LE VIRTÙ CRISTIANE (5)

LE VIRTÙ CRISTIANE (5)

S. E. ALFONSO CAPECELATRO – Card. Arcivescovo di Capua

Tipografia liturgica di S. Giovanni Desclée e Lefebre e. C. – Roma – Tournay

MDCCCXCVIII

PARTE Ia

LE VIRTÙ TEOLOGALI E LA VIRTÙ DELLA RELIGIONE

CAPO IV.

LA VIRTÙ DELLA CARITÀ: L’amore del prossimo.

Nella virtù teologale della carità, secondo che ci venne fatto di definirla, vivono tre nostri nobilissimi amori; cioè l’amore di Dio, l’amore di noi stessi, e l’amore del prossimo: non ci vivono però allo stesso modo. Chi ha il prezioso tesoro della carità nell’anima, ama Iddio Bene sommo per sé medesimo, essendo esso di sua natura infinitamente amabile; ama poi sé e il prossimo, guardando sé e il prossimo in quel supremo e ottimo Bene, a cui si sente congiunto per creazione e per redenzione intimissimamente, e più che figliuolo non sia stato mai congiunto al padre o alla madre sua. Or questo amore, che lega l’anima in carità a Dio, a sé e al prossimo, benché si apra in tre amori; pure, risulta tanto stretto, che ciascuno dei tre non istà mai senza dell’altro; onde allorché se ne disnodi uno, gli altri due pure si sciolgono. In effetti non ci ha amore di carità verso Dio, che non sia in pari tempo amore buono di sé e del prossimo; né ci ha amore di carità a sé e al prossimo che non sia altresì amore di Dio. In somma la carità noi la possiamo rassomigliare al getto d’una fontana limpidissima, nella quale l’acqua dal basso zampilla in alto, e dall’alto ritorna in basso. Egualmente, per virtù soprannaturale di grazia, l’amore di carità, da noi che siamo in basso, zampilla verso Dio nell’alto, e poi da quell’altezza smisurata, a cui è giunta, ridiscende in noi stessi e nel prossimo. Indi risale e ridiscende sempre con non interrotta alternativa; e solo un atto malvagio del nostro libero arbitrio, rompendo l’amicizia dell’anima nostra con Dio, interrompe questo salire e discendere dell’amore dall’uomo, ricco di grazia, a Dio, e da Dio all’uomo. A questa unità dei tre amori, di cui s’è parlato, parrebbe contradire il fatto che sì nel Deuteronomio, sì nei santi Evangeli questi tre amori ci sono comandati non in un solo ma in due comandamenti: il primo che è dell’amore di Dio, e l’altro dell’amore di sè e del prossimo. Ma, come è detto nella Somma Teologica di san Tommaso, il secondo comandamento d’amore è compreso nel primo, al medesimo modo che le conseguenze d’un principio qualsiasi sono in esso principio comprese. Or, poiché non tutti gli uomini hanno tanto lume e vigore d’ intelletto, da vedere le conseguenze chiare nei principj loro; Iddio provvidissimo volle per i meno capaci distinguere l’unico precetto in due. (Sum. 2, 2 quæst. 44 art. 2 in corso.). Teniamo dunque bene a mente questa intima e perfetta unione dei tre amori; perciocchè essa è veramente il centro di tutta la sfera ampissima delle virtù cristiane, le quali non sono altro che irradiamento di questo amore uno o triplice, secondo che diversamente si considera. Dopo san Giovanni e san Paolo, pochi uomini compresero sì addentro il mistero dell’amore santo, come quel dottissimo e santo Vescovo d’Ippona Agostino, che, essendo stato prima amatore passionato del mondo, la divina grazia trasformò in amatore passionatissimo di Dio e del prossimo. Bello è sentirlo enfaticamente esclamare: “L’amore di Dio e l’amore del prossimo esso è etica, è logica, è fisica; esso è tutta la salute delle nazioni.?” (Epist.). Altra volta poi, infiammato com’era di accesa carità, scrisse: “Se tu, o uomo, ami con amore di carità, fa pure ciò che vuoi e farai bene… Studiati di tener dentro dell’anima tua ben abbarbicata la radice dell’amore buono; perciocchè da essa non germoglierà altro che bene.” (De laudibus charitatis), Laonde, quando il medesimo Santo, nel suo aureo Libro della Città di Dio, abbracciò in una sola occhiata tutto il genere umano, dalla creazione alla consumazione sua, e lo vide diviso in due grandi Città, l’una di Dio, e l’altra del mondo, una simboleggiata da Gerusalemme, e l’altra da Babilonia; allora con alta e ottima sapienza affermò che “queste due Città vivono di due amori; la prima dell’amore di Dio, la seconda di quell’amore inordinato di sé, che egli chiama amore del secolo, e che possiamo anche dire egoismo.” (Super Ps. 64).” Ancora, nella stessa Città di Dio aggiunge che “ogni creatura, essendo nella sustanza buona, può essere amata bene e male: bene, se la si ami secondo l’ordine suo, male se la si ami seguendo la perturbazione di questo ordine. ” (De Civit. Dei. L. XV). E ora, che abbiamo veduto dove nasca e dove si alimenti l’amore di carità verso noi stessi e il prossimo, volgiamoci un tratto a considerare in modo particolare il secondo comandamento di carità : “amerai il prossimo come te stesso.” Parlando del prossimo, parliamo anche di noi medesimi; perciocchè nessuno è tanto prossimo all’uomo, quanto ciascun uomo a se stesso. Che se vi ha qualche particolarità da indicare intorno all’amore di sé, ne faremo un cenno poi. L’amore del prossimo, che, dopo la promulgazione dell’Evangelo, fu più comunemente detto dilezione o carità fraterna, ha tante e sì nobili attinenze con Gesù Cristo, che chi non lo guarda e studia in Lui, mai non lo comprende appieno. È giusto anzi dire che si farebbe bene a studiarlo più spesso e più profondamente, di quel che non si faccia, in Gesù Cristo. Bellissimi sono pure gli esempj, che Gesù medesimo ce ne ha dati nei Santi suoi; ma, come questi, per le loro sembianze particolari e più umane, possono giovarci per un certo rispetto; il tipo divino della carità fraterna, che è Gesù Cristo, li comprende tutti nella sua universalità, e ha una bellezza e un’efficacia assai maggiore. In vero volgendo io umilmente e amorosamente la mente a Gesù Cristo, Maestro supremo della fraterna carità, ciò che mi colpisce più, e mi par più degno di nota, lo trovo nelle parole stesse, da lui adoperate nel darci cotesti precetti. “Il comandamento mio, Egli dice, è questo che vi amiate l’un l’altro, come Io ho amato voi. Un nuovo comandamento dò a voi che vi amiate anche voi l’un l’altro come io v’ho amati… Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avrete amore l’uno per l’altro. ” (Joan. XV, 13; XIII, 34 e 35). Son poche e brevi queste parole dell’Evangelo; ma da esse sfavilla una così soave e smagliante luce d’insegnamenti intorno alla carità fraterna, che né prima né poi se ne vide mai maggiore. Ponderiamo dunque bene le parole del Vangelo, e apriamo la mente alla luce bellissima che diffondono. – Dunque il comandamento della fraterna carità è comandamento di Gesù Cristo. Come mai questo, se la legge di natura è pur la legge antica questo comandamento lo conobbe, e lo promulgò? — È comandamento di Gesù Cristo, perché è il comandamento, che ei predilige sopra tutti gli altri — È  comandamento nuovo. Come mai nuovo, se già era stato dato? E nuovo, perché quasi dimenticato dagli uomini, e perché doveva essere elevato a perfezione nuova. Ancora, questo comandamento della carità fraterna dobbiamo mirare, benché essa sia tanto alta, che il raggiungerla, è assolutamente impossibile. La misura è: amare gli uomini, come Gesù Cristo gli ha amati e gli ,ama. Infine la carità fraterna (e qui vedo la maggiore importanza della cosa) è il segno di riconoscimento dei credenti in Gesù Cristo e nella Chiesa sua; è il vessillo, o piuttosto è la pacifica orifiamma della milizia cristiana. Certo, nel nostro vessillo, o piuttosto nella nostra pacifica orifiamma, non manca la luce di nessuna virtù; ma l’oro e la fiamma che sfavillano visibilmente e principalmente nel vessillo cristiano sono (è bene tenerlo sempre a mente) oro e fiamma di carità fraterna. Di nessun altro comandamento, datoci da Gesù Cristo, si dicono cose simili a queste; e ciò non può stare che sia avvenuto senza profonde ragioni. Neppure dell’amore di Dio, che certo primeggia sull’amor fraterno, e che illumina e infiamma l’amore fraterno, Gesù disse parole somiglianti. Per quali ragioni mai? Le ragioni di questo, direi privilegio della carità fraterna possono esser molte. Io farò cenno di una sola, che la mente mi suggerisce, mentre che scrivo, e che mi pare ottima. Il primitivo intendimento di Dio nel creare l’uomo, e mettergli intorno l’universo, con tutte le sue inenarrabili bellezze, fu che l’uomo dovesse dal conoscimento di sé, dei suoi simili e delle altre creature salire al conoscimento di Dio, e, anche per giusta conseguenza, dall’ordinato amore di sé e delle creature salire all’amore di Dio. Cotesta dottrina è chiaramente insegnata da San Paolo in alcune parole « della sua Lettera ai Romani, le quali sono di questo tenore: “Ciò, che di Dio può conoscersi, è manifesto negli uomini (cioè nell’interno lume donato loro da Dio), e le invisibili cose di Dio, per le cose fatte comprendendosi, si veggono: per esse si vede anche l’eterna potenza e l’essere di Dio: onde siamo inescusabili se non lo conosciamo.” Parimenti, poiché in chi ha luce d’intelletto, il conoscimento è il principio dell’amore, ne segue che l’uomo doveva anche dall’amore di sé, dei simili e delle altre creature ascendere all’amore di Dio. Nel regno della gloria l’amor nostro ha un moto e un ordine inverso all’ordine e al moto della vita presente. Nel futuro regno della gloria, dall’amore di Dio, come da un’altissima cima, il cuor nostro discenderà all’amore delle creature; perciocché quel primo ed eterno Amore c’investirà pienamente e sarà fonte d’ogni altro amore. Nella vita presente però dall’amore delle creature che nella vita soprannaturale è ordinato e santificato dalla divina grazia, dobbiamo d’ordinario ascendere all’amore di Dio. Ora il peccato d’origine e gli altri peccati che seguirono, hanno onninamente turbato e capovolto quest’ordine L’amore di noi stessi, dei nostri simili e delle altre creature visibili, per effetto dell’orgoglio, dell’egoismo e delle cupidità, anzi che elevarci all’amore di Dio, ci allontanano da esso. Fu dunque ottimo e sapientissimo consiglio di Dio che la redenzione di Gesù Cristo (detta a ragione da san Paolo nuova creazione) rinnovasse, per mezzo d’ una santa carità fraterna (derivante dall’amore di Dio) l’ordine primitivo. Per tal modo quello stesso amore delle creature, che, avvelenato dalla colpa, per quattromila anni allontanò tutto il genere umano da Dio; quello stesso, santificato poi e nobilitato dalla carità di Gesù Cristo, diventò lo strumento più efficace per crescere la fiamma dell’amore buono nelle anime, e ravvicinare tutto l’universo a Dio. – Ma, che che sia di questa ragione, quello che ho detto privilegio della carità fraterna, si scorge altresì in tutta l’economia del Cristianesimo, e riesce sempre più evidente a chi guarda con intelletto d’amore lo stesso Gesù Cristo nella sua natura, nella sua vita, nei suoi prodigi, nei suoi insegnamenti. Gesù Cristo, eterno Verbo del Padre, Dio da Dio, e dal Padre eternamente generato, per amore degli uomini assume la natura umana, e si fa amico anzi fratello primogenito di tutti gli uomini. Per amore fraterno Egli vive trentatré anni tra gli uomini, bambino, fanciullo, adolescente, giovane; per amore fraterno paga il debito del peccato di tutti, e tutti redime dalla schiavitù del male. Inoltre, Gesù ama le anime di tutto il genere umano, illuminandole delle verità, che fanno ad esse conoscere l’eterna e incommutabile Bellezza. Per amore dei corpi nostri risana miracolosamente gli uomini o ciechi o mutoli o paralitici oppressi da febbre o storpj; per amore di essi li alimenta col miracolo dei pani, se famelici, o anche li risuscita, se morti. Le sue più soavi e belle parabole, come quelle del Samaritano, e del figliuol prodigo, sono, quasi direi, un cantico nuovo di amore fraterno. Quando la Maddalena gli unge i piedi con un unguento di nardo di spigo di gran pregio, e li asciuga con le trecce dei proprj capelli; Gesù prende occasione dal fatto per dire che la carità di lei sarà predicata a quanti conosceranno il Vangelo. Per inculcarci l’amore del prossimo egli, Maestro divino, lava i piedi ai suoi discepoli, e comanda che essi facciano il medesimo. Nel giudizio universale, che spesso ci vien dipinto con colori foschi e paurosi; Gesù fa comparire non la giustizia austera con le terribilità sue, ma la bella e soave figura della carità fraterna, dicendo che essa sarà il criterio principale del premio o della pena eterna. Infine il maggiore sforzo dell’amore era sembrato, sin allora agli uomini il morire per l’amico; e Gesù muore anche per i suoi nemici. Anzi, poiché tutti gli uomini fratelli di Gesù Cristo, per i loro peccati, erano nemici di Lui, in quanto era Dio; è necessario conchiudere che tutta la vita di Cristo non solo si consumò nell’amore fraterno, ma in un amore fraterno che fu in pari tempo amore dei nemici. – Benediciamo dunque il Signore, che fondò il Cristianesimo sulla pietra preziosa dell’amore fraterno, ci dette questo amore dolcissimo per vessillo della nostra santa milizia, e ci lasciò tali esempj di mutuo amore, che la mente umana si smarrisce nel pensarli, intanto che ne ritrae consolazioni ineffabili. Alla luce, fulgida più che oro, di questo amore fraterno, datoci da Gesù Cristo, non solo la filantropia, ma tutte le altre forme di amore umano impallidiscono, e appena pajono ombre d’amore. In vero questo amore fraterno, donatoci da Gesù Signore, poiché vive nell’amore di Dio, si appropria (quanto può creatura) le perfezioni dello stesso Iddio, in cui l’amore e l’essere sono un medesimo. In quella guisa che ogni raggio prende la luce dal sole; così avviene del nostro amore fraterno, che, mentre, a modo del sole, si diffonde su tutte le creature, viene in noi dal Creatore. Come Iddio è buono, possente e santo; così buono, possente e santo è il nostro amore fraterno; e dippiù, come Iddio è sapiente, previdente e provvidente; così il nostro amore è saggio e prevede e provvede ai bisogni del prossimo. Da quel seme di carità di Dio, che vive nella nostra carità fraterna e la abbellisce, e la feconda, procede che di questo amore, e di nessun altro si possa dire ciò che scrisse san Paolo nella sua prima ai Corinti. ‘Quando io parlassi, dice l’Apostolo, e dicono con lui tutti coloro che amano il prossimo in Dio; quando io parlassi le lingue degli uomini e degli Angeli, se non ho la carità, sono come un bronzo suonante o un cembalo squillante. E quando avessi dono di profezia, e intendessi tutt’i misteri, tutto lo scibile; e quando avessi tale una fede da traslocare le montagne, se non ho la carità sono un niente. E, quando distribuissi in nutrimento dei poveri tutte le mie facoltà, e quando sacrificassi il mio corpo a essere bruciato, se non ho la carità, a nulla mi giova. La carità è paziente, è benefica; la carità non è astiosa, non è insolente, non si gonfia; non è ambiziosa, non cerca il proprio interesse; non si muove ad ira, non pensa male; non gode dell’ingiustizia, ma fa suo godimento il godimento della verità; a tutto s’accomoda, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta.” (I Cor. XIII, 1 e segg.). Se non che l’amore fraterno secondo Gesù Cristo, ha una dote sua propria, che lo distingue da tutti gli amori umani. Questi amori sono più o meno particolari; e l’amore fraterno di carità è universale; tanto universale, che effigia in certo modo l’immensità e l’onnipresenza di Dio. Cotesto nostro amore fraterno trasvola sul tempo, e su lo spazio; o piuttosto abbraccia tutta la distesa del tempo e dello spazio, sino a che peregriniamo su la terra, e poi vive e fiammeggia fuori del tempo e dello spazio nell’eterno regno di Dio. Noi Cristiani amiamo gli uomini di tutt’i tempi; sicché non ci ha uomo, da Adamo insino all’ultimo nato di donna, il quale non entri nella sfera della nostra carità. Ci sentiamo stretti in amore con gli uomini del passato; perché procediamo da essi, come il frutto dall’albero, e da essi avemmo tutto il tesoro del sapere e della civiltà presente, che accumularono per noi tra molti stenti, fatiche e dolori. Non furono forse i nostri avi, e gli avi dei nostri avi che edificarono i nosti tempj, abbellirono le nostre case, provvidero ai nostri bisogni, e ci apparecchiarono tanta messe di opere d’arte, d’industrie, di commerci, di ricchezze e di agi? — Amiamo gli uomini del nostro tempo, i quali sono doppiamente nostri fratelli, datici come amici e cooperatori nella vita che meniamo. Anche che questi fratelli, alcuni di essi, sieno malvagi, altri poveri d’ ingegno, altri superiori e altri inferiori a noi, essi, per ordinamento di Provvidenza, formano tutti, in vario modo, parte della nostra vita, e ci riescono benefici. Chi tra loro coltiva la terra la quale ci alimenta; chi c’insegna con la dottrina; chi ci arricchisce con l’industria; chi in modo più intimo partecipa alla vita nostra domestica e familiare. Anche i più malvagi tra loro, e, che ci sono o ci pajono nemici, senza volerlo, ci beneficano esercitando la nostra pazienza, stimolando il nostro zelo, distaccandoci dai desiderj e dalle opere vane della Città del mondo e dai piaceri del senso. — Con gli uomini infine dell’età ventura i nostri legami di carità fraterna pajono minori; perciocchè essi, i quali sono presenti al cospetto di Dio che è fuori di ogni tempo, per noi non sono ancora. Ma nondimeno, poiché la vita del genere umano è una catena di tanti anelli, che grado grado si annodano e poi si spezzano, e di tanti nuovi che si formano, e si uniscono tra loro; è indubitato che, come noi ci giovammo dell’opera delle età passate, gli uomini dei secoli avvenire si gioveranno dell’opera nostra. Or il Cristiano questo bene, che gli uomini dell’età ventura avranno, per mezzo di noi viventi nell’età presente, non solo lo prevede, ma lo desidera, e, quanto è da sé, lo procura; perciocché ei ben sa che non solo gli uomini del passato e del presente sono nostri fratelli, ma anche quelli dell’avvenire. Del rimanente si può forse pensare un sol uomo, dal primo Uomo Adamo che non nacque, sino all’ultimo che morrà nella consumazione dei secoli, che non sia creatura del nostro infinito Padre Iddio e plasmato, dirò così, dalle sue mani? Non risplende forse in ogni figliuolo dell’uomo l’immagine somigliantissima del suo Creatore? E l’uomo pagano, barbaro o giudeo non fu egli redento da Cristo, che in senso strettissimo morì per tutti? Dunque non v’ ha, né è giusto che esista mai un solo uomo, il quale non sia oggetto del nostro amore fraterno. Questo, che fu detto del tempo, vale molto più dello spazio. Se io amo l’uomo, che, in quanto uomo, cioè nella sua unione col corpo non esiste più; come mai non amerei colui che, è lontano da me, sia anche per centinaja e centinaja di miglia? Egli vive sotto diverso cielo, forse giace tra le tenebre, nella stessa ora, in cui io mi sento rallegrato dalla luce; ma non ha egli un corpo come è il corpo mio, non pensa come io penso, non ama come io amo, non desidera come io desidero? Qualunque sia l’uomo che vive lontano da me, o egli è un credente che vive tra i beni desideratissimi della civiltà cristiana; ed egli è mio fratello, anche per la fede, per l’amore di Dio e per l’aura benefica della civiltà cristiana, che respiriamo insieme: o è un pagano, un miscredente, uno schiavo, un barbaro, un selvaggio; e io lo amo egualmente: perché ho compassione del suo stato, e perché mi par amore nobile e santo ogni sforzo mio di giovargli in tutt’i modi, e di correre in ajuto del fratello perduto, se non fosse altro, col desiderio. – La perfezione poi che avrà questa fraterna carità, quando nell’eterno regno possederemo Iddio, è appena credibile. L’amore nostro alle creature si accenderà tutto nell’amore e nel possedimento di Dio; e noi, uniti in dolce amore alla perfettissima volontà di Dio, ci perderemo in essa come le acque nell’oceano. Però le creature le ameremo, com’Egli le ama, e anche, secondo che si dirà appresso, con quei vincoli particolari, ond’Egli stesso, Autore supremo della natura e della grazia, ci legò ad esse. – Ma consideriamo ora in un altro aspetto questo dolcissimo amore di carità fraterna; che, quando fosse bene inteso e largamente diffuso, basterebbe, anche solo, a sciogliere tanti e tanti problemi della vita morale e civile dei popoli. L’amore unisce nobilmente l’amante all’amato: l’intelletto all’intelletto, la volontà alla volontà, la persona alla persona. Però l’amore comunica all’amato il bene proprio, e tutto ciò, in cui l’amante trova una ragione di bene. Quindi segue che la carità fraterna, riconoscendo, come bene supremamente desiderabile, il Bene eterno e infinito, che è Iddio, si adopera principalmente nel dare Iddio all’amato, e con Dio la fede, la grazia, la carità di Lui. E, poiché tutti i beni umani sono, per vario ordine e gradazione, immagini del Bene supremo, e anche essi veri beni, giustamente desiderati e desiderabili, secondo l’ordine e la gradazione loro; l’amante del prossimo si sforza di comunicare allo stesso modo anche i beni finiti al prossimo amato. Laonde la carità fraterna, imitando Iddio eterno e infinito Amore, dona i beni spirituali e materiali, gli eterni e i temporali. Tutti questi beni furono un dono di Dio a noi; e tutti noi egualmente li doniamo ai nostri fratelli. Per effetto di questa fraterna carità che vive in Dio; chi ha dono di scienza, dà la scienza all’intelletto del prossimo amato; e chi ha dono di amore buono, dà amore buono alla volontà del prossimo; chi è ricco nell’anima, dà questa ricchezza all’amato, e chi è ricco dei beni di fortuna, egualmente li dona al prossimo suo. È un continuo donare l’ufficio della carità fraterna: a chi è infermo dà la sanità, a chi soffre, il balsamo della consolazione, a chi è famelico, il cibo, a chi è prigione, la libertà. In somma la carità, per la virtù diffusiva dell’amore, fa del fratello che ama, un altro sè stesso; e ciò che vuole per sé, ed ei lo vuole pel fratello, e ciò che dà a sé, lo dà parimenti al fratello suo. Talvolta la carità può giungere a così eccelsa perfezione, che chi arde della carità fraterna di Gesù Cristo, quasi non fa più distinzione tra sé e il suo fratello; gli pare di fare a sé ciò che fa a lui, e ama sé nel fratello, e il fratello in sé: tanta è la forza unitiva dell’amore, molto più quando sia amore diffuso nei nostri cuori dallo Spirito Santo. Ben è vero che tutto ciò non si compie, senza che all’amante manchi qualche cosa di quello che resterebbe in lui, se non amasse. Questo è propriamente ciò che diciamo sacrificio. Ma il Signore, avendoci dato naturale inchinamento ad amare, ha posto in quello che diciamo sacrifizio una certa spirituale dolcezza, la quale c’inclina a farlo; una dolcezza, che allora principalmente si sente, quando l’animo sia nobile e avvezzo ad amare, non secondo la carne e il sangue, ma secondo lo spirito e la carità del Signore. Questa carità fraterna, benché aspetti il suo premio nel regno eterno, pure ha ineffabili consolazioni anche qui in terra. Amore chiama amore; ed è vero dell’amore di carità, come di ogni altro qualsiasi amore, che nessuna cosa lo accende, lo infiamma e lo abbellisce tanto, quanto il sentirsi riamato. Di qui segue, che chi ama con amore di carità, poiché si sente riamato, prova in ciò un incentivo nuovo ad amare. Ben è vero che anche in questa forma d’amore di carità, che è tanto nobile e disinteressata, non mancano, per effetto dell’umana corruttela, le ingratitudini, ma le eccezioni e i casi particolari non hanno forza a distruggere ciò che è di per sé vero e secondo natura. Del rimanente poiché in questo amore fraterno di carità v’è Dio e il suo amore; le ingratitudini umane poco o punto ci tangono: anzi esse riescono spesso ad accendere nuovo amore negli uomini giusti, e molto più nei Santi; i quali, a poco a poco, nella creatura quasi non vedono altro che il Creatore. Le cose fin qui dette della carità fraterna, se io giudico rettamente, sono in piena armonia con quanto v’ha di più nobile e bello nella natura umana. Certo, nobile e bellissima cosa è l’amore, talmente naturato nella creatura intelligente, che, tra tutti gli uomini, non ve ne ha alcuno che non abbia amore. Questo amore, che tutti sentiamo in noi stessi, può, senza dubbio, scendere in basso, volgendosi a quelle cose, che sono inferiori all’uomo, e può restare nella stessa creatura amante. Ma può altresì, come fiamma viva e forte, spingersi in alto. E si spinge in alto, sempre che l’intelletto presenta all’uomo alte e nobili idealità, come beni, anzi come beni grandemente amabili; e d’altra parte l’uomo affisandosi in essi, liberamente li ama. Ora come mai l’amore si potrebbe spingere più in alto che in Dio, considerato primamente in sé stesso, come suprema Bontà e Bellezza, e poi nelle immagini sue più care che sono le creature intelligenti e amanti? Oltre a ciò, noi abbiamo tutti, come si dirà, un inchinamento irresistibile ad essere amati, anche con amore universale, e a questo inchinamento corrisponde il desiderio della lode e della gloria. Ebbene, se vogliamo in nostro benefizio l’amore universale, non è dunque al tutto giusto e consono alla natura che rendiamo agli altri quell’amore che vogliamo per noi stessi? Oltre di che la medesima nostra natura ci spinge per un altro modo ad amare tutti gli uomini. Alcuni degli uomini naturalmente siamo spinti ad amarli, perché da essi aspettiamo ciò che essi hanno e noi non abbiamo, o almeno non abbiamo nella stessa misura loro: dico, la scienza, la cultura, l’arte, le ricchezze, la virtù o altri beni somiglianti. Altri uomini, che ci pajono o sono poveri di tutto, li dovremmo amare per naturale sentimento di compassione, e di fraternità; un sentimento, che l’uomo, quando non è corrottissimo, non perde mai interamente; un sentimento, che o è o pare comune anche agli animali bruti, e tanto più, quanto essi sono meno imperfetti. Anche senza il dono della carità soprannaturale, ogni animo nobile e gentile sente compassione del prossimo o povero o infermo o ignorante o vizioso, e sente una voce dentro di sé che gli dice soccorrilo: è tuo fratello. Non dico per questo che l’amore, il quale non abbia altro fondamento che quello della natura, riesca molto efficace e operativo. Tutt’altro. Perciocchè, se v’ha una voce naturale di compassione e di fraternità, che spinge l’uomo ad amare il prossimo; ve ne ha un’altra assai più possente e forte di egoismo, la quale gli grida di continuo nell’animo: pensa a te stesso, ama te stesso, godi tu e i tuoi cari del bene che hai. — Il frutto dunque di questo amore naturale del prossimo è un frutto malaticcio, scarso e che dura appena un’ora e sparisce, Il fatto prova che non è neanche un milionesimo di quello, che ha prodotto e produce nel mondo la carità cattolica. Del rimanente è secondo l’ordine di Provvidenza che questo frutto dell’amore umano ci sia; ed anche è secondo l’ordine di Provvidenza che riesca sì povero e scarso. Ogni qualsiasi frutto dell’amore umano, con la sua esistenza, ci prova che la carità universale del prossimo è al tutto conforme alla nostra natura, la quale, anche corrotta, ha inchinamento all’amore universale, a scarsezza poi e povertà di questo frutto naturale, ci prova quanto sia nobile, bella e santa la carità di Gesù Cristo, che, elevandoci al soprannaturale, nobilita, santifica e moltiplica in infinito tutto il bene naturale che Iddio Creatore ci diede, e che noi, per nostra colpa, perdemmo in gran parte. Oh dolcissima carità  fraterna, o gemma preziosissima donataci da Gesù Cristo, se io fossi riuscito a innamorare di te almeno qualcuno degli uomini, oh come mi riterrei veramente beato!

CRISTO REGNI (11)

CRISTO REGNI (11)

 P. MATHEO CRAWLEY (dei Sacri Cuori)

TRIPLICE ATTENTATO AL RE DIVINO

[II Edizione SOC. EDIT. VITA E PENSIERO – MILANO]

Nihil obstat quominus imprimatur ,Mediolani, die 4 febr. 1926 – Sac. C. Ricogliosi, Cens. Eccles.

IMPRIMATUR In Curia Arch. Mediolani die 5 febr. 1926 – Can. M. Cavezzali, Provic. Gener.

