SALMI BIBLICI: “QUOMODO DILEXI LEGEM TUAM” (CXVIII – 6)

SALMO 118 (6): “QUOMODO DILEXI LEGEM TUAM”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME TROISIÈME (III)

PARIS – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 118 (6)

MEM.

[97] Quomodo dilexi legem tuam,

Domine! tota die meditatio mea est.

[98] Super inimicos meos prudentem me fecisti mandato tuo, quia in æternum mihi est.

[99] Super omnes docentes me intellexi, quia testimonia tua meditatio mea est.

[100] Super senes intellexi, quia mandata tua quæsivi.

[101] Ab omni via mala prohibui pedes meos, ut custodiam verba tua.

[102] A judiciis tuis non declinavi, quia tu legem posuisti mihi.

[103] Quam dulcia faucibus meis eloquia tua! super mel ori meo.

[104] A mandatis tuis intellexi; propterea odivi omnem viam iniquitatis.

NUN.

[105] Lucerna pedibus meis verbum tuum, et lumen semitis meis.

[106] Juravi et statui custodire judicia justitiae tuæ.

[107] Humiliatus sum usquequaque, Domine; vivifica me secundum verbum tuum.

[108] Voluntaria oris mei beneplacita fac, Domine, et judicia tua doce me.

[109] Anima mea in manibus meis semper, et legem tuam non sum oblitus.

[110] Posuerunt peccatores laqueum mihi, et de mandatis tuis non erravi.

[111] Hæreditate acquisivi testimonia tua in æternum, quia exsultatio cordis mei sunt.

[112] Inclinavi cor meum ad faciendas justificationes tuas, in æternum, propter retributionem.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO CXVIII (6).

MEM

97. Quanto cara è a me la tua legge, o Signore! Ella è tutto quanto il giorno la mia meditazione.

98. Col tuo comandamento mi facesti prudente più dei miei nemici, perché io lo ho davanti in eterno.

99. Ho capito più io, che tutti quelli che m’istruivano; perché i tuoi comandamenti sono la mia meditazione.

100. Ho capito più che gli anziani, perché sono andato investigando i tuoi comandamenti.

101. Da ogni cattiva strada tenni indietro i  miei passi per osservare i tuoi precetti.

102. Non declinai da’ tuoi giudizi, perché tu  mi hai dato una legge.

103. Quanto son dolci alle mie fauci le tue parole! più che non è il miele alla mia bocca

104. Da’ tuoi comandamenti feci acquisti di scienza; per questo ho in odio qualunque via d’iniquità.

NUN.

105. Lucerna a’ miei passi ell’è la tua parola, e luce a’ miei sentieri.

106. Giurai, e determinai di osservare i giudizi di tua giustizia.

107. Io sono umiliato per ogni parte, o Signore: dammi vita secondo la tua parola.

108. Sien graditi a te, o Signore, i volontarii sacrifizi della mia bocca; e insegnami i tuoi giudizi.

109. Porto sempre l’anima mia nelle mie mani; e non mi sono scordato della tua legge.

110. I peccatori mi tesero il laccio; ma io non uscii della strada de’ tuoi precetti.

111. Per mia eterna eredità feci acquisto de’ tuoi insegnamenti, perché essi sono il gaudio del cuor mio.

112. Inchinai il mio cuore ad eseguire eternamente le tue giustificazioni per amore della  retribuzione.

Sommario analitico

VI SEZIONE

97-112.

Il Re-Profeta, considerando i molteplici pericoli del viaggio, è ricorso alla meditazione, alle ispirazioni interiori della legge di Dio come ad un fedele amico per scoprire le insidie e gli inganni dei suoi nemici.

I. L’amore, e di seguito la meditazione continua della legge di Dio, perfeziona l’intelligenza e la volontà (97). – Quest’amore perfeziona l’intelligenza:

1° scoprendo tutte le trappole e le insidie del nemico (98);

2° dandoci una saggezza, una prudenza superiore alla scienza, alla saggezza dei maestri più abili ed alla prudenza degli anziani più sperimentati (99, 100).

II.- La pratica, l’osservanza fedele della legge:

1° Fa evitare un gran numero di peccati, presentando la legge che li evita, così come imposto da Dio stesso (101, 102);

2° è una causa delle gioie più dolci (103), delle delizie spirituali, mille volte più dolci, senza paragoni, di tutte le dolcezze sensibili; dolcezze non sempre sensibili, ma sempre molto reali e veraci;

3° ispira un vero orrore di ogni specie di male, e per tutte le vie che vi conducono (104);

4° ci dirige con sicurezza nella via dei comandamenti (105);

5° afferma la volontà nella risoluzione di esservi fedele (106);

6° Rende gradevoli a Dio i sacrifici volontari che essa ispira (108).

III. – I motivi che portano il Profeta a questa meditazione costante, a questa osservanza fedele della legge di Dio sono:

1° I pericoli estremi che gli fanno correre i suoi nemici (109, 110);

2° L’obbligo che gli viene imposto come eredità, di essere fedele alla legge di Dio (111);

3° La speranza della ricompensa (112)

Spiegazioni e Considerazioni

VI SEZIONE — 97-112

I. – 97-100

ff. 97- 100. – Dopo aver precedentemente detto: « Il vostro comandamento è di largo accesso, » il Profeta ci mostra qui la larghezza di questo comandamento: « Signore, quanto ho amato la vostra legge. » Questa larghezza della legge è dunque la carità. Come si potrebbe, in effetti, amare ciò che Dio ci ordina di amare, se non si amasse il comandamento che lo ordina? Ora, questo comandamento è la Legge stessa. « Tutto il giorno, egli dice, è la mia meditazione. » Io l’ho amata a tal punto che ogni giorno, essa è la mia meditazione. Tutto il giorno significa tutto il tempo, e cioè che sempre questo santo amore trionfa della concupiscenza, che spesso si oppone all’adempiere il compimento delle prescrizioni della legge. (S. Agost.). – Man mano che si conosce la legge di Dio, la si ama, e quanto più la si ama, più la si conosce, perché è l’amore che ce la fa conoscere e che ci fa entrare – dice S. Agostino – nella verità dai canti. – Il Profeta avrebbe potuto dire: Con quale alacrità ho compiuto la vostra legge! Ma poiché egli ha molto più merito nel fare qualcosa per amore, piuttosto che per timore, egli dice: « Quanto ho amato la vostra legge! » … Ci sono molti che danno ai poveri per paura di essere rimproverati per la loro cupidigia ed empia avarizia; ci sono molti che vengono in Chiesa, perché temono che si noti la loro assenza e la loro negligenza; ma non tutti amano ciò che praticano. Obbedire per necessità è dunque inconciliabile con l’amore, perché è impossibile non volere ciò che si ama. L’amore, dal canto suo, può essere separato dall’opera, quando si fa qualcosa per timore o per pudore. Ma il Profeta non è sottomesso ad alcuna di queste imperfezioni. Ciò che ama, egli fa, e ciò che fa, lo ama e se ne occupa continuamente, perché medita la legge di Dio tutti il giorno ininterrottamente (S. Ilar.). – Meditate dunque tutto il giorno la Legge di Dio, non contentatevi di una lettura superficiale. Se volete comprare un campo, acquistare una casa, prendete consiglio da un uomo più prudente, ed esaminate con cura il valore di ciò che comprate per non essere ingannato. Ma qui si tratta di comprare voi stessi, è in questione il vostro prezzo; considerate ciò che siete, quale nome portate e che voi acquistate, non un campo, non argento o pietre preziose, ma Gesù-Cristo, al quale nulla può essere comparato. Prendete dunque per consiglieri Mosè, Isaia, Geremia, Pietro, Paolo, Giovanni, ed il gran Consigliere Gesù, Figlio di Dio, per acquisire il possesso del Padre. È con essi che bisogna trattare questo affare, è con essi che bisogna conferire, che bisogna meditare tutto il giorno come faceva Davide. (S. Ambr.). – Noi abbiamo sotto gli occhi una folla di giovani chierici la cui saggezza sorpassa quella dei vegliardi, la cui maturità previene l’andamento del tempo, e che suppliscono all’età con la santità. Eccellenti giovani sembrano ancor fanciulli per gli anni, ma sono sicuri per malizia. Io dico per malizia e non per saggezza, perché essi non danno a nessuno, secondo l’avviso di S. Paolo, il diritto di disprezzare la loro gioventù. Giovani virtuosi sono preferibili ad uomini vecchi nel vizio (S. Bern. De mor. et off. Episc. VII). –  « Voi mi avete reso più prudente dei miei nemici, etc. » La vera prudenza dei Cristiani consiste nel saper trarre la loro salvezza dal male anche quando lo fanno i loro nemici; invece tutta la prudenza di coloro che li perseguitano, si reduce a perdere se stessi, e non pensano che a perdere gli altri. Questa non è una lettura passeggera, ma uno studio, una meditazione continua della Legge di Dio presa come regola costante ed inviolabile della nostra condotta che non può ispirarci questa prudenza (S. Ambr. e Dug.). –  « Io ho più intelligenza di coloro che mi istruivano, etc. » Il linguaggio del Re-Profeta sembrerebbe qui presuntuoso e temerario, se non avesse dichiarato precedentemente, in un altro Salmo, che Dio stesso era stato suo Maestro. Egli vuole dunque farci intendere che gli uomini non possono insegnare ciò che è divino, e che, di conseguenza, coloro che pretendono di insegnare, ignorano ciò che essi insegnano, mentre il discepolo che è istruito da Dio, ne ha la conoscenza. Oltre al dono di Scienza che si deve alle comunicazioni intime dello Spirito-Santo, noi vediamo ancora qui che vi sono un gran numero di maestri e di dottori che si vantano di insegnare ciò che essi non comprendono, mentre vi sono tanti discepoli che, con la loro applicazione personale, giungono a conoscere ciò in cui i loro maestri non sono stati capaci di istruirli (S. Ambr.). – È così che noi vediamo un gran numero di anime comuni, senza scienza alcuna, ma che si occupano continuamente della Legge di Dio, spesso più illuminati di sapientissimi dottori, o di direttori rinomati che li istruiscono (Dug.). – « Io sono stato più intelligente degli anziani, etc. », bene stupendo che viene da Dio, egli ha più intelligenza degli anziani, perché per grazia di Dio, si è elevato fino alla scienza ed alla maturità della vecchiaia. Così come la vita senza macchia è una lunga vita, (Sap. IV, 8), ugualmente la scienza perviene ad una vita pura e senza macchia, considerata come una vera vecchiaia dell’uomo … indice di una vecchiaia venerabile, ed è prudenza più grande, e che dà ad un consiglio la maturità dell’età che non è la lunghezza della vita, ma la saggezza e la maturità dell’intelligenza. (S. Ambr.). – Io ho – dice il Re-Profeta – avuto grandi difficoltà durante i miei anni giovanili con nemici potenti, con cortigiani anziani e corrotti; ma sono stato più accorto di loro, mi sono burlato delle finezze di questi vecchi sperimentati, senza intendere altra finezza se non ricercare semplicemente i comandamenti di Dio (Bossuet, Sur la loi de Dieu).

ff. 101, 102. – « Ho allontanato i miei piedi da ogni via cattiva. » È veramente degno di essere più intelligente degli anziani, colui che, onorato dall’ispirazione dello Spirito Santo, insegna ai vegliardi non solo l’intelligenza della verità, ma ancora la fuga dal peccato e la vigilanza per preservarsi da ogni colpa. La fragilità umana è portata a scendere rapidamente la china del male ed a precipitarsi verso ogni colpa. La fragilità umana è portata a scendere rapidamente la china del male ed a precipitarsi nel vizio con le sue passioni; così il Re-Profeta insegna a garantirsi da questo pendio scivoloso e dalla sinuosità pericolosa della strada. « Io ho allontanato i miei piedi da ogni strada cattiva, cioè dalle vanità di questo mondo che è interamente nel male. Tutto ciò che è dubbioso, incerto nei suoi risultati, è cattivo. Una luce incerta è per noi una luce cattiva, noi dobbiamo considerare come cattivo tutto ciò che mescola la tenebre del male alla verità (S. Ambr.). – Le passioni sono i piedi dell’anima che la portano al bene o al male, secondo che siano buone o cattive. – Occorre dunque dapprima sforzarci di allontanarci da ogni via cattiva, di ritirarcene se vi ci siamo lasciati condurre, e poi in seguito applicarci ad osservare la Legge di Dio.  Voler osservare la legge di Dio prima di allontanare i propri passi dalle vie d’iniquità, è un errore. (S. Hilar.). – « Io non mi sono allontanato dai vostri giudizi. » Il Profeta ci indica come dobbiamo allontanare i nostri piedi da ogni via cattiva, ed avere sempre davanti agli occhi i giudizi di Dio e la lotta che Egli ci ha prescritto (S. Hilar.). Il popolo cristiano scelto tra le nazioni, può dire a giusto titolo: « Voi mi avete prescritto una legge. » Non è da Mosè, né dai Profeti, ma da Voi stesso, Signore Gesù-Cristo. « Voi mi avete prescritto una legge, », cioè il Vangelo; ecco perché non mi sono mai allontanato dalla strada, perché ho fissato i miei sguardi su di Voi, io vi ho conosciuto e, seguendo i vostri sentieri, ho conosciuto la vera strada.

II. — 103-108.

ff. 103, 104. – Il Re-Profeta intende in anticipo la predicazione del Vangelo, che lo spirito profetico gli scopriva, ed esclama: « Le vostre parole sono dolci al mio palato; il miele più squisito è meno gradito alla mia bocca. » – Il miele è dolce alla bocca e non alla gola; al di là della bocca e del palato, il senso del gusto non ha azione. Le parole divine, al contrario, sono dolci alla gola, perché scivolano e penetrano nel più intimo dell’anima. Esse sono gradevoli, non alla bocca, come gli alimenti, ma fanno sentire la loro dolcezza là ove risiede il senso della conoscenza, della prudenza e dell’intelligenza (S. Ilar.). – Cosa c’è di più dolce, in effetti, che intendere annunziare la remissione dei peccati, una vita eternamente felice e la resurrezione dai morti, dolci e sante credenze che vengono ad addolcire tutto ciò che sapeva di morte eternamente dolorosa. È credendo a queste verità che noi abbiamo cominciato ad affrancarci dal timore e a dire: « o morte, dov’è la tua vittoria? » Con ragione egli dice: le vostre parole sono dolci al mio palate perché la grazia spirituale è stata diffusa nel più intimo del nostro cuore (S. Ambr.). – È là questa soavità che il Signore dà, affinché la nostra terra produca il suo frutto; (Ps. LXXXIV, 13); vale a dire, affinché ci faccia veramente bene ciò che è bene, non per il timore di un male carnale, ma per la dolcezza del bene spirituale … alcuni manoscritti aggiungono: « E il raggio del miele. » La chiara dottrina della saggezza è simile al miele; ma il raggio del miele designa la saggezza che proviene dai misteri nascosti, come le cellule di cera che nascondono il miele, dalla bocca di colui che li spiega e sembra schiacciarli con i suoi denti. Ma questo miele è dolce alla bocca del cuore e non a quella della carne. (S. Agost.). – Cosa significano queste parole che vengono dopo: « Io ho compreso per i vostri comandamenti, » parole tutte diverse da queste: « Io ho compreso i vostri comandamenti. » Il Profeta dichiara dunque di aver compreso e, con l’aiuto dei comandamenti di Dio, è giunto a comprendere le cose che desiderava sapere. È in questo senso che è scritto: « Voi avete desiderato la saggezza; osservate i comandamenti ed il Signore ve la darà! » (Eccli, I, 33), per timore che uno di coloro che mettono il carro davanti ai buoi non voglia, prima di avere acquisito l’umiltà e l’obbedienza, raggiungere le altezze della saggezza, che non può comprendere se essa non viene a suo tempo. Questi uomini ascoltino dunque queste parole: « Non cercate di raggiungere ciò che è troppo elevato per voi, né di scrutare ciò che oltrepassa le vostre forze; ma ciò che Dio vi ha comandato, abbiatelo sempre sotto gli occhi. » (Ibid. III, 22). È così che l’uomo giunge alla saggezza dei misteri con la sottomissione ai comandamenti. (S. Agost.).

ff. 105-108. – Questa parola di cui il Profeta dice: « Essa è la lampada che illumina i suoi piedi e la luce dei suoi passi, » è la parola che è stata messa nella bocca dei Profeti, e che è stata predicata dagli Apostoli (S. Agost.). – Questa parola è per gli uni una semplice fiamma, per gli altri una grande luce. Essa è una torcia per me, una lampada viva per gli Angeli. Essa era una luce per Pietro quando l’Angelo si pose presso di lui nella prigione e fu circondato da una luce chiara. Essa era una luce per Paolo quando, in mezzo ad una accecante chiarezza, intese una voce che gli diceva: « Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? » (Act. XII, 7). La debole luminosità della fiamma che illuminava Paolo sparì davanti allo splendore della luce divina … La parola di Dio, deve essere la fiamma che guida i nostri piedi e la luce che rischiara i nostri sentieri. Una torcia è sufficiente ai nostri piedi perché possano camminare, ma non è sufficiente per illuminare i nostri sentieri stretti ove è facile smarrirsi. Ora, la stessa parola di Dio è nel contempo, la fiamma che guida i nostri passi e la luce che rischiara i nostri sentieri (S. Ambr.). – Come altre volte, Dio illuminava nell’oscurità della notte questa misteriosa colonna di fiamme che conduceva il suo popolo in questa immensa distesa di terre incolte e deserte; così ci ha proposto come una fiamma celeste, la sua Legge ed i suoi ordini, per rassicurare il nostro spirito fluttuante e dirigere i nostri passi incerti (BOSSUET, Sur la lot de Dieu.). – Colui che cammina alla luce di questa fiamma, ed i cui passi seguono il diritto cammino può dire con tutta fiducia: « Io ho giurato e son risoluto fortemente di osservare i vostri comandamenti. » Colui che ha preso una forte risoluzione, non è più abbattuto, non teme di cadere, perché è fortemente stabilito, come radicato nella risoluzione che ha preso. Davide, dunque si tiene fortemente stabilito in questa risoluzione che ha formulato, senza timore alcuno di smarrirsi in mezzo alle tenebre di questo mondo, perché egli temeva, non giurava; se egli tremava di non potere osservare i comandamenti di Dio, non avrebbe aggiunto a questa ferma risoluzione la consacrazione del giuramento. Nessuno giura legittimamente se non a condizione di sapere bene quale sia l’oggetto del suo giuramento. Giurare, è dunque indice di scienza e la testimonianza di una coscienza perfettamente illuminata dalla luce della parola di Dio (S. Ambr.). – Ed è per la fede che si riguardano i giudizi della giustizia di Dio, perché si crede che sotto questo giusto giudizio, nessuna buona azione non abbia ricompensa e nessun peccato resti impunito. Ma come il Corpo do Cristo si è formato alla fede per mezzo di numerose ed orribili sofferenze, il Profeta aggiunge: « Io sono stato umiliato fino al punto estremo; », cioè egli ha sofferto la più forte persecuzione, perché aveva giurato e risolto di riguardare i giudizi della giustizia di Dio. E per timore che la sua fede non si indebolisse in questa terribile umiliazione, egli aggiunge: « Signore, datemi vita secondo la vostra parola, cioè secondo la vostra promessa. » (S. Agost.). – Colui che è umiliato riceve la vita secondo la promessa del Signore; colui che è vivificato dallo Spirito di Dio è un servo volontario. Importa molto in effetti, sapere se si faccia volontariamente o per necessità ciò che piace a Dio. Colui che serve Dio volontariamente, merita una ricompensa; colui che lo serve forzatamente compie un dovere, secondo la dottrina dell’Apostolo (I Cor. IX, 16, 17), (S. Ambr.). – Con questi atti volontari della bocca, bisogna intendere dei sacrifici di lode offerti da una confessione tutta d’amore e non per il timore che impone la necessità. È in questo stesso senso che egli allora dice: « Io vi offrirò dei sacrifici volontari. » (Ps. LII, 8), (s. Agost.). – Egli aggiunge: « Ed insegnatemi i vostri giudizi, perché i giudizi di Dio sono come un abisso profondo ed insondabile (Rom. IV, 33), e non possiamo che conoscerli che alla scuola di Gesù-Cristo, che è il nostro solo ed unico Maestro in tutto. Ora a questi giudizi che ci insegna, e cioè di non rendere il male, ma di fare del bene a coloro che ci hanno offeso, è sul suo esempio  non maledire coloro che ci maledicono, non colpire quelli che ci colpiscono, ma indirizzare a Dio la preghiera che questo divino Salvatore indirizzava a suo Padre sulla croce per i suo carnefici (Luc. XXIII, 34): « Padre, perdona loro, perché non sanno qual che fanno. » (S. Ambr.).

III.— 109-113.

ff. 108, 110. –  « La mia anima è sempre tra le mie mani; » Vale a dire, io sono sempre in pericolo di perdere la vita. O meglio, in senso più verosimile, io porto sempre la mia anima nelle mie mani, per considerarla attentamente, per vedere ciò che le manca, per esaminare e purificare tutti i suoi pensieri, tutte le sue affezioni. – « La mia anima è sempre nelle mie mani. » Così come noi non possiamo obliare ciò che teniamo nelle nostre mani, non dobbiamo dimenticare mai il grande affare della nostra anima, e sia questa la principale sollecitudine dei nostri cuori. Occorre difenderla e coprirla con le mani del cuore e del corpo, per paura che quest’anima, illuminata dai lumi dell’alto, non venga a spegnersi, e non bisogna mollare un solo pollice del terreno, ma, quando le tentazioni, le tribolazioni minacciano di atterrarci, bisogna dire con il  santo Re Davide: « La mia anima è sempre tra le mie mani. » Proponiamoci di bruciare, piuttosto che cedere! (S. Bern. Serm. III, in Vig, Nativ.). – Cosa c’è di più terribile che essere tutti i giorni in pericolo di perdere la vita e non possedere alcun bene, anche nell’ordine della grazia, perché noi non possiamo perdere un istante secondo la mutevolezza naturale dei nostri desideri, per le insidie molteplici che ci tendono i peccatori, i loro esempi, le loro massime perniciose, le loro nefandezze e la corruzione quasi generale dei loro costumi? – « I peccatori mi hanno teso un inganno, ed io non mi sono allontanato dai vostri comandamenti. » Queste parole erano degne dei martiri che erano minacciati dei più crudeli supplizi, ai quali si facevano le offerte più seducenti, per spegnere in essi il desiderio del martirio con il terrore dei tormenti o con l’attrattiva delle ricompense. È una trappola molto pericolosa come la minaccia della proscrizione; sovente la prospettiva dell’indigenza che ne è il seguito, trionfa su coloro che hanno resistito alla paura della morte; è un inganno non meno pericoloso del fuoco, della prigionia e la paura di un supplizio prolungato; è una trappola da temere ancor più che le promesse delle ricchezze, degli onori e dell’amicizia dei principi della terra. Colui che trionfa di tutti questi ostacoli può ripetere con Davide: « I peccatori mi hanno teso un’insidia, ma io non mi sono allontanato dai vostri comandamenti; » io ho disprezzato le cose presenti per cercare unicamente i beni futuri, ho visto aprirsi davanti a me il regno dei cieli, che Dio stesso mi aveva promesso (S. Ambr.).

ff. 111-112. – Il Profeta dice a Dio: « Io ho acquisito le vostre testimonianze per essere eternamente la mia eredità; » cioè io sono erede dei vostri comandamenti, io ho cercato la vostra successione in virtù del diritto che mi danno la fede e la pietà … (S. Ambr.). – Un erede, secondo il costume e le leggi umane, diventa possessore di tutti i beni di cui è erede; ma il Profeta disdegna le eredità della terra, lui che è erede delle testimonianze del Signore (S. Ilar.). – Nulla di più giusto in questa espressione: « Io ho acquisito un’eredità, » perché anche noi che siamo stati dapprima eredi del peccato, siamo ora eredi di Gesù-Cristo. La prima eredità fu un’eredità di crimini; il secondo, un’eredità di virtù; la prima ci ha reso schiavi, la secondo ha rotto le nostre catene; l’una ci ha esposti, carichi di debiti, ai più crudeli creditori, l’altra ci ha acquisiti a Gesù-Cristo con i meriti della sua passione. La funesta successione di Eva divorava l’uomo intero, la ricca eredità di Gesù-Cristo ha posto l’uomo in piena libertà. Non è per un solo uomo, né per un piccolo numero di uomini, che Gesù ha scritto il suo testamento, ma per tutti gli uomini. Tutti noi siamo inclusi tra i suoi eredi, non una porzione di eredità, ma per la totalità. Il testamento è comune, tutti ne abbiamo diritto senza eccezione, tutti lo possiedono egualmente, e la parte di ciascun erede non è sminuita da ciò che possiedono i coeredi. Al contrario degli eredi della terra, l’eredità di Cristo è indivisa ed il possesso del regno dei cieli non soffre né divisione, né spartizioni (S. Ambr.). – Esaminiamo ciò che gli uomini desiderano in questo mondo come eredità. Si può dire che pochi hanno preso Dio per essere sempre loro parte di gioia del loro cuore! – « Io ho inclinato il mio cuore per praticare eternamente i vostri ordini. » Il Re-Profeta  aveva detto in precedenza: « Inclinate il mio cuore verso le vostre testimonianze (vv. 36), » per farci conoscere che questa inclinazione del cuore appartiene nel contempo alla grazia di Dio ed alla nostra volontà. Ma come praticheremo eternamente i giusti ordini di Dio? In verità, le buone opere che noi facciamo per venire in soccorso delle necessità del prossimo, non possono essere eterne, al pari di queste necessità; ma se non pratichiamo queste opere per amore, esse non ci rendono giusti; se al contrario le compiamo per amore, questo amore è eterno, e gli è preparata una ricompensa eterna. È in vista di questa ricompensa che egli chiede di avere inclinato il suo cuore verso la pratica delle giuste ordinanze di Dio, affinché amandole per l’eternità, meriti di possedere eternamente ciò che ama. (S. Agost.). – È così che si. trova condannata una certa spiritualità raffinata che, sotto il pretesto di un disinteresse immaginario, ritiene essere una imperfezione il desiderare il possesso di Dio; servire Dio come Davide, in vista di questa ricompensa, è al contrario, il vero fine dell’uomo, che altro non è se non Dio, per il Quale egli è stato creato. 

UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE GLI USURPANTI-APOSTATI DI TORNO: S. S. BENEDETTO XIV – “VIX PERVENIT”

La Giustizia eleva la gente, il peccato rende miseri i popoli“. Da questa sentenza biblica il Santo Padre Benedetto XIV, imperniava la sua lettera enciclica sul vergognoso vizio dell’usura, la forma più esplicita dell’avarizia. Già a quell’epoca l’usura procurava mali a uomini e popoli, perché violava non solo le leggi canoniche, ma pure quelle del diritto naturale e divino. Questo è il motivo perché oggi uomini, ma soprattutto popoli ed organismi sopranazionali sono e stanno precipitando nell’abisso della miseria e della rovina spirituale, oltre che materiale. Il sistema dell’usura oggi è legge assoluta – nuovo tragico idolo demoniaco – imposto dalle banche nazionali e da organismi più o meno occulti supranazionali, nelle quali operano soggetti senza scrupoli, avidi non solo di guadagni, ma affascinati dal gusto del male nel vedere anche popoli interi nella miseria e nella disperazione. Questa infatti è una delle armi più potenti che satana ha inventato per assoggettare sia avidi speculatori, sia popoli che gli si rivolgono voltando le spalle al Cristo, perché attratti da facili guadagni e da un benessere fittizio, trappole mortali per il vero onesto benessere materiale, e soprattutto per indurre al peccato ed alla perdita dell’anima. Sciocchi sono così i popoli che hanno affidato finanza e fortuna economico-monetaria a  lupi rapaci e malefici che hanno inventato prima il sistema della cambiali e poi quello della carta moneta, o meglio carta-straccia, carta senza alcun corrispettivo ma che, prestata ai governi dei Paesi, vuolsi che si renda con capitali di beni veri caricati da interessi astronomici, fuori da possibilità concrete di solvibilità, e quindi mezzo di schiavitù e ricatti sociali vergognosi. A tutto questo la Chiesa ha cercato di porre limiti e regolamentazione, argini oggi totalmente infranti con la conquista dei poteri finanziari-usurai della finta chiesa-sinagoga di satana che si spaccia per Chiesa Cattolica e che anzi per prima, è titolare di banche e di traffici sospetti (per usure un eufemismo). Leggiamo quindi quanto ci suggerisce il Sommo Pontefice e che oggi rappresenterebbe un momento chiave nella lotta alle combriccole luciferine che governano il mondo e la falsa chiesa, imponendo quanto di più malefico possibile in tutti gli ambiti, semplicemente sulla base dell’usura di cui alcuni popoli in particolare, sono maestri e dominatori.

S. S. Benedetto XIV
Vix pervenit

Non appena pervenne alle nostre orecchie che a cagione di una nuova controversia (precisamente se un certo contratto si debba giudicare valido) si venivano diffondendo per l’Italia alcune opinioni che non sembravano conformi ad una saggia dottrina, ritenemmo immediatamente che spettasse alla Nostra Apostolica carica apportare un rimedio efficace ad impedire che questo guaio, con l’andar del tempo e in silenzio, acquistasse forze maggiori; e bloccargli la strada perché non si estendesse serpeggiando a corrompere le città d’Italia ancora immuni.

1. Perciò, prendemmo la decisione di seguire la procedura della quale sempre fu solita servirsi la Sede Apostolica: cioè, abbiamo spiegato tutta la materia ad alcuni Nostri Venerabili Fratelli Cardinali della Santa Romana Chiesa, che sono molto lodati per la loro profonda dottrina in fatto di Sacra Teologia e di Disciplina Canonica; abbiamo interpellato anche parecchi Regolari coltissimi nell’una e nell’altra materia, scegliendoli, alcuni fra i Monaci, altri nell’Ordine dei Mendicanti, altri ancora fra i Chierici Regolari; abbiamo aggiunto anche un Prelato laureato in utroque jure e dotato di lunga pratica del Foro. Stabilimmo che il giorno 4 del luglio scorso si riunissero tutti alla Nostra presenza e chiarimmo loro i termini della questione. Apprendemmo che già essi ne avevano notizia e la conoscevano a fondo.

2. Successivamente abbiamo ordinato che, liberi da qualsiasi parzialità e avidità, esaminassero accuratamente tutta la materia ed esprimessero per iscritto le loro opinioni; tuttavia non abbiamo chiesto che giudicassero il tipo di contratto che aveva motivato la controversia, perché mancavano parecchi documenti indispensabili, ma che fissassero, a proposito delle usure, un criterio definitivo, al quale sembrava recassero un danno non indifferente quelle idee che da un po’ di tempo cominciavano a diffondersi fra la gente. Tutti ubbidirono. Infatti, comunicarono le loro opinioni in due Congregazioni, delle quali la prima fu tenuta in Nostra presenza il 18 luglio, l’altra il primo agosto scorsi; alla fine tutti consegnarono le proprie relazioni scritte al Segretario della Congregazione.

3. All’unanimità hanno approvato quanto segue:

I. Quel genere di peccato che si chiama usura, e che nell’accordo di prestito ha una sua propria collocazione e un suo proprio posto, consiste in questo: ognuno esige che del prestito (che per sua propria natura chiede soltanto che sia restituito quanto fu prestato) gli sia reso più di ciò che fu ricevuto; e quindi pretende che, oltre al capitale, gli sia dovuto un certo guadagno, in ragione del prestito stesso. Perciò ogni siffatto guadagno che superi il capitale è illecito ed ha carattere usuraio.

II. Per togliere tale macchia non si potrà ricevere alcun aiuto dal fatto che tale guadagno non è eccessivo ma moderato, non grande ma esiguo; o dal fatto che colui dal quale, solo a causa del prestito, si reclama tale guadagno, non è povero, ma ricco; né ha intenzione di lasciare inoperosa la somma che gli è stata data in prestito, ma di impiegarla molto vantaggiosamente per aumentare le sue fortune, o acquistando nuove proprietà, o trattando affari lucrosi. Infatti agisce contro la legge del prestito (la quale necessariamente vuole che ci sia eguaglianza fra il prestato e il restituito) colui che, in forza del mutuo, non si vergogna di pretendere più di quanto è stato prestato, nonostante fosse stato convenuta inizialmente la restituzione di una somma eguale a quella prestata. Pertanto, colui che ha ricevuto, sarà obbligato, in forza della norma di giustizia che chiamano commutativa (la quale prevede che nei contratti umani si debba mantenere l’eguaglianza propria di ognuno) a rimediare e a riparare quanto non ha esattamente mantenuto.

III. Detto questo, non si nega che talvolta nel contratto di prestito possano intervenire alcuni altri cosiddetti titoli, non del tutto connaturati ed intrinseci, in generale, alla stessa natura del prestito; e che da questi derivi una ragione del tutto giusta e legittima di esigere qualcosa in più del capitale dovuto per il prestito. E neppure si nega che spesso qualcuno può collocare e impiegare accortamente il suo danaro mediante altri contratti di natura totalmente diversa dal prestito, sia per procacciarsi rendite annue, sia anche per esercitare un lecito commercio, e proprio da questo trarre onesti proventi.

IV. Come in tanti diversi generi di contratti, se non è rispettata la parità di ciascuno, è noto che quanto si percepisce oltre il giusto ha a che vedere se non con l’usura (in quanto non vi è prestito, né palese né mascherato), certamente con qualche altra iniquità, che impone parimenti l’obbligo della restituzione. Se si conducono gli affari con rettitudine, e li si giudica con la bilancia della Giustizia, non c’è da dubitare che in quei medesimi contratti possano intervenire molti modi e leciti criteri per conservare e rendere numerosi i traffici umani e persino lucroso il commercio. Pertanto, sia lungi dall’animo dei Cristiani la convinzione che, con l’usura, o con simili ingiustizie inflitte agli altri possano fiorire lucrosi commerci; invece abbiamo appreso dallo stesso Divino Oracolo che “La Giustizia eleva la gente, il peccato rende miseri i popoli“.

V. Ma occorre dedicare la massima attenzione a quanto segue: ciascuno si convincerà a torto e in modo sconsiderato che si trovino sempre e in ogni dove altri titoli legittimi accanto al prestito, o, anche escludendo il prestito, altri giusti contratti, col supporto dei quali sia lecito ricavare un modesto guadagno (oltre al capitale integro e salvo) ogni volta che si consegna a chiunque del danaro o frumento o altra merce di altro genere. Se alcuno sarà di questa opinione, avverserà non solo i divini documenti e il giudizio della Chiesa Cattolica sull’usura, ma anche l’umano senso comune e la ragione naturale. A nessuno infatti può sfuggire che in molti casi l’uomo è tenuto a soccorrere il suo prossimo con un prestito puro e semplice, come insegna soprattutto Cristo Signore: “Non respingere colui che vuole un prestito da te“. Del pari, in molte circostanze, non vi è posto per nessun altro giusto contratto, eccetto il solo prestito. Bisogna dunque che chiunque voglia seguire la voce della propria coscienza, si accerti prima attentamente se davvero insieme con il prestito non si presenti un altro giusto titolo e se non si tratti invece di un altro contratto diverso dal mutuo, in grazia del quale sia reso puro e immune da ogni macchia il guadagno ottenuto.

4. In queste parole riassumono e spiegano le loro opinioni i Cardinali, i Teologi e Uomini espertissimi di Canoni, il parere dei quali abbiamo sollecitato su questa gravissima questione. Anche Noi non abbiamo tralasciato di dedicare il nostro privato impegno alla stessa questione, prima che si riunissero le Congregazioni, e durante i loro lavori e quando già li avevano conclusi. Infatti con estrema attenzione abbiamo seguito le opinioni (già da Noi ricordate) di quegli uomini prestigiosi. E a questo punto confermiamo e approviamo tutto ciò che è contenuto nelle Sentenze esposte più sopra, in quanto è chiaro che tutti gli scrittori, i professori di Teologia e dei Canoni, numerose testimonianze delle Sacre Lettere, decreti dei Pontefici Nostri Predecessori, l’autorità dei Concili e dei Sacerdoti sembrano quasi cospirare per un’approvazione unanime delle medesime Sentenze. Inoltre abbiamo conosciuto chiaramente gli autori ai quali devono essere attribuite opinioni contrarie; e così pure coloro che le incoraggiano e le proteggono, o che sembrano offrire ad essi un appiglio o un’occasione. E non ignoriamo con quanta severa dottrina abbiano assunto la difesa della verità i Teologi vicini a quei territori in cui hanno avuto origine tali controversie.

5. Perciò abbiamo inviato questa Lettera Enciclica a tutti gli Arcivescovi, Vescovi e Ordinari d’Italia, in modo che essa fosse nota a Te, Venerabile Fratello, e a tutti gli altri; e ogni qual volta avverrà di celebrare Sinodi, di parlare al popolo, di istruirlo nelle sacre dottrine, non si pronunci parola che sia contraria a quelle Sentenze che più sopra abbiamo esaminato. Inoltre vi esortiamo vivamente a impedire con tutto il vostro zelo che qualcuno osi con Lettere o Sermoni insegnare il contrario nelle Vostre Diocesi; se poi qualcuno rifiutasse di obbedire, lo dichiariamo colpevole e soggetto alle pene stabilite nei Sacri Canoni contro coloro che abbiano disprezzato e violato i doveri apostolici.

6. Sul contratto che ha suscitato queste nuove controversie, per ora non prendiamo decisioni; non stabiliamo nulla neppure sugli altri contratti, circa i quali i Teologi e gli Interpreti dei Canoni sono lontani tra loro in diverse sentenze. Tuttavia pensiamo di dover infiammare il religioso zelo della vostra pietà perché mandiate ad effetto tutto ciò che vi suggeriamo.

7. In primo luogo fate sapere con parole severissime che il vizio vergognoso dell’usura è aspramente riprovato dalle Lettere Divine. Esso veste varie forme e apparenze per far precipitare di nuovo nella estrema rovina i Fedeli restituiti alla libertà e alla grazia dal sangue di Cristo; perciò, se vorranno collocare il loro denaro, evitino attentamente di lasciarsi trascinare dall’avarizia che è fonte di tutti i mali, ma piuttosto chiedano consiglio a coloro che si elevano al di sopra dei più per eccellenza di dottrina e di virtù.

8. In secondo luogo, coloro che confidano tanto nelle proprie forze e nella propria sapienza, da non aver dubbi nel pronunciarsi su tali problemi (che pure esigono non poca conoscenza della Sacra Teologia e dei Canoni) si guardino bene dalle posizioni estreme che sono sempre erronee. Infatti alcuni giudicano queste questioni con tanta severità, da accusare come illecito e collegato all’usura ogni profitto ricavato dal danaro; altri invece sono talmente indulgenti e remissivi da ritenere esente da infamante usura qualunque guadagno. Non siano troppo legati alle loro opinioni, ma prima di dare un parere esaminino vari scrittori che più degli altri sono apprezzati; poscia facciano proprie quelle parti che sanno essere sicuramente attendibili sia per la dottrina, sia per l’autorità. E se nasce una disputa mentre si esamina qualche contratto, non si scaglino contumelie contro coloro che seguono una contraria Sentenza, né dichiarino che essa è da punire con severe censure, soprattutto se manca dell’opinione e delle testimonianze di uomini eminenti; poiché le ingiurie e le offese infrangono il vincolo della carità cristiana e recano gravissimo danno e scandalo al popolo.

9. In terzo luogo, coloro che vogliono restare immuni ed esenti da ogni sospetto di usura, e tuttavia vogliono dare il loro denaro ad altri in modo da trarne solo un guadagno legittimo, devono essere invitati a spiegare prima il contratto da stipulare, a chiarire le condizioni che vi sono poste e l’interesse che si pretende da quel denaro. Tali spiegazioni contribuiscono decisamente non solo a scongiurare ansie e scrupoli di coscienza, ma anche a ratificare il contratto nel foro esterno; inoltre chiudono l’adito alle dispute che spesso occorre affrontare perché si possa capire se il danaro che sembra prestato ad altri in modo lecito, contenga in realtà un’usura mascherata.

10. In quarto luogo vi esortiamo a non lasciare adito agli stolti discorsi di coloro che vanno dicendo che l’odierna questione sulle usure è tale solo di nome, perché il danaro, che per qualunque ragione si presta ad altri, procura solitamente un profitto. Quanto ciò sia falso e lontano dalla verità si comprende facilmente se ci rendiamo conto che la natura di un contratto è totalmente diversa e separata dalla natura di un altro, e che del pari molto fra di loro divergono le conseguenze di contratti tra loro diversi. In realtà una differenza molto evidente intercorre tra l’interesse che a buon diritto si trae dal danaro, e che perciò si può trattenere in sede legale e in sede morale, e il guadagno che illegalmente si ricava dal danaro e che quindi deve essere restituito, conformemente al dettato della legge e della coscienza. Risulta dunque che non è vano proporre la questione dell’usura in questi tempi e per la seguente ragione: dal denaro che si presta ad altri si riceve molto spesso qualche interesse.

11. In modo particolare abbiamo ritenuto opportuno esporvi queste cose, sperando che voi rendiate esecutivo ciò che da Noi è prescritto con questa Lettera: che ricorriate anche a opportuni rimedi, come confidiamo, se per caso e per causa di questa nuova questione delle usure si agiti la gente nella vostra Diocesi o si introducano corruttori con l’intento di alterare il candore e la purezza della sana dottrina.

Da ultimo impartiamo a Voi e al Gregge affidato alle vostre cure l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso Santa Maria Maggiore, il 1° novembre 1745, anno sesto del Nostro Pontificato.

DOMENICA DELE PALME (2020)

DOMENICA DELLE PALME [2020]

Semidoppio Dom. privil. di I cl. – Paramenti violacei.

La liturgia di oggi esprime con due cerimonie, l’una tutta piena di gioia, l’altra di tristezza, i due aspetti secondo i quali la Chiesa considera la Croce. Anzi tutto vengono la Benedizione e la Processione delle Palme. Esse traboccano di una santa allegrezza che ci permette, dopo venti secoli, di rivivere la scena grandiosa dell’entrata trionfale di Gesù in Gerusalemme. Poi c’è la Messa di cui i canti e le letture si riferiscono esclusivamente al doloroso ricordo della Passione del Salvatore.

I . — Benedizione delle Palme e Processione.

