GNOSI TEOLOGIA DI sATANA (38)

GNOSI TEOLOGIA DI SATANA (36)

SUNTO STORICO DELLE ERESIE NEL LORO RAPPORTO COL PANTEISMO E COL SOCIALISMO (1).

 [A. NICOLAS: “Del Protestantesimo e di tutte le eresie nel loro rapporto col socialismo”, vol. I – Napoli, tipogr. e libr. Gabr. ARGENIO – 1859]

Appena il Cristianesimo fu stabilito, sorsero tosto intorno alla Chiesa che ne custodiva il deposito, e si succedettero eresie a molestarne il corso attraverso ai secoli. Ma una cosa sorprendente e decisiva, che non fu per anco ben osservata e che prova la divinità del cristianesimo e della istituzione della Chiesa col fatto stesso della nostra esistenza sociale, si è che tutte le eresie, qualunque ne fosse il principio e l’arma, tutte, nella varietà delle mille origini, dei mille nomi, delle mille forme che ebbero, hanno voluto attaccare il dogma dell’Incarnazione, e cosi sono traboccate nel panteismo, nel fatalismo, nel comunismo; in una parola sono state non meno antisociali che anticattoliche, ed hanno mirato a ricondurre al caos antico la novella civiltà, della quale la Chiesa salvò in tal modo i destini salvando quelli della fede. – Ella è una prova che ci par degna di attirare 1’attenzione di ogni mente che ami la verità quella che stringe cosi con un vincolo solidale il Cattolicismo e la società, e permette di stabilire fra loro una regola di proporzione, la quale, posta la verità della società, presenta per equazione la verità del cattolicismo, e viceversa (I socialisti hanno ammirabilmente colto e giustificato questo rapporto, confondendo il cattolicismo e la società nella loro comune rabbia ; e i razionalisti conservatori, che dopo tante lezioni vorrebbero ancora separare il Cattolicismo dalla società, sarebbero i più incorreggibili e i più ciechi degli uomini). – Sotto questo aspetto la storia delle eresie riuscirebbe del maggiore e più curioso interesse. Noi non possiamo entrarvi molto addentro, perché sarebbe opera troppo lunga. Noi ci occupiamo a produrle rapidamente innanzi al dogma cristiano e, per via di confronto, convincerle di errore e di delitto. –

La storia delle eresie può esser divisa in quattro periodi :

1. ° Il periodo delle eresie indo-elleniche; in cui il vecchio Oriente ed il vecchio Occidente fecero i loro ultimi sforzi contra il Cristianesimo.

2. ° Il periodo delle eresie dommatiche; in cui i principali articoli del dogma cattolico furono messi in questioni e ricevettero la loro precisa definizione.

3. ° Il periodo delle eresie scolastiche, in cui per l’abuso del raziocinio le eresie nacquero dalle speculazioni della mente sulla dottrina.

4.° Il periodo delle eresie protestanti e razionaliste delle quali è propria la negazione del principio medesimo dell’autorità cattolica. In questa Appendice noi presenteremo il quadro dei primi tre periodi, avendo esposto il quarto nel corpo dell’opera.

Eresie del primo periodo

I . — Le prime fra tutte le eresie, contemporanee al sorgere stesso della Chiesa e che vennero da lei soffocate in culla, sono state quelle dei giudaissanti, de’ nazareni e degli ebioniti. Cotali eresie avevano questo di singolare, che le distingue da eresie posteriori, che non erano uscite dal seno della Chiesa separandosi dalla sua dottrina, ma piuttosto si son poste fin dal principio allato ad essa, come forme particolari e difettose del Cristianesimo. – Esse costituiscono per ciò una prova storica immediatamente contemporanea e diretta dei fatti evangelici, poiché la fede di cotali eresiarchi in questi fatti non l’hanno attinta dalla Chiesa, alla quale non hanno mai appartenuto, ma fuori della Chiesa e nei fatti medesimi, come lo attesta segnatamente il loro falso Vangelo degli Ebrei. Essi non sono Cristiani tralignati, ma ebrei mal cristianizzati, sono come prove mal riuscite di stampa, le quali attestano al più alto grado la realtà de’ caratteri storici sui quali è stato tirato il foglio di torchio (bozza, o prova). Sotto questo rapporto non si è forse fatto valere abbastanza questo argomento nell’apologetica cristiana. Checché sia di ciò, questi Cristiani giudaizzanti, come si chiamavano, o meglio questi ebrei cristianizzanti, le cui diverse sette erano comprese sotto il nome di ebioniti (da questi è sorto l’Islam – ndr.-)si distinguevano dal resto degli ebrei in questo, che riconoscevano Gesù Cristo essere il Messia; e si separavano da’ Cristiani in questo, che non ammettevano che Egli fosse Dio. Essi negavano il dogma dell’Incarnazione. Tuttavia la maggior parte ammettevano che Gesù Cristo era nato da una vergine; ma non vedevano in Lui che un uomo dotato di una sapienza soprannaturale, in cui il Messia celeste era disceso durante il suo battesimo sotto la forma di una colomba. Questo Messia celeste era il più elevato degli spiriti emanati da Dio. La loro dottrina era dunque quella dell’emanazione, vale a dire del panteismo orientale. Essi avevano preso il nome di ebioniti da una parola ebraica che significa povero, a motivo che professavano lo spogliamente individuale e la comunanza dei beni, come. una prescrizione che imputavano falsamente agli apostoli (Gli apostoli non hanno mai prescritto la comunanza de’ beni. I primi Cristiani di Gerusalemme, è vero, non avendo tutti che un cuore ed un’anima, vendevano i loro beni e ne deponevano il prezzo appiè degli apostoli perché fosse distribuito a ciascuno secondo i propri bisogni. Ma la cosa si faceva liberamente, e gli Apostoli non l’imponevano come legge. Se ne ha la prova nelle parole medesime di san Pietro ad Anania e a Safira, percossi di morte, né già per non aver portato 1’intero prezzo del loro campo agli Apostoli, ma unicamente per avete mentito : Non è egli vero che conservandolo stava per te, e venduto era in tuo potere?… Non hai mentito agli uomini, ma a Dio. (Act V, 4.) Nulla di più formale. Il Cristianesimo, come si vede, non è comunista che della verità. Questo è il solo bene che esso esige che noi mettiamo in comune. Ma, diversamente da tutti gli altri beni, questo si aumenta dividendosi, e arricchisce coloro che lo comunicano quanto quelli che lo ricevono, Egli, anziché dividere sé stesso eguaglia noi e ci unisce. È la comunione delle anime, il rovescio e l’antidoto del comunismo, cui la sola Chiesa ha la potestà di operare). – Permettevano inoltre la poligamia. Così fin da’primi giorni del Cristianesimo la negazione dogma fondamentale dell’Incarnazione si mostrò per mezzo del politeismo e del comunismo. La Chiesa percosse questi primi nemici della fede e dell’incivilimento, proclamando la divinità del figliuolo di Maria.

II. — Intorno a quel tempo o poco dopo questa eresia, comparve quella de’ gnostici. Chi dice eresia dice frazione all’infinito, come chi dice Chiesa dice unità perfetta. Quando adunque noi indichiamo un’eresia con un nome, non si deve intendere un’ unità di frazione, ma frazioni di frazione senza numero. Sotto la denominazione di gnostici pullulava una moltitudine di sette; esse avevano solo qualche cosa di comune fra loro, e questo è ciò che le ha raccolte sotto il nome di gnostici; questo qualche cosa che avevano comune fra loro è il punto di sezione pel quale si sono separati dalla Chiesa. Essi si chiamavano gnostici dalla parola gnosis, che significa illuminazione, scienza superiore. I gnostici presero essi medesimi questo nome orgoglioso, perché si vantavano di aver lumi straordinari, di essere illuminati. La Chiesa dovette sostenere contra di loro lotte lunghissime e moltissime: essa v’adoperò tutto 1’ardore e tutto il genio de’ suoi primi gran dottori, segnatamente di sant’Ireneo, di sant’Epifanio, di san Clemente e di Tertulliano. I primi gnostici erano pagani mal diventati Cristiani, come abbiamo veduto che gli ebioniti erano ebrei malvenuti egualmente al Cristianesimo. I gnostici posteriori furono eretici usciti dalla Chiesa. Era proprio dei gnostici il negare il dogma dell’Incarnazione, come gli ebioniti, colla sola differenza che gli ebioniti negavano la divinità di Cristo, e i gnostici la sua umanità. Essi dicevano che Gesù Cristo non aveva avuto che una carne apparente; che egli era nato, che aveva patito ed era morto solamente in apparenza. È incontrastabile che il panteismo formava la sostanza di tutte queste sette. Esse professavano la dottrina dell’emanazione decrescente per una moltitudine di eoni o di genii, ai quali attribuivano la produzione delle cose e tutti gli avvenimenti: dottrina presa in parte dal buddismo, in parte dal platonismo. Consistendo la loro medesima eresia nel non vedere in Gesù Cristo altro che un’apparenza, essa procedeva dal panteismo e a lui conduceva; essendo Gesù Cristo il primogenito delle creature, tutta quanta la creazione non era, come Lui, altro che una semplice apparenza. I gnostici si dividevano in due grandi categorie; quelli che ammettevano non più che una sostanza unica, i panteisti semplici, e quelli che ammettevano due sostanze principii, i panteisti dualisti o manichei. Questi non erano meno panteisti dei primi; solamente il loro panteismo era doppio: il panteismo della materia, il cui principio emanatore era il male; e il panteismo dello spirito, il cui principio emanatore era il bene; ambedue necessaria Per conseguenza essi professavano orrore alle cose materiali ; fuggivano il matrimonio come una propagazion del male, e il possedimento dei beni terreni come un attaccamento al cattivo principio; ma, come tutte le sette che ardirono riprovare l’unione legittima dei sessi e la legittima proprietà dei beni, essi andavano a cadere in tutte le turpitudini che oltraggiano la natura e in tutte le follie che rovinano la società. Il socialismo, il comunismo dei nostri dì si ritrovano interamente in questi antichi eretici. Noi leggiamo in un libro intitolato Della giustizia, composto da uno dei loro capi, Epifanio, onorato da essi quale un Dio, che « la natura medesima vuole la comunanza di ogni cosa, del suolo, de’ beni della vita, delle donne: e che le leggi umane, sconvolgendo l’ordine legittimo, hanno prodotto il peccato colla loro opposizione agli istinti più potenti posti da Dio nel fondo delle anime. » Tali principi! potevano facilmente condurre ai delitti contro natura che la storia attribuisce a questi eretici (Dellinger). – Due iscrizioni scoperte da poco tempo nella Cirenaica sono un monumento notevole di questi gnostici manichei. L’una mette sulla medesima linea Thot o Ermete Trismegisto, Crono, Zoroastro, Pitagora. – Epicuro, il persiano Mazdac, Giovanni e il Cristo, come tali che hanno unanimamente insegnato la comunanza d’ogni proprietà; (medenoikeiopoieisthai), l’altra dice: « La comunanza di tutti i beni e delle donne è la sorgente della giustizia divina e la perfetta felicità per  gli uomini buoni tratti dalla cieca popolaglia. Zaradete e Pitagora, i più illustri de’ gerofanti, insegnarono loro a vivere insieme. » – Se la fede non dovesse già altari al cattolicismo, la riconoscenza dovrebbe rizzargliene per aver salvato l’incivilimento nella sua culla. abbattendo coi colpi addoppiati della clava dell’ortodossia 1’idra del gnosticismo, le cui mille teste rinascenti furono per ben dugent’anni sempre in atto di divorarlo (L’età della forza e del fiorire del primo gnosticismo, dice un dotto e onorevolissimo storico, durò circa cent’anni. Verso la metà del terzo secolo, si vedevano già i segni forieri della sua dissoluzione; e se si era potuto temere per qualche tempo che la forma gnostica avesse a prendere la superiorità nel Cristianesimo, la preponderanza della Chiesa fu da quel tempo evidente e decisa. Ma l’allettativa che questo errore aveva esercitato sulla mente di tanti uomini era molto lungi dall’essere interamente dileguata, come lo provarono i progressi rapidi e la vasta estensione del manicheismo, nuova setta, parente di quella che si spegneva. Lo spirito delle religioni naturali dell’Oriente raccolse un’altra volta tutte le sue forze e tentò d’imprimere al Cristianesimo una direzion retrograda verso il vecchio panteismo. – L’anima umana fu di bel nuovo identificata dal panteismo colla divinità, e l’una e l’altra si trovarono inghiottite ad un tempo nel circolo della natura … (Dellinger, tom. 1, pag. 266.) Noi ritroviam poscia il manicheismo negli albigesi, nei templari, e sin nei francho muratori de’ nostri giorni [oggi nel modernismo vaticano – ndr.], al meno per lo forme e le cerimonie delle loro iniziazioni e i segni segreti del loro riconoscimento, letteralmente descritti da sant’Agostino, che nella sua gioventù si era lasciato impigliare nella setta de’ manichei. Noi torneremo su questi raffronti. Tuttavia notiamo fin d’ora che i manichei, come in appresso gli albigesi e i protestanti, avevano un’avversion particolare per le imagini e per la croce; che essi rimproveravano a’ cattolici cadessero negli errori dell’idolatria e onorassero i santi come divinità; e pretendevano che era per nascondere ai laici la contraddizione tra la condotta della Chiesa e la sacra Scrittura sotto questo rispetto che i preti vietavano la lettura di quest’ultima. – Vedi Pluquet, Dizionario delle eresie.)

III. — Il gnosticismo era il vecchio errore i panteista dell’Oriente, che aveva voluto trasfigurarsi in Cristianesimo; il vecchio errore dell’Occidente fece pur esso il medesimo tentativo sotto il nome di neoplatonismo. – La pietra d’inciampo del suo tentativo fu ancora il dogma dell’Incarnazione: Gesù Cristo, pietra sempre rigettata da quelli che vogliono rizzar gli edifici cadenti della ragione umana, e sempre sussistente come pietra angolare del tempio della verità. Il dogma dell’Incarnazione non è che il dogma della Trinità in azione per la salute del mondo. Esso lo include necessariamente. Gesù Cristo è il Figliuol di Dio, seconda Persona della santa Trinità, che manifesta la prima nell’Incarnazione, e che è Essa medesima manifestata dalla terza nella Chiesa. L’Incarnazione ci mostra il Padre celeste che si riconcilia il mondo nel Figliuolo; e la Chiesa ci mostra questo Figliuolo che converte il mondo a questa riconciliazione per mezzo dello Spirito Santo. Ma queste tre Persone non hanno rapporto necessario e sostanziale se non fra loro: col mondo esse non hanno che rapporti di libera elezione e di misericordia puramente gratuita. Esse sono Dio; e Dio, l’infinito, è sovranamente indipendente dal finito, nella sua essenza come nei suoi atti; nella Chiesa, come nell’Incarnazione, come nella creazione, come nell’eternità. Estendere i rapporti necessari delle tre Persone divine al mondo è dunque un urtar contro il dogma dell’Incarnazione, il quale protesta contro questo errore per la distinzione assoluta delle due nature in Gesù Cristo, che le unisce solamente nella sua Persona, non meno che contra il dogma della Trinità, il quale non ammette nella partecipazione della divina essenza se non le tre Persone che la costituiscono. Questo fu lo scoglio del neo-platonismo. – Il neo-platonismo ha avuto tre centri principali: Alessandria, Roma e Atene; ma ha conservato il nome di alessandrino o di scuola di Alessandria. I suoi più famosi rappresentanti sono stati Plotino, Porfirio, Giamblico, Gerocle e Proclo. Il loro scopo era quello di salvare la filosofia ellenica, e insiem con essa il paganesimo, cristianizzandola, e di soppiantare il Cristianesimo togliendogli tutto ciò che gli si può togliere, allora che non si vuol dare se stesso a Gesù Cristo, vale a dire quando si vuole escluderlo; imperocché quelli che non sono per Lui sono di tutta necessità contra di Lui. Appunto per questo essi diedero ancora nel panteismo; conseguenza ordinaria del rigettare il dogma cattolico dell’Incarnazione.

E così fecero volendo più particolarmente platonizzare il dogma della Trinità o cristianizzare il platonismo. Ecco di fatti, secondo le Enneadi, libro di Plotino, il prodotto del loro sforzo: « L’unità è il principio necessario, la sorgente e il termine d’ogni realtà, o piuttosto la realtà medesima, la realtà originale e primitiva Essa racchiude in sè i germi d’ogni cosa; è quel Saturno incatenato della mitologia, padre del padre degli dei Nondimeno l’uno non è l’essere, non è l’intelligenza; esso è superiore all’uno ed all’altro, essendo al di sopra d’ogni azione, d’ogni situazione determinata, d’ogni conoscenza, È qualche cosa d’invisibile, ritratto io una notte immensa; il padre sconosciuto, l’abisso, Bythos. Èciò che è il Brama indeterminato della metafisica dell’India; il fondo dell’essere, la sostanza che non si può cogliere in sé medesima, e che si comprende come ciò che è nascosto sotto ciò che appare. – « Dal seno di questa unità assoluta procede l’Intelligenza suprema, secondo principio, perfetto anch’esso, quantunque subordinato, ed essa ne procede per emanazione, come la luce procede dal sole. — L’anima universale è il terzo principio, subordinato agli altri due; quest’anima è il pensiero, la parola, un’immagine dell’intelligenza, l’esercizio della sua attività…. Questa processione è da tutta l’eternità, e questi tre principii, quantunque formino una gerarchia nell’ordine della dignità, sono contemporanei fra loro. » Questa triade di Plotino compone il mondo intelligibile, mondo perfetto, che non è che la medesima divinità in quanto la si manifesta. Questo mondo intelligibile è non solamente il tipo del mondo visibile, ma ne è la base, l’essenza reale e vera. – « Dall’anima suprema e dall’intelligenza emanano di fatto le idee o le anime che sono le sole realtà vere, le anime degli Dei, degli nomini, degli animali e degli elementi; la materia medesima. » A dir breve, il mondo non era per Plotino che la grande anima informante la materia per mezzo delle idee o delle anime che essa produce.  – L’identità assoluta, che è il fondo del sistema di Plotino, si rivela sopra tutto nella sua teoria della conoscenza. « La vera conoscenza, dice egli, è quella in cui l’obietto conosciuto è identico col soggetto che lo conosce. » Quando adunque noi percepiamo l’unità assoluta, percepiamo noi medesimi; quando noi conosciamo le altre intelligenze, conosciamo ancora noi stessi. – Con tale sistema la libertà, la spontaneità, la personalità individuale, elementi d’ogni società, si dileguano interamente. Perciò, secondo Plotino, tutto nel mondo è necessario, tutto è l’opera di una produzione fatale. Il male medesimo non è che una negazion necessaria al bene; esso risiede nella materia, che è considerata qualche volta da Plotino come una produzione imperfetta dell’Ente supremo. In questa ipotesi il male risiede in Dio medesimo. – La medesima dottrina è nella sostanza in Proclo e negli altri neoplatonici. Le operazioni teurgiche erano per essi il gran mezzo di purificazione e d’illuminazione delle anime. Essi cercavano comunicazioni dirette coi geni, cogli dei, col Dio supremo. Così questi filosofi si studiavano di rimettere in corso tutte le superstizioni pagane, e si abbandonavano con uno zelo incredibile a tutte le pratiche del politeismo e della magia. Questa dottrina, in cui si riconoscono i principali tratti dell’egelianismo dei nostri giorni, era un’accozzaglia bizzarra delle filosofie orientali ed elleniche, colorata dalla dottrina cristiana sulla Trinità. Era una lega di tutti i sogni dello spirito umano contra la luce della verità che veniva a dissiparli. Per arrestare i progressi del Cristianesimo, i neo-platonici si diedero di fatto a scegliere nelle diverse scuole di filosofia le opinioni che a forza di palliativi potevano diventar simili in  apparenza ai dogmi del Cristianesimo, affine di persuadere agli spiriti superficiali che anche i filosofi aveano, del pari che Gesù Cristo, scoperto la verità, e che non v’aveva alcuna necessità di rinunziare alla loro dottrina per abbracciar quella del Vangelo. Sotto questo rispetto il neo-platonismo è un’alta conferma di questa verità che noi vogliamo sopra tutto mettere in luce, che cioè tutte le concezioni filosofiche dello spirito umano sulla verità soprannaturale, fuori della fede cristiana, vanno a riuscire e a perdersi inevitabilmente nel panteismo e nel fatalismo, poiché questi ci mostrano ne’ mostruosi loro errori unite e compendiate tutte quelle concezioni. – I neo-platonici stessi non negavano di aver preso qua e là tutti que’ placiti, la cui unione componeva la loro dottrina. Anzi essi avevano ridotto una tale unione in sistema, nel sistema dell’ecletticismo e del sincretismo, che a’ giorni nostri abbiam veduto ricomparire. – Essi trascorsero sino a pretendere che la differenza di carattere dei popoli voleva una diversità nella loro religione, e rendeva necessario quel sincretismo religioso che noi vediamo esposto in Proclo, Gerocle, Simplicio, Calcedio e nello storico Ammiano Marcellino. Movendo da questo punto, Proclo diceva : « Il filosofo non si costringe a tale o tal altro culto nazionale; egli non è stranio ad alcuna forma di religione, perocché è il gran sacerdote dell’universo. » Ed è questo ministero delle anime che i nostri filosofi pretendono altresì esercitare del pari o meglio al di sopra de’ pontefici della religione. Del resto, essi facevano al Cristianesimo il medesimo onore che gli si fa ai dì nostri, di ammetterlo, insieme colle altre religioni, a partecipare agli ossequi della filosofia; Cristianesimo e paganesimo erano messi al medesimo livello, non essendo l’uno e l’altro che manifestazioni dell’intelligenza, la quale mira continuo a sciogliersi per innalzarsi alla ragion pura. Ma questa tolleranza filosofica, oltre che era attentatoria al Cristianesimo dommatico, il quale non può patire queste assimilazioni sacrileghe, non era che una tattica per battere in breccia il Cristianesimo pratico e la sua azione incivilitrice sul mondo. Sotto questo riguardo il panteismo non era solo il termine inevitabile di tutte le concezioni umane fuori della fede, ma era al tempo stesso il terreno più favorevole per questa gran congiura. Facendo procedere ogni cosa da un medesimo principio ed emanare ogni cosa da una medesima intelligenza, egli consacrava tutti gli errori, e autorizzava la loro lega contro la verità che li escludeva. È questa l’identica cosa che abbiamo veduta a’ dì nostri. La sola differenza era questa, che il trattato era steso ad Alessandria invece di Parigi, e compilato da Gerocle o da Giamblico invece di esserlo nel Globe da Damiron o da Jouffroy. Ma questo tentativo fu altrettanto vano allora quanto fu vano ai dì nostri. La questione tra il panteismo e il Cristianesimo, tra il paganesimo antico c l’incivilimento moderno, sospesa per un istante sul mondo, fu tronca dalla spada della verità cattolica; il panteon, e il paganesimo furono ricacciati negli abissi, e il Cristianesimo continua il suo corso, traendo seco il mondo nella gran via luminosa del suo destino. Ambrogio! Apollinare! Lattanzio! Eusebio! Cirillo! Teodoreto! Arnobio! Clemente! Origene! Atanasio! Agostino! bei genii, illustri dottori, e molti di voi sopra tutto gran santi, che combatteste allora per la verità, siate salutati dall’età nostra come i veri padri non solamente della fede e della Chiesa, ma della ragione e della società, ma del mondo, strappato da voi alle tenebre antiche e rendute a’ suoi alti destini! Siate invocati nella gloria che vi hanno acquistato i tanti e sì gran combattimenti in cui la verità non solo fu salva dai vostri scritti, ma ancora dal sacrificio della vostra vita e del vostro sangue; e ottenete pei vostri eredi nell’incivilimento e nella fede i medesimi lumi contra i medesimi errori, il medesimo coraggio contra i medesimi pericoli, il medesimo trionfo per la medesima causa.        

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: SS. LEONE XIII – “PASTORALIS VIGLILANTIÆ”

« …Tutte le persone assennate ed oneste sono infatti concordi nel riconoscere che non esiste un rimedio più sicuro e più valido della dottrina cattolica contro i mali che affliggono il nostro tempo e i pericoli che incombono, sempreché essa sia accettata completa ed integra, e gli uomini uniformino il loro modo di vivere alle norme che la stessa propone. » Queste parole che il Santo Padre Leone XIII rivolgeva ai Vescovi ed al popolo portoghese, sono oggi di capitale importanza ancor più che allora per indicare agli uomini smarriti dei nostri tempi, la soluzione vera dei problemi che sono sempre più insolubili affidandosi a mezzi umani, politici, filosofici, scientifici, finanziari. Solo accettare e praticare integralmente la Religione Cattolica potrà essere argine al dilagare dell’empietà, della corruzione e, negli ultimi tempi, all’imbecillità ed all’idiozia panteista spacciata come [fasulla] verità scientifica o mediatica, o addirittura filosofica e spirituale. La sinagoga di satana della città dei sette colli, è parte della bestia e del dragone che sostiene il falso profeta nell’attesa dell’anticristo manifesto, per cui chi vuole trovare riparo ai mali ed alle persecuzioni terribili in atto o in arrivo, non ha che da tornare a Dio, al suo Cristo ed al suo vero ed unico Corpo mistico, che è la Chiesa Cattolica Romana, unica arca di salvezza, la nuova arca che sfuggirà all’imminente diluvio di fuoco da tempo profetizzato ed ormai inevitabile. Si tenga pronto e fermo saldamente radicato nella fede nel Cristo Redentore il “pusillus grex”, il nucleo residuo della “vera” Chiesa di Cristo, perché le prove saranno dure, ma alla fine per chi persevererà impavido, arriverà la corona della gloria eterna, che eviterà lo stagno di fuoco, pronto invece per la bestia, il falso profeta ed i suoi adepti ed il diavolo.

Leone XIII
Pastoralis vigilantiæ

Lettera Enciclica

La Lettera, oltremodo gradita, che annunciava la felice conclusione del nobile Convegno svoltosi di recente a Braga, a Noi inviata da quanti, tra voi, vi hanno presenziato, Ci ha procurato una nuova e significativa testimonianza dello zelo pastorale con il quale vi impegnate nel difendere e nel promuovere la religione.

Durante la lettura siamo stati pervasi da sentimenti di gioia, sia per lo zelo e la dedizione del Pastore della città che ha accolto i membri del Convegno e ha assunto in prima persona il compito di organizzarlo e di gestirlo in modo da poterne trarre gli auspicati frutti, sia per l’impegno e la pietà dei Vescovi che l’affiancarono, o che inviarono al loro posto uomini degni di stima che li rappresentassero al Convegno, sia infine per l’imponente affluenza di uomini tra i più rappresentativi del clero e del popolo fedele, segnalati per la dottrina, per la virtù e per il prestigio.

Codesto Convegno Ci tornò ancor più gradito, perché vi ha preso forma un mirabile accordo su decisioni particolarmente utili alla grandezza della Chiesa e al successo del Cattolicesimo. Né vogliamo passare sotto silenzio il fatto che, tra le altre cose opportunamente approvate con voto unanime, tenendo conto della condizione del tempo e del luogo, Ci hanno procurato conforto quei capitoli che attestavano la piena deferenza dei convenuti verso questa Sede Apostolica, e il loro ardente desiderio di vederla onorata come richiede la sua dignità e per nulla sminuita nel suo onore e nei suoi diritti.

Nutriamo senz’altro la lieta speranza che quanto è stato deliberato e definito in codesta sede, se sarà attuato con impegno e costanza, produrrà una grande abbondanza di frutti salutari, senza tuttavia dimenticare che resta ancora un vasto terreno che rivendica la vostra attenzione e la vostra operosità.

Per questo motivo, anche se in una lettera a voi inviata poco tempo fa vi abbiamo parlato della situazione religiosa nel regno del Portogallo e della linea di condotta da adottare per potervi opportunamente far fronte, Ci torna tuttavia gradito aggiungere al contenuto di quella lettera alcune cose che vale la pena di farvi sapere, anche perché, essendosi presentata un’occasione per scrivervi, non corriamo il rischio di essere venuti meno, per pigrizia al Nostro dovere.

Non vi sfugge certo, diletti Figli e Venerabili Fratelli, come nel Convegno di Braga sia emerso, in tutta chiarezza, che si è giunti al punto in cui la fede stessa è messa in pericolo presso molti, e s’impone quindi l’obbligo di impedire, per quanto è possibile, che l’ignoranza e la rilassatezza la estirpino dagli animi o la lascino illanguidire, ma occorre impegnarsi perché resti ben fissa nei cuori e dia vita ad una consolante quantità di opere buone e di peretta virtù, nonché alla dolcezza dei frutti più eccelsi. Ci si deve opporre ai tentativi dei nemici della verità, perché non abbia a diffondersi il malefico contagio che si sprigiona dai loro cattivi esempi e dalle loro idee disseminate per ogni dove. Ci sono da sanare molte ferite che il loro nefasto operare e la malvagità dei tempi hanno inferto nei greggi affidati alle vostre cure; molte sono le cose che giacciono inerti da far rivivere; molti sono ancora i bisogni che assillano le anime e che, se non possono essere del tutto rimossi, occorre almeno lenire. – Tutto questo che reclama, come abbiamo ricordato, le vostre cure e la vostra sollecitudine, potrà essere attuato con maggiore efficacia e con più facilità se la concordia tra i Vescovi diventerà ogni giorno più profonda e se questi, di comune intesa, opereranno per scoprire i bisogni del clero e dei fedeli, per proporre suggerimenti e prendere, con le decisioni, che tutti insieme vedranno meglio accordarsi con le situazioni delle singole diocesi, anche quelle di più ampia portata e di maggior peso per provvedere alla prosperità e alla salvezza dell’intero popolo. L’opportunità di un più stretto raccordo tra i Vescovi non sfuggì alla saggezza di chi si riunì a Braga. Trovano quindi la Nostra piena approvazione le decisioni prese in quel nobile Convegno con il proposito di favorire quest’unità di intenti, capace di garantire al popolo cristiano i più importanti e duraturi benefìci che si ripromette dai suoi Presuli, che sono le sue guide e i suoi pastori.

