EXTRS ECCLESIAM NULLUS OMNINO SALVATUR (13 -A-)

EXTRA ECCLESIAM NULLUS OMNINO SALVATUR (13 -A-)

IL DOGMA CATTOLICO:

Extra Ecclesiam Nullus Omnino Salvatur

[Michael Müller C. SS. R., 1875]

§ 6. AVENDO SPIEGATO CHE COSA SIA LA COSCIENZA E I DIVERSI TIPI DI COSCIENZA, POSSIAMO ORA FACILMENTE MOSTRARE CHI NON SIA COLPEVOLE DEL PECCATO DI ERESIA.

[Eretici formali ed eretici materiali fuori dalla Chiesa]

Non colpevoli del peccato di eresia sono tutti quelli che, senza alcuna colpa loro, sono stati educati in una setta del protestantesimo e che non hanno mai avuto l’opportunità di conoscerla meglio. Questa classe di protestanti è chiamata invincibilmente o incolpevolmente ignorante della vera Religione, o eretici materiali. – Ora, vediamo che cosa dice il Rev. Alfred Young, un padre paolista di New York, circa gli eretici materiali, in un articolo che aveva pubblicato su Buffalo Union e Times il 22 marzo 1888. Egli dice: “Fu battezzato nella sua infanzia, ed era poi un bambino cattolico buono come qualsiasi altro bambino cattolico “. – Questo è del tutto corretto, e se fosse morto prima che arrivasse all’uso della ragione, sarebbe andato dritto in paradiso. Ma, dopo essere giunto agli anni della comprensione, fu allevato nell’eresia; ma, secondo la sua dichiarazione, era solo un eretico “materiale”, non  “formale”.  Difficilmente si può dubitare che, tra i protestanti, molti siano solo eretici materiali. Reiffenstuel dà questa opinione per un grande numero tra la massa degli eretici. Medesima è l’opinione di Lacroix e di molti altri autori da lui citati, riguardo ai protestanti della Germania; e ciò che è vero per loro è altrettanto vero per i protestanti in altri Paesi. « Alcuni di loro – egli dice – sono così convinti, o così pregiudizievoli a causa dell’insegnamento dei loro ministri, che sono persuasi della verità della propria religione, e allo stesso tempo così sinceri e coscienziosi, che, se essi avessero saputo che in realtà era falsa, avrebbero subito abbracciato la nostra: essi non sono eretici formali, ma solo materiali, e ce ne sono molti di cui danno testimonianza numerosi confessori in Germania ed autori della più grande esperienza ». – « Ciò che è più deplorevole nel loro caso – dice Lacroix – è che, se cadono in qualsiasi altro peccato mortale, come può facilmente accadere a tali persone, (perché senza la grazia speciale è impossibile osservare i comandamenti), essi sono privati della grazia dei principali Sacramenti, e sono comunemente perduti, non a causa dell’eresia materiale, ma a causa di altri peccati che hanno commesso, e dai quali non sono liberati né dal Sacramento della Penitenza, che non esiste tra loro, né con un atto di contrizione o di carità perfetta, della quale non si prendono cura, o perché pensano di esserne dispensati (per non parlare della grandissima difficoltà che tali uomini avrebbero nel farlo, pensando di essere giustificati solo per la fede e la fiducia in Cristo; a causa di questa maledetta fidanza essi sono miseramente persi. » (Lacroix, Lib. II, 94.)  – È bene distinguere tra due classi di protestanti. La prima è quella di coloro che vivono tra i Cattolici o che hanno Cattolici che vivono nello stesso Paese con essi, che sanno che ci sono tali persone e spesso ne sentono parlare. La seconda riguarda coloro che non hanno queste possibili relazioni e parlano solo raramente dei Cattolici, ponendoli in una luce falsa ed odiosa. – Leggiamo nella Sacra Scrittura che Dio Onnipotente, in epoche diverse, disperse gli ebrei tra i pagani e compì grandi miracoli in favore del suo popolo eletto. Così ha voluto che i Gentili venissero a conoscenza del vero Dio. Allo stesso modo, Dio Onnipotente ha