S. ANDREA APOSTOLO (30 NOVEMBRE 2022)

(Otto Hophan: Gli Apostoli – Marietti ed. 1951)

Passando da Pietro ad Andrea, suo fratello e compagno d’apostolato, ci sembra di trasferirci da un lago agitato a una spiaggia tranquilla; egli attrae persino col suo bel nome. « Andrea » — da « andreîos » — significa « virile », « valoroso », e sebbene nome greco, era diffuso fra i Giudei fin dal secondo secolo precristiano; gli artisti, che ci diedero le prime immagini di Andrea nel secolo quarto e quinto, erano evidentemente sotto l’influsso del significato di questo nome; sempre e ovunque infatti lo rappresentano robusto, virile; la presenza risoluta ed energica trapela sin dai capelli, che son rivolti all’insù quasi irti. « Andrea non era piccolo ma grande, un po’ ricurvo, con naso grande e alte ciglia »: così è dipinto in una biografia del nono secolo, che certamente desunse queste notizie da fonti ben più antiche. « Non piccolo, ma grande »: in queste parole è ritratta anche la figura morale dell’Apostolo. Le informazioni del Vangelo sono scarse, ma quelle che abbiamo provano chiaramente ch’egli fu in verità quello che il nome significa: un uomo; e però non si notano in lui quei lineamenti rigidi, che troppo spesso macchiano proprio gli uomini dalla forte tempra, non è ruvido, duro né ambizioso; ha colto giusto lo Spagnoletto, dipingendo Andrea come un vecchio tranquillo, serio, affabile, che tiene nella destra nerboruta un pesce pendente dall’amo. Ora egli ci deve raccontare come abbia preso il Pesce santissimo (*) o, meglio, come egli stesso sia stato preso da Lui per sempre. (Il pesce è un intelligente e caro simbolo di Cristo fin dall’età cristiana più remota. Nella parola greca I-Ch-Th-Y-S = pesce, si vedevano le lettere iniziali del nome e delia natura di Cristo; I = Gesù; Ch = Cristo; Theoù = di Dio; Youiòs = Figlio; Sotér = Salvatore).

ANDREA IL PRIMO

Andrea era fratello naturale di Simone Pietro (Giov. 1, 40); non è però possibile precisare se fosse di lui più giovane o più anziano; si inclina a ritenerlo piuttosto per il più giovane, nonostante la sua indole equilibrata, poiché abitava nella casa di Simone, in quella casa, che ebbe l’alto onore di offrire ospitalità al Signore stesso durante la sua attività pubblica in Galilea e che anzi Gli servì di prima chiesa e di primo pulpito. Può essere che Andrea, dopo una morte prematura del padre Giona (Giovanni), si fosse trasferito col fratello Pietro da Bethsaida, dov’erano nati tutti e due, a Cafarnao. Quivi visse nell’oscurità e anche, — perchè no? — nella vivacità della famiglia del fratello, con la sposa e i piccoli di lui e… la suocera. Che si debba a questa situazione familiare, se il popolo cristiano ha scelto l’apostolo Andrea a patrono dei matrimoni felici e del… buon tempo? – Andrea era pescatore come il fratello, il Vangelo anzi fa pensare che esercitassero il mestiere uniti, in modo che con i loro guadagni potevano far fronte alle spese per il mantenimento della famiglia; poiché l’arte era sì modesta, ma insieme anche redditizia; si sa infatti che i pesci abbondavano nel lago di Genezareth e il mercato del pesce era molto frequentato; era dunque assicurato un buon introito. E il Signore, merita che lo si noti, scelse per apostoli anzitutto dei pescatori; è vero, accogliendo nel collegio apostolico Giacomo Minore e suo fratello Taddeo,  accordò tanto onore anche all’agricoltura; accogliendovi poi Paolo, onorò la scienza e con Matteo — per tacere di Giuda! — fece onore pure agli affari e al commercio; tuttavia non sarebbe difficile provare che fra i dodici Apostoli almeno sei erano pescatori; il Signore anzi delineò l’ufficio apostolico proprio come una « pesca d’uomini ». Abbiamo qui un simbolo profondo! Soltanto colui che conosce il tempo e le correnti, colui che il sole non accieca e la tempesta non spaventa, colui che sa stare attento, colui soprattutto che sa portare pazienza, come un pescatore, solo costui è idoneo all’apostolato. Quando dunque Andrea col fratello suo Simone gettava le reti nel lago azzurro e tranquillo e, dopo lunghe ore, le ritirava con grande gioia, se cariche, o con calma rassegnazione, se leggere, egli era già alla scuola preparatoria all’apostolato. Oh, se i due fratelli avessero potuto sospettare che un giorno avrebbero dovuto consacrare la loro vita al santo « Ichthys » — Gesù Cristo! – Ma un simile pio presentimento non doveva essere tanto lontano dal loro spirito, perché dovevano sentirsi fortemente inclinati alla religione; il Vangelo infatti non ce li presenta soltanto intenti al lavoro sul lago, ma ce li fa incontrare anche al Giordano, nel gruppo dei discepoli di Giovanni (Giov. 1, 35 Ss.). Il potente grido del Battista: « Il regno dei Cieli è vicino! » aveva tratto fuori dalla loro esistenza civilmente onesta anche i nostri due fratelli; ed essi, tutti protesi, stettero in ascolto dei passi di Colui, che doveva venire. E fu appunto ivi, presso il Battista, che Andrea visse la grande ora del suo incontro con Gesù…, perché noi non possiamo mai percorrere da soli tutta la via che mena a Lui, Egli ci viene incontro con la sua grazia… Non sarebbe possibile riferire quell’incontro in un modo più attraente di quello dell’evangelista Giovanni, che in quell’ora era compagno di Andrea, ma tace modestamente il proprio nome. Giovanni Battista « vide Gesù venire a sé e disse: “Ecco l’Agnello di Dio, che toglie i peccati del mondo!”. I due discepoli lo sentirono dir così e seguirono Gesù. Gesù si voltò e, quando vide ch’essi Lo seguivano, chiese loro:  “Che cosa cercate?”. Essi Gli risposero: “Rabbi — che vuol dire: Maestro —, dove abiti?”. Egli rispose: “Venite e vedete!”. Essi andarono e videro dov’Egli abitava, e rimasero quel giorno con Lui. Era l’ora decima — pomeriggio inoltrato —. Uno dei due, che L’avevano seguito alla parola di Giovanni, era Andrea, il fratello di Simone Pietro ». Andrea insieme con Giovanni è il primo fra tutti, che seguì Gesù; per questo antichi manoscritti gli concedono il titolo onorifico del « primo chiamato ». Il suo nome risplende come un vessillo in testa ai miliardi di uomini, che nei secoli seguiranno Cristo; possa adempiersi il detto: « Nomen est omen — il nome annunzia l’avvenire »! Andrea! Chiunque corre il rischio di seguire Cristo dev’essere «andreîos — virile ». Andrea fu anche il primo, che reclutò uomini a Cristo. Il Vangelo sopra riferito continua la sua narrazione: « Andrea incontrò dapprima suo fratello Simone e gli disse: “Abbiamo trovato il Messia — che significa l’Unto —”. E lo condusse a Gesù ». In un’ora decisiva della vita pubblica del Signore, Simone Pietro professerà dinanzi a Lui: « Tu sei il Messia, il Figlio del Dio vivente » (Matth. XVI, 16), e questa sua professione, emessa quando l’insegnamento di Gesù era al suo apice, è senza dubbio più matura e più profonda che il grido giulivo di Andrea, risuonato al primo presentarsi in pubblico del Maestro; ma nessuno potrà togliere ad Andrea il merito d’aver seminato nell’anima di suo fratello Pietro, quale germe di fede, la parola del Messia Gesù e d’aver dato Gesù a Pietro e Pietro a Gesù; questa fu la pesca più ardita e l’azione apostolica più sublime di tutta la sua vita. Non ci potrà or sorprendere se un uomo così bene disposto sarà chiamato a condividere in pieno la vita di Gesù. Dal primo incontro con Lui presso il Giordano erano passati parecchi mesi, quasi un anno, e Andrea era ritornato al lago, alla barca e alla rete; i suoi pensieri però non erano più, come per l’addietro, tutti fissi al mestiere; ritornavano insistentemente a Colui, del quale nell’intimo del suo cuore sperava il ritorno. E il Sublime venne, e questa volta lo chiamò non per un giro o una predica o un miracolo semplicemente, ma per sempre. Questa chiamata a seguire stabilmente Gesù è riferita da Luca subito dopo la pesca miracolosa (Lc. V, 1-11): anche Andrea dovette fissare con occhi sbalorditi il miracolo vivente della rete; perché, dopo che « per tutta la notte non avevano preso nulla », sull’« ordine del Signore » presero una così grande quantità di pesci, che « le loro reti minacciavano di rompersi »; presso il Giordano l’aveva affascinato la personalità di Gesù, sul lago di Genezareth lo costrinse a inginocchiarsi la sua potenza; anche Andrea forse ripeté timidamente, balbettando, la confusa preghiera di suo fratello: «allontanati da me, perché sono un uomo peccatore! ». Ma Gesù non era venuto per spingerli, bensì per chiamarli a Sè; « Egli disse loro: “SeguiteMi! Vi farò pescatori d’uomini”. Essi condussero a terra le barche, abbandonarono tutto e Lo seguirono »!. Le barchette se ne stettero solitarie sulla riva del lago tranquillo; e il lago stesso sembrò tener dietro, con i suoi occhi azzurri, interrogativi pescatori, e mesti ai buoni che si allontanavano da esso per sempre, verso un mare, ch’era più vasto, più profondo, più tempestoso di quello di Galilea, ch’era addirittura immenso. Chi fa così è veramente «andreios », un uomo, un grande, un primo. – Il posto eminente di Andrea è evidente anche nei quattro cataloghi degli Apostoli, contenuti nella Sacra Scrittura, perché il suo nome è costantemente ricordato nella prima delle tre serie, insieme con i confidenti di Gesù; gli evangelisti Matteo e Luca lo mettono persino al secondo posto, immediatamente dopo Simone Pietro, di cui è detto fratello con enfasi (Matth. X, 12). Anche nel Canone della Santa Messa il suo nome viene subito dopo quello dei due Principi degli Apostoli Pietro e Paolo; il Pontefice Gregorio Magno lo accolse pure nel così detto « Embolismus » — preghiera interpolata —, che segue il « Pater Noster », e ci fa ricorrere all’Apostolo per supplicarlo, unitamente a Maria, a Pietro e a Paolo, d’una speciale impetrazione. Un posto tutto suo Andrea lo occupa pure nella venerazione del popolo fedele; se ne ha la prova negli usi svariati del giorno della sua festa il 30 novembre. Andrea è un primo; sotto certi aspetti anzi è il primo fra tutti i dodici Apostoli.

ANDREA IL NASCOSTO

Non può quindi non sorprendere che questo Apostolo  passi tanto sotto silenzio nel Vangelo e ancor più negli Atti degli Apostoli:  non si riferisce di lui nessun gesto, non si ricorda nessuna lettera, che sia stata ricevuta da lui. Oltre la notizia della sua vocazione, il Vangelo non ha di lui che tre soli accenni assai brevi. Il primo s’incontra nella moltiplicazione miracolosa del pane (Giov. VI, 1 ss.): di fronte alle folle affamate gli Apostoli sono perplessi; Filippo osserva timidamente: « Pane per duecento denari — oltre 150.000 lire secondo l’odierna quotazione del denaro — non basta per costoro, anche se ciascuno non dovesse riceverne che un pezzetto »; Andrea, obbediente e inosservato, s’informa delle provviste a disposizione e poi comunica il meschino risultato: « V’è qui un fanciullo, che ha cinque pani d’orzo e due pesci »; quindi, quasi scusandosi di non portare migliore notizia, soggiunge: « Ma che è mai questo per così tanti? »; poi rientra modestamente fra le fila. –  L’evangelista Giovanni, che dovette guardare all’amico della sua giovinezza sempre con particolare affetto, come si può dedurre dalla vicenda primaverile dei due sulle rive del Giordano, riferisce una seconda singolare apparizione di Andrea. Prima dell’ultima festa di Pasqua, « alcuni greci », che erano certo dei « proseliti », ossia dei pagani convertiti alla pura fede nel Dio dei Giudei, stavano in Gerusalemme e si rivolsero all’apostolo Filippo con la richiesta: « Signore, vorremmo vedere Gesù ». Filippo, alquanto formalista, non volle prendersi da solo tutta la responsabilità della cosa, perché sapeva della riservatezza di Gesù nei riguardi dei gentili; portò dunque la richiesta non a Pietro e non a Giovanni, ma al suo compatriota Andrea, ch’era d’animo cortese e risoluto insieme. E in questa umile circostanza Andrea mostrò il suo carattere: non si disinteressò del servizio e neppure si diede aria d’importanza: « Andrea e Filippo andarono e lo dissero a Gesù ». L’Evangelista non ci riferisce se Gesù abbia esaudita quella preghiera, nota però una profonda parola, detta dal Signore in quell’occasione e proprio di fronte ad Andrea: « Se il grano di frumento non cade a terra e muore, rimane solo; ma se muore, porta molto frutto ». Solo pochi giorni dopo, Andrea è ricordato dal Vangelo di sfuggita una terza volta: il Signore aveva profetizzato la distruzione di Gerusalemme, che per un giudeo era tale avvenimento da sconvolgergli tutta l’anima: « quando poi si fu messo a sedere sul Monte degli Olivi di fronte al Tempio, Pietro, Giacomo, Giovanni e Andrea, rimasti soli, Lo interrogarono: “Di a noi, quando avverrà questo, e qual è il segno che questo s’adempirà?” » (Mc. XIII, 3, segg.). Se si prescinda da questi tre testi, Andrea rimane sempre nascosto nello sfondo del Vangelo, e questo deve sorprendere specialmente se pensiamo agli Apostoli in prima linea: quanto spesso si parla di Pietro e con quale importanza! Con quanta disinvoltura si fanno innanzi i figli di Zebedeo: « Fa’ che nella tua gloria uno di noi sieda alla tua destra e l’altro alla tua sinistra »!; richiesta talmente presuntuosa, che sarebbe inconcepibile in Andrea. Ci colpisce ancor più che il Signore stesso abbia lasciato il nostro Apostolo nell’oscurità: chiamò a presiedere e a precedere non lui, ma suo fratello Simone, sebbene questi dovesse ad Andrea la sua conoscenza di Gesù; non sarebbe stato capace anche Andrea di tenere le chiavi del regno dei Cieli? o non sarebbe stato anche più idoneo del suo tempestoso fratello, almeno umanamente parlando? Nell’ultima Cena Gesù permise che riposasse sul suo cuore Giovanni, non Andrea; amava questi il Signore meno di Giovanni? Non aveva vissuto anche lui con Giovanni l’ebbrezza della « decima ora »? Non appartenne neppure al gruppo dei tre intimi, che il Signore mise a parte nelle ore supreme della sua vita: alla risurrezione della figlioletta di Giairo lui dovette attendere fuori della camera, insieme con gli altri otto Apostoli; con questi fu pure lasciato a valle, quando il Signore con Pietro, Giacomo e Giovanni, suo fratello, s’incamminò verso la cima del Tabor per la trasfigurazione; nemmeno fu ammesso alla rivelazione più profonda dell’umanità di Gesù sul Monte degli Olivi, sebbene quivi forse si sarebbe tenuto più desto che i tre primi, i quali s’addormentarono! La posizione un po’ staccata di Andrea nel Collegio apostolico appare anche dai cataloghi degli Apostoli. Marco nel Vangelo e, ciò che sorprende ancor di più, Luca pure negli Atti non hanno più Andrea al secondo posto, ma senz’altro al quarto; gli son passati innanzi i figli di Zebedeo e l’hanno cacciato, per così dire, ai margini del primo gruppo. Può essere che Pietro stesso abbia vietato a Marco di scrivere tante cose, che tornavano a lode della sua famiglia; Luca poi avrà voluto farci intendere il posto di prima importanza, ch’ebbe Giovanni nella Chiesa primitiva, dinanzi al quale dunque Andrea dovette retrocedere. Dai testi addotti più sopra appare che il Vangelo ricorda per due volte Andrea insieme con Filippo; ora nei Cataloghi degli Apostoli Filippo è sempre il quinto, in testa cioè al secondo gruppo: possiamo concluderne che Andrea, il quarto, quando non poteva accompagnarsi con i tre privilegiati, cercava volentieri di unirsi al suo compaesano Filippo. E così Andrea è certamente uno dei primi, ma l’ultimo dei primi; è grande, ma un grande nascosto e un nascosto grande. Ma si badi: questo non vuol dire che il Signore lo abbia stimato da meno dei primi tre; piuttosto, precisamente in questa apparente noncuranza era palese una grande fiducia: Andrea era stato chiamato per primo, era, per così dire, il primogenito di Gesù; fra Gesù e lui correva quella tacita intesa, che v’è fra un padre e il figlio suo maggiore; questi comprende il padre, anche se non è dovunque accanto a lui; si sa da lui stimato; anche se non riceve speciali incarichi; si sente amato anche senza manifeste preferenze; così dobbiamo pensare che fosse anche di Andrea nei suoi rapporti con Gesù. La lezione, che dobbiamo apprendere da questo grande nascosto, è quindi di tenerci piccoli anche se siamo grandi, e come gli ultimi anche se primi; poiché è più facile all’orgoglio umano essere primo in un posto umile, che secondo o quarto in un posto elevato; Andrea, il grande ultimo, è esempio della difficile umiltà dei grandi e realizza la parola del Signore: « Il più grande tra voi sia come il minimo e il superiore come il servo » 2°(S. Luc. XXII, 26). Benedetta quella comunità, che ha più grandi uomini che uffici elevati! Giacché è molto meglio che un uomo grande onori un piccolo ufficio, che non un alto ufficio debba onorare un uomo piccolo.

ANDREA IL FORTE

La Sacra Scrittura non fa nessun accenno all’attività apostolica di Andrea; nemmeno gli Atti degli Apostoli, che pur riferiscono la seduta vivace del Concilio apostolico; ricordano ancora una volta il suo nome, e poi il più alto silenzio; non vi può essere però nessun dubbio circa l’intenso suo lavoro apostolico, anche se non conseguì speciali onori; era stato il primo fra i Dodici a scendere in campo, quando aveva condotto al Signore il fratello Simone e più tardi, facendosi intermediario a favore dei gentili, ancor prima del loro tempo; quale non sarà stato il suo zelo quando venne a trovarsi nella messe! Nel giorno della sua festa il Breviario lo esalta così: « Andrea con la sua predicazione e con i suoi miracoli convertì a Cristo innumerevoli uomini », e in una lezione applica all’Apostolo l’eloquente tratto della lettera ai Romani: « Chiunque invoca il Nome del Signore sarà salvato. Ma come invocheranno — giudei e pagani — Colui, nel quale non credono? Ma come crederanno in Colui, del quale non hanno nulla udito? Come udranno senza predicatore… Ma chiedo: “Non hanno forse udito?”. Oh, certamente! In tutto il mondo si spinse il loro suono, sino ai confini della terra le loro parole » (Rom. X, , 13-18). Gli « Atti di Andrea e Matteo » apocrifi, scritti nell’ultima metà del secondo secolo, indicano come campo missionario di Andrea « la città dei cannibali », detta pure « città dei cani ». Essi ebbero la loro continuazione, versione ed elaborazione negli « Atti di Pietro e Andrea », negli « Atti di Andrea e Bartolomeo » e negli « Atti di Paolo e Andrea »; ma sono tutti scritti favolosi, che non meritano d’essere citati; l’unica notizia degna di fede è che Andrea, insieme con un altro Apostolo, che per buoni motivi si può concludere essere stato Simone Pietro, annunziò il lieto messaggio in una regione di barbari. Eusebio, il padre della storia ecclesiastica (270-339), assegna ad Andrea quale campo d’apostolato la selvaggia Scizia, quelle regioni cioè che oggi costituiscono quasi la Russia meridionale; questa notizia però non è troppo sicura, perché finora non consta di nessuna traccia di Cristianesimo nella Scizia durante i tre primi secoli; in quelle regioni inoltre non v’erano forse colonie giudaiche, che Andrea potesse evangelizzare, e d’altra parte la popolazione indigena, selvaggia com’era — « città degli antropofagi! » —, doveva essere ancor troppo refrattaria al Vangelo. È più credibile invece che Andrea, come sappiamo da informazioni antiche e abbastanza concordi, abbia faticato nelle terre limitrofe alla Scizia, nella Bitinia, nel Ponto e specialmente in Sinope, regione che si stende a sud e a est del Mar Nero, insieme al fratello Simone Pietro; questi di fatto indirizza la sua prima lettera « ai pellegrini nella diaspora del Ponto, della Galazia, Cappadocia, Asia e Bitinia ». In biografie più tardive e anche più leggendarie vengono ricordate, come campo apostolico di Andrea, le terre di Lidda, del Kurdistan e dell’Armenia. È probabile che, in un tempo posteriore della sua attività, dalla Bitinia, sita a nord-est, attraverso la Tracia, la Macedonia e la Grecia, si sia spinto fin giù nell’Acaia, nell’odierno Peloponneso: le vie apostoliche di Andrea si incrociano con quelle di Paolo; perché, non dimentichiamolo, anche se Paolo ha lavorato più degli altri, non ha lavorato però lui soltanto; è vero che non era nel suo metodo metter la falce nel campo altrui, ma può essere che nel suo campo si siano dischiusi parecchi germi sparsi dalla mano di altri; e poi per ogni Apostolo s’adempie in qualche proporzione la parola del Signore: « Uno semina, l’altro raccoglie. Altri si sono affaticati e voi siete entrati nelle loro fatiche » (S. Giov. IV, 37). In Grecia, e precisamente a Patrasso, l’operosità apostolica di Andrea ebbe anche, secondo sicure informazioni, il suo coronamento sanguinoso. Una « lettera » circolare dei preti e diaconi dell’Acaia intorno al martirio di Sant’Andrea» racconta con tinte vivaci e devozione la morte del santo Apostolo. Questa « circolare », di cui si vale la Chiesa per le lezioni del Breviario nella festa di Sant’Andrea, non si deve scambiare con gli Atti apocrifi di Andrea sopra ricordati; veramente risale solo alla fine del quarto secolo, ma nelle sue linee principali attinge a una storia sicura della vita e della passione dell’Apostolo più antica. Secondo questa circolare, dopo ch’egli, in qualità di vescovo di Patrasso, detta allora « Patræ », ebbe annunziato il Vangelo in Acaia, dal governatore (Helladarchen) Ægeates o anche Ægeas fu condannato alla morte sulla croce, che, secondo una diffusa opinione, era croce obliqua; ma, perché il tormento durasse più a lungo, non fu fermato alla croce con chiodi, bensì con le corde, sicché Andrea, benché fosse stato prima flagellato, visse sulla croce ancora due giorni. La sentenza fu eseguita nonostante il popolo avesse insistito perché si accordasse indulgenza; migliaia erano accorsi sul luogo della esecuzione, chiedendo la liberazione da quel tormento; persino il fratello del governatore, Stratokles, s’era interposto a favore dell’Apostolo, ma inutilmente. Dopo la morte, ne seppellì la salma una samaritana. Nell’anno 365 le reliquie furono trasportate nell’imperiale Bisanzio, il capo però nel 1452 fu portato a Roma; così i due fratelli Simone Pietro e Andrea, che come pescatori tante notti avevano sonnecchiato nella barca l’uno accanto all’altro sul lago di Galilea, riposano nuovamente l’uno vicino all’altro, assopiti e però così vigili pescatori d’uomini. Oh, come è larga e mirabile la via dei pescatori, che si sono consacrati al santo « Ichthys »! Non conosciamo l’anno della morte di Andrea; solo gli apocrifi ci trasmettono, abbastanza concordi, la curiosa notizia che egli era già morto quando rimpatriò Maria santissima. La sua festa è celebrata fin da epoca remota il 30 novembre. La lettera circolare del clero di Acaia sopra ricordata ha una descrizione commovente della morte del nobile Apostolo: « Quando Andrea fu condotto al luogo del martirio, alla vista della croce gridò a lungo e ad alta voce: “O buona croce! Tu hai ricevuto il tuo ornamento dalle membra del Signore. O croce per tanto tempo bramata, ardentemente amata, incessantemente ricercata ed ora all’anima bramosa preparata! Toglimi agli uomini e dammi al Maestro mio! Per te m’accolga Colui, che per te m’ha redento!” ». Un giorno, nella primavera della sua vita, il Battista gli aveva gridato sulle rive del Giordano: « Ecco l’Agnello di Dio, che toglie i peccati del mondo! »; e il Signore stesso, pochi giorni soltanto prima della sua morte violenta, aveva risposto a una richiesta di Andrea con la metafora del « grano di frumento », che deve morire per portare frutto ». Ci è lecito pensare che il sacrificio del Signore fosse impresso nell’anima di Andrea più profondamente che non negli altri Apostoli, di più che non in suo fratello Simone, che un dì s’era interposto con una energica protesta contro la croce; Andrea invece saluta la croce col grido di festa: « Salve crux! »: un grido e un saluto eroico; solo a pochi riesce di emetterlo; è già molto se lo si balbetta; però ogni sì detto alla croce, per quanto lo si dica sommessamente, è un atto sublimissimo; chi alla sua croce dice « Salve », è anche « Andrea », è un uomo virile! – La croce, sulla quale morì Andrea, era forse obliqua e per questo una croce di questa forma è chiamata « croce di Sant’Andrea »; essa ha la forma d’un «X »; ora l’«X » è anche la lettera iniziale del nome greco di Cristo. Qui dunque v’è un’ultima cosetta da notare: chi è confitto all’« X », a questa grandezza doppiamente sconosciuta, chi è confitto alla croce, costui è pure confitto a Cristo, e chi vuol essere confitto a Cristo, costui deve anche essere confitto alla croce; il Signore stesso lo esige: « Chi vuol essere mio discepolo, prenda ogni giorno su di sè la sua croce! » (S. Matth. XVI, 24). «X» = «X»; croce = Cristo; Cristo = croce! La croce ha il compito di condurci alla più intima somiglianza col Signore, a « darci al Maestro », proprio come pregava Andrea dinanzi alla sua; un altro Apostolo, Paolo, esprime lo stesso mistero con le profonde parole: « Sono crocifisso con Cristo. Non son più io che vivo, ma Cristo vive in me»? (Gal. II, 19 segg.). E per questo, soprattutto per questo, anzi unicamente per questo esclamiamo: « Salve, crux — ti saluto, o croce! ».

NOVENA PER L’IMMACOLATA CONCEZIONE

NOVENA PER L’IMMACOLATA CONCEZIONE

(Inizio 29 Nov. Festa 8 dicembre).

(G. Riva: Manuale di Filotea, XXX Ediz. – Milano 1888)

Che la Concezione di Maria SS. sia stata esente da ogni macchia di peccato, fu in tutti i secoli ritenuto come verità incontestabile insegnata dagli Apostoli. In Oriente la relativa Festa è di data antichissima; ma in Occidente non ebbe luogo prima del VII secolo. Primi a celebrarla furono Gondisalvo vesc. di Tolosa al principio del 600; poi S. Idelfonso vesc. Di Toledo, Federico patriarca di Aquileja circa l’890, l’inglese abb. Elpino e il Cantorberiense S. Anselmo nel 1109, il Clero di Lione nel 1141, tutto l’Ordine Francescano nel 1163, quindi tutte le accademie d’Europa. Il sempre crescente impegno dei fedeli d’ogni ordine per tal festa determinò i Papi ad aggiungervi il suggello di loro infallibile approvazione. Di qui è che Sisto IV nel 1483 la collaudò con tre Bolle, confermate poco dopo da Alessandro VI. Giulio Il approvò gli ordini religiosi intitolati all’Immacolata; Clemente VII ne stese l’apposito Ufficio; Pio V le appropriate lezioni; Clemente VIII ne elevó la festa a Rito Maggiore, Alessandro VII vi aggiunse l’Ottava, Innocenzo VII nel 1693 la rese obbligatoria per tutto il mondo; Clemente XI nel 1708 la dichiarò festa di precetto; Benedetto XIV la volle festa di Cappella Papale: Gregorio XVI permise di aggiungere il titolo immacolata a quello di Concezione nel Prefazio, e Regina sine labe originali concepta nelle Litanie. Pio IX poi, l’8 dic.1854 compi l’opera e i voti di tutti col farne un articolo di fede indispensabile a credersi per salvarsi, a cui nel 25 sett. 1863 aggiunse la distinzione di apposita Messa ed Ufficio di affatto nuova composizione.

NOVENA

I.Vergine amabilissima, che sino ab eterno foste l’oggetto de’ divini amori, ottenete anche a noi tutti di farvi sempre caro oggetto di nostra divozione. Ave.

II. Vergine ammirabile, la cui concezione fu speciale favor di Dio, e frutto di grandi orazioni, limosine e mortificazioni dei Patriarchi, dei Profeti e di tutti i giusti, impetrate anche a noi tutti di sempre disporci con tali mezzi a partecipare dei divini favori. Ave.

III. Vergine privilegiata, che foste concepita da sterili genitori divenuti prodigiosamente fecondi, ottenete anche alle sterili anime nostre di divenir feconde di santi affetti e di virtuose operazioni. Ave.

