inclinazioni e le nostre passioni: per lo contrario, tutto questo è salvo, anzi consacrato; bensì è Dio, il quale, col necessitarle e col farle in noi, vi perde gli attributi di santità, di giustizia, di sapienza, di potenza, la cui riunione costituisce la personalità del suo essere. Il dogma protestante del servo arbitrio e della predestinazione non è in sostanza che il dogma della licenza e della deificazione delle passioni dell’uomo. Esso non trasporta in Dio la nostra libertà e il nostro destino che per spogliarvele d’ogni responsabilità umana e rivestirvele de’ di lui attributi divini, e distruggere in pari grado la di lui personalità santa, essenzialmente incomportabile colla nostra licenza. Il dogma protestante della predestinazione non è insomma che un panteismo mascherato, come questo non è che un ateismo mascherato, il quale in sostanza è l’unico errore più o meno mascherato. Perciò uno de’ primi frutti della riforma, per confessione medesima de’ riformatori , che noi avrem motivo di citare a questo proposito, fu la spaventevole apparizione dell’ateismo in seno alle società cristiane. La dottrina del servo arbitrio, che è il fondo del protestantismo ortodosso, aveva dunque ripiena 1’Alemagna, che ne è stata e ne è rimasta il primo e il principal teatro, de’ germi del panteismo, e questo si è trovato pronto a ricevere le formale filosofiche di Hegel. Noi abbiam già citato, a sostegno della nostra tesi sul rapporto del protestantismo col panteismo non meno che col naturalismo, l’opinione dell’eminente autore della Simbolica. Dopo aver mostrato il panteismo puro in questa dottrina di Zuinglio: Tutto ciò che esiste è di Dio; tutto ciò che è, è Dio, è Dio medesimo e dopo aver dichiarato il rapporto di questa dottrina con quella predestinazione luterana, egli termina così: « Ecco gli eccessi inuditi ne’ quali cadde Zuinglio riconducendo alla sua vera base la dottrina di Lutero sulla libertà umana. In questi ultimi tempi (ed è così che i protestanti si comprendono essi medesimi) si sono veduti gli ortodossi del partito combattere i nuovi sistemi filosofici e teologici; sistemi che in sostanza non racchiudono che le conseguenze necessarie de’ principii posti dai riformatori. Schleiermacher, non ostante le tante sue deviazioni della dottrina de’ suoi maestri , è, a nostro avviso, il solo vero discepolo degli apostoli della riforma (Simbolica, tom. I, pag. 281). – Noi siam lietissimi di poter dare alle nostre ragioni il sostegno di quest’alta autorità; è per tal modo rimane bene stabilito che il protestantismo, del paro che tutte lo altre eresie, doveva riuscire dal suo lato dommatico, ed è realmente riuscito, al panteismo.

GNOSI: TEOLOGIA DI sATANA (45): RAPPORTO DEL PROTESTANTESIMO COL SOCIALISMO PER MEZZO DEL PANTEISMO (3)

GNOSI: TEOLOGIA DI sATANA (43): RAPPORTO DEL PROTESTANTESIMO COL SOCIALISMO PER MEZZO DEL PANTEISMO (1)

Rapporto del protestantismo col socialismo per mezzo del panteismo. (1)

 [A. NICOLAS: “Del Protestantesimo e di tutte le eresie nel loro rapporto col socialismo”, vol. II – Napoli, tipogr. e libr. Gabr. ARGENIO – 1859]

 (SEGUITO)

CAPITOLO VI.

PASSAGGIO DAL PROTESTANTISMO AL PANTEISMO -I.-

Si può dire, in un certo senso, della verità cattolica ciò che Boileau ha così ben detto dell’onore. Essa è come un’isola scoscesa e senza rive. Appena si mette il piede fuor del suo ricinto, non si ha altro più che la scelta dei naufragi; e per diversi che questi siano pei loro accidenti, essi vengono alla fine a ridursi tutti a due abissi che si corrispondono; l’abisso del naturalismo e l’abisso del panteismo. – Tutte le eresie che hanno preceduto il protestantismo hanno piegato più particolarmente verso quest’ultimo abisso. Esso solo ha avuto il fatale privilegio di spingere ad un tempo lo spirito umano verso il panteismo e verso il naturalismo, e di provare la doppia verità di questa parola di Gesù Cristo: Chi cadrà sopra questa pietra si fracasserà, e quegli su di cui ella cadrà sarà stritolato. (Matth. XXI, 44.) – E il protestantismo ha provata la verità di queste parole col distaccarsi dal Cattolicismo per due falsi principii che egli professa egualmente; l’uno come metodo, l’altro come dottrina, cioè: il principio del libero esame e il principio del servo arbitrio. Questi due principii sono essenzialmente contradittori nel loro punto di partenza, ma perfettamente d’accordo e logici nel loro termine. – Col principio del libero esame l’uomo è costituito giudice della Divinità; col principio del servo arbitrio egli non è che l’automa: ora qual cosa v’ha mai più contradittoria? Col principio del servo arbitrio si arriva a negar l’uomo, e col principio del libero esame si arriva a negar Dio; il che è in tutta logica. – E notiamo in qual maniera si operano queste due gran negazioni e come esse concorrono al totale pervertimento.— Colla dottrina del servo arbitrio 1’uomo è annichilato da Dio, il finito è assorbito nell’infinito.

— Colla dottrina del libero esame, Dio e tutto il soprannaturale della verità rivelata è recato ridotto e soggettato alla ragione umana; l’infinito è assorbito nel finito. — Per la via del servo arbitrio si cade nel panteismo, e per quella del libero esame nel naturalismo. Nel primo di questi abissi è l’uomo che scompare in Dio; nel secondo è Dio che scompare nell’uomo: in entrambi le sregolatezze della natura umana sono divinizzate per ispirazione o per apoteosi; essi sono divinamente necessitati o glorificati, e diventano la fatalità o la dea Ragione. – Qual logica mirabile ci offre l’errore nella concatenazione delle sue deduzioni e delle sue cadute! E qual potente dimostrazione della verità non ne risulta Perocché questa logica dell’errore che cos’è mai se non il contrario di quella della verità, come l’ombra è il contrario della luce? Essa ne è cosi la controprova, tanto più conchiudente perché è tale senza volerlo e senza saperlo, e perché, combattendola, essa la glorifica. E ciò è talmente vero che se la verità cattolica e i suoi benefici divini fossero cancellati dalla memoria degli uomini, si potrebbe ricostituirla pigliando anche solo il contrario dell’errore e delle sue pratiche; e per conseguenza, per quelli che non vedono questa verità in sé  medesima, non vi è modo più dimostrativo che di farla vedere ad essi, se così posso esprimermi, nel suo rovescio. Cotanto è vero e profondo l’Oportet et hæreses esse del grande apostolo! Questo è tutto il processo e tutto lo scopo di quest’opera. I dati di essa sono stati intraveduti dal dotto autore della Simbolica, il quale nella prefazione di quest’opera ammirabile ha scritto: « Da circa vent’anni i naturalisti attaccano l’elemento divino; il protestantismo ortodosso per lo contrario distrugge l’elemento umano. Tuttavia il Cattolico ha questo vantaggio che la sua fede comprende la libertà e la grazia, il divino e l’umano: diciam meglio, il suo simbolo è l’unità (o piuttosto l’unione) di queste due nature. Appunto per questo, la nostra dottrina abbraccia il razionalismo ed il protestantismo: essa unisce, concilia questi due estremi. » Il pensiero del dotto autore è, secondo noi, mal espresso in queste ultime linee. Il  protestantismo ed il razionalismo, vale a dire, come l’intende egli stesso, il panteismo ed il naturalismo, non possono essere abbracciati e conciliati insieme; essi non possono essere che distrutti dalla ricostituzione del cattolicismo, il quale, ripigliando dall’uno l’elemento divino, dall’altro l’elemento umano, doppiamente colla loro unione adorabile in Gesù Cristo e in tutto il Cristianesimo. Naturalmente questi due elementi tendono, nelle concezioni dell’uomo, ad escludersi o ad assorbirsi in conseguenza della prima di tutte le eresie, che ebbe per teatro l’Eden e che ha infettato tutta la creazione: solo soprannaturalmente essi hanno potuto essere conciliati in Gesù Cristo e nella sua dottrina, e, per la medesima causa, questa conciliazione può essere mantenuta dalla Chiesa solo soprannaturalmente. Se la Chiesa non fosse che una istituzione umana essa non avrebbe potuto mantenere questo accordo un solo giorno; chiamo in testimonio la sorte toccata a tutte le eresie. Perciò una prova più grande e più sensibile della verità coll’assistenza soprannaturale, che è stata a lei formalmente promessa da Gesù Cristo, si è ch’ella ha inviolabilmente mantenuto questo meraviglioso accordo sino ai nostri giorni, mentre noi l’abbiamo veduto rotto dalla prima parola d’ogni eresia. E questo uno de’ lati più luminosi e più nuovi della fede cattolica, sul quale non sarà mai quanto mai basti raccolta l’attenzione, e il destino finale del protestantismo viene sopra tutto a rivelarcelo. Il traduttore della Simbolica l’ha perfettamente indicato in una piccola nota della sua prefazione : « In generale, dice egli, i protestanti dell’Alemagna sono o panteisti, o naturalisti; cosa che si comprende agevolmente. Lutero rompe il legame vivente che unisce l’elemento superiore e l’elemento umano. Ora da questo momento bisogna dire o che tutto è Dio, o che tutto è finito. Di fatto, appena nacque il protestantismo, dovevano pure il naturalismo ed il panteismo nascere dalla discordia dello spirito umano coll’istituzione soprannaturale della Chiesa: il loro sviluppo successivo, non è stato che l’affare del tempo. — Da un lato il libero esame, dopo di avere assorbito l’elemento soprannaturale inerente alla Chiesa, ha continuato questo lavoro di assorbimento del soprannaturale, rispetto alle sacre Scritture, ai sacramenti ed ai dogmi principali della fede cristiana, al carattere generale della rivelazione e d’ogni rivelazione, e finalmente alle stesse nozioni della teologia universale. — Dall’altro lato, colla dottrine del servo arbitrio, il protestantismo ha posto un principio di assorbimento dell’elemento umano, il quale, dopo di aver esercitato i suoi guasti nel seno del Cristianesimo colla dottrina della giustificazione e dell’inamissibilità della giustizia, si è esteso con quella della predestinazione e del fatalismo; e spogliando ogni forma teologica, è diventato come vedremo poco stante, il panteismo filosofico di Hegel. — E finalmente il riscontro finale di queste due serie inverse di distruzione ha prodotto il caos dei due elementi, o piuttosto il loro concorso alla distruzione totale. – In seno al protestantismo noi troviamo evidenti questi due errori nei luterani e nei calvinisti da una parte, i quali negano la libertà umana per concedere tutto alla necessità della predestinazione divina, e nei sociniani dall’altra parte, i quali negano la previdenza per concedere ogni cosa alla libertà dell’uomo. « Per salvare la prescienza del sovrano Essere, dice Moehler, i primi riformatori distrussero la libertà dell’uomo; i sociniani, per lo contrario, sacrificarono la prescienza divina alla libertà umana. Gli uni dissero: Dio è quello che determina l’uomo, e allora questo scompare; gli altri insegnarono che Dio è determinato dall’uomo, e da questo punto l’essenza immutabile fu soggettata al mutamento. Così gli uni distruggono l’uomo, mentre gli altri mutilano Dio (Moehler: La Simbolica, Tom. II, pag. 366). » A questo proposito Bossuet ha scritto una pagina d’una magistrale eloquenza, nella quale fa vedere come la sommissione dello spirito umano alla fede lo renda atto ad abbracciare la verità totale, e come per lo contrario la sua emancipazione lo condanni a’ più miserabili naufragi. Noi non possiam resistere al piacere di citarla, tanto più che vi è congiunta la nostra questione.

« Il signor Jurieu vorrebbe ch’io gl’insegnassi come si accorda il libero arbitrio coi decreti eterni. Debole teologo, il quale fa le viste di non sapere quante verità si debbano credere, quantunque non sappiamo sempre il mezzo di conciliarle insieme! Che direbbe egli ad un sociniano che tenesse a lui il linguaggio stesso che egli tiene con me, e lo stringesse a questo modo? Io vorrei che il signor Jurieu ci spiegasse come l’unità di Dio si accorda colla Trinità? Entrerebbe egli con lui nella discussione di questo accordo, e si obbligherebbe egli a spiegargli il segreto incomprensibile dell’Essere divino? Non crederebbe egli di averlo vinto mostrandogli che queste due cose sono egualmente rivelate, e che per conseguenza, suo malgrado, e non ostante la piccolezza dello spirito umano, che non può conciliarle perfettamente, bisogna che l’infinità immensa dell’essere di Dio le conditi e le unisca? Ma, senza fermarci sopra questo mistero, che cos’è in tutto e in ogni parte la nostra fede, se non un complesso di verità sante che sopravanzano la nostra intelligenza, e che noi avremmo, non già credute, ma intese perfettamente ed evidentemente se potessimo conciliarle insieme con un metodo manifesto? Imperocché in tal guisa noi ne vedremmo, per così dire, tutti i confini; ne vedremmo le soluzioni del paro che i nodi; e avremmo in mano la chiave del mistero per entrarvi tanto avanti quanto vorremmo. Ma la cosa non è così; e quando così sarà non sarà più questa vita, ma la futura; non sarà più la fede, ma la visione. Che dobbiam far noi intanto, se non credere e adorare ciò che non si comprende, unir colla fede ciò che non si può ancora unire col dirla in una parola, come san Paolo, ridurre cattività sotto l’obbedienza di Gesù Cristo?» Quelli che non possono a ciò risolversi nella dottrina cristiana e fanno tanti naufragi quante sono lo questioni che decidono; perocché v’ha da per tutto la difficoltà, alla quale si soccombe, si perisce. E per venire in particolare a quella di che si tratta, il sociniano prova in sé medesimo la libertà della sua scelta; nessuna ragione può togliergli questa esperienza; ma non potendo accordare questa scelta colla prescienza di Dio, egli nega questa prescienza; soccombe alla difficoltà; si rompe contro lo scoglio, e, come dice san Paolo, fa naufragio nella fede. Il naufragio del calvinista, che, per sostenere la prescienza o la providenza, toglie all’uomo la libertà della sua scelta e fa Dio autore necessario di tutti gli avvenimenti umani, è esso minore? Niente affatto, l’uno e l’altro si sono spezzati contro la pietra. Quegli che tiene insieme queste due verità cui gli altri confondono insieme distruggendo l’una coll’altra; quegli che può, è, sapendo bene che non è qui il luogo di comprenderle, le supera colla fede nell’aspettazione di raggiungerle coll’intelligenza, sarebbe forse necessario dire al signor Jurieu, se fosse teologo, che costui è il solo che naviga sicuramente e che solo potrà giungere alla verità come al porto? Che serve dunque allegar qui la grazia efficace e i tomisti? Questi dottori, come gli altri cattolici, sono d’accordo nell’escludere dalla volontà dell’uomo una inevitabile necessità e nell’ammettervi una libertà intera di fare e non fare. Se essi durano fatica a conciliare la libertà umana coll’immutabilità dei decreti di Dio, non soccombono però alla difficoltà; essi remigano con tutte le loro forze per non essere gettati contro lo scoglio. Il signor Jurieu, che, per confondere tutto, quando invece si tratta semplicemente di stabilir la fede, vorrebbe indurmi a discutere il modo col quale procuriamo spiegarla, non vuole che trastullare il mondo (Bossuet: Secondo Avvertimento). » – La questione non si agitava ancora che nell’ordine teologico. Nel seno stesso della Chiesa si erano prodotte in ogni tempo delle opinioni diverse su questo misterioso rapporto della grazia e della libertà, dell’elemento divino e dell’elemento umano; e la loro discussione, contenuta entro i limiti della fede, era stata autorizzata dalla Chiesa che vi presiedeva, siccome atta ad arricchire lo spirito umano dei tesori della verità, facendoglieli meglio conoscere. Ma dal giorno in cui il protestantismo ha scosso il giogo della Chiesa e non ha più voluto riconoscere altro tribunale che quello dello spirito umano, allora il legame superiore che ratteneva queste opinioni è stato rotto, ed esso diventate pei loro errori, eresie contradittorie, ciascuna delle quali recava seco una porzione della verità, esagerandola a danno dell’altra o piuttosto distruggendole ambedue doppiamente per esagerazione e per negazione, fino a togliere la nozione della libertà morale nell’ammettere il dogma della predestinazione, e quella della provvidenza coll’esaltare esclusivamente i diritti e le forze dello spirito umano. Questo disordine non doveva rimanere nella regione della teologia; il fenomeno, facendosi grande, doveva diventar filosofico, indi poetico e sociale. – Noi abbiamo già veduto nella prima parte di quest’opera l’ima delle sue facce, quella del filosofismo, del naturalismo, radicalmente esclusivo dell’ordine soprannaturale, e per conseguenza sovversivo di ogni ordine naturale, politico e sociale che egli priva di contrappeso — essenzialmente rivoluzionale. Ciò che noi abbiamo avuto principalmente in mira di dimostrare è che il filosofismo rivoluzionale non era che l’ultima giornata, in certo mal modo, della negazione nata dal libero esame, e lo scioglimento, nell’ordine sociale, della rivoluzione cominciata nell’ordine religioso nel secolo decimosesto; non era se non una trasformazione del protestantismo. Esso fu a bella prima sospinto alle sue ultime applicazioni col furore francese, nocivo all’errore cui esso compromette, e che lo disapprova dopo dì averlo ispirato; ma esso era davvero e debitamente figlio del protestantismo, nato dal socinianismo inglese e ginevrino, propagato dai torchi olandesi, e importato in Francia, ove esso aveva del resto trovate attive sementi lasciate da quel socinianismo libertino, la cui invasione spaventava cotanto Jurieu in Olanda e gli antichi ministri rifuggitisi in Inghilterra. – Del resto noi l’abbiam veduto alla medesima epoca nascere da sé medesimo e svilupparsi sulla terra classica del protestantismo, in Alemagna, ove i suoi partigiani si chiamavano coscienziari, come in Inghilterra si denominavano liberi pensatori; Mat. Kuntzen, Edelmann, Nicolai, Wolfenbuttel, Reimarus, Lessing ed altri teologi, professori e dottori protestanti ne erano i capi. In un nugolo di scritti intitolati: Le verità innocenti; Il monaco smascherato; Il Cristo e Belial; La divinità della ragione; Il grido della ragione dall’alto della cattedra; Dell’impossibililà di una rivelazione divina; La falsità della risurrezione; Dello scopo di Gesù e de’ suoi discepoli; La piccola Bibbia; Almanacco delle chiese e delle eresie; Saggio di sistema di dommatica biblica; Lettere sulla bibbia di Folkstone; La nuova rivelazione; Spiegazione del piano e dello scopo di Gesù e di alcuni altri; Storia della vita di Gesù per lui medesimo, ecc. ecc., il naturalismo faceva esplosione come una fermentazione della ragione protestantizzata. In essa insegnavasi « che bisogna rigettare il Corano cristiano, non meno contradittorio e altrettanto poco autentico che quello dei Turchi, per attenersi come Enoch e Noè alla ragion sola, alla coscienza che la natura da maternamente a tutti gli uomini, e che insegna loro a vivere onestamente, a non nuocere a persona, a rendere a ciascuno ciò che gli appartiene. È questa la vera Bibbia. Il cielo e l’inferno è la coscienza. Non v’ha né Dio, né demonio. La Bibbia non fa differenza tra il matrimonio e la fornicazione. È d’uopo purgar la terra de’ sacerdoti, dei re, di tutte le potestà stabilite. » (Acta hist.eccl. nostr. temp., tom IV, p. 434) Tutto quanto il protestantismo non era certamente trascorso ancora sino a questo punto; v’aveva la coda degli ortodossi che protestava contro la testa; ma esisteva fra l’una e l’altra una comunanza di principio che per un concatenamento logico non faceva di tutto il protestantismo che un solo corpo di eresia che si avanzava per via di evoluzioni verso il vortice del naturalismo. Noi abbiamo veduto come questo vortice diventasse quello della società; abbiam veduto per qual via sotterranea percorsa da Rousseau a Luigi Blanc, e illuminata ai nostri occhi dalla fiaccola di Proudhon, la negazione del sistema cristiano della caduta e della redenzione, togliendo la gran spiegazione e il gran rimedio del male nel mondo, conducesse ai sistemi socialisti, che del male stesso ne accagionano la società e la previdenza e ne continuano la riparazione in mezzo alla distruzione universale. Ma il protestantismo, che aveva menato il mondo al socialismo per mezzo del naturalismo, doveva precipitarvelo per mezzo del panteismo, e questa seconda faccia del fenomeno è appunto quello che dobbiam ora mostrare. La natura umana ha orrore del vuoto dell’infinito. Sull’orlo di questo abisso, la piglia una vertigine, ed essa vi si precipita follemente quando non è in comunicazione regolare con lui mercé la religion vera. L’empietà medesima che fa questo vuoto dell’ infinito. lo empie a misura che lo scava, colla divinizzazione del finito che gli sostituisce. Non è mai, neppure per breve istante, che gli altari si rimangano senza divinità e senza adoratori; e quando n’è cacciato il vero Dio, la dea Ragione vi sale in sua vece. La religione del vizio e della colpa protesta contro l’irreligione; e la colpa medesima anziché sostenere il supplizio del nulla, va incontro al castigo decretando l’Ente supremo. – Ma queste enormità, le quali provano a qual punto l’uomo è religioso, non sono che eccessi di follia poco durevoli. Bisogna venire a regolarizzare la soddisfazione di questo sentimento colla verità o con un errore più specioso. La società francese usci dal naturalismo per risalire al cattolicismo; 1’Alemagna protestante per andare a gettarsi nel panteismo. La reazione religiosa in Alemagna volse al panteismo sotto 1’influenza di Kant. Cosa degna d’esser notata, il più gran genio che abbia onorato il protestantismo, Leibnitz, è stato senza influenza sopra di esso. Vero è che Leibnitz, quantunque protestante, ha in tutta la sua vita inchinato verso il Cattolicismo, e finì per abbassare ad esso il forte suo capo; ma con qual candore d’intenzione, con qual grandezza di spirito e qual maestà di carattere! Il protestantismo non ebbe e non sarà mai che abbia luce meglio fatta per illuminarlo, più degna di essere seguita, e gli agevoli il ritorno all’unità con maggiore autorità e Io stimoli alla disapprovazion dell’errore con maggior gloria. Ebbene, questo grand’uomo non ha tocco menomamente il cuore al protestantismo; anzi poco mancò che non fosse disapprovato, e che la sua gran gloria non torni anche oggidì importuna ai protestanti quanto essa è cara all’umanità. L’influenza che Leibnitz non ebbe sul protestantismo era riserbata a Kant, a Fichte, a Schelling e sopra ogni altro ad Hegel. Apparvero, costoro e si tennero proprio di buona fede i difensori del Cristianesimo, per quanto è ciò possibile con una dottrina che, non avendo altro che la ragion naturale per aggiungere uno scopo soprannaturale, mal può evidentemente empiere un abisso se non scavandone un altro.