CAPITOLO III

L’onore del Re della gloria disdegnato

V. – Il vittorioso appello del Signore

Sopra tutte le opposizioni, restano i diritti del Maestro che ha fatto, del sacerdote, lo strumento indispensabile delle sue grazie. Egli si riserba il diritto sovrano di regnare, nella numerosa falange dei suoi amici predestinati, quelli ch’Egli ha guardato con sguardo di predilezione; Giovanni e le Marie… Egli li prende dove vuole; fra gli umili, fra i grandi, fra i santi e fra gl’indifferenti. E a volte per far risplendere la sua potenza, Egli va a cercare anche lontano. Egli designa, chiama sotto mille diverse forme, insiste con la sua grazia, fa dolce pressione, pur lasciando a ciascuno la libertà, il merito di seguirlo; si può sempre preferire a Lui, le reti e la barca del mondo, e rifiutare la missione gloriosa d’essere « pescatori» d’uomini ». – Avviene qualche che il giovane, la fanciulla restano esitanti, confusi, turbati. E allora comincia la grande e delicata missione dei genitori cristiani. Dio, che ha loro partecipato l’autorità sua, richiede da essi un gesto di fede, una condotta che sia d’accordo con la loro coscienza cristiana, e che non soltanto non contraddica, ma sia conforme e faccia eco alla sua volontà suprema. La loro missione d’educatori e di maestri continua, con lo stretto dovere, di secondare l’appello della grazia, senza precipitare le soluzioni, ma circondando soavemente e fortemente e prudentemente l’anima del fanciullo. E la santa decisione può nascere dal cuore della madre e delle figlie, del padre e del fanciullo come un unico e stesso cuore. Oh, che santa unione! – Se ancora, dopo di questo, resta qualche dubbio, la preghiera, i savi consigli d’un direttore e una sottomissione perfetta alla volontà di Dio, provocheranno certamente la luce. – Una famiglia per quanto nobile e cristiana, non può meritare la grazia di questa visita di Gesù Cristo, che passa da Re in cerca d’un ministro, da Fidanzato che vuol scegliersi una sposa. Certo, le vocazioni possono essere talora titoli di nobiltà divina, onde Nostro Signore vuol ricompensare la virtù provata d’una famiglia a Lui particolarmente unita, la fedeltà di molte generazioni… Ma l’onore di possedere un sacerdote o una suora è talmente superiore a ogni merito personale, ch’esso rimane una delle grazie più gratuite che il Signore possa accordare ai suoi amici. Così pensava il sig. Martin, il babbo avventurato della piccola Teresa, quando diceva: « Io non merito che il Signore venga a prendere le sue spose a casa Mia ». Il numero sempre crescente, delle famiglie cristiane, insensibili e refrattarie a questo onore incomparabile, è uno dei sintomi più inquietanti della decadenza del senso sociale cristiano. Supponete questa dolorosa inversione d’una delle più belle scene evangeliche: la sera del Giovedì Santo, Gesù, venuto a Betania, per il supremo addio, è fermato sulla soglia della casa, congedato colla sua Madre Divina, da coloro che Egli aveva chiamato suoi amici: Lazzaro, Marta e Maria, e questo perch’Egli li invitava a partecipare alla sua crocifissione, e a seguirli fino al Calvario! Ahimè, come questa scena si ripete troppo spesso, per il Cuore Divino, nelle famiglie amate, ove Egli viene ad invitare qualcuno al suo seguito! Eppure è  Lui il solo padrone, che avendoci tutto dato, può anche liberamente riprendere e scegliere quel che è suo. Non è dunque mai l’intruso, meno ancora il ladro, quando chiama con un amore che potrebbero invidiarci gli Angeli. È ho visto molto spesso scacciare insolentemente l’Amico di Betania! Ho visto questo dolce Maestro, bandito dal focolare, solo perché osava rivendicare un bene che solo temporaneamente aveva confidato alla custodia dei genitori. – Queste famiglie così degne, così cortesi, di educazione così fine, io le ho viste, soffocate dalla collera, lo le ho intese pronunciare parole che, per rispetto alla sua miseria, non avrebbero detto ad un mendicante impertinente. « Io ho otto figlie », mi diceva una signora, « tutte son fisse nella mia mente: sei saranno per il mondo; esse si mariteranno facilmente. Quanto a Luisa, la più piccola, è così poco graziosa, così poco simpatica e intelligente che farà bene ad entrare in convento. È la sola alla quale permetterò di essere religiosa » ed abbassando la voce, « il piccolo cencio della famiglia: non è buona a nulla ». Il Signore dispose altrimenti, e prese, nonostante il volere della madre, le due figlie preferite per il monastero, e una terza per il cielo. Un rovescio di fortuna cambiò crudelmente la posizione. Le tre figliole che restarono dovettero lavo far vivere la madre e la sorella malata. La povera madre, in uno stato quasi di miseria, dovette assoggettarsi a mangiare nel parlatorio di un convento, ove una delle sue figliole era divenuta superiora. Ella aveva spesso detto: « È una provvidenza che vi siano dei conventi, perché essi sono il rifugio degli spiriti miseri e insopportabili, delle malaticce, di coloro che una famiglia di un ceto rispettabile non potrebbe convenientemente sistemare », e in altri termini: Gesù è il mendicante al quale si gettano i rifiuti del mondo, gli esseri deboli nel fisico e nel morale. – Ho potuto spesso ammirare la debolezza infinita, la pazienza instancabile, la divina pietà del Maestro adorabile, il cui Cuore resiste a tutti gli oltraggi per conquistare un’anima d’apostolo, un’anima di sposa. La lotta è crudele anche per gli eletti, tanto più, in quanto sentono che il seguire Colui che li chiama, è un loro pieno diritto. Essi veggono la libertà di cui godono i loro fratelli, libertà di cui questi possono abusare a volte, mentre essi menano una vita di oppressione e di diffidenza insopportabile. Tutti li allontanano da tutto ciò che potrebbe favorire quello che viene preso per una « esaltazione ». Non si accorda loro che il minimo di espansione, di pietà e s’impongono loro le più odiose restrizioni. Conosco il caso di un giovane che, per arrivare a intrattenersi con il suo direttore, non trovava altro mezzo che di fingere una innocente relazione amorosa, per la quale veniva approvato in famiglia. Egli vedeva a teatro, a passeggio, una giovinetta… e tutti e due parlavano di vocazione, perché tutti e due si trovavano nella stessa insostenibile e dolorosa situazione. Essi dunque complottavano in favore di Nostro Signore. Aiutandosi a frustare le opposizioni, che le famiglie entusiaste della loro unione avrebbero fatto alle loro vocazioni, essi si vedevano al teatro ed a passeggio, ma.. dopo qualche momento di mistico conversare, si separavano, ed andavano a compiere il loro piano d’avvenire, coi loro confessori. Egli a ventun anni e lei a ventitré, partivano e realizzavano infine la santa ambizione, per la quale avevano sofferto per lunghi anni, una vera tortura morale. Non è un’enorme ingiustizia in questo caso, veramente vissuto, che questi due giovani, che pur avendo ogni libertà di vedersi e d’incontrarsi, non potessero avvicinare i loro maestri e direttori neanche una volta al mese? Quanti casi come questi, ed anche più penosi, si verificano in seno alle migliori famiglie! Ci si difende con accanimento contro il Volere Divino, e giovani anime si veggono tristemente obbligate di lottare contro i loro parenti. Una convinzione di coscienza lotta contro l’affezione ed il rispetto filiale. « Se lei sapesse — mi diceva una giovane — come il mio cuore batte quando debbo incontrare i miei cari parenti, per difendere la mia vocazione, i diritti contestati del mio Gesù! » – « lo spero che tu non ci darai mai questo grande dolore », diceva la Contessa X… a sua figlia di venti anni, che parlava continuamente di voler essere religiosa, rinunciando ai più brillanti partiti e dando prova in tutti i modi della serietà della sua decisione. « Tutto, mia cara, tutto eccetto questo: diceva la madre con veemenza —; questo sarà un sacrificio al disopra delle mie forze. E poi pensa al tuo stato. ». Dai venti ai ventotto anni, la povera fanciulla subì degli assalti terribili. Infine, dopo una scena di disperazione da parte della madre, ella si sente vinta e dichiara di acconsentire a maritarsi. « Ma brava — esclama la madre consolata tu hai finalmente pensato all’onore dei tuoi parenti; il cielo ti benedica ». Il Cielo avrebbe presto risposto dell’onor suo! Due anni dopo, poche persone intime, accompagnate dagli agenti di polizia, bussavano alla porta dell’albergo ove abitava la contessa. Esse riconducevano presso la madre, la giovane figlia, vacillante, tutta atterrita dallo spavento, con gli abiti portanti ancora tracce di sangue… Ella si era maritata con un « viveur », che aveva considerata questa unione soltanto come un mezzo per dare, con i milioni della sposa, un lustro al suo blasone scolorito.  Era stata molto infelice, e quella notte, il marito, che non l’amava affatto, era rientrato tardi ed ubriaco, ed aveva cercato di batterla perché essa lo aveva rimproverato; e mentre lei si difendeva, egli perduta la testa per la collera e per i fumi dell’alcool, si era ucciso con quello stesso colpo che voleva dirigere alla povera donna. Se i genitori hanno il diritto di mettere a prova prudentemente e delicatamente la vocazione dei loro figlioli; se anche, in certi casi è per essi un dovere, non debbon tuttavia opporvisi per partito preso. Vi è un’enorme distanza tra la discrezione del silenzio, dell’osservazione, dell’attesa, ed il sistema della biasimevole opposizione di cui abbiamo parlato. E perché tante esigenze, tante prove, fatte fare prematuramente, tante precauzioni per questa vocazione di sacrificio; ed invece tanta felicità, tante strade aperte per le carriere del mondo, ove i pericoli che minacciano l’onore, la coscienza dei giovani, sono così numerosi? Si direbbe che i genitori siano nati, e vissuti nel mondo, come in un paradiso terrestre, circondati di virtù e di delizie, talmente preme loro che i propri figlioli vi rimangano, nonostante la voce della loro coscienza. – Noi concepiamo chiaramente la lotta del cuore in un padre e in una madre; la perplessità dovuta ad una esitazione istintiva, ad una ripugnanza naturale al sacrificio che loro chiede Gesù, ma non comprendiamo il perché, nelle famiglie cristiane, il mondo sia preferito alla vita religiosa. Poiché di fatto, su cento eletti del Signore, si può giudizio, più con certezza affermare che, in generale, tutti e cento siano molto felici, mentre che quelli che hanno l’esperienza del secolo, sanno quale sia, all’opposto, la spaventosa proporzione dei felici tra coloro che vivono nel mondo. – Se i genitori avessero incontrato, prima del loro matrimonio, le diffidenze, le opposizioni nascoste e palesi, i fastidi di ogni genere che tante giovinette hanno, per attuare la loro sublime vocazione, avrebbero considerato quelle giuste, legittime, ragionevoli? No! essi sanno bene a quali pericoli, a quali scandali frequenti, a quali sofferenze conducono le opposizioni matrimoniali fondate, per esempio, su l’ineguaglianza del patrimonio o di stato, quando i cuori che si amano superano qualunque ostacolo, pur di raggiungere la loro felicità. Forse qualcuno, leggendo queste righe, ricorderà le amarezze provate per il rifiuto e l’opposizione sistematica: che essi risparmino ai loro figlioli, di fronte a una via ben più alta e sublime, queste angustie, che sono un’agonia del cuore. – Mi preme di esporre qui un’idea molto seria, che potrebbe far riflettere molte famiglie cattoliche. – Da che dipende lo strano, inesplicabile svilupparsi d’indifferenza, d’irreligiosità, e a volte anche l’assenza assoluta di pietà, in un fanciullo nato ed educato in un focolare cristiano? Questa anomalia può avere, secondo il mio umile giudizio, più spesso di quanto non si pensi, la sua causa non soltanto nel singolo individuo, ma nella catena che lega le famiglie e le generazioni. La legge della grazia, come la legge della natura, stabilisce questo stretto legame, questa comunione di beni e di infermità morali e materiali. Mi è sembrato constatare, che quando si estingue la sorgente di grazia, che è il pozzo divino di una vocazione, non soltanto ne patiscono le anime degli estranei assetati dell’acqua della grazia, ma la famiglia stessa ne soffre, o ne soffrirà nelle successive generazioni. Quel pozzo divino; quelle messe, quelle immolazioni, quelle preghiere, quella vita. d’olocausto erano destinate prima di tutto ad arricchire la vita soprannaturale del giardino familiare. Tutti gli alberi di questo giardino vivono colle radici nello stesso suolo, tutte le anime sono in stretta comunione spirituale; vi è una partecipazione più o meno abbondante di tesori, di luce, di forza, di amore. E che non si vada a cercare un’altra spiegazione a questi strani problemi morali, a questi enigmi angosciosi che si incontrano in alcune famiglie: la chiave non ne è, spesso, che il rifiuto delle grazie di una vocazione. Si è rinunciato ad un patrimonio: misteriosamente, un male latente ed insanabile ne farà lungamente sentire la privazione, per diverse generazioni. Il Signore è geloso del suo onore; è facile avvedersi di ciò. Egli che, per estrema umiltà, provocata dal suo amore, lascia il trono, lo scettro ed il suo cielo di gloria per salvare il mondo, non vuol essere disprezzato nelle sue chiamate. Di quest’oltraggio, che lo ferisce infinitamente, Egli si vendica — pare portando via, con violenza, il tesoro rifiutato alla Maestà sua. – Non dimenticherò mai questa eloquente lezione di giustizia divina, inflitta a una madre ostinata, da Nostro Signore. La Signorina di X… supplicava invano i suoi per ottenere l’autorizzazione d’entrare in convento. Essendo maggiorenne avrebbe potuto farne a meno, ma le sembrava preferibile d’aspettare che il suo affetto, le sue pene, la tenacia nel suo desiderio. piegassero l’opposizione di sua madre. Questa, da parte sua, sperava in una evoluzione nell’animo della figlia. La situazione diveniva pertanto sempre più penosa, e la madre, esasperata, finì per esclamare un giorno: « Ebbene, se dovessi scegliere fra vederti religiosa e contemplarti morta, preferisco e chiedo la seconda cosa ». Ed ella insisté su questo terribile augurio. Ma per dissipare la dolorosa impressione prodotta sulla giovane, essa aggiunse: « Preparati: domani partiremo. I viaggi ti distrarranno; staremo in giro due mesi, e avrai, senza dubbio, la fortuna di dimenticare, in viaggio, le tue fantasticherie ». Esse partirono, e la mamma non risparmiò né denaro, né fatica per distrarre con passeggiate, teatri, serate e spiagge, i desideri deprecati della docile figliola, che, nonostante tutto, conservava intimamente il tesoro della sua vocazione. Un giorno, mentre il treno espresso su cui erano montate arrivava alla grande stazione di X …, la fanciulla dette un leggero grido, mormorando convulsamente: « Gesù mio » e … cadde morta ai piedi della madre costernata. Qualche minuto dopo, il cadavere era calato dalla vettura e steso sopra un banco d’una sala d’aspetto. Al posto del velo di sposa di Nostro Signore, era spiegato un lenzuolo funebre; la povera madre pagava a duro prezzo la sua triste preferenza…

LE VIRTÙ CRISTIANE (4)

LE VIRTÙ CRISTIANE (4)

S. E. ALFONSO CAPECELATRO

Card. Arcivescovo di Capua

Tipografia liturgica di S. Giovanni Desclée e Lefebre e. C. – Roma – Tournay

MDCCCXCVIII

PARTE Ia

LE VIRTÙ TEOLOGALI E LA VIRTÙ DELLA RELIGIONE

CAPO III.

LA VIRTÙ DELLA CARITÀ

L’amore dell’uomo verso Dio

Insieme con la speranza, e quasi sua gemella, nasce dalla fede anche la virtù teologale della carità, la quale supera di gran lunga in isplendore ed eccellenza le due precedenti. – Basterebbe a indicarlo il nome stesso di carità, col quale noi nominiamo anche l’Iddio nostro, secondo che è detto in san Giovanni: Dio è Carità. Per tal modo un medesimo nome, in noi, esprime una virtù dell’animo, e in Dio, la sua stessa essenza. Mille volte dunque sia benedetto questo nome divino, e pur umano di carità; il quale ha nella vita dell’universo dolcezza, possanza e sublimità grandissima, soprattutto Perché l’uomo lo prende da Dio, in cui non è né fede, né speranza, ma è carità eterna e infinita. – Or bene, per parlare meno indegnamente della virtù della carità, incominciamo dal levar gli occhi dell’intelletto in alto. E poiché la carità non solo si diffonde da Dio nelle anime nostre, come le altre virtù teologali; ma essa in Dio è Dio stesso, accostiamoci con le ginocchia della mente inchine al nostro Signore, eterna e infinita carità. Studiamo dapprima, secondo l’alta sapienza cattolica, che cosa è carità in Lui, o che il medesimo, che cosa è amore in quel primo ed eterno amore, e, a nostro modo d’intendere, primo ed eterno Sole, da cui l’amore, come raggio benefico, piove in tutto l’universo. Così ci tornerà assai più agevole di conoscere addentro la virtù teologale della carità, e di ammirarne la bellezza inenarrabile. In vero; se Dio intende e muove e prevede e provvede; se Egli è infinitamente e semplicissimamente buono, buono tanto, che tutte le cose, fuori di Lui, e le stesse intelligenze angeliche o umane si possono a comparazione di Lui chiamare cattive; è certo che in Dio sia perfettissimo e nobilissimo amore, e che anzi Egli sia infinito ed eterno Amore. Infatti l’amore è l’essenza di Dio; ed è inoltre la cagione dell’essere, della bontà e della perfezione di tutte le cose; di modo che, se l’amore di Dio non fosse, non sarebbe né perfezione, né bontà, né uomo, né angelo, né cosa nessuna in luogo veruno. Di tutti gli affetti umani due soli, senza più, si trovano in Dio; l’amore e il gaudio. I quali in lui non sono affetti, cioè accidenti, ma sustanza; perciocché ciò che è in Dio, è Dio, e conseguentemente sustanza. E come mai tutto il mondo spirituale e tutto il mondo corporale amerebbero essi, se Dio non amasse? Ogni altra cosa può Iddio, fuori solamente che non amare sé stesso, essendo in lui l’amante e l’amato un medesimo. Or questo amore, onde Iddio ama infinitamente sé stesso, i teologi lo chiamano naturale, non perché sia naturale, come è naturale alle altre cose umane dove non è elezione; ma perché tutto ciò che è in Dio vi è in modo così eminente ed eccellente e indiviso, che non si può né dichiarare con parole, né in alcuna maniera immaginare con la mente che sia diversamente da quel che è. – Questa è la sustanza dell’alta e profonda scienza cattolica intorno all’amore considerato in Dio, e ho detto amore, e avrei potuto pure dire carità. Perciocché le due parole di carità e di amore si usano l’una per l’altra nell’infinito nostro Padre, e assai spesso anche in noi, secondo che si vedrà nel seguito del discorso: con questa avvertenza però, che sempre che parliamo di Dio o delle virtù soprannaturali, i due nomi si usano parimenti senza difficoltà; ma non è il medesimo allorché ci accade di volgere il discorso all’amore nostro secondo natura. Il quale, anche che sia buono, non lo diciamo carità; perché carità nell’uomo è propriamente amore puro e procedente da soffio della divina grazia. Ora dall’amore guardato in Dio, discendiamo col pensiero all’amore che investe tutto l’universo, dandogli ordine, armonia e unità. Iddio, primo, eterno e infinito Amore, com’è detto, crea per amore libero tutto l’universo, e nell’universo, come in lucente specchio, effigia, in vario modo, e in maggiore o minor grado l’amor suo. Onde è giusto il pensare che, in certa guisa, e secondo la propria natura, il mondo materiale ami, il mondo animale ami, e ami in modo infinitamente superiore lo spirituale. Tutti questi amori, qualunque nome prendano, sono raggi del primo ed eterno Amore; ma nel mondo materiale il raggio divino è opaco e appena visibile; si vede un po’ più nel vegetale; e anche alquanto di più nel mondo animale. Nello spirituale poi, questo raggio divino che è uno splendore di luce vivissima, specchia ed effigia il primo ed eterno Amore, come la immagine finita può effigiare e specchiare il Vero, il Bello e il Buono infinito. Nell’amore libero in vero, e nella intelligenza che gli fa lume e lo guida, sta la ragione delle parole sublimi e amorose dette da Dio nella creazione dell’uomo: “Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza.” In vero, amore, preso nella sua più ampia significazione, è tendenza al bene. Però Iddio, volendo sapientemente creare il mondo per effigiare sé stesso, dette ai diversi ordini delle creature una naturale tendenza al bene, o che è il medesimo dette loro amore naturale; ma non in pari grado. Infatti, la natura materiale ama, seguendo inconsapevolmente la tendenza al suo bene relativo, datogli da Dio. Alla terra, per esempio, ha concesso di tendere al centro, e alla fiamma di tendere in alto. Ama in egual modo la natura vegetale, e anche meno imperfettamente, avendo quasi una certa elezione inconsapevole nel trovare il proprio bene piuttosto in un luogo, che in un altro; onde vediamo alcune piante stare e prosperare lungo le acque, altre sopra i gioghi delle montagne e altre nelle piagge e a piè dei monti. E ama altresì la natura vegetale in modo più chiaro per certi mutui attraimenti, che assomigliano agli attraimenti della natura animale; onde il Linneo descrisse, per ragione di somiglianza, gli amori, le nozze, i talami delle piante. Gli animali poi hanno più manifesta tendenza al bene, e più manifesto amore non solamente per tendenza ai luoghi, ma tra sé stessi, per attraimento scambievole dell’uno verso dell’altro, e verso la specie, e verso gli animali generati da loro, e anche verso le altre specie di animali. L’uomo poi, che contiene in sé un piccol mondo, con l’amore naturale ama molto e assai variamente in tutti modi, che s’è detto degli altri ordini di creature. Ama poi in un altro modo più perfetto; cioè ama, come la natura angelica, altresì con l’amore libero, che è il vero tesoro di tutta la sua vita, come ci accadrà di vedere tra poco. Intanto, è assai utile il notare che un nodo universale di amore unisce tra loro anche i diversi ordini delle creature, per modo, che la natura inferiore tende alla superiore, ed è quasi attratta ad essa; onde il perfezionamento suo sta nell’avvicinarsi alla natura più nobile. Così la perfezione della natura materiale è di avvicinarsi alla vegetale: nella vegetale sono più perfette quelle piante o fiori che assomigliano alla natura animale, e nella natura animale quegli animali che più si avvicinano all’uomo, benché la distanza, che corre tra questi due, è sempre incommensurabile. Come è bello dunque il vedere tutto l’universo esser congiunto armoniosamente per virtù d’amore! Come è soave il pensare che questo amore universale è veramente il cantico, sempre antico e sempre nuovo, che le creature cantano in ogni istante al loro Creatore! – Il dì che Iddio, per infinito amor suo, ci arricchì d’intelligenza, dette a noi e agli Angeli una tendenza naturale, o che è il medesimo un amore naturale a tutto ciò, che si presenta all’intelletto sotto l’aspetto di bene; e questa tendenza generica a tutto che è bene, o pare bene, è amore naturale necessario e immancabile nell’uomo; amore senza errore, cioè senza possibilità di errare. Ma non bastò questo all’infinito amore di Dio, per l’uomo, che forgiò a propria immagine e, somiglianza. Lo arricchì anche d’un’altra larga fonte di amore, e fu l’amore libero: amore, che a noi è bene supremo e tesoro inestimabile; bene e tesoro che sono la sorgente perenne della nostra libertà, e però di ogni nostra virtù. Ora cosiffatto amore, che è il principio della vita libera e morale, può errare, ed errando, genera il male per tre modi. Il primo è quando si ama il male, il quale si mostra sotto specie di bene; l’altro quando si ama il bene finito più che non si dovrebbe, e l’infinito meno del dovere; l’ultimo, quando non si conserva nell’amare l’ordine dovuto ai diversi beni degni d’amore: nei quali beni Iddio pose una gradazione ammirabile, conosciuta per lume dato al nostro intelletto, e molto più per lume supremo di rivelazione e di grazia. – Intanto l’amore libero dell’uomo, poiché è moto dell’animo verso il bene (anche se consideriamo l’uomo fuori del soprannaturale) si può volgere al Bene supremo e infinito che è Dio. Se col solo lume di natura l’uomo può avere una qualche cognizione pallida e imperfetta di Dio; come mai col suo amore libero, ei che ama i beni finiti con amore possente, non potrebbe fare altrettanto col Bene infinito? Nondimeno s’ha da notare che questo volo di amore libero verso Dio, senza ajuto di grazia soprannaturale, sia perché siamo finiti, e molto più perché siamo corrotti dal peccato d’origine, riesce un volo lento, mal sicuro, pieno di difficoltà, come vediamo accadere talvolta agli uccelletti appena usciti dal nido. I beni finiti con i loro attraimenti ci tirano a sé; le passioni ci volgono in basso; e gli uni e le altre ci tarpano le ali, che ci dovrebbero sospingere in alto verso il Cielo. Laonde, senza la infinita misericordia di Dio, la rivelazione e la redenzione, che hanno dato al nostro amore un ardore e un impeto soprannaturale verso il Bene supremo, e lo hanno trasformato in carità; il nostro amore a Dio sarebbe pallido e fiacco sempre. Risulterebbe piuttosto ombra d’amore, come vediamo accadere in quasi tutti coloro che vivono fuori della luce della divina rivelazione; i quali o non amano punto Iddio, o lo amano con un sentimento vago e incerto che si dilegua come nuvola alla più piccola folata di vento. – Ora dunque volgiamoci con l’animo riconoscente a quella carità di Dio che è stata diffusa nei nostri cuori, per mezzo dello Spirito Santo, che ci è stato dato; (Charitas Dei diffusa est in cordibus nostris per Spiritum Sanctum qui datus est nobis – Rom. V, 5). e con animo commosso scrutiamone il dolcissimo mistero. La carità di Dio è una virtù soprannaturale, che va definita così “Carità è virtù teologale, per la quale amiamo Dio e le sue infinite perfezioni sopra tutte le cose, e amiamo noi stessi e il prossimo per Dio.” (Vedi Theolog. Mor. Auctore Augustino LEHMKUHL, S. – J. – Tom. I, p. 198). La quale definizione, benché sia fatta oggi, dopo molti secoli di studj profondi, e di analisi e di sintesi di tutte le verità insegnate da Gesù Cristo, appena per qualche parola differisce da ciò che insegnò Gesù, allorché, interrogato da un giudeo, qual fosse il gran comandamento della legge, rispose: “Amerai il Signore Dio tuo, con tutto il tuo cuore, e con tutta l’anima tua, e con tutto il tuo spirito: questo è il massimo e il primo comandamento. Il secondo poi è simile a questo. Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti pende tutta la legge e i profeti.” (Matt. XXII. 35, e segg.). Intanto, per fare qualche riflessione intorno a questa regina delle virtù teologali che è la carità, in prima è mestieri considerare che, se l’amore consiste nella tendenza al bene, è al tutto secondo ragione che l’animo nostro si muova verso il Bene sommo, con la maggior tendenza di cui è capace, o che è lo stesso con amore relativamente sommo di che segue il comandamento divino dell’Evangelo essere in piena armonia con la nostra sana ragione. Ancora, se oltre a questo Bene sommo, ci hanno beni finiti e creati; è secondo ragione che questi altresì siano amati. E, poiché questi beni finiti e creati non stanno di per sé, ma sono derivati, e derivano dal primo Bene sommo ed eterno; chi non vede che essi s’hanno da amare congiuntamente col Bene sommo, e come derivanti da esso? Di qui segue altresì che l’amarli contro del Bene sommo riesce in errore e colpa grandissima; e l’amarli fuori di esso Bene sommo, o è errore e male relativamente leggero, o talvolta è soltanto un pericolo, che ci avvicina al male. Così si arriva facilmente da un sano concetto dell’amore alla profonda e nobilissima teorica del bene e del male, dataci dal Cristianesimo, e pienamente conforme alla ragione. Nondimeno ad alcuni amatori del mondo, affogati, come sono, nel pantano dei vizj, e delle passioni, e rimpiccioliti da beni meschini della terra, riesce assai difficile o quasi impossibile il pensare che l’uomo abbia tant’ala, da volgersi al sommo Bene, e amare con amore sommo ciò che è assolutamente impenetrabile e invisibile. Ma contro costoro è giusto considerare che il vedere con gli occhi del corpo il Bene, ce lo fa spesso amare di più; ma in effetti l’amore nostro nasce non dal vedere degli occhi, ma da un’altra visione assai superiore che è la visione dell’intelletto. Onde noi amiamo molte cose astratte e concrete che non si vedono, e anche talvolta le persone umane, senza che l’occhio corporeo le conosca punto. Chi invero direbbe che un buon figliuolo non possa stringersi di molto amore alla genitrice sua, quando anche, per caso, non la conosca con l’occhio del corpo, ma solo con l’occhio della mente, sapendo la bontà di lei, e l’affetto che gli porta, e i sacrifizj grandi che ha sostenuti e sostiene per lui? Lo stesso avviene in noi dell’amor di Dio. Che importa a noi di non vederlo con gli occhi del corpo, se lo vediamo, almeno opacamente, con l’occhio della mente, e questa visione ci è accresciuta e perfezionata di molto dalle fede? I figliuoli della Città del mondo affermano che sia impossibile amare Iddio, nascoso sotto il velo impenetrabile della sua gloria. Ma a me pare piuttosto che sia impossibile o quasi il non amarlo. Non lo vediamo e non lo conosciamo noi l’Iddio nostro in noi stessi, e in tutto l’universo? Non ci parlano forse di lui il cielo, il mare, i monti, i ruscelli, le piante, i fiori e gli animali? Non cantano le sue glorie i cieli dei cieli, le stelle, la luna, il sole? La verità, la bontà, la bellezza, dovunque la troviamo, non ci specchiano e non ci fanno conoscere Iddio? E poi tutt’i misteri della nostra fede non sono come tanti raggi di luce, che Iddio manda sopra di noi, e che c’inducono a meglio conoscerlo e a più amarlo? È dunque al tutto secondo ragione che il Bene sommo, ancorché invisibile e tanto grande, che noi ne abbiamo idea e cognizione qui in terra soltanto per ispecchio e in enimma, lo amiamo con amore sommo, ossia superiore a quello, onde amiamo i beni finiti e derivati da Lui; i quali, al paragone del Creatore eterno, sono poco più che immagine e parvenza di bene. – Se non che, a prima giunta, parrebbe che il fatto contradicesse ciò che si è detto dell’amore sommo, onde il buon Cristiano ama Iddio, anche tra le miserie della vita presente. Alla mente di alcuni si affaccia questa obiezione. Dove si trova mai l’uomo che ami Iddio con la tenerezza, con l’ardore, con l’impeto, e con l’entusiasmo, col quale si amano talvolta le creature? E si trova, sia pure tra i Santi, chi pianga la perdita che fa del sommo Bene per peccato grave, con lagrime tanto calde e profuse, quante sono le lagrime d’una buona madre, la quale ha perduto tutto il suo bene terreno, perdendo il figliuolo e non patisce consolazione alcuna? Sì, ciò è vero; ma non se ne può trarre nulla contro l’amor sommo che noi si deve a Dio, e che tanti e tanti milioni di uomini, anche tra le miserie dei nostri tempi, gli portano. Infatti l’amore, da noi portato a Dio in questa terra, come insegna san Tommaso, non è al tutto della medesima natura di quello, che portiamo alle creature. L’amore, che abbiamo a Dio, è principalmente un amore riverenziale, che nasce dalle infinite perfezioni del Signore, e dalle infinite bontà sue verso di noi. Nell’amore poi che nutriamo verso le creature, non manca la cognizione dei pregi e delle bontà delle creature; ma vi entra, per giunta, l’affetto. Ora è proprio dell’affetto umano, che esso si ecciti per i sensi, e per certi vincoli personali che la natura pone. Così accade che la perdita del sommo Bene, anche che sia sommamente amato, d’ordinario si sente assai meno della perdita di un bene terreno, nel quale all’amore estimativo si aggiunge l’amore affettivo e passionato, che manca all’altro. Le quali cose l’Angelico san Tommaso assomma in poche parole, dicendo che l’amore nostro a Dio deve esser sommo quanto alla preferenza e all’apprezzamento del sommo Bene, non però sommo quanto alla passione e all’affetto; appretiative, sed non affettive summus. – Ma scrutiamo ancora più addentro la natura della carità, ché è dolce il penetrare nelle doti più intime di essa. Secondo l’Angelico, la carità è perfetta da parte della creatura. quando essa ama tanto, quanto può. Ora è chiaro, che la creatura può profondersi nell’amore di Dio per tre modi diversi. Il primo è che tutto il suo cuore, in ogni proprio movimento, viva. E sia in Dio. Questa è perfezione di amore, che corrisponde alla vita della visione beatifica in Cielo, e che non è possibile nella vita terrena, nella quale l’uomo non può in ogni suo atto pensare a Dio, e vivere dell’amore di Lui. Un’altra perfezione di amore di minor grado si ha quando l’uomo pone tutto il suo studio nel volgersi a Dio e alle cose divine, messe da parte le cose umane, ad eccezione di quelle che la presente vita richiede. Questa maniera di perfezione di amore è possibile nella vita terrena; ma non può esser comune a tutti coloro che hanno carità. – L’ultima forma di carità si ha quando l’uomo abitualmente mette tutto il suo cuore in Dio, per modo che ei non pensi liberamente e non voglia mai cosa alcuna contraria al divino amore: e questa perfezione di carità è comune a tutti coloro che hanno carità. (S. Theol., 2, 2, q. 24, art. 8 etc.). Così dunque si conchiude rettamente che la carità nostra verso Dio è come una piramide, la quale ha una base, un punto medio, e una cima altissima. Alla base è la perfezione della carità comune, che si assomma in questo pensiero; mai niente contra Dio, o che è lo stesso contro la divina legge. Nel punto medio della piramide è la carità di pochi i quali, oltre a non volere far mai nulla contro Dio, aggiungono l’allontanamento o di cuore o di fatto dai beni umani, salvo i necessarj alla vita terrena; e questa è la perfezione dei Santi; una perfezione d’amore infocato, che diciamo eroismo d’amore, perciocché eroismo è quell’atto, che trascende la legge morale dei nostri doveri e ci leva in alto. A questa medesima perfezione di amore, o piuttosto a questo medesimo eroismo si votano particolarmente i religiosi, come al punto, cui debbono tendere. Alla cima della piramide la perfezione della nostra carità è un amore, il quale si riposa, si muove e s’infiamma tutto dell’Iddio pienamente posseduto con la visione e con la gloria. Per questo amore eterno del Paradiso ciascun beato, pensando alla sua vita terrena, potrà dire con linguaggio biblico: Le mie tenebre, o Signore, davanti alla tua faccia sono diventate come il mezzodì. Intanto per conchiudere questo dolcissimo e altissimo tema dell’amore di Dio, io trascrivo qui alcune stupende parole di sant’Agostino, con vivo desiderio che chi legge, le possa applicare a sé stesso, e ne tragga frutti di consolazione e di dolcezza: “Ciò che la coscienza, senz’alcun dubbio, o Signore, mi assicura, è che io ti amo. Tu mi colpisti il cuore con la tua parola, e subito ti amai. Ma e il cielo e la terra e tutte le cose che sono in essa, ecco che da ogni parte mi dicono che ti ami, né restano di dirlo a tutti gli uomini, “ acciò sieno inescusabili.” (Rom. I, 20). Ma la tua misericordia si fa sentire più addentro “in chi tu degni di far pietà, e cui ti piace far grazia;” (Rom. IX, 15), altrimenti il cielo e la terra narrano le tue lodi ai sordi. Che amo io dunque quando ti amo? Non già l’appariscenza in ordine ai corpi, non già l’armonia in ordine ai tempi, né il brillar di questa luce amica ai nostri occhi, non la soave melodia del canto, non la fragranza dei fiori e degli unguenti e degli aromi, né  la manna, né il miele, né gli amplessi della voluttà. Non amo, no, queste cose amando il mio Dio; e tuttavia amo certa luce, certa voce, certo odore, certo cibo, certo amplesso, allorché amo il mio Dio, luce, suono, cibo, amplesso all’interno mio senso; dove all’anima mia risplende ciò cui spazio non contiene, dove risuona ciò che il tempo non dilegua, dove olezza ciò che le aure non dissipano, dove si assapora ciò che l’edacità non iscema, e dove congiungesi ciò che la sazietà non ributta. Questo è che io amo, quando amo il mio Dio.” (Conf. Lib. X, cap. 6).

CRISTO REGNI (10)

CRISTO REGNI (10)

 P. MATHEO CRAWLEY (dei Sacri Cuori)

TRIPLICE ATTENTATO AL RE DIVINO

[II Edizione SOC. EDIT. VITA E PENSIERO – MILANO]

Nihil obstat quominus imprimatur Mediolani, die 4 febr. 1926 – Sac. C. Ricogliosi, Cens. Eccles.

IMPRIMATUR: In Curia Arch. Mediolani die 5 febr. 1926 Can. M. Cavezzali, Provic. Gener.

CAPITOLO III

L’onore del Re della gloria disdegnato

III.  Sacrifici mondani – Sacrifici Cristiani

I genitori possono di buon diritto temere gli onori che vengono dal mondo. Essi darebbero prova di una grande saggezza, nel tener lungi alcune ambizioni di gloria e di ricchezza, suscettibili di essere un giorno la causa della infelicità dei loro figlioli. Essere grande nel mondo, non significa sempre essere onesto e felice. – Il sacerdozio e la vita religiosa non offrono onori pericolosi. Nostro Signore riversa, sopra quelli che Egli sceglie, le sue grazie in sovrabbondanza. D’altra parte l’esser tentati dall’onore sacerdotale e dalla gloria di una vita monacale, non può generare l’orgoglio e il sensualismo, perché costituisce l’attrattiva intima di una vocazione di sacrificio dello spirito, del cuore, dei sensi.  « Io voglio essere prete! », diceva un fanciullo al suo curato. E questi di rimando: — Ma i preti sono disprezzati, nella strada li chiamano « pretonzoli ».  — Proprio perché li insultano, io voglio essere prete. Li insultano, perché sono buoni. —- Ma si combatte la religione, caro fanciullo, e la si perseguita nei suoi ministri. — Ragione di più, signor Curato; io la difenderò. — Ma allora, perché vuoi essere prete? Tu puoi formarti un brillante avvenire, seguendo la carriera di tuo padre. — Perché? perché il buon Dio non è amato e tutti  Lo abbandonano. Voglio legarmi a Lui, e andrò a farlo conoscere ed amare. Io sarò l’avvocato di Gesù. — Bisogna convenire che la carne ed il sangue non parlano questo linguaggio, e che l’immensa maggioranza dei buoni non è spinta a sacrificare tutto e per la gloria di una Croce e per il piacere di un diadema di spine. – « Che orribile sacrificio impone ai genitori la vocazione religiosa! », si lamentava una madre cristiana, che aveva proprio allora sentito suo figlio di venti anni, dirle di essere francamente risoluto a farsi sacerdote e religioso. Oh! siamo rispettosi e giusti verso Nostro Signore! Sì, certo, c’è un sacrificio, un sacrificio reciproco e doloroso, mai orribile. E questa parola ferisce il Cuore di Gesù. Lo dice mai qualcuno, quando dona i suoi figli al mondo? L’aveva forse detto, quella stessa madre, quando la sua figlia maggiore s’era maritata ad un uomo d’affari, destinato a restare, forse per sempre, lontano dal suo paese, e che conduceva la fanciulla ad una distanza di oltre due settimane di viaggio? Aveva essa esitato ad unire la sua seconda ad un diplomatico, parimenti lontano dal suo paese e dalla sua famiglia? Aveva essa ostacolato la vocazione del primogenito, ufficiale di marina; del più piccolo, già iniziatosi alla carriera militare a diciott’anni appena? Ma quando il buono, il dolce, l’adorabile Gesù, che rende il mille per uno, che permette la ferita, ma la cosparge di balsamo, e di una gloria che non si può calcolare; quando il Re dei re tende la mano al suo fanciullo, gli offre un magnifico destino di bellezza, di onore e di fecondità; quando il Maestro del mondo vuol sollevarlo fino al suo trono, oh, allora, la vocazione diviene un orribile, un impossibile sacrificio! Allora soltanto tutta l’influenza efficace e potente della madre agirà per fare desistere il giovane dalla sua aspirazione. Quale illogica incomprensione, e che ingiustificabile contegno! – Il sacrificio imposto dalla vocazione religiosa, è veramente più penoso e meno compensato di quello che esigono le carriere del mondo e i matrimoni? È una perniciosa ed errata illusione il crederlo. Ascoltate questa storia, dolorosamente vissuta: una signora di ventisette anni, distinta e buona, vuol essere religiosa: ha avuto questo desiderio dalla sua prima Comunione fatta ad otto anni. La madre vi si oppone risolutamente e le dichiara che finché essa vivrà non le darà mai il consenso. Dopo una resistenza quasi eroica, esaurita dai quotidiani rimproveri e dalle più pressanti sollecitazioni, si rassegna a maritarsi a ventisette anni, con le labbra sorridenti, ma col cuore dolorante. Tre anni dopo la morte di suo padre, le esecuzioni testamentarie portano delle complicazioni impreviste. Il giovane marito è esigente, ambizioso; egli è attaccato con esagerazione a quello che egli considera i diritti di sua moglie. Vi sono altri figli interessati, le cose non sono chiare. Ora un giorno, il tribunale cita la Signora X… per abuso di beni di minorenni e per falso, in una dichiarazione che le si era fatta fare. Uno scritto firmato da sua figlia l’accusa. La povera madre, nel ricevere la notifica della citazione grida: « Sono giustamente castigata! È mai possibile che mia figlia, la quale avrebbe rinunziato a ogni sua fortuna per il convento, tratti ora sua madre di ladra e spergiura? ». – Il caso è tipico. Se non è per il denaro, è per mille altre cose inattese che le madri hanno sofferto e soffriranno sempre per i loro figlioli, che stanno nel mondo. Senza che questi arrivino a pervertirsi, i loro nuovi doveri ed i loro interessi provocano spesso tali conflitti familiari, che arrivano ad essere dei veri calvari intimi, tragedie penose e accoranti. Per seguire suo marito, la figliola abbandona sua madre: per creare un nuovo focolare, il figlio lascia il focolare paterno: questa è la legge ineluttabile del matrimonio. È il sacrificio dei genitori che danno i loro figlioli al mondo; è spesso qui il duro e orribile Sacrificio! Certo, la separazione imposta dalla vocazione sacerdotale e religiosa ha il suo lato penoso, ma essa è mille volte compensata e più dolce, in seguito, per i genitori. La ragione è semplice: i preti e i religiosi non dividono i loro cuori; nel darsi a Dio essi non hanno dimenticato la loro famiglia. « Il più caro dei miei fanciulli, il più mio, il più vicino al cuore mio, nonostante la distanza che ci ha sempre separati, sei tu, il figliolo apostolo » mi ha scritto più di una volta mia madre, col pericolo di rendere gelosi gli altri otto figli che le vivono intorno. Le distanze sono relative, quando le anime restano unite! Oh! vi sono ben altri ostacoli che dividono, oltre gli oceani e le montagne. Si è delle volte vicini e così lontani… Guardate un po’ voi, madri che leggete queste righe, guardate intorno voi e troverete che troppo spesso il matrimonio dei figlioli non è una conferma della affezione figliale. Al contrario invece, voi non troverete mai la prova che il seminario od il convento abbiano soffocato nei giovani il quarto comandamento o ne abbiano diminuita la forza. Altra cosa è il separarsi, ed altra è il dimenticare l’attaccamento nobile del figlio verso i suoi, o di rinunciarvi. E non è certo il mondo che può invitare i sacerdoti od i religiosi ad intendere dalla sua bolla, le lezioni di dignità, di gratitudine, di affezione filiale. – Genitori cristiani, se voi sapeste, per esperienza, il compenso che il Signore vi riserva, voi non avreste abbastanza lacrime per riparare la diffidenza, forse la ribellione, con le quali avete ricevuto le sue proposte di gloria. Qual è dunque quello stato di vita, in cui non vi sia in gran parte il sacrificio, e tanto più crudele, quanto più siano allontanati i sacri doveri, per essere esenti dalla croce? Si sarebbe veramente tentati a credere che alcune delle famiglie cristiane non temano che la Croce del Maestro Gesù, tanto esse sono coraggiose nel sacrificio che la vita o la società impongono loro. Così durante la grande guerra, quale eroismo patriottico nel cuore delle madri! I figli partivano, le madri dicevano loro addio piangendo, sì; ma le loro lacrime erano calme e fiere. Giammai esse avrebbero pensato di arrestare il figlio sì caro, da quel glorioso cammino d’immolazione alla Patria! E se per disgrazia egli avesse avuto una esitazione, una debolezza, la virtù materna avrebbe rinvigorito lo spirito vacillante del giovinetto e l’avrebbe tenuto fermo nella via dell’onore e del dovere. Un plauso per queste patriote ammirabili! Ma ove sono esse mai, le grandi Cristiane che mostrano tanta nobiltà e tanto volere nella vocazione dei loro figlioli, quando questi entrano nel cammino infinitamente più glorioso, del seminario o del convento? – Si era a Ginevra, durante il governo dell’illustre Monsignore Mermillod. La tempesta morale imperversava su di lui. Una notte, la folla malvagia aveva urlato per lunghe ore: « a morte il Vescovo, a morte! » Di buon mattino Monsignore riceveva la visita della sua vecchia madre. « Sembra » diceva essa, che vogliano uccidere il Vescovo di Ginevra; io l’ho saputo ieri sera molto tardi e mi sono affrettata a venirti a supplicare di non fuggire. Il tuo dovere è di restare qui. Se tu morrai per la fede, quale onore sarà per la famiglia!» Se le famiglie cristiane avessero delle madri di questa forza, e di questo spirito, la Chiesa sarebbe sempre glorificata e vittoriosa. La crisi di autorità nelle famiglie e quella di pudore nella società, sono certamente in gran parte dovute alla crisi di vocazioni.