Ma per rendere veramente stabile questo rapporto, non vi è mezzo più efficace del ricorso alla consolidata prassi, già recepita in altre regioni, di tenere ogni anno, in aggiunta alle riunioni che prevedono la presenza anche dei laici (di tal fatta era il Convegno di Braga), speciali adunanze di Vescovi. È un’usanza che sta prendendo piede anche presso di voi; un’usanza che vi sta a cuore e che Noi auspichiamo con tutte le forze perché, come testimoniano le numerose e documentate esperienze, è possibile trarne benefìci per la religione. – Di sicuro, con la frequente convocazione di tali assemblee prende anzitutto forma, come abbiamo ricordato, il più rilevante e unanime concorso di energie che può garantire esiti positivi alle iniziative intraprese, ma ravviva anche l’entusiasmo ad agire dei Vescovi convenuti, rafforza la fiducia e illumina le menti con il confronto delle idee e con lo scambio vicendevole del frutto della saggezza. Con queste assemblee si apre come una strada sia per tenere Sinodi diocesani e provinciali, sia per riunire un Convegno nazionale, la celebrazione del quale – notiamo con grande gioia – fa parte dei vostri desideri. La ripetuta esperienza dei vantaggi derivati da Convegni similari già svolti, li consiglia con forza, e le disposizioni dei Sacri Canoni le raccomandano con sincera convinzione. Inoltre alle menzionate assemblee annuali dei Vescovi farà seguito un evento di somma importanza. I laici infatti, spinti da nuovi stimoli, si sforzeranno di proseguire con più decisione sulla strada intrapresa; si riuniranno a loro volta in assemblee; confronteranno le loro idee e, facendo leva sulle energie collegate, si adopereranno per difendere la comune causa della religione e, seguendo le indicazioni dei loro Pastori, metteranno in pratica gl’insegnamenti e gl’incoraggiamenti ricevuti. – Per la verità, nelle riunioni annuali che farete non mancheranno i problemi ai quali dedicare il vostro zelo e le vostre energie. Infatti, oltre i problemi specifici che eventualmente riguarderanno le singole diocesi e che potranno essere più adeguatamente risolti con l’apporto chiarificatore della comune esperienza, sarà oggetto del vostro prudente esame un vasto campo di decisioni e di deliberazioni relative ai mezzi maggiormente idonei per dar vigore all’impegno dei sacerdoti che già lavorano nella vigna del Signore, per educare i giovani che un giorno dovranno risplendere nella casa di Dio per la luce di una solida dottrina, per il merito di uno schietto spirito ecclesiastico e per il corredo di tutte le virtù sacerdotali. – La vostra paterna vigilanza si farà anche carico di una meticolosa ricerca su tutto ciò che è sommamente utile per trasmettere correttamente al popolo i rudimenti della fede, per correggerne i costumi, per divulgare scritti atti a seminare la sana dottrina e a inculcare i principi della virtù, per dar vita ad istituzioni che diffondano i benefìci della carità e per rendere ancor più fiorenti quelle già istituite. – Un ultimo importantissimo punto, che dovrà essere oggetto delle vostre decisioni, vi sarà offerto dall’opportunità di fondare e di accogliere nel Regno del Portogallo delle Congregazioni religiose. Al riguardo abbiamo notato con gioia quanto fosse forte l’impegno di tutti i presenti al Convegno di Braga. – Queste Congregazioni, infatti, non solo potranno offrire al clero, che nelle vostre diocesi si è votato alla sacra milizia di Cristo, delle forze per così dire, ausiliarie, ma saranno anche in grado, ed è ciò che più conta, di preparare uomini animati da spirito apostolico che si faranno carico del ministero missionario nelle regioni d’oltremare soggette al dominio portoghese. L’assolvimento di questo compito, mentre contribuirà all’ampliamento del Regno di Cristo sulla terra, darà anche lustro e onore al Portogallo. Si sono veramente procurati una gloria imperitura i vostri Principi e i vostri antenati quando, con l’aiuto e il favore della Sede Apostolica, portarono la luce della dottrina evangelica e una forma di vita più civile in tutte le vostre terre scoperte. – Occorre dunque, per mantenere vive la natura e la forza delle iniziative intraprese e per non lasciarle decadere dal primitivo stato di persistente floridezza, far leva sulla costante vigilanza e sulle virtù di uomini pienamente affidabili che, mentre si oppongono, pieni di spirito divino, agli ostili attacchi degli acattolici, indirizzino tutta la loro attenzione e la loro energia a far sì che i beni giunti dal Portogallo in quelle contrade non vadano completamente perduti, ma riprendano vita come per nuovo vigore. – Sarà compito di questi uomini che, chi già crede in Dio, sia confermato nella fede, e chi vi è ben ancorato possa anche distinguersi per l’onestà dei costumi, per la pratica della religione, per la scrupolosa osservanza dei doveri, affinché chi è ancora nelle tenebre si disponga ad accogliere la luce del Vangelo. – Le Congregazioni religiose potranno senz’altro offrire molti di questi uomini ardenti di santo zelo, poiché i loro membri, sulla scorta del giudizio di persone assennate confermato da testimonianze di tutti i tempi, seppero sempre svolgere questo compito con impegno ed efficacia. Infatti il sistema e la disciplina delle Congregazioni in cui sono inseriti, nonché la pratica costante della virtù che ognuno si impone, li rendono più adatti di ogni altro a svolgere un così importante lavoro. – Siamo pienamente convinti che il Governo del Portogallo, accogliendo con favore le vostre proposte e attribuendo grande valore a quei beni che sopravanzano gli altri, si deciderà anche a rimuovere gli ostacoli che intralciano la libertà dei Sodalizi religiosi e, con la sua autorità, favorirà i vostri propositi che mirano a restituire il pieno vigore e a far rifiorire doviziosamente, con la gloria degli antenati, la religione cattolica in Portogallo e in tutti i paesi sottoposti al suo dominio. – Questa Nostra convinzione è resa più forte dal fatto che nessuno ormai ignora, e anche voi ne avete piena coscienza, quali siano al riguardo i Nostri sentimenti e i Nostri auspici, che sono sicuramente rivolti al bene della religione, ma si propongono anche la piena prosperità del popolo portoghese. Sono questi il compito e la funzione che il Divino Fondatore ha assegnato alla Chiesa: porsi nel cuore della società umana come vincolo di pace e garanzia di salvezza. – La Chiesa non toglie nulla all’autorità di chi è posto a capo dello Stato e ne detiene il potere, anzi lo difende e lo rafforza, affiancando alle leggi emanate l’obbligo religioso dell’osservanza, riconducendo il dovere di sottostare alle pubbliche autorità nell’ambito degli obblighi voluti da Dio, esortando i cittadini a tenersi lontano dai moti sediziosi e da ogni altra forma di sovvertimento dello Stato, insegnando a tutti di coltivare la virtù e di assolvere con cura tutto ciò che richiede il proprio stato e la propria condizione. – La Chiesa è dunque il migliore censore dei costumi; la sua salutare disciplina prepara uomini retti, onesti, devoti verso la patria, fedeli e pienamente solidali con i principi, tali cioè da costituire un solido sostegno del pubblico ordinamento degli Stati, in grado di mettere a loro disposizione indomite energie per affrontare imprese ardue e gloriose. È per questo motivo che si provvede in modo saggio e accorto al bene dello Stato quando si permette alla Chiesa di avvalersi di quella libertà d’azione che essa rivendica a buon diritto, e le si apre benevolmente la strada perché possa ampiamente far valere la sua benefica influenza e mettere a disposizione del bene comune tutti i mezzi di cui è dotata. – Anche se un simile assunto riguarda tutte le genti, esso si rivela particolarmente indicato per il popolo portoghese, presso il quale la religione cattolica svolse un ruolo di primaria importanza nel plasmare, da molto tempo, i costumi e le menti degli uomini, nel promuovere gli studi delle scienze, delle lettere e delle arti, nell’infiammare gli animi a compiere ogni sorta di imprese memorabili in pace e in guerra, quasi da sembrare la madre e la nutrice, donata dal cielo, per generare e far crescere tutto ciò che di splendido prese forma, in tale popolo, nel campo della civiltà, della dignità e della gloria. – Ci siamo intrattenuti più diffusamente con voi su questo argomento nella citata Lettera enciclica che vi abbiamo recentemente indirizzata. Ora però è bene ricordare questa sola cosa: la forza e il valore della religione non possono in alcun modo venir meno, perché i principi dottrinali che essa trasmette, in quanto voluti da Dio, non sono condizionati dalle leggi del tempo e dello spazio, ma sono rivolti alla salvezza e al conforto di tutti i popoli. Per questo motivo, allo scopo di favorire il benessere e la prosperità della vostra nobilissima gente, la religione è ancora in grado di fornire quegli straordinari benefìci e quei validi aiuti che mise a disposizione in passato. Specialmente in questo tempo malvagio, nel quale la debolezza e il turbamento degli animi si sono fatti così grandi che i fondamentali principi che garantiscono l’ordine e la pace della società umana non solo vengono messi in dubbio, ma sono apertamente avversati, non vi è nessuno che non comprenda la necessità di far ricorso all’aiuto della Religione e ai suoi sacri precetti e insegnamenti. Tutte le persone assennate ed oneste sono infatti concordi nel riconoscere che non esiste un rimedio più sicuro e più valido della dottrina cattolica contro i mali che affliggono il nostro tempo e i pericoli che incombono, sempreché essa sia accettata completa ed integra, e gli uomini uniformino il loro modo di vivere alle norme che la stessa propone. – Per tutto questo, Diletti Figli Nostri, Venerabili Fratelli, non dubitiamo che, in forza dello zelo pastorale che vi distingue, vi affretterete, con animo deciso e con impegno costante, all’opera che vi abbiamo raccomandato. Sarà per voi, dediti al lavoro, un titolo di sommo onore e di meritata riconoscenza, l’aver potuto conseguire altissime benemerenze verso la religione, che assorbe tutto il vostro interesse, verso la patria e verso il vostro popolo, per il quale auspicate, con un’intensità non inferiore alla Nostra, una stabile pace e un futuro rispondente alle attese. Mentre eleviamo la Nostra supplica a Dio perché vi colmi dei suoi doni e assecondi le vostre iniziative, impartiamo, con sincero affetto nel Signore, la Benedizione Apostolica, testimonianza del Nostro paterno amore, a voi, al clero e ai fedeli affidati alle vostre cure.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 25 giugno 1891, quattordicesimo anno del Nostro Pontificato.

DOMENICA XVI DOPO PENTECOSTE (2020)

DOMENICA XVI DOPO PENTECOSTE (2020)

Semidoppio. • Paramenti verdi.

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Come Domenica scorsa, la lettura dell’Uffizio divino coincide spesso in questo giorno con quella del libro di Giobbe che si suol fare nella 1a e nella 2a Domenica di Settembre. – Continuiamo quindi a leggere i testi del Messale in corrispondenza con quelli del Breviario. Giobbe è la figura del giusto, che il demonio superbo cerca di umiliare profondamente, affinché si rivolti contro Dio. « Lascia che io lo provi, dichiarò satana all’Altissimo, egli ti bestemmierà ». E Jahvè glielo permise, per fare di Giobbe il modello dell’anima che proclama il supremo dominio di Dio e si sottomette interamente alla sua volontà divina. La gelosia del demonio non conobbe allora più freno e fece piombare sullo sventurato Giobbe, con gradazione sapiente, tutte le calamità che ebbero potuto abbatterlo. Pure, benché privo di tutto e coricato sul letamaio, Giobbe non maledisse la mano onnipotente di Dio, che permetteva al demonio di accanirsi contro di lui, ma la baciò umilmente. Il Salmo dell’Introito rende mirabilmente la sua preghiera. « Abbi pietà di me, o Signore, Porgi, o Signore, il tuo orecchio, poiché sono misero e povero ». Il Salmo del Graduale è anch’esso « la preghiera del povero quando è nell’afflizione », e i Versetti da 3 a 6: «Sono stato colpito come l’erba, a forza di gemere le ossa mi si sono attaccate alla pelle », sembrano l’eco delle parole di Giobbe che dice: « Le mie ossa si sono attaccare alla pelle, non mi restano che le labbra intorno ai denti » (Vers. 19, 20). Il Salmo dell’Offertorio parla anch’esso «del povero e dell’indigente» che supplica Iddio: « Non allontanare da me le tue misericordie, o Signore, poiché mali senza numero mi hanno circondato. Siano svergognati coloro che insidiano la vita mia » (Versetti 12-14). Infine, l’antifona della Comunione dice: « Piega, o Signore, verso di me, il tuo orecchio! Quante numerose e crudeli tribolazioni mi facesti provare! La mia lingua proclamerà dovunque soltanto la tua giustizia, e questa giustizia mi renderai quando coloro che cercano il mio danno saranno coperti di confusione e di vergogna » (Vers. 2, 20 e 24). Iddio, dicono infatti gli amici di Giobbe, esalta coloro che si sono abbassati, rialza e guarisce gli afflitti. La gloria degli empi è breve e la gioia dell’ipocrita non dura che un momento. Quando anche il suo orgoglio si innalzasse fino al cielo e la sua testa toccasse le nuvole, alla fine egli perirà. Tale è il retaggio che Dio serba agli empi. Essi si sono innalzati per un momento e saranno umiliati. – E Giobbe aggiunge: « Iddio ritirerà il povero dall’angoscia. Dio è sublime nella sua potenza. Chi può dirgli: Hai commesso un’ingiustizia? L’uomo che discute con Dio non sarà giustificato ». Infatti, commenta S. Gregorio, chiunque discute con Dio si mette alla pari con l’Autore di ogni bene; attribuisce a se stesso il merito della virtù, che ha ricevuta, e lotta contro Dio con gli stessi beni di Lui.. È quindi giusto che « l’orgoglioso sia abbattuto e l’umile innalzato » (2° Notturno, 2a Domenica di Settembre). « Chiunque si innalza sarà abbassato e chiunque si umilia sarà rialzato », dice anche il Vangelo di questo giorno. Dio, infatti, dopo aver umiliato Giobbe, lo rialzò, rendendogli il doppio di quanto prima possedeva. Giobbe è una figura di Gesù Cristo, che, dopo essersi profondamente abbassato, è stato esaltato meravigliosamente; è anche figura di tutti i Cristiani, ai quali Iddio darà un posto di onore al banchetto celeste se di tutto cuore avranno praticato la virtù dell’umiltà sulla terra. L’orgoglio, dice S. Tommaso, è un vizio per il quale l’uomo cerca, contro la retta ragione, di innalzarsi al disopra di quello che egli è in realtà; l’orgoglio è quindi fondato sull’errore e l’illusione; l’umiltà, ha, al contrario, il suo fondamento nella verità, ed è una virtù che tempera e frena l’anima, affinché questa non si innalzi al disopra, super, di quello che è realmente (donde il nome di superbia dato all’orgoglio). L’anima umile accetta in piena sottomissione il posto che ad essa si conviene; quel qualsiasi posto che da Dio, verità suprema ed infallibile, le è assegnato. Umiltà nelle parole, umiltà nelle azioni, umiltà nel sopportare le prove e le contraddizioni, è la virtù che Giobbe ci insegna durante tutta la sua vita e che Gesù Cristo ci raccomanda nel Vangelo della Messa di oggi. « Dopo aver guarito l’idropico, dice S. Ambrogio, Gesù dà una lezione di umiltà » (3° Notturno). Vedendo come i Farisei scegliessero sempre i posti migliori, Egli volle farli accorti della loro malattia spirituale e spingerli a cercarne la guarigione; a questo scopo guarì dapprima uno sventurato, che la malattia aveva fatto gonfiare, e cercò quindi, velando la lezione sotto una parabola, di guarire la spirituale enfiagione che affliggeva i convitati presenti e che purtroppo affligge anche la maggior parte degli uomini. – Il mondo è in balìa di tutte le esaltazioni e di tutte le infatuazioni dell’orgoglio, mentre l’umiltà è la condizione assoluta per entrar nel regno dei cieli, ed è questa la virtù che la Chiesa ci inculca nell’Orazione ove dice che la grazia di Dio deve sempre prevenire ed accompagnarci, e che S. Paolo insegna con energia ai Cristiani nell’Epistola di questo giorno. Senza merito alcuno da parte nostra, spiega l’Apostolo agli Efesini, ma unicamente perché serviamo di strumento di lode alla sua gloria, Dio ci ha eletti in Cristo. Allorché eravamo figli della collera, l’Onnipotente, che è ricco di misericordia, ci ha reso la vita in Gesù Cristo, per l’amore immenso che ci porta. Noi tutti, pagani ed estranei alle alleanze conchiuse da Dio col popolo di Israele, siamo stati riavvicinati e riuniti nel Sangue del Redentore, poiché Egli è la nostra pace, Egli che di due popoli ne ha fatto uno solo e per il quale abbiamo, gli unì e gli altri accesso presso il Padre, in un medesimo Spirito. Non siamo più dunque degli estranei, ma dei membri della famiglia divina. E questo non è opera nostra, ma di Dio, affinché nessuno glorifichi se stesso. Gettiamoci dunque ai piedi del Padre nostro di nostro Signore Gesù Cristo, che è anche Padre nostro, affinché, attingendo nei tesori della sua divinità, sempre di più ci mandi lo Spirito Santo che ha effuso sulla Chiesa nella festa di Pentecoste e che nella fede e nell’amore ci unisce a Gesù, in modo che noi siamo colmati della pienezza di Dio. E chi potrà mai misurare questa carità sconfinata che iddio ci ha manifestata per mezzo del Figlio Suo? Questo amore del Padre per i suoi figli sorpassa infinitamente tutto quello che noi potremmo concepire e domandare a Dio. – A Lui dunque sia gloria in Gesù Cristo e nella Chiesa per tutti i secoli. « Cantiamo al Signore un cantico nuovo, poiché Egli ha operato prodigi » (Alleluia). « Tutte le nazioni temano il nome del Signore tutti i re della terra annunzino la gloria sua », perché  Dio ha stabilito il suo popolo nella celeste Gerusalemme (Graduale). E questo  popolo che prenderà parte al gran banchetto della visione beatifica, sarà formato di tutti quelli che, rifuggendo da un’orgogliosa ambizione, saranno sempre stati umili sulla terra: Dio li esalterà nella stessa misura in cui essi si saranno con buon volere sottomessi alla sua santa volontà.

S. Paolo ha ricevuto da Dio la missione di annunziare ai Gentili che essi, ai pari degli Ebrei, sono eletti a far parte del popolo di Dio: elezione gratuita che deve riempirli di un’umile riconoscenza verso il Signore e premunirli contro lo scoraggiamento che è una forma di orgoglio.

Per non lasciare un asino o un bue annegare in fondo ad un pozzo, gli Ebrei non esitavano a fare tutto quello che era necessario per ritirarneli, non ostante il giorno di Sabato in cui ogni opera servile era proibita. Perché dunque il Redentore non doveva poter guarire un ammalato in quel giorno? – « Va, mettiti all’ultimo posto » non vuol dire che il Superiore debba mettersi al di sotto dei suoi subordinati, né esporre la sua dignità al disprezzo; ma Egli deve ricordare queste parole dei Sacri Libri: « Quanto più sei grande, tanto più devi mostrarti umile in tutte le cose e troverai grazia davanti a Dio » (Eccl. III, 20).

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps LXXXV: 3; 5
Miserére mihi, Dómine, quóniam ad te clamávi tota die: quia tu, Dómine, suávis ac mitis es, et copiósus in misericórdia ómnibus invocántibus te.

[Abbi pietà di me, o Signore, poiché tutto il giorno ti ho invocato: Tu, o Signore, che sei benigno e pieno di misericordia verso quelli che ti invocano].
Ps LXXXV: 1
Inclína, Dómine, aurem tuam mihi, et exáudi me: quóniam inops, et pauper sum ego.

[Porgi l’orecchio verso di me, o Signore, ed esaudiscimi, perché sono misero e povero].

Miserére mihi, Dómine, quóniam ad te clamávi tota die: quia tu, Dómine, suávis ac mitis es, et copiósus in misericórdia ómnibus invocántibus te.

[Abbi pietà di me, o Signore, poiché tutto il giorno ti ho invocato: Tu, o Signore, che sei benigno e pieno di misericordia verso quelli che ti invocano].

Oratio

Orémus.
Tua nos, quǽsumus, Dómine, grátia semper et prævéniat et sequátur: ac bonis opéribus júgiter præstet esse inténtos.

[O Signore, Te ne preghiamo, che la tua grazia sempre ci prevenga e segua, e faccia che siamo sempre intenti alle opere buone].

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Ephésios
Ephes III: 13-21

Fratres: Obsecro vos, ne deficiátis in tribulatiónibus meis pro vobis: quæ est glória vestra. Hujus rei grátia flecto génua mea ad Patrem Dómini nostri Jesu Christi, ex quo omnis patérnitas in cœlis et in terra nominátur, ut det vobis secúndum divítias glóriæ suæ, virtúte corroborári per Spíritum ejus in interiórem hóminem, Christum habitáre per fidem in córdibus vestris: in caritáte radicáti et fundáti, ut póssitis comprehéndere cum ómnibus sanctis, quæ sit latitúdo et longitúdo et sublímitas et profúndum: scire etiam supereminéntem sciéntiæ caritátem Christi, ut impleámini in omnem plenitúdinem Dei. Ei autem, qui potens est ómnia fácere superabundánter, quam pétimus aut intellégimus, secúndum virtútem, quæ operátur in nobis: ipsi glória in Ecclésia et in Christo Jesu, in omnes generatiónes sæculi sæculórum. Amen.

[“Fratelli: Vi scongiuro di non perdervi di coraggio a motivo delle tabulazioni che io soffro per voi. Esse sono la vostra gloria. Perciò io piego i ginocchi davanti al Padre del Nostro Signore Gesù Cristo, dal quale prende nome ogni famiglia, in cielo e in terra, affinché vi conceda, secondo la ricchezza della sua gloria, d’essere fortemente corroborati, mediante il suo spirito, nell’uomo interiore: che Cristo per mezzo della fede abiti nei vostri cuori, affinché, profondamente radicati e fondati nella carità, possiate comprendere con tutti i santi quale sia la larghezza e la lunghezza e l’altezza e la profondità; e d’intendere anche quell’amore di Cristo che sorpassa ogni coscienza, di modo che siate ripieni di tutta la pienezza di Dio. A Lui che, secondo la possanza che opera in noi, può tutto infinitamente di là di quanto noi domandiamo e pensiamo: a Lui sia gloria nella Chiesa e in Cristo Gesù per tutte le generazioni di tutti i secoli”.]

Omelia I

[A. Castellazzi: La scuola degli Apostoli – Sc. Tip. Vescov. Artigianelli, Pavia, 1920]

IL PROGRESSO DELLA VITA INTERIORE

L’Epistola è tolta dalla lettera agli Efesini. Quei di Efeso sono stati chiamati alla fede. Per questo, S. Paolo, che si trova in prigionia a Roma, si rivolge a Dio, Padre degli Angeli e degli uomini, pregandolo ardentemente che spanda sugli Efesini la ricchezza della sua gloria, fortificandoli, per mezzo della grazia dello Spirito Santo, nella vita spirituale incominciata con il Battesimo, unendoli, mediante la fede e la carità in Gesù Cristo, con unione così intima, che la vita in Lui sia costante e in tutta la pienezza. E così diventino capaci di comprendere l’amor di Dio, che abbraccia tutta la creazione, che non conosce limiti di tempo, di spazio, di misura; e siano ricolmi di tutti quei doni, la cui piena sorgente si trova in Dio. L’Apostolo domanda molto; ma Dio, nella sua onnipotenza sa far di più di quanto noi possiamo domandare e comprendere. A Lui, dunque, si renda gloria per tutti i secoli. Il desiderio ardente dell’Apostolo per il progresso degli Efesini nella vita spirituale incominciata, si riferisce anche a noi. La nostra vita interiore:

1 Deve progredire,

2 Sostenuta dalla fede,

3 E dalla carità.

1.

Io piego i ginocchi davanti al Padre del nostro Signore Gesù Cristo… affinché vi conceda… d’essere fortemente corroborati, mediante il suo spirito, nell’uomo interiore.Con queste parole l’Apostolo assicura agli Efesini che tra le angustie della prigionia non li dimentica, ma prega il Signore che, per mezzo delle grazie dello Spirito Santo, li rassodi e li fortifichi quanto alla vita interiore, cioè quanto alla vita dell’anima rigenerata alla grazia. Il Cristiano, che con il Battesimo è nato alla vita spirituale, sarebbe irragionevole se si accontentasse di vivere una vita spirituale stentata. Nessuno rinuncerebbe a una vita piena di sanità e di vigore per vivere una vita stentata, malaticcia, zoppicante. Il Cristiano che si accontenta di tirare innanzi come si può, di non commettere disordini gravi, di non perdere la grazia di Dio; … e non si dà premura di fortificarsi, rassodarsi nella vita spirituale, più che vivere, sonnecchia, più che camminare, zoppica. E se seguiamo Gesù Cristo zoppicando, resteremo molto indietro, con pericolo di perderlo.Dirai: quando uno ha lavorato, ha diritto a un riposo. Qualche cosa di buono ho fatto nella vita spirituale. Adesso basta. Ci sono dei lavori in cui non si può dir basta. Chi costruisce un edificio sarebbe burlato da tutti e stimato per pazzo se, arrivato a metà, dicesse: — Adesso basta. Questo edificio non ha più bisogno di altri lavori. Si è fatto abbastanza. — Nella costruzione del nostro edificio spirituale, sarebbe una pazzia fermarsi a metà. «Questa — dice S. Agostino — è la tua perfezione: l’aver superate alcune cose in modo che ti appresti a superarne altre» (En. in Ps. XXXVIII, 14). Col procedere degli anni, dunque, il Cristiano deve procedere anche nel bene. La sua vita spirituale, al contrario di quanto avviene rispetto alla vita fisica, col procedere degli anni, invece di affievolirsi deve ingagliardirsi sempre più. È evidente. Se Dio prolunga la vita all’uomo, lo fa per il suo maggior bene. «Dio non prolunga a nessuno il tempo, perché con il vivere a lungo abbia a cadere, e allontanarsi dalla retta fede nella sua longevità; dovendosi tra i benefici di Dio annoverare appunto la longevità, nella quale l’uomo non deve essere peggiore, ma migliore »  (S. Prospero d’Aquit. Sent. sup. cap. Gall. 3.) – «Progredite sempre più», diceva l’Apostolo ai Tessalonicesi (I Tess. IV, 1). E quanto a sé dichiarava: «Dimentico di quel che ho dietro le spalle, e stendendomi verso le cose che mi stanno davanti, mi avanzo verso il segno» (Filipp. III, 13-14). Imitiamolo.

2.

Io prego ancora — dice S. Paolo rivolto agli Efesini che Cristo per mezzo della fede abiti nei vostri cuori. Con ferma adesione a tutte le verità rivelate Cristo abiterà nei cuori degli Efesini in modo sempre più perfetto. Una ferma adesione alle verità della fede è più che mai necessaria per una vita spirituale vigorosa. Nel principio della vita spirituale sentiamo molte dolcezze. Dio provvede alla nostra infanzia spirituale con il cibo delicato delle consolazioni. Ma poi a questo cibo ne sostituisce uno più solido: quello delle amarezze. La fede ci sostiene nell’ora della prova, tenendo il luogo delle consolazioni. Quando Gesù, salendo al cielo, si sottrasse alla vista degli Apostoli; questi non sapevano decidersi a discendere dal monte: pareva loro di essere abbandonati. Ma presto si risovvennero delle parole di Gesù: «Ecco, Io sono con voi tutti i giorni fino al compimento del secolo» (Matth. XXVIII, 20). E in queste parole trovano coraggio e spinta a proseguire l’opera loro. Noi pure troviamo forza e vigore a proseguire nella vita spirituale cominciata negli insegnamenti della fede. Siano pochi o tanti gli ostacoli, siano da poco o molto grandi li vinceremo tutti con una fede viva nell’aiuto di Dio. Quando Giuda Maccabeo, con poca gente, si fece incontro al potente esercito di Siria, comandato da Seron, i suoi furono presi da grande scoraggiamento. « Come potremo  noi — gli osservarono, — sì poco numerosi, combattere contro una moltitudine tanto grande e potente, spossati come siamo oggi dal digiuno? Giuda rispose: « È cosa facile che molti restino preda di pochi. Per il Dio del cielo non c’è differenza tra il salvar per mano di molti o per mano di pochi. Poiché la vittoria in guerra non dipende dal numero delle schiere: la forza viene dal cielo » (1 Mac. III, 17-19). Animati da tale fede, Giuda e i suoi pochi si gettarono sull’esercito di Seron e lo sconfissero pienamente. Animati da una tale fede nell’aiuto e nelle promesse di Dio, non ci arresteremo e non vacilleremo mai, nella via dello spirito, davanti a ostacoli di qualsiasi genere e di qualsiasi numero: procederemo, anzi più fortificati e invigoriti. Quei che sono deboli nella fede cadono facilmente nei tranelli che tendono i seminatori di errori, o, come dice più avanti l’Apostolo agli Efesini, sono come i « fanciulli vacillanti, portati qua e là da ogni vento di dottrina per gli inganni degli uomini; per le astuzie che rendono seducente l’errore » (Efes. IV, 14). Ma se la fede è ben radicata e fondata nei cuori, non sarà scossa dagli errori che gente superba o dal cuor guasto cerca di seminare ovunque, e che ci tolgono di vivere secondo i precetti di Dio, in stretta unione con Lui. Non deve recar meraviglia se coloro che vivono nell’idolatria, essendo privi del lume della fede, nella loro condotta seguano cecamente la via tracciata dalle passioni. È  incomprensibile, invece, che vivano una tale vita i Cristiani, i quali, nelle verità della fede, alla scuola di Gesù Cristo, trovano l’insegnamento della santità e l’impulso a praticarla. « Il sentiero dei giusti è come luce splendente, è come luce che cresce fino a pieno giorno », dice Salomone (Prov. IV, 18). Luce splendente e perfetta sono gli insegnamenti della fede, gli esempi che ci ha lasciati Gesù Cristo. Seguendo questi la nostra vita spirituale si rafforzerà di giorno in giorno.