A Gerusalemme, nel IV secolo, si leggeva in questa Domenica nel luogo medesimo dove i fatti s’erano svolti, il racconto evangelico che ci descrive Cristo, acclamato come Re d’Israele, che prende possesso della sua capitale. In realtà, Gerusalemme non è che l’immagine del regno della Gerusalemme celeste. Poi un Vescovo, montato su un asino, andava dal sommo del Monte Oliveto alla chiesa della Risurrezione, circondato dalla folla che portava delle palme, cantando inni ed antifone. Questa cerimonia era preceduta dalla lettura del passo dell’Esodo riguardante l’uscita dall’Egitto. Il popolo di Dio, accampato all’ombra dei palmizi, vicino alle dodici fonti dove Mosè gli promette la manna, è il popolo cristiano che servendosi di rami dei palmizi attesta che il suo Re, Gesù,viene a liberare le anime dal peccato, conducendole al fonte battesimale e nutrendole con la manna eucaristica.La Chiesa di Roma, adottando questo uso, pare verso il IX secolo, ha aggiunto i riti della Benedizione delle Palme, da cui deriva il nome di Pasqua fiorita dato a questa Domenica. Questa cerimonia è una specie di messa con Orazione propria, Epistola, Vangelo e Prefazio proprio. La consacrazione è sostituita dalla benedizione delle palme e la comunione dalla distribuzione di queste palme.Queste cerimonie hanno un significato simbolico. « Dio, — dice la Chiesa — per un ordine meraviglioso della sua Provvidenza, ha voluto servirsi anche di queste cose sensibili per esprimere l’ammirabile economia della nostra salvezza » poiché « questi rami di palme segnavano la vittoria che stava per esser riportata sul principe della morte e i rami d’ulivo annunciavano l’abbondante effusione della misericordia divina ». « Infatti la colomba annunciò la pace alla terra per mezzo d’un ramoscello d’ulivo », « e le grazie che Dio moltiplicò su Noè all’uscita dall’arca, e su Mosè che abbandonava l’Egitto con i figli d’Israele, sono una figura della Chiesa» «che muove incontro a Cristo con opere buone» «con le opere che germogliano dai rami di giustizia » (Orazioni della Benedizione delle Palme). Questo corteo di Cristiani che, con le palme in mano e con il canto dell’osanna sulle labbra, acclamano ogni anno, in tutto il mondo, attraverso tutte le generazioni, la regalità di Cristo, è composta di tutti i catecumeni, dei penitenti pubblici, e dei fedeli che i sacramenti del Battesimo, della Eucaristia e della Penitenza assoderanno, nelle feste di Pasqua, a questo trionfatore glorioso. « E noi, che con integra fede rammentiamo il fatto e il suo significato « …ti preghiamo, Signore Santo, Padre Onnipotente, Eterno Iddio,per lo stesso Signor Nostro Gesù Cristo affinché, ciò che il tuo popolo fa oggi esternamente, lo compia spiritualmente, riportando vittoria sul nemico ». Questo rappresenta la processione che si arresta alla porta della Chiesa. Alcuni coristi sono nell’interno, i loro canti s’alternano con quelli dei sacerdoti (Gloria, laus et honor)Processione delle Palme).: da una parte sono i « cori angelici », dall’altra i soldati di Cristo, ancora impegnati nel combattimento, che acclamano per turno il Re della gloria. Ben presto la porta si apre allorché il suddiacono vi avrà bussato per tre volte con l’asta della croce; così la croce di Gesù ci apre il cielo e la processione entra in Chiesa, come gli eletti entreranno un giorno con Cristo nella gloria eterna. — Conserviamo religiosamente nella nostra casa un ramoscello di olivo benedetto. Questo sacramentale, in virtù della preghiera della Chiesa, ci farà ottenere i favori del cielo e renderà più ferma la nostra fede in Gesù che, pieno di misericordia (simboleggiata dall’olivo, di cui l’olio mitiga le piaghe), ha vinto (vittoria simboleggiata dalle palme) il demonio, il peccato e la morte.

2. — Messa della Domenica delle Palme.

La benedizione delle palme si faceva a Santa Maria Maggiore, che a Roma rappresenta Betlemme, dove nacque Colui che i Magi proclamarono « Re dei Giudei ». La processione andava da questa Basilica a quella di S. Giovanni Laterano nella quale si teneva altre volte la Stazione, poiché, essendo dedicata al Santo Salvatore, essa rievoca il ricordo della Passione di cui tratta la Messa . — Il trionfo del Salvatore deve essere preceduto dalla « sua umiliazione fino alla morte e fino alla morte di croce » (Ep.) umiliazione che ci servirà di modello « affinché mettendo a profitto gli insegnamenti della sua pazienza possiamo renderci partecipi anche della sua risurrezione » (Or.).

Benedictio Palmorum

Ant. Hosánna fílio David: benedíctus, qui venit in nómine Dómini. O Rex Israël: Hosánna in excélsis. [Osanna al Figlio di David, benedetto Colui che  viene nel nome del Signore. O Re di Israele: Osanna nel più alto dei cieli!]
Orémus.
Bene dic, quǽsumus, Dómine, hos palmárum ramos: et præsta; ut, quod pópulus tuus in tui veneratiónem hodiérna die corporáliter agit, hoc spirituáliter summa devotióne perfíciat, de hoste victóriam reportándo et opus misericórdiæ summópere diligéndo. Per Christum Dominum nostrum. [Bene ☩ dici Signore, te ne preghiamo, questi rami di palma e concedi che quanto il tuo popolo ha celebrato materialmente in tuo onore, lo compia spiritualmente con somma devozione, vincendo il nemico e corrispondendo con profondo amore all’opera della tua misericordia. Per Cristo nostro Signore.]

De distributione ramorum

Ant. Púeri Hebræórum, portántes ramos olivárum, obviavérunt Dómino, clamántes et dicéntes: Hosánna in excélsisI [I fanciulli ebrei, portando rami di olivo, andarono incontro al Signore, acclamando e dicendo: Osanna nel più alto dei cieli.].
D
ómini est terra et plenitúdo eius, orbis terrárum et univérsi qui hábitant in eo. Quia ipse super mária fundávit eum et super flúmina præparávit eum.
Ant. Púeri Hebræórum, portántes …

Attóllite portas, príncipes, vestras: et elevámini, portæ æternáles: et introíbit rex glóriæ.
Quis est iste rex glóriæ? Dóminus fortis et potens: Dóminus potens in prǽlio.
Ant. Púeri Hebræórum, portántes…

Attóllite portas, príncipes, vestras: et elevámini, portæ æternáles: et introíbit rex glóriæ. Quis est iste rex glóriæ? Dóminus virtútum ipse est rex glóriæ.
Ant. Púeri Hebræórum, portántes

Ant. Púeri Hebræórum, portántes

Ant. Púeri Hebræórum vestiménta prosternébant in via, et clamábant dicéntes: Hosánna filio David; benedíctus qui venit in nómine Dómini. . [I fanciulli Ebrei stendevano le loro vesti sulla via e acclamavano dicendo: Osanna al Figlio di David! Benedetto Colui che viene nel nome del Signore!]
Omnes gentes pláudite mánibus: iubiláte Deo in voce exultatiónis.
Quóniam Dóminus excélsus, terríbilis, rex magnus super omnem terram.
Ant. Púeri Hebræórum  …
Subiécit pópulos nobis: et gentes sub pédibus nóstris.
Elegit nobis hereditátem suam: spéciem Iacob quam diléxit.
Ant. Púeri Hebræórum

Ascéndit Deus in iúbilo: et Dóminus in voce tubæ.
Psállite Deo nostro, psállite: psállite regi nostro, psállite.
Ant. Púeri Hebræórum …

Quóniam rex omnis terræ Deus: psállite sapiénter.
Regnávit Deus super gentes: Deus sedit super sedem sanctam suam.
Ant. Púeri Hebræórum vestiménta

Príncipes populórum congregáti sunt cum Deo Abraham: quóniam Dei fortes terræ veheménter elevati sunt.
Ant. Púeri Hebræórum vestiménta

Ant. Púeri Hebræórum vestiménta prosternébant in via, et clamábant dicéntes: Hosánna filio David; benedíctus qui venit in nómine Dómini.

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum Matthǽum.

“In illo témpore: Cum appropinquásset Jesus Jerosólymis, et venísset Béthphage ad montem Olivéti: tunc misit duos discípulos suos, dicens eis: Ite in castéllum, quod contra vos est, et statim inveniétis ásinam alligátam et pullum cum ea: sólvite et addúcite mihi: et si quis vobis áliquid dixerit, dícite, quia Dóminus his opus habet, et conféstim dimíttet eos. Hoc autem totum factum est, ut adimplerétur, quod dictum est per Prophétam, dicéntem: Dícite fíliae Sion: Ecce, Rex tuus venit tibi mansuétus, sedens super ásinam et pullum, fílium subjugális. Eúntes autem discípuli, fecérunt, sicut præcépit illis Jesus. Et adduxérunt ásinam et pullum: et imposuérunt super eos vestiménta sua, et eum désuper sedére tecérunt. Plúrima autem turba stravérunt vestiménta sua in via: álii autem cædébant ramos de arbóribus, et sternébant in via: turbæ autem, quæ præcedébant et quæ sequebántur, clamábant, dicéntes: Hosánna fílio David: benedíctus, qui venit in nómine Dómini”.

[In quel tempo: Avvicinandosi a Gerusalemme, arrivato a Bètfage, vicino al monte degli ulivi, Gesù mandò due suoi discepoli, dicendo loro: «Andate nel villaggio dirimpetto a voi, e subito vi troverete un’asina legata con il suo puledro: scioglietela e conducetemela. E, se qualcuno vi dirà qualche cosa, dite; – il Signore ne ha bisogno; e subito ve li rilascerà». Ora tutto questo avvenne perché si adempisse quanto detto dal Profeta: «Dite alla figlia di Sion : Ecco il tuo Re viene a Te, mansueto, seduto sopra di un’asina ed asinello puledro di una giumenta». I Discepoli andarono e fecero come Gesù aveva loro detto. Menarono l’asina ed il puledro, vi misero sopra i mantelli e Gesù sopra a sedere. E molta gente stese i mantelli lungo la strada, mentre altri tagliavano rami dagli alberi e li spargevano sulla via, mentre le turbe che precedevano e seguivano gridavano: «Osanna al Figlio di Davide; benedetto Colui che viene nel nome del Signore».

De processione cum ramis benedictis

Procedámus in pace.

Occúrrunt turbæ cum flóribus et palmis Redemptóri óbviam: et victóri triumphánti digna dant obséquia: Fílium Dei ore gentes prædicant: et in laudem Christi voces tonant per núbila: «Hosánna in excélsis».
[Con fiori e palme le folle vanno ad incontrare il Redentore e rendono degno ossequio al Vincitore trionfante. Le nazioni lo proclamano Figlio di Dio e nell’etere risuona a lode di Cristo un canto: Osanna nel più alto dei cieli!]

Cum Angelis et púeris fidéles inveniántur, triumphatóri mortis damántes: «Hosánna in excélsis». [Facciamo di essere anche noi fedeli come gli Angeli ed i fanciulli, acclamando al vincitore della morte: Osanna nel più alto dei cieli!]
Turba multa, quæ convénerat ad diem festum, clamábat Dómino: Benedíctus, qui venit in nómine Dómini: «Hosánna in excélsis». [Immensa folla, convenuta per la Pasqua, acclamava ai Signore: Benedetto Colui che viene nel nome del Signore! Osanna nell’alto dei cieli!]
Cœpérunt omnes turbæ descendéntium gaudéntes laudáre Deum voce magna, super ómnibus quas víderant virtútibus, dicéntes: «Benedíctus qui venit Rex in nómine Dómini; pax in terra, et glória in excélsis».[Tutta la turba dei discepoli discendenti dal monte Oliveto cominciò con letizia a lodar Dio ad alta voce per tutti i prodigi che aveva veduti dicendo: Benedetto il Re che viene nel nome del Signore; pace in terra e gloria nell’alto dei cieli.]

Hymnus ad Christum Regem

Glória, laus et honor tibi sit, Rex Christe, Redémptor: Cui pueríle decus prompsit Hosánna pium.
Glória, laus et honor tibi sit, Rex Christe, Redémptor: Cui pueríle decus prompsit Hosánna pium.
Israël es tu Rex, Davidis et ínclita proles: Nómine qui in Dómini, Rex benedícte, venis.
Glória, laus et honor tibi sit, Rex Christe, Redémptor: Cui pueríle decus prompsit Hosánna pium.
Coetus in excélsis te laudat caelicus omnis, Et mortális homo, et cuncta creáta simul.
Glória, laus et honor tibi sit, Rex Christe, Redémptor: Cui pueríle decus prompsit Hosánna pium.
Plebs Hebraea tibi cum palmis óbvia venit: Cum prece, voto, hymnis, ádsumus ecce tibi.
Glória, laus et honor tibi sit, Rex Christe, Redémptor: Cui pueríle decus prompsit Hosánna pium.
Hi tibi passúro solvébant múnia laudis: Nos tibi regnánti pángimus ecce melos.
Glória, laus et honor tibi sit, Rex Christe, Redémptor: Cui pueríle decus prompsit Hosánna pium.
Hi placuére tibi, pláceat devótio nostra: Rex bone, Rex clemens, cui bona cuncta placent.
Glória, laus et honor tibi sit, Rex Christe, Redémptor: Cui pueríle decus prompsit Hosánna pium

[Gloria, lode e onore sia a te, Re Cristo Redentore, al quale i migliori fanciulli cantarono piamente: Osanna.
Gloria, lode e onore sia a te, Re Cristo Redentore, al quale i migliori fanciulli cantarono piamente: Osanna.
Tu sei il Re di Israele, il nobile figlio di David, o Re benedetto che vieni nel nome del Signore.
Gloria, lode e onore sia a te, Re Cristo Redentore, al quale i migliori fanciulli cantarono piamente: Osanna.
L’intera corte angelica nel più alto dei cieli, l’uomo mortale e tutte le creature celebrano insieme le tue lodi.
Gloria, lode e onore sia a te, Re Cristo Redentore, al quale i migliori fanciulli cantarono piamente: Osanna.
Il popolo Ebreo ti veniva dinanzi con le palme, ed eccoci dinanzi a te, con preghiere, con voti e cantici.
Gloria, lode e onore sia a te, Re Cristo Redentore, al quale i migliori fanciulli cantarono piamente: Osanna.
Essi ti offrivano il tributo del loro omaggio, quando tu andavi a soffrire; noi eleviamo questi canti a te che ora regni.
Gloria, lode e onore sia a te, Re Cristo Redentore, al quale i migliori fanciulli cantarono piamente: Osanna.
Ti piacquero essi: ti piaccia anche la nostra devozione, o Re di bontà, Re clemente, a cui ogni cosa buona piace.
Gloria, lode e onore sia a te, Re Cristo Redentore, al quale i migliori fanciulli cantarono piamente: Osanna.]

Ant. Omnes colláudant nomen tuum, et dicunt: «Benedíctus qui venit in nómine Dómini: Hosánna in excélsis».

Psalmus CXLVII
Lauda, Jerúsalem, Dóminum: * lauda Deum tuum, Sion.
Quóniam confortávit seras portárum tuárum: * benedíxit fíliis tuis in te.
Qui pósuit fines tuos pacem: * et ádipe fruménti sátiat te.
Qui emíttit elóquium suum terræ: * velóciter currit sermo ejus.
Qui dat nivem sicut lanam: * nébulam sicut cínerem spargit.
Mittit crystállum suam sicut buccéllas: * ante fáciem frígoris ejus quis sustinébit?
Emíttet verbum suum, et liquefáciet ea: * flabit spíritus ejus, et fluent aquæ.
Qui annúntiat verbum suum Jacob: * justítias, et judícia sua Israël.
Non fecit táliter omni natióni: * et judícia sua non manifestávit eis.
Ant. Omnes colláudant nomen tuum, et dicunt: «Benedíctus qui venit in nómine Dómini: Hosánna in excélsis».

Fulgéntibus palmis prostérnimur adveniénti Dómino: huic omnes occurrámus cum hymnis et cánticis, glorificántes et dicéntes: «Benedíctus Dóminus». [Di festosi rami ornati, ci prostriamo al Signor che viene: a Lui incontro corriamo tra inni e canti, Lui glorifichiamo dicendo: Benedetto il Signore!]
Ave, Rex noster, Fili David, Redémptor mundi, quem prophétæ praedixérunt Salvatórem dómui Israël esse ventúrum. Te enim ad salutárem víctimam Pater misit in mundum, quem exspectábant omnes sancti ab orígine mundi, et nunc: «Hosánna Fílio David. Benedíctus qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis».

[Ave, o nostro Re, Figlio di David, Redentore del mondo, preannunciato dai Profeti come Salvatore venuto per la casa d’Israele. Il Padre mandò Te come vittima di redenzione per il mondo; T’aspettavano tutti i santi sin dall’origine del mondo, ed ora: Osanna, Figlio di David. Benedetto Colui che viene nel nome del Signore. Osanna nel più alto dei Cieli!]

Oremus.
Dómine Jesu Christe, Rex ac Redémptor noster, in cuius honórem, hoc ramos gestántes, solémnes laudes decantávimus: concéde propítius ut, quocúmque hi rami deportáti fúerint, ibi tuæ benedictiónis grátia descéndat, et quavis dǽmonum iniquitáte vel illusióne profligáta, déxtera tua prótegat, quos redémit: Qui vivis et regnas in sǽcula sæculórum.

Ingrediénte Dómino in sanctam civitátem, Hebræórum púeri resurrectiónem vitæ pronuntiántes, Cum ramis palmárum: «Hosánna, clamábant, in excélsis».
Cum audísset pópulus, quod Jesus veníret Jerosólymam, exiérunt óbviam ei.
Cum ramis palmárum: «Hosánna, clamábant, in excélsis».
[Mentre il Signore entrava nella città santa, i fanciulli ebrei proclamavano la risurrezione alla vita,
Agitando rami di palma e acclamando: Osanna nel più alto dei cieli!
Avendo il popolo sentito che Gesù si avvicinava a Gerusalemme, gli mosse incontro
Agitando rami di palma e acclamando: Osanna nel più alto dei cieli!]

Oremus.
Dómine Jesu Christe, Rex ac Redémptor noster, in cuius honórem, hoc ramos gestántes, solémnes laudes decantávimus: concéde propítius ut, quocúmque hi rami deportáti fúerint, ibi tuæ benedictiónis grátia descéndat, et quavis dǽmonum iniquitáte vel illusióne profligáta, déxtera tua prótegat, quos redémit: Qui vivis et regnas in sǽcula sæculórum. [Signor Gesù Cristo, Re e Redentore nostro, in onore del quale abbiamo cantato lodi solenni, portando questi rami, concedi propizio che la grazia della tua benedizione discenda dovunque questi rami saranno portati e che la tua destra protegga i redenti togliendo di mezzo a loro ogni iniquità ed illusione diabolica. Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli.]

Introitus

Ps XXI: 20 et 22.

Dómine, ne longe fácias auxílium tuum a me, ad defensiónem meam áspice: líbera me de ore leonis, et a córnibus unicórnium humilitátem meam. [Tu, o Signore, non allontanare da me il tuo soccorso, prendi cura della mia difesa: salvami dalla bocca del leone, e salva la mia debolezza dalle corna dei bufali.]

Ps XXI: 2 Deus, Deus meus, réspice in me: quare me dereliquísti? longe a salúte mea verba delictórum meórum. [Dio mio, Dio mio, guardami: perché mi hai abbandonato? La salvezza si allontana da me alla voce dei miei delitti].

Dómine, ne longe fácias auxílium tuum a me, ad defensiónem meam áspice: líbera me de ore leonis, et a córnibus unicórnium humilitátem meam. [Tu, o Signore, non allontanare da me il tuo soccorso, prendi cura della mia difesa: salvami dalla bocca del leone, e salva la mia debolezza dalle corna dei bufali.]

Oratio

Omnípotens sempitérne Deus, qui humáno generi, ad imitandum humilitátis exémplum, Salvatórem nostrum carnem súmere et crucem subíre fecísti: concéde propítius; ut et patiéntiæ ipsíus habére documénta et resurrectiónis consórtia mereámur. [Onnipotente eterno Dio, che per dare al genere umano un esempio d’umiltà da imitare, volesti che il Salvatore nostro s’incarnasse e subisse la morte di Croce: propizio concedi a noi il merito di accogliere gli insegnamenti della sua pazienza, e di partecipare alla sua risurrezione.]

Epistola

Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Philippénses. Phil II: 5-11

“Fratres: Hoc enim sentíte in vobis, quod et in Christo Jesu: qui, cum in forma Dei esset, non rapínam arbitrátus est esse se æqualem Deo: sed semetípsum exinanívit, formam servi accípiens, in similitúdinem hóminum factus, et hábitu invéntus ut homo. Humiliávit semetípsum, factus oboediens usque ad mortem, mortem autem crucis. Propter quod et Deus exaltávit illum: ei donávit illi nomen, quod est super omne nomen: hic genuflectitur ut in nómine Jesu omne genu flectátur coeléstium, terréstrium et inférno rum: et omnis lingua confiteátur, quia Dóminus Jesus Christus in glória est Dei Patris.”

OMELIA I

[A. Castellazzi: Alla Scuola degli Apostoli; Sc. Tip. Artigianelli, Pavia, 1929]

L’UMILTÀ’

“Fratelli: Siano in voi gli stessi sentimenti che furono in Gesù Cristo, il quale, essendo della natura di Dio, non ritenne come una preda la sua parità con Dio, ma spogliò se stesso, prendendo la natura di servo, divenuto simile agli uomini, e all’aspetto riconosciuto quale uomo. Abbassò, se stesso facendosi obbediente fino alla morte, e alla morte di croce. Perciò Dio lo ha sublimato, e gli ha dato un Nome superiore a ogni altro nome; perchè nel Nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio in cielo, sulla terra e nell’inferno, e ogni lingua confessi che il Signore Gesù Cristo è nella gloria di Dio Padre”. (Fil. II, 5-11).

L’Epistola è tratta dalla lettera ai Filippesi. Per togliere lo spirito di divisione e di rivalità che regnava tra essi. S. Paolo propone l’esempio di Gesù Cristo. Egli, essendo Dio, non considera la sua grandezza come un possesso da conservare a ogni costo, ma se ne spoglia volontariamente, facendosi uomo e umiliandosi fino alla morte di croce. Perciò Dio lo ha esaltato, dandogli un nome, dinanzi al quale tutti devono piegarsi e confessare che Egli possiede la gloria del Padre. Sull’esempio di Gesù Cristo ogni Cristiano deve praticare la virtù fondamentale dell’umiltà. L’uomo umile, convinto dei propri demeriti,

1. Opera con semplicità,

2. È pronto all’ubbidienza,

3. Non si preoccupa della propria gloria, della quale lascia la cura a Dio.

I.

Fratelli: Siano in voi gli stessi sentimenti che furono in Gesù Cristo, il quale, essendo della natura di Dio, non ritenne come una preda la sua parità con Dio, ma spogliò se stesso prendendo la natura di servo.  Gesù era Dio: la sua grandezza non aveva limiti. « Se in Lui fossero stati i sentimenti di parecchi Filippesi, egli avrebbe reclamato, discusso, difeso con energia questo bene che gli apparteneva in forza di un titolo eterno. L’avrebbe custodito con l’aspra fierezza del guerriero armato che non si lascia strappare la sua conquista e la sua parte di bottino avuto ». Ben diversi, però, sono i sentimenti di Gesù. Invece di attaccarsi tenacemente alla sua parità divina e alla gloria che ne deriva, se ne spoglia volontariamente ai nostri occhi, prendendo la forma e la natura di servo. Lezione più sublime di umiltà pei Filippesi e per i Cristiani tutti non si potrebbe trovare. Dopo che Gesù Cristo, nel mistero dell’incarnazione, ha tanto sublimato l’umiltà, tutti ne parlano. Pochi, però,la praticano, e non tutti la praticano nel debito modo. La confessione dei nostri demeriti, delle nostre debolezze, del nostro nulla, se non partono da un cuor sincero non possono chiamarsi atti di umiltà. Ci sono coloro che per sfuggire alla possibilità di un castigo, perprocurarsi un atto di clemenza, per rendersi accetti, dichiarano di aver sbagliato, ritrattano il male fatto con le parole e con gli scritti, si dichiarano indegni di perdono ecc; ma il loro interno com’è? Il loro cuore è più che mai lontano, attaccato a ciò che la bocca detesta. Neppure è sempre umiltà l’atteggiamento esterno. Si può esser trascurati negli abiti, col capo basso per le vie, battersi il petto in chiesa: ma accompagnar questi atteggiamenti col desiderio di essere osservati, considerati. È umile l’atteggiamento di S. Pietro, che si getta ai piedi di Gesù, ed esclama: « Signore, allontanati da me che sono un uomo peccatore ». (Luc. V, 8). È umile l’atteggiamento della Maddalena che con le lagrime bagna i piedi di Gesù. Ma al loro atteggiamento esterno corrisponde l’interna disposizione dell’animo. Quando l’atteggiamento esterno non è vivificato dall’aurea massima:« Ama di non esser conosciuto e di esser riputato per niente », non c’è umiltà, ma ipocrisia. Non sono sempre guidati dai sentimenti che erano in Gesù Cristo, quelli che, invitati a far qualche cosa di bene, ad accettare qualche carica onorifica, se ne schermiscono, protestando che non sono capaci, che si mettano altri più adatti e più degni. Anche qui, non raramente, l’apparenza inganna. Son proteste ispirate dal dispetto, dalla gelosia, da un non lodevole puntiglio. Si aspettava di essere invitati prima degli altri, si aspettava una carica più importante. L’ambizione non appagata si veste d’umiltà. Ci sarà in queste proteste e in questi rifiuti molto veleno del serpente, ma manca la semplicità della colomba.

2.

Gesù Cristo abbassò se stesso facendosi ubbidiente fino atta morte, e alla morte di croce. Chi non sa ubbidire non può esser umile. Sarebbe una contraddizione bella e buona dichiararsi un nulla davanti a Dio, riconoscered’aver tutto da Lui, di dover dipendere in ogni cosada Lui, e poi negargli obbedienza. E quel che si dice rispetto a Dio vale anche rispetto a coloro che ne rappresentano l’autorità, come i genitori e i superiori. Vediamo che cosa ci insegna in proposito Gesù Cristo, con gli esempi della sua vita.Il Vangelo, parlandoci degli anni passati nella casa di Nazaret con Maria e Giuseppe, dice: « e stava loro sottomesso» (Luc.. X, 51). Il Creatore è sottomesso alla creatura. Ma in queste creature Egli vede i rappresentanti dell’autorità di Dio, e tanto basta, perché Egli ubbidisca. Un giorno comanderà ai venti, e questi gli ubbidiranno; comanderà ai demoni, e questi si piegheranno alla sua volontà, comanderà alla morte, e questa gli restituirà la sua preda; ma adesso Egli ubbidisce agli altri. Nella vita pubblica la sua missione sarà quella di comandare, adesso è quella di ubbidire. Devo far quello che mi vien comandato, se potrei insegnare a chi mi comanda? Gesù poteva certamente dare dei punti a Giuseppe. Chi ha dato all’universo un ordine così meraviglioso da strappare inni di lodi e di ammirazione dai più eletti ingegni, poteva far senza le istruzioni di Giuseppe. Invece fa l’opposto. Egli lavora nella bottega sotto la sua direzione, e si attiene alle sue istruzioni e ai suoi suggerimenti. Chi gli comanda tiene le veci del Padre: dunque gli si ubbidisca. Se avessimo in noi questi sentimenti di Gesù Cristo, non staremmo a discutere sulla capacità di chi comanda. Ne ha l’autorità! Ne ha abbastanza, perché io debba ubbidire. E s’intende che bisogna ubbidire anche quando si tratta di cose contrarie ai nostri gusti e alle nostre inclinazioni. Gesù Cristo ubbidisce al Padre in ciò che è più duro di tutto. Egli ubbidisce nel sottoporsi ai tormenti, alla morte, e non a una morte comune, ma a una morte ignominiosa, quale era la morte di croce. «Quella morte — dice S. Bernardo — quella croce, quegli obbrobri, quegli sputi, quei flagelli, tutto ciò che Cristo, il nostro capo, ha sofferto, non furono altro che splendidi esempi di ubbidienza, lasciati a noi che siamo il suo corpo». (1 Tractatus De Gradibus humilitatis, 7). E noi resteremo insensibili davanti agli esempi datici dal nostro capo, e ci rifiuteremo ancora di ubbidire, quando l’ubbidienza costa sacrifici? Non dimentichiamoci che il sacrificio dell’ubbidienza è più accetto a Dio che gli altri sacrifici. Gesù Cristo poteva dire di se stesso: «Io non cerco la mia gloria: c’è chi se ne prende cura,». (Giov. VIII, 50). E di fatti Dio lo ha sublimato e gli ha dato un nome superiore a ogni altro nome. Chi è umile, sull’esempio di Gesù Cristo, non cerea la propria gloria nel suo operare. Questa gli verrà un giorno dal Signore, se lo avrà servito fedelmente. Che importa della gloria del mondo al fedele servo di Dio! Essa è come il fumo che in un momento s’innalza, s’allarga, toglie la vista, e in un momento scompare. Come il fiore del prato, ricrea per un giorno, e poi svanisce. E d’altronde qual motivo c’è per gloriarsi? Poiché, chi differenzia te dagli altri? e che cosa hai tu che non abbia ricevuto?» (1 Cor. IV). « Chi stima che tutto dipenda da sé, è ingrato verso colui che ha creduto di onorarlo » (S. Giov. Crisost. In Epist. ad Philipp. Hom. 5, 2). Compia pure tante belle opere, senza l’aiuto di Dio non le potrebbe compiere; a lui dunque la gloria. – I superbi non lasciano sfuggire occasione alcuna per magnificare le loro opere fatte, o non fatte. Gli umili tacciono delle cose lodevoli da essi veramente compiute. Non sempre si riesce a nascondere il bene che si fa. Il Cristiano non vive chiuso in una scatola: le sue opere buone sono necessariamente viste da quelli che lo circondano. Delle volte, è necessario che compia le sue opere buone in presenza degli altri, per dare buon esempio; ma allora egli si fa guidare dalla norma: « L’azione sia pubblica, in modo, però, che l’intenzione rimanga in segreto » (S. Gregorio M. Hom. 11, 1). I superbi hanno la pretesa di non sbagliare mai. Perciò non sopportano un avviso, una correzione, un rimprovero. Il loro amor proprio ne resterebbe profondamente ferito. Gli umili, che non si curano delle ferite che potrebbe riceverne l’amor proprio, sono lieti di essere avvisati dei loro sbagli. Il Cardinal Richelmy, arcivescovo di Torino, capitato un giorno in visita a una parrocchia della sua archidiocesi, fece le più amorevoli accoglienze ad alcuni chierici che vide in sacristia, trascurando un vecchio cappellano, che ne rimase mortificato. Un sacerdote ebbe il coraggio di far rispettose rimostranze al Cardinale il mattino seguente. « Ha fatto bene a dirmelo — rispose il Cardinale — Non l’avevo visto ». E mandatolo a chiamare gli diede segni della più grande stima e del più grande affetto. Poi, ringraziò l’ammonitore: « Quando viene a Torino, passi in arcivescovado, all’ora degli amici s’intende ». (A, Vuadagnotti. Il Cardinale Richelmy. Torino – Roma. 1926 p. 277). Ecco come riceve le giuste osservazioni chi non si preoccupa della propria gloria. Considera gli ammonitori veri amici, meritevoli di ringraziamento e di delicate attenzioni. Se noi non ci preoccupiamo della nostra gloria, non vuol dire che questa non verrà a suo tempo. Ogni atto virtuoso compiuto per amor di Dio, riceverà da Lui un premio. Anche l’umiltà avrà il suo premio. «Premio dell’umiltà è la gloria», dice S. Agostino (In Joan. Evang. Tract. 104,3). E non può essere altrimenti, perché essa è la base della santità. Il fratello di Santa Maddalena Sofia Barat, un sacerdote austero, che guidava alla virtù la sorella, le disse un giorno ruvidamente: «Non sarai mai una gran Santa ». « Mi rivendicherò con l’esser molto umile », rispose pronta la fanciulla (Santa Maddalena Sofia Barat, fondatrice dell’Ist. Del Sacro Cuore. Firenze, 1925, p. 7). E la vendetta riuscì splendidamente. L’umiltà, che possedette in grado non comune, la condusse alle altezze della santità e alla conseguente gloria. Vogliamo arrivare alla gloria un giorno! Disprezziamola ora, umiliandoci per amor di Dio.

Graduale

Ps LXXII:24 et 1-3 Tenuísti manum déxteram meam: et in voluntáte tua deduxísti me: et cum glória assumpsísti me. [Tu mi hai preso per la destra, mi hai guidato col tuo consiglio, e mi ‘hai accolto in trionfo.]

Quam bonus Israël Deus rectis corde! mei autem pæne moti sunt pedes: pæne effúsi sunt gressus mei: quia zelávi in peccatóribus, pacem peccatórum videns. [Com’è buono, o Israele, Iddio con chi è retto di cuore. Per poco i miei piedi non vacillarono; per poco i miei passi non sdrucciolarono; perché io ho invidiato i peccatori, vedendo la prosperità degli empi.]

Tractus

Ps. XXI: 2-9, 18, 19, 22, 24, 32

Deus, Deus meus, réspice in me: quare me dereliquísti?

Longe a salúte mea verba delictórum meórum.

Deus meus, clamábo per diem, nec exáudies: in nocte, et non ad insipiéntiam mihi.

Tu autem in sancto hábitas, laus Israël.

In te speravérunt patres nostri: speravérunt, et liberásti eos.

Ad te clamavérunt, et salvi facti sunt: in te speravérunt, et non sunt confusi.

Ego autem sum vermis, et non homo: oppróbrium hóminum et abjéctio plebis.

Omnes, qui vidébant me, aspernabántur me: locúti sunt lábiis et movérunt caput.

Sperávit in Dómino, erípiat eum: salvum fáciat eum, quóniam vult eum.

Ipsi vero consideravérunt et conspexérunt me: divisérunt sibi vestiménta mea, et super vestem meam misérunt mortem.

Líbera me de ore leónis: et a córnibus unicórnium humilitátem meam.

Qui timétis Dóminum, laudáte eum: univérsum semen Jacob, magnificáte eum.

Annuntiábitur Dómino generátio ventúra: et annuntiábunt coeli justítiam ejus.

Pópulo, qui nascétur, quem fecit Dóminus.

[Dio, Dio mio, volgiti a me: perché mi hai abbandonato?
V. La voce dei miei delitti allontana da me la mia salvezza.
V. Dio mio, grido il giorno, e non rispondi: la notte, e non c’è requie per me.
V. Eppure tu abiti nel santuario, o gloria d’Israele.
V. In te confidavano i nostri padri: confidavano, e tu li liberavi.
V. A te gridavano, ed erano salvati: in te confidavano, e non avevano da arrossire.
V. Ma io sono un verme, e non un uomo: lo zimbello della gente, e il rifiuto della plebe.
V. Tutti quelli che mi vedevano, si facevano beffe di me: storcevano la bocca e scrollavano il capo.
V. Ha confidato nel Signore, lo salvi, giacché gli vuol bene.
V. Essi mi osservarono e tennero gli occhi su di me: si spartirono le mie vesti, e tirarono a sorte la mia tunica.
V. Salvami dalle zanne del leone: dalle corna degli unicorni salva la mia pochezza.
V. Voi che temete il Signore, lodatelo: voi tutti, o prole di Giacobbe. glorificatelo.
V. Sarà chiamata col nome del Signore la generazione che verrà; e i cieli annunzieranno la giustizia di lui.
V. Al popolo che sorgerà, e che sarà opera del Signore. ]

Evangelium

Pássio Dómini nostri Jesu Christi secúndum Matthǽum.

[Matt XXVI: 1-75; XXVII: 1-66].