IV. Vergine immacolata, che unica fra tutte le creature, foste preservata e dal peccato originale e da ogni altra ancor più lieve colpa, ottenete a noi pure di preservarci da qui in avanti da ogni macchia di peccato. Ave.

V. Vergine felicissima, che foste preservata anche dal fomite della colpa, ottenete a noi pure di frenare per modo codesto fomite, che non ci faccia mai schiavi della legge del peccato. Ave.

VI. Vergine singolarissima, che nel vostro concepimento foste confermata nella divina carità, ottenete anche a noi tali e tanti ajuti di grazia, da conservarci sempre cari e fedeli al Signore. Ave.

VII. Vergine santissima, che nella vostra Immacolata Concezione foste riempita d’ogni pienezza di grazia, impetrate a noi pure tutte le grazie necessarie a santificarci e a salvarci. Ave.

VIII. Vergine beatissima, che sino dal primo istante di vostra vita, foste arricchita di tutte le più belle virtù, a noi ancora ottenete la più viva fede, la più ferma speranza, la più accesa carità, e tutte le altre virtù proprie di un’anima cristiana. Ave.

IX. O Vergine benedetta, che annunciaste col vostro concepimento il prossimo spuntare del divin Sole, siate, vi prego, la fiaccola della mia mente, la gioja del mio cuore, la mia difesa nei pericoli, il mio sostegno nelle tentazioni il mio sollievo nelle cadute, e fate che in me fioriscano quelle virtù che resero Voi sì ammirabile qui sulla terra, e sì gloriosa nel Cielo. Ave, Gloria.

OREMUS.

Deus qui per Immaculatam Virginis Conceptionem, dignum Filio tuo habitaculum præparasti, quæsumus; ut qui, ex morte ejusdem Filii tui prævisa, eam ab omni labe præservasti, nos quoque mundos, ejus intercessione ad te pervenire concedas. Per eumdem Christum Dominum nostrum. Amen.

LA VITA INTERIORE DEL CATTOLICO (12)

LA VITA INTERIORE DEL CATTOLICO (12)

Mons. ALBAN GOODIER S.J. (Arcivescovo di Hierapolis)

Morcelliana Ed. Brescia 1935

Traduzione di Bice Masperi

CAPITOLO IV

LA VITA DELL’UOMO IN SE STESSO

2. – Suoi caratteri.

Se tale è l’ideale dell’uomo perfetto, come Cristo nostro Signore ce lo ha rivelato e come, in ispirito almeno, il Cristianesimo lo ha sempre accettato, sarà utile per noi cercar di vedere in che modo esso si rifletta sulla vita pratica e in che modo la determini, studiare insomma più da vicino i suoi lineamenti essenziali. San Tommaso d’Aquino ce li riassume in una sola frase: “La perfezione della vita cristiana consiste intrinsecamente ed essenzialmente nell’amore; in primo luogo amore verso Dio, in secondo luogo amore per il prossimo.” In questa frase e in altre simili che spesso ricorrono nell’opera dell’Angelico Dottore, egli dichiara, come fatto evidente così da non richiedere delucidazioni, che la perfezione cristiana è interamente fondata sulla carità, che, all’infuori di essa, nulla può formare l’uomo perfetto, non tutti i doni della natura, non l’educazione delle scuole, né le virtù, né i successi del mondo, mentre avendo la carità in un grado di perfezione ogni altra cosa viene di conseguenza, E per carità, come spiega qui e altrove, S. Tomaso intende innanzitutto l’amor di Dio. Dio è per lui la grande realtà, l’Essere che in sé contiene tutto ciò che è degno di amore, che l’amor suo ci ha dimostrato in mille modi meravigliosi e che merita quindi d’esser riamato con tutta l’anima. Ricambiare dunque Iddio con amore, non foss’altro per gratitudine, apprezzare sempre più tutto ciò ch’Egli ha fatto e ch’Egli è, amarlo di conseguenza ogni giorno più, ed essere finalmente consumati da quell’amore in modo che nessun’altra cosa possa intromettersi fra l’uomo e Dio, è questo, secondo S. Tomaso e secondo tutti i Santi che hanno reso gloriosa la storia del mondo, il fondamento primo della perfezione umana. Ma in secondo luogo e senza prescindere dall’amor di Dio, egli mette l’amore dell’uomo per i suoi simili; non può separare i due affetti: l’uno è il completamento dell’altro. All’amor di Dio deve seguire l’amore pel prossimo non solo come un frutto dell’albero, ma come sua diretta, anzi più diretta manifestazione. San Giovanni esprime efficacemente lo stesso pensiero: “Noi dunque amiamo Dio poiché Egli per il primo ci ha amati. Ma se uno dirà: “Io amo Dio” e odierà il suo fratello, è mentitore. Infatti chi non ama il suo fratello che vede, come può amare Dio che non vede? E questo comandamento abbiamo da Dio: che chi ama Dio ami anche il proprio fratello.” (I Giov. IV, 19, 21). – E San Paolo così riassume il suo insegnamento: “Fatevi dunque imitatori di Dio come figli bene amati, e vivete amandovi, come anche Cristo amò voi e diede se stesso per noi, oblazione e sacrificio a Dio, profumo di soave odore.” (Efes. V, 1.2). – Quando parliamo di amore riguardo a Dio e, come dice il comandamento, “con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua mente, con tutte le tue forze”, e quando parliamo dell’amore pel prossimo “come te stesso”, la parola amore è evidentemente usata in un senso che trascende quello del linguaggio ordinario. Ciò spiega perché S. Paolo preferisse a quella la parola “carità”; ai suoi tempi, come ai nostri, il termine corrente era stato così diminuito, avvilito e profanato che non esprimeva più la gemma pura e splendida di cui egli intendeva parlare. Eppure la sua. “carità” non voleva in nessun modo distruggere l’amore naturale, ché anzi la carità di Cristo perfeziona l’amore dell’uomo, lo innalza ad una sfera superiore, lo stimola con motivi ancor più nobili, gli insegna migliori metodi di espressione e gli offre più vasti campi d’azione. Difende l’amore umano, essenzialmente buono e vero in sé, da tutti quei pericoli che sempre minacciano ciò che è semplicemente naturale, mette in moto tesori d’amore che per semplici motivi naturali non si sarebbero mai neppur rivelati. Poiché il Dio che amiamo non è una divinità astratta, separata e lontana da noi; non è solamente il Dio che la ragione può scoprire, supremo, indipendente, padrone di tutto. È il Dio della SS. Trinità che la Rivelazione ci fa conoscere; e la SS. Trinità è l’espressione dell’amore essenziale di Dio, della sua essenziale vita d’amore. È il Dio che si chiama Padre in tutto il significato del termine, poiché Egli è davvero per noi quale vuole che noi lo pensiamo. È il Dio che chiamiamo Gesù Cristo, Verbo Incarnato, la testimonianza dell’amore del Padre, la testimonianza dell’amore umano divinizzato. È il Dio che chiamiamo Spirito Santo, l’amore personificato. Noi quindi amiamo Dio non solo per ciò che la ragione c’insegna, che pur sarebbe motivo sufficiente di affetto, di gratitudine e di generosità, lo amiamo infinitamente di più perché sappiamo per fede essere Egli infinitamente amabile e amoroso, esigente e condiscendente insieme, fino ad abbassarsi sino a noi senz’altro chiederci che un contraccambio d’amore. E lo amiamo con qualche cosa di più del nostro povero, piccolo amore umano, lo amiamo con un amore perfezionato, divinizzato, fatto degno di Lui perché unito all’amore stesso di Cristo. È un amore che passa attraverso il suo Cuore ed è corroborato dalla grazia ch’Egli stesso ci dà perché possiamo amare sempre più e sempre meglio. Questo amore per Iddio non è un fatto sentimentale, non è un semplice esercizio di sensibilità e di emozioni, non è una sottile compiacenza di sé. Basta considerare la vita di coloro che ne sono stati maggiormente infiammati, che si sono letteralmente innamorati di Dio, per capire la forza, l’ardore divorante di quella passione. Vero è che, finché vive quaggiù, l’uomo rimane sempre uomo, con un corpo oltre che con un’anima. Di conseguenza anche i suoi affetti più nobili e più generosi di rado andranno esenti da qualche emozione; perfino il Santo che ha dato tutto se stesso senza nulla chiedere in cambio, sospirerà qualche volta di poter sentire che il suo diletto gradisce e ricambia tanto amore. Tuttavia, l’emozione o amore sensibile, se così possiamo chiamarlo, in nessun campo è garanzia sicura di vero amore, e tanto meno sarà condizione, sintomo o prova dell’amore dell’uomo per Iddio. L’emozione non è affatto richiesta dall’essenza dell’amore. Piuttosto, l’amore, in ogni suo grado, è dedizione, e ne sarà quindi miglior garanzia la volontà di dare, la gioia del dare, nell’unica considerazione di Colui al quale si dà. E così è dell’amore per Iddio; a Lui l’amore dà tutto con entusiasmo e, se occorre, anche tutto se stesso, per Lui e per la sua maggior gloria, preferendo il suo beneplacito al proprio e a quello di ogni altra creatura. È questo, nella sua origine, nel suo oggetto, nella sua manifestazione, l’amore del Cattolico per il Dio che gli si è così meravigliosamente manifestato; e lo stesso sarebbe da dirsi, nelle debite proporzioni, del suo amore per il prossimo. Per noi, come già abbiamo avuto frequenti occasioni di osservare, il prossimo è assai più di un nostro simile. Chiunque esso sia, è immagine di Dio, fatto a sua somiglianza, un riflesso delle sue perfezioni divine, e capace di rifletterle sempre meglio. È la dimora di Dio, o, se non altro, un’anima in cui Dio desidera dimorare; in Dio e con Dio in sé, è anch’egli capace di ogni perfezionamento di bellezza e di amore. Amare e servire questo prossimo è amare Cristo stesso, è rendere servizio a Colui che merita ogni servigio. Per questa ragione sopra ogni altra, per amore di Dio più che per amore dell’uomo in sé, o piuttosto perché l’amor di Dio ha assorbito, trasformato e soprannaturalizzato l’amore pel prossimo, i Cattolici si amano come fratelli. E vedendo in ciascun fratello un essere prezioso riscattato da Dio col sangue del proprio Unigenito Cristo Gesù, essi hanno per Lui quella tenerezza viva che desidera all’amato tutto il più ed il meglio, non solo la prosperità e la felicità sulla terra, ma anche il bene soprannaturale, la perfezione della vita, la beatitudine eterna. Così l’amore per l’uomo è un vero riflesso dell’amore per Iddio. Non sono due amori distinti, due virtù di carità, una per Iddio e una pel prossimo; non vi è che una sola carità che entrambi li abbraccia, Dio per amor suo, e il prossimo, anzi tutto il creato nella debita scala, per se stesso in quanto è visto con gli occhi di Dio. Ma se la perfezione dell’uomo si basa essenzialmente sull’amore di Dio e del prossimo, ne deriva di necessità che la via della perfezione deve seguire la direttiva di questo amore. L’anima che vuole esser perfetta deve molto amare, intensamente e generosamente, deve lasciarsi guidare dall’amore, ma da un amore puro, sincero, disinteressato, altruista. Un amore che ricerchi se stesso non è più amore; il vero amore si misura dal suo contrario. Né l’amore vero potrà esaurirsi o appagarsi con un semplice atto di carità, sia pur compiuto, in parola o in azione, col massimo fervore. « E se anche distribuissi tutto il mio ai poveri e dessi il mio corpo per essere arso, è non avessi la carità, a nulla mi gioverebbe » (I Cor. XIII, 3). – L’amore va oltre gli atti; questi non sono che germogli dell’amore, segni della sua esistenza, e null’altro. Poiché l’amore è veramente vita e mezzo di vita, permea tutto ciò che siamo e tutto ciò che facciamo; è una maniera di pensare, di sentire, di volere. Quando amiamo, immediatamente l’oggetto amato assume per noi nuovi colori, diventa più reale, più bello, più amabile, più degno di esser servito con tutto ciò che abbiamo e che siamo. Quando amiamo, non viviamo più noi, ma in noi vive l’essere amato. Ogni nostro atto diventa un adempimento della sua volontà, non della nostra; viviamo per piacere a lui, non più a noi stessi, e ad ogni istante esprimiamo il nostro amore per colui che a tutto e a tutti preferiamo. E così avviene che ogni cosa che facciamo, la nostra vita con tutte le sue minime azioni, può esser trasformata in un continuo atto d’amor di Dio, contribuendo alla formazione dell’uomo perfetto; e il progresso sarà tanto più reale quanto più l’amore sarà intenso, dimentico di sé, generoso, energico e costante. Ciò che vale agli occhi di Colui che amiamo non è l’offerta dell’atto in se stesso. Che cosa potrebbe per sé valere qualunque atto di noi meschine creature dinanzi a Dio onnipotente? Ma quello che conta è la volontà con cui l’atto si compie e si offre, è lo sforzo d’amore ch’esso rivela, indipendentemente dalla propria consolazione o soddisfazione o speranza di premio. – E identico è il carattere del vero amore per il prossimo, poiché, essendo esso una cosa sola con l’amore di Dio, dimostrarlo in qualunque modo efficace a un fratello qualsiasi è dimostrarlo a Dio stesso. “Quante volte avete fatto qualche cosa a uno di questi minimi dei miei fratelli l’avete fatto a me”. In verità, come appare evidente dalla vita dei grandi Santi, spesso l’amore di Dio più e meglio si manifesta nell’amore per il prossimo; l’amor di Dio, quand’è genuino e generoso, facilmente e necessariamente si effonde sul prossimo. Chi ama Dio, riconoscendo nei fratelli un riflesso di Lui, anzi lo stesso Gesù Cristo, si prodiga nel servirli, si dà a loro con quello slancio e con quella instancabile generosità con cui servirebbe l’adorabile suo Signore. Poco importa alla Piccola Suora dei Poveri che il vecchio ch’essa cura e serve sia per lei un perfetto estraneo e forse ingrato e malato e ripugnante. Egli è amato da Cristo, porta in sé, anche se nascosta e velata, la sua divina rassomiglianza; servir lui è servir Cristo, e la Piccola Suora è completamente paga. Né importa al missionario che il suo messaggio sia respinto dai sapienti e dai prudenti, ch’egli debba annunciare la buona novella solo agli umili, ai diseredati, ai rifiuti dell’umanità. In essi, non meno che in altri, è l’immagine di Gesù Cristo; anch’essi son capaci di amor di Dio quanto gli uomini più raffinati; in essi il servo vede il suo Padrone e ciò gli basta. Tale amore costituisce l’uomo perfetto secondo la concezione cattolica e anche secondo i criteri umani di questa vita. – Ma la vita umana quaggiù non è uno stato perfetto in sé. Abbiamo già osservato che, anche redento, l’uomo conserva le proprie tendenze al male; c’è una legge nelle sue membra, come dice l’Apostolo, che continuamente lo spinge a compiere il male che non vorrebbe. In parole diverse, c’è nell’uomo un altro amore in contrasto con quello di cui abbiamo or ora parlato. In cielo saremo liberi e sciolti da qualunque impedimento, ameremo come siamo amati, senza pericoli e senza timori. Ma qui sulla terra, come è provato dalla nostra esperienza quotidiana, è tutt’altra cosa. Nel nostro stato attuale di natura decaduta, non è possibile amare di un amore sincero e fattivo senza sacrificio, senza cioè la soppressione di un amore inferiore che s’intromette e accampa i suoi diritti. E ciò è tanto più vero nei riguardi dell’amor di Dio. Essendo umani, e con aspirazioni e inclinazioni umane verso le cose di quaggiù, non possiamo amar Dio completamente senza lotta, senza qualche genere di rinuncia. La natura inferiore dev’essere soggiogata, l’amore illecito dev’essere bandito; dal primo albeggiare della ragione fino al nostro ultimo respiro, sempre ci troveremo nell’occasione di lottare. È vero che non sarà lotta continua, si daranno per tutti momenti di tregua, si verran formando delle abitudini che potranno render la lotta facile e quasi connaturale. Tuttavia, l’uomo che vuol esser perfetto non potrà mai deporre le armi, dovrà sempre stare all’erta. È questa la ragione di quell’ascetismo che fa parte dell’insegnamento cristiano. Non è crudeltà, non è fanatismo, non è un andar contro natura; è il generoso perseguimento di un ideale che vuole combattere tutto quanto gli ostacola la via. È un riconoscimento della gloria dell’uomo e della grandezza della vita umana, ma è allo stesso tempo il prezzo che si deve pagare per conseguire quella grandezza e quella gloria.

LA GRAZIA E LA GLORIA (50)

LA GRAZIA E LA GLORIA (50)

Del R. P. J-B TERRIEN S.J.

II.

Nihil obstat, M-G. LABROSSE, S. J. Biturici, 17 feb. 1901

Imprimatur: Parisiis, die 20 feb. 1901 Ed. Thomas, v. g.

LIBRO IX

LA PERFEZIONE FINALE DEI FIGLI DI DIO. QUESTA PERFEZIONE CONSIDERATA DAL LATO DELL’ANIMA

CAPITOLO VIII

Sulla gioia beatifica. – Ciò che essa sia nelle sue immagini, nella sua natura e nelle sue proprietà. – Il fine ultimo.

1. La Sacra Scrittura, volendo farci pregustare le gioie che Dio riserva in cielo ai suoi figli adottivi, accumula le immagini più vivide e varie per dipingerle. E poiché tra tutte le espressioni di un’esultanza comune la più evidente è forse quella di un banchetto gioioso, è soprattutto sotto questo emblema che Dio ci ha rappresentato la felicità eterna dei suoi eletti. Ma vedete come tutto contribuisca ad elevare la magnificenza e le delizie del banchetto celeste al di sopra di tutto ciò che la terra possa offrirci e l’immaginazione possa concepire. Questo è il banchetto preparato dal grande Re del cielo per le nozze del suo diletto Figlio. Gli splendori del palazzo in cui esso si svolge sono di una ricchezza incomparabile. San Giovanni, che li ha contemplati in una visione meravigliosa, non riesce a trovare nel linguaggio umano parole abbastanza forti per descriverle. L’oro più puro, le pietre preziose di ogni genere vi sono profuse. Il nostro sole, nel suo mezzogiorno più radioso, non è che un’oscurità in confronto alla gloria di Dio che inonda con i suoi fuochi questa nuova Gerusalemme ed i beati conviviali (Apoc. XX, XXI). Vogliamo parlare del cibo con il quale Dio nutre gli ospiti di questa magnifica dimora? Ci basti sapere, per prevederne l’eccellenza, che sarà Lui stesso che, « dopo averci fatto sedere alla sua mensa, si cingerà i lombi e ci servirà con le sue mani divine » (Lc. XII, 37). Il vino che Voi verserete per loro, o mio Dio, non sarà né meno abbondante né meno delizioso delle carni celesti con cui li nutrirete, perché « essi saranno inebriati dall’abbondanza della vostra casa e li inonderete al torrente delle vostre delizie » (Sal. XXXV, 2). Lasciamo che il Cantico descriva gli aromi che profumano il banchetto nuziale. Profumi dello Sposo: « Io sono venuto nel mio giardino, sorella mia, sposa mia; ho raccolto la mia mirra con i miei profumi… Mangiate, amici miei, e bevete; inebriatevi, miei diletti ». (Cant. V, 1). Profumo della sposa: « L’odore delle tue vesti, sposa mia, è come il profumo della tua pelle, l’odore dell’incenso e la fragranza dei tuoi profumi al di sopra di tutte gli aromi ». (Ib. IV, 10-11). Che altro dire delle conversazioni della divina Sapienza con i suoi conviviali, essa « la cui conversazione non porta né amarezza né noia, ma gioia e contentezza senza mescolanza » (Sap. VIII, 16). Là non c’è nessuno che non indossi senza macchia l’abito nunziale. « Nessuno entrerà di quelli che commettono abominio e menzogna, ma solo chi è scritto nel libro della vita dell’Agnello » (Ap. XXI, 27): tutti amici e fratelli, perché tutti figli dello sposo e della sposa. Così io mi spiego ciò che San Giovanni ha sentito, « come il brusio di una grande moltitudine, e come voce di grandi acque e come la voce di tuono, che dicevano: Alleluia. Rallegriamoci, esultiamo e rendiamo gloria al nostro Dio, perché è giunto il tempo delle nozze dell’Agnello. Posso anche spiegarmi le parole rivolte dall’Angelo dell’Apocalisse allo stesso Apostolo: « Scrivi: beati i chiamati alla cena delle nozze dell’Agnello » (Apoc., XIX, 6, 7, 9).

2. – È tempo di lasciarsi alle spalle le immagini e di formarsi, per quanto la nostra debolezza lo consenta, un’idea più precisa delle delizie eterne di cui speriamo di godere un giorno. Che cos’è l’appagamento interiore, la delizia, il piacere o la gioia? Tralasciamo le sfumature che distinguono questi diversi termini e consideriamo solo ciò che hanno in comune, e possiamo rispondere che è il riposo nel possesso del bene. Supponiamo una soluzione a lungo cercata che trovo dopo mille sforzi; essa brilla con certezza agli occhi della mia intelligenza. Sono gioioso, perché possiedo il Bene che è la verità e sono consapevole di possederlo. Un avaro, che non dà tanto valore a nulla se non alla ricchezza, improvvisamente scopre di avere appena ricevuto la più magnifica delle eredità: ha oro al di là non dei suoi desideri, ma delle sue aspettative: questa è ancora gioia; gioia del tutto imperfetta. Una gioia imperfetta, è vero, ma che per il momento è sufficiente per il suo cuore. Questi, dunque, sono gli elementi della gioia: un bene che si ama, un bene che si possiede, con la consapevolezza di possederlo. Di conseguenza, quanto più prezioso è ciò che si possiede, quanto più ardentemente lo si è desiderato, quanto più perfetto e sicuro ne è il possesso, tanto più intensa e viva è la gioia che ne deriva. – Una volta stabiliti questi evidenti principi, chi non vede che la gioia delle gioie per il figlio di Dio derivi essenzialmente dalla chiara visione delle ineffabili bellezze di suo Padre e dall’amore di cui è infiammato per Lui? Il Bene che possiede non è un bene limitato, e nemmeno l’universalità dei beni finiti, ma tutto il bene, perché è il Bene per essenza e la fonte inesauribile da cui scaturiscono tutti gli altri beni. E questo bene egli lo ama con tutta la forza della sua anima: tanto che nessuna forza può staccarlo da esso. Ma il modo in cui lo possiede, è si tutti il più perfetto; non solo ne è penetrato nel profondo del suo essere, ma egli lo contempla faccia a faccia nella sua viva realtà, con la certezza che il suo possesso non subirà mai diminuzioni né termine. Non è forse evidente che nessuna gioia possa essere paragonabile alla sua? – Presentiamo la stessa verità da un altro punto di vista. L’uomo, intendo l’uomo nel suo stato più essenziale, è intelligenza e cuore. Pertanto, la pienezza della gioia per lui sarà misurata dalla sazietà di queste due parti di sé. Cosa serve per saziare la mente? Conoscere tutta la verità che è in grado di raggiungere e di conoscerla in modo sempre attuale e sempre perfetta. Conoscere: questo è lo scopo dell’intelletto. Da qui la sete di vedere, di imparare, da cui ogni essere ragionevole è affetto. Conoscere tutta la verità: finché è nascosta ai miei occhi in qualche luogo, non ho la perfezione del riposo, perché io sono fatto non per “una” verità ma per “la” Verità. E questo è uno dei motivi per cui moltiplicare la conoscenza è, in questo mondo, moltiplicare il dolore (Eccl. I, 18): perché più si conosce, più si vedono gli orizzonti dell’ignoto aprirsi davanti agli occhi. Conoscere in modo sempre attuale: infatti, ciò che soddisfa pienamente l’anima non è semplicemente la capacità o l’abitudine acquisita della scienza, ma l’atto che ci fa cogliere il suo oggetto. Conoscere finalmente nel modo più perfetto; non in modo confuso ed in penombra, non con ragionamenti dolorosi e più o meno mescolati all’ansia, ma direttamente, senza errori o fatica, nello splendore dell’evidenza e della luce. Questa sazietà completa, che la natura non è in grado di darci, Dio, rivelandosi nella sua gloria, la concede ai suoi figli. Infatti, se ben ricordiamo, attraverso la visione beatifica essi contemplano, con sguardo eterno ed in eterna estasi, tutte le bellezze create. Quali sono allora le gioie di quegli spiriti beati sui quali, una volta sorto, il sole della verità non tramonterà mai più, rivelando ai loro occhi estasiati gli orizzonti sconfinati, dove fino a quel momento tutto era oscurità o mistero per loro! – Cosa serve ancora per soddisfare il cuore? Dire che amare ed essere amato non è che una risposta che possa soddisfare: se l’amore ha le sue soddisfazioni, ha anche, come ben sappiamo, le sue battute d’arresto e i suoi tormenti. Chiedetelo piuttosto a tante anime che sono tristemente prese da beni caduchi e deperibili; a quei cuori in cui bruciano amori illegittimi, benché siano certi che amando essi siano riamati. Chiediamolo anche agli amici di Dio che, al di sopra di affetti colpevoli o fragili, vogliono amare solo in Dio e per Dio. Ovunque, anche se le cause siano diverse, sentiremo gemiti che ci diranno che l’amore per la terra, l’amore che s’inganna e l’amore che segue la regola del dovere non sono sazianti. Io lo comprendo, se è l’amore che si inganna: sono eternamente vere quelle parole che Sant’Agostino, pentito, rivolgeva al suo Dio: « Voi ci avete fatti per Voi, e il nostro cuore è turbato dall’ansia, finché non riposi in Voi » (Sant’Agostino, Confessioni, L. 1, c. 1). Il cuore dell’uomo è così grande che solo l’infinito sia in grado di riempirlo. – Ma perché le anime, per le quali Dio è tutto, gemono e sospirano? Colui che essi amano non è forse l’unico, sovranamente perfetto e felice, che è la bontà stessa e la sua stessa beatitudine? Senza dubbio, questa è una gioia profonda per tali anime, la cui grandezza è la misura della loro carità. Ma proprio questa carità esse possono perderla; ma quanto più la mantengono intensa, tanto più sentono il dolore di interromperne troppo sovente gli atti; esse sono lontane da ciò che amano sopra ogni cosa, e la distanza è il tormento del vero amore; esse non contemplano l’amato nella sua gloria, e non è né il testa a testa né il cuore a cuore che desiderano (S. Thom., 2 2, q. 28, a. 1 e 2). Io li sento invocare la dissoluzione dei loro corpi per essere con Cristo. La terra è un esilio per loro; e per quanto grandi siano le consolazioni divine che vengono a cercarli, è sempre una valle di lacrime; esse non vi vedono il loro Dio. Aggiungiamo, inoltre, che nonostante tutte le rassicurazioni che hanno di amare e di essere riamati, non ne hanno la piena evidenza. Ecco perché, più l’amore per la bellezza divina cresce in un cuore, più i santi dolori della separazione lo invadono e lo torturano. Quali gioie, allora, inonderanno queste anime quando Dio mostrerà loro finalmente il Suo unico volto desiderato; quando, contemplandolo raggiante sul trono della sua gloria, godranno eternamente della sua Presenza e del suo amore, senza temere di vedere mai la catena d’oro che le unisce a Lui interrotta o allentata? – Io ho parlato del rapimento in cui le getta la contemplazione delle infinite bellezze di Dio. ma non basta, per averne anche solo una pallida idea, concepire questa bellezza come infinita; è ancora necessario, ed è questo che rende lo spettacolo incomparabilmente più delizioso, considerare che questa bellezza, così incantevole, sia sovranamente amante e sovranamente amata. Altro, appunto, è il piacere di guardare un oggetto la cui sola bellezza ci incanta, per esempio un quadro di un grande maestro; altro è quello che ci dà la vista della stessa bellezza in una persona amata. E ciò che dovrebbe farmi comprendere ancora meglio questa gioia di vedere Dio tutto amante e tutto amato, è che lo vedrò e lo amerò in una moltitudine senza numero di altri se stesso, miei amici e miei fratelli, tutti illuminati dalla sua gloria e partecipi dell’amore che mi porta, felici della mia felicità come io lo sarò della loro stessa beatitudine (cfr. L. I, c. 3. Vol. 1). – « Entra nella gioia del tuo Signore », dice il padrone al servo diligente e fedele. Intra in gaudium Domini tui (Mt. XXV, 21). Non conosco nessun testo della Sacra Scrittura che dia un’idea più alta e più esatta della gioia degli eletti di queste poche parole. Che cos’è questa gioia di Dio, il Padrone e Signore di tutte le cose? È l’infinito appagamento che gode nella contemplazione e nell’amore delle sue infinite perfezioni; appagamento sostanziale, poiché non è altro che Se stesso; appagamento infinito, poiché è identico in tutto e per tutto adeguato all’oggetto che lo genera. – Entrare nella gioia del Signore significa dunque partecipare a questa incomprimibile contentezza che, secondo il nostro modo di concepire, produce nel Cuore di Dio l’eterna contemplazione della sua sconfinata perfezione e l’eterno abbraccio d’amore tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Questa espressione – « entrare nella gioia del Signore » – significa qualcosa di più. Esse ci insegnano che questa gioia di Dio è troppo grande per il cuore dell’uomo, per quanto possa essere dilatato dalla grazia. Essa vi entra, poiché è condivisa secondo la misura della conoscenza e della carità; la riempie, poiché è la gioia perfetta. Ma la gioia di Dio supera in modo eccellente tutte le gioie degli eletti, perché ogni creatura, essendo incapace di conoscerlo e di amarlo quanto Lui conosce e ama Se stesso, è altrettanto incapace di gustare in Lui le infinite delizie che vi trova. Ed è per questo che non è la pienezza assoluta della gioia divina che entra nell’uomo, ma è l’uomo che entra in essa, tanto essa trabocchi da ogni parte dopo averlo riempito (S. Thom. 2 2, q. 28, a. 3).