3.

« La mente del credente assume le ali della fede, affinché, sollevato dalla terra e tutto assorto nello spirito possa comprendere con tutti i santi quale sia la larghezza e la lunghezza e la profondità della scienza di Dio» (S. Gaudenzio di Brescia. Sermo 14, De div. cap. 4). Il credente, sull’ali della fede animata dalla carità, s’inoltra sempre più, per quanto a mente umana è possibile, nella cognizione di Dio e di quell’amore di Cristo, senza misura, che Egli ci ha dimostrato nell’Incarnazione. La sempre maggior cognizione di Dio, del suo amore immenso servono mirabilmente a far progredire il Cristiano nella sua vita spirituale; poiché quanto più conosciamo Dio, tanto più siamo spinti ad amarlo, con un amore che dia vita a tutte le nostre azioni. Come un albero, per mezzo dalle radici assorbisce l’umore che gli dà vita e incremento; così per mezzo della carità, o amor di Dio, il Cristiano vive e consolida la sua vita interna. L’amor di Dio fa trovar più gusto nella preghiera, nei sacramenti nell’ascoltar la parola del Vangelo, che non nei perditempi e nelle dissipazioni del mondo. L’amor di Dio fa preferire la mortificazione, il distacco dai beni terreni, le opere di misericordia, ai godimenti dei sensi, alla cupidigia, ai divertimenti pericolosi. L’amor di Dio dà il coraggio di mostrarsi pubblicamente Cristiani fra i motteggi e i sarcasmi del mondo; dà la costanza fra le dure prove. L’Apostolo chiede a Dio non solo che gli Efesini abbiano la carità, ma chiede che siano profondamente radicati e fondati nella carità, « affinché — come nota il Crisostomo — non possa essere smossa dai venti, né abbattuta da qualsiasi altra forza » (In Ep. ad Efes. hom. 7, 2). La maggior conoscenza di Dio e del suo amore immenso per noi ci renderà sempre più irremovibili nella buona via intrapresa. Fede viva e carità ardente ci renderanno saldi come quegli alberi che resistono all’infuriare di tutti i venti; e, passata la tempesta, sollevano la cima in atto di tendere sempre più in alto, al cielo. Dio non ci negherà il chiesto aiuto, Egli che può fare tutto infinitamente di là di quanto noi domandiamo o possiamo. Noi da parte nostra ricordiamoci che chi più lavora, più raccoglie.

Graduale

Ps CI: 16-17
Timébunt gentes nomen tuum, Dómine, et omnes reges terræ glóriam tuam.

[Le genti temeranno il tuo nome, o Signore, e tutti i re della terra la tua gloria.]

V. Quóniam ædificávit Dóminus Sion, et vidébitur in majestáte sua.

[Poiché il Signore ha edificato Sion e sarà veduto nella sua maestà.]

Alleluja

Allelúja, allelúja
Ps XCVII: 1
Cantáte Dómino cánticum novum: quia mirabília fecit Dóminus. Allelúja.

[Cantate al Signore un cantico nuovo: perché Egli fece meraviglie. Allelúia.]

 Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum Lucam.
Luc XIV: 1-11
In illo témpore: Cum intráret Jesus in domum cujúsdam príncipis pharisæórum sábbato manducáre panem, et ipsi observábant eum. Et ecce, homo quidam hydrópicus erat ante illum. Et respóndens Jesus dixit ad legisperítos et pharisaeos, dicens: Si licet sábbato curáre? At illi tacuérunt. Ipse vero apprehénsum sanávit eum ac dimísit. Et respóndens ad illos, dixit: Cujus vestrum ásinus aut bos in púteum cadet, et non contínuo éxtrahet illum die sábbati? Et non póterant ad hæc respóndere illi. Dicebat autem et ad invitátos parábolam, inténdens, quómodo primos accúbitus elígerent, dicens ad illos: Cum invitátus fúeris ad núptias, non discúmbas in primo loco, ne forte honorátior te sit invitátus ab illo, et véniens is, qui te et illum vocávit, dicat tibi: Da huic locum: et tunc incípias cum rubóre novíssimum locum tenére. Sed cum vocátus fúeris, vade, recúmbe in novíssimo loco: ut, cum vénerit, qui te invitávit, dicat tibi: Amíce, ascénde supérius. Tunc erit tibi glória coram simul discumbéntibus: quia omnis, qui se exáltat, humiliábitur: et qui se humíliat, exaltábitur.

[“In quel tempo Gesù entrato in giorno di sabato nella casa di uno de’ principali Farisei per ristorarsi, questi gli tenevano gli occhi addosso. Ed eccoti che un certo uomo idropico se gli pose davanti. E Gesù rispondendo prese a dire ai dottori della legge e ai Farisei: È egli lecito di risanare in giorno di sabato? Ma quelli si tacquero. Ed egli toccandolo lo risanò, e lo rimandoò. E soggiunse, e disse loro: Chi di voi, se gli è caduto l’asino o il bue nel pozzo, non lo trae subito fuori in giorno di sabato? Né a tali cose poterono replicargli. Disse ancora ai convitati una parabola, osservando com’ei si pigliavano i primi posti dicendo loro: Quando sarai invitato a nozze, non ti mettere a sedere nel primo posto, perché a sorte non sia stato invitato da lui qualcheduno più degno di te: e quegli che ha invitato te e lui venga a dirti: Cedi a questo il luogo; onde allora tu cominci a star con vergogna nell’ultimo posto. Ma quando sarai invitato va a metterti nell’ultimo luogo, affinché venendo chi ti ha invitato, ti dica: Amico, vieni più in su. Ciò allora ti fia d’onore presso tutti i convitati. Imperocché chiunque si innalza, sarà umiliato; e chi si umilia sarà innalzato”.]

Omelia II

[Mons. J. Billot; Discorsi Parrocchiali – Cioffi ed. Napoli, 1840]

Sopra l’avarizia.

Ecce homo hydropicus erat ante illum

Luc. XIV

Ella è una giudiziosa osservazione dei santi padri che le diverse malattie di coloro che si presentavano al Signor nostro per essere guariti, figuravano le malattie dell’anima, che Egli guariva nello stesso tempo che quelle del corpo. Così l’idropico del nostro Vangelo, che fu guarito da Gesù Cristo è la triste e sensibile figura di un’anima posseduta dall’avarizia, dall’amor dei beni della terra. Infatti siccome l’idropisia è cagionata da una massa di umori, che produce in chi ne è assalito una sete insaziabile, così l’avarizia è ordinariamente l’effetto dell’abbondanza dei beni di fortuna che, a misura che essa cresce, fa nascere e fortifica il desiderio di vederla ancora crescere. Siccome l’idropisia è una malattia difficilissima a guarire ed anche incurabile quando è giunta ad un certo punto, nello stesso modo l’avarizia, una volta radicata nell’anima, è un difetto difficilissimo a correggere. Perciò vediamo noi nel Vangelo che i farisei non volevano ascoltar Gesù Cristo, né profittare della sua dottrina, perché erano avari; Deridebant eum quia avari erant [Luc. XVI) Convien dunque disperare della salute degli avari ed abbandonarli alla loro trista sorte, come degli idropici di cui non si spera più guarigione? No, fratelli miei, lo stesso medico che ha il potere di guarire l’idropico del Vangelo, ha rimedi assai efficaci per guarire questa malattia dell’anima, di cui imprendo quest’oggi a mostrarvi tutta la malignità ed i perniciosi effetti. – Ma convien per questo che tali infermi conoscano le loro piaghe, e che vogliano applicarvi i rimedi. Procuriamo di aprir loro gli occhi sul loro delitto e sulla loro disgrazia. Lo Spirito Santo dichiara che nulla evvi di più scellerato che un avaro: Avaro nihil scelestius (Eccl.X). Ed in vero io osservo che egli è empio verso Dio, duro ed ingiusto a riguardo del prossimo, crudele a se stesso. Sviluppiamo questi tre principi, che ci dipingono al naturale il carattere dell’avaro.

I. Punto. I beni della terra sono doni di Dio: la sua divina provvidenza li accorda agli uomini per usarne nel bisogno; possederli, desiderarne anche per quanto esigono la necessità della vita, non è dunque un misfatto. Ciò che Dio riprova e condanna negli uomini è l’amore sregolato per li beni, il quale li fa ricercare appassionatamente quando non li hanno, o possedere con troppo affetto quando li hanno; ed è questo amore disordinato che chiamasi avarizia, passione cieca, detestabile, che regna in tutte quasi le condizioni. I ricchi, i poveri ne sono egualmente la vittima. Poiché se vi sono dei ricchi poveri di spirito, che possiedono i loro beni senza affetto, vi sono ancora dei poveri ricchi di affezione e di desiderio, i quali non solamente sono più attaccati al poco di bene che hanno che certi ricchi ai loro tesori, ma che desiderano ancora ardentemente le ricchezze, e prendono ogni sorta di mezzi per acquistarne. Or in qualunque stato l’avarizia signoreggi il cuore dell’uomo, ella lo rende colpevole riguardo a Dio, perché porta seco un carattere d’empietà e d’ingratitudine, di cui bisogna farvi conoscere i tratti per farvela abborrire. – Vivere nella dimenticanza di Dio, non conoscere l’Autore de’ suoi beni, preferire a Dio un bene fragile, farne il suo idolo, ad onta di quanto egli deve all’Essere solo degno delle sue adorazioni, non è forse questo un carattere di malizia e d’empietà che merita tutto l’odio vostro? Or tale è quello dell’avarizia. Di che si occupa l’avaro? Su di che s’aggirano tutti i suoi pensieri, i suoi progetti? Sulla roba, sul danaro: se non ne ha, pensa ad accumulare, se ne ha non pensa che a conservarlo, ad accrescerlo. La cupidigia che lo anima, gli fa cercare tutte le occasioni di arricchirsi, e d’ingrandirsi, sia ciò per mezzi leciti o illeciti, poco gl’importa, purché venga a capo dei suoi disegni. Gli si rappresenti che non è già egli sulla terra per fare una fortuna transitoria, che ha un Dio da glorificare, un paradiso da guadagnare, un inferno da evitare; il suono del metallo che riempie le sue orecchie, come dice il Crisostomo, lo rende sordo alla voce della grazia che gli parla; al vederlo tutto occupato nella cura di conservare e di accrescere i suoi beni, si direbbe che egli ha da vivere per sempre quaggiù; passerà dei giorni interi senza pensar a Dio; o se vi pensa qualche momento, si è in qualche breve preghiera in cui ha lo spirito occupato nella cura di far valere il suo denaro: i giorni sono troppo brevi per compiere i suoi progetti: le domeniche e le feste per la maggior parte sono impiegate a fare viaggi per perseguitare un debitore, formar dei contratti, fare dei mercati: appena si riserba egli il tempo di udire una messa in fretta, fugge la parola di Dio o s’annoia in udirla; non assiste ai divini uffizi che per quanto i suoi pretesi affari glielo permettono. Egli punto non teme di prescrivere ai suoi domestici le opere servili, che la legge condanna in quei giorni, e che la sua cupidigia, ricopre sempre col pretesto della necessità. Gli si parli di accostarsi ai Sacramenti, egli non ha tempo. Gli si proponga qualche buon acquisto, qualche profitto considerabile a fare; il tempo non gli manca giammai. In una parola, l’avaro vive in una intera dimenticanza di Dio e della sua salute; sempre rivolto verso la terra, egli non pensa che alla terra, egli non parla che della terra, perché è affatto terreno: Qui de terra est, de terra loquitur (Giov. III). – Tutti i beni che noi possediamo li abbiamo dalla mano liberale di Dio; ben lungi dal riconoscerlo e ringrarziarnelo, come deve, l’avaro li attribuisce a se stesso, alle sue fatiche, alla sua industria. Invece di rimettere la sua speranza in Dio, egli vive in una totale diffidenza della sua provvidenza: al vederlo risparmiare, accumulare, si direbbe che nulla spera da Lui, che Dio non ha più cura degli uomini; che esso li abbandona alla loro malvagia sorte. Gesù Cristo ci avvisa di non metterci in pena ove prenderemo di che cibarci, di che vestirci; ma l’avaro è sempre inquieto, su quello che egli diverrà; conta più sul suo risparmio che sulla bontà di Dio: quale ingiuria non gli fa egli? E non abbiamo noi ragione di dire che esso non riconosce l’Autore de’ suoi beni? L’empietà dell’avaro va ancora più lungi, egli preferisce a Dio un bene fragile, ne fa il suo idolo, glielo sacrifica. Investighiamo per un momento il suo cuore, esaminiamo i suoi passi. Bisogna, per assicurar le sue imprese, impiegar la menzogna, l’ingiustizia, lo spergiuro, la trufferia, le vessazioni e mille altri delitti che l’avarizia strascina seco? Nulla lo trattiene: purché egli si arricchisca, purché accumuli dei beni egli non si mette in pena di essere scellerato; e nell’impossibilità in cui è di servire a due padroni, preferisce le lusinghe ingannatrici della cupidigia ai reali vantaggi di una vita santa ed irreprensibile. Rinuncia al possesso di Dio per quello del danaro; non si può forse questo chiamare una specie d’idolatria? E perché non gli si darà questo nome, giacché l’Apostolo s. Paolo non ha difficoltà di dire che l’avaro è un idolatra? Quod est idolorum servitus (Eph V).- Quindi lo Spirito Santo fa parlare l’avaro in questi termini: Sono divenuto ricco, ho ritrovato un idolo; dives effectus sum, inverni idolum mihi (Oseæ XII). Qual rassomiglianza d’altra parte non evvi tra un avaro ed un idolatra? I Dei degli idolatri sono d’oro e d’argento, come dice il profeta; questi ciechi popoli porgevano incenso a statue composte di questi metalli, e l’avaro non dà egli, il suo cuore all’oro ed all’argento? Gl’idolatri non ardivano toccare i loro idoli, che riguardano come Sacri? Nello stesso modo, dice il Crisostomo, l’avaro non osa toccare il suo danaro, lo rinchiude in casse, lo rispetta, per cosi dire, poco manca che non l’adori. Quale accecamento? qual follia? rendersi vile schiavo di un poco di fango e dispregiare l’Essere Supremo per non amare che le ricchezze; ecco a qual punto d’empietà l’avaro non teme di giungere. – Voi non potete, fratelli miei, pensare senza orrore all’indegno tradimento di Giuda; questo perfido apostolo giunse sino a vendere ai Giudei per il prezzo, di trenta danari il padrone più degno del suo rispetto, e del suo amore.. Ma, qual fu il principio di un sì nero attentato? Aveva egli forse provato qualche disgusto dalla parte del Salvatore? No, anzi non ne ricevette mai che del bene; era egli stato messo nel numero dei suoi Apostoli testimonio dei suoi miracoli, non poteva dubitare che non fosse Dio; egli aveva in mille occasioni provata la sua tenerezza, ma Giuda amava il danaro, trovò l’occasione di accumularne vendendo il suo maestro ai suoi nemici. Quanto, disse loro, volete voi darmi, ed io vi darò nelle mani Gesù Nazareno? Quid vultìs mihi dare, et ego vobis eum tradam (Matth. XXVI). I Giudei che non domandavano che di saziare il loro furore sulla persona di Gesù Cristo, profittano dell’iniqua disposizione in cui si trova Giuda: trenta danari gli sono offerti in ricompensa. Questo perfido non esita, e per una somma così modica, Gesù Cristo il re del cielo e della terra, il migliore di tutti i padroni, è consegnato nelle mani dei suoi nemici. Oh detestabile passione! Di che non sei tu capace? E quanto è vero che chi se ne lascia accecare cade ben tosto nei lacci del demonio, che non evvi tentazione alcuna di cui non sia egli capace, come dice l’Apostolo, verun delitto che non commetta per soddisfare la sua cupidigia. – Eh! quanti non ne avete voi già commessi, voi che vi lasciate dalla cupidigia tiranneggiare? Quante infedeltà alla legge del vostro Dio per contentarla? Quante volte non avete voi tradito Gesù Cristo vostro padrone, come il perfido Giuda, forse per una minor somma di quella che egli ricevette dai Giudei? Quanto volete voi darmi, dirà quell’uomo avido di danaro, e vi vendicherò di quel nemico? Quanto volete voi darmi, dice quell’uomo di giustizia, ed io vi sacrificherò il diritto del vostro avversario? Quid vultis mihi dare? Ah! quanti peccati lo spirito di interesse non fa egli commettere in tutti gli stati della vita? Per una bagattella, per un leggerissimo profitto uno oltrepassa tutti i limiti della giustizia e dell’onestà: per una leggiera perdita, per un piccolo accidente prorompe un altro in doglianze contro la provvidenza, si abbandona ai trasporti dell’ira, vomita imprecazioni contro coloro che ne crede gli autori. Questo è quanto si vede tutti i giorni tra le persone interessate; questo è quello che si chiama sacrificar Dio al suo interesse. Poiché l’interesse la vince sopra l’ubbidienza che si deve a Dio, egli bandisce dal cuore dell’uomo l’amore e la fedeltà che deve al Creatore. L’avaro è dunque un mostro d’empietà riguardo a Dio; egli è ancora duro ed ingiusto riguardo al prossimo; Avaro nihil est scelestius.

II. Punto. La giustizia ci obbliga a rendere a ciascuno quel che gli è dovuto, ci proibisce di prenderne la roba: e la carità ci porta a fargli parte del nostro, come vorremmo che si facesse a nostro riguardo. Or l’avarizia scaccia queste due virtù dal cuore dell’uomo; l’avaro non conosce carità alcuna pel prossimo; egli viola a suo riguardo anche i diritti della giustizia prendendosi quel che non gli appartiene; è dunque un cuor duro ed ingiusto, indegno della società degli uomini. La carità ci obbliga a far parte al prossimo dei nostri beni; ma l’avaro, che è tutto rinserrato in sé stesso, nulla vuole che per sé. Egli non ha per gli altri che viscere di bronzo e di ferro. – Egli vede il suo prossimo nell’indigenza, e non ne è commosso; se gli si chiede qualche soccorso, barbaramente lo ricusa o al più non dà che alcuni segni superficiali di sterile compassione; nel timore di mancare del necessario, egli non vuole neppure spogliarsi del minimo superfluo. Il bisogno sforzi l’infelice a ricorrere alla sua abbondanza; egli non può sperarne che un rifiuto, o se lo ritrova disposto, si è a certe condizioni che finiscono di manifestare l’iniquità della sua avarizia. I poveri si presentino alla sua porta per domandargli sollievo nelle loro miserie, essi sono rimandati senza pietà, e sovente anche con incivili dispregi, con parole oltraggianti. Mirate il ritratto dell’avaro nel malvagio ricco del Vangelo. Era egli un uomo che nuotava nell’abbondanza e nelle delizie: ricchi appartamenti, vesti magnifiche, banchetti deliziosi, tutto aveva a sua voglia; mentre il povero Lazzaro era alla porta ricoperto di piaghe, mancante di tutto, e domandava soltanto le briciole che cadevano dalla sua mensa. Questo sì tenue soccorso gli era inumanamente negato; il cuore duro di quel ricco era insensibile ai gridi dell’indigente, di cui poteva qui raddolcire la sorte senza incomodarsi. – Non vi riconoscete voi a questi tratti, ricchi avari, che mirate tutti i giorni i poveri chiedervi soccorso, contro la fame che li tormenta, contro il rigore delle stagioni che li riduce all’ultima estremità? Voi udite i loro gemiti e le loro doglianze, e non ne siete punto inteneriti, voi li rimandate senza dar loro il minimo sollievo. Qual durezza! Quale insensibilità! Ove è quella carità che vorreste si avesse per voi, se foste nelle medesime circostanze? Voi non siete più i figliuoli del medesimo padre, siete fratricidi crudeli, che con la vostra durezza date la morte a quell’uomo, che soccombe sotto il peso della sua miseria: Non pavisti? occidistì. – Noi vogliamo, dite voi, godere della nostra fortuna! Ma pensate voi che Dio vi abbia dato del bene per voi soli? Che cosa avete voi fatto di più per averlo che colui il quale non ne ha? La provvidenza, che ha messo quel povero al mondo, seppe provveder ai suoi bisogni; voi siete appunto coloro, che ella ha scelti per l’esecuzione dei suoi disegni a questo riguardo. E perciò è stata essa prodiga verso di voi delle sue liberalità, a fine di darvi occasione di meritare il cielo; quel bene è dunque tanto dei poveri che vostro, ella è dunque una durezza ed una specie di ingiustizia il ricusarlo loro. Noi temiamo, dite voi, d’impoverirci? Ma non vi si dice già di dare tutto quello che avete; l’indigente non richiede che il vostro superfluo: ma la vostra cupidigia insaziabile non crede giammai avere abbastanza. Si è appunto ciò che fa che conserviate con tanta cura cose inutili, che periscono nelle vostre mani, piuttosto che darle ai poveri. Non è forse ancora per questo che ricusate a voi medesimi quel che vi è necessario? Or è forse cosa sorprendente che voi siate duri verso gli altri, quando lo siete per voi? Qui sibi nequam est, cui bonus erit? La vostra durezza è un effetto della vostra avarizia, e del vostro sordido attaccamento ai beni del mondo; essa vi fa desiderare i beni altrui, essa vi fa rallegrare delle loro disgrazie. Voi ne profittate in quel tempo di pubblica calamità in cui chiudete i vostri granai per vendere ad un prezzo eccessivo quei grani onde ridondano; massima vietata dallo Spirito Santo nelle Divine Scritture. Væ qui congregat in horrea. Sono questi forse i sentimenti della carità cristiana? Ah! voi l’avete interamente sbandita dal vostro cuore. Se la vostra passione almeno fosse di ciò paga, e non oltrepassasse i limiti della più stretta giustizia, che vi prescrive doveri indispensabili a riguardo dei vostri fratelli: ma l’avarizia porta troppo spesso a questi eccessi coloro che ne sono attaccati. Secondo tratto di crudeltà verso il prossimo. – Qual è la cagione infatti delle ingiustizie nel mondo? L’avidità che si ha per li beni. L’avaro s’impadronisce indifferentemente defila roba altrui, non può risolversi a restituirla quando giunga a goderne; nulla evvi che un avaro non metta in uso per arricchirsi, ingrandirsi a spese altrui. L’inganno, la violenza, la concussione, che sono, come dice s. Tommaso, le figliuole dell’avarizia, gli servono di mezzi alla riuscita dei suoi disegni. Or è una vendita o una compra onde profitta, sia per la qualità della cosa che deve rimettere, sia per lo prezzo che deve darne, e di cui riterrà una parte, se può farlo, senza che altri se ne accorga: ora sono contratti usurai per trarre profitto del suo danaro; ma, per evitare la vergogna annessa a questo delitto, o non fa comparire alcun contratto, o li pallia sotto il nome d’altri atti usitati tra gli uomini. Qui egli frustra un creditore del suo debito, o ne differisce più che può il pagamento con false allegazioni; e se finalmente risolve di liberarsi, ama meglio farsi debitore di qualche d’un’altro, cui farà ancora soffrire, che servirsi del suo danaro. Là esige da un debitore più che non gli è dovuto, sotto pretesto di aver aspettato qualche tempo. Voi lo vedrete disputare con un operaio, con un servo per ritenere qualche cosa del loro salario su false ragioni che la sua avarizia mai non manca di ritrovare; e chi sa se ciò non è per ricusare interamente quanto è loro dovuto? Voi lo vedrete ancora quest’avaro non curare i bisogni di una moglie, dei figliuoli, dei servi; egli disputa su tutto, trova a censurar tutto, si duole sempre della spesa, si è strappargli la pupilla dell’occhio il presentargli dei conti di cui non può evitare il pagamento: ed ecco ciò che disturba sì sovente la pace nelle famiglie, e che ne cagiona o il libertinaggio o la divisione. Se la menzogna e l’inganno non sono per l’avaro mezzi abbastanza efficaci per impadronirsi della roba altrui, egli impiegherà la violenza, la vessazione, la concussione; farà darsi per minaccia e per forza quello che non potrà guadagnare per persuasione; opprimerà la vedova ed il pupillo per avere le loro sostanze; opprimerà chi si trova fuori di stato di resistergli, lo rovinerà con una lite ingiusta; userà ogni sorta di rigore per forzarlo a cedergli un’eredità che eccita il suo desiderio. Così diportossi altre volte Acab per avere la vigna del povero Nabot, che non voleva cederla perché era l’eredità dei suoi antenati; egli fece togliergli la vita e s’impadronì del podere di lui. Profitteranno gli avari della necessità di un uomo per fargli dare la sua roba a vil prezzo; e come ancora la pagheranno? Oimè! sovente il valore n’è già tutto ricevuto con anticipazioni che si sono fatte, e che si fanno pagare a molto caro prezzo: se egli ricusa di arrendersi ai voleri di quell’uomo avido, bisogna aspettarsi, se non di perdere la vita, almeno di non riceverne più soccorso, di vedersi oppresso di spese, rovinato da dilazioni che non è in istato di sopportare. Mentre questo si è uno dei sotterfugi dell’avaro; in certi casi egli risparmia il suo danaro, in altri sa benissimo trovarlo per sostener una lite, corrompere giudici, comprare, se si può, non già il buon diritto, ma una sentenza favorevole alle sue ingiuste pretensioni: ecco di che sono capaci gli avari. Mezzo funesto che non riesce, oimè! che troppo presso di coloro cui il danaro fa piegare la bilancia dalla parte di colui che dà più abbondantemente, o da cui si spera di più. Oh passione detestabile! di che non sei tu capace? Ed oh con quanta ragione possiamo noi chiamarti coll’Apostolo la radice di tutti i mali! Radix omnium malorum cupìditas ( Tim. VI): Tu metti la dissensione dappertutto, tu separi l’amico dall’amico, il figliuolo dal padre, i congiunti gli uni dagli altri. Tutte le contese, le gare, i contrasti che regnano tra gli uomini non vengono la maggior parte, dice s. Giacomo, che da un sordido attacco che si ha per il danaro, da uno spirito d’interesse che non si vuole abbandonare. Possiate voi, fratelli miei, bandirlo dai vostri cuori, questo spirito d’interesse! Possiate voi domare questa maledetta concupiscenza per le ricchezze, che rende l’uomo duro ed ingiusto contro il prossimo; aggiungo crudele a se stesso: Avaro nihil scelestius.

