LE OMELIE DEL CURATO D’ARS (Venerdì Santo)

VENERDI SANTO

Il peccato rinnova la passione di Gesù-Cristo. (*) 

Prolapsi sunt: rursum crucifigentes sibimetipsis Filium Dei.

Coloro che peccano crocifiggono in se stessi nuovamente il Figlio di DIO

(S. Paolo agli Ebrei, VI, 6.)

(*) Il testo originale è nel I volume di:

SERMONS du Vénérable Serviteur de Dieu  J.-B.-M. VIANNEY CURÉ D’ARS – PARIS
LIBRAIRIE 
VICTOR
LECOFFRE, 90 RUE BONAPARTE. ——- LYON LIBRAIRIE
CHRÉTIENNE
(Ancienne Maison BAUCHU) ED. RUBAN, PLACE BELLECOUR, 6

APPROBATION.

Archevêche De LYON  –  Lyon, 20 août
1882.

† L. M. Card. CAVEROT, Archevêque de Lyon.

L’opera è pubblicata in rete da: Bibliothèque Sain Libère – htpp: www. liberius.net –

© Bibliothèque Saint Libèr 2011 (Toute reproduction à but non lucrative est autorisée- si autorizza ogni riproduzione senza fini di lucro).

La traduzione italiana è redazionale, ma confrontata con la versione italiana di Giuseppe D’Isengard F. d. M. in “I SERMONI DEL B° GIOVANNI B. M. VIANNEY, Curato d’Ars”. Libreria del Sacro Cuore – Rimpetto ai Ss. Martiri -, Torino, 1907 (Tip. Salesiana, via Cottolengo, 32)

Nihil obstat,

Torino, 5 aprile 1908 Teol. Coll.
Giacomo Sacchieri, prete della Missione, Revisore delegato.

Imprimatur

Torino, 8 Aprile 1908, Can. Ezio
Gastaldi-Santi Provic. Gen.

[N.B.: Si diffidano i fedeli “veri” Cattolici dal consultare altre versioni di a-cattolici modernisti, in particolare gli scismatici eretici
aderenti alla setta del Novus ordo, in comunione con gli antipapi usurpanti attuali, non dotate né di Nihil obstat né dell’Imprimatur canonico
imposto dalla Costituzione Apostolica “Officiorum ac Munerum” di S. S. Leone XIII, e dall’Enciclica “Pascendi” di S. S. San Pio X, passibili quindi di SCOMUNICA “ipso facto”
latæ sententiæ riservata in modo speciale alla Sede Apostolica. … intelligenti pauca!].

Possiamo noi, fratelli miei, concepire un crimine più orribile di quello dei Giudei, quando fecero morire il Figlio di DIO, che essi aspettavano da quattromila anni, Egli che era stato l’ammirazione dei Profeti, la speranza dei Patriarchi, la consolazione dei giusti, la gioia del cielo, il tesoro della terra, la beatitudine dell’universo? Qualche giorno prima essi lo avevano ricevuto in trionfo alla sua entrata in Gerusalemme, manifestando così chiaramente che essi lo avevano riconosciuto come il Salvatore del mondo. Ora ditemi, fratelli miei, è possibile mai che, malgrado tutto questo, essi volessero farlo morire dopo averlo caricato di ogni tipo di oltraggi? Che male aveva loro fatto questo divin Salvatore? O piuttosto quale bene non aveva loro fatto nel venirli a liberare dalla tirannia del demonio, riconciliarli con il Padre, aprire loro la porta del cielo che il peccato di Adamo aveva loro chiuse? Ahimè! Di cosa non è capace l’uomo che si lascia accecare dalle sue passioni! Pilato lasciò ai Giudei la scelta se liberare Gesù o Barabba che era un ladro insigne. Essi liberarono il ladro carico di crimini; e Gesù, che era innocente, anzi ancor più, il loro Redentore, vollero che lo si facesse morire! O mio DIO! Quale preferenza indegna! Questo vi stupisce, fratelli miei, e ne avete ben ragione; tuttavia se posso osare, vi dirò che noi

facciamo questa preferenza tutte le volte che pecchiamo. E per farvelo meglio sentire, vado a dimostrarvi quanto grande sia l’oltraggio che facciamo a Gesù-Cristo, preferendo la via delle nostre inclinazioni alla via di DIO. – Sì, fratelli miei, la malizia degli uomini ha fatto loro trovare dei mezzi per rinnovare le sofferenze e la morte di Gesù-Cristo, non solo nella maniera
crudele come presso i Giudei, ma ancora in una maniera sacrilega e piena di orrore. Gesù-Cristo sulla terra, non aveva che una vita ed un Calvario dove doveva essere sacrificato; ma dopo la sua morte, l’uomo con il suo peccato gli
ha fatto trovare tante croci quanto sono i cuori sulla terra. Per meglio convincervene vediamo questo da più vicino. Cosa vediamo nella passione di Gesù-Cristo? Non è un DIO  tradito, abbandonato anche dai suoi discepoli; un DIO messo al pari di un infame ladrone? Un DIO esposto al furore del libertinaggio e trattato come un re da teatro? Infine non è un DIO crocifisso su di una croce? Tutto questo, ne converrete, era così umiliante e crudele nella morte di Gesù-Cristo. Tuttavia, fratelli miei, io non temo di dirvi che tutto ciò che avviene tutti i giorni tra i Cristiani, è ancora più sensibile per Gesù-Cristo, che non tutto ciò che i Giudei hanno potuto fargli soffrire.

1° Io so bene che Gesù-Cristo fu tradito ed abbandonato dai suoi Apostoli: fu forse questa la ferita più sensibile per il suo cuore così buono. Ma io dico che pere la malizia dell’uomo e del demonio, questa ferita sì dolorosa è rinnovata ogni giorno, presso un numero infinito di cattivi Cristiani. Se Gesù-Cristo, fratelli miei, nella santa Messa ci ha lasciato il memoriale ed il merito della sua passione; Egli ha permesso che ci fossero ancora degli uomini, dei Cristiani che portano il carattere dei suoi discepoli e che, nondimeno, lo tradiscono e lo abbandonano quando se ne presenti l’occasione. Essi non si fanno scrupoli di rinunciare al loro Battesimo, né di rinnegare la loro fede; e questo per il timore sempre di essere rimproverati o disprezzati da qualche libertino o da qualche piccolo ignorante. Di questo numero fanno parte tre quarti delle persone dei nostri giorni, che non osano mostrare con i loro atti che sono Cristiani. Ora, noi abbandoniamo il nostro DIO, ogni volta che lasciamo le nostre preghiere del mattino o della sera, che manchiamo alla santa Messa, ai Vespri, agli altri esercizi che si fanno in chiesa. Noi abbiamo abbandonato il buon DIO da quando non frequentiamo più i Sacramenti. Ah! Signore, dove sono che vi sono fedeli, e che vi seguono al Calvario? … Gesù-Cristo, nel tempo della sua passione, prevedeva già quanti pochi Cristiani lo seguissero dappertutto, quanti pochi coloro che né i tormenti, né la morte, potrebbero separato da Lui. Tra tutti i suoi discepoli, non vi fu allora che la sua Madre Santa e San Giovanni che ebbero tanto coraggio da accompagnarlo fino al Calvario. Tanto Nostro Signore colmò i suoi discepoli di benefici, che essi furono sempre pronti a soffrire. Tali erano San Pietro, San Tommaso; ma giunto il momento della prova, tutti fuggirono, tutti lo abbandonarono. Immagine evidente di tanti Cristiani che fanno a DIO le più belle risoluzioni; ma che alla minima prova, lo lasciano e lo abbandonano. Essi non vogliono riconoscere né DIO né la sua provvidenza. Una piccola calunnia, un piccolo torto che si farà loro, una malattia un po’ più lunga, il timore di perdere l’amicizia di una persona da cui si è ricevuto o dal quale si attende qualche bene, fa loro considerare la Religione come un niente. Essi la mettono da parte, e giungono fino a scatenarsi contro coloro che la praticano. Essi passano poi da male in peggio, maledicono le persone che credono esserne causa. Ahimè, DIO  mio che disertori! Quanti pochi Cristiani ci sono a seguirvi, come la Vergine Santa, fino al Calvario! … Ma, voi mi direte, come possiamo conoscere che noi seguiamo Gesù-Cristo? Nulla di più facile da sapersi. È quando seguite fedelmente i Comandamenti. Ci viene ordinato di pregare DIO al mattino e di sera con un gran rispetto: ebbene! Lo fate voi in ginocchio, prima di lavorare, con il desiderio di piacere a DIO e salvare la vostra anima; o al contrario la fate per abitudine, per routine, senza pensare a DIO, senza immaginare di essere in pericolo di perdervi, e che, di conseguenza, avete bisogno della grazia del buon DIO per non dannarvi? Ebbene voi vedrete se siete stati fedeli, se avete trascorso santamente questo giorno nel pregare, nel confessare i vostri peccati, nel timore che la morte non vi sorprenda in uno stato capace di condurvi all’inferno. Esaminate la maniera con cui avete assistito alla santa Messa, per vedere se avete ben penetrato la grandezza di questa azione, se veramente avete pensato che Gesù-Cristo stesso, Egli stesso come uomo e come DIO, fosse presente all’altare! Siete venuti con le stesse disposizioni che la Vergine Santa aveva sul Calvario, poiché è lo stesso DIO e lo stesso Sacrificio. Avete testimoniato a DIO quanto siate mortificati per averlo offeso, e con il soccorso della sua grazia, amereste meglio morire che peccare per l’avvenire? Avete fatto tutto il possibile per rendervi degni dei favori che il buon DIO volesse accordarvi? Gli avete chiesto che vi faccia la grazia di profittare delle istruzioni che avete la fortuna di ascoltare, il cui scopo era di istruirvi sui vostri doveri verso di Lui ed il vostro prossimo? I Comandamenti di DIO vi proibiscono di giurare. Vedete quali parole sono uscite dalla vostra bocca, consacrata a DIO fin dal santo Battesimo, esaminate se non abbiate mai giurato il Nome santo di DIO, se abbiate detto cattive parole, etc.; il buon DIO vi ordina con un comandamento di amare vostro padre e vostra madre, ed il resto. – Voi diete di essere figli della Chiesa? Vedete se osservate ciò che essa vi comanda … (citare i Comandamenti). Sì, fratelli miei, se siamo fedeli a DIO come la Vergine Santa, noi non temeremmo né il mondo, né il demonio; ma saremo pronti a sacrificare tutto, anche la nostra vita, eccone un
esempio. La storia racconta che dopo la morte di San Sisto, tutte le ricchezze della Chiesa furono affidate a San Lorenzo. L’imperatore Valentiniano fece venire il Santo e gli ordinò di consegnargli tutti i suoi tesori. San Lorenzo, senza scomporsi, chiese al principe, un tempo di tre giorni. Durante questo tempo, egli raccolse tutti quelli che poté trovare tra ciechi, zoppi ed altri poveri malati, pieni di infermità e coperti da ulcere. Passati i tre giorni, San Lorenzo li mostrò all’imperatore dicendogli che là c’erano i tesori della Chiesa. Valeriano, sorpreso e spaventato dal trovarsi in presenza di una folla che sembrava riunire tutte le miserie della terra, si infuriò e rivolgendosi ai suoi soldati, ordinò di caricare Lorenzo di catene e ferri, riservandosi il piacere di farlo morire con una morte lenta e crudele. In effetti, lo fece battere con le verghe, gli fece strappare la pelle e subire ogni sorta di tormenti. Il Santo si beava di tutte queste torture, e Valeriano, non contenendosi più, fece drizzare un letto di ferro sul quale fu steso Lorenzo. Al di sotto fece accendere un piccolo fuoco di carboni, al fine di farlo arrostire lentamente e rendere così la sua morte più crudele e più lunga. Quando il fuoco ebbe consumata una parte del suo corpo, san Lorenzo, burlandosi sempre dei supplizi, si voltò verso l’imperatore, col viso sorridente e irradiando luminosità: « Non vedi – gli dice – che la mia carne da questo lato è arrostita? Girala quindi dall’altra parte perché giunga ugualmente gloriosa in cielo. » All’ordine del tiranno, i carnefici girarono il martire. Dopo un altro poco di tempo, San Lorenzo si rivolse all’imperatore: « La mia carne oramai è cotta, puoi mangiarne. » Non riconoscete qui, fratelli miei, un Cristiano che, imitando la Vergine Santa, e Santa Maddalena, sa seguire il suo DIO sul Calvario? Ahimè! Fratelli miei, cosa diventiamo quando il buon DIO ci mette a confronto di questi Santi, che hanno preferito soffrire tutto piuttosto che tradire la loro Religione e la loro coscienza?

2. Noi non ci siamo contentati di abbandonare Gesù-Cristo come gli Apostoli che, dopo essere stati colmati dei suoi benefici, fuggirono quando aveva più bisogno di consolazione. Ma Ahimè! Quanto è grande il numero di coloro che danno la preferenza a Barabba, cioè che amano meglio seguire il mondo e le loro passioni, che Gesù-Cristo che porta la sua croce! Quante volte lo abbiamo ricevuto come in trionfo nella santa Comunione e qualche tempo dopo, sedotti dalle nostre passioni, abbiamo preferito a questo Re di gloria tanto un piacere di un momento, tanto un vile interesse, che noi perseguiamo malgrado i rimorsi della nostra coscienza. Quante volte, fratelli miei, non siamo stati divisi tra la nostra coscienza e le nostre passioni e, in questo combattimento, non abbiamo soffocato la voce di DIO per non ascoltare che quella delle nostre cattive inclinazioni? Se ne dubitate, ascoltatemi un istante e lo comprenderete il più chiaramente possibile. La nostra coscienza, che è il nostro giudice, quando facciamo qualcosa contro la legge di DIO, ci dice interiormente: « Cosa stai per fare?  Ecco il tuo piacere da un lato ed il tuo DIO dall’altro; tu non puoi piacere a tutti e due e nello stesso tempo: per chi dei due vuoi parteggiare? Rinuncia o al tuo DIO o al tuo piacere. » La nostra coscienza ci ha risposto: « Ma il tuo DIO, cosa sta per diventare? » – « Sia del mio DIO ciò che gli piacerà; riprendano le nostre passioni, io voglio soddisfarmi. » – « Tu sai bene, ci dice la coscienza con il rimorso che ci fa provare, che godendo questi piaceri proibiti, tu farai morire il tuo DIO una seconda volta. » – « Cosa importa, risponde la nostra coscienza, se il mio DIO  è crocifisso, basta che mi contenti io! » – « Ma che male ha fatto il tuo DIO, e qual è la tua ragione per abbandonarlo? Tu sai bene che ogni qual volta tu lo abbia disprezzato, te ne sei pentito, e che seguendo le tue cattive inclinazioni, tu perdi la tua anima, il cielo ed il tuo DIO! » – Ma la passione, che brucia dal desiderio di essere soddisfatta: « Il mio piacere, ecco la mia ragione. DIO è il nemico del mio piacere, che sia crocifisso! » – « Preferisci il piacere di un istante al tuo DIO? » – « Si, grida la passione, avvenga che quel che succederà della mia anima e del mio DIO, basta che io goda. » Ecco quindi, fratelli miei, ciò che
noi facciamo tutte le volte che pecchiamo. È vero che noi non ce ne rendiamo mai chiaramente conto; ma noi sappiamo molto bene che ci è impossibile desiderare e commettere il peccato, senza perdere il nostro DIO, il cielo e la nostra anima. Non è vero che ogni volta che noi siamo sul punto di peccare, sentiamo una voce interiore che ci grida di fermarci; altrimenti andremo a perderci noi, e a far morire il nostro DIO? Ah! noi possiamo ben dirlo, fratelli miei, la passione che i Giudei fecero soffrire a Gesù-Cristo non era quasi nulla in confronto di quello che i Cristiani gli fanno provare con gli oltraggi del peccato mortale. I Giudei preferirono a Gesù-Cristo un ladrone che aveva commesso diversi delitti: ma il Cristiano peccatore cosa fa? Non è un uomo che preferisce al suo DIO, è, diciamolo gemendo, un miserabile pensiero d’orgoglio, di odio, di vendetta o di impurità; è un atto di avidità, un bicchiere di vino, un misero guadagno di appena cinque soldi; è uno sguardo disonesto o qualche azione infame: ecco quello che preferisce a DIO di ogni santità! Ah! Disgraziati, noi cosa facciamo? Qual non sarà il nostro orrore, quando Gesù-Cristo ci mostrerà ciò che gli abbiamo preferito! … Ah! Fratelli miei, possiamo noi portare tanto lontano il nostro furore contro un DIO che ci ha tanto amato! … Noi siamo stupiti se i Santi, che conoscevano la grandezza del peccato, hanno preferito soffrire tutto ciò che il furore dei tiranni abbia potuto inventare, piuttosto che commetterlo. Noi ne vediamo un esempio ammirabile nella persona di Santa Margherita. Suo padre, prete idolatra e di grande reputazione, vedendola Cristiana e non potendola far rinunciare alla sua Religione, la maltrattava nella maniera più indegna, poi la cacciò di casa. Margherita, non si scoraggiò, e nonostante la nobiltà della sua origine, si mise a condurre una vita umile ed oscura presso la sua nutrice che fin da quando era giovanissima, le aveva ispirato le virtù cristiane. Un certo prefetto del pretorio, di nome Olibrio, rapito dalla sua bellezza, se la fece condurre per farle rinnegare la fede e sposarla. Alle prime domande che il prefetto le fece, rispose che ella era Cristiana, e che sarebbe stata sempre la sposa di Cristo. Olibrio, irritato dalla risposta della Santa, comandò ai carnefici di spogliarla dei suoi abiti e stenderla sul cavalletto. Là la fece battere con le verghe con tale crudeltà, che il sangue scorreva da tutte le sue membra. In mezzo a tali tormenti, le si diceva di sacrificare agli dei dell’impero, al fine di non perdere la sua
bellezza e la vita per la sua ostinazione. Ma in mezzo ai supplizi ella gridava: « No, no, giammai per un bene deperibile ed un piacere vergognoso, io non lascerò il mio DIO. Gesù-Cristo, che è il mio sposo, ha cura di me e non mi abbandonerà. » Il giudice, vedendo il suo coraggio che egli definiva ostinazione, la fece colpire così crudelmente che, pur barbaro com’era, fu obbligato a voltare lo sguardo. Temendo che soccombesse, la fece condurre in prigione. Il demonio apparve alla giovane vergine sotto la forma di un orribile dragone che sembrava volesse ingoiarla. Ma, avendo fatto la Santa il segno della croce, morì ai suoi piedi. Dopo questo terribile combattimento, ella vide una bella croce come un globo di luce, ed una colomba di mirabile candore che vi volteggiava al di sopra. Ella si sentì tutta fortificata. Dopo qualche tempo, il giudice iniquo, vedendo che nulla poteva su di lei, malgrado le torture dalle quali gli stessi carnefici erano inorriditi, le fu infine troncato il capo. Ebbene! Fratelli miei, facciamo come Santa Margherita noi che preferiamo un vile interesse a Gesù-Cristo? noi che amiamo meglio trasgredire i Comandamenti di DIO  o della Chiesa, che dispiacere al mondo; noi che, per piacere ad un amico empio, mangiamo la carne nei giorni proibiti; noi che per rendere un servizio al vicino, non ci facciamo scrupolo di lavorare o prestare le nostre bestie nel giorno santo della Domenica; noi, infine, che passiamo una parte di questo giorno, finanche nel tempo degli uffizi, nel giuoco o al cabaret, piuttosto che dispiacere qualche miserabile amico? Ahimè! Fratelli miei, i Cristiani che sono disposti a fare come Santa Margherita, a sacrificare tutto, i loro beni e la loro vita piuttosto che dispiacere a Gesù-Cristo, sono assai rari come gli eletti, cioè coloro che andranno in cielo. DIO  mio, come è cambiato il mondo!

3° Noi abbiamo detto che Gesù-Cristo fu esposto agli insulti del libertinaggio, e trattato come un re da burla da una truppa di falsi adoratori. Vedete questo DIO che il cielo e la terra non possono contenere che, se volesse, con un solo sguardo incenerirebbe il mondo: gli si getta sulle spalle un vile mantello scarlatto, gli si mette una canna in mano ed una corona di spine sulla testa, lo si consegna ad una coorte di sodati insolenti. Ahimè! In che stato è ridotto Colui che gli Angeli adorano tremanti! Si piega il ginocchi davanti a Lui con la più amara derisione, gli si strappa la canna che tiene in mano e gliela si batte sulla testa. Oh! Qual spettacolo! Oh! Quale empietà! … Ma la carità di Gesù è così grande che, malgrado tanti oltraggi e senza far sentire alcun lamento, Egli muore volontariamente per salvarci tutti. Fratelli miei, questo spettacolo al quale non possiamo assistere che tremando, si riproduce ogni giorno nella condotta di un gran numero di Cristiani. Consideriamo il modo con cui questi sventurati si comportano durante gli uffici divini; in presenza di un DIO che si è annichilito per noi, che non riposa sui nostri altari e nei nostri tabernacoli, se non per colmarci di ogni sorta di beni; quali adorazioni gli si rendono? Gesù-Cristo non è trattato ancora più crudelmente dai Cristiani che dai Giudei che non avevano, come noi, la fortuna di conoscerlo? Vedete queste persone sensuali; esse appena piegano il ginocchio durante gli istanti più cruciali del mistero; vedete queste risa, queste parole, questi sguardi gettati da ogni parte della chiesa, questi segni che si fanno tutti questi piccoli empi e questi piccoli ignoranti. E non è ancora che l’esterno. Se potessimo penetrare fin nel fondo dei cuori; Ahimè! Quanti pensieri di odio, di vendetta, di orgoglio! Oserei dirlo, quanti pensieri impuri divorano e corrompono questi cuori! Questi poveri Cristiani non hanno spesso né libri, né rosari durante la santa Messa, e non sanno come trascorrere il tempo degli uffici; ascoltate, ascoltateli piangere e mormorare perché si trattengono per troppo tempo alla presenza santa di DIO. O signore! Quale oltraggio e quale insulto vi si fa, nell’ora stessa in cui Voi aprite con tanta bontà ed amore le viscere della vostra misericordia! … io non mi stupisco fratelli miei, che i Giudei abbiano ricoperto Gesù Cristo di obbrobri, che l’abbiano trattato come un criminale, credendo pure di aver fatto un’opera buona; perché « Se l’avessero conosciuto – ci dice San Paolo – mai avrebbero essi fatto morire il Re di gloria. » Ma dei Cristiani che sanno troppo bene che Gesù-Cristo stesso è presente sui nostri altari, e quanto il poco rispetto lo offenda e la loro empietà lo disprezzi! … O DIO mio! Se i Cristiani non avessero perso la fede, potrebbero comparire nei vostri templi senza tremare e piangere amaramente i loro peccati! Quanti vi sputano in faccia per la troppo cura nell’abbellire la loro testa; quanti vi coronano di spine con il loro orgoglio; quanti vi fanno sentire i rudi colpi della flagellazione con le azioni impure con cui profanano i loro corpi e la loro anima; quanti, ahimè! vi danno morte con i loro sacrilegi; quanti vi tengono inchiodati sulla croce restando nel peccato! …. O mio DIO!, Voi … trovare dei Giudei tra i Cristiani! …

4° Noi non possiamo pensare senza fremere a ciò che succede ai piedi della croce. Era là che il Padre eterno attendeva il suo Figlio adorabile per scaricare su di Lui tutti i colpi della giustizia. Noi possiamo dire anche è ai piedi degli altari che Gesù-Cristo riceve gli oltraggi più cruenti. Ahimè! Quanti disprezzi per la sua santa presenza! Quante Confessioni mal fatte! Quante Messe ascoltate male! Quante Comunioni sacrileghe! Ah! fratelli miei, non potrei dirvi come San Bernardo: « Cosa pensate del vostro DIO, quale idea ne avete? Disgraziati, se voi ne aveste l’idea che dovreste averne, verreste fino ai suoi piedi per insultarlo? » È insultare Gesù-Cristo il venire nelle nostre chiese, di fronte all’altare, con uno spirito distratto e tutto pieno delle faccende del mondo; è insultare la maestà di DIO, restare alla sua presenza con modesta minore di quella che si ha nella casa dei grandi del mondo. Elle lo oltraggiano, queste donne e queste ragazze mondane, che sembrano venire ai piedi degli altari solo per mostrare la loro vanità, attirare gli sguardi, sottrarre la gloria e l’adorazione che non sono dovute che a DIO solo. DIO è paziente, fratelli miei, ma avrà la sua rivincita … lasciate che arrivi l’eternità! … Se un tempo DIO si lamentava che il suo popolo gli fosse infedele e profanasse il suo Nome santo, qual lamento non dovrebbe fare ora che, non contenti di oltraggiare il suo santo Nome con dei giuramenti da far fremere l’inferno, si profana il corpo adorabile del Figlio suo ed il suo Sangue prezioso! … O mio DIO, come vi siete ridotto? … Un tempo avevate un solo Calvario, mentre ora ne avete tanti, quanti sono questi cattivi Cristiani! … Cosa concludere dopo tutto questo. Fratelli miei? Se non che noi siamo proprio degli sventurati a far soffrire tanto il nostro Salvatore che ci ha tanto amato. No, non facciamo morire più Gesù-Cristo con i nostri peccati, lasciamolo vivere in noi, e noi stessi vivremo della sua grazia. Così avremo la sorte di tutti coloro che hanno evitato il peccato e fatto il bene nel solo modo che gli piace. È quello che io vi auguro.

LE OMELIE DEL CURATO D’ARS (Giovedì Santo)

 

LE OMELIE DEL CURATO D’ARS

GIOVEDI SANTO

Caro mea vere est cibus. (*)

La mia carne è veramente cibo. (S. Giov. VI, 56.)

(*) Il testo originale è nel I volume di: SERMONS du Vénérable Serviteur de Dieu J.-B.-M. VIANNEY CURÉ D’ARS – PARIS
LIBRAIRIE 
VICTOR LECOFFRE, 90 RUE BONAPARTE. ——- LYON LIBRAIRIE
CHRÉTIENNE
(Ancienne Maison BAUCHU) ED. RUBAN, PLACE BELLECOUR, 6

APPROBATION.

Archevêche De LYON  –  Lyon, 20 août
1882.

† L. M. Card. CAVEROT, Archevêque de Lyon.

L’opera è pubblicata in rete da: Bibliothèque Sain Libère – htpp: www. liberius.net –

© Bibliothèque Saint Libèr 2011 (Toute reproduction à but non lucrative est autorisée- si autorizza ogni riproduzione senza fini di
lucro).

La traduzione italiana è redazionale, ma confrontata con la versione italiana di Giuseppe D’Isengard F. d. M. in “I SERMONI DEL B° GIOVANNI B. M. VIANNEY, Curato d’Ars”. Libreria del Sacro Cuore – Rimpetto ai Ss. Martiri -, Torino, 1907 (Tip. Salesiana, via Cottolengo, 32).

Nihil obstat,

Torino, 5 aprile 1908 Teol. Coll.
Giacomo Sacchieri, prete della Missione, Revisore delegato.

Imprimatur

Torino, 8 Aprile 1908, Can. Ezio
Gastaldi-Santi Provic. Gen.

[N.B.: Si diffidano i fedeli “veri” Cattolici dal consultare altre versioni di a-cattolici modernisti, in particolare gli scismatici eretici
aderenti alla setta del Novus ordo, in comunione con gli antipapi usurpanti
attuali, non dotate né di Nihil obstat né dell’Imprimatur canonico
imposto dalla Costituzione Apostolica “Officiorum ac Munerum
di S. S. Leone XIII, e dall’Enciclica “Pascendi” di
S. S. San Pio X, passibili quindi di SCOMUNICA “ipso facto”
latæ sententiæ riservata in modo speciale alla Sede Apostolica. … intelligenti
pauca!]

Possiamo noi, fratelli miei, indubbiamente in tutta la nostra Religione, trovare un momento, una circostanza più felice, di quella dell’istante in cui Gesù-Cristo istituì il Sacramento adorabile degli altari? No, fratelli miei, no! Perché questa circostanza ci richiama l’amore immenso di un DIO per le sue creature. È vero che in tutto ciò che DIO  ha fatto, le sue perfezioni si manifestano all’infinito. Creando il mondo Egli fa brillare la grandezza della sua potenza. Governando questo vasto universo, ci dà prova di una saggezza incomprensibile, ed anche noi possiamo dire con il salmo tredicesimo: « Si, DIO  mio Voi siete infinitamente grande nelle piccole cose, e nella creazione dell’insetto più vile. » Ma nell’istituzione di questo grande Sacramento d’amore, non v’è solo la sua potenza e la sapienza, ma l’amore immenso del suo cuore per noi. Sapendo molto bene che era prossimo il
suo tempo per tornare al Padre, non potette risolversi di lasciarci soli sulla terra, di fronte a tanti nemici, che cercavano tutti la nostra perdita. Sì, prima che Gesù-Cristo istituisse questo Sacramento d’amore, Egli sapeva bene a quanti disprezzi e profanazioni andasse ad esporsi; ma tutto questo non fu capace di fermarlo; Egli vuole che noi abbiamo la felicità di trovarlo tutte le volte che vorremmo ricercarlo, e con questo grande Sacramento si impegna a restare in mezzo a noi, giorno e notte; ed in Lui troviamo un DIO Salvatore che ogni giorno si offrirà per noi alla giustizia del Padre suo. O nazione felice! Chi lo ha mai compreso? Per ispirarci un rispetto ed un grande amore verso Gesù-Cristo, nel Sacramento adorabile dell’Eucaristia, vi mostrerò quanto Gesù-Cristo ci abbia amato nell’istituzione dell’Eucaristia. Qual felicità, fratelli miei, per una creatura ricevere il suo DIO!, nutrirsene, impinguarsene! O amore infinito, immenso ed incomprensibile! …, Può un Cristiano pensarvi e non morire d’amore e tremore alla vista della sua indegnità! …

I. È vero che in tutti Sacramenti che Gesù-Cristo ha istituito, Egli ci mostra una infinita misericordia. Nel Sacramento del Battesimo ci strappa dalle mani di lucifero e ci rende figli di DIO sua Padre; ci apre il Cielo che ci era chiuso; ci rende partecipi di tutti i tesori della Chiesa e, se restiamo fedeli ai nostri impegni, ci viene assicurata un eterna felicità; nel Sacramento della Penitenza, ci mostra e ci fa partecipe della sua misericordia fino all’estremo; poiché ci strappa dall’inferno, ove i nostri peccati di malizia  ci avevano trascinato, e di nuovo ci applica i meriti infiniti della sua morte e della sua Passione; nel Sacramento della Confermazione, ci dà uno spirito di luce per condurci nel cammino della virtù, che ci fa conoscere il bene ciò che dobbiamo fare, ed il male che dobbiamo evitare; per di più, ci dà uno spirito di forza per superare tutto ciò che possa
impedirci di giungere alla nostra salvezza. Nel Sacramento dell’estrema Unzione vediamo con gli occhi della fede che Gesù ci copre con i meriti della sua morte e passione. In quello dell’Ordine, Gesù-Cristo dà tutti i suoi poteri ai suoi Sacerdoti; essi li fanno poi scendere in quello del Matrimonio, e vediamo che Gesù-Cristo santifica tutte le nostre azioni, anche quelle in cui sembra che seguiamo le inclinazioni corrotte della natura. Ecco, voi mi direte, delle misericordie degne di un DIO che è infinito in tutto. Ma nel Sacramento adorabile dell’Eucaristia, Egli va oltre: tutto questo non sembra essere che un primo assaggio del suo amore per gli uomini; Egli vuole, per la felicità delle sue creature, che il suo Corpo e la sua Anima e la sua Divinità si trovino in tutti gli angoli del mondo, affinché, tutte le volte che si vorrà, lo si possa trovare, e con Lui noi troviamo ogni sorta di felicità. Se siamo nelle pene e nel dolore, Egli ci consolerà e ci allevierà. Siamo malati? Egli ci guarirà, ci darà forze onde soffrire in maniera da meritare il cielo. Se il demonio, il mondo e le nostre inclinazioni ci fanno guerra, Egli ci darà armi per combattere, per resistere e riportare vittoria. Se noi siamo poveri, Egli ci arricchirà con ogni tipo di ricchezze per il tempo e per l’eternità. Queste sono tante grazie, voi pensate. Oh, no! Fratelli miei, il suo amore ancor non è soddisfatto, Egli ne ha da farci delle altre, che il suo immenso amore, ha trovato nel suo cuore infiammato per il mondo, questo mondo ingrato che sembra essere colmo di tanti beni per oltraggiare il suo Benefattore. Ma no, fratelli miei, lasciamo l’ingratitudine degli uomini per un momento, apriamo la porta del suo Cuore sacro ed adorabile, rinchiudiamoci per un istante nelle sua fiammo d’amore, e vedremo quel che possa un DIO che ci ama. O DIO mio! chi potrà comprenderlo e non morire d’amore e di dolore vedendo da una parte tanta carità e dall’altra tanto disprezzo ed ingratitudine! Leggiamo nel Vangelo che Gesù-Cristo, conoscendo molto bene che il momento in cui i Giudei dovevano farlo morire era giunto, dice ai suoi Apostoli che Egli desiderava fortemente celebrare la Pasqua con essi. Essendo giunto questo momento tanto felice per noi, Egli si mette a tavola, volendo lasciarci un pegno del suo amore. Si alza dalla tavola, lascia i suoi abiti, si cinge di un lino; dopo aver messo acqua in un vaso, comincia a lavare i piedi dei suoi Apostoli ed anche di Giuda, ben sapendo che egli stava per tradirlo. Egli voleva con questo dimostrarci la purezza che dobbiamo imparare da Lui [per mostrarci due cose: la purezza e l’umiltà (Nota del venerabile)]. Messosi di nuovo a tavola, prende del pane tra le sue mani sante e venerabili, alzando gli occhi al cielo per rendere grazie a suo Padre, al fine di farci comprendere che questo grande dono ci veniva dal cielo; lo benedice e lo distribuisce ai suoi Apostoli dicendo loro: « Mangiatene tutti, questo è veramente il mio Corpo che sarà offerto per voi. » Avendo poi preso il calice, ove aveva mescolato vino on acqua, lo benedice ugualmente, lo presentò loro dicendo: « Bevetene tutti, questo è il mio sangue che sarà sparso per la remissione dei peccati, e tutte le volte che voi pronuncerete le stesse parole, farete le stesso miracolo; cioè voi cambierete il pane nel mio Corpo ed il vino nel mio Sangue. » Quale amore!? – … per noi, fratelli miei, quello di un DIO nell’istituzione del Sacramento adorabile dell’Eucaristia! Ora ditemi, fratelli miei, da quale sentimento di rispetto non saremmo noi stati penetrati se fossimo stati sulla terra e avessimo visto con i nostri occhi Gesù-Cristo quando istituì questo grande Sacramento d’amore. Tuttavia, fratelli miei, questo grande miracolo si ripete ogni volta che il Sacerdote celebri la santa Messa, in cui il divin Salvatore si rende presente sugli altari. Ah! se avessimo questa fede vive, da qual rispetto noi non dovremmo essere penetrati? Con qual rispetto e tremore non compariremmo davanti a questo grande Sacrificio, nel quale Dio ci mostra la grandezza del suo amore e della sua potenza! È vero che voi lo credete; ma vi comportate come se non lo credeste! Se bisogna farvi ben comprendere la grandezza di questo mistero, ascoltatemi, e vedrete quanto grande dovrebbe essere il rispetto che dobbiamo portarne. Leggiamo nella storia di un Prete che, nel dire la santa Messa in una chiesa della città di Bolsena, e dubitando, dopo aver pronunciate le parole della consacrazione, della realtà del Corpo e del Sangue di Gesù-Cristo nell’Ostia santa: cioè se le parole della Consacrazione avessero veramente mutato il pane in Corpo di Cristo, ed il vino nel suo Sangue, nel medesimo istante, la santa Ostia fu interamente coperta di sangue. Gesù-Cristo sembra che abbia voluto rimproverare al suo ministro la sua infedeltà, riportalo al ravvedimento, fargli ricevere la fede che stava perdendo con il suo dubbio; e nello stesso tempo, mostrarci con questo grande miracolo, quanto dobbiamo essere convinti della sua santa presenza nella santa Eucaristia. Questa Ostia santa versò sangue con tale abbondanza, che il corporale, il telo e lo stesso
altare, ne furono interamente coperti. Il Papa, al quale si fece partecipe di tale miracolo, ordinò che gli si portasse questo corporale tutto sanguinante; esso fu portato nella città di Orvieto, ove fu ricevuto in pompa straordinaria
e depositato nella chiesa. Avendo in seguito fatto costruire una magnifica chiesa onde ricevere questo prezioso deposito … tutti gli anni si porta in processione questa preziosa reliquia, il giorno della Festa-Dio. Vedete, fratelli miei, quanto questo debba raffermare la fede di coloro che hanno un qualsiasi dubbio. Ma, DIO mio, come poter dubitare, dopo le parole di Gesù-Cristo stesso che ha detto ai suoi Apostoli, e nella loro persona a tutti i Sacerdoti: « Tutte le volte che pronuncerete queste stesse parole, farete lo stesso miracolo, cioè voi farete come me: voi cambierete il pane nel mio Corpo, ed il vino nel mio Sangue. » Quale amore! Fratelli miei, quale carità, quella di Gesù-Cristo di scegliere la veglia del giorno in cui lo si doveva far morire, per istituire un Sacramento per mezzo del quale restava in mezzo a noi per essere nostro Padre, nostro Consolatore e tutta la nostra felicità! Più felici ancora di coloro che vivevano la loro vita mortale in cui bisognava fare tante leghe per avere la felicità di vederlo; oggi, noi invece lo troviamo in tutti i luoghi del mondo, e questo beneficio ci è promesso fino alla fine del mondo. O amore immenso di un Dio per le sua creature! No, fratelli miei, niente può
arrestarlo, quando si tratta di mostrare la grandezza del suo amore. In questo momento per noi felice, tutta Gerusalemme è a fuoco, tutta la popolazione in rivolta, tutti cospirano per la sua perdita; tutti vogliono spargere questo sangue adorabile; ed è precisamente in questo momento che si prepara loro il pegno più ineffabile del suo amore. Gli uomini tramano i più neri complotti contro di Lui, mentre Egli non è occupato che a dar loro ciò che ha di più prezioso, che è Egli stesso. Non si pensa che ad erigergli una croce infame per farlo morire, ed Egli non pensa che ad erigere un altare per immolarsi Egli stesso ogni giorno per noi. Ci si prepara a versare il suo Sangue, Gesù-Cristo vuole che questo stesso Sangue sia per noi una bevanda di immortalità per la consolazione e la felicità delle nostre anime. Sì, fratelli miei noi possiamo dire che Gesù-Cristo ci ami fino ad esaurire le ricchezze del suo amore, sacrificando in tutto, ciò che la sua sapienza e la sua potenza abbiano potuto ispirargli. – O amore tenero e generoso di un DIO per delle vili creature come noi, che ne siamo indegni! Ah! Fratelli miei, quale rispetto non dovremo noi avere per questo gran Sacramento in cui un DIO si fa uomo rendendosi presente ogni giorno sui nostri altari! Benché noi vediamo che Gesù-Cristo sia la bontà stessa, Egli non lascia talvolta il punire rigorosamente il disprezzo che si fa per la sua santa presenza, come vediamo a più riprese nella storia. (Ahimè! Quanti che non hanno la fede dei demoni che tremano alla sua presenza. Ahimè, noi non abbiamo che una fede languida e quasi morta – nota del Venerabile). Si racconta che un Sacerdote di Friburgo, nel portare il buon DIO ad un malato, si trovò a passare in una piazza dove c’era tanta gente che danzava. Il suonatore, benché senza Religione, si fermò dicendo: « Io sento la campanella, si porta il buon DIO ad un malato, mettiamoci in ginocchio. » Ma in questa compagnia, si trovava una donna empia ispirata dal furore dell’inferno: « Continuiamo, sono delle campanelle appese al collo delle bestie di mio padre; quando esse passano, non ci si ferma, né ci si mette in ginocchio. » Tutta la compagnia applaudì a questa empietà e tutti continuarono a danzare. Nello stesso momento arrivò un temporale così violento, che tutte le persone che danzavano furono scaraventate via e non si è mai potuto sapere ciò che siano diventate. Ahimè! Fratelli miei, tutti questi miserabili pagarono caramente il disprezzo che ebbero per la presenza di Gesù-Cristo: questo ci fa comprendere quanto dobbiamo noi rispettare la presenza santa di Gesù-Cristo, sia nel suo tempio, sia quando vediamo che lo si porta ai poveri malati.

