UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLI GLI USUSPANTI APOSTATI (CON CAZZUOLA E GREMBIUNO) DI TORNO: S. S. LEONE XIII – “INIMICA VIS”

Cosa poteva ancora fare il Santo Padre Leone XIII, dopo tante lettere encicliche, per mettere in guardia tutti i Cattolici e gli italiani di buona volontà, contro le attività indegne ed eversive della empia setta, emanazione satanica, organizzata nel combattere Dio, il suo Cristo e la sua Chiesa? Ciò nonostante la setta infernale, è andata avanti nel tempo, conquistando tutti i posti chiave di comando dello Stato italiano, della finanza pubblica, dei mezzi di comunicazione di massa, dei centri nevralgici della società tutta e finalmente usurpando le diocesi e la stessa Sede apostolica. Certo tutto è avvenuto con permesso divino perché fossero vagliati i cuori di tutti gli uomini, i Cristiani veri, i Cristiani di comodo, i finti Cristiani, i nemici del Cristo e della Chiesa, sì da potere operare nel giorno del Giudizio con facilità la divisione tra i capri alla sinistra di Cristo, e gli agnelli alla sua destra. L’avvertimento terrificante per chi crede è: …. « Coloro pertanto che per somma disgrazia han dato il nome ad alcuna di queste società di perdizione, sappiano che sono strettamente tenuti a separarsene, se non vogliono restar divisi dalla comunione cristiana, e perdere l’anima loro nel tempo e nell’eternità ». Quindi altro che filantropia, progressismo, libertà di pensiero, carrierismo, scempiaggini e turpitudini varie, qui c’è la sorgente della morte, zampilla il veleno pestifero dell’estinzione eterna dell’anima, l’impenitenza finale, la dtrada della voragine dello stagno di fuoco preparato per il demonio ed i suoi servi. Poi un invito, ancor più valido ed esteso oggi a tutte le forze politiche e alle istituzioni pubbliche italiane, e pure alla finta chiesa, la “sinagoga di satana” che si è sostituita alla Sposa immacolata di Cristo, apparentemente spacciandosi come Chiesa moderna e progressista, in realtà professando modernismo e gnosticismo, ecumenismo ed indifferentismo religioso, cioè gli stessi principi, diversamente mascherati, della massoneria con la quale in effetti cammina a braccetto in piena sintonia. « … Siate dunque italiani e Cattolici, liberi e non settari, fedeli alla Patria e insieme a Cristo ed al Vicario suo [quello vero naturalmente, non il … clown massonico – ndr.-], persuasi che un’Italia anticristiana e antipapale sarebbe opposta all’ordinamento divino, e quindi condannata a perire … », condanna che si sta realizzando pienamente e si manifesterà con danni irreparabili per la Nazione. Se nessuno ha ascoltato le parole del Papa allora, certamente queste non saranno ascoltate oggi, a meno di un miracolo eclatante. Ma il Sommo Pontefice ci incita ad affrontare il nemico a viso aperto e senza timori « … Il numero, la baldanza, la forza dei nemici non vi atterriscano; ché Dio è più forte di loro, e se Dio è con voi, che potranno essi contro di Voi? » Sveglia Cristiani! … tiriamo fuori i Rosari, i libri della vera preghiera Cattolica, i manuali della dottrina Cattolica di sempre, torniamo con cuore sincero a Dio, e la setta infernale sarà spazzata via in un attimo, come ci assicura il Re-Profeta nel salmo LXXX … pro nihilo forsitan inimicos eorum humiliassem, et super tribulantes eos misissem manum meam. E poi, non dimentichiamo mai che: …

Ipsa conteret caput tuum!

Leone XIII

Inimica vis

Lettera Enciclica

1. Custodi di quella fede a cui le nazioni cristiane van debitrici del loro morale e civile riscatto, Noi mancheremmo ad uno dei Nostri supremi doveri, se non levassimo spesso e ben alto la voce contro l’empia guerra, onde si tenta, diletti figli, rapirvi sì prezioso tesoro. Di questa guerra, ammaestrati ormai da lunga e dolorosa esperienza, voi ben conoscete le terribili prove, e nel vostro cuore di Cattolici e di italiani altamente la deplorate. E veramente si può essere italiani di nome e di affetto, e non risentirsi delle offese che si fanno tuttodì a quelle divine credenze, che sono la più bella delle nostre glorie, che dettero all’Italia il primato sulle altre nazioni ed a Roma lo scettro spirituale del mondo: che sulle rovine del paganesimo e delle barbarie fecero sorgere il mirabile edificio della cristiana civiltà? Si può essere di mente e di cuore cattolici e mirare con occhio asciutto in quella terra medesima nel cui grembo l’adorabile nostro Redentore si degnò stabilire la sede del suo regno, impugnate le sue dottrine, oltraggiato il suo culto, combattuta la sua chiesa, osteggiato il suo Vicario, perdute tante anime redente col suo Sangue, la porzione più eletta del suo gregge, un popolo stato per ben diciannove secoli a lui sempre fedele, esposto ad un continuo e presentissimo pericolo di apostatar dalla fede, e sospinto in una via di errori e di vizi, di materiali miserie e di morale abiezione? Diretta ad un tempo contro la patria celeste e la terrena, contro la religione dei nostri padri e la civiltà trasmessaci con tanto splendore di scienze, lettere ed arti da loro, la guerra di cui parliamo, voi la capite, diletti figli, è doppiamente scellerata, e rea non meno di umanità offesa che di offesa divinità. Ma d’onde essa muove principalmente se non da quella setta massonica, della quale discorremmo a lungo nell’Enciclica Humanum genus del 20 aprile 1884 e nella più recente del 15 ottobre 1890 indirizzata ai Vescovi, al Clero e al popolo d’Italia? Con queste due Lettere strappammo dal viso della massoneria la maschera onde si velava agli occhi dei popoli, e la mostrammo nella cruda sua deformità, nella sua tenebrosa e funestissima azione.

2. Ci restringiamo questa volta a considerarne i deplorevoli effetti rispetto all’Italia. Insinuatasi infatti già da gran tempo sotto le speciose sembianze di società filantropica e redentrice dei popoli, nel nostro bel Paese, e per via di congiure, corruttele e di violenze giunta finalmente a dominare l’Italia e questa medesima Roma, a quanti disordini, a quante sciagure non ha essa in poco più di sei lustri spalancata la via? Mali grandi in sì breve giro di tempo ha veduto e patito la patria nostra. La Religione dei nostri padri è stata fatta segno a persecuzioni di ogni sorta, col satanico intento di sostituire al Cristianesimo il naturalismo, al culto della fede il culto della ragione, la morale così detta indipendente alla morale cattolica, al progresso dello spirito quello della materia. Alle sante massime e leggi del Vangelo si è osato contrapporre leggi e massime che possono chiamarsi il codice della rivoluzione, e un insegnamento ateo ed un verismo abbietto alla scuola, alla scienza, alle arti cristiane. Invaso il tempio del Signore, si è dissipata con la confisca dei beni ecclesiastici la massima parte del patrimonio necessario ai santi ministeri, assottigliato con la leva dei chierici oltre i limiti dell’estremo bisogno il numero dei sacri ministri. Se l’amministrazione dei Sacramenti non fu potuta impedire, si cerca però in tutti i modi d’introdurre e promuovere matrimoni, e funerali civili. Se ancora non si riuscì a strappare affatto dalle mani della Chiesa l’educazione della gioventù ed il governo degli istituti di carità, si mira sempre con sforzi perseveranti a tutto laicizzare, che val quanto dire a cancellare da tutto l’impronta cristiana. Se della stampa cattolica non si è potuto soffocare la voce, si fece di tutto per screditarla ed avvilirla.

3. E pur di osteggiare la Religione Cattolica, quali parzialità e contraddizioni! Si chiusero monasteri e conventi; e si lasciano moltiplicare a lor grado logge massoniche e covi settari. Si proclamò il diritto di associazione: e la personalità giuridica, di cui associazioni di ogni colore usano ed abusano, è negata ai religiosi sodalizi. Si bandì la libertà dei culti e intanto odiose intolleranze e vessazioni si riserbano proprio a quella che è la religione degli italiani, ed a cui perciò dovrebbe assicurarsi rispetto e patrocinio sociale. A tutela della dignità e indipendenza del Papa si fecero proteste e promesse grandi; e voi vedete a quali vilipendi venga quotidianamente fatta segno la Nostra persona. Qualsiasi specie di pubbliche manifestazioni trova libero il campo; solamente or l’una or l’altra delle dimostrazioni cattoliche o è vietata o disturbata. S’incoraggiano nel seno della Chiesa scismi, apostasie, ribellioni ai legittimi superiori; i voti religiosi e segnatamente la religiosa ubbidienza si riprovano come cose contrarie alla libertà e dignità umana: e intanto vivono impunite empie congreghe, che legano con giuramenti nefandi i loro adepti, ed esigono anche nel delitto ubbidienza cieca ed assoluta. Senza esagerare la potenza massonica attribuendo all’azione diretta e immediata di lei tutti i mali che nell’ordine religioso presentemente ci travagliano, nei fatti che abbiam ricordato e in molti altri che potremmo ricordare, si sente il suo spirito; quello spirito che, nemico implacabile di Cristo e della Chiesa, tenta tutte le vie, usa tutte le arti, si prevale di tutti i mezzi per rapire alla Chiesa la sua figlia primogenita, a Cristo la nazione prediletta, sede del suo Vicario in terra e centro della cattolica unità. L’influenza malefica ed efficacissima di questo spirito sulle cose nostre non occorre oggi congetturarla da pochi e fuggevoli indizi, né argomentarla dalla serie dei fatti che da trenta anni si succedono. Inorgoglita dai successi, la setta stessa ha parlato alto e ci ha detto ciò che fece in passato, ciò che si propone di fare in avvenire. Le pubbliche potestà, consapevoli o no, essa le riguarda in sostanza come propri strumenti: il che vuol dire che della persecuzione religiosa che ha tribolato e tribola l’Italia nostra, l’empia setta mena vanto come di opera principalmente sua, di opera eseguita spesso con altre mani, ma per modo immediato o mediato, diretto o indiretto, di lusinga o di minaccia, di seduzione o di rivoluzione, ispirata, promossa, incoraggiata, aiutata da lei.

4. Dalle rovine religiose alle sociali brevissima è la via. Non più sollevato alle speranze e agli amori celesti il cuore dell’uomo, capace e bisognoso dell’infinito, gittasi con ardore insaziabile sui beni della terra: ed ecco necessariamente, inevitabilmente una lotta perpetua di passioni avide di godere, di arricchire, di salire e quindi una larga ed inesausta sorgente di rancori, di scissure, di corruttele, di delitti. Nella nostra Italia morali e sociali disordini non mancavano certo anche prima delle presenti vicende; ma che doloroso spettacolo non ci porge essa i nostri dì. Nelle famiglie è assai menomato quell’amoroso rispetto che forma le domestiche armonie; l’autorità paterna è troppo sovente sconosciuta e dai figli e dai genitori; i dissidi sono frequenti, i divorzi non rari. Nelle città crescono ogni dì le discordie civili, le ire astiose tra i vari ordini della cittadinanza, lo sfrenamento delle generazioni novelle che cresciute all’aura di malintesa libertà non rispettano più nulla né in alto né in basso, gl’incitamenti al vizio, i delitti precoci, i pubblici scandali. Lo Stato invece di star pago all’alto e nobilissimo ufficio di riconoscere, tutelare, aiutare nella loro armoniosa universalità i divini e gli umani diritti, si crede quasi arbitro di essi, e li disconosce o li restringe a capriccio. L’ordine sociale infine è generalmente scalzato nelle sue fondamenta. Libri e giornali, scuole e cattedre, circoli e teatri, monumenti e discorsi politici, fotografie e arti belle, tutto cospira a pervertire le menti e corrompere i cuori. Intanto i popoli oppressi e ammiseriti fremono; le sette anarchiche si agitano; le classi operaie levano il capo e vanno ad ingrossar le file del socialismo, dell’anarchia; i caratteri si fiaccano, e tante anime non sapendo più nè degnamente patire, né virilmente redimersi dai patimenti, abbandonano da se stesse, col suicidio, codardamente la vita.

5. Ecco i frutti che a noi italiani ha recato la setta massonica. E dopo ciò essa ardisce di venire innanzi magnificando le sue benemerenze verso l’Italia, e di dare a Noi e a tutti coloro che, ascoltando la Nostra parola, rimangono fedeli a Gesù Cristo, il calunnioso titolo di nemici della patria. Quali siano verso la nostra penisola i meriti della rea setta, ormai, giova ripeterlo, lo dicono i fatti. I fatti dicono che il patriottismo massonico non è che un egoismo settario, bramoso di tutto dominare, signoreggiando gli Stati moderni che nelle mani loro raccolgono ed accentrano tutto. I fatti dicono che, negl’intendimenti della massoneria, i nomi d’indipendenza politica, di uguaglianza, di civiltà, di progresso miravano ad agevolare nella patria nostra l’indipendenza dell’uomo da Dio, la licenza dell’errore e del vizio, la lega di una fazione a danno degli altri cittadini, l’arte dei fortunati del secolo di godersi più agiatamente e deliziosamente la vita, il ritorno di un popolo redento col divin sangue alle divisioni, alle corruttele, alle vergogne del paganesimo.

6. E non accade meravigliarsi di ciò. Una setta che dopo diciannove secoli di cristiana civiltà si sforza di abbattere la Chiesa Cattolica, e di reciderne le divine sorgenti; che, negatrice assoluta del soprannaturale, ripudia ogni rivelazione, e tutti i mezzi di salute che la rivelazione ci addita; che pei disegni e le opere sue fondasi unicamente e interamente sopra una natura inferma e corrotta come è la nostra; tale setta non può essere altro che il sommo dell’orgoglio, della cupidigia spoglia, la sensualità corrompe; e quando queste tre concupiscenze giungono al grado estremo, le oppressioni, gli spogliamenti, le corruttele seduttrici, via via allargandosi, prendono dimensioni smisurate, diventano oppressione, spogliamento, fomite corruttore di tutto un popolo.

7. Lasciate dunque che, rivolgendo a voi la Nostra parola, vi additiamo la massoneria come nemica ad un tempo di Dio, della Chiesa e della nostra patria. Riconoscetela come tale praticamente una volta; e con tutte le armi, che ragione, coscienza e fede vi pongono in mano, schermitevi da sì fiero nemico. Niuno si lasci illudere dalle sue belle apparenze, niuno allettare dalle sue promesse, sedurre dalle sue lusinghe, atterrire dalle sue minacce. Ricordatevi che essenzialmente inconciliabili tra loro sono Cristianesimo e massoneria; sì che aggregarsi a questa è un far divorzio da quello. Tale incompatibilità tra le due professioni di cattolico e di massone ormai, diletti figli, non potete ignorarla: ve ne avvertirono apertamente i Nostri Predecessori, e Noi per ugual modo ve ne ripetemmo altamente l’avviso. Coloro pertanto che per somma disgrazia han dato il nome ad alcuna di queste società di perdizione, sappiano che sono strettamente tenuti a separarsene, se non vogliono restar divisi dalla comunione cristiana, e perdere l’anima loro nel tempo e nell’eternità. Sappiano altresì i genitori, gli educatori, i padroni e quanti han cura di altri, che obbligo rigoroso li stringe d’impedire al possibile che entrino nella rea setta i loro soggetti, o che, entrati, vi rimangano.

8. Preme poi, in cosa di tanta importanza e dove la seduzione ai dì nostri è cosa facile, che il Cristiano si guardi dai primi passi, tema i più leggeri pericoli, eviti ogni occasione, prenda le più sollecite precauzioni, usi insomma, secondo il consiglio evangelico, pur serbando in cuore la semplicità della colomba, tutta la prudenza del serpente. I padri e le madri di famiglia si guardino dall’accogliere in casa e di ammettere all’intimità delle confidenze domestiche persone ignote, o almeno quanto a religione non conosciute abbastanza; procurino invece di accertarsi prima che sotto il manto dell’amico, del maestro, del medico, o di altro benevolo non si celi un astuto arruolatore della setta. Oh in quante famiglie il lupo penetrò in veste d’agnello! Bella cosa sono le svariatissime società, che oggi in ogni ordine di sociale attinenza con fecondità prodigiosa sorgono da per tutto: società operaie, di mutuo soccorso, di previdenza, di scienze, di lettere, di arti, e simiglianti; e quando siano informate da buono spirito morale e religioso, tornano certamente proficue e opportune. Ma poiché qui pure, anzi qui specialmente è penetrato e penetra il veleno massonico, si abbiano per generalmente sospette, e si evitino le società che, sottraendosi ad ogni influsso religioso, possono facilmente essere dirette e dominate più o meno da massoni, come quelle che, oltre a porgere aiuto alla setta, ne sono, può dirsi, il semenzaio e il tirocinio. A società filantropiche, di cui non ben conoscano la natura e lo scopo, non si ascrivano facilmente le donne senza essersi prima consigliate con persone sagge e sperimentate, giacché passaporto alla merce massonica è spesso quella ciarliera filantropia, contrapposta con tanta pompa alla carità cristiana. Con gente sospetta di appartenere alla massoneria o a sodalizi ad essa aggregati procuri ognuno di non aver amicizia o dimestichezza: dai loro frutti li conosca e li fugga. E non solo di coloro che, palesemente empi e libertini, portano in fronte il carattere della setta, ma di quelli si eviti il tratto familiare, che si occultano sotto la maschera di universale tolleranza, di rispetto a tutte le religioni, di smania di voler conciliare le massime del Vangelo e le massime della rivoluzione, Cristo e Belial, la Chiesa di Dio e lo Stato senza Dio. Libri e giornali che stillano il tossico dell’empietà e che attizzano negli umani petti il fuoco delle cupidigie sfrenate e delle sensuali passioni; circoli e gabinetti di lettura, ove lo spirito massonico si aggira cercando chi divorare, siano al Cristiano, e ad ogni Cristiano, luoghi e stampa che fanno orrore.

9. Se non che, trattandosi di una setta che ha tutto invaso, non basta tenersi contro di lei in sulle difese, ma bisogna coraggiosamente uscire in campo ed affrontarla. Il che voi, diletti figli, farete, opponendo stampa a stampa, scuola a scuola, associazione ad associazione, congresso a congresso, azione ad azione. La massoneria si è impadronita delle scuole pubbliche; e voi con le scuole private, con quelle di zelanti ecclesiastici e di religiosi dell’uno e dell’altro sesso contendetele l’istruzione e l’educazione della puerizia e gioventù cristiana, e soprattutto i genitori cristiani non affidino l’educazione dei loro figli a scuole non sicure. Essa ha confiscato il patrimonio della pubblica beneficenza; e voi supplite col tesoro della privata carità. Nelle mani dei suoi adepti ha ella messo le Opere pie: e voi quelle che da voi dipendono affidatele a cattolici istituti. Ella apre e mantiene case di vizio; e voi fate il possibile per aprire e mantenere ricoveri all’onestà pericolante. A’ suoi stipendi milita una stampa religiosamente e civilmente anticristiana; e voi con l’opera e col danaro aiutate, promuovete, propagate la stampa cattolica. Società di mutuo soccorso ed istituti di credito sono fondati da lei a pro dei suoi partigiani; e voi fate altrettanto non solo pei vostri fratelli, ma per tutti gl’indigenti, mostrando che la vera e schietta carità è figlia di colui che fa sorgere il sole e cadere la pioggia sui giusti e sui peccatori.

10. Questa lotta del bene col male si estenda a tutto, e cerchi, in quanto è possibile, di riparare tutto. La massoneria tiene frequenti congressi per concertar nuovi modi di combattere la Chiesa; e voi teneteli frequentemente per meglio intendervi intorno ai mezzi e all’ordine della difesa. Ella moltiplica le sue logge; e voi moltiplicate circoli cattolici e comitati parrocchiali, promuovete associazioni di carità e di preghiera, concorrete a mantenere ed accrescere lo splendore del tempio di Dio. La setta, non avendo più nulla a temere, mostra oggi il viso alla luce del giorno; e voi, Cattolici italiani, fate anche voi aperta professione della vostra fede, ad esempio dei gloriosi vostri antenati, che innanzi ai tiranni, ai supplizi, alla morte la confessavano intrepidi e l’autenticavano con la testimonianza del sangue. Che più? Si sforza la setta di asservire la Chiesa, e di metterla, umile ancella, ai piedi dello Stato? E voi non cessate di chiederne e, dentro le vie legali, di rivendicarne la dovuta libertà e indipendenza. Cerca essa di lacerare l’unità cattolica, seminando nel clero stesso zizzania, suscitando contese, fomentando discordie, aizzando gli animi all’insubordinazione, alla rivolta, allo scisma? E voi, stringendo sempre più il sacro nodo della carità e dell’obbedienza, sventate i suoi disegni, mandate a vuoto i suoi tentativi, deludete le sue speranze. Come i primitivi fedeli, siate tutti un cuore ed un’anima; e raccolti intorno alla cattedra della Chiesa e dei vostri Pastori, tutelate gl’interessi supremi della Chiesa e del Papato, che sono altresì i supremi interessi dell’Italia e di tutto il mondo cristiano. Ispiratrice e gelosa custode delle italiche grandezze fu sempre l’Apostolica Sede. Siate dunque italiani e Cattolici, liberi e non settari, fedeli alla patria e insieme a Cristo ed al Vicario suo, persuasi che un’Italia anticristiana e antipapale sarebbe opposta all’ordinamento divino, e quindi condannata a perire.

11. Diletti figli, la Religione e la patria vi parlano in questo momento per bocca Nostra. E voi ascoltate il loro grido pietoso, sorgete unanimi e combattete virilmente le battaglie del Signore. Il numero, la baldanza, la forza dei nemici non vi atterriscano; ché Dio è più forte di loro, e se Dio è con voi, che potranno essi contro di Voi? Affinché poi con maggior copia di grazie Iddio sia con voi, con voi combatta, con voi trionfi, raddoppiate le vostre preghiere, accompagnatele con l’esercizio delle cristiane virtù e specialmente coll’esercizio della carità verso i bisognosi, e rinnovando ogni dì le promesse del Battesimo, implorate umilmente, instantemente, perseverantemente le divine misericordie. Come auspicio di queste, e come pegno altresì della Nostra paterna dilezione, v’impartiamo, diletti figli, la benedizione Apostolica.

Dato a Roma, presso S. Pietro, il giorno 8 dicembre 1892, anno decimoquinto del Nostro Pontificato.


UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI (… CON CAZZUOLA E GREMBIULINO) DI TORNO: S. S. PIO IX- “ETSI MULTA”

Il Santo Padre Pio IX, nel biasimare e condannare le leggi inique emanate in Svizzera, Austria ed in Prussia, non teme di attribuire questa nuova persecuzione a quella che egli definisce, con termine apocalittico, la “sinagoga di satana”, cioè la massoneria e le sette di qualsivoglia denominazione, a questa collegata dai medesimi principi e fini. Comincia con il descrivere le angherie e le ingiustizie perpetrate ai danni della Gerarchia canonicamente costituita, ai religiosi tutti ed agli interessi spirituali e materia dei fedeli cattolici, scomunicando tra l’altro un falso vescovo imposto da empie autorità civili, compreso l’imperatore di Prussia (che la storia ha poi appurato essere un noto massone), senza giurisdizione e senza mandato pontificio. Oggi, di tali soggetti sacrileghi e contravventori di tutte le regole canoniche più elementari, ce ne sono tantissimi in giro, millantando cattedre ed uffici di cui sono semplicemente usurpanti, ci riferiamo naturalmente ai cosiddetti scismatici gallicani fallibilisti delle “fraternità paramassoniche” (termine eufemistico per indicare ben altro), ai tradizionalisti falsi sedevacantisti senza uno straccio di giurisdizione né missione canonica, oltre agli aderenti ai falsi vescovi di Roma del Novus ordo con giurisdizioni usurpate. Ma a questo panorama sconfortante, il Santo Padre reagisce ed esorta il piccolo gregge dei veri Cattolici superstiti ed imperterriti, confidando nell’aiuto divino, a reagire citando le nobilissime parole di Crisostomo: « Molti flutti, molte gravi tempeste incalzano; ma non temiamo d’essere sommersi, perché posiamo sulla pietra. Infierisca pure il mare; la pietra non potrà venirne disciolta. Insorgano pure le onde; la nave di Gesù non potrà venirne affondata. Nulla è più potente della Chiesa. La Chiesa è più forte dello stesso cielo. Passeranno il cielo e la terra; ma le parole di Cristo non passeranno. Quali parole? “Tu sei Pietro e sopra questa pietra edificherò la mia Chiesa, e le porte dell’inferno non prevarranno contro di lei”. Se non credi alle parole, credi ai fatti. Quanti tiranni tentarono di opprimere la Chiesa? Quante caldaie, quante fornaci, e denti di fiere, e aguzze spade! Tuttavia non ottennero nulla. Dove sono quei nemici? Sono dispersi nel silenzio e nell’oblio. E dove è la Chiesa? Ella splende più del sole. Le imprese di quei tali si estinsero, le cose della Chiesa vivono immortali. Se quando i cristiani erano pochi, non furono vinti, come potrai vincerli, quando l’intero mondo è pieno della loro sacra Religione? Il Cielo e la terra passeranno; ma le mie parole non passeranno”. Pertanto, non spaventati da alcun pericolo e sgombri da ogni dubbio, perseveriamo nella preghiera e procuriamo di giungere a questo: che tutti ci sforziamo di placare l’ira celeste, provocata dai delitti degli uomini, in modo che alla fine sorga l’Onnipotente nella sua misericordia, comandi ai venti e porti la tranquillità. ». – Temano piuttosto i servi della sinagoga di satana … il seme del serpente ovunque essi siano, soprattutto se infiltrati nel luogo santo: « Inimicitias ponam inter te et mulierem, et semen tuum et semen illius: Ipsa conteret caput tuum, et tu insidiaberis calcaneo ejus. » Il seme della Vergine Immacolata, benché insidiato e combattuto ed odiato, avrà la definitiva vittoria sul seme del serpente, Dio lo ha promesso fin dalla più remota antichità, ed il suo Cristo lo ha solennemente confermato … et portæ inferi non prævalebunt. Riposate, i vostri sforzi non approderanno ad un bel niente, siete sconfitti già in partenza, rassegnatevi, PENTITEVI e scansate l’inferno che vi attende!