III. Punto. Se Dio ci dà dei beni in questo mondo, si è per servircene ed aiutarci a guadagnare quelli dell’eternità. Ma i tesori dell’avaro non servono che a renderlo infelice in questo mondo ed infelice per l’eternità. Si può essere più crudele a se stesso che lasciarsi predominare dall’avarizia? In che consiste, fratelli miei, la felicità dell’uomo sopra la terra, per quanto se ne può trovare? Nel vivere contento della sua sorte, nel godere pacificamente di quel che si possiede. Ma l’avaro non è contento, egli non trae alcun profitto dai suoi beni, egli è in qualche modo più infelice che se punto non ne avesse. Per esser contento della sua sorte, non bisogna né desiderare né temere; perché il desiderio ed il timore tolgono la tranquillità dal cuore dell’uomo. Or l’avaro è sempre agitato da queste due passioni; egli desidera quel che non ha; egli teme di perdere quello che ha. Desidera quel che non ha, perché la sua insaziabile cupidigia non è mai soddisfatta: Insatiabilis oculus cupidi (Eccli. XIV). Benché immensi siano i suoi possessi, egli vorrebbe ancora estenderli, perché riguarda tutto quello che ha come se nulla avesse, e tutto quel che gli manca non fa che irritare i suoi desideri. Tutto quel che vede negli altri gli suscita invidia in cuore; e siccome non gli è possibile di riempiere tutte le sue mire, egli è sempre inquieto, sempre mesto, sempre malcontento. La sua passione è una malattia che lo tormenta, e che non può guarire. Laonde si paragona l’avaro ad un idropico la cui sete cresce a proporzione che vuol calmarla. Egli soffre dentro di lui un fuoco, che nulla può ammorzare; si è un abisso, che non si può riempiere: egli domanda continuamente, e non dice giammai, basta. Egli grida incessantemente che sempre gli si apporti, sempre: Nunquam dicit sufficit, affer, affer (Prov. XXX). Si è forse mai veduto un avaro contento di quel che ha? Dategli del danaro, il suo amore per quel metallo non ne diviene che più ardente; faccia egli un acquisto, non gli basta: bisogna ancora quell’eredità, quella casa, quel campo, quel prato, che appartiene ad un altro: Affer, affer. Or se la felicità consiste nell’adempimento dei desideri che noi formiamo, l’avaro può forse esser felice tra tante brame ed inquietudini? Se all’ambizione da cui l’avaro è divorato noi aggiungiamo i movimenti che si dà per soddisfarla,, qual vita più miserabile della sua? Mille progetti girano incessantemente nel suo spirito, che non gli lasciano riposo alcuno. Come farò io, esclama egli, per avere quel bene che mi lusinga, per riuscire in quell’affare, in quella lite che ho intrapresa? Quid faciam? Convien fare viaggi nelle stagioni più aspre ed incomode, conviene sollecitar protezioni, bisogna soffrire rifiuti; rovinare spesso la sanità coi pericoli cui si espone: qual trista vita si è mai quella di un avaro! Sempre desiderare quel che non si ha, e dopo molto adoperarsi veder frustrate le proprie speranze; ecco la sua ordinaria situazione. – Almeno sapesse egli godere dei beni che possiede! Ma il timore che ha di perderli lo tormenta altrettanto, che il desiderio di acquistar quella che non ha. Si è in casa, teme che ingiusti usurpatori non vengano ad attentare alla sua vita per avere il suo danaro; se lo abbandona, è in agitazioni continue che qualche mano avida non rompa tutte le misure che ha prese per involare il suo tesoro agli occhi dei più chiaroveggenti; diffida de’ suoi amici e dei suoi vicini; è sempre in guardia affinché non gli si faccia alcun torto. Se soffre la minima perdita il danno più leggiero, si abbandona alla disperazione; e non è questo fare del suo tesoro il suo supplizio? Se si ascolta l’avaro, egli è di tutti i mortali il più da compatire. Egli ha ragione; mentre non è forse essere il più miserabile degli uomini l’avere del bene e non servirsene; potersi dare i comodi della vita e ricusarsi sino il più necessario? Questo è un esser povero in mezzo delle ricchezze, aver fame nell’abbondanza: Divites egerunt et esurierunt (Psal. XXXIII). I tempi sono calamitosi? Si provano gli effetti della sterilità? Egli non osa toccare quel che ha pel timore di mancarne in avvenire. Se la terra con meravigliosa fecondità sparge con profusione sopra i suoi abitatori i frutti, che rinchiude nel suo seno, l’avaro geme di non poter profittare della miseria altrui per arricchirsi; egli conserva le sue derrate per giorni meno sereni, ove spera mettere a contribuzione le calamità dei suoi vassalli o dei suoi fratelli; vive come se fosse nell’indigenza; nulla teme cotanto come lo spendere; si veste ruvidamente, cibasi meschinamente, risparmia su tutto, e da tutto cava vantaggio. Confessiamo dunque che l’avaro nulla possiede, che di nulla gode; ma che i beni possiedono il suo cuore , e lo riducono alla più dura schiavitù. È un uomo in mezzo delle acque bruciato da una sete ardente che non vuole estinguere, è un uomo che si avvolga tra le spine da cui riceve le più mortali ferite. Si è a questo proposito, dice s. Agostino, che Gesù Cristo paragona le ricchezze alle spine; perché siccome le spine pungono e lacerano coloro che esse attaccano, così le ricchezze producono il medesimo affetto nel cuore di quelli che vi si affezionano; esse li pungono e li lacerano or col desiderio di averne, or col timore di perderle, sovente col rammarico di averle perdute, finalmente con la miseria cui riducono coloro che le posseggono con troppo affetto. – Quindi noi vediamo alcuni in uno stato di mediocrità ed anche di povertà più felici e più contenti di quelli che hanno dei gran beni; essi profittano del poco, che hanno senza darsi tanti movimenti né tante inquietudini, melius est modicum iusto super divitias multas (Psal. XXXVI). Ma la più gran miseria degli avari non è in questa vita; i beni servono loro ancora a renderli più infelici per l’eternità. Guai a voi, ricchi del secolo, diceva altre volte il Salvatore: Væ vobìs divitibus (Luc. VI). Ma perché questo terribile anatema? Uditene la ragione che deve farvi tremare, per poco che vi resti di fede: perché, dice il Salvatore, è più difficile ad un ricco di entrare nel regno de cieli che ad un cammello di passare per la cruna di un’ago: Facilius est camelum per foramen acus transire quam divitem intrare in regnum Dei (Matth. XIX). Che dunque? Forse che lo stato di opulenza è assolutamente incompatibile, con la salute? No, fratelli miei, le ricchezze non sono da se stesse un ostacolo alla salute, esse possono anche essere un mezzo col buon uso che se ne fa. Vi saranno dunque dei ricchi nel cielo, come vi saranno dei poveri nell’inferno; ma questi saranno stati ricchi staccati dalle loro ricchezze, e che ne avranno fatto un santo uso con le loro liberalità verso i poveri. Qual sono dunque i ricchi cui Gesù Cristo chiude l’entrata del suo regno? Sono i ricchi avari; questi, dice l’Apostolo, non avranno giammai parte nel regno di Dio: Avarus non habet hæreditatem in regno Dei (Eph. V). Miratelo nell’esempio del malvagio ricco che’vi ho già citato. Non è detto, osserva s. Gregorio, che quest’uomo abbia usurpato i beni altrui; ma perché il suo cuore vi era attaccato, perché non ne faceva un buon uso, perché non soccorreva i poveri, questo ricco dopo sua morte è stato sepolto nell’inferno: Sepultus est in inferno ( Luc. XVI). Tale sarà la vostra sorte, ricchi avari, che, insensibili alle miserie dei vostri simili, misurate i vostri desideri sui beni che possono contentarli. Voi li lascerete un giorno, questi beni, malgrado vostro; voi li lascerete ad eredi ingrati che non vi daranno alcun soccorso nei tormenti che soffrirete. Vi si dirà, come al malvagio ricco: Avete ricevuto dei beni in vostra vita: Recepisti bona; non ne avete fatto buon uso, voi sarete per tutta l’eternità nella più orribile miseria, in preda alle fiamme divoratrici, ai dolori più ardenti, senza speranza di vederne il fine né di ricevere giammai alcuna consolazione, neppure una gocciola d’acqua per calmare la sete divorante che vi brucerà. Ah insensati! A che dunque tanto inquietarvi per beni che non porterete con voi? Forse in questa notte vi domanderanno la vostr’anima, e per chi sarà quel che avete accumulato? Stulte, ha nocte animam tuam repetent a te, et quæ parasti cuius erunt (Luc. XII)? I vostri beni resteranno ad altri, e voi avrete l’inferno per vostro retaggio. Ma l’avaro non vuol intendere questo linguaggio, e ciò che sembra mettere il sigillo alla sua riprovazione si è che la sua passione diventa un ostacolo quasi insuperabile al suo correggimento. Si, fratelli miei, l’avarizia è uno dei vizi più incorreggibili, perché accieca ed indura colui che essa tiranneggia: l’avaro è sempre l’ultimo a scorgere un difetto che ognuno gli rimprovera. Siccome è un disonore esser tenuto avaro, niuno vuole confessare di esserlo, niuno se ne accusa nel tribunale della penitenza. All’udir costui, si è un’economia saggia, prudenza illuminata, precauzione necessaria; esso non crede giammai aver troppo. Bisogna, dice egli, prender delle misure per l’avvenire perché non si sa quello che può accadere; e sotto pretesto di un bisogno che non avverrà giammai, egli ammassa, accumula beni sopra beni, danaro sopra danaro. Egli si procura una abbondanza superflua. Quindi quella durezza di cuore in cui cade; siccome egli non ama che la terra, e poiché, secondo s. Agostino, si diventa simile a quel che si ama, l’avaro è tutto terreno, non cura i beni del cielo, è insensibile ai movimenti della grazia, non ascolta né i rimorsi della coscienza né i consigli degli amici: egli frequenta i sacramenti e rimane soggetto alle medesime debolezze, perché non scopre il suo male al medico che può guarirlo; ascolta la parola di Dio, e non ne profitta, ne fa ad altri l’applicazione; o se si riconosce colpevole, non può risolversi a lasciare il suo idolo; l’età medesima, che serve a guarire, o ad indebolire le altre passioni, non serve che ad accrescere questa: più uno invecchia, più è interessato, e si può dire che l’avarizia è la passione dei vecchi. Più s’avvicinano al sepolcro, più si affezionano alla terra. Perché questa passione, allora quando ha gettate profonde radici nel cuore, è molto difficile a sradicare; essa conduce all’impenitenza finale. Testimonio il perfido Giuda, il quale, dopo aver tradito il suo divin Maestro, non vuole riconoscere il suo mancamento, di cui non dipendeva ancora che da lui l’ottenere il perdono; si impiccò per disperazione e diede la sua anima al demonio. – Tremate, avari che mi ascoltate, se non scacciate dal vostro cuore quella cupidigia, che vi attacca ai beni della terra, che vi fa dimenticar Dio e la vostra salute, che vi rende insensibili alle miserie dei poveri, e che vi ha di già forse fatto commettere tante ingiustizie. Voi lascerete un giorno i vostri beni, il vostro danaro; voi renderete il vostro corpo alla terra, e la vostr’anima scenderà nell’inferno. Ecco l’orribile sepoltura che vi aspetta; ecco il termine fatale ove finir debbono tutti i movimenti che fate per arricchirvi. La vita infelice che voi menate sulla terra vi condurrà ad una vita ancora più infelice nell’eternità. Ah! Insensati che siete, non siete voi più sensibili ai vostri veri interessi? Ammassate dunque altri tesori che quelli che sono stati sinora l’oggetto delle vostre sollecitudini. Ma quali tesori? Tesori di virtù, di meriti pel cielo, ove i ladri, i vermi, la ruggine non possono avere accesso. Fate sovente questa riflessione quando l’avarizia vi ritiene e v’impedisce di fare limosina. A me stesso, dovete voi dire, io faccio questa limosina, poiché io son sicuro di trovarla nel cielo; di tutti i beni il meglio impiegato si è quello che io spargo nel seno dell’indigente. Allora non a goccia a goccia, ma con abbondanza voi spargerete le vostre liberalità. Date dunque ai poveri tutti gli aiuti che da voi dipendono: se hanno fame, date loro da mangiare, e da bere se hanno sete; se mancano di vestimenta, vestiteli; se sono infermi, visitateli e procurate la loro guarigione con qualche spesa che farete a questo fine. Per distaccarvi ancora più dai beni del mondo, pensate sovente che nulla porterete con voi, che la morte vi rapirà tutto. Io sono entrato ignudo in questo mondo, diceva Giobbe, ed ignudo ne uscirò: pensate alla sorte del malvagio ricco, che è ora nell’inferno, e che vorrebbe poter riscattarsi con una limosina. Quanto a voi che vivete nella povertà, benedite la provvidenza di avervi messi in uno stato che Gesù Cristo ha consacrato con la sua scelta, e che è senza dubbio il più sicuro per andare al cielo. Considerate che i beni sono sovente la causa della riprovazione di coloro che li posseggono, che forse vi dannereste nell’opulenza, mentre vi salverete nella povertà. Vivete dunque in una perfetta rassegnazione alla volontà di Dio, e troverete nelle tribolazioni del vostro stato una contentezza di spirito e di cuore, che sarà il preludio della vostra felicità avvenire. Quanto a voi, potenti del secolo, non passate alcun giorno senza esercitarvi nelle opere di misericordia; non vi contentate delle occasioni che si presentano, ricercate ancora quelle che sembrano allontanarsi; e Dio, il quale non lascia senza ricompensa un bicchiere d’acqua dato nel suo nome, vedendovi ricolmi di meriti, vi coronerà di una gloria immortale. Così sia.

Credo…

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Offertorium

Orémus
Ps XXXIX: 14; 15
Dómine, in auxílium meum réspice: confundántur et revereántur, qui quærunt ánimam meam, ut áuferant eam: Dómine, in auxílium meum réspice.

[Signore, vieni in mio aiuto: siano confusi e svergognati quelli che insidiano la mia vita per rovinarla: Signore, vieni in mio aiuto.]

Secreta

Munda nos, quǽsumus, Dómine, sacrifícii præséntis efféctu: et pérfice miserátus in nobis; ut ejus mereámur esse partícipes.

[Purificaci, Te ne preghiamo, o Signore, in virtù del presente Sacrificio, e, nella tua misericordia, fa sì che meritiamo di esserne partecipi].

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Communio

Ps LXX: 16-17;18
Dómine, memorábor justítiæ tuæ solíus: Deus, docuísti me a juventúte mea: et usque in senéctam et sénium, Deus, ne derelínquas me.

[O Signore, celebrerò la giustizia che è propria solo a Te. O Dio, che mi hai istruito fin dalla giovinezza, non mi abbandonare nell’estrema vecchiaia.]

Postcommunio

Orémus.
Purífica, quǽsumus, Dómine, mentes nostras benígnus, et rénova coeléstibus sacraméntis: ut consequénter et córporum præsens páriter et futúrum capiámus auxílium.

[O Signore, Te ne preghiamo, purifica benigno le nostre anime con questi sacramenti, affinché, di conseguenza, anche i nostri corpi ne traggano aiuto per il presente e per il futuro].

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LO SCUDO DELLA FEDE (127)

Paolo SEGNERI S. J.:

L’INCREDULO SENZA SCUSA

(Tipogr. e libr. Salesiana, TORINO, 1884)

PARTE SECONDA

CAPO VI.

Si passa a difendere dalle imposture degli eretici i miracoli della Chiesa, con provar prima, che questi bastino a dimostrarla per vera.

I . Quanto il male è più vicino al cuore, tanto è più difficile a superarsi. Lieve impresa sarà però stata l’abbattere quei nemici che stan fuori del Cristianesimo, rispetto a quei che stan dentro. Gli eretici, e massimamente i moderni, trovandosi mal armati si aiutano ad ischivare colla scherma que’ colpi, che non possono ribattere colla lena. Che più miracoli? dicono ad ogni tratto; sono tutte favole dei Cattolici odierni, indettati insieme a vendere le finzioni per poco prezzo, ed a comperarle. I miracoli d’oggidì, o non bastano a provare la verità della religione, o non abbisognano. Non abbisognano, perché già la fede è confermata abbondantemente dai miracoli di Cristo, e da quelli dei suoi santi e dei suoi seguaci, fioriti sui primi secoli. Onde tuttoció che vi si aggiungesse sarebbe d’avanzo a farla comparir discesa dal cielo. Non bastano poi, perché anche gl’ingannatori operarono gran portenti là nell’Egitto, e sono per operarne sino alla fine del mondo; a segno che l’anticristo è per tirar con essi in errore, se tanto gli sia possibile, ancor gli eletti. Però chi giudicherà che tali opere possano, senz’altro esame renderne certi della vera religione, mentre esse medesime sono bisognose d’esame anche rigoroso? Così discorrono questi audaci, peggiori degli ebrei stessi, a provar che i miracoli siano non solo simulati ma ancor superflui: che era la seconda eccezione di sopra addotta. Onde converrà che da tale eccezione ancor li salviamo, a disinganno di quei fedeli più semplici che facilmente tengono le menzogne degli emoli per oracoli, sol perché da questi le sentono proferir con volto di bronzo.

II. E per cominciare da ciò che si asseriva in ultimo luogo: Come hanno cuore i meschini di pronunziare con tanta audacia, che i miracoli non bastino a confermare infallibilmente la verità della religione? Questo è un disprezzare a viso aperto il rimprovero fatto già da Cristo a’ giudei, quando loro disse: Si non fecissem in eis opera, quæ nemo alius fecit, peccatum non haberent. Nunc autem excusationem non habent de peccato suo (Ioannes xv.). Sicuramente non avrebbe Egli potuto tacciare d’inescusabili que’ protervi, i quali non accettavano una dottrina confermata da Lui con tanti miracoli, se i miracoli non avessero forza di confermarla quasi gran sigillo reale. Come pero quegli stessi, i quali professalidi credere all’evangelio possono arrivare anche a dargli sì gran mentita?

III. Tra i miracoli che si narrano dalla gente, ve ne ha probabilmente molti di falsi. Passi per concesso. Ma ciò che prova? Anche fra i racconti che si leggono nelle istorie, ve n’ha certamente molti di favolosi. Dunque alle istorie dovrà negarsi ogni fede, e porsi in lite se al mondo sia stata mai la città di Troia, se Annibale combattesse alle Canne, se Augusto sconfiggesse Cleopatra, se Cesare movesse guerra alle Gallie? Anzi i miracoli falsi che corron frammescolati in tali racconti arguiscono che ne sieno molti diveri, senza cui i falsi non potrebbero avere spaccio; come è delle monete adulterate che mai non correrebbero in sulla piazza, se di simil genere non fossero innumerabili le sincere; massimamente che v’è anche fra i prodigi il suo paragone da farne prova assai certa.

IV. Pertanto a pigliare la cosa da’ suoi principii, convien distinguere due generi d’operazioni miracolose, alcune miracolose assolutamente, altre non assolutamente, ma sol respettivamente. Il primo di questi due gèneri contiene effetti, i quali eccedono tutta la virtù naturale, qual più, qual meno: e dissi avvedutamente qual più, qual meno: perché alcuni la eccedono per la sostanza del fatto, come è che il sole a mezzo del suo corso ritorni indietro: cosa a cui la natura non può

mai giungere. E questi sono i miracol del primo ordine (S. Th. 1. p. b 105. art. 8. et contra gentes 1. 3. c. 101). Altri la eccedono, non per la sostanza del fatto, ma per la qualità del soggetto, nel quale accadono, come sarebbe render la vita a un cadavere, o restituir la vista ad un cieco. Atteso che può bene la natura arrivare a tanto di dar la vita, o di dar la vista, ma ad un corpo bene organizzato nel sen materno, non a chi in tutto ne sia rimasto già privo. E questi sono i miracoli del secondo ordine. Altri eccedono finalmente la forza della natura sol quanto al modo, com’è guarire alcun malato in istante. E questi sono i miracoli del terzo ordine. Il secondo genere poi di operazioni meravigliose contiene effetti, i quali sono miracoli, non in sé, perché non eccedono tutta la virtù naturale, ma solo alcuna. Sono in riguardo a noi, perché eccedono bene la virtù nostra, ma non una virtù molto superiore alla nostra, qual è l’angelica (S. Th. 1. p. q. 110. a. 2. ad 2).

V. Ora se si favelli del primo genere di prodigi, cioè di quelli i quali sormontano tutta la virtù di natura, non solo particolare, qual è la umana, ma universale; certo è che questi possono bene avere gli angeli per ministri, insegnandoci san Gregorio (Hom. 34. in Evang. dial. 1. 2. c. 31) che v’è un coro di angeli deputato per eseguirli; ma non possono avere per loro autore altri che Dio solamente, di cui sta scritto: Qui facit mirabilia magna solus (Ps. CXXXV). E però non può dubitarsi che non sieno testimoni irrefragabili delle verità da loro asserite, mentre sono un linguaggio proprio di Dio che per essi parla. Quindi è che avendo Cristo, non pure operati molti miracoli di tal guisa, ma operatili por testificare la propria divinità, bastavano essi a condannare totalmente dì rea quella sinagoga che negò contumace di riconoscerla.

VI. Ma se si favelli di quei del secondo genere, cioè di quei che non son prodigi assoluti, ma rispettivi, perché non sormontano la virtù naturale, ma la nostrale: questi non contengono tosto prova infallibile, senza qualche loro maggior giustificazione: potendo essi aver per cagione, non pure Dio, ma ancora il demonio: come l’ebbero le meraviglie dei maghi là nell’Egitto: e come l’avranno anche più quelle meraviglie con cui l’anticristo farà stupire il mondo al fine dei tempi. Ma certamente la provvidenza celeste non permetterebbe agli spiriti infernali una tale autorità di ridurre in atto quella virtù strana, che essi hanno di lor natura, se non ci avesse provveduti ad un tempo di chiarissima luce da ravvisare le operazioni divine, dalle diaboliche, che è quanto dire, la verità dalle larve.

VII. Lasciamo però stare che i prodigi bugiardi dell’anticristo sono già predetti tanti secoli innanzi nelle scritture, onde questo solo ai fedeli dovrà bastare a non farne caso. Miriamo puramente con attenzione l’opera, gli operanti, il fine che s’intende nell’operare, e la via che tiensi. E questi ci serviranno di tante faci a scoprir gl’inganni.

VIII. Quanto all’opera, le meraviglie di Simon Mago, e di altri suoi pari, sono per lo più mere illusioni di sensi, che duran poco: Phantasmata statim cessantia, come le nominò Ireneo (L. 2. c. 58): le meraviglie dei santi hanno fondo sodo.

IX. Quelle de’ maghi non superano le forze dellanatura superiore, ma solo della inferiore, cioè le umane, com’era levarsi a volo nell’aria, fare apparire improvvisamente giardini, palazzi, prospettive, boscaglie di piante annose, tagliar per mezzo una cote con un rasoio (come fe’ quell’augure celebrato di Cicerone) (De divin. 1. 1), rinvenir tesori sepolti, risaper trattari segreti, far latrare altamente un cane di sasso,e altre simili ciurmerie, ordinate ad un mero pascolo di curiosità popolare. Laddove i miracoli de’ santi, oltre al vincere che fanno bene spesso assolutamente, o nella sostanza, o nel soggetto, o nel modo ogni poter naturale: sono sempre tutti rivolti al bene dei popoli o corporale, o spirituale che apportano, senza un’ombra di proprio lucro.

X. E questo medesimo ci fa discernere appieno gli operatori di simili meraviglie, ed il loro fine. Conciossiachè gli stregoni, come sono istrumenti degli spiriti maligni, così sono anche tutti ribelli al cielo, impuri nelle loro persone, infesti alle altrui. Le loro arti hanno per unica mira distoglier tutti dal culto del vero Dio: immergerli nel fango di orribili laidezze; affliggerli con turbini, con tempeste, con malattie; che però sono intitolati malefici. E se talora rendono per un poco la sanità, non però possono intitolarsi benefici, perché se la rendono, è per abbatterla appresso più gravemente, come fa chi si ritira indietro ad urtar più forte: o non avendo il demonio lor assistente, quella gran facoltà che talun si crede, di applicare le cagioni naturali a proprio talento; o se l’ha, non valendosene ad altro che a sfogar l’odio che sino da’ primi secoli porta all’uomo: laddove i santi, uniti a Dio per amore, sono ancora a lui sempre somigliantissimi nel beneficare il genere umano, o con sottrarlo da’ pericoli, o con sollevarlo da’ pianti, o con renderlo colmo d’ogni virtù più gradita a Dio.

XI. Parimente il modo di operare è un distintivo grandissimo di tali opere. I fattucchieri operano le loro meraviglie con molto tempo, con molto contrasto, con molti circoli, con molte parole superstiziose, o anche sacrileghe. E i santi le operano col mezzo dell’orazione, coll’applicazione di cose sacre, di croci, di corone, di reliquie di uomini cari al cielo, o anche le operano con un assoluto comando, quali luogotenenti di quel Dio, che è padrone della natura. Né imitano gli stregoni, i quali primi si umiliano con mille prieghi vili a’ demoni, come a lor superiori, perché  vengano ad aiutarli ; e poi, venuti che sono, comandano loro già come ad inferiori con fasto sommo. I santi invocano Dio, comandano alla natura soggetta a Dio.

XII. In ogni caso è certissimo che venendo al confronto un operatore di vere meraviglie in virtù divine, con un operatore di finte in virtù diaboliche, le vero vinceran sempre le finte, come i prodigi di Mosè vinsero quelli di tutti gli stregoni di Egitto. Né poteva avvenire in diversa guisa: mentre avendo la provvidenza ordinato che i miracoli vagliano a manifestare la vera fede, era d’uopo, che vi fosse anche un tal carattere proprio a distinguere i veri dagli apparenti con sicurezza: né poteva ella permettere, salve le leggi di buon governo, che gli spiriti dell’inferno abusassero tutte le loro forre ad esterminio della verità da loro combattuta. Poco pregiudica alla repubblica che vi sieno perle finte, metalli finti, marmi finti. Il pregiudizio sarebbe quando la finzione fosse impossibile a ravvisarsi. Ma ciò non accade mai, perché la falsità può emulare la verità, ma non può agguagliarla. Così, che seguano de’ miracoli falsi per opera de’ demoni, non è gran male; anzi spesso è bene, perché ridonda in gloria tanto maggiore di quei fedeli che li scoprono, come gli apostoli scopersero quelli del reo Simone, dementator di Samaria (Act. VIII). Il male sarebbe, ove fossero indiscernibili. Ma questo non pub avvenire, mercecchè se l’angelo delle tenebre non ha da uguagliare mai l’Angelo della luce, convien che sempre vi sia modo altresì da raffigurarlo, per quanto si trasfiguri (Il criterio per sincerare i miracoli veri ed effettivi dagli apparenti ed illusori, va attinto dal concetto medesimo del miracolo, superiormente stabilito. Vero miracolo è quello, che trascende la virtù di qualunque forza creata, ossia che è divino nella sua origine, santo nel suo fine).

XIII. E con ciò rimane già provato abbastanza che l’uno e l’altro genere di miracoli, osieno quei che trascendono la virtù naturale in qualunque grado, o sian quei che solo trascendono la nostrale, sono una sottoscrizione dell’Altissimo così propria, che non può venire falsificata mai tanto da tutte le arti degli incantatori, ministri di satanasso, che al fine non si ravvisi. E posto ciò, chi dirà che i miracoli non bastino a comprovare la verità della nostra fede, su delle altrui, mentre in esse ne appare così gran numero, in altre niuno? Deus miràbilibus operibus loquitur, dice santo Agostino (Ep. 45. q. 6). Potete però voi giudicar che la verità non sia piuttosto dove Dio parla in tanti modi a scoprirla, che dove tace?

I SERMONI DEL CURATO D’ARS: “SUI PECCATI TACIUTI IN CONFESSIONE”

Sui peccati taciuti in confessione.

Adducunt ei surdum et mutum.

(MARC. VII, 32).

Questo sordomuto presentato a Gesù Cristo per esser guarito, F. M., è la triste immagine d’un gran numero di Cristiani, quando si presentano al tribunale di penitenza. Gli uni sono sordi alla voce della coscienza, che li sollecita a manifestare i propri peccati; gli altri sono muti; quando devono manifestarli tacciono, e quindi, profanano il Sacramento. Dio mio! qual disgrazia! Si, F. M., tacere un peccato mortale per vergogna o per timore, oppure accusarlo in modo da non farlo conoscere come la coscienza ce lo rimprovera, è un mentire a Gesù Cristo stesso, è un cambiare in veleno mortale il sacro rimedio che la misericordia di Dio ci offre per guarire le piaghe fatte dal peccato alla nostra povera anima. Che dico? è un renderci colpevoli del più grande di tutti i delitti, il sacrilegio. Ah! volesse Iddio che questo peccato fosse raro tra i Cristiani, come lo sono i mostri. Ah! volesse Iddio che quello ch’io dirò non si riferisse a nessuno di quanti sono qui presenti! Ma, ahimè! F. M., io lo dico piangendo amaramente, esso è più comune di quanto non si pensa! Dio mio! quante confessioni sacrileghe farà conoscere il gran giorno del giudizio! Dio mio! quanti peccati non mai conosciuti si manifesteranno in quel momento! Dio mio, può un Cristiano rendersi colpevole d’un tal oltraggio verso il suo Dio e il suo Salvatore? Per potervene ispirare il maggior orrore che mi sarà possibile, vi metterò innanzi, F. M.,

1° quanto un Cristiano, commettendolo, è barbaro e crudele verso Gesù Cristo suo Redentore;

2° quanto deve esser grande la misericordia di Dio per tollerare sulla terra un tal mostro, dopo così orribile attentato.

I. — Sì, F . M., parlarvi d ella confessione, è parlarvi di tutto ciò che vi ha di più prezioso nella nostra santa Religione, eccettuata la morte di Gesù Cristo ed il sacramento del Battesimo e dell’Eucaristia. Interrogate, F. M., tutti i dannati che bruciano nell’inferno; vi risponderanno che si sono dannati perché non usarono questo Sacramento o perché l’hanno profanato. Salite in cielo, domandate a tutti i beati assisi su quei troni di gloria, che cosa li ha condotti in quel luogo così felice? quasi tutti vi diranno che la confessione è stato il solo rimedio da essi usato per uscire dal peccato e riconciliarsi col buon Dio. O religione bella! Sei disprezzata perché non sei conosciuta! O religione consolante! quali mezzi facili ed efficaci ci fornisci per ritornare a Dio, quando abbiamo avuto la disgrazia di allontanarcene col peccato! — Ma, mi direte, che cosa dunque può rendere cattive le nostre confessioni? — Amico mio, molte sono le cause di questa disgrazia:

1° quando non impieghiamo un tempo sufficiente per l’esame;

2° quando non accusiamo i nostri peccati come li conosciamo;

3° quando non abbiamo la contrizione sufficiente per ricevere l’assoluzione;

4° quando ricevendo l’assoluzione non abbiamo la risoluzione di adempire alla penitenza dataci dal sacerdote; e

5° quando non vogliamo fare le restituzioni che possiamo e dobbiamo fare, e che il sacerdote ci comanda. – Vi assicuro, F. M., che il solo pensiero d’entrare in questi particolari mi fa tremare; e sono quasi certo che, se la fede non è spenta in voi, e se veramente desiderate la vostra salute, ben pochi tra voi non avranno da temere per le loro confessioni passate. – Su, F. M., interroghiamo quelle povere coscienze che, da tanti anni, sono lacerate dai rimorsi; prendiamo in una mano la fiaccola del gran giorno delle vendette, e nell’altra la bilancia che peserà tutte le azioni degli uomini, e vedremo ciò che non abbiamo mai veduto, o meglio, ciò che non abbiamo mai voluto vedere; e sentiremo il grido di quella coscienza che abbiamo cercato fino ad ora di soffocare.