IV. Il Sacerdozio e lo Stato Religioso in confronto alle altre classi della Società.

Se il Maestro Divino non regna più nel focolare, se la sua Legge è compromessa, se vi è del rilasciamento e si constatano delle libertà pericolose nelle relazioni sociali, se lo spirito mondano ha profanato il santuario della famiglia, è forse da meravigliarsi che non vi giunga più la voce della chiamata Divina, che la semenza della verginità e del sacrificio non vi si sviluppi, e che il frutto benedetto e sacro delle vocazioni non vi sì maturi più? Non sì raccoglie il frumento dalla sabbia, né l’uva squisita fra i cespugli di un sentiero battuto. La crisi delle vocazioni è il segno più sicuro della mancanza inquietante delle virtù cristiane e sociali. Dal frutto si giudica l’albero ed il terreno La necessità assoluta di un ambiente molto ricco di virtù, perché vi nasca e vi si sviluppi una vocazione è un argomento indiretto per dimostrar come sia eminente e nobile la vita sacerdotale e religiosa. Gli eletti debbono vivere casti: il loro nido deve essere dunque casto. Essi debbono essere obbedienti ed umili, vale a dire che non si produrranno in un ambiente orgoglioso. Essi debbono vivere di sacrificio; epperò il lusso e la mollezza attesteranno il loro manifestarsi. Si vuole sapere che cosa vale una società ed un paese? La statistica del clero e delle comunità religiose sarà la migliore regola per giudicare. Perché? Perché gli eletti del Signore sono la più bella la più nobile espressione della moralità e dell’idealismo cristiano di una Nazione. Molto meno delle milizie nazionali, molto meglio delle Istituzioni di diritto pubblico, il sacerdozi e la vita religiosa sono di diritto e di fatto una norma vivente per giudicare l’elevatezza intima della coscienza, quella della società e della nazione. Nessun altra istituzione fa della virtù eroica un sistema di vita, mantenuto ed amato fino alla morte. È dunque una vera gloria l’esservi assunto. A coloro che non si peritano di parlare di cose che ignorano e di pubblicare che i sacerdoti ed i religiosi hanno cercato la pace in un ritiro egoista e facile, che sono i fuggiaschi della battaglia, i disertori della vita, noi potremmo dare la risposta che dette un buon monaco, pieno di spirito ad un signore superbo che era andato a visitarlo: « Se la nostra vita è così dolce, così comoda, se noi siamo vigliaccamente barricati, dietro queste mura, ebbene… non faccia penitenza restando nel mondo, venga a provare la nostra vita fatta di sonnolenza e di torpore, così Ella potrà parlare, non con prevenzione, ma da uomo onesto e convinto ». – Abbracciare l’ignominia redentrice della Croce di Gesù Cristo, è diventata un’ignominia sociale. Le classi dirigenti non vollero più prendere la parte che loro spettava di diritto al servizio del Re dei re. Altri tempi, altri costumi! Avviene tristemente per il sacerdozio, quello che avviene per le mode femminili. Una casa famosa per l’audacia ed il credito delle sue mode, disegna alcuni modelli, dichiara che la forma e le linee che costituiscono durante la stagione l’ultima eleganza, ed il pubblico che si dice intelligente e ragionevole, accetta, paga caro, e critica chiunque osi criticarli. « Rivoluzione e liberalismo » è come quella casa di mode, come la società di tutti quegli individui pervenuti alla sommità della scala sociale, in grazia della loro audacia, resa possibile dall’indifferenza degli ambienti cattolici: questa società ha lanciato la sua opinione, e questa opinione fa legge contro di noi. – Ed ecco che anche la gente onesta ci considera ora con disprezzo, e quando ci avvicina è convinta, da parte sua, di farci l’onore di una vera e propria concessione. Eppure la nobiltà, la vera nobiltà è la nostra; ed ogni dignità o tradizione, qualunque essa sia, impallidisce dinanzi alla dignità dell’abito sacerdotale o religioso. Bisognerebbe convincere di nuovo, il fior fiore delle famiglie, di questa grande e bella verità. Così la concepiva una nobile signora, presentata dal suo curato al nuovo Vescovo: « Non dica: « signora Duchessa », signor Curato, dica piuttosto », interruppe ella durante la presentazione, « … la madre del Sacerdote X… Ecco il titolo glorioso di cui sono fiera, e di cui resterò fiera anche in cielo ». Qualche giorno dopo l’elezione di Pio X, domandarono a questi, quale titolo di nobiltà avrebbe accordato alle sue sorelle: « Il titolo di nobiltà, risponde il Sovrano Pontefice, l’hanno già; sono sorelle del Papa. » – I Principi che hanno rinunziato ad alcuni loro privilegi e diritti per diventare sacerdoti, non sono discesi di grado, essi hanno fatto, per una grazia misericordiosa e gratuita, un’ascensione immensa, per cingere la più bella corona, la corona sacerdotale. Tutti i beni ed i poteri a cui rinunziano, non sono nulla, in confronto di un calice pieno del Sangue Divino. – Luisa di Francia, nel lasciare la Corte di suo padre, Luigi XV, per scambiarla con una cella di carmelitana, a San Dionigi, aggiunse al suo blasone un nuovo titolo di nobiltà. Ella sorpassò le sue sorelle e lasciò di gran lunga dietro di sé, il lignaggio reale della famiglia, quando il velo di Regina del Gran Re del cielo e della terra venne a coprirle la testa, non più soltanto circondata di pietre preziose, ma consacrata dal Sangue di Gesù che la chiamava — Oh titolo ineffabile — Sponsa mea! Sposa mia! È proprio questo in complesso che io dicevo con una convinzione al di sopra di ogni eloquenza durante la professione di una giovane Suora, che lasciava la famiglia, una buonissima condizione sociale, un brillante avvenire, una immensa ricchezza: « Ella cambia, sorella mia, l’oasi di un deserto, i suoi pochi fiori, la sua ombra, e la sua scarsa sorgente, con un giardino di gioia immortale. « Ella dona un granellino di sabbia e riceve un fulgido dono; ella si priva d’una goccia, ed un oceano infinito la inonda; rinunzia ad essere la regina di un focolare o di un salotto, per essere regina fra gli Angeli, per divenire la sposa del Creatore. I suoi beni l’avrebbero un giorno, forse, riempita d’amarezza: li avrebbe dovuti ad ogni modo lasciare, mentre che la ricchezza divina che oggi possiede sarà un bene eterno. – Sorella, ecco quello che il linguaggio delle creature chiama « sacrificio » e che nel linguaggio del Vangelo io chiamo « esaltazione e gloria divina ». Che cosa è, infatti, la vera nobiltà, se non una tradizione. d’onore, di dignità morale, di coraggio, di devozione, di alta virtù? Questa nobiltà è legata ad un nome che impone il rispetto. Non è dunque una posizione improvvisata, né una vincita alla lotteria. La nobiltà è una bellezza che tende all’immortalità. Ma qual è la nobiltà più legittima di quella del sacerdote, che è erede della grandezza, della potenza redentrice del Re-Salvatore, ed il cui ministero e la cui vita debbono essere infatti, di valore e di devozione eroica? Che cosa sono le più ricche tradizioni di nobiltà, le più alte cariche sociali, paragonate a questa discendenza del Cristo-Gesù, che è il sacerdozio, di origine divina e antico di venti secoli? E vicino al sacerdote, primo principe tra i principi la religiosa, creazione splendida della Chiesa, di una bellezza che sorpassa, in un certo senso, la beltà angelica, santuario vivente del Signore, la religiosa, dico io, non ha sopra di sé che il sacerdote ed il Cielo. – Nella misura in cui il gran mondo disprezza e disdegna la gloria del sacerdote e della religiosa, la rivoluzione, più logica di quel che si pensi, vendica incoscientemente il Dio così oltraggiato. Perché delle distinzioni e delle caste fra gli uomini, quando essi non accettano i titoli conferiti da Dio stesso? I demagoghi ritorcono contro i signori, il loro stesso linguaggio. Come l’aristocrazia, la borghesia, a sua volta, non ha più confidenza nel Signore e gli lesina i suoi figli. L’esempio delle classi alte trascina il discredito gettato dagli uni, provoca il rispetto negli altri. Il sacerdozio non attira più. Esso appare come una casta in decadenza. E si cerca sempre per i fanciulli, quand’essi hanno talento e carattere, una educazione atta ad elevarli al disopra del comune, un piedestallo che li renderà grandi, e nello stesso tempo onorerà la famiglia intera. Rettifichiamo qui, senza pietà, un termine che implica in sé un’idea falsa. Si dice: la carriera sacerdotale, il sacerdozio non è una carriera propriamente detta, è uno stato unico a parte ed al di sopra di tutte le carriere, anche delle più nobili. E se vi fu un tempo in cui la sua nobiltà fu tanto ambita nella società, da provocare in essa delle ambizioni, le cui conseguenze furono tanto dolorose, oggi ohimè! Essa è caduta: il sacerdozio è discreditato, abbandonato, da tutte le classi sociali. Se uno dei figli di un gran signore ha ricevuto il rifiuto formale da suo padre, alla domanda di farsi prete, perché gli si è fatto osservare « che non deve abbassarsi », perché il figlio del dottore o del notaio dovrebbe andarsi a chiudere in seminario, quando tutto gli sorride nell’avvenire, quando ha la speranza di elevarsi nella società, e di lasciare alla sua famiglia, un nome ch’egli avrà reso illustre? L’onore offerto da Nostro Signore è misconosciuto e disprezzato… che dolore! Si sarebbe fieri di avere un figlio ministro o alto personaggio ai servizi di un re della terra, e si teme di farne un ministro del Re immortale? Una giovinetta molto ricca della borghesia, può aspirare a un nobile parentado e ciò avviene frequentemente, perché i milioni comprano tutto. Ma è raro, molto raro ch’ella non incontri opposizioni, se pretende di diventare « regina » consacrandosi a Dio. Un castello potrebbe diventare la sua dimora; il monastero, il palazzo del Re Crocifisso… è una follia! Ma gli umili, rispondono essi almeno generosamente all’appello divino? Ne sono essi onorati? Ohime! Essi risentono della mentalità anzidetta, per quanto in un grado minore. Essi sanno che i tempi sono duri, che il sacerdote è povero e che per lui la lotta è aspra. Niente li attira adunque verso il seminario od il convento. Bisogna, per conseguenza, che la fede degli umili sia ben radicata, perché il divino mietitore scelga tra di essi alcune belle spighe, che frutteranno mille per uno nel campo della Chiesa. – Ma sembra che il Dio di Betlemme abbia voluto, come compenso, mettere nell’anima del povero e dell’umile una nobiltà di sentimenti ed un istinto del Divino, che noi riscontriamo sempre meno nella classe superiore. Io conosco una povera domestica, già avanzata in età e malaticcia, che dette tutte le sue economie per le spese necessarie all’educazione in un seminario, di un fanciullo più povero di lei: « Io servirò fino alla morte, diceva ella, ma voglio offrire un sacerdote al mio Dio. » – Il barone di … è vittima di un grave accidente di caccia. Per molto tempo ha dimenticato i suoi doveri religiosi: altezzoso e poco amico dei sacerdoti, egli agonizza tuttavia nella povera stanza di una chiesa  di campagna. Il giovane sacerdote ha, egli stesso, deposto il ferito sul proprio letto, ed ha fatto con abilità e delicatezza, i primi medicamenti. Quando la famiglia piangente arriva, il ferito è calmo. Egli riposa tra le braccia dello zelante sacerdote, che lo ha confortato, ed ora lo conforta e lo prepara al supremo distacco. – Dopo la prima esplosione di dolore, la madre e le figlie si provano a ringraziare; la loro riconoscenza è ben grande per quel sacerdote, che il ferito vuole accanto a sé, chiamandolo il suo miglior amico, il suo ammirabile benefattore. Esse chiedono: « il Suo nome Reverendo? » Sentendolo, il barone turbato si solleva ed esclama: « Ma come, Ella sarebbe il figlio di X… il nostro antico portiere?… » « Sì, risponde il giovane sacerdote, timidamente. Ma non parliamo di questo, aggiunge egli, rivolgendosi alle signore, preghiamo piuttosto per il caro malato. Io le ho attese per dargli il Viatico ». La sera stessa il barone rendeva la sua anima a Dio, fra le braccia dell’umile sacerdote, figlio di portiere, di cui ecco la storia. A undici anni, per sua richiesta, i genitori lo misero in Seminario. Il barone, scontento e dimentico dei lunghi anni di servizio e di fedeltà del suo servitore e di sua moglie, che era stata nutrice di due sue figlie, congedò la famiglia, quando apprese questa notizia. Qualche tempo dopo, il buon servitore, minato dal dolore, morì, ma il fanciullo continuò gli studi, e Dio voleva che il giusto pentimento, la misteriosa espiazione, la santa vendetta, la riconciliazione caritatevole fosse fatta nelle sue mani sacerdotali. In quell’ora solenne, in quel quadro illuminato già dalla luce dell’Eternità, chi era realmente il grande, il vero personaggio di dignità morale, e di potere superiore a tutta la potenza terrena? – Vi è anche di peggio della diffidenza delle classi: la mentalità dei giovani educati nella frivolezza, per il piacere. E come la sconfitta d’un esercito è certa, per l’educazione effeminata e per la leggerezza di costumi d’una razza, così lo spirito di sacrificio e di dedizione, la vocazione di rinunzia a sé stessi del sacerdote e della vita religiosa, non possono svilupparsi in una gioventù assetata di comodità e delirante di piacere. – Il principio antimilitarista non è soltanto e principalmente un principio d’orgoglio rivoluzionario: essa è, prima di tutto, un principio di sensualismo eccessivo. Si aborre l’esercito più per egoismo che per umanità. Nel seminario e nel chiostro si forma ugualmente una milizia, più forte, più disciplinata, più rigida nella santa austerità, più virile nella resistenza di carattere, più provata non solo in atti isolati, ma in una vita intera di eroismo. Ora, i giovani vogliono scuotere ogni giogo di disciplina. Tanto si è parlato loro di libertà, di indipendenza, di diritto alla potenza senza limiti, che sembra loro impossibile, anche se cresciuti in famiglia cristiana, d’abbracciare la vita sacerdotale o religiosa. – Nella crisi di vocazione vi è una crisi acuta di carattere, vi è anche una crisi di sensualismo. La mancanza di sobrietà, di freno, di pudore, crea un’atmosfera carica di passione, che la vita sociale, l’abitudine del teatro malsano e degli abiti provocanti rende più densa ed asfissiante. La virtù dei giovani, anche dei migliori, è scossa.

LE VIRTÙ CRISTIANE (3)

LE VIRTÙ CRISTIANE (3)

S. E. ALFONSO CAPECELATRO

Card. Arcivescovo di Capua

Tipografia liturgica di S. Giovanni Desclée e Lefebre e. C. – Roma – Tournay

MDCCCXCVIII

PARTE Ia

LE VIRTÙ TEOLOGALI E LA VIRTÙ DELLA RELIGIONE

CAPO II:

LA VIRTÙ DELLA SPERANZA.

Nel capo precedente, parlando della fede, m’accadde di paragonarla al tronco dell’albero della vita, da Dio posto nel mezzo dell’Eden. Ora il primo ramo, che spunta di quel tronco è senza dubbio la speranza; ma non spunta solo. Insieme con questo ramo ne nasce un altro egualmente vigoroso e bello, il quale è la carità. Tutte due coteste virtù vivono della fede siffattamente, che, come il succo vitale d’un albero dal tronco va nei rami, ed è sempre in comunicazione col tronco stesso; così avviene di queste tre virtù. Esse nascono, s’alimentano, vivono e vigoreggiano insieme. Oltre a ciò, a quel modo che il tronco e i rami d’ un albero, col passare degli anni, si elevano sempre più in su verso il cielo; così fede, speranza e carità ci avvicinano di grado in grado al Cielo del Paradiso; dove un dì riposeremo beatificamente nelle grandi e amorose braccia di Dio. Ma, poiché noi fummo creati dal Signore per vivere prima qui in terra, insieme con la vita soprannaturale e religiosa, la vita terrestre e secondo natura; anche il fondamento di queste virtù tanto celestiali lo troviamo nella vita terrena e nella natura umana. Onde, se la fede divina è, come fu detto, una sublimazione della fede umana; il medesimo vale della speranza divina, alla quale ora volgeremo con affettuoso animo il pensiero. Sperare è, secondo natura, attendere con desiderio un bene qualsiasi vero o apparente. Ora, poiché la vita nostra è piena di desiderj non soddisfatti o non pienamente soddisfatti; è dunque certo che noi viviamo in gran parte di speranze. I giovani poi sono in modo particolare speranzosi, perché in essi abbondano i desiderj, e anche perché, come nota san Tommaso, per cagione dell’età, ei vivono poco o punto nel passato, e molto nell’avvenire. Ancora, poiché l’uomo desidera insieme i beni dell’intelletto, del cuore, dell’immaginazione, della memoria, del corpo e anche quelli esteriori dell’universo; è giusto dire che tutti questi beni egualmente noi li speriamo. E li speriamo, o che non li abbiamo, o talvolta anche che li abbiamo. Avendoli, speriamo di non perderli, come può accadere di leggieri. Non avendoli, speriamo di conseguirli. Talvolta poi, massimamente nella primavera della vita, la speranza di alcun bene ci diletta quasi più del possedimento suo; sia perché l’immaginazione e il desiderio ce lo abbelliscono e coloriscono, sia perché nei beni finiti il diletto loro, quasi sempre, scema col possesso. La speranza infine è soprattutto cibo, conforto e pace nostra, quando un qualsiasi dolore ci punga l’anima o il corpo. Allora, per moto naturale dell’animo, speriamo che il nostro soffrire sia passeggero; e cotesto sperare riesce quasi balsamo, che raddolcisce in parte le nostre amarezze, e talvolta ce le fa anche soavi. – Nondimeno la speranza umana è sempre un po’ turbata da una voce mesta di timore, che ci dice all’orecchio: tu speri forse invano. E veramente o la malvagità degli uomini o la mutabilità delle cose o taluni fatti né preveduti né previdibili fanno spesso cadere a vuoto, le più care e solide nostre speranze. D’altra parte il naturale inchinamento dei nostri animi allo sperare quasi sempre attutisce il timore, che vorrebbe annientar le nostre speranze, e prendere il disopra su di esse. Lo sperar sempre e molto è tanto secondo natura, che, anche, quando alcune speranze falliscono, tosto ne pullulano altre, o quelle stesse antiche rinverdiscono. Dalle quali cose segue che la disperazione è innaturale all’uomo, e nasce quasi sempre o da eccesso di orgoglio e di egoismo, o da fiacchezza di animo; spesso poi è più apparente che reale. La infinita vanità del tutto, tanto predicata da un grandissimo e infelice poeta, ove non sia un santo sospiro dell’anima, che si eleva dai beni finiti all’Infinito, è la formola più espressiva o dell’egoismo umano, a cui non basta nulla di nulla (né i beni creati da Dio né Dio stesso), o dell’orgoglio, che si appaga del far credere agli altri che nulla basta alla propria grandezza. – Ora, se noi fedeli Cristiani, mossi dal soffio interiore della grazia, volgiamo le nostre speranze dai beni particolari al Bene sommo, in cui son tutt’i beni, cioè a Dio infinitamente buono e misericordiosissimo, allora in noi vive e splende la virtù teologale della speranza. Il dì, che avemmo da bambini, nel santo lavacro del Battesimo, il dono celestiale della fede; in quel dì medesimo, insieme con essa, ci fu dato il dono della speranza, due tesori, per divino ordinamento dapprima nascosti, nel profondo delle anime nostre bambine e semplicette, sin che le membra del corpicciuolo erano ancora tenerelle e nel loro primo sviluppo: due doni, che poi si manifestarono in noi, con l’uso della ragione, e, se corrispondemmo alla divina grazia, grado grado furono messi a traffico, e ci procurarono nuove ricchezze soprannaturali. – Di questa dolcissima e consolantissima virtù della speranza Dante Alighieri parla lungamente e nobilissimamente nel venticinquesimo del Paradiso; e sarà bene che alcune cose intorno a questa virtù le impariamo da quel grande, che scrisse l’altissimo poema, ed è impareggiabile nell’arte di dire le verità più profonde della fede cristiana con rigore teologico, e con una leggiadria poetica che innamora (anche se per altri versi era un ghibellino eretico e contrario all’autorità papale, ed in diversi punti, uno gnostico “velato”, oltre che partigiano dei “fraticelli” eretici pauperisti, ed un sospetto peccatore contro natura, in fuga da una città all’altra, ma questa è un’altra storia! – ndr. -).. L’Alighieri dunque, stando per fantastica visione in Paradiso, vede san Pietro e san Jacopo, i quali gli si affissano davanti con sì infocato splendore, che a lui è forza di abbassare le pupille. Allora Beatrice, immagine parlante della Sapienza cristiana, si volge con un celeste sorriso a san Jacopo, che essa tiene per Apostolo della speranza, e lo prega che faccia risonare colà il caro nome della speranza; un nome, che non si sente mai in quelle celesti regioni, dove ogni speranza è già soddisfatta. Con questo parlare l’alto intelletto di Beatrice bellamente c’insegna una dottrina cattolica, cioè che né la speranza né la fede, quantunque virtù nobilissime, hanno luogo in Paradiso. Infatti, a che servirebbe più la fede nel regno dell’eterno vero, se Iddio, e i suoi altissimi e impenetrabili misteri in Cielo l’uomo li vede faccia a faccia in Dio stesso, secondo queste parole di sant’Agostino: “Qual cosa mai non vedremo noi, vedendo colui che vede tutte le cose?” A che mai gioverebbe poi la speranza nel superno regno, dove tutt’i beni sperati e sperabili l’uomo li possiede senza timore di perderli, in quel Dio, che contiene ogni bene e infinitamente tutti li vince? In cielo, quando vivremo di Dio, resterà soltanto la carità, come insegnò san Paolo scrivendo: “Tre cose durano nella presente vita, la fede, la speranza e la carità; ma la carità è maggiore di tutte: ed essa non vien meno giammai.” (I Cor. XIII. 13), – Intanto, poiché noi siamo tuttora. qui in terra; il cibo della fede e della speranza ci sono al tutto necessari. Anzi la stessa carità, che in cielo vivrà senza delle altre due sorelle, nella vita presente senza di esse non si può neanche concepire.  – Ritornando dunque a Dante, e agl’insegnamenti, che si riferiscono alla speranza, e ce la fanno cara; san Jacopo, volto a Dante che stava ancora col capo dimesso, gli dice che lo alzi pure in alto, e pensi che, essendo salito dalla terra al cielo, deve adusarsi a sostenere i celesti splendori. E poi, quasi volendo esaminarlo intorno alla virtù della speranza, soggiunge: poiché il Signore vuole confermare in te e negli altri, per mezzo della visione, la verace speranza dei mortali, cioè quella che gli innamora dei beni celesti, parlami dunque tu della speranza; e “Di’ quel che ell’è, e come se ne infiora La mente tua, e di’ onde a te venne.” Queste parole contengono tre domande, e però molte cose in sé utili a sapere e consolatrici. Ma ecco che prima di tutto Beatrice, che stava a lato di Dante, per illuminarlo della sua chiarezza e sapienza, previene la risposta di Dante alla seconda delle tre domande, cioè come la mente dell’Alighieri s’infiori di speranza; e dice non esservi uomo in terra, il quale abbia più virtù di speranza di quella che è in Dante, il quale perciò ha meritato di venire, prima di morte, dalla schiavitù del mondo a questa visione del Paradiso. Alle altre due domande risponde Dante; e, quanto alla prima, cioè ché è la speme, ei risponde, poetizzando la definizione del Maestro delle Sentenze, Pietro Lombardo, e scrivendo “ Speme, diss’io, è un attender certo della gloria futura; il qual produce Grazia divina e precedente merto, (Petr.: Lombardo. Sentent. L.III. distict. 26.). – La speranza dunque, considerata come virtù teologale, mira tutta al sommo Bene che è la gloria futura; il quale bene poiché non si consegue, senza i mezzi Spes est certa exspellatio futura beatitudinis veniens ex Dei gratia et meritis præcedentibus, necessari, abbraccia anche questi, secondo che è detto nei nostri catechismi, ed è insegnato da san Tommaso. Ed ora leggete qui le parole di san Tommaso, così bene adatte a chiarire la definizione di Dante e del Maestro delle Sentenze. “L’oggetto ei dice della speranza, per un rispetto è la beatitudine eterna, e per un altro rispetto è il divino ajuto, onde essa si consegue. L’una e l’altra cosa a noi le propone la fede, per la quale conosciamo che abbiamo possibilità di giungere alla vita eterna, e che a ciò ci è apparecchiato il divino ajuto, secondo le parole di san Paolo agli Ebrei (XI, 6), « Chi a Dio si accosta fa mestieri che creda, che Dio è, e ch’Ei rimunera coloro i quali lo cercano.” – Chiarita questa prima parte, Dante risponde all’altra domanda: onde gli venne la speranza, e afferma che gli venne dai varj santi scrittori della Bibbia, e particolarmente dal Profeta David, e da san Jacopo. Infatti san Jacopo nella sua Epistola canonica ha diversi luoghi, che accennano alla consolatrice virtù della speranza; ma David soprattutto è il Profeta, e vorrei anche dire il poeta delle speranze nobili e sante delle anime cristiane. Il Salterio Davidico è tutto indubbiamente un cantico sublime e celestiale di fede, di speranza e di amore; ma la speranza vi primeggia, e lo illumina: Objectum autem spei est uno modo beatitudo eterna, et alio modo divinum auxilium. Et utrumque eorum proponitur nobis per fidem, per quam nobis innotescit quod ad vitam eternam possumus pervenire, et quod ad hoc paratum est nobis divinum auxilium, secundum illud Hebr. XI, 6. Accedentem ad Deum oportet credere quia est, et inquirentibus se remunerator sit. — Sum. Theol. P. 11. 2° quæst. XVII. art. 7), siffattamente, che l’anima di chi prega, o canta i Salmi, pare che voli sempre al sommo Bene sperato, e in Lui si riposi. Ma ora lasciamo Dante, il quale, dopo di avere ancora parlato della speranza, ode, tra i circoli dei beati danzanti, le soavi parole che i Santi dal Paradiso dicono dei viatori: Sperino in Dio. Sperent in te; e volgiamoci ad altre considerazioni che c’istruiscano, alimentando in noi la dolcissima virtù della speranza. – Come mi venne detto avanti, nel parlare della speranza umana, che spesso la vela un’ombra di timore; così avviene parimenti della speranza divina. Non pertanto il timore in questa non può né deve derivar mai da dubbio, che si abbia intorno alla bontà divina, promettitrice del sommo Bene e dei mezzi per conseguirlo, ma solo dalla nostra fragilità. La quale tanto è grande, che può di leggieri allontanarci dal sommo Bene, tarpando così le ali della nostra speranza. Se non che è da por mente che nella speranza cristiana la fiducia di molto deve sopravvanzare il timore; il quale solo è salutare in quella parte, che deriva da umiltà. Onde esso timore, che è quasi uno col timore di Dio, non intiepidisce la speranza nostra, ma la fa santa e modesta. Noi dunque a buon dritto, quanto più siamo ferventi e pii, tanto più speriamo di gran cuore. Perciocchè, essendo ferventi e pii, sappiamo e comprendiamo meglio che dove abbondano la miseria e la fragilità umana, ivi sovrabbonda la grazia e la carità divina. Così avviene che l’uomo, per quanto sia o si reputi miserabile e peccatore, trova sempre un rifugio sicuro, abbandonandosi fiduciosamente nelle grandi braccia della divina misericordia, e facendo suoi, gl’infiniti meriti di Gesù Cristo. A ragione dunque nella santa Scrittura è condannata ogni titubanza e pusillanimità nostra nello sperare; onde san Jacopo, maestro della virtù della speranza, parlando dell’orazione cui il Cristiano volge a Dio, ha queste consolanti parole: “Chieda egli con fede, senza esitare; perciocché chi esita è simile al flutto del mare eccitato dal vento.” (Jac. I. 6. e 7) – Ben io so che sono assai poche le anime cristiane, che non abbiano talvolta sentito dentro di sé queste fluttuazioni interiori, per le quali esse si volgono ora in una e ora in un’altra parte contraria; ora guardano Dio, e si fanno cuore e sperano; ora guardano a sé stesse, e diventano pusillanimi e titubanti. È questa una delle molte battaglie, che l’anima combatte in sé medesima, e che le servono di prova. Ma la virtù della speranza, la quale Iddio, come aura soave e olezzante, spira di continuo nelle anime ferventi, o vince al tutto questa fluttuazione, o ne lascia soltanto quella piccola parte, che riesce in alimento della nostra umiltà, e ci avvezza a poco a poco a sperare sempre più, astraendoci da noi stessi e dalle nostre opere, e profondamente confidando in quell’abisso di misericordia, di carità e di grazia, che è l’Iddio nostro. – L’Apostolo san Paolo nella sua Lettera agli Ebrei insegna che noi abbiamo una consolazione fortissima nella speranza, la quale teniamo come àncora sicura e stabile dell’anima. (Hebr. VI. 18, 19). E la speranza è sì veramente un’àncora, che rende l’anima nostra serenamente fissa e immobile, tra i venti e le ondate violenti della vita mortale. Certo, i flutti e i marosi delle passioni umane tentano di agitarci o di sommergerci, come talvolta si agita nel mare o si sommerge la nave lasciata a sé stessa; ma ecco che la dolce speranza della vita futura, penetrando addentro nel fondo del mare dell’anima nostra, la tiene, quasi àncora, ferma e stabile, e la fa galleggiare sicura tra le tempeste del mondo. Però, secondo che nota l’Angelico san Tommaso, tra l’àncora delle navi, e l’àncora della speranza cristiana v’ha questa differenza, che l’àncora della nave si conficca in basso (cioè nel profondo del mare) e l’àncora della speranza nostra si fissa in luogo altissimo cioè in Dio. E ciò ben a ragione; perocché nella presente vita non vi ha cosa che sia stabile, e nella quale l’anima possa fermarsi e riposarsi sicuramente (In exposit ejusdem cap. VI, ad Hebr. Lect. 6). Così l’Angelico. Ma, riflettendo nel testo di san Paolo, si potrebbe forse anche pensare che quel mare, il quale per le sue fluttuazioni e le sue tempeste raffigura così bene la nostra vita presente, esso stesso per la immensità, per la profondità, per i tesori che nasconde, e per la bellezza e sublimità sua, effigii pure il Signore Iddio, nel quale l’àncora della nostra speranza sta ferma assai più fortemente, che l’àncora più solida e perfetta di una nave non si attacchi nelle profondità misteriose del mare.

LE VIRTÙ CRISTIANE (4)

UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S. S. BENEDETTO XV – “SPIRITUS PARACLITUS” (2)

Continua a snodarsi tra citazioni bibliche e brani di scritti di S. Girolamo, il corso luminosissimo di questa splendida Lettera Enciclica di S. S. Benedetto XV che svolge un panegirico completo dell’opera del santo Padre e Dottore della Chiesa d’Occidente. Si sottolinea, tra le altre numerose esortazioni, l’importanza assoluta della conoscenza minuziosa della sacra Scrittura e della sua interpretazione corretta ed approvata da Santa Madre Chiesa Cattolica, nella predicazione dei sacerdoti, nella crescita della fede in Cristo in chierici e nei fedeli, e nella confutazione precisa e senza errori, delle eresie di tanti personaggi abili mestatori o sofisti, filosofi elaboranti idee o princìpi ben costruiti da un punto di vista formale, ma vuoti di solida dottrina cristiana e spacciati per tali. Ecco perché, ne possiamo essere certi,  è stata l’ignoranza più o meno manifesta ed ampia delle sacre Scritture, a far trionfare i modernisti del falso concilio riformatore roncallo-montiniano, e di tutte le scempiaggini dell’ultramodernismo postconciliare, così affine alle balordaggini dei protestanti e dei neognostici filosofastri liberal naturalisti infiltrati nella Chiesa Cattolica, a perdizione eterna di tanti sedicenti fedeli, volutamente ignoranti o contestanti la sublimità delle Scritture. Possa questa Enciclica dedicata a S. Girolamo, ridestare oggi l’amore alle sacre Scritture, il cui unico oggetto finale è Cristo, la nostra vita in Lui, ed il cammino di perfezione che deve guidarci alla eterna beatitudine.

