LO SCUDO DELLA FEDE (119)

Paolo SEGNERI S. J.:

L’INCREDULO SENZA SCUSA

Tipogr. e libr. Salesiana, TORINO, 1884

PARTE PRIMA

CAPO XXXI.

Si mostra che se l’anima non fosse immortale, la virtù sarebbe vizio, il vizio virtù.

I. Fu già tempo, che il mondo mal noto fino a se stesso, non sapeva d’essere, se non secondo la metà sola di sé. Quindi è, che gli antipodi furono lungamente tenuti non pur dal volgo, ma ancora da’ gran maestri, per popoli favolosi (Tract. inst. 1. 3. c. 34): quasiché gli abitatori di un paese opposto, nel pianeta mondiale, ai pie nostri, dovessero per necessità stabilire capovolti: gli alberi dovessero quivi tener le radiche, dove anderebbero le cime; e le rugiade e le piogge e le procelle e le grandini strepitose non dovessero colà portarsi all’ingiù (quando volevano beneficare le campagne, o spiantarle), ma portarsi all’insù, come fanno le esalazioni; ho dovessero scendere, ma salire. Tanto dilungasi dal sentiero della verità ne’ discorsi chi prende per sua guida la fantasia, più che la ragione; non riflettendo che il giù e il su sono termini relativi, che non hanno la loro denominazione, se non dal centro che è situato fra gli antipodi e noi. Ma vaglia il vero, quanto andava già errata tal conseguenza di stravolgimento ridicoloso, (come appunto ridicola è la teoria eliocentrica e la forma sferica della terra – ndr-) posti gli antipodi, tanto or sarebbe accertata, posto che l’anima dovesse anch’ella sortire i suoi funerali come i giumenti. Conciossiachè rimarrebbe allora stravolto nell’universo tutto il sistema, non fisico, ma morale, che è un disordine molto più luttuoso: mentre la virtù verrebbe a tenere il grado del vizio, e il vizio a tenere il grado della virtù: anzi non solo si confonderebbero i posti, ma si cambierebbero ancora l’essenze loro, tanto che la virtù diverrebbe vizio, il vizio virtù. Mostriamolo con chiarezza: giacché questo argomento è così robusto, che solo vale ad abbattere ogni intelletto non pervicace.

I.

II. Tutte le genti, benché sì diverse d’istinti e d’istituzioni, si sono continuamente accordate in ciò di fare una stima somma della fortezza. Un guerrier prode da chi non è riverito? Vien posto a conto, per dir così, di un esercito: e sembra che ciascuno in vederlo gli dia quel vanto che ricevette in Roma un leon famoso per le gran prove fatte colà da lui nell’anfiteatro, pugnando coll’altre fiere: Quis non esse gregem crederet? Unus erat (Mart. 1. 8. epig. 32). Ora questa virtù così luminosa, la quale ha per oggetto suo principale il disprezzare i pericoli, e massimamente i pericoli più tremendi, quali sono quei della morte (Ethic. 6. 1. 3): questa virtù, dico, non sarebbe oro, ma scoria, qualunque volta l’anima fosso caduca (S. Th. 2. 2. q. 123. art. 4). Ve lo dimostro. La virtù non è altro che una disposizione a conseguire il suo fine, mediante l’opera che ella imprende. Virtus est dispositio perfecti ad optimum (Arist. 1. 7. phys. toxt. 17. et 18): e si dice ad optimum: perciocché l’ottimo ad ogni natura si è quello ch’ella ha per fine, siccome il pessimo è quello che più si oppone all’ultimo fine dell’istessa natura (S. Th. 1. 2. q. 110. a. 3. in c. et 2. 2. q. 23. a. 7. in c); come scorgerà chiaramente tra se medesimo chiunque ha fior di discernimento. Pertanto, se l’anima fosse mortale, il suo fine ultimo sarebbe al certo il durare più che le fosse possibile unita al corpo, senza di cui perduto avrebbe ogni bene. Onde l’operazione più perfetta della fortezza, che è il morire per difender l’amico, il padrone, la patria, la Religione, si opporrebbe allor per diametro all’ultimo fine dell’uomo: e posto ciò, una tal operazion virtuosa, per verità non sarebbe virtù, ma vizio, e sulle bilance d’una retta ragione non passerebbe por moneta legittima, ma falsata (Gregor. de Valent. in 1. p. dis. 6. q. 1. p. 3 § 2. prob.).

III. Direte subito che dovendo il ben pubblico preponderare al privato, non sarebbe in tal caso all’uomo disconvenevole non curare il suo fine, per sacrificarlo alla pubblica utilità. Ma non vi apponete. Conciossiachè, essendo l’uomo fatto in grazia di se medesimo, e non d’altrui, come sono fatte le bestie, non poteva dalla virtù venire obbligato ad amare il proprio disfacimento, né ad incontrarlo, in grazia di verun altro simile a lui, mentre ciò sarebbe stato obbligarlo ad amare il suo prossimo più di sé, contro di ciò che vuole ogni legge: Amicabilia enim, quæ sunt ad alterum, veniunt ex amicabilibus. quæ sunt ad se ipsum, come il filosofo insegna (Arist. 1. 9. eth. c. 8): infino a tanto, che presuppongasi l’anima non perire insieme col corpo, cammina bene: perché restando ella immortale, una morte onesta del corpo non è per lei funerale odioso, ma nascita a miglior

vita. E cosi, quando al presente noi moriamo per altri, niun altro amiamo in tal atto, se guardasi intimamente, più di noi stessi; mercecché con un tal atto ad altrui vogliamo un bene caduco, qual è la difesa delle loro sostanze, o proli, o persone, ed a noi ne vogliamo un eterno, qual è quel che ci viene dalla virtù, mezzo unico a farci diventare beati per tutti i secoli. Ma non così quando perisse l’anima in un col corpo. Allora ella non avrebbe più che sperare per tutta l’eternità. E però, come può stare, che la virtù la quale è il bene sommo dell’uomo, abbia a divenire per lui la somma miseria, privandolo d’ogni bene? Non sarebbe allor la virtù una perfezione nella natura umana, a tutti amorevole, ne sarebbe un di struggimento; e così non sarebbe virtù, ma vizio.

IV. Ne vale il ripigliare che l’uomo forte potrebbe allora per nobile ricompensa del suo morire sperar la gloria, che è un’altra spezie di vita, per cui sopravanzerebbe alle proprie ceneri, nell’immortalità della fama. Bellissime vanità! Se alla virtù volesse darsi per mercede la gloria, sarebbe un voler pagarla, o piuttosto beffarla col suon dell’oro.

V. Primieramente la gloria che si dà all’uomo non è altro che un segno della virtù la quale lo adorna. Conviene adunque che ella sia un bene inferiore al significato. Ma se è bene inferiore della virtù, come dunque può essere tutto il premio?

VI. Di più la gloria viene talora attribuita largamente anche al vizio; onde se ella è segno di virtù, non è segno certo; non discernendo il popolo così bene la via di mezzo, ma confondendo il temerario col prode, come confonde il prodigo col liberale, il timido col sensato, il tetro col serio, il giusto col rigoroso. Adunque non può la gloria dirsi mai la corona della virtù, mentre bene spesso si vede in fronte anche al vizio, che n’è sì indegno.

VII. Senza Dio l’operare per gloria umana non perfeziona giammai l’atto virtuoso, ma lo distrugge, e con lasciargli l’apparenza di bello gli toglie la realtà. Onde è che un atto di fortezza anche sommo, il qual procedesse, non da motivo di onestà, ma di vanto, sarebbe quasi un cadavere di virtù, tanto sarebbe insensato. Si aggiunge, che la virtù più consiste negli atti interni, i quali perfezionano l’uomo quasi un tesoro nascosto, che negli esterni (Arist. eth. 1. 4. c. 8 ) . Onde come può ella mai dalla gloria riportar premio compito di sé? Al più lo può riportare di quella poca parte di sé che apparisce agli occhi de’ riguardanti, or lividi, or loschi.

VIII. E se è così, qual bene è mai questa gloria, che l’uomo forte abbiala da comperar volentieri a sì grave costo, quale è quello del proprio annichilamento? Sicuramente, annichilato che fosse, non potrebbe egli ascoltar già quelle lodi che a lui si dessero dai posteri ammiratori del suo coraggio. E però qual frutto il meschino ne ritrarrebbe, morto al piacer dell’immortal suo nome? Non si potrebbe neppure dir che riposasse all’ombra dell’umana felicità (quando anche di tal nome vogliamo onorar la gloria), non che dir, che gustassene un puro saggio: Quœ post fata venit gloria, sera venit (Mart.). Dal che, per concludere, finalmente avverrebbe, che il supremo atto della fortezza, virtù di eroi, non solamente fosse incapace di premio, ma recasse in dote al virtuoso il sommo de’ mali, che è farlo ricader nell’antico nulla. E una virtù cosi barbara, potrebbesi allora dir che fosse virtù? Virtù allora sarebbe piuttosto i1 vizio: che è l’altra proposizion che io dovea provare, ed or ve la proverò.

II.

IX. Un intemperante a gran ragione vien riputato tra gli uomini quasi un porco. Ma se all’intemperanza si congiunga in lui la ingiustizia, sarà un cignale, non solo deforme in sé, ma dannoso ad altri, disertatore d’ogni giardino più bello che trovi aperto. Tuttavia se l’anima avesse i limiti del viver suo non più ampli, che gli abbia il corpo, l’intemperanza e l’ingiustizia sarebbero non più colpa nell’uomo, ma abbellimento, siccome quelle che non dovrebbero partorirgli più biasimo, ma splendore.

X. E quanto alla intemperanza, è manifesto, che se l’anima dovesse restare oppressa dalle rovine delle sue membra, il sommo bene che a lei fosse possibile, sarebbe tenerle in piedi, e il sommo male dar loro occasione alcuna di cedere, di crollare, di indebolirsi. E però siccome la più laudevol cosa che sia nell’uomo è cercare il suo bene sommo: così allora la più laudevole cosa che fosse in lui sarebbe nutrir bene il suo corpo vile, ingrassarlo, invigorirlo e saziarlo di tutti quei godimenti che fosser atti a tenerlo più consolato. Sicché quell’epitaffio brutale, che già Sardanapalo fé incidere alla sua tomba: Hæc habui, quæ edi, quæque exsaturata voluptas hausit; laddoveè una iscrizione degna di porsi alla sepolturad’un asino, sarebbe allora quasi un compendio di arcana filosofia. E diffatto per qual ragioneè degna di lode la temperanza, se non perché fa ubbidire il corpo allo spirito, noncurante di ciò che passa, per meritarsi quel ben che non passa mai?Ma se, mancando il corpo, mancasse ancora lo spirito, dovrebbe lo spirito, tutto da lui dipendente, ubbidire al corpo, senza cui nulla avrebbe mai che sperare di utilità. Adunque la temperanza non sarebbe allora laudevole, ma viziosa. È lode forse a un cavallo proposto in vendita, dir che egli è un cavallo astinente? Anzi è il suo biasimo sommo. La maggior lode che sulla fiera a lui porgasi, è dire che ha buona bocca;mercecchè non essendo quella bestia capacedi fin più alto, che di vivere un pezzo gaia e gagliarda, sarebbe vizio per lei quella continenzala qual si oppone a un tal fine, ed havirtù quella voracità che più che altro la aiutaad esso, volendo che ella non resti d’empire il ventre fintantoché il calor naturale, mal soddisfatto, le dice, mangia.

XI. All’istessa maniera sarebbe virtù nell’uomo anche l’ingiustizia. Figuratevi un uomo, che non conosca altra regola che il suo senno, né altra ragione che la sua spada. Un uomo, che non si stimi venuto al mondo, senonchè solo, qual luccio in acqua, per nuocere a quanti può. Un uomo, il quale per pompa di maggioranza vanti le soverchierie da lui fatte ad ogni suo prossimo, e ne derida con egual fasto le accuse e le approvazioni; questi dico (se il corpo avesse un dì a divenir sepolcro dell’anima, come ora n’è abitazione), questi è colui che si dovrebbe riputare il più degno di dominare su tutti gli uomini, come il più virtuoso che tra lor fosse: questi più d’ogni altro sarebbesi incamminato per via diritta all’ultimo fine, che sarebbe allora di farsi apprezzar da tutti; e questi parimente darebbe allor più nel segno di conservarsi, di contentarsi, di vivere a modo suo. In un tal caso sarebbe lecito il rompere ogni amicizia, il mentire, il malignare, il negare la fede data, quando tutto ciò fosse mezzo il più compendioso ad evitare la morte, o a migliorare la condizione di quella vita mortale che sarebbe allora il sostegno di ogni altro bene. Che stare allora a vantar più quell’onorato Demetrio, che tentato da Cesare a tradir la giustizia, colla promessa di magnificentissimo donativo, rispose acceso di sdegno, che l’imperio tutto di Roma non era prezzo bastevole a subornarlo: Si tentare me Cæsar constituerat, toto illi fui experiendus imperio. Invano Seneca si aiuterebbe allora tanto a esaltare fino alle stelle una tal risposta; mentre, quanto più savio è quell’elefante il quale, a salvar la vita, getta a’ cacciatori l’avorio che tiene in bocca, tanto più stolto sarebbe allor quel Demetrio che non accettasse ogni acquisto, ogni avanzamento, ma stimasse più la parola, che la disgrazia di Cesare, provocato da quel contegno. Che parola? che lealtà? che giustizia? che gratitudine? che costanza, se muore l’anima? Niun bene dee più stimarsi del sommo bene. Niun male dee più scansarsi del sommo male. Ora, se l’anima fosse mortale anch’essa, il suo sommo bene sarebbe vivere lungamente, il suo sommo male il morire. E però ogni ragione vorrebbe allora, che l’uomo, per allungare la vita, o per migliorarla, desse da sé bando espresso ad ogni altro affetto: né sarebbe in tal atto più biasimevole di ciò che sia quel mercante, il quale, a salvar la nave, getta in mare ogni cassa, che già non gli è nella tempesta più d’utile, ma di danno.

III.

XII. Ed eccovi come nello sconvolgimento morale di cui trattiamo la virtù sarebbe vizio, il vizio virtù. E vi par questo disordine da passarsi per tollerabile? Se fosse ciò, dunque ne seguirebbe, che in questo mondo Iddio trattasse da famigliari e domestici i suoi nemici, e da nemici i suoi famigliari e domestici. Uno degli effetti propri dell’amicizia è la manifestazione dei segreti. Ora questo sì grande arcano, che colla morte finisca il tutto, finiscano tutte le pene, finiscano tutti i premi, sarebbe nascostissimo a tutti i buoni, che con tanto lor costo vanno dietro le insegne della onestà; e per l’opposito sarebbe noto a quegli empi, che più dissolutamente si danno al male. Onde gli empi sarebbero quei domestici ammessi nel gabinetto a sapore il vero; e i buoni sarebbero gli stranieri tenuti all’uscio.

XIII. Anzi di vantaggio, il mezzo per arrivare a questa familiarità sì stretta con Dio sarebbe lo strapazzarlo solennemente; mentre vediamo, che quanto uno diventa nel suo vivere più sacrilego, o più sfrenato, tanto più facilmente egli inclina sempre a persuadersi, che l’anima sia mortale. Onde, come avviene colla pianta del balsamo, così avverrebbe parimente con Dio. Chi più attendesse a ferirlo, più ne spremerebbe di sugo di verità.

XIV. Che so lo sparviere, quando è pasciuto troppo, non sa volare bene in alto a raggiungere la sua preda, nel caso nostro succederebbe il contrario. La mente umana non si solleverebbe mai più speditamente ad arrivare queste verità sublimissime, e ad arrestarle, che quand’ella fosse gravata più d’ogni laida scelleratezza. E la coscienza di un empio così perduto sarebbe quella che dovesse posar più pacatamente: mentre a lei sarebbe toccato in sorte d’apporsi nei suoi giudizi, allora che si propose voler di qua tutta la felicità immaginabile, lasciando a chi la volesse quella che si potrebbe sognar di là.

XV. Sapete voi pertanto mai figurarvi stravolgimento di cose più sregolate? Questo sì che sarebbe un vero tenere i piedi dove va il capo, e un vero tenere il capo ove vanno i piedi: mentre questo sarebbe un camminare al rovescio di quanto detta, non la fantasia solamente, ma la ragione. E a voi piace seguir opinion si bella? Oh che stolidezza! Fate ciò che volete. Il vostro intelletto conviene che provi spasimi intollerabili, quando abbia da inchinarsi a tali spropositi, e dirvi: Sì. i buoni in questo mondo hanno ad essere ingannati? Gli scellerati hanno ad essere gli intendenti? – Nol dirà mai.

LA CATENA D’ORO DEI SALMI: NOTE INTRODUTTIVE (3)

LA CATENA D’ORO DEI SALMI: NOTE INTRODUTTIVE (3)

La catena d’oro dei SALMI

o I SALMI TRADOTTI, ANALIZZATI, INTERPRETATI

E MEDITATI CON L’AIUTO DI SPIEGAZIONI E RELATIVE CONSIDERAZIONI, RICAVATE TESTUALMENTE DAI SANTI PADRI, DAGLI ORATORI E SCRITTORI CATTOLICI PIU’ RINOMATI.

Da M. l’Abbate J.-M. PÉRONNE,

CANONICO TITOLARE DELLA CHIESA “DE SOISSONS” , Professore emerito di sacra Scrittura e di Eloquenza sacra.

TOMO PRIMO.

Capitolo V

Difficoltà generali dei Salmi e regole generali e particolari per la perfetta comprensione dei Salmi

– Quali sono le principali cause delle difficoltà che si incontrano nei Salmi?

Il libro dei Salmi è uno dei nostri Libri santi più fecondi in difficoltà, che sono di ogni genere.

I lavori dei Santi Padri, le sapienti ricerche degli interpreti antichi e moderni ne hanno fatto indubbiamente superare un certo numero, ma ne restano ancora molte sulle quali ci si è ridotti a dare delle spiegazioni più o meno probabili. Far conoscere le cause di queste difficoltà, significa segnalare gli scogli contro i quali numerosi interpreti si sono infranti, ed indicare nello stesso tempo i mezzi per evitarli. Ora, tra le cause di oscurità, alcune sono comuni ai Salmi ed ai libri ispirati, le altre sono peculiari a questi inni sacri.

I. I Salmi hanno in comune con gli altri libri santi:

la profondità della parola di Dio. La profondità del senso che accompagna sempre la parola di Dio, e che lo spirito dell’uomo non può sempre penetrare; questa profondità che appartiene a tutti i Salmi, non è un segreto da chiedere al commentatore, ma la si ottiene per la pietà ed il fervore con i quali si meditano.

2° L’oggetto dei Salmi. Quest’oggetto è o profetico o storico. Nel primo caso, la profondità naturale della parola divina è ancora aumentata dal carattere della profezia, « lo spirito (profetico), penetrando tutto – dice San Paolo – ed anche ciò che è più nascosto nelle profondità di Dio, e svelando l’avvenire con delle aperture che si scoprono con un serio esame e mediante analogia.

– Se l’oggetto dei Salmi è storico, non lo si può intendere senza la conoscenza perfetta degli avvenimenti riportati. Ora, la storia santa non ci fa conoscere nulla – ad esempio – di tutte le circostanze della vita del Re-Profeta, ed ugualmente degli usi e dei costumi ai quali i Salmi fanno allusioni frequenti, ed anche delle espressioni proverbiali usate ai tempi di David; senza possedere queste conoscenze, un gran numero di passaggi sono difficili da comprendere.

II. Le cause di oscurità peculiari ai Salmi sono:

1° Il genere di composizione dell’ode sacra. – Il genere di composizione o, per parlare con Bossuet, « l’entusiasmo poetico, la sublimità dei sensi, la veemenza dei movimenti, la concisione dello stile e questi getti di luce, rapidi come lampi che abbagliano la vista comune; infine, questo tono particolare all’ode sacra che sfugge, si trasporta via, si slancia nelle regioni più elevate, passa bruscamente da una cosa all’altra senza indicare la sua marcia precipitosa. I nostri poeti quando fanno parlare il Signore, non si fanno remore nel prevenire il lettore con queste parole: “così parla il Signore”, il più delle volte con queste formule, non certo per rallentare la rapidità del loro corso, essi vogliono un’attenzione sostenuta capace da se stessa di gustare e sentire le cose » (Bossuet, Dissertaz.). – Questa soppressione frequente delle idee intermedie e delle legature, congiunta allo stilo poetico dei profeti e al carattere dell’ode sacra è causa frequente di oscurità, e non volendo gli interpreti
quasi mai sostituire qualcosa, possiamo immaginare quanto dovesse rimanere
nebuloso il testo che ha sostituito al testo ebraico delle poesie sacre. Ciononostante guardiamoci dal fare di questo peculiare carattere dei Salmi un pretesto per dispensarci dal penetrare in certe difficoltà che si vorrebbero rispettare come misteriose oscurità; guardiamoci soprattutto dall’alleggerire gratuitamente l’entusiasmo poetico credendo di incontrare un difetto di armonia nel contesto di un salmo. L’esame dettagliato che faremo di ogni singolo salmo e l’analisi logica che ne daremo, ci convinceranno che lo Spirito Santo ha saputo aggiungere all’entusiasmo poetico, un ordine molto rigoroso nelle idee, e che sono dovute alla temerarietà di certi spiriti le deviazioni della loro immaginazione che vorrebbero far passare come entusiasmo dello Spirito Santo.

2° Il genio della lingua ebraica. – Un altro elemento di difficoltà concerne la brevità della lingua ebraica. – « l’ebreo, l’arabo ed altri abitanti delle contrade ove il sole emette i suoi dardi brucianti – dice ancora Bossuet – esprimono il loro pensiero con il calore dei gesti e dei movimenti, più che con le parole soltanto, e con frequenti ellissi. Ecco pertanto nel libro di Giobbe e nei nostri Salmi l’oscurità che ne rende la lettura così imbarazzante, difetto che non deve essere messo in conto della lingua stessa, che essendo la più antica del mondo, e non essendo più parlata da oltre venti secoli, è divenuta di difficile comprensione, visto che sfugge ad una folla di sensi che l’uso abituale rendeva invece familiare, e visto che l’eccezione propria di un gran numero di termini che la compongono ed i significati dei particolari, così importanti nei discorsi, non sono più conosciuti con precisione, gettando nella frase dei momenti sconnessi ed imbarazzanti. La grande antichità di questa lingua originale non le permette di arricchirsi di nuovi perfezionamenti che illuminano e rendano lucidi gli idiomi moderni rispetto a quelli antichi » (Dissert. XXIII).

Aggiungiamo ancora le seguenti considerazioni:

1°) nessun dizionario disponibile fu fatto nei tempi in cui si parlava questa lingua;

2°) le nostre versioni più antiche sono state fatte in un epoca in cui l’ebraico era divenuta una lingua da sapienti;

3°) gli interpreti non sempre la comprendevano perfettamente;

4°) non esisteva che un solo libro in ebraico e di conseguenza i punti di comparazione e di analogie erano difficili da stabilire;

5°) il genio della lingua ebraica è tanto diverso da quello da lingue quali il greco ed il latino, per cui è divenuto impossibile ai traduttori rendere sempre il senso ugualmente intellegibile nel rendere poi scrupolosamente le espressioni del testo ebraico.

3° La difficoltà della distinzione dei sensi e dei versetti. – un’ultima causa di oscurità viene dalla difficoltà di ben distinguere, in un salmo, ciò che è letterale da ciò che è figurato, e cioè di determinare in un certo modo gli ambiti nei quali parla Dio, distinguendoli da quelli in cui parla il salmista, o gli ambiti in cui c’è dialogo.

ARTICOLO 1°

Regole generali comuni a tutti i Salmi.

Le regole che diamo qui si rapportano all’attitudine generale che occorre seguire per lo studio di ciascun salmo, per l’intelligenza del salmo sotto i suoi differenti rapporti, ciò che comprende la conoscenza dell’oggetto preciso del salmo, del suo insieme e dei suoi dettagli; la conoscenza del vero significato dei tempi dei verbi, degli ebraismi più frequenti nei salmi, delle principali locuzioni ambigue impiegate dalla Vulgata, e del soccorso che si può ricavare dal parallelismo per la perfetta comprensione dei Salmi.

-1. Regole relative alla conoscenza dell’oggetto e dell’insieme dei Salmi.

Occorre dunque innanzitutto, cercare di comprendere il vero soggetto del salmo che si voglia studiare, soggetto che si conosce ordinariamente dal titolo, dalla sua origine storica, dal suo autore, e meglio ancora dall’analisi del salmo. Una volta diretta l’attenzione sul vero argomento di un salmo, non è sufficiente spulciarlo, per così dire, laboriosamente, versetto per versetto; è l’insieme e lo spirito generale che occorre cogliere, e questo si ottiene coordinando le diverse parti tra di loro, e spiegandone le difficoltà che si incontrano piuttosto nell’insieme del salmo, più che dai principi di soluzione particolare per ogni versetto.

2° Regole relative al vero significato dei verbi.

« Nel testo ebraico della Bibbia – dice M. Bondil (Art. II, osservazioni importanti sui verbi) – si incontrano sovente dei futuri nel racconto di avvenimenti passati, e dei preteriti là dove sono annunciati avvenimenti futuri; a volte i preteriti ed i futuri sono mischiati ed impiegati, si direbbe, quasi a caso per esprimere tutte le differenze temporali. Gli antichi traduttori, pieni di un giusto rispetto per i testi originali, hanno riprodotto la lettera e le forme finché hanno potuto e spesso senza uno sguardo al contesto né al soggetto e senza tener conto del carattere particolare di questa lingua. Ne è risultato che dopo aver seguito esattamente la lettera, almeno in apparenza, essi hanno oscurato e mischiato il retto senso dei passaggi. Alcuni commentatori hanno voluto comunque spiegare certe versioni e dimostrarne dei sensi ragionevoli. Allora è scaturita una chiosa banale: che i profeti vedono le cose future come se fossero già passate, e che quindi essi possono annunciare con dei preteriti. Questa ragione non è da disprezzare, ma c’è una spiegazione più naturale e che si trae dal fondo stesso della lingua, e cioè che i tempi ed i modi in ebraico hanno un valore meno fisso e determinato che in una lingua europea. Due tempi, il passato ed il futuro, ed ancora una sola sorta di passato e futuro, un imperativo, due participi ed un infinito: ecco tutta la coniugazione dei verbi ebraici che del resto hanno più voci. »

Così per convincerci in ciò che occorre sapere su questa importante materia, il preterito ebraico equivale a tutti i nostri tempi passati e a tutto ciò che nella nostra grammatica si chiama imperfetto, perfetto e piuccheperfetto, sia all’indicativo che al congiuntivo; spesso esprime anche il presente ed il futuro. – Il futuro, d’altra parte, oltre al valore dei differenti futuri, esprime l’ottativo, il congiuntivo, l’imperativo, l’abitudine, la durata o la ripetizione frequente dell’azione espressa dal verbo, sia che si tratti di un’azione passata e compiuta, sia che l’azione duri ancora, in modo che la si possa rendere in italiano, sia con l’imperfetto, sia con il presente. – L’imperativo serve a comandare, a pregare, ad esortare, a permettere. – Il participio e l’infinito si prestano a tutti i tempi secondo le circostanze. Spesso si impiega quest’ultimo anche come sostantivo, e unito alle preposizioni, rimpiazza il gerundio latino.

Se ci si domanda come si possa intendere un tale sistema di coniugazione, noi rispondiamo che in ebraico, come in arabo, sono il senso della frase ed il contesto, e l’intenzione dell’autore, che faranno distinguere i tempi. Così, nei comandamenti e nelle preghiere, i futuri equivalgono agli imperativi o ottativi. I tempi che precedono, il cui significato è chiaro, aiutano così a fissare il vero significato di quelli che seguono, così come i luoghi paralleli e l’analogia della dottrina. Il grande principio, è che quando si tratti di avvenimenti avvenire, si deve cambiare ordinariamente il preterito in futuro; quando si tratta di avvenimenti passati, i futuri devono essere resi come dei preteriti, e quando l’autore sacro parla di cose presenti, i preteriti ed i futuri equivalgono a dei presenti. Il contesto e l’oggetto del salmo è sufficiente ad indicare questi cambiamenti. – occorre notare anche che la preposizione ebraica “vau”, tradotta ordinariamente con “e”, non è sempre semplicemente congiuntiva, ma spesso conversiva, vale a dire che, posta davanti ad un preterito, dà un valore di futuro, e viceversa.

Questi principi generali, essendo una conseguenza necessaria della natura della lingua ebraica, non possono essere ignorati dai “Settanta”, che ne hanno fatto un uso ampio, e la Vulgata li ha seguiti. Non è necessario darne delle prove, ma è necessario rettificare qualche omissione, rettificazione necessaria per ottenere il vero senso di certi passaggi.

Così i “settanta” avranno potuto sostituire, con più ragione che in altri distretti, nei passaggi seguenti: “Ecce enim veritatem dilectisti” (Ps. L)

-1° il presente al preterito: “Ecce enim veritatem dilexisti” (L);

Dilexi quoniam exaudiet Dominus” (CXIV); “Benediximus vobis de domo Domini” (CXIII); “Quomodo dilexi legem tuam Domine” (CXVIII); “Cognovi quia faciet Dominus judicium inopis” (CXXXIX).

-2° Il presente al futuro: “In lege ejus meditabitur die ac nocte” (Ps. I); “In labore hominum non sunt et cum ho minibus non flagellabuntur” (LXXII); “Mane sicut herba transeat, mane floreat et transeat” (LXXXIX); “Potabunt omnes bestiæ agri” (CIII); “Os habent et non loquentur” (CXIII); ed in una folla di altri passaggi.

-3° Il presente in participio: “Quoniam multi bellantes adversum me” (LV), etc.

-4° Il futuro all’ottativo ed al congiuntivo: “Conservantur peccatores in infernum” (IX); “Gladius eorum intret in corda ipsorum”(XXXVI).

-5° Il futuro all’imperativo: “Spera in Domino et fac bonitatem et inhabita terram et pasceris …. Declina a malo et fac bonum et inhabita in sæculum” (XXXVI); “Constitue super eum peccatorem” (CVIII); “Dominare in medio inimicorum” (CIX), etc.

-3° Regole relative agli ebraismi più notevoli della Vulgata.

È sufficiente far conoscere ciò che più frequentemente rappresentano.

1° La parte per il tutto, l’anima per l’individuo. Parlando di Giuseppe: “Ferrum pertransiit animam ejus”, il suo corpo, tutta la sua persona (CIV), ferro per spada, etc.

2° L’impiego di due verbi, di cui uno in aumentativo, o qualificativo, e l’altro da tradurre come un avverbio: “Abundavit ut averteret iram suam” (LXXXVII); come se fosse “abunde avertit”;

-“Conversi sunt et tentaverunt Deum” (ibid.); come : “rursum tentaverunt”;

-“Magnificavit facere cum illis” (CXXV); come: “Magnifica fecit, etc”.