— Date libero corso ai vostri rimorsi, F. M.; ben fortunati, se non avete perduto il dono prezioso della fede, se la disperazione non s’impadronisce di voi considerando l’abisso in cui siete precipitati. Ascoltate la vostra povera anima che vi grida d’aver pietà di lei, poiché, se la morte vi colpisse in questo stato, si dannerebbe. “Ah! di grazia, abbi pietà di me; strappami da quest’abisso in cui mi hai gettata! dovrò dunque esser separata per sempre dal mio Dio, che doveva formare tutta la mia felicità? Dio mio! non vedervi mai! quale spaventevole disgrazia!„ Ma no, F. M., veniamone alla prova, e conosceremo ancor meglio se siamo nel numero di questi disgraziati dei quali oggi vi parlo. 1° Dico dunque anzitutto, F. M., che, se non impieghiamo un tempo conveniente nell’esame, le nostre confessioni non valgono nulla, per non dire che sono sacrileghe. È vero che non è possibile determinare il tempo che dobbiamo impiegare nell’esame. Chi è stato tanto tempo senza confessarsi deve impiegarvi maggior tempo di chi si confessa spesso. Dobbiamo quindi impiegarvi un tempo proporzionato allo stato in cui ci troviamo, ed al tempo dacché non ci siamo confessati. E diamovi quel tempo e quelle cure che metteremmo in un affare, che ci stesse molto a cuore. L’esame è dunque la prima cosa che dobbiamo fare, per sperare una buona confessione. Si deve cominciarlo colla preghiera, implorando con tutto il cuore i lumi dello Spirito Santo e la protezione della Ss. Vergine. Bisogna far qualche buona opera, come ascoltare la S. Messa; e, se possiamo, fare qualche piccola mortificazione nei pasti e nel sonno; offrire le nostre pene della giornata a Dio, per cominciare ad intenerire la sua giustizia. Bisogna poi ritirarsi in un luogo appartato, se si può; od almeno, svegliandosi, o per via, man mano che il buon Dio vi fa conoscere i vostri peccati, attestargliene il vostro dolore. Non dovete accontentarvi di scorrere i vostri peccati una volta sola, ma più volte, fino ad impararli a memoria, per quando avrete la grazia di confessarvene; perché sapete quanto me, che se tralasciate qualche peccato mortale, per mancanza di esame, quando pure foste stati disposti, se li aveste conosciuti, a confessarli, la vostra confessione non cesserebbe per questo d’essere un sacrilegio. Se, prima di comunicarvi, vi ricordate di qualche peccato mortale, state bene attenti: se li avete taciuti per vostra colpa, o perché non avete impiegato un tempo conveniente per l’esame, dovete, selo potete, riconciliarvi, e, se non lo potete dovete ancora esaminarvi davanti al buon Dio se, qualora non vi foste confessati di quel peccato, il sacerdote vi avrebbe dato il permesso di comunicarvi … se siete in dubbio è meglio tralasciare la vostra comunione rimandandola ad un’altra volta. Ahimè! se prendessimo tante precauzioni per la salute della nostra anima come ne abbiamo per i nostri affari temporali, tutte le nostre confessioni sarebbero buonissime e ci assicurerebbero il perdono! Ahimè! quante confessioni fatte quasi senza esame, senza preparazione! Si può quindi viver tranquilli in uno stato cosi disgraziato?

2° Ho detto in secondo luogo, che dopo aver bene esaminata la nostra coscienza, dobbiamo accusare i nostri peccati meglio che possiamo, se vogliamo ottenerne il perdono. Se parlassi per esempio ad increduli, comincerei col dimostrar loro l’assoluta certezza di questa necessità d’accusare i propri peccati; ma con voi, P. M., sarebbe inutile. Nessuno dubita d’una grazia sì preziosa, che forma, quaggiù, tutta la felicità d’un Cristiano; poiché dopo il peccato essa è la sola ed unica speranza per ottenere il cielo. Dico dunque, F. M., che questa seconda condizione è assolutamente necessaria, perché la nostra confessione sia buona. L’accusarsi è quanto costa di più ai peccatori orgogliosi; ed è anche quello che fa commettere il maggior numero di confessioni sacrileghe. Vedete quanti giri adoperano questi cattivi Cristiani per sembrare meno colpevoli: siamo più preoccupati del modo con cui accuseremo i nostri peccati per provare meno confusione, che del modo con cui dirli come Dio li conosce. Quante volte abbiamo sentito la nostra coscienza che ci faceva conoscere che non li dicevamo come si doveva, e noi ci siamo acquietati pensando che era la stessa cosa. Quante volte ci siamo accorati di conoscere troppo bene i nostri peccati, ed anche di conoscerne tanti, perché ci trovavamo assai colpevoli, invece di ringraziare con tutto il cuore Iddio di questa grande grazia? Quante volte non abbiamo scelto il momento in cui il sacerdote aveva meno tempo, perché non potesse farci qualche domanda? Quante volte abbiamo detto i nostri peccati in fretta, senza lasciare al sacerdote tempo di farci confessare qualche notevole circostanza, che si doveva assolutamente far conoscere, perché la confessione fosse buona? – Non parlerò di coloro, F. M., che pregano Dio per trovar confessori che non li costringano a lasciare le loro cattive abitudini. Non vogliono certo morire in esse; ma non sono risoluti di abbandonarle subito. Ahimè! sono poveri ciechi che corrono nell’inferno a passi da gigante, e forse senza pensarvi. Ma quanti ve ne sono che, per ignoranza o per timore, non vogliono nemmeno prendersi la briga di esaminarsi, né distinguere le circostanze che aggravano il peccato o ne mutano la specie. – Non entrerò in grandi particolari, perché l’anno scorso, vi ho spiegato tutto questo abbastanza. Vi accusate d’aver lavorato alla festa; ma non dite per quante ore, né quante persone avete fatto lavorare, né se era durante le sacre funzioni; né quante persone vi hanno visto e son rimaste scandalizzate. Vi accusate, è vero, d’aver mangiato di grasso nei giorni proibiti; ma non dite quante persone abbiano mangiato per causa vostra, e quante, avendovi visto, si sono scandalizzate, e forse, imitarono il vostro esempio; non dite se avete indotto anche i vostri figli ed i vostri domestici. Vi accusate d’aver mangiato di grasso, ma non dite se l’avete fatto per empietà, ridendovi dei precetti della Chiesa; dite che non ci avete pensato; ma non dite che ne fu causa la vostra golosità. Vi accusate d’aver lasciate alcune pratiche di pietà: il Benedicite, l’Agimus, l’Angelus, il segno di croce passando davanti ad una croce o ad una chiesa; ma non dite se fu per rispetto umano, ciò che aumenta considerevolmente il vostro peccato. Vi accusate d’aver avuto distrazioni nelle vostre orazioni; ma non dite se fu durante la S. Messa, e nel fare la vostra penitenza, il che spesso è peccato mortale, mentre non lo è nelle altre preghiere della giornata. Dite che avete cantato cattive canzoni; ma non dite quanto in esse v’era di cattivo, né se alcuno vi ascoltava; non dite se le avete insegnate ad altri, né se avete pregato altri di insegnarvele. Vi accusate di aver parlato male del prossimo; ma non dite se fu di vostro padre, di vostra madre, o di persone consacrate a Dio, il che aggrava il vostro peccato; non dite nemmeno che l’avete fatto per odio, per vendetta o per gelosia, o se avete cercato chi gli voleva male, per meglio parlare a vostro agio. Dio mio! quante cose a cui non si pensa! Dio mio! quante confessioni sacrileghe! Ma ecco, F. M., un’astuzia di cui il demonio si serve per ingannare e perdere un gran numero d’anime. Una persona avrà taciuto un peccato, due, tre, o se volete, dieci anni fa: troppo tormentata, se ne accusa come se l’avesse commesso dopo la sua ultima confessione, e poi si crede tranquilla, sebbene non abbia detto quante confessioni e comunioni abbia fatte in quello stato, né accusato di nuovo tutti i peccati commessi e confessati dopo quel momento. Dio mio, quale accecamento! Costui lungi dal cancellare il suo peccato, non fa che aggiungere un nuovo sacrilegio agli antichi. Ah! F. M., chi potrebbe dirvi il numero delle anime che il demonio trascina nell’inferno a questo modo? Altri, che avranno commesso qualche grave peccato, non osando accusarlo, domanderanno di fare la confessione generale, per unire questo peccato agli altri, come se l’avessero commesso da lungo tempo. V’ingannate, la vostra confessione non vale nulla. .Dovete accusare particolarmente tutti i peccati che avete commessi da quando avete ricevuta l’ultima assoluzione, se volete che la vostra confessione sia buona. Ecco qui un altro laccio che il demonio ci tende. Quando vede che i peccati taciuti non tormentano troppo, cerca di tranquillizzarci, dicendoci che li confesseremo la prima volta che torneremo a confessarci, e lo fa sempre nella speranza che, prima d’allora ci colga la morte, oppure Dio ci abbandoni. Sì, F. M., il sacrilegio è un delitto che ci allontana talmente da Dio, e spegne sì presto in noi la fede, che spesso, malgrado tutti i mezzi che abbiamo per uscire da questo stato, non lo facciamo; e questo è per un giusto castigo di Dio, attiratoci dai nostri sacrilegi; eccone uno spaventoso esempio. Il padre Lejeune racconta un fatto, che ci dice d’aver raccolto dalla bocca di chi ne era stato testimonio. Narra che presso Bruxelles viveva una povera, cheagli occhi del mondo, adempiva esattissimamente i suoi doveri di religione. La gente l’aveva in concetto di santa; ma la povera disgraziata taceva sempre un peccato vergognoso che aveva commesso nella sua giovinezza. Essendosi ammalata, della qual malattia poi morì, restò come tramortita per alcuni momenti, poscia ripresa la cognizione, chiamò sua sorella che la serviva, dicendole: “Sorella mia, sono dannata. „ Quella poveretta s’appressò al letto dell’inferma e le disse: “Sorella, tu sogni, svegliati, e raccomandati al buon Dio. „ — “Non sogno, no, rispose ella, so bene ciò che dico; ho visto il posto che mi è preparato nell’inferno.„ La sorella corse subito a cercare il parroco. Non essendo questi i n casa, suo fratello, che ne era il vicario, venne subito a vedere la povera ammalata: è da lui, ci dice il padre Lejeune, che ho saputo il fatto, predicando una missione in quei dintorni. Accompagnandoci, ci fece vedere la casa abitata da quella povera donna; e ci fece piangere tutti raccontandoci il fatto. Ci disse che entrato nella casa, s’avvicinò all’ammalata: “Ebbene! buona donna, che avete dunque visto, che vi è parso così spaventoso? „ — “Reverendo, gli rispose ella, sono dannata; ho veduto il posto che mi è preparato nell’inferno, perché, una volta, ho commesso il tal peccato. “E lo confessò davanti a tutti quelli che erano nella camera. “Eh! mia buona donna, ditemelo in confessione, e ve ne assolverò.„ —- “Signore, gli rispose, sono dannata. „ — “Ma, le disse il sacerdote, siete ancora in vita e potete ancora salvarvi; se volete, vi darò un biglietto scritto col mio proprio sangue, col quale m’obbligherò, anima per anima, a dannarmi per voi, se voi per caso lo foste, purché vogliate domandar perdono a Dio e confessarvi. „ — “So benissimo, le rispose essa, che se voglio domandar perdono con tutto il mio cuore a Dio, Egli mi perdonerà; so che posso riparare a tutti i miei sacrilegi; ma non voglio domandargli perdono, perché da troppo tempo abuso delle sue grazie e lo crocifiggo coi miei sacrilegi.„ Il sacerdote rimase per tre giorni e tre notti a piangere presso l’ammalata, senza poter farle fare un solo atto di contrizione, né indurla a confessarsi; anzi, un momento prima di morire, ella rinnegò il buon Dio, rinunciò al suo Battesimo e si diede al demonio. Mio Dio, che disgrazia! Capite, F . M., che cos’è il profanare i Sacramenti? Non vedete che, malgrado tutti i mezzi che abbiamo per riparare il male fatto, non ce ne serviamo? Ahimè! se il buon Dio ci abbandona per punirci delle nostre colpe, che ne sarà di noi? Quanti peccati sono di questo numero, senza sembrare tali agli occhi del mondo, ma che agli occhi di Dio non sono meno colpevoli! Quanti si trovano in questo stato, non perché tacciono i loro peccati, ma perché non hanno contrizione, perché non si correggono affatto delle lor cattive abitudini; sono sempre gli stessi, in loro non si vede mai alcun cambiamento in meglio. Dio mio, quanti Cristiani dannati, e che, agli occhi del mondo, sembrano essere buoni! Vedete dunque, F. M., che se noi comprendessimo bene che cos’è ricevere i Sacramenti, vi recheremmo disposizioni ben diverse da quelle che vi portiamo. È vero che la maggior parte, tacendo i loro peccati, conservano sempre il pensiero di accusarli; ma, senza un miracolo, si perderanno egualmente. Se ne volete sapere il perché, è facilissimo dirvelo: perché più restiamo in questo stato spaventoso che fa fremere il cielo e la terra, e più il demonio prende potere su di noi, più la grazia di Dio diminuisce, e più s’accresce il nostro timore, più i nostri sacrilegi si moltiplicano e più andiamo indietro; e quindi ci mettiamo nella quasi impossibilità di rimetterci in grazia di Dio. Potrei citarvene cento esempi. Ma, ditemi, F. M, forseché, dopo aver trascorso nel sacrilegio cinque o sei anni, durante i quali avete oltraggiato il buon Dio più di tutti i Giudei insieme, osate ancora credere che Dio vi darà tutte le grazie necessarie per uscire da questo stato spaventoso? Credete forse, che di fronte a tante atrocità di cui vi siete resi colpevoli verso Gesù Cristo, non avete che a dire: “Abbandonerò il peccato;„ e che tutto sia finito? Ahimè! amico mio, e chi vi garantisce che Gesù Cristo non vi abbia fatto la stessa minaccia che fece ai Giudei, e non abbia pronunciato contro di voi la stessa sentenza che pronunciò contro di essi: “Voi non volete approfittare delle grazie di cui volevo colmarvi; ma io vi abbandonerò, e voi mi cercherete, e non mi troverete e morrete nel vostro peccato. „ (Giov. VIII, 21). Ahimè! F. M., quando la nostra povera anima è nelle mani del demonio, non ne esce così facilmente come noi crediamo. – Ecco, F. M., ciò che fa il demonio per ingannarci: quando commettiamo il peccato ce lo dipinge come cosa da poco. Ci fa pensare che molti altri ne commettono ben più di noi; oppure, che ce ne confesseremo, accusandone quattro invece di due. Ma quando il peccato è commesso, fa tutto il contrario: ce lo rappresenta come una montagna, e ce ne ispira tanto orrore che non abbiamo più la forza di confessarcene. Se siamo troppo tormentati per aver taciuto un peccato, per rassicurarci, ci dice che lo accuseremo nella prima confessione; poi, ci dice che non ne avremo il coraggio, che bisogna aspettare un’altra volta per dirlo. Guardatevi bene, F. M., solo il primo passo costa; una volta entrati \ nella prigione del peccato, è ben difficile uscirne! Ma, fra tutti i peccati, quello che ci fa commettere maggior numero di sacrilegi, è quello contrario alla santa virtù della purità (… e quello che si commette allungando le mani alla roba altrui – nota del Beato); questo maledetto peccato reca con sé tale infamia, che ci trascina ad ogni sorta di sciagure; e, vedremo, nel giorno del giudizio, che la maggior parte delle confessioni cattive furono rese tali da questo peccato. Si racconta nella storia, che un giovane fin dai suoi primi anni s’era consacrato a Dio. S’era di più ritirato in un bosco per vivere da solitario. Per le sue grandi virtù era diventato oggetto d’ammirazione in tutti i dintorni; si parlava di lui come d’un santo. Ma il demonio che non poteva tollerare tanta virtù in un uomo sì giovane, mise in opera tutte le sue arti per rovinarlo. Continuamente lo perseguitava con cattivi pensieri. Il giovane ricorreva subito alla preghiera domandando al buon Dio la forza per non cadere. Il demonio non gli lasciava pace né giorno né notte, sempre nella speranza di guadagnarlo. Ahimè! il povero giovane, stanco di combattere, a poco a poco si arrese; e finalmente, nel suo cuore acconsentì ad un desiderio d’impurità. Ebbe appena acconsentito a quel desiderio, che tosto si sentì turbato. Quanto è vero che allorché il peccato entra nel nostro cuore, la pace se ne va! – Vedendosi vinto s’abbandonò ad una così profonda tristezza che nulla poteva consolarlo; piangeva continuamente: “Ah! Pelagio, diceva, parlando tra sé, come ti sei lasciato troppo presto ingannare! tu, che poco fa, eri un figlio diletto di Dio, ed ora, sei schiavo del demonio: bisognerà pur che te ne confessi e faccia penitenza del tuo peccato. Ma, se lo confesso, che si penserà di me? Perderò la mia stima presso il sacerdote. „ In mezzo a tanti pensieri, andò verso la porta del suo eremitaggio, e vide passare una persona vestita da pellegrino, che gli disse: “Pelagio, perché vi abbandonate ad una sì profonda tristezza? chi serve un Dio tanto buono, non deve esser così triste; se l’avete offeso, fate penitenza, confessatevi, e senza dubbio Dio, che è sì buono, vi perdonerà.

„ — “E dove m’avete conosciuto? domandò Pelagio.„ — “Vi conosco benissimo, rispose il pellegrino, voi siete Pelagio, tenuto da tutti per un santo. Se volete uscire da questa tristezza, confessatevi, e riavrete l’antica pace dell’anima e la vostra primiera tranquillità. „ Il povero Pelagio restò tutto stupito di quanto gli diceva il pellegrino, e lo invitò a sé; ma guardando da ogni parte, non lo vide più, perchè era scomparso: ciò che gli fece capire che era un avvertimento del cielo. Allora risolse di fare una austera penitenza, capace di placare la giustizia di Dio; e per meglio eseguire il suo disegno, risolse di andare in un monastero vicino dove si esercitavano grandi austerità. Si presentò al superiore dicendogli che aveva un grande desiderio di vestire il sacro abito. L’abate e tutti i religiosi ne provarono grande gioia, molto più perché era considerato come un gran santo. Infatti quando fu nel monastero, era sempre il primo nelle pratiche di pietà; faceva rigorose penitenze, portava sempre il cilicio e digiunava esattissimamente. Dopo qualche tempo, cadde ammalato e parve certo che dovesse morire. Il buon Dio nella sua misericordia, in compenso di tante virtù che aveva praticate nel monastero, gli mandò forti ispirazioni di confessarsi del peccato taciuto; ma egli non ebbe mai il coraggio di accusarlo, trattenuto sempre dal timore della vergogna, mentre confessava tutti gli altri peccati con vivo dolore. Un momento dopo ricevuto il santo Viatico, morì. I religiosi fecero i funerali, non come quelli d’un morto ordinario, ma di un santo di cui si cominciava già ad implorare la protezione presso Dio. Tutti gli abitanti dei paesi vicini venivano in folla per raccomandarsi allesue preghiere. Ahimè! come Dio giudica diversamente dagli uomini. La notte seguente, essendosi il sagrestano alzato per suonare il mattutino, e passando per la chiesa, gettò gli occhi sul luogo dove era stato sepolto Pelagio; s’accorse che il cadavere era fuori di terra, e pensando che non l’avessero ben interrato, lo seppellì senza dir nulla. Ma all’indomani lo trovò ancora fuori della sua tomba; e notò che la terra l’aveva rigettato al di fuori. Andò dall’abate e gli raccontò quanto aveva visto. L’abate fece radunare tutti i religiosi e comandò che andassero in chiesa. Presso al sepolcro di Pelagio, pregarono nostro Signor Gesù Cristo di far conoscere la sua volontà, se forse il defunto dovesse essere sepolto in un luogo più onorevole; si rivolsero anche al morto, dicendogli ad alta voce : “Voi, Pelagio, che siete stato sì obbediente nella vostra vita, diteci se Iddio vuole che il vostro corpo sia messo in un luogo più degno. „ Allora il defunto gettò un grido spaventoso, esclamando: “Ah! me disgraziato, per aver taciuto un peccato in confessione, sono condannato al fuoco dell’inferno finché Dio sarà Dio; se volete assicurarvene, avvicinatevi e guardate il mio corpo.„ L’abate s’avvicinò e vide il suo corpo tutto infuocato, come i pezzi di ferro posti in una fornace. Allora il defunto disse che la volontà di Dio era ch’egli fosse gettato sul letamaio come una carogna. Ahimè! che disgrazia, F. M.! quanto gli sarebbe stato facile salvarsi, poiché era un santo riguardo alle altre virtù! Dio mio, che disgrazia! per non aver avuto la forza di confessare un solo desiderio cattivo, che, appena nato nel suo cuore, aveva subito detestato! Ahimè! quanti rimorsi e quante lagrime per tutta l’eternità! Ahimè ! F. M., quante cattive confessioni fa commettere questo peccato, o meglio, quante anime conduce nell’inferno! Ahimè! quanti, fra quelli che; ascoltano, sono di questo numero, ed ai quali occorrono tutte le loro forze per non farsi conoscere! Ah! amico, lasciate libero il corso ai vostri rimorsi, lasciate scorrere le vostre lagrime, venite a gettarvi ai piedi del Signore, e troverete la pace e l’amicizia del vostro Dio, che avevate perdute. – Ma, voi pensate, non credo che vi siano cristiani capaci di tacere i propri peccati, perché ne sarebbero troppo tormentati. — Ah! F. M., se dovessi giurare, per affermare che ve ne sono, non esiterei a dirvi che fra quelli che m’ascoltano ve ne sono almeno cinque o sei lacerati dai rimorsi, e ben persuasi che quello che dico è vero; del resto abbiate pazienza, lo vedrete nel giorno del giudizio, ed allora vi ricorderete di ciò che oggi vi dico. Dio mio! la vergogna od il timore possono farrimanere un Cristiano in uno stato sì spaventoso! Ah! amico mio, che cosa vi preparate? Non osate aprirvene al vostro pastore? ma c’è forse lui solo nel mondo? Non troverete sacerdoti che vi faranno la carità di accogliervi? Pensate che vi si imporrà una penitenza troppo lunga? Ah! amico, non sgomentatevi! sarete aiutato, se ne farà per voi la maggior parte; si pregherà per voi, si piangeranno i vostri peccati, per attirare su di voi in maggior copia le misericordie di Dio! Amico mio, abbiate pietà di questa vostra povera anima, che ha tanto costato a Gesù Cristo!… Dio mio! chi potrà mai comprendere l’accecamento di questi poveri peccatori? Avete taciuto un peccato, amico, ma bisognerà pur che un giorno sia conosciuto, e agli occhi di tutto l’universo; mentre, con una parola l’avreste nascosto per sempre e cambiato il vostro inferno in una eternità di gloria! Ahimè! dove un sacrilegio conduce questi peccatori! non vogliono morire in questo stato, ma non hanno la forza di uscirne. Dio mio, tormentateli in modo che non possano più resistervi!…

3° Ho detto, in terzo luogo, che la mancanza di contrizione rende cattive le nostre confessioni. Sebbene, da ciò che ho detto, abbiate visto quante persone fanno cattive confessioni, vi dirò ora che, esaminato tutto, la mancanza di contrizione sarà la causa del maggior numero di confessioni sacrileghe. Non voglio estendermi su questo perché ve ne parlerò forse domenica; vi dirò solo per ora che non dobbiamo confessarci senza domandare di tutto cuore al buon Dio la contrizione con ferventi preghiere. È vero, F. M., facciamo assai bene preoccupandoci di ottenere la grazia di ben accusare i nostri peccati; ma dobbiamo ancor più preoccuparci di sapere se abbiamo la contrizione dei nostri peccati. Quando abbiamo la disgrazia di tacere un peccato, ci pare di aver nell’anima una tigre che ci divora; e della mancanza di contrizione non ci interessiamo. Ma, mi direte, che cosa bisogna fare per averla? — Dovete anzitutto domandarla al buon Dio qualche tempo prima di confessarvi, e se volete sapere se l’avete, il che è facilissimo, vedete se avete mutato vita. Perché la nostra confessione non ci lasci alcuna inquietudine, bisogna, che dopo aver confessato i nostri peccati, possediamo le virtù contrarie. Bisogna che l’umiltà, il disprezzo di noi stessi, prenda posto dell’orgoglio e di quella buona opinione che abbiamo di noi; bisogna che lo spirito di carità, di bontà e di misericordia, prenda il posto dello spirito di odio, di vendetta, gelosia e d’invidia; bisogna che lo spirito di distacco dai beni di questo mondo succeda allo spirito d’avarizia, di cupidigia, ed al desiderio d’ingannare il prossimo; bisogna che lo spirito di mortificazione e di espiazione dei propri peccati, prenda il posto della golosità e dell’amore dei piaceri del mondo: bisogna che la bella virtù della purità salga su quel trono dove dominava il vizio infame. Ah! che dico, F. M.? bisogna che il fervore e l’amore alia preghiera e la vigilanza nel respingere le tentazioni del demonio, succedano alla tiepidezza, alla negligenza ed indifferenza per tutto ciò che riguarda Dio, e la salute dell’anima; e che la dolcezza, la pazienza occupino il posto della collera, degli scatti d’ira e d’ogni sfogo di sdegno; in una parola: noi eravamo peccatori; ora che ci siamo confessati, dobbiamo cessare di esserlo. Ahimè! F. M., se non vediamo in noi questi cambiamenti, dopo tante confessioni e comunioni, tremiamo, o piuttosto, ritorniamo indietro, perché non ci sia dato di sentirne, m a troppo tardi, la necessità.

4° Ho detto in quarto luogo, F. M., che le nostre confessioni non valgono nulla, quando non diciamo, almeno più esattamente che ci è possibile, il numero dei nostri peccati mortali. Vi son di quelli che si accontentano di dire: “Mi accuso d’aver bestemmiato, d’aver cantato cattive canzoni, e nulla più. „ Le vostre confessioni non saranno mai buone, se non determinate il numero dei vostri peccati mortali. E vero che non si può sempre dirlo esattamente, ma bisogna accostarvisi per quanto è possibile.

5° In quinto luogo una confessione è cattiva, quando ricevendo 1’assoluzione, non si ha l’intenzione di compiere la penitenza che il sacerdote ci impone. Non dovete accontentarvi di confessare d’aver tralasciato la penitenza; ma bisogna dire che confessandovi non avevate l’intenzione di farla; poi, se l’avete tralasciata per negligenza. Se l’avete omessa volontariamente ed avevate confessato peccati mortali, commettete un nuovo peccato mortale. Dobbiamo sempre compiere la penitenza in ginocchio, eccetto che il sacerdote ci dica che possiamo farla stando seduti. Alcuni la fanno camminando, lavorando; questo non è soddisfare alla penitenza. Non dovete mai cambiarla da voi stessi, né farla cambiare da un altro sacerdote, eccettuato che non possiate andare da quello che ve l’ha imposta; e questo cambiamento non deve farsi che quando vi è impossibile Compierla. Alcuni sanno poco leggere: se si impone loro qualche preghiera che sia nei libri, per orgoglio, non vogliono dire che non sanno abbastanza leggere e poi la dicono tutta sbagliata. Dovete dire semplicemente che non sapete abbastanza leggere, affinché il confessore ve la cambi, e, se questo vi è capitato parecchie volte, dovete dirlo in confessione, affinché ve ne sia data un’altra.

6° Ho detto in sesto luogo che la mancanza di restituzione rende sacrileghe le nostre confessioni. Non parlo di quelli che hanno derubato od ingannato il prossimo, e non se ne confessano: costoro sono già perduti; ma dico che coloro ai quali il confessore ha imposto qualche restituzione, se nel momento in cui ricevono l’assoluzione, non hanno l’intenzione di farla, la loro confessione non vale nulla; e se, potendolo, non avete restituito come avevate promesso, confessandovi dovete dirlo. Convenite dunque con me quanto sia necessario dare di quando in quando un piccolo sguardo alla propria vita passata, per riparare le cattive confessioni che, anche senza saperlo, avremmo potuto fare.