II. Noi diciamo che Gesù-Cristo, per operare questo grande miracolo, scelse del pane che è il nutrimento di tutti, dei ricchi e dei poveri, di colui che è forte e di colui che è languente, per mostrarci come questo celeste nutrimento sia per tutti i Cristiani che vogliono conservare la vita della grazia e la forza per combattere il demonio. Noi vediamo che quando Gesù-Cristo operò questo gran miracolo, levò gli occhi al cielo per rendere grazie a suo Padre, per farci vedere quanto questo momento felice per noi sia desiderato da Lui, ed infine per provarci la grandezza del suo amore. Sì, figli miei, dice loro questo divin Salvatore, il mio Sangue è impaziente di essere versato per voi; il mio Corpo brucia dal desiderio di essere distrutto per guarire le vostre piaghe; ben lungi dall’essere affranto dall’idea della tristezza amara che mi ha causato dapprima il pensiero delle mie sofferenze e della mia morte, al contrario, per me è il colmo del mio piacere. Ciò che causa questo, è che voi troverete nelle mie sofferenze e nella mia morte un rimedio a tutti i vostri mali. Oh! Quale amore, fratelli miei,
quello di un DIO per le sue creature! San Paolo ci dice che il mistero dell’incarnazione, ha nascosto la sua divinità; ma che in quello del Sacramento dell’eucaristia, è andate persino a nascondere la sua umanità. Ahimè! Fratelli miei, non c’è che la fede che possa agire in un mistero così incomprensibile. Sì, fratelli miei, in qualunque luogo noi ci troviamo, volgiamo con piacere i nostri pensieri, i nostri desideri, dal lato ove riposa questo Corpo Adorabile, per unirci agli Angeli che lo adorano con tanto rispetto. Guardiamoci dal fare come gli empi che non hanno rispetto in questi templi che sono così santi, così rispettabili e sacri per la presenza di un DIO fatto uomo, che giorno e notte, abita in mezzo a noi! … Spesso noi vediamo che il Padre eterno punisce rigorosamente coloro che disprezzano il suo divin Figlio. Leggiamo nella storia che un tale si era trovato in una casa ove si portava il buon DIO ad un malato, e coloro che erano vicino al malato, gli dissero di mettersi in ginocchio, ma egli non volle; con un’orribile blasfemia: « Io – dice – mettermi in ginocchio… , io rispetto di più un ragno che è il più vile tra gli animali, che il vostro Gesù-Cristo che volete che io adori. »
Ahimè!  Fratelli miei, di cosa è capace colui che ha perso la fede! Ma il buon DIO non lascia impunito questo orribile peccato, e nel momento stesso un grosso ragno tutto nero si staccò da un rivestimento in legno e venne a cadere sulla bocca del blasfemo pungendogli le labbra. Subito si gonfiò, e morì all’istante. Vedete, fratelli miei, quanto siamo colpevoli quando non abbiamo questo grande rispetto per la presenza di Gesù-Cristo! No, fratelli miei, non stanchiamoci di contemplare questo mistero d’amore in cui un DIO, uguale a suo Padre, nutre i suoi figli non con un nutrimento ordinario, né con quella manna con cui il popolo giudeo era nutrito nel deserto; ma del suo Corpo adorabile e del suo Sangue prezioso. Chi potrebbe mai immaginarlo se non era Egli stesso a dircelo e farlo nello stesso tempo.  Oh! Fratelli miei, tutte queste meraviglie, sono degne della nostra ammirazione e del nostro amore! Un DIO, dopo essersi caricato delle nostre debolezze, ci fa parte di questi beni! O nazioni dei Cristiani, quanto siete felici nell’avere un DIO così buono e così ricco! Noi leggiamo in San Giovanni che egli vide un Angelo al quale il Padre eterno affidava il calice del suo furore per versarlo su tutte le nazioni; ma qui vediamo il contrario. Il Padre eterno rimette nelle mani di suo Figlio il calice della misericordia per essere sparso su tutte le nazioni della terra. – Parlandoci del suo Sangue adorabile, ci dice, come ai suoi Apostoli: « Bevetene tutti e vi troverete la remissione dei vostri peccati e la vita eterna. » O sublime felicità! … O felice sorgente! Chi proverà fino alla fine dei secoli come questa credenza debba fare tutta la nostra felicità. Gesù-Cristo non ha cessato di far dei miracoli per portarci ad una fede viva nella sua Presenza reale. – Noi vediamo nella storia, che c’era una donna cristiana, ma molto povera. Avendo avuto in prestito da un giudeo una piccola somma di denaro, ella gli diede in pegno i suoi migliori abiti. La festa di Pasqua era vicina, ella
pregò il giudeo di restituirle per un giorno la sua veste che gli aveva dato. Il giudeo le disse che non solo egli voleva restituirle i suoi effetti, ma pure il suo denaro, a condizione solamente … che ella gli portasse la santa Ostia quando l’avesse ricevuta dal Sacerdote. Il desiderio di questa miserabile di riavere i suoi effetti, e di non essere obbligata a restituire il denaro prestato, la portò ad un’azione orribile. All’indomani ella si recò nella chiesa della sua parrocchia. Dopo aver ricevuto l’Ostia santa sulla lingua, osò prenderla e metterla in un fazzoletto. Ella la portò a questo miserabile giudeo che ne aveva fatto richiesta per esercitare il suo furore contro Gesù-Cristo. Questo uomo abominevole trattò Gesù-Cristo con un furore spaventoso; e noi vediamo che Gesù-Cristo medesimo mostrò quanto questi oltraggi che gli si facevano, gli erano sensibili: il giudeo cominciò col mettere l’Ostia santa su un tavolo, gli diede dei colpi di temperino finché non fu contento; ma questo malvagio vide subito uscire dall’Ostia santa abbondante sangue, cosa che faceva rabbrividire suo figlio. Di poi, avendola con disprezzo tolta dal tavolo, la sospese con un chiodo contro il muro e le diede dei colpi di frusta finché volle. La trapassò con una lancia, e ne uscì nuovamente sangue. Dopo tutte queste atrocità, la gettò in una caldaia di acqua bollente: subito l’acqua sembrò mutarsi in sangue. L’Ostia apparve allora sotto la forma di Gesù-Cristo in croce: questo lo spaventò talmente che corse a nascondersi in un angolo della sua casa. Durante questo tempo il figli di questo giudeo che vedevano andare i Cristiani in chiesa, dicevano loro: « Ma dove andate, perché mio padre ha ucciso il vostro DIO; Egli è morto, non lo troverete più. » Una donna che ascoltava ciò che dicevano questi bambini, entrò nella loro casa. E, in effetti ella vide ancora l’Ostia santa sotto forma di Gesù-Cristo crocifisso; ma ben presto riprese la sua forma ordinaria. Questa donna, avendo preso un vaso che presentò, l’Ostia santa vi si andò a posare dentro. Questa donna così felice, molto contenta, la portò successivamente nella chiesa di San Giovanni in Grève, dove fu posta in luogo conveniente per essere adorata. A questo malvagio, gli si offrì il perdono se volesse convertirsi facendosi Cristiano; ma egli era così ostinato, che preferì bruciare vivo, piuttosto che farsi Cristiano. Tuttavia sua moglie, i suoi figli, ed una quantità di Giudei, si fecero battezzare. In seguito a questo miracolo che Gesù-Cristo aveva operato, e per non perdere mai il ricordo di queste meraviglie, si trasformò la casa in una chiesa ove si stabilì una comunità, affinché vi fossero persone che
continuamente facessero ammenda onorevole a Gesù-Cristo per gli oltraggi che questo maledetto giudeo aveva fatto. Noi non possiamo ascoltare questo, fratelli mie, senza fremere! Ebbene! Fratelli miei, ecco a cosa si espone
Gesù-Cristo per nostro amore, ed a cosa sarà esposto fino alla fine del mondo. Che amore! fratelli miei, di un DIO  per noi! A quali eccessi non lo porta verso le sue creature! – Noi diciamo che Gesù-Cristo tenendo il calice stretto tra le sue mani, dice loro: “ancora un
po’ di tempo e questo Sangue prezioso sta per essere sparso in maniera cruenta e visibile, ed è per voi che sta per essere sparso, l’ardore che Io ho di versarlo nei vostri cuori, mi ha fatto utilizzare questo mezzo. È vero che la gelosia dei miei nemici è certo una causa della mia morte, ma essa non è una delle principali; le accuse che essi hanno inventato contro di me per perdermi, la perfidia del discepolo che sta per tradirmi, la lassezza del giudice che sta
per condannarmi, e la crudeltà dei carnefici che stanno per uccidermi, sono altrettanti strumenti di cui il mio amore infinito si serve per provarvi quanto vi ami. Sì, fratelli miei, è per la remissione dei nostri peccati! Vedete, fratelli miei, quanto Gesù Cristo ci ami, poiché Egli si sacrifica per noi alla giustizia del Padre con tanta alacrità; in più Egli vuole che questo Sacrificio si rinnovi tutti i giorni in tutti i luoghi del mondo. Qual felicità per noi, fratelli miei, sapere che i nostri peccati, anche prima di averli commessi, sono stati espiati nel momento del grande Sacrificio della Croce! Veniamo spesso, fratelli miei ai piedi dei nostri tabernacoli, per consolarci nelle nostre pene, per fortificarci nelle nostre debolezze. Abbiamo la grande
sventura di aver peccato? Il Sangue adorabile chiederà grazia per noi. Ah! fratelli miei, quanto più viva della nostra era la fede dei primi Cristiani! Nei primi tempi, una quantità di Cristiani attraversavano i mari per andare a visitare i luoghi santi ove si era operato il mistero della nostra Redenzione. Quando si mostrava loro il cenacolo in cui Gesù-Cristo aveva istituito questo divin Sacramento che è stato consacrato a nutrire le nostre anime, quando si faceva loro vedere dove aveva irrorato la terra con le sue lacrime ed il suo Sangue durante la sua preghiera e la sua agonia, essi non potevano lasciar questi luoghi santi senza versare lacrime in abbondanza. Ma quando li si conduceva al Calvario, ove aveva Egli sopportato tanti tormenti per noi, essi sembravano non poter vivere più; essi erano inconsolabili, perché questi luoghi richiamavano il tempo, le azioni ed i misteri che si sono operati per noi; essi
sentivano in essi la fede riaccendersi, il loro cuore bruciare di un fuoco nuovo. O luoghi beati! Esclamavano, in cui si sono operati tanti prodigi per salvarci. Ma, fratelli miei, senza andare tanto lontano, e senza darci la pena di attraversare i mari, di esporci a pericoli; non abbiamo noi qui, Gesù-Cristo in mezzo a noi non solamente come DIO, ma in Corpo ed Anima? Le nostre chiese non sono degne per noi di rispetto così come i luoghi sacri ove questi pellegrini andavano? Oh! Fratelli miei, la nostra felicità è troppo grande; no, no noi non lo comprenderemo mai. O Nazione beata quella dei Cristiani! Veder rinnovarsi ogni giorno tutti i prodigi che l’onnipotenza di DIO operò un tempo sul Calvario per salvare gli uomini. Perché dunque, fratelli miei, non vediamo questo amore, questa medesima riconoscenza, questo stesso rispetto, dal momento che ogni giorno si fanno sotto i nostri occhi gli stessi miracoli? Ahimè! Tanto noi abbiamo abusato delle grazie che il buon DIO, per punizione delle nostre ingratitudini, ci ha tolto in parte la nostra fede; appena noi la sentiamo, e comprendiamo di essere alla presenza di DIO. Mio DIO, quale disgrazia per colui che ha perso la fede! Ahimè! Fratelli miei, da quando abbiamo perso la fede,
noi non abbiamo più che disprezzo per questo augusto Sacramento, e quanti si lasciano trascinare fino all’empietà, rimproverando coloro che sono così beati di attingervi le grazie e le forze necessarie per salvarsi. Temiamo, fratelli miei, ché il buon DIO non ci punisca del poco rispetto che abbiamo per la sua adorabile presenza; eccone un esempio dei più terribili. Il Cardinal Baronio riporta nei suoi Annali che vi era nella città di Lusignan, vicino a Poitiers, una persona che nutriva un gran disprezzo per la Persona di Gesù-Cristo; egli rampognava e disprezzava coloro che frequentavano i
Sacramenti; metteva in ridicolo la loro devozione. Tuttavia il buon DIO, che ama meglio la conversione del peccatore che sua perdita, gli diede diverse volte dei rimorsi di coscienza, per cui vedeva bene di far male, visto che coloro a cui faceva rimproveri erano più felice di ella; ma quando si ripresentava l’occasione ella ricominciava, e con tal mezzo, poco a poco, finì
per soffocare questi rimorsi che il buon DIO gli dava. Ma per meglio nascondersi, provò a entrare in amicizia con un santo religioso, superiore del monastero di Bonneval che si trovava poco vicino. Ella vi andava spesso, facendosene anche gloria, benché empio, e voleva credersi buono quando era con questi buoni religiosi. Il superiore che percepiva quasi ciò che aveva nell’anima, gli dice più volte: « Mio amico caro, voi non avete rispetto per la presenza di Gesù-Cristo nel Sacramento adorabile dei nostri altari; ma io credo che se volete convertirvi, vi converrà lasciare il mondo e ritirarvi in un monastero a farvi penitenza. Voi stesso sapete quante volte avete profanato i Sacramenti, siete coperto di sacrilegi; se doveste morire, sarete gettato nell’inferno per tutta l’eternità. Credetemi, pensate a riparare le vostre profanazioni; come potete vivere in tale miserevole stato? » Questo povero uomo
sembrava ascoltarlo ed anche profittare dei suoi consigli, perché sentiva bene egli stesso che la sua coscienza era carica di sacrilegi; ma egli non voleva fare qualche piccolo sacrificio che doveva, di modo che con tutti i suoi pensieri, restava sempre lo stesso; egli cadde malato. L’abate si premurò di andare a visitarlo, sapendo quanto la sua anima fosse in cattivo stato. Questo povero uomo vedendo questo buon padre, che era un santo e che veniva a visitarlo, si mise a piangere di gioia e, forse nella speranza che andasse a pregare per lui, per aiutarlo a far uscire la sua anima dalla palude dei suoi sacrilegi, pregò l’abate di restare un po’ di tempo con lui. Essendo giunta la notte, tutti si ritirarono tranne l’abate che restò con il malato. Questo povero sventurato si mise a gridare orribilmente: « Ah! padre mio, soccorretemi! Ah! padre mio, venite, venite in mio soccorso! » Ma ahimè! Non c’era più tempo, il buon DIO  lo aveva abbandonato per punizione dei suoi sacrilegi e delle sue empietà. « Ah! padre mio!, ecco due spaventosi leoni che vogliono portarmi via. Ah! padre mio, soccorretemi! » L’abate,  tutto spaventato, si gettò in ginocchio per domandare grazia per lui;
ma era troppo tardi, la giustizia di DIO lo aveva consegnato alla potenza dei demoni. Il malato cambiò voce tutto ad un tratto ed assunse un tono  pacato; si mise a parlare come una persona affatto malata e che possiede tutto il suo spirito: « Padre mio – dice – questi leoni che erano poco fa intorno a me si sono ritirati; » ma nel mentre parlavano tra essi familiarmente, il malato perse la parola e sembrò essere morto. Tuttavia benché il religioso credesse che fosse morto, volle vedere la fine dolorosa di tutto questo; così egli passa il resto della notte accanto al malato. Questo povero sventurato, dopo alcuni momenti rientraòin se stesso, riprese la parola come prima, e disse al superiore: « Padre mio, io sto per comparire davanti al tribunale di Gesù-Cristo, e le mie empietà ed i miei sacrilegi sono la causa per la quale sono condannato a bruciare nell’inferno. » Il superiore, tutto spaventato, si mise a pregare, al fine di chiedere se vi
fessero ancora possibilità per la salvezza di questo disgraziato; il morente, vedendolo pregare  dice: « Padre mio, lasciate la vostra preghiera, il buon DIO non vi esaudirà mai a mio riguardo, i demoni sono al mio fianco; essi non aspettano che il momento della mia morte, che non tarderà. per sprofondarmi negli inferi e bruciare in eterno. » Tutto ad un tratto preso da spavento: « Ah! Padre, il demonio mi trascina; addio padre mio, io ho disprezzato i vostri consigli e sono dannato. » E dicendo questo, egli vomitò la sua anima maledetta all’inferno. Il superiore si ritirò versando delle lacrime sulla sorte di questo disgraziato che dal suo letto era caduto nell’inferno. Ahimè! Fratelli miei, quanto grande è il numero dei profanatori dei Cristiani che hanno perso la fede con i sacrilegi! Ahimè! Fratelli miei, se vediamo tanti Cristiani che non frequentano più i Sacramenti o che non li frequentano raramente, non cerchiamo altra ragione che i sacrilegi. Ahimè! Quanti altri sono lacerati dai rimorsi di coscienza, che si sentono colpevoli di sacrilegi e che, in uno stato che fa inorridire il cielo e la terra, attendono la morte. Ah! Fratelli miei, non andate oltre, non arrivate allo stesso misero stato di questo riprovato del quale abbiamo parlato. Come potete sapere se prima della morte non sarete abbandonati da DIO come costui, e gettati nel fuoco? O DIO mio, come poter vivere in uno stato così spaventoso? Ah! Fratelli miei, c’è ancora tempo, torniamo allora a gettarci ai piedi di Gesù-Cristo che riposa nel Sacramento adorabile dell’Eucaristia. Egli nuovamente offrirà il merito della sua morte e passione per noi a suo Padre, e noi saremo sicuri di ottenere misericordia. – Sì, fratelli miei, noi siamo sicuri che, se abbiamo grande rispetto per la presenza di Gesù-Cristo nel Sacramento adorabile dei nostri altari, otterremo tutto ciò che vorremo. Poiché, fratelli miei, queste processioni son tutte consacrate per adorare Gesù-Cristo nel Sacramento adorabile dell’Eucaristia, per ricompensarlo degli oltraggi che ha ricevuto, seguiamolo nelle nostre processioni, camminiamo al suo seguito con il rispetto e la devozione con cui lo seguivano i primi Cristiani nelle sue predicazioni, in cui Egli non passava mai in un luogo senza spandere ogni tipo di benedizioni (vedete il profeta nel deserto, Zaccheo, la beata madre di San Pietro, la Maddalena, la donna malata emorroissa, Lazzaro resuscitato – Nota
del Venrabile). Sì, fratelli miei, noi vediamo nella storia con tanti esempi come il buon DIO punisca i profanatori della presenza adorabile del suo Corpo e del suo Sangue. Si narra che, essendo entrato un ladro di notte in una chiesa, prese tutti i vasi sacri ove erano rinchiuse le sante Ostie; egli le portò fino ad un luogo, cioè, una piazza che era nei pressi di Saint-Denis. Qui giunto, volle vedere i vasi per sapere se ancora vi erano delle ostie. Egli ne trovò ancora una che, una volta aperto il vaso, saltò in aria e volteggiava sopra di lui; fu questo prodigio che fece scoprire il ladro dalle persone che lo arrestarono. L’Abate di Sain-Denis ne fu avvertito, e ne diede avviso al Vescovo di Parigi; l’Ostia santa rimase miracolosamente sospesa in aria. Essendo venuto il Vescovo con tutti i suoi Sacerdoti ed una quantità di altre persone in processione, l’Osia santa si andò a posare nel ciborio del Sacerdote che l’aveva consacrata. La si portò indi in una chiesa ove si celebrò una gran Messa, un giorno di ciascuna settimana, in memoria di questo miracolo. Ora ditemi, fratelli miei, non ci deve questo ispirare un grande rispetto per la presenza di Gesù-Cristo, sia che siamo nelle nostre chiese, sia che lo seguiamo nelle nostre processioni? Veniamo a Lui con grande fiducia; Egli è buono, è misericordioso, Egli ci ama, e pertanto siamo certi di ricevere tutto quel che gli chiediamo; ma abbiamo l’umiltà, la purezza, l’amore di DIO, il disprezzo della vita; … guardiamoci bene dal non lasciarci andare nelle distrazioni. Amiamo il buon DIO, fratelli miei, con tutto il nostro cuore e così avremo il nostro Paradiso già in questo mondo …   

 

L’UFIZIO DELLE TENEBRE (2019)

L’UFIZIO DELLE TENEBRE.

[Goffiné: Manuale per la santificazione delle Domeniche e delle Feste. Traduz. : Antonio Ettori e Mauro Ricci delle Scuole Pie Tip. Galas. Dir. da A. Ferroni;  Firenze – 1869]

In questa sera comincia l’ufizio delle tenebri. La Chiesa celebra, per così dire, in questi tre ultimi giorni, l’esequie del Salvatore. L’ufizio delle tenebre si compone del mattutino e delle laudi di domani, che per anticipazione si cantano la vigilia. Si è dato a questa parte d’ufizio il nome di Tenebre, perché verso la fine di esso rimangono spenti tutti i lumi, così per esprimere il duolo profondo della Chiesa, come per rappresentare le tenebre, onde tutta la terra fu avvolta alla morte di Gesù Cristo. L’estinzione dei lumi richiama ancora alla memoria un fatto storico della nostra bella antichità cristiana. L’ufizio che noi facciamo la sera si faceva di notte, e durava fino alla mattina; via via che il giorno si avvicinava, si spengevano successivamente le faci che non erano più necessarie. Queste faci sono candele poste sopra un candelabro triangolare, a sinistra dell’altare; ordinariamente in numero di quindici, sette per parte e una in mezzo. Si spengono le candele di ciascun lato, successivamente, alla fine d’ogni salmo, cominciando dalla più bassa, dalla parte del Vangelo, e quindi dall’altra, e così alternativamente, sinché resti sola quella di mezzo che si lascia accesa. Le dette candele sono di cera gialla, come prescrive un antico rituale romano, perché la Chiesa non ne impiega d’altra qualità nei funerali e nel gran lutto. Quella che è posta nel mezzo del candelabro triangolare, è ordinariamente di cera bianca perché raffigura Gesù Cristo. All’ultimo versetto del Benedictus, si toglie e si nasconde dietro l’altare, per tutta la recita del salmo Misereree le preci: quindi si riporta. Questa cerimonia ci raffigura la morte e la resurrezione del Salvatore. Le altre quattordici candele rappresentano gli undici Apostoli e le tre Marie: si spengono per rammentarci la fuga degli uni e il silenzio delle altre, nel tempo della passione. – Un tal numero di candele e il modo di disporle e di spegnerle gradatamente, ha origine da oltre al VII secolo. Quale deve essere la nostra venerazione per una cerimonia che è stata contemplata da tanti pii Cristiani? Possa ella eccitare in noi i medesimi sentimenti di pietà che essa eccitò nei nostri padri! In generale i riti usati dalla Chiesa, specialmente per le principali feste, sono di una antichità molto lontana. – Tutto l’Ufizio delle Tenebre è impresso del più profondo dolore: l’invitatorio, gli inni, il Gloria Patri, la benedizione, tutto è soppresso. Non vi si odono che quattro voci: quella di Davide, che piange sulla lira gli oltraggi fatti a Gesù Cristo e la morte del suo Signore e Figlio di Dio: quella di Geremia, che agguagliando i lamenti ai dolori, canta le ruine di Gerusalemme e i tormenti dell’augusta Vittima; quella della Chiesa, i cui teneri accenti chiamano i suoi figli alla penitenza: Gerusalemme, Gerusalemme, convertiti al Signore Dio tuo; e finalmente quella delle sante donne, che aveano seguito Gesù dalla Galilea, e che piangevano dietro a Lui mentre saliva il Calvario. Il loro viaggio, le loro lacrime, e le loro grida ci vengono rappresentate dai due chierici che cantano e inginocchioni, e andando, quei kyrie eleison, intramezzati dai responsi e da lamentevoli sospiri. – Non vi è né capo, né pastore per presedere all’ufizio di questi tre giorni; poiché sta scritto: Percoterò il pastore e le pecorelle della mandra saranno disperse. L’ufizio è seguito da un rumore confuso, che ci richiama alla mente la venuta e lo scompiglio tumultuoso della coorte che armata di bastoni, e condotta da Giuda s’inoltre nottetempo ad arrestare il divin Salvatore nell’Oliveto.

IL COMBATTIMENTO SPIRITUALE (9)

IL COMBATTIMENTO SPIRITUALE (9)

[P. Lorenzo SCUPOLI, presso G. A. Pezzana, Venezia – 1767)

Dell’Orazione.

CAP. XLIV

Se la diffidenza di noi stessi, la confidenza in Dio, e l’esercizio sono in questo combattimento tanto necessari, quanto si è dimostrato sin qui, sopra tutto è necessaria l’orazione (ch’è la quarta cosa, ed arma proposta di sopra) con la quale non pure le dette cose, ma ogni altro bene possiamo da Dio Signor nostro conseguire. – Perché l’orazione è strumento per ottenere tutte le grazie, che da quel divino fonte di bontà e d’amore piovono sopra di noi. Con l’orazione (se te ne servirai bene) porrai la spada in mano a Dio perché combatta e vinca per te. E per servirtene bene, fa bisogno che tu sia abituata, o che ti affatichi per esservi nelle seguenti cose. Prima, che in te viva sempre un deriderlo vero di servire in tutto a Sua Divina Maestà, e nel modo che a Lui più aggradisce. Per accenderti di quello desiderio, considera bene: Che Iddio per le sue soprammirabili eccellenze, bontà, maestà, sapienza, bellezza, ed altre sue infinite perfezioni, è sopradegnissimo d’essere servito, ed onorato. Ch’egli per Servire a te, ha penato e faticato trentatré anni, e le tue fetide piaghe, avvelenate dalla malignità del peccato, ha medicate e sanate, non con olio, vino, e stracci di panno, ma con il prezioso liquore, che uscì dalle sue sacratissime vene, e con le sue carni purissime lacerato da flagelli, spine e chiodi. E pensa, oltre ciò,  quanto importa questo servigio, poiché ne veniamo a farci padroni di noi stessi, superiori al demonio, e figliuoli dell’istesso Dio. – Secondo ha da esser in te una viva fede e confidenza, che il Signore ti voglia dare tutto ciò che ti bisogna per suo servigio e tuo bene. Questa Santa confidenza è il vaso che la misericordia divina riempie dei tesori delle sue grazie, il quale sarà più grande e più capace, tanto più ricca tornerà l’orazione del nostro seno. E come potrà mancare l’immutabile onnipotente Signore di farci partecipi dei doni suoi, avendoci Egli stesso comandato, che li domandiamo, e promettendoci anche lo Spirito suo, se con fede e perseveranza lo richiederemo? – Terzo, che tu ti accosti ad orare con l’intenzione di volere la volontà divina sola e non la tua, così nel domandare, come nell’ottenere quello che domandi, cioè, che tu ti muova ad orare, perché Iddio lo vuole, e che desideri essere esaudita, in quanto Egli pure così voglia. Insomma l’intenzione tua dev’essere di congiungere la volontà tua con la divina, e non di tirare alla tua quella di Dio. E questo, perché essendo la tua volontà infetta e guasta dall’amor proprio, bene spesso erra, né fa quello quello che domanda, ma la divina è sempre congiunta con la bontà ineffabile, nè può errare giammai. Ond’ella è regola e regina di tutte le altre volontà, e merita e vuole da tutte essere seguita ed ubbidita. – E perciò si hanno da domandare sempre cose conformi al divino piacimento, e dubitando che alcuna tale non sia, la domanderai con condizione di volerla, se vuole il Signore che tu l’abbia. E quelle che sai certo che gli piacciono, come sono le virtù, le richiederai più per soddisfare e servire a Lui, che per altro qualunque fine o rispetto, ancorché spirituale. – Quarto, che tu all’orazione vada ornata d’opere corrispondenti alle domande, e che dopo l’orazione vieppiù ti affatichi per farti capace della grazia e virtù, che desideri. Perché l’esercizio dell’orare ha da essere talmente accompagnato con l’esercizio di superare noi stessi, che tutto in giro vada seguitando l’altro, perché altrimenti il domandare alcuna virtù, e non adoprarsi per averla, sarebbe piuttosto un tentare Dio, che altro. – Quinto, che alle domande precedano lo più i ringraziamenti per i benefici ricevuti a questo o somigliante modo: Signor mio, che per la tua Bontà mi hai creata, e redenta, e tante innumerabili volte che io stessa non sono, liberata dalle mani dei miei nemici, soccorrimi al presente, né  mi negare quello che io ti chiedo, benché io a te sia stata sempre ribelle, ed ingrata. E se sei per domandare alcuna particolare virtù, ed hai alle mani qualche cosa contraria per esercitarmi in quella, non ti scordare di rendergli grazie dell’occasione che n’ha dato, che questo è pure non piccolo suo benefizio. Sesto, perché l’orazione prenda la sua forza e possanza di piegare Dio ai nostri desideri dalla naturale bontà, e misericordia di Lui, dalli meriti della vita, e passione del suo unigenito Figliuolo, e dalla promessa, ch’Egli ci ha fatto di esaudirci, conchiuderai le tue domande con una, o più delle seguenti particelle: Concedimi Signore, questa grazia, per la tua somma pietà; possano presso di te i  meriti del tuo Figliuolo impetrarmi quello ch’io ti chiedo, ricordati Iddio mio delle tue promesse, ed inchinati ai prieghi miei. – Ed altre volte domanderai ancora grazie per i meriti di Maria Vergine e di altri Santi, i quali possono molto appresso Dio e molto sono da Lui onorati, perché in questa vita onorano la sua Divina Maestà. – Settimo, fa bisogno, che tu  continui perseverantemente nell’orazione, perchè l’umile perseveranza vince l’invincibile, che se assiduità, ed importunità della vedova evangelica inchinò alle sue richieste il giudice colmo d’ogni malvagita [Luc. XVIII], come non avrà forza di trarre ai pieghi nostri, la stessa pienezza di tutt’i beni? Onde ancorché dopo l’orazione il Signore tardasse a venire ed esaudirti, anzi ne mostrasse contrari segni, seguita pure orando e tenendo ferma e viva la confidenza del suo aiuto, poiché in Lui non mancano mai, anzi sovrabbondano con infinita misura tutte quelle cose che, per fare altrui grazie sono necessarie. – Onde, se il difetto non è dal tuo canto, sta pur sicura di dover ottenere sempre tutto ciò che domanderai  o altro che ti sia più utile, oppure quello e questo insieme. E quanto più ti paresse d’esser ributtata, tanto più avvilisciti negli occhi tuoi, e considerando i tuoi demeriti, col pensiero fermo nella divina pietà, aumenta sempre in lei la tua confidenza, la quale mantenendosi viva e salda, quanto sarà più combattuta, tanto più piacerà al Signor nostro. – Rendigli poi sempre grazie, riconoscendolo per buono, sapiente ed amoroso, niente meno, quando alcune cose ti sono negate, che se concesse ti fossero, restando in qualunque avvenimento stabile, ed allegra nell’umile sottomissione alla divina provvidenza.

Che cosa sia Orazione mentale.

CAP. XLV

L’orazione mentale è una elevazione di mente a Dio, con attuale o virtuale domanda di quello che desidera. L’attuale si fa, quando con parole mentali si domanda la grazia con questo, o somigliante modo: Signore Dio mio, concedimi questa grazia ad onore tuo; ovvero così: Signor mio, io credo che ti piaccia, e che sia tua gloria, che ti domandi, ed abbi questa grazia: compisci dunque ormai in me il divino compiacimento. E quando sei in fatti dai nemici combattuta, orerai in questo modo: Sii presto, Dio mio, ad aiutarmi, perché non ceda ai nemici. Oppure, Dio mio, rifugio mio, fortezza dell’anima mia, soccorrimi presto, perché non cada. E continuando la battaglia, continua tu ancora questo modo di orare, sempre virilmente resistendo, a chi contro di te combatte. – Finita, che sarà poi l’asprezza della guerra, rivolta al tuo Signore, presentagli innanzi il nemico che ti ha combattuta, e la tua fiacchezza a resistergli, dicendo: Ecco, o Signore la creatura delle mani dalla tua bontà, col tuo Sangue ricomperata. Ecco l’inimico, che tenta di levarla da te e divorarla. A te, Signor mio, ricorro, in te solo confido che sei onnipotente e buono,  e vedi la mia impotenza e la prontezza a farmeli senza il tuo aiuto volontariamente soggetta, Aiutami dunque, speranza mia, e fortezza dell’anima mia. Virtuale domanda s’intende quando si alza la mente a Dio per ottenere alcuna grazia, mostrandogli il bisogno senz’altro dire o discorrere. – Come, quando io levo la mente a Dio, e quivi alla presenza sua mi conosco impotente a difendermi dal male, e fare il bene, ed acceso di desiderio di servirlo umilmente, e con fede aspettando il soccorso suo, miro, e rimiro esso Signore. Questo così fatto conoscimento, acceso di desiderio, o fede innanzi a Dio è una orazione, che in virtù domanda quello che mi bisogna, e quanto più il detto conoscimento sarà chiaro, e sincero, il detto desiderio acceso, e viva la fede, tanto più efficacemente domanderà. – Vi è anco un’altra sorte di orazione virtuale più ristretta, che si fa con un semplice sguardo della mente a Dio, affine che ci soccorra, il quale sguardo non è altro che un tacito ricordo, e domanda di quella grazia che per l’innanzi avevamo domandata. E fa, che apprendi bene questa sorte di orazione, e te la faccia famigliare, perché (come l’esperienza ti mostrerà) è un’arma che facilmente in ogni occasione e luogo puoi avere alle mani, ed è di più valore, e giovamento ch’io ne sappia dire.

Dell’Orazione per via di Meditazione.

CAP. XLVI

Volendo orare per qualche spazio di tempo, come di mezz’ora, oppure di un’ora intera, e più, all’orazione aggiungerai la meditazione della vita e passione di Gesù Cristo, applicando sempre le azioni sue a quella virtù che desideri. Come se desideri d’ottenere grazia della virtù della pazienza, prenderai per avventura a meditare alcuni punti di mistero della flagellazione. – Primo. Come dopo l’ordine dato da Pilato, il Signore fu con gridi e scherni trascinato dai ministri della malvagità al luogo deputato per flagellarlo. – Secondo. Come fu da essi con frettolosa rabbia svestito, e ne restarono tutte scoperte, e nude le sue carni purissime. – Terzo. Come le sue innocenti mani con dura fune furono legate alla colonna. – Quarto. Come fu il suo corpo tutto lacerato e stracciato dai flagelli, onde corsero fino a terra i rivi del suo sangue divino. Quinto. Come aggiungendosi percosse a percosse in uno stesso luogo, si esacerbarono sempre più le piaghe già fatte. Così avendoti proposti, per acquistare la pazienza, questi o simili punti da meditare, applicherai prima i sensi a sentire più vivamente che potrai le amarissime angosce e pene acerbe, che in ciascuna parte del suo Sacratissimo Corpo, ed in tutte insieme, il tuo caro Signore sosteneva. Quindi passerai all’Anima sua santissima, penetrando, quanto si può, la pazienza e mansuetudine, con la quale tollerava tante afflizioni, non saziando però mai la fame di patire per onore del Padre e nostro beneficio, maggiori e più atroci tormenti. Miralo poi acceso d’un vivo desiderio, che tu voglia comportare il tuo travaglio, e vedi come ancora rivolto al Padre prega per te, che si degni farti la grazia di portar pazientemente la Croce, che allora ti crucia, e qualunque altra. Onde tu piegando più volte la volontà a voler tollerate il tutto con animo paziente, voglia poi la mente al Padre, e ringraziandolo prima, che per sua pura carità ha mandato al mondo il suo Unigenito Figliuolo a sopportare tanti aspri tormenti ed a pregare per te, domandagli poi la virtù della pazienza in virtù delle opere, e preghi del suo Figliuolo.