Benedetto XV
Spiritus Paraclitus

Lettera Enciclica (2)

Venerabili Fratelli, se fu mai necessario che tutto il clero e tutti i fedeli s’imbevessero dello spirito del grande Dottore, questo è soprattutto nella nostra epoca, quando numerosi spiriti insorgono con orgogliosa testardaggine contro l’autorità sovrana della rivelazione divina e del Magistero della Chiesa. Voi sapete infatti che Leone XIII già ci aveva ammonito “quali uomini si accaniscano in questa lotta e a quali artifici o a quali armi essi ricorrano“. Quale categorico dovere si impone dunque a voi, di suscitare per questa sacra causa i difensori più numerosi e più competenti che possibile: essi dovranno combattere non solo coloro che, negando ogni ordine soprannaturale, non riconoscono né la rivelazione né l’ispirazione divina, ma anche dovranno misurarsi con coloro che assetati di novità profane, osano interpretare le Lettere Sacre come un libro puramente umano, e rifiutano le opinioni accolte dalla Chiesa fin dalla più vetusta antichità, o spingono il loro disprezzo verso il Suo Magistero fino al punto di disdegnare, di passar sotto silenzio o persino di cambiare secondo il proprio interesse, alterandole sia subdolamente, sia con sfrontatezza, le Costituzioni della Santa Sede e i decreti della Commissione Pontificale per gli studi biblici. Sia possibile almeno a Noi vedere tutti i Cattolici seguire l’aurea regola del Santo Dottore, e docili agli ordini della loro Madre, avere la modestia di non oltrepassare i limiti tradizionali fissati dai Padri e approvati dalla Chiesa! – Ma ritorniamo al nostro soggetto. Armati gli spiriti di pietà e d’umiltà, Gerolamo li invita allo studio della Bibbia. E dapprima raccomanda instancabilmente a tutti la lettura quotidiana della parola divina: “Liberiamo il nostro corpo dal peccato e l’anima nostra si aprirà alla saggezza; coltiviamo la nostra intelligenza con la lettura dei Libri Santi, e la nostra anima vi trovi ogni giorno il suo nutrimento” (Tit. III, 9). Nel suo commento dell’Epistola agli Efesini, scrive: “Noi dobbiamo dunque con tutto l’ardore leggere le Scritture, e meditare giorno e notte la legge del Signore: potremo cosi, come abili cambiavalute, distinguere le monete buone da quelle false” (Eph. IV, 31). Egli non esclude da questo obbligo comune le matrone e le vergini. Alla matrona romana Leta dà, fra gli altri, questi consigli sull’educazione della figlia: “Assicurati che essa studi ogni giorno qualche passo della Scrittura… Che invece dei gioielli e delle sete essa ami i Libri Divini… Ella dovrà dapprima imparare il Salterio, distrarsi con questi canti e attingere una regola di vita dai proverbi di Salomone. L’Ecclesiaste le insegnerà a calpestare, sotto i piedi, i beni di questo mondo; Giobbe le darà un modello di forza e pazienza. Passerà poi ai Vangeli che dovrà avere sempre tra le mani. Dovrà assimilare avidamente gli Atti degli Apostoli e le Epistole. Dopo aver arricchito di questi tesori il mistico scrigno della sua anima, imparerà a memoria i Profeti, l’Eptateuco, i libri dei Re e dei Paralipomeni, per finire senza pericolo col Cantico dei Cantici” (Ep. CVII, IX, 12). – Le stesse direttive San Gerolamo traccia alla vergine Eustochio: “Sii molto assidua alla lettura e allo studio, quanto più ti è possibile. Che il sonno ti colga con il libro in mano e che la pagina sacra riceva il tuo capo caduto per la fatica” (Ep. XXII, XVII, 2; cfr. Ibid. XXIX, 2). – Ed aggiungeva ancora: “Rileverò un particolare che sembrerà forse incredibile ai suoi emuli: ella volle imparare l’ebraico, che io stesso in parte studiai fin dalla mia giovinezza al prezzo di molte fatiche e di molti sudori, e che continuo ad approfondire con incessante lavoro per non dimenticarlo; essa arrivò ad avere una tale padronanza di questa lingua, da cantare i salmi in ebraico e da parlarlo senza il minimo accento latino. E questo si ripete ancora oggi nella sua santa figlia Eustochio” (EpCVIII, 26). Né tralascia di ricordare Santa Marcella, ugualmente molto versata nella scienza delle Scritture (Ep. CXXVII, 7). – Chi non vede quali vantaggi e quali godimenti riserva agli spiriti ben disposti la pia lettura dei Libri Santi? Chiunque prenda contatto con la Bibbia con sentimenti di pietà, di salda fede, di umiltà, e col desiderio di perfezionarsi, vi troverà e vi potrà gustare il pane sceso dal Cielo e in lui si verificherà la parola di Davide: “Mi hai rivelato i segreti e i misteri della tua saggezza” (Psal. L, 8); su questa tavola della parola divina si trova infatti veramente “la dottrina santa; essa insegna la vera fede, solleva il velo (del Santuario), e conduce con fermezza fino al Sancta Sanctorum” (Imit. Chr. IV, XI, 4). – Per quanto sta in Noi, Venerabili Fratelli, non cesseremo mai, sull’esempio di San Gerolamo, di esortare tutti i Cristiani a leggere quotidianamente e intensamente soprattutto i Santissimi Vangeli di Nostro Signore, ed inoltre gli Atti degli Apostoli e le Epistole, in modo da assimilarli completamente. Pertanto, nell’occasione di questo centenario, si presenta al Nostro pensiero il piacevole ricordo della Società detta di San Gerolamo, ricordo tanto più caro in quanto abbiamo preso parte Noi stessi agli inizi e all’organizzazione definitiva di quest’opera; felici di aver potuto constatare i suoi passati sviluppi, con animo lieto altri ancora Ce ne auguriamo per l’avvenire. – Voi conoscete, Venerabili Fratelli, lo scopo di questa Società: estendere la diffusione dei Quattro Vangeli e degli Atti degli Apostoli, in modo che questi libri trovino finalmente il loro posto in ogni famiglia cristiana e che ognuno prenda l’abitudine di leggerli e meditarli ogni giorno. Noi desideriamo vivamente vedere che quest’opera, che tanto amiamo per averne constatata l’utilità, si propaghi e si sviluppi dovunque, con la fondazione, in ognuna delle vostre diocesi, di Società aventi lo stesso nome e lo stesso scopo, tutte collegate con la casa madre di Roma. – Nello stesso ordine di idee i più preziosi servigi sono resi alla causa cattolica da coloro che in diversi paesi hanno offerto, ed offrono ancora, tutto il loro zelo, per pubblicare, in formato comodo e attraente, e per diffondere tutti i libri del Nuovo Testamento e una scelta dei libri dell’Antico. È certo che questo apostolato è stato singolarmente fecondo per la Chiesa di Dio, poiché, grazie a quest’opera, un gran numero di anime si avvicinano ormai a questa tavola della dottrina Celeste, che il Nostro Signore ha preparato all’universo cristiano per mezzo dei suoi Profeti, dei suoi Apostoli e dei suoi Dottori (Imit. Chr. IV, XI, 4). Invero questo dovere di studiare il Testo Sacro, Gerolamo lo inculca a tutti i fedeli, ma lo impone in modo particolare a coloro che “hanno piegato il collo al giogo di Cristo” ed hanno la Celeste vocazione di predicare la parola di Dio. – Ecco l’esortazione che, nella persona del monaco Rustico, Gerolamo volge a tutto il clero: “Fino a che sei nella tua patria, fa’ della tua celletta un paradiso, cogli i diversi frutti delle Scritture, godi delle delizie di questi Libri e della loro intimità… Abbi sempre la Bibbia in mano e sotto gli occhi, impara parola per parola il Salterio, e fa’ in modo che la tua preghiera sia incessante e il tuo cuore costantemente vigile e chiuso ai pensieri vani” (EpCXXV, VII, 3; XI, 1). – Al prete Nepoziano dà questo consiglio: “Leggi con molta frequenza le Divine Scritture ed anzi che il Libro Santo non sia mai deposto dalle tue mani. Impara qui quello che tu devi insegnare. Rimani fermamente attaccato alla dottrina tradizionale che ti è stata insegnata, affinché tu possa esortare secondo la santa dottrina e confutare coloro che la contraddicono” (EpLII, VII, 1). – Dopo aver ricordato a San Paolino i precetti impartiti da San Paolo ai suoi discepoli Timoteo e Tito, riguardanti la scienza delle Scritture, San Gerolamo aggiunge: “La santità senza la scienza non giova che a se stessa; e quanto essa edifica la Chiesa di Cristo per mezzo di una vita virtuosa, tanto le nuoce se non respinge gli attacchi dei suoi nemici. Il profeta Malachia, o piuttosto il Signore stesso per la bocca sua, diceva: “Consulta i sacerdoti sulla legge”. Data da allora il dovere che ha un sacerdote di dare ragguagli sulla legge a coloro che l’interrogano. Leggiamo inoltre nel Deuteronomio: “Domanda a tuo padre, ed egli te lo indicherà, ai tuoi sacerdoti, ed essi te lo diranno”. Daniele, alla fine della sua santissima visione, dice che i giusti brillano come stelle, e gli intelligenti cioè i sapienti – come il firmamento. Vedi tu quale distanza separa la santità senza scienza dalla scienza rivestita di santità? La prima ci rende simili alle stelle, la seconda simili allo stesso Cielo” (Ep. LIII, 3 e segg.). In altra circostanza, in una lettera a Marcella, egli motteggia ironicamente “la virtù senza scienza” di altri chierici: “Questa ignoranza tiene luogo per loro di santità, ed essi si dichiarano discepoli dei pescatori, come se quelli facessero consistere la loro santità nel non saper niente” (Ep. XXVII, 1, 1). Ma questi ignoranti non sono i soli – rilevava San Gerolamo – a commettere l’errore di non conoscere le Scritture; questo è anche il caso di alcuni chierici istruiti; ed egli impiega i termini più severi per raccomandare ai preti la pratica assidua dei Libri Santi. – Venerabili Fratelli, dovete cercare con tutto il vostro zelo di imprimere questi insegnamenti del santissimo esegeta, il più profondamente possibile, nello spirito del vostro clero e dei vostri fedeli; uno dei vostri primi doveri è infatti quello di riportare, con somma diligenza, la loro attenzione su ciò che la missione divina loro affidatagli richiede, se essi non vogliono mostrarsene indegni: “Poiché le labbra del sacerdote saranno i custodi della scienza, e dalla sua bocca si richiederà l’insegnamento, perché egli è l’Angelo del Signore degli eserciti” (Mal. II, 7). Essi sappiano dunque che non devono né trascurare lo studio delle Scritture, né dedicarvisi con uno spirito diverso da quello che Leone XIII ha espressamente imposto nella sua Lettera Enciclica Providentissimus Deus. – Otterranno sicuramente risultati migliori se frequenteranno l’Istituto Biblico che il Nostro immediato Predecessore, realizzando il desiderio di Leone XIII, ha fondato per il più grande bene della Chiesa, come chiaramente dimostra l’esperienza degli ultimi dieci anni. La maggior parte non ne ha la possibilità: quindi è desiderabile, Venerabili Fratelli, che per vostra iniziativa e sotto i vostri auspici, i membri scelti dell’uno e dell’altro clero di tutto il mondo vengano a Roma, per dedicarsi agli studi biblici nel Nostro Istituto. Gli studenti che risponderanno a questo appello avranno molti motivi per seguire le lezioni di quest’Istituto. Gli uni – e questo è lo scopo principale dell’Istituto – approfondiranno le scienze bibliche “per essere a loro volta in grado di insegnarle, privatamente o in pubblico, con la penna o con la parola, e per sostenerne l’onore sia come professori, nelle scuole cattoliche, sia come scrittori, esponenti della verità cattolica” (Pio X, Lett. Ap. Vinea electa, 7 maggio 1909); gli altri poi, già iniziati al santo mistero, potranno accrescere le cognizioni acquisite durante i loro studi teologici, sulla Santa Scrittura, sulle autorità esegetiche, sulle cronologie e sulle topografie bibliche; questo perfezionamento avrà soprattutto il vantaggio di fare di loro ministri perfetti della parola divina e di prepararli ad ogni forma di bene (II Tim. III, 17). – Venerabili Fratelli, l’esempio e le autorevoli dichiarazioni di San Gerolamo ci hanno indicato le virtù necessarie per leggere e studiare la Bibbia. Ora ascoltiamolo indicarci ove deve tendere la conoscenza delle Lettere Sacre e quale deve esserne lo scopo. Ciò che bisogna innanzi tutto cercare nella Scrittura è il nutrimento che alimenti la nostra vita spirituale e la faccia procedere sulla via della perfezione: è con questo scopo che San Gerolamo s’abituò a meditare giorno e notte la legge del Signore e a nutrirsi, nelle Sacre Scritture, del pane disceso dal Cielo e della manna Celeste, che raduna in sé tutte le delizie (Tract. de Ps. CXLVII). – In qual modo la nostra anima potrà fare a meno di questo cibo? E come il sacerdote potrà indicare agli altri la via della salvezza, se trascura egli stesso di istruirsi attraverso la meditazione della Scrittura? E con quale diritto confiderà nel suo sacro ministero “d’essere la guida dei ciechi, la luce di coloro che sono nelle tenebre, il dottore degli ignoranti, il maestro dei fanciulli, colui che ha, nella legge, la regola della scienza e della verità” (Rom. II, 19 e segg.), se rifiuterà di scrutare questa scienza della legge e chiuderà la sua anima alla luce che viene dall’alto? Ahimè! Quanti sono i ministri consacrati, che, per aver trascurato la lettura della Bibbia, muoiono essi stessi di fame e lasciano morire un così gran numero di altre anime, secondo quanto sta scritto: “I piccoli domandano pane, e non v’è nessuno che lo doni loro“(Thren. IV, 4). “Tutta la terra è desolata perché non v’è nessuno che mediti in cuor suo” (Ger. XII, 11). – In secondo luogo è necessario ricercare, come il bisogno richiede, nelle Scritture gli argomenti per rischiarare, rafforzare e difendere i dogmi della fede. Questo meravigliosamente ha fatto San Gerolamo combattendo contro gli eretici del suo tempo; quando voleva confonderli, quali armi ben pungenti e solide egli abbia trovato nei testi delle Scritture, lo dimostrano chiaramente tutte le sue opere! Se gli esegeti d’oggi imitassero il suo esempio, ne risulterebbe senza alcun dubbio questo vantaggio: “risultato necessario e infinitamente desiderabile – diceva il Nostro Predecessore nella sua Enciclica Providentissimus Deus – che l’uso della Sacra Scrittura influirà su tutta la scienza teologica e ne sarà, in un certo senso, l’anima“. – Infine la Scrittura servirà in modo speciale a santificare e fecondare il ministero della parola divina. A questo punto Ci è particolarmente grato poter confermare, con la testimonianza del grande Dottore, le direttive che Noi stessi abbiamo tracciato sulla predicazione sacra nella Nostra Lettera Enciclica Humani generis. Invero, se l’illustre commentatore consiglia così vivamente e con tanta frequenza ai sacerdoti l’assidua lettura dei Libri Santi, è soprattutto perché essi adempiano degnamente il loro ministero d’insegnamento e di predicazione. La loro parola, infatti, perderebbe ogni influenza e ogni autorità, come anche ogni efficacia per la formazione delle anime, se non si ispirasse alla Sacra Scrittura e non vi attingesse forza e vigore. “La lettura dei Libri Santi sarà come il condimento alla parola del sacerdote” (EpLII, VIII, 1). Infatti “ogni parola della Santa Scrittura è come una tromba che fa risuonare agli orecchi dei credenti la sua grande voce minacciosa” (Amos III, 3 e segg.); e “nulla suscita tanta impressione come un esempio tratto dalla Sacra Scrittura” (Zach. IX, 15 e segg.). – In quanto agli insegnamenti del santo Dottore sulle regole da osservarsi nell’uso della Bibbia, sebbene rivolti principalmente agli esegeti, tuttavia non devono essere persi di vista dai sacerdoti nella predicazione della parola divina. – Dapprima ci insegna che noi dobbiamo, con un esame molto attento delle parole stesse della Scrittura, assicurarci, senza alcuna possibilità di dubbio, di ciò che l’autore sacro ha scritto. Nessuno infatti ignora che San Gerolamo era solito ricorrere, in caso di bisogno, al testo originale, confrontare tra loro le differenti interpretazioni, valutare la portata delle lezioni e, se scopriva un errore, ricercarne la causa, in modo da scartare dal testo ogni incertezza. Allora, insegna il nostro Dottore, “è necessario ricercare il senso e il concetto che si nascondono sotto le parole, poiché per discutere sulla Sacra Scrittura ha maggior importanza il significato che la parola” (EpXXIX, 1, 3). – In questa ricerca di penetrare il significato, Noi lo riconosciamo senza alcuna difficoltà, San Gerolamo, seguendo l’esempio dei Dottori latini e di alcuni Dottori greci del periodo anteriore, ha forse concesso alle interpretazioni allegoriche più di quanto fosse esatto concedere. Ma il suo amore per i Libri Santi, il suo sforzo costante per identificarli e comprenderli a fondo, gli permisero di fare ogni giorno un nuovo progresso nel giusto apprezzamento del senso letterale e di formulare su questo punto validi principi. Noi li riassumeremo brevemente, poiché essi costituiscono ancora oggi la via sicura che tutti devono seguire per trarre dai Libri Santi il vero significato. È dunque necessario volgere il nostro animo alla ricerca del senso letterale o storico: “Io do sempre ai lettori prudenti il consiglio di non accettare interpretazioni superstiziose, che isolano brani del testo secondo il capriccio della fantasia, ma di ben esaminare ciò che succede, ciò che accompagna e ciò che segue il punto in questione, sì da stabilire un collegamento fra tutti i brani” (Matth. XXV, 13). – Tutti gli altri metodi per interpretare le Scritture – egli aggiunge – si basano sul senso letterale (Cfr. Ez. XXXVIII, 1 e segg.; XLI, 23 e segg.; XLII, 13 e segg.; Marc. I, 13-31; Ep. CXXIX, VI, 1 ecc.), e non v’è ragione di credere, che questo manchi quando s’incontra una espressione figurata, poiché “spesso la storia è intessuta di metafore ed usa uno stile ricco di immagini” (Hab. III, 14 e segg.). Alcuni pretendono sostenere che il nostro Dottore ha dichiarato che non si rileva in certi passi delle Scritture un senso storico; egli stesso ribatte loro: “Senza negare il senso storico, noi adottiamo di preferenza quello spirituale” (Marc. IX, 1-7; cfr. Ez. XL, 24-27). – Stabilito con certezza il senso letterale o storico, San Gerolamo ricerca i sensi meno ovvi e più profondi, per nutrire il proprio spirito d’un alimento più eletto. Egli insegna infatti a proposito dei libri dei Proverbi, e consiglia più volte riguardo ad altri libri della Scrittura, di non fermarsi al puro senso letterale, “ma di penetrare più a fondo per scorgervi il senso divino, così come si cerca l’oro nel seno della terra, il nocciolo sotto la scorza, il frutto che si nasconde sotto il riccio della castagna” (Eccl. XII, 9 e segg). Perciò, egli diceva indicando a San Paolino “la via da seguire nello studio delle Sacre Scritture“, “tutto ciò che leggiamo nei libri divini splende invero nella sua scorza fulgida e brillante, ma è ancor più dolce nel midollo. Chi vuol gustare il frutto, rompa il guscio” (Ep. LVIII, IX, 1). – San Gerolamo fa inoltre osservare la necessità di usare, nella ricerca del senso nascosto, una certa discrezione, “affinché il desiderio della ricchezza del senso spirituale non sembri farci disprezzare la povertà del senso storico” (Eccl. II, 24 e segg.). – Pertanto egli rimprovera a molte interpretazioni mistiche di antichi scrittori di aver completamente trascurato di appoggiarsi al senso letterale: “Non bisogna ridurre tutte le promesse che i libri dei santi profeti hanno cantato, nel loro senso letterale, a non essere altro che forme vuote e termini estrinseci di una semplice figura di retorica; esse devono, al contrario, posare su un terreno ben fermo, che è quello di stabilirle su basi storiche, perché possano poi elevarsi alla cima più eccelsa del significato mistico” (Amos IX, 6). – Osserva saggiamente, a questo proposito, che non dobbiamo allontanarci dal metodo di Cristo e degli Apostoli, i quali, sebbene l’Antico Testamento non sia ai loro occhi che la preparazione e quasi l’ombra del Nuovo Trattato e, per conseguenza, essi interpretino secondo il senso figurato un gran numero di passi, tuttavia non riducono ad immagini tutto il complesso del testo. A sostegno di questa tesi, spesso San Gerolamo riporta l’esempio dell’Apostolo San Paolo, che, per citare un caso, “descrivendo le figure spirituali di Adamo ed Eva, non negava che esse erano state create, ma, improntando l’interpretazione mistica sulla base storica, scriveva: – Per questo l’uomo abbandonerà… ” (Is. VI, 1-7). – I commentatori delle Sacre Scritture e i predicatori della parola di Dio, seguendo l’esempio di Cristo e degli Apostoli e le direttive tracciate da Leone XIII, “non devono trascurare le trasposizioni allegoriche od altre dello stesso genere fatte dagli stessi Padri di alcuni passi, soprattutto se esse si allontanano dal senso letterale e sono sostenute dall’autorità di un Padre di gran nome“; infine, prendendo per base il senso letterale, devono giungere, con misura e discrezione, ad interpretazioni più elevate; essi coglieranno con San Gerolamo la verità profonda del detto dell’Apostolo: “Tutta la Scrittura è ispirata dallo Spirito di Dio ed è utile per insegnare, per persuadere, per correggere, per formare (le menti) alla giustizia“(II Tim. III, 16), e il tesoro inesauribile delle Scritture fornirà loro un grande appoggio di fatti e di idee atti ad orientare, con forza di persuasione, verso la santità la vita e i costumi dei fedeli. – Quanto a ciò che si riferisce all’esposizione e all’espressione, poiché quello che si richiede nei divulgatori dei misteri di Dio è la versione fedele del testo originale, San Gerolamo sostiene principalmente che è necessario attenersi innanzi tutto “all’esatta interpretazione” e che “il dovere del commentatore non è quello di esporre idee personali, bensì quelle dell’autore che viene commentato” (Ep. XLIX, al. 48, 17, 7); d’altra parte, egli aggiunge, “l’oratore sacro è esposto al grave pericolo un giorno o l’altro, per via di un’interpretazione errata, di fare del Vangelo di Cristo il Vangelo dell’uomo” (GalI, 11 e segg.). – In secondo luogo “nella spiegazione delle Sante Scritture non è da ricercare lo stile ornato e fiorito di retorica, ma il valore scientifico e la semplicità della verità” (Amos, Prefaz. in l. III). – Uniformatosi a questa regola nella compilazione delle sue opere, San Gerolamo dichiara, nei Commentari, che il suo scopo non era quello di “ottenere un plauso” alle sue parole, ma “di far comprendere in esse il vero senso delle parole degli altri” (Gal., Pref. in l. III); l’esposizione della parola divina, egli dice, richiede uno stile che “non sappia di elucubrazioni, ma che riveli l’idea oggettiva, che ne tratti minutamente il significato, che chiarifichi i punti oscuri e che non si impigli in effetti fioriti di linguaggio” (Ep. XXXVI, XIV, 2; cfr. Ep. CXL, 1, 2). – Sarebbe bene riportare a questo punto alcuni passi di San Gerolamo, che chiaramente dimostrano come egli avesse orrore dell’eloquenza propria dei rètori, i quali nell’enfasi della declamazione e nell’eloquio vertiginoso delle parole vuote non hanno di mira che i vani applausi. “Non diventare – consiglia al prete Nepoziano – un declamatore e un inesauribile mulino di parole; ma procura di familiarizzarti col senso nascosto e penetra a fondo i misteri del tuo Dio. Ampliare la forma espressiva e farsi valere per l’agilità dello stile agli occhi del volgo ignorante, è proprio degli stolti” (EpLII, VIII, 1). “Tutti gli spiriti dotti al giorno d’oggi non si preoccupano di assimilare il nocciolo delle Scritture, ma di lusingare gli orecchi della folla coi fiori di retorica” (Dial. e Lucif. II). “Non voglio parlare di coloro che, come io stesso un tempo, se giungono a contatto con le Sacre Scritture dopo aver praticato la letteratura profana e ricreato l’orecchio della folla con lo stile fiorito, ritengono che ogni loro parola sia la legge di Dio e non si degnano di vedere quello che hanno inteso dire i Profeti e gli Apostoli, ma adattano al loro punto di vista testimonianze che non vi si riferiscono affatto; come se fosse eloquenza di grande valore, e non invece la peggiore che esista, quella di falsificare i testi e di allontanare abusivamente la Scrittura dal suo tracciato” (Ep. LIII, VII, 2). “Poiché senza l’autorità delle Scritture questi chiacchieroni perderebbero ogni forza persuasiva, e non sembrerebbe più che essi rafforzino coi testi sacri la falsità delle loro dottrine” (Tit1, 10 e segg.). Ora questa chiacchiera eloquente e questa eloquente ignoranza “non hanno nulla di incisivo, di vivo, di vitale, ma non sono che un tutto fiacco, sterile ed inconsistente che produce solo umili piante ed erbe ben presto avvizzite e giacenti al suolo“;al contrario, la dottrina del Vangelo, fatta di semplicità, “produce qualcosa di meglio di umili pianticelle” e, come il piccolissimo grano di senape, “si trasforma in albero, sì che gli uccelli del cielo… vengono a posarsi tra i suoi rami” (Matth. XIII, 32). – Perciò San Gerolamo ricercava ovunque questa santa semplicità di linguaggio, che non esclude per altro uno splendore e una bellezza tutt’affatto naturali: “Che gli altri siano pure eloquenti e ricevano il plauso tanto desiderato e declamino con voce enfatica e fiumi di parole; quanto a me, mi accontento di farmi capire e, trattando le Scritture, di imitare la loro stessa semplicità” (Ep. XXXVI, XIV, 2). Pertanto “l’esegesi cattolica, senza rinunciare al pregio di un bello, stile, deve occultarlo ed evitarlo per rivolgersi non a vane scuole di filosofi e a pochi discepoli, ma a tutto il genere umano” (Ep. XLVIII, al. 49, 4, 3). Se i giovani sacerdoti metteranno veramente a profitto questi consigli e queste norme, se i preti più anziani non li perderanno mai di vista, Noi siamo sicuri che il loro santo ministero sarà di gran lunga giovevole alle anime dei fedeli. – Ci rimane, Venerabili Fratelli, da commemorare dolci frutti” che San Gerolamo ha colto “dall’amaro seme delle Sacre Lettere“, nella speranza che il suo esempio infiammerà lo spirito dei sacerdoti e dei fedeli affidati alle vostre cure, suscitando in loro il desiderio di conoscere e di partecipare anch’essi alla salutare virtù del Testo Sacro. – Ma tutte queste soavi delizie spirituali che pervadono l’animo del pio anacoreta, preferiamo che voi le apprendiate per così dire dalla sua stessa bocca, piuttosto che da Noi. Ascoltate dunque in quali termini egli parla di questa scienza sacra a Paolino, suo “confratello, compagno ed amico“: “Io ti chiedo, fratello carissimo: vivere in mezzo a questi misteri, meditarli, null’altro conoscere e null’altro sapere, non ti sembra che tutto ciò sia già il paradiso in terra?” (EpLIII, X, 1). “Dimmi un po’, domanda San Gerolamo alla sua allieva Paola, che vi è di più santo di questo mistero? Che cosa di più attraente di questo piacere? Quale alimento, quale miele più dolce di quello di conoscere i disegni di Dio, d’essere ammesso nel suo santuario, di penetrare il pensiero del Creatore e le parole del tuo Signore, che i dotti di questo mondo deridono e che sono piene di sapienza spirituale? Lasciamo che gli altri godano delle loro ricchezze, bevano in una coppa ornata di pietre preziose, indossino sete splendenti, si cibino dei plausi della folla, senza che la varietà dei piaceri riesca ad esaurire i loro tesori: le nostre delizie invece consisteranno nel meditare giorno e notte sulla legge del Signore, nel bussare a una porta in attesa che s’apra, nel ricevere la mistica elemosina del pane della Trinità, nel camminare, guidati dal Signore, sui flutti della vita” (Ep. XXX, 13). Ed ancora a Paola ed a sua figlia Eustochio, San Gerolamo scrive nel suo commentario sull’Epistola agli Efesi: “Se qualcosa vi è, Paola ed Eustochio, che trattiene quaggiù nella saggezza e che in mezzo alle tribolazioni e ai turbini di questo mondo mantiene l’equilibrio dell’anima, io credo che questo sia innanzi tutto la meditazione e la scienza delle Scritture” (EphProl.). Ed è ricorrendo ad esse, che egli, afflitto nell’intimo da profondi dolori e colpito nel corpo dalla malattia, poteva godere ancora della consolazione della pace e della gioia del cuore: questa gioia egli non si limitava a gustarla in una vana oziosità, ma il frutto della carità si trasformava in carità attiva al servizio della Chiesa di Dio, cui il Signore ha affidato la custodia della parola divina. In realtà ogni pagina delle Sante Lettere dei due Testamenti era per lui la glorificazione della Chiesa di Dio. Quasi tutte le donne celebri e virtuose, cui nell’Antico Testamento è tributato onore, non sono forse l’immagine di questa Sposa mistica di Cristo? Il sacerdozio e i sacrifici, i riti e le solennità, quasi tutti i fatti riportati nell’Antico Testamento non ne costituiscono forse l’ombra? E il fatto che si trova divinamente realizzato nella Chiesa un così gran numero di promesse dei Salmi e dei Profeti? Ed egli stesso, infine, non conosceva forse, per l’annuncio che ne avevano fatto Nostro Signore e gli Apostoli, gli insigni privilegi di questa Chiesa? E come è possibile dunque che la scienza delle Scritture non abbia infiammato il cuore di San Gerolamo d’un amore ogni giorno più ardente per la Sposa di Cristo? – Noi già sappiamo, Venerabili Fratelli, quale profondo rispetto, quale amore entusiasta egli nutriva per la Chiesa Romana e per la Cattedra di San Pietro; sappiamo con quale vigore egli combattesse contro i nemici della Chiesa. Così scriveva, esprimendo il suo compiacimento ad Agostino, suo giovane compagno d’armi, che sosteneva le medesime battaglie e si rallegrava d’essersi come lui attirato l’ira degli eretici: “Evviva il tuo valore! Il mondo intero ha gli occhi su di te. I Cattolici venerano e riconoscono in te il restauratore della fede dei primi tempi del Cristianesimo e, indice ancor più glorioso, tutti gli eretici ti maledicono e con te mi perseguitano d’uno stesso odio, per potere, dato che il loro gladio non ne ha la forza, ucciderci col desiderio” (EpCXLI, 2; cfr. Ep. CXXIV, 1). Questa testimonianza si trova egregiamente confermata nel “Sulpizio Severo” di Postumiano: “Una lotta continua e un duello ininterrotto contro i malvagi hanno concentrato su San Gerolamo l’odio dei perversi. In lui gli eretici odiano colui che non cessa di attaccarli, e i chierici colui che rimprovera la loro vita e le loro colpe. Ma tutti gli uomini virtuosi, senza eccezione alcuna, l’amano e l’ammirano” (Postumianus apud Sulp. Sev., Dial. 1, 9). – Quest’odio degli eretici e dei malvagi fece soffrire a Gerolamo molte asperrime pene, soprattutto quando i Pelagiani irruppero sul monastero di Betlemme e lo saccheggiarono; ma egli sopportò di buon animo tutte le offese e tutti gli oltraggi e mai perdette il coraggio, come colui che non esita a morire in difesa della fede cristiana: “La mia gioia, egli scrive ad Apronio, è quella d’apprendere che i miei figli combattono per Cristo e che Colui, nel quale crediamo, rafforza in noi lo zelo ed il coraggio, affinché possiamo essere pronti a versare il nostro sangue per la Sua fede… Le persecuzioni degli eretici hanno rovinato da cima a fondo il nostro monastero quanto alle sue ricchezze materiali, ma la bontà di Cristo lo ha colmato di ricchezze spirituali. È meglio non avere pane da mangiare, che perdere la fede” (Ep. CXXXIX). E se non ha mai permesso all’errore di diffondersi impunemente, non ha impiegato minor zelo ad erigersi in termini energici contro i corrotti costumi, volendo, per quanto le sue forze glielo permettevano, “presentare” a Cristo “una Chiesa gloriosa, senza macchie né rughe, né nulla di simile, ma santa e immacolata” (Eph. V, 27). – Quale vigore nei rimproveri che San Gerolamo rivolge a coloro che profanano con una vita colpevole la dignità sacerdotale! Con quale eloquenza egli investe i costumi pagani che pervadono in gran parte la città stessa di Roma! Per arginare a qualunque costo questa invasione di tutti i vizi e di tutte le colpe, egli vi oppone l’eccellenza e la bontà delle virtù cristiane, giustamente convinto che nulla vale di più contro il male dell’amore delle cose purissime; egli richiede insistentemente per la gioventù un’educazione informata a senso religioso e ad onestà, esorta con severi consigli gli sposi a condurre una vita pura e santa, suscita nelle anime più delicate il culto della verginità, non trova abbastanza elogi per la severa ma dolce austerità della vita dello spirito, richiama, con tutte le sue forze, il primo precetto della Religione cristiana – il comandamento della carità unita al lavoro – la cui osservanza doveva sottrarre la società umana ai turbamenti e restituirle la tranquillità dell’ordine. – Ricordiamo questa bella frase, ch’egli rivolgeva a San Paolino a proposito della carità: “Il vero tempio di Cristo è l’anima del fedele: ornalo, questo santuario, abbelliscilo, deponi in esso le tue offerte e ricevi Cristo. A che scopo rivestire le pareti di pietre preziose, se Cristo muore di fame nella persona di un povero?” (EpLVIII, VII, 1). Quanto al dovere del lavoro, egli lo ricorda a tutti con un tale ardore, nei suoi scritti e più ancora negli esempi di tutta la sua vita, che Postumiano, dopo un soggiorno di sei mesi a Betlemme insieme a San Gerolamo, gli ha reso questa testimonianza nel “Sulpizio Severo”: “Lo si trova senza posa tutto occupato nella lettura, tutto immerso nei libri: né il giorno né la notte riposa, ma sempre legge o scrive” (Postum. apud Sulp. Sev., Dial. 1, 9). – Del resto, il suo ardente amore per la Chiesa si rileva dai suoi Commentari, dove egli non tralascia nessuna occasione per celebrare la Sposa di Cristo. Citiamo, per esempio, questo passo del Commentario del profeta Aggeo: “Accorse il fior fiore di tutte le nazioni e la gloria ha riempito la casa del Signore, cioè la Chiesa di Dio vivente, colonna e fondamento della verità… Questi metalli preziosi donano più splendore alla Chiesa del Salvatore di quanto non ne donassero un tempo alla Sinagoga; di queste vive pietre è costruita la casa di Cristo ed essa si corona d’una pace eterna” (Agg. II, 1 e segg.). E in un altro passo, commentando Michea, dice: “Venite, saliamo alla casa del Signore: è necessario salire se si vuol giungere fino a Cristo e alla casa del Dio di Giacobbe, la Chiesa, casa di Dio, colonna e fondamento della verità” (MichIV, 1 e segg.). – Nella prefazione al Commentario di San Matteo, leggiamo: “La Chiesa è stata costruita su una pietra da una parola del Signore; è questa che il Re ha fatto introdurre nella sua camera ed è a lei che attraverso l’apertura segreta ha teso la mano” (Matth., Prol.). – Come risulta da questi ultimi passi che abbiamo citato, così più volte il nostro Dottore esalta l’unione intima del Signore con la Chiesa. Poiché non è possibile separare la testa dal suo corpo mistico, l’amore per la Chiesa porta necessariamente con sé l’amore per Cristo, che deve essere considerato il frutto principale e dolcissimo della scienza delle Scritture. Gerolamo, infatti, era a tal punto convinto che questa conoscenza del Testo Sacro è la via esatta che conduce alla conoscenza e all’amore di Nostro Signore, che non esitava ad affermare: “Ignorare le Scritture significa ignorare Cristo stesso” (Is. Prol.; cfr. Tract. de Ps. LXXVII). Con lo stesso intendimento scrive a Santa Paola: “Come si potrebbe vivere senza la scienza delle Scritture, attraverso le quali si impara a conoscere Cristo stesso, che è la vita dei credenti?” (Ep. XXX, 7). È verso Cristo infatti che convergono, come al loro punto centrale, tutte le pagine dei due Testamenti; e nel commento al passo dell’Apocalisse, dove è la questione del fiume e dell’albero della vita, San Gerolamo in particolare scrive: “Non vi è che un fiume che sgorga dal trono di Dio, ed è la grazia dello Spirito Santo, e questa grazia dello Spirito Santo è racchiusa nelle Sante Scritture, cioè in questo fiume delle Scritture. Il quale fiume tuttavia scorre tra due rive, che sono l’Antico e il Nuovo Testamento, e su ogni lato sorge un albero, che è Cristo stesso” (Tractde Ps. I). – Nulla di strano dunque se Gerolamo nelle sue pie meditazioni era solito riferire a Cristo tutto quello che leggeva nei Libri Santi: “Quando io leggo il Vangelo e mi trovo di fronte a testimonianze sulla legge e sui profeti, io non penso che a Cristo: se ho studiato Mosè, se ho studiato i profeti, è stato solo per comprendere quello che essi dicevano di Cristo. Quando un giorno io sarò giunto dinanzi allo splendore di Cristo, quando la sua fulgida luce come quella del sole abbagliante splenderà ai miei occhi, io non potrò più vedere il lume d’una lampada. Se accenderai una lampada in pieno giorno, farà essa luce? Quando splende il sole, la luce di questa lampada svanisce: così, alla presenza di Cristo, la legge e i profeti scompaiono. Nulla io voglio togliere alla gloria della legge e dei profeti: al contrario, li lodo quali annunciatori di Cristo. Se mi accingo alla lettura della legge e dei profeti, il mio scopo non è quello di fermarmi ad essi, ma di giungere, attraverso essi, fino a Cristo” (Marc. IX, 1, 7). – Così noi lo vediamo elevarsi meravigliosamente, per mezzo dei Commentari alle Scritture, all’amore e alla conoscenza di Gesù Nostro Signore, e trovarvi la perla preziosa di cui parla il Vangelo: “Non vi è fra tutte che una sola pietra preziosa, ed è la conoscenza del Salvatore, il mistero della Sua passione e l’arcano segreto della Sua risurrezione” (Matth. XIII, 45 e segg.). – L’amore ardente per Cristo lo portava, povero ed umile insieme a Lui, a liberarsi completamente da ogni legame di preoccupazione terrestre, a non cercare che Cristo, a penetrare nel Suo spirito; a vivere con Lui nella più stretta unione, a foggiare la propria vita secondo l’immagine di Cristo sofferente, a non avere desideri più intensi che soffrire con Cristo e per Cristo. Perciò, al momento di imbarcarsi, allorché, essendo morto Damaso, perfidi nemici con le loro vessazioni lo fecero allontanare da Roma, così scriveva: “Alcuni possono considerarmi un criminale, cacciato sotto il peso di tutte le sue colpe, ma questo non è ancora nulla in confronto ai miei peccati; tu puoi tuttavia credere nel tuo intimo a una virtù dei peccatori… Io rendo grazie a Dio di meritare l’odio del mondo. Quale parte di sofferenze ho patito, io, il soldato della croce? La calunnia mi ha coperto del marchio d’un delitto: ma io so che con la cattiva come con la buona fama si arriva al regno dei Cieli” (EpXLV, 1,6). – Così esortava la pietosa vergine Eustochio a sopportare coraggiosamente per amore di Cristo le pene della vita presente: “Grande è la sofferenza, ma grande è la ricompensa ad imitare i martiri, gli apostoli, ad imitare Cristo. Tutte queste pene che vengo enumerando sembrerebbero intollerabili a chi non ama Cristo; ma, al contrario, chi considera tutta la pompa della vita terrena come un fango immondo, per cui tutto è vano sotto la luce del sole, chi non vuole arricchirsi che di Cristo, chi si unisce alla morte e alla resurrezione del suo Signore e chi uccide la propria carne con tutti i suoi vizi e tutte le sue brame, costui potrà liberamente gridare: Chi mi potrà separare dalla carità di Cristo?” (EpXXII, 38 e segg.). – Gerolamo dunque abbondantissimi frutti traeva dalla lettura dei Libri Santi: di qui egli attingeva quella luce interiore, che lo faceva sempre più avanzare nella conoscenza e nell’amore di Cristo; di qui quello spirito di preghiera, di cui così bene ha detto nei suoi scritti; qui infine acquistò quella mirabile intima comunione con Cristo, che con le sue dolcezze lo incitò a tendere senza tregua, attraverso l’aspro sentiero della croce, alla conquista della palma di vittoria. – Cosi lo slancio del suo cuore lo portava continuamente verso la Santissima Eucaristia: “Poiché nessuno è più ricco di colui che porta il corpo del Signore in un cestello di vimini e il Suo Sangue in un’ampolla” (EpCXXV, XX, 4); uguale venerazione nutriva San Gerolamo per la Santa Vergine di cui difende con ogni forza la perpetua verginità; e la Madre di Dio, ideale di tutte le virtù, era il modello che egli proponeva agli sposi di Cristo, perché la imitassero. – Nessuno si stupirà dunque se i luoghi della Palestina che avevano santificato il nostro Redentore e la sua Santissima Madre hanno esercitato un fascino e un’attrattiva così grandi su San Gerolamo. Quali fossero i suoi sentimenti su questo punto, si potrà facilmente indovinare da ciò che Paola ed Eustochio, sue discepole, scrivevano da Betlemme a Marcella: “Con quali parole noi possiamo darti un’idea della grotta in cui nacque il Divin Salvatore? Della culla che udì i suoi vagiti infantili? È più degno il silenzio che le nostre povere parole… Non verrà dunque il giorno in cui ci sarà dato di entrare nella grotta del Salvatore, di piangere sulla tomba del Divino Maestro accanto a una sorella, ad una madre? Di baciare il legno della Croce e sul Monte degli Ulivi di seguire in ispirito, ardenti di desiderio, Cristo nella Sua Ascensione?” (EpXLVI, XI, 13). – Gerolamo conduceva, lontano da Roma, una vita di mortificazione per il suo corpo, ma il richiamo dei sacri ricordi infondeva alla sua anima una tale dolcezza, da scrivere: “Ah! se Roma possedesse quello che possiede Betlemme, che è tuttavia più umile della città romana!” (EpLIV, XIII, 6). – Il voto del Santissimo esegeta s’è realizzato in modo diverso da quello da lui inteso, e Noi, Noi e tutti i cittadini di Roma, abbiamo motivo di rallegrarcene. Infatti i resti del grande Dottore, deposti in quella grotta che per tanto tempo aveva abitata, per cui la celebre città di Davide si gloriava un tempo di conservarli, Roma oggi ha la fortuna di custodirli nella basilica di Santa Maria Maggiore, ove riposano accanto alla Culla stessa del Salvatore. – S’è spenta la voce, la cui eco dal deserto percorreva un tempo il mondo intero; ma attraverso i suoi scritti, “che splendono su tutto l’universo come fiamme divine” (Cassian. De incarn. 7, 26), San Gerolamo parla ancora. Egli proclama l’eccellenza, l’integrità e la veracità storica delle Scritture, e i dolci frutti che la loro lettura e la loro meditazione offrono. Proclama per tutti i figli della Chiesa la necessità di ritornare a una vita degna del nome cristiano e di guardarsi dal contagio dei costumi pagani, che nella nostra epoca sembrano essersi pressoché ristabiliti. Proclama che la Cattedra di Pietro, mercè soprattutto la pietà filiale e lo zelo degli Italiani, cui il Cielo ha dato il privilegio di possederla entro i confini della loro patria, deve godere dell’onore e della libertà assolutamente indispensabili per la dignità e l’esercizio stesso della carica Apostolica. – Proclama, per le nazioni cristiane che hanno avuto la sventura di staccarsi dalla Chiesa, il dovere di ritornare alla loro Madre, ove riposa tutta la speranza della salute eterna. Voglia Dio che questo appello sia inteso soprattutto dalle Chiese Orientali, che ormai da troppo tempo sono ostili alla Cattedra di Pietro. Quando viveva in quelle regioni ed aveva per maestri Gregorio Nazianzeno e Didimo d’Alessandria, Gerolamo sintetizzava in questa formula divenuta classica la dottrina dei popoli orientali a quell’epoca: “Chiunque non si rifugia nell’arca di Noè, sarà travolto dai flutti del diluvio” (Ep. XV, 11, 1). Se Dio non arresta oggi questo flagello, non minaccia esso di distruggere tutte le istituzioni umane? Che più rimane, se viene soppresso Dio, autore e conservatore di tutte le cose? Che cosa può continuare ad esistere, una volta staccata da Cristo, fonte di vita? Ma colui che un tempo, all’appello dei suoi discepoli, calmò il mare in tempesta, può ancora rendere alla società umana travolta il preziosissimo beneficio della pace. – Possa San Gerolamo attirare questa grazia sulla Chiesa di Dio, che egli ha con tanto ardore amato e con tanto coraggio difeso contro ogni assalto dei nemici; possa il suo patrocinio ottenere per noi che tutte le discordie siano sedate secondo il desiderio di Gesù Cristo, e “che vi sia un solo gregge sotto un solo pastore“. – Comunicate senza indugio, Venerabili Fratelli, al vostro clero e ai vostri fedeli, le istruzioni che vi abbiamo dato in occasione del quindicesimo centenario della morte del grande Dottore. Noi vorremmo che tutti, secondo l’esempio e sotto il patrocinio di San Gerolamo, non soltanto rimanessero fedeli alla dottrina cattolica sotto l’ispirazione divina delle Sacre Scritture e ne prendessero la difesa, ma che osservassero anche con scrupolosa cura le prescrizioni dell’enciclica Providentissimus Deus e della presente Lettera. In attesa, formuliamo l’augurio che tutti i figli della Chiesa si lascino penetrare e fortificare dalla dolcezza delle Sante Lettere, per arrivare a una conoscenza perfetta di Gesù Cristo. – Come pegno di tale voto, e in testimonianza della Nostra paterna benevolenza, Noi impartiamo, nella somma grazia del Signore, a voi, a tutto il clero e a tutti i fedeli che vi sono affidati, l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 15 settembre 1920, anno VII del Nostro Pontificato.

