CONOSCERE LO SPIRITO SANTO (XII)

IL TRATTATO DELLO SPIRITO SANTO 

Mons. J. J. Gaume:  

[vers. Ital. A. Carraresi, vol. I, Tip. Ed. Ciardi, Firenze, 1887; impr.]

CAPITOLO XI

(fine del. precedente).

I sette Angeli assistenti al trono di Dio — Essi sono i supremi governatori del mondo — Prove: Culto che la Chiesa rende loro — Storia della chiesa di S. Maria degli Angeli in Roma dedicata a loro onore — Funzioni delle Dominazioni — Dei Principati — Delle Potenze — Funzioni delle Virtù — Degli Arcangeli — Degli Angeli — Angeli custodi — Prove e particolarità.

Innanzi di lasciare la prima gerarchia angelica ci sembra necessario dire una parola dei Sette Angeli assistenti al Trono di Dio, dei quali è parlato nell’uno e nell’altro Testamento. « Io sono Raffaello uno dei sette Angeli che stiamo in piedi dinanzi a Dio, diceva Raffaele a Tobia. » « Giovanni, alle sette Chiese che sono in Asia. Grazie a Voi e pace, da parte di Colui che è e che era e che deve venire, e da parte dei sette Spiriti che stanno alla presenza del suo Trono, scriveva il discepolo diletto.1 » [Tob., XII; 15- Apoc., I, 4]. La tradizione cattolica, interprete fedele degli insegnamenti divini, venera difatti, sette Angeli più belli, più grandi, più potenti di tutti gli altri, che circondano il Trono di Dio, sempre pronti ad eseguire, sia per se medesimi, ossia per altri, le sue volontà supreme [Septem sunt quorum maxima est potentia. Primogeniti angelorum principes. Clem. Alex., Strom lib. VI]. All’oggetto di confermarla, il Re degli Angeli si è piaciuto sovente di mostrarsi ai Santi ed ai martiri, circondato da questi sette Principi sfolgoreggianti di splendore. Così Egli apparve al comandante della coorte pretoriana, san Sebastiano, per animarlo al combattimento del martirio; e come pegno di vittoria, lo fece rivestire da questi sette angeli di un manto di luce. [Corn. a Lap., in Apoc., I, 4]. – Un’altra tradizione comune ai giudei, ai filosofi ed ai teologi, attribuisce a questi sette Angeli il supremo governo del mondo fisico e del mondo morale. Essi sono simili ai ministri dei re, la cui vita pare inoperosa perché essa si esercita intorno al Trono; ma che, in realtà, è l’anima di tutti i movimenti dell’impero. Essendo essi paragonati, secondo san Girolamo, al candelabro dalle sette braccia del tabernacolo mosaico, presiedono ai sette grandi pianeti, le rivoluzioni dei quali determinano il movimento di tutte le ruote secondarie nella meravigliosa macchina che chiamasi universo materiale. – Sotto la stessa figura noi vediamo questi sette Spiriti che presiedono al mondo morale. « Di qui viene, secondo l’osservazione di un dotto commentatore, la distribuzione settennaria, cosi frequente nelle opere divine. Come vi sono nel mondo sette pianeti e sette giorni nella settimana, cosi vi sono nella Chiesa sette doni dello Spirito Santo, e sette virtù principali, alle quali presiedono questi sette Angeli superiori al fine di condurre per mezzo di essi gli uomini alla vita eterna. » [Corn. a Lap., ivi.]. – Ascoltiamo ancora un altro teologo: « Il numero sette che indica i sette grandi Principi della corte celeste, è un numero preciso; imperocché quando trovasi nella Scrittura lo stesso numero, usato parecchie volte in differenti luoghi, soprattutto in materia di Storia, la regola è di prenderla nel suo significato matematico. Vi sono dunque sette angeli superiori a tutti gli altri. Loro uffici speciali sono di vegliare ai sette doni dello Spirito Santo, a fine di ottenerli, di comunicarceli e di farli fruttificare; di domare in virtù ed in forza speciale i sette demoni che presiedono ai sette peccati capitali, di presiedere ai sette corpi più splendidi del firmamento, e di farci praticare le sette virtù necessarie alla salute, le tre teologali e le quattro cardinali. « Poiché sotto la direzione di satana sette demoni presiedono ai sette peccati capitali, e nel loro odio implacabile dell’uomo, nulla trascurano per farci commettere questi peccati e strascinarci alla dannazione: perché non crediamo noi che sotto il gran Re della Citta del bene, sette Angeli, scelti tra i più nobili, sono incaricati di sorvegliare questi sette nemici principali, di metterci, al riparo contro i loro assalti, e di farci praticare le virtù che debbono assicurare la nostra eterna salvezza? L’assalto può essere egli superiore alla difesa? E se tra gli angeli cattivi vi ha un accordo per perdere gli uomini, perché non ve ne sarebbe uno tra gli Angeli buoni per salvarli? » [Seravius in Bibliam, c. XI. Tob. quæstiuncul. 3, edit. In-folio; 1610]. – La Chiesa erede fedele di questi alti insegnamenti, ha avuto cura di riprodurli nella sua gerarchia. Diciamo meglio: il divino fondatore della Chiesa militante ha voluto ch’essa offrisse nella sua gerarchia, l’immagine di quella della sua sorella, la Chiesa trionfante. Perché vediamo noi gli Apostoli, diretti dallo Spirito Santo, stabilire sette diaconi e non sei o otto? Perché i primi successori di san Pietro creano essi sette Cardinali diaconi? Perché ordinano che sette diaconi assisteranno il sovrano Pontefice ed anche il Vescovo, quando pontifica? Per ricordare i sette Angeli che assistono al Trono di Dio. « Questi sette diaconi, continua Serario, erano chiamati gli occhi del Vescovo pei quali egli vedeva tutto ciò che avveniva nella sua diocesi. Ora, Iddio è il primo e il maggiore dei Vescovi. La sua diocesi, è il mondo. Ei vede tutto ciò che vi accade per mezzo dei sette diaconi angelici. Non certamente che Egli abbia bisogno delle creature, come il Vescovo ha bisogno de suoi diaconi per conoscere tutte le cose; ma se ne serve per la stessa ragione che gli fa adoperare le cause seconde pel governo dell’universo. Questa ragione è di onorare le sue creature. » [Corn. a Lap. Ubi supra. — Vedi anche il dotto trattato del sig. di Mirville, Pneumatologia degli Spiriti. T. II, 852]. – I sette grandi Principi angelici occupano un troppo gran posto nella creazione e nel governo del mondo; essi ci ottengono troppi favori, ci rendono troppi servigi; essi sono troppo onorati da Dio medesimo, perché la Chiesa abbia dimenticato di render loro un culto speciale di riconoscenza e di venerazione. La loro memoria è celebre nelle diverse parti del mondo cattolico; ma in nessuna parte è tanto viva come in Sicilia, a Napoli, a Venezia, a Roma ed in parecchie città d’Italia. Questi luoghi, dove sembrano conservarsi più religiosamente che altrove le antiche tradizioni, ce li mostrano rappresentati in pittura, in scultura ed anche in mosaico. Palermo capitale della Sicilia possiede una bella chiesa dedicata ai sette Angeli principi della milizia celeste. Nel 1516 le loro immagini di una grandissima antichità, furono scoperte dall’arciprete di quella chiesa, il venerabile Antonio Duca. Stimolato spesso dall’ispirazione divina, questo sant’uomo venne a Roma nel 1527, per propagare il culto di questi Angeli, e trovar loro e fabbricarli un santuario. Dopo molti digiuni e preghiere ei meritò di conoscere per rivelazione che le Terme di Diocleziano dovevano essere il tempio dei sette Angeli assistenti al trono di Dio. Le ragioni della scelta divina erano, che queste Terme famose erano state costruite da migliaia di angeli terrestri, vale a dire da quaranta mila Cristiani condannati a questa dura fatica; che la loro costruzione gigantesca aveva durato sette anni; che tra tutti quei martiri, sette rifulsero di un più vivo splendore: Ciriaco, Largo, Smaragdo, Sinsinio, Saturnino, Marcello e Trasone, i quali incoraggiavano i Cristiani e provvedevano alle loro necessità. – Questa rivelazione essendo stata accertata, i sovrani Pontefici Giulio III e Pio IV ordinarono di purificare le Terme e di consacrarle in onore dei sette Angeli assistenti al Trono di Dio, o della Regina del cielo circondata da questi sette Angeli. Michelangelo fu incaricato del lavoro. Con i ricchi materiali delle voluttuose Terme del più gran nemico dei Cristiani, il celebre architetto fabbricò la splendida chiesa che si ammira tuttora. Il 5 agosto 1561 Pio IV, in presenza del sacro collegio e di tutta la corte romana, la consacrò solennemente a S. Maria degli Angeli e l’onorò del titolo cardinalizio.1[ . Andrea Victorelli. De ministeriis angel.; et Coni, a Lap., Apoc. I, 4]Si vede che la Chiesa Cattolica nella sua materna sollecitudine nulla trascura per farci conoscere gli Angeli, per onorarli, per avvicinarci ad essi ed assicurarci la loro potente protezione. Nulla di più intelligente di una simile condotta. Noi siamo della famiglia degli Angeli e dobbiamo vivere con essi per tutta l’eternità.

. – Passiamo alla seconda gerarchia. L’abbiamo già notato, non avvi nessun salto nella natura. Tutte le creazioni si toccano e si concatenano con legami misteriosi talmentechè le ultime produzioni di un regno superiore si confondono con le produzioni le più elevate del regno inferiore. [S. Th. I p., q. CVIII, art. 5, corp.] La stessa legge regge il mondo delle intelligenze, prototipo del mondo dei corpi. Così, i Troni, ultimo ordine della prima gerarchia angelica, riguardano immediatamente l’ordine il più elevato della seconda, le Dominazioni. Se i Troni finiscono la gerarchia degli Angeli assistenti, le Dominazioni cominciano le gerarchie degli Angeli ministranti. Queste ultime in numero di tre sono nel governo del mondo e della città del bene, ciò che sono nelle società umane i capi dei grandi corpi dello stato, i generali d’ armata, i magistrati. La più eminente si compone delle Dominazioni, dei Principati e delle Potestà. Indicare e comandare quel che bisogna fare è la parte delle Dominazioni. Esse sono così chiamate e con ragione, perché dominano tutti gli ordini angelici, incaricati di eseguire le volontà del gran Re: come il generalissimo di un esercito domina tutti i capi dei corpi posti sotto i suoi ordini, e gli fa manovrare secondo le intenzioni del principe di cui è il rappresentante. [Viguier, p. 85]. Per continuare il confronto, i Principati, il cui nome significa conduttori secondo rondine sacro, rappresentano i generali e gli ufficiali superiori che .comandano ai loro subordinati i movimenti e le manovre, conforme alle prescrizioni del generalissimo. Principi delle nazioni e dei regni, questi potenti spiriti le conducono, ognuna in ciò che le riguarda, alla esecuzione del piano divino. In questo ministero, di tutti il più importante, sono secondati dagli Angeli immediatamente sottomessi ai loro ordini. Da ciò resulta la magnifica armonia della quale parla sant’Agostino. « I corpi inferiori, dice il gran Vescovo, sono regolati dai corpi superiori, e tanto gli uni che gli altri dagli Angeli, e i cattivi angeli dai buoni. » [S. Th. I p. q. CVIII, art. 6, corp.]. Vengono finalmente le Potestà. Rivestiti, come lo indica il loro nome, di una autorità speciale, questi Angeli sono incaricati di togliere gli ostacoli alla esecuzione degli ordini divini, allontanando gli angeli cattivi che assediano le nazioni per distoglierli dal loro scopo. Nell’ordine umano, i loro consimili sono le pubbliche potestà, incaricate di allontanare i malfattori e togliere cosi gli ostacoli al regno della giustizia e della pace. [S. Th., ibid.] La terza gerarchia angelica è formata delle Virtù, degli Arcangeli e degli Angeli. Nei soldati che compongono i differenti corpi di un esercito, di cui ciascun reggimento ha la sua destinazione particolare, negli amministratori subalterni alla giurisdizione ristretta, noi troviamo l’immagine dei tre ultimi ordini angelici e l’idea delle loro funzioni. Le Virtù, il cui nome vuol dir forza, esercitano il loro impero sopra la creazione materiale, presiedono immediatamente al mantenimento delle leggi che la reggono, e vi conservano l’ordine che ammiriamo. Quando la gloria di Dio l’esige, le Virtù sospendono le leggi della natura e operano dei miracoli. Cosi gli agenti invisibili, dai quali noi siamo circondati, rivelano la loro presenza, e mostrano che il mondo materiale è soggetto al mondo spirituale, come il corpo è soggetto all’anima.  – Tutti i ministeri degli ordini angelici si riferiscono alla gloria di Dio ed alla deificazione dell’uomo; in altri termini, al governo della Città del bene. Gli uomini, sudditi di questa gloriosa Città, sono l’oggetto particolare della sollecitudine degli Angeli. Fra essi e noi esiste un commercio continuo, figurato dalla scala di Giacobbe. Scendere gli scalini di questa scala misteriosa e venire, in occasioni solenni, a compiere presso l’uomo importanti missioni, soprintendere al governo delle province, delle diocesi, delle comunità; tale è la duplice funzione degli Arcangeli, il cui nome significa Angelo superiore, o Principe degli Angeli propriamente detti. [Viguier, 86.]. – Sotto quest’ordine vi è quello degli Angeli. Angelo significa inviato. Tutti gli spiriti celesti essendo i notificatori dei pensieri divini, il nome di Angelo è ad essi comune. A questa funzione gli Angeli superiori aggiungono certe prerogative, dalle quali traggono il proprio loro nome. Gli Angeli dell’ultimo ordine dell’ultima gerarchia, non aggiungendo niente alla funzione comune d’inviati e di notificatori, ritengono semplicemente il nome di Angeli. In relazione più immediata e più abituale con l’uomo, essi vegliano alla custodia della sua duplice vita e gli recano ad ogni ora, ad ogni istante, lumi, forze, grazie di cui abbisogna, dalla culla fino alia tomba. [Ibid.]. Se noi riepiloghiamo questo rapido schizzo, quale immenso orizzonte non si apre dinanzi a noi! Quale imponente spettacolo non si spiega a’nostri occhi! È vero dunque che invece di non essere niente, il mondo superiore è tutto; che il reale è l’invisibile; che il mondo materiale vive sotto l’azione permanente del mondo spirituale; che Dio governa l’universo mediante i suoi Angeli, liberamente, senza necessità, senz’obbligo, come un re governa il suo regno mediante i suoi ministri, e un padre, la sua famiglia, per mezzo dei suoi servi. È vero altresì che razione di questi spiriti amministratori raggiunge ciascuna parte dell’insieme, di modo che né l’uomo né alcuna creatura non è abbandonata all’evento, lasciata alle proprie sue forze, o lasciata in balìa degli assalti delle potenze nemiche. [S. Th., I p. q. VII. art. 2, corp.]. Come principi e governatori della grande Città del bene, a cui si riferisce tutto il sistema della creazione, gli Angeli, nell’ordine materiale presiedono al moto degli astri, alla conservazione degli elementi, ed al compimento di tutti i fenomeni naturali che ci rallegrano o che ci spaventano. Tra essi è divisa l’amministrazione di questo vasto impero. Gli uni hanno cura dei corpi celesti, gli altri della terra e dei suoi elementi; altri delle sue produzioni, come gli alberi, le piante, i fiori ed i frutti. Ad altri è affidato il governo dei venti, dei mari, dei fiumi, delle fonti; ad altri la conservazione degli animali. Neppure una visibile creatura grande o piccola ch’ella sia, che non abbia una potenza angelica incaricata di sorvegliarla. 2 [S. Aug., lib. LXXXIII, Quæst LIX]. L’uomo animale, lo sappiamo, animalis homo, nega questa azione angelica; ma la sua negazione non prova che una cosa, cioè ch’egli è animale. Per l’uomo che ha l’intelligenza, questa azione è evidente. Dappertutto dove la natura materiale lascia scorgere dell’ordine, dell’armonia, del moto, un fine; ivi si riconosce tosto un pensiero, una intelligenza, una causa motrice e direttrice. – Ora, niente nella natura materiale si fa senza ordine, senza armonia, senza movimento, senza scopo. Qual’è il principio di tutte queste cose? Non è, né può essere nella materia inerte, cieca di sua natura. Senza dubbio, il vento non sa né dove, né quando dee soffiare; né con qual violenza; né quali tempeste deve suscitare; né quali nubi deve accumulare. La pioggia, la neve, la folgore stessa non sanno dove debbono formarsi, né dove debbono cadere; la direzione che devano tenere, il fine che debbono raggiungere; il giorno e 1’ora dove debbono compiere la loro missione. Cosi è lo stesso delle altre creature materiali, così impropriamente decorate del nome di agenti. Dov’é dunque il principio dell’ordine, dell’armonia e del moto? A meno che non si ammettano degli effetti senza causa, bisogna per necessità cercarlo fuori della creazione materiale, in una natura intelligente, essenzialmente attiva, superiore ed estranea alla materia. È infatti solamente là dove lo pone la vera filosofia. Il profeta parlando del Creatore, principio di ogni moto e di ogni armonia, ci dice; Le creature fanno la sua parola, vale a dire eseguiscono le sue volontà, facìunt Verbum ejus. Ma come è ella la parola creatrice posta in contatto universale e permanente col mondo inferiore, fino all’ultimo degli esseri dei quali si compone? Nel modo stesso che la parola di un monarca con le parti più lontane e più oscure del suo impero, per mezzo di mediatori. I mediatori di Dio sono gli spiriti celesti: qui facit angelos suos spiritus. Questa verità è di fede universale. Sotto tutti i climi, in tutte le epoche, il paganesimo medesimo la proclama, e la teologia cattolica la manifesta in tutta la sua splendidezza. Il sapere che tutte le parti dell’universo vivono sotto la direzione degli Angeli; qual sorgente inesauribile di luce e di ammirazione per lo spirito, di rispetto e di adorazione per il cuore!. – Nell’ordine morale, non meno certo e più nobile altresì è il ministero degli angeli. Essi sono, giusta la bella espressione di Lattanzio, preposti alla guardia ed alla cultura del genere umano. [De Instit, dipin., lib. II, c. XVI. Ancor qui le loro funzioni non sono meno variate dei bisogni del loro pupillo. Gli uni custodiscono le nazioni, ciascuno la sua, altri, la Chiesa universale. Come un esercito formidabile difende una città assediata, così essi proteggono la città del loro Re, la santa Chiesa Cattolica, nella sua guerra eterna contro le potenze delle tenebre. [Euseb. In Ps. XLVII]. Ve ne sono di quelli incaricati della cura di ciascuna Chiesa, cioè di ciascheduna diocesi in particolare. « Due custodi e due guide, insegnano con sant’Ambrogio gli antichi Padri, sono preposti a ciascuna Chiesa: l’uno visibile, che è il Vescovo; l’altro invisibile, che è l’Angelo tutelare. »  [Dan., X, 13; S. Th., I p. q. 118, art. 8, corp.]. Se per conservarla e per impedire che il demonio la deturpi o la distragga, la più piccola creatura nell’ordine fisico, come l’insetto o un filo d’erba, vive sotto la protezione di un Angelo, a più forte ragione l’essere umano, per quanto debole lo si supponga, è oggetto di una eguale sollecitudine. Ogni uomo ha il suo custode. Come tutore potente, il principe della Città del bene veglia su di noi, anche nel seno materno, a fine di proteggere la nostra fragile esistenza contro i mille accidenti che possono comprometterla e privarci del Battesimo. Lasciamo parlare la scienza: « Grande dignità delle anime, poiché fino dalla nascita, ognuna ha un Angelo per custodirla! Avanti di nascere, l’infante attaccato al seno materno fa in qualche modo parte della madre; come il frutto pendente all’albero fa tuttavia parte dell’ albero. È dunque probabile che 1’Angelo custode della madre guardi l ‘infante rinchiuso nel suo seno; come quegli che custodisce l’albero custodisce il frutto. Ma appena l’infante è separato dalla madre che subito un Angelo particolare è mandato alla sua custodia.1 » [S. Hier. inMatfh., c. XVIII ; Viguier, p. 86]. – L’Angelo custode, compagno inseparabile della nostra vita, ci segue in tutte le nostre vie, ci illumina, ci difende, ci rialza, ci consola. Mediatore tra Dio e noi, intercede in nostro favore, offre all’Antico dei giorni i nostri bisogni, le nostre lacrime, le nostre preghiere, le nostre buone opere, come incenso di grato odore, bruciato in un turibolo d’oro. La sua missione non cessa con la vita terrena, ma dura finché l’uomo non è giunto al suo fine. Così gli Angeli presentano le anime al tribunale di Dio e le introducono in cielo. Se la porta è ad esse momentaneamente chiusa, essi le accompagnano nel purgatorio, dove le consolano fino al dì della loro liberazione. Quanto a quelle che un orgoglio ostinato rende sino alla morte indocili ai loro consigli, i principi della Città del bene le abbandonano solamente sul limitare dell’inferno, ardente dimora preparata da satana, agli angeli e schiavi suoi. Come hanno essi presieduto al governo del mondo, cosi gli Angeli assisteranno al suo giudizio, risveglieranno i morti e faranno la eterna separazione degli eletti dai reprobi. – Nel lasciare la Città del bene, cerchiamo di riportare con noi una memoria che riassuma e il fine della sua esistenza e le innumerevoli funzioni dei Principi che la governano. La Città del bene ed i ministeri degli Angeli si riducono ad un solo oggetto: il Verbo incarnato: ad un solo scopo: la salute dell’uomo, mediante la sua unione col Verbo incarnato. Monarca assoluto di tutti gli esseri, creatore di tutti i secoli, Erede di tutte le cose del cielo e della terra, il Verbo incarnato è l’ultima parola di tutte le opere divine, come la salute dell’uomo è l’ultima parola del suo pensiero. Che cosa avvi di più logico, di più semplice, di più sublime e di più luminoso, per conseguenza di più vero, di questa filosofia del mondo angelico, di questa storia della Città del bene! [S. Th., I, p. q. LVII, art. 6 ad i]. — Il credere che tutte le spiegazioni che precedono siano il risultato di semplici congetture, piuttostochè cognizioni positive, sarebbe un errore. La scienza del mondo angelico è una scienza certa: certa perché essa è vera; vera perché essa è universale. La rivelazione, la tradizione, la ragione medesima di tutti i popoli, la conoscono, la insegnano, la praticano. Come tutte le altre, essa è stata richiamata alla sua purezza primitiva e svolta dal Signor Nostro, i cui insegnamenti non scritti sono, a testimonianza di san Giovanni, infinitamente più, numerosi che quelli di cui il Vangelo ci ha tramandata la cognizione. Il più ricco depositario di questi preziosi insegnamenti fu Maria; e sappiamo che, Madre della Chiesa e istitutrice degli Apostoli, la Augusta Vergine ha parlato sapientemente degli Angeli, che essa conosceva meglio di chiunque. Parimente Paolo, che può chiamarsi l’Apostolo degli Angeli, dei quali annovera tutti gli ordini, Paolo, rapito sino al terzo cielo, ha arrecato sulla terra una conoscenza profonda di ciò che aveva visto, non per se ma per la Chiesa. – Il suo illustre discepolo san Dionigi, infatti è il primo tra i Padri, che abbia dato una particolareggiata descrizione, dotta, sublime, del mondo angelico. Questa descrizione, fondata sulle Scritture e sulla testimonianza degli altri Padri, è divenuta il punto di partenza degli scrittori posteriori, e particolarmente, la scorta dell’impareggiabile san Tommaso nel suo grandioso studio del mondo angelico. Tali sono i canali pei quali è giunta sino a noi la conoscenza degli Angeli, delle loro gerarchie, dei loro ordini e dei loro ministeri. Quale scienza può essere più certa?

IL PRECURSORE (2)

IL PRECURSORE (2)

[G. Colombo: Pensieri sui Vangeli, vol. I; Soc. Ed. “Vita e Pensiero” – Milano, 1939]

4.

UOMINI DI CARATTERE

Perché  le sue parole non venissero sospettate d’opportunismo o di adulazione, Gesù aspettò che i due discepoli mandati da Giovanni Battista se ne fossero tornati al loro maestro che languiva nelle carceri di Erode. Poi cominciò a parlare di Giovanni alla moltitudine. « Che cosa vi attirava nel deserto, quando lasciavate le case e vi accorrevate in folla? Forse una canna che si piega ad ogni fiato di vento? Forse un uomo effeminato vestito con eleganza e mollezza? ». No: Giovanni non era una canna flessuosa, ma un uomo più fermo Di una rupe, che nessun riguardo né di ricco né di potente, che nessun timore né di danaro né di vita, poteva piegare. Erode potrà metterlo in prigione e ammazzarlo, ma non spaventare, né far tacere. No: Giovanni non era un effeminato cortigiano, egli che fin da fanciullo crebbe e si fortificò nelle solitudini di luoghi selvaggi: portava una veste di peli di cammello stretta ai fianchi con una cintola di cuoio; si nutriva con locuste e miele e non beveva mai vino. Cristiani, Gesù loda Giovanni Battista perché era uomo di carattere. Chi non ha carattere, non è un uomo, ma una cosa; Dante direbbe che è una pecora matta perché si muove non secondo ragione, ma secondo istinto: l’istinto delia paura, l’istinto dei piacere. Due cose fanno l’uomo di carattere: convinzione profonda; volontà energica.

1. CONVINZIONE PROFONDA

Quando Mosè salì sul monte a ricevere gli ordini da Dio, una nube avvolse la vetta del Sinai e nascose i colloqui dell’Eterno con l’uomo. Ma il popolo rimasto alle falde della sacra montagna, col passar dei giorni, cominciò ad annoiarsi dell’attesa, a disinteressarsi di quello che avveniva oltre quella nube che non lasciava trasparir nulla, se non forse qualche lampeggiamento seguito dal brontolare del tuono. Alla fine perse la pazienza di restar fedele, si costruì un vitello d’oro, intorno al quale tutti se la godevano, mangiando e bevendo e ballando. E non pensavano che da un momento all’altro sarebbe potuto tornare Mose? Ci pensavano, ma dicevano anche: « Di quel Mosè che ci ha liberati dalla schiavitù dell’Egitto e del suo Dio che sta sopra le nuvole, non sappiamo che cosa sia accaduto » (Es., XXXII, 1 ss.). – Noi sentiamo un fremito d’indignazione verso quel popolo sleale e ondeggiante tra il vero Dio e gli idoli, che cento volte prometteva fedeltà e altrettante la trasgrediva. Eppure non è questo il male di moltissimi Cristiani, il male che forse rode anche la nostra vita? Diciamo di essere creature poste sulla terra per il cielo, ma intanto lo dimentichiamo. Diciamo d’aver un cuore destinato ad amare la sola cosa veramente amabile, e intanto sciupiamo il nostro amore in vergognose passioni. Il vero motivo di questo nostro ondeggiare sta nella mancanza di convinzioni profonde. Ne avessimo almeno una, saremmo uomini; e invece siamo canne. La nostra fede ha radici superficiali come quella del popolo ebraico nel deserto, e con la pratica, diciamo anche noi: « Di quel Gesù che ci ha redenti col sangue ed è salito oltre le nuvole a parlare col suo padre Celeste, non sappiamo che cosa sia accaduto ». Con siffatta perplessità d’idee, è impossibile pretendere d’assomigliare a Giovanni Battista. Un pomeriggio domenicale, una persona di mondo entrò nella canonica del parroco d’Ars, attratta da quello che si diceva intorno all’austerità di quell’umile prete, alla generosità con cui donava tutto per vivere poi egli stesso in una povertà estrema, allo zelo con cui si prodigava di giorno e di notte per la salvezza delle anime. « Signor Curato, — disse quella persona — crede proprio a tutto quanto dice il Vangelo? ». « Sì, a tutto ». « Ma è proprio sicuro che dopo la morte ci sarà il Paradiso? ». « Sicurissimo ». « Proprio sicuro, come dopo quest’oggi che è domenica verrà il lunedì? ». « No. Molto più sicuro ». « Proprio sicuro come il sole che è tramontato adesso, sorgerà domani mattina ? ». « No. Molto più sicuro ». « Proprio sicuro come dopo l’inverno ritorna la primavera? ». « Molto, molto più sicuro. Poiché, può darsi anche che venga una domenica dopo la quale non ci sia più lunedì., un tramonto dopo il quale non ci sia più aurora, un inverno dopo il quale non ci sia più primavera, ma non può darsi assolutamente che le parole di Cristo non s’avverino ». « Quali parole? ». « Queste: Io sono la Risurrezione e la Vita, chi crede in me, anche se fosse morto, vivrà… Io lo risusciterò nell’ultimo giorno ». – Quella persona partì commossa e persuasa d’aver capito il segreto di quella grande santità. Soltanto una convinzione così profonda, poteva dargli la forza di vivere come viveva. Tale profondità di convinzione era quella che condusse Giovanni Battista nel deserto, che gli diede il coraggio di rinfacciare al re il suo nefando peccato, che lo fece intrepido quando si lasciò troncare la testa. Tale profondità di convinzione era quella che sostenne i martiri: Agnese, bella e ricca ereditiera d’una cospicua famiglia romana, che a 13 anni, mentre le fiamme del rogo già la lambivano, esclamava : « Ecco che finalmente io vengo a Voi, Signore, che io amavo, cercavo, desideravo, senza intermissione » ; Pancrazio di 14 anni che lasciò sbranare dalle belve la sua giovane vita, ma non sacrificò agli idoli; Policarpo di 85 anni, Simeone di 120, entrambi col corpo tremante di vecchiezza, ma con l’anima immobile nella certezza della fede. Né si creda che questa convinzione capace di sfidare perfino la morte sia un ricordo archeologico di tempi antichi che non ritornano più. È del nostro tempo il fatto di una fanciulla americana, (Grazia Minford), convertita dal protestantesimo e divenuta suora domenicana. Suo padre morendo le lasciò la somma favolosa di 12 milioni e mezzo di dollari, a patto che abbandonasse il convento. Che cos’ha risposto quella fanciulla? « Il mio Padre del cielo è assai più ricco del mio padre della terra, e mi darà una ricompensa più grande ancora ». Questa è convinzione e forza veramente cristiana! (« Schönere Zukunft », 1 maggio 1927). – Convinzione cristiana spinge ancora tante figliuole a rinunciare a un sogno di felicità, piuttosto che sposare una persona che non rispetterebbe la loro coscienza, a rinunciare a un impiego lucroso piuttosto che sgualcire il candore della loro innocenza in certi uffici. Convinzione cristiana sostiene il padre di famiglia in gravi e lunghi sacrifici piuttosto che violare la legge del Signore.