Di un altro modo d’orare per via di meditazione.

CAP. XLVII

Potrai anco in un altro modo orare e meditare, poiché avrai attentamente considerate le afflizioni del Signore, e col pensiero veduta la prontezza dell’animo con che le sosteneva; dalla grandezza dei suoi travagli, e dalla sua pazienza passerai a due altre considerazioni. L’una del merito suo. L’altra del contento e della gloria del Padre etemo, per la perfetta ubbidienza del suo appassionato Figliuolo. Le quali due cose rapprefentando a sua Divina Maestà, domanderai, in virtù loro, la grazia che desideri. E ciò potrai fare non pure in ciascun mistero della passione del Signore, ma in ogni atto particolare, interiore, ed esteriore, che Egli faceva in ciascun Mistero.

Di un modo d’orare col mezzodi Maria Vergine.

CAP. XLVIII

Oltre i sopraddetti vi è un altro modo di meditare, ed è col mezzo di Maria Vergine, rivoltando la mente prima all’eterno Iddio, poi al dolce Gesù, ed ultimamente ad Ella gloriosissima Madre. A Dio rivolta, considera due cose: l’una sono i diletti, ch’Egli ab æterno di te stesso considerato in Maria prendeva, avanti ch’Ella avesse l’esser fuori del niente. L’altra le virtù ed azioni di Lei, poiché fu prodotta al mondo. – I diletti cosi li mediterai. Sollevati in alto col pensiero sopra ogni tempo, e sopra ogni creatura, ed entrata nell’istessa eternità e mente di Dio, confiderà le delizie, che di se stesso prendeva in Maria Vergine, e tra questi diletti trovato esso Dio, in virtù loro domanda sicuramente grazia e forza per la distruzione dei tuoi nemici, e particolarmente di quello che ti combatte allora. – Passando poi alla considerazione delle tante e così singolari virtù ed azioni in Ella Madre santissima, ed appresentandole quando tutte insieme, quando alcuna d’esse a Dio, in virtù di quelle chiedi alla sua infinita bontà ogni tuo bisogno. – Al Figliuolo poi rivolgendo la mente, gli ridurrai a memoria il vergineo Ventre che nove mesi lo portò; la riverenza con cui, dopo che fu nato, la Verginella l’adorò, e riconobbe per vero uomo e vero Dio, Figliuolo, e Creatore suo. Gli occhi pietosi che lo mirarono tanto povero, le braccia che lo raccolsero, le care labbra che lo baciarono; il latte che lo nutrì e le fatiche ed angosce, che in vita ed in morte sostenne per Lui. Per virtù delle quali cose, farai al Divino Figliuolo dolce violenza, perché ci esaudisca. – Rivolta unitamente alla Ss. Vergine, ricordale, che dall’eterna provvidenza e bontà è stata eletta per Madre di grazia e di pietà, ed Avvocata nostra. Onde non abbiamo, dopo il suo benedetto Figliuolo, più sicuro e potente ricorso, che a Lei. Di più ricordale quella verità, che di Lei si scrive, e si ha per tanti e tanti effetti miracolosi, che mai nessuno con fede la invocò, che non gli abbia pietosamente risposto. – Finalmente le porrai davanti i travagli del suo unico Figliuolo, che per la nostra salute tollerò, pregandola, che t’impetri grazia da Lui, perché a gloria e contento suo, in te abbiano quell’effetto per lo quale Egli li sostenne.

Di alcune considerazioni,perché con fede e confidenzasi ricorra a Maria Vergine.

CAP. XLIX

Volendo tu ricorrere a Maria Vergine con fede e confidenza in ogni tuo bisogno, potrai conseguirla dalle seguenti considerazioni. – Primo. Già si sa per esperienza, che tutti quelli vasi, ove è stato del muschio, o qualche liquore prezioso, ritengono seco, benché più non vi sia, del suo odore, e tanto più, quanto più spazio di tempo vi farà stato e molto più, se ancora in qualche modo ve ne fosse rimasto; eppure il muschio è di virtù limitata e finita, e così ogni prezioso liquore. Come anco quel che sta vicino ad un gran fuoco, ritiene per molto tempo il calore, ancorché dal fuoco si allontani. Essendo questo vero di che fuoco di carità, di che sensi di misericordia, e di pietà, diremo noi, che le Viscere di Maria Vergine siano abbruciate e piene? che nove mesi ha Ella tenuto nel suo vergineo ventre, e sempre tiene nel petto e nell’amore il Figliuolo di Dio, che la stessa carità, misericordia e pietà, non già di virtù finita e limitata, ma d’infinita, e senza termine alcuno. Talché, siccome si accosta ad un gran fuoco, non può non ricevere del focolare, così molto più, ogni bisognoso che con umiltà e fede si avvicinerà al fuoco di carità, di misericordia e di pietà, che sempre arde nel petto di Maria Vergine, ne riceverà aiuti, favori, e grazie, e tanto più, quanto più spesso e con maggior fede e confidenza vi si accetterà. – Secondo. Niuna creatura amò giammai tanto Gesù Cristo, né tanto fu conforme alla volontà di Esso, quanto la Madre sua santissima. Se dunque l’istesso Figliuolo di Dio, che tutta la vita sua, e tutto se stesso ha speso per li bisogni di noi peccatori, ci ha dato la Madre sua per nostra Madre ed Avvocata, affine che ci aiuti e sia, dopo di Lui, mezzo della salute nostra; in qual modo potrà mai essa Madre, ed Avvocata nostra mancarci, e diventare ribelle alla volontà del Figlio? Ricorri pure figliuola con confidenza in ogni tuo bisogno alla Ss. Madre Maria Vergine, perché ricca e beata è questa confidenza, e sicuro è rifugio a Lei, poiché partorisce tuttavia grazie, e misericordie.

Di un modo di meditare, ed orareper mezzo degli Angioli, edi tutti i Beati.

CAP. L

Per servirti in ciò dell’ aiuto, e favore degli Angioli, e dei Santi del Cielo, potrai tenere due modi. – L’uno è, che ti rivolti al Padre eterno, e gli presenti l’amore e le lodi, con cui è esaltato da tutta la Corte celestiale, e le fatiche e pene, che i Santi hanno sofferto in terra per suo amore, ed in virtù di quelle cose, tu domandi alla Sua Divina Maestà tutto ciò, che ti fa bisogno. – L’altro è, che tu ricorra ad essi gloriosi Spiriti, come a quelli, che non pure bramano la nostra perfezione, ma che in più alto luogo di essi siamo collocati, chiedendo il soccorso loro contro tutti i vizi e nemici tuoi, ed anco per la tua difesa nel punto della morte. Ed alcuna volta ti metterai a considerare le molte grazie e singolari che hanno ricevute dal sommo Creatore, eccitando in te verso loro un vivo affetto d’amore, ed allegrezze perché sono ricchi di tanti doni come se tuoi propri fossero. Anzi ti rallegrerai, se possibile sia, più ch’essi, che loro e non tu, li abbiano, poiché tale fu la volontà di Dio, il quale perciò ne sia lodato, e ringraziato. – E per fare questo esercizio con ordine e facilità, potrai dividere le schiere dei Beati per li giorni della settimana in questa maniera. – La Domenica prenderai li nove Cori Angelici.

Il Lunedi S. Giambattista.

Il Martedì i Patriarchi e i Profeti.

Il Mercoledì gli Apostoli.

Il Giovedì i Martiri.

Il Venerdì i Pontefici cogli altri Santi.

Il Sabato le Vergini con le altre Sante.

Ma non lasciar mai per ciascun giorno di ricorrere spesso a Maria Vergine, Regina di tutti i Santi, all’Angiolo tuo Custode, a S. Michele Arcangelo, ed a tutti i tuoi Santi  Avvocati. Ed ogni giorno prega Maria Vergine, il Figliuolo suo ed il celeste Padre, che ti concedano tanta grazia di darti per principale Avvocato e Protettore, S. Giuseppe, sposo di Ella Vergine, ricorrendo poi ad esso Santo con prieghi e confidenza, che ti riceva sotto la sua protezione. Si narrano molte cose di questo glorioso Santo, e molti favori che da esso hanno ricevuti tutti quelli che l’hanno avuto in riverenza, e sono ricorri a lui, non solamente ne’ bisogni spirituali, ma temporali ancora, e particolarmente nell’indirizzare i devoti nel modo di ben meditare ed orare. Che se degli altri Santi tiene tanto conto Iddio, perché fra noi vivendo gli resero ubbidienza ed onore, quanto dobbiamo credere che da Lui sia stimato, ed appresso di Lui vagliano i preghi di questo umilissimo e felicissimo Santo, il quale dall’istesso Dio in terra fu onorato talmente, che volle a lui soggettarsi e come Padre ubbidirlo, e servirlo?

IL COMBATTIMENTO SPIRITUALE (8)

IL COMBATTIMENTO SPIRITUALE (8)

[P. Lorenzo SCUPOLI, presso G. A. Pezzana, Venezia – 1767)

Che dovendosi sempre continuare nell’esercizio della virtù, non si debbono fuggire le occasioni che per acquistarle ci si presentano.

CAP. XXXVII

Abbiamo veduto assai chiaramente, che nel viaggio che tende alla perfezione, ci conviene camminare sempre avanti, senza fermarci. Per far questo, stiamo bene avvertiti e vigilanti a non lasciarci uscire dalle mani qualunque occasione, che per acquistar le virtù, ci si presenta. Onde male l’intendono  quelli, che si allontanano quanto possono dalle cose contrarie, che a questo effetto potrebbero servire. Che se desideri (per non partirmi dal solito esempio) acquistare l’abito della pazienza, è bene che ti ritiri da quelle persone, azioni, e pensieri che ti muovono all’impazienza. E perciò non hai da toglierti da alcune pratiche, perché ti siano moleste, ma conversando, e trattando con qual si sia, che ti apporti noia, tieni sempre disposta, e pronta la volontà per tollerare qualunque cosa rincrescevole e di disgusto, che te ne possa venire, perché altrimenti facendo, non ti avvezzerai mai alla pazienza. – Così parimente se una operazione ti reca fastidio, o per se stessa o per chi te l’ha imporra, o perché ti svia dal far altro che più ti aggradirebbe, non restare perciò d’imprenderla e continuarla, ancorché te ne sentissi inquieta, e lasciandola te ne potessi trovare quiete, perciocché così non impareresti mai a patire, e la tua sarebbe vera quiete non producendo da animo purgato da passione ed ornato di virtù. Il medesimo ti dico dei pensieri, che alcuna volta travagliano e disturbano la tua mente, perché non hai da scacciarli in tutto da te, poiché con la pena che ti danno, ti vengono insieme a servire per assuefarti alla tolleranza delle cose contrarie.- E chi altrimenti ti dice, piuttosto ti insegna a fuggire il travaglio che ne senti, che a conseguire la virtù che desideri. È ben vero che conviene, massimamente al novello soldato, traccheggiare e schermirti nelle dette occasioni con avvertenza e destrezza, ora affrontandole, ora scansandole, secondo che più o meno va acquistando virtù e forza di spirito. Ma non si deve però mai in tutto voltare le spalle e ritirarsi di maniera, che affatto che ne lasci addietro ogni occasione dì contrarietà, perché se per allora ci salvassimo dal pericolo di cadere, staremmo per l’avvenire con maggior rischio esposti ai colpi dell’impazienza non essendosi prima armati e fatti forti con l’uso della virtù contraria. Questi ricordi però non hanno luogo nel vizio della carne, di che abbiamo già trattato particolarmente.

Che si debbono avere care tutte leoccasioni di combattere per l’acquisto delle virtù, e più quelle che portano più difficoltà.

CAP. XXXVIII

Non mi contento figliuola, che tu non schivi l’occasioni che ti si fanno incontro per l’acquisto delle virtù, ma voglio che, come cosa di gran valore e stima, siano alcuna volta da te cercate ed abbracciate sempre lietamente subito che compariscono, e quelle che tu reputi più preziose e care, e che al tuo senso sono più dispiacevoli. Questo ti verrà fatto col divino aiuto, se ti imprimerai bene nella mente le seguenti considerazioni. L’una è che l’occasioni sono proporzionati, anzi necessari per acquistar le virtù. Onde quando tu domandi quelle al Signore, conseguentemente domandi quelli ancora: altrimenti la tua orazione sarebbe vana, e verresti a contraddire a te stessa, ed a tentare Dio, poiché Egli ordinariamente non dà la pazienza senza le tribolazioni, né senza dispregi di umiltà. E così di tutte le altre virtù dire si puote, le quali non vi è dubbio che si conseguano col mezzo degli avvenimenti contrari che ci portano tanto maggior aiuto per questo effetto, che ci hanno da essere perciò tanto più cari e graditi, quanto sono più travagliosi; perché gli atti che noi facciamo in casi tali, sono più generosi e forti, e più agevolmente e più presto ci aprono la strada alla virtù. Sono però da stimare e da non lasciare senza il suo esercizio, anco le minime occasioni, come di uno sguardo, o parola contro la nostra volontà, poiché gli atti che vi si fanno, sono più frequenti, benché manco intesi, che quelli che sono da noi prodotti nelle difficoltà importanti. – L’altra considerazione (che ho anco toccato di sopra) si è che tutte le cose, che ci occorrono, venga da Dio per nostro benefizio e perché noi ne caviamo frutto. E quantunque di queste, alcune, che sono nostri mancamenti, o d’altri (come pure dicemmo in altro luogo) non si può dire che siano da Dio, che non vuole il peccato, sono però da Dio in quanto Egli le permette, e potendo impedirle, non le impedisce; ma tutte le afflizioni e pene che ci avvengono, o per nostri difetti, o per malignità d’altri, sono e da Dio, e di Dio, poiché Egli in queste  concorre, e ciò che non vorrebbe, che si facesse, perché contiene deformità odiosa sopra modo ai suoi  purissimi occhi, vuole che si patisca per quel bene di virtù, che noi trarre ne possiamo, e per altre giuste cagioni a noi occulte. Laonde essendo noi più che certi che vuole il Signore, che sosteniamo volentieri qualunque molestia ci venga dalle altrui, o anco dalle ingiuste operazioni, il dire (per una cosi fatta scusa della loro impazienza dicono molti) che non vuole, anzi abborrisce le cose mal fatte, non è altro che con un vano preteso coprire la propria colpa, e rifiutare la Croce che non possiamo negare, che gli piace che noi portiamo. Anzi dico di più, che pareggiato il resto, il Signore ama più in noi la tolleranza di quelle pene, che derivano  dall’iniquità degli uomini (massimamente se sono stati prima serviti e beneficati) che le molestie che procedono da altri travagliosi accidenti, sì perché ordinariamente più in quelle che in questi la superba natura si reprime, sì ancora perché soffrendole noi volentieri, veniamo a contentare ed esaltare sopra modo il nostro Dio cooperando con Lui in cosa dove riluce sommamente la sua ineffabile bontà ed onnipotenza, che è dal veleno pestifero della malizia, e del peccato cavare prezioso, e saporito frutto di virtù e di bene. – Perciò sappi, figliuola, che non sì tosto scopre il Signore in noi vivo desiderio di farla da vero e di attendere, come si deve a sì glorioso acquisto, che Egli ci apparecchia il calice delle più forti tentazioni, ed occasioni più dure che siano, perché lo prendiamo a suo tempo, e noi come riconoscitori dell’amor suo, e del proprio nostro bene, dobbiamo a chiusi occhi riceverlo volentieri, e fino al fondo scoperto beverlo tutto sicuramente e prontamente, poiché è medicina composta da mano che non può errare, d’ingredienti, tanto più giovevoli all’anima, quanto in se stessi sono più amari.

Come di diverse occasioni dobbiamo valerci per esercizio di una stessa virtù.

CAP. XXXIX

Si è veduto di sopra, come per qualche tempo sia più fruttuoso l’esercizio d’una sola virtù, che di molte insieme, e che secondo quella, si hanno da regolare le occasioni che s’incontrano, benché fra loro diverse. Ora attendi, come ciò si possa eseguire assai facilmente. – Occorrerà in un istesso giorno ed anco in un’istessa ora, che siamo ripresi di un’azione, che però sia buona, o che per altro si mormori di noi; che ci sia duramente negata alcuna grazia da noi richiesta, o qualsivoglia ben piccola coserella che sia sospettato male di noi senza cagione che ci sopravvenga alcun corporale dolore, che ci sia imposto alcun affaretto noioso, che ci sia portata una vivanda mal condita , o altre cose più importanti e dure a tollerare ci avvengano, delle quali è piena la miserabile umana vita. Nella varietà di quelli, o simili accidenti, ancora che si possano produrre diversi atti di virtù, nondimeno volendo tenere la mostrata regola, ci andremo esercitando con atti conformi tutti alla virtù che allora avremo alle mani, come per esempio. Se nel tempo, che verranno le dette occasioni ci eserciteremo nella pazienza, produrremo atti di sopportarle tutte volentieri e con allegrezza di animo. Se il nostro esercizio sarà d’umiltà, ci conosceremo in tutte quelle contrarietà di ogni male degni. – Se d’ubbidienza, ci sottoporremo prontamente alla mano potentissima di Dio, e per suo contento (poiché Egli così vuole) alle creature ragionevoli, ed anche inanimate, dalle quali ci vengono questi disgusti. Se di povertà, ci contenteremo d’essere spogliati e privi d’ogni consolazione, grande o piccola di questo mondo. Se di carità, produrremo atti di amore, e verso il prossimo nostro, come strumento del bene che possiamo acquistare, e verso il Signore Dio, come principale ed amorosa cagione da cui procedono, o sono permessi quegli incomodi per nostro esercizio e spirituale profitto. E da questo, che diciamo intorno ai diversi accidenti, che possono avvenire per ciascun giorno, si comprende insieme, come in una sola occasione d’infermità o d’altro travaglio, che continuasse lungamente, possiamo andar facendo atti di quella virtù, in cui allora ci esercitiamo.

Del tempo, che si ha da porre nell’esercizio di ciascuna virtù, e dei segni del nostro profitto.

CAP. XL

Quanto al tempo, nel quale si abbia da continuare nell’esercizio di ciascuna virtù, a me non sta a determinarlo: poiché ciò si ha da regolare dallo stato e bisogno dei particolari, dal progresso che si va facendo nella via dello spirito, e dal giudizio di chi per quella ci guida. Ma se con quei modi e sollecitudini, che detto abbiamo, vi si attendesse davvero, non è dubbio che in non molte settimane si profitterebbe più che molto. Segno d’aver fatto profitto nella virtù è, quando nell’aridità, e fra le tenebre ed angustie dell’anima, e la sottrazione dei gusti spirituali, saldamente si va continuando nei virtuosi esercizi. Di ciò ne darà anco assai chiaro indizio il contrasto, che nel produrre gli atti della virtù, farà la sensualità; ché quanto questa andrà perdendo di forze, tanto in quella sarà da stimare l’avere avanzato. Onde non sentendosi contraddizione e ribellione nella parte sensuale ed inferiore, massimamente fra gli assalti subiti ed improvvisi, sarà quello segno d’avere già conseguita la virtù. – E quanto più gli atti nostri saranno accompagnati da maggiore prontezza ed allegrezza di spirito, tanto più potremo pensare d’avere profittato in questo esercizio. Si avverta però, che non dobbiamo mai darci ad intendere come per cosa certa di essere possessori delle virtù, e vittoriosi affatto di alcuna nostra passione, ancora che dopo molto tempo, e molte battaglie non avessimo sentito i moti suoi, che qui può ancora avere luogo l’astuzia ed operazione del demonio, ed ingannevole nostra natura, onde alle volte quello è vizio, che per occulta superbia pare virtù. Oltre che, se miriamo alla perfezione alla quale ci chiama Iddio, per molto cammino che avessimo fatto nella via delle virtù, non avremmo da persuaderci d’essere pure entrati nei suoi primi confini. – Perciò tu, come novella guerriera, e quasi bambina pure allora nata per combattere, ripiglia sempre, come da principio, i tuoi esercizi quasi che nulla addietro avessi operato. – E ti ricordo figliuola, che tu attenda piuttosto a camminare avanti nelle virtù, che a fare scrutinio del proprio profitto, perché il Signore Iddio, vero e solo scrutatore dei nostri cuori, ad alcuni ciò fa conoscere, ad alcuni no, secondo che vede che a tale cognizione sia per seguirne o umiliazione, o superbia, e come Padre amorevole agli uni leva il pericolo, e agli altri porge occasione d’accrescimento di virtù. E perciò, ancorché l’anima non si avveda del suo progresso, seguiti pure negli esercizi suoi, che lo vedrà, quando piacerà al Signore, che per maggior suo bene lo veda.

Che non dobbiamo lasciarci prendere la voglia d’esser liberi dai travagli, che sostentiamo pazientemente, e del modo dì regolare  tutti i nostri desideri,acciò siano virtuosi.

CAP. XLI

Quando tu ti ritrovi in qualunque cosa penosa, che sia, e la sostieni con animo paziente, sta avvertita di non lasciarti mai persuadere dal demonio, e dal tuo proprio amore di desiderarne la liberazione, perché da ciò ti verrebbero due principali danni. L’uno è, che se questo desiderio non ti togliesse per allora la virtù della pazienza, almeno a poco a poco ci anderebbe disponendo all’impazienza. – L’altro è che la tua pazienza si renderebbe difettosa, e sarebbe ricompensata da Dio solamente per quello spazio di tempo che tu patissi, laddove se non averli desiderato la liberazione, ma del tutto ti fossi rimessa alla sua divina bontà, benché in effetto il tuo patire fosse stato di un’ora sola, ed anche meno, il Signore l’avrebbe riconosciuto per servigio di lunghissimo tempo. Perlochè in quella e in tutte le cose, abbi per regola universale, di tenere i tuoi desideri così lontani da ogni altro oggetto, che mirino puramente e semplicemente nel suo vero ed unico scopo, ch’è il volere di Dio, che di questo modo saranno giusti e retti, e tu in qualunque contrario avvenimento, starai non pure quieta, ma contenta, poiché non potendo occorrere alcuna cosa senza la superna volontà, volendo tu quella, verrai a volere  insieme e avere tutto ciò che desideri e succede in ogni tempo. – Questo, che non s’intende nei peccati d’altri, o tuoi, poiché Dio non li vuole, ha luogo in ogni male di pena, che da quelli, o d’altronde ne venisse, quantanque ella fosse tanto violenta e penetrasse così dentro che, toccando il fondo del cuore, andasse seccando le radici della vita naturale, che questa è pure croce con cui piace a Dio di favorire talora i suoi amici più intimi e cari. – E ciò ch’io dico della sofferenza che hai d’avere in ogni caso, intendilo, quanto a quella parte di ciascun travaglio, che ne rimane, ed è di contento al Signore, che sosteniamo, dopo che faranno stati da noi usati i leciti mezzi per liberarcene. E questi pur anche si debbono regolare dalla disposizione e volontà di Dio che li ha ordinati, alfine che ce ne serviamo, perché Egli così vuole e non con l’attacco di noi stessi, né perchè amiamo e desideriamo la liberazione delle cose moleste, più di quello appunto, che è di suo servizio e piacimento.

Del modo di opporsi al demonio mentre cerca d’ingannarci conla indiscrezione.

CAP. XLII

Quando il sagace demonio si avvede che, con vivi e ben ordinati desideri, camminiamo dirittamente per la via delle virtù, onde con aperti inganni non può tirarci dalla sua si trasfigura in Angelo di luce, e con amichevoli pensieri e sentenze della Scrittura, ed esempi dei Santi, importunamente ci sollecita a camminare indiscretamente nel colmo della perfezione, per farne poi cadere in precipizio. Onde ci conforta a castigare aspramente il corpo con discipline, astinenze, cilici, ed altre somiglianti afflizioni, acciocché, o insuperbiamo, parendoci (come alle donne particolarmente occorre) di fare cose grandi, o perché sopravvenendoci qualche infermità, diventiamo inabili all’opere buone, oppure alfine, che per troppa fatica e pena ci vengano a noia ed abborrimento gli esercizi spirituali, e così a poco a poco, intiepiditi nel bene, con maggior avidità che prima, ci diamo poi in preda ai terreni diletti e passatempi, il che è avvenuto a molti che, seguendo con presunzione di spirito l’impeto di un indiscreto zelo, trapassata con immoderati patimenti esteriori la misura della propria virtù, sono periti nelle loro invenzioni, e fatti in derisione ai maligni demoni. Il che non sarebbe loro succeduto se avessero bene considerate le cose dette, e che a quella forte di atti penosi, ancorché siano lodevoli ed apportino frutto, dove siano forze corporali ed umiltà di spirito corrispondenti, sia però bisogno di temperamento conforme alla qualità e natura di ciascuno. Ed a chi non può in quest’asprezza di vita travagliare con i Santi, non mancano altre occasioni, per imitare la vita loro con grandi ed efficaci desideri ed orazioni ferventi, aspirando alle più gloriose corone dei veri combattenti per Gesù Cristo, col dispregiare il mondo tutto, e se stesso ancora: col darsi al silenzio ed alla solitudine, coll’essere umile, e mansueti con tutti, col patire male, e far bene a chiunque gli è più contrario, e col guardarsi da ogni colpa, anche leggiera, che è cosa più grata a Dio, che non sono gli esercizi afflittivi del corpo, nei quali io do a te per consiglio d’esser piuttosto discretamente parca, per poterli accrescere bisognando, che con  certi eccessi porti a rischio di ridurti a termine di lasciarli: perché già io mi persuado, che tu non sia per inciampare nell’errore di alcuni, per altro tenuti Spirituali, che allettati ed ingannati dalla lusinghevole natura, sono troppo diligenti nel conservarle la loro salute corporale. E se ne mostrano tanto gelosi e ansiosi, che per un minimo che, stanno tempre in dubbio, ed in timore di perderla. E non è cosa, di che pensino più, e trattino più volentieri, che del governo in questa parte della vita loro: onde attendono di continuo a procurare cibi conformi più al gusto, che allo stomaco loro, il quale molte volte per soverchia delicatezza si viene ad infiacchire, il che mentre si fa sotto pretesto di poter meglio servire a Dio, non è altro che volere accordare insieme, senza prò niuno, anzi con danno dell’uno e dell’altro, due capitali nemici  che sono spirito e corpo, poiché con sì fatta sollecitudine a questo della sanità, e da quello si toglie della devozione. E perciò è più sicuro e giovevole per ogni rispetto, un certo modo di viver libero, non scompagnato però da quella discrezione che ho detto, avendo riguardo a diverse condizioni e complessioni, che tutte non soggiacciono ad una stessa regola. – Ed aggiunge che non pure nelle cose esteriori, ma anco nell’acquistare le virtù interiori, dobbiamo proceder con gualche moderazione, come si è dimostrato di sopra nell’acquisto delle virtù a grado a grado.

Quanto possa in noi la mala nostrainclinazione, e l’istigazione deldemonio per indurci a giudicaretemerariamente il prossimo, e del modo di far loro resistenza.

CAP. XLIII

Dal sopraddetto vizio della propria stima e riputazione, un altro ne nasce, che ci porta gravissimo danno, ed è il temerario giudizio, che facciamo deu prossimi nostri, onde veniamo a tenerli a vile, dispregiarli, ed abbassarli. Il qual difetto, siccome ha il suo nascimento dalla mala inclinazione e superbia: cosi è da lei fomentato, e nutrito volentieri, perché con essi insieme essa ancora si va aumentando, compiacendo, ed ingannando insensibilmente, poiché senza avvedercene, tanto più ci presumiamo d’innalzare noi stessi quanto più nell’opinione nostra, deprimiamo gli altri, parendoci di essere lontani da quelle imperfezioni che in essi ci diamo a credere, che siano. – Ed il sagace demonio, che scorge in noi cosi fatta pessima disposizione d’animo, di continuo stavigilante per aprirci gli occhi e tenerci svegliati, per vedere, esaminare ed ingrandire gli altrui mancamenti. Non si crede, non si conosce dalli trascurati, quanto egli si adopera, e studia per imprimere nelle nostre menti i piccioli difetti, non potendo i grandi, di questo e di quello. Però s’egli vigila ai tuoi danni, sia desta tu ancora, per non cadere nei lacci suoi, e subito, ch’egli ti appresenta davanti alcun fallo del prossimo tuo, prestamente ritira da quello il pensiero, e se pure ti senti muovere a farne giudizio, non ti lasciar condurre, e considera che a te non è stata data questa facoltà, il che, quando anco fosse, non ne potresti pur fare giudizio retto, trovandoti attorniata da mille passioni e purtroppo inchinata a pensar male, senza giusta cagione. – Ma per efficace rimedio di ciò, ti ricordo, che stia occupata con il pensiero nei bisogni del tuo cuore, che ogni ora più ti andrai avvedendo d’avere tanto da fare, e travagliare in te e per te, che non ti avanzerà tempo, né voglia di badare ai fatti altrui. Oltre, che attendendo a tal esercizio nel modo, che si conviene, verrai sempre più a purgare il tuo occhio interiore da quei mali amori onde procede questo pestifero vizio. – E sappi, che quando sinistramente pensi alcun male del fratello, qualche radice dell’istesso male è nel tuo cuore, il quale, secondo che si trova mal disposto, così riceva in sé ogni simile affetto che gli si fa incontro. Però quando ti cade in animo di giudicare altri di qualche difetto, sdegnata contro di te, come di quell’istesso colpevole, dirai nell’animo tuo, come stando in misera sepolta in questi e più gravi difetti, prenderò ardire di levare il capo per vedere e giudicare, quelli degli altri. E così l’armi che indirizzate contro d’altri, venivano a ferir te, adoprate contro di te, porteranno salute alle piaghe tue. Che se l’errore commesso è chiaro e manifesto, scusalo con affetto di pietà, e credi che in quel fratello vi siano delle virtù occulte, per guardia delle quali il Signore permette ch’egli cada, o abbia per qualche tempo quel difetto, perché si tenga più vile negli occhi suoi, e con l’esserne dispregiato dagli altri, ne cavi frutto d’umiliazione, e si faccia più grato a Dio e cosi il guadagno suo ne venga ad essere maggiore della perdita. – E se il peccato è non pure manifesto, ma grave, d’ostinato cuore, ricorri col pensiero ai tremendi giudizi di Dio, dove vedrai uomini ch’erano prima scelleratissimi, esser poi arrivati a segno di santità grande, ed altri dal più sublime stato di perfezione, al quale pareva che fossero pervenuti, esser caduti in miserabile precipizio. E perciò sta sempre in timore e tremore più che d’alcun altro di te medesima. E renditi certa, che tutto quel bene e contento che senti del prossimo tuo, è effetto dello Spirito Santo, ed ogni dispregio, temerario giudizio, ed amarezza contro di lui, viene dalla propria nostra malizia e da diabolica suggestione. Però se alcuna imperfezione d’altri avesse in te fatta impressione non ti acquietare mai, né dar sonno agli occhi tuoi, finché a tuo potere non te la levi dal cuore.

IL COMBATTIMENTO SPIRITUALE (7)

IL COMBATTIMENTO SPIRITUALE (7)

[P. Lorenzo SCUPOLI, presso G. A. Pezzana, Venezia – 1767)

Dell’ultimo assalto, ed inganno proposto di sopra con cui tenta il demonio perché le virtù acquistate ci siano occasione di rovina.

CAP. XXXII

L’Astuto e maligno serpente, non manca di tentarci con i suoi inganni, anco nelle virtù che abbiamo acquistate, perché ci siano occasione di rovina, mentre compiacendosi di quelle e di noi medesimi, veniamo a levarci in alto per cadere poi nel vizio della superbia e vanagloria. Per guardarti tu dunque da questo pericolo, combatti sempre, sedendo nel campo piano e sicuro, di un vero e profondo conoscimento che niente sei, niente sai, niente puoi, e niente altro hai che miserie e difetti, né altro meriti che l’eterna dannazione. E fermata e stabilita dentro i termini di questa verità, non ti lasciar mai trar fuori pure un puntino di qualsivoglia pensiero o cosa che ti avvenga, tenendo per certo che tutti siano tanti remici tuoi dai quali (se tu dessi nelle mani loro) ne rimarresti o morta o ferita. Per  esercitarti bene a correre nel suddetto campo della conoscenza vera della tua nullità, serviti di questa regola: “quante fiate volte ti rivolti alla considerazione di te stessa e dell’opere tue, considerati sempre con il tuo e non con quello che è di Dio e della sua grazia. E poi tale si stima quale col tuo ti ritrovi ad essere. Se consideri il tempo avanti che tu fossi, vedrai che in tutto questo abisso d’eternità, sei stata un puro niente, e che niente hai operato, né potuto operare, perché  avessi l’essere. In questo tempo poi, che tu hai l’essere per sola bontà di Dio, lasciando a Lui il suo (ch’è il continuo reggimento col quale ogni momento ti conserva) che altro sei col tuo, che parimente un niente? Peiché non v’è dubbio alcuno, che al tuo primo niente, da cui ti cavò la sua onnipotente mano, ne ritorneresti in un istante, s’Egli per un  solo minimo momento ti lasciasse. È cosa chiara dunque, che in questo essere naturale, stando col tuo, non hai ragione di stimarti, o  di volere da altri essere stimata. Quanto poi tocca al ben essere della grazia, ed all’operare il bene, la tua natura spogliata del divino aiuto, qual cosa buona e meritoria potrebbe ella mai fare da sé medesima? Che considerando dall’altra parte i tuoi molti falli passati, ed oltre a ciò il molto d’altro male, che da te sarebbe proceduto se Iddio con la sua pietosa mano non ti avesse tenuta, troverai che le tue iniquità per la moltiplicazione non pure dei giorni, e degli anni, ma anche negli atti ed abiti mali (poiché un vizio chiama, e tira seco l’altro), sarebbero giunte a numero infinito e tu ne saresti diventata un altro Lucifero infernale. – Onde non volendo tu essere ladra della bontà di Dio, ma starti sempre col tuo Signore, di giorno in giorno peggiore ti devi riputare. Ed avverti bene che questo giudizio che fai di te stessa, sia accompagnato dalla giustizia, perché  altrimenti ti sarebbe di non piccolo danno. Che se quanto alla cognizione della tua malvagità avanzi alcuno che per sua cecità si tenga da qualche cosa, perdi però tu d’assai, e ti rendi peggiore di lui nelle opere della volontà, se vuoi essere dagli uomini riputata e trattata da tale quale sai di non essere. – Se vuoi dunque, che il conoscimento della tua malizia e viltà tenga lontani i tuoi nemici, e ti faccia cara a Dio, fa’ di mestiere, che non pure spregi te stessa, come indegna di ogni bene, e meritevole di tutti i mali, ma, che dagli altri abbia caro d’essere spregiata, abborrendo gli onori, godendo dei vituperi, ed inchinandoti con le occasioni a fare tutto quella che altri spregiano. Il giudizio dei quali, per non lasciare quella santa pratica non hai da stimare punto, purché ciò sia fatto da te per quello fine solo del tuo abbassamento ed esercizio, e non per una certa presunzione di animo, e non bene conosciuta superbia, per la quale talora, sotto altri buoni pretesti si tiene poco o niun conto dell’altrui opinione. E se alle volte ti occorre per alcun bene, che Iddio ti ha dato d’essere come buona, amata e lodata da altri, sta bene raccolta dentro di te , né ti muovere punto dalla suddetta verità e giustizia, ma rivoltati prima a Dio, dicendo con il cuore: Non sia mai Signore, che io sia ladra dell’onore e delle grazie tue …Tibi laus, honor et gloria, mihi confusio!  E poi verso il tuo lodatore, così favellando interiormente: Ond’è, che questi mi tengano per buona, se veramente è buono il mio solo Dio, e le sue opere? Che facendo in questo modo e rendendo al Signore tuo, terrai da lungi i nemici, e ti disporrai a ricevere maggiori doni e favori da Dio. E quando la memoria delle opere buone ti mette in pericolo di vanità,  mirandole, non cosa tua, ma di Dio, quali loro parlando, potrai dire nell’animo tuo Io non so, in qual modo voi ed incominciaste ad aver nella mente mia, perché io non sono l’origine vostra, ma il buon Iddio e la sua grazia vi ha creato, nutrito, Lui solo dunque vo riconoscere per vero, e principale Padre, Lui ringraziare, ed a Lui vo darne ogni lode. – Considera poi, che tutte le opere che hai fatte, giammai sono state non solamente poco corrispondenti al lume ed alla grazia, che per conoscerle ed eseguirle ti è stata concessa, ma per altro ancora molto imperfette, e pur troppo lontane da quella pura intenzione e debito fervore e diligenza, con che dovevano essere accompagnate ed operate. – Onde sebbene vi pensi, piuttosto tu ne hai da vergognare, che da piacerne vanamente, perché è pur troppo vero, che le grazie che da Dio riceviamo pure, e perfette sono, nell’eseguirle dalle nostre imperfezioni macchiate. Di più paragona le opere tue con quelle dei Santi, ed altri servi di Dio, che a comparazione di esse con chiarezza conoscerai, che le migliori, e maggiori delle tue sono di molto bassa lega e valore! Paragonandole poi con quelle dì Cristo, che nei misteri della vita sua e continua Croce per te operò, e considerandole senza la persona Divina in se stesse solamente, e per l’affetto, e per la purità dell’amore con cui furono fatte, vedrai che tutte le opere tue sono, come appunto un niente. Che se per ultimo leverai la mente alla Divinità, ed all’immensa Maestà del tuo Dio, ed al servigio che merita, vedrai chiaro, che non vanità, ma tremore grande ti resta da qualunque tua opera. Onde per tutte le vie in ogni opera tua, per santa ch’ella sia, devi con tutto il cuore dire al tuo Signore: Deus, propitius esto mihi peccatori. – Ti avviso di più, che non vogliesser facile a scoprire i doni, che Iddio ti abbia fatto, che quello quasi sempre spiace al tuo Signore, come ci dichiara Egli medesimo con la seguente dottrina.Apparse Egli una fiata informa di fanciullo ad una sua devota, quasi pura creatura; fu da lei così semplicemente ricercato, che recitando la Salutazione Angelica, cominciò Egli prontamente: Ave, gratia plena, Dominus tecum, Benedicta tu in mulieribus, e poi si fermò, perché non volle con le altre parole lodare se stesso. E mentre ella pure lo pregava, che più oltre dicesse, Egli nascondendosi, lasciò consolata la sua serva, palesandole col suo esempio quella celeste dottrina. – Impara ancora tu figliuola ad abbassarti, conoscendoti con tutte le opere tue per quel niente che sei. Questo è il fondamento di tutte le altre virtù. Iddio, prima che fossimo, ti creò di niente, ed ora, che siamo per Lui, vuole sopra questa nostra cognizione, che da noi niente siamo, fondare tutta la fabbrica spirituale. E quanto più in quello ci profondiamo, tanto più in alto crescerà questa. Ed a proporzione della terra delle miserie nostre, che andremo cavando, vi porrà il divino Architetto tante fermissime pietre, per mandare avanti l’edificio. Né ti persuadere figliuola di poter mai profondarti tanto, che basti: anzi fa’ di te questa stima, che se cosa infinita si potesse dare in creatura, tale sarebbe la tua viltà.Con questa cognizione bene praticata, possediamo ogni bene, senza quella siamo poco più, che niente, ancorché facessimo le opere di tutti i Santi, e stessimo sempre occupati in Dio. O beata cognizione, che ci fa in terra felici e gloriosi in Cielo! O lume, che uscendo dalle tenebre, rende l’arme lucide e chiare! O gioia non conosciuta che risplende fra le immondizie nostre! O niente, che conosciuto, ci fa padroni del tutto! Non mi sazierei mai di ragionarti di ciò; se vuoi lodare Iddio, accusa te stessa, e brama di essere accusata dagli altri. Umiliati con tutti, e sotto a tutti, se vuoi in te esaltare Lui, e te in Lui. Se desideri ritrovarlo, non t’innalzare, ch’Egli fuggirà. Abbassati, ed abbassati quanto puoi, ch’Egli verrà a trovarti ed abbracciarti. E tanto ti accoglierà, e stringerà seco in amore più caramente, quanto più ti avvilirai negli occhi tuoi; e compiacerai d’essere avvilita da tutti, e come cosa abbominevole ributtata. E di tanto dono, che ti fa il tuo, per te vituperato Dio per unirti seco, fa’ che ti stimi indegna, e non mancare di renderli spesso grazie, e tenerti obbligata, a chi te ne data occasione, e più a quelli che ti hanno conculcato, o più credono che tu mal volentieri e di non buona voglia lo sopporti. Il che, quando anche fosse, non devi mostrar segni di fuori. Se non ostante tante considerazioni che sono pur troppo vere, di astuzia del demonio, e l’ignoranza, e la mala inclinazione nostra prevalessero in noi di modo che i pensieri della propria esaltazione non cessassero d’inquietarci, e fare nel cuor nostro impressione, pure allora è tempo d’umiliarci, tanto più negli occhi nostri, quanto che dalla prova vediamo avere poco profittato nella via dello spirito, e conoscimento leale di noi stessi, poiché non possiamo liberarci da sì fatte molestie che hanno radice dalla nostra vana superbia. Così dal veleno caveremo miele e sanità dalle ferite.