BENEDETTO PP. XV.

DOMENICA III DOPO L’EPIFANIA (2022)

DOMENICA III DOPO L’EPIFANIA (2022)

Semidoppio. – Paramenti verdi.

Le Domeniche III, IV, V, e VI dopo l’Epifania hanno il medesimo Introito, Graduale, Offertorio e Communio, che ci manifestano che Gesù è Dio, che opera prodigi, e che bisogna adorarlo. La Chiesa continua, infatti, in questo tempo dopo l’Epifania, a dichiarare la divinità di Cristo e quindi la sua regalità su tutti gli uomini. E il Re dei Giudei, è il Re dei Gentili. Così la Chiesa sceglie in San Matteo un Vangelo nel quale Gesù opera un doppio miracolo per provare agli uni e agli altri d’essere veramente il Figlio di Dio. – Il primo miracolo è per un lebbroso, il secondo per un centurione. Il lebbroso appartiene al popolo di Dio, e deve sottostare alla legge di Mosè. Il centurione, invece, non è della razza d’Israele, a testimonianza del Salvatore. Una parola di Gesù purifica il lebbroso, e la sua guarigione sarà constatata ufficialmente dal Sacerdote, perché sia loro testimonianza della divinità di Gesù (Vang.). Quanto al centurione, questi attesta con le sue parole umili e confidenti che la Chiesa mette ogni giorno sulle nostre labbra alla Messa, che Cristo è Dio. Lo dichiara anche con la sua argomentazione tratta dalla carica che egli ricopre: Gesù non ha che da dare un ordine, perché la malattia gli obbedisca. E la sua fede ottiene il grande miracolo che implora. Tutti i popoli prenderanno dunque parte al banchetto celeste nel quale la divinità sarà il cibo delle loro anime. E come nella sala di un festino tutto è luce e calore, le pene dell’inferno, castigo a quelli che avranno negato la divinità di Cristo, sono figurate con il freddo e la notte che regnano al di fuori, da queste « tenebre esteriori » che sono in contrasto con lo splendore della sala delle nozze. Alla fine del discorso sulla montagna « che riempi’ gli uomini d’ammirazione » S. Matteo pone i due miracoli dei quali ci parla il Vangelo. Essi stanno dunque a confermare che veramente « dalla bocca di un Dio viene questa dottrina che aveva già suscitato l’ammirazione » nella Sinagoga di Nazaret (Com.). –Facciamo atti di fede nella divinità di Gesù, e, per entrare nel suo regno, accumuliamo, con la nostra carità, sul capo di quelli die ci odiano dei carboni di fuoco (Ep.), cioè sentimenti di confusione che loro verranno dalla nostra magnanimità, che non daranno ad essi riposo finché non avranno espiato i loro torti. Così realizzeremo in noi il mistero dell’Epifania che è il mistero della regalità di Gesù su tutti gli uomini. Uniti dalla fede in Cristo, devono quindi tutti amarsi come fratelli. « La grazia della fede in Gesù opera la carità » dice S. Agostino (2° Notturno).

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps XCVI: 7-8
Adoráte Deum, omnes Angeli ejus: audívit, et lætáta est Sion: et exsultavérunt fíliæ Judae.

[Adorate Dio, voi tutti Angeli suoi: Sion ha udito e se ne è rallegrata: ed hanno esultato le figlie di Giuda]


Ps XCVI: 1
Dóminus regnávit, exsúltet terra: læténtur ínsulæ multæ.

[Il Signore regna, esulti la terra: si rallegrino le molte genti.]

Adoráte Deum, omnes Angeli ejus: audívit, et lætáta est Sion: et exsultavérunt fíliæ Judae.

[Adorate Dio, voi tutti Angeli suoi: Sion ha udito e se ne è rallegrata: ed hanno esultato le figlie di Giuda]

Oratio

Orémus.
Omnípotens sempitérne Deus, infirmitatem nostram propítius réspice: atque, ad protegéndum nos, déxteram tuæ majestátis exténde.

[Onnipotente e sempiterno Iddio, volgi pietoso lo sguardo alla nostra debolezza, e a nostra protezione stendi il braccio della tua potenza].

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Romános.
Rom XII: 16-21
Fratres: Nolíte esse prudéntes apud vosmetípsos: nulli malum pro malo reddéntes: providéntes bona non tantum coram Deo, sed étiam coram ómnibus homínibus. Si fíeri potest, quod ex vobis est, cum ómnibus homínibus pacem habéntes: Non vosmetípsos defendéntes, caríssimi, sed date locum iræ. Scriptum est enim: Mihi vindícta: ego retríbuam, dicit Dóminus. Sed si esuríerit inimícus tuus, ciba illum: si sitit, potum da illi: hoc enim fáciens, carbónes ignis cóngeres super caput ejus. Noli vinci a malo, sed vince in bono malum.

“Fratelli: Non vogliate essere sapienti ai vostri propri occhi: non rendete a nessuno male per male. Procurate di fare il bene non solo dinanzi a Dio, ma anche dinanzi a tutti gli uomini. Se è possibile, per quanto dipende da voi, siate in pace con tutti gli uomini. Non fatevi giustizia da voi stessi, o carissimi, ma rimettetevi all’ira divina, poiché sta scritto: A me la vendetta; ripagherò io », dice il Signore. Anzi, se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare; se ha sete, dagli da bere; perché, così facendo, radunerai sul suo capo carboni ardenti. Non lasciarti vincere dal male; al contrario vinci il male con il bene”. (Romani XII, 16-21).

 P. G. Semeria: Le epistole delle Domeniche, Op. naz. Per il mezzogiorno d’Italia, Milano, 1939.

(Nihil obstat sac. P. De Ambroggi – Imprim. P. Castiglioni vic. Gen. Curia Arch, Mediolani, 1-3-1938)

LA VITTORIA DEL BENE SUL MALE.

Questa volta bisogna proprio che ve la legga questa lettera o porzione di lettera di S. Paolo ai Romani, ve la leggo e niente altro. È troppo delicato l’argomento che tratta, è troppo importante lo sviluppo che gli dà. Del resto, purtroppo la sentite così di rado la parola di San Paolo, il grande predicatore della verità. Continua l’Apostolo a dare ai romani i consigli morali più tipicamente cristiani; li chiamo consigli, pensando al tono che è d’esortazione, ma si tratta di precetti belli e buoni. L’Apostolo insiste sul tasto delicato e forte della carità cristianamente intesa, così diversa e superiore alla filantropia. « Non fate del male a nessuno, e fate del bene a tutti gli uomini » frase molto chiara e dove l’accento cade su quel nessuno e quel tutti. Cristiani battezzati di fresco, Cristiani troppo freschi per essere Cristiani profondi, potevano credere che la carità nella sua doppia espressione di non fare del male e di fare del bene, potesse e dovesse restringersi nell’ambito dei fedeli. Per gli infedeli, pei pagani doveva essere, poteva essere un altro conto, un altro affare. Ebbene, no. S. Paolo dissipa l’equivoco. Male un Cristiano non deve fare a nessuno, neanche al più scomunicato dei pagani, e bene a tutti. Ma se non dovendo fare e non facendo del male a nessuno il buon Cristiano non può mettersi in contrasto con nessuno, purtroppo possono gli altri mettersi in contrasto con lui, rompendo quello stato pacifico nel quale sfocia logicamente la carità. L’Apostolo lo sa e perciò soggiunge: « se è possibile e per quanto dipende da voi. Siate in pace con tutti ». Soggiunge così per continuare il filo logico del suo discorso ai Cristiani in caso di confitti che altri (non essi) abbiano suscitato, turbando il pacifico equilibrio della carità. In questo caso il dovere del Cristiano, offeso, oltraggiato, danneggiato è di non farsi giustizia da sé: « non vi vendicate, dice il testo, e continua: rimettetevi alla giustizia di Dio, giusta la frase del V. T.: « È mia la giustizia, penserò io a farla ». Dove tocchiamo un’altra volta con mano il mirabile equilibrio del Cristianesimo contrario alla vendetta, ma pieno d’ardore per la giustizia, anzi tanto più dalla vendetta aborrente quanto più alla giustizia devoto. Ogni vendetta individuale rischia di essere un’ingiustizia, perché si fa giudice chi è parte in causa. La giustizia, questa idealità obbiettiva, cristiana per sua natura, non può essere soggettivizzata; o ci si rinuncia, o la si affida a Dio. – Affidato a Dio l’esercizio eventuale, eventualmente necessario, della giustizia, il buon Cristiano anche nel caso di ingiuria sofferta deve riprendere verso il suo offensore l’esercizio della carità. La quale nella fattispecie esercitata verso un nemico, verso chi l’ha demeritata diventa perdono. « Ci penso io alla giustizia, a mettere a posto il malvagio », dice il Signore, e allora a noi non resta che continuare per il solco radioso della carità. E perciò: « se — riprende la parola l’Apostolo Paolo — il tuo nemico (colui che ha voluto essere tale per te) viene ad avere fame, tu, da buon fratello, perché non sei, non puoi, non devi essere altro, tu dagli da mangiare, se ha sete dagli da bere. Lo richiamerai così, collo spettacolo vivo, edificante della tua bontà indomita ed indomabile, a coscienza più chiara e cosciente della sua malvagità ». – E qui senza tradire il concetto dell’Apostolo Paolo ho dovuto modificare un po’ le sue parole. Ma il concetto come è bello e profondo! Quando uno ti picchia, tu, secondo la morale del mondo, dovresti, devi picchiarlo: al gesto violento e brutale rispondere con un altro gesto egualmente brutale e violento, scendere anche tu su quel terreno bestiale e brutale, dove si è collocato lui. Dare a lui un cattivo esempio, come egli lo ha dato a te. Il Cristianesimo ragiona ben altrimenti. A chi si brutalizza, bisogna dare esempio di umanità; il Cristiano rimanga al suo posto, alto e nobile, e potrà condurvi l’avversario. E così avrà una vittoria non di Pietro su Cesare, dell’uomo sull’uomo, del più forte e violento sul più debole, no; si avrà la vittoria, una vittoria del bene sul male, del bene che lo ferma sul male che vorrebbe continuare le sue gesta. La Vittoria del bene sul male, il segno e il programma del Cristianesimo che Paolo riafferma a conclusione del suo discorso: « non ti far vincere dal male, ma vincilo tu il male e vincilo col bene, la sola arma efficace all’uomo, « noli vinci a malo, sed vince in bono malum ».

Graduale

Ps CI: 16-17
Timébunt gentes nomen tuum, Dómine, et omnes reges terræ glóriam tuam.

[Le genti temeranno il tuo nome, o Signore: tutti i re della terra la tua gloria.]

V. Quóniam ædificávit Dóminus Sion, et vidébitur in majestáte sua
.

[V. Poiché il Signore ha edificato Sion: e si è mostrato nella sua potenza. Allelúia, allelúia.]

Alleluja

Allelúja, allelúja.
Ps XCVI: 1
Dóminus regnávit, exsúltet terra: læténtur ínsulæ multæ. Allelúja.

[Il Signore regna, esulti la terra: si rallegrino le molte genti. Allelúia].

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum Matthæum.
Matt VIII: 1-13
In illo témpore: Cum descendísset Jesus de monte, secútæ sunt eum turbæ multæ: et ecce, leprósus véniens adorábat eum, dicens: Dómine, si vis, potes me mundáre. Et exténdens Jesus manum, tétigit eum, dicens: Volo. Mundáre. Et conféstim mundáta est lepra ejus. Et ait illi Jesus: Vide, némini díxeris: sed vade, osténde te sacerdóti, et offer munus, quod præcépit Móyses, in testimónium illis.
Cum autem introísset Caphárnaum, accéssit ad eum centúrio, rogans eum et dicens: Dómine, puer meus jacet in domo paralýticus, et male torquetur. Et ait illi Jesus: Ego véniam, et curábo eum. Et respóndens centúrio, ait: Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur puer meus. Nam et ego homo sum sub potestáte constitútus, habens sub me mílites, et dico huic: Vade, et vadit; et alii: Veni, et venit; et servo meo: Fac hoc, et facit. Audiens autem Jesus, mirátus est, et sequéntibus se dixit: Amen, dico vobis, non inveni tantam fidem in Israël. Dico autem vobis, quod multi ab Oriénte et Occidénte vénient, et recúmbent cum Abraham et Isaac et Jacob in regno coelórum: fílii autem regni ejiciéntur in ténebras exterióres: ibi erit fletus et stridor déntium. Et dixit Jesus centurióni: Vade et, sicut credidísti, fiat tibi. Et sanátus est puer in illa hora.

[“In quel tempo, sceso che fu Gesù dal monte, lo seguirono molte turbe. Quand’ecco un lebbroso accostatosegli lo adorava, dicendo: Signore, se vuoi, puoi mondarmi. E Gesù, stesa la mano, lo toccò, dicendo: Lo voglio; sii mondato. E fu subito fu mondato dalla sua lebbra. E Gesù gli disse: Guardati di dirlo a nessuno; ma va a mostrarti al sacerdote, e offerisci il dono prescritto da Mose in testimonianza per essi. Ed entrato che fu in Capharnaum, andò a trovarlo un centurione, raccomandandosegli, e dicendo: Signore, il mio servo giace in letto malato di paralisi nella mia casa, ed è malamente tormentato. E Gesù gli disse: Io verrò, e lo guarirò. Ma il centurione rispondendo, disse: Signore, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto; ma di’ solamente una parola, e il mio servo sarà guarito. Imperocché io sono un uomo subordinato ad altri, e ho sotto di me dei soldati: e dico ad uno: Va ed egli va; e all’altro: Vieni, ed egli viene; e al mio servitore: Fa la tal cosa, ed ei la fa. Gesù, udite queste parole, ne restò ammirato, e disse a coloro che lo seguivano : In verità, in verità vi dico, che non ho trovato fede sì grande in Israele. E Io vi dico, che molti verranno dall’oriente e dall’occidente, e sederanno con Abramo, e Isacco, e Giacobbe uel regno de’ cieli: ma i figliuoli del regno saranno gettati nelle tenebre esteriori: ivi sarà pianto e stridore di denti. Allora Gesù disse al centurione: Va, e ti sia fatto conforme hai creduto. E nello stesso momento il servo fu guarito”.]

OMELIA

(G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi; VI ediz. – Soc. Ed. Vita e pensiero.- Milano 1956)

SALVIAMO L’ANIMA DAL PECCATO

Il Vangelo della Messa odierna ci propone due miracoli che insegnano come efficacemente possiamo ottenere da Gesù la salvezza dell’anima nostra, e la salvezza dell’anim:a di qualche nostro prossimo. – IL LEBBROSO E LA SALVEZZA DELL’ANIMA NOSTRA. Il primo miracolo è di un lebbroso che corse coraggiosamente ai piedi di Gesù, e, adorandolo, gli disse: « Se vuoi, tu puoi guarirmi »; Era proibitissimo ai colpiti dall’orrendo inguaribile male avvicinarsi all’abitato, accostare i sani; e similmente chiunque avesse toccato un lebbroso, tosto era dichiarato immondo, per legge di Mosè e veniva segregato dal consorzio civile. Ma il lebbroso era così certo nella sua fede, che già si vedeva guarito e non badò più a nessun divieto legale. E Gesù si sentiva talmente superiore ad ogni legge e ad ogni contagio che distese la sua bianca mano divina a toccare quella carne tumefatta e imputridita. «Se vuoi, tu puoi guarirmi ». «Lo voglio, e sii guarito ». Istantaneamente la lebbra scomparve. Voi lo sapete, Cristiani, la lebbra del corpo è figura di un’altra lebbra più disastrosa, che colpisce la parte migliore dell’uomo: voglio dire il peccato che è perdizione dell’anima. Vorrei che tutti quelli che si sentissero oppressi da questo orrendo male, l’unico vero male, salvassero la loro anima, imitando il lebbroso evangelico in due cose: nella decisione della volontà, e nel coraggio della sincerità. – a) Decisione della volontà. Il lebbroso ebbe quel desiderio e quella decisa volontà di guarire, che spezza ogni indugio, supera ogni difficoltà. È questo che dovrebbero avere i peccatori se conoscessero il loro male: invece sono freddi e indifferenti. Par che stimino sventura da poco la lebbra spirituale, e per conseguenza par che stimino fortuna da poco l’essere mondati. Dicono: «un giorno o l’altro, voglio anch’io fare la mia confessione; adesso ho tante altre brighe che mi disturbano; se mi riesce di mettere a posto quell’affare, poi verrò a mettere a posto anche i conti coll’anima ». Ma è volontà decisa, questa? La salvezza dell’anima, la pace con Dio viene dunque per ultima nell’ordine dei vostri desideri? – Una sorella di S. Tommaso d’Aquino avendo saputo della fama di santità e di sapienza che circondava il fratello, gli scrisse una lettera, nella quale lo pregava di indicarle il modo sicuro per diventare santa. S, Tommaso, per provare il suo desiderio, non risponde. La sorella gli scrive una seconda e una terza volta. Finalmente le invia un biglietto con due parolette di risposta: « Si vis ». Se vuoi! – b) Coraggio della sincerità. Tanta era nel lebbroso la decisione della volontà che gli levò la vergogna, che naturalmente doveva sentire, di mostrarsi così schifoso com’era davanti a Gesù e alle altre persone che erano con Lui. A molti invece il coraggio di aprire le piaghe e le cancrene della loro coscienza viene meno. E non osano, non dico in pubblico, ma neppure nel secreto della confessione, manifestarsi a Gesù rappresentato dalla persona del suo ministro. Pare ad essi troppo gravoso il confessare schiettamente i loro peccati, e per mancanza di coraggio nella sincerità o non si confessano o si confessano male. Così non salvano la loro anima dalla orribile lebbra. – IL CENTURIONE E LA SALVEZZA DEL PROSSIMO. Il secondo miracolo è la guarigione d’un servo del Centurione di Cafarnao e c’insegna come dobbiamo interessarci anche per la salvezza dell’anima del nostro prossimo. I Centurioni erano ufficiali dell’esercito che avevano sotto di sé un centinaio circa d’uomini. Uno di questi, di presidio a Cafarnao, aveva uno schiavo morente, che egli amava tanto. Avendo udito parlare di Gesù, forse avendo anche veduto parecchi suoi miracoli, pensò che soltanto Lui glielo avrebbe potuto guarire, purché volesse. Ma, essendo pagano, non osò fare direttamente la domanda al Messia; degli amici la fecero in vece sua. – Alcuni anziani e maggiorenti si incaricarono della cosa, e si presentarono a Gesù: « Merita che tu gli guarisca il servo, perché è un uomo che ama la nostra nazione e ha costruito a sue spese una sinagoga ». Rispose a loro Gesù: « Verrò Io e glielo guarirò ». E subito si pose in cammino. – Quando il Centurione seppe che il Signore si degnava di venire in casa sua, fu talmente commosso, che gli mosse incontro per fermarlo: « Non incomodarti così che è troppo! Signore, io non sono degno che tu entri nella mia casa, ma dì una sola parola e il mio servo sarà guarito ». E aggiunse un paragone pieno di vita. « Anch’io, Signore, sono uomo di qualche potere e posso farmi ubbidire dai soldati e servi che ho sotto di me. Se dico a uno: « va! » ed egli va; e se dico a un altro: « vieni!, ed egli viene. Ma tu hai tutto sotto di te, le cose e le forze, la vita e la morte, e ciò che comandi viene eseguito sempre ». Gesù, davanti a un’anima leale ed aperta che di colpo si elevava a riconoscere in Lui un potente sovrano sull’universo, meravigliato e commosso, si rivolse alla gente che lo circondava ed esclamò: « Non ho mai trovato tanta fede neppure in Israele ». Poi disse al Centurione: « Torna a casa, che già è stato fatto come hai creduto ». In quel momento stesso, il suo servo guariva. Nel Centurione ci sono tre cose che devono essere imitate: il suo interessamento per la salvezza del servo, le sue buone opere, l’umiltà del suo cuore. Bisogna interessarsi dell’anima del nostro prossimo, specialmente delle persone che sono legate a noi da vincoli particolari o di parentela, o di servizio, o d’amicizia. Vedete come il Centurione in un tempo e in una società in cui di solito i padroni trattavano gli schiavi come cose, si affligge e si adopra per il suo servo morente come fosse un suo figliuolo. Perché altrettanto interesse e premura non vengono adoperati dai genitori per i figliuoli, dai padroni per i servi e i dipendenti, dai superiori per i sudditi, quando sanno che han l’anima morente o fors’anche già morta? «Ho provato ogni mezzo, — si scusano alcuni, — ma non ho ottenuto nulla. Non vuol sapere di mutar vita, continua come prima, e peggio di prima ». Non avete però provato i mezzi del Centurione: le buone opere e l’umiltà. Bisogna compiere opere buone e fare buone preghiere per avere presso Dio dei potenti intercessori. Se gli Angeli della vostra parrocchia, se le anime del purgatorio, se i poveri potessero ripetere a Gesù quelle parole che già gli anziani e i maggiorenti dissero a favore del Centurione, otterreste la guarigione e la salvezza di quante anime vorreste: « Signore, merita che tu gli converta quella persona per cui ti prega: ama e sostiene le opere parrocchiali (potessero dire gli Angeli della Parrocchia!); si ricorda sempre di noi e ascolta e fa celebrare molte sante Messe in nostro suffragio (potessero dire le anime purganti!); è compassionevole e generoso davanti ad ogni nostra miseria e sofferenza (potessero dirlo i poveri!) ». Bisogna infine essere molto umili. Non confidare sui nostri meriti, quasi ne avessimo, e quasi fossero tali da obbligare Dio a chinarsi verso di noi. Ricordiamo sempre le belle parole che l’umiltà pose sulle labbra del Centurione e che la Chiesa ha rese popolari e immortali nella sua liturgia: « Domine, non sum dignus… » L’umile, quando prega, non ha pretese, ma implora; se non ottiene subito non si sgomenta né desiste, ma dolcemente insiste; e se dopo anni di continuate preghiere non vede frutto alcuno, non dispera, ma crede che le sue preghiere non andranno perdute anche s’egli non ne vedrà mai l’effetto. Chi può intuire quello che avviene nei cuori? Forse all’ultimo istante della vita per quelle umili, ripetute, disinteressate preghiere, la grazia vincerà la resistenza del cuore indurito, e l’anima si salverà. – « Se vuoi, tu puoi guarirmi da un male inguaribile » dice il lebbroso. «Se vuoi, con una parola soltanto che tu dica, tu puoi salvare il mio servo agonizzante » dice il Centurione. Due belle e profonde professioni di fede in Gesù, Figlio di Dio, e Dio stesso onnipotente. – Orbene, moriva tant’anni fa il servo di un principe il quale aveva per tutta la sua lunga vita adempiuto il suo ufficio con la massima fedeltà. Il principe lo andò a visitare che già era agli ultimi istanti. Il morente allora aprì gli occhi già torbidi e lo guardò a lungo con una straziante supplicazione. «Che hai? qualunque cosa desideri, dimmela, e l’avrai ». « Principe, non lasciarmi morire! ». « Questo, non te lo posso fare ». « Allora allungami la vita d’un anno, d’un mese almeno… ne ho bisogno per riabbracciare il mio figlio lontano ». « Questo, non te lo posso fare ». « Allora, provvedimi di buona scorta per il viaggio ch’io sto per fare all’eternità; almeno levami un poco di quest’orrore della morte che mi fa tutto tremare… ». « Non posso, non posso » Il servo sospirando dolorosamente, come chi s’accorga d’un grande inganno che gli sia stato fatto, disse: « Me infelice! ecco che dopo una vita di continuo e pesante servizio, il mio padrone non può darmi nemmeno una delle ricompense di cui ho desiderio e bisogno. Ho dunque sciupato la vita». E spirò. – Dalla parabola di questo misero servo, impariamo a non servire quei padroni che non possono né salvarci dalla morte eterna, né darci la piena felicità a cui aspira l’anima nostra. Da questo momento senza più infedeltà poniamoci al servizio del Signor nostro Gesù, il quale può tutto ciò che vuole. Con una sua parola, può tramutare il nostro cuore, da incostante, egoistico, pauroso del sacrificio com’è, in un cuore forte nel bene, generoso nell’amore, coraggioso nelle difficoltà. – Che bel carattere d’uomo questo Centurione! Da una parte sentiva la necessità di Gesù, per non lasciar morire in atroce spasimo quel servo che gli era prezioso come un figlio, dall’altra tremava al pensiero di vedere Dio con i suoi occhi impuri, di parlargli colla sua bocca profanata da tante parole non giuste, non buone, di riceverlo nella sua casa ove ancora forse stava eretto qualche idolo nelle nicchie. Questi devono essere i sentimenti di tutti i Cristiani davanti a Gesù nella Comunione. – Il desiderio e la necessità devono spingerci continuamente a Lui; il timore di riceverlo indegnamente ci deve far tremare ogni volta, prima di toccare la sacra mensa. Chi non mangia di questo Pane, non ha la vita. Ma chi ne mangia male, avrà la morte. Probet autem se ipsum homo (I Cor., XI, 28). – a) Desiderio della Comunione per ottenere la forza di sopportare le tribolazioni e le fatiche. – All’albeggiare Giosuè levò il campo e comandò all’esercito e al popol di passare il Giordano. La primavera e le piogge avevano ingrossato il fiume fino al  colmo, e l’acque correndo vertiginosamente mandarono un rombo cupo che s’udiva da lontano. Ma appena i portatori dell’Arca santa misero piede nell’onda, le acque superiori s’irrigidirono e s’accumularono come un monte, mentre le acque inferiori scolarono al mare, lasciando secco il fondo (Giosuè, III). – Anche noi dobbiamo attraversare il fiume vorticoso della vita: sono le acque della fatica quotidiana, sono le acque delle tribolazioni che si susseguono senza finire mai quaggiù, sono le acque delle malattie che colpiscono noi o i nostri cari e della morte che tratto tratto fa un vuoto in giro al nostro povero cuore. Non disperiamo; se i soldati e le genti di Giosuè ebbero l’arca, noi abbiamo qualche cosa di infinitamente più grande e più divino: la Santa Comunione. Con essa l’uomo attraversa sicuro la vita e tocca la sponda beata della terra promessa: il Paradiso. – b) Desiderio della Comunione per vincere le tentazioni. – Era notte di battaglia. I Madianiti e gli Amaleciti e tutti i popoli d’oriente armati contro Israele giacevano sparsi nella valle come una moltitudine di cavallette; i cammelli erano innumerevoli come l’arena che è sul lido del mare. Gedeone, a spiare il campo nemico. Il vento gli porta un bisbiglio umano; si ferma e ascolta. Era un soldato nemico che raccontava al suo vicino un sogno misterioso che lo turbava. « Ascoltami — diceva quella voce nell’oscurità — ho avuto un sogno e mi pareva di vedere come un pane d’orzo cotto sotto la cenere rotolare contro di noi: faceva stramazzare i soldati, faceva traballare le tende, tutti morivano ». Gedeone raggiante di gioia tornò al suo campo e gridò: « Sorgete! Il Signore ci ha dato nelle mani tutti i nemici » (Giud., VII, 13-15). – La nostra vita, o Cristiani, è tutta una battaglia, molti nemici ci combattono, ogni momento. Il demonio con le tentazioni, il mondo col mal esempio e con gli scandali e coi piaceri, la nostra carne con le sue passioni. C’è un misterioso Pane col quale potremo rovesciare tutti gli inganni e vincere il terribile combattimento spirituale da cui dipende la nostra salvezza: la Santa Comunione. – c) Desiderio della Comunione per la salvezza eterna. Giorno terribile fu quello della distruzione di Gerico. Le sette trombe squillavano, il popolo intiero non era più che un’unica bocca per gridare l’anatema contro la città che Dio voleva abbattere. Ed ecco le mura e le torri e i palazzi scrosciare con fragore in una nube immensa di polvere: ogni abitante, uomo o donna, vecchio o fanciullo era ucciso; perfino i buoi e le pecore e gli asini erano messi a fil di spada. Intanto sul cielo saliva, tutta rossa come una paurosa macchia di sangue, l’aurora d’un nuovo giorno. In quella rovina solo una donna fu salvata: Rahab la peccatrice. Perché essa aveva bene ricevuto nella sua casa due esploratori di Israele, in quel giorno le venne usata misericordia! Ma dite: quando allo squillare delle trombe angeliche questo vecchio mondo scroscerà nella rovina finale, e tutti gli uomini morranno, e verrà la terribile giustizia di Dio, volete che il Signore non abbia misericordia di quelli che l’hanno ben ricevuto nella santa Comunione, Egli che salvò dalla rovina di Gerico la peccatrice Rahab solo perché aveva dato alloggio a due esploratori? – Questi sono i principali motivi che ci devono far bruciare di desiderio per la Eucarestia; questo, e la parola che disse David nei suoi salmi: « Chi s’allontana da te, muore » (Ps., LXXII 27). – È spaventoso quello che si narra nella Sacra Scrittura (Lev., X). Nadab e Abiu, figli d’Aronne, presi i turiboli vi misero del fuoco profano e dell’incenso e con quello, contro il divieto di Dio, entrarono a far profumi nel tabernacolo santo. Fu un attimo: un fuoco sprigionatosi dall’altare li investì e li abbruciò. I loro cadaveri, così come erano, furono gettati via; fu proibito di scoprirsi il capo in segno di lutto, di stracciarsi le vesti in segno di pianto. – Tremendo castigo: ma pensate quanto più tremendo sarà quello dei Cristiani che osano accostarsi alla Comunione indegnamente. I due figliuoli di Aronne avevano profanato il luogo santo che Dio con segni speciali aveva benedetto; ma coloro che con fuoco profano, ossia col peccato e coll’irriverenza nel cuore, ricevono l’Eucarestia, profanano il Corpo e il Sangue di Dio stesso. Di Giuda il traditore è scritta una parola terribile nel Vangelo di San Giovanni: « Et post buccellam introivit in eum satanas » Così è dei sacrileghi: aprono la bocca per ricevere Gesù e ingoiano il demonio. Tornano a casa e il rimorso li dilania, e non comprendono più la strada della redenzione, e vanno nella notte. Cum ergo accepisset ille buccellam exivit continuo: erat autem nox (XIII, 30).A Mosè, per accostarsi al roveto dov’era Dio, fu imposto che si levasse i calzari; ma agli Apostoli, prima di ricevere la Comunione, fu imposto non soltanto di togliersi i calzari, ma di lasciarsi lavare i Piedi da Gesù stesso, per significare la mondezza che Dio vuole da noi quando ci avviciniamo al banchetto degli Angeli. Come sono lontani da questa purezza coloro che si comunicano dopo una confessione senza dolore, fatta alla rinfusa! come sono lontani quelli che si comunicano senza raccoglimento, senza fede, senza dire una preghiera! come sono lontani quelli che si comunicano con rancori nell’anima, con passioni conservate in fondo alcuore. – Allora — concluderà qualcuno — meglio comunicarsi una volta all’anno, o al più una volta ogni sei mesi. – Ma se dopo i peccati di otto o quindici giorni ve ne stimate indegni, dopo quelli di un anno o quasi in qual modo sperate di diventarne degni? Meglio seguire il consiglio che S. Agostino rivolgeva ai Cristiani del suo tempo: « Deposto ogni affetto al peccato, sforzatevi tutte le domeniche di rendervi degni della Santa Comunione ».