2. VOLONTÀ ENERGICA

La volontà energica è una conseguenza naturale della convinzione profonda. L’uomo di carattere sa dimostrare la sua volontà decisa davanti al mondo, a sé, a Dio.

Davanti al mondo. Il mondo ha due armi terribili per trascinare al male: la lusinga e lo scherno.

– Le lusinghe del mondo sono le amicizie, certe amicizie specialmente; sono i divertimenti, come gli spettacoli licenziosi, i balli, passeggiate sbrigliate e promiscue.

– Gli scherni del mondo son fatti di sorrisi maliziosi, di mormorazioni, di ironia, di disprezzo, e perfino di persecuzione poiché spesso i buoni si vedono preclusa la via alle loro legittime aspirazioni, e alle ricompense meritate. La volontà energica dell’uomo di carattere non cede alle lusinghe, non teme gli scherni: ma va diritta e sicura, ascoltando solo e sempre la voce della coscienza.

Davanti a sé. Un nemico potente è entrato in noi stessi per il peccato originale, ed ha esteso il suo nefasto impero un poco su tutte le facoltà dell’animo. Bisogna riconquistare e difendere la nostra libertà interiore. I cattivi pensieri la minacciano nella nostra mente, i cattivi desideri nel nostro cuore, i cattivi istinti nella nostra carne: quale campo di battaglia aspra e incessante per la volontà! Chi cede è un rammollito.

Davanti a Dio. Dio ogni giorno per purificarci o per provarci ci manda la nostra parte di fatica e di sofferenza. È necessario la volontà energica, che tronchi ogni querela e ogni impazienza, e ci faccia accettare con santa e lieta rassegnazione la sua paterna e misteriosa volontà. La volontà energica sa placare la natura ferita, e la induce a ripetere quella preghiera che, quando è sincera, vuole coraggio e amore: « La tua volontà sia fatta! ».

CONCLUSIONE

Santa Giovanna è all’assedio d’Orléans. Sette ore ha combattuto, sempre calma e intrepida, in mezzo alle sue truppe. Ora è il momento in cui deve strappare al nemico la famosa bastiglia di Tourelles. Repentinamente si slancia, afferra la scala, l’appoggia alla torre, e sale impetuosa. Una freccia la colpisce in mezzo al petto: sgorga sangue. Ella impallidisce, trema: sospesa a metà della scala, piange di dolore e di paura. Ridiscende e si nasconde a curarsi. Ecco la debolezza umana. Gli Inglesi imbaldanziscono, ed i Francesi spauriti cedono il campo, e suonano la tromba della ritirata. Ma al primo squillo, Giovanna scatta in piedi: ricorda le visioni che ebbe, le voci che udì, e fa una breve preghiera. Poi di colpo si strappa la freccia, e col petto chiazzato di sangue, grida: « Avanti, siamo vincitori! ». E vince. – Cristiani, la vita è una battaglia per la conquista del regno di Dio. Se ci capitasse qualche momento di paura e di debolezza, richiamiamo i motivi della nostra fede, ravviviamo le nostre convinzioni, e chiediamo forza con la preghiera. Poi come Santa Giovanna andiamo avanti, sicuri che la vittoria è nostra.

5.

PREPARIAMOCI AL S. NATALE CON LA FEDE

Due parti ha il brano di Vangelo da commentare: il messaggio di S. Giovanni Battista a Gesù, l’elogio di Gesù per San Giovanni Battista. Da parecchi mesi il Precursore languiva nella fortezza di Macheronte, erma e selvaggia sul mar Morto, dove lo teneva, rinchiuso Erode. Venivano i suoi discepoli a trovarlo e non senza amarezza gli raccontavano i primi successi di Gesù. « Maestro, gli dicevano, sai quell’uomo che era con te al di là del Giordano, a cui tu hai reso testimonianza? Ecco battezza anch’Egli, e tutti vanno da Lui » (Giov., III, 26). Per quei discepoli affezionati riusciva molto duro vedere il loro maestro prigioniero in una fosca e solitaria torre mentre pensavano che laggiù nella ridente Galilea, un altro Maestro predicava alla luce del sole, e la folla lo ascoltava ammirata. E se qualche volta s’imbattevano a passare di là, sapendo che Gesù con i suoi amici era entrato in qualche casa a mangiare, mossi da invidia e sdegno, si mettevano sulla porta a protestare (Mc. II, 18). San Giovanni aveva cercato già di dissipare questi sentimenti non generosi, ma tanto naturali e facili a germinare nel cuore dell’uomo; ed aveva detto: « Sentite: se una persona si sposa e tutti gli fan festa, il suo amico deve rattristarsi? No; ma l’amico dello sposo, che sta presso di lui, e lo ascolta, si rallegra grandemente nell’udire la voce dello SPOSO. Questa è la mia gioia: ed è perfetta. Bisogna che egli cresca, e io diminuisca » (Giov., III, 29-30). Quella volta però in prigione, il Precursore sentendosi incapace a disarmare e a illuminare i suoi amici, ne scelse due e li mandò a interrogare Gesù: « Sei Tu colui che ha da venire, o ne aspetteremo un altro? ». Lo scopo recondito dell’ambasciata fu subito intuito da Gesù che in presenza dei due inviati moltiplicò i miracoli. Al momento di congedarli, disse: « Andate ora, e riferite a Giovanni ciò che avete udito, ciò che avete visto ». Poi, volendo mostrare come leggesse nei loro cuori, aggiunse: « E beati quelli che non si lasciano sconcertare dalla mia maniera di fare! ». Partiti che furono, evitata quindi anche l’apparenza d’adulazione, Gesù rese una magnifica testimonianza al suo Precursore davanti a una gente che l’aveva conosciuto nel deserto. « Chi siete andati a vedere nel deserto? Forse una canna sbattuta dal vento? ». No. Di canne erano folte le rive del Giordano, senza andarle a cercare lontane nel deserto. Giovanni poi non era certo una canna, lui il predicatore terribile che non infinse, che non tacque, ma andò fin dal Re a rimproverargli l’adulterio. « Chi dunque siete andati a vedere nel deserto? — incalzava Gesù con una seconda domanda. — Forse un uomo di lusso vestito alla moda? ». I cortigiani dalle ricche vesti, gli uditori di Gesù sapevano bene che non abitavano il deserto, ma la reggia. Nel deserto, dove da vestire non ci sono che pelli ispide, da mangiare che erbe e locuste, da bere che acqua e scarsa ancor quella, non vivono che i ladroni e i profeti. E Giovanni era un profeta, anzi più che un profeta. « Non è sorto un altro tra i figli di donna più grande di lui, — disse Gesù conchiudendone l’elogio. — Egli è l’araldo preannunziato per prepararmi la strada ». – Ora che abbiamo raccontato con qualche commento il Vangelo, fermiamo l’attenzione sulla risposta che il Signore diede ai due inviati. Questa risposta ha per noi una grande importanza. Oggi, come allora, in molti cuori manca la fede, oppure s’è illanguidita, oppure s’è fatta inerte. Anche per questi cuori, perché si ridestino a una fede operosa e amorosa, perché con tale fede si preparino al santo Natale, Gesù incaricò i due discepoli del Battista di riferire quello che udirono e quello che videro.

2. QUELLO CHE UDIRONO

Certamente udirono quello che Cristo ha detto di sé medesimo. Lo udirono cioè proclamarsi figlio di Dio, Dio uguale al Padre. Il Vangelo non ci riferisce le parole precise pronunciate da Lui in quell’occasione: ma non ci rincresce perché ne abbiamo molte altre equivalenti pronunciate in diverse circostanze. Basterà ricordarne alcune:

a) Un giorno l’Apostolo Filippo lo prega di fargli vedere Dio Padre, di cui parlava con tanta affettuosa insistenza. E Gesù: « Filippo, chi vede me, vede anche il Padre. Non credi tu che Io sono nel Padre, e che il Padre è in me? » (Giov., XIV, 9-10). La terra nostra non aveva mai inteso prima d’allora un simile parlare. Non c’è che un Dio solo, e niente è simile a Lui in tutto il mondo. Ed ecco che quest’uomo Gesù afferma d’essere un unico Dio col Padre: di possedere la stessa eternità, la stessa potenza, la stessa scienza, la stessa natura e vita divina. E lo confidò anche a Nicodemo in quella notte in cui l’ammise a un colloquio segreto (Giov., III, 13-18); lo ripeté al cieco nato dopo avergli donata la vista (Giov., IX, 35 – 37); lo proclamò solennemente alla folla che l’attorniava nel tempio (Giov., X, 3 0); lo disse in faccia a Caifa, l’ipocrita che cercava un pretesto per scandalizzarsi di lui (Matth., XXVI. 63-64).

b) Non solo Gesù affermò d’essere Dio, ma anche d’avere quei diritti che competono soltanto a Dio. Ad esempio, l’onnipotenza in cielo e in terra. Salutando i suoi discepoli, prima di salire al cielo, disse loro: « Io ho ogni potere, lassù in cielo e quaggiù in terra » (Matth., XXVIII, 18). Un’altra volta domanda per sé un amore sopra ogni cosa. « Chi non mi ama più di suo padre e di sua madre, di suo figlio e di sua figlia, non è degno di me » (Matth., X, 37). Soltanto Dio può pretendere un simile amore. Gesù voleva appunto dire d’essere Dio.

c) E se l’ha detto, lo è. Era troppo equilibrato, semplice, schietto, buono per illudersi o per illudere. Ma non solo lo disse, io comprovò coi fatti, e i due inviati del Battista videro cose che non può fare se non Colui che ha fatto il mondo e che è il Padrone della vita e della morte.

2. QUELLO CHE VIDERO

Videro Gesù avvicinarsi affettuoso alle pupille spente d’alcuni ciechi, e chieder loro: « Che cosa desiderate? ». «Vedere! Vedere! ». « Ebbene, guardate ». Sotto l’impero di quella parola, davanti alle loro facce stupefatte si rivelava per la prima volta la luce del sole e in essa, tutte le altre cose belle. Erano scoppi di gioia, parole di riconoscenza interrotte da incomprimibile meraviglia infantile: « Oh gli uomini,, sono come alberi che camminano! » ( Mc., VIII, 24). Videro dei sordomuti gonfiare la gola nello sforzo d’esprimere la parola che non potevano dire e agitare le dita intorno alle orecchie. Gesù appoggiato un dito tra le sue labbra, l’intinse di saliva, poi toccò la loro bocca e il loro orecchio. « Apriti! » esclamò. D’improvviso come se finalmente un ingorgo maligno fosse travolto, la parola libera e chiara usciva dal loro petto, entrava nel loro timpano. Videro storpi gettar via le grucce e saltare sulle loro gambe. Videro alcuni in un momento guarir dalla lebbra che è inguaribile. Forse videro anche il centurione supplicare il Maestro per un suo carissimo servo che giaceva a letto in condizioni disperate, e Gesù guarirglielo in distanza ( Lc. VII, 2-9). Forse videro anche i funerali dell’unigenito della vedova di Naim. Gesù fermò la barella e comandò alla morte di cedergli la tenera preda. « Fanciullo, ti dico di alzarti! » E il morto risuscitò (Lc, VII, 11-17). Questi sono fatti sicuri che non hanno che una sola spiegazione: Gesù è Dio fatto uomo, e rivestito d’un corpo come il nostro. – Eppure molti non si lasciano persuadere. Non c’è da stupirsi, quando si pensa che perfino due città di quelle che videro coi loro occhi i miracoli si ostinarono nella incredulità. Gesù abbandonandole, rivolse su loro la maledizione: « Guai a te, Corozain! Guai a te, Bethsaida! Se i miracoli che sono stati fatti tra le vostre contrade fossero avvenuti a Tiro e a Sidone, già si sarebbero convertite » (Matth., XI, 21). – Che vuol dire ciò? Vuol dire che alla buona fede che lo cerca Gesù si presenta con prove certe della sua divinità, ma non s’impone per forza all’ostinazione che lo respinge.

CONCLUSIONE

S’avvicina il giorno in cui la Chiesa ricorderà a tutto il mondo il mistero della nascita di Gesù. E la Grazia che da. questo mistero sgorgò allora, verrà diffusa ancora a tutti i cuori, nella misura che se ne renderanno capaci. Dio Eterno che nasce bambino per noi! C’è qui un abisso di amore e di degnazione di cui non ci sarà mai possibile vedere il fondo. Santa Maddalena de’ Pazzi con incessante amorosa adorazione ripeteva centinaia di volte al giorno: « Il Verbo si è fatto carne ed abitò tra noi ». S. Alfonso de’ Liguori non sapeva studiare se sul suo tavolo di lavorò non vedeva la cara immagine di Gesù Bambino. Ed infinite volte la baciava, adorando Colui che vi era rappresentato. Cristiani: in questa settimana d’Avvento più volte al giorno, sull’esempio dei Santi, diremo col cuore: « Bambino Gesù, io ti ringrazio d’essere nato per me! ». Ma forse qualcuno penserà: « Come farò a ricordarmelo ? ». Ebbene: perché non l’abbiate a dimenticare tre volte al giorno, al mattino, al mezzodì, alla sera, la Chiesa fa suonare le campane dell’Angelo che annunzia l’incarnazione del Verbo. Nessuno dunque si scordi, almeno in questa settimana, che udendo quel suono deve pensare al Figlio di Dio che si fece uomo per la nostra salvezza.

6.

I FRUTTI DELL’AVVENTO DEL SIGNORE

Sulle montagne brulle che strapiombano in giro al Mar Morto, l’Erode adultero, figlio dell’Erode infanticida, teneva una cupa prigione. Ivi Giovanni Battista aspettava d’essere ucciso. L’amico dello sposo ha molto da affannarsi a preparare le nozze, mai poi deve lasciare il posto allo Sposo, appena giunge. Ed egli s’era affannato tutta la vita a preparare le vie: ora comprendeva che la sua giornata di fuoco volgeva alla fine, che il suo compito stava per terminare. Già lo Sposo veniva: fino alla cupa fortezza di Macheronte giungeva l’eco delle prediche e dei miracoli di Gesù. Davanti alla morte non aveva nulla da rimproverarsi. Se un rincrescimento lo pungeva ancora, non era per sé, ma per i suoi discepoli: quelli che avevano raccolto la sua parola gridata dalle soglie del deserto, che avevano ricevuto il suo battesimo di penitenza sulle rive del Giordano: i suoi discepoli che non volevano rassegnarsi a separarsi da lui, che ancora venivano a trovarlo in prigione, che per stare con lui trascuravano di seguire il Messia. Ah no! questo era troppo, questo non poteva più permetterlo. Solo Gesù è il Salvatore, solo Gesù bisogna seguire! Per ciò, sentendo imminente la sua tragica morte, mandò due discepoli a Cristo per dirgli: « Sei tu il Messia, o è un altro che dobbiamo aspettare? ». Giovanni, si capisce, non dubitava nemmeno: egli fino dal seno materno, sobbalzando misteriosamente, l’aveva riconosciuto; egli l’aveva additato alle folle ignoranti; egli l’aveva battezzato mentre la voce dell’Eterno Padre discendeva dal cielo aperto. Ma nella squisitezza della sua fede e del suo cuore voleva che i discepoli suoi lo vedessero coi loro occhi, lo udissero con le loro orecchie: così affascinati dal Cristo, si sarebbero staccati da lui senza rimpianti. E Gesù comprese lo scopo di quella ambasciata. Li accolse con affetto e se li tenne con sé amorevolmente facendo molti miracoli in presenza di loro. Poi li congedò con queste parole: « Tornate da Giovanni e ditegli quel che avete udito, quel che avete veduto ». Orbene, Cristiani: la santa Chiesa in principio dell’Avvento, imitando il gesto del precursore, manda anche noi a considerare i frutti della venuta del Salvatore perché abbiamo a credere più fermamente in Lui, e a seguirlo più coraggiosamente. Questi frutti sono molti, ma i principali sono tre: la pace, la luce, l’amore.

1. LA PACE

Prima ancora che nascesse, da un profeta fu chiamato « principe della pace »; quando nacque, i cori d’angeli cantarono che « la pace in terra agli uomini » era discesa. Alla vigilia della morte diceva ai suoi amici: « Me ne vado, ma vi lascio la pace »; risuscitando disse: « Pace a voi ». Gesù Cristo dunque è la nostra pace. Ipse enim est pax nostra (Eph., II. 14). Perciò non fa meraviglia se, con la sua venuta, mise pace tra Dio e l’uomo, tra l’Angelo e l’uomo, tra uomo e uomo.

a) Tra Dio e l’uomo. Dal momento che il primo uomo peccò, Dio voltò via la sua faccia sdegnata e abbandonò la nostra natura al giogo del demonio. Passarono migliaia e migliaia di anni in cui nessun uomo poté, benché santo, entrare in Paradiso: né Adamo, né Mosè, né Isaia, né Davide, alla loro morte, lo trovarono aperto. Finalmente nel seno verginale di Maria la natura divina e la natura umana s’abbracciarono nell’unica Persona del Verbo incarnato. Come Iddio poteva continuare la sua inimicizia con gli uomini, se uomo era anche il suo Figlio Unigenito?

b) Tra l’Angelo e l’uomo. Fino alla venuta di nostro Signore Gesù, gli Angeli trattavano gli uomini come stranieri, con superiorità ed asprezza. Per ciò quando apparvero ad Abramo, a Loth, a Giacobbe, a Mosè, ad Ezechiele, a Davide, gli uomini tremanti si gettavano a terra, per adorarli come padroni. Ma dal giorno della venuta del Signore, tutta la schiera angelica ci è diventata benevola ed amica: ai loro occhi cessammo di apparire la razza degradata e maledetta, poiché vedono che il Figlio di Dio ha voluto rivestire umana natura, farsi uomo in carne ed ossa come noi. Se Dio ebbe di noi tanta misericordia da diventare uno dei nostri, gli Angeli come ci potrebbero ancora trattare duramente? Quando a S. Giovanni Evangelista apparì un Angelo, egli, secondo l’uso dell’Antico Testamento, fece per gettarsi sulla nuda terra ad adorarlo. Ma la celeste creatura glielo impedì, dicendo: « Che fai? Io sono come te un servo dell’Altissimo ».

c) Tra uomo e uomo. Prima che il Salvatore discendesse su questa terra, il sentimento più diffuso tra gli uomini era l’odio. I pagani odiavano gli Ebrei, gli Ebrei odiavano gli immondi pagani. I Greci chiamavano barbaro chiunque non fosse della loro nazione; i Romani non riconoscevano i diritti se non dei cittadini di Roma. La guerra e l’odio implacabile per i nemici era un vanto. – Venne Gesù: e davanti a Lui non ci furono più né Giudei né gentili, né Greci né barbari, né rivali né nemici, ma tutti gli uomini divennero fratelli suoi, compartecipi della sua natura divina giacché Egli si era fatto compartecipe della nostra natura umana: e perciò figli tutti d’un Padre unico, Iddio. L’uomo dunque da Dio, dagli Angeli, dagli uomini stessi era odiato e disprezzato come un lebbroso. Gesù Redentore, portandoci la pace con Dio, con gli Angeli, con gli uomini, ci ha mondati da quella lebbra. Leprosi mundantur. Ma guai a quelli che ritornano negli odi antichi! Per loro il frutto dell’avvento divino è maturato invano.

2. LA LUCE

Tutti i popoli camminavano nelle tenebre e nell’ombra della morte. In Egitto si adoravano le cipolle e il bue; in Grecia si erano costruite divinità viziose e libidinose; in Roma si incensavano i tiranni crudeli. Le madri uccidevano i loro figliuoli per placare le ire di Baal o di Astharte. idoli sanguinari. Anche gli uomini più intelligenti d’allora non riuscivano a sapere del loro eterno destino quanto ora ne sa anche l’ultimo dei nostri bambini. – Gesù venne; e fu come se si squarciasse la maligna nuvolaglia che ottenebrava il mondo e risplendesse improvvisamente il sole. Sole di giustizia è Gesù! Luce del mondo è Gesù! Quante meravigliose verità ci ha Egli disvelate riguardo a Dio, all’anima nostra, alla vita eterna!… Tutte le cose più utili al nostro vero bene il Vangelo ce le insegna. – I nostri occhi erano ciechi, ed ora vedono. Cæci vident. Eppure ci sono di quelli che la dottrina cristiana hanno dimenticata, che non vogliono più impararla. Eppure ci sono di quelli che vivono solo per mangiare e guadagnare, veri adoratori delle cipolle e del bue; di quelli che vivono per accontentare ogni istinto bestiale, veri adoratori delle passioni immonde; di quelli che i propri figli non educano cristianamente e sacrificano la loro innocenza al demonio. Guai a questi che ritornano nell’antica tenebrosa ignoranza! per loro il frutto dell’avvento divino è maturato invano.

3. L’AMORE

« Signore, perché sei venuto sulla terra? ». « Sono venuto a portare il fuoco dell’amore sulla terra ghiacciata, e non bramo altro che di incendiarla tutta in questa mistica fiamma ». – Anche senza l’Incarnazione, nella sua infinita misericordia, Dio avrebbe saputo trovare il modo di perdonarci e salvarci. Ma era l’amore della sua creatura, che il Creatore dell’universo voleva: e si fece uomo per amore. – Nell’antico testamento avevano imparato a temerlo e a rispettarlo: lo sentivano presente nel fragore del tuono, nell’urlo della bufera, nell’ardore del fuoco; ma gli uomini non riuscivano ad amare un Dio invisibile. Ma ora Egli si è fatto visibile, e tutto il mondo vede la sua dolce Umanità. « Fratelli, — scriveva S. Paolo — dopo la sua venuta più nessuno può vivere per sé, ma solo per Lui, che visse e morì per noi ». E sorsero allora moltitudini di uomini, di donne, di fanciulli, che con desiderio, offrirono la loro vita nel martirio. Sorsero allora infinite schiere di Monaci e di Vergini che si ritirarono nei deserti a vivere solo del suo amore, già fatti Angeli prima di morire. Sorsero in ogni tempo i Santi che non temettero penitenze e umiliazioni, fatiche e malattie, tribolazioni e persecuzioni, accesi com’erano nell’amore di Cristo, il Dio fatto Uomo. – Senza questo eterno amore, che sarebbero stati gli uomini se non dei cadaveri? Gesù venne e li risuscitò. Mortui resurgunt. Eppure sono troppi quelli che non amano il Signore: passano lunghe settimane senza un pensiero e un palpito per Lui! Troverete di quelli che neppure una Messa alla festa sanno ascoltare per suo amore; per suo amore non sanno nemmeno astenersi dalle carni, il venerdì. E se si volesse entrare nel segreto delle famiglie, quanti ne trovereste che non sanno più rispettare la castità coniugale e vivono nell’egoismo brutale, dissacrando ogni legge di Dio e di natura! Guai a questi che ritornano nell’antica morte dell’indifferenza e del peccato! per loro la primavera della redenzione è venuta senza fiori e senza frutti.

CONCLUSIONE

Dopo due millenni, eccoci qui a prepararci ancora al Santo Natale, per partecipare maggiormente ai frutti della divina venuta. – S. Gaetano da Thiene si struggeva in affettuose preghiere; S. Filippo Neri si ritirava nelle catacombe a meditare: San Francesco d’Assisi s’avviava verso Greccio gridando: « Amiamo il Bambino celeste! ». Noi che faremo? Facciamo pace con Dio e con gli Angeli togliendo via i peccati dal cuore, facciamo pace con gli uomini perdonando e chiedendo perdono. Ritorniamo a frequentare la Chiesa, a studiare la dottrina cristiana, ad ascoltare la parola di Dio. Infine, per amore di Gesù che tanto ci amò, facciamo un po’ di penitenza, di elemosina, di mortificazione. Così la pace, la luce, la carità del nostro Signore ritorneranno in noi.

(Fine …)

 

IL PRECURSORE (1)

SECONDA DOMENICA D’AVVENTO

(MT. , XI, 2-10)

I.

IL PRECURSORE (1)

[G. Colombo: Pensieri sui Vangeli, vol. I; Soc. Ed. “Vita e Pensiero” – Milano, 1939]

I.

Siamo vicini al Santo Natale. E la Chiesa, per tre domeniche consecutive, — oggi, la ventura e l’altra ancora — nel Vangelo, ci manda S. Giovanni a dirci: « Preparate i cuori, che il Signore sta per venire ». Ma chi è questo San Giovanni Battista che viene a rimbrottarci per i nostri peccati, e a persuaderci di fare più bene? Sarebbe utile conoscerlo un po’. Ascoltate il brano evangelico di questa seconda Domenica d’Avvento, e conoscerete dalla bocca stessa di Cristo, chi è il Precursore. Siamo nelle prigioni di Macheronte e Giovanni vi è rinchiuso. Tutti sanno perché. E fin là dentro, in quel luogo di martirio e d’ingiustizia, arriva la fama dei miracoli compiti da Gesù. Il Precursore, la cui anima impetuosa bruciava dal desiderio di far conoscere a tutto il mondo il vero Messia, gli mandò due discepoli con questo messaggio: « Sei tu il Salvatore, o ne dobbiamo aspettare un altro? » Giovanni sapeva bene ch’era lui; ma a quella domanda, Gesù sarebbe stato costretto a manifestarsi, e allora anche tutta la gente lo avrebbe riconosciuto, e lo avrebbe acclamato. Il Maestro divino accolse con benevolenza quel messaggio perché intravide l’amore di chi lo mandava, e appena i due discepoli del Battista ritornarono, si rivolse alla folla e disse: « Chi siete andati a veder nel deserto? Forse una canna dondolata dal vento? – « Chi, dunque, siete andati a vedere? Forse un uomo vestito alla moda? no; questa gente non si trova nel deserto, ma nel palazzo dei re. – « Chi allora, siete andati a vedere? Forse un profeta? sì, vi dico: un profeta e più che un profeta. Egli è l’Angelo, predetto da Malachia, che camminerà innanzi al Signore ». Poche parole, ma scultoree; balza d’un tratto la grande figura di Giovanni Battista, tutta. Dentro, senza debolezze: non è una canna. “Fuori, senza mollezze: non vestiva con lusso. Dentro e fuori, senza macchia di peccato: un Angelo.

1. NON FU UNA CANNA

« Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Forse una canna dondolata dal vento? ».

Quella folla ch’era accorsa ad ascoltare Giovanni, doveva conoscere molto bene questa pianta, simbolo di debolezza e di volubilità. Doveva averla vista sulle sponde paludose del Giordano tremare nell’aria, e piegarsi fino a terra, nel vento: re il vento tirava dal Mar Morto, la canna Piegava verso il mar di Genezareth; ma tosto che il vento, cambiata direzione, tirava dal mar di Genezareth, la canna piegava verso il Mar Morto. Giovanni, dunque, era forse una canna dondolata dal vento? No: era una Quercia che non si piega a nessun vento. Non come noi che alla mattina facciamo un proposito e alla sera lo troviamo trasgredito, non come noi che se anche ci confessassimo cento volte, cento vòlte siam quelli di prima; non come noi che siamo canne pieganti ad ogni vento di tentazione. Un giovane monaco era molto tentato. Una volta, che non ne poteva più, corse da S. Isidoro, si buttò sulla terra davanti a lui, e singhiozzava: Padre, perché non mi aiutate? » Il santo sollevò quell’anima sconvolta dalla bufera, e prendendola con sé, disse: « Vuoi che t’insegni a resistere? ». – Il giovane, alzò gli occhi pieni di lacrime: « È  per questo che son venuto ». « Allora, ecco il rimedio: « preghiera e mortificazione ». Ubbidì il monaco, e tutti i giorni pregava e si mortificava: ma le tentazioni non cessavano. Ritornò da S. Isidoro e gli chiese nuovamente rimedio. « Come! sei caduto in peccato ? ». « No; grazie a Dio ». – « Che vorresti, allora? ». « Vorrei essere senza tentazioni ». – Sorrise il vecchio santo, esperto della vita, e gli rispose: «Vedi: io ho settant’anni e neppure un giorno potei requiare; ma non mi sono mai piegato al demonio, come una canna, perché ho pregato e mi son mortificato. Va, e fa lo stesso ». Questo episodio ci spiega bene due cose: ci spiega perché S. Giovanni Battista non ha mai ceduto a nessuna tentazione, ci spiega perché  noi invece cediamo tanto spesso. Vicino ad ogni uomo c’è un demonio, nemico di Dio e di noi, e tutto il giorno suscita pensieri di odio, desideri di roba altrui, immaginazioni impure. Ci sono poi nella vita dei momenti in cui la tentazione è così forte da farci quasi disperare. Son quei brutti momenti che ha provato anche S. Francesco, quando si gettò, d’inverno, nella neve; son quei brutti momenti che ha provato anche S. Benedetto quando si slanciò a capo fitto nelle spine; son quei brutti momenti che ha provato anche S. Caterina, quando esclamava: — O Signore, ma dove sei? —; son quei brutti momenti in cui il vento della tentazione cerca di squassarci come una canna. Ebbene, ricordiamolo: senza preghiera e senza mortificazione, è impossibile resistere.

2. NON FU UN EFFEMINATO

« Che cosa siete andati a vedere nel deserto? forse un uomo vestito sfarzosamente? ».