3. – Queste considerazioni sul principio della gioia beatifica ci hanno dato un’idea abbastanza chiara delle sue principali proprietà. Tuttavia, è necessario sottolinearne alcune in modo più esplicito. In primo luogo, poiché la pienezza della conoscenza e dell’amore è diversa nei Santi del cielo, è chiaro che la misura della gioia, il risultato naturale di essa, non debba essere la stessa per tutti. Ognuno di loro partecipa alla beatitudine secondo la capacità che i suoi meriti ed i suoi gradi di grazia gli hanno conferito. Quanto abbiamo detto sulla disuguaglianza nella conoscenza e nell’amore ci dispensa dall’addentrarci in spiegazioni più lunghe. – Un’altra proprietà della gioia beatifica è che essa esclude totalmente l’inquietudine dei desideri. La gioia – dice San Tommaso d’Aquino – è per il desiderio ciò che il riposo è per il movimento. Come il riposo assoluto presuppone che non ci sia più movimento, così la gioia completa esiste solo quando tutti i desideri siano soddisfatti. Finché siamo in questo mondo, il movimento dei nostri desideri non ha una fine precisa: infatti, al di là delle tendenze naturali, la condizione della carità propria del cammino è quella di potersi sempre avvicinare a Dio. Ma una volta che saremo in possesso di Dio, questo allora sarà il luogo di riposo finale di ogni desiderio. Cos’altro si può cercare, quando si ha il bene che basta per la felicità di Dio? Non si dica che il cuore dell’uomo non desideri solo il possesso di Dio, anche se questa è la sua aspirazione principale: Infatti, una volta soddisfatto questo desiderio, tutti gli altri svaniscono, perché sarebbero incompatibili con il godimento di Dio, o perché ricevono la loro perfetta sazietà (« Nihil desiderandum restabit, quia ibi erit plena Dei fruitio in qua homo obtinebit quidquid etiam circa alia bona desideraverit, secundum illud psalmi 102: qui replet in bonis desiderium tuum » – S. Thom, 2 2, p. 28, a. 3). – Entriamo, per mostrarlo in modo più evidente, in alcuni dettagli. Noi volevamo essere saziati dal vedere e conoscere; di più, dall’amare e dall’essere amati: non c’è bisogno di dire altro su come Dio soddisfi questa duplice aspirazione della nostra natura in cielo: come figli di Dio, noi gemiamo su di essa e siamo sempre pronti a fallire; e qui siamo diventati impeccabili, fissati per l’eternità nell’amore divino. Come uomini, aspiravamo alla grandezza, alla gloria, al potere, alla ricchezza e alla bellezza; e qui Dio, chiamandoci alla contemplazione della sua essenza, ce li dona con una generosità senza pari. Grandezza: il Re eterno dei secoli ci fa sedere con il suo Cristo, vicino a Lui, sul suo trono (Apoc. XX, 6; III, 21). Gloria: c’è una gloria pari a quella che proviene, non dalla lode umana, troppo spesso falsa, ma dal giudizio infallibile di Dio e dei suoi santi? Potendo regnare con Gesù Cristo, gli eletti partecipano al suo impero e sono davvero come dei re nella creazione. Ricchezza: essi godono del Bene per eccellenza, e possedendo in Esso tutti gli altri beni. La bellezza: i giusti risplenderanno come stelle; non basta dire questo, perché saranno dei, portando in tutto il loro essere la somiglianza con Dio. Uniti a corpi passibili e mortali, la nostra natura desiderava sfuggire alle sofferenze e non conoscere la morte; e questa immunità beata noi l’avremo certa, perfetta e completa in virtù della gloria dell’anima, che essa seguirà come conseguenza naturale (S. Thom, Gent, L, III, c. 63). – Sarà quindi una gioia completa, una gioia senza angoscia; una gioia così grande che per contenerla occorreranno cuori non più solo formati dalla natura, ma allargati e dilatati dalla grazia; un torrente di delizie divine che, per entrare nell’anima, deve scavarsi il suo letto. « Perché allora, miseri mortali quali siamo, andiamo avanti e indietro così, chiedendo e cercando con ardore irrequieto dove si possa trovare la felicità? Amate dunque l’unico Bene che comprende tutti i beni, e questo è sufficiente. In esso troverete tutto ciò che amate, tutto ciò che sospirate. » È con questa riflessione molto semplice, ma anche molto profonda, che sant’Anselmo si addentra nella descrizione dei beni posseduti da chi possiede Dio (S. Anselmo. Prosol., c. 24). Che tante anime ingannate nella ricerca della felicità possano meditarlo e seguirlo! – Incompatibile con dei desideri, la gioia dei Santi non lo è da meno con la tristezza del cuore.  Questo è il privilegio che deriva dalla sua incomparabile purezza. Spieghiamo brevemente questo pensiero. Certamente, gli eletti hanno il diritto di gioire delle mirabili perfezioni che Dio ha così generosamente donato loro, come a suoi figli prediletti. Ma se essi ne gioiscono, la felicità di Dio provoca loro una gioia incomparabilmente maggiore. Cosa dire? Essi godono della propria felicità, non tanto perché sia un bene proprio, ma perché è la glorificazione della bontà del Signore. La causa ne è evidente: il movimento della gioia segue il movimento dell’amore. E questo è ciò che io chiamo la purezza della loro gioia. Da qui questa conseguenza, degna di nota: la disuguaglianza di felicità e di gloria tra gli eletti non farà sì che i più umili provino alcun rimpianto o tristezza. È perché il beneplacito di Dio, che essi amano più di ogni altra cosa e che li vuole in questo luogo, è loro gradito più di ogni altro, quando anche quest’altro luogo lo avvicinasse a lui. A loro sarebbe impossibile dire: Amico mio, lascia questo posto e sali più in alto (Lc XIV, 10), essi risponderebbero indignati: Esso è mio; non conosco altro luogo che si adatti meglio ai miei desideri, poiché la volontà di Dio, mio Padre, me l’ha dato – Un’altra conseguenza è che la conoscenza della disgrazia dei dannati, anche se fossero stati strettamente uniti a loro in questo mondo da legami di sangue o di amicizia, non causa alcuna tristezza a questi beati abitanti del paradiso. Quando si dice, per spiegarlo, che la pienezza della gioia non lascia spazio nel loro cuore alla tristezza, si adduce senza dubbio una ragione plausibile. Ma c’è ancora un’altra ragione più profonda: essi non li amano più, né possono amarli. Tra loro e questi sventurati c’è un grande abisso (Lc. XIV, 26), e su questo abisso non c’è passaggio alcuno per la carità. Come possono amare in Dio e per Dio coloro che Egli ha allontanato dal suo volto; e come potrebbero desiderare per loro la beatitudine eterna, senza contraddire la giustizia di Dio che rifiuta loro? (S. Thom. 2 2, q. 25, a. 11). È vero che possiamo e dobbiamo amare i peccatori, nemici di Dio, che sono ancora in cammino; ma questi peccatori possono, senza pregiudicare la giustizia divina, passare dalla loro attuale miseria alla dignità di figli di Dio. Desiderare la loro felicità eterna significa entrare nell’ottica di quella misericordia divina che li invita e li spinge a giungere alla grazia e, attraverso di essa, alla gloria. Il cuore di Dio non è irrimediabilmente chiuso nei loro confronti; e se io non li amo ancora perché Dio non è in loro, posso amarli perché vi possa essere (« Vel quia est in eo Deus, vel ut sit in eo Deus », dice San Tommaso, De Carit, q. 1, a. 4). – D’accordo, mi si dirà forse, gli eletti non possono amare i riprovati con un amore di carità; ma noi abbiamo visto come in loro ci siano altri affetti legittimi (cfr. L. IX, c. 7). Perché questi affetti non dovrebbero sopravvivere alla rottura assoluta dell’unione che la carità forma? Perché la carità, che regna sovrana nel cuore degli eletti, non può approvare che essi amino contro la volontà di Dio. Ora, ancora una volta, la carità, nel suo amore per la giustizia infinita, non può, senza mentire a se stessa, né volere né permettere alcun movimento affettivo che sia in disaccordo con gli eterni decreti. Dunque, non più di Dio, gli eletti non desiderano la salvezza o la liberazione delle tristi vittime della sua collera. Perciò non possono simpatizzare con le loro disgrazie: perché la compassione, quando è guidata dalla retta ragione, è per sua natura destinata ad alleviare la miseria che la muove, o almeno a desiderare che sia alleviata. Così, infine, la terribile condizione dei reprobi non può mescolare la minima goccia di amarezza alla gioia degli eletti, poiché essi non vogliono esserne allontanati. – Cosa dico? Questo peso dell’ira divina che grava sui peccatori impenitenti sarà motivo di gioia per i giusti; infatti, è scritto che « il giusto si rallegrerà quando vedrà la vendetta » (Sal. LVII, 11): non per durezza di cuore, ma per eccesso di amore; e questo è facile da capire, purché una falsa sensibilità non accechi gli occhi della ragione. Sarebbe crudele rallegrarsi della disgrazia eterna che colpisce i reprobi; quindi, non è in essa che si compiacciono gli amici di un Dio che è misericordia. Ma è amore perfetto di Dio l’amare l’ordine e il trionfo della sua giustizia, e questo è il punto di vista da cui la punizione di coloro che l’hanno ostinatamente sfidata, diviene una materia di gioia per gli eletti (S. Thom., Suppl., q. 94, a. 2 e 2). Così nessuna volontà, per quanto perversa possa essere, può odiare Dio considerato nelle sue infinite amabilità; il che non impedisce che questi lo perseguitino con un odio implacabile, che si ribellino ai suoi comandamenti o che siano schiacciati dalla sua giustizia sotto una maledizione eterna.

4. – Questa, dunque, è la gioia che Dio prepara per coloro che lo amano; o meglio, questa è l’idea più alta che la nostra infermità possa farsene di essa, perché essa appartiene solo a coloro che la gustano, per concepirla nella sua perfezione. Questo è il riposo eterno, dopo il lavoro della prova; quel riposo di cui è scritto: « Resta un altro sabbat per il popolo di Dio. Perché chi è entrato in questo riposo si riposa anche dalle sue opere, come Dio dalle sue » (Ebr. IV. 9, 10). E ancora: « Udii una voce dal cielo che mi diceva: Scrivi: Beati quelli che muoiono nel Signore. D’ora in poi – dice lo Spirito – si riposeranno dalle loro fatiche, perché le loro opere li seguono.  E Dio asciugherà tutte le loro lacrime; e non ci sarà più la morte, né lutto, né pianto, né dolore, perché il primo stato è finito » (Ap. XIV, 13 – XXI, 4). È questo è il riposo di Dio; non è, come dice Sant’Agostino nel suo linguaggio inimitabile, « un ozio pieno di noia, ma l’ineffabile tranquillità di un’azione riposante e piena di ineffabili godimenti » (Sant’Agostino, ep. 65, ad Januar., n. 16): riposare nell’attualissima, immutabile, amabilissima e inebriante contemplazione di Dio. – Di conseguenza, è anche la pace, la pace di Dio che sorpassa ogni sentimento (Philip. IV, 7), la pace annunciata da Isaia, quando diceva in nome di Dio: « Il mio popolo si siederà nella bellezza della pace, e abiterà nei tabernacoli della confidenza ed in un riposo opulento » (Is. XXXII, 18). E questa pace non sarà una pace incompleta, come quella dell’esilio per i figli di Dio, poiché tutti i movimenti dei cuori, portati sulle ali della stessa carità verso un solo e medesimo fine, uniti in un solo e medesimo centro, non conosceranno più la lotta interiore tra le tendenze che i dissensi e le discordie all’esterno (S. Thom. 2 2, q. 29, a. 1, sqq.). Essa non sarà una pace instabile e malferma, perché la catena dell’amore giubilante che lega tutti gli affetti e tutti i cuori in un unico fascio non potrà mai essere spezzata o allentata. Non sarà una pace bugiarda, perché è essenzialmente « la tranquillità dell’ordine » nella conoscenza e nell’amore. Perciò, « a Gerusalemme loda il Signore; canta al tuo Dio in Sion. Perché egli rafforza le sbarre delle tue porte… e ti ha dato la pace come confine » (Sal. CXLVII, 1-3). Cosa dico? Egli stesso è la tua pace, ed è per questo che questa pace è pure permanente come il trono nell’eternità. – Tuttavia, la pienezza della sazietà che rende la gioia del cielo, non è incompatibile con il desiderio e la sete. Com’è possibile? Non disse forse Gesù Cristo alla Samaritana: « Chiunque beve di quest’acqua (l’acqua del pozzo di Giacobbe) avrà di nuovo sete; ma chi beve dell’acqua che Io gli darò non avrà mai più sete »? (Giovanni IV, 13). Sentiremo mai in cielo il gemito che esce dalla bocca del Salmista: « Come il cervo desidera l’acqua delle fonti, così l’anima mia anela a te, o mio Dio. La mia anima desidera il Dio vivo e forte. Quando apparirò davanti al volto di Dio? » (Ps XLI, 2) E quest’altro lamento: « Dio, Dio mio, ti cerco fin dall’aurora; l’anima mia ha sete di te, la mia carne si consuma per te… finché non veda la tua potenza e la tua gloria nel santuario » (Sal. LXII, 1, 2, 3). Questi sono gli accenti che rivelano la sete dell’esule; una sete tanto più ardente perché è Dio stesso che la suscita nei cuori: poihé, secondo una magnifica espressione di san Gregorio di Nazianzo, « Egli ha sete della nostra sete”. Sitit sitiri. Sospirare di Lui è fargli una grazia » (San Gregorio Nazianzeno, Orat. 40, n. 27, P. Gr. 36, p. 397). In cielo il linguaggio è del tutto diverso e il Profeta reale lo testimonia in mezzo alle sue lacrime: « O Signore – grida – vedrò il tuo volto e sarò soddisfatto quando mi apparirà la tua gloria ». Perché « non avranno più fame né sete » …  coloro che hanno reso candide le loro vesti nel sangue dell’Agnello » (Sal. XVI, 15; Ap. VII, 14, 16). – La sete è della terra, la sete non è del cielo; eppure, i beati avranno sete, poiché bevono avidamente alle sorgenti eterne; avranno fame, poiché mangiano con piacere il pane degli Angeli.  La fame senza fame, la sete senza sete, come spiegare questo enigma? Io distinguo una doppia sete, e ciò che dirò al riguardo deve essere inteso anche per la fame: c’è la sete del cervo che, stanco, ansimante, grondante di sudore, cerca la fontana; e la sete del cervo che, avendola trovata, ne beve a lungo. La prima è la nostra, la sete prodotta in noi dall’ansia dei desideri insoddisfatti; l’altra è la sete degli eletti, la sete degli stessi desideri che possiedono ciò che hanno perseguito. – San Tommaso, affrontando una questione molto vicina alla nostra, fa notare che la parola sete, intesa dei desideri dell’anima, può essere compresa in un duplice significato. In senso proprio, essa esprime non un desiderio qualsiasi, ma il desiderio di un bene che si persegue senza ancora possederlo. Chi non vede che una tale sete non si possa trovare negli eletti di Dio, poiché la visione beata è la piena e completa soddisfazione di tutti i loro desideri? Ma se prendiamo la sete nel senso più ampio della parola, cioè per quell’intensità di affetto che esclude ogni disgusto, ogni noia nel godimento, è negli stessi eletti una sete sempre viva e sempre inestinguibile, perché l’anima non si stancherà mai di contemplare la bellezza suprema e di amare ciò che contempla. Ed è a partire da questa sete che possiamo comprendere le parole della Sapienza nel libro dell’Ecclesiastico (Eccl. XXIV, 25): « Coloro che mi bevono avranno ancora sete » (S. Thom., A. 2. q. 33, a. 3: col, IV, D. 49, q. 3, a. 2). – Trascriviamo ancora su questo tema alcune righe di S. Francesco di Sales. « Il godimento di un bene che soddisfa sempre non appassisce mai, ma si rinnova e fiorisce incessantemente; è sempre amabile, sempre desiderabile… Il bene infinito fa regnare il desiderio nel possesso e il possesso nel desiderio; avendo mezzi per soddisfare il desiderio con la sua santa presenza, e per farlo vivere ogni giorno con la grandezza della sua eccellenza, che alimenta in tutti coloro che lo possiedono, un desiderio che è sempre appagato, ed un appagamento che è sempre desideroso. (Trattato sull’amore di Dio, L. V, c. 3). C’è una grande differenza tra la sete materiale e la sete dei beati, anche se entrambe sono placate alla fonte che desiderano ardentemente. Nell’uno, il passaggio dalla sazietà alla secchezza è molto breve, mentre nell’altro dura per sempre, ravvivato com’è dalla cosa stessa che lo sazia (« Ex prægustatis deliciis amplius in desideriis (amans) exardescit, quod, étsi denturad plenitudinem, nunquam tamen ad satietatem ». Ricard. di S. Vict: de Gradibus charit, c. 2; et fusius, in Cantic, c. 10). Se gli eletti nella loro ubriachezza gridano al Signore: Basta, basta, non è che essi vogliano dire: ritirate la coppa dalle mie labbra, non versate a fiotti la vostra verità nella mia intelligenza e la vostra bontà nel mio cuore; io sono stanco e disgustato. È l’esclamazione estasiata di un’anima che è piena, che trabocca; impotente a ricevere più luce, più amore e più gioie; di un’anima che confessa che, in questa lotta tra Dio che si effonde e la sete che si appaga, la vittoria rimane alla fonte: « vincit fons silientem ». – « Videbimus, amabimus gaudebimus; Vedremo, ameremo, saremo nella gioia »: questa è la vita del cielo per Sant’Agostino, e questa è la vita che abbiamo visto nelle pagine precedenti. Un grande poeta la definisce giustamente, nei suoi canti pieni di profonda teologia: « una luce intellettuale piena d’amore, un amore del vero bene pieno di gioia, una gioia che supera ogni dolcezza » (« Luce intellettuale piena d’amore. / Amor di vero ben pien letizia. / Letizia che trascende ogni dolziore ». Dante, Parad. Cant. XXX, 101-3). – Tale sarà la perfezione finale dei figli di Dio, considerati dal lato dell’anima, cioè la loro perfezione sostanziale, e questo è anche per loro il fine ultimo. Il termine “fine” può essere inteso in due significati correlati. Esso designa sia l’oggetto stesso della tendenza, il principio che lo determina, sia il possesso di questo oggetto. Dal primo punto di vista, tutti gli esseri creati hanno lo stesso fine ultimo, perché tutti sono ordinati verso Dio come loro Bene supremo. Ma, nel secondo senso, il fine ultimo della creatura inferiore è diverso da quello della creatura ragionevole, elevata dalla grazia. Infatti, mentre il primo può raggiungere Dio solo partecipando in modo molto imperfetto alle sue infinite perfezioni, il secondo lo raggiunge, come Lui raggiunge se stesso, attraverso la conoscenza e l’amore. Pertanto, poiché i figli di Dio, giunti al termine della loro vita, godono di Dio in modo così completo, è evidente che essi siano in possesso del loro fine ultimo. È anche evidente che essi hanno la beatitudine; sia che per beatitudine si intenda l’oggetto il cui godimento dà la felicità perfetta, sia che si intenda la felicità stessa.

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S. S. LEONE XIII – “GRAVIS DE COMMUNI RE”

« … Spacciano infatti alcuni e fanno credere a molti che la così detta questione sociale sia soltanto economica, laddove sta con ogni certezza che essa è principalmente morale e religiosa, e che perciò bisogna scioglierla a tenore delle leggi morali e religiose. Raddoppiate pure la mercede all’operaio, diminuitegli le ore di lavoro, abbassategli il prezzo dei generi; ma se voi lo lasciate, come troppo accade, imbeversi di certe dottrine, e specchiarsi in certi esempi che lo attirino a spogliarsi del rispetto di Dio e corrompere i costumi, fatiche e sostanze gli andranno in rovina … »; tale è uno dei passaggi più importanti di questa Enciclica “sociale” di S. S. Leone XIII  tesa ad illustrare ed a chiarire il vero significato del termine “democrazia cristiana” – espressione così male interpretata ed attuata nella nostra Nazione ingannata da uomini avidi ed interessati solo al potere ed alle laute prebende che ne derivavano e che tutto erano fuorché Cristiani – e che ancor più oggi serve a monito ed insegnamento agli uomini, siano essi semplici cittadini, magnati dell’economia, dirigenti politici, governanti di Nazioni e popoli. Tutto andrà in rovina senza il timore di Dio e l’osservanza della vera pratica religiosa, anteponendovi interessi materiali e ricerca del mero benessere economico, come tristemente osserviamo nel mondo contemporaneo che, imbrattato da roboanti ed infruttuose teorie economiche e socio-politiche, vive in una miseria crescente, non solo spirituale e morale, ancorché di beni essenziali alla vita. Senza Dio e la pratica di una sincera e devota “vera” Religione, effettivamente l’uomo nulla può raggiungere in ogni ordine di cose, piombando in un profondo abisso ove la penuria morale e spirituale genera inevitale penuria materiale.