disperso i Cattolici Romani, i figli della sua Chiesa, tra i pagani del nostro tempo e  tra i protestanti. Egli non ha mai mancato di fare miracoli nella Chiesa Cattolica: chi, ad esempio, non ha sentito parlare dei molti grandi miracoli compiuti in Francia, e altrove, con l’uso dell’acqua miracolosa di Lourdes? Chi non ha assistito alla meravigliosa protezione della Chiesa Cattolica? Chi non ha letto le verità della Chiesa Cattolica, anche sui giornali protestanti? Chi non ha mai sentito parlare della conversione di tanti ricchi e colti protestanti alla Chiesa Cattolica? Il Signore, che desidera che tutti vengano alla conoscenza della vera Religione, si serve di questi e di altri mezzi per far sorgere dubbi nelle anime di coloro che sono separati dalla sua Chiesa. « Quindi – come dice il vescovo Hay – è quasi impossibile per quei protestanti che vivono tra i Cattolici, essere in uno stato di invincibile ignoranza ».  Tali dubbi sulla loro salvezza nel protestantesimo sono, per i nostri fratelli separati, una grande grazia, poiché Dio Onnipotente, attraverso questi dubbi, inizia a condurli sulla via della salvezza, obbligandoli a cercare in tutta sincerità luce ed istruzione. Ma coloro che non ascoltano questi dubbi rimangono colpevolmente nell’errore in una questione della massima importanza; e morire in questo stato significa morire nello stato di riprovazione, significa perdersi per sempre per colpa propria, come abbiamo visto sopra. – Ma ricordiamoci che « … è un errore – come dice bene il vescovo Hay – supporre che sia necessario un dubbio formale per rendere l’ignoranza del proprio dovere involontaria e incolpevole, basta infatti che ci sia una ragione sufficiente per dubitare, anche se gli ingiusti pregiudizi, l’ostinazione, l’orgoglio o altre cattive disposizioni del cuore, impediscono a queste ragioni di eccitare un dubbio formale nella propria mente: Saul non aveva dubbi quando offrì il sacrificio prima che arrivasse il profeta Samuele; al contrario, era persuaso di avere le più forti ragioni per farlo, tuttavia fu condannato per quella stessa azione, e lui e la sua famiglia furono rigettati da Dio Onnipotente. Gli Ebrei credevano di agire bene quando misero a morte il nostro Salvatore, anzi il loro sommo Sacerdote dichiarò in pieno consiglio che fosse opportuno per il bene e la sicurezza della nazione il doverlo fare: erano però grossolanamente in errore anzi, e tristemente ignoranti del loro dovere; ma la loro ignoranza era colpevole e sono stati severamente condannati per quello che hanno fatto, anche se era stato fatto nell’ignoranza. E, in effetti, tutti quelli che agiscono con una coscienza falsa ed erronea sono altamente biasimevoli per avere una tale coscienza, sebbene non abbiano mai avuto dubbi formali. Anzi, il loro non avere un tale dubbio, quando hanno invece solidi motivi per dubitare, li rende piuttosto ancor più colpevoli, perché questo mostra una maggiore corruzione del cuore, una maggiore depravazione nella disposizione. Una persona cresciuta in una falsa fede, che le Scritture chiamano « sette di perdizione, dottrine di diavoli, cose perverse, bugie e ipocrisia » – e che ha sentito parlare della vera Chiesa di Cristo che condanna tutte queste sette, e vede le loro divisioni e dissensi – ha sempre davanti ai suoi occhi le più forti ragioni per dubitare della sicurezza del proprio stato. Se fa ogni valutazione con sincere disposizioni di cuore, deve convincersi di essere nel torto; e più esamina, più chiaramente lo vedrà, per questa semplice ragione, che è semplicemente impossibile che la falsa dottrina, le menzogne e l’ipocrisia possano essere sostenute da argomenti solidi e sufficienti a soddisfare