Ecco simboleggiati due sacramenti: nella guarigione del lebbroso, la confessione che ci monda dalla lebbra del peccato: nelle parole del centurione, l’Eucaristia che guarisce da ogni paralisi spirituale e ci dà la forza a correre sulla via dei comandamenti del Signore. Quando, nei secoli del Medio evo, la nostra patria fu spartita a brani, ed ogni brano aveva un principe, ed ogni principe con grande apparato di vessilli, di cavalli, di armi, di trombe usciva in guerra per conquistare altri regni ed altri uomini, ci fu chi amò lanciare in mezzo al folto della mischia uno stendardo magnifico con queste parole: « Qui v’è il cuore e la mano ». Iddio pure, movendo alla conquista delle nostre anime coi due sacramenti della confessione e della comunione, può dire: « qui v’è il mio cuore e la mia mano ». Solo l’amore di Dio poteva perdonarci i peccati. Solo l’onnipotenza di Dio poteva darci in cibo la sua carne e in bevanda il suo sangue. – L’AMORE MISERICORDIOSO DI DIO NELLA CONFESSIONE. Cesare Augusto venne a sapere che Lucio Cinna, cavaliere romano, congiurava nell’ombra contro di lui. Fremette e già meditava lo sterminio del cospiratore e della sua famiglia, quando mutò consiglio. Fece chiamare il colpevole, che s’illudeva nella segretezza della sua trama, lo condusse nella sala più recondita del palazzo imperiale, e tutto solo con lui, così gli parlò. « Lucio! non hai nulla da dirmi? ». « Nulla. » – « Allora ti dirò io qualche cosa. Quando con le mie armi occupavo l’impero, tu e la tua famiglia mi eravate nemici, vi siete nascostamente opposti; io sapevo e non vi ho puniti. Quando tutto il mondo mi proclamò imperatore, tu mi hai chiesto un posto onorevole nella repubblica: altri me lo domandavano, e più degni, eppure a te, non a loro io lo concessi. Non è vero? ». «Verissimo », rispose il cavaliere. « È per questo, allora, che tu congiuri, che tu mi vuoi uccidere? ». « Falso! falso!» urlò Cinna. « Lucio! taci che so tutto. So la notte in cui hai convocato i traditori, so il luogo, so i nomi, so le parole che dicesti. So che nella tua casa sono nascoste le armi per uccidermi;… negalo, se puoi ».  Lucio Cinna tremava come una foglia di pioppo. Dopo una pausa, Cesare ripigliò cupamente: Se ti facessi pugnalare col tuo pugnale stesso e ti gettassi nella cloaca massima sarebbe troppo poco. Se con la tua moglie e i tuoi figli ti chiudessi in carcere, senza luce né respiro, se ti lasciassi morire a goccia a goccia sarebbe ancora troppo poco, troppo poco sempre. Or ecco invece che a te, mio nemico nel passato e mio traditore nel presente, lascio la vita, lascio la famiglia, i beni, la libertà, il grado. E non mi basta; ti faccio quello che non hai sognato di essere mai: console ». – Lucio vinto dalla bontà di Augusto ruppe in pianto chiedendo perdono. La dolcezza d’Augusto è poca cosa in confronto a quella del Signore nel sacramento della penitenza. Non ci rinfaccia i nostri peccati; non una volta sola, ma sempre ci perdona e ci ama di nuovo. Ci ridà la grazia santificante, si fa nostro amico, nostro padre, e ci prepara, dopo la morte, un trono di gloria in paradiso. Quanto amore! Al lebbroso guarito Gesù aveva imposto di offrire al tempio il dono prescritto da Mosè: due passeri. Il sacerdote giudaico, ricevendoli, ne uccideva uno e col sangue appena sgorgato aspergeva l’altro, che solo così veniva lasciato in libertà. Il passero che vien ucciso per la salute dell’altro è un simbolo di Gesù Cristo che muore per il peccatore. Nella confessione siamo lavati dal sangue sgorgato dal cuore di Gesù, e questo sangue ci monda dal peccato e ci libera dalla schiavitù del demonio. – L’AMORE ONNIPOTENTE DI DIO NELLA COMUNIONE. Nostro Signore apparve a S. Paola Maria di Gesù, carmelitana scalza, e le disse così: « Fra tutte le mie opere, la più grande, la più potente, la più rara, è l’invenzione del santissimo Sacramento ». Infatti: se Dio fu potente quando trasse dal nulla le cose e con le sue mani plasmò l’uomo, più potente è quando converte tutta la sostanza del pane e del vino nel corpo e nel sangue di Gesù Cristo. – Se fu buono quando nell’Incarnazione nascose lo splendore della sua divinità nel velame della carne umana, più misericordioso ancora è nell’Eucaristia ove nasconde la maestà divina e l’affabilità umana nell’apparenza di un po’ di pane bianco. Se fu sapiente Dio quando mise nella vite la forza che trasforma gli umori della terra in rosso vino, più sapiente è certamente quando diede al sacerdote la potestà di consacrare il vino nel suo sangue, ripetendo la miracolosa parola della consacrazione. Dio nell’Antico Testamento, quando faceva piovere fuoco, quando divideva le acque del mar Rosso, quando dettava la sua legge dal Sinai, soleva mostrare la sua potenza nella grandezza e nella forza. Nel Nuovo Testamento, istituendo l’Eucaristia, preferì mostrare la sua potenza nell’umiltà e nella debolezza. Ha preferito ridurre la sua vita al minimo perché noi potessimo avere la nostra vita al massimo. E da Dio forte si è fatto debole nell’Eucaristia perché noi che siamo deboli divenissimo forti. – Dice, infatti, S. Giovanni Grisostomo che quando ritorniamo dalla Sacra Mensa, siamo come leoni spiranti fiamme, terribili allo stesso demonio. Ut leones flammam spirantes; terribiles effecti diabolo. E Dio si è fatto pane, perché noi mangiando di questo pane diventassimo come Dio. – « Eritis sicut dii » aveva promesso il demonio quando offrì ad Eva il frutto proibito: se ne accorse ben presto, l’incauta, quanto bugiarda fosse una tale promessa, e quanto funesta. Eppure, Gesù Cristo, Redentore nostro, ha voluto renderla vera con un altro frutto: la S. Comunione. Chi la riceve vivrà della vita divina: « Vivet propter me ». – Geremia udì questo lamento del Signore: « Stupite, o cieli, stupite, o Angeli! E fuggiam via inorriditi dalle porte degli uomini. Due mali ha fatto il popolo: abbandonò la fontana dell’acqua viva e si scavò delle cisterne, delle cisterne avvelenate e rotte che non sanno contenere neppure una stilla d’acqua buona ». Dereliquerunt fontem acquæ vivæ et foderunt sibi cisternas, cisternas dissipatas quæ continere non valent acquas (Geremia, II, 13). Fontana non d’acqua viva, ma di preziosissimo sangue sono i due sacramenti della Confessione e della Comunione: ci furono dati solo a prezzo della vita di un Dio. Ma noi li abbiamo abbandonati, o tutt’al più ci accostiamo assai di rado; ma noi ci siamo scavati nel peccato la nostra cisterna avvelenata che par che ci disseta mentre invece ci cuoce dentro col rimorso e ci cuocerà poi per sempre nell’inferno. Figlio mio — ci ripete Gesù con voce lamentosa — perché m’hai tu fatto due mali? Hai abbandonato la fontana dell’acqua viva e ti sei scavato la cisterna dell’acqua marcia ». – Nella preghiera di questi due bisognosi, sentite quanta fede nella potenza di Gesù. Il lebbroso dice: Tu puoi guarirmi! ed il Centurione a sua volta: Basta che tu comandi e tutto andrà bene! Notate ancora quale rassegnazione alla volontà del Signore. L’ammalato di lebbra non domanda subito la grazia, ma dice: Se tuo vuoi, cioè sta a te il decidere della mia salute. Il comandante romano poi non chiede neppure che il suo servo guarisca, solo espone il suo triste caso, così come è: tocca poi a Gesù volere che il suo servo guarisca. Fede e rassegnazione sono le caratteristiche delle preghiere del Vangelo di oggi, fede e rassegnazione devono essere le doti delle nostre preghiere di ogni giorno. – FEDE. Una santa giovinetta della quale fu scritta la vita davvero edificante, un giorno faceva alla mamma questa domanda: « Mi permetti che alla Messa preghi senza servirmi del libro? ». « Per qual ragione mi fai questa domanda? ». « Perché spesso quando leggo mi distraggo. Invece non sono mai distratta quando parlo col buon Gesù, sai, mamma, quando parlo con Lui è come quando si discorre con qualcuno; si sa bene quello che si dice ». – Questa figliuola aveva capito che vuol dire pregare con fede. Non sono necessari libri, non è necessaria tanta istruzione, tanta scienza, no. Ci sono delle povere persone ignoranti che non sanno forse neppure leggere e sanno pregare benissimo. Basta credere che il Signore sia una persona viva vera e presente e l’orazione diventa facile. « Cos’è la fede? », fu domandato un giorno al Curato d’Ars. « C’è la fede quando si parla a Dio come si farebbe con un uomo » rispose. Comprese bene questa verità quel buon contadino d’Ars che se ne stava tanto tempo inginocchiato in chiesa. « Cosa fate, cosa dite — gli domandò il Santo Curato — quali sono le vostre preghiere? », « Io guardo il mio Dio e Dio guarda me! ». Ecco, o Cristiani, che cosa vuol dire pregare con fede. Bisogna guardare Dio, bisogna parlare con Dio. – Affinché la nostra preghiera sia davvero uno sguardo e una parola rivolta a Dio con pienezza di fede, mi pare che pregando dobbiamo essere convinti di tre cose: a) Anzitutto che Dio è grande. Egli è infinitamente più grande di come lo possiamo immaginare con la nostra piccola testa. Egli è il Creatore di ogni cosa, colui che trasse dal nulla anche la nostra vita. – b) Poi, dobbiamo essere convinti che Dio è buono, ed ha promesso di donarci qualunque cosa gli chiederemo. Nessun padre ama e aiuta i suoi figli come il Padre Celeste. Una volta Dio adirato sta per lanciare lo sterminio contro il popolo d’Israele; Mosè prega: e Dio ritira la sua vendetta. Un’altra volta il popolo eletto, dopo una giornata di battaglia, è sorpreso dalla sera senza aver potuto dare il colpo decisivo; eppure era necessario che il nemico avesse una notte in mezzo da potersi rifare. Allora Giosuè prega: ed ecco il sole arrestarsi sull’orizzonte e prolungare la giornata di qualche ora. I tre fanciulli innocenti, gettati nella fornace ardente, sono risparmiati perché  hanno pregato; Daniele nella fossa dei leoni rimane incolume perché ha saputo innalzare la sua mente al Signore. – c) Infine, pregando ci dobbiamo unire a Gesù. Distaccati da Lui noi siamo peccatori, indegni d’ogni sguardo misericordioso da parte di Dio. Ma uniti a Lui, con la grazia e con l’amore, noi siamo suoi fratelli, figli di Dio, teneramente amati dal Padre Celeste. Uniti a Cristo, è Cristo che prega per noi ed offre al Padre le sue suppliche, i suoi meriti, il suo Sangue. A tanto imploratore potrà forse Dio ricusarsi? Son fatte così le nostre preghiere? Pensiamo queste verità mentre preghiamo? Se non è questa la nostra preghiera, non lamentiamoci di essere sempre distratti, di non provarci nessun gusto; non lamentiamoci soprattutto di non ottenere nulla. – RASSEGNAZIONE. Quando con fede sentita domandiamo al Signore le grazie che riguardano il bene dell’anima, le nostre preghiere hanno infallibile effetto. Di questo noi dobbiamo essere sicuri: altrimenti non sarebbero vere le tante promesse che Gesù Cristo ci ha fatto di essere ascoltati quando chiediamo al Padre il Regno dei cieli. Invece non sempre otteniamo le grazie che riguardano il corpo, perché esse non sempre giovano al nostro vero bene. Ed ecco la necessità della rassegnazione alla santa volontà di Dio, rassegnazione che diventa facile quando si vive di fede. Se, con la vivezza della nostra fede, crediamo che Dio è infinitamente sapiente, e conosce il passato, il presente ed il futuro, comprendiamo allora che soltanto il Signore sa quello che è utile per la nostra vita, per la salvezza della nostra anima. Dunque fidiamoci di Dio. – Si portò un giorno da S. Giovanni Elemosinario, Patriarca di Alessandria, un ricchissimo uomo che aveva un figliuolo gravemente malato. Gli recava una grossa somma di denaro da distribuire ai poveri perché con le loro orazioni gli ottenessero che suo figlio guarisse. Ma appena distribuito il denaro e fatte molte preghiere il fanciullo morì. Se ne lamentò il Santo amorosamente con Dio osservando che a questa maniera i fedeli non avrebbero stimolo a fare elemosine ai poveri e poi perderebbero la fede nelle loro preghiere. – Invece il Signore gli rivelò che quella morte era stata appunto l’effetto della elemosina del padre e delle preghiere di poveri. Se quel ragazzo fosse guarito, si sarebbero dannati tutt’e due: il padre a motivo della troppa avarizia per lasciar ricco il figliuolo; e questi perché avrebbe dissipato il patrimonio in stravizi e in disordini. Dunque chiediamo pure a Dio le grazie materiali; ma poi lasciamo fare a Dio, che ci vuol sempre bene. Se un Cristiano vive di fede, dal suo labbro non dovrebbero mai uscire i lamenti. « Perché — dicono alcuni — mi ha messo in tanta povertà? ». E se con tante ricchezze avessi perduto l’anima? Fidiamoci di Dio, che non sbaglia mai! – S. Bernardo, quando si recava in chiesa, era solito dire a se stesso, stando sulla porta: « Pensieri di mondo e di affari terreni, fermatevi qui e aspettate finché sarò uscito. Allora tornerò a riprendervi ». E dalla preghiera, dalla unione con Dio trasse la forza per compiere un bene immenso. Sono pochi gli uomini che come S. Bernardo hanno esercitato un così largo influsso. Sapete perché le nostre orazioni riescono male ed ottengono poco? Perché ci manca il raccoglimento. Sforziamoci davvero, quando preghiamo, di tenere la mente rivolta al Signore: facilmente allora ci sarà la fede nella grandezza e nella bontà di Dio; ci sarà la rassegnazione ai voleri di Dio e se Iddio è con noi di che cosa possiamo temere? Abituiamoci a parlare con Dio e la grazia più bella che noi otterremo sarà di migliorarci ogni giorno sul cammino del bene, verso il Paradiso. – Cristiani, se con sofferenze spirituali o dolori materiali le braccia e le mani di Gesù ci venissero a percuotere, ricordiamoci che esse possono diventare per noi un ascensore. Esse ci portano al cielo: basta che noi ci lasciamo trasportare colla stessa confidenza di un bambino quando è sulle braccia di suo padre.

IL CREDO

Offertorium

Orémus
Ps CXVII: 16;17
Déxtera Dómini fecit virtutem, déxtera Dómini exaltávit me: non móriar, sed vivam, et narrábo ópera Dómini.

[La destra del Signore ha fatto prodigi, la destra del Signore mi ha esaltato: non morirò, ma vivrò e narrerò le opere del Signore.]

Secreta

Hæc hóstia, Dómine, quǽsumus, emúndet nostra delícta: et, ad sacrifícium celebrándum, subditórum tibi córpora mentésque sanctíficet.

[Quest’ostia, o Signore, Te ne preghiamo, ci mondi dai nostri delitti e, santificando i corpi e le ànime dei tuoi servi, li disponga alla celebrazione del sacrificio.]

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/comunione-spirituale/

Communio

Luc IV: 22
Mirabántur omnes de his, quæ procedébant de ore Dei.

[Si meravigliavano tutti delle parole che uscivano dalla bocca di Dio.]

 Postcommunio

Orémus.
Quos tantis, Dómine, largíris uti mystériis: quǽsumus; ut efféctibus nos eórum veráciter aptáre dignéris.

[O Signore, che ci concedi di partecipare a tanto mistero, dégnati, Te ne preghiamo, di renderci atti a riceverne realmente gli effetti.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (1)

ORDINARIO DELLA MESSA

LO SCUDO DELLA FEDE (189)

A. D. SERTILLANGES, O. P.

CATECHISMO DEGLI INCREDULI (XXVI)

[Versione autoriz. Dal francese del P. S. G. Nivoli, O. P. – III ristampa. S. E. I. – Torino 1944]

LIBRO QUARTO

I SACRAMENTI

VI. — L’Estrema Unzione.

D. Che cosa è l’Estrema Unzione?

R. È il sacramento dei malati in pericolo di morte.

D. Qual pensiero vi presiede?

R. Essa è l’intervento supremo, in favore di un partente, del gruppo unito in Cristo e in Dio che noi chiamiamo Chiesa.

D. Pascal disse: « Sì muore da solo ».

R. Egli pensava agli attori o ai complici di una vita dissoluta. Di fatto, quando la morte ci sovrasta, costoro diventano lontani come se appartenessero a un altro mondo. Ma la solidarietà cristiana è immortale come Cristo e come Dio; la morte non la raggiunge.

D. L’Estrema Unzione è dunque un atto di solidarietà?

R. È un atto di solidarietà da parte dei membri della Chiesa che vi prendono parte, e un atto di maternità da parte della Chiesa stessa. Avendo generato questo figlio e avendolo guidato nella vita, essa dev’essere lì all’ora estrema. Il morente, ormai insolvibile e impotente, si abbandona a lei, ed essa si piega sopra di lui teneramente.

D. È forse per significargli la partenza?

R. No affatto, e hanno assai torto coloro che si rappresentano « l’uomo nero » come un uccello lugubre.

D. Che cosa si propone essa dunque?

R. Il sollievo spirituale e corporale del malato.

D. Di qual sollievo spirituale sì tratta?

R. Si tratta di aiutare il fedele a compiere in extremis l’opera di penitenza, a distruggere le «reliquie del peccato », affinché la morte che minaccia sia definitivamente spogliata del suo potere di nuocere, e lo Spirito di pace e di gioia stabilito nell’anima allontani gli spaventi.

D. Hai tu la pretesa di togliere alla morte è suoi terrori?

R. La morte per il Cristiano, è un avvenimento come un altro; ma la debolezza ha gran bisogno che si ridesti il suo spirito di fede.

D. Un tal desiderio suppone già la fede.

R. Difatti, colui che ha la fede deve desiderare assai vivamente questa salvaguardia, nel momento in cui si conclude il pericoloso passaggio da questo mondo. Ma un principio di fede, aiutato dal sacramento e dalla preghiera comune, genera una fede più grande. E se, per grazia la fede venisse a sbocciare da questo fatto stesso, il fortunato malato potrebbe dire con Giacomo Rivière: « Adesso, io sono miracolosamente salvo ».

D. Ma se si è vissuto bene?

R. Chi è vissuto bene ha il diritto di essere fiducioso; ma di fronte al mistero, sapendo che alla porta dell’altro mondo siede la giustizia accanto all’amore, egli sarebbe assai incosciente se non provasse un salutare timore.

D. Perché salutare?

R. Perché esso invita ad accrescere le proprie garanzie e a valersi del suo soccorso.

D. Si dà l’Estrema Unzione ai condannati a morte?

R. No, e neppure ai soldati in estremo pericolo, né in generale a chiunque affronta la morte fuori della malattia e della sofferenza.

D. Perché questa parzialità?

R. L’uomo in possesso delle sue forze ha dei soccorsi ai quali egli può cooperare, o che si procura da se stesso; il malato attende, e la sua attesa fraterna vede venire a sè una fraternità larga come la nostra Chiesa universale, tenera come l’anima di Cristo e potente come Dio.

D. Hai anche parlato d’un sollievo corporale.

R. Riguardo al corpo, la preghiera sacramentale domanda la guarigione, ed essa l’attenderebbe con una fiducia totale, se non sapesse che questo effetto, come tutto quello che riguarda il temporale, rimane sottomesso alla Provvidenza.

D. La Provvidenza non ha essa pietà?

R. « La pietà dei mortali non è quella de’ cieli ». (VICTOR Hugo). Qui ti devi richiamare al pensiero quello che abbiamo detto della condotta di Dio in questo mondo.

D. È tutto quello che aspetti?

R. Noi speriamo ancora, nel malato, una felice calma dello spirito.

D. Quale ne sarà la ragione?

R. « Queste sante cerimonie, queste preghiere apostoliche, per una specie d’incanto divino, sospendono i dolori più violenti, e, come spesso ho veduto, fanno dimenticare la morte a chi le ascolta con fede » (BOSSUET).

D. Qual è il rito dell’Estrema Unzione?

R. La materia del sacramento è l’olio, conforto per l’atleta dell’estremo combattimento, rimedio per l’anima dolente e mai liberata dal peccato, sorgente di calore e di luce per l’anima intirizzita e brancolante sull’orlo dell’abisso semiaperto.

D. In che modo usi questa materia?

R. Si praticano delle unzioni sulle parti del corpo che possono passare per il principio delle nostre miserie morali: gli occhi, le orecchie, le narici, la bocca, le mani, i piedi, i reni, e si accompagnano con una preghiera.

D. Perché una preghiera in vece della forma affermativa degli altri sacramenti?

R. Perché ci si rivolge a colui che è senza forza e non si può aiutare da se stesso; perché il morente è già come partito, rimesso nelle mani di Dio, che solo la preghiera può raggiungere.

D. Questo sacramento dell’ora estrema dev’essere l’ultimo dei sacramenti?

R. È l’ultimo dei sacramenti individuali; ma resta da provvedere, mediante l’Ordine e il Matrimonio, all’arrolamento della gerarchia religiosa e al popolamento dei nostri gruppi d’immortali.

VII. — L’Ordine.

D. Quale idea s’introduce sotto questo termine un po’ speciale: l’Ordine?

R. $i tratta dell’ordine delle comunicazioni spirituali nella città di Dio.

D. Quali comunicazioni?

R. La gerarchia ordinata deve comunicare i benefizi della redenzione ai fedeli, nel nome di Cristo che essa rappresenta e di cui essa continua l’azione sopra la terra.

D. Che nome dài a questa comunicazione stessa?

R. È il sacerdozio.

D. Quali sono le sue attribuzioni?

R. Esso è incaricato di preparare e di distribuire a tutti il nutrimento spirituale: nutrimento delle intelligenze mediante la predicazione dottrinale; nutrimento dei cuori mediante le esortazioni e mediante il ricordo delle divine speranze; nutrimento sovrumano dell’Eucaristia, che comprende tutti i doni della vita dandoci il loro Autore.

D. Quest’ultimo compito è certamente a’ tuoi occhi è principale?

R. È l’opera propria del sacrifizio; tutto il resto vi si riferisce come una preparazione, un accompagnamento o una continuazione.

Onde il sacerdote è il centro e il fine di tutta la gerarchia. Tutti gli uffizi che si esercitano sotto di esso: diaconato, suddiaconato, ordini minori, non sono che servitori. Tutti i poteri superiori: episcopato, prelature di ogni classe, papato, servono in un’altra maniera, incaricati di procurare dei sacerdoti, poi di sorvegliare l’esercizio del loro potere, non in quanto al principale, che è l’azione consacratrice, ma per l’uso che se ne fa e le condizioni esterne che essa suppone.

D. Chi stabilisce i sacerdoti?

R. Il Vescovo « principe dei sacerdoti », secondo il linguaggio dell’antica legge, e di cui si dice che possieda la pienezza del sacerdozio, per significare che la sua funzione, oltre che essere completa, è indipendente, e la comunica mediante l’ordinazione.

D. Non è il Papa «il principe dei sacerdoti »?

R. Sotto l’aspetto propriamente sacerdotale, il Papa è un Vescovo come gli altri; ma egli ha inoltre una giurisdizione universale, vale a dire un potere di governo.

D. Tu dici che questo potere è supremo, e non è forse un principato?

R. Il potere del Papa è supremo nel campo dov’esso si esercita; ma gravita attorno al sacerdozio, per la ragione che tutto gravita attorno all’Eucaristia, e ciò stesso si spiega perché Cristo, che arreca l’Eucaristia è il tutto della nostra vita in Dio: mezzo universale, sorgente unica di luce, di arricchimento vitale, di gioia. Che tutto funzioni secondo la legge della sua istituzione, e si vedrà la gerarchia, dall’alto in basso, da destra a sinistra, in tutte le sue ramificazioni e in tutti i suoi gradi, impiegata in una sola opera: la santificazione per mezzo di Cristo, con l’Eucaristia, opera del sacerdozio, che ci dà sostanzialmente Cristo come centro d’influsso.

D. Il sacerdozio è dunque per noi una grandissima cosa?

R. È la cosa unica, superiore e ogni cosa umana, e che di superiore non ha che il divino.

D. Ma la Chiesa?

R. La Chiesa stessa non è che un sacerdote collettivo, corpo spirituale di Cristo sacerdote, il cuore del quale, ciborio vivente, ci offre la Divinità.

D. Eppure la Chiesa è un’amministrazione, una politica.

R. La sua essenza è in fondo mistica. La politica, l’amministrazione non vi si uniscono se non per le necessità del suo funzionamento umano. La Chiesa ci vuole divinizzare; essa dispone per questo di un mezzo vivente, che è Cristo. Là dov’è Cristo, ivi è dunque l’essenziale del suo compito, la ragione del suo organamento, il nodo vitale in cui tutti i suoi movimenti si coordinano.

D. I riti del sacramento dell’Ordine saranno dunque relativi all’Eucaristia?

R. Sì, ed essi consistono in questo che il consacratore segna il potere che egli intende di concedere mediante la consegna degli oggetti religiosi che servono a ciò: il calice con il vino, la patena con il pane, l’evangeliario, oppure il calice vuoto, ecc., secondo gli ordini. Vi si aggiungono parole che esprimono all’imperativo l’uso di queste cose. Ed è una consacrazione, analoga alla consacrazione dei re, in cui un segno sensibile accompagna l’attribuzione di un reale potere.

D. La consacrazione sacerdotale conferisce una grazia?

R. Conferisce insieme una grazia e un potere. Il potere corrisponde a quello che noi chiamiamo carattere sacerdotale, per sempre inseparabile da chi l’ha ricevuto. In quanto alla grazia sacramentale annessa all’ordinazione sacerdotale e a tutte quelle che ne dipendono, essa segna la volontà di Cristo di dare al suo servo, quando Egli lo consacra, i mezzi di compiere non materialmente, ma degnamente il suo ufficio.

D. La funzione dipende forse dall’uomo?

R. No certo; l’ufficio del sacerdote è indipendente dal suo valore personale, e, per il fedele, quello che importa, è questo ufficio e non questo valore. Tuttavia, che il dispensatore dei beni di Dio non possieda egli stesso i beni di Dio, è un disordine. L’istituzione religiosa, che mira al perfetto, cerca di procurare l’armonia del vaso e del profumo, del canale e del liquore che scorre, del sacerdote e della santa vita che deve promuovere.

D. I capi religiosi dovrebbero dunque essere dei santi?

R. Quanto più sono essi elevati in potere, tanto più si desidera che siano elevati in grazia, a fine di essere elevati in abbassamento di umiltà davanti a Dio e in abbassamento di servizio verso i loro fratelli. Per questo l’episcopato, sacerdozio completo, è chiamato dalla teologia « uno stato di perfezione », poiché la pienezza del sacro potere, anziché dispensarlo da qualche cosa, lo obbliga. Sancta sancte! santamente, l’amministrazione delle cose sante; più santamente, l’amministrazione delle cose più sante!

D. E se questo non si effettua, quale è secondo te il rimedio?

R. Da un lato la riforma o la santificazione sempre maggiore del clero; dall’altro, lo spirito di fede dei fedeli.

D. In che consiste questo spirito di fede?

R. Nel vedere il sacerdote così grande, che quando egli è meno degno personalmente, la santità del suo compito risplende anche di più, perché questo compito lo schiaccia.

D. Il sacerdote è in una condizione privilegiata riguardo alla salute?

R. È in una condizione a un tempo privilegiata e più pericolosa; la sua sorte dipende dell’uso che fa dei suoi doni. A ogni modo, il suo sacerdozio per se stesso non lo salva, ma egli deve guadagnarsi il cielo come tutti gli altri.

VII. — Il Matrimonio.

D. Qual è l’oggetto del sacramento del matrimonio?

R. Esso ha rapporto alla propagazione della specie e si propone di ciò fare nelle condizioni dell’uomo religioso, degne dell’umanità religiosa.

D. La propagazione della specie riguarda la religione?

R. Tutto riguarda la religione, è specialmente quei riti della natura che reclutano la Chiesa sopra la terra a fine di popolare il cielo.

D. La Chiesa sì farà dunque legislatrice dell’amore?

R. Essa intende di assegnargli il suo posto, quanto di glorificarlo nell’opera sua, e d’impedirgli di diventare, come tende continuamente, uno spaventoso flagello.

D. È questo il compito di un sacramento?

R. Il compito di un sacramento è di rendere possibile, per l’intervento di Cristo nel contratto che lega due esseri, quello che vuole la dottrina in favore del bene umano e del bene divino.

D. Il matrimonio tuttavia non ha di mira che un’opera di

natura.

R. La natura non è senza Dio; essa è compresa nel piano religioso del mondo, e l’uomo, nel cammino del suo reale destino che è soprannaturale, deve impegnare tutto quello che concorre a spingerlo avanti e che, mal condotto o trascurato, potrebbe tirarlo indietro.

D. In che modo si può di certe cose fare un oggetto religioso?

R. Vi è qui un pregiudizio apparentemente rispettoso, ma che, in realtà, offende la gravità della Chiesa. La natura è figlia di Dio; Cristo l’ha adottata tutta; dove le deviazioni sarebbero più formidabili, ivi soprattutto è necessaria l’azione dello Spirito santificatore. Ma là dove questo Spirito s’introduce, fa del matrimonio, di tutto il matrimonio, una funzione religiosa; perché in Lui, la funzione naturale e la funzione sociale fanno parte dell’organizzazione di cui Cristo è il capo, di cui Lui stesso è il principio. Onde la nostra Chiesa, senza falso pudore e senza timidità infantile, ma con la maestà di un’avola dallo sguardo pieno di eternità, osa benedire il letto nuziale, dopo avere benedetto le anime.

D. Qual è la materia di questo sacramento?

R. Gli sposi stessi, nel dono scambievole che si fanno,

D. Qual rito lo costituisce?

R. Lo scambio dei consensi.

D. E il ministro è il sacerdote?

R. No, il sacerdote è testimonio necessario, ma non operante riguardo al sacramento. Qui i ministri sono gli sposi, ministri officianti del rito che li unisce.

D. E questo sacramento conferisce una grazia?

R. Ogni sacramento conferisce una grazia. Del rimanente, la propagazione del genere umano non ha valore religioso e senso religioso se non in ragione della vita della grazia. Si vuole espandere la grazia, nello stesso tempo che alzarla in ogni essere; il matrimonio come sacramento ne è il mezzo: è dunque naturale che ne sia prima impregnato esso stesso, per essere all’altezza del suo doppio compito.