3° La costruzione di più verbi con preposizioni da sopprimere per la perfetta comprensione del testo: : “Nos autem in nomine Domini Dei nostri invocabimus” per: “nomen Domini Dei nostri invocabimus (XIX); “Non intellexerunt in opera manuum ejus” (XXVII), per: non intellexerunt opera; .. “Replebimur in bonis” (LXIV); “Ad videndum in bonitate” (CV); “Operuit super congregationem” (CV).

4° Qualche volta, al contrario, il testo, e di conseguenza i “Settanta” e la “Vulgata”, omettono la preposizione, non solo nella composizione delle parole, ma nel corpo della frase: “Averte mala inimicis meis” (LIII), invece di :”ad versus inimicos meos.

5° Lebraico impiega il femminile per il neutro. Così: hæc me consolata est; hæc facta est mihi” (CXVIII); “Unam petii a Domino” (XXVI), stanno per : hoc, unum …

Cercheremo di far conoscere qualche altro ebraismo non meno importante, spiegando nella regola seguente, il significato di qualche termine ambiguo della Vulgata.

– 4° Regole relative alla spiegazione di qualche termine della Vulgata che frequentemente ricorre nei salmi. [per spiegazioni più ampie si consulti il “Lexicon liiblicum” di Writoimuer.]

Anima ha quattro significati particolari nei Salmi:

1) anima: “ad Te levavi animam meam” (XXIV); “Quemadmodum desiderat anima mea” (XLI);

2) Vita “Accipere animam meam consiliati sunt”(XXX); “Confundentur … querentes animam meam” (XXXIV).

3) Persona. “Multi dicunt animæ meæ per : me (III,3); “Quomodo dicitis animae meae” per: “dicits mihi” (X); qualche volta pure Anima è usata per “corpo” come abbiamo visto più in alto: “Ferrum pertransiit animam ejus;” “Non derelinquas animam meam in inferno”(XV).

4) desiderio, volontà. “Ne tradideris me in animas tribulantium me” (XXVL); “Non tradat eum in animam inimicorum ejus” (XL).

Confessio e confiteri” hanno due significati distinti: 1) il più frequente: rendere onore, rendere grazie, lodare, celebrare, significato che deriva da fare una confessione in onore di qualcuno: “in voce exultationis et confessionis” (XLI); “In inferno quis confitebitur tibi” (VI). .2) Talvolta confessare ciò che si è fatto: “Dixi confiteor adversum me injustitiam meam Domino”(XXXI).

Corrigere, Dirigere”, non hanno il senso ristretto della lingua latina; la parola ebraica alla quale corrispondono “Khoun” significa: preparare, raddrizzare, stabilire. Affermare, rendere stabile. È il senso che gli ha dato la Vulgata, dopo i Settanta, traducendolo spesso con “parare”, preparare (VII, 13; IX, 8; XX, 13; XXIII, 2) Constituere (CVI,36); fundare (VIII, 4); fabricari (LXXIII, 10); plasmare (CXVIII, 73); firmare (XCII). In quasi tutti i casi in cui questa parola è resa con “dirigere, corrigere”, bisogna dargli uno dei significati precedenti; raramente significa “rectum facere”: “Et statuit super petram pedes meos et direxit gressus meos” (XXXIX); “Apud Dominum grossus hominis dirigentur” (XXXVI); “ Vir linguosus non dirigetur in terra” (CXXXVIII); etc. “Corroxit orbem terræ qui non commovebitur.” (XCV) “Justitia et judicium correctio sedis ejus”(XCVI).

Ecclesia. Non c’è bisogno di ricordare, per l’uso della Scrittura, che questa parola non ha nei Salmi nessuno dei due sensi che gli diamo nel linguaggio ecclesiastico. Il vero significato è quello che i Settanta e la Vulgata hanno dato alla parola presente in diversi libri della santa Scrittura e talvolta nel Salmi: “Cœtus”, “multitudo populi”, “consilium”.

Exerceri, Exercitari”, nei Salmi, corrisponde a “schouk”, parlare col cuore o la bocca, e significa quasi sempre meditare, parlare, intrattenersi: “In adiventionibus tuis exercebor” (LXXVI); “in mandatis tuis exercebor (CXVIII e passim); “ Et meditatus sum nocte … et exercitabar” (LXXVI).

Exitus” significa tanto “uscita” :In exitu Israel de Aegypto” (CXIII), sia porte ed estremità: “Exitus matutini et vespere delectabis” (LXIV), sia liberazione: “Dominus exitus mortis”(LXVII), sia infine, sorgente, ruscelli: “Posuit … exitus aquarum in sitim et terram sine aqua in exitus aquarum”(CVI); “Exitus aquarum deduxerunt oculi mei” (CXVIII).

Exultare” nei Salmi, corrisponde a “ranan” avere crisi di gioia, di lode, di dolore, celebrare con canti; ha diversi significati, con un regime diretto o con un regime indiretto. Si vede da questo come sia stato facile ai “Settanta” e nella “vulgata”, farci grazia del loro “kekrapaileos” “crapulatus a vino”, e la parola ebraica mithonen significa letteralmente: cantante, esultante per il vino o per l’ebrezza (LXVII).

Facies a facie” significa sia “contro”: “Protege me a facie impiorum” (XII), sia “a causa”: “Non est sanitas in carne mea a facie iræ tuæ” (XXXVII), sia “davanti”: “Sicut fluit cera a facie ignis sic pereant peccatores a facie Dei”(LXVII).

Forsitan” si trova al salmo LIV: “Abscondissam me forsitan ab eo”, al salmo LXXX “Pro nihilo forsitan inimicos eorum humiliassem”, al CXXIII “forsitan aqua absorbuisset nos”, al CXXVIII “Forsitan tenebræ conculcabunt me”. Siccome si può essere sorpresi nell’incontrare questa locuzione dubitativa al salmo LXXX, ove è Dio che parla, è bene sapere che nel salmo LXXX l’ebraico non ha nulla che corrisponde a forsitan, non più che al salmo LIV. Nel salmo CXXIII l’ebraico porta “aza”, allora, e nel salmo CXXVIII ak, ma, certamente.

In” alle accezioni più ordinarie di questa preposizione, bisogna aggiungerne qualche altra che si incontra nei salmi, di cui le principali sono:

1) Con: “Servite Domino in timore et exultate ei cum tremore” (II); “Introibo in domum tuam in holocaustis” (LXV).

2) Dopo “In omnibus his peccaverunt adhuc” (LXXVII).

3) Durante: “Cantabo Domino in vita mea” (CIII), etc.

4) Per, a causa: “Ego aulem in moltitudine misericordiæ tuæ intrabo etc.” (V).”Preparans montes in virtute tua” (LXIV); “Delectasti me in factura tua” (XCI); “Laudate eum in virtutibus ejus”(CL);

-5) Per mezzo: “Deduxit eos in nube diei et tota nocte in illuminazione ignis” (LXXVII), etc.

-6 Per: Exurge Domine in præcepto quod mandasti” (VII); “Accepisti dona in hominibus” (LXVII).

-7) Su: “In tympano et psalterio psallite ei”(CXLIX).

Pauper”, nei salmi, corrisponde alla parola ebraica “anah”, che significa povero, ma più spesso afflitto, oppresso, umile. Sarebbe dunque mal tradurre dandogli il significato di indigente, anche nei punti in cui la “Vulgata” lo traduce con mendicus, egenus, inops.

Puer” significa quasi dappertutto “servitore”. In quasi tutti i casi in cui si trova la parola ebraica “obed”, servitore, la Vulgata traduce con “servus”.

Quia, Quoniam”, l’ebraico “Khi”, perché, poiché, allorché, ché, etc. Queste due particelle sono lungi dall’essere sempre causativo, come in latino o in francese. In diversi casi la “Vulgata” ha reso a ragione la particella ebraica con: – “enim”, XXIV,11; XLIII,4; etc. – quod (CXXXIV,5); – propter quod (CXV, 10); – quem (XXI,32); – quæ (LXXXIX,4); – sed (XLIII,4); -(CXVII,17). Ma in molti altri casi ha tradotto questa particella con “quia”, “quoniam”, in modo da lasciare il senso di “perché”. Spesso occorre dare il senso di “che”: “Cognovi quia faciet Dominus judicium inopis, etc.;” – “vacate et videte quotiamo ego sum Deus” (XLV). Talvolta il senso di “propterea”: “Quoniam cogitatio hominis confitebitur tibi” (LXXV); “Posuisti iniquitates quotiamo omnes dies nostri defecerunt” (LXXXIX); atre volte occorre dare a quia o quoniam il senso di “cum” o “quamvis”. Questo versetto inintellegibile letteralmente: “Et omnes vias meas proevedisti quia non est sermo in lingua mea” (CXXXVIII) si spiega facilmente in questo modo, dice Bossuet: “Tu quidem Deus, omnes cogitationes meas prospexisti, cum ne verbum quidem proferens ullum.” Ugualmente in questo altro passaggio: “Quoniam videbo cœlos tuos” (VIII). – nel salmo LXXVI,12, quia deve tradursi con quin e serve da transizione. – Infine nel salmo CXVII,12, quia è una semplice particella esplicativa: “Et in nomine Domini quia ultus sum in eos”.

Reverentia” ha quasi sempre il senso di “ignominia”, “confusio”, “opprobrium”, “rubor”, che traducono la stessa parola ebraica.

Salutare Dei” dice Bossuet, deve intendersi costantemente “pro salute quæ a Deo sit”.

Santificatio”, significa:

-1) Santità, cosa santa, consacrata a Dio: “Induxit eos in montem sanctificationis suæ” (LXXVII); “Confitemini memoriæ sanctificationis ejus” (XCVI); “Facta est Judæa sanctificatio ejus” (CXIII);

-2) Santuario: “Confessio et pulchritudo in conspectu ejus, santimonia et magnificentia in sanctificatione ejus” (XCV, 6);

-3) Forza: « Surge… tu et arca sanctificationis tuæ » (CXXX,8), ebraico “oz”, forza.

-4) Diadema, corona: “Super ipsum autem efflorebit sanctificatio mea” (ibidem 18); ebraico nizero, corona. Bisogna intendere allo stesso modo la parola “sanctuarium” in questo versetto: “Profanasti in terra sanctuarium ejus” (LCCCVIII);

Sanctus”

-1) corrisponde ad una parola ebraica Kasid, che significa misericordioso, pio, benefattore ed anche che è l’oggetto della bontà e della misericordia di Dio. Si trova utilizzato una ventina di volte con questo significato. Così, per citare qualche esempio, quando il salmista dice (LXXXV): “Custodi animam meam quoniam sanctus sum”, come se dicesse probus, o benignus, o beneficus, o misericors, o studiosus boni bene faciendi sum. È il contesto che ne determina il significato migliore.

-2) Sanctus risponde alla parola ebraica, “kadosch” che significa:

-1) essenzialmente puro, spesso perfetto, parlando di Dio: “Sanctum Israel exacerbaverunt (LXXVII); .

-2) degno di grandissima venerazione, parlando del suo nome: “confiteantur nomini tuo magno quotiamo terribile et sanctum est” (XCVIII);

-3) che vive secondo le leggi di Dio; parlando degli uomini, “Sanctis qui sunt in terra ejus mirificavit omnes voluntates meas in eis” (XV);

-4) che è consacrato a Dio, parlando dei luoghi e delle cose: “Sanctum est templum tuum, mirabile in aequitate” (LXIV).

Spiritus” significa:

-1) vento: “Spiritus procellarum pars calicis eorum” (X); “in spiritu vehementi conteres naves Tharsis” (LXIV);

-2) soffio: “Ab increpatione tua Domine, ab inspiratione spiritus iræ tueæ”(XVII); “Recordatus est quia caro sunt, spiritus vadens et non rediens”(LXXVII);

-3) anima: “In manus tuas commendo spiritum meum”(XXX); “nec es in spiritus ejus dolus”(LXXVII);

-4) Spirito: “Cor mundum crea in me Deus, et spiritum rectum”, come nei versetti seguenti (L): “Meditatus sum nocte cum corde meo … et scopebam spiritum meum” (LXXVIII). In quasi tutti questi passaggi, questo senso è determinato dall’opposizione tra “cor” e “spiritus”, eccetto quando si tratti dello Spirito di Dio: “ Spiritus tuus bonus deducet me in terram rectam” (CXLII). In tutti gli altri casi, la parola ebraica tradotta qui da “spiritus” è tradotta con “ventus”.

Synagoga” corrisponde alla parola ebraica “edah”, assemblea.

Vas” significa:

-1) vaso: “Tamquam vas finguli confringos eos” (II);

-2) strumento: “Confitebor tibi in vasis psalmi” (LXX);

-3) tiro, freccia: “Arcum suum tetendit … et in eo paravit vasa mortis”(VII).

Verbum”, oltre al significato di “eloquium sermo, res, negotium”, è usato frequentemente come aumentativo: “verba iniquo rum”, per “iniquitates”; – “verba delictorum” o “verba rugitus”, per delitto o ruggito; – “verba malitium o malum.

Virtus” corrisponde a:

-1) potenza: “Præparans montes in virtute tua” (LXIV);

-2) forza: “Aruit tamquam testa virtus mea” (XXI);

-3) fortia o cose forti: “In Deo faciemus virtutem” (LIX);

-4) ricchezze: “Qui confidunt in virtute sua et in moltitudine divitiarum sua rum gloriantur” (XLVIII);

-5) armata: “Et escussi Pharaonem et virtutem ejus in mari rubro” (CXXX);

-6) bastione: “Narrate in turribus ejus … Ponite corda vestra in virtute ejus” (XLVII); “Fiat pax in virtute tua, etc,” (CXXI).

Qui al contrario di ciò che abbiamo visto, l’ebraico è più vario del greco e del latino, ed offre sei parole tradotte spesso con “virtus”, benché siano talvolta tradotte con una delle parole precedenti. Si sa che questa locuzione, frequente nei Salmi: “Dominus Deus virtutum”, equivale a “Dominus Deus exercitum”.

In questa nomenclatura abbiamo inserito le parole il cui significato è più frequentemente equivoco.

-5° Regole relative ai soccorsi che si possono trarre dal parallelismo per la perfetta intelligenza dei Salmi.

Il parallelismo delle parti di uno stesso versetto può, in molti casi, essere di grande aiuto, sia per fissare il senso dei termini e dei passaggi oscuri od equivoci, sia per scegliere tra le versioni o lezioni diverse. Come in precedenza mostreremo qualche esempio chiarificatore.

-1) così in virtù del parallelismo: “infernus” deve avere un senso analogo a “mors” in: “Dolores inferni circumdederunt me. Preoccupaverunt me laquei mortis” (XVII), così come al salmo CXIV, 3. E al contrario la stessa parola ha il senso di tomba in: “Domine eduxisti ab inferno animam meam, Salvasti me a descendentibus in lacum” (XXIX).”In idipsum” è determinato nel senso di simul, una per mecum.Magnificate Dominum mecum, et exaltemus nomen ejus in idipsum” (XXXIII).

pulchritudo agri” deve intendersi per gli animali che popolano i campi, in: “Cognovi omnia volatilia cœli. Et pulchritudo agri mecum est” (XLIX). “Vellus” sta per tonsam herba in “Descendet sicut pluvia in vellus. Et sicut stillicidia super terram” (LXXII).

-2) col parallelismo si vede ugualmente che il senso dell’ebraico sia preferibile nei passaggi seguenti, come in molti altri:

Ebraico -Vulgata                                           

(Ebraico) Mollius est butyro os eorum, sed bella gerit cor eorum.

(Vulgata) Divisi sunt ab ira vultus ejus, et appropinquavit cor illius.

.           .

(Ebraico) Leniora verba illorum oleo, sed ipsa gladii districti.

(Vulgata) Molliti sunt sermones ejus super oleum, et ipsi sunt jacula (LIX).

(Ebraico) Horripilant præ timore tuo caro mea, Et a judiciis tuis timui.

(Vulgata) Confige timore tuo carnes meas, Ajudiciis enim tuis timui (CXVIII).

-3) il parallelismo esige ancora che si legga “Fructus” al nominativo e non al genitivo in: “Ecce hæreditas Domini, filii, Merces, fructus ventris” (CXXVI).

Regole particolari seguendo la natura dei Salmi.

§ I. Regole per i Salmi profetici

-I^ regola – Per determinare se il senso letterale di un salmo si rapporti a Gesù Cristo o alla sua Chiesa, bisogna studiare tutti i caratteri del personaggio in questione, ed in seguito non solo se essi convengano a Gesù Cristo ma, se pur in un certo numero, se essi non convengano che solo a Lui. In quest’ultimo caso, l’armonia del testo intero esige, secondo il parere di quasi tutti gli interpreti, che le parti del salmo si rapportino letteralmente a Gesù-Cristo o alla sua Chiesa, benché possano convenire assolutamente, per qualche rapporto, ad un altro personaggio. Allora si avranno, se si vuole, due sensi letterali per una parte del salmo, ed un solo senso letterale per i punti che non convengano che a Gesù-Cristo.

-2^ regola – Se ci sono dei caratteri che si applicano letteralmente e direttamente a David e che, secondo la storia, sono stati con evidenza compiuti nella sua persona, e che ci siano pure altri punti di maggior grandezza, più magnifici, e che gli convengono meno perfettamente, si può concludere che il salmo, applicabile nel senso letterale a Davide, debba applicarsi nel senso spirituale a Gesù-Cristo anche per le parti che convengono propriamente e letteralmente a Davide, figura di Gesù-Cristo.

È in tal senso che gli Apostoli hanno applicato a Gesù-Cristo e alla sua Chiesa certi passaggi applicabili nel senso letterale a David o agli avvenimenti del suo tempo. Gli interpreti, in virtù del rapporto di analogia, intendono anche l’uso di questo senso spirituale ai Salmi il cui oggetto non esiga affatto questa applicazione al Messia.

§ II. — Regole per i Salmi storici

Questi Salmi si riferiscono o a fatti passati o ad avvenimenti presenti della vita o dei tempi di Davide.

– 1^ regole per i fatti passati.

Una conoscenza esatta dei libri storici può solo gettar luce sulla recita poetica e concisa che i Salmi fanno di questi avvenimenti ai quali essi si contentano anche talvolta di fare semplicemente allusione come vedremo a suo tempo.

-2^ regola per gli avvenimenti della vita o dei tempi di Davide.

Oltre al nome dell’autore, o l’origine storica del salmo racchiuso nell’iscrizione, ci sono altri caratteri che indicano chiaramente che certi salmi hanno per oggetto gli avvenimenti della vita di Davide. Le sue persecuzioni, le sue guerre, il furore dei suoi nemici, i pericoli che ha corso, i ricordi frequenti del suo peccato, del suo perdono, il suo amore per Dio, la sua fiducia in Dio, di cui rinnova spesso la sua rassicurazione, i suoi sospiri davanti al Tabernacolo e all’arca santa della quale descrive il trasporto, sono tante caratteristiche che, secondo la maggioranza dei Padri e degli interpreti, debbano farci prendere la storia di Davide come la vera chiave di interpretazione di questi Salmi.

§ III. — Regole per i Salmi morali e didattici

-1^ regola – non bisogna cercare nei Salmi una morale assolutamente perfetta come quella del Vangelo. Dio ha rivelato la sua dottrina per gradi, Egli ha comunicato “con misura”, le sue luci  agli uomini della rivelazione mosaica, e ne ha riservato la pienezza alla nuova Legge del Vangelo.

-2^ regola – Alcune delle sentenze racchiuse nei Salmi possono essere vere sotto la legge antica, la cui osservanza era ricompensata con delle felicità temporali, e non avere più lo stesso carattere di verità sotto la Legge nuova, che riconosce una diversa sanzione, di cui la prima è solo una figurazione. La sanzione temporale della legge di Mosè riguardava senza dubbio principalmente il corpo della nazione; ma spesso Davide si riferiva agli individui, cosa ben lungi dall’essere vero sotto il regno del Vangelo.

-3^ regola.– Nelle sentenze enunciate nei Salmi sapienziali, non bisogna esigere che esse siano vere per tutti i casi, ma solamente per i casi più ordinari e sicuramente per quelli di cui parla il salmista. Qui come altrove, l’universalità morale è sufficiente, e non è necessaria una universalità metafisica. Accade anche che alcune non siano vere che per Davide e possano essere limitate alla sua esperienza individuale: “Non vidi justum derelictum, nec semen ejus quærens panem.”

DA SAN PIETRO A PIO XII (4)

DA SAN PIETRO A PIO XII (4)

[G. Sbuttoni: Da Pietro a Pio XII, Edit. A. B. E. S. Bologna, 1953; nihil ob. et imprim. Dic. 1952]

CAPO IV.

CRISTIANIZZAZIONE DELLA SOCIETÀ’

PREAMBOLO

Aiuti umani

Anche l’Impero Romano aveva preparato il terreno al Cristianesimo. Aveva resa presente e frequente negli spiriti l’idea di una umanità unica; unica e di pari diritto dinanzi alla legge. E questa idea di un’unica famiglia si era poi incarnata, con a capo l’Imperatore (Pontifex Maximus) in una organizzazione religiosa e politica, intellettuale e amministrativa che offrirà i quadri già stabiliti alla Gerarchia cattolica, in un sistema dì basiliche e di scuole, di strade e di comunicazioni che, partendo da Roma, portavano la civiltà, la cultura e la legge in tutti i paesi del mondo conosciuto. Anche la retorica aiutò la diffusione dei Cristianesimo. L’arte di ben parlare, l’arte di «persuadere », era stata una forza, non soltanto della politica, sulle labbra di Cesare, non soltanto una forza della giustizia nei tribunali e in bocca agli avvocati; ma soprattutto una forza della verità e della bontà in filosofi quali Socrate e Platone. – Il Cristianesimo s’impadronì subito di questa forza. Pose nell’arte vecchia della retorica il vin nuovo della Grazia, il principio della vita nuova. S. Paolo poté affermare la predicazione, cioè la parola parlata da uno a molti, essere il solo veicolo della Fede. Non disse il libro, non disse i monumenti; disse: la predicazione. E la Chiesa, che è un organismo vivo, parla; affida la verità alla parola viva trasmessa di bocca in bocca. La Chiesa ha sempre dato, attraverso i secoli, maggior valore alla « tradizione orale ». Le stesse S. Scritture sono affidate al Magistero Ecclesiastico. Contro coloro che riconoscevano soltanto i documenti scritti e i monumenti storici, la Chiesa Cattolica ha sempre difesa la Tradizione orale. Il Cristianesimo ha una voce che valica lo spazio e percorre i secoli. Il suo insegnamento parla con mille voci. Se stesse in un solo libro, basterebbe una biblioteca a contenerlo; anzi basterebbe uno scrigno. Non sarebbe necessaria la Chiesa viva, parlante ancora, cioè predicante. Sopra tutto il Cristianesimo veniva aiutato dalla filosofia greca e greco- romana, in quel che essa aveva dì più profondo e umano. Socrate non era morto invano, e il suo pensiero era luce intellettuale dell’anima. L’anima, che dal greco ànemos significa vento; alito, respiro, anche se riposta nell’ intelligenza cominciava a tralucere e a scoprirsi. E non soltanto si scoperse nel pensiero, l’anima, ma si cercò di educarla. Chi la diceva nata al piacere, chi nata al dolore; ma il fatto importante era questo: si capiva che l’anima aveva un fine superiore al corpo. – Il Cristianesimo rivelò qual fosse questo fine e quali i mezzi per raggiungerlo. Tutto ciò aiutava il Cristianesimo, non lo formava; lo

favoriva e lo diffondeva, non lo creava. C’è stato chi ha creduto di poter spiegare il Cristianesimo mettendo insieme questi elementi: ebraismo, misteriosofia, romanità, retorica, filosofia. – Sarebbe come voler spiegare la vita, facendo l’analisi del corpo

umano. Un corpo vivente si appropria elementi che lo possono sostenere, aria, acqua, calore… ma questi elementi entrano nella vita, non possono infondere la vita.

La vita cristiana l’aveva infusa Gesù. Il Cristianesimo si spiegava soltanto con Lui e per Lui. Tutto il resto non era che accessorio, magari utile, magari benefico.

1 . – LA PENETRAZIONE CRISTIANA

D. Come penetrò il Cristianesimo nelle masse?

— Con il solo mezzo della convinzione.

D. Gli Apostoli e i primi Evangelizzatori dove svolsero la loro attività?

— Nelle grandi metropoli, come Damasco, Antiochia, Efeso, Tessalonica, Atene, Corinto, Alessandria, Roma.

D. A chi rivolsero essi la loro parola?

— A tutti indistintamente. L a conversione di famiglie ragguardevoli e di persone eminenti per autorità e prestigio giovò poi a raggiungere intere masse..

2. – LA VITA DEI CRISTIANI

D. Come dovevano vivere i Cristiani?

— L o precisava bene S. Pietro nella sua prima lettera agli Asiatici.

D. Che dice in essa?

— « Carissimi, io vi scongiuro che vi guardiate dai desideri carnali, che guastano l’anima, vivendo bene tra le genti; affinché laddove sparlano di voi come malfattori, vedendo le vostre opere buone, glorifichino Dio. Siate dunque soggetti, per riguardo a Dio, ad ogni autorità; tanto al re, quanto ai presidi, perché tale è la volontà di Dio. Onorate tutti; amate i fratelli; temete Dio; rendete onore al re. – Servi, siate soggetti con ogni timore ai padroni, anche soffrendo ingiustamente; le donne siano soggette ai loro mariti; siate tutti una anima sola, compassionevoli, misericordiosi, modesti, uniti, non rendendo male per male, ma, al contrario, benedicendo ».

3. – CITTADINI MODELLO

D. Erano proprio cittadini modello i Cristiani di quei secoli?

— Sì, come ne fa fede lo stesso proconsole dell’Asia Minore, Plinio il Giovane, nella lettera indirizzata all’imperatore Traiano.

D. Che aveva ordinato l’imperatore?

— L a persecuzione contro i Cristiani.

D . Che risponde Plinio?

— « La loro colpa, egli dice, si riduceva a questo : — che in un dì stabilito (la domenica) solevano adunarsi prima che fosse giorno e cantavano a Cristo, come a Dio; e si obbligavano con giuramento non a commettere qualche delitto, ma a non commettere furto o latrocinio, o adulterio; a non tradire la fede data, e non rifiutarsi di restituire il deposito quand’erano invitati a farlo. Fatto ciò, avevano per costume di separarsi e riunirsi di nuovo per prendere insieme un pasto ordinario, e innocente. (Cioè le àgapi, alla fine delle quali si accostavano alla s. Comunione eucaristica). Perciò ho differito l’inchiesta e, sono ricorso a te, per consiglio ».

D. E quanti erano!

— Lo dice Plinio: « Mi è sembrato che ci fosse motivo di consultarti,, specialmente per il numero di quelli che sono in pericolo. Infatti molti di ogni età, d’ogni classe sociale, e anche d’ambo i sessi, sono e saranno chiamati a giudizio. E non solo per le città, ma anche per i villaggi e le campagne si è diffuso il contagio di questa superstizione ».

4. – GLI APOLOGISTI E L E SCUOLE CRISTIANE

D. Quali accuse venivano lanciate contro i Cristiani?

Venivano calunniosamente accusati di ateismo, di empietà, di atti crudeli.

D. Che avvenne di tali accuse?

— Vennero sfatate dai fatti. Osservatori imparziali, come Plinio, finirono per ammirare i Cristiani, particolarmente per l’affetto che si portavano a vicenda e per l’aiuto che si prestavano a vicenda; senza differenza di classe: nobili e plebei, padroni e schiavi.

D. Che giovò ancora a sfatarle?

— Le così dette « APOLOGIE » o difese della Fede cristiana, che uomini illustri per sapere presentavano agl’imperatori o al senato di Roma.

D. Quali le più celebri?

— Quella del sacerdote cartaginese TERTULLIANO, presentata all’imperatore Alessandro Severo, e quella di ORIGENE in risposta alle calunnie del filosofo pagano Celso.

D. I Cristiani erano nemici della scienza?

— Tutt’altro, come lo dimostrano le molte scuole e i molti letterati sorti fin dai primi secoli. La scuola superiore di Alessandria di Egitto e quella di Antiochia di Siria ebbero insegnanti e scrittori di grande fama, veri luminari della Chiesa antica.

5. – LA CRISTIANIZZAZIONE DELLO STATO

D. Chi si propose di dare allo Stato un’impronta cristiana?

— Costantino, il quale concesse al Cristianesimo favori di ogni genere.

NOTA. – Infatti costruì le magnifiche basiliche del Laterano, di San Pietro e S. Paolo; introdusse nelle città l’obbligo del riposo domenicale; mise in onore la Croce, proibendo che si adoperasse come strumento di condanna; proibì il maltrattamento degli schiavi, vietando che ai fuggitivi si imprimesse il marchio sulla fronte; chiuse i templi pagani; proibì ai suoi governatori di presenziare ufficialmente ai riti pagani; assunse Cristiani negli uffici pubblici; donò a Papa Silvestro il palazzo Laterano e l’annessa basilica del Salvatore, che divenne sede ufficiale del Capo della Chiesa.

D. In qual modo inoltre Costantino concorse a dar prestigio alla Chiesa?

— Trasferendo la Corte imperiale a Bisanzio, che da lui prese il nome di Costantinopoli. Così concorse a dare al Papa e alla Chiesa quella indipendenza, libertà e sovranità di Roma, senza la quale il Papa non avrebbe potuto esercitare sul mondo di allora, così agitato, quell’influenza religiosa e morale per la quale Cristo aveva istituito il Papato.

6. – ULTIMI BAGLIORI DEL PAGANESIMO

D. Chi tentò di risuscitare il paganesimo?

— Giuliano, nipote di Costantino, sul cui animo seppero tanto influire gl’insegnanti e filosofi pagani di Atene e Costantinopoli dove studiò, da fargli perdere la Fede cristiana e da farne un apostata. Nei 20 mesi che imperò, perseguitò molto la Chiesa. Poco dopo però Teodosio dichiarò il Cristianesimo Religione dello Stato. Fu la morte del paganesimo.

LA CATENA D’ORO DEI SALMI: NOTE INTRODUTTIVE (2)

LA CATENA D’ORO DEI SALMI: NOTE INTRODUTTIVE (2)

La catena d’oro dei SALMI

o I SALMI TRADOTTI, ANALIZZATI, INTERPRETATI E MEDITATI CON L’AIUTO DI SPIEGAZIONI E RELATIVE CONSIDERAZIONI, RICAVATE TESTUALMENTE DAI SANTI PADRI, DAGLI ORATORI E SCRITTORI CATTOLICI PIU’ RINOMATI.

Da M. l’Abbate J.-M. PÉRONNE,

CANONICO TITOLARE DELLA CHIESA “DE SOISSONS” , Professore emerito di sacra Scrittura e di Eloquenza sacra.

TOMO PRIMO.

Capitolo III.