una persona ragionevole, che cerca sinceramente la verità e implora la luce da Dio per essere guidato nella ricerca. Quindi, se una tale persona non dubita, ma continua, come egli suppone, in buona fede, a modo suo, nonostante i forti motivi di dubbio che ha quotidianamente davanti ai suoi occhi, questo evidentemente dimostra: o che è supinamente negligente circa la preoccupazione della sua anima, o che il suo cuore è totalmente accecato dalla passione e dai pregiudizi. C’erano molte persone simili tra gli Ebrei e i pagani nel tempo degli Apostoli se, nonostante la splendida luce della verità che questi santi predicatori mostravano ovunque, e che era la ragione più potente per portarli a dubitare delle loro superstizioni, erano così lungi dall’avere tali dubbi, tanto da pensare che uccidendo gli Apostoli, facessero un servizio a Dio. Da dove nasce tutto questo? San Paolo stesso ci informa. « Rinunciamo – egli dice – alle dissimulazioni vergognose, senza comportarci con astuzia né falsificando la parola di Dio, ma annunziando apertamente la verità, ci presentiamo davanti ad ogni coscienza, al cospetto di Dio. » Qui egli descrive poi la strana luce della verità che ha predicato, questa luce tuttavia nascosta al gran numero, e immediatamente ne dà la ragione: « … E se il nostro Vangelo rimane velato, lo è per coloro che si perdono, ai quali il dio di questo mondo ha accecato la mente incredula, perché non vedano lo splendore del glorioso Vangelo di Cristo che è immagine di Dio. » (II Cor. IV, 2). Ecco la vera causa della loro incredulità: sono così ridotti in schiavitù delle cose di questo mondo dalla depravazione del loro cuore, che il diavolo li acceca così tanto da non poter vedere la luce, e l’ignoranza derivante da tali disposizioni depravate è una colpevole ignoranza volontaria, e quindi mai in grado di scusarli. – Se questo genere di eretici materiali, allora, sono persi, non sono persi a causa della loro eresia, che per essi non era peccato, ma a causa dei peccati gravi che hanno commesso contro la loro coscienza. « Chiunque ha peccato senza la legge – dice San Paolo – perirà senza la legge ». (Rom. II, 10). Il grande Apostolo desidera dire: « Quelli tra i pagani che non sanno nulla della Legge Cristiana, ma peccano contro la Legge naturale, contro la loro coscienza, saranno persi, ma non a causa del peccato di infedeltà, che non era peccato per coloro che erano invincibilmente ignoranti della Legge Cristiana, bensì a causa del grande peccato che commettono contro la voce di Dio che parlava loro attraverso la loro coscienza. » Lo stesso deve dirsi di quei protestanti che pur essendo incolpevolmente ignoranti della Religione Cattolica, peccano gravemente contro la loro coscienza. « Dio – dice San Tommaso – illumina ogni uomo che viene nel mondo e produce in tutta l’umanità la luce della natura e della grazia, come il sole fa con la luce che conferisce colore e animazione a tutti gli oggetti. Se l’ostacolo impedisce ai suoi raggi di cadere su un certo oggetto, potresti attribuire quel difetto al sole? Oppure se chiudessi tutte le finestre e rendessi la tua stanza completamente buia, potresti dire che il sole è la causa di quella oscurità? Lo stesso è per l’uomo che, per gravi peccati, chiude gli occhi della sua intelligenza alla luce del cielo, perché è avvolto in una profonda oscurità e cammina nell’oscurità morale. Uno studioso che desidera apprendere una scienza o una dottrina la più sublime, deve avere una concezione più luminosa e più completa, per capire chiaramente il suo maestro: allo stesso modo, l’uomo, per essere capace di ricevere maggiori ispirazioni divine, deve avere una disposizione particolare verso di