D. Il matrimonio ha per te una gran dignità?

R. « È un gran Sacramento! » dice S. Paolo.

D. Perché dunque perori in favore della verginità?

R. La grandezza del matrimonio, che pianta l’albero della vita, non impedisce un valore più grande. L’umanità ha bisogno non solo di frutti, ma le occorrono anche dei fiori.

D. I frutti non sono superiori ai fiori?

R. Per il corpo; ma non per l’anima. Lasciamo che alcuni chiamati conducano la vita dell’anima, e abbandonino i frutti della terra per i fiori del cielo.

D. Queste persone non sono, socialmente, degli inutili?

R. Sono utili allo stesso matrimonio, che esse tendono a purificare e a ingrandire; farebbero meno a pro di esso, aggravate dalle sue catene. Del resto la loro rinunzia le libera in favore di più alti impieghi.

D. Intendi parlare dei tuoi preti?

R. Intendo parlare del sacerdote e anche di altri; ma in quanto al sacerdote, oltre una folla di considerazioni tutte pressanti, una speciale convenienza viene dall’Eucaristia. – Ogni cuore delicato capisce che il contatto di un Dio impone qualche riserva, e che la verginità conviene al sacerdote come convenne a Maria.

D. Finalmente egli rinunzia alla famiglia.

R. « Di’ piuttosto che all’uomo estende egli la sua famiglia » (LAMARTINE).

D. Ma la sua azione sul mondo non esige dal sacerdote che egli sia mescolato al mondo e cosciente dei suoi bisogni?

R. Il sacerdote si stabilisce sopra il mondo distaccandosene; lo smarrirvisi non gli darebbe una migliore esperienza, e nel suo disinteressamento, nella sua abnegazione egli trova la sua forza.

D. Quale simbolismo adotti per il sacramento del matrimonio?

R. S. Paolo paragona l’unione degli sposi a quella di Cristo e della Chiesa: ecco il simbolismo del sacramento e il punto di partenza delle sue leggi.

D. L’idea pare strana.

R. Essa invece è di una filosofia profonda. L’integrazione religiosa del mondo esige l’unione dell’uomo e della donna per formare l’uomo completo, poi l’unione dell’uomo completo a Cristo, nella Chiesa, per formare l’uomo completo religiosamente, cioè divinizzato dalla grazia. Così il parallelismo indicato da S. Paolo si rivela: ciò che Cristo è per la Chiesa universale per formare l’umanità religiosa, lo sposo lo è per la sposa per costituire un elemento di questa umanità, e il sacramento che simboleggia sotto questa forma il fatto religioso universale, tende da parte sua a realizzarlo, unendo gli sposi secondo leggi concordanti con l’unione dell’uomo a Cristo, nella Chiesa, e con ciò all’unione dell’uomo a Dio nell’incarnazione.

D. Cristo viene così per terzo nell’intimità del matrimonio?

R. Non sarà un terzo ingombrante, e neppure il sacerdote, suo rappresentante, come certuni paventano. Ospite dei cuori, Cristo sarà nello stesso tempo il loro legame, come la loro consolazione nei cattivi giorni e la loro forza nell’arduo compito che assumono. Dio non separa, ma lega; è il vincolo universale degli esseri. Forse ci separa il luogo dove ci troviamo? Dio è il luogo degli spiriti. Forse li separa la legge di azione e la vita intima dei membri? Dio è la nostra legge di azione più profonda e la vita della nostra vita: essere in Lui, è essere meglio in noi stessi e in ciò che non forma più che una sola cosa con noi.

D. Questa mistica del sacramento ha delle conseguenze pratiche?

R. Noi ne ricaviamo i due caratteri essenziali del matrimonio, che sono l’unità e la perpetuità.

D. Come ciò?

R. Se il matrimonio deve fornire un punto fermo di partenza per la costituzione religiosa del mondo sotto l’aspetto della sua estensione, senza dimenticare il suo valore, deve anche essere saldo, e deve stabilirsi in condizioni che permettano al focolare lo sviluppo di individualità virtuose, pacifiche e utili.

D. L’unità è indispensabile per questo?

R. Sì, perché senza parlare di poliandria, che la stessa fisiologia condanna, la poligamia indebolisce, corrompe e disorganizza il focolare domestico dividendolo; invita l’uomo all’egoismo e all’autocrazia, alla sensualità e al capriccio; spinge la donna a costumi di schiava; fa regnare le gelosie, gl’intrighi, le disillusioni, i rancori, divide i figli e della prole non fa che una tribù di vincoli deboli, non una famiglia nel pieno senso della parola.

D. Eppure vi sono delle civiltà poligame.

R. Sì, ma inferiori e stagnanti. Non si fa una casa solida con argilla impastata, e l’edificio non potrebbe salire in alto se pecca alla base.

D. Ma che cosa esige l’indissolubilità?

R. Delle ragioni affatto simili. L’unione di Cristo all’umanità religiosa è perpetua; è una vita che non deve finire. Il matrimonio alimenta questa vita, esercita l’ufficio di formare i suoi elementi nuovi: i figli, e di formare anche l’uno per l’altro, in una mutua tolleranza, degli sposi che siano una vita, nell’interno della vita collettiva. Sarebbe sorprendente che l’instabilità fosse per questo una buona condizione, essendo un così cattivo simbolo.

D. Non sai che nel corso della storia, l’indissolubilità del matrimonio fu sempre o inesistente o minacciata?

R. So che questa condizione del matrimonio non è riconosciuta praticamente e integralmente, non è difesa con fermezza se non dal Cattolicismo, e so che certi preferirebbero dire: ciò accusa il Cattolicismo, come se solo esso rifiutasse di riconoscere le condizioni reali della vita. Ma quando odo d’altra parte i più autorevoli sociologi dirmi che, a dispetto delle leggi che lo ammettono, il divorzio è condannato dall’opinione pratica di tutte le collettività coscienti, antiche e moderne (leggi solamente Proudhon!), io mi do a pensare che il Cattolicismo, ben lontano dal disconoscere le condizioni reali della vita, le considera da più alto, le difende contro le deviazioni individuali abbastanza numerose da pesare sulle leggi, ma che sono nondimeno delle deviazioni, sotto l’aspetto dell’interesse largamente preso del genere umano.

D. Quali sono le ragioni?

R. Esse concernono l’interesse morale degli sposi, che il principio del divorzio compromette gravemente, favorendo matrimoni male studiati, anticipatamente disuniti, e che il minimo incidente viene a sconvolgere o a corrompere. Concernono specialmente la donna, così impari all’uomo nel contratto, in ragione della sua fragilità e della precarietà dei beni che ella vi reca. Ma concernono soprattutto la prole, vale a dire l’umanità futura, temporale ed eterna, a cui si deve il cuore cristiano.

D. Perché la prole vuole l’indissolubilità?

R. Perché la sua educazione è lunga, e perché, quando termina, ha ancora bisogno del focolare domestico. La prole è legione; le tappe della sua vita, della sua educazione e de’ suoi impieghi si succedono per lunghi anni, durante i quali la famiglia deve irradiare sopra di essa calore e luce, mantenere, tra i nuovi gruppi che compone, une felice coesione che è una gran parte dell’ordine sociale. Dov’è il focolare, se l’unione si sgretola? Cerca bene: non vi è un momento assegnabile — generalmente parlando, come bisogna quando si tratta di istituzioni — in cui il vincolo matrimoniale si possa rompere senza grave danno umano.

D. Esso viene rotto dalla morte.

R. Grazie tante! O che vorresti assumerti l’ufficio della morte e di rendere orfani i bambini?

D. E se non si hanno bambini?

R. Restano gli altri motivi, e, inoltre, non si può legiferare per l’eccezione deplorevole; non si può dare un privilegio all’infecondità.

D. Non si potrebbero almeno sciogliere i cattivi matrimoni? Essi non giovano a nessuno, ma nuocciono e fanno soffrire.

R. È vero, e la religione lo riconosce permettendo allora la separazione, scrutando, se vi è ragione, le origini del matrimonio, per vedere se qualche fessura non permettesse di spezzare, senza danno per l’istituzione stessa, questo contratto disgraziato. Ma quando si parla di divorzio, io sono colpito dalla leggerezza dell’obiicente che crede di dirci così delle cose inconfutabili. Si cerca una legge che rispetti i buoni matrimoni e che permetta di distruggere i cattivi, ciò sembra semplicissimo, ed è una pura assurdità.

D. E perché?

R. Ciò non sarebbe possibile se non a condizione che tu potessi nascondere la tua legge nei codici, e non metterla fuori se non per il caso in cui giudicassi prudente e necessario. Una volta pubblicata la tua legge agirà di per sé, e agirà dovunque; agirà nello spirito dei fidanzati, nello spirito dei parenti, nello spirito degli sposi, nello spirito dei figli. Dovunque essa introdurrà il dubbio, l’instabilità, la tentazione, l’irresponsabilità. Tu avrai stabilito la vita in un corridoio, e l’esistenza comune non avrà più saldo assetto.

D. Le leggi del divorzio prendono delle precauzioni.

R. E la passione le elude. Si arriva sempre alla legge del beneplacito, fosse pure quello d’uno solo dei due coniugi. La breccia si allarga per il passaggio delle moltitudini, e l’unione libera, anarchia al preteso servizio della sociabilità, si prospetta in un non lontano avvenire.

D. Stimi dunque che il divorzio sia contrario alla società come alla Religione?

R. Esso non è contrario alla Religione se non perché è contrario alla società, all’individuo morale, uomo e donna, in una parola alla vita umana. Cristo sposò l’umanità tal quale essa è, e la natura, la società, la fede, qui non hanno che un solo e identico interesse.

D. Donde viene allora che il Cattolicismo forma una schiera a parte ed esige più degli altri?

R. Perché vede più chiaro degli altri e sa di essere divino. Essendo divino, deve vegliare sopra l’ordine del mondo, luogo di lavoro del suo Dio. Essendo divino, si prende l’incarico della natura, della moralità, della sociabilità, del culto, come di un unico oggetto che lo riguarda, quando altri gruppi gli sono estranei. Essendo divino, esso ardisce, quando gli altri tergiversano e piegano. Essendo divino, ha delle divine promesse per quei che esso sacrifica momentaneamente, e delle divine consolazioni per quei che esso invita ai sacrifizi.

D. Così parlando, tu non tieni più conto dell’incredulo.

R. Io lascio che l’incredulo risponda secondo il suo cuore. A lui spetta di sapere se, in difetto dei divini compensi che gli mancano, voglia salvare il suo proprio caso decretando rovine, e se, legislatore, egli intenda soddisfare i suoi casi commoventi, tragici se si vuole, ma relativamente rari, e aprire il varco alla corrente di rilassatezza e di sensualità che trascina gli uomini.

D. E se egli dicesse di sì?

R. Sarebbe una ragione di ricordarsi fino a qual punto la Religione è necessaria alla natura stessa, e quanto la qualità di sacramento conferisce al matrimonio in favore dell’umanità.

LE VIRTÙ CRISTIANE (2)

LE VIRTÙ CRISTIANE (2)

S. E. ALFONSO CAPECELATRO

Card. Arcivescovo di Capua

Tipografia liturgica di S. Giovanni – Desclée e Lefebre e. C.; Roma – Tournay

MDCCCXCVIII

PARTE Ia

LE VIRTÙ TEOLOGALI E LA VIRTÙ DELLA RELIGIONE

CAPO I.

LA VIRTÙ DELLA FEDE

Tre soavi e nobilissimi sentimenti dell’animo, la fede, la speranza e l’amore; l’uomo intelligente e libero li può volgere a Dio; e, quando li volge a Lui, si sente migliore, più consolato, più nobile e più grande. Or in noi Cattolici questi tre sentimenti, elevati a Dio per i meriti di Gesù Redentore, e per movimento della grazia dello Spirito Santo, diventano tre virtù soprannaturali. Per esse crediamo in Dio e nella divina rivelazione insegnataci dalla Chiesa, speriamo in Lui, e lo amiamo con carità ineffabile, amando altresì in Dio le creature sue. A quel modo poi che il discorso dottrinale intorno a Dio è grecamente detto Teologia; così questi tre moti dell’anima, o piuttosto queste tre virtù, fede, speranza e carità, le quali elevano le ali del nostro spirito a Dio, le diciamo virtù teologali. – E ora qui sul principio, il discorso nostro sarà della fede che è il fondamento di tutto l’edifizio delle cristiane virtù; il quale tanto più si eleva maestosamente in alto, quanto maggiore e più salda è la fede nostra. Però 1’Apostolo S. Paolo, che insegnò ogni giusto vivere di fede, parla di essa mirabilmente nella Lettera agli Ebrei, dove dice. “ La fede essere sustanza delle cose che si Sperano, e prova delle cose che non si vedono.”  A intendere cotesto insegnamento, che non manca di sottigliezza, è da notare che la fede qui profondamente è detta sustanza, non come si direbbe dell’anima, che è sustanza spirituale, o del corpo che è sustanza materiale; ma in quanto che la fede fa sussistere nell’ intelletto umano le cose sperate con tanta certezza, come se fossero già realmente esistenti in noi. È poi la fede argomento delle cose non apparenti, in quanto che essa ci persuade a fermamente credere ciò che, secondo natura, non apparisce. Or di questa fede fa un elogio assai caloroso sant’Agostino dicendo: « Nessuna ricchezza, sia pure grandissima, nessun tesoro, nessun onore, niuna cosa del mondo s’ha da stimare più della fede cattolica. La quale salva i peccatori, illumina i ciechi, cura gl’infermi, battezza i catecumeni, giustifica i fedeli, perdona i penitenti, accresce il merito dei giusti, corona i martiri, conserva le vergini, le vedove e i maritati in casto pudore, ordina i chierici, consacra i sacerdoti, e fa arrivare i giusti con gli Angeli santi nell’eterno regno.” Or bene studiamo un po’ addentro cotesta fede, luce per i figliuoli di Dio, e tenebre per i figliuoli del mondo, tanto amata dagli uni, e tanto odiata dagli altri, da parecchi anche invano desiderata; cotesta fede che consola e turba, che è oggetto di tanta pace, e pure di tanta guerra tra gli uomini. Incominciamo dal definirla il più chiaramente che sia possibile. Fede è, secondo l’insegnamento cattolico, un atto soprannaturale, col quale l’uomo fermamente e pienamente assentisce a quelle cose, che La Chiesa propone come rivelate, e vi assentisce per effetto dell’autorità sommamente verace di Dio rivelante. — Tale è la fede teoricamente considerata. Ma noi Cattolici, che avemmo da Dio il dono della fede da bambini, insieme col latte materno, e ci sforzammo di custodirlo come tesoro prezioso, ne abbiamo altresì una conoscenza pratica nell’animo nostro. La sentiamo dolcemente nella nostra coscienza; e però ci torna gradito il considerarla un tratto, dentro di noi, dove è luce adombrata di mistero, ed è pur sentimento pieno d’allegrezza. Invero cotesta fede benedetta, mentre che noi la sentiamo come un soave acchetamento e appagamento dell’anima, ci riesce una risposta determinata e certa ai problemi più ardui e più travagliosi, che sin dai primi anni si affacciarono avanti agli occhi della nostra mente. Chi non ha inteso e non sente dentro di sé una voce misteriosa, ora più viva e ora meno, che gli susurra all’orecchio, dicendo: perché tanta guerra interiore dell’intelletto, del cuore, della fantasia, della coscienza, dell’anima, dei sensi in me? Donde siamo noi dunque? E perché siamo? Che è mai la vita? E a qual fine viviamo? Perché tanta grandezza e tanta miseria nello stesso uomo? Perché le malattie, la morte? Perché l’amore con le sue dolcezze, i suoi disinganni e le sue titubanze? Perché la speranza e il desiderio di viver sempre? A tutte queste e a molte altre somiglianti interrogazioni, che la mente, il cuore, la fantasia, la memoria fanno a sé stesse: la fede cattolica in prima dà risposte sicure e immutabili, perciocché noi crediamo fermissimamente che ci sieno date, non dall’uomo, ma da Dio, infinita Sapienza ed eterno Amore. E le risposte sono altresì tanto nobili e consolatrici, che anche gli uomini retti; a cui non risplende il lume della fede, spesso pensano che il credere in esse li renderebbe o meno infelici o forse anche felici. Pensando a queste cose, la mente umana scorge facilmente quanto sia falsa e menzognera l’illusione di coloro, che vogliono con la scienza supplire alla fede. La scienza a queste interrogazioni né risponde né potrà risponder mai, e ogniqualvolta lo tenta, s’impiglia in una tela inestricabile. La fede dunque, anche guardata umanamente, resterà salda, come torre ferma, che non crolla. – Giammai la cima per soffiar dei venti, insino a che non si trovino (ed è impossibile) altre risposte migliori, più consolatrici, e soprattutto più autorevoli alle interrogazioni, che l’uomo ha fatto e farà sempre a sé stesso. Intanto l’acchetamento e 1’appagamento della fede non ci addormentano, con un riposo inerte e agghiacciato della mente e del cuore, nella verità che tanto ci sublima; ma invece la stessa fede, che ci acqueta e ci dà le dolcezze del riposare nel vero, riesce a noi altresì un principio possente di moto, di calore e di operosità della mente, del cuore e della vita. Le verità della fede, ripensandole, amandole, studiandole, paragonandole con i principj razionali, con i nobili inchinamenti del cuore, e mettendole in armonia con tutte le cose create, eccitano in noi una così larga vena di pensieri, di affetti, di raziocinj, di analogie, che noi, per la fede, viviamo in una quiete operosissima e piena di vita, di calore e di moto. Nondimeno è impossibile che a coloro, i quali vivono nel nostro tempo, non arrivi spesso il suono molesto di parecchi, che muovono difficoltà d’ogni sorta, per toglierci dall’animo il nobile tesoro della fede. Gli avoli nostri questo suono poco o punto lo udivano, ché intorno a loro spirava da ogni parte un’aura di fede, la quale ora gli agghiacciati venti nemici hanno dispersa. Ma qual forza mai potrebbe impedire a noi di sentir questo suono, se esso ci percuote le orecchie tra le pareti domestiche, nelle vie, negli allegri convegni, nelle scuole, nelle università e dappertutto? – Ora la prima difficoltà, che si muove contro i dommi della fede, è che essi non derivano dalla ragione: sono dunque fantasmi o bei sogni di menti calde, o almeno non sono certi. Laonde l’uomo, particolarmente se colto e d’ingegno acuto, non deve accettarli. Ma in verità questa obiezione, che disgraziatamente ritrae parecchi uomini ciechi o passionati dal credere in Gesù Cristo e nella sua dottrina, procede solo da una certa nebbia intellettuale, che intorbidando le nostre idee, le confonde, e c’impiglia in una stretta rete di ambiguità e di errori. – In vero non è punto necessario per accettare ragionevolmente una verità, di vederne l’evidenza in sé stessa,o di dedurla per mezzo di raziocinj e di argomenti intrinseci. Vi ha ancora un altro modo da conoscere il vero, non meno sicuro e comune del primo; e chi lo nega questo modo, a parole, lo conferma con la propria vita ad ogni passo. – Certezza per noi non è altro, che convenienza sicura tra soggetto e attributo, e questa convenienza la si conosce per varj modi, i quali, a voler parlare esattamente, si riducono a due. L’uno è quando la nostra mente o vede tosto, o trae dall’idea del soggetto e dall’attributo argomenti evidenti, che dimostrino la loro convenienza: l’altro, quando la mente non trova convenienza o ripugnanza di sorta tra soggetto e attributo, ma cerca argomenti estrinseci per vederla, o meno. Il primo modo produce l’evidenza: e, quando poi, per via di raziocinj, dalla verità evidente, se ne deducono altre, si ha o la cognizione di altre verità certe o la scienza, Il secondo modo, allorché gli argomenti estrinseci sieno poderosi e certi, produce la fede umana. La quale, col raziocinio e con la dialettica, si sorregge e si estende, e da ciò deriva che anche nella fede umana entri la ragione, ma per un altro modo. Nel primo caso il giudizio nostro nasce da cognizione diretta o ragionata, che si ha della convenienza o ripugnanza di due cose: nell’altro da una cognizione indiretta ed estrinseca. Dell’uno e dell’altro modo noi si fa uso quotidianamente nel vivere; e, certo, più spesso del secondo, che del primo. Quasi sempre poi i due modi del conoscere, per il misterioso ed intimo connubio che è in noi, si armonizzano insieme: e la certezza della scienza s’illumina pure di qualche raggio di fede umana negl’intelletti, che la professano; come la certezza della fede umana si avvalora e si abbellisce d’una certa luce nel vedere le misteriose analogie tra la fede e la scienza. Né è giusto dire in alcun modo che l’una certezza sia maggiore dell’altra, sia perché nel certo non si trova il più o il meno, sia perché i due modi sono due raggi del medesimo eterno e infinito Sole di verità che è Dio. – Oltre a ciò è bene considerare e tener sempre a mente che i due modi del conoscere appartengono a due ordini diversi di cose da noi conosciute. E questa è bella manifestazione della divina sapienza, la quale ci ha dati, secondo le differenti nature delle cose, differenti modi di conoscerle. Se, poniamo, io affermo che il tutto è maggiore di ciascuna sua parte, e poi affermo altresì un teorema di matematica, il quale chiaramente si deduce da questo principio; in tali casi si ha una certezza che dicesi razionale e scientifica. Se invece, per virtù di testimonj, io affermo qualche verità di fatto, come per esempio, che ci fu una battaglia delle Termopili, o che esistette Giulio Cesare, o anche che oggigiorno, al settentrione delle Indie, sorgono altissimi i monti dell’Himalaya, da me non mai veduti; queste diverse affermazioni, benché certe, derivano in noi, non dai primi principj, o da raziocinio scientifico, ma dalla fede umana. Senza dubbio, una fede umana è questa, la quale è tanto secondo ragione, che chi volesse negare le verità delle cose dette, sol perché non sono intrinsecamente evidenti, o dedotte da argomenti scienziali, lo si giudicherebbe poco meno che folle. Accade ancora, e spesso, che le stesse verità scientifiche noi le conosciamo e le accettiamo per fede umana. Tutti, quanti siamo non affatto digiuni di una certa cultura, affermiamo che la terra, benché apparentemente immobile, giri intorno al sole. (Il Cardinale, evidentemente non credeva al dogma all’inerranza biblica che dichiara la terra stabile e ferma ed il sole che gira sopra la terra, potendosi addirittura fermare e retrocedere! – ndr -). E nondimeno, salvo un piccol numero di astronomi e pochi altri, i più non sono punto arrivati al conoscimento di siffatta verità per deduzioni scientifiche del proprio intelletto, ma perché cotesta verità o l’hanno udita dire o l’han letta in qualche libro autorevole. Anche dunque le verità scientifiche spessissimo noi le crediamo per la fede umana, che abbiam messa nei maestri i quali ce le insegnano. – Ora il passaggio dalla fede umana alla fede divina è di per sé al tutto logico e agevole. Ponete, invece del maestro umano, al quale credete nel dire che la terra gira intorno al sole, un Maestro divino, Gesù Cristo; invece della testimonianza umana, che vi accerta dei fatti storici o della esistenza di terre, di mari, di monti, che non avete veduti, la testimonianza infinitamente autorevolissima di Dio; e voi avrete facilmente compreso e dichiarato quel che avviene umanamente nel Cattolico, quando ci crede nelle cose insegnategli dalla Chiesa. Nella fede umana io credo alla scienza di uomini colti, se l’argomento è scientifico, ovvero credo alla asserzione autorevole di uomini probi, se si tratti di fatto storico o di cosa soggetta ai sensi. E nella fede divina io credo all’infinita sapienza e scienza dello stesso Iddio, Autore supremo dell’essere, della scienza, della sapienza e di me stesso. E poiché la parola di Dio, testimonio infallibile di verità, non mi può arrivare all’orecchio, come quella degli uomini; io la cerco e la trovo dove è veramente, e dove l’hanno cercata e trovata gli uomini di ogni tempo, come mi accadrà di dire poco più avanti. In che mai dunque questo procedere dell’intelletto o s’oppone alla ragione o non è anzi supremamente ragionevole? La sola domanda, pare a me, che un uomo di mente sana può muovere a sé stesso, è questa: Le verità e i fatti di religione, affermati dalla Chiesa cattolica, li ha veramente insegnati Iddio, sicchè sieno corroborati dalla sua autorità? Ci ha molti e molti milioni di uomini, i quali hanno risposto, e tuttora rispondono a questa interrogazione che è la più importante fatta mai al mondo: SÌ. L’affermazione loro dura da poco meno di due mila anni; resiste alle innumerevoli contraddizioni della scienza orgogliosa, e al torbido torrente delle umane passioni. È un affermazione non solo del popoli più o meno colti, civili e viventi sotto diverso cielo, ma ancora di molti principi dell’umano pensiero, di molti intelletti vigorosi e possenti, in paragone dei quali i nostri  altezzosi miscredenti sono poco più che pigmei; è un’affermazione, che ha avuta e ha altresì un’efficacia grandissima nella vita intellettuale e civile della società; è un’affermazione infine, che ha arrecati, essa sola, tanti benefizj all’uomo, che i maggiori non si son veduti mai. Sarebbe dunque giusto, che l’uomo, senza ombra di studj e di riflessioni, rigettasse cotesta affermazione, quasi assurda, fantastica e assolutamente contro ragione? No, mille volte no. – L’esaminare profondamente se questa affermazione o piuttosto questa fede abbia prove, e quali, appartiene piuttosto all’apologetica o alla teologia dommatica. Nondimeno per chiarire alquanto il tema, è da por mente che, come i diversi rami e fiori e frutti d’un grande albero e annoso vivono e vegetano, prendono nutrimento e crescono nel ceppo loro, sicché in esso si riducono a unità; così avviene della religione cristiana. – Il Cristianesimo è tutto nel solo Gesù Cristo, Dio-Uomo, vivente tuttora nella sua Chiesa, e insegnante e governante per mezzo di essa. Le verità, onde il Cristianesimo si compone, sono, indubbiamente, molte, come son molti i rami, i fiori, i frutti di un bell’albero e vigoroso, ma il ceppo loro è sempre un solo: Gesù Cristo vivo e parlante nella Chiesa Cattolica, Sposa amatissima di lui, Sposa, come insegna la Bibbia, senza grinze e immacolata. Ora quali sono mai le prove, onde risulta vero questo fatto centrale di tutta la fede Gesù Cristo essere Dio-Uomo e vivente e parlante nella Chiesa Cattolica? O, che è il medesimo, quali sono le prove del Cristianesimo, secondo che è professato dalla Chiesa benedetta Madre nostra, che ci ha ripartoriti alla vita nuova dell’eterna salute? Sono moltissime e di una indiscutibile gravità. Chi le volesse indicare ampiamente, ed ei dovrebbe scrivere chi sa quanti libri, i quali per verità non mancano: anzi ce ne furono e ce ne ha molti e di vario genere, in tutti i secoli della Chiesa. Al mio proposito basta però di farne un cenno fugace sì per meglio dichiarare che il nostro ossequio alla fede è ragionevole, sì per riposarci sempre più soavemente nelle ineffabili consolazioni che essa ci dona. E in prima qual è mai il genere di prove possibili quando si tratta del Cristianesimo? Forse le prove dirette, intrinseche e dedotte, come si hanno in un certo ordine di cognizioni scientifiche, quali sarebbero per esempio, quelle delle matematiche e della metafisica? Assolutamente no. Il Cristianesimo è un fatto storico; onde scaturiscono verità misteriose e insieme illuminatrici, che trascendono i nostri criterj, la nostra luce intellettuale e la nostra capacità; ma è sempre innanzi tutto un fatto storico. Come mai la prova di esso potrebbe scaturire da argomenti intrinseci? Forse che i fatti si provano così? E ancora, forse che le verità, le quali: superano il nostro intelletto e la nostra ragione, si potrebbero mai dedurre dal nostro intelletto e dalla nostra ragione? Chi pretenderebbe mai da un fanciullo ch’ei comprendesse gli ardui problemi dell’algebra e della trigonometria? E noi uomini, anche se ricchissimi di luce intellettuale, che altro siamo se non fanciulli, anzi bambini poppanti, al cospetto dell’infinito intelletto e dell’infinita Ragione di Dio? – Tutto il Cristianesimo, come è detto, si assomma in Gesù Cristo Dio e Uomo, vissuto prima trentatré anni nella Palestina a modo degli altri uomini, e vivente ora nella Chiesa trionfante e nella militante, come capo, e maestro, e vita, e anima, e amore ineffabile dell’uno e dell’altro regno. Ben provato questo fatto, tutte le verità dommatiche e morali, o che è il medesimo tutta la nostra fede resta provata con quel genere di prove indirette ed estrinseche, onde qualsiasi fede è capace. È le prove estrinseche e indirette di questa, dolcissima fede, che tanto ci sublima, sono moltissime. Ma soprattutto si ha da por mente che la maggiore loro efficacia si desume non tanto da ciascuna di esse, presa di per sé, quanto dall’armonia e dall’unione di tutte. Avviene delle prove estrinseche della fede quel medesimo, che accade di molti strumenti musicali, i quali suonino insieme. Il suono di ciascuno strumento, preso di per sé, diletta soavemente le orecchie ed è gradito; ma nessuno può dire quanta dolcezza invade l’anima allorchè suonino tutti insieme, con armonie e melodie trovate da un geniale e valente musicista. – Tra le principali prove esterne della fede va avanti a tutte la storia ammirabile del popolo di Israele sino a Cristo; la quale, illuminata dalle due luci dell’Unità di Dio e dell’aspettazione del Messia, abbellita da molti personaggi di santità e sapienza rara, guidata da un Libro, che per tanti rispetti si rivela divino, riesce essa stessa un proemio e una prova ammirabile del Cristianesimo. Seguono poi, come prove dateci dal Signore di secolo in secolo, le profezie, che anticipatamente palesarono Cristo e la sua mirabile vita; tutte pienamente verificate. Viene di seguito la chiara affermazione, che Cristo fece della propria divinità, efficacemente dimostrata da molti miracoli d’ una evidenza, d’una semplicità, d’una bellezza morale inarrivabile: Ancora, le varie prove sono accresciute ed arricchite, come un tempio da una cupola d’ oro, sì dalla storia stupenda della età apostolica, anche essa abbellita da molti portenti, sì dalla prodigiosa diffusione del Cristianesimo. La quale diffusione, come notò sottilmente l’Alighieri con sant’Agostino, o avvenne per effetto di molti miracoli, e dunque fu divina; o avvenne senza miracoli di sorta, e allora essa stessa fu un miracolo maggiore di tutti.

Se il mondo si rivolse al Cristianesmo.

Diss’io, senza miracoli, quest’uno

È tal, che gli altri non sono il centesmo!

