IL SACRO CUORE DI GESÙ (40)

IL SACRO CUORE (40)

J. V. BAINVEL – prof. teologia Ist. Catt. Di Parigi;

LA DEVOZIONE AL S. CUORE DI GESÙ-

[Milano Soc. Ed. “Vita e Pensiero, 1919]

PARTE SECONDA.

Spiegazioni dottrinali. (3)

X.

ALTRI TRATTI: RICORDO DELLA PASSIONE,

DELLA EUCARISTIA

L’idea della Passione e della Eucaristia nella divozione. — Ragioni.

Infatti il pensiero della passione è intrecciato, molto spesso e intimamente, al culto del sacro Cuore. Lo abbiamo già veduto negli atti e negli scritti di Margherita-Maria (I parte cap. 3). Tutti i documenti confermano la stessa cosa. La Messa Miserebitur ne è tutta penetrata; l’ufficio della festa, lo è quasi altrettanto; le litanie del Cuore ce lo ricordano facendoci invocare il cuore di Gesù come propiziazione per i nostri peccati, come satollato d’obbrobri, come spezzato a causa dei nostri peccati, come fattosi obbediente sino alla morte, come trafitto da una lancia; d’altra parte le litanie della Passione e l’ora santa passata in unione con Gesù nel giardino degli Ulivi erano, per la beata Margherita Maria, due dei principali esercizi della divozione. Ella va, come per istinto, a Gesù che soffre e che muore. Vi si potrebbe vedere una delle delicatezze dell’amore; non è forse quando l’amico soffre, quando è abbandonato, che l’amico gli sta più vicino per tenergli compagnia, a ridirgli il suo amore, rendergli omaggio o prender parte alle sue pene? Vi è qualche cosa di questo, certamente, nell’istinto che spinge i devoti del sacro Cuore verso il giardino degli. Ulivi o verso il Calvario. Ma vi ha pure altra cosa. La loro divozione cerca le tracce dell’amore. E dove brilla maggiormente quest’amore, se non nella passione? Soffrire e morire per colui che si ama è, secondo la testimonianza stessa di Gesù, lo sforzo supremo dell’amore. Essa va dunque alla passione, perché là, più che altrove, ritrova questo Cuore che « si esaurisce e consuma per dimostrare il suo amore ». Per ragioni consimili, la divozione al sacro Cuore, ha stretto rapporto con l’Eucaristia. I postulatori del 1765 sono motto espliciti a questo riguardo (Lettres inédìtes. IV, p. 140 ; riveduto su G. CXXXIII, p. 567). Margherita Maria fu l’amante dell’altare, come lo fu della croce. Tutto il suo desiderio è di fare la santa comunione, tutto il suo appoggio, dice ella, è « il cuore del mio amabile Gesù nel SS.mo Sacramento ». Gesù le domandava la Comunione riparatrice e voleva che facesse la Comunione tutte le volte che avesse potuto, qualunque cosa dovesse accaderle. La divozione ha cominciato sempre per la stessa via. A misura che cresce in un’anima, la spinge ad accostarsi alla santa Comunione sempre più e sempre meglio. La liturgia del sacro Cuore offre le stesse testimonianze; la Messa e l’Ufficio si dividono in parti uguali fra il pensiero della Passione e il pensiero dell’Eucaristia. Il P. C roiset, univa 1’Eucaristia e la Passione nella sua definizione quando diceva: « L’oggetto particolare di questa divozione è l’amore immenso dei Figlio di Dio, che lo ha spinto a offrirsi per noi alla morte e a darsi tutto a noi nel sacramento dell’altare ». Ed è pur questo, che ci ripete la sesta lezione del breviario nel giorno della festa: « Quam caritatem Christi patientis et prò generis humani redemptione morientis, atque in suæ mortis commemorationem instituentìs sacramentum corporis et sanguinis sui, ut fideles sub sanctissimi Cordis symbolo devotius ac ferventius recolant eiusdemque fructus percipiant ». – Veramente come per l’Eucaristia, così per la Passione, la cosa potrebbe ben spiegarsi a prò dei fedeli. È nella Eucaristia che troviamo attualmente il cuore di Gesù ben vicino a noi; è nella Eucaristia che noi ci uniamo a lui. Ma una ragione, anche più obiettiva, di questo stretto rapporto fra l’Eucaristia e la divozione al sacro Cuore si è che l’Eucaristia è, come la Passione, la testimonianza più espressiva dell’amore del sacro Cuore per noi. È così che l’intende il P. Croiset, così che l’intende la Chiesa, come lo provano i testi che abbiamo citato. La Passione e l’Eucaristia, sono i due principali benefici effetti di questo amore che la Chiesa, come Essa stessa spiega, nell’orazione della festa onora nel culto del sacro Cuore: « In sanctissimo Corde gloriantes, precipua in nos caritatis ejus beneficia recolimus ». Si potrebbe domandare se, e perché, il beneficio della Incarnazione, che è stato il mezzo che ci ha dato Gesù medesimo, e che è esclusivamente un effetto di amore (sic Deus dilexit mundum ut Filium suum unigenitum daret), non deve esser messo in rapporto speciale nella nostra divozione, insieme con l’Eucaristia e con la Passione. Questo si fa qualche volta e il decreto del 1765, approvando la festa, diceva che per mezzo di questo culto: « si rinnova simbolicamente la memoria dell’amore che aveva indotto il Figlio unico di Dio a prendere la natura umana » (Lettres ìnédites, IX, p. 164; G. CXXXVIII, 608. Vedi più sopra parte la , c. 2, § 3, p. 26 ; c. 3, § I , n. 4). L’inno ai Vespri della festa esprime la medesima idea:’ « Amor coegit te tuum mortale corpus sumere ». Ma questi testi non risolvono definitivamente la questione. La soluzione dipende dalla risposta a un’altra questione che bisogna esaminare per precisare sempre meglio l’idea che dobbiamo farci della divozione al sacro Cuore.

XI.

OGGETTO PRECISO: IL CUORE CHE AMA GLI UOMINI

Qual è l’amore che onoriamo nella divozione al sacro Cuore. — L’amore per gli uomini. — In qual senso l’amore per Iddio.

La questione è tutta qui: Di quale amore intendiamo parlare, quando diciamo che la divozione al sacro Cuore ha per oggetto di onorare sotto la figura del cuore, l’amore di Nostro Signor Gesù Cristo? Ma la questione ha due sensi.Questo amore del sacro Cuore può esser riguardato da partedell’oggetto amato e si può domandarci chi ne è l’oggetto. « È l’amore per Iddio? È l’amore per gli uomini? » Essopuò esser riguardato da parte del soggetto che ama e laquestione sarebbe: Quale è l’amore di Gesù che onoriamoonorando il suo cuore? L’amore suo come uomo o l’amoresuo come Dio? Il suo amore umano o il suo amore divino? Il suo amore creato o il suo amore increato? Quello che lofece pianger su Lazzaro, o quello che dette l’essere a Lazzaro?Alla prima domanda è facile rispondere. L’amore cheonoriamo in questo culto è l’amore che chiede corrispondenzad’amore: « Ecco il cuore che ha tanto amato gli uomini », dicevaGesù alla beata Margherita Maria. Quis non amantem redamet? Quis non redemptus diligat ? … cantiamo nell’innoalle Laudi. Præcipuam in nos caritatis ejus beneficia recolimus, aggiungiamo nell’Orazione. Tutti i testi sono improntatiallo stesso senso, e sarebbe perder tempo volerne accumularequi per provare una tesi che nessuno contrasta. Nonrimane che dare una spiegazione e prevenire una difficoltà.Una spiegazione. L’amore di Gesù per gli uomini, nonva certo disgiunto dall’amore per il Padre suo, ne è anzitutto penetrato, vi prende sorgente e vi ha il suo motivo.Gesù conosceva bene il gran comandamento: « Tu amerai ilSignore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta l’anima, contutte le forze », e lo praticava come nessuno lo ha mai praticato.E conosceva, del pari, che il secondo comandamentoè simile al primo: « Amerai il prossimo tuo come te stessoper amor di Dio », e lo praticava con la stessa perfezione ideale.Con ciò si viene a dire che l’amore di Gesù per il prossimo,era un amore soprannaturale, un amore ben regolatoe perciò tutto informato all’amore per il Padre suo. Per esseresoprannaturale, per essere regolato, è però meno vivo,meno tenero e, se così posso esprimermi, meno naturale?  Non manca chi stoltamente si rappresenta le cose in questamaniera; si vorrebbe che, per amor degli uomini, si cessassedi amare Dio. Se le delicatezze del cuore dei Santi non bastanoper disingannarli, studino certuni le delicatezze delCuor di Gesù. E ciò per quel che riguarda la spiegazione.Rimane però sempre una difficoltà. Abbiamo detto chetutti i testi si accordano nel riguardare l’amore del sacroCuore come il suo amore per gli uomini, il che è verissimo.Vi sono, nonpertanto, delle eccezioni, almeno apparenti,e ne abbiamo già incontrate sulla nostra via. Nella replicadei postulatori polacchi si dice che il Cuore di Gesù deveessere considerato, in secondo luogo, come il simbolo o lasede naturale di tutte le virtù e di tutte le affezioni internedi Cristo e, in particolare modo, dell’amore immenso che ebbeper il Padre suo e per gli uomini; — imprimisque amoris illius immensi quo Patrem et homines prosecutus est (Replicatio, n. 18, Nilles, t. I, p. 145)). IlP. della Colombière non si esprime altrimenti: « Le principalivirtù che si pretende onorare in lui sono: in primo luogoun amore ardentissimo per Iddio suo Padre » (Oeuvres, t. VI, p. 124. Cf. più sopra: § 7, p. 110 e ss.).Sarebbe facile citare dei testi analoghi, prendendone ancheda coloro che dicono, più espressamente, che la divozioneal sacro Cuore ha per oggetto di onorare l’amore concui Gesù ha amato gli uomini; come per esempio dal P.Croiset o dal P. Galliffet. Ma non sarebbe questo un portarconfusione in tutte le nostre nozioni e definizioni? No. Perché  non dimentichiamo le due maniere che abbiamo segnalateper ben comprendere la divozione al sacro Cuore.Essa è, nel suo oggetto diretto e immediato, la divozione al cuore amante di Gesù, al cuore emblema dell’amore; malo è pure, per una estensione legittima e naturale, la divozioneal divin cuore di Gesù in tutta la sua vita intima, perconseguenza nelle sue virtù e, in special modo, nel suo amoreper Iddio. Come emblema d’amore è il suo amore per noiche Gesù ci scopre, scoprendoci il suo cuore adorabile, ece lo scopre in tutta la sua realtà, come l’ideale della nostravita, non meno che come l’oggetto del nostro amore.Si vede quanto è importante questa distinzione per renderchiare le idee. Forse vi troveremo anche lume per risolverela seconda questione, che è più difficile e dove l’accordodelle opinioni non è così unanime.

XII.

OGGETTO DETERMINATO:

AMORE CREATO E AMORE INCREATO

Qual è l’amore che onoriamo? — L’amore del Verbo

incarnato. — Amore creato e amore increato. — Controversie,

distinzioni e spiegazioni.

Quale è l’amore di Gesù che onoriamo nella divozione al sacro Cuore? È il suo amore creato o il suo amore increato, l’amore con cui ama come uomo, nella sua natura umana, o quello con cui ama come Dio, nella sua natura divina e, per ripetere una espressione chiara e breve, quello che dette l’essere a Lazzaro o quello che pianse su Lazzaro? È una questione questa che, forse, non è stata mai trattata a fondo, sino ad oggi. Non già che essa sia stata ignorata. Molti teologi del sacro Cuore l’hanno, anzi, considerata esplicitamente. Ma non abbiamo ancora una soluzione che s’imponga, e molti opinano che la questione non sia stata ancora sufficientemente discussa anco fra quelli che la risolvono. Tale è l’opinione del P. Vermeersch (L‘objet propre de la dévotion au Sacre Coeur negli Études, 20 gennaio 1906, t. CVI, p. 146-179. Vedi pure Pratìque et doctrìne, 2.a parte, c. I , art. 5, p.399-400).« Quest’articolo, dic’egli, è diretto contro una opinionespeciosa e seducente, che guadagna terreno, ma nella qualenon possiamo a meno di vedere una confusione e un errorebiasimevole. Il favore relativo della quale essa gode non sispiega, ai miei occhi, che per una mancanza di attenzione. »Crediamo servire gl’interessi della divozione al sacro Cuorerichiamando delle serie riflessioni su di una questione che,d’altronde, sappiamo essere studiata in Germania e in Austriae dove preoccupa gli spiriti » (Loco cit, p. 146). Dopo ciò, il P. Vermeersch combatte l’opinione che allarga la divozione al sacro Cuore sino alla carità increata. Senza impegnarci ad accettare le sue conclusioni, seguiamolo nelle sue ricerche. Molti non hanno riguardato la questione in una maniera esplicita. Di qui una prima serie di testi dove si parla, senza altro precisare, del cuore di carne che ha tanto amato gli uomini, dell’immenso amore del Verbo incarnato, rivelantesi in tutta la sua vita, nella sua morte, nel SS.mo Sacramento, ecc. Così fa santa Margherita Maria, così il P. della Colombière, il P. Croiset, il P. Galliffet, i vescovi di Polonia nel loro bel Memoriale; così il cardinale Gerdil, Zaccaria, il P. Roothaan nella sua bella lettera sulla divozione al sacro Cuore, Dalgairns; così, almeno sembra, Franzelin e Ramière (Vedi i testi e le citazioni in VERMEERSCH, loc. cit, p. 178 e seguenti; Pratique, p. 405-427). In questo caso, non si ha in vista l’amore di Dio, come Dio, ma l’amore di Dio fatto uomo. Si vuol dir forse, con ciò, che nel Dio fatto uomo non si riguarda che il suo amore umano? Forse, ma ciò non è giusto. È piuttosto il contrario che si dovrebbe dire, lo vedremo, salvo ad aver ragioni positive per separare quello che lo sguardo della fede non separa ordinariamente. È un fatto che constatiamo, anche in quelli che riguardano direttamente l’amore del cuore di carne, delle espressioni agrandi prospettive in cui l’irradiamento della Persona divina nella natura umana di Gesù illumina tutto e fa sentire che anche nell’ uomo si vede Dio (Avanti di dare una spiegazione più precisa, che verrà data a suo luogo, una parola della B.ta Margherita Maria farà comprendere ciò che qui si vuol dire: « Egli mi fece vedere che l’ardente desiderio che ha d’essere amato…. gli aveva fatto concepire l’idea di manifestare il suo Cuore agli uomini con tutti i tesori che contiene, affinché tutti quelli che vogliono rendergli tutto l’onore, l’amore e la gloria che è in loro potere, siano da lui arricchiti di quei divini tesori del Cuore di Dio che ne è la sorgente…. e che bisognava onorare sotto la figura di quel cuore di carne ». Lettres inédites, IV, p. 142, rivedute su G. CXXXIII, 598. Come potrebbe Margherita Maria non vedere che l’amore umano di Gesù, mentre il Dìo amante le è così presente al pensiero?). – Questo ci conduce a una seconda serie di testi in cui l’amore che onoriamo nella divozione al sacro Cuore è designato in termini tali che sembrano includere l’amor divino del Verbo incarnato. Io non parlo di quelli secondo i quali questo amore è qualificato di divino, poiché tutto è divino in Gesù, anche l’umanità. Ma si parla incessantemente d’amore infinito. Cor Jesu, infinite amans et infinite amandum, come nell’enciclica Annum sacrum, dove Leone XIII ci dice « che nel sacro Cuore vi è il simbolo e l’immagine sensibile della carità infinita di Gesù Cristo: « In sacro corde inest symbolum atque expressa imago infinitæ Jesu Cristi caritatis ». È il linguaggio corrente, che usa continuamente la parola « carità infinita » o altra equivalente (Vedi CH. SAUVÉ, libro citato, t. I, p. 26-28). Queste parole avrebbero un senso, senza dubbio, anche applicate all’amore umano di Gesù. Ma, poiché indicano così chiaramente la Persona divina, perché non vi si porrebbe pur’anco l’amor divino? – Un terzo gruppo di testi stringe la questione ancor più da vicino. Si parla espressamente, a proposito del sacro Cuore, dell’amore creatore, dell’amore che ha motivato l’Incarnazione, ecc. Ma come è possibile non riconoscervi l’amor divino, sia come amore della Persona divina che s’incarna, sia come amore di Dio che opera l’incarnazione e ci dà il sacro Cuore? Più d’una volta questo amore è espressamente designato nei documenti ufficiali. Abbiamo già notato un passo dell’Ufficio, che parla precisamente in questo senso (Il P. VERMEERSCH, loc. cit. p. 171 e 472 risponde che è una espressione poetica e che è in « strofe obbligate al metro ». Cf. Pratique, pag. 428. I teologi quanto, e più, dei poeti, dureranno fatica a comprendere che ci si possa così facilmente sbarazzare da un testo imbarazzante.). Si trova nell’inno del Vespro. Vi si parla dell’amore che ha « costretto Gesù a prendere un corpo mortale ».

Amor coegit te tuus

Mortale corpus sumere.

Quest’amore è subito dopo descritto come « l’artefice che che ha fatto la terra, il mare e gli astri ».

Ille amor almus artifex —

Terræ marisque et siderum.

Si tratta dunque dell’amore increato. Il decreto del 1765, quello che stabiliva la festa, indica come oggetto del culto « l’amore che ha spinto il Figlio unico di Dio a prendere la natura umana ». Si potrebbe, con esegesi sottile, giungere ad eliminare da questo testo l’amore increato? Forse ((2) Cf. VERMEERSCH, loc. cit, p. 178-180. Pratique p. 423-427). Ma è ben più certo che il segretario della Sacra Congregazione dei Riti nel 1821, ci vedeva questo Cuore. « Questa festa, diceva, non ha per oggetto un mistero particolare, di cui la Chiesa non ha fatto menzione a tempo e luogo; è come un riassunto (compendium) delle altre feste in cui si onorano dei misteri speciali; vi si ricorda l’immenso amore che ha spinto il Verbo a incarnarsi per il nostro riscatto e per la nostra salute, a istituire il Sacramento dell’altare, a caricarsi delle nostre colpe, a offrirsi in croce come ostia e sacrificio » (Citato in NILLES, libro I, parte I, c. III, § 5, A., p. 163). – Ma, si dice, il decreto del 1765, come quello del 1821, non è riprodotto nella nuova collezione autentica dei decreti della Sacra Congregazione dei Riti. Qualunque sia la causa di questa omissione — che non ha certo nulla di dottrinale — la Congregazione non rigetta l’idea che esprime, poiché l’ha ripetuta, quasi con le stesse parole, fra i considerando di un decreto recente, 4 aprile 1900. Il decreto ha per oggetto lo Scapolare, ma la festa vi è pur menzionata. E come? Come « una solennità che non ha solo per oggetto di adorare e di glorificare il cuore del Figlio di Dio fatto uomo, ma di rinnovare, simbolicamente la memoria di quel divino amore, che ha spinto il Figlio unico di Dio a prendere la natura umana, ecc., sed etiam symbolice renovatur memoria illius divini amoris quo idem Unigenitus Dei Filius humanam suscepit naturam » (Analecta ecclesiastica, 1900, t. VIII, p. 206). I teologi che si son proposti esplicitamente questa questione fanno generalmente parte all’amore increato. Così il P. Froment. Così, più tardi, Benoit, Tetamo, e Marquez; così Muzzarelli. Gautrelet, Jungmann, Bucceroni, Leroy, Chevalier, Nilles. Terrien, De San, Nix, Billot, Baruteil, Tini, Sauvé (Vedi i testi e le citazioni, parte in VERMEERSCH, loc. cìt. p. 178 e seguito; parte in CH. SAUVÉ, t. I , prefazione p. XVII. Il P. RAMIÈRE che pone la tesi che « l’amore eterno e divino di cui arde N. S. Gesù Cristo non gli è punto estraneo ». Messagger du Cœur de Jesus, 1868, t. XIV, p. 275 e seguenti.). Vi è forse uno, fra questi, che escluda l’amore increato? Qualcuno ne ha l’apparenza, ma, a bene approfondire, si vedrebbe, forse, che esclude soprattutto un amore di Dio che non avrebbe a far nulla col sacro Cuore e col Verbo incarnato. Vi ha, forse, qua e là qualche confusione nelle idee e nelle parole piuttosto che opposizione sostanziale di dottrina. Una cosa pertanto è sicura, ed è, io credo, ammessa da tutti. L’amore che onoriamo direttamente nel culto del sacro Cuore, è l’amore del Verbo incarnato, di Dio fatto uomo. Un amore di Dio, senza contatto con l’umanità di Gesù, non potrebbe essere l’oggetto proprio della divozione. Se l’amore di Dio vi ha dunque la sua parte, bisogna riguardarlo e nella persona del Verbo fatto carne, o in rapporto causale con l’Incarnazione e l’opera Redentrice. – Altra cosa egualmente certa, e che conferma la precedente, si è che, per propriamente parlare, non vi ha divozione al sacro Cuore là dove il cuore di carne non entra per nulla. La devozione al sacro Cuore non potrà dunque raggiungere l’amore di Dio per noi che nella misura in cui quest’amore sarà simbolizzato dal cuore di carne. Fuori di qui potremo onorare l’amore di Dio, dirne meraviglie, ma la divozione al sacro Cuore non vi avrà altra parte che d’aver servito, forse, di opportunità. – Questi sono i principi della soluzione. Vediamo ora a che punto ci conducono. L’amore che onoriamo direttamente nel culto del sacro Cuore è l’amore del Verbo incarnato, di Dio fatto uomo. Gesù è l’Uomo-Dio e i fedeli che vedono Gesù vivente e concreto non separano dai loro omaggi l’uomo da Dio. L’irradiamento della persona divina illumina per loro tutto quello che vedono in Gesù. Anche quando riguardano l’uomo, quando ascoltano le parole che cadono dalla sua bocca, quando compassionano i suoi dolori, non dimenticano che egli è Dio, ed è questo pensiero, sempre presente, che imprime il suo carattere a tutti i loro rapporti con Gesù in quello stesso modo che la realtà sempre attuale dell’unione dà il suo carattere e il suo valore a ciascuno degli atti e delle sofferenze e delle parole di Gesù. Gesù, per loro, è essenzialmente l’Uomo Dio, nell’unità indissolubile dell’unione ipostatica. Il loro amore e la loro fede non possono concepirlo altrimenti. Ma, allora, la divozione al sacro Cuore è necessariamente la divozione all’uomo-Dio; l’amore che vi si onora è, necessariamente, l’amore dell’Uomo-Dio. Ecco quel che deve essere considerato, come certo. In questo senso, almeno è giusto di dire col P. Terrien: Quod Deus coniunxit, homo non separet. Ma, non è forse questo un giuocare con la questione, piuttosto che risolverla? Nessuno, infatti, nega l’unione personale; nessuno pretende che l’amore che i fedeli onorano nella divozione al sacro Cuore, sia un amore puramente umano; è sempre l’amore per Iddio. Ma si pone la questione se è solamente l’amore con cui ci ha amato col suo cuore umano, nella sua natura umana, o se è pure anco l’amore con cui ci ama eternamente nella sua natura divina, con quest’atto semplice d’amore che è la sua essenza infinita. I fedeli, se non m’inganno, non fanno distinzione, quantunque sappiamo distinguere molto bene in Gesù la natura divina e la natura umana, quantunque sappiamo ben riconoscere in lui un amore con cui ci ama come Dio. E il fatto ch’essi non fanno distinzione è in favore della « non distinzione » dei due amori nel loro culto; è Gesù tutto intiero che onorano sotto la figura del suo cuore di carne; tutto il suo amore, sembra, come tutta la sua Persona. Per distinguere, dove essi non distinguono, occorrerebbero delle ragioni, e i Teologi studiano, appunto, se ve ne sono. Si è molto rimproverato alla nostra divozione di favorire il nestorianismo. Pura calunnia dei giansenisti. I teologi del sacro Cuore l’avevano già confutata, e Pio VI ne aveva già reso giustizia (Testo citato più sopra § 2,). Ma, se i fedeli non onorano il sacro Cuore da nestoriani, non bisogna neppur supporre che confondano nel loro culto le nature e le operazioni, o supporre che onorino da eutichiani o da monoteliti. Ma è forse questo il pericolo da temersi, ragionando come facciamo, passando dalla persona all’amore, e concludendo che, poiché l’onore va alla Persona, va pure all’amor divino? I teologi rispondono a nome dei fedeli: non è vero che passiamo, senz’altra considerazione, dalla Persona all’amore. Noi non passiamo ad ammettere dall’unità di Persona la fusione o la confusione di due amori in un solo. Diciamo solamente questo: Pur distinguendo le nature, nell’oggetto della loro divozione, i fedeli vi vedono Gesù tutto intiero, la Persona totale, la persona nelle sue due nature; così si deve dire che la vedono nei suoi due amori, a meno che ragioni speciali non ci facciano constatare che essi hanno in vista un solo di questi due amori: l’amore umano. Si dice. I documenti non parlano che dell’amore creato. Distinguo. Essi non parlano che dei benefìci ove trasparisce pur’anco l’amore creato, ed io sono con loro (salvo per le eccezioni accennate); ma, se essi attribuiscono questi benefici al solo amore creato, aspetto che ne dieno le prove. Vi ha gran differenza, a questo riguardo, fra l’ordine dell’amore e quello dell’azione. È Gesù, nella sua natura umana, che parla, che agisce, che soffre, che istituisce i sacramenti, che rimane dell’Eucaristia; ma ciò non vuol due che abbia parlato, agito, sofferto, e compiuto il resto, sotto l’influenza del suo solo amore creato. Perché non vedere, a meno che ci abbiano ragioni in contrario, l’amore increato compiacersi del pari in queste opere dell’amore creato, dando l’impulso, per così dire, a questo amore creato? Ma, si dirà, « se sì deve ammettere la carità increata, bisogna che occupi il primo posto (VERMEERSCH, loc. cit., p. 164; Pratique, p. 403). Qui ancora distinguo: Se i due amori fossero considerati in loro stessi, lo concedo; se sono contemplati a traverso il cuore di carne, distinguo, ancora: Quando se ne parla esplicitamente sia; se ne potrebbe però dubitare, ma, se non si fa questione esplicitamente, io lo nego. A meno che non si preferisca accordare, ciò che torna lo stesso, che, parlando dell’amore di Cristo, senza averlo in vista né come creato, né come increato, si dà implicitamente il primo posto all’amore increato, poiché si parla di questo amore, tale, come esso è. Non è dunque, neppure per questa via, che dobbiamo cercare la soluzione della questione. Ma « l’amore d’un cuore umano è considerato come umano esso stesso, se non si dice il contrario » (VERMEERSCH, loc. cit, p. 164; Pratique, p. 403).Si potrebbe, forse, esitare a dir sì, quando si tratta di un caso unico come quello dell’Uomo-Dio. Bisogna, nondimeno, dir se si tratta dell’amore, di questo cuore, dell’amore che ha interesse vitale per questo cuore. Ma la questione è precisamente qui: se non si tratta che di questo amore nella divozione al sacro Cuore. Quelli che lo spiegano in special modo per il cuore organo, come fa il P. Galliffet, devono esser portati a riguardare la divozione, come divozione all’amore umano di Gesù. La conclusione, però, non s’impone. Il cardinale Billot, che dice così chiaramente che « il cuore è il simbolo dell’amore, perché né è l’organo », scrive altrove, e con la stessa precisione, che « nel Verbo incarnato il cuore è insieme simbolo e della carità increata che fece discendere il Verbo sulla terra, e della carità creata, che, irrompendo sino dal primo istante della sua concezione, lo condusse sino alla croce (De Verbo incarnato, thesis 38, § 2, p. 348 ; 4-a edizione, Roma 1904). Egli vuol significare, senza dubbio, che il simbolismo, pur avendo il suo fondamento nel rapporto vitale, non vi trova, però, i suoi limiti. Poiché il sacro Cuore non è organo che in rapporto all’amore umano. Altri vi scorgono tutto quel che ha rapporto all’amore e vi ritrovano tutto Dio, quel Dio che, secondo il discepolo diletto, è amore. Ma essi, sono portati a perdere il contatto col cuore reale, col cuore di carne di Gesù. Ma non dimentichiamo che, senza contatto col cuore di carne, non vi ha più divozione al sacro Cuore. Con la nozione al sacro Cuore emblema, si riprende contatto col cuore reale e si riman liberi di far significare all’emblema, non solo l’amore che si ripercuote nell’organo, ma ancora l’amore divino, che non vi ha nessun’ eco diretta. La questione non è risolta interamente però. Non si tratta di ciò che può essere, ma di ciò che è nel pensiero della Chiesa, poiché si tratta della divozione, pubblica e ufficiale della Chiesa, non già d’una divozione privata e che potrebbe essere diversa. Non dimentichiamo neppure che il cuore emblema, come è onorato dalla Chiesa, è nello stesso tempo il cuore organo, il cuore di carne vivente in Gesù e palpitante nel suo petto il ritmo della vita e dell’amore. Quest’ultima menzione non ci obbliga forse a concludere, in mancanza di testi precisi, che nel pensiero della Chiesa la divozione al sacro Cuore è decisamente la divozione all’amore creato, all’amore umano, che solo è l’amore del sacro Cuore, l’amore in cui esso ha sua parte come organo e, insieme, come emblema? Non è forse questa la ragione che domandavamo per aver diritto di limitare all’amore umano nel Cristo l’amore di Dio fatto uomo, amore che dicevamo essere certamente l’oggetto della divozione? (È questo che invoca, sopratutto, il P. VERMEERSCH, Pratique, p. 434).La conclusione non s’impone, mi sembra. Eccone il perché,e sarà questo un dire nello stesso tempo le ragioni cheabbiamo di fargli la sua parte nella divozione all’amore increato.

a) L’amore creato del Cuore di Gesù non riceve, forse, impulso del suo amore increato? Perché, dunque, il cuore, simbolo dell’amore creato, non lo riceverebbe in pari tempo dall’amore increato che pure è unito con un legame così intimo di causalità con l’amore creato? Questo amore increato non si ripercuote direttamente nel cuore di carne; lo ammetto, ma vi si ripercuote producendo quell’eco creata da lui stesso, che è l’amore del cuore di carne, e ciò è bastante perché il cuore di carne me lo ricordi, nel medesimo tempo che mi ricorda l’amore creato.

b) In un senso analogo, io posso riguardare l’amore increato che crea il cuore amante di Gesù. Questo focolare d’amore, da chi è acceso? Chi mi presenta, chi mi dà questo emblema vivente dell’amore? Se Gesù è una manifestazione vivente di Dio nel mondo, come non sarebbe il sacro Cuore la manifestazione vivente dell’amore e dell’amabilità di Dio stesso? Ma, se questo è, l’amore increato ha bene il suo posto nella divozione.

c) Infine, la divozione al sacro Cuore ci conduce naturalmente, come abbiamo veduto, alla persona di Gesù che ci si mostra amabile e amantissimo. Il sacro Cuore è Gesù, Gesù che mi si rivela nella sua natura umana, ma Gesù che nello stesso tempo s’impone alla mia fede come Persona divina; e in questo modo si constata che l’amore increato ha il suo posto nella divozione al sacro Cuore.

[Queste conclusioni sono pur quelle di M. R. DE LA BÉGASSIÈRE, articolo citato, col. 569-570. È probabile, che il P. VERMEERSCH le ammetta pur lui. Egli non ha preteso escludere l’amore increato, inteso così. Vedi Etudes, loc. cit., p. 482; Pratique, p. 430 e 440. Gli Etudes sono ritornati nella questione. Vedi la discussione fra M. VIGNAT e il P . VERMEERSCH; Etudes, 5 Giugno 1906, t. CVII, p. 643-665. M. LEROY si è pronunziato con forza contro il P. VERMEERSCH nella Révue ecclesiastique de Liège, sett. 1906; questi rispose. Ibìd, Nov. 1906, p. 125-148. M. LEROY tornò pure a rispondere. Il P . ALVERY si mette dalla parte del P. VERMEERSCH nella Révue Aqustinienne, 15 Feb. 1907, p. 173-190. Io credo potere e dovere mantenere le mie posizioni].

XIII.

RIASSUNTO.

SGUARDO AL CUORE VIVENTE.

FORMULE.

Che vasto campo si dischiude per il devoto del sacro Cuore! Se la divozione è poco profonda, o poco illuminata, sì perderà, forse, a parlare dell’amore di Dio nel mondo; e il sacro Cuore non vi entrerà per nulla, o vi entrerà solo come sinonimo d’amore; ma se comprende e gusta il sacro Cuore, come esso è, nella sua realtà viva e concreta, e nel suo simbolismo, sì ricco ed espressivo, saprà leggervi tutto Gesù, Gesù che ci ama di un doppio amore, così come è composto di due nature, armoniosamente unite nella Persona divina, in Dio fatto uomo. Guardiamoci bene dal misurare la ricchezza della realtà con la ristrettezza delle nostre formule; cerchiamo, piuttosto, di allargare le nostre formule per renderle meno inadeguate, meno sproporzionate alla ricchezza della realtà. Per questo rimettiamoci dinanzi al cuor di Gesù, vivo e vero, o, se si preferisce, dinanzi a Gesù che ci apre il suo cuore. Studiamo questo cuore in se stesso, ciò che esso è e quel che significa. Così comprenderemo, meglio che analizzando le formule (le quali, per quanto possano essere ammirabili per ampiezza e valore espressivo, sono però sempre inadeguate) ciò che è la divozione al sacro Cuore e qual ne sia l’oggetto proprio. E non pertanto ci abbisognano delle formule. Ecco quelle che riassumono quel che abbiamo detto sull’oggetto della divozione al sacro Cuore. Quest’oggetto è il cuore di carne di Gesù, cuore vivente nel suo petto e palpitante d’amore per gli uomini. È il cuore di carne, simbolo espressivo e vivente di quell’amore che Gesù ha avuto, ed ha ancora, per gli uomini. Così questo cuore ci apparisce, prima di tutto, come avente rapporto d’espressione e di vita con l’amore del Verbo incarnato per noi. È così, soprattutto, che si definisce la divozione al sacro Cuore. Essa è la divozione all’amore di Gesù per noi, all’amore con cui ci ha amato come uomo, e anche, in una certa misura (se le nostre osservazioni su questo soggetto son giuste), all’amore con cui ci ha amato come Dio. Perciò questa divozione si compiace di studiare questo amore liberale e generoso in tutti i suoi benefici e si ferma di preferenza alle sue principali manifestazioni: la passione e l’eucaristia. Ma, rinchiudendosi troppo strettamente in questo simbolismo dell’amore, la divozione rischierebbe, forse, di dimenticare, o di non vedere abbastanza chiaramente questo amore vivente e operoso, e rischierebbe, forse, di perdere il contatto con questo cuore vivo e vero. Ritorna, dunque, al Cuore amante, per vedervi tutto l’intimo di Gesù, le sue virtù e le sue perfezioni, i suoi dolori e l’amor suo. La visione dell’amore ne è più precisa, e le amabilità vi risplendono maggiormente. Di là, per una transizione insensibile e senza perder di vista il cuore di carne, la divozione si rivolge a Quegli che ci mostra il suo cuore amabile e amante, nel cuore che ci presenta, nel cuore che ci mostra e ci offre. La divozione al sacro Cuore è dunque una forma speciale di divozione alla Persona adorabile di Gesù. Abbiamo già potuto travedere quanto sia eccellente e perfetta. Lo vedremo ancor meglio con l’avanzare in questo studio.

STORIA APOLOGETICA DEL PAPATO: Introduzione (2)

STORIA APOLOGETICA DEL PAPATO DA SAN PIETRO A PIO IX

DI

MONS. FÈVRE

Protonotario apostolico

I Papi non hanno bisogno che della verità

(J. DE MAISTRE, “du Pape”, lib. II, Cap. XIII)

TOMO PRIMO

PARIGI – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMBRE, 13 – 1878

INTRODUZIONE – 2 –

IV. Nonostante i suoi benefici, nonostante i suoi trionfi, nonostante le sue virtù, il Papato non ha dovuto solo subire una persecuzione, sempre pronta a cambiare strategia; ha dovuto subire gli insulti dei libelli, e le menzogne della storia. Dall’attacco dei Philosophumena contro Papa San Callisto all’ultimo pamphlet di Sir Gladstone, dagli scritti immondi di Lutero alla Storia dei crimini del Papato di Maurice Lachàtre, c’è contro i Papi una fedele trasmissione di immondezze ed una vile tradizione di calunnia. È vero che la maggior parte di queste composizioni non hanno avuto molto credito, anche nel loro tempo; sono cadute, per la maggior parte, in un oblio dove ricevono poco più che le visite indiscrete di studiosi. Da queste fogne, tuttavia, si è alzata non so quale nuvola che cerca di oscurare il sole della verità e il cui spessore impedisce ancora ai raggi di luce di illuminare diversi paesi. È curioso osservare come è stato ha formato questa nube ed è utile indagare se i nostri apologeti sono stati in grado di dissipare le sue ombre o di allontanare la sua ira. – C’è sempre stata, e sempre ci sarà, una grande e compatta coalizione di tutti gli errori, di tutte le discordie, di tutti gli odi contro la Sede di Pietro, perché lì, e solo lì, c’è il fondamento eterno di ogni verità e di ogni carità, di ogni ordine e giustizia. Per quanto distanti possano essere, « tutti i nemici di Roma sono amici », ha detto il conte de Maistre. Per quindici secoli, tuttavia, il Papa ha governato il mondo ortodosso, senza che si sia sollevato contro la sua autorità sovrana, un partito che abbia avuto la fortuna di durare. Senza dubbio si videro usate tutte le armi della viltà letteraria, i libretti anonimi, la satira pungente, i pettegolezzi storici e le battute taglienti dell’epigramma, ma non causarono danni: la fede e la pietà unanime verso la Santa Sede non permisero di raggiungerla. Fu solo dopo il grande scisma, e soprattutto dal XVI secolo, che i demoni in carne ed ossa apparvero nel mondo per abbaiare, ruggire e gridare contro il capo della Chiesa. Mai prima d’allora l’infernale coorte di apostati aveva potuto presentarsi in un numero così grande; così formarono un partito che crebbe sempre di più e oggi costituisce un esercito. Il primo ad issare lo stendardo della menzogna oltraggiosa fu Lutero. Le sue opere sono un oceano di insulti ed invettive contro i Papi. La sua potente immaginazione, esaltata dall’odio fino al delirio, ha creato mostri prima sconosciuti. Lo scalpello ed il pennello del Callot, del Cranach, dell’Holbein della Riforma hanno dato loro un corpo: la penna degli scribacchini, ha saputo dare a queste immonde caricature una voce analoga. Le immagini impure rimpiazzarono, al capezzale del giovane e della ragazza le immagini di Cristo, della sua divina Madre, dell’Angelo custode e del Papa regnante; i libri pieni di menzogne, bugie, sostituirono, nelle mani intelligenti, i libri della dottrina cattolica e della devozione alla Santa Sede. Così procedeva la riforma: le scale che l’immaginazione e la ragione cristiana offrivano alle anime per salire alle regioni dell’amore, le volgevano ora verso l’abisso nero dove ribollivano tutti gli odi. – L’odio per il Papa fu il primo dogma del protestantesimo; ne è rimasto più o meno l’unico. Il protestantesimo vive ancora su questo odio, laddove non conserva più un’ombra della vita. Gli assurdi dogmi imputati al Vangelo dalle antiche confessioni di fede non esistono più; ma le mal comprese visioni dell’Apocalisse contro l’Anticristo di Roma, contro la grande prostituta vestita di scarlatto, sembrano continuare in eterno. Queste odiose creazioni della penna e del pennello luterano decorano ancora i negozi ed i saloni dei paesi protestanti. Questi sono paesi acquisiti all’odio della Cattedra Apostolica. – Nel XVI secolo, i paesi protestanti erano gli unici nemici di Roma; in compenso, i Paesi Cattolici offrivano il loro amore. Poi apparve un secondo avvelenatore della razza umana, Giansenio. Il vescovo di Ypres aveva composto durante la sua vita un grosso libro, il ci testo aveva lentamente ed insidiosamente composto; l’autore del trattato, come il chimico che maneggia sostanze pericolose, aveva addolcito le sue formule per distillare meglio la sua pozione e temperato le sue miscele per nasconderne il veleno. Sotto le sembianze del grande Agostino, quell’anima sì tenera ed elevata, colma d’amore e di luce, Giansenio doveva offrire alle anime la manna della vera pietà. In realtà, voleva mettere solo odio nei cuori; voleva introdurre l’antropologia malsana di Lutero nella Chiesa sotto il colore della pia riforma, per irritare i cuori cattolici contro Roma e avvelenare tutto fino all’ostia. Ma l’apparenza di fervore ingannò tutti; i primi discepoli di Jansenius risplendevano per una brillantezza pronta e vivida. Li si vedeva nelle posizioni più avanzate tra i difensori della santa Chiesa. Nei loro scritti citavano con rispetto le opere dei Padri; dichiaravano di aderire ai decreti dei Concili, alle costituzioni dei Papi e alle tradizioni cattoliche; e nel difendere i sacri dogmi mostravano una grande preparazione dottrinale. La Chiesa credette che essi l’avrebbero consolata dalle perdite che il protestantesimo le aveva causato. Ma mentre teneva questi figli prediletti vicino al suo cuore, si accorse che alcuni di loro praticavano nella maniera più dissimulata, con un comportamento ed un linguaggio ambiguo. Inoltre, avevano una pretesa particolare nel definirsi cattolici, per quanto negassero questo nome con le loro parole e le azioni. Infine, il Sommo Pontefice li dichiarò eretici; tutta la comunità cattolica si inchinò alla decisione del Vicario di Gesù Cristo. Mentre da ogni angolo del mondo si levava un anatema contro chiunque non volesse ascoltare il successore di Pietro, essi negavano ostinatamente l’esistenza stessa della loro setta. In questo modo presentavano agli spiriti irriflessivi – e questi erano un gran numero – lo scandalo di un dissenso dogmatico che stava apparendo all’interno della Chiesa stessa. Fino alla fine ostinandosi a negare tutto, a eludendo tutto, tergiversando su tutto, si presentarono come dei cattolici oppressi per la loro virtù, e riuscirono solo a suscitare l’odio della Santa Sede nei Paesi Cattolici. Il battaglione di J Giansenio venne a rinforzare quello di Lutero. Questo scandalo ingannò rapidamente gli spiriti; la cancrena che si stava diffondendo nella società europea si sviluppò con una velocità terribile. Dal fiele smorto di Giansenio e dall’odio furioso di Lutero, nacque il cesarismo di Luigi XIV. Lo spirito parlamentare, una specie di protestantesimo applicato alla politica, si era insinuato nel sistema giudiziario, attraverso i libri di diritto partiti dalla Germania, come il vero protestantesimo, per dirla con Mézerai, e giunti tra qualche parola di greco e di ebraico; esso riaccese ovunque le vecchie guerre del sacerdozio e dell’impero. Insoddisfatta di tenere la mano della giustizia, la magistratura si diede la missione di difendere la regalità contro le invasioni della Cattedra apostolica, che era diventata una pericolosa rivale e usurpatrice dei diritti di Cesare. La Regalità, ingannata, lusingata, lasciò fare, quand’anche non ne ebbe parte. Nel 1682, il clero stesso ebbe la debolezza colpevole di afferrare, nonostante gli avvertimenti dei Papi, la catena che gli si lanciava. In tutte le questioni relative alla disciplina, si può dire che il re si era fatto capo della Chiesa; il parlamento si erse a tribunale ecclesiastico. I due battaglioni del gallicanesimo episcopale e parlamentare vennero ad unirsi ai due battaglioni di Lutero e di Giansenio; come loro, anch’essi avevano sulle loro bandiere: Odio per i Papi. – Dalla magistratura nazionale il cancro si propagò alla magistratura internazionale e fu ammesso nel diritto pubblico. I Papi erano stati i geni costituenti del Medioevo; i re, che dicevano di ricevere le loro corone solo da Dio e dalle loro spade, esclusero i Papi dall’ordine politico alla pace di Westfalia. Da allora in poi, la pace dipenderà dall’equilibrio materiale delle potenze poteri; la statica e la dinamica ci riveleranno gli oracoli del progresso. La penna di Lutero, Giansenio, Pithou e Fleury passò nelle mani della diplomazia. Ricordiamo solo per la cronaca l’iniquità, la rivoltante doppiezza, l’insolenza, l’estrema violenza dei dispacci che i corrieri partiti da Versailles, Vienna, Firenze, Napoli, Madrid, Lisbona, andavano a gettare ogni settimana in faccia al Papa. Il vicario di Gesù Cristo, circondato dai ministri di Pombal, di d’Aranda, di Choiseul, di Tanucci, di Leopoldo, di Giuseppe II, ci rappresenta l’Uomo-Dio alla corte di Caifa o al Pretorio; Pio VI a Vienna è Cristo in casa di Erode, con la differenza che la passione di Cristo è durata solo un giorno ed una notte, mentre quella del suo Vicario è durata quasi tre secoli. L’esercito dei nemici della Santa Sede fu aumentato da squadroni di artiglieria e cavalleria. Le dispute della polemica e gli oltraggi della diplomazia non potevano che far disgustare la Religione a chiunque non si appoggiasse all’ancora dell’autorità. Apparve Bayle, Voltaire lo seguì: è l’epoca del pirronismo universale. Ben presto gli archivi dei filosofi divennero nelle mani rivoluzionarie dei pugnali. Una rivoluzione satanica si precipitò sul mondo: è in corso da quasi un secolo; la sua parola d’ordine è ancora: Guerra al Papato! D’ora in poi chi non è un pio figlio della Santa Sede ne è suo nemico: tale è lo stato attuale del mondo.

V. Non si deve credere che la cospirazione anti-pontificia abbia seguito il suo corso incontrastata e reclutato senza alcuna contraddizione le legioni dell’apostasia. Le prime schermaglie iniziarono sul terreno della controversia teologica; i settari, battuti nei dettagli su questo terreno compromettente, si gettarono sul terreno della storia. Prima hanno contestato l’autenticità dei documenti e l’integrità dei testi. I nostri studiosi sono stati costretti a spulciare gli archivi, a collazionare i manoscritti, a controllare i passaggi dubbi frase per frase, e infine a trarre una versione definitiva dalle varianti trovate. Da questa indagine dolorosa, sono nate opere vittoriose. Henri de Valois rivide gli storici greci, Papebrock redasse il Catalogo dei Pontefici Romani, Bianchini diede la sua splendida edizione del Liber fontificalis, Bolland raccolse gli Atti dei Santi, Baronio compose gli Annales ecclésiastiques, e Mabillon creò la Diplomatica. La negazione ostile dava vita a dei capolavori. Quando i testi autentici furono riconosciuti, iniziò la grande battaglia dell’erudizione. Gli atti ed i diritti della Santa Sede furono vendicati e, agli occhi del pubblico colto, furono ottennero una riparazione. Anche in quei tempi funesti, in cui lo spirito di compiacenza e di accecamento portò il nostro clero alle più infelici concessioni, Dio non avrebbe permesso gli errori dei novatori se non per la loro eterno obbrobrio e per la gloria della sua Chiesa. I più grandi dottori facevano giustizia dei fanatici che volevano attribuire alla Francia i sentimenti di alcuni particolari individui; essi hanno vendicato le nostre dottrine, che la malignità voleva oscurare o rendere sospette; ci hanno restituito la purezza della fede e della pietà che sembravamo aver perso. Il cielo doveva benedire le loro opere; doveva suonare l’ora in cui l’opera della frode e della perfidia sarebbe stata confusa. Onore e gloria a questi uomini dotti che hanno preparato con opere ammirevoli l’effetto definitivo di questa epoca fatale. Onore ai Polus, agli Stapleton, ai Sfondrate, Roccaberti, Gonzalez, Bellarmino, Duval, Gharlas, Serri, Soardi, Orsi, Bianchi, Muzzarelli, Marchetti, Gavaloanti, Zaccaria, Litta, Lamennais. La maggior parte di loro ha veramente compreso lo spirito dei francesi, che è quello di essere sovranamente rispettosi verso i romani Pontefici e di difendere le prerogative della Santa Sede con tutti i mezzi che la Provvidenza può offrire. Infine, è stato possibile riconoscere che la Francia aveva in ogni occasione vendicato l’autorità pontificia, o con la penna o con la spada; che aveva difeso i suoi decreti contro gli attacchi dei falsi fratelli; che aveva voluto attaccarsi alla tradizione più pura e universale; che aveva sempre condiviso i sentimenti dei Papi, degli antichi concili e dei più santi Dottori. Gloria a Dio e pace alla Francia! In presenza dei gloriosi monumenti dell’erudizione, non sarebbe più possibile offuscare la reputazione religiosa della Francia con commenti ridicoli o vani sofismi. Tuttavia, questo non si deve nascondere, il trionfo è stato tolto solo nel campo della metafisica, e se, in pratica, abbiamo ottenuto preziose riforme, rimangono ancora non so quali fermenti, quale vecchio lievito che potrebbe facilmente corrompere tutta la massa. Una rivolta lascia sempre tracce formidabili nel cuore di un popolo. Anche le confutazioni più decisive non sono riuscite a raggiungere la Francia in quella zona sensibile che la Scrittura chiama la divisione dell’anima e dello spirito. Roccaberti, arcivescovo di Valencia, che scrisse tre volumi in-folio contro i quattro articoli, fu arrestato alla frontiera; sebbene fosse un Grande Inquisitore di Spagna, un viceré della sua provincia, un teologo di prim’ordine, la polizia trattò il suo libro come il quaderno di uno scolaretto. Il libro di Soardi fu messo al macero, dopo la condanna del parlamento. L’ordine fu così rigorosamente eseguito che l’opera fu conosciuta in Francia solo con la sentenza di condanna; fu ristampata ad Halle nel 1793, ma allora caddero troppe teste per mantenere gli occhi del pubblico su questo lettura. Anche se avessero potuto attraversare le linee doganali, gli scritti dei teologi erano, inoltre, scritti in uno stile ed in una forma inaccessibili alla folla. Per quanto riguarda le confutazioni storiche degli spagnoli, degli italiani e dei tedeschi, che erano eccellenti per i loro Paesi, dovevano potersi conoscere attraverso la traduzione solo quando non potevano più essere rese note con qualche correzione notevole. In breve, l’immenso lavoro diretto contro l’errore anti-pontificio rimase a lungo, per la Francia, una lettera morta. I disconoscimenti dei reali e le condanne dei Papi non erano quasi nemmeno sospettati dal pubblico. Una muraglia cinese difendeva le teste gallicane dall’irradiazione della verità e anche dalla sua ira. Tuttavia, il nostro parlamento, a sua volta protestante, giansenista, ribelle, gallicano e repubblicano, mandò il santo Viatico tra quattro baionette ai ribelli, si impadronì delle nomine dei vescovi e, con il pretesto di difendere i re contro i Papi, consegnò la Francia a Robespierre, Luigi XVI alla ghigliottina. La vittoria era così acquisita, ma e il pregiudizio persisteva. All’inizio di questo secolo, Lamennais fu il primo a rompere con la tradizione dei gallicani, ma non fece che agitare ancor più gli animi e si comportò così male che presto tradì la causa di Roma che voleva far trionfare. Discepoli più illuminati e più pii stavano per scendere nella trincea. C’era quel momento di incertezza negli spiriti quando non si capisce se si voglia andare indietro o avanti. Cosa singolare, in quest’ora di indecisione, un impulso vittorioso venne dal protestantesimo. I protestanti erano stati i primi a diffamare i Papi; i primi, a loro lode, a riabilitarli. Senza altra luce che quella dell’onestà, senza altro motivo che la loro conoscenza, Jean de Muller, Ilerder, Schoell avevano già reso intelligenti testimonianze ai Sovrani Pontefici; ma queste testimonianze portavano ancora il marchio della loro origine ed il carattere della loro data. Altri vennero dopo di loro, più espliciti nelle loro confessioni, perché avevano potuto liberarsi più completamente dai pregiudizi dei settari e brillavano per una più alta intelligenza storica: cito Raumer, Léo, Hock, Voigt, Hurter, Ranke. L’opera di Hurter fu addirittura così compiuta da riportare il suo autore in seno alla Chiesa. Strano spettacolo! Papi vilipesi dai Cattolici e ammirati dai protestanti eruditi in Germania! Il contrasto colpì gli spiriti e cambiò la direzione dei pensieri. Fleury cessò di essere un oracolo, Tillemont non mantenne la sua aureola di studioso, Bossuet e La Luzerne potevano essere contraddetti senza che il contradditore fosse costretto a chiedere pietà. Allora i valorosi paladini, con il più risoluto ardore, sconfissero il gallicanesimo ed il suo fratello gemello, il giansenismo. Il cardinale Gousset li perseguì nel campo della scienza teologica; Dom Guéranger nel campo della liturgia. Tuttavia Montalembert, Veuillot, Parisis, Monnyer de Prilly, Clausel de Montais, portarono la guerra sul terreno mutevole della politica; Affre e Sibour difesero l’indipendenza temporale delle chiese; Donnet e Giraud allargarono il cerchio delle influenze episcopali; Lacordaire, Ravignan, Combalot illustravano, dal pulpito, le tradizioni dell’eloquenza apostolica; Pitra, Migne, Bonnetty, Glaire, Lehir hanno riportato gli spiriti alle fonti pure dell’erudizione; Rohrbacher, Villecourt, Doney, Gerbet, Salinis, Gaume, Ozanam, Blanc, Chavin, Jager, Darras, Christophe e altri venti, hanno ripreso le questioni oscure o controverse della storia. D’ora in poi, non c’è più, in Francia, in nome del gallicanesimo, del giansenismo, del liberalismo e del razionalismo (quattro parole per dire la stessa cosa), una cospirazione contro la verità del diritto pontificio. La rete dell’errore e dell’iniquità è dogmaticamente lacerata; la catena delle tradizioni del Cattolicesimo più puro è riformata con anelli forti. Questa è una di quelle restaurazioni in cui si ammira ciò che le nostre Scritture chiamano così giustamente i colpi di stato del Signore: Mirabilia Dei. – Tuttavia, se abbiamo trionfato con la scienza, dobbiamo completare le nostre riforme pratiche con la restaurazione diocesana del Diritto Pontificio e con la restaurazione degli studi canonici necessari per l’applicazione di questo diritto. Inoltre, bisogna sempre combattere le trame dell’ambizione politica ed i pregiudizi ignoranti della moltitudine: pregiudizi e ambizione, serviti quotidianamente da una stampa prezzolata, le cui batterie devono essere smascherate. Infine, nonostante le riparazioni della scienza, nonostante i tributi resi alla verità, abbiamo davanti agli occhi tutti gli attacchi della persecuzione, vediamo lo spettro di Hohenstauffen risorgere dalla tomba. È quindi necessario riprendere la causa della Santa Sede e dedicare i nostri sforzi esclusivamente alla difesa storica delle prerogative, dei diritti e degli atti della Cattedra di Pietro.