Il Precursore viveva nella solitudine da molti anni, solo, senza casa, senza tenda, senza servi, senza nulla fuor di quello che aveva indosso. E indosso aveva una pelle di cammello, stretta al fianco da una cintola di cuoio. Appariva alto, ossuto, adusto dal sole. La figura austera del Battezzatore, e la lode che Gesù ha fatto del suo vestire, è un forte rimprovero per non pochi Cristiani e Cristiane che hanno la vanità del vestito: lo vogliono di lusso, moderno, scandaloso. In tali acconciature osano anche varcare la soglia della Chiesa, portarsi davanti ai purissimi marmi dell’altare, davanti al Crocifisso nudo e sanguinante sulla croce, davanti a Gesù che vive nella miseria dei nostri tabernacoli. Quello che più addolora è di vedere come perfino i bambini, innocenti e ignari del male, già dai genitori sono vestiti poco cristianamente. Quei piccoli che Gesù amava, che voleva stretti al suo cuore, crescono così, troppo presto, alla scuola del mal esempio. Mamme, che vi compiacete di profanare l’innocenza dei vostri bambini, sappiate che il Signore non li può abbracciare in duella guisa; e senza l’abbraccio di Gesù che cosa diventeranno i vostri figliuoli? So bene le scuse con cui taluni cercano di giustificarsi, ma non si possono accogliere per buone.

a) Ma è la moda, si dice, è la moda che porta così: noi viviamo nel mondo e bisogna che ci adattiamo. Mostrerò la sciocchezza di questa scusa con un esempio: Dionigi di Siracusa era corto di vista e camminava barcollando e spesso gli accadeva di urtare in qualche cosa, di rovesciare tavolini e di frantumare vasi. – Sembrerebbe incredibile eppure, in quella corte, per compiacere al tiranno, tutti i cortigiani stringevano le palpebre facendola da ciecuzienti e andavano tentoni, investendo sedie e tavolini e talvolta ruzzolando dalle scale. (Il fatto è raccontato da Plutarco). – Il mondo non solo è un tiranno corto di vista, ma è cieco di tutti e due gli occhi; e quelli che seguono la sua moda sono più ciechi e più stupidi di lui, e una volta o l’altra finiscono col ruzzolare per le scale giù nell’inferno.

b) Ma io non ho mai avuta intenzione cattiva, seguendo le mode. Scusa troppo ingenua per essere valevole. Non la voglio discutere: ricordate però che se le idee cattive non le avete voi, le fate venire agli altri. C’è nella storia sacra una frase espressiva. Un re terribile, con centoventimila fanti e ventiduemila cavalli, assediò la città di Betulia: fece deviare anche l’unico fiume che le dava acqua, e la tormentò con la sete. Gli assediati, piangendo lacrime disperate, si prostravano sulla nuda terra, invocando soccorso dal Cielo. Allora una vedova sorse; vestì gli abiti preziosi di quand’era sposa felice, si ornò con monili d’oro e con gemme, poi, sola, varcò la porta e uscì dalla città assediata verso il nemico in arme. I soldati la videro e la condussero dal re Oloferne. Oloferne pure la vide, ma non l’uccise perchè sandalia eius rapuerunt eum. Bastarono due sandali a far, perdere la testa a quel terribile guerriero; e la perse veramente perché, in quella notte, Giuditta gliela tagliò via. (Giuditta, X). Ma di quante altre persone, cadute in basso, si potrebbe ripetere: sandalia eius rapuerunt eum.

c) — Allora, — diranno alcuni, — dobbiamo proprio vestirci con pelle di cammello, alla S. Giovanni? Non è questo che io dico. V i dico soltanto la parola dell’Apostolo: « Nolite conformari huic sæculo ». Non vogliate seguire la moda scandalosa di questo mondo.

3. FU UN ANGELO

« Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Forse un profeta? Sì, vi dico, un profeta e più che un profeta. Un angelo che annunzia il Signore ».

Si può lodare di più un uomo? Mai nessuno fu esaltato così dal labbro di Cristo. Nel Vangelo però (Giov., X, 40) c’è un riferimento a S. Giovanni, forse poco meditato. Gesù, passato il Giordano, arrivò dove il Battista soleva battezzare. Le canne tremanti sulla sponda, il deserto che appariva in una lontananza giallastra e uniforme, l’acqua pura del fiume precipitoso rievocarono al Messia quella persona a lui tanto cara, che un re adultero aveva trucidato. Gesù commosso, quasi per riposare in quella melanconica ricordanza, si fermò là. Et mansit illic. Tutti compresero che il Maestro pensava a Giovanni Battista, ma non capivano come mai amasse tanto un uomo che non aveva fatto neppure un miracolo. Anzi molti osarono dirgli: « Del resto Giovanni non fece miracoli. Joannes quidem nullum signum fecit ». – E Gesù non rispose. Ma è tanto facile capire perché Giovanni non ha fatto miracoli! Perché noi lo potessimo imitare nella sua santità. Perciò la Chiesa in queste domeniche di Avvento ce lo propone quale modello.

Vengano dunque gli avari a specchiare la propria cupidigia in chi ha rifiutato ogni bene terreno. Vengano i superbi a specchiare la propria arroganza in chi predicava: « È necessario ch’io sia disprezzato e che lui, Cristo, onorino gli uomini ».

Vengano i disonesti a specchiare la propria anima infangata in chi visse vergine tutta la vita.

Vengano i golosi a specchiare la propria in chi non si cibava che d’erbe e di miele selvatico. Da questo confronto deducano un proposito di vita nuova.

CONCLUSIONE

Quando gli Ebrei, strappati dalla loro terra, furono confinati in Persia, alcuni timorati di Dio, presero il fuoco sacro dell’altare e lo nascosero in una valle ov’era un pozzo fondo, senz’acqua. E dentro là, lo riposero al sicuro, talché a tutti fu ignoto quel luogo. Ma quando, finiti gli anni della schiavitù, tornarono in patria, subito si cercò il fuoco sacrificale. Andarono nella valle, scoprirono il pozzo fondo : ma ivi il fuoco s’era spento e non trovarono che acqua marcia. Neemia allora ordinò che cavassero di quell’acqua e la ponessero sull’altare sopra la legna e si aspettasse la nascita del sole. Appena dietro le grasse nubi sfolgorò il primo raggio, un gran foco s’accese sull’altare e tutti ne restarono meravigliati ( II Macc. I, 19-22). Noi pure oggi, confrontando la nostra anima con quella di S. Giovanni Battista, abbiam trovato che in fondo al nostro cuore non c’è più il fuoco dell’amore di Dio, ma c’è l’acqua stagnante della nostra tiepidezza, o peggio c’è l’acqua marcia dei peccati e delle passioni. Cristiani! prendiamo, piangendo, questo nostro cuore pieno di miserie e poniamolo sull’altare. Appena Gesù Bambino, sole delle anime, nel prossimo Natale spunterà sul mondo, lo vedrà, ne avrà compassione, e riaccenderà quel fuoco che noi, coi nostri peccati, abbiamo spento.

2.

FORTEZZA

Gesù, nel Vangelo di questa domenica fa le lodi più belle della fortezza di S. Giovanni Battista: « Che cosa siete andati a vedere nel deserto? che avete contemplato lungo le rive del Giordano? Non era, una canna agitata dal vento! Non era un uomo mollemente vestito ». Quando Gesù parlava doveva avere in mente i folti canneti che si formano lungo le acque e che percossi dal soffio dei venti piegano ora da una parte ed ora dall’altra. Oggi il Battista, che non si lasciò piegare né dalla prepotenza d’un tiranno incoronato, né dalle sensualità della carne, ci deve insegnare ad essere forti contro il rispetto umano, forti contro le passioni.

1. FORTI CONTRO IL RISPETTO UMANO

Federico II, imperatore di Prussia, soleva tenere nel suo palazzo ed alla sua stessa mensa tanti uomini insigni per la scienza o per le arti. Strano e bizzarro come era, volle in giorno di venerdì invitare a pranzo un principe romano cattolico per tentarne la fede e mettere a prova il suo coraggio religioso. L’imperatore non era cattolico. Ma le vivande erano fatte con carne ed il principe romano, tranquillo e disinvolto, lasciava passare, accontentandosi di ingannare la fame soltanto con qualche pezzetto di pane. L’imperatore osservava senza parlare: ma poi, tra lo scherzoso ed il serio: « Perché, disse, non mangiate? Forse la cucina di Germania non vi piace? ». « No, Maestà, la vostra cucina è eccellente per gli altri giorni della settimana, ma oggi per un cattolico è cattiva. La chiesa proibisce di mangiar carne al Venerdì». – Alla nobile e franca risposta. Federico soggiunse: «Vi ammiro: avete reso un grande omaggio alla vostra religione ! Ora passate nella sala vicina, ove sono preparati cibi di magro. Verrò anch’io per farvi l’onore che meritate ». Quel principe di Roma, non era una canna agitata dal vento. Era un uomo di carattere. E sì che si trovava alla mensa dell’Imperatore, fra tante illustri personalità che non la pensavano come lui. I Cristiani dovrebbero tutti essere così. Se siamo persuasi che la nostra Religione sia la sola vera, che Dio esiste, che Gesù Cristo è la sola salvezza e fuori di Lui e della sua Chiesa non c’è che rovina eterna, dobbiamo sentirci capaci di manifestare queste idee anche all’esterno. Invece, purtroppo, ci sono ancora moltissimi Cristiani dalle mezze misure che non vogliono rinunciare alla fede e nello stesso tempo non hanno il coraggio delle proprie convinzioni. Sono schiavi di un sentimento vile che li piega come canne sotto il vento Tale sentimento si chiama rispetto umano: un bel nome, ma applicato malissimo. Prima bisogna rispettare Dio, prima bisogna rispettare la propria fede, poi, si abbia pure riguardo ai nostri fratelli. Questo tenete a mente quando fra persone che parlano male, che vestono male, che offendono apertamente le leggi di Dio, voi sentiste paura a fare diversamente da loro. Del resto capita spesso quanto occorse al principe cattolico alla mensa di Federico II Quelli stessi che scherzano o fanno le meraviglie sono i primi ad ammirare e stimare i buoni che hanno il coraggio delle loro idee. Alle volte, una fede sincera e aperta vale la conquista di anime per le quali i fatti contano assai più delle parole. Ricordiamo inoltre quello che Gesù affermava ai discepoli e a tutti quelli che lo seguivano: « Davanti al Padre mio che è nei cieli, anch’Io avrò vergogna di chi ha avuto vergogna di me davanti agli uomini » ( Matth., X, 32).

2. FORTI CONTRO LE PASSIONI

Prima che S. Vincenzo de’ Paoli cominciasse a fondare le grandi opere di carità, era Parroco di un piccolo paese della Francia. La fama della sua santità si era diffusa nelle terre vicine e a udire le sue prediche, a confessarsi da lui accorrevano anche alcuni che da tempo non erano a posto col Signore. C’era un conte rinomato per i tanti duelli che aveva sostenuto. Tutte le volte che veniva offeso anche leggermente, sfidava il suo avversario a combattere colla spada ed era sempre così fortunato che non si contavano più le sue vittime. Una volta però, udendo una predica di S. Vincenzo, fu tocco dalla grazia di Dio e si converti. Vendette le sue terre e col prezzo ricavato fondò monasteri e consolò i poveri. Bisognava che S. Vincenzo lo moderasse tanta era la generosità con cui si era dato al Signore. Ma gli rimaneva ancora la spada che gli era servita così spesso per offendere il Signore e non sapeva decidersi a separarsene. Quella spada teneva sempre acceso in lui un po’ di affetto alla sua vita passata; e siccome ai primi fervori erano successi dei momenti di freddezza, se avesse continuato a tenere quell’arma sarebbe forse ritornato alla vita di prima. Ma un giorno, preso dalla vergogna di tale debolezza, arresta il suo cavallo, scende, trae la spada e la spezza in mille scintille contro una roccia e, rimontando a cavallo, esclama: « Finalmente ora sono libero ». – Io paragono alla spada di quel conte alle passioni che ciascuno di noi porta con sé dalla nascita. Alcuni sono inclinati alla superbia, alla vanagloria, all’arroganza. Altri invece amano le cose terrene, hanno il cuore troppo attaccato ai denari, agli affari. Altri ancora sentono la smania del godere e vorrebbero sempre e solo soddisfare i cattivi istinti. D’aver le passioni non è un mate: è solo il segno di essere uomini. Ma possono diventare spade taglienti, strumenti di peccato quando non sono soggette alla legge di Dio. Se colla fermezza e una volontà risoluta noi non teniamo le redini ai nostri pensieri, ai nostri istinti, alle nostre inclinazioni, diventiamo canne agitate dal vento, e dopo un periodo breve di fervore e di bontà, pieghiamo subito ad una vita scorretta. Non le fragili canne, ma gli alberi robusti sanno resistere al soffio rovinoso del vento: le canne uniscono nella corruzione del fango. – Per evitare questa pessima fine, bisogna voler seriamente spezzare quelle spade. Un colpo solo non basta. La vittoria sulle nostre passioni non e così facile e neppur così pronta come poté essere l’infrangere la spada del duello. Bisogna resistere sempre ed ogni giorno, ogni ora che passa si devono dar colpi decisi, persuasi che soltanto la morte le spezzerà per sempre. – Però quanto più avanziamo in questa lotta spirituale noi diventiamo forti e la grazia di Dio, che si congiunge alla nostra volontà, dà all’anima cristiana una dolce sicurezza di vivere nell’amore dei Signore.

CONCLUSIONE

« Beato l’uomo che non va secondo il consiglio degli empi, e mette la sua compiacenza nella legge dei Signore. Egli è come un albero che è piantato lungo correnti  d’acque, che darà il frutto a suo tempo e tutto quello che fa riesce bene » (Salmo I). – I cattivi invece sono come canne che il vento passa ed abbassa; anzi sono come un nuvolo di polvere che il vento solleva e disperde. Impii tamquam pulvìs quem projicit ventus.

3.

FATTI E NON PAROLE

Non avete osservato il bel tempo che si godettero gli uccelli dell’aria per tutto l’estate? Provveduti da natura di buone ali, entravano in ogni giardino, sorvolavano ogni siepe. Le primizie d’ogni stagione eran per loro: la prima uva che indorava sul filare, la prima biada che imbiondiva nel campo. Svolazzavano dal piano al colle, dall’arsura della strada maestra, alla frescura del bosco. Altro non facevano che cantare: di giorno, sotto l’ombra d’una frasca e, di notte, nel raggio umido della luna. Così non han fatto le api: dimoravano lungo tempo nella clausura dell’arnia, ed uscivano solo per far giornata: e appena s’erano caricate col nettare dei fiori, subitamente facevan ritorno per lavorare senza riposo, fabbricando cera e impastando miele. Esse non garrivano, non cinguettavano, non cantavano mai; solo le circondava il brusio lieve della loro faccenda operosa. Ma ora che l’inverno è tornato, e ogni solco si raggruma dal freddo, e tutta la terra s’incrosta di ghiaccioli, oh beate le api! oh infelici gli uccelli! Questi, gemendo, vanno di fienile in fienile a buscarsi il granello dimenticato nella spiga trebbiata; ma non basta al loro digiuno, ed ogni mattina qualcuno ne cade sotto la gronda, sfinito per freddo e per fame. Le api invece sotto il tetto del loro alveare, hanno il tiepido della loro cella per riparo, hanno il miele per pascolo, hanno la gioia del riposo. – Così sarà anche di ciascun uomo, quando finita l’estate di questa vita, verrà l’inverno della morte. Che giovarono agli uccelli i loro spassi e le molte cinguettate? Che giovano agli uomini le chiacchiere? nulla; solo le opere buone giovano alla fine, come han giovato alle api la cella e il miele sudato. Ci vogliono fatti e non parole. È questo il pensiero dello Spirito Santo quando loda l’ape così: « Piccola tra i volatili, ma il suo frutto ha il primato della dolcezza » (Eccl., XI, 3). – Ma non è necessario ricorrere alle api per convincersi che il Signore vuole opere e non parole: basta leggere il Vangelo di questa domenica. – Giovanni, dal carcere ove Erode lo teneva rinchiuso, manda due suoi discepoli a Gesù per, domandargli : « Sei tu il Messia che deve venire, o un altro ne dobbiamo aspettare? » Il Maestro non risponde: e sì ch’Egli, sapienza infinita, avrebbe, potuto intessere un magnifico discorso per dimostrare la sua messianicità. Soltanto si avvicina agli ammalati d’ogni malattia che la fede della turba aveva condotti a Lui e li risana. Poi si volge ai due messi del Battista: « Tornate, disse, e riferite a Giovanni quel che udiste e quel che vedeste. I ciechi vedono, gli storpi si raddrizzano, i lebbrosi son mondati, i sordi odono, i morti risorgono, i poveri sono evangelizzati ». – Le risposte di semplici parole, osserva S. Ambrogio, sono poco persuasive, né tutti vi prestano fede, perché sotto alle chiacchiere, tante volte si nasconde l’inganno; ma una risposta di opere non inganna, e tutti la credono. – Se alcuno ci domandasse : « Sei tu un Cristiano? » subito gli metteremmo sotto lo sguardo la fede di Battesimo; ma a Dio non basta, egli esige la fede delle buone opere. Sono dunque necessarie le buone opere: ecco il primo pensiero. Quali opere buone richiede da noi il Signore: ecco il secondo pensiero.

1. NECESSITÀ DELLE BUONE OPERE

Il centurione della coorte Italica in Cesarea si chiamava Cornelio. Costui era un pagano, ma tuttavia aveva religione: vir religiosus, passava lunghe ore in preghiera: déprecans Deum semper, aveva cura e premura d’istillare il santo timor di Dio a tutta la sua famiglia: timens Deum cum omni domo sua, faceva molte carità in denaro e in roba ai bisognosi del popolo: faciens eleemosynas multas plebi. Una volta, che era quasi mezzo giorno, vide un fiume di luce entrare nella sua casa; pareva che il sole fosse entrato per la sua porta. Ed ecco una voce uscir di mezzo allo splendore, una voce che lo chiamava: « Cornelio! ». Egli tremò di sacro spavento. « Non temere, Cornelio, — diceva l’Angelo, — le tue preghiere, le tue elemosine, tutte l’opere tue buone sono salite fino al Trono dell’Altissimo, che non ha potuto dimenticarle: Egli ha eletto Pietro, capo e primo pastore della Chiesa, perché venga ad annunziarti il Vangelo ed a battezzarti » (Atti, X ). – Se il centurione non avesse pregato, se nelle pubbliche necessità non avesse aperto il suo cuore e la sua borsa a soccorrere, egli sarebbe rimasto nelle tenebre del gentilesimo e sarebbe morto senza Battesimo. Ma Dio non poteva dimenticare un uomo di cui dicevan bene non solo quei di casa, non solo la centuria che comandava, ma anche i nemici, i Giudei. Testimonium habens ab universa gente Iudeorum. – Chi è di noi che possa citare a sua favore la testimonianza dei vicini, dei poveri, dei parenti, della sua famiglia? – Ai poveri io domando: — Che ne dite di quel Cristiano? — Ed ecco rispondermi che ha il cuore duro, che ha la mano sempre chiusa, che è un nuovo Epulone che preferirebbe veder Lazzaro morire sulla sua soglia piuttosto che distribuire le briciole della sua mensa. Ai vicini di casa io domando: — Che ne dite di quel Cristiano? — Ed ecco rispondermi che la sua lingua è velenosa, che mormora, che calunnia, che sobilla, che mette discordia nelle famiglie. Ai servi, ai dipendenti, a quanti lo conoscono, io domando: — Che ne dite di quel Cristiano? — E d ecco lamentarsi di lui come di un uomo collerico che non sa perdonare nulla, che tratta male gli inferiori; ed ecco accusarlo di frode negli affari, di oscenità nei discorsi, di scandalo nelle azioni. – Forse di lui diranno bene quei di sua famiglia; ma forse anche la moglie piange per non essere amata né aiutata, ma anche i figliuoli crescono in qualche modo. È un cristiano costui? Ha ancora il carattere del Battesimo, perché non si può cancellare, ma le sue opere non sono più quelle di un Cristiano: il carattere del Battesimo pero non basta senza le opere a salvarci. – Ed il centurione della coorte italica, poi che Pietro l’ebbe battezzato, esclamo: « O Dio! oggi veramente ho compreso come Tu non guardi in taccia a nessuno, e di tutti gli uomini ti piacciono soltanto coloro che nel tuo santo timore fanno opere di giustizia ».

2. QUALI OPERE CIASCUNO DEVE FARE

La perfezione cristiana non consiste nelle azioni grandiose. Gli Apostoli lasciarono e la casa e il loro mestiere, e senza danaro e senza bisaccia e senza un’arma, camminarono tutta la vita per regioni deserte e selvagge, predicando il Vangelo. Ma non a tutti conviene la missione degli Apostoli; pero tutti possono e devono far qualche cosa per difendere e propagale la nostra santa religione, E prima di tutto coi buon esempio, con l’assiduità alle funzioni di Chiesa, con rifuggire da ogni discorso, da ogni lettura che sia contro la fede, con l’aiutare i sacerdoti nell’Azione Cattolica, perché essi sono i successori degli Apostoli. I martiri nei tormenti e nella morte confessarono Cristo: e chi veniva sbranato da belve, e chi immerso in caldaie bollenti e in fuoco, e chi straziato con uncini e ricoperto di calce viva, e chi colpito con la spada. Ma non è questo che Dio  vuole ora aa noi: pero tutti siamo obbligati alla mortificazione. Mortificazione degli istinti cattivi che si ridestano in noi, mortificazione dei nostri sensi. Che cosa vieta che anche un padre di famiglia sia temperante nei bere, nei giocare, nei fumare, per amor di Cristo? Che cosa vieta che una donna mortifichi il lusso delle vesti, la vanità della acconciatura, la frivolezza dei discorsi? Queste sono le opere buone che Dio vuole da noi specialmente in questo tempo di Avvento. Gli anacoreti fuggirono dalle città e dall’abitato, e s’inoltrarono nelle solitudini dei deserta e là trascorsero la vita in grotte e in capanne sconnesse, senza vivanda fuor che i frutti selvatici, senza bevanda fuor che l’acqua dei torrente. Dio, non questo esige da noi, non è nel deserto che Egli ci aspetta, ma nostra famiglia dove ognuno ha la sua croce da portare, ove i genitori devono essere di esempio ai figliuoli, ove ì figliuoli devono crescere nell’amore di Dio, nell’obbedienza, nella bontà. – I santi davano tutto ai poveri e poi si ritiravano a pregare, e Dio li favoriva con le estasi e le visioni. Ma non tutti sono cosi pieni di beni di fortuna per fare abbondanti elemosine; non tutti si ritrovano cosi indipendenti nella vita da poter rimanere nelle chiese per ore e ore, ogni giorno, conversando col Signore. Però, chi è quella persona cosi misera da non poter largire qualche soldo ai poveri, alle opere buone della parrocchia? Perfino la vedova del Vangelo trovò due danari da offrire al tempio di Gerusalemme, e fu tanto lodata da Gesù. E se non si ha tempo di fermarsi lungamente in chiesa, chi vieta all’operaio mentre lavora di ripetere, anche solo col cuore, delle fervorose giaculatorie? Chi vieta alla mamma di famiglia di pregare mentre culla, mentre nutre i suoi bambini? Per quante occupazioni si abbia, si può trovare il tempo anche d’ascoltare qualche Messa nei giorni feriali e di ricevere i santi Sacramenti con opportuna frequenza. – Son queste, o Cristiani, le opere buone che Dio domanda: sono le piccole azioni del proprio stato. Se in esse saremo fedeli, avremo il Paradiso. Quia super pauca fuisti fidelis, intra in gaudium Domini tui (Matth., XXV, 23).

CONCLUSIONE

Un’enorme fico aduggiava la terra con la sua ombra. Sotto, un giorno, vi passa il Signore: scruta tra i rami fronzuti e non trova un frutto. « Sii maledetta tu, pianta sterile! » Subito la ficaia inaridì. Una notte, quando più nessuno l’aspettava ed il sonno aveva vinto anche i più vigili, arriva lo sposo. Un grido e tutti si risvegliano e accendono le lampade: ma cinque vergini improvvide, si trovarono senz’olio. Corsero per acquistarne, ma al ritorno trovarono la porta del convito chiusa, e udirono una voce dal di dentro che disse: « Non vi conosco ». Un padrone ritorna da un viaggio lungo e chiama il servo al rendiconto. « Padrone », balbetta il poverino « io sapevo la vostra esosità, e che domandate fin quello che non avete dato, e che mietete fin dove non avete seminato: per ciò nascosi il vostro talento sotterra ed oggi ve lo rendo intatto ». « Prendete il servo inutile! — comandò il Padrone, — e gettatelo fuori nell’oscurità e nel dolore». Il Natale non è lontano e Gesù ritorna. Egli è il viandante che desidera dissetare le sue labbra con qualche frutto dell’anima nostra. Egli è lo sposo a cui bisogna muovere incontro con lampade provviste d’olio di buone opere. Egli è il nostro Padrone e viene a domandarci il rendiconto. Affrettiamoci a radunare un ricco tesoro di opere virtuose da presentargli davanti alla cuna insieme ai doni degli antichi pastori.

(1. – Continua …)

SAN DAMASO, PAPA E CONFESSORE

11 DICEMBRE

SAN DAMASO, PAPA E CONFESSORE

[Dom Guéranger: L’Anno liturgico, vol. I, Ediz. Paoline, Alba, 1958 – imprim.]

Questo grande Pontefice appare nel Ciclo, non più per annunciare la Pace come san Melchiade, ma come uno dei più illustri difensori del grande Mistero dell’Incarnazione. Egli rivendica la fede delle Chiese nella divinità del Verbo, condannando, come il suo predecessore Liberio, gli atti e i fautori del troppo famoso concilio di Rimini, e attesta con la sua suprema autorità l’Umanità completa del Figlio di Dio incarnato proscrivendo l’eresia di Apollinare. Infine, possiamo considerare come una nuova e luminosa testimonianza della sua fede e del suo amore verso l’Uomo-Dio l’incarico che diede a san Girolamo di attendere a una nuova versione del Nuovo Testamento sull’originale greco, per uso della Chiesa Romana. Onoriamo questo grande Pontefice che il Concilio di Calcedonia chiama l’ornamento e la forza di Roma per la sua pietà, e che il suo illustre amico e protetto san Girolamo qualifica come uomo eccellente, incomparabile, dotto nelle Scritture, Dottore vergine d’una Chiesa vergine.

Vita. – San Damaso, romano di origine, successe sulla sede di Roma al Papa Liberio, nel 366. Non solo vegliò alla purezza della dottrina, ma conservò gli antichi monumenti cristiani, restaurò le Catacombe, ornò le tombe dei martiri di eleganti iscrizioni, fece prevalere il primato della sede di Roma e lo fece riconoscere da tutto l’Oriente e l’Occidente. Regolò l’ordinanza della preghiera pubblica con il canto dei Salmi, a due cori; incaricò san Girolamo di tradurre il Salterio e mori nel 384. Le sue reliquie sono state trasportate nella Chiesa di San Lorenzo che porta il suo nome: “in Damaso”.

Santo Pontefice Damaso, tu sei stato per tutta la vita la fiaccola dei figli della Chiesa, poiché hai fatto loro conoscere il Verbo incarnato, li hai premuniti contro le dottrine perverse mediante le quali l’Inferno cercherà sempre di distruggere quel glorioso Simbolo nel quale sono scritte la suprema misericordia d’un Dio per l’opera delle sue mani e la sublime dignità dell’uomo riscattato. Dall’alto della Cattedra di Pietro, hai confermato i tuoi fratelli, e la tua fede non è venuta meno poiché Cristo aveva pregato per te. Noi ci rallegriamo della ricompensa infinita che il Principe dei Pastori ha concesso alla tua integrità, o Dottore vergine della Chiesa vergine! Dall’alto del cielo, fa’ discendere fino a noi un raggio di quella luce nella quale il Signore Gesù si mostra a te nella sua gloria, affinché possiamo anche noi vederlo, riconoscerlo e gustarlo nell’umiltà sotto la quale si mostrerà presto a noi. Ottienici l’intelligenza delle sacre Scritture, nella cui scienza tu fosti così eccelso Dottore, e la docilità agli insegnamenti del Romano Pontefice, cui è stato detto, nella persona del Principe degli Apostoli: Duc in altum: Prendi il largo. Fa’ o potente successore del pescatore di uomini, che tutti i Cristiani siano animati dagli stessi sentimenti di Girolamo, quando mirando il tuo Apostolato, in una celebre Epistola, diceva: «È la Cattedra di Pietro che voglio consultare; voglio che da essa mi venga la fede, e il nutrimento dell’anima. La vasta estensione dei mari, la distanza delle terre non mi fermeranno nella ricerca di questa perla preziosa: dove si trova il corpo è giusto che si radunino le aquile. È all’Occidente che si leva ora il Sole di Giustizia: per questo io chiedo al Pontefice la Vittima della salvezza e dal Pastore io che sono la pecorella imploro l’aiuto. Sulla Cattedra di Pietro é fondata la Chiesa: chiunque mangia l’Agnello fuori di questa Casa é un profano; chiunque non sarà nell’Arca di Noè, perirà nelle acque del diluvio. Io non conosco Vitale, non ho nulla in comune con Melezio e mi è ignoto Paolino: chiunque non raccoglie con te, o Damaso (*), disperde ciò che ha ammassato, poiché chi non é di Cristo é dell’Anticristo ».

(*) [A Damaso oggi sostituiamo il nome del Santo Padre attuale: GREGORIO XVIII. – ndr. ]

CONOSCERE SAN PAOLO (33)

LIBRO III.

La persona del Redentore (2)

[F. Pratt: La teologia di San Paolo – Parte SECONDA,  S.E.I. Ed. – Torino, 1927 – impr.]