“In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis: J. Scitis, quid post bíduum Pascha fiet, et Fílius hóminis tradétur, ut crucifigátur. C. Tunc congregáti sunt príncipes sacerdótum et senióres pópuli in átrium príncipis sacerdótum, qui dicebátur Cáiphas: et consílium fecérunt, ut Jesum dolo tenérent et occíderent. Dicébant autem: S. Non in die festo, ne forte tumúltus fíeret in pópulo. C. Cum autem Jesus esset in Bethánia in domo Simónis leprósi, accéssit ad eum múlier habens alabástrum unguénti pretiósi, et effúdit super caput ipsíus recumbéntis. Vidéntes autem discípuli, indignáti sunt, dicéntes: S. Ut quid perdítio hæc? pótuit enim istud venúmdari multo, et dari paupéribus. C. Sciens autem Jesus, ait illis: J. Quid molésti estis huic mulíeri? opus enim bonum operáta est in me. Nam semper páuperes habétis vobíscum: me autem non semper habétis. Mittens enim hæc unguéntum hoc in corpus meum, ad sepeliéndum me fecit. Amen, dico vobis, ubicúmque prædicátum fúerit hoc Evangélium in toto mundo, dicétur et, quod hæc fecit, in memóriam ejus. C. Tunc ábiit unus de duódecim, qui dicebátur Judas Iscariótes, ad príncipes sacerdótum, et ait illis: S. Quid vultis mihi dare, et ego vobis eum tradam? C. At illi constituérunt ei trigínta argénteos. Et exínde quærébat opportunitátem, ut eum tráderet. Prima autem die azymórum accessérunt discípuli ad Jesum, dicéntes: S. Ubi vis parémus tibi comédere pascha? C. At Jesus dixit: J. Ite in civitátem ad quendam, et dícite ei: Magíster dicit: Tempus meum prope est, apud te fácio pascha cum discípulis meis. C. Et fecérunt discípuli, sicut constítuit illis Jesus, et paravérunt pascha. Véspere autem facto, discumbébat cum duódecim discípulis suis. Et edéntibus illis, dixit: J. Amen, dico vobis, quia unus vestrum me traditúrus est. C. Et contristáti valde, coepérunt sínguli dícere: S. Numquid ego sum, Dómine? C. At ipse respóndens, ait: J. Qui intíngit mecum manum in parópside, hic me tradet. Fílius quidem hóminis vadit, sicut scriptum est de illo: væ autem hómini illi, per quem Fílius hóminis tradétur: bonum erat ei, si natus non fuísset homo ille. C. Respóndens autem Judas, qui trádidit eum, dixit: S. Numquid ego sum, Rabbi? C. Ait illi: J. Tu dixísti. C. Cenántibus autem eis, accépit Jesus panem, et benedíxit, ac fregit, dedítque discípulis suis, et ait: J. Accípite et comédite: hoc est corpus meum. C. Et accípiens cálicem, grátias egit: et dedit illis, dicens: J. Bíbite ex hoc omnes. Hic est enim sanguis meus novi Testaménti, qui pro multis effundétur in remissiónem peccatórum. Dico autem vobis: non bibam ámodo de hoc genímine vitis usque in diem illum, cum illud bibam vobíscum novum in regno Patris mei. C. Et hymno dicto, exiérunt in montem Olivéti. Tunc dicit illis Jesus: J. Omnes vos scándalum patiémini in me in ista nocte. Scriptum est enim: Percútiam pastórem, et dispergéntur oves gregis. Postquam autem resurréxero, præcédam vos in Galilaeam. C. Respóndens autem Petrus, ait illi: S. Et si omnes scandalizáti fúerint in te, ego numquam scandalizábor. C. Ait illi Jesus: J. Amen, dico tibi, quia in hac nocte, antequam gallus cantet, ter me negábis. C. Ait illi Petrus: S. Etiam si oportúerit me mori tecum, non te negábo. C. Simíliter et omnes discípuli dixérunt. Tunc venit Jesus cum illis in villam, quæ dícitur Gethsémani, et dixit discípulis suis: J. Sedéte hic, donec vadam illuc et orem. C. Et assúmpto Petro et duóbus fíliis Zebedaei, coepit contristári et mæstus esse. Tunc ait illis: J. Tristis est ánima mea usque ad mortem: sustinéte hic, et vigilate mecum. C. Et progréssus pusíllum, prócidit in fáciem suam, orans et dicens: J. Pater mi, si possíbile est, tránseat a me calix iste: Verúmtamen non sicut ego volo, sed sicut tu. C. Et venit ad discípulos suos, et invénit eos dormiéntes: et dicit Petro: J. Sic non potuístis una hora vigiláre mecum? Vigiláte et oráte, ut non intrétis in tentatiónem. Spíritus quidem promptus est, caro autem infírma. C. Iterum secúndo ábiit et orávit, dicens: J. Pater mi, si non potest hic calix transíre, nisi bibam illum, fiat volúntas tua. C. Et venit íterum, et invenit eos dormiéntes: erant enim óculi eórum graváti. Et relíctis illis, íterum ábiit et orávit tértio, eúndem sermónem dicens. Tunc venit ad discípulos suos, et dicit illis: J. Dormíte jam et requiéscite: ecce, appropinquávit hora, et Fílius hóminis tradétur in manus peccatórum. Súrgite, eámus: ecce, appropinquávit, qui me tradet. C. Adhuc eo loquénte, ecce, Judas, unus de duódecim, venit, et cum eo turba multa cum gládiis et fústibus, missi a princípibus sacerdótum et senióribus pópuli. Qui autem trádidit eum, dedit illis signum, dicens: S. Quemcúmque osculátus fúero, ipse est, tenéte eum. C. Et conféstim accédens ad Jesum, dixit: S. Ave, Rabbi. C. Et osculátus est eum. Dixítque illi Jesus: J. Amíce, ad quid venísti? C. Tunc accessérunt, et manus injecérunt in Jesum et tenuérunt eum. Et ecce, unus ex his, qui erant cum Jesu, exténdens manum, exémit gládium suum, et percútiens servum príncipis sacerdótum, amputávit aurículam ejus. Tunc ait illi Jesus: J. Convérte gládium tuum in locum suum. Omnes enim, qui accéperint gládium, gládio períbunt. An putas, quia non possum rogáre Patrem meum, et exhibébit mihi modo plus quam duódecim legiónes Angelórum? Quómodo ergo implebúntur Scripturae, quia sic oportet fíeri? C. In illa hora dixit Jesus turbis: J. Tamquam ad latrónem exístis cum gládiis et fústibus comprehéndere me: cotídie apud vos sedébam docens in templo, et non me tenuístis. C. Hoc autem totum factum est, ut adimpleréntur Scripturæ Prophetárum. Tunc discípuli omnes, relícto eo, fugérunt. At illi tenéntes Jesum, duxérunt ad Cáipham, príncipem sacerdótum, ubi scribæ et senióres convénerant. Petrus autem sequebátur eum a longe, usque in átrium príncipis sacerdótum. Et ingréssus intro, sedébat cum minístris, ut vidéret finem. Príncipes autem sacerdótum et omne concílium quærébant falsum testimónium contra Jesum, ut eum morti tráderent: et non invenérunt, cum multi falsi testes accessíssent. Novíssime autem venérunt duo falsi testes et dixérunt: S. Hic dixit: Possum destrúere templum Dei, et post tríduum reædificáre illud. C. Et surgens princeps sacerdótum, ait illi: S. Nihil respóndes ad ea, quæ isti advérsum te testificántur? C. Jesus autem tacébat. Et princeps sacerdótum ait illi: S. Adjúro te per Deum vivum, ut dicas nobis, si tu es Christus, Fílius Dei. C. Dicit illi Jesus: J. Tu dixísti. Verúmtamen dico vobis, ámodo vidébitis Fílium hóminis sedéntem a dextris virtútis Dei, et veniéntem in núbibus coeli. C. Tunc princeps sacerdótum scidit vestiménta sua, dicens: S. Blasphemávit: quid adhuc egémus téstibus? Ecce, nunc audístis blasphémiam: quid vobis vidétur? C. At illi respondéntes dixérunt: S. Reus est mortis. C. Tunc exspuérunt in fáciem ejus, et cólaphis eum cecidérunt, álii autem palmas in fáciem ejus dedérunt, dicéntes: S. Prophetíza nobis, Christe, quis est, qui te percússit? C. Petrus vero sedébat foris in átrio: et accéssit ad eum una ancílla, dicens: S. Et tu cum Jesu Galilaeo eras. C. At ille negávit coram ómnibus, dicens: S. Néscio, quid dicis. C. Exeúnte autem illo jánuam, vidit eum ália ancílla, et ait his, qui erant ibi: S. Et hic erat cum Jesu Nazaréno. C. Et íterum negávit cum juraménto: Quia non novi hóminem. Et post pusíllum accessérunt, qui stabant, et dixérunt Petro: S. Vere et tu ex illis es: nam et loquéla tua maniféstum te facit. C. Tunc cœpit detestári et juráre, quia non novísset hóminem. Et contínuo gallus cantávit. Et recordátus est Petrus verbi Jesu, quod díxerat: Priúsquam gallus cantet, ter me negábis. Et egréssus foras, flevit amáre. Mane autem facto, consílium iniérunt omnes príncipes sacerdótum et senióres pópuli advérsus Jesum, ut eum morti tráderent. Et vinctum adduxérunt eum, et tradidérunt Póntio Piláto praesidi. Tunc videns Judas, qui eum trádidit, quod damnátus esset, pæniténtia ductus, réttulit trigínta argénteos princípibus sacerdótum et senióribus, dicens: S. Peccávi, tradens sánguinem justum. C. At illi dixérunt: S. Quid ad nos? Tu vidéris. C. Et projéctis argénteis in templo, recéssit: et ábiens, láqueo se suspéndit. Príncipes autem sacerdótum, accéptis argénteis, dixérunt: S. Non licet eos míttere in córbonam: quia prétium sánguinis est. C. Consílio autem ínito, emérunt ex illis agrum fíguli, in sepultúram peregrinórum. Propter hoc vocátus est ager ille, Hacéldama, hoc est, ager sánguinis, usque in hodiérnum diem. Tunc implétum est, quod dictum est per Jeremíam Prophétam, dicéntem: Et accepérunt trigínta argénteos prétium appretiáti, quem appretiavérunt a fíliis Israël: et dedérunt eos in agrum fíguli, sicut constítuit mihi Dóminus. Jesus autem stetit ante praesidem, et interrogávit eum præses, dicens: S. Tu es Rex Judæórum? C. Dicit illi Jesus: J. Tu dicis. C. Et cum accusarétur a princípibus sacerdótum et senióribus, nihil respóndit. Tunc dicit illi Pilátus: S. Non audis, quanta advérsum te dicunt testimónia? C. Et non respóndit ei ad ullum verbum, ita ut mirarétur præses veheménter. Per diem autem sollémnem consuéverat præses pópulo dimíttere unum vinctum, quem voluíssent. Habébat autem tunc vinctum insígnem, qui dicebátur Barábbas. Congregátis ergo illis, dixit Pilátus: S. Quem vultis dimíttam vobis: Barábbam, an Jesum, qui dícitur Christus? C. Sciébat enim, quod per invídiam tradidíssent eum. Sedénte autem illo pro tribunáli, misit ad eum uxor ejus, dicens: S. Nihil tibi et justo illi: multa enim passa sum hódie per visum propter eum. C. Príncipes autem sacerdótum et senióres persuasérunt populis, ut péterent Barábbam, Jesum vero pérderent. Respóndens autem præses, ait illis: S. Quem vultis vobis de duóbus dimítti? C. At illi dixérunt: S. Barábbam. C. Dicit illis Pilátus: S. Quid ígitur fáciam de Jesu, qui dícitur Christus? C. Dicunt omnes: S. Crucifigátur. C. Ait illis præses: S. Quid enim mali fecit? C. At illi magis clamábant,dicéntes: S. Crucifigátur. C. Videns autem Pilátus, quia nihil profíceret, sed magis tumúltus fíeret: accépta aqua, lavit manus coram pópulo, dicens: S. Innocens ego sum a sánguine justi hujus: vos vidéritis. C. Et respóndens univérsus pópulus, dixit: S. Sanguis ejus super nos et super fílios nostros. C. Tunc dimísit illis Barábbam: Jesum autem flagellátum trádidit eis, ut crucifigerétur. Tunc mílites praesidis suscipiéntes Jesum in prætórium, congregavérunt ad eum univérsam cohórtem: et exuéntes eum, chlámydem coccíneam circumdedérunt ei: et plecténtes corónam de spinis, posuérunt super caput ejus, et arúndinem in déxtera ejus. Et genu flexo ante eum, illudébant ei, dicéntes: S. Ave, Rex Judæórum. C. Et exspuéntes in eum, accepérunt arúndinem, et percutiébant caput ejus. Et postquam illusérunt ei, exuérunt eum chlámyde et induérunt eum vestiméntis ejus, et duxérunt eum, ut crucifígerent. Exeúntes autem, invenérunt hóminem Cyrenaeum, nómine Simónem: hunc angariavérunt, ut tólleret crucem ejus. Et venérunt in locum, qui dícitur Gólgotha, quod est Calváriæ locus. Et dedérunt ei vinum bíbere cum felle mixtum. Et cum gustásset, nóluit bibere. Postquam autem crucifixérunt eum, divisérunt vestiménta ejus, sortem mitténtes: ut implerétur, quod dictum est per Prophétam dicentem: Divisérunt sibi vestiménta mea, et super vestem meam misérunt sortem. Et sedéntes, servábant eum. Et imposuérunt super caput ejus causam ipsíus scriptam: Hic est Jesus, Rex Judæórum. Tunc crucifíxi sunt cum eo duo latrónes: unus a dextris et unus a sinístris. Prætereúntes autem blasphemábant eum, movéntes cápita sua et dicéntes: S. Vah, qui déstruis templum Dei et in tríduo illud reædíficas: salva temetípsum. Si Fílius Dei es, descénde de cruce. C. Simíliter et príncipes sacerdótum illudéntes cum scribis et senióribus, dicébant: S. Alios salvos fecit, seípsum non potest salvum fácere: si Rex Israël est, descéndat nunc de cruce, et crédimus ei: confídit in Deo: líberet nunc, si vult eum: dixit enim: Quia Fílius Dei sum. C. Idípsum autem et latrónes, qui crucifíxi erant cum eo, improperábant ei. A sexta autem hora ténebræ factæ sunt super univérsam terram usque ad horam nonam. Et circa horam nonam clamávit Jesus voce magna, dicens: J. Eli, Eli, lamma sabactháni? C. Hoc est: J. Deus meus, Deus meus, ut quid dereliquísti me? C. Quidam autem illic stantes et audiéntes dicébant: S. Elíam vocat iste. C. Et contínuo currens unus ex eis, accéptam spóngiam implévit acéto et impósuit arúndini, et dabat ei bíbere. Céteri vero dicébant:S. Sine, videámus, an véniat Elías líberans eum. C. Jesus autem íterum clamans voce magna, emísit spíritum.

Hic genuflectitur, et pausatur aliquantulum. …

Et ecce, velum templi scissum est in duas partes a summo usque deórsum: et terra mota est, et petræ scissæ sunt, et monuménta apérta sunt: et multa córpora sanctórum, qui dormíerant, surrexérunt. Et exeúntes de monuméntis post resurrectiónem ejus, venérunt in sanctam civitátem, et apparuérunt multis. Centúrio autem et qui cum eo erant, custodiéntes Jesum, viso terræmótu et his, quæ fiébant, timuérunt valde, dicéntes: S. Vere Fílius Dei erat iste. C. Erant autem ibi mulíeres multæ a longe, quæ secútæ erant Jesum a Galilaea, ministrántes ei: inter quas erat María Magdaléne, et María Jacóbi, et Joseph mater, et mater filiórum Zebedaei. Cum autem sero factum esset, venit quidam homo dives ab Arimathaea, nómine Joseph, qui et ipse discípulus erat Jesu. Hic accéssit ad Pilátum, et pétiit corpus Jesu. Tunc Pilátus jussit reddi corpus. Et accépto córpore, Joseph invólvit illud in síndone munda. Et pósuit illud in monuménto suo novo, quod excíderat in petra. Et advólvit saxum magnum ad óstium monuménti, et ábiit. Erat autem ibi María Magdaléne et áltera María, sedéntes contra sepúlcrum.

 [In quel tempo disse Gesù ai suoi discepoli: J. Sapete bene che tra due giorni sarà Pasqua, e il Figlio dell’uomo verrà catturato per essere crocifisso. C. Si radunarono allora i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo nell’atrio del principe dei sacerdoti denominato Caifa, e tennero consiglio sul modo di catturar Gesù con inganno, e così poterlo uccidere. Ma dicevano: S. Non però nel giorno di festa perché non sorga un qualche tumulto nel popolo. C. Mentre Gesù si trovava in Betania nella casa di Simone il lebbroso, gli si avvicinò una donna che portava un vaso d’alabastro, pieno d’unguento prezioso, e lo versò sopra il capo di lui che era adagiato alla mensa. Ma nel veder ciò, i discepoli se ne indignarono e dissero: S. Perché tale sperpero? Poteva esser venduto quell’unguento a buon prezzo, e distribuito [il denaro] ai poveri. C. Ma, sentito questo, Gesù disse loro: J. Perché criticate voi questa donna? Ella invero ha fatto un’opera buona con me. I poveri infatti li avete sempre con voi, mentre non sempre potrete avere me. Spargendo poi questo unguento sopra il mio corpo, l’ha sparso come per alludere alla mia sepoltura. In verità io vi dico che in qualunque luogo sarà predicato questo vangelo, si narrerà altresì, in memoria di lei, quello che ha fatto. C. Allora uno dei dodici, detto Giuda Iscariote, se ne andò dai capi dei sacerdoti, e disse loro: S. Che mi volete dare, ed io ve lo darò nelle mani? C. Ed essi gli promisero trenta monete di argento. E da quel momento egli cercava l’occasione opportuna per darlo nelle loro mani. Or il primo giorno degli azzimi si accostarono a Gesù i discepoli e gli dissero: S. Dove vuoi tu che ti prepariamo per mangiare la Pasqua? C. E Gesù rispose loro: J. «Andate in città dal tale e ditegli: Il Maestro ti fa sapere: Il mio tempo oramai si è approssimato; io coi miei discepoli faccio la Pasqua da te». C. E i discepoli eseguirono quello che aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua. Venuta poi la sera [Gesù], si era messo a tavola coi suoi dodici discepoli; e mentre mangiavano, egli disse: J. In verità vi dico che uno di voi mi tradirà. C. Sommamente rattristati, essi cominciarono a uno a uno a dirgli: S. Forse sono io, o Signore? C. Ma egli in risposta disse: J. Chi con me stende [per intingere] la mano nel piatto, è proprio quello che mi tradirà. Il Figlio dell’uomo, è vero, se ne andrà, come sta scritto di lui; ma guai a quell’individuo, per opera del quale il Figliuolo dell’uomo sarà tradito! Era bene per lui il non esser mai nato! C. Pigliando la parola, Giuda, che poi lo tradì, gli disse: S. Sono forse io, o Maestro? C. Gli rispose [Gesù]: J. Tu l’hai detto. C. Stando dunque essi a cena, Gesù prese un pane, lo benedisse, lo spezzò e lo porse ai suoi discepoli, dicendo: J. Prendete e mangiate; questo è il mio Corpo. C. E preso un calice, rese le grazie, e lo dette loro, dicendo: J. Bevetene tutti. Questo è il mio Sangue del nuovo testamento, che sarà sparso per molti in remissione dei peccati. E vi dico ancora, che non berrò più di questo frutto della vite fino a quel giorno, in cui lo berrò nuovo con voi nel regno del Padre mio. C. Recitato quindi l’inno, uscirono, diretti al Monte oliveto. Disse allora Gesù: J. Tutti voi in questa notte proverete scandalo per causa mia. Sta scritto infatti: Percuoterò il pastore e saranno disperse le pecore del gregge. Ma dopo che sarò resuscitato, vi precederò in Galilea. C. In risposta, Pietro allora gli disse: S. Anche se tutti fossero scandalizzati per te, io non mi scandalizzerò mai. C. E Gesù a lui: J. In verità ti dico che in questa medesima notte, prima che il gallo canti, tu mi avrai già rinnegato tre volte. C. E Pietro gli replico: S. Ancorché fosse necessario morire con te, io non ti rinnegherò. C. E dissero lo stesso gli altri discepoli. Arrivò alfine ad un luogo, nominato Getsemani, e Gesù disse ai suoi discepoli: J. Fermatevi qui, mentre io vado più in là a fare orazione. C. E presi con sé Pietro e i due figli di Zebedeo, cominciò a farsi triste e ad essere mesto. E disse loro: J. È afflitta l’anima mia fino a morirne. Rimanete qui e vegliate con me. C. E fattosi un poco più in avanti, si prostrò a terra colla faccia e disse: J. Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice. In ogni modo non come voglio io [si faccia], ma come vuoi tu. C. E tornò dai suoi discepoli e li trovò che dormivano. Disse quindi a Pietro: J. E cosi, non poteste vegliare un’ora con me? Vegliate e pregate, perché non siate sospinti in tentazione. Lo spirito, in realtà, è pronto, ma è fiacca la carne. C. Di nuovo se ne andò per la seconda volta, e pregò, dicendo: J. Padre mio, se non può passar questo calice senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà. C. E ritornò di nuovo a loro, e li ritrovò addormentati. I loro occhi erano proprio oppressi dal sonno. E, lasciatili stare, andò nuovamente a pregare per la terza volta, dicendo le stesse parole. Fu allora che si riavvicinò ai suoi discepoli e disse loro: J. Dormite pure e riposatevi. Oramai l’ora è vicina, e il Figlio dell’uomo sarà consegnato nelle mani dei peccatori. Alzatevi e andiamo; ecco che è vicino colui che mi tradirà. C. Diceva appunto così, quando arrivò Giuda, uno dei dodici e con lui una gran turba di gente con spade e bastoni, mandata dai capi dei sacerdoti e dagli anziani del popolo. Il traditore, aveva dato loro questo segnale, dicendo: S. Quello che io bacerò, è proprio lui; pigliatelo. C. E, senza indugiare, accostatosi a Gesù, disse: S. Salve, o Maestro! C. E gli dette un bacio. Gesù gli disse: J. Amico, a che fine sei tu venuto? C. E allora si fecero avanti gli misero le mani addosso e lo catturarono. Ma ecco che uno di quelli che erano con Gesù, stesa la mano, sfoderò una spada e, ferito un servo del principe dei sacerdoti, gli staccò un orecchio. Allora gli disse Gesù: J. Rimetti al suo posto la spada, perché chi darà di mano alla spada, di spada perirà. Credi tu forse che io non possa pregare il Padre mio, e che egli non possa fornirmi all’istante più di dodici legioni di Angeli? Come dunque potranno verificarsi le Scritture, dal momento che deve succedere così? C. In quel punto medesimo disse Gesù alle turbe: J. Come un assassino siete venuti a prendermi, con spade e bastoni. Ogni giorno io me ne stavo nel tempio a insegnare, e allora non mi prendeste mai. C. E tutto questo avvenne, perché si compissero le scritture dei Profeti. Dopo ciò, tutti i discepoli lo abbandonarono, dandosi alla fuga. Ma quelli, afferrato Gesù, lo condussero a Caifa; principe dei sacerdoti, presso il quale si erano radunati gli scribi e gli anziani. Pietro però lo aveva seguito alla lontana fino all’atrio del principe dei sacerdoti; ed, entrato là, si era messo a sedere coi servi allo scopo di vedere la fine. I capi dei sacerdoti intanto e tutto il consiglio cercavano una falsa testimonianza contro Gesù per aver modo di metterlo a morte; ma non trovandola, si fecero avanti molti falsi testimoni. Per ultimo se ne presentarono altri due, e dissero: S. Costui disse: Io posso distruggere il tempio di Dio, e in tre giorni posso rifabbricarlo. C. Levatosi su allora il principe dei sacerdoti, disse [a Gesù]: S. Io ti scongiuro per il Dio vivo, che tu ci dica, se sei il Cristo, figlio di Dio. C. Gesù rispose: J. Tu l’hai detto. Anzi vi dico che vedrete altresì il Figlio dell’uomo, assiso alla destra della Potenza di Dio, venir giù sulle nubi del cielo. C. Il principe dei sacerdoti allora si strappò le vesti, dicendo: S. Egli ha bestemmiato! Che abbiamo più bisogno di testimoni? Voi stessi ora ne avete sentito la bestemmia! Che ve ne pare? C. Egli ha bestemmiato! Che abbiamo più bisogno di testimoni? Voi stessi ora ne avete sentito la bestemmia! Che ve ne pare? C. È reo di morte! C. Allora gli sputarono in faccia e lo ammaccarono coi pugni. Altri poi lo schiaffeggiarono e gli dicevano: S. Indovina, o Cristo, chi è che ti ha percosso. C. Pietro intanto se ne stava seduto fuori nell’atrio. Or gli si accostò una serva e gli disse: S. Anche tu eri con Gesù di Galilea. C. Ma egli, alla presenza di tutti, negò, dicendo: S. Non capisco quello che dici. C. Mentre poi stava per uscire dalla porta, lo vide un’altra serva e disse ai presenti: S. Anche lui era con Gesù Nazareno! C. E di nuovo egli negò giurando: S. Io non conosco quest’uomo! C. Di lì a poco gli si avvicinarono coloro che si trovavano là, e dissero a Pietro: S. Tu sei davvero uno di quelli, perché anche il tuo accento ti da a conoscere per tale. C. Cominciò allora a imprecare e a scongiurare che non aveva mai conosciuto quell’uomo. E a un tratto il gallo cantò; allora Pietro si rammentò del discorso di Gesù: «Prima che il gallo canti, tu mi avrai rinnegato tre volte»; ed uscito di là, pianse amaramente. Fattosi poi giorno, tutti i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo congiurarono insieme contro Gesù per metterlo a morte; e, legatolo, lo portarono via e lo presentarono al governatore Ponzio Pilato. Il traditore Giuda, allora, visto che Gesù era stato condannato, sospinto dal rimorso, riportò ai capi dei sacerdoti e agli anziani i trenta denari, e disse: S. Ho fatto male, tradendo il sangue d’un innocente! C. Ma essi risposero: S. Che ci importa? Pensaci tu! C. Gettate perciò nel tempio le trenta monete d’argento, egli si ritirò di là, andando a impiccarsi con un laccio. I capi dei sacerdoti per altro, raccattate le monete, dissero: S. Non conviene metterle colle altre nel tesoro, essendo prezzo di sangue. C. Dopo essersi consultati tra di loro, acquistarono con esse un campo d’un vasaio per seppellirvi i forestieri. Per questo, quel campo fu chiamato Aceldama, vale a dire, campo del sangue; e ciò fino ad oggi. Così si verificò quello che era stato predetto per mezzo di Geremia profeta: «Ed hanno ricevuto i trenta denari d’argento, prezzo di colui che fu venduto dai figliuoli d’Israele, e li hanno impiegati nell’acquisto del campo d’un vasaio, come mi aveva imposto il Signore». Gesù pertanto si trovò davanti al governatore, che lo interrogò, dicendogli: S. Sei tu il re dei giudei? C. Gesù gli rispose: J. Tu lo dici. C. Ed essendo stato accusato dai capi dei sacerdoti e dagli anziani, non rispose nulla. Gli disse allora Pilato: S. Non senti di quanti capi d’accusa ti fanno carico? C. Ma egli non replicò parola, cosicché il governatore ne rimase fortemente meravigliato. Nella ricorrenza della festività [pasquale] il governatore era solito di rilasciare al popolo un detenuto a loro piacimento. Ne aveva allora in prigione uno famoso, chiamato Barabba. A tutti coloro perciò che si erano ivi radunati, Pilato disse: S. Chi volete che io vi lasci libero? Barabba, oppure Gesù, chiamato il Cristo? C. Sapeva bene che per invidia gliel’avevano condotto lì. Mentre intanto egli se ne stava seduto in tribunale, sua moglie gli mandò a dire: S. Non aver nulla da fare con quel giusto, perché oggi in sogno ho dovuto soffrire tante ansie per via di lui! C. Ma i capi dei sacerdoti e gli anziani sobillarono il popolo, perché fosse chiesto Barabba e fosse ucciso Gesù. In risposta allora il governatore disse loro: S. Chi volete che vi sia rilasciato? C. E quei risposero: S. Barabba. C. Replicò loro Pilato: S. Che ne farò dunque di Gesù, chiamato il Cristo? C. E ad una voce, tutti risposero: S. Crocifiggilo! C. Disse loro il governatore: S. Ma che male ha fatto? C. Ed essi gridarono più forte, dicendo: S. Sia crocifisso! C. Vedendo Pilato che non si concludeva nulla, ma anzi che si accresceva il tumulto, presa dell’acqua, si lavò le mani alla presenza del popolo, dicendo: S. Io sono innocente del sangue di questo giusto; è affar vostro! C. E per risposta tutto quel popolo disse: S. Il sangue di lui ricada sopra di noi e sopra i nostri figli! C. Allora rilasciò libero Barabba; e, dopo averlo fatto flagellare, consegnò loro Gesù, perché fosse crocifisso. I soldati del governatore poi trascinarono Gesù nel pretorio e gli schierarono attorno tutta la coorte; e lo spogliarono, rivestendolo d’una clamide di color rosso. Intrecciata poi una corona di spine, gliela posero in testa, e nella mano destra [gli misero] una canna. E piegando il ginocchio davanti a lui, lo deridevano col dire: S. Salve, o re dei Giudei. C. E dopo avergli sputato addosso, presagli la canna, con essa lo battevano nel capo. E dopo che l’ebbero schernito, gli levarono di dosso la clamide, gli rimisero le sue vesti, e lo condussero via per crocifiggerlo. Nell’uscire [di città], trovarono un tale di Cirene, chiamato Simone, e lo costrinsero a pigliare la croce. E arrivarono a un luogo, detto Golgota, cioè, del cranio. E dettero da bere [a Gesù] del vino mescolato con fiele; ma avendolo egli gustato, non lo volle bere. E dopo che l’ebbero crocifisso, se ne divisero le vesti, tirandole a sorte. E ciò perché si adempisse quello che era stato detto dal Profeta, quando disse: «Si sono divisi i miei abiti ed hanno messo a sorte la mia veste». E, postisi a sedere, gli facevano la guardia. E al di sopra del capo di lui, appesero, scritta, la causa della sua condanna: – Questi è Gesù, re dei Giudei -. Furono allora crocifissi insieme con lui due ladroni: uno a destra ed uno a sinistra. E quelli che passavano di li, lo schernivano, crollando il capo, e dicevano: S. Tu che distruggi il tempio di Dio e che lo ricostruisci in tre giorni, salva te stesso; se sei il Figlio di Dio, scendi giù dalla croce. C. Parimenti anche i capi dei sacerdoti lo deridevano, beffandosi di lui cogli scribi e cogli anziani del popolo, e dicendo: S. Salvò gli altri, e non può salvare se stesso. Se è il re d’Israele, discenda ora dalla croce, e noi gli crederemo. Confidò in Dio. Se vuole, Iddio lo liberi ora! O non disse che era Figliuolo di Dio? C. E questo pure gli rinfacciavano i ladroni che erano stati crocifissi con lui. Si fece poi un gran buio dall’ora sesta fino all’ora nona. E verso l’ora nona Gesù gridò con gran voce: J. Eli, Eli, lamma sabacthani; C. cioè: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Ed alcuni che erano li vicini, sentitolo, dissero: S. Costui chiama Elia! C. E subito uno di loro, correndo, presa una spugna, l’inzuppò nell’aceto, e fermatala in vetta a una canna, gli dette da bere. Gli altri invece dicevano: S. Lasciami vedere, se viene Elia a liberarlo. C. Ma Gesù, gridando di nuovo a gran voce, rese lo spirito. Si genuflette per un momento. Ed ecco che il velo del tempio si divise in due parti dall’alto in basso; e la terra tremò; e le pietre si spaccarono, le tombe si aprirono, e molti corpi di Santi che vi erano sepolti, resuscitarono. Usciti anzi dai monumenti dopo la resurrezione di Lui, entrarono nella città santa e comparvero a molti. Il centurione poi e gli altri che con lui facevano la guardia a Gesù, veduto il terremoto e le cose che succedevano, ne ebbero gran paura e dissero: S. Costui era davvero il Figliuolo di Dio. C. C’erano pure lì, in disparte, molte donne che avevano seguito Gesù dalla Galilea per assisterlo, tra le quali era Maria Maddalena, e Maria di Giacomo e di Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedeo. Essendosi poi fatta sera, arrivò un uomo, ricco signore di Arimatea, chiamato Giuseppe, discepolo anche lui di Gesù. Egli si era presentato a Pilato per chiedergli il corpo di Gesù; e Pilato aveva dato ordine che ne fosse restituito il corpo. E, presolo, Giuseppe lo avvolse in un lenzuolo pulito, e lo pose in un sepolcro nuovo, che si era già fatto scavare in un masso; e, dopo aver ribaltata alla bocca della tomba una gran lapide, se ne andò. Erano ivi Maria Maddalena e l’altra Maria, sedute di davanti al sepolcro.]

OMELIA II

 [Mons. J. Billot; Discorsi Parrocchiali – Cioffi ed. Napoli, 1840]

– Sopra le disposizioni alla Comunione –

Dicite filiæ Sion; ecce Rex tuus venit tibi. [Matth. XXI]

La Chiesa, quella tenera, madre, sempre attenta ai bisogni dei suoi figliuoli, ci rappresenta in quest’oggi nel Vangelo l’entrata trionfante del Salvatore, in Gerusalemme: ciò non è senza disegno, Fratelli miei, essa vuole, con questo metterci sotto gli occhi, il modello di quel che dobbiamo noi fare per prepararci alla Comunione Pasquale; perciocché se l’entrata di Gesù Cristo in quella città è una figura di quella che fa nelle nostre anime con la santa Comunione, si può dire che l’accoglienza che gli fecero, i popoli, è un’istruzione di quel che dobbiamo noi fare per riceverla. Or, il Vangelo, ci dice che una gran moltitudine di persone andò al di Lui, incontro; gli uni stendevano le loro vestimenta, gli altri travagliavano rami d’alberi che mettevano sulla strada per cui doveva passare; tutti, insieme gli davano mille benedizioni dicendo: Osanna, salute e gloria al figliuolo di Davide, benedetto sia chi viene nel nome del Signore. Tale fu, Fratelli miei, quella pomposa cerimonia, di cui la Chiesa ci richiama la rimembranza con la benedizione delle palme e con la, processione ch’ella fa in questo giorno; tale è altresì il modello delle disposizioni che dovete voi apportare ad una santa Comunione. Voi dovete, non già levarvi le vestimenta come quei popoli, ma spogliarvi dell’uomo vecchio, rinunciar al peccato, reprimere le vostre cupidigie, portar nelle vostre mani la palma delle vittorie, che avere ripor tate sulle vostre passioni, andar all’incontro di Gesù Cristo con una viva fede, con una ferma speranza, con un’ardente carità, una devozione fervente, un’umiltà profonda .. Ecco a che, Fratelli miei, v’invita la Chiesa per mezzo dei suoi ministri ch’essa incarica di annunciarvi il felice arrivo di un Re pieno di mansuetudine : “Ecce Rex tuus venit tihi mansuetus”. Ecco che viene questo Re per ricolmarvi delle sue grazie e dei suoi favori; già Egli è alla vostra porta, già siete vicini al momento in cui dovete riceverlo nel vostro cuore: Ecce Rex tuus venit! Andate dunque al di Lui incontro; preparatevi con attenzione a questo grande ed augusto Sacramento, lasciate per questo le vie dell’iniquità, ed accostatevi a Gesù Cristo con un cuor puro, ed un’anima ornata di tutte le virtù; questo solo può rendergli gradita la dimora, che vuol Egli eleggersi dentro di voi medesimi. Ecco, Fratelli miei, l’importante soggetto di cui sono per intrattenervi; egli mi somministra le due seguenti riflessioni: per ricevere degnamente Gesù Cristo nella santa Comunione, bisogna 1.° esser esente da ogni peccato; primo punto: bisogna 2.° esser occupato alla pratica delle virtù; secondo punto. In due parole, la purezza dell’anima è la disposizione remota; il fervore della virtù è la disposizione prossima, che da tutti noi richiede la santa Comunione.

I. Punto. Il Santo Re Davide volendo fabbricare un tempio al Signore, credette dover preparare per questa grand’opera tutto ciò ch’egli poté trovare di più prezioso e di più magnifico nelle ricchezze della natura; perché, diceva egli, non si tratta di preparare un’abitazione ad un uomo, ma bensì ad un Dio: Neque enim homini præparatur habitatio ( I. Par. XXIX). Il gran disegno che questo pio Re non poté compire, fu eseguito da Salomone suo figliuolo, il più saggio dei Re. Or se bisognò fare tanti apparecchi per collocare l’arca d’alleanza che conteneva le tavole della legge, ed un poco di manna data miracolosamente ai Giudei nel deserto; che non deve fare un Cristiano per preparare nel suo cuore un tempio a Gesù Cristo, Autore della legge, per mangiare quella manna deliziosa discesa dal Cielo, di cui l’antica non era che la figura? Se i Giudei dovevano osservare tante cerimonie per mangiare l’Agnello Pasquale, se erano puniti di morte allorché mancavano a qualcheduna di queste cerimonie; che non devono osservare i Cristiani per mangiare l’Agnello immacolato? Quali disposizioni non debbono apportare accostandosi al più grande, al più santo dei nostri Sacramenti, che è un memoriale dei misteri di nostra Santa Religione? Ah! Fratelli miei, quand’anche non dovessimo noi partecipare che una sol volta nel tempo di nostra vita a questi augusti misteri, questa vita, benché lunga, benché santa ella fosse, non sarebbe troppo per apparecchiarci ad una sola Comunione. Ma se noi non impieghiamo a quest’azione tanto tempo, quanto domanderebbe la grandezza e la santità di chi dobbiamo ricevere, noi dobbiamo supplir per lo meno col nostro fervore al tempo che ci manca: e con una santa premura supplire all’impossibilità in cui ci mette la nostra debolezza di farne di più. –  Che non fareste voi, Fratelli miei, se doveste ricevere in casa vostra un Grande del mondo, un Principe, un Re della terra? Voi non aspettereste il giorno del suo arrivo per prepararvi; ma impieghereste molti giorni per adornar gli appartamenti in cui dovrebbe alloggiare, di ciò che ritrovar poteste di più prezioso; voi non avreste la temerità di riporvi il suo nemico, o qualche oggetto che gli dispiacesse. Quali precauzioni non dovete voi dunque prendere per ricever Gesù Cristo, il Re dei re, il quale vuol dimorare, non già nella vostra casa, ma nel vostro cuore? Voi sapete che il peccato è suo nemico; dunque dovete scacciarlo dalla vostr’anima, purificandola di tutto ciò che può dispiacere. agli occhi. di questo Re pieno di mansuetudine. Questa è, Fratelli miei, la disposizione principale, che convien apportare alla Comunione, una gran purità d’anima, senza di cui tutte le altre a nulla vi serviranno. Voi la dovete a Gesù Cristo vostro divino ospite, voi la dovete a voi medesimi, perché senza questa disposizione, ben lungi che questo cibo fosse per voi un principio di vita e di salute, egli sarebbe un principio di morte, e di dannazione. – Ed invero, se Gesù Cristo si unisce a noi nella Santa Comunione in una maniera sì intima, non dobbiamo noi forse unirci a lui con l’amore il più sincero? Se vuol Egli dimorare in noi, e onorarci di sua presenza, non dobbiamo noi forse dimorare in Lui con la sua grazia? Or, come unirvi a Gesù Cristo, Fratelli miei, mentre che il peccato metterà tra lui e voi un argine ed un ostacolo a questa unione? Come dimorare in Gesù Cristo, mentre il peccato ve ne separa, e vi ritirate dalla sua società per via di quella che voi volete avere con Belial suo nemico? Quæ conventio Christi ad Belial (2. Cor. VI)? Gesù Cristo verrà veramente ad abitare in voi, se vi comunicate, in qualunque stato di colpa, o di santità voi siate; mentre per un prodigio di amore, che noi non sapremmo abbastanza ammirare, Egli si dà egualmente ai buoni e ai malvagi; il peccato che regna nel cuore che lo riceve, non gli fa per questo perdere il suo essere sacramentale: Sumunt boni, sumunt mali. Egli entra e dimora in corpo ed in anima in questo cuor di peccato, come in un cuor puro; ma quanto diversi sono gli effetti che vi produce? Le maledizioni ch’Egli imprime in quest’anima temeraria e sfrontata, sono proporzionate agli oltraggi che vi riceve. Or come è Egli ricevuto in questo cuor di peccato, come vi è trattato, a quali disprezzi, a quali insulti, a quali indegnità non è Egli esposto? Vi si vede, per così dire, strascinato, come uno schiavo sotto i piedi del demonio, suo nemico , cui l’indegno comunicante dà la preferenza sopra il suo Dio. col suo attacco al peccato. Egli soffre in questo cuore oltraggi inuditi, che gli sono più insopportabili che non furono quelli che soffrì nella sua vita mortale; la sua passione vi è rinnovata, vi è tradito da Giuda, dispregiato da Erode, condannato da Pilato, messo a morte dai carnefici; mentre l’indegno comunicante rassomiglia a tutti quei mostri della natura, che han commesso i più orribili attentati sulla persona del Figliuol di Dio. Gesù Cristo ha più di orrore d’essere in questo cuore schiavo del peccato, che nel fango e nel sucidume. A che pensate voi dunque, e che pretendete voi fare, peccatori che vi accostate alla santa tavola con un cuore imbrattato di peccati, abbandonato ai desideri sensuali, schiavo di un abito che non avete corretto, adoratore di un oggetto cui non avete rinunciato? Pensate voi che il pane dei figliuoli sia per li cani? No, no, le cose sante non debbono essere che per i Santi; e non conviene gettare le perle preziose avanti agli animali immondi, né conviene partecipare alla tavola del Signore, e a quella dei demoni. La Scrittura vi condanna troppo apertamente, sì che troviate qualche scusa alla vostra temerità. Che pretendete voi, vendicativi, allorché venite a mangiare la carne dell’Agnello pieno di mansuetudine con un cuore ripieno di fiele, con una segreta animosità, con un risentimento ostinato che vi separa dal vostro fratello, o che vi rende così intrattabili su tutte le convenzioni che vi si propongono? Ah! voi venite come Giuda sotto il segno della pace, a dichiarare a Gesù Cristo la guerra più crudele, ad immergergli nel seno il pugnale che tenete nascosto sotto il mantello della pietà e della modestia. Voi siete colpevoli del medesimo attentato, voi che non avere rinunciato a quell’occasione che vi perde, che non avete rotta quella pratica peccaminosa, voi che non volete restituire quel bene mal acquistato, voi che non avete avuto alcun dolore dei vostri peccati, che non li avete tutti dichiarati nel tribunale; voi tutti finalmente, che conservate qualche affetto al peccato: mentre per esser degno di comunicarsi, non basta di aver interrotto il corso dei suoi peccati; avete voi passati molti mesi, molti anni senza fare al di fuori alcun’opera di peccato? Se il vostro cuore ama ancora il peccato, se ha qualche segreto affetto per lui, voi siete da quel tempo sotto la Schiavitù del demonio, e comunicandovi in questo stato, voi vi rendete colpevoli di una comunione sacrilega. Ah! sappiate che non si può bere nel calice del Signore ed in quello dei demoni, dice l’Apostolo S. Paolo; ma che bisogna provarvi, come dice lo stesso Apostolo, prima di mangiare questo pane celeste: Probet autem se ipsum homo, et sic de pane illo edat (2 Cor IX). Or, in che consiste questa prova che chiede il santo Appostolo, di chi vuol cibarsi del corpo e del Sangue di Gesù Cristo? Questa prova, dice il santo Concilio di Trento, consiste in investigare il fondo del suo cuore, riconoscere, se è egli imbrattato di qualche colpa; e se è tale, convien lavare, purificare questo cuore nelle acque di una salutevole penitenza; penitenza che non consiste solamente nel detestare il peccato, ma ancora nel dichiararlo nella confessione: senza questa dichiarazione, qualunque contrizione uno abbia altronde del suo peccato, lo stesso Concilio di Trento proibisce ad ogni peccatore di accostarsi alla santa tavola; la ragione, su cui appoggia questo divieto, è la santità di questo gran Sacramento, a cui non si può mai di troppo prepararsi per riceverlo. –  Provatevi dunque, peccatori, chiunque voi siate, prima di accostarvi al Santo dei Santi: Probet autem se ipsum homo, Non vi contenta te di una rivista superficiale sopra lo stato della vostra anima, di una semplice dichiarazione delle vostre colpe, di alcune preghiere recitate: che sono meno l’opera del vostro cuore, che di una sorgente straniera; ma investigate il fondo del vostro cuore per vedere s’egli è lo schiavo di qualche passione, se v’è qualche veleno nascosto, che il vostro amor proprio vi ha mascherato, se è signoreggiato da un orgoglio segreto, roso dall’invidia, animato dalla vendetta, sottomesso dal piacere. Dall’esame del cuore venite a quello delle vostre parole, e delle vostre azioni; mirate con attenzione se quella lingua, che deve esser tinta del Sangue di Gesù Cristo, è sovente lo strumento fatale, di cui vi servite per oltraggiarlo con le vostre bestemmie, con le vostre imprecazioni, con le vostre maldicenze, con le vostre parole oscene: ed allora qual confusione non avreste di alloggiare il Dio d’ogni santità, d’ogni purità su di una lingua, ed in un cuore sì indegno di riceverlo, per aver servito di sedia e di trono al demonio, suo nemico? Ah! quanto questa riflessione dovrebbe in appresso ben ritenere la vostra lingua, e scacciar dal vostro cuore ogni amor profano. Probet autem se ipsum homo . Provatevi ancor una volta, peccatori, ed esaminate se tutte le vostre azioni sono quelle di un uomo che deve essere incorporato a Gesù Cristo. Se le vostre mani sono cariche d’ingiustizie, se sono bagnate del sangue della vedova, e del pupillo, se il vostro corpo, che nel vostro Battesimo è divenuto il tempio dello Spirito Santo , è profanato da qualche segreto piacere: esaminate quali sono le vostre occupazioni» quali i doveri del vostro stato, se voi li adempite; e se riconoscete in voi qualche cosa di difettoso, bisogna raddrizzarlo; se vi osservate qualche macchia, qualche lordura, convien purificarla; se nel vostro cuore regna qualche passione disordinata, bisogna scacciarla; se la vostra lingua è un fonte d’iniquità, convien condannarla al silenzio; se la vostra condotta non è regolata, convien riformarla: bisogna con una sincera penitenza riparar il passato, regolar l’avvenire; bisogna, in una parola, con una buona Confessione, accompagnata da un vivo dolore dei vostri peccati, mettervi in istato di partecipare della tavola de gli Angeli: Probet autem se ipsum homo. – Voi dovete a voi medesimi questa prova, Fratelli miei, questa purezza d’anima, che vi rende graditi agli occhi di chi volete ricevere. Imperciocché se voi avete la temerità di accostarvi alla santa tavola, di mangiare il frumento degli eletti, il cibo degli Angeli, e dei veri figliuoli di Dio con un cuore di demonio, con cuor reprobo, con un cuor di peccato; se come un altro Osea, voi portate una mano temeraria sull’arca della nuova alleanza; se voi incorporate la carne di Gesù Cristo in una carne di peccato, voi sarete nello stesso momento puniti della morte la più terribile; il pane che dà la vita ai buoni, si cangerà per voi in un veleno fatale che vi darà la morte: mors est malis, vita bonis. Il calice della salute sarà per voi un calice di condannazione. Si è lo stesso Appostolo, che ve ne assicura dopo le parole che vi ho spiegate: chi mangia indegnamente, dice egli, il corpo di Gesù Cristo, chi beve indegnamente il suo sangue, cioè, chi lo riceve’ senza disposizione, ed in istato di peccato, questi beve e mangia il suo giudizio: qui enim manducat et bibit indigne, judicium sibi manducat et bibit. ( 1. Cor. XI). Qual espressione, Fratelli mici! chi di voi peccatori temerari, non ne sarà spaventato? Se questo giudizio fosse scritto sulla carta, si potrebbe lacerare, se fosse inciso sul legno, si potrebbe bruciare; se fosse intagliato sui bronzo, si potrebbe cancellare; ma egli ha penetrato sino nelle vostre vene, e nella midolla delle vostre ossa; come rivocarlo dopo che l’avete mangiato, dopo che si è convertito, per così dire, in vostra sostanza? Qual disgrazia! come ripararla? Ah quanto è difficile! l’accecamento, la durezza di cuore, l’impenitenza finale, cui noi vediamo ridotti certi peccatori, sono i funesti effetti delle loro indegne Comunioni: da che hanno avanzato il passo per accostarsi alla santa tavola, come il perfido Giuda, il demonio s’impossessa della loro anima, come fece di quell’Apostolo, che non fu punto tocco dalle finezze che Gesù Cristo ebbe ancora per lui, malgrado il suo tradimento, e che andò ad impiccarsi di disperazione, e dal suo patibolo scese nell’inferno. Tale è la sorte di quelli che indegnamente si comunicano. Cosa alcuna non li commuove; né preghiere, né minacce, né grazie, né esortazioni non fanno su di essi impressione alcuna; si acciecano, si ostinano su tutto ciò che loro può dirsi di più penetrante; muoiono, e sono dopo la loro morte precipitati nel profondo degli abissi. Ah! Fratelli miei se v’è qualcheduno tra voi che sia in queste cattive disposizioni, se v’è qui qualche Giuda, cioè, qualcheduno in istato di peccato, tremi pure alla vista del suo stato, apprenda i castighi di cui è minacciato, e non si accosti alla santa tavola per fare la Pasqua coi discepoli, ma se ne allontani; perciocché se egli ha la temerità di commettere quel sacrilegio, sarebbe meglio per lui, come fu detto di Giuda, che non fosse mai nato: Melius erat iili, si natus non fuisset homo ille (Matth. XXVI). Non deve aspettarsi che una sentenza di morte la più terribile. Uscite dunque da qui, vendicativi, che non avete ancora fatta la pace col vostro nemico, ed andate a riconciliarvi con lui prima di offerire il vostro dono all’Altare: Foris canes. Uscite da qui, bestemmiatori, che avete ancora la lingua tutta annerita dalle imprecazioni che avete pronunciate, che non avete fatto alcuno sforzo per correggervi, perché in questo giorno medesimo, in cui la vostra lingua sarà bagnata del Sangue di Gesù Cristo, voi la farete forse ancora servire ad oltraggiarlo con le vostre bestemmie. Uscite da qui voi, il cui cuore è ancora fumante del fuoco, che una infame passione vi ha acceso; andare prima ad estinguere questo fuoco con le lagrime della Penitenza. Uscite da qui finalmente voi tutti che non avete ancora gettate lungi da voi le iniquità, di cui siete carichi: il pane degli Angeli non deve essere distribuito agli schiavi del demonio; purificatevi prima con la Penitenza. È molto meglio differire per qualche tempo la vostra Comunione, che di farla in cattivo stato. Foris canes. Il Dio delle misericordie vuole di buon grado darvi ancora il tempo che vi è necessario, e ricevervi quando vi sarete preparati. Quanto a voi, cui la coscienza non rimprovera alcuna colpa grave, purificatevi delle macchie anche le più leggiere che avete contratte, perché le colpe leggiere anche, quantunque non rendano la Comunione indegna, non lasciano di privarvi di molte grazie che ricevereste se le aveste interamente cancellate. Se Gesù Cristo lava i piedi ai suoi Apostoli prima di mangiar con essi questa divina Pasqua, era, Fratelli miei, per farvi conoscere la gran purezza che bisogna avere per parteciparvi; bisogna lavar la vostra anima, e renderla tanto bianca, come la neve, per ricevere quell’abbondanza di grazie che Gesù Cristo comunica alle anime sante e ferventi, che se gli accostano: a questa purezza d’anima unite ancora la pratica delle cristiane virtù. In poche parole il secondo punto.