VI. Una ventina di anni fa, si è incontrato un uomo, un umile parroco, che ha scritto, contro i corifei del razionalismo, una difesa storica della Chiesa. Alla caduta dell’impero, si è formata tra noi una scuola che, negando l’intervento divino nella fondazione del Cristianesimo, rifiutando di credere nei miracoli, e quindi nel soprannaturale, aveva rifiutato di vedere nella storia della Chiesa, soprattutto ciò che vi si doveva notare. Uno aveva toccato questioni filosofiche, l’altro questioni letterarie, diversi sulle questioni proprie della storia, spiegando, a volte mediante l’eclettismo, a volte con la teoria delle razze o dell’antagonismo di classe, i grandi eventi, ma, non appena si trattava di religione, si cedeva solo ai moti dell’odio o alla cecità del pregiudizio. Quello che ne è venuto fuori lo sanno tutti. In apparenza, alla Chiesa era stata resa una giustizia scrupolosa; in realtà, i suoi eroi erano stati ignorati e i suoi annali sfigurati. L’apparenza della giustizia aveva sedotto l’opinione pubblica; le iniquità troppo reali minacciavano di passare in giudicato. Eppure la Chiesa ha protestato, purtroppo senza trovare il Davide che doveva colpire alla fronte i nuovi Golia con la sua piccola fionda. Ora un povero sacerdote della diocesi di Bellay, crivellato dallo scherno di diversi suoi confratelli, perseguitato anche dalla disgrazia del suo Vescovo, si pronunciava contro le sentenze dei maestri, e mentre aspettava che l’opinione pubblica più informata ratificasse i suoi giudizi, forniva la prova materiale dell’errore di valutazione. Padre Gorini – e parlo solo di lui – ha dato, ricorrendo alle fonti, una testimonianza irrefutabile contro i mille errori storici dei Gizot, dei Cousin, dei Villemain, dei Thierry, dei Barante, dei Michelet, degli Ampère, dei Martin e di una schiera di altri, che fino ad allora si erano chiamati modestamente i maestri della scienza. – Ciò che Padre Gorini ha fatto contro i razionalisti, per la difesa generale della Chiesa; ciò che Bossuet, con il suo grande genio, aveva innalzato, contro i protestanti, nell’immortalità di un capolavoro, noi abbiamo cercato di fare, per la difesa esclusiva del Papato, contro tutti i nemici e gli avversari che lo hanno attaccato per quattro secoli. Vorremmo prendere, uno dopo l’altro, tutti i fatti della storia, dove protestanti, giansenisti, parlamentari, episcopaliani e pseudo-filosofi si lusingano di convincere il Papato di errore nei suoi giudizi o degli eccessi nelle sue imprese, e mostrare che sono loro ad abusare. Passeremmo allora, secondo le buone pratiche dell’apologetica cristiana, dalla difensiva all’offensiva, prendendo uno per uno gli atti dottrinali, o cosiddetti tali, e gli sconfinamenti speculativi o legislativi degli avversari, per convincerli che c’è eccesso nelle loro imprese perché c’è un difetto nei loro giudizi. Vorremmo presentare una difesa storica della Santa Sede contro i protestanti, come Flaccius Illyricus, Mosheim, Duplessy-Mornay, Malan, Bosf e Puaux; contro i giansenisti, come Duvergier de Hauranne, Quesnel, Ellies Dupin, Fébronius e Scipione Ricci; contro i parlamentari, come Richer, Pilhou, Dupuy, Camus, Portalis, il procuratore Dupin, Isambert, Baroche e Cavour; contro gli episcopali, come Pierre de Marca, Maimbourg, Bossuet, Fleury, Tillemont, La Luzerne, Maret, Dupanloup, Gratry; contro i razionalisti, liberali o cesariani, come Guizol, i Thierry, Michelet, John Russel, Gladstone, Minghetti e Bismarck. – Nell’iscrivere sul noto blasone la croce pontificia, non dimentichiamo che non basta iscrivere la croce sul suo scudo per portare colpi di lancia incantate. Se c’è una somiglianza tra il lavoro di Gorini e il nostro, c’è però una differenza nella scelta del metodo. – Gorini cita i testi in dettaglio e affianca ai testi contemporanei i testi antichi che li distruggono. Così facendo, affonda piacevolmente l’autore che confuta, ma costruisce molto meno di quanto demolisce e, per la solita mancanza di scienza organica, la sua opera cade con le opere che abbatte. Non intendiamo certo togliere nulla al merito personale di Gorini: per la sua modestia, la sua scienza, il suo coraggio e la sua perseveranza nella disgrazia, Gorini è il tipo dell’onore sacerdotale. Ma il suo libro è stato molto più lodato che letto; ha ispirato più stima che convinzione; ha dettato meno risoluzioni di quante ne abbia suscitate. Per noi, senza attribuirci alcun merito di chiaroveggenza, su ogni punto controverso, dopo aver fatto conoscere le rimostranze ed i titoli dell’avversario, non con citazioni, ma con l’esposizione filosofica dell’errore e la sua classificazione metodica, discutiamo poi o confutiamo, con la produzione dei testi, l’autorità dei fatti, o la testimonianza dei maestri. – Non possiamo pretendere di scrivere la storia positiva del Papato; né ci limitiamo ad invertire; vorremmo, respingendo con una mano i falsi titoli o le vane rimostranze elevare la storia critica della monarchia papale. In solitudine, si parla solo con le proprie idee, e se si è esposti ad abbondare troppo nel proprio senso, non si corre il rischio di essere fraintesi per mancanza di spiegazioni. Azzardiamo qualche altra parola, chiedendo pietà. Questo lavoro è stato composto secondo un doppio metodo: metodo di confutazione e metodo di esposizione. – La confutazione diretta e personale rende una domanda accademica un piccolo dramma che suscita facilmente interesse. Si mette l’avversario davanti agli occhi del lettore, si presentano i suoi mezzi di attacco e poi, entrando in lotta con lui, si mostra che le sue armi sono mal temperate o che i suoi colpi sono sbagliati. Il cuore umano gode di queste lotte pacifiche, ed è sempre con gioia che vede il trionfo della verità. Tuttavia, un libro i cui capitoli formassero una successione invariabile di pugilati letterari potrebbe portare, per l’uniformità delle sue battaglie, una certa monotonia. L’uso alternativo del metodo di esposizione risveglia nella mente altri gusti e fornisce altri piaceri. Quando la questione è meno controversa, ci limitiamo quindi a farne conoscere i termini, a determinarne i limiti, gli sviluppi e la soluzione tradizionale. Poi il lettore, uscito dal campo di battaglia, si riposa sulle pacifiche vette della storia. Quando l’attenzione si sposta da una controversia belligerante ad un’esposizione pacifica, se il lavoratore non è troppo al di sotto del suo compito, può risultarne un piacevole interesse. – La maggior parte del materiale di questo libro doveva essere preso dai fatti e dalle autorità. Nel campo chiuso della storia, c’è poco spazio per un autore che polemizzi contro un autore, per un intelletto che si scontri con un altro intelletto; sono gli eventi che entrano in scena e dicono alle parti contendenti: « Voi sostenete che i fatti giustifichino tale e tale accusa o autorizzino tale e tale titolo, questi sono i fatti di cui reclamate gli oracoli, giudicate voi stessi se implicano tali scopi o comportino tali pretese. » Ci è sembrato, tuttavia, che, senza derogare dall’ordine storico, potessimo collocare i fatti in certe categorie, la cui connessione getta un po’ di luce, e abbiamo pensato di poter, per adempiere meglio al nostro programma, invocare, di tanto in tanto, l’autorità dei princìpi, gli insegnamenti delle teorie ortodosse, e la deduzione delle conseguenze legittime. Queste domande, che sono molto difficili da spiegare, si risolvono meglio per implicazione. – Inoltre, ecco lo schema del nostro lavoro:

Nel primo volume, spieghiamo le origini del Papato da San Pietro a Costantino; nel secondo volume, presentiamo le prerogative della sovranità papale, per il comando ed il governo, per il potere legislativo e giudiziario, per il proselitismo dell’apostolato e per l’indipendenza di esercizio per la costituzione del potere temporale;  nel terzo, si studia la relazione dei Papi con le Chiese d’Oriente, da Papa Liberio a Fozio e al Concilio di Firenze; nel quarto, si difende la costituzione pontificia del Medioevo nel suo insieme; nel quinto, riprendiamo in particolare i fatti attribuiti ai Papi del Medioevo, da Papa Zosimo fino al Grande Scisma; nel sesto, studiamo con particolare cura, da Filippo il Bello a Napoleone, le relazioni dei Papi con la Francia; infine, nel settimo ed ultimo volume, parliamo dei Papi dell’epoca moderna, dall’invasione del protestantesimo a Pio IX. – Nella misura in cui il nostro lavoro lo richiede e le circostanze lo permettono, diamo in appendice alcune discussioni incidentali che avrebbero potuto ostacolare il nostro procedere, alcuni documenti di supporto che permetteranno al lettore di giudicare da solo, e alcuni studi in cui determineremo meglio certe questioni di speculazione teologica o di pia pratica. – A volte, molto raramente, per rendere più evidente l’irriverenza dell’accusa, abbiamo citato fianco a fianco le testimonianze concordanti di falsi fratelli e dei nemici dichiarati. Voltaire accanto a Bossuet, Petrucelli della Gattina accanto a Gratry, Janus e Mons. ***: tutte queste persone che, tranne il tono, e parlano la stessa lingua, non costituiscono un confronto istruttivo? Gli empi ci offrono questo vantaggio, di rovinare con la loro presenza tutto ciò che onorano con le loro simpatie. Nel rispondere agli ecclesiastici che si avventurano in queste lotte, specialmente agli avversari onorati della Prelatura, non abbiamo dimenticato ciò che è dovuto alla loro santità e al genio. Il genio non dà un Miglio di indennità; ma, in caso di dissenso, comanda un profondo rispetto per uno scrittore di merito eccezionale. L’olio santo deve attutire i colpi alle teste che sono state unte con esso. Anche nella legittima difesa, bisogna essere generosi con la dovuta moderazione e circondare la necessaria severità con una sorta di seduzione formale in cui la franchezza del rammarico e la sincerità della venerazione servono da passaporto per tutto ciò che si è obbligati a fare intendere.  Ci siamo dunque fatti una legge di moderazione: se, contro la nostra volontà, abbiamo trasgredito i suoi salutari rigori, ritrattiamo in anticipo ogni eccesso verbale. Nel rispondere ai nemici dichiarati, non eravamo obbligati alle stesse moderazioni. Con loro, possiamo avere solo la guerra e applichiamo loro le leggi delle Dodici Tavole. Adversùs hostem, æterna auctoritas esto. Non dimentichiamo certo la saggia massima di San Francesco di Sales: « Si prendono più mosche con un cucchiaio di miele che con un barile di aceto »; ricordiamo anche che, quando il lupo è nell’ovile, è atto di carità gridare: Al lupo! I nostri cattolici liberali hanno discreditato la moderazione poiché riservano tutto il loro miele ai nemici della Chiesa e abbeverano con l’aceto i difensori della Cattedra apostolica. « La più grande piaga del XIX secolo – dice Le Catholique di Magonza – è la cortesia. » Queste lunghe spiegazioni non nascondono alcun secondo fine. Non stiamo scrivendo per l’Accademia. Non abbiamo la fortuna di appartenere a questa scuola dotta, che può sostenere ogni affermazione con un testo e giustificare i suoi giudizi con cento testimonianze.  Stiamo scrivendo questo libro in una landa di frontiera, in un paese perso in mezzo alle paludi, lontano dagli studiosi, lontano dalle biblioteche, senza consigli, senza incoraggiamento, senza nulla che possa diminuire le difficoltà del nostro compito. Gli ostacoli crudeli che si sono dovuti superare per raccogliere qualche libro, per scrivere qualche articolo, per pubblicare qualche libro, ci hanno fatto conoscere tutte le disgrazie dell’isolamento e tutti i disagi della miseria. Possiamo con questa esperienza conoscere meglio i problemi dei pii laici e dei coraggiosi sacerdoti sparsi, come noi, per tutta la Francia, con il desiderio e la relativa impossibilità di entrare nelle questioni del tempo. È per loro che abbiamo composto quest’opera: che Dio conceda loro una giusta nozione delle cose e il coraggio che una scienza esatta ispira! Se questo scritto cade per avventura nelle mani dei dotti, non dubitiamo di incorrere nelle loro critiche: non siamo un padrone, ma un mendicante; viviamo di briciole cadute dalle tavole dell’opulenza, o di qualche resto, portato via da splendide festini. – È il momento di concludere. – I frivoli dottori del cattolicesimo liberale si sono accaniti nel far progredire una teoria che promette di far vivere fianco a fianco in dolce fratellanza il nibbio e la tortora, il lupo e l’agnello, la capra e il leone. Invano abbiamo risposto a questi dottori, accecati dalle illusioni del liberalismo, che tutte le concessioni avrebbero avuto come unico risultato quello di mettere la museruola ai cani ed incatenare i pastori; che ogni liberale era largo con il rivoluzionario ed il despota; e che i liberali, una volta divenuto i più forti, avrebbero messo da lato il liberalismo, per schiavizzare i loro liberatori e divorare il gregge di Cristo. Oggi il grido di guerra risuona in tutta Europa. Tutto si agita, tutto ruota intorno alla Cattedra apostolica. Si tratta di sapere se sarà così o no. Pro o contro: non c’è un terzo termine; dobbiamo decidere. Il nemico ha tutte le possibilità di successo: questa è l’ora del coraggio o del tradimento. – In questa guerra contro il Papa, il filosofo si dà alla politica; il repubblicano svizzero e il costituzionalista italiano cospirano con i capi delle vecchie monarchie. Guerra alle dottrine definite e alle pratiche cristiane! – grida Renan, l’accolito apostata come Giuliano -; guerra al vaticanismo!, gridano Lord John Russell e Sir Gladstone, fanatici ingordi dei beni della Chiesa; guerra ai legati della Santa Sede!, strillano i codardi radicali della triste Elvezia; guerra alla mitra ed alla tiara!, esclama Otto de Bismarck. E con queste violenze ingrate, che ipocrisia! Impedire ai Cattolici di praticare liberamente la loro Religione, dicono che è rispettare la coscienza, compiere il dovere morale dell’autorità e difendere le prerogative del potere! Mettere i Vescovi in prigione, vendere i loro mobili all’asta, dicono che è garantire il benessere e la libertà dei popoli! Scassinare chiese e presbiteri, rubare il patrimonio ecclesiastico, aprire le porte all’esilio, riaprire le carceri per i forzati della fede cattolica: tutto ciò, sarebbe beneficio della riforma, grazia della monarchia parlamentare, trionfo delle idee liberali, circospezione evangelica degli Hohenzollem! L’usignolo ( … quello della fiaba di Andersen) è lo scettro del futuro; confische, prigione, esilio, patibolo, sono ormai le forme del progresso! Sotto la copertura di queste ipocrisie, sotto il favore di antichi pregiudizi, tutte le passioni si coalizzano, tutti gli errori si uniscono, e nell’ora presente, sebbene Pio IX, prigioniero, come Papa, in Vaticano, non abbia altra libertà che la denuncia, altra arma che la preghiera, tutti gli erranti sentono di avere tutto da temere da lui, finché non lo abbiano ridotto alla completa inazione (ancora oggi lo temono, temono il Papa – impedito e materialmente prigioniero – Gregorio XVIII, e lo combattono apertamente con eresie e falsità le più vergognose, non solo i soliti nemici, cioè i kazari cabalisti e tutte le sette massoniche e dei protestanti apostati beoti, ma ancor più i settari del novus ordo, a cui si aggiungono i fallibilisti del cavaliere kadosh Lienart e del suo degno “compariello”, i tesisti del falso vescovo domenicano francese, tutti gli adepti delle sette sedevacantiste – eretiche e scismatiche, i mille cani sciolti, liberi lupi rapaci a vario titolo – ndr. -). Mentre gli ex apologeti tacciono, mentre i politici se ne stanno con le mani in mano, mentre i Cattolici liberali intrigano, una bocca impazzita a Ginevra diventa occasione di esilio del dolce Mermillod; dei miserabili preti si intrufolano nelle parrocchie del Giura cattolico; Bismarck assalta tutti gli stabili ecclesiastici della Germania, e cospira con Minghetti per sopprimere praticamente il Papato, aspettando la morte di Pio IX, l’occasione, sperano, per mettere le mani sulla Chiesa di Gesù Cristo (cosa avvenuta nel 1958 con il massonico Conclave-farsa delle marionette di bianco-vestite ed il Conciliabolo rivoluzionario roncallo-montiniano – ndr. -), per consumare, come risultato, la degradazione e la schiavitù della razza umana. Tutti questi politici professano una dottrina per guidare la loro condotta e, in apparenza, motivare i loro attacchi. In altri tempi i persecutori si chiamavano gellicani; il gallicanesimo non era solo un attacco alla supremazia dei Papi; con i suoi pro e contro, con le sue idee particolari su dogma, morale, disciplina e liturgia, presentava, da un lato, una concezione religiosa molto diversa da quella rappresentata dalla Chiesa e dalla tradizione cristiana; d’altra parte, ammettendo la legittimità dei prestiti usurari e l’assoluta indipendenza dei re, tendeva a creare un ordine ben diverso da quello cattolico. Da entrambe le parti, attraverso la corruzione iniziata nella società civile e nell’ordine ecclesiastico, si ritornava alle tradizioni pagane, precipitando verso la rivoluzione. Oggi, le nostre politiche si chiamano radicali, liberali, repubblicane, parlamentari, costituzionali o monarchiche – « questo è, se ci viene passata l’espressione, il titolo per decorare la facciata del negozio ». Sotto denominazioni apparentemente innocue ed anche sedicenti generose, hanno tutti, contro la Chiesa e la Santa Sede, una dottrina comune. Gambetta e Thiers pensano come Gladstone, come Minghetti, come Bismarck: sotto l’apparenza di forme ingannevoli, è nascosta sempre l’ipocrisia violenta e l’oppressione brutale. L’individuo reclama le franchigie che aiutano la corruzione, l’individuo rifiuta le franchigie della virtù; la società vuole certi diritti che si rivolgono tutti alla consacrazione della tirannia e alle latitudini della persecuzione, ma niente che si rivolga a vantaggio della verità e della giustizia cristiana. Ciò che tutti propugnano sotto vari nomi, adornandosi dei colori del benessere e della libertà, difendendo, come dicono, le immunità del potere e le prerogative dello Stato, è l’esclusione sociale della grazia di Gesù Cristo, l’oppressione della coscienza cattolica, la schiavitù della Chiesa, la confusione di tutti i poteri nella mano del principe e, per dirla in breve, il cesaro-papismo. Il cesaro-papismo è il culmine forzato, la cloaca di raccolta di tutti gli errori contemporanei, la loro formulazione dottrinale e la loro applicazione sociale; il principio storico del cesarismo è il libero esame di Lutero e il libero pensiero di Cartesio; il suo primo tentativo di organizzazione è il gallicanesimo di Luigi XIV e Napoleone; il suo attuale promotore, la massoneria; il suo esecutore di opere alte, la rivoluzione demagogica o coronata; il suo ultimo termine, è Cesare sovrano-pontefice, è il potere dio e bestia, è la legge divenuta lo strumento di sterminio del Cattolicesimo, è il grido di guerra: « I Cristiani ai leoni! ». – Dopo aver attraversato il cerchio dell’evoluzione cattolica, la civiltà è tornata al suo punto di partenza: alla guerra contro la Chiesa ed i Pontefici Romani, alla persecuzione dei Cesari. Quello che può venir fuori da questo, per il bene dell’ordine pubblico, lo possiamo imparare dal recente passato. Cento anni fa Luigi XIV poteva vedere i suoi figli sui troni d’Europa dalle profondità della tomba; il gallicanesimo fioriva ovunque all’ombra dei troni borbonici. Dove sono oggi i Borboni del patto di famiglia? L’ultima discendente di Luigi XIV è appena caduta dal trono: era una donna, una regina costituzionale, riconciliata con i nemici della sua famiglia, e, in ogni caso, secondo la teoria parlamentare, non le si poteva rimproverare nulla. Tuttavia, il trono cadde; nonostante questo gallicanesimo, supposto protettore del potere, la Francia, la Spagna, il Portogallo, Napoli e la Toscana cacciarono i Borboni; l’errore che doveva coprire questi principi contro gli sconfinamenti della Santa Sede servì solo a creare loro dei nemici; la civiltà andò addirittura in una direzione contraria agli interessi di questi Stati, e la rivoluzione, che minaccia tutti gli insediamenti umani, minaccia le razze latine con estromissioni ancora maggiori. Il mondo sta attraversando una di quelle terribili crisi da cui può nascere un cambio di stato per la proprietà e la sovranità. Ma questa nascita è laboriosa; le fazioni possono distruggere tutto, le false dottrine possono rovinare completamente questo lavoro meticoloso. A seconda della direzione, questo movimento può rialzare o abbassare tutto. Ciò che manca è la luce degli insegnamenti cattolici, i benefici della Santa Chiesa, la guida sicura della Santa Sede. La Chiesa libera sarebbe venuta in questo povero mondo con un cuore pieno di misericordia e mani piene di grazia, per guarire le sue ferite, per dirigere i suoi sforzi, per regolare le sue aspirazioni. – La rivoluzione dall’alto dà una mano alla rivoluzione dal basso per compromettere tutto; è al deviato che domanda la scienza delle soluzioni giuste e il segreto delle opere progressive. Dei Cattolici stessi, lo dico con dolore, dei cattolici vestiti con la livrea del liberalismo, accettano, in linea di principio, le dottrine della rivoluzione, quello che chiamano il suo buono spirito e le sue felici conquiste, la giustapposizione della Chiesa e dello Stato, il potere costituente e sovrano della società civile. Contro questo Cattolicesimo liberale, è giunto il momento che la Cattedra Apostolica si armi di fulmini. Nel frattempo, dobbiamo affrontare la persecuzione. La persecuzione non può sorprendere né affliggere i Cristiani. Il discepolo non è al di sopra del maestro; anche il martirio è una grazia, e quando Dio permette che le ipocrisie e la violenza della persecuzione si scatenino contro di noi, ci tratta come figli viziati dalla sua Provvidenza. Ma per ottenere la grazia legata alla persecuzione, bisogna lottare. In mezzo alle nuove lotte, dobbiamo ricordare la lunga serie di vecchie vittorie; dobbiamo ricordare le memorie che ci sostengono e i diritti che ci proteggono; dobbiamo essere santi nella nostra fame di rigori ostili, di prigioni e di catene; dobbiamo stare ai piedi della croce, aspettando di salirvi. Anche noi, quando saremo sacrificati, attireremo tutto a noi con il richiamo del sacrificio e il potere invincibile delle immolazioni. – Opponiamo dunque la nostra memoria e i nostri diritti ai nemici ciechi che si coalizzano per schiacciarci. Che questa proclamazione fermi, se ancora c’è tempo, il tradimento di oggi e prepari, in ogni caso, il beneficio delle lotte di domani. Non saremo mai noi a sottrarci alla gara di coraggio. Abbiamo un’istruzione dal cielo che ci anima al coraggio e abbellisce tutto, anche la morte: Confidite, ego vici mundum.

ZELO MASSONICO PER L’ABOLIZIONE DELLA PENA DI MORTE

ZELO MASSONICO PER L’ABOLIZIONE DELLA PENA DI MORTE

[La Civiltà Cattolica – Anno trigesimo secondo, Serie XI, Vol. VI, Quaderno 743 – Firenze, presso Luigi Mannuelli, libraio, 4 giugno 1881]

I.

Lugubre veramente, sott’ogni rispetto, è sorta fra noi la state di quest’anno. Mentre da una parte l’esecuzione della pena capitale, centro tre soldati omicidi, riscalda le ire di certa gente e fa tener vivo il fuoco artificiale della pietà umanitaria verso gli assassini; dall’altra il eh cholera-morbus, che minaccia l’Italia dal mare e dall’alpe, sbigottisce le menti così, che non si ode parlare se non di casi, di decessi, di quarantene, di lazzaretti, suffumigi, di microbi e di bacilli contagiosi: cose tutte che funestano gli animi e mostrano come Dio serbi sempre in vigore, per la sua giustizia, quella pena di morte, che i protettori degli assassini pretenderebbero dall’umana giustizia abolita per sempre e maledetta. – Or, lasciato da banda il cholera, che preghiamo la celeste Clemenza rimovere dalla nostra Italia, e posta pure da un canto la questione giuridica della pena di morte, la quale non abbisogna di nessun nuovo argomento che la giustifichi, ci piace mostrare più tosto da chi e perché propriamente venga la fittizia agitazione contro questa pena; agitazione che ora ha per effetto di ribattere nelle fantasie l’idea della morte, quando appunto l’umanitarismo sembrerebbe richiedere che più se ne allontanasse.

II.

Per indovinare d’onde venga il chiasso che si seguita a menare contro la triplice esecuzione della pena di morte, avvenuta militarmente in Italia, basta guardare i campioni che la promuovono, ed i giornali loro. Sono in genere adepti della massoneria, ed in ispecie delle sette radicali e socialistiche da essa dipendenti. Il Fascio della democrazia, che di tutte queste è portavoce il più stridulo, se non il più autorevole, dà il tono del linguaggio che tutti più o meno sdegnosamente adoperano. « La vecchia Europa è assetata di sangue; gridava esso dopo le fucilazioni degli ufficiale traditori in Ispagna e dei soldati omicidi in Napoli ed in Palermo; Italia e Spagna sono oggi le prime a dare l’esempio della reazione e dell’efferatezza. » (Num. Del 1° luglio 1884). Per questo foglio, le fucilazioni suddette sono « orribili vendette giudiziarie; » né ci regge l’amino di trascrivere le truculente parole con cui compiange gli esecutori, ed esalta le vittime segnatamente spagnuole, il cui unico delitto, dic’egli, essere stato l’amore e  l’accarezzamento d’una, « bella e fulgida idea, quella della Repubblica. » –  Sia con pace di questi signori: ma quando essi batteron mani le agli eccidii di Ponte Landolfo e di Casalduni ed alla fucilazione degli undicimila e più napolitani, chiamati briganti, perché colle anni in pugno resistevano all’invasione del loro suolo, che altro facevano essi, se non plaudire all’uccisione di vittime, che pur aveano amata un’altra idea, la quale stimavano « bella e fulgida», più ancora di quella della Repubblica? La spietata fucilazione di tante vittime del loro patriottismo non fu efferatezza pe’ nostri settarii: ma quella di tre assassini e di due traditori della bandiera, cui avean giurata fedeltà, è stata « orribile vendetta giudiziaria? » – Ma questa è la logica delle sette, le quali abborriscono dal sangue, finché si tratti del loro o di quel dei loro amici e fratelli, ma vi anelano ansiosamente, quando si tratta di quello degli avversari e de’ nemici loro. Questa gente, così umanitaria, pietosa e schifa della pena di morte, è quasi tutta uscita dalla scuola della famiglia della Giovine Italia del Mazzini. Eppure tanto questo ramo della carboneria massonica non abbominava la pena di morte, che ne’ suoi statuti si leggono i seguenti cinque arciumanitari articoli; i quali troppo si sa come spesso fossero pietosamente eseguiti.

« Art. 30. Coloro che non obbediranno agli ordini della società secreta, o che ne riveleranno il mistero saranno pugnalati senza pietà. Il castigo medesimo è riservato ai traditori.

« Art. 31. Il tribunale secreto pronunzierà la sentenza e designerà uno o due affigliati, per l’immediata sua esecuzione.

« Art. 32. Chiunque ricuserà di eseguire il decreto sarà tenuto in conto di spergiuro, e come tale ucciso su due piedi.

« Art. 33. Se il reo fugge, sarà perseguitato senza posa in ogni luogo, e dovrà esser colpito da una mano invisibile, fosse pure nel seno di sua madre, o nel tabernacolo di Cristo.

« Art 34. Ogni tribunale secreto sarà competente, non solo per giudicare gli adepti colpevoli, ma per far mettere a morte chiunque avrà colpito d’anatema. »

E gente che ha succhiato il latte dal petto di una madre così mite e dolce, ardisce dare nelle smanie contro la pena di morte applicata agli assassini?

III.

Non si creda però che l’odio alla pena di morte, sentenziata ed eseguita fuori dei covi settarii, sia per cosi dire una fisima propria soltanto di alcune speciali congreghe carbonaresche: no, esso è inerente alla Massoneria tutta intera, la quale, sotto specie di filantropia, ovunque può, si studia di farla cancellare dai codici degli Stati, o almeno di farla smettere dalla pratica e andare in disuso. – Già il più essa ha ottenuto, può dirsi in ogni paese civile; cioè che questa pena fosse di diritto e di fatto levata dai codici, per quel che riguarda i detti delitti politici. E in effetto ora, gran mercè della Massoneria, chi suscita una rivoluzione in cui periranno, se occorre, più migliaia di vite umane, non può essere giustiziato da nessun tribunale; tranne il caso nel quale la rivoluzione sia contro la setta, poiché allora la giustizia sommaria si eseguisce senza misericordia. Per tal modo la setta si è assicurata una giuridica impunità, che toglie a’ suoi adepti il timore di tentare ogni enormezza; quantunque debba questa avere per conseguenza l’eccidio di popoli e di nazioni. Dato che un vero delitto rivesta un colore solo di politico, purché non sia a danno della setta, divien per ciò stesso delitto privilegiato. Ma questo non è sufficiente La setta vuole abrogato il diritto legittimo e teorico della pena di morte in tutti gli Stati, per usurparsene essa solo l’uso, quando convenga. E intorno a questa abrogazione, promessa in Italia dalla Massoneria, abbiam davanti agli occhi nostri curiosi documenti, che non sarà inutile mettere sotto quelli dei profani.

IV.

L’anno 1865, alla congrega, divenuta pubblica dopo che Napoleone III, coll’oro e col sangue della Francia, le aveva posta in mano l’Italia, parendo d’essersi bastevolmente assodata, venne in animo di fare una prima prova per conseguire l’abolizione legale della pena di morte: ma insieme con quest’abolizione volle congiungere anche quella degli Ordini religiosi, affinché, mentre si toglieva la libertà di vivere come frati ai frati, guarentisse quella di vivere come assassini agli assassini. – Allora nel Bollettino del Grande Oriente d’Italia si presero a dare incitamenti a tutte le logge, perché si unissero a fare con una fraterna petizione, dolce violenza ai fratelli del Parlamento. – A pagina 114 del fascicolo III e IV del suddetto Bollettino, sotto il titolo Una Petizione, il Grande Oriente comunicava tutte le logge quel che segue: « I principi fondamentali che reggono ed ispirano la famiglia dei Liberi muratori,  i quali vogliono e studiano, armati della solidarietà e della scienza, la redenzione del popolo dalle catene dell’ignoranza (cioè della religione e fede cristiana) dalla cieca soggezione alle tradizioni assolute (cioè al legittimo diritto sociale ed all’autorità pubblica) ed alla miseria che abbrutisce (cioè al rispetto della proprietà altrui) non potevano lasciar indifferenti i fratelli alla alte Controversie, che stavano per aprirsi nel Parlamento italiano sull’abolizione della pena di morte e sulla soppressione delle Corporazioni religiose.Abbiamo sott’occhio parecchie tavole (lettere) di legge, le quali si volgono al Grande Oriente, perché, qual suprema magistratura dell’Ordine, coordini l’azione e gli sforzi di tutti i fratelli, imprima loro quella efficace unità, che è già per sè stessa una mezza vittoria. » Quindi partecipava al mondo massonico d’Italia la lettera della loggia Ferruccio di Pistoia, che dichiarava di « non potere rimanersi muta, ora che l’Italia si agita e si affatica a risolvere due questioni, dalle quali pende tanta parte de’ suoi destini. La soppressione delle Case religiose e l’abolizione della pena di morte vogliono estero la conquista dell’età nostra. Quella è pegno di vita più prospera alla nazione, questa fa tornare l’Italia un’altra volta alla testa dell’incivilimento. » Perciò domandava che « dai templi massonici s’alzasse la voce, a difesa delle due grandi proposte. » – Ov’è da notare di passaggio, che questa cara Massoneria, così ingenua nel beneficare ed innocente di imbrogli politici, faceva dipendere gran parte dei suoi destini nel nostro paese, dall’eccitare alla rapina dei beni de’ Corpi religiosi e dal privar questi della libera loro esistenza, e poi dall’assicurare in ogni caso la vita ai più solenni malfattori, omicidi e ribaldi, che fossero per venir su nell’Italia. Inoltre merita considerazione che, per questa onestissima Massoneria, il rubare i beni agli Ordini religiosi e dare così al popolo un esempio pubblico e legale di socialismo, era un pugno di vita più prospera alla nazione,la quale quanto se ne sia perciò prosperata, lo mostra la recente Inchiesta agraria, messa a stampa per ordine del Governo; ed il dare piena sicurtà a tutti gli assassini, che potrebbero assassinare sempre e chi si fosse e da per tutto, salva la vita, ora un far tornare l’Italia un’altra volta alla testa dell’incivilimento.

V.

Posto ciò, seguita il Bollettino, « il Grande Oriente ed il Gran Consiglio per esso, non aveva bisogno di tali manifestazioni per riconoscere l’unanimità dei fratelli, per chiedere l’abolizione del patibolo e del chiostro (Bell’accoppiamento, degno del tutto del Grande Oriente che lo ha fatto!). Egli crede che tutti i fratelli, in tutte le forme della legge concesse, debbono e sempre adoperarsi, perché cadano istituzioni dei mezzi tempi, istituzioni create dal privilegio e dalla superstiziosa ignoranza (il professare i consigli del Vangelo di Gesù Cristo è superstiziosa ignoranza!) perché siano rotte le catene che ancora inceppano il libero sviluppo dei popoli, (il quale dipende dalla rottura delle catene che inceppano la libera vita degli assassini),perché sia riconosciuta la inviolabilità della vita umana. » – Conseguentemente autorizzava che « si diramasse una petizione, formulata da un fratello, nel modo che segue: Al Parlamento italiano. I sottoscritti cittadini italiani dimandano che piaccia al Parlamento 1° di abolire la pena di morte; 2° di sopprimete tutte le Corporazioni religiose, volgendone i beni a strumento di benessere, e di civiltà (per la borsa dei giudei e dei giudaizzanti, che soli si son goduti il benessere di questa civiltà). – Poscia a pagina 110 si legge la circolare, sottoscritta dal gran cancelliere Mauro Macelli 33 :., a tutte le logge, colla quale il Grande Oriente « consigliava tutti i fratelli ad adoperarsi pel trionfo delle due grandi misure, e tutti i venerabili a diramare la petizione da farsi sottoscrivere, con tutto lo zelo possibile, anche nel mondo profano. » Dal che si deduce il modo che tiene la Massoneria, per formare la così detta opinione pubblica;  e quanto facilmente molte persone da bene, ma dolci di sale, si lascino carrucolare dagli apostoli di una civiltà, che vuole intronizzarsi mediante la rapina e la protezione degli assassini. – La petizione, ideata e caldeggiata dai massoni, non ebbe in tutto l’esito propizio che la setta se ne riprometteva. La Camera, composta di uomini che poco prima si esano promulgati da sé tutti rivoluzionari,  approvò l’abolizione del patibolo; ma il Senato fu contrario e la legge non passò. Allora nella parte ufficiale, si noti bene, nella parte ufficiale, nel fascicolo V-VII del Bollettino si stamparono, alla pagina 145 queste parole. « Liberamente e nei più convenevoli modi la nostra famiglia ha combattuto la pena di morte e gli Ordini monastici. Se la vittoria non ha coronato i suoi voti, non conviene perdersi l’animo. Gli ostacoli surti porranno in maggior evidenza fa necessità di siffatta misura, parte essenziale dell’italiano, o per dire più esattamente, dell’umano progresso. E noi dobbiamo per l’avvenire continuare sulla medesima via. » – Ma poi a pag. 189 il fratel De Poni, allora pezzo grossissimo di questa massoneria da teatro, non esitò a sfogare le ire sue sublimi, con queste parole che sono degne d’esser meditate dai senatori. « I  liberi muratori italiani dichiararono la loro opinione sulla pena di morte, diffusero lo dottrine (sofistiche) che la combattono (a vantaggio unico degli assassini), sostennero l’inviolabilità della vita umana (In prò degli assassini che la possono violare per conto proprio) e la chiesero sanzionata da legge. Il partito nella Camera elettiva (in cui prevalevano i fratelli massoni) fu vinto. Se il carnefice resta in Italia, pel bigottismo e la servile timidità del Senato, non è per questo che puntellato il patibolo: la sanguinosa e orrenda baracca cadrà al primo soffio di vento. Lo stesso possiamo dire delle Corporazioni religiose, che col sacrifizio legale di vittime umane s’hanno parentela strettissima, poiché il nodo che cinge le reni al frate e il capestro del boia non sieno che le estremità d’una medesima corda. » – E con ciò  gli sfoghi officiali ed officiosi della Massoneria italiana, nel suo Bollettino, a tutela degli assassini ed asterminio dei poveri frati, ebbero termine.

VI.

Niuno creda per altro che il rifiuto del Senato di aderire all’umanitaria petizione della setta, nocesse di molto alla vita dei trucidatori di vite umane. Tutt’altro, La pena capitale restò ferma nel codice, por alcuni pochissimi od atrocissimi casi di delitti di sangue: ma la pena, benché applicata con giuridiche sentenze, per non offendere il delicatissimo cuore dei massoni predominanti, ebbe assai rare esecuzioni. Ecco di fatto quel che ci danno le statistiche autentiche. L’anno seguente all’abolizione rigettata dal Senato, e fu il 1866, i tribunali condannarono al supplizio 81 reo, ma nessuno vi fu sottoposto, Noi 1807 si ebbero 75 condannati, ma 7 soli giustiziati. Nel 1868 furon condannati 72, e giustiziati 7. Nel 1869 sopra 111 condanne, 4 se ne mandarono ad effetto. Nel 1870, sopra 102 condannati, Vi fu un unico giustiziato. Nel 1871 si condannarono 121 e si giustiziarono 2 soli rei. Nel 1872 si ebbero condanne 41, giustizie fatte 2. Nel 1873 esecuzioni 5, sopra 72 condanne. Nel 1874, esecuzioni 3, sopra 87 condanne. Gli anni successivi, benché molte sieno state lo sentenze capitali pure non se n’è più eseguita nessuna, fino al giugno e luglio di quest’anno, quando si son fucilati i tre soldati omicidi, non tanto perché omicidi, quanto perché soldati: ed il frutto è stato che l’Italia è salita alla gloria di un primato che non ebbe mai; quello degli assassinio Così, secondo il voto della loggia massonica di Pistoia, più presto che non si fosse potuto sperare l’Italia si è messa a capo di un nuovo incivilimento, che la rende invidiata dalle Pellirosse e dagli Zulù.

VII.

Si domanderà: — Ma qual è la vera e propria ragione di questo zelo della Massoneria, per far abolire la pena di morte?

Rispondiamo che non è certo l’umanità, poiché, o volere o non volere, umano non è il Potere che assicura in ogni peggior caso la vita ai ribaldi, i quali amano lavarsi le mani nel sangue altrui; ma più tosto quello che toglie giustamente la vita agli uccisori degli altri, per difendere così la vita dei cittadini, minacciata sempre dagli omicidi impuniti. – Ma oltre ciò non è l’umanità, che muove la Massoneria a pretendere che si risparmi la vita degli assassini; giacché la setta se si abolisse la pena capitale, la rimetterebbe in vigore, subito che si levassero avversari a tentare di strapparle il predominio che si è usurpato. Fate che scoppiassero insurrezioni contro il suo Governo, che si formassero bande armate per restituire lo Stato, puta caso, al Re di Napoli o al Papa; e vedreste con che furore i fratelli massoni domanderebbero il capo, il cuore, le viscere e il sangue di quei nomici della patria, perché opposti alla tirannia loro. Fate che, perduta la signoria, la setta fosse necessitata di tornare a farsi secreta; e rivedreste i pugnali dei suoi sicari,  insanguinar di nuovo le nostre città, come prima che il Bonaparte calasse dalle Alpi per apportare all’Italia la libertà del suo giogo: con questo di più, che l’umana setta, ai pugnali od alle rivoltelle traditrici, aggiungerebbe il petrolio, la dinamite e la panclastite, tutte dolcezze umanitarie e carezze familiarissime ai buoni fratelli, per farsi rispettare dai profani e dai nemici. Non ci vengano a dire, che essi amano la mitigazione delle pene, perché il popolo più incivilito, come ora è, si rattien facilmente dal delitto con mezzi più soavi. Questo poté esser vero in passato per alcune regioni, e fu vero segnatamente per la Toscana. Ma ora con quale fronte può asserirsi vero per tutta la nostra Italia, nella quale i delitti di sangue crescono ogni anno a tale, che ella supera in ciò tutti i paesi inciviliti dell’Europa? – La civiltà massonica, che da venticinque anni in qua viene ammorbando la Penisola da un capo all’ altro, ben mostra che la sua efficacia non ha atto, se non per viziare e corrompere i popoli sui quali, come tabe cancrenosa, si diffonde. Un paese che conta più di 70,000 condannati al carcere o alla galera, che offre annualmente più di 23,000 minorenni ai tribunali da giudicare, che è ogni anno contaminato da migliaia di assassinamenti, che dà in un anno, qual è stato il 1882, quasi 1400 suicidi, non è né può dirsi paese incivilito: o ci ricordiamo di un ministro di grazia e giustizia della nuova Italia, il quale, parlando appunto della Toscana, il cui codice esclude la pena di morte, diceva necessario introdurvela; perocché la Toscana annessa al regno d’Italia, quindici anni dopo la civiltà novella, non era più la gentile Toscana dei Leopoldi, né primo, né secondo che ignorava quasi il maneggio dello stile o del coltello. – Di fatto l’esperienza prova che la civiltà massonica, compendiata nella sua pedagogia, anticristiana, atea, materialistica, è bensì ottima a fprmare generazioni di sicari e di furfanti, ma inabile a dare cittadini, cui possa competere il nome di galantuomini, nel significato antico e proprio di questa voce.

VIII.

Altre e ben altrimenti maligne sono le ragioni che incitano la setta a far la tenera, per la inviolabilità della vita degli assassini; e son sempre conformi a’ suoi principi d’odio inestinguibile ad ogni sociale potestà: « La grande campagna, scrive ottimamente l’Unione di Bologna, da tempo impresa dalla Massoneria per l’abolizione della pena di morte, ad altro non mira appunto se non che a rendere impossibile nei Principi e nei Sovrani l’esercizio pratico, effettivo, fecondo e salutare sì del diritto di pena, come di quello di grazia in quanto che, posto un limite qualsiasi ad un diritto, questo che è di sua natura indivisibile, così scisso e diviso, intisichisce e muore in tutto il resto. Col negare infatti la pena di morte, si limita e si circoscrive il diritto di punire nella parte sua più imponente, più tremenda, più esemplarmente salutare: in quella parte precisamente che rivela e dimostra l’origine divina e sovrumana di questo grande diritto, onde Dio ha investito i supremi reggitori dei popoli e delle nazioni. « Sfuma a fronte di ciò il massimo sofisma adoperato di continuo dagli abolitori della pena di morte, essendo che non si può dire che l’uomo non è padrone della vita dell’uomo, poiché solo per autorità avuta direttamente da Dio, e perciò dal Padrone assoluto della vita dell’uomo, il Principe può dannare e danna nel capo un delinquente. Ora questo supremo diritto è stato completamente emanato e naturalizzato, e molti Principi e molti Governi, ora in principio ed ora in fatto, hanno lasciato così radicalmente snaturarlo (Num. 13 luglio 1884). » – La setta, che anela a sbandire Iddio da ogni appartenenza sociale, sopra tutto lo vuol fare fuori dell’autorità. Un Re, sia pur costituzionale quanto piace, nel cui nome si condanni un reo alla morte o se liberi per grazia dopo la condanna, è un Re nella cui fronte brilla ancora un raggio di diritto divino. Or questo abbaglia l’occhio della setta, che nel Dio vivo e vero, autore e supremo Signore dell’umana società, riconosce il suo nemico. Si gridi adunque tanto, e tanto si congiuri contro la pena capitale, che si renda impossibile ad un Re, in quanto Re, di farla eseguire per diritto, ed il farla commutare per grazia. Ed in verità, seguita ragionando l’egregio diario bolognese: « Bisogna che s’invochino motivi di ordine al tutto secondario, per coonestare di qualche guisa l’esercizio effettivo di questo supremo diritto, come nel caso delle fucilazioni testò avvenute in Italia,  in cui si ricorse alla necessità di mantenere la disciplina nell’esercito, Ma questa è una vera petizione di principio, che per  nulla giustifica l’eccezione che si reca alla regola assunta di abolire in fatto la pena di morte, giacché il mantenimento della disciplina è un effetto pratico e susseguente alla fucilazione, ma non èe non può essere la ragione sufficiente della pena di morte. Tanto è vero che il soldato insubordinato e ribelle è condannato e fucilato in nome e per ordine del Principe, non mai è condannato e fucilato in nome e per ordine della disciplina, cosa astratta, senza anima e senza corpo, e quindi senza diritto, senza azione e senza forza.» – Con questo si fa chiaro il misterioso perché dello zelo massonico, per abolire nella teorica e nella pratica il ius sanguinis, il  ius gladii, inerente per intrinseca essenza alla suprema Potestà sociale, Ciò intende la Massoneria occulta; e lascia che un’altra Massoneria da strapazzo tenga il campo a rumore, con sciocchi pretesti; i quali non valgono nulla a provare la giustizia dell’adizione di quel diritto, ma valgono molto renderne frustraneo ed esoso l’esercizio.

STORIA APOLOGETICA DEL PAPATO – Introduzione (1)

STORIA APOLOGETICA DEL PAPATO DA SAN PIETRO A PIO IX

DI MONS. FÈVRE

Protonotario apostolico

I Papi non hanno bisogno che della verità

(J. DE MAISTRE, “du Pape”, lib. II, Cap. XIII)

TOMO PRIMO

PARIGI – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMBRE, 13 – 1878

DICHIARAZIONE  DELL’AUTORE.

Se, in questo libro, ho dato il nome di santo a qualche personaggio non ufficialmente canonizzato, dichiaro, conformemente al decreto di Urbano VIII, che ho parlato come storico e senza voler invadere il dominio della giurisdizione pontificia. Inoltre, se c’è in quest’opera qualche parola o frase di significato oscuro, equivoco od impreciso, protesto che la mia intenzione è che sia presa nel senso più ortodosso e più conforme al sentimento della Chiesa Romana, madre e padrona di tutte le Chiese. L’autore di questo libro, sacerdote per grazia di Gesù Cristo e prelato per autorità della Santa Sede, dichiara di essere cattolico, apostolico, romano, e adotta senza riserve le conseguenze di questa dichiarazione. Infine, sottoponiamo il nostro libro e tutte le nostre parole, così come le nostre opere precedenti e la nostra persona, alla censura della Santa Chiesa, il cui capo visibile ed infallibile è il Sovrano Pontefice Pio IX, il Papa dell’Immacolata Concezione, del Sillabo e del Concilio.

JUSTIN FÈVRE,   Protonotario.

A PIO IX PONTEFICE MASSIMO

INTRODUZIONE – 1 –

La pubblicazione di una Storia Apologetica del Papato risveglia nella mente una domanda preliminare: a cosa serve, dice il lettore devoto, e a quale scopo? Il Vicario di Gesù Cristo, depositario e propagatore della luce e dell’amore divino, avrebbe bisogno di scuse? E la storia dei suoi benefici millenari non ha forse una sua giustificazione? – Per il credente, senza dubbio, per il lettore cristiano, il Papato non ha bisogno di difesa; più lo si difende, più si deve anche temere di sembrare di dare ragione all’accusatore e di scuotere la fede dei buoni cattolici. Tuttavia, se si va al fondo delle cose, se si penetra nel mistero dell’istituzione pontificia, si vedranno scomparire queste delicatezze, e si capirà non solo che non c’è pericolo nel difendere i Papi, ma che c’è il dovere di difenderli se vengono attaccati, e che questa apologia, se è tanto decisiva quanto necessaria, deve essere, per le menti stanche o agitate, un raggio di grazia e di salvezza.