Di alcuni avvertimenti per vincere le passioni viziose, ed acquistare le nuove virtù.

CAP. XXXIII

Per molto, ch’io ti abbia detto del modo che hai da tenere per superare te stessa, ed  ornarti delle virtù, pure mi rimane d’avvertirti di altre cose. Primo. Non ti lasciar mai persuadere, volendo far acquisto delle virtù, da quegli esercizi spirituali, che a stampa (come si dice) hanno determinati i giorni della settimana, uno per una virtù, e gli altri per le altre. Ma l’ordine del combattere ed esercizio, sia di far guerra a quelle passioni che ti hanno sempre danneggiato, e tuttavia spesso ti assaltano, e danneggiano, e di ornarti delle virtù loro contrarie, e quanto più perfettamente sia possibile. Perché acquistando tu quelle virtù, tutte le altre con facilità e con pochi atti le acquisterai prestamente nelle occasioni loro, che mai non mancano, essendo che le virtù vanno sempre incatenate insieme e chi ne possiede una perfettamente, tutte le altre le ha pronte nelle porte del cuore. – Secondo: Non determinare mai tempo all’acquisto delle virtù, né settimane, né anni, ma sempre, quali allora nata, e come novello soldato combatti, e cammina all’altezza della perfezione loro. Ne ti fermare pure per un puntino perché il fermarti nel cammino delle virtù, e della perfezione, e non è pigliar fiato e forza, ma ritornare addietro, o diventare più fiacca di prima. – Fermarsi intendo io, il darsi a credere d’aver acquistato la virtù compiutamente, ed il fare alle volte poco conto e delle occasioni, che a nuovi atti di virtù ci chiamano, e de’ piccoli mancamenti. Onde sii sollecita e fervente, e destra, perché non perda pure una minima occasione di virtù. Ama dunque tutte le occasioni che inducono alle virtù, e quelle più che sono difficili a superarsi, essendo che gli atti, i quali si fanno per superare le difficoltà più presto, e con più alta radice fanno gli abiti, ed abbi cari quelli che te le porgono. Quelle solamente a larghi passi con ogni industria e prestezza hai da fuggire, che alla tentazione della carne ti potrebbero introdurre. – Terzo. Sii prudente, e discreta in quelle virtù, che possono cagionare danno al corpo, come sono affliggerlo con discipline, cilici, digiuni, vigilie, meditazioni, ed altre cose somiglianti, perché quelle virtù si devono acquistare a poco a poco, e per li gradi loro come appresso diremo. Dell’altre virtù poi totalmente interne, come amar Dio, spregiare il Mondo, avvilirsi negli occhi propri, odiare le viziose passioni ed il peccato, essere paziente, e mansueta, amare tutti, e chi ti offende, ed altre simili, non vi è bisogno per acquetarle del poco a poco, né di salire alla loro perfezione per gradi, ma sforzati pure di fare ogni atto, quanto più perfetto sia possibile. – Quarto. Tutto il pensiero tuo, il desiderio, ed il cuore altro non pensi, e desideri, o brami, che vincere quella passione che combatti, ed acquistare la virtù sua contraria. Questo sia tutto il Mondo e il Cielo e la terra, questo ogni tesoro tuo e tutto affine di piacere a Dio. – Se mangi, se digiuni, se ti affatichi, se riposi, se vegli, se dormi, se sei in casa, se fuori di casa, se attendi alle devozioni, se alle opere manuali, tutto sia indirizzato a superare e vincere la detta passione ed acquistare la sua contraria virtù. – Quinto. Sii nemica universalmente dei diletti terreni e comodità, che a questo modo con poca forza sarai assalita dai vizi che tutti hanno per radice il diletto. Onde tagliata questa con l’odio di noi stessi, vengono quelli a perdere le forze ed il valore. Che se vorrai far guerra da una parte ad alcun vizio e diletto particolare, e dall’altra attendere ad altri diletti terreni, benché non siano mortali, ma di leggera colpa, dura sarà la guerra, sanguinosa e molto incerta, e rara la vittoria. Perciò terrai sempre a mente queste sentenze divine. Qui amat animam suam, perdet eam, et qui odit animam suam in hoc mondo, in vitam æternam custodit eam. [Jo. XII. 25.] – Fratres, debitores sumus non carni, ut secundum carnem vivamus. Si enim secundum carnem vixeritis, moriemini. Si autem spiritu facta carnìs mortìficaverìtis, vivetis. [Rom. VIII, 12]. – Sesto. E per ultimo ti avviso che sarebbe bene, e forse necessario, che tu facessi prima una confessione generale, con tutti quei debiti modi che si deve, perché  più ti assicuri di stare in grazia del tuo Signore, da cui si anno da aspettare tutte le grazie, e le vittorie.

Che le virtù si hanno da acquistarea poco a poco, esercitandosi perli gradi loro, ed attendendo prima.all’una, e poi all’altra.

CAP. XXXIV

Avvegnaché il vero soldato di Cristo, che aspira al colmo della perfezione, non abbia da porre mai al suo profitto termine veruno, tuttavia sono da essere raffrenati con certa discrezione alcuni fervori di spirito che, abbracciati massimamente sul principio con troppo ardenza, mancano poi e si lasciano a mezzo il corso. Onde oltre quello che si è detto intorno al moderarsi negli esterni esercizi, si sappia di più che le virtù interne ancora si hanno da acquistare a poco a poco, e per li gradi loro, che così il poco diventa presto molto e di durata. Onde (per esempio) nelle cose avverse, non dobbiamo ordinariamente esercitarci a rallegrarsene e desiderarle, se prima non siamo passati per li gradi più bassi della virtù della pazienza. E non a tutte, né a molte virtù insieme, consiglio che tu attenda principalmente, ma ad una sola e poi alle altre, perché così si pianta più facilmente e fermamente nell’anima l’abito virtuoso, essendo che, con l’esercizio continuato di una sola virtù, la memoria in ogni occasione a quella corre più prontamente; l’intelletto si va sempre più assottigliando nel trovare nuovi modi e ragioni per acquistarla, e la volontà vi si inchina più facilmente e con maggiore affetto che non sarebbero se molte virtù si occupassero. – E gli atti intorno ad una sola virtù per la conformità che hanno fra loro, si vengono a fare con questo uniforme esercizio meno faticosi, poiché l’uno chiama ad aiuto l’altro suo simile, e per questa somiglianza ancora fanno in noi maggior impressione, trovando la fede del cuore già apparecchiata e disposta per ricevere quelli che di nuovo si producono, come agli altri ad essi conformi diede prima luogo. Le quali ragioni hanno tanto più di forza, quanto che si fa certo che chiunque si esercita bene in una virtù, apprende anco il modo di esercitarsi nell’altra, e così con l’aumento di una crescono tutte insieme per la inseparabile congiunzione che hanno fra loro, essendo raggi procedenti da una stessa divina luce.

De’ mezzi co’ quali fi acquistare levirtù, e come ce ne dobbiamo servire per attendere ad una solaper qualche spazio di tempo.

CAP. XXXV

Per acquistare le virtù, oltre quello che ne dicemmo di sopra, si ricerca un animo generoso e grande, ed una non fiacca, né rimessa ma risoluta e forte volontà, e certo presupposto di dover passare per molte cose contrarie ed aspre. Oltre ciò vi si tenga particolare inclinazione ed affezione, la quale si potrà conseguire considerando spesso quanto piacciano a Dio e siano nobili ed eccellenti in se stesse ed a noi utili e necessarie, poiché da esse ha principio e fine ogni perfezione. – Si facciano ogni mattina efficaci proponimenti di esercitarvisi, secondo le cose che occorreranno umilmente in quel giorno, nel quale più volte ci abbiamo da esaminare, e se li abbiamo eseguiti o no, rinnovandoli poi più vivamente. E tutto ciò particolarmente intorno alla virtù che allora avremo alle mani. Parimente gli esempi de’ Santi, le operazioni nostre, e meditazioni della vita e passione di Cristo, tanto necessarie in ogni spiritual esercizio, tutte si applichino principalmente per quell’istessa virtù nella quale allora ci eserciteremo. Il medesimo si faccia di tutte le occasioni (come particolarmente mostreremo più avanti) ancora che siano fra loro diverse. Procuriamo d’avvezzarci talmente gli atti virtuosi interni ed esterni, che veniamo a farli con quella prontezza e facilità con che prima facevamo gli altri conformi alle voglie naturali. E quanto saranno a queste più contrari (come dicemmo in altro luogo), tanto più presto introdurranno l’abito buono nell’anima nostra. I sacri detti della Divina Scrittura espressi con la voce, o almeno con la mente, nel modo che li conviene, hanno meravigliosa forza per aiutarci in quello esercizio. Però, se ne abbiano in pronto molti intorno alla virtù che praticheremo, si vadano dicendo fra il giorno, e  massimamente, quando insorge la contraria passione: come per esempio, se attenderemo all’acquisto della pazienza, potremo dire i seguenti, o altri somiglianti detti: Filii, patientur sustinete iram qua supervenit vobis. [Bar. IV, 25] – Patientia pauperum non peribit in finem. [Ps. IX, 19] – Melior est patiens viro forti, et qui dominatur animo suo, expugnatore urbium. [Prov. XVI, 32] –  In patientia vestra possidebitis animas vestras. [Luc. XXI.19]. – Per patientiam curramus ad propositum nobis certamen. [Heb. XII. 1]. Parimenti per lo stesso effetto potremo dire le seguenti, o simili orazioncelle: Quando, Iddio mio, farà questo mio cuore armato nello scudo della pazienza?Quando per dar contento al mio Signore, passerò con animo tranquillo ogni travaglio? Oh troppo care pene, che mi fanno simile al mio Signor e Gesù appassionato per me! – Sarà mai, unica vita dell’anima mia, che per sua gloria io viva fra mille angosce contenta? Felice me, se in mezzo al fuoco delle tribolazioni arderò di voglia di sostenere cose maggiori! – Di quelle orazioncelle ci serviremo e d’altre, che siano conformi al progresso nostro nelle virtù, e che insegnerà lo spirito della devozione. – Queste orazioncelle si chiamano jaculatorie, perché sono come jacoli e dardi, che si lanciano verso il Cielo, ed hanno forza grande, per eccitarci alla virtù e penetrare fino al cuore di Dio, se da due cose, quasi da due ali, siano accompagnate. L’una è la vera cognizione del contento del nostro Dio per lo nostro esercizio delle virtù. L’altra è un vero ed infocato desiderio d’acquistarle, per questo fine solamente di compiacerne Sua Divina Maestà.

Che nell’esercizio della virtù, si ha da camminare consollecitudine continua.

CAP. XXXVI

Fra tutte le cose più importanti e necessarie per l’acquisto delle virtù, oltre l’insegnate di sopra, l’una è, che per arrivare al fine, che noi qui ci proponiamo, fa di mestieri continuare, andare sempre avanti, altrimenti col fermarsi solo, si torna addietro, Perché quando noi cessiamo gli atti virtuosi, ne segue di necessità, che per violenta inclinazione dell’appetito sensitivo e dell’altre cose che esteriormente ci muovono, si generino in noi molte passioni disordinate, le quali distruggono, o almeno diminuiscono le virtù, oltre che restiamo privi di molte grazie e doni che, col fare progresso, avremmo dal Signore potuto conseguire. Perciò il cammino spirituale è differente dal cammino che fa il viandante per terra, imperocché in quello col fermarsi non si perde niente del già fatto viaggio, come si perde in quello. Ed oltre a ciò la stanchezza del pellegrino del mondo si aumenta con la continuazione del moto corporale, dove che nella via dello spirito, quanto più si cammina tanto più si acquista maggior forza, e vigore. Perché con l’esercizio virtuoso, la parte inferiore che con la sua resistenza rendeva aspro e faticoso il sentiero, sempre si debilita più, e la parte superiore, dove sta la virtù, più si stabilisce, e fortifica. Onde col progresso nel bene, si va scemando di qualche pena, che vi si sente, e certa segreta giocondità, che per operazione divina si mescola con la stessa pena, ogni ora si va facendo maggiore. A questo modo continuando d’andar sempre con più agevolezza, e diletto di virtù in virtù, si arriva finalmente alla sommità del monte, dove l’anima fatta perfetta, opera poi senza fastidio, anzi con gusto e giubilo, perché avendo già vinte ed amate le sregolate passioni, e soprastando a tutto il creato, ed a se stessa, vive felicemente nel cuore dell’Altissimo, e quivi soavemente travagliando,prende riposo.

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S. S. PIO XII – HUMANI GENERIS

La lettera enciclica che proponiamo all’attenzione dei lettori, è una delle più importanti nella storia della Chiesa, e uno degli ultimi documenti di un Papa Cattolico, libero di esprimersi, prima della falce massonica e della ruspa liturgico-teologica che hanno determinato un macello putrido tra le anime, ed un cumulo di macerie nella Chiesa di Cristo, alterandone i connotati ideologici, filosofici, teologici, liturgici, con il ribaltone del falso pseudo-concilio c. d. Vaticano II, mediante il quale gli infiltrati marrani della “quinta colonna” si sono appropriati, usurpandoli, di tutti i posti chiave all’interno della struttura ecclesiastica, approfittando sia dei cani guardiani dormienti, sia dei pastori distratti dalla vanità, dai bagordi, dalle passioni sodomitiche, dall’amore dei beni del mondo e dall’amor proprio, novelli Giuda che, per un pugno di denari, dal vessillo di Cristo, sono passati sotto lo stendardo del nemico infernale, determinano la perdita di un numero incalcolabile di anime, comprese le loro. In questo vero syllabus degli errori del neo-ultra-modernismo, viene riaffermato il ruolo di assoluta importanza del Magistero Pontificio, sintesi ed elaborazione infallibile della Tradizione e della Sacra Scrittura, della quale è l’unica interprete autorizzata per diritto divino, e della filosofia e teologia scolastica, il cui apice è ovviamente il Dottore Angelico, proprio quello rigettato dalla blasfema, eretica, gnostica, satanica, la cosiddetta “nouvelle Theologie”, capace di moltiplicare all’infinito i bubboni pestiferi del modernismo già ampiamente condannati, ma mai sopiti e recidivati con virulenza maligna e metastatizzati tra le menti bacate di pseudo-teologi tutti accreditati nella falsa “chiesa dell’uomo”, la meretrice e la degna concubina del “signore dell’universo”, cioè dell’angelo decaduto e sprofondato negli inferi, concubina grottesca, mascherata obbrobriosamente da Sposa di Cristo. Ma senza andare oltre conviene effettivamente attenersi alla lucidissima analisi di S. S. Pio XII, ben coadiuvato nella stesura del documento pontificio da teologi illuminati (… non di Baviera!) ancora fedeli alla Chiesa, alla sua dottrina ed al suo Magistero; tra questi ci piace annoverare il futuro Papa Gregorio XVII, il Cardinal Giuseppe Siri, accanito ed irriducibile difensore della Chiesa, guardiano fedele della Dottrina, della filosofia e della teologia speculativa nonché dei testi canonici, dei quali era indiscussa autorità ai livelli assoluti. Godiamoci allora queste pagine che costituiranno pure una bella rinfrescata di memoria per chi ricorda appena concetti filosofici astrusi e falsi, propagandati ancora oggi dalla cultura laico-massonica (falsamente)progressista, e annichiliti dalla esposizione magistrale del Pontefice Massimo.

ENCICLICA

“HUMANI GENERIS”

DI S. S. PIO XII

“CIRCA ALCUNE FALSE OPINIONI CHE MINACCIANO DI SOVVERTIRE I FONDAMENTI DELLA DOTTRINA CATTOLICA”

AI VENERABILI FRATELLI, PATRIARCHI,

PRIMATI, ARCIVESCOVI, VESCOVI

E AGLI ALTRI ORDINARI

AVENTI CON L’APOSTOLICA SEDE

PACE E COMUNIONE

PIO PP. XII

SERVO DEI SERVI DI DIO

VENERABILI FRATELLI, SALUTE E APOSTOLICA BENEDIZIONE

Introduzione

I dissensi e gli errori degli uomini in materia religiosa e morale, per tutti gli onesti, soprattutto dei i sinceri e fedeli figli della Chiesa, sono sempre stati origine e causa di fortissimo dolore, ma specialmente oggi, quando vediamo come da ogni parte vengano offesi gli stessi principi della cultura cristiana. – Veramente non c’è da meravigliarsi, se fuori dell’ovile di Cristo sempre vi sono stati questi dissensi ed errori. Benché la ragione umana, assolutamente parlando, con le sue forze e con la sua luce naturale possa effettivamente arrivare alla conoscenza, vera e certa, di Dio unico e personale, che con la sua Provvidenza sostiene e governa il mondo, e anche alla conoscenza della legge naturale impressa dal Creatore nelle nostre anime, tuttavia non pochi sono gli ostacoli che impediscono alla nostra ragione di servirsi con efficacia e con frutto di questo suo naturale potere. Le verità che riguardano Dio e le relazioni tra gli uomini e Dio trascendono del tutto l’ordine delle cose sensibili; quando poi si fanno entrare nella pratica della vita e la informano, allora richiedono sacrificio e abnegazione. Nel raggiungere tali verità, l’intelletto umano incontra ostacoli della fantasia, sia per le cattive passioni provenienti dal peccato originale. Avviene che gli uomini in queste cose volentieri si persuadono che sia falso, o almeno dubbio, ciò che essi “non vogliono che sia vero”. Per questi motivi si deve dire che la Rivelazione divina è moralmente necessaria affinché quelle verità che in materia religiosa e morale non sono per sé irraggiungibili, si possano da tutti conoscere con facilità, con ferma certezza e senza alcun errore. (Conc. Vat. D. B. 1876, Cost. “De fide Cath.”, cap. II, De revelatione). – Anzi la mente umana qualche volta può trovare difficoltà anche nel formarsi un giudizio certo di credibilità circa la fede cattolica, benché da Dio siano stati disposti tanti e mirabili segni esterni, per cui anche con la sola luce naturale della ragione si può provare con certezza l’origine divina della Religione cristiana. L’uomo infatti, sia perché guidato da pregiudizi, sia perché istigato da passioni e da cattiva volontà, non solo può negare la chiara evidenza dei segni esterni, ma anche resistere alle ispirazioni che Dio infonde nelle nostre anime. Chiunque osservi il mondo odierno, che è fuori dell’ovile di Cristo, facilmente potrà vedere le principali vie per le quali i dotti si sono incamminati. Alcuni, senza prudenza né discernimento, ammettono e fanno valere per origine di tutte le cose il sistema evoluzionistico, pur non essendo esso indiscutibilmente provato nel campo stesso delle scienze naturali, e con temerarietà sostengono l’ipotesi monistica e panteistica dell’universo soggetto a continua evoluzione. Di quest’ipotesi volentieri si servono i fautori del comunismo per farsi difensori e propagandisti del loro materialismo dialettico e togliere dalle menti ogni nozione di Dio. – Le false affermazioni di siffatto evoluzionismo, per cui viene ripudiato quanto vi è di assoluto, fermo ed immutabile, hanno preparato la strada alle aberrazioni di una nuova filosofia che, facendo concorrenza all’idealismo, all’immanentismo e al pragmatismo, ha preso il nome di “esistenzialismo” perché, ripudiate le essenze immutabili delle cose, si preoccupa solo della “esistenza” dei singoli individui. Si aggiunge a ciò un falso “storicismo” che si attiene solo agli eventi della vita umana e rovina le fondamenta di qualsiasi verità e legge assoluta sia nel campo della filosofia, sia in quello dei dogmi cristiani. In tanta confusione di opinioni, Ci reca un po’ di consolazione il vedere coloro che un tempo erano stati educati nei principî del razionalismo, ritornare oggi, non di rado, alle sorgenti della verità rivelata, e riconoscere e professare la parola di Dio, conservata nella Sacra Scrittura, come fondamento della Teologia. – Nello stesso tempo però reca dispiacere il fatto che non pochi di essi, quanto più fermamente aderiscono alla parola di Dio, tanto più sminuiscono il valore della ragione umana, e quanto più volentieri innalzano l’autorità di Dio Rivelatore, tanto più aspramente disprezzano il Magistero della Chiesa, istituito da Cristo Signore per custodire e interpretare le verità rivelate da Dio. Questo disprezzo non solo è in aperta contraddizione con la Sacra Scrittura, ma si manifesta falso anche con la stessa esperienza. Poiché frequentemente gli stessi “dissidenti” si lamentano in pubblico della discordia che regna fra di loro nel campo dogmatico, cosicché, pur senza volerlo, riconoscono la necessità di un vivo Magistero. – Ora queste tendenze, che più o meno deviano dalla retta strada, non possono essere ignorate o trascurate dai filosofi e dai teologi cattolici, che hanno il grave compito di difendere le verità divine ed umane e di farle penetrare nelle menti degli uomini. Anzi, essi devono conoscere bene queste opinioni, sia perché le malattie non si possono curare se prima non sono bene conosciute, sia perché qualche volta nelle stesse false affermazioni si nasconde un po’ di verità, sia infine, perché gli stessi errori spingono la mente nostra a investigare e a scrutare con più diligenza alcune verità sia filosofiche che teologiche. Se i nostri cultori di filosofia e di teologia da queste dottrine, esaminate con cautela, cercassero solo di cogliere i detti frutti, non vi sarebbe motivo perché il Magistero della Chiesa avesse a interloquire. Ma, benché Noi sappiamo bene che gli insegnanti e i dotti cattolici in genere si guardano da tali errori, è noto però che non mancano nemmeno oggi, come ai tempi apostolici, coloro che, amanti più del conveniente delle novità e timorosi di essere ritenuti ignoranti delle scoperte fatte dalla scienza in quest’epoca di progresso, cercano di sottrarsi alla direzione del sacro Magistero e perciò sono nel pericolo di allontanarsi insensibilmente dalle verità Rivelate e di trarre in errore anche gli altri. Si nota poi un altro pericolo, e tanto più grave, perché si copre maggiormente con l’apparenza della virtù. – Molti, deplorando la discordia e la confusione che regna nelle menti umane, mossi da uno zelo imprudente e spinti da uno slancio e da un grande desiderio di rompere i confini con cui sono fra loro divisi i buoni e gli onesti; essi abbracciano perciò una specie di “irenismo” che, omesse le questioni che dividono gli uomini, non cerca solamente di ricacciare, con unità di forze, l’irrompente ateismo, ma anche di conciliare le opposte posizioni nel campo stesso dogmatico. E come un tempo vi furono coloro che si domandavano se l’apologetica tradizionale della Chiesa costituisse più un ostacolo che un aiuto per guadagnare le anime a Cristo, cosi oggi non mancano coloro che osano arrivare fino al punto di proporre seriamente la questione, se la teologia e il suo metodo, come sono in uso nelle scuole con l’approvazione dell’autorità ecclesiastica, non solo debbano essere perfezionate, ma anche completamente riformate, affinché si possa propagare con più efficacia il regno di Cristo in tutto il mondo, fra gli uomini di qualsiasi cultura o di qualsiasi opinione religiosa. Se essi non avessero altro intento che quello di rendere, con qualche innovazione, la scienza ecclesiastica e il suo metodo più adatti alle odierne condizioni e necessità, non ci sarebbe quasi motivo di temere; ma alcuni, infuocati da un imprudente “irenismo”, sembrano ritenere un ostacolo al ristabilimento dell’unità fraterna, quanto si fonda sulle leggi e sui principî stessi dati da Cristo e sulle istituzioni da Lui fondate, o quanto costituisce la difesa e il sostegno dell’integrità della fede, crollate le quali, tutto viene sì unificato, ma soltanto nella comune rovina. Queste opinioni, provenienti da deplorevole desiderio di novità o anche da lodevoli motivi, non sempre vengono proposte con la medesima gradazione, con la medesima chiarezza o con i medesimi termini, né sempre i sostenitori di esse sono pienamente d’accordo fra loro; ciò che viene oggi insegnato da qualcuno più copertamente con alcune cautele e distinzioni, domani da altri, più audaci, viene proposto pubblicamente e senza limitazioni, con scandalo di molti, specialmente del giovane clero, e con detrimento dell’autorità ecclesiastica. Se di solito si usa più cautela nelle pubblicazioni stampate, di questi argomenti si tratta con maggiore libertà negli opuscoli distribuiti in privato, nelle lezioni dattilografate e nelle adunanze. Queste opinioni non vengono divulgate solo fra i membri del clero secolare e regolare, nei seminari e negli istituti religiosi, ma anche fra i laici, specialmente fra quelli che si dedicano all’educazione e all’istruzione della gioventù.

I

Per quanto riguarda la Teologia, certuni intendono ridurre al massimo il significato dei dogmi; liberare lo stesso dogma dal modo di esprimersi, già da tempo usato nella Chiesa, e dai concetti filosofici in vigore presso i dottori cattolici, per ritornare nell’esporre la dottrina cattolica, alle espressioni usate dalla Sacra Scrittura e dai Santi Padri. Essi così sperano che il dogma, spogliato degli elementi estrinseci, come essi dicono, alla divina rivelazione, possa venire con frutto paragonato alle opinioni dogmatiche di coloro che sono separati dalla Chiesa e in questo modo si possa pian piano arrivare all’assimilazione del dogma con le opinioni dei dissidenti. Inoltre, ridotta in tali condizioni la dottrina cattolica, pensano di aprire cosi la via attraverso la quale arrivare, dando soddisfazione alle odierne necessità, a poter esprimere i dogmi con le categorie della filosofia odierna, sia dell’immanentismo, sia dell’idealismo, sia dell’esistenzialismo o di qualsiasi altro sistema. – E perciò taluni, più audaci, sostengono che ciò possa, anzi debba farsi, perché i misteri della fede, essi affermano, non possono mai esprimersi con concetti adeguatamente veri, ma solo con concetti approssimativi e sempre mutevoli, con i quali la verità viene in un certo qual modo manifestata, ma necessariamente anche deformata. Perciò ritengono non assurdo, ma del tutto necessario che la teologia, in conformità ai vari sistemi filosofici di cui essa nel corso dei tempi si serve come strumenti, sostituisca nuovi concetti agli antichi; cosicché in modi diversi, e sotto certi aspetti anche opposti, ma come essi dicono equivalenti, esponga al modo umano le medesime verità divine. Aggiungono poi che la storia dei dogmi consiste nell’esporre le varie forme di cui si è rivestita successivamente la verità rivelata, secondo le diverse dottrine e le diverse opinioni che sono sorte nel corso dei secoli. – Da quanto abbiamo detto è chiaro che queste tendenze non solo conducono al relativismo dogmatico, ma di fatto già lo contengono; questo relativismo e poi fin troppo favorito dal disprezzo verso la dottrina tradizionale e verso i termini con cui essa si esprime. Tutti sanno che le espressioni di tali concetti, usate sia nelle scuole sia dal Magistero della Chiesa, possono venir migliorate e perfezionate; è inoltre noto che la Chiesa non è stata sempre costante nell’uso di quelle medesime parole. È chiaro pure che la Chiesa non può essere legata ad un qualunque effimero sistema filosofico; ma quelle nozioni e quei termini, che con generale consenso furono composti attraverso parecchi secoli dai dottori cattolici per arrivare a qualche conoscenza e comprensione del dogma, senza dubbio non poggiano su di un fondamento così caduco. Si appoggiano invece a principî e nozioni dedotte da una vera conoscenza del creato; e nel dedurre queste conoscenze, la verità rivelata, come una stella, ha illuminato per mezzo della Chiesa la mente umana. Perciò non c’è da meravigliarsi se qualcuna di queste nozioni non solo sia stata adoperata in Concili Ecumenici, ma vi abbia ricevuto tale sanzione per cui non ci è lecito allontanarcene. Per tali ragioni, è massima imprudenza il trascurare o respingere o privare del loro valore i concetti e le espressioni che da persone di non comune ingegno e santità, sotto la vigilanza del sacro Magistero e non senza illuminazione e guida dello Spirito Santo, sono state più volte con lavoro secolare trovate e perfezionate per esprimere sempre più accuratamente le verità della fede, e sostituirvi nozioni ipotetiche ed espressioni fluttuanti e vaghe della nuova filosofia, le quali, a somiglianza dell’erba dei campi, oggi vi sono e domani seccano; a questo modo si rende lo stesso dogma simile a una canna agitata dal vento. Il disprezzo delle parole e delle nozioni usate dai teologi scolastici, di per sé conduce all’indebolimento della teologia speculativa, che essi ritengono priva di una vera certezza in quanto si fonda sulle ragioni teologiche. Purtroppo questi amatori delle novità facilmente passano dal disprezzo della teologia scolastica allo spregio verso lo stesso Magistero della Chiesa che ha dato, con la sua autorità, una cosi notevole approvazione a quella teologia. Questo Magistero viene da costoro fatto apparire come un impedimento al progresso e un ostacolo per la scienza; da alcuni acattolici poi viene considerato come un freno, ormai ingiusto, con cui alcuni teologi più colti verrebbero trattenuti dal rinnovare la loro scienza. E benché questo sacro Magistero debba essere per qualsiasi teologo, in materia di fede e di costumi, la norma prossima e universale di verità (in quanto ad esso Cristo Signore ha affidato il deposito della fede – cioè la Sacra Scrittura e la Tradizione divina – per essere custodito, difeso ed interpretato, tuttavia viene alle volte ignorato, come se non esistesse, il dovere che hanno i fedeli di rifuggire pure da quegli errori che in maggiore o minore misura s’avvicinano all’eresia, e quindi “di osservare anche le costituzioni e i decreti. con cui queste false opinioni vengono dalla Santa Sede proscritte e proibite” (Corp. Jur. Can., can. 1324; Cfr. Conc. Vat. D. B. 1820, Cost. “De fide cath.”, cap. 4, De fide et ratione, post canones). – Quanto viene esposto nelle Encicliche dei Sommi Pontefici circa il carattere e la costituzione della Chiesa, viene da certuni, di proposito e abitualmente, trascurato con lo scopo di far prevalere un concetto vago che essi dicono preso dagli antichi Padri, specialmente greci. I Pontefici infatti – essi vanno dicendo – non intendono dare un giudizio sulle questioni che sono oggetto di disputa tra i teologi; è quindi necessario ritornare alle fonti primitive, e con gli scritti degli antichi si devono spiegare le costituzioni e i decreti del Magistero. Queste affermazioni vengono fatte forse con eleganza di stile; però esse non mancano di falsità. Infatti  è vero che generalmente i Pontefici lasciano liberi i teologi in quelle questioni che, in vario senso, sono soggette a discussioni fra i dotti di miglior fama; però la storia insegna che parecchie questioni, che prima erano oggetto di libera disputa, in seguito non potevano più essere discusse. Né si deve ritenere che gli insegnamenti delle Encicliche non richiedano, per sé, il nostro assenso, col pretesto che i Pontefici non vi esercitano il potere del loro Magistero Supremo. Infatti questi insegnamenti sono del Magistero ordinario, di cui valgono poi le parole: “Chi ascolta voi, ascolta me” (Luc. X, 16); e per lo più, quanto viene proposto e inculcato nelle Encicliche, è già per altre

ragioni patrimonio della dottrina cattolica. Se poi i Sommi Pontefici nei loro atti emanano di proposito una sentenza in materia finora controversa, è evidente per tutti che tale questione, secondo l’intenzione e la volontà degli stessi Pontefici, non può più costituire oggetto di libera discussione fra i teologi. È vero pure che i teologi devono sempre ritornare alle fonti della Rivelazione divina: è infatti loro compito indicare come gli insegnamenti del vivo Magistero “si trovino sia esplicitamente sia implicitamente” nella Sacra Scrittura o nella divina tradizione. Inoltre si aggiunga che ambedue le fonti della Rivelazione contengono tali e tanti tesori di verità da non potersi mai, di fatto, esaurire. Le scienze sacre con lo studio delle sacre fonti ringiovaniscono sempre; al contrario, diventa sterile, come sappiamo dall’esperienza, la speculazione che trascura la ricerca del sacro deposito. Ma per questo motivo la teologia, anche quella positiva, non può essere equiparata ad una scienza solamente storica. Dio insieme a queste sacre fonti ha dato alla sua Chiesa il vivo Magistero, anche per illustrare e svolgere quelle verità che sono contenute nel deposito della fede soltanto oscuramente e come implicitamente. E il divin Redentore non ha mai dato questo deposito, per l’autentica interpretazione, né ai singoli fedeli, né agli stessi teologi, ma solo al Magistero della Chiesa. Se poi la Chiesa esercita questo suo officio (come nel corso dei secoli è spesso avvenuto) con l’esercizio sia ordinario che straordinario di questo medesimo officio, è evidente che è del tutto falso il metodo con cui si vorrebbe spiegare le cose chiare con quelle oscure; anzi è necessario che tutti seguano l’ordine inverso. Perciò il Nostro Predecessore di imperitura memoria Pio IX, mentre insegnava che è compito nobilissimo della teologia quello di mostrare come una dottrina definita dalla Chiesa è contenuta nelle fonti, non senza grave motivo aggiungeva le seguenti parole: “in quello stesso senso, con cui è stata definita dalla Chiesa”.