GNOSI: TEOLOGIA DI sATANA (44): RAPPORTO DEL PROTESTANTESIMO COL SOCIALISMO PER MEZZO DEL PANTEISMO(2)

LO SCUDO DELLA FEDE (134)

LO SCUDO DELLA FEDE (134)

P. F. GHERUBINO DA SERRAVEZZA

Cappuccuno Missionario Apostolico

IL PROTESTANTISMO GIUDICATO E CONDANNATO DALLA BIBBIA E DAI PROTESTANTI (1)

FIRENZE DALLA TIPOGRAFIA CALASANZIANA – 1861

A’ MIEI FRATELLI ITALIANI.

Italiani Fratelli! una grande insidia vi è tesa! Già da parecchi anni una moltitudine di scaltri emissarii del Protestantismo vanno di continuo aggirandosi intorno a voi per cogliervi nei loro lacci. Italiani Fratelli! non si tratta di meno che di strappare dai vostri cuori la Santa Cristiana Fede, di stirpare dalla nostra deliziosa Italia la sua gloria più bella, il suo più magnifico e prezioso tesoro, la Cattolica Religione, e a lei sostituire le sinagoghe dei loro errori. Italiani Fratelli! non solo i nostri più avveduti, ma persino alcuni dei loro correligionari di retto cuore e sincero, non lasciano di seriamente avvertirci che il loro scopo primario è tutt’altro che l’aumento della falsa lor religione; che questa non è che un pretesto, un mezzo di cui voglion servirsi per acquistar partitanti tra noi, e quindi aver modo di attaccar brighe co’ nostri,… sotto pretesto di protezione, finché arrivino a farsi nostri duri padroni, a dominar da dispotici il nostro ameno paese! – Infatti, il vedere che tanto tra noi si affaticano, e spendono tanto per acquistar de’ proseliti: che tanta carità ostentano pei nostri poveri, mentre nei loro paesi sono indifferentissimi, e non pochi chi tutto increduli in fatto di religione, ed hanno pei loro poveri un cuore di tigre: il vedere che arruolano per proseliti, e con tanto dispendio, ogni sorta di ribaldaglia, increduli, discoli, oziosi. falliti, le donnacce di mondo, gli avanzi di galera e simili, nulla loro importando che diventino buoni cristiani, né tampoco onestuomini, ma solo contentandosi di far gente; il veder finalmente la smania grande che hanno…. certuni di fermare il piede sulla nostra terra, le brutte mene che a tale oggetto non cessano di adoperare, il grande impegno di proteggere ad ogni costo questi loro emissarii; ci induce necessariamente e credere che qui gatta ci cova, che non senza fondamento sono i nostri sospetti. – Essendo poi questi garbati propagatori di Protestantismo ben consapevoli che non è dalla parte loro la verità, per ottenere l’iniquo intento evitano scaltramente le dimissioni colle persone illuminate e capaci di turar loro la bocca, e presentano agli altri la loro corretta Bibbia allettandoli pur col denaro a prenderla e leggerla: inondino in pari tempo ogni luogo con un diluvio di libercolacci, che posson dirsi compendii dell’errore, dell’impudenza, della malignità e della menzogna; né cessano di spargere per ogni dove, e far gridare ai loro complici ogni sorta di vituperii contro il Vicario di Gesù-Cristo ed il Clero cattolico, onde alienare per tal modo i semplici e i deboli dalla Cattolica Fede. Quanto essi spacciano a voce e in iscritto fu già le mille volte dai Cattolici vittoriosamente confidato: ma tutti ciò non conoscono, e molti essendo incapaci di discernere il vero dal falso, restano colti nelle tramate insidie. Affine pertanto di turar la bocca a questi emissarii e illuminare gli incauti, ho composto la presente Operetta, la quale sarà nelle mani di questi un’arma potente contro le dicerie ed imposture di quelli. Imperocché nella sua prima parte discusse restano quelle materie di dogma e disciplina della Cattolica Chiesa, le quali singolarmente sono da essi prese di mira, e giudicata è la nostra e la loro credenza con la sola autorità della Bibbia, a cui con  tanto sussiego sempre si appettano, e dei primari autori, i protestanti antichi e moderni, compresi i loro medesimi Fondatori. La seconda parte presenta un genuino prospetto del Cattolicismo e del Protestantesimo: chi sia il Papa: presso di chi sia la vera santa Scrittura: chi ne siano i corruttori: chi gli ingannatori de’ popoli: qual delle due sia la Chiesa bottega: qual sia la vera Chiesa di Gesù-Cristo, e quale quella dell’Anticristo, con altre cose di sommo rilievo. – Avrei potuto addurre in prova della nostra causa e a condanna del Protestantismo molte altre sentenze e della Santa Scrittura e di stimatissimi autori protestanti: ma per non rendere questa Operetta troppo voluminosa, ho dovuto ristringermi (non senza mio dispiacere) a citarne quelle soltanto che bastar potevano abbondantemente al mio scopo. – Dispiacerà forse a taluno in questa Operetta la lunghezza dei periodi o degli argomenti come poco conveniente al metodo dialogico; ma spero sapranno perdonarmi, quando avvertiranno: 1.” Che, sebbene qui si proceda a forma di dialogo, non è rigorosamente parlando vero dialogo, ma piuttosto controversia, dibattimento, in cui ciascuna delle parti è in diritto di esaurire le proprie ragioni senza esserne interrotta, come praticar si vede nel sistema giudiziario e parlamentare: 2.” Che far non potevo diversamente senza grave danno della verità, perché attenendomi alla brevità dialogica, dopo aver recata in ciascun luogo una o al più due sentenze della Santa Scrittura, o dei protestanti, avrei dovuto (come ognun vede) omettere assolutamente tutte le altre, le quali, non riguardando che la medesima cosa e sotto il medesimo aspetto, non mi restava più luogo a citarle. – Del resto, qualunque sia il merito di questa Operetta, sono certo almeno che riunite vi sono tali e tante incontrastabili prove della verità della Cattolica Fede e della falsità del Protestantismo, che molto giovar potranno non solo a confermare in quella i vacillanti Cattolici, ma a renderne ancora convinti que’ moltissimi protestanti che con puro cuore e retta intenzione vanno in traccia della verità.

PRIMA PARTE.

L’Appello del Protestantismo alla Bibbia contro la Cattolica Chiesa.

DISCUSSIONE I.

L’ indefettibilità della Cristiana Chiesa.

.- 1. Protestantismo. OSanta Bibbia! Io sono il Protestantismo, vostro fedele seguace, poiché fo professione di non riconoscere altra Norma, altro Maestro che voi. A voi dunque mi appello contro li errori, contro le inique sentenze del Papismo, detto con altro nome, Cattolicismo e Chiesa Romano-Cattolica, il quale mi condanna come setta eretica, etc. etc. perché riprovo i suoi diabolici errori! Sì li riprovo e detesto; e primieramente riprovo in ogni modo e detesto che egli si dica l’antica vera Chiesa di Gesù-Cristo: essendo fuor d’ogni dubbio che questa, sino dal tempo della Passione del Redentore, perdé la fede e cessò quindi di esistere, né tornò a vivere che colla mia Santa Riforma.1 Onde « sotto il Papato il Cielo era chiuso, né mai uomo alcuno vi si è salvato; imperocché chiunque approva la religione dei Papisti è necessariamente e per sempre perduto nell’altra vita. » Lutero, Op. ediz. Vulch. T. X, p. 2541).

Bibbia. È scritto: « Stava vicino alla croce di Gesù la sua » Madre e la sorella di sua Madre. Maria di Cleofa, e Maria Maddalena. E avendo Gesù veduto la Madre, e il discepolo da lui amato, etc… Dopo di ciò Giuseppe d’Arimatea (discepolo di Gesù …. ) pregò Pilato per prendere il Corpo di Gesù…. Venne anche Nicodemo ‘quegli che la prima volta andò da Gesù di notte)! portando di una mistura di mirra e di aloe quasi cento libbre etc. » (Giov. XIX, v. 25, 26, 38, 39) E Gesù…. spirò…. E tutti i conoscenti di Gesù stavano alla lontana, come anche le donne che lo avevan seguito dalla Galilea, osservando tali cose. » « Partì dunque Pietro e quell’altro discepolo, e andarono al monumento. » (Luc. XXIII 46, 49). Hai bene inteso? Dir non potrai certamente che tutte queste persone avessero perduta la fede nel tempo della Passione, e che non formassero in quell’epoca la più eletta parte della Chiesa Cristiana; né dir potrai che perduta l’avessero gli altri credenti; poiché di essi non si fa parola.

Protestantismo. È scritto: « E allora disse loro Gesù (agli Apòstoli): tutti voi patirete scandalo per me in questa notte…. Gesù gli disse (a Pietro): in verità ti dico che in questa notte,prima che il gallo canti, mi negherai tre volte…. Ma (Pietro) negò dinanzi a tutti…. Egli negò di nuovo, etc. »« Apparve (Gesù) agli undici mentre erano a mensa, e rinfacciò ad essi la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano. prestato fede a quelli che l’avevan veduto risuscitato (Marc. XVI14).Tutti questi non avevan forse perduta la fede?

Bibbia. No certamente, perché per la loro fede, e singolarmente per quella di Pietro, già pregato aveva il Redentore, le cui preghiere restar non potevano senza effetto. « Cosi parlò Gesù: e alzati gli occhi al cielo, disse: Padre, è giunto il tempo, glorifica il tuo Figliuolo…. Per essi io prego…. Padre santo, custodisci nel nome tuo quelli che a me hai consegnati, affinché siano una sola cosa con noi. » (Giov. XVII. 1, 9, 11) Disse di più il Signore: Simone, Simone…. Io ho pregato per te, affinché la tua fede non venga meno. » (Luc. XXII 31, 32). – È scritto ancora: « E allora i suoi discepoli abbandonatolo, tutti fuggirono…. Pietro però lo seguitò da lungi sino dentro il cortile del Sommo Sacerdote. » (Marc. XIV50) « Ma egli (Pietro) negò, dicendo, etc… E il Signore voltatosi mirò Pietro, e Pietro si ricordò della parola dettagli dal Signore: Prima che il gallo canti mi negherai tre volte. E Pietro usci fuori e pianse amaramente » (Luc. XXII, 57, 61, 62) – Da tutto questo è chiaro che lo scandalo patito dagli Apostoli sia la loro fuga, come anche la triplice negazione di Pietro non furono in modo alcuno un effetto di mancanza di fede, ma solo timore, di umana fragilità. Gli riprese poi tutti d’incredulità ma unicamente per rapporto alla sua risurrezione; per la qual cosa non può dirsi che peccato avessero contro la fede, poiché tale articolo non lo avevano ancor conosciuto, siccome è scritto: « Allora pertanto entrò anche l’altro discepolo, che era arrivato il primo al monumento, e vide e credette: imperocché non avevano per anco compreso dalla Scrittura com’Egli doveva risuscitare  da morte » (Giov. XX, 8, 9) Quindi gli riprese non perché non avessero creduto in lui, ma bensì a quelli che lo avevan veduto risuscitato. Finalmente supposto ancora che tutti questi avessero perduta la fede, non ne seguirebbe per questo che perita fosse tutta la Chiesa: poiché essi né erano tutta la Chiesa, né tampoco la maggior parte di essa.

2. Protestantismo. Se non perì la Chiesa in quel tempo certo almeno che ella perì assolutamente nel secolo secondo (Priestley), oppure nel terzo, (Gibbon) oppure nel quarto, (Blondel presso Moore) oppure nel quinto, (Gibbon, D’Aubigne) oppure nel sesto, (Ospiniano) oppure nel settimo (Newman, Palmer) oppure nell’ottavo ( Pastor Claudio verso Bossuet), oppure nel nono (Newman, Palmer).