Pio IX
Etsi multa

Benché fin dagli stessi inizi del Nostro lungo Pontificato abbiamo dovuto subire sofferenze e lutti, di cui Noi abbiamo trattato nelle encicliche a Voi spesso inviate; tuttavia in questi ultimi anni la mole delle miserie è venuta crescendo in maniera tale che quasi ne saremmo schiacciati, se non Ci sostenesse la benignità divina. Anzi, le cose sono ora giunte a tal punto che la stessa morte sembra preferibile ad una vita sbattuta da tante tempeste, e spesso con gli occhi levati al cielo siamo costretti ad esclamare: “È meglio per Noi il morire, che vedere lo sterminio delle cose sante” (1Mac III,59). Certamente da quando questa Nostra nobile Città, per volere di Dio, fu presa con la forza delle armi, e assoggettata al governo di uomini che calpestano il diritto, e sono nemici della Religione, per i quali non esiste distinzione alcuna fra le cose divine ed umane, non è trascorso quasi giorno alcuno, che al nostro cuore, già piagato per le ripetute offese e violenze, non s’infliggesse una nuova ferita. Risuonano tuttora alle nostre orecchie i lamenti ed i gemiti degli uomini e delle vergini appartenenti a famiglie religiose che, cacciati dalle loro case e ridotti in povertà, vengono perseguitati e dispersi, come suole accadere dovunque domina quella fazione, la quale tende a sovvertire l’ordine sociale. Infatti come per testimonianza di Sant’Atanasio diceva il grande Antonio, il diavolo odia tutti i Cristiani, ma non può in alcun modo tollerare i buoni monaci e le vergini di Cristo. E anche questo abbiamo visto negli ultimi tempi (che non sospettavamo potesse mai accadere), cioè che venisse condannata e soppressa la Nostra Università Gregoriana; la quale (come un antico autore scriveva a proposito della scuola Romana Anglosassone) era istituita allo scopo che i giovani chierici, anche di lontane regioni, venissero ad istruirsi nella dottrina e nella Fede Cattolica, affinché nelle loro chiese non s’insegnasse nulla di distorto o contrario all’Unità Cattolica, e così tornassero alle loro contrade consolidati nelle certezze della Fede. Così, mentre con metodi malvagi Ci vengono sottratti a poco a poco tutti i presidi e gli strumenti, coi quali possiamo reggere e governare la Chiesa tutta, appare chiaro quanto sia lontano dal vero ciò che fu poco fa affermato, e cioè che, strappataci Roma, non sia diminuita la libertà del Romano Pontefice nell’esercizio del ministero spirituale e nella gestione di quelle cose che spettano al mondo cattolico. Contemporaneamente si fa ogni giorno più chiaro quanto fosse vero e giusto ciò che da Noi è stato tante volte dichiarato e ripetuto, e cioè che l’occupazione sacrilega del Nostro Stato mirava in primo luogo a spezzare la forza e l’efficacia del Primato Pontificio, ed a distruggere, se fosse possibile, la stessa Religione Cattolica. – Ma la Nostra principale intenzione non è di scrivere a Voi riguardo ai mali, da cui questa Nostra città e l’intera Italia sono travagliate, ché anzi Noi forse comprimeremmo in mesto silenzio queste Nostre afflizioni, se Ci fosse concesso dalla divina clemenza di poter lenire gli aspri dolori, dai quali in altre regioni tanti Venerabili Fratelli, preposti alle cose sacre, insieme al loro Clero e al loro popolo sono afflitti. – Voi certamente non ignorate, Venerabili Fratelli, come alcuni Cantoni della Confederazione Elvetica, sospinti non tanto dagli eterodossi (alcuni dei quali anzi hanno biasimato il fatto) quanto dagli operosi seguaci delle sette, (padroni oggi qua e là del potere), abbiano sovvertito ogni ordine e divelto gli stessi fondamenti della costituzione della Chiesa di Cristo, non solo contro ogni regola di giustizia e di ragione, ma anche contro i pubblici impegni. Infatti, in virtù di solenni trattati, difesi anche dal suffragio e dall’autorità delle leggi federali, doveva rimanere intera ed illesa la libertà religiosa per i Cattolici. Nella Nostra Allocuzione del 23 dicembre dello scorso anno Noi abbiamo deplorato la violenza fatta alla Religione dai governi di quei cantoni “sia con l’emanare decreti intorno ai dogmi della Fede Cattolica, sia favorendo gli apostati, sia impedendo l’esercizio dell’autorità episcopale“. Ma le Nostre giustissime lamentele, rivolte anche per Nostro comando al Consiglio Federale dal Nostro Incaricato d’affari, furono del tutto trascurate; né in maggior conto furono tenute le rimostranze, ripetutamente espresse dai Cattolici di ogni ordine e dall’Episcopato svizzero; anzi, alle offese inflitte prima se ne aggiunsero delle nuove e più gravi. – Infatti, dopo la violenta espulsione del Venerabile Fratello Gaspare, Vescovo di Hebron e Vicario Apostolico di Ginevra, – la quale quanto fu decorosa e gloriosa per chi l’ha subita, altrettanto fu ignobile e indegna per coloro che la imposero e la eseguirono – il governo di Ginevra, nei giorni 23 marzo e 27 agosto di questo anno, promulgò due leggi, pienamente conformi all’editto (proposto nel mese di ottobre dell’anno precedente) che era stato da Noi biasimato nell’Allocuzione che prima abbiamo ricordato. Il medesimo Ggverno, anzi, si è arrogato il diritto di rifare in quel Cantone la Costituzione della Chiesa Cattolica, e di redigerla in forma democratica, assoggettando il Vescovo all’autorità civile, sia per quanto si riferisce all’esercizio della sua giurisdizione e della sua amministrazione, sia per quanto riguarda la delegazione della sua potestà; vietandogli d’aver domicilio in quel Cantone; determinando il numero e i confini delle parrocchie; proponendo la forma e le condizioni dell’elezione dei Parroci e dei Vicari, i casi e il modo di revoca o di sospensione dei medesimi dal loro incarico; affidando ai laici il diritto di nominarli e l’amministrazione temporale del culto, e preponendo gli stessi laici quali ispettori alle funzioni della Chiesa in generale. È sancito inoltre da quelle leggi che senza il permesso del governo, anch’esso revocabile, i Parroci e i Vicari non possano esercitare alcuna funzione, non possano accettare alcun incarico superiore a quello che hanno assunto per elezione del popolo, e allo stesso modo siano costretti a prestare giuramento all’autorità civile, con parole che, a rigore di termini, contengono apostasia. Non c’è nessuno che non veda che queste leggi non solo sono irrite e non possiedono alcun vigore, per la totale mancanza di autorità dei legislatori laici, e per lo più eterodossi, i quali ancora, nelle cose che comandano, si oppongono talmente ai dogmi della Fede Cattolica e alla disciplina della Chiesa, sancita dal Concilio Ecumenico Tridentino e dalle Costituzioni pontificie, tanto che è assolutamente necessario che siano da Noi riprovate e condannate. – Noi pertanto, secondo i doveri del Nostro Ufficio, con la Nostra Autorità Apostolica, solennemente riproviamo e condanniamo tali leggi, dichiarando contemporaneamente che è illecito e totalmente sacrilego il giuramento da esse imposto. Pertanto, tutti coloro che, eletti nel territorio di Ginevra o altrove, secondo i decreti di queste leggi o in modo simile, per suffragio del popolo e conferma dell’autorità civile, osino esercitare le funzioni del ministero ecclesiastico, incorrono ipso facto nella scomunica maggiore, peculiarmente riservata a questa Santa Sede, e nelle altre pene canoniche; e che di conseguenza tutti costoro devono essere tenuti lontani dai fedeli, secondo l’ammonizione divina, come alieni e ladri che non vengono se non per rubare, uccidere, mandare in rovina (Gv X, 5.10). – Sono certamente tristi e funeste le cose che fin qui abbiamo ricordato, ma più funeste quelle che avvennero in cinque dei sette cantoni, di cui è composta la Diocesi di Basilea, cioè Soletta, Berna, Basilea Campagna, Argevia, Turgovia. Anche qui furono emanate leggi (riguardo alle parrocchie, all’elezione e alla revoca dei Parroci e dei Vicari) che sovvertono l’amministrazione della Chiesa e la sua divina Costituzione e sottomettono il ministero ecclesiastico al potere secolare e sono in tutto scismatiche. Queste leggi dunque, e particolarmente quella che fu promulgata dal governo di Soletta il giorno 23 dicembre dell’anno 1872, Noi biasimiamo e condanniamo, e decretiamo che esse debbano considerarsi per sempre riprovate e condannate. Pertanto il Venerabile Fratello Eugenio, Vescovo di Basilea, in un convegno (ossia conferenza, come dicono, diocesana) a cui erano convenuti i Delegati dei cinque Cantoni sopraddetti, ha respinto con giusta indignazione e costanza apostolica alcuni articoli che gli venivano proposti: la ragione del rifiuto era che essi offendevano l’autorità episcopale, sovvertivano il governo gerarchico, e favorivano apertamente l’eresia. Per questo motivo egli fu deposto dall’Episcopato, strappato dalle sue case, e cacciato violentemente in esilio. Allo stesso modo non fu tralasciato nessun genere di frode o di violenza, nei predetti cinque cantoni, per indurre il clero ed il popolo allo scisma; fu vietato al clero qualunque rapporto col Pastore in esilio e fu comandato al Capitolo della Cattedrale di Basilea di procedere all’elezione del Vicario Capitolare, o Amministratore, come se la Sede episcopale fosse realmente vacante; questo indegno eccesso fu rifiutato dal Capitolo, con apposita protesta. Intanto per decreto e sentenza dei Magistrati civili di Berna fu dapprima imposto a sessantanove Parroci del Giura di non esercitare le funzioni del proprio ministero; poi l’incarico fu tolto per questo solo motivo, che pubblicamente avevano testimoniato di riconoscere come legittimo e unico Vescovo e Pastore il Venerabile Fratello Eugenio, cioè di non voler turpemente rinnegare la verità cattolica. Così è avvenuto che tutto quel territorio, (che aveva sempre conservato la Fede Cattolica, e che da tempo era stato congiunto al cantone Bernese con la legge e con il patto che potesse esercitare liberamente e senza violazione alcuna la sua religione) venisse privato delle sue adunanze parrocchiali, delle solennità del Battesimo, delle nozze, e dei funerali; di questo invano si lamentava e reclamava la moltitudine dei fedeli, la quale con somma offesa era stata ridotta alla scelta estrema di dovere o ricevere i pastori scismatici ed eretici, imposti dal potere politico, o rimanere privata d’ogni aiuto e ministero sacerdotale. – Noi di cuore benediciamo Iddio, il quale con la medesima grazia con cui un tempo confortava e confermava i martiri, ora sostiene e rende forte quella eletta parte del Gregge Cattolico, la quale virilmente segue il suo Vescovo, che combatte come muro in difesa della casa d’Israele, affinché stia salda in battaglia nel giorno del Signore (Ez XVIII, 5), e senza conoscere la paura segue le orme del primo Martire, Gesù Cristo, mentre, opponendo la mansuetudine dell’agnello alla ferocia dei lupi, propugna in modo forte e costante la propria Fede. – Questa nobile fermezza dei fedeli Svizzeri è emulata con non minore gloria dal Clero e dal popolo fedele di Germania, il quale allo stesso modo segue gli illustri esempi dei suoi Vescovi. Questi certamente sono diventati oggetto di ammirazione per il mondo, per gli Angeli e per gli uomini, i quali da ogni parte guardano come costoro, rivestiti della corazza della verità cattolica e dell’elmo della salvezza, strenuamente combattono le battaglie del Signore, e tanto più ammirano la fortezza e la costanza incrollabile del loro animo e con alte lodi le esaltano, quanto più cresce di giorno in giorno l’aspra persecuzione, mossa contro di loro nell’Impero Germanico e soprattutto in Prussia. – Oltre alle molte e gravi offese inflitte alla Chiesa Cattolica nell’anno precedente, il Governo prussiano, con leggi durissime ed ingiuste e del tutto estranee alle consuetudini fin ad allora adottate, ha sottoposto l’intera istituzione ed educazione del Clero alla potestà laica in modo tale che a questa compete la facoltà di esaminare e determinare in quale modo i chierici debbono essere istruiti e preparati per la vita sacerdotale e pastorale; e andando ancora più oltre, attribuisce alla medesima potestà laica il diritto di conoscere e giudicare sul contributo relativo a qualunque ufficio e beneficio ecclesiastico, e di privare anche dell’ufficio e beneficio i suoi Pastori. Inoltre, affinché in modo più rapido e totale venissero sconvolti il governo e l’ordinamento gerarchico della Chiesa stabilito dallo stesso Cristo Signore, da tali leggi sono stati introdotti molti impedimenti ai Vescovi, affinché non possano opportunamente provvedere, mediante censure e pene canoniche, né alla salvezza delle anime, né alla integrità della dottrina nelle scuole cattoliche, né all’ossequio loro dovuto da parte dei chierici. Infatti, in nome di queste leggi non è lecito ai Vescovi fare tali cose, in nessun modo se non con il beneplacito dell’autorità civile e secondo la norma da lei prescritta. Infine, affinché nulla mancasse alla totale oppressione della Chiesa Cattolica, è stato istituito un regio tribunale per gli affari ecclesiastici, presso il quale i Vescovi e i sacri Pastori possono essere citati tanto dai cittadini privati che siano da loro dipendenti, quanto dai pubblici magistrati, in modo che siano sottoposti a giudizio come rei e siano impediti nell’esercizio del ministero spirituale. – Così la santissima Chiesa di Cristo, a cui era stata assicurata la necessaria e piena libertà religiosa, anche con solenni e ripetute promesse dei supremi Principi e con pubbliche convenzioni ufficiali, ora piange in quei luoghi, spogliata di ogni suo diritto, esposta a forze nemiche che la minacciano di morte; queste nuove leggi infatti sono tali che ella non può sopravvivere. Non c’è dunque da meravigliarsi che l’antica tranquillità religiosa in quell’Impero sia gravemente turbata da queste leggi e da altre decisioni ed atti del governo prussiano quanto mai ostili nei confronti della Chiesa. Ma sarebbe ingiusto gettare la colpa di questo sconvolgimento sui Cattolici dell’Impero germanico. Perché se si deve imputare loro come colpa il non adattarsi a quelle leggi, a cui, salva la coscienza, non possono adattarsi, per la stessa causa e allo stesso modo dovrebbero essere accusati gli Apostoli ed i Martiri di Gesù Cristo, i quali preferirono soggiacere ai più atroci supplizi e alla stessa morte, piuttosto che tradire il loro dovere e violare le leggi della loro santissima Religione, obbedendo agli empi comandi di Principi persecutori. Certamente, Venerabili Fratelli, se al di là delle leggi del mondo civile non ce ne fossero altre, e certamente di più alto valore, che è doveroso riconoscere ed illecito violare; se, inoltre, queste leggi civili costituissero la suprema norma della coscienza, così come in modo empio ed egualmente assurdo alcuni pretendono, sarebbero degni di rimprovero piuttosto che di onore e di lode i primi martiri e tutti quelli che poi li imitarono, per avere sparso il proprio sangue per la Fede di Cristo e per la libertà della Chiesa. Anzi, non sarebbe stato neppure lecito insegnare e professare la Religione Cristiana e fondare la Chiesa contro quanto era prescritto dalle leggi e dalla volontà dei Sovrani. Tuttavia la Fede ci insegna, e l’umana ragione ci dimostra, che esiste un doppio ordine di cose, e allo stesso modo si deve distinguere una duplice potestà sulla terra: l’una, di origine naturale, che provvede alla tranquillità dell’umana società e alle cose del mondo; l’altra, di origine soprannaturale, che presiede alla città di Dio, cioè alla Chiesa di Cristo, da Dio istituita per la pace e per l’eterna salvezza delle anime. Ora i compiti di queste due potestà sono stati ordinati con somma sapienza, in modo che si rendano a Dio le cose che sono di Dio, e per riguardo a Dio si rendano a Cesare le cose che sono di Cesare; “il quale perciò è grande qui, perché è minore in cielo; appartenendo egli a Colui, al quale appartengono il cielo ed ogni cosa creata“. E da questo divino comandamento certo la Chiesa non si è mai allontanata: sempre e dappertutto Ella si è adoperata per inculcare nell’animo dei suoi fedeli l’obbedienza che inviolabilmente essi debbono mantenere verso i supremi Principi e le loro leggi per quanto riguarda i doveri secolari, e secondo le parole dell’Apostolo insegnò che i Principi sono stati istituiti non per timore delle opere buone, ma di quelle cattive; essa comanda ai fedeli di essere loro sottoposti, non solo per timore della pena, in quanto il Principe è armato della spada per punire chi compie il male, ma anche per l’obbligo di coscienza, dato che il Principe nell’adempimento del suo ufficio è ministro di Dio (Rm XIII, 3ss.). Senonché la coscienza ridusse questo timore dei Principi nei confronti delle cattive azioni, fino a svincolarlo addirittura dall’osservanza della legge divina. Si ricorda di essa il beato Pietro, che insegnò ai fedeli: “Nessuno di voi si adatti a vivere come omicida, o ladro, o calunniatore, o desideroso dei beni altrui; ma se vive come Cristiano, non arrossisca, e glorifichi anzi Dio in questo nome” (1Pt IV, 14-15). – Stando così le cose, facilmente comprenderete, Venerabili Fratelli, di quanto dolore necessariamente Ci sentiamo trafiggere l’animo nel leggere nella lettera, da poco inviataci dallo stesso Imperatore germanico l’accusa, non meno atroce che impensabile, contro una parte, come egli dice, dei suoi sudditi Cattolici, e in particolare contro il Clero Cattolico ed i Vescovi della Germania. L’unica motivazione di quella accusa è che costoro, senza temere né le sofferenze né le carceri, e non preoccupandosi della loro vita più che di se stessi (At XX, 24), rifiutano di obbedire alle sopraddette leggi, con la medesima costanza con la quale, prima che esse fossero sancite, vi si erano opposti, denunziandone al Potere gli errori e spiegandoli, con gravi pesanti numerose e solidissime rimostranze, che con plauso di tutto il mondo cattolico e anche di non pochi eterodossi, hanno presentato al Principe, ai Ministri, e alla stessa suprema Assemblea del Regno. – Per questo essi sono ora accusati di tradimento, come se fossero in accordo e cospirassero con coloro che tentano di sconvolgere tutti gli ordinamenti della società umana, senza tenere in considerazione le numerose e autorevoli prove che evidentemente dimostrano la loro saldissima fedeltà e la loro obbedienza verso il Principe, e il loro caldo amore verso la patria. Ché, anzi, Noi stessi siamo pregati di esortare quei Cattolici e i sacri Pastori all’osservanza di quelle leggi, come se Noi stessi concorressimo con l’opera Nostra ad opprimere e a disperdere il gregge di Cristo. Ma, fiduciosi in Dio, Noi speriamo che il serenissimo Imperatore, conosciute e ponderate meglio le cose, respingerà un sospetto tanto inconsistente ed incredibile verso sudditi fedelissimi, né permetterà che il loro onore sia straziato più a lungo da una così turpe diffamazione e che una tanto immeritata persecuzione continui contro di loro. Del resto Noi avremmo ben volentieri ignorato in questa sede questa lettera dell’Imperatore se, a Nostra insaputa e con scelta davvero insolita, non fosse stata divulgata dal giornale ufficiale di Berlino, insieme con un’altra scritta di Nostra mano, in cui Ci appellavamo alla giustizia del serenissimo Imperatore in favore della Chiesa Cattolica in Prussia. – Le cose che abbiamo ricordato fin qui sono davanti agli occhi di tutti: perciò mentre i Religiosi e le vergini consacrate a Dio vengono privati della libertà comune a tutti i cittadini, e vengono perseguitati con crudele ferocia; mentre le scuole pubbliche, nelle quali si educa la gioventù cattolica, vengono sottratte ogni giorno di più al salvifico Magistero e alla vigilanza della Chiesa; mentre si sciolgono i sodalizi istituiti per promuovere la Religione, e perfino gli stessi seminari dei chierici; mentre s’impedisce la libertà della predicazione evangelica; mentre in alcune parti del Regno si proibisce che venga impartita nella lingua materna l’istruzione religiosa; mentre vengono allontanati a forza dalle loro parrocchie i Parroci colà preposti dai Vescovi; mentre gli stessi Vescovi vengono privati delle loro rendite, perseguitati con multe, atterriti con la minaccia del carcere; mentre i Cattolici sono tormentati con ogni sorta di vessazione, è possibile che Noi Ci persuadiamo di quello che Ci si vuole dare a credere, cioè che né la Religione di Cristo né la verità sono chiamate in causa? – E non finiscono qui le offese che si fanno alla Chiesa Cattolica. Si aggiunge anche il fatto che il governo prussiano ed altri dell’Impero germanico hanno apertamente assunto la protezione di quei nuovi eretici, che, per un abuso di nome si chiamano Vecchi cattolici, il che sarebbe degno di riso, se i tanti mostruosi errori di quella setta contro i principi fondamentali della Fede, i tanti sacrilegi nella celebrazione dei misteri divini e nell’amministrazione dei sacramenti, i tanti gravissimi scandali, infine la tanto grande rovina delle anime redente dal sangue di Cristo, non inducessero piuttosto a versare calde lacrime. – E che cosa tentino e dove mirino codesti miserabili figli del male, chiaramente si vede da altri loro scritti, e soprattutto da quello empio e spregiudicato che fu pubblicato poco tempo fa da colui che essi, di recente, hanno eletto come pseudo-Vescovo. Essi infatti sovvertono il vero potere di giurisdizione che risiede nel Romano Pontefice e nei Vescovi, successori del Beato Pietro e degli Apostoli, e lo trasferiscono al popolo, ossia, come dicono, alla comunità; rifiutano sfacciatamente e combattono il Magistero infallibile sia del Romano Pontefice, sia di tutta la Chiesa docente. Contro lo Spirito Santo (che Cristo affermò che sarebbe rimasto in eterno nella Chiesa), essi con incredibile ardire sostengono che il Romano Pontefice, e tutti i Vescovi, sacerdoti e popoli, congiunti con lui in unità di fede e di comunione, sono caduti in eresia, quando hanno sancito e professato le definizioni del Concilio Ecumenico Vaticano. Negano quindi anche l’infallibilità della Chiesa, bestemmiando che essa è morta in tutto il mondo, e che il suo Capo visibile e i Vescovi non esistono più; quindi vanno dicendo che è sorta in loro la necessità di restaurare l’episcopato legittimo nel loro pseudo-Vescovo, il quale, salendo alla carica non per la porta, ma in modo diverso, come uno che rapina o ruba, attira egli stesso sul proprio capo la dannazione di Cristo. – Ciò nonostante questi miserabili, che sovvertono i fondamenti della Religione Cattolica, che distruggono tutti i suoi principi e i suoi caratteri, che hanno inventato tanto turpi e numerosi errori o, piuttosto, desumendoli dal vecchio patrimonio degli eretici e raccogliendoli insieme, li hanno riproposti, non si vergognano di dirsi cattolici, Vecchi cattolici, mentre con la loro dottrina, con la loro stranezza, e con il loro numero rimuovono da se stessi in modo totale ambedue i caratteri: l’antichità e la Cattolicità. Contro costoro, con maggior diritto certamente che non un tempo Agostino contro i Donatisti, insorge la Chiesa diffusa fra tutte le genti: quella Chiesa che Cristo, figlio del Dio vivente, edificò sopra una pietra e contro la quale le porte dell’inferno non prevarranno; quella Chiesa con la quale Egli, a cui è data ogni potestà in cielo ed in terra, disse che sarebbe stato tutti i giorni fino alla consumazione dei secoli. “Grida la Chiesa all’eterno suo Sposo: come può accadere che alcuni, non so chi, allontanatisi da me, mormorino contro di me? Come può essere che coloro che sono perduti pretendano che io sia perita? Annunziami la brevità dei miei giorni: per quanto tempo starò in questo mondo? Annunzialo a me per coloro che dicono: “Fu e non è più”; per coloro che dicono: “Sono adempiute le Scritture, tutte le genti hanno creduto, ma la Chiesa ha apostatato ed è perita per tutte le genti. Ed egli l’annunziò, né la sua voce fu vana”. In che modo l’annunziò? “Ecco, io sono con voi fino alla consumazione dei secoli”. Colpita dalle vostre parole e dalle vostre false opinioni, la Chiesa chiede a Dio che le dichiari la brevità dei suoi giorni, e trova che il Signore ha detto: “Ecco, io sono con voi fino alla consumazione dei secoli”. Qui voi dite: “Di noi ha detto: noi siamo e saremo fino alla consumazione dei secoli. Si interroghi lo stesso Cristo”. Egli disse: “Si predicherà questo Vangelo in tutto il mondo, a testimonianza per tutte le genti, ed allora verrà la fine”. Dunque, sino alla fine dei secoli la Chiesa è in tutte le genti. Periscano gli eretici, periscano per quello che sono; e vengano recuperati affinché siano ciò che non sono” . – Ma codesti uomini che procedono con maggior audacia per la via dell’iniquità e della perdizione (come per giusto giudizio di Dio suole accadere alle sette degli eretici) hanno voluto anche, come accennammo, creare una gerarchia, e hanno eletto e creato pseudo-vescovo certo Giuseppe Uberto Reinkens, noto apostata della fede cattolica; ed affinché non mancasse nulla alla loro impudenza, per la sua consacrazione ricorsero a quei Giansenisti di Utrecht, che essi, prima che si ribellassero alla Chiesa, consideravano (insieme con gli altri cattolici) eretici e scismatici. Tuttavia quel Giuseppe Uberto osa dichiararsi vescovo, e, cosa che supera ogni credibilità, è riconosciuto e nominato con pubblico decreto come vero Vescovo Cattolico dal serenissimo Imperatore di Germania, e proposto a tutti i sudditi perché sia considerato e riverito quale legittimo vescovo. Eppure gli stessi primi elementi della Dottrina Cattolica insegnano che non può essere considerato Vescovo legittimo, nessuno che non sia congiunto per comunione di fede e di carità con la Pietra sopra cui è edificata la Chiesa di Cristo, e non sia legato strettamente al supremo Pastore, a cui sono date da pascolare tutte le pecore di Cristo, e non sia unito a colui che difende e garantisce la fraternità che è nel mondo. E in verità “a Pietro parlò il Signore: ad uno solo, per fondare l’unità dall’uno” . A Pietro “la divina clemenza conferì una grande e mirabile parte del suo potere, e se volle che qualche cosa fosse comune con gli altri Principi, non concesse mai alcunché agli altri se non per mezzo di lui” . Ne consegue che da questa Sede Apostolica, dove il Beato Pietro “vive, presiede e concede a chi la cerca la verità della Fede , si diffondono per tutti i diritti della venerabile unione comune” ; e questa stessa Sede senza dubbio “è per le altre Chiese, sparse in tutta la terra, come il capo rispetto alle membra; chiunque si separa da lei diventa esule dalla religione cristiana, avendo cominciato a non essere più nello stesso corpo comune” . – Di conseguenza il santo martire Cipriano, discorrendo dello pseudo-vescovo scismatico Novaziano, gli negò perfino l’appellativo di cristiano, dato che era staccato e separato dalla Chiesa di Cristo. “Chiunque sia, dice, e di qualunque genere sia, non è cristiano chi non è nella Chiesa di Cristo. Si vanti pure e con parole superbe predichi la sua filosofia e la sua eloquenza; chi non è stato fedele alla carità fraterna e all’unità ecclesiastica, ha perduto anche quello che era prima. Dato che da Cristo deriva per tutto il mondo una sola Chiesa, divisa in molte membra, egualmente un solo episcopato è diffuso nel concorde pluralismo di molti Vescovi; esso, dopo il mandato di Dio, e dopo l’unità della Chiesa dovunque stretta e congiunta, si sforza di fare la Chiesa delle persone umane. Dunque, chi non osserva né l’unità dello spirito, né la comune unità della pace, e si separa dal vincolo della Chiesa e dal Collegio dei Sacerdoti, non può avere né il potere né l’onore di Vescovo, non avendo voluto mantenere né l’unità, né la pace dell’episcopato” . – Noi dunque che, benché immeritevoli, siamo collocati in questa suprema Cattedra di Pietro, a custodia della Fede Cattolica per mantenere e difendere l’unità della Chiesa universale, seguendo la consuetudine e l’esempio dei Nostri Predecessori e delle leggi ecclesiastiche, con la potestà conferitaci dal cielo, non solo dichiariamo l’elezione di Giuseppe Uberto Reinkens (prima ricordato) compiuta contro la sanzione dei Sacri Canoni, illecita, vana, e completamente nulla, e condanniamo e detestiamo la sua consacrazione sacrilega; ma con l’autorità di Dio onnipotente scomunichiamo e anatemizziamo lo stesso Giuseppe Uberto e coloro che osarono eleggerlo, coloro che collaborarono alla consacrazione sacrilega, tutti quelli che li hanno sostenuti e che, aderendo ad essi, diedero loro favore, aiuto o consenso; dichiariamo, comandiamo ed ordiniamo che tutti costoro debbano essere considerati separati dalla comunione della Chiesa e considerati nel numero di coloro, la cui familiarità e la cui frequentazione l’Apostolo vietò a tutti i fedeli di Cristo, tanto che espressamente comandò che non si dovesse neanche dire loro “Ave” (2Gv 10).