I. TITOLI DEI SALMI

-I- Sembra assai inutile, a prima vista, occuparsi in dettaglio di questa parte dei Salmi, in apparenza così poco certa nella sua autenticità ed oscura nel suo significato. Supponiamo comunque che l’autenticità ed il significato della maggior parte di questi titoli possa essere sufficientemente provata per conoscere immediatamente gli autori e gli argomenti dei Salmi, giustificando così questo capitolo. Ora la maggior parte dei santi Dottori hanno sempre rispettato i titoli dei Salmi e li hanno considerati molto importanti per acquisire la conoscenza dell’oggetto dei Salmi, dello scrittore e della sua intenzione. San Girolamo li definisce la chiave dei Salmi (quid est titolus nisi clavis?(pæf. Comm. Psal.). second Sant’Agostino essi ne sono come l’annunzio: Præco psalmi est titulus psalmi. È dal titolo – dice il santo Dottore – che dipende tutto il contesto del salmo. Colui che conosce ciò che è scritto sul frontespizio di una casa, può entrarvi senza nulla temere, e quando sarà entrato non si smarrirà perché ha visto già dall’entrata cosa occorre fare per non smarrirsi al suo interno. (Ps. LIII e passim). S. Crisostomo insegna espressamente che i titoli dei Salmi sono stati dettati dallo Spirito Santo, e li compara alle statue che i re elevano a coloro che hanno ottenuto le vittorie (in tert. Psalm.). vediamo quindi cosa pensare di questa questione i cui risultati possono essere preziosi per la perfetta intelligenza dei Salmi. Le risorse della critica moderna ci danno il diritto di essere più severi degli antichi, sull’autenticità ed il significato dei titoli dei Salmi, ma non di disdegnarli con il pretesto che qualche titolo sia evidentemente sopraggiunto o intellegibile (si veda il sommario di P. Bethier sul salmo III).

II. — AUTENTICITA’ DEI TITOLI.

Le regole di una sana espressione critica ci consigliano qui di tenerci lontano dalle due opinioni estreme sull’autenticità dei titoli dei Salmi; l’una pretende che tutti i titoli siano autentici nel tenore stesso della loro espressione, senza eccettuare anche i titoli particolari che si trovano nei “Settanta”, la Vulgata e la versione siriaca; l’altra rigetta tutti i titoli senza eccezione e sostiene che essi non sono che aggiunte fatte in tempi posteriori. L’unica opinione che abbia una fondata ragione è quella che ammette, in principio, tutti i titoli che si trovano sia nel testo ebraico che nei “Settanta”. Questa opinione ha dalla sua parte: 1°- L’autorità della sinagoga e della Chiesa cristiana, sebbene la Chiesa cristiana non li ritenga come facenti parte dei salmi; 2°- L’autorità dei Padri greci e latini che hanno rispettato questi titoli come autentici; 3°- L’autorità del Bossuet che dopo aver citato su questo punto il Teodoreto aggiunge: « tali espressioni testimoniano molto bene quanto sia venerabile tutto ciò che questi antichi interpreti abbiano tradotto dall’ebraico e che non c’è meno autorità nei titoli rispetto ai salmi stessi. È potuto succedere che qualche copista zelante abbia trasportato qualche nota ai margini nel corpo dell’opera, ma questo non nuoce alla questione del titolo. Nessuno tra gli antichi Dottori ha mai posto un problema di autorità in quello che si trovava nei libri originali ». (Diss. c. VIII P XXIII.).

4°- La vetustà di questi titoli, vetustà fondata sia sull’accordo generale dell’ebraico con i “Settanta”, sia sul modo inesatto in cui l’hanno tradotto talvolta i “Settanta”, poiché questa tradizione inesatta prova che i Settanta” non comprendevano questi titoli e che di conseguenza essi erano ben più antichi di loro.

Ciononostante, queste autorità e queste ragioni così forti non sono sufficienti a dimostrare che si debbano ammettere come autentici, senza eccezioni e nel tenore rigoroso della loro espressione, tutti i titoli che si trovano nei testi ebraici e nei “Settanta”. In effetti la Chiesa non ha mai definito l’autenticità dei titoli, perché il Concilio di Trento, che ha dichiarato canonici tutti i libri contenuti nel canone, mette nel suo decreto un correttivo: “Tali come si leggono nella Chiesa”. Ora la Chiesa non legge né canta i titoli dei Salmi. Pertanto se il decreto comprendeva i titoli, occorreva dire che esso comprendeva tutti quelli della Vulgata, di cui molti non si leggono più in ebraico e portano il marchio dei tempi posteriori. Ora possiamo dire che i motivi che hanno determinato il Santo Concilio di Trento a dichiarare la Vulgata autentica, senza far menzione dei titoli che non ha preteso né approvare né rigettare assolutamente, sono apparentemente da un lato la certezza o almeno la grande probabilità che nei Salmi esistano dei titoli canonici, e dall’altro canto, l’impossibilità di distinguerli sempre dagli apocrifi.

Così la Chiesa ha lasciato una grande libertà di omettere, di cambiare questi titoli o di introdurne di nuovi o variati dalle antiche versioni. 2°- i Padri della Chiesa non ammettono tutti questi titoli senza eccezioni. Sant’Agostino, S. Ilario ritengono che alcuni titoli che si leggono sia nel testo ebraico che nei “Settanta” e nella Vulgata siano contrari all’oggetto letterale del salmo (S. Ilario Ps. LIX, LXIII – S. Agos. Ps. LXIX, LXXXIX). Essi cercano di spiegarli nel senso spirituale, ma senza essere soddisfacenti. 3°- Abili teologi non hanno difficoltà a rigettarne un gran numero. 4°- Dal punto di vista di una sana critica, è molto difficile sostenere che tutti i titoli ebraici nella forma in cui li leggiamo siano l’opera di autori sacri e questo per le seguenti ragioni:

a) ci sono dei titoli che attribuiscono alcuni salmi ad autori che difficilmente possono averli composti, visto che le circostanze storiche del salmo, lo stile che vi domina, indicano un’epoca posteriore rispetto ai supposti autori.

b) Alcune di queste iscrizioni comprendono titoli onorifici che gli autori non hanno potuto attribuirsi verosimilmente da se stessi (Moyses vir Dei; David servus Jehova).

c) Le parole che sembrano designare i diversi generi di poesia lirica, si trovano applicati a dei salmi ai quali non convengono, e talvolta associati nello stesso salmo che porta quindi due titoli diversi.

d) Vi sono titoli tanto caricati di parole che è chiaro come queste addizioni siano state imposte da aggiunte estranee. (Ps. LXXXVII.). e) Non è verosimile che le parti delle iscrizioni concernenti gli strumenti, risalgano tutte ai tempi della composizione del cantico sacro. Vari Salmi possono essere stati composti prima di essere adattati all’uso del tempio, epoca nella quale ha dovuto essere prescritta la designazione degli strumenti. È ciò che sembrano provare i Salmi XIII e LII che non differiscono affatto se non nell’iscrizione.

Sono queste le ragioni principali che ci conducono a non ammettere tutti i titoli del testo ebraico riprodotto nei “Settanta” se non quando questi titoli non siano opposti né all’argomento del Salmo, né alla persona alla quale il titolo l’attribuisca, né alle circostanze storiche enunciate dal salmo, e che non portino il marchio di una qualsiasi sovrapposizione di tempi posteriori.

III. — SIGNIFICATO DEI TITOLI

Sarebbe troppo lungo e fastidioso riportare tutte le spiegazioni sia letterarie che spirituali che i Padri, gli interpreti ed i rabbini hanno dato ai titoli dei Salmi. Diverse sono ridicole e sono veri mostri di interpretazione. Un gran numero sono completamente mancanti di prove e di verosimiglianza. In una materia così oscura e controversa, ecco che ci sembra più soddisfacente per spiriti che, senza essere curiosi all’accesso, vogliono comunque avere una visione molto chiara delle iscrizioni poste all’inizio dei Salmi. Tutti i titoli dei Salmi possono ridursi a nove capi ed in generale si può dire che sono l’espressione o dell’autore del salmo, o il soggetto di cui tratta, o l’occasione del salmo, o il tempo della sua composizione o la determinazione che ne viene fatta per certi usi, o il maestro del canto, il prefetto della musica, il capo del coro dal quale deve essere eseguito o gli strumenti particolari di musica, a corde o a fiato che devono accompagnare il canto o l’aria del salmo o il genere di poesia al quale appartiene il salmo.

#1- Come si può giungere a trovare il vero significato dei titoli?

Tutte le difficoltà vengono da: 1) dal valore delle preposizioni ebraiche che precedono le parole; 2) dal vero senso delle stesse parole; ecco qualche principio che estrapoliamo dalle osservazioni sugli autori ed i titoli dei Salmi dell’abate Bondit (Tit. des Ps.,t.1). Questi principi ci dispenseranno dal tornare, nella spiegazione deiSalmi, sul significato dei titoli particolari.

#Proposizioni: 1° la particella che designa in ebraico il genitivo, quando è messa davanti al nome proprio, designa sempre l’autore del salmo. Così, psalmus Davidis o semplicemente Davidis, psalmus David, nella Vulgata, o anche ipsi Davidi, indicano sempre che David è l’autore del salmo. 2° La particella che indica il dativo (che è la stessa per il genitivo, e le altre parti del testo la designano come dativo), messa davanti al nome proprio, indica colui al quale è stata affidata l’esecuzione del salmo (Pæcentori), o il gruppo musicale che deve eseguirlo (Filiis Core), l’oggetto del salmo (Salomoni, ps. LXXII, tradotto secondo l’ebraico). 3° Le particelle in e ad (be ed esh)designano sempre gli strumenti musicali sui quali il salmo debba essere eseguito. Si può dire la stessa cosa della particella super (al). Quest’ultima particella si antepone alle aree sulle quali il salmo deve essere cantato.

# Significato delle parole: i nomi propri degli autori che devono eseguire il salmo, non offrono alcuna difficoltà. Diamo, in poche parole, il significato probabile di certe espressioni più oscure:

-1) Abbiamo detto ciò che significa la parola psalmus che si trova in 75 titoli, canticum, psalmus cantici (Ps. XXIX, LXVI, LVII, LXXXVI, XCI) canticum psalmi (Ps. XLVII, LXV, LXXII, LXXXVII, CVII).

-2) la parola ebraica Lamnatseak che si trova nei titoli di 54 Salmi, è stata tradotta con eis telos dai “Settanta” e con in finem nella Vulgata. Se si adotta questa traduzione basata su un gran numero di autori, questo titolo significherà che questi salmi devono essere cantati molto frequentemente in tutta la posterità, o che essi contengono delle verità che sussisteranno sempre, o ancora che nella sinagoga erano cantati alla fine del sabbat e degli altri sei giorni di festa; o infine che questi Salmi annunziano la fine dei tempi, e cioè il regno del Messia. Ma, senza criticare i Settanta e la Vulgata per essersi fermati al significato: in finem, noi crediamo, con gli interpreti moderni, che questo senso non convenga né all’etimologia della radice Natsah, che significa in particolare: distinguersi, precedere, vincere, superare; né all’oggetto dei Salmi in cui si trova questa espressione. Di conseguenza noi traduciamo questa parola, con S. Girolamo, con: Victori, Præcentori, præposito cantorum, che significa che questi Salmi devono essere inviati al cantore più abile, o al maestro del coro, a colui che dirige il canto, significato, questo, conforme al contesto, riferendosi a questioni musico-strumentali, ed alla composizione della maggior parte di questi canti che iniziano con parole che il corifeo recitava da solo invitando il popolo ed i cantori ad unirsi a lui.

-3) Canticum graduum, in ebraico scir hammaaloth, nella Vulgata è una espressione comune a 15 Salmi dal CIX al CXIII. Qualche rabbino, seguito da un gran numero di commentatori, hanno preteso di dover tradurre “cantico di elevazione o delle salite”, perché questi 15 Salmi si cantavano in tono molto alto, opinione che trae qualche probabilità dal fatto che nei Paralipomeni, cap. XX-19, i leviti cantavano le lodi del Signore “voce magna in excelsum”. Senza parlare di altre interpretazioni arbitrarie che si possono catalogare come vane e frivole congetture, noi crediamo con la maggioranza che si possa tradurre cantico dei gradi o delle salite, che significao che questi Salmi fossero cantati nelle tre grandi feste dell’anno, a Pasqua, a Pentecoste, nella festa dei Tabernacoli, perché allora, in tutte le contrade della Terra Santa, si andava o, secondo lo stile della Scrittura, si saliva a Gerusalemme; o i leviti cantavano questi Salmi sui gradini del tempio; o infine, secondo una opinione generalmente molto accettata, che questi canti fossero eseguiti sulla fine della cattività, quando i Giudei avevano la speranza di un prossimo ritorno, o anche nell’epoca in cui si misero in marcia per tornare a Gerusalemme. Il contenuto di alcuni di questi Salmi merita l’appoggio di quest’ultima opinione. Questi Salmi graduali sono salmi di gioia, di riconoscenza e di dolore.

-4) Intellectus, ad intellectum et intelligentiae della Vulgata, in ebraico Maskil, si trova nei titoli di 13 Salmi: XXXI, XLI, XLIII, LI, LII, LIII, LIV, LXXIII, LXXVII, LXXXVII, LXXXVIII, CXLI. Queste espressioni ed altre simili si ritrovano tutte nei Salmi istruttivi. « Questo titolo – dice Bossuet – ci invita ad elevare il nostro spirito e cercare nel salmo qualche verità importante per modificare i nostri comportamenti ». Si è sottolineato – dice il P. Berthier – che i Salmi che trattano di prove, persecuzioni, in una parola sono oggetto di tristezza, portano il titolo di Intellectus, come per far capire che bisogna leggerli e cantarli in vista di imparare a sopportare le traversie, a rivolgersi a Dio per invocarne il soccorso (Ps. LIV). Il termine letama, ad docendum, o, secondo i “Settanta”, “eis diaken” in doctrinam, che si legge nel titolo del Salmo LIV, può servire a fissare il senso della parola maskil.

-5) Bineghinoth è tradotto in tre modi nella Vulgata, cioè nei Salmi IV, VI, LIII, LIV con in carminibus; nei Salmi LX, LXVI con in hymnis; nel Salmo LXXV con in laudibus. La radice nagan significa suonare uno strumento a corde, il derivato può significare l’azione di suonare uno strumento a corde, o il suono che ne deriva, o ciò che si canta su questo strumento, o lo strumento stesso o ciò che si suona. Così questa iscrizione: Lamnatseak beneghinoth può tradursi con: a colui che canta degli inni su strumenti a corde, o al maestro della musica sui suonatori di strumenti.

-6) Sei Salmi, XVI, LVI, LVII, LVIII, LIX, LX, portano come titolo ebraico la parola “michtam” dorato, o di oro molto puro, sempre congiunto con il nome di David. Letteralmente in ebraico è come se si dicesse: Aureum carmen, senso che i Settanta rendono con “etelegraphia”, iscrizione su una colonna, e gli autori della Vulgata con “Tituli inscriptio ipsi David”, o: “in tituli inscriptionem” , cioè Salmo degno di essere inciso in perpetuosu un ceppo, una colonna o, secondo Bossuet, “Psalmus monumento æterno inculpendus”, senso che non contraddice affatto l’ebraico. Tuttavia noi preferiamo la spiegazione che lascia alla parola mitchtam il suo significato proprio senza costringerci a ricorre ad un senso figurato, che è la risorsa di vari interpreti, e preferiamo tradurre questo titolo con “Salmo dorato”, così chiamato sia perché questo salmo veniva scritto con lettere d’oro, sia per la stima che se ne aveva. È così che gli arabi, molto tempo prima di Maometto, sospendevano alla volta del tempio della Mecca dei poemi scritti sui papiri egiziani a caratteri d’oro. Ora si conosce la grande analogia che esisteva tra gli usi degli antichi arabi e quelli dei Giudei. Ciò che riferisce Burdor dei costumi degli scrittori orientali conferma questo significato. « Secondo d’Herbelot – scrive questo autore nel tomo I dei suoi “Costumi orientali” – le opere dei sette migliori poeti arabi erano chiamate almodhaebat, che significa “dorate”, perché erano scritte a lettere d’oro, su un papiro egiziano. I sei Salmi che sono così distinti, non potrebbero aver ricevuto questo nome perché in qualche occasione non siano stati scritti a caratteri d’oro o appesi nel santuario? Un tal titolo sarebbe di gusto orientale, e d’Herbelt parla di un libro intitolato il “braccialetto d’oro” ». In Oriente si continua a scrivere con lettere d’oro (Maillet, Lettre XIII, 189). Jahn ci fa sapere nella sua “Archeologia biblica” che gli orientali davano spesso ai loro libri dei titoli allegorici come Bocciolo di rose, giardino di anemoni, leone della foresta, stella brillante. Questo uso è arrivato fino a noi e vari libri antichi che comprendono varie preghiere si chiamano “Specchio dell’animo”, “chiave del cielo”, “giardino dell’anima cristiana”. Questi titoli ci fanno risalire ai costumi antichi dell’Oriente che possono quindi servire a spiegare il titolo oscuro di qualche Salmo.

-7) Quattro Salmi (XLIV, LIV, LXIII, LXXXIX) hanno nel loro titolo, secondo la Vulgata, l’espressione: “pro iis qui commulabuntur”, tradotta dall’ebraico “al schosckannim, cioè, secondo gli interpreti “coloro che saranno mutati da gentili in credenti”. Si poteva dire più letteralmente con il P. Berthier “pro iis qui variantes sunt”, o con Bellenger “pro iis qui diversis alternantibus cœchoris canunt”. Questo primo senso è fondato sulla presunta etimologia della parola ebraica “schoschannin” che può venire da chana, mutari, variari, ma questa parola può derivare anche verosimilmente da schouschan, lys, o da schesch, “sei” e significare o uno strumento a sei corde o pro lilli (S. Girolamo), che sarebbe quindi uno dei titoli allegorici di cui sopra. I Salmi LIX e LXVIII, a motivo della forma di questa parola ebraica, non sono suscettibili del senso dei Settanta e della Vulgata “pro iis qui commutabuntur” e devono ricevere uno dei due ultimi significati.

-8) Il titolo ne disperdas” o “ne corrumpas” si trova in capo ai Salmi LVI, LVII, LVIII, LXIV; è tradotto letteralmente dall’ebraico thaschket. La maggior parte considera questa parola come una preghiera che fa il salmista: “non mi stermina”; altri lo considerano un avviso dell’autore: « guardatevi dall’alterare questo cantico! » noi crediamo che più probabilmente queste parole indichino che il Salmo debba essere cantato sull’aria “non mi stermina”.

-9) “Pro torcularibus”, “per i torchi”, si trova all’inizio dei Salmi VIII, LXXX, e LXXXIII. È tradotto dall’ebraico al hagghithith. Ci appare inverosimile, per non dire ridicolo, che questi tre Salmi fossero cantati principalmente nella festa dei Tabernacoli, dopo aver portato i frutti della vendemmia ai torchi, e noi pensiamo, secondo i principi sul significato delle particelle propositive riportate nei titoli, che questo titolo significhi che questi tre Salmi vadano cantati sull’aria dei Torchi, oppure su uno strumento che veniva suonato nel tempo in cui si portavano i grappoli d’uva ai torchi.

-10) Ai titoli dei Salmi LII e LXXXVII si trova aggiunto, nei Settanta e nella Vulgata: pro Maheleth, riproduzione della parola ebraica “ al makalath”. S. Girolamo traduce questa parola con: “Per chorum”. Alcuni credono che questa parola indichi il nome generico di tutti gli strumenti a fiato; Rosenmuller pensa che si tratti di una specie di flauto, e Genesio di una sorta di chitarra.

-11) Il titolo “Pro octava”, o secondo S. Girolamo, “Super octava”, “al scheminith”, che si legge nel titolo dei Salmi VI e XI e che gratuitamente viene considerato come ottava di qualche grande festa, o come l’indicazione di un tono superiore o inferiore degli otto gradi (Roediger, Thes. Ges. p. 1439), significa, secondo l’opinione più verosimile e la più generalmente accettata, una chitarra ad otto corde.

-12) Il titolo del Salmo LXXIX porta nella Vulgata: “pro iis qui commutabuntur testimonium” ed in ebraico “edouth”, da cui viene “Testimonium” si trova aggiunto alle stesse parole nel titolo del Salmo LIX, cosa che induce a concludere che “schouschan edouth” si riferisca ad un’aria di canzone volgare o al nome di uno strumento; non si può letteralmente dire infatti, secondo Berthier, che questo Salmo richiuda la testimonianza della fede e di fiducia dei prigionieri.

-13) All’inizio del salmo V si leggono queste parole: “pro ea quæ haereditatem consequintur, alhanekiloth, che i santi Padri hanno applicato alla Chiesa che ha ereditato delle promesse. Ora non si può affatto rigettare questa interpretazione, che è quella di diversi dottori giudei e che è molto fondata sulla radice della parola ebraica nakal, “eredità”; tuttavia noi crediamo che occorra intendere la parola ebraica nekilozth in rapporto a strumenti a fiato, giocando sulla radice “killel”, “suonare il flauto”.

-14) Si leggono nel titolo del Salmo IX queste parole: “in finem, pro occultis filii”, tradotte dall’ebraico “al mouth labben” con cui non hanno alcun rapporto, e che quindi non hanno un senso compiuto. S. Girolamo: “pro morte dilii”(David), è una congettura che poco si concilia con il dolore che David prova per la morte di Assalonne. È meglio quindi tradurre con D. Galmet: Psaume de David a Ben, o Bananias, presidente della 7ˆ banda composta da giovani musicisti, (secondo Paralip. 1, XV, 18-20), maestro di musica della banda dei ragazzi. – Il titolo del Salmo XLV recita: “pro arcanis”, tradotto con la medesima parola ebraica “pro occultis”; noi gli diamo lo stesso senso.

-15) Il Salmo XXI ha come titolo in ebraico “al aieleth haschakar” che la Vulgata traduce dai “Settanta” con: “pro susceptione matutina”, per implorare il soccorso di Dio al mattino. San Girolamo nel suo Salterio secondo l’ebraico, traduce con: “pro cervo matutino” o “cerva diluculi” (Dunkp, 276), cervo o cerbiatta del mattino che potrebbe designare il Messia perseguitato e cacciato dai Giudei come una biscia da una muta di cani. Ma è meglio vedere in questo titolo un gruppo di musicisti chiamati la biscia del mattino, o l’inizio di un’aria volgare sulla quale cantare questo Salmo.

-16) Il titolo del Salmo LV può dividersi in due parti. La prima: “pro populo qui a sanctis longe factus est” non ha gran ché rapporto con l’ebraico “al iounath alam rakoqim” che gli ebraizzanti traducono con “canto della colomba gabbiano in lontananza” termine enigmatico che potrebbe applicarsi a David rifugiato presso il re Achis, o significare semplicemente l’inizio di una canzone popolare.

I° E’ inutile ricordare tutte le opinioni più o meno probabili riferite alla parola ebraica “selah” (Danko 277) ripetuta 70 volte nel libro dei Salmi. La Vulgata non l’ha tradotta, i “Settanta” la rendono con “diapsalma”, cambiamento di ritmo, pausa. M. Stolberg crede che sia evidentemente l’indicazione di una pausa, oppure – egli dice – che i cantori ricevano così l’avvertimento di tacere (S. Girolamo, Ep. XXVIII ad Marcel.; Calm. diss. sulla parola “sela” ; Smits. Psalt. Eluc. Prol. I art. 2, p. 52; Genesius in Thes. p. 956) mentre gli strumenti continuavano da soli a farsi sentire, o che strumenti e voce dovessero fermarsi a questo segno.

Sembra strano che il Salterio della Vulgata, nella traduzione dei titoli, offra tante differenze con le traduzioni fatte sull’ebraico. Occorre allora ricordare che la versione dei Salmi che si legge nelle nostre Bibbie, è stata fatta da S. Girolamo non dal testo ebraico, ma da quello greco dei “Settanta”, che era il più stimato, per cui si è conservato il testo latino della prima versione fatta dai “Settanta”. Successivamente, poiché il testo dei “Settanta” non si accordava sempre con l’ebraico, S. Girolamo tradusse nuovamente tutto il Salterio dal testo originale. Se questa versione non è stata ricevuta come quella degli altri libri dell’Antico Testamento, è senza dubbio perché fu difficile disabituare il popolo da un Salterio ai quali erano avvezzi fin dall’infanzia; l’inesattezza può però servire da modello! Così la Chiesa, lungi dal rigettare o negligere gli originali, ne ha costantemente raccomandato o incoraggiato lo studio. Occorre dunque, come un tempo ebbero a dire i sapienti dottori, leggere i Salmi come si fa nella Chiesa, senza pertanto ignorare ciò che contiene la verità ebraica, e far differenza tra ciò che bisogna cantare nella Chiesa rispettando l’uso antico, e ciò che bisogna conoscere per avere l’intelligenza della scrittura (Epist. ad Suniam et ad Fratellam.).

-II- Quali sono i Salmi i cui titoli sono autentici secondo le regole precedenti?

1°- Dei 154 Salmi: due sono anepigrafi o senza titolo nella Vulgata ed in ebraico, e sono l’1 e l’11 – ventitrè solo nell’ebraico, e cioè i Salmi XXIII, XLII, LXX, XC, XCIII, XCIV, XCV, XCVI, XCVII, XCVIII, CIII, CIV, CVI, CXIII, CXIV, CXV, CXVI, CXVII, CXVIII, CXIX, CXXXV, CXXXVI, CXLVII. I rabbini per tale motivo li chiamavano i “Salmi orfani”.

-2° Quattordici Salmi portano nel titolo le addizioni anche considerevoli fatte ai titoli ebraici, addizioni che non hanno conseguentemente alcuna autenticità, e sono i Salmi XXIII, XXIV, XXVIII, L, LXIV, LXV, XCXVII, CXI, CXLII, CXLIII, CXLV.

-3° Tutti gli altri titoli dei Salmi o sono tradotti letteralmente dall’ebraico, o non offrono che lievi differenze, o possono essere ricondotti al loro significato più probabile, secondo le spiegazioni particolari date nell’articolo I. Questi titoli sono dunque i soli verosimilmente autentici, salvo le eccezioni che abbiamo indicato alla fine dell’articolo II.

IV- REGOLE DA SEGUIRSI PER SCOPRIRE I DIVERSI AUTORI DEI SALMI

O i Salmi hanno titoli autentici, o sono anepigrafi.

– Regole per i Salmi che hanno titoli.

Bisogna generalmente considerare, come autori dei Salmi, coloro i cui nomi si trovano nel titolo, a meno che non vi sia nel salmo qualcosa che non possa conciliarsi con questo titolo, perché infatti è meglio sacrificare un’iscrizione che contraddire formalmente il contenuto di un Salmo. Secondo questa regola: 1°) noi consideriamo Davide come l’autore della maggior parte dei Salmi che portano il suo nome, senza essere impediti da queste parole che si leggono dopo il salmo LXXI: “Defecerunt laudes David filii Jesse”, atteso che i Salmi non siano stati enumerati secondo l’ordine dei tempi, per cui effettivamente il salmo LXXI può essere stato realmente composto per ultimo; o forse perché questo salmo conclude una prima raccolta fatta da David stesso, e che poi in seguito il Re-santo abbia composto altri salmi, una nuova raccolta fatta dopo la sua morte senza che abbia eliminato l’epilogo che chiudeva la prima raccolta. Si vedono in effetti dei Salmi, come il CIX ed altri sicuramente di David benché si trovino dopo il LXXI. 2°) bisogna pure considerare Asaf come l’autore della maggior parte dei Salmi che portano il suo nome, per le ragioni indicate sopra. 3°) diversi Salmi portano il nome dei figli di Core, di Idithun. Ora noi crediamo di poter dire che questi nomi indichino non gli autori dei salmi, bensì i musicisti a cui David affidava il canto dei suoi inni. La ragione è: 1- per i figli di Core, l’iscrizione al plurale designa più particolarmente i cantanti piuttosto che l’autore, poiché un pezzo ispirato non poteva avere vari autori; il loro ufficio di cantori inoltre è ben chiaramente annotato nel libro II dei Paralipomeni (XX, 19); ed ancora il loro nome è unito ad un altro, che sembra essere quello dell’autore (ps. LXXXVII). – 2- per Idithun, è il titolo che da il III libro dei Paralipomeni, (cap. XV-10,17 e XXV-1,6)al capo della musica religiosa, nonché la circostanza che nei tre salmi che potrebbero essere suoi, il suo nome si trovi affiancato a quello di Asaf e di Davide. Bisogna non di meno convenire con D. Galmet che, poiché la scrittura associa Idithun ad Asaf ed Héman, ai quali da il titolo di veggenti, egli avrebbe potuto anche comporre dei Salmi. 4°) Il salmo LXXXVII porta nel titolo Héman Esraita, ed il salmo LXXXVIII Ethan Esraita. Questo Héman sembra essere lo stesso dei III Libro dei Re (IV, 31) di cui non si ha conoscenza, forse uno tra i quattro fratelli di Salomone, dei quali uno si chiamava pure Ethan Esraita. Ora il salmo LXXXVII potrebbe venire da questo Héman Esraita, ma il LXXXVIII può avere difficilmente come autore suo fratello Ethan, poiché viveva sotto David e Salomone, e questo salmo sembra datarsi 400 anni dopo, e cioè all’inizio della cattività babilonese, cosa che ci porta a credere che esso sia stato composto in questa epoca da uno dei suoi discendenti, poiché gli interpreti sono dell’avviso che gli autori dei sacri cantici hanno più volte sostituito al loro nome quello di autori antichi. – 5°) ° I salmi che recano il nome di Salomone non possono appartenergli, ma essergli indirizzati; benché questo principe abbia scritto un gran numero di cantici, non sarebbe inverosimile che ne sia stato inserito qualcuno tra i salmi. – 6°) Il salmo LXXXIX porta il nome di Mosè ma non può essere messo in conto al celebre legislatore. In effetti indipendentemente da altre ragioni, come Mosè avrebbe potuto dire che la durata della sua vita umana sia di 70 o 80 anni al più, egli che visse fino all’età di 120 anni e che vedeva intorno a lui vegliardi ultracentenari? Non parliamo nemmeno di Aggeo, Zaccaria i cui nomi non si leggono nell’ebraico. Pertanto è una contraddizione aggiungere Geremia ed Ezechiele a David, come fa la Vulgata al salmo LXIV.

– Regole per i Salmi che non hanno titoli. San Girolamo e Sant’Ilario, come i rabbini, danno come regola, quando i Salmi sono anepigrafi, attribuirli agli autori i cui nomi sono indicati nei Salmi precedenti. Ora questa regola non è fondata, perché innanzitutto il Salmo n. anepigrafo si dovrebbe attribuire all’autore del primo, ma il primo è anch’esso anepigrafo, e la regola non può osservarsi. Inoltre, supponendo che il Salmo LXXXIX venga da Mosè, evidentemente i dieci Salmi anepigrafi che seguono, non sono suoi, attesa la questione di Samuele nel XCVIII. Diciamo allora che per i Salmi che sono senza iscrizioni, ci sono spesso gravi ragioni, estrapolate sia dall’autorità, sia dalla natura trattata in questi cantici, sia dallo stile che autorizzano ad attribuirli a David o ad altri scrittori sacri, qualunque sia l’autore designato nei Salmi precedenti. Sostenendo che tutti i Salmi non vengano da David, noi siamo ben lontani dall’opinione prevalente nei critici tedeschi, opinione completamente inammissibile:

-1° Perché in questa opinione, la maggior parte dei Salmi non sarebbero del Re profeta, cosa contraria al sentimento delle chiese giudaiche e cristiane, che hanno sempre creduto che David fosse il principale autore del Salterio.