Bibbia: Questi tuoi tanti oppure, oppure sono una prova più forte per convincerti di turpe contradizione, e di mala fede, il peggio si è che in ciò tu sostieni una grande eresia, contraddicendo al Divin Redentore, il quale ha solennemente promesso chela sua Chiesa non sarebbe mai venuta a mancare. Ecco le sue parole …« E io dico a te che tu sei Pietro, e sopra questa pietra edificherò la mia Chiesa, e le porte dell’inferno non prevarranno contro di lei » (Matt. XVI, 18); « Ecco che io sono con voi per tutti i giorni sino alla consumazione dei secoli » (Matt. XXVIII, 20) E S. Paolo dice : «  Chiesa di Dio vivo (è) colonna e sostegno della verità. » ( I Tim. III, 15; Ps. XLVII; Isa. IX, 7; LXI, 1,8; Mich. IV 7; Luc. I, 13; IV, 18)

3. Prot. È scritto: « Quando verrà il Figliuolo dell’ uomo, credete voi che troverà fede sopra la terra? » (Luc. XVIII, 8). « Non vi lasciate sì presto smuovere…. quasi imminente sia il dì del Signore …  imperocché (ciò non sarà) se prima non sia/seguita la ribellione, e non sia manifestato l’uomo del peccato (II Tess. II, 12). Qui è chiaramente predetto, che verso la fine del mondo perirà totalmente la Chiesa. Onde ben vedete che quella divina promessa ha sicuramente le sue buone eccezioni.

Bibbia. Parlando del medesimo tempo, dice ancora il Redentore che « Falsi Cristi e falsi profeti faranno miracoli grandi e grandi prodigi, da far che sieno ingannati, se fosse possibile, anche gli stessi eletti. Ma saranno accorciati que’ giorni in grazia degli eletti. » (Matt. XXIV, 22, 24). Oltre a ciò, riguardo al medesimo tempo, sta scritto: Vidi un Angelo che…. gridò ad alta voce ai quattro Angeli, ai quali fu data commissione di far del male alla terra e al mare, dicendo: Non fate male alla terra e al mare, né alle piante sino a tanto che abbiamo segnati nella fronte i servi del nostro Dio. E udii il numero dei segnati, cento quaranta quattro mila segnati di tutte le tribù dei figliuoli d’Israele…. Dopo di questo vidi una turba grande, che nessuno poteva numerare di tutte le genti e tribù, etc. » (Apoc. VII, 2 e segg.) Dunque neppure allora sì perderà la fede, non perirà la Chiesa; giacché un’immensa moltitudine si manterrà costantemente fedele. Pertanto il primo testo da te citato non deve intendersi che tutti perderanno la fede, ma che molti non avranno una fede viva pel raffreddamento della carità; ed il secondo, che la ribellione sarà di molti, non già di tutti. Ciò dichiara lo stesso Divin Redentore, dicendo: « Sorgeranno molti falsi profeti e sedurranno molta gente…. E poiché sarà abbondata l’iniquità, raffredderassi la carità di molti » (Matt. XXIV, 11, 12).

4. Prot. Stringenti sono le vostre ragioni, nè vi è da opporsi, imperocché: «Avendo Gesù-Cristo detto a S. Pietro, ed io dico a te che tu sei Pietro, e sopra questa pietra edificherò la mia Chiesa, e le porte dell’inferno non prevarranno contro di essa;facilmente si vede che Cristo con queste parole promette alla sua Chiesa la forza di non perire. » (Rosenmuller) « Il senso pertanto di queste parole di Gesù-Cristo è che niuna forza nemica, anche potentissima e massima, mai potrà rovesciare, o distruggere la sua Chiesa. (Kuinoel) « Se da noi s’immagina che tutti i Pastori della Chiesa abbiano potuto errare ed ingannare tutti i fedeli; come si potrebbe difendere la parola di Gesù Cristo, il quale ha promesso a’ suoi Apostoli, ed in persona diessi ai lor successori, di esser sempre con loro? Promessa che in tal caso non sarebbe verìdica: poiché gli Apostoli viver non potevano sì lungo tempo (sino alla consumazione de’ secoli), se in esse non  fossero alati compresi i successori dei medesimi Apostoli. » (Dr. Bull angl.). « Secondo il sentimento dei Padri, non vi ha dubbio che insieme ai segni ci vengano poste innanzi eziandio le cose stesse, ma in una guisa tatto oltre natura, o soprumana. Coloro che aderiscono ai protestanti (ed è questa l’opinione mia), come fuori d’intelletto pel furore di disputare, pure conoscono troppo bene gli insegnamenti dell’antica Chiesa, e come in oggi continui la Chiesa Cattolica. Se non che fanno le viste di non intender nulla, per aver agio di ordire a loro posta e mettere in ordine le fila di qualche cosa per coloro che si addanno e si acconciano più facilmente co’ sensi del corpo che con quelli dell’anima. » (Grozio). Concludo confessando che « Nel Papato vi hanno verità di salute. anzi tutte le verità di salute che abbiamo ereditate: poiché egli è nel Papato che noi troveremo le vere Scritture, il vero Battesimo, il vero Sacramento dell’altare, le vere chiavi che rimettono  i peccati, la vera predicazione, il vero catechismo, che contiene l’orazione Domenicale, gli articoli della fede, ed aggiungo, il vero Cristianesimo » (Lutero, Op. Germ.) Ecco quanto vi confesso di credere, né perciò punto mi contradico sostenendo le mie prime asserzioni.

GNOSI, TEOLOGIA DI sATANA (42)

SUNTO STORICO DELLE ERESIE NEL LORO RAPPORTO COL PANTEISMO E COL SOCIALISMO (5).

[A. NICOLAS: “Del Protestantesimo e di tutte le eresie nel loro rapporto col socialismo”, vol. I – Napoli, tipogr. e libr. Gabr. ARGENIO – 1859]

Eresie del terzo periodo – III –

VIII. — Mentre l’esperienza di questa verità si compieva in grande nella guerra degli albigesi, essa ricominciava nelle cattedre filosofiche di Parigi e riusciva rapidamente alle medesime conseguenze, Amalrico di Chartres professava la logica e l’esegesi all’università di Parigi. Interpretando falsamente questa proposizione di Erigena: « Ogni cosa è di Dio, ogni cosa è manifestazione di Dio » , egli diffuse tra i suoi contemporanei una dottrina strettamente panteistica. Quantunque egli avesse avviluppato il suo errore in un insegnamento in apparenza ortodosso, pur la Chiesa, sentinella vigilante della fede e dell’incivilimento, lo scoprì; la Sorbona di Parigi pronunziò contro di lui una sentenza che il Papa confermò, e che fece morir Amalrico di angoscia e di rabbia. Alla sua morte fu manifesto che egli aveva un certo numero di aderenti, tra i quali Guglielmo di Champeux e Davide di Dinan, pel cui mezzo la peste del panteismo distese i suoi guasti. Da questa fatale proposizione che egli aveva insegnato: « Tutto è uno; e uno è tutto; questo tutto è Dio,—l’idea è la medesima cosa che Dio, « fu veduta uscirne la sovversione di ogni idea morale e sociale. Il dogma della Trinità, donde esce cosi mirabilmente il dogma dell’Incarnazione, il quale mediante i sacramenti va a cogliere l’umanità ne’ suoi diversi stati, e col mezzo del concorso della libertà e della grazia, l’unisce al Cristo per unirla a Dio; quest’ammirabile economia della dottrina cattolica, in cui tutto è distinto e tutto è unito per essere santificato, diventava ciò che vediam qui nell’eresia di questi settarii: « Bisogna intendere pel Padre il periodo reale della storia del mondo, nella quale la vita dei sensi domina come avvenne ne’ tempi dell’antico Testamento; il Figliuolo è il periodo ideale e reale, durante il quale l’uomo entra in sé medesimo, senza però che lo spirito possa ancor trionfare del mondo esteriore e che l’ideale e il reale siano coordinati. Finalmente, lo spirito si manifesta nel periodo puramente ideale e consegue la vittoria. Per conseguenza i sacramenti istituiti dal Cristo il Battesimo, la Penitenza, l’Eucaristia, non hanno più senso: e ciascuno trova la sua salute nell’ispirazione immediata dello Spirito Santo e senza alcuna pratica esteriore. L’ispirazione risulta dal raccoglimento dello spirito in sé. La santificazione non è altro che la coscienza della presenza di Dio, il pensiero dell’uno e del tutto. Il peccato consiste nello stato dell’uomo limitato nel tempo e nello spazio. Chiunque è nello Spirito Santo non può più contaminarsi, anche quando si abbandona alla fornicazione; ciascuno di noi è lo Spirito Santo (Engelhardt, Amalrico di Bene. – Trattato di storia ecclesiastica, n. 3 Conc. di Parigi. Atti) ».

IX. —Davide di Dinan si spogliò di questo viluppo mistico e confessò francamente il paganesimo panteistico, che fa di Dio il principio materiale di tutto. In breve il torrente di questa filosofia perversa andò a confondersi con quello di tutti i sistemi eretici dei catari, dei valdesi e degli albigesi. Movendo dal principio medesimo, cioè dal panteismo, gli uni e gli altri s’incontrano, non ostante la diversità dei loro errori, nel medesimo risultato, che è la barbarie. Da questa scuola, fulminata dalle decisioni del concilio di Parigi nel 1209, derivò la setta in parte montanista, in parte panteista, dei fratelli e delle sorelle del libero spirito, i quali traevano il loro nome dalla dottrina che professavano. Essi consideravano tutto le cose come una emanazione immediata di Dio e applicavano a sé medesimi le parole del Cristo : Io e il mio Padre siamo uno. Chiunque è giunto a questa convinzione, dicevan essi, non appartiene più al mondo dei sensi, non può più esserne contaminato, e non ha per conseguenza più bisogno di sacramenti. Separando assolutamente il corpo dallo spirito, essi pretendevano che gli eccessi della sensualità non hanno alcuna influenza sullo spirito, e perciò alcuni di loro si abbandonavano in tutta sicurezza alle più vergognose disonestà; non ammettendo alcuna differenza tra il vizio e la virtù, negavano l’inferno e la giustizia, e si lasciavano andare agli eccessi più abbominevoli. – Vestiti in guisa strana e talvolta ancora neppur vestiti, andavano qua e là errando in apparenza di mendicanti. Furono chiamati begardi o piccardi in Alemagna, e in Francia turlupini. Questi sanculots del Medio evo portarono il disordine del loro selvaggio comunismo a tal punto che la società e la Chiesa dovettero porre tutto in opera per rintuzzarli (Engelhardt, Storia ecclesiastica, tom. IV, pag. 151.— Alzog, tom. II, pag. 388. — Hurter, Storia d’ Innocenzo III, tom. II, pag. 302.—Moehler,  La Simbolica, tom. I, pag. 276).

X. — In questi tempi di pazzi e degradanti traviamenti si lovava sull’orizzonte del mondo cattolico uno de’ più sublimi, più vasti e più puri intelletti che abbiano onorato l’umanità; del quale non è detto quando si vorrebbe neppure applicando ad essa il supremo elogio che la Scrittura fa della natura umana denominandola per alcun poco inferiore agli angeli; Minuisti eum paulo minus ab angelis (Psal. VIII. 6). Io ho nominato l’angelo della teologia, l’aquila della filosofia, il gran san Tommaso. Questo luminoso genio fu suscitato da Dio in questo tempo di aberramento degli spiriti razionalisti e alla vigilia del gran divorzio tra la ragione e la fede mercé il protestantismo, per stringere tra l’una e l’altra la più bella alleanza, per determinare in qualche modo tutta l’altezza alla quale lo spirito umano può toccare, e tutta la possanza, la pienezza, la gravità che la ragione sviluppata sotto la scorta della fede può avere, e così far meglio sentire alla ragione tutta la fiacchezza, tutto l’oscuramento, tutta l’abiezione in cui cade, quando si separa dalla fede. – La gran Somma di san Tomaso pone e risolve tutte le questioni possibili sulla natura e i rapporti del finito e dell’ infinito. Ella sviluppa e determina al tempo stesso tutte le soluzioni con una sicurezza, facilità e rettitudine luminosa, la quale movendo dalla fede come da un centro comune, si spande in raggi intellettuali, che vanno in ogni verso a illuminare il più vasto orizzonte che possa essere aperto all’occhio dell’intelletto. In quest’opera incomparabile non si sente né timidezza, né ardimento, non stanchezza, non sforzo, non insufficienza, né esagerazione; ma un pieno, naturale e sicuro esercizio del pensiero, che bilancia il suo volo colla sua sommissione e riceve dalla fede una specie d’infallibilità intellettuale. Non v’ha questione agitata che san Tomaso non tratti a fondo, e ne eccita altre moltissime che non erano neppur sospettate. Ma dove lo spirito umano non può che suscitare le questioni senza risolverle, san Tomaso è in grado di risolverle prima di eccitarle, e non le eccita in certo qual modo che per la forma e per mostrare il rigore delle sue soluzioni, nessuna delle quali in sostanza forma questione, cotanto vi si fanno sentire la giustezza, l’armonia, la precisione propria della verità. Cosa sopra tutto notevole è che, mentre la ragione degli eresiarchi fin dal primo passo cade nel panteismo, la ragion cattolica di san Tommaso va sull’ orlo de’ precipizii, sino alle estremità più remote della natura e del fine delle cose, non vacillando né fallendo mai, trovando al contrario in queste medesime estremità la giustificazione armonica delle sue vedute e come la sonora ripercussione della verità. Oltre questa grand’opera, questa magnifica piramide della dottrina cattolica, che previene tutti gli errori e li distrugge implicitamente coll’esposizione e colla statica della verità, san Tomaso scrisse specialmente contra quel panteismo satanico ad una o due teste, che, venuto dall’ India e dalla Persia e raccogliendo tutti gli errori analoghi delle scuole talmudiche ed elleniche, aveva creato il primo pericolo all’incivilimento cristiano nelle sette gnostiche e neoplatoniche che lo aveva messo di bel nuovo in pericolo nelle eresie degli albigesi e de’ valdesi, e che respinto dal mezzogiorno dell’Europa, la pigliava ora da un altro lato introducendo il suo veleno in seno alle razze slave e germaniche. Il genio di san Tomaso venne in ajuto dell’incivilimento con due opere speciali: la Somma contra i gentili, nella quale la fede cattolica combatte gagliardamente il manicheismo (SUMMA CONTRA GENTES, in qua, libris quatuor, catholica fides in omnes orthodoxæ ecclesiæ perduelles acerrime propugnutur), e il suo trattato contra gli errori degli Orientali. Nelle quali dilegua le tenebre del panteismo ristabilendo con invincibile chiarezza la vera nozione diun Dio essenzialmente distinto da tutti gli esseri creati; considerando Dio in sé medesimo; poscia Dio per rapporto alle creature; indi lecreature per rapporto a Dio; e improntando queste distinzioni fondamentali e questi rapporti naturali coll’esposizione dell’unione ineffabile di Dio colla natura umana nell’incarnazione del Verbo, e di tutto il destino dell’uomo nel disegno generale del Cristianesimo.Quando la dottrina cattolica ebbe cosi ricevuto, sotto la penna di questo gran genio identificato colla fede, tutto lo sviluppo della sua esposizione e della sua sintesi, Dio permise all’errore di raccogliere anch’esso per mezzo di poderosi settari tutti gli elementi di falsa filosofia e di teologia errata, da cui l’Occidente era allora ammorbato.Viclefo e Giovanni Hus vennero ad apparecchiar le vie a Lutero.Dire che la loro separazione dalla dottrina cattolica e la loro caduta nel panteismo furono una cosa medesima, è indovinare infallibilmente i fatti, cotanto assoluta è la legge di questo rapporto.L’inglese Giovanni Viclefo si rendette da prima segnalato per la sua opposizione sistematica contro la Chiesa; e della negazione dell’autorità di lei egli, forse pel primo, fece l’oggetto della sua eresia.In breve vi mescolò un attacco contro i dogmi, segnatamentecontra quello della transustanziazione: e mentre abbandonava la Dottrina cattolica, le sostituiva la seguente dottrina: « Ciò che è Dio,secondo l’idea, è Dio medesimo, o l’idea è Dio. Ogni natura èDio, ed ogni essere è Dio. » —Non è cosa che arresti l’eresiarca nelle conseguenze del suo sistema: « Dunque, dice egli, un asinoè Dio (De ideis, cap. 2.) Staudenmaier, Filosofia del cristianesimo.— Alzog, Storia universale della Chiesa, tom. II, pag. 5883). »Ammesso una volta questo principio dell’identificazione panteistica di Dio coll’idea, tutto il rimanente del sistema conseguitava molto facilmente. Viclefo trascorreva sino a sostenere l’eternità reale delle cose e del tempo; la creazione tutta quanta non era che un’emanazione; il che trae seco il fato e la necessità del male che Wiclefo professa apertamente, non temendo punto di sottoporre a questa necessità Dio medesimo, di distruggere la sua libertà, del paro che quella della creatura, e di soggettare ogni cosa al giogo di questa stupida necessità. A questa dottrina già sì perversa Viclefo ne mescolava un’altra che aveva preso dagli albigesi, contro la proprietà. Gli albigesi avevano attaccato principalmente le proprietà ecclesiastiche; Viclefo generalizzò questo attacco stendendolo ad ogni proprietà, fondato su questo, che, per avere un dritto legittimo di possedere qualche cosa sulla terra, bisogna esser giusto, e che un uomo perdeva ogni diritto ai suoi possedimenti allora che commetteva un peccato mortale; e questa dottrina ei l’applicava ai signori, ai principi ed ai re, delparo che ai papi ed ai vescovi (Plaquet, dizionario delle eresie.).Viclefo vedeva chiaro che apriva col suo sistema la porta a tutti i delitti e alla distruzione d’ogni società. « Ma , soggiungeva egli,« se non mi si danno ragioni migliori di quelle che mi si vengono dicendo, io rimarrò confermato nel mio sentimento senza dirne parola (Bergier, Dizionario di Teologia). »Per mala ventura egli non stette silenzioso, e le sue predicazioni sovversive fecero nascere la setta de’ viclefiti, la quale s’ingrossò di quella de’ lollardi, che veniva dalla Boemia e aveva per autore Lollardo Walter, il quale non aveva fatto che riprodurre gli errori manichei degli albigesi contra i sacramenti e la penitenza, il matrimonio, la giustizia e la proprietà, e che aveva sopra questi tessuto quella dottrina realmente infernale, che i demonii erano stati ingiustamente scacciati dal cielo, che san Michele e gli angeli sarebbero un giorno dannati eternamente, del paro che quelli che non abbracciassero la sua dottrina. (La filiazione di tutte queste eresie è attestata da tutti gli storici: esse si completavano e si spiegavano le une per mezzo delle altre; a tal che per conoscere ciascuna di esse, si vogliono conoscer tutte, e non si fa alcuna ingiustizia dicendo che quella che sembrava la più innocente era solidaria della più colpevole. Era il medesimo veleno, il medesimo virus, ora latente, ora prorompente, e più pericoloso forse nel primo stato che nel secondo, perché si distendeva maggiormente. Bisogna esserne ben convinti che ogni eresia porta nel proprio seno la morte).