I. La Chiesa quaggiù è, secondo la grande dottrina di Mœhler, l’incarnazione permanente di Gesù Cristo, e il capo della Chiesa è il vicario di Gesù Cristo sulla terra, rappresentandolo, non del Dio della gloria, ma del Dio di Betlemme e di Nazareth, del Cedron e del Golgota, il continuatore mistico dell’Uomo-Dio, umiliato, perseguitato, crocifisso per redimere l’uomo dal peccato originale e per restituirlo, per quanto lo richiede l’economia della salvezza, all’ordine soprannaturale della grazia. Queste esigenze del peccato, da un lato, e, dall’altro, questa meta sublime e difficile della Redenzione, preannunciano il destino del Sovrano Pontefice. Se torno alla culla dell’umanità, vedo prima di tutto l’uomo posto in un giardino di delizie; poi vedo il paradiso perduto, l’uomo esiliato sulla terra, che scende la china della degradazione continua, e sepolto sotto le acque vendicatrici del diluvio. Non appena la razza umana rinasce dal sangue di Noè, dimentica la punizione provvidenziale, ritorna alla sua corruzione, cade nell’idolatria, al punto che, per impedire la dissoluzione degli insediamenti umani e la distruzione della specie, Dio è costretto a scegliere un piccolo popolo che sottopone alla verga della legge mosaica, mentre abbandona il resto alla frusta dei conquistatori, alla furia della guerra, alla durezza della schiavitù, a tutti i progressi dell’abiezione. L’uomo è creato per gli splendori della luce e non ama più. È chiamato all’onore delle virtù e si diletta nella bassezza del vizio; deve vivere in vista delle beatitudini eterne e, rinunciando alla speranza, non vuole più che le gioie fugaci e ingannevoli del tempo. Il suo peccato diventa come una seconda natura che soffoca la prima; la sua degradazione gli sembra preferibile ad ogni grandezza. Ora il Papa è sulla terra il sovrano dispensatore dei misteri di Dio; egli non deve badare solo all’integrità ed alla purezza dei mezzi di salvezza; deve ancora portarli alle ultime profondità della vita intellettuale e morale del genere umano, per rigenerare la natura caduta, per santificarla in tutte le sue relazioni ed in tutte le sue opere. – Non sarebbe conoscere la degradazione primitiva e le sue formidabili conseguenze se non si scoprisse in essa una fonte di opposizione permanente alla missione dei Sovrani-Pontefici. La missione del Papa è di applicare, come capo supremo della Chiesa, il merito e la luce della Redenzione all’umanità degradata. Il mondo, da parte sua, è sempre pronto a ribellarsi alla verità ed alla grazia, e si sforza costantemente di non limitare le deviazioni della sua ragione e le debolezze della sua volontà. Piuttosto essere contaminati che rivivere: questo è il sentimento segreto, spesso il grido pubblico di molti. Dalle passioni attaccate nelle loro ultime roccaforti ed evocate per mantenerne il possesso, nasce la guerra alla Santa Chiesa. Questa è la fonte primaria della lotta contro il Pontificato; la sua origine non deve essere cercata più in là. L’uomo è come un cavallo indomito che rifiuta il freno; la società è come un malato che rifiuta di essere curato; e nelle debolezze come negli eccessi di forza c’è sempre un sentimento di odio, uno scatto d’ira, un piano per attaccare il benefattore della razza umana, troppo felici quando l’attacco non arriva se non al crimine. Questo crimine, che sembra confondere i piani di Dio, al contrario, ne assicura il misericordioso compimento. Per la salvezza del mondo era necessaria una vittima; per mantenere intatta la luce della rivelazione, per preservare questo povero mondo dalla corruzione, bisognava aggiungere nuovi nomi al martirologio e offrire nuove vittime all’altare. Il Pontificato è la continuazione di Gesù Cristo; ora il Salvatore ha redento l’umanità, e se viene innalzato alla gloria, è dopo essersi costituito il principio e la fine della Redenzione morendo sulla croce. Non c’è redenzione o trionfo senza crocifissione. La vita, il sublime destino, l’augusta missione dei Papi, è una vita di lotte, un destino di sacrificio, una missione di dolore mortale e di angoscia senza fine. I Pontefici romani non sono elevati così in alto se non col fine di dominare, dal vertice della grandezza, l’immenso orizzonte in mezzo al quale essi hanno ad ogni passo, una lotta da sostenere contro i nemici di Cristo. Se non si vedessero in tutte le ore del giorno e della notte combattuti dall’errore dei figli deviati e dalle passioni dei figli corrotti, non sarebbero allo stesso grado riconoscibili come veri vicari di Gesù crocifisso, per compiere la missione ricevuta dal Padre celeste. Un Papa misconosciuto, perseguitato, crocifisso: questi è il vero Papa! Così profondo è questo piano, che Gesù Cristo ha stabilito l’Apostolo San Pietro come suo Vicario qui sulla terra solo dopo avergli offerto in spettacolo il grande esempio del Calvario, e che non ha affidato le pecore e gli agnelli alle sue cure se non dopo aver ottenuto tre volte la protesta del suo amore. Gesù Cristo chiese a Pietro di provargli che aveva la forza di soffrire, e la protesta di Pietro fu che, come amante di Gesù Cristo, sarebbe stato capace di prosciugare il calice della tribolazione fino alla fine. – Il Pontificato, dunque, è veramente il martirio o la via del martirio; è la battaglia o un luogo fortificato sempre pronto a sostenere il combattimento; è la morte o una continua disposizione dell’anima a sfidare la morte. Perché tutto questo bagliore di gloria, tutta questa grandezza di rispetto con cui il mondo pronuncia il nome dei Sovrani Pontefici? È perché il mondo sappia che il Papa è la seconda vittima del Calvario, sempre pronto a soffrire ed a morire, proprio quando sarà necessario che un uomo si voti alla morte per la salvezza del popolo. La Chiesa e il mondo cattolico vogliono circondare di grandezza e di gloria il trono, o, per meglio dire, la croce dei Sovrani Pontefici. Ma non è un trono di grandezza mondana che erge al successore  di San Pietro l’affetto dei popoli; è piuttosto una testimonianza di venerazione e di gratitudine per il sangue di un martire dell’anima. Il Pontificato, inoltre, non è annientato perché soffre persecuzione. La più grande prova, al contrario, della sua necessaria e riconosciuta esistenza, forte ed immortale, è la serie ininterrotta di attacchi che, ora in un modo, ora in un altro, si elevano contro la Santa Sede, senza che il Papa sia spaventato, nella sua lunga e gloriosa carriera, né dalle passioni ausiliarie sempre pressanti, né dalle idee false, né dalle idee solo in parte vere che accettano il concorso delle passioni. Non è di logica perfetta assicurare, come si fa oggi, che l’uomo decaduto non abbia bisogno della guida e dell’insegnamento dei Papi, e che la società pubblica possa distruggere il Sovrano Pontificato senza farsi alcun male. Trovo persino queste affermazioni volgari e puerili. Respingendo i Papi in nome delle proprie idee e passioni personali, gli uomini mostrano al contrario la necessità di una direzione suprema; e dichiarando una guerra implacabile al Pontificato, la società civile è meglio in grado di scoprire l’inadeguatezza delle sue leggi, l’impotenza delle sue forze ed il bisogno di un centro fissato da Dio. – Dal semplice punto di vista del senso comune, non è logico dire, perché un vigoroso destriero rifiuta il suo freno, che questo freno sia inutile; questo freno, che rifiuta con forza, gli è ancor più necessario. Questo è ciò che chiamiamo, nella società, bisogno pressante, desideri generali, fatalità di circostanze, cose che possono essere ammesse in una società puramente umana e variabile, purché rispondano ad interessi legittimi e siano suscettibili di una formula di applicazione. Nelle istituzioni divine, tale ragionamento non è applicabile. Chi ha più bisogno dell’autorità di un padre se non il figlio che rifiuta questa autorità? Nonostante queste illusioni infantili e queste lotte incessanti, il Pontificato continuerà, e non solo continuerà, ma il brillare dei suoi trionfi si misurerà con la grandezza delle sue lotte: ad ogni vittoria, il Pontificato appare più cattolico e la sua influenza diventa più universale. Noi non proviamo alcuna inquietudine per la sorte della Cattedra Apostolica, né da parte dei persecutori perché si chiamano Nerone, né da parte dei filosofi perché si chiamano Celso, né da parte degli eretici perché si chiamano Lutero o Giansenio, né da parte dei poeti perché si chiamano Voltaire o Béranger, né da parte dei socialisti perché si chiamano Mazzini o Proudhon, né dai politici perché si chiamano Cavour o Bismarck. Povere creature, che hanno creduto, con delle mani di carne, di fermare il carro di fuoco di Ezechiele! Il carro li ha schiacciati con il peso della sua forza ed eclissati con lo splendore della sua gloria. Non solo non mi preoccupo dei clamori, non ho paura degli attentati che si elevano contro la Santa Sede, ma, a questo spettacolo, sento nel mio cuore un non so che di gioia. Se il Pontificato romano non fosse una grande istituzione, un’istituzione più grande del mondo, non sarebbe scosso dalle passioni terrene, attaccato dalle ambizioni che ne congiurano la rovina. Perché allora queste grida di rabbia non si alzano contro i sovrintendenti del protestantesimo, contro i rabbini della sinagoga, contro gli interpreti del Corano, contro i poteri religiosi dei falsi culti? Poiché queste stesse idee, queste stesse passioni che combattono il Pontificato, lo considerano come un’istituzione potente, come l’unico nemico da temere, dimenticano naturalmente tutto il resto; esso non ispira loro alcun terrore. Inoltre, se temete il Pontificato, voi che vi proclamate padroni del mondo, è perché il Pontificato vi supera in potenza: così lo confessa il vostro cuore, così lo proclamano i vostri sforzi disperati. Cosa otterrete dunque immolando uno o due Papi? Voi farete diventare vera alla lettera la parola di Gesù Cristo; prenderete la vita di un uomo, ma darete nuova forza all’istituzione. Farete del Papa un martire, ma alla triplice corona aggiungerete nuove palme: in altre parole, fornirete le prove più persuasive a favore della divinità dell’istituzione apostolica. In poche parole, il Papa rappresenta la reazione contro il peccato originale ed il principio della Redenzione; l’individuo e la società si mostrano, al momento attuale, come sono sempre stati, degradati e refrattari. Il Papa può sempre essere crocifisso; i Giudei hanno potuto anche aver crocifisso Gesù Cristo, e se la società europea vuole spargere il sangue del giusto, potrà farlo; ma questo sangue ricadrà su di essa e sui suoi figli: sui suoi figli, che vagheranno senza legge, senza altare, nel mondo delle prevaricazioni, e saranno allora costretti a gridare dal profondo della loro miseria in mezzo a rivoluzioni senza fine: « Il vicario di Gesù Cristo era veramente il salvatore e il padre dell’Europa! » La persecuzione e il martirio sono dunque la condizione naturale della vita del Sovrano Pontefice. La forza dell’istituzione pontificia non viene meno dal fatto che sia nata sul Calvario e che, da questo monte cosparso di sangue, diffonda la luce sul mondo prostrato ai suoi piedi e che chiede misericordia. È in spirito di fede e di pietà che abbreviamo la storia del Papato in questa breve formula; primo, per consolare le anime che si lasciano turbare dal rumore delle tempeste; secondo, per mostrare agli attuali nemici della Santa Sede che non hanno il merito dell’originalità nella lotta. In questo concorso di persecuzione, al contrario, sono solo essi che sostengono una causa che è persa in anticipo, e questa sconfitta infallibile, che assicura la loro disgrazia nella storia, prepara per la Cattedra apostolica solo un supplemento di gloria e di potere.

II. Gesù Cristo, Figlio di Dio fatto uomo, è il Salvatore del genere umano, e il Sovrano Pontefice, successore di San Pietro, è, per la salvezza degli uomini, il Vicario di Gesù Cristo. L’opera storica dei Romani Pontefici è dunque, attraverso i secoli, l’estensione misteriosa dell’Incarnazione del Figlio di Dio e della nostra Redenzione attraverso la Croce: è un faro innalzato sulla montagna per illuminare i popoli; è un’istituzione di grazia per rigenerarli, e quindi un segno di contraddizione eterna. La guerra contro tutte le passioni dell’umanità è il comando che i Papi hanno ricevuto dall’alto; la resistenza spesso offensiva e gratuitamente aggressiva di tutte le passioni contro la Santa Sede è la risposta ordinaria dell’umanità. Benefici celesti, benefici poco conosciuti: questa, in poche parole, è la storia della Monarchia Pontificia. Questa guerra di passioni contro la Santa Sede ha attraversato tre fasi nella sua evoluzione bimillenaria: una fase di persecuzioni sanguinose, una fase di eresie e scismi, una fase di ipocrita oppressione della tirannia. Da tre secoli stiamo attraversando quest’ultima fase. L’obiettivo dei nemici del Papato è il suo annientamento. È scritto che non prevarranno; non solo essi vogliono prevalere, ma dominare tutto, e anche se non ci riescono mai, ci provano sempre. I loro attacchi abbracciano e imbarazzano tutta la storia dall’Età della Grazia, dice Rohrbacher, ma la imbarazzano solo in quanto rimandano la concessione e lo sbocciare di grandi benedizioni. Ora, in questa lunga guerra contro la Santa Sede, i suoi nemici hanno seguito quattro piani distinti: 1° rovesciarla con la violenza; 2° degradarla con l’umiliazione; 3° privarla di ogni appoggio esterno per lasciarlo solo di fronte alla rivolta; 4° asservirla a Roma o tenerla lontano da essa, per confinarla ad Avignone o a Gerusalemme (quest’ultimo è il piano attuale che ha coinvolto Gregorio XVII prima e poi Gregorio XVIII – ndr- ). Il piano di distruzione con la violenza risale a Nerone, che fece crocifiggere il primo Papa. I Cristiani, condannati allo sterminio, non potendo trovare riparo, si rifugiavano nelle catacombe. I successori di San Pietro, anche quando furono inseguiti in questi passaggi sotterranei, furono strappati dall’altare dove consacravano il pane della vita e dal pulpito da cui riversavano parole di speranza immortale. L’annientamento della loro opera e del loro potere fu perseguito con la stessa implacabilità dai Traiani e dai Domiziani, dai Diocleziani e dai Marco Aureli. L’odio della Cattedra Apostolica esasperava non meno gli uomini di Stato del Palatino e i giureconsulti del Foro che la vile moltitudine degli anfiteatri e dei carnefici del circo. Era persino diventato un assioma che era meglio tollerare un rivale con la porpora che un Papa a Roma. Diocleziano arrivò persino a trascurare la difesa dell’impero per sterminare con più efficacia i Cristiani. Nonostante l’energia dell’attacco, l’estensione delle sue risorse e gli scoppi progressivi della sua furia, cosa fecero i Cesari dopo due secoli e mezzo di guerra ad oltranza? Un’ammenda onorevole, un atto sfolgorante di omaggio e di sottomissione al Papato, nella persona di Costantino! Il tempio del Vaticano e la città del Bosforo sono ancora lì come due trofei che testimoniano di questa vittoria. – Il progetto di degradazione attraverso l’umiliazione segue il progetto di distruzione mediante la violenza: è il sistema dei degenerati successori di Costantino, dei re barbari e dei Cesari tristi di Bisanzio. Durante tutto questo periodo, il capriccio degli imperatori prolungò le vacanze della Sede apostolica. Il Papato è talmente asservito, che i Pontefici eletti non possono prendere possesso senza un placet dei governanti. Nell’esercizio delle loro funzioni, incontrano solo ostacolati e traversie. Le imprese di Costanza e Valente sono ben note. Odoacre, dopo la morte di Simplicio, dichiarò nulla ogni elezione fatta senza il suo consenso. Teodorico fece morire Giovanni I, rifiutò un’elezione legittima e scelse Felice a suo piacimento. Suo nipote, Atalarico, causò lo scisma tra Bonifacio e Dioscoro. Teodato fece accettare il suo prescelto, Papa Silverio, sotto pena di morte; Belisario e Teodora nominarono, allo stesso tempo, Vigilio a Costantinopoli. Nessuno ignora oggi gli attacchi di Luitprando, di Rachis, Astolfo, Didier, di Leone l’Isaurico e di Costantino Copronimo. Furono esaurite lungo tre secoli, quindi, tutte le risorse della brutalità e della perfidia; per tre secoli, i Papi furono perseguitati, spogliati dei loro beni, oltraggiati, assassinati. Certamente, se questo progetto non è riuscito, non è stata né per mancanza di zelo né per mancanza di perseveranza. – E il risultato? Carlo Magno dà gli ultimi ritocchi alla costituzione del potere temporale dei Papi. Se il piano di umiliare il Papato non riuscì meglio di quello di annientarlo, bisogna ora isolarlo, secolarizzarlo e lasciare che sia la rivoluzione ad agire contro di esso; questo è il sistema in vigore alla caduta dell’Impero Carovingio.

II. Gesù Cristo, Figlio di Dio fatto uomo, è il Salvatore del genere umano, e il Sovrano Pontefice, successore di San Pietro, è, per la salvezza degli uomini, il Vicario di Gesù Cristo. L’opera storica dei Romani Pontefici è dunque, attraverso i secoli, l’estensione misteriosa dell’Incarnazione del Figlio di Dio e della nostra Redenzione attraverso la Croce: è un faro innalzato sulla montagna per illuminare i popoli; è un’istituzione di grazia per rigenerarli, e quindi un segno di contraddizione eterna. La guerra contro tutte le passioni dell’umanità è il comando che i Papi hanno ricevuto dall’alto; la resistenza spesso offensiva e gratuitamente aggressiva di tutte le passioni contro la Santa Sede è la risposta ordinaria dell’umanità. Benefici celesti, benefici poco conosciuti: questa, in poche parole, è la storia della Monarchia Pontificia. Questa guerra di passioni contro la Santa Sede ha attraversato tre fasi nella sua evoluzione bimillenaria: una fase di persecuzioni sanguinose, una fase di eresie e scismi, una fase di ipocrita oppressione della tirannia. Da tre secoli stiamo attraversando quest’ultima fase. L’obiettivo dei nemici del Papato è il suo annientamento. È scritto che non prevarranno; non solo essi vogliono prevalere, ma dominare tutto, e anche se non ci riescono mai, ci provano sempre. I loro attacchi abbracciano e imbarazzano tutta la storia dall’Età della Grazia, dice Rohrbacher, ma la imbarazzano solo in quanto rimandano la concessione e lo sbocciare di grandi benedizioni. Ora, in questa lunga guerra contro la Santa Sede, i suoi nemici hanno seguito quattro piani distinti: 1° rovesciarla con la violenza; 2° degradarla con l’umiliazione; 3° privarla di ogni appoggio esterno per lasciarlo solo di fronte alla rivolta; 4° asservirla a Roma o tenerla lontano da essa, per confinarla ad Avignone o a Gerusalemme (quest’ultimo è il piano attuale che ha coinvolto Gregorio XVII prima e poi Gregorio XVIII – ndr- ). Il piano di distruzione con la violenza risale a Nerone, che fece crocifiggere il primo Papa. I Cristiani, condannati allo sterminio, non potendo trovare riparo, si rifugiarono nelle catacombe. I successori di San Pietro, anche quando furono inseguiti in questi passaggi sotterranei, furono strappati dall’altare dove consacravano il pane della vita e dal pulpito da cui riversavano parole di speranza immortale. L’annientamento della loro opera e del loro potere fu perseguito con la stessa implacabilità dai Traiani e dai Domiziani, dai Diocleziani e dai Marco Aureli. L’odio della Cattedra Apostolica esasperava non meno gli uomini di Stato del Palatino e i giureconsulti del Foro che la vile moltitudine degli anfiteatri e dei carnefici del circo. Era persino diventato un assioma che era meglio tollerare un rivale nella porpora che un Papa a Roma. Diocleziano arrivò persino a trascurare la difesa dell’impero per sterminare con più efficacia i Cristiani. Nonostante l’energia dell’attacco, l’estensione delle sue risorse e gli scoppi progressivi della sua furia, cosa fecero i Cesari dopo due secoli e mezzo di guerra ad oltranza? Un’ammenda onorevole, un atto sfolgorante di omaggio e di sottomissione al Papato, nella persona di Costantino. Il tempio del Vaticano e la città del Bosforo sono ancora lì come due trofei che testimoniano di questa vittoria. Il progetto di degradazione attraverso l’umiliazione segue il progetto di distruzione mediante la violenza: è il sistema dei degenerati successori di Costantino, dei re barbari e dei Cesari tristi di Bisanzio. Durante tutto questo periodo, il capriccio degli imperatori prolungò le vacanze della Sede apostolica. Il Papato è talmente asservito, che i Pontefici eletti non possono prendere possesso senza un placet dei governanti. Nell’esercizio delle loro funzioni, incontrano solo ostacolati e traversie. Le imprese di Costanza e Valente sono ben note. Odoacre, dopo la morte di Simplicio, dichiarò nulla ogni elezione fatta senza il suo consenso. Teodorico fece morire Giovanni I, rifiutò un’elezione legittima e scelse Felice a suo piacimento. Suo nipote, Atalarico, causa lo scisma tra Bonifacio e Dioscoro. Teodato fece accettare il suo prescelto, Papa Silverio, sotto pena di morte; Belisario e Teodora nominarono, allo stesso tempo, Viglio a Costantinopoli. Nessuno ignora oggi gli attacchi di Luitprando, di Rachis, Astolfo, Didier, di Leone l’Isaurico e di Costantino Copronymo. Furono esaurite lungo tre secoli, quindi, tutte le risorse della brutalità e della perfidia; per tre secoli, i Papi furono molestati, spogliati dei loro beni, oltraggiati, assassinati. Certamente, se questo progetto non è riuscito, non è stata né per mancanza di zelo né per mancanza di perseveranza. E il risultato! Carlo Magno dà gli ultimi ritocchi alla costituzione del potere temporale dei Papi. Se il piano di umiliare il Papato non riuscì meglio di quello di annientarlo, bisogna ora isolarlo, secolarizzarlo e lasciare che sia la rivoluzione ad agire contro di esso; questo è il sistema in vigore alla caduta dell’Impero Carovingio. La storia del Papato non ha un’epoca più disastrosa. L’Italia è attaccata da tutte le parti, dai Magiari, dai Normanni e dai Saraceni. La città eterna non è altro che un conglomerato di piazze fortificate con torri. Gli Stéfaneschi dominano il Gianicolo, i Frangipane il Palatino; qui i Conti, là i Massimi; ovunque formidabili fortini muniti di bastioni. La mole di Adriano, affacciata sull’unico ponte che collega le due sponde del Tevere, è la fortezza dei Cenci, saccheggiatori che depredano senza pietà tutti i passanti. Intorno a Roma, si vedono solo castelli abitati da briganti e campagne devastate da legioni di banditi. Cosa ne è stato del Papato? Nel 965, Rodfredo rapì il Papa e lo gettò in una fortezza della Campania. Otto anni dopo, Benedetto VI viene strangolato. Un antipapa deruba la tomba degli Apostoli… Dono II viene assassinato. Giovanni XIV muore di fame in un oscuro sotterraneo. Giovanni XV è rinchiuso in Vaticano (… nulla di nuovo anche oggi, sotto il sole – ndr.-). Poco dopo, le elezioni pontificie passano nelle mani degli imperatori tedeschi. Certamente, mai la barca di Pietro era stata assalita da una tempesta più violenta; mai era stata così vicina ad essere inghiottita in questo oceano oscuro, coperta dai resti delle istituzioni umane sgretolate. « Epoca nefasta – esclama Baronio, – in cui la Sposa di Cristo, sfigurata da una terribile lebbra, divenne la zimbella dei suoi nemici! » Fu un’epoca doppiamente nefasta, possiamo aggiungere, perché la società vedeva anche cadere i suoi principi e svanire le sue speranze. E il risultato? Il Papato risollevato da Ildebrando, che esercitava un potere incontrastato sulle nazioni cristiane e in tutte le sfere dell’attività sociale, da Gregorio VII a Bonifacio VIII. – Infine, rimane un ultimo progetto, più moderato degli altri, che non vuole né distruggere, né umiliare o secolarizzare il Papato, ma portarlo fuori dall’Italia: questo è il sistema scelto durante il soggiorno dei Papi ad Avignone. Questo soggiorno, chiamato dagli stessi italiani la cattività di Babilonia, non aggiunse nulla al prestigio del Papato e fu un elemento di durata per il grande scisma d’Occidente; Roma e l’Italia vi trovarono almeno prosperità? Ughelli risponde che « … le disgrazie degli italiani durante l’assenza dei Papi superavano di gran lunga quelle subite dalle orde barbariche ». Sfogliando Muratori, vediamo rinnovarsi e aggravarsi le disgrazie delle epoche passate. Famiglie potenti dominano o contendono nelle città principali; bande di predoni devastano le campagne: questo è il decimo secolo con gli elementi aggiuntivi di empietà e libertinaggio. Roma, tuttavia, è divisa tra gli Orsini e i Colonna. La popolazione diminuisce. La parte abitata della città presenta uno spettacolo rivoltante di abbandono e desolazione; le strade sono ingombre di detriti; le basiliche sono disadorne, gli altari spogliati, le funzioni senza maestà; niente più viaggiatori, nessun pellegrino; ovunque i furfanti commettono furti, rapine, omicidi ed ogni tipo di crimine. « Roma – dice Petrarca – tende le sue braccia smagrite verso il Papa, e il seno d’Italia, implorando il suo ritorno, è gonfio di singhiozzi di dolore. » – Siete felici, Romani? I rovi laddove i vostri padri incoronavano gli eroi; le vigne sul campo della vittoria; un giardino cresciuto nel Foro ed i banchi dei senatori nascosti dal letame: ecco i monumenti che ricordano i trionfi dei Colonna, degli Arnaldo da Brescia, dei Brancaleone e dei Rienzo. Ammirevole attenzione della Provvidenza e legge misteriosa della storia! In ogni prova del Papato, Dio tira fuori dai suoi tesori un grande uomo, e il grande uomo è grande solo quanto la sua devozione alla Cattedra Apostolica. Dopo le persecuzioni, Costantino; dopo le umiliazioni, Carlo Magno; dopo le lacrime, Gregorio VII, Innocenzo III, Gregorio IX e Bonifacio VIII; dopo la traslazione, Nicola V, Pio II, Giulio II, Leone X, San Pio V e Sisto V. Al contrario, coloro che si scontrano contro la pietra fondamentale della Chiesa si sfracellano nel loro potere, e immancabilmente si sviliscono agli occhi dei posteri.

III. La storia del Papato ci viene offerta sotto due aspetti diversi, uno terreno, l’altro celeste; da un lato le prove, dall’altro i trionfi. Il Papa è sempre perseguitato, egli è sempre vittorioso sulla persecuzione. Due forze, le uniche i cui successi sono durevoli, lo aiutano a conquistare questa vittoria perpetua: la forza di Dio e la forza dell’uomo, l’assistenza dall’alto e la fedele corrispondenza alle grazie che rafforzano la natura. Tra le qualità eminenti che sono state per la Santa Sede il risultato della sua fedeltà all’aiuto del cielo, ce ne sono due principali che spiegano quasi tutta la sua storia: la consumata prudenza e il coraggio passivo a tutta prova. Il mondo si muove lentamente, e nello sviluppo del suo destino è soggetto ad una doppia legge: da un lato, la materia deve servire alla santificazione dello spirito; dall’altro, gli eventi sulla terra devono coltivare i semi della creazione e della grazia, in modo da glorificare Dio. L’errore e la colpa degli uomini che sono a capo delle cose umane è quella di ignorare questa doppia legge e di voler precipitare il movimento dei secoli. Nell’impazienza del loro genio o nell’infermità delle loro passioni, vogliono piegare i fatti secondo le loro opinioni personali, concentrarsi sul benessere dell’attività dei popoli e creare chi la società, chi la religione, chi un partito, chi il futuro. Lavorando contro la volontà di Dio, tutti questi uomini consumano la loro vita in questo arduo lavoro, e quasi sempre, prima di morire, vedono le cose stesse che hanno arbitrariamente regolato, ridersi dei loro disegni. Leggete la storia: vedrete chiaramente questa contraddizione perpetua tra la volontà dell’uomo e il successo dei suoi sforzi. Alessandro, Cesare, Napoleone, grandi uomini e grandi popoli subiscono tutti le stesse vicissitudini. La forza può assicurare loro il successo per un giorno, ma la forza è solo una grande debolezza quando non è il braccio della verità. Il conquistatore scompare e con lui la sua opera. Solo sa quello che fa chi serve Dio nella sua Chiesa e che, volgendo le cose passeggere al trionfo dei principi permanenti, prende consiglio non dagli interessi transitori, ma dalle leggi che rimangono: questa è stata una virtù dei Pontefici ed il principio della loro prudenza. Durante i primi tre secoli della Chiesa, contenti del loro pane quotidiano e dei loro doveri, vissero poveri e morirono martiri. Estratti dalle catacombe da Costantino, arricchiti dalla pietà dei fedeli e degli imperatori, sono rimasti semplici nei loro desideri, l’anima umile e forte, le mani aperte. Alla caduta dell’impero, spesso minacciati, imprigionati, esiliati, colpititi, sostennero con la loro maestà la confusione del Basso Impero e attutirono l’urto delle invasioni. Nel IX secolo, l’indebolimento dell’Impero d’Oriente, la protezione dei re franchi contro gli attacchi dei re longobardi, e l’amore dei romani, sollevano il trono temporale dei Papi. – Infine, sempre tranquilli circa i piani di Dio, sempre impegnati a diffondere la vita, la luce e l’amore di cui hanno il deposito, i Sommi Pontefici non fanno violenza agli eventi; li ricevono dalla mano di Dio, che li produce o li permette, limitandosi, quando si compiono, a comportarsi nei loro confronti secondo le regole della sapienza cristiana. Questo non è il ruolo che piace all’orgoglio, l’azione che colpisce gli occhi distratti; ma poiché questa azione e questo ruolo sono conformi ai disegni della Provvidenza e alla natura delle cose, assicurano alla Cattedra Apostolica la situazione che le è propria, incomparabile per durata, legittimità e successo, a nessun’altra situazione. Quella pazienza così meritoria nei confronti del tempo, quella saggezza così perspicace alla presenza di principi, saggezza e pazienza che elevano così in alto la prudenza pontificia, diventano più degne di attenzione, se si considera che non solo richiedono una fede imperturbabile nel futuro, ma richiedono anche un coraggio eroico per resistere alla rapidità e alla violenza degli eventi. Il coraggio che i Pontefici romani devono mostrare non è quello del soldato che affronta la morte donandola, coraggio stimabile quando è giusto, comune tra gli uomini del resto. È un coraggio più difficile e più raro, quello che sopporta freddamente i risentimenti e le carezze dei principi e dei popoli; quello che, alieno da ogni esaltazione, senza speranza umana, sacrifica il riposo alla coscienza e affronta quelle tristi morti in prigione, nel bisogno e nell’oblio. C’è una difficoltà? I Papi negoziano, e nei loro negoziati spingono la condiscendenza fino ai suoi limiti. Dopo aver atteso, approfittando delle circostanze, giunta la preghiera alla rivendicazione dei diritti, se il persecutore persiste, i Papi presentano le mani alle catene e la testa al carnefice, offrendo in tutta la sua purezza lo spettacolo di una giustizia umile e spoglia alle prese con l’orgoglio della forza. Da Nerone a Diocleziano, restano nella capitale dell’impero, consci del tipo della loro morte perché avvertiti da quella dei loro predecessori, e tranne uno che fu sottratto dalla vecchiaia alla spada, tutti ebbero la gloria di essere colpiti sulla loro sede. Da Diocleziano a Michele Cerulario, passando per Costanza, Valente, Costantino Copronimo, Leon l’Isaurico, e tutta quella serie di principi codardi, di donne vili ed eunuchi ambiziosi, le cui bassezze inette hanno dato il loro nome alla storia di Costantinopoli, vediamo i Papi respingere inesorabilmente le sottigliezze greche, subire le pretese di un prefetto imperiale, prendere la via dell’esilio piuttosto che cedere, e resistere, se necessario, fino allo spargimento del loro sangue. Nel Medioevo, le guerre dei signori, i vincoli del feudalesimo tendenti ad imbrigliare la Chiesa nei pesi del vassallaggio, l’ambizione dei Cesari tedeschi, ci mostrano in Gregorio VII, Innocenzo III, Gregorio IX, Innocenzo IV, Bonifacio VIII, e, molti altri, il coraggio dei Papi sempre uguale a se stesso. Infine, ai nostri giorni, gli attacchi della rivoluzione fornirono a Pio VI, Pio VII e Pio IX l’opportunità di salire alle altezze di Leone, Gregorio ed Innocenzo. (Oggi l’infame setta dei massoni-kazari e dei finti-ecclesiastici falsi profeti, ha eclissato il Papa imprigionandolo e rendendolo impedito nelle sue funzioni ma … fino a quando vincerà la bestia e l’anticristo? … ma noi Cattolici lo sappiamo già dall’Apocalisse! – ndr. -). In breve, dall’epoca della grazia, la verità non ha avuto alcun difensore perpetuo se non il Vescovo di Roma. I vescovi greci hanno consegnato la Chiesa d’Oriente ai teologastri coronati di Bisanzio; i vescovi inglesi hanno venduto le chiese della Gran Bretagna ad Enrico VIII; alcuni vescovi del Nord hanno consegnato a Gustavo Wasa e a Cristiano le chiese dei regni scandinavi; i vescovi slavi abbandonarono le chiese della Russia allo zar Pietro: mai un Pontefice romano ha ceduto a nulla di simile. In questa lunga genealogia del Papato, non si è trovato nessuno che avesse permesso al potere secolare di invadere l’integrità del dogma, la purezza della morale e l’indipendenza del ministero apostolico. C’è, nel coraggio di subire la sorte attirata dalla propria inesperienza, una nobiltà che tocca i cuori e li dispone al perdono; ma quando una prudenza consumata ha preceduto un coraggio ferreo, e queste due virtù vengono ad unirsi sulla stessa fronte con l’alone dell’innocenza, la gravità degli anni e la maestà degli acciacchi, si produce un sentimento che muove le viscere, e nessuna gloria può controbilanciarne l’effetto infallibile sugli uomini.

[Continua … ]

I SERMONI DEL CURATO D’ARS: SULLE INDULGENZE

Sulle Indulgenze.

Cum immundus spiritus exierit de homine, dicit:

Revertar in domum meam unde exivi.

(Appena uscito dall’uomo, dice: tornerò nella casa donde sono uscito)

(Luc. XI, 24)

Vi ho mostrato con queste parole quanto sia grande il furore del demonio contro di coloro che l’hanno cacciato dal loro cuore con una buona confessione. Questo dovrebbe eccitarli a vegliare continuamente su tutti i movimenti del loro cuore, perché il demonio non li faccia ricadere nel loro peccato; ciò che li metterebbe in uno stato più tristo di quello in cui erano prima della loro confessione. Ed è precisamente per preservarci da codesta sventura che la Chiesa ci impone delle penitenze quando ci confessiamo. Esse hanno due scopi: anzitutto soddisfare la giustizia divina pei peccati confessati; poi, preservarci dal ricadere nel peccato. Se abbiamo la sventura di non fare la penitenza che ci fu imposta, commettiamo peccato mortale, se le colpe da noi accusate erano gravi. Tuttavia, o miei Fratelli, bisogna pur confessare che, anche facendo la penitenza impostaci al santo tribunale, poiché essa non è affatto proporzionata alle nostre colpe, deve per necessità restarci qualche pena da scontare o in questo mondo o tra le fiamme del purgatorio. Ma giacché il buon Dio, o M. F., desidera vivamente di procurarci, subito dopo la nostra morte, la felicità di andarlo a godere; Egli ci offre pel ministero della Chiesa, un mezzo facilissimo e assai efficace per esimerci dalla pena che  dovremmo scontare. Questo mezzo sono le indulgenze che possiamo guadagnare mentre viviamo su questa terra. Tali indulgenze sono una diminuzione o una remissione intera delle penitenze che si imponevano in altri tempi ai peccatori, perché soddisfacessero, press’a poco, ciò che sarebbe loro necessarie per evitare il purgatorio.

Ma per meglio farvelo avere in stima io mostrerò:

1° Che cos’è un’indulgenza;

2° In che cosa essa consiste;

3° Quali sono le disposizioni necessarie per lucrarle.

I. — Io non voglio prendermi il diletto di provarvi che la Chiesa ha il potere di applicarci le indulgenze; sarebbe tempo perso. Voi sapete che Gesù Cristo ha detto agli Apostoli e nella lor persona a tutti i loro successori: « Io vi do le chiavi del regno dei cieli — tutto ciò che legherete sulla terra sarà legato anche in cielo, tutto ciò che voi scioglierete sulla terra sarà sciolto anche in cielo. » (Matt. XVI, 19). E infatti noi vediamo che gli Apostoli stessi hanno cominciato a concedere indulgenze. La Chiesa non ha solamente il potere di imporre penitenze in espiazione dei nostri peccati; ma essa ha altresì quello di abbreviare le pene che noi dobbiamo soffrire in purgatorio. – Voi sapete, o M. F., che vi sono due sorta di peccati attuali: il peccato mortale ed il peccato veniale. Il peccato mortale merita una pena eterna; giacché è un articolo di fede che, se abbiamo la sventura di morire in peccato mortale, saremo dannati. Sì, quantunque i cattivi Cristiani osino dire che Dio non è così cattivo, come dicono i preti, le cose tuttavia non cambieranno. Quando abbiamo confessato i nostri peccati mortali, ci rimangono ancora o soddisfazioni da offrire in questo mondo, o pene da scontare nell’altra vita; perché se confrontiamo la gravità dei nostri peccati con le penitenze che ci sono imposte dal santo tribunale, vediamo subito che non c’è alcuna proporzione. Bisogna dunque necessariamente fare qualche cosa che possa aiutarci a soddisfare la giustizia divina. È vero che tutte le miserie della vita, le malattie, i dolori, le calunnie, la perdita dei beni, se abbiamo la buona ventura di offrirle in espiazione dei nostri peccati, ci aiutano a soddisfarli; ma tutto questo non basta. – Nei primordi della Chiesa si imponevano penitenze, così gravi e così lunghe, quanto pareva necessario perché potessero soddisfare la divina giustizia. Quando un peccatore voleva ritornare a Dio, andava a presentar al Vescovo in atto di penitente, confessando pubblicamente le proprie colpe, a piedi nudi, con le vesti lacere ed il capo coperto di cenere. Lo si faceva passare pei vari gradi della penitenza; il primo era quello dei piangenti, il secondo quello degli ascoltanti, il terzo quello dei prostrati, il quarto quello dei consistenti. Appena un peccatore rientrava in se stesso, lo si obbligava a star ginocchioni fuori della porta della chiesa, come indegno d’entrarvi e a raccomandarsi alle preghiere di quelli che arrivavano. Era questo il primo grado che durava talvolta lungo tempo, e si chiamava grado dei piangenti. Bastava vederli per sentirsi stimolati a piangere con essi; non avevano vergogna di confessare le loro colpe pubblicamente per eccitare i fedeli a pregare per loro. Compiuto questo primo grado di penitenza, erano fatti passare in un luogo presso la porta della chiesa, da cui potevano ascoltare le istruzioni che venivano fatte; ma appena l’istruzione era finita, venivano fatti ritirare, senza aver la soddisfazione di pregare insieme coi fedeli. Essi si ritiravano con sì viva afflizione di non poter pregare insieme, che il loro dolore bastava talvolta a convertire altri peccatori che non avevano rossore di unirsi ad essi per riconciliarsi con Dio. Passato quest’altro grado, si permetteva a questi penitenti di assistere alla S. Messa fino all’evangelo; poi venivano fatti uscire come indegni di partecipare ai santi misteri; ma prima di essere rimandati venivano recitate alcune preghiere su di essi, che stavano prostesi dinanzi a tutti. Era in questo momento che si vedevano scorrere lagrime in abbondanza. – Alla fine del terzo grado di penitenza si dava loro solennemente l’assoluzione: allora essi avevano la gioia di assistere a tutte le preghiere ed anche alla S. Messa, ma non avevano la facoltà di comunicarsi durante un certo tempo. Sappiamo altresì che durante il tempo della loro penitenza dovevano astenersi da ogni divertimento e da ogni festa pubblica, erano obbligati a vivere ritirati, a digiunare a pane e acqua, più volte la settimana, a far elemosine, per dare ad essi modo di soddisfare la giustizia divina. Per aver pronunciato invano il santo Nome di Dio, bisognava digiunare sette giorni ad acqua, e se uno ricadeva nella stessa, quindici giorni. Per aver bestemmiato Dio, la Ss. Vergine ed i Santi, bisognava stare in ginocchio, fuori della chiesa, con una corda al collo, e digiunare sette venerdì a pane ed acqua; esclusi durante questo tempo dall’entrare in chiesa. Per aver lavorato in giorno di Domenica bisognava digiunare tre giorni a pane ed acqua; per aver viaggiato senza necessità in giorno di Domenica si dovevano fare sette giorni di penitenza. Se una fanciulla o un giovane tornavano al ballo, erano minacciati di scomunica. Se si tralasciavano i digiuni della Quaresima, si doveva digiunare, dopo Pasqua, sette giorni per ogni digiuno omesso; per aver violato i digiuni delle Quattro Tempora si doveva digiunare quaranta giorni. Per aver disprezzato le istruzioni del proprio Vescovo o del proprio parroco, erano quaranta giorni di penitenza. Per aver vissuto coll’odio nel cuore contro alcuno, bisognava digiunare tanto tempo quanto se n’era trascorso col malanimo verso del prossimo. Pei peccati di impurità le penitenze erano grandi, secondo la diversa gravità di questo peccato. –  Ecco, F. M., in qual guisa si diporti Chiesa in altri tempi verso i Cristiani che volevano salvarsi. Voi vedete che non si impongono più, ai nostri dì, penitenze così dure; sebbene i nostri peccati non siano né meno orribili, né meno oltraggiosi per Iddio. Ora capirete quanto il Signore è buono e quanto Egli desidera la nostra salvezza presentandoci le indulgenze, le quali possono supplire alle penitenze che noi non abbiamo il coraggio di fare.

II. — Ma in che cosa consistono queste indulgenze, che ci possono tanto giovare? M. F., ascoltatemi bene, e ritenete ciò che sto per dirvi; perché, chi arriva a capirlo bene, non fare può a meno di benedire Iddio, e di giovarsene più largamente che gli sia dato. Quale fortuna è la nostra, o M. F., di potere con alcune preghiere riparare a secoli di pene nell’altra vita! Le indulgenze sono l’applicazione fatta a noi dei meriti infiniti di Gesù Cristo e dei meriti sovrabbondanti della Vergine e dei Santi, che hanno sofferto e fatto penitenza assai più che non avessero peccati da espiare. Questi meriti formano un tesoro inesauribile, a cui la Chiesa fa partecipare i suoi figli, cioè i Cristiani. Le indulgenze sono la remissione delle pene che i nostri peccati, sebbene perdonati nel tribunale di penitenza, ci hanno meritato di dover soffrire. – Per comprendere meglio questa cosa bisogna distinguere l’offesa e la pena: l’offesa è l’oltraggio che il peccato reca a Dio, oltraggio per il quale il peccatore merita di essere punito eternamente; ora questa pena eterna non può essere rimessa che nel sacramento della Penitenza. – Per purificarci completamente dei nostri peccati, già perdonati nel sacramento, noi lucriamo le indulgenze; perché, dopo esserci confessati, bisogna fare penitenze maggiori di quelle che il confessore ci ha imposte, se vogliamo liberarci dalle pene del purgatorio. Vediamo infatti che anche ai Santi, quantunque fossero certi del perdono ottenuto, Dio ha imposto l’obbligo di castigare se stessi.  Vedete Davide, vedete la Maddalena, S. Pietro e tanti altri. In altri tempi si imponevano lunghe penitenze, che duravano dieci, vent’anni e talora tutta la vita. Bisognava alzarsi di notte per pregare e per piangere i propri peccati, bisognava dormire sulla terra, portare il cilicio, fare molte elemosine. –  Ed ora potete capire come hanno cominciato le indulgenze. Nei primi tempi, la Chiesa era quasi sempre perseguitata; e i martiri andando a morire facevano dire al loro Vescovo di abbreviare la penitenza di qualche peccatore d’un certo numero di giorni, mesi o anni. Ecco quelle che noi chiamiamo indulgenze parziali, che sono di quaranta, duecento, trecento giorni. Altre volte i martiri pregavano il Vescovo di condonare ad un peccatore tutta la penitenza impostagli; ed è questa quella indulgenza che vien detta plenaria, perché rimette tutta la pena temporale che dovremmo scontare dopo la morte. – Ecco, M. F., gli effetti e i vantaggi delle indulgenze: esse ci aiutano a soddisfare la giustizia divina, e sono la soddisfazione delle penitenze che noi dovremmo fare e che invece non facciamo. Se fin qui non mi avete ben compreso; ascoltate di nuovo. E come se parecchie persone avessero debiti, e fossero nell’impossibilità di pagarli, e un signore assai ricco dicesse loro: voi non potete pagare; ebbene, prendete nel mio scrigno quello che v’occorre. Ecco quello che le indulgenze fanno per noi, a riguardo della giustizia divina; perché noi siamo sempre nell’impossibilità di soddisfare a questa giustizia, non ostante tutte le penitenze che ci è dato di fare. Quale fortuna per noi, o M. F., di avere a nostra portata un mezzo così facile, come quello delle indulgenze, che ci liberano dalle pene del purgatorio, così lunghe e così dure! Sì, M. F., un peccatore che abbia la bella sorte di lucrare in tutta la sua pienezza un’indulgenza plenaria, si trova totalmente sdebitato dinanzi a Dio. Egli apparisce agli occhi di Lui così puro e così mondo, come se dal fonte battesimale; e possiede, per accolto nel cielo, le stesse disposizioni che avevano i martiri alla loro morte. Non c’è, M. F., differenza alcuna a questo riguardo fra il Battesimo, il martirio ed una indulgenza plenaria lucrata in tutta la sua pienezza. O grazia preziosa, ma ignorata dal maggior numero dei Cristiani, e trascurata da coloro hanno la fortuna di conoscerla! – Ah! M. F., quante povere anime sono in purgatorio per non aver voluto profittare delle indulgenze, e che forse vi resteranno sino alla fine del mondo! – Ma per meglio sentire il bisogno che abbiamo di lucrare le indulgenze, che ci aiutano  a soddisfare la divina giustizia, consideriamo da un lato il numero e l’enormità dei peccati e dall’altro le penitenze che noi facciamo per espiarli. Paragoniamo i nostri debiti con ciò che abbiamo fatto per soddisfarli. Ah! M. F., secoli interi di penitenza sarebbero sufficienti per espiare un solo peccato! E dove sono le penitenze che eguagliano i nostri peccati? Riconosciamolo, M. F., a che punto ci troveremmo noi, se la Chiesa non venisse in nostro soccorso? Quand’anche morissimo convertiti, la giustizia divina reclamerebbe i propri diritti, un fuoco vendicatore ci castigherebbe rigorosamente, e questo per molti anni. Ah! M. F., chi potrà capire il nostro accecamento di voler andar a soffrire durante tanti anni, per non saper profittare delle grazie che Dio vuole elargirci? – Ma quando cessano le indulgenze, cioè in quali casi non si può più guadagnarle? Nel caso, p. e., che la chiesa di Fourvière fosse in parte rovinata; e così dite nel caso che una croce, una medaglia, un crocifisso fossero spezzati o guasti; se ad un rosario mancassero molti grani o fosse interamente sfilato; le indulgenze allora non sono più annesse a codesti oggetti; ma purché, quando si rinnovano, non cambino forma, non perdono la indulgenza annessavi. Per lucrare le indulgenze è necessario che la corona sia benedetta a questo scopo; se non lo fosse si farebbe, è vero, una preghiera assai gradita a Dio, ma non si acquisterebbe indulgenza alcuna. Gli ascritti alla Confraternita del Rosario, recitando ogni settimana le tre corone, guadagnano tutte le indulgenze concesse per le feste della Madonna e per le grandi solennità, purché si confessino e ricevano la Ss. Comunione. Chi appartiene alla Confraternita del Rosario può guadagnare parecchie indulgenze plenarie. Al momento della morte coloro che stanno attorno al letto d’un infermo, devono star bene attenti, e, se il sacerdote non vi badasse, far impartire al malato l’indulgenza plenaria. L’infermo può lucrare un’indulgenza plenaria: 1° quando riceve gli ultimi sacramenti, 2°quando gli viene impartita l’assoluzione del S. Rosario, 3° pronunciando colle labbra, o almeno col cuore il nome di Gesù, 4° recitando la Salve Regina e tenendo in mano una candela benedetta pel S. Rosario. Le croci, medaglie, le corone non possono essere date ad altri, perché acquistino anch’essi le indulgenze; giacché le indulgenze non possono essere lucrate che da coloro pei quali oggetti sono stati benedetti, o ai quali la prima volta furono donati. Prestando un Rosario, le indulgenze non si perdono per colui che presta; quando egli lo riprende torna a guadagnarle. – Sentite ora come sono numerose queste indulgenze. In tutte le Confraternite vi è indulgenza plenaria pel giorno della festa patronale; cosicché chi fosse a scritto a parecchie Confraternite, se si confessa e fa la Santa Comunione, può lucrare tutte le indulgenze plenari e annesse a quelle feste, così se appartenete a quattro o a cinque Confraternite guadagnate una indulgenza per voi e le per le anime del purgatorio. Vi sono altre indulgenze, che si acquistano anche con essere ascritto ad alcun pio sodalizio, e sono quelle annesse ai rosari detti di S. Brigida. Questo nome imposto a tali rosari risale a S. Brigida, che fu fondatrice del monastero al quale il S. Padre aveva concesso facoltà di largire simili grandi indulgenze. Chi possiede uno di tali rosari acquista per ogni grano della corona che fa scorrere fra le dita, cento giorni d’indulgenza. Questa è appunto la differenza che esiste fra il Rosario di santa Brigida e l’altro Sacro Rosario, che con questo si guadagna l’indulgenza a preghiera finita, con quello invece si lucra l’indulgenza di cento giorni ad ogni grano. Ma per guadagnare queste indulgenze, bisogna tenere fra le mani la corona e posar le dita sul grano del quale si vuole guadagnare l’indulgenza. Si possono guadagnare le indulgenze quando il rosario si recita in due, e ciascuno dice la sua parte: l’uno: Ave, Maria, l’altro: Sancta Maria. Molte indulgenze sono annesse all’esercizio della Via Crucis. Le indulgenze annesse alla Via Crucis possono lucrarsi più volte al giorno. Questo pio esercizio può farsi in vari modi e per guadagnare le indulgenze annessevi anche plenarie, non si ricerca la Confessione e la Comunione. Se non si è in istato di grazia non si possono guadagnare indulgenze per sé: ma per le anime del purgatorio può acquistarle anche chi si trovasse in peccato (Fra i teologi è questione controversa se lo stato di grazia è necessario per lucrare le indulgenze a favore delle anime del purgatorio. Nullameno sembra più probabile che lo stato di grazia sia necessario; tale è il sentimento di S. Alfonso de’ Liguori. Gury parimente raccomanda quest’opinione, tom, II). – Certamente è cosa assai rara per un Cristiano il poter guadagnare nella sua pienezza una indulgenza plenaria; tuttavia, questo è certissimo che noi lucriamo le indulgenza in proporzione delle nostre disposizioni. Più le nostre disposizioni sono perfette, e più ci accostiamo alla possibilità di poterle lucrare interamente. Quando applichiamo ai defunti le indulgenze che noi acquistiamo, non bisogna applicarle per tutte le anime in genere; ma è bene designare nella nostra intenzione quelle a cui desideriamo applicarle: il padre, la madre o altri. – Le indulgenze annesse alle medaglie, croci, ai crocifissi, benedetti dal S. Padre e da un sacerdote, che ne abbia facoltà, ordinariamente, parziali; quando un Vescovo benedice questi oggetti di sua autorità vi annette solo l’indulgenza di cinquanta giorni. È da notare che la confessione settimanale offre opportunità di guadagnare tutte le indulgenze che è possibile lucrare attraverso settimana. Coloro che si confessano e si comunicano alla vigilia d’una festa, in cui vi è indulgenza, possono egualmente lucrarla senza tornare a confessarsi il dì seguente. Vi è un’indulgenza parziale di due anni per chi bacia con divozione il crocifisso della propria corona benedetta; v’è un’indulgenza plenaria per chi viene ad adorare Gesù Cristo crocifisso il Venerdì santo; v’è un’indulgenza plenaria per la festa del santo Patrono di ogni chiesa. — Facendo devotamente la genuflessione si possono lucrare cento giorni d’indulgenza; così pure preparandosi bene ad ascoltare la S. Messa; vi è altresì un’indulgenza per chi fa ogni sera l’esame di coscienza. –  Molte sono, a dire il vero, le indulgenze che si potrebbero acquistare e che noi non conosciamo. Ebbene, ecco ciò che, ogni mattina, bisogna fare per lucrarle: recitare cinque Pater e Ave, secondo l’intenzione di S. Madre Chiesa, allo scopo di acquistare tutte le indulgenze che durante la giornata si potrebbero guadagnare; e in tal maniera, quand’anche noi non vi pensassimo, giunto il momento, le lucreremo egualmente. Vi sono pure molte indulgenze: p. e. recitando le litanie della beatissima Vergine si acquistano trecento giorni d’indulgenza e trecento giorni altresì recitando quelle del Ss. Nome di Gesù; per gli atti di Fede, Speranza e Carità vi sono pure trecento giorni d’indulgenza, e, annesse a queste tre devote pratiche di pietà, un’indulgenza plenaria ogni mese, confessandosi e comunicandosi in un giorno di nostra scelta. Vi sono cento giorni d’indulgenza per coloro che istruiscono gli ignoranti. I genitori, i maestri che mandano i loro figli, scolari o dipendenti alla spiegazione della dottrina cristiana acquistano sette anni d’indulgenza, ogni volta. Coloro che accompagnano il Ss. Viatico, quando viene portato ai moribondi, acquistano un’indulgenza di sette anni e sette quarantene se tengono un lume acceso, chi l’accompagna senza lume, guadagna egli pure un’indulgenza di cinque anni e cinque quarantene. Quando non ci è dato d’accompagnarlo, si possono lucrare trecento giorni d’indulgenza recitando in ginocchioni un Pater ed un’Ave. Vi sono trecento giorni d’indulgenza per coloro ripetono le giaculatorie: Gesù, Giuseppe Maria, vi dono il cuore e l’anima mia; Giuseppe e Maria, assistetemi nell’ultima agonia; Gesù, Giuseppe e Maria, spiri insieme con voi l’anima mia. Per coloro che appartengono alla Confraternita del S. Cuore di Gesù, vi è indulgenza plenaria il giorno dell’ascrizione, ogni primo Venerdì, ed ogni prima domenica di ciascun mese, ed una volta nel giorno che ad essi meglio piace, purché confessati e comunicati, preghino secondo l’intenzione del Sommo Pontefice, possono lucrare indulgenza plenaria. Vi sono, oltre a quelle, numerosissime altre indulgenze; ma io ho creduto di ricordarvi quelle soltanto che voi potete con miglior agio acquistare. Non so se avete compreso bene quanto sono venuto esponendovi. Se non avete capito, interrogatemi pure, senza alcun rispetto umano. Il sacerdote c’è precisamente per istruirvi intorno a ciò che non conoscete e che pure è necessario sappiate, se volete salvarvi. Ah! M. F., se noi ci perderemo, o andremo a soffrire per lunghi anni nel purgatorio, la colpa sarà tutta nostra; giacché abbiamo tanti mezzi per assicurarci il cielo. Voi avete sentito quali grandi tesori sono messi a nostra disposizione.

III. — Ma che cosa dobbiamo fare per trarne vantaggio? Quando un medico ha conosciuto la malattia dell’infermo, ordina le medicine, ed insegna il modo di prenderle; perché senza questa precauzione le medicine gli riuscirebbero piuttosto nocive che salutari. La stessa cosa devesi dire per riguardo ai mezzi che dobbiamo impiegare per giovare le anime nostre. So benissimo che vi sono alcuni che ascoltano queste cose con una specie di trascuranza e di disprezzo; ma compiangiamoli, sono poveri ciechi che credono di veder molto chiaro, mentre il peccato ha messo loro una benda agli occhi. Giacché vogliono perdersi, nonostante tante grazie che Dio ha loro concesso, lasciamoli fare; avranno più tardi abbastanza tempo per piangere, e dire anzi: “Voi fortunati, che avete obbedito alla grazia che viguidava! „ Camminiamo alla luce della fiaccola della fede; cerchiamo di adoperare i mezzi che Dio ci dà per assicurarci il cielo. Ma, penserete voi, che cosa dobbiamo per guadagnare tutte le indulgenze di cuI ho parlato? M. F., eccovelo. Anzitutto essere in grazia di Dio e detestare tutti i propri peccati; in secondo luogo compiere esattamente lo preghiere e le opere prescritte. Questa seconda condizione è assolutamente necessaria.