-2° perché questi critici tolgono, senza motivazioni sufficienti, agli autori designati nei titoli, parecchi dei loro Salmi. È per loro sufficiente la circostanza dei tempi futuri per rinviare la composizione di questi inni sacri ad un’epoca molto antecedente. Così Asaph, Eman, Ethan secondo loro non avrebbero composto alcun salmo della nostra collezione, cosa opposta al sentimento dei Giudei, così come l’autenticità dei titoli che essi fanno comunque professione di rispettare.

-3° Perché pur ammettendo che qualche salmo sia stato composto durante la cattività (cosa che a motivo della loro forma, sembrano troppo distanti dal genere profetico), noi non crediamo che si sia in diritto di negare a David e ai profeti contemporanei tutto ciò che si riconduca alla cattività e dubitare che Dio abbia potuto rivelare a David questo grande avvenimento.

-4° Perché la supposizione che vari Salmi non risalgono se non ai tempi dei Maccabei (Bertkoldt nella sua introduzione) è insostenibile. Questa asserzione, falsa e temeraria è contraddetta da autori la cui autorevolezza in materia di critica è ben nota: Jahn, Eichorn, de Wette, Gesenius, Hassler, assicurano che il canone delle Scritture dovevano essere all’epoca già chiuso. Pertanto, non solo la tradizione è in opposizione formale con una tale opinione, ma ancora tutti i caratteri intrinseci di questi Salmi che si voglio ricondurre al secolo dei Maccabei, e che si denominano pertanto Salmi Maccabeici, mostrano fino all’evidenza, agli occhi dei critici senza prevenzione, che essi appartengano ad epoche molto anteriori.

Capitolo IV

Cori dei Salmi

Noi rinviamo alle opere specializzate ogni questione inerente alla misura del canto dei Salmi e agli strumenti musicali di cui ci si serviva. Qui ci accontentiamo di offrire qualche nozione sui cori del Salmi, potendo, queste nozioni, servire alla perfetta comprensione di questi canti sacri.

-I) I cori per il canto dei Salmi, erano alternati presso gli Ebrei come nei Cristiani? – Numerosi passaggi mostrano chiaramente, dice Lowth, che era un costume consoli-dato negli Ebrei cantare questi inni sacri a cori alterni. Il dottore anglicano aggiunge che nei primi secoli, la Chiesa cristiana apprese dalla religione giudaica l’uso dei canti alternati (Lez. XIX°). Comunque non bisogna prendere alla lettera queste parole, perché ne seguirebbe che la maniera in cui noi cantiamo i Salmi, è esattamente quella che seguivano gli ebrei, cosa completamente falsa, perché noi distribuiamo questi cantici in un certo numero di versetti che si cantano alternativamente e secondo un numero invariabile, per ciascuno dei due cori. Ma non era così presso gli Ebrei, poiché secondo lo stesso Lowth, si era stabilito l’uso « ut sacros hymnos sæpe alterius choris invicem cantarent ». In effetti la distribuzione dei salmi, ed in generale di tutta la Sacra Scrittura, in versetti, non è molto antica, e vediamo che alcune parole, che non sono altro che un titolo o un’indicazione indirizzata ad un corifeo, sono marcate nel testo ebraico sotto il n° 1, mentre il cantico non comincia che veramente al versetto secondo, cosa che deriva senza dubbio dal fatto di essere classificati sotto una cifra le differenti parti di ciascun salmo, ignorando che le prime parole di qualche versetto non erano che un titolo o un’indicazione.

– 2° Inoltre nella divisione adottata dalla Vulgata, sembra che ci si sia curati meno di conformarsi al senso, piuttosto che di stabilire dei versetti composti, finché possibile, da un numero piccolo e quasi simile di parole. Ora questo non sembra essere stato il metodo degli Ebrei, e sembra più probabile: 1°) che ogni coro ebraico terminasse il periodo che aveva iniziato; 2°) che uno recitava rispondendo all’altro un maggior numero di parole di quelle comprese in un nostro versetto, e che pertanto un solo versetto dovesse al contrario essere attribuito ai due cori dei quali ognuno recitava una parte.

« Ammettiamo, in effetti per un momento, dice qui l’autore della distinzione primitiva dei Salmi (da cui noi siamo ben lontani dall’adottare tutte le opinioni), che i cantici del santo re, fossero suddivisi, ai tempi degli antichi Ebrei, come tra i moderni o tra noi, in versetti di estensione quasi uniforme, senza avere a volte riguardi per il senso della frase; ammettiamo che il loro canto non fosse tra essi, come tra i Cristiani, che la ripetizione dell’intonazione del primo versetto; sarebbe necessario a questi discepoli fare apprendere almeno centocinquanta intonazioni. Occorrevano quindi tanti anni, tanti allievi e tanti istitutori (11 anni, 4.000 allievi, 288 maestri) per una scienza così strutturata, senza contare anche gli anni per la costruzione del tempio? Ammettiamo al contrario che la costituzione primordiale dei Salmi fosse diversa dalla nostra e da quella degli Ebrei moderni; che la composizione e l’esecuzione musicale di questi cantici non avesse nulla in comune con i nostri due cori costantemente alternativi; che i loro canti non fossero meno variati in uno stesso salmo, mentre nei nostri è monotono ed invariabile; ammettiamo ancora che la sola loro intonazione fosse insufficiente per dirigere i leviti; ben lontani dall’essere sorpresi da tutte le disposizione del Re-profeta, nei suoi ultimi momenti, per la formazione dei canti da eseguire nel tempio futuro, noi concepiremo una grande e giusta idea della sua alta saggezza ». Possiamo qui citare diversi Salmi come prova diretta di quanto sosteniamo, ma non ci contenteremo qui che di citarne uno dei più brevi, il CXXXIII: “Ecce nunc benedicite Dominum”, ove si vede nei primi versetti una voce sola che si indirizza ad una pluralità, ai fedeli rappresentati dal coro dei leviti, nell’ultimo versetto, ad una voce sola dopo aver terminato l’invito a benedire l’Onnipotente. Ora è certo che questa distribuzione renda il salmo più intellegibile e più animato della coppia dei versetti della Vulgata, che confonde tutto facendo cantare a più voci riunite e successive ciò che non appartiene che ad una voce isolata. Quando il dottor Lowth dice che la Chiesa cristiana ha preso dagli Ebrei l’uso che essa segue nel canto di questi cantici, forse egli ha voluto parlare degli Ebrei dei tempi più moderni, e degli usi osservati nelle sinagoghe che avevano abbandonato i costumi antichi, ai quali allora era impossibile conformarsi esattamente come nei riti primitivi.

II) Come si può presumere il modo in cui i Salmi fossero cantati? Si può ammettere come certuni, secondo quanto i libri santi ed i costumi degli Ebrei ci fanno conoscere sull’esecuzione dei loro canti sacri, che i loro cantici fossero cantati sia da una voce sola, sia da più voci riunite sotto l’intervento del coro dei cantori, ciò che si potrebbero chiamare “monologhi completi”; sia con l’introduzione di uno o più cori, cosa che ne fa un monologo incompleto, sia che il cantico fosse dialogato a più voci isolate e quasi sempre con l’intervento dei cori. Così il salmo L è un monologo completo; i salmi XXXIII e XL possono passare per monologhi incompleti ed il salmo LXVII può essere considerato come un dialogo a più voci come dimostreremo a suo tempo. L’intervento dei cori è chiaramente designato in diversi Salmi. Per citarne uno qui, nel CVI secondo la Vulgata, è facile vedere che i primi trentadue versetti sono divisi in quattro parti, con la ripetizione di uno stesso versetto che non è cantato se non da cori. Tutti gli interpreti sono d’accordo a questo riguardo.

III) Segni distintivi dell’interruzione e del non intervento dei cori nel canto dei Salmi. Ecco alcuni segni attraverso i quali si possono distinguere i salmi “monologo”, da quelli in cui l’intervento dei cori esiste benché non sia sempre manifesto.

Un salmo può ricevere la denominazione di monologo quando utilizza nel suo insieme la prima persona singolare, eccetto quando la sua composizione, decelando più voci, obblighi a porli nella classe dei dialoghi. Si può dire che i Salmi nei quali Davide si esprime a suo nome, o che parli per lui solo, o che parli per il Messia, sono di questo genere (Salmo XXXIX, Ps. XL all’ultimo versetto, Ps. XLI). un salmo è monologo incompleto quando l’autore si esprime nella prima persona singolare, e vi si scopre comunque l’uso di un ritornello o l’intervento dei cori. Quando nessun passaggio dei Salmi si riporti alla prima persona singolare, si tratta di dialoghi; questo principio non ha eccezioni, qualunque ne sia la brevità o la lunghezza. In assenza di qualsiasi riferimento positivo a questo riguardo, noi pensiamo di poter dire in generale, che c’è l’intervento del corifeo o di uno dei cori o di due cori riuniti, 1°) quando c’è ripetizione di uno stesso pensiero espresso spesso in parole poco dissimili (Ps. XVIII, Ps. XX); 2°) parla cambiando la direzione del discorso, che improvvisamente sembra essere indirizzato al personaggio che fin là aveva parlato; 3°) quando c’è l’intervento di uno o più versetti (Ps. LXIX) che comprendono una preghiera o una riflessione il cui soggetto era preciso; 4°) quando si incontra la parola Selah, che non compare nel testo se non quando il senso indica un riposo o la successione di un’idea ad un’altra.

DA SAN PIETRO A PIO XII (3)

DA SAN PIETRO A PIO XII (3)

CATECHISMO DI STORIA DELLA CHIESA (3)

[G. Sbuttoni: Da Pietro a Pio XII, Edit. A. B. E. S. Bologna, 1953; nihil ob. et imprim. Dic. 1952]

CAPO III.

LE PERSECUZIONI NELL’IMPERO ROMANO

PREAMBOLO

Le causali

Il pretore Ponzio Pilato, autorità romana a Gerusalemme, conobbe Gesù lo stesso giorno nel quale doveva mandarlo a morte. L’autorità romana a Roma s’accorse dei seguaci di Gesù, tra il luglio e l’agosto dell’anno 64. E, anche questa volta, se ne accorse per condannarli a morte. I Cristiani vivevano a Roma e in ogni parte dell’Impero, ma non si sapeva bene qual fosse la loro dottrina, quale la loro credenza. Da molti venivano confusi con gl’Israeliti. Gl’Israeliti o, come li si chiamava nell’Impero, i Giudei, formavano a Roma e altrove una comunità non soltanto etnica, ma anche politica. Erano perciò riconosciuti come un popolo trasmigrato, che manteneva il suo costume rituale e mentale anche in mezzo all’Impero; sfera d’olio che non si scioglieva, ma si centuplicava dentro quell’oceano in mille goccioline, alla prima agitazione.

I Giudei mantenevano in seno al popolo romano dei « privilegi » e persino delle prerogative; il loro culto era consentito e, dalla gente di miglior condizione, rispettato. Contavano protettori e protettrici alla corte imperiale.

I Cristiani al contrario vivevano sparsi fra tutte le classi e contavano seguaci tra tutti i popoli. Il Cristianesimo non si presentava come una religione nazionale o razziale; era invece religione di tutti gli uomini di tutti i paesi: religione universale, o, come si sarebbe detto universalmente con termine greco, cattolica. I pagani consideravano sacrileghi i Cristiani, perché non adottavano né gli Dei nazionali di ciascun popolo, né gli Dei dell’Impero. Nemmeno gl’israeliti riconoscevano le divinità pagane; adoravano un solo Dio; ma il loro culto appariva ai gentili come culto d’un Dio nazionale, e perciò essi erano tollerati. I Cristiani non riscuotevano maggior tenerezza dai Giudei, che vedevano in loro i ladri dell’Arca Santa, i trànsfughi della loro nazione. Agli occhi dei Giudei, i Cristiani erano colpevoli di aver spezzato la compattezza del popolo eletto, e d’ aver dato i tesori della Rivelazione agl’indegni. Eretici, dunque, per i Giudei; atei per i pagani. O prima o poi su di loro sarebbe caduta l’ira congiunta dei Gentili e dei Giudei.

1. – « NON TEMETE: IO VINSI IL MONDO!»

D. Chi tentò con tutti i mezzi di sbarrare il passo alla Chiesa di Cristo?

— L’Impero Romano, che, dopo le Sinagoghe ebree dei vari paesi, per 300 anni la combatté con tutti i mezzi possenti di cui di sponeva.

D. Chi alzò mai la voce a difenderla?

— Nessuno. Solo la protezione divina promessa da Gesù con le parole: « Non temete: Io vinsi il mondo! » e « Io sarò con voi sino alla fine dei secoli » e ancora « Le potenze dell’inferno non avranno ragione contro la mia Chiesa ».

D. Che fu del fortissimo Impero Romano?

— Tramontò, mentre la Chiesa continuò e continua la sua strada. Segno evidente della sua divinità.

2. – I PERCHE

D. Perché s’ebbero sì atroci persecuzioni contro, la Chiesa Cattolica?:

— Per varie cause, secondo i tempi e le. persone che le organizzarono; ma il motivo che tutte le riassume è la lotta dèi male contro il bene, delle tenebre contro la luce, come aveva avvertito Gesù: « Vi mando come pecore in mezzo ai lupi » . . . . «Sarete in odio a tutti in causa del mio nome. » « Chi vi ucciderà, crederà di rendere onore a Dio ». ~

«— « Perché — son sempre parole di Gesù — non siete del mondo, per questo il mondo vi odia ».

D . Si avverarono le predizioni di Gesù?

— Alla lettera, nelle persecuzioni. Il paganesimo idolatra e vizioso non poté che odiare la Religione di Cristo, che predicava la verità e là virtù; e così scoppiarono le persecuzioni.

D . Da questo male ne venne del bene per la Chiesa?

— Sì, in quanto nella lotta risplendette fulgidamente 1’origine divina della Chiesa di Cristo; il sangue dei martiri (Tertulliano) fu seme di nuovi Cristiani; ai giorni della prova seguirono quelli del trionfo.

3. – LA FISIONOMIA DEL MARTIRE

D. Come si presentò la fisionomia del martire?

— Come la cosa più sublime che possa immaginarsi quaggiù e che più avvicina alle perfezioni divine.

D . Dove sta infatti la nobiltà dell’uomo e la sua naturale somiglianza con Dio?

— Sta nella sua spiritualità, per cui si solleva su tutto il mondo sensibile ed emerge dalla materia e ne domina la forza bruta.

D . Risalta tutto questo nel martire ?

— Pienamente, infatti nello stesso momento in cui usa eroicamente la propria libertà, non si commuove di fronte alle minacce e agl’impeti più brutali, nè si piega a rinunciare al suo generoso proposito per conservare o procacciarsi un bene offertogli dalla natura inferiore.

D. Che cosa contribuisce ancora ad accrescere la nobiltà, dell’uomo?

— Il conservare la propria libertà e indipendenza di fronte agli altri.

D . Il martire la salva questa libertà?

— Ne è il campione, perchè al tiranno, che tenta forzare il santuario della sua coscienza per cacciarne l’amore e il culto di Cristo, oppone — quale impenetrabile baluardo — la sua fermezza; sicché il tiranno con i torménti e con la morte avrà in balìa il corpo di lui, ma l’anima intemerata ne sfuggirà gli artigli.

D. Che cosa ancora conferisce vera grandezza all’uomo ?

— L a virtù, che, più è perfetta, più imprime in lui la somiglianza con Dio.

D . Vi è nel martire il culto della virtù ?

— In sommo grado, infatti sacrifica per lei sostanze ed affetti, onori e vita, con prezioso olocausto tutto profumato di fede e d’amore, di perdono, di rassegnazione, di religiosità, di fortezza.

D. Quale virtù ha particolare risalto nel martirio ?

— La fortezza. Di essa diedero ardue prove non solo gli atleti, i soldati, i gladiatori, ma anche i deboli — fanciulli, giovinette, vecchi. — E non è solamente l’energia fisica, ma anche e soprattutto quella spirituale che si manifesta splendidamente, dominando tutte le debolezze e le ripugnanze della natura.

D. Chi è all’avanguardia in questo campo?

— La gioventù. Tarcisio giovinetto, Pancrazio, Sebastiano sonogli atleti di Cristo più celebrati; Agnese, Cecilia, Lucia, Agata sono le più venerate Vergini vittoriose. Il loro numero è incalcolabile.

4. – LE PENE

D. Com’erano considerati i Cristiani?

— Come attentatori alla religione dello Stato. I Romani infatti adoravano una moltitudine di dei; i Cristiani invece proclamano la esistenza di un solo Dio e rovesciano gl’idoli, il cui culto è presieduto dall’imperatore. Quindi impossibile per i Romani sopportare simili rivoluzionari.

D. Quali pene vi erano contro gli attentatori della religione dello stato?

— L’esilio, la confisca dei beni, il carcere, la decapitazione, il patibolo, la condanna alle belve, il rogo. Inoltre le torture escogitate dall’arbitrio e dalla ferocia dei magistrati.

D . Toccarono tali pene ai Cristiani?

— Tutte. Per es. Nerone li straziò, cospargendoli di materie infiammabili e facendoli ardere come torce ardenti durante i pubblici divertimenti nei suoi giardini, ecc.

5. – L E CATACOMBE

D . La Chiesa e i suoi fedeli che fecero per sottrarsi ai persecutori nella celebrazione dei Sacri Misteri?

— Per tre secoli dovettero ritirarsi o fra pareti di palazzi dei ricchi convertiti, o giù sotterra, nei cimiteri, detti Catacombe. Là celebravano, di notte, i divini misteri e si preparavano alla lotta.

6. – I PERSECUTORI E I MARTIRI

D . Quanto durarono le persecuzioni?

— Circa 300 anni, ad intervalli più o meno lunghi.

D . Quante furono le persecuzioni?

— Le più gravi furono 10. La prima fu quella di Nerone, che sacrificò Pietro e Paolo; la seconda di Domiziano; poi Traiano e Marc’Aurelio; Settimio Severo, Massimino Trace, Decio, Valeriano, Aureliano e infine Diocleziano.

7. – IL TRIONFO

D . Di chi fu il trionfo?

— Della Chiesa. Il mondo pagano assiste sorpreso alla comparsa di un amore di Dio e di Cristo più forte della violenza dei persecutori, più perspicace dello spirito acuto di certi pensatori. La legione dei martiri ripete, in altri termini, le parole di S . Paolo: « Per me vivere è Cristo » .

D . Quando avvenne il trionfo ?

— Nel 313 con il famoso « EDITTO di MILANO » , con cui Costantino concedeva ai Cristiani piena libertà di professare la loro Fede e alle chiese cristiane restituiva le proprietà confiscate.

8. – IL MOVENTE

D. Come spiegarsi questo voltafaccia?

— Per la visione della Croce e della scritta : « Con questo segno vincerai! » .

http://www.exsurgatdeus.org/2020/07/09/da-san-pietro-a-pio-xii-4/

LA CATENA D’ORO DEI SALMI: NOTE INTRODUTTIVE (1)

LA CATENA D’ORO DEI SALMI: NOTE INTRODUTTIVE (1)

La catena d’oro dei SALMI o I SALMI TRADOTTI, ANALIZZATI, INTERPRETATI E MEDITATI CON L’AIUTO DI SPIEGAZIONI E RELATIVE CONSIDERAZIONI, RICAVATE TESTUALMENTE DAI SANTI PADRI, DAGLI ORATORI E SCRITTORI CATTOLICI PIU’ RINOMATI.

Da M. l’Abbate J.-M. PÉRONNE,

CANONICO TITOLARE DELLA CHIESA “DE SOISSONS” ,

Professore emerito di sacra Scrittura e di Eloquenza sacra.

TOMO PRIMO.

INTRODUZIONE

Capitolo I

Importanza dello studio dettagliato dei Salmi

Cercheremo qui di esporre, più che dimostrare, l’importanza di questo studio fondato su due ragioni; a) l’universalità dei Salmi in rapporto alla dottrina, ai sentimenti, ai luoghi e ai tempi, e b) l’utilità pratica di questi studi dal triplice punto di vista del progresso nella virtù e nella vita cristiana, dello spirito di preghiera e di orazione, e delle risorse immense che i Salmi offrono al sacro oratore; doppia proposizione che appoggeremo sulle testimonianze delle voci più autorevoli.

 I – Universalità dei Salmi

1- In effetti, mentre le sacre scritture contengono una parte storica, una parte morale ed una parte profetica, ed ognuno dei libri ispirati ha un oggetto particolare, i Salmi abbracciano tutto: storia, morale, profezie, tutte le parti tanto dell’Antico che del Nuovo Testamento. È un magnifico riassunto della Scrittura, che ricorda le meraviglie disseminate nei libri santi e li fa brillare ai nostri occhi in un magnifico splendore. Il libro dei Salmi contiene in compendio tutta la Religione; Dio, la sua natura e tutti i suoi attributi, la sua potenza, la sua santità, la sua saggezza, la sua misericordia e la sua giustizia; Gesù Cristo, la sua vita, i suoi misteri, la sua Chiesa, tutta la storia del mondo, dalla sua creazione alla sua consumazione degli eletti in cielo. Per questo motivo sant’Agostino ci rappresenta questo libro come un tesoro inesauribile di ricchezze spirituali: « Communis quidem bonæ doctrinæ est apte singulis necessaria subministrans,» (Prefazione in Psalm.), e Cassiodoro chiama questo libro una “bibliteca generale” dove si trova tutto ciò che si cerca « In hoc libro spiritualis bibliotheca instructa est ».

2- « E’ l’effetto di un’arte consumata – ha detto Bossuet – quello di ridurre in piccolo tutta una grande opera »: lo Spirito Santo è come se avesse riassunto, nello stretto riquadro del libro dei Salmi, tutta la vita umana, le sue avversità e le sue prosperità, e questo nella persona di un solo uomo che ha riunito in sé tutte le estremità della buona e della cattiva fortuna. Mediante una sequenza necessaria, nell’unica persona di David, si riuniscono tutte le affezioni del cuore, analoghe alle situazioni moltiplicate dell’uomo sulla terra. Egli parla nei Salmi per tutti gli uomini e per tutte le condizioni. Egli ha conosciuto le gioie e le miserie della vita, e tutto ciò che dice sembra essere stato ispirato da tutto ciò a cui siamo sottomessi nelle medesime vicissitudini. Ciascuno vi trova la sua storia personale, i suoi segreti, le sue gioie, le sue tristezze, i suoi timori e le sue speranze, l’espressione dei propri bisogni, dei desideri, delle proprie voci. « Tutti i gemiti del cuore umano – dice Lamartine – in una sua opera (Voyage en Orient, Jérusalem) hanno trovato le loro voci e le loro note sulle labbra e sull’arpa di quest’uomo; in particolare, se si considera poi l’epoca in cui essi furono composti, epoca nella quale la poesia lirica delle nazioni più coltivate non cantava se non del vino, dell’amore, del sangue, delle vittorie delle muse o dei corridori dei giochi di Elide, si resta profondamente stupefatti agli accenti mistici del Re-Profeta, e non gli si può attribuire se non una ispirazione giammai data ad altro uomo. Leggete Orazio o Pindaro dopo un Salmo: personalmente, io non posso farlo più! ». – Ma a Dio non piace che noi ci riduciamo a considerare David nei suoi Salmi come l’emulo vittorioso degli antichi poeti lirici. Egli è per noi innanzitutto, il Profeta ispirato dal Signore, il sacro storico dei giorni antichi, il poeta divino suscitato da Dio per cantare la sua gloria, celebrare le sue grandezze, manifestare la sua misericordia e la sua giustizia, e per essere l’interprete di tutti i sentimenti che si affollano e si succedono in sì breve intervallo nel cuore del vero fedele. « Non c’è nella vita dell’uomo, un pericolo, una gioia, una mortificazione, una sconfitta, una nuvola o un sole che non siano in David, e che la sua arpa non colga per farne un dono di Dio e un soffio di immortalità! » (Lacordaire, 2 M ° Lettre à un jeune homme sur la vie chrétienne). – Non esitiamo a dire che anche il doppio crimine commesso da David sia stato nei disegni di Dio, che si serve degli errori degli uomini non solo a sua gloria, ma pure per la perfezione dei suoi eletti, come principio e fonte di una espiazione che ha fatto di questa illustre coppia la personificazione più perfetta della dottrina della vera penitenza e dei sentimenti che essa ispira. « Questa non è la confessione particolare che egli fa, dice Mgr. Gerbe, (Mgr Gerbe, Dogme catholique de la pénitence, Cap. IV.) bensì la confessione di tutto un popolo alle generazioni future, a tutti i luoghi, a tutti i secoli. Egli non la mormora a bassa voce e non parla, ma canta per farla sentire quanto più a lungo nella memoria degli uomini. Quale ammirabile energia di linguaggio e quale potenza e virtù di sentimenti! Come egli percorre tutti i “gradi di ascensione” di un’anima che dal fondo dell’abisso, risale verso Dio! Come la sua voce, dopo aver “ruggito i gemiti del suo cuore”, sospira un dolore più calmo; poi si risolleva, si dilata nella confidenza e finisce per espandersi, radioso e trionfante, nei canti estatici dell’amore! Questo sublime testamento di penitenza, egli lo ha legato a tutte le anime che transitano su questa terra: ai peccatori renitenti per ispirare loro confidenza, ai criminali incalliti per ammorbidirli, ai giusti per edificarli. Le anime hanno risposto al suo appello; esse hanno risposto ben al di la di ciò che umanamente si poteva prevedere. Colui che sa quanti flutti ci siano nel mare e quante lacrime nel cuore dell’uomo; colui che vede i sospiri del cuore quando ancora non ci sono e che li intende ancora quando non ci sono più; solo costui potrebbe dire quanti pii movimenti, quante vibrazioni celesti abbia prodotto e produrrà nelle anime l’impatto di questi meravigliosi accordi, di questi cantici predestinati, letti, meditati, cantati in tutte le ore del giorno e della notte su tutti i punti della “valle di lacrime”. Questi Salmi di David sono come un’arpa mistica sospesa ai muri della vera Sion! Sotto il soffio dello Spirito di Dio, essa rende i gemiti infiniti che rimbalzano da eco in eco, da anima in anima, producendo in ciascuna di essa un suono che si unisce al canto sacro, si espande, si prolunga e si eleva come universale voce del pentimento.”

3- Aggiungiamo che l’oggetto di questi inni sacri non è diretto né ad un solo tempo, né ad un solo popolo. “Pindaro, dice M. de Maistre (Serate di S. Pietroburgo), non ha nulla in comune con David, il primo ha avuto cura di farci apprendere che egli parlava solo ai sapienti e non si preoccupava molto di essere compreso dalle folle e dai contemporanei, presso i quali non gli importava l’avere molti interpreti. Ma quando giungerete a comprendere perfettamente questo poeta, come si può ai giorni nostri, sarete poco interessati. Le odi di Pindaro sono una specie di cadavere dal quale lo spirito si è ritirato per sempre. Cosa ci interessano i “cavalli di Ieron o i muli di Agesias? Quale interesse sorge per le nobiltà delle città e dei loro fondatori, dei miracoli degli dei, delle imprese degli eroi, degli amori delle ninfe? Il fascino, la seduzione riguardava i tempi e i luoghi di allora, ma non ha alcun effetto sulla nostra immaginazione né può farla rinascere. Non c’è più Olimpo, né Elide, né Alpheo, e chi si affannerebbe a trovare il Peloponneso in Perù sarebbe non meno ridicolo di colui che lo cercasse nella Morea. David al contrario, va oltre il tempo e lo spazio, perché non è collegato ai luoghi o alle circostanze: egli non ha cantato se non Dio e la verità, immortale come Lui. Gerusalemme per noi non è sparita, si trova dove siamo noi! È David soprattutto che ce la rende presente! Ecco perché i Salmi del Re-Profeta, dopo essere stati cantati nei paesi lontani e nei secoli egualmente lontani da noi, per mille generazioni, sotto le volte del tempio di Gerusalemme, sono passati sui libri dei Cristiani in ogni parte del mondo; dopo 18 secoli sono oggetto di studio e di ammirazione dei geni più sublimi, sono stati non solo tradotti, ma anche commentati, spiegati, annotati da migliaia di interpreti e da un gran numero di autorità! Ecco perché ancora oggi il ricco ed il povero, il sapiente e l’ignorante, vengono ad abbeverarsi al torrente delle preghiere che sgorga dal cielo, espressione della fede, del pentimento, della speranza e dell’amore divino.

II – Utilità pratica dei Salmi

 1- Per il progresso dell’anima nella virtù …

I Salmi contengono il succo e la sostanza di tutte le Sacre Scritture, gli esempi di una vera e sublime santità per tutte le occasioni della vita, ed inoltre l’espressione di tutte le affezioni più pure e più ardenti.

I Salmi non somigliano affatto a quelle brillanti produzioni del genio poetico che sfavillano di bellezze, ma non rendono alcuno migliore; essi respirano in ogni pagina l’amore di Dio e della giustizia, l’orrore del male ed il timore del giudizio di Dio. Essi pongono sempre l’uomo davanti a Dio o davanti a se stesso; essi gli mostrano la scoperta della sua debolezza e del suo niente; umiliano il suo orgoglio, reprimono i suoi desideri terrestri, purificano le passioni, mobilizzano i suoi pensieri. Il salterio – dice S. Agostino – è il cantico sublime e perfetto con il quale Dio ci insegna a rendergli il culto che Gli dobbiamo, culto di fede, di speranza e di carità. La fede cristiana è una adesione ferma e pia alle verità rivelate, e questi due caratteri della fede brillano meravigliosamente nei Salmi. Benché David fosse certo di non errare nei riguardi dell’ispirazione divina che gli apriva i santuari più profondi delle verità eterne e gli rivelava i segreti dei tempi futuri, tuttavia prende come base della sua fede e della nostra i libri di Mosè, e con questa attenzione adatta la sua fede a quella dei profeti più antichi, e pure mediante le numerose profezie che contengono i Salmi, il cui compimento avverrà nella legge nuova, egli conferma la nostra fede. La pietà della sua fede non è meno grande della sua fermezza. La fede divina è un fuoco celeste che rischiara con la sua luce e riscalda con i suoi ardori. Ora gli ardori di un’anima, nello stato presente della fragilità umana, si infiammano particolarmente con il ricordo delle buone opere. Ecco – dice il D’Audisio – con quale mezzo David, con l’aiuto della storia e della poesia, parlando alla ragione ed all’immaginazione, scuote, agita, trasporta tutte le potenze della nostra anima verso questo fine sublime che è Dio, Creatore magnifico, prodigo dei suoi doni, fedele alle sue promesse, generoso nel perdono, scudo e riparo nella tribolazione, sempre clemente, sempre padre, in una sola parola, sempre Dio. Tutti questi motivi danno alla sua fede questo candore, questa vivacità, questo energico e sublime entusiasmo che ammiriamo in tutti i Salmi, e che si legano potentemente all’anima del lettore, lo costringono per così dire a meravigliarsi per i benefici che ne ha ottenuto, un cantico di fede, di ammirazione, di azione di grazia. Dio e la sua legge sono sempre pregnanti nella sua anima, nel suo cuore, in tutte le potenze del proprio essere. La sua speranza non è meno viva. Il disprezzo assoluto di tutte le grandezze della vita, queste aspirazioni continue verso i beni della vita eterna, ci mostrano che la più cara delle speranze era quella di cambiare il diadema terrestre con l’incorruttibile corona dei Santi. In mezzo ai più gravi pericoli, ogni sua speranza è in Dio che egli non cessa di chiamare sua forza, suo rifugio, suo liberatore. Benché indignato della felicità degli empi, egli si proclama beato per la fiducia che gli è stata promessa di gustare un giorno la beatitudine della gloria eterna; così come un cervo affannato e assetato si precipita verso le acque, egli sospira ardentemente le delizie dell’eternità, ed in questa speranza sopporta con rassegnazione le tribolazioni e le angosce che la Provvidenza gli manda. – Infine i Salmi ci offrono la sostanza più pura e le formule più ardenti della carità evangelica, ricavando sempre i motivi della carità divina dalla natura di Dio stesso, come l’unica risorsa che la possa rendere santa, feconda, continua. E poiché la carità non ha alcun valore senza gli atti, senza gli effetti, David li descrive in se stessi, per farci comprendere che essi devono essere nel cuore di tutti i giusti.