II. — Ma, ahimè! . M., che vita disgraziata conducono quelli che tacciono i loro peccati in confessione, e restano con tali carnefici nel cuore! Pensate sempre che li accuserete in qualche confessione, o prima di morire. Amico mio, voi siete cieco, non lo farete mai: il demonio o nelle vostre confessioni, od in punto di morte ve lo impedirà come ve lo ha impedito sino ad ora. Se ne dubitate, ascoltatemi, e vedrete che è vero; chi vive nel sacrilegio è quasi sicuro di morirvi. Racconta il padre Giovanni Romano, della Compagnia di Gesù, che il famoso Giovanni d’Avila, predicando in una città della Spagna, fu chiamato ad ascoltare la confessione d’una giovinetta che per le cure della madre era stata allevata in ogni più bella virtù. La madre non mancava di comunicarsi ogni sabato in onore della santa Vergine. Morta la madre, la figlia continuò nella stessa divozione, aggiungendovi parecchie elemosine, digiuni ed altre buone opere. Udendo spesso predicare il Padre Giovanni d’Avila ne era sinceramente commossa, e si sentiva vivamente portata alla virtù. Caduta inferma, lo fece pregare di venire a visitarla, perché desiderava confessarsi da lui. Sebbene la sua malattia non fosse molto pericolosa, voleva provvedere presto alla salute della propria anima. Il Padre le concedette con gioia ciò che domandava. Essa cominciò a confessarsi con segni d’un dolore sì vivo e con una sì grande abbondanza di lagrime, che il Padre era stupito di trovare, almeno in apparenza, una sì bell’anima. Finita la confessione, il Padre se n’andò tutto consolato: avendole data l’assoluzione, la lasciava, sempre, almeno in apparenza, in una grande sicurezza della sua salute. Accadde intanto un fatto straordinario. Il fratello, che padre d’Avila aveva condotto con sé, stando in un’altra stanza, vedeva uscire di quando in quando dalla parte del muro, una mano nera tutta pelosa, la quale stringeva la gola dell’ammalata, in modo che sembrava volesse soffocarla. Il fratello, vedendo questo, restò fortemente stupito. Tornato al convento si presentò al superiore, egli raccontò quanto aveva visto. Il superiore gli domandò se ne era ben sicuro. Ed il fratello: ” Ne sono sicuro come sono sicuro d’esser qui davanti a voi. Per un momento ne ho dubitato, ma raddoppiata 1’attenzione, ho visto tutto ciò che vi dico. „ Allora il superiore chiamò padre Giovanni e, sebbene fosse di notte, gli comanda di ritornare dall’ammalata, dicendogli di fare ogni possibile per indurla a riconciliarsi, se si sentiva qualche cosa che non la lasciasse quieta. Il Padre partì collo stesso compagno. Quando furono alla porta sentirono pianti e gemiti; appena ebbero battuto, un valletto venne a dir loro che la padrona era morta, che quasi subito dopo essersi confessata aveva perduto la parola e l’uso dei sensi, sicché non aveva potuto comunicarsi. Dopo aver vista la defunta, ritornarono al convento dove informarono il superiore di quanto era accaduto: cosa che l’afflisse molto. Il Padre che aveva confessato l’ammalata fu preso da un sì grande dolore che si mise a piangere amaramente, e se n’andò davanti al Ss. Sacramento, ove prostrato, cominciò a pregare il Signore per il riposo di quella disgraziata giovane, domandando che volesse liberarla dall’eterna dannazione. Dopo aver pregato per qualche momento, sentì un gran rumore, come di grosse catene trascinate per terra. Voltatosi là donde sentiva venire il  rumore, vide davanti a sé una persona circondata da capo a piedi di catene e di fiamme tenebrose. Il Padre, senza spaventarsi, le domandò chi fosse. Ella rispose: “Sono l’anima di quella disgraziata giovane che siete venuto a confessare stamattina, sono quella per la quale ora pregate, ma invano. Ho ingannato tutti colle mie ipocrisie, e colle mie false virtù. Bisogna che voi conosciate quelle ipocrisie. Dopo la morte di mia madre, un giovane s’innamorò di me; dapprima opposi qualche resistenza; ma poi egli vinse la mia debolezza. Se il mio fallo fu grande, fu ben più grande la ripugnanza a confessarlo, che il demonio suscitò in me; io sentiva vivi rimorsi di coscienza; il pensiero dei tormenti in cui ora mi trovo mi era un supplizio. Inconsolabile, e non cercando che di uscire da questa pena, avevo deciso parecchie volte di confessarmene; ma la vergogna ed il timore che il confessore perdesse la buona opinione che aveva di me, me lo impedivano sempre. Così continuai le mie confessioni e comunioni. Quando sentivo le vostre prediche, esse erano tanti dardi che mi ferivano il cuore, e finalmente risolvetti di confessarmi da voi: per questo vi feci chiamare. Ah! avrei dovuto cominciare da’ miei sacrilegi, e non dalle piccole mancanze! Poiché dopo, non ebbi più la forza di accusarvi il mio peccato taciuto. Ed eccomi ora dannata per sempre! Non perdete il vostro tempo a pregare per me. „ — “Ma, qual è la più grande delle Vostre pene? „ le domandò il Padre. “È il vedere, risposegli, che avrei potuto salvarmi confessando il mio peccato, colla stessa facilità con cui lo faccio ora, senza però che adesso ne abbia alcun merito. „ E dopo scomparve, mandando grida spaventose e facendo un orribile fracasso colle sue catene. Ah! F. M., quale stato orrendo è mai quello di un’anima che compare davanti al tribunale di Gesù Cristo rea di sacrilegi. Frughiamo nei più segreti ripostigli delle nostre coscienze e se sentiamo qualche rimorso, cerchiamo di farlo dileguare con una buona confessione, che è il solo rimedio, poiché né le penitenze, né le elemosine potranno ripararvi. Ahimè! F. M., un povero Cristiano in questo stato non ricava alcun merito da tutte le sue buone opere, per lui tutto è perduto pel cielo. Dio mio, si può vivere con sacrilegi sulla coscienza, soprattutto quando ci sono noti? Non si è già all’inferno per i rimorsi che continuamente si provano? È possibile gustare qualche piacere nella vita? . S. Antonio ci racconta ciò che il buon Dio rivelò ad un santo prelato, mentre ascoltava la confessione d’una persona che, per vergogna, taceva un peccato d’ impurità. Il santo vedendo accanto ad essa un demonio, gli domandò che cosa facesse in quel luogo. Il demonio rispose che adempiva ad un ordine di Gesù Cristo. “Che! gli disse il santo, da quanto tempo osservi gli ordini di Gesù Cristo ?,,“Sì, disse il demonio, io che avevo tolta la vergogna a costei, perché più arditamente peccasse, ora gliela restituisco, affinché vinta dalla vergogna, non confessi il suo peccato.„ Dio mio! quant’è da compiangere un orgoglioso e com’è in pericolo di dannarsi; poiché, infatti, se noi tacciamo i nostri peccati, se non li diciamo quali sono, questo non è che effetto d’orgoglio. Dio mio! acconsentire a dannarsi, o meglio, cambiare l’umiliazione di cinque minuti con quella d’una eternità!… Ahimè! quei poveri dannati accuseranno i loro peccati taciuti ed i loro sacrilegi per tutta l’eternità senza poterne ottenere il perdono; mentre, in questo mondo, una semplice accusa ad un sacerdote pieno di carità, che ci aiuta a domandare perdono al buon Dio e che desidera al pari di noi la nostra salute, ci avrebbe salvati. Ah! no, no, F. M., questo non si può capire! portare il proprio accecamento fino a tal punto!… Siete caduto, amico mio, senza dubbio avete fatto molto male; ma rialzatevi presto, poiché ancora lo potete; forse un altro giorno non lo potrete più: eccone la prova. Si narra nella storia che un missionario era andato notte tempo, da un’ammalata. Vedendo che la malattia era mortale, avvicinatosi al letto, le disse: “Signora, eccovi vicina a render conto a Dio della vostra condotta, temo assai che abbiate taciuto qualche peccato in confessione; se non ve ne accusate, vi dannerete: riflettete. „ — “Possibile, esclamò l’ammalata, debbo morire? Riconosco, disse al missionario, che da molto tempo mi confesso malissimo, tacendo per vergogna alcuni peccati.„ Ma dicendo questo, perdette la parola, e senza poter dire una sola sillaba, morì in questo stato miserando e, certamente si dannò. Ahimè! in quale orribile stato compariranno costoro nel giorno del giudizio, trovandosi coperti di sacrilegi! Ah! diranno “montagne copriteci, crollate su di noi, nascondeteci a Dio„ (Apoc. VI, 16) come noi abbiamo nascosto i nostri sacrilegi agli occhi del mondo! Ma no, tutto si vedrà e tutto comparirà davanti all’universo. Ah! quale rammarico d’aver vissuto tre o quattro anni, forse, in questo stato, divorati dai rimorsi di coscienza senza aver voluto rimediarvi! – Ma, ditemi, che deve pensare una persona che si rende colpevole di questo peccato, quando riceve l’assoluzione? Che deve pensare quando il sacerdote le dice: “Andate in pace, e procurate di perseverare?„ Ah! se essa sentisse Gesù Cristo che, dall’alto dei cieli, grida al suo ministro: “Fermati, fermati, disgraziato: quel sangue prezioso che fai scendere su quell’anima grida vendetta, e scriverà la sua condanna: fermati ministro, io condanno e maledico quest’anima. „ Ah! disgraziato, tu hai tradito il tuo Dio! Va, va, perfido Giuda, accostati alla sacra Mensa per compire l’opera del tuo furore! Va a dargli la morte! Ah! F. M., se sentiste Gesù Cristo che dal fondo del suo tabernacolo vi grida: Fermati, fermati, figlio mio! Ah! di grazia, risparmia il Padre tuo! Perché vuoi farmi morire? Fermati, fermati, figlio mio, risparmia il tuo Dio; perché vuoi dargli il colpo mortale? „ Ah! se un Cristiano fosse capace di comprendere l’enormità del suo delitto, potrebbe spingere ad un simile eccesso il suo furore contro un Dio sì buono, un Dio che ci ama più di se stesso, che non vuole e non desidera che la nostra felicità? Dio mio! un Cristiano che avesse commesso un delitto così orrendo, quale è il sacrilegio, potrebbe ancora vivere? Non gli parrebbe di udire incessantemente dentro di sé una voce, quale l’udiva quel giovane che aveva ucciso suo padre : “Figlio mio, perché mi hai ucciso, perché mi hai tolta la vita?„ Un Cristiano che avesse avuta questa disgrazia, potrebbe ancora fermare i suoi occhi su quella croce, volgere il suo sguardo verso quel tabernacolo: oh! che dico? verso quella sacra Mensa dove ha fatto morire Gesù Cristo suo Dio e suo Salvatore in un modo così orribile e spaventoso? Sì, F. M., questo peccato è orrendo, ed è purtroppo assai comune; vi sarebbe da morire al solo pensarvi!… Che dobbiamo dunque concludere da quanto abbiamo detto? Ecco: dobbiamo usare tutti i mezzi possibili per ben fare le nostre confessioni; non dobbiamo mai ricevere l’assoluzione quando abbiamo qualche cattiva abitudine, se non abbiamo l’intenzione di correggercene; non dobbiamo confessarci mai in fretta; non cercare mai i termini che possano mitigare l’accusa dei nostri peccati, od attenuarli ai nostri occhi o a quelli del nostro confessore, e non confessarci mai senza domandare a Dio la contrizione dei nostri peccati. Finalmente, se anche da venti, trent’anni, avessimo taciuto alcuni peccati, non dobbiamo dar retta a nessun pretesto; ma bisogna confessarli subito: e se siamo sinceri, stiamo certi che il buon Dio ci perdonerà; mentre invece, se aspettiamo in punto di morte, o non potremo fors’anche, per un castigo terribile della giustizia di Dio, come abbiamo visto, non lo vorremo. Quando siamo tentati di tacere qualche peccato, pensiamo subito ai rimproveri che il nostro confessore stesso ci farà nel giorno del giudizio, quando vedrà che l’abbiamo ingannato. Sì, operiamo come vorremmo aver fatto all’ora di nostra morte, a tutto andrà bene. È ciò che..

DA SAN PIETRO A PIO XII (23)

[G. Sbuttoni: Da san Pietro a Pio XII, Ed. A.B.E.S. Bologna,1953]

CAPO XI.

CONDANNA DEL COMUNISMO

PREAMBOLO

Che cosa è il comunismo

Fondamentalmente è il sistema economico-politico basato sulla comunione dei beni; la quale però fu intesa in vario senso, da Platone (deriso da Aristofane e confutato da Aristotele), ai manichei, ai montanisti e agli eretici da essi derivati, nel Medio Evo, a sfondo pseudomistico, e dalla gnosi panteista di ogni risma e tempi).

Nel sec. XVI si passa ad una visione utopistica del problema, ad esempio con l’« UTOPIA » di Tommaso Moro e poi con la « CITTÀ del SOLE » di T. Campanella; ma via via si scende ad una impostazione pratica (sec. XVII e XVIII) orientata verso un collettivismo, come proprietà collettiva degli strumenti di lavoro e organizzazione nelle mani dello Stato, della produzione e distribuzione della ricchezza; oppure verso una vera abolizione della proprietà privata, almeno dei beni produttivi; sistema detto socialismo o comunismo (Babeuf, Proudhon, Lassalle). Con Carlo Marx ed Engels nasce il vero socialismo o comunismo del sec. XIX; nasce particolarmente con il loro « MANIFESTO dei COMUNISTI » (1848) ed ebbe nei loro scritti la trattazione sistematica, fondata:

a) sul materialismo storico e sul determinismo dialettico;

b) sulla teoria del lavoro, come unico elemento di valore (evoluzionismo panteista mascherato –ndr.- );

c) sull’abolizione della proprietà privata.

Ma nell’attuazione del programma marxista si ebbero varie tendenze e vari metodi; moderati gli uni, oltranzisti gli altri e decisi a tutto, anche alla violenza rivoluzionaria. In Russia prevalse, dopo la rivoluzione del 1917, la tendenza massimalista e s’instaurò il bolscevismo, esprimendo così la forma tipica del comunismo odierno. Esso trova lucida e serena definizione ed analisi in documenti di altissimo valore, collaudati nelle più recenti esperienze, quali le encicliche di Pio IX, Leone XIII, Pio XI, Pio XII. Pio XI con la mirabile enciclica « Divini Redemptoris » (29 marzo 1936), dinanzi ai luttuosi fatti della Spagna, del Messico, della Russia, discopre il vero volto del Comunismo ateo, analizzando il morbo e proponendo i rimedi. Alla luce di questi documenti, il comunismo oggi non è che bolscevismo.

Questo in sintesi è:

a) materialismo assoluto,

b) determinismo ineluttabile,

c) amoralismo,

d) ateismo militante,

e) particolarmente anticristianesimo aggressivo,

f) totalitarismo rivoluzionano e universalistico.

C’è qui più che la sufficienza per giustificate la vigorosa azione del Santo Padre Pio XII con la condanna, attraverso il decreto del S. Ufficio del 1 luglio 1949, del comunismo.

D . Che fece Pio XII contro il comunismo?

— Il 1 luglio 1949, a mezzo del S. Ufficio, folgorò la scomunica, in special modo riservata alla S. Sede, contro coloro che professano la dottrina anticristiana del marxismo e del comunismo. Con la scomunica il subdolo mito comunista della «mano tesa», per trarre agevolmente in inganno i Cattolici, è del tutto finito, come pure, tra le contaminazioni del secolo, è eliminata quella di un idillio tra Cristo e Marx (in Italia questo morbo si è trasformato in un cancro devastante ed incurabile che rientra nella medesima scomunica, chiamato Partito Democratico, parto bicefalo, distocico e mostruoso del P. C. e della cugina Democrazia “anti” cristiana – ndr.-)

D. Che significa la scomunica del comunismo?

— La scomunica dei figli di Marx, Lenin e Stalin significa che la Chiesa — contro tutte le soluzioni empiriche della nostra travagliatìssima società — contrappone la «realtà» Cristo all’« utopia » Marx. Perciò la rottura.

D. In che modo Marx è l’utopìa?

— Proprio perché è la storia dei nostri fallimenti, proprio perché è il bilancio passivo di tutti i nostri tradimenti, fatti alle spalle di Cristo.

NOTA. – Marx non è la realtà della persona umana, tanto è vero che i comunisti, illudendo di migliorarla socialmente, la calpestano nel suo diritto alla libertà. E se agli uomini di poca fede, Cristo può sembrare la maggiore utopìa, nel senso che il suo insegnamento e il suo esempio paiono irraggiungibili, è da credersi invece che la Chiesa ha capito meravigliosamente che, in tempi come i nostri disperati, occorrono rimedi estremi e cioè totali: e proprio perché molti disertano e traviano dietro troppe illusioni, ecco che la Chiesa ha definitivamente rotto ogni possibile incantesimo delle mezze verità, dei baratti conciliativi, delle tattiche prudenziali ecc., e dì fronte ai fedeli e agli infedeli ha dichiarato, con la sua sanzione più grave, che Cristo non è spartibile con niente e con nessuno.

D. È intransigenza questa?

— No. una confortante illuminazione. È finalmente, in un regno del doppio gioco, la proclamazione di una verità che non è bifronte.

NOTA. – Si farà appello al dogmatismo. Ma non è forse per la paura e per la incapacità di essere « dogmatico » — e cioè di avere delle idee reali in testa! — che l’uomo moderno diventa ogni giorno di più un poveruomo? Per non essere dogmatici, siamo diventati i bastardi delle mezze idee e dei mezzi fatti. Il trionfo del comunismo, come già quello del fascismo e del nazismo, non è stato preparato che dalle nostre continue dimissioni di uomini senza più verità, vittime scervellate delle mezze idee dell’ultimo venuto.

D. Per chi è propriamente la scomunica?

— È per i fanatici e soprattutto per i fanatizzanti, che formano il culturame comunistoide.

NOTA. – La Chiesa non condanna Marx per condannare le riforme sociali: la realtà è che le riforme sociali, come oramai è chiaro anche per i ciechi, non stanno dalla parte di Marx. Del marxismo la Russia non tiene vivo che i presupposti materialistici e ateistici. Contro il comunismo la Chiesa ha rivendicato non solo « la libertà dei figli di Dio », ma, in un secolo che continua a mortificare l’uomo nella idolatrìa dei miti, ha sanzionato senza equivoci la « insostituibilità di Cristo ».

Cristo non è un idolo di turno; e ancor meno è un Dio da manomettere, da camuffare, da compromettere, con i Gog e i Magog della giornata. La Chiesa non ha separato; ha invitato l’uomo a tornare ad essere « uno ».Separando Cristo da Marx, la Chiesa ha restituito l’uomo a quella integralità dì idea e di azione, perduta in un secolo e più di romanticismi religiosi e sociali, ideologici e politici. Chissà che i marxisti non siano gli ultimi romantici! Ma Cristo non è romantico; perché la verità non è romantica.

D. Il comunismo potrebbe andar d’accordo con la religione?

— No, nel modo più assoluto. Basta considerare la dottrina insegnata dai suoi maestri e fondatori. La Chiesa Cattolica, a chi domanda di voler conoscere la vera dottrina del Cristianesimo, presenta i quattro Vangeli. Ebbene anche il comunismo ha i suoi quattro evangelisti : Marx, Engels, Lenin e Stalin.

D. Che cosa insegnano i maestri del comunismo?

— Insegnano che la « religione è l’oppio del popolo » , « è uno degli aspetti della oppressione spirituale che grava ovunque sulle masse popolari, schiacciate come sono dal continuo lavoro per il profitto altrui, dalla miseria e dall’abbandono». Gli studiosi del problema religioso sono definiti « lacchè diplomati dell’oscurantismo clericale ». Ritengono da Religione come « il massimo nemico ». Ne fanno fede le persecuzioni religiose da essi promosse : è spaventoso ormai il martirologio dell’oltre cortina di ferro, con il massacro, l’imprigionamento, l’internamento, e praticamente, la scomparsa di presso che tutto il clero in Ucraina, nei Paesi Baltici, Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria, Romania, Bulgaria, Jugoslavia, Albania; e si aggiunga pure tutta la Cina.

D. In Italia come si svolge la lotta antireligiosa del comunismo?

Con un’opera scristianizzatrice assidua e calcolata contro i singoli individui, la famiglia e i vari aggruppamenti sociali. In particolare ora si manifesta funesta l’azione contro la fanciullezza, minacciata attraverso l’Associazione dei Pionieri d’Italia (A. P. I.).

D. La Chiesa ha provveduto alla difesa contro l’A.P.l. ? — Sì, con il monito del S. Ufficio del 28 luglio1950, che scomunica i maestri che ne attuano il programma ateistico e corruttore, e proibisce d’amministrare i Sacramenti ai bambini, che entrano a far parte dell’A. P. I. e ai genitori, che ve li mandano.

NOTA. – I comunisti con l’A.P.l. tentano di fare degli dei ribelli ad ogni autorità, alla vecchia morale, vecchia cultura, vecchio ordine. Qui l’aggettivo « vecchia » significa « cristiana »; perciò si parla di « pionieri » della «nuova» morale, « nuova» cultura ecc. Le armi che usano sono: disprezzo della religione e dei suoi ministri, e odio contro l’ordine attuale. Per convincersene basta leggere la lettera di S. E. Mons. Beniamino Socche, vescovo di Reggio Emilia, dell’8 aprile 1952, in cui denuncia i misfatti dell’A.P.I. presso i bimbi di S. Michele di Sassuolo.

I SERMONI DEL CURATO D’ARS: “LA MALDICENZA”

La maldicenza.

Solutum est vinculum linguæ ejus, et loquebatur recte.

(MARC. VII, 35).

         (Discorsi di s. G. B. M. VIANNEY Curato d’Ars – vol. II, 4° ed. Torino, Roma; Ed. Marietti, 1933)

Quanto sarebbe desiderabile, F. M., che si potesse dire di ciascuno di noi, quello che l’Evangelo dice di quel muto, che, guarito da Gesù Cristo, parlava speditamente. Ahimè! F. M., non ci si potrebbe invece rimproverare che parliamo quasi sempre male, quando parliamo specialmente del nostro prossimo? Infatti, qual è la condotta della maggior parte dei Cristiani odierni? Eccola: Criticare, censurare, denigrare, e condannare quanto fa e dice il prossimo: ecco il più comune di tutti i vizi, il più universalmente diffuso, e forse il peggiore di tutti. Vizio che non si potrà mai detestare abbastanza; vizio che produce le più funeste conseguenze, che porta dappertutto il disordine e la desolazione. Ah! mi concedesse Iddio uno dei carboni, che servirono all’angelo per purificare le labbra del profeta Isaia (Is. VI, 6-7), vorrei purificare con esso la lingua degli uomini tutti! Oh! quanti mali  verrebbero banditi dalla terra, se si potesse scacciarne la maldicenza! Potessi, F. M., infondervene un tale orrore, che vi procurasse la fortuna di correggervene per sempre! Qual è dunque il mio assunto, F. M.? eccolo: — Vi farò conoscere: 1° Che cos’è la maldicenza; 2° quali ne sono le cause e gli effetti; 3° la necessità e difficoltà di ripararvi.

I . — Non vi mostrerò la enormità e l’odiosità di questo vizio che fa tanto male: che è causa di tante dispute, odii, omicidi, ed inimicizie le quali spesso durano tutta la vita, e che non risparmia né i buoni né i cattivi! mi basta dirvi che è uno dei vizi che trascinano più anime all’inferno. Credo sia più necessario farvi conoscere in quanti modi possiamo rendercene colpevoli; perché conoscendo il male che fate, possiate correggervene, ed evitare i tormenti preparati nell’altra vita. Se mi domandate: che cos’è una maldicenza? vi rispondo: è far conoscere un difetto od una colpa del prossimo in modo da nuocere più o meno alla sua riputazione; e questo avviene in parecchi modi.

1° Si mormora quando si attribuisce al prossimo un male che non ha fatto, od un difetto che non ha; e questa è calunnia, peccato gravissimo, eppure molto comune. Non illudetevi, F. M., dalla maldicenza alla calunnia non v’è che un passo. Se esaminiamo bene le cose, vediamo che quasi sempre si aggiunge o si esagera nel male che si dice del prossimo. Una cosa passata per parecchie bocche non è più la stessa, chi l’ha detta per primo non la riconosce più, tanto è cambiata od ampliata. Ne concludo quindi che un maldicente è quasi sempre un calunniatore, ed ogni calunniatore è un infame. Un santo Padre ci dice che si dovrebbero scacciare dalla società degli uomini i calunniatori, come tante bestie feroci.

2° Si mormora quando si esagera il male fatto dal prossimo. Avete visto qualcuno commettere uno sbaglio: che fate voi? invece di coprirlo col manto della carità, od almeno diminuirlo, voi lo esagerate. Vedrete un domestico che si riposa un istante, ovvero un operaio: se qualcuno ve ne parla, voi dite senza altro che è un ozioso, che ruba il denaro del padrone. Vedrete alcuno passare per una vigna od un orto, prendere qualche grappolo o frutto, cosa che certamente non dovrebbe fare: ebbene voi andate a raccontare a quanti incontrate che egli è un ladro, che bisogna guardarsene, sebbene non abbia mai rubato nulla: e cosi di seguito… E questa è maldicenza per esagerazione. Ascoltate S. Francesco di Sales: “Non dite, così questo santo ammirabile, che il tale è un ladro ed un ubbriacone, avendolo visto rubare od ubbriacarsi una volta. Noè e Lot si ubbriacarono una volta, eppure né l’uno né l’altro erano ubbriaconi. S. Pietro non fu bestemmiatore, perché in una occasione ha bestemmiato

2 . Una persona non è viziosa perché è caduta una volta nel vizio; e vi cadesse pure parecchie volte, v’è sempre pericolo di mormorare accusandola. Questo precisamente accadde a Simone il lebbroso, quando vide Maddalena ai piedi del Signore, che bagnava colle sue lagrime: “Se costui, disse tra sé, fosse un profeta, com’egli afferma, conoscerebbe certamente che costei è una peccatrice.„ (Luc. VII, 39). Si sbagliava grossolanamente: Maddalena non era più una peccatrice, ma una santa penitente, perché i suoi peccati le erano stati perdonati. Vedete ancora quel fariseo orgoglioso, che in mezzo al tempio sfoggiava tutte le sue pretese opere buone, ringraziando Iddio di non essere del numero degli adulteri, ingiusti, ladri, come il pubblicano. Diceva  che costui era un ladro: mentre nel medesimo tempo era stato giustificato. (Matt. XVIII, 11-14) Ah! figli miei, aggiunge l’amabile S. Francesco di Sales, se la misericordia di Dio è così grande, che le basta un sol momento per perdonarci i maggiori delitti del mondo, come oseremo noi dire che chi era un gran peccatore ieri, lo sia ancor oggi? „ Concludo dicendo che quasi sempre ci inganniamo nel giudicar male del prossimo, qualsiasi apparenza di verità abbia il fatto sul quale basiamo il nostro giudizio.

3° Si mormora quando senza legittima ragione si fa conoscere un difetto nascosto del prossimo, od uno sbaglio non conosciuto. Alcuni s’immaginano che quando sanno qualche male del prossimo, possono dirlo ad altri ed occuparsene. Vi ingannate, amico mio. Quale cosa v’è nella nostra santa religione più raccomandata della carità? La ragione stessa ci ispira di non fare agli altri ciò che non vorremmo fosse fatto a noi. Esaminiamo la cosa un po’ più davvicino: saremmo proprio contenti se alcuno avendoci visto commettere uno sbaglio andasse a raccontarlo a tutti? no, senza dubbio: anzi se avesse la carità di tenerlo celato, gliene saremmo ben riconoscenti. Vedete quanto vi spiace che si dica qualche cosa sul conto vostro o della vostra famiglia: dov’è adunque la carità e la giustizia? Sinché lo sbaglio del vostro prossimo sarà nascosto, egli conserverà la sua riputazione: ma facendolo conoscere, voi gli togliete la riputazione, e quindi gli fate maggior torto che non togliendogli parte dei suoi beni: perchè lo Spirito Santo ci dice che una buona riputazione vale più delle ricchezze (Prov. XXII, 1).

4° Si mormora quando s’interpreta in mala parte le buone azioni del prossimo. Alcuni assomigliano al ragno, che cambia in veleno anche le cose migliori. Un povero disgraziato, se cade una volta sotto la lingua dei maldicenti, è simile ad un grano di frumento sotto la macina del mulino. Vien stritolato, schiacciato, interamente distrutto. Coloro vi attribuiranno intenzioni da voi mai avute, avveleneranno ogni vostra azione, ogni vostra parola. Se vi date alla pietà, ed adempite fedelmente le vostre pratiche di religione, non siete che un ipocrita, santo in chiesa e demonio in casa. Se fate opere buone, penseranno che è solo per orgoglio, per farvi vedere. Se fuggite il mondo, diranno che volete essere singolare, mentre siete di spirito debole: se avete cura delle cose vostre, non siete che un avaro: insomma, F . M., la lingua del maldicente è come un verme che rode i frutti buoni, cioè le azioni migliori degli altri, e cerca di interpretrarle malamente. La lingua del maledico è un bruco che insozza i fiori più belli, lasciandovi la traccia disgustosa della sua bava.