Da tutte le cose che abbiamo toccato, più deplorandole che narrandole, vi è abbastanza chiaro, Venerabili Fratelli, quanto triste e piena di pericolo sia la condizione dei Cattolici nei paesi d’Europa, di cui abbiamo trattato. E le cose non vanno meglio, né i tempi sono più pacifici in America, dove alcune regioni sono così ostili ai Cattolici, che i loro Governi sembrano negare coi fatti quella fede cattolica che professano. Infatti là da alcuni anni ha cominciato ad essere mossa una terribile guerra contro la Chiesa, le sue istituzioni e i diritti di questa Sede Apostolica. Se volessimo continuare in questo argomento non Ci verrebbero mai meno le parole. Dato che ciò, per la sua importanza, non può essere toccato per inciso, ne parleremo più a lungo un’altra volta. – Si meraviglierà forse qualcuno di Voi, Venerabili Fratelli, che la guerra che oggi si muove alla Chiesa Cattolica si espanda tanto. Ma chiunque conosce il carattere, gli obiettivi ed il proposito delle sette, sia che si chiamino massoniche, sia che si chiamino con qualsivoglia altro nome, e li paragoni al carattere, al modo, e all’ampiezza di questa guerra, da cui la Chiesa è assalita quasi da ogni parte, non potrà certamente dubitare che questa calamità non si debba attribuire alle frodi ed alle macchinazioni di quelle sette. Da esse infatti è formata la sinagoga di Satana, che ordina il suo esercito contro la Chiesa di Cristo, innalza la sua bandiera e viene a battaglia. I Nostri Predecessori, vigili in Israele, denunziarono ai Re ed ai popoli queste sette già da molto tempo, fin dalle loro origini, e poi ripetute volte le colpirono con le loro condanne. Noi pure non siamo venuti meno a questo dovere. Oh, se si fosse data più fiducia ai supremi Pastori della Chiesa, da parte di coloro che avrebbero potuto respingere una tanto esiziale pestilenza! Invece essa ha progredito attraverso nascondigli, viscidi anfratti e senza mai interrompere il suo lavorio, ingannando molti con astute frodi; ed è giunta infine a tale punto che ha potuto uscire dalle sue latebre, e vantarsi di essere oggi potente e sovrana. Aumentata ormai immensamente la turba dei loro seguaci, queste empie sette credono di aver quasi raggiunto lo scopo, anche se non hanno ancora toccato l’ultima meta. Avendo conseguito ciò che tanto avevano desiderato, cioè di decidere di ogni cosa nella maggior parte dei luoghi, ora indirizzano audacemente la forza e l’autorità acquistate allo scopo di ridurre la Chiesa in durissima schiavitù, abbattere i fondamenti sopra i quali ella si regge, contaminare le impronte divine delle quali luminosamente rifulge, e, ancor più, annientarla del tutto, se mai fosse possibile, nel mondo intero, dopo averla percossa con frequenti colpi, disfatta e distrutta. – Stando così le cose, Venerabili Fratelli, impiegate ogni mezzo per difendere dalle insidie e dal contagio di queste sette i fedeli affidati alle vostre cure, e per salvare dalla perdizione coloro che a queste sette disgraziatamente hanno dato il nome. Ma soprattutto mostrate e combattete l’errore di coloro che, o ingannati o ingannatori, non temono tuttavia di asserire che da queste oscure congreghe non si cerca altro che l’utilità sociale, il progresso e la reciproca beneficenza. Esponete spesso ai fedeli ed imprimete nelle loro anime le Costituzioni pontificie sull’argomento, e insegnate loro che da esse sono colpite non solo le società massoniche d’Europa, ma anche tutte quelle di America e quante altre si trovano nelle diverse regioni del mondo intero. – Del resto, Venerabili Fratelli, poiché Ci toccò di vivere in tempi nei quali incombe l’occasione di patire certamente molto, ma anche di meritare molto, noi, come buoni soldati di Cristo, preoccupiamoci in primo luogo di non abbattere il nostro animo; anzi, nella stessa tempesta da cui siamo sbattuti, armati della sicura speranza di tranquillità futura e di più limpida serenità della Chiesa, troviamo la forza per incoraggiare Noi stessi, il clero affaticato e il popolo, confidando nell’aiuto divino e sostenuti dalle nobilissime parole di Crisostomo: “Molti flutti, molte gravi tempeste incalzano; ma non temiamo d’essere sommersi, perché posiamo sulla pietra. Infierisca pure il mare; la pietra non potrà venirne disciolta. Insorgano pure le onde; la nave di Gesù non potrà venirne affondata. Nulla è più potente della Chiesa. La Chiesa è più forte dello stesso cielo. Passeranno il cielo e la terra; ma le parole di Cristo non passeranno. Quali parole? “Tu sei Pietro e sopra questa pietra edificherò la mia Chiesa, e le porte dell’inferno non prevarranno contro di lei”. Se non credi alle parole, credi ai fatti. Quanti tiranni tentarono di opprimere la Chiesa? Quante caldaie, quante fornaci, e denti di fiere, e aguzze spade! Tuttavia non ottennero nulla. Dove sono quei nemici? Sono dispersi nel silenzio e nell’oblio. E dove è la Chiesa? Ella splende più del sole. Le imprese di quei tali si estinsero, le cose della Chiesa vivono immortali. Se quando i cristiani erano pochi, non furono vinti, come potrai vincerli, quando l’intero mondo è pieno della loro sacra religione? Il Cielo e la terra passeranno; ma le mie parole non passeranno”. Pertanto, non spaventati da alcun pericolo e sgombri da ogni dubbio, perseveriamo nella preghiera e procuriamo di giungere a questo: che tutti ci sforziamo di placare l’ira celeste, provocata dai delitti degli uomini, in modo che alla fine sorga l’Onnipotente nella sua misericordia, comandi ai venti e porti la tranquillità.

Frattanto con ogni affetto impartiamo la Benedizione Apostolica, espressione della Nostra speciale benevolenza, a Voi tutti, Venerabili Fratelli, al clero e a tutto il popolo affidato alle vostre cure.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 21 novembre 1873, anno ventottesimo del Nostro Pontificato

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI (… CON CAZZUOLA E GREMBIULINO) DI TORNO: S.S. LEONE XII – “QUO GRAVIORA”

Ancora una volta il Pontefice regnante, S.S. Leone XII, è costretto a scomunicare gli aderenti alle sette malefiche e maledette, che, sotto il pretesto delle riforme politiche o della filantropia umanitaria, hanno come obiettivo principale la lotta alla Chiesa Cattolica, in particolare nella figura del Santo Padre, il Vicario di Gesù Cristo, Colui che ha sconfitto e distrutto il regno che lucifero, loro padre di adozione [col nome di baphomet, signore dell’universo] aveva stabilito sulla terra a perdizione del genere umano. Il Sommo Pontefice rinnova le scomuniche e riporta addirittura i testi integrali dei precedenti documenti Apostolici dei Papi antecedenti. Tremende sono le espressioni che utilizza il successore di S. Pietro nel confermare le condanne dei suoi predecessori « … Noi sotto le stesse pene comminate nelle lettere dei Nostri Predecessori che abbiamo riportato in questa Nostra Costituzione, e che espressamente confermiamo, in perpetuo proibiamo tutte le società occulte (qualunque sia il loro nome), tanto quelle ora esistenti, quanto quelle che forse si costituiranno in seguito e che si propongono le azioni sopra ricordate contro la Chiesa e le supreme potestà civili … » – « …. I fedeli debbono assolutamente astenersi dalle società stesse, dalle loro riunioni, conferenze, aggregazioni o conventicole sotto pena di scomunica in cui incorrono sull’istante tutti i contravventori sopra descritti senza alcuna dichiarazione; dalla scomunica nessuno potrà venire assolto se non da Noi o dal Romano Pontefice pro tempore, salvo che si trovi in punto di morte. (….) Soprattutto poi condanniamo risolutamente e dichiariamo assolutamente vano l’empio e scellerato giuramento che vincola gli adepti di quelle sette a non rivelare mai ad alcuno tutto ciò che riguarda le sette medesime e a punire con la morte tutti i compagni che si fanno delatori presso i superiori, sia Ecclesiastici, sia Laici… ». Leggendo queste poche righe, praticamente oggi, per tale motivo, è scomunicato pressoché tutto l’orbe terracqueo, dal mondo politico, finanziario, giornalistico, a quello artistico, scientifico, letterario e … dulcis in fundo: finto-ecclesiastico … modernista e pseudo tradizionalista ben saldato alle matrici ideologiche e dottrinali satanico-massoniche. E poi, dove trovano il Papa “vero” o un suo vero delegato che rimetta la scomunica “latae sententiae” comminata loro ipso facto? Meglio leggere attentamente il documento e pregare – il pusillus grex – per questi scellerati, non tanto per quello che di ignobile e vergognoso compiono in occulto nel nostro mondo, ma per quello a cui sono destinati nella vita eterna, e per la figuraccia mortale che faranno al giudizio universale, quando i loro inganni, le loro prevaricazioni, le usurpazioni, le trappole spirituali e materiali, gli attentati, i misfatti, le violenze di ogni tipo, gli innumerevoli omicidi, saranno svelati agli occhi di tutti, dei tanti che credevano in questi uomini ritenendoli “eroi della patria”, benefattori dell’umanità, modelli sociali, culturali e addirittura spirituali … Signore perdona loro, perché non sanno quello che fanno … offriamoci ostie di espiazione per le offese continue a Dio, al suo Cristo, alla sua Chiesa, ai suoi Santi, alla sua dottrina.

Bolla

Quo graviora

Leone XII

Roma, 13 marzo 1825

1. Quanto più gravi sono le sciagure che sovrastano il gregge di Cristo Dio e Salvatore nostro, tanta maggiore sollecitudine devono usare, per rimuoverle, i Romani Pontefici, ai quali sono stati affidati il potere e l’impegno di pascere e di governare quel gregge in nome del Beato Pietro, principe degli Apostoli. Compete infatti ad essi, come a coloro che sono posti nel più alto osservatorio della Chiesa, lo scorgere più da lontano le insidie che i nemici del nome cristiano ordiscono per distruggere la Chiesa di Cristo, senza che mai possano conseguire tale scopo; ad essi compete non solo indicare e rivelare le stesse insidie ai fedeli, perché se ne guardino, ma anche, con la propria autorità, stornarle e rimuoverle. I Romani Pontefici Nostri Predecessori compresero quale gravoso incarico fosse loro affidato; perciò si imposero di vigilare sempre come buoni pastori. Con le esortazioni, gl’insegnamenti, i decreti e dedicando la stessa vita al loro gregge, ebbero cura di proibire e di distruggere totalmente le sette che minacciavano l’estrema rovina della Chiesa. Né la memoria di questo impegno pontificio può essere desunta soltanto dagli antichi annali ecclesiastici: lo si evince chiaramente dalle azioni compiute dai Romani Pontefici dell’età nostra e dei nostri Padri per opporsi alle sette clandestine di uomini nemici di Cristo. Infatti, non appena Clemente XII, Nostro Predecessore, si avvide che di giorno in giorno si rafforzava e acquistava nuova consistenza la setta dei Liberi Muratori, ossia dei Francs Maçons (o chiamata anche in altro modo), che per molti validi motivi egli aveva considerata non solo sospetta ma altresì implacabile nemica della Chiesa Cattolica, la condannò con una limpida Costituzione che comincia con le parole In eminenti, pubblicata il 28 aprile 1738, il cui testo è il seguente:

2. “Clemente Vescovo, servo dei servi di Dio. A tutti i fedeli, salute e Apostolica Benedizione.

Posti per volere della clemenza Divina, benché indegni, nell’eminente Sede dell’Apostolato, onde adempiere al debito della Pastorale provvidenza affidato a Noi, con assidua diligenza e con premura, per quanto Ci è concesso dal Cielo, abbiamo rivolto il pensiero a quelle cose per mezzo delle quali – chiuso l’adito agli errori ed ai vizi – si conservi principalmente l’integrità della Religione Ortodossa, e in questi tempi difficilissimi vengano allontanati da tutto il mondo Cattolico i pericoli dei disordini. – Già per la stessa pubblica fama Ci è noto che si estendono in ogni direzione, e di giorno in giorno si avvalorano, alcune società, unioni, riunioni, adunanze, conventicole o aggregazioni comunemente chiamate dei Liberi Muratori o des Francs Maçons, o con altre denominazioni chiamate a seconda della varietà delle lingue, nelle quali con stretta e segreta alleanza, secondo loro Leggi e Statuti, si uniscono tra di loro uomini di qualunque religione e setta, contenti di una certa affettata apparenza di naturale onestà. Tali Società, con stretto giuramento preso sulle Sacre Scritture, e con esagerazione di gravi pene, sono obbligate a mantenere un inviolabile silenzio intorno alle cose che esse compiono segretamente. Ma essendo natura del delitto il manifestarsi da se stesso e generare il rumore che lo denuncia, ne deriva che le predette società o conventicole hanno prodotto nelle menti dei fedeli tale sospetto, secondo il quale per gli uomini onesti e prudenti l’iscriversi a quelle aggregazioni è lo stesso che macchiarsi dell’infamia di malvagità e di perversione: se non operassero iniquamente, non odierebbero tanto decisamente la luce. Tale fama è cresciuta in modo così considerevole, che dette Società sono già state proscritte dai Principi secolari in molti Paesi come nemiche dei Regni, e sono state provvidamente eliminate. Noi pertanto, meditando sui gravissimi danni che per lo più tali Società o Conventicole recano non solo alla tranquillità della temporale Repubblica, ma anche alla salute spirituale delle anime, in quanto non si accordano in alcun modo né con le Leggi Civili né con quelle Canoniche; ammaestrati dalle Divine parole a vigilare giorno e notte, come servo fedele e prudente preposto alla famiglia del Signore, affinché questa razza di uomini non saccheggi la casa come ladri, né come le volpi rovini la vigna; affinché, cioè, non corrompa i cuori dei semplici né ferisca occultamente gl’innocenti; allo scopo di chiudere la strada che, se aperta, potrebbe impunemente consentire dei delitti; per altri giusti e razionali motivi a Noi noti, con il consiglio di alcuni Venerabili Nostri Fratelli Cardinali della Santa Romana Chiesa, e ancora motu proprio, con sicura scienza, matura deliberazione e con la pienezza della Nostra Apostolica potestà, decretiamo doversi condannare e proibire, come con la presente Nostra Costituzione, da valere in perpetuo, condanniamo e proibiamo le predette società, unioni, riunioni, adunanze, aggregazioni o conventicole dei Liberi Muratori o des Francs Maçons, o con qualunque altro nome chiamate. Pertanto, severamente, ed in virtù di santa obbedienza, comandiamo a tutti ed ai singoli fedeli di qualunque stato, grado, condizione, ordine, dignità o preminenza, sia Laici, sia Chierici, tanto Secolari quanto Regolari, ancorché degni di speciale ed individuale menzione e citazione, che nessuno ardisca o presuma sotto qualunque pretesto o apparenza di istituire, propagare o favorire le predette Società dei Liberi Muratori o des Francs Maçons o altrimenti denominate; di ospitarle e nasconderle nelle proprie case o altrove; di iscriversi ed aggregarsi ad esse; di procurare loro mezzi, facoltà o possibilità di convocarsi in qualche luogo; di somministrare loro qualche cosa od anche di prestare in qualunque modo consiglio, aiuto o favore, palesemente o in segreto, direttamente o indirettamente, in proprio o per altri, nonché di esortare, indurre, provocare o persuadere altri ad iscriversi o ad intervenire a simili Società, od in qualunque modo a giovare e a favorire le medesime. Anzi, ognuno debba assolutamente astenersi dalle dette società, unioni, riunioni, adunanze, aggregazioni o conventicole, sotto pena di scomunica per tutti i contravventori, come sopra, da incorrersi ipso facto, e senza alcuna dichiarazione: scomunica dalla quale nessuno possa essere assolto, se non in punto di morte, da altri all’infuori del Romano Pontefice pro tempore. – Vogliamo inoltre e comandiamo che tanto i Vescovi, i Prelati Superiori e gli altri Ordinari dei luoghi, quanto gl’Inquisitori dell’eretica malvagità deputati in qualsiasi luogo, procedano e facciano inquisizione contro i trasgressori di qualunque stato, grado, condizione, ordine, dignità o preminenza, e che reprimano e puniscano i medesimi con le stesse pene con le quali colpiscono i sospetti di eresia. Pertanto concediamo e attribuiamo libera facoltà ad essi, e a ciascuno di essi, di procedere e di inquisire contro i suddetti trasgressori, e di imprigionarli e punirli con le debite pene, invocando anche, se sarà necessario, l’aiuto del braccio secolare. Vogliamo poi che alle copie della presente, ancorché stampate, sottoscritte di mano di qualche pubblico Notaio e munite del sigillo di persona costituita in dignità Ecclesiastica, sia prestata la stessa fede che si presterebbe alla Lettera se fosse esibita o mostrata nell’originale. A nessuno dunque, assolutamente, sia permesso violare, o con temerario ardimento contraddire questa pagina della Nostra dichiarazione, condanna, comandamento, proibizione ed interdizione. Se qualcuno osasse tanto, sappia che incorrerà nello sdegno di Dio Onnipotente e dei Santi Apostoli Pietro e Paolo.

Dato a Roma, presso Santa Maria Maggiore, nell’anno dell’Incarnazione del Signore 1738, il 28 aprile, nell’anno ottavo del Nostro Pontificato”.

3. Questi provvedimenti, tuttavia, non apparvero sufficienti a Benedetto XIV, altro Nostro Predecessore di veneranda memoria. Nei discorsi di molti era diffusa la convinzione che la pena della scomunica irrogata nella lettera del defunto Clemente XII fosse inoperante perché Benedetto non aveva confermato quella lettera. In verità, era assurdo affermare che le leggi dei Pontefici precedenti diventano obsolete qualora non siano espressamente approvate dai Successori; inoltre era evidente che da Benedetto, più di una volta, era stata ratificata la Costituzione di Clemente. Tuttavia Benedetto decise di sottrarre anche questo cavillo dalle mani dei settari, pubblicando il 18 marzo 1751 una nuova Costituzione che comincia con la parola Providas. In essa riportò, parola per parola, la Costituzione di Clemente e la confermò, come suol dirsi, in forma specifica, che è considerata la forma più ampia e più efficace fra tutte. Questo è il testo della Costituzione di Benedetto:

4. “Il Vescovo Benedetto, servo dei servi di Dio. A perpetua memoria.

Giudichiamo doveroso, con un nuovo intervento della Nostra autorità, sostenere e confermare – in quanto lo richiedono giusti e gravi motivi – le provvide leggi e le sanzioni dei Romani Pontefici Nostri Predecessori: non soltanto quelle leggi e quelle sanzioni il cui vigore o per il processo del tempo o per la noncuranza degli uomini temiamo si possa rallentare od estinguere, ma anche quelle che recentemente hanno ottenuto forza e piena validità. – Di fatto Clemente XII, Nostro Predecessore di felice memoria, con propria Lettera apostolica del 28 aprile dell’anno dell’Incarnazione del Signore 1738, anno ottavo del suo Pontificato – Lettera diretta a tutti i fedeli e che comincia In eminenti – condannò per sempre e proibì alcune società, unioni, riunioni, adunanze, conventicole o aggregazioni volgarmente chiamate dei Liberi Muratori o des Francs Maçons, o diversamente denominate, già allora largamente diffuse in certi Paesi e che ora sempre più aumentano. Egli vietò a tutti e ai singoli Cristiani (sotto pena di scomunica da incorrersi ipso facto senza alcuna dichiarazione, dalla quale nessuno potesse essere assolto da altri, se non in punto di morte, all’infuori del Romano Pontefice pro tempore) di tentare o ardire di entrare in siffatte Società, propagarle o prestare loro favore o ricetto, occultarle, iscriversi ad esse, aggregarsi o intervenirvi, ed altro, come nella stessa Lettera più largamente e più ampiamente è contenuto. Eccone il testo.

[Il testo della Costituzione In eminenti di Clemente XII è pubblicata integralmente nelle pagine precedenti di questa stessa Bolla].

Ma poiché, per quanto Ci è stato riferito, alcuni non hanno avuto difficoltà di affermare e diffondere pubblicamente che la detta pena di scomunica imposta dal Nostro Predecessore non è più operante perché la relativa Costituzione non è poi stata da Noi confermata, quasi che sia necessaria, perché le Apostoliche Costituzioni mantengano validità, la conferma esplicita del successore; ed essendo stato suggerito a Noi, da parte di alcune persone pie e timorate di Dio, che sarebbe assai utile eliminare tutti i sotterfugi dei calunniatori e dichiarare l’uniformità dell’animo Nostro con l’intenzione e la volontà dello stesso Predecessore, aggiungendo alla sua Costituzione il nuovo voto della Nostra conferma; Noi certamente, fino ad ora, quando abbiamo benignamente concesso l’assoluzione dalla incorsa scomunica, sovente prima e principalmente nel passato anno del Giubileo, a molti fedeli veramente pentiti e dolenti di avere trasgredito le leggi della stessa Costituzione e che assicuravano di cuore di allontanarsi completamente da simili società e conventicole, e che per l’avvenire non vi sarebbero mai tornati; o quando accordammo ai Penitenzieri da Noi delegati la facoltà di impartire l’assoluzione a Nostro nome e con la Nostra autorità a coloro che ricorressero ai Penitenzieri stessi; e quando con sollecita vigilanza non tralasciammo di provvedere a che dai competenti Giudici e Tribunali si procedesse in proporzione del delitto compiuto contro i violatori della Costituzione stessa, il che fu effettivamente più volte eseguito: abbiamo certamente fornito argomenti non solo probabili ma del tutto evidenti ed indubitabili, attraverso i quali si sarebbero dovute comprendere le disposizioni dell’animo Nostro e la ferma e deliberata volontà consenzienti con la censura imposta dal predetto Clemente Predecessore. Se un’opinione contraria si divulgasse intorno a Noi, Noi potremmo sicuramente disprezzarla e rimettere la Nostra causa al giusto giudizio di Dio Onnipotente, pronunciando quelle parole che un tempo si recitavano nel corso delle sacre funzioni: “Concedi, o Signore, te ne preghiamo, che Noi non curiamo le calunnie degli animi perversi, ma conculcata la perversità medesima supplichiamo che Tu non permetta che siamo afflitti dalle ingiuste maldicenze o avviluppati dalle astute adulazioni, ma che amiamo piuttosto ciò che Tu comandi”. Così riporta un antico Messale attribuito a San Gelasio, Nostro Predecessore, e che dal Venerabile Servo di Dio il Cardinale Giuseppe Maria Tommasi fu inserito nella Messa che s’intitola Contro i maldicenti. – Tuttavia, affinché non si potesse dire che Noi avevamo imprudentemente omesso qualche cosa, al fine di eliminare agevolmente i pretesti alle menzognere calunnie e chiudere loro la bocca; udito prima il consiglio di alcuni Venerabili Nostri Fratelli Cardinali della Santa Romana Chiesa, abbiamo decretato di confermare la stessa Costituzione del Nostro Predecessore, parola per parola, come sopra riportato in forma specifica, la quale è considerata come la più ampia ed efficace di tutte: la confermiamo, convalidiamo, rinnoviamo e vogliamo e decretiamo che abbia perpetua forza ed efficacia per Nostra sicura scienza, nella pienezza della Nostra Apostolica autorità, secondo il tenore della medesima Costituzione, in tutto e per tutto, come se fosse stata promulgata con Nostro motu proprio e con la Nostra autorità, e fosse stata pubblicata per la prima volta da Noi. – Per la verità, fra i gravissimi motivi delle predette proibizioni e condanna esposti nella sopra riportata Costituzione ve n’è uno, in forza del quale in tali società e conventicole possano unirsi vicendevolmente uomini di qualsiasi religione e setta; è chiaro quale danno si possa recare alla purezza della Religione Cattolica. Il secondo motivo è la stretta e impenetrabile promessa di segreto, in forza del quale si nasconde ciò che si fa in queste adunanze, cui meritamente si può applicare quella sentenza che Cecilio Natale, presso Minucio Felice, addusse in una causa ben diversa: “Le cose oneste amano sempre la pubblica luce; le scelleratezze sono segrete”. Il terzo motivo è il giuramento con il quale gli iscritti s’impegnano ad osservare inviolabilmente detto segreto, quasi che sia lecito a qualcuno, interrogato da legittimo potere, con la scusa di qualche promessa o giuramento di sottrarsi all’obbligo di confessare tutto ciò che si ricerca, per conoscere se in tali conventicole si faccia qualche cosa contraria alla stabilità e alle leggi della Religione e della Repubblica. Il quarto motivo è che queste Società si oppongono alle Sanzioni Civili non meno che alle Canoniche, tenuto conto, appunto, che ai sensi del Diritto Civile si vietano tutti i Collegi e le adunanze formati senza la pubblica autorità, come si legge nelle Pandette , e nella celebre lettera di C. Plinio Cecilio, il quale riferisce che fu proibito per suo Editto, giusta il comandamento dell’Imperatore, che si tenessero le Eterie, cioè che potessero esistere e riunirsi Società e adunanze senza l’autorizzazione del Principe. Il quinto motivo è che in molti Paesi le citate società e aggregazioni sono già state proscritte e bandite con leggi dei Principi secolari. Infine, l’ultimo motivo è che presso gli uomini prudenti ed onesti si biasimavano le predette società e aggregazioni: a loro giudizio chiunque si iscriveva ad esse incorreva nella taccia di pravità e perversione.

Infine lo stesso Predecessore nella sopra riportata Costituzione esorta i Vescovi, i Superiori Prelati e gli altri Ordinari dei luoghi a non trascurare d’invocare l’aiuto del braccio secolare qualora occorra per l’esecuzione di tale disposizione.

Tutte queste cose, anche singolarmente, non solo si approvano e si confermano da Noi, ma anche si raccomandano e si ingiungono ai Superiori Ecclesiastici; ma Noi stessi, per debito della Apostolica sollecitudine, con la presente Nostra Lettera invochiamo e con vivo affetto ricerchiamo il soccorso e l’aiuto dei Principi Cattolici e dei secolari Poteri – essendo gli stessi Principi Supremi e i titolari del potere eletti da Dio quali difensori della fede e protettori della Chiesa – affinché sia loro cura adoperarsi nel modo più efficace perché alle Apostoliche Costituzioni si prestino il dovuto ossequio e la più assoluta obbedienza. Ciò riportarono alla loro memoria i Padri del Concilio Tridentino, Sess. 25, cap. 20, e molto prima l’aveva egregiamente dichiarato l’Imperatore Carlo Magno nel Tit. I. cap. 2, dei suoi Capitolati nei quali, dopo aver comandato a tutti i suoi sudditi l’osservanza delle Sanzioni Ecclesiastiche, aggiunse queste parole: “In nessun modo possiamo conoscere come possano essere fedeli a noi coloro che si mostrano infedeli a Dio e disubbidienti ai suoi sacerdoti”. Conseguentemente impose a tutti i Presidenti e ai Ministri delle sue province che obbligassero tutti e i singoli a prestare la dovuta obbedienza alle leggi della Chiesa. Inoltre comminò gravissime pene contro coloro che trascurassero di fare ciò, aggiungendo fra l’altro: “Coloro poi che in queste cose (il che non avvenga) saranno trovati negligenti e trasgressori, sappiano che non conserveranno gli onori nel nostro Impero, ancorché siano nostri figlioli; né avranno posto nel Palazzo; né con noi né coi nostri fedeli avranno società o comunanza, ma piuttosto pagheranno la pena nelle angustie e nelle ristrettezze”.

Vogliamo poi che alle copie della presente, ancorché stampate, sottoscritte di mano di qualche pubblico Notaio e munite del sigillo di persona costituita in dignità Ecclesiastica, sia prestata la stessa fede che si presterebbe alla Lettera se fosse esibita o mostrata nell’originale.

A nessuno dunque, assolutamente, sia permesso violare, o con temerario ardimento contraddire questo testo della Nostra conferma, innovazione, approvazione, comandamento, invocazione, richiesta, decreto e volontà. Se qualcuno osasse tanto, sappia che incorrerà nello sdegno di Dio Onnipotente e dei Santi Apostoli Pietro e Paolo.

Dato a Roma, presso Santa Maria Maggiore, il 18 marzo dell’anno dell’Incarnazione del Signore 1751, undicesimo anno del Nostro Pontificato”.

5. Oh, se i potenti di allora avessero preso in considerazione questi decreti, come lo richiedeva la salvezza della Chiesa e dello Stato! Oh, se si fossero persuasi di dover vedere nei Romani Pontefici Successori del Beato Pietro non solo i pastori e i maestri della Chiesa universale, ma anche i valenti difensori della loro dignità e gli attenti indicatori degli imminenti pericoli! Oh, se si fossero serviti del loro potere per sradicare le sette i cui pestiferi disegni erano stati rivelati ad essi dalla Sede Apostolica! Già da quel tempo avrebbero posto termine alla vicenda. Ma siccome, sia per l’inganno dei settari che occultavano astutamente le loro tresche, sia per inconsulti suggerimenti di taluni, avevano divisato di trascurare questa questione, o almeno di trattarla con noncuranza, da quelle antiche sette massoniche, sempre attive, molte altre sono germinate, assai peggiori e più audaci di quelle. Sembrò che quelle sette fossero tutte comprese in quella dei Carbonari, che era considerata in Italia e in alcuni altri Paesi la più importante fra tutte e che, variamente ramificata con nomi appena diversi, si diede a combattere aspramente la Religione Cattolica e qualunque suprema, legittima e civile potestà. Per liberare da questa sciagura l’Italia, gli altri Paesi e anzi lo stesso Stato Pontificio (in cui, soppresso per qualche tempo il governo Pontificio, quella setta si era introdotta insieme con gl’invasori stranieri) Pio VII di felice memoria, a cui Noi siamo succeduti, con una Costituzione che comincia con le parole Ecclesiam a Jesu Christopubblicata il 13 settembre 1821 condannò con gravissime pene la setta dei Carbonari, comunque fosse denominata a seconda della diversità dei luoghi, degli uomini e degli idiomi. Abbiamo pensato di includere in questa Nostra lettera anche il testo di essa, che recita come segue.