LEONE XIII

Graves de communi re

Lettera Enciclica

Le gravi dispute sopra l’economia sociale che da qualche tempo perturbano e non in una sola Nazione la concordia degli animi, crescono ogni giorno e s’accalorano tanto da impensierire giustamente e preoccupare anche gli uomini più prudenti. Furono i falsi principii filosofici e morali, purtroppo largamente diffusi, che originarono siffatte contese. Indi le invenzioni moderne dell’industria, la rapidità delle comunicazioni e una infinità di macchine volte a diminuire l’opera manuale e crescere il lucro inasprirono la questione. Da ultimo per le mire colpevoli di uomini turbolenti, rincruditosi il conflitto tra i ricchi e i proletari, le cose furono condotte a tal punto che gli Stati, già da spessi sconvolgimenti commossi, minacciano di essere travolti in grandi sciagure. Noi fin dagli esordi del Nostro Pontificato avvertimmo la gravità del pericolo che indi sovrastava alla società, e credemmo proprio del Nostro ufficio ammonir solennemente i Cattolici dei gravi errori contenuti nelle teorie del socialismo, e delle conseguenti rovine; rovine quanto mai funeste non meno alla prosperità della vita, che alla probità dei costumi ed alla Religione. A ciò mirava l’Enciclica “Quod Apostolici muneris“, del 28 Dicembre 1878. – Sennonché, vedendo che i medesimi pericoli s’aggravavano sempre più con danno maggiore tanto pubblico che privato, Noi provvedemmo di nuovo, tornando con ogni impegno sull’argomento. E con l’Enciclica “Rerum Novarum” del 15 Maggio 1891 trattammo ampiamente dei diritti e doveri su cui era spediente che convenissero in reciproco accordo le due classi sociali dei capitalisti e dei lavoratori, e mostrammo ad un tempo i rimedi derivanti dalle dottrine evangeliche, che Ci sembrarono soprattutto efficaci a tutelare la causa della giustizia e della Religione e a togliere ogni contesa tra i vari ordini di cittadini. – Né fallì, coll’aiuto di Dio, la Nostra fiducia. Perché anche i dissidenti dai Cattolici, toccati dalla verità dei fatti, non esitarono a dichiarare che alla Chiesa ben s’addice il vanto di accorrere provvida alla salute di tutte le classi sociali e principalmente dei diseredati dalla fortuna. I Cattolici poi colsero dai Nostri ammonimenti frutti abbastanza copiosi. In effetti ne trassero incoraggiamento e lena ad ottime imprese, e ne derivarono ancora la luce desiderata per continuare con più sicurezza e più felicemente tal maniera di studi. Ond’è che le lor dissensioni in parte cessarono, in parte si mostrarono più calme. Quanto ai fatti, si riuscì con costanza di propositi a introdurre ed estendere utili istituzioni, quali il segretariato del popolo, le casse rurali, le società di mutuo soccorso e di previdenza, le operaie, ed altrettali società ed opere, con che provvedere agl’interessi dei proletari particolarmente in quei luoghi ove erano più negletti. – Così dunque, sotto gli auspici della Chiesa s’iniziò fra i Cattolici una comunanza d’azione e sollecitudine d’istituzioni in aiuto alla plebe, che tanto spesso lotta non meno con le insidie e i pericoli che con la povertà e le sventure. Questa specie di previdenza popolare non si usò da prima contraddistinguerla con denominazioni particolari; perché quelle di socialismo cristiano, e di socialisti cristiani introdotte da alcuni, caddero meritamente in disuso. Dipoi parve bene a parecchi di dirla azione popolare cristiana; in qualche luogo quelli che metton mano a siffatte opere si chiamano sociali cristiani; altrove si prendono il titolo di democrazia cristiana, dicendo democratici cristiani quelli che se ne occupano; per contrapporla alla democrazia sociale, propugnata dai socialisti. – Di queste due ultime denominazioni, se non la prima di sociali cristiani, certo l’altra, di democrazia cristiana, suona male a molti tra i buoni, perché vi veggon sotto un che di ambiguo e pericoloso. Ne temono per più di una ragione: cioè perché credono che così si possa coprire un fine politico per portar al potere il popolo, promovendo questa forma di governo in luogo di altre; che per tal modo, mirando al bene della plebe, e mettendo in disparte gl’interessi delle altre classi, sembri rimpicciolirsi l’azione della Religione cristiana; e che finalmente sotto la speciosità del nome si voglia in certo modo nascondere il proposito di sottrarsi alle legittime autorità nell’ordine civile ed ecclesiastico. Ora considerando che qua e là si eccede in tali dispute fino all’acrimonia, sentiamo il dovere di imporre un limite alla presente controversia, e di regolare il pensiero dei Cattolici sopra un tale argomento: intendiamo inoltre dettare alcune norme che rendano la loro azione più larga e assai più salutare alla società. – Non può sorgere alcun dubbio intorno agl’intenti della democrazia sociale e intorno a quelli a cui convien che miri la democrazia cristiana. Infatti la prima, sia pur che non tutti trascorrano ai medesimi eccessi, da molti è portata a tanta malvagità da non tenere in alcun conto l’ordine soprannaturale, cercando esclusivamente i beni corporali e terreni, e collocando tutta la felicità umana in tale acquisto e in tale godimento. Vuol quindi che il governo venga in mano della plebe, affinché livellando quant’è possibile le classi, le torni facile il passo all’eguaglianza economica; tende perciò a sopprimere ogni diritto di proprietà, e a mettere tutto in comune, il patrimonio dei privati e perfino gli strumenti per guadagnarsi la vita. Al contrario la democrazia cristiana, per ciò stesso che si dice cristiana, ha necessariamente per sua base i principi della Fede; e provvede al vantaggio dei ceti inferiori, ma sempre in ordine ai beni eterni per cui son fatti. Per essa adunque nulla deve essere più inviolabile della giustizia; il diritto di acquisto e di possesso deve volerlo integro, e tutelare le diverse classi, membra necessarie di una società ben costituita; esige in una parola che l’umano consorzio ritragga quella forma e quel temperamento che le diede il suo autore Iddio. Resta dunque non esservi tra la democrazia sociale e la cristiana nulla in comune, e correre tra loro tal differenza quale è tra la setta del socialismo e la professione del Cristianesimo. – Non sia poi lecito di dare un senso politico alla democrazia cristiana. Perché, sebbene la parola democrazia, chi guardi alla etimologia e all’uso dei filosofi, serva ad indicare una forma di governo popolare, tuttavia nel caso nostro, smesso ogni senso politico, non deve significare se non una benefica azione cristiana a favore del popolo. I precetti della natura e del Vangelo, in quanto trascendono di proprio diritto i fatti umani, è necessario che non dipendano da alcuna forma di governo civile, ma possano convenire con tutti, sempre inteso che non ripugnino all’onestà e alla giustizia. Essi pertanto sono e restano fuori dei partiti e della mutabilità degli eventi, di guisa che, in qualunque modo la società si regga, i cittadini possano e debbano tenersi agli stessi precetti, secondo i quali ci è ingiunto di amar Dio sopra tutte le cose e il prossimo come noi stessi. Questa è la disciplina costante della Chiesa; così gli Stati, indipendentemente dal governo lor proprio. Ciò posto, l’intendimento e l’azione dei Cattolici che mirano a promuovere il bene dei proletari non deve punto proporsi di preferire e preparar con ciò una forma di governo invece d’un’altra. – In somigliante modo bisogna rimuovere dal concetto della democrazia cristiana l’altro inconveniente, cioè che, mentre essa mette ogni impegno nel cercare il vantaggio delle classi più basse, non sembri trascurare le superiori, che pure non valgono meno alla conservazione e al perfezionamento della società. Al che provvede quella legge di carità cristiana, di cui abbiam ora ragionato, e che comanda di abbracciare indistintamente tutti gli uomini in quanto sono parte di una sola e medesima famiglia e figli di un solo benignissimo Padre, e redenti dallo stesso Salvatore e chiamati alla medesima eredità eterna. Appunto come ne ammaestra e ammonisce l’Apostolo: “Un solo corpo e un solo spirito, come siete ancora stati chiamati ad una sola speranza della vostra vocazione. Un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio e Padre di tutti, che è sopra di tutti e per tutte le cose e in tutti noi“. (Eph. IV, 4-6). Quindi per l’unione naturale della plebe con le altre classi, resa anche più stretta dallo spirito di fratellanza cristiana, tutto ciò che di bene si fa per sollevare la plebe, ridonda anche a vantaggio di quelle; tanto più che per raggiungere l’intento è conveniente e necessario il loro concorso, come diremo appresso. – Guardisi parimenti ognuno dal ricoprire sotto la denominazione di democrazia cristiana il proposito d’insubordinazione o di opposizione alle legittime autorità. Già la legge, tanto naturale che cristiana, ingiunge il rispetto ai diversi poteri civili e l’obbedienza ai loro giusti comandi. Il che conviene fare sinceramente e per sentimento di dovere, cioè per coscienza, come ben s’addice ad uomo e Cristiano; come insegna lo stesso Apostolo là dove dice: “Ogni anima sia soggetta alle potestà superiori” (Rom. XIII 1-5). Si comporta poi tutt’altro che cristianamente chi ricusa di sottostare a coloro che sono rivestiti di autorità nella Chiesa; e da prima ai Vescovi, che salva l’universale autorità del Pontefice Romano, “lo Spirito Santo pose a pascere la Chiesa di Dio, acquistata da lui col proprio sangue” (Act. XX, 28). Chi pensa ed opera diversamente mostra di aver dimenticato quel solenne precetto dello stesso Apostolo: “Siate obbedienti ai vostri prelati, e siate ad essi soggetti. Imperocché vegliano essi, come dovendo render conto delle anime vostre” (Hebr. XIII, 17). Parole queste che tutti i fedeli devono profondamente imprimere nel cuore e cercar di mettere in pratica nella loro condotta; più che mai i sacerdoti, considerandole con ogni diligenza, non cessino di inculcarle agli altri, non solo con la predicazione, ma più ancora con l’esempio. – Ora, dopo aver richiamato questi punti di dottrina che altre volte all’uopo abbiamo più dichiaratamente e di proposito trattato Ci ripromettiamo che cessi qualsiasi discordia sul nome di democrazia cristiana e ogni sospetto di pericolo sul suo significato. E ce lo ripromettiamo a buon diritto. Perché, prescindendo da quelle opinioni, sulla natura e sugli effetti della democrazia cristiana, che non mancano di qualche esagerazione o errore, nessuno certo troverà di riprovar un’azione che mira, come vuole la natura e la divina legge, a quest’unico fine di ricondurre a condizioni men dure quelli che campano del lavoro manuale, sì che riescano gradatamente a provvedere alle necessità della vita. Possano quindi in famiglia e in pubblico liberamente soddisfare ai doveri morali e religiosi; sentano di non esser bestie ma uomini, non pagani ma Cristiani; quindi e più facilmente e con più ardore si volgano a ciò che solo è necessario, vale a dire al sommo bene per cui siamo nati. Tale vuoi essere il programma, tale lo scopo di coloro che desiderano con animo veramente cristiano arrecare un opportuno sollievo alla plebe e salvarla dalla peste del socialismo. – E a bello studio Noi abbiam qui toccato dei doveri morali e religiosi. Spacciano infatti alcuni e fanno credere a molti che la così detta questione sociale sia soltanto economica, laddove sta con ogni certezza che essa è principalmente morale e religiosa, e che perciò bisogna scioglierla a tenore delle leggi morali e religiose. Raddoppiate pure la mercede all’operaio, diminuitegli le ore di lavoro, abbassategli il prezzo dei generi; ma se voi lo lasciate, come troppo accade, imbeversi di certe dottrine, e specchiarsi in certi esempi che lo attirino a spogliarsi del rispetto di Dio e corrompere i costumi, fatiche e sostanze gli andranno in rovina. Una quotidiana esperienza c’insegna che gran parte degli operai, sebbene lavorino meno e ricevano più larga mercede, se tengono una condotta depravata e priva di Religione, vivono d’ordinario in una deplorevole miseria. Togliete dagli animi quei sentimenti che sono il frutto di una educazione cristiana; togliete la previdenza, la moderazione, la parsimonia, la pazienza e somiglianti virtù morali che la stessa ragione ci detta, e vedrete che ogni maggiore sforzo per ottenere gli agi del vivere cadrà in nulla. E quest’è veramente la causa onde Noi non abbiamo mai esortato i Cattolici a fondar società ed altrettali istituzioni per un miglior avvenire della plebe, senza raccomandare ad un tempo di fondarle sotto gli auspici della Religione e avvalorarle del suo costante aiuto. – Tanto più poi Ci sembra degna di lode la benefica azione dei Cattolici verso i proletari, perché essa si svolge nel medesimo campo in cui la carità, accomodandosi alle esigenze dei tempi, lavorò, mai sempre attiva e con buon esito sotto l’amorosa ispirazione della Chiesa. La qual legge di scambievole carità ch’è quasi un perfezionamento di quella di giustizia, non solo impone di dare a ciascuno il suo, e di non attraversare i diritti di alcuno, ma anche di favorirsi l’un l’altro, “non in parole e colla lingua, ma coll’opera e con verità” (Joan. XIII, 18); memori della sentenza che Cristo rivolge amorosamente ai suoi. “Un nuovo comandamento do a voi, che vi amiate l’un l’altro, come io vi ho amati. Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avete amore l’uno per l’altro” (Joan. XIII, 34-35). E tale studio di reciproco aiuto, benché importi soprattutto una sollecitudine del bene non caduco delle anime, non deve poi dimenticare i bisogni e i conforti della vita. Al qual proposito è da ricordarsi che allorquando i discepoli del Battista domandarono a Cristo: “Sei tu quegli che sei per venire, ovvero si ha da aspettare un altro?” (Matth. XI, 3), Egli per dimostrare il motivo della missione affidatagli tra gli uomini, trasse argomento dalla carità, richiamandoli al vaticinio d’Isaia: “I ciechi vedono, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono mondati, i sordi odono, i morti risorgono, si annunzia ai poveri il Vangelo” (Matth. XI, 5). E ragionando del giudizio finale e della distribuzione dei premi e delle pene, dichiarò che avrà uno speciale riguardo a quella carità con che gli uomini si saranno reciprocamente trattati. Né può non destar meraviglia com’Egli abbia trapassato qui in silenzio le opere di carità spirituali, rammentando soltanto quelle della beneficenza corporale: “Ebbi fame e mi deste da mangiare; ebbi sete e mi deste da bere; fui pellegrino e mi ricettaste; ignudo e mi rivestiste; ammalato e mi visitaste; carcerato e veniste da me” (Matth. XXV, 35-36). – Cristo a questi ammaestramenti di duplice carità spirituale e corporale aggiunse i propri esempi, e ognuno sa quanto sieno luminosi. E torna grato il rammentar qui quel grido uscito dal suo cuore paterno: “Misereor super turbam” (Mi fa compassione questo popolo. — Marc. VIII, 2); e il pronto divisamento di soccorrere anche con un miracolo. Onde di tanta sua misericordia rimane l’encomio: “Fornì sua carriera facendo del bene e sanando tutti coloro che erano oppressi dal diavolo” (Act. X, 38). Gli Apostoli con religiosa diligenza seguirono fin da principio questa sua scuola di carità; e quelli che abbracciarono in appresso la Fede trovarono istituzioni di varie maniere per sollevare le miserie del prossimo. Istituzioni che, continuamente aumentando, sono effettivamente un ornamento illustre e proprio del Cristianesimo e della civiltà che ne deriva; cosicché gli uomini retti non si saziano dall’ammirarli, specialmente perché si è tanto inclinati a cercar il proprio comodo e a non curare l’altrui. – Né vuolsi escludere da questi modi di beneficenza l’offerta del danaro in elemosina; onde Cristo disse: “Fate elemosina di quel che vi avanza” (Luc. XI, 41). I socialisti la riprovano e vorrebbero sopprimerla, come ingiuriosa all’ingenita nobiltà dell’uomo. Ma, se si fa secondo le norme del Vangelo (Matth. VI, 2-4) e l’uso cristiano, no certo che non ingenera burbanza in chi la dà, né vergogna in chi la riceve. È poi tanto lungi dal vero che sia indecorosa all’uomo, che anzi serve a stringere i vincoli della società umana, fomentando una scambievole amorevolezza. – Perché nessuno è tanto ricco che non abbisogni di alcuno, e nessuno è tanto povero che non possa in alcuna cosa giovare altrui: sta in natura che gli uomini con confidenza e con benevolenza reciprocamente si domandino e portino aiuto. Per tal modo infatti la giustizia e la carità, con l’equità e mitezza di Cristo, abbracciano di concerto e meravigliosamente l’organismo dell’umana società, e ne guidano provvidenzialmente i membri al conseguimento del bene individuale e comune. – Vuolsi parimenti ascrivere a lode di siffatta carità, se non pensa solo ai soccorsi del momento, ma anche ad istituzioni permanenti; così i bisognosi ne avranno un vantaggio più stabile e sicuro. Ed è anche più commendevole il voler informare ad uno spirito di parsimonia e previdenza gli artieri e gli operai, in modo che possano coll’andar degli anni provvedere almeno in parte ai propri bisogni. Cosa che da un lato alleggerisce i doveri dei ricchi verso i proletari, e dall’altro mette in un certo decoro i proletari stessi; perché mentre li stimola a prepararsi un avvenire men disagiato, li allontana dai pericoli, li contiene dalle intemperanze delle passioni e li avvia ad una buona condotta morale. Ricavandosene adunque una utilità di sì gran rilievo e sì adatta ai tempi, conviene davvero che la carità dei buoni vi cooperi con ogni sforzo destra ed accorta. – Resti fermo adunque che questa azione dei cattolici a favore e sollievo della plebe consuona appieno con lo spirito della Chiesa e ne rispecchia ottimamente i perpetui esempi. Poco poi importa che questo complesso di opere passi sotto il nome di azione cristiana popolare o assuma quello di democrazia cristiana, purché si osservino col dovuto ossequio e nella loro integrità gli ammonimenti da Noi dati. Invece importa molto che in cosa di sì grave momento si conservi tra i Cattolici unità d’intenti e concordia di volontà e d’azione. E non importa meno che questa stessa azione, moltiplicando aiuti d’uomini e di cose, ingrossi e si dilati. Bisognerà principalmente procurar la benevola cooperazione di coloro che per nascita, per censo, per ingegno e per educazione godono di maggiore autorità tra i cittadini. Se manchi questa cooperazione, troppo poco si potrà intraprendere di ciò che conduce al conseguimento dei desiderati vantaggi del popolo. Certo la via sarà tanto più sicura e breve, quanto più sarà molteplice e intensa la cooperazione dei cittadini più ragguardevoli. E vorremmo che essi considerassero che non si trovano liberi di curare o meno la sorte degl’infimi, ma che vi sono veramente obbligati. Perché il cittadino non vive soltanto a sé, ma anche alla comunità; cosicché quel contributo che alcuni non possono portare al ben comune, lo portino altri con maggiore larghezza. Della gravità in siffatto dovere ne avverte la stessa superiorità dei beni ricevuti, alla quale seguirà senza dubbio un conto più rigoroso da rendersi a quel Dio che li largì; ne avverte la colluvie dei mali, che potrebbe diventare più tardi rovinosa a tutte le classi, se a tempo non vi si porti rimedio; di guisa che chi non si dà pensiero di sostenere la causa dei miseri agisce da imprevidente tanto per sé che per la comunità. – Né è da temere invero che, se quest’azione sociale e di spirito largamente attecchisce e schiettamente prospera, abbiano a inaridirsi altre istituzioni che ci provengono dalla pietà e dalla previdenza degli avi e durano da molto tempo e sono in fiore, oppure che scompaiano assorbite dalle istituzioni nuove. Che anzi le altre, per essere mosse da uno stesso spirito di Religione e di carità e non per essere punto di lor natura ripugnanti, possono di leggieri accordarsi e combinare sì bene da poter ancor meglio ovviare, gareggiando nelle benemerenze, alle necessità della plebe e ai pericoli che diventano ogni giorno più gravi. – La triste realtà grida, e grida alto, che fa d’uopo di coraggio e di unione, perché già ci sta di fronte un cumulo troppo ampio di sventure, e incombono paurose minacce di sconvolgimenti esiziali, massime per l’ingrossare dei socialisti. Copertamente s’insinuano nel cuore degli Stati; tra le tenebre di occulte congreghe ed in pubblico, colle conferenze e con gli scritti, aizzano le moltitudini alle sommosse; rigettando ogni freno di Religione, tacciono dei doveri e non esaltano se non i diritti, ed infiammano così turbe sempre più grosse di bisognosi, che per la loro miseria più facilmente cedono all’inganno e son trascinate all’errore. — Si tratta qui dei sommi interessi della società e della Religione; tutti i buoni devono come cosa sacra, tutelare l’onore dell’una e dell’altra. – Affinché poi l’accordo degli animi abbia la desiderata stabilità è necessario ancora astenersi da tutte quelle questioni che urtano e dividono. Si schivino quindi, in articoli di giornali e nelle conferenze popolari, certe controversie molto sottili e di quasi nessuna utilità, le quali difficilmente approdano ad una soluzione, mentre poi richiedono per bene intenderle conveniente capacità e non volgare coltura. Già è proprio della umana debolezza il rimanere nel dubbio di molte cose e il discordare in molte opinioni; ma quelli che cercano il vero con retto cuore conviene che nella incertezza della disputa serbino equanimità, modestia e scambievoli riguardi, affinché, se discordano le opinioni, non si facciano discordi anche le volontà. Qualunque poi sia l’opinione che alcuno porta in una questione ancor dubbia, abbia sempre l’animo disposto a piegarsi con religioso ossequio alle decisioni della Sede Apostolica. – E questa azione dei Cattolici eserciterà certo un più largo influsso se tutte le società, pur serbando la propria autonomia, muovansi sotto l’impulso di un’unica direzione. E in Italia questa direzione vogliamo che spetti all’Opera dei Congressi e Comitati cattolici, che più volte si meritò le Nostre lodi; alla quale il Nostro Predecessore e Noi medesimi affidammo l’incarico di dirigere il movimento cattolico sempre sotto gli auspici e la guida dei Vescovi. Altrettanto si faccia presso le altre nazioni, che abbiano qualche simile società principale, a cui legittimamente siasi affidato un tale incarico. – Di per sé poi si fa manifesto quanto i sacri ministri debbano adoperarsi in tutto questo movimento di cose che legano direttamente insieme gl’interessi della Chiesa e del popolo cristiano, e quanto valgano allo scopo i molteplici mezzi della loro dottrina, prudenza e carità. Noi stessi, e non una volta, parlando ad Ecclesiastici, abbiamo creduto bene di affermare essere opportuno ai nostri giorni di andare al popolo e farsela salutarmente con esso. Più spesso poi con Lettere, anche da non molto tempo dirette a Vescovi e ad altre persone ecclesiastiche (Al Generale dell’Ordine dei Frati Minori, il 26 Novembre 1898) lodammo cotesta amorosa sollecitudine per il popolo, chiamandola tutta propria dell’uno e dell’altro clero. Però tutti nel compiere tali opere si diportino con grande cautela e prudenza, ponendo mente all’esempio dei Santi. Il poverello ed umile Francesco, il padre degl’infelici Vincenzo de’ Paoli, ed altri molti in tutte le età della Chiesa, seppero così regolare le assidue lor cure verso il popolo, che senza uno stemperato affaccendarsi e senza dimenticare se stessi, attesero con pari ardore alla perfezione dello spirito. E qui Ci piace di mettervi innanzi alquanto più esplicitamente un modo d’azione in cui non solo gli Ecclesiastici, ma tutti gli amici della causa del popolo, possono diventarne senza grande difficoltà assai benemeriti. E consiste nell’inculcare con fraterna amorevolezza nell’animo del popolo questi ammonimenti. Cioè che si guardino affatto dalle rivolte e dai rivoltosi; che rispettino inviolabilmente i diritti altrui; che prestino volenterosi e col dovuto ossequio l’opera loro ai padroni; che non sentano disgusto della vita domestica, pur feconda di tanti beni; che pratichino anzitutto la Religione, e ne traggano il più valido conforto nelle difficoltà della vita. E ad ottener meglio l’intento servirà certo l’additare il singolar modello della Santa Famiglia Nazarena e commendarne la protezione, il proporre l’esempio di coloro che dalla stessa lor misera sorte seppero trar buon partito per sollevarsi alla cima delle virtù, e da ultimo l’alimentare la speranza del premio riservatoci in una vita migliore. – Chiudiamo ora insistendo di nuovo sopra un avvertimento già dato. Tanto gli individui quanto le società, nell’attuare qualsivoglia deliberazione al presente scopo, si rammentino che devono una piena obbedienza all’autorità dei Vescovi. Non si lascino ingannare da un certo zelo di carità irrompente, il quale se tenta di menomare il dovere dell’obbedienza, non è sincero, né fecondo di solida utilità, né grato a Dio. Iddio si compiace di coloro che, sacrificando le proprie opinioni, ascoltano i prelati della Chiesa, come Lui medesimo, e propizio assiste alle loro imprese ancorché ardue e benignamente le conduce al desiderato compimento. A ciò corrispondano esempi di virtù specialmente di quelle, onde il Cristiano si addimostra nemico dell’ignavia e dei piaceri, benevolo dispensatore del soverchio a vantaggio altrui, costantemente invitto ai colpi di sventura. Perché questi esempi hanno gran forza ad eccitare salutarmente gli animi del popolo, forza che è tanto maggiore quanto sono più ragguardevoli i cittadini in cui si ammirano. – Ecco, o Venerabili Fratelli, quanto vi esortiamo ad eseguire secondo l’opportunità dei luoghi e delle persone con tutta la diligenza e la sollecitudine che vi è propria; su di che vogliamo ancora che nelle consuete vostre adunanze conferiate insieme. E la vostra vigilanza e la vostra autorità si faccia sentire regolando, frenando, resistendo; specie affinché sotto pretesto di bene non si rilassi il vigore della disciplina ecclesiastica, e non si turbi l’ordine onde Cristo informò la sua Chiesa. — Nell’opera adunque retta, concorde e progressiva di tutti i cattolici appaia più splendidamente che la tranquillità dell’ordine e la vera prosperità dei popoli fioriscono principalmente sotto la direzione e col favore della Chiesa, a cui s’appartiene il santissimo ufficio di ammonire secondo i precetti cristiani ognuno del suo dovere, di avvicinare in fraterna carità i ricchi e i poveri, di rialzare e rinvigorire gli animi nelle avverse vicende. – L’esortazione, sì piena di carità apostolica, che San Paolo rivolgeva ai Romani, ravvalori gli ammonimenti e i desideri Nostri: “Io vi scongiuro… Riformate voi stessi col rinnovamento della vostra mente… Chi fa altrui parte del suo, lo faccia con semplicità; chi presiede, sia sollecito; chi fa opere di misericordia, lo faccia con ilarità. Dilezione non finta: aborrimento del male, affezione al bene: amandovi scambievolmente con fraterna carità: prevenendovi gli uni gli altri nel rendervi onore. Per sollecitudine non tardi: lieti per la speranza: pazienti nella tribolazione: assidui nell’orazione: entrando a parte dei bisogni dei santi: praticando ospitalità. Rallegrarsi con chi si rallegra, piangere con chi piange: avendo gli stessi sentimenti l’uno per l’altro: non rendendo male per male: avendo cura di ben fare, non solo agli occhi di Dio ma anche a quelli di tutti gli uomini” (XII, 1-17). – Auspice di tali beni discenda sopra di voi, o Venerabili Fratelli, sopra il clero e il popolo a voi affidati, l’Apostolica Benedizione che con effusione d’animo v’impartiamo nel Signore.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 18 gennaio 1901, anno XXIII del Nostro Pontificato.

DOMENICA PRIMA DI AVVENTO (2022)

DOMENICA I DI AVVENTO (2022)

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B.; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Stazione a S. Maria Maggiore.

Semid. Dom. privil. di I cl. – Paramenti violacei.

A Natale Gesù nascerà nelle nostre anime, perché allora si celebrerà l’anniversario della sua nascita e alla domanda della Chiesa sua Sposa, alla quale non rifiuta nulla, accorderà alle nostre anime le stesse grazie che ai pastori e ai re magi. Cristo tornerà cosi alla fine del mondo per « condannare i colpevoli alle fiamme e per invitare con voce amica i buoni in cielo » (Inno Matt..). Tutta la Messa di questo giorno ci prepara a questo doppio Avvento (Adventus) di misericordia e di giustizia. Alcune parti si riferiscono indifferentemente all’uno e all’altro (Intr. Oraz. Grad. All.), altre fanno allusione alla umile nascita del nostro Divin Redentore, (Comm. Postcomm.). Altre, infine, parlano della sua venuta come Re in tutto lo splendore della sua potenza e della sua maestà (Ep., Vang.). L’accoglienza che noi facciamo a Gesù quando viene a redimerci, sarà quella ch’Egli ci farà quando verrà a giudicarci. Prepariamoci dunque, con sante aspirazioni e col mutamento della nostra vita alle feste di Natale, per essere pronti all’ultimo tribunale, dal quale dipenderà la sorte della nostra anima per l’eternità. Abbiamo fiducia, perché « quelli che aspettano Gesù non saranno confusi » (Intr. Grad. Off.). – Nella basilica di S. Maria Maggiore tutto il popolo di Roma un tempo si intratteneva in questa I. Domenica di Avvento, per assistere alla Messa solenne che celebrava il Papa, assistito dal suo clero. Si sceglieva questa chiesa, perché è Maria che ci ha dato Gesù e poiché in questa chiesa si conservano le reliquie della mangiatoia nella quale la Madre benedetta adagiò il suo Figlio divino.

Incipit

In nómine Patris, ☩ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Adjutórium nostrum ✠ in nómine Dómini.
R. Qui fecit cælum et terram.
Confíteor Deo omnipoténti, beátæ Maríæ semper Vírgini, beáto Michaéli Archángelo, beáto Joánni Baptístæ, sanctis Apóstolis Petro et Paulo, ómnibus Sanctis, et vobis, fratres: quia peccávi nimis cogitatióne, verbo et ópere: mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa. Ideo precor beátam Maríam semper Vírginem, beátum Michaélem Archángelum, beátum Joánnem Baptístam, sanctos Apóstolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et vos, fratres, oráre pro me ad Dóminum, Deum nostrum.
S. Misereátur nostri omnípotens Deus, et, dimíssis peccátis nostris, perdúcat nos ad vitam ætérnam.
R. Amen.
S. Indulgéntiam, ✠ absolutiónem et remissiónem peccatórum nostrórum tríbuat nobis omnípotens et miséricors Dóminus.
R. Amen.

V. Deus, tu convérsus vivificábis nos.
R. Et plebs tua lætábitur in te.
V. Osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam.
R. Et salutáre tuum da nobis.
V. Dómine, exáudi oratiónem meam.
R. Et clamor meus ad te véniat.
V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.

Introitus

Ps XXIV: 1-3.
Ad te levávi ánimam meam: Deus meus, in te confíde, non erubéscam: neque irrídeant me inimíci mei: étenim univérsi, qui te exspéctant, non confundéntur.

[A Te ho innalzato l’ànima mia: Dio mio, in Te confido, che io non abbia ad arrossire, né abbiano a deridermi i miei nemici: poiché quelli che confidano in Te non saranno confusi.]
Ps XXIV:4
Vias tuas, Dómine, demónstra mihi: et sémitas tuas édoce me.

[Mostrami le tue vie, o Signore, e insegnami i tuoi sentieri.]

Ad te levávi ánimam meam: Deus meus, in te confíde, non erubéscam: neque irrídeant me inimíci mei: étenim univérsi, qui te exspéctant, non confundéntur.

[A Te ho innalzato l’ànima mia: Dio mio, in Te confido, che io non abbia ad arrossire, né abbiano a deridermi i miei nemici: poiché quelli che confidano in Te non saranno confusi.]

Kyrie

S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Christe, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.

Gloria

Glória in excélsis Deo. Et in terra pax homínibus bonæ voluntátis. Laudámus te. Benedícimus te. Adorámus te. Glorificámus te. Grátias ágimus tibi propter magnam glóriam tuam. Dómine Deus, Rex cæléstis, Deus Pater omnípotens. Dómine Fili unigénite, Jesu Christe. Dómine Deus, Agnus Dei, Fílius Patris. Qui tollis peccáta mundi, miserére nobis. Qui tollis peccáta mundi, súscipe deprecatiónem nostram. Qui sedes ad déxteram Patris, miserére nobis. Quóniam tu solus Sanctus. Tu solus Dóminus. Tu solus Altíssimus, Jesu Christe. Cum Sancto Spíritu ✠ in glória Dei Patris. Amen.

Oratio

Orémus.
Excita, quǽsumus, Dómine, poténtiam tuam, et veni: ut ab imminéntibus peccatórum nostrórum perículis, te mereámur protegénte éripi, te liberánte salvári:

[Súscita, o Signore, Te ne preghiamo, la tua potenza, e vieni: affinché dai pericoli che ci incombono per i nostri peccati, possiamo essere sottratti dalla tua protezione e salvati dalla tua mano liberatrice.]

Lectio

Lectio Epístolæ beati Pauli Apostoli ad Romános Rom XIII: 11-14.

“Fratres: Scientes, quia hora est jam nos de somno súrgere. Nunc enim própior est nostra salus, quam cum credídimus. Nox præcéssit, dies autem appropinquávit. Abjiciámus ergo ópera tenebrárum, et induámur arma lucis. Sicut in die honéste ambulémus: non in comessatiónibus et ebrietátibus, non in cubílibus et impudicítiis, non in contentióne et æmulatióne: sed induímini Dóminum Jesum Christum” .

 “È già ora che ci svegliamo dal sonno, perché al presente la salute è più vicina che quando credemmo. La notte è avanzata e il giorno è vicino: gettiam via le opere delle tenebre e vestiamo le armi della luce. Camminiamo con decoro, come chi cammina alla luce del giorno; non in crapule e in ubriachezze, non sotto coltri ed in lascivie, non nelle contese e nell’invidia; ma rivestite il Signore Gesù Cristo e non accarezzate la carne per concupiscenza „ (Ai Rom. XIII, 11-14).

S. Paolo, dopo avere spiegato in questa ammirabile lettera i principali doveri del Cristianesimo, eccita i Romani a praticar la virtù, rammentando loro la breve durata di una vita che tanti uomini passano in un tristo assopimento. Li esorta ad uscirne, perché il tempo stringe, ed il momento definitivo della nostra salute non è molto lontano. – Che cosa si intende qui per l’assopimento, per la notte ed il giorno, e per le opere delle tenebre? Per assopimento s’intende quella funesta tepidezza che fa trascurare a tanti Cristiani ogni mezzo di salute. Ah! di quanti noi possiamo dire che la morte sarà il loro risvegliarsi! Per la notte s’intende il peccato, che immerge l’anima nelle tenebre allontanando lei da Dio, che è il vero lume; per il giorno, s’intende la fede, la grazia, la riconciliazione con Dio, la scienza della salute. Le opere delle tenebre sono i peccati in generale, ed in particolare quelli che si commettono nell’oscurità della notte da chi l’aspetta per abbandonarsi al male. – Quali sono le armi della luce, delle quali dobbiamo rivestirci? Sono la fede, la speranza e la carità, e in generale tutte le buone opere. Noi combatteremo per esse il demonio, il mondo e la carne.

Che significa camminare nella decenza come durante il giorno?

Significa il non fare e non dire alla presenza di Dio, che vede e sente tutto, nulla di ciò che non si osa fare o dire in presenza delle persone che più si rispettano.

Che vuol dire rivestirsi di Gesù Cristo? Vuol dire pensare, parlare ed operare come Gesù Cristo.

(L. Goffiné, Manuale per la santificazione delle Domeniche e delle Feste; trad. A. Ettori P. S. P.  e rev. confr. M. Ricci, P. S. P., Firenze, 1869).

Graduale

Ps XXIV: 3; 4
Univérsi, qui te exspéctant, non confundéntur, Dómine.

[Tutti quelli che Ti aspettano, o Signore, non saranno confusi.]

V. Vias tuas, Dómine, notas fac mihi: et sémitas tuas édoce me.

[Mostrami le tue vie, o Signore, e insegnami i tuoi sentieri.]

Alleluja

Allelúja, allelúja.

Ps LXXXIV: 8. V. Osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam: et salutáre tuum da nobis. Allelúja.

[Mostraci, o Signore, la tua misericordia: e dacci la tua salvezza. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secundum S. Lucam.

Luc XXI:25-33.

In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis: Erunt signa in sole et luna et stellis, et in terris pressúra géntium præ confusióne sónitus maris et flúctuum: arescéntibus homínibus præ timóre et exspectatióne, quæ supervénient univérso orbi: nam virtútes coelórum movebúntur. Et tunc vidébunt Fílium hóminis veniéntem in nube cum potestáte magna et majestáte. His autem fíeri incipiéntibus, respícite et leváte cápita vestra: quóniam appropínquat redémptio vestra. Et dixit illis similitúdinem: Vidéte ficúlneam et omnes árbores: cum prodúcunt jam ex se fructum, scitis, quóniam prope est æstas. Ita et vos, cum vidéritis hæc fíeri, scitóte, quóniam prope est regnum Dei. Amen, dico vobis, quia non præteríbit generátio hæc, donec ómnia fiant. Coelum et terra transíbunt: verba autem mea non transíbunt.