esse. « Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro ». (Is., L. 5.). Quindi tutti i vizi sono contrari ai Doni dello Spirito Santo, perché sono in opposizione all’ispirazione divina; e sono anche contrari a Dio e alla ragione, poiché la ragione riceve le sue luci e le ispirazioni da Dio. Perciò colui che offende gravemente Dio, ed è, per questo motivo, non illuminato per conoscere e credere le verità della salvezza, deve biasimare se stesso per la sua disgrazia e la punizione spirituale. Di questi dice san Paolo: « … ai quali il dio di questo mondo ha accecato la mente incredula, perché non vedano lo splendore del glorioso Vangelo di Cristo che è immagine di Dio » (Cor. IV, 4.). – « Rendi insensibile il cuore di questo popolo, fallo duro d’orecchio e acceca i suoi occhi » (Is., VI, 10.).  Si ricordi anche che la luce della Fede viene negata da quei protestanti che assomigliano ai Farisei. « Si formano di loro stessi – dice il vescovo Hay – una grande idea delle loro buone opere, non discernendo la grande differenza tra le buone azioni morali naturali e le buone opere cristiane soprannaturali, che soltanto porteranno un uomo in Paradiso. La nostra natura è sì corrotta dal peccato, eppure ci sono comunque pochi o quasi nessuno della semenza di Adamo, che non abbiano certe buone disposizioni naturali, per cui alcuni sono più inclini ad una virtù, certuni ad un’altra. Infatti alcuni sono di umana benevola disposizione, timorosa e compassionevole verso gli altri in difficoltà, alcuni giusti e onesti nei loro rapporti, alcuni temperati e sobri, alcuni miti e pazienti, alcuni hanno anche sentimenti naturali di devozione e di riverenza per l’Essere Supremo. Ora, tutte queste buone disposizioni naturali di per sé sono lungi dall’essere delle virtù cristiane, e sono del tutto incapaci di portare un uomo in Paradiso, anzi li rendono graditi agli uomini, e procurano loro stima e rispetto da parte di coloro con cui vivono, ma questo non ha alcun valore di fronte a Dio riguardo all’eternità. Per convincersene, dobbiamo solo osservare che buone disposizioni naturali di questo tipo si trovano pure in maomettani, ebrei e pagani, così come tra i Cristiani; tuttavia nessun Cristiano può supporre che un maomettano, ebreo o pagano, che muore in quello stato, otterrà il regno dei cieli per mezzo di queste virtù. – I Farisei, tra il popolo di Dio, erano notevoli per molte di queste virtù; avevano una grande venerazione per la legge di Dio; avevano reso aperta professione di pietà e devozione; facevano grandi elemosine ai poveri; digiunavano e pregavano molto; erano assidui in tutte le osservanze pubbliche della religione; erano notevoli per la loro stretta osservanza del Sabbath e avevano in orrore ogni profanazione del santo Nome di Dio; tuttavia Gesù Cristo stesso dichiara espressamente: « Se la tua giustizia non supera quella degli scribi e dei farisei, non entrerai nel regno dei cieli ». (Matt. V. 20). Ci viene detto di uno di loro, salito al tempio per pregare, che egli era, agli occhi del mondo, un uomo molto buono, conduceva una vita innocente, libera da quei crimini più grossolani che sono così comuni tra gli uomini, digiunava due volte a settimana, dava la decima di tutto ciò che possedeva; eppure Cristo stesso ci assicura che fu condannato agli occhi di Dio. Tutto ciò prova che nessuna delle suddette buone disposizioni della natura sia in grado di portare in cielo alcun uomo. E la ragione è, perché « … non c’è nessun altro Nome dato agli uomini sotto il cielo per mezzo del quale possiamo essere salvati, ma solo il Nome di Gesù » (Atti IV, 10), quindi, nessuna buona opera, eseguita attraverso le buone disposizioni della sola natura, potrà