6. Il Vescovo Pio, servo dei servi di Dio. A perpetua memoria. – La Chiesa fondata da Gesù Cristo Salvatore Nostro sopra solida pietra (e contro di essa Cristo promise che non sarebbero mai prevalse le porte dell’inferno) è stata assalita così spesso e da tanti temibili nemici, che se non si frapponesse quella promessa divina che non può venir meno, vi sarebbe da temere che essa potesse soccombere, circuita dalla forza o dai vizi o dall’astuzia. Invero, ciò che accadde in altri tempi si ripete anche e soprattutto in questa nostra luttuosa età che sembra quell’ultimo tempo preannunciato in passato dall’Apostolo: “Verranno gli ingannatori che, secondo i loro desideri, cammineranno nella via dell’empietà” (Gd 18). Infatti nessuno ignora quanti scellerati, in questi tempi difficilissimi, si siano coalizzati contro il Signore e contro Cristo Figlio Suo; costoro si adoperano soprattutto (sebbene con vani sforzi) a travolgere e a sovvertire la stessa Chiesa, ingannando i fedeli (Col II, 8) con una vana e fallace filosofia e sottraendoli alla dottrina della Chiesa. Per raggiungere più facilmente questo scopo, molti di costoro organizzarono occulti convegni e sette clandestine con cui speravano in futuro di trascinare più facilmente numerosi individui a essere complici della loro congiura e della loro iniquità. – Già da tempo questa Santa Sede, scoperte tali sette, lanciò l’allarme contro di esse con alta e libera voce, e rivelò le loro trame contro la Religione e contro la stessa società civile. Già da tempo sollecitò la vigilanza di tutti perché si guardassero in modo che queste sette non osassero attuare i loro scellerati propositi. È tuttavia motivo di rammarico che all’impegno di questa sede Apostolica non abbia corrisposto l’esito cui essa mirava e che quegli uomini scellerati non abbiano desistito dalla congiura intrapresa, per cui ne sono derivati infine quei mali che Noi stessi avevamo previsto. Anzi, quegli uomini, la cui iattanza sempre si accresce, hanno perfino osato creare nuove società segrete.

A questo punto occorre ricordare una società nata di recente e diffusa in lungo e in largo per l’Italia e in altre regioni: per quanto sia divisa in numerose sette e per quanto assuma talvolta denominazioni diverse e distinte tra loro, in ragione della loro varietà, tuttavia essa è una sola di fatto nella comunanza delle dottrine e dei delitti e nel patto che fu stabilito; essa viene chiamata solitamente dei Carbonari. Costoro simulano un singolare rispetto e un certo straordinario zelo verso la Religione Cattolica e verso la persona e l’insegnamento di Gesù Cristo Nostro Salvatore, che talvolta osano sacrilegamente chiamare Rettore e grande Maestro della loro società. Ma questi discorsi, che sembrano ammorbiditi con l’olio, non sono altro che dardi scoccati con più sicurezza da uomini astuti, per ferire i meno cauti; quegli uomini si presentano in vesti di agnello ma nell’intimo sono lupi rapaci. – Anche se mancassero altri argomenti, i seguenti persuadono a sufficienza che non si deve prestare alcun credito alle loro parole, cioè: il severissimo giuramento con cui, imitando in gran parte gli antichi Priscillanisti, promettono di non rivelare mai e in nessun caso, a coloro che non sono iscritti alla società, cosa alcuna che riguardi la stessa società, né di comunicare a coloro che si trovano nei gradi inferiori cosa alcuna che riguardi i gradi superiori; inoltre, le segrete e illegali riunioni che essi convocano seguendo l’usanza di molti eretici e la cooptazione di uomini d’ogni religione e di ogni setta nella loro società. – Non occorrono dunque congetture e argomenti per giudicare le loro affermazioni, come più sopra si è detto. I libri da loro pubblicati (nei quali si descrive il metodo che si suole seguire nelle riunioni dei gradi superiori), i loro catechismi, gli statuti e gli altri gravissimi, autentici documenti rivolti a ispirare fiducia, e le testimonianze di coloro che, avendo abbandonato la società cui prima appartenevano, ne rivelarono ai legittimi giudici gli errori e le frodi, dimostrano apertamente che i Carbonari mirano soprattutto a dare piena licenza a chiunque di inventare col proprio ingegno e con le proprie opinioni una religione da professare, introducendo quindi verso la Religione quella indifferenza di cui a malapena si può immaginare qualcosa di più pernicioso. Nel profanare e nel contaminare la passione di Gesù Cristo con certe loro nefande cerimonie; nel disprezzare i Sacramenti della Chiesa (ai quali sembrano sostituirne altri nuovi da loro inventati con suprema empietà) e gli stessi Misteri della Religione Cattolica; nel sovvertire questa Sede Apostolica (nella quale risiede da sempre il primato della Cattedra Apostolica) sono animati da un odio particolare e meditano propositi funesti e perniciosi. – Non meno scellerate (come risulta dagli stessi documenti) sono le norme di comportamento che la società dei Carbonari insegna, sebbene impudentemente si vanti di esigere dai suoi seguaci che coltivino e pratichino la carità e ogni altra virtù, e che si astengano scrupolosamente da ogni vizio. Pertanto essa favorisce senza alcun pudore le voluttà più sfrenate; insegna che è lecito uccidere coloro che non rispettarono il giuramento di mantenere il segreto, cui si è fatto cenno più sopra; e sebbene Pietro principe degli Apostoli prescriva che i Cristiani “siano soggetti, in nome di Dio, ad ogni umana creatura o al Re come preminente o ai Capi come da Lui mandati, ecc.” (1Pt II,13); sebbene l’Apostolo Paolo ordini che “ogni anima sia soggetta alle potestà più elevate”, tuttavia quella società insegna che non costituisce reato fomentare ribellioni e spogliare del loro potere i Re e gli altri Capi, che per somma ingiuria osa indifferentemente chiamare tiranni (Rm III,14).

Questi ed altri sono i dogmi e i precetti di questa società, da cui ebbero origine quei delitti recentemente commessi dai Carbonari, che tanto lutto hanno recato a oneste e pie persone. Noi, dunque, che siamo stati designati come veggenti di quella casa d’Israele che è la Santa Chiesa e che per il Nostro ufficio pastorale dobbiamo evitare che il gregge del Signore a Noi divinamente affidato patisca alcun danno, pensiamo che in una contingenza così grave non possiamo esimerci dall’impedire i delittuosi tentativi di questi uomini. Siamo mossi anche dall’esempio di Clemente XII e di Benedetto XIV di felice memoria, Nostri Predecessori: il primo, il 28 aprile 1738, con la Costituzione “In eminenti”, e il secondo, il 18 maggio 1751, con la Costituzione “Providas”, condannarono e proibirono le società dei Liberi Muratori, ossia dei Francs Maçons, o chiamate con qualunque altro nome, secondo la varietà delle regioni e degli idiomi; si deve ritenere che di tali società sia forse una propaggine, o certo un’imitazione, questa società dei Carbonari. – E sebbene con due editti promulgati dalla Nostra Segretaria di Stato abbiamo già severamente proscritta questa società, seguendo tuttavia i ricordati Nostri Predecessori pensiamo di decretare, in modo anche più solenne, gravi pene contro questa società, soprattutto perché i Carbonari pretendono, erroneamente, di non essere compresi nelle due Costituzioni di Clemente XII e di Benedetto XIV né di essere soggetti alle sentenze e alle sanzioni in esse previste. – Consultata dunque una scelta Congregazione di Venerabili Fratelli Nostri Cardinali di Santa Romana Chiesa, con il loro consiglio ed anche per motu proprio, per certa dottrina e per meditata Nostra deliberazione, nella pienezza dell’autorità apostolica abbiamo stabilito e decretato di condannare e di proibire la predetta società dei Carbonari, o con qualunque altro nome chiamata, le sue riunioni, assemblee, conferenze, aggregazioni, conventicole, così come con il presente Nostro atto la condanniamo e proibiamo.

Pertanto a tutti e a ciascuno dei fedeli di Cristo di qualunque stato, grado, condizione, ordine, dignità e preminenza, sia laici sia chierici, tanto secolari che regolari, degni anche di specifica, individuale ed esplicita menzione, ordiniamo rigorosamente e in virtù della santa obbedienza che nessuno, sotto qualsivoglia pretesto o ricercato motivo, osi o pretenda di fondare, diffondere o favorire, e nella sua casa o dimora o altrove accogliere e nascondere la predetta società dei Carbonari, o altrimenti detta, come pure di iscriversi od aggregarsi ad essa o di intervenire a qualunque grado di essa o di offrire la facoltà e l’opportunità che essa si convochi in qualche luogo o di elargire qualcosa ad essa o in altro modo prestare consiglio, aiuto o favore palese od occulto, diretto o indiretto, per essa stessa o per altri; e ancora di esortare, indurre, provocare o persuadere altri ad iscriversi, ad aggregarsi o a intervenire in tale società o in qualunque grado di essa o di giovarle o favorirla comunque. I fedeli debbono assolutamente astenersi dalla società stessa, dalle sue adunanze, riunioni, aggregazioni o conventicole sotto pena di scomunica in cui incorrono sull’istante tutti i contravventori sopra indicati, senza alcun’altra dichiarazione; dalla scomunica nessuno potrà venire assolto se non da Noi o dal Romano Pontefice pro tempore, salvo che si trovi in punto di morte. – Inoltre prescriviamo a tutti, sotto la stessa pena di scomunica, riservata a Noi e ai Romani Pontefici Nostri Successori, l’obbligo di denunciare ai Vescovi, o ad altri competenti, tutti coloro che sappiano aver aderito a questa società o che si sono macchiati di alcuno dei delitti più sopra ricordati. – Infine, per allontanare con più efficacia ogni pericolo di errore, condanniamo e proscriviamo tutti i cosiddetti catechismi e libri dei Carbonari, ove costoro descrivono ciò che si è soliti fare nelle loro riunioni; così pure i loro statuti, i codici e tutti i libri scritti in loro difesa, sia stampati, sia manoscritti. A tutti i fedeli, sotto la stessa pena di scomunica maggiore parimenti riservata, proibiamo i libri suddetti, o la lettura o la conservazione di alcuno di essi; e ordiniamo che quei libri siano consegnati senza eccezione agli Ordinari del luogo o ad altri cui spetti il diritto di riceverli. – Vogliamo inoltre che ai transunti, anche stampati, della presente Nostra lettera, sottoscritti per mano di qualche pubblico Notaio e muniti del sigillo di persona investita di dignità ecclesiastica, si presti quella stessa fede che si concederebbe alla lettera originale se fosse presentata o mostrata. – Perciò a nessuno sia lecito strappare o contraddire con temeraria arroganza questo testo della Nostra dichiarazione, condanna, ordine, proibizione e interdetto. Se qualcuno osasse tentare ciò, sappia che incorrerà nello sdegno di Dio Onnipotente e dei beati suoi Apostoli Pietro e Paolo.

Dato a Roma, presso Santa Maria Maggiore, nell’anno dell’Incarnazione del Signore 1821, il giorno 13 settembre, nell’anno ventiduesimo del Nostro Pontificato”.

7. Poco tempo dopo la promulgazione di questa Costituzione di Pio VII, Noi, senza alcun Nostro merito, fummo elevati alla suprema cattedra di San Pietro, e subito rivolgemmo tutta la Nostra attività a scoprire quale fosse lo stato delle sette clandestine, quale il loro numero, quale la potenza. A seguito di tale inchiesta, agevolmente abbiamo compreso che la loro baldanza era cresciuta soprattutto per l’aumentato numero di nuove sette. Fra esse in primo luogo occorre fare menzione di quella che si chiama Universitaria perché ha sede e domicilio in parecchie Università degli Studi in cui i giovani, da alcuni maestri (intesi non già ad insegnare ma a pervertire), vengono iniziati ai misteri della setta, che correttamente devono essere definiti misteri d’iniquità; pertanto i giovani vengono educati ad ogni scelleratezza.

8. Da ciò hanno tratto origine le fiamme della ribellione accese da tempo in Europa dalle sette clandestine; nonostante le più segnalate vittorie riportate dai potentissimi Principi d’Europa, che speravano di reprimerle, tuttavia i nefasti tentativi delle sette non hanno ancora avuto termine. Infatti negli stessi paesi nei quali i passati tumulti sembrano cessati, qual è il timore di nuovi disordini e sedizioni che quelle sette macchinano incessantemente? Quale lo spavento per gli empi pugnali che di nascosto immergono nei corpi di coloro che hanno destinato alla morte? Quante severe misure non di rado sono stati costretti ad adottare, loro malgrado, coloro che comandano per difendere la pubblica tranquillità?

9. Da qui hanno origine le atroci calamità che affliggono quasi ovunque la Chiesa e che non possiamo ricordare senza dolore, anzi: senza angoscia. Si contestano senza pudore i suoi santissimi dogmi e insegnamenti; si umilia la sua dignità. Quella pace e quella felicità di cui, per suo proprio diritto, essa dovrebbe godere, non sono soltanto turbate, ma del tutto sconvolte.

10. E non è da credere che sia una abbietta calunnia l’attribuire a queste sette tutti questi mali e gli altri che Noi abbiamo tralasciato. I libri che non si sono peritati di scrivere sulla Religione e lo Stato coloro che sono iscritti a queste sette, disprezzano il potere, bestemmiano la regalità, vanno dicendo che Cristo è scandalo e stoltezza; anzi, non di rado insegnano che Dio non esiste e che l’anima dell’uomo muore col corpo. I Codici e gli Statuti in cui rivelano i loro propositi e le loro regole, dimostrano chiaramente che da essi provengono tutti i mali che abbiamo ricordato e che mirano a far cadere i Principati legittimi e a distruggere dalle fondamenta la Chiesa. Questa affermazione deve essere considerata come certa e meditata: le sette, sebbene diverse nel nome, sono però congiunte tra loro dallo scellerato legame dei più turpi propositi.

11. Stando così le cose, Noi crediamo essere Nostro dovere condannare nuovamente queste sette clandestine in modo che nessuna di esse possa vantarsi di non essere compresa nella Nostra sentenza apostolica, e con questo pretesto possa indurre in errore uomini incauti o sprovveduti. Pertanto, per consiglio dei Venerabili Nostri Fratelli Cardinali di Santa Romana Chiesa e anche motu proprio, con sicura dottrina e con matura deliberazione Nostra, Noi sotto le stesse pene comminate nelle lettere dei Nostri Predecessori che abbiamo riportato in questa Nostra Costituzione, e che espressamente confermiamo, in perpetuo proibiamo tutte le società occulte (qualunque sia il loro nome), tanto quelle ora esistenti, quanto quelle che forse si costituiranno in seguito e che si propongono le azioni sopra ricordate contro la Chiesa e le supreme potestà civili.

12. Pertanto a tutti e a ciascuno dei fedeli di Cristo di qualunque stato, grado, condizione, ordine, dignità e preminenza, sia laici sia chierici, tanto secolari che regolari, degni anche di specifica, individuale ed esplicita menzione, ordiniamo rigorosamente, e in virtù della santa obbedienza, che nessuno sotto qualsivoglia pretesto o ricercato motivo osi o pretenda di fondare, diffondere o favorire, e nella sua casa o dimora o altrove accogliere e nascondere le predette società comunque si chiamino, come pure di iscriversi o aggregarsi ad esse o di intervenire a qualunque grado di esse o di offrire la facoltà e l’opportunità di convocarle in qualche luogo o di elargire loro qualcosa, o in altro modo prestare consiglio, aiuto o favore palese od occulto, diretto o indiretto, per sé o per altri; e ancora di esortare, indurre, provocare o persuadere altri ad iscriversi, ad aggregarsi o a intervenire in siffatte congreghe o in qualunque grado di esse, o di giovare loro o favorirle comunque. I fedeli debbono assolutamente astenersi dalle società stesse, dalle loro riunioni, conferenze, aggregazioni o conventicole sotto pena di scomunica in cui incorrono sull’istante tutti i contravventori sopra descritti senza alcuna dichiarazione; dalla scomunica nessuno potrà venire assolto se non da Noi o dal Romano Pontefice pro tempore, salvo che si trovi in punto di morte.

13. Inoltre a tutti prescriviamo, sotto la stessa pena di scomunica, riservata a Noi e ai Romani Pontefici Nostri Successori, l’obbligo di denunciare ai Vescovi o ad altri competenti tutti coloro che notoriamente hanno dato il loro nome a queste società o si sono macchiati di qualcuno dei delitti ricordati più sopra.

14. Soprattutto poi condanniamo risolutamente e dichiariamo assolutamente vano l’empio e scellerato giuramento che vincola gli adepti di quelle sette a non rivelare mai ad alcuno tutto ciò che riguarda le sette medesime e a punire con la morte tutti i compagni che si fanno delatori presso i superiori, sia Ecclesiastici, sia Laici. E che dunque? Poiché il giuramento va pronunciato al servizio della giustizia, non è forse delittuoso considerarlo come un legame con il quale ci si obbliga a un iniquo omicidio e a disprezzare l’autorità di coloro che, in quanto governano la Chiesa o la legittima società civile, hanno il diritto di conoscere tutto ciò da cui dipende la sicurezza di quelle istituzioni? Non è forse somma iniquità e turpitudine il chiamare Iddio stesso a testimone e mallevadore di delitti? Giustamente i Padri del terzo Concilio Lateranense affermano:”Non si possono definire giuramenti ma piuttosto spergiuri quelli che sono diretti contro il bene della Chiesa e gl’insegnamenti dei Santi Padri“. Ed è intollerabile l’impudenza, o la follia, di chi tra questi uomini, non nel proprio cuore soltanto ma anche pubblicamente e in pubblici scritti, afferma che “Dio non esiste“, e tuttavia osa pretendere un giuramento da coloro che sono accolti nelle sette.

15. Tali sono le Nostre disposizioni rivolte a reprimere e condannare tutte queste furiose e scellerate sette. Pertanto ora, Venerabili Fratelli Patriarchi Cattolici, Primati, Arcivescovi e Vescovi, non solo chiediamo ma piuttosto sollecitiamo il vostro impegno. Abbiate cura di voi e di tutto il gregge in cui lo Spirito Santo vi pose come Vescovi per governare la Chiesa di Dio. I lupi rapaci vi assaliranno se non avrete cura del gregge. Ma non vogliate temere, e non considerate la vostra vita più preziosa di voi stessi. – Considerate per certo che da voi in gran parte dipende la perseveranza degli uomini a voi affidati nella Religione e nelle buone azioni. Infatti, pur vivendo in giorni “che sono infausti” e in un tempo in cui molti “non difendono la sana dottrina“, perdura tuttavia il rispetto di molti fedeli verso i loro Pastori che a buon diritto sono considerati ministri di Cristo e dispensatori dei suoi misteri. Fate dunque uso, a vantaggio delle vostre pecore, di quella autorità che per immortale grazia di Dio conservate nell’animo loro. Fate loro conoscere le frodi dei settari e con quanta attenzione debbano evitare di frequentarli. Grazie all’autorità e al magistero vostro, abbiano orrore della malvagia dottrina di coloro che deridono i santissimi misteri della Nostra Religione e i purissimi insegnamenti di Cristo, e contestano ogni legittimo potere. E parlerò con voi ripetendo le parole usate dal Nostro Predecessore Clemente XIII nell’Enciclica [A quo die] del 14 settembre 1758, diretta a tutti i Patriarchi, Primati, Arcivescovi, Vescovi della Chiesa Cattolica: “Vi prego: con lo Spirito del Signore siamo pieni di forza, di giustizia e di coraggio. Non lasciamo, a somiglianza di cani muti incapaci di latrare, che i Nostri greggi diventino una preda e le Nostre pecore il pasto d’ogni bestia selvatica; niente Ci trattenga dall’esporci ad ogni genere di combattimento per la gloria di Dio e la salvezza delle anime. Pensiamo attentamente a Colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori. Se ci arrestiamo davanti all’audacia dei malvagi, sono già crollate la forza morale dell’Episcopato e la divina e sublime potestà di governare la Chiesa; e non possiamo più continuare a considerarci, anzi non possiamo neanche più essere Cristiani, se temiamo le minacce e le insidie degli uomini perversi“.

16. Ancora con insistenza invochiamo il vostro aiuto, carissimi in Cristo Figli Nostri Cattolici Principi che apprezziamo con tanto singolare e paterno amore. Perciò vi richiamiamo alla memoriale parole che Leone il Grande (di cui siamo successori nella dignità e, sebbene indegni, eredi del nome) rivolse per iscritto a Leone Imperatore: “Devi senza esitazione comprendere che il potere regale ti è stato affidato non solo per governare il mondo ma soprattutto per proteggere la Chiesa in modo che, reprimendo gli atti di empia audacia, tu possa difendere le sane istituzioni e restituire la pace a quelle sconvolte“. Quanto al presente, la situazione è tale che per difendere non solo la Religione Cattolica ma altresì l’incolumità vostra e dei popoli soggetti alla vostra autorità, dovete reprimere quelle sette. Infatti la causa della Religione, soprattutto in quest’epoca, è talmente congiunta alla salvezza della società, che in nessun modo può essere separata l’una dall’altra. Infatti coloro che aderiscono a quelle sette sono non meno nemici della Religione che del vostro potere. Aggrediscono l’una e l’altro, meditano di abbattere l’una e l’altro. E certo non consentirebbero, potendo, che la Religione o il potere regale sopravvivessero.

17. Tanta è la scaltrezza di questi uomini astuti che quando danno la rassicurante impressione di essere intenti ad ampliare il vostro potere, proprio allora mirano a sovvertirlo. Infatti essi impartiscono molti insegnamenti per convincere che il potere Nostro e dei Vescovi deve essere ridotto e indebolito, e che ad essi devono essere trasferiti molti diritti, sia tra quelli che sono propri di questa Cattedra Apostolica e Chiesa principale, sia tra quelli che appartengono ai Vescovi che sono stati chiamati a far parte della Nostra sollecitudine. Quei settari insegnano tali dottrine non solo per l’odio truce di cui ardono contro la Religione, ma anche perché hanno la speranza che le genti soggette al vostro magistero, se per caso si avvedono che sono violati i confini posti alle cose sacre da Cristo e dalla Chiesa da Lui fondata, facilmente si inducano, con questo esempio, a sovvertire e distruggere anche la forma del regime politico.

18. Anche a voi tutti, o figli diletti che professate la Religione Cattolica, Ci rivolgiamo con la Nostra esortativa preghiera. Evitate con curagli uomini che chiamano luce le tenebre e le tenebre luce. Infatti, quale vera utilità potrebbe a voi derivare dal consorzio con uomini che ritengono di non tenere in alcun conto Iddio né tutte le più alte potestà? Essi, tramando in segrete adunanze, tentano di fare la guerra, e sebbene in pubblico e dovunque proclamino di essere amantissimi del bene pubblico, della Chiesa e della società, tuttavia in ogni loro impresa hanno dimostrato di voler sconvolgere e sovvertire ogni cosa. Essi sono simili a quegli uomini ai quali San Giovanni (2 Gv 10) comanda di non offrire ospitalità né di rivolgere il saluto; a quegli uomini che i Nostri antenati non esitarono a chiamare primogeniti del diavolo. Guardatevi dunque dalle loro lusinghe e dai discorsi di miele con cui cercheranno di convincervi a dare il vostro nome a quelle sette di cui essi stessi fanno parte. Abbiate per certo che nessuno può aggregarsi a quelle sette, senza essere colpevole di gravissima ignominia; allontanate dalle vostre orecchie i discorsi di coloro i quali, pur di ottenere il vostro assenso ad iscrivervi ai gradi inferiori delle loro sette, affermano risolutamente che in quei gradi nulla si sostiene che sia contrario alla Religione; anzi, che nulla vi si comanda o si compie che non sia santo, che non sia onesto, che non sia puro. Inoltre quel nefando giuramento che è già stato ricordato e che deve essere prestato anche per essere ammessi ai gradi inferiori, basta di per sé solo a farvi comprendere che è un delitto anche iscriversi a quei gradi meno impegnativi e partecipare ad essi. Inoltre, sebbene ad essi non siano affidate, di solito, le imprese più torbide e scellerate, in quanto non sono ancora saliti ai gradi superiori, appare però evidente che la forza e l’ardire di queste perniciose società crescono con il consenso e il numero di coloro che vi si sono aggregati. Pertanto anche coloro che non hanno oltrepassato i gradi inferiori, devono essere considerati complici di quei delitti. E anche su di essi ricade quella sentenza dell’Apostolo: “Coloro che commettono tali delitti sono degni di morte, e non solo coloro che li commettono ma anche coloro che approvano chi li compie” (Rm I, 28-29).

19. Infine, con amore profondo chiamiamo a Noi coloro che, dopo aver ricevuto la luce e aver assaporato il dono celeste ed essere fatti partecipi dello Spirito Santo, sono poi miseramente caduti e seguono quelle sette sia che si trovino nei gradi inferiori di esse, sia nei superiori. Infatti, facendo le veci di Colui che dichiarò di non essere venuto per chiamare i giusti ma i peccatori (e si paragonò al pastore che, lasciato il resto del gregge, cerca ansiosamente la pecora che ha smarrito) li esortiamo e li scongiuriamo di ritornare a Cristo. Sebbene si siano macchiati del più grave delitto, non devono tuttavia disperare della clemenza e della misericordia di Dio e di Gesù Cristo Suo Figlio. Ritrovino dunque se stessi, alfine, e di nuovo si rifugino in Gesù Cristo che ha patito anche per loro e che non solo non disprezzerà il loro ravvedimento ma anzi, come un padre amoroso che già da tempo aspetta i figli prodighi, li accoglierà con sommo gaudio. Invero Noi, per incoraggiarli quanto più possiamo e per aprire ad essi una più agevole via alla penitenza, sospendiamo per lo spazio di un intero anno (dopo la pubblicazione di questa lettera apostolica nella regione in cui dimorano) sia l’obbligo di denunciare i loro compagni di setta, sia la riserva delle censure nelle quali sono incorsi dando il loro nome alle sette; e dichiariamo che essi, anche senza aver denunciato i complici, possono essere assolti da quelle censure ad opera di qualunque confessore, purché sia nel numero di coloro che sono approvati dagli Ordinari del luogo ove dimorano. Decidiamo inoltre di usare la stessa condiscendenza verso coloro che per caso si trovano nell’Urbe. Se poi qualcuno di essi a cui è rivolto il Nostro discorso sarà così ostinato (e non lo permetta Iddio, Padre delle misericordie!) da lasciar passare quello spazio di tempo che abbiamo fissato senza abbandonare le sette per ravvedersi davvero, trascorso quel tempo, tosto avrà effetto contro di lui l’obbligo di denunciare i complici e la riserva delle censure, né potrà ottenere l’assoluzione se non da Noi o dai Nostri Successori o da coloro che avranno ottenuto dalla Sede Apostolica la facoltà di assolvere dalle censure stesse.

20. Vogliamo inoltre che ai transunti, anche stampati, della presente Nostra lettera, sottoscritti di pugno da qualche pubblico Notaio e muniti del sigillo di persona investita di dignità ecclesiastica, si presti quella fede stessa che si concederebbe alla lettera originale se fosse presentata o mostrata.

21. Perciò a nessuno sia lecito violare o contestare con temeraria arroganza questo testo della Nostra dichiarazione, condanna, conferma, innovazione, mandato, proibizione, invocazione, ricerca, decreto e volontà. Se qualcuno osasse compiere un simile attentato, sappia che incorrerà nello sdegno di Dio Onnipotente e dei Beati Apostoli Pietro e Paolo.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 13 marzo dell’anno dell’Incarnazione del Signore 1825, nell’anno secondo del Nostro Pontificato.