II

Ritorniamo ora alle teorie nuove, di cui abbiamo parlato prima: da alcuni vengono proposte o istillate nella mente diverse opinioni che sminuiscono l’autorità divina della Sacra Scrittura. Con audacia alcuni pervertono il senso delle parole del Concilio Vaticano con cui si definisce che Dio è l’Autore della Sacra Scrittura, e rinnovano la sentenza, già più volte condannata, secondo cui l’inerranza della Sacra Scrittura si estenderebbe soltanto a ciò che riguarda Dio stesso o la religione e la morale. Anzi falsamente parlano di un senso umano della Bibbia, sotto il quale sarebbe nascosto il senso divino, che è, come essi dichiarano, il solo infallibile. Nell’interpretazione della Sacra Scrittura essi non vogliono tener conto dell’analogia della fede e della tradizione della Chiesa; in modo che la dottrina dei Santi Padri e del Magistero dovrebbe essere misurata con quella della Sacra Scrittura, spiegata, però, dagli esegeti in modo puramente umano; e non piuttosto la Sacra Scrittura esposta secondo la mente della Chiesa, che da Cristo Signore è stata costituita custode e interprete di tutto il deposito delle verità rivelate. Inoltre il senso letterale della Sacra Scrittura e la sua spiegazione elaborata, sotto la vigilanza della Chiesa, da tali e tanti esegeti, dovrebbe, secondo le loro false opinioni, cedere il posto ad una nuova esegesi, chiamata simbolica e spirituale; secondo quest’esegesi i libri del Vecchio Testamento, che oggi nella Chiesa sono una fonte chiusa e nascosta, verrebbero finalmente aperti a tutti. In questo modo – essi affermano – svaniscono tutte le difficoltà alle quali vanno incontro soltanto coloro che si attengono al senso letterale delle Scritture. – Tutti vedono quanto tutte queste opinioni si allontanino dai principi e dalle norme ermeneutiche giustamente stabilite dai Nostri Predecessori di felice memoria: da Leone XIII nell’Enciclica “Providentissimus Deus“, da Benedetto XV nell’Enciclica “Spiritus Paraclitus“, come pure da Noi stessi nell’Enciclica “Divino afflante Spiritu“. Non deve recare meraviglia che tali novità in quasi tutte le parti della teologia abbiano prodotto i loro velenosi frutti. Si mette in dubbio che la ragione umana, senza l’aiuto della divina Rivelazione e della grazia, possa dimostrare con argomenti dedotti dalle cose create, l’esistenza di un Dio personale; si afferma che il mondo non ha avuto inizio e che la creazione del mondo è necessaria, perché procede dalla necessaria liberalità del divino amore; così pure si afferma che Dio non ha prescienza eterna ed infallibile delle libere azioni dell’uomo: tutte opinioni contrarie alle dichiarazioni del Concilio Vaticano (Cfr. Conc. Vat. Cost. “De fide cath.”, cap. 1: De Deo rerum omnium creatore). Da alcuni poi si mette in discussione se gli Angeli siano persone; se vi sia una differenza essenziale fra la materia e lo spirito. Altri snaturano il concetto della gratuità dell’ordine sovrannaturale, quando sostengono che Dio non può creare esseri intelligenti senza ordinarli e chiamarli alla visione beatifica. Né basta; poiché, messe da parte le definizioni del Concilio di Trento, viene distrutto il vero concetto di peccato originale e insieme quello di peccato in genere, in quanto offesa di Dio, come pure quello di soddisfazione data per noi da Cristo. Né mancano coloro che sostengono che la dottrina della transustanziazione, in quanto fondata su un concetto antiquato di sostanza, deve essere corretta in modo da ridurre la presenza reale di Cristo nell’Eucaristia ad un simbolismo, per cui le specie consacrate non sarebbero altro che segni efficaci della presenza di Cristo e della sua intima unione nel Corpo mistico con i membri fedeli. Certuni non si ritengono legati alla dottrina che Noi abbiamo esposta in una Nostra Enciclica e che è fondata sulle fonti della Rivelazione, secondo cui il Corpo mistico di Cristo e la Chiesa cattolica romana sono una sola identica cosa. Alcuni riducono ad una vana formula la necessità di appartenere alla vera Chiesa per ottenere l’eterna salute. Altri infine non ammettono il carattere razionale dei segni di credibilità della fede cristiana. È noto che questi errori, ed altri del genere, serpeggiano in mezzo ad alcuni Nostri figli, tratti in inganno da uno zelo imprudente o da una scienza di falso conio; e a questi figli sono costretti a ripetere, con animo addolorato, verità notissime ed errori manifesti, indicando loro con ansietà i pericoli dell’errore.

III

Tutti sanno quanto la Chiesa apprezzi il valore della ragione umana, alla quale spetta il compito di dimostrare con certezza l’esistenza di un solo Dio personale, di dimostrare invincibilmente per mezzo dei segni divini i fondamenti della stessa fede cristiana; di porre inoltre rettamente in luce la legge che il Creatore ha impressa nelle anime degli uomini; ed infine il compito di raggiungere una conoscenza limitata, ma utilissima, dei misteri (Cfr. Conc. Vat. D. B. 1796). Ma questo compito potrà essere assolto convenientemente e con sicurezza, se la ragione sarà debitamente coltivata: se cioè essa verrà nutrita di quella sana filosofia che è come un patrimonio ereditato dalle precedenti età cristiane e che possiede una più alta autorità, perché lo stesso Magistero della Chiesa ha messo al confronto con la verità rivelata i suoi principî e le sue principali asserzioni, messe in luce e fissate lentamente attraverso i tempi da uomini di grande ingegno. Questa stessa filosofia, confermata e comunemente ammessa dalla Chiesa, difende il genuino valore della cognizione umana, gli incrollabili principî della metafisica cioè di ragion sufficiente, di causalità e di finalità ed infine sostiene che si può raggiungere la verità certa ed immutabile. In questa filosofia vi sono certamente parecchie cose che non riguardano la fede e i costumi, né direttamente né indirettamente, e che perciò la Chiesa lascia alla libera discussione dei competenti in materia; ma non vi è la medesima libertà riguardo a parecchie altre, specialmente riguardo ai principî ed alle principali asserzioni di cui già parlammo. Anche in tali questioni essenziali si può dare alla filosofia una veste più conveniente e più ricca; si può rafforzare la stessa filosofia con espressioni più efficaci, spogliarla di certi mezzi scolastici meno adatti, arricchirla anche – però con prudenza – di certi elementi che sono frutto del progressivo lavoro della mente umana; però non si deve mai sovvertirla o contaminarla con falsi principî, né stimarla solo come un grande monumento, sì, ma archeologico. La verità in ogni sua manifestazione filosofica non può essere soggetta a quotidiani mutamenti specialmente trattandosi dei principî per sé noti della ragione umana o di quelle asserzioni che poggiano tanto sulla sapienza dei secoli che sul consenso e sul fondamento anche della Rivelazione divina. Qualsiasi verità la mente umana con sincera ricerca ha potuto scoprire, non può essere in contrasto con la verità già acquisita; perché Dio, Somma Verità, ha creato e regge l’intelletto umano non affinché alle verità rettamente acquisite ogni giorno esso ne contrapponga altre nuove; ma affinché,, rimossi gli errori che eventualmente vi si fossero insinuati, aggiunga verità a verità nel medesimo ordine e con la medesima organicità con cui vediamo costituita la natura stessa delle cose da cui la verità si attinge. Per tale ragione il Cristiano, sia egli filosofo o teologo, non abbraccia con precipitazione e leggerezza tutte le novità che ogni giorno vengono escogitate, ma le deve esaminare con la massima diligenza e le deve porre su una giusta bilancia per non perdere la verità già conquistata o corromperla, certamente con pericolo e danno della fede stessa. – Se si considera bene quanto sopra è stato esposto, facilmente apparirà chiaro il motivo per cui la Chiesa esige che i futuri sacerdoti siano istruiti nelle scienze filosofiche “secondo il metodo, la dottrina e i principi del Dottor Angelico” (Corp. Jur. Can., can. 1366, 2), giacché, come ben sappiamo dall’esperienza di parecchi secoli, il metodo dell’Aquinate si distingue per singolare superiorità tanto nell’ammaestrare gli animi che nella ricerca della verità; la sua dottrina poi è in armonia con la Rivelazione divina ed è molto efficace per mettere al sicuro i fondamenti della fede come pure per cogliere con utilità e sicurezza i frutti di un sano progresso (A. A. S. vol. XXXVIII, 1946, p. 387). Perciò è quanto mai da deplorarsi che oggi la filosofia confermata ed ammessa dalla Chiesa sia oggetto di disprezzo da parte di certuni, talché essi con imprudenza la dichiarano antiquata per la forma e razionalistica per il processo di pensiero. Vanno dicendo che questa nostra filosofia difende erroneamente l’opinione che si possa dare una metafisica vera in modo assoluto; mentre al contrario essi sostengono che le verità, specialmente quelle trascendenti, non possono venire espresse più convenientemente che per mezzo di dottrine disparate che si completano tra loro, benché siano in certo modo l’una all’altra opposte. Perciò la filosofia scolastica con la sua lucida esposizione e soluzione delle questioni, con la sua accurata determinazione dei concetti e le sue chiare distinzioni, può essere utile – essi concedono – come preparazione allo studio della teologia scolastica, molto bene adattata alla mentalità degli uomini medievali; ma non può darci – aggiungono – un metodo ed un indirizzo filosofico che risponda alle necessità della nostra cultura moderna. Oppongono, inoltre, che la filosofia perenne non è che la filosofia delle essenze immutabili, mentre la mentalità moderna deve interessarsi della “esistenza” dei singoli individui e della vita sempre in divenire.

Però, mentre disprezzano questa filosofia, esaltano le altre, sia antiche che recenti, sia di popoli orientali che di quelli occidentali, in modo che sembrano voler insinuare che tutte le filosofie o opinioni, con l’aggiunta – se necessario – di qualche correzione o di qualche complemento, si possono conciliare con il dogma cattolico. Ma nessun cattolico può mettere in dubbio quanto tutto ciò sia falso, specialmente quando si tratti di sistemi come l’immanentismo, l’idealismo, il materialismo, sia storico che dialettico, o anche come l’esistenzialismo, quando esso professa l’ateismo o quando nega il valore del ragionamento nel campo della metafisica. Infine alla filosofia delle nostre scuole essi fanno questo rimprovero: che essa nel processo del pensiero bada solo all’intelletto e trascura la funzione della volontà e del sentimento. Ciò non corrisponde a verità. La filosofia cristiana non ha mai negato l’utilità e l’efficacia che hanno le buone disposizioni di tutta l’anima per conoscere ed abbracciare le verità religiose e morali; anzi, ha sempre insegnato che la mancanza di tali disposizioni può essere la causa per cui l’intelletto, sotto l’influsso delle passioni e della cattiva volontà, venga cosi oscurato da non poter rettamente vedere. Di più, il Dottor Comune ritiene che l’intelletto possa in qualche modo percepire i beni di grado superiore dell’ordine morale sia naturale che soprannaturale, in quanto esso esperimenta nell’ultimo una certa “connaturalità” sia essa naturale, sia frutto della grazia, con i medesimi beni (Cfr. S. Thom., Summa Theol. IIa IIæ, quæst. I, art. 4 ad 3; et quæst. 45, art. 2, in c.); ed è chiaro quanto questa, sia pur subcosciente, conoscenza possa essere di aiuto alla ragione nelle sue ricerche. Ma altro è riconoscere il potere che hanno la volontà e le disposizioni dell’animo di aiutare la ragione a raggiungere una conoscenza più certa e più salda delle verità morali, ed altro in quanto vanno sostenendo quei tali novatori: cioè che la volontà e il sentimento hanno un certo potere intuitivo e che l’uomo, non potendo col ragionamento discernere con certezza ciò che dovrebbe abbracciare come vero, si volge alla volontà, per cui egli possa compiere una libera risoluzione ed elezione fra opposte opinioni, mescolando malamente così la conoscenza e l’atto della volontà. Non c’è da meravigliarsi che con queste nuove opinioni siano messe in pericolo le due scienze filosofiche che, per natura loro, sono strettamente collegate con gli insegnamenti della fede, cioè la teodicea e l’etica; essi ritengono che la funzione di queste non sia quella di dimostrare con certezza qualche verità riguardante Dio o altro ente trascendente, ma piuttosto quella di mostrare come siano perfettamente coerenti con le necessità della vita le verità che la fede insegna riguardo a Dio, Essere personale, e ai suoi precetti, e che perciò devono essere accettate da tutti per evitare la disperazione e per ottener l’eterna salvezza. Tutte queste affermazioni e opinioni sono apertamente contrarie ai documenti dei Nostri Predecessori Leone XIII e Pio X, e sono inconciliabili con i decreti del Concilio Vaticano. – Sarebbe veramente inutile deplorare queste aberrazioni, se tutti, anche nel campo filosofico, fossero ossequienti con la debita venerazione verso il Magistero della Chiesa, che per istituzione divina ha la missione non solo di custodire e interpretare il deposito della Rivelazione, ma anche di vigilare sulle stesse scienze filosofiche perché i dogmi cattolici non abbiano a ricevere alcun danno da opinioni non rette.

IV

Rimane ora da parlare di quelle questioni che, pur appartenendo alle scienze positive, sono più o meno connesse con le verità della fede cristiana. Non pochi chiedono instantemente che la Religione Cattolica tenga massimo conto di quelle scienze. Il che è senza dubbio cosa lodevole, quando si tratta di fatti realmente dimostrati; ma bisogna andar cauti quando si tratta piuttosto di ipotesi, benché in qualche modo fondate scientificamente, nelle quali si tocca la dottrina contenuta nella Sacra Scrittura o anche nella tradizione. Se tali ipotesi vanno direttamente o indirettamente contro la dottrina rivelata, non possono ammettersi in alcun modo. – Per queste ragioni il Magistero della Chiesa non proibisce che in conformità dell’attuale stato delle scienze e della teologia, sia oggetto di ricerche e di discussioni, da parte dei competenti in tutti e due i campi, la dottrina dell’evoluzionismo, in quanto cioè essa fa ricerche sull’origine del corpo umano, che proverrebbe da materia organica preesistente (la fede cattolica ci obbliga a ritenere che le anime sono state create immediatamente sia Dio). Però questo deve essere fatto in tale modo che le ragioni delle due opinioni, cioè di quella favorevole e di quella contraria all’evoluzionismo, siano ponderate e giudicate con la necessaria serietà, moderazione e misura e purché tutti siano pronti a sottostare al giudizio della Chiesa, alla quale Cristo ha affidato l’ufficio di interpretare autenticamente la Sacra Scrittura e di difendere i dogmi della fede (Cfr. Allocuzione Pont. ai membri dell’Accademia delle Scienze, 30 novembre 1941; A. A. S. Vol. , p. 506). Però alcuni oltrepassano questa libertà di discussione, agendo in modo come fosse già dimostrata con totale certezza la stessa origine del corpo umano dalla materia organica preesistente, valendosi di dati indiziali finora raccolti e di ragionamenti basati sui medesimi indizi; e ciò come se nelle fonti della divina Rivelazione non vi fosse nulla che esiga in questa materia la più grande moderazione e cautela. Però quando si tratta dell’altra ipotesi, cioè del poligenismo, allora i figli della Chiesa non godono affatto della medesima libertà. I fedeli non possono abbracciare quell’opinione i cui assertori insegnano che dopo Adamo sono esistiti qui sulla terra veri uomini che non hanno avuto origine, per generazione naturale, dal medesimo come da progenitore di tutti gli uomini, oppure che Adamo rappresenta l’insieme di molti progenitori; non appare in nessun modo come queste affermazioni si possano accordare con quanto le fonti della Rivelazione e gli atti del Magistero della Chiesa ci insegnano circa il peccato originale, che proviene da un peccato veramente commesso da Adamo individualmente e personalmente, e che, trasmesso a tutti per generazione, è inerente in ciascun uomo come suo proprio (cfr. Rom. V, 12-19; Conc. Trident., sess. V, can. 1-4).

V

Come nelle scienze biologiche ed antropologiche, cosi pure in quelle storiche vi sono coloro che audacemente oltrepassano i limiti e le cautele stabilite dalla Chiesa. In modo particolare si deve deplorare un certo sistema di interpretazione troppo libera dei libri storici del Vecchio Testamento; i fautori di questo sistema, per difendere le loro idee, a torto si riferiscono alla Lettera che non molto tempo fa è stata inviata all’arcivescovo di Parigi dalla Pontificia Commissione per gli Studi Biblici (16 gennaio 1948; A. A. S., vol. XL, pp. 45-48). Questa Lettera infatti fa notare che gli undici primi capitoli del Genesi, benché propriamente parlando non concordino con il metodo storico usato dai migliori autori greci e latini o dai competenti del nostro tempo, tuttavia appartengono al genere storico in un vero senso, che però deve essere maggiormente studiato e determinato dagli esegeti; i medesimi capitoli – fa ancora notare la Lettera – con parlare semplice e metaforico, adatto alla mentalità di un popolo poco civile, riferiscono sia le principali verità che sono fondamentali per la nostra salvezza, sia anche una narrazione popolare dell’origine del genere umano e del popolo eletto. Se qualche cosa gli antichi agiografi hanno preso da narrazioni popolari (il che può essere concesso), non bisogna mai dimenticare che hanno fatto questo con l’aiuto dell’ispirazione divina, che nella scelta e nella valutazione di quei documenti li ha premuniti da ogni errore. Quindi le narrazioni popolari inserite nelle Sacre Scritture non possono affatto essere poste sullo stesso piano delle mitologie o simili, le quali sono frutto più di un’accesa fantasia che di quell’amore alla verità e alla semplicità che risalta talmente nei Libri Sacri, anche del Vecchio Testamento, da dover affermare che i nostri agiografi son palesemente superiori agli antichi scrittori profani. Veramente Noi sappiamo che la maggioranza dei dottori cattolici, dei cui studi raccolgono i frutti gli Atenei, i Seminari e i Collegi dei religiosi, sono lontani da quegli errori che apertamente o di nascosto oggi vengono divulgati, sia per smania di novità, sia anche per una non moderata intenzione di apostolato. – Ma sappiamo anche che queste nuove opinioni possono fai presa tra le persone imprudenti; quindi preferiamo porvi rimedio sugli inizi, piuttosto che somministrare la medicina quando la malattia è ormai invecchiata. Per questo motivo, dopo matura riflessione e considerazione, per non venir meno al Nostro sacro dovere, ordiniamo ai Vescovi e ai Superiori Generali degli Ordini e Congregazioni religiose, onerata in maniera gravissima la loro coscienza, di curare con ogni diligenza che opinioni di tal genere non siano sostenute nelle scuole o nelle adunanze e conferenze, né con scritti di qualsiasi genere e nemmeno siano insegnate, in qualsivoglia maniera, ai chierici o ai fedeli. Gli insegnanti degli Istituti ecclesiastici sappiano che essi non possono esercitare con tranquilla coscienza l’ufficio di insegnare che è stato loro affidato, se non accettano religiosamente le norme che abbiamo stabilite e non le osservano esattamente nell’insegnamento delle loro materie. Quella doverosa venerazione ed obbedienza che nel loro assiduo lavoro devono professare verso il Magistero della Chiesa le infondano anche nella mente e nell’anima dei loro scolari.

Conclusione

Cerchiamo con ogni sforzo e con passione di concorrere al progresso delle scienze che insegnano; ma si guardino anche dall’oltrepassare i confini da Noi stabiliti per la difesa della fede e della dottrina cattolica. Alle nuove questioni, che la cultura moderna e il progresso hanno fatto diventare di attualità, diano l’apporto delle loro accuratissime ricerche, ma con la conveniente prudenza e cautela; infine, non abbiano a credere, per un falso “irenismo”, che si possa ottenere un felice ritorno nel seno della Chiesa dei dissidenti e degli erranti, se non si insegna a tutti, sinceramente, tutta la verità in vigore nella Chiesa, senza alcuna corruzione e senza alcuna diminuzione. Fondati su questa speranza, che sarà aumentata dalla vostra pastorale solerzia, come auspicio dei celesti doni e segno della Nostra paterna benevolenza, impartiamo di gran cuore a voi tutti singolarmente, come al clero e al popolo vostri, l’apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso San Pietro, il giorno 22 del mese di Agosto dell’anno 1950, XII del Nostro Pontificato.

PIO PP. XII

DOMENICA DELLE PALME (2019)

DOMENICA DELLE PALME [2019]

Benedictio Palmorum

Ant. Hosánna fílio David: benedíctus, qui venit in nómine Dómini. O Rex Israël: Hosánna in excélsis. [Osanna al Figlio di David, benedetto Colui che  viene nel nome del Signore. O Re di Israele: Osanna nel più alto dei cieli!]
Orémus.
Bene dic, quǽsumus, Dómine, hos palmárum ramos: et præsta; ut, quod pópulus tuus in tui veneratiónem hodiérna die corporáliter agit, hoc spirituáliter summa devotióne perfíciat, de hoste victóriam reportándo et opus misericórdiæ summópere diligéndo. Per Christum Dominum nostrum.[ Bene ☩ dici Signore, te ne preghiamo, questi rami di palma e concedi che quanto il tuo popolo ha celebrato materialmente in tuo onore, lo compia spiritualmente con somma devozione, vincendo il nemico e corrispondendo con profondo amore all’opera della tua misericordia. Per Cristo nostro Signore.]

De distributione ramorum

Ant. Púeri Hebræórum, portántes ramos olivárum, obviavérunt Dómino, clamántes et dicéntes: Hosánna in excélsisI [I fanciulli ebrei, portando rami di olivo, andarono incontro al Signore, acclamando e dicendo: Osanna nel più alto dei cieli.].
D
ómini est terra et plenitúdo eius, orbis terrárum et univérsi qui hábitant in eo. Quia ipse super mária fundávit eum et super flúmina præparávit eum.
Ant. Púeri Hebræórum, portántes …

Attóllite portas, príncipes, vestras: et elevámini, portæ æternáles: et introíbit rex glóriæ.
Quis est iste rex glóriæ? Dóminus fortis et potens: Dóminus potens in prǽlio.
Ant. Púeri Hebræórum, portántes…

Attóllite portas, príncipes, vestras: et elevámini, portæ æternáles: et introíbit rex glóriæ. Quis est iste rex glóriæ? Dóminus virtútum ipse est rex glóriæ.
Ant. Púeri Hebræórum, portántes

Ant. Púeri Hebræórum, portántes

Ant. Púeri Hebræórum vestiménta prosternébant in via, et clamábant dicéntes: Hosánna filio David; benedíctus qui venit in nómine Dómini. . [I fanciulli Ebrei stendevano le loro vesti sulla via e acclamavano dicendo: Osanna al Piglio di David! Benedetto Colui che viene nel nome del Signore!]
Omnes gentes pláudite mánibus: iubiláte Deo in voce exultatiónis.
Quóniam Dóminus excélsus, terríbilis, rex magnus super omnem terram.
Ant. Púeri Hebræórum  …
Subiécit pópulos nobis: et gentes sub pédibus nóstris.
Elegit nobis hereditátem suam: spéciem Iacob quam diléxit.
Ant. Púeri Hebræórum

Ascéndit Deus in iúbilo: et Dóminus in voce tubæ.
Psállite Deo nostro, psállite: psállite regi nostro, psállite.
Ant. Púeri Hebræórum …

Quóniam rex omnis terræ Deus: psállite sapiénter.
Regnávit Deus super gentes: Deus sedit super sedem sanctam suam.
Ant. Púeri Hebræórum vestiménta

Príncipes populórum congregáti sunt cum Deo Abraham: quóniam Dei fortes terræ veheménter elevati sunt.
Ant. Púeri Hebræórum vestiménta

Ant. Púeri Hebræórum vestiménta prosternébant in via, et clamábant dicéntes: Hosánna filio David; benedíctus qui venit in nómine Dómini.

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum Matthǽum.

“In illo témpore: Cum appropinquásset Jesus Jerosólymis, et venísset Béthphage ad montem Olivéti: tunc misit duos discípulos suos, dicens eis: Ite in castéllum, quod contra vos est, et statim inveniétis ásinam alligátam et pullum cum ea: sólvite et addúcite mihi: et si quis vobis áliquid dixerit, dícite, quia Dóminus his opus habet, et conféstim dimíttet eos. Hoc autem totum factum est, ut adimplerétur, quod dictum est per Prophétam, dicéntem: Dícite fíliae Sion: Ecce, Rex tuus venit tibi mansuétus, sedens super ásinam et pullum, fílium subjugális. Eúntes autem discípuli, fecérunt, sicut præcépit illis Jesus. Et adduxérunt ásinam et pullum: et imposuérunt super eos vestiménta sua, et eum désuper sedére tecérunt. Plúrima autem turba stravérunt vestiménta sua in via: álii autem cædébant ramos de arbóribus, et sternébant in via: turbæ autem, quæ præcedébant et quæ sequebántur, clamábant, dicéntes: Hosánna fílio David: benedíctus, qui venit in nómine Dómini”.

OMELIA

[A. Carmignola, Spiegazione dei Vangeli domenicali, S. E. I. Ed. Torino,  1921]

“In quel tempo Gesù avvicinandosi a Gerusalemme arrivati che furono a Betfage al monte Oliveto, mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: Andate nel castello, che vi sta dirimpetto, e subito troverete legata un’asina, e con essa il suo asinino: scioglietela, e conducetemela. E se alcuno vi dirà qualche cosa, dite che il Signore ne ha bisogno; e subito ve li rimetterà. Or tutto questo seguì, affinché si adempisse quanto era stato detto dal profeta, che disse: Dite alla figliuola di Sion: Ecco che il tuo re viene a te mansueto, cavalcando un’asina, ed un asinello, puledro di un’asina da giogo. I discepoli andarono, e fecero come aveva lor comandato Gesù. E menarono l’asina e l’asinello, e misero sopra di essi le loro vestimenta, e lo fecero montare sopra. E moltissime delle turbe distesero le loro vesti per la strada; altri poi tagliavano rami dagli alberi, e li gettavano per la strada. E le turbe che procedevano, e quelli che andavangli dietro, gridavano, dicendo: Osanna al Figliuolo di David; benedetto colui che viene nel nome del Signore: Osanna nel più alto de’ cieli”(Matth. XXI, 1-9).

Eccoci, o miei cari, alla settimana santa, settimana, nella quale la Chiesa ci ricorda i più grandi misteri d’amore della nostra SS. Religione. Giacché è in questa settimana, che ci fa anzitutto meditare sopra la Passione e la morte di Gesù Cristo, e poi sopra l’istituzione ammirabile della SS. Eucaristia, che della Passione di Gesù Cristo è il gran memoriale: in quo recolitur memoria passionis eius. Perciò a far degna commemorazione di sì grandi misteri, e a corrispondervi in qualche modo la Chiesa istessa in questo tempo col precetto della Comunione Pasquale vi invita alla sacra mensa. E voi certamente, figliuoli di lei docili e sottomessi, siete per rispondere a questo invito. Lasciate pertanto che io vi ricordi il modo, con cui dovete accostarvi a compiere questo grande atto di pietà cristiana, perché ne abbiate a profittare. Al che mi dà bella occasione lo stesso Vangelo di oggi.

1. Gesù, dice il Vangelo, avvicinandosi a Gerusalemme, arrivati che furono a Betfage al monte Oliveto, mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: Andate nel castello, che vi sta dirimpetto, e subito troverete legata un’asina, e con essa il suo asinino: scioglietela, e conducetemela. Et reliqua … – Ora quello che fecero gli abitanti dì Gerusalemme per ricevere Gesù Cristo nella loro città, è quello che dovete pure fare voi per ricevere Gesù Cristo nell’anima vostra. Essi anzitutto, si spogliarono delle loro vesti per metterle sotto ai piedi di Gesù e tagliarono i rami degli alberi per gettarli sul suo passaggio. Così pure voi dovete prima di tutto togliere dall’anima vostra l’abito del peccato mortale, se mai vi fosse, recidere i rami di tutte le colpe gravi. Guai allo sciagurato che avesse l’ardire di accostarsi a ricevere la Santa Comunione col peccato mortale sopra dell’anima, senza essere in grazia di Dio! Ben diversamente dal ricevere l’abbondanza della divina grazia, egli riceverebbe la sua condanna e la sua maledizione, e come un abisso chiama un altro abisso, il miserabile, dopo aver compiuto un sì orribile sacrilegio, diverrebbe capace di compiere ancora qualsiasi altro più nero delitto. Avreste voi il coraggio d’inghiottire uno stilo, che scannasse la gola e vi lacerasse le viscere? Or peggio assai fareste, se vi cibaste di Gesù Cristo indegnamente, perché voi vi mangereste e vi berreste, secondo l’espressione dell’apostolo Paolo, il vostro giudizio,vale a dire la sentenza di vostra eterna condanna all’inferno. Oh Dio! Che diabolico congiungimento fanno mai coloro, che vanno a ricevere Gesù nella Comunione col peccato mortale. Essi uniscono la luce alle tenebre, Cristo con Belial, il cielo con l’inferno! Una delle più crudeli barbarie inventate da Mazenzio, tiranno, fu quella di far legare un uomo vivo con un uomo morto, unendo bocca a bocca, occhi ad occhi, piedi a piedi, e lasciarli ivi così stretti fintantoché il morto, colla puzza e col fracidume, facesse marcire e morire il vivo. Simile, per non dir maggior crudeltà, usano in certa maniera quegli scellerati, che si comunicano in peccato mortale: imperocché essi uniscono Cristo vivo e glorioso con la loro anima morta e fracida, la quale agli occhi di Dio è la cosa più sozza e più fetida del mondo. Che direste voi, se v’imbatteste a vedere una particola consacrata in un immondezzaio? Non vi farebbe egli raccapriccio una sì orribile vista? Or quando questi empii la ricevono in un’anima imbrattata di peccato mortale, la collocano in un luogo sì schifoso e fetente, che se Gesù Cristo non fosse impassibile ed immortale, verrebbe a morire per la nausea dell’intollerabile fetore; giacché per Lui puzza più un’anima peccatrice, che per noi un cane morto ed inverminito. Oh! che cuori spietati sono coloro, ai quali regge l’animo di commettere sì nero misfatto! Se avessero da ricevere in casa il loro stesso sovrano, gli farebbero trovare in esso una persona, che gli fosse odiosa, un suo nemico, un suo traditore, un suo ribelle? Or quando si fa la Comunione, si riceve nel petto il Sovrano del mondo, il Re dei re, il Creatore, Iddio, e ricevendolo in peccato mortale, gli si fa trovare nel petto medesimo il suo più gran nemico, la cosa più odiosa che Egli abbia al mondo; anzi l’unico oggetto del suo odio divino, ed odio infinito ed essenziale, in guisa che se non odiasse per un momento solo infinitamente ed essenzialmente il peccato mortale, non sarebbe più Dio in quel momento stesso; perché il peccato mortale è quello che alzò lo stendardo di ribellione contro di Lui; il peccato mortale è quello che lo tradì e gli diede morte, quando fu capace di morire. Che Iddio pertanto vi tenga lontani da questa orribile sventura di una Comunione sacrilega. E voi ricordate, che sarebbe mille volte meglio non comunicarvi mai, anziché recarvi anche ogni giorno alla Comunione, ma sempre col peccato sull’anima.

2. Ma le turbe, oltre a togliersi di dosso gli abiti e tagliare i rami da gettare sul passaggio di Gesù Cristo, si diedero ancora ad acclamarlo, a manifestare cioè i sentimenti del loro cuore. Così se ad accostarsi alla Santa Comunione la condizione prima ed indispensabile si è l’essere in grazia di Dio, ad ottenere poi che la Comunione produca in noi frutti di santificazione ci vogliono altresì talune altre prossime disposizioni, ci vogliono cioè i più vivi sentimenti di fede, di speranza e di carità, vale a dire di quelle virtù, che riguardano a Dio, che nella Santa Comunione si va a ricevere. — Che cosa è quell’Ostia, che fra breve il Sacerdote verrà a deporre sulla mia lingua, e che io farò discendere nel mio cuore? In apparenza non altro che un po’ di pane: di pane ha il colore, l’odore, il sapore; ma in realtà essa non è pane, no; essa è il vero Corpo di nostro Signor Gesù Cristo. Col ricevere quell’Ostia io ricevo le sue carni immacolate, il suo preziosissimo sangue, la sua anima e la sua divinità. È proprio Iddio, che viene a me, quel Dio sì grande che, se guarda la terra la fa tremare, se tocca i monti li fa fumare, se chiama le stelle, queste senza indugio gli si presentano dinanzi luminose, pronte ad eseguire i suoi cenni. È quel Dio sì potente, che ha segnato al mare i suoi confini, che comanda alle sue onde, che raffrena la furia dei venti, che signoreggia la natura tutta quanta, che col semplice fiat ha creato il mondo e mille altri ne potrebbe creare con un atto solo della sua onnipotente volontà. È quel Dio così sublime, che abita una luce inaccessibile, ed innanzi a cui gli Angeli stessi stanno col capo velato per rispetto alla sua maestà infinita; sì, sì è proprio desso. Ed io in sua comparazione, quasi nulla più che un verme della terra, ripieno di ogni miseria, lo ospiterò nel mio cuore? Ma come mai, o Signore, Voi volete venire dentro all’anima mia? Ah! Signore, no, non son degno che Voi entriate in me. Ma un’altra volta: chi sto io per ricevere? Io sto per ricevere quel Gesù, che è il tesoro delle anime, la consolazione degli afflitti, la luce dei ciechi, la guida degli erranti, il medico degli infermi, il ristoro dei tribolati, il conforto dei deboli, la gioia degli eletti, il gaudio del paradiso. Io sto per ricevere quel Gesù, che mondava i lebbrosi, che dava la vista ai ciechi, l’udito ai sordi, la parola ai muti, che raddrizzava gli storti e faceva camminare gli zoppi, che sanava ogni sorta di infermi, che cacciava i demoni, che risuscitava persino i morti. Io sto per ricevere quel Gesù, nelle cui mani stanno i tesori di tutte le grazie, che è pieno di bontà e di misericordia, che al trono del suo Divin Padre prega continuamente per la mia salute. In te adunque, o caro Gesù, io ripongo tutta la mia speranza; nel venire a prender possesso dell’anima mia la sanerai dalle sue infermità, la monderai dalle sue imperfezioni, le darai luce, forza, amore, santità, la riempirai di tutte le tue benedizioni: sì, o Gesù, Tu sei tutta la mia speranza. E poi una terza volta ancora: chi è che fra brevi istanti verrà ad unirsi intimamente a me? È quel Dio, che è carità, che mi ha amato da tutta l’eternità, che mi ha creato per amore, che si è incarnato e fatto uomo, che è nato da Maria Vergine, che ha patito ed è morto in croce per me, per la mia salute, quel Dio che mi ha fatti ed è pronto a farmi ancora tanti benefici, e che adesso mi dà l’estrema prova del suo amore col venire a me e col farsi cibo e bevanda dell’anima mia. Oh carità! oh amore infinito del mio Dio per me! Ed io non risponderò a tanto amore? Resterò freddo, insensibile, indifferente? No, no, o mio Gesù e mio Dio, io vi amo, vi voglio amare con tutto il mio cuore, con tutta la mia anima, con tutte le mie forze; anzi vorrei avere il cuore dei Serafini del cielo, vorrei avere quello istesso della Madre vostra per amarvi, come meritate di essere amato. Venite adunque, o mio bene, o mio tesoro, o mio tutto, venite a prendere possesso del cuor mio: io vi desidero, vi sospiro, vi bramo ardentissimamente. O Maria, datemi voi l’aiuto per ricevere Gesù nell’anima mia, come si conviene che sia ricevuto. — Ecco, è con questi od altri simili sentimenti, che noi dobbiamo recarci alla Comunione: e dopo d’averla ricevuta è pur con questi od altri simili sentimenti, che dobbiamo adorare, ringraziare, lodare, benedire Gesù ed implorare la sua grazia, se desideriamo che la nostra Comunione valga per ciò a farci santi. Ora, sono questi davvero i sentimenti, che portiamo noi alla Comunione? Forse talora si leggono espressi anche sui libri, ma a che vale, se non si accompagnano con l’affetto del cuore? Talora poi si va alla Comunione con freddezza, con indifferenza, irriflessione, e dopo d’averla ricevuta si volge tosto altrove la mente, senza pensar punto a trafficare quei momenti così preziosi per la nostra anima! Non sia così della Comunione, che stiamo per fare in questo tempo e di tutte quelle che faremo ancora nel restante di nostra vita.

3. Imitiamo pertanto, più ancora che gli abitanti di Gerusalemme, l’esempio dei Santi. I Santi nell’atto di comunicarsi erano tutti occupati in credere, sperare ed amare, e si servivano di varie pratiche devote, per rendere più vigorosi i loro sentimenti già pur così vivi. San Bernardo e Santa Caterina da Siena si immaginavano di dover ricevere del latte purissimo di Maria. S. Giovanni Crisostomo figuravasi di mettere la bocca al costato di Gesù per ricevere con più abbondanza quel preziosissimo sangue. San Francesco Borgia si raccoglieva dentro le piaghe del Redentore, come una pecora smarrita dentro l’ovile del suo pastore. Altri s’immaginavano di stare sotto la croce per ricevere sopra del capo, quel diluvio di sangue che Gesù vi sparse per nostro bene. Tutti eccitamenti a far delle sante Comunioni. E chi sa dire lo slancio di affetto, con cui si comunicò per la prima e per l’ultima volta la beata Imelda di Bologna? Era costei una fanciulla di pochi anni, ma già avanzatissima nella virtù e tanto devota del SS. Sacramento, da desiderare ardentissimamente di riceverlo nella Santa Comunione. Ma la sua tenera età le chiudeva la via e non ostante i fervidi suoi desideri, le monache non glielo volevano acconsentire. Il perché non è a dire quant’ella si cruciasse, vedendosi vicino al fonte senza potersi cavar la sete. Basti il dire che non le avveniva mai di vedere le monache accostarsi alla santissima Eucarestia, senza che ella tutta si sentisse divampare internamente e divenire anche esternamente fuoco negli occhi e nel volto, che sembrava quello di un Serafino. Ma non tardò molto il Signore ad appagare le fervide sue brame ed a compiacerla sovrabbondantemente. Trovandosi una mattina in chiesa con le monache, sollecitava più del solito il Signore a venire in lei con brame accese ed intense al possibile, quand’ecco, stupendo miracolo! comparve di repente dal cielo una sacra particola irraggiata da straordinario splendore, che sospesa in aria, si fermò sul capo della fortunata giovinetta. Oh Dio! che mirabile vista da rapire in estasi di stupore e di venerazione ogni cuore! Le monache rimasero trasecolate e come fuori di sé a vista di tanto portento; e recatane quindi la nuova al sacerdote che loro presiedeva, fecero sì che egli stesso venisse in persona a vederlo con i propri occhi. Venuto il sacro ministro, veduto il gran prodigio, fu altamente stupito; poi giudicando che fosse giusto il comunicare quest’anima, il che era approvato dal Cielo con tanta chiarezza, messa la mano alla sacra patena e ricevuta l’Ostia santa la porse ad Imelda, la quale, accolto nel suo seno il suo dilettissimo Gesù, raddoppiò le vampe del suo fervore per siffatta guisa, che di puro amore e di pura gioia spirituale se ne morì e andò a stringere in cielo eterne nozze col suo amorosissimo Sposo. Oh fortuna di chi va a fare una Santa Comunione!