XI. — Giovanni Hus fu il discepolo el’erede immediato di Viclefo, egli non poté afferrare tutte le dottrine del teologo inglese; ma non gli sfuggirono i principali risultati, eli seppe difendere con abilità. Egli prese da esso sopra tutto la dottrina della predestinazione assoluta, dividendo gli uomini in eletti ed in riprovati da tutta l’eternità, checché facessero, non considerando che gli eletti come membri della vera Chiesa, e togliendone irremissibilmente gli altri, senza che alcun pentimento, alcuna ammenda potesse farveli rientrare. Egli mosse da questo punto per dire coi lollardi e coi valdesi che le potestà della Chiesa e la virtù dei sacramenti dipendevano dalla santità dei loro ministri e perivano in mani indegne di esercitarli. Estese naturalmente questa dottrina ai re, ai principi, ai signori e a tutte le superiorità sociali. E per conseguenza decise che quelli che sono viziosi sono di pien diritto scaduti dalla loro autorità e spogli del loro diritto, e che il popolo può a grado suo correggere i suoi padroni quando cadono in qualche colpa (Proposizione di Giovanni Hus condannata dal concilio di Costanza nella sua ottava sessione). Si comprende che la distruzione di ogni ordinamento sociale è l‘effetto immediato di una tale dottrina. Ciò non sarà vizioso e nol diventerà sopra tutto agli occhi di coloro che sono interessati a trovarlo tale? Chi è che non cada in qualche colpa?Gesù Cristo non ha eccettuato dalla comune miseria i ministri medesimi delle sue grazie, e fece con ciò due grandi cose: la prima, di far risplendere tanto più vivamente la purezza soprannaturale della dottrina, l’infallibilità del suo insegnamento e la virtù de’ suoi effetti, che si mantengono invariabilmente non ostante tutti gli accidenti umani, ed anche di quelli che ne sono l’organo; la seconda, di sostenere tutta quanta la società al di sopra del caos di questi accidenti, facendo poggiare l’autorità, che a tutti i gradi ne costituisce le basi, sopra un diritto superiore e indipendente. Tutta la società era dunque interessata nella controversia suscitata da Giovanni Hus contra la Chiesa e le sovranità. La santità de’ rappresentanti della Chiesa era del resto oscurata e come eclissata a quella età da una di quelle ombre che la terra getta talvolta sugli astri medesimi che la devono illuminare, e che anche dietro queste ombre sono non pertanto gli apportatori della luce. Non ci è per niun modo grave di confessarlo; nella parte terrestre della sua esistenza, non esente dalla corruzione della nostra natura, la Chiesa appresentava allora uno spettacolo affliggente di rilassatezza e di disordine. Sicuramente essi furono colpevoli e responsabili di molti mali quelli per la cui via giunse lo scandalo; ma non lo furono così da scaricar quelli che si scandalizzarono, e sopra tutto coloro che promossero lo scandalo e se ne giovarono, della responsabilità della rivolta, la quale ha voluto delle violazioni della dottrina accusare la dottrina stessa e abusò del male per far rigettare il rimedio, invece di provare l’infallibilità del rimedio applicandolo al male. Ciò che vi ha di peggio al mondo non sono le cattive azioni, sono le cattive dottrine che le scatenano. Per favorir quelle che egli voleva diffondere, Giovanni Hus, come tutti i settari che lo hanno seguito, esagerava sino alla calunnia il quadro della rilassatezza de’ costumi clericali in quel tempo, a tal punto di essere un giorno interrotto da un grave e onesto uditore, il quale gli disse: « Maestro , io sono andato a Roma, vi ho veduto il Papa e i cardinali; ma in verità essi non sono così cattivi come voi li dipingete. — Ebbene, se il Papa ti piace tanto, ripigliò Hus, corri un’altra volta a Roma e restaci. — No, maestro, replicò il suo interlocutore, io son troppo vecchio per fare il viaggio; ma voi che siete giovane andatevi, e troverete, ve Io ripeto, che le cose non vi sono così cattive come voi dite »

La Chiesa non chiudeva la bocca di quelli che manifestavano gli abusi de’ suoi ministri se non allora che questo appello alla riforma, era un appello alla ribellione, e non era ispirato che dallo spirito di orgoglio e di sovversione. Sempre saggia, anche ne’ rappresentanti che umanamente non erano sempre tali, essa ascoltava, che anzi suscitava de’ veri riformatori nel suo seno e riconosceva in essi con gioja il diritto e il dovere di rianimare la vita comune de’ fedeli, sino a fare dell’esercizio di questo diritto un titolo medesimo ai supremi onori della santità. Cosi furono accolti, incoraggiati e onorati, fra una moltitudine di altri, san Bernardo e santa Brigida, i quali dipinsero sotto i colori più vivi la rilassatezza della disciplina e ne invocarono con tutte le loro forze la riforma. Cosa ammirabile! Brigida fu precisamente canonizzata dal concilio che condannò Giovanni Hus. L’uno e l’altra avevano domandato la riforma; ma Brigida cominciando dal riformar sé medesima, e Giovanni Hus, come dopo di lui Lutero, lasciando libero il freno a tutte le passioni. Queste, scatenate e infiammate da Hus, tramutarono per ben sedici anni tutta l’Alemagna in un campo di stragi spaventevoli, d’incendi, di rapine, di orrori inauditi. La questione per la quale avvennero così gran guai sembra a prima giunta di nessun momento, e la filosofia moderna non mancò di gettar sul secolo che l’agitava e sulla Chiesa che la sosteneva tutti i superbi dileggi della ragione. Si trattava di sapere se il popolo farebbe o no, come il clero, la comunione sotto le due specie. Tale era la questione per la quale il suolo d’Alemagna fu seminato d’ossa umane. – Ma una tale questione, sebbene in apparenza semplice e leggiera, era la più gran questione che fosse stata agitata in seno alla società, o della barbarie o dell’incivilimento, una question di vita o di morte sociale, la question medesima che ci mette oggidì in tanto spavento; il socialismo, il comunismo. Quando le orde barbare degli ussiti si levarono mettendo il grido LA COPPA AL POPOLO! essi domandavano che fosse tolta ogni distinzione tra il clero e i fedeli, e che tutti fossero ammessi a bevere nella medesima coppa. Essi inauguravano sotto la forma più sacra la selvaggia divisa di eguaglianza e di fratellanza che ha insanguinato i nostri ultimi tempi. Essi trasformavano il dogma della carità infinità di Dio, la comunione, in comunismo, non pel fatto in sé medesimo della comunione sotto le due specie, ma per l’intenzione che la faceva loro domandare; intenzione al maggior segno perversa, poiché non credevano alla transustanziazione più che il loro capo Giovanni Hus che l’aveva attaccata, e perché la loro esigenza non era che la formula sacrilega di tutte le selvagge passioni contro la società. Del resto, fedeli eredi de’ gnostici, e precursori pe’ socialisti, al grido LA COPPA AL POPOLO! aggiungevano l’altro: LA PROPRIETÀ’ AL POPOLO! che ne derivava naturalmente; e i socialisti moderni non hanno mancato di salutare in essi con trasporto i loro fratelli ed amici e di stendere ad essi attraverso quattro secoli una mano congiurata contra la società e le sue sante leggi. – Col suo senso di profondo incivilimento e colla sua fermezza inflessibile, la Chiesa sostenne la furia della procella e pose al sicuro un’altra volta ancora, contra l’invasione della barbarie, l’ingrata società che doveva un giorno maledirla. Ma non era questo che il prologo di un più gran dramma, e questo secolo pieno di amarezza, come dice Bossuet, aveva partorito Lutero.

GNOSI, TEOLOGIA DI sATANA (41)

GNOSI TEOLOGIA DI SATANA (41)

SUNTO STORICO DELLE ERESIE NEL LORO RAPPORTO COL PANTEISMO E COL SOCIALISMO (4).

[A. NICOLAS: “Del Protestantesimo e di tutte le eresie nel loro rapporto col socialismo”, vol. I – Napoli, tipogr. e libr. Gabr. ARGENIO – 1859]

Eresie del terzo periodo [II.]