[In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: Vi saranno dei prodigi nel sole, nella luna e nelle stelle, e pel mondo le nazioni in costernazione per lo sbigottimento (causato) dal fiotto del mare e dell’onde: consumandosi gli uomini per la paura e per l’aspettazione di quanto sarà per accadere a tutto l’universo: imperocché le virtù de’ cieli saranno commosse. E allora vedranno il Figliuolo dell’uomo venire sopra una nuvola con potestà grande e maestà. Quando poi queste cose principieranno ad effettuarsi, mirate in su, e alzate le vostre teste; perché la redenzione vostra è vicina. E disse loro una similitudine: Osservate il fico e tutte le piante: quando queste hanno già buttato, sapete che la state è vicina. Così pure voi, quando vedrete queste cose succedere, sappiate che il regno di Dio è vicino. In verità vi dico, che non passerà questa generazione, fino a tanto che tutto si adempia. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno”].

Omelia

(G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi; VI ediz. – Soc. Ed. Vita e pensiero.- Milano, 1957)

IL. GIUDIZIO UNIVERSALE

Al di là dei secoli, Dio pose un segno a cui tutti i nodi dovranno arrivare. Questo segno è la sua Croce che apparirà alla fine del mondo nel cielo vuoto, e sfolgorerà terribilmente sul capo di tutti gli uomini rassembrati d’ogni parte e prostesi sulla terra nuda. Sarà quello il giorno più tremendo, Dies iræ dies illa! – Il mattino del 14 Settembre del 258, nel campo Sextio, molle ancora di rugiada, veniva decapitato il vescovo di Cartagine. I nemici di Cristo l’avevano preso e tradotto al tribunale del proconsole Galerio. – Galerio: « Sei tu Tascio Cipriano? ». Cipriano: « Son proprio io ». Galerio: « Che Tascio Cipriano sia giustiziato di spada ». Cipriano: « Deo gratias ». Ma quando i soldati s’accinsero ad eseguir la sentenza, quando i fedeli stesero pannolini da torno a raccogliere il suo sangue che sarebbe sgorgato, il santo ebbe un tremito, e coprendosi con le mani gli occhi disse: « Væ mihi cum ad iudicium venero! » Fu un istante: poi protese la testa. Se il pensiero del giudizio di Dio faceva tremare i martiri, che sarà di noi? Che faremo noi e che diremo davanti al Giudice divino? Pensiamo che quello sarà: giorno della grande manifestazione, giorno della grande accusa. 1. Manifestazione senza veli. Rappresentiamoci la nostra anima davanti a quel tribunale supremo, circondata dagli Angeli e dagli uomini: i giusti e i peccatori, i parenti e i conoscenti, i superiori e gli inferiori, gli amici e i nemici. Gli occhi di tutti son sopra di noi. Sono sopra di noi gli occhi di Dio. – Intanto si rifarà la storia della nostra vita, dai giorni lontani e dimenticati della fanciullezza sino a quello della nostra morte. Apparirà allora tutto il male che copertamente facemmo e tutto il bene che infingardamente non volemmo. Quaggiù abbiam creduto di ingannare gli occhi dello sposo, la vigilanza dei genitori, la buona fede forse di un prete a cui strappammo l’assoluzione. Fatica al vento: là tutti sapranno tutto. – Passavamo per amico fedele, sincero, generoso: invece vedranno che eravamo sleali, interessati, senza coscienza. Passavamo come una persona giusta che s’accontenta del suo: invece si conosceranno le frodi dei nostri commerci, e tutti potranno contare il danaro e la roba arraffata agli altri. Passavamo come un uomo integro ed onesto: invece appariranno le infamie commesse nell’ombra e nel segreto. E non solo il male che facemmo fuori di noi, ma anche il male che rimase dentro di noi, nell’occulto dell’anima, verrà manifestato. Tanti desideri vergognosi che abbiamo secondato con la mente nelle ore di ozio; tanti istinti di gelosia e di rancore che abbiamo dissimulato, ma che però erano il profondo motivo delle nostre maligne vendettuzze; tanti progetti di peccati che non facemmo solo perché ci mancò l’occasione: noi vedremo queste iniquità balzate dal nostro cuore, a nostra insaputa quasi come un’imboscata. Alla storia secreta del nostro cuore sentiremo ribrezzo di noi. All’esame del male che facemmo seguirà quello del bene che, potendo, non volemmo fare. – Quaggiù è facile nascondere dietro un comodo pretesto la nostra infingardaggine nel trascurare il bene e ci illudiamo di giustificarci dicendo: « Non tocca a me » oppure « Non ci riesco, non ho i mezzi ». Ma lassù ci verranno ricordate e rinfacciate tutte le colpevoli omissioni di cui è intessuta la nostra vita. Tutte le occasioni di dare una gloria a Dio che non demmo; tutte le anime che avremmo potuto salvare con la preghiera, con il consiglio, con l’elemosina e che non salvammo; tutte le Sante Comunioni, le Messe, le prediche che abbiam trascurato per pigrizia; tutti i giorni perduti, sacrificati ai pettegolezzi e ai piaceri del mondo senza un pensiero che li consacrasse a Dio e li rendesse buoni per l’eternità. Manifestazione totale, dunque: del male fatto fuori e dentro di noi e del bene non fatto. c) E sarà una manifestazione senza veli. Sulla terra, quando si è stati capaci di un delitto che ci ha precipitati nell’infamia e nel disprezzo, si fugge dal proprio paese, si abbandona la patria e si cerca un luogo, in America o in Africa, dove nessuno ci conosca, dove nessuno sappia né venga a sapere, dove ci è possibile ancora respirare e redimerci. Ma nel giorno del grande giudizio in quali ignote contrade potremo rifugiarci se tutte furono distrutte, in quali popoli stranieri se ogni uomo potrà leggerci sulla fronte la piaga e il destino? Sulla terra l’uomo disonorato può nascondersi, può intrufolarsi nella folla degli indifferenti, e sperare che col tempo si plachi il rumore delle sue scelleratezze. Ma non questo sarà possibile nell’ora dell’universale giudizio: non più confusione, ma separazione. Cristo dall’alto, come un gran pastore, separerà col suo vincastro ardente gli agnelli dai capri: i buoni dai cattivi. E sarà una separazione crudele: l’amico dall’amico, il fratello dal fratello, il padre dal figlio, l’uno assunto e l’altro abbandonato. E sarà una separazione ignominiosa, perché tutti ci vedranno e disprezzeranno. – Un nobile romano di nome Pisone fu costretto a comparire in senato, rivestito colla tunica infame del reo. Ma quando, obbrobrioso così si trovò davanti ai senatori che dai loro seggi in lui riguardavano, prima ancora che i giudici comparissero in tribunale, prima ancora che gli accusatori ascendessero i rostri, egli non poté più reggere dalla vergogna. Ristette un poco, impallidì come uno che venga meno: ma poi subitamente si trasse uno stile, che per ventura portava sotto i panni, e s’uccise: (DIONE CASSIO). Oh se i reprobi nell’ora del giudizio di Dio possedessero uno stile! Oh se almeno potessero morire un’altra volta, che morrebbero tutti di vergogna! 2. Giorno della grande accusa. a) L’accusa del demonio. S. Agostino ci assicura che il primo a levarsi contro noi sarà il demonio. Proprio lui! che ora con ogni lusinga ed inganno ci sospinge nel fango. Dirà: Durante la vita quest’anima ha osservato i comandamenti, Signore, non della tua ma della mia legge. Dammela dunque, che m’appartiene. Noi oseremo balbettare: « Signore, a seguire il demonio si faceva meno fatica; troppo dura è la tua legge ». « Non è vero, non è vero! — c’insulterà il demonio — Io ti facevo lavorare anche la domenica, mentre la soave legge di Dio ti avrebbe concesso riposo. E tu lavoravi per me, senza lamentarti. Io ti facevo bere anche quando non avevi più sete: e tu per me bevevi ancora, fino a sentirti male, a imbestialirti nell’ubriachezza. Io ti comandavo di ballare: e tu, stanco di sei giorni di lavoro, ballavi alla domenica per farmi ridere. Io ti suggerivo un appuntamento equivoco: e tu, per ascoltarmi, lasciavi la tua famiglia, e magari faceva freddo, pioveva, e sostenesti d’attendere sotto l’acqua o la neve per ore e ore quella persona. Io ti imponevo di sprecare nei vizi il sudore della tua settimana: e tu, che avevi paura di donare un soldo in elemosina, consumavi nei ritrovi e nei piaceri il sostentamento della tua famiglia. Altro che leggero il mio giogo: ma tu l’hai preferito! b) L’accusa dell’Angelo. Poi sorgerà il nostro Angelo. Sì l’Angelo custode, a cui ci aveva affidati la Pietà superna, anch’esso diverrà accusatore. « Mio Signore, — dirà — il mio dovere d’illuminarlo, custodirlo, reggerlo, governarlo l’ho compiuto: ma invano. Invano, o Signore, ho illuminato la sua mente coi buoni pensieri, la sua anima con le buone parole di sacerdoti e di amici, la sua via col buon esempio di compagni. Invano lo custodivo, ché egli si recava di sua cocciuta volontà con le persone cattive e nei luoghi pericolosi. Alle tempeste di rimorsi che suscitavo nel suo cuore, non volle arrendersi ». – c) L’accusa degli uomini. Terminata l’accusa dell’angelo maligno e dell’Angelo buono, sorgeranno gli uomini ad accusarci. Sarà la voce degli innocenti scandalizzati dalle nostre parole, dal nostro esempio, dai nostri incitamenti: « Giustizia di Dio, — grideranno, — vendica le anime nostre ». Sarà la voce dei complici dei nostri peccati: « Giustizia di Dio, — grideranno, — con lui il male, con lui l’inferno ». – Sarà la voce, o genitori, dei vostri figlioli che non custodiste, che non educaste, che forse scandalizzaste. « Signore, diranno, ho imparato in casa a non pregare, a bestemmiare, ad offenderti! ». Sarà forse, o genitori, la voce fioca dei figli che non avete voluto, o che abbandonaste prima di nascere. « Signore, gemeranno: noi pure avevamo diritto alla vita, e non l’avemmo! ». d) Accusa senza scusa. Quale scusa troveremo da opporre a tanta accusa? Forse la nostra ignoranza? Colpa nostra se non ci siamo istruiti: ogni domenica c’era predica e dottrina. Forse la nostra debolezza? Ma tutti i santi balzeranno a dire: « Anche noi eravamo di carne e sangue come voi, e ci salvammo ». Allora sorgerà il Giudice e giudicherà. – Quando Mosè ebbe spiegato al popolo la legge di Dio, conchiuse così: « Figli d’Israele! ecco che oggi io vi metto davanti una benedizione e una maledizione: una benedizione se ubbidirete ai comandamenti di Dio, una maledizione se lascerete la strada buona per la cattiva. Scegliete » (Deut., XI, 16-28). Le medesime parole io ripeto a voi, o Cristiani, dopo d’avervi proposto il novissimo del giudizio. « Ecco che oggi io vi metto davanti una benedizione eterna e una eterna maledizione. Volete essere benedetti nel regno del cielo per sempre, o volete essere maledetti nel fuoco dell’inferno per sempre? Scegliete. — IL GIUDIZIO PER GLI ELETTI SARÀ UNA CONSOLAZIONE.  Austera è la verità del giudizio universale. Ancora al nostro orecchio risuonano le parole paurose che leggemmo, domenica scorsa, nel Vangelo; ancora nella nostra mente ripassano le fosche immagini di un mondo in fiamme e di un cielo sfasciato. Oggi, il Vangelo ritorna al medesimo argomento, ma non più per opprimerci di spavento, bensì per elevarci a grande speranza. Il sole, la luna, le stelle daranno tristi segnali e la costernazione passerà sui popoli; il mare mugghierà, e gli uomini morranno di paura nell’aspettazione di ciò che sarà. E sarà per venire, in potenza e in gloria, il Figlio dell’uomo a giudicare dalle nubi. Quando avverranno queste cose, voi — che siete buoni — levate la fronte, che la redenzione vostra è vicina. Levate capita vestra: quoniam appropinquat redemptio vestra. Gesù ci rivolge queste buone parole, proprio nella I Domenica d’Avvento. Noi ci prepariamo al Santo Natale che è il ricordo della prima venuta di Gesù nel mondo; prepariamoci bene e ci troveremo contenti nella seconda venuta di Gesù nel mondo, al giudizio universale.Il mondo si sfascerà in una fumosa rovina: ma noi non saremo del mondo e lo guarderemo scrosciare, sicuri, come se scrosciasse la casa di un altro, anzi come se scrosciasse la prigione dove abbiamo patito e lacrimato tanto. Alzeremo allora, con gioia, la nostra testa verso i cieli squarciati, attendendo la redenzione; Gesù verrà a portarcela. Ci redimerà dal mondo. Ci redimerà dalla morte. Ci redimerà dal dolore. – 1. CI REDIMERÀ DAL MONDO. La Sacra Scrittura dice più volte che Dio ha fatto tutte le cose per i buoni. Eppure, se noi consideriamo soltanto la vita presente, i buoni si trovano a disagio nel mondo, come gli emigrati in una terra straniera dove son malvisti dagli abitanti, mal tollerati dalle leggi, perseguitati. Difatti il mondo ai giusti non offre altro che seduzioni, persecuzioni, disprezzo. a) Il giudizio finale libera gli eletti dalle seduzioni del mondo. Molte sono le seduzioni che il mondo mette in opera per rovinare i buoni: stampe, mode, i discorsi osceni nelle vie, nelle piazze, nelle officine; i mali esempi degli scandalosi. E la nostra natura, già corrotta dal peccato, in queste occasioni quotidiane, si sente debole, e trema. « O me infelice! — esclamava per ciò San Paolo — chi mi libererà da questo corpo di morte? » Gesù Cristo, nel giorno del giudizio, quando apparirà la croce come un vessillo di vittoria. Beati, allora, quelli che avranno vinto gli inganni del mondo. b) Il giudizio finale libera gli eletti dalle persecuzioni del mondo. Inoltre, in questa vita, i giusti sono condannati a vivere come gli iniqui, sono confusi con loro; sono chiamati ipocriti più di loro; sono perseguitati in mille modi. Nel giorno del giudizio i buoni saranno vendicati: ci sarà la separazione e si vedranno i raggiri e le ingiustizie dei cattivi. Quando Dio comandò a Giosuè di togliere di mezzo al popolo Achan, uomo scandaloso, e di farlo morire, disse: « Sorgi e santifica il popolo ». Surge et sanctifica populum (Ios., VII, 13). Quando Giuda uscì dal cenacolo, per eseguire il suo detestabile disegno, Gesù si sentì sollevato da un’ambascia mortale, ed esclamò: « Finalmente il Figliuol dell’uomo è glorificato ». Nunc clarificatus est Filius hominis (Giov., XIII, 31). Questa santificazione e questa glorificazione sarà data ai buoni nel giorno finale, quando gli Angeli separeranno i giusti dagli ingiusti. c) Il giudizio finale libera gli eletti dallo scherno del mondo. Infine, in questa vita le persone umili sono schernite; quelle che sopportano le offese sono dette vili; quelle che non si danno ai piaceri sono dette sciocche; quelle poi che si consacrano a Dio attraverso alla vita religiosa sono chiamate pazze. Ma sarà un momento di brusca meraviglia, quando i mondani vedranno queste persone in un trono di gloria. « Eccoli là — esclameranno con rabbia, — quelli che ritenemmo come il rifiuto del mondo, quelli che deridemmo; ora sono nella luce e nella gioia dei figli di Dio. Li abbiamo creduti stupidi, e gli stupidi eravamo noi ». Nos insensati! Vitam illorum aestimabamus insaniam (Sap., V., 4). – 2. CI REDIMERÀ DALLA MORTE. Sovrana unica del mondo è la morte. Ci assale fin dal primo giorno di vita, e, lentamente, come una lima o d’un colpo come una lama, ci uccide. È vero: l’anima nostra non scende sotto i sassi freddi e la terra grassa del cimitero; essa sale al cielo, se è in grazia; ma l’anima è una parte di noi, non è tutto noi, perciò anche in Paradiso resterà sempre incompleta fin tanto che non sarà ricongiunta al suo corpo. Ebbene, al giudizio finale saremo redenti dalla morte. Squilleranno le trombe a risurrezione, e dovunque il nostro corpo sarà o in terra o in mare o sparso nel vento come leggera polvere, risorgerà. Cristo, che è morto per vincere la morte, ci redimerà dalla morte, restituendo ai buoni la propria carne, rifatta luminosa, impassibile, bella per la gloria del Paradiso. – È giusto. Quel corpo che ha patito tanto per resistere al demonio, è giusto che sia premiato. Quegli occhi che si sono chiusi con violenza davanti alle vanità mondane, ai libri, a figure pericolose, è giusto che s’abbiano a riaprire a veder tutta la gloria di Dio. Quelle orecchie che sono diventate sorde a certe mormorazioni, a certe parole, empie contro la fede, o luride contro la virtù, è giusto che ascoltino l’armonia degli Angeli e i cori universali dei santi. Quella gola e quella lingua che si era proibito l’abuso nel cibo, nel bere, nel parlare, è giusto che intoni un cantico eterno e beatissimo. E quelle povere ginocchia che hanno saputo com’è duro il pavimento delle chiese, o il legno delle panche, o le mattonelle della propria stanza vicino al letto, perché non avranno la loro parte di gloria? Vedete allora come i buoni non devono temere il giorno del giudizio, ma aspettarlo come il contadino aspetta la primavera. E non è forse tutto primaverile il presagio datoci dal Signore per riconoscere il tempo del giudizio finale? « Guardate la pianta del fico, anzi tutte le piante: quando voi vedete le gemme umettarsi di gomma, inturgidirsi, rompere la buccia per mettere al sole un occhio di tenerissimo verde, voi dite: è vicina la primavera. Ebbene, quando cominceranno i segni nel sole e nelle stelle, rallegratevi! ché il regno di Dio è alle porte ». Come un albero che si risveglia dall’inverno, noi ci risveglieremo dalla morte. Con questi sentimenti moriva, arso vivo, il martire S. Pionio. Mentre le fiamme, crepitando sotto, ascendevano a lambirgli le membra contratte nello spasimo atroce, mentre il rogo l’avvolgeva in una bandiera tormentosa di fuoco, egli gridava: « Muoio volentieri così; perché tutto il Popolo sappia che dopo la morte c’è la resurrezione della carne ». Poi il fumo e il fuoco gli raggiunsero la bocca, e non parlò più. – 3. CI REDIMERÀ DAL DOLORE. La terra è valle di lacrime: la miseria, il lavoro, gli inganni, le disgrazie, le malattie, la morte… Tutti soffrono, ma i buoni più di tutti, perché hanno rifiutato le illecite consolazioni del mondo. Ma non sarà sempre così. Quando incominceranno i segni della fine del mondo, o buoni, levate la fronte perché è vicina la redenzione dal dolore: e non soffrirete più. Levate capita vestra: quoniam appropinquat redemptio vestra. Non ci sarà da piangere, allora; o, se piangeremo, sarà di gioia. Ogni tristezza sarà convertita in gaudio, ogni lacrima sarà asciugata sul volto. – Il Paradiso! avete, qualche volta, pensato bene al Paradiso? Immaginate quell’immensa regione d’ogni bellezza, i canti e le armonie, la luce, il sorriso, la gioia: e noi saremo là. Là, col nostro corpo, proprio noi e tutti ci vorranno bene; ma più di tutti è Dio che vorrà bene. « O Signore! com’è bello star qui…» (Mt., XVII, 4) gridava S. Pietro nel colmo della gioia; eppure non vedeva il Paradiso, sul Tabor non c’era che una smunta rivelazione della infinita bellezza del Signore. Chissà, allora, noi, in Paradiso, quando vedremo tutto il Signore, chissà che cosa diremo?… Non diremo nulla: ameremo. Il più è arrivarci. – Gionata, contro il divieto del re, in tempo di battaglia, aveva assaggiato un poco di miele. Ora veniva condannato a morte. Il poverino si straziava nella disperazione: « Sciagurato che fui! ho gustato una stilla di miele ed ecco che devo morire… ». Più sciagurati noi, se per gustare la velenosa dolcezza del peccato, dovessimo perdere per sempre la dolcezza eterna del Paradiso. – Levate capita vestra: quoniam appropinquat redemptio vestra. Santa Caterina da Siena, ascoltando parlare del giudizio universale mentre tutti tremavano, sorrideva beata. « Perché? » le fu chiesto. « Perché penso che Colui che verrà a giudicarmi è quel Gesù che tanto amo, per cui ho sacrificato la mia giovinezza, e tutta la mia vita ». Amiamo in questa vita Gesù Cristo, e il suo giudizio non ci farà spavento. — PREVENIAMO IL GIUDIZIO DI DIO. Nel cielo il sole, la luna e le stelle impallidiranno; sulla terra gli uomini tremeranno nella aspettazione. Ed ecco il Figlio dell’uomo verrà sulle nuvole con potenza e gloria, a giudicare i vivi ed i morti. – Con queste parole piene di mistero e di spavento, Gesù ci annuncia il giudizio universale. Alcuni, forse molti, penseranno: « Chissà quanti millenni dovranno passare prima che venga la fine del mondo ». Posto pure che sia lontano l’ultimo giorno di tutto il genere umano, ne segue forse che sia lontano anche per ciascuno di noi? In verità, per ciascuno di noi il mondo finisce il giorno della nostra morte: allora il sole per lui si spegnerà e la luna avrà finito di inargentare i tetti, gli orti e le campagne, e le stelle spariranno tutte insieme nella immensa tenebra che peserà sulle sue pupille spente; allora verrà il Giudice divino a giudicare. Di noi nessuno conosce il giorno e l’ora del suo giudizio, eppure è insfuggibile, e non è lontano. La vera saggezza consiste nel prevenirlo praticando tre consigli ripetuti spesse volte dal Signore. State in guardia, perché non sapete quando verrà. Non giudicate, che non sarete giudicati. Fate misericordia, che troverete misericordia. – STATE IN GUARDIA. Nel Vangelo è un susseguirsi incessante di moniti alla vigilanza, alla preparazione, nell’attesa fedele di Cristo che ritorna. Sarà come un ladro che sopraggiunge di notte, quando nessuno lo sospetta. Sarà come un laccio che v’afferra per la strada quando meno ci pensate. Sarà come un grido fulmineo che romba all’orecchio ed infrange i sogni lusinghieri di lunga vita, di guadagni, di piaceri: « Stolto, stanotte morrai ». Sarà come un re che d’improvviso compare in mezzo al salone dei convitati, scruta con la pupilla severa e scopre colui ch’è senza veste nuziale. « Prendetelo e buttatelo fuori nelle tenebre! » Sarà come lo sposo che arriva nel colmo della notte mentre tutti dormono, prende con sé nella gioia e nella luce chi ha la lampada fornita d’olio ed agli altri che picchiano per entrare, risponde: « Non vi conosco e non vi apro ». Sarà come il proprietario che torna quando vuole, e chiama i sudditi suoi a rendere conto dei talenti che partendo aveva loro affidati. Guai al servo iniquo che non avrà trafficato! – Sarà infine come un padre di famiglia partito per un viaggio misterioso, lasciando la sua casa e il suo podere in mano dei servi, fissando a ciascuno la sua opera e raccomandando al portiere di vigilare. « Ci dica quando ritornerà ». « Non lo posso dire. Forse un mattino al canto del gallo, o forse un mezzogiorno mentre si mangia. E forse una notte, svegliandovi udrete il mio passo sulla strada. Quel che dico a voi, lo dico a tutti: vigilate! » (Mc., XIII, 33-37). – Il padrone se n’è andato lontano. Qualche servo prudente e fedele cominciò subito ad eseguire gli ordini ricevuti, preparando senza sperpero e distribuendo con puntualità al momento opportuno il cibo ai familiari. Beato quel servo che il padrone al suo arrivo troverà a fare così! In verità vi dico lo metterà a capo di tutto quel che possiede. Invece qualche altro servo indolente e cattivo, passato qualche tempo, disse fra sè: « Il mio padrone tarda… chissà quando verrà… forse non verrà più ». Cominciò a trascurare il suo lavoro, a litigare e venire alle mani coi compagni di servizio, a mangiare e bere con gli ubriachi, Disgraziato quel servo che il padrone troverà a fare così! Il padrone sopravvenendo in un giorno che non sarà atteso, in un’ora che il servo non sa, lo farà uccidere, lo caccerà tra gli ipocriti maligni: là dove sarà pianto e stridor di denti (Mt., XXIV, 45-51). Dunque, Cristiani, tutta la nostra vita quaggiù è un’aspettativa, è un tempo d’avvento. Ma specialmente, deve essere una aspettativa fervorosa in questa parte dell’anno liturgico che si chiama proprio « Avvento ». Nessuno s’inganni, dicendo fra sé: « Il mio padrone tarda… chissà quando verrà… ho tempo ». Nessuno osi restare in peccato mortale: mettetevi tutti in grazia di Dio; vivete sempre in grazia di Dio. « I vostri fianchi siano cinti e le vostre lampade accese: siate simili a quelli che aspettano il loro padrone… » (Lc., XII, 35-36). – 2. NON GIUDICATE. Un altro consiglio per prevenire in bene il nostro Giudice divino è quello di non giudicare mai il prossimo. « Non giudicate, e non sarete giudicati ». Ecco alcuni motivi che ci persuaderanno meglio a praticarlo. a) Non dobbiamo giudicare perché nessuno ci ha costituiti nella carica di giudice verso il nostro prossimo. Tutti siamo sullo stesso piano, tutti fratelli; uno solo sta sopra di noi, superiore e giudice di tutti: a suo tempo verrà. Intanto nessuno usurpi quell’ufficio che solo è suo. b) Non dobbiamo giudicare perché ogni nostro prossimo è suddito e servo di Dio. Che egli cada o stia in piedi, ciò riguarda il suo padrone e non noi. (Rom., XIV, 4-10).  c) Non dobbiamo giudicare perché siamo incapaci d’essere imparziali: nell’occhio del prossimo ci dà fastidio perfin la pagliuzza, e nel nostro sopportiamo anche una trave. « Quanti uomini — scrive il santo Crisostomo — cadono in questo difetto! Se vedono un prete che ha due vesti, lo riprendono opponendogli la parola del Signore; ed essi passano la loro giornata lavorando per avarizia e frodano. Se vedono qualcuno che mangia bene lo accusano; ed essi continuano a godersela ed a ubriacarsi. Non pensando che così accumulano i peccati e si preparano un giudizio inescusabile e durissimo » (Om., 23, 2). – Cristiani, in questo tempo di Avvento, ciascuno di noi deve essere così occupato a correggersi dai propri difetti, che sono gravi e numerosi, da non accorgersi dei difetti altrui. Non dobbiamo trovare né gusto né tempo per nessuna parola di critica o di mormorazione. – 3. FATE MISERICORDIA. Già fin d’ora noi sappiamo esattamente come si svolgerà il giudizio e quali parole saranno pronunciate dal Giudice. Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, allora siederà sul trono, e dirà a quelli che saranno alla sua destra: « Venite, benedetti dal Padre mio, prendete possesso del regno, che v’è stato preparato dalla creazione del mondo. Perché io ebbi fame, e m’avete dato da mangiare; ebbi sete e m’avete dato da bere; fui straniero e m’avete accolto; nudo e m’avete vestito; malato e mi avete assistito: in prigione e siete venuti a trovarmi ». – E i giusti meravigliati risponderanno: « Signore, quando ti incontrammo affamato, e t’abbiam dato da mangiare? assetato e t’abbiam dato da bere?… prigioniero e t’abbiam visitato? ». E il re risponderà loro: « In verità vi dico: tutte le volte che avete fatto questo a uno qualsiasi dei vostri fratelli, voi l’avete fatto a me ». Alla meraviglia dei cattivi, il re darà ancora la stessa risposta, ma invertita: « In verità vi dico: tutte le volte che non avete fatto questo a uno qualsiasi dei vostri fratelli, l’avete rifiutato a me ». E costoro andranno al castigo eterno… (Mt., XXV, 31-46). – Molti che ora si credono Cristiani perfetti perché osservano esteriormente le pratiche religiose, perché presenziano alle cerimonie ufficiali, si vedranno allora respinti; e molti invece che ora umilmente fanno il bene e si credono peccatori, udranno allora le parole che spalancheranno loro le porte della gioia: « Ero io, quegli orfanelli; ero io, quei sordo-muti, quei deficienti: ero io, quei vecchi del ricovero; ero io, quegli operai a cui davi onesto lavoro e sufficiente ricompensa, io piangevo in quel letto di ospedale in fondo alla corsìa; ero quel prigioniero nella sua cella, quando tu lo consolavi ». – Dovunque c’è una miseria, una sofferenza, un’umiliazione, un bisogno, Cristiani, là c’è nascosto e mascherato il nostro Giudice. Usiamogli misericordia, che ci farà misericordia.- Per conchiudere, sentite come è saggio quest’altro consiglio che è nel Vangelo di S. Matteo: « Mentre sei ancora per strada, mettiti d’accordo col tuo avversario. Altrimenti all’istante in cui arrivi, ti consegna alle guardie e vieni gettato in carcere ». Mentre siamo ancora pellegrini in questo mondo, mettiamoci dunque in pace col Signore che abbiamo offeso. Non aspettiamo quando saremo arrivati alla morte. Corri tu prima a presentarti avanti a Lui col pentimento, con la confessione. Corri a presentarti a Lui, prima che Egli ti faccia comparire davanti a sé. Previeni, per non essere prevenuto.