De processione cum ramis benedictis

Procedámus in pace.

Occúrrunt turbæ cum flóribus et palmis Redemptóri óbviam: et victóri triumphánti digna dant obséquia: Fílium Dei ore gentes prædicant: et in laudem Christi voces tonant per núbila: «Hosánna in excélsis».
[Con fiori e palme le folle vanno ad incontrare il Redentore e rendono degno ossequio al Vincitore trionfante. Le nazioni lo proclamano Figlio di Dio e nell’etere risuona a lode di Cristo un canto: Osanna nel più alto dei cieli!]

Cum Angelis et púeris fidéles inveniántur, triumphatóri mortis damántes: «Hosánna in excélsis». [Facciamo di essere anche noi fedeli come gli Angeli ed i fanciulli, acclamando al vincitore della morte: Osanna nel più alto dei cieli!]
Turba multa, quæ convénerat ad diem festum, clamábat Dómino: Benedíctus, qui venit in nómine Dómini: «Hosánna in excélsis». [Immensa folla, convenuta per la Pasqua, acclamava ai Signore: Benedetto Colui che viene nel nome del Signore! Osanna nell’alto dei cieli!]
Cœpérunt omnes turbæ descendéntium gaudéntes laudáre Deum voce magna, super ómnibus quas víderant virtútibus, dicéntes: «Benedíctus qui venit Rex in nómine Dómini; pax in terra, et glória in excélsis».[Tutta la turba dei discepoli discendenti dal monte Oliveto cominciò con letizia a lodar Dio ad alta voce per tutti i prodigi che aveva veduti dicendo: Benedetto il Re che viene nel nome del Signore; pace in terra e gloria nell’alto dei cieli.]

Hymnus ad Christum Regem

Glória, laus et honor tibi sit, Rex Christe, Redémptor: Cui pueríle decus prompsit Hosánna pium.
Glória, laus et honor tibi sit, Rex Christe, Redémptor: Cui pueríle decus prompsit Hosánna pium.
Israël es tu Rex, Davidis et ínclita proles: Nómine qui in Dómini, Rex benedícte, venis.
Glória, laus et honor tibi sit, Rex Christe, Redémptor: Cui pueríle decus prompsit Hosánna pium.
Coetus in excélsis te laudat caelicus omnis, Et mortális homo, et cuncta creáta simul.
Glória, laus et honor tibi sit, Rex Christe, Redémptor: Cui pueríle decus prompsit Hosánna pium.
Plebs Hebraea tibi cum palmis óbvia venit: Cum prece, voto, hymnis, ádsumus ecce tibi.
Glória, laus et honor tibi sit, Rex Christe, Redémptor: Cui pueríle decus prompsit Hosánna pium.
Hi tibi passúro solvébant múnia laudis: Nos tibi regnánti pángimus ecce melos.
Glória, laus et honor tibi sit, Rex Christe, Redémptor: Cui pueríle decus prompsit Hosánna pium.
Hi placuére tibi, pláceat devótio nostra: Rex bone, Rex clemens, cui bona cuncta placent.
Glória, laus et honor tibi sit, Rex Christe, Redémptor: Cui pueríle decus prompsit Hosánna pium

[Gloria, lode e onore sia a te, Re Cristo Redentore, al quale i migliori fanciulli cantarono piamente: Osanna.
Gloria, lode e onore sia a te, Re Cristo Redentore, al quale i migliori fanciulli cantarono piamente: Osanna.
Tu sei il Re di Israele, il nobile figlio di David, o Re benedetto che vieni nel nome del Signore.
Gloria, lode e onore sia a te, Re Cristo Redentore, al quale i migliori fanciulli cantarono piamente: Osanna.
L‘intera corte angelica nel più alto dei cieli, l’uomo mortale e tutte le creature celebrano insieme le tue lodi.
Gloria, lode e onore sia a te, Re Cristo Redentore, al quale i migliori fanciulli cantarono piamente: Osanna.
Il popolo Ebreo ti veniva dinanzi con le palme, ed eccoci dinanzi a te, con preghiere, con voti e cantici.
Gloria, lode e onore sia a te, Re Cristo Redentore, al quale i migliori fanciulli cantarono piamente: Osanna.
Essi ti offrivano il tributo del loro omaggio, quando tu andavi a soffrire; noi eleviamo questi canti a te che ora regni.
Gloria, lode e onore sia a te, Re Cristo Redentore, al quale i migliori fanciulli cantarono piamente: Osanna.
Ti piacquero essi: ti piaccia anche la nostra devozione, o Re di bontà, Re clemente, a cui ogni cosa buona piace.
Gloria, lode e onore sia a te, Re Cristo Redentore, al quale i migliori fanciulli cantarono piamente: Osanna.]

Ant. Omnes colláudant nomen tuum, et dicunt: «Benedíctus qui venit in nómine Dómini: Hosánna in excélsis».

Psalmus CXLVII
Lauda, Jerúsalem, Dóminum: * lauda Deum tuum, Sion.
Quóniam confortávit seras portárum tuárum: * benedíxit fíliis tuis in te.
Qui pósuit fines tuos pacem: * et ádipe fruménti sátiat te.
Qui emíttit elóquium suum terræ: * velóciter currit sermo ejus.
Qui dat nivem sicut lanam: * nébulam sicut cínerem spargit.
Mittit crystállum suam sicut buccéllas: * ante fáciem frígoris ejus quis sustinébit?
Emíttet verbum suum, et liquefáciet ea: * flabit spíritus ejus, et fluent aquæ.
Qui annúntiat verbum suum Jacob: * justítias, et judícia sua Israël.
Non fecit táliter omni natióni: * et judícia sua non manifestávit eis.
Ant. Omnes colláudant nomen tuum, et dicunt: «Benedíctus qui venit in nómine Dómini: Hosánna in excélsis».

Fulgéntibus palmis prostérnimur adveniénti Dómino: huic omnes occurrámus cum hymnis et cánticis, glorificántes et dicéntes: «Benedíctus Dóminus». Di festosi rami ornati, ci prostriamo al Signor che viene: a Lui incontro corriamo tra inni e canti, Lui glorifichiamo dicendo: Benedetto il Signore!
Ave, Rex noster, Fili David, Redémptor mundi, quem prophétæ praedixérunt Salvatórem dómui Israël esse ventúrum. Te enim ad salutárem víctimam Pater misit in mundum, quem exspectábant omnes sancti ab orígine mundi, et nunc: «Hosánna Fílio David. Benedíctus qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis». [Ave, o nostro Re, Figlio di David, Redentore del mondo, preannunciato dai Profeti come Salvatore venuto per la casa d’Israele. Il Padre mandò Te come vittima di redenzione per il mondo; T’aspettavano tutti i santi sin dall’origine del mondo, ed ora: Osanna, Figlio di David. Benedetto Colui che viene nel nome del Signore. Osanna nel più alto dei Cieli!]

Oremus.
Dómine Jesu Christe, Rex ac Redémptor noster, in cuius honórem, hoc ramos gestántes, solémnes laudes decantávimus: concéde propítius ut, quocúmque hi rami deportáti fúerint, ibi tuæ benedictiónis grátia descéndat, et quavis dǽmonum iniquitáte vel illusióne profligáta, déxtera tua prótegat, quos redémit: Qui vivis et regnas in sǽcula sæculórum.

Ingrediénte Dómino in sanctam civitátem, Hebræórum púeri resurrectiónem vitæ pronuntiántes,
Cum ramis palmárum: «Hosánna, clamábant, in excélsis».
Cum audísset pópulus, quod Jesus veníret Jerosólymam, exiérunt óbviam ei.
Cum ramis palmárum: «Hosánna, clamábant, in excélsis».
[Mentre il Signore entrava nella città santa, i fanciulli ebrei proclamavano la risurrezione alla vita,
Agitando rami di palma e acclamando: Osanna nel più alto dei cieli!
Avendo il popolo sentito che Gesù si avvicinava a Gerusalemme, gli mosse incontro
Agitando rami di palma e acclamando: Osanna nel più alto dei cieli!]

Oremus.
Dómine Jesu Christe, Rex ac Redémptor noster, in cuius honórem, hoc ramos gestántes, solémnes laudes decantávimus: concéde propítius ut, quocúmque hi rami deportáti fúerint, ibi tuæ benedictiónis grátia descéndat, et quavis dǽmonum iniquitáte vel illusióne profligáta, déxtera tua prótegat, quos redémit: Qui vivis et regnas in sǽcula sæculórum.
[Signor Gesù Cristo, Re e Redentore nostro, in onore del quale abbiamo cantato lodi solenni, portando questi rami, concedi propizio che la grazia della tua benedizione discenda dovunque questi rami saranno portati e che la tua destra protegga i redenti togliendo di mezzo a loro ogni iniquità ed illusione diabolica. Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli.]

Introitus

Ps XXI: 20 et 22.

Dómine, ne longe fácias auxílium tuum a me, ad defensiónem meam áspice: líbera me de ore leonis, et a córnibus unicórnium humilitátem meam. [Tu, o Signore, non allontanare da me il tuo soccorso, prendi cura della mia difesa: salvami dalla bocca del leone, e salva la mia debolezza dalle corna dei bufali.]

Ps XXI:2 Deus, Deus meus, réspice in me: quare me dereliquísti? longe a salúte mea verba delictórum meórum. [Dio mio, Dio mio, guardami: perché mi hai abbandonato? La salvezza si allontana da me alla voce dei miei delitti].

Dómine, ne longe fácias auxílium tuum a me, ad defensiónem meam áspice: líbera me de ore leonis, et a córnibus unicórnium humilitátem meam. [Tu, o Signore, non allontanare da me il tuo soccorso, prendi cura della mia difesa: salvami dalla bocca del leone, e salva la mia debolezza dalle corna dei bufali.]

Oratio

Omnípotens sempitérne Deus, qui humáno generi, ad imitandum humilitátis exémplum, Salvatórem nostrum carnem súmere et crucem subíre fecísti: concéde propítius; ut et patiéntiæ ipsíus habére documénta et resurrectiónis consórtia mereámur. [Onnipotente eterno Dio, che per dare al genere umano un esempio d’umiltà da imitare, volesti che il Salvatore nostro s’incarnasse e subisse la morte di Croce: propizio concedi a noi il merito di accogliere gli insegnamenti della sua pazienza, e di partecipare alla sua risurrezione.]

LECTIO 

Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Philippénses. Phil II: 5-11

“Fratres: Hoc enim sentíte in vobis, quod et in Christo Jesu: qui, cum in forma Dei esset, non rapínam arbitrátus est esse se æqualem Deo: sed semetípsum exinanívit, formam servi accípiens, in similitúdinem hóminum factus, et hábitu invéntus ut homo. Humiliávit semetípsum, factus oboediens usque ad mortem, mortem autem crucis. Propter quod et Deus exaltávit illum: ei donávit illi nomen, quod est super omne nomen: hic genuflectitur ut in nómine Jesu omne genu flectátur coeléstium, terréstrium et inférno rum: et omnis lingua confiteátur, quia Dóminus Jesus Christus in glória est Dei Patris.”

OMELIA II

[A. Castellazzi: Alla Scuola degli Apostoli; Sc. Tip. Artigianelli, Pavia, 1929]

L’UMILTÀ’

“Fratelli: Siano in voi gli stessi sentimenti che furono in Gesù Cristo, il quale, essendo della natura di Dio, non ritenne come una preda la sua parità con Dio, ma spogliò se stesso, prendendo la natura dì servo, divenuto simile agli uomini, e all’aspetto riconosciuto quale uomo. Abbassò, se stesso facendosi obbediente fino alla morte, e alla morte di croce. Perciò Dio lo ha sublimato, e gli ha dato un nome superiore a ogni altro nome; perchè nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio in cielo, sulla terra e nell’inferno, e ogni lingua confessi che il Signore Gesù Cristo è nella gloria di Dio Padre”. (Fil. II, 5-11).

L’Epistola è tratta dalla lettera ai Filippesi. Per togliere lo spirito di divisione e di rivalità che regnava tra essi. S. Paolo propone l’esempio di Gesù Cristo. Egli, essendo Dio, non considera la sua grandezza come un possesso da conservare a ogni costo, ma se ne spoglia volontariamente, facendosi uomo e umiliandosi fino alla morte di croce. Perciò Dio lo ha esaltato, dandogli un nome, dinanzi al quale tutti devono piegarsi e confessare che Egli possiede la gloria del Padre. Sull’esempio di Gesù Cristo ogni Cristiano deve praticare la virtù fondamentale dell’umiltà. L’uomo umile, convinto dei propri demeriti,

1. Opera con semplicità,

2. È pronto all’ubbidienza,

3. Non si preoccupa della propria gloria, della quale lascia la cura a Dio.

I.

Fratelli: Siano in voi gli stessi sentimenti che furono in Gesù Cristo, il quale, essendo della natura di Dio, non ritenne come una preda la sua parità con Dio, ma spogliò se stesso prendendo la natura di servo.  Gesù era Dio : la sua grandezza non aveva limiti. « Se in Lui fossero stati i sentimenti di parecchi Filippesi, egli avrebbe reclamato, discusso, difeso con energia questo bene che gli apparteneva in forza di un titolo eterno. L’avrebbe custodito con l’aspra fierezza del guerriero armato che non si lascia strappare la sua conquista e la sua parte di bottino avuto ». Ben diversi, però, sono i sentimenti di Gesù. Invece di attaccarsi tenacemente alla sua parità divina e alla gloria che ne deriva, se ne spoglia volontariamente ai nostri occhi, prendendo la forma e la natura di servo. Lezione più sublime di umiltà pei Filippesi e per i Cristiani tutti non si potrebbe trovare. Dopo che Gesù Cristo, nel mistero dell’incarnazione, ha tanto sublimato l’umiltà, tutti ne parlano. Pochi, però,la praticano, e non tutti la praticano nel debito modo. La confessione dei nostri demeriti, delle nostre debolezze, del nostro nulla, se non partono da un cuor sincero non possono chiamarsi atti di umiltà. Ci sono coloro che per sfuggire alla possibilità di un castigo, perprocurarsi un atto di clemenza, per rendersi accetti, dichiarano di aver sbagliato, ritrattano il male fatto con le parole e con gli scritti, si dichiarano indegni di perdono ecc; ma il loro interno com’è? Il loro cuore è più che mai lontano, attaccato a ciò che la bocca detesta. Neppure è sempre umiltà l’atteggiamento esterno. Si può esser trascurati negli abiti, col capo basso per le vie, battersi il petto in chiesa: ma accompagnar questi atteggiamenti col desiderio di essere osservati, considerati. È umile l’atteggiamento di S. Pietro, che si getta ai piedi di Gesù, ed esclama: « Signore, allontanati da me che sono un uomo peccatore ». (Luc. V, 8). È umile l’atteggiamento della Maddalena che con le lagrime bagna i piedi di Gesù. Ma al loro atteggiamento esterno corrisponde l’interna disposizione dell’animo. Quando l’atteggiamento esterno non è vivificato dall’aurea massima:« Ama di non esser conosciuto e di esser riputato per niente », non c’è umiltà, ma ipocrisia. Non sono sempre guidati dai sentimenti che erano in Gesù Cristo, quelli che, invitati a far qualche cosa di bene, ad accettare qualche carica onorifica, se ne schermiscono, protestando che non sono capaci, che si mettano altri più adatti e più degni. Anche qui, non raramente, l’apparenza inganna. Son proteste ispirate dal dispetto, dalla gelosia, da un non lodevole puntiglio. Si aspettava di essere invitati prima degli altri, si aspettava una carica più importante. L’ambizione non appagata si veste d’umiltà. Ci sarà in queste proteste e in questi rifiuti molto veleno del serpente, ma manca la semplicità della colomba.

2.

Gesù Cristo abbassò se stesso facendosi ubbidiente fino atta morte, e alla morte di croce. Chi non sa ubbidire non può esser umile. Sarebbe una contraddizione bella e buona dichiararsi un nulla davanti a Dio, riconoscered’aver tutto da Lui, di dover dipendere in ogni cosada Lui, e poi negargli obbedienza. E quel che si dice rispetto a Dio vale anche rispetto a coloro che ne rappresentano l’autorità, come i genitori e i superiori. Vediamo che cosa ci insegna in proposito Gesù Cristo, con gli esempi della sua vita.Il Vangelo, parlandoci degli anni passati nella casa di Nazaret con Maria e Giuseppe, dice: « e stava loro sottomesso» (Luc.. X, 51). Il Creatore è sottomesso alla creatura. Ma in queste creature Egli vede i rappresentanti dell’autorità di Dio, e tanto basta, perché Egli ubbidisca. Un giorno comanderà ai venti, e questi gli ubbidiranno; comanderà ai demoni, e questi si piegheranno alla sua volontà, comanderà alla morte, e questa gli restituirà la sua preda; ma adesso Egli ubbidisce agli altri. Nella vita pubblica la sua missione sarà quella di comandare, adesso è quella di ubbidire. Devo far quello che mi vien comandato, se potrei insegnare a chi mi comanda? Gesù poteva certamente dare dei punti a Giuseppe. Chi ha dato all’universo un ordine così meraviglioso da strappare inni di lodi e di ammirazione dai più eletti ingegni, poteva far senza le istruzioni di Giuseppe. Invece fa l’opposto. Egli lavora nella bottega sotto la sua direzione, e si attiene alle sue istruzioni e ai suoi suggerimenti. Chi gli comanda tiene le veci del Padre: dunque gli si ubbidisca. Se avessimo in noi questi sentimenti di Gesù Cristo, non staremmo a discutere sulla capacità di chi comanda. Ne ha l’autorità! Ne ha abbastanza, perché io debba ubbidire. E s’intende che bisogna ubbidire anche quando si tratta di cose contrarie ai nostri gusti e alle nostre inclinazioni. Gesù Cristo ubbidisce al Padre in ciò che è più duro di tutto. Egli ubbidisce nel sottoporsi ai tormenti, alla morte, e non a una morte comune, ma a una morte ignominiosa, quale era la morte di croce. «Quella morte — dice S. Bernardo — quella croce, quegli obbrobri, quegli sputi, quei flagelli, tutto ciò che Cristo, il nostro capo, ha sofferto, non furono altro che splendidi esempi di ubbidienza, lasciati a noi che siamo il suo corpo». (1 Tractatus De Gradibus humilitatis, 7). E noi resteremo insensibili davanti agli esempi datici dal nostro capo, e ci rifiuteremo ancora di ubbidire, quando l’ubbidienza costa sacrifici? Non dimentichiamoci che il sacrificio dell’ubbidienza è più accetto a Dio che gli altri sacrifici. Gesù Cristo poteva dire di se stesso: «Io non cerco la mia gloria: c’è chi se ne prende cura,». (Giov. VIII, 50). E di fatti Dio lo ha sublimato e gli ha dato un nome superiore a ogni altro nome. Chi è umile, sull’esempio di Gesù Cristo, non cerea la propria gloria nel suo operare. Questa gli verrà un giorno dal Signore, se lo avrà servito fedelmente. Che importa della gloria del mondo al fedele servo di Dio! Essa è come il fumo che in un momento s’innalza, s’allarga, toglie la vista, e in un momento scompare. Come il fiore del prato, ricrea per un giorno, e poi svanisce. E d’altronde qual motivo c’è per gloriarsi? Poiché, chi differenzia te dagli altri? e che cosa hai tu che non abbia ricevuto?» (1 Cor. IV). « Chi stima che tutto dipenda da sé, è ingrato verso colui che ha creduto di onorarlo » (S. Giov. Crisost. In Epist. ad Philipp. Hom. 5, 2). Compia pure tante belle opere, senza l’aiuto di Dio non le potrebbe compiere; a lui dunque la gloria. – I superbi non lasciano sfuggire occasione alcuna per magnificare le loro opere fatte, o non fatte. Gli umili tacciono delle cose lodevoli da essi veramente compiute. Non sempre si riesce a nascondere il bene che si fa. Il Cristiano non vive chiuso in una scatola: le sue opere buone sono necessariamente viste da quelli che lo circondano. Delle volte, è necessario che compia le sue opere buone in presenza degli altri, per dare buon esempio; ma allora egli si fa guidare dalla norma: « L’azione sia pubblica, in modo, però, che l’intenzione rimanga in segreto » (S. Gregorio M. Hom. 11, 1). I superbi hanno la pretesa di non sbagliare mai. Perciò non sopportano un avviso, una correzione, un rimprovero. Il loro amor proprio ne resterebbe profondamente ferito. Gli umili, che non si curano delle ferite che potrebbe riceverne l’amor proprio, sono lieti di essere avvisati dei loro sbagli. Il Cardinal Richelmy, arcivescovo di Torino, capitato un giorno in visita a una parrocchia della sua archidiocesi, fece le più amorevoli accoglienze ad alcuni chierici che vide in sacristia, trascurando un vecchio cappellano, che ne rimase mortificato. Un sacerdote ebbe il coraggio di far rispettose rimostranze al Cardinale il mattino seguente. « Ha fatto bene a dirmelo — rispose il Cardinale — Non l’avevo visto ». E mandatolo a chiamare gli diede segni della più grande stima e del più grande affetto. Poi, ringraziò l’ammonitore: « Quando viene a Torino, passi in arcivescovado, all’ora degli amici s’intende ». (A, Vuadagnotti. Il Cardinale Richelmy. Torino – Roma. 1926 p. 277). Ecco come riceve le giuste osservazioni chi non si preoccupa della propria gloria. Considera gli ammonitori veri amici, meritevoli di ringraziamento e di delicate attenzioni. Se noi non ci preoccupiamo della nostra gloria, non vuol dire che questa non verrà a suo tempo. Ogni atto virtuoso compiuto per amor di Dio, riceverà da Lui un premio. Anche l’umiltà avrà il suo premio. «Premio dell’umiltà è la gloria», dice S. Agostino (In Joan. Evang. Tract. 104,3). E non può essere altrimenti, perché essa è la base della santità. Il fratello di Santa Maddalena Sofia Barat, un sacerdote austero, che guidava alla virtù la sorella, le disse un giorno ruvidamente: «Non sarai mai una gran Santa ». « Mi rivendicherò con l’esser molto umile », rispose pronta la fanciulla (Santa Maddalena Sofia Barat, fondatrice dell’Ist. Del Sacro Cuore. Firenze, 1925, p. 7). E la vendetta riuscì splendidamente. L’umiltà, che possedette in grado non comune, la condusse alle altezze della santità e alla conseguente gloria. Vogliamo arrivare alla gloria un giorno! Disprezziamola ora, umiliandoci per amor di Dio.

Graduale

Ps LXXII:24 et 1-3 Tenuísti manum déxteram meam: et in voluntáte tua deduxísti me: et cum glória assumpsísti me. [Tu mi hai preso per la destra, mi hai guidato col tuo consiglio, e mi ‘hai accolto in trionfo.]

Quam bonus Israël Deus rectis corde! mei autem pæne moti sunt pedes: pæne effúsi sunt gressus mei: quia zelávi in peccatóribus, pacem peccatórum videns. [Com’è buono, o Israele, Iddio con chi è retto di cuore. Per poco i miei piedi non vacillarono; per poco i miei passi non sdrucciolarono; perché io ho invidiato i peccatori, vedendo la prosperità degli empi.]

Tractus Ps. XXI: 2-9, 18, 19, 22, 24, 32

Deus, Deus meus, réspice in me: quare me dereliquísti?

Longe a salúte mea verba delictórum meórum.

Deus meus, clamábo per diem, nec exáudies: in nocte, et non ad insipiéntiam mihi.

Tu autem in sancto hábitas, laus Israël.

In te speravérunt patres nostri: speravérunt, et liberásti eos.

Ad te clamavérunt, et salvi facti sunt: in te speravérunt, et non sunt confusi.

Ego autem sum vermis, et non homo: oppróbrium hóminum et abjéctio plebis.

Omnes, qui vidébant me, aspernabántur me: locúti sunt lábiis et movérunt caput.

Sperávit in Dómino, erípiat eum: salvum fáciat eum, quóniam vult eum.

Ipsi vero consideravérunt et conspexérunt me: divisérunt sibi vestiménta mea, et super vestem meam misérunt mortem.

Líbera me de ore leónis: et a córnibus unicórnium humilitátem meam.

Qui timétis Dóminum, laudáte eum: univérsum semen Jacob, magnificáte eum.

Annuntiábitur Dómino generátio ventúra: et annuntiábunt coeli justítiam ejus.

Pópulo, qui nascétur, quem fecit Dóminus.

Evangelium

Pássio Dómini nostri Jesu Christi secúndum Matthǽum.

[Matt XXVI:1-75; XXVII:1-66].

“In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis: J. Scitis, quid post bíduum Pascha fiet, et Fílius hóminis tradétur, ut crucifigátur. C. Tunc congregáti sunt príncipes sacerdótum et senióres pópuli in átrium príncipis sacerdótum, qui dicebátur Cáiphas: et consílium fecérunt, ut Jesum dolo tenérent et occíderent. Dicébant autem: S. Non in die festo, ne forte tumúltus fíeret in pópulo. C. Cum autem Jesus esset in Bethánia in domo Simónis leprósi, accéssit ad eum múlier habens alabástrum unguénti pretiósi, et effúdit super caput ipsíus recumbéntis. Vidéntes autem discípuli, indignáti sunt, dicéntes: S. Ut quid perdítio hæc? pótuit enim istud venúmdari multo, et dari paupéribus. C. Sciens autem Jesus, ait illis: J. Quid molésti estis huic mulíeri? opus enim bonum operáta est in me. Nam semper páuperes habétis vobíscum: me autem non semper habétis. Mittens enim hæc unguéntum hoc in corpus meum, ad sepeliéndum me fecit. Amen, dico vobis, ubicúmque prædicátum fúerit hoc Evangélium in toto mundo, dicétur et, quod hæc fecit, in memóriam ejus. C. Tunc ábiit unus de duódecim, qui dicebátur Judas Iscariótes, ad príncipes sacerdótum, et ait illis: S. Quid vultis mihi dare, et ego vobis eum tradam? C. At illi constituérunt ei trigínta argénteos. Et exínde quærébat opportunitátem, ut eum tráderet. Prima autem die azymórum accessérunt discípuli ad Jesum, dicéntes: S. Ubi vis parémus tibi comédere pascha? C. At Jesus dixit: J. Ite in civitátem ad quendam, et dícite ei: Magíster dicit: Tempus meum prope est, apud te fácio pascha cum discípulis meis. C. Et fecérunt discípuli, sicut constítuit illis Jesus, et paravérunt pascha. Véspere autem facto, discumbébat cum duódecim discípulis suis. Et edéntibus illis, dixit: J. Amen, dico vobis, quia unus vestrum me traditúrus est. C. Et contristáti valde, coepérunt sínguli dícere: S. Numquid ego sum, Dómine? C. At ipse respóndens, ait: J. Qui intíngit mecum manum in parópside, hic me tradet. Fílius quidem hóminis vadit, sicut scriptum est de illo: væ autem hómini illi, per quem Fílius hóminis tradétur: bonum erat ei, si natus non fuísset homo ille. C. Respóndens autem Judas, qui trádidit eum, dixit: S. Numquid ego sum, Rabbi? C. Ait illi: J. Tu dixísti. C. Cenántibus autem eis, accépit Jesus panem, et benedíxit, ac fregit, dedítque discípulis suis, et ait: J. Accípite et comédite: hoc est corpus meum. C. Et accípiens cálicem, grátias egit: et dedit illis, dicens: J. Bíbite ex hoc omnes. Hic est enim sanguis meus novi Testaménti, qui pro multis effundétur in remissiónem peccatórum. Dico autem vobis: non bibam ámodo de hoc genímine vitis usque in diem illum, cum illud bibam vobíscum novum in regno Patris mei. C. Et hymno dicto, exiérunt in montem Olivéti. Tunc dicit illis Jesus: J. Omnes vos scándalum patiémini in me in ista nocte. Scriptum est enim: Percútiam pastórem, et dispergéntur oves gregis. Postquam autem resurréxero, præcédam vos in Galilaeam. C. Respóndens autem Petrus, ait illi: S. Et si omnes scandalizáti fúerint in te, ego numquam scandalizábor. C. Ait illi Jesus: J. Amen, dico tibi, quia in hac nocte, antequam gallus cantet, ter me negábis. C. Ait illi Petrus: S. Etiam si oportúerit me mori tecum, non te negábo. C. Simíliter et omnes discípuli dixérunt. Tunc venit Jesus cum illis in villam, quæ dícitur Gethsémani, et dixit discípulis suis: J. Sedéte hic, donec vadam illuc et orem. C. Et assúmpto Petro et duóbus fíliis Zebedaei, coepit contristári et mæstus esse. Tunc ait illis: J. Tristis est ánima mea usque ad mortem: sustinéte hic, et vigilate mecum. C. Et progréssus pusíllum, prócidit in fáciem suam, orans et dicens: J. Pater mi, si possíbile est, tránseat a me calix iste: Verúmtamen non sicut ego volo, sed sicut tu. C. Et venit ad discípulos suos, et invénit eos dormiéntes: et dicit Petro: J. Sic non potuístis una hora vigiláre mecum? Vigiláte et oráte, ut non intrétis in tentatiónem. Spíritus quidem promptus est, caro autem infírma. C. Iterum secúndo ábiit et orávit, dicens: J. Pater mi, si non potest hic calix transíre, nisi bibam illum, fiat volúntas tua. C. Et venit íterum, et invenit eos dormiéntes: erant enim óculi eórum graváti. Et relíctis illis, íterum ábiit et orávit tértio, eúndem sermónem dicens. Tunc venit ad discípulos suos, et dicit illis: J. Dormíte jam et requiéscite: ecce, appropinquávit hora, et Fílius hóminis tradétur in manus peccatórum. Súrgite, eámus: ecce, appropinquávit, qui me tradet. C. Adhuc eo loquénte, ecce, Judas, unus de duódecim, venit, et cum eo turba multa cum gládiis et fústibus, missi a princípibus sacerdótum et senióribus pópuli. Qui autem trádidit eum, dedit illis signum, dicens: S. Quemcúmque osculátus fúero, ipse est, tenéte eum. C. Et conféstim accédens ad Jesum, dixit: S. Ave, Rabbi. C. Et osculátus est eum. Dixítque illi Jesus: J. Amíce, ad quid venísti? C. Tunc accessérunt, et manus injecérunt in Jesum et tenuérunt eum. Et ecce, unus ex his, qui erant cum Jesu, exténdens manum, exémit gládium suum, et percútiens servum príncipis sacerdótum, amputávit aurículam ejus. Tunc ait illi Jesus: J. Convérte gládium tuum in locum suum. Omnes enim, qui accéperint gládium, gládio períbunt. An putas, quia non possum rogáre Patrem meum, et exhibébit mihi modo plus quam duódecim legiónes Angelórum? Quómodo ergo implebúntur Scripturae, quia sic oportet fíeri? C. In illa hora dixit Jesus turbis: J. Tamquam ad latrónem exístis cum gládiis et fústibus comprehéndere me: cotídie apud vos sedébam docens in templo, et non me tenuístis. C. Hoc autem totum factum est, ut adimpleréntur Scripturæ Prophetárum. Tunc discípuli omnes, relícto eo, fugérunt. At illi tenéntes Jesum, duxérunt ad Cáipham, príncipem sacerdótum, ubi scribæ et senióres convénerant. Petrus autem sequebátur eum a longe, usque in átrium príncipis sacerdótum. Et ingréssus intro, sedébat cum minístris, ut vidéret finem. Príncipes autem sacerdótum et omne concílium quærébant falsum testimónium contra Jesum, ut eum morti tráderent: et non invenérunt, cum multi falsi testes accessíssent. Novíssime autem venérunt duo falsi testes et dixérunt: S. Hic dixit: Possum destrúere templum Dei, et post tríduum reædificáre illud. C. Et surgens princeps sacerdótum, ait illi: S. Nihil respóndes ad ea, quæ isti advérsum te testificántur? C. Jesus autem tacébat. Et princeps sacerdótum ait illi: S. Adjúro te per Deum vivum, ut dicas nobis, si tu es Christus, Fílius Dei. C. Dicit illi Jesus: J. Tu dixísti. Verúmtamen dico vobis, ámodo vidébitis Fílium hóminis sedéntem a dextris virtútis Dei, et veniéntem in núbibus coeli. C. Tunc princeps sacerdótum scidit vestiménta sua, dicens: S. Blasphemávit: quid adhuc egémus téstibus? Ecce, nunc audístis blasphémiam: quid vobis vidétur? C. At illi respondéntes dixérunt: S. Reus est mortis. C. Tunc exspuérunt in fáciem ejus, et cólaphis eum cecidérunt, álii autem palmas in fáciem ejus dedérunt, dicéntes: S. Prophetíza nobis, Christe, quis est, qui te percússit? C. Petrus vero sedébat foris in átrio: et accéssit ad eum una ancílla, dicens: S. Et tu cum Jesu Galilaeo eras. C. At ille negávit coram ómnibus, dicens: S. Néscio, quid dicis. C. Exeúnte autem illo jánuam, vidit eum ália ancílla, et ait his, qui erant ibi: S. Et hic erat cum Jesu Nazaréno. C. Et íterum negávit cum juraménto: Quia non novi hóminem. Et post pusíllum accessérunt, qui stabant, et dixérunt Petro: S. Vere et tu ex illis es: nam et loquéla tua maniféstum te facit. C. Tunc cœpit detestári et juráre, quia non novísset hóminem. Et contínuo gallus cantávit. Et recordátus est Petrus verbi Jesu, quod díxerat: Priúsquam gallus cantet, ter me negábis. Et egréssus foras, flevit amáre. Mane autem facto, consílium iniérunt omnes príncipes sacerdótum et senióres pópuli advérsus Jesum, ut eum morti tráderent. Et vinctum adduxérunt eum, et tradidérunt Póntio Piláto praesidi. Tunc videns Judas, qui eum trádidit, quod damnátus esset, pæniténtia ductus, réttulit trigínta argénteos princípibus sacerdótum et senióribus, dicens: S. Peccávi, tradens sánguinem justum. C. At illi dixérunt: S. Quid ad nos? Tu vidéris. C. Et projéctis argénteis in templo, recéssit: et ábiens, láqueo se suspéndit. Príncipes autem sacerdótum, accéptis argénteis, dixérunt: S. Non licet eos míttere in córbonam: quia prétium sánguinis est. C. Consílio autem ínito, emérunt ex illis agrum fíguli, in sepultúram peregrinórum. Propter hoc vocátus est ager ille, Hacéldama, hoc est, ager sánguinis, usque in hodiérnum diem. Tunc implétum est, quod dictum est per Jeremíam Prophétam, dicéntem: Et accepérunt trigínta argénteos prétium appretiáti, quem appretiavérunt a fíliis Israël: et dedérunt eos in agrum fíguli, sicut constítuit mihi Dóminus. Jesus autem stetit ante praesidem, et interrogávit eum præses, dicens: S. Tu es Rex Judæórum? C. Dicit illi Jesus: J. Tu dicis. C. Et cum accusarétur a princípibus sacerdótum et senióribus, nihil respóndit. Tunc dicit illi Pilátus: S. Non audis, quanta advérsum te dicunt testimónia? C. Et non respóndit ei ad ullum verbum, ita ut mirarétur præses veheménter. Per diem autem sollémnem consuéverat præses pópulo dimíttere unum vinctum, quem voluíssent. Habébat autem tunc vinctum insígnem, qui dicebátur Barábbas. Congregátis ergo illis, dixit Pilátus: S. Quem vultis dimíttam vobis: Barábbam, an Jesum, qui dícitur Christus? C. Sciébat enim, quod per invídiam tradidíssent eum. Sedénte autem illo pro tribunáli, misit ad eum uxor ejus, dicens: S. Nihil tibi et justo illi: multa enim passa sum hódie per visum propter eum. C. Príncipes autem sacerdótum et senióres persuasérunt populis, ut péterent Barábbam, Jesum vero pérderent. Respóndens autem præses, ait illis: S. Quem vultis vobis de duóbus dimítti? C. At illi dixérunt: S. Barábbam. C. Dicit illis Pilátus: S. Quid ígitur fáciam de Jesu, qui dícitur Christus? C. Dicunt omnes: S. Crucifigátur. C. Ait illis præses: S. Quid enim mali fecit? C. At illi magis clamábant,dicéntes: S. Crucifigátur. C. Videns autem Pilátus, quia nihil profíceret, sed magis tumúltus fíeret: accépta aqua, lavit manus coram pópulo, dicens: S. Innocens ego sum a sánguine justi hujus: vos vidéritis. C. Et respóndens univérsus pópulus, dixit: S. Sanguis ejus super nos et super fílios nostros. C. Tunc dimísit illis Barábbam: Jesum autem flagellátum trádidit eis, ut crucifigerétur. Tunc mílites praesidis suscipiéntes Jesum in prætórium, congregavérunt ad eum univérsam cohórtem: et exuéntes eum, chlámydem coccíneam circumdedérunt ei: et plecténtes corónam de spinis, posuérunt super caput ejus, et arúndinem in déxtera ejus. Et genu flexo ante eum, illudébant ei, dicéntes: S. Ave, Rex Judæórum. C. Et exspuéntes in eum, accepérunt arúndinem, et percutiébant caput ejus. Et postquam illusérunt ei, exuérunt eum chlámyde et induérunt eum vestiméntis ejus, et duxérunt eum, ut crucifígerent. Exeúntes autem, invenérunt hóminem Cyrenaeum, nómine Simónem: hunc angariavérunt, ut tólleret crucem ejus. Et venérunt in locum, qui dícitur Gólgotha, quod est Calváriæ locus. Et dedérunt ei vinum bíbere cum felle mixtum. Et cum gustásset, nóluit bibere. Postquam autem crucifixérunt eum, divisérunt vestiménta ejus, sortem mitténtes: ut implerétur, quod dictum est per Prophétam dicentem: Divisérunt sibi vestiménta mea, et super vestem meam misérunt sortem. Et sedéntes, servábant eum. Et imposuérunt super caput ejus causam ipsíus scriptam: Hic est Jesus, Rex Judæórum. Tunc crucifíxi sunt cum eo duo latrónes: unus a dextris et unus a sinístris. Prætereúntes autem blasphemábant eum, movéntes cápita sua et dicéntes: S. Vah, qui déstruis templum Dei et in tríduo illud reædíficas: salva temetípsum. Si Fílius Dei es, descénde de cruce. C. Simíliter et príncipes sacerdótum illudéntes cum scribis et senióribus, dicébant: S. Alios salvos fecit, seípsum non potest salvum fácere: si Rex Israël est, descéndat nunc de cruce, et crédimus ei: confídit in Deo: líberet nunc, si vult eum: dixit enim: Quia Fílius Dei sum. C. Idípsum autem et latrónes, qui crucifíxi erant cum eo, improperábant ei. A sexta autem hora ténebræ factæ sunt super univérsam terram usque ad horam nonam. Et circa horam nonam clamávit Jesus voce magna, dicens: J. Eli, Eli, lamma sabactháni? C. Hoc est: J. Deus meus, Deus meus, ut quid dereliquísti me? C. Quidam autem illic stantes et audiéntes dicébant: S. Elíam vocat iste. C. Et contínuo currens unus ex eis, accéptam spóngiam implévit acéto et impósuit arúndini, et dabat ei bíbere. Céteri vero dicébant:S. Sine, videámus, an véniat Elías líberans eum. C. Jesus autem íterum clamans voce magna, emísit spíritum.