VII. — Ha considerato ben poco e poco osservato colui che non è convinto di questa importante verità, che lo stato materiale delle società è o diventa in breve conforme alle dottrine che si agitano nel mondo superiore delle intelligenze; e che dalle idee ai fatti, dal gabinetto del filosofo alla strada non v’ha che la distanza di alcuni gradi rapidamente corsi dalle passioni, sempre preste ad ascoltare chi può autorizzare la loro licenza. Il mondo delle intelligenze non è mai senza dottrine, e queste dottrine si tramutano sempre in avvenimenti, informano la società e la fanno muovere a grado delle loro ispirazioni. Le questioni più speculative della teologia e della filosofia sono sempre feconde d’ordine o di disordine, di vita o di morte. – E l’età di cui parliamo, del paro che la nostra, no fece terribili esperienze. Già una moltitudine di sette, conosciuto sotto il nome di catari, patarini, patelini, cotterelli, corrieri, triaverdini, bulgari, portavano il delirio e la loro perversità per tutta l’Europa. Il loro centro era principalmente nell’Alta Italia e nella Francia meridionale, donde si sparsero lungo il Reno, nella Svevia e in Inghilterra. Esse vennero tutte a concentrarsi ne’ valdesi e negli albigesi, i quali posero per un istante in questione l’universale incivilimento e l’obbligarono ad intraprendere contro di loro una crociata. Ora, quali dottrine avevano ripiene queste sette del loro veleno? Qual era l’ultima parola e lo scopo de’ loro attentati? Tutti gli storici sono unanimi nel farci ragione su questo soggetto. Le dottrine panteistiche che noi abbiam già veduto allo stato di eresia teologica, e che la Chiesa aveva successivamente fulminate sotto i nomi di ebionismo, di gnosticismo, di manicheismo, di montanismo, d’arianesimo, di nestorianismo, di eutichianismo siccome esposti al dogma dell’Incarnazione, tali erano le sorgenti certe di queste sette. Il loro scopo era la distruzione della religione, della famiglia e della proprietà, il più spaventevole comunismo. Noi abbiamo già veduto gli ebioniti e i gnostici manichei professare apertamente la comunanza d’ogni cosa; della terra, de’ beni della vita, delle donne, e pretendere che le leggi umane, invertendo l’ordine legittimo, hanno prodotto il peccato colla loro opposizione agli istinti più potenti deposti da Dio nel fondo delle anime (Epifanio, Della giustizia. — Iscrizioni della Cirenaica). – In sul suo nascere il Cattolicismo dovette fare i più grandi sforzi per domare questi mostri di dissoluzione e di barbarie. Essi non furono interamente vinti. Gli avanzi di queste sette gnostiche, sotto il nome di pauliciani, si accamparono in alcuni villagi dell’Armenia. Collegati in breve coi Saraceni e coi musulmani, essi menarono il gran guasto nell’Asia minore; sbaragliati poi dall’imperator Basilio, si tramutarono poco appresso dalle rive dell’Eufrate nella Tracia e nella Bulgaria, donde venne ad essi il nome di Bulgari (Il nome di Bulgari Bulgres, Burgres, designava un popolo: da poi, che è stato dato agli albigesi, è diventato un termine ingiurioso che fu applicato ad ora ad ora agli usurai ed a quelli che rompono nel peccato contro natura. – Gibbon). In brev’ora essi ammorbarono delle loro dottrine le frontiere della Bulgaria, della Croazia e della Dalmazia, ove sedeva il primate, e donde, a detta di Gibbon, penetrarono in Europa per tre comunicazioni:—mescolandosi colle carovane de’ pellegrini d’Ungheria, che andando e venendo da Gerusalemme dovevano passa per Filippopoli; — col favore delle relazioni di commercio e di ospitalità che Venezia aveva allora con tutta la costa del mare Adriatico; — finalmente, come arruolati nell’esercito dell’impero di Bisanzio e trasportati con esso nelle province che l’imperatore possedeva in Italia e in Sicilia. Per mezzo di queste diverse migrazioni o comunicazioni, i manichei, pauliciani o bulgari, seminarono i germi delle loro dottrine nell’alta Italia e nella Francia meridionale. Questi germi, coltivati in società segrete e fomentati dalle nuove eresie scolastiche, che noi passiam ora in rivista, gettarono profonde radici sulle rive del Rodano e nel territorio degli albigesi, il cui nome è rimasto qual nome generico di questa moltitudine di sette impure che pigliavano la loro origine nell’antico manicheismo gnostico, e che minacciarono nel secolo decimoterzo di rigettar l’Europa nella notte donde il Cristianesimo l’aveva tratta e l’andava sempre più liberando – (La rapidità del nostro corso non ci permette di arrestarci e fare il ritratto di ciascuna di queste sette, e di distinguere i valdesi, i catari, gli enriciani, gli arnaldisti, i popelicani e una copia d’altre sette che differivano nelle loro follie, ma che tutte si univano nella negazione del dogma cristiano dell’Incarnazione e in un odio amaro contro la Chiesa o la società; gli è da quest’odio che procedevan tutte, come dice il loro storico Reinier: Sic pronessit doctrìna ipsorum et rancor. Noi prendiamo a disegnare i loro principali tratti negli albigesi). – Perciò noi ritroviamo negli albigesi le medesime dottrine antisociali che abbiam fatto palesi nei primi gnostici. Così gli albigesi professavano il panteismo dualista o il manicheismo. Essi rigettavano il dogma dell’Incarnazione nel suo punto di partenza, il dogma della Trinità, negando l’eguaglianza delle tre Persone divine come gli ariani; e lo rigettavano eziandio negando l’umanità di Gesù Cristo, o riducendola ad un puro fantasma insieme coi doceti e gli eutichiani. Il grande oggetto del loro odio era la Chiesa, la tradizione, i Sacramenti, le preghiere, pei morti, l’intercessione dei santi, l’Ave Maria, le cerimonie e le immagini, sopra tutto quella della croce; a dir breve, tutto ciò che mantiene, riproduce o ricordi la fede al gran mistero dell’Incarnazione, supremo oggetto del culto cattolico. Perciò la distruzione radicale di tutto ciò che aveva forma di culto e dii religione era il disegno e troppo spesso il risultato dei loro attentati; e siccome a quel tempo la religione era l’anima di tutto, ne sarebbe conseguitata altresì la distruzione d’ogni cosa. – In oltre, non solo la religione, ma attaccavano ben anco gli altri fondamenti della società. Quindi proscrivevano il matrimonio, il che era una conseguenza diretta della loro dottrina. A seconda delle loro opinioni manichee, come la materia e la carne erano l’opera del cattivo principio e ne erano impregnate, così era delitto il contribuire alla loro propagazione colla procreazione conjugale. Per la ragion medesima essi proscrivevano l’uso delle carni! Ma sotto questo doppio rispetto, affettavano una continenza ed una temperanza che erano solo apparenti e velavano i più mostruosi eccessi. Siccome a loro giudizio la concezione era quella propriamente che bisognava avere in orrore, così ei si abbandonavano a tutto fuorché a quello che era legittimo, e allentavano in sì fatto modo il freno alle brame colpevoli da lasciarlo assolutamente senza rimedio (Stupra, etiam adulteria, caeterasque voluptates in caritatis nomine committebant, mulieribus cum quibus peccant, et simplicibus quos deeipiebant impunitatem peccati promittentes, Deum tantummodo bonum et non justum prædicant. – Atto del sig. di Tinuières, del 1373, e lettere di Filippo Augusto ivi contenute, del 1211). – La proprietà e la giustizia non erano da essi attaccate meno del matrimonio e della religione. Eredi degli ebioniti, essi pretendevano di erigere in legge la povertà universale, vale a dire la più assoluta comunanza de’ beni: « Voi altri, dicevan essi ai Cattolici, voi aggiungete casa a casa e campo a campo. I più perfetti di voi, come i monaci e i canonici regolari, se non possiedono beni in proprio, li hanno almeno in comune. Noi, che siamo i poveri di Gesù Cristo, senza riposo, senza dimora certa, noi andiamo errando dall’una città all’altra, siccome pecorelle in mezzo ai lupi, e patiamo persecuzione come gli apostoli e i martiri ». (Enervino.) Sotto questa bugiarda dolcezza e sotto questo falso distacco, essi rinnovavano l’errore antisociale de’ manichei e dei pelagiani, che era stato così vittoriosamente combattuto da sant’Agostino; abusavano delle massime del Vangelo per pretendere « che non bisognava punto dividere le terre né i popoli. » La qual cosa dice Bossuet, mira all’obbligo di porre ogni cosa in comune (Storia delle variazioni). Essi riprovavano tutte le magistrature, dicendo che tutti i principi e tutti i giudici sono dannati perché condannano i malfattori contro questa parola: La vendetta appartiene a me; dice il Signore; e contra quest’altra: Lasciateli crescere sino alla messe. » Ecco, dice Bossuet, come quegli ipocriti abusavano della sacra Scrittura, e colla loro finta dolcezza davano a tutti i fondamenti della Chiesa e degli stati (Storia dlle variazioni, lib. XIQuest’eresia sociale era talmente propria degli albigesi che secondo il concilio di Tarragona, esecutore dei decreti 3, e 4, del concilio di Laterano, la prova assegnata ai giudici per l’applicazione dei decreti fatti contra questi settari consiste in vedere se 1’accusato è uno di quelli qui dicunt potestatibus eeclesiasticis vel SAECULARIBUS non esse obediendum, et pœnam corporalem non esse infligendam in aliquo casu et similia. – Concilio di Tarragona a. 1242). » Così, giustizia, proprietà, famiglia, religione, tutti i fondamenti della società erano combattuti da questi eretici, in cui erano venute a compendiarsi tutte le antiche eresie. Cogliendo il pretesto di una rilassatezza di costumi che si faceva sentire allora così nel clero come nella società, e che voleva una riforma, queste sette ipocrite affettavano un rigorismo esagerato e falso, il quale non era che un modo di rovinare i principii invece di emendare e togliere gli abusi. – Intorno a tale argomento vuol essere notato che tutte le sette cominciano ordinariamente con una gran pretensione di rigorismo, di disinteresse e di riforma, col cui favore esse distillano il loro veleno. Primieramente seducono sé medesime, si vuol dirlo, con questa illusione d’orgoglio; ma due risultati funesti non tardano a dileguarla: il primo è che erigendo in precetto generale ciò che non è altro che un consiglio particolare, esse distruggono i fondamenti della natura e della società in profitto della passione della moltitudine, la quale si arresta a cotale distruzione senza poggiare sino a quella perfezione che ne è lo scopo chimerico: il secondo è che quei medesimi che aggiungono per qualche tempo a sì fatta perfezione, non potendo riuscirvi che a forza di tendere troppo le forze dell’immaginazione e della volontà, essendo privi affatto del soccorso dei mezzi soprannaturali che il Cattolicismo mette a disposizione delle anime, non tardano a precipitare: a tal che, per aver voluto innalzarsi naturalmente al di sopra della natura, queste sette orgogliose cadono al di sotto. Osservate tutte le sette: il loro principio è angelico, il loro fine rapido e satanico : desinit in piscem mulier formosa superne. Il Cattolicismo, che solo ha ne’ suoi sacramenti de’ mezzi soprannaturali di dominare la natura ne permette nondimeno le legittime soddisfazioni alla generalità degli uomini. Egli forma il santo senza disfar l’uomo, e rizza la città del cielo senza sturbare o meglio coll’assodare la società della terra. È il buon senso pratico della vita santificata. E perché? Sempre per la ragion medesima; perché esso distingue ed unisce il naturale e il soprannaturale, che tutte le sette tendono a confondere; perché esso continua Gesù Cristo, il quale era distintamente e ad un’ora perfettamente Dio e perfettamente uomo; che amava Giovanni, che piangeva Lazaro, che ordinava si pagasse il tributo a Cesare, che era commosso dalla sorte della sua patria, che carezzava i piccoli fanciulli, che beveva e mangiava coi peccatori, e che al tempo stesso comandava alla natura, faceva tremare i demoni, era servito dagli angeli, santificava le prostitute e i ladroni, moriva qual Dio sulla croce in mezzo a tutti i tormenti della natura umana. – La sette di cui ora favelliamo avevano concepito un singolar mezzo di conciliare il rigorismo colla licenza; si dividevano in due classi; una de’ buoni uomini o perfetti; l’altra dei credenti, di gran lunga più numerosa, che componeva la moltitudine. Ibuoni uomini si lodavano di un rigorismo fuor di misura, sopra tutto nell’esteriore e nel loro vestire. Icredenti potevano abbandonarsi a tutti gli eccessi, stimandosi dalla sola fede giustificati dei delitti più enormi, e assicurati della loro salute, purché prima di spirare avessero ricevuto l’imposizione delle mani di un perfetto, « senza pretendere di essere obbligati né alla confessione dei loro peccati né alla restituzione di ciò che essi avevano rubato colle usure, coi furti e colle rapine di cui non si facevano scrupolo alcuno, com’ era altresì di tutte le altre corruttele della voluttà, alla quale si abbandonavano con una libertà sfrenata; non dubitando punto della loro salute purché prima di morire potessero ricevere l’imposizione delle mani di qualcuno dei loro buoni uomini o perfetti (Storia degli albigesi, del rev. Padre Benoist, secondo tutti gli storici contemporanei. — Cosi i buoni uomini e i credenti si assistevano reciprocamente: i credenti commettevano le rapine e i guasti pei buoni uomini e i buoni uomini meritavano pei credenti). » Tutta la loro religione consisteva in questo. – Uno dei caratteri distintivi di questi settari, che si trova egualmente ne’ primi manichei, ne’ templari, ne’ rosa-crociati, ne’ franchimuratori, era il mistero delle loro società e dei loro giuramenti, i loro segni, il loro linguaggio di convenzione, la loro fraternità sotterranea, la loro propaganda invisibile, e quei terribili segreti che non era permesso al padre di svelare ai propri figliuoli, ai figliuoli di svelare al padre; segreti di cui la sorella non doveva parlare al fratello, nè il fratello alla sorella (Philicdorf, Contra Wald . cap. 13.—E cosa curiosissima il ritrovare nella descrizione che fa sant’Agostino delle cerimonie secrete de’ manichei, a’ quali aveva appartenuto nella sua gioventù, ciò che si pratica ancora precisamente nelle logge de’ franco-muratori. — Cosi il segreto ad ogni patto, jura, perjura, segretum prodere noli. Giura, spergiura, ma conserva il tuo segreto: era questa la loro divisa. — Lo stesso numero ancora e l’identità dei segni, signa oris, manuum et sinus.— La maniera di venirsi incontro con un tocco segreto di mano in segno che avete veduto la luce; ìl Manichæorum alter alteri obviam factus, dexteram dant sibi ipsis signi causa, velut a tenebria servati. — Finalmente perfino quel catafalco rizzato su cinque gradi, e quegli apparecchi di morte in memoria di quella di Manete che formano una delle principali cerimonie massoniche. Pascha suum, est Diem quo Manìchæus occisus, quinque gradibus instructo tribunali, pretiosis linteis adornato ac in promtu posito et objecto, adorantibus magrj. honoribus prosequuntur. (Aug. Contra epist. Manich.). Vedi intorno a’ manichei, a’ templarii, agli albigesi, ai muratori le Memorie per servire alla storia del giacobinismo, di Barruel.— Noi non vogliamo dedurre da ciò che i franchi-muratori debbano essere assimilati agli albigesi, ai templarii ed ai primi manichei, no; come non si può dire che i fratelli moravi somigliano agli ussiti: non sono che residui, che le ceneri fredde di que’ vulcani che furono in passato incendiarli. Il loro torto principale é di romperla con la luce, di cui si dicono nondimeno i settari, di essere perfettamente ridicoli e di perpetuare quel fondo di società segrete che l’incivilimento riprova quanto la Chiesa, e che in tempi di disordine possono tornare di bel nuovo il centro). – Così organizzati in una congiura antisociale, essi mettevano le loro dottrine ad esecuzione da per tutto ovunque potevano, abbattendo le chiese e le case religiose, trucidando inesorabilmente le vedove e i pupilli, i vecchi e fanciulli, non facendo alcuna distinzione di età e sesso; come i nemici giurati del Cristianesimo, distruggendo, mettendo ogni cosa a ruba nello Stato e nella Chiesa (Cosi li rappresentano Glaber, testimonio della loro prima apparizione ad Orleans, nel 1017, Reinier e gli altri storici contemporanei.— Ecco come parla Mézeray: « Scesero dall’Italia in Francia alcuni altri avvelenatori che vi arrecarono il pernicioso veleno de’ manichei; e furono questi, a credere, quelli che ammorbarono primieramente la diocesi d’Alby, per la qual cagione questi eretici si denominarono albigesi Questi paesi di Linguadoca e Guascogna erano pieni di un’altra specie di belve feroci che menavano le stragi. Essi non se la pigliavano solamente coi beni, ma assalivano le persone e attentavano alla loro vita, non avendo riguardo alcun, né a condizione né a sesso né ad età. Essi non erano d’alcuna religione ma assistevano gli eretici per avere argomento di mettere a ruba ed a saccheggio i sacerdoti e le chiese. Si chiamavano brabanzoni, aragonesi, navarresi. baschi, cotterelli e triaverdini. » [Compendio cronologico, tom. II, pag. 663]. Erano quei sbanditi che componevano la categoria dei credenti al servigio dei buoni uomini). – A dir bene, era la perversità umana scatenata sulla società dal fanatismo anticattolico: era il socialismo nato sotto forma di eresia teologica dai diversi oltraggi fatti al dogma salvatore dell’Incarnazione e giunto ad ogni confusione del bene e del male, ed alla più completa distruzione dell’uno e dell’altro. Il filosofismo fu largo sino a questi ultimi tempi di accuse alla Chiesa, accagionandola d’intolleranza per avere autorizzata la società a rintuzzar questi barbari. Oggidì che noi siamo illuminati dalla esperienza del medesimo pericolo, io non credo che nessun uomo onesto e ragionevole ricuserebbe di approvare il canone del concilio generale di Laterano, il quale consacrò la legittima difesa dell’incivilimento a quell’epoca: « Rispetto ai brabanzoni, aragonesi, navarresi, baschi, cotterelli e triaverdini, che esercitano sì gran crudeltà sopra i Cristiani, che non rispettano né le chiese né i monasteri e non risparmiano né le vedove né gli orfanelli né i vecchi né i fanciulli, non avendo riguardo né all’età né al sesso, ma abbattono e guastano ogni cosa, come pagani, noi ordiniamo a tutti i fedeli, per la remissione dei loro peccati, di opporsi coraggiosamente a questi guasti e di difendere i Cristiani contra questi cattivi (Conc. later., 1179, can. 27. Nei libri protestanti che trattano questa materia si citano le disposizioni dei decreti promulgati contra gli eretici, ma si usa la malizia di non citarne i motivi) ». La difesa de’ Cristiani contra i tristi è pur quello che noi facciamo oggidì. – Ma cadrebbe invano l’opera nostra se non facessimo ritorno al gran principio d’incivilimento, la cui negazione è la sorgente di questo cataclisma. Tutto il male e tutto il bene che si operano nel mondo non sono che l’errore o la verità ridotta in pratica. Ora, Gesù Cristo è la verità. Egli lo ha detto: Ego sum veritas, e questa parola sonerà in tutti gli avvenimenti sino alla fine de’ secoli. Ogni offesa fatta a Gesù Cristo è dunque fatta alla verità medesima, e riesce direttamente o indirettamente e tosto o tardi all’error totale, che è l’opposto di ciò che è Gesù Cristo, vale a dire alla confusione ed all’atterramento del finito e dell’infinito di cui esso è l’unione e la personificazione adorabile, al panteismo, al comunismo, al caos, alla morte. Cosa che noi non dobbiam dismettere di dimostrare sino alla fine.

GNOSI, TEOLOGIA DI sATANA (40)

SUNTO STORICO DELLE ERESIE NEL LORO RAPPORTO COL PANTEISMO E COL SOCIALISMO (3).

[A. NICOLAS: “Del Protestantesimo e di tutte le eresie nel loro rapporto col socialismo”, vol. I – Napoli, tipogr. e libr. Gabr. ARGENIO – 1859]

Eresie del terzo periodo -1-

Il rapporto di tutte le eresie col panteismo è vero e costante sino ad esser nojoso. Il che però non ci terrà dal seguitarne l’esposizione poiché a nostro giudizio ne risulta una delle prove più luminose della verità di nostra fede e della necessità di far ritorno ad essa. Noi siam costretti a domandarci come mai una dottrina da cui non ci possiamo allontanare senza riuscir da tutte parti agli abissi non è la verità! come mai, se non fosse la verità medesima, potrebbe essa sola, fra tutte le concezioni e tutte le istituzioni, preservarci da questo fatal destino e preservarne il mondo facendolo del continuo progredire! Come mai ella regga sì bene e si conservi sì bene nell’operosità della sua scienza, per mezzo de’ suoi dottori e della sua universale applicazione, per mezzo de’ suoi apostoli, senza esagerazione né diminuzione né deviazione né confusione, e stia, benché sia stata sempre provocata, sempre bersagliata dalla violenza o dalle insinuazioni delle eresie, senza posa rinascenti intorno a lei, ma riconosciute appena nate, e fulminate appena riconosciute, senza che alcuna di esse abbia mai potuto, non dico atterrarla, ma neppur sorprenderla o imbarazzarla neppure una volta nel lungo correre di oltre diciotto secoli, e siano invece riuscite a favoreggiar la sua esposizione ed a provar la sua sapienza? Diversamente della statua marina di Glauco, che i flutti sempre battenti avevano sfigurata e mutata in un informe scoglio, la figura della Chiesa non è mai alterata dai flutti dell’eresia; e l’eresia venendo, continuamente a rompere contra di lei, ne ha fatto tutto al contrario uscir sempre più manifesti i tratti divini. Noi ci domandiamo sopra tutto come mai, difendendo i suoi più alti misteri, o meglio il suo unico mistero, la Chiesa si trovi difendere tutta la serie delle verità naturali e sociali; e sentinella vigile, posta alle Termopili dell’incivilimento, come veda sempre da lungi il suo nemico, come lo riconosca non ostante tutti i suoi travestimenti e tutti i suoi stratagemmi, come lo percuota sempre con sicurezza senza che l’astuzia la possa mai sorprendere, né l’audacia sgomentarla, né muoverla la violenza, né scoraggiarla l’ingratitudine di questa società medesima che elle, protegge, e farle abbandonare la sua immortale impresa? Che diremo poi quando si osservi che la meraviglia già sì grande che ci fanno questi prodigiosi caratteri della Chiesa va associata alla meraviglia della loro predizione e dell’infallibile parola che fino dal suo nascere e prima del suo nascere promise alla Chiosa tale stabilità contra la quale non potranno prevaler mai gli assalti dell’errore? – Tutto ciò si comprende facilmente da quelli che credono alla divinità dell’istituzione della Chiesa; rispetto a quelli che non vi credono ancora, essi non possono rispondere che col più muto stupore. Ma importa assai di accrescere questo stupore e così incalzarlo che non trovi più alcun termine ragionevole se non nella fede. – Dopo le eresie del periodo che abbiam chiamato dogmatico o teologico, vengono le eresie del periodo scolastico, quelle del secolo IX fino al XVI. Qui non vediamo eresie propriamente nuove, poiché le solenni decisioni della Chiesa avevano innanzi definite tutte le questioni; in quella vece vediamo da una parte una disposizione vaga all’eresia delle eresie, cioè all’indipendenza da ogni autorità, la quale prorompe la mercé di settari audaci; dall’altra vediamo il veleno delle prime eresie gnostiche e manichee diffondersi di nuovo, traviare i popoli ed esporre la civiltà ai più grandi pericoli.

I. — Noi non faremo lunghe parole dell’islamismo, il quale ha ritolto all’incivilimento i luoghi che furono la sua culla. Basti alcun cenno, l’islamismo si è stabilito la mercé dell’arianesimo, del nestorianismo e dell’eutichianismo, che infestavano allora tutto l’Oriente. Di fatto, queste tre eresie, attaccando il dogma dell’incarnazione e quello della maternità divina, aprirono la porta alla gran barbarie pel doppio battente del deismo fatalista e dell’avvilimento della donna. Perciò, cosa notevole, i due sentimenti opposti precipitarono l’Europa sull’Asia, e contrastarono questa alla barbarie, di cui liberarono almen quella: il culto di Gesù Cristo e il culto della donna; la croce e la cavalleria. Lascio che ciascuno sviluppi questi cenni e ne segua le luminose indicazioni.

II. — Lo scisma di Fozio, oltre che attaccava il principio dell’unità della Chiesa, conteneva un principio di eresia intorno alla processione del Santo Spirito, e per mezzo di questo partecipava indirettamente dell’arianesimo. Del resto, per quanto può sussistere un ramo separato dal tronco, la chiesa greca ha conservato nella loro forma le antiche tradizioni del Cristianesimo; anzi le ha conservate sino alla superstizione, e questa fedeltà minuta in alcuni riti primitivi, il cui mutamento non guasta in verun modo la sostanza della dottrina, non è in questa chiesa che una singolarità e sopra tutto un effetto della sua immobilità e del suo difetto di vita. È una testimonianza meravigliosa della vita divina in seno alla Chiesa Cattolica il confronto del suo stato e della sua azione collo stato e coll’azione della chiesa greca. La chiesa greca aveva per sé sulla Chiesa Romana questo immenso vantaggio, che pel luogo e pel centro in cui era posta era erede più immediata dell’incivilimento antico e del primo incivilimento cristiano. Costantinopoli, Antiochia, Efeso, Corinto, tutta l’Asia minore, tutto l’Arcipelago greco, ove i primi raggi della fede cristiana vennero a incrociarsi cogli ultimi raggi dell’incivilimento antico, ove l’impression viva e continua della vita del Salvatore, delle predicazioni apostoliche, dei primi combattimenti e de’ primi concili della Chiesa, delle prime testimonianze de’ Suoi confessori e de’ suoi martiri, e del miracolo luminoso della conversion del mondo pagano, della conversione di quello che esso aveva di più corrotto in ciò che v’ebbe mai di più puro e di più santo; tutte queste impressioni, tutte queste ispirazioni, tutti questi flutti di luce, di tradizione, di fede, di grazia, di vita, zampillanti dalle loro sorgenti medesime, davano alla chiesa greca un vantaggio immenso sulla Chiesa Romana. Come usò essa di questo vantaggio?Non solamente non l’ha propagato, non solo non l’ha conservato, ma lasciò che la notte della barbarie invadesse le regioni della luce; ed essa medesima vi è rimasta sepolta e stagnante senza far mai alcun sforzo per uscirne, e non presenta oggidì altro più che un cumulo di eresie e di superstizioni materiali cui la simonia compra dal dispotismo il diritto di traini dividendone con esso i profitti. La Chiesa Romana per lo contrario, inondata sin dal principio dai barbari; alle prese colle più maligne e più perseveranti eresie, dovendo combattere al tempo stesso l’ignoranza e la falsa scienza, la violenza e la sottigliezza; ricevendo in ogni istante nel suo seno elementi strani! ad ogni origine e ad ogni tradizion cristiana; distendendo essa medesima il suo apostolato nelle regioni, più lontane, più barbare, più selvagge, ove la lingua, i costumi, le superstizioni, le abitudini, il clima, le comunicazioni, tutto era ostacolo, pericolo, tutto doveva, umanamente parlando, alterarne, pervertirne, perderne la disciplina e la dottrina; la Chiesa Romana, ripeto, non solamente si è mantenuta intatta e libera in mezzo a questa confusione e a questi ostacoli, ma ha operato altresì su tutti questi clementi barbari, li ha signoreggiati, disciplinati, fusi; essa li ha ispirati del suo soffio, vivificati della sua vita; ha tratto da essi un incivilimento all’atto nuovo; essa ha raccolto ben anco gli ultimi avanzi dell’incivilimento antico che la chiesa greca non ha saputo conservare, e che da Costantinopoli sono venuti a riparare a Roma; essa ha creato il mondo moderno, il mondo attuale, in ciò che v’ha di più animato, di più puro, di più ricco e di più forte, a tal che esso non può opporre alla Chiesa medesima altro che l’abuso de’ benefizii che ne ha ricevuti. Qual prova più luminosa che la sola Chiesa Cattolica ha le promesse di Gesù Cristo, e che queste promesse sono divine così per la società del tempo come per quella dell’eternità!