1° Io dico anzitutto che bisogna essere in grazia di Dio; perché le indulgenze sono grazie che il Signore non concede che ai giusti, a coloro, cioè, che hanno la grazia santificante. Per questo appunto la Chiesa ci comanda di confessarci e di comunicarci e vuole che detestiamo il peccato con tutto il cuore. E poiché è necessario essere in grazia di Dio, bisogna quindi rinunciare di cuore al peccato; voi sapete, al pari di me, che peccato e grazia non possono stare insieme. Sì, o M. F., Dio può, è vero rimettere il peccato e non la pena, ma non rimette mai la pena della colpa, finché il cuore rimarrà ad essa attaccato. È vero che Dio è sempre pronto a ricolmarci di ogni specie di beni; ma vuole che il nostro cuore si distacchi dal peccato per consacrarsi a Lui senza condizioni e riserve di sorta. Bisogna che il nostro cuore si pieghi esclusivamente verso Dio, e rivolga contro il peccato tutto l’odio di cui è capace. Stando così le cose, voi comprendete benissimo, insieme con me, che finché non abbiamo confessato i nostri peccati, e non li abbiamo sinceramente lasciati, non possiamo ottenere la grazia dell’indulgenza. Inoltre dico che per guadagnare le indulgenze bisogna rinunciare a tutti i peccati che abbiamo commessi. Basterebbe aver sulla coscienza una sola colpa grave, perché tutte queste grazie siano vane per noi. Aggiungo inoltre che quando fossimo attaccati col cuore anche ad un solo peccato veniale, noi non potremmo guadagnare le indulgenze in tutta la loro pienezza. Se non si ha vero pentimento d’un peccato veniale commesso, non si può lucrare l’indulgenza per la pena ad esso dovuta. Ecco l’ordine stabilito da Dio, il quale è pieno di giustizia e non rinuncia ai suoi diritti quanto alla pena dovuta ai nostri peccati se non in proporzione del nostro distacco dall’offesa che gli abbiamo recata. Dobbiamo detestare i nostri peccati ed essere veramente pentiti delle nostre colpe. Il Sommo Pontefice nel concedere le indulgenze dice: “Se siete veramente pentiti. „ Non dice soltanto di confessare le proprie colpe, ma che il peccatore deve essere assai dispiacente di aver offeso Dio, e risoluto di abbracciare secondo le sue forze i rigori della penitenza; bisogna insomma che egli pianga i propri peccati. — Ma, direte voi, si ha sempre dispiacere di aver fatto il male. — Vi ingannate; se foste spiacenti d’aver offeso Dio coi vostri peccati, non ricadreste così presto nelle medesime colpe. Ditemi, M. F.: se, passando per una strada, foste minacciati della vita, vi ripassereste il giorno dopo? No, certamente, il pericolo che avete corso vi renderebbe molto cauti; parimente, se avessimo vero dispiacere d’aver offeso Dio, saremmo cauti, e non ricadremmo tanto presto; e forse, alla prima occasione. Ah! quanti temono il peccato piuttosto perché bisognerà accusarsene, e non perché offende il Signore. Mio Dio, quante cattive confessioni! Esaminate bene questo punto e vedrete che il maggior numero dei Cristiani temono più ed hanno maggior dispiacere di aver fatto il peccato, perché paventano l’umiliazione che dovranno subire accusandolo, che per l’oltraggio che esso ha fatto a Dio. Ah! quanti Cristiani per tal guisa si dannano; essi confessano, è vero, la loro colpa, ma non ne ottengono il perdono. Lo si tocca abbastanza con mano dinanzi a tante cadute, le quali rivelano ben chiaro che tante confessioni non sono altro che sacrilegi! – Ripeto dunque che per lucrare le indulgenze bisogna essere in grazia di Dio e detestare sinceramente le proprie colpe; nessuna eccettuata, fosse anche un minimo peccato veniale.

2° La seconda condizione è questa: compiere tutte le preghiere e le altre opere che il Sommo Pontefice prescrive e fare ogni cosa, nel tempo assegnato. Bisogna pronunciare colle labbra le preghiere vocali, come le preghiere che ci sono imposte quale penitenza al sacro tribunale; non basta dirle col cuore, ma bisogna altresì pronunciar le parole, in mancanza di ciò non compiremmo la nostra penitenza in modo da sperarne il perdono. – Bisogna recitare le preghiere che ci sono imposte, per guadagnare le indulgenze con spirito di penitenza; perché esse ci sono assegnate per supplire le penitenze che non possiamo fare. Lo ripeto una volta ancora, o M. F., ecco le opere che si devono fare per lucrare le indulgenze: Confessione, comunione e preghiera. Se l’indulgenza esige la Confessione e la Comunione, si deve cominciare sempre dalla Confessione. Avendo qualche peccato sulla coscienza, non si può guadagnar le indulgenze. Dobbiamo fare questa confessione e questa Comunione come se fosse l’ultima della nostra vita; poiché l’effetto immediato delle indulgenze è quello di metterci in condizioni di poter godere, senza ritardo, la gloria di subito dopo la morte. In secondo luogo, bisogna comunicarci santamente, perché nella Ss. Comunione è Gesù Cristo che viene in noi e domanda per noi grazia. In terzo luogo, bisogna pregare, fare cioè tutte le preghiere imposte per ottenere la grazia dell’indulgenza. E sapete per chi si deve pregare quando si fa orazione allo scopo di acquistare le indulgenze? La Chiesa vuole che si preghi per conversione dei peccatori e per la perseveranza dei giusti. Quando per guadagnare un’indulgenza le preghiere non sono state determinate, si possono recitare cinque Pater e cinque Ave; quando è imposta qualche opera buona bisogna compierla con vero spirito di penitenza, cioè con gran desiderio di ottenere la grazia che domandiamo. Bisogna convincersi che le indulgenze si lucrano in proporzione delle disposizioni che abbiamo, sicché tanta maggiore grazia riceviamo, quanto più perfette sono le nostre disposizioni. Ditemi, possiamo noi non ammirare la bontà di Dio nell’offrirci mezzi così facili per sfuggire le pene del purgatorio? Davvero che tutti codesti pii Sodalizi, cui sono annesse tante indulgenze, sono cosa assai consolante per un Cristiano. Il fine per cui sono stabilite è sì prezioso, e deve essere di stimolo così potente di ascriverci che, se vi riflettiamo attentamente, non ci riesce di comprendere come mai un Cristiano, che desideri di salvarsi e di piacere a Dio, possa restarsene fuori. Su questo proposito dirò ancora una breve parola. Perché è stabilita la Confraternita del Ss. Sacramento? Per ringraziare Dio di aver istituito questo grande Sacramento d’amore, e per chiedergli perdono del poco conto che si fa della sua santa presenza. E quella del santo Rosario? Per onorare la vita nascosta, dolorosa e gloriosa di Gesù Cristo, e per onorare altresì i privilegi della Ss. Vergine. E quella del Sacro Cuore di Gesù? Per onorare questo Cuore adorabile, che ci ha tanto amato e ci ama tanto. E quella del Sacro Scapolare? Perché consacrandoci alla Vergine Ss. per tutta la vita, Ella ci promette di aver cura particolare delle anime nostre, e ci assicura che non ci perderà di vista, neppure un solo momento. E quella della Madonna Addolorata? Per onorare la Vergine Maria nel tempo della Passione di Gesù Cristo, in cui ha versato tante lagrime. Vi lascio pensare, F. M., quanto tutte codeste Confraternite possano aiutarci a conseguire la nostra salute; giacche non v’è un istante della giornata in cui sulla terra si preghi per noi. Quante preghiere, quante buone opere compiono gli ascritti a questi Sodalizi! Nel cielo, quanti che vi hanno appartenuto, chiedono a Dio tutte le grazie che ci abbisognano! Dirò ancor di più, è assai difficile che Cristiano, sia pur cattivo, si danni, se ha la fortuna di appartenere a qualche Confraternita, e se egli prega qualche poco. Quando vedo un Cristiano non ascritto ad alcun Sodalizio, io non so su che cosa appoggiarmi per sperare perdono per lui; ma se un peccatore ha la bella sorte di appartenere ad una Confraternita, io nutro sempre speranza, anche se è cattivo, che presto o tardi le preghiere dei suoi confratelli otterranno da Dio la grazia della sua conversione. – Concludo, M. F., col dire che non solamente possiamo arricchirci partecipando ai meriti delle preghiere dei nostri confratelli; ma possiamo, con minimo sforzo, metterci nelle disposizione di garantirci il cielo. Ciò che vi auguro di cuore.

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S. S. PIO XI – “QUADRAGESIMO ANNO” (1)

Questa Lettera Enciclica « Quadragesimo anno » [che, per la sua lunghezza, divideremo in due parti], è uno dei documenti ecclesiastici più importanti dell’era moderna riguardanti la questione sociale, questione che è come il compendio, il corollario dell’azione della Chiesa sul Corpo mistico che Essa è chiamata a regolare dall’alto del suo Magistero divinamente ispirato, e che scaturisce dagli insegnamenti evangelici applicati al bene civile e materiale, ma soprattutto al bene spirituale ed ai fini salvifici dei popoli dell’orbe terrestre. Quanti spunti meravigliosi di riflessione per tutti, governanti, ricchi industriali, operai modesti e famiglie intere di ogni condizione.! Il richiamo alla Rerum Novarum di S. S. Leone XIII è costante proponendosi, la nuova enciclica, come la naturale e retta evoluzione pratica della stessa per i tempi mutati del primo dopoguerra. La lettera si commenta largamente da sola, a noi resta il rammarico di vedere che la Chiesa eclissata attuale non possa, per divina permissione a nostro castigo, reggere e dirigere adeguatamente le questioni morali e sociali che rapidamente si vanno ponendo in un mondo corrotto che corre come un cavallo impazzito senza freno verso la sua eterna catastrofe, illuso ed abbagliato dalle luci spettrali che le sette infernali spandono in combutta con gli adepti dell’infame “palla di sterco” dell’antichiesa del novus ordo (senza escludere sedevacantisti, lefebvriani e cani sciolti senza capezza… ), che impedisce alla luce della Chiesa vera e al Santo Padre impedito di risplendere a perenne guida dei popoli. Ma i loro bagliori social-mondialisti – ultimo ritrovato del dragone infernale – avranno presto fine e si spegneranno nello stagno di fuoco che li brucerà tutti, le bestie laiche e finto-clericale, i falsi profeti usurpanti, i kazari tronfi e malati della rabbia impotente del perdente finale, perché sanno in cuor loro che … infine il Cuore di Maria, la Santissima Madre di Dio, trionferà schiacciandoli – col candido verginale tallone – come vermi schifosi.

LETTERA ENCICLICA

QUADRAGESIMO ANNO

DEL SOMMO PONTEFICE

PIO XI

AI VENERABILI FRATELLI PATRIARCHI, PRIMATI, ARCIVESCOVI, VESCOVI E AGLI ALTRI ORDINARI LOCALI CHE HANNO PACE E COMUNIONE CON LA SEDE APOSTOLICA,

SULLA RICOSTRUZIONE DELL’ORDINE SOCIALE NEL 40° ANNIVERSARIO DELLA RERUM NOVARUM

(1)

INTRODUZIONE

1. Quarant’anni sono passati dalla pubblicazione della magistrale enciclica Rerum novarum di Leone XIII, Nostro Predecessore di v. m., e tutto il mondo cattolico, mosso da un impeto di calda riconoscenza, ha preso a celebrarne la commemorazione con uno splendore degno del memorabile documento.

2. Vero è che a quell’insigne testimonianza di sollecitudine pastorale il Nostro Predecessore aveva già in certo modo spianata la via con altre encicliche, come quella sui fondamenti della società umana, la famiglia cioè e il venerando Sacramento del matrimonio (enc. Arcanum del 10 febbraio 1880); sull’origine del potere civile (enciclica Diuturnum del 29 giugno 1881); sull’ordine delle sue relazioni con la Chiesa (enc. Immortale Dei del 1° novembre 1885); sui principali doveri del cittadino cristiano (enc. Sapientiae Christianæ del 10 gennaio 1890); contro gli errori del socialismo (enc. Quod apostolici muneris del 28 dicembre 1878) e la prava dottrina intorno all’umana libertà (enc. Libertas del 20 giugno 1888) e altre di ugual genere, dove Leone XIII aveva già espresso ampiamente il suo pensiero. Ma l’enciclica Rerum novarum, rispetto alle altre, ebbe questo di proprio, che allora appunto quando ciò era sommamente opportuno e anzi necessario, diede a tutto il genere umano norme sicurissime, per la debita soluzione degli ardui problemi della società umana, che vanno sotto il nome di questione sociale.

L’occasione della « Rerum Novarum »

3. E veramente, verso la fine del secolo XIX, il nuovo sistema economico da poco introdotto e i nuovi incrementi dell’industria erano giunti a far sì che la società in quasi tutte le nazioni apparisse sempre più recisamente divisa in due classi: l’una, esigua di numero, che godeva di quasi tutte le comodità in sì grande abbondanza apportate dalle invenzioni moderne; l’altra, composta da una immensa moltitudine di operai i quali, oppressi da rovinosa penuria, indarno s’affannavano per uscire dalle loro strettezze.

4. A tale condizione di cose non trovavano certo difficoltà ad adattarsi coloro che, ben forniti di ricchezze, la ritenevano effetto necessario delle leggi economiche e perciò volevano affidata soltanto alla carità la cura di sovvenire agli indigenti, come se alla carità toccasse l’obbligo di stendere un velo sulla violazione manifesta della giustizia, sebbene tollerata non solo, ma talvolta sancita dai legislatori. Ma di tale condizione invece erano più che mai insofferenti gli operai oppressi dalla ingiusta sorte e perciò ricusavano di restare più a lungo sotto quel giogo troppo pesante. Alcuni perciò, abbandonandosi all’impeto di malvagi consigli, miravano a una totale rivoluzione della società, mentre altri, trattenuti da una solida educazione cristiana a non trascorrere in così insani propositi, persistevano tuttavia nel credere che molte cose in questa materia fossero da riformare interamente e al più presto.

5. Né altrimenti pensavano quei molti Cattolici, e sacerdoti e laici, i quali, mossi da un sentimento di una carità certamente ammirabile, si sentivano già da lungo tempo sospinti a lenire l’immeritata indigenza dei proletari, né riuscivano in alcun modo a persuadersi come un così forte e ingiusto divario nella distribuzione dei beni temporali potesse davvero corrispondere ai disegni del sapientissimo Creatore.

6. In tale disordine lacrimevole della società essi cercavano bensì con sincerità un pronto rimedio e una salda difesa contro i pericoli peggiori: ma per la fiacchezza della mente umana anche nei migliori, vedendosi respinti da una parte quasi perniciosi novatori, dall’altra intralciati dagli stessi compagni di opere buone, ma seguaci di altre idee, esitando tra le varie opinioni, non sapevano dove rivolgersi.

7. In così grande urto e dissenso di animi, mentre dall’una parte e dall’altra si dibatteva, e non sempre pacificamente, la controversia, gli occhi di tutti, come in tante altre occasioni, si volgevano alla Cattedra di Pietro, deposito sacro di ogni verità, da cui si diffondono le parole di salute in tutto il mondo; e accorrendo, con insolita frequenza, ai piedi del Vicario di Cristo in terra, sì gli studiosi di cose sociali, come i datori di lavoro e gli stessi operai, andavano supplicando unanimi perché fosse loro finalmente additata una via sicura.

8. Tutto ciò il prudentissimo Pontefice ponderò a lungo tra sé al cospetto di Dio, richiese consiglio ai più esperti, vagliò attentamente gli argomenti che si portavano da una parte e dall’altra, e in ultimo, ascoltando la voce della coscienza dell’ufficio Apostolico (enc. Rerum novarum del 15 maggio 1891), per non sembrare, tacendo, di mancare al proprio dovere (cfr. Rerum novarum n. 13), deliberò in virtù del divino Magistero, a lui affidato, di rivolgere la parola a tutta la Chiesa, anzi a tutta l’umana società.

9. Risonò dunque, il 15 maggio 1891, quella tanto desiderata voce, la quale, non atterrita dalle difficoltà dell’argomento, né affievolita dalla vecchiaia, ma anzi rafforzata da ridestato vigore, ammaestrò l’umana famiglia a tentare nuove vie in materia di dottrina sociale.

Punti fondamentali della « Rerum Novarum »

10. Voi conoscete, venerabili Fratelli e diletti Figli, anzi avete familiare la mirabile dottrina onde l’enciclica Rerum novarum resterà gloriosa nei ricordi dei secoli. In essa l’ottimo Pastore, lamentando che una sì grande parte degli uomini, si trovano ingiustamente in uno stato misero e calamitoso, con animo invitto prende a tutelare egli stesso in persona la causa degli operai che le circostanze hanno consegnati soli e indifesi alla inumanità dei padroni e alla sfrenata cupidigia della concorrenza (enc. Rerum novarum, n. 2), senza chiedere aiuto alcuno né al liberalismo né al socialismo, dei quali l’uno si era mostrato affatto incapace di dare soluzione legittima alla questione sociale, l’altro proponeva un rimedio che, di gran lunga peggiore del male, avrebbe gettato in maggiori pericoli la società umana.

11. Il Pontefice, dunque, nel pieno esercizio del suo diritto e quale buon custode della Religione e dispensatore di quanto con essa in stretto vincolo si connette, trattandosi di un problema del quale nessuna soluzione plausibile si potrebbe dare, senza richiamarsi alla Religione e alla Chiesa (cfr. enc. Rerum novarum, n. 13), partendo unicamente dagli immutabili principi attinti dal tesoro della retta ragione e della divina Rivelazione, con tutta sicurezza e come avente autorità (Mt VII,29), indicò e proclamò i diritti e i doveri dai quali conviene che vicendevolmente si sentano vincolati e ricchi e proletari, e capitalisti e prestatori d’opera (enc. Rerum novarum, n. 12), come pure le parti rispettive della Chiesa, dei poteri pubblici e anche di coloro che più vi si trovano interessati.

12. Né quella voce apostolica risonò invano; che anzi l’udirono con stupore e l’accolsero con il più grande fervore non solo i figli obbedienti della Chiesa, ma anche un buon numero di uomini lontani dalla verità e dall’unità della fede e quasi tutti coloro che d’allora in poi s’occuparono della questione sociale ed economica, sia come studiosi privati, sia come pubblici legislatori.

13. Ma più di tutti accolsero con giubilo quell’enciclica gli operai cristiani, i quali si sentirono patrocinati e difesi dalla più alta Autorità della terra, e tutti quei generosi, i quali già da lungo tempo sollecitati di recare sollievo alla condizione degli operai, sino allora non avevano trovato quasi altro che la noncuranza degli uni e persino gli odiosi sospetti, per non dire l’aperta ostilità di molti altri. Meritatamente, dunque, tutti costoro d’allora in poi tennero sempre in tanto onore quell’enciclica che è venuto in uso di commemorarla ogni anno nei vari paesi con varie manifestazioni di gratitudine.

14. Tuttavia la dottrina di Leone XIII, così nobile, così profonda e così inaudita al mondo, non poteva non produrre anche in alcuni Cattolici una certa impressione di sgomento, anzi di molestia e per taluni anche di scandalo. Essa infatti affrontava coraggiosamente gli idoli del liberalismo e li rovesciava, non teneva in nessun conto pregiudizi inveterati, preveniva i tempi oltre ogni aspettazione; ond’è che i troppo tenaci dell’antico disdegnavano questa nuova filosofia sociale, i pusillanimi paventavano di ascendere a tanta altezza; taluno anche vi fu, che pure ammirando questa luce, la riputava come un ideale chimerico di perfezione più desiderabile che attuabile.

Scopo della presente enciclica

15. Per queste ragioni, venerabili Fratelli e diletti Figli, mentre con tanto ardore da tutto il mondo, e specialmente dagli operai cattolici, che d’ogni parte convengono in quest’alma Città, si va solennemente celebrando la commemorazione del quarantesimo anniversario della enciclica Rerum novarum, stimiamo opportuno di servirCi di questa ricorrenza, per ricordare i grandi beni che da quella enciclica ridondarono alla Chiesa, anzi a tutta l’umana società; per rivendicare la dottrina di tanto Maestro sulla questione sociale ed economica, contro alcuni dubbi sorti in tempi recenti e per svolgerla con maggior ampiezza in questo o in quel punto; e infine, dopo una accurata disamina dell’economia moderna e del socialismo, per scoprire la radice del presente disagio sociale, e insieme additare la sola via di una salutare restaurazione, cioè la cristiana riforma dei costumi.

Queste cose, che ci proponiamo di trattare, costituiranno i tre punti, nell’esposizione dei quali si svolgerà tutta intera la presente enciclica.

I – Frutti dell’enciclica « RERUM NOVARUM »

16. E anzitutto, per cominciare di là donde avevamo appunto in animo di esordire, seguendo l’avvertimento di sant’Ambrogio che diceva non esservi nessun dovere maggiore del ringraziare (S. Ambrogio, De excessu fratris sui Satyri, lib. I, 44), non possiamo trattenerci dal rendere amplissime grazie a Dio onnipotente per gli insigni benefici dell’enciclica Leoniana, provenuti alla Chiesa e all’umana società. I quali benefici se volessimo anche di volo accennare, dovremmo richiamare alla memoria quasi tutta la storia dell’ultimo quarantennio per quanto riguarda la questione sociale. Ma li possiamo tutti ridurre a tre capi principali, secondo le tre classi di aiuti che il Nostro Antecessore desiderava per il compimento della sua grande opera restauratrice.

1 – L’opera della Chiesa

17. In primo luogo lo stesso Leone XIII aveva splendidamente dichiarato che cosa si dovesse aspettare dalla Chiesa: Difatti la Chiesa è quella che trae dal Vangelo dottrine atte a comporre o certo a rendere assai meno aspro il conflitto; essa procura con gli insegnamenti suoi, non pur di illuminare la mente, ma d’informare la vita e i costumi di ognuno; essa con un gran numero di benefiche istituzioni migliora le condizioni medesime del proletario (enc. Rerum novarum, n. 13).

a) nella dottrina

18. Ora la Chiesa non lasciò stagnare nell’inerzia queste preziose fonti, ma a esse attinse copiosamente per il bene comune della pace desiderata. Lo stesso Leone, infatti, e i suoi Successori non desistettero mai dal proclamare e inculcare ripetutamente, ora a voce, ora con gli scritti, la dottrina stessa dell’enciclica Rerum novarum sulle materie sociali ed economiche, e adattarla opportunamente secondo le esigenze delle circostanze dei tempi, mostrando sempre carità di padri e costanza di pastori nella difesa massima dei poveri e dei deboli. Lo stesso fecero tanti Vescovi, spiegando la medesima dottrina con assiduità e saggezza, chiarendola con i loro commenti, e applicandola alle condizioni dei paesi diversi, giusta la mente e le istruzioni della Santa Sede.

19. Non fa quindi meraviglia che sotto il Magistero e la guida della Chiesa molti uomini dotti, ecclesiastici e laici, prendessero a trattare con ardore la scienza sociale ed economica secondo le esigenze dei nostri tempi, mossi particolarmente dall’intento di opporre con più efficacia la dottrina immutata e immutabile, della Chiesa alle nuove necessità.

20. Così, additata e rischiarata la via dall’enciclica Leoniana, ne sorse una vera sociologia cattolica, che viene ogni giorno alacremente coltivata e arricchita da quelle scelte persone che abbiamo chiamato ausiliari della Chiesa. E questi non la lasciano già confinata all’ombra di eruditi convegni, ma la espongono alla pubblica luce, come ne danno splendida prova le scuole istituite e frequentate con molta utilità nelle Università cattoliche, nelle Accademie, nei Seminari; e i congressi o « settimane » sociali, tenuti con una certa frequenza e fecondi di lieti frutti; e l’istituzione di circoli di studi e infine la larga e industriosa diffusione di scritti sani e opportuni.

21. Né va ristretto a questi limiti il bene derivato dal documento Leoniano; perché gli insegnamenti della enciclica Rerum novarum a poco a poco fecero breccia anche in persone che, stando fuori della cattolica unità, non riconoscono il potere della Chiesa; sicché i principi cattolici della sociologia penetrarono a poco a poco nel patrimonio di tutta la società. E non raramente avviene che le eterne verità, tanto altamente proclamate dal Nostro Predecessore di f. m., non solamente siano riferite e sostenute in giornali e libri anche Cattolici, ma altresì nelle Camere legislative e nelle aule dei Tribunali.

22. Che più? Dopo l’immane guerra, quando i governanti delle nazioni principali, al fine di reintegrare una vera e stabile pace con un totale riassetto delle condizioni sociali, ebbero sancito fra le altre norme allora stabilite quelle che dovevano regolare secondo equità e giustizia il lavoro degli operai, tra quelle norme non ne ammisero forse molte, così concordanti coi principi e i moniti Leoniani, da sembrare di proposito dedotte da quelli? E veramente l’enciclica Rerum novarum resta un monumento memorando a cui si possono applicare con diritto le parole di Isaia: Alzerà un vessillo alle nazioni (Is. 11, 12).

b) nella pratica applicazione

23. Frattanto, mentre le prescrizioni Leoniane, previe le investigazioni scientifiche, avevano larga diffusione nelle menti, si venne pure alla loro applicazione pratica. E anzitutto con un’operosa benevolenza si rivolsero tutte le cure alla elevazione di quella classe di uomini, che, per i moderni progressi dell’industria cresciuti immensamente, non occupava ancora nella società umana un posto o grado conveniente, e perciò giaceva quasi trascurata e disprezzata; la classe operaia, diciamo, alla cui cultura, seguendo l’esempio dell’Episcopato, lavorarono assai alacremente con gran profitto delle anime, sacerdoti dell’uno e dell’altro clero, quantunque già sopraffatti da altre cure pastorali. E questa costante fatica, intrapresa per informare a spirito cristiano gli operai, proponendo loro con chiarezza i diritti e i doveri della propria classe, giovò pure in gran maniera a renderli più consapevoli della loro vera dignità e abili a progredire per vie legittime e feconde nel campo sociale ed economico, e a divenire altresì guide degli altri.

24. Quindi un più sicuro rifornimento di più copiosi mezzi di vita; giacché non solo si moltiplicarono mirabilmente le opere di beneficenza e di carità secondo le esortazioni del Pontefice, ma si vennero pure istituendo dappertutto associazioni nuove e sempre più numerose nelle quali, col consiglio della Chiesa e per lo più sotto la guida di sacerdoti, si danno e ricevono mutua assistenza e aiuto operai, artieri, contadini, salariati di ogni specie.

2 – L’opera dello Stato

25. Quanto al potere civile, Leone XIII, superando arditamente i limiti segnati dal liberalismo, insegna coraggiosamente che esso non è puramente un guardiano dell’ordine e del diritto, ma deve adoperarsi in modo che con tutto il complesso delle leggi e delle politiche istituzioni ordinando e amministrando lo Stato, ne risulti naturalmente la pubblica e privata prosperità (enc. Rerum novarum, n. 26). E’ bensì vero che si deve lasciare la loro giusta libertà di azione alle famiglie e agli individui, ma questo senza danno del pubblico bene e senza offesa di persona. Spetta poi ai reggitori dello Stato difendere la comunità e le parti di essa, ma nella protezione dei diritti stessi dei privati si deve tener conto principalmente dei deboli e dei poveri. Perché, come dice il Nostro Antecessore, il ceto dei ricchi, forte per sé stesso, abbisogna meno della pubblica difesa: le misere plebi invece, che mancano di sostegno proprio, hanno somma necessità di trovarlo nel patrocinio dello Stato. E però agli operai, che sono nel numero dei deboli e bisognosi, deve lo Stato a preferenza rivolgere le cure e la provvidenza sua (enciclica Rerum novarum, n. 29).

26. Non neghiamo che alcuni reggitori di popoli, anche prima dell’enciclica di Leone XIII, provvidero ad alcune necessità più urgenti degli operai e repressero le ingiustizie più atroci a loro fatte. Ma è certo che allora finalmente, quando risonò dalla Cattedra di Pietro la parola pontificia per tutto il mondo, i reggitori dei popoli, fatti più consci del proprio dovere, rivolsero i pensieri e l’attenzione loro a promuovere una più intensa politica sociale.

27. In verità l’enciclica Rerum novarum, mentre vacillavano le massime del liberalismo, che da lungo tempo intralciavano l’opera efficace dei governanti, mosse i popoli stessi a promuovere con più sincerità e più impegno la politica sociale, e indusse i migliori tra i Cattolici a prestare in questo il loro utile concorso ai reggitori dello Stato sicché spesso si dimostrarono nelle Camere legislative sostenitori illustri di questa nuova politica; anzi le stesse leggi sociali moderne furono non di rado proposte ai voti dei rappresentanti della nazione e la loro esecuzione fu richiesta e caldeggiata da ministri della Chiesa, imbevuti degli insegnamenti Leoniani.

28. Da tale continua ed indefessa fatica sorse un nuovo ramo della disciplina giuridica del tutto ignorato nei tempi passati, il quale difende con forza i sacri diritti dei lavoratori che loro provengono dalla dignità di uomini e di Cristiani; giacché queste leggi si propongono la protezione degli interessi dei lavoratori, massime delle donne e dei fanciulli: l’anima, la sanità, le forze, la famiglia, la casa, le officine, la paga, gli infortuni del lavoro; in una parola tutto ciò che tocca la vita e la famiglia dei lavoratori. Che se tali statuti non si accordano dappertutto e in ogni cosa con le norme di Leone XIII, non si può tuttavia negare che in molti punti vi si sente una eco dell’enciclica Rerum novarum, alla quale pertanto è da attribuirsi in parte assai notevole la migliorata condizione dei lavoratori.

3 – L’opera delle parti interessate 

29. Insegnava per ultimo il sapientissimo Pontefice come i padroni e gli operai medesimi possono recarvi un gran contributo, con istituzioni cioè ordinate a porgere opportuni soccorsi ai bisognosi e ad avvicinare e unire le due classi tra loro (enc. Rerum novarum, n. 36). Ma il primo posto tra tali istituzioni egli voleva attribuito alle corporazioni che abbracciano o i soli operai o gli operai e i padroni insieme. E nell’illustrarle e raccomandarle insiste a lungo, dichiarandone con mirabile sapienza, la natura, la causa, l’opportunità, i diritti, i doveri, le leggi.

30. Quegli insegnamenti furono pubblicati in un tempo veramente opportuno; quando in parecchie nazioni i pubblici poteri, totalmente asserviti al liberalismo, poco favorivano, anzi avversavano apertamente le menzionate associazioni di operai: e mentre riconoscevano consimili associazioni di altre classi e le proteggevano, con ingiustizia esosa negavano il diritto naturale di associarsi proprio a quelli che più ne avevano bisogno per difendersi dallo sfruttamento dei potenti. Né mancava tra gli stessi Cattolici chi mettesse in sospetto i tentativi di formare siffatte organizzazioni, quasi sapessero di un certo spirito socialistico o sovversivo.

a) associazioni dei lavoratori

31. Sono dunque sommamente raccomandabili le norme date autorevolmente da Leone XIII, perché valsero a infrangere le opposizioni e dissipare i sospetti. E d’importanza anche maggiore riuscirono per aver esse esortato i lavoratori cristiani a stringere fra di loro simili organizzazioni, secondo la varietà dei mestieri insegnandone loro il modo, e molti di essi validamente rassodarono nella via del dovere, mentre erano fortemente adescati dalle associazioni dei socialisti, le quali, con incredibile impudenza, si spacciavano per uniche tutrici e vindici degli umili e degli oppressi.

32. Ma assai opportunamente l’enciclica Rerum novarum dichiarava che, nel fondare tali associazioni, queste si dovevano ordinare e governare in modo da somministrare i mezzi più adatti e spediti al conseguimento del fine, il quale consiste in questo, che ciascuno degli associati ne tragga il maggior aumento possibile di benessere fisico, economico, morale; ed è evidente che bisogna avere di mira, come. scopo principale il perfezionamento religioso e morale, e che a questo perfezionamento vuolsi indirizzare tutta la disciplina sociale (enc. Rerum novarum, n. 42). Poiché, posto il fondamento nella religione, è aperta la strada a regolare le mutue attinenze dei soci per la tranquillità della loro convivenza e per il loro benessere economico (enc. Rerum novarum, n. 43).

33. Ad istituire simili sodalizi, si consacrarono dappertutto con lodevole ardore sacerdoti e laici in gran numero, bramosi di attuare davvero integralmente il disegno di Leone XIII. E così queste associazioni formarono dei lavoratori schiettamente cristiani, i quali sapevano ben congiungere insieme la diligente pratica del loro mestiere coi salutari precetti della religione, e difendere con efficacia e fermezza i propri interessi e diritti temporali, mantenendo il debito ossequio alla giustizia e il sincero intento di cooperare con le altre classi della società al rinnovamento cristiano di tutta la vita sociale.

34. Questi consigli poi e questi moniti di Leone XIII, furono messi in atto dove in un modo dove in un altro, secondo le varie circostanze nei vari luoghi. Così in alcuni paesi una stessa associazione si propose di raggiungere tutti quanti gli scopi assegnati dal Pontefice; in altre, così richiedendo e consigliando le condizioni locali, si venne a una certa divisione di lavoro e furono istituite distinte associazioni, di cui le une si assumessero la difesa dei diritti e dei legittimi vantaggi dei soci nei contratti di lavoro, altre si occupassero del vicendevole aiuto da prestarsi nelle cose economiche, altre finalmente si dedicassero tutte alla cura dei doveri morali e religiosi e di altri obblighi simili.

35. Questo secondo metodo fu adoperato principalmente là dove i Cattolici non potevano formare sindacati cattolici, perché impediti o dalle leggi del paese o da altre tali istituzioni economiche, o da quel lacrimevole dissidio delle intelligenze e dei cuori, tanto largamente disseminato nella società moderna, e dalla stringente necessità di resistere con fronte unico alle schiere irrompenti dei partiti sovversivi. In tali circostanze pare che i Cattolici siano quasi costretti ad iscriversi a sindacati neutri, i quali tuttavia professino sempre la giustizia e l’equità e lascino ai loro soci cattolici la piena libertà di provvedere alla propria coscienza e di obbedire alle leggi della Chiesa. Spetta però ai Vescovi, dove secondo le circostanze credano necessarie tali associazioni e le vedano non pericolose per la Religione, acconsentire che gli operai cattolici vi aderiscano, avendo sempre l’occhio ai principi e alle garanzie, che il Nostro Predecessore Pio X, di s. m., raccomandava (Pio X, enc. Singulari quadam, del 24 sett. 1912): delle quali garanzie la prima e principale sia questa, che insieme con quei sindacati, sempre vi siano altri sodalizi, i quali si adoperino con diligenza a educare profondamente i loro soci nella parte religiosa e morale, affinché questi possano di poi compenetrare le associazioni sindacali di quel buono spirito, con cui si devono reggere in tutta la loro condotta; e così avverrà che tali sodalizi rechino ottimi frutti, anche oltre la cerchia dei loro soci.

36. All’enciclica Leoniana dunque si deve attribuire se queste associazioni di lavoratori fiorirono dappertutto in tal modo, che ormai, sebbene purtroppo ancora inferiori di numero alle corporazioni dei socialisti e dei comunisti, raccolgono una grandissima moltitudine di operai e possono vigorosamente rivendicare i diritti e le aspirazioni legittime dei lavoratori cristiani, tanto nell’interno della propria nazione, quanto in convegni più estesi, e con ciò promuovere i salutari principi cristiani intorno alla società.

b) associazioni fra altre classi

37. Oltre ciò, le verità tanto saggiamente discusse e validamente propugnate da Leone XIII, circa il diritto naturale di associazioni, si cominciarono ad applicare con facilità anche ad altre associazioni e non solo a quelle degli operai; onde alla stessa enciclica Leoniana si deve in non poca parte il tanto rifiorire di simili utilissime associazioni; anche tra agricoltori e altre classi felicemente si unisce al vantaggio economico la cultura delle anime.

c) associazioni padronali

38. Non si può dire lo stesso delle Associazioni vivamente desiderate dal Nostro Antecessore, tra gli imprenditori di lavoro e gli industriali. Che se di queste dobbiamo lamentare la scarsezza, ciò non si deve attribuire unicamente alla volontà delle persone, ma alle difficoltà molto più gravi che si oppongono a consimili associazioni e che Noi conosciamo benissimo e teniamo nel giusto conto. Ci arride tuttavia la ferma speranza che anche questi impedimenti si possano tra breve rimuovere, e fin d’ora con intima consolazione del cuore Nostro salutiamo alcuni non inutili tentativi fatti in questa parte, i cui frutti copiosi ripromettono una più ricca messe in avvenire (cfr. Lettera della Sacra Congregazione del Concilio al Vescovo di Lilla, 5 giugno 1929).

4 – Conclusione: la « Rerum Novarum » Magna Charta dell’ordine sociale

39. Tutti questi benefici dell’enciclica Leoniana, venerabili Fratelli e diletti Figli, da noi accennati piuttosto che ricordati, sorvolando piuttosto che illustrando, sono tanti e così grandi che dimostrano chiaramente come quell’immortale documento sia ben lungi dal rappresentarci un ideale di società umano bellissimo sì, ma fantastico e troppo lontano dalle vere esigenze economiche dei nostri tempi e per ciò stesso inattuabile. Per contrario, essi dimostrano che il Nostro Antecessore attinse dal Vangelo, e perciò da una sorgente sempre viva e vitale, quelle dottrine che possono, se non subito comporre, mitigare almeno in gran parte quella lotta esiziale e intestina che dilania la famiglia umana. Che poi una parte di quel buon seme, tanto copiosamente sparso or sono quaranta anni, sia caduta in terra buona, vediamo dalle messi lietissime che la Chiesa di Cristo, e quindi l’intero gregge umano, con la grazia di Dio, ne ha raccolto a sua salvezza. E ben a ragione si può dire che l’enciclica Leoniana nella lunga esperienza si è dimostrata come la Magna Charta, sulla quale deve posare tutta l’attività cristiana del campo sociale come sul proprio fondamento. Coloro poi che mostrano di fare poco conto di quell’enciclica e della sua commemorazione, bisogna ben dire che, o bestemmiano quel che non sanno, o non capiscono quello di cui hanno solo una superficiale cognizione, o se la capiscono meritano d’essere solennemente tacciati d’ingiustizia e di ingratitudine.

40. Se non che, nello stesso decorso di anni, essendo sorti alcuni dubbi circa la retta interpretazione di parecchi punti dell’enciclica Leoniana o circa le conseguenze da trarsene, dubbi che hanno dato origine a controversie non sempre serene fra gli stessi cattolici; e d’altra parte le nuove necessità dei nostri tempi e la mutata condizione delle cose richiedendo una più accurata applicazione della dottrina Leoniana o anche qualche aggiunta, cogliamo ben volentieri questa opportuna occasione per soddisfare, quanto è da Noi, ai dubbi e alle esigenze dei tempi moderni, secondo l’apostolico Nostro mandato per cui siamo a tutti debitori (cfr. Rom 1, 14).

II – LA DOTTRINA DELLA CHIESA IN MATERIA SOCIALE ED ECONOMICA

41. Ma prima di iniziare a dare queste spiegazioni, occorre premettere il principio, già da Leone XIII con rara chiarezza stabilito, che cioè risiede in Noi il diritto e il dovere di giudicare con suprema autorità intorno a siffatte questioni sociali ed economiche (enc. Rerum novarum, n. 13). Certo alla Chiesa non fu affidato l’ufficio di guidare gli uomini a una felicità solamente temporale e caduca, ma all’eterna. Anzi non vuole né deve la Chiesa senza giusta causa ingerirsi nella direzione delle cose puramente umane (enc. Ubi arcano del 23 dicembre 1922). In nessun modo però può rinunziare all’ufficio da Dio assegnatole, d’intervenire con la sua autorità, non nelle cose tecniche, per le quali non ha né i mezzi adatti né la missione di trattare, ma in tutto ciò che ha attinenza con la morale. Infatti in questa materia, il deposito della verità a Noi commesso da Dio e il dovere gravissimo impostoCi di divulgare e di interpretare tutta la legge morale ed anche di esigerne opportunamente ed importunamente l’osservanza, sottopongono ed assoggettano al supremo Nostro giudizio tanto l’ordine sociale, quanto l’economico.

42. Sebbene l’economia e la disciplina morale, ciascuna nel suo ambito, si appoggino sui principi propri, sarebbe errore affermare che l’ordine economico e l’ordine morale siano così disparati ed estranei l’uno all’altro, che il primo in nessun modo dipenda dal secondo. Certo, le leggi, che si dicono economiche, tratte dalla natura stessa delle cose e dall’indole dell’anima e del corpo umano, stabiliscono quali limiti nel campo economico il potere dell’uomo non possa e quali possa raggiungere, e con quali mezzi; e la stessa ragione, dalla natura delle cose e da quella individuale e sociale dell’uomo, chiaramente deduce quale sia il fine da Dio Creatore proposto a tutto l’ordine economico.

43. Soltanto la legge morale è quella la quale, come ci intima di cercare nel complesso delle nostre azioni il fine supremo ed ultimo, così nei particolari generi di operosità ci dice di cercare quei fini speciali, che a quest’ordine di operazioni sono stati prefissi dalla natura, o meglio, da Dio, autore della natura, e di subordinare armonicamente questi fini particolari al fine supremo. E ove a tal legge da noi fedelmente si obbedisca, avverrà che tutti i fini particolari, tanto individuali quanto sociali, in materia economica perseguiti, si inseriranno convenientemente nell’ordine universale dei fini, e salendo per quelli come per altrettanti gradini, raggiungeremo il fine ultimo di tutte le cose, che è Dio, bene supremo e inesauribile per se stesso e per noi.

1 – Il dominio o diritto di proprietà

44. Ed ora, per venire ai singoli punti, cominciamo dal dominio o diritto di proprietà. Voi conoscete, venerabili Fratelli e diletti Figli, come il Nostro Predecessore di f. m., abbia difeso gagliardamente il diritto di proprietà contro gli errori dei socialisti del suo tempo, dimostrando che l’abolizione della proprietà privata tornerebbe, non a vantaggio, ma a estrema rovina della classe operaia. E poiché vi ha di quelli che, con la più ingiuriosa delle calunnie, accusano il Sommo Pontefice e la Chiesa stessa, quasi abbia preso o prenda ancora le parti dei ricchi contro i proletari, e poiché tra i Cattolici stessi si riscontrano dissensi intorno alla vera e schietta sentenza Leoniana, Ci sembra bene ribattere ogni calunnia contro quella dottrina, che è la cattolica, su questo argomento, e difenderla da false interpretazioni.

a) sua indole individuale e sociale

45. In primo luogo, si ha da ritenere per certo, che né Leone XIII né i teologi che insegnarono sotto la guida e il vigile Magistero della Chiesa, negarono mai o misero in dubbio la doppia specie di proprietà, detta individuale e sociale, secondo che riguarda gli individui o spetta al bene comune; ma hanno sempre unanimemente affermato che il diritto del dominio privato viene largito agli uomini dalla natura, cioè dal Creatore stesso, sia perché gli individui possano provvedere a sé e alla famiglia, sia perché, grazie a tale istituto, i beni del Creatore, essendo destinati a tutta l’umana famiglia, servano veramente a questo fine; il che in nessun modo si potrebbe ottenere senza l’osservanza di un ordine certo e determinato.

46. Pertanto occorre guardarsi diligentemente dall’urtare contro un doppio scoglio. Giacché, come negando o affievolendo il carattere sociale e pubblico del diritto di proprietà si cade e si rasenta il cosiddetto « individualismo », così respingendo e attenuando il carattere privato e individuale del medesimo diritto, necessariamente si precipita nel « collettivismo » o almeno si sconfina verso le sue teorie. E chi non tenga presente queste considerazioni, va logicamente a cadere negli scogli del modernismo murale, giuridico e sociale, da Noi denunciati nella Nostra prima enciclica (enc. Ubi arcano del 23 dicembre 1922). E di ciò si persuadano coloro specialmente che, amanti delle novità, non si peritano d’incolpare la Chiesa con vituperose calunnie, quasi abbia permesso che nella dottrina dei teologi s’infiltrasse il concetto pagano della proprietà, al quale bisognerebbe assolutamente sostituire un altro, che con strana ignoranza essi chiamano cristiano.

b) doveri inerenti alla proprietà

47. Per contenere poi nei giusti limiti le controversie, sorti ultimamente intorno alla proprietà e ai doveri a essa inerenti, rimanga fermo anzitutto il fondamento stabilito da Leone XIII: che il diritto cioè di proprietà si distingue dall’uso di esso (enc. Rerum novarum, n. 19). La giustizia, infatti, che si dice commutativa, vuole che sia scrupolosamente mantenuta la divisione dei beni, e che non si invada il diritto altrui col trapassare i limiti del dominio proprio; che poi i padroni non usino se non onestamente della proprietà, ciò non è ufficio di questa speciale giustizia, ma di altre virtù, dei cui doveri non si può esigere l’adempimento per vie giuridiche (cfr. enc. Rerum novarum, n. 19). Onde a torto certuni pretendono che la proprietà e l’onesto uso di essa siano ristretti dentro gli stessi confini; e molto più è contrario a verità il dire che il diritto di proprietà venga meno o si perda per l’abuso o il non uso che se ne faccia.

48. Per il che compiono opera salutare e degna di ogni encomio tutti quelli che, salva la concordia degli animi e l’integrità della dottrina, quale fu sempre predicata dalla Chiesa, si studiano di definire l’intima natura e i limiti di questi doveri, coi quali o il diritto stesso di proprietà ovvero l’uso o l’esercizio del dominio vengono circoscritti dalle necessità della convivenza sociale. S’ingannano invece ed errano coloro che si studiano di sminuire talmente il carattere individuale della proprietà, da giungere di fatto a distruggerla.

c) poteri dello Stato sulla proprietà

49. E veramente dal carattere stesso della proprietà, che abbiamo detta individuale insieme e sociale, si deduce che in questa materia gli uomini debbono aver riguardo non solo al proprio vantaggio, ma altresì al bene comune. La determinazione poi di questi doveri in particolare e secondo le circostanze, e quando non sono già indicati dalla legge di natura, è ufficio dei pubblici poteri. Onde la pubblica autorità può con maggior cura specificare, considerata la vera necessità del bene comune e tenendo sempre innanzi agli occhi la legge naturale e divina, che cosa sia lecito ai possidenti e che cosa no, nell’uso dei propri beni. Anzi Leone XIII aveva sapientemente sentenziato: avere Dio lasciato all’industria degli uomini e alle istituzioni dei popoli la delimitazione delle proprietà private (enc. Rerum novarum, n. 7). E invero, come dalla storia si provi che, al pari degli altri elementi della vita sociale, la proprietà non sia affatto immobile. Noi stessi già lo dichiarammo con le seguenti parole: Quante diverse forme concrete ha avuto la proprietà dalla primitiva forma dei popoli selvaggi, della quale ancora ai dì nostri si può avere una certa esperienza, a quella proprietà nei tempi e nelle forme patriarcali, e poi via via nelle diverse forme tiranniche (diciamo nel significato classico della parola), poi attraverso le forme feudali, poi in quelle monarchiche e in tutte le forme susseguenti dell’età moderna (Alloc. al Comitato dell’A.C. per l’Italia, 16 maggio 1926). La pubblica autorità però, come è evidente, non può usare arbitrariamente di tale suo diritto; poiché bisogna che rimanga sempre intatto e inviolato il diritto naturale di proprietà privata e di trasmissione ereditaria dei propri beni, diritto che lo Stato non può sopprimere, perché l’uomo è anteriore allo Stato (enc. Rerum novarum, n. 6), ed anche perché il domestico consorzio è logicamente e storicamente anteriore al civile (enc. Rerum novarum, n. l0). Perciò il sapientissimo Pontefice aveva già dichiarato non essere lecito allo Stato di aggravare tanto con imposte e tasse esorbitanti la proprietà privata da renderla quasi stremata. Poiché non derivando il diritto di proprietà privata da legge umana, ma da legge naturale, lo Stato non può annientarlo, ma semplicemente temperarne l’uso e armonizzarlo col bene comune (enc. Rerum novarum, n. 35). Quando poi la pubblica autorità mette così d’accordo i primati domini con le necessità del bene comune, non fa opera ostile ma piuttosto amichevole verso i padroni privati, come quella che in tal modo validamente impedisce che il privato possesso dei beni, voluto dal sapientissimo Autore della natura a sussidio della vita umana, generi danni intollerabili e così vada in rovina; né abolisce i privati possessi, ma li assicura; né indebolisce la proprietà privata, ma la rinvigorisce.

d) i redditi liberi

50. Non sono neppure abbandonate per intero al capriccio dell’uomo le libere entrate di lui, quelle cioè di cui egli non abbisogna per un tenore di vita conveniente e decorosa; ché anzi la sacra Scrittura e i santi Padri chiarissimamente e continuamente denunciano ai ricchi il gravissimo precetto da cui sono tenuti, di esercitare l’elemosina, la beneficenza, la liberalità.

51. L’impiegare però più copiosi proventi in opere che diano più larga opportunità di lavoro, purché tale lavoro sia per procurare beni veramente utili, dai principi dell’Angelico Dottore (cfr. S. Thom., Summ. Theol., II-II, q. 134) si può dedurre che non solo ciò è immune da ogni vizio o morale imperfezione, ma deve ritenersi per opera cospicua della virtù della magnificenza, in tutto corrispondente alle necessità dei tempi.

e) titoli della proprietà

52. Che la proprietà poi originariamente si acquisti e con l’occupazione di una cosa senza padrone (res nullius) e con l’industria e il lavoro, ossia con la « specificazione », come si suol dire, è chiaramente attestato sia dalla tradizione di tutti i tempi, sia dall’insegnamento del Pontefice Leone XIII, Nostro Predecessore. Non si reca infatti torto a nessuno, checché alcuni dicano in contrario, quando si prende possesso di una cosa che è in balia del pubblico, ossia non è di nessuno; l’industria poi che da un uomo si eserciti in proprio nome e con la quale si aggiunga una nuova forma o un aumento di valore, basta da sola perché questi frutti si aggiudichino a chi vi ha lavorato attorno.

2 – Capitale e lavoro

53. Assai diversa è la natura del lavoro, che si presta ad altri e si esercita sopra il capitale altrui. A questo lavoro soprattutto si addice quel che Leone XIII disse essere cosa verissima: cioè che non d’altronde è prodotta la pubblica ricchezza, se non dal lavoro degli operai (enc. Rerum novarum, n. 37). Non vediamo noi, infatti, con gli occhi nostri, come l’ingente somma dei beni, di cui è fatta la ricchezza degli uomini, esce prodotta dalle mani degli operai, le quali o lavorano da sole, o mirabilmente moltiplicano la loro efficienza valendosi di strumenti, ossia di macchine? Non v’è anzi chi ignori come nessun popolo mai dalla penuria e dall’indigenza sia arrivato a una migliore o più alta fortuna, se non mediante un grande lavoro compiuto insieme da tutti quelli del paese, tanto da coloro che dirigono, quanto da coloro che eseguiscono. Ma non meno chiaro apparisce che quei sommi sforzi sarebbero riusciti del tutto inutili, anzi non sarebbe stato neppure possibile il tentarli, se Dio Creatore di tutti non avesse prima largito, per sua bontà, le ricchezze e il capitale naturale, i sussidi e le forze della natura. Che cosa è infatti lavorare se non adoperare ed esercitare le forze dell’animo e del corpo, circa queste cose e con queste cose medesime? Richiede poi la legge di natura e la volontà di Dio, dopo la promulgazione di questa legge, che si osservi il retto ordine nell’applicare agli usi umani il capitale naturale; e tale ordine consiste in ciò, che ogni cosa abbia il suo padrone.

54. Di qui avviene che, tolto il caso che altri lavorino intorno al proprio capitale, tanto l’opera altrui quanto l’altrui capitale debbono associarsi in un comune consorzio, perché l’uno senza l’altro non valgono a produrre nulla. Il che fu bene osservato da Leone XIII, quando scrisse: Non può sussistere capitale senza lavoro, né lavoro senza capitale (enc. Rerum novarum, n. 16). Per cui è del tutto falso ascrivere o al solo capitale o al solo lavoro ciò che si ottiene con l’opera unita dell’uno e dell’altro; ed è affatto ingiusto che l’uno arroghi a sé quel che si fa, negando l’efficacia dell’altro.

a) ingiuste rivendicazioni del capitale

55. Per lungo tempo certamente il capitale troppo aggiudicò a sé stesso. Quanto veniva prodotto e i frutti che se ne ricavavano, ogni cosa il capitale prendeva per sé, lasciando appena all’operaio tanto che bastasse a ristorare le forze e a riprodurre. Giacché andavano dicendo che per una legge economica affatto ineluttabile, tutta la somma del capitale apparteneva ai ricchi, e per la stessa legge gli operai dovevano rimanere in perpetuo nella condizione di proletari, costretti cioè a un tenore di vita precario e meschino. È bensì vero che con questi princìpi dei liberali, che volgarmente si denominano di Manchester, l’azione pratica non si accordava né sempre né dappertutto; pure non si può negare che gli istituti economico-sociali avevano mostrato di piegare verso quei princìpi con vero e costante sforzo. Ora, che queste false opinioni, questi fallaci supposti siano stati fortemente combattuti, e non da coloro solo che per essi venivano privati del naturale diritto di procurarsi una migliore condizione di vita, nessuno vi sarà che se ne meravigli.

b) ingiuste rivendicazioni del lavoro

56. Perciò agli operai angariati, si accostarono i cosiddetti intellettuali, contrapponendo a una legge immaginaria un principio morale parimenti immaginario: che cioè quanto si produce e si percepisce di reddito, trattone quel tante che basti a risarcire e riprodurre il capitale, si deve di diritto all’operaio. Questo errore, quanto è più lusinghevole di quello di vari socialisti, i quali affermano che tutto ciò che serve alla produzione si ha da trasfondere allo Stato, o come dicono da « socializzare », tanto è più pericoloso e più atto a ingannare gli incauti: blando veleno, che fu avidamente sorbito da molti, che un aperto socialismo non aveva mai potuto trarre in inganno.

c) principio direttivo di giusta ripartizione

57. Certo, ad impedire che con queste false teorie non si chiudesse l’adito alla giustizia e alla pace tanto per il capitale quanto per il lavoro, avrebbero dovuto giovare le sapienti parole del Nostro Predecessore, che cioè la terra, sebbene divisa tra i privati, resta nondimeno a servizio e utilità di tutti, (enc. Rerum novarum, n. 7). E ciò stesso Noi pure abbiamo insegnato poc’anzi nel riaffermare che la spartizione dei beni in private proprietà è stabilita dalla natura stessa, affinché le cose create possano dare agli uomini tale comune utilità stabilmente e con ordine. Il che conviene tenere di continuo presente, se non si vuole uscire dal retto sentiero della verità.