IL CREDO

Offertorium

Orémus
Ps XXIV: 1-3. Ad te levávi ánimam meam: Deus meus, in te confído, non erubéscam: neque irrídeant me inimíci mei: étenim univérsi, qui te exspéctant, non confundéntur.

[A Te ho innalzato l’ànima mia: Dio mio, in Te confido, che io non abbia ad arrossire, né abbiano a deridermi i miei nemici: poiché quelli che confidano in Te non saranno confusi.]

Secreta

Hæc sacra nos, Dómine, poténti virtúte mundátos ad suum fáciant purióres veníre princípium.

[Questi misteri, o Signore, purificandoci con la loro potente virtú, ci facciano pervenire piú mondi a Te che ne sei l’autore.]

Præfatio

V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
V. Sursum corda.
R. Habémus ad Dóminum.
V. Grátias agámus Dómino, Deo nostro.
R. Dignum et justum est.

de sanctissima Trinitate


Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Qui cum unigénito Fílio tuo et Spíritu Sancto unus es Deus, unus es Dóminus: non in uníus singularitáte persónæ, sed in uníus Trinitáte substántiæ. Quod enim de tua glória, revelánte te, crédimus, hoc de Fílio tuo, hoc de Spíritu Sancto sine differéntia discretiónis sentímus. Ut in confessióne veræ sempiternǽque Deitátis, et in persónis propríetas, et in esséntia únitas, et in majestáte adorétur æquálitas. Quam laudant Angeli atque Archángeli, Chérubim quoque ac Séraphim: qui non cessant clamáre quotídie, una voce dicéntes:

[È veramente degno e giusto, conveniente e salutare, che noi, sempre e in ogni luogo, Ti rendiamo grazie, o Signore Santo, Padre Onnipotente, Eterno Iddio: che col Figlio tuo unigénito e con lo Spirito Santo, sei un Dio solo ed un solo Signore, non nella singolarità di una sola persona, ma nella Trinità di una sola sostanza. Cosí che quanto per tua rivelazione crediamo della tua gloria, il medesimo sentiamo, senza distinzione, e di tuo Figlio e dello Spirito Santo. Affinché nella professione della vera e sempiterna Divinità, si adori: e la proprietà nelle persone e l’unità nell’essenza e l’uguaglianza nella maestà. La quale lodano gli Angeli e gli Arcangeli, i Cherubini e i Serafini, che non cessano ogni giorno di acclamare, dicendo ad una voce:]

Sanctus

Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Preparatio Communionis
Orémus: Præcéptis salutáribus móniti, et divína institutióne formáti audémus dícere:

Pater noster

qui es in cælis. Sanctificétur nomen tuum. Advéniat regnum tuum. Fiat volúntas tua, sicut in cælo et in terra. Panem nostrum quotidiánum da nobis hódie. Et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris. Et ne nos indúcas in tentatiónem:
R. Sed líbera nos a malo.
S. Amen.

Agnus Dei

Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: dona nobis pacem.

Panem cæléstem accípiam, et nomen Dómini invocábo.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Ps LXXXIV: 13.
Dóminus dabit benignitátem: et terra nostra dabit fructum suum. [Il Signore ci sarà benigno e la nostra terra darà il suo frutto.]

Postcommunio

Orémus.
Suscipiámus, Dómine, misericórdiam tuam in médio templi tui: ut reparatiónis nostræ ventúra sollémnia cóngruis honóribus præcedámus.

[Fa, o Signore, che (per mezzo di questo divino mistero) in mezzo al tuo tempio sperimentiamo la tua misericordia, al fine di prepararci convenientemente alle prossime solennità della nostra redenzione.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (1)

ORDINARIO DELLA MESSA

LO SCUDO DELLA FEDE (229)

LO SCUDO DELLA FEDE (229)

LA SANTA MADRE CHIESA NELLA SANTA MESSA (3)

SPIEGAZIONE STORICA, CRITICA, MORALE DELLA SANTA MESSA

Mons., BELASIO ANTONIO MARIA

Ed. QUINTA

TORINO, LIBRERIA SALESIANA EDITRICE, 1908

LA MESSA

Il nome Messa pare un’inflessione della parola latina missio, che significa congedo, commiato, cioè l’atto di licenziare, mandare, mettere in libertà le persone presenti. Si disse Missa per Missio, come si disse oblata per oblatio (oblazione), ascensa per ascensio (ascensione) (Alcuni credono che il nome Messa derivi dall’ebraico missach, col quale nome chiamavano gli Ebrei una volontaria oblazione, che facevano nel tempio in ringraziamento pei frutti della terra, e che poi mangiavano a ricordanza della sofferta schiavitù e della libertà, che Dio loro diede. Questa offerta veniva fatta colla cerimonia di sollevarla in alto, e pare quindi convenga ad esprimere la volontaria offerta del divin Redentore, il quale, dice Isaia (LIII, 7) oblatus est quia ipse voluit.). I Latini diedero questo nome al Sacrifizio, perché, venuta 1’ora dell’offerta si mandavano fuori i catecumeni, i penitenti, gli ossessi, e poi si licenziava tutto il popolo alla fine della funzione. Prima adunque che si facesse l’offerta, il diacono diceva ad alta voce: partano i catecumeni. Questi tosto andavano dal Vescovo a ricevere la benedizione per mezzo dell’imposizione delle mani, e si ritiravano poi con grande umiltà in silenzio. Così facevano anche i penitenti, dicendo il Diacono: partano i penitenti. Si allontanavano pure, quando ne ricevevano l’avviso gli ossessi, perché sembrava non convenisse alla santità dei sacri ministeri la presenza dei posseduti dal demonio, e si temeva forse turbassero il silenzio, ed offendessero con qualche atto sconvenevole il decoro della santa funzione. –  L’esclusione di queste tre sorta di persone fatta  a quel punto con tanta solennità. ben doveva ispirare nel popolo alta idea del tremendo mistero, facendogli intendere, come convenisse portar purità di coscienza per aver parte nel Sacrifizio al dono di Dio, se tanta cura si aveva di allontanare quelli che non si credevano puri abbastanza pet potervi assistere solamente. Anche il congedo che si dà a tutti in fine della celebrazione coll’Ite, Missu est, deve eccitare santi pensieri in cuore dei fedeli. Perché, quando si dice: « andate; la messa è compiuta » ite, Missa est, più che un saluto, ci si fa una raccomandazione di partirci pieni di gratitudine, e di portar con noi la memoria della gran degnazione che Dio ci ha usato, e la mente degli alti misteri tutta occupata. – Questi congedi adunque ripetuti per ben quattro volte dovevano fare grande impressione sull’animo del popolo, e, da ciò, che faceva loro impressione, ci diedero i fedeli il nome al Sacrifizio. Ed essendo questi avvisi di uscire replicati più d’una volta, come abbiam detto, ne venne che il Sacrifizio non solo si chiamava dagli antichi Missa (la Messa), ma Missæ in numero plurale (le Messe)  Quindi Missas facere, (celebrare le Messe); Missarum solemnia, (le solennità delle Messe (Bossuet. Explic. de quelq. difficult. sur les prières de la Messe). – Basti questo del nome; diremo ora che cosa sia il Sacrifizio; e come sia propriamente Sacrifizio la santa Messa. Il Sacrifizio è quell’atto principale di religione, in cui si fa offerta di una cosa esteriore e sensi bile a Dio da un legittimo Sacerdote in modo, che in istato è della sua maniera di esistere, cioè s’immola o si distrugge, o si consuma: e ciò per significare che la creatura ragionevole si getta tutta in mano dli Dio, e gli cade a’ piedi come cosa morta, riconoscendolo della propria vita, come di ogni altra cosa, padrone assoluto e supremo (1(1) Bened. XIV. De Sac. Mis. lib. 2, cap. 16, n. 22). Il quale onore per eccellenza reso a Dio come Principio, sommo Autore e Creatore di tutto, si chiama culto di Latria. Anche coll’umiliarci dinanzi alla sua divina Maestà nell’offerirle il Sacrifizio ci confessiamo peccatori, e perciò indegni della vita, del cui dono abusiamo, e meritevoli della morte, quando Dio mandare la voglia. E, perché non vuole il Signore, che ci diamo da noi stessi la morte, noi, per fare quel che è in nostro potere, gli mettiamo innanzi la vittima, e nel consumarla, per riconoscerlo Creatore, gli confessiamo, che vorremmo pur placare la sua giustizia. Ma che possiamo noi fare, che degno sia di Lui, e atto a soddisfare? Ecco Gesù, che nell’ultima cena, consacrando e dando ai Sacerdoti la facoltà di consacrare il pane, facendolo diventare suo Corpo divino, ed il vino, che si trasmuta nel suo Sangue, e ci preparò, e ci mise in mano tale vittima, che neppure la Divinità non poteva desiderare maggiore. Il Figliuolo di Dio ha provveduto da Dio all’onor del Padre. Benchè realmente nel Corpo sia il Sangue, e nel Sangue sia il Corpo santissimo, perché vive sull’altare impassibile ed immortale come in Cielo; nondimeno sotto la forma del Sacramento, consacrandosi prima il Corpo, poi il Sangue santissimo, si fa un Sacrifizio, commemorativo, che significa, e commemora in mistica immolazione la reale separazione del Corpo e del Sangue fatta sulla croce: e Gesù Cristo sta sotto due simboli, del pane e del vino, che rappresentano detta separazione come in istato di vittima (Catechismo intorno alla Chiesa Catt. del P. Gio. Perrone della Comp. di Gesù.) svenata nel Sacrificio, così appunto come era là sul Calvario, dove il Corpo Santissimo pendeva dissanguato, ed il Sangue era sparso per terra! Racchiudendo poi anche tutto il suo Corpo e tutto il suo Sangue sotto le specie delle più minute particelle, impicciolisce, annichila in certo modo tutto se stesso, nasconde non solo la sua Divinità, ma l’umanità pur anco: e si mette come in istato di insensibilità e come di morte. Vi è dunque in questo Sacrifizio come una morte mistica ineffabile della gran Vittima; e sotto ai nostri sensi Gesù Cristo pare che non esista più, come è veramente sacrificato. In quest’atto solenne, annientandosi dinanzi al Padre, l’adora, lo placa, lo ringrazia, dimanda tutti i favori per gli uomini, offrendogli per essi tutti i suoi meriti. Così Gesù Cristo, eterno Sacerdote nella s. Messa, fa di sé un sacrificio di adorazione, sacrificio di ringraziamento, sacrificio di soddisfazione e sacrificio di propiziazione. Del quale sacrificio il fine è di adorare Dio, rendergli gloria e ringraziarlo; l’espiazione del peccato e la santificazione delle anime ne è il frutto. Ma ci riserbiamo di trattarne nell’atto del sacrificio con maggiore chiarezza. – Vediamo ora come la Chiesa si prepara a compiere questo augusto mistero.

PARTE I

LA PREPARAZIONE

Gesù Cristo è il primo, è principale offerente il Sacerdote Immortale e Vittima Eterna; ma i sacerdoti servono di ministri a Lui, e di offerenti insieme con Lui a nome della Chiesa e di tutti i fedeli (Cone. Trid. sess. XXII, cap. I.); i quali pure offrono il sacrifizio (Inn. III, lib. 5, De Mist. Missæ), formando tutti insieme un popolo santo ed un regale sacerdozio, di cui è Capo Gesù Cristo, ed i sacerdoti sono ministri. La Chiesa perciò prepara con ogni più fina cura le persone che elegge a ministero così santo e tutte le cose che han da servire pel sacrificio; e prepara il popolo, che deve ad esso partecipare, coll’orazione e coll’istruzione (S. Thom. in suppl. q. 58, art. 2). – Quindi poi dividiamo questa parte della preparazione in quattro capi.

CAPO I

Art. I.

PREPARAZIONE AL SACERDOZIO.

Quando il Figliuol di Dio degnossi di assumere la carne dell’uomo, e farsi con essa una sola persona; formossi all’uopo tale una creatura la quale fosse al possibile degna di Dio. E la Vergine Maria, concepita nell’originale interezza, ricolma di tutte le grazie, destinata alla dignità al tutto divina di esser la Madre del Figliuol di Dio, fu come il punto più sublime dell’umana perfezione, in cui non disdegnò discendere Iddio, e in Lei sposare se stesso umana natura (S. Alfonso de’ Liguori. Le glorie di Maria, v. II, dis. I. e seg.). Quindi, appena era nata la Bambina Santissima, o meglio, appena spuntato in terra questo Fiore di paradiso, lo Spirito Santo, che la possedeva, si affrettò di porla al sicuro all’ombra del Santuario: e, prevenendo lei di grazia, e i benedetti suoi genitori Gioachino ed Anna guidando colle sue ispirazioni, fece che Ella si dedicasse bambina al servizio del tempio: onde un minuzzol solo non andasse perduto di quella vita tanto preziosa e tutta di Dio. Ora la santa Chiesa, che ha la missione di rinnovare col Mistero della consacrazione del Corpo e del Sangue di Gesù nella mistica incarnazione il prodigio della verginale maternità di Maria Santissima (Bossuet. Spiegazioni delle diffic. sulla s. Messa.), cerca pur essa con ogni più fina cura di preparare per questo mistero uomini perfetti, per quanto possano essere i figliuoli di Adamo. Perciò, quando le sì presenta un giovinetto di cuore ingenuo e di costumi innocenti, assennato e pio, che dà speranza di riuscita felice, affinché nei pericoli del mondo non trovi uno scoglio la sua innocenza, si affretta di riceverlo nei seminarii; e quivi con amorosa sollecitudine se lo raccoglie in seno, lo alimenta del proprio latte, lo purifica, lo santifica coll’abbondanza delle sue benedizioni, lo informa ad una vita di santità, e gli scolpisce nell’animo le più elette virtù, che lo rendono degno di comparire al cospetto di Dio. La Chiesa insomma di questa preziosa porzione di umanità, che Dio si elegge di santificare per solo suo servizio, fa come un orefice di una massa d’oro (S. Giov. Chrys.: De sacerd., c. 5)) di cui vuol formare un vaso da consacrarsi all’altare. Egli la purifica dall’immonda scoria, l’affina, l’aggrazia di forme le più elette, vi scolpisce intorno intorno col più gentil lavorio ammirabili bassi-rilievi, che ingemma di splendide gioie; e fa che tutto risplenda tersissimo della più vaga luce riflessa, poi lo presenta al pontefice, affinché egli lo consacri all’uso santo. Così la Chiesa prepara il giovine chierico adornandolo di tutte virtù, perché il Vescovo lo assuma allo Sposalizio divino.

Vestizione e Tonsura.

Il gran Sacerdote prima di tutto lo spoglia delle vesti usate dagli altri nomini comunemente, per fargli intendere, che deve svestir l’uomo vecchio come uomo rinato secondo Dio, e distinguersi fra il popolo colla santità (Conc. Trid. Sess. XIV, De Refor. cap. 6, Conc. Herbipol. cap. I, an. 1287, S. Dion. Eccl. Hier cap. 6.) di un più perfetto costume, e così presentarsi al popolo con la veste nuziale (Sist. V in Bulla: Cum sacrosa»nctam.): e quindi lo ricopre della veste talare, lungo paludamento, che spira gravità e compunzione, quasi per porlo al coperto delle lusinghe, e dagli allettamenti del secolo (Sin. Ebroi. anno 1576, Tit. de vita et hon. cler. —- S. Ber. De modo bene vivendi.), e per ricordargli che egli deve essere con Gesù Cristo crocifisso, e morto al mondo e ai suoi piaceri. In segno di volerlo purificare e segregare dalle vanità del tempo presente, gli tonde i capelli, lasciandogli solo una corona intorno alla fronte, che gli ricorda dover essere con Gesù Cristo, come una vittima coronata di spine pel gran sacrificio (Amalarius form. lib. De Eccl. Off. cap. 39, et Petrus Bles. In Job. cap. I.). Dopo di averlo disposto così, lo va preparando con mistiche benedizioni; e, a provargli il merito (Leo ep. 85.), gli affida incombenze via via sempre più importanti, cioè sperimenta nell’esercizio degli ordini per grado ((6) Inn. I, ep. 4. Conc. Trid. sess. XXIII, De Refor.), se possa commettergli la gran funzione più che angelica e al tutto divina. Per questo lo fa passare pei quattro Ordini Minori e pei tre Ordini Maggiori, affine d’innalzarlo all’eccelsa dignità del Sacerdozio.

ORDINI MINORI

L’Ostiario,

Così di fatto, quando il giovane, vestito dell’abito clericale, e tonsurato, si mostrava assiduo alle funzioni, al salmeggiare, alla preghiera, e, colla gravità del contegno, innocenza del costume e santità della vita, si meritava la buona testimonianza del popolo, in mezzo a cui viveva; provava ancora la Chiesa la sua fedeltà nel ministero esterno, affidandogli coll’Ordine dell’Ostiariato le chiavi del luogo santo. Chiamar il popolo all’adunanza, suonar l’organo e le campane a raccolta, vegliare, e far la guardia alle sante porte (Pontif. Rom.), perché nessun interdetto o scomunicato entrare vi possa, mantenere l’ordine e la divisione delle persone di diverso sesso (Bonomns, Stat. Ecc. Vercellensis.), allontanare chi disturbasse il raccoglimento, cacciare chi col mal contegno è colla vita indegna offendesse la santità dei Misteri nel terribile luogo, sono le funzioni dell’Ostiario (Pontif. Rom. Con. Med.), di questo uomo a cui è dato in sorte di stare ogni dì vegliando alle porte della casa del Signore (Prov. 8, 83.). – Nell’essere creati Ostiari i sacerdoti prendono un santo impegno di vegliare al decoro del luogo santo: e s. Girolamo fa un titolo di gloria al suo nipote Nepoziano sacerdote, che vi scopava il pavimento, regolava i banchi, ornava di festoni di verzura le sacre pareti. Ai Sacerdoti il dovere di difendere le chiese, di scacciare i profani che con ribaldo orgoglio in questi poveri tempi pretendono di portar il sacrilegio dinanzi ai tremendi Misteri fin sotto gli occhi di Gesù in Sacramento; e se mai loro si domandasse: e con qual diritto? i Sacerdoti posson rispondere: col diritto che ha un ministro di far rispettare la reggia del suo sovrano, che ha un ambasciatore di difendere l’onore del suo re, col diritto e dovere santo che ha il soldato di versare il sangue per la gloria del suo monarca: e di quale? del Monarca dell’universo.

Il Lettore.

Dopo che il chierico dato avesse a divedere, che gli stesse a cuore il decoro del luogo santo, veniva eletto a leggere al popolo il vecchio Testamento e le lettere dei santi Pontefici; perocché sempre tutte le Chiese si considerarono come una e sola famiglia, il cui capo è Gesù Cristo in cielo, e in terra il sommo Pontefice, che lo rappresenta. Quando il Vicario di Cristo, od altro Vescovo di specchiata dottrina e santità, scriveva qualche lettera ai fedeli delle altre Chiese, la si leggeva ad edificazione comune al popolo raccolto pel sacrifizio. Adunque è ufficio del Lettore confortare e consolare il popolo, colle sante lezioni e spiegare al popolo la dottrina cristiana, massime ai fanciulli (Bononius. Ep. Versellens. statu.): ed è pur consolante vedere ancora nelle Chiese il giovinetto chierico farsi allegro maestro delle più sublimi verità, semplicetto come i fanciulli del popolo, a cui spezza in bricioli il pane. Così il Lettore comincia farla da ministro, in certo qual modo, di Dio col popolo, amministrando ai fedeli le consolazioni che il Signor loro concesse, sia col dono delle sante Scritture, sia col mandare i sacri Pastori a nome suo e trattare i suoi interessi con loro (Amalarits torm.

L’Esorcista.

Data prova di diligenza, veniva il Lettore fatto Esorcista, e riceveva l’autorità di cacciare in nome di Gesù Cristo i demoni di corpo ai fedeli, quando mai ne fossero. posseduti; e così è ufficio dell’ Esorcista preparare gli oggetti per le benedizioni, e di invocare il nome di Gesù Cristo sopra i Catecumeni, preparare i fedeli ad assistere al santo Sacrificio (Pontif. Rom. Bononius etc.). Cacciare i demoni!….. Ma ancora queste anticaglie! diranno certi spregiudicati dei nostri dì: è già molto se noi ammettiamo gl’indemoniati dell’Evangelio…. ma tutte l’altre storie poi d’invasioni di spiriti, di negromanzia, le sono invenzioni di mariuoleria, o di superstiziosa ignoranza! Quasi l’universo di uomini onesti e dotti non ne abbia avuto mai, se non era quest’abbondanza dei tempi nostri beati! Ed intanto beffarsi degli esorcismi: e noi rispondiamo: Era qualche tempo che i demonii, almeno in Europa, evitavano di attirarsi l’attenzione degli uomini: lasciavano fare le loro parti alla filosofia materialistica, contenti, che facendo essa dimenticare gli spiriti, si dimenticasse pur Dio. Ma la Chiesa tenne sempre d’occhio il nemico, che fingeva il dormiglione: lasciava ridere gl’increduli, e continuava a creare gli Esorcisti all’uopo di combattere i diavoli, se ricomparissero. Ora ecco l’anno 1846. Le damigelle Fox di Rochester senton dei colpi nella camera: vi rispondono esse, e presto si mettono in comunicazione cogli spiriti battitori!… Accorrono curiosi; ripetono le prove, e si mettono abitualmente a conversare con esseri invisibili. La moda passa dall’America in Germania, in Francia, in Italia. Ovunque si vedono sotto le mani muoversi le tavole, risponder coi loro movimenti alle domande, alla volontà di chi si mette in comunicazione. La fisica si sforzava di spiegare come si movessero le tavole; quand’ecco, e tavole e mobili, quasi in sussulto, far ridda e spiegare nuove virtù: dare risposte precise a chi li interroga; scrivere colle matite lettere, e dire cose da diavoli, e far disegni; poi rivelare i più reconditi secreti; finalmente predicare dottrine filosofiche, affettare moderazione, anzi apparenza fino di pietà, poi smascherati, lasciarsi conoscere per istigatori a laide empietà!… Noi non possiamo tenere dietro alle fasi di questa diabolica invasione moderna: rimandiamo i lettori ai belli e dotti articoli della Civiltà Cattolica; ed a chi ridesse della nostra bonarietà, rispondiamo, che noi, credendo, che tutto quello che esiste non è solo materia, ben abbiamo la semplicità di credere che sieno gli spiriti, che invasano i mobili, che fan riddone, piuttosto che credere, che le tavole e gli altri mobili sieno capaci a scrivere e ragionare, e far di filosofi. Noi sappiamo che abbiamo la guerra coi mali spiriti e benediciamo la Chiesa, che ci fa potenti con due parole — Gesù e Maria! — con una gocciola di acqua santa, e con un far di croce colla mano da Lei benedetta nell’Ordine dell’Esorcismo (Vedi l’opera del Mervilie e i belli articoli della Civiltà Cattolica sullo spiritismo.).

L’Accolito.

Quest’uomo, che è già da tanto da comandare ai demonii (Pontif. Rom. ed una operetta popolare del P. Delaporte, il diavolo etc.), è poi fatto Accolito, la qual parola suona seguace, perché la fa da fante, e procede innanzi ai ministri del Signore coll’incensiere ardente, aprendo la folla dei fedeli adunati, o tien loro appresso in atto di servitù. Portano pure gli Accoliti in mano i lumi accesi pel Santo Sacrificio, quando specialmente si legge il Vangelo; preparano nelle chiese gli altari, illuminano il luogo santo, accendono le candele intorno alla croce. Ufficio dell’Accolito è pure assistere al Diacono e Suddiacono, che ministrano al Sacerdote, preparar gli orciuoli sulla credenza fare insomma da inserviente appresso ai santi ministri, stando al fianco loro sempre pronto ad ogni cenno (Pontif. Rom. S. Isid. lib. 10. Conc. Acquisgr., c. 5. Ivo Carnot.

De Excell. Sacr. Ord.). Diremo tutto col dire che i chierici hanno da fareda angioli intorno all’altare di Dio Santissimo… È pur felice la loro sorte di dovere continuamente aggirarsi nel Luogo Santo, dove abita Dio personalmente! Anche i popoli, quando vedono l’ecclesiastico tutto nel Santuario occupato, dicono « il benedetto! ei fa con Gesù anche le nostre parti; egli prega, piange, ama il Signore, se ne piglia cura anche per noi, che andiamo distratti in tante cure di mondo. »

ORDINI MAGGIORI.

Il Suddiacono.

Questo giovane, che trova le delizie intorno all’altar del Signore, che lo adorna ne’ giorni di Solennità come sposa nel di delle nozze, e che ama il decoro della casa di Dio, viene promosso all’ordine del Suddiacono. Al Suddiacono si affidano i vasi sacri da custodire e preparare per la tremenda azione. Le mani, che devono toccare quei vasi consacrati dal Corpo e dal Sangue di Gesù Cristo, devono essere pure e mondissime (Isai. LII, 11); perciò la Chiesa vuole, che, per salire a questo grado si faccia rinunzio alle nozze terrene (Siriacus Pont. Decr. 11 febb. 385, s. Isid. lib. 2, cap. 10, De Offic. Eccles. apud Conc. Acquisgr. cap. 6.), pensando che le cose sante, cioè tutte riserbate e consacrate al servizio di Dio, devono essere trattate da persone che siano sante. A questo giovine adunque, che ha rinunciato alle misere delizie della vita mondana, che non vuole aver altro amore che pel Signore, e nella casa del Dio vivente trova lo sposo Divino della vergine anima sua, la Chiesa crede di poter affidare tutto il suo gran tesoro, cioè quanto ha di più caro, a lei donato dall’amor di Dio, il Corpo stesso di Gesù Cristo nel SS. Sacramento, ed il libro del santo Evangelo, creandolo Diacono.

Il Diacono.

Il Diacono quindi ha l’officio di amministrare davvicino al Sacerdote offerente, distribuire il SS. corpo di Gesù Cristo secondo il comando del Sacerdote, ed amministrare il Santo Battesimo, come pure di leggere al popolo il Santo Vangelo (41). Di più a questo ministro di Dio, a cui è affidato il Corpo reale di Gesù Cristo, la Chiesa affida la cura anche del Corpo mistico, che è il popolo fedele; ed in modo particolare a lui raccomanda le membra, di cui più vivamente piglia cura, le vedove cioè i pupilli, i poveri, i bisognosi tutti (Pontif. Rom. S, Isid. lib. 2, offic. cap. 8.). Santa ordinazione! Qui ben traspira la carità di Gesù Cristo che è l’anima, che vivifica la sua sposa; e ci fa intendere, che Gesù Cristo riceve come fatto il suo Santissimo Corpo, ciò che sì fa ai fedeli, sue membra, e specialmente quando esse sono con Lui crocefisse nei patimenti. Si! Chi si stringe sul cuore il Corpo di Gesù Cristo, e professa di crederlo capo dell’umana famiglia raccolta nella Chiesa, non può a meno di abbracciare nella sua carità tutte le sue mistiche membra di quel caro Corpo Divino, e di raccoglierle disperse in sulla terra, e portarle a Lui in seno in Paradiso. Bello spettacolo dovette offrire al mondo pagano il santo Diacono della Chiesa Romana, Lorenzo martire! Distribuito il tesoro della carità della Chiesa ai poverelli, era venuto in voce d’uomo, che possedesse di molte ricchezze. Citato dal prefetto, ed ordinatogli di consegnare i suoi tesori, « farò, diss’egli, se tu mi dai tempo fino a domani. » Venuta la dimane, conduce innanzi tutti i poveri dalla Chiesa soccorsi e « vedi, dice, è tesori sono questi sì veramente, e sono l’oggetto della più tenera cura dell’amiministrazione della carità alle mie mani affidata! » Qual desolante spettacolo invece il secolo nostro presenta! In una certa nazione, che vantasi di essere la più progredita in civiltà, distaccatasi dalla comune madre, la Chiesa Cattolica, umanizzato il Cristianesimo, perduta la fede del Corpo di Gesù Cristo, andò pure in dileguo la tenera carità, che ama nel prossimo la persona di Gesù Cristo. Così spento il sacro fuoco del Sacrifizio, restò spenta la carità evangelica. La legge umana impose la legale carità; ma la morta parola dell’uomo può mai infondere la vita? Ecco ora nella più florida e nella più grande città d’Europa, ricca dell’oro di mezzo il mondo, molte migliaia di esseri umani infelicissimi intristiscono nella crudele miseria d’ogni più necessario bene, sino a non aver tanto d’acqua da rinfrescarsi nell’ardor della sete. Così mentre in Roma la Chiesa appena nascente, cerca a morte nelle catacombe, dove si nascondeva, mostrava nei poverelli, che si sosteneva in braccio, il suo caro tesoro, e si preparava a trasmutare solo in Italia 49 milioni di schiavi in popoli novelli; Londra mostra spaventata milioni di poveri, che minacciano la distruzione della società, se non accorre la Chiesa a sanare colla carità di Gesù Cristo la paurosa piaga del pauperismo, che diventa ognor più minacciante. Ma buon per l’Inghilterra, che stende le braccia, affinché la Chiesa a lei porti Gesù Salvatore in Sacramento, e con Lui il fuoco della carità nel Sacrifizio.