III. — Ma è d’uopo che noi torniamo ad osservar questa verità ne’ particolari delle eresie del periodo scolastico, cogliendo il rapporto di ciascuna di esse col panteismo. Il primo movimento di eresia scolastica ci appare nel famoso Scoto Erigena. Per mostrare il rapporto della sua eresia col panteismo, non posso far meglio che lasciar parlare uno degli storici più esatti ed uno degli apprezzatori più riservati e più indulgenti degli avvenimenti cattolici. – « Malgrado la sua perspicacia divinatoria, dice Alzog, Erigena non seppe guarentirsi da’ più gravi errori. Dovendo lottare contra espressioni talvolta ribelli, nella sua esposizione delle verità intelligibili, egli non rimase sempre fedele al suo proprio principio di ben distinguere i termini propri e figurati, li confuse troppo spesso, ne abusò, divenne il predecessore di Berengario nella sua dottrina dell’Eucaristia e porse immediatamente occasion agli errori posteriori sui rapporti della fede e della scienza, di Dio e del mondo, sulla natura del male e sulla predestinazione. Le sue opinioni diventarono la sorgente, donde più tardi si trasse una teoria positivamente panteista. » (Elzog). Così, ecco uno spirito per niun modo mal intenzionato, ma temerario, il quale invece di svilupparsi nella profondità e sublimità della dottrina cattolica, come fece cosi potentemente il genio di san Tommaso, vuol passarne i confini; egli fa un passo fuor del dogma dell’Incarnazione eucaristica, e incontanente ove si dirige egli, ove riesce? Al panteismo! – Lo storico dal quale abbiam preso il giudizio che lo risguarda è uno  de’ più moderati verso di esso : egli fa ogni potere di scusarlo: « Gli è perché fu disconosciuta, dice egli, la distinzione chiaramente stabilita da Scoto tra il linguaggio proprio e il linguaggio improprio applicato al Creatore, che esso fu generalmente rimproverato di essere- panteista …. La proposizione, Dio è in tutto e diventa tutto, vuol dire secondo Erigene: Dio si manifesta in tutto: tutto ciò che è creato – è manifestazione di Dio ». Questa spiegazione è almeno molto benevola; ma la tendenza al panteismo non è punto meno manifesta nel dottor scozzese, e noi medesimi siamo troppo benevoli verso di lui non accagionandolo in ciò se non della colpa di tendenza.

IV. — La cosa che importa sopra tutto di notare come una verità che sembrerà forse eccessiva, e che nondimeno è molto positiva e molto logica, ben giustificata sopra tutto dalla sorte delle eresie che noi esaminiamo in questo momento, è che se il dogma dell’Incarnazione è preservativo del panteismo come dottrina, lo è a condizione che sia vivificato e realizzato in noi come sacramento. La realtà della presenza soprannaturale di Gesù Cristo nell’Eucaristia ci fa sentir vivamente la distinzione dell’infinito e del finito; (E se ne giudichi da questo passo: « Il fiume intero (dell’essenza suprema) sgorga dalla sorgente prima: l’onda che ne zampilla si spande in tutta l’estensione di questo fiume immenso, e ne forma il corso, che si prolunga indefinitamente. Così la bontà divina, l’essenza, la vita, la sapienza e tutto ciò che è nella sorgente universale, si spande prima sulle cause primordiali e dà loro l’essere; discende poscia per queste medesime cause sull’universalità de’ loro effetti di una maniera ineffabile, in una  progression successiva, passando dalle cose superiori alle inferiori: queste effusioni sono in appresso ricondotte alla sorgente originale per la trasparizion nascosa de’ pori più segreti della natura. Di in qua deriva ciò che è concepito e sentito, tutto ciò che è superiore ai sensi ed all’intelletto. » Il movimento immutabile della bontà suprema e triplice, della vera bontà sopra sè medesima, la sua semplice moltiplicazione, la sua diffusione inesauribile che parte dal suo seno e vi ritorna, è la causa universale, o meglio essa è tutto, imperocché, se l’intelligenza d’ogni cosa è la realtà d’ogni cosa, questa causa che conosce tutto è tutto; essa è la sola potenza gnostica; essa non conosce nulla fuori di sé medesima: non vi ha nulla fuori di lei; tutto è in lei; essa sola è veramente, » – De divisione naturæ – lib, III, pag. 4.); e la partecipazione a questa divina realtà ci fa provare la loro comunione senza nuocere alla loro distinzione, che anzi ce la rende tanto più profonda pel sentimento della reciprocità dell’amore che ne dimostra chiaramente i due termini: Dio e noi, Dio in noi e noi in Dio, distinti ed uniti, altrettanto distinti quanto è la miseria più profonda della creatura dalla triplice santità del suo Autore; e altrettanto uniti quanto debbono essere per un amore che supera questa distanza e questa distinzione: due sentimenti, due bisogni profondamente necessari al cuor dell’uomo; la cui soddisfazione, per mezzo del Cattolicismo, salva l’uomo da tutti i traviamenti ai quali quei sentimenti lo spingono quando manca loro il proprio oggetto. – La scolastica nel medio evo non fu volta da alcuni begli spiriti alla speculazion razionalista se non collo scuotere il contrappeso divino e mantenne nelle vie sicure e larghe della teologia positiva gli Anselmo, i Tommaso d’Aquino, i Lanfranco, i Bernardo, i Gersone, i Bonaventura, il cui genio andò debitore di tutta la vigoria ed esattezza del suo volo alle ispirazioni della fede pratica. L’allontanamento dell’esca di questa fede, la privazione del soprannaturale eucaristico, condusse gli altri all’indebolimento della fede in questo soprannaturale e in quello di tutta la religione e bontosto al panteismo. Se invece di studiar cotanto a spiegare in sé ciò che è inesplicabile, essi fossero stati fedeli alla pratica del sacramento divino, avrebbero conosciuto Gesù Cristo alla frazion del pane, si sarebbero conosciuti essi medesimi, avrebbero conosciuto tutte le cose molto meglio che non investigandole in sé medesime; o almeno sarebbero stati illuminati e preservati nei pericoli delle loro investigazioni. Se non che avendo essi spirito orgoglioso e cuor molle, soccombettero nella lotta dei sensi e si trovarono trascinati da questa schiavitù a quella falsa libertà di ragionare e di pensare, di cui i nostri moderni razionalisti hanno tanto esaltato in loro l’iniziativa, e che non è in sostanza altro che la libertà di traviare e di inabissarsi, inabissando insieme il mondo. Tali furono principalmente Berengario, Boscelino, Abelardo, Guglielmo di Champeaus, Amalrico di Chartres, David di Dinan, Gilberto della Porretta. Il dogma dell’Eucaristia era stato insino allora rispettato. Il solo Scoto Erigena aveva cominciato ad attaccarlo. Ma Berengario di Tours fu nel secolo undecimo l’autore di una vera eresia su questo punto: egli si dichiarò in maniera più forte e più formale ancora di Erigena contro il dogma della transustanziazionee della presenza reale, e fin l’autore della setta dei berengariani, i quali furono i precursori dei luterani e dei calvinisti, e sono stati condannati da molti concilii, segnatamente da quelli di Vercelli, di Tours, di Parigi e di Roma nel 1079. Si è preteso, quantunque il fatto non sia ben provato, che questi attacchi contra la fede nel dogma dell’Eucaristia, Berengario ne mescolasse altri contra i primi fondamenti della società: che condannasse i matrimoni legittimi; che professasse il principio dover le donne essere comuni; che riprovasse altresì il battesimo de’ fanciulli, e finalmente che trascorresse nell’eresia dei gnostici e de’ manichei (Bergier, Dizionario di teologia.).

V. — Roscelino fu autore di una eresia sulla Trinità, la quale consisteva in vedere nelle tre Persone divine tre esseri, e per conseguenza tre dei: fu l’eresia dei triteisti, condannati in un concilio tenuto a Compiègne nel 1092, e contra la quale sant’Anselmo scrisse il trattato dell’incarnazione del Verbo. – Con questo attacco contro il dogma della Trinità, Roscelino cominciò la famosa controversia sui reali e sugli universali, che agitò cotanto quell’età e che sotto questi nomi barbari occultava lo scoglio fatale dello spirito umano deviato dalla fede, del quale mostriamo la presenza sotto tutte lo eresie. Le idee generali degli esseri sono esse qualche cosa di reale o di puramente nominale? V’ha egli altro di reale oltre gli esseri in sé medesimi presi individualmente? Non vi ha di reale che gli esseri medesimi presi individualmente, e le idee generali non sono che una pura astrazion nominale, sostenevano Roscelino e i nominali. Le idee generali son per lo contrario le sole realtà, e gli oggetti individuali non ne sono che le forme e i fenomeni, dicevano i realisti (Le qualificazioni di nominali e di realisti s’intendevan cosi per rapporto alle idee generali: i nominali dicevano che esse non erano che un nome: i realisti dicevano che erano le sole realtà). – Chi non riconosce la nostra gran questione sotto queste formule? Le idee generali degli esseri sono per noi i tipi dietro i quali si particolarizzano gli esseri medesimi, e sui quali noi li giudichiamo; esse implicano la generalità dell’idea e dell’essere, l’essere medesimo come loro principio e l’intelligenza infinita come loro sede. Negare un valor reale alle idee generali è dunque negare la generalità dell’essere, l’essere medesimo, è cadere nel naturalismo. E da un altro lato, non ammettere di reale che lo idee generali, e non vedere negli esseri particolari che le forme delle idee generali, che fenomeni dell’essere, non è evidentemente un cadere nel panteismo. – Naturalismo o panteismo, tali sono dunque i due partiti pei quali la filosofia si traeva da questa gran quistione. Il Cattolicismo affermando egualmente la realtà distinta del mondo soprannaturale e quella del mondo naturale, e l’accordo di questi due mondi nella gran personificazione del Cristo; appresentandoci il Cristo come il Verbo, vale a dire come il pensiero, l’idea eterna dalla quale tutto è stato fatto e tutto è rifatto, sia nell’ordine terrestre, sia nell’ordine celeste, e questo Verbo medesimo fatto carne, il Cattolicismo, ripetiamo, salva mirabilmente, raccogliendole, senza confonderle, la realtà delle idee generali nella realtà dell’Idea divina, e la realtà degli oggetti particolari nell’Individualità umana del Cristo. Egli mette la filosofia sulla strada di determinare la loro distinzione e la combinazione loro nelle conoscenze umane; e lasciando che gli spiriti si esercitino nel campo della controversia, li rattiene almeno nei termini generali della verità e pone barriere ai precipizii.

VI. — Il famoso Abelardo fu il continuatore moderato di Berengario, di Roscelino, di Amalrico di Chartres e di David di Dinan. Separando come essi la scolastica dalla mistica, la teologia speculativa dalla teologia positiva, cercando temerariamente di fondare la fede sulla ragione, invece di innalzar la ragione sui fondamenti della fede, egli spiegò un gran prestigio di spirito e di cognizioni, tale però che tendeva ad uscire ed uscì spesso dai limiti della fede. Il concilio ci Soissons condannò la sua Introduzione alla teologia, a motivo di molte proposizioni eretiche sulla Trinità. E guardate la fatale concatenazione dell’errore, le medesime proposizioni si trovavano essere panteiste e corrispondevano a proposizioni licenziose. Così, secondo lui, il Padre, o meglio la paternità, era la suprema divinità che si sviluppo nel Figlio e nel Santo Spirito, a tal che il Figlio e il Santo Spirito non son nulla in sé medesimi (aliæ vero duæ personæ nullatenus esse queant). Era negare implicitamente il dogma dell’Incarnazione del Verbo, della sua mediazione tra il mondo e Dio, cui Egli unisce senza confonderli, e per conseguenza era un aprir la porta al panteismo; era già un introdurre nel seno medesimo della Trinità il principio dell’emanazione, il quale, ammesso una volta, non si arresta più, e si estende necessariamente a tutti gli esseri. Negar le Persone divine è lo stesso che essere condotto a negare le personalità umane. Dio, l’Essere per eccellenza, la vita medesima non può, come abbiam già detto, concepirsi senza rapporti, i quali sono per conseguenza necessari. Se voi, colla soppressione delle Persone divine, gli togliete i termini di questi rapporti in sé medesimo, voi siete recato a darglierli nel mondo, assorbendovelo, o assorbendo il mondo in Lui. Aberardo giungeva a questa proposizione positivamente panteistica: secondo lui « il Padre solo è ed esiste pel suo rapporto col mondo e con la sua manifestazione nel mondo. » Quindi le cose sensibili, gli atti esteriori, i fatti non avevano valore reale ed esistenza obbiettiva per Abelardo. Lo spirito solo era tutto, e il peccato consisteva solo nella volontà perversa e non nelle opere. L’amante di Eloisa apriva così la via all’illuminismo immorale delle sette del libero spirito. San Bernardo combatté sopra tutto quest’ultima proposizione dell’Etica di Abelardo. Egli fu contra questo chimerico e brillante ingegno il campione della Chiesa e della società, come sant’ Anselmo lo tra stato contro Roscelino, e il beato Lanfranco contra Berengario. È pur mirabile questa unione della santità e della verità ne’ gran dottori della Chiesa! oh come tutto l’uomo col genio e col cuore si regge fermo, e la società insiem con esso, sul fondamento della fede, fuor del quale non si può porre il piede senza vacillare e trascinar seco la società negli abissi!

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(Continua …)

GNOSI, TEOLOGIA DI sATANA (39)

GNOSI TEOLOGIA DI SATANA (39)

SUNTO STORICO DELLE ERESIE NEL LORO RAPPORTO COL PANTEISMO E COL SOCIALISMO (2).

[A. NICOLAS: “Del Protestantesimo e di tutte le eresie nel loro rapporto col socialismo”, vol. I – Napoli, tipogr. e libr. Gabr. ARGENIO – 1859]

Eresie del secondo periodo

Dopo la vittoria decisiva conseguita sopra il sincretismo alessandrino, la Chiesa e la società cristiana non furono per lunga stagione attraversate nel loro corso da alcuna lega esteriore. Però lo spirito di errore non venne meno alla sua natura eternamente gelosa e sovversiva, ed al potere che ha ricevuto dalla previdenza di abbandonarvisi nella misura prescritta, per provare continuamente la verità e lo zelo de’ suoi discepoli. Egli soggiacque allora a una specie di metempsicosi. I sistemi panteisti esterni, sotto i quali si era prodotto, essendo disciolti dal dogma cristiano, egli passò a forme più teologiche, più dommatiche, ma la sostanza non era punto meno panteista, e il risultato non meno antisociale.

I.—Secondo questa nuova strategia, lo spirito di tenebre cominciò dal trasfigurarsi in angelo di luce nel montanismo (Quantunque il montanismo risalga a più alta origine, pure, siccome egli apre la serie delle eresie più particolarmente teologiche, noi abbiamo creduto di poterlo porre dopo il sincretismo). – Il montanismo, che ebbe la trista gloria di macchiar quella del valente Tertulliano e di farlo cadere per eccesso di valore, non smentisce punto il parentado logico che noi vogliam mostrare tra ogni eresia cristiana ed il panteismo. La dottrina di Montano consisteva nel pretendere che Gesù Cristo e la Chiesa non erano il termine del progresso morale e religioso; che, oltre Gesù Cristo, oltre lo Spirito Santo da cui la Chiesa era stata sino allora assistita, doveva venir il Santo Spirito in persona, il paraclito, per recare sulla terra una dottrina più perfetta, una morale più severa che doveva essere un progresso sopra quella del Vangelo, come quella del Vangelo era stata un progresso sulla legge mosaica, e questa sulla legge naturale. « La morale, diceva egli, deve perfezionarsi; essa deve crescere in vigore; Dio medesimo ha provato e mostrato anticipatamente questa gradazione passando dall’antico al nuovo Testamento per mezzo le istituzioni e i modi di salute progressivi dell’uno e dell’altro Testamento ». A questa semplice esposizione del montanismo è facile riconoscere la traccia del panteismo. Questo progresso successivo per mezzo le istituzioni e i simboli non dell’uomo nella perfezion morale, ma della morale in seno all’umanità, somiglia in fatto assai allo sviluppo, alla processione dell’infinito in mezzo alle forme e ai modi del finito, che è propriamente il panteismo. Montano si applicava il benefizio di questa dottrina, facendosi tenere e credere come particolarmente ispirato dal Santo Spirito, come l’organo più potente del paraclito che fosse mai apparso. Egli predicava in conseguenza una morale più rigorosa di quella del Vangelo insegnato dalla Chiesa, pretendendo, oppostamente a questa, che bisognava scomunicare per sempre o senza remissione i peccatori pubblici, fare astinenze e digiuni fuori di ogni misura, vietare le seconde nozze e prevenire le persecuzioni. Come il gnosticismo aveva sviluppato in maniera fantastica la parte teorica del Cristianesimo, così il montanismo ne esagerava la pratica. Il primo minacciava di trasformare il Cristianesimo in una teosofia mistica, il secondo ne faceva un monarchismo esagerato sopra ogni modo. Uscendo l’uno e l’altro, sui passi dell’orgoglio, dalla via cotanto sapiente della Chiesa, e privandosi de soccorsi soprannaturali di lei, mentre esageravano lo prescrizioni, riuscirono a tutte le follie dell’illuminismo e a tutte le infamie per le quali la natura, troppo disconosciuta, ripiglia i suoi diritti. Cosi, negando il dogma dell’Incarnazione nella sua efficacia assoluta, il montanismo degenerava in panteismo e finiva coll’immoralità. I Vescovi cattolici, raccolti in diversi sinodi, fulminarono questa stolta sapienza e questo rigorismo immorale, e separarono dalla società della Chiesa questa setta di menzogna.