Oltre a ciò anche bella e convincente prova del Cristianesimo sono i milioni di martiri che lo testimoniarono col testimonio del sangue. Anche il martirio cristiano l’umano intelletto non vale a spiegarlo senza miracolo, particolarmente se si guardi alla cagione, per la quale i martiri morivano, ai tormenti che soffrivano, all’infamia che spesso ne derivava loro, e al numero, all’età, alle condizioni differentissime dei volontariamente e lietamente pazienti. – Del rimanente tutte le prove addotte sin qui, ben si assommano nella prova del miracolo, considerato in diverse forme. Però la miscredenza già da secoli si sforza a tutto potere di battere in breccia la prova dei miracoli, senza che abbia fatto un sol passo avanti nell’assalto. Dopo tanta luce di scienza, oggi si oppugnano i miracoli proprio come lo si faceva ai tempi di Giuliano Apostata. I miscredenti gridano tutti a più non posso contro i miracoli; e le grida loro, per quanto diverse, son sempre queste medesime. Un coro d’increduli grida, il miracolo è impossibile: un altro coro grida, no, è possibile, ma nessun miracolo è provato: l’ultimo coro infine dice, il miracolo è possibile, si può ben provare, ma non è parola di Dio e testimonio di verità. Queste furono le grida delle età passate; queste ci suonano all’orecchio nell’età presente; e queste, si può metter pegno, che saranno le grida dell’età ventura. Sono tre affermazioni, che l’una contradice all’altra; e non hanno ombra di prove gravi. Gli stessi razionalisti spregiudicati convengono di ciò. E d’altra parte il fatto costante è che il genere umano, e la coscienza di ciascun uomo retto hanno accettato e accettano sempre i miracoli, corredati da prove gravi e molteplici, come testimonio indubitabile di verità. – Intorno al valore della prova dei miracolo, la cosa è stata sottilmente e ampiamente discussa da san Tommaso e da altri; ma poiché io non scrivo un libro polemico, mi basterà di accennare quale sia, secondo il Cattolicismo, il significato del miracolo nell’ordine generale della Provvidenza. Nell’ universo sono assolutamente immutabili le leggi del pensiero e di tutte quelle verità assolute, che si hanno da considerare come un raggio della divina natura. Sono anche immutabili, ma assai diversamente, le leggi del mondo creato, le quali, poiché non son punto necessarie, ma date da Dio, dipendono dal libero volere di lui e ad esso obbediscono. Però Iddio, volendo sapientissimamente far servire il mondo fisico al mondo religioso e morale, decretò, prima e fuori d’ogni tempo, insieme con le leggi naturali, alcune sospensioni di esse, dette miracoli. Le decretò; e, poiché egli solo le può produrre, volle che fossero la parola, onde ei parla di sé, dei suoi misteri e dell’eterna salute degli uomini. Or tutti questi miracoli da Adamo a Cristo, e da Cristo all’ultimo Santo, che opererà prodigi, e Cristo stesso miracolo dei miracoli, sono il centro luminoso e fiammeggiante, che, illuminando l’ampia sfera delle verità religiose, le rende credibili e indirettamente le prova tutte. – Intanto un’altra prova ben poderosa della nostra fede cattolica, una prova che splende dirò così di luce interiore, è quella che si desume da un esame attento, profondo e meditativo delle sue dottrine e dalla loro piena armonia con quanto vi ha di grande, di nobile, di vero, di consolante nella natura umana. Chi volge una rapida occhiata a tutte le dottrine del Cristianesimo, d’un tratto ei s’avvede che esse, altre sono dommatiche e altre morali. Nella parte dommatica della nostra fede, vi ha alcuni misteri, che trascendono la nostra intelligenza, e non se ne ha cognizione, né se ne potrebbe avere, neppure dagli intelletti più alti, senza la rivelazione. Questi misteri da noi non si comprendono appieno, ma il non comprenderli non c’impedisce d’averne una notizia bastevole, per farci scoprire in essi tesori di carità, di bontà, di bellezza, di sapienza infinita. Tali sono, per esempio, i misteri profondi e pur dolcissimi dell’Incarnazione e del Sacramento e Sacrifizio eucaristico. L’uomo, quanto più li pensi e li mediti questi misteri, tanto più ci trova amore, e sempre amore, e sempre forme, sacrifizj ed entusiasmi di amore nuovo e inenarrabile. Altre verità, come la esistenza e l’unità di Dio, benché anche esse molto alte e nobili, non sono tali, che non si possano raggiungere con la ragione, come è accaduto in parte dei filosofi pagani e poi molto più dei Cristiani. Anche queste verità accertate, chiarite, determinate e raffermate dal Cristianesimo, sono di una tale nobiltà e perfezione, che la maggiore non si può neanche pensare. – Le verità dommatiche dunque della nostra fede, considerate in sé stesse e intrinsecamente; non solo negli animi retti non riescono intoppo al credere, ma anzi lo agevolano. – Che dire poi della parte morale del Cristianesimo? Essa risplende di tanta luce di bellezza, di nobiltà e di purezza, è tanto profondamente consolatrice e adatta a tutti i bisogni dell’anima umana, che la miglior prova della morale cristiana è la morale cristiana essa stessa. Come mai avviene questo? Pel modo che ora sono per dirvi. Noi sentiamo tutti nelle misteriose profondità della nostra coscienza una legge morale e imperativa; ma la sentiamo spesso tentennante, incerta, e, perché combattuta dalle passioni, non abbastanza chiara e autorevole, da mantenere la sua signoria sopra tutto l’uomo. Questa legge che ci parla nella coscienza, rassomiglia a una voce esile, la quale, quando è coperta dallo strepito delle passioni, poco o punto si sente. Ebbene la legge morale cristiana, penetrando nella nostra coscienza, a volte assonnata, a volte confusa, a volte tentennante e a volte turbata, la sveglia, la illumina, la rinvigorisce; la eccita con divina autorità, e infine la infiamma per modo, che, tra la morale venutaci di fuori per divina rivelazione, e quella scritta di dentro nella nostra coscienza, si vede e si sente un’armonia piena e bellissima. Allora la morale naturale prova la rivelata, e questa quella; di che tutte due specchiandosi l’una nell’altra, si provano, s’illuminano e si avvalorano insieme. Inchinati, come siamo, al bello, al nobile, al santo, e a tutto ciò che consola lo spirito inquieto; la bellezza, la nobiltà, la santità e l’efficacia consolatrice della morale cristiana ce la provano vera. E poiché le verità morali e le dommatiche sono nel Cristianesimo, come due corde della medesima lira, le quali, toccate da una mano esperta, rendono un medesimo e dolcissimo suono; ne segue che le verità della morale cristiana, più facili a conoscersi e a gustarsi dagli animi nobili e puri, riescano ai credenti una prova poderosa e convincentissima della verità anche della parte dommatica, e però di tutta la fede nostra. – In tutte le cose dette fin qui si assommano le prove del Cristianesimo, e però i motivi della nostra fede. Ma, in quella guisa che, da un sommario conciso e brevissimo d’un libro appena si ha un’idea incompleta del libro stesso; così si ha da dire della fede. Chi ne vuol conoscere addentro le prove, e anche le bellezze, ed egli studii e studii sempre, preghi e preghi molto, e si sentirà irradiato da una luce sempre più viva. Nondimeno alle prove, che abbiamo sin qui addotte, intorno alla fede nostra, si suole opporre che la verità, quando sia corroborata di prove sufficienti, gli uomini la accettano di pari consentimento tutti. Come mai dunque accade il contrario della nostra fede cattolica? Quanti anzi in tutte le età, conosciuta e abbracciata la fede, la ripudiarono? E oggi, più che mai, perché questo torrente del miscredere preme così fortemente anche gli animi dei battezzati? A questa obiezione vi ha una risposta data dall’altissimo e nobilissimo intelletto del Leibnitz; la quale, anche sola, basterebbe a persuadere e ad acchetare gli uomini di mente sana. Supponete, ei dice, che le verità delle matematiche avessero contro di loro tante passioni, quanto ne hanno le verità di religione e di morale; e io credo che si dubiterebbe di quelle assai più di quel che non si dubita di queste. Invero, anche che si tratti di quelle verità morali, le quali splendono di tanta luce nella coscienza dei buoni; dimmi, tu che leggi, quale uomo, per esempio, che prenda diletto dell’inebriarsi, avrà mai intelletto così sereno e lucente, da conoscere quanto grave sia l’ebrietà? Sino gli adulteri o i ladri o gli omicidi trovano ragioni apparenti per negare che questi tre gravissimi mali siano veramente mali. Io ho poi notato, durante la mia vita sacerdotale ed episcopale, che i figliuoli della Città del mondo accettano di buon grado tutte quelle parti della morale cristiana, che da essi non è violata, e non è violata il più delle volte, perché non ne hanno bisogno né desiderio. Per lo contrario, i medesimi uomini negano o rimpiccioliscono tutte quelle verità, la cui violazione torna ad essi o in diletto o in utilità. Oggidì anzi evvi pure una scuola di superbi sofisti, la quale vuole dimostrare, a suo modo, che le idee del bene e del male sieno affatto soggettive. Grandissimo accecamento dell’intelletto è indubbiamente questo! Ma esso stesso riesce a provare ciò che sin qui è detto delle umane passioni, e che l’Alighieri insegna nella Monarchia, sentenziando così: “La cupidità è essa sola la corruttrice dei nostri giudizi” (Monarch. l. 13.). Or questo, che vale per la morale naturale, vale molto più nelle verità dommatiche e morali della nostra fede. Contro al domma sorge battagliero l’accecamento dell’orgoglio: contro la morale quello dell’orgoglio, dell’egoismo e di tutte le altre turpitudini, che essa combatte. A ciò si aggiunga che, mentre le prove di molte verità naturali ci cadono sott’occhio di per sé, o con una grandissima facilità; quelle della fede cattolica è mestieri che la mente nostra le cerchi, le studi più o meno profondamente, le mediti con animo sereno e riposato. È poi nessun’altra verità al mondo è stata sin dai primordj, e soprattutto ai nostri giorni, combattuta quanto la fede cristiana. Di qui segue che i credenti siamo come viaggiatori, messi in una via, nella quale ad ogni passo noi si incontra un intoppo, uno sterpo,  un precipizio, e talvolta un torrente, che o ci rallenta, o c’impedisce il cammino. Il quale cammino, del rimanente, riesce anche difficile, perché agli impedimenti esteriori, che ci vengono dai cattivi libri spesso dotti e pieni di attraimenti, dalle scuole, dalle conversazioni, dai giornali, e oggidì dall’aria malefica che ci spira intorno, si aggiungono gl’impedimenti che nascono dentro di noi stessi. Dentro di noi, chi nol sa, anzi chi nol sente, sono due leggi, pugnanti l’una contro dell’altra, o piuttosto due uomini, l’uno carnale e che piega verso il senso, l’altro spirituale, che eleva le ali dell’intelligenza e dell’amore ai beni Spirituali, e aspira all’eterno e all’infinito. È dunque naturale che l’uomo carnale in noi oscuri la verità della fede nostra, e prenda tutte le occasioni per impicciolirla, per combatterla e per rubarcela dal cuore. –  Nonpertanto questa fede cattolica vive e resiste nelle anime di moltissimi: e ciò perché alla luce e alla forza derivanti in noi dai motivi e prove, che ce la fanno credibile, si aggiunge una luce e una forza interiore assai più vivace, penetrante e calda, che si chiama grazia. Questa luce celestiale e soavissima della grazia, che è il principio vero e sustanziale della nostra fede, si sposa dolcemente in misterioso nodo con le prove umane delle verità di religione, e produce quel convincimento certissimo e fermo, quel riposo dell’anima nella verità soprannaturale insegnataci dalla Chiesa, il quale è detto fede. Né s’ha da credere che nell’uomo semplice e indotto, poniamo nel villico, che conduce gli armenti e faticosamente coltiva la terra, e nell’operajo, tutto intento al lavoro di mano, la fede sussista solo per effetto di grazia, o per consuetudine, senza che il suo intelletto grossolano e incolto cerchi e trovi qualche motivo della sua credibilità. Una delle maggiori perfezioni del Cattolicismo è appunto questa, che esso si attagli benissimo ai più alti e nobili intelletti, come ai più semplici e piccoli. Però la fede cattolica ha una certa luce, che assai variamente e in diverso grado, sfavilla agli occhi degli uni e degli altri, sempre che gli uni e gli altri, avendo ascoltata la Buona Novella di Gesù Cristo, non servano al peccato ma a Dio, e non siano sordi alla voce di Lui, che parla al cuore con la grazia e parla a tutto l’uomo per molti altri modi ancora. Molti Cattolici ignoranti credono nella fede cattolica da essi, come da tutti, ricevuta per dono divino nel Battesimo, sia perché non essendo guasti dalle passioni, sentono dentro di sé le bellezze ineffabili delle verità morali della fede, sia per altre ragioni. Alcuni, illuminati dalla grazia, credono perché mettono fiducia nelle parole, poniamo, del proprio curato pio e buono o perché sanno che tanti uomini di cuore d’ingegno, di bontà abbracciano la fede: altri credono perché, mentre ascoltano misteriosamente dentro la voce interiore della grazia, che li invita a credere, si confermano nella fede, avendo notizia dell’eroismo e dei miracoli dei Santi e della Madonna. Insomma i motivi di credibilità li hanno ancora i semplici, i poveri, i rozzi a lor modo: e anche in essi si uniscono con la grazia divina per nutrire la loro fede. – Dalle cose dette sin qui ci sarà agevole il comprendere come e perché la fede sia una virtù soprannaturale nel Cristiano, e anzi la prima radice d’ogni virtù sua. In vero la virtù cristiana noi la dobbiamo considerare come un odoroso fiore di giardino, che spunta nella volontà umana, s’abbellisce e si perfeziona grado grado, e poi con altri fiori, che nascono dalla medesima pianta, forma ghirlanda. La grazia divina, la quale piove dall’alto, quasi rugiada celeste; è la luce che, fecondando la nostra libera volontà, e quasi ad essa disposandosi, produce ogni fiore di virtù. Or il primo e più olezzante fiore di virtù nel Cristiano è questo della fede. Né a ciò può fare impedimento il pensare, che la fede un assentimento dell’intelletto nostro alle verità di religione, intanto che ogni virtù ha da nascere e fiorire nel nostro libero volere. Perciocchè l’assentimento dell’intelletto nostro, non libero ma necessario nelle verità di per sé evidenti, è poi al tutto libero nelle verità della fede: però nasce e si matura nella volontà. Ed è libero questo assentimento nostro alle verità della fede cattolica; perché noi liberamente cerchiamo i motivi della nostra credibilità, liberamente allontaniamo tutti gli ostacoli intellettuali che ci si presentano, liberamente vinciamo le passioni che, annebbiando il giudizio, c’impediscono di accettare la fede, liberamente ci sforziamo di vincere le obiezioni che o ci nascono nell’animo o ci vengono di fuori. – Abbiamo veduto che la fede, per alcuni rispetti, ben si paragona a un fiore. Ma guardata in un’altra luce, mi apparisce come il tronco verdeggiante d’un grande albero. Potremmo anche dire che essa rappresenti l’Albero della vita, da Dio posto nel giardino dell’Eden; un albero che non è mai appassito, ma che da Gesù benedetto è stato ridonato a tutto il genere umano. Intanto è da por mente che, a quel modo, onde dal ceppo spuntano i ramoscelli, i fiori, i frutti; così dalla fede nascono tutte le virtù cristiane. Nascono invero sì per effetto di nuova rugiada di grazia celestiale, sì per effetto della nostra libera volontà. E quando la volontà nostra non coopera alla grazia, quel primo tronco della fede rimane infruttifero, a poco a poco vegeta meno, ed è come morto. Anzi, stando alla terminologia teologica, una fede siffatta, senz’altro, si dice fede morta. Per lo contrario è detta fede viva quella, che germoglia in virtù e in opere buone, come germoglia l’albero, il quale è messo presso la corrente di un fiume. Talvolta però disgraziatamente avviene che lo stato di languore nella fede, infruttifera o morta che sia, s’accresce di grado in grado tanto, che il ceppo stesso della fede non ha più vegetazione di sorta, è colpito da morte, e l’uomo ridiventa infedele, com’era prima d’aver da Dio questo ineffabile e grandissimo dono. Anzi quasi sempre la via del miscredere nei battezzati è questa: appagarsi per un certo tempo della fede morta, e poi perdere la fede stessa. Benediciamo dunque il Signore di averci dato la fede, senza alcun nostro merito, e sforziamoci di custodirla, come la gemma più bella e più ricca dell’anima nostra. Faccia Iddio, che ciascuno di noi possa ripetere alcune parole del Newman, dottissimo e piissimo uomo, il quale, dopo quarant’anni di burrasca interiore, e di ricerche erudite, afferrò il porto della fede cattolica. E le parole son queste: “Dal dì che io son cattolico, vivo in una pace e in un’allegrezza piena; perciocché non mai più l’ombra di un dubbio ha offuscata e turbata la mia mente. Da quel dì fui come un viaggiatore, il quale, dopo la tempesta, raggiunse il porto, e la gioja di quel soave riposo, passati già molti anni, mi dura tuttora. Non è già che io non senta le difficoltà, che si possono muovere e si muovono contro le verità della religione; ma diecimila difficoltà non bastano per creare in un intelletto ponderato e grave un dubbio ragionevole. In vero un uomo assennato ben può rammaricarsi di non sapere il modo, onde si risolve un problema di matematica, senza dubitare per questo che il problema abbia una propria e verissima soluzione.” (Istoria delle mie opinioni, ecc., pag. 367 e seg.) – E ora, prima che io proceda avanti a parlare delle altre virtù, o fede benedetta, che mi sei stata compagna cara e indivisibile sin dalla fanciullezza, che pietosamente mi hai condotto giovanetto nella Casa di san Filippo, e hai custodito il mio cuore sempre, e sei stata la illuminatrice della mia mente nel governare me stesso, negli studj, e in tutto ciò che scrissi: o fede dolcissima, che mi hai tante volte consolato nelle burrasche, nei dolori, nelle tentazioni e nelle angosce, e pur tante volte hai nobilitata e santificata la mia allegrezza: o fede benedetta, che mi hai fatto e mi fai tuttora vivere nella dolce conversazione della madre, del padre, dei congiunti, degli amici morti alla terra, ma, come spero, viventi al Cielo e alla gloria eterna: o fede, che sei stata sempre e sei la mia consigliera nel mio ministero pastorale, non mi abbandonare mai, insino alla estrema ora della vita. Mostrami anzi sempre più le caste e ineffabili bellezze tue, sino al giorno in cui, come spero, mercé la divina misericordia, tu, o fede, diventerai per me visione e amore perfetto di quel Signore Iddio, che a me si donò.

CRISTO REGNI (9)

CRISTO REGNI (9)

 P. MATHEO CRAWLEY (dei Sacri Cuori)

TRIPLICE ATTENTATO AL RE DIVINO [II Edizione SOC. EDIT. VITA E PENSIERO – MILANO]

Nihil obstat quominus imprimatur Mediolani, die 4 febr. 1926 Sac. C. Ricogliosi, Cens. Eccles.

IMPRIMATUR In Curia Arch. Mediolani die 5 febr. 1926 – Can. M. Cavezzali, Provic. Gener.

CAPITOLO III

L’onore del Re della gloria disdegnato

Crisi di vocazioni sacerdotali e religiose

Dic ut sedeant hi duo filii mei, unus ad dexteram tuam et unus ad sinistram in regno tuo

[Di’ che seggano questi due miei figlioli uno alla tua destra, l’altro alla tua sinistra nel tuo regno.]

(Matteo XX, 21).

I. – Lo spirito contemporaneo riguardo al sacerdozio ed alla vita religiosa. Come siamo lontani dal tempo in cui la madre degli Zebedei, credendo alla Regalità temporale di Gesù e spinta dal suo amore materno, chiedeva al Maestro che si degnasse « far sedere i suoi due figliuoli, l’uno alla destra, l’altro alla sinistra nel suo Regno! » C’era un errore, nello spirito di questa donna, sulla natura del Regno Messianico; e c’era forse anche un sentimento reprensibile di vanità; e tuttavia nobile e previdente cuore d’una madre! Essa non chiede nulla per sé: non pensa che alla gloria dei suoi figli; e li vede già nel suo pensiero, ministri del Re-Gesù, e forse forti d’una potenza eguale a quella di Giuseppe, in Egitto. – La razza delle madri che si dimenticano, offrendo i loro figli a Nostro Signore, minaccia di estinguersi. Era un meraviglioso linguaggio, a traverso i secoli cristiani; perché non continua in tutta la sua santa nobiltà e la sua feconda bellezza? L’onore d’essere scelti e preferiti dal Re d’Amore, l’onore immenso di servir Gesù e di darlo alla terra, con la potenza del Sacerdozio e il sacrificio della vita religiosa, non è più oggetto d’ambizione, ma di timore e di disdegno. Perchè? È la risposta inquieta e negativa. alla grave domanda di nostro Signore: « Potete bere il calice che io bevo? » – In ogni tempo, il Sacerdozio e la vita religiosa sono stati una via dolorosa per quelli che le hanno seguite, ed hanno avuto la grazia di comprendere la gloria sanguinante del Calvario e le pesanti responsabilità legate a questa gloria. – Ma con le idee di libertà sfrenate che corrono come un uragano devastatore, con lo spirito ragionatore e orgoglioso, conseguenza di questa falsa libertà, nell’atmosfera satura del sensualismo raffinato dell’epoca nostra, le vocazioni sacerdotali e religiose diventano spesso un eroismo. E gli eroi sono pochissimi, specialmente quando l’eroismo è intimo, segreto, e che non deve contare né sulla benevolenza, né sugli applausi umani, ma sullo staffile terribile delle critiche e del disprezzo sociale. Era più facile, una volta, alle famiglie cristiane di conformarsi alla volontà divina e di accordare ai loro figlioli la libertà santa di seguire le chiamate del Signore. I campi erano molti più divisi allora: non si incontravano i giudei e i samaritani. Non era stata stretta l’alleanza fra i figli di Dio e i figli degli uomini. Negli ambienti cattolici si godeva di una maggiore indipendenza, e l’influenza delle critiche era molto diminuita dalle distanze reciprocamente stabilite e rispettate. – La società moderna ha spezzato gli ostacoli; e i mondani più audaci hanno rumorosamente invaso, con la loro dottrina, lo spirito, l’educazione e i costumi della vita familiare e sociale dei Cristiani. Le emanazioni malefiche delle loro teorie hanno soffocato la gran deferenza e l’ammirazione simpatica che si aveva, sempre per tradizione, per gli eletti al chiostro e all’Altare, tanto negli ambienti, cristiani e ferventi, che tra le persone semplicemente oneste. La persecuzione ha fatto il resto. Confusi tra la folla, relegati negli ultimi posti, carichi di obbrobri, spogliati, spesso scacciati, siamo il rifiuto di una società deformata. La confidenza delle famiglie, di quelle famiglie persino, in cui si trasmettevano le tradizioni di venerazione verso di noi, ha ceduto a delle ragioni spiegabilissime di prudenza. Quanto all’immensa maggioranza delle famiglie — dominate dal rispetto umano, e scosse da questa mondanità, il cui cammino sempre facile, conduce all’indifferenza religiosa — essa si rifiuta con sempre maggiore energia, di dare i propri figlioli ad una istituzione sconosciuta e criticata. Questa indifferenza delle famiglie, più nefasta d’una persecuzione odiosa, è la prima causa della sterilità deplorevole della nostra società, in relazione alle vocazioni. – La fede è diminuita, il credito del religioso e del sacerdote è finito, a causa dell’attentato del mondo al suo prestigio soprannaturale, alla sua aureola evangelica… Ed ecco che questi due stati son divenuti, per una falsa concezione moderna, delle comuni carriere, apprezzabili, cioè, unicamente nella misura in cui esse possono dare un certo avvenire al giovane o alla fanciulla, e far conseguire alle loro famiglie, qualche vantaggio materiale. Le persecuzioni recenti e le condizioni critiche che traversano lo stato ecclesiastico e gli ordini religiosi, non promettono più quell’avvenire splendido e sicuro che poteva non produrre, ma facilitare almeno in altri tempi le vocazioni. Da allora, quale recisa opposizione non offre la nostra società, materialista e indifferente, all’aspirazione d’un ragazzo, che si dica chiamato al seminario o al convento! Si chiedevano onori alla Chiesa, quando essa poteva darne attraverso la sua potenza e il suo trionfo sociale. Tutti l’amavano nell’ora del Thabor; quanta differenza coll’attitudine ingrata d’adesso, che è l’ora del Pretorio. Si dimentica che la gloria di essere al bando per Iddio, è una gloria che sorpassa tutti gli onori. Se sono poche le madri, ammirabili nella loro ambizione, le quali vogliono vedere i loro figlioli consacrarsi a Gesù-Re, ciò avviene perché non si riconosce l’onore che questo Re fa ridondare sui suoi ministri e sulle sue spose. – Cos’è un principe o un re della terra, in confronto di un sacerdote? Misurate la loro potenza; il principe firmerà forse, migliaia di sentenze di morte; il sacerdote, con l’assoluzione, emetterà migliaia di sentenze di vita eterna, compresa quella dello stesso principe. Egli battezza, assolve e sotterra i Re! Che cos’è una regina, in confronto di una religiosa? Meno di una portinaia, in confronto della sposa d’un re! Un’umile religiosa, che insegnava il catechismo alle figliuole di Luigi XV, dette in proposito una simile risposta, quando una di esse, urtata dal un’osservazione della sua maestra, disse fieramente: « Pensate voi che parlate alla figlia del vostro Re? » E la religiosa: « Non dimenticate neanche, Signora, che siete dinanzi alla sposa del Dio di vostro padre e del vostro Dio! » – Il secolo nostro, pieno di se stesso, e tanto lontano da qualsiasi idealismo, soprattutto da quello che s’ispira al Vangelo, misconosce e rifiuta le grandi idee ed i nobili sentimenti delle precedenti generazioni. Esso ha sostituito, al concetto ereditario della dignità cristiana, un criterio molto più elastico e comodo, nel senso morale, e molto più egoista nelle risultanze pratiche. Non c’è da meravigliarsi, dunque, che si consideri il Sacerdozio come una carriera qualunque, molto umile, poco rispettabile, e molto meno redditizia di tante altre. Ed il mondo i fa presto a giudicare i motivi di questa inferiorità. La religiosa, oh, essa non ha potuto pensare al chiostro che per puntiglio o in un momento d’inesplicabile storditezza; ammenoché non vi abbia trovato il rifugio ad una impotenza fisica o morale o la manifestazione d’un forte egoismo. – Numerose famiglie cristiane pensano oggi come il mondo e dicono: « Oh, no, Signore, non sei Tu che chiami il mio figliolo: è lui che sì inganna. » Oppure: « la nostra figliola crede vocazione, ciò che è un illusione, essa non deve lasciare i suoi genitori, se non per maritarsi, ma giammai per consacrarsi a Te. La madre degli Zebedei non si incontra quasi più… Ma il Maestro buono, che non è mutevole come noi, continua a passare fra gli uomini, affascinando con uno sguardo, trascinando con una parola « Lascia tutto, vieni e seguimi! » Nonostante il mondo e la bufera di modernità che ha investito la società cristiana, l’esercito degli apostoli e delle o spose di Cristo rimane. Se è meno numeroso, è però meglio agguerrito, nello spirito della sua sublime vocazione. – Se il mondo si affretta tanto a giudicare e a valutare quel che gli è superiore, può essere permesso anche a noi di scoprire e di abbattere l’incoerenza dei ragionamenti, per i quali esso si vanta di essere saggio. Guardate: nella misura in cui la famiglia si disfà, a poco, a poco, dell’autorità del Maestro, i genitori reclamano per sé un aumento di autorità. In virtù di essa, che costoro dichiarano sacra, inviolabile, si oppongono alla scelta che i loro figli hanno fatto della vocazione religiosa o sacerdotale. Pertanto, essi dicono di lasciarli liberi, oh, assolutamente liberi di scegliere la loro via… a meno che la scelta non cada proprio sul solo stato decisamente escluso. È forse logico tutto questo? Si può aspirare a tutte le carriere degne e, onorevoli; si può sposare o restar celibi; si può tentare la fortuna, esponendo la propria salute e anche la vita, ma non si ha il diritto di indossare l’abito talare o religioso. La chiamata intima, l’attrazione potente, irresistibile, il diritto di cercare la felicità secondo ciò a cui spinge la propria coscienza, possono essere invocati… invano. Temporeggiare, provar a piegare la mentalità degli oppositori, tutto è inutile: non si ha il diritto di consacrarsi a Dio. Si può dare tempo, gioventù, cuore ad una società frivola; si può darlo con giuramento ad una creatura che, buona oggi, è capace di darci disinganni orribili domani.. Si può consacrarsi alla salvezza della patria, mostrarle un amore eroico, offrirle il proprio sangue. Tutto questo è bello, è buono… eccettuato servire il Signore e consacrargli la propria vita. – Ora bisogna che il Signore disprezzato accordi questi diritti. Cerca l’uomo di vendicarsi della sua impotenza, rifiutandosi di riconoscere, nel Creatore la sorgente divina da cui emanano tutti i diritti e quello inviolabile, di far primeggiare il suo onore e il suo servizio? – Se si fosse veramente logici, non si dovrebbe invocare il titolo di « padre » per opporsi al Padre per eccellenza, Giudice divino dei genitori, fedeli o infedeli rappresentanti di Lui. La gerarchia diritti e dei doveri spezzata, quando Dio non ha più l’autorità suprema, e non può dire ai genitori quel che disse ad Abramo: « Offrimi il figlio tuo in olocausto alla mia «gloria ». La famiglia può chiedere a buon diritto dei sacrifici ai membri che la compongono, per il bene generale del focolare. La società può imporre alle famiglie, per il bene sociale, dei veri sacrifici. La Nazione può esigere, anche per forza, delle grandi immolazioni, per il bene pubblico e nazionale. Ed è nell’ordine naturale delle cose accettare tutto questo. Non vi sarebbe che Dio, il Signore di ciascun uomo, il Padrone assoluto delle famiglie, il Re Sovrano della società e delle nazioni, che non potrebbe reclamare, imperiosamente e con pieno diritto, le sue proprietà, prestate temporaneamente ai genitori? Per l’onore, per il denaro, per la pace, per l’umanità, i genitori possono e debbono cedere tutti i giorni parte del loro relativo diritto. E Gesù Cristo avrà meno diritto degli avvenimenti che Egli stesso conduce, e delle creature che vivono del suo soffio?… – Il sacerdozio e la vita religiosa, doni sublimi del Signore, sono talmente al disopra di tutti i beni, di tutti gli Stati, di tutti gli onori della terra! Vale a dire che, quando Egli chiama al suo seguito è giusto lasciar tutto e passare, se fosse necessario, su un braciere ardente. Perché nulla, sulla terra è così nobile e così bello; e pertanto le sofferenze più inaudite non possono comprare l’onore, l’amore, la felicità che il Cuore di Gesù riserba a questi predestinati. – Noi siamo convinti che la maggior parte delle famiglie, che lasciano bussare invano alla porta loro il Re dei re, lo fanno in un momento di timore del sacrificio, in un pensiero spiegabilissimo, cioè, d’egoismo. Esse non si rendono conto del bene inapprezzabile, del tesoro senza pari che esse rifiutano, del torrente di benedizioni celesti di cui esse si privano e del giusto pentimento che ne avranno un giorno, forse troppo tardi! Il sacerdote e la religiosa sono tanto poco e male conosciuti, che è ben facile spiegarsi i mille pregiudizi diffusi contro il loro nobile stato. Allontanàti più o meno da ogni relazione con le creature esclusivamente mondane, spesso separati dalla vita pubblica sociale, essi non possono essere compresi dal mondo, che hanno lasciato, d’altronde, con ragionevole disdegno. E il mondo risponde a questa indifferenza giustificata, accentuando la sua diffidenza verso questi « eccentrici », la cui vita seria e felice è una condanna alla loro, vana, molle e inquieta. Aggiungiamo a questa diffidenza generale, a questa misconoscenza, tutte le calunnie che sono state diffuse dall’ignoranza e dalla malizia, tutti gli oltraggi fatti loro, ed avremo una spiegazione più che sufficiente di questa atmosfera ostile alle vocazioni. Questo è antimilitarismo contro l’esercito del Signore. Oh, se le famiglie cristiane, i focolari veramente onesti e fedeli conoscessero il « dono di Dio », il segno d’onore, il valore della grazia, la distinzione soprannaturale, il beneficio inaudito, la preferenza gratuita e gloriosa che suppone l’appello di Gesù, tanto per gli eletti che per loro stesse, oh, come tratterebbero il Signore alla porta loro! Come gli direbbero, prese da santa confusione: « Allontanati da noi, Signore, che siamo peccatori! O Maestro, non siamo degni che Tu entri sotto il nostro tetto! »  Ahimè! il gesto che ferma su tante soglie il Re di gloria, che va in cerca di apostoli e di vergini, non mai ispirato ad umiltà, forma delicata d’adorazione! Esso è provocato dalla misconoscenza dei diritti divini di Gesù Cristo!

II. – I figlioli appartengono a Dio

A chi appartengono i figli, e quale è il loro destino? Ecco adunque la vera soluzione della questione della vocazione. Sono, i genitori, i padroni o i semplici depositari, incaricati d’interpretare una volontà ed un comandamento divino? Essi sono stati gli strumenti per la vita naturale, ma il diritto cristiano non riconosce loro alcuna autorità assoluta, sull’avvenire dei loro figlioli. – Il quarto comandamento è sempre subordinato al primo. I genitori devono andare a Dio, poiché essi sono da Dio; i figli, attraverso i genitori, devono tendere a Dio, poiché anche essi sono da Dio. Se la società, e soprattutto la Patria, hanno dei diritti che genitori debbono rispettare, e ai quali sacrificano le loro più legittime 00affezioni, in un grado infinitamente superiore, il Signore s’è riservato il pieno diritto di disporre della vita e della morte delle creature affidate, temporaneamente e condizionatamente, alla cura affettuosa, alla custodia cristiana di altre creature – E come il potere civile, anche più legittimo e meglio stabilito, non può assolutamente misconoscere i sacri diritti dell’individuo, e questi, quando si tratta di difendere la sua coscienza cristiana, per esempio, è obbligato a disubbidire alla autorità umana opposta alla divina, così la patria podestà, fondata sulla natura e confermata dalla legge evangelica, non può contrariare il diritto del figlio, chiamato dal suo Dio. Il figlio è del Creatore, passando attraverso i genitori che l’han ricevuto per Lui, e che debbono renderglielo, non solo all’ora della sua morte, ma anche quando il Signore lo sceglie e lo chiama, lo trae dietro a sé e lo fa camminare pel sentiero stretto, ma glorioso, dei consigli evangelici. Se neanche un sol capello del nostro capo può cadere senza il permesso del Maestro, se ogni uccello e ogni fiorellino è nutrito e rinfrescato per ordine di Lui, che pensare dell’autorità divina e della Provvidenza amorosa che vegliano sull’esercizio dei suoi sovrani diritti, e sull’avvenire temporale ed eterno dei figli?… D’altra parte, chi ha il segreto di questo avvenire? Dio solo, nessuno all’infuori di Lui, ed Egli se lo riserba gelosamente. Non vediamo forse tutti i giorni, per esperienza, fallire le previsioni così prudentemente calcolate, così ben combinate? E quando noi crediamo aver raggiunto lo scopo, con un piano sapientemente elaborato, sopravvengono avvenimenti imprevisti, malattie improvvise, agitazioni materiali o morali, che distruggono immediatamente le nostre previsioni. Anche la morte ci prova che l’avvenire delle creature non è che nelle mani del Creatore. – Chi può tracciare all’uomo la sua via, se non Colui che conosce l’uomo? Ora, chi conosce veramente, intimamente e profondamente l’uomo, se non Dio? La vocazione è un problema troppo grave per affidarne la soluzione al corso delle circostanze, delle velleità o degli interessi umani. Il legame fra l’avvenire temporale e l’avvenire eterno è molto stretto. La vocazione è la strada, l’eternità è la mèta cui questa strada deve condurre. Vi è un ingranaggio fatto da una sapienza increata; guardiamoci dallo spezzare una molla della catena, che comincia dalla culla e, che, intrecciata da una mano provvidenziale, conduce all’eternità. Quanto spesso il fermarsi d’un’anima, per colpa sua o di altri, una deviazione definitiva dalla diretta via, ha delle fatali conseguenze quaggiù e nella sua vita avvenire. Se è vero che le stelle hanno la loro via, invariabilmente tracciata, non l’avrà forse l’anima cristiana, più preziosa di tutte le costellazioni? Da ciò sembra che il Cristiano, soprattutto se ha la responsabilità della paternità, non dovrebbe osare, per nessun pretesto, far deviare un’anima di fanciullo dalla via divina verso cui è spinta. Ahimè! il numero di questi audaci incoscienti aumenta, ma non negli ambienti religiosi, dove le vocazioni sono un’eccezione straordinaria, ma nelle famiglie in cui si riversa la misericordia del Cuore di Gesù. Questo. gesto, quanto mai pericoloso, è un attentato contro la Sapienza e l’assoluta Sovranità di Dio e tanto più grave in quanto esso è commesso proprio da coloro che sono ufficialmente incaricati da Dio d’educare i loro figlioli in modo che essi siano sempre pronti ad ascoltare la Sua voce, e ad ubbidire alle Sue chiamate. Di conseguenza, si rende vana l’attesa divina, si sviano i disegni di Lui, si arresta la corrente della Sua misericordia, si assume un’enorme responsabilità morale. – Privare così il Signore della sua gloria non può dare la felicità. Un sacerdote di meno: calcolate, se potete, il bene immenso che sarebbe stato Compiuto e che non lo sarà mai!… Un sacerdote di meno, vuol dire 368 messe di meno; e supponete che questo sia soltanto per 25 anni e così potremo calcolare, se si aggiunge l’amministrazione dei Sacramenti, la grazia delle predicazioni e le iniziative di zelo?… Potremo mai farci un’idea di questo bene immenso, incalcolabile, che sorpassa ogni previsione, e a cui ci si è opposti? – Un religioso o una suora di meno, una sposa cioè una lampada, una particella d’ostia di meno sull’altare, è la soppressione di tutta una vita di lavoro, di preghiera, di sacrificio, la distruzione di grazie, di vita divina, di fecondità spirituale. – È forse permesso di rifiutare impunemente il mantello di porpora con cui Gesù stesso avvolge un fanciullo predestinato? di togliere il diadema regale ch’Egli pone sulla fronte di una giovinetta? Si può forse privare impunemente di tante glorie, il Re dei re? È possibile esporre migliaia di anime alla loro perdita eterna, soffocando delle vocazioni di sacerdoti, di contemplativi, di spose, zelatrici della gloria sua, senza provocare la giusta collera di Dio? Poiché non si tratta soltanto, né principalmente, di rifiutare questo onore che Dio decreta e offre gratuitamente, ma di sconvolgere l’ingranaggio della salvezza, di rompere la rete meravigliosa destinata ad una meravigliosa pesca. E il sangue di Gesù è versato inutilmente per migliaia di creature, che periranno per mancanza di ministero sacerdotale, e del ministero nascosto dell’umile religiosa. Se a causa dell’astensione di un uomo onesto, d’uno solo, dalle elezioni, il paese può subire dei grandi disastri politici e nazionali, cosa sarà nel piano della Redenzione se, per colpa d’una famiglia cristiana, un sacerdote o una suora mancano, nel torrente di misericordia che il Cuore di Gesù vorrebbe riversare, con il loro zelo e col sacrifizio loro, sul mondo intero? Nel mondo morale, come nel fisico, un cataclisma spaventoso delle disgrazie irreparabili, possono essere la conseguenza d’una lacuna, apparentemente leggera ed isolata. Così ragionava un gran Vescovo, col Marchese de B… qualche anno prima della guerra. Il figlio minore del Marchese, giovane di 19 anni, manifestava il desiderio di farsi sacerdote. Il padre si opponeva: « Rifletta, diceva Monsignore, all’enorme responsabilità di fronte a Dio e di fronte alla Chiesa. Un sacerdote di meno, specialmente alla nostra epoca così sterile di vocazioni ecclesiastiche, porta gravi conseguenze! ». E poiché il Marchese si ostinava ed esprimeva freddamente un’irrevocabile volontà, Monsignore, congedandosi, disse con triste gravità: « Chiedo a Nostro Signore di illuminarvi su una questione così seria e delicata, e, in ogni caso, desidero sinceramente che questo sacerdote di meno nella diocesi, già tanto provata dal numero esiguo delle vocazioni, non manchi proprio a Lei, all’ora della sua morte! » La guerra scoppia. 1 due sacerdoti del paese prossimi al castello del Marchese partono come soldati portaferiti. Tre anni dopo, il Marchese vien colpito da apoplessia, e chiede un prete. Il curato del villaggio più vicino è vecchio ed infermo, e deve assistere molti parrocchiani. Si deve cercare altrove un altro prete, e quando questo giunge, il malato è morto. Il prete che è di meno nella diocesi è forse quello che manca al capezzale dell’agonizzante. – E notare che la guerra ha reso ancora più acuta questa crisi, alla quale S. S. Pio XI allude nella sua Enciclica con queste parole: « Come è per noi doloroso il vedere che il contingente dei preti diminuisce dappertutto ». Il Papa se ne duole!

CRISTO REGNI (10)