Hic genuflectitur, et pausatur aliquantulum. …

Et ecce, velum templi scissum est in duas partes a summo usque deórsum: et terra mota est, et petræ scissæ sunt, et monuménta apérta sunt: et multa córpora sanctórum, qui dormíerant, surrexérunt. Et exeúntes de monuméntis post resurrectiónem ejus, venérunt in sanctam civitátem, et apparuérunt multis. Centúrio autem et qui cum eo erant, custodiéntes Jesum, viso terræmótu et his, quæ fiébant, timuérunt valde, dicéntes: S. Vere Fílius Dei erat iste. C. Erant autem ibi mulíeres multæ a longe, quæ secútæ erant Jesum a Galilaea, ministrántes ei: inter quas erat María Magdaléne, et María Jacóbi, et Joseph mater, et mater filiórum Zebedaei. Cum autem sero factum esset, venit quidam homo dives ab Arimathaea, nómine Joseph, qui et ipse discípulus erat Jesu. Hic accéssit ad Pilátum, et pétiit corpus Jesu. Tunc Pilátus jussit reddi corpus. Et accépto córpore, Joseph invólvit illud in síndone munda. Et pósuit illud in monuménto suo novo, quod excíderat in petra. Et advólvit saxum magnum ad óstium monuménti, et ábiit. Erat autem ibi María Magdaléne et áltera María, sedéntes contra sepúlcrum.

 [In quel tempo disse Gesù ai suoi discepoli: J. Sapete bene che tra due giorni sarà Pasqua, e il Figlio dell’uomo verrà catturato per essere crocifisso. C. Si radunarono allora i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo nell’atrio del principe dei sacerdoti denominato Caifa, e tennero consiglio sul modo di catturar Gesù con inganno, e così poterlo uccidere. Ma dicevano: S. Non però nel giorno di festa perché non sorga un qualche tumulto nel popolo. C. Mentre Gesù si trovava in Betania nella casa di Simone il lebbroso, gli si avvicinò una donna che portava un vaso d’alabastro, pieno d’unguento prezioso, e lo versò sopra il capo di lui che era adagiato alla mensa. Ma nel veder ciò, i discepoli se ne indignarono e dissero: S. Perché tale sperpero? Poteva esser venduto quell’unguento a buon prezzo, e distribuito [il denaro] ai poveri. C. Ma, sentito questo, Gesù disse loro: J. Perché criticate voi questa donna? Ella invero ha fatto un’opera buona con me. I poveri infatti li avete sempre con voi, mentre non sempre potrete avere me. Spargendo poi questo unguento sopra il mio corpo, l’ha sparso come per alludere alla mia sepoltura. In verità io vi dico che in qualunque luogo sarà predicato questo vangelo, si narrerà altresì, in memoria di lei, quello che ha fatto. C. Allora uno dei dodici, detto Giuda Iscariote, se ne andò dai capi dei sacerdoti, e disse loro: S. Che mi volete dare, ed io ve lo darò nelle mani? C. Ed essi gli promisero trenta monete di argento. E da quel momento egli cercava l’occasione opportuna per darlo nelle loro mani. Or il primo giorno degli azzimi si accostarono a Gesù i discepoli e gli dissero: S. Dove vuoi tu che ti prepariamo per mangiare la Pasqua? C. E Gesù rispose loro: J. «Andate in città dal tale e ditegli: Il Maestro ti fa sapere: Il mio tempo oramai si è approssimato; io coi miei discepoli faccio la Pasqua da te». C. E i discepoli eseguirono quello che aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua. Venuta poi la sera [Gesù], si era messo a tavola coi suoi dodici discepoli; e mentre mangiavano, egli disse: J. In verità vi dico che uno di voi mi tradirà. C. Sommamente rattristati, essi cominciarono a uno a uno a dirgli: S. Forse sono io, o Signore? C. Ma egli in risposta disse: J. Chi con me stende [per intingere] la mano nel piatto, è proprio quello che mi tradirà. Il Figlio dell’uomo, è vero, se ne andrà, come sta scritto di lui; ma guai a quell’individuo, per opera del quale il Figliuolo dell’uomo sarà tradito! Era bene per lui il non esser mai nato! C. Pigliando la parola, Giuda, che poi lo tradì, gli disse: S. Sono forse io, o Maestro? C. Gli rispose [Gesù]: J. Tu l’hai detto. C. Stando dunque essi a cena, Gesù prese un pane, lo benedisse, lo spezzò e lo porse ai suoi discepoli, dicendo: J. Prendete e mangiate; questo è il mio Corpo. C. E preso un calice, rese le grazie, e lo dette loro, dicendo: J. Bevetene tutti. Questo è il mio Sangue del nuovo testamento, che sarà sparso per molti in remissione dei peccati. E vi dico ancora, che non berrò più di questo frutto della vite fino a quel giorno, in cui lo berrò nuovo con voi nel regno del Padre mio. C. Recitato quindi l’inno, uscirono, diretti al Monte oliveto. Disse allora Gesù: J. Tutti voi in questa notte proverete scandalo per causa mia. Sta scritto infatti: Percuoterò il pastore e saranno disperse le pecore del gregge. Ma dopo che sarò resuscitato, vi precederò in Galilea. C. In risposta, Pietro allora gli disse: S. Anche se tutti fossero scandalizzati per te, io non mi scandalizzerò mai. C. E Gesù a lui: J. In verità ti dico che in questa medesima notte, prima che il gallo canti, tu mi avrai già rinnegato tre volte. C. E Pietro gli replico: S. Ancorché fosse necessario morire con te, io non ti rinnegherò. C. E dissero lo stesso gli altri discepoli. Arrivò alfine ad un luogo, nominato Getsemani, e Gesù disse ai suoi discepoli: J. Fermatevi qui, mentre io vado più in là a fare orazione. C. E presi con sé Pietro e i due figli di Zebedeo, cominciò a farsi triste e ad essere mesto. E disse loro: J. È afflitta l’anima mia fino a morirne. Rimanete qui e vegliate con me. C. E fattosi un poco più in avanti, si prostrò a terra colla faccia e disse: J. Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice. In ogni modo non come voglio io [si faccia], ma come vuoi tu. C. E tornò dai suoi discepoli e li trovò che dormivano. Disse quindi a Pietro: J. E cosi, non poteste vegliare un’ora con me? Vegliate e pregate, perché non siate sospinti in tentazione. Lo spirito, in realtà, è pronto, ma è fiacca la carne. C. Di nuovo se ne andò per la seconda volta, e pregò, dicendo: J. Padre mio, se non può passar questo calice senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà. C. E ritornò di nuovo a loro, e li ritrovò addormentati. I loro occhi erano proprio oppressi dal sonno. E, lasciatili stare, andò nuovamente a pregare per la terza volta, dicendo le stesse parole. Fu allora che si riavvicinò ai suoi discepoli e disse loro: J. Dormite pure e riposatevi. Oramai l’ora è vicina, e il Figlio dell’uomo sarà consegnato nelle mani dei peccatori. Alzatevi e andiamo; ecco che è vicino colui che mi tradirà. C. Diceva appunto così, quando arrivò Giuda, uno dei dodici e con lui una gran turba di gente con spade e bastoni, mandata dai capi dei sacerdoti e dagli anziani del popolo. Il traditore, aveva dato loro questo segnale, dicendo: S. Quello che io bacerò, è proprio lui; pigliatelo. C. E, senza indugiare, accostatosi a Gesù, disse: S. Salve, o Maestro! C. E gli dette un bacio. Gesù gli disse: J. Amico, a che fine sei tu venuto? C. E allora si fecero avanti gli misero le mani addosso e lo catturarono. Ma ecco che uno di quelli che erano con Gesù, stesa la mano, sfoderò una spada e, ferito un servo del principe dei sacerdoti, gli staccò un orecchio. Allora gli disse Gesù: J. Rimetti al suo posto la spada, perché chi darà di mano alla spada, di spada perirà. Credi tu forse che io non possa pregare il Padre mio, e che egli non possa fornirmi all’istante più di dodici legioni di Angeli? Come dunque potranno verificarsi le Scritture, dal momento che deve succedere così? C. In quel punto medesimo disse Gesù alle turbe: J. Come un assassino siete venuti a prendermi, con spade e bastoni. Ogni giorno io me ne stavo nel tempio a insegnare, e allora non mi prendeste mai. C. E tutto questo avvenne, perché si compissero le scritture dei Profeti. Dopo ciò, tutti i discepoli lo abbandonarono, dandosi alla fuga. Ma quelli, afferrato Gesù, lo condussero a Caifa; principe dei sacerdoti, presso il quale si erano radunati gli scribi e gli anziani. Pietro però lo aveva seguito alla lontana fino all’atrio del principe dei sacerdoti; ed, entrato là, si era messo a sedere coi servi allo scopo di vedere la fine. I capi dei sacerdoti intanto e tutto il consiglio cercavano una falsa testimonianza contro Gesù per aver modo di metterlo a morte; ma non trovandola, si fecero avanti molti falsi testimoni. Per ultimo se ne presentarono altri due, e dissero: S. Costui disse: Io posso distruggere il tempio di Dio, e in tre giorni posso rifabbricarlo. C. Levatosi su allora il principe dei sacerdoti, disse [a Gesù]: S. Io ti scongiuro per il Dio vivo, che tu ci dica, se sei il Cristo, figlio di Dio. C. Gesù rispose: J. Tu l’hai detto. Anzi vi dico che vedrete altresì il Figlio dell’uomo, assiso alla destra della Potenza di Dio, venir giù sulle nubi del cielo. C. Il principe dei sacerdoti allora si strappò le vesti, dicendo: S. Egli ha bestemmiato! Che abbiamo più bisogno di testimoni? Voi stessi ora ne avete sentito la bestemmia! Che ve ne pare? C. Egli ha bestemmiato! Che abbiamo più bisogno di testimoni? Voi stessi ora ne avete sentito la bestemmia! Che ve ne pare? C. È reo di morte! C. Allora gli sputarono in faccia e lo ammaccarono coi pugni. Altri poi lo schiaffeggiarono e gli dicevano: S. Indovina, o Cristo, chi è che ti ha percosso. C. Pietro intanto se ne stava seduto fuori nell’atrio. Or gli si accostò una serva e gli disse: S. Anche tu eri con Gesù di Galilea. C. Ma egli, alla presenza di tutti, negò, dicendo: S. Non capisco quello che dici. C. Mentre poi stava per uscire dalla porta, lo vide un’altra serva e disse ai presenti: S. Anche lui era con Gesù Nazareno! C. E di nuovo egli negò giurando: S. Io non conosco quest’uomo! C. Di lì a poco gli si avvicinarono coloro che si trovavano là, e dissero a Pietro: S. Tu sei davvero uno di quelli, perché anche il tuo accento ti da a conoscere per tale. C. Cominciò allora a imprecare e a scongiurare che non aveva mai conosciuto quell’uomo. E a un tratto il gallo cantò; allora Pietro si rammentò del discorso di Gesù: «Prima che il gallo canti, tu mi avrai rinnegato tre volte»; ed uscito di là, pianse amaramente. Fattosi poi giorno, tutti i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo congiurarono insieme contro Gesù per metterlo a morte; e, legatolo, lo portarono via e lo presentarono al governatore Ponzio Pilato. Il traditore Giuda, allora, visto che Gesù era stato condannato, sospinto dal rimorso, riportò ai capi dei sacerdoti e agli anziani i trenta denari, e disse: S. Ho fatto male, tradendo il sangue d’un innocente! C. Ma essi risposero: S. Che ci importa? Pensaci tu! C. Gettate perciò nel tempio le trenta monete d’argento, egli si ritirò di là, andando a impiccarsi con un laccio. I capi dei sacerdoti per altro, raccattate le monete, dissero: S. Non conviene metterle colle altre nel tesoro, essendo prezzo di sangue. C. Dopo essersi consultati tra di loro, acquistarono con esse un campo d’un vasaio per seppellirvi i forestieri. Per questo, quel campo fu chiamato Aceldama, vale a dire, campo del sangue; e ciò fino ad oggi. Così si verificò quello che era stato predetto per mezzo di Geremia profeta: «Ed hanno ricevuto i trenta denari d’argento, prezzo di colui che fu venduto dai figliuoli d’Israele, e li hanno impiegati nell’acquisto del campo d’un vasaio, come mi aveva imposto il Signore». Gesù pertanto si trovò davanti al governatore, che lo interrogò, dicendogli: S. Sei tu il re dei giudei? C. Gesù gli rispose: J. Tu lo dici. C. Ed essendo stato accusato dai capi dei sacerdoti e dagli anziani, non rispose nulla. Gli disse allora Pilato: S. Non senti di quanti capi d’accusa ti fanno carico? C. Ma egli non replicò parola, cosicché il governatore ne rimase fortemente meravigliato. Nella ricorrenza della festività [pasquale] il governatore era solito di rilasciare al popolo un detenuto a loro piacimento. Ne aveva allora in prigione uno famoso, chiamato Barabba. A tutti coloro perciò che si erano ivi radunati, Pilato disse: S. Chi volete che io vi lasci libero? Barabba, oppure Gesù, chiamato il Cristo? C. Sapeva bene che per invidia gliel’avevano condotto lì. Mentre intanto egli se ne stava seduto in tribunale, sua moglie gli mandò a dire: S. Non aver nulla da fare con quel giusto, perché oggi in sogno ho dovuto soffrire tante ansie per via di lui! C. Ma i capi dei sacerdoti e gli anziani sobillarono il popolo, perché fosse chiesto Barabba e fosse ucciso Gesù. In risposta allora il governatore disse loro: S. Chi volete che vi sia rilasciato? C. E quei risposero: S. Barabba. C. Replicò loro Pilato: S. Che ne farò dunque di Gesù, chiamato il Cristo? C. E ad una voce, tutti risposero: S. Crocifiggilo! C. Disse loro il governatore: S. Ma che male ha fatto? C. Ed essi gridarono più forte, dicendo: S. Sia crocifisso! C. Vedendo Pilato che non si concludeva nulla, ma anzi che si accresceva il tumulto, presa dell’acqua, si lavò le mani alla presenza del popolo, dicendo: S. Io sono innocente del sangue di questo giusto; è affar vostro! C. E per risposta tutto quel popolo disse: S. Il sangue di lui ricada sopra di noi e sopra i nostri figli! C. Allora rilasciò libero Barabba; e, dopo averlo fatto flagellare, consegnò loro Gesù, perché fosse crocifisso. I soldati del governatore poi trascinarono Gesù nel pretorio e gli schierarono attorno tutta la coorte; e lo spogliarono, rivestendolo d’una clamide di color rosso. Intrecciata poi una corona di spine, gliela posero in testa, e nella mano destra [gli misero] una canna. E piegando il ginocchio davanti a lui, lo deridevano col dire: S. Salve, o re dei Giudei. C. E dopo avergli sputato addosso, presagli la canna, con essa lo battevano nel capo. E dopo che l’ebbero schernito, gli levarono di dosso la clamide, gli rimisero le sue vesti, e lo condussero via per crocifiggerlo. Nell’uscire [di città], trovarono un tale di Cirene, chiamato Simone, e lo costrinsero a pigliare la croce. E arrivarono a un luogo, detto Golgota, cioè, del cranio. E dettero da bere [a Gesù] del vino mescolato con fiele; ma avendolo egli gustato, non lo volle bere. E dopo che l’ebbero crocifisso, se ne divisero le vesti, tirandole a sorte. E ciò perché si adempisse quello che era stato detto dal Profeta, quando disse: «Si sono divisi i miei abiti ed hanno messo a sorte la mia veste». E, postisi a sedere, gli facevano la guardia. E al di sopra del capo di lui, appesero, scritta, la causa della sua condanna: – Questi è Gesù, re dei Giudei -. Furono allora crocifissi insieme con lui due ladroni: uno a destra ed uno a sinistra. E quelli che passavano di li, lo schernivano, crollando il capo, e dicevano: S. Tu che distruggi il tempio di Dio e che lo ricostruisci in tre giorni, salva te stesso; se sei il Figlio di Dio, scendi giù dalla croce. C. Parimenti anche i capi dei sacerdoti lo deridevano, beffandosi di lui cogli scribi e cogli anziani del popolo, e dicendo: S. Salvò gli altri, e non può salvare se stesso. Se è il re d’Israele, discenda ora dalla croce, e noi gli crederemo. Confidò in Dio. Se vuole, Iddio lo liberi ora! O non disse che era Figliuolo di Dio? C. E questo pure gli rinfacciavano i ladroni che erano stati crocifissi con lui. Si fece poi un gran buio dall’ora sesta fino all’ora nona. E verso l’ora nona Gesù gridò con gran voce: J. Eli, Eli, lamma sabacthani; C. cioè: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Ed alcuni che erano li vicini, sentitolo, dissero: S. Costui chiama Elia! C. E subito uno di loro, correndo, presa una spugna, l’inzuppò nell’aceto, e fermatala in vetta a una canna, gli dette da bere. Gli altri invece dicevano: S. Lasciami vedere, se viene Elia a liberarlo. C. Ma Gesù, gridando di nuovo a gran voce, rese lo spirito. Si genuflette per un momento. Ed ecco che il velo del tempio si divise in due parti dall’alto in basso; e la terra tremò; e le pietre si spaccarono, le tombe si aprirono, e molti corpi di Santi che vi erano sepolti, resuscitarono. Usciti anzi dai monumenti dopo la resurrezione di Lui, entrarono nella città santa e comparvero a molti. Il centurione poi e gli altri che con lui facevano la guardia a Gesù, veduto il terremoto e le cose che succedevano, ne ebbero gran paura e dissero: S. Costui era davvero il Figliuolo di Dio. C. C’erano pure lì, in disparte, molte donne che avevano seguito Gesù dalla Galilea per assisterlo, tra le quali era Maria Maddalena, e Maria di Giacomo e di Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedeo. Essendosi poi fatta sera, arrivò un uomo, ricco signore di Arimatea, chiamato Giuseppe, discepolo anche lui di Gesù. Egli si era presentato a Pilato per chiedergli il corpo di Gesù; e Pilato aveva dato ordine che ne fosse restituito il corpo. E, presolo, Giuseppe lo avvolse in un lenzuolo pulito, e lo pose in un sepolcro nuovo, che si era già fatto scavare in un masso; e, dopo aver ribaltata alla bocca della tomba una gran lapide, se ne andò. Erano ivi Maria Maddalena e l’altra Maria, sedute di davanti al sepolcro.]

OMELIA II

[A. Carmignola, Spiegazione dei Vangeli domenicali, S. E. I. Ed. Torino,  1921]

Credo…

Offertorium

Orémus Ps LXVIII:21-22.

Impropérium exspectávit cor meum et misériam: et sustínui, qui simul mecum contristarétur, et non fuit: consolántem me quæsívi, et non invéni: et dedérunt in escam meam fel, et in siti mea potavérunt me acéto. [Oltraggio e dolore mi spezzano il cuore; attendevo compassione da qualcuno, e non ci fu; qualcuno che mi consolasse e non lo trovai: per cibo mi diedero del fiele e assetato mi hanno dato da bere dell’aceto.]

Secreta

Concéde, quæsumus, Dómine: ut oculis tuæ majestátis munus oblátum, et grátiam nobis devotionis obtineat, et efféctum beátæ perennitátis acquírat. [Concedi, te ne preghiamo, o Signore, che quest’ostia offerta alla presenza della tua Maestà, ci ottenga la grazia della devozione e ci acquisti il possesso della Eternità beata.]

Communio

Matt XXVI:42.

Pater, si non potest hic calix transíre, nisi bibam illum: fiat volúntas tua. [Padre mio, se non è possibile che questo calice passi senza chi lo beva, sia fatta la tua volontà.]

Postcommunio.

Orémus.

Per hujus, Dómine, operatiónem mystérii: et vitia nostra purgéntur, et justa desidéria compleántur. [O Signore, per l’efficacia di questo sacramento, siano purgati i nostri vizi e appagati i nostri giusti desideri.].

LO SCUDO DELLA FEDE (57)

[S. Franco: ERRORI DEL PROTESTANTISMO, Tip. Delle Murate, FIRENZE, 1858]

CAPITOLO VII.

IL PROTESTANTISMO E’ FALSO PERCHE’ SUPPONE CHE LA VERA CHIESA POSSA MANCARE.

La ragione più forte che per allontanarvi dalla S. Chiesa Cattolica vi apportano i Protestanti è sempre questa, che la Chiesa Cattolica è venuta meno, che ha cambiata la Fede, che ha perduta la verità che Gesù Cristo le aveva affidato. Ebbene io vi ho già mostrato che è un fatto indubitabile che non l’ha perduta, perché non ha fatto verun cambiamento: ma adesso vi dirò anche di più, che se, per impossibile, avesse voluto far gettito delle vere dottrine, non avrebbe potuto. Se ciò è vero, non sarà anche vero che sono in un grandissimo errore i Protestanti, che si fondano totalmente sul presupposto che la Chiesa sia venuta meno? – Ebbene, osservate. Chi ha stabilita la S. Chiesa? Gesù Cristo! lo concedono tutti. Chi è Gesù Cristo? è Dio! Ora se Gesù Cristo si protestasse ch’Egli vuole fondare una Chiesa così fatta, così ordinata, così assistita, così assicurata, che fosse impossibile il distruggerla, il farla mancare: se Gesù Cristo Dio protestasse così, potremmo noi credere poi che la Chiesa è veramente indefettibile? Certo sì, se non giungiamo a tanta di audacia e di temerità da affermare che Gesù o non abbia saputo, o non abbia potuto, o non abbia voluto mantenere la sua parola, il che sarebbe una bestemmia orrenda (la stessa orrenda bestemmia, ma nei confronti del Papa, il Vicario “in perpetuo”di Cristo, oggi è pronunziata dai novelli protestanti: i c. d. sedevacantisti pseudo-tradizionalisti! – ndr.-). Tutto si riduce adunque a verificare se Gesù Cristo abbia veramente promesso di stabilire una Chiesa così fatta che non potesse mancare. Ma per verificare questo, basta saper leggere. Gesù Cristo dice espressamente che la Chiesa è di tale saldezza, che le porte dell’Inferno mai non prevarranno contro di lei [… e contro la sua pietra fondante, cioè Pietro ed i suoi successori– ndr. – ] (Matth. XVI, 18). Questa è una maniera orientale di parlare sommamente espressiva, che equivale al dire che, né tutti gli sforzi degli uomini, né tutte le furberie dei seduttori, né tutte le violenze dei persecutori, né le furie medesime dei demoni, mai varranno ad annientare la Chiesa. – Ora la Chiesa, che non vive se non se nella sua dottrina e nei suoi insegnamenti, se errasse in questi non sarebbe affatto annientata? e non avrebbe perduto il suo vero patrimonio, il suo grande scopo sopra la terra? Dunque se la parola di Gesù è vera, la Chiesa non può errare mai, in nessun tempo. Aggiungete che Gesù, per mantenerla nella sua verità, le ha promessa l’assistenza dello Spirito Santo, e questa non per un momento, ma fino alla consumazione dei secoli. Dunque con tale assistenza fino alla consumazione dei secoli debba conservarsi. [… questo prova altresì che il Novus Ordo ecumenico-conciliare degli antipapi marrani, setta che ha ribaltato tutta la dottrina Cattolica dall’interno della Chiesa, è opera satanica, di lucifero che ivi, travestito da “angelo di luce”, si spaccia per divinità facendosi adorare come “signore dell’universo” – ndr. -]. E poi non è essa chiamata dall’Apostolo Paolo « colonna ed il sostegno saldo della verità? » (1 Tim. III, 15)! Come dunque potrebbe esser vero questo nome, se non solo non fosse sostegno dell’edificio, ma fosse cagione di rovina? Più, la Chiesa non è fondata sopra di Pietro, il quale ha da confermare i suoi fratelli nella fede, perché la sua fede, secondo le preghiere di Gesù, non potrà mai venir meno? (Luc. XXII, 32) Aggiungete che Gesù Cristo ha affermato che Egli, se fosse stato innalzato di terra, cioè messo in Croce, avrebbe attratto tutto a sé (Giov. XIII, 32). Ora volete voi che abbia tirato a sé gli uomini per pochi anni e poi li abbia subito lasciati andare in perdizione per tanti secoli? E questo sarebbe l’onore di Gesù, che non avesse fatto neppure quello che fece Mosè, che mantenne per tanti anni la Sinagoga? Questo non sarebbe negare tutta la virtù della Croce di Cristo? Il demonio non si mostrerebbe più potente di Gesù, col togliergli subito tutta la Chiesa, ch’Egli aveva sposata ed unita a sé nel sangue suo? Gesù ha dato al mondo Apostoli, Profeti, Evangelisti, Pastori e Dottori per la consumazione dei Santi, per la opera del ministero, per la edificazione del Corpo di Gesù Cristo, dice S. Paolo (Ephes. IV, 13). Ora è già compito il numero dei Santi? e da quattordici secoli siamo già tutti fuori della salute, dacché non vi è salute fuori della vera Chiesa? E come adunque Dio che ha tanta cura degli uccelli dell’aria, che ebbe tanta sollecitudine del popolo Giudaico, ha lasciato marcire nell’infedeltà per tanti secoli la Chiesa sua sposa? Perché dunque nel Salmo (Ps. LXXX, 30, 38) ha fatto dire della Chiesa, che Dio l’ha fondata nella sua eternità, che il suo trono sarà permanente? Perché ha detto che la S. Chiesa sarà come il Sole davanti a Dio, perfetta come la Luna che sempre risplende nel cielo, come un testimonio fedele? Perché l’Arcangelo Gabriele ha detto che il regno di Gesù mai non avrebbe avuto fine? (Luc. I, 33) . E dunque indubitatissimo che Gesù Cristo promise la indefettibilità alla sua Chiesa. Se l’ha promessa è impossibile che essa venga meno: giacché passeranno il cielo e la terra, ma la parola Divina non passerà. Che dire adunque dei Protestanti, i quali non intendono queste promesse, e poi affermano che tutta la Chiesa era in errore, che essi furono chiamati a riformarla? Ecco quello che si ha a dire: che essi mettendosi all’opera di riformare la Chiesa, trattano Gesù da falsario e da ingannatore, quasi ci avesse illusi, quando le promise la sua assistenza, e quasi non avesse saputo o potuto, o voluto mantenere la suapromessa. Oh che bestemmia esecranda!Ma non vediamo poi talvolta degli abusi e degli scandali nella Chiesa, direte voi? Miei cari attendete bene. Voi vedete sì degli abusi e degli scandali in alcuni che appartengono alla Chiesa, ma non mai nella dottrina che viene insegnata dalla S. Chiesa. Ora qui è tutto l’abbaglio dei Protestanti. Se essi si contentassero di dire che tra i Cattolici vi sono pur troppo di quelli che prevaricando dalla dottrina della buona loro madre si precipitano in molte iniquità, direbbero una cosa verissima, che anche noi Cattolici deploriamo con le lacrime agli occhi: ma non è questo quello che dicono. Dicono invece che la stessa Chiesa nostra madre, fu essa la prevaricatrice, che essa insegnò ai suoi figliuoli degli errori, dellesuperstizioni, delle idolatrie: e questa è la loro orribile empietà. Imperocché può pur troppo errare il Cattolico, quando si scosta dagl’insegnamenti della sua madre; non può errare la madre, quando dà insegnamenti ai suoi figliuoli.Pertanto l’affermare che abbia errato la S. Chiesa è prima di tutto un affronto a Gesù, perché è lo stesso che dire che Egli abbia abbandonata la sua sposa, la Chiesa, alla quale fece promessa di non lasciarla in eterno, e poi è un insulto alla Chiesa, perché è un farla passare per infedele ed adultera, che abbia cacciato Gesù per darsi in preda all’errore ed al demonio. E può un Cattolico pensar così? Ah noi ci consoleremo invece di appartenere ad una Chiesa, che non può mancare mai [anche se oggi è perseguitata ed “eclissata” – ndr. -], e detesteremo con tutto il cuore quei felloni che staccatisi dalla Chiesa per le loro iniquità, onde avere qualche scusa alla loro perfidia, ne rigettano tutta la colpa sopra delitti che calunniosamente appongono alla loro madre.

QUARESIMALE XXXIII

[Padre Paolo SEGNERI S. J.:

Quaresimale

– Stamperia Eredi Franco,
Ivrea 1844 –

Cortassa Pro-Vic. Generale; Rist. Ivrea 10 agosto 1843,
Ferraris prof. Rev. Pe]

XXXIII.

NEL VENERDÌ DOPO LA DOMENICA DI PASSIONE

Expedit, ut unus
moriatur homo pro populo.
[Jo. XI, 50]

1. E sia dunque
spediente a Gerusalemme che Cristo muoia? Oh folli consigli! Oh frenetici consiglieri! Allora io voglio che torniate a parlarmi, quando, coperte tutte le vostre campagne d’arme e d’armati, vedrete l’Aquile romane far nido intorno
alle vostre mura; ed appena quivi posate, aguzzar gli artigli, ed avventarsi alla preda; quando udirete alto rimbombo di tamburi e di trombe, orrendi fischi di frombole e di saette, confuse grida di feriti e di moribondi, allora io voglio che sappiate rispondermi s’è spediente. Expedit!E oserete dir expeditallora quando voi mirerete correre il sangue a rivi, ed alzarsi la strage a monti? Quando rovinosi vi mancheranno sotto i piedi gli edifizi? Quando svenate vi languiranno innanzi agli occhi le spose? Quando, ovunque volgiate stupido il guardo, voi scorgerete imperversare la crudeltà,
signoreggiare il furore, regnar la morte? Ah! non diranno già expedit! quei bambini che saran
pascolo alle madri affamate; non diranno quei giovani che andranno a trenta per soldo venduti schiavi; non lo diranno quei vecchi che penderanno a cinquecento per giorno confitti in croce. Eh che non expedit, infelici, no che non expedit. – Non expedit né al santuario, che
rimarrà profanato da abominevoli laidezze; né al tempio, che cadrà divampato da formidabile incendio; né all’altare, dove uomini e donne si scanneranno, in cambio di agnellini e di tori. Non expedit alla Probatica, che si vuoterà di acqua per correr sangue. Non expedit all’Oliveto, che diserterassi di tronchi per apprestare patiboli. Non expedit al sacerdozio, che perderà l’autorità; non al regno, che perderà la giurisdizione; non agli oracoli, che perderanno la favella, non ai profeti , che perderanno le rivelazioni; non alla legge, che qual esangue cadavere rimarrà senza spirito, senza forza, senzaseguito, senza onore, senza comando, né
potràvantar più suoi riti, né potrà salvare i suoi professori: mercecchè Dio vive in cielo, a fine di scornare e confondere tutti quegli, i quali più credono aduna maliziosa ragion di Stato, che a tuttele ragioni sincere della giustizia; ed indi vuole con memorabile esempio far manifesto che non est sapientia, non est prudentia, non est consilium contra Dominum (Prov. XXI. 30). Ecco: fu risoluto di uccidere Cristo, perché i Romani non diventassero padroni di Gerosolima; e diventarono i Romani padroni di Gerosolima, perché fu risoluto di uccider Cristo. Tanto è
facile al Cielo di frastornare questi malvagi consigli, e di mostrare come quella politica, che si fonda non nei dettami dell’onestà, ma nelle suggestioni dell’interesse, è un’arte quanto
perversa, altrettanto inutile; e la quale anzi, in cambio di stabilire i principati, gli stermina; in cambio di arricchirle famiglie, le impoverisce; in cambio di felicitare l’uomo, il distrugge.
Questa rilevantissima verità voglio io pertanto questa mattina studiarmi di far palese perpubblico beneficio, provando che non è mai utile quello che non è onesto, onde nessuno si dia follemente a credere che per esser felice giovi esser empio.

II. Ma prima vi confesso, uditori, che mi dà quasi rossore il dovere agitare un tale argomento in questo teatro; quasi che presso ai Cristiani ancor sia dubbioso quello che fu sì chiaro presso ai Gentili. Con che furore non si scagliò Cicerone contro coloro i quali ardirono di seminare i primi nel mondo questa dottrina, che ciò che non è onesto possa esser utile? Non li chiamò perturbatori della quiete, discioglitori delle amicizie, distruggitori delle repubbliche, sterminatori delle virtù, sollevatori del mondo? Quindi a lor confusione narra un successo che molto può valere a confusion nostra, e fu questo ch’or io dirò. Parlando un giorno Temistocle nel senato di Atene, disse di avere un consiglio utilissimo alla repubblica; ma che siccome non voleva proporlo in pubblico, così gli fosse assegnato qualcuno, cui lo confidasse in privato. Fu destinato Aristide per ascoltarlo; e a lui Temistocle distintamente scoperse una certa frode, con cui si poteva maliziosamente dar fuoco ai legni spartani loro nemici, benché allora lor collegati. Udito questo, Aristide tornò
in senato con grandissima espettazione d’ognuno, e senza spiegare il caso in particolare, sol disse in genere, che il consiglio di Temistocle era utile sì, ma non era onesto: perutile est consilium Themistoclis reipublicæ, sed minime honestum. Come? ripigliarono allora
tutti, gridando senza distinzione e senz’ordine, ad una voce: questo è impossibile. Se il consiglio non è onesto, non può nemmeno esser utile: quod onestum non est, non potest esse utile. E cosi, senza neppur degnarsi di udirlo, lo ributtarono: tanto era radicata in quei consiglieri quest’opinione, come conchiuse Cicerone, e con lui Plutarco, ut quod justum
non erat, minime putaretur esse utile
. – Or se alle menti di persone Gentili pareva questa verità così manifesta, com’è possibile che non
vogliam persuadercela noi che pur ne abbiamo tante ampie testimonianze dall’istessa infallibile Verità? Finalmente quei miseri non sapevano, dipendere le sorti di tutti gli uomini dalle mani di un solo Dio. Ammettevano molti Dei, diversissimi e discordissimi, tra i quali però non era gran fatto, che se uno favoriva la virtù,
un altro prosperasse per onta la scelleraggine. Anzi quale scelleraggine si trovava, che non avesse in ciclo il suo protettore? Proteggeva Giove gli adulteri, Mercurio i ladri, Marte i sanguinolenti, Bacco gli ubbriachi, Venere i lussuriosi, Plutone gli avari. Sicché i loro adoratori sarebbero finalmente stati in parte scusabili, se avessero giudicato, poter esser talora il vizio felice, mentre ogni vizio aveva per protettore anche pubblico qualche dio. Ma noi Cristiani, i quali crediamo esserci un Dio unico al mondo, e questo, quanto parziale della virtù, tanto nemico dichiarato del vizio, com’è possibile che con arti malvage dobbiamo mai sperare di farcelo favorevole? – Non dipende forse dalla sua mano qualunque nostra prosperità, così piccola, come grande sicché senza suo volere né spira un fiato per l’aria, né biondeggia una spiga per le campagne? Questo è certissime» In manu Dei prosperitas hominis, così chiaramente protestane l’Ecclesiastico (X, 5). Bona et mala, vita et mors, paupertas et honestas a Deo sunt(Ib. XI, 14). Adunque che politica è questa: per acquistar felicità, maltrattare chi la dispensa, offendere chi la dona? Pare a voi dunque bell’arte, per ricevere grazie, arrecare affronti; per riportare favori, usar villanie?