58. Ora, non ogni distribuzione di beni e di ricchezze tra gli uomini è tale da ottenere il fine inteso da Dio o pienamente o con quella perfezione che si deve. Onde è necessario che le ricchezze le quali si amplificano di continuo grazie ai progressi economici e sociali, vengano attribuite ai singoli individui e alle classi in modo che resti salva quella comune utilità di tutti, lodata da Leone XIII, ovvero, per dirla con altre parole, perché si serbi integro il bene comune dell’intera società. Per questa legge di giustizia sociale non può una classe escludere l’altra dalla partecipazione degli utili. Che se perciò è violata questa legge dalla classe dei ricchi, quando spensierati nell’abbondanza dei loro beni stimano naturale quell’ordine di cose, che riesce tutto a loro favore e niente a favore dell’operaio; è non meno violata dalla classe proletaria, quando, aizzata per la violazione della giustizia e tutta intesa a rivendicare il suo solo diritto, di cui è conscia, esige tutto per sé, siccome prodotto dalle sue mani, e quindi combatte e vuole abolita la proprietà e i redditi o proventi non procacciati con il lavoro, di qualunque genere siano o di qualsiasi ufficio facciano le veci nell’umana convivenza, e ciò non per altra ragione se non perché son tali.

59. E a questo proposito occorre osservare che fuori di argomento e bene a torto applicano alcuni le parole dell’Apostolo: chi non vuole lavorare non mangi (2 Tess III, 10), perché la sentenza dell’Apostolo è proferita contro quelli che si astengono dal lavoro, quando potrebbero e dovrebbero lavorare, e ammonisce a usare alacremente del tempo e delle forze del corpo e dell’anima, né aggravare gli altri, quando da noi stessi ci possiamo provvedere; ma non insegna punto che il lavoro sia l’unico titolo per ricevere vitto e proventi (cfr. 2 Tess III, 8-10).

60. A ciascuno, dunque, si deve attribuire la sua parte di beni e bisogna procurare che la distribuzione dei beni creati, la quale ognuno vede quanto ora sia causa di disagio, per il grande squilibrio fra i pochi straricchi e gli innumerevoli indigenti, venga ricondotta alla conformità con le norme del bene comune e della giustizia sociale.

3 – La elevazione dei proletari

61. Tale è l’intento che il Nostro Predecessore proclamò doversi raggiungere: la elevazione del proletario. E ciò si deve asserire tanto più forte e ripetere tanto più instantemente, in quanto non di rado le prescrizioni così salutari del Pontefice furono messe in dimenticanza, o perché di proposito passate sotto silenzio, o perché l’eseguirle si reputò non possibile, mentre pure e si possono e si debbono eseguire. Né sono esse diventate ai nostri giorni meno sagge ed efficaci perché meno imperversa oggi quell’orrendo « pauperismo » da Leone XIII considerato. Certo, la condizione degli operai s’è fatta migliore e più equa. massime negli Stati più colti e nelle Nazioni più grandi, dove non si può dire che tutti gli operai siano afflitti dalla miseria o travagliati dal bisogno. Ma dopo che le arti meccaniche e le industrie dell’uomo sono penetrate e si sono diffuse con tanta rapidità in regioni senza numero, tanto nelle terre che si dicono nuove, quanto nei regni del lontano Oriente, già famosi per antichissima civiltà, è cresciuta smisuratamente la moltitudine dei proletari bisognosi, e i loro gemiti gridano a Dio dalla terra. S’aggiunga il grandissimo esercito di braccianti della campagna, ridotti ad una infima condizione di vita e privi di speranza d’ottenere mai alcuna porzione di suolo (enc. Rerum novarum, n. 35) e quindi sottoposti in perpetuo alla condizione proletaria, se non si adoperino rimedi convenevoli ed efficaci.

62. Ma benché sia verissimo che la condizione proletaria debba ben distinguersi dal pauperismo, pure la stessa foltissima moltitudine dei proletari è un argomento ineluttabile, che le ricchezze tanto copiosamente cresciute in questo nostro secolo detto dell’industrialismo, non sono rettamente distribuite e applicate alle diverse classi di uomini.

63, È necessario dunque con tutte le forze procurare che in avvenire i capitali guadagnati non si accumulino se non con equa proporzione presso i ricchi, e si distribuiscano con una certa ampiezza fra i prestatori di opera, non perché questi rallentino nel lavoro, essendo l’uomo nato al lavoro come l’uccello al volo, ma perché con la economia aiutino il loro avere, e amministrando con saggezza l’aumentata proprietà possano più facilmente e tranquillamente sostenere i pesi della famiglia, e usciti da quell’incerta sorte di vita, in cui si dibatte il proletariato, non solo siano in grado di sopportare le vicende della vita, ma possano ripromettersi che alla loro morte saranno convenientemente provveduti quelli che lasciano dopo di sé.

64. Tutti questi suggerimenti furono dal Nostro Predecessore non soltanto insinuati, ma apertamente proclamati e Noi con questa Nostra Enciclica torniamo a vivamente inculcarli. Che se ora non si prende finalmente a metterli in esecuzione senza indugio e con ogni vigore, niuno potrebbe ripromettersi passibile un’efficace difesa dell’ordine pubblico e della tranquillità sociale contro i seminatori di novità sovversive.

4 – Il giusto salario

65. Ma tale attuazione non sarà possibile se i proletari non giungeranno, con la diligenza e con il risparmio, a farsi un qualche modesto patrimonio, come abbiamo detto riferendoci alla dottrina del Nostro Predecessore Leone XIII. Orbene, chi per guadagnarsi il vitto e il necessario alla vita altro non ha che il lavoro, come potrà, pur vivendo parcamente, mettersi da parte qualche fortuna se non con la paga, che trae dal lavoro? Affrontiamo dunque la questione del salario, da Leone XIII definita assai importante (enc. Rerum novarum, n. 34), svolgendone e dichiarandone, ove occorra, la dottrina e i precetti.

A) il contratto di lavoro non è di sua natura ingiusto

66. E da prima l’affermazione che il contratto di offerta di prestazione d’opera sia di sua natura ingiusto, e quindi si debba sostituire con contratto di società, è affermazione gratuita e calunniosa contro il Nostro Predecessore, la cui enciclica Rerum novarum non solo lo ammette, ma ne tratta a lungo sul modo di disciplinarlo secondo le norme della giustizia.

67. Tuttavia, nelle odierne condizioni sociali, stimiamo sia cosa più prudente che, quando è possibile, il contratto del lavoro venga temperato alquanto col contratto di società, come già si è incominciato a fare in diverse maniere, con non poco vantaggio degli operai stessi e dei padroni. Così gli operai diventano cointeressati o nella proprietà o nell’amministrazione, e compartecipi in certa misura dei lucri percepiti.

68. Né la giusta proporzione del salario deve calcolarsi da un solo titolo, ma da più, come già sapientemente aveva dichiarato Leone XIII scrivendo: Il determinare la mercede secondo la giustizia dipende da molte considerazioni (enc. Rerum novarum, n. 17). Con le quali parole fin da allora confutò la leggerezza di coloro i quali credono facilmente, ricorrendo a un’unica misura, e questa, ben lontana dalla realtà.

69. Sono certamente in errore coloro i quali non dubitano di proclamare come principio, che tanto vale il lavoro ed altrettanto deve essere rimunerato, quanto valgono i frutti da esso prodotti, e perciò il prestatore del lavoro ha il diritto di esigere quanto si è ottenuto col suo lavoro: principio la cui assurdità apparisce anche da quanto abbiamo esposto, trattando della proprietà.

B) carattere individuale e sociale del lavoro

70. Ora è facile intendere che oltre al carattere personale e individuale deve considerarsi il carattere sociale, come della proprietà, così anche del lavoro, massime di quello che per contratto si cede ad altri; giacché se non sussiste un corpo veramente sociale o organico, se un ordine sociale e giuridico non tutela l’esercizio del lavoro, se le varie parti, le une dipendenti dalle altre, non si collegano fra di loro e mutuamente non si compiono, se, quel che è più, non si associano, quasi a formare una cosa sola, l’intelligenza, il capitale, il lavoro, l’umana attività non può produrre i suoi frutti; e quindi non si potrà valutare giustamente né retribuire adeguatamente, dove non si tenga conto della sua natura sociale e individuale.

C) tre punti da tener presenti

71. Da questo doppio carattere, insito nella natura stessa del lavoro umano, sgorgano gravissime conseguenze, a norma delle quali il salario vuole essere regolato e determinato.

a) il sostentamento dell’operaio e della sua famiglia

72. In primo luogo, all’operaio si deve dare una mercede che basti al sostentamento di lui e della sua famiglia (cfr. enc. Casti connubii del 31 dicembre 1930). È bensì giusto che anche il resto della famiglia, ciascuno secondo le sue forze, contribuisca al comune Sostentamento, come già si vede in pratica specialmente nelle famiglie dei contadini, e anche in molte di quelle degli artigiani e dei piccoli commercianti; ma non bisogna che si abusi dell’età dei fanciulli né della debolezza della donna. Le madri di famiglia prestino l’opera loro in casa sopra tutto o nelle vicinanze della casa, attendendo alle faccende domestiche. Che poi le madri di famiglia, per la scarsezza del salario del padre, siano costrette ad esercitare un’arte lucrativa fuori delle pareti domestiche, trascurando così le incombenze e i doveri loro propri, e particolarmente la cura e l’educazione dei loro bambini, è un pessimo disordine, che si deve con ogni sforzo eliminare. Bisogna dunque fare di tutto perché i padri di famiglia percepiscano una mercede tale che basti per provvedere convenientemente alle comuni necessità domestiche. Che se nelle presenti circostanze della società ciò non sempre si potrà fare, la giustizia sociale richiede che s’introducano quanto prima quelle mutazioni che assicurino ad ogni operaio adulto siffatti salari. Sono altresì meritevoli di lode tutti quelli che con saggio e utile divisamento hanno sperimentato e tentano diverse vie, onde la mercede del lavoro si retribuisca con tale corrispondenza ai pesi della famiglia, che, aumentando questi, anche quella si somministri più larga; e anzi, se occorra, si soddisfaccia alle necessità straordinarie.

b) la condizione dell’azienda

73. Nello stabilire la quantità della mercede si deve tener conto anche dello stato dell’azienda e dell’imprenditore di essa; perché è ingiusto chiedere esagerati salari, quando l’azienda non li può sopportare senza la rovina propria e la conseguente calamità degli operai. È però vero che se il minor guadagno che essa fa è dovuto a indolenza, a inesattezza e a noncuranza del progresso tecnico ed economico, questa non sarebbe da stimarsi giusta causa per diminuire la mercede agli operai. Che se l’azienda medesima non ha tante entrate che bastino per dare un equo salario agli operai, o perché è oppressa da ingiusti gravami, o perché è costretta a vendere i suoi prodotti ad un prezzo minore del giusto, coloro che così la opprimono si fanno rei di grave colpa; perché costoro privano della giusta mercede gli operai; i quali, spinti dalla necessità, sono costretti a contentarsi di un salario inferiore al giusto.

74. Tutti adunque, e operai e padroni, in unione di forza e di mente, si adoperino a vincere tutti gli ostacoli e le difficoltà, e siano aiutati in quest’opera tanto salutare dalla sapiente provvidenza dei pubblici poteri. Che se poi il caso fosse arrivato all’estremo, allora dovrà deliberarsi se l’azienda possa proseguire nella sua impresa, o se sia da provvedere in altro modo agli operai. Nel qual punto, che è certo gravissimo, bisogna che si stringa ed operi efficacemente una certa colleganza e concordia cristiana tra padroni e operai.

c) La necessità del bene comune

75. Finalmente la quantità del salario deve contemperarsi col pubblico bene economico. Già abbiamo detto quanto giovi a questa prosperità o bene comune, che gli operai mettano da parte la porzione di salario, che loro sopravanza alle spese necessarie, per giungere a poco a poco a un modesto patrimonio; ma non è da trascurare un altro punto di importanza forse non minore e ai nostri tempi affatto necessario, che cioè a coloro i quali e possono e vogliono lavorare, si dia opportunità di lavorare. E questo non poco dipende dalla determinazione del salario; la quale, come può giovare là dove è mantenuta tra giusti limiti, così alla sua volta può nuocere se li eccede. Chi non sa infatti che la troppa tenuità e la soverchia altezza dei salari è stata la cagione per la quale gli operai non potessero aver lavorato? Il quale inconveniente, riscontratosi specialmente nei tempi del Nostro Pontificato in danno di molti, gettò gli operai nella miseria e nelle tentazioni, mandò in rovina la prosperità delle città e mise in pericolo la pace e la tranquillità di tutto il mondo. È contrario, dunque, alla giustizia sociale che, per badare al proprio vantaggio senza aver riguardo al bene comune, il salario degli operai venga troppo abbassato o troppo innalzato; e la medesima giustizia richiede che, nel consenso delle menti e delle volontà, per quanto è possibile, il salario venga temperato in maniera che a quanti più è possibile, sia dato di prestare l’opera loro e percepire i frutti convenienti per il sostentamento della vita.

76. A ciò parimenti giova la giusta proporzione tra i salari; con la quale va strettamente congiunta la giusta proporzione dei prezzi, a cui si vendono i prodotti delle diverse arti, quali sono stimate l’agricoltura, l’industria e simili. Con la conveniente osservanza di queste cautele, le diverse arti si comporranno e si uniranno come in un sol corpo, e come tra membra si presteranno vicendevolmente aiuto e perfezione. Giacché allora l’economia sociale veramente sussisterà e otterrà i suoi fini, quando a tutti e singoli i soci saranno somministrati tutti i beni che si possono apprestare con le forze e i sussidi della natura, con l’arte tecnica, con la costituzione sociale del fatto economico; i quali beni debbono essere tanti quanti sono necessari sia a soddisfare ai bisogni e alle oneste comodità, sia promuovere tra gli uomini quella più felice condizione di vita, che, quando la cosa si faccia prudentemente, non solo non è d’ostacolo alla virtù, ma grandemente la favorisce (cfr. S. Th., De regimine principum, 1, 15; enc. Rerum novarum, n. 27).

5 – Restaurazione dell’ordine sociale

77. Le indicazioni finora date intorno all’equa divisione dei beni e alla giustizia dei salari riguardano gli individui e solo per indiretto toccano l’ordine sociale, alla cui restaurazione soprattutto secondo i principi della sana filosofia e i precetti altissimi della legge evangelica che lo perfezionano, applicò ogni sua cura e attenzione il Nostro Antecessore Leone XIII.

78. Fu allora aperta la via; ma perché siano perfezionate molte cose che ancora restano da fare e ne ridondino più copiosi ancora e più lieti vantaggi all’umana famiglia, sono soprattutto necessarie due cose: la riforma delle istituzioni e la emendazione dei costumi.

a) riforma delle istituzioni

79. E quando parliamo di riforma delle istituzioni, pensiamo primieramente allo Stato, non perché dall’opera sua si debba aspettare tutta la salvezza, ma perché, per il vizio dell’individualismo, come abbiamo detto, le cose si trovano ridotte a tal punto, che abbattuta e quasi estinta l’antica ricca forma di vita sociale, svoltasi un tempo mediante un complesso di associazioni diverse, restano di fronte quasi soli gli individui e lo Stato. E siffatta deformazione dell’ordine sociale reca non piccolo danno allo Stato medesimo, sul quale vengono a ricadere tutti i pesi, che quelle distrutte corporazioni non possono più portare, onde si trova oppresso da una infinità di carichi e di affari.

80. È vero certamente e ben dimostrato dalla storia, che, per la mutazione delle circostanze, molte cose non si possono più compiere se non da grandi associazioni, laddove prima si eseguivano anche delle piccole. Ma deve tuttavia restare saldo il principio importantissimo nella filosofa sociale: che siccome è illecito togliere agli individui ciò che essi possono compiere con le forze e l’industria propria per affidarlo alla comunità, così è ingiusto rimettere a una maggiore e più alta società quello che dalle minori e inferiori comunità si può fare. Ed è questo insieme un grave danno e uno sconvolgimento del retto ordine della società; perché l’oggetto naturale di qualsiasi intervento della società stessa è quello di aiutare in maniera suppletiva le membra del corpo sociale, non già distruggerle e assorbirle.

81. Perciò è necessario che l’autorità suprema dello stato, rimetta ad associazioni minori e inferiori il disbrigo degli affari e delle cure di minor momento, dalle quali essa del resto sarebbe più che mai distratta; e allora essa potrà eseguire con più libertà, con più forza ed efficacia le parti che a lei solo spettano, perché essa sola può compierle; di direzione cioè, di vigilanza di incitamento, di repressione, a seconda dei casi e delle necessità. Si persuadano dunque fermamente gli uomini di governo, che quanto più perfettamente sarà mantenuto l’ordine gerarchico tra le diverse associazioni, conforme al principio della funzione suppletiva dell’attività sociale, tanto più forte riuscirà l’autorità e la potenza sociale, e perciò anche più felice e più prospera la condizione dello Stato stesso.

82. Questa poi deve essere la prima mira, questo lo sforzo dello Stato e dei migliori cittadini; mettere fine alle competizioni delle due classi opposte, risvegliare e promuovere una cordiale cooperazione delle varie professioni dei cittadini.

b) concordia delle classi

83. La politica sociale porrà dunque ogni studio a ricostruire le professioni stesse; giacché la società umana si trova al presente in uno stato violento, quindi instabile e vacillante, perché appunto si fonda su classi di diverse tendenze, fra loro opposte e propense, quindi, a lotte e inimicizie.

84. E per verità, quantunque il lavoro, come spiega egregiamente il Nostre Predecessore nella sua enciclica (enc. Rerum novarum, n. 16), non sia una vile merce, anzi vi si debba riconoscere la dignità umana dell’operaio e quindi non sia da mercanteggiare come una merce qualsiasi, tuttavia, come stanno ora le cose, nel mercato del lavoro l’offerta e la domanda divide gli uomini come in due schiere; e la disunione che ne segue trasforma il mercato come in un campo di lotta, ove le due parti si combattono accanitamente. E a questo grave disordine, che porta al precipizio l’intera società, ognuno vede quanto sia necessario portare rimedio. Ma la guarigione perfetta si potrà ottenere allora soltanto, quando, tolta di mezzo una tale lotta, le membra del corpo sociale si trovino bene assestate, e costituiscano le varie professioni, a cui ciascuno dei cittadini aderisca non secondo l’ufficio che ha nel mercato del lavoro, ma secondo le diverse parti sociali. che i singoli esercitano. Avviene infatti per impulso di natura che, siccome quanti si trovano congiunti per vicinanza di luogo si uniscono a formare municipi, così quelli che si applicano ad un’arte medesima formino collegi o corpi sociali; di modo che queste corporazioni, con diritto loro proprio, da molti si sogliono dire, se non essenziali alla società civile, almeno naturali.

85. Siccome poi l’ordine, come ragiona ottimamente san Tommaso (cfr. S. Thom., Contra Gent., 3, 71; cfr. Summ. Theol., I, q. 65, a. 2, i. c.), è l’unità che risulta dall’opportuna disposizione di molte cose, il vero e genuino ordine sociale esige che i vari membri della società siano collegati in ordine ad una sola cosa per mezzo di qualche saldo vincolo. La qual forza di coesione si trova infatti tanto nell’identità dei beni da prodursi o dei servizi, da farsi, in cui converge il lavoro riunito dai datori e prestatori di lavoro della stessa categoria, quanto in quel bene comune, a cui tutte le varie classi, ciascuna per la parte sua, devono unitamente e amichevolmente concorrere. E questa concordia sarà tanto più forte e più efficace, quanto più fedelmente i singoli uomini e i vari corpi professionali si studieranno di esercitare la propria professione e di segnalarsi in essa.

86. Dal che facilmente si deduce che in tali corporazioni primeggiano di gran lunga le cose che sono comuni a tutta la categoria. Tra esse poi principalissima è il promuovere più che mai intensamente la cooperazione della intiera corporazione dell’arte al bene comune, cioè alla salvezza e prosperità pubblica della nazione. Quanto agli affari invece, in cui si devono specialmente procurare e tutelare i vantaggi e gli svantaggi speciali dei padroni e degli artieri, se occorrerà deliberazione, dovrà farsi dagli uni e dagli altri separatamente.

87. Appena occorre ricordare che, con la debita proporzione, si può applicare alle corporazioni professionali quanto Leone XIII insegnò circa la forma del regime politico, che cioè resta libera la scelta di quella forma che meglio aggrada, purché si provveda alla giustizia e alle esigenze del bene comune (enc. Immortale Dei del 1° novembre 1885).

88. Orbene, a quel modo che gli abitanti di un municipio usano associarsi per fini svariatissimi, e a tali associazioni ognuno è libero di dare o non dare il suo nome, così quelli che attendono all’arte medesima, si uniranno pure fra loro in associazioni libere per quegli scopi che in qualche modo vanno connessi con l’esercizio di quell’arte. Ma poiché su tali libere associazioni già furono date ben chiare e distinte spiegazioni nell’enciclica del Nostro Predecessore di illustre memoria, crediamo che basti ora inculcare questo solo: che l’uomo ha libertà non solo di formare queste associazioni che sono di ordine e di diritto privato, ma anche di introdurvi quell’ordinamento e quelle leggi che si giudichino le meglio conducenti al fine (enc. Rerum novarum, n. 42). E la stessa libertà si ha da rivendicare per le fondazioni di associazioni che sorpassino i limiti delle singole arti. Le libere associazioni poi, che già fioriscono e portano frutti salutari, si debbono aprire la via alla formazione di quelle corporazioni più perfette, di cui abbiamo già fatto menzione, e con ogni loro energia promuoverle secondo le norme della sociologia cristiana.

c) principio direttivo dell’economia

89. Un’altra cosa ancora si deve procurare, che è molto connessa con la precedente. A quel modo cioè che l’unità della società umana non può fondarsi nella opposizione di classe, così il retto ordine dell’economia non può essere abbandonato alla libera concorrenza delle forze. Da questo capo anzi, come da fonte avvelenata, sono derivati tutti gli errori della scienza economica individualistica, la quale dimenticando o ignorando che l’economia ha un suo carattere sociale, non meno che morale, ritenne che l’autorità pubblica la dovesse stimare e lasciare assolutamente libera a sé, come quella che nel mercato o libera concorrenza doveva trovare il suo principio direttivo o timone proprio, secondo cui si sarebbe diretta molto più perfettamente che per qualsiasi intelligenza creata. Se non che la libera concorrenza, quantunque sia cosa equa certamente e utile se contenuta nei limiti bene determinati; non può essere in alcun modo il timone dell’economia; il che è dimostrato anche troppo dall’esperienza, quando furono applicate nella pratica le norme dello spirito individualistico. È dunque al tutto necessario che l’economia torni a regolarsi secondo un vero ed efficace suo principio direttivo. Ma tale ufficio molto meno può essere preso da quella supremazia economica, che in questi ultimi tempi è andata sostituendosi alla libera concorrenza; poiché, essendo essa una forza cieca e una energia violenta, per diventare utile agli uomini ha bisogno di essere sapientemente frenata e guidata. Si devono quindi ricercare più alti e più nobili principi da cui questa egemonia possa essere vigorosamente e totalmente governata: e tali sono la giustizia e la carità sociali. Perciò è necessario che alla giustizia sociale si ispirino le istituzioni dei popoli, anzi di tutta la vita della società; e più ancora è necessario che questa giustizia sia davvero efficace, ossia costituisca un ordine giuridico e sociale a cui l’economia tutta si conformi. La carità sociale poi deve essere come l’anima di questo ordine, alla cui tutela e rivendicazione efficace deve attendere l’autorità pubblica; e lo potrà fare tanto più facilmente se si sbrigherà da quei pesi che non le sono propri, come abbiamo sopra dichiarato.

90. Che, anzi, conviene che le varie nazioni, unendo propositi e forze insieme, giacché nel campo economico stanno in mutua dipendenza e debbono aiutarsi a vicenda, si sforzino di promuovere con sagge convenzioni e istituzioni una felice cooperazione di economia internazionale.

91. Pertanto, se le membra del corpo sociale saranno così rinfrancate, e ne verrà raddrizzato il principio direttivo quale timone della economia sociale, si potrà dire in qualche modo dell’ordine sociale ciò che dice l’Apostolo del corpo mistico di Gesù Cristo: che tutto il corpo compaginato e connesso per via di tutte le giunture di comunicazione, in virtù della proporzionata operazione sopra di ciascun membro, prende l’aumento proprio del corpo per la sua perfezione mediante la carità (Ef  IV, 16).

92. Recentemente, come tutti sanno, venne iniziata una speciale organizzazione sindacale e corporativa, la quale, data la materia di questa Nostra Lettera enciclica, richiede da Noi qualche cenno e anche qualche opportuna considerazione.

93. Lo Stato riconosce giuridicamente il sindacato e non senza carattere monopolistico, in quanto che esso solo, così riconosciuto, può rappresentare rispettivamente gli operai e i padroni, esso solo concludere contratti e patti di lavoro. L’iscrizione al sindacato è facoltativa, ed è soltanto in questo senso che l’organizzazione sindacale può dirsi libera; giacché la quota sindacale e certe speciali tasse sono obbligatorie per tutti gli appartenenti a una data categoria, siano essi operai o padroni, come per tutti sono obbligatori i contratti di lavoro stipulati dal sindacato giuridico. Vero è che venne autorevolmente dichiarato che il sindacato giuridico non escluse l’esistenza di associazioni professionali di fatto.

94. Le Corporazioni sono costituite dai rappresentanti dei sindacati degli operai e dei padroni della medesima arte e professione, e, come veri e propri organi ed istituzioni di Stato, dirigono e coordinano i sindacati nelle cose di interesse comune.

95. Lo sciopero è vietato; se le parti non si possono accordare, interviene il Magistrato.

96. Basta poca riflessione per vedere i vantaggi dell’ordinamento per quanto sommariamente indicato; la pacifica collaborazione delle classi, la repressione delle organizzazioni e dei conati socialisti, l’azione moderatrice di une speciale magistratura. Per non trascurare nulla in argomento di tanta importanza, ed in armonia con i principi generali qui sopra richiamati, e con quello che inibito aggiungeremo, dobbiamo pur dire che vediamo non mancare chi teme che lo Stato si sostituisca alle libere attività invece di limitarsi alla necessaria e sufficiente assistenza ed aiuto, che il nuovo ordinamento sindacale e corporativo abbia carattere eccessivamente burocratico e politico, e che, nonostante gli accennati vantaggi generali, possa servire a particolari intenti politici piuttosto che all’avviamento ed inizio di un migliore assetto sociale.

97. Noi crediamo che a raggiungere quest’altro nobilissimo intento, con vero e stabile beneficio generale, sia necessaria innanzi e soprattutto la benedizione di Dio e poi la collaborazione di tutte le buone volontà. Crediamo ancora e per necessaria conseguenza che l’intento stesso sarà tanto più sicuramente raggiunto quanta più largo sarà il contributo delle competenze tecniche, professionali e sociali e più ancora dei principi cattolici e della loro pratica, da parte, non dell’Azione Cattolica (che non intende svolgere attività strettamente sindacali o politiche), ma da parte di quei figli Nostri che 1’Azione Cattolica squisitamente forma a quei principi ed al loro apostolato sotto la guida ed il Magistero della Chiesa; della Chiesa, la quale anche sul terreno più sopra accennato, come dovunque si agitano e regolano questioni morali, non può dimenticare o negligere il mandato di custodia e di magistero divinamente conferitole.

98. Se non che, quanto abbiamo detto circa la restaurazione e il perfezionamento dell’ordine sociale, non potrà essere attuato in nessun modo, senza una riforma dei costumi come la storia stessa ce ne dà splendida testimonianza. Vi fu un tempo, infatti, in cui vigeva un ordinamento sociale che, sebbene non del tutto perfetto e in ogni sua parte irreprensibile, riusciva tuttavia conforme in qualche modo alla retta ragione, secondo le condizioni e la necessità dei tempi. Ora quell’ordinamento è già da gran tempo scomparso; e ciò veramente non perché non abbia potuto, col progredire, svolgersi e adattarsi alle mutate condizioni e necessità di cose e in qualche modo venire dilatandosi, ma perché piuttosto gli uomini induriti dall’egoismo ricusarono di allargare, come avrebbero dovuto, secondo il crescente numero della moltitudine, i quadri di quell’ordinamento, o perché, traviati dalla falsa libertà e da altri errori e intolleranti di qualsiasi autorità, si sforzarono di scuotere da sé ogni restrizione.

99. Resta adunque che, dopo aver nuovamente chiamato in giudizio l’odierno regime economico, e il suo acerrimo accusatore, il socialismo, e aver dato giusta ed esplicita sentenza sull’uno e sull’altro, indaghiamo più a fondo la radice di tanti mali e ne indichiamo il primo e più necessario rimedio, cioè la riforma dei costumi.

CALENDARIO LITURGICO DELLA CHIESA CATTOLICA DI MARZO 2021

CALENDARIO LITURGICO DELLA CHIESA CATTOLICA: MARZO 2021

MARZO è il mese che la S. Chiesa Cattolica dedica a San Giuseppe, padre putativo di Gesù, e protettore della Chiesa Cattolica

È comune e pia credenza dei fedeli, che i Santi in Paradiso abbiano uno zelo ed una potenza particolare di ottenerci quelle medesime grazie, di cui essi furono favoriti mentre si trovavano ancora su questa terra. Ed è perciò che noi ricorriamo, per esempio, a S. Luigi Gonzaga per ottenere la virtù della santa purità, a S. Maria Maddalena per acquistare lo spirito di penitenza, a S. Tommaso d’Aquino per conseguire la scienza delle cose celesti, a S. Bernardo per accrescere in noi la divozione a Maria, e così ad altri Santi per altre grazie. Ora, sebbene, come abbiamo già detto, S. Giuseppe sia stato da Dio favorito di ogni genere di grazie, è certo tuttavia che una delle più singolari fu per lui la grazia di fare una morte tanto preziosa e beata tra le braccia di Gesù e di Maria. E perciò senza dubbio, dopo la Vergine, nessun altro Santo è più zelante di ottenere una simil grazia a noi e più potente ad acquistarcela dal suo caro Gesù, di quello che lo sia S. Giuseppe. Che non faremo adunque per procacciarci una santa morte! Alla fin fine è questa la grazia delle grazie, perché se moriremo bene, in grazia di Dio, saremo salvi per tutta l’eternità, ma se invece moriremo male, senza la grazia del Signore, saremo eternamente perduti. Raccomandiamoci pertanto a questo possente protettore dei moribondi S. Giuseppe. Non lasciamo passar giorno senza ripetere a lui, a Gesù ed a Maria, con tutto il fervore dell’anima, queste ardenti preghiere: Gesù, Giuseppe e Maria assistetemi nell’ultima agonia; Gesù, Giuseppe e Maria spiri in pace con voi l’anima mia. – Ma ricordiamoci bene, che raccomandarsi a questo Santo per una buona morte è cosa certamente utile e bella, ma non del tutto sufficiente. Conviene che anzi tutto facciamo quanto sta in noi per menare una vita veramente cristiana, perché in generale la morte non è che l’eco della vita stessa. Conviene che subito riandiamo con la nostra coscienza per vedere se caso mai vi fosse il peccato mortale, affine di prontamente detestarlo e cancellarlo mediante una buona confessione. Conviene che subito ci mettiamo ad amare e servire Iddio di più e più alacremente del passato, perché ripariamo così al tempo perduto e ci affrettiamo ad accumulare quelle sante opere, le quali soltanto ci conforteranno nell’ultimo istante di nostra vita. Oh sì; se noi ci adopreremo con tutte le nostre forze per vivere veramente da buoni Cristiani, possiamo nutrire la dolce speranza di fare anche noi una santa morte: una morte, in cui Gesù verrà a confortarci per un’ultima volta colla sua reale presenza, anzi colla comunione di se stesso; una morte in cui Maria scenderà amorosa al nostro fianco per combattere e cacciare lontano da noi l’infernale nemico; una morte, in cui l’amatissimo nostro S. Giuseppe si troverà a noi dappresso per stenderci amorosamente la mano ed aiutarci a fare felicemente e lietamente i gran passo alla eternità.

[A. Carmignola: S. Giuseppe. Tipogr. e libr. Salesiana, TORINO, \1896)

– 458 –

Fac nos innocuam, Ioseph, decurrere vitam,

Sitque tuo semper tuta patrocinio.

(ex Missali Rom.).

Indulgentia trecentorum (300) dierum. Indulgentia plenaria suetis conditionibus, invocatione quotidie per integrum mensem pie recitata (S. C. Indulg., 18 mart. 1882; S. Pæn. Ap., 13 maii 1933).

HYMNI

– 463-

Te, Ioseph, celebrent agmina Cœlitum

Te cuncti rèsonent Christiadum chori,

Qui, clarus meritis, iunctus es inclytæ

Casto fœdere Virgini.

Almo cum tumidam germine coniugem

Admirans, dubio tangeris anxius,

Afflatu superi Flaminis, Angelus

Conceptum puerum docet.

Tu natum Dominum stringis, ad exteras

Aegypti profugum tu sequeris plagas;

Amissum Solymis quæris et invenis,

Miscens gaudia fletibus.

Post mortem reliquos sors pia consecrat,

Palmamque emeritos gloria suscipit:

Tu vivens, Superis par, frueris Deo,

Mira sorte beatior.

Nobis, summa Trias, parce precantibus,

Da Ioseph meritis sidera scandere:

Ut tandem liceat nos tibi perpetim

Gratum promere canticum. Amen.

(ex Brev. Rom.).

(Indulgentia trium (3) annorum. – Indulgentia plenaria suetis conditionibus, quotidiana hymni recitatione in integrum mensem producta (S. Pæn. Ap., 9 febr. 1922 et 13 iul. 1932). 

– 464 –

Salve, Ioseph, Custos pie Sponse Virginis Mariæ Educator optime.

Tua prece salus data Sit et culpa condonata Peccatricis animæ.

Per te cuncti liberemur Omni poena quam meremur

Nostris prò criminibus.

Per te nobis impertita Omnis gratia expetita Sit, et salus animæ.

Te precante vita functi Simus Angelis coniuncti In cadesti patria.

Sint et omnes tribulati Te precante liberati Cunctis ab angustiis.

Omnes populi lætentur, Ægrotantes et sanentur,

Te rogante Dominum.

Ioseph, Fili David Regis, Recordare Christi gregis In die iudicii.

Salvatorem deprecare, Ut nos velit liberare

Nostræ mortis tempore.

Tu nos vivos hic tuere Inde mortuos gaudere

Fac cadesti gloria. Amen.

Indulgentia trium (3) annorum (S. Pæn. Ap., 28 apr.1934).

– 473 –

Virginum custos et Pater, sancte Ioseph, cuius

fideli custodiæ ipsa Innocentia, Christus Iesus,

et Virgo virginum Maria commissa fuit, te per

hoc utrumque carissimum pignus Iesum et Mariam

obsecro et obtestor, ut me ab omni immunditia

præservatum, mente incontaminata, puro

corde et casto corpore Iesu et Mariæ semper

facias castissime famulari. Amen.

(Indulgentia trium (3) annorum. Indulgentia septem (7) annorum singulis mensis marti: diebus necnon qualibet anni feria quarta. Indulgentia plenaria suetis conditionibus, oratione quotidie per integrum mensem pia mente iterata (S. C. Indulg., 4 febr. 1877; S. Pæn. Ap., 18 maii 1936 et 10 mart. 1941)

-475-

Memento nostri, beate Ioseph, et tuæ orationis

suffragio apud tuum putativum Filium intercede;

sed et beatissimam Virginem Sponsam

tuam nobis propitiam redde, quæ Mater est

Eius, qui cum Patre et Spiritu Sancto vivit et

regnat per infinita sæcula sæculorum. Amen.

(S. Bernardinus Senensis).

(Indulgentia trium annorum. Indulgentia plenaria suetis conditionibus, dummodo quotidie per integrum mensem oratio devote recitata fuerit (S. C. Indulg., 14 dec. 1889; S. Pæn. Ap., 13 iun.1936).

476

Ad te, beate Ioseph, in tribulatione nostra confugimus,

atque, implorato Sponsæ tuæ sanctissimæ auxilio,

patrocinium quoque tuum fidenter exposcimus.

Per eam, quæsumus, quæ te cum immaculata

Virgine Dei Genitrice coniunxit, caritatem,

perque paternum, quo Puerum Iesum amplexus es, amorem,

supplices deprecamur,

ut ad hereditatem, quam Iesus Christus

acquisivit Sanguine suo, benignius respicias,

ac necessitatibus nostris tua virtute et ope succurras.

Tuere, o Custos providentissime divinæ

Familiæ, Iesu Christi sobolem electam;

prohibe a nobis, amantissime Pater, omnem errorum

ac corruptelarum luem; propitius nobis,

sospitator noster fortissime, in hoc cum potestate

tenebrarum certamine e cœlo adesto;

et sicut olim Puerum Iesum e summo eripuisti vitæ

discrimine, ita nunc Ecclesiam sanctam Dei

ab hostilibus insidiis atque ab omni adversitate defende:

nosque singulos perpetuo tege patrocinio,

ut ad tui exemplar et ope tua suffulti, sancte

vivere, pie emori, sempìternamque in cœlis

beatitudinem assequi possimus. Amen.

(Indulgentia trium (3) annorum. Indulgentia septem (7) annorum per mensem octobrem, post recitationem sacratissimi Rosarii, necnon qualibet anni feria quarta. Indulgentia plenaria suetis conditionibus, si quotidiana orationis recitatio in integrum mensem producta fueri: (Leo XIII Epist. Encycl. 15 aug. 1889; S. C. Indulg., 21 sept. 1889; S. Paen. Ap., 17 maii 1927, 13 dee. 1935 et 10 mart. 1941).

477

O Ioseph, virgo Pater Iesu, purissime Sponse

Virginis Mariæ, quotidie deprecare prò nobis

ipsum Iesum Filium Dei, ut, armis suae gratiæ

muniti, legitime certantes in vita, ab eodem coronemur

in morte.

(Indulgentia quingentorum (500) dierum (Pius X, Rescr. Manu Propr., 11 oct. 1906, exhib. 26 nov. 1906; S. Pæn. Ap. 23 maii 1931).

Queste sono le feste del mese di MARZO 2021

4 Marzo S. Casimiri Confessoris    Feria

5 Marzo

              I Venerdì

6 Marzo Ss. Perpetuæ et Felicitatis Martyrum    Feria

               I Sabato

       

7 Marzo Dominica III in Quadr .   Semiduplex I. classis

    S. Thomæ de Aquino Confessoris et Ecclesiæ Doctoris    Feria

8 Marzo S. Joannis de Deo Confessoris    Duplex

9 Marzo S. Franciscæ Romanæ Viduæ    Duplex

10 Marzo Ss. Quadraginta Martyrum    Feria

12 Marzo S. Gregorii Papæ Confessoris et Ecclesiæ Doctoris    Duplex

14 Marzo Dominica IV in Quadr .   Semiduplex I. classis

17 Marzo S. Patricii Episcopi et Confessoris    Duplex

18 Marzo S. Cyrilli Episcopi Hierosolymitani Conf. et Eccl.  Doctoris    Duplex

19 Marzo S. Joseph Sponsi B.M.V. Confessoris    Duplex I. classis *L1*

21 Marzo Dominica I Passionis  –  Semiduplex I. classis *I*

      S. Benedicti Abbatis    Duplex majus *L1*

24 Marzo S. Gabrielis Archangeli  – Duplex majus *L1*

25 Marzo In Annuntiatione Beatæ Mariæ Virginis  Duplex I. classis *L1* 

27 Marzo S. Joannis Damasceni Confessoris    Duplex *L1*

28 Marzo Dominica II Passionis seu in Palmis – Semiduplex I. classis

S. Joannis a Capistrano Confessoris    Semiduplex

29 Feria Secunda Hebdomadæ Sanctæ – Semiduplex

30 Feria Tertia Hebdomadæ Sanctæ – Semiduplex

31 Feria Quarta Hebdomadæ Sanctæ – Semiduple

DOMENICA SECONDA DI QUARESIMA(2021)

DOMENICA II DI QUARESIMA (2021)

Stazione a S. Maria in Domnica

Semidoppio. – Dom. privil. di I cl. – Paramenti violacei.

La Stazione a Roma si tiene nella chiesa di S. Maria in Domnica, chiamata così perché i Cristiani si riunivano, in altri tempi, la Domenica nella casa del Signore (Dominicum). Si dice che S. Lorenzo, distribuisse lì i beni della Chiesa ai poveri. Era una delle parrocchie romane del v secolo. Come nelle Domeniche di Settuagesima, di Sessagesima e di Quinquagesima, i testi dell’Ufficiatura divina formano la trama delle Messe della 2a, 3a, e 4a Domenica di Quaresima. – Il Breviario parla in questo giorno del patriarca Giacobbe che è un modello della più assoluta fiducia in Dio in mezzo a tutte le avversità. Assai spesso la Scrittura chiama il Signore, il Dio di Giacobbe o d’Israele per mostrarlo come protettore. « Dio d’Israele, dice l’Introito, liberaci da ogni male ». La Chiesa quest’oggi si indirizza al Dio di Giacobbe, cioè al Dio che protegge quelli che lo servono. Il versetto dell’Introito dice che « colui che confida in Dio non avrà mai a pentirsene ». L’Orazione ci fa domandare a Dio di guardarci interiormente ed esteriormente per essere preservati da ogni avversità ». Il Graduale e il Tratto supplicano il Signore di liberarci dalle nostre angosce e tribolazioni » e « che ci visiti per salvarci ». Non si potrebbe meglio riassumere la vita del patriarca Giacobbe che Dio aiutò sempre in mezzo alle sue angosce e nel quale, dice S. Ambrogio, « noi dobbiamo riconoscere un coraggio singolare e una grande pazienza nel lavoro e nelle difficoltà » (4° Lez. Della 3° Domenica di Quaresima).  – Giacobbe fu scelto da Dio per essere l’erede delle sue promesse, come prima aveva eletto Isacco, Abramo, Seth e Noè. Giacobbe significa infatti « soppiantatore »: egli dimostrò il significato di questo nome allorché prese da Esaù il diritto di primogenitura per un piatto di lenticchie e quando ottenne per sorpresa, la benedizione del figlio primogenito che il padre voleva dare a Esaù. Difatti Isacco benedì il figlio più giovane dopo aver palpato le mani che Rebecca aveva coperte di pelle di capretto e gli disse: « Le nazioni si prosternino dinanzi a te e tu sii il signore dei tuoi fratelli ». Allorquando Giacobbe dovette fuggire per evitare la vendetta di Esaù, egli vide in sogno una scala che si innalzava fino al cielo e per essa gli Angeli salivano e discendevano. Sulla sommità vi era l’Eterno che gli disse: « Tutte le nazioni saranno benedette in Colui che nascerà da te. Io sarò il tuo protettore ovunque tu andrai, non ti abbandonerò senza aver compiuto quanto ti ho detto. Dopo 20 anni, Giacobbe ritornò e un Angelo lottò per l’intera notte contro di lui senza riuscire a vincerlo. Al mattino l’Angelo gli disse: « Tu non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele (il che significa forte con Dio), perché Dio è con te e nessuno ti vincerà » (Il sacramentario Gallicano (Bobbio) chiama Giacobbe « Maestro di potenza suprema »).Giacobbe acquistò infatti la confidenza di suo fratello e si riconcilio’ con lui.Nella storia di questo Patriarca tutto è figura di Cristo e della Chiesa. – La benedizione, infatti, che Isacco impartì a suo figlio Giacobbe — scrive S. Agostino — ha un significato simbolico perché le pelli di capretto significano i peccati, e Giacobbe, rivestito di queste pelli, è l’immagine di Colui che, non avendo peccati, porta quelli degli altri » (Mattutino). Quando il Vescovo mette i guanti nella messa pontificale, dice infatti, che « Gesù si è offerto per noi nella somiglianza della carne del peccato ». « Ha umiliato fino allo stato di schiavo, spiega S. Leone, la sua immutabile divinità per redimere il genere umano e per questo il Salvatore aveva promesso in termini formali e precisi che alcuni dei suoi discepoli « non sarebbero giunti alla morte senza che avessero visto il Figlio dell’uomo venire nel suo regno » cioè nella gloria regale appartenente spiritualmente alla natura umana presa per opera del Verbo: gloria che il Signore volle rendere visibile ai suoi tre discepoli, perché sebbene riconoscessero in Lui la Maestà di Dio, essi ignoravano ancora quali prerogative avesse il corpo rivestito della divinità (3° Notturno).Sulla montagna santa, ove Gesù si trasfigurò, si fece sentire una voce che disse: « Questo è il mio Figlio diletto nel quale mi sono compiaciuto, ascoltatelo ». Dio Padre benedì il suo Figlio rivestito della nostra carne di peccato, come Isacco aveva benedetto Giacobbe, rivestito delle pelli di capretto. E questa benedizione data a Gesù, è data anche ai Gentili a preferenza dei Giudei infedeli, come essa fu data a Giacobbe a preferenza del primogenito. Così il Vescovo mettendosi i guanti pontificali, indirizza a Dio questa preghiera « Circonda le mie mani, o Signore, della purità del nuovo uomo disceso dal cielo, affinché, come Giacobbe che s’era coperte le mani con le pelli di capretto ottenne la benedizione del padre suo, dopo avergli offerto dei cibi e una bevanda piacevolissima, cosi, anch’io, nell’offrirti con le mie mani la vittima della salute, ottenga la benedizione della tua grazia per nostro Signore ».Noi siamo benedetti dal Padre in Gesù Cristo; Egli è il nostro primogenito e il nostro capo; noi dobbiamo ascoltarlo perché ci ha scelti per essere il suo popolo. « Noi vi preghiamo nel Signore Gesù, dice S. Paolo, di camminare in maniera da progredire sempre più. Voi conoscete quali precetti io vi ho dati da parte del Signore Gesù Cristo, perché Dio non ci ha chiamati all’impurità, ma alla santificazione in Gesù Cristo Signor nostro » (Epist.). — In S. Giovanni (I, 51) Gesù applica a se stesso l’apparizione della scala di Giacobbe per mostrare che in mezzo alle persecuzioni alle quali è fatto segno, Egli era continuamente sotto la protezione di Dio e degli Angeli suoi. « Come Esaù, dice S. Ippolito, medita la morte di suo fratello,il popolo giudeo congiura contro Gesù e contro la Chiesa. Giacobbe dovette fuggirsene lontano; lo stesso Cristo, respinto dall’incredulità dei suoi dovette partire per la Galilea dove la Chiesa, formata di Gentili, gli è data per sposa ». Alla fine dei tempi, questi due popoli si riconcilieranno come Esaù e Giacobbe.La Messa di questa Domenica ci fa comprendere il mistero pasquale che stiamo per celebrare. Giacobbe vide il Dio della gloria, gli Apostoli videro Gesù trasfigurato, presto la Chiesa mostrerà a noi il Salvatore risuscitato.

Incipit

In nómine Patris,  et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps XXIV:6; XXIV:3; XXIV:22

Reminíscere miseratiónum tuarum, Dómine, et misericórdiæ tuæ, quæ a sæculo sunt: ne umquam dominéntur nobis inimíci nostri: líbera nos, Deus Israël, ex ómnibus angústiis nostris.

[Ricòrdati, o Signore, della tua compassione e della tua misericordia, che è eterna: mai triònfino su di noi i nostri nemici: líberaci, o Dio di Israele, da tutte le nostre tribolazioni.]

Ps XXIV:1-2

Ad te, Dómine, levávi ánimam meam: Deus meus, in te confído, non erubéscam.

[A te, o Signore, ho levato l’ànima mia, in Te confido, o mio Dio, ch’io non resti confuso.]

Reminíscere miseratiónum tuarum, Dómine, et misericórdiæ tuæ, quæ a sæculo sunt: ne umquam dominéntur nobis inimíci nostri: líbera nos, Deus Israël, ex ómnibus angústiis nostris.

[Ricòrdati, o Signore, della tua compassione e della tua misericordia, che è eterna: mai triònfino su di noi i nostri nemici: líberaci, o Dio di Israele, da tutte le nostre tribolazioni.]

Orémus.

Deus, qui cónspicis omni nos virtúte destítui: intérius exteriúsque custódi; ut ab ómnibus adversitátibus muniámur In córpore, et a pravis cogitatiónibus mundémur in mente.

[O Dio, che ci vedi privi di ogni forza, custodíscici all’interno e all’esterno, affinché siamo líberi da ogni avversità nel corpo e abbiamo mondata la mente da ogni cattivo pensiero.]

LECTIO

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Thessalonicénses.

1 Thess IV: 1-7.

“Fratres: Rogámus vos et obsecrámus in Dómino Jesu: ut, quemádmodum accepístis a nobis, quómodo opórteat vos ambuláre et placére Deo, sic et ambulétis, ut abundétis magis. Scitis enim, quæ præcépta déderim vobis Per Dominum Jesum. Hæc est enim volúntas Dei, sanctificátio vestra: ut abstineátis vos a fornicatióne, ut sciat unusquísque vestrum vas suum possidére in sanctificatióne et honóre; non in passióne desidérii, sicut et gentes, quæ ignórant Deum: et ne quis supergrediátur neque circumvéniat in negótio fratrem suum: quóniam vindex est Dóminus de his ómnibus, sicut prædíximus vobis et testificáti sumus. Non enim vocávit nos Deus in immundítiam, sed in sanctificatiónem: in Christo Jesu, Dómino nostro.”

[“Fratelli: Vi preghiamo e supplichiamo nel Signore, che, avendo da noi appreso la norma, secondo la quale dovete condurvi per piacere a Dio, continuiate a seguire questa norma, progredendo sempre più. Poiché la volontà di Dio è questa: la vostra santificazione: che vi asteniate dalla fornicazione, che ciascuno di voi sappia possedere il proprio corpo nella santità e nell’onestà, e non seguendo l’impeto delle passioni, come fanno i pagani che non conoscono Dio; che nessuno su questo punto soverchi o raggiri il proprio fratello: che Dio fa vendetta di tutte queste cose, come vi abbiamo già detto e dichiarato. Dio, infatti, non ci ha chiamati all’immondezza, ma alla santità: in Cristo Gesù Signor nostro”]

L’ONORE CRISTIANO.

C’è nell’epistola d’oggi una parola che colpisce: l’appello all’onore. Se ne fa tanto commercio, tanto uso ed abuso di questa parola nella letteratura e nella vita mondana. Il mondo considera un po’ l’onore come una sua scoperta, o, almeno, come un suo monopolio. L’onore è nel mondo, o si crede sia, il surrogato laico del dovere. Noi Cristiani, secondo questo modo assai diffuso di vedere, avremmo il dovere, la coscienza; il mondo avrebbe, lui, l’onore. Più trascendentale il primo, più concreto il secondo. E onore vuol dire un nobile senso della propria dignità, un cominciar noi ad avere per noi quel rispetto che pretendiamo dagli altri. – Ebbene San Paolo parla di onore come di un dovere ai primi Cristiani, ai Cristiani d’ogni generazione, come parla di santità. Dio ci vuol santi e noi dobbiamo diventarlo sempre di più come numero e come intensità. « Hæc et voluntas Dei sanctificatio vestra ». Di questa santità l’Apostolo specifica due elementi: purezza e carità, una carità assorbente e riassorbente in sé la giustizia. Purezza! e la purezza è il rispetto al proprio corpo, è la dignità della nostra condotta umana anche nel momento in apparenza più brutale della nostra vita. – C’è chi si lascia degradare nel suo corpo, dalle ignobili passioni, dai miseri istinti di esso; ma c’è chi solleva e nobilita tutto questo: c’è chi possiede e domina nobilmente l’« io » inferiore e animale: trascinarlo in alto, umanizzarlo, divinizzarlo anche. È  una novità. I pagani non le pensano neppure queste belle, grandi cose, tanto sono lontani dal farle. Hanno evertito Dio, poveri pagani! È stata la prima forma di avvilimento e il principio funesto di tutte le altre. Mancò il punto a cui rifarsi, quasi sospendersi, e si rotolò in basso. San Paolo esprime lo schifo, il ribrezzo dei costumi pagani, corrotti e crudeli. Sono le due forme di bestialità su cui egli insiste e dalle quali scongiura i Cristiani di guardarsi, suggerendo le formule dell’onore: custodire onorato anche il proprio organismo, custodendolo santo. « Mori potius quam fœdari: » morire prima di disonorarsi, la cavalleresca formula ci torna alla memoria come una formula di sapore e di origine cristiana. L’onore non è più una convenzione, un quid di cui sono in qualche modo arbitri gli altri e che contro gli altri dobbiamo eventualmente difendere, è invece un quid di cui siamo arbitri noi stessi e che dobbiamo difendere contro gli istinti vergognosi degeneranti: difenderlo in nome e per l’onore stesso di Dio. Il mondo non farà che riprendere questa idea dell’onore per falsificarla strappandola al suo ambiente sacro, laicizzandola. Noi siamo i custodi vigili. Sdegnosi, colle opere più che con le parole, proclamiamo il programma: « mori potius quam fœdari ». Non tutto è perduto, nulla è perduto quando è salvo l’onore.