Il Sacerdote.

Finalmente ecco il gran giorno dell’assunzione al Sacerdozio. La consacrazione d’un Sacerdote è tale un atto, che importa a tutta la Chiesa. Ieri quegli era un uomo privato, domani sarà principe nella Casa del Signore; ieri ascoltava in silenzio la parola divina, domani ha egli il diritto di ammaestrare il popolo in nome di Dio. Se quest’uomo compie la sua missione bene sta; è l’uomo delle benedizioni, è il ministro delle grazie più elette; se la tradisce, oh Dio! diventa uno dei più terribili flagelli, con cui Dio possa nel suo sdegno castigare un popolo, che lo ha provocato! Perciò la Chiesa ha già ordinati digiuni e preghiere, e proclamata la prossima elezione; il popolo fu già consultato: dica in coscienza innanzi a Dio, se ha niente da opporre a questo uomo già da tanto tempo approvato (Pontif. Rom. Cone. Trid. sess. XIV, cap. v, sess. XXIII, c.I ecc.), affinché salga alla suprema dignità, che lo costituisce una cosa sola coll’immortal Sacerdote, Gesù Cristo, e sia destinato a rappresentarlo in terra, fatto mediatore tra Dio e gli \uomini, ministro del perdono divino, coll autorità di sacrificare il Corpo del Figliuolo di Dio medesimo, divenuto in certo qual modo corpo suo, come lo sacrificò Gesù Cristo sul Calvario. Ora ecco in qual mode compie la Chiesa la grande consacrazione del Ministro del santo altare. Il Vescovo raccoglie il consesso dei suoi consiglieri: piglia, diremo così, pei capelli questo cadavere ribelle del corpo dell’uomo; lo getta per terra sul pavimento della santa basilica. Poi insieme coi Seniori impone sul capo di quell’umiliato le sacramentali mani, invocando sopra di lui la pienezza dello Spirito Santo, mentre tutto il popolo prega inginocchio per terra. Gli unge le mani, e lo segna di croci col sacro Crisma; lo copre di una veste pure crocesignata e benedetta, e gli dà in mano coi vasi santi il pane ed il vino già preparato, lo consacra Sacerdote di Gesù Cristo colla podestà sua divina di chiudere e di aprire il Cielo, poi lo rialza da terra, e lo conduce per mano sull’Altare del Dio vivente ad offrirgli seco il gran Sacrificio, che redime, e salva il mondo (Conc. Trid. sess. XXIII, cap. II, sess. XXII, cap. I, II.). – Da quella sublime altezza egli alzerà le palme santificate al Cielo, ed il Cielo manderà giù ad una parola il perdono di Dio (Conc. Trid. sess. IV, cap. 6, can 3, Joan. 30, Mat. 16.); stenderà la mano sui fedeli, ed i fedeli saranno ricolmi di benedizione. Parlerà a nome di Dio, e dalla sua bocca spirerà il Verbo divino colla virtù dello Spirito Santo. Offrirà il Sacrificio, e si riconcilierà il Cielo colla terra. Queste verità che rivela la Chiesa intorno ai suoi Sacerdoti, noi confessiamo, che sono verità nascoste, e preziose pei soli credenti; ma elle sono corredate da tanti argomenti esterni e confermate da tante prove di fatto, che mostrano ad evidenza la verità della grazia invisibile di Dio nel Sacerdozio Cattolico. Conchiuderemo qui: la sacra Ordinazione piglia su l’uomo gettato per terra, lo risuscita purificato, lo compenetra della gloria del Tabor, lo fa strumento della sua misericordia, una santa gloria di Dio. Si osa dire sovente: vorremmo vedere un miracolo! Ebbene; eccolo qui un miracolo di tutti i dì, che dura da milleottocento anni: il Sacramento dell’ordine con due gocce di Olio Santo crea Sacerdoti, uomini di tanta unzione e carità, che la filosofia, le accademie, il progresso civile non possono imitare a pezza. Si legga quello che diciamo sulla fine di questa Parte, (Art. Missione) dove lo proviamo coll’evidenza del fatti, che valgono tutte ragioni.

La preparazione immediata.

Ecco finalmente il Sacerdote, che si accinge al Sacrifizio. Allo spuntare del sole, quando la natura si risveglia a vita novella, e rende immagine di quel mattino del mondo, in cui l’uomo innocente viveva lieta la vita sulla terra non ancora contaminata dal male: con una mente vergine di pensieri mondani, tutto elevata a Dio, egli entra nel

Santuario, si prostra a piè dell’Altare. Quivi, come Mosè prima di avvicinarsi al roveto, in cui Dio era disceso, si trasse la calzatura, ed a piè nudi si avvicinò tremando, così il Sacerdote s’umilia, piange, conferisce colla propria coscienza, e con Dio, a Lui espone con umiltà le cagioni che ha di temere d’avvicinarsi all’Altare, e portargli sotto lo sguardo santissimo le piaghe di un uom peccatore; a queste oppone le ragioni di conforto che trae dalla misericordia, dai meriti di Lui, cui vorrebbe offrire; esita, e prega, finché risolve di darla vinta alla bontà di Dio, e per questo titolo calma i terrori

di una coscienza, che, non fosse pure conscia di peccato, si sente sempre indegna d’avvicinarsi a Dio. Supplica Maria SS. d’accompagnarlo; invoca gli Angeli di confortarlo nel suo terrore, e va a lavarsi le mani per dar segno del desiderio di purificare il corpo ed il cuore da ogni resto di umana miseria, per accingersi con tutta mondezza alla grande funzione (S. Thom.3, p. 4, q. 3, Ben. XIV. Rubrica Miss. præpar. Ad Missam).

LA GRAZIA E LA GLORIA (49)

LA GRAZIA E LA GLORIA (49)

Del R. P. J-B TERRIEN S.J.

II.

Nihil obstat, M-G. LABROSSE, S. J. Biturici, 17 feb. 1901

Imprimatur: Parisiis, die 20 feb. 1901 Ed. Thomas, v. g.

LIBRO IX

LA PERFEZIONE FINALE DEI FIGLI DI DIO. QUESTA PERFEZIONE CONSIDERATA DAL LATO DELL’ANIMA

CAPITOLO VII

Sull’amore beatifico. – Il suo oggetto principale, i suoi oggetti secondari e l’ordine tra questi diversi oggetti d’amore.

1. Qual sarà l’oggetto del nostro amore beatifico? Dio amato innanzitutto per se stesso, Dio come oggetto principale; e, come oggetti secondari, le creature di Dio, amate in Dio e per Dio. Ricordiamo quanto abbiamo detto a proposito della visione beata; come, da diversi punti di vista, Dio sia e non sia l’unico oggetto. Non è l’unico oggetto, poiché gli eletti vedono con Lui delle innumerevoli moltitudini di esseri creati, ciascuno secondo la misura della sua grazia e dei suoi meriti. Egli ne è l’unico oggetto, perché è in Lui che si contemplano questi esseri creati, tanto che, se c’è una pluralità di oggetti materiali, non c’è che un unico oggetto formale. Lo stesso vale per l’amore beatifico. Non è solo Dio ad esserne l’oggetto: perché questo amore deborda sulle creature di Dio; e tuttavia, d’altra parte, non ha altro oggetto che Dio, perché la virtù della carità non ama che per Dio ed in Dio gli esseri creati, distinti da Dio. Certamente, né il mio Salvatore nella sua amabilissima umanità, né la sua divina Madre, né i Santi del cielo, i compagni ed i fratelli di Gesù, saranno estranei all’amore beatifico; ma per raggiungerli, questo amore deve passare attraverso Dio, poiché esso è modellato sull’amore che Dio stesso ha per loro, e Dio li ama solo per se stesso, cioè perché Egli si ama in loro come nelle sue immagini. – Cerchiamo di rendere più sensibili queste verità con un esempio tratto dalle nostre Sacre Lettere. Si narra che il giovane Tobi, giunto sotto la guida dell’Arcangelo a casa di Raguele,  quest’ultimo fosse estremamente colpito dalla somiglianza che egli aveva con Tobia, suo parente. Così quando seppe che i due viaggiatori erano della tribù di Neftali, chiese loro con impazienza: Conoscete mio fratello Tobia? Lo conosciamo – disse Raffaele – e questo giovane è suo figlio. Poi, aggiunge il testo sacro, Raguele si precipitò da lui e lo baciò con le lacrime; e piangendo sul suo collo, disse: Che Dio ti benedica, figlio mio, perché hai per padre un uomo eccellentemente buono e virtuoso (Tob. VII, 1, ss.). Da dove viene questo slancio di tenerezza ed amore per Tobia in Raguele? Non per le qualità personali che egli vedeva in lui, poiché non lo conosceva ancora; ma solo per il profondo affetto che nutriva per il padre, al quale questo figlio assomigliava così tanto. Sia tu Benedetto, egli dice. E perché benedetto? Perché sei il figlio del mio fratello molto amato e virtuoso. Questo è ciò che fa la carità: ama Dio nella creatura e la creatura in Dio; cioè ama Dio solo per amore di se stesso e la creatura per amore di Lui (San Francesco di Sales, Trattato dell’amore di Dio, L. X, c. 11). « Così – dice ancora San Tommaso d’Aquino – la carità ama Dio per di Dio, e le creature ragionevoli in quanto si rapportano a Dio; talmente che è Dio stesso che essa ama nel prossimo; infatti, amare questi con carità significa amarlo o perché Dio è in lui, o perché Dio sia in lui: sic enim proximus caritate diligitur, quia in eo est Deus, vel ut in eo sit Deus » (S Thom.., de Carit, q. un., a. 5), – Questo è, per dirla in breve, ciò che ci spiega come, anche quaggiù, una stessa abitudine alla virtù ci faccia amare Dio ed il prossimo, essendo l’oggetto formale che motiva i suoi atti sempre e ovunque la bontà divina. – Ci sono bellissime riflessioni su questo tema in San Francesco di Sales. Esortando i Cristiani « a ridurre tutta la pratica delle virtù e delle nostre azioni al santo amore », presenta loro come modelli i beati abitanti della patria. « Infatti egli dice – gli Angeli e i Santi del cielo non hanno altro fine che l’amore per la bontà divina ed il desiderio di piacergli. Si amano tra loro molto ardentemente; essi amano anche noi, amano le virtù, ma solo per piacere a Dio… Essi amano la loro felicità, non in tanto che sia ad essi, ma nella misura in cui piace a Dio. O anche amano l’amore di cui amano Dio, non perché sia in loro, ma perché tende a Dio; non perché sia dolce per loro, ma perché piace a Dio; non perché lo abbiano e lo possiedano, ma perché Dio lo comanda e se ne compiace. »  (S. Franc. De Sales, Trattato sull’amore di Dio, L., XI, c. 13). È così che l’amore di Dio negli eletti può estendersi senza essere diviso, abbracciando la molteplicità dei suoi oggetti nell’unità della stessa virtù, dello stesso motivo e di uno stesso atto. – Cosa, questa, che non significa che tali beati rimangano indifferenti sia alla propria perfezione o a quella dei loro fratelli. Come potrebbero esserlo, visto che Dio, che dà loro questa santità, vuole che la cerchino e che ne gioiscano? Non pensate che la purezza dell’amore richieda di essere insensibili ai propri interessi. Che dunque? La mia carità si appannerebbe se la usassi per amare me stesso come io sono amato da Dio? Ora Dio, ancorché mi amasse solo per se stesso, vuole comunque per me il mio interesse; cosa dico? È l’unico che Egli cerca, quando mi ama e mi attira nel suo amore. Quale profitto potrebbe trovare per sé nel fatto che noi lo conosciamo e lo amiamo? Lo renderebbe questo più santo, più perfetto, più potente o più felice? No: tutti i benefici sono per noi. E questo spiega come solo Lui sia assolutamente liberale; perché, qualsiasi cosa faccia, la fa con infinito disinteresse. Senza dubbio Egli cerca la sua gloria: ma per il nostro bene e non per il suo (« Deus suam gloriam non quærit propter se, sed propter nos »). « Non è per sua utilità che Egli agisce fuori da sé stesso, ma per la sua bontà » (S. Thom. 2, 2. q. 132, a. 1) … che chiede di espandersi in benefici.  –  Io posso quindi gioire della mia beatitudine a condizione, se voglio essere un perfetto imitatore del mio Dio, di amarlo nel suo primo principio e perché ne è la gloria. Il mio amore non risale dal ruscello alla sorgente, ma discende; infatti, amo gli effetti, perché vedo in essi l’immagine della causa. Sarebbe troppo strano, in verità, se l’amore di Dio mi vietasse di amare ciò che mi avvicina a Lui, ciò che mi unisce a Lui, ciò che mi rende suo amico, suo figlio; in una parola, ciò senza il quale non potrei corrispondere con un amore eterno all’amore con cui Lui stesso mi ha prevenuto. È in questo modo che l’amore della bontà infinita si estende fino all’amore e di me stesso e di coloro che, come me, sono chiamati a portare la sua immagine in loro. In fondo, come abbiamo già insinuato, questo amore ha un solo oggetto: infatti, pur abbracciando un numero infinito di creature diverse da Dio, le ama in Dio e per Dio (« Proximus non diligitur nisi ratione Dei: unde ambo sunt unum dilectionis, formaliter loquendo, licet materialiter sint duo » – S. Tommaso, q. un., a. 5, ad 1). Così la visione beatifica è unica nel suo atto, perché tutto ciò che essa contempla con Dio, lo contempla in Lui, nella sua luce infinita.

2. – Resta da dire qual sarà per gli eletti di Dio l’ordine che debbano mettere tra i diversi oggetti del loro amore. Ora, per rendere più precisa la questione, richiamiamo innanzitutto l’attenzione sul fatto che qui si tratta solo dell’amore che riguarda le persone, cioè gli esseri ragionevoli, gli unici in grado di essere amati con amicizia. Aggiungiamo che stiamo considerando l’ordine della carità come sarà nella città benedetta, quando tutte le incertezze e le necessità che possono modificarla nella vita presente saranno svanite. Certamente, Dio sarà sempre il primo ad essere amato, perché Egli è e sarà sempre il nostro Bene sovrano, il Bene la cui partecipazione comune è la ragione della società che gli abitanti della Gerusalemme celeste hanno tra loro. Ma amano essi ugualmente ciascuno dei loro compagni di gloria presso Dio, o dobbiamo ammettere una certa diversità nell’amore che portano loro? – I moralisti, il cui scopo è quello di renderci consapevoli della natura e della portata dei nostri doveri, hanno discusso a lungo l’ordine della carità divina, e San Tommaso in particolare ha dedicato una delle sue più belle Questioni alla soluzione dei problemi che essa solleva (S. Thom. 2 2, q. 26). Noi non dobbiamo riferire le conclusioni dottrinali alle quali li ha condotti il loro studio, e tanto meno il ragionamento con cui vi si è giunti: perché la carità di cui si occupano è una carità in via, mentre noi la prendiamo al termine. – Diciamo però qual sia il principio da cui partono e che serve loro come faro per raggiungere con maggiore sicurezza le soluzioni desiderate. È che il grado di amore ha, per così dire, una duplice misura: da un lato, l’eccellenza della persona amata o, ciò che equivale alla stessa cosa, la sua unione più o meno perfetta con Dio, la Bontà sovrana; e dall’altra parte, i legami più o meno stretti che legano questa stessa persona a colui che l’ama, dovendo ogni atto essere proporzionato non solo all’oggetto che lo specifica, ma anche al principio che lo stabilisce. – Nulla è più evidente della prima parte di questa regola; infatti, se il motivo per cui amo il mio prossimo non è altro che la bontà di Dio, quanto più il prossimo partecipa a questa bontà, tanto più è degno del mio amore. La seconda non è da meno; non ne voglio altra prova che il precetto stesso della carità che mi ordina di amare il mio prossimo come me stesso. Che cos’è, infatti, il prossimo se non colui che ne è vicino? Pertanto, più una creatura di Dio si avvicina a noi, più è una cosa sola con noi, più acquisisce titoli più pressanti al nostro amore. Sarà dell’affezione che brucia il cuore, come il calore di un focolaio: più ne siamo vicini, più si sente la sua influenza. La conseguenza è che, come regola generale, io posso ed anzi devo adoperarmi tanto più attivamente nel procurare il bene dei miei fratelli in Gesù Cristo, quanto più intimamente essi siano uniti a me, sia nell’ordine della natura, sia nell’ordine della grazia. – E non solo poco, in virtù di questa più singolare intimità, ma io posso desiderare più intensamente per questi che per gli altri il bene che desidero universalmente per tutti; ma, finché Dio mi lascia ancora nell’ignoranza di quale degli attuali oggetti della mia carità sarà definitivamente più simile a Lui; finché li vedo in uno stato di movimento, dove i più imperfetti possono crescere e altri più perfetti diminuire, nulla mi impedisce di desiderare una preminenza di merito e di gloria a chi mi è più particolarmente unito (« Possumus etiam ex charitate velle quod iste qui est mihi conjunctus, sit melior alio, et sic ad meliorem beatitudinem pervenire possit ». – S. Thom, 2 2, q. 26, a. 7). – Tale è, secondo il principio fondamentale, l’ordine della carità nel tempo. Ma nella beata eternità quest’ordine, pur rimanendo lo stesso nella sostanza, subirà delle modifiche in base ai cambiamenti operati nello stato delle persone. Non potrò più desiderare per ciascuno degli eletti un altro bene, o un’altra felicità, se non quella che è immutabilmente determinata per loro dalla giustizia sovrana. Né potrò essere più zelante per gli interessi di coloro che mi erano più vicini, poiché essi possiedono, senza che nulla possa accrescerli o toglierli, tutta la perfezione a cui è possibile aspirare. In cielo, quindi, l’amore beatifico della carità avrà una sola regola e una sola misura: quella imposta dalla relativa vicinanza degli eletti a Dio. Così il movimento del nostro amore sarà in tutto e per tutto conforme a quello di Dio; poiché lo amiamo sopra ogni cosa; ameremo in Lui e per Lui i nostri compagni di gloria secondo il modo in cui Egli stesso li ama, cioè secondo che essi portino più o meno gloriosi i tratti della divina bellezza (S. Thom., 2 2, q. 26, a. 13, col. a. 6-9.). – Ciascuno degli eletti, come immerso nell’oceano di infinita bontà che lo attrae, considererà che quelli tra i suoi fratelli sono tanto più strettamente uniti a lui, quanto che Dio stesso si è identificato più perfettamente, essendo il centro comune di ogni unione (« Totus ordo dilectionis observabitur per ordinem ad Deum, ut scilicet ille magis diligatur et propinquior sibi habeatur ab unoquoque, qui est Deo propinquior », S. Thom, l. c.). – Se dunque vogliamo delineare, almeno in poche parole, questa celeste gerarchia della carità, diciamo innanzitutto che prima di tutte le creature dobbiamo amare con tutta l’anima Gesù, il Dio fatto uomo: Egli è il Figlio prediletto di Dio, l’oggetto più caro e perfetto della sua infinita compiacenza. Dopo Gesù, ameremo Maria, Madre divina sua e nostra, poiché è, incomparabilmente più di ogni pura creatura, l’immagine privilegiata di Dio, lo specchio radioso in cui Dio si dipinge con uno splendore che nulla supera, se non la gloria del Verbo incarnato. Quando ricordiamo ciò che è stato il Beato Giuseppe e gli omaggi che gli sono stati tributati dalla Santa Chiesa, non sembra avventato credere che egli avrà il terzo posto d’elezione nei nostri cuori. E poi ameremo quelle innumerevoli legioni di Angeli fedeli, e quelle forse non meno innumerevoli legioni di Santi che risplendono nel firmamento del cielo; e ameremo ciascuno nel proprio ordine in proporzione alla gloria e alla santità che lo uniscono a Dio. E questo amore non sarà la carità generale con cui ora abbracciamo la maggior parte delle creature ragionevoli, impotenti come siamo ad amarle tutte individualmente, ma una carità particolare che sarà diretta verso ciascuno degli eletti, perché ognuno di loro sarà presente a noi attraverso una conoscenza chiara e sempre attuale, con i titoli che lo rendono amabile. – Ameremo e saremo amati noi stessi: amati dal cuore di Dio, amati dal cuore di Gesù e di Maria, amati da tutte quelle migliaia di cuori così puri, così grandi, così nobili; amati in Dio e per Dio, quanto Dio stesso è amante e amato, cioè finché è Dio. Ahimè, in questo mondo la carità per gli uomini è così raramente amicizia! Quanti sono coloro che amiamo con carità che, indifferenti a Dio, ed anche suoi nemici, sono indifferenti anche ai figli adottivi e agli amici di Dio! In cielo c’è un’amicizia perfetta, perché tutti gli eletti, sotto lo sguardo e nel seno del loro Padre comune, vivono la stessa vita, partecipano agli stessi beni, siedono alla stessa mensa e sono inebriati dallo stesso flusso di ineffabili delizie; e da tanti cuori non si fa che un solo cuore, e da tanto amore, un solo amore. Cosa serve ancora per il regno totale e completo dell’amicizia? – Ma a me sembra di intendere un’obiezione che occorre risolvere. Se nella patria celeste l’ordine della santità regola in modo assoluto quello dell’amore, allora un padre, una madre, i figli, gli sposi, in una parola, tutti coloro i cui cuori sono stati uniti quaggiù dalla natura e da altre cause legittime, e le cui anime sono state confuse, non si ameranno più in modo speciale, e tanti legami, così dolci e così forti, che li tenevano uniti, saranno eternamente allentati o spezzati. Dio non voglia che la nostra dottrina porti ad una simile conclusione! Infatti, finora abbiamo parlato solo dell’amore beatifico della carità; di quell’amore che, avendo Dio come oggetto formale, abbraccia con Lui nell’unità di un unico atto tutti coloro che Egli ha resi partecipi della sua infinita bontà. Ma non più della grazia, la gloria che è la sua consumazione, distrugge la natura. E come potrebbe distruggere la natura, visto che la presuppone? Cosa accadrebbe alla luce della gloria o alla carità soprannaturale se non ci fossero l’intelligenza e la volontà dell’uomo, due facoltà che emanano dalla natura umana, per essere il loro necessario supporto? – Pertanto, ciò che la grazia e più completamente la gloria escludono non è la natura, ma il difetto della natura, lo squilibrio delle sue tendenze, la sua ignoranza e le sue debolezze. Ora, gli affetti speciali che legano i membri di una stessa famiglia, o quelli che nascono dalla comunità di vedute, di aspirazioni e di vita, pur provenendo dalla natura, possono esistere senza disordine. In origine scendono dal cielo e, a condizione che evitino le contaminazioni della terra o se ne purifichino, possono ritornarvi, più dolci, più vivaci e più duraturi di quanto non siano mai stati nell’esilio: la santa e gloriosa carità, mantenendoli nella regola, li approva, li incoraggia e dà loro vita. È quanto ho appreso dal Dottore Angelico quando insegna che « nella patria celeste ameremo in modo maggiore coloro che ora sono più intimamente uniti a noi: perché le oneste cause della reciproca dilezione non cesseranno di esercitare la loro influenza sulle anime dei beati » (S. Thom. 2 2, q. 26, a, 12). – Non cediamo però ad un rozzo grossolano sentimentalismo e non mettiamo al primo posto affetti e simpatie che, per loro natura, non hanno diritto che all’ultimo. Per questo il santo Dottore ci avverte nello stesso testo che « il motivo di amare che derivi dalla vicinanza a Dio supera incomparabilmente (encomparabiliter) tutti gli altri motivi possibili ». Il beato che sale al cielo vi troverà sua madre e sentirà il cuore del figlio sussultare d’amore per lei: questa è la legge della natura giusta che non potrebbe violare senza dispiacere all’Autore della natura. Ma per quanto grande possa essere la sua naturale tenerezza per la madre, sarà sempre inferiore all’amore di carità che egli porta per la santa. –  È dunque dell’amore come della conoscenza. Abbiamo notato negli eletti di Dio, al di fuori della visione finale, un ordine inferiore di percezioni che ricevono dalla sua influenza una certezza, una vivacità la cui intensità ci sfugge. Così in cielo troveremo, oltre all’amore che nasce dalla carità, affetti meno elevati che la carità perfeziona e preserva da ogni deviazione. Confrontando le une con le altre, direi volentieri che queste conoscenze e questi molteplici affetti sono più dell’uomo, mentre l’amore e la visione beatifica sono eccellentemente da Dio. –  Questa, dunque, è la santa e sublime unione nell’amore eterno che fa la Chiesa del cielo! Dio che ama se stesso infinitamente, e di questo amore che va con un movimento eternamente immutabile dal Padre al Figlio e da entrambi allo Spirito Santo, abbracciando ogni creatura divinizzata mediante la grazia e la gloria. E queste creature, trasportate da un simile movimento d’amore, amano Dio con tutta la forza del loro essere, e in Dio e per Dio amano se stesse e tutto ciò che Egli ama e nell’ordine che Egli ama. Ecco qua – io dico – il “fiume impetuoso” che rende lieta la città di Dio (Sal. XLV, 5).  È un fiume, perché ha una sorgente da cui sgorga e si riversa: il cuore del Padre, un fiume impetuoso: nulla lo ferma, perché Dio stesso non può, senza annientarsi, impedirgli di riversarsi dal Padre al Figlio, e dal Figlio sullo Spirito Santo, nel quale è eternamente personificato; impetuoso ancora, poiché è giunto fino a noi, per riempirci, rompendo tutti gli ostacoli opposti dall’inferno e dalle nostre passioni al suo libero corso. E questo fiume rallegra la città di Dio, come ci resta da spiegare in modo più dettagliato.

LA GRAZIA E LA GLORIA (50)

LA VITA INTERIORE DEL CATTOLICO (11)

LA VITA INTERIORE DEL CATTOLICO (11)

Mons. ALBAN GOODIER S.J. (Arcivescovo di Hierapolis)

Morcelliana Ed. Brescia 1935

Traduzione di Bice Masperi

CAPITOLO IV

LA VITA DELL’UOMO IN SE STESSO

.1. – Perfezione.