II. Punto. Ci fa sapere il sacro testo, che per mangiare l’Agnello Pasquale, bisognava osservar molte cerimonie; mancare ad una sola era esporsi ai più rigorosi castighi. Si doveva mangiar questo Agnello con lattughe selvagge, bisognava star in piedi, aver cinte le reni, ed un bastone in mano. Tutto questo, Fratelli miei, ci notava le disposizioni, in cui dobbiamo noi essere, le virtù che dobbiamo praticare per metterci in istato di mangiare l’Agnello immacolato della nuova alleanza. Quelle lattughe, che dovevano servire di condimento all’Agnello di Pasqua, ci rappresentavano la mortificazione che ci è necessaria per profittare del cibo celeste che ci è presentato in questo divin cibo. La postura, in cui esser dovevano gli Israeliti facendo la loro Pasqua, era una figura dello staccamento dalle cose di questo mondo, in cui dobbiamo noi essere in qualità di viatori, e delle premure che dobbiamo avere per li beni del Cielo; chiunque non è in queste disposizioni, è indegno di mangiare il pane degli Angeli, come canta la Chiesa, il pane dei viatori: Panis Angelorum factus cibus viatorum. Per partecipare a queste nozze affatto divine, per entrare in questo convito dell’Agnello, bisogna essere rivestito delle virtù cristiane, essere animato da una viva fede, penetrato da un salutevole timore, acceso da un amor tutto divino. Queste sono le disposizioni prossime che il sacro ministro annunciava altre fiate, a tutti coloro che volevano accostarsi alla santa Tavola: Accedite cum fide, tremore, et dilectione. – È d’uopo, Fratelli miei, che voi siate primieramente animati da una viva fede, che vi rappresenti da una parte la grandezza, la maestà, la santità del Dio che andate a ricevere, e dall’altra la vostra bassezza, la vostra miseria, il vostro niente: chi è dunque colui che vado a ricevere nel mio cuore, dovete dire a voi medesimi? Chi è che è rinchiuso in quell’ostia, che mi si presenta? È il Signore del cielo, e della terra, il sovrano di tutti i Re, è il mio Dio, il mio Creatore, il mio Salvatore, lo stesso Gesù Cristo che ha fatti tanti prodigi sulla terra, che ha risanato gl’infermi, che ha risuscitato i morti, che è morto in croce per me, che è risuscitato, salito al Cielo, che sta assiso alla destra di suo Padre, e che deve un giorno venire con tutto lo splendore della sua maestà a giudicare i vivi ed i morti; sì, lo credo, è lo stesso Gesù Cristo che vado a ricevere, che fa la felicità dei Santi nella gloria. Ah! Qual buona. sorte per me! ma quanto sono io povero e misero peccatore, verme di terra, cenere e polvere, per accostarmi così al Santo dei Santi, al Dio d’ogni maestà, d’ogni grandezza? Ah! se avessi almeno conservata la mia innocenza; se non avessi io giammai offeso un Dio sì buono a mio riguardo! Ma dopo tanti peccati, come ho io l’ardire di presentarmi alla santa tavola? Tali sono, Fratelli miei, i sentimenti, che la fede deve in voi produrre: sentimenti di umiltà che vi facciano riconoscere con più di ragione che l’umile Centurione del Vangelo, la vostra indegnità a ricevere un sì gran benefizio. No, Signore, dovete! voi dire com’egli, io non merito, che voi entriate nel mio cuore, io sono indegno di ricevervi; una sola delle vostre parole sarebbe per me infinitamente superiore ai miei meriti; oppure dite con San Pietro: ah! Signore, ben lungi di accostarmi a voi, dovrei piuttosto dirvi di allontanarvene, perché io sono un peccatore. Sarebbe già molto per me, che mi permetteste, come al Pubblicano, di starmene già vicino alla porta del vostro santo Tempio, e dirvi com’egli: Signore, siatemi propizio: sarebbe molto per me che mi perdonaste i miei peccati; ma che io m’accosti a voi dopo avervi sì sovente offeso; che io vi alloggi in un cuore, che è stato sì sovente imbrattato dalla colpa: ah, non devo io temere che un fuoco divorante non esca dal sacro tabernacolo per consumarmi, e punire la mia temerità? Quand’anche io avessi tutta la purità degli Angeli, e tutte le virtù dei Santi, dovrei io tremare accostandomi a Voi; quanto più non devo io temere dopo tanti peccati che ho commessi, non sapendo principalmente se mi sono perdonati? Non devo io temere di bere e di mangiare il mio giudizio, di ricevere il decreto di mia condannazione? Questo timore tuttavia, Fratelli miei, non deve disanimarvi né allontanarvi da questa sorgente di grazie, se voi avete fatto quanto dipende da voi per prepararvi. Egli deve al contrario esser accompagnato da una ferma fiducia che Gesù Cristo medesimo ha voluto ispirarci, allorché c’invita di andare a Lui: venite a me, voi tutti che siete carichi, ed io vi alleggerirò; Venite ad me omnes (Marth. 11.). Venite, miei amici, a mangiar il pane, che Io vi ho apparecchiato, inebriatevi di quel vino delizioso che fortifica le vergini: Inebriamìni carissimi (Cant. V). Ma affinché questo pane delizioso vi profitti, bisogna mangiarlo con fame, e bere questo vino con una sete ardente; mentre siccome il cibo del corpo non profitta a coloro che ne hanno nausea, così quello dell’anima non vi sarà salutevole se non bruciate di un desiderio ardente di riceverlo. Or che cosa più propria ad eccitare in voi questo desiderio, che 1’ardore che Gesù Cristo medesimo vi dimostra di unirsi a voi? Qual premura dal suo canto per ricolmarvi dei suoi favori, e riempiervi della sua grazia? Egli è il migliore di tutti i Padri, il più liberale di rutti i Re, che si spoglia, per così dire, della sua maestà per rivestirne voi, e conferirvi i suoi doni con magnificenza. Imperciocché notate, Fratelli miei, che Gesù Cristo viene a voi nella santa Comunione per vostro bene: Venit tibi mansuetus; Egli viene in qualità di conquistatore a fare la conquista del vostro cuore; a regnare nella vostra anima, e a sottomettere le vostre passioni alla sua legge; Egli viene in qualità di padrone ad istruirvi dei vostri doveri, a dissipare le vostre tenebre, e ad insegnarvi tutte le verità: viene in qualità di medico a guarire le vostre malattie spirituali; viene in qualità di pastore per ricondurvi nell’ovile, o come un tenero sposo per fare una santa alleanza con la vostra anima: tutto questo non sarà capace di eccitare in voi l’amore il più ardente per Iddio, che vi ama con tanto eccesso? Si è per amore, che Egli si dà a voi; potete voi ricusargli il vostro cuore? Alcuno dunque non si accosti con nausea, con tiepidezza, dice il Crisostomo; ma tutti siano nel fervore, e nell’ amor il più ardente.

Pratiche. Per apparecchiarvi ad una fervente Comunione, passate questa settimana santa in un profondo raccoglimento, siate voi più pii nelle vostre orazioni, più fedeli ai vostri doveri, più assidui alla Chiesa; andate con allegrezza a mettere il vostro cuore ai piedi degli altari, e trasportatevi in ispirito sul Calvario per contemplare  l’amor eccessivo di un Dio che si è reso per voi ubbidiente sino alla morte della croce: mortificate la vostra carne, a fine di risentire in voi qualcheduno dei dolori che Gesù Cristo ha sofferti per voi: Hoc sentite in vobis, quod et in Christo Jesu (Philip. II). La mortificazione unita alla preghiera è una disposizion eccellente alla Comunione. Producete sovente avanti di comunicarvi atti di fede, di adorazione, di umiltà, di timor, di confidenza, e di amore … Se voi non sapete abbastanza trattenervi lungo tempo, ripetete più volte i medesimi atti, insistete particolarmente sull’atto di umiltà: questo si è quello, che conviene di più al peccatore. Ricevendo Gesù Cristo, entrate nei sentimenti della Santa Vergine al momento dell’Incarnazione; adoratelo, ringraziatelo, amatelo, come essa lo amava, allorché lo portava nel suo seno; offrite a Gesù Cristo le adorazioni e l’amore della sua divina Madre e di tutte le anime sante, per supplire a ciò che vi manca; prostratevi ai suoi piedi, come la Maddalena, per abbracciarli, irrigarli delle vostre lagrime; fermatevi qualche tempo alla porta di questa fornace ardente per lasciar infiammare il vostro cuore del fuoco del divino amore nell’uscir dalla Comunione, chiudete i vostri occhi e i vostri sensi ad ogni altro oggetto, occupatevi unicamente di Gesù Cristo che riempie il vostro cuore, esclamate, come Santa Elisabetta: donde mi viene questo bene, che non già la Madre del mio Dio, ma il mio Dio medesimo sia venuto a visitarmi? Benedetto sia chi è venuto nel nome del Signore. Ripetete sovente gli arti di ringraziamento, di offerta, e di domanda. Dimorate qualche tempo, per lo meno un buon quarto d’ora, nel vostro ringraziamento; non imitate, come fanno molti, il perfido Giuda, che uscì subito dopo la cena. Se voi possedeste in casa vostra un gran Re pronto ad accordarvi ciò che gli domandereste, vi profittereste di quei momenti favorevoli; voi possedete il Re dei re, ed il migliore di tutti, che non ne dovete voi sperare? Passate la giornata nel raccoglimento e nella pratica delle buone opere. Visitate principalmente Gesù Cristo per ringraziarlo della grazia che vi ha fatto. Ripetete gli atti dopo la Comunione, pregatelo di dimorare con voi durante il tempo e l’eternità. Così  sia.

Credo…

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/12/il-credo/

Offertorium

Orémus Ps LXVIII: 21-22.

Impropérium exspectávit cor meum et misériam: et sustínui, qui simul mecum contristarétur, et non fuit: consolántem me quæsívi, et non invéni: et dedérunt in escam meam fel, et in siti mea potavérunt me acéto. [Oltraggio e dolore mi spezzano il cuore; attendevo compassione da qualcuno, e non ci fu; qualcuno che mi consolasse e non lo trovai: per cibo mi diedero del fiele e assetato mi hanno dato da bere dell’aceto.]

Secreta

Concéde, quæsumus, Dómine: ut oculis tuæ majestátis munus oblátum, et grátiam nobis devotionis obtineat, et efféctum beátæ perennitátis acquírat. [Concedi, te ne preghiamo, o Signore, che quest’ostia offerta alla presenza della tua Maestà, ci ottenga la grazia della devozione e ci acquisti il possesso della Eternità beata.]

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/comunione-spirituale/

Communio

Matt XXVI: 42.

Pater, si non potest hic calix transíre, nisi bibam illum: fiat volúntas tua. [Padre mio, se non è possibile che questo calice passi senza chi lo beva, sia fatta la tua volontà.]

Postcommunio.

Orémus.

Per hujus, Dómine, operatiónem mystérii: et vitia nostra purgéntur, et justa desidéria compleántur. [O Signore, per l’efficacia di questo sacramento, siano purgati i nostri vizi e appagati i nostri giusti desideri.].

Preghiere leonine: http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/preghiere-leonine-dopo-la-messa/

http://www.exsurgatdeus.org/2018/09/14/ringraziamento-dopo-la-comunione-2/

http://www.exsurgatdeus.org/2019/05/20/ordinario-della-messa/

LO SCUDO DELLA FEDE (106)

Paolo SEGNERI S. J.:

L’INCREDULO SENZA SCUSA

Tipogr. e libr. Salesiana, TORINO, 1884

CAPO XVI.

La fabbrica del volto umano dimostra Dio.

I. Se nel regno della ragione, la mano, come abbiamo veduto, è il primo ministro dell’anima, converrà dire, che il volto sia quasi il trono, ove questa, assisa, renda visibile a tutti la sua maestà. Noi, a restringerci sempre più, non contempleremo del volto, se non che la sua semplice superficie, e per dir così, la facciata. E perché quelle cinque parti che da Vitruvio (L . 1. c. 2) vengono ricercate in ogni ben inteso edifizio si possono comodamente ridurre a due, all’utile e al vago, queste due sole contempleremo anche noi nella fabbrica augusta del volto umano.

I.

II. E per incominciare dal vago. Quella bellezza che, quantunque si glori di dominare i cuori, come padrona, pure più veramente li violenta, quasi tiranna, rendendosi talora schiavi gli stessi re, anzi obbligandoli ad amare insin le catene di cui gli stringe, quella bellezza, dico, dove ha mai la sua sede, fuorché nel volto? Il sommo che l’antichità potesse o stimare o scrivere della divina eloquenza del suo Platone, fu l’affermare, che non sarebbe riuscito levare dal suo dire una parolina, e sostituirne un’altra, senza guastarla. Ma chi è uso a contemplare le operazioni della natura, saprà ben tosto conoscere, quanto più si adatti un tal vanto al lavoro stupendo del corpo umano, e singolarissimamente della sua faccia, in cui qualunque variazione di sito, di materia, di mole, di atteggiamento, benché lievissimo, pervertirebbe ad un tratto la simmetria di quel tutto che vien composto per altro da poche parti, ma tanto ben congegnate insieme e commesse, che sol mirato nella sua superficie rapisce i cuori; e li rapisce a tal segno che non sia sola la Grecia a mettersi tutta in arme per un bel viso. In ogni banda v’ha pur troppo dell’Elene idolatrate, per cui se non si guerreggia e si sparge sangue da’ popoli di lei cupidi, si guerreggia e si sparge sangue da’ privati di lei rivali; e si riduce a gloria l’offrire per quelle in vittima le ricchezze, la riputazione, la vita. Che vale, che il volto donnesco sia fior del campo, oggi pomposo, domani squallido? Questa pompa medesima fuggitiva comparisce pur su quell’atto agli amatori di lei tanto riguardevole, che se ella fosse un amaranto immortale, non pare che potrebbe stimarsi più dalla fantasia de’ mortali, poco meno che estatici in contemplarla.

III. Tornando all’intendimento: chi non crederebbe, che per lavorare un bello di tanto pregio non convenisse formare tutte le facce ad un’aria, e stamparle tutte con un’impronta medesima, disegnata a tal fine? E pure considerate una moltitudine assisa in un anfiteatro a qualche spettacolo: la scorgerete ad un’ora, in qualsisia di quei volti, simile a sé, in qualsisia differente. Una varietà sì mirabile potrà però essere un gruppo di tante larve schiccherate in sogno dal caso? Sappiamo, che questa è l’eccellenza più rara di un dipintor valoroso: l’avere tal dovizia di belle idee nella mente, che gli escano dal pennello delineate tutte in sembianze diverse. E vorremo poi riconoscere per casuale abbattimento di sconsigliata fortuna tutto quel bello insieme e quel vario di cui ammiriamo una sì piccola parte, qual pregio spesso non conceduto ad artefici, ancora grandi, sicché quei medesimi, i quali si stupiscano tanto di Michel Agnolo, quasi di un miracolo d’arte, perché non trovano nelle sue fatture due volti di un’istessa invenzione, possano poi persuadersi, che i lineamenti sì vari, con cui si forma giornalmente l’innumerabile stuolo dei visi umani, sian opera di un mentecatto, che ciecamente ne abbia divisato il conio, e più ciecamente lo vada mettendo in opera?

IV. Aggiungasi a tutto ciò la necessità che v’era di sì fatta dissimiglianza, e così ancora fluiscasi di capire, che ella non fu casuale, ma fu voluta studiosissimamente dalla divina sapienza, amica in tutto di unire al vago anche l’utile, come si fa nelle fabbriche ben condotte.

V. Per un verso parrebbe, che la natura avesse a volere, che tutti coloro i quali sono interiormente uniformi nella sostanza, non fosser poi esteriormente difformi negli accidenti: di maniera che, come poco sono diversi all’aspetto leone da leone, lupo da lupo, e orso da orso (Vid. Less. de prov. n. 108), così poco un uomo fosse diverso dall’altro, e massimamente da quei, di cui tanta parte egli reca nelle sue vene, col sangue stesso, e con gli spiriti stessi, come fa de’ progenitori. Ma fate pure ragione, che così accada: qual luogo avrebbe più tra noi la giustizia, la pudicizia, la pace, la fedeltà, che è la base di tutto il commercio umano? Il reo si spaccerebbe per innocente, l’assassino per custode, l’adultero per consorte, il bugiardo per veritiere; e la vita umana, priva di corrispondenza scambievole, e piena all’incontro di sospetti, di ombre, di ostilità, si ridurrebbe per minor malo alle selve, e piangerebbe tutto lo stato civile seppellito in un caos di confusione impossibile a ordinarsi.

VI. A tutti questi sconcerti si oppose la natura, con dare a ciascuno un volto sì proprio che come nell’alfabeto ad una semplice vista si distinguon tutte le lettere senza abbaglio, così ad una semplice occhiata si discernano ancora tutte le facce, contrassegnate di modo con l’aria loro, che la propria dell’una non sia dell’altra: onde il trovare due volti simili affatto, riesca quel miracolo tanto rado nelle storie, e però finto sì spesso ancor su le scene, per modo di più piacevole scioglimento.

VII. All’incontro, perché una tale diversità di sembianti poco montava al vivere solitario che fanno i bruti, poco fu in loro parimente curata dalla natura, sempre magnifica nel beneficare i suoi parti, ma non profusa; sì che il distinguere in una greggia vestita di una medesima lana un agnelletto dall’altro, è opera fra’ pastori di avvedimento più che volgare.

VIII. Una provvidenza pertanto sì proporzionata al bisogno, sì universale, e sì stabile, in tutte le generazioni, in tutte le genti, come può riferirsi ad un fortuito accoppiamento di particelle unite alla cieca; mentre un accoppiamento, qual saria questo, sì vago, sì utile, e pur sì impremeditato, non potrebbe essere né si frequente ad intervenire, né sì fedele a persistere? Nihil est ordine perfectum, quod possit sine moderatore consistere, dice Lattanzio (L. 1. c. 10): e però, essendo quell’ordine, che veggiamo nella presente costituzione delle facce, così aggiustato, non si può non rifondere in qualche sovrumano regolatore, da cui provenga.

IX. Quindi noi possiamo discorrere in questa guisa. Se la semplice superficie del volto umano è da se sola uno specchio bastevolissimo a rappresentarci la divinità, così provvida in voler vario l’aspetto di qualunque uomo e così vigoroso nell’ottenerlo, senza veruna alterazione però, né di sito, né di simmetria, né di numero in quelle parti uniformi che lo compongono: chi ci saprà dunque dire, quale specchio per una mente ben purgata saranno quel mondo di meraviglie che si racchiude nell’interno edifizio del volto stesso, dove son poste le officine de’ sensi, costituiti tutti dalla natura nel capo quasi nella parte più nobile, e per dir così, nella reggia del corpo umano? Io mi sono in vero proposto la brevità: con tutto ciò accade a me, come a coloro, che passeggiando lungo le spiagge del mare, non san tenersi, in vederlo posato e placido, di non salire anch’essi in qualche barchetta a costeggiarne lievemente le rive che sì lo invitano. Troppo mi peserebbe non dare almen di passaggio uno sguardo all’ orecchia ed all’occhio, due sensi per altro i più benemeriti delle scienze.

II.

X. L’orecchia, altra è interiore, altra esteriore. L’esteriore non fu fabbricata dalla natura né d’osso, né di pura carne, ma di una cartilagine foderata, come tutte l’altre membra, di pelle. Non fu ella formata d’osso, perché sì dura poteva infrangersi, massimamente nel posarvisi su quando l’uomo giace. E poi qual incomodo non avrebbe ella arrecato al dormir di lui? Né fu parimente formata di pura carne, perché non avrebbe potuto ritener sempre la sua giusta figura, quale si ricercava, e per la bellezza del volto, e per la bontà dell’udito, dove ogni alterazione è di grave sconcio (Honor. Fabr. de hom. 1. 2. prop. 57. Andr. Lauren. hist. anatom. 1. 11).

XI. In mezzo ell’ha un piccolo foro, il cui uso men nobile è il ripurgare il cerebro dalla bile. E pure questo medesimo fu grand’arte, perché quell’umore amaro ed appiccaticcio che colà piove, vaglia a trattenere ogni piccolo animaletto, che per quel foro s’insinui dentro l’orecchia, o vaglia a scacciarlo.

XII. Tortuosa, oltre a questo, è la via di entrarvi: e ciò perché l’aria, commossa da qualche suono troppo impetuoso, non offenda l’orecchia interna, percotendola tutta di primo colpo. E si termina detta via a quel che chiamano timpano dell’udito, che è una membrana gentilissima ed asciuttissima, soda e tesa a un circolo d’osso, come appunto la pelle sta sul tamburo. E gentilissima, affinché sia sensibile ad ogni piccola vibrazione di aria che porti suono. E asciuttissima, affinché sia sonora: altrimenti come sarebbe sonora, essendo umidiccia? Ed è soda e tesa, affinché si risenta a qualunque tremore, ma non s’infranga.

XIII. Nella superficie esteriore di questo timpano v’è un nervettino tirato come una corda e nell’interiore tre ossetti, chiamati stapede, incudine, e maglio, dalla figura che hanno e insieme dall’uso: il quale è, che il timpano mosso da quel tremore che in propagarsi nell’aria produce il suono, comunichi un tal tremore a quegli ossicelli, e per essi lo renda sensibile ai nervi quivi attaccati, e per i nervi al cerebro.

XIV. Quindi è, che di tali ossicelli fu con mistero il numero parimente e la qualità. La qualità, perché se non fossero stati ossi, ma nervi; o lenti, non avrebbono riportato il suono a ragione; o tesi, l’avrebbono con le loro ondazioni raddoppiato a un tratto e confuso. Il numero, perché se non erano più ossi, ma uno, questo per la sua lunghezza e sottilità si saria di leggieri potuto rompere. Che però fra mille osservazioni stupende che di vantaggio potrebbero da noi farsi in si bella fabbrica, basti questa, ed è, che essendo nei bambinelli di latte, poc’anzi nati, tutte le ossa tenere e tutte le membrane tenere e molli; quella membrana, e quegli ossetti che servono all’udito, son per contrario non meno duri ed asciutti che negli adulti, altrimenti tutti nascerebbero sordi. E non basta quest’arte sola a farvi conoscere il magistero divino della natura, che a tutto pensa con tanta minutezza, e a tutto provvede? Saremmo bene insensati se fossimo ancora noi di quei miserabili che studiando già tanto di opere naturali, sì poco ne conobbero l’architetto: Operibus attendentes,non cognoverunt quis esset artifex. (Sap. XIII).

III.

XV. Passiamo ora all’occhio, sole, per dir così, di quel cielo che spandesi in su la fronte: ma sole doppio, perché quand’uno per disgrazia si ecclissi, supplisca l’altro (Hon. Fabr. 1.2. de hom. prop. 39. Andr. Lauren. hist. anatom. 1. n. 11). Se il sole fu già chiamato visibile figliuolo del Dio invisibile, noi più aggiustatamente chiamerem l’occhio visibile ritratto dell’animo non visibile: dacché tra i sensi niun’altro più da vicino ci rappresenta la mente, di quel che faccia la vista, per l’oggetto che ella ha, fra tutte le qualità corporee nobilissimo, qual è la luce; per la moltitudine delle verità che ci scopre, poco meno che innumerabili; e per la certezza con la quale ce ne assicura: onde poté da Galeno chiamarsi l’occhio una particella divina, e credersi che in grazia di lui fosse dalla natura formato il cerebro.

XVI. Ora, come ammirabile è l’occhio nella sua operazione, così non è meno ancora nell’opificio. Sono due, come anzi accennai, ma sì che pendano da un istesso principio: ond’è che gli oggetti, benché mirati a due occhi, non appariscono due, ma appariscono unici, quali sono. La figura loro è rotonda, figura che aggiunge sempre una maggiore capacità, maggiore agilità, maggior robustezza. (Àristot. probìem. sect. 31. n. 11). Sono collocati in luogo sublime e concavo, perché doveano rimaner muniti per ogni lato, con la durezza degli ossi che li circondano, e con la propria lor guardia delle palpebre; ciò che mirabile mente tornava ancora in acconcio a conservare e a corroborar quegli spiriti con cui si forma la vista.

XVII. Che direm poi della simpatia stupendissima, per cui ambo si muovono sempre insieme, ed or s’abbassano a terra, or s’alzano al cielo, ora si volgono da qualunque banda lor piace, ma sempre uniformemente? Senza questa uniformità, la qual proviene dall’esser ambo gli occhi ligati, come già si diceva, a un principio stesso, il vedere sarebbe un perpetuo travedere; gli occhi sarebbero testimoni sempre discordi; gli oggetti apparirebbero  quando moltiplicati, e quando manchevoli; e più beato sarebbe l’avere un occhio solo, quale i poeti lo finsero ne’ Ciclopi, che averne due. La loro sostanza non ha in sé punto di carne (che è la ragione, per cui, benché sempre esposti al rigor dell’aria, non sentano freddo alcuno), ma è d’un’acqua pingue, qual conveniva che fosse affin di ricevere le immagini tramandate in lei dagli oggetti. (Aristot. problém. sect. 31. n. 7 et n. 23).

XVIII. E, se vogliamo calar più al particolare, questa sostanza medesima è composta di tre umori, dell’acqueo, del vitreo, e del cristallino, che è il centro dell’occhio ed è più stimabile di qualunque diamante. A questo servono gli altri due umori, o per difenderlo come fa l’acqueo, o per nutrirlo come fa il vitreo, che di più gli forma l’incastro, come l’anello d’oro lo formerebbe ad una splendida perla.

XIX. Ma perché un aggregato di particelle sì molli non poteva mantener lungamente la sua figura senza contrarre qualche piccola ruga che impedirebbe totalmente la vista; ecco la provvidenza della natura accorse a vestire ciascun umore con le sue pellicelle delicatissime, divisate con sì bell’arte, che le trasparenti, come la cornea, cingano l’occhio per ogni parte; e le opache, o gli dipingano il fondo nero, come fa la retina; o si aprali dinanzi all’umor cristallino in una piccola finestrella, come fa l’uvea; la quale, ora più di la luce, ed ora minore, come richiedesi a veder bene ogni oggetto. Finalmente queste sfere lavorate con un magistero sì fino, son date a volgere a sei coppie di muscoli, dei quali quattro son retti, due sono obliqui, affine di muovere gli occhi velocissimamente a qualunque lato, e far che si meritino di agguagliar le sfere celesti nella celerità quegli orbicelli terreni, che, come vivi, le avanzano senza pari nella bellezza. E quando mai, ad un improvviso rivolgersi, quelle sfere ci fan vedere tanta varietà di accidenti nel mondo grande, quanta nel piccolo ce ne fanno gli occhi vedere ad un sol variamento di guardatura, con cui ci dimostrano l’uomo da allegro mesto, da adirato placato, da ardito pavido, da superbo umiliato, da distratto attento, da dispettoso amorevole? Sono tante quelle mutazioni di scena che un mero guardo sa fare nel volto umano ad ogni momento, che niuno le può sapere, se non sa quanti sieno ancora gli affetti che posson ivi comparire a tenervi contrarie parti, quando meno sono aspettati.

XX. Questo è l’occhio, o per dir meglio, questo è un abbozzo di quell’inarrivabile maestria, che dà tanto da studiare alla notomia per un verso, ed alla prospettiva per l’altro, nel contemplare che fanno l’istituzione e l’ingegno di sì grand’opera. Ma frattanto chi può rammemorarsi di questo poco, senza esclamare ad un tempo: o Dio incomprensibile! Un velo certamente è la natura, che vi ricuopre; ma un velo trasparentissimo, che lascia uscire da ogni banda di voi mille e mille raggi a ferirci la mente indocile: che però siete incomprensibile sì, ma non incognoscibile a noi mortali, qual vi può calunniare chi a voi non pensi. Non meritano di avere in capo quegli occhi che da voi riceverono gli ateisti, se in qualunque uomo non riconoscono ad un tratto la provvidenza, solo che lo mirino in viso. Or che avverrebbe, se potessero i miseri penetrar quell’abisso di meraviglie, che internamente compongono il nostro corpo, e lo rendono albergo degno di un padrone sì eccelso, qual è l’anima ragionevole: e molto più quell’abisso di meraviglie che contiene in se l’istessa anima ragionevole, con le sue potenze, co’ suoi abiti, co’ suoi atti, con le sue specie, o fantastiche, o intellettive, che sempre acquista? Converrebbe allora, che lo stupore trapassasse in orrore giacche di manco non era pago Agostino, neppure nella contemplazione di un piccol seme, quando considerandone l’ampiezza della virtù, nella tenuità della mole, esclamò sbalordito, che inorridivasi: Horror est consideranti (Tract. 8. in Io.).

XXI. Non accade più dunque che l’empietà si affatichi con forza grande a scancellare dalla sua mente la cognizione di Dio. Fatica invano. L’artefice onnipotente ha stampato sì profondamente il suo Nome, non come Fidia già nello scudo della sua famosa Minerva, ma in qualsivoglia parte di noi medesimi, che se l’uomo non si distrugge di mano propria, non può arrivare a radere da sé la memoria del suo Fattore. Piuttosto dunque, abbandonata un’impresa che è sì disutile e si dannosa, si rivolga egli con miglior consiglio verso chi gli die quanto gode, e per rendergli omaggio si studi con più facilità e con più frutto d’imprimere le divine fattezze ne’ suoi costumi. Gli alberi anche fitti in terra altamente, seguono con la maggior parte de’ loro rami il sole da quella banda dove ne provano i raggi più vigorosi. E noi, insensati più d’una pianta, priva, se non di vita, almeno di senso, non verremo una volta a riconoscer quell’Essere primitivo che ci fu Padre, mentre frattanto anche a forza pendiamo verso di lui con quel peso di tutti noi, che per istinto innato ed incontrastabile a lui ci spinge?

SALMI BIBLICI: “DEFECIT IN SALUTARE TUO ANIMA MEA” (CXVIII – 5)

SALMO 118 (5): “DEFECIT IN SALUTARE TUO ANIMA MEA”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME TROISIÈME (III)

PARIS – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 118 (5)

CAPH.

[81] Defecit in salutare tuum anima mea,

et in verbum tuum supersperavi.

[82] Defecerunt oculi mei in eloquium tuum, dicentes: Quando consolaberis me?

[83] Quia factus sum sicut uter in pruina; justificationes tuas non sum oblitus.

[84] Quot sunt dies servi tui? quando facies de persequentibus me judicium?

[85] Narraverunt mihi iniqui fabulationes, sed non ut lex tua. 

[86] Omnia mandata tua veritas, inique persecuti sunt me, adjuva me.

[87] Paulo minus consummaverunt me in terra; ego autem non dereliqui mandata tua.

[88] Secundum misericordiam tuam vivifica me, et custodiam testimonia oris tui.

LAMED.

[89] In æternum, Domine, verbum tuum permanet in caelo.

[90] In generationem et generationem veritas tua; fundasti terram, et permanet.

[91] Ordinatione tua perseverat dies, quoniam omnia serviunt tibi.

[92] Nisi quod lex tua meditatio mea est, tunc forte periissem in humilitate mea.

[93] In æternum non obliviscar justificationes tuas, quia in ipsis vivificasti me.

[94] Tuus sum ego; salvum me fac, quoniam justificationes tuas exquisivi.

[95] Me exspectaverunt peccatores ut perderent me; testimonia tua intellexi.

[96] Omnis consummationis vidi finem, latum mandatum tuum nimis.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO CXVIII (5).

CAPH.

81. Languisce l’anima mia per la brama della salute che vien da te; ma nella tua parola ho riposta la mia speranza.

82. Si sono stancati gli occhi miei nell’aspettazione di tua promessa, dicendo: Quando fia che tu mi consoli?

83. Sebbene io sia divenuto qual oltre alla brinata, non mi son però scordalo delle tue giustificazioni.

84. Quanti sono i dì del tuo servo? Quando farai tu giudizio di quelli che mi perseguitano?

85. Gl’iniqui mi raccontarono delle favole; ma non son elleno qual’è la tua legge.

86. Tutti i tuoi precetti son verità; iniquamente mi hanno perseguitato: tu dammi aiuto.

87. Quasi quasi mi hanno consunto sopra la terra; ma io non ho abbandonati i tuoi insegnamenti.

88. Per la tua misericordia dammi vita, e osserverò i comandamenti della tua bocca.

LAMED.

89. Stabile in eterno ella è, o Signore, la tua parola nel cielo.

90. La tua verità per tutte le generazioni; tu fondasti la terra, ed ella sussiste.

91. In virtù del tuo comando continua il giorno; perocché le cose tutte a te obbediscono.

92. Se mia meditazione non fosse stata la tua legge, allora forse nella mia afflizione sarei perito.

93. Non mi scorderò in eterno delle tue giustificazioni, perché per esse mi desti vita.

94 Tuo son io, salvami tu: perocché avidamente ho cercato le tue giustificazioni.

95. Mi preser di mira i peccatori per rovinarmi; mi studiai d’intendere i tuoi insegnamenti.

96. Vidi il termine di ogni cosa perfetta; oltre ogni termine si estende il tuo comandamento.

Sommario analitico

V SEZIONE

81-96.

Davide riconosce che, in questa via dei Comandamenti di Dio in cui è entrato, ha bisogno di un sostegno, di una medico saggio che ripari le sue forze e gli dia nuovo vigore.

I – Egli confessa la sua debolezza e la sua insufficienza che vengono insieme:

1° Dall’interno:

a) la sua anima cade in un cedimento perché desiderava entrare subito in possesso della felicità che gli era stata promessa (81);

b) La sua intelligenza ed i suoi occhi si affaticano nella considerazione dell’attesa prolungata delle consolazioni divine. Due rimedi egli oppone a questa desolazione spirituale: speranza più forte che mai e fervente preghiera (82, 83);

c) Il suo cuore, la sua volontà, si disseccano in questa attesa (83);

d) Tutte le potenze della sua anima spossate dalla moltitudine e la violenza dei suoi nemici e dalla lunghezza delle prove, e chiede a Dio quando finiranno (84);

2° Dall’esterno:

a) Si dispiace dei discorsi frivoli e menzogneri degli uomini estranei ad ogni sentimento religioso, e che sono lungi dall’essere come la legge di Dio, ove tutto è verità (85, 86);

b) La persecuzione che essi hanno diretto contro di lui è stata così violenta che ha finito per esserne vittima, ma non ha cessato di essere attaccato alla legge di Dio, di implorare la sua misericordia e perseverare nell’osservanza dei suoi comandamenti (87, 88).

II.- Egli domanda a Dio di dargli la sua parola divina, come un medico che fortifichi il suo languore e guarisca le sue ferite. Egli espone successivamente:

1° La sua eccellenza,

a) La sua eternità ed immutabilità. – il Cieloe la terra passeranno, la parola di Dio non passerà mai (89).

b) la sua verità, che dura di generazione in generazione (90);

c) la sua potenza, che non solo ha fondato la terra, ma ha stabilito la successione dei giorni, ed alla quale tutto obbedisce (91);

2° l’applicazione di questa divina parola come un rimedio divino ed efficace: 

a) sull’intelligenza, con una meditazione continua della legge di Dio, rimedio sovrano per non perire, e attingere nuove forze in mezzo alle afflizioni di questa vita (92);

b) Sulla memoria, con un ricordo vivo dei suoi precetti, in cui l’anima giustificata ha ritrovato la vita (93);

c) Sulla volontà, che si applica nell’offrirla interamente;

3° L’effetto di questa divina parola, meditata e compresa:

a) I suoi nemici lo attendono per perderlo; egli si è contentato, per burlarsi dei loro progetti, di fissare gli occhi della sua anima sulla legge di Dio, che glieli ha fatti riscoprire e gli ha dato la forza di disprezzarli (95); 

b) egli dichiara che tutto nel mondo ha i suoi limiti ed il suo fine, è ristretto e limitato, ma che i comandamenti di Dio sono di una estensione infinita e di una ampiezza eccessiva.

Spiegazioni e Considerazioni

V SEZIONE — .81-96.