 Graduale

Ps XXIV: 17-18

Tribulatiónes cordis mei dilatátæ sunt: de necessitátibus meis éripe me, Dómine.

[Le tribolazioni del mio cuore sono aumentate: líberami, o Signore, dalle mie angustie.]

Vide humilitátem meam et labórem meum: et dimítte ómnia peccáta mea.

[Guarda alla mia umiliazione e alla mia pena, e perdònami tutti i peccati.]

Tractus

Ps CV:1-4

Confitémini Dómino, quóniam bonus: quóniam in saeculum misericórdia ejus.

[Lodate il Signore perché è buono: perché eterna è la sua misericordia.]

Quis loquétur poténtias Dómini: audítas fáciet omnes laudes ejus?

[Chi potrà narrare la potenza del Signore: o far sentire tutte le sue lodi?]

Beáti, qui custódiunt judícium et fáciunt justítiam in omni témpore.

[Beati quelli che ossérvano la rettitudine e práticano sempre la giustizia.]

Meménto nostri, Dómine, in beneplácito pópuli tui: vísita nos in salutári tuo.

[Ricórdati di noi, o Signore, nella tua benevolenza verso il tuo popolo, vieni a visitarci con la tua salvezza.]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum S. Matthæum.

Matt XVII: 1-9

“In illo témpore: Assúmpsit Jesus Petrum, et Jacóbum, et Joánnem fratrem eius, et duxit illos in montem excélsum seórsum: et transfigurátus est ante eos. Et resplénduit fácies ejus sicut sol: vestiménta autem ejus facta sunt alba sicut nix. Et ecce, apparuérunt illis Móyses et Elías cum eo loquéntes. Respóndens autem Petrus, dixit ad Jesum: Dómine, bonum est nos hic esse: si vis, faciámus hic tria tabernácula, tibi unum, Móysi unum et Elíæ unum. Adhuc eo loquénte, ecce, nubes lúcida obumbrávit eos. Et ecce vox de nube, dicens: Hic est Fílius meus diléctus, in quo mihi bene complácui: ipsum audíte. Et audiéntes discípuli, cecidérunt in fáciem suam, et timuérunt valde. Et accéssit Jesus, et tétigit eos, dixítque eis: Súrgite, et nolíte timére. Levántes autem óculos suos, néminem vidérunt nisi solum Jesum. Et descendéntibus illis de monte, præcépit eis Jesus, dicens: Némini dixéritis visiónem, donec Fílius hóminis a mórtuis resúrgat.”

[In quel tempo Gesù prese con sé Pietro, e Giacomo, e Giovanni, suo fratello, e li menò separatamente sopra un alto monte; e fu dinanzi ad essi trasfigurato. E il suo volto era luminoso come il sole, e le sue vesti bianche come la neve. E ad un tratto apparvero ad essi Mosè ed Elia, i quali discorrevano con lui. E Pietro prendendo la parola, disse a Gesù: Signore, buona cosa è per noi lo star qui: se a te piace, facciam qui tre padiglioni, uno per te, uno per Mosè, e uno per Elia. Prima che egli finisse di dire, ecco che una nuvola risplendente, li adombrò. Ed ecco dalla nuvola una voce che disse: Questi è il mio Figliuolo diletto, nel quale io mi sono compiaciuto: lui ascoltate. Udito ciò, i discepoli caddero bocconi per terra, ed ebbero gran timore. Ma Gesù si accostò ad essi, e toccolli, e disse loro: Alzatevi, e non temete. E alzando gli occhi, non videro nessuno, fuori del solo Gesù. E nel calare dal monte, Gesù ordinò loro, dicendo: Non dite a chicchessia quel che avete veduto, prima che il Figliuol dell’uomo sia risuscitato da morte.]

OMELIA

Sull’elemosina.

Date eleemosynam, et ecce omnia munda sunt vobis.

(Luc. XI, 41).

Possiamo immaginare, Fratelli miei, cosa più consolante per un Cristiano il quale ha avuto la sventura di peccare, che il trovare mezzo così facile di soddisfare la giustizia divina per le colpe commesse? Gesù Cristo, nostro divin Salvatore non brama che la nostra felicità e non ha trascurato alcun mezzo per mostrarcelo. Sì, M. F., con l’elemosina noi possiamo facilmente redimere i nostri peccati e attirare le più abbondanti benedizioni del cielo sui nostri beni e sulle nostre persone; o, per meglio dire, coll’elemosina possiamo evitare le pene eterne. Oh! M. F., quanto è buono Iddio, che si contenta di così poca cosa. – M. F., se Dio lo avesse voluto, saremmo stati tutti eguali. Invece no: egli prevedeva che, essendo noi tanto orgogliosi, non ci saremmo sottomessi gli uni agli altri. E appunto per questo che egli ha messo nel mondo i ricchi e i poveri, perché potessimo, cioè, aiutarci scambievolmente a salvarci. I poveri salveranno sopportando con rassegnazione la loro miseria, e domandando con pazienza soccorso ai ricchi. I ricchi troveranno dal loro mezzo di redimere i loro peccati dimostrando compassione pei poveri, e soccorrendoli quanto potranno. Voi vedete, o F. M., a questo modo tutti possiamo salvarci. – Se è pel povero dovere indispensabile soffrire la povertà con rassegnazione e chiedere con umiltà soccorso ai ricchi; è altresì dovere indispensabile dei ricchi fare l’elemosina ai poveri, che sono loro fratelli; poiché da ciò dipende la loro salvezza. Disgraziatissimo è agli occhi di Dio chi vede soffrire il proprio fratello e, potendolo, non lo soccorre. – Per stimolarvi a fare l’elemosina, per quanto vi sarà possibile, e con retta intenzione piacere a Dio, vi mostrerò:

1° Che l’elemosina è efficace presso Dio per ottenerci tutto ciò che desideriamo;

2° Che l’elemosina libera chi la fa dal timore del giudizio universale;

3° Che siamo ingrati quando trattiamo con durezza i poveri, perché, sprezzandoli, disprezziamo Gesù Cristo medesimo.

I. — Sì, M. F., sotto qualunque aspetto osserviamo l’elemosina, il pregio di essa è sì grande che riesce impossibile di spiegarvene tutto il merito. Solamente il giorno del giudizio ne comprenderemo tutto il valore. E se me ne domandate la ragione, eccovela: possiamo dire che l’elemosina supera tutte le altre buone azioni, perché una persona caritatevole possiede ordinariamente tutte le altre virtù. Leggiamo nella sacra Scrittura che il Signore disse al profeta Isaia: “Va ad annunciare al mio popolo, che i suoi delitti mi hanno talmente irritato, che io non posso più tollerarlo; lo castigherò sterminandolo per sempre. „ Il profeta si presenta in mezzo al popolo adunato, dicendo: “Ascolta, popolo ingrato e ribelle, ecco ciò che dice il Signore Dio tuo: I vostri delitti mi hanno acceso tal furore contro di voi, che le mie mani sono armate di fulmini per abbattervi e disperdervi per sempre. ,, — “Eccovi dunque, dice loro Isaia, senza scampo, voi potrete ben pregare il Signore, Egli chiuderà le orecchie per non intendervi; e se anche piangerete, digiunerete, vi coprirete di cenere, Egli non volgerà i suoi occhi verso di voi; se vi riguarderà, sarà per distruggervi. Tuttavia, in mezzo a tanti mali, ho un consiglio da offrirvi: esso è efficacissimo per commuovere il cuor del Signore, e voi potrete, in qualche modo, forzarlo ad usarvi misericordia. – “Ecco ciò che dovete fare : date una parte dei vostri beni ai vostri fratelli poveri, pane a chi ha fame, abiti a chi è ignudo, e vedrete subito cambiata la vostra sentenza. ,, Infatti appena ebbero cominciato a fare ciò che il profeta aveva suggerito, il Signore chiamò Isaia e gli disse: “Profeta, riferisci al mio popolo che mi ha vinto, che la carità esercitata verso i fratelli fu più della mia collera. Va a dire ad essi che Io perdono loro e prometto la mia amicizia. – O bella virtù della carità, quanto sei potente per placare la collera divina! Ma, quanto sei poco conosciuta dalla maggior parte dei Cristiani dei nostri giorni. Perché questo, o M. F.? Perché noi siamo troppo attaccati alla terra; non pensiamo che alla terra; pare che viviamo solo per la terra; abbiamo perduto di vista i beni del cielo e non ne abbiamo più stima. Noi vediamo altresì che i Santi hanno amato talmente questa virtù, che credevano impossibile salvarsi, senza averla praticata. Poi vi dirò anzitutto che Gesù Cristo, il quale ha voluto esserci di modello in ogni cosa, ha portato questa virtù all’ultimo grado di perfezione. Se ha lasciato il seno del Padre per venire sulla terra; se è nato povero; se è vissuto nei patimenti ed è morto nel dolore, è la sua carità che l’ha ispirato a questo. Vedendoci tutti perduti, la carità lo ha mosso a fare tutto quello che ha fatto per salvarci da quell’abisso di mali eterni in cui il peccato ci aveva precipitati. Quando viveva quaggiù il suo cuore era così ripieno di carità, che non poteva vedere né malati, né morti, né sofferenti senza dar loro sollievo, risuscitarli e consolarli; per amor loro ha operato miracoli. Un giorno vedendo che quelli che lo seguivano nelle sue predicazioni erano senza nutrimento, con cinque pani e alcuni pesci saziò quattromila uomini, senza contare le donne e i fanciulli; un’altra volta ne saziò cinquemila. Per mostrare loro come sentisse vivamente le loro miserie, si rivolse agli Apostoli e disse con accento di tenerezza: “Ho compassione di questo popolo che mi dà tanti segni di affetto; non so più resistere, farò un miracolo per sostentarlo. Temo che se lo rimando, senza dar ad esso da mangiare, molti sveniranno lungo la via. Fateli sedere, distribuite loro questa piccola provvista di cibo: la mia potenza supplirà alla sua insufficienza „(Matt., XV, 32-38). E provò nel sollevarli gioia sì grande, che non pensò a se stesso. O virtù della carità, quanto sei bella, quanto sono abbondanti e preziose le grazie che ti sono congiunte! Perciò vediamo che i Santi dell’Antico Testamento sembravano presentire quanto sarebbe stata cara al Figliuolo di Dio questa virtù; parecchi posero in essa ogni loro felicità e passarono la vita praticando questa virtù bella e amabile. – Leggiamo nella sacra Scrittura che Tobia, condotto schiavo nell’Assiria, godeva esercitare questa virtù verso gli infelici. Sera e mattina distribuiva quanto aveva ai poveri, senza senza riserbare nulla per sé. Ora lo si vedeva accanto agli infermi, esortandoli perché offrissero i loro dolori con rassegnazione alla volontà di Dio, e facendo loro conoscere quale grande ricompensa avrebbero nell’eternità; ora lo si vedeva spogliarsi dei suoi abiti per darli ai poveri. Un giorno gli fu detto, che era morto un povero e che nessuno pensava a dargli sepoltura. Era a tavola, ma tosto si leva, va a prenderlo sulle sue spalle e lo porta al luogo dove doveva essere seppellito. Credendosi vicino a morire, chiamò presso il suo figliuolo, e gli disse: “Figlio credo che il Signore presto mi toglierà da questo mondo. Ho una cosa importante da raccomandarti, prima di morire. Promettimi di osservarla. Fa elemosina in tutti in tutti i giorni di tua vita, e non divergere mai il tuo sguardo dal povero. Fa elemosina come potrai. Se hai molto, dà molto; se poco, dà poco, ma dà con buon cuore e con ilarità. Così accumulerai grandi tesori pel giorno del Signore. Non perdere mai di vista che l’elemosina cancella i nostri peccati e ci preserva dal ricadervi. Il Signore ha promesso che un’anima caritatevole non cadrà nelle tenebre dell’inferno, dove non vi è più misericordia. Figlio mio, non disprezzare mai il povero e non frequentare la compagnia di coloro che lo avviliscono; perché il Signore ti manderebbe in perdizione. – La casa di colui che fa elemosina ha fondamento sulla pietra e non crollerà. Mentre la abitazione di chi negherà l’elemosina rovinerà dalle fondamenta; „ volendo con ciò farci intendere, o F. M., che una famiglia caritatevole non diverrà mai povera; e quelli che sono senza carità pei poveri periranno coi loro beni. Il profeta Daniele ci dice: “Se vogliamo indurre il Signore a dimenticare i nostri peccati, facciamo elemosina, e subito il Signore li cancellerà dalla sua memoria. „ Il re Nabucodònosor avendo avuto durante la notte un sogno che l’aveva tutto spaventato, fece venire il profeta Daniele pregandolo di volergliene spiegare il significato. Il profeta gli disse: “Re, tu sarai cacciato dalla compagnia degli uomini; ti nutrirai d’erba come le bestie; la pioggia del cielo bagnerà il tuo corpo; e resterai sette anni in questo stato, perché tu riconosca che tutti i regni appartengono a Dio, che li dà a chi gli piace e li toglie quando gli piace. Re, disse il profeta, ecco il consiglio che ti do: Riscatta i tuoi peccati coll’elemosina e le tue iniquità con le buone opere a vantaggio degli infelici.,, Il Signore infatti si lasciò commuovere dalle elemosine e dalle buone opere che il re fece a prò dei poveri; gli restituì il regno, e perdonò le sue colpe. (Dan. IV). – Vediamo altresì che al tempo dei primitivi Cristiani, i fedeli sembravano essere contenti di avere dei beni, soltanto per gustar la gioia di offrirli a Gesù Cristo nella persona dei poveri. Leggiamo negli Atti degli Apostoli che la loro carità era sì grande che non volevano possedere nulla di proprio. Molti vendevano i loro beni per darne il prezzo ai poveri. (Act. II, 44, 45). S. Agostino scrive: “Quando non avevamo la fortuna di conoscere Gesù Cristo, avevamo sempre paura che ci mancasse il pane; dacché abbiamo la ventura di conoscerlo, non amiamo più le ricchezze. Ne conserviamo qualche poco, solo per farne parte ai poveri e viviamo assai più contenti ora che serviamo soltanto Iddio. ,, – Udite Gesù Cristo medesimo che ci dice nell’Evangelo: “Se fate elemosina, io benedirò in modo particolare i vostri beni. Date, Egli ci ripete, e vi sarà dato; se darete abbondantemente sarà dato anche a voi con abbondanza. „ Lo Spirito Santo poi ci dice per bocca del Savio: “Volete diventar ricchi? Fate elemosina, perché il seno dell’indigente è un campo fertilissimo che rende il cento per uno.„ (Prov. XXIX, 13). – S. Giovanni, detto l’elemosiniere per la sua carità verso i poveri, ci dice che più dava e più riceveva. “Un giorno, egli racconta, io trovai un povero ignudo, e gli diedi gli abiti che avevo indosso. Poco dopo una persona mi offrì denaro bastante per comperarne parecchi. „ Lo Spirito Santo ci dice che chi disprezzerà il povero sarà infelice in tutti i giorni di sua vita.,, (Prov. XVII, 5). E il santo re Davide ci dice: “Figliuol mio, non permettere che il tuo fratello muoia di miseria, se hai qualche cosa da dargli; perché il Signore promette una benedizione copiosa a chi soccorre il povero; egli veglierà alla di lui conservazione. „ (Psal. XL, 1) E aggiunge che coloro i quali saranno misericordiosi verso i poveri, il Signore li preserverà da una morte cattiva. Ne abbiamo un bell’esempio nella vedova di Sarepta. Il Signore mandò il profeta Elia a soccorrerla nella sua povertà, lasciò che tutte le vedove d’Israele soffrissero la fame. Se volete saperne la ragione, eccovela: “Perché, disse il Signore al profeta, ella è stata caritatevole durante tutta la sua vita. „ Il profeta le disse: “La tua carità ti ha meritato una protezione particolare dal Signore: i ricchi col loro denaro periranno di fame, ma tu, caritatevole verso i poveri, sarai soccorsa, perché le tue provviste non verranno meno sino alla fine della fame. ,,(III Reg. XVII).

II. — Ho detto, in secondo luogo, che coloro i quali avranno fatto elemosina non paventeranno il giorno del giudizio universale. È cosa certa che quel momento sarà terribile: il profeta Gioele lo chiama il giorno delle vendette del Signore, giorno senza misericordia, giorno di spavento e di disperazione pel peccatore… Ma, ci dice questo profeta, volete che questo giorno sia per voi non un giorno di disperazione, ma di consolazione? Fate elemosina, e sarete contenti .,, (Gioel. II, 2). Un santo aggiunge: “Se non volete il giudizio, fate elemosina, e sarete ben accolto dal vostro giudice. „ Se la cosa è così, non dovrebbesi dire, o M. F., che dall’elemosina dipende la nostra salvezza? Infatti, Gesù Cristo quando ci parla del giudizio che dovremo subire, ci parla esclusivamente dell’elemosina, dicendo ai buoni: “Ebbi fame e mi avete dato da mangiare; ebbi sete e mi avete dato da bere; ero ignudo e mi avete rivestito; ero prigioniero e siete venuti a visitarmi. Venite, o benedetti del Padre mio, prendete possesso del regno che vi è stato preparato fin dal principio del mondo. „ All’incontro Egli dirà ai peccatori: “Allontanatevi da me, o maledetti; ebbi fame e non mi deste da mangiare; ebbi sete e non mi avete dato da bere; ero ignudo e non mi avete rivestito; ero infermo e prigioniero e non siete venuti a visitarmi. „ — “Quando mai, gli diranno i peccatori, vi abbiamo trattato a questo modo? „ — ” Ogni volta che avete trascurato di far questo a vantaggio dei miei più piccoli, che sono i poveri. ,, (Matth. V, 7).   Vedete dunque, F. M., che il giudizio sarà fatto esclusivamente sull’elemosina. Forse questo vi reca meraviglia? Eppure, M. F.. non è cosa difficile a comprendersi. Colui il quale possiede una verace carità, cerca solamente Iddio, e vuole piacere soltanto a Lui: possiede tutte le altre virtù, e in alto grado di perfezione, come vedremo fra breve. – La morte, è vero, spaventa i peccatori, ed anche i più giusti, per il terribile conto che si dovrà rendere a Dio, il quale sarà allora senza misericordia. Questo pensiero faceva tremare S. Ilarione che da 70 anni piangeva i suoi peccati; e S. Arsenio, che aveva lasciato la corte dell’imperatore per andar a passare la vita nel cavo di una roccia e piangervi per tutto il resto de’ suoi giorni. Quando pensava al giudizio faceva tremare il suo povero giaciglio. Il santo re Davide pensando ai suoi peccati esclamava: “Ah! Signore, date più le mie colpe. „ Ma egli diceva altresì: “Fate elemosina e non temerete quel giorno sì spaventevole pei peccatori. ,, Sentite Gesù Cristo in persona che ci dice “Beati i misericordiosi, perché otterranno misericordia. ,, (Matt. VII, 7). E altra volta soggiunge: “Come avrete trattato i vostri fratelli, così sarete trattati anche voi; „ (Id. VII, 2), che è quanto dire: Se avrete avuto pietà del vostro fratello, Dio avrà pietà di voi. Leggiamo negli Atti degli Apostoli che era morta in Joppe una buona vedova. I poveri andarono incontro a S. Pietro pregandolo di risuscitarla; e chi gli mostrava gli abiti che la buona vedova gli aveva fatto, chi altre cose. S. Pietro lasciò che piangessero, poi “Il Signore – disse loro – è tanto buono, e vi concederà quello che gli chiedete. „ S’avvicinò alla morta e le disse: “Levati, le tue elemosine ti meritano una seconda volta la vita. „ (Il Venerabile sembra dire che s. Pietro si trovava già in Joppe. Secondo gli Atti (cap. IX), S. Pietro era in una città vicina a Joppe, a Lidda, in cui due uomini, mandati dai fedeli di Joppe, vennero a pregarlo di recarsi in quest’ultima città e risuscitare la santa vedova chiamata Tabita. S. Pietro effettivamente li seguì, e fu allora che gli mostrarono gli abiti fatti da Tabita e che egli richiamò alla vita questa benefattrice dei poveri.). – Ella si alzò e S. Pietro la riconsegnò a’ suoi poveri. Non saranno solamente i poveri, o F. M., che pregheranno per voi; ma le vostre stesse elemosine saranno dinanzi a Dio come altrettanti protettori, che imploreranno grazia per voi. Leggiamo nel Vangelo che il regno de’ cieli è simile ad un re, che da’ suoi servitori si fece rendere conto di quanto gli dovevano. Gli si presentò uno che era debitore di 10,000 talenti. Non avendo costui con che pagare, il re comandò subito che fosse messo in prigione con tutta la sua famiglia, e che vi rimanesse finché avesse scontato tutto quello che gli doveva. Ma il servitore si gettò ai suoi piedi e gli chiese la grazia di aspettare qualche tempo ancora, che lo avrebbe pagato appena potesse. Il padrone, mosso a pietà gli condonò tutta la somma che gli doveva. Il servo, lasciato il padrone, incontrò un suo compagno che gli doveva cento denari, e tosto l’afferrò per la gola, esclamando: “Rendimi quanto mi devi. „ L’altro lo supplicò di attendere qualche po’ di tempo, che lo avrebbe pagato. Ma egli non s’arrese e lo fece mettere in carcere a scontarvi il debito. Il padrone lo seppe, e irritato per questa condotta, gli disse: “Servo iniquo, non dovevi tu pure aver compassione del tuo fratello, come io l’ebbi di te? „ (Matth. XVIII). Ecco, F. M., in qual maniera Gesù tratterà nel giorno del giudizio coloro che saranno stati buoni e misericordiosi verso i fratelli poveri raffigurati nella persona del debitore che ottiene misericordia. Ma a quelli che saranno stati duri e crudeli coi poveri, accadrà ciò che accadde a quel servo senza cuore; il padrone, ordinò che, legato mani e piedi, fosse gettato nelle tenebre esteriori dov’è pianto e stridore di denti. Vedete dunque, o miei cari, che è impossibile che una persona caritatevole vada dannata.

III. — In terzo luogo, F. M., ciò che deve stimolarci a fare con gioia e di buon cuore l’elemosina, è il sapere che la facciamo a Gesù Cristo medesimo. Nella vita di S. Caterina da Siena si legge che una volta, incontrato un povero, gli diede una croce; un’altra volta diede la sua veste ad una povera donna. Qualche giorno dopo le apparve Gesù Cristo e le disse che aveva ricevuto quella croce e quella veste messa da lei tra le mani dei poveri, e che gli erano state così gradite che Egli aspettava il giorno del giudizio per mostrarle a tutto l’universo. S. Giovanni Crisostomo dice: “Figliuol mio, dà al tuo fratello povero un tozzo di pane e riceverai il paradiso; dà qualche poco e riceverai molto; dà i beni perituri e riceverai i beni eterni. Pei doni che fai a Gesù Cristo nella persona dei poveri, avrai una ricompensa eterna. „ S. Ambrogio ci dice che l’elemosina è quasi un secondo battesimo e un sacrificio di propiziazione che placa la collera divina e ci fa trovar grazia dinanzi al Signore. Sì, M. F., questo è verissimo perché, quando diamo, diamo a Dio medesimo. Leggiamo nella vita di S. Giovanni di Dio che avendo un giorno trovato un povero tutto coperto di piaghe, lo prese e lo portò all’ospedale, che aveva fondato pei poveri. Quando vi fu giunto e gli ebbe lavati i piedi, per metterlo a letto, s’avvide che i piedi erano traforati. Tutto meravigliato, alzando gli occhi, riconobbe Gesù Cristo in persona che s’era nascosto sotto le sembianze di quel povero per eccitare la sua compassione. Gesù gli disse: “Giovanni, io sono contento di vedere come ti prendi cura de’ miei poveri.„ Un’altra volta trovò un fanciullo miserabilissimo, se lo caricò sulle spalle; passando accanto a una fontana, sentendosi stanco e volendo bere, pregò il fanciullo di discendere. Era anche questa volta Gesù Cristo in persona che gli disse: “Giovanni, ciò che fai ai poveri, è come se lo facessi a me. „ I servizi prestati ai poveri e agli infermi, sono così graditi, che molte volte furono visti gli Angeli discendere dal cielo per aiutare con le loro mani S. Giovanni di Dio a servire gli ammalati; dopo di che scomparivano. – Leggiamo nella vita di S. Francesco Saverio che, andando egli a predicare nei paesi infedeli, incontrò sul suo cammino un povero tutto coperto di lebbra, e gli fece l’elemosina. Dopo fatti alcuni passi si pentì di non averlo abbracciato per mostrargli quanta parte egli prendeva alle sue sofferenze. Ma ritornando sui suoi passi per rivederlo, non scorse più alcuno; quel povero era un Angelo apparsogli sotto la sembianza di un lebbroso. Ah!  qual rammarico soffriranno nel giorno del giudizio coloro che avranno disprezzato e schernito i poveri, quando Gesù Cristo farà loro toccare con mano che è a lui in persona che essi hanno fatto ingiuria. Ma quale gioia altresì, o M. F., godranno coloro i quali riconosceranno che tutto il bene fatto ai poveri lo hanno fatto a Gesù Cristo in persona. “Sì, dirà loro Gesù Cristo; sono io che avete visitato nella persona di quel povero; a me avete reso servigio; a me avete fatto elemosina alla vostra porta. „ – Ciò è tanto vero, F. M., che si narra nella storia di un gran Papa, S. Gregorio Magno, che egli teneva ogni giorno alla sua tavola dodici poveri in onore dei dodici Apostoli. Un giorno, contatine tredici, chiese a chi ne aveva l’incarico, perché fossero tredici e non dodici, come egli aveva ordinato. “Santo Padre, gli disse l’economo, io ne veggo soltanto dodici. „ Ed egli invece ne vedeva tredici. Chiese a coloro che gli stavano vicini se ne vedevano tredici, o no: risposero che ne vedevano dodici soltanto. Dopo che ebbero mangiato, prese per mano il tredicesimo, che egli aveva distinto perché lo osservava cambiare di tanto in tanto colore; lo condusse nella sua stanza e gli domandò chi fosse. Quegli gli rispose che era un Angelo, nascostosi sotto l’apparenza di un povero; che aveva ricevuto un’elemosina da lui quand’era ancor religioso, e che Dio, a motivo della sua carità, gli aveva dato incarico di custodirlo per tutta la sua vita, e fargli conoscere ciò che gli conveniva fare per ben regolarsi in tutto ciò che avrebbe compiuto pel bene della sua anima e per la salute del prossimo. Ecco, o M. F., come Dio lo ricompensò della sua carità. Non diremo, dunque che la nostra salvezza pare che dipenda dall’elemosina? Sentite ora ciò che accadde a S. Martino mentre passava per una via. Incontrò un povero, estremamente bisognoso, e’ ne fu profondamente commosso che, non avendo nulla con cui soccorrerlo, tagliò metà del suo manto e glielo diede. La notte seguente Gesù Cristo gli apparve ricoperto di metà della veste, e circondato da una schiera di Angeli, ai quali diceva: “Martino, ancora catecumeno mi ha dato questa metà della sua veste; „ sebbene S. Martino l’avesse data ad un viandante. No, M. F., non vi sono azioni per le quale Dio faccia tanti miracoli, come per le elemosine. Si narra nella storia di un signore agiato che, incontrato un povero, e, osservandone la miseria, ne fu commosso fino alle lacrime. Non stette a pensarvi su tanto, si levò il soprabito e glielo diede. Pochi giorni dopo seppe che quel povero l’aveva venduto e ne provò vivo rincrescimento. Nelle sue orazioni diceva a Gesù Cristo: “Mio Dio, vedo bene che io non meritavo che quel povero portasse il mio soprabito. „ Nostro Signore gli apparve tenendo quella veste tra le mani e gli disse: “Riconosci quest’abito? „ ed egli esclamò “Ah! mio Dio, è quello che io ho dato al povero. „ — “Vedi dunque che non è perduto, e che mi hai fatto piacere dandolo a me nella persona del povero. „ – S. Ambrogio ci dice che mentre egli distribuiva l’elemosina a parecchi poveri, si ritrovò in mezzo ad essi anche un Angelo: ricevette l’elemosina sorridendo e disparve. – Noi possiamo dire di una persona caritatevole, anche se colpevole, che ella ha grande speranza di salvezza. Leggiamo negli Atti degli Apostoli, che Gesù Cristo apparve a S. Pietro e gli disse: ” Va a trovare il centurione Cornelio, perché le sue elemosine sono salite fino a me e gli hanno meritato la salute. „ S. Pietro andò a visitare Cornelio, lo trovò occupato a pregare, e gli disse: “Le tue elemosine Dio le ha così gradite, che Egli mi manda ad annunziarti il regno de’ cieli ed a battezzarti (Act. X). „ Per tal guisa, o F. M., le elemosine di Cornelio furono cagione che egli e tutta la sua famiglia fossero battezzati. Ma ecco un esempio che vi mostrerà quanto potere ha l’elemosina di arrestare il braccio della giustizia divina. Si racconta nella storia della Chiesa che l’imperatore Zenone aveva caro di fare il bene ai poveri; ma era assai sensuale e voluttuoso; tanto che aveva rapito la figlia d’una dama onorata e virtuosa, e ne abusava con grande scandalo di tutti. Quella povera madre, desolata fino alla disperazione andava spesso alla chiesa della Vergine per lamentarsi con Lei dell’oltraggio che si faceva alla sua figliuola. “Vergine Santa, diceva, non siete Voi il rifugio degli infelici, degli afflitti e la protettrice dei deboli? Come, dunque, permettete questa oppressione ingiusta, questo disonore che si fa alla mia famiglia?„ La Ss. Vergine le apparve disse: “Sappi, figlia mia, che da gran tempo il mio Figliuolo avrebbe vendicato l’ingiuria che ti vien fatta. Ma questo imperatore ha una mano che lega quella del mio Figliuolo e arresta il corso della sua giustizia. Le elemosine che egli fa in abbondanza impediscono che sia punito. „ – Vedete, F. M., quanto può l’elemosina impedire a Dio di punirci, dopo che noi abbiamo meritato tante volte. S. Giovanni Elemosiniere, patriarca di Alessandria, ci racconta un fatto notevolissimo, avvenuto a lui stesso. Racconta di aver visto un giorno d’inverno, parecchi poveri che stavano riscaldandosi al sole, e contavano fra loro case dove si distribuiva l’elemosina ai poveri e quelle ove la si dava con mal garbo, o non si dava nulla. Fra le altre in discorso vennero a parlare della casa d’un ricco cattivo, che non dava quasi mai l’elemosina, e di lui dissero assai male. Quando uno di essi propose ai compagni che, se volevano scommettere con lui, egli andrebbe a chiedere l’elemosina, certo che otterrebbe qualche cosa. Gli altri risposero che erano disposti a scommettere, ma che egli poteva tenersi sicuro di essere respinto e di tornare a mani vuote; quel ricco, che non aveva mai dato nulla, non avrebbe certamente cominciato a dare ora. Messisi d’accordo fra loro, l’autore della proposta va al palazzo di quel ricco e con grande umiltà gli domanda di dargli qualche cosa nel nome di Gesù Cristo. Quel ricco si adirò talmente, che non avendo a sua portata una pietra da lanciargli contro il capo, visto il domestico che tornava dalla bottega del fornaio col cesto ricolmo di pane, accecato dal furore, ne prese uno e glielo lanciò in faccia. Il povero, per guadagnar la scommessa fatta coi compagni, andò in fretta a raccoglierlo e lo portò ad essi per far vedere che quel ricco gli aveva dato una buona elemosina. Due giorni dopo quel ricco ammalò, ed essendo vicino a morire, gli parve in sogno di venir condotto al tribunale di Dio per esservi giudicato. Gli parve di vedere qualcuno che portasse innanzi una bilancia su cui pesare il bene e il male. Vide da una parte Iddio, dall’altra il demonio che presentava i peccati da lui commessi durante tutta la sua vita; peccati che erano numerosissimi. Il suo Angelo custode non aveva per conto suo nulla da mettere, nessuna opera virtuosa che controbilanciasse il male. Iddio gli chiese che cosa egli presentasse da mettere per conto suo. E l’Angelo, addolorato di non aver nulla, rispose: “Signore, non ho niente. „ Ma Gesù soggiunse: “E il pane che ha gettato in faccia a quel povero? Mettilo sulla bilancia e vincerà il peso de’ suoi peccati. „ Infatti, avendolo l’Angelo messo sulla bilancia, esso la fece piegare dalla parte buona. Allora l’Angelo fissandolo in volto: “Sciagurato, gli disse, senza questo pane, tu saresti piombato nell’inferno; va a far penitenza; dà ai poveri quanto potrai, diversamente sarai dannato. „ Quel ricco, svegliatosi, andò a trovare S. Giovanni l’Elemosiniere, gli raccontò la visione avuta e la storia della sua vita piangendo amaramente la sua ingratitudine verso Dio, al quale era debitore di tutto ciò che aveva, e la sua durezza verso i poveri, e ripetendo: “Ah! Padre mio, se un pane solo dato con mal garbo ad un povero, mi strappa dalle unghie del demonio, quanto posso rendermi propizio il Signore dando a Lui tutti i miei beni nella persona dei poveri!„ E arrivò a tal punto quando per via incontrava un povero, se aveva nulla da dargli, si spogliava dell’abito e lo permutava con quello del povero; scorrendo tutto il resto di sua vita nel piangere i propri peccati e dare ai poveri quanto possedeva. Che ne pensate ora, M. F.? Non è forse vero che voi non vi siete mai fatto un giusto concetto della grandezza dell’elemosina? – Ma quell’uomo si spinse anche più oltre. Sentite: Un giorno incontrò per via un domestico che era stato un tempo al suo servizio, e senza rispetto umano o altro riguardo: “Amico, gli disse, forse non ti ho ricompensato abbastanza delle tue fatiche: fammi un favore, conducimi in città, là mi venderai, per compensarti dell’ingiustizia che posso averti arrecato non pagandoti abbastanza. „ Il domestico lo vendette per trenta denari. Pieno di gioia di vedersi all’ultimo grado di povertà, serviva il suo padrone con incredibile gioia, ciò che fece nascere negli altri servi tale invidia, che lo disprezzavano e spesso lo battevano. Mai egli aprì bocca per lamentarsi. Il padrone accortosi del trattamento che veniva usato allo schiavo che egli amava, li rimproverò fortemente perché osavano trattarlo a quel modo. Poi chiamò a sé il ricco convertito, del quale non conosceva neppure il nome, e gli chiese chi fosse e quale la sua condizione. Il ricco gli narrò quanto gli era accaduto, e il padrone, che era l’imperatore, ne rimase commosso. Fu sì grande la sua meraviglia e la sua commozione, che si diede a piangere dirottamente; si convertì subito e passò il resto di sua vita facendo quante più elemosine poteva. – Ditemi, avete voi compreso bene il pregio dell’elemosina e quanto è meritoria per chi la fa? F. M., dell’elemosina vi ripeterò quello che si dice della divozione alla Ss. Vergine, chi la pratica con animo buono non può andare perduto. Non ci meravigliamo dunque, F. M., se questa virtù è stata comune a tutti i santi dell’Antico e del Nuovo Testamento. So bene, o F. M., che chi ha il cuor duro, è avaro e insensibile alle miserie del suo prossimo, e troverà mille scuse per non fare elemosina. Mi direte: “Vi sono poveri buoni, e ve ne sono molti altri che non meritano si faccia loro elemosina; gli uni consumano all’osteria ciò che loro si dà, altri al giuoco o in golosità. „ — È verissimo, vi sono ben pochi poveri che facciano buon uso di ciò che ricevono dalla mano dei ricchi, questo dimostra che sono pochi i poveri buoni. Alcuni mormorano nella loro povertà, se non si dà loro tutto quello che vogliono; altri portano invidia ai ricchi, li maledicono augurando che Dio tolga ad essi tutti i loro beni, affinché imparino che cos’è povertà. Convengo anch’io che questo è male: e sono appunto costoro che meritano il nome di poveri cattivi. Ma in proposito ho una parola da dirvi. Questi poveri che voi biasimate dicendo che sono famosi mangiatori, che non hanno misura, e che, se sono tali, non è forse senza loro colpa, questi poveri, ripeto, vi domandano l’elemosina non a nome proprio, ma in nome di Gesù Cristo. Sieno buoni o cattivi, importa poco, poiché voi date a Gesù Cristo medesimo, come vi ho ripetuto fin qui. È Gesù Cristo che vi ricompenserà. Ma, mi soggiungerete voi: “È una cattiva lingua, un vendicativo, un ingrato. „ — Tutto questo non vi riguarda affatto; avete modo di fare elemosina in nome di Gesù Cristo, col pensiero di piacere a lui, di redimere i vostri peccati: lasciato da parte tutto il resto, voi avete a che fare con Dio; state tranquillo: le vostre elemosine non saranno senza frutto, anche se affidate alle mani di poveri cattivi che voi disprezzate. D’altra parte, quel povero che vi ha offerto motivo di scandalo, otto giorni fa, e che avete visto ubbriaco o dato allo stravizio, chi vi assicura che oggi non sia convertito e carissimo a Dio? – Volete sapere, perché andate in cerca di pretesti, per esimervi dal fare elemosina? Sentite una parolina, che riconoscerete vera, se non adesso, almeno all’ora di morte: l’avarizia ha messo radice nel vostro cuore, togliete quella pianta maledetta e non vi rincrescerà più di far elemosina, sarete contento anzi, di farla, e diventerà la vostra gioia. — “Ah! dite voi, ma se io non ho niente, nessuno mi dà nulla. „ — Nessuno vi dà nulla? Ma, e da chi viene tutto quello che possedete? Non viene dalla mano di Dio che ve lo ha dato, a preferenza di tanti altri che sono poveri e molto meno peccatori di voi? Pensate dunque a Dio …. Volete dare qualche cosa di più, date: avrete in tal guisa la bella sorte di redimere i vostri peccati facendo al tempo stesso del bene al vostro prossimo. Sapete, M. F., perché non abbiamo nulla da dare ai poveri, e perché non siamo mai contenti di quello che possediamo? Non avete di che fare elemosina, ma avete pur modo di comprar terreni. Avete sempre paura che vi manchi la terra sotto i piedi; ma aspettate di aver qualche metro di terra sul capo e sarete soddisfatto. – Non è vero, o padre di famiglia, che avete nulla da dare in elemosina; ma avete denaro per comprar terreni? Dite piuttosto che, l’andar salvi ovvero dannati non vi importa gran che; vi basta che la vostra cupidigia sia soddisfatta. Amate d’ingrandirvi, perché i ricchi sono onorati e rispettati, mentre i poveri sono disprezzati. Non è vero, o madre, che non avete nulla da dare ai poveri, ma bisogna poi provvedere ornamenti di vanità alle vostre figliuole, comprare fazzoletti di pizzo, fare portare ad esse collane a quattro file, orecchini, catenelle, vezzi? — “Ah! mi direte voi, se le lascio portare questi ornamenti non domando niente a nessuno; sono cose necessarie; non inquietatevi per questo.,, — Buona mamma, ve lo dico solo di passaggio, perché nel giorno del giudizio vi rammentiate che ve l’ho detto: non domandate nulla a nessuno, è vero; ma vi dirò che per questo non siete meno colpevole, anzi siete ugualmente colpevole che se trovaste un povero per via e gli toglieste il poco denaro che ha. — ” Ah! Mi direte voi, se spendo quel denaro pei miei figli, so io quanto mi costa. „ — Ed io vi dirò ancora, sebbene non vogliate riconoscerlo: voi siete colpevole agli occhi di Dio, e questo basta per dannarvi. E se mi domandate perché, vi rispondo così: perché i vostri beni non sono che un deposito affidato da Dio alle vostre mani; tolto ciò che è necessario a voi e alla vostra famiglia, il resto è dovuto ai poveri. Quanti hanno denaro e lo tengono chiuso, mentre tanti poveri muoiono di fame! Quanti altri hanno grande abbondanza di abiti, mentre tanti sventurati soffrono il freddo! Ma, forse voi siete a servizio e non avete nulla da dare in elemosina; non possedete che il vostro stipendio? Ah! se lo voleste, potreste anche voi aver mezzo di far elemosina: lo trovate pure il denaro per trarre le fanciulle al mal fare, per andare all’osteria o al ballo. — Ma direte voi, noi siamo poveri, abbiamo appena di che vivere.„ — Ma, cari miei, se il giorno della sagra faceste meno spese, avreste qualche cosa da dare ai poveri. Quante volte siete andati a Villefranche per puro divertimento senza aver nulla da fare; o a Montmerle, o altrove. Fermiamoci qui, la verità è troppo chiara e scottante e l’andare più oltre potrebbe irritarvi. –  Ah! F. M., se i santi avessero fatto come noi non avrebbero avuto di che fare elemosina; ma perché  sapevano quanto bisogno avevano di farla, risparmiavano quanto potevano a questo scopo e avevano sempre qualche cosa in serbo. – E poi, o F . M., non ogni carità si fa con il denaro. Potete andare a visitare un infermo, a tenergli per qualche ora compagnia, fargli qualche servizio, rifare il suo letto o apparecchiargli i rimedi, consolarlo nelle sue sofferenze, fargli una devota lettura. Tuttavia, debbo rendervi questa giusta testimonianza che, generalmente, voi amate di far elemosina ai poveri e li compatite. Ma ciò che mi tocca di osservare si è che pochissimi la fanno in maniera da meritarne la ricompensa; ed eccone il perché: gli uni fanno l’elemosina ai poveri per essere stimati persone dabbene; gli altri per compassione e perché sono mossi dall’altrui miseria; altri poi perché li amano, perché son buoni, perché applaudono alla lor maniera di vivere; altri forse perché ne ricevono o almeno ne sperano qualche servizio. Ebbene, F. M., tutti coloro che nel fare elemosina non hanno che queste mire, non possiedono le condizioni richieste perché l’elemosina sia meritoria. Ve ne sono di quelli che a certi poveri, pei quali nutrono una certa genialità, darebbero quanto posseggono, mentre per gli altri hanno un cuore crudele. – Comportarsi a questo modo, o M. F., è fare quello che fanno i pagani, i quali, malgrado le loro opere buone, non andranno salvi. Ma, penserete tra voi, come deve dunque farsi l’elemosina perché sia meritoria? M. F., eccovelo in due parole; ascoltatemi attentamente: dobbiamo avere in mira in tutto ciò che facciamo di bene a vantaggio del nostro prossimo, di piacere a Dio che ce lo comanda, e di salvare le nostre anime. Ogni volta che la vostra elemosina non è accompagnata da queste pie intenzioni, l’opera buona che fate è perduta pel cielo. Questa è la ragione che ci spiega perché pochissime opere buone ci accompagneranno dinanzi al tribunale di Dio; perché, cioè, le facciamo con spirito puramente umano. Amiamo di essere ringraziati e che si parli di quel che abbiam fatto, che ci si ricambi con qualche servizio, e ne parliamo volentieri anche noi per far vedere che siamo persone caritatevoli. Poi abbiamo delle preferenze; ad alcuni diamo senza misura, ad altri invece non vogliamo dar nulla; anzi li disprezziamo. – Badiamo bene, o M. F., quando non vogliamo o non possiamo soccorrere i poveri, badiamo bene di non disprezzarli, perché sprezzeremmo Gesù Cristo medesimo. Quel poco che diamo, diamolo con buon cuore, colla intenzione di piacere a Dio e di redimere i nostri peccati. Chi possiede schietta carità non ha preferenze; dà ai nemici come agli amici, a tutti egualmente, colla stessa ilarità e con la stessa sollecitudine. Se fosse il caso di fare qualche preferenza, si dovrebbe piuttosto fare elemosina a quelli che ci hanno fatto più dispiacere. Così faceva S. Francesco di Sales. – Vi sono alcuni che se hanno fatto del a una persona e poi questa ha recato loro malcontento, le rinfacciano subito i servigi che le hanno reso. Sbagliate facendo così e perdete tutto il merito della vostra opera buona. Ma, e non ricordate che quella persona vi aveva chiesto aiuto in nome di Gesù Cristo e che voi glielo avete dato per piacere a Dio e redimere i vostri peccati? Il povero è strumento, di cui Dio si serve per farvi quel bene, e null’altro. Anche questa è insidia che il demonio vi tende, e tende a un gran numero d’anime: farci tornare alla mente le nostre opere buone per farci compiacere vanamente in esse, e perdere così tutto il merito. Quando il demonio ce le mette dinanzi alla memoria, bisogna rigettarne subito il ricordo come un cattivo pensiero. Che cosa dobbiamo concludere da tutto questo, o F. M.? Ecco: che l’elemosina ha sì gran pregio agli occhi di Dio ed è così efficace per attirare le misericordie divine, da sembrare quasi che ci dia sicurezza di salute. Bisogna fare elemosina, quanto possiamo, finché viviamo su questa terra; saremo sempre abbastanza ricchi se riusciremo a piacere a Dio e a salvare la nostra anima. Ma bisogna farla con intenzioni interamente pure; cioè tutto per Iddio e niente pel mondo. Saremo pur fortunati se avremo la buona sorte, che, tutte le elemosine da noi fatte quaggiù, ci accompagnino dinanzi al tribunale di Gesù Cristo per aiutarci a guadagnare il paradiso. Questa felicità io vi desidero.

Credo …

IL CREDO

Offertorium

Orémus Ps CXVIII: 47; CXVIII: 48

Meditábor in mandátis tuis, quæ diléxi valde: et levábo manus meas ad mandáta tua, quæ diléxi. [Mediterò i tuoi precetti che ho amato tanto: e metterò mano ai tuoi comandamenti, che ho amato.]

Secreta

Sacrifíciis præséntibus, Dómine, quæsumus, inténde placátus: ut et devotióni nostræ profíciant et salúti.

[Guarda, o Signore, con occhio placato, al presente sacrificio, affinché giovi alla nostra devozione e salute.]

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Ps V: 2-4 – Intéllege clamórem meum: inténde voci oratiónis meæ, Rex meus et Deus meus: quóniam ad te orábo, Dómine.

[Ascolta il mio grido: porgi l’orecchio alla voce della mia orazione, o mio Re e mio Dio: poiché a Te rivolgo la mia preghiera, o Signore.]

Postcommunio

Orémus.

Súpplices te rogámus, omnípotens Deus: ut quos tuis réficis sacraméntis, tibi etiam plácitis móribus dignánter deservíre concédas.

[Súpplici Ti preghiamo, o Dio onnipotente: affinché, a quelli che Tu ristori coi tuoi sacramenti, conceda anche di servirti con una condotta a Te gradita.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ORDINARIO DELLA MESSA

I SERMONI DEL CURATO D’ARS: SULL’ELEMOSINA

[Discorsi di S. G. B. M. VIANNEY CURATO D’ARS – Quarta edizione, Vol. II, Marietti ed. Torino-Roma, 1933]

Sull’elemosina.

Date eleemosynam, et ecce omnia munda sunt vobis.

(Luc. XI, 41).

Possiamo immaginare, Fratelli miei, cosa più consolante per un Cristiano il quale ha avuto la sventura di peccare, che il trovare mezzo così facile di soddisfare la giustizia divina per le colpe commesse? Gesù Cristo, nostro divin Salvatore non brama che la nostra felicità e non ha trascurato alcun mezzo per mostrarcelo. Sì, M. F., con l’elemosina noi possiamo facilmente redimere i nostri peccati e attirare le più abbondanti benedizioni del cielo sui nostri beni e sulle nostre persone; o, per meglio dire, coll’elemosina possiamo evitare le pene eterne. Oh! M. F., quanto è buono Iddio, che si contenta di così poca cosa. – M. F.. se Dio lo avesse voluto, saremmo stati tutti eguali. Invece no: Egli prevedeva che, essendo noi tanto orgogliosi, non ci saremmo sottomessi gli uni agli altri. E appunto per questo che Egli ha messo nel mondo i ricchi e i poveri, perché potessimo, cioè, aiutarci scambievolmente a salvarci. I poveri salveranno sopportando con rassegnazione la loro miseria, e domandando con pazienza soccorso ai ricchi. I ricchi troveranno dal loro mezzo di redimere i loro peccati dimostrando compassione pei poveri, e soccorrendoli quanto potranno. Voi vedete, o F. M., a questo modo tutti possiamo salvarci. – Se è pel povero dovere indispensabile soffrire la povertà con rassegnazione e chiedere con umiltà soccorso ai ricchi, è altresì dovere indispensabile dei ricchi fare l’elemosina ai poveri, che sono loro fratelli; poiché da ciò dipende la loro salvezza. Disgraziatissimo è agli occhi di Dio chi vede soffrire il proprio fratello e, potendolo, non lo soccorre. – Per stimolarvi a fare l’elemosina, per quanto vi sarà possibile, e con retta intenzione piacere a Dio, vi mostrerò:

1° Che l’elemosina è efficace presso Dio per ottenerci tutto ciò che desideriamo;

2° Che l’elemosina libera chi la fa dal timore del giudizio universale;

3° Che siamo ingrati quando trattiamo durezza i poveri, perché, sprezzandoli, disprezziamo Gesù Cristo medesimo.