mai essere incoronata da Dio con l’eterna felicità. Per ottenere questa gloriosa ricompensa, le nostre buone opere devono essere santificate dal Sangue di Gesù e diventare virtù cristiane. Ora, se cerchiamo le Sacre Scritture, troviamo due condizioni assolutamente necessarie per rendere le nostre buone opere gradite a Dio e favorevoli alla nostra salvezza: in primo luogo, essere uniti a Gesù Cristo mediante la vera Fede, che è la radice e il fondamento di tutte le virtù cristiane, poiché san Paolo dice espressamente: « Senza fede è impossibile piacere a Dio ». (Ebr. XI, 6). Si osservi la parola “impossibile”; non dice che sia difficile, ma che è impossibile. Quindi, se pure un uomo ha sempre così tante buone disposizioni naturali ed è caritatevole, devoto e mortificato come lo erano i Farisei, ma non ha vera Fede in Gesù Cristo, non può entrare nel regno dei cieli. Si rifiutarono di credere in Lui, e quindi tutte le loro opere non erano buone a nulla per la loro salvezza; e a meno che la nostra giustizia non superi la loro in questo punto, come ci assicura Cristo stesso, non entreremo mai nel suo regno celeste. Ma anche la vera Fede stessa, per quanto necessaria, non è sufficiente da sola per rendere le nostre buone opere disponibili alla salvezza; perché è necessario, in secondo luogo, che siamo in Carità con Dio, nella sua amicizia e nella sua grazia, senza le quali nemmeno la stessa vera Fede ci salverà mai. Per convincerci di questo, prestiamo orecchio solo a San Paolo, che dice: « Anche se dovessi avere tutta la fede, in modo da smuovere le montagne, … anche se dovessi distribuire tutti i miei beni per nutrire i poveri, anche se dovessi dare il mio corpo per essere bruciato, e non avessi la carità, niente mi giova » (I Corinzi XIII. 2) Quindi, che un uomo sia sempre così pacifico, regolare, inoffensivo e religioso a suo modo, caritatevole con i poveri e quant’altro ti pare, ma se non ha la vera Fede di Gesù Cristo, e non si trova nella Carità con Dio, tutte le sue apparenti virtù non servono a nulla, è impossibile che egli piaccia a Dio per loro mezzo, e se vive e muore in quello stato, queste non gli gioveranno a nulla: quindi è evidente che coloro che muoiono in una falsa religione, per quanto ineccepibile possa essere la loro condotta morale agli occhi degli uomini, tuttavia, poiché non hanno la vera Fede in Cristo, e non sono in Carità con Lui, non sono sulla via della salvezza, perché nulla può servirci in Cristo, se non « la fede che opera per mezzo della carità ». (Gal. V, 6)  – Vediamo ora cosa dice il Rev. A. Young dell’altra classe di protestanti, gli  incolpevolmente ignoranti. Nel suo articolo “I protestanti hanno fede divina”, pubblicato il 22 marzo 1888, nella Buffalo Catholic Union and Times, il Rev. A. Young dice: « I protestanti possono avere Fede Divina. Che per alcuni protestanti sia possibile avere una Fede Divina è un fatto di cui sono certo quanto me stesso ché anch’io avevo una tale fede. Una volta ero un protestante, e la mia fede era altrettanto autentica e teologicamente divina, come lo è oggi. Non ho mai avuto una fede umana, e quando mi spiego onestamente credo che un gran numero di protestanti, leggendo le mie parole, potrebbero dire: « Hai dichiarato esattamente il mio caso ».  – Per non lasciarci fuorviare da idee fantasiose o da nozioni su ciò che sia la fede divina, ne darò subito la definizione per bocca di uno dei più grandi dottori della Chiesa: San Tommaso – Egli dunque dice: «Ipsum credo est actus intellectus assentientis veritati divinæ ex imperio voluntatis a Deo motæ per gratiam. » (2., q, II, art. 9.) – Credere è un atto dell’intelletto che ci assicura la Verità divina per comando della volontà mossa dalla grazia di Dio. Questa è una definizione esatta di ciò che era la mia credenza (fede) protestante, e nel diventare cattolico ESSA NON HA SUBITO NESSUN CAMBIAMENTO, e chiaramente non potevo subirne alcuno. » –