III. Risponderete, che in Dio forse non vale quest’argomento; perocché disprezzando Egli i beni terreni, non è però gran fatto che li comparta ancora a chi non li merita. Lasciar Lui piuttosto la cura di tali beni alle cagioni da noi chiamate seconde, da cui senza tanti riguardi son dispensati più largamente a coloro, i quali per altro pongono mezzi di lor natura più validi a conseguirli. Ma piano di grazia, perché codesto è un discorso, quanto lusinghevole agli empi, tanto fallace; onde io mi stimo obbligato a scoprirne la falsità, per togliere l’inganno. Ditemi un poco però: Dio non ha sempre sprezzati questi beni terreni all’istesso modo? Dio non si è sempre valso delle cagioni seconde all’istessa forma? Di questo non si può dubitare. E nondimeno io ritrovo, che per conseguire felicità ancor temporale, a nessuno ha giovato l’esser empio, laddove a molti spesso ha giovato esser pio. Parvi forse strana, uditori, questa proposizione? Io mi conforterei di provarvela con l’induzione di tutti quegli uomini memorabili ch’han fiorito fin dai principi del mondo, se il tempo me lo permettesse; ma perché questa mi sarebbe un’impresa, se non troppo difficile, almeno troppo ampia,
ristringiamoci dentro alcuni confini. Ditemi adunque: se nel naufragio del mondo s’ebbe a salvare una famiglia fra tutte, quale fu scelta? quella dell’empio, o quella di un giusto? Se dall’incendio di Sodoma s’ebbe a sottrarre una famiglia fra tante, quale fu favorita, quella di un impudico, o quella di un casto? Chi  possedette ai giorni suoi maggiori ricchezze di un Abramo, di un Isacco, di un Giacobbe, di un Giuseppe,
patriarchi tutti santissimi? Ed a Giuseppe singolarmente qual arte giovò sì per salire al trono, la malvagità o l’innocenza? Quando egli con cuore intrepido resisteva alle violenze ed ai vezzi della padrona, credo io che alcuno di questi odierni politici non avrìa mancato di sussurrargli all’orecchio: Giuseppe, mirate bene a ciò che voi fate. Non so se vi torni conto di disgustar la padrona, e padrona sì ricca, e padrona sì amica, e padrona sì potente. Il
marito è lontano; la camera è segreta: chi lo saprà? Importa troppo la grazia di una donna la quale, impetuosa in qualunque affetto, non sa né amare, né odiare, se non in sommo. Eppure si sarìa trovato consiglio più pernicioso per la
prosperità di Giuseppe? È vero ch’egli, per non avere aderito a questo consiglio, si trovò in prigione ed in ceppi; ma la prigione non lo introdusse alla reggia? I ceppi non gli fabbricarono la corona? Passiamo avanti. Se Mosè, ancor fanciulletto, prezzava il diadema postogli da Faraone sul capo (come Filone racconta), se si rimaneva nella sua Corte, se seguitava i suoi riti, sarebbe mai divenuto quel condottiero di un tanto popolo, quel terrore di un tanto Re? Ricusò egli d’esser suo nipote, e fu constituito suo Dio: ecce constitue te Deum Pharaonis (Exod. VII. 1). Le felicità poi della terra lungamente promessa da chi furono conseguite? Dai sollevatori del popolo? Dagli adoratori del vitello? dai dispregiatori di Dio? Neppur uno di questi, che pur erano più di seicentomila, vi pose il piede. E chi espugnò tante piazze, chi fugò tanti eserciti, chi
riportò tante spoglie ai tempi dei Giudici, se non un Giosuè, un Calebbo, un Otoniello, un Gedeone, ed altri tali a lor somiglianti nella virtù, i quali tutti, come osservò l’Ecclesiastico (XLVI, 12), furono grandemente felici, ut viderent omnes, quìa bonum est, obsequi sancto Deo? E venendo a tempi dei Re, qual di loro
ritroverassi, a cui l’impietà fosse d’utile, e non di danno? Me ne rammenterete pur uno? Se un Saule conseguì lo scettro per la bontà, non lo perdette per la colpa? Se un Davide provò mai fortuna contraria, non fu sol quando trasgredì la
legge divina? E a Salomone quanto giovò l’aver preposta in quella sua famosa elezione alle ricchezze la sapienza! Buon per lui, che non chiamò prima a trattato su questo affare veruno di quegl’iniqui statisti, di cui parliamo; perché io credo fermamente che tutti gli avrebbero detto: sacra maestà, pensateci un poco bene,
non precipitate il giudizio, non avventurate l’elezione. Che rilieva a voi tanta scienza? Mancheranno nello stato vostro dottori, mancheranno legisti, quando si avranno a decidere le controversie, o a ventilare le liti? Non sono le lettere quelle che costituiscono un principe formidabile. A voi si conviene dilatare le possessioni, accrescere le entrate, riempir l’erario; altrimenti si rideranno i nemici vostri di voi, quando vi vedranno ricco di libri, ma povero di danari, liberale d’inchiostro, ma scarso d’oro. Questo senza dubbio sarebbe
stato il consiglio di tali politicastri. Ma quanto fu meglio per Salomone conformarsi ai dettami dell’onestà, che non alle suggestioni dell’interesse! Che se dopo un tempo cominciò a declinare la gran felicità del suo stato, qual
ne fu la cagione? Non fu perch’egli deviò dal sentiero de’ divini comandamenti? Scorrete poi pur con agio tutto il catalogo de’ re di Giuda, suoi successori; voi troverete che i più fortunati furono un Ezechia, un Gioatamo, un Giosafatte, e un Giosia, che furono parimenti i più giusti. Questi goderono lunga vita, questi fabbricarono nuove piazze, questi accumularono ricche entrate, questi acquistarono meravigliose vittorie. In alcuni poi variò il tenore della loro felicità, conforme il vario tener de’ loro costumi, come può vedersi in Asa, in Gioas, in Ozia ed in Manasse. Ma tutti gli altri, sì re di Giuda, come re di Samaria, i quali furono
costantemente malvagi, furono ancora costantemente infelici: che però loro furono le ribellioni, loro le sconfitte, loro i disertamenti, loro le prigionie, loro le stragi. Ma che più? Non è chiarissimo il testimonio registrato sopra di ciò dall’istesso Spirito Santo? Leggasi al capo quinto presso Giuditta (ver. 21). Usque dum non
peccarent in conspectu Dei
sui, erant cum illis bona. Ubicumque ingressi sunt sine arcu et sagitta, et absque scuto et gladio; Deus eorumpugnavit
prò eis vicit.
(ver. 16). Et non fuit (
ponete mente alle parole che seguono), et non fuit qui ìnsultaret populo isto, nisi quando recessit a cultu Domini sui (ver. 17). Ora io vorrei sapere un poco da voi, signori miei cari: Iddio governa oggi più il mondo in quella maniera medesima, con cui governa ai tempi di questi principi, o veramente ha Egli mutato stile? Dite: d’allora in qua ha Egli nella sua mente variate massime? ha Egli nel suo cuor cambiato volere? Forse finalmente s’è indotto ad amare il vizio, se allora lo abbominava? Ovvero non è ora più Egli quel che governa, ma ha cedute per avventura le briglie dell’universo a un Caso cieco, o a una Intelligenza maligna? O, se non altro, è sottentrato in suo luogo qualcuno di quegli dei menzogneri, i quali a gara prendevano il patrocinio delle persone malvagie? Che v’è di nuovo nella natura, che v’è? Ohimè, che solo il cadere in tali sospetti, non che l’esprimerli, è bestemmia troppo inaudita: Ego Dominus, et non mutor; cosi ci fa Dio sapere per Malachia (III, 6). Son quel di prima, son quel di prima. Ma s’è così, come dunque possiamo noi confidare, che per conseguir felicità ci debba mai giovar l’esser empio? Non è questa una presuntuosa baldanza,
quasi che Davide non intendesse di favellare per noi pure, quando egli disse che vultus Domini super facientes mala, non per arricchirli, non per esaltarli, non per accreditarli, ma ut perdat de terra memoriam eorum(Ps. XXXIII. 17), per mandarli tutti in malora?

IV. Ma perché non crediate che a favore mio vada io mendicando forse argomenti da un solo popolo, governato già dal Signore con un’assistenza più particolare, e più propria,
facciamo così: mettete un poco voi da una parte il malvagio Erode, quello il quale per l’antichità si chiama il Maggiore, ed io per confronto metterò frattanto dall’altra il piissimo Costantino, quello il quale per i meriti è
detto il Grande. Ad ambedue questi principi vien proposto un sanguinoso macello d’innocenti bambini: a quello per assicurarsi lo scettro, a questo per salvarsi la vita. Risponde Erode: si faccia questo macello, purché io non perda lo scettro. Risponde Costantino, perda io la vita, purché per me non si faccia questo macello. Ora date voi la sentenza. Che giovò più, ad Erode la sua empietà, o a Costantino la sua giustizia? Volete saperlo? Attendete. Costantino, il quale ricusò quella strage, guarì della sua insanabile
infermità, e godette inoltre tranquillamente lo scettro. Erode, il quale la eseguì, perdé tra poco lo scettro, cadendo in una più orribile infermità. E pur famosa la lagrimevole fine che fece Erode, quando vedendosi cascare a brano a brano le carni, verminose prima che morte, addolorato dalle frequenti punture de’ nervi attratti, annoiato dall’intollerabile fetore delle membra incadaverite, tentò di accelerarsi la morte con un coltello. Ma senza ciò. Se prima Costantino aveva travagliato fra spesse ribellioni, di poi provò una giocondissima pace. Se Erode aveva prima provato gioconda pace, di poi travagliò fra spessissime ribellioni: perciocché congiurandogli contro il medesimo Antipatro suo figliuolo, aveva già concertato di avvelenarlo. Onde laddove potette Costantino, ancora vivente, crear Cesari i suoi figliuoli, Erode fu costretto a farli prigioni. Ma che dico a farli prigioni? Non prevalse ai suoi giorni quel  motto celebre: Melius est Herodis porcum esse, quam filium? E con qual fondamento  prevalse, se non perché chi perdonava la vita a quegli animali, come Giudeo, a due figliuoli la tolse, quantunque padre. Che se gran parte dell’umana felicità si stima l’essere amato, siccome l’essere odiato si tiene gran parte dell’umana miseria, quanto pur furono differenti tra loro Costantino ed Erode per un tal capo! Chi può contare le statue, gli archi, i
trofei che furono a Costantino innalzati dall’amor pubblico? Non così invero
di Erode: perocché avendo egli eretta per sua memoria non so qual aquila d’oro, gli fu tratta a terra, e gli fu fatta in pezzi con pubblica sedizione. Che più? Racconta Gioseffo ebreo, scrittore diligente delle sue antichità, che niuna
cosa recava al malvagio principe tanta angoscia, quanto l’accorgersi dell’indicibile contento che dalle sue disavventure traevano i suoi vassalli, onde, prima di morire, avendo con certa fraude imprigionata nel circo tutta la nobiltà, die ordine che sul punto ch’egli spirava fosse mandata subito a fil di spada, perché così nella sua morte dovessero a forza piangere quei che non s’inducevano a piangere per amore. Ora ditemi dunque, signori miei: per titolo di acquistare felicità qual arte voi giudicate più, vantaggiosa: quella che tenne Erode
uccidendo tanti innocenti bambini, o quella che usò Costantino ricusando di ucciderli?
Conviene che o sia cieco chi non conosce, o protervo chi non si arrende a tal verità, tanto ella è palpabile.

V. Ma questo è poco. Tutte le istorie ecclesiastiche non ci dimostrano anch’esse concordemente quanto più vagliano a conseguire prosperità, ancora supreme, le arti sincere della innocenza, che le stravolte della malvagità? Mirate un poco tre celebratissimi
imperatori, Gioviano, Valentiniano, e Valente. Tutti e tre questi, per quali vie s’incamminarono al soglio, se non per quelle onde l’umana politica avrìa creduto che se ne dovessero dilungare? Ritiraronsi tutti e tre, mentre ancor erano capitani privati dal servigio dell’insolente Giuliano apostata, per non aderire ai suoi
folli comandamenti; e non passò molto che in quella Corte, donde uscirono esuli, rientrarono Imperatori. E qual prudenza mondana doveva all’imperator Onorio approvare quelle belle arti, con le quali egli governava il suo Stato?
Considerate di grazia. Qualora, cinto da mille spade nemiche, vedeva che i Barbari gli movevano guerra, che faceva egli? Prendeva subito a muover guerra agli Eretici; e con questa diversione di armi, con cui pareva che dovesse
indebolire lo Stato, il fortificava. Ma non avrìa creduto altrimenti? Come? (si doveva allora strepitare ne’ suoi Conigli) che prudenza è mai questa? Quasi i Goti e gli Unni inondando sopra di noi dalle Spagne, non siano bastanti a
desolarci lo Stato, irritarci ancora contro l’Africa i Donatisti? Anzi ci dovremmo studiare con tutti i mezzi di renderli a noi concordi e confederati, quando essi ci volessero inimicare in simili congiunture. Qual ragione vuol dunque che da noi medesimi li irritiamo, mentr’essi non ci dan noja? prendasi pur a cuore le ingiurie della Religione; ma quando sieno prima fermati gli interessi della repubblica: altrimenti
cadrà la repubblica e non sosterassi la Religione. Così dovevasi probabilmente discorrere in quei Consigli. Ma quanto fallacemente! perocché Dio con riuscite affatto contrarie dava a conoscere che allora più sicura trovavasi la repubblica, quando per la Religione esponevasi a più cimenti. E non combatté egli però con armi invisibili a favore di Onorio, uccidendo ben
duecento mila soldati fra Goti ed Unni, condotti da Radagaso? Anzi, come se ciò fosse poco, gli estinse ancora nel breve giro di un anno sette usurpatori tirannici dell’impero, un Alarico, un Costantino, un Costante, un Massimo, un Giovino, un Sebastiano, un Saro, e altri simili, i quali a guisa di tanti cani nibbio, se gli erano
avventati alla vita. Tanto che correva
allora nel mondo questo bel detto:
far quasi a gara tra loro Dio ed Onorio: Onorio per sterminare i nemici di Dio; Dio per sterminare i nemici d’Onorio. Che se finalmente una volta pur sotto lui prevalsero i Barbari, e saccheggiarono Roma, rispondetemi, quando fu? Non fu quando il misero si lasciò vincere dalle importune istanze dei suoi, e concedé per alcun tempo sì agli Etnici, sì agli Eretici il
libero uso delle loro religioni? Allora Roma diventò subito preda del furore goto, allora divamparono le sue case, allora rovinarono le sue torri, allor seguì quell’eccidio così famoso, su cui versò tante lagrime san Girolamo quando scrisse: peccatis nostris barbari fortes sunt (Ep. 2 ad Heliod.). E che ciò sia pur vero, si manifesta; perché tosto che Onorio, ravvedutosi dell’errore, annullò le leggi malvagie, ed si affaticò per la distruzione delle fedi false e per la dilatazione della vera; tosto, dico, le cose cambiarono faccia: morirono i suoi principali nemici, e diventarono difensori di Roma quei Goti stessi, i quali n’erano stati gli oppugnatori. Piacesse al Cielo che le strettezze del tempo mi permettessero di trascorrere ad uno ad uno gli annali degli altri principi, a me ben noti: io son certissimo che l’esempio di ognuno porgerebbe baldanza all’iniquità, mentre le vicende stesse
vedreste ne’ due Teodosj, in un Arcadio, in un Giustino e in un Giustiniano, in un Maurizio, in un Eraclio, e in tanti altri, allora miseri, quando fecero ubbidire la Religione all’interesse; allor felici, quando fecero servire l’interesse alla Religione. Se non che, a che vale stancarsi più lungamente in accattare testimonianze dagli uomini, dove abbiamo sì in pronto quelle di Dio?
Ditemi un poco: l’infelicità non fu introdotta nel mondo a cagion del peccato? Certo che sì, risponderà l’Ecclesiastico (XL, 9 et 10): mors, sanguis, contentio, oppressiones, fames, et contritio, et flagella super iniquos creata sunt, et propter illos factus est cataclysmus. Pel peccato hanno inondato nel mondo tante sciagure;
pel peccato le guerre, per il peccato la povertà, pel peccato le pestilenze, pel peccato le carestie, pel peccato l’infamie, pel peccato la morte. Adunque come possiamo mai credere che il peccato sia mezzo acconcio a sfuggir l’infelicità, e non piuttosto ad incorrerla, se egli ne fu la cagione? Falso, falso! Se un iniquo dalla sua iniquità ritrarrà qualche ventura, qualche gloria, qualche grandezza, tutto sarà per mero accidente: di primaria istituzione sarà che avvenga il contrario. E però chi non vede che molto più frequentemente avverrà quello ch’è
d’istituzione primaria, che non quello ch’è per mero accidente?

VI. Ripiglierete: somiglianti ragioni per avventura tutt’essere e belle e buone; nulladimeno non poter voi ribellarvi a ciò che il senso vi attesta, ed a ciò che dimostravi
l’esperienza: che il mondo ha sempre abbondato di empi felici; che questo ha fatto sempre aguzzar mille penne contro la Provvidenza, questo fremere mille lingue; e che a volerla ora negare, bisognerebbe bruciar gli annali dei popoli, le declamazioni degli oratori, le
satire dei poeti, e fino i lamenti de’ profeti medesimi, i quali esclamano: quare via impiorum prosperatur? (Jer. XII, 1). Piano, piano; che voi credete con cotesta replica vostra di avermi a un tratto conquiso, non che convinto: eppur voi nulla provate contra di me. Il mondo ha «sempre abbondato di felici? Questo è falsissimo, perché senza paragone sono stati più gli empi miseri, benché la felicità sia più osservata negli empi, che la miseria, come cosa più sconveniente. Con tutto ciò volete ch’io vel
conceda per cortesia? Su, sia così: che no inferite però contro il mio discorso? Dunque è giovevole il vizio, dunque è utile l’empietà, dunque ad esser felice giova esser empio, ch’è la proposizione ch’io vi contrasto? Nego la conseguenza. Sapete dove consiste l’inganno vostro? Consisto in questo: che voi credete tali uomini esser divenuti felici per la malvagità; ed io vi dico di no. Vi dico ch’essi divennero tali mercé qualche opera buona, o cristiana o naturale, o morale, da loro fatta. Seminanti justitiam merces fidelis; tal è l’assioma infallibile dei Proverbi (XI. 18). Però, non lasciando mai Dio di premiar fedelmente verun’azione virtuosa, qualunque siasi, come non lascia mai
di punirne alcuna malvagia, ha voluto con quella breve prosperità temporale rimunerare coloro ai quali per altro erano destinali tormenti eterni. – Furono crudeli i Goti, ma nemicissimi d’ogni carnalità; bestiali gli Unni, ma alieni
da ogni delizia; rapaci i Vandali ma zelantissimi ancora in sterminare il culto d’idolatria. I Romani per contrario quantunque superstiziosi, non è credibile quanto fossero retti, liberali, fedeli, sobri, magnanimi, ed amanti dei popoli lor aggetti. Ne’ Turchi è insigne l’ubbidienza ai loro Principi; negli Svechi è singolare la fede alle lor consorti; e quel ch’io dico di questi popoli in
genere, dite voi di più personaggi in particolare, come di un Jerone, d’un Pisistrato, d’un Dionisio, d’un Falaride, d’un Periandro, d’un Mario, d’un Gracco, d’un Silla, e di altri tali per alcun tempo felici nell’impietà. Furono tutti costoro malvagi sì; ma si scorse anche chiaro in ciascuno d’essi quanto sia quel dettato comune, che coi gran vizi, sogliono andare bene spesso
congiunte di gran virtù: epperò Iddio, che doveva poi dare a’ lor vizi una lunga pena, volle dar prima alle lor virtù un breve premio, guiderdonandole, siccome erano tutte virtù manchevoli con bastoni di comando, con diademi di principato, con vittorie, con trofei, con tesori, e con altre simili felicità temporali; ch’è quanto dire, coi bricioli della sua mensa, con la polvere dei suoi piedi, con la spazzatura che si getta dai balconi del suo palazzo. Chi non
vede però come questo medesimo non abbatte, ma conferma piuttosto l’intento mio, mentre ancor fra’ Gentili, se ben rimirasi, là si è trovata maggiore prosperità, come lungamente dimostra santo Agostino (De Civ. Dei), dove si sono trovate virtù maggiori, se non vere e
reali, almeno verisimili ed apparenti?

VII. E non è per tutto ciò ch’io non sappia, Cristiani miei, che Dio più d’una volta permette
che l’uomo arrivi con l’istesse malvagità ad acquistare or qualche carico illustre, ed ora qualche rendita copiosa: questo è verissimo. Ma io dico, che neppur in questo caso medesimo si deve chiamare utile quella malvagità; perché, regolarmente parlando, sempre sarà più il male, che il bene, il qual ne derivi. Prosperitas stultorum (come Salomone testifica) perdet illos(Prov. I. 32). Non dice perdit, ma perdet. E perché ciò? Perché non sempre una tale
prosperità produce immediatamente i suoi tristi effetti, ma a passo a passo. Eh aspettate un poco di grazia, aspettale un poco, e vedrete dove andrà a terminare quel carico conseguito con le oppressioni degl’innocenti, dove quell’oro
accumulato con l’estorsioni dei poveri. Non avete mai letto là presso Giobbe, che Dio talvolta con gli uomini si trastulla, e che però adducit consiliarios in stultum fìnem? (Job. XII. 17). Non in stultum principium, no; in stultum finem. La
scia che alzino la gran torre di Babele; ma di poi fa che per la confusione vadano dispersi. Lascia che alzino la bella torre di Siloe; ma di poi fa che
sotto le rovine vi restino seppelliti. Questo è l’inganno, per lo quale molti uomini giudicano talora fortunata l’iniquità, e che ha condotti anche i Profeti medesimi a querelarsi amorosamente di Dio, e quasi ad accusar la sua provvidenza. Hanno i meschini considerato il principio, ma non hanno con Davide atteso il fine: donec intelligam in novissimis eorum (Ps. LXXII, 17); ch’è quanto dire, si sono fissi a mirare il bel capo d’oro dell’eccelso colosso
babilonese, e quivi tutti attoniti, tutti assorti, non hanno subito calati gli occhi a osservare i piedi di fango. Udite, e si stabilisca la verità.

VIII. Se dopo il nascimento di Cristo fu serie d’uomini, i quali con arti inique si avanzassero
a grandi acquisti, furono senza dubbio gl’imperatori, o, se così vogliamo piuttosto chiamarli, tiranni greci. Ora ditemi: vi sono però stati altri ìmperi ch’abbiano dati, o più fortunosi, o più ferali argomenti alle scene tragiche? Niceforo il primo giunse alla fine co’ suoi tradimenti e con i suoi spergiuri ad usurparsi l’impero, scacciandone Irene, giusta posseditrice. Ma che? per le continue calamità divenne a sé medesimo sì obbrobrioso, che si chiamava nuovo Faraone indurato nelle disgrazie; ed alla fine sconfitto e ucciso da’ Bulgari, diede occasione a’ suoi nemici di fare del suo cranio una tazza, dove, non so
se per allegrezza o per onta, tutti beverono i principali del campo. Giunsero pur
Staurazio con illegittime nozze, e Leone Armeno con pubbliche ribellioni a
stabilirsi nel principato: ma quanto andò che per tal cagione morirono trucidati, l’uno in guerra, l’altro all’altare? Michele Balbo arrivò nella sua famosa congiura a passare dalla carcere al soglio, ed a farsi quivi adorare, mentre ancor era con le catene al collo e con i ceppi ai piedi; ma avendo ardire per tale prosperità di sposare una vergine sacra, subito gli si ribellò tutta la Schiavonia, subito gli fu sbaragliato tutto l’esercito; né per ciò ravvedendosi, fu consumato da una infermità stomachevole. Teofilo per le sue ragioni di Stato
arrivò quasi a spegnere affatto il culto delle immagini sacre; ma presto ancora
morì di affanno e di rabbia per una lagrimevole rotta ricevuta da’ Saracini. Michele III, riputato per le sue libidini e per le sue crudeltà novello Nerone, giunse a sterminar i tutori e sbandir la madre, per poter senza direttore regnare più
francamente; ma quanto fu però contro di esso l’odio del popolo, quante le ribellioni, dalle quali alla fine rimase estinto, mentre giaceva sopraffatto dal sonno ed ebbro dal vino! Riuscì ad Alessandro di spogliare gli altari sacri,
per trasportare, nel fisco l’oro de’ tempj; ma incontenente impazzì: né compì prima l’anno del principato, che vomitò col sangue insieme la vita. Che dirò di Romano I? Conseguì egli con astutissima frode di collocare nella sedia
patriarcale di Costantinopoli un suo figliuolo fanciullo con discacciarne il legittimo possessore; ma l’anno stesso da un altro dei suoi figliuoli fu discacciato egli ancor dal trono imperiale, e rilegato in un’isola solitaria. Così il
secondo Romano giunse ancor ei, per vaghezza di dominare, a togliere con veleno il padre dal mondo; ma fra brevissimo tempo fu tolto anch’egli dal mondo pur con veleno. Michele Paflagonio ottenne con arti inique d’intrudersi
nell’imperio; ma fu invasato subito dal diavolo, da cui né per esorcismi, né per limosine, si poté più liberare fino alla morte. Michele Calefate conseguì d’esiliare l’imperatrice per regnar solo; ma fu pigliato incontinente dal popolo, da cui lapidato e accecato, fu strascinato ancor vivo per la città. E l’istessa lagrimosa fine ancor fecero Diogene ed Andronico, saliti ambedue sul
soglio imperiale, l’uno col favore di amore impudico, l’altro col braccio di barbara fellonia. – Rispondetemi ora: pare a voi che si potessero chiamar punto felici le malvagità con cui questi si vantaggiarono? – Dite su: vi contentereste voi di godere dei loro acquisti, mentre dovreste parimente addossarvi le loro perdite? Chi v ‘è, chi v’è così sciocco, il quale stimi invidiabile la lor sorte? Or figuratevi che tal è stata universalmente la sorte di tutti quei che con arti inique anelarono ai lor vantaggi. Prosperitas  stultorum perdet illos; sì, miei signori, prosperitas stultorum perdet illos (Prov. I. 32). Eh che non accade affannarsi in tal verità!
Gridano tutti i libri, esclamano tutti i secoli, e tutti i regni unitamente sentenziano a favore della virtù: Justitia elevat gentes(Prov. XIV. 34); udite se può trovarsi un detto più favorevole al nostro intento, uscito dalla penna pur esso di Salomone: Justitia elevat gentes: la giustizia si è quella la quale sublima i popoli, li risuscita, li ravviva. Che quella che li fa miserabili? Il sol peccatro: miseros autem fàcit populos peccatum (Ibid.). Così pur altrove egli dice: non roborabitur
homo ex impietate
(Ib. XII. 3); ed altrove: in insidiis suis capientur iniqui(Ib. XI, 6); ed altrove: in impietate sua corruet impius(Ib. XI. 5); ed altrove: qui seminat iniquitatem, metet mala(Ib. XXII. 8). La Sapienza concorda in parlar così: malignitas evertet sedes potentium (Sap. V. 24), punto differente è il linguaggio dell’Ecclesiastico, il qual ci ha lasciato questo notabilissimo avvertimento, che i principati si veggono bene spesso andar vagabondi regnum a
gente in gentem transfertur
(Eccl. X, 8). Per qual cagione? per le ingiustizie, per le iniquità, per le fraudi, cui vennero amministrati: propter injustitias et injurias et contumelias et diversos dolos (Ibid.). Che dite dunque? Volete voi lasciarvi sì lusingare dalle fallaci promesse dell’impietà, che, ammirando le sue esaltazioni, non consideriate anche appressi i suoi precipizi? Eh rinunziatele pure, rinunziatele le sue arti,
ed assicuratevi (checché v’insegnino altri nei loro volumi pestilenziali e perversi),
assicuratevi, dico, che non vi sarà utile quello che non è onesto. Telas araneæ texuerunt, dice
Isaia di questi artefici scaltri d’iniquità: opera eorum opera inutilia; cogitationes eorum cogitationes inutiles (Is. LIX, 5, 6 et 7). Tengansi pur per sé il loro expedit maledetto questi
odierni sconsigliatissimi consiglieri; che noi piuttosto con le generose parole di Matatia, nobilissimo maccabeo, vogliamo conchiudere: propitius sit nobis Deus; non est nobis utile relinquere legem et justitias Dei (1 Mach. II. 21). Premettaci pure la malvagità ciò che vuole, non le crediamo. Mai non ci sarà utile lasciare la Religione per l’appetito, la Religione per l’interesse, la legge per l’affetto, Dio per
nessuno. Non est, non est nobis utile
relinquere leges et justitias Dei
.  Che cosa ci sarà utile? La pietà. Pietas omnia utilis,
dice l’Apostolo (1 ad Tim., IV, 8); mercecchè questa ha le promesse di essere favorita non solo nella vita futura, dove sta il vero premio dei Cristiani, ma ancora nella presente, Promissionem habens vitae, quæ nunc est, et futuræ.

SECONDA PARTE

IX. Io vi ho ragionato sinora come se non ci fosse altra vita, che questa sola, la qual da
noi si mena sopra la terra. Ma che? Ci è pur paradiso (o signori miei cari), ci e pur inferno. Se non siamo atei, lo dobbiamo confessare. Adunque, quando anche il vizio (ch’io non concedo) fosse nel mondo generalmente felice, basterebbe questo a poterlo chiamar giovevole? Eh miseri noi, che pensiamo al temporale, e
non consideriamo l’eterno! Quid prodest nomini, si mundum universum lucretur, animæ vero suoi detrimentum patiatur? (Matth. X. 26). Oh
sentimento degno di essere ripetuto a gran voce su tutti i pergami, anzi di essere inciso a caratteri grandi in tutte le sale, in tutte le stanze, a fine di non lo perdere mai di vista! E dove ancora, uditori cari, arrivassimo a
conseguire con i tentativi malvagi l’intento nostro, che avrem noi fatto? Quid prodest? Avremo acquistati alcuni anni di contentezza, ma ce ne saremo giuocata un’eternità. Oh potess’io questa mattina avanti ai vostri occhi spalancare tutto l’inferno, e farvi vedere quelle caverne di terrore, quelle carceri di tormenti! Che vorrei fare? Vorrei chiamare ad uno ad un tutti quegli, i quali vivendo non riconobbero su la terra altro Dio, che il loro interesse; e vorrei
con alti scongiuri violentarli a rispondere, come sian ora contenti delle loro passate felicità. Dove siete, olà, dove siete, voi Geroboami, voi Tiberj, voi Giuliani, voi Arrighi, voi tutti di questa scuola? Venite pure, benché vestiti di fiamme, benché cinti di serpi, benché carichi di catene, che per nostro profitto giova il vedervi. Che dite? Voi vivendo adempiste già tutto ciò che vi
suggerì il vostro perverso volere, con dir tra voi: sit fortitudo nostra lex justitiæ(Sap. II. 11). Non
è così? Non temeste mai uomini, non rispettaste mai Dio; e sol tutti intesi ai vostri interessi domestici, non dubitaste di procurarli con l’oppressione dei poveri, con le calunnie degl’innocenti, col tradimenti degli amici, con le rovine degli emoli, col sangue dei popoli, con lo sconvolgimento dell’universo. Ebbene, che
cavate ora voi dalla rimembranza dei vostri passati delitti? Sono per questo a voi men rigidi i ghiacci, o men voraci le fiamme? Vi ricordate, quanti già vi adoravano nelle reggi e quanti vi corteggiavano per le strade! quanti vi
applaudivano ne trionfi! Vi ritraevano altri su dotte tele, altri vi figuravano in duri marmi; e per la vostra felicità giornalmente sagrificavansi non so se più vite nelle battaglie, o più vittime in su gli altari. Or che vi giova una
tale felicità? rispondetemi, che vi giova? Quid
prodest
? Se voi poteste ritornare ora nel mondo a ripigliare i vostri cadaveri, a ritessere il vostro corso, qual tenore di fortuna vi eleggereste?
Rientrereste voi più nell’istesse regge? rimontereste voi più su gli stessi
troni? Oh Dio, che parmi di sentire che i miseri, bestemmiando, mandino urli per voci, e fremiti per parole. Che regge, gridano gl’infelici, che troni? Maledetta sia l’ora che vi salimmo; maledetti quei servi, che ci ubbidirono; maledetto quel cielo che ci esaltò. Selve, grotte, dirupi, orrori, sepolcri, là dentro correremmo
tutti a nasconderci, se noi potessimo più tornare or al mondo. Così mi pare che i miseri mi rispondano. Ed oh con quanta ragione! Vere mendacium possiderunt; vanitatem, quæ eis non profuit (mi giova qui di ripetere ad alta voce con Geremia – XVI. 19): vere mendacium possiderunt; vanitatem, quæ eis non profuit. Poverini che sono! quanto meglio sarebbe stato per tutti questi nascer servi, nascere schiavi, che nascer grandi! Ubi sunt principes gentium? Dove
sono più questi principi delle genti, dei quali abbiam ragionato? Qui dominantur super bestias, quæ sunt super terram; e per andare in cocchio nutriscono tanti cavalli: qui in avibus cæli ludunt;
e per andare a caccia nutriscono tanti cani: qui argentum thesaurizant et aurum, in quo confidunt homines,et non est finis acquisitionis eorum; e per arricchire le loro case privale non temono difar
gemere le città. Ubi sunt? ubi sunt? Dove sono? dove sono? Exterminati sunt, ripiglia il Profeta. Sono spariti, sono spariti. Spariti? Non sarìa nulla. Exterminati sunt, et ad inferos descenderunt, et alii loco eorum surrexerunt (Baruch. III, 16 et seq.). Lasciarono ai loro posteri gli ostri e gli ori, ed essi andarono a starsene tra le fiamme. Così è di tutti coloro, che non son vissuti secondo le buone leggi. Felici però noi se sapessimo approfittarci alle spese loro! Ma noi troppo insensati invidiamo la loro antica felicità, e non badiamo alla presente loro miseria. Quid prodest, quid prodest homini si mundum universum lucretur, animæ vero suæ
detrimentum patiatur
? Non è di fede, che tra quanti acquisti si facciano, di sogli, di clamidi, di corone, di scettri, di manti, di mitre o di pastorali,uniti ancora fuor d’ogni legge in un fascio,e la perdita che però s’incorra dell’anima, neppur v’è quella proporzione, la qual vi sarebbetra l’acquisto di un praticello selvatico,
e la perdita di una monarchia paria quella che godé Augusto? Adunque come stimeremo
mai felice quell’impietà che porta poi
seco annesso sì grave danno? Non
potest ulla compendii causa consistere
, io dirò, francamente con santo Eucherio (Epist. 1 ad Paræn.), si constet animæ intervenire dispendium.

X. Ma voi direte ch’io stamane non ho fatto altro che parlar sempre di principi e di principesse;
che i più di voi, che soli avete bisogno della mia predica, non siete in sì grande stato; e che però nemmeno siete soggetti a sì gran pericoli. Che le vostre politiche non si stendono se non il più a scavalcare un vostro emolo nella Corte, o a soppiantare un vostro corrispondente in qualche contratto; e che però non dovete forse temere tante infelicità né temporali, né eterne per tali colpe. Sì eh? Oh piacesse al cielo, che pur fosse vera una simile conseguenza! Ma questo
è il peggio, uditori miei, questo è il peggio, che per una cosa di niente offendiamo Dio, strapazziamo i suoi ordini, conculchiamo il suo sangue. Finalmente se per qualche acquisto assai grande lo conculcassimo, faremmo male,
chi ne può dubitare? Faremmo malissimo, ma quanto più conculcandolo per sì poco! E non è questo il lamento che Dio già fece per bocca di Ezechiele quando egli disse: violabant mepropter pugillum hordei, et fragmen panis? (Ezech. XIII, 19). Quasi che volesse egli dire in poche parole: ascoltate voi, cieli; ascoltala,  terra; e voi, cupi abissi, ascoltate. Quel  mio popolo, a me sì caro e diletto, che ha ricevuto da me sì eccelsi favori, che è stato liberato da me di sì misera schiavitudine, che da me è stato esaltato a sì gran potenza; questo mio popolo stesso mi ha strapazzato, sapete, mi ha strapazzato con ingratissime offese. E indovinate perché? Forse per appropriarsi le spoglie di un esercito debellato, come fece un Saule? Non me lo recherei a tanta ignominia. Forse per arrogarsi l’amministrazione di un principato vacante, come fece un’Atalia? Non me lo riputerei a tanto scorno. Forse per usurparsi la possessione d’alcun cittadino innocente, come fece un Acabbo? Mi daria  minor confusione. Forse per sfamare l’ingordigia dell’oro altrui, come
fece un Giezi? Ancor in ciò sentirei minor il rossore. E perché dunque egli mi ha offeso? Perché? Ve lo dirò io. Per un pugno d’orzo, per un frusto di pane; sì, torno a dire, per un pugno di orzo, per un frusto di pane: propter pugillum hordei, et fragmen panis. Per sì leggiero interesse
mi hanno gl’ingrati rivoltate le spalle, hanno dette enormi bugie, hanno inventate vituperose calunnie, hanno orditi bruttissimi tradimenti: ed io lo potrò tollerare? Così dolevasi Dio, signori miei cari, ne’ tempi andati. Sapete
voi come dolgasi nel presenti? Basterebbe, per saper ciò, girare un poco le piazze più popolose della città, entrare ne’ fondachi, visitar le botteghe, vedere i banchi, ed ivi considerare per qual piccioli emolumenti si commettano colpe
ancora mortali. Che menzogne, che contese non si odono colà dentro? che ingiustizie,
che frodi non vi si ascondono? E Dio, ch’ivi è presente, comporterà divedersi per così poco oltraggiato tanto? Come? s’Egli castigherà sì severamente chi, a ragion di esempio, spergiura per un tesoro, non punirà più aspramente chi spergiuri per un quattrino? Fino i Gentili medesimi conoscevano che un istesso peccato,
commesso per emolumento più rilevatile, pareva men grave; onde uno di loro ebbe
a dire: si violandum jus est, regnandi
causa violandum est
. Mai non è lecito di peccare; ma quando inoltre è minore l’allettamento, allora in parità d’altre circostanze sempre è
maggiore la colpa che si commette, perché Dio vien posposto ad un ben più minuto, ad un ben più vile, ad un bene più dispregevole. Conchiudiamo dunque così: se tanto fremeranno nell’inferno quei che vedranno di aver perduto Dio per una provincia o per un principato issai grande di questa terra, che sarà di quei miserabili che vedranno di aver fatta ancor essi una stessa perdita; ma perché? per una usura fecciosa di pochi soldi, per un cambio non sincero, per un censo non sussistente, o per alcun altro contratto di quei sì fini, che sono a voi meglio noti, che non a me? Non urleranno quei miseri di furore, molto più di un Esaù o di un Linneo, venditori sì sfortunati, quegli di una primogenitura, e questi d’un regno? E tali sono le perdite a cui conduco uno scellerato interesse, e conduce tutti, o grandi o piccoli, o governanti o plebei, ch’egli signoreggi. Considerate ora voi se vi è bene, il quale equivalga a perdite così
gravi, e poi sentenziate se mai per esser felice giovi esser empio.