I. — Sì, M. F., sotto qualunque aspetto osserviamo l’elemosina, il pregio di essa è sì grande che riesce impossibile di spiegarvene tutto il merito. Solamente il giorno del giudizio ne comprenderemo tutto il valore. E se me ne domandate la ragione, eccovela: possiamo dire che l’elemosina supera tutte le altre buone azioni, perché una persona caritatevole possiede ordinariamente tutte le altre virtù. Leggiamo nella sacra Scrittura che il Signore disse al profeta Isaia: “Va ad annunciare al mio popolo, che i suoi delitti mi hanno talmente irritato, che Io non posso più tollerarlo; lo castigherò sterminandolo per sempre. „ Il profeta si presenta in mezzo al popolo adunato, dicendo: “Ascolta, popolo ingrato e ribelle, ecco ciò che dice il Signore Dio tuo: I vostri delitti mi hanno acceso tal furore contro di voi, che le mie mani sono armate di fulmini per abbattervi e disperdervi per sempre. ,, — “Eccovi dunque, dice loro Isaia, senza scampo, voi potrete ben pregare il Signore, Egli chiuderà le orecchie per non intendervi; e se anche piangerete, digiunerete, vi coprirete di cenere, Egli non volgerà i suoi occhi verso di voi; se vi riguarderà, sarà per distruggervi. Tuttavia, in mezzo a tanti mali, ho un consiglio da offrirvi: esso è efficacissimo per commuovere il cuor del Signore, e voi potrete, in qualche modo, forzarlo ad usarvi misericordia. – “Ecco ciò che dovete fare: date una parte dei vostri beni ai vostri fratelli poveri e pane a chi ha fame, abiti a chi è ignudo, e vedrete subito cambiata la vostra sentenza. ,, Infatti appena ebbero cominciato a fare ciò che il profeta aveva suggerito, il Signore chiamò Isaia e gli disse: “Profeta, riferisci al mio popolo che mi ha vinto, che la carità esercitata verso i fratelli fu più della mia collera. Va a dire ad essi che Io perdono loro e prometto la mia amicizia. – O bella virtù della carità, quanto sei potente per placare la collera divina! Ma, quanto sei poco conosciuta dalla maggior parte dei Cristiani dei nostri giorni. Perché questo, o M. F.? Perché noi siamo troppo attaccati alla terra; non pensiamo che alla terra; pare che viviamo solo per la terra; abbiamo perduto di vista i beni del cielo e non ne abbiamo più stima. Noi vediamo altresì che i Santi hanno amato talmente questa virtù, che credevano impossibile salvarsi, senza averla praticata. Poi vi dirò anzitutto che Gesù Cristo, il quale ha voluto esserci di modello in ogni cosa, ha portato questa virtù all’ultimo grado di perfezione. Se ha lasciato il seno del Padre per venire sulla terra, se è nato povero, se è vissuto nei patimenti ed è morto nel dolore, è la sua carità che l’ha ispirato a questo. Vedendoci tutti perduti, la carità lo ha mosso a fare tutto quello che ha fatto per salvarci da quell’abisso di mali eterni in cui il peccato ci aveva precipitati. Quando viveva quaggiù il suo cuore era così ripieno di carità, che non poteva vedere né malati, né morti, né sofferenti senza dar loro sollievo, risuscitarli e consolarli; per amor loro ha operato miracoli. Un giorno vedendo che quelli che lo seguivano nelle sue predicazioni erano senza nutrimento, con cinque pani e alcuni pesci saziò quattromila uomini, senza contare le donne e i fanciulli; un’altra volta ne saziò cinquemila. Per mostrare loro come sentisse vivamente le loro miserie, si rivolse agli Apostoli e disse con accento di tenerezza: “Ho compassione di questo popolo che mi dà tanti segni di affetto; non so più resistere, farò un miracolo per sostentarlo. Temo che se lo rimando, senza dar ad esso da mangiare, molti sveniranno lungo la via. Fateli sedere, distribuite loro questa piccola provvista di cibo: la mia potenza supplirà alla sua insufficienza „ (Matt., XV, 32-38). E provò nel sollevarli gioia sì grande, che non pensò a se stesso. O virtù della carità, quanto sei bella, quanto sono abbondanti e preziose le grazie che ti sono congiunte! Perciò vediamo che i Santi dell’Antico Testamento sembravano presentire quanto sarebbe stata cara al Figliuolo di Dio questa virtù; parecchi posero in essa ogni loro felicità e passarono la vita praticando questa virtù bella e amabile. – Leggiamo nella sacra Scrittura che Tobia, condotto schiavo nell’Assiria, godeva nell’esercitare questa virtù verso gli infelici. Sera e mattina distribuiva quanto aveva ai poveri, senza riserbare nulla per sé. Ora lo si vedeva accanto agli infermi, esortandoli perché offrissero i loro dolori con rassegnazione alla volontà di Dio, e facendo loro conoscere quale grande ricompensa avrebbero nell’eternità; ora lo si vedeva spogliarsi dei suoi abiti per darli ai poveri. Un giorno gli fu detto, che era morto un povero e che nessuno pensava a dargli sepoltura. Era a tavola; ma tosto si leva, va a prenderlo sulle sue spalle e lo porta al luogo dove doveva essere seppellito. Credendosi vicino a morire, chiamò presso di sè il suo figliuolo, e gli disse: “Figlio credo che il Signore presto mi toglierà da questo mondo. Ho una cosa importante da raccomandarti, prima di morire. Promettimi di osservarla. Fa’ elemosina in tutti i giorni di tua vita, e non divergere mai il tuo sguardo dal povero. Fa elemosina come potrai. Se hai molto, dà molto; se poco, dà poco, ma da’ con buon cuore e con ilarità. Così accumulerai grandi tesori pel giorno del Signore. Non perdere mai di vista che l’elemosina cancella i nostri peccati e ci preserva dal ricadervi. Il Signore ha promesso che un’anima caritatevole non cadrà nelle tenebre dell’inferno, dove non vi è più misericordia. Figlio mio, non disprezzare mai il povero e non frequentare la compagnia di coloro che lo avviliscono; perché  il Signore ti manderebbe in perdizione. – La casa di colui che fa elemosina ha fondamento sulla pietra e non crollerà. Mentre la abitazione di chi negherà l’elemosina rovinerà dalle fondamenta; „ volendo con ciò farci intendere, o F. M., che una famiglia caritatevole non diverrà mai povera; e quelli che sono senza carità pei poveri, periranno coi loro beni. Il profeta Daniele ci dice: “Se vogliamo indurre il Signore a dimenticare i nostri peccati, facciamo elemosina, e subito il Signore li cancellerà dalla sua memoria. „ Il re Nabucodònosor avendo avuto durante la notte un sogno che l’aveva tutto spaventato, fece venire il profeta Daniele pregandolo di volergliene spiegare il significato. Il profeta gli disse: “Re, tu sarai cacciato dalla compagnia degli uomini; ti nutrirai d’erba come le bestie; la pioggia del cielo bagnerà il tuo corpo; e resterai sette anni in questo stato, perché tu riconosca che tutti i regni appartengono a Dio, che li dà a chi gli piace e li toglie quando gli piace. Re, disse il profeta, ecco il consiglio che ti do: Riscatta i tuoi peccati coll’elemosina e le tue iniquità con le buone opere a vantaggio degli infelici.,, Il Signore infatti si lasciò commuovere dalle elemosine e dalle buone opere che il re fece a prò dei poveri; gli restituì il regno, e perdonò le sue colpe. (Il libro di Daniele non dice che Nabucodònosor abbia fatto delle elemosine e delle buone opere, ma solamente che dopo i sette anni di punizione predetti dal profeta il re levò gli occhi al cielo, benedisse l’Altissimo ed esaltò la sua potenza eterna, e che allora gli fece ritornare i sensi e fu rimesso in possesso del regno. – Dan. IV). – Vediamo altresì che al tempo dei primitivi Cristiani, i fedeli sembravano essere contenti di avere dei beni, soltanto per gustar la gioia di offrirli a Gesù Cristo nella persona dei poveri. Leggiamo negli Atti degli Apostoli che la loro carità era sì grande che non volevano possedere nulla di proprio. Molti vendevano i loro beni per darne il prezzo ai poveri. (Act. II, 44, 45). S. Agostino scrive: “Quando non avevamo la fortuna di conoscere Gesù Cristo, avevamo sempre paura che ci mancasse il pane; dacché abbiamo la ventura di conoscerlo, non amiamo più le ricchezze. Ne conserviamo qualche poco, solo per farne parte ai poveri e viviamo assai più contenti ora che serviamo soltanto Iddio. ,, – Udite Gesù Cristo medesimo che ci dice nell’Evangelo: “Se fate elemosina, io benedirò in modo particolare i vostri beni. Date, Egli ci ripete, e vi sarà dato; se darete abbondantemente sarà dato anche a voi con abbondanza. „ Lo Spirito Santo poi ci dice per bocca del Savio: “Volete diventar ricchi? Fate elemosina, perché il seno dell’indigente è un campo fertilissimo che rende il cento per uno.„ (Prov. XXIX, 13). – S. Giovanni, detto l’elemosiniere per la sua carità verso i poveri, ci dice che più dava e più riceveva. “Un giorno, egli racconta, io trovai un povero ignudo, e gli diedi gli abiti che avevo indosso. Poco dopo una persona mi offrì denaro bastante per comperarne parecchi. „ Lo Spirito Santo ci dice che chi disprezzerà il povero sarà infelice in tutti i giorni di sua vita.,, (Prov. XVII, 5). E il santo re Davide ci dice: “Figliuol mio, non permettere che il tuo fratello muoia di miseria, se hai qualche cosa da dargli; perché il Signore promette una benedizione copiosa a chi soccorre il povero; egli veglierà alla di lui conservazione. „ (Psal. XL, 1) E aggiunge che coloro i quali saranno misericordiosi verso i poveri, il Signore li preserverà da una morte cattiva. Ne abbiamo un bell’esempio nella vedova di Sarepta. Il  Signore mandò il profeta Elia a soccorrerla nella sua povertà, lasciò che tutte le vedove d’Israele soffrissero la fame. Se volete saperne la ragione, eccovela: “Perché, disse il Signore al profeta, ella è stata caritatevole durante tutta la sua vita. „ Il profeta le disse: “La tua carità ti ha meritato una protezione particolare dal Signore: i ricchi col loro denaro periranno di fame, ma tu, caritatevole verso i poveri, sarai soccorsa, perché le tue provviste non verranno meno sino alla fine della fame. ,, (III Reg. XVII).

II. — Ho detto, in secondo luogo, che coloro i quali avranno fatto elemosina non paventeranno il giorno del giudizio universale. È cosa certa che quel momento sarà terribile: il profeta Gioele lo chiama il giorno delle vendette del Signore, giorno senza misericordia, giorno di spavento e di disperazione pel peccatore. .. Ma, ci dice questo profeta, volete che questo giorno sia per voi non un giorno di disperazione, ma di consolazione? Fate elemosina, e sarete contenti .,, (Gioel. II, 2). Un Santo aggiunge: “Se non volete il giudizio, fate elemosina, e sarete ben accolto dal vostro giudice. „ Se la cosa è così, non dovrebbesi dire, o M. F., che dall’elemosina dipende la nostra salvezza? Infatti, Gesù Cristo quando ci parla del giudizio che dovremo subire, ci parla esclusivamente dell’elemosina, dicendo ai buoni: “Ebbi fame e mi avete dato da mangiare; ebbi sete e mi avete dato da bere; ero ignudo e mi avete rivestito; ero prigioniero e siete venuti a visitarmi. Venite, o benedetti del Padre mio, prendete possesso del regno che vi è stato preparato fin dal principio del mondo. „ All’incontro egli dirà ai peccatori: “Allontanatevi da me, o maledetti; ebbi fame e non mi deste da mangiare; ebbi sete e non mi avete dato da bere; ero ignudo e non mi avete rivestito; ero infermo e prigioniero e non siete venuti a visitarmi. „ — “Quando mai, gli diranno i peccatori, vi abbiamo trattato a questo modo? „ — ” Ogni volta che avete trascurato di far questo a vantaggio dei miei più piccoli, che sono i poveri. ,, (Matth. V, 7).   Vedete dunque, F. M., che il giudizio sarà fatto esclusivamente sull’elemosina. Forse questo vi reca meraviglia? Eppure, M. F.. non è cosa difficile a comprendersi. Colui il quale possiede una verace carità, cerca solamente Iddio, e vuole piacere soltanto a Lui: possiede tutte le altre virtù, e in alto grado di perfezione, come vedremo fra breve. – La morte, è vero, spaventa i peccatori, ed anche i più giusti, per il terribile conto che si dovrà rendere a Dio, il quale sarà allora senza misericordia. Questo pensiero faceva tremare S. Ilarione che da 70 anni piangeva i suoi peccati; e S. Arsenio, che aveva lasciato la corte dell’imperatore per andar a passare la vita nel cavo di una roccia e piangervi per tutto il resto de’ suoi giorni. Quando pensava al giudizio faceva tremare il suo povero giaciglio. Il santo re Davide pensando ai suoi peccati esclamava: “Ah! Signore, non ricordate più le mie colpe. „ Ma egli diceva altresì: “Fate elemosina e non temerete quel giorno sì spaventevole pei peccatori. ,, Sentite Gesù Cristo in persona che ci dice “Beati i misericordiosi, perché otterranno misericordia. ,, (Matt. VII, 7). E altra volta soggiunge: “Come avrete trattato i vostri fratelli, così sarete trattati anche voi; „ (Id. VII, 2), che è quanto dire: Se avrete avuto pietà del vostro fratello, Dio avrà pietà di voi. Leggiamo negli Atti degli Apostoli che era morta in Joppe una buona vedova. I poveri andarono incontro a S. Pietro pregandolo di risuscitarla; e chi gli mostrava gli abiti che la buona vedova gli aveva fatto, chi altre cose. S. Pietro lasciò che piangessero, poi “Il Signore – disse loro – è tanto buono, e vi concederà quello che gli chiedete. „ S’avvicinò alla morta e le disse: “Levati, le tue elemosine ti meritano una seconda volta la vita. „ (Il Venerabile sembra dire che s. Pietro si trovava già in Joppe. Secondo gli Atti (cap. IX), S. Pietro era in una città vicina a Joppe, a Lidda, in cui due uomini, mandati dai fedeli di Joppe, vennero a pregarlo di recarsi in quest’ultima città e risuscitare la santa vedova chiamata Tabita. S. Pietro effettivamente li seguì, e fu allora che gli mostrarono gli abiti fatti da Tabita e che egli richiamò alla vita questa benefattrice dei poveri.). – Ella si alzò e S. Pietro la riconsegnò a’ suoi poveri. Non saranno solamente i poveri, o F. M., che pregheranno per voi; ma le vostre stesse elemosine saranno dinanzi a Dio come altrettanti protettori, che imploreranno grazia per voi. Leggiamo nel Vangelo che il regno de’ cieli è simile ad un re, che da’ suoi servitori si fece rendere conto di quanto gli dovevano. Gli si presentò uno che era debitore di 10,000 talenti. Non avendo costui con che pagare, il re comandò subito che fosse messo in prigione con tutta la sua famiglia, e che vi rimanesse finché avesse scontato tutto quello che gli doveva. Ma il servitore si gettò ai suoi piedi e gli chiese la grazia di aspettare qualche tempo ancora, che lo avrebbe pagato appena potesse. Il padrone, mosso a pietà gli condonò tutta la somma che gli doveva. Il servo, lasciato il padrone, incontrò un suo compagno che gli doveva cento denari, e tosto l’afferrò per la gola, esclamando: “Rendimi quanto mi devi. „ L’altro lo supplicò di attendere qualche po’ di tempo, che lo avrebbe pagato. Ma egli non s’arrese e lo fece mettere in carcere a scontarvi il debito. Il padrone lo seppe, e irritato per questa condotta, gli disse: “Servo iniquo, non dovevi tu pure aver compassione del tuo fratello, come io l’ebbi di te? „ (Matth. XVIII). Ecco, F. M., in qual maniera Gesù tratterà nel giorno del giudizio coloro che saranno stati buoni e misericordiosi verso i fratelli poveri raffigurati nella persona del debitore che ottiene misericordia. Ma a quelli che saranno stati duri e crudeli coi poveri, accadrà ciò che accadde a quel servo senza cuore; il padrone, ordinò che, legato mani piedi, fosse gettato nelle tenebre esteriori dov’è pianto e stridore di denti. Vedete dunque, o miei cari, che è impossibile che una persona caritatevole vada dannata.

III. — In terzo luogo, P. M., ciò che deve stimolarci a fare con gioia e di buon cuore l’elemosina, è il sapere che la facciamo a Gesù Cristo medesimo. Nella vita di S. Caterina da Siena si legge che una volta, incontrato un povero, gli diede una croce; un’altra volta diede la sua veste ad una povera donna. Qualche giorno dopo le apparve Gesù Cristo e le disse che aveva ricevuto quella croce e quella veste messa da lei tra le mani dei poveri, e che gli erano state così gradite che e gli aspettava il giorno del giudizio per mostrarle a tutto l’universo. S. Giovanni Crisostomo dice: “Figliuol mio, dà al tuo fratello povero un tozzo di pane e riceverai il paradiso; dà qualche poco e riceverai molto; dà i beni perituri e riceverai i beni eterni. Pei doni che fai a Gesù Cristo nella persona dei poveri, avrai una ricompensa eterna. „ S. Ambrogio ci dice che l’elemosina è quasi un secondo battesimo e un sacrificio di propiziazione che placa la collera divina e ci fa trovar grazia dinanzi al Signore. Sì, M. F., questo è verissimo perché, quando diamo, diamo a Dio medesimo. Leggiamo nella vita di S. Giovanni di Dio che avendo un giorno trovato un povero tutto, coperto di piaghe, lo prese e lo portò all’ospedale, che aveva fondato pei poveri. Quando vi fu giunto e gli ebbe lavati i piedi, per metterlo a letto, s’avvide che i piedi erano traforati. Tutto meravigliato, alzando gli occhi, riconobbe Gesù Cristo in persona che s’era nascosto sotto le sembianze di quel povero per eccitare la sua compassione. Gesù gli disse: “Giovanni, io sono contento di vedere come ti prendi cura de’ miei poveri.„ Un’altra volta trovò un fanciullo miserabilissimo, se lo caricò sulle spalle; passando accanto a una fontana, sentendosi stanco e volendo bere, pregò il fanciullo di discendere. Era anche questa volta Gesù Cristo in persona che gli disse: “Giovanni, ciò che fai ai poveri, è come se lo facessi a me. „ I servizi prestati ai poveri e agli infermi, sono così graditi, che molte volte furono visti gli Angeli discendere dal cielo per aiutare con le loro mani S. Giovanni di Dio a servire gli ammalati; dopo di che scomparivano. – Leggiamo nella vita di S. Francesco Saverio che, andando egli a predicare nei paesi infedeli, incontrò sul suo cammino un povero tutto coperto di lebbra, e gli fece l’elemosina. Dopo fatti alcuni passi si pentì di non averlo abbracciato per mostrargli quanta parte egli prendeva alle sue sofferenze. Ma ritornando sui suoi passi per rivederlo, non scorse più alcuno; quel povero era un Angelo apparsogli sotto la sembianza di un lebbroso. Ah!  qual rammarico soffriranno nel giorno del giudizio coloro che avranno disprezzato e schernito i poveri, quando Gesù Cristo farà loro toccare con mano che è a Lui in persona che essi hanno fatto ingiuria. Ma quale gioia altresì, o M. F., godranno coloro i quali riconosceranno che tutto il bene fatto ai poveri lo hanno fatto a Gesù Cristo in persona. “Sì, dirà loro Gesù Cristo; sono Io che avete visitato nella persona di quel povero; a me avete reso servigio; a me avete fatto elemosina alla vostra porta. „ – Ciò è tanto vero, F. M., che si narra nella storia di un gran Papa, S. Gregorio Magno, che egli teneva ogni giorno alla sua tavola dodici poveri in onore dei dodici Apostoli. Un giorno, contatine tredici, chiese a chi ne aveva l’incarico, perché fossero tredici e non dodici, come egli aveva ordinato. “Santo Padre, gli disse l’economo, io ne veggo soltanto dodici. „ Ed egli invece ne vedeva tredici. Chiese a coloro che gli stavano vicini se ne vedevano tredici, o no: risposero che ne vedevano dodici soltanto. Dopo che ebbero mangiato, prese per mano il tredicesimo, che egli aveva distinto perché lo osservava cambiare di tanto in tanto colore; lo condusse nella sua stanza e gli domandò chi fosse. Quegli gli rispose che era un Angelo, nascostosi sotto l’apparenza di un povero; che aveva ricevuto un’elemosina da lui quand’era ancor religioso, e che Dio, a motivo della sua carità, gli aveva dato incarico di custodirlo per tutta la sua vita, e fargli conoscere ciò che gli conveniva fare per ben regolarsi in tutto ciò che avrebbe compiuto pel bene della sua anima e per la salute del prossimo. Ecco, o M. F., come Dio lo ricompensò della sua carità. Non diremo, dunque che la nostra salvezza pare che dipenda dall’elemosina? Sentite ora ciò che accadde a S. Martino mentre passava per una via. Incontrò un povero, estremamente bisognoso, e’ ne fu profondamente commosso che, non avendo nulla con cui soccorrerlo, tagliò metà del suo manto e glielo diede. La notte seguente Gesù Cristo gli apparve ricoperto di metà della veste, e circondato da una schiera di Angeli, ai quali diceva: “Martino, ancora catecumeno, mi ha dato questa metà della sua veste; „ sebbene S. Martino l’avesse data ad un viandante. No, M. F., non vi sono azioni per le quale Dio faccia tanti miracoli, come per le elemosine. Si narra nella storia di un signore agiato che, incontrato un povero, e, osservandone la miseria, ne fu commosso fino alle lacrime. Non stette a pensarvi su tanto, si levò il soprabito e glielo diede. Pochi giorni dopo seppe che quel povero l’aveva venduto e ne provò vivo rincrescimento. Nelle sue orazioni diceva a Gesù Cristo: “Mio Dio, vedo bene che io non meritavo che quel povero portasse il mio soprabito. „ Nostro Signore gli apparve tenendo quella veste tra le mani e gli disse: “Riconosci quest’abito? „ ed egli esclamò “Ah! mio Dio, è quello che io ho dato al povero. „ — “Vedi dunque che non è perduto, e che mi hai fatto piacere dandolo a me nella persona del povero. „ – S. Ambrogio ci dice che mentre egli distribuiva l’elemosina a parecchi poveri, si ritrovò in mezzo ad essi anche un Angelo: ricevette l’elemosina sorridendo e disparve. – Noi possiamo dire di una persona caritatevole, anche se colpevole, che ella ha grande speranza di salvezza. Leggiamo negli Atti degli Apostoli, che Gesù Cristo apparve a S. Pietro e gli disse: ” Va a trovare il centurione Cornelio, perché le sue elemosine sono salite fino a me e gli hanno meritato la salute. „ S. Pietro andò a visitare Cornelio, lo trovò occupato a pregare, e gli disse: “Le tue elemosine Dio le ha così gradite, che Egli mi manda ad annunziarti il regno de’ cieli ed a battezzarti (Act. X). „ Per tal guisa, o F. M., le elemosine di Cornelio furono cagione che egli e tutta la sua famiglia fossero battezzati. Ma ecco un esempio che vi mostrerà quanto potere ha l’elemosina di arrestare il braccio della giustizia divina. Si racconta nella storia della Chiesa che l’imperatore Zenone aveva caro di fare il bene ai poveri; ma era assai sensuale e voluttuoso; tanto che aveva rapito la figlia d’una dama onorata e virtuosa, e ne abusava con grande scandalo di tutti. Quella povera madre, desolata fino alla disperazione andava spesso alla chiesa della Vergine per lamentarsi con Lei dell’oltraggio che si faceva alla sua figliuola. “Vergine Santa, diceva, non siete Voi il rifugio degli infelici, degli afflitti e la protettrice dei deboli? Come dunque permettete questa oppressione ingiusta, questo disonore che si fa alla mia famiglia?„ La Ss. Vergine le apparve e disse: “Sappi, figlia mia, che da gran tempo il mio Figliuolo avrebbe vendicato l’ingiuria che ti vien fatta. Ma questo imperatore ha una mano che lega quella del mio Figliuolo e arresta il corso della sua giustizia. Le elemosine che egli fa in abbondanza impediscono che sia punito. „ – Vedete, F. M., quanto può l’elemosina impedire a Dio di punirci, dopo che noi abbiamo meritato tante volte. S. Giovanni Elemosiniere, patriarca di Alessandria, ci racconta un fatto notevolissimo, avvenuto a lui stesso. Racconta di aver visto un giorno d’inverno, parecchi poveri che stavano riscaldandosi al sole, e contavano fra loro case dove si distribuiva l’elemosina ai poveri e quelle ove la si dava con mal garbo, o non si dava nulla. Fra le altre in discorso vennero a parlare della casa d’un ricco cattivo, che non dava quasi mai l’elemosina, e di lui dissero assai male. Quando uno di essi propose ai compagni che, se volevano scommettere con lui, egli andrebbe a chiedere l’elemosina, certo che otterrebbe qualche cosa. Gli altri risposero che erano disposti a scommettere, ma che egli poteva tenersi sicuro di essere respinto e di tornare a mani vuote; quel ricco, che non aveva mai dato nulla, non avrebbe certamente cominciato a dare ora. Messisi d’accordo fra loro, l’autore della proposta va al palazzo di quel ricco e con grande umiltà gli domanda di dargli qualche cosa nel nome di Gesù Cristo. Quel ricco si adirò talmente, che non avendo a sua portata una pietra da lanciargli contro il capo, visto il domestico che tornava dalla bottega del fornaio col cesto ricolmo di pane, accecato dal furore, ne prese uno e glielo lanciò in faccia. Il povero, per guadagnar la scommessa fatta coi compagni, andò in fretta a raccoglierlo e lo portò ad essi per far vedere che quel ricco gli aveva dato una buona elemosina. Due giorni dopo quel ricco si ammalò, ed essendo vicino a morire, gli parve in sogno di venir condotto al tribunale di Dio per esservi giudicato. Gli parve di vedere qualcuno che portasse innanzi una bilancia su cui pesare il bene e il male. Vide da una parte Iddio, dall’altra il demonio che presentava i peccati da lui commessi durante tutta la sua vita; peccati che erano numerosissimi. Il suo Angelo custode, non aveva per conto suo nulla da mettere, nessuna opera virtuosa che controbilanciasse il male. Iddio gli chiese che cosa egli presentava da mettere per conto suo. E l’Angelo, addolorato di non aver nulla, rispose: “Signore, non ho niente. „ Ma Gesù soggiunse: “E il pane che ha gettato in faccia a quel povero? Mettilo sulla bilancia e vincerà il peso de’ suoi peccati. „ Infatti, avendolo l’Angelo messo sulla bilancia, esso la fece piegare dalla parte buona. Allora l’Angelo fissandolo in volto: “Sciagurato, gli disse, senza questo pane, tu saresti piombato nell’inferno; va a far penitenza; dà ai poveri quanto potrai, diversamente sarai dannato. „ Quel ricco, svegliatosi, andò a trovare S. Giovanni l’Elemosiniere, gli raccontò la visione avuta e la storia della sua vita piangendo amaramente la sua ingratitudine verso Dio, al quale era debitore di tutto ciò che aveva, e la sua durezza verso i poveri, e ripetendo: “Ah! Padre mio, se un pane solo dato con mal garbo ad un povero, mi strappa dalle unghie del demonio, quanto posso rendermi propizio il Signore dando a Lui tutti i miei beni nella persona dei poveri!„ E arrivò a tal punto che quando per via incontrava un povero, se non aveva nulla da dargli, si spogliava dell’abito e lo permutava con quello del povero; scorrendo tutto il resto di sua vita nel piangere i propri peccati e dare ai poveri quanto possedeva. Che ne pensate ora, M. F.? Non è forse vero che voi non vi siete mai fatto un giusto concetto della grandezza dell’elemosina? – Ma quell’uomo si spinse anche più oltre. Sentite: Un giorno incontrò per via un domestico che era stato un tempo al suo servizio, e senza rispetto umano o altro riguardo: “Amico, gli disse, forse non ti ho ricompensato abbastanza delle tue fatiche: fammi un favore, conducimi in città, là mi venderai, per compensarti dell’ingiustizia che posso averti arrecato non pagandoti abbastanza. „ Il domestico lo vendette per trenta denari. Pieno di gioia di vedersi all’ultimo grado di povertà, serviva il suo padrone con incredibile gioia, ciò che fece nascere negli altri servi tale invidia, che lo disprezzavano e spesso lo battevano. Mai egli aprì bocca per lamentarsi. Il padrone accortosi del trattamento che veniva usato allo schiavo che egli amava, li rimproverò fortemente perché osavano trattarlo a quel modo. Poi chiamò a sé il ricco convertito, del quale non conosceva neppure il nome, e gli chiese chi fosse e quale la sua condizione. Il ricco gli narrò quanto gli era accaduto, e il padrone, che era l’imperatore, ne rimase commosso. Fu sì grande la sua meraviglia e la sua commozione, che si diede a piangere dirottamente; si convertì subito e passò il resto di sua vita facendo quante più elemosine poteva. – Ditemi, avete voi compreso bene il pregio dell’elemosina e quanto è meritoria per chi la fa? F. M., dell’elemosina vi ripeterò quello che si dice della divozione alla Ss. Vergine, chi la pratica con animo buono non può andare perduto. Non ci meravigliamo dunque, F. M., se questa virtù è stata comune a tutti i Santi dell’Antico e del Nuovo Testamento. So bene, o F. M., che chi ha il cuor duro, è avaro e insensibile alle miserie del suo prossimo, e troverà mille scuse per non fare elemosina. Mi direte: “Vi sono poveri buoni, e ve ne sono molti altri che non meritano si faccia loro elemosina; gli uni consumano all’osteria ciò che loro si dà, altri al giuoco o in golosità. „ — È verissimo, vi sono ben pochi poveri che facciano buon uso di ciò che ricevono dalla mano dei ricchi, questo dimostra che sono pochi i poveri buoni. Alcuni mormorano nella loro povertà, se non si dà loro tutto quello che vogliono; altri portano invidia ai ricchi, li maledicono augurando che Dio tolga ad essi tutti i loro beni, affinché imparino che cos’è la povertà. Convengo anch’io che questo è male: e sono appunto costoro che meritano il nome di poveri cattivi. Ma in proposito ho una parola da dirvi. Questi poveri che voi biasimate dicendo che sono famosi mangiatori, che non hanno misura, e che, se sono tali, non è forse senza loro colpa, questi poveri, ripeto, vi domandano l’elemosina non a nome proprio, ma in nome di Gesù Cristo. Sieno buoni o cattivi, importa poco, poiché voi date a Gesù Cristo medesimo, come vi ho ripetuto fin qui. È Gesù Cristo che vi ricompenserà. Ma, mi soggiungerete voi: “È una cattiva lingua, un vendicativo, un ingrato. „ — Tutto questo non vi riguarda affatto; avete modo di faro elemosina in nome di Gesù Cristo, col pensiero di piacere a Lui, di redimere i vostri peccati: lasciato da parte tutto il resto, voi avete a che fare con Dio; state tranquillo: le vostre elemosine non saranno senza frutto, anche se affidate alle mani di poveri cattivi che voi disprezzate. D’altra parte, quel povero che vi ha offerto motivo di scandalo, otto giorni fa, e che avete visto ubbriaco o dato allo stravizio, chi vi assicura che oggi non sia convertito e carissimo a Dio? – Volete sapere, perché andate in cerca di pretesti, per esimervi dal fare elemosina? Sentite una parolina, che riconoscerete vera, se non adesso, almeno all’ora di morte: l’avarizia ha messo radice nel vostro cuore, togliete quella pianta maledetta e non vi rincrescerà più di far elemosina, sarete contento anzi, di farla, e diventerà la vostra gioia. — “Ah! dite voi, ma se io non ho niente, nessuno mi dà nulla. „ — Nessuno vi dà nulla? Ma, e da chi viene tutto quello che possedete? Non viene dalla mano di Dio che ve lo ha dato, a preferenza di tanti altri che sono poveri e molto meno peccatori di voi? Pensate dunque a Dio …. Volete dare qualche cosa di più, date: avrete in tal guisa la bella sorte di redimere i vostri peccati facendo al tempo stesso del bene al vostro prossimo. Sapete, M. F., perché non abbiamo nulla da dare ai poveri, e perché non siamo mai contenti di quello che possediamo? Non avete di che fare elemosina, ma avete pur modo di comprar terreni. Avete sempre paura che vi manchi la terra sotto i piedi; ma aspettate di aver qualche metro di terra sul capo e sarete soddisfatto. – Non è vero, o padre di famiglia, che avete nulla da dare in elemosina; ma avete denaro per comprar terreni? Dite piuttosto che, l’andar salvi ovvero dannati non vi importa gran che; vi basta che la vostra cupidigia sia soddisfatta. Amate d’ingrandirvi, perché i ricchi sono onorati e rispettati, mentre i poveri sono disprezzati. Non è vero, o madre, che non avete nulla da dare ai poveri, ma bisogna poi provvedere ornamenti di vanità alle vostre figliuole, comprare fazzoletti di pizzo, fare portare ad esse collane a quattro file, orecchini, catenelle, vezzi? — “Ah! mi direte voi, se le lascio portare questi ornamenti non domando niente a nessuno; sono cose necessarie; non inquietatevi per questo.,, — Buona mamma, ve lo dico solo di passaggio, perché nel giorno del giudizio vi rammentiate che ve l’ho detto: non domandate nulla a nessuno, è vero; ma vi dirò che per questo non siete meno colpevole, anzi siete ugualmente colpevole che se trovaste un povero per via e gli toglieste il poco denaro che ha. — “Ah! Mi direte voi, se spendo quel denaro pei miei figli, so io quanto mi costa. „ — Ed io vi dirò ancora, sebbene non vogliate riconoscerlo: voi siete colpevole agli occhi di Dio, e questo basta per dannarvi. E se mi domandate perché, vi rispondo così: perché i vostri beni non sono che un deposito affidato da Dio alle vostre mani; tolto ciò che è necessario a voi e alla vostra famiglia, il resto è dovuto ai poveri. Quanti hanno denaro e lo tengono chiuso, mentre tanti poveri muoiono di fame! Quanti altri hanno grande abbondanza di abiti, mentre tanti sventurati soffrono il freddo! Ma, forse voi siete a servizio e non avete nulla da dare in elemosina; non possedete che il vostro stipendio? Ah! se lo voleste, potreste anche voi aver mezzo di far elemosina: lo trovate pure il denaro per trarre le fanciulle al mal fare, per andare all’osteria o al ballo. — Ma direte voi, noi siamo poveri, abbiamo appena di che vivere.„ — Ma, cari miei, se il giorno della sagra faceste meno spese, avreste qualche cosa da dare ai poveri. Quante volte siete andati a Villefranche per puro divertimento senza aver nulla da fare; o a Montmerle, o altrove. Fermiamoci qui, la verità è troppo chiara e scottante e l’andare più oltre potrebbe irritarvi. –  Ah! F. M., se i Santi avessero fatto come noi non avrebbero avuto di che fare elemosina; ma perché  sapevano quanto bisogno avevano di farla, risparmiavano quanto potevano a questo scopo e avevano sempre qualche cosa in serbo. – E poi, o F . M., non ogni carità si fa con il denaro. Potete andare a visitare un infermo, a tenergli per qualche ora compagnia, fargli qualche servizio, rifare il suo letto o apparecchiargli i rimedi, consolarlo nelle sue sofferenze, fargli una devota lettura. Tuttavia debbo rendervi questa giusta testimonianza che, generalmente, voi amate di far elemosina ai poveri e li compatite. Ma ciò che mi tocca di osservare si è che pochissimi la fanno in maniera da meritarne la ricompensa; ed eccone il perché: gli uni fanno l’elemosina ai poveri per essere stimati persone dabbene; gli altri per compassione e perché sono mossi dall’altrui miseria; altri poi perché li amano, perché son buoni, perché applaudono alla lor maniera di vivere; altri forse perché ne ricevono o almeno ne sperano qualche servizio. Ebbene, F. M., tutti coloro che nel fare elemosina non hanno che queste mire, non possiedono le condizioni richieste perché l’elemosina sia meritoria. Ve ne sono di quelli che a certi poveri, pei quali nutrono una certa genialità, darebbero quanto posseggono, mentre per gli altri hanno un cuore crudele. – Comportarsi a questo modo, o M. F., è fare quello che fanno i pagani, i quali, malgrado le loro opere buone, non andranno salvi. Ma, penserete tra voi, come deve dunque farsi l’elemosina perché sia meritoria? M. F., eccovelo in due parole; ascoltatemi attentamente: dobbiamo avere in mira in tutto ciò che facciamo di bene a vantaggio del nostro prossimo, di piacere a Dio che ce lo comanda, e di salvare le nostre anime. Ogni volta che la vostra elemosina non è accompagnata da queste pie intenzioni, l’opera buona che fate è perduta pel cielo. Questa è la ragione che ci spiega perché pochissime opere buone ci accompagneranno dinanzi al tribunale di Dio; perché, cioè, le facciamo con spirito puramente umano. Amiamo di essere ringraziati e che si parli di quel che abbiam fatto, che ci si ricambi con qualche servizio, e ne parliamo volentieri anche noi per far vedere che siamo persone caritatevoli. Poi abbiamo delle preferenze; ad alcuni diamo senza misura, ai invece e non vogliamo dar nulla; anzi li disprezziamo. – Badiamo bene, o M. F., quando non vogliamo o non possiamo soccorrere i poveri, badiamo bene di non disprezzarli, perché sprezzeremmo Gesù Cristo medesimo. Quel poco che diamo, diamolo con buon cuore, colla intenzione di piacere a Dio e di redimere i nostri peccati. Chi possiede schietta carità non ha preferenze; dà ai nemici come agli amici, a tutti egualmente, colla stessa ilarità e con la stessa sollecitudine. Se fosse il caso di fare qualche preferenza, si dovrebbe piuttosto fare elemosina a quelli che ci hanno fatto qualche dispiacere. Così faceva S. Francesco di Sales. – Vi sono alcuni che se hanno fatto del bene ad una persona e poi questa ha recato loro malcontento, le rinfacciano subito i servigi che le hanno reso. Sbagliate facendo così e perdete tutto il merito della vostra opera buona. Ma, e non ricordate che quella persona vi aveva chiesto aiuto in nome di Gesù Cristo e che voi glielo avete dato per piacere a Dio e redimere i vostri peccati? Il povero è strumento di cui Dio si serve per farvi quel bene, e null’altro. Anche questa è insidia che il demonio vi tende, e tende a un gran numero d’anime: farci tornare alla mente le nostre opere buone per farci compiacere vanamente in esse, e perdere così tutto il merito. Quando il demonio ce le mette dinanzi alla memoria, bisogna rigettarne subito il ricordo come un cattivo pensiero. Che cosa dobbiamo concludere da tutto questo, o F. M.? Ecco: che l’elemosina ha sì gran pregio agli occhi di Dio ed è così efficace per attirare le misericordie divine, da sembrare quasi che ci dia sicurezza di salute. Bisogna fare elemosina, quanto possiamo, finché viviamo su questa terra; saremo sempre abbastanza ricchi se riusciremo a piacere a Dio e a salvare la nostra anima. Ma bisogna farla con intenzioni interamente pure; cioè tutto per Iddio e niente pel mondo. Saremo pur fortunati se avremo la buona sorte, che, tutte le elemosine da noi fatte quaggiù, ci accompagnino dinanzi al tribunale di Gesù Cristo per aiutarci a guadagnare il paradiso. Questa felicità io vi desidero.

COMMENTARIO ALL’APOCALISSE DI BEATO DI LIEBANA (18)

Ascensione dei testimoni e terremoto.

LIBRO DODICESIMO

COMINCIA IL LIBRO DODICESIMO SUL GIORNO DEL GIUDIZIO E LA CITTÀ DI GERUSALEMME, CIOÈ LA CHIESA

(Ap. XX, 11-15)

Et vidi thronum magnum candidum, et sedentem super eum, a cujus conspectu fugit terra, et cœlum, et locus non est inventus eis. Et vidi mortuos, magnos et pusillos, stantes in conspectu throni, et libri aperti sunt: et alius liber apertus est, qui est vitæ: et judicati sunt mortui ex his, quæ scripta erant in libris, secundum opera ipsorum: et dedit mare mortuos, qui in eo erant: et mors et infernus dederunt mortuos suos, qui in ipsis erant: et judicatum est de singulis secundum opera ipsorum. Et infernus et mors missi sunt in stagnum ignis. Hæc est mors secunda. Et qui non inventus est in libro vitæ scriptus, missus est in stagnum ignis.

(E vidi un gran trono candido, e uno che sopra di esso sedeva, dalla vista del quale fuggirono la terra e il cielo e non fu più trovato luogo per loro. E vidi i morti grandi e piccali stare davanti al trono; e si aprirono i libri: e fu aperto un altro libro che è quello della vita: e i morti furono giudicati sopra quello che era scritto nei libri secondo le opere loro. E il mare rendette i morti che riteneva dentro di sé: e la morte e l’inferno rendettero i morti che avevano: e si fece giudizio di ciascuno secondo quello che avevano operato. E l’inferno e la morte furono gettati nello stagno di fuoco. Questa è la seconda morte. E chi non si trovò scritto nel libro della vita, fu gettato nello stagno di fuoco.).

SPIEGAZIONE DELLA STORIA DESCRITTA IN PRECEDENZA

[1] Si ricapitola, per dire ancora del giudizio. Poi vidi un grande trono, bianco e splendente, e colui che vi sedeva sopra. Il cielo e la terra sono fuggiti dalla sua presenza senza lasciare traccia. E vidi i morti, piccoli e grandi, in piedi davanti al trono; e si aprirono alcuni libri, e poi si aprì un altro libro, che è il libro della vita. Il trono è l’immagine del giudizio; il bianco è la giustizia; e nel Giudice che siede sul trono, si riconosce nostro Signore Gesù Cristo, dalla cui presenza la terra e il cielo fuggono. Nemmeno gli elementi possono resistere ad un giudizio di così grande maestà. E per loro non è stato trovato posto (non se ne trova traccia): infatti nessuno ha trovato posto davanti a Dio, essendo considerato un nulla ed un vuoto. Così manifestata la forma del giudizio, e stabilita la categoria del giudice, si dice che appunto viene eseguito il giudizio: e io vidi i morti, piccoli e grandi, stare davanti al trono; e furono aperti alcuni libri. Qual è il libro che si apre davanti a Dio, se non quello in cui, per il potere del Giudice, vi si rendano manifeste le opere di ogni uomo? Questi libri ora sono i Testamenti di Dio, cioè la Legge ed il Vangelo: ed in relazione ad entrambi sarà giudicata la Chiesa. Guai! guai a coloro che ora non vogliono esaminare i libri! Coloro che qui stupidamente disprezzano ciò che si sta per realizzare attraverso di essi in futuro, saranno giudicati lì da questi libri con maggiore rigore. Ma i Santi, coloro che hanno deciso di vivere in questo mondo in conformità a questi due Testamenti, non ne avranno bisogno nel giudizio, perché quando saranno con Cristo la Scrittura cesserà; coloro che ora li interpretano male sono anch’essi giudicati dalla stessa Scrittura. E poi è stato aperto un altro libro, che è il libro della vita. Il libro della vita, la vita, è nostro Signore Gesù Cristo. Poi sarà aperto e reso manifesto a tutte le creature, quando Egli ricompenserà ciascuno secondo le sue opere. E i morti furono giudicati sopra quello che era scritto nei libri secondo le opere loro; cioè venivano giudicati secondo la Legge ed il Vangelo, secondo ciò che avevano o non avevano fatto. « Una parola ha detto Dio, due ne ho udite » (Sal LXI, 12). Egli manifesta più chiaramente queste due cose quando dice: « … il regno è del Signore, egli domina su tutte le nazioni » (Salmo XXI,  29). Davide udiva del regno; Giovanni ha visto il libro. Davide ascolta due cose; Giovanni contempla due libri; e del contenuto dei due dice Davide: la potenza è di Dio, e la misericordia è tua, Signore (Psal. LXI, 13). La potenza sta nel giudizio e la misericordia nella ricompensa. Giovanni dice: e i morti sono stati giudicati, come è scritto nei libri, secondo le loro opere. Dice Davide: “Perché tu ricompensi ogni uomo secondo le sue opere” (Psal. LXI, 13). Pensate e considerate con saggezza ognuna di queste espressioni così simili, qual identità ha San Giovanni con la verità! Il mare ha restituito i morti che ha conservato. Il mare in senso spirituale, è da intendersi come questo mondo. Gli uomini che Cristo trova vivi in questo mondo al momento del giudizio, sono i morti del mare. Oppure possiamo anche intendere il mare in senso letterale, che nel giorno del giudizio restituirà coloro che siano ivi morti annegati. E la morte e l’inferno hanno restituito i loro morti. Questi sono gli uomini sepolti, che poi in un attimo, in un batter d’occhio, si leveranno dalla polvere con la stessa carne che avevano in questo mondo. Affinché nessuno possa dire che quelli che sono annegati nel mare e sepolti nelle acque, quelli divorati dal fuoco, coloro che sono bruciati, non possano risorgere, si dice che il mare ha restituito i suoi morti. E poiché nessuno sarà dispensato dal giudizio di Dio, ha aggiunto: Poi la morte e gli inferi furono gettati nello stagno di fuoco. Questa è la seconda morte: lo stagno di fuoco. E chi non era scritto nel libro della vita fu gettato nello stagno di fuoco.

TERMINA

INIZIA LA STORIA DELLA CITTÀ DI GERUSALEMME, CON CUI TERMINA IL LIBRO DODICESIMO

(Ap. XXI, 1-27)

Et vidi cælum novum et terram novam. Primum enim cælum, et prima terra abiit, et mare jam non est. Et ego Joannes vidi sanctam civitatem Jerusalem novam descendentem de cælo a Deo, paratam sicut sponsam ornatam viro suo. Et audivi vocem magnam de throno dicentem: Ecce tabernaculum Dei cum hominibus, et habitabit cum eis. Et ipsi populus ejus erunt, et ipse Deus cum eis erit eorum Deus: et absterget Deus omnem lacrimam ab oculis eorum: et mors ultra non erit, neque luctus, neque clamor, neque dolor erit ultra, quia prima abierunt. Et dixit qui sedebat in throno: Ecce nova facio omnia. Et dixit mihi: Scribe, quia hæc verba fidelissima sunt, et vera. Et dixit mihi: Factum est: ego sum alpha et omega, initium et finis. Ego sitienti dabo de fonte aquæ vitæ, gratis. Qui vicerit, possidebit haec : et ero illi Deus, et ille erit mihi filius. Timidis autem, et incredulis, et execratis, et homicidis, et fornicatoribus, et veneficis, et idolatris, et omnibus mendacibus, pars illorum erit in stagno ardenti igne et sulphure: quod est mors secunda. Et venit unus de septem angelis habentibus phialas plenas septem plagis novissimis, et locutus est mecum, dicens: Veni, et ostendam tibi sponsam, uxorem Agni. Et sustulit me in spiritu in montem magnum et altum, et ostendit mihi civitatem sanctam Jerusalem descendentem de caelo a Deo,  habentem claritatem Dei: et lumen ejus simile lapidi pretioso tamquam lapidi jaspidis, sicut crystallum. Et habebat murum magnum, et altum, habentem portas duodecim: et in portis angelos duodecim, et nomina inscripta, quae sunt nomina duodecim tribuum filiorum Israel: ab oriente portæ tres, et ab aquilone portæ tres, et ab austro portæ tres, et ab occasu portæ tres. Et murus civitatis habens fundamenta duodecim, et in ipsis duodecim nomina duodecim apostolorum Agni. Et qui loquebatur mecum, habebat mensuram arundineam auream, ut metiretur civitatem, et portas ejus, et murum. Et civitas in quadro posita est, et longitudo ejus tanta est quanta et latitudo: et mensus est civitatem de arundine aurea per stadia duodecim millia: et longitudo, et altitudo, et latitudo ejus aequalia sunt. Et mensus est murum ejus centem quadraginta quatuor cubitorum, mensura hominis, quae est angeli. Et erat structura muri ejus ex lapide jaspide: ipsa vero civitas aurum mundum simile vitro mundo. Et fundamenta muri civitatis omni lapide pretioso ornata. Fundamentum primum, jaspis: secundum, sapphirus: tertium, calcedonius: quartum, smaragdus: quintum, sardonyx: sextum, sardius: septimum, chrysolithus: octavum, beryllus: nonum, topazius: decimum, chrysoprasus: undecimum, hyacinthus: duodecimum, amethystus. Et duodecim portæ, duodecim margaritæ sunt, per singulas: et singulæ portæ erant ex singulis margaritis: et platea civitatis aurum mundum, tamquam vitrum perlucidum. Et templum non vidi in ea: Dominus enim Deus omnipotens templum illius est, et Agnus. Et civitas non eget sole neque luna ut luceant in ea, nam claritas Dei illuminavit eam, et lucerna ejus est Agnus. Et ambulabunt gentes in lumine ejusæ: et reges terræ afferent gloriam suam et honorem in illam. Et portæ ejus non claudentur per diem: nox enim non erit illic. Et afferent gloriam et honorem gentium in illam. Non intrabit in eam aliquod coinquinatum, aut abominationem faciens et mendacium, nisi qui scripti sunt in libro vitæ Agni.

(Ap. XXII, 1-5)

Et ostendit mihi fluvium aquæ vitæ, splendidum tamquam crystallum, procedentem de sede Dei et Agni. In medio plateæ ejus, et ex utraque parte fluminis, lignum vitæ, afferens fructus duodecim per menses singulos, reddens fructum suum et folia ligni ad sanitatem gentium. Et omne maledictum non erit amplius: sed sedes Dei et Agni in illa erunt, et servi ejus servient illi. Et videbunt faciem ejus: et nomen ejus in frontibus eorum. Et nox ultra non erit: et non egebunt lumine lucernæ, neque lumine solis, quoniam Dominus Deus illuminabit illos, et regnabunt in sæcula sæculorum.

(E vidi un nuovo cielo e una nuova terra. Poiché il primo cielo e la prima terra passarono, e il mare non è più. Ed io Giovanni vidi la città santa, la nuova Gerusalemme che scendeva dal cielo d’appresso Dio, messa in ordine, come una sposa abbigliata per il suo sposo. E udii una gran voce dal trono che diceva: Ecco il tabernacolo di Dio con gli uomini, e abiterà con loro. Ed essi saranno suo popolo, e lo stesso Dio sarà con essi Dio loro: e Dio asciugherà dagli occhi loro ogni lagrima: e non vi sarà più morte, né lutto, né strida, né vi sarà più dolore, perché le prime cose sono passate. E colui che sedeva sul trono disse: Ecco che io rinnovello tutte le cose. E disse a me: Scrivi, poiché queste parole sono degnissime di fede e veraci. E disse a me: È fatto. Io sono l’alfa e l’omega: il principio e il fine. A chi ha sete io darò gratuitamente della fontana dell’acqua della vita. Chi sarà vincitore, sarà padrone di queste cose, e io gli sarò Dio, ed egli mi sarà figliuolo. Pei paurosi poi, e per gl’increduli, e gli esecrandi; e gli omicidi, e i fornicatori, e i venefici, e gli idolatri, e per tutti i mentitori, la loro parte sarà nello stagno ardente di fuoco e dì zolfo : che è la seconda morte. E venne uno dei sette Angeli che avevano sette coppe piene delle sette ultime piaghe, e parlò con me, e mi disse: Vieni, e ti farò vedere la sposa, consorte dell’Agnello. E mi portò in ispirito sopra un monte grande e sublime, e mi fece vedere la città santa, Gerusalemme, che scendeva dal cielo dappresso Dio, la quale aveva la chiarezza di Dio: e la luce di lei era simile a una pietra preziosa, come a una pietra di diaspro, come il cristallo. Ed aveva un muro grande ed alto che aveva dodici porte: e alle porte dodici Angeli, e scritti sopra i nomi, che sono i nomi delle dodici tribù di Israele. A oriente tre porte: a settentrione tre porte: a mezzogiorno tre porte: e a occidente tre porte. E il muro della città aveva dodici fondamenti, ed in essi i dodici nomi dei dodici Apostoli dell’Agnello. E colui che parlava con me aveva una canna d’oro da misurare, per prendere le misure della città e delle porte e del muro. E la città è quadrangolare, e la sua lunghezza è uguale alla larghezza: e misurò la città colla canna d’oro in dodici mila stadi: e la lunghezza e l’altezza e la larghezza di essa sono uguali. E misurò il muro di essa in cento quarantaquattro cubiti, a misura d’uomo, qual è quella dell’Angelo. E il suo muro era costrutto di pietra di diaspro: la città stessa poi (era) oro puro simile a vetro puro. E i fondamenti delle mura della città (erano) ornati di ogni sorta di pietre preziose. Il primo fondamento, il diaspro: il secondo, lo zaffiro: il terzo, il calcedonio: il quarto, lo smeraldo: il quinto, il sardonico: il sesto, il sardio: il settimo, il crisolito: l’ottavo, il berillo: il nono, il topazio: il decimo, il crisopraso: l’undecimo, il giacinto: il duodecimo, l’ametisto. E le dodici porte erano dodici perle: e ciascuna porta era d’una perla: e la piazza della città oro puro, come vetro trasparente. E non vidi in essa alcun tempio. Poiché il Signore Dio onnipotente e l’Agnello è il suo tempio. E la città non ha bisogno di sole, né dì luna che risplendano in essa: poiché lo splendore di Dio la illumina, e sua lampada è l’Agnello. E le genti cammineranno alla luce di essa: e i re della terra porteranno a lei la loro gloria e l’onore. E le sue porte non si chiuderanno di giorno: perché ivi non sarà notte. E a lei sarà portata la gloria e l’onore delle genti. Non entrerà in essa nulla d’immondo, o chi commette abbominazione o menzogna, ma bensì coloro che sono descritti nel libro della vita dell’Agnello.

(Apoc. XXII, 1-5)

E mi mostrò un fiume di acqua viva, limpido come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell’Agnello. Nel mezzo della sua piazza, e da ambe le parti del fiume l’albero della vita che porta dodici frutti, dando mese per mese il suo frutto, e le foglie dell’albero (sono) per medicina delle nazioni. Né vi sarà più maledizione: ma la sede di Dio e dell’Agnello sarà in essa, e i suoi servi lo serviranno. E vedranno la sua faccia: e il suo nome sulle loro fronti. Non vi sarà più notte: né avranno più bisogno di lume di lucerna, né di lume di sole, perché il Signore Dio li illuminerà, e regneranno pei secoli dei secoli.)

TERMINA LA STORIA

INIZIA LA SPIEGAZIONE DELLA STORIA DESCRITTA IN PRECEDENZA.