2- Per la preghiera.

Gli altri libri delle Scritture ci insegnano generalmente e solamente ad amare Dio, a pregarlo, a chiedere la sua giustizia, a compiangere i nostri peccati, a farne penitenza; qui abbiamo il metodo e le formule per pregarlo in tutti gli stati di grazia, sia data, sia persa, sia recuperata. « I Salmi – dice il Conte De Maistre – sono una vera preparazione evangelica, perché in alcuna parte lo spirito di preghiera, che è quello di Dio, è più visibile … Il primo carattere di questi inni è che essi pregano sempre. Anche se il soggetto di un salmo sembra assolutamente accidentale e relativo solo a qualche avvenimento della vita del Re-Profeta, il suo genio incorre sempre in questo cerchio ristretto, sempre generalizza; come si vede dappertutto, nell’immensa unità di spirito che l’ispira, tutti i suoi pensieri e tutti i suoi sentimenti si volgono in preghiera. » – « David – dice dal suo canto P. Lacordaire (“Lettera sulla vita cristiana”) – non è soltanto profeta, egli è il principe della preghiera ed il teologo dell’Antico Testamento. È con i suoi Salmi che la Chiesa universale prega, ed in questa preghiera trova sempre, oltre alla tenerezza del cuore e la magnificenza della poesia, gli insegnamenti di una fede che ha conosciuto tutto del Dio della creazione, e previsto tutto del Dio della Redenzione. Il salterio era il manuale della pietà dei nostri padri, lo si vedeva sulla tavola del povero come sul pregadio dei re. Esso è ancora oggi nella mani del Sacerdote, il tesoro ove pone le ispirazioni che lo conducono all’altare, l’arca che l’accompagna nei pericoli del mondo e nei deserti della meditazione. Null’altro di ciò che David ha pregato al meglio, null’altro che non sia preparato per i malori e per la gloria, per le varie vicissitudini e per la pace, nulla ha cantato meglio la fede di tutte le età, e pianto meglio i peccati di tutti gli uomini. Egli è il padre dell’armonia soprannaturale, il musicista dell’eternità nelle tristezze dei tempi, e la sua voce si presta, per chi vuole, per gemere, per invocare, per intercedere, per lodare, per adorare. » C’è dunque da desiderare che questo libro sacro, il libro dei libri, il libro per eccellenza, divenga il codice della preghiera, soprattutto per coloro che sono chiamati a conversare spesso con Dio nel santo affare dell’orazione! L’uso dei Santi di tutti i tempi e di tutti i luoghi ci prova compiutamente il merito dei Salmi sotto questo aspetto. Questi uomini di fede fanno dei Salmi le loro delizie; essi si intrattengono giorno e notte con Dio, recitandoli o meditando questi sacri colloqui. Se dunque noi vogliamo, sul loro esempio, essere iniziati ai segreti di questa arte divina che mette l’intelligenza creata in comunicazione con l’Intelligenza infinita, lasciamo da parte, nella preghiera, ogni linguaggio umano: « impadroniamoci di questa voce che la Chiesa ha fatto sua e che, dopo tremila anni, porta agli angeli i sospiri e la vita dei santi », e impariamo a parlare, quando conversiamo con Dio, il linguaggio dello Spirito Santo che Dio comprende ed esaudisce sempre. « Perché noi non sappiamo neppure cosa chiedere nella preghiera; ma lo Spirito Santo stesso domanda per noi con gemiti inesprimibili; e Colui che scruta i cuori conosce i desideri dello Spirito, perché Egli chiede per i santi ciò che è secondo Dio. » (Rom. VIII-26,27). Questa importanza dello studio dei Salmi dal punto di vista della preghiera, è anche per il Sacerdote una conseguenza naturale dell’obbligo che egli ha di recitare tutti i giorni questi inni sacri. Benché egli possa soddisfare il suo dovere della preghiera pubblica senza comprendere il senso delle formule delle preghiere, resta tuttavia vero che uno dei mezzi più efficaci di soddisfare a questo dovere è quello di entrare nello spirito del profeta, cosa che non può farsi affatto se non con l’intelligenza di ciò che egli ha voluto dire. È ai sacerdoti soprattutto che si indirizza questo invito del Re-Profeta: “Psallite sapienter” – (cantate con intelligenza), e sarebbe vergognoso che dopo svariati anni di recita dell’Ufficio divino, si ponga loro questa domanda: “pensate di capire ciò che voi dite”? ora, una recitazione frequente non è sufficiente per penetrare tutte le misteriose profondità dei Salmi. Per molti sembra che ad una prima vista si raggiunga il fondo di questi cantici sacri. Si dice che il succo nascosto nelle vene della Scrittura non si assapori subito; questo è vero soprattutto per gli inni di David. Più li si medita, più essi svelano ricchezze; man mano che si avanza i loro limiti si allargano e viene un’epoca nella vita – dice S. Giovanni Crisostomo – nella quale ci si stupisce di scoprire sotto la più piccola delle sillabe, l’immensità di un abisso!

3-Per la predicazione

Il Sacerdote non è solo uomo di orazione, ma è pure ministro della parola santa ed interprete della legge: : « Nos vero orationi et ministerio verbi instantes erimus. » (Act. VI-4.). ora, quale miniera più feconda del Libro dei Salmi, per l’eloquenza cristiana che deve nutrirsi, come il sangue proprio, del succo delle sante Scritture, e presentare a tutti gli stati dei modelli di santità in rapporto ai loro doveri, elevare sopra la terra tutte le affezioni dell’anima, purificarle e fortificarle, fissarle nel centro supremo ed unico dell’amore infinito. Ma questi frutti di eloquenza non possono uscire che da un cuore nutrito e fecondato da una mano lunga mediante lo studio assiduo, una meditazione profonda del Libro dei Salmi, studio, meditazione, che soli possono bastare al pulpito cristiano, con le magnificenze tutte divine del più bello dei libri dell’Antico Testamento, tutto ciò che deve rendere la predicazione brillante e nello stesso tempo forte, sostanziale e penetrante.

Capitolo II

Definizione, divisione, collezione, diversi generi di salmi, autori dei Salmi.

I- Il libro dei Salmi, che è uno dei principali libri delle Sacre Scritture, è il poema per eccellenza dovuto all’ispirazione dello Spirito Santo, ed è chiamato dai Giudei il libro degli encomi, perché è composto per la maggior parte da inni che cantano gli antichi Giudei, per celebrare la potenza e le opere dell’Eterno, per esaltarne le perfezioni, implorare la sua misericordia ed il suo appoggio. I Greci gli danno il nome di “Psalterion”, perché questi inni erano ordinariamente cantati col suono di uno strumento musicale che si sfiorava con le dita e che si chiamava psalterion.

II- questo libro contiene centocinquanta salmi che i Giudei dividono in cinque libri, divisione che i santi Padri, e la maggior parte degli scrittori cattolici hanno seguito come molto antica. I salmi che oltrepassano i centocinquanta non sono considerati canonici.

III- Chi è l’autore dell’attuale collezione dei Salmi? È una domanda difficile sulla quale non tutti sono d’accordo. I Giudei, in una testimonianza di Eusebio, attribuiscono nella loro tradizione, questa collezione ad Esdra. Noi pensiamo però, dice a questo proposito Danko ( “llist. revel. div.” v. 6, 275), che questa collezione non sia stata fatta da un solo autore, né in un tempo unico. Noi siamo autorizzati a credere che gran parte di questo lavoro sia stato eseguito ai tempi di Ezechia (II Paral. XXIX, 35). Sembra certo che Geremia abbia fatto un gran numero di citazioni dei Salmi (Ger. IX,8; X,24; XI,20; XVII,10; XX,12; etc.). Nehemia ha contribuito egualmente a questo lavoro, così come il pio Giuda Maccabeo (II Maccab. II, 13). Quali siano stati gli autori di questa collezione, è certo che essi siano stati ispirati dallo Spirito Santo, per scrivere e raccogliere questi santi cantici con fedeltà, e separare il divino dal profano. Quanto all’ispirazione divina dei Salmi, essa risulta tutta insieme dalle verità, dai misteri, dalle rivelazioni che essi contengono, dal loro perfetto accordo con gli altri libri della santa Scrittura, dall’avverarsi delle profezie che si trovano affidate ai Salmi, dalle testimonianze dell’Antico e del Nuovo Testamento ed infine dall’autorità della Chiesa Cattolica.

IV- Benché i Salmi si rapportino alla gloria di Dio, e meritino il titolo di inni sacri, tuttavia sono differenti quanto al loro oggetto, quanto al genere, quanto alla loro destinazione particolare nella liturgia.

– 1 Quanto all’oggetto, si possono distinguere gli inni propriamente detti che contengono le lodi di Dio, i Salmi eucaristici, i Salmi di supplica, i Salmi morali, i Salmi penitenziali, i Salmi storici relativi agli avvenimenti passati o ai fatti della vita di David, i Salmi profetici.

– 2 Quanto al genere, li si può dividere in odi, elegie, Salmi didattici.

– 3 Quanto alla loro destinazione particolare, ve n’erano alcuni destinati a coloro che venivano a visitare il tempio, e che cantavano nel salire i gradini: li si chiamava appunto Salmi Graduali. Altri che racchiudevano lezioni morali e dovevano essere imparati a memoria: sono i Salmi alfabetici: se ne contano sei, i Salmi XXIV, XXXIII, CX, CXI, CXVIII. Berthold vi aggiunge anche il salmo XC, secondo la Vulgata. Altri erano destinati ad essere cantati in coro, essi sono composti di canti alternati e prevedono dei cori propriamente detti. Vi sono dei Salmi che dovevano essere cantati semplicemente (canticum), altri che dovevano essere cantati con l’accompagnamento (Psalmus), in altri la voce doveva precedere (canticum Psalmi), ed infine in altri in cui gli strumenti dovevano precedere la voce (Psalmus cantici).

V- Tra i Padri della Chiesa, un gran numero considera David come l’autore unico dei Salmi. In particolare questa è l’opinione di S. Crisostomo, di S. Ambrogio, di S, Agostino, di Teodoreto, di Cassiodoro, di Filastro. Di Eutymio, del venerabile Tiedo e della maggior parte degli antichi. Anche il Bellarmino considera questa opinione come la più probabile, a motivo del gran numero di quelli che l’hanno sostenuta. – Tuttavia non tutti i Padri sono unanimi su questo punto, poiché un certo numero di essi sostiene che non tutti i Salmi vengano unicamente da David. È quanto sostengono Origene, la Sinopsi attribuita a S. Atanasio, S. Ippolito, S. Ilario, Eusebio di Cesareo, e S. Girolamo non esita a dire: « è un grave errore pensare che tutti i Salmi abbiano per autore Davide perché ce ne sono alcuni che ne portano il nome (Epi. Cypr. CXL). A questi nomi importanti e critici, bisogna aggiungere la maggior parte dei rabbini e dei nuovi commentatori ed esegeti di tutte le comunioni, che attribuiscono i Salmi a diversi autori, tra i quali David però mantiene sempre il primo posto. In particolare questa è l’opinione di Bossuet, indicata ma non provata. – I moderni critici tedeschi, e bisognava aspettarselo, hanno dato prova della loro ardita costumanza, poiché sembrano rivaleggiare tra coloro che non vogliono attribuire, e senza motivo, vari Salmi agli autori designati nei titoli. Così secondo Berthold, sono non più di 70 i Salmi veramente di David, e dei 12 che portano il nome di Asaf, sei tutt’al più sarebbero di questo profeta. De Wette non ne ammette neanche questo gran numero e presume che la maggior parte dei Salmi non siano che delle imitazioni di David. Richorn è ancora meno generoso e lascia a David solo il Salmo L di sua proprietà. Hitzig, Olhausen, Lengerke rimandano la composizione della maggior parte dei Salmi, o di un gran numero di essi, ai tempi dei Maccabei (Bengel Dissert. Ad introd. In l. Psal.), Pressel ed Hesse (De Psal. Disser.): fanno risalire a questa epoca i Salmi XLIV, LXXIV, LXXVI, LXXIX, LXXXIII, CXIX. Ma questi autori non prestano attenzione al fatto che se i Salmi fossero stati composti ai tempi dei Maccabei, poiché sono stati inseriti nel Canone solo nella metà del secolo antecedente Gesù Cristo, porterebbero il nome dei loro presunti autori, non permettendo che la loro recente origine andasse obliata. Ora, poiché non si evince alcuna indicazione dell’epoca dei Maccabei, dobbiamo concludere che coloro che sostengono questa opinione sono in errore. – Lasciando dunque da parte queste temerarietà gratuite e senza fondamento dei razionalisti tedeschi, abbiamo in realtà da tener presente solo due opinioni serie. Noi personalmente parteggiamo per la seconda, che cioè i Salmi siano di diversi autori, tra i quali David ha il primo posto, perché questa opinione ha dalla sua, per varie ragioni, se non la maggior parte degli antichi, almeno i più competenti in questa materia e la quasi totalità dei moderni, sia Cattolici che protestanti. Noi quindi riconosciamo che la maggior parte dei Salmi vengano da David, ma non possiamo attribuirgli la totalità dei Salmi. I motivi sui quali appoggiamo tale opinione sono:

1° i titoli dei Salmi che bisognerebbe rigettare o spiegare in un senso improprio;

2° la grande diversità di stile che si nota nella composizione dei Salmi che a parere di tutti vengono da David, da quelli che portano il nome di Asaf o che si riferiscono alla cattività. I Salmi di David sono più facili, più eleganti, quelli di Asaf sono più oscuri, con stile più conciso, più veemente e spesso più triste. Vi si trova inoltre più caldeismo di quanto non se ne trovi nei Salmi che vengono incontestabilmente da David;

3° I fatti storici raccontati o enunciati nei Salmi, e che indicano con evidenza autori posteriori a David. Ora, siccome qui la tradizione ci lascia indubbiamente libertà di critica, noi siamo autorizzati a ritenere queste ragioni, se non invincibili, almeno come altamente probabili. Né l’Antico né il Nuovo Testamento ci sono contrari, e se nostro Signore Gesù Cristo e gli autori dei libri del Nuovo Testamento attribuiscono per la maggior parte dei tempi a David i Salmi che essi citano, non si può trarre altra conclusione e cioè che David è l’autore dei Salmi citati e non della totalità. E se un gran numero di Padri sembra attribuire la maggior parte dei Salmi a David, noi possiamo dire con Bonfrère che essi non parlano sempre secondo i loro sentimenti, ma secondo un linguaggio popolare che dava al Salterio, nella sua globalità, il nome di David. È così che S. Girolamo, partigiano dell’opinione che noi sosteniamo, sembra, nei suoi Commentari, attribuire comunque tutti i Salmi a David. Allo stesso modo fa Bossuet, che nei suoi sermoni cita tutti i Salmi sotto il nome del Profeta-Re.Infine il costume della Chiesa di citare i Salmi sotto il nome di David, le espressioni di più Concili, in particolare quello di Trento, che nei suoi decreti chiama il libro dei Salmi: il Salterio di David, provano semplicemente che David era considerato come il compositore del maggior numero di Salmi, anche se da sempre si ritiene come autore di tutti, colui che ne ha composti la maggior parte.

http://www.exsurgatdeus.org/2020/07/08/la-catena-doro-dei-salmi-note-introduttive-2/

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S. S. PIO XII – “DATIS NUPERRIME”

« Le parole che Dio rivolse a Caino: «La voce del sangue di tuo fratello grida a me dalla terra» (Gn IV, 10), hanno anche oggi il loro valore; e quindi il sangue del popolo ungherese grida al Signore, il quale, come giusto Giudice, se punisce spesso i peccati dei privati soltanto dopo la morte, tuttavia colpisce talora i governanti e le nazioni stesse anche in questa vita, per le loro ingiustizie, come la storia ci insegna. » Tale è il pensiero chiave di questa breve lettera che S. S. Pio XII indirizza all’Episcopato ungherese deplorando i luttuosi avvenimenti rivoluzionari che avevano visto la morte di tanti innocenti, soprattutto Cristiani. Nella storia della Chiesa abbiamo assistito a tante persecuzioni più o meno mascherate da istanze sociali e politiche, ma tutte miranti in realtà a combattere Dio, il suo Cristo e la sua santa Chiesa. Ma il grido di protesta che S. S. Pacelli lanciava all’epoca, è lo stesso sul quale dovrebbero meditare i governanti di oggi della nostra Europa, del continente americano ed asiatico, tutti assoggettati alle logge e conventicole muratorie ed illuminate. Oggi essi marciano sicuri della vittoria e tronfi nei loro discorsi falsi, appoggiati da una falsa chiesa dell’uomo che ha svenduto in pratica tutti i valori cristiani sostituendoli con un paganesimo demoniaco, un moralismo libertinario antinaturale e degno delle peggiori bestie, uno spirito rapace da leone ruggente pronto a divorare tutte le anime che incautamente ingannate vi si accostano. Ma il sangue del tuo fratello, e l’anima dannata del tuo fedele ingannato, gridano vendetta, ed il Signore punisce in questa vita le nazioni che evidentemente non possono raggiungere come tali l’inferno o il purgatorio. È qui che i popoli, i governanti di popoli ribelli ed apostati, ed in particolare i pastori di anime, falsi o veri che siano, è qui che pagheranno, qui sulla terra i loro misfatti per mano dei demoni che hanno servito, pensando – come Adamo ed Eva si illusero di essere già Dei – di poterne trarre vantaggi materiali od onori e fama nel mondo. Ne avranno castighi inimmaginabili già qui in questa vita corrotta, per poi completare le loro belle imprese nell’eterno fuoco, nelle tenebre esteriori, là ove sarà pianto e stridor di denti. Stiano ben attenti i potenti del mondo, coloro che manovrano le leve ed i tentacoli delle mortali piovre, ancor più i falsi preti, i falsi vescovi e i cardinal-tarocchi … per quanti anni pensate di poter sfuggire alla giustizia divina? Dieci, venti, trenta o anche cinquanta … e poi? … cosa pensate che vi aspetti, la canonizzazione falsa riservata oggi nella sinagoga del nemico, pure ai sodomiti ed ai pedofili, ai comunisti e teosofi eretici, ai ladri della gloria di Dio, ai distruttori del Tempio santo? Pensate forse che vi aspetti la fama e l’immortalità nei libri di storia truccati, per aver tentato di scardinare l’ordine divino? Pazzi illusi, no … vi aspetta solo il fuoco eterno, la dannazione definitiva senza riparo. Redimetevi, pentitevi, fate penitenza continua, copritevi di sacco e di cenere, o… fra quaranta giorni Ninive sarà distrutta e la vostra anima dannata per sempre!  

PIO XII

LETTERA ENCICLICA

DATIS NUPERRIME

CONDANNA DEI LUTTUOSI
AVVENIMENTI IN UNGHERIA

Con la recentissima lettera enciclica rivolta all’Episcopato cattolico, avevamo espresso la speranza che anche per il nobilissimo popolo dell’Ungheria albeggiasse finalmente una nuova aurora di pace fondata sulla giustizia e sulla libertà, poiché sembrava che in quella nazione le cose prendessero uno sviluppo favorevole. – Se non che le notizie che in un secondo tempo sono giunte hanno riempito l’animo Nostro di una penosissima amarezza: si è saputo cioè che per le città e i villaggi dell’Ungheria scorre di nuovo il sangue generoso dei cittadini che anelano dal profondo dell’animo alla giusta libertà, che le patrie istituzioni, non appena costituite, sono state rovesciate e distrutte, che i diritti umani sono stati violati e che al popolo sanguinante è stata imposta con armi straniere una nuova servitù. Orbene, come il sentimento del Nostro dovere Ci comanda, non possiamo fare a meno di protestare deplorando questi dolorosi fatti, che non solo provocano l’amara tristezza e l’indignazione del mondo cattolico, ma anche di tutti i popoli liberi. Coloro, sui quali ricade la responsabilità di questi luttuosi avvenimenti, dovrebbero finalmente considerare che la giusta libertà dei popoli non può essere soffocata nel sangue. – Noi, che con animo paterno guardiamo a tutti i popoli, dobbiamo asserire solennemente che ogni violenza, ogni ingiusto spargimento di sangue, da qualsiasi parte vengano, sono sempre illeciti; e dobbiamo ancora esortare tutti i popoli e le classi sociali a quella pace che deve avere i suoi fondamenti nella giustizia e nella libertà e che trova nella carità il suo alimento vitale. Le parole che Dio rivolse a Caino: «La voce del sangue di tuo fratello grida a me dalla terra» (Gn IV, 10), hanno anche oggi il loro valore; e quindi il sangue del popolo ungherese grida al Signore, il quale, come giusto Giudice, se punisce spesso i peccati dei privati soltanto dopo la morte, tuttavia colpisce talora i governanti e le nazioni stesse anche in questa vita, per le loro ingiustizie, come la storia ci insegna. – Voglia il misericordioso Dio toccare il cuore dei responsabili, di maniera che finalmente l’ingiustizia abbia termine, ogni violenza si calmi e tutte le nazioni, pacificate fra loro, ritrovino in un’atmosfera di serena tranquillità il retto ordine. – Frattanto Noi innalziamo al Signore le Nostre suppliche affinché, specialmente coloro che hanno trovato la morte in questi dolorosi frangenti, possano godere l’eterna luce e la pace nel Cielo; e desideriamo pure che tutti i Cristiani uniscano anche per questa ragione le loro suppliche alle Nostre. – Mentre a tutti voi esprimiamo questi Nostri sentimenti, impartiamo di gran cuore a voi, venerabili fratelli, e ai vostri fedeli, e, in modo tutto particolare, al diletto popolo ungherese, l’apostolica benedizione, che sia pegno delle celesti grazie e testimonianza della Nostra paterna benevolenza.

Roma, presso San Pietro, il 5 novembre, l’anno 1956, XVIII del Nostro pontificato.

DOMENICA V DOPO PENTECOSTE (2020)

DOMENICA V DOPO PENTECOSTE (2020)

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Semidoppio. – Paramenti venti.

La liturgia di questa Domenica è consacrata al perdono delle offese. La lettura evangelica mette in risalto questa lezione non meno che quella d’un passo delle Epistole di S. Pietro, la cui festa è celebra in questo tempo: infatti la settimana della V Domenica di Pentecoste era in altri tempi detta settimana dopo la festa degli Apostoli. – Quando David riportò la sua vittoria su Golia, il popolo d’Israele ritornò trionfante nelle sue città e al suono dei tamburi cantò: «Saul ha ucciso mille e David diecimila! ». Il re Saul allora si adirò e la gelosia lo colpi. Egli  pensava: « Io mille e David diecimila: David è dunque superiore a me? Che cosa gli manca ormai se non d’essere re al mio posto? » Da quel giorno lo guardò con occhio malevolo come se avesse indovinato che David era stato scelto da Dio. Cosi la gelosia  rese Saul cattivo. Per due volte mentre David suonava la cetra per calmare i suoi furori, Saul gli lanciò contro il giavellotto e per due volte David evitò il colpo con agilità, mentre il giavellotto andava a conficcarsi nel muro. Allora Saul lo mandò a combattere, sperando che sarebbe rimasto ucciso. Ma David vittorioso tornò sano e salvo alla testa dell’esercito. Saul allora ancor più perseguitò David. Una sera entrò in una  caverna profonda e scura, ove già si trovava David. Uno dei compagni disse a quest’ultimo: « È il re. Il Signore te lo consegna, ecco il momento di ucciderlo con la tua lancia ». Ma David rispose: « Io non colpirò giammai colui che ha ricevuto la santa unzione e tagliò solamente con la sua spada un lembo del mantello di Saul e uscì. All’alba mostrò da lontano a Saul il lembo del suo mantello. Saul pianse e disse: « Figlio mio, David, tu sei migliore di me ». Un’altra volta ancora David lo sorprese di notte addormentato profondamente, con la lancia fissata in terra, al suo capezzale e non gli prese altro che la lancia e la sua ciotola. E Saul lo benedisse di nuovo; ma non smise per questo di perseguitarlo. Più tardi i Filistei ricominciarono la guerra e gli Israeliti furono sconfitti; Saul allora si uccise gettandosi sulla spada. Quando apprese la morte di Saul non si rallegrò ma, anzi, si stracciò le vesti, fece uccidere l’Amalecita che, attribuendosi falsamente il merito di avere ucciso il nemico di David, gli annunciò la morte apportandogli la corona di Saul, e cantò questo canto funebre: « O montagne di Gelboe, non scenda più su di voi né rugiada, né pioggia, o montagne perfide! Poiché su voi sono caduti gli eroi di Israele, Saul e Gionata, amabili e graziosi, né in vita, né in morte non furono separati l’uno dall’altro » (Bisogna riaccostare questo testo a quello nel quale la Chiesa dice, in questo tempo, che S Pietro e S. Paolo sono morti nello stesso giorno). – Da tutta questa considerazione nasce una grande lezione di carità, poiché come David ha risparmiato il suo nemico Saul e gli ha reso bene per male, così Dio perdona anche ai Giudei; non ostante la loro infedeltà, è sempre pronto ad accoglierli nel regno ove Cristo, loro vittima, è il re. Si comprende allora la ragione della scelta dell’Epistola e del Vangelo di questo giorno: predicano il grande dovere del perdono delle ingiurie « Siate dunque uniti di cuore nella preghiera, non rendendo male per bene, né offesa per offesa » dice l’Epistola. « Se tu presenti la tua offerta all’altare, dice il Vangelo, e ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia la tua offerta davanti all’altare, e va prima a riconciliarti con tuo fratello ». — David, unto re di Israele. dagli anziani a Ebron, prende la cittadella di Sion che divenne la sua città, e vi pose l’arca di Dio nel santuario (Cam.). Fu questa la ricompensa della sua grande carità, virtù indispensabile perché il culto degli uomini nel santuario sia gradito a Dio (id.). Ed è per questo che l’Epistola e il Vangelo ribadiscono che è soprattutto quando noi ci riuniamo per la preghiera che dobbiamo essere uniti di cuore. Senza dubbio la giustizia di Dio ha i suoi diritti, come lo mostrano la storia di Saul e la Messa di oggi, ma se esprime una sentenza, che è un giudizio finale, è soltanto dopo che Dio ha adoperato tutti i mezzi ispirati dal suo amore. Il miglior mezzo per arrivare a possedere questa carità è d’amare Dio e di desiderare i beni eterni (Or.) e il possesso della felicità (Epist.) nella dimora celeste (Com.), ove non si entra se non mediante la pratica continua di questa bella virtù.

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps XXVI: 7; 9 Exáudi, Dómine, vocem meam, qua clamávi ad te: adjútor meus esto, ne derelínquas me neque despícias me, Deus, salutáris meus.

[Esaudisci, o Signore, l’invocazione con cui a Te mi rivolgo, sii il mio aiuto, non abbandonarmi, non disprezzarmi, o Dio mia salvezza.].

Ps XXVI: 1 Dóminus illuminátio mea et salus mea, quem timébo? [Il Signore è mia luce e mia salvezza, chi temerò?]

Exáudi, Dómine, vocem meam, qua clamávi ad te: adjútor meus esto, ne derelínquas me neque despícias me, Deus, salutáris meus. [Esaudisci, o Signore, l’invocazione con cui a Te mi rivolgo, sii il mio aiuto, non abbandonarmi, non disprezzarmi, o Dio mia salvezza.].

Oratio

Orémus.

Deus, qui diligéntibus te bona invisibília præparásti: infúnde córdibus nostris tui amóris afféctum; ut te in ómnibus et super ómnia diligéntes, promissiónes tuas, quæ omne desidérium súperant, consequámur.

[O Dio, che a quanti Ti amano preparasti beni invisibili, infondi nel nostro cuore la tenerezza del tuo amore, affinché, amandoti in tutto e sopra tutto, conseguiamo quei beni da Te promessi, che sorpassano ogni desiderio.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Petri Apóstoli. 1 Pet III: 8-15

“Caríssimi: Omnes unánimes in oratióne estóte, compatiéntes, fraternitátis amatóres, misericórdes, modésti, húmiles: non reddéntes malum pro malo, nec maledíctum pro maledícto, sed e contrário benedicéntes: quia in hoc vocáti estis, ut benedictiónem hereditáte possideátis. Qui enim vult vitam dilígere et dies vidére bonos, coérceat linguam suam a malo, et lábia ejus ne loquántur dolum. Declínet a malo, et fáciat bonum: inquírat pacem, et sequátur eam. Quia óculi Dómini super justos, et aures ejus in preces eórum: vultus autem Dómini super faciéntes mala. Et quis est, qui vobis nóceat, si boni æmulatóres fuéritis? Sed et si quid patímini propter justítiam, beáti. Timórem autem eórum ne timuéritis: et non conturbémini. Dóminum autem Christum sanctificáte in córdibus vestris.”

Omelia I

[A. Castellazzi: La scuola degli Apostoli – Sc. Tip. Vescov. Artigianelli, Pavia, 1929]

LA PACE

“Carissimi: Siate tutti uniti nella preghiera, compassionevoli, amanti dei fratelli, misericordiosi, modesti, umili: non rendete male per male, né ingiuria per ingiuria, ma al contrario benedite, poiché siete stati chiamati a questo: a ereditare la benedizione. In vero, chi vuole amare la vita e vedere giorni felici raffreni la sua lingua dal male e le sue labbra dal tesser frodi. Schivi il male e faccia il bene, cerchi la pace e si sforzi di raggiungerla. Perché gli occhi del Signore sono rivolti al giusto e le orecchie di lui alle loro preghiere. Ma la faccia del Signore è contro coloro che fanno il male, E chi potrebbe farvi del male se sarete zelanti del bere! E arche aveste a patire per la giustizia, beati voi! Non temete la loro minaccia, e non vi turbate: santificate nei vostri cuori Gesù Cristo”. – (1. Pietr. 3, 8-15).