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI (…CON CAZZUOLA E GREMBIULINO) DI TORNO: SS. PIO VII – “ECCLESIAM A JESU”

La collezione di scomuniche per le società di stampo massonico, si arricchisce di una nuova Bolla, l’Ecclesiam a Jesu, di S.S. Pio VII che, informato dai settari fuoriusciti dalle riunioni tenebrose delle conventicole, cercava di porre argine all’espansione di facinorosi il cui scopo era sostanzialmente quello di sovvertire l’ordine sociale costituito, ma ancor più minare e demolire, se possibile, la santa Chiesa Cattolica, fondata da Gesù-Cristo, ed eliminare [si fueri potest] il suo Capo visibile, il Santo Padre, il Vicario di Cristo: colpire il Pastore per disperdere le pecore  …«Verranno gli ingannatori che, secondo i loro desideri, cammineranno nella via dell’empietà» (Gd 18). Infatti nessuno ignora quanti scellerati, in questi tempi difficilissimi, si siano coalizzati contro il Signore e contro Cristo Figlio Suo; costoro si adoperano soprattutto (sebbene con vani sforzi) a travolgere e a sovvertire la stessa Chiesa, ingannando i fedeli …». L’origine di tali movimenti settari, mascherati da organizzazioni politiche o addirittura filantropiche, risiedeva e tuttora risiede – come sempre – nelle radici gnostico-giudaiche così come opportunamente ricorda il Pontefice in questo documento, paragonando … questi scellerati, ai Priscillanisti, che seguivano appunto la dottrina gnostico-cabalista già pochi secoli dopo la costituzione della Chiesa, con l’intento sempre dichiarato, seppur nel segreto, di distruggere ed eliminare tutta l’opera – spirituale e materiale – del Cristo Gesù. Questa melma nel tempo si è rovesciata nel mondo e nella Chiesa, infiltrandosi per mezzo di ultra-scellerati marrani, finti chierici, frequentanti regolarmente gli alti gradi delle sette massoniche, e in ogni angolo della Cristianità, fino al totale controllo degli uffici e dei templi sacri. Ci si dirà che tutto questo fosse già profetizzato nelle sacre Scritture e dai Padri e teologi accreditati dalla Santa Chiesa, [tra gli altri, nel secolo scorso furono il De Segur, il Billot, il Cardinal Manning a tracciare un cammino che avrebbe seguito la Chiesa passando dal Getsemani, alla passione, morte e sepolcro, come il suo divin Fondatore, e questo come punizione per i popoli Cristiani irriverenti e praticanti un Cristianesimo farisaico, sacrilego di facciata]. Noi del pusillux grex, pur frastornati dall’empietà di personaggi dalla “faccia di bronzo” che si spacciano per Pastori cattolici “buonisti” ed accomodanti – aperti cioè a tutti i vizi [… in particolare al vizio impuro] ed ai capricci peccaminosi del mondo attuale da essi stessi paganizzato – ed occupano le sedi Apostoliche indebitamente usurpate, coadiuvati da sedicenti chierici pseudotradizionalisti senza giurisdizione e senza missione canonica – cioè i lupi sedevacantisti ed i fallibilisti gallicani, le iene rapaci che si introducono nel gregge – restiamo inamovibili nell’attesa degli eventi dei suddetti profeti e fedeli interpreti della Tradizione, i quali così come hanno previsto la rimozione del Katechon, l’abominio della desolazione nel tempio santo, la venuta dell’anticristo, l’eliminazione del Sacrificio perpetuo e la persecuzione violenta – fisica e spirituale – dei Cristiani, hanno pure profetizzato l’arrivo inatteso della Giustizia divina che farà scempio di satana e dei suoi adepti massoni con il “soffio della bocca” dello stesso Cristo, che darà nuovo spledore, nuova luce e beltà alla sua Sposa immacolata, al suo Corpo mistico: la Santa Chiesa Cattolica. Poveri illusi grembiulinati, siete destinati a perire miseramente, come Antioco, corroso dai vermi e da piaghe purulenti, già in questa vita, ed a subire i tormenti del vostro baphomet ingannatore che vi vuole suoi schiavi eterni nel fuoco della Geenna, ove … sarà pianto e stridor di denti. Pentitevi, fate penitenza, finché siete in tempo, tornate al vostro Creatore e Redentore … noi altri, non disperiamo, pregheremo anche per voi….  e ricordate:

ET IPSA CONTERET CAPUT VESTRUM!

BOLLA
ECCLESIAM A JESU
DEL SOMMO PONTEFICE
PIO VII

Il Vescovo Pio, servo dei servi di Dio. A perpetua memoria.

1. La Chiesa fondata da Gesù Cristo Salvatore Nostro sopra solida pietra (e contro di essa Cristo promise che non sarebbero mai prevalse le porte dell’inferno) è stata assalita così spesso e da tanti temibili nemici, che se non si frapponesse quella promessa divina che non può venir meno, vi sarebbe da temere che essa potesse soccombere, circuita dalla forza o dai vizi o dall’astuzia. Invero, ciò che accadde in altri tempi si ripete anche e soprattutto in questa nostra luttuosa età che sembra quell’ultimo tempo preannunciato in passato dall’Apostolo: «Verranno gli ingannatori che, secondo i loro desideri, cammineranno nella via dell’empietà» (Gd 18). Infatti nessuno ignora quanti scellerati, in questi tempi difficilissimi, si siano coalizzati contro il Signore e contro Cristo Figlio Suo; costoro si adoperano soprattutto (sebbene con vani sforzi) a travolgere e a sovvertire la stessa Chiesa, ingannando i fedeli (Col II, 8) con una vana e fallace filosofia e sottraendoli alla dottrina della Chiesa. Per raggiungere più facilmente questo scopo, molti di costoro organizzarono occulti convegni e sette clandestine con cui speravano in futuro di trascinare più facilmente numerosi individui ad essere complici della loro congiura e della loro iniquità. 

2. Già da tempo questa Santa Sede, scoperte tali sette, lanciò l’allarme contro di esse con alta e libera voce e rivelò le loro trame contro la Religione e contro la stessa società civile. Già da tempo sollecitò la vigilanza di tutti perché si guardassero in modo che queste sette non osassero attuare i loro scellerati propositi. È tuttavia motivo di rammarico che all’impegno di questa Sede Apostolica non abbia corrisposto l’esito cui essa mirava e che quegli uomini scellerati non abbiano desistito dalla congiura intrapresa, per cui ne sono derivati infine quei mali che Noi stessi avevamo previsto. Anzi, quegli uomini, la cui iattanza sempre si accresce, hanno perfino osato creare nuove società segrete. 

3. A questo punto occorre ricordare una società nata di recente e diffusa in lungo e in largo per l’Italia e in altre regioni: per quanto sia divisa in numerose sette e per quanto assuma talvolta denominazioni diverse e distinte tra loro, in ragione della loro varietà, tuttavia essa è una sola di fatto nella comunanza delle dottrine e dei delitti e nel patto che fu stabilito; essa viene chiamata solitamente dei Carbonari. Costoro simulano un singolare rispetto e un certo straordinario zelo verso la Religione Cattolica e verso la Persona e l’insegnamento di Gesù Cristo Nostro Salvatore, che talvolta osano sacrilegamente chiamare Rettore e grande Maestro della loro società. Ma questi discorsi, che sembrano ammorbiditi con l’olio, non sono altro che dardi scoccati con più sicurezza da uomini astuti, per ferire i meno cauti; quegli uomini si presentano in vesti di agnello ma nell’intimo sono lupi rapaci. 

4. Anche se mancassero altri argomenti, i seguenti persuadono a sufficienza che non si deve prestare alcun credito alle loro parole, cioè: il severissimo giuramento con cui, imitando in gran parte gli antichi Priscillanisti, promettono di non rivelare mai e in nessun caso, a coloro che non sono iscritti alla società, cosa alcuna che riguardi la stessa società, né di comunicare a coloro che si trovano nei gradi inferiori cosa alcuna che riguardi i gradi superiori; inoltre, le segrete e illegali riunioni che essi convocano seguendo l’usanza di molti eretici e la cooptazione di uomini d’ogni religione e di ogni setta nella loro società. 

5. Non occorrono dunque congetture e argomenti per giudicare le loro affermazioni, come più sopra si è detto. I libri da loro pubblicati (nei quali si descrive il metodo che si suole seguire nelle riunioni dei gradi superiori), i loro catechismi, gli statuti e gli altri gravissimi, autentici documenti rivolti a ispirare fiducia, e le testimonianze di coloro che, avendo abbandonato la società cui prima appartenevano, ne rivelarono ai legittimi giudici gli errori e le frodi, dimostrano apertamente che i Carbonari mirano soprattutto a dare piena licenza a chiunque di inventare col proprio ingegno e con le proprie opinioni una religione da professare, introducendo quindi verso la Religione quella indifferenza di cui a malapena si può immaginare qualcosa di più pernicioso. Nel profanare e nel contaminare la passione di Gesù Cristo con certe loro nefande cerimonie; nel disprezzare i Sacramenti della Chiesa (ai quali sembrano sostituirne altri nuovi da loro inventati con suprema empietà) e gli stessi Misteri della Religione Cattolica; nel sovvertire questa Sede Apostolica (nella quale risiede da sempre il primato della Cattedra Apostolica) (Sant’Agostino, Ep. 43) sono animati da un odio particolare e meditano propositi funesti e perniciosi. 

6. Non meno scellerate (come risulta dagli stessi documenti) sono le norme di comportamento che la società dei Carbonari insegna, sebbene impudentemente si vanti di esigere dai suoi seguaci che coltivino e pratichino la carità e ogni altra virtù, e che si astengano scrupolosamente da ogni vizio. Pertanto essa favorisce senza alcun pudore le voluttà più sfrenate; insegna che è lecito uccidere coloro che non rispettarono il giuramento di mantenere il segreto, cui si è fatto cenno più sopra; e sebbene Pietro principe degli Apostoli (1Pt 2,13) prescriva che i Cristiani «siano soggetti, in nome di Dio, ad ogni umana creatura o al Re come preminente o ai Capi come da Lui mandati, ecc.», sebbene l’Apostolo Paolo (Rm III,14) ordini che «ogni anima sia soggetta alle potestà più elevate», tuttavia quella società insegna che non costituisce reato fomentare ribellioni e spogliare del loro potere i Re e gli altri Capi, che per somma ingiuria osa indifferentemente chiamare tiranni. 

7. Questi ed altri sono i dogmi e i precetti di questa società, da cui ebbero origine quei delitti recentemente commessi dai Carbonari, che tanto lutto hanno recato a oneste e pie persone. Noi, dunque, che siamo stati designati come veggenti di quella casa d’Israele che è la Santa Chiesa e che per il Nostro ufficio pastorale dobbiamo evitare che il gregge del Signore a Noi divinamente affidato patisca alcun danno, pensiamo che in una contingenza così grave non possiamo esimerci dall’impedire i delittuosi tentativi di questi uomini. Siamo mossi anche dall’esempio di Clemente XII e di Benedetto XIV di felice memoria, Nostri Predecessori: il primo, il 28 aprile 1738, con la Costituzione «In eminenti», e il secondo, il 18 maggio 1751, con la Costituzione «Providas», condannarono e proibirono le società dei Liberi Muratori, ossia dei Francs Maçons, o chiamate con qualunque altro nome, secondo la varietà delle regioni e degli idiomi; si deve ritenere che di tali società sia forse una propaggine, o certo un’imitazione, questa società dei Carbonari. – E sebbene con due editti promulgati dalla Nostra Segreteria di Stato abbiamo già severamente proscritta questa società, seguendo tuttavia i ricordati Nostri Predecessori pensiamo di decretare, in modo anche più solenne, gravi pene contro questa società, soprattutto perché i Carbonari pretendono, erroneamente, di non essere compresi nelle due Costituzioni di Clemente XII e di Benedetto XIV né di essere soggetti alle sentenze e alle sanzioni in esse previste. 

8. Consultata dunque una scelta Congregazione di Venerabili Fratelli Nostri Cardinali di Santa Romana Chiesa, con il loro consiglio ed anche per motu proprio, per certa dottrina e per meditata Nostra deliberazione, nella pienezza dell’Autorità Apostolica abbiamo stabilito e decretato di condannare e di proibire la predetta società dei Carbonari, o con qualunque altro nome chiamata, le sue riunioni, assemblee, conferenze, aggregazioni, conventicole, così come con il presente Nostro atto la condanniamo e proibiamo. 

9. Pertanto a tutti e a ciascuno dei fedeli di Cristo di qualunque stato, grado, condizione, ordine, dignità e preminenza, sia laici sia chierici, tanto secolari che regolari, degni anche di specifica, individuale ed esplicita menzione, ordiniamo rigorosamente e in virtù della santa obbedienza che nessuno, sotto qualsivoglia pretesto o ricercato motivo, osi o pretenda di fondare , diffondere o favorire, e nella sua casa o dimora o altrove accogliere e nascondere la predetta società dei Carbonari, o altrimenti detta, come pure di iscriversi od aggregarsi ad essa o di intervenire a qualunque grado di essa o di offrire la facoltà e l’opportunità che essa si convochi in qualche luogo o di elargire qualcosa ad essa o in altro modo prestare consiglio, aiuto o favore palese od occulto, diretto o indiretto, per essa stessa o per altri; e ancora di esortare, indurre, provocare o persuadere altri ad iscriversi, ad aggregarsi o a intervenire in tale società o in qualunque grado di essa o di giovarle o favorirla comunque. I fedeli debbono assolutamente astenersi dalla società stessa, dalle sue adunanze, riunioni, aggregazioni o conventicole sotto pena di scomunica in cui incorrono sull’istante tutti i contravventori sopra indicati, senza alcun’altra dichiarazione; dalla scomunica nessuno potrà venire assolto se non da Noi o dal Romano Pontefice pro tempore, salvo che si trovi in punto di morte. 

10. Inoltre prescriviamo a tutti, sotto la stessa pena di scomunica, riservata a Noi e ai Romani Pontefici Nostri Successori, l’obbligo di denunciare ai Vescovi, o ad altri competenti, tutti coloro che sappiano aver aderito a questa società o che si sono macchiati di alcuno dei delitti più sopra ricordati. 

11. Infine, per allontanare con più efficacia ogni pericolo di errore, condanniamo e proscriviamo tutti i cosiddetti catechismi e libri dei Carbonari, ove costoro descrivono ciò che si è soliti fare nelle loro riunioni; così pure i loro statuti, i codici e tutti i libri scritti in loro difesa, sia stampati, sia manoscritti. A tutti i fedeli, sotto la stessa pena di scomunica maggiore parimenti riservata, proibiamo i libri suddetti, o la lettura o la conservazione di alcuno di essi; e ordiniamo che quei libri siano consegnati senza eccezione agli Ordinari del luogo o ad altri cui spetti il diritto di riceverli. 

12. Vogliamo inoltre che ai transunti, anche stampati, della presente Nostra lettera, sottoscritti per mano di qualche pubblico notaio e muniti del sigillo di persona investita di dignità ecclesiastica, si presti quella stessa fede che si concederebbe alla lettera originale se fosse presentata o mostrata. 

13. Perciò a nessuno sia lecito strappare o contraddire con temeraria arroganza questo testo della Nostra dichiarazione, condanna, ordine, proibizione e interdetto. Se qualcuno osasse tentare ciò, sappia che incorrerà nello sdegno di Dio Onnipotente e dei beati suoi Apostoli Pietro e Paolo. 

Dato a Roma, presso Santa Maria Maggiore, nell’anno dell’Incarnazione del Signore 1821, il giorno 13 settembre, nell’anno ventiduesimo del Nostro Pontificato.

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO E… PURE GLI SCOMUNICATI: SS. BENEDETTO XIV- “PROVIDAS ROMANORUM PONTIFICUM”

Questo documento apostolico di S. S. Benedetto XIV, è una conferma ed una ulteriore presa di posizione decisa contro le sette infernali della c. d. Massoneria, della precedente Bolla di S.S. Clemente XII. Nessuna novità rispetto al passato, anzi ulteriore ferma condanna per il nemico dichiarato, e oramai disvelato, della Chiesa Cattolica. Nuova scomunica, nuova condanna alla dannazione eterna per gli aderenti a qualsiasi titolo, giusto l’espressione dell’Apostolo delle genti: « … quae autem conventio Christi ad Belial? aut quæ pars fideli cum infideli? » [… quale accordo tra Cristo e belial, quale parte tra fedeli ed infedeli?]. Stiano attenti tutti, in particolare i cani muti, i mercenari in talare, i lupi con la mitra [… ed il mitra spirituale dell’eresia e della falsa dottrina che ha posto l’abominio della desolazione sugli altari, giusto le parole di S Girolamo – Omelia comm. al capo XXIV di S. Matteo – che ci illumina: « L’abbominazione della desolazione » si può intendere anche ogni dottrina perversa – come il modernismo postconciliare, che è la somma di tutte le eresie! ndr. – : così, se noi vedremo l’errore drizzarsi nel luogo santo, cioè nella Chiesa, e spacciarsi per Dio, dobbiamo fuggire dalla Giudea sui monti, ossia, abbandonare « la Lettera che uccide » 2Cor. III, 6 e la perversità dei Giudei … – cioè la setta del Novus Ordo, più chiaro di così!! – ndr.- ], gli scrittori ed i giornalisti complici divulgatori, i politici ispirati ai principi massonici, e simili: per tutti è già acceso il fuoco eterno riservato ai riprovati ed a coloro che hanno operato contro Cristo, la sua Chiesa, ed il suo Vicario: il Signore non farà sconti a nessuno e si pagherà fino … all’ultimo spicciolo, come il divin Redentore assicura con ammonizione evangelica. Anche se si siede fraudolentemente sulla cattedra di Pietro, pur in compagnia eccellente degli Illuminati e del suo Patriarca, uguale, anzi ancor peggiore, sarà la sorte. Guai, guai a chi semina scandali ed adesca anime create per rendere gloria a Dio. Guai a questi ladri della gloria di Dio, per essi non ci saranno né avvocati, né giudici corrotti, nè compagni di loggia, nè “superiori sconosciuti” a difenderli, solo la giustizia divina incomberà inesorabile e senza misericordia per gli impenitenti finali. Ravvedetevi, maledetti, fatte un atto di contrizione sincero, rinunciate a satana e tornate al vostro vero Padre celeste! « … Providas Romanorum Pontificum  prædecessorum Nostrorum leges atque sanctiones, non solum eas … »

Benedetto XIV (1751)

PROVIDAS ROMANORUM PONTIFICUM

Benedictus Episcopus, Servus servorum Dei ad perpetuam rei memoriam

I. Giudichiamo doveroso, con un nuovo intervento della Nostra autorità, rinsaldare e confermare – in quanto lo richiedono giusti e gravi motivi – le provvide leggi e le sanzioni dei Romani Pontefici Nostri Predecessori: non soltanto quelle leggi e quelle sanzioni il cui vigore o per il processo del tempo o per la noncuranza degli uomini temiamo si possano rallentare od estinguere, ma anche quelle che recentemente hanno ottenuto forza e pieno vigore. Di fatto Clemente XII, Nostro Predecessore di felice memoria, con la sua Lettera apostolica del 28 aprile dell’anno dell’Incarnazione del Signore 1738, anno ottavo del suo Pontificato – Lettera diretta a tutti i fedeli e che comincia In eminenti – condannò per sempre e proibì alcune Società, Unioni, Riunioni, Adunanze, Conventicole o Aggregazioni volgarmente chiamate dei Liberi Muratori o des Francs Maçons, o diversamente denominate, già allora largamente diffuse in certi Paesi e che ora sempre più aumentano. Egli vietò a tutti e ai singoli Cristiani (sotto pena di scomunica da incorrersi ipso facto senza alcuna dichiarazione, dalla quale nessuno potesse essere assolto da altri, se non in punto di morte, all’infuori del Romano Pontefice pro tempore) di tentare o ardire di entrare in siffatte Società, propagarle o prestare loro favore o ricetto, occultarle, iscriversi ad esse, aggregarsi o intervenirvi, ed altro, come nella stessa Lettera più largamente e più ampiamente è contenuto.

II. Ma poiché, per quanto Ci è stato riferito, alcuni non hanno avuto difficoltà di affermare e diffondere pubblicamente che la detta pena di scomunica imposta dal Nostro Predecessore non è più operante perché la relativa Costituzione non è poi stata da Noi confermata, quasi che sia necessaria, perché le Apostoliche Costituzioni mantengano validità, la conferma esplicita del successore;

III. ed essendo stato suggerito a Noi, da parte di alcune persone pie e timorate di Dio, che sarebbe assai utile eliminare tutti i sotterfugi dei calunniatori e dichiarare l’uniformità dell’animo Nostro con l’intenzione e la volontà dello stesso Predecessore, aggiungendo alla sua Costituzione il nuovo voto della Nostra conferma;

IV. Noi certamente, fino ad ora, quando abbiamo benignamente concesso l’assoluzione dalla incorsa scomunica, sovente prima e principalmente nel passato anno del Giubileo, a molti fedeli veramente pentiti e dolenti di avere trasgredito le leggi della stessa Costituzione e che assicuravano di cuore di allontanarsi completamente da simili Società e Conventicole, e che per l’avvenire non vi sarebbero mai tornati; o quando accordammo ai Penitenzieri da Noi delegati la facoltà di impartire l’assoluzione a Nostro nome e con la Nostra autorità a coloro che ricorressero ai Penitenzieri stessi; e quando con sollecita vigilanza non tralasciammo di provvedere a che dai competenti Giudici e Tribunali si procedesse in proporzione del delitto compiuto contro i violatori della Costituzione stessa, il che fu effettivamente più volte eseguito; abbiamo certamente fornito argomenti non solo probabili ma del tutto evidenti ed indubitabili, attraverso i quali si sarebbero dovute comprendere le disposizioni dell’animo Nostro e la ferma e deliberata volontà consenzienti con la censura imposta dal predetto Clemente Predecessore. Se un’opinione contraria si divulgasse intorno a Noi, Noi potremmo sicuramente disprezzarla e rimettere la Nostra causa al giusto giudizio di Dio Onnipotente, pronunciando quelle parole che un tempo si recitavano nel corso delle sacre funzioni: “Concedi o Signore, te ne preghiamo, che Noi non curiamo le calunnie degli animi perversi, ma conculcata la perversità medesima supplichiamo che Tu non permetta che siamo afflitti dalle ingiuste maldicenze o avviluppati dalle astute adulazioni, ma che amiamo piuttosto ciò che Tu comandi”. Così riporta un antico Messale attribuito a San Gelasio, Nostro Predecessore, e che dal Venerabile Servo di Dio il Cardinale Giuseppe Maria Tommasi fu inserito nella Messa che s’intitola Contro i maldicenti.

V. Tuttavia, affinché non si potesse dire che Noi avevamo imprudentemente omesso qualche cosa, al fine di eliminare agevolmente i pretesti alle menzognere calunnie e chiudere loro la bocca; udito prima il consiglio di alcuni Venerabili Nostri Fratelli Cardinali della Santa Romana Chiesa, abbiamo decretato di confermare la stessa Costituzione del Nostro Predecessore, parola per parola, come sopra riportato in forma specifica, la quale sia considerata come la più ampia ed efficace di tutte: la confermiamo, convalidiamo, rinnoviamo e vogliamo e decretiamo che abbia perpetua forza ed efficacia per Nostra sicura scienza, nella pienezza della Nostra Apostolica autorità, secondo il tenore della medesima Costituzione, in tutto e per tutto, come se fosse stata promulgata con Nostro motu proprio e con la Nostra autorità, e fosse stata pubblicata per la prima volta da Noi.

VI. Per la verità, fra i gravissimi motivi delle predette proibizioni e condanna esposti nella sopra riportata Costituzione ve n’è uno, in forza del quale in tali Società e Conventicole possano unirsi vicendevolmente uomini di qualsiasi religione e setta; è chiaro quale danno si possa recare alla purezza della Religione Cattolica. Il secondo motivo è la stretta e impenetrabile promessa di segreto, in forza del quale si nasconde ciò che si fa in queste adunanze, cui meritamente si può applicare quella sentenza che Cecilio Natale, presso Minucio Felice, addusse in una causa ben diversa: « Le cose oneste amano sempre la pubblica luce; le scelleratezze sono segrete ». Il terzo motivo è il giuramento con il quale s’impegnano ad osservare inviolabilmente detto segreto, quasi che sia lecito a qualcuno, interrogato da legittimo potere, con la scusa di qualche promessa o giuramento di sottrarsi all’obbligo di confessare tutto ciò che si ricerca, per conoscere se in tali Conventicole si faccia qualche cosa contraria alla stabilità e alle leggi della Religione e della Repubblica. Il quarto motivo è che queste Società si oppongono alle Sanzioni Civili non meno che alle Canoniche, tenuto conto, appunto, che ai sensi del Diritto Civile si vietano tutti i Collegi e le adunanze formati senza la pubblica autorità, come si legge nelle Pandette (libro 47, tit. 22, De Collegiis et corporibus illicitis), e nella celebre lettera (n. 97 del libro 10) di C. Plinio Cecilio, il quale, riferisce che fu proibito per suo Editto, giusta il comandamento dell’Imperatore, che si tenessero le Eterie, cioè che potessero esistere e riunirsi Società e adunanze senza l’autorizzazione del Principe. Il quinto motivo è che in molti Paesi le citate Società e Aggregazioni sono già state proscritte e bandite con leggi dei Principi Secolari. Infine, l’ultimo motivo è che presso gli uomini prudenti ed onesti si biasimavano le predette Società e Aggregazioni: a loro giudizio chiunque si iscriveva ad esse incorreva nella taccia di pravità e perversione.

VII. Infine lo stesso Predecessore nella sopra riportata Costituzione esorta i Vescovi, i Superiori Prelati e gli altri Ordinari dei luoghi a non trascurare d’invocare l’aiuto del braccio secolare qualora occorra per l’esecuzione di tale disposizione.

VIII. Tutte queste cose, anche singolarmente, non solo si approvano e si confermano da Noi, ma anche si raccomandano e si ingiungono ai Superiori Ecclesiastici; ma Noi stessi, per debito della Apostolica sollecitudine, con la presente Nostra Lettera invochiamo e con vivo affetto ricerchiamo il soccorso e l’aiuto dei Principi Cattolici e dei secolari Poteri –essendo gli stessi Principi Supremi e Podestà eletti da Dio quali difensori della fede e protettori della Chiesa –affinché sia loro cura adoperarsi nel modo più efficace perché alle Apostoliche Costituzioni si abbiano il dovuto ossequio e la più assoluta obbedienza. Ciò riportarono alla loro memoria i Padri del Concilio Tridentino (sess. 25, cap. 20), e molto prima l’aveva egregiamente dichiarato l’Imperatore Carlo Magno nei suoi Capitolati (tit. I, cap. 2), nei quali, dopo aver comandato a tutti e i suoi sudditi l’osservanza delle Sanzioni Ecclesiastiche, aggiunse queste parole: “In nessun modo possiamo conoscere come possano essere fedeli a noi coloro che si mostrano infedeli a Dio e disubbidienti ai suoi sacerdoti”. Conseguentemente impose a tutti i Presidenti e ai Ministri delle sue province che obbligassero tutti e i singoli a prestare la dovuta obbedienza alle leggi della Chiesa. Inoltre comminò gravissime pene contro coloro che trascurassero di fare ciò, aggiungendo fra l’altro: “Coloro poi che in queste cose (il che non avvenga) saranno trovati negligenti e trasgressori, sappiano che non conserveranno gli onori nel nostro Impero, ancorché siano nostri figlioli; né avranno posto nel Palazzo, né con noi né coi nostri fedeli avranno società o comunanza, ma piuttosto pagheranno la pena nelle angustie e nelle ristrettezze”.

IX. Vogliamo poi che alle copie della presente, ancorché stampate, sottoscritte di mano di qualche pubblico Notaio e munite del sigillo di persona costituita in dignità Ecclesiastica, sia prestata la stessa fede che si presterebbe alla Lettera se fosse esibita o mostrata nell’originale.

X. A nessuno dunque, assolutamente, sia permesso violare, o con temerario ardimento contraddire questa pagina della Nostra conferma, innovazione, approvazione, comandamento, invocazione, richiesta, decreto e volontà. Se qualcuno osasse tanto, sappia che incorrerà nello sdegno di Dio Onnipotente e dei Santi Apostoli Pietro e Paolo.

Dato in Roma, presso Santa Maria Maggiore, il 18 marzo dell’anno dell’Incarnazione del Signore 1751, undicesimo anno del Nostro Pontificato.