5° Si mormora anche non dicendo nulla; ed ecco come. Si loda alla presenza vostra uno, e tutti sanno che voi lo conoscete: ma voi non dite nulla, o lo lodate solo debolmente: il vostro silenzio e la vostra riserbatezza fanno pensare che sappiate sul suo conto qualche cosa di male, che vi induce a tacere. Altri mormorano quasi compassionando. Conoscete, nevvero, la tale? sapete, avete udito che cosa le è accaduto? che peccato siasi lasciata ingannare! … certo, al par di me, non l’avreste creduto!… S. Francesco ci dice che questa maldicenza è simile ad un dardo velenoso che si intinge nell’olio perché penetri più addentro. Infine, un gesto, un sorriso, un ma, un muover del capo, una piccola aria di disprezzo: tutto fa molto dubitare di colui del quale si parla. – Ma la maldicenza più brutta, e più funesta nelle sue conseguenze, è il riferire ad alcuno quanto si è detto o fatto contro di lui. Queste informazioni producono i mali più terribili, fanno nascere sentimenti di odio, di vendetta, che durano spesso fino alla morte. Per mostrarvi quanta colpevolezza vi sia in questo, ascoltate che cosa ci dice lo Spirito Santo: “Sei cose odia Iddio, ma la settima la detesta, cioè le informazioni„ Ecco press’a poco, F. M., in quanti modi si può peccare di maldicenza. Scandagliate il vostro cuore, e vedrete se siete per nulla colpevoli in questa materia. Vi dirò altresì, che non devesi facilmente credere il male che si dice degli altri, e se una quand’è accusata non si difende, non devesi  credere per questo, che quanto si dice di lei sia ben certo: eccone un esempio che vi mostrerà come possiamo tutti ingannarci, e che non dobbiamo credere se non difficilmente al male che ci vien detto degli altri. Narrasi nella storia che un vedovo avendo una figlia unica assai giovane, la raccomandò ad un suo parente, e si fece religioso in un monastero di solitari. La sua virtù lo fece amare da tutti i religiosi. Da parte sua era assai contento della sua vocazione: ma, dopo un po’ di tempo, la tenerezza che sentiva pensando alla sua figliuola, lo riempì di dolore e di tristezza per averla così abbandonata. Il padre abate se ne accorse, ed un giorno gli disse: “Che avete, fratel mio, da essere così afflitto? „ — ” Ahimè! padre mio, rispose il solitario, ho lasciato i n città una mia creatura giovanissima: ecco la causa della mia pena.„ L’abate non sapendo che era una figliuola, credendo fosse un figlio, dissegli: “Andate a cercarlo, conducetelo qui ed allevatelo con voi.„ Tosto egli parte, considerando ciò come un’ispirazione del cielo, e va a trovare la sua figliuola, chiamata Marina. Le disse di prendere il nome Marino, proibendole di non far mai conoscere di essere una fanciulla, e la condusse nel suo monastero. Il padre si diede tanta cura di mostrarle la necessità della perfezione in chi lasciava il mondo per darsi a Dio, che in poco tempo ella divenne un modello di virtù, benché cosi giovane, anche pei religiosi più vecchi. Prima di morire, il padre le raccomandò di nuovo caldamente di non mai dire chi ella fosse. Marina non aveva ancora diciassette anni quando le morì il padre: tutti i religiosi non la chiamavano che col nome di fratel Marino. L’umiltà sua così profonda, e la perfezione così poco comune la fecero amare e rispettare da tutti i religiosi. Ma il demonio geloso di vederla avanzar tanto rapidamente nella virtù, o piuttosto Iddio, volendo provarla, permise che fosse calunniata nel modo più infame. Le sarebbe stato facile mostrare la propria innocenza, ma non lo fece. Vedete come un’anima che ama davvero Iddio, riguarda tutto quello che accade per divina permissione, anche la maldicenza e la calunnia, come ordinato soltanto a nostro bene. I frati usavano andare al mercato in certi giorni della settimana per fare le loro provvigioni: ed il fratello ve li accompagnava. Il padrone dell’albergo aveva una figliuola, che s’era lasciata sedurre da un soldato. Scoperto il disonore, il padre ne volle sapere l’autore: e la giovane, piena di malizia, inventò la più infame maldicenza, e la più infame calunnia, dicendogli che era stato proprio fratel Marino a sedurla, e che con questi era caduta in peccato. Il padre, furibondo, venne a lamentarsi coll’abate, che restò ben sorpreso d’una tal cosa da parte di fratel Marino, che era stimato un gran santo. L’abate fece venire alla sua presenza fratel Marino, domandandogli che cosa avesse fatto, quale enorme errore commesso, disonorando in tal guisa la religione! Il povero fratel Marino, levando il suo cuore a Dio, pensò che cosa dovesse rispondergli, ed anziché diffamare l a giovane impudica, si accontentò di dire: “Sono un peccatore, che merita di far penitenza. „ L’abate non esaminò oltre, e credendo Marino colpevole del delitto di cui era accusato, lo fece castigare severamente, e lo scacciò dal monastero. Ma la povera giovane, a somiglianza di Gesù Cristo, ricevette i colpi e gli affronti senza aprir bocca per lamentarsi, né fece riconoscere la sua innocenza, mentre le sarebbe stato così facile. Restò per tre anni alla porta del monastero, riguardata da tutti i religiosi come un’infame: quando passavano, essa si prostrava davanti a loro a domandar il soccorso delle loro preghiere ed un pezzo di pane per non morir di fame. La figlia dell’albergatore, partorì e tenne per un po’ di tempo il bambino: ma appena slattato lo mandò a fratel Marino come a chi ne era padre. Senza neppur fare apparire la sua innocenza, essa lo ricevette come fosse suo figlio, e lo nutrì per due anni, dividendo seco lui le poche elemosine che riceveva. I religiosi, commossi da tanta umiltà pregarono l’abate d’aver pietà di fratel Marino, mostrandogli che da cinque anni faceva penitenza alla porta del convento, e che bisognava riceverlo e perdonargli per amor di Gesù Cristo. L’abate, fattolo chiamare lo rimproverò aspramente: “Il padre vostro era un santo, diss’egli, e voi aveste la sfacciataggine di disonorar questa casa col delitto più detestabile: tuttavia, vi permetto di rientrare col bambino, del quale siete l’indegno padre, e per espiazione del vostro peccato vi condanno alle opere più vili e più basse, ed a servire tutti gli altri fratelli.„ Il povero fratel Marino, senza un lamento si sottomise a tutto, sempre contento e risoluto di non dir mai nulla che potesse rivelare che egli non era affatto colpevole. Il nuovo lavoro affidatogli che solo un uomo robusto avrebbe potuto sostenere, non lo scoraggiò. Dopo qualche tempo però, oppresso dalla fatica e dalle austerità dei digiuni, dovette soccombere, e poco appresso morì. L’abate caritatevolmente ordinò che gli si rendessero gli estremi onori come ad ogni altro religioso: ma che per ispirar maggior orrore per quel vizio, fosse sepolto lontano dal monastero, sicché se ne perdesse anche la memoria. Dio però volle far conoscere l’innocenza, tenuta nascosta per tanto tempo. Nel disporre la salma avendo scoperto che era una giovane: “O mio Dio, esclamarono i religiosi percuotendosi il petto, come poté questa santa figliuola soffrir con sì grande pazienza tanti obbrobri ed afflizioni, senza lamentarsi, mentre le era così facile giustificarsi?„ Corsero dall’abate, e con alte grida e lagrime in abbondanza: “Venite, padre, gli dissero, venite a vedere il fratel Marino. „ L’abate, meravigliato di quelle grida e di quelle lagrime, accorse e vide la povera giovane innocente. Fu colpito da sì vivo dolore che si gettò in ginocchio, prostrando la fronte a terra e versando torrenti di lagrime. Tutti insieme, egli ed i religiosi, esclamarono piangendo: “O santa ed innocente giovane, vi scongiuriamo per la misericordia di Gesù Cristo, di perdonarci tutte le pene e gli ingiusti rimproveri che vi abbiamo inflitti! — Ahimè, esclamava l’abate, io fui nell’ignoranza; voi aveste abbastanza pazienza per tutto soffrire, ed io troppo pochi lumi per riconoscere la santità della vostra vita.„ Fatto deporre il corpo della santa giovane nella cappella del monastero, ne recarono notizia al padre della giovane che aveva accusato fratel Marino. La povera disgraziata che aveva accusato falsamente santa Marina, era dal tempo del suo peccato ossessa dal demonio: venne tutta desolata a confessare il suo delitto ai piedi della santa, domandandole perdono. E all’istante fu liberata per sua intercessione. Vedete, F . M., come la calunnia e la maldicenza fanno soffrire poveri innocenti! quanti poveretti sono, anche nel mondo, accusati falsamente, e che nel dì del giudizio riconosceremo innocenti. Tuttavia coloro che sono accusati in questo modo debbono riconoscere che è Dio che lo permette, e che il miglior rimedio per loro è di lasciare la propria innocenza nelle mani del Signore, e non tormentarsi di quanto può soffrirne la loro reputazione: quasi tutti i santi fecero così. Vedete anche S. Francesco di Sales, accusato davanti a molti di aver fatto uccidere un uomo per vivere con la moglie di lui. Il santo rimise tutto nelle mani di Dio, non preoccupandosi della sua reputazione. A chi gli consigliava di difenderla, rispondeva che a colui che aveva permesso che la sua reputazione fosse diffamata lasciava l’incarico di ristabilirla quando gli piacesse. Siccome la calunnia è qualche cosa di ben doloroso, Dio permette che quasi tutti i santi vengano calunniati. Credo che la miglior cosa per noi in tali circostanze sia di non dir nulla, e domandare al buon Dio di tutto soffrire per amor suo, e pregare pei calunniatori. D’altra parte, Dio noi permette che per coloro sui quali ha grandi viste di misericordia. Se una persona è calunniata, è perché Dio ha stabilito di farla pervenire ad un’alta perfezione. Dobbiamo compiangere coloro che denigrano la nostra reputazione, e rallegrarci per nostro conto: perché sono ricchezze che aduniamo pel cielo. – Ritorniamo all’argomento, perché mio scopo principale è di far conoscere il male che il maldicente fa a se stesso. Vi dirò che la maldicenza è un peccato mortale, quando trattasi di cosa grave; perché S. Paolo lo mette nel numero di quelli che ci escludono dal regno dei cieli (I Cor. VI, 10). Lo Spirito Santo ci dice che il maledico è maledetto da Dio, che è abbominato da Dio e dagli umini (Abominatio hominum detractor. – Prov. XXIV, 9). – La maldicenza è altresì più o meno grave, secondo la qualità e la dignità delle persone che colpisce, o le loro relazioni con noi. Quindi è maggior peccato far conoscere le colpe ed i vizi dei superiori, come del padre e della madre, della moglie, del marito, dei fratelli, delle sorelle, dei parenti, che non quelli degli estranei, perché si deve avere più carità per loro che per gli altri. Il parlar male delle persone consacrate e dei ministri della Chiesa, è ancora maggior peccato per le conseguenze così funeste per la religione che ne derivano e per l’oltraggio che si fa al loro carattere. Ascoltate quanto ci dice lo Spirito Santo per bocca del suo profeta: “Chi parla male dei miei ministri tocca la pupilla dei miei occhi;„ (Zacc. II, 8) cioè niente può oltraggiarlo in modo così sensibile; delitto quindi sì grande è questo, che non lo potrete mai comprendere. Anche Gesù Cristo ci dice: “Chi disprezza voi, disprezza me.„ (Luc. X, 16). Perciò, F. M., quando siete con persone di altra parrocchia, che parlano sempre male del loro pastore, non dovete partecipare ai loro discorsi, ritiratevi, se potete, altrimenti tacete. Dopo ciò, F. M., converrete con me che per fare una buona confessione non basta dire che abbiamo parlato male del prossimo; bisogna anche dire se per leggerezza, per odio, per vendetta tentammo nuocere alla sua reputazione: dire di quali persone abbiamo parlato: se d’un superiore, d’un eguale, del padre, della madre, dei parenti, di persone consacrate a Dio: davanti a quante persone: tutto ciò è necessario per fare una buona confessione. Molti si ingannano su di questo: si accuseranno, è vero, d’aver parlato male del prossimo, ma senza dire di chi, né con quale intenzione; ciò che è causa di molte confessioni sacrileghe. Altri ancora, interrogati, vi risponderanno che queste maldicenze non recarono danno al prossimo. — Amico mio, vi ingannate: ogni volta che avete detto una cosa ignota a chi vi ascoltava, avete portato danno al prossimo, perché avete diminuito la buona riputazione che quegli ne poteva avere. — Ma, mi direte, quando una colpa è pubblica, non v’è nulla di male. — Amico mio, quando la cosa è pubblica, è come se alcuno avesse il corpo tutto coperto di lebbra, tranne una piccola parte, e voi diceste che poiché quel corpo è quasi tutto coperto di lebbra, bisogna ricoprirnelo interamente. È la stessa cosa. Se è un fatto pubblico, dovete anzi aver compassione del povero disgraziato, nascondere e diminuire la sua colpa quanto potete. Ditemi, sarebbe giusto se, vedendo una persona ammalata sull’orlo d’un precipizio, si approfittasse della sua debolezza e dell’esser presso a cadere per spingervela? Ebbene: ecco quanto avviene quando si rammenta ciò che è già pubblico. — Ma, mi direte, e se lo si dice ad un amico, con la promessa di non palesarlo?

— Vi ingannate ancora: come volete che gli altri tacciano, se non ne siete stati capaci voi? E come se diceste a qualcheduno: “Ecco, amico mio, voglio dirvi una cosa; vi prego di essere più saggio e discreto di me, di aver più carità di me; non ripetete a nessuno quanto vi dico.„ Credo che il mezzo migliore sia di non dir nulla: qualsiasi cosa si dica o si affermi degli altri non occupatevene, e pensate solo di guadagnarvi il cielo. Niuno si pente mai di aver detto nulla; invece ci pentiamo quasi sempre d’aver parlato troppo. Lo Spirito Santo ci dice: “Chi parla tanto, spesso falla.„ (In multiloquio non deerit peccatum. Prov. X, 19).

II— Vediamo ora le cause e gli effetti della maldicenza. Parecchi sono i motivi che ci portano a mormorare del prossimo. Alcuni lo fanno per invidia, quando specialmente persone di ugual professione vanno a gara per attirarsi la clientela: diranno male degli altri: che le loro merci non valgono nulla; ovvero che imbrogliano, che non hanno nulla in casa, che è impossibile vendere le merci ad un tal prezzo: che molti se ne lamentano che si vedrà bene che non faranno buona riuscita … ovvero che vi manca il peso o la misura. Un giornaliero dirà che un altro non è un buon operaio: che va in tante case, ma non restano contenti: egli non lavora, si diverte: ovvero, non sa il suo mestiere. “Non bisogna riferire quanto vi dirò, soggiunge, altrimenti ne avrebbe danno. „ Dovete rispondere: “Era ben meglio che non aveste parlato voi: sarebbe stato più presto fatto.„ Un contadino vede che i terreni del vicino prosperano meglio dei suoi; ciò lo affligge, ne parlerà male. Altri sparlano dei loro vicini per vendetta; se avete detto o fatto qualche cosa ad alcuno, sia pur per dovere o per carità, cercheranno di screditarvi, di inventare molte cose contro di voi per vendicarsi. Se si parla bene di colui pel quale hanno avversione, se ne affliggono, e vi diranno: “È come gli altri, egli pure ha i suoi difetti: ha fatto questo, ha detto quest’altro: non lo conoscete? è perché non avete mai avuto relazione con lui. Parecchi mormorano di orgoglio, credono di innalzarsi abbassando gli altri, dicendone male: faranno valere le loro pretese qualità buone: quanto dicono e fanno è tutto bene, e quanto dicono o fanno gli altri è male. Ma la maggior parte mormora per leggerezza, per una certa smania di parlare, senza esaminare se ciò che dicono sia vero o no: bisogna che parlino. Quantunque costoro siano meno colpevoli degli altri, di coloro cioè che parlano male per odio, per invidia o vendetta, non sono però senza peccato: qualsiasi motivo li faccia agire, feriscono sempre la riputazione del prossimo.

Credo che il peccato della maldicenza racchiuda quanto v’ha di più malvagio. Sì, F. M., questo peccato contiene il veleno di tutti i vizi, la piccineria della vanità, il tossico della gelosia, il rancore della collera, il fiele dell’odio, e la leggerezza così indegna di u n Cristiano: ciò fa dire a S. Giacomo apostolo: “La lingua del maldicente è piena di veleno mortale, è una sentina di iniquità.„ (Giac. III, 8).  E se vogliam darci la pena di esaminarlo, nulla è più facile a comprendersi. Non è infatti la maldicenza che quasi dappertutto semina la discordia, la disunione tra gli amici, impedisce la riconciliazione tra i nemici, turba la pace delle famiglie, inasprisce il fratello contro il fratello, il marito contro la moglie, la nuora contro la suocera, il genero contro il suocero? Quante famiglie in buona armonia, messe sossopra da una lingua cattiva, e i loro membri non possono più né vedersi né parlarsi. Quale la causa? Solo la lingua cattiva del vicino o della vicina … Sì, F. M., la lingua del maldicente avvelena tutte le buone azioni, e svela tutte le cattive. Essa tante volte, getta sopra una famiglia intera macchie che passano di padre in figlio, da una ad altra generazione, e forse non si cancelleranno mai più! La lingua maledica va a frugare anche nelle tombe dei morti, smuove le ceneri di questi poveri infelici, facendone rivivere, cioè rammentando i loro difetti, sepolti con essi nella tomba. Quale enormità, F. M.! Di quale indignazione non sareste accesi, se vedeste un miserabile accanirsi contro un cadavere, straziarlo, dilaniarlo? Ciò vi farebbe inorridire. Ebbene, è assai più grande il delitto di chi rammenta le colpe d’un povero morto. Quante persone hanno l’abitudine parlando di un morto: “Ah! ne ha fatte ai suoi tempi! era un ubbriacone perfetto, un furbo matricolato, insomma un essere cattivo.„ Ahimè, amico mio, probabilmente vi ingannate; e fosse anche come dite, egli ora è forse in cielo, il buon Dio gli ha perdonato. Ma dove è la vostra carità? Non vedete che dilacerate la reputazione dei suoi figli, se ne ha, o dei parenti? Sareste contento che si parlasse così dei vostri cari, che son morti? Se portassimo in cuore la carità, non avremmo nulla da dire di nessuno; cioè ci affanneremmo ad esaminare soltanto la nostra condotta, e non quella del prossimo. Ma se lasciate da parte la carità, non troverete un uomo sulla terra, nel quale non sia facile scoprire qualche difetto: e la lingua del maldicente trova sempre da criticare. No, F. M., conosceremo solamente nel gran giorno delle vendette il male fatto da una lingua maledica. Vedete: la sola calunnia da Aman fatta contro i Giudei, perché Mardocheo non volle piegare il ginocchio davanti a lui, aveva determinato il re a far morire tutti i Giudei (Esther III, 6). Se la calunnia non fosse stata scoperta, la nazione giudaica sarebbe stata distrutta: era il progetto di Aman. O mio Dio! quanto sangue sparso per una calunnia! Ma Dio, che non abbandona mai l’innocente, permise che quel perfido perisse dello stesso supplizio da lui destinato ai Giudei (Ibid, VII, 10). – Ma senza andare tant’oltre, quanto male non fa chi ad un figlio dirà male di suo padre, della madre sua o dei padroni! Gliene avete dato un cattivo concetto, egli li guarderà con disprezzo: se non temesse di venir punito, li oltraggerebbe. I padri, le madri, i padroni, le padrone li malediranno, li maltratteranno: chi fu la causa di tutto ciò? La vostra cattiva lingua. Avete parlato male dei sacerdoti, e forse del vostro parroco: avete affievolito la fede in chi vi ascoltava, ed essi hanno abbandonato i Sacramenti, vivono senza religione: di chi la colpa? della vostra cattiva  lingua. E per vostra causa che questo negoziante e quell’operaio non hanno più i loro clienti; voi li avete diffamati. Quella donna, cosi in buona armonia col suo marito, l’avete calunniata presso di lui: ora egli non la può più soffrire; sicché dopo le vostre delazioni, v’è solo odio e maledizioni in quella casa.

III. Se gli effetti della maldicenza, F. M., sono così terribili, la difficoltà di ripararvi non è meno grande. Quando la maldicenza è considerevole, F. M., non basta confessarsene: non voglio dire di non confessarsene: no, – F. M., se non confessate le vostre maldicenze sarete dannati nonostante tutte le penitenze, che possiate fare: ma voglio dire che confessandole, bisogna assolutamente, se si può, riparare il danno che la calunnia ha causato al prossimo: e come il ladro che non restituisce la cosa rubata non vedrà mai il cielo, così chi avrà tolto la riputazione al prossimo, non entrerà mai in cielo, se non fa quanto dipende da lui per riparare la riputazione del prossimo offesa. Ma, mi direte, come si deve fare per riparare la riputazione del prossimo offesa ? — Ecco. Se quanto è stato detto contro di lui è falso, bisogna assolutamente andare da tutti quelli coi quali abbiamo parlato male, dicendo che quanto abbiamo detto era falso, era per odio, per vendetta o per leggerezza; anche se dovessimo passare per bugiardi, ingannatori, impostori, dobbiamo farlo. Se quanto abbiamo detto è vero, non possiamo disdirci, perché non è permesso di mentire: ma si deve dire tutto il bene che si conosce di quella persona, affine di riparare al male raccontato. Se questa maldicenza, questa calunnia hanno prodotto qualche danno, si è obbligati di ripararlo più che si può. Giudicate da questo, F . M., quanto è difficile riparare gli effetti della maldicenza. Vedete, F. M., quanto è faticoso il pubblicare che siamo bugiardi, eppure, se quanto dicemmo è falso, bisogna farlo, altrimenti noi non si va in cielo! Ahimè, F. M., questa mancanza di riparazione dannerà il mondo! Il mondo è ripieno di maldicenti e di calunniatori, e quasi nessuno ne fa riparazione: e quindi quasi nessuno si salverà. È come riguardo alle cose rubate; andremo dannati, se, potendolo, non vogliamo restituire. Ebbene, F. M., comprendete voi ora il male che fate colla lingua, e la difficoltà di ripararvi? Bisogna però capire che non tutto è maldicenza, quando si fanno conoscere le colpe d’un figlio ai genitori, d’un domestico al padrone, purché si faccia perché si correggano, e se ne parli a chi può rimediarvi; e sempre guidata da motivi di carità. Finisco dicendo che non solo è male il mormorare e il calunniare, ma anche l’ascoltar con piacere la maldicenza e la calunnia: perché se nessuno ascoltasse, non vi sarebbero i maldicenti. Così facendo ci rendiamo complici di tutto il male che fa il maldicente. S. Bernardo ci dice che è ben difficile sapere chi è più colpevole chi sparla o chi ascolta: l’uno ha il demonio sulla lingua, l’altro nelle orecchie. — Ma, mi direte, che si deve fare quando ci troviamo in una compagnia di maldicenti? — Ecco. Se è un inferiore, cioè una persona al di sotto di voi, dovete imporgli silenzio subito; mostrandogli il male che fa. Se è una persona di ugual condizione, dovete destramente cambiare il discorso parlando di altra cosa, o facendo mostra di non sentire quanto dice. Se è un superiore, cioè una persona al disopra di voi, non bisogna riprenderla: ma tenere un contegno serio e triste, che gli riveli il vostro dispiacere, e, se potete andarvene, dovete farlo. – Che dobbiam concludere da tutto ciò, F . M.? Ecco: non prendiamo l’abitudine di parlare della condotta altrui; pensiamo che molto si potrebbe dire sul nostro conto, se ci conoscessero quali siamo; e fuggiamo le compagnie del mondo quanto possiamo, dicendo spesso come S. Agostino: “Mio Dio, fatemi la grazia di conoscermi quale sono.„ Fortunato! Mille volte fortunato chi adoprerà la lingua solo per domandare  a Dio perdono de’ suoi peccati e cantare le lodi del Signore! È quanto io …

15 SETTEMBRE: I SETTE DOLORI DELLA BEATA VERGINE MARIA

(GIOACCHINO VENTURA: LA MADRE DI DIO, ovvero Spiegazione DEL MISTERO DELLA SS. VERGINE A PIE’ DELLA CROCE; GENOVA, Presso D. G. ROSSI 1852)

PARTE SECONDA

CAPO VI.

Fortezza dì Maria.

A differenza di Agar, che non vuole veder morire Ismaele, Maria deve essere spettatrice della morte di Gesù Cristo. Suo viaggio del Calvario ed incontro doloroso col Figlio. Suo contegno diverso da quello di Giacobbe alla vista della tonaca insanguinata di Giuseppe.

Se si fosse adunque trattato di una madre comune, la stessa carità che avea condotte sul Calvario le altre, sante matrone ne dovea tener lontana Maria. Ciò che per le discepole fu atto di generosa pietà poteva sembrar durezza per la Madre. Non è nelle regole ordinarie della convenienza che una madre sia spettatrice dell’estremo supplizio del figlio cui non può dare alcun soccorso: e ciò perché lo spettacolo di una madre immersa in un profondo dolore non accresca i patimenti del figlio; o la vista degli acerbi dolori del figlio non funesti lo sguardo e strazii il cuor della madre. – Egli è però che Agar, serva di Àbramo, essendole mancata l’acqua nella solitudine di Bersabea, e vedendo il suo unigenito figlio Ismaele già boccheggiante per l’ardor della sete, « Se non posso – disse – più recargli alcun soccorso, a che serve, e io lo tenga stretto ancora tra le mie braccia? se esso deve irreparabilmente perire, che bisogno vi è che io funesti il mio sguardo materno collo spettacolo doloroso del suo fiero destino? Ah! che non ho cuore di vedermi morire il figlio sotto degli occhi miei: cumque consummata esset aqua.. dixit: Non videbo morientem puerum. » Ed in così dire, depone il fanciullo moribondo a piedi di un albero e si ritira in disparte alla distanza del tiro di un dardo, Abjecit puerum subter unum arborem, et abiit procul quantum potest iucere arcum; e postasi a sedere sopra di un sasso, e scoppiando in un dirottissimo pianto, fece echeggiare l’aria intorno di gemiti profondi e di dolorosissime grida: Et sedens contra levavit vocem suam et flevit. – Cosi adoperò la madre di un puro uomo: ma la madre di un uomo che allo stesso tempo è Dio non deve adoperare così. Come madre di Dio, Maria ha degli obblighi da cui sono dispensate le altre madri: e quello che per ogni altra madre avrebbe potuto sembrare per lo meno una inconveniente, per Maria è un dovere. Come essa ha ricevuto questo Figliuolo in una maniera tutta particolare, così non deve perderlo che in una maniera tutta propria di lei. Come Gesù Cristo non muore per necessità alla foggia degli altri uomini, così Maria in questa morte deve portarsi in un modo tutto diverso delle altre madri. Sul Calvario tutto deve essere grande, straordinario, misterioso, sublime, degno della vittima divina che s’immola. Maria dev’essere dunque presente alla morte di Gesù Cristo, affinché dalla maniera eroica, straordinaria, miracolosa con cui a questa morte assiste la Madre, possa conoscersi la divinità del Figliuolo. Appena perciò da Giovanni, il solo fra i discepoli che non avea mai perduto di vista nel corso della sua passione il suo divino Maestro, sente Maria che il giudice iniquo, con quelle medesime labbra con cui avea dichiarato solennemente Gesù innocente. Io aveva condannato alla morte, e che già il suo diletto Figliuolo carico del peso della sua croce s’incammina per la via del Calvario, « Ecco il tempo – esclama – ecco il giorno, ecco l’ora dei divini misteri! Morrà pur troppo, o eterno Padre, il mio unigenito Figlio, poiché la vostra gloria lo esige, la vostra giustizia lo vuole, la salute degli uomini lo domanda: ma esso non morrà che sotto degli occhi miei: e quella vita che gli diedi, gliela vedrò terminare io stessa: ridebo morientem puerum. Quando Gesù Cristo riempiva le contrade di Palestina de’ benefici del suo amore e della fama de suoi portenti: quando gli correvano appresso i popoli acclamandolo come l’inviato del cielo per la consolazione della terra, quando entrò in Gerusalemme in trionfo tra le acclamazioni e le grida festose delle turbe devote; Maria non gli teneva appresso, sene allontanava, si nascondeva, perché nessun raggio della gloria del Figlio venisse a riflettere sopra la Madre. Ma quando questo Figlio medesimo va al patibolo per finirvi la vita colla morte più obbrobriosa e spietata, quando si tratta di dividerne gli affronti e le pene, Maria si mostra. Alla gloria, alla soddisfazione innocente di essere additata come la madre avventurosa di un profeta, volentieri rinunzia: ma non rinunzia già all’ignominia e al dolore di essere pubblicamente additata come la madre infelice di un condannato: ed il trasporto con cui corre ad essere spettatrice e consorte del martirio del Figlio è eguale alla cautela che usa per essere dimenticata quando trattasi de’ trionfi di Lui: Fidebo morientem puerum. – Eccola quindi abbandonare la sua solitudine e, come la sposa dei Cantici, vera figura de’ santi trasporti di Maria, girare per le vie e le piazze di Gerosolima, impaziente d’incontrarsi col diletto del suo cuore che s’incammina al patibolo: Circuivi civitatem. La città è presso che abbandonata e deserta: il popolo tutto corre in folla al luogo de’ condannati, riempiendo l’aria di grida di una gioja feroce. Maria ne ode da lungi il rumor cupo, il rimbombo funesto; e dietro adesso e molto più alle orribili tracce che lasciava il Figlio nel suo penoso cammino, segnando la terra che calava di cadute e di sangue, riconosce la via in cui ritrovarlo.Guari infatti non va che sente il fiero squillo della tromba che lo precede e pubblica il preteso delitto e l’atroce condanna;e poco dopo ecco venirle innanzi Egli stesso. Ma ahi! che di uomo, secondo la profezia d’Isaia, esso non ha nemmeno più la figura: Vidimus eum, et non erat aspectus. La sua fronte è circondata di una ghirlanda ignominiosa e crudele di pungentissime spine, che, trapassate avendo le tempie, mostrano al di fuori le punte insanguinate: i suoi occhi umidi delle lacrime sparse sopra Gerusalemme deicida e grondanti di sangue; il suo volto è livido e contraffatto: il suo petto squarciato di piaghe: tutto il corpo è pesto da flagelli: ed Egli languido, spossato, anelante sotto l’orribile peso della sua croce, tra gl’insulti del popolo e le spinte crudeli della sbirraglia, va lentamente guadagnando a stento l’erta pendice del Calvario. Oh incontro! oh vista! oh spettacolo atroce al cuor di una madre!Di Giacobbe sta scritto che, al vedere la tonaca insanguinata del suo figliuolo Giuseppe, diede in altissime grida di dolore, si strappò di dosso le vesti, proruppe in un torrente di lacrime, cadde in un’ambascia profonda, e sdegna ogni consolazione ed ogni conforto: Quam cum agnovisset pater, dicit: Tunica filli mei est; fera pessima devoravit Joseph. Scissisque cestibus, lugiens filium suum multo tempore … noluit consolationem accipere. – Ora che farà Maria alla vista non già della veste, ma del corpo del proprio Figlio, solcato da profonde ferite e ricoperto di sangue?Qualche scrittore che ha minutamente descritto tutti i luoghi teatro della passione dolorosa dell’uomo-Dio, afferma che vi è tuttavia sul Calvario un tempietto diroccato che dicesiS. Maria dello spasimo, ed un sentiero che chiamasi ancora oggidì la strada dell’amarezza, poiché dicesi che ivj appunto, essendosi incontrata Maria a vedere il Figlio in atteggiamentosì compassionevole, in una situazione sì crudele,cadde a terra svenuta, non reggendo alla piena inondatrice del suo dolore. Ma, senza ammettere una tal caduta,che gravissimi scrittori negano come indegna della Madre di Dio, nella quale tetto dovea indicare una costanza. Una fortezza, una grandezza d’animo più che umana, é fuor di dubbio però che a quella vista le si gelò il sangue nelle vene, tutte le si commossero le sante viscere per compassione, lesi spezzò in seno il cuor per dolore: e perciò rimase ivi alquanto immobile e come assiderata, astratta da’ sensi, ma non alienata dalla ragione. – Che anzi fu a sé stessa sì presente che non mai apparve sì magnanima e sì sublime, quanto in questo istante in cui fu più addolorata. Gli occhi della Madre s’incontrano negli occhi del Figliuolo: si rimirano entrambi, e i due cuori commossi arcane misteriose parole si parlano e si rispondono. La vista di tanta fermezza, in mezzo a tanto dolore per parte di una madre, intenerisce, dice S, Bernardo, anche i cuori più duri; essi non possono contenersi dal mescolare le loro colle lacrime delle figlie di Gerusalemme, cui Gesù Cristo ha vietato di compassionarlo e di piangerlo; Multo» etiam invitos ad lacrymas provocabat omues plorabant qui ovbviabant ei, e nel pianto comune Ella sola non piange, e nella commozione comune alla vista dell’acerbità delle sue pene, Ella sola soffre con animo sereno, con ciglio asciutto. E, ben differente da Giacobbe, non un solo movimento, non un solo segno, non un solo accento, non una sola lacrima di dolore, non un solo rimprovero alla sinagoga ingrata, che’ le ritorna il Figlio in uno stato sì compassionevole e sì diverso da quello onde Maria glielo allevò e gliel diede: non un solo lamento sull’odio infernale degli accusatori, sulla ingiustizia dei magistrati, sulla barbarie dei carnefici, sulla cieca rabbia del popolo; non un solo tentativo, dal quale non avrebbe potuto astenersi ogni altra madre, di gittarsi tra la folla, di giungere sino al Figlio per stringerselo al seno e recargli conforto. Ma reprimendo gl’impeti della sua tenerezza materna sì profondamente ferita, ma comandando ai suoi affetti e al suo dolore, ma concentrando nel fondo del trafitto suo cuore tutta l’ambascia che lo crucia, tutta la tristezza che lo ingombra, accompagna Gesù in silenzio, come Abramo – dice S. Ambrogio – accompagna Isacco sino al luogo del suo sacrificio: Abraham Isaac, Maria comitabatur filium. Anzi, Soggiunge Giuglielmo abate, come essa è la prima dei predestinati: così è la prima a percorrerne la via: e praticando il Vangelo prima che fosse promulgato, è laprima che, giusta il precetto di Gesù Cristo, prende la sua croce e lo segue sul Calvario per essere interiormente crocifissa con Lui: Tollebat et Mater crucem suam et scquebatur eum, crucifigenda figenda cum ipso (in Cant. 7).Così, come Gesù Cristo dimostra che non si va al cielo che per la via del Calvario e dietro le orme sanguinose del Figlio di Dio, Maria dimostra che non si va a Gesù Cristo che dietro le tracce ed in compagnia della sua Madre: che tenendo fedelmente dietro all’odore prezioso degli unguenti delle sue virtù, si va dritto ad incontrare Gesù Cristo: e la strada che batte Maria è quella appunto in cui si trova Gesù: e difatti lo stuolo glorioso delle vergini eroiche che secondo la profezia di Davide, cammineranno dietro le pedate di Maria, perciò solo si troveranno con Gesù, il vero Re della gloria, saranno a Lui presentate e ricevute da Lui, e dietro questa guida seguiranno l’Agnello dovunque Egli va: Adducentur Regi virgines post eum; proximæ afferentur tibi. Maria perciò, allo stesso tempo che generi figli della Chiesa coll’eroismo della sua carità, li conduce ancora e li guida colla sublimità de’ suoi esempi, ed indica ed appiana la via ai figli del suo amore e del suo dolore, ai quali ha procurato la vita.