II. — Intorno al tempo medesimo sorsero le eresie degli antitrinitarii, de’ sabelliani e de’ patripassionisti. Per salvare l’unità di Dio,compromessa, dicevano questi eretici, nel dogma della Trinità, essi negavano questo dogma, e per conseguenza quello dell’Incarnazione del Verbo, — gli uni, ricusando a Gesù Cristo ogni rapporto consustanziale colla divinità, — gli altri, non vedendo in lui che una potenza divina, non una Persona divina, non la divinità medesima, —gli altri finalmente vedendo in lui la divinità, ma senza pluralità di persone, ridotta all’unica persona del Padre, che si era egli stesso fatto uomo e aveva patito per noi; onde furono chiamati patripassionisti. Cosa singolare, ma profondamente giusta e logica: per voler essere più savi, più gelosi della grandezza di Dio che non la Chiesa, questi eretici cadevano nell’eccesso opposto alla loro orgogliosa pretesa; essi prostituivano la divinità; e, cosa non meno singolare e non meno logica, la prostituivano col panteismo, alternativa inevitabile del dogma cristiano.Così questi spiriti vani e superbi che pretendevano di vendicare la divinità dell’offesa che secondo loro faceva alla sua unità santa l’ammissione delle tre Persone che non inducono in essa alcuna divisione, ammettevano all’identificazione con questa medesima divinità, non già solo tre persone coinfinite e coeterne, ma il mondo altresì,ma l’umanità, ma tutte le creature; e per salvare il teismo cadevano così nel panteismo.Ecco di fatto qual era il loro sistema:« Il Padre, il Figliuolo, il Santo Spirito non sono punto Persone distinte e coeternamente esistenti in una medesima sostanza divina, senza rapporto necessario col mondo. Sono denominazioni esteriori e temporanee della manifestazione della monade divina, nella sua azione sul mondo. Queste manifestazioni diverse della monade non hanno per iscopo che il loro proprio sviluppo; esse si distendono, si dilatano, secondo le espressioni stoiche, (ekteinesthai o platynesthai), o si restringono e si concentrano (syntellesthai). La monade esce nel mondo e diventa Padre; ella si unisce al Cristo per l’opera della Redenzione, e si chiama Figliuolo; ella si identifica coll’umanità, e si fa Santo Spirito. Finalmente, dopo di avere sviluppato la vita divina nei regni del Padre, del Figliuolo e del Santo Spirito, la divinità si ritrae,si raccoglie, si racchiude in sé medesima (Alzog, Storia della Chiesa, t. I, pag. 252 – Dellinger, Origine del Cristiaesimo, t. I, p. 252 – Bergier, Dizionario di teologia). »Così il panteismo usciva apertamente dalla negazione dei dogmi della Trinità e dell’Incarnazione per mezzo di questi eretici.Son ora da studiare le conseguenze antisociali di questa dottrina ela profonda sociabilità dei dogmi cristiani. Io prego in ciò i lettori a degnarmi di tutta l’attenzione.Se noi non siamo che una manifestazione, che un’apparenza, noi siamo annichilati; e al tempo stesso questa manifestazione essendo una manifestazione, una dilatazione di Dio, noi siamo autorizzati, necessitati,divinizzati in tutte le cattive inclinazioni della nostra natura; conseguenza generale del panteismo già esposta e che noi ci limitiamo a ricordare. Scendiamo ad un’ analisi più elementare.L’elemento d’ogni società consiste in due cose: pluralità e similitudine degli esseri.Di fatto, chi dice società dice pluralità, e per conseguenza distinzione. degli esseri fra loro, la cui unione forma la società. Senza questa pluralità, mantenuta dalla distinzione nell’unione medesima, non può esservi né rapporto, né movimento, né vita. — Io aggiungo: Le nostre società, fondate sulla nozione e sul culto del bene e del giusto,vale a dire di Dio, ne suppongono una prima fra noi e Dio, trail finito e l’infinito, per mezzo della loro distinzione necessaria alla loro stessa unione, e senza la quale non essendo noi distinti e sociabili per rapporto a Dio, non lo saremmo più neppure gli uni rispetto agli altri. — Quanto alla similitudine degli esseri, è evidente che essa non è meno necessaria della loro pluralità per stabilire fra essi una società; non si può aver società che coi propri simili, ed è con questo disegno che l’uomo è stato fatto originariamente a somiglianza di Dio. e che per questa prima similitudine è stata formata la nostra serietà con Dio, la quale, rovinata dal peccato, doveva riformarsi e consumarsi più tardi da Dio, facendosi Egli pure simile all’uomo.

Da queste premesse traggo due luminose conseguenze a favore dei dogmi della Trinità e dell’Incarnazione. A favore del dogma della Trinità ne inferisco che Dio, essendo infinito, non può aver rapporto eterno e necessario, o società naturale che con sé medesimo: imperocché chi è a Lui simile (Ps XXXIV, 10)? Che ogni rapporto ed ogni società implicando, come abbiam detto, pluralità non meno che similitudine, bisogna necessariamente che vi sia in Dio una pluralità; la quale siccome non può essere nell’essenza, poiché molti infiniti sono una contradizione, deve essere in qualche cosa che sia in Lui e che non è la sua essenza, qualche cosa che noi chiamiamo persone, le quali dovendo corrispondere ai due gran bisogni di conoscere e di amare, che sono la vita dell’essere, devono essere conoscenza e amore, distinte dal subietto che le genera; finalmente, che deve esser questa la prima di tutte le società sulla quale devono essere formate tutte le altre, quella dalla quale devono discendere ed a cui devono risalire. – A favore del dogma dell’Incarnazione conchiudo, che siccome ogni società suppone pluralità e somiglianza, cosi, perché vi fosse società fra noi e Dio, bisognò che Dio si facesse simile a noi, rimanendo distinto da noi; che l’uno di Dio, se cosi posso dire, si facesse l’uno di noi; che Egli formasse cosi l’anello di congiunzione, l’Emmanuele che congiunge la società degli uomini colla società divina, e che inaugurasse il dogma sociale sul dogma della Trinità per mezzo del dogma dell’Incarnazione, come l’ha sì bene epilogato Gesù Cristo in quella divina preghiera che noi non possiam mai ripeter troppo in simile argomento: Che tutti non siano che uno, ecco la società; come Voi, Padre mio, siete in me, ed Io in voi, che essi siano medesimamente uno in noi, eccone il tipo; finalmente, io sono nel Padre mio, e voi in me ed io in voi, eccone il nodo. Per ciò rigettare il dogma della Trinità, come facevano cotesti eretici, è negare all’Essere per essenza la vita di relazione che è propria dell’Essere, e che Egli non può trovare necessariamente che in sé medesimo: è un costringerlo in certo qual modo, secondo questa concezione, a cercare fuori di sé e nel finito i termini de’ suoi rapporti necessari, vale a dire ad abdicare la sua natura e ad assorbire la nostra, e per conseguente ogni società, nel panteismo. – Similmente, rigettare il dogma dell’Incarnazione è rendere impossibile ogni società mediata fra noi e Dio, ogni rapporto accessibile; e siccome questa secondo il disegno di Dio è il fondamento di quella, così il rigettare un tal dogma è un costringerci a metterci pur noi in società immediata, in relazione diretta e necessaria con Dio, ad assimilare per conseguenza la sua natura e la nostra, vale a dire a confonderle, e ad andarci a perdere nell’infinito per mezzo del panteismo. – In questa guisa s’incatenano adorabilmente tutte le verità in seno alla dottrina cattolica; cosi l’eresia degli antitrinitarii e de’ sabelliani doveva essere necessariamente panteistica e antisociale.

III. — Questa eresia dischiuse le strade ad un’eresia a gran pezza più vasta ne’ suoi sviluppi, all’ Ariane simo. L’arianesimo, che menò i sì gran guasti nei popoli germanici e ritardò per sì lungo tempo l’azione incivilitrice del Cattolicismo su que’ barbari, fu una conseguenza dell’eresia antitrinitaria e sabelliana. Il Cristo non era consustanziale al Padre, secondo Ario; Egli era un essere creato, ma superiore a tutto le creature e produttore pur egli delle medesime. L’arianesimo era una prolungazione parziale del panteismo gnostico, che aveva messo in voga la dottrina delle emanazioni divine decrescenti. Agli occhi degli Ariani, il Verbo divino era un’emanazione inferiore al Padre; e siccome al tempo stesso ei lo concepivano sotto la nozione di creatura, così tutta quanta la creazione, la cui nozion vera era distrutta, diventava una serie di emanazioni, ciò ch’era propriamente il panteismo (Dicasi il medesimo dello dottrine eterodosse sopra lo Spirito Santo, le quali non erano che l’arianesimo applicato alla terza Persona della Trinità divina, e che furono condannate nel secondo concilio ecumenico di Costantinopoli.). – Il primo gran concilio di Nicea anatemizzò questa eresia, e formulò la verità cattolica in quel passo del suo simbolo, di cui facciam risuonare i nostri templi: Credo in… Jesum Christum… Deum de Deo, lumen de lumine, Deum verum de Deo vero, genitum, non factum, consubstantialem Patri; dichiarando così la divinità in Gesù Cristo, e all’opposto distinguendone l’umanità, la cui confusione colla divinità l’avrebbe compromessa.

IV. — Apparve allora sulla scena il pelagìanismo, il quale non fu che un’applicazione de’ principii dell’arianesimo. Secondo questo, Gesù Cristo non era che una creatura; era perciò naturalo il conchiuderne che egli non poteva acquistarci alcuna grazia divina; ed è appunto la necessità di questa grazia che rigettava Pelagio, pretendendo che l’uomo poteva aggiungere il più alto grado di perfezione morale e sottrarsi all’impero del peccato colle sue proprie forze. I pelagiani, è vero, non negavano la divinità del Cristo, come facevano direttamente o indirettamente gli ariani; ma avrebbero potuto farlo senza nuocere in alcun modo alla loro teoria. Movendo da due punti di vista diversi, i due sistemi arrivavano al medesimo termine, col dedurne le conseguenze dai loro principii. L’arianesimo separava Dio dall’uomo, il pelagianesimo separava l’uomo da Dio. L’uomo, partendo dalla negazione della divinità di Gesù Cristo, doveva arrivare alla negazione della grazia divina; l’altro, partendo dalla negazione della grazia divina, doveva arrivare alla negazione della divinità di Gesù Cristo; ambedue dovevano riuscire al naturalismo. – Il che è ciò che abbiamo veduto operarsi in grande nel protestantismo, il quale, per mezzo di Zuinglio e Socino, arriva in Rousseau alla dottrina della bontà natia dell’uomo e del pervertimento della società, donde Luigi Blanc e i socialisti hanno tratto i principii della loro riforma. La fiducia di questi nella bontà dell’uomo, sulla quale essi fondano e le loro accuse contro la società che l’ha pervertita, e le loro folli utopie di riforma, illudeva del paro i pelagiani e li recava, per un falso raffinamento di perfezione di cui essi credevano capace l’uomo, a incriminare egualmente la proprietà e tutte le relazioni che costituiscono la società degli uomini. « A veder come i discepoli di Pelagio, dice un moderno scrittore, sostennero che la rinunzia alle ricchezze era un obbligo assoluto per chiunque voleva operare la propria salute, si comprende come potessero sistematicamente riuscire mediante espropriazione alla negazione della proprietà, il comunismo (F. Lacombe: Studi sul socialismo) ». L’ortodossia religiosa e sociale trovò un fiero campione in sant’Agostino, il quale combatté tutti gli errori pelagiani, confrontandoli colla verità cattolica. Egli giustificò la proprietà mobile ed immobile dell’uomo individuale riguardo allo stato; definì in modo ammirabile ciò che era di precetto e ciò che era di consiglio nella legge della rinunzia, e restituì a questa legge il suo vero carattere evangelico, più tosto morale che materiale, che non potrebbe pregiudicato mai alla vita sociale degli individui, di cui si compone quella delle società.

V. — Non è mai che lo spirito umano prorompa in qualche eccesso senza che ne sia in breve punito, cadendo nell’eccesso contrario. Inoltre, come abbiam già detto, il naturalismo non può durar lungo tempo nell’anima umana. Questa ha orrore del vuoto, del suo isolamento da Dio, e non è mai più vicina a precipitarsi in questo abisso come quando è giunta a separarsene. Il naturalismo, una volta che si è abbandonato il Cristianesimo, non è altro che un rapido passaggio al panteismo. Non è la separazione che può salvarci dalla confusione con Dio; è l’unione, la Religione.

Il pelagianismo doveva condurre al predestinazianismo, o alla dottrina opposta dell’onnipotenza della grazia divina nell’uomo, esclusiva di ogni cooperazione umana e negativa d’ogni libertà. Dio ci predestina fatalmente alla felicità o alla dannazione; la sua azione ci rende necessariamente giusti e santi. Tale fu l’eresia del predestinazianismo, che conteneva il panteismo e il fatalismo, doppio errore cuitutte le eresie pare abbiano avuto per iscopo d’impiantar nel cuoredelle società cristiane. – Con profonda sapienza la Chiesa anatemizzò il pelagianismo e il predestinazianismo; il primo nel gran concilio di Cartagine, l’anno 418;il secondo in diversi concili d’Arles e Lione. Essa mantenne due verità certe, l’azione della grazia divina e l’azione della libertà umana, vale a dire, sempre la realtà distinta dell’infinito e del finito,del soprannaturale e del naturale, così nella loro azione come nella loro essenza. La grazia non può nulla sopra di noi senza il concorso della nostra libertà. La nostra libertà non può nulla in noi, nell’ordine della salute, senza il soccorso della grazia. Distinzion capitale, essenziale, che rizza a destra e a sinistra dell’umanità un baluardo che la preserva dal naturalismo e dal panteismo, e tiene sgombro il sentiero del buon senso, dell’esperienza, della tradizion sociale e della verità pratica delle cose sul quale deve correre.

VI. — Ma come si conciliano fra loro la grazia divina e la libertà? Qual è la parte reciproca della loro azione nell’opera dell’umana salute? Gli è in ciò che si tocca al mistero de’ misteri, alla difficoltà delle difficoltà; è questo il passo che la sola Chiesa seppe superare senza cercare né evitare, e al quale sono venuti a sdrucciolare e a cadere tutti quelli che non si sono accontentati di porre semplicemente il piede sulla traccia del suo insegnamento, insistere vestigiis.

E questo è ciò che volle fare il semi-pelagianismo. Secondo il pelagianesimo, il peccato di Adamo non ha turbate le condizioni della perfettibilità umana: l’uomo può fare il bene dopo come prima di quel peccato; egli ha in sé una forza naturale sufficiente. per compiere le buone azioni; esso è naturalmente buono, ela grazia è semplicemente un soccorso che lo aiutano a diventare più facilmente migliore.Secondo il predestinazianismo, il peccato di Adamo ha distrutta nell’uomo la libertà, la possibilità del bene. Egli ha bisogno della grazia, non già come ajuto per rialzarsi, ma come mezzo unico e assoluto di essere rialzato. Essa sola è quella che lo rialza, che lo sostiene e lo fa camminare; egli non conta, è un cadavere. Il semi-pelagianismo credette di essere la sapienza medesima venendo a porsi nel giusto mezzo fra questi due eccessi, e a dire chela grazia e la libertà concorrevano vicendevolmente a rialzar l’uomo e a recarlo al bene; che esse avevano un’egual parte alla sua salutee ch’egli ne aveva un egual bisogno; che dopo il peccato originale,l’uomo non è naturalmente buono, è vero, né portato al bene più che al male, ma che egli si determina con altrettanta facilità all’uno e all’altro; che solo la grazia viene a determinare il buon movimento e a svilupparne il principio che è in lui.Sapienza umana! la Chiesa anatemizzò questa eresia, più perniciosa. delle altre due perché era più speciosa e riconduceva a quella per una doppia china. Occupata non già di cercare il giusto mezzo fra due errori, ma unicamente di dichiarare la verità rivelata, che non. si trova necessariamente in questo giusto mezzo, essa divulgò quei grandi assiomi di fede, di tradizione e di esperienza: cioè che pel peccato di Adamo noi abbiam perduto cotesta grande e felice libertà, cotest’equilibrio della nostra volontà fra il bene ed il male; e che per ristabilire in noi un’eguaglianza perfetta è necessario l’impulso della grazia; che essa è dunque sempre preveniente, e gratuita in quanto preveniente; ma che non è efficace se non col concorso della nostra libertà.Così la Chiesa sciolse il nodo gordiano della libertà e della grazia formato dall’eresia. Certamente questo nodo ha altre difficoltà che si addentrano nelle misteriose profondità della volontà umana e della grazia; ma la Chiesa non entra mai prematuramente in questi abissi, come ella non sta mai in forse a perseguitarvi l’errore e a portarvi la luce netta e viva della precisione quando l’errore gliene porge argomento. Solamente ella mantiene il mondo nel possedimento di queste due grandi verità, di questi die gran principi; il soprannaturale e il naturale, il divino e l’umano, la grazia e la libertà; e li accorda nella loro azione nel seguente modo: la grazia sempre preveniente, la libertà cooperante; Dio che stende la mano all’uomo, e l’uomo che la prende.