[Bullarium t. 3, pp. 373-377]

UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO … E PURE GLI SCOMUNICATI: SS. CLEMENTE XII – “IN EMINENTI”

Il nemico della Chiesa e dell’umanità, braccio operante di satana e dei suoi adepti, la setta massonica, viene già individuata dal Santo Padre Clemente XII fin dal 1738, cioè una ventina di anni dopo la sua costituzione ufficiale, anche se era ben presente con denominazioni ed aggregazioni varie da alcuni secoli, … pensiamo ai Rosa Croce, alle pseudo-accademie e lincei nazionali, ai mitrei ove si praticava il culto di Mitra e del dio sole [uno dei capisaldi esoterici tuttora attuali delle conventicole massoniche, noto come “eliocentrismo”, rivestito con falso sapere astronomico da una maschera razional-scientifica che ancora oggi si serve di foto taroccate e di filmati cinematografici di enti pseudospaziali che foraggiano abbondantemente falsi scienziati e fasulli esperti giornalisti, per dimostrare la realtà assurda della terra-palla che si opponga – ridicolizzandola – alla verità biblica mostrata nelle Sacre Scritture], agli occultismi alchemici [dei Newton, Keplero, Bacone, Galileo etc.], ai cabalismi gnostici e a tante altre deliranti diavolerie suggerite dai demoni di turno ad uomini corrotti e orgogliosi del loro nulla; gli effetti di questa satanica aggregazione, già si facevano sentire nella società dell’epoca tanto da generare sospetti, poi divenuti certezze, che indussero il Sommo Pontefice ad una condanna netta, senza appello per chiunque aderisse, in qualsiasi veste, a queste associazioni che accoppiavano ai ridicoli loro pseudo-culti [ornati da grembiulini, medagliette, cappelli frigi con pendagli e nastrini vari…], la corruzione della società e l’odio accanito contro la santa Chiesa Cattolica e contro il Cristo ed il suo Vicario. Si tratta della prima ferma condanna di questo movimento infernale che doveva diffondersi a macchia d’olio nel mondo intero realizzando le profezie sul “mistero dell’iniquità” del quale San Paolo parlava già ai fedeli di Tessalonica. Nessuna simulazione, nessuno sconto per i seguaci del baphomet-lucifero, i sedicenti “figli della vedova”, come amano definirsi, secondo una ridicola favola massonica, i seguaci di satana e nemici di Cristo: « … decretiamo doversi condannare e proibire, come con la presente Nostra Costituzione, da valere in perpetuo, condanniamo e proibiamo le predette Società, Unioni, Riunioni, Adunanze, Aggregazioni o Conventicole dei Liberi Muratori o des Francs Maçons, o con qualunque altro nome chiamate. ». Abbiamo sottolineato le parole “in perpetuo” onde chiarire a tutti gli attuali aderenti alle conventicole, purtroppo attualmente infiltranti, anzi dominanti i sacri palazzi e la falsa “chiesa dell’uomo”, di montiniana istituzione, di cui hanno le redini in mano saldamente [… non della Chiesa Cattolica, come alcuni eretici e scismatici presumono, poiché la vera Chiesa Cattolica, il Corpo mistico di Cristo, Sposa immacolata senza macchia e senza ruga del divin Coniuge, Maestra e luce del mondo, non è e non sarà mai macchiata dalle infamie della setta del “novus ordo” che si spaccia per Chiesa Cattolica … la Chiesa Cattolica, secondo il permesso di Dio e a nostra prova, è “eclissata”, nelle catacombe e nei sotterranei, è vero ed evidente, ma c’è, pur perseguitata e scacciata da ogni dove, ed è quella di sempre, nei riti e nella dottrina, pronta a risorgere, più viva e splendente che mai, quando tutti gli empi la dichiareranno oramai morta e sepolta], che la loro sentenza è già pronunziata ed è definitiva, ed il fuoco preparato dal loro “padre”, li aspetta superalimentato sette volte: « … sotto pena di scomunica per tutti i contravventori, come sopra, da incorrersi ipso facto, e senza alcuna dichiarazione, dalla quale nessuno possa essere assolto, se non in punto di morte, da altri all’infuori del Romano Pontefice pro tempore » (tradotto in altri termini, significa: scomunica latæ sententiæ riservata in modo speciale alla Santa Sede). E questo vale anche per i discendenti del “cavaliere kadosh” di Lille, che ha generato e partorito una marea di disgraziati, tra falsi prelati e ingannati fedeli, tutti sotto questa scomunica ed a quella degli altri successivi confermanti documenti apostolici. – Dopo aver letto la Bolla, al “pusillus grex” dei Cattolici non resta che pregare per tali sventurati ed offrirsi ostia sacrificale per la salvezza di questi poveracci che, senza una grazia speciale, sono oramai destinati all’eterna dannazione.

BOLLA DOGMATICA

“IN EMINENTI”

DEL SOMMO PONTEFICE CLEMENTE XII

“Sulla Condanna della Massoneria”

CLEMENTE PP. XII

Servo dei servi di Dio

A tutti i fedeli, salute ed Apostolica Benedizione!

Posti per volere della Clemenza Divina, benché indegni, nell’eminente Sede dell’Apostolato, onde adempiere al debito della Pastorale provvidenza affidato a Noi, con assidua diligenza e con premura, per quanto Ci è concesso dal Cielo, abbiamo rivolto il pensiero a quelle cose per mezzo delle quali – chiuso l’adito agli errori ed ai vizi – si conservi principalmente l’integrità della Religione Ortodossa, e in questi tempi difficilissimi vengano allontanati da tutto il mondo Cattolico i pericoli dei disordini. Già per la stessa pubblica fama Ci è noto che si estendono in ogni direzione, e di giorno in giorno si avvalorano, alcune Società, Unioni, Riunioni, Adunanze, Conventicole o Aggregazioni comunemente chiamate dei Liberi muratori o des Francs Maçons, o con altre denominazioni chiamate a seconda della varietà delle lingue, nelle quali con stretta e segreta alleanza, secondo loro Leggi e Statuti, si uniscono tra di loro uomini di qualunque religione e setta, contenti di una certa affettata apparenza di naturale onestà. Tali Società, con stretto giuramento preso sulle Sacre Scritture, e con esagerazione di gravi pene, sono obbligate a mantenere un inviolabile silenzio intorno alle cose che esse compiono segretamente. Ma essendo natura del delitto manifestarsi da se stesso e generare il rumore che lo denuncia, ne deriva che le predette Società o Conventicole hanno prodotto tale sospetto nelle menti dei fedeli, secondo il quale per gli uomini onesti e prudenti l’iscriversi a quelle aggregazioni è lo stesso che macchiarsi dell’infamia di malvagità e di perversione: se non operassero iniquamente, non odierebbero tanto decisamente la luce. Tale fama è cresciuta in modo così considerevole, che dette Società sono già state proscritte dai Prìncipi secolari in molti Paesi come nemiche dei Regni, e sono state provvidamente eliminate. Noi pertanto, meditando sui gravissimi danni che per lo più tali Società o Conventicole recano non solo alla tranquillità della temporale Repubblica, ma anche alla salute spirituale delle anime, in quanto non si accordano in alcun modo né con le Leggi Civili né con quelle Canoniche; ammaestrati dalle Divine parole di vigilare giorno e notte, come servo fedele e prudente preposto alla famiglia del Signore, affinché questa razza di uomini non saccheggi la casa come ladri, né come le volpi rovini la Vigna; affinché, cioè, non corrompa i cuori dei semplici né ferisca occultamente gl’innocenti; allo scopo di chiudere la strada che, se aperta, potrebbe impunemente consentire dei delitti; per altri giusti e razionali motivi a Noi noti, con il consiglio di alcuni Venerabili Nostri Fratelli Cardinali della Santa Romana Chiesa, a ancora motu proprio, con sicura scienza, matura deliberazione e con la pienezza della Nostra Apostolica potestà, decretiamo doversi condannare e proibire, come con la presente Nostra Costituzione, da valere in perpetuo, condanniamo e proibiamo le predette Società, Unioni, Riunioni, Adunanze, Aggregazioni o Conventicole dei Liberi Muratori o des Francs Maçons, o con qualunque altro nome chiamate. Pertanto, severamente, ed in virtù di santa obbedienza, comandiamo a tutti ed ai singoli fedeli di qualunque stato, grado, condizione, ordine, dignità o preminenza, sia Laici, sia Chierici, tanto Secolari quanto Regolari, ancorché degni di speciale ed individuale menzione e citazione, che nessuno ardisca o presuma sotto qualunque pretesto o apparenza di istituire, propagare o favorire le predette Società dei Liberi Muratori o Francs Maçons o altrimenti denominate; di ospitarle o nasconderle nelle proprie case o altrove; di iscriversi ed aggregarsi ad esse; di procurare loro mezzi, facoltà o possibilità di convocarsi in qualche luogo; di somministrare loro qualche cosa od anche di prestare in qualunque modo consiglio, aiuto o favore, palesemente o in segreto, direttamente o indirettamente, in proprio o per altri, nonché di esortare, indurre, provocare o persuadere altri ad iscriversi o ad intervenire a simili Società, Unioni, Riunioni, Adunanze, Aggregazioni o Conventicole, sotto pena di scomunica per tutti i contravventori, come sopra, da incorrersi ipso facto, e senza alcuna dichiarazione, dalla quale nessuno possa essere assolto, se non in punto di morte, da altri all’infuori del Romano Pontefice pro tempore. Vogliamo inoltre e comandiamo che tanto i Vescovi, i Prelati Superiori e gli altri Ordinari dei luoghi, quanto gl’Inquisitori dell’eretica malvagità deputati in qualsiasi luogo, procedano e facciano inquisizione contro i trasgressori di qualunque stato, grado, condizione, ordine dignità o preminenza, e che reprimano e puniscano i medesimi con le stesse pene con le quali colpiscono i sospetti di eresia. Pertanto concediamo e attribuiamo libera facoltà ad essi, e a ciascuno di essi, di procedere e di inquisire contro i suddetti trasgressori, e di imprigionarli e punirli con le debite pene, invocando anche, se sarà necessario, l’aiuto del braccio secolare. Vogliamo poi che alle copie della presente, ancorché stampate, sottoscritte di mano di qualche pubblico Notaio e munite di sigillo di persona costituita in dignità Ecclesiastica, sia prestata la stessa fede che si presterebbe alla Lettera se fosse esibita o mostrata nell’originale. A nessuno dunque, assolutamente, sia permesso violare, o con temerario ardimento contraddire questa pagina della Nostra dichiarazione, condanna, comandamento, proibizione ed interdizione. Se qualcuno osasse tanto, sappia che incorrerà nello sdegno di Dio Onnipotente e dei Santi Apostoli Pietro e Paolo.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 28 aprile 1738, anno nono del Nostro Pontificato.

Clemente P.P. XII

LO SCUDO DELLA FEDE (66)

LO SCUDO DELLA FEDE (66)

[S. Franco: ERRORI DEL PROTESTANTISMO, Tip. delle Murate, FIRENZE, 1858]

PARTE SECONDA.

FRODI PER CUI S’INTRODUCE IL PROTESTANTISMO

CAPITOLO I.

PRIMA FRODE. SIMULARE VIRTÙ E SANTITÀ.

Se il demonio si facesse vedere a tentare gli uomini visibilmente non otterrebbe niente da loro, perché tutti si armerebbero col segno della S. Croce e lo metterebbero in fuga. Così i Protestanti che vogliono sedurre le vostre anime, se vi facessero vedere tutta la bruttezza e deformità delle loro dottrine non guadagnerebbero niente; e perciò si trasformano in tutt’altro e prendono sembiante e apparenza di Santi per ingannare. Imitano in ciò gli antichi Eretici i quali hanno sempre posto in opera, secondo che osservano gli antichi Padri, ogni sorta di frodi per riuscire nel loro intento e verificano così le parole di Gesù Cristo, che ci vengono innanzi con pelli di pecora, mentre nell’interno sono lupi rapaci.

Il perché io stimo opportuno di premunirvi contro coteste arti, svelandovi le insidie che più comunemente essi tendono in questi tempi. La prima di tutte è fingere zelo della virtù ed amore alla santità. Da principio non vi parlano d’altro che di Gesù Cristo, dell’amare il prossimo, di non rubare, di non bestemmiare, di adorare Dio in spirito e verità, cose tutte molto buone e molto giuste: e poi quando vi hanno guadagnato con tutte queste apparenze di santità, v’insinuano il veleno nascostamente. Così facevano per testimonianza d’Origene gli Eretici Marcionisti, Valentiniani, Apostolici ed altri i quali mostrando una certa mansuetudine, carità del prossimo, amor della giustizia ed alcuni (sebbene pochi invero) perfino una certa castità, cercavano di farsi credito per propagare più efficacemente i loro errori. Ora voi state in guardia contro questa prima frode, perché per sapere che abbiamo da amare Gesù Cristo non abbiamo bisogno che i Protestanti ce lo insegnino. I nostri Parrochi, i nostri sacerdoti ci ricordano sempre che Gesù Cristo è il nostro buon Dio, il nostro Padre, l’unico nostro Salvatore. il quale venne sulla terra per nostro amore, visse ed operò sempre per nostro amore, patì e morì sempre per amor nostro; che dobbiamo sperare in Lui, amare Lui con tutto il nostro cuore, ed obbedirgli in tutto quello che ci ha comandato. Non vengono ad insegnarci una cosa nuova quando dicono che dobbiamo amarci scambievolmente. E chi non sa che la S. Religione Cattolica non raccomanda mai altro se non se che i padri amino i figliuoli, i figliuoli i padri, le mogli i mariti ed i mariti le mogli, che i fratelli si trattino da buoni fratelli, che i parenti si riguardino da buoni parenti, che in una parola niuno porti odio al suo prossimo, ma che ciascuno anzi procuri di fare del bene anche a chi gli ha fatto del male? Avevamo proprio bisogno che venissero costoro con tutte le loro smorfie ad insegnarci queste verità! Così pure menano tanto strepito perché ti raccomandano ed inculcano di non bestemmiare. Oh davvero, che se non venivano essi ad ammaestrarci, noi non lo sapevamo! E come dunque tanto si predica contro la bestemmia? E perché si sono anche erette società ed aggregazioni per sterminarla da questo mondo? e perché i Confessori quando veggono che uno non fa nessuno studio per emendarsene, gli negano perfino la santa assoluzione? È poi bella che ci raccomandano di adorare Iddio in spirito e verità, quasi i Cattolici non lo raccomandassero più di loro, e non solo lo raccomandassero, ma anche non lo praticassero più di loro! Che cosa vuol dire adorare Iddio in ispirito e verità? Vuol dire non contentarsi di lodarlo con la bocca, di onorarlo con atti esterni, ma accompagnare tutti gli atti del divin culto anche col cuore e soprattutto eseguire con l’opera tutto quello che Egli ci comanda. Questo è adorare in spirito e verità. Ora che altra cosa raccomanda la S. Chiesa Cattolica se non se che impieghiamo il nostro cuore in tutto quello che riguarda il divin culto? Non è forse vero che c’inculca sempre che nella preghiera non ci contentiamo di profferire le parole come i pappagalli, ma che lo facciamo col cuore? Non è forse vero che quando ci abbiamo a confessare, sempre ci si prescrive che ci pentiamo dei nostri peccati con tutto il cuore e che altrimenti la confessione non serve a nulla? Non è forse vero che nella S. Comunione e poi in tutti i tempi c’insinua d’amare il nostro buon Gesù con tutto il cuore, offerendogli tutti i nostri pensieri, i nostri sentimenti, i nostri affetti? E perché in certe belle solennità della Madonna, ci fa pregare questa S. Madre perché offra Ella stessa a Gesù il nostro cuore? Non sono tutte queste le cose che sempre ci inculca la S. Chiesa Cattolica? Ci era dunque proprio di bisogno che venissero i Protestanti ad insegnarci queste verità? – Quanto all’eseguire la volontà di Gesù espressaci nei suoi Santi Comandamenti, dite, non è vero che quello che sempre vi hanno inculcato i vostri Parrochi, i vostri Sacerdoti è che non basta dire che vogliamo esser buoni, ma che bisogna contentare Gesù facendo quello che Egli ci comanda? Che bisogna che i padri e le madri di famiglia vigilino sopra i figliuoli, che i figliuoli onorino i genitori, che non si ha da rubare, che si ha da santificare la Festa, che sono un gran peccato le imprecazioni, gli spergiuri, le bestemmie, le carnalità, in una parola tutte le violazioni dei divini Comandamenti? Non è forse vero che ripetono sempre che non bastano le buone parole, ma che ci vogliono i fatti, cioè sodisfare agli obblighi del proprio stato? E adesso vengono costoro ad insegnarci tutte queste cose, quasi noi Cattolici non le sapessimo e non le avessimo inculcate prima che essi venissero al mondo? Eh sappiamo anche noi più di loro che bisogna adorare Iddio in ispirito e verità. Sapete però il fine per cui raccomandano tutte queste cose? Non perché loro importino, ma lo fanno per ingannare i semplici. Dopo che hanno raccomandato tutte queste cose buone, passano ad insinuare il loro veleno di nascosto: fanno come certi venditori di grano che ne mettono un poco di buono alla bocca del sacco e poi più sotto è grano cattivo. Così essi, dopo che si sono acquistati un poco di credito con l’avere raccomandate queste cose buone, v’insinuano poi tante cose pessime. Dicono che è buona la carità, ma poi soggiungono che non è necessario andare in Chiesa, sentire la S. Messa, confessarsi dei propri peccati, osservare la S. Quaresima. Dicono che non bisogna bestemmiare, ecco il grano buono: ma poi vi danno il grano cattivo, soggiungendo che non bisogna dare retta ai Sacerdoti di Dio, che non bisogna ascoltare la loro parola, che non bisogna lasciarsi far paura dei castighi che minacciano a nome del Signore. Dicono che bisogna adorare Dio in ispirito e verità, ecco il grano buono; ma poi dopo vi danno il grano cattivo dicendo che non è necessario ricevere la S. Comunione, che non è buono il raccomandarsi alla Madonna ed ai Santi, che non ci vogliono tutte queste cerimonie che adopera la S. Chiesa. Ah lupi traditori! Avreste mai creduto che per ingannarvi fossero capaci di fare tante lustre, tante mostre di pietà? È proprio quello che vi diceva: si ricoprono con la pelle di pecora per assalirvi. Ora voi fate così: quando cominciate a sentire tutte quelle antifone, mettetevi subito in guardia e levateveli dintorno prontamente rispondendo che certo bisogna adorare Iddio in ispirito e verità, ma che non per questo bisogna tralasciare tutti i mezzi esteriori della pietà, come sono le Preci, la Messa, i Sacramenti, le opere buone, com’essi v’insinuano: che anzi bisogna praticarle con ogni fervore perché son quelle per cui si giunge alla vera adorazione fatta in ispirito e verità.

GNOSI, TEOLOGIA DI sATANA(37): GNOSI E TRADIZIONE -3-

LA GNOSI, TEOLOGIA DI Satana (37)

Gnosi e “tradizione” -3-

 

1. Dal Paganesimo al Cristianesimo ed alla super-chiesa: da de Maistre a Newmann e Pusey.

Joseph de Maistre, rifugiato nel 1792 a Losanna in Svizzera, legge un’opera di Dutoit-Mambrini, discepolo di Claude de Saint-Martin, sotto lo pseudonimo do Keleph-Ben-Nathan, apparsa nello stesso anno in questa città ed intitolato: « Filosofia divina applicata ai lumi naturali, magica, astrale, soprannaturale, celeste o divina, o: Immutabili verità che Dio ha rivelato di Se stesso nelle sue opere, nel triplo specchio analogico dell’universale, dell’uomo e della rivelazione scritta ». È in particolare nelle sue “Chiarificazioni sui Sacrifici”, che andremo a ritrovare il pensiero di Joseph de Maistre sulla religione universale. Egli cita un libro pubblicato nel 1730 da Guillaume de Lavaur: Conferenza della “favola con la sacra Scrittura”, in cui si vede che le grandi fiabe, i culti e i misteri del paganesimo non sono che delle copie alterate della storia e delle tradizioni degli Ebrei. – Da questa opera apologetica, erudita ma con riferimenti contestabili, de Maistre trae questa conclusione: che « le tradizioni antiche son tutte vere, che il paganesimo intero non è che un sistema di verità corrotte e trasportate, e che è sufficiente ripulirle, per così dire, e rimetterle al loro posto per vederle brillare con  tutti i suoi raggi. » (Serate, II intrattenimento). – Egli precisa che gli scritti di Plutarco, di Senofonte, di Platone, “questa prefazione del Vangelo” e gli insegnamenti di Socrate sono piene di idee di una suggestiva rassomiglianza con certi insegnamenti giudaici e cristiani. Egli compara, senza esitare, gli dei del paganesimo agli Angeli ed ai Santi del Cristianesimo. – Scrive pure, a conclusione della sua opera “Il Papa”, una invocazione al Panteon della Roma eterna: « Tutti i santi al posto di tutti gli dei! È nel Panteon che il paganesimo è stato rettificato e ricondotto al sistema primitivo del quale era una corruzione visibile. Il nome di Dio, senza dubbio, è esclusivo ed incomunicabile; tuttavia ci sono più dei sulla terra ed in cielo. Ci sono delle intelligenze, delle nature migliori, degli uomini divinizzati. Gli dei del Cristianesimo sono i Santi … » Maistre ha trovato l’ispirazione di questa “piece” in un passaggio de « Il pio Theyer, nella relazione che ha dato della sua conversione ». [Religion 30 dic. 1805 e 11 genn. 1806] – Quale differenza allora c’è tra l’apoteosi antica e la canonizzazione? Esculapio non era per Senofonte che quel che chiamiamo un santo … « Nessuno dubita – precisa – 1° che non si può passare subitaneamente dal culto di Jéhowa a quello degli spiriti; 2° che gli dei delle nazioni erano agli occhi degli antichi adoratori del vero Dio, dei veri dei; 3° ma che questi veri dei, erano e potevano essere degli dei malvagi [Mélange B, nov. 1807] ». Egli aggiunge nelle sue “Chiarificazioni sui sacrifici”: « … una credenza giusta nella radice, ma corrotta da questa forza che aveva coinvolto tutto, e aveva generato, malgrado la ragione, malgrado la pietà naturale, l’uso generale dei sacrifici di animali e di piante ed anche l’orribile abuso dei sacrifici umani. Questa fu una depravazione del dogma innato. Perché non adotta naturalmente l’errore. È la religione cristiana che ha spiegato e giustificato l’istinto religioso dell’umanità, che ha liberato questo sentimento universale dagli errori e dai crimini che lo disonoravano. » Tutti i dogmi e tutti gli usi della Chiesa Cattolica hanno la loro radice « … nel profondo della natura umana e di conseguenza da qualche opinione universale, comune nel suo principio a tutti i popoli di tutti tempi. » (in Du Pape). C’è dunque una continuità tra paganesimo e Cristianesimo. Si potrebbe dire che il Cristianesimo sarebbe l’infiorescenza di un paganesimo purificato. È questo il pensiero sottogiacente a tutti gli intrattenimenti delle “Serate”. Questo tentativo apologetico è così pericoloso e discutibile. Andiamo dunque a considerarlo ponendoci delle domande. Com’è che una umanità, depositaria di una rivelazione divina, proprietaria di una verità infallibile, ricevuta direttamente da Dio, avrebbe potuto alterare questo deposito divino, corromperlo e dislocarlo? E qual è questa forza che avrebbe potuto deteriorare una credenza giusta fino dalle sue origini? Se gli dei falsi del paganesimo non sono che Santi o degli Angeli, come spiegare la fonte di questa corruzione? Ci sono, ci vien detto, degli dei cattivi! Perché? Ma se un essere dal carattere divino non porta necessariamente in sé la perfezione, cosa è l’idea della divinità? E se la perfezione può corrompersi, alterarsi, in cosa bisogna porre il criterio della Verità? Noi abbiamo già dimostrato l’incoerenza fondamentale degli gnostici nel problema del male. Joseph de Maistre – gnostico diversamente abile –  non sfugge a questa contraddizione. – Seconda questione: Se il Cristianesimo non è che il paganesimo “ripulito”, “epurato”, perfezionato, cos’è che impedisce di considerarlo come forma transitoria dell’evoluzione verso una religione universale che potrà raggiungere più avanti una forma evoluta ancor più perfetta? Emile Pavet lo aveva già notato in “Politiques et moralistes”: la concezione maistriana della continuità delle religioni rischia di sfociare in un Cristianesimo “razionalizzato”, che lasciando cadere i suoi dogmi ed i suoi misteri, diventerà la religione dell’umanità. Ed è ben vero, tanto che attualmente, il satanico Novus Ordo, tempio dei demoni in talare, ci sta portando all’O. R. U. (l’organizzazione delle religioni unite), agghindato da noachismo talmudico, il cui direttivo sarà nelle mani, come ampiamente preventivato e in gran parte già attuato, a “coloro che odiano Dio e tutti gli uomini”, come li chiamava “affabilmente” San Paolo, che già ai suoi tempi ben ne conosceva i precursori.  – Maistre precisa, nelle sue “Serate” (II intrattenimento) che « … alla rivelazione limitata del Sinai, a quella del Cristo, più ampia, ma ancora ristretta per le circostanze dei tempi e dei luoghi … », succederà una nuova manifestazione di divinità: « … contemplate questo lugubre spettacolo ed unitevi l’aspettativa degli uomini scelti e vedrete se gli “Illuminati” hanno torto a prendere in considerazione, come più o meno vicina, una terza esplosione della potenza divina in favore del genere umano, una nuova effusione dello Spirito ». Joseph de Maistre precursore del movimento (pseudo-)carismatico? È questo in una certa misura normale, poiché questi movimenti sono usciti dalle stesso “illuminismo massonico” di cui Maistre era impregnato. Questo dimostra in ogni caso che tutto questo gioco intellettuale non era inoffensivo; malgrado la buona fede e la reale pietà dei loro autori [ma oggi non ne siamo ben certi …pensiamo sempre più che fossero degli infiltrati della quinta colonna], ebbe delle conseguenze disastrose di cui subiamo oggi gli effetti finali. – L’influenza di Joseph de Maistre, di Bonald e di Lamennais fu molto grande su tutti gli spiriti cristiani nel corso del XIX secolo. – Ozanam cercava attraverso i secoli, l’eredità comune dell’umanità. Circa nel 1830, un gruppo di studenti cattolici credeva con lui ad una nuova palingenesi o rinnovamento del mondo con il Cattolicesimo, complemento divino della religione primitiva le cui tracce si trovano in tutti i popoli e che soddisfava i bisogni dell’individuo e della società (cf. Mgr. Baudillart: Fredéric Ozanam, 1912). Goerres, Schlegel, Brentano, il redattore delle Visioni di Anna Caterina Emmerich, Arnim, svilupparono queste idee in Germania. Nawmann scriveva nel 1838, in Inghilterra: « La vera religione è la somma e la perfezione delle false. Essa combina tutto ciò che c’è di buono e di vero in ogni altra religione  separatamente. La Fede cattolica è in gran parte la combinazione di verità separate che gli eretici si son divise tra di loro, o dai loro errori. » Ecco un mostruoso ecumenismo: fare uscire la vera Religione dalle false, combinare delle parziali verità, cioè rimescolare gli errori; considerare gli eretici non come impugnanti verità già conosciute e professate [peccato contro lo Spirito Santo], ma come conservatori di verità parziali (d’altra parte un marrano infiltrato, travasato dagli anglicani, cosa poteva mai dire?). Come dicevamo già, il Cristianesimo è allora per questi “tradizionalisti” di varia foggia, l’efflorescenza del paganesimo, nel suo spirito. Esso doveva sbocciare mediate una evoluzione naturale. Ma allora ci si domanda perché il Cristo sia venuto a soffrire la Passione, se il paganesimo conteneva in se stesso implicitamente tutto il Cristianesimo, e l’Incarnazione con la Redenzione non hanno più di ragion d’essere. Auguste Compte [ma pensa un po’!] ha visto bene l’influenza di Joseph de Maistre sul movimento di Oxford. In una lettere a Stuart Miller, Parigi, 5 aprile 1842, egli vede nel Puseysmo uno “strano avvento del Cattolicesimo anglicano ed una emanazione spontanea della nostra scuola retrograda dopo de Maistre”. Il sogno ecumenico dell’autore delle “Serate” aveva prodotto i suoi frutti avvelenati, frutti che ancor oggi vengono proposti all’assaggio mortale da case editrici finto-cattoliche, legate a doppio filo col satanico “novus ordo”, effettando tradizionalismo … spurio.