Anche l’Epistola di quest’oggi è tolta dalla I. lettera di S. Pietro. E’ naturale che, scrivendo ai cristiani dispersi dell’Asia minore, tenga sempre presente la condizione in cui si trovano: sono pochi fedeli tra numerosi pagani, e sono sotto la persecuzione di Nerone. Come devono diportarsi? devono vivere in stretta unione fra di loro, mediante la misericordia, la compassione, la condiscendenza; essendo stati chiamati al Cristianesimo a render bene per male, affinché abbiano per eredità la benedizione celeste. Non trattino con la stessa misura quelli che fanno loro del male. La vita felice è per chi raffrena la lingua, evita il male e procura di aver pace con il prossimo. Del resto i giusti non sono abbandonati dal Signore, e nessuno può loro nuocere, se sono zelanti del bene. Quanto alla persecuzione, beati loro se hanno a soffrire qualche cosa per la religione cristiana. Siano, quindi, calmi, senza ombra di timore: onorino, invece, e temano Gesù Cristo. Anche noi, dobbiamo procurare di vivere una vita felice, per quanto è possibile tra le miserie e le persecuzioni di questo mondo. Sforziamoci di vivere in pace, ciò che ci è possibile con l’aiuto di Dio, anche tra le tempeste di quaggiù. Per avere la pace:

1 Bisogna astenersi dalle parole e dalle azioni peccaminose,

2 Vivere nella concordia col prossimo,

3 Non aver paura di soffrire per la giustizia.

Chi vuole amare la vita e vedere giorni felici raffreni la sua lingua dal male e le sue labbra dal tesser frodi. Schivi il male e faccia il bene. Chi vuol vivere una vita non turbata da agitazioni e da ‘rimorsi deve astenersi dalle parole e dalle azioni peccaminose. La vita felice quaggiù consiste principalmente nella tranquillità della propria coscienza. Gli uomini più felici sono i Santi. Noi vediamole loro mortificazioni, e, quasi, ce ne scandalizziamo; vediamole loro penitenze, e ci sentiamo come sgomentati. Non vediamo, però, il loro interno. Se vedessimo la pace e la tranquillità della loro coscienza, ci farebbero invidia.L’affermazione dell’Apostolo: «Quasi tristi, ma pur sempre allegri» (Cor. VI, 10), è l’affermazione di tutti i Santi, i quali potrebbero dire: All’esterno siamo stimati come persone viventi una vita di melanconia, eppure viviamo nell’allegrezza. Dove c’è Dio, c’è la pace. Quello che Gesù disse un giorno agli Apostoli, dice a tutti coloro che gli sono uniti per mezzo della grazia: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace; ve la do, non come ve la dà il mondo» (Giov. XIV, 27). – Sul fiume ingrossato o sul lago mosso dai venti, il barcaiolo adopera tutta la sua vigoria e tutta la sua prudenza per condurre la barca a riva, lottando con le onde. Ma il fanciullo che vi si trova, se ne sta tranquillo divertendosi con gli spruzzi d’acqua che v’entrano. Nella barca c’è il padre; perché temere? Quando noi con il peccato, non allontaniamo dall’anima nostra Dio, perché dobbiamo turbarci? – Finché la coscienza è in pace con Dio, vengano pure le tribolazioni da qualsiasi parte: Dio è il rifugio del tribolato che in lui trova consolazione. Ma se il peccato ne ha scacciato Dio, egli non può trovar rifugio o consolazione. Nessuna pena è più grave della rea coscienza. Noi vediamo delle volte piante intarlate o marce esternamente. Chi deve farne uso non si preoccupa tanto della superficie: osserva se la pianta sia sana internamente. Se internamente non fosse sana, a nulla varrebbe, anche se avesse buona apparenza esterna. «Così, quando l’uomo non trova in se stesso una buona coscienza, che gli giova essere in buon stato esternamente, se è putrefatto il midollo della sua coscienza?» (S. Agost. En. In Ps. XLV,3) Se può ingannare l’occhio degli uomini che lo credono felice, non può ingannar Dio. «Dio solo vede il cuore degli uomini» (2 Paral. VI. 30) ed egli ci assicura che «per gli empi non c’è pace» (Is. XLVIII, 22). – Chi vuol vivere giorni felici, oltre essere in pace con Dio, deve procurare di essere in pace con il prossimo. Cerchi la pace e si sforzi di raggiungerla, studiandosi di vivere in concordia col prossimo, e ponendo ogni premura per impedire che la pace non si rompa. È tanto facile rompere la pace con il nostro prossimo! Le sue abitudini, i suoi gusti, le sue parole ci sono frequentemente occasione d’impazienza, di risentimento. Per non rompere l’armonia che deve regnare con tutti, è necessario prender sempre le cose in buona parte; non lasciarsi mai prendere dal cattivo umore; e sopportar pazientemente il cattivo umore degli altri. Io sarei felice, se quel vicino non s’interessasse dei fatti miei, se quella persona non mi portasse invidia, se quell’altra non mi odiasse, tu dici. Sarà verissimo. Ma siccome anche tu sei di carne e ossa come coloro che ti recano noia, è naturale che gli stessi lamenti che tu muovi rispetto a loro, essi potrebbero muovere rispetto a te. Sai bene che cosa dice S. Giacomo : «Tutti manchiamo in molte cose» (III, 2). Via, oggi a me, domani a te. Se oggi sono altri che ti offrono motivo di lamento, domani potresti esser tu a offrire motivo di lamento ad altri. È meglio considerare la partita pari, e sopportarsi a vicenda, avendo sempre in vista la conservazione della pace. Quanto ai sussurroni che cercano di turbare la concordia non c’è che far orecchie da mercante. Un buon paio d’orecchie stancano cento male lingue. Col tempo taceranno anch’essi. Esser indulgenti con i nostri fratelli è condizione indispensabile per conservar la pace e la felicità. Il Signore l’ha inculcata insistentemente questa indulgenza verso il prossimo. E il cristiano non può esimersi dal praticarla. Dimentichi, quindi, i dispiaceri che gli furon dati; non badi alle parole sfavorevoli; non si lamenti delle dimenticanze; passi sopra ai torti ricevuti, ripaghi l’odio con il perdono, anzi con l’amore. Allora soltanto avrà la pace. «Se c’è carità, ci sarà anche la pace» (S. Giov. Cris. In Epist. Ad Eph. Hom. XXIV, 4). Senza abnegazione non si può aver la pace. È una verità troppo dimenticata. Forse mai, come ai nostri giorni, si è sentito parlare di pace; eppure tutti sentiamo che la pace manca. Si vuol la pace, senza cessare di guardarsi in cagnesco; si vuol la riconciliazione, pur mantenendo vivo l’odio; si vuole l’armonia, senza rinunziare all’orgoglio e all’egoismo. Si vuol la pace, mettendo a base non l’amore, ma il timore. La pace si avrà solamente allora che le si metterà per base l’amor di Dio col conseguente amor degli uomini. Senza questa base possono moltiplicarsi i convegni, le riunioni, i tentativi d’ogni genere: tutto, però, finirà con la melanconica constatazione del profeta «E curarono le piaghe della figlia del popol mio con burlarsi di lei, dicendo: Pace, pace; e pace non era» (Ger. VI, 14). E non dobbiamo accontentarci della pace di un giorno, o di una pace molto facile. I tesori si acquistano con grandi sacrifici, e si conservano con molta cura. Altrettanto dobbiam fare con il tesoro della pace. Chi vuol vivere i giorni felici cerchi la pace, e si sforzi di raggiungerla «Non basta cercarla; — commenta S. Gerolamo — se, trovatala, cerca di sfuggire, tienle dietro con ogni alacrità! » (Epis. 124, 14 ad Rost.). – E chi potrebbe farvi del male se sarete zelanti del bene? Nessuno può nuocere a chi conduce una vita irreprensibile, dedita al bene. Tutt’al più può nuocere al corpo, non all’anima. Su questo punto è troppo chiarala parola del Divin Maestro, perché abbiamo ad aver un momento solo di titubanza. «Non temete coloro che possono uccidere il corpo, e non l’anima: temete piuttosto colui che può mandare in perdizione all’inferno e l’anima e il corpo» (Matth. X, 28). Tutti i patimenti che i persecutori facevano soffrire ai Cristiani, se tormentavano le loro membra, lasciavano imperturbato il loro spirito. «Noi siamo persuasi — affermava S. Giustino M. — di non poter soffrir male di sorta da nessuno, se non quando siamo convinti d’esser caduti in colpa» (Apol. 1, ). Anzi, la persecuzione noi dobbiam considerarla come un bene. E se anche aveste a patire per la giustizia, beati voi!, aggiunge S. Pietro. Quando si soffre per una causa giusta, si è più degni di ammirazione di chi trionfa. Chi soffre per una causa santa, deve fare più invidia che compassione. «Essere prigioniero per Cristo — dice il Crisostomo — è gloria più grande che essere Apostolo, dottore, evengelista. E chi ama Cristo ben intende quel che dico» (In Ep. Ad Eph. Hom. 8, 1). La Beata Giovanna Antida Thouret, non reggendole il cuore di vedere, durante la rivoluzione francese, il suo paese senza culto, senza preghiera, prese a radunar gente in casa sua, nei giorni domenicali e festivi, perché potessero attendere a qualche atto di pietà. Talora poté venire anche qualche sacerdote a celebrare e a ministrare i Sacramenti. – La cosa non poteva sfuggire ai nemici della religione, e la Thouret è chiamata a comparire davanti al comitato rivoluzionario di Baumes-Les-Dames. Mentre si reca davanti ai commissari la gente, che temeva per la sua sorte, le diceva: — Dove andate mai ? — Vado a festa. Non temete; non ho paura; si tratta della causa di Dio — (La Beata Giovanna Antida Thouret Roma, 1926). Quando si tratta della causa di Dio dobbiamo considerare le sofferenze come una vera festa. Anche Gesù Cristo aveva detto, prima di S. Pietro : « Beati voi quando vi oltraggeranno e vi perseguiteranno » (Matth. V, 11). Qualunque croce, accettata con spirito cristiano ci porta vantaggi incalcolabili. « Beato l’uomo che soffre tentazioni; perché quando sarà stato provato, riceverà la corona di vita, promessa da Dio a coloro che lo amano » (Giac. I, 12). Quindi, in nessuna circostanza della vita c’è motivo di perder la pace, «Si logori pure la mia carne e il mio cuore: — esclama il Salmista — fortezza del mio cuore e mia porzione eterna è Dio» (Ps. LXXII, 26). E quando pensiamo che Dio è nostra porzione eterna, non possono turbarci le privazioni che logorano la vita, i dolori che amareggiano il cuore. Le tribolazioni e le persecuzioni devono, invece, consolarci perché «la momentanea e leggera tribolazione nostra procaccia a noi, oltre ogni misura, smisurato peso di gloria» (II Cor. IV, 17).

Graduale

Ps LXXXIII: 10; 9

Protéctor noster, áspice, Deus, et réspice super servos tuos,

[O Dio, nostro protettore, volgi il tuo sguardo a noi, tuoi servi]

V. Dómine, Deus virtútum, exáudi preces servórum tuórum. Allelúja, allelúja

[O Signore, Dio degli eserciti, esaudisci le preghiere dei tuoi servi. Allelúia, allelúia]

Alleluja

Ps XX: 1

Alleluja, alleluja Dómine, in virtúte tua lætábitur rex: et super salutáre tuum exsultábit veheménter. Allelúja.

[O Signore, nella tua potenza si allieta il re; e quanto esulta per il tuo soccorso! Allelúia].

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum Matthæum.

Matt. V: 20-24

“In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis: Nisi abundáverit justítia vestra plus quam scribárum et pharisæórum, non intrábitis in regnum coelórum. Audístis, quia dic tum est antíquis: Non occídes: qui autem occídent, reus erit judício. Ego autem dico vobis: quia omnis, qui iráscitur fratri suo, reus erit judício. Qui autem díxerit fratri suo, raca: reus erit concílio. Qui autem díxerit, fatue: reus erit gehénnæ ignis Si ergo offers munus tuum ad altáre, et ibi recordátus fúeris, quia frater tuus habet áliquid advérsum te: relínque ibi munus tuum ante altáre et vade prius reconciliári fratri tuo: et tunc véniens ófferes munus tuum.”

(In quel tempo: Gesú disse ai suoi discepoli: Se la vostra giustizia non sarà stata più grande di quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel Regno dei Cieli. Avete sentito che è stato detto agli antichi: Non uccidere; chi infatti avrà ucciso sarà condannato in giudizio. Ma io vi dico che chiunque si adira col fratello sarà condannato in giudizio. Chi avrà detto a suo fratello: raca, imbecille, sarà condannato nel Sinedrio. E chi gli avrà detto: pazzo; sarà condannato al fuoco della geenna. Se dunque porti la tua offerta all’altare e allora ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia la tua offerta all’altare e va prima a riconciliarti con tuo fratello, e poi, ritornato, fa la tua offerta.)

Omelia II

“Sopra la falsa e la vera divozione.”

Nis iabundaverit iustitia vestra plusquam scribarum et pharisæorum, non intrabitis in regnum cœlorum (Matth. V.)

Chi l’avrebbe creduto, fratelli miei, che una giustizia, la quale compariva agli occhi degli uomini così abbondante, così perfetta come quella dei farisei, dovesse essere riprovata daGesù Cristo come indegna d’essere ricompensata nel regno de’ cieli? Che cosa erano i farisei ed in che consisteva la loro giustizia? I farisei erano una società d’uomini separati dal comune del popolo, che facevano professione d’una divozione straordinaria, che erano tenuti anche per santi; facevano lunghe orazioni, davano grandi limosine ai poveri, pagavano esattamente le decime, digiunavano due volte la settimana. Chiunque facesse altrettanto al giorno d’oggi non si avrebbe per santo? Perché  dunque Gesù Cristo condanna sì altamente la giustizia dei farisei? Le azioni che essi facevano erano forse in sé stesse degne di condanna? L’orazione, il digiuno, la limosina non sono forse atti di virtù cui Gesù Cristo medesimo ha promesso magnifiche ricompense? Sì, senza dubbio, queste azioni sono lodevoli in se stesse, degne di ricompense eterne quando sono accompagnate dalle condizioni che debbono renderle tali: ma la pretesa giustizia dei farisei mancava di queste condizioni; e perciò fu riprovata da Gesù Cristo. In che i farisei erano dunque degni di condanna? Eccolo, fratelli miei; si è che costoro, i quali comparivano così santi e regolati agli occhi del pubblico, tali non erano agli occhi di Dio. Gli uomini, che giudicano solo dall’esteriore, canonizzano per l’ordinario tutto ciò che al di fuori porta i segni della santità; ma Dio, che conosce il fondo del cuore, ne giudica molto diversamente. Per esser santo agli occhi degli uomini, basta salvare le apparenze; ma per esser santo agli occhi di Dio bisogna esser tale qual si comparisce. Convien osservar fedelmente tutti i punti della legge; è necessario principalmente che la pietà e la virtù risiedano nel fondo del cuore. Ora questo è in che mancavano i farisei. Contenti d’osservar certi precetti, d’evitare certi delitti che da se stessi fanno orrore alla natura, trasgredivano la legge del Signore in molte cose che essi riguardavano come di poca conseguenza, ma che non erano tali avanti a Dio. Le loro azioni, benché lodevoli comparissero agli occhi degli uomini, non erano quindi animate dal principio e dal fine che dovevano renderle accette a Dio. In due parole, la loro giustizia non era intera, ma era una giustizia mancante: la loro giustizia non era interiore, ma solo apparente; due difetti che la fecero riprovare da Gesù Cristo, e che non si ritrovano, oimè! che troppo sovente nella virtù di molti cristiani, come se ne potrà giudicare del parallelo che ne faremo con quelle dei farisei. Donde noi conchiuderemo che la pietà, per esser vera, deve essere intera ed interiore; intera per adempier tutta la legge; interiore per seguire lo spirito della legge. Cominciamo.

I . Riflessione. Primieramente, la giustizia dei Farisei non era intiera, perché si contentavano d’osservare solo alcuni punti della legge. Erano essi anche attaccati scrupolosamente a certe cerimonie, ad alcune tradizioni che avevano ricevute dai loro padri e che non li obbligavano, mentre si prendevano la libertà di trasgredire la legge del Signore in molte cose che li obbligavano indispensabilmente: non avrebbero essi osato bestemmiare, giurar il falso, commettere un omicidio; ma non avevano difficoltà di prender il santo nome di Dio invano, di giurar per le creature, a fine di accertare ciò che persuader volevano. Non riguardavano come un gran male il lasciarsi trasportare dai moti dell’ira, di conservare sentimenti d’odio, di vendetta contro il loro prossimo, e di manifestarli con parole ingiuriose, che offendevano la carità; e quel che è più, insegnavano agli altri queste perniciose massime, di cui erano essi infetti. Che però Gesù Cristo per preservare i suoi Apostoli dalle illusioni di quei falsi dottori, dà ai suoi discepoli questa bella istruzione che vien riportata nel nostro Vangelo: Voi avete appreso, dice loro, che è stato detto ai vostri antenati, non farete alcun omicidio, e chi ne farà, meriterà d’esser condannato al tribunale del giudizio; ma io vi dico che chi tratterà suo fratello da uomo di poco senno, meriterà di essere condannato al tribunale del consiglio; che chi dirà: “uomo insensato”, meriterà il supplizio del fuoco. Se dunque voi vi ricordate, facendo la vostra offerta all’altare, che il vostro fratello ha qualche cosa contro di voi, lasciate ivi la vostra offerta ed andate a riconciliarvi con lui. Tale è, fratelli miei, la perfezione che Gesù Cristo domandava dai suoi discepoli, affinché la loro giustizia superasse quella de’ farisei. Laonde ben lungi di abolire la legge antica, non faceva che compirla e perfezionarla; Egli voleva che la sua morale sussistesse in tutto il suo vigore, e che fosse osservata in tutta la sua estensione, di modo che non si dovesse mancare ad un sol punto; Jota unum aut unus apex non præteribit a lege (Matt. V). Non era che all’intera osservanza della legge, che prometteva il suo regno, e chiunque ne avesse violato un solo precetto, non poteva avervi pretensione alcuna, Non bisogna dunque stupirsi che Egli dichiari così apertamente ai suoi discepoli che se la loro giustizia non supera quella dei farisei, non avranno alcuna parte nel suo regno: Nisi abundaverit iustitia vestra etc. Or a quanti cristiani si possono al giorno d’oggi indirizzare le medesime minacce che il Salvatore indirizzava ai suoi discepoli, e i medesimi rimproveri che faceva ai farisei? Quanti, infatti, che si contentano di osservare la legge del Signore in certi punti che non li molestano, o perché il loro onore, il loro interesse vi sono attaccati; che non si credono in niun modo colpevoli perché evitano certi delitti che portano in se stessi un carattere d’infamia; ma si perdonano facilmente molti mancamenti contro questa divina legge, tosto che la passione del piacere o dell’ interesse si trova il suo conto? Taluno che ha orrore , come deveaverne ogni comò ragionevole, di lordarsi le mani nel sangue di suo fratello, nutrirà nel suo cuore sentimenti d’amarezza, d’animosità che niente è capace di soffocare; lacererà la riputazione altrui con nere calunnie, con colpi mortali d’una maligna maldicenza, non temerù anche d’offendere con parole ingiuriose ed oltraggianti. Or a che serve, fratelli miei, che voi non siate né omicidi né ladri, se siete collerici e detrattori, se conservate nel vostro cuore odio contro il vostro prossimo? Gesù Cristo non vi dice forse nel Vangelo che chi si metterà in collera contro suo fratello subirà il rigore del giudizio di Dio; che chi l’oltraggerà con parole che distruggono la carità sarà condannato al supplizio del fuoco? A che vi serviranno anche tutte le buone azioni che farete, se non avete quella carità, che fa il carattere dei discepoli di Gesù Cristo? Voi rassomigliate, dice il grande Apostolo, ad un cembalo che tinnisce e al bronzo che risuona: invano recitereste lunghe preghiere come i farisei; invano dareste, come essi, grandi limosine e più grandi ancora, sino al segno d’abbandonare tutti i vostri beni ai poveri; invano digiunereste due volte la settimana, come i saggi del giudaismo, e tutti i giorni della settimana più austeramente che essi; invano dareste il vostro corpo ad esser bruciato; tutti questi sacrifici senza la carità nulla vi servirebbero. Gesù Cristo non vi dice forse nel Vangelo che se, offrendo il vostro dono all’altare, vi ricordate che vostro fratello ha qualche cosa contro di voi, bisogna prima andarvi a riconciliare con lui, altrimenti la vostra offerta non sarà in verun modo ricevuta? Si offers munus tuum ad altare, et ibi recordatus fueris quia frater tuus habet aliquid adversum te …; vade prius reconciliari fratri tuo (Matth.V). – Non vi crediate dunque molto avanzati nella virtù perché non siete omicidi: voi non avete ancora, dice s. Agostino, salito che un grado; salirete più alto, se non dite alcune parole ingiuriose: ma non basta ancor questo: dovete soffocare sino al minimo risentimento di collera e di rancore contro del vostro prossimo; tale è la perfezione che la legge di Gesù Cristo esige da voi. Or io voglio, fratelli miei, che voi non siate soggetti né all’ira né alla maldicenza, che non facciate alcun torto al vostro prossimo; la vostra giustizia non avrà ancora l’integrità che deve avere se voi siete dominati da qualche altra passione che la legge del Signore vi proibisce; se il vostro cuore è schiavo d’un amor profano; se voi mantenete corrispondenze peccaminose con quella persona che non dovete neppure mirare; se fate servire i vostri beni ad appagare la vostra vanità, la vostra sensualità; in una parola, se contravvenite a qualcheduno dei comandamenti del Signore, sebben non fosse che ad un solo, tutte le vostre virtù saranno contate per nulla al giudizio di Dio, voi non sarete meno riprovati che se aveste trasgredita tutta la legge: Quicumque totam legem servaverit, offendat autem in uno, factus est omnium reus (Jac.2). – Invano voi fareste pompa, come i farisei, di certe apparenze di virtù; invano avreste fatte opere di supererogazione che vi avessero attirata la stima degli uomini; se siete stati infedeli a qualcheduna delle vostre obbligazioni, la vostra giustizia sarà riprovata, come quella di quei falsi dottori della legge: Nisi abundaverit iustitia vestra etc. Tale è nulladimeno l’abuso che s’introduce nella maggior parte delle divozioni che si veggono nel mondo cristiano: simili ai farisei, che erano scrupolosamente attaccati a certe osservanze della legge, alle quali non erano obbligati, e che trascuravano i doveri essenziali, moltissimi di coloro che fanno al giorno d’oggi profession di divozione saranno esatti anche fino allo scrupolo in certe pratiche di pietà, che sono di puro consiglio, a recitare alcune preci delle confraternita a cui sono aggregati, saranno assidui ad udire la Messa nei giorni che non sono di precetto, visiteranno chiese, ospedali, abbracceranno con piacere esercizi di divozione che non sono al loro stato necessari, perché l’onore, il costume, una certa convenienza ve li portano, ma del resto non si mettono troppo in pena di adempiere i doveri del loro stato, perché questi doveri loro recano molestia e incomodo. Quell’uomo farà dei viaggi di divozione, e non assiste punto agli uffizi della sua parrocchia, non frequenta i sacramenti, dà cattivo esempio alla sua famiglia; quella donna recita lunghe preghiere in chiesa, e non avrà alcuna compiacenza per suo marito, sarà dura ed intrattabile con i domestici, trascurerà l’educazione dei figliuoli, che lascia vivere nel disordine; quell’altro si farà un dovere d’assistere ad un’adunanza di pietà, ma commette delle frodi nel commercio, trascura gli affari di cui è incaricato. Di grazia, queste sono esse divozioni regolate secondo lo spirito del Vangelo? No, senza dubbio; ogni divozione che non si concilia coi doveri essenziali dello stato in cui uno è impegnato, e non permette che s’adempiano in tutta la loro estensione, ella è una divozione farisaica, riprovata da Dio; a più forte ragione quella che allontana dall’adempiere questi doveri. – Ma che? pretendo io forse qui biasimare le pratiche di pietà, i santi esercizi della religione, le opere di supererogazione, che esser possono sorgente di grandi meriti? A Dio non piaccia; la vera pietà, ben lungi dal rigettarle, le abbraccia al contrario come mezzi acconci a meritar le grazie di Dio e a mantenersi nel fervore del Cristianesimo; ma ella s’attacca agli obblighi dello stato a preferenza delle opere che nol sono; adempie i precetti prima dei consigli; ella sa talmente riunire gli uni con gli altri che, tacendo ciò che è di precetto, non dimentica ciò che è di consiglio: Haec oportuit facere, et illa non omittere (Matth. XXIII 23). Imperciocché starsene precisamente a ciò che è d’obbligo e trascurare affatto ciò che è di supererogazione, egli è mancar di generosità verso Dio ed esporsi al rischio di mancare alle sue obbligazioni. Egli è difficile l’adempiere perfettamente i propri doveri, senza fare qualche cosa di più. Se voi contate, per esempio, con tutto rigore ciò che dovete precisamente dar in limosina per sollievo dei poveri, non arriverete forse al punto ove la vostra carità deve portarsi; vi è d’uopo dunque sforzarvi più di quel che dovete per essere sicuri di farlo perfettamente; la vera virtù non teme d’esser liberale a riguardo d’un Dio che non si lascia vincere in liberalità. Se la vostra è tale, fratelli miei, essa sorpasserà quella dei farisei e vi assicurerà un diritto al regno dei cieli, purché però sia anche interiore, cioè abbia la sua sorgente dal cuore, e sia conforme allo spirito della legge.