[2] In questa Gerusalemme ci si riferisce alla Chiesa, e ricapitola dalla passione di Cristo fino al giorno in cui essa risorge e viene incoronata nella gloria insieme con Cristo. Mescola i due tempi, il presente ed il futuro; dichiara con maggiore ampiezza con quale gloria sia stata accolta da Cristo e come sia lontana da tutte le devastazioni dei malvagi. Ricapitola dalle origini, dicendo: poi ho visto un cielo nuovo ed una nuova terra. Perché il primo cielo e la prima terra erano spariti, e il mare non esisteva. Che questo sia così, lo sappiamo, come è scritto, dalla testimonianza di Isaia che parla per bocca di Dio dicendo: « Ecco infatti io creo nuovi cieli e nuova terra; non si ricorderà più il passato, non verrà più in mente, poiché si godrà e si gioirà sempre di quello che sto per creare » (Is. LXV: 17). Il nuovo cielo è la Chiesa: perché da quando Cristo ha assunto la carne ha creato il nuovo cielo e la nuova terra. Per cielo intendiamo lo spirito e per terra la carne. « il primo uomo, Adamo, divenne un essere vivente, ma l’ultimo Adamo divenne uno spirito datore di vita » (1 Cor. XV, 45). Quando il suo tempo fu compiuto, salì sulla croce e morì per la salvezza del mondo intero. E seguendo il suo esempio, la Chiesa si rinnova di giorno in giorno nella conoscenza della verità; perché questo rinnovamento del mondo presente risplenderà nel giorno del giudizio, quando nella carne, in cui essa soffre, si rinnoverà non nella tempesta del mare di questo mondo, ma nella gloria, secondo dice: e io vidi la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo da Dio, adornata come una sposa adornata per il suo sposo. La Gerusalemme celeste è la moltitudine dei Santi, che si dice venga con il Signore. Come dice Zaccaria: « Verrà allora il Signore mio Dio e con lui tutti i suoi santi » (Zc. XIV, 5). Questi e coloro che abitano con Lui preparano una dimora pura per Dio: come una sposa adornata per il suo sposo, così cammineranno in santità e giustizia, si fidanzeranno con il loro Signore e rimarranno con Lui per sempre. E ho sentito una voce forte dal trono che diceva: Tu sei la dimora di Dio con gli uomini. Egli dimorerà in mezzo a loro, ed essi saranno il suo popolo, ed Egli, Dio con loro, sarà il loro Dio. Ed Egli asciugherà ogni lacrima dai loro occhi, e non ci sarà più la morte, non ci sarà più pianto, né grida, né lutto, né dolore, perché il vecchio mondo è passato. Tutto questo deve essere inteso nel senso spirituale. Perché già qui si vive la vita del cielo, non quella del mondo attuale, infatti questi cieli non sono separati da quelli che stanno sopra, come sta scritto: Noi siamo cittadini del cielo – nostra conversatio in cælis – dal quale attendiamo il Signore nostro Gesù Cristo (Fil. III, 20). Il Signore stesso ha testimoniato che la moltitudine dei Santi è il Suo santuario e che Egli dimorerà con loro per sempre, che Egli è il loro Signore ed essi il suo popolo. Egli stesso asciugherà ogni pianto, ogni lacrima, dagli occhi di coloro che ricompensa con eterne gioie, e li farà risplendere di felicità eterna. Allora Colui che sedeva sul trono dice: Vedi, sto creando un mondo nuovo. Questo è ciò che dice l’Apostolo: « in Cristo siamo una nuova creazione (2 Cor. V, 17). Anche per il futuro la promessa è fatta ai Santi dell’Altissimo, che stanno per essere rinnovati in tutto e per brillare in tutto lo splendore. Per questo l’Apostolo dice anche: i morti risusciteranno incorruttibili (1 Cor. XV, 52) e i Santi saranno trasformati nella gloria. Ed ha aggiunto: Scrivi: queste sono parole vere e certe. Mi disse anche: È fatto: io sono l’Alfa e l’Omega, il principio e la fine; a chi ha sete darò gratuitamente l’acqua della vita … a chi desidera il perdono dei peccati, attraverso il fonte battesimale. Non si riferisce semplicemente all’acqua, che non può agire senza lo Spirito Santo; infatti anche lo Spirito Santo è chiamato nel Vangelo con il nome di acqua, come il Signore proclama dicendo: Se qualcuno ha sete, venga da me e beva. A colui che rimane in me, fiumi d’acqua viva scorreranno dal suo cuore. L’evangelista ha manifestato questo, quando ha poi continuato: « … questo Egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in Lui » (Gv. VII, 37). Perché una cosa è l’acqua del Sacramento visibile e altra è lo Spirito Santo invisibile. Essa lava il corpo, ed è segno di ciò che si fa nell’anima; ma è per mezzo dello Spirito Santo che l’anima è purificata e sigillata. Lo Spirito Santo, secondo la funzione per cui ci viene inviato, riceve molti nomi. Si chiama Spirito Santo perché siamo ispirati da qualcosa, o dal timore di Dio o dall’interpretazione delle Scritture. Lo si chiama anche Angelo perché ci ispira un messaggio. Si chiama Paraclito, perché ci consola nella nostra tribolazione. La parola greca “paraclito” significa in latino “consolazione”. Altri traducono la parola greca “paraclito” in latino con “oratore” e “sostenitore”. Lo Spirito Santo è chiamato “dono”, perché è dato a ciascuno di noi secondo le proprie capacità. Lo Spirito Santo è chiamato Carità, perché ci unisce nell’unità. Lo Spirito Santo è chiamato Colomba, perché ci rende semplici. Lo Spirito Santo è chiamato fuoco, perché ci rende ferventi nell’unità. Lo Spirito Santo è chiamato unzione, perché ci istruisce per la predicazione ed è un’unzione invisibile in noi. Lo Spirito Santo è chiamato il dito di Dio, perché scrive sulle tavole del nostro cuore le parole della sua legge, o per indicare il suo potere di operare con il Padre e il Figlio. Per questo Paolo dice: « Tutte queste cose sono fatte da un solo Spirito, che le dà a ciascuno secondo la sua volontà » (1 Cor. XII, 11). Per questo è chiamato “Settiforme“, per quei doni che quelli che ne sono degni meritano di ottenere: in particolare, la pienezza della divinità. E poiché lo spirito non è un corpo, e senza dubbio esiste, l’unica cosa che resta è che sia spirito. Come moriamo e risorgiamo con il Battesimo, così siamo suggellati con lo Spirito, che è il dito di Dio ed il sigillo spirituale. Di questi dice: questa sarà l’eredità del vincitore: Io sarò il suo Dio, ed egli sarà mio figlio. Ma per i vili e gl’increduli, gli abietti e gli omicidi, gl’immorali, i fattucchieri, gli idolàtri e per tutti i mentitori è riservato lo stagno ardente di fuoco e di zolfo. È questa la seconda morte. – Poi venne uno dei sette angeli che avevano le sette coppe piene delle sette ultime piaghe. Ha detto che le coppe erano piene come già sopra, nel nono libro, e che erano state versate tutte e sette; così se leggendo qui non lo si comprende, lo si capisce colà molto chiaramente. Pertanto, è chiaro che questo dodicesimo libro, come abbiamo detto sopra, è una ricapitolazione della passione di Cristo. E mi parlò dicendo: “Vieni, ti mostrerò la fidanzata, la sposa dell’Agnello“. Mi trasportò in spirito su una grande ed alta montagna. La montagna alta e grande si riferisce a Cristo, come testimonia il profeta: « In quel giorno, il monte del tempio del Signore sarà eretto sulla cima dei monti e sarà più alto dei colli » (Is. II, 2), cioè sugli Apostoli, perché anche loro sono chiamati monti. E quel giorno – che dice – è quello che va dalla passione di Cristo fino alla sua seconda venuta; e questo giorno si riferisce al sesto giorno, perché in sei giorni fu creato il mondo, ed indica così, con i sei giorni, i seimila anni. E in questo giorno del sesto millennio si è detto che chi resta vincitore fino alla fine, mediante il Battesimo e la penitenza, è chiamato figlio di Dio, e che il fuoco eterno è preparato per coloro che hanno operato il male; questo fuoco è la seconda morte. Si promette di nuovo il castigo ai malvagi, per le loro opere malvagie. Allora l’Angelo dice: Vieni, ti mostrerò la fidanzata, la sposa dell’Agnello. Mi ha portato in spirito su di un monte alto. È come se dicesse: io, il servo di Dio, che ora sono nella Chiesa, sono stato trasformato in un essere spirituale ed immerso nella contemplazione, grazie a Dio che mi ha innalzato. E mi mostrò la città santa di Gerusalemme, che scendeva dal cielo da Dio. Questa è la Chiesa, la città sulla montagna, la sposa dell’Agnello, perché non è la Chiesa una cosa ed altra è la città; è una sola e medesima quella che scende dal cielo con la penitenza da vicino a Dio, perché, imitando il Figlio di Dio nella penitenza, si dice che scenda per la sua umiltà. Così il Figlio di Dio è sceso dal cielo e, « pur essendo di natura divina … umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte. » (Fil. II, 6). La discesa del Figlio di Dio è la sua incarnazione. Questa città pure scende ogni giorno da Dio, imitando Dio, cioè seguendo le orme di Cristo, il Figlio di Dio; questa città è chiamata la sposa dell’Agnello. È chiaro perciò che questa è la Chiesa che descrive così dicendo: la gloria di Dio. Il suo splendore era come quello di una pietra preziosa, come diaspro cristallino. La pietra preziosissima è Cristo. Essa aveva una muraglia grande ed elevata. Dobbiamo sapere, in larga misura, che ogni anima è tanto più preziosa agli occhi di Dio, quanto per amore della Verità di Dio è più spregevole ai suoi propri occhi. Per questo si dice a Saul: « Non sei tu capo delle tribù d’Israele, benché piccolo ai tuoi stessi occhi? » (1 Re XV: 17). Come se avesse detto chiaramente: sei stato grande per me, benché fossi spregevole anche a te stesso. Ora, invece, quanto più sei grande a te stesso, maggiormente sei a me spregevole. Perciò il profeta dice: « Guai a coloro che si credono sapienti e si reputano intelligenti » (Is. V, 21).  Tanto  più si è spregevole agli occhi di Dio, quanto più ci si stima da se stesso; e si è tanto più stimato da Dio, quanto più si è spregevole agli occhi propri, … guarda verso l’umile ma al superbo volge lo sguardo da lontano (Psal. CXXXVII, 6). Questa muraglia sarà grande ed elevata, mentre ora è spregevole ai suoi occhi. La radiosità di Dio è contemplare tutte le cose. Come dice a Natanaele: « Ti ho visto sotto un fico » (Gv. 1, 48), cioè ti ho scelto dall’ombra della Legge. Ha visto una pietra preziosa, perciò ha scelto l’umiltà. Dio ha scelto ciò che è spregevole nel mondo per confondere i forti (1 Cor. I, 27). Dio vedeva una pietra preziosissima quando vedeva un’anima umana da sé stessa disprezzata, e saggia quando illuminata della sua grazia. Di questa anima si dice per mezzo del profeta: « se saprai distinguere ciò che è prezioso da ciò che è vile, sarai come la mia bocca. » (Ger. XV,19). – Vile è il mondo presente per Dio; mentre è preziosa per Lui l’anima umana. Colui che sa far emergere la preziosità del vile è detto essere la bocca di Dio, perché attraverso di lui Dio manifesta le sue parole, così da poter certamente strappare l’anima umana dall’amore del mondo presente, e poi perché i dottori del Nuovo Testamento sono stati guidati al punto da poter scrutare quelle cose nascoste nelle tenebre delle allegorie dell’Antico Testamento. Per questo si aggiunge giustamente: che aveva dodici porte, e sulle porte v’erano dodici angeli e nomi scritti, che sono quelli delle dodici tribù di Israele. Sopra ha detto: “Il suo splendore è come quello di una pietra molto preziosa, come cristallina. E qui dice che aveva dodici porte: e nei Profeti leggiamo della stessa città: « Il sole non sarà più la tua luce di giorno, né ti illuminerà più il chiarore della luna. Ma il Signore sarà per te luce eterna, il tuo Dio sarà il tuo splendore. » (Is. LX, 19). Il suo splendore è come quello di una pietra preziosa, come il diaspro cristallino. Infatti, come in quella pietra c’è uno splendore che non riceve la luce dall’esterno, ma brilla di una chiarezza naturale, così si descrive che quella città non riceve luce da alcuno splendere di luminare, ma riceve lo splendore in modo invisibile dalla sola luce di Dio. Per « candore del cristallo » si intende lo splendore della grazia del Battesimo. E aveva una muraglia grande ed elevata. Dice anche Zaccaria: « Io stesso – parola del Signore – le farò da muro di fuoco all’intorno » (Zac. II, 9). Cosa c’è di così grande ed elevato e di cui il Signore della Maestà è il guardiano, della città santa circondata dalla protezione della Sua presenza? E allora dice: che aveva dodici porte, e sulle porte dodici angeli e nomi scritti, che sono quelli delle dodici tribù dei figli d’Israele; nel Vangelo leggiamo che il Signore afferma di sé stesso: « Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, entrerà e troverà pascolo. » (Gv. X, 9). Pertanto, la porta è Cristo. Le dodici porte e le dodici tribù di Israele sono i dodici Apostoli ed i dodici Profeti: che poi è la Chiesa costituita e consolidata nel numero dodici. E queste dodici porte conducono ad una porta più grande, che è Cristo. Pertanto, la porta è Cristo. I padri della nostra fede, cioè gli Apostoli, non sono la porta, ma i nomi scritti sulle porte; cioè, essi si leggono sulle porte per insegnarci che il Signore Gesù Cristo è stato per tutti i Santi la porta della verità; per significare che tutto il coro dei Patriarchi è rimasto nella fede di nostro Signore Gesù Cristo. I dodici angoli delle porte, e le dodici porte, e le dodici fondamenta, sulle quali si dice che siano incisi i nomi degli Apostoli dell’Agnello, sommandosi fanno trenta sei: ed è certo che per quelle stesse ore il Signore nostro, dopo la sua passione, fu deposto nel sepolcro: per dimostrare così che noi credessimo che la moltitudine dei padri anteriori, i Profeti, ed il successivo corteo degli Apostoli, siano giunti alla salvezza per mezzo dell’unica fede e passione del Signore, e che siano giunti alla conoscenza del Signore onnipotente per mezzo dell’unica entrata e la fede di Cristo, che è la porta. Si dice così che i dodici Apostoli sono inscritti in dodici fondamenti, di cui Cristo è il fondamento, come dice S. Paolo: « Infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo. » (1 Cor. III, 11). Ed Egli stesso è in ognuno di loro, e ognuno di loro ha il suo fondamento in Lui. Infatti il Signore dice: « Tu sei Pietro e su questa roccia edificherò la mia Chiesa » (Mt. XVI, 18). Ed è scritto nelle parole del beato Paolo che la pietra era Cristo (1 Cor. X, 4). Pietro, dunque, fu colui al quale il Signore disse: su questa roccia edificherò la mia Chiesa, cioè sulla fede nell’incarnazione, passione e risurrezione del Signore. E il fatto che la città sia un quadrato indica che la Chiesa, nell’ordine dei quattro Evangelisti, è costruita sull’incarnazione del Signore nelle quattro parti del mondo, come Egli ha detto: tre porte ad Oriente, tre porte al Nord, tre porte a Mezzogiorno, tre porte a sud, tre porte ad Occidente. Le mura della città poggiano su dodici fondamenta, e su di esse i nomi dei dodici Apostoli dell’Agnello. E siccome tre volte quattro fa dodici, danno il senso che le quattro parti del mondo hanno ricevuto il mistero della Trinità. E con il dire tre volte dodici: le dodici porte, i dodici angoli e i dodici nomi incisi, si riferisce ai trentasei padri, cioè: i dodici Patriarchi figli di Giacobbe, i dodici Profeti ed i dodici Apostoli. Ed insegna che da tutte le parti del mondo, per mezzo della fede nella Legge e nel Vangelo, sono confluiti i nomi scritti dei Patriarchi, dei Profeti e degli Apostoli. Chi mi ha parlato aveva una canna di misurazione d’oro per misurare la città, le sue porte e le sue mura.  La città è un quadrato. Nella canna d’oro  si rappresentano gli uomini e la Chiesa, che è certamente fragile, ma d’oro. Nella canna rappresentiamo la fragilità umana e nell’oro la saggezza; ammiriamo quella stessa fragilità, come dice l’Apostolo: « portiamo tesori nei vasi di argilla » (2 Cor. IV, 7). La misura della Chiesa descritta, deve essere intesa spiritualmente in tutti i Santi; e come abbiamo detto che il Signore era un muro di fuoco all’intorno, così nella canna d’oro diciamo che c’è la fede dell’incarnazione di nostro Signore Gesù Cristo, il quale, assumendo la carne della umana fragilità, è diventato per noi un modello di salvezza. E il suo corpo, per purezza ed impeccabilità, è rimasto il più brillante di tutti i metalli: era uomo, ma non c’è stato uomo come Lui tra i figli degli uomini; solo Lui è colui dal quale si riconosce la misura della fede, l’integrità della città santa, la misura delle porte e l’altezza delle mura. E la città è un quadrato, cioè persiste nella fede quadriforme degli Evangelisti. – Si dice che abbia la stessa larghezza dell’altezza, affinché si sappia che nella loro fede nulla è sproporzionato, nulla vi è di eccessivo né di diminuito. La sua lunghezza è pari alla sua larghezza. E ha misurato la città, ed misurava dodici stadi. La sua lunghezza e la sua larghezza sono uguali. Il numero dodici è stato moltiplicato per dieci, ed ecco così le centoventi anime sulle quali, raccolte in una sala, si legge che lo Spirito Santo sia disceso sotto forma di lingue di fuoco. Aggiungendo a questo numero i ventiquattro vegliardi, si arriva a centoquarantaquattro; e se si vuol leggere e discutere di questo numero, lo si troverà per intero nel quarto libro. Con questo numero, che sappiamo essere il corpo di Cristo, ha misurato, dice, la città che era di dodici stadi. La fede di Cristo e l’integrità del popolo santo sono conosciute e messe in opera da questi dodici stadi, e cioè dalla dottrina degli Apostoli e dalla fede dei Patriarchi e Profeti; e questi si dicono Chiesa, misurata con la canna d’oro, e sono da imitare con la fede e le opere; infatti, quest’ultima non serve a nulla se non è accompagnata dalle opere. Chi dice di rimanere nella fede e non la mette in pratica, imita il comportamento dei demoni; e chi opera senza fede, se non aggiunge fede alle sue opere, opera invano e senza ragione. Quindi dice: la lunghezza e la larghezza erano identiche, tutto uguale. Nulla di superfluo, nulla che venga da fuori si trova nei Santi; nulla di meno si trova in essi. E quello che dice dei dodici stadi, che totalizzano mille passi, e dei cinque stadi (*), vediamo nella comprensione spirituale quel che di occulto contenga questo numero.

(*) La fonte di questo testo è Apringius. Egli divide i dodici stadi in due blocchi: sette stadi = mille passi, per parlare dei sette doni dello Spirito Santo; e cinque stadi, dei quali si parlerà più avanti).

Leggiamo nei Salmi della legge del Signore: « parola data per mille generazioni » (Psal. CIV, 8).;- Chiunque faccia il calcolo deve tenere conto di questo numero. Perché in questo computo è contenuta la pienezza di ogni numero, onde insegnarci che la pienezza di tutti i Santi è resa solida dalla fede dello Spirito Santo settiforme. E questa forma è contenuta nelle virtù, non nella specie. Esso infatti è chiamato Spirito di sapienza e di intelletto, Spirito di consiglio e di fortezza, Spirito di scienza, di pietà, Spirito del timore del Signore (Is. XI, 2). E di questo settiforme Spirito il Profeta ha numerato i doni in successione come discendenti dal cielo piuttosto che in senso ascendente, e così dalla Sapienza è sceso fino al timor di Dio; e siccome è scritto che l’inizio della sapienza è il timore di Dio (Psal. CXI,10), è chiaro che dal Timore si sale fino alla Sapienza; mentre dalla Sapienza non si torna al Timore. Infatti la vera Sapienza contiene la carità perfetta per cui è scritto: « l’amore perfetto discaccia il timore » (1 Gv. IV,18). Per questo il Profeta che considerava dal celestiale al terreno, inizia dalla Sapienza e scende fino al Timore. Ma noi, che procediamo dal terrestre al celeste, numeriamo gli stessi gradi in senso ascendente, in modo che dal Timore si possa giungere alla Sapienza. Infatti nella nostra anima il primo passo dell’ascesa è il Timore di Dio; il secondo è la Pietà; il terzo è la Scienza; il quarto la Fortezza; il quinto il Consiglio; il sesto l’Intelletto; il settimo la Sapienza. Ed infatti se c’è il Timore di Dio nell’anima, che tipo di Timore del Signore è, se con esso non c’è Pietà? Chi ignora la pietà per il prossimo, o finge di compatire il suo prossimo, rende il suo timore nullo agli occhi di Dio onnipotente, perché non si eleva alla pietà. Spesso la pietà cade nell’errore perché è una misericordia disordinata, e così forse perdona per pigrizia ciò che non dovrebbe perdonare. Infatti i peccati che possono essere puniti con il fuoco dell’inferno, devono essere corretti col flagello della penitenza. Infatti la pietà disordinata, non producendo perdono nella vita temporale, conduce al fuoco eterno. Quindi, perché la pietà sia verace ed ordinata, deve essere innalzata ad un altro livello, cioè alla Scienza, per sapere cosa debba essere corretto e castigato mediante la giustizia, e cosa debba essere perdonato con la misericordia. E se qualcuno sa ciò che tal altro debba fare, e non ha il coraggio di agire, nulla gli giova. E così è necessario che la nostra Scienza sia innalzata alla Fortezza, affinché, quando si sa cosa fare, si possa operare con la forza della propria anima senza tremare di paura e, presi dal timore, non si sia capaci di difendere il bene che si conosce. Ma spesso la Fortezza, se è imprudente e non cautelata contro i vizi, per via di presunzione, fa cadere nel pericolo. Occorre, giungere così, al Consiglio, affinché, con longanimità si prevenga con calma tutto ciò che si può fare con coraggio. Ma non ci può essere Consiglio se non c’è comprensione: perché colui che non conosce il male, che è un peso per chi lo fa, come potrà consolidare il bene, che solleva? Così dal Consiglio passiamo all’Intelletto. Ma a cosa serve che l’Intelletto scruti con grande acutezza, se non si sa che si debba essere moderati da maturità? Saliamo dunque dall’Intelletto alla Sapienza, affinché ciò che l’Intelletto ha scoperto con acutezza, lo disponga con maturità la Sapienza. Attraverso questa grazia settiforme, si dice che tutti i Santi, attraverso le dodici porte, entrano nella Chiesa dalle quattro parti del mondo: cioè dall’Oriente, da Aquilone, da Mezzogiorno e dall’Occidente. Attraverso la porta Orientale entrò il primitivo popolo giudeo, dalla cui carne nacque Colui che viene chiamato il Sole di Giustizia. Nella porta di Aquilone sono rappresentati i gentili, atterriti dal freddo della loro perfidia, e nel cui cuore regnava colui che – secondo il profeta – diceva nel suo cuore: « sistemerò il mio trono in Aquilone » (Is. XIV, 13). – Dalla Giudea, quindi, e dalla Gentilità, come detto, sono cresciuti fino al culmine della santità. Entrambi dunque, i giusti ed i peccatori possono emendarsi attraverso l’Oriente e l’Aquilone. Non senza un motivo, infatti, i giusti sono chiamati Oriente: essi che sono stati generati dal Battesimo nella luce della fede, e dimorarono nell’innocenza. Mentre con ragione rappresentiamo con l’Aquilone, i peccatori, che, consunti dal freddo dell’anima, erano terrorizzati all’ombra del loro peccato. Ma quando la misericordia di Dio Onnipotente li chiama al pentimento, li purifica con le lacrime, li nobilita con le virtù e li eleva alla gloria della perfezione; e non solo si dice che vengono dall’Oriente con il numero centenario della loro perfezione, ma anche da Aquilone, quando insieme ai giusti, anche i peccatori giungono alla perfezione con le virtù e la penitenza. Per questo si dice di avere una porta all’Aquilone, ed una porta ad Oriente: unfatti i peccatori convertiti si arricchiscono di virtù, così come ricchi sono coloro che hanno evitato di cadere nel peccato. Per questo il Signore dice anche per bocca del salmista: « Di cenere mi nutro come di pane » (Psal. CI, 10). Con le ceneri ci si riferisce ai peccatori; con il pane, ai giusti; infatti riceve sia i penitenti che i giusti. È scritto sui peccatori: « già da tempo si sarebbero convertiti ravvolti nel cilicio e nella cenere » (Mt. XI, 21). La cenere viene mangiata come pane quando il peccatore, attraverso la penitenza, ritorna innocente alla grazia del suo Creatore. Tutto questo è stato detto parlando della porta d’Oriente e di Aquilone; non è opportuno ripeterlo nel commento. Dobbiamo tuttavia avvertire che nell’edificio spirituale c’è un’entrata ad Oriente, un’altra all’Aquilone ed un’altra pure a Mezzogiorno. Come i peccatori sono rappresentati dal freddo dell’Aquilone, così con l’Australe si designano i ferventi di spirito, che, infiammati dal calore dello Spirito Santo, crescono nelle virtù a somiglianza della luce meridiana. Si apre la porta verso Oriente, perché quelli che hanno ricevuto la fede e sono riemersi dalla profondità dei vizi, possano raggiungere i misteri dei segreti gaudi. Si apre la porta che dà a Nord, quando coloro che dopo aver iniziato con calore alla luce della fede, ed essere poi caduti nel freddo e nelle tenebre dei loro peccati, con la compunzione del pentimento, accedono al perdono e abbiano conoscenza di quale sarà in eterno la letizia della vera ricompensa. Si apre la porta che conduce al Mezzogiorno, allorquando chi brucia in virtù di santi desideri possa penetrare, giorno dopo giorno, nella conoscenza spirituale dei misteri dei gaudi interni. E per tutto questo ci si può chiedere: visto che ci sono quattro parti di questo mondo, perché si dice che in questo edificio non ci siano quattro, bensì tre porte? Avrebbe senso porsi questa domanda però, se si dovesse contemplare non un edificio spirituale ma uno materiale. Così la santa Chiesa, cioè l’edificio spirituale, ha solo tre porte: la fede, la speranza e la carità. Una ad Oriente, la seconda all’Aquilone e la terza a Mezzogiorno. La porta che dà ad Oriente è la fede, perché attraverso di essa nasce nell’anima la vera luce. La porta del Nord è la speranza, perché chiunque sia caduto nel peccato, se dispera del perdono, perisce completamente; e perciò è necessario che chiunque sia morto per la sua iniquità, rinasca con la speranza della misericordia. La porta del Sud è la carità, perché essa brucia con il fuoco dell’amore. Alla porta di mezzogiorno il sole sorge, poi col lume della carità si eleva con fede all’amore di Dio e del prossimo. E attraverso queste tre porte, attraverso cioè la fede, la speranza e la carità, si arriva ai gaudi eterni. – Ha detto queste cose per dimostrare che la porta è figura del Signore, dei predicatori, della Sacra Scrittura e della fede; e ovunque in questo libro si legga della porta, non si pensi ad altro significato. – Quando, spesso, si parla di una sola porta, bisogna capire rettamente che si tratta della fede, perché una sola è la fede di tutti gli eletti. Ma quando si parla di altre porte, si può intendere che siano le parole dei predicatori, con la cui lingua si conosce la vera vita, e attraverso i quali si sale alla conoscenza dei misteri spirituali. – Uno stadio, composto da centoquarantatre gradi, contiene nel suo numero centenario la perfezione dei Santi e la fede della parte destra. Nel numero quaranta ha voluto che si capisse la quadruplice dottrina degli Evangelisti, il principio più completo della Legge. E nel numero tre c’è il mistero della Trinità. Quindi, come i cinque stadi che abbiamo aggiunto a completare i dodici, trascinano la comprensione dei ragionamenti alla conoscenza della fede del Signore sotto questo mistero dei numeri, poiché abbiamo detto che essi possono dare il loro aiuto per essere usati come figura nella misura della città di Dio, così anche i cinque stadi, che comprendono settecentoquindici gradi, si sommano a settecento: sette per dimostrare che la legge del numero perfetto dura nella settimana del mondo attuale. Perché in sei giorni Dio ha fatto il cielo e la terra, e il settimo giorno si è riposato dal suo lavoro. E sappiamo che il mondo è fatto di sette giorni. Ecco che il Signore dice nel Vangelo dell’ultimo giorno: Pregate affinché la vostra fuga non avvenga d’inverno o di sabato (Mt. XXIV, 20). E quel numero, che ripete sette volte cento, dimostra che tutta la pienezza dei Santi cresce, in questa settimana da cui è fatto il mondo, nel mistero della fede di cui abbiamo parlato. Le tre volte cinque, che si aggiungono, significano la pienezza della divinità in nostro Signore Gesù Cristo. Così dice l’Apostolo: In lui dimora tutta la pienezza della Divinità (Col. II, 9). E così il cinque, che risulta dalla divisione di quindici per tre, mostra, al di sopra dei sensi e soprattutto dell’intelligenza umana, che il presunto Uomo continui ad essere nostro Signore Gesù Cristo, perché nessuno osi pensare che il limite della carne in Lui lo renda simile a noi, ma si sappia che la sua stessa carne ha brillato sopra il corpo dei più giusti, al di sopra di tutta l’intelligenza dei Santi, perché in Lui risiede la pienezza della divinità. Infatti dice: Io sono nel Padre, ed il Padre è in me (Gv. XIV, 10); e nel quale c’è tanta maestà, che non ci sarà nulla di simile ai mortali. – Tuttavia, anche se si dice che sia diventato simile perché ha assunto un corpo, dobbiamo credere che questo corpo non è essenzialmente di carne, come l’Apostolo dice: « e anche se abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne, ora non lo conosciamo più così » (2 Cor. V, 16): per non osare pensare a Lui come ad un uomo comune, … le mura e la città sono d’oro puro, come terso cristallo. Sappiamo che il metallo dell’oro splende con una brillantezza maggiore di tutti gli altri metalli, e che è della natura del vetro l’essere trasparente all’occhio esterno e brillare di pura chiarezza all’interno. In un altro metallo non si può vedere ciò che vi sia contenuto all’interno, ma nel cristallo qualunque liquido contenuto nel suo interno, appare tal quale all’esterno e, per dirla in altro modo, ogni liquido contenuto in un recipiente di cristallo è visibile esternamente all’occhio. Che altro possiamo intendere nell’oro e nel cristallo se non quella casa celeste, quella comunità di beati cittadini, i cui cuori brillano di luce e sono trasparenti per purezza? Questa è la città che Giovanni ha contemplato in questa Apocalisse, quando ha detto: le mura sono costruite con diaspro e la città è di oro puro come puro cristallo: infatti tutti i Santi brilleranno in quella chiarezza suprema della beatitudine, e si dice così che la loro materia è l’oro. E poiché la stessa chiarezza dei cuori rimane alternativamente alla vista dei cuori altrui e, nel contemplare il volto di ciascuno, penetra al tempo stesso anche nella loro coscienza, ecco che si dice che questo medesimo oro sia simile al cristallo puro. Perché lì la corporalità delle membra non nasconde l’anima dell’uno agli occhi dell’altro, ma l’anima sarà trasparente agli occhi del corpo, come pure l’armonia del corpo stesso. E così ognuno sarà visibile all’altro, così come non può essere visibile a se stesso ora. Al momento i nostri cuori, stando in questa vita, non potendo essere contemplati da un cuore all’altro, non sono racchiusi nel cristallo, bensì in vasi di argilla, …. come dice il Profeta: « Salvami dal fango, » (Psal. LXVIII, 15). Qui attraverso l’oro ed il cristallo, si descrive la santa Chiesa: nell’oro si figura la brillantezza, nel vetro la trasparenza. Eppure, anche se tutti i Santi brillano in essa con gran fulgore e vi risplendono con tanta trasparenza, non possono somigliare a Cristo. Tutti infatti raggiungono quelle gioie eterne con il fine di poter somigliare a Dio. Come sta scritto: « quando Egli si manifesterà, noi saremo come Lui, perché lo vedremo così com’è » (1 Gv. III, 2). Ma è anche scritto: « Chi è uguale a Dio tra i figli di Dio? » (Psal. LXXXVIII, 7). Diciamo allora: in che modo i Santi saranno simili a Cristo, e in che modo ne saranno diversi, ma in che modo saranno simili a questa Sapienza a sua immagine, eppure diversi nell’uguaglianza? Certo, contemplando l’eternità di Dio, questa si realizza in loro che sono eterni; e quando contemplano il dono della loro visione, nella contemplazione della beatitudine, imitano ciò che vedono. Pertanto, coloro che sono beati gli sono simili; eppure sono diversi dal Creatore, perché sono creature. Quindi hanno una certa somiglianza con Dio, perché non hanno fine; eppure non sono uguali a Dio che non ha limiti, perché essi sono limitati. Anche se i Santi brillano di tanto fulgore e trasparenza, una cosa è l’uomo saggio in Dio, un’altra è l’uomo Sapienza di Dio. E questa Sapienza era veramente conosciuta da chi non osava in alcun modo paragonare uno dei Santi al Mediatore tra Dio e gli uomini. Ne misurò anche le mura, sono alte centoquarantaquattro braccia, secondo la misura in uso tra gli uomini, adoperata dall’Angelo. Ora dobbiamo comprendere la misura di queste mura. Le mura di quella città sono nostro Signore Gesù Cristo. Esse sono misurate secondo la misura di un uomo, cioè di Cristo, perché l’Uomo assunto serve come protezione per i Santi, a salvaguardia di tutta la loro gloria. Per questo si dice che la misura dell’uomo è quella usata dall’Angelo, perché è l’Angelo dell’alleanza, di cui si dice: «  entrerà nel suo tempio il Signore che voi cercate; l’Angelo dell’alleanza, che voi sospirate » (Mal. III, 1). Vediamo cosa c’è di così misterioso nel fatto che la sua altezza sia di centoquarantaquattro cubiti. Il cento, composto da dieci decadi, passa alla destra del Padre. In essa si insegna che alla destra di nostro Signore Gesù Cristo è felicemente inclusa tutta la pienezza dei Santi, e tutta la giustizia che raggiunge la sua perfezione con il compimento del decalogo e della profezia del Vangelo.

SULLE PIAZZE, IL FIUME, LE PORTE… ETC.

[3] Esponiamo ora chiaramente e brevemente in modo ordinato ciò che abbiamo detto diffusamente: la città che si dice di brillare come oro e pietre preziose, la piazza porticata, il fiume che ha in mezzo, avente da un lato e dall’altro gli alberi della vita che portano frutto dodici volte in ciascuno dei dodici mesi, il fatto che là non c’è luce del sole, perché è l’Agnello la sua luce: le sue porte, che sono ognuna una perla, tre porte in ognuna delle quattro parti e che non possono essere chiuse.

INTERPRETAZIONE

La città quadrata indica la moltitudine dei santi riunita, in cui la fede non può in alcun modo naufragare, così come a Noè venne ordinato di costruire un’arca di legno quadrata, che potesse resistere all’impeto del diluvio. Le pietre preziose rappresentano gli uomini valorosi nella persecuzione, che non potettero essere smossi dal potere dei persecutori né separati dalla vera fede per l’impeto della tempesta. Per questo somiglia all’oro puro di cui è adornata la città del grande re. E le sue piazze rappresentano i cuori sgombri da ogni sorta di sordidezza, laddove cammina il Signore. L’albero della vita, da una parte e dall’altra della riva del fiume, rappresenta la venuta di Cristo secondo la carne, la cui venuta e passione è stata profetizzata dall’antica Legge e manifestata dal Vangelo. i frutti portati in ciascuno dei mesi, rappresentano le diverse grazie dei dodici Apostoli che procedono dall’unico albero della croce, onde soddisfare, con la predicazione della parola di Dio, i popoli consunti dalla fame. E dicendo che non c’è il sole in quella città, si è inteso dire chiaramente come sia necessario che il Creatore della luce, che è immacolato, brilli in mezzo ad essa, ed il cui splendore nessuna intelligenza sarà mai in grado di comprendere, né alcun linguaggio potrà manifestare. E le tre porte che dice di avere in ognuna delle sue quattro parti, ognuna delle quali è una perla, manifestano che i quattro abitanti sono le virtù, la prudenza, la fortezza, la giustizia e la temperanza, che si intrecciano tra loro; e mescolandosi tra loro, formano il numero dodici. Noi crediamo che le dodici porte, siano il numero degli Apostoli. Infatti, il brillare di queste quattro virtù come perle preziose, che concentrano la luce della loro dottrina tra i santi, fa sì che si entri nella città dei santi; per questo i cori degli Angeli si rallegrano di dimorare con essi. E quando si dice che le sue porte non possono essere chiuse, si insegna con evidenza che la dottrina degli Apostoli non viene superata da nessuna tempesta di opinioni contrarie, anche quando viene mossa dalle onde dei gentili e degli eretici con malvagia superstizione; quando sono stati cacciati dalla vera fede, le loro spume si dissolvono. Infatti la pietra è Cristo, sul quale e per il quale la Chiesa è fondata, e che non è travolta dai flutti di uomini stolti. Perciò, come abbiamo detto sopra, chi pensa che la Chiesa sia un regno terreno di mille anni non deve essere ascoltato; costoro hanno la stessa opinione dell’eretico Cerinto. E le foglie dell’albero servono da medicina per le genti. Ciò ci mostra più chiaramente dove e cosa sia questa città. Infatti quando il mondo sarà finito, nessuna nazione sarà guarita. Le foglie dell’albero sono l’abito della croce, che si prefigurava nei primi uomini che cercavano di coprire la loro nudità con le foglie dell’albero. E non ci sarà alcuna malattia. Così è stato predetto in Numeri: « … non ci sarà pianto in Giacobbe, né dolore in Israele. Il Signore è con loro, e un regno glorioso è dentro di loro. Dio li ha fatti uscire dall’Egitto di questo mondo, la cui forza è simile ai rinoceronti, e non ci sarà malattia in Giacobbe e in Israele » (Num. XXIII, 21). Continua dicendo: non c’è nessun presagio contro Giacobbe, nessun incantesimo contro Israele: certamente non ci saranno idoli nella Chiesa, perché la notte del diavolo è passata, e la cieca ignoranza è andata via, ed è arrivato Cristo, il giorno. Il trono di Dio e dell’Agnello sarà in essa. Il trono di Dio è la sede di Dio, cioè la Chiesa, secondo il profeta che dice: « Il tuo trono, Dio, dura per sempre » (Sal XLIV, 7): sicuramente, ora e nei secoli dei secoli. Ed i servi di Dio lo adoreranno e vedranno il suo volto ed ugualmente dice: da ora e per i secoli dei secoli, come il Signore stesso dice: « Chi ha visto me ha visto il Padre » (Gv XIV, 9). « E beati i puri di cuore, perché vedranno Dio » (Mt V, 8). Ed essi porteranno il suo nome sulla fronte. Non ci sarà più la notte; non avranno bisogno di luce di lampada o di sole, perché il Signore Dio darà loro luce, ed essi regneranno con Lui nei secoli dei secoli.  Tutti questi eventi sono iniziati dalla passione del Signore, mescolandosi in entrambi i tempi, il presente ed il futuro.

FINE DELLA SPIEGAZIONE SULLA CITTÀ DI GERUSALEMME

[4] In questa fine del libro, Giovanni dice di essere caduto ai piedi dell’Angelo, ringraziandolo per le cose meravigliose che gli aveva mostrato, e che a chiunque il Signore mostri i misteri della Scrittura, deve cadere per primo, come esempio per altri, umile ai piedi dell’Angelo, nunzio della sua Scrittura. Perché certamente Angelo significa messaggero, e la Scrittura è il messaggio, e la si chiama angelo. Infatti è così che si legge nella Chiesa: lectio sancti Evangelii … lettura del Santo Evangelio. “Eu” significa “buona”, e “àngel” significa “novella”: ed ecco che in latino, unendo le parole, significa buona novella. E Giovanni, che cadde ai piedi dell’Angelo, era un uomo, figura di tutti i Santi. Questo Angelo era in particolare l’Angelo attraverso il quale parlava il Signore che sedeva sul trono. È Lui che ora parla anche attraverso i Sacerdoti. Infatti tutti i servi di Dio sono chiamati re e sacerdoti, come sta scritto: Egli ci ha lavati dai nostri peccati e ci ha fatti re e sacerdoti di Dio suo Padre: a Lui sia gloria nei secoli dei secoli (Ap. I, 5). In questa fine del libro Egli comanda ai Sacerdoti di evangelizzare giorno e notte, di predicare la penitenza al popolo, di annunciare chiaramente alle due città, cioè a quella di Dio e a quella al diavolo, ad una la gloria ed all’altra le punizioni, che stanno per seguire presto: e che queste parole sono certe e veraci; e di non sigillare le parole. Così come nella prima parte aveva detto: sigillate ciò che i sette tuoni hanno detto (Ap. X, 4), ora, alla fine del libro, dice: non le sigillate, come se avesse detto: anche se prima non lo riconobbero, fateglielo sapere alla fine del mondo. Vedete che è già la fine del mondo, ed il Signore verrà presto. E ricompenserà ciascuno secondo le proprie opere, ed espellerà dalla sua città tutti i malfattori e tutti coloro che non hanno adempiuto o realizzato ciò che dice questo libro, o non hanno creduto a ciò che è scritto in esso. Se qualcuno, dopo averlo compreso, non l’ha predicato, lo giudicherà e lo colpirà con una maledizione del libro della vita e lo condannerà. Come ha chiarito ora attraverso la storia.

(Apoc. XXII, 6-21)

Et dixit mihi: Hæc verba fidelissima sunt, et vera. Et Dominus Deus spirituum prophetarum misit angelum suum ostendere servis suis quæ oportet fieri cito. Et ecce venio velociter. Beatus, qui custodit verba prophetiæ libri hujus. Et ego Joannes, qui audivi, et vidi haec. Et postquam audissem, et vidissem, cecidi ut adorarem ante pedes angeli, qui mihi hæc ostendebat: et dixit mihi: Vide ne feceris: conservus enim tuus sum, et fratrum tuorum prophetarum, et eorum qui servant verba prophetiæ libri hujus: Deum adora. Et dicit mihi: Ne signaveris verba propheti libri hujus: tempus enim prope est.  Qui nocet, noceat adhuc: et qui in sordibus est, sordescat adhuc: et qui justus est, justificetur adhuc: et sanctus, sanctificetur adhuc. Ecce venio cito, et merces mea mecum est, reddere unicuique secundum opera sua. Ego sum alpha et omega, primus et novissimus, principium et finis. Beati, qui lavant stolas suas in sanguine Agni: ut sit potestas eorum in ligno vitæ, et per portas intrent in civitatem. Foris canes, et venefici, et impudici, et homicidæ, et idolis servientes, et omnis qui amat et facit mendacium. Ego Jesus misi angelum meum testificari vobis hæc in ecclesiis. Ego sum radix, et genus David, stella splendida et matutina. Et spiritus, et sponsa dicunt: Veni. Et qui audit, dicat: Veni. Et qui sitit, veniat: et qui vult, accipiat aquam vitæ, gratis. Contestor enim omni audienti verba prophetiæ libri hujus: si quis apposuerit ad hæc, apponet Deus super illum plagas scriptas in libro isto. Et si quis diminuerit de verbis libri prophetiæ hujus, auferet Deus partem ejus de libro vitæ, et de civitate sancta, et de his quæ scripta sunt in libro isto: dicit qui testimonium perhibet istorum. Etiam venio cito: amen. Veni, Domine Jesu. Gratia Domini nostri Jesu Christi cum omnibus vobis. Amen.

(E mi disse: Queste parole sono fedelissime e vere. E il Signore Dio degli spiriti dei profeti ha spedito il suo Angelo a mostrare ai suoi servi le cose che devono tosto seguire. Ed ecco io vengo presto. Beato chi osserva le parole della profezia di questo libro. Ed io Giovanni (sono) quegli che udii e vidi queste cose. È quando ebbi visto e udito, mi prostrai ai piedi dell’Angelo, che mi mostrava tali cose, per adorarlo: E mi disse: Guardati di far ciò: perocché sono servo come te, e come i tuoi fratelli i profeti, e quelli che osservano le parole della profezia di questo libro : adora Dio. E mi disse: Non sigillare le parole della profezia di questo libro: poiché il tempo è vicino. Chi altrui nuoce, noccia tuttora: e chi è nella sozzura, diventi tuttavia più sozzo: e chi è giusto, sì faccia tuttora più giusto: e chi è santo, tuttora si santifichi. Ecco io vengo tosto, e porto con me, onde dar la mercede e rendere a ciascuno secondo il suo operare. Io sono l’alfa e l’omega, il primo e l’ultimo, il principio e la fine. Beati coloro che lavano le loro stole nel sangue dell’Agnello: affine d’aver diritto all’albero della vita e entrar per le porte nella città. Fuori ì cani, e i venefici, e gli impudichi, e gli omicidi, e gl’idolatri, e chiunque ama e pratica la menzogna. Io Gesù ho spedito il mio Angelo a testificarvi queste cose nelle Chiese. Io sono la radice e la progenie di David, la stella splendente del mattino. E lo Spirito e la sposa dicono: Vieni. E chi ascolta, dica: Vieni. E chi ha sete, venga: e chi vuole, prenda dell’acqua della vita gratuitamente. Poiché protesto a chiunque ascolta le parole della profezia di questo libro, che se alcuno vi aggiungerà (qualche cosa), Dio porrà sopra di lui le piaghe scritte in questo libro. E se alcuno torrà qualche cosa delle parole della profezia di questo libro, Dio gli torrà la sua parte dal libro della vita, e dalla città santa, e dalle cose che sono scritte in questo libro. Dice colui che attesta tali cose: Certamente io vengo ben presto: così sia. Vieni, Signore Gesù. La grazia del Signor nostro Gesù Cristo con tutti voi. Così sia.

TERMINA

[5] Questa storia va interpretata così come viene raccontata, semplicemente e secondo la lettera, perché tutto è spiegato sopra, e non è opportuno che quello che abbiamo detto una o due volte nella esposizione, lo ripetiamo più volte ancora. Ma tra di loro si sentiranno le cose nascoste, che commenteremo per la vostra carità, più che le restanti della fine del libro, in cui sappiamo che è risuonata una maledizione. Dio non voglia che i semplici subiscano gli scandali dell’errore o incorrano nel peccato della disperazione, in modo che se non sanno chi sia che viene maledetto qui, possano inciampare e allontanarsi dalla retta via.

TERMINA

INIZIA UNA BREVE SPIEGAZIONE DELLA STORIA DESCRITTA IN PRECEDENZA

Era certamente un Angelo, l’Angelo che dice di aver mostrato a Giovanni tutte queste cose, ed ai cui piedi Giovanni cadde per adorarlo. All’inizio del libro, lo stesso Angelo aveva detto, quando Giovanni era caduto ai suoi piedi come morto, avendo posato la mano destra su di lui: Non temere, sono io, il primo e l’ultimo; ero morto, ma ora sono vivo per i secoli dei secoli (Ap. 1. 17). Ma egli ricorda inoltre che era caduto ai piedi del suo Angelo; e questo lo abbiamo sviluppato completamente nel decimo libro. Infatti dice: … quando sono caduto ai suoi piedi per adorarlo, mi ha detto: no, non farlo: io sono un servo come te e i tuoi fratelli che conservano le parole di questo libro. È Dio che dovete adorare (Ap. XIX, 10). All’inizio del libro aveva detto: io sono il primo e l’ultimo, ed ero morto. Nel decimo libro dice: Io sono un servo come te e i tuoi fratelli che custodiscono la testimonianza di Gesù. E qui alla fine del libro dice: e quando l’ho sentito, sono caduto ai piedi dell’Angelo per adorarlo. Ma egli mi disse: No, non farlo: io sono un servo, come lo sei tu, e i tuoi fratelli che conservano le parole di questo libro. È Dio che dovete adorare. Ripeteva quello che aveva detto già prima. Vuole indicare che l’Angelo è stato mandato per conto del Signore della Chiesa, perché anche qui dice: Io sono Gesù: ho mandato il mio Angelo a testimoniarvi riguardo alle chiese (Ap. XXII, 16). La testimonianza di Gesù è lo spirito di profezia (Ap. XIX, 10): tutto ciò che lo spirito di Dio ha detto profeticamente è la testimonianza di Gesù, perché Gesù ha la testimonianza della Legge e dei Profeti. Infatti così il lettore legge nella Chiesa dalla bocca del Signore: Io sono il Signore vostro Dio. Quando il lettore dice questo, non lo dice di se stesso, ma del Signore; eppure sembra che lo dica di se stesso, e non manca di farlo a regola di verità. Così è da intendere l’Angelo quando ha parlato a Giovanni. E quando ha detto: non sigillate le parole profetiche di questo libro, in due occasioni, questo deve essere inteso in due modi. Sopra nel quinto libro si diceva: sigillate ciò che è stato detto dai sette tuoni e non scrivete (Ap. X, 4); invece, qui alla fine del libro dice: non sigillate le parole profetiche di questo libro, perché il tempo è vicino. Gli ingiusti continuino a commettere ingiustizie e gli impuri continuino ad essere impuri. Queste cose sono per coloro per i quali ha detto: sigillate ciò che hanno detto i sette tuoni; come se dicesse: leggano i libri e non li intendano, perché vivono nella sordidezza. Dei Santi egli dice: Che il giusto continui a praticare la giustizia ed il Santo a santificarsi. Queste parole sono per coloro per i quali, alla fine del libro, ha detto: non sigillate le parole profetiche di questo libro, è come se dicesse chiaramente: lasciate che questi leggano i libri e comprendano e pratichino ciò che hanno compreso, perché sono giusti, cioè sono senza malizia, e vivono nella carità, e quindi crescano ancora di più nella santità. Così come, al contrario, chi è sordido perché vive nel sordido, quando legge non intende, continui a macchiarsi e riempire ancora di più la sua empietà di ciò che ama. Questo deve quindi essere inteso per la Chiesa in modo diverso all’inizio rispetto alla fine. Nel precedente luogo dice: sigillate ciò che i sette tuoni hanno detto, mentre alla fine dice: non sigillate le parole profetiche di questo libro: questo significa che ciò che era nascosto all’inizio della santa Chiesa, alla fine si rende palese per tutti i giorni. Si descrive nello stesso modo l’età di ogni uomo essere simile all’età della Chiesa. Allora essendo bambina, o appena nata, non poteva predicare la parola di vita. È chiamata poi adolescente la Chiesa, come sta scritto: le fanciulle ti hanno amato (Cant. I, 2). Infatti tutte le Chiese, che ne compongono una sola Cattolica, sono chiamate fanciulle; esse sono vecchie per la colpa, ma nuove per la grazia. E si chiama adulta la Chiesa quando, fecondata dalla parola di Dio, ricolma di Spirito Santo, con il mistero della predicazione, è pronta per poter concepire dei figli: e quelli che concepisce esortando e predicando, li mette al mondo convertendoli. Coloro che essa seduce predicando, poi li concepisce; e quando essi vengono pubblicamente alla penitenza, li dà alla luce nella conversione. A coloro che sono veri fedeli, i beati, promette che potranno avere l’albero della vita, ed entrare attraverso le porte nella città santa; sono essi gli stessi che entrano attraverso quelle porte, cioè quelle dei Patriarchi, dei Profeti e degli Apostoli e di tutti i Santi, attraverso i cui esempi raggiungono l’unica porta che è il Signore Gesù Cristo; e gli stessi Santi sono le porte, sono essi medesimi la Chiesa, sono essi la città santa di Gerusalemme. Attraverso queste porte non entrano menzogne, ma soltanto la verità: infatti esse sono chiuse ai menzogneri, e per questi il libro è sigillato: è per questi che i sette tuoni sono sigillati. Continua poi a parlare di loro e dice: Via i cani, gli stregoni, gli impuri, gli omicidi, gli idolatri e tutti coloro che amano e praticano la menzogna! – Questi non entrano da quelle porte, e queste porte oggi, sono la bocca dei predicatori; e per la loro predicazione essi non entrano nella vita beata. E quelli che a noi predicano con le parole, e le rendono reali con gli esempi del loro comportamento, consideriamoli come delle porte, ascoltandoli ed imitandoli. Al contrario, i cattivi dottori sono le porte dell’inferno, perché, per mezzo della loro vita e della loro dottrina, coloro che li ascoltano e li imitano non entrano nella città celeste, ma nella città del diavolo, e saranno immersi nel tormento eterno. Ed entrambe queste due porte, quelle della città di Dio e quelle della città del diavolo, rimangono aperte, e non saranno chiuse né di giorno né di notte, cioè predicano di giorno e di notte. Di giorno predicano i Santi, che rimangono nella luce, cioè nella sapienza, come è stato detto: questo è il giorno che Dio ha fatto, esultiamo e gioiamo in esso (Psal. CXVII, 24). Di notte predicano gli ipocriti, gli eretici, gli scismatici ed i falsi preti, che non per il bene delle anime, ma per il proprio bene, cercano gli onori e camminano nella cieca ignoranza. Queste si chiamano appunto le porte aperte nella notte: infatti come abbiamo detto che la sapienza è luce, così ora diciamo che l’ignoranza sono le tenebre. A causa loro, dice il Signore: Via i cani! Questi si chiamano cani, perché sembra che proteggano il gregge del Signore; e sono giustamente cani, perché dopo la fede e la grazia del Battesimo ritornano al vomito dei loro peccati. Ed oltre a questo, falsificano le Scritture, in modo da – per così dire – predicare ed attirare tutti alla loro sordida vita: non predicano secondo verità, ma secondo il loro modo di vivere; infatti, nel leggere, ognuno interpreta col senso del proprio intelletto ciò in cui nella propria vita ha posto l’occhio del suo cuore. E dov’è il suo cuore, c’è anche il tesoro del suo cuore. – Così sempre lo Spirito e la sposa dicono: vieni! Certo, lo Spirito e la sposa lo dicono al loro Capo, poiché la sposa è la Chiesa, che grida sempre: venite, figlioli, ascoltatemi; vi insegnerò il timore del Signore (Psal. XXXIII, 12). Venire è credere. Chi ha sete, venga, e chi vuole, riceva gratuitamente l’acqua della vita; cioè chi vuole, venga, creda, sia battezzato nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, e non solo nell’acqua, ma anche nella morte di Cristo. Siccome poi tutti ascoltano ma non tutti leggono, a questi il Signore dice così: Avverto tutti coloro che ascoltano le parole profetiche di questo libro: se qualcuno vi aggiunge qualcosa, Dio riverserà su di lui le piaghe descritte in questo libro. E se qualcuno aggiunge qualcosa alle parole profetiche di questo libro, Dio toglierà la sua parte nel libro della vita e nella città santa che sono descritte in questo libro. Dice colui che attesta queste cose. La città santa è la Chiesa: e in questo libro vi sono descritte le cose buone e le cose cattive, in esso è decritto il dolore dei tormenti e le gioie eterne. Gli stessi scrittori dei libri che ne sono i testimoni, mettono la Legge ed il Vangelo come testimoni del Signore Gesù Cristo, che è il Testimone fedele. I mendaci aggiungeranno o sopprimeranno le parole di questo libro profetico: sono essi quelli che sopra abbiamo chiamato “cani” e “malèfici”. Questa maledizione è per loro. Tali cose sono dette per questi falsari, e non per quelli che si limitano a dire ciò che sentono e che dai quali in alcun modo la profezia è mutilata, ma le cui parole sono piene di fede e di opere. A questi il Signore dice: “Sì, vengo presto“. Ed essi dicono: Amen. Vieni, Signore Gesù Cristo. Grazie a Dio. La grazia di nostro Signore Gesù Cristo sia con tutti voi. Amen.

(Con questo Amen finisce l’edizione di Flores).

Il codice dell’Apocalisse si conclude con il numero dodici delle chiese. Allo stesso modo, distribuito in sezioni secondo l’ordine di dodici libri, esso è un codice di molti libri ed è un libro in unico volume; e viene chiamato codice a somiglianza di un tronco d’albero che sostiene vari libri, come dei rami. Il libro si chiama volume perché è arrotolato; così come erano, ad esempio, per gli Ebrei il volume della Legge, i volumi dei Profeti. I fogli dei libri sono chiamati così, o per la loro somiglianza alle foglie degli alberi, o perché i libri sono fatti a mo’ di “soffietti”, composti cioè con pelli che di solito vengono estratte da pecore, una volta macellate, le cui parti sono chiamate pagine, perché assemblate tra loro. Finisce nel nome di nostro Signore Gesù Cristo.

FINE