Una reazione pseudo-cristiana: l’ontologismo o la visione di Dio

A: Da Sant’Agostino a Blanc de Saint Bonnet

Altri filosofi cristiani, colpiti sall’incoerenza del Tradizionalismo, hanno cercato un accordo [per altro impossibile] tra il pensiero gnostico di Cartesio e la dottrina cattolica divinamente rivelata. – Noi abbiamo detto che Cartesio, con la sua dottrina del “Cogito”, mirava a fare uscire il mondo intero dal “Me pensante”, ponendo così il germe degli errori deliranti dell’idealismo e del panteismo. Al “io penso, e dunque io sono”, questi pensatori cristiani hanno voluto sostituire l’idea di infinito, cioè di Dio che sarebbe la sola base di ogni conoscenza individuale. È quel che si chiama Ontologismo (l’ontologismo, enunciato dapprima da Malebranche, poi sostenuto da Gioberti, Ubaghs e Rosmini – vedi il num. 29 della nostra serie -, fu condannato il 18 sett. 1861 dal Santo Officio che lo giudicò infetto da panteismo). Blanc de Saint-Bonnet riceve invece a Lione tutta la sua formazione filosofica dall’abate Noirot, le cui “Lezioni di filosofia” erano state pubblicate da un allievo, Tissandier, al quale aveva comunicato i suoi quaderni del corso. – Per questo abate Noirot, la filosofia è la scienza delle idee: « … L’oggetto della filosofia è dunque il pensiero stesso e tutto ciò che costituisce da vicino o da lontano il  pensiero (…) tutte le idee, tutte le nozioni delle quali si compone in una qualsiasi epoca il saper umano » (p. 6). Ecco la filosofia ridotta ad una psicologia e privata di metafisica. « Le nozioni che noi chiamiamo idee necessarie – continua l’abate Noitot – o concezioni, sono delle idee immutabili, invariabili in mezzo a tutte le rivoluzioni del pensiero umano. I filosofi che hanno estrapolato e descritto questo elemento del pensiero gli hanno dato dei nomi diversi e ciascuna di queste denominazioni esprime uno dei caratteri di queste idee. » – Egli cita allora Platone e le sue “idee innate”, Leibnitz e le sue “idee necessarie”, Bossuet e Fénelon e le loro “idee pure”. « Questo nozioni – aggiunge – si distinguono da tutte le altre, perché esistono. » (p. 40) – Ma se si riconducono queste idee assolute ad una creazione “a priori” della ragione, si cade necessariamente nel kantismo e finalmente nello scetticismo agnostico. Per evitare tali conclusioni, occorrerà collegare queste idee assolute ed a priori al reale di cui esse devono far conoscere la natura e le loro leggi. – L’abate Noirot realizza questo collegamento  facendo ricorso alla celebre teoria delle “Verità eterne” derivate da Sant’Agostino. « Questa ragione che è in me, e che non è me, da dove viene? Non è qualche ospite celeste disceso in noi per intrattenerci in cose dell’alto? » Poi cita Bossuet: « Se io cerco ora – dice l’aquila di Meax, ove ed in qual soggetto queste verità sussistono eternamente ed immutabili come sono, io sono obbligato a confessare un Essere in cui la Verità è eternamente sussistente ed ove essa è sempre intesa e questo essere deve essere la Verità stessa, e deve essere tutta Verità ed è da lui che la verità deriva in tutto ciò che è e si intende fuori di lui. Questo oggetto eterno, è Dio, eternamente sussistente, eternamente la stessa Verità. » (pp. 111 e 112). – Questo testo, preso da Bossuet, riassume una prova dell’esistenza di Dio, sempre insegnata in filosofia cristiana. Ma l’abate Noirot gli fa dire tutt’altra cosa, e cioè che la ragione sarebbe in noi un qualcosa di divino. – È l’ontologismo: dottrina secondo la quale il primo oggetto della nostra ragione sarebbe Dio stesso, e sarebbe in Lui che essa trae le sue idee eterne, le quali sarebbero state inserite da Dio stesso nel nostro spirito e, ricevendole da Dio, la ragione le concepisce. L’accordo di queste idee con il reale avviene con l’intermediazione di Dio. Non si fa fatica a ritrovare in questa teoria delle tracce evidenti dell’inneismo cartesiano. – Blan de Saint-Bonnet continua l’insegnamento dell’abate Noirot. Precisando, egli demarca bene il suo punto di arrivo e ciò che non era molto chiaro in lui va a prendere bruscamente un nuovo aspetto, il panteismo implicito di tutta questa costruzione cartesiana. – « Da ogni tempo – ci dice – si è constatato che nell’uomo c’era altra cosa che l’uomo, che in lui la Verità si poneva in un santuario e la coscienza è una sede per dettare degli arresti certi. I grandi filosofi nel corso dei secoli si sono particolarmente preoccupati della ragione … la ragione è ciò che per eccellenza vede, ciò che vede l’essere. Vedere, malgrado il velo degli oggetti esteriori, o al di là dei sensi e dell’orizzonte i fenomeni, è proprio della ragione. La ragione è un riflesso, benché debole, di questa luce che procede dallo stesso seno della Sostanza eterna. Essa proviene da Dio, appare alla coscienza come un ospite che le porta delle nuove da un mondo di cui offre l’idea ed il bisogno … Questa parentela ancora tra ragione umana e saggezza divina, questa filiazione diretta nella quale il pensiero dell’uomo ed il pensiero di Dio si incontrano, ci spiega perché il bene, quaggiù, è reamente il bene, il vero, realmente il vero … La nostra ragione è appartenuta a Dio, essa fa parte della saggezza eterna, prima di scendere in noi con la creazione, e l’anima non ne è ingannata. Quantunque umile, l’uomo può dire: io ho qualcosa di comune con Dio, io possiedo un elemento, delle facoltà che questo Essere divino deve possedere … » (Estratto dal libro De la Raison, 1866). – Noi abbiamo sottolineato, nel corso di questo testo, tutte le formule che sviluppano questa idea pantestica che la nostra anima è una particella dell’anima divina discesa in un corpo. Gli gnostici, che negano che Dio sia altra cosa dal mondo, fanno dell’anima umana una particella dell’anima del mondo. Il punto di applicazione del principio è analogo. La nostra anima ragionevole non ci appartiene e non costituisce per noi il principio delle nostre conoscenze. – Si suppone che la « conoscenza diretta di Dio sia naturale per l’uomo ». Questa è la negazione di un ordine soprannaturale, poiché si accorda alla creatura il potere di conoscere direttamente il Creatore, di vederlo senza intermediario. Ora, la visione intuitiva, oltrepassa assolutamente le forze e le esigenze di tutte le creature. Aggiungiamo ancora che gli ontologisti, fanno spesso appello a questo testo di San Giovanni: « Il Verbo è la luce che illumina ogni uomo che viene in questo mondo » (dunque, al momento della sua nascita, Dio gli insuffla i principi della ragione). San Tommaso d’Aquino ha rifiutato già da molto tempo questa teoria delle idee innate: « Il testo di San Giovanni che voi citate – diceva ai platonici – non prova che una cosa che noi ammettiamo; cioè che la luce del Verbo illumina la comprensione umana come causa universale, ma non prova che questa luce divina sia la causa immediata delle funzioni dello spirito umano. Questo testo, lungi dall’escludere l’esistenza della comprensione umana agente nell’uomo, al contrario la comprova; perché è da questa luce universale del Verbo che l’anima riceve questa specie di virtù particolare che si chiama intelletto agente. » Quando la sorella di Blanc de Saint-Bonnet pubblicò l’opera del fratello, ebbe chiaramente il sentore che la sua dottrina si allontanasse sensibilmente dall’insegnamento della Chiesa e la fece procedere da questo avvertimento: « … pur circondando di affetto e di rispetto la penna di mio fratello ho però il dovere, come figlia devota della Santa Chiesa Cattolica, di spiegare certe espressioni, certi pensieri contenuti in queste pagine. Allievo del dotto abate Noirot, e dedito al culto della filosofia in un’epoca in cui questa scienza era studiata al di fuori dei suoi rapporti con la Scolastica, Antoine Blanc de Saint-Bonnet non ha avuto la fortuna di conoscere gli ammirevoli insegnamenti di Leone XIII, relativi al cammino da seguire nello studio delle scienze filosofiche e di profittare di questi insegnamenti. Il lettore saprà dunque spiegarsi le possibili lacune e si degnerà di scusarle … ». – In certi scrittori tradizionalisti del XIX secolo, Maistre, Bonald, Blanc de Saint-Bonnet, c’è un miscuglio di idee vere e di idee false, tra le quali bisogna fare una cernita attenta. Non si possono leggere né senza discernimento, né metterle in ogni mano a chicchessia. È affatto legittimo pubblicare nelle antologie le belle pagine piene di verità e di buon senso che si trovano nelle loro opere, ma occorre eliminarvi, o almeno denunciarne gli errori che vi si incontrano.

  1. RITORNO AL REALISMO

L’oggetto della filosofia non è il pensiero in sé, ma l’essere stesso delle cose. Contrariamente al pensiero di Cartesio e di tutti i filosofi che abbiamo citato, l’uomo non pensa il suo pensiero, egli pensa le cose. Le idee non sono ciò che è conosciuto, ma ciò per cui le cose sono conosciute. Esse non sono il termine del pensiero, ma ne sono il mezzo. – A partire da una riflessione del pensiero su se stesso, come lo preconizza Cartesio, è impossibile raggiungere qualsiasi verità, perché la verità è una conformità del nostro pensiero con la forma ricevuta dalle cose. Non si conchiude dal pensiero all’essere, ma nel pensiero è dato l’essere delle cose. Come potremmo noi osservare il nostro pensiero se non ci fosse l’oggetto in esso? Non si pensa il nulla, ma un qualcosa, e se si è deciso di rigettare qualche cosa in un “dubbio metodico” tutte le conoscenze acquisite, non c’è più alcune possibilità che qualsiasi pensiero possa essere. La Verità è l’essere delle cose attualmente pensate. Essa risiede e nell’essere, e nel nostro pensiero. Noi non abbiamo in noi la potenza prodigiosa di creare un essere ed imporgli una forma. Noi ci contentiamo di ricevere la forma degli esseri che noi pensiamo, estraendola, estraendola cioè dalle percezioni sensibili. – Tra Dio ed i nostri pensieri si pone la creatura, il solo oggetto immediato quaggiù del nostro sguardo intellettuale. Ed è questa percezione immediata dell’oggetto che assicura il valore assoluto delle idee e dei primi principi dell’essere e della ragione. – La vera filosofia cristiana esalta il valore di certezza della ragione umana; l’intelligenza dei primi principi è il frutto diretto del puro sguardo dell’intelligenza sugli oggetti. Essa li legge spontaneamente nel reale, in qualunque forma siano presentati. E questo primo sguardo non è il risultato di un ragionamento, ma è un apprendimento diretto. La logica è nelle cose, noi le riceviamo con la conoscenza stessa dell’essere delle cose. L’intelligenza umana, secondo il suo naturale funzionamento, trova il suo proprio oggetto, l’essere, solo nelle cose create. Essa percepisce nelle creature le esigenze e le leggi dell’essere. Essa scopre allora che la ragion d’essere inizialmente disegnata in una creatura qualunque, contiene la pienezza illimitata dell’essere che è Dio. Dio è senza dubbio, in un certo senso, nel contenuto del suo sguardo, ma lo è solo in maniera implicita. La conoscenza di Dio avrà bisogno di apparire esplicitamente in seguito ad un ragionamento. Solo la ragione ci permette di cogliere Dio, almeno nell’ordine della conoscenza umana, poiché la visione intuitiva è al di là di tutte le nostre capacità congenite. La nostra idea delle cose non è precostituita, né innata, essa è disegnata nel reale. È con la sottomissione al reale che la nostra intelligenza si conforma ad esso e si rende verace. I grandi principi della ragione (principi di identità, di non contraddizione, etc.) sono infallibilmente veri perché sono esistiti da sempre, sono le leggi stesse dell’essere.

[Fine]

GNOSI, TEOLOGIA DI sATANA (36): GNOSI E TRADIZIONE -2-

Gnosi e “tradizione-2-

[Elaborazione da: É. Couvert, La gnose contre la foi, Ed. De Chiré, 1989]

Le grandi tesi di questa filosofia “Tradizionale”.

1. Il disprezzo della ragione: da Lutero a Lamennais.

Conosciamo già le violente diatribe che Lutero portava contro la ragione umana. Fedele al suo errore fondamentale sulla corruzione assoluta della natura umana, frutto del peccato originale, Lutero insegnava « … che la ragione umana è nemica della fede ed è la “fidanzata” (egli impiegava in verità una parola molto più scurrile … degna di lui!) del demonio »; « … tra tutti i pericoli dei quali l’uomo è circondato sulla terra – aggiungeva – il più grande è la propria ragione, quando si mescola il parlare di Dio e dell’anima. Tutto ciò che essa dice, è onta e blasfemia. » – « … È più facile che un asino possa parlare, che l’intelligenza possa conoscere la verità! » – Se il linguaggio dei nostri filosofi “tradizionali” è quantomeno, non così grossolano e certo meno violento, non è men vero che però, attraverso i loro scritti, scorra un disprezzo della ragione che costituisce il punto di partenza sempre sottogiacente a tutte le loro considerazioni metafisiche. Se ne ritrovano le formule più o meno vive negli scritti di de Maistre, di Bonald, di Lamennais. Così, nel corso delle pagine dei suoi scritti, Maistre esalta il “sentimento interiore” e “l’intuizione”, come fonti di verità, e denuncia nel contempo la ragione ragionante (come se potesse esistere una ragione non ragionante!). – Lamennais ha delle formule ancor più incisive: « L’uomo non può con le sue forze darsi, né conservarsi l’essere … » Ed ancora altrove: « … Quando la verità si concede, l’uomo la riceve; ecco tutto ciò che essa può; ma occorre ancora che la riceva con fiducia e senza esigere che mostri i suoi titoli … perché essa non è in grado di verificarli … », e si potrebbe continuare ancora a lungo così. Qual è il punto? – Il visconte di Bonald pubblica nel 1802: « La Legislazione primitiva considerata negli ultimi tempi con le sole luci della ragione ». In questo libro, il nostro visconte spiega al suo lettore che egli deve comprendere « con i soli lumi della sua ragione »,  che cioè la ragione personale sia incapace di giungere a qualsiasi verità, e pertanto essa debba sottomettersi al sentimento generale dell’umanità che, esso solo, è infallibile. Qual ironia! Non si può senza ridere far comparire la ragione davanti al tribunale della sua sola ragione personale, per poterla condannare! E qual incoerenza! Se le sole luci della ragione sono capaci di dimostrarmi che la ragione è inefficace, io sono condannato allo scetticismo più assoluto e più deludente!!! Verso la fine della sua vita tuttavia, Joseph de Maistre ebbe timore e scrisse questa lettera, sul letto di agonia, all’abate Lamennais: «Io vorrei, Monsignore abate, dirvi una parola essenziale: voi volete trarre la ragione dal suo trono e forzarla a fare una bella riverenza; ma con quale mano commetteremo questa insolenza? Con quella di Aristotele, senza dubbio, non ne conosco altre da poter impiegare! Eccoci dunque a Roma ridotti al sistema romano e a questi stessi argomenti che non vi sembrano più niente, e le dimostrazioni di Euclide sono assai inconcludenti ai nostri giorni, come lo erano già ai suoi tempi. Ma se Abadie, Pascal, Ditton, Sherlock, Bergier e compagnia possono fare oggi degli increduli, cosa dobbiamo concluderne? Fate attenzione  monsignor abate, procediamo dolcemente, io ho paura ed è tutto ciò che posso dire. » Questo atto supremo del pensiero religioso di de Maistre costituì uno slancio preoccupato sul soggetto del tradizionalismo di Lamennais che, tredici anni dopo, Roma condannerà. È Auguste Compte che mette il dito nella piaga in questa pagina del suo “Corso di Filosofia positiva”: « Quando si analizzano i vari tentativi tanto frequentemente rinnovati da due secoli da intelligenze distinte e talvolta superiori, per subordinare, secondo la forma teologica, la ragione alla fede, sarà difficile riconoscere la costituzione radicalmente contraddittoria, che stabilisce la ragione stessa essere giudice supremo di questa sottomissione, di cui l’intensità e la durata dipendono unicamente da queste decisioni verbali, non raramente troppo severe. – Il più eminente pensatore della scuola cattolica attuale, l’illustre de Maistre, ha reso egli stesso una testimonianza chiarificatrice, benché involontaria, a questa inevitabile necessità della filosofia quando, rinunciando ad ogni apparato teologico, si sforza, nella sua opera principale, di fondere il ristabilimento della supremazia papale su semplici ragionamento storici e politici, altrove su certi sguardi mirabili, in luogo di limitarsi a comandarlo direttamente di “diritto divino”, il solo modo pienamente in armonia con la natura di una simile dottrina e che un tale spirito, nella nostra epoca, non avrebbe esitato senza dubbio a seguire esclusivamente, se lo stato generale dell’intelligenza non ne avesse impedito, anche in lui, l’intera preponderanza. » – Certo è evidente: non ci si può richiamare alla ragione contro se stessa, senza cadere nell’assurdità. Ma se Auguste Compte avesse conosciuto la filosofia scolastica, avrebbe saputo che mai la Chiesa aveva proposto alcun dogma senza produrre nello stesso tempo i suoi titoli di credibilità al giudizio della ragione! – Ma allora: da dove viene questo disprezzo della ragione nei nostri filosofi cristiani? Paradossalmente dalla filosofia di Cartesio, come reazione contro il razionalismo rivoluzionario che ne era scaturito. – Con il suo dubbio metodico, Cartesio ha gettato fuori dal nostro spirito tutte le nostre conoscenze oggettive. Egli ha tagliato il nostro spirito dal reale, lo ha dichiarato incapace di giungere all’essere stesso delle cose conosciute. Egli ha insegnato le idee innate, al modo di Platone. – Se le idee sono in me l’opera stessa del mio pensiero, se esse non sono in me la forma stessa delle cose conosciute, la mia ragione non può più operare sul mondo reale. Essa si ritrova condannata ad operare su delle forme costruite dal mio pensiero, all’interno di esso. Di colpo eccomi divenuto cieco! Il mio pensiero non può dirmi niente sul mondo esteriore. – Dove trovare allora la certezza? Se la verità non è l’accordo del mio pensiero con le cose, la mia ragione non può più dunque che danzare con i concetti. Essa gira a vuoto ed io posso dunque pensare dunque non importa cosa, perché non ho più contatto con le cose che devono mettere un freno alle mie costruzioni razionali. Ecco la ragione divinizzata, ma … svuotata: io posso pensare un mondo fantastico inventato da me stesso. – Un giorno io vorrei creare un mondo con il mio pensiero, e siccome il mondo reale si presenta davanti a me con i suoi vincoli e le sue resistenze, occorrerà distruggerlo: questo sarà la rivoluzione, questo odio feroce e devastante contro un mondo creato dall’altro che non corrisponde al mio desiderio di perfezione tale come lo concepisco nel mio spirito. Per distruggere, bisognerà alzare questa dea-ragione su un altare al posto di Dio ed adorarla. – Noi comprendiamo allora perché i nostri filosofi cristiani hanno preso in disgusto questa “Ragione”. Questa fu una reazione di buon senso, ma ahimè senza prudenza! Denunciando questa ragione divinizzata, essi hanno attaccato la vera ragione, quella che Dio ci ha dato, per conoscere, giudicare ed amare. Essi hanno abbassato l’uomo, lo hanno dichiarato incapace di giungere con certezza alla verità. Facendo questo, essi sono caduti in un errore fondamentale che avrebbe potuto essere evitato grazie a qualche necessaria distinzione concettuale. La teologia cattolica ha sempre insegnato che la nostra ragione ha il potere assoluto di conoscere, con i propri lumi, tutte le verità religiose e morali di ordine naturale. Ahimè, noi possiamo ingannarci e cadere nell’errore. La storia dell’umanità ce lo insegna ampiamente. Come ridurre questa antinomia? Semplicemente distinguendo la facoltà del suo esercizio. Dio non ha voluto ingannare gli uomini. Cartesio stesso in un eccesso provvisorio di franchezza, ha scritto: « Perché Dio, non potendo essere ingannatore, non potendo volere che le sue creature si ingannino, non ha potuto dare all’uomo la ragione ed i sensi come mezzi di errore. » – Senza dubbio Dio ci ha dotato di intelligenza e di ragione per conoscere e comprendere il mondo creato che ci circonda. Quando usiamo di questi mezzi nel loro ordine naturale e nella loro finalità, non possiamo ingannarci. Ma noi possiamo non usare la nostra ragione o anche misurarne. Allora cadiamo nell’errore: è il privilegio della nostra libertà. Noi possiamo rifiutare di pensare, perché la riflessione, la meditazione sono atti difficili e che richiedono uno sforzo. Noi preferiamo sognare, dormire o gioire. La sbornia inveterata gode di una ragione naturale. Ahimè! Non se ne serve! L’ambizioso, il vanitoso utilizzano la loro ragione per giustificare i loro eccessi! Essi la distolgono dalla sua finalità. Come volete che così non vi inganni? Il Papa Pio IX, nella sua enciclica del  9 novembre 1846 (Qui pluribus) ha condannato le dottrine degli Annali di filosofia cristiana, nei quali Augustin Bonnetty insegnava che « l’uomo in qualunque stato si trovi, non possiede in realtà che un principio di conoscenza per le verità della religione naturale, tali quali l’esistenza di Dio, l’esistenza della legge naturale, l’immortalità dell’anima e l’esistenza di un’altra vita. » Questo principio della conoscenza non è altro che la rivelazione divina manifestata all’uomo con la tradizione. Sprovvista del soccorso di questa tradizione, la ragione, lasciata interamente a se stessa, è assolutamente incapace di scoprire queste verità. Da qui l’atto. Si pone qui il problema della Fede. Quando Dio propone alla nostra intelligenza una verità di ordine soprannaturale, che oltrepassa infinitamente le capacità di comprensione del nostro spirito, non pretende di fare appello ad altra facoltà che non sia la ragione, alla quale sovrapporrebbe una sorta di ragione divina allogata nella nostra anima. Esso non pretende di ritirarsi per sostituirvi un altro modo di conoscenza che non sarebbe più umano, bensì divino. Assolutamente. Egli domanda alla nostra ragione di aprirsi ad una verità più perfetta, più alta. Chiede uno sforzo di perfezione e siccome questo ordine soprannaturale oltrepassa le facoltà native della nostra ragione, occorre aggiungere una grazia particolare che non distrugge la ragione, ma la completi e la rifinisca. – Uno dei rari pensatori cattolici che conserva, in questa epoca, la vera dottrina della Chiesa, senza cadere nel tradizionalismo, né nel liberalismo dottrinale che allora facevano furore, è dom Guéranger. Egli ha esposto molto bene la questione in un notevole articolo dell’Univers del 3 giugno 1858. – Egli comincia col rigettare il Tradizionalismo, sistema propaggine del Bajanesimo, fortunatamente in declino e destinato a sparire; poi spiega l’uso legittimo della ragione che si esercita sotto il controllo della fede. Egli mostra così che l’atto di fede è mirabilmente volontario, che esso è il coronamento della ragione, come ne è la prova che germoglia sotto la grazia nell’anima dell’uomo e non declina mai da « questa gloriosa umiltà che ci inchina davanti al pensiero di Dio ». Come potrebbe Dio far germogliare la fede in un’anima priva di ragione?

2. L’inneismo delle idee: Da Platone a Cartesio a Joseph de Maistre.

Se la nostra intelligenza dotata di ragione non è capace di produrre in noi le idee estratte dalle cose che ci circondano, donde possono dunque provenire le nostre idee? Per i filosofi platoniani, esse erano già in noi fin da prima della nascita. È l’inneismo che suppone quindi la preesistenza delle anime prima della loro caduta nei corpi, concetto sovranamente gnostico. – Joseph de Maistre, fu contemporaneo della filosofia del Sensualismo che insegnava che le idee erano il prodotto delle sensazioni; di là, ad estrarle dalla materia, non c’era che un passo, … presto raggiunto. Fu il caso di Condillac e di Locke. Reagendo a questa concezione, fonte di materialismo, e citando questa formula di Aristotele: « che l’uomo non può apprendere nulla se non in virtù di quanto già non sappia », Maistre ne trae la  conclusione che: ciò suppone necessariamente qualcosa di simile alla teoria delle idee innate già sostenuta da Platone. – Maistre cita pure più volte San Tommaso d’Aquino senza comprenderlo: quest’ultimo dice che « niente può entrare nello spirito se non per l’intermediario dei sensi » (Nihil est in intellectu quod prius non fuerit sub sensu), perchè – egli afferma ancora – « l’intelligenza, nel nostro stato di degradazione non comprende nulla senza immagini » (intellectus noster secundum statum præsentem nihil intellegit sine phantasmata), e Maistre ne conclude: « che non può esserci rapporto alcuno, alcuna ideologia, alcuna equazione tra la cosa compresa e l’operazione che comprende » e « … che i più mobili ed i più virtuosi geni dell’universo si sono accordati nel rigettare le origini sensibili delle idee » (Serate di San Pietroburgo). Ora, San Tommaso non dice che le idee siano prodotte dai sensi, ma che esse abbiano bisogno dei sensi per fissarsi nello spirito. – In un altro passaggio, Maistre continua: « Guardate bene in tutti i libri filosofici del XVIII secolo, non si diceva francamente che Dio non c’è, ma si diceva: Dio non sta là. Egli non è nelle nostre idee, e poiché esse vengono dai sensi, Egli non è nei nostri pensieri che non sono che sensazioni trasformate, etc. » Certamente, egli ha ragione nel negare che le sensazioni possano produrre le idee, ma ha torto nel concluderne che le nostre idee non vengano da cose percepite dai sensi. Il cartesianesimo ed il platonismo che impregnano il suo spirito, dopo averlo reso inadatto a percepire ciò che vi è di intellegibile nelle cose, lo costringono a cercare, fuori dal reale conosciuto, la fonte delle idee. Cosa gli resta? Una rivelazione divina o ancora un’attività propriamente divina operante nel nostro spirito. – Egli pertanto continua: « Ogni idea che non provenga né dal commercio dello spirito con gli oggetti esteriori, né dal lavoro dello spirito su se stesso, appartiene alla sostanza dello spirito. Ci sono dunque delle idee innate, o anteriori alla nostra esperienza. Io non vedo conseguenza più inevitabile; ma questo non deve stupire. Tutti gli scrittori che si sono esercitati contro le idee innate si son trovati ad essere portati dalla sola forza della verità a riconoscersi più o meno favorevoli a questo sistema » (In “Serate” …). Questo inneismo è stato insegnato da Platone, da Sant’Agostino anche, pur avendolo rigettato nelle “Ritrattazioni” (Libro I, cap. 2). Giunto ai suoi 75 anni, il Vescovo di Ippona, ha detto: « Io sono per questo motivo desolato nell’aver fatto un grande elogio a Platone ed ai platoniani. Questi erano degli uomini empi che non bisognava lodare a causa dei grandi errori nei quali erano sprofondati ». (« quorum contra errores magnos defendenda sit christiana doctrina ») Seguendo questa scuola cartesiana, de Maistre e Bonald al suo seguito, negano che l’uomo abbia facoltà propria di formarsi delle idee. Essi suppongono che è con la luce divina che noi vediamo in noi le idee. Supposizione assurda e che disprezza Dio Creatore! È estrapolando delle immagini ricevute dalle cose la loro forma intellegibile, che lo spirito con la sua attività propria comprende il reale e conosce l’idea che la cosa realizza. Per comprendere questo, bisogna che gli esseri che ci inviano la loro forma, sono già la realizzazione di un’idea creatrice e che possiede in sé questo carattere immateriale già preadattato alla natura immateriale della nostra anima. – Ma se, come affermano gli inneisti, è Dio che con la sua luce infinita incide direttamente queste idee nello spirito di tutti gli uomini, non c’è in fatto di idee che un unico e solo agente, operante con l’aiuto di un solo strumento, la comprensione divina, che distribuisce direttamente le idee in ogni spirito. – Se lo spirito umano non ha facoltà né operazione che gli sia propria, non ha l’essere proprio in sé: Dio sarebbe tutto in tutti gli spiriti. Ma noi qui siamo in pieno Panteismo! – Il “Me universale” di Fichte, l’Assoluto di Schelling, la “sostanza essenziale”, “la Ragione Generale” dell’umanità, non sarebbero altro che lo spirito di Dio inglobante gli spiriti di tutti gli uomini. È questa la conseguenza necessaria e rigorosa dell’insegnamento di Platone e di Cartesio. – Ahimè! Joseph de Maistre e Bonald lo hanno a loro volta ripreso. Nella loro opera c’è un certo Panteismo implicito.