III. GESÙ CRISTO DIO.

1. LA DIVINITÀ DEL CRISTO E LE APOTEOSI PAGANE. — 2. QUATTRO TESTI RIVELATORI. — 3. RIASSUNTO SINTETICO.

1. Tutte le civiltà antiche — in Caldea, in Egitto, in Cina, in Persia, nell’India — divinizzarono i loro re. Alessandro Magno, impadronendosi dei territori di quelle antiche monarchie, si appropriò dei titoli onorifici dei loro sovrani, e naturalmente i generali che si divisero i suoi stati, ne ereditarono anche i titoli. Dopo di loro i Cesari, pure evitando da principio di offuscare le idee romane, ben presto non tardarono a prestarsi ad un’apoteosi che serviva alla loro politica senza urtare i costumi orientali. Si cominciarono a divinizzare gl’imperatori morti, poi si resero gli onori divini anche agl’imperatori viventi. Se non sembra che essi abbiano fatto gran caso del titolo di « signore », caro ai Tolomei e agli Erodi, si lasciarono chiamare senza scrupolo « dio salvatore, salvatore e dio, dio » semplicemente, ed anche, quando il loro padre già godeva dell’apoteosi, « Dio figlio di dio ». Pare tutta via che Domiziano sia stato il primo, dopo quel pazzo di Caligola, a farsi chiamare dominus et deus noster persino nella sua capitale. I Cristiani respinsero sempre sdegnosamente queste empie pretese: la profanazione dei nomi e degli attributi divini ispirava loro un invincibile orrore. Quando l’autore dell’Apocalisse dice all’Angelo di Pergamo, che egli « abita presso il trono di Satana (Apoc. II, 13) », non si può fare a meno di pensare al primo tempio eretto al dio Augusto e alla dea Roma, tempio di marmo rilucente che sorgeva nella vetta dell’Acropoli di Pergamo, dominante la pianura del Caico e visibile da lontano in tutte le direzioni. Non meno energica è la protesta di san Paolo contro la deificazione degli uomini. “Nessuno è Dio se non (Dio) solo. Vi sono bensì in cielo e sopra la terra degli esseri che sono chiamati dèi (per abuso di linguaggio); di modo che si parla di parecchi dèi e di parecchi signori, ma per noi unico è Dio il Padre, dal quale tutto (viene) ed al quale noi (andiamo), e unico è il Signore Gesù per mezzo del quale tutto (esiste) e per mezzo del quale noi (siamo cristiani” (I Cor. VIII, 5-6) . Così quando sentiamo l’Apostolo dare al Cristo il nome e gli attributi di Dio, noi non pensiamo affatto alle apoteosi pagane da lui riprovate con tanta forza, e lasciamo a quelle espressioni il solo significato che è permesso dal monoteismo ebraico congiunto con le distinzioni personali stabilite dalla rivelazione cristiana, nel seno della vita divina.

2. Quattro testi scelti appositamente in tutti i gruppi di Epistole, potranno farci vedere qual è l’idea che Paolo si fa. sempre del Cristo preesistente. Gesù Cristo è « innalzato sopra tutte le cose, Dio benedetto per sempre »; egli è « il nostro gran Dio e Salvatore »; in Lui « abita la pienezza della divinità »; finalmente Egli è « sussistente nella forma di Dio ». Esaminiamo brevemente la portata di queste testimonianze. Dal seno d’Israele è uscito « secondo la carne, il Cristo che è sopra tutte le cose, Dio benedetto nei secoli (Rom. IX, 5) ». Questa espressione si riferisce così chiaramente al Cristo, del quale spiega la natura tra scendente e divina, che non fu mai intesa diversamente dalla tradizione cristiana. In Oriente san Dionigi Alessandrino ed i vescovi firmatari della lettera sinodale contro Paolo di Samosata, sant’Atanasio, san Basilio, san Gregorio Nisseno, sant’Epifanio, san Cirillo Alessandrino; in Occidente sant’Ireneo, sant’Ippolito, Tertulliano, Novaziano, san Cipriano sant’Ilario, sant’Ambrogio, san Gerolamo; i commentatori greci e latini, Origene, l’Ambrosiastro, Pelagio, il Crisostomo, Teodoro di Mopsuesta, Teodoreto e gli altri, non suppongono neppure che le si possa dare un altro significato. Bisogna arrivare fino a Fozio per trovare una voce dissidente; poiché tutto ciò che è lecito conchiudere dal silenzio di Ario, di Diodoro di Tarso e degli scrittori infetti di arianesimo del quarto secolo, è che il nostro testo li metteva nell’imbarazzo, e che evitavano di citarlo come un’obiezione fatale per la loro tesi. Certi esegeti moderni hanno meno scrupoli: essi mettono arbitrariamente un punto o dopo « il Cristo secondo la carne », o prima di « Dio benedetto per sempre »; e così ottengono un periodo monco che traducono così:

A) Colui che è sopra tutte le cose (è) Dio benedetto per sempre.

B) Il Dio che è sopra tutte le cose (è o sia) benedetto per sempre.

C) Dio (è o sia) benedetto per sempre.

Tutti converranno che questo spezzamento dà al testo un aspetto goffo e un’andatura strana. Certamente non sarebbe venuto in mente a nessuno di farlo, che non fosse stato prima fermamente persuaso che Paolo non può chiamare Dio il Cristo e che a Lui non applica mai una dossologia. Ancorché questa doppia ipotesi fosse giusta, la conclusione che se ne trae sarebbe pur sempre un paralogismo, e per la stessa ragione bisognerebbe radiare dall’insegnamento di san Paolo tutte le asserzioni che nei suoi scritti si trovano soltanto una volta; ma la doppia ipotesi è falsa e gratuita: l’Apostolo dà qualche volta al Cristo il nome di Dio e gli applica dossologie. E poi il nostro testo non è propriamente una dossologia, ma è piuttosto un’affermazione pura e semplice della dignità sovreminente del Cristo, terminata con un amen di benedizione e di lode. Il solo amen, se assolutamente si vuole, formerebbe tutta la dossologia. E facile dimostrare che la costruzione immaginata dai razionalisti è contraria alla logica e alla grammatica. Non è l’eccellenza del Padre, ma quella del Figlio che il passo deve far risaltare. Ora le parole « secondo la carne » ci preparano a un’antitesi; noi ci aspettiamo un secondo aspetto del ritratto del Cristo; e l’inciso « che è sopra tutte le cose, Dio benedetto per sempre », è proprio quello che risponde alla nostra attesa; esso finisce l’immagine del Salvatore e completa mirabilmente il quadro delle prerogative degli Ebrei: discendenza da Israele, filiazione adottiva, presenza sensibile di Dio, legislazione trasmessa per mezzo degli Angeli, culto legittimo, promesse messianiche, sangue dei patriarchi parentela umana con Gesù Cristo la cui natura superiore ridonda in loro gloria. Perché la frase staccata fosse una dossologia riferita al Padre, bisognerebbe che o la parola « benedetto » fosse messa bene in vista, invece di essere affogata nella proposizione, oppure che la frase cominciasse con un verbo di modo ottativo: una dossologia come quella che ci si propone, per correggere il senso naturale, di san Paolo, sarebbe senza esempi in lingua greca. Questa costruzione inusitata nella quale viene a urtare la terza spiegazione, nelle altre due viene a complicarsi con un solecismo. Non farà dunque meraviglia, se i Padri greci i quali dovevano conoscere la loro lingua un po’ meglio che i moderni esegeti, non ne fanno menzione, neppure per confutarla. Gesù Cristo non è Dio in una maniera impropria, partecipata, analogica; Egli è sopra tutte le cose che non sono Dio. Siccome questa qualità di Dio supremo non può convenire che ad un essere unico, il Figlio deve necessariamente essere consostanziale al Padre e identico con Lui in natura. Paolo al termine della sua carriera non troverà nulla di più eccellente da dire del Cristo: « Noi aspettiamo, scrive egli a Tito, la manifestazione gloriosa del nostro gran Dio e Salvatore Gesù Cristo (τοῦ μεγάλου Ξεοῦ καί σωτῆρος  ἡμῶν Κριστοῦ  Ιησοῦ (= Tou megàlou Teou kai sotéros emòn Cristou Iesou) – (Tit. II, 13-14) ». – È cosa consolante il vedere gli esegeti dei nostri giorni ritornare sempre più all’interpretazione tradizionale. Se si trattasse del Padre, l’Apostolo non aggiungerebbe a Dio l’epiteto di « grande » che è già compreso nel principio della divinità; e poi la parousia è sempre la manifestazione gloriosa del Figlio il quale viene a giudicare il mondo, non mai quella del Padre. Finalmente — e questo argomento è decisivo — i due titoli titoli « gran Dio » e « Salvatore », trovandosi in greco compresi sotto il medesimo articolo determinativo, si devono riferire alla medesima Persona: perché fosse possibile isolarli, e attribuire soltanto il secondo a Gesù Cristo, bisognerebbe che questo nome si trovasse tra i due titoli. Il rifiutare anche questa testimonianza col pretesto che Gesù Cristo non è Dio, e che san Paolo non dovette chiamarlo Dio, è rinunziare a fare il lavoro dell’esegeta per trincerarsi dietro un partito preso di negazione testarda. – Ma per quanto già siano rivelatori, questi testi non sono che rapidi bagliori e sprazzi di luce: nelle lettere della prigionia si trova meravigliosamente descritta l’immagine del Cristo preesistente. Non vi è nulla che somigli di più al Prologo di san Giovanni, che i passi cristologici dell’Epistola ai Colossesi. Il parallelismo oltrepassa l’ordine delle idee e arriva fino all’espressione: da una parte e dall’altra, il Cristo si presenta come un serbatoio di grazie la cui pienezza si riversa sopra tutto il genere umano, e l’unione, nella persona di Lui, della divinità con l’umanità, è affermata con una formula egualmente ardita. Ma mentre san Giovanni si compiace di considerare il Logos in seno alla luce divina di cui è l’irradiazione eterna, san Paolo preferisce contemplare il Cristo come capo dell’umanità che riscatta, e della creazione cui restituisce la sua primiera armonia. Infatti il suo scopo principale, determinato dalla controversia con i falsi dottori di Colossi, è di far vedere che il Cristo primeggia in tutte le cose, come uomo e come Dio, nel tempo e nell’eternità; egli perciò accumula nella persona di Lui, senza troppo preoccuparsi dell’ordine logico o cronologico, i titoli onorifici, le qualifiche eccezionali, le dignità e le prerogative che lo mettono assolutamente fuori di ogni confronto e gli conferiscono un primato sovreminente. Così il Cristo è « il Figlio prediletto », necessariamente unico, il quale, in tale qualità, dispone del regno di suo Padre come del suo regno. — Egli è « l’immagine del Dio invisibile », ritratto vivente del Padre celeste, il solo perfettamente simile al suo archetipo e il solo capace di rivelarlo agli uomini, perché Egli solo lo conosce come ne è conosciuto. — Egli « è il Primogenito di ogni creatura » perché « esiste prima di ogni creatura ». — Egli è il creatore e il conservatore di tutte le cose; e nessun essere creato, per quanto elevato nelle sfere celesti, sfugge alla sua attività creatrice né alla sua provvidenza. — Egli è « il capo supremo della Chiesa », autore della redenzione e della remissione dei peccati, primogenito tra i morti e primizia della risurrezione, perché, dovendo primeggiare in tutto, non gli può mancare nessuna preminenza. — Egli possiede la pienezza delle grazie richieste per compiere la sua parte di riconciliatore e di pacificatore universale (Col. I, 17). — Finalmente, come per compiere il quadro, « tutta la pienezza della divinità abita in Lui corporalmente (Col. II, 9) ». Non bisogna confondere questa formula con la precedente, poiché esse sono totalmente diverse: nella prima si tratta della pienezza delle grazie, nella seconda della pienezza della divinità; là si tratta di una pienezza che sta sopra la persona del Cristo, qui di una pienezza che risiede nel corpo del Cristo. La parola adoperata da san Paolo non è punto equivoca: « tutta la pienezza della divinità » non può essere che la stessa natura divina. – Tuttavia l’espressione più completa del pensiero di san Paolo, è il celebre testo cristologico dell’Epistola ai Filippesi. L’Apostolo volendo proporre ai suoi discepoli un esempio di abnegazione e far loro vedere che l’abbassamento volontario è un seme di gloria, presenta loro le tre tappe di vita divina, di vita di prova e di vita glorificata, percorse da Gesù Cristo « il quale essendo nella forma di Dio non considerò come una preda l’essere (trattato) alla pari di Dio; — ma si spogliò prendendo la forma di schiavo, diventando simile agli uomini; e, riconosciuto uomo al suo esteriore, si abbassò facendosi obbediente fino alla morte, e alla morte di croce; — perciò Dio lo ha esaltato e gli ha dato un nome che è sopra tutti i nomi, affinché al nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi in cielo, in terra e negli inferni ed ogni lingua confessi che il Signore Gesù Cristo è (entrato) nella gloria del Padre (Fil. II, 6-11) ». I n ciascuna di queste tre tappe, di maestà, di umiliazione e di gloria, vi sono come due fasi distinte. Prima di tutti i secoli il Cristo era nella forma di Dio e per questo appunto era Dio, perché la forma di Dio appartiene alla sua essenza; e come Dio egli aveva diritto agli onori divini quanto suo Padre. Questa maestà non gl’impedisce di abbassarsi fino a noi: egli si spogliò, non deponendo la forma divina che era inseparabile dal suo essere, ma nascondendo la sua forma divina sotto la sua forma umana e rinunziando così per un certo tempo agli onori divini che gli erano dovuti; Egli si abbassò più ancora di quanto lo esigesse la sua condizione di uomo, sottomettendosi alla morte, e alla più ignominiosa delle morti. Per dare alla sua rinunzia volontaria una ricompensa proporzionata, Dio costringe ora ogni essere creato a rendergli omaggio ed a confessare il suo trionfo.

3. A costo di fare qualche anticipazione sul capitolo seguente, cerchiamo di abbozzare le linee principali di questa immagine. Il Cristo è di un ordine superiore ad ogni essere creato (Ephes. I, 21), è Egli stesso creatore (Col. I, 16) e conservatore del mondo (Col. I, 17); tutto è per mezzo di Lui, in Lui e per Lui (Col. I, 16-17). Come causa efficiente, esemplare e finale di tutto ciò che esiste, Egli è dunque Dio. Il Cristo è l’immagine del Padre invisibile (II Cor. IV, 4; Col. I, 15); Egli è il Figlio di Dio, ma non come gli altri figli; egli è Figlio in una maniera incommensurabile; Egli è il Figlio, il proprio Figlio, il Prediletto, e tale è sempre stato (II Cor. I, 19). Egli dunque procede dall’essenza divina, Egli è consostanziale al Padre.Il Cristo è oggetto delle dossologie riservate a Dio (Rom. IX, 5); a Lui si rivolgono preghiere come al Padre (II Cor. XII, 8-9); da Lui si attendono beni che Dio solo ha il potere di conferire, come la grazia, la misericordia, la salvezza (Rom. I, 7, etc.); davanti a Lui deve piegarsi ogni ginocchio in cielo, in terra e negli inferni (Fil. II, 10), come si piega ogni ginocchio per adorare la maestà dell’Altissimo.Il Cristo possiede tutti gli attributi divini: Egli è eterno perché è il primogenito di ogni creatura ed esiste prima dei secoli (Col. I, 15-17); è immutabile, perché è nella forma di Dio (Fil. II, 6); è onnipotente perché ha il potere di fecondare anche il nulla (Col. I, 16); è immenso perché tutto riempie con la sua pienezza (Ephes. IV, 10); è infinito perché il pleroma della divinità abita in Lui, o meglio, perché Egli stesso è il pleroma della divinità (Col. II, 9); tutto quello che è proprietà speciale di Dio, appartiene a Lui come sua proprietà: il tribunale di Dio è il tribunale del Cristo (Rom. XIV, 10), il Vangelo di Dio è il Vangelo del Cristo (Rom. I, 1), la Chiesa di Dio è la Chiesa del Cristo (I Cor. I, 2), il regno di Dio è il regno del Cristo (Ephes. V, 5), lo Spirito di Dio è lo Spirito del Cristo (Rom. VIII, 9).Il Cristo è il Signore unico (I Cor. VIII, 6); Egli si identifica col Jehovah dell’antica alleanza (I Cor. X, 4-9); Egli è il Dio che ha conquistato la Chiesa a prezzo del suo sangue (Act. XX, 28); Egli è il « nostro gran Dio e Salvatore Gesù Cristo (Tit. II, 12)»; Egli è anzi « il Dio innalzato sopra tutte le cose (Rom. IX, 5) », che con la sua trascendenza infinita domina il complesso delle cose create. Se Egli non è chiamato Dio senza epiteti, è perché Dio, nel linguaggio di san Paolo, designa la Persona del Padre, e un’identità personale tra il Padre e il Figlio è contradittoria.

CONOSCERE SAN PAOLO (32)

LIBRO III.

La persona del Redentore (1)

[F. Pratt: La teologia di San Paolo – Parte SECONDA,  S.E.I. Ed. – Torino, 1927 – impr.]

CAPO I.

Il Cristo preesistente.

1. – IL CRISTO PRIMA DEI SECOLI. – 2. PAOLO E IL CRISTO. — 3. PREESISTENZA ETERNA DEL CRISTO.

1. Gli storici moderni del dogma si mostrano talora sorpresi nell’intendere san Paolo, dopo la cristologia più semplice degli altri Apostoli, attribuire al Salvatore una preesistenza celeste prima della sua nascita terrena e persino una partecipazione alla creazione del mondo ». Il loro stupore può dipendere da una conoscenza imperfetta o da un apprezzamento inesatto della teologia dei primi Apostoli, ma il fatto stesso non resta meno sconcertante per chi vuole ridurre la grandezza del Cristo alle dimensioni umane. Ed è più sconcertante ancora, se si tiene conto di queste due cose: che san Paolo è stato il primo a fissare negli scritti la credenza cristiana, e che la sua cristologia non fu mai oggetto di una controversia. Questo fatto è innegabile ed è riconosciuto lealmente dai critici meno propensi a difendere le posizioni tradizionali: è questo appunto che rende tanto importante l’insegnamento di san Paolo intorno alla persona del Cristo. – La maniera con cui il fariseo convertito parla di Gesù di Nazaret, di quel novatore religioso morto poc’anzi sopra un patibolo, del quale ancora ieri egli si faceva un vanto e un dovere di distruggere l’opera e di scancellarne il nome, è un fenomeno strano che sembra contradire tutte le leggi della psicologia e tutte le analogie della storia. Paolo, carattere fiero, così cosciente della sua dignità, così sdegnoso degli idoli della carne e del sangue, è in estasi e in adorazione davanti al suo Maestro. Egli vuol essere il suo servo, il suo schiavo, anzi lo schiavo dei suoi fratelli, per amore di lui (Rom. I, 1). Egli non tollera che il Cristo sia messo alla pari con nessun essere creato: più alto che i cieli, più Tasto che l’universo, più potente che la morte, unico vincitore del peccato, unico mediatore della grazia, unico Redentore del genere umano, il Cristo ecclissa tutto col suo splendore, riempie tutto con la sua pienezza, è anteriore ai secoli (Col. I, 18-20; Ephes. I, 21-23). Perciò ogni ginocchio si deve piegare, davanti a Lui, in cielo, in terra e nell’inferno, perché i più perfetti spiriti celesti riconoscono in Lui il loro Capo, il loro Creatore, il loro Dio (Fil. II, 9-11; Col. I, 16-17; Rom. IX, 5Tit. II, 13). Questo è il quadro che l’Apostolo, al domani della passione, fa di Gesù ai testimoni della sua vita e della sua morte, ai suoi persecutori e ai suoi carnefici. – Che proporzioni gigantesche prende improvvisamente nella mente di Saulo l’immagine del Crocifisso! La trascendenza di questa immagine è tale, che non può più crescere: all’infinito non si può più aggiungere nulla. Tutti i nostri sforzi per seguirne lo sviluppo graduale sono vani: dal primo istante della sua conversione, per lui il Cristo è l’incomparabile, l’unico: nulla è superiore a Lui, nulla è uguale a Lui. E tutto questo non è a scapito della natura umana: Gesù Cristo non è un personaggio immaginario, ma è un essere reale, sempre vivo nella memoria dei suoi discepoli che ripetono le sue parole e si modellano sopra le sue azioni. Quando Saulo divenne Cristiano, erano trascorsi sei anni, o al massimo sette, dalla passione; quando inaugurò la sua predicazione pubblica, era trascorsa appena una decina d’anni; egli scrisse le sue prime lettere ventidue anni appena dopo quella data memoranda. Gesù Cristo, più vecchio di lui di qualche anno appena, era per lui, in tutta la forza del termine, un contemporaneo che avrebbe potuto incontrare nelle viuzze di Gerusalemme o sotto i portici del Tempio; era anche un suo compatriota, se è vero, come sostiene san Gerolamo, che la famiglia di Saulo era di origine galilea. E come mai egli è diventato il suo Dio? Né il tempo trascorso, né l’ambiente della Palestina, né le circostanze della morte di Gesù non favorivano un’apoteosi; e la serietà del monoteismo ebraico non si prestava affatto a quelle ridicole deificazioni che mettevano un Claudio o un Tiberio nel numero degli immortali, dedicando a loro templi, sacerdoti e sacrifici, uguagliandoli alle divinità dell’Olimpo che non erano in realtà né migliori né peggiori. Quando l’adulazione dei Romani degenerati, emula dell’adulazione orientale, decretò gli onori divini agl’Imperatori, i quali li accettarono prima con qualche ritegno e poi senza nessun pudore, gli Ebrei furono irreducibilmente refrattari a quell’empio culto. – L’adorazione di un uomo, fosse pure re o imperatore, era per loro l’abbominazione della desolazione; e bisognò pure cedere alla loro invincibile ripugnanza e dispensarli ufficialmente da un atto che ai loro occhi era più orribile che la morte. I Cristiani non si mostrarono meno intransigenti e molte volte sigillarono col loro sangue il rifiuto di dare ad un uomo i titoli e gli onori riservati a Dio. I pagani non capivano un bel nulla dei loro scrupoli, ma non riuscivano a trionfarne. Per i Cristiani più ancora che per gli Ebrei, il culto di Cesare fu sempre l’adorazione della Bestia, e il tempio degli Augusti il trono di satana. Quando san Paolo protesta che per noi vi è « un solo Dio, il Padre, e un solo Signore, Gesù Cristo », questa professione di fede risuona come il grido sdegnoso della coscienza cristiana contro la suprema aberrazione del politeismo morente. In quel tempo tutti i titoli divini, « Dio, Figlio di Dio, Dio da Dio, Signore o Signore Dio, Salvatore o Dio Salvatore », erano stati profanati dall’adulazione dei popoli e dall’incoscienza del paganesimo; ma Paolo, applicando questi titoli al Cristo preesistente, conserva a loro il valore che hanno nella Bibbia dove indicano Jehovah.

2 . La preesistenza del Figlio di Dio risulta evidentemente da quanto dovremo dire intorno alla sua natura divina, alle sue relazioni eterne in seno a Dio, al suo compito attivo nella creazione del mondo; ma essa si dimostra anche direttamente con tre serie di testimonianze. Ad un certo punto della durata del tempo, il Cristo « venne in questo mondo (I Tom. I, 15); apparve nella carne (I Tim. III, 16); si fece povero mentre era ricco, per arricchire noi con l)a sua povertà (II Cor. VIII, 9) ». Ora è chiaro che lo scambio delle ricchezze del cielo con la povertà della terra, suppone necessariamente un modo di esistenza anteriore all’incarnazione. I testi poi come questi: « Dio, avendo mandato il suo proprio Figlio nella somiglianza della carne del peccato e per il peccato, condannò il peccato nella carne (Rom. VIII, 3) », oppure anche: « Dio mandò suo Figlio, nato da una donna, messo sotto la Legge, per procurare a noi la filiazione adottiva (Gal. IV. 4) », non hanno nulla di comune con la frase biblica « Dio mandò a loro un giudice o un salvatore »; poiché se la missione del Figlio coincide con la sua origine terrestre, la sua esistenza deve assolutamente precedere, perché è la somiglianza della carne del peccato, ossia la natura umana, il termine della sua missione. – Il Cristo è il « primogenito di ogni creatura (Col. I, 15) ». È assolutamente impossibile che questa espressione voglia dire « primogenito tra le creature »; essa dunque significa « nato prima di ogni creatura »: e questo implica anzitutto che il Cristo non si deve mettere nella categoria degli esseri creati, e in secondo luogo, che possiede un modo di esistenza superiore e anteriore ad ogni essere creato. Affinché non rimanga nessun equivoco, Paolo si commenta da se stesso dicendo che il Cristo « è prima di tutte le cose »; e ne dà questa ragione, che « tutto fu creato per mezzo di Lui e per Lui (Col. I, 16) ». Siccome prima di operare bisogna essere, la conseguenza è evidente. Il Cristo non solamente esisteva, ma « sussisteva sotto forma di Dio (Fil. II, 6) ». La forma di Dio non si può né acquistare né perdere; essa non può essere soppiantata dalla forma di schiavo che aggiunse a se stessa nel tempo: dove si trova, si trova da tutta l’eternità. Perciò « Gesù Cristo era ieri, è oggi e sarà nei secoli (Ebr. XIII, 8) dei secoli. Come l’autore dell’Epistola agli Ebrei, san Paolo suole distinguere, nella vita del Cristo, tre stati o tre fasi: la preesistenza eterna del Figlio presso il Padre e quella che si potrebbe chiamare la sua preistoria, l’apparizione storica sopra la terra nella pienezza dei tempi, l’esaltazione gloriosa del Cristo risuscitato. È evidente che questi tre stati i quali si succedono senza cambiamento di soggetto, appartengono realmente alla stessa persona. L’ipotesi recente che attribuisce la preesistenza all’anima del Cristo, non ha bisogno di essere confutata: la preesistenza delle anime fu sempre antipatica al pensiero ebraico; non se ne trova nessuna traccia nel Nuovo Testamento; e perché mai san Paolo, in opposizione a tutti gli altri, farebbe al Cristo l’onore di una preesistenza la quale, in questo sistema, sarebbe comune a tutti gli uomini? Alcuni vogliono che l’Apostolo si sia ispirato da Filone, e che il suo Cristo non sia altro, in sostanza, che l’uomo tipo del filosofo alessandrino (Hingelfeld): ma dal momento che Paolo ignora il Platone ellenista, e in ogni caso non prende nulla da lui, dal momento che la sua teologia realista è agli antipodi dell’idealismo teosofico di Filone, questa nuova opinione manca totalmente di base e non regge alla critica. Altri critici ammettono che san Paolo abbia veramente insegnato la preesistenza reale del Cristo, e che è impossibile negarla senza partito preso e senza prevenzioni dommatiche; ma del suo Cristo preesistente si fanno la più strana idea. Il Cristo sarebbe preesistito non come Dio, ma come uomo: uomo vero che già possedeva un corpo luminoso, etereo, immateriale; uomo tipo, immagine divina ed esemplare divino, sul modello del quale saranno formati tutti gli altri; uomo celeste, venuto dal cielo e destinato a ritornare in cielo dopo una fase di esistenza terrestre; uomo spirituale, animato dallo spirito di Dio e che è spirito egli medesimo (Holtzman). Si assicura che san Paolo prende la sua teoria del Cristo preesistente dai sogni del giudaismo palestinese intorno all’esistenza del Messia; ma questa concezione rabbinica è troppo tardiva e poi non si può intendere se non di una preesistenza ideale. Ora i principali seguaci del sistema che stiamo esponendo, sono obbligati a riconoscere che il Cristo preesistente di san Paolo è davvero una realtà. Come mai non sarebbe un essere reale colui che crea e conserva il mondo, che è mandato da Dio, che cambia gli splendori del cielo con le umiliazioni della terra? Ma se Gesù Cristo era uomo prima di nascere, bisogna certamente metterlo nella categoria delle creature, poiché Dio solo è increato; e allora come può san Paolo affermare che ogni essere creato, senza alcuna eccezione, in cielo e in terra, è stato creato per mezzo di Lui e per Lui! Se Gesù Cristo era uomo prima di nascere, come si spiega che diventi uomo col nascere! E se Gesù nel risuscitare ritorna al suo stato di prima, a quello cioè che aveva prima di incarnarsi che cosa significa l a risurrezione! Ecco quanto gli autori di questa strana invenzione non hanno mai provato di spiegarci, ed è appunto quello che imprime al loro sistema, per quanto vogliano avvolgerlo nelle tenebre, il carattere dell’assurdo.

II. – GESÙ CRISTO SIGNORE.

1. NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO. — 2. SIGNORE, NOME PROPRIO DI DIO. — 3. PREGHIERE E DOSSOLOGIE IN ONORE DEL SIGNORE GESÙ.

1. Il compendio più breve della cristologia sta in questa formula: « Nostro Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio (I Cor. I, 9)». Benché tutti gli elementi ne siano anteriori e risalgano alla predicazione apostolica, essa si trova così stereotipata soltanto in san Paolo il quale le dà un valore e una pienezza di significato della più alta importanza per la storia della teologia. – Nei Sinottici, la questione sta nel conoscere se Gesù è o non è il Cristo, cioè il Messia, il discendente e l’antitipo di Davide, l’attesa e la speranza d’Israele. Erode s’informa del luogo in cui deve nascere, Giovanni Battista lo mostra a dito, i demoniaci lo proclamano, Pietro lo confessa, Gesù stesso si rivendica altamente questo titolo che riassume la sua missione, i settari giudei glielo danno ironicamente (Matt. II, 4). Ma mentre i Sinottici ci fanno assistere, per così dire, a questo lavoro di riconoscimento graduale e conservano sempre il sentimento assai preciso del vincolo che unisce la qualità di Messia al compimento delle promesse, per san Paolo l’identificazione di Gesù col Cristo è un fatto acquisito e indiscutibile. Il Cristo ha visibilmente sconfitti tutti gli attacchi giudaici il cui ricordo è quasi scancellato: è il nome proprio del Salvatore e può, come nome proprio, fare a meno dell’articolo. Il Cristo muore per farci trionfare della morte, risuscita per incorporarci alla sua vita, regna glorioso per associarci alla sua gloria. La sua opera è sopramondana, e la scena in cui si consuma, è sopraterrena. Dall’unione dei cristiani col Cristo risulta un essere nuovo, il Cristo mistico, nel quale non vi è più distinzione tra Ebreo e Gentile, tra Greco e barbaro, tra schiavo e libero, perché tutti sono uno nel Cristo Gesù (Gal. III, 28) ». Quando si pensa che Paolo riflette certamente il pensiero cristiano del suo tempo, e che le sue Epistole precedettero la redazione dei Vangeli, non si può fare a meno di ammirare lo sforzo di ricostruzione storica al quale si dovettero sottoporre gli evangelisti per non proiettare sopra la vita e le parole di Gesù le idee e i sentimenti del loro ambiente.