II. Riflessione. Ciò che la radice è all’albero, è il cuore alla pietà: ogni albero che non ha radice non può produrre frutti; cosi la pietà che non è nel cuore è sterile ed infruttuosa. Tale era la giustizia dei farisei: avevano essi un bell’esteriore, belle apparenze di pietà; ma queste apparenze gravi ed autorevoli servivano di velo ai vizi enormi di cui eran infetti, sotto la pelle di pecora nascondevano essi la voracità di lupi rapaci: quindi quelle terribili maledizioni che Gesù Cristo pronunzia sì spesso contro di essi nel Vangelo. Guai a voi, loro dice, scribi e farisei ipocriti, che nettate l’esteriore della tazza e al di dentro siete pieni di rapine e d’immondezze! Guai a voi, che rassomigliate ai sepolcri imbiancati, il cui di fuori comparisce bello, ma il di dentro è tutto ripieno d’ossa di morti e di corruzione: Vœ vobis, quia similes estis sepulchris dealbatis (Mat. XXV). In questa guisa, fratelli miei, questo supremo scrutatore dei cuori giudicava la pretesa giustizia dei farisei, perché ne conosceva tutto il cattivo fondo e non poteva essere ingannato dallo specioso esteriore di cui servivansi gli uomini. Infatti, se essi facevano belle azioni, ciò era piuttosto per guadagnarsi la stima degli uomini che quella di Dio; se recitavano lunghe preghiere, i loro cuori erano lontani da Dio, perché desideravano più di essere osservati dagli uomini che ascoltati da Dio; se facevano limosine ai poveri, le facevan pubblicare a suono di tromba, non per chiamare a sé i poveri che dovevan soccorrere, ma piuttosto per attirarsi ammiratori che loro facessero applausi: se digiunavano due volte la settimana, ciò era con un’aria abbattuta che affettavano per far vedere la loro penitenza; in una parola, la vanità era il principio di tutte le loro belle azioni; perciò fu essa lo scoglio del loro merito. Cercavano essi con premura la gloria e la stima degli uomini, e questa fu pur anche tutta la ricompensa che ricevettero della loro falsa virtù: Receperunt mercedem suam (Matth. VI). Paragoniamo ora la virtù d’un gran numero di cristiani con quella di quei falsi saggi del giudaismo. Oh quanti cristiani vi sono che hanno avuto in retaggio vizi de’ farisei, e la cui pietà è tanto superficiale quanto quella di quegli ipocriti. Quanti falsi devoti che sotto il manto d’una virtù apparente nascondono enormi vizi! Al vedere la condotta della maggior parte di essi, voi li credereste santi; danno tutti i segni esteriori di religione, pregano, digiunano, fanno limosine, frequentano tutte le divozioni, entrano volentieri in tutte le intraprese di carità e di buone opere che si faranno in una parrocchia, in una città; ma sotto quella maschera di devozione conservano uno spirito superbo, un cuor sensuale ed immortificato, attaccato ai comodi della vita, nemici d’ogni soggezione e d’ogni ritenutezza, spesse volte corrotti da infami piaceri. Al vedere quell’uomo, quella donna recitare lunghe preghiere in chiesa, leggere un libro di pietà o girare una corona fra le mani, chi crederebbe che l’uno è un usurpatore dell’avere altrui, un furbo, un ingannatore; e l’altra una maldicente, una collerica nel suo governo domestico, una rissosa con le sue vicine? Al vedere quel giovane, quella fanciulla nelle adunanze di pietà, accostarsi spesso ai sacramenti, chi crederebbe che l’uno è un libertino, un dissoluto, l’altra una superba, un’impudica, che mantiene rei commerci, che fa tanti sacrilegi, quanti sacramenti riceve, perché o non vuole scoprire i suoi disordini o non vuole correggersene? – Oh se ci fosse dato di penetrare il muro, come diceva altre volte il Signore ad un profeta, quante abbominazioni nascoste non iscopriremmo! Se si aprissero quei sepolcri imbiancati, sì ornati al di fuori, che odor pestilenziale ne uscirebbe! Non appartiene che a Dio, che investiga il fondo dei cuori, di giudicarne: gli uomini sono ingannati dalle apparenze; ma al giudizio di Dio, ove tutti i segreti de’ cuori saranno svelati, si conoscerà la verità di quanto dico. Coloro che ingannano così gli occhi degli uomini ne sono di già convinti dalla testimonianza della loro coscienza: felici, se sensibili al rimprovero che essa fa loro, prendessero le misure convenevoli per essere tali al di dentro, quali compariscono al di fuori. Mentre finalmente ogni divozione, ogni virtù che non è nel cuore, non è che una virtù superficiale; ella e una divozione ingiuriosa a Dio, inutile a chi la professa. Dico divozione ingiuriosa a Dio; perché gli è al cuore che Dio principalmente si attiene, è il sacrificio del cuore ch’Egli domanda a preferenza d’ogni altra vittima e sul quale egli ha i diritti più incontrastabili; per conseguenza è fargli un’ingiustizia il ricusargli quest’olocausto. Dissi che ogni divozione che non è nel cuore è inutile ed anche perniciosa; perché con tutta la pena, che si ha a praticare la virtù al di fuori, se ne perde il merito e si attira sopra di sé la maledizione di Dio. Questi falsi devoti sono per verità lodati ed applauditi dagli uomini, come lo furono i farisei; ma questa è tutta la ricompensa che essi ricevono delle loro buone azioni. Colui che nel fondo è un usuraio nascosto, un ingannatore, passerà per uomo dabbene; quella donna maledica, per una devota; quel giovane, quella fanciulla, per persone modeste e riserbate; quelli che non li conoscono daran loro molte lodi, ma avanti a Dio sono tanti riprovati: siccome cercano di piacere agli uomini piuttosto che a Dio, così riceveranno la loro ricompensa quaggiù; ma il Signore li rigetterà dalla sua presenza, e dirà loro d’andar a cercare il loro salario presso padroni stranieri ch’essi hanno servito in pregiudizio della sua gloria: Nescio vos. lo non vi conosco, ritiratevi da me, voi tutti che non avete avuto che la scorza della pietà, senza averne lo spirito: voi avete potuto ingannare gli uomini con una virtù apparente; ma non avete ingannato me che conosceva il fondo delle vostre iniquità: voi non m’avete servito in spirito ed in verità come dovevate; io non ho ricompensa veruna a darvi: Discedite a me qui operamini iniquitatem (Marc.7). – Egli è dunque un ingannare se stesso, egli è un faticare invano l’attaccarsi all’esteriore della divozione, senza averne lo spirito. La pietà, è vero, deve manifestarsi con le opere, senza di che ella sarebbe imperfetta e sterile; ma se queste opere non sono animate da un buon principio, se non sono nobilitate da un buon fine, la pietà diventa un corpo senz’anima, un albero senza frutti che non produce al più che fiori, i quali nulla servono. Tutta la gloria della figlia del re, dice il profeta viene dalla sua bellezza interiore; benché magnifica ella sia al di fuori per la diversità de’ suoi ornamenti, ella è ancora più leggiadra e vezzosa per le belle qualità di cui è fregiata l’anima sua: Omnìs gloria filiœ regis ab intus (Ps. XLIV). Tale è il ritratto di un’anima veramente devota; quest’anima de e prima d’ogni cosa applicarsi a ben regolare il suo interiore per attirarsi gli sguardi del suo divino sposo, e adornarsi in appresso degli ornamenti esteriori delle virtù, che sono le buone azioni: In fimbriis Circumamictæ varietatibus. Allorché Dio comandò a Mosè d’indorare l’arca dell’alleanza, volle che cominciasse dal di dentro prima d’indorarla al di fuori. Tale è la regola che si deve seguire nella divozione; bisogna che questa divozione sia nell’interiore prima di manifestarsi con le opere. L’anima devota deve riguardarsi come un tempio vivo, ove ella deve offrire a Dio l’incenso delle preghiere più ferventi, il sacrificio delle più care inclinazioni. Questo tempio dee esser ornato al di dentro coll’oro della più pura carità, dell’umiltà più profonda, della purità più inviolabile, in una parola, di tutte le virtù che ne facciano una dimora degna dell’Altissimo. Questo tempio deve altresì esser ornato al di fuori dallo splendore delle buone azioni, che manifestano la bellezza che è al di dentro, azioni che sieno animate dal solo desiderio di piacere a Dio, di edificare il prossimo, di santificare se stesso ; che partano, in una parola, da una retta intenzione, che ne è come l’anima e che ne fa tutto il prezzo. Tal è, in poche parole, il carattere della vera pietà e della soda devozione: attenta a nulla trascurare di tutto ciò che può contribuire alla gloria di Dio e alla salute dell’uomo, ella sa unire tutti i doveri della religione con quelli della società per rendere nell’istesso tempo aCesare ciò che è di Cesare, e a Dio ciò che è di Dio; vale a dire, per adempiere i suoi obblighi a riguardo di Dio e del prossimo. Osservate, fratelli miei, quali sono i vostri doveri per adempirli in tutta la loro estensione: mirate ciò che voi dovete a Dio, ciò che dovete al prossimo, ciò che dovete avoi medesimi. Voi dovete a Dio, il sacrificio d’una viva fede colla sommissione del vostro spirito alle verità ch’Egli vi ha rivelate; gli dovete il sacrificio della volontà per fare tutto ciò che vi ha comandato; gli dovete il culto più religioso, l’amore più perfetto l’attaccamento più inviolabile; attaccamento che sia costante nelle aridità e nei rigori della divozione, come nelle dolcezze; di modo che cerchiate meno le consolazioni di Dio che il Dio delle consolazioni, e siate sempre pronti a fare ciò che non sarebbe di vostro gusto, come ciò che sarebbe più conforme alle vostre inclinazioni, perché vi troverete più la volontà di Dio. Voi siete anche incaricati a riguardo del prossimo di certi doveri che la giustizia e la carità v’impongono; doveri di giustizia, per rendere a ciascuno ciò che gli è dovuto; doveri di carità, per soccorrere il prossimo nei suoi bisogni; doveri di società, che vi rendono utili ed anche piacevoli a coloro che vi frequentano: mentre la vera divozione, benché severa a se stessa, è dolce ariguardo degli altri; essa vorrebbe sola portar la pena della virtù per loro risparmiarla. Molto differente in questo dalla pretesa virtù dei farisei, che imponevano gravi pesi sopra le spalle degli altri, mentre essi non volevano neppure toccarli con la punta delle dita. Ella non conosce quell’umore stizzoso che rende odiosa la virtù, ma si attrae l’amore e la stima di tutti, perché comparisce sempre gioviale nell’adempimento dei suoi doveri. Ella evita egualmente gli eccessi dell’allegrezza e della tristezza, che sono segni d’una virtù poca soda, ma conserva un giusto temperamento tra l’una e l’altra. Se è triste, lo è d’una tristezza secondo Dio, che opera la salute, dice s. Paolo; se si rallegra, il Signore è il principio ed il fine della sua allegrezza: Gaudete in Domino. Nemica dell’inganno e delta menzogna, che regnano nel commercio degli uomini, ella cammina con la semplicità della colomba e con la prudenza del serpente; ella fassi tutta a tutti per guadagnare tutto il mondo a Gesù Cristo. – Finalmente la divozione v’impone dei doveri riguardo a voi medesimi, che sono la rinuncia agli onori, ai beni, ai piaceri del secolo, la mortificazione delle passioni, il crocifiggimento della carne, la pazienza nelle afflizioni. Voler esser devoto senza farsi alcuna violenza per seguire le massime del Vangelo, pretendere punire la divozione con tutti i comodi della vita è un’illusione; questo non è conoscere il carattere, poiché la vera divozione consiste principalmente nell’imitazione delle virtù di Gesù Cristo. Volete voi dunque essere veramente devoti, fratelli miei? Prendete questo divino originale per modello di vostra condotta. Tutto ciò che voi fate anche di più indifferente fatelo nel nome di Gesù Cristo ed in unione di ciò che Egli ha fatto di somigliante sopra la terra; questa è la miglior pratica di divozione che io possa proporvi per meritare la felicità eterna. Così sia.

Credo …

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Offertorium

Orémus

Ps XV: 7 et 8. Benedícam Dóminum, qui tríbuit mihi intelléctum: providébam Deum in conspéctu meo semper: quóniam a dextris est mihi, ne commóvear.

[Benedirò il Signore che mi dato senno: tengo Dio sempre a me presente, con lui alla mia destra non sarò smosso.]

Secreta

Propitiáre, Dómine, supplicatiónibus nostris: et has oblatiónes famulórum famularúmque tuárum benígnus assúme; ut, quod sínguli obtulérunt ad honórem nóminis tui, cunctis profíciat ad salútem.

[Sii propizio, o Signore, alle nostre suppliche, e accogli benigno queste oblazioni dei tuoi servi e delle tue serve, affinché ciò che i singoli offersero a gloria del tuo nome, giovi a tutti per la loro salvezza.]

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Communio

Ps XXVI: 4 Unam pétii a Dómino, hanc requíram: ut inhábitem in domo Dómini ómnibus diébus vitæ meæ. 

[Una cosa sola chiedo e chiederò al Signore: di abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita].

Postcommunio

Orémus.

Quos cœlésti, Dómine, dono satiásti: præsta, quæsumus; ut a nostris mundémur occúltis et ab hóstium liberémur insídiis.

(O Signore, che ci hai saziato col dono celeste; fa che siamo mondati dalle nostre occulte mancanze, e liberati dalle insidie dei nemici.)

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LO SCUDO DELLA FEDE (118)

Paolo SEGNERI S. J.:

L’INCREDULO SENZA SCUSA

Tipogr. e libr. Salesiana, TORINO, 1884

PARTE PRIMA

CAPO XXX.

Che non si può negare l’immortalità, dell’anima umana, senza accusare la natura dì stolta.

I. L’arte del giardiniere non consiste nel fornire il terreno di quelle piante che son più elette; consiste in fornirlo di quelle che son più atte ad appigliarsi nel suolo a lui dato in cura. Non vi nego io però, che le ragioni fisiche dianzi addotte non sieno di natura loro le più gagliarde a manifestare, che l’anima non perisca insieme col corpo: ma perché la mente di molti non n’è capace, giusto è ricorrere ad altre, che forse più facilmente vi alligneranno: e tali son le morali. Eccomi pertanto a provar tre proposizioni, che bene intese guadagneranno la causa, se l’anima non fosse immortale, la natura sarebbe stolta; la virtù sarebbe vizio; il vizio sarebbe virtù.

Vada alle altre innanzi la prima.

I.

II. Due insanie distinguono i più intendenti (Ibid.). L’una, che si oppone alla mansuetudine, ed è crudele: l’altra, che si oppone alla ragione, ed è sciocca: ed ambedue queste insanie dovrebbonsi confessare nella natura, se ella avesse soggettata l’anima umana a leggi di tempo.

III. Sarebbe in prima stata ella verso dell’uomo insanamente spietata. Conciossiachè, se l’uomo morendo morisse tutto, ne seguirebbe, che egli solo fra tutti gli altri viventi

fosse un lavoro imperfetto, e si rimanesse quasi una bozza, bella al certo, ma difettosa; né mai fosse un’opra condotta a fine. Considerate i più sordidi animaluzzi: quei che appena distinguonsi da quel fango, onde sono schiusi, quei, dico, stessi furono pur tanto amati dalla natura, che non volle questa in cuor loro accendere alcuna brama, benché lievissima, senza dare loro anche il modo di soddisfarla. Ma forse avrebbe verso l’uomo osservato nel caso nostro un riguardo simile? Tutto il contrario: perché anzi lo avrebbe formato in guisa, che non potesse mai sperare di giungere dove aspira con ardor sommo.

IV. La capacità dell’intendimento umano è sì vasta, che a riempirla non sono bastevoli tutte le cose che sono, mentre vi sopravanza luogo quasi infinito alla cognizione di quelle ancor che non sono, ma posson essere. E la sfera del volere umano è sì ampia, che non basterebbero a renderla giammai paga neppure quegli innumerabili mondi, a cui sospirava Alessandro, quando ben tutti avessero un esser vero, e non puramente fantastico nel cervello di un delirante. Ora, se l’uomo morendo, morisse tutto, quando mai verrebbe a saziarsi in lui questa fame sì prodigiosa di tutto il vero, non ancora a lui noto, e di tutto il buono? Sicuramente non potrebbe essere ciò nella vita presente, dove egli non possiede né tempo, né mezzi, né modo, né forze a tanto. Adunque converrebbe , che in lui si venisse a trovare questo gran vacuo, sì abborrito per altro dalla natura, e che si vedesse un appetito veemente non solamente non pago, ma inappagabile, contra il costume onninamente serbato dalla medesima ne’ suoi parti, di non farvi mai nulla invano.

V. Più beneficati dunque sarebbero in tale evento quelli i quali mai non uscissero a veder luce: o se non tanto, più fortunate sarebbero almen le bestie, cui non s’intorbida giammai punto il sereno del ben presente dalla sollecitudine del futuro, non ancor posseduto, né giammai dal rammarico del trascorso: non le punge l’invidia dell’altrui sorte, non le stimola l’ambizione, non le strugge l’avarizia; ma contente del loro stato, passano i dì quietamente, provvedute le più con piccolo studio di quanto si ricerca ad alimentarle.

VI. Che se pure anche alle bestie convien morire, quanto è per loro meno amaro un tal calice: mentre lo bevono, per così dire, ad un fiato, senza averlo prima dovuto quasi ricevere a sorso a sorso nel pensier della loro mortalità: e mentre ancora lo bevono, dopo aver bene spesso gustato della vita più lungamente che non fa l’uomo! L’uomo vive poco: e in quel poco è comunemente soggetto a mille cure angosciose, a timori, a tedi, a gelosie, a pentimenti, a pianti, a querele; incontentabile nei prosperi avvenimenti, inconsolabile negli avversi: sempre al giogo di quella servitù, che ugualmente è propria della bassa fortuna e della eminente. In ogni caso le fraudi, i fallimenti, le morti de’ più congiunti, le calunnie, i contrasti, le liti, le infamie, le insolenze, le soverchierie che ricevonsi dai potenti, le necessità di vestirsi, di trafficare di trattare, di spendere, son tutti aggravi, de’ quali, quanto è più caricata la vita umana, tanto è più sgombra la vita universale de’ bruti. Onde, se l’uomo sortisse in fine una morte, qual e la loro, non. vi sarebbe tra’ viventi verun di lui più misero, mentre essendo egli per altro superiore d’infiniti gradì nel conoscimento a quello de’ bruti, conviene, a soddisfarsi, che egli abbia pascoli infinitamente ancora più sostanziosi e più soprabbondanti di tutti i loro.

VII. Oltre a che, quel medesimo vivere così corto che gli è prescritto dalla natura, come potrebbe salvare da crudeltà cosi strana madre? Excellens in arte non debet mori, gridavan da per tutto le leggi (L. ad Best. ff. de pœn.). Però, se la natura ha queste leggi dettate ai legislatori, come ella nelle sue opere le disprezza? anzi non le disprezza no , ma le adempie fedelissimamente con tutte l’altre sostanze, fuorché coll’uomo? Veggiamo pure, che tra le sostanze inanimate, quelle che son le più nobili, sono esenti da corruzione, come i cieli, i pianeti, le stelle. E perché dunque tra le viventi non va così, ma invece di vedere l’anima umana adorna di sì bella prerogativa, vederla, non pur morire, ma morir tosto, sicché talora dalla culla alla tomba non sia per lei quasi altro che un breve passo? Non vi pare una cosa stravagantissima, che potendo la natura esentare dalla falce del tempo la miglior parte dell’uomo, ve la sottoponesse sì crudamente, che si dovesse da noi portare invidia ai corvi, alle cornacchie, ed ai cervi del loro lungo durare sopra la terra, e fino alle serpi del loro ringiovanirsi? Io so che ad un uomo grande (Card. Sforza Pallavicini) facea gran forza a tenere per evidente l’immortalità dell’anima umana, mirar quanti erano quei che morivano in fasce.

VIII. Aggiungete, che la natura, non solamente sarebbe stata crudele con tutti gli uomini, se avesse fatte mortali l’anime nostre, ma crudele anche più coi più virtuosi. Quanto l’uomo è più scienziato e più saggio, tanto più conosce egli il pregio dei beni eterni, e più vi sospira, come a sua limpida fonte. Qual dubbio dunque, che tanto più dovrebbe allora egli vivere sempre afflitto, veggendosi ad ora ad ora cader sul capo quella spada fatale, che invece de’ beni eterni, gli ha da recare un sempiterno esterminio?

IX. Anzi da ciò seguirebbe, che crescendo ne’ buoni ogni giorno il merito di vivere lungamente per la loro virtù, e diminuendosi dall’altro canto la vita, verrebbesi dunque sempre a diminuire quel capitale di premio che loro avanza: onde non solamente dovrebbero militare, già veterani, alle spese proprie, senza speranza più di retribuzione, ma vi dovrebbero rimettere ancora tanto, che mai non divenissero più infelici, che quando avessero già finito di vincere: mercecchè per trionfo darebbesj allor ad essi il gastigo sommo, che è il rimanere privi in eterno di ogni essere, tuttoché tanto bene speso.

X. Per lo contrario, se la natura usasse con alcun uomo, in tale presupposizione di cose, alcuna pietà, guardate a chi l’userebbe: l’userebbe solo cogli empi.

XI. E non è pietà grande a un reo condannato, ingannarlo tanto, che non si accorga diavvicinarsi al patibolo? Questa pietà usa la natura co’ bruti, a cui, come non discuopre alcun bene eterno, per l’incapacità la qual hanno di conseguirlo, così tien loro ascosto l’eterno disfacimento, per non affliggere coll’aspettazione del mal futuro chi non può godere altro bene che il ben presente. Ora, una pietà somigliante verrebbe la natura ad usar cogli empi, cioè con quei che, benché uomini, menano vita da bruti: perché, quantunque non asconderebbe loro del tutto l’ultimo fato, né anche molto con esso gli inquieterebbe, mentre eglino, inebriati da’ loro piaceri, si studiano di tener lontano da sé qualsisia, benché lieve, pensier di morte: vittime, è vero, destinate al macello, ma vittime ben pasciute per ogni prato di trastullo corporeo. Così la prudenza e la pietà sarebbero allora i carnefici più crudeli dell’uman genere, e l’inconsiderazione e l’intemperanza sarebbero i suoi maggiori benefattori: onde pur troppo in tal caso si avvererebbero quei sentimenti di Plinio così stravolti, di riconoscere la natura cogli uomini per matrigna più che per madre, mentre ne’ migliori di loro avrebb’egli infuso, più che in altri, un intimo desiderio di beni eterni, quando al tempo stesso voleva, che fosse loro impossibile il conseguirli.

II.

XII. Senonchè con questo io sono disceso parimente a mostrare nella natura l’altra maniera d’insania, la quale, come sciocca, opponendosi alla ragione, consiste singolarmente in non sapere adattare ad un fine degno i mezzi proporzionati. La natura vuole in primo luogo, che l’uomo sia virtuoso, cioè, che egli serbi nel vivere quelle leggi ch’ella gli ha scolpite nel cuore. Ma quali mezzi avrebbe ella adoperati nel caso nostro a conseguir tanto fine? Mezzi impropri ed inefficaci: mentre la malvagità appena avrebbe di che temere, e la bontà di che consolarsi.

XIII. Io so, che il vizio è pena di se medesimo, per lo tormento che dà la mala coscienza: Prima est hæc ultio, quod, se indice, nemo nocem absoìvitur (Iuvenal.). E così pure premio di se medesima è la virtù, per la tranquillità della mente che reca seco. Ma ciò non può essere né tutto il premio delle operazioni rette, né tutto il castigo delle malvagie. Convenne per necessità, che la maggior parte del bene e del male meritato si riserbasse al tempo futuro, come dimostrano ad evidenza que’ due notabili affetti, la speranza e il timore: la speranza propria de’ buoni, e il timor degli empi (Suar. de an. 1. I c. 10. n. 30).

XIV. È per verità, chi non vede, che il buon governo così ricerca? L’agitamento della mala coscienza non è propriamente pena di essa, è natura. La pena convien che sia qualche male distinto dal male innato, che sempre è nella colpa. Altrimenti, che savio legislatore sarebbe mai quello il quale non stabilisse altro supplizio più terribile ai ladri, agli adulteri, agli assassini, di quel che porta nel loro cuore il rubare, l’adulterare, l’assassinare? I più perversi fra i ribaldi sarebbero i men puniti. E dovremo noi figurarci nella natura quella politica insana che non si tollererebbe in un infimo governante? Anzi dobbiamo confessare, che agli empi riserbi questa una pena, non solo contraddistinta da’ loro eccessi, ma ancor perpetua: conciossiaehè tutto quel male che finisce col tempo, può disprezzarsi, senza imprudenza notabile, come quello che non è male assolutamente, ma è male con eccezione, cioè male a tempo: onde l’uomo non sarebbe stato dalla natura intimorito bastantemente a fuggire i vizi, se non dovesse mai temerne altra multa di quella che può ricevere nella sua vita breve sopra la terra. Quid potest grande esse, quod habet finem? dice un Girolamo (In Ps. 89).

XV. Il somigliarne dite altresì del premio dovuto sempre alle opere virtuose: massimamente che la natura. come ricchissima, non poteva essere men cortese di quello che tra noi sieno i principi dominanti. i quali, con tutta la miseria del loro erario, propongono giornalmente ai popoli loro ricompense distinte da quel bene che porta seco il vivere onesto. Anzi conveniva, che la natura procedesse in ciò maggiormente da pari sua, non assegnando premi corti e caduchi, come fanno i principi nostri, ma premi eterni: altrimenti non avrebbe ella a sufficienza allettato il genere umano a calcare animosamente i sentieri spinosi dell’onestà, a fronte ancora di tutti quei prati ameni, da cui lo lusinga a sé la dissolutezza.

XVI. Tanto più che il genere umano, pur ora detto, per altre ragioni ancora non si può reggere senza questa persuasione, che l’anima sia immortale. Questa credenza, che nacque al nascere del mondo, è stata sempre comune a tutte le genti, come argomentò Cicerone (1. Tusc.) dall’alta stima che tutte le genti fecero de’ sepolcri, nulla stimabili, se dopo morte nessuno v’è, né può esservi, che li curi. Che se qualche ingegno stravolto ha tentato di ripugnare al sentimento concorde di tutti i popoli come già fece Epicuro, è stato giudicato un bruto che parli. Ond’è, che contra Epicuro si sollevarono a gara tanti migliori filosofi d’alto grido (Cic. de senect. I. ult.). Ora quale stoltezza maggiore potrebbe figurarsi nella natura, che l’aver lei scritto di sua mano in tutti i cuori un errore di tanto peso, quale sarebbe questo, se fosse errore, che l’anime ragionevoli siano eterne?

XVII. Direte forse, che il buon governo degli uomini così porta: che questi si persuadano di esser tutti immortali nella miglior parte di sé. Sia come dite. Ma se il buon governo degli uomini porta che si persuadano di esser tali, dunque porta ancora che siano. La natura non ha da reggere l’universo per via d’inganni. E qual ragione aveva ella di non far gli uomini quali era meglio che fossero? Miriamo che ella non ha mancato a veruno degli animali in ciò che era necessario a viver da bestie corrispondenti alle spezie loro: e come dunque avrà ella mancato agli uomini in ciò che è necessario a vivere da sensati?

XVIII. E tuttavia quanto si è divisato fin qui, riguarda solamente il bene dell’uomo. Rimane quello che riguarda anche il bene, se pur vogliamo intitolarlo così, della natura medesima.

XIX. E per qual cagione formò già ella questo mondo sì bello, con tanta varietà di lavori, i più artifiziosi che possano immaginarsi? Non lo formò per fare in esso campeggiare la gloria della sua sapienza inaudita? Ora quali hanno ad essere quegli spettatori che lo vagheggino? Non già i bruti, perché non sono abili a tanto. Hanno ad esser gli uomini. Ma dite a me: Come mai potrebbero gli uomini ciò eseguire, se durassero solo quel poco tratto che albergano in su la terra? Nella loro vita mortale è sì leggera la cognizione che hanno essi di quanto per loro fece il loro Creatore, e sì ristretta e sì rozza e sì grossolana, che appena trapassa la superficie, dirò così, delle cose, senza penetrar sino all’intimo, dove è il meglio. Conviene adunque, che tal contezza riservisi ad altro tempo. Altrimenti questa manifattura dell’universo potrebbe quasi dirsi un lavoro gettato, mentre essa, da chi si deve, non sarebbe mai conosciuta perfettamente. E quale dipintor giudizioso sarebbe quello il quale formasse un quadro di beltà somma, in grazia d’una chiesa, o di una città, e di poi glielo desso con legge tale che non si dovesse finir giammai di rimoverne quella tela che lo ricopre? Eppure non altrimenti avrebbe la natura operato nel caso nostro.

XX. Né state a dirmi, che bastavano gli angeli a vagheggiare sì degna tavola non velabile agli occhi loro. Prima, perché gli Angeli non hanno punto bisogno di argomentare da questo mondo corporeo la vasta mente di quell’artefice sommo che lo formò: la sanno in sé molto bene conoscere da se stessi. Poi, perché questo mondo corporeo di cui si parla, non fu prodotto in grazia di alcun di loro: fu prodotto in grazia’ dell’uomo, il qual, siccome da tante opere belle, soggette a’ sensi, doveva sicuramente ricevere il maggior prò, così era giusto, che con modo ancora speziale le conoscesse, affine di potere indi rendere al fattor d’esse quell’omaggio di lodi e di ammirazione, di amore e di gradimento, che gli doveva per un dono tanto magnifico.

XXI. Non è almen certo, troppo essere conveniente, che l’uomo conosca sé, le sue potenze, le sue passioni, i suoi atti, e quanto in sé racchiude di più stimabile, per tenersi da quel ch’egli è? Ma dov’è che qui possa farlo bastantemente? Lascio dunque a voi giudicare, se sia probabile, che in grazia dell’uomo, sia stato fabbricato, oltre al mondo grande, pieno di tanto creature, anche il mondo piccolo, cioè l’uomo stesso, colmo di tante eccellenze; e poi non abbia l’uomo a finir mai di conoscere tutto ciò che per lui è fatto, ma dopo una occhiata datagli di passaggio, abbia da mancare, e da mancare per sempre, senza avere intesa di tante cose, che pur a lui si appartengono, una millesima parte, e questa parte stessa, più indovinando ancora, che argomentando, e più sognandola, dirò così, che sapendola. Tanto apparato di fiumi, di mari, di monti, di animali e di cieli sì riguardevoli; un corpo umano, organizzato con immenso artifizio: un’anima dotata di tanti pregi, che è uno stupore a pensarvi anche grossamente; per nulla più che per un vivere corto, che appena si sa discernere dal perire? Folle dunque natura, che intende un fine dell’anima ragionevole, e poi non le dà neppur agio da conseguirlo! Ma folle al certo la natura non è: folle è chi la finge tale, negando all’anima l’immortalità, tanto propria di ogni sostanza intellettuale.

XXII. Concludiamo dunque così. Se nella natura non si può fingere insania di alcuna razza, né insania di crudeltà, né insania di balordaggine; conviene adunque che tali abbia fatti gli uomini, quali doveva farli una formatrice pietosa insieme e prudente nel suo operare, cioè capaci di una vita anche eterna

SACRO CUORE DI GESÙ (32): IL SACRO CUORE DI GESÙ E LA SUA MORTE

[A. Carmignola: Il sacro Cuore di Gesù; S. E. I. Torino, 1929]

DISCORSO XXXII.

Il Sacro Cuore di Gesù e la sua morte.

Vi ha una specie di morte, che il mondo grandemente ammira e per la quale non di raro nutre sentimenti di invidia: è la morte dell’eroe. Oh sì! il soldato, che ha compreso il gran dovere di esporre, se è necessario, la propria vita per la salvezza della patria, il soldato che nel dì della battaglia, nel furor della mischia, dopo di avere strenuamente combattuto, atterrando un gran numero di nemici, alfine cade ancor egli colpito da una palla improvvisa è un eroe, che muore di una morte degna di ammirazione e di gloria. Tuttavia vi ha un’altra specie di morte, che le Sacre Scritture apprezzano anche maggiormente e dichiarano preziosa, non già al cospetto del mondo soltanto, ma al cospetto dello stesso Dio: è la morte dei santi Pretiosa in conspectu Domini mors Sanctorum eius. (Ps. CXV) E ben a ragione! Perciocché la morte dei santi non è solamente un atto isolato di eroismo, ispirato dall’amore della patria terrena, ma è il coronamento finale di una serie lunghissima di atti eroici, compiuti nell’esercizio delle più eroiche virtù, ed inspirato dall’amore stesso di Dio e della patria celeste. Ma pure nella storia del mondo vi ha una morte, infinitamente superiore, non solo a quella degli eroi, ma anche a quella dei santi, ed è la morte di un Dio. Sì o miei cari, se tutte le morti degli uomini, per quanto belle e preziose, rivelano l’umanità, la morte di Gesù Cristo rivela la divinità; la rivela nella sua sapienza, e nella sua potenza, giacché è solo la sapienza di un Dio che poteva scegliere una morte così ignominiosa, ed è solo la sua potenza che poteva accompagnarla con tanti e sì strepitosi miracoli: ma la rivela soprattutto nella sua carità, perché è solamente l’amore di un Dio per gli uomini, che poteva spingere Gesù Cristo a sacrificarsi in tal guisa per essi. Amore, amore di Dio per l’uomo, ecco il carattere supremo, che manifesta la morte di Gesù Cristo morte di un Dio, e che la pone al disopra delle morti anche più sublimi e più ammirande di tutti gli eroi e di tutti i santi: Christus dilexit nos et tradidit semetipsum prò nobis! Che anzi essendo giunto ormai per Gesù Cristo quel tempo funestissimo, che Egli aveva chiamato « l’ora sua » e stando per consumare del tutto il grande mistero della sua umiliazione, come lo chiama S. Paolo, quando dice che « Gesù Cristo si è umiliato sino alla morte e morte di croce; » la sua carità infinita per noi si dava a conoscere nella sua massima vivezza, nella sua estrema tenerezza, nella sua somma ed immensa generosità: Cum dilexisset suos, in finem, dilexit eos. E d in vero se, come già abbiamo considerato ieri, Gesù Cristo, confitto sopra della croce, in mezzo a due ladroni, attorniato da un popolaccio, che lo insulta e lo bestemmia, affogato in un mar di tormenti, dimentica del tutto se stesso per non pensare che a noi e darci prove supreme del suo amore; e in quelle tre sue parole, che abbiamo ricordate, egli ha implorato perdono per i poveri peccatori, ha assicurato il paradiso ai veri penitenti ed ha animato tutti a non mai abbandonarlo, nelle tre ultime parole che ha pronunziato prima di esalare l’ultimo respiro, e che considereremo oggi, Egli mostrando una sete ardente della nostra salute, ci ha animati a compierne la grande opera.