3. Dalla rivelazione primitiva alla divinizzazione del popolo: da Maistre e Bonald a Lamennais.

Il visconte de Bonald ha dato l’esposizione più completa di questa rivelazione primitiva. La sua formazione intellettuale è interamente autodidatta. Egli si lega al padre Mandar, un professore ed amico di J. J. Rousseau. Egli ha letto Claude de Saint-Martin, il « filosofo sconosciuto », fondatore delle logge massoniche dette martiniste. Secondo Auguste Viatte, questi gli avrebbe imprestato l’essenziale delle sue tesi su: i numeri, la struttura dell’anima, l’origine del linguaggio. Durante la sua emigrazione egli ha letto il catechismo, ma anche Platone, Cartesio e Leibnitz. Si riferisce sovente a “Lo spirito delle leggi” di Montesquieu e al “Contratto sociale di Rousseau”, cercando di rifiutarli, o almeno correggerli. L’idea madre del suo sistema è che « l’uomo pensa la sua parola prima di esprimere il suo pensiero ». il linguaggio è dunque lo strumento necessario ad ogni operazione intellettuale ed il mezzo di ogni esistenza morale (in “Recherches philosophiques”). Incapace di inventare un linguaggio, l’uomo ha dovuto necessariamente riceverlo da Dio e con questo pure le principali verità morali e religiose. Questa è la « Rivelazione primitiva » che ci fa conoscere queste verità che il linguaggio trasmette di generazione in generazione ed è nell’infallibilità di Dio rivelatore che si trova la sola garanzia che ne ristabilisce la certezza. – Il Verbo crea e genera il pensiero che esso vuol significare. Le formule di Bonald, ci dice Albert Garreau, nel suo libro “Les Voix dans le désert. Prophètes du XIX siècle” prendono una svolta inquietante. – « Nei primi tempi dell’umanità, dice il nostro visconte, quando le leggi della natura non erano conosciute, il pensiero li attraversava ed in qualche modo risaliva a Dio stesso, Autore di tutte queste leggi. Questa presenza generale della divinità, che è dogma per una ragione illuminata, era, per la loro ragione nascente, una presenza locale. » – Questa « presenza locale » designa verosimilmente la presenza sensibile ed evidente di Dio manifestata ai nostri primi genitori nel paradiso terrestre. A partire di là, il Bonald si azzarda pericolosamente pretendendo di fondare sulla Tradizione universale, e contro la ragione, una criteriologia della Verità. – « Il genere umano, cioè le società di tutti i tempi e di tutti i luoghi, ebbe il sentimento dell’esistenza della Divinità. Dunque la Divinità esiste, perché il sentimento generale del genere umano è infallibile. » (sembra di leggere J. J. Rousseau). E: « Gli uomini nominano Dio, quindi Egli c’è; perché se non ci fosse non sarebbe nominato. » Si crederebbe che secondo Bonald sono le parole che creano le cose! Noi riconosciamo qui la prova ontologica, ricopiata direttamente da Cartesio. –  Questo sistema è pericoloso, non solo perché condurrà certi discepoli del Bonald – Lamennais e Bautain – a negare le capacità della ragione individuale, ciò che varrà loro la condanna della Chiesa, ma ancor più perché gli occultisti del XIX e XX secolo ne profitteranno per fare accettare la loro dottrina della grande tradizione universale – tradizione di cui il Cristianesimo, non sarebbe che semplicemente un ramo. – Quanto alla teoria dell’origine divina del linguaggio – che notiamolo, non è stata inventata dal Bonald perché la si trova già esposta e discussa ampiamente nell’Encyclopédie (art. “lingua”), in J. J. Rousseau (Discorso sull’origine … dell’ineguaglianza …) o in Claude de Saint Martin – si può trovarne la fonte nella kabbala. – La kabbala ci spiega che la parola è la creatrice degli esseri. Ad ogni lettera dell’alfabeto, la kabbala fa corrispondere una cifra mistica. Dunque le lettere ebraiche sono sacre e di origine divina. Il Verbo è un essere intermediario tra il Creatore e la creatura. Egli porta in sé l’essere stesso delle cose che designa. Esso non è dunque un segno convenzionale inventato dall’uomo per trasmettere il suo pensiero: è un vero ritorno al “Nominalismo”. È la parola che apporta al pensiero i suoi oggetti di conoscenza. Noi designiamo con il pensiero il linguaggio e non gli oggetti che esso designa. – Sistema doppiamente erroneo, perché esso presuppone esservi alla radice dei nostri pensieri una rivelazione: è dunque Dio che pensa in noi! L’ordine naturale e l’ordine soprannaturale sono confusi. Tutte le tradizioni di tutti i paesi sono i resti di una grande rivelazione primitiva; esse sono dunque sacre. Ed i popoli detengono in se stessi l’infallibilità divina. – A tali assurdità occorre rispondere con qualche domanda di buon senso. Se il nostro pensiero è il prodotto di un linguaggio divino, come si spiegano gli errori? Dio potrebbe ingannarsi nella sua rivelazione? Come l’uomo potrebbe inventare delle moltitudini di dei? In altre parole, il politeismo sarebbe impossibile. – Ma ancora, la prima conoscenza degli uomini è un atto di fede. La filosofia non è dunque che uno sviluppo di questo atto di fede primitivo. Essa è dunque una teologia. Ecco cosa rovina la Fede e la Teologia. – Credere in Dio, rivelatore del linguaggio e creatore del pensiero umano, senza aver prima portato una prova della sua esistenza, è un atto irragionevole, una dismissione della nostra intelligenza. L’uomo condannato ad un atto di fede ancor prima di aver fatto uso della sua ragione (poiché essa è detta “nascente”), qual follia! Dio, dandoci un’anima spirituale dotata di intelligenza e rendendoci incapaci di servircene, si sarebbe preso così gioco di noi! – In realtà, il linguaggio non è lo strumento del pensiero, ma lo strumento che l’uomo si è forgiato per trasmettere il suo pensiero. Non c’è rapporto necessario tra le parole e le cose che esse significano: le parole sono simboli, cioè segni convenzionali. Da una lingua all’altra la parola può cambiare, ma l’idea che rappresenta, è sempre la medesima, perché essa è in relazione non necessaria con l’oggetto, essendone la forma intellegibile. Con la parola il nostro spirito perviene all’oggetto stesso. Il nominalismo è impensabile! – L’abate de Lamennais non ha fatto che portare le idee che esponiamo alle loro conseguenze ultime,k o meglio, egli ha spiegato il loro contenuto reale e gli ammiratori di de Maistre e di Bonald si vanno affollando. Finalmente la Chiesa li condannerà. – Quando il suo secondo volume di « L’Essai sur l’indifférence en matière de religion » appare nel 1820, qualche spirito più riflessivo cominciò a notare delle reticenze. – Lamennais vi insegnava che la ragione individuale è capace di darci solamente delle certezze istintive o del fatto, e che solo la ragione collettiva dell’umanità, il consenso universale, il “senso comune” danno la certezza assoluta o di diritto, appoggiata su Dio, di cui conservano e trasmettono gli insegnamenti. – Il criterio del vero non è l’evidenza della proposizione che lo enuncia, ma l’autorità della ragione generale che afferma: « è vero ciò che gli uomini credono che sia vero. » Bisogna rigettare la ragione dell’uomo separato dalla ragione umana e dalla ragione di Dio, esprimendosi con la ragione umana generale legata all’uso della parola. La conoscenza non è innata nell’uomo, né acquisita, ma innata nella società. Bisogna rigettare, estirpare dalla filosofia cristiana l’idea che in ognuno la ragione sia dotata della potenza di raggiungere il vero. – Di tal modo che per Lamennais, sotto le religioni dette “primitive” ed i culti dell’antichità, sotto l’alterazione dei paganesimi si riconoscono delle credenze universali, identiche alle idee essenziali del Cristianesimo. La vera religione si trova presso tutti i popoli. Il Cristianesimo non ne è che la spiegazione più completa. – Maine de Biran reagisce ben presto con molto buon senso: « Ecco un altro bel mistero. La sede delle verità di cui si tratta, è la società che, dotata di una sorta di intelligenza collettiva, differente da quella degli individui, ne è stata imbevuta dalle origini dal dono del linguaggio ed in virtù di un’influenza miracolosa esercitata sulla massa solo indipendentemente dalle parti. L’uomo non è nulla, la società solo esiste, essa è l’anima del mondo morale. Essa sola resta, mentre le persone individuali non sono che fenomeni … ascolta che potrà questa metafisica sociale!!! … »  – Dom Guéranger era allora al seminario di Mans. Il suo professore di filosofia, M. Arcanger, il suo ripetitore, M. Nourry erano menesiani. Egli fece come loro, prese parti per il senso comune. « Il senso comune – diceva egli più tardi, noi non lo avremo mai veramente, ma credo che i nostri compagni cartesiani fossero ancora più assurdi che noi. » E aggiungeva: « io non avevo al tempo compreso queste questioni, come tanti altri, se non dopo essere uscito dal seminario. » – È una delle glorie di Dom Guéranger essersi sempre levato contro un divorzio così pregiudiziale alla ragione e alla fede ed essere stato il precursore di un movimento filosofico che, per sostenersi e difendere la ragione contro l’agnosticismo o il tradizionalismo, non aveva che da ritornare alle origini scolastiche e a San Tommasa d’Aquino. Dal 1862, il padre Ramière, S. J. pubblicava: “De l’unité de l’insegnament de la Philosophie au sein des écoles catholiques”, primo tentativo di restaurare il Tomismo nella Chiesa francese. – Lamennais tenta di difendersi dall’avere innovato ed ha ragione. Tutto il suo insegnamento proveniva da Bonald, « questa quercia vigorosa – dice – che cerca la sua linfa attraverso le rocce primitive fino alle viscere della terra. » – « Questo povero libro – scrive a Saint-Brieue, il 3 agosto 1820, è stato poco compreso fino ad oggi, soprattutto dal clero di Parigi. Si fa di me uno scettico, perché ho rovinato lo scetticismo e dato, almeno mi sembra, una vera base alla ragione. Persone che hanno dello spirito pertanto mi hanno scritto su questo cose strane … M. de Bonald pensa come me e sosterrà la mia dottrina. Io la credo sinceramente di estrema importanza per la religione ed è questo che mi tranquillizza sulla mia sorte. » – « Per quel che è delle mie idee – scrive ancora il 10 febbraio del 1837 a Mme Cottu, esse si sono sviluppate, non mi hanno cambiato. Il germoglio è diventato foglia, ecco tutto … Le mie idee, sempre le stesse nel fondo, si sono rettificate, estese, sviluppate, ecco tutto. Non si è uniti a Dio finché non si è uniti all’umanità, senza distinzione di luoghi, di tempi, di opinione, di credenza … ». È  meraviglioso! È fondando il proprio pensiero nel pensiero collettivo dell’umanità, che si può pervenire alla verità. Marx ed Hegel non hanno detto diversamente. L’umanità divinizzata, il mondo detentore della Verità infallibile! … tutte le religioni non essendo che espressioni variate di una stessa religione universale! Non siamo forse qui in piena gnosi massonica? Ed infatti, è esattamente quanto gli infiltrati gnostico-massonici hanno inserito nel vergognoso anticattolico documento “Nostra Ætate” (28 ottobre 1963, … che coincidenza … a 5 anni esatti dall’usurpazione della Sede Apostolica), VI sessione del conciliabolo cosiddetto Vaticano II, presieduto appunto dall’illuminato patriarca giudeo-kazaro G.  B. Montini [l’anti-Papa Paolo VI]. E non è finita, vedremo come queste idee siano in germe nelle famigerate “Serate di San Pitroburgo”, di Joseph de Maistre.

GNOSI, TEOLOGIA DI sATANA (35): GNOSI E TRADIZIONE -1-

Gnosi e “tradizione” -1-

[Elaborazione da: É. Couvert, La gnose contre la foi, Ed. De Chiré, 1989]

Abbiamo spiegato in un’opera precedente [Dalla gnosi all’ecumenismo, III cap.], come la filosofia di Cartesio si sia dal XVII secolo sostituita alla filosofia cristiana a causa del convergere nel cartesianesimo degli oratoriani, man mano imitati poi dalla maggioranza dei religiosi nel corso del XVIII secolo. – Questa sparizione della filosofia scolastica e la sua sostituzione con il pensiero razionalista, hanno potentemente contribuito all’evoluzione intellettuale del XVIII secolo ed alla Rivoluzione del 1789 che ne fu la ovvia conseguenza politica. Bisogna necessariamente ricordarsene, se si vuole comprendere ciò che è successo in seguito, essendo il XIX secolo direttamente tributario degli eventi del XVIII secolo, e questo in molteplici ambiti, particolarmente in materia di filosofia. Dopo il “tormentone” rivoluzionario, la Chiesa francese si mise coraggiosamente a riparare le rovine, a riaprire le chiese, a restaurare la liturgia ed il catechismo. Nuovi ordini religiosi partirono alla conquista di popolazioni abbandonate e paganizzate. Si poté assistere allora ad una vera e propria rinascita religiosa in tutti gli ambiti verso la metà del secolo. Un solo territorio resterà per lungo tempo in terra desolata, quello della filosofia cristiana. Un clero insufficientemente preparato, schiacciato dall’abbondanza delle novità, non aveva l’agio di consacrarsi allo studio. Alcuni autori isolation, spesso laici autodidatti, si levarono allora per denunciare con eloquenza e convinzione i misfatti della Rivoluzione, il suo carattere satanico ed anticristiano. Questi non ebbero particolari problemi nel conquistare il pubblico coltivato del loro tempo, gli orrori della Rivoluzione erano ancora impressi in tutte le memorie, per cui le loro opere conobbero un immenso successo. Noi ci limiteremo, nel nostro esposto, ai più celebri di questi scrittori: Joseph de Maistre, il visconte de Bonald, l’abate de Lamennais, e Blanc de Saint-Bonnet. – Essi costituirono, nella storia della filosofia cristiana, un movimento niente affatto originale, prima di sparire senza lasciare tracce visibili in seguito: il Tradizionalismo. Come mai dunque Alain Besançon, nel suo libro “La confusione delle lingue”, ha potuto qualificare questa scuola tradizionale nientemeno che una « prima invasione gnosticizzante »? – Egli precisa che « … nella loro esaltazione del Papato, dell’Inquisizione, dell’autorità spirituale sotto tutte le forme, non si poteva minimamente immaginare che facessero passare una “mercanzia” sospetta,  passata meglio, mettendosi i suoi portatori in tutta sincerità, sotto la protezione delle autorità che essi vogliono restaurare; costoro poi non se ne accorsero che con una generazione di ritardo (verso il 1840). « … Alle origini, l’umanità ha ricevuto, con la lingua, non solo un sistema di comunicazione, ma un sistema di pensiero, una dottrina. Essa forma la rivelazione primitiva, la Tradizione. Questa è trasmessa dalla società, guardiano voluto da Dio della verità fondamentale che la comunica ai suoi figli e ne svela il segreto mediante una lingua che essa insegna loro. » – « Era andare in pratica a braccetto con gli Illuministi che d’altra parte venivano rigettati per aver preparato la Rivoluzione, ma da essi si erdita e si riprende il tradizionalismo iniziatico, questa volta a profitto della reazione … » Ecco un quadro che non corrisponde affatto all’idea che da sempre ci si è fatta di questa scuola nelle famiglie tradizionali. Noi vedremo che questo quadro è assolutamente esatto, e nell’esposto che sta per seguire, andremo probabilmente a sovvertire delle idee e dei giudizi che sembravano solidamente certi. – Una prima difficoltà deve essere subito sollevata. Come è possibile che uomini, molti dei quali pii e Cristiani abbiano potuto far coabitare nel loro spirito: a) una sottomissione profonda e sincera all’insegnamento della Chiesa, e b) insegnamenti che la Chiesa aveva sempre condannato? La prima risposta è evidentemente l’ignoranza religiosa di questi maestri del pensiero contro-rivoluzionario. Essi furono per lo più degli autodidatti, e mai avevano studiato la filosofia cristiana. I loro maestri di pensiero furono questi scrittori anticristiani del secolo precedente: Rousseau, Montesquieu Fénelon, questo “Renan del XVIII secolo” …. Lacordaire ha ben visto questa incoerenza di un pensiero ondeggiante tra verità parziali ed errori mal compresi. « La maggior parte degli uomini ignorano la loro strada, dice nella sua “Lettera sulla Santa Sede; essi credono che l’universo si arresti nel luogo ove si affaticano, e che i principi siano incoerenti come le persone che non abbiano una portata maggiore di quella che effettivamente non hanno. Ma – prosegue mirabilmente – benché questa porzione cieca e pigra diminuisca la forza del potere che gli dà l’impulso, essa serve meravigliosamente, perché forma delle scale su cui si arrestano le anime e gli strumenti che non possono andare più lontano. Se non esistesse alcuna sfumatura tra l’errore e la verità, pochi sarebbero abbastanza forti per non cadere nell’errore. Essi hanno bisogno di scendervi lentamente e di familiarizzare con le tenebre. Ecco perché, per giudicare una potenza, bisogna porre il principio, dedurne dalle conseguenze compiute quelle che ne usciranno inevitabilmente, e lasciando da parte la folla che non sa mai quel che fa, vedere l’azione da dove parte … » In effetti noi possiamo portare a nostra insaputa, nel nostro sistema di pensiero, degli errori parziali di cui non comprendiamo bene le conseguenze, ed anche le premesse che vi sono implicitamente contenute. Noi le correggiamo in noi con l’esperienza e la riflessione, ma le lasciamo coabitare nel nostro spirito, ed un giorno la contraddizione, alfine percepita, ci fa rigettare all’esterno tutto ciò che non fa realmente corpo con il nostro sistema generale di pensiero. Non c’è coesione possibile tra l’errore e la verità. Una delle due deve un giorno eliminare l’altra. Questo sarà ad esempio, come vedremo, il caso di Lamennais, leggendo Joseph de Maistre. Joseph de Maistre stesso, che si ritiene cattolico completo, perfettamente sottomesso all’insegnamento della Chiesa, dice nondimeno nel 1816: « Io sono approdato alla Chiesa Cattolica romana, non tuttavia senza avere acquisito nella frequentazione degli illuministi martinisti e dallo studio della loro dottrina, una folla di idee dalle quali ho tratto il mio profitto. » Il suo biografo, Emile Dermenghen, ci spiega che l’insegnamento degli illuministi ha giocato nel suo spirito il ruolo di un fermento, allorché la dottrina cattolica romana è servita da contrappeso, regolatore del freno. Egli precisa ancora che questa amalgama di idee contraddittorie, che avrebbe dovuto provocare una esplosione, ha potuto essere stabilita perché Maistre aveva la preoccupazione di sostenere gli uni e gli altri. Ma noi sappiamo che certi suoi lettori andranno al contrario a spingere i principi illuministi contenuti nelle sue opere, fino alle loro conseguenze profonde, e subire allora le condanne romane.

Le fonti de queste filosofia “Tradizionale”

  1. L’insegnamento di Cartesio

Abbiamo già visto in precedenza il ruolo distruttivo della filosofia di Cartesio. Con il suo dubbio metodico e con il suo “cogito”, Cartesio ha distrutto nelle anime ogni possibilità di raggiungere qualsiasi verità. È in effetti assurdo chiedere al nostro spirito di fare il vuoto completo di tutte le conoscenze con un atto contro natura, e poi domandargli di “ricostruire” il mondo a partire dal proprio “me” pensante. La rottura con il reale è profonda e definitiva; Cartesio è così alla radice del soggettivismo e dell’idealismo. Noi vedremo anche che egli veicola, malgrado lui, tutto il panteismo moderno. La sua filosofia giocò nel XIX secolo il ruolo di un vero e proprio lavaggio del cervello. – Comunque Cartesio ne aveva buona coscienza! Egli scrive nel 1641: « Io ho provato espressamente che Dio è il Creatore di tutte le cose. Queste sono delle cose alle quali desidero si faccia più attenzione. Ma penso di averne messe molte altre e vi dirò, tra noi, che queste sei meditazioni contengono tutti i fondamenti della mia fisica. Ma non bisogna dirlo, se vi aggrada, perché coloro che preferiscono Aristotele farebbero più difficoltà ad approvarle, ed io spero che coloro che le leggeranno si abitueranno insensibilmente ai miei principi riconoscendo la verità prima di accorgersi che essi distruggono quelli di Aristotele. » Come diceva Lacordaire, si scende lentamente verso l’errore e bisogna abituarsi alle sue tenebre: Cartesio ce lo ha spiegato molto bene. – Nei seminari del XVIII e XIX secolo, si insegnava il cartesianesimo. Il manuale più utilizzato era “La Filosofia di Lione” pubblicato nel 1783 e 1784 dall’oratoriano Joseph Valla, su richiesta di Mgr. Montazet, Arcivescovo di Lione, giansenista e cartesiano che impose all’autore di insegnare l’inneismo sul problema dell’origine delle idee. – Quando l’abate Emery restaurò la Compagna di San Sulpizio, impose l’uso di questo manuale a tutti i seminari di Francia. Questo abate, Joseph Valla, aveva visto le sue “Istituzioni liturgiche” messe all’indice a causa del giansenismo che vi era implicato. È vero pure che tre teologi eminenti dicevano, nella prefazione delle “Istituzioni Filosofiche di Lione”, di aver eliminato tutto ciò che avrebbe potuto inquietare la più severa ortodossia. – La generazione di giovani preti, colpita dallo spettacolo delle rovine accumulate con la sparizione di ogni verità, si precipitava allora su tutte le teorie che umiliavano la ragione. L’influenza di Rousseau restava profonda negli spiriti e l’apologetica del sentimento allora fece furore. – Oltre Chateaubriand, si vedeva l’abate Maury, “opposto agli abusi della ragione nelle cose della Fede”., applicare la dialettica affettiva del Vicario savoiardo in favore della Religione naturale, segnare l’accordo completo della nostra natura sensibile con il Cristianesimo. Noi siamo allora in pieno pragmatismo religioso ed in pieno soggettivismo. – Vedremo così come l’insegnamento di Cartesio sia alla radice di tutti gli errori della scuola “tradizionale”. L’abate Noirot a Lione lo insegna e fu il maestro di Blanc de Saint-Bonnet. L’abate Maret lo insegna alla Sorbona ufficialmente, vi mette delle restrizioni, ma resta un cartesiano determinato. Un solo prete, destinato alla celebrità, si mostrò assolutamente refrattario a Cartesio ed agli scrittori Tradizionali, e fu Dom Guérager, spiegando in un articolo dell’“Univers” del 22 novembre del 1857 all’abate Maret, che questa situazione è insostenibile per un filosofo e che il pensiero cristiano deve abbeverarsi ad altre fonti.

  1. L’Illuminismo massonico.

Se l’insegnamento di Cartesio fu negativo, al punto da provocare un vuoto spirituale in tutti gli spiriti, altri si incaricarono, con pari efficacia, di riempire questo vuoto, e questi furono i franco-massoni. Occorreva innanzitutto svuotare gli spiriti dalla filosofia scolastica, cioè cristiana, e poi introdurvi progressivamente e in dosi “omeopatiche” la gnosi luciferina, quella cioè delle logge. – Joseph De Maistre, il primo maestro del pensiero contro-rivoluzionario, era un uomo di grande cultura, ma questa cultura era fatta di elementi eterocliti e contraddittori. Buon ellenista, subì soprattutto l’influenza di Platone di cui ha voluto – come Sant’Agostino ai suoi albori – fare un precursore del Cristianesimo, tanto che nelle “Serate a San Pietroburgo” lo definirà “una prefazione umana del Vangelo”! … ed è probabilmente all’influenza platonica che bisogna attribuire l’accecamento di cui fece prova nei riguardi della Franco-massoneria e dell’occultismo. Fu per quindici anni un franco-massone convinto che, partito dal razionalismo, subì un’evoluzione verso l’illuminismo che confuse costantemente con la mistica cattolica, tanto che, malgrado delle reticenze, non rinnegò giammai totalmente i suoi maestri illuminati. – Egli ricevette dapprima una vera iniziazione dal suo maestro Willermoz, fondatore delle logge martiniste a Lione. Quest’ultimo gli inviò le sue istruzioni il 9 luglio del 1779. – Per leggerle, egli dice, bisogna mettersi “al di sopra di tutti i pregiudizi acquisiti o naturali” (cf. Il dubbio metodico), ascoltare le voci del proprio cuore « principio della convinzione “interiore” in una faccenda in cui l’uomo ragionevole non deve sperare nelle “esteriori” (cf, il disprezzo della ragione, il rifiuto del reale e delle autorità naturali), rigettare tutti i sistemi filosofici che “lasciano dei vuoti che affliggono e tormentano l’uomo” (cf. il rigetto delle superstizioni religiose), “non aspettarsi nulla dagli uomini, perché il fuoco che deve illuminarci, riscaldarci è in noi ed un desiderio puro, vivo e costante è il solo soffietto che possa infiammarlo ed estenderlo » (cf. la natura divina ed onnisciente della nostra anima), vale pure a dire che “l’uomo così preparato acquisisce con il proprio lavoro ciò che resta sua proprietà” (cf. l’uomo che possiede in se stesso la fonte delle sue conoscenze), ecco un bel programma cartesiano di “lavaggio del cervello”! Joseph de Maistre ha letto evidentemente i grandi autori massonici. Claude die Saint-Martin, il fondatore delle logge martiniste pubblicava nel 1790, “L’uomo del desiderio”. L’uomo è un desiderio di Dio, vi spiegava, il Quale vuole infiltrare in lui una linfa meravigliosa, e l’uomo deve essere un uomo di desiderio, per la sua assiduità a sviluppare in sé le “proprietà divine”. Così devono cadere gli ultimi ostacoli tra le loro due nature, tra i due “esseri” che aspirano alla loro unione, all’unione tra l’uomo e Dio. Noi riconosciamo bene in questo libro le tesi gnostiche del ritorno all’unità primordiale. – Teresa de Maistre, la sorella dello scrittore, trovava questo profeta “tanto sublime, tanto eretico, tanto assurdo”. Era la reazione di un’anima retta e semplice. Ma suo fratello le replicò precisandole che egli  non si accordava che con il primo punto: “questo punto non soffre difficoltà. Io non ti nego formalmente il secondo e mi impegno a sostenere la sua ortodossia in tutti i capi …” – In breve, Maistre consegnava un certificato di ortodossia a Claude de Saint-Martin. Nel 1797, ricopiando certe accuse dell’Eudista Le Franc contro il nostro “sublime profeta”, aggiungeva: « Nulla è più degno di inestinguibili risate. » Nelle logge martiniste, Maistre intendeva parlare (e lo sappiamo proprio da lui) di un « Cristianesimo reale, ascendente » (cf. la risalita attraverso gli eoni verso l’Ogdoade degli gnostici!), che era una vera iniziazione, tale come che era stata « già conosciuta dai cristiani primitivi » e che rivelava e « poteva rivelare ancora delle grandi meraviglie, non solamente disvelarci i segreti della natura, ma metterci in comunicazione con gli spiriti » (Oh! Oh! … sento odor di zolfo!) [Opere, tomo VIII, pag. 327-328 e tomo V, pag. 241]. Ecco cosa dovrebbe far drizzare le orecchie: Joseph de Maistre ancestre di un ecumenismo presieduto dal futuro Messia giudeo …

  1. Joseph de Maistre ed Origene

La sua formazione massonica e platonica lo ha spinto a ricercare tra gli antichi scrittori ecclesiastici coloro che erano impregnati di gnosi: Origene e Clemente di Alessandria.In un grosso volume di di Mélamges B, cominciato a Torino il 25 maggio 1797, noi ritroviamo 25 pagine di brevi commenti sul « Trattato di Origene contro Celso ». –  Questo grand’uomo, questo “sublime teologo”, credeva alla magia in generale, vale a dire alla realtà di una scienza che può mettere l’uomo in comunicazione con delle intelligenze di un ordine superiore; egli ammetteva una “magia bianca”, in modo tale che questa scienza era buona o cattiva, a seconda del genere di spiriti che si invocavano. Maistre considera come provato da Origene che « il Cristianesimo, nei primi tempi, era una vera iniziazione in cui si svelava una vera magia divina ». Egli cita tra gli oggetti di questa iniziazione, l’anima degli astri e la divisione delle nazioni, … leggiamo ancora, nei Melanges B [inedito, 2 dicembre 1797]: « Sant’Agostino, nella Città di Dio, ha mal compreso Origene, quando costui asseriva che la causa della materia non è solo la bontà di Dio, ma il fatto che le anime, avendo peccato allontanandosi dal loro Creatore, meritavano di essere rinchiuse in diversi corpi come una prigione, secondo la diversità dei loro crimini e che il mondo è là; così la causa della creazione non è stata quella di far fare delle buone opere, bensì quella di impedirne le cattive. L’opinione di cui si tratta, aggiunge de Maistre, non ha nulla a che vedere con il Manicheismo. Si può osservare che essa è ancora oggi la base di tutte le iniziazioni moderne. » Ecco un buon riassunto degli insegnamenti gnostici trasmessi da Origene. Sant’Agostino, che aveva conosciuto i Manichei da vicino, non aveva difficoltà a ritrovare le loro tesi in Origene ed a denunciarle. Joseph de Maistre, impregnato dal platonismo e dal linguaggio massonico, al contrario, vi aderisce ed appare addirittura meravigliato dalla reazione energica di Sant’Agostino. – Ma vi è di più. Sotto la sua penna, annotata nelle sue “Miscellanee”, si trovano dei passaggi completi del vangelo gnostico di Tommaso, quello che fu trovato a Nag-Hammadi nel 1947 e che era in precedenza sconosciuto: « Quando due non faranno più che uno, e che ciò che è al di fuori sarà come ciò che è al di dentro, quando il maschio sarà confuso con la femmina e non ci sarà più né maschio né femmina, quando avrete depositato il vestito dell’onta e di ignominia [si tratta del nostro corpo], allora verrà il regno. » Questi testi li ha trovati in San Clemente d’Alessandria, ancora una volta uno scrittore ecclesiastico impregnato di gnosi, che venerava nella biblioteca personale il vangelo di Tommaso. Bisognerà fare molta attenzione allora, quando leggeremo le “Serate di San Pietroburgo”, a questa impregnazione gnostica e massonica nel pensiero Maistriano.