Qualche cosa è stato detto nei capitoli precedenti sull’ideale cattolico e sui mezzi che i fedeli hanno a disposizione per raggiungerlo. Ammettiamo francamente che non è un ideale di questo mondo, sebbene non per ciò contrasti con nessuno dei più nobili ideali umani: i più grandi Santi, compresi rettamente, sono i più grandi eroi e, per la reciproca, in ogni eroe che il mondo venera si riscontra qualcosa di affine alla santità. Un ricco ben di rado è un eroe, ma sovente può esserlo un povero. Un uomo cui arrida la fortuna può di quella appagarsi e non farsi alcun merito personale, mentre sotto il peso dell’insuccesso non di rado l’uomo diventa un vero eroe. Può darsi che un individuo senza alcuna preoccupazione meriti di esser compassionato, mentre quello la cui esistenza è intessuta di pene si conquista sovente la considerazione dei più. “Beati i poveri. Beati i mansueti, Beati quelli che piangono”. Per confermare ed illustrare queste affermazioni, per mostrare che in realtà l’ideale cattolico contiene tutto ciò che il mondo stesso, in cuor suo, non può a meno di onorare e di riverire, qualunque sia l’atteggiamento che ostenterà contro di esso, sarà bene considerarlo a parte. Osserviamo quell’ideale, e i mezzi atti a raggiungerlo, da un altro angolo visuale, da quello soggettivo dell’uomo stesso: nell’idea chiara di un uomo perfetto o di una vita perfetta secondo Nostro Signore troveremo felicemente riassunto ed applicato quanto è stato detto fin qua. L’uomo, anche se considerato solo nell’ordine della natura, è fatto per Iddio. Da Lui viene, in Lui e per Lui vive e si muove e ha l’esser suo; a Lui infine ritorna. Per quanto in debole minoranza, alcuni ancora ne dubitano e forse trovano per ciò ragioni soddisfacenti; per conto nostro, mai siamo riusciti a trovarne. Alla maggior parte dell’umanità pensante, ad ogni uomo normale che non sia illuso i fatti della vita parlano con una logica e con una evidenza loro proprie. Finché l’uomo vive quaggiù egli è interamente nelle mani di Dio, assai più che nelle proprie; quando giunge la fine, è chiaro che nulla al mondo potrà avere seria importanza se non la relazione in cui verrà in quel momento a trovarsi con Dio. Venendo da Dio, essendo creatura sua, l’uomo è di necessità creato pel fine al quale l’ha destinato lo stesso Dio onniveggente e amorosissimo. E ciò dovrebbe dirsi anche se l’uomo andasse considerato come semplice creatura, mero strumento nelle mani di Dio; ma quanto più ora che sappiamo di quale eterno amore Egli lo ha amato e con quali vincoli lo ha unito a Sé! Inoltre, anche come semplici creature, ci è facile scorgere come Dio sia la nostra meta ultima. Essendo Dio quello che è, il Summum Bonum, perfezione assoluta, principio e coronamento di tutto ciò che è eccellente e perfetto, raggiunger Lui o anche solo avvicinarsi a Lui è il fine più nobile di ogni creatura: poiché è la conquista di tutta la pienezza dell’essere a noi consentita, e un fine meno nobile di quello, conosciuta la grandezza e la generosità e l’amore sconfinato di Dio, conosciuto l’uomo, creatura meravigliosa malgrado tutto, e conosciute le sue magnifiche possibilità, apparirebbe indegno di Dio e dell’uomo insieme. La natura stessa proclama che l’uomo è fatto per Iddio. La sopra-natura conferma questa asserzione e dice ancor di più, che cioè l’uomo è fatto non solo per raggiunger Dio come suo ultimo fine, ma anche per vivere la sua stessa vita, per essere non solo una creatura che ha degli obblighi, ma un figlio con doveri e diritti di figlio, un amico, un intimo che l’amore ha innalzato al privilegio di una certa eguaglianza col suo Dio. – E ancora, essendo Dio perfezione infinita e, per ciò stesso, la sorgente di ogni perfezione, ne segue che più l’uomo riesce a rassomigliargli e più comunque partecipa alla perfezione divina, tanto più perfetto sarà in se stesso anche in quanto uomo. “Siate dunque perfetti — disse Cristo — com’è perfetto il Padre vostro celeste”. Ecco la spiegazione della fame insaziabile del più e del meglio insita in ogni uomo: qualunque cosa conquisti quaggiù, non è mai soddisfatto; egli desidera sempre di più; i beni che ha non gli bastano, sono un nulla. “Ci hai fatti per Te, Signore — diceva S. Agostino dopo aver gustato tutti i piaceri senza rimanerne appagato — ci hai fatti per Te, Signore, e il nostro cuore non conoscerà riposo finché non riposi in Te”. – Lo stesso pensiero esprime S. Tomaso con la precisione del suo linguaggio teologico: “fine ultimo dell’uomo è il Bene increato, ossia Dio stesso. Egli solo può, con la sua infinita liberalità, appagare perfettamente il desiderio dell’uomo”. (1-2, III, I) Di conseguenza, qualunque altra cosa l’uomo, sia chiamato a compiere, o elegga egli stesso a scopo particolare della sua vita, in qualsiasi direzione essa lo porti, in definitiva, oltre a tutto e al disopra di tutto egli dovrà preoccuparsi di Dio e tendere a Lui con tutte le sue forze, se vorrà fare della sua esistenza una cosa perfetta e se vorrà conoscere la vera gioia di vivere. La conoscenza di Dio supera ogni altra conoscenza, l’amore di Dio accolto e ricambiato sorpassa ogni altro amore, il servizio leale e devoto prestato a Dio è il più meritevole fra tutti, la vita in Dio, con Dio e per Iddio trascende ogni altra vita, la gloria resa a Dio è la più nobilitante e irradia la sua luce anche su chi a Lui la offre. – Ecco lo scopo della vita, della stessa vita naturale sia dell’uomo che di tutta la creazione, ecco il principio della vera perfezione e della stessa perfezione naturale. L’uomo veramente perfetto è colui che maggiormente lo è agli occhi di Dio, comunque possa apparire agli occhi del mondo; e perfetto secondo Dio sarà chi più chiaramente lo conosce e più ardentemente lo ama, rendendogli perfetto servizio con tutto il cuore. E se ciò è vero dell’uomo nell’ordine naturale, considerato nella sua semplice condizione umana, tanto più sarà vero dell’uomo considerato nell’ordine soprannaturale. Notiamo che nel parlare del soprannaturale noi non intendiamo affatto di eliminare il naturale, ma solo di innalzarlo ad una sfera più elevata. Gesù Cristo non venne a distruggere ma a perfezionare: in Se stesso, nel suo carattere, nella sua vita e nella sua personalità, pur essendo essenzialmente soprannaturale, si mostrò per ciò stesso uomo naturale essenzialmente perfetto. Nell’ordine soprannaturale, come abbiamo tentato di spiegare, l’uomo è stato innalzato da un Dio che lo ama e lo vuole per Sé ad uno stato che trascende quello della natura, oltre i bisogni, le aspirazioni, gli ideali dell’uomo naturale, oltre i suoi sogni e le sue possibilità, tanto oltre, con un orizzonte così vasto e così chiaro aperto d’intorno a sé ch’egli può facilmente dimenticare quanto sta dietro a lui in uno slancio sublime verso ciò che gli sta dinanzi. È stato invitato a vivere, e gliene sono stati offerti i mezzi, in modo tale da potere un giorno godere la visione beatifica di Dio stesso; anzi, sebbene non veda ora che in uno specchio ed in maniera oscura, egli già pregusta, nella vita attuale della grazia, il possesso di quella visione. Ecco perché i Santi di Dio sono gli uomini più felici della terra: essi hanno avuto la visione e pregustato la gioia della vita vera, e ormai nessuna sofferenza, nessuna sconfitta, nessun disprezzo, nessuna ingiustizia potrà separarli dall’amore di Dio ch’essi possiedono in Cristo Signore. È questo l’ideale che il Cattolico ha dinanzi a sé quando parla di uomo perfetto, è questa

la sostanza dei tanti libri che furono scritti sulla perfezione cristiana. Non si deve credere che il Cattolico apprezzi meno per ciò i beni naturali; il fatto è ch’egli ne ha scoperti altri di assai maggior valore. È quel perfezionamento apportato all’ideale naturale da Nostro Signore Gesù Cristo: a coloro che erano nelle tenebre è apparsa la luce e in quella luce si è capovolta tutta la prospettiva umana. Quelli che l’hanno vista si son trovati mutati, son divenuti “pazzi per amore di Cristo”, e per seguir Lui hanno dato via a piene mani ciò che gli altri considerano essenziale alla vita. Alla vita stessa hanno rinunciato volentieri e a tutte le sue vanità, liberamente e gioiosamente, contando per nulla il sacrificio, per assicurarsi le cose “ottime”, la pace e la gioia che Cristo solo può dare in misura piena e traboccante, la verità della vita, la trasparenza dell’anima, l’ardore del cuore, la generosità della mano, la rettitudine dei passi, che sono la ricompensa anche su questa terra di coloro che tutto hanno dato per Lui. E il risultato, anche secondo la misura dei criteri umani, è insuperabile, sia che lo si consideri nell’uomo in sé o nella influenza da lui esercitata sui fratelli, in un S. Bernardo o in un S. Francesco d’Assisi o in un S. Francesco Saverio, in una Santa Teresa, come in un S. Francesco di Sales o in un S. Vincenzo de’ Paoli. Lo stesso mondo pagano aveva nobili ideali che però, messi alla prova, ben di rado potevano resistere e mai produssero tipi paragonabili ai Santi sunnominati. Con tutte le sue idealità e la sua filosofia, con tutta la sua arte e la sua bellezza, l’antico mondo pagano è un mondo di aspirazioni mancate, di delusioni che sfociano nella disperazione. Anche il mondo pagano moderno vanta ideali e campioni altrettanto nobili; ma saranno questi più resistenti di quelli? È un mondo agitato che con gran clamore invoca la pace e non la possiede mai, che va brancolando nel deserto in cerca d’acqua viva e non ne trova. Vuol esser felice ad ogni costo e contro ogni evidenza, vuol godere anche quando la città è in fiamme; la sua miseria è soffocata, non vinta. Considerato spassionatamente, a giudicare dai suoi frutti, il paganesimo moderno è condannato non meno, anzi più, dell’antico. Cristo solo ha “vinto il mondo”. Egli solo ha risolto il problema dell’inquietudine umana e ha detto: “Venite a me, voi tutti che siete affaticati ed oppressi, e io vi ristorerò.” Non ha rinnegato nulla di quanto di meglio il mondo può offrire; ha preso questo meglio e lo ha reso perfetto. Sopra di esso ha costruito un mondo nuovo, e ne è risultata una cosa trascendentalmente diversa. Ma perché ci sia possibile raggiungere questo mondo nuovo, dato che da noi nulla possiamo, — “Nessuno va al Padre se non per me” — si è fatto Egli stesso “la Via” che sola può ad esso condurci, “la Verità” che ce lo farà conoscere, “la Vita” che ce lo farà vivere. Ecco perché seguir Cristo è per il Cattolico via ad ogni perfezione; e l’imitazione, la riproduzione di Cristo in noi, il vivere non più noi, ma Cristo in noi, è l’ideale più alto e più nobile cui possiamo tendere, è l’incarnazione dell’uomo perfetto.

LA GRAZIA E LA GLORIA (48)

LA GRAZIA E LA GLORIA (48)

Del R. P. J-B TERRIEN S.J.

II.

Nihil obstat, M-G. LABROSSE, S. J. Biturici, 17 feb. 1901

Imprimatur: Parisiis, die 20 feb. 1901 Ed. Thomas, v. g.

LIBRO IX

LA PERFEZIONE FINALE DEI FIGLI DI DIO. QUESTA PERFEZIONE CONSIDERATA DAL LATO DELL’ANIMA

CAPITOLO VI

Dell’amore beatifico. Il suo principio, le sue proprietà.

1. I figli di Dio, al termine della loro crescita spirituale, vedranno Dio; questo è ciò che abbiamo cercato di spiegare come balbettando. Solo loro potrebbero dirci chiaramente cosa contemplano e come lo contemplano: ma, oltre al fatto che questo è il segreto del cielo, la nostra infermità sarebbe impotente a comprendere ciò che essi ci direbbero. La stessa impotenza nei confronti del loro amore è quella che ci rende così incomprensibile la visione, di cui è la naturale conseguenza. – Essi vedono, amano. Figli a lungo esiliati che si trovano per la prima volta alla presenza del più amabile dei padri: una pallida immagine dell’ingresso degli eletti nella visione che ci è stata promessa. Non possono i loro cuori sussultare d’amore fino a rompersi il petto, quando lo vedono così buono, così grande, così regale, così glorioso? Lo amavano già tanto, senza averlo visto se non attraverso le fitte tenebre, alla luce della fede, nei suoi effetti, e come da lontano. Ora che lo contemplano apertamente, e che con un solo colpo d’occhio, così fermo che nulla lo abbaglia, così libero che nulla lo ferma, entrano nell’abisso due volte insondabile delle sue processioni interiori e delle sue perfezioni essenziali; ora che lo possiedono, che lo toccano e che sanno di essere indissolubilmente posseduti da Lui, quali non debbano essere i loro impulsi, il loro ardore e il loro trasporto! – Incapace da sola di informarci su questi alti destini, perché rispondono non alla natura ma alla grazia, la filosofia può comunque aiutare la nostra fede, con le sue luci, a farci intravedere la loro grandezza e sublimità. Infatti, cosa ci si insegna della nostra facoltà di amare, cioè della volontà? È che ogni suo atto è essenzialmente un movimento verso il bene e il buono. È solo questo che la muove; è, per usare il linguaggio dei teologi e dei filosofi, il suo oggetto formale, come il colore è l’oggetto della vista, la verità quello dell’intelligenza. Certamente, è in nostro potere far vagare i nostri desideri su un numero infinito di oggetti diversi; ma a condizione che l’occhio dello spirito ci mostri in essi il solo magnete che ci attrae, una realizzazione più o meno perfetta dell’idea del bene. È impossibile per noi volere il male per il male, così come è impossibile affermare interiormente il falso, perché è il falso. E questo è talmente vero che per amare ciò che non è degno della nostra stima o dei nostri affetti, dobbiamo, con una grossolana illusione, attribuirgli le perfezioni che non ha. – Andiamo oltre e chiediamoci da dove provenga a questi particolari beni, che sono l’oggetto delle nostre concupiscenze, la perfezione che ci spinge a cercarli; cerchiamo, in altre parole, dove questa idea, questa ragione del bene, « ratio boni », la cui sola attrazione è in grado di muoverci, abbia il suo pieno e totale compimento. La sana filosofia risponde: da Dio e in Dio. Sì, tutti questi raggi di bontà, che si diffondono sulle creature, emanano da Lui, come dalla loro sorgente originaria: sì, solo in Lui si condensa, per così dire, con infinita pienezza la materia universale delle nostre aspirazioni e dei nostri amori; Egli è il bene per essenza, il Bene sovrano, totale, puro, assoluto. – Ed è per questo che il Dottore Angelico ci dice che quella parte che il primo motore di ogni potenza appetitiva è Dio. (« Omnia appetunt Deum ut finem, appetendo quodcumque bonum: quia nihil habet rationem boni et appetibilis, nisi secundum quod participat Dei similitudinem » Thom. 1 p., q. 44, a. 4 ad 3). La potenza appetitiva è Dio, perché solo Lui ha nella sua infinita perfezione il potere di attirare ogni volontà; solo Lui, facendo la creatura ad immagine della sua bontà, le comunica in vari gradi e le conserva questa attrazione. (S. Thom., de Verit., q. 22, a. 2). Nessuna volontà, per quanto perversa, può tendere verso l’oggetto dei suoi appetiti senza tendere implicitamente verso Dio, poiché questo oggetto è, in virtù della sua stessa natura, una partecipazione finita della bontà infinita. Non è forse stato Sant’Agostino, nel suo magnifico linguaggio, a definire Dio « il bene di tutti i beni; il bene da cui proviene ogni bene; il bene che è solo bene »? (Sant’Agostino, Enarr. in Psalm, XXVI, n. 8; col. De Trinit. L. VI, C. 3. N. 4). – Guardate ora questo figlio di Dio, tormentato dalla sete inestinguibile che lo porta e lo spinge al cuore di ciò che è buono e perfetto. Cosa farà se non si abbandonerà con tutta l’impetuosità del suo cuore a questa bontà che si manifesta così chiaramente e che si dona così liberamente a lui? Essa è in sé stessa il Bene supremo, poiché è tutto l’essere e tutta la perfezione; essa è ancora per lui il suo Bene supremo: possederlo non è forse raggiungere la pienezza del suo essere e della sua stessa perfezione allo stesso tempo? – Dio, essendo il Bene sovrano, è anche il supremo amore. Egli ci ama, non come ama tutte le cose, ma come un amico che apre il suo cuore all’amico, che condivide con lui i suoi segreti più intimi, che lo chiama alla comunione di tutti i suoi tesori e della sua stessa vita. Che modo c’è di non rispondere con amore a questo amore incomparabile, quando lo si vede, quando lo si tocca, e quando è più impossibile distrarsi da esso, anche solo per un momento, più di quanto si possa ignorare se stesso? – Essi vedranno ed ameranno. La teologia ci insegna che nel seno della divinità la conoscenza e l’amore vanno di pari passo: in altre parole, se Dio è per essenza l’infinita comprensione di se stesso, è anche l’infinito amore. Da ciò sappiamo che dal Padre e dal Verbo di Dio, termine eterno della conoscenza eterna del Padre della loro comune bontà, procede eternamente lo Spirito divino, cioè l’amore vivo e consustanziale di questa stessa bontà. Pertanto, affinché l’immagine corrisponda al suo esemplare, affinché la copia riproduca il suo modello, ai contemplatori creati della bontà divina abbisogna un amore che si armonizzi con la loro conoscenza, che scaturisca da essa come lo Spirito di Dio scaturisce dal suo Verbo, ed è pari ad esso in perfezione. – Considerato nel suo principio, l’amore dei figli adottivi che hanno raggiunto il termine, non differisce da quello che hanno avuto nel cammino: entrambi scaturiscono dalla stessa fonte che è la carità divina. Così, la perfezione finale della volontà non corrisponde in tutto e per tutto a quella dell’intelligenza. In quest’ultima, la luce della gloria succede alla fede; con le sue oscurità e i suoi veli, la fede non può essere il principio della visione faccia a faccia, né è compatibile con essa. Come si può credere, anche sull’autorità di Dio, a ciò che si contempla in una luce nebulosa, senza che sia possibile distogliere per un attimo lo sguardo da essa? Ma la carità rimane nella volontà, secondo le parole dell’Apostolo: « La carità non avrà mai fine » (Cor. XIII, 8). – La ragione di questa differenza è la stessa che dà alla carità la sua preminenza sulle altre due virtù teologali. Tutte e tre, è vero, hanno Dio come oggetto proprio, e di conseguenza non è con l’eccellenza relativa del loro oggetto che possiamo stabilire un titolo di superiorità per l’una o per l’altra. La disuguaglianza in questa comunità di oggetti è data dal rapporto di maggiore o minore vicinanza che essi hanno con Lui. La fede e la speranza non sono, in virtù della loro stessa natura, prive dell’idea di distanza; infatti, l’una crede ciò che non vede, l’altra spera in ciò che non possiede ancora. D’altra parte, la carità non si concepisce senza un certo possesso di ciò che ama, poiché ha per sua natura il carattere dell’unione. « Chi rimane nella carità – dice l’Apostolo dell’amore – rimane in Dio e Dio in lui » (I Joan, IV, 16). Come può la carità, le cui aspirazioni e desideri tendono ad un’unione sempre più stretta, svanire quando questa unione si consuma nella presenza? (S. Thom. 1. 2. D. 66, a. 6). Il suo singolare privilegio è quindi quello di condurci a Dio e di rimanere con noi alla fine del nostro cammino, quando saremo pienamente in Dio. Essa è il peso che ci traporta lì, e il peso che ci fissa lì; nasce e cresce sulla terra e solo in cielo fiorisce pienamente. Nascendo e crescendo sulla terra, essa non si espande pienamente che in cielo, glorioso in questo doppio soggiorno, ma più felice nel secondo, perché nulla potrà mai minacciare la sua esistenza né turbarla nelle sue ineffabili effusioni.

2. – Dopo questi pochi accenni alle cause dell’amore beatifico, meditiamone le proprietà. La carità può essere perfetta in questa vita? Questa è una delle domande che si pongono universalmente i teologi quando devono trattare di questa virtù. Ora, la perfezione della carità può essere considerata da due punti di vista: dal punto di vista dell’oggetto e da quello del soggetto. Dal primo punto di vista, c’è solo una carità assolutamente perfetta, con cui Dio ama Se stesso, perché solo Lui può amare Se stesso in quanto amabile, così come solo Lui può conoscere Se stesso in quanto intelligibile. La misura della sua amabilità è la sua stessa bontà; e poiché la sua bontà non ha limiti, anche l’amore di questa bontà, per essere adeguato alla sua amabilità, deve escludere ogni limite, essere infinito. Riunite, se possibile, tutte le potenze dell’amore che possano trovarsi nelle creature, mai uguaglieranno le divine amabilità; infatti, queste potenze, per quanto grandi e numerose possiate immaginare, saranno sempre di una virtù limitata, perché sono di una virtù creata. Ma dal secondo punto di vista, la creatura può amare Dio perfettamente: poiché amarlo in questo modo significa adempiere al precetto della carità: « Amerete il Signore vostro Dio con tutto il vostro cuore, con tutta la vostra anima, con tutta la vostra forza e con tutta la vostra mente » (Lc., X, 27; Deut., VI, 5). – Facciamo notare, tuttavia, che l’adempimento del precetto ha i suoi gradi. Ogni uomo può, con l’aiuto della grazia, avere abitualmente il cuore in Dio, in modo da non pensare e fare nulla di contrario al suo amore; e non solo può farlo, ma deve farlo, pena la perdita dell’amicizia divina e la compromissione della salvezza eterna della sua anima. La creatura ragionevole può e riesce a salire ancora più in alto nello stato di prova che è il nostro, quando si dedica interamente alle cose di Dio e non è disposta a prestare alcuna attenzione alle altre se non quella richiesta dalle necessità della vita presente. Al di sopra di questa perfezione, la più alta possibile per l’uomo, finché è in cammino, trovo il terzo e supremo grado della carità, che non è più della terra ma del cielo: tutto il cuore dell’uomo è diretto attualmente e sempre verso Dio (S. Thom, 2, q. 24, a. 8; de Carit, a. 10). – Cerchiamo di capire qual sia l’eccellenza della carità nella patria. Quaggiù, quanti ostacoli impediscono alle anime più generose di correre, come vorrebbero, verso la Bontà sovrana, unico oggetto del loro amore. Infatti, per non parlare delle inclinazioni disordinate che tendono incessantemente a piegarci verso beni fragili e bugiardi, ci sono le occupazioni volgari della vita che ci dividono (I Cor., VII, 24); e, anche se arrivassimo a respingere questi impedimenti con una rinuncia totale, il peso della mortalità, che grava su tutti i figli di Adamo, sarebbe comunque sufficiente a paralizzare o almeno a ritardare il libero volo dell’amore. Tale è il lamento dei Santi e la materia dei loro gemiti, che non possono cioè amare il loro Dio con tutto lo sforzo della loro volontà, senza alcun cedimento, senza interruzioni, costantemente e sempre. – Chi può meravigliarsi che la meta verso cui essi tendono sfugga in mille modi ai loro sforzi? L’amore dipende dalla conoscenza: perché il cuore sia attualmente in Dio, è necessario che l’intelletto lo mostri attualmente come sovranamente amabile. Ora non è possibile per la nostra debolezza avere l’occhio dell’anima così costantemente fisso su Dio da non perderlo mai di vista. Quando anche, quindi, tutti gli altri ostacoli venissero rimossi, queste distrazioni necessarie sarebbero sufficienti a sospendere l’impulso del nostro amore. Ma in cielo, come sappiamo, l’intelligenza è necessariamente e perennemente nell’atto stesso di contemplare Dio, e questa visione faccia a faccia, dalla quale nulla può distrarre, termina nell’amore. Il vedere sempre, porta ad amare sempre ciò che vediamo, perché lo vediamo infinitamente amabile. Questa è dunque la prima proprietà della carità nella patria: essa è sempre in azione. – La seconda proprietà è che si tratta dell’atto di amare come la visione beatifica: è eternamente immutabile, eternamente uguale. Quaggiù, anche quando la carità sia così profondamente radicata in un cuore e che da esso nulla possa strapparla, gli atti d’amore che ne derivano sono successivi e molteplici; ciò è dovuto alle infermità di cui abbiamo parlato prima. Ma perché dovrebbe esserci una successione nella gloria se la luce è sempre presente e l’attenzione sempre vigile? È possibile che la volontà sia incostante e mutevole? Lo capirei, se l’occhio dell’anima le presentasse una bontà finita, o se la conoscenza che ha della bontà infinita non fosse la visione immediata e perfettamente chiara di essa. Ma il Bene perfetto, contemplato senza ombre e veli attira necessariamente l’amore a sé, poiché si offre come è in sé, come il bene, il bene non mescolato, tutto il bene. È un motore la cui potenza infinita non lascia alcuna possibilità di resistenza alla volontà a cui esso sia applicato da se stesso. Poiché, dunque, nulla può ostacolare questa applicazione, nulla può interrompere il suo effetto, intendo dire il movimento d’amore che porta la volontà verso il suo Dio. – Sarebbe una fatica l’amare sempre? Ma quale stanchezza si può immaginare in una potenza dell’Anima, quando raggiunge con la sua operazione più perfetta l’oggetto più perfetto della sua attività? Ripetiamo quanto già detto a proposito dell’intelligenza: nulla danneggia o affatica l’esercizio di un potere spirituale più della concomitanza obbligatoria delle facoltà organiche. Ora, questa dipendenza che si trova ovunque nella condizione attuale della nostra natura, la vita beata non la conosce né la può ammettere. Potrebbe essere, infine, che la necessità di crescere nell’amore richieda una successione di atti? Ma una volta che gli eletti sono con Dio, non c’è più crescita. Alt alla crescita nella virtù, perché la carità risponde alla grazia e la grazia non può essere aumentata dai Sacramenti che non vengono dal cielo, né da meriti il cui tempo è passato. Non c’è quindi un’ulteriore crescita nell’atto d’amore, poiché, fin dall’inizio, l’anima, divinizzata dalla grazia e rafforzata dalla virtù, si dirige verso Dio con tutto il fervore e l’intensità di cui questi principii l’hanno resa capace. Quindi, dal punto di vista dell’amore e della conoscenza, questo è il termine. Pretendere che negli eletti ci sarà un futuro perfezionamento nel loro amore dell’infinita bontà, equivarrebbe a dire o che la virtù possa essere in loro ulteriormente sviluppata, o che essi non abbiano amato fin dall’inizio con tutta la misura delle loro forze e la piena capacità del loro cuore. – Ora, se l’atto di amore beatifico non ammette cambiamenti, esclude, a maggior ragione, qualsiasi molteplicità simultanea negli atti. Una visione unica richiede un amore unico, e non è nemmeno pensabile che due movimenti affettivi dello stesso tipo, che rispondano alla stessa conoscenza e riguardino lo stesso oggetto, possano coesistere contemporaneamente nella stessa volontà. – Tuttavia, questo atto, per quanto unico, include nella sua eminente semplicità tutte le perfezioni richieste dalla bontà divina, il suo termine ed il suo oggetto. È benevolenza, compiacimento e gratitudine senza limiti; è l’amore di un figlio per il migliore dei padri, di un amico per il più generoso degli amici, di una sposa per lo sposo sovranamente amabile; un amore al tempo stesso tenero e forte come la morte, ardente e riverente, che si innalza fino alla bontà suprema e si abbassa davanti ad essa fino al nulla, sempre sazio e sempre insaziabile, il più spontaneo di tutti e tuttavia il più necessario, che non sa cosa sia l’invidia ed è geloso all’eccesso nel vedere ciò che ama unicamente amato; un amore che, essendo solo amore, persegue con odio implacabile tutto ciò che si opponga all’onore di Dio: perché se non fosse tutto questo, non sarebbe più una partecipazione perfetta all’Amore infinito di cui è l’immagine più eccellente. – Un’altra caratteristica che è sufficiente segnalare nell’amore degli eletti è la loro disuguaglianza. Disuguali nella grazia, disuguali nella visione, come non sarebbero disuguali anche nella virtù dell’amore e nel suo atto? Lampade luminose e ardenti, sospese nel firmamento del cielo, non emanano la stessa intensità di luce e di fuoco, sebbene ognuna di esse sia inondata di luce e si sciolga negli ardori. Chi dirà che la B. Vergine, Madre di Dio, non ami incomparabilmente più di tutti gli uomini e di tutti i Serafini, anche se i loro atti d’amore sono uniti in un unico e medesimo amore? Come abbiamo già osservato, se tutti i figli di Dio vanno nell’amore fino al termine del loro potere di amare, le capacità, così come la grazia e la gloria, sono diverse. Chi sente in sé la nobile ambizione di amare eternamente Dio senza misura, lavori per perfezionarsi nella santa virtù della carità, perché è alla perfezione della via che l’amore corrisponderà in patria. – Un’ultima proprietà dell’amore beatifico, implicita nelle precedenti, è che esso esclude non solo il peccato, ma pure la possibilità stessa di commetterlo. Se quaggiù capita, anche alle anime più ferventi, di cadere in qualche infedeltà, io ne trovo due ragioni principali. In primo luogo, esse non hanno sempre le infinite bontà di Dio davanti agli occhi della loro anima, e anche se il ricordo di Dio fosse presente per loro, esso non sarebbe la chiarezza della visione; in secondo luogo, e per naturale conseguenza, esse non sono sempre in un necessario e attualissimo esercizio di perfetta carità. Perciò, dove non si è e non si può essere privi della visione più immediata e chiara della bontà divina; là dove l’amore di Dio regni attualmente e necessariamente nel cuore, re e padrone di tutti gli affetti, non c’è spazio per le piccole offese, incompatibili non dico con l’abitudine, ma con l’atto sovrano della carità. – Datemi un uomo che possa amare una cosa indipendentemente dal bene che vede o pensa di vedere in essa, e vi mostrerò un uomo benedetto che ama un bene finito con un amore che non si armonizza con l’amore perfetto di Dio. La vista di Dio compie questa meraviglia, fa sì che « la volontà ami altrettanto necessariamente ciò che ama, in relazione a Dio, come in coloro che non vedono ancora, essa ama tutto ciò che essa ama sotto la ragione comune del bene. » (S. Thom., 1, 2, q. 4 a. 4). La ragione di ciò è ovvia, se si è disposti a riflettere. Poiché la mia volontà è fatta per il bene, posso distoglierla da un bene particolare verso un altro bene finito: nessuno dei due realizza pienamente in esso quella nozione generale di bene, al di fuori della quale non posso amare o volere nulla. Ma quando Dio mi si rivela manifestamente come la piena, universale e perfetta comprensione di ogni bene, la stessa impossibilità che mi impedisce di amare qualcosa di diverso dal bene, mi proibisce anche di guardare e amare come mio bene ciò che non si riferisca al Bene supremo, tesoro e fonte di ogni bene. – Un esempio, dato dall’Angelo della Scuola, completerà il portare in pieno alla luce queste verità. La mente umana può indulgere in deviazioni finché non abbia trovato il principio evidente su cui poggia l’oggetto dei suoi pensieri; ma una volta che questa verità maestra abbia gettato la sua luce sulle conclusioni fino ad allora più o meno incerte, l’errore, a meno che non si chiudano gli occhi, non è più possibile. Ora, quali siano i principi nell’ordine delle cose intelligibili, l’ultimo fine, ossia il Bene sovrano dell’uomo, è nell’ordine degli oggetti dell’appetito (S. Thom. Compend. Theolog., c. 166). Ditemi: che cosa vi allontana da questo oggetto amato per inclinare i vostri affetti verso un altro indipendente dal primo? È che esso non sia, o almeno che non vi appaia manifestamente adeguato ai vostri desideri. Così l’anima a cui Dio si mostra e si dona nella pienezza della sua infinita bontà, non può più amare nulla né cercare nulla al di fuori di Lui. È una beata impossibilità che fa sospirare tante anime, innamorate dell’Amore divino, verso una condizione in cui la loro debolezza sarà salvaguardata per sempre dal più grande dei mali, l’offesa di Dio, il peccato.