I. – 81-88.

ff. 81-84. – Se l’anima desidera vivamente una cosa senza poterla ottenere, cade in una debolezza e sembra quasi perdere la vita. Ora, l’anima santa che teme Dio non sa desiderare altra cosa che la salvezza da Dio, che è Nostro Signore Gesù-Cristo. Essa lo desidera ardentemente, tende con tutte le sue forze verso il divino oggetto, trattiene in sé questo desiderio bruciante, si apre e si spande interamente davanti al suo Salvatore e non teme che una cosa: di perderlo. Più dunque quest’anima si esercita in questi santi desideri, più cade in difficoltà, difficoltà che ha per effetto la diminuzione della debolezza e l’accrescimento della virtù (S. Ambr.). – Si tratta dunque di una buona caduta; essa mostra in effetti, il desiderio di un bene che non si è ancora acquisito, ma che si persegue col più grande ardore e con la più grande veemenza. Ma chi esprime questo ardente desiderio, se non la razza scelta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo di acquisizione? (1 Piet. II, 9), chi vi aspira dopo Cristo, ciascuno nella sua epoca, in tutti coloro che hanno vissuto, che vivono e vivranno, dall’origine del genere umano fino alla fine dei secoli? … questo desiderio non è mai cessato nei Santi, e non cessa ancora nel Corpo di Cristo, che è la Chiesa, fino alla fine dei secoli, « finché non divenga il desiderio di tutte le nazioni, » secondo la promessa del Profeta Aggeo (II, 8): « Ed io ho sperato nella vostra salvezza, » speranza che ci fa attendere con pazienza ciò che noi crediamo ora senza vederlo (Rom. VIII, 25 – S. Agost.). – « I miei occhi languiscono nell’attesa della vostra parola e dicono: Quando mi consolerete? » Ecco dunque che  di nuovo negli occhi per questa volta, ma negli occhi dell’anima, quella doppia e felice debolezza non viene dalla debolezza dello spirito, ma dall’energia del desiderio prodotto dalle promesse di Dio. È questo ciò che vuole dire: « Nella vostra parola. » Ma come questi occhi interiori dicono: « Quando mi consolerete? » se non perché la loro attitudine e la loro attenzione, sono una preghiera ed un gemito? In effetti, è ordinariamente la bocca che parla e non gli occhi, ma l’ardore della supplica è in qualche modo, la voce degli occhi. « Quando mi consolerete? », egli sembra dire che soffra qualche ritardo, come in questo altro Salmo: « E voi, Signore, fino a quando tarderete? » (Ps. VI, 4). Ne è così o perché la gioia differita è più dolce al suo arrivo, o perché, sotto l’impressione di un desiderio ardente, ogni spazio di tempo, corto che sia per Dio che viene in aiuto, è lungo per colui che ama. Ma il Signore, che dispone tutto con misura, con numero e peso, sa quando deve fare ogni cosa. (Sap. XI, 21), (S. Agost.). – Quale è questa debolezza degli occhi? Supponete una sposa che attende che suo marito torni da un lungo viaggio, un padre che spera in ogni istante di vedere arrivare un figlio assente da lunghi anni, forse i loro occhi non saranno fissati sulla strada che deve ricondurre loro questi esseri sì cari? E nel guardare, i loro occhi non si affaticheranno fino ad indebolirsi? Tali erano i desideri dei Profeti di vedere il Salvatore, a testimonianza di Gesù-Cristo (Matth. XIII, 17). Ma questi occhi di cui parla il Profeta non sono gli occhi del corpo, bensì sono gli occhi dell’anima, come spiega aggiungendo: « Quando mi consolerete? Io sono disseccato come l’otre esposto alla brina. » Il Profeta dipinge, sotto un’immagine tratta dagli oggetti esposti al freddo ed al gelo, lo stato di secchezza e di languore in cui cadono talvolta i più perfetti. Essi trovano all’esterno un freddo insopportabile, perché la carità dei più si è raffreddata, e gli scandali si moltiplicano, e sentono dentro di sé un freddo ancora più dannoso che li prende interamente. Quali rimedi opporre a questa secchezza spirituale? – 1° Il ricordo continuo dei Comandamenti di Dio: « Io non ho dimenticato i vostri Comandamenti; » – 2° il ricordo della morte: « Quanti giorni restano ancora al vostro servo? » – 3° il ricordo dei giudizi di Dio: « Quando eserciterete il vostro giudizio, etc. ? » –  « Quanti giorni restano ancora al vostro servo? » vale a dire: Qual è il numero dei giorni della vita dell’uomo? Qual tempo deve misurarne la durata? Quale spazio resta ancora da percorrere? Perché una vita sì corta è oggetto di attacchi così accaniti? Perché in sì breve spazio, coloro che ci perseguitano tendono tante insidie ai nostri passi? Ah, che venga il giudizio, in cui i colpevoli riceveranno il loro castigo, in cui i persecutori riceveranno il degno salario della loro empietà! (S. Ambr.). – Questo linguaggio è quello dei martiri nell’Apocalisse, ed è loro ordinato di attendere pazientemente che il numero dei loro fratelli sia completo (Apoc. VI, 10). Il Corpo del Cristo domanda dunque quanti giorni vivrà nel mondo; e perché nessuno creda che la Chiesa perirà prima della fine del mondo, e che si troverà in questo secolo qualche spazio di tempo durante il quale la Chiesa non esisterà più sulla terra, egli chiede quale sarà il numero dei suoi giorni e parla subito di giudizio, facendo con ciò vedere che la Chiesa sussisterà sulla terra fino al giorno del Giudizio, in cui sarà vendicata dei suoi persecutori (S. Agost.).  

ff. 85 – 88. – « Gli empi mi hanno raccontato delle piacevoli menzogne, ma esse non somigliano alla vostra legge. » È difficile che il Cristiano fedele non sia obbligato a conversare con gli uomini del mondo, estranei talvolta ad ogni sentimento religioso, e non li intenda, malgrado i loro discorsi, e non li ascolti parlare dei loro piaceri, dei loro divertimenti, o anche dei loro progetti, dei loro disegni, delle loro pretese. Ahimè! Quali frivolezze, quali leggerezze, quali menzogne, quali piccolezze, quali favole! Niente di grave, niente di serio, nulla di costante! Si, il fondo delle conversazioni del mondo, sono le favole; ecco tutto ciò che sostiene il commercio del mondo. Là pure, tutto è vanità e afflizione dello spirito: « essi sono del mondo, ecco perché parlano il linguaggio del mondo ed il mondo li ascolta, » (I Giov. IV, 5) Ma noi che siamo di Dio, ascoltando i discorsi del mondo, ripetiamo con il Profeta: « i malvagi mi hanno raccontato delle favole, ma ciò che dicono non è come la vostra legge. » – Dalle loro conversazioni, dai loro intrattenimenti, passate ai loro scritti: là pure, quante favole, quante menzogne! Essi sono (è il giudizio che portavano Socrate e Platone sugli scritti dei poeti), che non hanno alcuna attinenza con la verità; purché dicano cose piacevoli, sono contenti, ecco perché nei loro versi si troveranno il pro ed il contro, delle sentenze ammirevoli per la virtù, e contrarie alla virtù; i vizi saranno disapprovati e lodati egualmente, e purché si facciano dei bei versi, la loro opera è compiuta … Ecco perché (è ancora il ragionamento di Platone sotto il nome di Socrate), quando nei poeti si trovano grandi ed ammirevoli sentenze, non c’è che da ragionarci sopra e si troverà che essi non le comprendono. Perché? Perché mirando solo a compiacere, non hanno messo nessuna attenzione nel cercare la verità … essi hanno accontentato l’orecchio, hanno fatto bella mostra del loro spirito, del bel suono dei loro versi e della vivacità delle loro espressioni: questo è sufficiente alla poesia; essi non credono che la verità sia loro necessaria (BOSSUET, Traité de la Concup., ch. XVIII). – « Ma questo non è come la vostra legge. Tutti i vostri comandamenti, sono la verità stessa. » Gli empi mi hanno raccontato delle piacevoli menzogne; ma, a queste menzogne, io ho preferito la vostra legge, che mi ha incantato più della vanità che abbonda nei loro discorsi. Essi mi hanno perseguitato ingiustamente con i loro discorsi, perché non perseguivano in me che la verità. « Venite dunque in mio soccorso, » affinché combatta per la verità fino alla morte; perché è in questo uno dei vostri comandamenti, e di conseguenza è la verità (S. Agost.). – « Tutti i comandamenti di Dio, sono verità, » perché troviamo nella legge di Dio una condotta infallibile, una regola certa, ed una pace immutabile, « Io sono, dice il Salvatore Gesù, la via, la verità e la vita. » (Joan. XIV, 6). Io sono la voce sicura che vi conduce senza incertezza, Io sono la verità infallibile, invariabile, senza alcun errore, che vi regola; Io sono la vera vita delle vostre anime, e dono loro un riposo senza agitazione. – « Essi mi hanno perseguitato ingiustamente, venite in mio soccorso. » Colui che perseguita il giusto, lo perseguita necessariamente con ingiustizia, perché l’iniquità è l’effetto di una operazione ingiusta. È a questa ingiustizia che l’Apostolo fa allusione quando dice: « … Tutti quelli che vogliono vivere con pietà in Gesù-Cristo, soffriranno persecuzioni (II Tim. III, 12). Ma il Profeta, che sa che i comandamenti di Dio sono verità, sopporta con fermezza queste ingiuste persecuzioni. (S. Hil.) – Sembrerà un soldato coraggioso, che non fugge il combattimento. Non si rifiuta di affrontare gli incidenti spesso molto gravi della guerra; ma pieno di fede e previdenza, egli chiede soccorso dal cielo e prega Dio di venire in aiuto al suo generoso ardore. Egli non chiede la fine delle persecuzioni, ma di essere soccorso in mezzo ai loro attacchi; perché egli sapeva che … tutti coloro che vogliono vivere con pietà in Gesù-Cristo soffriranno persecuzioni. Egli preferisce dunque essere perseguitato per essere del numero di coloro che vivono con pietà in Gesù-Cristo. E, notate che egli non parla di una sola persecuzione, ma di un gran numero di esse; che non indica il nome dei suoi persecutori, perché coloro che ci perseguitano sono troppo numerosi, non solamente coloro che vediamo, ma ancora quelli che non vediamo. (S. Ambr.). « Per poco non mi hanno fatto perire sulla terra. » Non è senza ragione che il Re-Profeta ha implorato il soccorso dal cielo, egli sapeva che doveva lottare contro potenti nemici, e che avrebbe avuto diversi tipi di combattimenti da sostenere, sia contro le potenze spirituali che sono nell’aria, sia contro gli ardori del sangue e del temperamento, contro le seduzioni innumerevoli della carne che, per una sequenza ininterrotta di attacchi, lo avrebbero infallibilmente vinto ed abbattuto, se non si fosse tenuto stretto alla radice della fede. Impariamo a metterci in guardia contro il nemico che ci combatte; è un nemico domestico; questo nemico è l’uso stesso che dobbiamo fare del nostro corpo … Davide aveva coscienza di questa debolezza della carne, ed è per questo che dice: « poco è mancato che non mi abbiano fatto perire sulla terra, » su questa terra ove Adamo ha ceduto per primo ad una vergognosa caduta, e ha legato alla sua posterità la triste eredità di cadute senza numero … Ora, cosa oppone contro questi nemici scatenati contro di lui? « Da parte mia, io non ho dimenticato i vostri comandamenti. » (S. Ambr.). – Egli riconosce che il suo soccorso è venuto da Dio solo; così si rivolge a Lui con fiducia: « Secondo la tua misericordia, dammi la vita. » che cosa è questa vita che egli chiede? Non è la vita presente di cui godeva, ma quella che desiderava, cioè la vita eterna; perché comprendeva che gli era impossibile trovare la felicità in questo corpo inconsistente e mobile, la cui debolezza mette sempre in pericolo le migliori risoluzioni dell’anima. Occorre dunque che la misericordia di Dio venga continuamente ad intrattenere in questo corpo la vita dell’anima, affinché il giusto viva ogni giorno per Dio e sia morto al peccato. Se il peccato muore in noi, la nostra anima vivrà veramente per Dio, e noi osserveremo fedelmente i suoi comandamenti. In effetti, il Re-Profeta comincia con il chiedere a Dio che gli renda la vita, e non è se non in seguito che promette di osservare i suoi comandamenti; l’osservazione delle leggi divine non è la parte di una vita comune e volgare, per questo c’è bisogno di un soccorso soprannaturale che ci è dato dall’operazione della grazia dello Spirito Santo (S. Ambr.).

II. — 89- 96.

ff. 89 – 91. – Questa parola che dimora e persevera nel cielo, non deve, a maggior ragione, dimorare e perseverare in voi. Conservate  dunque la parola di Dio, conservatela nel vostro cuore, di modo che non la dimentichiate mai. Osservate la legge di Dio e meditatela, affinché le sue ordinanze piene di giustizia non vengano a sfuggi re dal vostro cuore. È ciò che qui insegna il Profeta, e ciò che continua ad insegnarvi nei versetti seguenti … Ma come la parola del Signore dimora nel cielo, allorché Nostro Signore stesso dichiara che il cielo e la terra passeranno? (Matth. XXIV, 35). Come può sussistere il tetto dell’abitazione se le fondamenta spariscono? Come l’abitante può continuare a restare nella casa, se la casa non esiste più? (S. Ambr.). – Il Profeta dice: « La vostra parola abita nei cieli, » perché essa non può restare sulla terra, a causa della falsità e delle menzogne degli uomini. Egli dice che resta nel cielo, nel senso che nel cielo visibile non c’è trasgressione, né cambiamento, né indebolimento, né inattività. Consideriamo il corso annuale del sole, il ritorno mensile della luna e le rivoluzioni degli astri: forse questi non si mantengono fedelmente nei limiti loro assegnati? Alcuna mutazione, nessun ritardo, alcuna inattività, ma ognuno di essi obbedisce con puntualità alle leggi che gli sono state date da quando sono stati creati. (S. Hil.). –  Forse il Profeta vuol parlare di questo cielo nuovo che succederà al cielo attuale (Isai. LXV, 4-6) … o intende i cieli che sono pure la terra, di cui in altro Salmo dice: « I cieli raccontano la gloria di Dio, » e che benché abitante ancora la terra, osano dire: « La nostra vita è nei cieli. » Questi sono i cieli nei quali abitano la fede, la modestia, la continenza, la dottrina ed una vita tutta celeste … o ancora questo cielo che abitano gli Angeli, gli Arcangeli, i Cherubini ed i Serafini, perché gli uomini, malgrado la loro santità, hanno un cuore mobile e soggetto al cambiamento. Noi siamo nella gioia, ed un istante dopo piangiamo, gemiamo … Non è così per le potenze celesti, libere dalla legge del cambiamento (S. Ambr.). – « La verità di Dio sussiste nella sequenza di tutte le razze, senza che la malizia degli uomini o dei demoni possa cambiarla. » –  Immutabilità di questa parola sulla quale il fondamento della terra resta fermo dal momento della sua creazione. Che può temere colui che resta legato a questa verità che rende la terra ed il cielo indistruttibile? – Ordine mirabile di Dio, in virtù del quale il giorno succede invariabilmente alla notte. Immagine di un altro sole e di un altro giorno: del sole di giustizia, che si leva nella anime per formarvi un altro giorno, che è quello della grazia. (Duguet). – Nulla di più ammirevole della luce, ma essa non ha bisogno, per brillare ai nostri occhi, che della volontà di Dio. Questa volontà non dovrebbe essere sufficiente perché la luce brilli agli occhi del nostro cuore? Colui che fa levare il sole della natura nella terra dei morenti, non è lo stesso che fa levare il sole di giustizia nella terra dei viventi? Si, ma noi siamo malauguratamente liberi di chiudere gli occhi a questa luce. –  « Tutte le creature vi obbediscono, solo il peccatore leva contro di voi lo stendardo della rivolta e dice: “io non servirò”. » Tuttavia il Signore non vuole dividere con nessun altro l’impero ed il dominio del mondo (S. Ambr.). – « Per ordine vostro, il giorno sussiste così com’è, perché tutte le cose vi obbediscano. » Ciò che noi chiamiamo il giorno non persevera, interrotto com’è dalla notte che lo divide dal giorno seguente. E se il Profeta aveva voluto parlare del giorno che si misura con il tempo, avrebbe dovuto pur far menzione della notte, che ugualmente sussiste, come un seguito degli ordini di Dio. Ma siccome il giorno porta con sé la luce ed i Santi sono essi stessi la luce, noi crediamo che questo giorno di luce debba perseverare, perché tutto debba obbedire a Dio. Ed i peccatori sono sottomessi ai suoi ordini? Deve essere servito con obbedienza da coloro che Egli deve assoggettare come lo sgabello dei piedi? Dunque il giorno, cioè la luce dei Santi, resterà, persevererà quando tutte le cose saranno interamente sottomesse a Dio (S. Hil.).  

ff. 92-94. – « Se non avessi fatto della vostra legge il soggetto delle mie meditazioni, io sarei forse perito nella mia umiliazione. » Sull’esempio di Davide, quando traversiamo dei giorni di afflizione e siamo sottomessi alle dure lezioni delle avversità, meditiamo la legge di Dio, per timore che la tempesta, abbattendosi su di noi all’improvviso, non venga a sommergerci. L’atleta non osa presentarsi al combattimento prima di essersi per lungo tempo esercitato nella lotta. Esercitiamoci dunque con una pratica continua della meditazione, esercitiamoci prima della battaglia, per essere pronti nell’ora in cui si ingaggia la lotta, perché noi possiamo dire, quando saremo attaccati o dalla povertà, dalla perdita di coloro che ci sono cari, sia dalle malattie, dalla paura della morte, dalle pene amare e crudeli: « Se non avessi fatto una meditazione della vostra legge, io sarei forse perito nella mia umiliazione. (S. Ambr.). – « Non dimenticherò mai la giustizia dei vostri comandi. » La grande causa dell’oblio di Dio, è l’amore delle creature di se stesso, che fa perdere il gusto di Dio e dimenticare la sua legge. – La carità sola, che cancella dai nostri cuori, con un oblio più santo e più religioso, tutto ciò che è del mondo, fa che noi non ci ricordiamo più se non di Colui ci dà la vita e la salvezza. – « Io sono tuo. » Non bisogna comprendere superficialmente queste parole. Cosa c’è in effetti che non sia di Dio? … Perché dunque il Profeta ha pensato a raccomandarsi in qualche modo più familiare a Dio dicendogli: « Io sono vostro, salvatemi », se non ci dà ad intendere con ciò che, per sua disgrazia, egli ha voluto essere a se stesso ciò che è il primo e sovrano male della disobbedienza? E come se avesse detto: io ho voluto essere mio e mi sono perduto: « Io sono vostro, egli dice, salvatemi, perché io cerco i vostri giusti precetti, affinché sia ormai tutto vostro. (S. Agost.). – Sono pochi coloro che possono dire a Dio: « Io sono tutto vostro. » Per parlare così a Dio in tutta verità, bisognerebbe essere attaccati a Dio con tutta l’anima, e porre Lui come centro di tutti i nostri pensieri e le nostre affezioni; bisognerebbe saper dire, come l’Apostolo Filippo: « Mostrateci il Padre e ci basta, » (Giov. XIV, 8), (S. Ambr.); o con S. Paolo: « Il Cristo è la mia vita » (Filip. I, 21), e: « Io vivo, ma non sono più io che vivo, ma Gesù-Cristo che vive in me. » (Galat. II, 20). – È la parola di un’anima costantemente applicata a Dio, di una misericordia infaticabile, castità immutabile, con un digiuno continuo, una liberalità inesauribile (S. Hil.). – « Io sono tutto a tutti » è quanto non può fare chi sia avido di ricchezze, di onori e di dignità. Per un gran numero, non è molto conoscere Dio. Quanti popoli, nazioni, trovano troppo piccolo e stretto Colui che è al di sopra di tutto; il Figlio di Dio, in cui tutto si trova concentrato, non è molto per essi! È così che questo ricco del Vangelo, a cui Gesù diceva: « Se vuoi essere perfetto, vendi tutto ciò che hai e danne il ricavato ai poveri, » (Matth. XIX, 21, 22), non giudicò che Dio gli fosse sufficiente. Egli si rattristò come se gli si comandasse di abbandonare molto più che ciò che doveva scegliere. Solo può dire: « Io sono vostro » chi può dire pure: « Ecco che noi abbiamo lasciato tutto e vi abbiamo seguito. » (Matth. XIX, 27). È la dichiarazione fatta dagli Apostoli, ma non da tutti gli Apostoli; perché anche Giuda era un Apostolo, era seduto con gli altri Apostoli a tavola con Gesù-Cristo; egli pure diceva: « io sono vostro, » ma solo con la bocca e non con il cuore. Satana venne ed entrò nella sua anima (Joan. XIII, 37) e poté dire: egli non è più vostro, Gesù, egli è mio; egli mangia alla vostra tavola, ma è con me che si nutre; egli riceve da voi il pane, da me ottiene la somma di denaro; egli beve alla vostra coppa, ma mi vende il vostro sangue; egli è vostro Apostolo, egli è il mio mercenario … il Re-Profeta aggiunge: « Perché ho cercato i vostri precetti pieni di giustizia; » cioè io non ho chiesto nulla agli altri, ho desiderato solo di essere vostro … è nei vostri comandamenti tutto il mio patrimonio. Io non voglio possedere nulla che non vi appartenga, le vostre parole sono luminose ai miei occhi come l’argento più puro; in una parola: Dio è la mia eredità: « Io sono vostro, perché la parte della mia eredità non è né nell’oro, né nell’argento, ma in Cristo-Gesù. » (S. Ambr.). 

ff. 96. – « I peccatori mi hanno atteso per perdermi; » cioè sull’esempio dei primi persecutori, essi sono ricorsi ad ogni genere di supplizi, a tutti gli artifici della persuasione, ma non hanno potuto far deflettere la mia risoluzione. La fede ha trionfato di tutte le seduzioni del mondo, come pure di tutti i suoi tormenti, di tutte le sue minacce, … orbene ci sono stati molti che si sono sforzati di portarmi al peccato e comunicarmi questo contagio mortale di cui sono affetti … ma io sono rimasto insensibile a tutti gli attacchi, le seduzioni dei peccatori non hanno potuto stornare la mia anima, né la mia intenzione circa lo studio e la meditazione delle vostre leggi divine: « Io mi sono applicato a comprendere la vostra testimonianza; » perché se non l’avessi compresa, i peccatori mi avrebbero infallibilmente perduto. Ma ciò che la mia intelligenza ha compreso, io l’ho tradotta nelle mie opere, perché la vera intelligenza è quella che ha per essa la testimonianza ed il sostegno delle opere (S. Ambr.). – « Io ho visto la consumazione di tutte le cose. » Ci sono diversi generi di consumazione; si dice della malizia che è consumata quando ha riunito tutte le finezze, tutti gli inganni per nuocere e per perdere; si dice della virtù, della saggezza, della giustizia, che sono consumate quando hanno raggiunto il più alto grado a cui possono elevarsi. I peccati hanno pure la loro consumazione, quando sono coperti, espiati dalla misericordia di Dio e dal sangue dell’Agnello che è venuto a cancellare i peccati del mondo (S. Ambr.). – Tutto ciò che c’è di più perfetto in questo mondo ha i suoi limiti e la sua fine, ma i Comandamenti di Dio sono di una estensione infinita, la malizia più raffinata ha questi limiti prescritti dalla giustizia di Dio. Infine tutto sarà consumato un giorno dal Giudizio finale, che sarà la fine di tutte le cose; ma la verità di Dio sussisterà eternamente. –  Il vostro comandamento è estremamente largo. » Noi leggiamo nel Vangelo che la via che porta in cielo è stretta (Matth. VII, 14). Come può dire il Profeta che il comandamento di Dio è estremamente largo? È giusto perché in una via sì stretta, è necessario che il comandamento sia molto largo; è ciò che dice diversamente lo stesso Profeta: « Nella tribolazione, mi avete messo al largo. » (Ps. IV, 2); ed ancora: « Io ho invocato il Signore nella tribolazione, Egli mi ha esaudito e messo al largo. » (S. Ambr.). – È un comandamento largo quello della carità, questo doppio comando che prescrive di amare Dio ed il prossimo; perché c’è nulla di più largo di un precetto dal quale dipende tutta la legge ed i Profeti? (S. Agost.). – Cosa c’è di più largo del precetto della carità, che si estende finanche ai nemici, che ci comanda di essere in pace con tutti gli uomini, di benedire coloro che ci maledicono, di pregare per coloro che ci perseguitano? (S. Ambr.).- Cosa è più largo di un comandamento che si estende come all’infinito ed abbraccia tutti i generi di virtù, tutte le differenti specie di grazia, di doveri, di uffici? Non si domanda a tutti di praticare le stesse virtù, ognuno ha ricevuto da Dio un dono particolare. Il Comandamento di Dio è dunque largo, nel senso che si estende a tutto ciò che fa l’oggetto della nostra speranza, e a cui non è difficile obbedire, purché ne abbiamo la volontà, poiché si adatta e si accomoda a tutte le condizioni, a tutte le circostanze della vita (S. Hil.). – La via stretta è una via larga, e benché sia vero che i santi debbano camminare in questo mondo per un sentiero stretto, essi non lasciano di camminare in un cammino spazioso … « Il vostro comandamento è estremamente largo. » Che vuol dire questo santo Profeta? Certo, il comandamento è la via per la quale dobbiamo avanzare; da dove viene che il Salvatore ha detto: « Se vuoi pervenire alla vita, osserva i comandamenti. » – Le vie di Dio e gli ordini del Signore, sono la stessa cosa nelle Scritture. E come è dunque che è detto che le vie di salvezza sono strette? Ah! Sentiamo in noi stessi ciò che il Signore ha sentito; Egli si è messo allo stretto, al fine di spandersi più abbondantemente; così noi dobbiamo essere in una salutare stretta per dare alla nostra anima la sua vera estensione. Contraiamoci, controllando i nostri desideri, mortificando la nostra carne; mettiamola allo stretto con l’esercizio della penitenza, e la nostra anima sarà dilatata dall’ispirazione della carità. « La carità allarga le vie, dice il mirabile S. Agostino; è essa che dilata l’anima e la rende capace di ricevere Dio. » (BOSSUET. I° Serm. Vêt. d’une nouv. cath.).

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SACRO CUORE DI GESÙ (29): IL Sacro CUORE di GESÙ e il PAPA.

[A. Carmagnola: IL SACRO CUORE DI GESÙ. TORINO, S. E. I. – 1920]

DISCORSO XXIX

Il Sacro Cuore di Gesù e il Papa.

(1) Di questo discorso stampatosi a parte nel 1892, per mezzo dell’Eminentissimo Card. Rampolla Segretario di Stato, fu umiliata copia dall’autore a S. S. LeoneXIII; e n’ebbe in risposta questa consolante lettera:

Bev. mo Signore,

Con molto piacere ho rassegnato al S. Padre uno dei recontissimi esemplari del discorso, al quale si riferisce la lettera da Lei indirizzatami il 2 del corrente mese. Sua Santità si è degnata accoglierlo con espressioni di particolare gradimento e nel commettermi di ringraziarla nell’Augusto Suo nome Le ha con affetto impartita l’Apostolica Benedizione. Mentre mi affretto ad eseguire il venerato incarico, L a ringrazio ben di cuore anche in mio nome dell’esemplare, che gentilmente mi ha Ella favorito, di esso discorso, e con sensi di distinta stima mi dichiaro

Aff.mo nel Signore M. Card. Rampolla

Di V. S.

Rev. D. ALBINO CARMAGNOLA, Sac. Salesiano

Roma, 7 Luglio 1892.

Nel corso di questo mese gettando lo sguardo sopra le opere del Cuore Sacratissimo di Gesù, non ne trovammo certamente alcuna, che non si mostrasse ammirabile, non ci parlasse della sua bontà e della sua misericordia infinita per noi. Ammirabile Vedemmo la sua Chiesa, ammirabili i suoi Sacramenti, ammirabile la sua dottrina, ammirabili i suoi esempi, ammirabili le sue promesse e le sue grazie, e tutto, grazie, promesse, esempi, dottrina, Sacramenti e Chiesa ci hanno fatto esclamare con gratitudine: Oh quanto è buono il Cuore di Gesù con noi! quanto è grande il suo amore, la sua misericordia! Eppure o miei cari, fra tante opere ammirabili del Cuore di Gesù Cristo io ne scorgo ancor una non meno ammirabile delle altre, che anzi più ancor dì ogni altra mi manifesta la sua bontà e la sua misericordia; e voglio dire il Papa. Sì, il Papa! e per poco che consideriate anche voi quest’opera, non penerete a convincervi della verità di questa mia asserzione. Ed invero, donde mai la Chiesa ritrae la essenza di sua unità, la beneficenza dei suoi Sacramenti, l’integrità di sua dottrina, la sicurezza della parola e degli esempi di G. Cristo? … Dal Papa. È il Papa, che in un cuor solo ed in un’anima sola unisce tutti i popoli a Cristo. È il Papa, che ci comunica la grazia per mezzo dei Vescovi e dei Sacerdoti. È il Papa, che custodisce inviolato il deposito del Santo Vangelo. È il Papa, che ci assicura degli insegnamenti di Gesù Cristo. È il Papa insomma quella fonte prodigiosa, che lo stesso Gesù Cristo ha stabilito nella Chiesa per farci gustare perpetuo il benefizio della sua redenzione, per tramandare in eterno l’abbondanza della sua misericordia. Ben ho ragione di asserire che il Papa è un’opera delle più ammirabili uscite dal Cuore ferito di Gesù Cristo, e che con quest’opera il Cuore di Gesù ha fatto alla sua Chiesa uno dei più segnalati benefizi. Ben ho ragione, additandovi il Papa, d’invitarvi con tutte le forze dell’animo mio a benedire questo Cuore Santissimo ed a confessare il suo amore e la sua bontà infinita per noi! Questo per l’appunto è lo scopo del discorso di oggi, questo giorno in cui celebriamo la festa del primo Papa, di S. Pietro, mettervi in qualche luce questo sì grande benefizio, affinché da tale considerazione se ne tragga la natural conseguenza di ricambiare il Cuore di Gesù della conveniente gratitudine.

I. — Ogni famiglia, ogni Stato, ogni società abbisognano di un capo. L’anarchia a cui tanti evviva s’innalzano ai giorni nostri non è che il più stupido degli assurdi: imperciocché anche gli anarchici costituiti in partito, come sono oggidì, obbediscono essi pure agli ordini di un capo o per lo meno si lasciano spingere da’ suoi iniqui incitamenti. Se pertanto a non sovvertire l’idea istessa di famiglia, di stato e di società assolutamente si appalesa la necessità di un rispettivo capo, ognuno vede a primo aspetto, che a porre ben salde le fondamenta di quell’ammirabile società, che il Cuore amoroso di Cristo venne a stabilire in sulla terra, era affatto necessario che le donasse un capo; un capo che con rettitudine la governasse, un capo che l’ammaestrasse con sapienza; un capo che per ogni verso la guidasse con sicurezza alla meta sublime, che Cristo le assegnava. Senza di un capo, supremo nella sua autorità, infallibile nel suo magistero, la Chiesa, quest’opera divina uscita dal Cuore squarciato di Cristo, sarebbe andata priva del principio di sua unità e di sua perfezione ed in breve divisa e moltiplicata nel governo, varia e confusa nella dottrina, sarebbe riuscita a quello scompiglio, di cui in ogni tempo l’eresia ha dato al mondo sì triste spettacolo. Ma grazie, infinite grazie sieno rese al Cuore Sacratissimo di Gesù Cristo! Ripieno per la sua Chiesa di un amore infinito e divino, Egli allontana da Lei un tale pericolo, e pur rimanendo Egli stesso a suo capo invisibile sino alla consumazione dei secoli, le dona un capo visibile nel Romano Pontefice, il cui supremo potere, corrisposto dall’universale sommessione, costituirà sino alla fine del mondo il principio della vita, dello sviluppo e del perfezionamento della Chiesa istessa. Ecco il Divin Redentore a Cesarea di Filippo. Circondato da’ suoi discepoli, a questo modo li interroga: « Chi dicono gli uomini che io sia? » E i discepoli rispondono: « Gli uni dicono che voi siete Giovanni Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti. » — « Ma voi, soggiunse il Salvatore, voi chi dite ch’io sia? » A questa domanda Simon Pietro, pigliando la parola a nome suo e degli altri Apostoli, esclama: « Tu sei il Cristo, Figliuolo di Dio vivo. » Allora il Salvatore ripiglia: « Beato te, o Simone, figliuolo di Giovanni, perché non è né la carne, né il sangue che ti ha rivelato ciò che tu dici, ma il Padre mio, che è ne’ cieli. Ed io dico a te che tu sei Pietro, e sopra di questa pietra fabbricherò la mia Chiesa e le potenze d’inferno non prevarranno contro di essa giammai. A te io darò le chiavi dei regno de’ cieli e tutto ciò che avrai legato sopra la terra sarà legato anche ne’ cieli, e tutto ciò che in sulla terra avrai sciolto, sarà sciolto anche nei cieli. » Udiste? Con parole del tutto esplicite Gesù Cristo promette a Pietro di lasciare in lui un capo alla sua Chiesa con autorità suprema di comando. Ed invero, dopo di averlo detto beato per aver parlato conforme l’illustrazione avuta dal Padre celeste, gli cambia il nome di Simone in quello di Pietro o Pietra e soggiunge: « Sopra di questa pietra fonderò la mia Chiesa; » come dicesse: Tu, o Pietro, sei destinato a far nella mia Chiesa quello, che fa il fondamento in una casa. Il fondamento è la parte principale e indispensabile in un edilizio. E tu sarai nella mia Chiesa l’autorità affatto necessaria. E come nella casa le parti che non posano sul fondamento cadono e vanno in rovina, così nella mia Chiesa chiunque si dividerà da te, non ubbidirà a te, non seguirà te, fondamento della mia Chiesa, non apparterrà alla medesima e cadrà nell’eterna rovina. Inoltre Gesù Cristo disse ancora a Pietro: « A te darò le chiavi del regno de’ cieli. » Ma le chiavi non sono per eccellenza il simbolo della padronanza e del potere? Quando il venditore di una casa porge le chiavi al compratore di essa, non intende forse con questo atto mostrargli che gliene dà pieno ed assoluto possesso? Parimenti quando ad un re sono presentate le chiavi di una città, non si vuole forse con tal omaggio significare che quella città lo riconosce per sovrano? Per simile guisa le chiavi spirituali del regno dei cieli, cioè della Chiesa, che Gesù Cristo promette a Pietro, indicano chiaramente che Egli è destinato ad essere signore, principe e reggitore della nuova Chiesa. Laonde Gesù soggiunge allo stesso: « Tutto quello che legherai sulla terra, sarà altresì legato in cielo e tutto quello che scioglierai in terra, sarà pure sciolto in cielo; » vale a dire: Tu avrai l’autorità suprema di obbligare e sciogliere la coscienza degli uomini con decreti e con leggi riguardanti il loro bene spirituale ed eterno. — Né si dica che anche gli altri Apostoli sono stati fatti capi della Chiesa, perché anche a loro Gesù Cristo diede la facoltà di sciogliere e di legare, che tale facoltà Gesù Cristo la diede loro in comune e dopoché già erano state rivolte a Pietro le parole soppradette, affinché capissero che la loro autorità doveva essere sotto ordinata a quella di S. Pietro, divenuto loro capo e principe, incaricato di conservare l’unità del governo e della dottrina. Ma alla promessa tien dietro il fatto. Dopo la risurrezione Gesù Cristo, avendo mangiato co’ suo discepoli per assicurarli vie meglio della realtà del suo risorgimento, si rivolge a Simon Pietro e gli domanda per tre volte: « Simone, mi ami tu più di questi? » Pietro che dopo il fallo della negazione di Cristo è divenuto più modesto, si contenta di rispondere: « Signore, voi sapete che io vi amo. » E due volte il Signore gli dice: « Pasci i miei agnelli. » Ed una terza volta: « Pasci le mie pecorelle. » Per siffatta guisa il Cuore amoroso di Cristo costituiva S. Pietro Principe degli Apostoli, Pastore universale di tutta la Chiesa; conferendogli di fatto il primato di onore e di giurisdizione, ossia quel potere supremo che dapprima avevagli promesso, e non sola sopra i semplici fedeli raffigurati negli agnelli, ma eziandio sopra i sacerdoti e sopra gli stessi vescovi raffigurati nelle pecorelle. Ma il Divin Redentore promettendo e donando a Pietro il supremo potere su tutta la Chiesa, cogli stessi termini gli prometteva egli donava l’infallibilità di magistero. Difatti era possibile che egli dicesse a Pietro: « Tu sei Pietro e sopra di questa Pietra innalzerò la mia Chiesa, e le potenze dell’inferno non prevarranno giammai contro di Essa; — Io ti darò le chiavi del regno de’ cieli: tutto ciò che avrai legato o sciolto su questa terra, sarà legato o sciolto in cielo; — Pasci i miei agnelli; pasci le mie pecorelle; » — e poi permettesse che Pietro avesse a sbagliare, e tutt’altro che essere agli altri fondamento della Fede, crollasse egli stesso nella medesima; tutt’altro che aprire agli uomini le porte del cielo colle chiavi di esso, li trascinasse alle porte dell’inferno; tutt’altro che pascere della verità e i pastori e gli agnelli, li avesse talora a pascere dell’errore? Ciò non era assolutamente possibile. D’altronde anche per questo riguardo Gesù Cristo ha parlato nei termini più chiari e precisi. Imperocché nell’ultima Cena, rivolto a Pietro, gli dice : « Simone, io ho pregato per te, affinché la tua fede non venga meno; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli. » (Luc. XXII) Ora, o bisogna dire che la preghiera di Gesù Cristo non fu esaudita, il che sarebbe una bestemmia, o fa d’uopo ammettere che il suo Cuore amoroso, mediante la sua preghiera, assicurò a Pietro una particolare assistenza, affinché come Maestro universale non avesse mai a venir meno nella fede, epperò con labbro infallibile insegnasse mai sempre la verità in tutto ciò riguarda la fede e la morale cristiana. – Ma qui, o miei cari, procuriamo di farci una idea esatta di questa infallibilità che Gesù Cristo prometteva e donava a Pietro. Perciocché vi hanno di coloro che non possono credere che, per quanto si tratti di un uomo posto alla testa di tutta la cristianità, non possa peccare come tutti gli altri uomini, non possono credere che bisogna aggiustar fede ad ogni parola, ad ogni giudizio che egli esprima, e su qualsiasi soggetto; non possono credere che Gesù Cristo abbia posto nella Chiesa un privilegio tirannico che inceppa la libertà dello spirito umano nelle sue ricerche scientifiche. Ma stolti ed ignoranti che sono! Se fosse questo l’infallibilità! … Ma è così forse? No, assolutamente. L’infallibilità non è affatto l’impeccabilità, perché Pietro in quanto è nomo potrà anch’egli peccare e dovrà perciò anch’egli gettarsi ai piedi di un altro ministro del Signore per implorare il perdono delle sue colpe. L’infallibilità non è legata ad ogni sua parola e ad ogni suo giudizio, che anch’egli come persona privata esprimendo il suo parere o sopra la storia, o sopra la scienza, o sopra la filosofia, o sopra la teologia potrà fallire. L’infallibilità non è un potere tirannico che inceppi la libertà della mente, è anzi un privilegio che l’affranca e la protegge dall’errore. L’infallibilità è quella prerogativa per cui Pietro, come Capo della Chiesa, in virtù della promessa di Gesù Cristo, giudicando e definendo dall’alto della sua suprema cattedra cose riguardanti la fede ed i costumi, non può cadere in errore, né quindi ingannare se stesso o gli altri. Ecco, o miei cari, che cosa è l’infallibilità. Ed una tale infallibilità non era del tutto necessaria alla Chiesa per raggiungere quaggiù il suo fine, la salvezza delle anime, mercé l’insegnamento della dottrina e della pura dottrina insegnata da Gesù Cristo? – Il divin Redentore adunque ha dato a S. Pietro quel potere supremo e quell’infallibile magistero, che come a Principe degli Apostoli e capo di tutta la Chiesa gli erano necessari. E S. Pietro riconobbe d’aver ricevuto tali prerogative, e senz’altro in lui le ammisero e le riverirono gli altri Apostoli e i primitivi fedeli. Difatti, appena salito al Cielo Gesù Cristo, Pietro nel cenacolo piglia il primo posto, parla pel primo e propone egli l’elezione di un altro apostolo in luogo di Giuda, il traditore. Nel dì della Pentecoste è egli che pel primo predica la fede di Gesù Cristo e la conferma coi miracoli. In seguito è ancor egli che pel primo avendo convertiti i Giudei, va pel primo a battezzare i Gentili. Così è egli, Pietro, che stabilisce i primi punti di disciplina e compone qualsiasi dissidio che insorga, tanto che tutta la Chiesa, pastori e fedeli a lui si affidano, lui seguono, lui obbediscono; e lo stesso grande S. Paolo, benché fatto apostolo direttamente da Gesù Cristo non è pago fino a che non ha fatto confermare da Pietro il suo ministero. – Se non che, o miei cari, quelle prerogative che Gesù Cristo donava a Pietro, erano a lui donate come a privato individuo, sicché colla sua morte avessero a perire? No assolutamente. E come poteva ancora sussistere la Chiesa, se per la morte di Pietro veniva a mancarle il fondamento? Come poteva rimanere unito e ordinato il gregge di Gesù Cristo, se per la morte di Pietro perdeva il pastore supremo? Come potevano i Vescovi e i fedeli essere ancora confermati nella fede se per la morte di Pietro veniva a mancare il Maestro infallibile di tutta la Chiesa? Il primato di Pietro adunque non è un privilegio personale, che abbia a perire colla sua morte; è un privilegio che raccoglierà ogni suo successore, un privilegio che rimarrà in tutti quelli che continueranno il suo pontificato sino alla consumazione dei secoli, ascendendo quella stessa cattedra romana, sulla quale per divina ispirazione egli andò ad assidersi e ad esercitare il suo supremo potere ed infallibile magistero; poiché Gesù Cristo colla durata perpetua della Chiesa volendo sino alla consumazione dei secoli trasmettere agli uomini il beneficio della sua redenzione, vuole altresì che sino alla consumazione dei secoli abbia a durare il primato di Pietro. Oh! consumi pur dunque il principe degli Apostoli in un sacrificio di amore il suo governo e magistero glorioso, cada pure ancor esso sotto i colpi di quella morte, che tutti miete implacabile senza eccezioni di sorta; non per questo andrà priva la Chiesa di un capo che la governi, di un dottore che l’ammaestri; le chiavi di S. Pietro passeranno nelle mani di S. Lino in quelle di San Cleto e per una trasmissione non. mai interrotta nel corso di diciannove secoli arriveranno alle mani del glorioso Pontefice regnante, dinnanzi al quale tutto il popolo cristiano prostrato, come dinnanzi a Pietro primo capo visibile della Chiesa, col cuore riboccante di amore e di entusiasmo ripeterà le parole di Cristo: Tu es Petrus, et super hanc petram ædificabo Ecclesiam meam, et portæ inferi non prævalebunt adversus eam. – Così da diciannove secoli ha sempre creduto la Chiesa, e così ha sempre riconosciuto col fatto. Tutti i Padri, tutti i Dottori, tutti i Santi, tutti i Concili furono sempre di accordo nel credere e proclamare altamente che il Papa, il pontefice romano è il vicario di Gesù Cristo, il successore di Pietro e il reggitore della Chiesa universale e il suo infallibile Maestro. Ed ogni qualvolta i reggitori e maestri delle Chiese particolari, i Vescovi, si trovarono nel dubbio o nell’incertezza, o nel timore, o nella controversia per riguardo a qualche pratica religiosa, o a qualche punto di dottrina, fu sempre al Papa che si rivolsero siccome all’autorità suprema e al supremo maestro, per essere da lui consigliati, illuminati, rassicurati, e fu sempre alla sua decisione, al suo giudizio, alla sua sentenza, che si affidarono come all’oracolo divino; tanto che quando S. Ambrogio asseriva che dove è Pietro, ossia il Papa, ivi è la Chiesa con tutti i suoi poteri e tutte le sue prerogative; quando S. Agostino tagliava netto sentenziando: Roma ha parlato, la causa è finita; quando S. Girolamo volgendosi a S. Damaso Papa del suo tempo dicevagli: Ohi non è con voi, è contro Gesù Cristo: chi con voi non raccoglie, disperde; non erano altro che la voce di tutta la Chiesa, la quale in tutti i secoli, e negli anteriori a loro e nei posteriori, ha sempre creduto che Pietro rimane e vive in quelli che continuano nel suo pontificato: Perseverat Petrus et vivit in sucessoribus suis. (S. LEO. Serm. II). Sia adunque benedetto Gesù Cristo, che a mantenere incrollabile l’edifizio della sua Chiesa ci ha dato il Papa; quel Papa, che nella persona di Pietro fu stabilito della Chiesa medesima il saldo fondamento, che nella persona di Pietro ricevette le chiavi del supremo potere, che nella persona di Pietro ricevette l’incarico di addottrinare nella fede e pastori e fedeli, che nella persona di Pietro fu dichiarato infallibile nel supremo esercizio del suo ministero, quel Papa insomma che nella persona di Pietro fu costituito Luogotenente di Dio nel governo spirituale del mondo.