2. È cosa nota che questa parola « Signore » è, nei Settanta, la traduzione abituale del nome ineffabile, del tetragramma sacro. Esso si poteva dare al Messia, perché era Re teocratico rappresentante di Jehovah, e anche perché era designato dalla profezia del Salmista: « E Signore ha detto al mio Signore (Ps. CIX, 1) ». Tuttavia gli evangelisti lo applicano a Gesù assai di rado. In san Marco e in san Matteo, il Signore è ordinariamente Dio stesso, come nell’Antico Testamento, e il titolo di « Signore » per lo più è soltanto una formola di cortesia, l’equivalente di « Maestro » o di « Rabbi ». All’avvicinarsi della passione, essi si allontanano alquanto dal loro riserbo (Marc. XI, 3). San Luca e san Giovanni incominciano più presto (Giov. IV, 1); tuttavia l’uno e l’altro sono assai in ritardo, in confronto con san Paolo, e tale ritardo, a nostro parere, si può spiegare con uno scrupolo di verità storica. Per san Paolo, fatta astrazione dalle citazioni dell’Antico Testamento, Gesù Cristo è regolarmente chiamato « il Signore ». È probabile che il linguaggio dell’Apostolo non presenti neppure un’eccezione (Cremer); in ogni caso, « Signore » è diventato il nome proprio del Cristo e può come tale, sopprimere l’articolo (Rom. XIV, 6I Cor. VII, 22). Ma vi è di più: nell’appropriarsi il nome di Jehovah, il Cristo ne riceve anche tutti gli attributi: Paolo si dice servitore del Cristo, come i profeti solevano chiamarsi servitori di Jehovah; nelle frasi che esprimono azioni divine, come la creazione, il conferimento della grazia, la santificazione, il giudizio, la retribuzione finale, il nome di Dio e del Signore si scambiano a caso, come porta il discorso, alla maniera con cui si scambiano i sinonimi; finalmente quello che la Scrittura racconta di Jehovah, Paolo lo intende, senza nessuna esitazione, come detto del suo Maestro (Am. III, 7; Ger. VII, 35; Dan. IX, 6, etc.). Jehovah era la « Pietra d’Israele » o semplicemente « la Pietra »; gli autori dell’Antico Testamento ci hanno abituati a questo linguaggio. Paolo lo conosce meglio di ogni altro, ma questo non gl’impedisce di affermare che la « Pietra era il Cristo » preesistente: Petra autem erat Christus (I Cor. X, 4). E poco dopo soggiunge: « Non tentiamo il Signore (o il Cristo), come alcuni lo tentarono e morirono del morso dei serpenti (I Cor. X, 9) ». O si legga «il Signore», o si legga «il Cristo», la variante ha poca importanza, perché i due termini, per san Paolo, sono sinonimi. – Gioele aveva detto, parlando di Jehovah: « Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvo (Gioe. III, 5) ». Ma il Signore è il Cristo, e l’Apostolo può commentare il testo così: « Non vi è differenza tra il Giudeo e il Greco, poiché tutti hanno il medesimo Signore, liberale verso coloro che lo invocano; poiché (sta scritto): Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvo (Rom. X, 13) ». La salvezza una volta annessa all’invocazione di Jehovah, è ora annessa all’invocazione del Cristo e, per provarlo, Paolo si fa forte della parola del profeta: logicamente ne segue che ai suoi occhi il Cristo è uno solo con Jehovah. Altrimenti non si può spiegare il discorso che egli rivolge agli anziani di Efeso: « Vigilate sopra voi stessi e sopra tutto il gregge di cui lo Spirito Santo vi ha costituiti custodi, per governare la Chiesa di Dio che Egli si acquistò col proprio sangue (Act. XX, 28) ». Questa espressione cominciò assai per tempo a scandalizzare certi teologi pusillanimi che le fecero subire diverse correzioni, una delle quali, che consiste nel sostituire il nome di « Signore » al nome di « Dio », finì con invadere la maggior parte dei manoscritti greci. I critici moderni per parte loro ricorrono alle più stravaganti ipotesi per non lasciar dire a Paolo, che « Dio si acquistò la Chiesa col suo proprio sangue ». Ma l’Apostolo non ha nessun bisogno della loro assistenza: il suo linguaggio, in questo passo, non è più straordinario che in cento altri passi; egli si limita, secondo il suo solito, a identificare Gesù Cristo con Dio, e gli applica un attributo che gli conviene soltanto secondo la natura umana. Ma la comunicazione degli idiomi, di cui egli fa l’uso più esteso lo autorizza a farlo. Bisognerà ancora stupire del valore che san Paolo dà alla formula: « il Cristo è Signore? ». Egli ne fa il pernio dell’ortodossia e il criterio dei carismi: « Nessuno che parli sotto (l’impulso del) lo Spirito di Dio dice: Gesù (sia) anatema! e nessuno può dire: Gesù (è) Signore, se non nello Spirito Santo (I Cor. XVI, 3) ». Egli la considera come il compendio più conciso del suo Vangelo: « Noi non predichiamo noi medesimi, ma il Cristo Gesù Signore (II Cor, IV, 5) ». Più ancora, egli la presenta come una professione di fede cristiana che racchiude in sostanza le condizioni della salvezza: « Se confessi con la tua bocca che Gesù è Signore e se credi nel tuo cuore che Dio lo ha risuscitato da morte, tu sarai salvo; poiché, dice la Scrittura, chiunque crederà in Lui non sarà confuso (Rom. X, 9) ». Isaia aveva infatti detto questo di Dio, e non del Cristo, ma per Paolo è la stessa cosa, non dobbiamo stancarci di ripeterlo, poiché il suo Cristo è Signore e Dio.

3. Se è così, dobbiamo aspettarci di vedere l’Apostolo mettere il Cristo sopra tutto ciò che non è Dio, in una sfera inaccessibile agli esseri creati, rivolgergli inni e preghiere come allo stesso Dio e applicare a lui le dossologie che la Scrittura riserva a Dio: e le nostre previsioni non sono punto deluse. L’Epistola ai Galati comincia con queste parole: « Paolo apostolo, non per autorità degli uomini né per mezzo di un uomo, ma per mezzo di Gesù Cristo e di Dio Padre (Gal. I, 1) ». Paolo nega assolutamente agli uomini ogni causalità, o remota o prossima del suo apostolato; egli non è il delegato né il mandatario degli uomini. – Quando dunque egli si dice apostolo esclusivamente per mezzo di Gesù Cristo e di Dio Padre, considera evidentemente il Cristo come un essere superiore all’uomo, o meglio come una persona la quale è più che uomo. Senza dubbio tra Dio e l’uomo vi sono gradi infiniti; ma se si riflette che Paolo non farebbe derivare la grazia — e una grazia come quella dell’apostolato — da un essere inferiore a Dio, e che comprende Gesù Cristo e Dio sotto una stessa particella causale, senza che si possa dire che egli stabilisce tra i due una subordinazione di autorità o di grado, poiché Gesù Cristo è anzi qui nominato per il primo, non si potrà opporre nulla agli interpreti i quali vedono in queste parole una prova della divinità del Figlio. – Per invalidare il loro ragionamento, bisogna essere sicuri in precedenza che Gesù Cristo non sia Dio, e che Paolo non lo abbia creduto tale; ma un simile pregiudizio rende impossibile qualunque sana esegesi. – La coscienza cristiana non separa il Cristo da Dio. Fin dalle origini, il Cristo è pregato, invocato, cantato e glorificato come Dio. Santo Stefano morente dice: « Signore Gesù, accogli lo spirito mio… Signore, non imputare a loro questo peccato (Act. VII, 59) ». L’ardente supplica che Gesù in croce rivolgeva a suo Padre, la rivolgono allo stesso Gesù i primi martiri: perché oramai « chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvo (Rom. X, 13) »; e il Signore non è altri che il Cristo. I fedeli sono « coloro che invocano il nome del Signore »; questo è il loro titolo distintivo e caratteristico. Paolo scrive « alla chiesa che è in Corinto, ai (fedeli) santificati nel Cristo Gesù, santi per vocazione, come a quelli che invocano il nome di Nostro Signore Gesù Cristo, in qualunque luogo (I Cor. I, 2) ». Dopo la teoria, viene la pratica: l’Apostolo sentendo « nella sua carne uno stimolo, un angelo di satana », che lo schiaffeggia e che pare dover paralizzare il suo ministero, prega tre volte il Signore per esserne liberato; e il Signore gli dice: « Ti basta la mia grazia (II Cr. XII, 8-9) ». Egli prega, non Dio Padre, ma il Signore, perché sa benissimo che pregare il Signore è pregare lo stesso Dio; e il Signore, autore e distributore della grazia, gli promette il suo aiuto onnipotente. Nell’anno 112 della nostra èra, certi antichi Cristiani raccontavano a Plinio, che prima della loro apostasia solevano radunarsi per cantare inni al Cristo come a un Dio: Christo quasi Deo (Epist. ad Traian., 96). Non era affatto una novità: uno dei testimoni citati da Eusebio, afferma che l’usanza di comporre salmi e odi in cui il Verbo era celebrato come Dio, risale alle origini (Hist. Eccl.); e questa asserzione può essere verificata con l’espressa testimonianza di san Paolo: « Trattenetevi con salmi, inni e cantici spirituali, cantando e celebrando nel vostro cuore il Signore (Ephes. V, 19) » Gesù Cristo. Nel passo parallelo, « il Signore » è sostituito con « Dio (Col. III, 16) », e questo prova che i fedeli innalzavano le stesse lodi a Dio e al Cristo. Brevi frammenti di queste composizioni primitive, più notevoli per lo spirito religioso che per l’ispirazione poetica, sono assai probabilmente arrivati fino a noi. Tale sarebbe questa descrizione ritmica del « mistero della pietà »:

Egli si manifestò nella carne,

fu giustificato nello spirito,

apparve agli Angeli;

sarà predicato tra le nazioni,

fu creduto nel mondo,

fu rapito in gloria.

(I Tim. III, 16).

La dossologia è una specie di inno compendiato. Gli Ebrei la facevano seguire al solo nome di Dio, e anche l’Apostolo generalmente osserva tale pratica: « A Dio solo onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen. ». Ma già san Paolo, san Giovanni, san Pietro, e anche l’Epistola agli Ebrei, quasi che si fossero data la parola d’ordine, vanno insensibilmente sostituendo il nome del Figlio a quello dei Padre: « Il Signore mi libererà da ogni male e mi salverà (facendomi entrare) nel suo regno celeste. A Lui sia la gloria nei secoli dei secoli. Amen (II Tim. IV, 18) ». Infatti, siccome da Lui s i aspetta la grazia, è giusto che a Lui se ne dia l’onore e il ringraziamento: « Rendo grazie al Cristo Gesù Nostro Signore il quale mi ha fortificato, di avermi giudicato fedele con lo stabilirmi nel ministero ».Però l’attribuzione delle dossologie al Cristo è eccezionale. Allorché il pensiero dell’Apostolo si fissa esclusivamente nella Persona di Gesù Cristo, egli può benissimo pregarlo, invocarlo, ringraziarlo, esaltarlo, come se fosse l‘unico autore dei beni soprannaturali; ma quando lo nomina unitamente a suo Padre, egli stabilisce tra loro due un ordine che non inverte mai. Allora egli ringrazia, implora e glorifica Dio per mezzo di Gesù Cristo o in Gesù Cristo; ed è più che naturale: « Il capo di ogni uomo è il Cristo, (come) il capo della donna è l’uomo; (ma) il capo del Cristo è Dio (I Cor. XI, 3) ». Qui vi è una gerarchia ben definita: Dio, il Cristo, l’uomo, la donna. Se si legge attentamente il contesto, si noterà anzitutto che si tratta del Cristo come capo della Chiesa, nell’economia della redenzione; in secondo luogo, che si tratta dei rapporti dell’uomo e della donna sotto l’aspetto cristiano e sotto l’aspetto sociale. Infatti la questione di cui si tratta, concerne il contegno delle donne nella Chiesa, contegno determinato dalla situazione delle donne nella Chiesa. Sotto l’aspetto individuale, la donna cristiana è immediatamente unita al Cristo redentore, precisamente come l’uomo, ma non è così sotto l’aspetto sociale. Qui vi è una gerarchia da osservare in teoria e da mantenere nella pratica. Come capo della Chiesa, il Cristo dipende immediatamente da Dio del quale è l’inviato e il mandatario; l’uomo dipende immediatamente dal Cristo e lo rappresenta nelle funzioni sacre della gerarchia ecclesiastica; la donna poi — o maritata o no — dipende immediatamente dall’uomo il quale solo ha parte nel governo della Chiesa. E questa subordinazione si deve tradurre esteriormente in atto, nelle assemblee religiose, col velo, simbolo di dipendenza, col quale la donna si coprirà la testa, come pure con l’interdizione che le è fatta, di profetizzare, di insegnare e di parlare in pubblico, davanti ai fedeli e ai loro pastori. – Dio è dunque il capo del Cristo mediatore, e appunto in tale rapporto Dio e il Cristo sono ordinariamente considerati quando sono nominati insieme nelle dossologie e nelle preghiere solenni. Paolo attende la grazia, la misericordia e gli altri beni spirituali simultaneamente dal Figlio e dal Padre e può indifferentemente domandarli al Padre o al Figlio; ma sembra che egli stesso abbia stabilita la regola abituale delle nostre preghiere, quando scriveva ai Colossesi: « Tutto quello che dite o fate, fatelo nel nome del Signore Gesù, ringraziando per mezzo di lui Dio Padre (Col. III, 17) »… Poiché « tutte le promesse di Dio sono diventate in lui », è ben giusto che noi rivolgiamo « per mezzo di lui l’Amen » delle nostre benedizioni (II Cor. I, 20). – Forse la cura di non intaccare menomamente, neppure in apparenza, il monoteismo ebraico, non è estranea a questa usanza introdotta dagli Apostoli e adottata in seguito dalla Chiesa, usanza che del resto, come si è veduto, non impedisce di pregare separatamente il Figlio, quando occorre, e di rivolgergli qualche volta le dossologie riservate a Dio solo.

UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE I MODERNISTI APOSTATI DI TORNO: DIUTURNI TEMPORIS DI S. S. LEONE XIII

« … il Rosario costituisce la più eccellente forma di preghiera, e il mezzo più efficace per conseguire la vita eterna … »Ancora una volta il Santo Padre Leone XIII, oramai al termine della sua lunga vita, raccomanda questa pratica devota, quasi un testamento, presago della sua vicina dipartita dal tempo, per approdare al porto della Eternità beata, ove spera di giungere con l’aiuto decisivo della Vergine, Madre di Dio « … fermamente speriamo di poter chiudere la Nostra vita terrena nell’amore di questa tenerissima Madre: amore che ci siamo sempre studiati, con tutte le Nostre forze, di coltivare e di estendere sempre più » … parole di una tenerezza commovente sì, ma forti e chiare, proprie di un uomo, e che uomo!, … che in mezzo ai turbinosi flutti e ai marosi dell’epoca ha saputo guidare la Barca di Pietro verso il golfo sicuro della Fede salvifica Cattolica, conservandone e ribadendone il Deposito divinamente affidatogli. E forse tra i tanti, il merito maggiore di questo Sommo Pontefice, come si evince dalle sue numerose lettere Encicliche mariane, è proprio quello di avere indicato ai Cristiani fedeli, come agli increduli saccenti, l’unico mezzo sicuro per approdare alla eterna felicità: il Santo Rosario!  « … Noi, mossi dal desiderio di porre nella così accresciuta devozione verso la Vergine, come in una rocca inespugnabile, la salvezza dell’umanità, non abbiamo mai cessato di promuovere tra i fedeli la pia pratica del Rosario Mariano … ». “Rocca inespugnabile” per la salvezza dell’umanità, mezzo sicuro per schiacciare la testa dell’infame serpente infernale, oggi in piena azione dappertutto,  il Rosario si rivela anche ancor più come la residua speranza per un mondo che ha toccato tutti gli abissi della amoralità, della blasfemia, dell’odio verso Dio ed il suo Cristo, un’umanità che si avvia inevitabilmente alla resa dei conti con il suo Creatore e Redentore, che in tutti i modi ancora osa sfidare. Facciamo allora nostre queste espressioni contenute nella lettera, come estremo richiamo d’amore di un Santo Padre che ad ogni costo vuole recuperare un’infinità di anime destinate all’eterna perdizione, per non rendere oltretutto inutile ed infruttuoso il Sacrificio sulla Croce del Messia Redentore, e vano il Sangue Preziosissimo sparso nella Passione. Il mezzo è certo, cerchiamo di farne un buon uso, costante e perseverante fino ai nostri ultimi giorni, onde sperare, come il Papa, di addormentarci anche noi sereni nelle braccia della più tenera delle Madri, la “tenerissima” Mamma di Gesù Cristo, nostro Dio e nostro Salvatore.

S. S. Leone XIII
Diuturni temporis

Lettera Enciclica

Il rosario mariano
5 settembre 1898

Quando riflettiamo sul lungo spazio di tempo che, per volontà di Dio, abbiamo trascorso nel Sommo Pontificato, non possiamo non riconoscere di avere sperimentato nel modo più tangibile la singolare assistenza della Provvidenza divina. Noi invero pensiamo che ciò debba principalmente attribuirsi alle preghiere unanimi, e per questo efficacissime, che ora tutta la Chiesa senza posa eleva a Dio per Noi, come una volta per Pietro. Perciò prima di tutto ringraziamo dal più profondo del cuore il Signore, dispensatore di tutti i beni. E finché avremo vita, il Nostro animo conserverà un fedele ricordo di ogni singolo beneficio da Lui ricevuto. Ma subito dopo, il Nostro pensiero soavemente si volge alla materna protezione dell’augusta Regina del cielo; e questo pio ricordo vivrà indelebile nel Nostro cuore, per muoverci a magnificare i benefici di Maria e a nutrire verso di Lei la più sentita gratitudine. Da Lei infatti, come da un canale ricolmo, discende l’onda delle grazie celesti: “Nelle sue mani si trovano i tesori delle divine misericordie”: È volontà di Dio che Ella sia il principio di tutti i beni”. E Noi  già da tempo, “. A questo scopo, già il 1° settembre 1883, pubblicammo una lettera enciclica, e, come tutti ben sapete, abbiamo in séguito promulgato su questo argomento varie altre decisioni. E poiché i disegni della divina Misericordia ci concedono di vedere, anche quest’anno, l’avvicinarsi del mese di ottobre, già ripetutamente da Noi dedicato e consacrato alla celeste Regina del Rosario, non vogliamo mancare di rinnovarvi la Nostra esortazione. Affinché pertanto siano in breve compendiati tutti gli sforzi, da Noi finora fatti, per l’incremento di questa singolare forma di preghiera, intendiamo coronare la Nostra opera con un ultimo documento, che vuoi dimostrare, con evidenza ancora maggiore, il Nostro zelo e la Nostra premura per questa lodevolissima manifestazione di pietà mariana, e spronare, insieme, l’ardore dei fedeli a conservare piamente nella sua integrità la bella pratica del Santo Rosario. – Spinti pertanto dal costante desiderio di manifestare al popolo Cristiano la potenza e la grandezza del Rosario Mariano, Noi abbiamo ricordato innanzi tutto l’origine, piuttosto celeste che umana, di questa preghiera. E a questo scopo abbiamo messo in evidenza che questa meravigliosa Corona è un intreccio di Salutazioni Angeliche, intercalate dall’Orazione del Signore, unite dalla meditazione. Così composto, il Rosario costituisce la più eccellente forma di preghiera, e il mezzo più efficace per conseguire la vita eterna. Poiché, oltre alla eccellenza delle sue preghiere, esso ci offre una salda difesa della nostra fede e un sublime modello di virtù nei misteri proposti alla nostra contemplazione. Noi abbiamo inoltre dimostrato che il Rosario è una pratica facile e adatta all’indole del popolo, al quale presenta altresì, nel ricordo della Famiglia di Nazaret, l’ideale più perfetto della vita domestica. Per tali motivi i fedeli ne hanno sempre sperimentato la salutare potenza. – Dopo aver inculcato, specialmente con queste ragioni e coi Nostri ripetuti appelli, la pratica del santo rosario, Noi, seguendo l’esempio dei Nostri predecessori, ci siamo inoltre dati premura di accrescere l’importanza e la solennità del suo culto. Dei Nostri predecessori, Sisto V di felice memoria approvò l’antica consuetudine di recitare il rosario; Gregorio XII istituì la festa del Rosario; Clemente VIII la introdusse nel Martirologio; Clemente XI la estese a tutta la chiesa; e Benedetto XIII la inserì poi nel Breviario Romano. Così Noi, a perenne testimonianza del Nostro apprezzamento per questa forma di pietà, oltre aver decretato che detta festa e il suo ufficio siano celebrati in tutta la Chiesa, con rito doppio di seconda classe, abbiamo voluto anche che l’intero mese di ottobre sia consacrato a questa devozione. Infine abbiamo prescritto che nelle Litanie lauretane si aggiunga l’invocazione: “Regina del Santissimo Rosario”, come augurio di vittoria nella presente lotta. – Dopo ciò, non restava che far conoscere ai fedeli l’immenso valore e i grandissimi vantaggi annessi al Rosario Mariano, per i numerosi privilegi e diritti di cui è stato arricchito, e soprattutto per il tesoro di indulgenze di cui gode. E certo non è difficile capire quanto questi vantaggi debbano stare a cuore a coloro che pensano seriamente alla loro eterna salvezza. Qui infatti si tratta di ottenere, totalmente o parzialmente, la remissione della pena temporale, da scontare in questa o nell’altra vita, anche dopo che è stata cancellata la colpa. Tesoro questo, senza dubbio, preziosissimo, perché costituito dai meriti di Cristo, ai quali si sono aggiunti quelli della Madre di Dio e dei santi. A tale tesoro il nostro predecessore Clemente VI a ragione riferiva quelle parole della Sapienza: “Inesauribile tesoro è essa per gli uomini: quei che ne fanno uso si procacciano presso Dio amicizia” (Sap VII,14). Già i Papi, in forza del loro supremo potere ricevuto da Dio, hanno largamente aperto le sorgenti di tali grazie agli iscritti alle confraternite del Santo Rosario, e a coloro che recitano il rosario con devozione. – Anche Noi, pertanto, persuasi che queste grazie e queste indulgenze, come altrettante fulgide gemme ben disposte, aumentano lo splendore della corona di Maria, abbiamo deciso, dopo matura riflessione, di promulgare una “Costituzione” sui diritti, privilegi, indulgenze, riservati alle Confraternite del rosario. Sia considerata questa “Costituzione” una pubblica testimonianza del Nostro amore verso l’augusta Madre di Dio, e, nello stesso tempo, uno stimolo e un premio alla pietà dei fedeli, affinché nell’ora estrema della loro vita possano essere confortati dal suo aiuto, e soavemente addormentarsi sul suo seno.

È questa la grazia che domandiamo a Dio, per l’intercessione della Regina del Santissimo Rosario. E intanto, come pegno e auspicio dei celesti favori, impartiamo con grande affetto a voi, venerabili fratelli, al vostro clero e al popolo affidato alla cura di ciascuno di voi l’Apostolica Benedizione.

Roma, presso S. Pietro, 5 settembre 1898, anno XXI del Nostro pontificato

ET IPSA CONTERET

 

DOMENICA II DI AVVENTO (2018)

DOMENICA II di AVVENTO

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

 Introitus
Is XXX:30.
Pópulus Sion, ecce, Dóminus véniet ad salvándas gentes: et audítam fáciet Dóminus glóriam vocis suæ in lætítia cordis vestri. [Popolo di Sion, ecco il Signore verrà a salvare tutte le genti: il Signore farà udire la gloria della sua voce inondando di letizia i vostri cuori.]
Ps LXXIX:2
Qui regis Israël, inténde: qui dedúcis, velut ovem, Joseph.
[Ascolta, tu che reggi Israele, tu che guidi Giuseppe come un gregge.]

Pópulus Sion, ecce, Dóminus véniet ad salvándas gentes: et audítam fáciet Dóminus glóriam vocis suæ in lætítia cordis vestri. [Popolo di Sion, ecco il Signore verrà a salvare tutte le genti: il Signore farà udire la gloria della sua voce inondando di letizia i vostri cuori.]

 Oratio
Orémus.
Excita, Dómine, corda nostra ad præparándas Unigéniti tui vias: ut, per ejus advéntum, purificátis tibi méntibus servíre mereámur:
[Eccita, o Signore, i nostri cuori a preparare le vie del tuo Unigenito, affinché, mediante la sua venuta, possiamo servirti con anime purificate:]

Lectio
Lectio Epístolæ beáti Pauli Apostoli ad Romános.
Rom XV:4-13.
Fatres: Quæcúmque scripta sunt, ad nostram doctrínam scripta sunt: ut per patiéntiam et consolatiónem Scripturárum spem habeámus. Deus autem patiéntiæ et solácii det vobis idípsum sápere in altérutrum secúndum Jesum Christum: ut unánimes, uno ore honorificétis Deum et Patrem Dómini nostri Jesu Christi. Propter quod suscípite ínvicem, sicut et Christus suscépit vos in honórem Dei. Dico enim Christum Jesum minístrum fuísse circumcisiónis propter veritátem Dei, ad confirmándas promissiónes patrum: gentes autem super misericórdia honoráre Deum, sicut scriptum est: Proptérea confitébor tibi in géntibus, Dómine, et nómini tuo cantábo. Et íterum dicit: Lætámini, gentes, cum plebe ejus. Et iterum: Laudáte, omnes gentes, Dóminum: et magnificáte eum, omnes pópuli. Et rursus Isaías ait: Erit radix Jesse, et qui exsúrget régere gentes, in eum gentes sperábunt. Deus autem spei répleat vos omni gáudio et pace in credéndo: ut abundétis in spe et virtúte Spíritus Sancti.