VII. — L’arianismo e tutte le eresie precedenti avevano messo in questione l’esistenza della divinità e dell’umanità, dell’infinito o del finito di Gesù Cristo. Il nestorianismo venne ad inaugurare un altro ordine di eresie, quelle che si riferiscono non più all’esistenza, ma ai rapporti naturali ed alle operazioni reciproche delle due nature nel Cristo. L’unità di persona fu attaccata, come l’era stata la dualità di natura. Nestorio venne a dire che vi era dualità di persona come v’era dualità di natura. Egli trasformò la distinzione essenziale del finito e dell’infinito nella loro separazione. Secondo lui, vi eran nel Cristo due persone, poste l’una allato all’altra, unite esteriormente e moralmente. Egli si scandalizzò della denominazione di madre di Dio universalmente data a Maria; sostenne che si doveva dir solo Madre del Cristo, e che l’uomo partorito da Maria doveva essere chiamato Teoforo, o portante Dio, come tempio nel quale Dio dimora. In cotal guisa l’Incarnazione non era altro più che una semplice inabitazione del Logos nel Cristo, e il Verbo eterno non si era fatto uomo. Senza saperlo, questa eresia procedeva dai principii del manicheismo, che, come abbiam già fatto osservare, non è che un doppio panteismo. L’antitesi di due volontà, di due nature divina e umana, o la difficoltà di concepirle unite in una sola persona, fu la sua base principale, come l’antitesi dello spirito e della materia, o la difficoltà di riferirle ad una comune origine era stata una delle basi principali del dualismo. – Ma vuolsi principalmente notare che, isolando il finito dall’infinito, essa doveva riuscire a precipitarvelo.

VIII. — E ciò avverossi ben presto. Eutiche venne, sull’orme di Nestorio, a dire che « prima dell’unione del Verbo coll’umanità le due nature erano assolutamente distinte; ma che dopo l’unione la natura umana, confusa colla natura divina, ne fu talmente assorbita che rimase la divinità sola, e che fu essa sola che patì per noi e ci riscattò. Il corpo del Cristo era dunque un corpo umano quanto alla forma e quanto all’apparenza esteriore, ma non quanto alla sua sostanza ». L’entichianismo conduceva altresì al gnosticismo panteistico puro; egli originò il monofisitismo, che ammetteva una sola natura, ed il monotelismo, che ammetteva per conseguenza una sola volontà in Gesù Cristo; la natura e la volontà divine. – In questa guisa cotali eresie si generavano e si riproducevano reciprocamente; così l’errore s’implicava nel suo proprio labirinto; così, fuori del dogma della fede cattolica, e per poco che si deviasse da esso, si ritornava sempre fatalmente, dall’una parte o dall’altra, al grande abisso. – Il dogma salvatore dell’Incarnazione fu sciolto di nuovo da tutte queste eresie, le quali furono anatemizzate in diversi gran concili. Il terzo concilio ecumenico d’Efeso fulminò il nestorianismo; il quarto concilio ecumenico di Calcedonia percosse l’eutichianismo, e il sesto concilio ecumenico di Costantinopoli condannò il monotelismo. La dottrina del Verbo fatto carne, vita del mondo, fu mantenuta in tutta la sua purezza. Queste eresie non avevano fatto che provarla e porla in una luce più viva. Essa fu richiamata, affermata e definita quale era sempre stata creduta dagli apostoli dopo Gesù Cristo. « Conforme all’insegnamento de’ santi padri, — porta il decreto di uno di questi concilii, — noi dichiariamo a voce unanime che si debba confessare un solo e medesimo Gesù Cristo nostro Signore; il medesimo, perfetto nella divinità e perfetto nell’umanità; vero Dio e vero uomo; essendo, come uomo, composto di un’anima ragionevole e di un corpo, consustanziale al Padre secondo la divinità, consustanziale a noi secondo 1′ umanità; in tutto simile a noi fuorché nel peccato; ingenerato dal Padre prima dei secoli secondo la divinità; il medesimo, nato in questi ultimi tempi, secondo l’umanità; un solo e medesimo Cristo, figliuol unico, Signore in due nature, senza confusione, senza mutamento, senza divisione, senza separazione, senza che l’unione tolga la differenza delle due nature, conservando l’una e l’altra la sua proprietà, e concorrendo in una sola persona e sussistenza; in guisa che Egli non è dimezzato o diviso in duo persone, ma è un solo e medesimo Figliuol unico, Dio il Verbo, nostro Signore Gesù Cristo, come i profeti e nostro Signore medesimo ci hanno insegnato, come il simbolo de’ padri ci ha trasmesso (Decreto del quarto concilio di Calcedonia.) ». Alla lettura di questa definizione di fede, l’universo cristiano, per bocca di tutti i Vescovi, sclamò ad una sola voce : « Questa è la fede dei padri, è la fede degli Apostoli; noi la seguiam tutti secondo loro, e tutti noi la pensiamo come loro: Hæc fides patrum, hæc fides apostolorum; huic omnes consentimus, ita sapimus; » e a questo grido tutte le eresie furono confuse, e il sole della verità cattolica, libero da esse, continuò il suo corso. – Dopo questa definizione del dogma dell’Incarnazione, l’incredulità di questo secolo non ci venga a domandare di spiegarglielo e di dirle come ciò avvenga; noi gli risponderemo con un padre: Ciò si fa nel modo che Dio sa: questa è cosa che si definisce, ma non si spiega. Ma al tempo stesso noi le spiegheremo benissimo come ciò non debba spiegarsi, facendo ad essa osservare che nelle cognizioni di qualsiasi ordine, anche le più esatte, come le matematiche, che hanno per oggetto il finito, lo cose non si spiegano da ultimo se non per mezzo di cose che non si spiegano punto; che è proprio delle cose che spiegano le altre di essere inesplicabili esse medesime, e di essere per conseguenza tanto più inesplicabili quanto più sono spiegative; e che la cosa più spiegativa di tutte, quella che spiega tutto, Dio, è tal cosa cui nulla può spiegare. — E perché ciò? — Perché l’Infinito solo può spiegare il finito, ed è proprio dell’infinito l’essere inesplicabile. La spiegazione discendo dall’infinito al finito, ma non risale. — E perché anche questo? — Perché le cose non possono spiegarsi che secondo cose che sono loro anteriori e superiori, come la parola secondo usata in tutte lo spiegazioni lo indica; perché la cosa che non ha nulla che le sia anteriore e superiore non può per conseguenza essere spiegata per mezzo di ciò che non è; — e più parimente perché l’infinito è l’archetipo del finito, il quale essendo fatto secondo questo archetipo, vi si riferisce e ne rivela la spiegazione della sua esistenza, perché ne ha ricevuto questa esistenza medesima. L’immagine si spiega dall’originale; ma l’originale medesimo, l’archetipo, l’infinito, chi lo spiegherà? Quis videbit eum et enarrabit. (Eccl. XLIII, 35.) Sarebbe un medesimo il dimandare chi ha fatto Dio: Egli è colui che è; ecco la sua definizione, nelle sue operazioni come nella sua essenza. Chi spiegherà ragionevolmente il mondo senza la creazione, senza Dio? Chi spiegherà il mondo morale e sociale, chi spiegherà l’uomo e l’umanità senza Gesù Cristo, senza la soluzione che dà l’incarnazione del Verbo? Ma chi spiegherà questa Incarnazione, chi spiegherà Gesù Cristo? Questo non si può e non si deve naturalmente potere. Ma se nessuna cosa spiega l’infinito e le sue operazioni, tutto però lo prova, tutto gli rende testimonianza, quella testimonianza che il problema rende alla sua soluzione. Infatti la sola verità può spiegare la verità. In questo senso ciò che sfugge e deve sfuggire alla spiegazione nella verità infinita si trova in questo, che essa medesima dà la spiegazione delle verità finite, poiché non si può dare se non quello che si ha. E Rivarol pronunziò una parola profondamente giusta quando disse: Dio spiega il mondo, e il mondo lo prova. La spiegazione discende da Dio al mondo, e risale, come prova, dal mondo a Dio: Cœli enarrant gloriam Dei, et opera manuum, ejus annuntiat firmamentum. (Psal.XVllI). Cosi è del dogma dell’Incarnazione: inesplicabile, egli solo spiega e scioglie il problema dell’unione dell’infinito e del finito senza loro confusione. Egli li unisce distinguendoli e li distingue unendoli. Due condizioni sulle quali posa tutto l’edificio delle esistenze morali e sociali, nessuna delle quali può spiegarsi senza che tutto questo edificio non si sposti, non cada e non s’inabissi: due condizioni tuttavia cui, fuor della tradizione cattolica, così ne’ tempi antichi come nei moderni, tutti i movimenti dello spirito umano mirano a falsare ed a violare, e che il solo Cattolicismo mantiene filosoficamente e praticamente nel mondo. – Gesù Cristo solo, e dopo di Lui la Chiesa, come quella che l’ha ricevuta da Lui, ha così la chiave di questa porta misteriosa di comunicazione tra il finito e l’infinito, di cui parla san Giovanni nella sua Apocalisse: Il santo, il vero, che ha la chiave di Davide; che apre, e nessuno chiude; che chiude, e nessuno apre; Sanctus et verus, qui habet clavem David; qui aperit, et nemo claudit; claudit, et nemo aperit. (III, 7).Ma ciò che noi non possiamo omettere senza renderci colpevoli di un silenzio che ci obblighiamo di nuovo a rompere con un omaggio più speciale (Sotto il litolo: La Vergine Maria e i disegni divini), è che Gesù Cristo, il quale definisce tutto, è esso medesimo definito da Maria.L’eresia lo sa benissimo; e se noi per saperlo dovessimo guidicarne dalla sua condotta, essa ce ne ammaestrerebbe oltre il bisogno.Come essa non ha mai attaccato il dogma religioso e sociale della credenza in un Dio creatore se non coll’attaccare il dogma cristiano dell’Incarnazione, così non ha mai attaccato il dogma cristiano dell’Incarnazione se non coll’attaccare il dogma cattolico della maternità divina di Maria.Nella grande eresia di Nestorio è questa divina maternità che era capitalmente in questione; ma in questa questione e sotto questa questione si agitava quella dell’Incarnazione, come sotto questa si agitava quella d’ogni religione e d’ogni società. Ha lo spirito ben ristretto colui che non vede tutta questa concatenazione e non ne sente il profondosignificato.E Maria è o non è dessa la Madre di Dio? Debb’essere Ella o non essere onorata come tale? Question vana e puerile, dicono i saccenti; question vana e puerile come il secolo che la suscitava! Vedete nondimeno: — Maria non è la madre di Dio, diceva l’eresia; poiché nonsi può ammettere che Dio sia nato da una donna. Di fatto, ciò cheè nato da Maria, diceva Ario, è sì il Figliuol di Dio, ma non Dio medesimo: è il primogenito di Dio, è colui pel quale è nato tutto il resto, nel modo medesimo che egli stesso è nato, non essendo così ogni cosa che una emanazione della sostanza infinita…. Colui che è nato da Maria, diceva Nestorio, è il Cristo; vale a dire un uomo in cuila divinità è venuta ad abitare; ma che non è la divinità medesima,non potendosi la natura umana e la natura divina riferire ad un medesimo soggetto, più di quello che la materia e lo spirito possa riferirsi ad una medesima origine, essendo ambedue separate da tutta l’opposizione dei due principii donde esse derivano e che le animano esclusivamente.,. Ciò che è nato da Maria, diceva Eutiche, è niente, è una semplice apparenza umana, una sembianza d’ uomo; Maria nonè in ciò che un velo il quale copre solamente il fondo di Gesù Cristo,il fondo della natura umana, il fondo di tutto ciò che è Dio, Dio solo in tutto, del quale Gesù Cristo, come tutto il resto, non è chel’apparenza (Noi abbiamo abbreviata l’esposizione di queste tre eresie, ma non ne abbiamo esagerato il rigor logico). In questo modo la testa del serpente cercando sottrarsi ai piedi della divina maternità di Maria, la coda del mostro, se così oso dire, per diverse sinuosità si ripiegava e degenerava sempre in panteismo, in manicheismo, in fatalismo, per insinuarne il veleno nella società. – Ma non fu indarno lanciata contro di lui la primitiva sentenza: Porrò nimicizia tra te e la donna, e tra il seme tuo e il seme di lei. Ella schiaccerà la tua testa, e tu tenderai insidie ed calcagno di lei. (Gen. III, 15.) La Chiesa, esecutrice di questo decreto, ha conservata Maria nel possedimento della sua potestà sullo spirito delle tenebre, divulgandola Madre di Dio. Maria è Madre di Dio, perché Dio è nato da Maria. Dio è nato da Maria, perché il Cristo, suo figliuolo, è il Figliuolo di Dio, e come tale, eguale a Dio, Dio medesimo. Maria ha il medesimo figliuolo che il Padre celeste: solamente egli è Figliuolo del Padre celeste da tutta l’eternità, e di Maria nel tempo; però il medesimo figliuolo, la medesima Persona divina, il medesimo Verbo, il medesimo Dio, che ha preso la nostra natura per farne, mercé la sua unione colla propria, una sola Persona, la quale è nata integralmente da Maria. Questa grande personificazione delle due nature finita e infinita, distinte e unite nel Cristo, per la quale tutto il mondo morale e sociale è stato ritratto dal naturalismo e dal panteismo, e ne è preservato, si è formata nelle viscere di Maria, e Maria ne è il nodo vitale. – Ciò posto, si comprende che se il dogma dell’Incarnazione è, come abbiamo dimostrato, la soluzione del gran problema della religione e dell’incivilimento, è ugualmente vero che Maria, onorata nella sua maternità divina, è la formola più esatta, più decisiva e più conservatrice di questa soluzione (Questa formula è benissimo esposta da san Cirillo in questi termini nel decreto del sinodo di Efeso: Si quis non confitetur Deum esse secundumveritatem EMMANUEL, et propter hoc Dei genitricem sanctam Virginem (genuit enim carnaliter carnem factum Dei Verbum), anathema sit!).Il dogma della Vergine Madre scorge in qualche modo e protegge attraverso ai secoli il dogma dell’Uomo-Dio, come anch’essa la Vergine Madre era un tempo la guardiana e la protettrice dell’adorabile Persona dell’uomo-Dio sulla terra. Chiunque si rifiuta di onorare la maternità divina di Maria, egli, il sappia o non lo sappia, non è Cristiano (« Chiunque non ama e non onora la Vergine di un onoro tutto speciale e particolare non è vero cristiano, » – San Francesco di Sales, nel suo mirabile secondo sermone su la Visitazione, avendo a testo Unus Deus, – Ephes. IV. – . « Per conseguenza, esclama Bossuet, poiché la divozione verso la Beata Vergine è sì sodamente fondata, anatema a chi la nega e toglie ai cristiani un cosi potente soccorso: anatema a chi la diminuisce: egli indebolisce la pietà nelle anime, » – Terzo sermone sulla Concezione della Santissima Vergine). Egli non crede al Verbo fatto carne, è deista in qualche grado, o almeno sulla via di esser tale; e chi è deista è in qualche grado panteista o ateo, o in sulla via di diventarlo; il che permette in un certo senso di dire con san Gregorio di Nazianzo: Quegli, che non risguarda Maria siccome la Madre di Dio non crede alla divinità, è ateo. Perciò, integrità ammirabile della verità divina nel cattolicismo. Questa devozione così umile, così avuta a vile dai filosofi, – ai quali non manca per esserlo che di conoscere se stessi per mezzo dell’umiltà di cui questa devozione medesima è la scuola sublime, — questa divozione, ripeto , è si fattamente ben collegata con tutto il rimanente della dottrina che si può dire ch’essa è l’ultimo anello di una catena, il primo de’ quali è il dogma di un Dio creatore, e sospende e rattiene la società sull’abisso del naturalismo e del panteismo. Le più gravi questioni, le più vaste conseguenze -nell’ordine umano e sociale discendono da questi articoli di fede, da questi punti di dogma rilegati nel dominio della divozione e della teologia, la deviazione dai quali conduce, da deduzione in deduzione, dall’uno all’altro errore, alle dottrine più antisociali e più sovversive. – Il perché quando il concilio di Efeso, confermando la tradizione, mantenne la fede de’ popoli intorno alla maternità divina di Maria, Il mondo cristiano esultò di gioia e levò al cielo i suoi plausi di entusiasmo. Esso senti istintivamente che era sfuggito ad uno scoglio. E oggidì, in cui esso si è di bel nuovo salvato dalla sua rovina per un di que’ colpi la cui salutare opportunità rivela la mano della provvidenza, la società tutta quanta, per una ispirazione pur essa provvidenziale e conforme a quel rapporto istintivo che sempre esisté tra la Francia e Maria, corse a prostrarsi riconoscente ai piedi di Nostra Signora, a far echeggiar le volte del suo tempio di canti di trionfo, e rappresentar da per tutto la Madre che stringe il Verbo incarnato con un braccio e stende 1’altro sul mondo, mentre schiaccia sotto i suoi piedi l’idra del socialismo.

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