II. — Ma l’empietà, o miei cari, riconoscendo al par di noi che il Papa è veramente la base della Chiesa Cattolica, il centro di sua unità e la sorgente della sua vita e delle sue grandezze, contro il Papa mosse ognora i suoi più furiosi assalti, follemente sperando di abbattere il suo trono, e col trono del Papa la Chiesa istessa. Ma qui per l’appunto è dove che il Cuore amoroso di Gesù Cristo ci dà un’altra prova luminosa del suo infinito amore per noi, nel conservare cioè il Papa in tutto il corso dei secoli contro tutti gli assalti che gli furon mossi. Gettate uno sguardo sulle pagine della storia. Nel corso di diciannove secoli le più nobili e potenti dinastie dei regnanti si cangiarono e morirono; ma la dinastia del Papa persistette e persiste tuttora invariabile ed immortale. – La Chiesa, questa figlia di Dio, vagiva ancora in fasce, e i tiranni di Roma si armarono per ispegnerla. La rabbia dei persecutori si scatena più furente contro di coloro che i cristiani riconoscono e venerano per loro augustissimi capi. S. Pietro da Nerone, ventinove altri Pontefici in seguito da altri imperatori son fatti morire e della morte più spietata; gli uni son crocifissi, gli altri sono lapidati, gli altri precipitati nei fiumi, gettati altri in pasto alle fiere. « E si è mai veduto, domanda qui l’illustre Bougaud, una dinastia che cominci con trenta condannati a morte? » E si è mai veduta, soggiungo io, una dinastia che abbia resistito per lo spazio di tre secoli ad un assalto così formidabile? Eppure vi ha resistito il Papato. All’indomani di quel giorno, in cui credevasi di avere spenta colla vita del Papa la cristiana religione, nell’oscurità delle catacombe sorgeva un Papa novello, nelle cui braccia gettavasi fidente la Chiesa perseguitata a sangue. [Da allora nulla è cambiato, come allora anche oggi gli empi usurpanti servi di lucifero, hanno creduto di abbattere la Chiesa impedendone il Papato, ma esattamente come allora, nella Chiesa –  tra l’oscurità delle catacombe, dell’eclissi prodotta dalla sinagoga di satana, e tra la persecuzione delle anime a forza di malefiche eresie e culti diabolici – è sorto il Papa novello a guidare la navicella di Pietro – n.d.r.]. Ed intanto, che più restava delle famiglie di Nerone, di Massimiano, di Diocleziano, di Giuliano l’Apostata? Colla ignominiosa lor morte avrebbesi voluto por fine, non che alla loro discendenza, alla loro stessa memoria. Dopo i persecutori vennero gli Eretici. Il loro assalto contro del Romano Pontefice fu tanto più accanito quanto più astuto e fraudolento. Nel quinto secolo dapprima, e dopo più di mille anni nel secolo decimo quinto e decimo sesto quegli uomini infernali suscitati dall’odio diabolico contro di quella pietra che Gesù Cristo poneva a base della sua Chiesa, lanciaronsi contro di lei con un furore frenetico. E tanto fu l’apparato della forza, tanti gli artifici dell’inganno, tanto il fervore delle passioni, che come dapprima il mondo cristiano pareva essersi staccato dal Romano Pontefice per gettarsi nelle braccia di Ario, così dappoi parve staccarsi dal Romano Pontefice per gettarsi nelle braccia di Lutero, di quel Lutero che nell’ebbrezza del suo immaginario trionfo osava gridare: Pestis eram vivus, mortuus tua mors ero, Papa. Ma gli eretici non furono più forti contro del Papa di quello che furono i tiranni, e mentre Ario e Lutero con tutta la loro sequela finivano di orribile morte la loro vita, il Papato vincitore dell’eresia restava fermo sul suo trono fatto rutilante di luce più viva. Dopo l’eresia e di conserva alla stessa, a combattere il Romano Pontefice sorgono i governanti della terra. Dapprima gli imperatori del basso impero di Costantinopoli, dappoi quelli di Germania con una prepotenza incredibile pretendere di adunare concilii, di dettar articoli di fede, di manipolar i preti a lor capriccio, di conferire essi stessi ai vescovi l’autorità e nel dare loro in mano il pastorale e l’anello, che giurino di dipendere da loro e di servire ciecamente alle loro voglie, e soprattutto che il Papa, il Vicario di Cristo, il successore di Pietro ceda a queste loro pretese, acconsenta alle lor matte proposte, soscriva alle erronee lor formole e ai loro patti iniqui. Oh chi sa dire a che dure prove, a che aspri cimenti, a che gravosi patimenti furono assoggettati i Pontefici nell’una e nell’altra epoca ? Nella prima un Giovanni è gettato in carcere dove soccombe per i cattivi trattamenti; un Agapito è mandato in esilio; un Silverio, spogliato de’ suoi abiti pontificali e raso il capo, vien deportato i n un’isola ov’è lasciato morir di fame; un Vigilio, preso pei capelli e per la barba, è strappato dall’altare che aveva abbracciato ed è fatto perire in esilio; un Martino è tolto da Roma e carico di catene è gettato a languire nel Chersoneso. Nell’altra epoca, sotto gli imperatori di Germania, altri fra i Pontefici sono assediati in Roma, altri rinchiusi in prigione e fatti morir di fame e di miseria, altri avvelenati, altri cacciati in bando dove muoiono esclamando: « Ho amato la giustizia, ho odiato l’iniquità, perciò muoio in esilio. » E chi mai nell’imperversare di sì furiose tempeste non avrebbe creduto che il Romano Pontificato avesse a perire? Eppure no! Perirono l’un dopo l’altro tutti i suoi assalitori, trascinando nel sepolcro la lor discendenza, ma i Papi restarono ed alla morte dell’uno un altro sempre ne successe a governare, ad ammaestrare quella Chiesa, di cui Iddio lo eleggeva a capo. E ai tempi dei nostri avi e dei nostri padri l’empietà lasciava forse alcun che d’intentato contro dei Romani Pontefici? La rivoluzione, al cui apparecchio avevano lavorato orgogliosi filosofi, dopo aver bandita la croce al Cristianesimo, scannati a decine e a centinaia i Vescovi più venerandi e i sacerdoti più eletti, abbattute nelle chiese le sacre immagini e surrogatavi in lor vece la sozzura vivente della Dea Ragione, finì per gettare le mani sulla veneranda canizie del sesto Pio, strapparlo violentemente dalla sede di Pietro e trascinarlo nella terra d’esilio ed ivi con serie infinita di vessazioni e di dolori procurargli la morte. Più tardi un soldato felice insuperbito dei suoi trionfi, rinnovava le stesse sevizie su Pio settimo, gettandolo a gemere diviso dai suoi più cari in penosissima cattività, dove oltre al privarlo del pane necessario al sostentamento, negavagli persino il conforto della penna. Oh mio Dio! Tutto è pianto per la Sposa di Cristo; più non regna che la ragion del più forte, e quanti non hanno fede credono che a Savona debba alfin morire l’ultimo dei Papi. Ma viva Dio! Un bel giorno, mentre il rombo delle empie e sconsigliate guerre odesi ancora echeggiare per tutta Europa, gli eserciti dell’irrequieto conquistatore sono rotti e dispersi, lo snaturato tiranno vinto e soggiogato è mandato a languire sopra un arido scoglio dell’oceano, mentre il mite e travagliato Pontefice liberato dalla sua prigione e come portato sugli omeri di tutto il popolo cristiano ritorna trionfante nella santa città. Ma l’empietà, o miei cari, si ostina a non profittare delle toccate sconfitte ed anche ai dì nostri ritenta la prova e si getta rabbiosa a cozzare col Papato. Né si è ristretta a dimostrazioni di lingua e di penna. Armi si sono impugnate, atroci violenze si sono commesse, e il Capo Venerabile della Chiesa. Io qui mi arresto…. I fatti ai quali accenno sono accaduti ed accadono tuttora davanti ai vostri occhi, né avete bisogno che io ve li esponga. Vi chiederò piuttosto: Vi ha da temerne? …. Potrà temere colui che non crede o non conosce l’amore di Gesù Cristo per la sua Chiesa. Ma chi getta lo sguardo su quel Cuore tutto i n fiamme, chi porge ascolto ai suoi rinfrancanti detti: Ecce vobiscum sum usque ad consummationem sæculi; allo sforzo degli empi sorride, perché si assicura che, come il Cuore amoroso di Cristo non abbandonò mai il Papa, nel corso dei passati secoli, così non l’abbandonerà neppure nei secoli venturi e conservandolo in mezzo ad ogni sorta di assalti, lo circonderà di universale amore e gli preparerà uno splendido trionfo. Viva, viva adunque il Cuore Santissimo di Gesù che ci ha dato il Papa e lo conserva con tanta cura, ed affetto!

III. — Ma altra prova di amore, non meno splendida delle antecedenti, ci ha dato il Cuore Sacratissimo di Gesù nel glorificare il Papa. Conoscendo Egli a perfezione il cuore umano, che tanto facilmente sì lascia attrarre dalle cose sensibili, volle eziandio per la via delle cose sensibili trarre gli uomini all’amore ed alla venerazione del Papa; epperò non pago di conferirgli un’autorità spirituale, in tutto il corso dei secoli, lo circonda ognora di fulgidissima gloria ispirandogli ed aiutandolo a compiere opere, che niun’altra dinastia del mondo potrà mai vantare sì numerose e sì perfette. Ed in vero, o miei cari, a chi la gloria di atterrare i delubri del paganesimo, di raddolcire i costumi, di spezzare le catene della schiavitù, di far risplendere il sole della cristiana civiltà? Al papa! O santi pontefici de’ tre primi secoli, io mi prostro riverente dinanzi alla vostra veneranda persona. La vostra vita non passò che nell’oscurità delle catacombe, ma dal fondo di quei sotterranei il suono della vostra voce uscì per tutta la terra a portare dovunque la serenità e la pace! — A chi la gloria di evangelizzare il inondo, di spargere dappertutto il regno di Cristo, di inalberare per ogni dove lo stendardo della croce, di radunare i popoli in un sol cuore, in un’anima sola? Al Papa! Io vi saluto, o Gregorio Magno, o Nicolò I, o Zaccaria, o Gregorio II e III, o Giovanni XIII, o Gregorio IV; è per opera vostra, pel vostro soffio che sono successivamente evangelizzate l’Italia non solo, ma le Gallie, la Spagna, la gran Bretagna, la Svezia, l’Olanda, la Germania, la Polonia, la Russia, le immense contrade del nord. È per opera vostra, pel vostro soffio, o Sommi Pontefici, che a tutti i popoli del settentrione e del mezzodì, dell’oriente e dell’occidente, dell’antico e del nuovo mondo la fede rifulge, il vero Dio si adora, Cristo è amato. — A chi la gloria di liberarci dalla dominazione dei barbari e dei mussulmani, d’impedire che ricadessimo nella primiera barbarie? Al Papa! O magno Leone! io vi veggo, rivestito del vostro papale ammanto, in trepido, farvi innanzi a chi si noma flagello di Dio, ammansar quella belva e allontanarla d’Italia. Io vi veggo, o S. Leone IV, respingere ad Ostia colle vostre milizie i Saraceni, che vi sbarcarono già sicuri della vittoria. Io vi veggo, o S. Leone IX, combattere, a Civitella per l’indipendenza delle terre italiane e cadendo prigioniero restar tuttavia vincitore. Io veggo voi, o grande Ildebrando, farvi l’energico difensore dell’Italia contro l’influenza straniera ed umiliare a Canossa la prepotenza di un imperatore Germanico. Io veggo voi, o Alessandro III, farvi capo di una lega per allontanare dalle nostre terre il Barbarossa e felicemente riuscirvi, e voi, o Gregorio IX, tentare risolutamente la stessa cosa contro Federico II. Io vi veggo o grande Pio V, destare l’Europa col suono della vostra voce, radunarne i principi, benedire i loro eserciti, spedirli contro le falangi musulmane, e colle vostre preghiere ottener loro la più splendida vittoria. — Ancora. A chi la gloria di vedere suoi figliuoli gli stessi re ed imperatori del mondo, di essere il consigliere nelle loro imprese, l’arbitro nelle loro questioni, il pacificatore nelle loro contese? A chi la gloria di intimare ai prepotenti il dovere e la giustizia, di resistere ai loro capricci, di difendere l’innocenza ed il diritto contro il loro despotismo? Al Papa. Siete voi, o Innocenzo III, che obbligate Filippo Augusto di Francia a ripigliare la sua legittima sposa; voi, o Pio VI, e Pio VII, che forti per coscienza resistete alla volontà degli iniqui; voi, o Gregorio XVI, e Pio IX, che agli imperatori delle Russie ordinate di trattar meglio i Cattolici, — E finalmente, a chi la gloria d’aver protetto le lettere, le scienze, le arti? A chi?. Al Papa, sempre al Papa. È il Papa che nel buio del medio evo, apre scuole a spargervi la luce delle lettere e delle scienze: il Papa, che favorisce e promuove le università, il Papa che raccoglie biblioteche, il Papa che si circonda di dotti, il Papa che chiama ed accoglie onorevolmente nella sua Roma i più celebri artisti. È Giulio II, è Paolo III, èSisto V, è Leone X, èPio VI, èPio VII, è  Pio IX, è il glorioso Leone XIII, la cui splendida munificenza verso le scienze, le lettere e le arti va del pari colla sua altissima sapienza. E dinanzi a tanto splendore, dovrebbesi ancora far conto di quel po’ di nebbia che parvero gettare sul Papato alcuni pochi Pontefici? Io non nego che vi sia stato fra di loro qualcuno di ua vita non dicevole alla sublime dignità. Ma che per questo? Se come persone private fallirono, come Pontefici vennero forse meno al loro gravissimo ufficio? Lo stesso Alessandro VI, di cui tanti scrittori farisaici inorridiscono, dato pure che l a sua vita privata non sia stata sempre buona, non compié in qualità di Pontefice delle grandi cose? Non fu egli, come scrive lo stesso Boterò, che allo scoprimento di tante terre fatte dagli Spagnuoli e dai Portoghesi si adoperò presso i loro re, perché in quelle terre si attendesse anzitutto alla conversione dei popoli? Non fu egli che chiamato arbitro da questi due sovrani nella questione dei confini dell’America pose fine ai loro litigi, con la famosa linea di partizione da lui tracciata sulla carta geografica e che accolta di buon animo prova manifestamente che come Papa era avuto in altissima stima dai principi e dai popoli? E per non dire più di altro, non attese forse come Papa col massimo zelo al bene della Chiesa? Chi vuole adunque giudicare dirittamente dei Papi, distingua bene ciò che in essi vi è di umano e di persona privata, ed allora vedrà, se non vuole esser cieco, che come non vi ha dinastia di una potenza intima più grande, così non vi ha dinastia alcuna di una gloria più splendida e più pura. D’altronde, pur riconoscendo che sulla cattedra di Pietro insieme col supremo potere e col magistero infallibile si è assiso qualche Papa malvagio, il vero Cristiano non rinnoverà mai il delitto di Cham, ma chiudendo gli occhi come Sem e Jafet, si farà invece a coprire le colpe di questi padri col manto della pietà filiale. Benedizione adunque, benedizione eterna al Cuore di Gesù, che non solo ci ha dato il Papa e lo conserva con tanta cura ed affetto, ma lo circonda ancora di tanta gloria a radicare ognor più nei cuori nostri la venerazione e l’amore per lui, a costringere alla sua ammirazione tutti gli uomini del mondo. Ma se il Cuore Sacratissimo di Gesù nel darci il Papa, nel conservarlo e glorificarlo ci ha fatto il più segnalato benefizio e ci ha data una gran prova di amore, nostro dovere per conseguenza è quello di corrispondere a tanto benefizio colla più sincera gratitudine. E il modo migliore di manifestare al Cuore di Gesù la nostra gratitudine in questo caso è quello per l’appunto di obbedire, rispettare ed amare il Papa. Allor quando nel battesimo di Cristo lo Spirito Santo erasi posato sopra il suo capo nella sembianza di colomba, dalle altezze dei cieli era pur scesa la voce dell’Eterno Padre dicendo: « Questo è il mio Figliuolo prediletto, nel quale ho riposto le mie compiacenze; lui ascoltate.» Ebbene, o miei cari, qui avviene un fatto somigliante. Il Cuore Santissimo di Gesù posandosi sulla persona del Papa rivolge a tutti i suoi figli la sua voce e grida: Questi è il mio Vicario: ascoltatelo, rispettatelo, amatelo. Chi ascolta lui, ascolta me: chi disprezza lui, disprezza ine; chi non ama il Papa, non ama neppure me stesso. E vi sarà tra di noi chi si rifiuti a questo comando di Gesù ? Ahimè! se io getto lo sguardo nel mondo, vedo pur troppo di coloro che non ascoltano il Papa, che non lo rispettano, che l’odiano anzi e sino al furore; che vorrebbero, se loro fosse possibile, schiantarne l’ultimo vestigio dalla faccia della terra, e in fondo in fondo non per altra ragione, se non perché il Papa a nome di Dio impone loro una legge, ch’essi non vogliono praticare; perché il Papa svela le loro nequizie e le loro ipocrisie, condanna la loro superbia e la loro corruzione; perché il Papa mette in guardia il mondo dalle loro diaboliche arti; perché infine il Papa pel libero esercizio di quella autorità che ha ricevuto da Dio reclama quel temporale dominio, che la Divina Provvidenza gli ha a tal fine accordato. Sì, per questo, per questo solo tante bocche impure si aprono a bestemmiarlo, tante penne sataniche schizzano veleno a maledirlo, tante sozze caricature s’inventano a coprirlo di fango. Oh infelice Pontefice! Curvo sotto il peso di una responsabilità così grande, qual è quella che emana dalla sua autorità, egli deve per soprappiù gemere sotto il peso della moderna empietà e corruzione, che gli muove una guerra cotanto aspra. Ah deh! per quella gratitudine che ci lega al Cuore Sacratissimo di Gesù, che i suoi gemiti trovino un’eco pietosa nel cuore de’ suoi veri figli. Che noi almeno col rispetto e coll’obbedienza alla sua autorità, in tutto quello che egli ci prescrive per il vero nostro bene ci studiamo di porgere un po’ di conforto alle sue afflizioni. Che da noi almeno non mai si sparli del Papa, non mai si censurino i suoi pensamenti e le sue operazioni, non mai anche solo per rispetto umano si sorrida a chi lo deride: che da noi, da noi almeno si porti sempre alta la bandiera su cui sta scritto: Cattolici e Cattolici col Papa. E quando il Papa nella piena del suo dolore a noi si volge additandoci il cuore che gli sanguina, sempre abbia da noi tale una risposta… Miei cari amici! Allorché nel secolo passato, una grande imperatrice d’Austria, Maria Teresa, viste invase dalle potenze straniere le sue terre, confidata nell’amore dei suoi popoli, ancor sofferente di fresca malattia, presentossi alla dieta e svelate le sue pene chiese protezione per se e pel suo bambino, udì tosto con entusiasmo ripetere: Moriamur prò rege nostro Maria Theresia! Ealle parole s’aggiunsero i fatti: gli abili alle armi si fecero soldati e formossene un numeroso esercito: non mai dalla fertile Ungheria uscirono tante provvigioni: non mai con la violenza si riscossero tanti tributi, quanti allora spontanei, e l’ardore non fe’ mai sì belle prove. Ecco la risposta che dobbiamo dar noi all’appello del Papa: balzare risoluti al cospetto delle sue sofferenze, gettarci ginocchioni a’ suoi piedi, protestando di amarlo e di difenderlo; brandire coraggiosi le armi dell’azione e della preghiera, cooperare per quanto sta in noi e colle parole, e cogli scritti e colla stampa e coll’obolo della nostra carità, a mantenergli la gloria e lo splendore che gli si addice; con gemiti incessanti supplicare il Cuore di Gesù che lo renda libero, che lo conservi, lo vivifichi; lo faccia beato in terra e non lo lasci cadere nelle mani de’ suoi nemici; e piuttosto che vili cedere quest’armi in faccia ai nemici del Papa: Moriamur prò Papa nostro Leone! siamo pronti a soffrir qualsiasi iattura, anche la morte istessa se .le circostante lo richiedessero. Morir per il Papa saria lo stesso che morir per Cristo: perché il Papa è il Vicario di Cristo: e di miglior gratitudine non potremmo ripagare il Cuore di Cristo, né miglior testimonianza potremmo rendere alla sua bontà e misericordia nell’averci dato il Papa. E voi, o Cuore Sacratissimo di Gesù, che con l’istituzione del Papa avete dato alla vostra Chiesa il più saldo fondamento, fate che adesso noi siamo mai sempre uniti di mente e di cuore, sicché coll’amore, col rispetto, coll’obbedienza al Papa, Capo visibile della vostra Chiesa, noi siamo pur sempre muti a Voi, che ne siete il Capo invisibile, adesso e nell’eternità. [Oggi più che mai rinnoviamo questo grido di gioia e di fedeltà:

Moriamur prò Papa nostro Gregorio!

n.d.r.]

SALMI BIBLICI: “BONITATEM FECISTI CUM SERVO TUO” (CXVIII – 4)

SALMO 118 (4) “Bonitatem fecisti cum servo tuo

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME TROISIÈME (III)

PARIS – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 118 (4)

TETH.

[65] Bonitatem fecisti cum servo tuo,

Domine, secundum verbum tuum.

[66] Bonitatem, et disciplinam, et scientiam doce me, quia mandatis tuis credidi.

[67] Priusquam humiliarer ego deliqui, propterea eloquium tuum custodivi.

[68] Bonus es tu, et in bonitate tua doce me justificationes tuas.

[69] Multiplicata est super me iniquitas superborum; ego autem in toto corde meo scrutabor mandata tua.

[70] Coagulatum est sicut lac cor eorum; ego vero legem tuam meditatus sum.

[71] Bonum mihi quia humiliasti me: ut discam justificationes tuas.

[72] Bonum mihi lex oris tui, super millia auri et argenti.

JOD.

[73] Manus tuae fecerunt me, et plasmaverunt me; da mihi intellectum, et discam mandata tua.

[74] Qui timent te videbunt me, et lætabuntur, quia in verba tua supersperavi.

[75] Cognovi, Domine, quia æquitas judicia tua, et in veritate tua humiliasti me.

[76] Fiat misericordia tua ut consoletur me, secundum eloquium tuum servo tuo.

[77] Veniant mihi miserationes tuæ, et vivam, quia lex tua meditatio mea est.

[78] Confundantur superbi, quia injuste iniquitatem fecerunt in me; ego autem exercebor in mandatis tuis.

[79] Convertantur mihi timentes te, et qui noverunt testimonia tua.

[80] Fiat cor meum immaculatum in justificationibus tuis, ut non confundar.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO CXVIII (4).

TETH.

65. Tu con bontà, o Signore, hai trattato il tuo servo: secondo la tua parola

66. Insegnami la bontà e la disciplina e la scienza, perché io ne’ comandamenti tuoi ebbi fede.

67. Prima ch’io fossi umiliato, io peccai; per questo ho custodita la tua parola.

68. Buono se’ tu, e secondo la tua bontà insegnami tu le tue giustificazioni.

69. È cresciuta l’iniquità de’ superbi contro di me; ma io con tutto il cuor mio studierò i tuoi precetti.

70. Il loro cuore come latte acquagliato; ma io meditai la tua legge.

71. Buona cosa per me l’avermi tu umiliato affinché io impari le tue giustificazioni.

72. Buona cosa per me la legge della tua bocca, più che l’oro e l’argento a migliai.

IOD

73. Le tue mani mi fecero e mi formarono; dammi intelletto, e imparerò i tuoi comandamenti.

74. Mi vedranno color che ti temono, e avranno allegrezza; perch’io nelle tue parole sperai grandemente.

75. Ho conosciuto, o Signore, che i giudizi tuoi sono equità, e che secondo la tua verità tu mi hai umiliato.

76. Venga la misericordia tua a consolarmi, secondo la parola data da te al tuo servo.

77. Vengano a me le tue misericordie, ed io avrò vita; perocché mia meditazione ell’è la tua legge.

78. Sieno confusi i superbi, perché ingiustamente hanno macchinato cose inique contro di me; ma io mi eserciterò ne’ tuoi comandamenti.

79. Si rivolgano a me quei che ti temono e quei che intendono i tuoi insegnamenti.

80. Sia immacolato nelle tue giustificazioni il cuor mio, affinché io non resti confuso.

Sommario analitico

IV SEZIONE

 65-80.

Davide domanda qui a Dio ciò che è necessario a sostegno della vita spirituale del viaggiatore: la bontà, la disciplina, la scienza, la fede.

I. – La bontà e la dolcezza verso il prossimo, la disciplina esatta e vigilante per combattere in se stesso e fuori da se stesso e che potrebbe portarlo al peccato, la scienza per ben comprendere la Legge di Dio ed i suoi misteri, tre doni che una fede ferma gli otterrà e di cui egli indica la necessità, dichiarando:

1° che per esserne stato privato, ha peccato ed è stato umiliato (67);

2° che grazie alla bontà tutta particolare di Dio, che ha voluto insegnargli Egli stesso, ha ottenuto questa scienza dei suoi ordini divini (68);

3° che con l’aiuto di questa disciplina vigilante, egli non ha ceduto agli sforzi dei superbi ed all’esempio degli uomini carnali, il cui cuore si è indurito e non può comprendere le verità più chiare; che egli ha cercato, nello studio e nella meditazione della legge di Dio, la forza di resistere agli insulti dei primi ed all’ignoranza grossolana degli altri (69, 70);

4° che ha riconosciuto l’utilità dell’umiliazione onde apprendere gli ordini pieni di giustizia del Signore, per lui preferibili a tutte le ricchezze della terra (71, 72).

II. – La fede che gli fa credere alla potenza benefica di Dio, che fortifica l’anima affaticata:

1° Nella prosperità, essa fa considerare:

a)La potenza del Creatore alla quale egli deve tutto il suo essere, il suo corpo, la sua anima, e questa intelligenza che gli fa comprendere le cose che tutte le viste umane non possono raggiungere (73);

b) La giustizia provvidenziale del legislatore negli effetti salutari che seguono il compimento o l’inosservanza della sua legge (74, 75);

c) la misericordia del Salvatore che gli dà la consolazione di cui ha bisogno (76), e la vita della grazia, frutto della meditazione della legge di Dio (77);

2° Nell’avversità:

a) egli prevede e desidera la confusione dei superbi che lo hanno perseguitato ingiustamente (78);

b) vede i giusti rivolgersi a lui ed unirsi a lui (79);

c) domanda che il suo cuore diventi più puro in mezzo alle sue prove (80).

Spiegazioni e Considerazioni

IV SEZIONE — 65-80.

I. – 65-72.

ff. 65-68. – La bontà di cui qui parla il Profeta sarebbe meglio tradotta dal greco e dall’ebraico con la parola “soavità”. Ma come ci può essere soavità nel male, quando gioie illeciti ed immorali ci dilettano; come può essercene nei piaceri della carne, anche quando sono legittimi; noi riteniamo di comprendere il termine di soavità secondo il senso di “crestoteta” che i greci non applicano se non ai beni dello spirito. « Voi avete dunque fatto “soavità” al vostro servo, » cioè Voi avete fatto che il bene fosse la mia delizia. In effetti, che il bene faccia le delizie di un uomo è una grande grazia di Dio (S. Agost.). – Ci sono tane cose di questo mondo che sembrano avere una certa soavità ma sono piene di amarezze. La voluttà sembra dolce, ma come diventa amara quando ha dissipato tutto un ricco patrimonio; la passione ci sembra dolce quando ci infiamma, ma diviene orribile ed abominevole quando viene disvelata; i cibi squisiti sembrano deliziosi quando si assaggiano, ed ispirano il disgusto quando sono digeriti. Quanti beni sembrano preziosi ai nostri occhi in questa vita, e che non ci servono più a niente al momento della morte, in cui bisogna abbandonarli. Non c’è dunque vera soavità se non quella che Dio ci fa gustare secondo la verità della sua parola (S. Ambr.). – Tutto ciò che Dio ha fatto nei riguardi del suo servo, è buono, perché lo fa secondo la sua parola. Ora, niente di ciò che è fatto secondo la sua parola può essere reputato cattivo, perché la volontà di Colui che solo è buono, è piena di bontà (S. Ilar.). – « Insegnatemi la bontà o la soavità, la disciplina e la scienza. » Tre doni necessari per ben osservare i comandamenti di Dio e restare fermo nella virtù: 1° La bontà e la dolcezza verso il prossimo; – 2° la disciplina esatta e vigilante per combattere in se stesso e fuor da se stesso tutto ciò che potrebbe portare al peccato; – 3° la scienza per ben comprendere la legge di Dio, per poterla ben osservare; ed i misteri della Religione, per poterli credere con fede chiara. – Il Profeta non domanda a Dio la scienza se non dopo aver chiesto la bontà e la disciplina. Io non dico che bisogni disprezzare la scienza che è un ornamento dell’anima, che la istruisce e la rende capace di istruire gli altri. Ma bisogna che sia preceduta nell’anima dalla bontà e dalla disciplina, che soprattutto sono necessarie alla salvezza. E vedete se il Profeta non avesse questo ordine in vista, e non ci insegnasse ad osservarla, quando diceva: « Seminate nella giustizia, e mietete nella misericordia e accendete dopo per voi la luce della scienza. » (Osea, X, 12). Egli pone la scienza all’ultimo posto come un dipinto che non può poggiare sul vuoto, e stabilisce innanzitutto la bontà e la disciplina come una base solida per ricevere questo dipinto.  (S. Bern. Serm. XXXVIII). –  La scienza è nominata in terzo luogo; perché se la scienza ha il sopravvento sulla carità, non edifica, ma gonfia; (I Cor. VIII, 1); ma quando la carità, unita alla dolcezza e alla bontà, avrà acquisito tanta forza perché le tribolazioni che impone la disciplina non possono spegnerla, allora la scienza sarà utile all’uomo per fargli conoscere ciò che ha meritato per se stesso ed i doni che Dio gli ha fatto (S. Agost.). – Una fede ferma ed un’umile fiducia ottengono da Dio questi tre doni. – « Prima di essere umiliato, io ho peccato. » La causa principale delle nostre umiliazioni, è il peccato. È perché il peccato ha preceduto che il Profeta dichiara che è stato umiliato, cioè distrutto dalle tentazioni e le afflizioni, ed esposto a tutte le angosce. .. Tuttavia benché queste umiliazioni siano spesso una punizione, pur cessano di essere un castigo del peccato per divenirne il rimedio ed un principio di virtù. Così voi attribuite ai vostri peccati le vostre umiliazioni, riconoscete che siete la causa di tutto ciò che vi accade di così sconveniente, e non appena giudicato colpevole, diventate giusto, per il solo fatto di condannarvi, « perché il giusto è il primo accusatore di se stesso. » (Prov. XVIII, 7), (S. Ambr.). – « Ecco perché ho conservato fedelmente la vostra parola ». Il Profeta ha trovato il vero ordine nel correggersi cominciando da ciò che era stato l’inizio della sua colpa. Egli si sottomette alla parola di Dio e cessa di peccare. (Idem). – Voi siete buono … diciamo talvolta ad un uomo, nel desiderio di conciliare le sue buone grazie: voi siete buono, per avvertirlo di essere ciò che non può essere, e questo richiamo indiretto alla bontà lo addolcisce, e gli fa deporre una durezza molto grande; quanto più noi dunque dobbiamo proclamare che Dio è buono, Egli al quale la sola bontà devono la conservazione della loro esistenza sulla terra. È proprio della natura di Dio l’essere buono … Ma benché Dio sia buono, il Profeta lo prega tuttavia di insegnargli, nella sua bontà, i suoi precetti pieni di giustizia, come noi preghiamo un medico che, perché buono non cerca che il maggior bene del malato, e trattarlo tuttavia con una certa dolcezza, per non impiegare dei rimedi troppo violenti, di non applicare il ferro sulla piaga, o almeno di farlo con moderazione ed addolcire con i suoi artifizi la vivacità del dolore. Così la dolcezza del Vangelo ci insegna molto meglio le giustificazioni di Dio, piuttosto che la sua Legge.    

ff. 69-72. – « L’iniquità dei superbi si è moltiplicata contro di me. » Più un Cristiano desidera servire Dio, più si eccita contro di lui l’animosità dei suoi nemici, e per questo, come un atleta coraggioso, egli desidera riportare la corona di giustizia, ed irrita il gran numero di coloro che sono invidiosi dei suoi progressi … È così che si moltiplicano i nostri nemici visibili ed invisibili. Ecco, per esempio, un uomo giusto che perde suo figlio, cosa che accade frequentemente, o è spogliato del suo patrimonio, o vede piombare su di lui ogni sorta di avversità: gli orgogliosi gli dicono allora: Dov’è la giustizia di Dio, dov’è la sua misericordia? Qual profitto ne viene dunque a quest’uomo così castigato nella sua virtù, nella sua innocenza? – « Il loro cuore si è indurito come il latte. » Il cuore dei santi è tenero, delicato; il cuore dei superbi è duro ed ispessito. Così come il latte è, per sua natura, di un biancore splendente e di una purezza senza mistura, ma si inacidisce facilmente per la dissoluzione delle sue parti, così lo spirito ed il cuore dell’uomo sono per loro natura puri e brillanti, ma si alterano facilmente con la mistura corruttrice dei vizi. Quando il latte si rapprende ed indurisce, forma una massa che gli fa perdere il gusto ed il sapore naturale. Ecco gli uomini in cui la grazia, la soavità delle loro parola, e pure con la dolcezza dell’amicizia, lasciano il posto all’amarezza della cattiveria ed al gusto sgradevole dell’invidia. Il cuore indurisce dunque per l’orgoglio, l’invidia, che alterano e corrompono la dolcezza della natura e la benevolenza, e sono fonte della mistura corruttrice della malvagità e della malizia. Mentre il cuore dei superbi, la cui iniquità si era moltiplicata su di lui, si indurisce, cosa fa il giusto? Egli si umilia meditando i precetti della legge, che è scuola di umiltà (S. Ambr.). –  Vedete poi ciò che aggiunge: « è bene che mi abbiate umiliato, affinché possa apprendere i vostri giusti precetti. » È ciò che dice l’Apostolo, sull’esempio del Profeta; « io mi sono compiaciuto nelle mie debolezze, negli oltraggi, nelle necessità, nelle angosce per Gesù-Cristo. » (II Cor. XII, 10). Per questo egli pure si compiace nelle sue debolezze, non si lascia abbattere dalle prove e dalle umiliazioni, e non si scoraggia davanti agli oltraggi: egli ha meritato di conoscere e compiere i comandamenti di Dio. (S. Ambr.) – Ogni sofferenza è buona, tutte le tribolazioni sono buone, poiché alla loro scuola apprendiamo a conoscere i giusti precetti di Dio, poiché esse correggono i peccatori con l’umiliazione, reprimono i prevaricatori con la severità ed insegnano la dottrina agli ignoranti. (S. Ilar.). – Il Re-Profeta fa chiaramente intendere che in questa circostanza, conoscere è praticare, praticare è conoscere … Ci sono molti che imparano le leggi giuste del Signore e che tuttavia non riescono ad apprenderle. Essi le conoscono in una certa maniera, e le ignorano dall’altre; perché non le praticano, non le conoscono (S. Agost.). – « La legge della vostra bocca è per me un bene più prezioso di milioni di pezzi d’oro e d’argento (S. Agost.). – Ma quanto sono rari coloro che possono esprimersi in tal modo, quanto cioè sono rari coloro che preferiscono la legge di Dio all’oro ed all’argento, e che sono pronti a lasciare tutto per compiere questa divina legge. Gesù-Cristo stesso non ha trovato questo distacco se non in coloro che aveva istruito. Così, Pietro ha fatto professione di questo distacco, egli che aveva lasciato tutto per Gesù-Cristo e che ha potuto dire: « Io non ho né oro, né argento » (Act. III, 6). Ma non è certo l’avaro che possa esprimersi così, egli che cova incessantemente con gli occhi l’oro che ha ammassato; non è l’uomo avido di ricchezze che considera ogni giorno con un ardore inquieto i guadagni che può realizzare, che ogni giorno incassa tesori su tesori, che tende le sue reti per farvi cadere le eredità che concupisce, e veglia incessantemente presso il letto dei malati per spiarne il loro ultimo sospiro. (S. Ambr.).

II. — 73-80.

ff. 73-76. – « Le vostre mani mi hanno fatto e mi hanno formato. » Il Profeta sembra dire a Dio: io sono l’opera vostra, non mi abbandonate. È a Voi, Autore dell’essere mio, che mi rivolgo, e a Voi, mio Creatore, che mi lego, non voglio cercare altri soccorsi. Preparatevi a venire in mio soccorso, Voi che siete preparato già prima di crearmi. Spiegatemi voi stesso, Davide, perché dite a Dio: « Le vostre mani mi hanno fatto ». Voi dite in un altro salmo: « Il Signore soddisferà per me, Signore, la vostra misericordia è eterna, non disprezzate l’opera delle vostre mani. » (Ps. CXXVII, 5).  Come se diceste: « Le vostre mani non hanno formato gli altri animali, ma Voi avete semplicemente detto: che le acque, che la terra producono gli animali, viventi ciascuno secondo la propria specie, e le acque e la terra producono i pesci, gli uccelli, gli animali domestici, i rettili e tutte le bestie secondo le loro differenti specie. » (Gen. I, 20, 24). Ma quanto a me, vi siete degnato di farmi con le vostre mani, formarmi a vostra immagine e somiglianza; « Datemi dunque l’intelligenza, affinché impari i vostri comandamenti. » (S. Ambr.). – Il Profeta che dice a Dio: « Datemi intelligenza, » non ne è affatto sprovvisto come gli animali, e non deve, come uomo essere contato … « tra coloro che camminano nella vanità del loro spirito, che hanno l’intelligenza offuscata e sono estranei alla voce di Dio, » (Ephes. IV, 17); perché se somigliasse loro, non parlerebbe come egli fa. Ora, non è far prova di poca intelligenza sapere a chi chiedere l’intelligenza. Ma pensiamo quale profondità di intelligenza sia necessaria per comprendere i comandamenti di Dio, vedendo che colui che li comprende già così bene, e che ha dichiarato di averli osservati, chiede ancora l’intelligenza per conoscerli (S. Agost.). – « Coloro che vi temono mi vedranno e saranno nella gioia. » Coloro che temono Dio provano una gioi vera nella conoscenza che hanno dei santi, perché colui che gioisce alla vista di un giusto, vuole egli stesso essere giusto. È conveniente che gioisca nel vedere negli altri ciò che vuole conservare in se stesso. È questa in effetti, una prerogativa dei buoni, che l’uomo saggio ama con santa affezione colui che è casto, riservato e prudente; e il misericordioso ama colui che è generoso; in una parola, noi amiamo negli altri le virtù che sono in noi … Ma al contrario, la vista del giusto che fa gioire il cuore degli innocenti, è un vero supplizio per i malvagi, perché la condotta dei santi è una condanna per la loro vita colpevole. La castità tormenta l’incontinenza, la liberalità è un tormento per l’avarizia, così come la fede per l’empietà; la presenza di un santo è come un peso insopportabile per la loro coscienza. Al contrario, la vista di un uomo fedele a Dio ha il privilegio di far gioire tutti coloro che temono Dio … La presenza stessa dei Santi è utile a coloro che temono Dio, perché porta con essa una grazia tutta particolare a coloro che considerano e studiano la condotta dei Santi (S. Ilar.). – Ora, colui che vede un giusto, deve sapere cosa vede: non è né il suo corpo, né il suo vestito, né il suo patrimonio, né il suo viso, ma il suo interno. No, egli non lo vede veramente che a condizione di veder la sua anima, di intendere i suoi discorsi, di comprenderne il senso e tirarne una lezione di saggezza … « Perché io ho messo tutta la mia speranza nelle vostre parole. » Ecco il vero motivo della loro gioia. Essi mi hanno visto interiormente, essi mi hanno toccato, mi hanno considerato nell’interno della mia anima, laddove io ho messo la mia speranza nelle vostre parole, ove le ho ricevute e comprese. Il contrario è per coloro che odiano i giusti, la cui occupazione è approfondire le parole di Dio; e quanti empi che quando sentono i Cristiani sapienti e dotti nella legge di Dio, li evitano a causa del loro stesso sapere e della loro dottrina. (S. Ambr.). « Io ho riconosciuto, Signore, che i vostri giudizi sono giusti. » Colui che può comprendere la condotta della divina Provvidenza adopera lo stesso linguaggio del santo re Davide, perché nulla si fa se non per giusto giudizio di Dio, sia che siate malato o in buona salute, ricco o povero, che moriate giovane o vecchio. Per poco che ci si sia applicato allo studio delle divine Scritture, si comprende che tutto si fa per la sovrana volontà di Dio, e che niente sfugga alla sua scienza infinita … Il Re-Profeta ha dunque ricevuto la grazia dell’intelligenza e della conoscenza, ha riconosciuto che i giudizi di Dio sono giusti, cosa che è propria di un’anima perfetta. C’è una gran differenza tra credere e comprendere. La fede è la parte di colui che teme, la conoscenza è riservata al saggio. Colui che teme, non cerca la ragione; il saggio cerca di avere la conoscenza di tutto ciò che desidera comprendere (S. Ambr.). – La conoscenza va più lontana dalla fede: la fede ha il merito dell’obbedienza, ma non ha la sicurezza della verità conosciuta. Così l’Apostolo mette una gran differenza tra la conoscenza e la fede. Egli pone al primo rango la saggezza, al secondo la conoscenza, al terzo la fede. In effetti, colui che ha fede, può non conoscere ciò che crede; ma colui che ha la conoscenza non può non credere a ciò che conosce… il Profeta vuol parlare qui non dei giudizi eterni, ma di quelli che si esercitano nella vita presente. (S. Ilar.). – E in cosa i giudizi di Dio sono giusti? In ciò che è per il lavoro, le tribolazioni e le afflizioni, che giungono alla eterne ricompense. Come con la corona vengono premiati con un giusto giudizio degli uomini, gli atleti che combattono e riportano la vittoria, così la palma del vincitore premia i Cristiani vincitori con un giusto giudizio di Dio. « A colui che sarà vincitore, darò di sedersi sul mio trono. » (Apoc. III, 21) – (S. Ambr.). – Non è dunque senza ragione se il profeta è stato sottomesso alla tribolazione, dato in mano alle persecuzioni e agli oltraggi, questo per un giusto e vero giudizio di Dio, è perché vuole per lui fare in modo da fargli espiare i suoi peccati, purificandolo come l’oro nella fornace (S. Ilar.). – « Consolatemi con il ritorno della vostra misericordia. Quanto grande è la misericordia di Dio. Perché non solo ci accorda la remissione dei peccati, ma ci prodiga ancora la consolazione durante il combattimento, per timore che lo spavento dei pericoli della lotta non ci faccia abbandonare il campo di battaglia. Egli implora dunque la misericordia, non come il vincitore che cede terreno, né come il peccatore che implora il suo perdono, ma affinché, rivestito dalla misericordia di Dio come arma invincibile, egli possa, con un sì potente soccorso, affrontare i più grandi pericoli. Considerate la virtù ammirabile e singolare del Profeta. Un altro, soccombendo sotto il peso dei suoi dolori, avrebbe domandato che Dio li faccia cessare e lenirne la violenza e la tempesta; Davide, come un atleta coraggioso e paziente che sa che le tribolazioni esercitano la sua anima e la formano alla perfezione, non domanda a Dio di allontanare da lui le afflizioni, gli attacchi, i lavori, le fatiche, ma di accordargli in mezzo alle sue prove una parola di consolazione, perché il suo coraggio non venga a mancare … ed aggiunge con ragione: « Secondo la vostra parola, » perché il Signore stesso ha promesso il suo soccorso a coloro che combattono per il suo Nome. « Quando vi faranno comparire, non vi inquietate per come parlate, né di ciò che direte; ciò che dovete dire vi sarà dato in quell’ora stessa; perché non sarete voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi. » (Matth. X, 19, 20), (S. Ambr.).   

ff. 77-80. – Ma questi doni della divina misericordia non sono ancora, in questa vita di miserie e di tempeste, che una consolazione e non le gioie della beatitudine; queste gioie della beatitudine non verranno se non dopo le miserie della vita, ed anche in mezzo a queste miserie; così il Profeta aggiunge: « Che le vostre misericordie si effondano su di me ed io vivrò. » In effetti io non vivrò realmente se non quando non potrò più ridurre a niente la morte. È di questa vita che si tratta quando la Scrittura nomina puramente e semplicemente la vita, e questa vita non può concepirsi eterna e felice, come se essa meritasse solo di essere chiamata vita in confronto alla vita presente, che bisogna piuttosto chiamare una morte … ma come meriterà questa vita? « Perché la vostra legge è l’oggetto della mia meditazione. » Se questa meditazione non fosse accompagnata dalla fede che agisce per l’amore (Galat. V, 6), mai essa avrebbe il potere di far giungere alcuno a questa vita. Nessuno dunque, per aver appreso a memoria tutta la legge ed averla spesso cantata richiamandola a suo ricordo, non tacendo ciò che essa prescrive, ma non vivendo come prescrive, s’immagini di aver praticato ciò che qui dice: « Perché la vostra legge è la mia meditazione, » ed aver meritato ciò che il Profeta domandava come ricompensa per una meditazione simile. Questa meditazione è la riflessione di colui che ama ed ama talmente che l’amore di questa meditazione non si raffredda mai in lui, benché possa essere oppresso dall’iniquità altrui (S. Agost.). – Apprendiamo dunque noi stessi a meditare la legge di Dio, non lasciamoci distogliere da questa meditazione dalla seduzione e dalle preoccupazioni del mondo, ma restiamo incessantemente applicati allo studio di questa legge divina. Ma è soprattutto ai preti che questa meditazione è necessaria, come scrive San Paolo a Tito, suo discepolo:  « Il Vescovo, egli dice, deve essere legato alle verità della fede così come gli sono state insegnate, affinché sia capace di esortare secondo la sana dottrina, e convincere coloro che la combattono, » (Tito, I, 9); ciò non può essere che il frutto di una meditazione attenta e non di una lettura superficiale. Scrivendo a Timoteo, egli dice egualmente: « Applicatevi alla lettura, all’esortazione, all’istruzione … meditate queste verità, siatene sempre occupato, perché tutti vedano il vostro progresso (I Tim. IV, 13-14). È con questa lettura frequente e con questa meditazione continua che si acquisisce il dono prezioso della dottrina e della scienza (S. Ambr.). – Le persecuzioni ingiuste sono le più difficili da soffrire rispetto alle altre; sono quelle di cui ci si lamenta maggiormente, e quelle che bisogna amare di più e di cui rallegrarsi, secondo la dottrina dell’Apostolo S, Pietro (I Piet. IV, 14-16). La confusione che il Profeta augura qui ai suoi ingiusti persecutori, è il maggior bene che possa giungerne loro: questa onta salutare può divenire per essi un principio, un inizio di penitenza e di conversione. È un indizio che essi comincino a riconoscere le loro colpe e siano disposti a rinunciarvi, quando sono già capaci di arrossirne. (S. Ambr. e S. Ilar.). – « Tutti coloro che vi temono e conoscono le vostre testimonianze, si volgono verso di me. » Noi possiamo desiderare come il Profeta che coloro che temono Dio abbiano affezione per noi, ma non è il nostro vantaggio personale che bisogna cercare, ma quello di Dio. Se desideriamo che ci si ami, è affinché si passi fino a Dio e che ci si rivolga versi di Lui con un amore più grande. Ci sono persone che temono Dio, ma che non hanno alcune scienza, e non si applicano alla lettura delle Scritture, perché non le comprendono; ce ne sono altre che conoscono Dio e che forse hanno una qualche intelligenza della Scrittura, ma non temono Dio e provano con la propria vita che essi ignorano completamente ciò che sembrano avere appreso nei libri: due stati ugualmente pericolosi che si possono evitare con l’unione del timore e della scienza di Dio. « Che il mio cuore si conservi nella pratica dei vostri precetti. » Più il Re-Profeta è elevato, sia con il dono di profezia, sia dalla dignità reale, più si applica a praticare l’umiltà, insegnandoci in ciò che dobbiamo imitarlo. Egli prega Dio di rendere il suo cuore senza macchia nella pratica dei suoi comandamenti, perché in effetti, benché il suo cuore sia puro, è facilmente macchiato dal flusso immondo dei pensieri impuri. Ora, se un solo pensiero impuro può sporcare un cuore, quanto più gli atti che seguono. Guardatevi dal profanare dunque con nessun pensiero colpevole l’interno della vostra anima, per non sporcare ciò che credete avere di puro in voi. Voi lavate le vostre mani come se poteste cancellare i vostri crimini, ma non potete così facilmente lavare la vostra anima disonorata da pensieri immondi. È il cuore per primo ad essere insudiciato dal peccato, è il cuore che innanzitutto bisogna purificare. Se esso è puro, tutto il resto è puro. Ecco un’acqua torbida nel suo corso: inutilmente la pulirete dove essa ristagna, se la sorgente continua ad essere torbida. Siete dunque voi che dovete innanzitutto purificare perché tutto ciò che esce da voi, sia puro.  Il vostro cuore è la sorgente dei vostri pensieri: da questa sorgente cola l’acqua torbida dell’impurità, o l’onda chiara e limpida della castità e della pietà (S. Ambr.). – Ora, questa purezza di cuore, il Profeta sa che la troverà nell’osservanza costante dei giusti comandamenti di Dio, ed il frutto di questa fedeltà sarà il non restare confuso. In effetti, la confusione viene da una coscienza colpevole, e dall’obbrobrio che segue il peccato. Là dove non c’è confusione, non c’è peccato; e là dove non c’è peccato, l’anima resta fedele alla pratica dei comandamenti, che ha come frutto la purezza del cuore (S. Ilar.). 

http://www.exsurgatdeus.org/2020/04/03/salmi-biblici-defecit-in-salutare-tuo-anima-mea-cxviii-5/

SALMI BIBLICI: “MEMOR ESTO VERBI TUI” (CXVIII – 3)

SALMO 118 (3): MEMOR ESTO VERBI TUI servo tuo

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME TROISIÈME (III)

PARIS – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 118 (3)

ZAIN.