Omelia I

[Mons. Bonomelli: Omelie – Vol. I, Omelia III – Torino 1899]

“Tutte le cose che furono già scritte, furono scritte per nostro ammaestramento, affinché per la pazienza e per la consolazione delle Scritture noi manteniamo la  speranza. Il Dio poi della pazienza e della consolazione vi conceda di avere un medesimo sentimento fra voi, secondo Gesù Cristo. Affinché di pari consentimento, con un sol labbro, diate gloria a Dio, Padre del Signor nostro Gesù Cristo. Il perché accoglietevi gli uni gli altri come Gesù Cristo ha accolto voi a gloria di Dio. E veramente io affermo, Gesù Cristo essere stato ministro della circoncisione per la veracità di Dio, per mantenere le promesse fatte ai patriarchi: i gentili poi glorificare Iddio per la misericordia, siccome sta scritto: Per questo io ti celebrerò fra le nazioni e inneggerò al tuo nome. E altrove: Rallegratevi, o genti, col suo popolo. E ancora: “Quante siete nazioni, lodate il Signore, e voi, o popoli tutti, celebratelo. E Isaia dice ancora: Vi sarà il rampollo di Jesse e colui che sorgerà a reggere le nazioni, e le nazioni spereranno in lui. Intanto il Dio della speranza vi ricolmi di ogni allegrezza e pace nel credere, affinché abbondiate nella speranza per la forza dello Spirito santo. ,, (Ai Rom, XV, 4-13). –

Queste parole l’Apostolo Paolo scriveva ai fedeli a Chiesa di Roma verso la fine della sua lettera, e queste parole la Chiesa oggi ci fa leggere nella santa Messa, e su queste parole io richiamerò per pochi minuti la vostra attenzione, che vi prego di accordarmi intera. – “Tutte le cose che furono già scritte, furono scritte per nostro ammaestramento, affinché per la pazienza e per la consolazione delle Scritture noi manteniamo la speranza. „ Per comprendere il significato di questa sentenza fa d’uopo rilevare il nesso con le parole che la precedono. Nel versetto antecedente l’Apostolo parla di Gesù Cristo, che non secondò le sue inclinazioni naturali per salvare gli uomini, ma tutto sostenne; onde tutte le offese fatte a Dio ricaddero sopra di Lui, che n’era mallevadore, e a conferma cita un luogo del Salmo LXVIII: “I vituperi dei tuoi vituperatori caddero sopra di me: „ parole queste messe in bocca a Gesù Cristo stesso. Messo innanzi ai fedeli questo oracolo delle Scritture, adempiutosi in Cristo, l’Apostolo prosegue, affermando in genere, che tutto ciò che i Libri divini insegnano, lo insegnano a nostro vantaggio spirituale. Che cosa sono i Libri santi? Sono il Codice divino, al quale dobbiamo conformare tutta la nostra vita: sono la lettera, scrive S. Atanasio, che Dio manda agli uomini; lettera che contiene la sua santa volontà, legge sovrana per noi tutti. “La Scrittura tutta, dice san Paolo in un altro luogo, è divinamente inspirata, ed è utile ad insegnare, ad arguire, a correggere, ad ammaestrare nella giustizia, affinché l’uomo di Dio sia perfetto ed adorno d’ogni opera buona „ (II Timot. III, 16 e 17). Senza il conoscimento di ciò che dobbiamo credere e fare è impossibile salvarci. E questo conoscimento donde deriva? Da Dio solo, fonte d’ogni verità. E per quali modi, per quali vie Dio ci comunica il conoscimento di queste verità? Per mezzo della parola; e questa può essere annunziata a noi a voce per mezzo degli Apostoli e della Chiesa e può giungere a noi scritta, per mezzo dei Libri divinamente ispirati. La prima via è la più facile e spedita e basta per tutti indistintamente gli uomini: la seconda via è meno facile e meno spedita, né a tutti possibile: ma è pur sempre buona e santa. Qual cosa più buona e santa dell’apprendere le verità della fede su quei libri, che Dio volle si scrivessero a nostra istruzione e conforto? Quelle verità, che un dì risuonarono sulle labbra di Cristo e degli Apostoli, sono lì scritte sui Libri santi: tra noi e gli ascoltatori di Cristo e degli Apostoli non vi è differenza alcuna; quelli ricevevano la verità per gli orecchi, noi per gli occhi, ma è sempre la stessa verità. – Un tempo, o carissimi, la Scrittura santa si leggeva e si meditava anche dai semplici fedeli; era un libro in mano di tutti che sapevano leggere: oggi dov’è il laico, anche istruito, che legga e mediti alcuna volta questo Libro divino? Si leggeranno libri d’ogni  maniera; ma il libro per eccellenza, il libro in cui tutto è verità e che ci ammaestra nelle cose del cielo, che ci insegna la via della virtù, pur troppo è dimenticato. Se non lo si legge, né si medita, se ne ascolti almeno la spiegazione, che la Chiesa comanda sia fatta al popolo ogni domenica! E che cosa ci insegnano i Libri santi e nominatamente le parole del Profeta sopra riportate dall’Apostolo? Esse ci insegnano (scolpitevelo bene nell’animo), ci insegnano la pazienza nei mali e il conforto nelle tribolazioni. Chi di noi, o dilettissimi, non ha da soffrire nell’esercizio della virtù, e nel durarvi saldamente? Bisogna patire, bisogna portare ogni giorno la nostra croce, e sovente assai pesante. Ebbene! Nei Libri sacri, nell’esempio dei santi e sopratutto nell’esempio di Gesù Cristo troveremo lume, forza e conforto e perfino consolazione in mezzo alle amarezze della vita, ponendoci innanzi agli occhi la mercede che ci è promessa e che teniamo sicura per la speranza: Spem habeamus. Un’anima che si inginocchia dinanzi a Gesù Cristo crocifisso e, scorrendo il Vangelo, ne medita la vita piena di dolori, di umiliazioni senza nome e pensa ch’Egli è Dio, il Santo per eccellenza: un’anima, che creda oltre la tomba cominciare un’altra vita interminabile, in cui si riparano le ingiustizie della presente e i dolori passeggeri di questa sono ripagati con gioie ineffabili ed eterne: come volete che quest’anima non si conforti e non si rallegri? Ah! essa deve esclamare con l’Apostolo: “Sovrabbondo di gioia in mezzo alle mie tribolazioni e la morte stessa per me è un guadagno. „ – Pregustando nella speranza le gioie promesse a chi soffre per Gesù Cristo, S. Paolo, in uno di quegli impeti di carità sì frequenti nelle sue lettere, esclama: “Il Dio della pazienza e della consolazione vi conceda di avere un medesimo sentimento fra voi, secondo Gesù Cristo. „ Le parole “il Dio della pazienza e della consolazione „ sono un modo di dire ebraico, che significa, Dio Autore e Largitore della pazienza e della consolazione: Dio, che è pazientissimo, o la stessa pazienza e consolazione, vi conceda ciò che è frutto prezioso della pazienza e causa di consolazione purissima, cioè la pace, la concordia fra voi, secondo Gesù Cristo, cioè quale è da Lui voluta. Carissimi! l’Apostolo desiderava ai suoi cari figliuoli, come il massimo dei beni, la concordia e la pace tra loro. L’abbiamo noi nella nostra parrocchia, nelle nostre famiglie questa pace benedetta, questo sentimento stesso tra noi, come si esprime l’Apostolo? Oimè! Quanti mali umori! quanti rancori! quante maldicenze, che seminano la discordia e mettono sossopra le famiglie! Se la carità fraterna non regna nei nostri cuori, come potremo, di pari sentimento e d’un sol labbro glorificare Iddio e Padre del Signor nostro Gesù Cristo, secondo che comanda l’Apostolo? Può egli un padre amoroso gradire l’ossequio e le testimonianze di riverenza e di affetto dei figli, quando sa che essi si guardano di mal occhio tra loro e forse anche si odiano? Oh! no certamente; così Iddio, il Padre nostro, non può gradire i nostri omaggi e le nostre preghiere, se i nostri cuori non sono avvivati dall’alito divino della carità fraterna. Dobbiamo aver tutti un solo cuore e un’anima sola, come i Cristiani della primitiva Chiesa, e allora la preghiera e la lode uscirà dalle nostre labbra come un soave profumo, che rallegra il cuore di Dio. Gesù Cristo è il sovrano ed eterno modello, sul quale dobbiamo tener fissi gli occhi, e l’Apostolo in modo specialissimo ad ogni pagina, quasi ad ogni linea delle inarrivabili sue lettere, ce lo rammenta. Se il vincolo della carità di Gesù Cristo congiunge tutti i cuori e ne caccia le contese ed i sospetti, quale ne sarà la naturale conseguenza? “Allora voi – dice S. Paolo – vi accoglierete gli uni gli altri, come anche Gesù Cristo accolse voi a gloria di Dio. „ E come Gesù Cristo accolse voi? sembra domandare l’Apostolo. Fra voi non pochi sono figli di Abramo e portano il segno dell’alleanza e della promessa divina, fatta ai patriarchi, e molti sono gentili, nati e cresciuti in mezzo alle tenebre del paganesimo; ma Gesù Cristo, continua l’Apostolo, non ha fatto differenza alcuna, e ha chiamati egualmente alla fede voi, Ebrei, e voi, gentili, e tutti egualmente vi ha stretti al suo seno paterno. Se Gesù Cristo pertanto vi ha accolti tutti nella sua Chiesa, vi ama tutti come figli e tutti vi ricolma dei suoi doni, come non dovete voi pure accogliervi gli uni gli altri quasi fratelli? L’argomento non poteva essere più chiaro ed efficace. E qui vedete differenza che corre tra le società umane e la società divina, che è la Chiesa. Fate che in una società umana entrino ricchi e poveri, sapienti ed ignoranti; fate che vi siano Francesi ed Inglesi, Tedeschi ed Italiani e andate dicendo: essi sono tutti uomini e lo riconoscono: ma qual differenza di accoglienze tra loro! Quali diffidenze! quali sospetti! Si dicono fratelli, ma troppo spesso si trattano come stranieri, anzi come nemici. Non così nella grande famiglia di Gesù Cristo, che è la Chiesa! Sono tutti figli dello stesso Padre celeste, tutti fratelli e se si usa qualche differenza, questa è per i poverelli, per gli ignoranti, perché Gesù Cristo disse: “Son venuto per annunziare il Vangelo ai poveri e per consolare gli afflitti. „ Nella Chiesa di Gesù Cristo non vi è né greco, né scita, né barbaro: son tutti egualmente redenti da Lui e tutti fratelli. S. Paolo per provare la chiamata dei gentili alla fede non altrimenti degli Ebrei cita quattro oracoli profetici, che a principio avete udito e che non occorre ripetere. Piuttosto è da notare una differenza, che l’Apostolo mette in rilievo tra la chiamata degli Ebrei e quella dei gentili, ed è questa, che Gesù Cristo chiama gli Ebrei per la veracità, doveché chiama i gentili per la misericordia. Che differenza è questa, o dilettissimi? Forse che anche la chiamata degli Ebrei non è opera di misericordia come quella dei gentili? Sì, e chi ne potrebbe dubitare? Come dunque S. Paolo attribuisce la prima alla veracità di Dio e la seconda alla sua misericordia? La risposta è facilissima. La conversione degli Ebrei, come quella  dei gentili, è tutta e sola opera della bontà e misericordia di Dio, come insegna la fede. Che merito o diritto potevamo noi avere a tanta grazia, noi che abbiamo ricevuto tutto da Lui; noi che non avevamo di nostro che il peccato; noi che siamo miserabili creature? Indegni d’essere suoi servi, come potevamo aspirare all’altissimo onore di diventare suoi figli per adozione? Iddio, unicamente per sua bontà, ripetutamente per i profeti e pei patriarchi promise ai figli d’Israele la salute per mezzo di Gesù Cristo, mentre che ai gentili non fece direttamente promessa alcuna: ai gentili non diede la legge di Mosè, non i profeti, non i patriarchi: a loro diede la sola ragione e con essa la legge naturale. Coll’offrire la fede agli Ebrei Dio mantenne le sue promesse fatte loro nei Libri santi, ed ecco perché S. Paolo l’attribuisce alla veracità di Dio: con l’offrire la fede ai gentili Dio non mostrò di mantenere promesse di sorta, perché ai gentili non ne aveva fatte, e perciò S. Paolo ripete la loro conversione dalla sola misericordia. In una parola: Dio accolse gli Ebrei per la sua misericordia e per mantenere le promesse loro fatte, e accolse i gentili per la sola sua misericordia, perché con essi non aveva promesse da osservare. Noi, o dilettissimi, siamo figli di questi gentili, che Dio accolse insieme coi figli d’Israele; noi siamo gli eredi della loro fede e in noi si continua la divina misericordia. Permettete che ve lo domandi: La vostra fede è viva ed operosa come quella dei Romani, ai quali scriveva l’Apostolo e che era rinomata in tutto il mondo? In mezzo ai tanti pericoli che ne circondano, alle tante insidie che ci son tese, la conserviamo noi pura ed intatta, come il più prezioso beneficio della misericordia divina? La onoriamo noi questa fede con le opere, che la mostrano viva ed efficace? Ascoltiamo la risposta che a ciascuno darà la coscienza. – Siamo all’ultimo versetto della epistola citata: “Intanto il Dio della speranza vi riempia d’ogni allegrezza e pace nel credere, con l’arricchirvi di speranza nella potenza dello Spirito santo. „ È un caro e santo augurio,, che con la tenerezza di padre l’Apostolo indirizza ai suoi figliuoli in spirito. Il Dio della speranza, che è quanto dire, Dio autore, fonte e termine della speranza, allontani da voi qualunque contesa e discordia, vi riempia di quella pace, che è figlia della fede e vi avvalori nella forza dello Spirito santo; e in termini più chiari ancora: Dio vi conceda di star saldi nella fede, che avete ricevuta e nella speranza, che deriva dalla fede, e frutti di questa fede e di questa speranza saranno l’allegrezza e la pace, e tutti questi beni conservi ed accresca in noi la grazia e la forza dello Spirito santo. S. Paolo in questa sentenza ci presenta l’allegrezza e la pace, che augura ai fedeli, come frutti della fede e della speranza, e bene a ragione. – La fede, o cari, ci dice chiaramente la nostra origine, ci segna la strada che dobbiamo tenere, ci addita il fine, a cui dobbiamo tendere; essa ci insegna con sicurezza donde veniamo e dove andiamo. La speranza, che si fonda nella fede, ci insegna i mezzi, con lo aiuto dei quali possiamo e dobbiamo raggiungere il fine, pel quale siamo creati. Ponete che un uomo ignori chi l’abbia creato e messo su questa terra: che ignori al tutto ciò che sarà di lui di là della tomba, in quella regione, dove tutti entrano e d’onde nessuno torna mai: ponete per conseguenza che quest’uomo non abbia, né possa mai avere un solo filo di speranza per la vita avvenire: ditemi, quest’uomo non sarebbe egli come un essere perduto sulla terra? Immaginate che voi, ad un tratto, bendati gli occhi, foste trasportati li da una forza prepotente lungi molte migliaia di miglia e deposti in mezzo ad un deserto: aprite gli occhi, vi rivolgete da ogni lato, non vedete traccia di via, non un colle, non un albero, non il sole, velato da fitte nubi, non una stella: non vedete che arida sabbia, e deserto in tutta la maestà opprimente del suo silenzio. Potreste voi dire, donde siete venuto! dove vi convenga volgere il passo per uscire da quel deserto, in cui vi sentite morire? Impossibile. Ecco l’immagine d’un uomo senza fede e senza speranza. Egli si trova balzato qui sulla terra, come in mezzo ad uno sconfinato deserto. Chi mi ha dato la vita? domanda affannosamente a se stesso. Chi mi ha collocato quaggiù? Dove mi debbo incamminare? Che debbo fare? Là è la tomba: presto vi sarò calato: oltre la tomba, che c’è? Finirò tutto nel cimitero? Vi sarà un’altra vita, e quale? Domande inevitabili e paurose, alle quali nessuno risponde: il grido del misero si perde nel deserto: non v’è un’eco lontana, che risponda: tutto è silenzio e morte. Ecco l’uomo senza fede e senza speranza: è ciò che si può immaginare di più desolato, di più sconsolato: è il nulla, il nulla nella sua forma più spaventevole. — Ma brilli in alto un raggio di luce, un raggio della fede e della speranza, e l’orrido deserto si copre di erbe verdeggianti; di vaghi fiori: da lungi si scorge la patria, sospirata e si vede la via sicura che ad essa conduce. Ah! la pace, la gioia della fede e della speranza cristiana. Vedete questi poveri operai, che sudano nella loro officina : quei poveri contadini, che indurano sotto la sferza del sole di luglio e sotto i geli del gennaio: vedete quelle povere madri, quelle vedove, che a stento possono sfamare e coprire di abiti sdrusciti i loro figli: essi soffrono, e Dio solo conosce appieno i loro dolori: ma essi sanno che Dio li ha creati; che Gesù Cristo li ha redenti, che ha patito come loro e più di loro: sanno che l’occhio di Dio veglia sempre sopra di loro, che conta le loro lacrime, che li sostiene con la sua grazia, che alla morte comincia una seconda vita interminabile, e che allora sarà fatta a tutti piena giustizia: essi sanno in fine che Gesù Cristo disse: Beati i poveri: beati quelli che piangono: beati quelli che soffrono per la giustizia: beati quelli che sono perseguitati perché grande è la loro mercede: questo pensiero del premio eterno, che li attende è quello che li conforta, che muta in gioia il dolore e sulla terra dell’esilio fa gustare le dolcezze della patria. — “Che il buon Dio pertanto, chiuderò ancora con san Paolo, vi riempia di ogni allegrezza e pace nella fede e vi arricchisca di speranza nella potenza dello Spirito Santo!. ,,

Graduale
Ps XLIX:2-3; 5
Ex Sion species decóris ejus: Deus maniféste véniet,
V. Congregáta illi sanctos ejus, qui ordinavérunt testaméntum ejus super sacrifícia.
[Da Sion, ideale bellezza: appare Iddio raggiante.
V. Radunategli i suoi santi, che sanciscono il suo patto col sacrificio. Alleluia, alleluia.]

Alleluja

Allelúja, allelúja,
Ps CXXI:1
V. Lætátus sum in his, quæ dicta sunt mihi: in domum Dómini íbimus. Allelúja.
[V. Mi sono rallegrato in ciò che mi è stato detto: andremo nella casa del Signore. Allelúia.]

Evangelium
Sequéntia sancti Evangélii secúndum Matthaeum.
R. Gloria tibi, Domine!
Matt. XI:2-10

In illo tempore: Cum audísset Joánnes in vínculis ópera Christi, mittens duos de discípulis suis, ait illi: Tu es, qui ventúrus es, an alium exspectámus ? Et respóndens Jesus, ait illis: Eúntes renuntiáte Joánni, quæ audístis et vidístis. Cæci vident, claudi ámbulant, leprósi mundántur, surdi áudiunt, mórtui resúrgunt, páuperes evangelizántur: et beátus est, qui non fúerit scandalizátus in me. Illis autem abeúntibus, coepit Jesus dícere ad turbas de Joánne: Quid exístis in desértum vidére ? arúndinem vento agitátam ? Sed quid exístis videre ? hóminem móllibus vestitum ? Ecce, qui móllibus vestiúntur, in dómibus regum sunt. Sed quid exístis vidére ? Prophétam ? Etiam dico vobis, et plus quam Prophétam. Hic est enim, de quo scriptum est: Ecce, ego mitto Angelum meum ante fáciem tuam, qui præparábit viam tuam ante te. 

Omelia II

[Mons. G. Bonomelli, Omelie, ut supra, vol.I om. IV, Torino, 1899 – imprim.]

” Giovanni, nel carcere avendo udite le opere di Cristo, mandò due dei suoi discepoli per dirgli: Sei tu Quegli che ha da venire, oppure ne aspetteremo un altro? — E Gesù rispose loro: Andate e riferite a Giovanni le cose che avete udite e vedute: i ciechi vedono, gli storpi camminano, i lebbrosi sono mondati, i sordi odono, i morti risorgono e ai poveri è annunziato il Vangelo, e beato colui che non patirà scandalo in me. Ora, com’essi se ne andavano, Gesù prese a dire di Giovanni alle turbe: Che mai andaste a vedere nel deserto? Forse una canna agitata dal vento ? Ma che andaste a vedere? Forse un uomo vestito di morbidezze? Eh! quegli che indossano morbide vesti abitano nelle case dei re. Ma che andaste a vedere? Un profeta? Sì, vi dico: anche più che un profeta. Perché questi è colui del quale è scritto: Ecco, io mando il mio Angelo davanti alla tua faccia, il quale preparerà il tuo cammino dinanzi a te „ (Matteo XI, 2-10).

Fin qui, o carissimi, il Vangelo di questa Domenica seconda d’Avvento, quale si legge in S. Matteo al capo undecimo. Il senso di queste parole di nostro Signore è sì piano che non v’è bisogno alcuno di spiegazione; ma se ciascuno di voi senza fatica può comprendere il senso delle parole evangeliche che vi ho recitate, forse non sì facilmente ciascuno saprebbe applicarle da se stesso ai propri bisogni. Noi vediamo i medici, allorché cadono infermi, quantunque valentissimi, chiamare a curarli altri medici e talvolta a loro per valore e perizia inferiori. Il somigliante accade a noi nella cura spirituale: abbiamo bisogno che altri ci suggerisca i rimedi e amorosamente ce li porga. Oggi l’opera mia si restringerà a cavare dalle parole di Cristo alcuni documenti utilissimi a nostra comune edificazione. Il Vangelo, che avete udito, ha due partì distinte: nella prima si narra l’ambasciata che Giovanni Battista mandò a Gesù Cristo: nella seconda abbiamo la risposta di Gesù Cristo e l’elogio che Egli fa del suo precursore. Prima di venire alla spiegazione, non vi sia grave udire alcuni chiarimenti. Ufficio del precursore era quello di preparare il popolo giudaico alla venuta di Cristo, e Giovanni l’aveva adempiuto a meraviglia con la vita austera menata nel deserto e con la predicazione della penitenza sulle rive del Giordano. La parola ardente del Battista aveva scosso gagliardamente popolo e sacerdoti, e intorno a lui erasi formato un gruppo di discepoli. Più d’una volta Giovanni, vedendo Gesù Cristo, l’aveva additato alle turbe e proclamato l’Agnello di Dio e protestato di essere indegno di sciogliere i legacci dei suoi calzari. Aveva affermato aver veduto lo Spirito Santo discendere sopra di lui, e che lui solo tutti dovevano seguire. Giovanni aveva avuto la gioia e la gloria di dare a Gesù Cristo i primi e principali apostoli, Pietro ed Andrea, Giovanni e Giacomo. Il Precursore, compiuta la sua missione, si eclissava. Erode agli altri suoi delitti aggiunse quello di imprigionar Giovanni, perché con santa libertà gli rimproverava le sue tresche con la moglie del fratello suo. A Giovanni in carcere giunse la fama dei miracoli e della predicazione di Gesù. E da sapere che il Precursore aveva ancora un certo numero di discepoli che lo visitavano in carcere, e probabilmente furono essi stessi che gli parlarono delle grandi opere di Cristo. Questi discepoli non avevano imitato i loro compagni, né obbedito il maestro, che li confortava a seguire Gesù Cristo. Forse erano quei medesimi, che nutrivano una cotale invidia verso Gesù Cristo e si lagnavano che egli ancora battezzasse e oscurasse così la gloria del proprio maestro. Voi vedete come questi buoni discepoli erano soverchiamente legati a Giovanni. Era l’amore male inteso verso del maestro, che li faceva disobbedienti a lui stesso e li rendeva ingiusti verso di Gesù Cristo. Certamente poi all’amore disordinato del maestro si aggiungeva l’amor proprio (causa principale della loro ostinazione), che sentivasi ferito nell’apparente abbassamento del maestro stesso. Siffatti siamo noi che tal volta amiamo disordinatamente lo stesso bene e col manto dello zelo per l’onore altrui copriamo il nostro rancore e malanimo verso del prossimo. Non è raro vedere taluni anche ai nostri giorni che usano alla Chiesa ed osservano le pratiche religiose o dalle stesse se ne allontanano unicamente per ragione dei ministri. Costoro sono simili ai discepoli di Giovanni, e nelle cose di Dio guardano gli uomini più che Dio stesso. Non ignoro, o fratelli miei, che alcuni moderni dotti, che si occupano di studi sacri e biblici, al fatto evangelico, che avete udito ora danno una diversa interpretazione. Essi dicono che Giovanni Battista, chiuso nel carcere di Macheronte, ebbe un’ora di debolezza e dubitò veramente se quel Gesù, ch’egli aveva salutato Agnello di Dio e Salvatore del mondo, era veramente l’aspettato Messia, il Figlio di Dio fatto uomo. Dissero anche che Giovanni Battista, mandando a Gesù quella ambasciata, volle quasi sollecitare Gesù a mostrarsi il Messia e con la sua autorità venire in soccorso del prigioniero abbandonato. Manifestamente le due spiegazioni ripugnano al carattere del Precursore. E una ingiuria il sospettare che Giovanni, dopo le solenni confessioni fatte a Cristo, balenasse nella fede ed avesse bisogno d’una parola di conforto e sollecitasse indirettamente la propria liberazione. Giovanni non era una canna, come dirà tosto il Salvatore, che piegasse ad ogni vento: non era uomo che impallidisse in faccia al patibolo. La sua fede incrollabile, le illustrazioni supreme avute, l’indomito coraggio che aveva spiegato in faccia alla sinagoga e ad Erode, ci obbligano a respingere queste interpretazioni indegne del maggiore tra i nati di donna. Giovanni adunque voleva che i suoi cari discepoli si persuadessero, Gesù essere veramente il Messia. Che fece egli per illuminarli? Giovanni diceva seco stesso: Se questi miei discepoli, troppo teneri del mio nome, vedranno Gesù Cristo e le opere sue e udranno le sue parole, si persuaderanno certamente, Lui essere il Messia, e abbandoneranno me per seguitar Lui. — Perciò, avutili a sé, disse loro: “Andate da Gesù, e a mio nome ditegli: Sei tu Quegli che aspettiamo, o dobbiamo aspettarne un altro? „ – Ammirate, o dilettissimi, l’amore affocato della verità e zelo per la causa di Gesù Cristo in questo uomo meraviglioso! Egli adopera tutta la sua autorità, usa d’una santa industria per staccare da sé i discepoli e mandarli a Gesù Cristo, e continua l’ufficio di Precursore e di apostolo perfino in carcere, quando la scure del carnefice lampeggiava sul suo capo! I discepoli obbedirono prontamente, se ne andarono a Gesù, ripetendo a Lui le parole, che Giovanni aveva loro posto in bocca: ” Sei tu Quegli che ha da venire, cioè il Messia e “Salvatore del mondo, o ne aspetteremo un altro?„ La domanda era netta e precisa, e netta e precisa è pure la risposta di Gesù Cristo: risposta data, non con le parole, ma con le opere,, e queste eloquentissime. “Andate e riferite a Giovanni le cose che avete vedute ed udite: i ciechi vedono, gli storpi camminano, i lebbrosi son mondati, i sordi odono, i morti risorgono ed ai poveri è annunziato il Vangelo. „ Gesù Cristo poteva ben rispondere ai messi di Giovanni: “Sì, dite al maestro ch’Io sono veramente Quegli, che Israele aspetta, il Messia, come Giovanni stesso mi proclamò in faccia al popolo. „ In quella vece Gesù Cristo volle che i messi medesimi comprendessero la verità e facessero a sé ed al maestro la risposta quale risultava dai fatti, che avvenivano sotto i loro occhi. Proprio in quella che i messi di Giovanni si presentavano a Gesù, Egli era circondato da una folla di infermi d’ogni maniera, che imploravano ed ottenevano la guarigione: erano ciechi, storpi, lebbrosi, sordi e perfino alcuni morti risuscitati. S. Luca narra il fatto stesso e rischiara il racconto di S. Matteo. Quelle guarigioni sì svariate, sì numerose, sì istantanee, operate con un solo cenno, con una sola parola, dinanzi ad una moltitudine che tutto vedeva, dissipavano ogni dubbio sulla divina missione di Gesù Cristo e costringevano i più diffidenti e più restii a prestar fede alla sua dottrina ed a credere senza esitanza, Lui  essere veramente l’aspettato Salvatore del mondo. Il Vangelo non dice che cosa facessero o dicessero i messi di Giovanni; ma io penso che, retti e sinceri come dovevano essere, senza più si arrendessero all’evidenza dei fatti e riportassero al maestro ciò che avevano udito e veduto e lo ricolmassero di gioia, dichiarandosi pronti a seguire Gesù Cristo. Permettete, o cari, una applicazione, che viene spontanea dal fatto narratovi. Ciechi, storpi, lebbrosi, sordi correvano a Gesù per essere guariti; fino i morti si portavano a lui, perché li richiamasse a vita novella, e l’amabile Gesù tutti accoglieva e tutti rimandava esauditi e consolati. Quanti stanno in mezzo a noi ciechi e storpi della mente, coperti della lebbra schifosa del peccato, sordi alla voce della coscienza; morti miseramente nell’anima! Vedete questa turba di infelici tanto più degni di compassione in quanto ché assai volte non conoscono la loro misera condizione! È sventura grande non vedere la luce del sole ed essere sepolti in fitte ed eterne tenebre: ma è sventura troppo più grande non vedere la luce della verità e brancolare nella notte dell’errore. Muove pietà uno storpio, che non può reggersi in piedi, né dare un passo: ma ben più deplorevole è la sorte di tanti poveri fratelli, che giacciono là immobili nel lezzo delle loro passioni. Fa ribrezzo vedere un lebbroso, disfatto da questo insanabile morbo e al quale cadono a brani a brani le carni e che beve a lenti sorsi la morte più atroce: ma che dire del peccatore, fatto abominevole agli occhi degli Angeli e di Dio! Vedete quel sordo sventurato, sempre triste, cupo, sospettoso: tra lui e la società è rotto ogni commercio; nessuna armonia rallegra mai il suo orecchio e la parola non può destare la sua intelligenza impotente a conoscere il dovere, se stesso, il suo Dio. Egli è una pallida immagine di quei Cristiani che non ascoltano mai la parola di Dio, che turano le orecchie del cuore ai rimorsi della coscienza. Un cadavere ci fa orrore: quegli occhi semiaperti e cristallini, che non vedono; quegli orecchi che non odono; quella lingua muta, quelle mani e quei piedi irrigiditi; quel corpo immobile, freddo, abbandonato, fa paura; ma l’anima in peccato, se la vedessimo, è senza confronto più orribile d’un cadavere. Essa è morta alla grazia, a Dio, per se stessa impotente a qualunque atto, che sia buono; se in questo stato si separasse dal corpo, sarebbe eternata nella morte. Che fare, o poveri ciechi e storpi, lebbrosi e sordi e morti? Quel Gesù che risanava i corpi e risuscitava i cadaveri, vive sempre nella sua Chiesa: Egli è pronto e desideroso di rinnovare nelle anime i miracoli, che operava nei corpi. Se Gesù non rimandò mai da sé un solo infermo del corpo senza consolarlo e risanarlo, talvolta anche senza esserne pregato, che non farà con gli infermi dell’anima? Non è questa incomparabilmente più del corpo? Non è principalmente per la salvezza dell’anima ch’Egli è venuto sulla terra? Deh! dunque venite a Lui, e gli occhi della mente saranno aperti, e raddrizzati i piedi nelle vie della virtù, e mondate le vostre coscienze e risanate le vostre orecchie spirituali e risuscitate le vostre anime, perché Egli è la luce, la verità e la vita. Non posso non richiamare la vostra attenzione su quella sentenza sì cara del Figliuol di Dio, dataci quale argomento sicuro della sua venuta. “Ai poveri è annunziato il Vangelo. „ Non so dirvi come queste parole commuovano il mio cuore. Il mondo, o cari (non dimenticatelo mai), ebbe sempre in disprezzo i poveri, che sono anche quasi sempre per necessità delle cose i meno istruiti. I sapienti, i filosofi di tutti i tempi e di tutti i paesi non solo non si degnavano di istruire il povero popolo, ma a bello studio lo tenevano nella ignoranza, né gli permettevano che varcasse le soglie delle loro scuole ed accademie. La scienza doveva essere di pochi, patrimonio dei ricchi. Crudeltà che non ha nome! Gesù Cristo pel primo volle che la sua scienza divina fosse di tutti, ma particolarmente del povero popolo, perché maggiore è il suo bisogno. È Gesù che portò sulla terra questa santa eguaglianza di tutti quanto al possesso della verità: è Gesù che disse agli apostoli: — Andate, ammaestrate tutte le genti: la verità l’avete ricevuta da me gratuitamente e gratuitamente datela a tutti. Il mio Vangelo deve essere annunziato ai poveri! — Quale dottrina consolante! Quale beneficio! “E beato colui, che non patirà scandalo in me. „ La più terribile prova, alla quale venisse posta la fede degli Apostoli e di quelli che vivevano al tempo di Gesù Cristo, era certamente il vedere Lui stesso. Un uomo povero, che non aveva dove posare la sua testa, che viveva di limosine, che aveva sempre lavorato come un operaio, che pativa la fame e la sete, calunniato, perseguitato, messo in croce come un malfattore, e dover credere, che quell’uomo era Dio, Signore del cielo e della terra! Ah! confessiamolo, o cari, la vista di Gesù Cristo era veramente una pietra di scandalo, cioè una fortissima tentazione per dire : — No, quest’uomo, benché santo e operatore di miracoli strepitosi, quest’uomo non può essere Dio; sarà un gran profeta, un uomo di Dio, ma Dio! È troppo: ripugna alla ragione che la maestà di Dio siasi cotanto abbassata! — Così purtroppo allora ragionavano moltissimi e non credevano a Gesù Cristo. Ecco perché Egli disse: — Beato chi non patirà scandalo in me. — Noi veniamo diciannove secoli dopo quelli: noi conosciamo non solo i miracoli operati allora da Gesù Cristo, ma tutti quelli non meno grandi, che poi furono operati nel suo nome: noi stupefatti contempliamo l’immensa gloria, onde Gesù Cristo si circonda attraverso ai tempi e che lo solleva a tanta altezza, che non ha l’eguale. No, noi non possiamo patire scandalo, vedendo le umiliazioni di Gesù Cristo, perché queste ci mostrano la sua carità smisurata e sono di gran lunga vinte dalle sue glorie. “Ora, come i messi di Giovanni se ne andavano, Gesù prese a dire di Giovanni alle turbe: Che mai andaste a vedere nel deserto? Forse una canna agitata dal vento? „ Senza dubbio la venuta e le interrogazioni di Giovanni dovevano essere l’argomento delle conversazioni della moltitudine e il nome di. Giovanni in quel momento doveva essere sulle labbra di tutti, e Gesù Cristo colse il destro di parlare di lui, di tesserne le lodi, di rendergli pubblica testimonianza, come Giovanni l’aveva resa a Lui, e mostrare la perfetta armonia che regnava tra loro. Nessun uomo mai ebbe la gloria di ricevere dalla bocca di Cristo i magnifici elogi che ricevette Giovanni. La folla, a cui Gesù Cristo rivolgeva la parola, in gran parte almeno, doveva essere stata nel deserto a veder Giovanni, allorché predicava, e perciò, indirizzandosi ad essa, diceva: — Voi andaste a vedere Giovanni: bene sta; e che vedeste voi? Forse un uomo che si muta ad ogni spirare di vento? — Evidentemente questa domanda equivale ad una risposta negativa; come se dicesse: Certo voi non vedeste un uomo che piega ad ogni soffio d’aria. Voi trovaste in lui l’uomo saldo ad ogni prova più dura, che non cede a minacce, né si piega a promesse, sempre eguale a se stesso, che non muta linguaggio, che ha sempre e dovunque, d’innanzi al popolo, come in faccia ai re, una sola legge inviolabile, l’amore della verità —. Dilettissimi! quanti di noi potrebbero meritare l’elogio di Giovanni? Siamo sinceri; troppe volte siamo come canne agitate dal vento, cadiamo al timore del biasimo, all’amore della lode, ci diamo vinti al rispetto umano, sacrifichiamo la coscienza, il dovere e la verità. Prosegue l’elogio di Gesù Cristo. “Ma che andaste a vedere? Porse un uomo vestito di morbidezze? Eh! quelli che indossano morbide vesti, abitano le case dei re. „ L o vedeste Giovanni Battista là nel deserto. Come vestiva? Forse ricche e molli vesti? Sedeva forse a lauta mensa e si nutriva di cibi delicati? Era egli uomo, che amava i comodi, il lieto vivere, che accarezzava il corpo? Ditelo voi che lo vedeste. “Egli indossava una veste di pel di cammello, stringeva ai fianchi una cintura di cuoio e si nutriva di locuste e di miele selvatico „ (Marco, I, 6, 7). Giovanni era l’uomo della penitenza, della austerità. Quelli che menano vita comoda, che amano i piaceri, che blandiscono la carne, non vivono nel deserto, come Giovanni, ma nelle case dei grandi e dei re. – In queste parole Gesù Cristo ci dà una grande lezione: ci insegna che una vita molle quanto al vitto ed al vestito non è la vita del seguace di Giovanni e sua: ci insegna che dobbiamo rinnegare noi stessi, mortificare i sensi, in una parola, condurre una vita penitente se vogliamo essere suoi discepoli. La virtù, o cari, non cresce che all’ombra della croce: l’austerità della vita ne è il fondamento, diceva Tertulliano, e la mollezza la rovescia. Virtus duritìe extruitur. mollitie destruìtur (Ad Marc.). Credere di praticare la virtù e giungere a salvamento per altre vie che per quella della penitenza, è una strana illusione. – “Ma che siete andati a vedere nel deserto? Un profeta? Sì, vi dico: anche più che un profeta. ,, Gesù Cristo fa di Giovanni un triplice elogio: prima gli dà lode d’uomo fermo, incrollabile; poi d’uomo mortificato, e finalmente lo chiama profeta, anzi più che profeta. La parola profeta nei Libri santi si usa talvolta in senso largo per indicare un uomo, che annunzia la verità a nome di Dio: tal altra e più spesso si adopera nel senso più rigoroso di uomo che predica il futuro. Qui Gesù Cristo chiama profeta Giovanni nell’uno e nell’altro senso, se non erro. Giovanni è profeta, perché maestro del popolo e annunziatore d’una dottrina morale, che in sostanza è quella del Vangelo: è profeta, perché al popolo ricorda le promesse fatte ad Israele e annunzia vicini a compirsi i vaticini degli antichi profeti e riconferma l’imminente venuta del Messia: è più che profeta, perché a lui è dato di mostrare a dito quel Salvatore del mondo, che gli altri profeti annunziarono da lungi. – Il nostro Vangelo si chiude con un oracolo del profeta Malachia, che Gesù Cristo dichiara compiuto in Giovanni Battista. È Giovanni “… quegli, del quale è scritto: Ecco il mio Angelo davanti alla tua faccia, il quale preparerà la tua via innanzi a te. „ Son due le venute di Cristo sulla terra, come è chiaro dalle Scritture: la prima come Redentore del mondo, l’altra come Giudice supremo: la prima è già avvenuta, l’altra avverrà alla fine dei secoli; precursore della prima fu Giovanni, della seconda sarà Elia. Lo spirito, la virtù e diciamo il ministero di questi due sommi personaggi è simile, anzi pressoché eguale. Ecco perché talvolta quasi si confondono tra loro nei Libri divini e Gesù Cristo stesso dice, che Elia è già venuto ed è Giovanni (Matt. XI, 14). Ma dal contesto è chiaro che Gesù Cristo chiama Giovanni Elia, non perché Giovanni sia veramente Elia, ma sì perché era ripieno dello spirito di Elia e preparava la via a Lui nella sua prima venuta. Carissimi! vendiamo di porci ben addentro nell’animo le parole di Gesù Cristo, che abbiamo udito, e gli esempi di virtù del suo Precursore, e studiamoci di imitarli.