MULIER, ECCE FILIUS TUUS

(GIOACCHINO VENTURA: LA MADRE DI DIO, ovvero SPIEGAZIONEDEL MISTERO DELLA SS. VERGINE A PIE’ DELLA CROCE; GENOVA, Presso D. G. ROSSI 1852)

PARTE PRIMA, CAPO X.

Passo importante di Origene sulle parole –

DONNA, ECCO IL TUO FIGLIO

I veri fedeli formano un solo corpo con Gesù Cristo; e questa unione è cominciata sul Calvario. Come Gesù Cristo è Figlio di Maria, cosi i fedeli a lui uniti sono divenuti sul Calvario in Lui e con Lui anche di Maria Figliuoli. I Giudei e gli eretici non intendono questo mistero, e quanto sono perciò infelici. Vantaggio di noi cattolici, che, essendo nella vera Chiesa, soli abbiamo Maria per nostra vera Madre.

È verità fondamentale della cattolica fede che il Figliuolo di Dio per tutti si è incarnato, per tutti ha patito e data la vita, per tutti ha sodisfatto, ha meritato a tutti la riconciliazione e il perdono, a tutti ha acquistalo il diritto ai suoi beni, ai suoi privilegi, alla sua amicizia, alla sua fratellanza, come di tutti avea preso ed espiato i peccati; e che nessuno è stato escluso dalla generosità della sua offerta, né dal merito del suo sacrificio: Pro omnibus mortuus est Christus (II Cor. V.). Ciò nulla ostante però, in fatto, siccome non tutti sono Cristiani, così non tutti sono figliuoli di Dio, né per conseguenza sono tutti veri discepoli, veri amici, veri fratelli di Gesù Cristo: ma quelli solamente son tali che, incorporati con Lui pel Battesimo, rimangono a Luì uniti pei legami della fede, nelle sue dottrine e della fedeltà ai suoi comandamenti. – Al medesimo modo, sebbene Maria per la sua cooperazione alla redenzione, alla nascita spirituale di tutti, come vedremo, sia divenuta di tutti la madre, come Gesù Cristo è il redentore di tutti: pure in fatto essa non è realmente madre se non di coloro di cui Iddio è il vero padre, e Gesù Cristo il vero maestro e fratello; cioè a dire dei veri Cattolici, di quelli che con Gesù Cristo compongono il corpo di cui Egli è il capo, cioè la Chiesa. – Questa verità appunto, tanto preziosa quanto consolante per noi che abbiamo la sorte di appartenere a questa Chiesa, Gesù Cristo ha voluto rammentarci coll’avere detto a Maria, additando Giovanni: Ecco IL VOSTRO FIGLIO, Ecce filius tuus, perché, come abbiamo di sopra osservato, è stato come se avesse dichiarato che in fatto solo coloro, sarebbero i veri figli di Maria ai quali converrebbero i caratteri distintivi di S. Giovanni, che sono quelli dì essere il discepolo fedele di Gesù e l’oggetto del suo tenero amore: Discipulus quem, diligebat Jesus. In diversi luoghi del capo precedente e del presente ancora si è di già accennata questa dottrina, che non si può partecipare a questa porzione dell’eredità di Gesù Cristo, di avere cioè, Maria per Madre, se non entrando ad abitare nei tabernacoli di Sem, ossia nella vera Chiesa: ma qui è il luogo di trattarla con una certa estensione, procurando di penetrare, per quanto ci è possibile, ancora più innanzi nello spirito delle parole di Gesù Cristo. Origene, commentando queste stesse parole del Salvatore crocifisso: Donna, ecco il tuo figlio, fa una osservazione assai bella, che sparge grandissimo lume sulla verità che andiamo spiegando. Nessuno, dice egli, può avere la piena intelligenza del Vangelo di S. Giovanni, né entrare nel suo senso verace, se non ha avuto, come quest’Apostolo, il privilegio di riposare sul petto stesso di Gesù Cristo, e se da Gesù Cristo medesimo non ha ricevuto Maria per madre. – Tutti coloro che hanno sentimenti degni di lei sono pienamente persuasi ch’essa non ha avuto altro figlio fuori di Gesù Cristo, e per conseguenza che, quando Gesù Cristo disse alla sua Madre, in parlando di S. Giovanni: Ecco il vostro figlio; e non già: Eccovi in Giovanni un altro figlio, fu lo stesso che dire: Questi è Gesù, di cui voi siete la Madre: imperciocché chiunque è perfetto non vive altrimenti esso più in sé stesso, ma è Gesù Cristo che vive in lui: Evangelii a Joanne traditi sensum percipere nemo potest, itisi qui supra pectus Jesu recubuerit, vel acceperit a Jesu Mariam, quæ ipsius etiam mater fiat. … Si nullus est Mariæ filius, judicio eorum qui de ipsa bene senserunt. præterquam Jesum, dixitque Jesus Matri: Ecce Filius tuus; et non: Ecce etiam hic est filius tuus; perinde est ac si dixisset: Ecce hic est Jesus quem genuisti; etenim quisque perfectus est, non amplius vivit ipse, sed in ipso vivit Christus (Orig. in Joan.). – Queste parole sono profonde: ma esse sono di una ammirabile esattezza teologica: giacché sono appoggiate ad una verità che è il fondamento della vera fede, e che S. Paolo non ha cessato di spiegare, d’inculcare, di ripetere nelle sublimi sue lettere, cioè a dire che tutti i veri fedeli, tutte le membra della vera Chiesa, non formano con Gesù Cristo che una medesima cosa, un medesimo tutto, un medesimo corpo, un solo e medesimo figliuolo. Gesù Cristo stesso aveva di già manifestata questa grande e gioconda dottrina allora quando nella tenera preghiera diresse al suo Padre per la sua Chiesa pochi momenti prima di andare a morire per essa, gli disse: lo ho comunicato a questi miei discepoli la mia chiarezza, affinché non siano, non compongano che una stessa e medesima cosa con me, come Io e Voi, mio Padre, non siamo che una cosa medesima: Ego claritatem quam dedisti mihi dedit eis, ut sint unum, sicut ego et tu unum sumus (Joan. XVII). S. Paolo, per ispiegare questa misteriosa unità, ricorre alla similitudine del corpo umano. E siccome, dice egli, in un corpo vi sono membra fra loro diverse, come diversi sono gli  usi e i fini cui sono destinati; e, ciò non ostante, membra unite al capo non formano che un sol corpo: così tutti noi con Gesù Cristo non formiamo che un corpo solo: Sicut in uno corpore multa membra habemus, omnia autem membra non eundem actum habent: illa unum corpus sumus in Christo (Rm. XII). Altrove poi, ritornando l’Apostolo sulla stessa similitudine, spiega ancora il modo in cui si opera questa misteriosa unione, cioè pel Battesimo, pel quale entriamo nella Chiesa, siamo incorporati in Gesù Cristo e diveniamo una stessa cosa con Lui, poiché dice: Uno è il corpo, sebbene sia di molte membra composto: giacché queste membra insieme riunite non formano che uno stesso e medesimo corpo. Or così appunto accade di Gesù Cristo. Imperciocché, essendo stati noi battezzati pel medesimo spirito, formiamo con Gesù Cristo un corpo solo, cioè la Chiesa. Voi dunque, o Cristiani, siete le vere membra e il corpo di cui Gesù Cristo è il capo: Sicut corpus unum est et membra habet multa, omnia autem membra corporis, cum sint multa, unum tamen corpus sunt, ita et Christus. Etenim in uno spiritu omnes nos in unum corpus baptizati sumus…. Vos autem eslis corpus Christi et membra de membro (I Cor. XII). Or siccome il capo e le membra in un medesimo corpo, sebbene abbiano forma, uso e destini diversi, pure sono della sostanza medesima: così noi Cristiani, subito che pel Battesimo siamo incorporati a Cristo. diventiamo partecipi della stessa natura di Lui, divinæ consortes naturæ, come afferma S. Pietro: ed è in tal modo che tutti i suoi titoli, le sue ragioni, i suoi privilegi, le sue grazie ci divengon comuni: giacché nel corpo umano al buono stato, alla condizione de! capo partecipano ancora tutte le membra. Perciò come Gesù Cristo è Figlio di Dio, oggetto della sua tenerezza, ed erede della sua gloria: noi ancora, subito che siamo a Gesù Cristo incorporati e formiamo una cosa istessa con Lui, diventiamo per questo, solo, in Gesù Cristo e con Gesù Cristo, figli di Dio. oggetti delle tenerezze di Dio, eredi della gloria di Dio. Sicché come separati da Gesù Cristo non abbiamo nulla, non meritiamo nulla, non siamo nulla: così, uniti a Lui, in Lui  e con Lui abbiamo tutto, meritiamo tutto e siamo tutto quello che è esso stesso: In quo omnia. – Or siccome Gesù Cristo è ancora vero figlio di Maria; così, nell’incorporarci a Lui per mezzo dei sacramenti, nel divenire una stessa cosa con Lui, come appunto l’innesto, secondo S. Paolo, diviene una cosa medesima coll’albero in cui è messo: diveniamo altresì figli di Maria a quel medesimo modo e per quella ragione medesima onde dopo questa unione diveniamo figli di Dio, perché Gesù Cristo di Dio è Figliuolo: Ma questa nostra figliolanza da Dio e da Maria siccome è l’effetto della nostra unione con Gesù Cristo, e non l’otteniamo che in Lui e con Lui: così non formiamo con Lui ed in Lui che un figlio solo di Dio, un figlio solo di Maria, perché in Lui e con Lui formiamo un solo tutto, un solo composto mistico, un solo corpo. Questa unione nostra poi con Gesù Cristo come a nostro capo è vero che si verifica per mezzo dei sacramenti, nei quali cisi applica il merito del suo sangue e il frutto del suo sacrificio: ma siccome questo sangue, dal quale noi rinasciamo ad una novella vita e diventiamo membri di un corpo novello, si sparge sul Calvario, e questo sacrificio si compie sulla croce; così sulla croce e sul Calvario si piantano le basi, si fissano i titoli, si aprono le vie e si apprestano i mezzi di questa nostra misteriosa unione. Anzi essa in Giovanni, che tutti ci rappresenta, in Giovanni che è veramente bagnato dal sangue che piove a rivi da tutto, il corpo di Gesù Cristo, ed è il primo con Maria a sperimentare gli effetti del sacrificio di cui era testimonio, in Giovanni, dico, questa nostra unione comincia effettivamente a compiersi sul Calvario. – Con queste spiegazioni s’intende bene il bel passo di Origene ne testé riportato. In qualità di uomini siamo tutti figli di Maria perché, come vedremo a suo luogo, essa ha cooperato col suo amore e col suo dolore alla nostra nascita spirituale, a quel modo onde Gesù è padre e redentore di tutti perché tutti ci ha redenti e rigenerati col suo sangue. Ma siamo figli di dolore, figli di adozione, figli di grazia, figli diversi, figli distinti da Gesù Cristo. Ma in qualità di Cristiani, di veri discepoli di Gesù Cristo, a Lui uniti, incorporati con Lui e divenuti una stessa cosa con Lui, siamo figli di Maria, come lo è Gesù Cristo: non siamo più da esso distinti; formiamo con Lui come uno stesso corpo, così uno stesso figliuolo. Perciò sebbene Maria abbia a questo titolo tanti figliuoli quanti sono i veri fedeli, pure è vero il dire che Ella non ha che un figlio solo che è Gesù Cristo; poiché Gesù che vive in noi quando gli siamo veramente uniti: e tutti i fedeli non formano con Lui che un solo e medesimo Gesù Cristo, di cui Maria è vera Madre, e perciò è ancora vera Madre nostra. – Ecco dunque, secondo Origene, perché Gesù Cristo nell’additare Giovanni a Maria non le dice: Eccovi in Giovanni un altro figliuolo, un figliuolo diverso, che Io vi lascio in mia vece per supplire alla mia mancanza; ma le dice semplicemente: Ecco, o donna, il vostro figlio, Mulier, ecce filius tuus, poiché fu lo stesso che dirle, Donna Voinon avete che un solo figliuolo, e questi son Io. Ma siccome, pel mistero che al presente Io vado operando, Giovanni a me s’incorpora, a me si unisce e forma una stessa cosa con me, ed è in me, come Io viverò in lui; così, eccovi, o donna, in Giovanni, che sta a piedi della croce il vostro figlio stesso che sta in croce, il vostro Gesù Cristo che avete generato e che si trova tutto nel discepolo, come il capo nelle membra cui è unito. Mirate in lui gli effetti della mia redenzione, le tracce del mio sangue, la comunicazione ineffabile delle mie grazie, la partecipazione persino della stessa natura divina. Nulla gli manca per essere un altro me, una stessa cosa con me; e come Io vi sono Figliuolo, così esso ancora e tutti coloro che avranno i medesimi titoli e si troveranno nelle stesse condizioni di Giovanni, con me ed in me sin da questo momento divengono l’unico vostro figliuolo: Dixit Matri: Ecce filius tuus et non: Ecce etiam hic est filius, perinde ac si dixisset: Ecce hic est Jesus quem genuìsti; etenim quìsque perfectus est, non amplius vivìt ipse, sed in ipso vivit Christus. – Per intendere anche meglio questa sublime dottrina, si osservi che il Padre eterno genera il suo Verbo dalla sua sola sostanza. Questo Verbo di Dio adunque, in quanto generato Verbo nell’eternità è solo Figlio di Dio; ed a questa generazione eterna Maria non ha alcuna parte. Ma questo Verbo medesimo, questa Persona divina, generato di già ab eterno e nato da Dio solo e Dio esso stesso, ha preso e si è formato un corpo umano dal sangue purissimo di Maria; ed a questo corpo si è unito con una unione ipostatica o personale, intima, sostanziale, indissolubile, che, senza confondere le due sostanze, forma di Dio e dell’uomo in Gesù Cristo una sola persona, Non confusione substuntiæ, sed unitate personæ di modo che in Gesù Cristo Iddio è uomo, e l’uomo è veramente Dio. Ora poiché Maria ha generato, ha partorito questo misterioso composto indissolubile, nel quale tutto ciò che si afferma dell’uomo si può in tutto il rigore teologico affermare ancora di Dio; così si dice e si dee dire che Maria ha generato il Verbo di Dio, ha partorito Iddio, ha allevato Iddio, ed è vera genitrice e vera Madre di Dio. Come dunque Maria, sebbene non abbia fatto che somministrare del proprio sangue l’umanità che questo Dio ha assunta ed ha unita in modo sì intimo a se stesso; pure, perché a questa umanità si è unito sostanzialmente Dio, Maria si chiama ed è vera madre di Dio: allo stesso modo nel caso nostro (sempre colla proporzione e coi riserbi dovuti) sebbene Maria non abbia generato naturalmente se non Gesù Cristo, pure, perché questo Gesù Cristo ha unito intimamente a se stesso anche noi, sino a formare di tutti noi con Lui un solo e medesimo corpo di cui è capo, cosi Maria, per questa unione sì intima dell’unico suo Figlio naturale con noi, diviene in Gesù Cristo ancora nostra Madre e noi suoi figliuoli. Ma come il Dio e l’uomo, perché uniti in Gesù Cristo inuna sola Persona per mezzo all’unione ipostatica, non sono due Gesù Cristi e due figli di Maria, ma un solo Gesù Cristo ed un solo Figliuolo; così Gesù Cristo e i veri Cristiani, perché uniti da Lui in un medesimo corpo, non sono che un solo e medesimo figliuolo di Maria;e siccome questa unione nostra con Gesù Cristo si ferma sul Calvario; così sul Calvario siamo divenuti anche noi in Gesù Cristo non già i figli, ma il figlio di Maria; e Gesù Cristo proclama, manifesta questo ineffabile mistero sul Calvario, allorché dice a Maria: Eccovi, o donna, il vostro figlio.– S. Paolo insisteva su questa verità allora quando diceva: ricordatevi che le promesse sse sono state fatte ad Abramo ed al suo figlio; e che non disse già Iddio ai tuoi figli come se si fosse trattato di molti, ma, come se si trattasse di un solo, al tuo figlio, il quale non è che Gesù Cristo: Abrahæ factas sunt promissiones et semini ejus. Et non dicit: Et seminibus, quasi in multis; sed, quasi in uno: Et semini tuo  quod est Christus (Galat. V). – Sul Calvario adunque Dio si mostra il tenero padre di tutti gli uomini, giacché sacrifica ed abbandona alla morte naturale il suo Figlio, per far nascere e crearsi gli .uomini in figli adottivi. Gesù Cristo è ancora ivi di tutti gli uomini il fratello, il redentore, la vittima, perché non solo ha comune con tutti gli uomini l’umana natura ed è come essi vero figlio di Adamo: ma perché per tutti soddisfa, per tutti prega, a tutti stende le sue braccia e tutti chiama a partecipare, del frutto del sangue e dell’eredità del suo amore. Ma questa paternità di Dio, questa fratellanza di Gesù Cristo rispetto a tutti gli uomini è una paternità ed una fratellanza in senso larghissimo, una paternità una fratellanza di compassione, di misericordia e che direbbesi quasi di potenza o di disposizione. In atto poi, in realtà i veri figli di Dio, i veri fratelli di Gesù Cristo, coloro che in fatti costituiscono la sua vera famiglia, la sua casa, il suo corpo, sono solamente i veri Cristiani che sono incorporati a Lui, e che, fin tanto che durano in questo stato, partecipano a tutto quello che Gesù Cristo ha e che Gesù Cristo è in se stesso. – Ora al medesimo modo. Maria per la sua cooperazione all’opera della nostra salute, alla nostra nascita novella, è madre di tutti gli uomini, giacché per tutti gli uomini offri sul Calvario alla morte quel figlio che per tutti avea partorito. Ma questa sua maternità rispetto a tutti gli uomini è pure di disposizione, di potenza, di compassione e di amore. In atto però i suoi veri figli sono quelli soli che in atto sono i veri figli di Dio e fratelli di Gesù Cristo, e formano una cosa sola con Lui. – Non già che questa tenera Madre non s’interessi alla sorte di quegli uomini che sono fuori del corpo della Chiesa, come sono gli infedeli, gli eretici, o di quelli che sono fuori dello spirito della medesima Chiesa, come sono i peccatori: giacché, come Gesù Cristo estende anche a costoro la sua misericordia, chiamandoli al lume della fede o alla vita della grazia, e intercedendo di continuo pei peccatori presso del Padre, come lo affermano S. Giovanni e S. Paolo, e così si mostra di tutti il fratello; così Maria coopera colla sua intercessione, colla sua preghiera alla propagazione della fede, alla conversione dei peccatori; e di essi essendo oltremodo sollecita, mostra per questi infelici ancora viscere e tenerezza di madre, ed è loro madre altresì per compatirli, per aiutarli, per attirarli al bene, per consolarli; anzi di ciò ancora ha ricevuto da Gesù Cristo un incarico particolare. Ciò  nulla ostante però, i suoi figli di giustizia, i suoi figli veraci, che hanno al suo amore un diritto eguale al dritto che vi ha Gesù Cristo, sono coloro in cui, secondo l’espressione di S. Paolo, vive Gesù Cristo medesimo, Vivit vero in me Christus (Galat. II); sono quelli in cui e con cui Gesù Cristo è una stessa e medesima cosa, e perciò in Lui e con Lui, e rispetto a Dio e rispetto a Maria uno stesso e medesimo figliuolo; siamo noi veri Cattolici e veri figli della Chiesa; è la Chiesa stessa che forma un corpo con Gesù Cristo e cogli uomini, di cui Maria è Madre; e questi sono, questo è il figlio vero, il figlio reale, effettivo che in particolar modo le addita Gesù Cristo e le lascia nel suo Giovanni: Ecce filius tuus.

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S. S. LEONE XIII – “DUM MULTA”

In queste breve lettera Enciclica alla Gerarchia ecclesiastica dell’Equador, il Santo Padre Leone XIII, ribadisce i capisaldi del Cristianesimo cattolico circa il Sacramento del matrimonio, che la setta infernale colà trapiantata, attraverso un empio e corrotto governo – come ancora oggi in tutto il mondo – aveva stravolta a dannazione dei singoli e dei popoli. Questa è l’azione costante e capillare delle sette infernali delle conventicole massoniche, che in nome di un folle libertinaggio, spacciato per libertà di coscienza, cioè libertà dalle leggi divine, provvede ad asservire alla schiavitù di lucifero e dei suoi adepti, umani o angelici, in vista della eterna dannazione. Qui oltretutto per tutti gli ipocriti pseudo-cristiani della sinagoga di satana vaticana, c’è materia di rivedere i concetti che dal Fondatore in poi, fino al 1958 – epoca dell’introduzione della setta infernale in Vaticano – sono stati detti e ribaditi a coloro che vogliono seguire le orme del Cristo, essere figli adottivi di Dio e partecipare delle grazie divine per santificarsi e godere dell’eterna gloria in cielo. Ora questi privilegi sono riservati solo agli appartenenti al Corpo mistico di Cristo, quel Corpo dal quale dottrinalmente sono esclusi gli apostati, gli eretici, gli scismatici seguaci di falsi Vescovi e veri antipapi – come gli attuali sepolcri imbiancati –, ed avviati quindi all’eterna dannazione. Ai veri Cattolici del pusillus grex il compito di praticare con fermezza indomita e senza cedimento alcuno e sordi agli infami richiami delle sirene moderniste, la dottrina del Figlio di Dio incarnato e della sua unica vera Chiesa – garantita dal suo Vicario in terra – fino alla fine dei tempi, quando il Signore Gesù, balenando come un fulmine dall’Oriente, verrà a giudicare quelli alla sua sinistra per l’eterna dannazione, e questi alla destra per l’eterna beatitudine.

DUM MULTA

Enciclica di Leone XIII

SULLA LEGISLAZIONE MATRIMONIALE

Ai venerati fratelli, l’Arcivescovo di Quito e gli altri Vescovi dell’Ecuador.

Mentre siamo oppressi da molta tristezza nell’apprendere a quale stato doloroso è ridotta la Chiesa in Ecuador, siamo stati molto soddisfatti delle vostre ordinanze tempestive e pubblicamente proclamate. Nella vostra cura pastorale, non avete esitato a protestare ad alta voce contro quelle leggi che si oppongono non solo ai diritti della Chiesa, ma anche al diritto divino. Le avete condannate fin dal momento in cui sono state proposte. Avete dedicato tutto il vostro zelo ed il vostro impegno prima che fosse fatto il danno, onde impedire che gli oratori pubblici realizzassero la loro rovinosa intenzione legislativa. Voi non siete inconsapevoli della costante lungimiranza che abbiamo dedicato nel ristabilire la tranquillità religiosa del vostro Paese. Questo è della massima importanza per il bene della Chiesa e dello Stato. Ma le speranze che Noi avevamo, le speranze che hanno incoraggiato quasi tutto il popolo dell’Ecuador, sono svanite miseramente. Infatti, non solo non è stata fatta alcuna riparazione per precedenti ingiustizie distruttive, ma sono state ancora aggiunte altre ingiustizie molto gravi. Vediamo infatti che una diocesi che era stata costituita secondo i santi canoni è stata abolita. Sappiamo che sono stati nominati i Vescovi in diocesi vacanti, senza alcuna autorizzazione da parte della Santa Sede. Sappiamo anche che la santità del matrimonio cristiano è stata impedita in vari modi.

La natura del matrimonio cristiano

2. Abbiamo trattato spesso questo argomento in altre lettere, specialmente nella Nostra lettera apostolica del 10 febbraio 1880. In essa abbiamo sottolineato la natura del matrimonio cristiano, la sua forza, la cura che la Chiesa ha dedicato alla protezione del suo onore e dei suoi diritti, ed il ruolo dell’autorità civile nei suoi confronti. È infatti evidente che siccome Cristo, il Figlio di Dio, Redentore e restauratore della natura umana, ha elevato il matrimonio cristiano alla dignità di Sacramento, ogni matrimonio cristiano è tal Sacramento. La questione del contratto può essere  separata in qualche modo dalla natura del Sacramento. Ciò significa che mentre l’autorità civile conserva in pieno il suo diritto di regolare i cosiddetti effetti civili, il matrimonio stesso è soggetto all’autorità della Chiesa. Inoltre, è certo che Gesù, il Redentore di ogni razza, ha abolito l’usanza del ripudio, ha rafforzato il matrimonio con il potere sacro ed ha ripristinato la legge della indissolubilità, così come era stata stabilita dalla volontà di Dio fin dall’inizio. Ne consegue che il matrimonio dei Cristiani, quando è pienamente compiuto, è santo, indivisibile e perfetto. Non può essere sciolto per nessun altro motivo che non sia la morte di uno dei due coniugi secondo le sacre parole: “Non separi l’uomo ciò che Dio ha unito”. Così facendo, Cristo ha certamente inteso conferire molti benefici al genere umano, perché questa istituzione preserva o ristabilisce nel modo più efficace la moralità, promuove l’amore di un coniuge per l’altro, conferma le famiglie con la forza divina, rinnova l’educazione e la protezione della prole, ristabilisce la dignità della donna, e infine stabilisce l’onore e la prosperità del consorzioii familiare e civile nel modo più benefico ed eccellente.

Condanna del matrimonio civile

3. Pertanto, in conformità al Nostro dovere di maestro supremo che ci rende custodi e paladini della legge divina ed ecclesiastica, Noi alziamo la voce e condanniamo totalmente le cosiddette leggi sul matrimonio civile recentemente emanate in Ecuador. Per quanto riguarda i divorzi, li respingiamo insieme ad ogni assalto alla santa disciplina della Chiesa. Il fatto che queste leggi siano state stabilite di fronte alla vostra opposizione e siano così in contrasto con lo sviluppo della prosperità civile e con gli interessi della Religione non è motivo di scoraggiamento. Dovreste piuttosto aumentare il vostro zelo per la Religione ed essere più vigili. Continuate dunque a difendere i diritti trascurati e disprezzati della Chiesa, senza cedere alla violenza. Insegnate ai fedeli affidati alle vostre cure ed educateli affinché conservino il rispetto dovuto ai loro capi; siate fedeli all’insegnamento della Religione cattolica e praticate la moralità cristiana. Con fervide e ardenti preghiere al Sacratissimo Cuore di Gesù, al quale il vostro popolo è stato solennemente consacrato al di sopra di tutte le nazioni, voi tutti dovreste chiedere che Egli si degnasse di donare tempi più felici alla Chiesa dell’Ecuador attraverso l’abbondanza delle sue misericordie. Noi rimaniamo ancora il vostro compagno e condividiamo i vostri dolori e le vostre suppliche. Nel frattempo, come segno della Nostra buona volontà e come pegno dei doni divini, impartiamo amorevolmente al Signore la Nostra benedizione apostolica a voi e ai vostri fedeli.

Dato a Roma, a San Pietro, il 24 dicembre dell’anno 1902, venticinquesimo anno del Nostro Pontificato.