[49] Memor esto verbi tui servo tuo,

in quo mihi spem dedisti.

[50] Haec me consolata est in humilitate mea, quia eloquium tuum vivificavit me.

[51] Superbi inique agebant usquequaque, a lege autem tua non declinavi.

[52] Memor fui judiciorum tuorum a sæculo, Domine, et consolatus sum.

[53] Defectio tenuit me, pro peccatoribus derelinquentibus legem tuam.

[54] Cantabiles mihi erant justificationes tuæ in loco peregrinationis meæ.

[55] Memor fui nocte nominis tui, Domine, et custodivi legem tuam.

[56] Hæc facta est mihi, quia justificationes tuas exquisivi.

HETH.

[57] Portio mea, Domine, dixi, custodire legem tuam.

[58] Deprecatus sum faciem tuam in toto corde meo; miserere mei secundum eloquium tuum.

[59] Cogitavi vias meas, et converti pedes meos in testimonia tua.

[60] Paratus sum, et non sum turbatus, ut custodiam mandata tua.

[61] Funes peccatorum circumplexi sunt me, et legem tuam non sum oblitus.

[62] Media nocte surgebam, ad confitendum tibi super judicia justificationis tuae.

[63] Particeps ego sum omnium timentium te, et custodientium mandata tua.

[64] Misericordia tua, Domine, plena est terra; justificationes tuas doce me.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO CXVIII (3).

ZAIN

49. Ricordati di tua parola in favor del tuo servo, nella quale mi desti speranza .

50. Questo nella mia umiliazione fu il mio conforto, che la tua parola mi diede vita.

51. I superbi agivano sempre iniquamente; ma io non ho declinato dalla tua legge.

52. Mi ricordai de’ giudizi tuoi, o Signore, che son eterni; e fui consolato.

53. Mancommi il cuore per cagione de’ peccatori, che abbandonano la tua legge.

54. Miei cantici erano le tue giusti Reazioni nel luogo del mio pellegrinaggio.

55. Del nome tuo mi ricordai nella notte, o Signore, e osservai la tua legge.

56. Questo avvenne a me, perché cercai ansiosamente tue giustificazioni.

HETH.

57. Signore, porzione mia: io ho detto di osservar la tua legge.

58. Ho domandato con tutto il cuor mio il tuo favore; abbi pietà di me secondo la tua parola.

59. Ho disaminati i miei andamenti, e ho indiritti i miei passi a seconda de’tuoi comandamenti.

60. Preparato son io (e nulla mi tratterà) ad osservare i tuoi comandamenti.

61. Mi cinsero d’ogni parte i lacci de’ peccatori, ed io non mi scordai della tua legge.

62. Di mezza notte mi alzava a lodarti per ragione de’ giudizi di tua giustizio.

63. Io ho società con tutti quei che ti temono e osservano i tuoi comandamenti.

64. Di tua misericordia, o Signore, è piena la terra; insegnami tu le tue giustificazioni.

Sommario analitico

III SEZIONE — 49-64.

Davide chiede a Dio, perché lo accompagni e lo consoli in mezzo alle difficoltà della strada, la speranza e la carità:

I. La speranza che:

1° Interiormente consola e riempie di gioia colui che si umilia:

a) secondo la promessa divina (49),

b) secondo l’efficacia della parola divina (50)

2° Esteriormente lo difende dalle ingiustizie dei superbi, che sono sovente una grande tentazione per i giusti, e gli danno la forza di non allontanarsi dalla legge, e di non perdere in un solo momento il frutto di una lunga pazienza (51):

a) Con il ricordo dei giudizi che Dio ha esercitato dall’inizio del mondo, e le consolazioni che questo ricordo effonde nell’anima dei giusti;

b) Con uno zelo ed un dolore che vanno fino allo scoramento alla vista non del male che fanno i malvagi, ma del male che si fanno essi stessi abbandonando la legge di Dio (53);

c) Con il canto, il ricordo perpetuo, l’osservanza e lo studio approfondito dei comandamenti di Dio in questa terra di esilio (54-56).

II. – La carità che:

I° l’unisce interamente a Dio con la ferma risoluzione di prendere Dio come sua parte e di osservare la sua legge (57), risoluzione che è accompagnata:

a) dalla richiesta di assistenza divina che implora con tutto il suo cuore (58);

b) dalla riflessione seria sulle sue vie, e della riforma della sua vita (59);

c) dalla disposizione presente e ferma in cui si trova, di essere fedele alla legge di Dio senza turbarsi, qualunque cosa accada (60);

2° egli brucia tutti i legami del peccato con il ricordo della legge di Dio, che oppone ai discorsi ed agli esempi dei peccatori (61):

a) con il manifestare le lodi di Dio, fin nella notte, per espiare con le sue sante preghiere i crimini che vi si commettono (62);

b) con l’entrare in società stretta con coloro che temono Dio, con questa unione di carità che ci fa entrare nella partecipazione di tutte le buone opere dei giusti e dei santi (63);

c) e celebrare la misericordia di Dio che riempie tutta la terra (64).

Spiegazioni e Considerazioni

   III SEZIONE — 49-64.

I. — 49-56.

ff. 49, 50. – Davide era spesso favorito da comunicazioni celesti, nelle quali Dio gli elargiva la ricompensa della sua fede e dei suoi meriti. Sembra dunque dire a Dio, come più tardi l’Apostolo San Paolo: « Ho sostenuto il buon combattimento, ho completato la corsa, aspetto la corona di giustizia che mi è riservata. » (II Tim. IV, 7). Non è questa una speranza presuntuosa e temeraria, ma una testimonianza di fede, con la quale confessa che il vero Dio non può ingannare. Sul suo esempio Davide dice a Dio: io chiedo il compimento della domanda che Voi avete fatto al vostro servo. La mia speranza non può essere accusata di presunzione, poiché Voi ne siete l’Autore. Io sono servo, attendo dal mio padrone il nutrimento; io sono soldato, ed ho il diritto di esigere la mia paga dal mio generale; io sono stato chiamato, io chiedo a Colui che mi ha chiamato ciò che mi ha promesso (S. Ambr.). – Lungi da noi il pensiero che Dio possa mai dimenticare le sue promesse: il Profeta che ha creduto alle sue promesse, che è pieno di desideri dei beni celesti, che non ha che disprezzo per le cose della terra, e mette tutta la sua speranza nei beni eterni, prega Dio non di ricordarsi della sua promessa, ma di renderla degna perché questa promessa possa compiersi in lui (S. Ilar.). – « Questa speranza mi ha consolato nel mio abbassamento, nella mia umiliazione. » Noi siamo dunque consolati dalla speranza che non confonde nei giorni della nostra umiliazione, cioè nei tempi della tentazione e della tribolazione. – Per questa umiliazione, bisogna intendere non soltanto l’umiltà dell’uomo che confessa i suoi peccati, e non attribuirsi la qualità del giusto, ma l’abbassamento nel quale cade sotto i colpi di qualche tribolazione o di qualche rovescio, castigo del suo orgoglio o testimonianza ed esercizio per la sua pazienza. (S. Agost.). – Questa parola ci consola nella nostra umiliazione, quando siamo oggetto di disprezzo, di insulti, di ingiurie, di oltraggi degli uomini, che ci ricordano allora che la vita presente è una battaglia, e che le tentazioni o le prove sono la legge del paese in cui abitiamo. (S. Ilar.). – In mezzo a queste umiliazioni, noi siamo vivificati dalla parola di Dio. È là in effetti che si trova la sostanza vivificante della nostra anima, che la nutre e la dirige. Nessun altro principio di vita c’è per l’anima ragionevole, che la parola di Dio … Applichiamoci dunque a fare di questa parola divina, ad esclusione di ogni altra cosa, come una pia collezione che noi depositeremo nella nostra anima per essere il principio direttivo dei nostri pensieri, delle nostre sollecitudini, delle nostre risoluzioni e di tutte le nostre azioni. (S. Ambr.). – Colui che poggia la sua vita nella parola di Dio non è scosso dalla vanagloria che avolge i superbi. Egli sa che la sua indigenza è mille volte più ricca di tutte le loro ricchezze. Egli sa che i suoi digiuni sono saziati da una benedizione celeste ed evangelica; egli sa che la sua umiltà riceverà come ricompensa un onore, una gloria incomparabile. Aggiunge anche: « I superbi non cessano di agire con ingiustizia, ma io non sono allontanato dalla vostra legge. » (S. Ilar.).  

f. 51, 52. – A questo orgoglio incessante dei nemici di Dio, il Re-Profeta oppone questo sovrano rimedio: « io non mi sono allontanato dalla vostra legge. » – Con quali mezzi si è mantenuto fermo nell’osservazione della legge? Con il ricordo dei giudizi di Dio. Se, in effetti, Colui che è stato istruito e formato dagli esempi della legge cessa di credere per un istante alla verità dei giudizi di Dio, egli si allontana ben presto della legge. Per chi, al contrario risale al ricordo dei secoli passati, si convince facilmente che mai il peccatore sia potuto sfuggire al castigo della sue empietà, e che il giusto mai sia stato frustrato nella ricompensa delle sue virtù … ma chi è colui tra noi che potrebbe trovare la sua consolazione nella considerazione dei giudizi di Dio?. I giudizi degli uomini sono pur terribili per i colpevoli, quanto più i giudizi divini? Per chiarire questa verità con un esempio, noi vediamo in questo mondo gli innocenti affrettarsi con i loro desideri al giorno del giudizio, temere i ritardi, chiedere istantaneamente di essere citati davanti ai loro giudici; mentre i colpevoli sono in agitazione e nel terrore, cercano tutti i mezzi per differire questo giorno fatale, e sono profondamente rattristati quando viene loro notificato che questo giorno è arrivato. Felice dunque colui che può attendere nella gioia, questo giudizio celeste. Egli sa che gli sono riservati il regno dei cieli, la società degli Angeli e la corona dei suoi meriti (S. Ambr.). – « Io sono caduto nello scoraggiamento alla vista dei peccatori che abbandonano la vostra legge. » Ecco un sentimento ben poco comune; la maggior parte in effetti si rattrista per essere oggetto di una ingiuria, di un oltraggio, di un qualunque danno dei propri beni e della propria reputazione … Ma Davide si affligge non perché sia disprezzato, o perseguitato, ma perché la legge di Dio è abbandonata, ed egli deplora la triste sorte di questi prevaricatori che periscono così davanti a Dio senza ritorno. (S. Ambr.). – Che i giusti del Signore siano il soggetto dei nostri inni, dei nostri cantici, dei nostri salmi. Cantiamo con spirito, cantiamo con il cuore, affinché nel giorno della necessità non veniamo puniti del nostro oblio con questo rimprovero: « Voi avete rigettato le mie parole lontano da voi. » (Ps. XLIX, 17). Ma questo non è molto: il cantare le giustizie di Dio; bisogna farlo con spirito distaccato da tutte le sollecitudini della terra; è per questo che il Profeta aggiunge: « nel luogo del mio pellegrinaggio. » L’ Apostolo non vuole che noi siamo degli estranei, dei pellegrini nella casa di Dio, ma i concittadini dei Santi e della casa stessa di Dio. Perché colui che fa parte della casa di Dio si considera come esiliato in questo mondo; colui che vive già nel cielo è un pellegrino sulla terra (S. Ambr.). – Apprendiamo qui dal Profeta a ritenere nei nostri cuori i canti dei salmi che abbiamo ascoltato, e a non cessare mai da questi canti divini. Non è con negligenza che egli li ascolta, e non legge la parola di Dio con gli occhi preoccupati e divisi tra mille oggetti diversi, come tante anime irreligiose, egli non l’ascolta con orecchie che le lasciano cadere in oblio, ma questa parola divina è l’oggetto di questi canti assidui, ovunque si trovi nel suo pellegrinaggio sulla terra (S. Ilar.). – « Io mi sono sovvenuto, Signore, del vostro Nome nella notte. » Il Profeta sa che bisogna applicarsi ad osservare la legge di Dio, soprattutto nel tempo in cui i pensieri colpevoli scivolano nello spirito. È allora che i pungiglioni dei vizi, eccitati dai calori degli alimenti, sollevano le cattive inclinazioni del nostro corpo, che bisogna ricordarci del Nome di Dio e restare fedeli a questa legge che ci comanda la purezza, la continenza, il timore di Dio (S. Ilar.).- Io mi sono ricordato del vostro Nome durante la notte. » La notte è anche l’abbassamento in cui si tiene la miseria della nostra mortalità; la notte è l’orgoglio dei superbi, che commettono l’iniquità oltre misura; la notte è il disgusto di vedere i peccatori abbandonare la legge di Dio; la notte, infine è questo soggiorno nel luogo dell’esilio, fino a che venga il Signore che illuminerà i segreti delle tenebre e svelerà i pensieri dei cuori, di modo che ciascuno riceva da Dio la lode che merita. « Io ho osservato la vostra legge. » Egli non l’avrebbe osservata se, confidando nelle proprie forze, non si fosse ricordato del Nome di Dio, e in effetti, « … il nostro soccorso è nel nome del Signore. » (S. Agost.). – Voi avete perso vostro figlio? In questo dolore, in questa notte, in questa immensa privazione, ricordatevi del Signore, vostro Dio, per non essere ingrato verso Dio, come se avesse disdegnato la vostra preghiera. Voi siete stato inviato in esilio? Ricordatevi del Signore vostro Dio, per non preferirgli l’amore della patria che vi ha interdetto. Vittima dell’oppressione di un ricco iniquo e potente, voi siete stato spogliato dei vostri beni, siete nell’indigenza? Ricordatevi del Signore vostro Dio, per paura che la notte della povertà vi allontani dai doveri della pietà. (S. Ambr.). – Ricordatevi dunque incessantemente degli ordini pieni di giustizia del Signore, affinché, mentre li cantiamo con la voce interiore della nostra anima, noi ci ricordiamo nel contempo nella notte del Nome del Signore, e possiamo aggiungere: « Questo mi è sopraggiunto perché ho cercato i vostri comandamenti; cioè questo ricordo si è presentato al mio spirito fin nella notte, perché io non ero né assopito per l’estasi, né appesantito dall’intemperanza, né preoccupato dalle sollecitudini del secolo, ma perché io castigavo il mio corpo con una meditazione costante, ed esercitavo così le forze interiori della mia anima (S. Ambr.).

II. — 57-64.

f. 57-60. – « Io ho detto al mio Dio: mia parte è compiere la vostra legge. » Che gli oratori siano appassionati dai loro studi letterari, che i filosofi si compiacciano nella loro pretesa saggezza, che i ricchi vantino le loro ricchezze, che i re siano fieri della loro potenza; per noi, la nostra gloria, il nostro possesso, il nostro regno, è Gesù-Cristo. Egli è la nostra saggezza nella follia della predicazione, la nostra forza nell’infermità della carne, la nostra gloria nello scandalo della croce, con la quale il mondo è morto per noi e noi per il mondo, affinché viviamo per Dio (S. Paolo, in Ep. ad Aprum.). – Ma sono pochi quelli che possono dire con tanta fiducia che Dio sia la loro parte! Bisogna essere estranei al vizio ed ad ogni sozzura; bisogna non aver nulla in comune con il secolo e non tenere niente nel mondo. L’avaro non lo saprebbe dire, perché l’avarizia accorre e gli dice: « è a me che tu appartieni; » io ti ho messo sotto il mio giogo, sono io che sono il tuo padrone; tu ti sei venduto a me per questo oro; tu ti sei consegnato a questa terra. Il sensuale non può dire; Gesù-Cristo è la mia parte, perché la sensualità accorre e gli dice: « Sei tu la mia parte; io ti ho asservito in tale festino; io ti ho preso in trappola in questo pasto; la tua intemperanza ha segnato la tua intemperanza ha siglato il contratto che ti tiene sotto le mia leggi; » dimentichi che la tavola è sempre stata per te più cara che la vita? Mi riferisco a te, negalo, se puoi; ma … come negarlo? L’adultero non può più dire: « Il Signore è la mia parte,» perché la voluttà accorre e gli dice: sono io la tua parte, ricordati questa notte in cui tu hai conosciuto la mia legge, dove sei passato sotto il mio impero. » Infine il traditore non può dire: Gesù-Cristo è mia parte, perché ben presto la nera perfidia piomba su lui ed esclama: « egli mente, Signore Gesù, egli è mio. » (S. Ambr.). – La carità vera, che ci fa prendere come nostra parte, ci porta anche al compimento fedele di tutto ciò che ci comanda: « L’amore è la pienezza della legge. » (Rom. XIII, 10), – Ma come osservare la legge, se questo non è per grazia e per soccorso dello Spirito vivificante, nel paura che la lettera non uccida (II Cor. III, 6), e che il peccato, prendendo occasione dal comandamento, non operi nell’uomo ogni concupiscenza? (Rom. VII, 8). Bisogna dunque invocare questo Spirito: è così che la fede ottiene da Lui ciò che la legge comanda, perché colui che avrà invocato il nome del Signore sarà salvato (Gioele, II, 32). –   Si possono intendere anche queste parole dal vivo desiderio che ha il Profeta di contemplare la faccia di Dio. Egli sa che gli è impossibile in questa vita, vedere ciò che l’occhio dell’uomo non ha mai visto, ciò che il suo orecchio non ha mai inteso, ciò che il suo cuore non ha mai compreso. Egli sa che la gloria di Dio è invisibile ai suoi occhi carnali, che sarebbero abbagliati dal fulgore e dallo splendore degli Angeli, e che non hanno ugualmente potuto sopportare la gloria che risplendeva dal viso di Mosè .. ma egli non lascia il desiderare, con tutto l’ardore del suo cuore, il momento felice in cui potrà gioire della chiara visione. Colui, in effetti che ha preso Dio come sua parte, domanda con fiducia di essere ammesso a contemplare la sua faccia; perché, benché nessun mortale possa vederla quaggiù, questa felicità, è tuttavia riservata a coloro che hanno il cuore puro. (S. Ilar.). – « Io ho ripensato alle mie vie, », io ho pensato alle mie vie che ho seguito nel passato, vie piene di cadute e di peccati, e questo per meritare la remissione delle mie colpe con una conversione sincera ed un’applicazione seria alla virtù. « Io ho riportato i miei passi nella via dei vostri Comandamenti, »  per non seguire più queste viecosì sovente testimoni delle mie cadute; ma per camminare in questa via dei vostri comandamenti, che mi impedirà di smarrirmi laddove io mi sono sì sovente perso lontano dalla vera via, che è Gesù-Cristo? … ebbene, io ho pensato, non alle vie che ho seguito altre volte, ma a quelle che devo ora percorrere; vale a dire, io ho fatto precedere tutte le mie azioni da una seria considerazione, per vedere chiaramente se dovessi agire, e come dovessi agire, se dovessi parlare pubblicamente o in segreto, davanti a qualche persona o senza testimoni. Non agiamo dunque se non dopo aver pensato a ciò che dobbiamo fare, se non vogliamo caricarci di pentimenti tardivi ed inutili (S. Ambr.). – Se le nostre azioni sono mal composte, se ci accade ogni giorno di ingannarci nei nostri giudizi, o di errare nella nostra condotta, l’esperienza ci ha fatto conoscere che la causa di questa svista, è che non deliberiamo posatamente su ciò che dobbiamo fare, e che ci lasciamo assoggettare dagli oggetti che si presentano. Un ardore sconsiderato ci induce all’azione, prima di considerare bene le sequele e le circostanze; sebbene che un consiglio poco sicuro, procedendo dalle risoluzioni precipitose, fa sì ordinariamente che noi erriamo di qua e di là, piuttosto che camminare nella retta strada. Davide è ben lontano da questi due errori. Egli ha, dice, studiato le sue vie, ha liberato il suo spirito da tutte le preoccupazioni estranee, ha meditato seriamente su dove portino le sue inclinazioni. Ecco una delibera ben posta; dopo ciò io non mi stupisco se ha preso la parte migliore, e se ci dice che il risultato di questa importante consultazione sia stato il tornare con i suoi passi dal lato della legge di Dio. (BOSSUET, sur la Loi de Dieu). – Così, vedete qual frutto raccolga il Profeta da questa attenzione nel pensare alle sue vie, nel riflettere innanzitutto su ciò che debba fare. « Io sono pronto e non sono turbato nell’osservanza dei precetti del mio Dio. » Colui che ha cominciato a riflettere seriamente su quel che si debba fare, è sempre pronto ad agire; egli è fermo ed irremovibile, e non può essere turbato da alcun accidente. Il soffio pericoloso dell’ambizione non può agitarlo; la cupidigia, la lussuria non possono eccitare alcuna tempesta nella sua anima; egli resta indifferente alle seduzioni ingannevoli della voluttà … Se si leva la persecuzione, essa lo trova pronto, ed il turbamento che causa ad un’anima l’incertezza della sua salvezza, fa posto in lui alla speranza certa della corona che lo attende dopo il combattimento. Se la sua reputazione è sovente minacciata dalla calunnia, non pensa che il discepolo sia al di sopra del Maestro. Obbrobri di ogni genere si sono abbattuti sul Figlio di Dio; come il servo ne potrebbe sfuggire? Prepari egli dunque il suo spirito alla meditazione e dica: io sono pronto e non sono turbato nell’osservare i vostri comandamenti. (S. Ambr.).

ff. 61-64. – Queste corde, questi legami dei peccatori sono gli ostacoli di ogni genere che ci oppongono i nemici, sia spirituali, come il demonio e i suoi angeli, sia carnali, come i figli dell’infedeltà, sui quali agisce il demonio (Efes. II, 2). Minacciando i giusti con ogni sorta di mali, al fine di distruggerli ed impedir loro di soffrire per la legge di Dio, essi li allacciano come con delle corde nelle loro forti e solide reti; perché essi li catturano in seguito ai loro peccati, come in una rete (Isai. V, 18), e si sforzano di avvolgere i santi, e talvolta questo è loro permesso; ma se essi allacciano il corpo, non potranno legare l’anima, ove il salmista non ha messo in oblio la legge di Dio, perché, dice l’Apostolo, San Paolo (II Tim. II, 7) « la parola di Dio non è incatenata. » (S. Agost.). – « Io mi alzavo nella notte a rendervi gloria. » Non è abbastanza il pregare di giorno, occorre alzarsi di notte e nel mezzo della notte. Nostro Signore ha passato la notte in preghiera, per invitarvi alla preghiera con il suo esempio; e cosa chiedeva a Dio? Il perdono dei vostri peccati, nel tempo stesso che ce lo accordava con la propria volontà. «Alzatevi nel mezzo della notte per rendere gloria a Dio; » cioè per piangere i vostri peccati, non solo per ottenere il perdono delle colpe passate, ma per evitare le occasioni presenti di peccato, e mettervi in guardia contro coloro che vi potrebbero far cadere in avvenire, perché la notte è il tempo più fecondo per le tentazioni: è allora che le seduzioni della carne sono più vive, che il tentatore raddoppia i suoi sforzi, che l’anima è come appesantita dal lavoro della digestione e che lo spirito ha perso una parte del suo vigore, è allora che gli spiriti di malizia gettano tenebre sulla nostra anima e la persuadono a darsi al crimine, allorché non ha alcun testimone, alcuno spettatore, alcun accusatore da temere; è allora che la eccitano al peccato con l’esempio anche dei Santi che son caduti, ma che si sono pentiti e che hanno coperto i loro peccati con la penitenza … Prevenite queste astuzie del tentatore con la frequentazione del banchetto divino e con il digiuno che la Chiesa vi prescrive … Ricevete Nostro-Signore Gesù-Cristo nell’abitazione della vostra anima: la dove è il suo Corpo, là è Cristo stesso. Quando il vostro nemico verrà nella vostra dimora interiore tutto raggiante di splendore celeste, gli spiriti delle tenebre comprenderanno che la vostra anima è inaccessibile ai loro attacchi; essi fuggiranno e voi passerete la notte senza alcun timore (S. Ambr.). –  I santi vegliano e lodano Dio anche durante il loro sonno. « Io dormo, dice lo Sposo dei cantici, ma il mio cuore veglia. » (Cant. V, 2). – Io non temo di dirlo, quando voi dormite, che la vostra anima benedica il Signore! Non lasciatevi né agitare da pensieri di alcun crimine, né eccitare dalla concupiscenza dei beni altrui, né turbare dal fermento di una corruzione interiore. La vostra innocenza anche durante il vostro sonno sarà come la voce ella vostra anima (S. Agost.). « Io sono in società con tutti coloro che vi temono. » È la comunione dei Santi, in virtù della quale i giusti partecipano alle buone opere gli uni gli altri. – Nostro Signore Gesù-Cristo vuole che entriamo in società con Lui; e come? Prendendo parte alla sua giustizia, alla sua verità, alla sua vita senza macchia, colui che cammina in una santa novità di vita, che segue i sentieri della giustizia, è in società con Gesù-Cristo. Se ho onore della menzogna, io sono in società con Gesù-Cristo, perché Egli è la verità; se io fuggo l’iniquità, sono in società con Gesù-Cristo, perché Egli è la giustizia. Felice colui che può rendere questa testimonianza! Come un membro è unito intimamente con tutte le altre membra del corpo, così è del Cristiano che è unito con tutti coloro che temono Dio; egli non dice al suo fratello: voi non siete del mio corpo; cioè il ricco non dice al povero, il nobile a colui che è di oscura condizione, il forte al debole, il sapiente all’ignorante: voi non mi siete necessari, perché egli è in società con il corpo dI Gesù-Cristo, che è la Chiesa. Ma poiché c’è un timore che non è santo e che resta molto spesso infruttuoso, il Profeta aggiunge: « e chi osserva i vostri comandamenti, per ben distinguere il timore filiale e santo, dal timore ozioso e sterile, » (S. Ambr.). – « La terra, Signore, è piena della vostra misericordia. » Si, essa è piena della misericordia di Dio, questa terra, insudiciata e corrotta dai crimini degli uomini, questa terra ove abbondano l’empietà, l’infedeltà, la perfidia. E se qualcuno osi qui qua accusare di menzogna il Profeta, e dirgli che la misericordia di Dio non sia diffusa su tutta la terra, che ricordi queste parole di Nostro Signore: « Siate buoni come il Padre vostro che è nei cieli, che fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi, e fa piovere sui giusti e sui peccatori. » (Matth. V, 45). – È soprattutto con la Passione del Salvatore che la terra è stata ripiena della misericordia di Dio. – Perché non ha detto: « Il cielo è pieno della misericordia di Dio? » Perché ci sono nelle sfere superiori degli spiriti che hanno perso ogni diritto all’indulgenza di Dio ed alla remissione di peccati, e che le potenze celesti che sono rimaste fedeli, benché sostenute dal soccorso di Dio, non hanno bisogno della misericordia di Dio come coloro che abitano la terra, liberi come sono da questo involucro di carne che è per noi un focolaio di tentazioni continue? … « Insegnatemi i vostri comandamenti. » In effetti è difficile trovare sulla terra un maestro che possa insegnare convenientemente ciò che non abbia visto. Il Profeta ci indirizza dunque con fervore a Colui che è il solo vero maestro. Come l’uomo potrebbe insegnare la verità che egli ignora, egli che non è che menzogna’ … Così Davide si rivolge al Signore, per dirgli: insegnatemi le vostre giustificazioni, perché Voi siete la vera giustizia; insegnatemi le parole della saggezza, perché Voi siete la saggezza stessa. Aprite il mio cuore, perché siete Voi che avete aperto il libro. Aprite questa porta che è nel cielo, perché Voi stesso siete la porta. Colui che vi entra per mezzo di Voi, non sarà ingannato, perché entra nel soggiorno stesso della verità (S. Ambr.).  

PREDICHE QUARESIMALI (V-2020)

[P. P. Segneri S. J.: QUARESIMALE – Ivrea, 1844, dalla stamp. Degli Eredi Franco – tipgr. Vescov.]

XXXI.

NEL MERCOLEDÌ DOPO LA DOMENICA DI PASSIONE

Ego vitam æternam do eis

Jo. X, 28.

I. E quando mai cesserete di travagliarmi, O miei funesti pensieri, con tante angustie, e con tante ambiguità, che voi mi sollevate nel cuore intorno al successo della mia predestinazione? È il mio cuore ornai divenuto qual fragile palischermo, che soprappreso a notte buja da un impeto di borrasca imperversata, e implacabile, non sa più qual onda debba secondar come amica, qual temere come avversaria; mentre or viene una che, sollevandolo in alto, par che promettagli di portarlo alle stelle; ed or un’altra che, al basso precipitandolo, par che gli minacci d’asconderlo negli abissi. Così talora un de’ pensieri, innalzandomi a sublimi speranze, mi dice ch’io sono del numero degli eletti, e un altro, deprimendomi a gran terrori, mi dice eh’ io sono nel ruolo de’ condannati. – Ma pace, pace, o combattuto mio spirito, ch’oggi io rimiro alcun porto, dove gettarmi: e per quanto si giri, o quanto si cerchi, non credo già che più sicuro di questo trovar si possa in una notte di tenebre sì profonde, in uno stretto di gorghi sì tortuosi. Andate dunque, o teologi, andate via, e non mi tornate a confondere più la mente con tanto vostre importune difficoltà. Che mi opporrete? Che io non sappia se la elezione de’ mortali alla Gloria sia susseguente alla vision de’ lor meriti, o antecedente? Verissimo, io non lo so. Ch’io non intenda come i decreti celesti, essendo immutabili, non impongali necessità? Verissimo, io non l’intendo. Ch’io non capisca come la scienza divina, essendo infallibile, non tolga la contingenza? Verissimo, io nol capisco. Ma ciò che prova? É questo colpa della mia debole vista, la qual né anche sa penetrare altri arcani men astrusi, men ardui, quali sono gli arcani medesimi di natura: Et quæ in prospectu sunt, invenit cura labore  (Sap. IX. 16). Nel resto nessun uomo nel mondo si troverà, il quale mi persuada ch’io mai possa esser dannato, s’io non voglio essere. – Che cercar dunque terra più ferma di questa, in cui porre il piede? Qui qui v’invito a riposare, o voi tutti, i quali andate in un mar sì vasto aggirandovi senza timone, senza remi, senz’albero, senza vela. Se non gittate qui l’ancora, siate certi di perdervi quanto prima, ed o di rompere in qualche scoglio nascosto con gl’infedeli, o d’incagliarvi in qualche sirti arenosa con gl’ignoranti. Ma perché vediate che non senza ragione vi prometto qui qualche quiete, prestate voi questa mane più solenne audienza, e più sollecita applicazione al mio dire, mentre io vi dimostrerò che  Dio, quanto a sé, è dispostissimo a salvar tutti: ego vitam æternam do eis; e che però troppo sfacciata è la temerità di coloro, i quali, non contenti d’offendere un Dio sì buono, vogliono ancora rifondere in lui la colpa della loro perdizione, amando meglio di accusar Lui come ingiusto, che sè com’empj.

II. E prima basterebbero a provare una sì riguardevole verità le tante dichiarazioni che Dio n’ha fatte nelle sue stesse Scritture, nelle quali nessuna cosa forse Egli inculca con maggior chiarezza di questa, che se ci danniamo, da noi nasce la perdizione: perditio tua, Israel (Os. XIII. 9). Onde, se ciò fosse falso, Dio verrebbe ad essere il maggior menzognere che fosse al mondo; imperciocché non solo ci gabberebbe in materia rilevantissima, ma con moltiplicate bugie. – E qual interesse avrebbe Egli mai di voler mentire, quando ancora potesse? Pensò Platone, che chiunque mentisce, mentisca per timor di una forza maggior di sé; come mentisce il reo per timer del giudice, lo scolare per timor del maestro, il bambino per timor della madre, il servidore per timor del padrone: laddove chi non ha timore di un altro, non si rimane di dirgli libera in faccia la verità. E però inferì quel gran Savio, che Dio non poteva mai dir menzogna, perché nessuno mai può recargli timore. Or posto c’è, qual timore avrebbe Dio di protestarsi liberamente ch’Egli, senz’alcun riguardo di meriti, salva a suo capriccio chi vuole, è chi vuol condanna, quando ciò fosse vero? Gli darebbon forse noja i nostri latrati? gli turberebbero forse la pace le nostre bestemmie? gli contenderebbero forse lo scettro le nostre sollevazioni ? Nulla meno. Quis tibi imputabit, si perierint nationes, quas tu fecisti, Domine? (diceva a lui lo Scrittore della Sapienza) Non est alius Deus quam tu: neque rex, neque tyrannus in conspectu tuo inquirent de his quos perdidisti[… Non c’è Dio fuori di te, che abbia cura di tutte le cose, perché tu debba difenderti dall’accusa di giudice ingiusto, né un re né un tiranno potrebbe affrontarti in difesa di quelli che hai punito] (Sap. XII, 12 ad 14). Potremmo a Dio ribellarci quanto volessimo, ch’Egli farebbe de’ tumulti nostri men caso, che non fa il sole di que’ popoli sciocchi meridionali, i quali, mentr’egli spunta su l’orizzonte, o gli dicon degl’improperj, o gli avventano degli strali. Mentre dunque Egli nelle sue sacre Scritture con tanta asseveranza ci attesta ch’Egli, quanto a sé, è desioso di salvar tutti: Deus vult omnes homines salvos fieri (1 ad Tim. II. 4); ch’egli vorrebbe che non perisse veruno: non est volutilas ante Patrem vestrum, qui in cœlis est, ut pereat unus (Math. XVIII, 14); non vult aliquos perire (2 Petr. III. 9); non venit animus perdere (Luc. IX. 56); e che non ama la morte del peccatore: nolo mortem impii; ma che ne vuole la conversione: sed ut convertatur; ma che bramane la salvezza: sed ut vivat (Ezech. XXXIII. 11); conviene infallibilmente che così sia. – Ma perché non debbonsi ancora in materie tali disprezzar le ragioni, quando non come padrone precedan l’autorità, ma come ancelle la seguano, contentatevi che parimente di queste noi ci vagliamo.