Rev. Muller: Quando San Tommaso dice: “Ipsum, (cioè Deum) credere, credere in Dio “, ecc., parla dei Cattolici che hanno la vera Fede, come è evidente da tutto ciò che precede, specialmente dal q. I, art. 10., in cui dice che essa appartiene soprattutto al Papa, che Cristo ha reso il Capo visibile della sua Chiesa, per vedere la disposizione e la pubblicazione del simbolo di fede. – È, per così dire, poco saggio per il Rev A. Young applichi a se stesso e ad altri eretici materiali ciò che San Tommaso dice solo della Fede dei Cattolici, perché l’aquinate dice espressamente che coloro che non hanno la vera Fede non possono fare un atto di Fede come dovrebbe essere fatto, cioè, nel modo determinato dalla vera Fede, e ciò che San Tommaso intende con “Ipsum credere, credere in Dio“, ce lo dice in q. V, art 3, in cui continua: « L’oggetto formale della fede è la Verità Prima (cioè Dio stesso) come è noto dalla Sacra Scrittura e dalla dottrina della Chiesa, dottrina che procede dalla Prima Verità. Quindi chiunque non aderisca alla regola infallibile e divina della Fede – cioè alla dottrina della Chiesa, che procede dalla Prima Verità, come è reso noto nella Sacra Scrittura, non può avere l’abito della Fede; e se detiene certe verità di fede, non le ha per Fede, ma per altri motivi. Ora è chiaro che colui che aderisce alla dottrina della Chiesa riguardo alla regola infallibile della Fede, assentisce a tutto ciò che la Chiesa insegna; tuttavia, chi sceglie di credere ad alcune di quelle verità che la Chiesa insegna e ne respinge altre, invece di aderire alla dottrina della Chiesa come regola infallibile della Fede, aderisce solo alla propria volontà o al giudizio personale.  – « In questi articoli di Fede in cui un eretico non sbaglia, non c’è lo stesso modo di credere di quello con cui un Cattolico crede; perché un Cattolico li crede aderendo senza esitazione alla Prima Verità (come è noto nella Sacra Scrittura e nella dottrina della Chiesa), ed è per fare ciò che ha bisogno dell’aiuto dell’abito alla Fede; ma un eretico non possiede certi articoli di fede da questa regola infallibile, ma solo per sua propria scelta e per giudizio privato. Colui la cui fede non è basata sull’infallibile e divina regola della Fede, non ha affatto la vera Fede; poiché colui che non crede a Dio nel modo determinato dalla vera Fede, non crede veramente a Dio.  – « Non possiamo credere assolutamente una verità divina proposta  alla nostra convinzione se non sappiamo che tale verità sia proposta per nostra convinzione da un’Autorità infallibile e divina; è solo allora che sia l’intelletto che la volontà sono infallibilmente diretti a credere e ad aderire all’Oggetto della Fede – Dio e le sue verità rivelate – come il principale fine dell’uomo, a causa del quale egli acconsente alle Verità Divine. Poiché questa Autorità infallibile e divina si trova solo nella Chiesa Cattolica, è evidente che i veri atti di fede possono essere fatti solo da colui che aderisce a questa Autorità. (Somma 22 q. ii. Art. II, Ad 3; 3, 22, q.v., art. 5). Siccome il Rev. A. Young, quando era un protestante, non aveva, e non poteva avere questo infallibile e divina regola della Fede, non ha fatto, e non poteva, secondo la dottrina di San Tommaso fare atti di Fede Divina. Se è vero, quindi, quello che afferma, cioè, « che la sua fede non ha subito alcun cambiamento quando è diventato cattolico », deve essere vero anche che è un tipo particolare di