I. — Sembrava che ornai al Divin Redentore e Maestro più nulla rimanesse a dire, più nulla a fare per noi. Già ci aveva assicurato il perdono dei nostri peccati, ci avea promesso il paradiso, ci aveva donata per madre la sua Madre istessa Maria e ci aveva animati a non mai abbandonarlo: che altro dunque gli restava a dire? che altro gli restava a fare? Lo stesso S. Giovanni osserva, che Gesù Cristo dopo di avere pronunziate le sue prime quattro parole vide che tutte le profezie a suo riguardo erano state compiute; Sciens Iesus quia omnia consummata sunt. (Io. XXI, 28) Tuttavia intorno alla sua morte vi era ancora una piccola circostanza, che i profeti pur avevan predetto e che ancora non si era compiuta; la circostanza cioè che egli avrebbe avuto sete e che allora lo avrebbero abbeverato di aceto: In siti mea potaverunt me aceto. (Ps. LXVIII) E nemmeno questa circostanza, per quanto possa parere da poco, doveva lasciare di avverarsi; anche qui la divina Scrittura doveva avere il suo compimento: Ut consummaretur Scriptum. (Io. XIX, 28) E lo ebbe. Il benedetto Gesù, condotto da questo a quel tribunale, orribilmente flagellato, coronato di spine, obbligato a portare sopra le sue spalle la croce, e sopra di essa inchiodato, si trovava mai colle vene vuote di sangue, sommamente affaticato e con un’arsura sì terribile, che secondo la profezia, il suo vigore era inaridito come un vaso di creta esposto al fuoco, e la sua lingua stava attaccata alle fauci: Aruit tamquam testa virtus mea, adhæsit lingua mea faucibus meis. (Ps. XXI) Chi può dunque immaginare la sete che aveva il divin Redentore ed il travaglio acerbissimo che perciò ne provava? Lo spasimo della sete è senza dubbio uno dei più crudeli tormenti, a cui possa essere assoggettata la nostra natura. La povera Agar vedendo che ella e il suo Ismaele stavano per venir meno dalla sete, dava nelle smanie più affannose. Sansone, dopo di aver ucciso mille Filistei, travagliato dalla sete gridava: Io muoio, io muoio. Un intero esercito, come narra Quinto Curzio, anziché sopportare più a lungo le agonie della sete; preferì di bere nel deserto delle acque avvelenate dal nemico e morire. Il ricco Epulone, sepolto nell’inferno, secondo la divina parabola, non d’altra cosa supplicava il padre Abramo che di mandare laggiù Lazzaro, il quale intinta nell’acqua la punta del dito gliene lasciasse cadere una goccia sola sulle aride labbra. Tale adunque essendo il tormento della sete, e da questo tormento essendo pur assalito Gesù Cristo, affinché quelle sole parti del corpo che non erano state ferite, non lasciassero tuttavia di avere il loro martirio, gridò ancora dall’alto della croce: Sitio! (Io. XIX, 28): ho sete! Ah! che a questo grido avrebbe dovuto commuoversi il cielo, ed esso che versa copiosamente piogge e rugiade per fecondare la terra, per dar vita alle piante ed ai fiori, per rinverdire i prati e i campi, avrebbe pur dovuto lasciar cadere alcune stille d’acqua sulle labbra di Gesù Cristo! A questo grido avrebbe pur dovuto commuoversi la terra, ed essa che si aperse nella solitudine di Bersabea per ristorare il giovanetto Ismaele; che si spaccò nel deserto per soccorrere il popolo giudeo, che tante volte lasciò sgorgare delle fonti prodigiose per la salute degli uomini, avrebbe pur dovuto aprirsi per farne uscir fuori una fonte di refrigerio all’assetato Gesù! A questo grido avrebbero dovuto commuoversi quegli stessi Giudei che stavano attorno alla croce, e ponendo fine agli oltraggi ed ai martirii, che usavano contro di lui, per non essere più feroci di una tigre avrebbero dovuto porgergli tosto un poco di acqua per dissetarlo. Ma no ! né il cielo né la terra, né gli uomini si commuovono a questo grido di Gesù Cristo; che anzi i suoi nemici ne pigliano argomento per incrudelire contro di Lui ancor una volta. Ed in vero uno de’ suoi più barbari crocifissori, all’udire che Egli era tormentato dalla sete, prende in fretta una spugna, la infonde in un vaso pieno di aceto,, che secondo l’uso, ma più ancora per disposizione divina, là si trovava, ed impregnatala ben bene di quell’aspro umore, la colloca sulla punta di una canna insieme con un po’ d’erba di amarissimo isopo, gliel’avvicina alla bocca. Oh crudeltà inaudita! oh barbarie senza esempio! A questo caro Gesù, cui non resta più altro che esalare l’estremo fiato nel martirio terribile della croce, non solo si nega un po’ di acqua, ma a tormentarlo maggiormente gli si dà a bere dell’asprissimo aceto? Eppure Gesù stende a quella spugna le arse sue labbra e succhia e prende di quell’aceto, che gli viene offerto: Curri accepisset acetum. (Io. XIX, 30) E così si adempiva alla lettera la sovradetta profezia: Et in siti mea potaverunt me aceto. Ma prendendo di quell’aceto il nostro divin Redentore non lo fece unicamente per adempiere una profezia e per ristorare l’arsura della sua lingua, ma lo fece altresì per compiere in nostro vantaggio un mistero di amore. Non potendo egli prendere realmente sopra di sé l’agrezza delle nostre impazienze, dei nostri astii, dei nostri rancori, la prese nel simbolo dell’aceto e si dispose in quella vece a trasfondere nel cuor nostro la dolcezza della sua grazia. E quello che dice S. Ambrogio: Bibit Christus amaritudinem meam, ut mihi refunderet suavitatem gratiæ suæ!(Cristo ha bevuto la mia amarezza per darmi la soavità della sua grazia). Tuttavia, o miei cari, coll’avere Gesù manifestata la sua sete non ha voluto soltanto darci questa prova di amore, ma ha voluto darcene un’altra assai più grande, manifestando altresì e più di tutto la sete ardente di nostra salute. Un giorno, durante le sue pellegrinazioni nella Palestina, Gesù, stanco dal viaggio, si fermava presso ad un pozzo di Sichar. Egli che nulla faceva a caso, ma tutto dirigeva a nobilissimo fine, stava là attendendo che venisse ad attingere acqua una povera peccatrice. E la Samaritana venne, e s’intese a dire da Gesù: Donna, dammi un po’ da bere: Mulier, da mihi bibere. (Io. IV, 7) Ma non è già, osserva S. Agostino, che con quella domanda ricercasse da quella povera donna dell’acqua, ma bensì la sua fede e la conversione dell’anima sua. Or bene, la stessa sete, che Gesù manifestò alla Samaritana, è pur quella sete, che come Dio avendo avuto da tutta l’eternità, e come uomo avendo. cominciato a provare fino dal primo istante del suo concepimento, per somma convenienza di tempo e di luogo manifestò morente su della croce; è pur quella sete, che tuttora sul trono della sua gloria, tra gli splendori dei santi, nella sua felicità infinita continua a sentire per tutti gli uomini. – Sì, anche ora dall’alto dei cieli continua a ripetere: « Sitio: ho sete. Ho sete delle vostre anime, o poveri popoli, che ancor giacete nelle tenebre e nelle ombre di morte: deh! Arrendetevi alla predicazione del Vangelo, che vi vanno facendo i miei Apostoli, abbracciate la mia fede, seguite la mia legge e salvatevi. Sitio: ho sete. Ho sete delle vostre anime, o scismatici ed eretici, che vi siete staccati dalla mia Chiesa e vivete negli errori: deh! aprite una buona volta gli occhi vostri alla luce di verità, che vado facendovi balenare dinnanzi, rientrate nel mio ovile a far parte del mio gregge, sotto la guida del vero Pastore, e salvatevi. Sitio: ho sete. Ho sete delle vostre anime, o Cristiani Cattolici, che, pur professando di nome la mia fede e la mia legge, non la professate tuttavia di fatto, vivendo nell’indifferenza, nella colpa e persino nella incredulità: deh! ascoltate la voce de’ miei ministri, che vi invitano alla penitenza, assecondate quelle ispirazioni, che vi mando al cuore, togliete dal vostro animo quei timori, quelle pene, quei disgusti, onde vado amareggiando la vostra colpevole felicità, spegnete del tutto quei rimorsi, che fo sentire alla vostra coscienza, ritornate pentiti al mio seno, e salvatevi. » È a queste voci amorose, con cui Gesù Cristo continua a manifestare tuttora la sete della nostra salute, qual è la risposta, che si dà dagli uomini? Ahimè, che molti tra i gentili si ostinano nel loro culto a satana, e proseguono tuttavia a rifiutarsi di abbracciare la fede di Gesù Cristo e coll’odio ai missionari, colle persecuzioni atroci con cui si scagliano contro di essi, col sangue che ne vanno spargendo-costringono lo stesso Gesù a ripetere: In siti mea potaverunt me aceto: nella mia sete non mi diedero altro che asprissimo aceto. Ahimè che molti tra gli eretici e tra gli scismatici stanno fermi nella loro avversione alla vera Chiesa e negli errori che professano non ostante gli esempi ammirabili di tanti loro confratelli, che nella loro patria, nella loro stessa famiglia si convertono, e continuando a vivere nella loro superbia e diserzione costringono essi pture Gesù a ripetere: In siti mea potaverunt me aceto: nella mia sete non mi diedero altro che asprissimo aceto. Ahimè ancora, che molti Cristiani Cattolici perseverando nella loro indifferenza, nelle loro colpe e nella loro incredulità, e molti altri non danno altro a Dio che qualche preghiera fatta con distrazione, qualche atto di religione compiuto per ipocrisia, qualche elemosina distribuita per vanità, qualche messa ascoltata per costumanza, qualche confessione fatta senza dolore, qualche comunione ricevuta per umani interessi, e pur mantenendo nel cuore l’affetto al peccato, ai piaceri disonesti, ai vizi, alle turpitudini, e l’odio e le inimicizie col prossimo, e l’attacco al denaro e la bramosia degli onori, costringono ancor essi Gesù a ripetere: In siti mea potaverunt me aceto: nella mia sete non mi diedero altro che aceto. E noi, o miei cari, che faremo, che risponderemo a Gesù che ci dice: Sitio: ho sete? Ahi mio amato Gesù, mio Salvatore e mio Dio, se io mi incontrassi in un uomo che non conosco, e che stando per morire mi chiedesse da bere, mi rifiuterei forse di dargliene? Ed avrò ancora l’ardire di negar da bere a voi? No, no, o Gesù amantissimo. Per estinguere la sete misteriosa che vi tormenta, voi volete l’anima mia; prendetela, è cosa vostra. Io sono pieno di commozione e di angoscia nel vedervi soffrir tanto nel vostro sì prolungato supplizio, e san certo che questo popolo che mi circonda divide con me gli stessi sentimenti. Prendete adunque tutte le anime nostre, dacché ne avete sete; fatele entrare nel vostro Cuore adorabile e dateci persino la grazia di potere ancor noi, sul vostro esempio, sentir sete delle anime. Sì, che tutti e ciascuno .di noi andiamo ripetendo efficacemente: Sitio, ho sete dell’anima di mio padre e di mia madre; ho sete dell’anima dello sposo; ho sete dall’anima dei figliuoli; ho sete dell’anima dei fratelli; ho sete dell’anima degli amici; ho sete dell’anima dei poveri peccatori: ho sete, ho sete, ho sete : Sitio, sitio, sitio!

II. — Ma l’ultimo istante si avvicina. Maria, sorretta da S. Giovanni, ha gli occhi fissi sul figlio morente; Maddalena disfacendosi in lacrime se ne sta inginocchiata ed abbracciata alla croce, e Gesù benedetto ha tutto il suo corpo adorabile inondato di un freddo sudore. Ma sebbene vicino a trarre l’ultimo respiro, la sua mente è placida e serena. E con tale placidezza e serenità percorrendo tutti i secoli passati e futuri, vede che tutto è compiuto per gli uni e per gli altri, che il suo sacrifizio è ormai giunto alla perfezione e la sua grande opera di salute è terminata. Ora, non vi ha alcuno, che giunto al termine di difficile e gravosa impresa non n’esprima in qualche modo la soddisfazione e la compiacenza, come non v’ha alcuno che giunto al termine delle sue pene non tragga un sospiro di consolazione e di gioia. Il capitano che ha sconfitto il nemico, nel rimettere entro il fodero la spada sanguinosa, dice esultante in suo cuore: Ho vinto, ho compiuto il mio trionfo. Il pellegrino, che tocca le soglie della patria amata, ripete giulivo: Son giunto, ecco la mèta del mio cammino. L’artefice, che ha dato l’ultimo tocco al suo lavoro, esclama: Ho finito, ecco condotto a perfezione la mia opera. Il carcerato che sente spezzarsi i suoi ceppi e vede aprirsi la porta della sua prigione per riavere la libertà; la vittima infelice della calunnia, che, riconosciuta alfine innocente, riacquista il suo onore ed i suoi beni, respirano dalle subite oppressioni, ed esclamano ancor essi: È finita quella vita sventurata! Non altrimenti fece il divin Redentore, e poiché, dice S. Giovanni, ebbe preso l’aceto che gli fu offerto, gridò: Tutto è consumato: Cum accepisset acetum, dixit: « Consummatum est. » Sì, per Gesù tutto èveramente, interamente, perfettamente consumato. Consummatum est, è consumata, adempiuta la volontà del Divin Padre, che volle la sua Incarnazione, la sua vita di trentatrè anni passata nel lavoro, nell’oscurità, nei travagli e nelle persecuzioni ed il termine di essa con una morte ignominiosa e crudele. Questo comando, benché ampio e difficile, è stato eseguito esattamente, in tutte le parti più minute: Omnis consummationis vidi finem; latum mandatum tuum nimis. (Ps. CXVIII). – L’umiliazione richiesta a cagion del peccato è giunta sino al suo profondo abisso: ed ora é compiuta: Consummatum est! Tutto è consumato, vale a dire tutto quello che è stato scritto e figurato del Messia ha ricevuto il suo compimento: tatto quello che è stato predetto dai Profeti, rappresentato dai grandi personaggi, simboleggiato dai segni, tutto si è ormai realizzato. Il figlio della donna ha schiacciato la testa dell’infernale serpente; il Desiderato delle genti è venuto quando lo scettro era caduto dalle Mani di Giuda; il vero Piglio di Davide è comparso a rialzare l’onore della sua casa; la Sapienza divina si è incarnata ed è stata veramente l’Emanuele, Dio con noi; il profeta e il taumaturgo più grande di Mosè ha fatto udire fra le genti la sua celeste dottrina e l’ha confermata coi più strepitosi miracoli; il vero Davide ha sostenuto gl’insulti e le calunnie de’ suoi più fieri nemici, il vero Giuseppe è stato tradito e venduto per trenta danari, il vero Isacco ha portato Egli stesso il legno del sacrifizio sulla cima del monte, il vero Agnello senza macchia, caricato dei peccati di tutti gli uomini è stato condotto all’uccisione, il vero serpente di bronzo, sola medicina al piagato Israele è stato innalzato sull’albero della croce, il vero Abele sta per cadere estinto, il vero Sansone sta per morire trionfando de’ suoi nemici: Consummatum est. – Tutto è compiuto, vale a dire il sacrifizio della nuova legge, che da solo doveva bastare a riparare tutti i mali, ed apportare tutti i beni, a convertire tutti i peccatori, a santificare tutti i giusti, è fatto; la sentenza di dannazione fu cancellata e così appesa alla croce; la legge di grazia fu sostituita alla legge di terrore, l’uomo fu riconciliato con Dio, fu chiuso l’inferno, fu aperto il cielo, furono vinti i demoni, fu meritata la grazia agli uomini, la Religione cristiana fu fondata, la gran casa di Dio, la Chiesa Cattolica, fu innalzata sopra incrollabile base, la terra fu fecondata e resa atta a produrre fiori eletti di virtù; qui da queste fonti già partono i sacramenti, come fiumi di sangue divino a fertilizzare il mondo e a farlo germinare in ogni luogo e in ogni tempo degli Apostoli, dei Martiri, dei Vergini, dei penitenti, dei Santi, a medicare le piaghe della povera umanità, a recar loro la benedizione e la vita:

Consummatum est. Tutto è compiuto, vale a dire ancora, ogni cosa fu condotta alla sua ultima perfezione, per modo che più nulla, veramente più nulla rimane da fare a Gesù Cristo prima di morire; più nulla gli rimane da patire, le sue acerbissime pene devono aver fine, quanto prima deve cominciare la sua vita di gioia, di gloria, di trionfo immortale, consummatum est! E dove il tutto si è compiuto? Sulla croco, che di infame patibolo diventerà d’ora innanzi strumento di potenza, simbolo di fortezza, vessillo di vittoria: sulla croce, che, inalberata un giorno dal gran Costantino sulle alture di Roma, manderà in polvere gl’idoli infami, farà crollare i templi pagani, porrà termine a bestiali costumi, romperà le catene degli schiavi, mostrerà l’eguaglianza, la fratellanza, la vera libertà; sulla croce che farà sante le nozze, mitigherà la podestà dei mariti e dei padri, apprenderà a tutti l’utilità, la necessità e l’eroismo del patire, sulla croce che divenuta stendardo e speranza dei popoli o sulle spiagge dei mari, o nel cuore delle foreste, o sulle porte delle metropoli arretrerà le barbarie, dileguerà le superstizioni, sfavillerà la luce del vero; sulla croce dinanzi alla quale ogni popolo, ogni regno, ogni nazione, ogni età, ogni stato, ogni sesso, ogni condizione: re e sudditi, nobili e abbietti ricchi e poveri, padroni e servi, dotti e idioti chineranno rispettosa la. fronte; sulla croce divenuta conforto del debole e dell’afflitto, rifugio dell’oppresso e del languente, consolazione della vedova e dell’orfano, refrigerio dell’infermo e del morente, ombra tutelare delle spoglie dei trapassati! Sulla croce, sì, sulla croce… tutto è compiuto, consummatum est. Ma ahi pensiero funesto! ahi vergognosa contraddizione! Perciocché a che giova, o miei cari, che Gesù Cristo abbia per parte sua compiuto tutto ciò che era necessario alla nostra eterna salute, se noi forse da parte nostra non l’abbiamo neppur cominciato? I migliori anni della nostra vita sono trascorsi: noi abbiamo faticato tanto per procacciarci anche non troppo onestamente delle ricchezze, abbiamo tanto sudato per farci un nome grande e riempirci di fumo, abbiamo logorato la sanità per accontentare le nostre passioni, abbiamo gittate insomma la nostra vita per perderci, e nulla, forse meno che nulla abbiamo fatto per salvarci. E quando facciamo conto di pronunziare una volta la gran parola: Nunc cœpi? Ora comincio? Quando ci risolveremo davvero di por fine ad una vita di peccato per cominciare una vita di santificazione? Ci lusinghiamo forse di dover campare cent’anni? E non ci può cogliere da un momento all’altro quella notte di sterili desideri, di inutili rimpianti, in cui più nessuno può operare? E quando pure avessimo a vivere la vita dei più longevi patriarchi, vorremmo continuare così scientemente a disprezzare Iddio, Gesù Cristo, il suo sacrifizio, la sua grazia! E pretenderemmo al termine di una vita scellerata, nel momento stesso cita sta per cominciare l’eternità, aborrire il vizio, praticare la virtù, riparare gli scandali, rifare le confessioni mal fatte, correggere le ingiustizie, troncare gli attacchi, far tutto insomma ciò che appena si può fare in molti anni di vita? Ah! ciò che più facilmente potrebbe accaderci allora sarebbe di gettare lo sguardo sopra la nostra vita passata del tutto nella colpa e coll’accento del rammarico, e Dio non voglia, con quello della disperazione, andar anche noi ripetendo: Consummatum est! Consummatum est! Ahimè, che tutto è finito. Son finiti i piaceri, gli onori, le ricchezze, i divertimenti, i balli, i teatri, i conviti, il lusso, tutto è finito. E che mi resta di tutto ciò? Nient’altro che il rimorso. Ah miserabile che fui! non mi sono attaccato che ai beni del corpo e del tempo, ma ora il tempo è passato, il corpo si dissolve e non mi rimane che l’anima e l’eternità! Dio mio! Dio mio! Tutto è finito! Tutto è finito! Consummatum est! Ah! miei cari, se non vogliamo andar incontro ad una fine così spaventosa, cominciamo senz’altro ad operare il bene. E poiché il buon Gesù nulla tralasciò di fare da parte sua per condurci a salvezza, deh mettiamoci anche noi a compiere la parte nostra per ottenere davvero quel regno che egli a sì caro prezzo ci ha ricomprato. Rammentiamoci bene, che questo regno patisce forza, e che i violenti soli lo rapiscono. Sia dunque fine alla nostra freddezza, alla nostra indifferenza, alla nostra codardia. Convertiamoci tosto e diamoci subito a vivere da veri Cristiani, combattendo da forti ogni difficoltà che a ciò si frapponga; vinciamo ogni umano riguardo, confessiamo e pratichiamo coraggiosamente la nostra fede e la nostra legge dinanzi a tutti e à costo di qualunque sfregio; ed allora potremo ancor noi al punto estremo della vita ripetere con vera soddisfazione, con vera gioia: Consummatum est: tutto è compiuto: ho consumato il mio corso, ho serbata la mia fede, altro non mi rimane che ricevere la corona di giustizia, quella corona che Iddio giusto giudice mi darà nel gran giorno per l’eternità: Cursum consummavi, fidem servavi, in reliquo reposita est mihi corona iustitiæ, quam reddet mihi Dominus in illa die iustus iudex. (II Tim, IV, 7).

III. — Ma ecco che Gesù è giunto all’estremo sfinimento. Già cominciano a mancare le forze ; già il sangue non esce più dalle ferite che a stilla a stilla, già si avanza silenziosa la morte, già è pronta per dargli l’ultimo colpo. Ma sebbene Gesù nella sua carne sia arrivato a questo estremo di debolezza, nel suo spirito conserva tutta la gagliardia e la forza, della quale valendosi manda un nuovo altissimo grido, che lo manifesta Dio, perciocché mentre noi uomini in sul morire perdiamo la voce, Egli che è Dio, sul punto stesso di morire la conserva e la innalza come gli piace. E che esprime egli mai con questo grido? Padre, dice Egli, nelle tue mani raccomando il mio spirto: Pater, in manus tuas commendo spiritum meum. (Lue. XXIII, 40) Oh tenere parole! Oh parole sublimi! Oh parole preziosissime! Con queste parole, che Gesù pronuncia colla testa sollevata e cogli occhi rivolti al cielo, chiamando Dio non più col nome augusto e terribile di Dio, come aveva fatto poco innanzi, ina col nome dolcissimo di Padre, si dichiara sino all’ultimo per suo divin Figliuolo; e rimettendo nelle mani di Lui il suo spirito rivela la pienezza di confidenza, la uguaglianza di potere, la infinità di amore, che tra di loro esiste. Padre, voleva dire, quando senza lasciar la tua destra, Io discesi in terra e presi questa vita mortale, di pieno accordo fra noi si stabiliva che Io la dessi per la salute del mondo; ed essendo giunto l’istante di adempire questo nostro accordo divino, Io lascio che la morte venga a togliermi la vita separando lo spirito dal mio corpo; e poiché il mio corpo su questa croce, già tutto te l’ho offerto, a rendere perfetto il sacrificio ti offro ancora il mio spirito e lo depongo nelle tue mani: Pater, in manus tua commendo spiritum meum. – Ma certamente non è questo solo che Gesù Cristo ha voluto significare con questa così bella parola. Come in tutte le altre precedenti ha voluto darci sempre altrettante prove di amore, così ha voluto fare in questa. Epperò, siccome nella penultima parola ci ha efficacemente animati a consumare l’opera della nostra santificazione, con questa ultima ha voluto metterci chiaramente d’innanzi il premio che a tal fine ci riserba, una morte cioè in cui il nostro spirito sarà consegnato nelle mani di Dio. Perciocché, dice S. Atanasio, raccomandando Egli il suo spirito al suo Divin Padre, intese particolarmente di raccomandargli al punto di morte tutti gli uomini che per la bontà della vita avrebbero appartenuto non solo al suo Corpo, ma eziandio al suo Spirito. – Animo adunque, o veri Cristiani, che col vero amore di Gesù Cristo, colla imitazione fedele delle sue virtù, coll’esecuzione costante de’ suoi precetti ed insegnamenti, formate con Lui uno stesso spirito. Giungerà pure per voi l’estremo istante della vita; ma all’avvicinarsi di quel momento, da cui dipende la eternità, di quel momento in cui il demonio, sapendo che gli rimane poco tempo, discenderà con grande ira a darvi l’ultimo assalto, di quel momento in cui dovrete separarvi da tutto e non vi resterà più nelle mani che un santo Crocifisso, voi non avrete a temere, perché colla sua estrema preghiera siete stati raccomandati da Gesù Cristo al suo divin Padre, siete stati deposti nelle sue braccia, siete stati affidati al suo amore. Ei fu lo stesso come se avesse detto: Padre, rimetto nelle tue mani lo spirito dei giusti, essi mi appartengono, sono miei veri fratelli, hanno vissuto della mia vita, hanno formato con me una cosa sola; voglio adunque o Padre che dove sono Io, ivi siano i miei servi, i miei ministri fedeli: Volo, pater, ut ubi ego gum, illic sii et minister meus. (Io. XII, 26) Deh! Accogli il loro spirito, abbraccialo, serralo al tuo cuore come lo spirito mio: Pater, in manus tuas commendo spiritum meum. Oh bontà, oh amore di Gesù Cristo per noi! Ma avremo noi, o miei cari, avremo noi la bella sorte di essere nel novero di questi giusti che muoiono placidamente addormentando il loro spirito nelle mani del Signore? Certamente nessuno degli uomini conosce la fine della sua vita: Nescit homo finem suum (Eccl. IX, 12) Ma è pur vero tuttavia che per mezzo delle buone opere possiamo rendere sicura la nostra vocazione ed elezione al cielo. Su, adunque, uniamoci del tutto a nostro Signor Gesù Cristo, uniamoci nei pensieri, negli affetti, nei sentimenti, nelle parole, nelle opere, aderiamo a Lui interamente, e giacché colui che aderisce a Dio diviene di un solo spirito con Lui: qui adhæret Deo unius spiritus est, (I Cor. VI) potremo così avere certa fiducia di pronunciare anche noi al termine della vita, non solo con Gesù Cristo e in Gesù Cristo, ma per la bocca istessa di Gesù Cristo: Pater, in manus tuas commendo spiritum meum. Ben cara adunque, ben preziosa, ben consolante è quest’ultima parola pronunciata sulla croce dal divin Redentore. Con essa non ha posto termine soltanto alla sua mortal carriera, ma nel suo infinito amore per noi ha messo ancora a noi innanzi il magnifico premio, la dolcissima morte che coronerà una santa vita! Ma poiché Egli l’ebbe pronunziata, con un estremo atto che l’indicava padrone supremo della vita e della morte, chinò dolcemente sul petto il suo divin capo. Et inclinato capite. (Io. XIX, 30) Oh misterioso chinar del capo! Ancor una volta con esso esprime la sua totale ubbidienza al suo divin Padre, la intera sommissione alla sua volontà; obediens usque ad mortem, mortem autem crucis; (Philipp, II, 8) ancor una volta con esso dimostra a noi quanto brami che a Lui ci appressiamo, chiamandoci, invitandoci, attirandoci a gettarci tra le sue braccia, al suo seno, nel suo amorosissimo Cuore. Ancor una volta con esso chiama la morte; che ritrosa non osava di avvicinarsi, e la incoraggia, e la provoca a venire, e a quest’ultima chiamata la morte viene e mena il colpo fatale. Ahi! che il cielo si fa più oscuro, la terra trema, le rocce si spezzano, le tombe si aprono, le pallide ombre ne escono gemendo, il velo del tempio si squarcia in due parti, gli angeli della pace piangono amaramente, le sante donne svengono, la moltitudine tremante e pentita si picchia il petto, Giovanni dà in iscoppio di pianto, Maria rimane come impietrita! Che è accaduto? Ah, l’ultima fiamma d’amore, che doveva consumar Gesù Cristo, è divampata. Gesù è impallidito, ha chiuso gli occhi, ha versato ancor una lagrima, ha dato ancor un sospiro di carità ed è morto: Et inclinato capite tradidit spiritum. (Io. XIX, 9). Gesù adunque è morto, ed è la carità infinita del Cuor suo che l’ha ucciso! In hoc apparuit charitas Dei in nobis. (Io. iv, 9) E chi mai al mondo, o padre, o sviscerato amico, è giunto a farsi uccidere per amor del figlio o dell’amico? Se mai vi fosso stato, per attestazione medesima di Gesù, egli avrebbe dato prova del più grande amore: Maiorem dilectionem nemo habet, ut animam suam ponat quis prò amicis suis. (Io. XV, 13) Ma Gesù Cristo è morto per amore di noi, che non eravamo suoi amici, ma suoi nemici a cagione del peccato. Oh carità infinita! oh amore senza pari e senza misura! Ben avevano ragione Mosè ed Elia discorrendone con Lui sul monte Tabor di chiamarlo un amore eccessivo: Dicebant excessum eius. (S. Luc. IX, 31). E dinnanzi a tanto eccesso di carità potremo noi, o miei cari, mostrarci indifferenti, insensibili? Gli stessi feroci crocifissori del divin Nazareno al funereo spettacolo della morte di Gesù, conobbero alla fine il loro gravissimo errore, e discendendo dal monte insanguinato si percuotevano il petto ed esclamavano: Vere Filius Dei erat iste! E noi avremmo assistito a quest’Agonia e Morte acerbissima senza aver provato nell’animo un sentimento di commozione, senza aver concepito un pensiero di piangere le nostre colpe e di riformare la nostra vita? Oseremmo forse noi di credere di non aver avuto parte alla morte di Gesù? Oseremmo, stendendo la mano sopra l’affranto suo cadavere, oseremmo giurare che noi non siamo colpevoli? Ah! no che noi possiamo! Quella testa insanguinata dalle spine, quella fronte imperlata di freddo sudore, quel volto impallidito e pendente, quelle labbra violacee e stirate, quelle mani e quei piedi traforati dai chiodi, quel corpo ignudo, straziato, inanimato è l’opera nostra, è il nostro delitto. E dunque resteremo noi col cuore di sasso? Ah no! che tanta non è la nostra durezza. Eccoci, o caro Gesù ai vostri piedi, umiliati e piangenti. Vi adoriamo umilmente come nostro Dio e nostro redentore. Ammiriamo l’infinita vostra carità e misericordia, che vi ha spinto a morire per noi miserabili peccatori fra i più atroci tormenti, e vi ringraziamo senza fine di un beneficio così immenso! Ah! che queste pene e questa morte è a noi che erano dovute. E poiché voi le voleste subire in vece nostra, dateci ora altresì la grazia di pentirci dei maledetti peccati che ve l’hanno cagionate. Sì, perdono, o Gesù, perdono e pietà! Perdono e pietà di coloro tra di noi, che finora non vi hanno creduto, e che per eccesso di malvagità vi hanno combattuto e bestemmiato, perdono. Perdono e pietà di coloro tra di noi, che interessati unicamente delle cose del mondo, del denaro, dell’onore e del piacere vi hanno dimenticato e messo da parte, perdono! Perdono e pietà di coloro tra di noi, che sposi e genitori vi hanno disprezzato colle loro infedeltà e cogli scandali che hanno dato ai loro figli, perdono! Perdono e pietà di coloro tra di noi, che nel fiore della gioventù vi hanno insultato col darsi in preda alle turpi passioni e col seguire ciecamente le più ree dottrine, perdono! Perdono e pietà di coloro tra di noi, che maestri, professori e scrittori, vi hanno ferito nella pupilla degli occhi, corrompendo la povera gioventù coi loro abbietti insegnamenti e coi sarcasmi sacrileghi contro la vostra fede, perdono! Perdono e pietà di coloro tra di noi, che ricchi, potenti e magistrati vi hanno conculcato colle ingiustizie, coi furti, colle oppressioni, colle persecuzioni, cogli oltraggi alla cristiana libertà, perdono! Perdono e pietà di coloro tra di noi, che sacerdoti e religiosi vi hanno disonorato con una vita indegna della loro grandezza e colla loro negligenza hanno rattenuto l’impeto della vostra misericordia sopra gli uomini, perdono! Gesù, Crocifisso nostro bene, noi ci rifugiamo nel vostro Cuore Sacratissimo, e d’ora innanzi non ce ne dipartiremo più mai. Ma voi usateci pietà, dateci il perdono. Perdono e pietà! pietà e perdono!