CREDO …

Offertorium
Orémus
Ps LXXXIV:7-8
Deus, tu convérsus vivificábis nos, et plebs tua lætábitur in te: osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam, et salutáre tuum da nobis.
[O Dio, rivongendoti a noi ci darai la vita, e il tuo popolo si rallegrerà in Te: mostraci, o Signore, la tua misericordia, e concedici la tua salvezza.]

Secreta
Placáre, quǽsumus, Dómine, humilitátis nostræ précibus et hóstiis: et, ubi nulla suppétunt suffrágia meritórum, tuis nobis succúrre præsídiis. [O Signore, Te ne preghiamo, sii placato dalle preghiere e dalle offerte della nostra umiltà: e dove non soccorre merito alcuno, soccorra la tua grazia.]

Communio
Bar V: 5; IV:36
Jerúsalem, surge et sta in excélso, ei vide jucunditátem, quæ véniet tibi a Deo tuo.
[Sorgi, o Gerusalemme, e sta in alto: osserva la felicità che ti viene dal tuo Dio.]

Postcommunio
Orémus.
Repléti cibo spirituális alimóniæ, súpplices te, Dómine, deprecámur: ut, hujus participatióne mystérii, dóceas nos terréna despícere et amáre cœléstia.
[Saziàti dal cibo che ci nutre spiritualmente, súpplici Ti preghiamo, o Signore, affinché, mediante la partecipazione a questo mistero, ci insegni a disprezzare le cose terrene e ad amare le cose celesti.]

 

FESTA DELL’IMMACOLATA CONCEZIONE (2018)

DISCORSO XIV.
[p. V. Stocchi: “Discorsi sacri”, Befani ed. ROMA, 1884]
I. SOPRA LA CONCEZIONE IMMACOLATA DI MARIA
Venite, audite, et narrabo, omnes qui timetis Deum, quanta fecit animæ meæ.
Ps. LXV, 16.

Se è istinto naturale e legittimo del cuore dell’uomo, che risaluti con nuova esultanza l’anniversario ricomparir di quei giorni, che un desiderato avvenimento gli fece belli e memorabili, abbiamo o signori manifesta e chiarissima la ragione, perché fra le tante solennità onde la santa Chiesa onora Maria, nessuna rifulge al popolo cristiano così piena di giocondità e di letizia quanto questa dolcissima della Immacolata Concezione di Lei. Ricevemmo le altre dalla pietà e dalle mani dei padri nostri già perfette e mature, onde nulla fu aggiunto ad esse per noi, né crebbero fra le nostre mani, né si abbellirono: ma di questa i maggiori altro non potettero tramandarci che i desideri, l’anticipazione e i principi, che, veggenti noi e cooperanti, raggiunsero il compimento, e toccarono il segno. Cosa nostra è dunque in peculiar modo la odierna solennità, nostra perché la affrettammo coi nostri voti, nostra perché la sollecitammo colle nostre suppliche, nostra perché contemplammo cogli occhi nostri e salutammo coi nostri applausi il novello diadema intrecciato alla fronte di Maria, nostra in una parola, perché questa seconda metà del secolo decimonono fu quella pienezza dei tempi nella quale il gran privilegio emerse dalle ombre terrene che lo offuscavano e guadagnò la pienezza del suo splendore. Ma tanta soavità di memorie, che a tutti noi fa caro questo giorno sopra l’usato, a me rende più dell’ usato penoso e difficile il debito di favellare, non perché sopra ogni tema non mi sia dolce il favellar di Maria, ma perché avendo già fatto restremo della lor possa non meno il Magisterio apostolico nel definire e la scienza nel propugnare, che la sacra eloquenza nel celebrare la originale santità di Maria, ad orecchie come sono le vostre usate da più anni al nobilissimo assunto e piene delle voci di tanti uomini dottissimi e facondissimi, sento di non potere nella mia povertà arrecar nulla, che possa essere ascoltato non dico con diletto, ma con pazienza. Ma che fare, poiché né è in potestà mia il sottrarmi oggi a questo ufficio del favellare, né la vostra pietà né il cuor mio sosterrebbero, che favellando, d’altro favellassi fuorché di Maria Immacolata? Di Maria Immacolata pertanto favellerò, poiché conviene così, e darò opera di pascolare il cuor vostro spiegandovi a parte a parte dinanzi agli occhi qual sia e quanto quel gran tesoro di grazie che nel primo istante dell’Immacolata sua Concezione abbellì la Vergine. Prima che l’oracolo del Vaticano accertasse il gran privilegio, i sacri oratori si studiavano in propugnarlo: dopo la memorabile definizione a noi non rimane altro fuorché illustrarlo.
1. Se la divina maternità è la radice e la sorgente di tutti i doni onde venne privilegiata Maria, e ad essa mirò il sommo Artefice quando architettò questo capo di opera delle sue mani; l’immunità e la franchigia dalla macchia di origine è la base e il fondamento sopra il quale punta ed erge tutta la mole. Fondamento ineffabile di questa celeste Gerusalemme, gettato dalla mano medesima del Signore, che vi profuse ogni più eletta ragione di pietre preziose e di gemme, le quali ai dì nostri per la voce del Vicario di Gesù Cristo rivelandosi, forbendosi e scintillando, mostrano col loro fulgore quanto fosse contro ogni ragione il pur sospettare ad un’opera di tanta eccellenza sottoposto per fondamento il fango e la putredine del peccato. No, Fundamenta muri civitatis omni lapide pretioso ornata, (Apoc. XXI, 19.) possiamo ora dir noi appropriando a Maria quello che l’Estatico di Patmos cantò della Gerusalemme che scendeva dal Cielo, e considerare che bella vista dovesti dare di te medesima agli occhi del Signore o Maria adorna di queste gemme fin dall’istante primissimo che fosti concetta. Erano quaranta secoli che Iddio tenendo d’occhio le umane generazioni e spiandone e governandone il corso, altro non vedeva fuorché peccatori e peccati. Come della terra uscita allora allora dal nulla, è scritto che era grama, era vuota, e la notte orrenda che copriva la faccia dell’abisso la ravvolgeva, così per l’uomo l’esser concetto era un medesimo coll’esser compreso e assorbito dal nulla tenebroso ed orribile della colpa. Rimirando pertanto il Signore l’opera sua non la ravvisava per quella che Egli la fece, e come chi in luogo di amata donzella, che ha destinato di assumere al consorzio delle nozze e del talamo trovasse un cadavere inerte, squallido, putrefatto, fuggirebbe inorridito da quella vista volgendosi egli in oggetto di abbominazione, ciò che gli fu fiaccola di desiderio ed incentivo di amore, così Dio guardando l’umana natura caduta dalla nobiltà nativa e giacente nell’abbiezione della colpa, lacera, tronca, dissoluta come cosa fulminata e maledetta, la respingeva da sé. Quando a un tratto, stanco per così dire della vista e dello spettacolo di tanta miseria, “… spunti finalmente, gridò, spunti fra tanta notte un raggio di luce. Fiat lux”. E la luce fu fatta, non luce piena no, né come di meriggio, che questa recata avrebbe tra poco il sol di giustizia, ma luce rosea e gentile, e quale di aurora che si affacci al balcone di oriente allorché inaugurando il mattino sembra chiedere ai mortali che vagheggino lei foriera bellissima, mentre addita l’astro sovrano e gli infiora la via. E tu fosti questa aurora o Maria, Tu che presente all’intelletto divino fin da quando architettava i cieli, tirava un vallo all’intorno e costringeva a certa legge gli abissi, e librava i fonti delle acque, pargoleggiasti al cospetto di quella maestà col vezzo di garzonetta innocente. Fosti Tu che dai più sublimi splendori del Paradiso scendesti al dolce connubio delle membra in compagnia delle quali dovevi, pellegrina celeste, fornire il viaggio di questa valle. Fosti Tu, e all’ingresso del corpo, valico formidabile dove quanti furono avanti e saranno dopo di Te figliuoli di Adamo incorsero e incorreranno la catena e il giogo di satana, Tu trovasti la grazia che ti aperse le porte, trovasti il Padre, il Figliuolo e lo Spirito che presiedettero al benedetto connubio, che santificarono l’abitacolo e l’abitatrice, che Ti cinsero alle tempie la corona della vittoria ed abitaron con Te.
2. Dico la corona della vittoria, imperocché, per esprimere secondo la bassa e terrena facoltà delle nostre fantasie con immagini sensibili cose che eccedono la tenuta del senso, non vide appena satanasso quest’anima pellegrina calar dal Cielo alla terra, che le tese tosto quei lacci onde mai nessuno campò, e a baldanza di tanti secoli di esperimento infallibile, fidente e sicuro apprestava già la catena ed arrotava l’artiglio: ma che ? A modo di colomba, che con le ali ferme ed aperte si tragitta oltre la opposta riviera delle acque, travolò Maria, tutti i lacci trascorse, tutti gli agguati, e mentre il fellone stordiva di questa preda che per la prima volta gli fuggiva di pugno. Ella con tal impeto del virgineo piede gli calcò la testa che lo conquise, onde ricordò la minaccia che nell’Eden gli avvelenò la gioia della vittoria, sospettò suscitata nella novella concetta la fatale nemica, e gli parve udire il primo crollo e il primo scroscio del suo trono che rovinava. Immagini grossolane son queste che non hanno col vero più proporzione di quel che abbia l’ombra con la luce, il corpo con lo spirito, la terra col Cielo, ma che pur sono le prescelte nelle Scritture, ad adombrare la gran vittoria della Vergine sopra il serpente nemico. Vergine veramente privilegiata e felice, che per la prima volta offerse agli occhi del Signore lo spettacolo di una figlia di Adamo franca ed immune da quella maledizione che l’infelice padre lasciò doloroso retaggio ai suoi figli, onde Iddio abbracciò in Essa una primizia incontaminata di quella umana natura che avrebbe tutta quanta riabbracciata di poi nel benedetto portato di questa fanciulla, le stampò in fronte un soavissimo bacio di pace, la dichiarò Figliuola sua primogenita, ed erede del Regno, del quale l’avrebbe, procedendo e moltiplicando in privilegi e in favori, incoronata Regina. E questa compiacenza del Signore intende di adombrare la Chiesa, quando nelle solennità di Maria, ci ripete gli accenti amorosi dello Sposo delle sacre canzoni; il quale standosene a contemplare la sua diletta tra nascosto e palese dietro alla parete domestica, e dalla finestra sguardandola e di fra le sbarre dei socchiusi cancelli; o quanto sei bella, le dice, quanto sei bella. vinci di leggiadria Gerosolima: come quelli delle colombe sono i tuoi occhi, i tuoi capelli assembrano i folti velli dei greggi che pasturano sui monti di Galaad, i tuoi denti sono a vedere un drappelletto di agnelli, che ascendono candidi e rugiadosi dall’argentino lavacro della fontana, ti sollevi come la palma fra i minori arboscelli, la maestà della tua fronte pareggia il fronzuto dorso del Carmelo, la luna non è più vaga, il sole non è più luminoso di Te.
3. Già vi accorgete o signori, che nulla si conviene aspettare di comunale né di usitato dopo questi principi, e chi può dire a che altezza condurrà il Signore quest’opera che ha cominciato con lo infrangimento della legge più universale della decaduta natura? È gran cosa l’essere preservato dall’incorrere l’obbrobrio della colpa e la miseria della schiavitù del demonio, e questo solo basterebbe perché Tu a noi di tratto infinito soprastessi o Maria, noi dovremmo pur sempre avvallare la fronte davanti a Te, e confessare che fummo schiavi e mostrare il solco dei ceppi e i lividi di della catena: Tu potresti procedere come Regina nel mezzo a noi, e vantare che redenta con una redenzion che preserva, mai non chinasti il capo al cospetto del nemico di Dio. Ma ahimè, in noi anche redenti, lavati e fatti membra di Gesù Cristo rimane un’orribile traccia e un monumento obbrobrioso del peccato che fece la sua dimora dentro di noi, traccia e monumento che suggella questo nostro corpo, e rende testimonianza che è carne di quella massa che in Adamo prevaricò. Dico la concupiscenza ribelle, il fomite della carne, la legge delle membra, quella che faceva piangere l’Apostolo Paolo, che la chiamò peccato, non perché peccato sia veramente, ma perché proviene dal peccato e inclina al peccato, e se avvenga che concepisca, genera morte. Questa è quella nemica che tiene noi con noi medesimi in continua battaglia, questa opera che nel cuor nostro raro sia calma e sereno, sempre o quasi sempre tempesta, mentre la carne insorge contro lo spirito, l’appetito contro la ragione, e ora con le tenebre che esala ad oscurar l’intelletto, ora con le lusinghe che adopera per travolgere la volontà, ora con le querele che mena, e coi fremiti e coi ruggiti che mette, ripugnanti quasi e tergiversanti ci trascina o minaccia di trascinarci al suo desiderio. Ahimè uomo infelice, gridava l’Apostolo, bersagliato e percosso da questa guerra, chi mi libererà da questo corpo di morte? Fortunata Maria! Quella mano medesima, che la scampò agli artigli di Satana, quella medesima estinse nel medesimo istante nella sua carne, e sterpò questo fomite obbrobrioso; e si vide in Lei disusato miracolo, la carne di Adamo senza le turbolenze e i tumulti della carne di Adamo. Privilegio grande fu questo che da Gesù in fuori, altri non ebbe mai che Maria, l’ebbe Gesù per natura, Maria per grazia: impossibile che nel distruttor del peccato abitasse questo maligno consigliere e sollecitator di peccato; impossibile che lo specchio della luce eterna, sostenesse che nella Vergine suo futuro abitacolo, nella sua carne futura andasse in volta anche per un istante un abitatore cosi laido. Che terra dunque è questa, domanda Riccardo da S. Vittore, dai confini della quale tutte sono sterminate le guerre? È quella terra, risponde, che è serbata a germogliare la santità. In cæteris sanctis, seguita a dire, magnificum est quod a vitiis non possunt expugnari. Agli altri Santi è gloria magnifica il non lasciarsi espugnare dai vizi. In Virgine mirificum videtur quod a vitiis non potest vel in modico impugnari. Alla Vergine questa gloria sarebbe poco, se al primo non si aggiungesse l’altro miracolo, che esser non possa neppure per un istante impugnata. Nessuno dunque domandi dove sia il Paradiso terrestre dovuto a tanta innocenza e santità di creatura. Paradiso fu a sé medesima l’anima purissima di Maria, e chi può dire la pace beata e la serenità di quel Paradiso? Non erano in Lei passioni che si ribellassero, in Lei non erano appetiti che si accendessero; in Lei non erano sensi che tumultuassero; l’ignoranza non offuscava l’intelletto colle sue tenebre, la malizia non inceppava la volontà con le sue nequizie; la ragione illuminata sempre dal sommo vero, il cuore sempre occupato dal sommo bene, tutto era delizia in questa abitazione futura del Principe della pace.
4. O bella dunque nella sua concezione, e tanto bella da innamorare gli occhi della terra e del Cielo l’anima di Maria, immune di ogni peccato, immune di tutto ciò che incita e sprona al peccato; ma crediamo noi che l’Altissimo si sia tenuto in questi termini, per dir così negativi, e non abbia altri tesori profuso per abbellir questa Vergine assortita a così eccelsi destini? Mandato da Dio si presentò un giorno al re Acaz il profeta Isaia, “ … e Re, gli disse, pete Ubi signum a Domino Deo tuo, sìve in pròfundum inferni sive in excelsum supra. (Is. VII, 11) Domanda un segno al Signore Dio tuo e dimandalo dove vuoi. Se lo domandi nell’alto dei cieli lo avrai nei cieli, e lo avrai nell’inferno se lo domandi nel profondo medesimo dell’inferno. No, rispose Acaz, non domanderò questo segno, né sarà mai che io tenti il Signore. Non vuoi tu questo segno? Or bene, il Signore quasi a tuo dispetto te lo darà, ed ecco una Vergine concepirà e partorirà un figliuolo che sarà Dio. e permanendo vergine diverrà Madre. “Dabit Dominus ipse vobis signum: ecce Virgo concipiet et pariet filium.” (Is. VII, 14.) Un portento deve esser dunque Maria ordinata a concepire e partorire un divino portato, e tal portento che preluda e si proporzioni alla divina Maternità. Quindi ogni grazia per prodigiosa che sia non deve parerci in questa Vergine né eccessiva né strabocchevole, siccome in Colei che apparecchiandosi a una dignità che tiene dell’infinito, sembra che la onnipotenza divina debba, per così dire, esaurir se medesima per ingrandirla. – Fate grandi, diceva Salomone, gli apparecchi per la gran mole del tempio, fateli sontuosi, nessuna profusione di tesori vi sembri troppa. Non enim hominibus præparatur inabitatio sed Deo. (I. Par. XXIX,) Non si appresta la stanza per l’abitazione degli uomini, si appresta la casa per la dimora di Dio. Oh! con quanta più di ragione potettero dirsi queste parole quando l’Altissimo santificava Maria. Verrà tempo che Costei che si raccoglie ora e nasconde pargoletta nell’augusto claustro del seno materno, sarà sublimata alla parentela e al consorzio delle divine Persone tanto strettamente quanto è possibile che creatura si innalzi a Dio senza dismettere la sua condizione di creatura. Il Padre le darà per figliuolo il suo Figliuolo unigenito, e in diversa natura ma nella stessa persona la farà tanto vera Madre del Verbo quanto Egli ne è vero Padre. Il Figlio generato ab eterno dal Padre negli splendori dei Santi, sarà da Maria generato in terra con generazione temporale e da Lei portato nove mesi nel seno, da Lei partorito, allattato e nutricato da Lei, la chiamerà tanto veracemente Madre, quanto chiama veracemente Padre il suo Padre celeste. Lo Spirito Santo amore personale e increato del Padre e del Figlio sopraintenderà quest’opera che eccede ogni comprensione umana ed angelica, e sopravvenendo a fecondare il sen della Vergine la farà sua sposa. Ecco dunque, o signori, che le divine Persone santificando Maria, concorrono alla propria gloria, dovendo Ella con Esse intrecciarsi, intromettersi e intrinsecarsi per modo, da essere cosa tutta singolare, tutta divina, creatura sì certo ma tal creatura che formi un ordine, un ceto, un grado da se con nomi e privilegi incomunicabili, come quelli di Dio. Chi può dubitare pertanto che oltre la grazia necessaria a farla immune dalla colpa di origine e cara al Signore, oltre a sterminare ogni fomite da quella carne che doveva diventar carne del Figlio di Dio; un cumulo, un soperchio, uno strabocco, un tesoro non aggiungessero di grazie e di doni, che la santità di Maria facessero fino dal primo istante una santità tanto singolare da quella di tutti gli Angeli e di tutti i Santi, quanto sovrasta a quella di tutti gli Angeli e di tutti i Santi la dignità e l’ufficio di Madre di Dio? O sì, sì, rispondono un gran numero di Dottori e di Santi, si. Il Signore dilesse le porte e la prima soglia di questa eletta Sionne più che tutti i tabernacoli di Giacobbe. Mettete quindi tutti insieme gli Angeli e i Santi; la grazia che li arricchisce raccolta in un cumulo, non pareggia quella che fece bella Maria nel primo istante che fu concetta. Stupite forse? Ma che stupire, dice il pontefice S. Gregorio. È Maria un monte piantato sulle cime dei monti, e dove la santità dei Santi finisce, ivi comincia quella della Vergine. Mons Domini in vertice montium: montìs nomine intelligimus beatam Virginem designari. – Negli altri Santi, segue S. Girolamo, l’infusione della grazia si fece per parti: in Maria no, in Maria tutta in un tempo se ne traboccò la pienezza, come un regio fiume nel mare con tutta la mole delle onde. Cæteris per partes, in Maria simul se tota infudit, plenitudo gratiæ. Non se ne dubiti, conclude S. Bernardino:
Mariæ, plenitudo perfectionis Sanctorum omnium non defuit. La pienezza della perfezione di tutti i Santi, non mancò quando fu fatta bella Maria. Ma udiamo, se vi piace, favellare Maria medesima con le parole che le pone sul labbro in questo giorno la Chiesa e questa sovraeminenza di grazia sulla grazia di tutti i Santi fin dalla sua concezione vedremo adombrata con tanta leggiadria di immagini, che ci empirà di diletto. Io procedetti, dice Ella, dalla bocca dell’Altissimo primogenita di ogni creatura. Io dischiusi in Cielo una fontana indeficiente di luce, e quasi aereo vapore tutta adombrai la terra. Posi mia stanza su nell’empireo e il mio trono piantai sovra una colonna di nubi. Feci soletta il giro dei Cieli, penetrai in seno agli abissi, passeggiai sui flutti del mare. Strinsi su tutta la terra lo scettro, e colsi in ogni popolo i primi onori. I cuori dei sublimi e degli umili soggiogai in mia possanza, e il Signore che riposò nel mio tabernacolo, abita, mi disse, con Giacobbe, sia tuo retaggio Israele, e gettai negli eletti le tue radici. E io le gettai in mezzo a un popolo glorioso, nella eredità del mio Dio, nella pienezza dei Santi. Sublimai me medesima come cedro del Libano, come cipresso di Sion: spinsi al cielo la fronte come palma di Cades, spiegai l’onore delle foglie come rosa di Gerico, lussureggiai vivace come platano lunghesso la corrente dell’acque, al modo di terebinto distesi i rami, mandai fragranza di balsamo, di cinnamomo, di mirra, e di profumo soavissimo vaporai la dimora in cui mi pose il Signore. Che vuoi dirci con questo o Maria se non che Tu sei la colomba, la perfetta dello Spirito Santo, e che se le leggiadre garzonette di Sion non hanno numero, Tu di bellezza e di grazia tutte le vinci.
5. Maria franca ed immune dalla macchia di origine; Maria libera dal fomite del peccato; Maria fatta ricca di tanta grazia, che quella eccede di tutti insieme gli Angeli e i Santi, e tutto ciò in un istante, nell’istante primissimo che fu concetta. Chi non si accorge che questa eccellenza di principio presagisce un esito, che deve eccedere ogni misura? Sì. Quando pure di Te o Maria altro non ci fosse noto che questo soperchio di prodigi accumulati sul primo istante dell’esser tuo, presentiremmo e argomenteremmo gran cose, e per poco non sospetteremmo la divina maternità. Che meraviglia pertanto se io aggiunga, che Maria nella sua concezione fu confermata in grazia per modo, che la sua volontà stabilita nel bene, fosse capace di ogni eccellenza di merito, fosse incapace di ogni mutazione colpevole? Ripugnava tanto il peccato alla futura dignità di Maria, che ogni colpa anche minima l’avrebbe, al dir dell’Angelico, fatta sproporzionata alla divina maternità. Quindi il Signore non solo non volle neppure per un istante il peccato in Maria, ma neppur ci volle la possibilità del peccato, e tal siepe le fece intorno di doni e di grazie, che stordirono gli Angeli del Paradiso, vedendo in una pellegrina di questa terra, ciò che non credevano possibile, altro che nei comprensori del Cielo. Così fu un orto Maria nel quale ogni più eletto fiore germogliava di virtù pellegrina, ma quest’orto era chiuso né vi poteva avere accesso per disertarlo il peccato. Così fu un fonte Maria, e sgorgava con vena indeficiente un tesoro di opere sante, ma questo fonte era suggellato, né contaminazione di polvere o di immondezza terrena ne poteva intorbidare gli argenti. Così era una porta Maria, ma questa porta serbata all’ingresso del Santo dei Santi, era chiusa per sempre ad ogni piede profano. O spettacolo bellissimo la nostra Madre che piena tutta di grazia non la poteva perdere; né mai neppure una macchia, neppure un neo di quelli medesimi che son portato naturale della nostra miseria, giunse ad offendere l’intemerato candore di quell’anima. O quanto si sublima agli occhi nostri, quanto cresce passo passo questa eletta creatura concetta appena: e bene sta, dice Sofronio. Talibus decébat Virginem oppignorari muneribus,
quæ dedit cœlis gloriam, terris Deum. Con questo arredo di doni, con questa pompa di grazie si convenivano infiorare i primi istanti di questa Vergine; arra e pegno delle nozze future del Santo Spirito e della maternità del Verbo del Padre.
6. Ma se è così, un’altra grazia, corona e compimento di tutte, desidera a questa dolce concetta il nostro cuore: ed è che per Lei per la quale tante leggi si rompono, si rompa anche quella che condanna chi dimora nel sen materno, alla stupidezza e alla inerzia. Sia questa la sorte nostra in quel claustro che bene sta. Imperocché se si aprissero gli occhi del nostro intelletto, non vedremmo altro fuorché la sordida veste del peccato che ci ravvolge. Ma Maria piena di tanta grazia, circondata di tanta magnificenza, apra o apra gli occhi della mente, e si accenda di santi affetti, e sciolga un inno di lode a chi la fé santa. Rallegriamoci, dice Bernardo, che così fu. Era nel claustro tenebroso del seno materno Maria, ma né quelle tenebre infoscavano la luce dell’intelletto, né quelle angustie inceppavano la libertà dell’arbitrio. Potette, seguita il Cartusiano, al suono della voce di Maria esultare nel seno materno il Battista, e perché non dovremo credere prevenuta dal lume della ragione la prediletta di Dio? Ebbero gli Angeli, ebbero Adamo ed Eva insieme con l’essere l’uso spedito e libero dell’intelletto, chi vorrà negare a quest’Eva novella che lavò l’onta e riparò il fallo dell’antica, un dono che privilegiò quella prima? O soave pensiero! Maria che aprendo gli occhi nell’istante medesimo che fu concetta si trova santa, e comincia a trafficare il tesoro che la fa ricca, né un istante le passa di quel tempo medesimo che corre ozioso per noi, nel quale con ineffabil moltiplico non operi per farsi piena di grazia. Prodigi sono questi ma non son tali che superino Maria medesima. Fecit mihi magna qui potens est. (Luc. I , 49) ci dice Ella di sua bocca, licenziandoci a pensare ogni gran cosa, perché la misura si serba cogli altri Santi, ma con Maria, non erat impossibile apud Deum omne verbum, (Luc. I. 37.) non ci è altra misura che l’Onnipotenza divina. Figliuola di Adamo, ma senza colpa, vestita di carne ma senza fomite, nel primo istante dell’essere è Sovrana fra i Santi, impeccabile ma con merito, concetta appena e dotata già di ragione. Vi sgomenta la pugna di tanti contraddittori ? Aggiungete adunque: Incorrotta ma senza sterilità, feconda ma senza lesione, gravida ma senza peso, partoriente ma senza doglie, Madre ma sempre Vergine, moribonda ma senza angosce, defunta ma senza putrefazione, beata ma insieme col corpo, e che è dir tutto in uno, Creatura e pur Madre, Figliuola e Sposa di Dio. O Maria, miracolo di tutti i miracoli noi non abbiamo mente per comprenderti e ne gioiamo, perché la nostra ignoranza medesima rende testimonianza alla tua grandezza, che Dio solo conosce quanta è, Soli Deo cognoscenda reservatur.
7. Maria dunque figliuola di Adamo né più né meno di noi, è stata dalla grazia del Signore nobilitata ed innalzata così, che a malo stento si riconosce in Lei questa nostra natura, in noi fiacca, vulnerata, inferma, peccaminosa, in essa sana ed intatta. Ma che perciò? Crederem noi che come nel mondo coloro che di basso stato ed abbietto si sollevarono ad alta fortuna, sogliono riguardare con occhio disdegnoso chi un giorno andava del pari con essi, quasi la vista di lui getti loro in faccia la nativa viltà; così Maria privilegiata dalle vergogne e dal danno della stirpe di Adamo, non degni sì basso da raccomunarsi con noi miseri eredi della miseria e della colpa del comun padre? No certamente: e come di Gesù è detto dall’apostolo Paolo, che non è tal Pontefice che non possa compatire alle nostre miserie circondato come fu anch’egli su questa terra d’infermità; così Maria privilegiata mentre visse mortale da ogni peccato, privilegiata da quegli effetti del peccato che importano corruzione e vergogna, subì quelli che hanno ragione di mera pena, e santissima e innocentissima sempre fu pur soggetta come Gesù ai dolori e alla morte. E ora assisa nel Paradiso in soglio eccelso di gloria, vestita di sole e coronata di stelle, la fa da Madre per noi, e mentre Gesù offre all’Eterno Padre le piaghe ed il sangue per la nostra salute, Maria perora la causa nostra al cospetto di Gesù, mostrandogli, al dir di Bernardo, il grembo che lo portò e le mammelle che lo allattarono. Ed oh! se noi amassimo Maria come Ella ci ama, se la amassimo signori miei noi beati! Che manca mai ad un’anima che ama Maria? Tutti i tesori della divina Onnipotenza sono aperti per lei, essendo che Maria ne ha le chiavi, e tanto non è ritrosa di aprirli e profonderli, che nulla tanto desidera quanto di arricchire altrui delle ricchezze, le soprabbondano. Permettetemi dunque che levi la voce qui su quest’ultimo e domandi. Quanto è grande l’amore che noi portiamo a Maria? Giovane che hai tanti nemici rabbiosi che ti combattono, tante passioni imperversate che fremono, tanti desideri irrequieti che bollono, che hai latto della devozione che fece tanto soave e pacifico l’esordio della tua gioventù? Dove è andato o fanciulla quel sì tenero affetto verso Maria che tante volte ti ha cavato per consolazione dagli occhi le lacrime, e infiorò di gioia ineffabile gli anni beati della tua innocenza? Ahimè! Cominciò l’amore delle vanità, e menomò quella fiamma. Colla vanità si congiunse quella passione e la spense. Infelici avete scacciato dal cuore Maria, ma con Maria è sparita l’innocenza e la pace, e menate i giorni nel rimorso e nel rodimento. Padri e madri di famiglia, che è stato nelle vostre case della divozione a Maria? Perché più non si recita alla sera il Rosario della Vergine Vergine? Perché si sono intermesse quelle novene? Perché quelle devozioni che da tanti anni empivano di benedizioni la casa sono andate in disuso? Infelici, avete cacciato Maria. Ma uscita Maria ci è entrata la discordia, ci è entrata la disgrazia. Dio non voglia che ci sia entrata l’empietà e il disonore. Che è stato insomma, lo domando a chiunque ha incorso questa gran perdita, che è stato della divozione a Maria? Infelice chi più non ama Maria! A chi si volgerà nei pericoli? Chi invocherà nelle tribolazioni? Con chi sfogherà il suo cuore nei dolori? Chi lo sosterrà nelle miserie della vita? Chi lo aiuterà nelle agonie della morte? O Madre Maria non sia te ne scongiuriamo, non sia mai che alcuno di noi incorra una perdita così funesta come quella dell’amor tuo! Oggi è giorno memorando per noi. È il giorno anniversario di quello in cui noi medesimi esultammo per giubilo alla corona novella che ti cinse la fronte, e ti rinnovammo il dono dei nostri cuori. In questo giorno pertanto detestiamo le negligenze passate, in questo giorno te ne chiediamo perdono, in questo giorno a te ci consacriamo e promettiamo di amarti. Tu ricevi la nostra offerta, ascolta la nostra preghiera, e afforza e premunisci il cuor nostro contro l’amore del secolo acciocché regni in esso con te il tuo divino figliuolo Cristo Gesù che è Dio benedetto sopra tutte
le cose nei secoli dei secoli.