III. Già voi sapete, uditori, ch’essendo Dio la cagion superiore d’ogni cagione, e, come dicon le Scuole, la cagion prima, conviene per conseguente ch’egli concorrano gli effetti di tutte l’altre cagioni, le quali si chiamano o subordinate, o seconde: anzi, come san Tommaso dimostra, molto più vi concorre di qualunque altra. E però più ha Dio parte nella produzione dell’erbe, di quel che ve n’abbia la terra; più nella generazion de’ metalli, che non ve n’hanno i pianeti; più nella respirazione degli animali, che non ve n’ha l’aria; più nella formazion del frutto, che non ve n’ha l’albero; e così andate voi discorrendo. –  Ma se ciò si avvera in ordine ad altri effetti molto più avverasi in riguardo dell’ uomo nella cui formazione ha Dio sempre la maggior parte, non solamente perch’Egli viene a concorrervi, come cagione suprema potissima e principale, ma ancor perché noi da’ nostri genitori terreni non riceviamo se non che il semplice corpo, ch’è la peggior parte di noi, ma la migliore, ch’è 1’anima, tutta immediatamente ci vien da Dio; e però più propriamente noi siam figliuoli di Dio, che non siamo o di nostro padre o  di nostra madre, perché da Dio solamente noi riceviam tutto quello ch’è proprio di noi; al che pare appunto che Cristo volesse alludere quando disse: patrem nolite vacare vobis super terram; unus est enim  Pater vester, qui in cœlis est (Matth. XXIII, 9). – Or che ne segue di ciò. Ne segue che Dio, quanto a sé, non vuol mai dannarci: non laetatur (come dice il Savio), non lætatur in perditione vivorum ( Sap. I, 13). Ditemi un poco, voi padri, voi madri, ditemi: amereste voi di vedere un vostro figliuolo bruciar per vostra elezione giù nell’inferno? Uh padre, e che cosa dite? E volete che tanto male a voi voglia Dio, il quale è più padre vostro, che non siete voi de’ vostri figliuoli? Miglior dunque sarebbe alla propria prole un padre terreno, il quale le ha dato il meno, che il Padre celeste, il quale le ha dato il più. Mirate un poco quella madre, e osservate quanto ella spasima per quel figliuol da lei nato. S’ella cuce, cuce per lui; s’ella parla, parla di lui; s’ella dorme, sogna di lui; non gli sa mai levare gli occhi d’attorno. S’ella sente soffiare un’ orrida tramontana, ahimè che il mio figliuolo non patisca freddo; s’ella sente diffondersi un pericoloso contagio, ahimè che al figliuol mio non si appicchi il male; ed è tanto da lungi ch’ella mai goda della perdizion del figliuolo, ch’anzi non cura di recare a sé pregiudizio, per accrescere a lui venture. – Ma che dich’io! Non  vediam noi le bestie medesime quant’amano le lor proli, con quanta cura le allevano, con quanta pazienza le allattano, conquanta sollecitudine le provveggono? Mira la cicogna quando in qualche aperta campagna non può trovar ombra a’ suoi teneri pargoletti: distend’ella sopra di lor le sue ali, perché se il sole vuole sfogar le sue vampe, le sfoghi sopra di lei. Mira l’aquila quando per qualche urgente occasione dee trasportare altrove i suoi piccoli figliuolini: portagli ella sulla sua schiena, perché  se di terra venga scoccato alcun dardo, debba ferir prima lei. Anzi gl’istessi parti insensati usciti da noi, quali sono le pitture, i libri, le statue, quanto ci sono anche cari! Osservate quella signora, quant’ama quel bel ricamo, perché è parto delle sue dita! quanto si adira, se vi vede sopra cadere un filo di polvere! Miseri loro, se que’ bambini lo toccano, se quella cameriera lo macchia! Lo ravvolge dentro a lini bianchissimi, lo ripon nella cassa, il rinserra a chiave, ed hanne tal gelosia, qual ella avrebbe di un prezioso tesoro. E perché ciò? Perché è troppo innato ad ogni cagione amare i suoi proprj parti, o sien ragionevoli, o sien brutali, o sien vivi o siano insensati. – E volete voi sospettare che Dio, il quale è cagione tanto più nobile, ed è Padre tanto più proprio di tutti noi, ami, quanto a sé, di vedere verun di noi per tutta una eternità ardere in fornaci di fuoco, stridere in lacune di ghiaccio, spasimare in carceri orribili di tormenti? Non può essere, signori miei, non può essere: non laetatur in perditione vivorum (Sap. 1. 13). Questo sarebbe fare un Dio molto peggiore che non sono gli uomini stessi; anzi peggior che non sono gli stessi bruti. Se noi con le nostre colpe il costringeremo a pigliar le parti di giudice, dopo avere invano tentate quelle di padre, Egli s’indurrà a condannarci (come fecero ancora con tanta lode gli Epaminondi e i Torquati, gl’Ippomani, e gl’Ippodamanti, divenati implacabili verso i loro figliuoli degni di morte), perchè, eum sit justus, juste omnia disponiti ma, quanto a sé, siamo pur tutti sicuri, ripiglia il Savio, che non ci vorrìa tanto male. Jpsum autem (belle parole!), ipsum autem, qui puniti non debet, condemnare, exterum judicat a virtute sua (Ibid. XII, 15). Non è questo il suo genio, non è questo il suo godimento; e senza dubbio piuttosto vorrebbe esercitare verso di noi le parti di padre, che non quelle di giudice. E non vedete l’affezion tenerissima, con cui egli distendit membra, dilatat viscera, pectus porrigit, offert sinum;, gremium pandit, ut Patrem se tantæ obsecrationis demonstret affectu? Adunque che segno è questo, seguirò a dire con san Pietro Grisologo, se non che Deus non tam_ Dominus esse vult, quam pater, e che rogat per misericordiam, ne vindicet per rigorem? (Serm. 108)

IV. E certamente come può mai giudicarsi ch’Egli voglia la nostra perdizione, mentre tanto si adopera a fine di conseguir la nostra salvezza? Qual prudenza sarebbe mai di colui il quale spendesse mezzi grandissimi, atti a conseguire alcun fine, ed insieme avesse efficacissima volontà di sortire il fine contrario? Chi è mai che semini il campo, ma a fine ch’egli non frutti? Che inaffi il vaso, ma a fine ch’ei non fiorisca? che attizzi il fuoco, ma a fine ch’egli non arda? che ammaestri il discepolo, ma a fine ch’ei non impari? che sproni il destriere, ma a fine ch’egli non corra? Questi sono meri delirj; perché chiunque adopera un mezzo, ha desiderio di conseguire quel fine, a cui val quel mezzo. Adunque se Dio è prudentissimo, com’Egli è, non può insieme adoperar tanti mezzi per salvar tutti, ed insieme volere che qualcun non si salvi con tali mezzi. Rappresentatevi un cacciatore, il quale correa anelante dietro una fiera, or la trace per balze, or la segua per piani, or la cerchi per le caverne; che le abbia da una parte tese le reti, che dall’altra le abbia lasciati i cani; ch’ora gridi per atterrirla, ora faccia per assicurarla, ora mirala per colpirla; e che però si disciolga tutto in sudori, e nol curi; s’insanguini tra pruni, e non si rimanga. Potrà mai cadervi in sospetto ch’egli non sia vago di prendere una tal fiera? Nessuno dirà ch’egli usi tante fatiche, non a fine di averla nelle sue mani, ma a fine di non averla. Perché, se non volev’altro che questo, non accadeva ch’egli si movesse di casa: poteva rimanersi tra le sue piume, poteva dormire i suoi sonni, senza uscir su l’alba più cruda a gelar tra ghiacci, ed a perdersi tra i dirupi. Or bene. Iddio, per aversi nel paradiso, fa come que’ cacciatori, i quali, quando non possono raggiungere la fiera per una strada, la tracciano per cent’altre. Id facit Deus, quod venatores soletti facere (sono parole di san Giovanni Crisostomo), qui quando fugacissima, captuque difficillima insectantur animalia, non una via, sed diversis, et per contraria plerumque aggrediuntur, ut si alterum effugerint, in alterum incidant (in Matth. Hom. 38). Anzi egli si è consumato, si è insanguinato, si è impiagato, si è lacero per averci. Che segno è dunque? Non è manifestissimo segno ch’Egli ci vuole? Se non ci avesse curati, poteva restarsene in cielo; non accadeva scendere in terra. A che fine tollerare tanti disagi di fame, di sete, di freddo, di arsure, di nudità, di viaggi, di spine, di flagelli, di chiodi? Non poteva risparmiarsi tanti dolori? Nè mi dite aver esso patito tanto solamente per quei che dovevan salvarsi, ma non per quei che si dovevano dannare; perché affermar ciò sarebbe ora bestemmia orribile, condannata appunto in questi ultimi tempi dal Vaticano, com’empia, come sacrilega, come eretica, e come troppo ingiuriosa alla divina bontà. Mediator Dei, et hominum, homo Ciristus Jesus (sono parole chiarissime dell’Apostolo) dedit redemptionem semetipsum prò ómnibus (1 ad Tim. 2. 5 et 6). È Cristo morto verissimamente per tutti gli uomini, o giusti o peccatori, o eletti o presciti, ch’eglino siano; che però tante volte nelle divine Scritture è chiamato Sole, e Sol di giustizia, cioè Sol comune di tutti. Sol justitiæ (così tra gli altri il testificò sant’Ambrogio – in Ps. 118. Serm. 8), Sol justitiæ omnibus ortus est, omnibus venit, omnibus passus est, omnibus resurrexit. – E così, quanto a sé, per tutti, che lo vorranno, Egli ha aperto il cielo; per tutti, che nol vorranno, ha chiuso l’inferno; e per tutti egli ha meritati dal Padre ajuti bastevoli da potersi efficacemente salvare; conforme a ciò che mostrò assai bene di intendere san Giovanni quando egli disse: de plenitudine ejus nos omnes accepimus (Jo. I. 16).

V . – Né può essere che tali ajuti non si somministrino a tutti con grandissima fedeltà: non solamente perché il Padre Eterno non può negarci quel che il suo Figliuolo  umanato ci ha meritato col prezzo vantaggiosissimo del suo sangue, ma ancor perché, se ognun di noi non avesse ajuti bastevolissimi da salvarsi, ne seguirebbe (come notò san Tommaso), che tutte le creature ancorché insensate, fossero state ordinate meglio al lor fine, che l’uomo al suo. Girate gli occhi d’intorno a tutto il creato:voi non vedrete cosa veruna che non sia stata sovvenuta da Dio di mezzi opportuni ad ottenere il fine propostole. Il fine, che per ora hanno i cieli, è di stare in perpetuo moto, per compartire i loro influssi alla terra: però giacché non hanno in sé stessi. un’anima informatrice, com’ è la nostra,che possa muovergli, è stata loro assegnata un’intelligenza assistente. Le stelle debbono mitigare gli orrori della notte più tenebrosa;ma non han da sé tanto lume, che a questo basti: però il Sole ha ordini  espressi di provvedere le della sua perenne lumiera. La terra dee saziare le voglie degli agricoltori più avidi, ma non ha asé tanto umore, che a questo vaglia; però le acque hanno commissiono perpetua a fecondarla co’ loro sotterranei pellegrinaggi.Agli animali bruti manca artificio, con guernirsi o di vesti che li difendan dal.freddo, o d’armi che gli assicurino dai nemici: però guardate, come la Provvidenza somministra lor tutto questo insieme col nascere. Contro al freddo ella ricopre altri di cuojo, altri di piume, ed altri di squame; contro i nemici  ella fornisce altri di unghie altri di rostri, ed altri di aculei. Le ostriche, le conchiglie, le cappe, le quali vivono attaccate agli scogli, non hanno piedi onde muoversi a fine di procacciarsi il sostentamento: però che avviene? lo scoglio stesso d’intorno a loro germoglia il pascolo loro amico. Se la balena,  qual animato navilio, da sé girasse pel mare, correrebbe spesso pericolo di arenar nelle secche: però un piccolo pesciolino ha l’istinto d’indirizzarla. Se le coturnici che sono popolo imbelle, tragit’assero sole per l’aria, rimarrebbero spesso preda d’avvoltoi rapaci: però altri uccelli considerati han costume di convojarle. E così andate voi discorrendo per l’universo, ritroverete non v’esser cosa sì vile, la quale, se con la sola propria virtù non può conseguire il suo fine, non sia munita di qualche altro ajuto imprestatole. – Ora ditemi: volete voi che Dio usi meglio co’ bruti, servi dell’uomo, di quel ch’egli usi coll’uomo, signor de’ bruti? Ma cert’è ch’Egli userebbe così, se non avvenisse quel che dico io. Conciossiachè il fine dell’uomo è la felicità soprannaturale, a cui egli con le sue semplici forze mai non può giungere. Adunque conviene affermare che Dio infallibilmente provveggalo d’altri mezzi, e questi veraci, e questi valevoli, onde giungere a sì gran fine. Aggiungete, che ad arrivare a un tal fine Egli ancora ci obbliga con precetti strettissimi, e sotto severissime pene. Apprehende, ci fe’ dir per san Paolo, apprehende vitam æternam (1 ad Tim. VI. 12); che fu quasi un dire: benché paja a te ch’ella fuggati, valle dietro, arrivala, arrivala, falla tua, apprehende. Conviene adunque che somministrici parimente le forzo, con cui soddisfare a un tal obbligo. – Altrimenti non sarebb’Egli il più fier tiranno che si possa mai immaginare? Qual concetto voi formereste di Dio, s’Egli comandasse a noi di volare, ma non ci volesse dar però ali? se di favellare, ma non ci volesse dar però lingua? se di vedere, ma non ci volesse dar però lumi? Or sappiate che molto più impossibile è a noi il conseguire con le nostre sole forze l’eterna felicità, di quel che sarebbeci veder senza lumi, favellar senza lingua, volar senz’ale. E volete che Dio non ci suggerisca ajuti bastevoli ad avvalorar tali forze? Che se inter homines a recti discordat affectu, quia subjectis exigit, quod in potestate nontribuit, hoc de Deo qua conscientia sentiatur? esclamerò con Ennodio (ap. Turrian. I. 4). Se un tal genere di tirannia non potrebbe condonarsi ad un uomo, come dovrà supporsi in un Dio? Quando Saule volle che Davide si cimentasse contro del Filisteo, non gli offerse le sue armature? Quando Eliseo volle che Giezi risuscitasse il figliuolino della vedova, non diede gli il suo bastone? Quando Mosè volle che Aronne popolasse di zanzare l’Egitto non gli prestò la sua verga? E come dunque non farà il simile Dio, quando non solamente vuol, ma comanda che l’uomo giunga ad impadronirsi del paradiso: apprehende vitam æternam? Quegli ajuti dunque che necessariamente richieggonsi a sì gran fine, chiamateli come a voi piace, che a me non rilieva nulla, definiteli come a voi pare; non sono mai negati a veruno, per empio ch’egli si sia; perchè o gli ha, o, se non gli ha, li può subito avere, come c’insegna il Concilio (Sess. VI. c. 10), sol che li chiegga, conforme a quell’assioma celebratissimo del padre santo Agostino: Deus impossibilia non jubet, sed jubendo monet, aut facere quod possis, aut petere quod non possis. Però, ogni giusto può mantener la grazia, se vuole; ogni malvagio so vuole, può racquistarla; e così tutti posson salvarsi egualmente ancora, se vogliono. -Si conchiuda pur dunque, per ritornare al nostro primo proposito, che in Dio non si può rifondere la perdizione di alcuno; vere Deus non condemnàbìt frustra (Job. XXXIV. 12): ma ch’Egli con volontà vera, leale, limpida, sincerissima, e, quanto è dalla sua parte, ancora operante, vuole la salvazione di tutti: Deus vult omnes homines salvos fieri [Dio vuole che tutti gli uomini siano salvi](1 ad Tim. II. 4).

VI. Ma piano, voi mi replicherete, che or tocca a parlare a noi. Se tutti gli nomini hanno ajuti bastevoli da salvarsi, non è però vero che alcuni n’hanno più, ed altri n’han meno. Orbene: ecco la cagione, per la qual noi sì malamente c’incamminiamo alla Gloria. Non accade sfuggir la difficoltà: bisogna un poco rispondere a questo punto. Se Dio porgesse ancora a noi tanti ajuti, quanti ne porge a questo ed a quello, di noi migliori, ancora noi diverremmo perfetti, saremmo santi. Ma egli a nostro prò restringe la mano, e slargala a favor d’altri; onde non sarà maraviglia se ci danniamo (che Dio ne guardi), mentre a noi solamente dà quanto basti, e ad altri tanto che avanza. – Oh qui si che voi mi farete avvampar di sdegno. O homo, tu qui es, qui respondeas Deo? – ad Rom. IX. 20. – (se non tacete, io vi sgriderò con san Paolo ) O homo, O homo, quis es? Chi siete voi, che presumete di far il censor di Dio? S’Egli vi dà con pienezza puntualissima tutto quello a ch’Egli è tenuto, di che vi dolete voi? che bisbigliate? che brontolate? che dite? per questo intenderete di ascrivere a Lui la colpa della vostra perdizione? Falso, falso. Non potrà Egli usar cortesia con uno, senza far torto all’altro? Oh questa è bella, che Dio solo nel mondo non possa fare un maggior servizio a un amico. Mentre a ciascun si dia quello che gli è dovuto, nulla iniquitate agitur, dice san Prospero (de Vocat. gent. c. 31), siquidem in ipsis quoque fidelium populis, non omnibus eadem, neque parìa conferantur. Non vi ho io provato che Dio vi porge quanto evvi suffìcientissimo? Adunque ite in pace. Benché, fermatevi. Con qual faccia ardite voi di chiamare Dio scarso delle sue grazie verso la vostra persona, come se non parlaste in questa città, in questa chiesa, di questi tempi? E che avrebbero dunque a dire quo’ barbari sfortunati, a’ quali è toccata così rea sorte di nascere o su spiagge deserte, o dentr’isole abbandonate, dove la Fede, tenuta indietro ora da’ marosi, or da’ mostri, non è potuta ancor giungere a inalberare le sue vittoriose bandiere? Eppur è certo che nemmen quelli, dannandosi, potranno punto fiatare in loro discolpa. Rerum autem nec his debet ignosci (Sap. XIII. 8). E per qual ragione? Non per altro, siccom’è noto, se non perchè a magnitudine speciei et creaturæ cognoscebilìter poterat Creator horum videri(Ibid.: XIII. 5); perché dalla cognizion delle creature poteano quasi per una scala levarsi di grado in grado alla notizia del Creatore, e così servirlo conforme allo scarso lume che loro ne folgorò nella mente. Adunque che potrete dir voi? Vi dolete dunque di avere penuria grande di ajuti, voi che siete nati nel cuore del Cristianesimo, in una città sì eletta, in un secolo sì erudito, e molti ancor di famiglia così cospicua? E quanta notizia vi ha Iddio donata di sè con tanti oracoli di Scritture? quanta con tante dichiarazioni di Concilj? Non passaste la maggior parte di voi l’età più pericolosa sotto la tutela di parenti singolarmente gelosi del vostro bene, di maestri tutti applicati al vostro profitto? Cresciuti poi ad età più matura, quanta comodità vi si è offerta di ben operare in tanta abbondanza di padri spirituali, atta ad indirizzar vostra coscienza! in tanta copia di predicatori devoti, acconcia ad infervorar la vostra freddezza! in tanta dovizia di libri pii, opportuna ad allattare la vostra pietà! In tanta moltitudine di uomini religiosi, avida d’impiegarsi in vostro servizio! Vi manca forse o tribunali d’assoluzione, se volete scaricar la vostr’anima dal peso delle colpe: o chiostri di solitudine, se volete rimuovere il vostro cuore da’ tumulti del mondo? E che fan del continuo quegli angeli tutelari che avete a lato, se non incitarvi or a schivare quel vizio, or ad esercitare quella virtù, or a superar quella tentazione, or ad imitar quell’esempio? Iddio medesimo con le sue illustrazioni interiori quanto si adopera affine di agevolarvi la salvazione. Lascia Egli, per così dire, mezzo intentato? Ora vi alletta con gl’inviti; ora vi sgomenta con le minacce, ora vi sollecita coi rimproveri, ora vi lusinga con le prosperità, ora vi stimola co’ flagelli. Vocat undique ad correptionem, così disse santo Agostino (in Ps. 102) vocat undique ad pœnitentiam: vocat benefeiis creaturæ, vocat per lectorem, vocat per tractatorem, vocat per intimam cogitationem, vocat per flagellum correptionis; vocat per misericordiam consolationis. E voi vi lamenterete di Dio? Siasi pur vero che Egli ad alcuni dia più ajuti di quelli che a voi non dà, sicché li voglia, per così dire, anche salvi a dispetto loro, come con quel Saulo, a cui dinunziò che lo stimolo era calcato, durum est contra stimulum calcitrare(Act. IX. 7): potete voi però querelarvi, se a voi ne dà un numero cosi grande, che non solo è bastevole per ma traboccante?

VII. Ma lasciate, che io mi voglio  avanzare ancora più oltre, ed ardimentarmi di turare a ognuno la bocca con una risposta sodissima fra’ teologi, e universale. Ditemi dunque: che sapete voi di aver minor copia di ajuti per ben operare, di quella ch’abbiane ogn’altro miglior di voi; e non piuttosto d’averne o eguale, o maggiore? Che ne sapete? Forse perché vi scorgete peggior di altrui, però credete di essere ancora men provveduti di grazia, men forniti di ajuti? Ma io nego assolutamente esser vero ch’ogni volta che uno opera minor bene, ne segua per infallibile conseguenza ch’egli abbiasi minor grazia; o che ogni volta ch’uno ha maggior grazia, ne segua parimente ch’egli operi maggior bene. Signori no. Possono duo, provveduti di un’egual grazia, fare azioni tanto diverse, che altre sien di merito grande, ed altre di niuno: il che colpa non è delia grazia, ch’è la medesima; ma della cooperazione ch’è differente. Se voi non credete a me una tal verità, uditela dall’angelico san Tommaso (3 p. q. 69, art. 8 ad 2), da cui pur alcuni si studiano di dedurre a tutto loro potere dottrine opposte: licet baptizati aliqui interdunm æqualem gratiam percipiant, non asqualiter ea utuntur, sed unus studiosius in ea profìcit, alias per negligentiam gratiæ Deideest. Ch’è quanto dire, che benché alcuni Cristiani ricevano talora un’egual provvisione di grazia, non però sempre egualmente se ne approfittano, ma talor uno caveranne grand’utile, un altro niuno. E non vedete voi come ad un medesimo sole liquefassi la cera, s’indura il loto? Cosi dice S. Girolamo, ad una medesima grazia un cuore s’intenerisce, un altro resiste. Leggesi ciò in quella dottissima epistola da lui dirizzata ad Edibia (ep. 105). Non vedete come ad una medesima pioggia un campo germoglia fiori, ed un altro lappole? Così, dice Origene, ad una medesima grazia un cuore fruttifica, un altro insalvatichisce. Trovasi ciò in quel notissimo libro, da lui intitolato Periarcon (L. 3. c. 1). E santo Agostino quanto chiaramente insegna ancor egli questa dottrina, adonta dei suoi moderni depravatori! Afferma egli nel dodicesimo libro della divina Città (cap. 6), poter esser due uomini, egualissimamente disposti per qualità di temperamento e per ajuti di grazia, i quali guardino un volto stesso donnesco, e che nondimeno uno di essi s’infiammi di compiacimenti impudici, ed un altro mantenga l’animo casto, non per altra cagione, se non perché diversamente prevalgonsi a piacer loro della lor libertà. L’istessa dottrina parimente conferma san Gregorio Niceno nell’orazione de’ Catecumeni (cap. 30); l’istessa san Giovanni Crisostomo sopra l’epistola a’ Romani (Hom. I. 16); l’istessa san Cirillo sul Vangelo di san Giovanni (1. 11); l’istessa san Prospero in quel suo famoso volume sopra la vocazion delle genti (Lib. 2. e. 16); e per finire, l’istessa san Bonaventura nel quarto delle sentenze (Dist. 16, p. 2 , art. 4, q. 1), dov’egli dice queste precise parole: ex æquali gratia aliquando magis fervens elicitur motus, aliquando minus, secundum cooperationetn liberi arbitrii. – Or come dunque ardite voi di affermare di non ricever da Dio tanta gran copia di ajuti per bene operare, quanta da Lui ne ricevano questi o quelli? Chi ve l’ha detto? qual indizio n’avete? qual fondamento? Dite bensì che la vostra grazia non riesce efficace, ma vana, ma infruttuosa, ma nulla; e direte il vero. Ma chi ha la colpa di ciò? Non l’avete voi, che in cambio di profittarvi della grazia celeste con quell’ardore che richiedeva dal suo Timoteo l’Apostolo quando gli disse, noli negligere gratiam quæ data est libi (1 ad Tim. IV, 14), la trascurate, e fate a guisa di quei nocchieri, o poco abili, o poco attenti, che restano dietro gli altri con la lor nave, non perché non godano anch’essi un istesso vento, ma perché non san prenderlo quando spira? Lasciate dunque di querelarvi di Dio, e non vogliate attribuire a difetto della sua liberale beneficenza, ciò che è mancanza del vostro libero arbitrio: mentre con solo è certo, ch’ei vi vuol salvi, e che però vi somministra ajuti abbondevolissimi, non che sufficienti a tal fine, ma può fors’essere ch’Egli altresì ve li porga in copia maggiore di quel che faccia con altri di voi più spirituali, di voi più santi. Ese pur quegli ajuti vi porge, a cui Egli, come savissimo, ben prevede che voi non corrisponderete; questo medesimo si deve ascrivere a voi, i quali lor lascerete di corrispondere. Ipsi fuerunt rebelles lumini, disse Giobbe (XXIV. 13) de’ peccatori. Non fu che Dio non desse loro un vivacissimo lume a conoscer la verità; fu ch’essi chiusero gli occhi per non conoscerla. Ed altrove: Dicebant Deo, recede a nobis (Ibid.XXVIII, 12); ed altrove: Dixerunt Deo, recede a nohis (lb. 21. 14); ed altrove: Quasi de industria recesserunt ab eo, et omnes vias ejus intelligere noluerunt (Ib. 34. 27). – E però avvezzatevi a dar di tutto il mal vostro la colpa a voi. Perditia tua, Israel.. Dite fra voi medesimi, ma di cuore: Ego sum qui peccavi, ego qui impìe egi, ego qui inique gessi (2 Reg. XXIV. 17). Dite con Geremìa, che voi da voi stessi vi andate a vendere schiavi dell’inimico per un vile acquisto di niente: Ægypto dedimus manum, et Assyriis, ut saturemur pane (Thr. 5. 6). Dite che cedete, dite che cadete, verissimo; ma perché? Perché così piace a voi: volete cadere, volete cedere. Non si può dar altra ragione, lpsi nos seducimus: così ne dice l’apostolo san Giovanni (Epist. I, 1. 8). Vedete quanta sia la forza di tutti i demonj insieme? Eppure nemmen essi mai possono ottener nulla da voi, se loro spontaneamente non lo doniate. Vi possono istigare, vi possono importunare, ma non possono violentarvi. Dixerunt animæ tuæ (notate luogo sceltissimo d’Isaia su questo proposito (LI. 23), Dixerunt animae tuae: incurvare, ut transeamus. Avete sentito? Non ardiscon di mettervi i piedi addosso: incurvare, incurvare. Si raccomandano, perché vi gettiate per terra. E però se bene spesso prevalgono sopra voi, se vi conculcano, se vi calpestano, donde accade? Perché voi vilmente vi contentate di mettervi da voi stessi sotto le lor fetide piante. Dixerunt animæ tuæ: incurvare, ut transeamus: et posuisti ut terram corpus tuum, et quasi viam transeuntibus (Ibid.). Eh Cristiani, tenete forte il vostro libero arbitrio, e non dubitate di niente: sarete salvi; sarete salvi. L’Oloferne infernale non potrà mai toccare la bella Giuditta, voglio dire l’anima vostra, se starà salda: solo potrà procurare ut sponte consentiat (Judith X. 10), che consenta spontaneamente. Ma lasciatelo fare, ciò non importa: fuggite quanto si può l’occasioni cattive, valetevi de’ mezzi donativi alla salute, confessatevi spesso, comunicatevi spesso, raccomandatevi continuamente al Signore, perché vi assista; e io vi prometto che ancora voi, quanto ogni altro, vi salverete.

VIII. Ma sapete quel ch’è? Ve lo dirò chiaro. Tutto il punto è, che vorreste poter insieme goder la terra più di ciò conviensi allo stato vostro, e truffarvi in cielo. Vorreste vivere a seconda de’ vostri sensuali appetiti, compiacere ogni voglia, soddisfare ad ogni passione; e poi finalmente trovarvi su in paradiso, senza di avervi posto nulla del vostro, se non fori ancora vorreste che il paradiso calasse a ritrovar voi, perché non vi scomodiate. Ma questo non può avvenire. Una volta sola si legge nelle Scritture, che il paradiso per gran favore calasse a trovar veruno, e quest’uno fu S. Giovanni. Vidi sanctam civitatem Jerusalem novam descendentem de cœlo (Apoc. XXI. 2). Ma quella volta medesima dove calò? dove venne? il notaste mai? Super montem magnum et altum (lb. XXI, 10). Sopra la cima di un monte e d’un monte sublime, e d’un monte alpestre. E perché ciò? Giacché quella città santa volea discendere, perché non poteva discendere alla pianura, e risparmiare all’Apostolo, già estenuato, già vecchio, anzi già decrepito, la fatica di salir sopra una montagna? No, no, uditori: il paradiso non donasi agl’infingardi (questo è il mistero), il paradiso non donasi agl’infingardi. Bisogna che si tragga di mente sì sciocco inganno, se alcun ve l’ha. Iddio ci vuol dar la sua gloria; ma come premio, intendete? come mercede, sicché ancor noi rimettiamo qualche passo del nostro per arrivarvi. Non posuit nos Deus in iram, questo è verissimo; ma conseguentemente in che posuit? In salutem? in salutem? No,  sed in acquisitionem salutis, dice l’Apostolo (1 ad Thessal. V. 9): vuol che noi ce la guadagniamo. Vuol Egli che in questo mondo noi non abbiamo occasione né di viver troppo oziosi, né di diventare troppo superbi. Però che ha fatto? ha disposte le cose in modo, che l’esecuzione della nostra salute eterna non fosse né tutt’opera nostra, né tutta sua. Non tutta nostra, perché ci mantenessimo umili; non tutta sua, perchè non divenissimo scioperati. Neque nos supinos esse vult Deus, proptem non ipse totum operatur (così avvertillo san Giovanni Crisostomo);. neque vult esse superbos, et ideo totum nobis non cessit (Hom. 60 ad pop.). Ma noiameremmo che facesse tutt’Egli, e non vorremmo far nulla noi. No Signori miei, no: a Lui spelta chiamarci, ed a noi corrispondere; a lui tocca invitarci, e noi di andare. Vocabis me, et respondebo tibi(Job XIV. 15). Egli ci ecciterà ancora, ci spingerà, ci sostenterà: Operi manuum suarum porrige dexteram(Ibid.), perché arriviamo fino alla cima del monte, quantunque altissimo, a trovar la bella città di Gerusalemme; ma non bisogna che a primi passi noi gli facciam resistenza; altrimenti, se nonotterrem la salute da noi bramata, tengasi pur per costante, che sarà nostra la colpa, non sarà sua? Perditio tua, Israel.

SECONDA PARTE.

IX. Un’altra scusa potrebbe ancora restare a favor degli empi; e sarebbe, quando Dio per salvarli richiedesse da loro fatiche molto ardue, o strazj molto penosi; perché in tal caso par che potrebbero rigettare in lui qualche colpa del loro male, s’essiin cambio di giungere a salvamento n’andasseroin perdizione. Ma quando mai chied’Egli tanto da’ perfidi per salvarli, quanto vede ch’essisopportano per dannarsi? Sentite ciò che Geremìa già diceva ai peccatori: Ut inique agerent, laboraverunt [lavorarono per agire iniquamente] angheria sopra angheria, inganno su inganno; (Jer. IX. 5). Credete voi che ai più di essinon costasse molto il farmale ? Laboraverunt, laboraverunt. Non si può dire quanto imiseri fecero per perire, quanto stentarono, quanto soffersero: ut inique agerent laboraverunt. E certamente ditemi un poco, uditori; è difficile la legge cristiana; è così? Oh padre, s’ella è difficile! Ma dite, in che? Forse nel maltrattare il corpo talmente, che non si ribelli allo spirito. Ma quanti sono gli strapazzi che voi gli usate, quando si tratti di un traffico ancora ingiusto! Non laboratis, con esporvi subito a brine, a venti, ad arsure? Forse nel soggiogare talmente la volontà, che non oppongasi alla ragione? Ma quante sono le schiavitù, con le quali voi l’avvilite, quando si tratti di un avanzamento anche improprio? Non laboratis, con umiliarvi pur a cortigiani, a uffiziali, a ministri? Et si tanta suffert anima, ut possideat unde pereat, quanta debet sufferre ne perent? Vi dirò con santo Agostino (De Pat. t. 4). Ma forse la legge divina riesce difficoltosa nel comandare, che a fine di salvar l’anima null’altra cosa si prezzi di questa terra, non ricchezze, non patria, non parentele, non sanità; e quel ch’è più, non la medesima vita, quando bisogni? Ma questa vita medesima quante volte vien da voi posta a sbaraglio per un puntiglio vano di mondo! Un titolo, un disparere, una precedenza non si decide continuamente col ferro? Vadane la roba, vadane la famiglia, vadane il sangue, vadane il corpo, vadane l’anima, la vendetta s’ha da pigliare. Voi stessi, benché talora vi conosciate disuguali di forze, inferiori d’appoggio, voi siete i primi a provocare il nemico, voi ad affrontarlo, voi ad assalirlo, e con disfide sciocchissime laboratis, per andare a dare di petto nell’altrui spada. E quando mai vi viene occasione di arrivare a tanto per Dio? Vi ricerca mai Egli più per donarvi il Cielo, di quel che fate per comperarvi l’inferno? O cæcitas! O insania! esclamerò con l’eloquente Salviano (Lib. 3 ad Eccl.). Quanto studio infelicissimi hominum id efficiiis, ut miserrimi in æternitate sitis! Quanto minore cura, minore ambitu id vobis præstare potuistis ut semper beati esse possetis! Rispondete quanto sapete: di qui non potete uscire. Se voi non aveste forze bastevole a tollerare tutti que’ patimenti, co’ quali voi comperate l’inferno, facilmente potreste darea d intendere di non averle a soffrire quelle fatiche con cui vi dovreste acquistare il Cielo. Ma se l’avete per fare il male, come vi scuserete di non averle per fare il bene? – Eppure quanto mi rimarrebbe anche a dire, mentre è cosa certa che i reprobi non solamente laborant per ire a perdersi, ma lassantur, com’essi medesimi confessarono dall’inferno a dispetto loro, quando già dissero lassati sumus in via iniquitatis, lassati sumus in via perditionis, ambulavimus vias difficiles  [… Ci siamo saziati nelle vie del male e della perdizione; abbiamo percorso deserti impraticabili] (Sap. V. 7). Non ho detto i patimenti della milizia, non gli orrori delle battaglie, non le inquietudini delle liti, non le angosce delle ambizioni, non le sollecitudini delle avarizie, non le infermità delle crapule, non le pene, non le perversità, non le turbazioni di una passione sola amorosa, non le lagrime che per essa si spargono, non i servizj che si usano, non le gelosie che si soffrono, non le villanie che s’inghiottino, non i pericoli che s’incontrano, non i sonni che si perdono, non le ricchezze che si scialacquano, non l’onore che non si cura, non i morbi anche strani che si contraggono. E non si ritrovano ogni dì nuovi Ammoni, che del continuo attenuantur macie [… tu diventi sempre più magro]  (2 Reg. XIII, 4) per una Tamar? che si svengono? che si struggono? Se però faceste per Dio una minima particella di quel che voi talora, o giovani, fate per una druda vilissima (lasciatemi ragionare con libertà), se lo faceste per Dio, non diverreste non solo salvi, ma santi?

X . O padre, mi risponderete, voi forse non siete pratico. Questi, che avete voi raccontati, sono patimenti sì, ma gradevoli, ma gustosi, che però, se voi nol sapete, i poeti nostri li chiamano dolci-amari: sono confacevoli all’istinto, son conformi all’inclinazione. Non sono come quelli che sopportiamo per osservar le leggi evangeliche: questi sono tutti spiacevoli, tutti acerbi. Sì? Veramente io confesso che non ci credeva esser tanta diversità: ma vi ringrazio che me l’abbiate voi suggerito opportunamente, perché della vostra risposta mi varrò dunque a stringere tanto più l’argomento mio. E qual può essere la ragione di tanta diversità? Perché i patimenti, considerati materialmente per sè medesimi, sien differenti? Questo non si può dire, poiché sarebbe direttamente contrario alla supposizione che noi facciamo: trattandosi di patire l’istessa fame per Dio, l’istessa sete, l’istesso sonno, l’istesse contrarietà che si patiscon per altri. Tutta la diversità dee consistere dunque in questo, che in un caso voi ciò patite per altri, nell’altro voi lo patireste per Dio: e perché lo patite per altri, per questo è gradevole, per questo è gustoso, per questo riesce un amaro-dolce; laddove, se il patiste per Dio, non saria punto dolce, ma tutto amaro. Non è così? Orsù dunque, che i peccatori hanno finalmente vinta la causa. Se non »i salvano, hanno pronta la scusa, hanno facili le discolpe. A che noi faticare con tante prove, sfiaterò con tante ragioni, struggerci con tanti argomenti? Possiam finire. Hanno essi una risposta da sciorli tutti. – Che dunque aspettasi? Vengano gli angeli, vengano i santi,  vengano i demonj, venga il cielo, venga la terra, e mi apprestino tutti udienza. Audite hæc, omnes gentes; auribus percipite omnes, qui habitatis orbem ( Ps. XLVIII, 2) omnes, omnes. Sono finalmente scusabili i Cristiani peccatori, se non si salvano, sono scusabili. E perché? Perché Dio non voglia ammetterli in cielo? No, perché Egli, come lor padre, e padre senza dubbio miglior d’ogni altro, a questo è disposto con verissima volontà. Perché essi non abbiano ajuti sufficienti da giungervi? No, perché a niuno s’impone peso, o s’ingiunge precetto su le sue forze. Perché non abbiamo almeno ajuti abbondanti? No, perché a loro è toccato in sorte di nascere dove n’è dovizia maggiore. Perché non gli abbiano almeno eguali a quei di coloro, i quali si salvano? No, perché non è sempre legge infallibile, che maggiori ajuti sortisse chi maggior bene operò. Perché almeno non sieno usi per altro a sopportare tante gravi molestie, quante richieggono a volersi salvare? Nemmeno per questo, perché ne sopportano anche maggiori per un interesse, per un’ambizione, per un puntiglio, un capriccio, e fin talora per una femmina vile; giungendo a segno, che, come deplorò Geremia (XVI. 13), volentierissimo  serviunt Diis alienis, qui non dant eis quiem die ac nocte, [… servirete divinità straniere giorno e notte]. E perché dunque, se non si salvano, essi sono scusabili? Ecco perché: perché queste molestie si avrebbero a tollerar da essi per Dio; torno a ripeterlo, perché si avrebbero a tollerare per Dio (qui si riduce tutta la loro discolpa), perché si avrebbono a tollerare per Dio. Cristiani peccatori, che dite? Siete contenti di una simile scusa? Volete che ella vi suffraghi, ch’ella vi vaglia? Su, sia così. Portatela in faccia a Cristo. Dite animosamente, sicché ognun senta: se per altri si dovesse sopportare quel che conviene sopportare per voi, non riuscirebbe tanto difficile; anzi riuscirebbe spesso giocondo, confacevole all’istinto, conforme all’inclinazione, sicché chiamare potrebbesi un dolce-amaro. Ma per voi non si può; il patire altrettanto per voi, tutto amaro sarebbeci, niente dolce. Oh vergogna. E avete cuor di parlar sul volto di Cristo in questa maniera, come s’Egli, perché sta qui coperto, sta qui celato, non vi sentisse? Questa è la riverenza a quel sangue sparso, questa è la gratitudine a quelle membra scarnificate per voi? dire che non sia dolce il patir per Dio? Ah! ben si scorge che voi non lo avete provato. Però, se voi vi fidate di tale scusa, seguite a vivere pure come a voi piace, eh’ io per me mi arrossisco di confutarvela. Ma se conoscete questa essere la peggiore di quante n’avete addotte, a quale dunque vi appiglierete? dove vi volgerete? come risponderete? Non rimarrete convinti che altra risoluzione più opportuna non si può prendere da tutti noi peccatori, se non che cominciamo da questo punto ad emendar seriamente la nostra vita, a fine di potere schivare in tal modo quella gran dannazione, in cui traboccando, non potrem da altri dolerci, se non di noi? Perditio tua, Israel (Os. XIII. 9).

CALENDARIO LITURGICO DELLA CHIESA CATTOLICA DEL MESE DI APRILE 2020

CALENDARIO LITURGICO DEL MESE DI APRILE 2020

APRILE è il mese che la Chiesa dedica

alla Santa Pasqua ed alle LITANIE maggiori.

La Chiesa, che ogni anno rinnova nella sua liturgia il ricordo degli avvenimenti della vita del Salvatore, ai quali ci invita Chiesa, che ogni anno rinnova nella sua liturgia il ricordo degli avvenimenti della vita del Salvatore, ai quali ci invita a partecipare, celebra nella festa di Pasqua il trionfo di Gesù, vincitore della morte. Questo, come tutti sanno, è l’avvenimento centrale di tutta la storia, è il punto verso il quale tutto converge nella vita di Cristo, ed è anche il punto culminante della vita della Chiesa nel suo Ciclo liturgico. La Resurrezione del Salvatore è la prova più luminosa della sua divinità, perché bisogna essere Dio per poter, come diceva Gesù, «lasciare la propria vita e riprenderla di nuovo ». La fede nella Risurrezione di Gesù è dunque la base stessa della fede cristiana. Infatti la Pasqua di Cristo, ossia il suo passaggiodalla morte alla vita e dalla terra al cielo, è la consacrazione definitiva della vittoria che l’uomo, l’umanità intera hanno riportato in Gesù sul demonio, sulla carne e sul mondo1 . Infatti noi siamo morti e risuscitati con Lui. Effettivamente la virtù di questi misteri opera nei fedeli durante tutta la loro vita, e più specialmente durante il Triduo Pasquale (Venerdì Santo, Sabato Santo, Domenica di Pasqua) allo scopo di farli passare dal peccato alla grazia e più tardi dalla grazia alla gloria. (….)Perciò la settimana di Pasqua è la festa dei Battezzati e la Chiesa, concentrando tutte le sue cure di madre su questi, che S. Paolo chiama « i suoi neonati », li fortifica, dando loro, insieme all’Eucarestia, per 7 giorni consecutivi, alcune istruzioni riguardanti la Resurrezione, modello iella nostra vita soprannaturale. « Se siete risuscitati con Cristo, dice S. Paolo, ricercate le cose celesti e non le cose di questa terra ». « Mortificate le vostre membra, spogliatevi dell’uomo vecchio e rivestitevi dei nuovo ». Dunque conclude S. Agostino: « Quando deponete la veste bianca dei battesimo, custoditene sempre il candore nell’anima vostra » (Dom. in Albis). Il Tempo Pasquale rappresenta, dunque, un’epoca di rinnovellamento. In corrispondenza col periodo di quaranta giorni, nel quale dopo la sua Risurrezione, Gesù stabilì la sua Chiesa, esso ci ricorda più specialmente la Chiesa nascente.

(De Stefani Messale Romano – L.I.C.E. Torino, 1950)

Le feste del mese di APRILE sono:

2 Aprile S. Francisci de Paula Confessoris    Duplex

3 Aprile I Venerdì

4 Aprile S. Isidori Episcopi Confessoris et Ecclesiæ Doctoris    Duplex

              I Sabato

5 Aprile Dominica in Palmis    Semiduplex I. classis

               S. Vincentii Ferrerii Confessoris    Duplex

9 Aprile Feria Quinta in Cena Domini    Duplex I. classis *I*

10 Aprile Feria Sexta in Parasceve    Duplex I. classis

11 Aprile Sabbato Sancto    Duplex I. classis

12 Aprile Dominica Resurrectionis    Duplex I. classis

13 Aprile Die II infra octavam Paschæ    Duplex I. classis

14 Aprile Die III infra octavam Paschæ    Duplex I. classis

15 Aprile Die IV infra octavam Paschæ    Semiduplex

16 Aprile Die V infra octavam Paschæ    Semiduplex

17 Aprile S. Aniceti Papæ et Martyris    Semiduplex

19 Aprile Dominica in Albis in Octava Paschæ    Duplex I. classis

21 Aprile S. Anselmi Episcopi Confessoris et Ecclesiæ Doctoris    Duplex

22 Aprile SS. Soteris et Caji Summorum Pontificum et Martyrum    Semiduplex

23 Aprile S. Georgii Martyris    Semiduplex

24 Aprile S. Fidelis de Sigmaringa Martyris    Duplex

25 Aprile  S. Marci Evangelistæ    Duplex II. classis.

LITANIE MAGGIORI

26 Aprile Dominica II Post Pascha    Semiduplex Dominica minor

                SS. Cleti et Marcellini Paparum et Martyrum    Semiduplex

27 Aprile S. Petri Canisii Confessoris et Ecclesiæ Doctoris    Duplex m.t.v.

28 Aprile S. Pauli a Cruce Confessoris    Duplex m.t.v.

29  S. Petri Martyris    Duplex

30 Aprile S. Catharinæ Senensis Virginis    Duplex