LO SCUDO DELLA FEDE (XL)

[A. Carmignola: “Lo Scudo della Fede”. S.E.I. Ed. Torino, 1927]

XL.

I POTERI DELLA CHIESA.

Le leggi Della Chiesa. — Perché ci proibisce di mangiar carne il Venerdì? — Perché condanna la libertà eli stampa e proibisce certe letture? — Almeno per chi è forte e sagace, e di certi autori moderni non vi dovrebb’essere proibizione di sorta. — Perché la scomunica? — E la fumosa Inquisizione _ E Galileo torturato e imprigionato? E la strage di S, Bartolomeo?

— Da quanto mi ha detto ho riconosciuto che vi ha nella Chiesa un’autorità costituita da Gesù Cristo, autorità che è divina e vera nei Vescovi e nel Papa, ma che nel Papa, Capo supremo di tutta la Chiesa, si concentra e risiede in tutta la pienezza. Ora vorrei sapere che cosa deve e può fare questa autorità.

Te lo dirò in brevi parole:

1° Può e deve ammaestrarci intorno alle verità della fede.

2° Può far delle leggi regolanti il culto divino, la preghiera, le feste, i riti sacri, l’amministrazione ed il ricevimento dei Sacramenti, gli atti penitenziari della vita cristiana, i voti e il genere di vita dei religiosi eccetera.

3° Può esaminare, giudicare e condannare tutte quelle dottrine e tutti quegli atti, che non sono conformi al suo insegnamento e che si oppongono al suo governo.

4° Può infine per mezzo di pene salutari e conformi all’indole e natura sua punire coloro, che si rendono colpevoli in qualsiasi modo contro di lei, contro la sua fede e la sua legge.

— Ormai da quanto ho inteso dirmi, mi sono più che persuaso che la Chiesa ha il potere e il dovere di ammaestrarci intorno alle verità della fede e che noi dobbiamo credere a tutti i suoi insegnamenti per essere veri Cristiani. Ma non capisco ancora come la Chiesa possa anche fare delle leggi, e stabilire certi precetti.

Questo potere della Chiesa è pur esso chiaramente indicato e stabilito nel Vangelo da queste parole: « Tutto ciò che legherete sulla terra, sarà pure legato in cielo » ; parole, con le quali Gesù Cristo dice in sostanza che saranno approvati in cielo quei comandamenti, che la Chiesa farà qui in terra.

— Ma non basta forse la legge di Dio?

E tu credi che la Chiesa facendo dei precetti aggiunga propriamente qualche cosa alla legge divina? La Chiesa con i suoi precetti in sostanza non fa altro che svolgere ed applicare ai singoli casi la legge del Signore. Veniamo a qualche esempio. Iddio nella sua legge ci ordina di santificare i giorni festivi, e la Chiesa, comandandoci di assistere in essi alla Santa Messa, ci svolge il precetto del Signore e ci ammaestra intorno al modo, con cui dobbiamo santificare detti giorni. Iddio ci ordina di credere fermamente in Lui, e di rispettare la dignità della nostra natura col non abbandonarci a brutti peccati, e la Chiesa proibendoci la lettura di libri empi ed osceni, ci aiuta a mantenere ferma la nostra fede e rimuove un grave pericolo per la purità dei nostri costumi. Iddio vuole che noi ad ottenere il perdono dei nostri peccati ci confessiamo al sacerdote suo rappresentante, e la Chiesa ordinandoci di far ciò almeno una volta all’anno ci sprona ad eseguire il volere di Dio. Insomma la Chiesa con le sue leggi va attuando nel modo più opportuno la legge divina, come nella civile società la magistratura va attuando il codice civile.

— Ciò va benissimo. Tuttavia di certi precetti della Chiesa non mi so proprio bene dar ragione. Perché ad esempio la Chiesa ci obbliga ad astenerci dalla carne il venerdì e in altri determinati giorni dell’anno? Che cosa deve importare a Dio se io mangio di grasso oppure di magro?

Tu parlando così, dici dei veri spropositi. La Chiesa ci obbliga al magro al venerdì ed in altri giorni, come pure ad una certa età ci obbliga al digiuno, per farci eseguire il precetto di Gesù Cristo, col quale ci ha ordinato di fare penitenza dei nostri peccati. E siccome poi Gesù Cristo, vero uomo ma pur vero Dio, ha dato Egli il potere alla Chiesa di far delle leggi, perciò a Lui importa moltissimo che noi la ubbidiamo in tutto quello che essa ci comanda.

— Ma dunque Dio ci dannerà per un po’ di carne?

Dio ci dannerà pei nostri peccati, che commettiamo eziandio violando i precetti delle Chiesa. Del resto non ha Iddio condannati Adamo ed Eva per aver mangiato un pomo vietato?

— Ma ho sempre inteso dire, che non è ciò che entra in bocca, che macchia l’uomo.

E già che è così. Ma se l’anima non è macchiata dalla carne che mangi, resta macchiata dalla disobbedienza che commetti verso la Chiesa direttamente, e indirettamente verso Dio che comanda di obbedire alla Chiesa.

— Ma quando si tratta di ammalati, di deboli, di gente piena di occupazioni…

E allora la Chiesa non intende di obbligarli. Basta che chi si trova in tal condizione

se la intenda col suo confessore o col suo parroco: la Chiesa non vuole altro se non che le si professi la sommissione dovuta.

— Ma ciò che non mi va proprio si è quel condannare la libertà di stampa e mettere certi libri all’Indice, proibendone la lettura.

Per contendere alla Chiesa l’autorità di interdire certa stampa e di proibire i libri nocivi alla fede ed ai costumi, converrebbe negare la giurisdizione, che tiene su tutta la società. Si nega forse ad un vignaiuolo il diritto di strappar via dalla vigna, che coltiva, le male erbe e gli sterpi? Si nega ad un pastore il potere di allontanare il gregge dai pascoli e dai fonti nocivi? E alla civile società si contende forse l’autorità di sequestrare quegli scritti che fossero diretti a turbare l’ordine civile? Anche la Chiesa adunque deve avere questa autorità per la sua conservazione e per il bene de’ suoi figli.

— Ma intanto col combattere la libertà di stampa la Chiesa impedisce agl’ingegni di erudirsi.

Dimmi: è forse impedire al fiume la libertà del suo corso alzargli d’ambe le parti gli argini perché non straripi? o non è un aiutarlo a conservarsi con tutte le sue acque, a correre pieno e maestoso, a seguire insomma con più sicura libertà il suo corso naturale? Così fa la Chiesa col reprimere quanto più le è possibile la sfrenata libertà di stampa; contiene entro giusti limiti l’ingegno, perché si eserciti più vigoroso in opere degne di esso e non diventi un flagello della società e della Religione.

— Ma perché mentre lo spirito umano è in progresso e tutto il mondo profitta della civiltà moderna, rinunziare a tanta copia di lumi, che si diffondono pei libri e pei giornali!

Perché non è progresso né civiltà ciò che tende a distruggere l’ordine morale e religioso, ciò che mira a guastare la mente e a corrompere il cuore, ma turpe regresso.

— Eppure certi libri sono scritti in così bello stile, che sarebbe gran danno per la propria coltura il non leggerli.

Potrei risponderti che certi libri sono scritti in uno stile sì orribile, che è un gran danno per la propria coltura il leggerli, Ma supponiamo che sia come tu dici. Dunque per imparare il coraggio avrai d’ora innanzi a metterti a scuola da una banda d’assassini, perché sono la gente più audace che vi sia? Eh! Caro mio! per quanto si tratti di bello stile, non bisogna perciò mettere a pericolo la propria fede e la propria virtù ravvoltolando la mente nel pantano di certi libri, di certi romanzi, e di certi giornali.

— Ma quando uno si sente già forte e sagace abbastanza da distinguere il bene e il male e da respingere questo e appigliarsi a quello, che male c’è a far la lettura di quei libri e di quei giornali?

Quando pure si fosse gli uomini più sagaci e più forti del mondo, sempre si dovrebbe tremare, avendo detto lo Spirito Santo: « Chi ama il pericolo perirà in esso; e non è possibile maneggiare la pece senza restarne contaminato ». Per le cattive letture non sono forse caduti uomini insigni per dottrina e santità? Tant’è: si ha un bel dire: So distinguere… sono forte abbastanza… la realtà è questa, che a poco a poco la lettura di tali libri o giornali ti trasfonde per siffatta guisa nell’anima i loro pensieri, le loro parole, i loro apprezzamenti, i loro giudizi, le loro massime, che anche senza avvedertene si vanno oscurando in te i lumi della fede, l’errore destramente mascherato e gradatamente insinuato prende in te le sembianze della verità, e non va a lungo che tu pensi, parli, apprezzi, giudichi come il libro o il giornale che leggi; e se si tratta di libro immorale l’immaginazione si riempie di impuri fantasmi, il cuore si turba e si accende di impure fiamme, la volontà si guasta e si corrompe, e il senso trionfa sulla ragione. Quindi nessun pretesto può coonestare le cattive letture, epperò a costo di qualsiasi sacrificio, se vogliamo essere Cristiani, Cattolici veri, dobbiamo per sempre rinunziarvi ed astenercene, obbedendo alla Chiesa, che giustamente si vale della sua autorità a proibircele.

— Ma per lo meno certi autori moderni, che hanno acquistato gran fama letteraria, ancorché bacati nella fede e nel costume, non si hanno a leggere per riguardo alla loro bella forma? ed anche un po’ per vedere come la pensano?

Io, per me, ti dico che no. Che vuoi? A questo riguardo sarò un po’ retrogrado, ma io qui ti parlo da sacerdote, cioè da rappresentante di Gesù Cristo, e la sua legge non muta mai. Vedi: conosco degli amici miei, che erano prima di sentimenti al tutto cristiani, e che poi essendosi dati a leggere cotesti autori moderni, che tu sai, incominciando a gustarne l’arte, in breve divennero più o meno liberi pensatori. L’esperienza quotidiana lo dimostra, ed io oso sfidare chiunque a mostrarmi il contrario, che quando pure questi autori col fascino della loro arte paganeggiante non pervertano l’animo totalmente, lo piegano tuttavia a quello spirito di conciliazione fatale, che in breve rende facili e avvezzi a quella tolleranza dell’errore, a quel pratico accomodamento a tutte le idee, che con vero rincrescimento dei buoni, già si vede penetrato in certo giornalismo cattolico, che in ciò eccedendo i limiti di giusta e lodevole modernità, sia pure senza cattivo intento, fa tuttavia i punti d’oro ad ogni nuova opera vuoi letteraria, vuoi teatrale di quegli autori, magari senza aggiungere una parola sola di biasimo o di avvertenza sugli errori e sull’immoralità che ivi si asconde; ciò che riesce ad un tradimento del vero, ad una profanazione del bene e ad un fatale sfibramento del carattere cristiano. Epperò se oggidì molti, tra coloro istessi che la pretendono a Cattolici, sono pervenuti nella letteratura, nell’arte, nel teatro, anzi nella stessa filosofia, teologia e Religione a transazione col senso anticristiano, gli è appunto perché intesero portare a cielo quegli autori moderni e se ne diedero con passione alla lettura. D. Bosco, quel gran maestro ed amico della gioventù, non voleva neppure che certi autori e certe loro opere si avessero a nominare. Ma già… ei portava ancora il codino! Poveretto!

— Ho inteso perfettamente il suo latino; e sarà mio fermo proposito di regolarmi a questo riguardo secondo gl’insegnamenti che m’ha dato. Ma ora mi snodi un po’ un’altra difficoltà. Perché la Chiesa talvolta fa uso della scomunica e di altre pene contro certi Cristiani?

Perché la Chiesa ha i l diritto di provvedere con l’esercizio del potere coercitivo, datole da Gesù Cristo alla conservazione dell’ordine divino, che la fa essere la vera ed unica società religiosa istituita da Gesù Cristo. E siccome chiunque commetta una grave offesa all’unità della sua fede o alla santità de’ suoi costumi, diventa un pericolo per la comunanza cristiana, perciò essa sapientemente e prudentemente lo distingue dalla medesima per mezzo della scomunica, che è un privare l’individuo della comunione ossia partecipazione dei beni, che nella Chiesa vi sono.

— Ma per tal guisa la Chiesa non si mostra crudele?

Come? crudele la Chiesa per l’esercizio di un diritto il più ovvio del mondo, quello

cioè di separare un membro che rechi danno agli altri? Ma allora si deve pur dire crudele il padre, che manda fuori di casa il  figlio ribelle; crudele lo Stato, che sbandisce dal suo seno un cittadino turbolento; crudele quella società che cassa dal novero dei suoi membri un socio indegno. D’altronde credi tu che la Chiesa prima di infliggere questa ed altre simili pene, non proceda sempre con la massima longanimità? Sii certo che prima di ricorrere a questi estremi essa tenta mai sempre tutte le vie per ricondurre prima al dovere chi se n’è allontanato.

— Non mi potrà però negare che la Chiesa siasi mostrata crudele assai con la sua famosa Inquisizione!

Me lo immaginava che saresti venuto fuori anche tu con l’Inquisizione! Ma a questo riguardo io intendo di sbrigarmela teco brevemente e nettamente. Ed anzitutto, dimmi tu, che cosa era l’Inquisizione?

— Ma… io ho inteso dire che era quanto più di inumano vi possa essere… che per essa si infliggevano agli eretici i più orribili tormenti che nel tempo stesso si stava a godere dai vescovi, dai preti e dai frati lo spettacolo delle vittime che si contorcevano

Basta, basta. Vedo che anche tu non fai che ripetere le solite calunnie e intanto non

mi sai dire propriamente che cos’era l’Inquisizione. Dunque te lo dirò io. Essa era un tribunale istituito in molti paesi cristiani col concorso dell’autorità ecclesiastica e civile, composto di uomini i più ragguardevoli per la loro scienza e virtù, avente per ufficio di scoprire, giudicare e reprimere gli atti tendenti a rovesciare la Fede Cattolica. Ora questa istituzione non era dessa saggia, utile, anzi necessaria alla Chiesa, in quei tempi, in cui l’eresia andava facendo tanta strage tra i suoi figli?

« Questo tribunale, dice il Cantù (Vedi Storia universale, tomo XI, capo VI) , ammoniva per due volte prima di aprire qualunque processo, e non comandava che l’arresto degli eretici ostinati e recidivi; accoglieva il pentimento e si limitava a castighi morali; la qual cosa gli permetteva di salvare una moltitudine di persone, che i tribunali ordinari avrebbero condannate ». Dov’è adunque quella crudeltà, che tu appioppi alla Chiesa per ragion dell’Inquisizione? Del resto io non ti nego che i re, che domandavano alla Chiesa l’istituzione dell’Inquisizione nei loro Stati, ne abbiano abusato. Ma di questi abusi si dovrà rendere responsabile la Chiesa? quella Chiesa che per parte sua non lasciò di deplorarli e biasimarli? Quante volte i Papi intervennero colla loro autorità sia per assolvere dalle loro condanne gli eretici, sia per riprendere severamente gli inquisitori della loro durezza, sia per scomunicarli quando non obbedivano ai loro ordini di essere più miti!Dunque la Chiesa per parte sua nell’istituire l’Inquisizione non ha fatto altro che valersi della pienezza de’ suoi poteri e stabilire un tribunale di legittima sorveglianza, di alta protezione, di equità e di indulgenza. Sgraziatamente certi sovrani per ragioni politiche, come ad esempio in Ispagna, inventarono ed applicarono contro gli eretici delle pene gravissime. Ma di questi eccessivi rigori la Chiesa non ha colpa alcuna.

— Certamente, se le cose stanno così, e non ne dubito punto, la Chiesa non ha nessuna colpa. Ma… e Galileo torturato e imprigionato per aver scoperto che la terra gira intorno al sole? e la famosa strage di S. Bartolomeo?

Calunnie vecchie anche queste. Anzitutto è falsissimo che Galileo sia stato torturato, come comprovano molti scrittori, non già preti, ma laici, e vari documenti inediti scoperti alcuni anni orsono a Firenze. Che poi sia stato imprigionato non si può neppur dire, perché  fu condannato, sì, alla detenzione per qualche tempo, ma dopo pochi giorni di rilegazione nella villa del Pincio lo si lasciò libero di scegliere il luogo dove scontarla, ed egli scelse la casa del suo miglior amico, l’arcivescovo Piccolomini di Siena, e di là si ritrasse poi nella sua villa di Arcetri. Che sia stata condannata la sua dottrina non lo nego, ma non in quanto sostenesse il moto della terra intorno al sole, che questo già prima e più chiaramente di Galileo l’aveva sostenuto Copernico, ma in quanto che Galileo a sostenere la sua tesi, benché giusta, non si peritò di interpretare a modo suo e non esattamente la Bibbia, che gli scienziati di quei tempi ritenevano erroneamente contraria, in varii suoi testi, alle opinioni di Galileo, e pretendere fondato sulla Bibbia il suo sistema. Epperò se la Congregazione Romana si ingannò, oltreché non si può dire che abbia errato la Chiesa, perché la Congregazione del S. Ufficio non è la Chiesa, alla fin fine fu indotta in errore dai sapienti di quel Tempo. Ecco tutto. E di ciò si può fare, come si fa, un gran capo d’accusa contro la Chiesa? [Oggi è dimostrato chiaramente che il sistema copernicano è assolutamente falso e si regge solo su speculazioni cervellotiche senza uno straccio di prove. Le uniche prove anzi, oltre a formule matematiche strampalate ed incomprensibili ai più – formule regolarmente aggiornate da affabulatori vari e sempre nuovi – su foto truccate degli enti spaziali, come per il farlocco “sbarco sulla luna” – sbarco nello studio cinematografico, pieno di errori ed incongruenze, oggi replicato da sbarchi su Marte (in realtà in studi televisivi ultramoderni!) ed in futuro su presunti pianeti sempre rigorosamente e perfettamente sferici, senza poli schiacciati e senza asse obliquo. Le tesi di Galileo, oggi ridicole e che chiunque, con un semplice cannocchiale, può agevolmente confutare e smascherare, risentivano del culto di Mitra, il dio sole, cioè lucifero spacciatosi portatore di luce al centro dell’universo, culto oggi in gran auge presso le conventicole massoniche che ancora, presso il grande pubblico … di ignoranti, sostengono la tesi eliocentrica con il denaro del pubblico erario americano –NASA ladrona!? – Ci dispiace essere in disaccordo con il Carmagnola, ma il Santo Uffizio era un organo ecclesiastico primario nella difesa della verità Cattolica, e quindi parte integrante della stessa Chiesa,  – per questo è stato prontamente eliminato dalla setta del Novus Ordo Vaticano II – per cui non poteva sostenere l’errore; e qui fa piacere sottolineare che il Prefetto del Santo Uffizio ed i suoi collaboratori gesuiti, non si sbagliarono affatto nel valutare le idiozie del Galileo, già condannate giustamente in Copernico – entrambi, come Newton, Keplero, Bacone e compagni, si occupavano di astrologia, esoterismo, alchimia … altro che scienziati. Fu il Papa dell’epoca Urbano VIII che protesse e salvò il suo “amico” Galilei da una sacrosanta condanna. Purtroppo questo dimostra solo che l’eresia copernicana – eresia religiosa e scientifica insieme – si era fatta strada tra il clero infettandolo di incredulità e revisionismo verso la parola di Dio contenuta nella Scrittura Sacra, e di essere quindi in disaccordo con i canoni del concilio di Trento, oltre che con l’Infallibilità della dottrina cristiana, … come volevano appunto gli gnostici kabalisti dell’epoca e della massoneria odierna – ndr. -]

— No, certo.

Riguardo poi alla famosa strage di San Bartolomeo, avvenuta la notte del 25 agosto 1572 a Parigi, e di poi in molte altre città della Francia, per cui furono a tradimento e barbaramente trucidati un gran numero di Ugonotti ossia Calvinisti, è un fatto chiaro che fu soprattutto un colpo di stato politico macchinato dall’astuta Caterina de’ Medici, madre del re Carlo IX, e dai principali Signori della Corte di Francia, che per tal guisa, sotto il pretesto della Religione, si vollero sbarazzare di coloro, che da oltre venti anni ponevano sossopra la nazione con tumulti, rivolte, attentati contro la stessa persona del re, persecuzioni contro i Cattolici e stragi spaventose commesse dovunque potevano. Ma è certissimo che gli ecclesiastici in ciò non entrarono per nulla, e se vi entrarono fu per salvare quanti più Ugonotti fu loro possibile.

— Ma il Papa Gregorio XIII all’udire la notizia dell’eccidio non fece cantare il Te Deum?

Al Papa si fece intendere che il re con la sua famiglia era scampato da una grande congiura; epperò se egli a tale notizia rese pubbliche grazie a Dio, non lo fece per la strage degli Ugonotti ma per lo scampo del re e della Francia. Così stanno le cose. E coloro i quali si dilettano di alterare la storia per disonorare la Chiesa, dovrebbero per lo meno riconoscere che la crudeltà, le barbarie e le stragi, che si commisero per anni ed anni, a sangue freddo, contro i Cattolici in Inghilterra, in Irlanda, in Iscozia, in Olanda e in Danimarca sono cose sì orrende, che la strage di S. Bartolomeo a petto di esse diventa cosa di ben poco rilievo.

— Sono ben lieto di aver appresa la verità anche intorno a questi punti e di sapere che

la Chiesa non ha mai in alcun modo esorbitato nella sua autorità.