Cattolico. – Che il Rev. A. Young, fino a quando era protestante, non potesse compiere atti di Fede Divina nel modo determinato dalla fede, è pure evidente dalla dottrina di Sant’Alfonso: « Dio inizia l’opera della salvezza dell’uomo – dice S. Alfonso – lavorando sull’anima interiormente ed esteriormente. Dio lavora sull’anima interiormente, ispirandola prima al pensiero della salvezza. Dal pensiero della salvezza nasce poi il desiderio della salvezza. Il desiderio della salvezza prepara l’anima a rispettare le condizioni della salvezza. Ora, la prima condizione della salvezza è la vera Fede, la Fede Divina. L’inizio della vera Fede, quindi, è il desiderio di essa, derivante dal pensiero della salvezza. Il pio desiderio della Fede, tuttavia, non è ancora la Fede formale; è solo il buon pensiero di voler credere che, come dice sant’Agostino, precede la credenza. Il desiderio di salvezza, ispirato da Dio Onnipotente, deve anche essere compiuto da Lui che quindi lavora anche sull’anima esteriormente. Il mezzo più usuale che Egli impiega per lavorare sull’anima all’esterno è il portarla al possesso della vera Fede con il dargli l’opportunità di apprendere le Verità di salvezza dalla Chiesa Cattolica. “La fede proviene dall’ascolto”, dice San Paolo. Essa quindi illumina l’intelletto dell’uomo perché possa vedere le verità della salvezza, inclini la volontà a credere a quelle verità che gli vengono da Dio attraverso l’Autorità divina della sua Chiesa, a confidare nella fedeltà di Dio alle sue promesse: così esso crede soprattutto che Dio perdoni il peccatore pentito e lo accolga nella sua amicizia a causa dei meriti di Gesù Cristo. Ma nell’udire la sacra Legge promulgata, egli percepisce di essere un peccatore, e quindi teme la giustizia di Dio, che è provocata dalle sue iniquità: dopo essere stato colpito da questo shock salutare, si presenta e lo risolleva un sentimento di fiducia nell’infinita misericordia di Dio. Egli spera che, in considerazione dei meriti di Cristo, Dio lo perdonerà, e animato da questa speranza, inizia ad amare; questo amore lo porta a detestare i suoi peccati, a pentirsene, a ripararli, per quanto possibile, a risolversi ad osservare i comandamenti e a riconciliarsi con Dio con i mezzi dati da Lui, cioè il Battesimo per i non battezzati, e il Sacramento della Penitenza per quei Cristiani che hanno perso la grazia di Dio. – La Fede, quindi, per essere veramente divina e salvatrice, deve essere basata sull’Autorità divina di Dio come investita nella Chiesa Cattolica Romana. – « Senza un capo della Chiesa visibile e infallibile – dice Sant’Alfonso – sarebbe impossibile avere una regola infallibile di fede, in base alla quale sapere con certezza cosa credere e cosa fare. Quindi chi è separato dalla Chiesa e non le è obbediente non ha regole infallibili di fede; non ha più alcun criterio per cui possa sapere cosa debba credere e cosa fare. Senza questa Autorità divina della Chiesa, né i princîpi della rivelazione divina, né quelli della ragione umana hanno alcun sostegno, perché le espressioni dell’uno e quelle dell’altro saranno quindi interpretate da ciascuno a suo piacimento; e quindi ognuno può negare tutte le verità di fede: la Santissima Trinità, l’Incarnazione di Cristo, il Paradiso e l’Inferno, e qualsiasi altra cosa egli scelga di negare. Io, quindi, ripeto: se si rinuncia alla divina Autorità della Chiesa e all’obbedienza che le è dovuta, ogni errore possibile sarà sostenuto e deve essere tollerato anche negli altri. Questa argomentazione innegabile ha fatto sì che un predicatore calvinista rinunciasse ai suoi errori. ». (Appendice al suo lavoro, Concilio di Trento). – Ecco che san Tommaso, parlando di Fede, dice: « La virtù della Fede consiste principalmente nel sottomettere il nostro intelletto e la volontà, con l’aiuto della grazia di Dio, all’Autorità divina della vera Chiesa incaricata da Gesù Cristo di insegnarci ciò che dobbiamo credere. Colui che non segue questa regola di fede, non ha affatto la vera Fede. » La ragione di ciò è data sopra da S. Alfonso, perché: come potremmo noi, senza la Chiesa, sapere che Dio abbia rivelato qualcosa? Come sappiamo cosa abbia rivelato? Come potremmo conoscere il significato delle sue rivelazioni? Come potremmo conoscere la Parola di Dio scritta? Come potremmo conoscere il significato della Sacra Scrittura? Perché la Sacra Scrittura non consiste nelle parole, ma nel senso delle parole: come possiamo conoscere la profondità delle rivelazioni divine? Poiché la portata delle rivelazioni divine è più grande di quella della Sacra Scrittura, noi senza la divina autorità della Chiesa Cattolica Romana, non possiamo ritenere le verità rivelate dall’Autorità divina, e se riteniamo delle Verità cattoliche, noi le crediamo solo sull’autorità umana, e quindi tale credenza non è una Fede Divina. Gli atti di Fede divina, quindi, consistono nel credere fermamente a ciò che Dio ci dice attraverso l’Autorità divina della sua Chiesa. Gli eretici, sia formali che materiali, sono separati da questa Autorità divina, e quindi anche gli atti di Fede fatti dagli eretici materiali non sono affatto degli atti di Fede Divina, nonostante la loro incolpevole ignoranza dell’Autorità divina della Chiesa. Supponiamo che un certo protestante abbia in suo possesso del denaro contraffatto, che crede innocentemente essere legale, certo è che i suoi soldi, essendo contraffatti, non sono trasformati in denaro genuino dalla sua incolpevole ignoranza in materia. Allo stesso modo, gli atti di Fede fatti da un eretico materiale sono atti di fede falsi, perché non sono basati sull’Autorità di Dio, che parla attraverso l’Autorità della sua vera Chiesa. Questi atti pertanto sono senza un fondamento divino. – Nell’ignoranza incolpevole di questa verità fondamentale per i veri atti di Fede, non c’è alcun potere di cambiare gli atti di fede contraffatti in atti di Fede Divina. Tutto ciò che si può dire a favore di questo tipo di eretici è che possono avere la disposizione a credere ciò che è giusto, e questa disposizione viene da Dio e prepara tali protestanti a ricevere il dono della vera Fede quando vengono a conoscerla. – Ora supponiamo che sia vero ciò che è impossibile che sia vero, cioè che l’atto di fede compiuto da un eretico materiale sia un atto divino di Fede, come afferma il Rev. A. Young: è molto errato che egli dica che tale atto di fede, così come lo ha descritto, sia, secondo San Tommaso, meritorio; il che significherebbe meritevole di una ricompensa eterna in cielo. San Tommaso non ha mai detto nulla del genere; egli dice che un atto di Fede è meritorio solo quando procede e si unisce alla Carità divina. Tutte le opere buone, che sono compiute da una persona senza essere nello stato di vera Carità divina, sono opere morte. Se il Rev. Young dà la definizione di Fede data da San Tommaso, perché non ci ha dato pure  la spiegazione di San Tommaso sulla sua definizione di Fede? -Alcune righe dopo infatti, San Tommaso dice: “Charitate superveniente actus fidei fit meritorius per caritatem”. « Quando la Carità divina si unisce alla Fede, allora l’atto di Fede diventa meritorio ». Quando san Tommaso dà la succitata definizione di un atto di Fede, parla di una persona che crede in Dio che gli parla attraverso la sua Chiesa, come è evidente da altri passaggi in cui egli parla della fede degli eretici: finché, quindi, come eretico materiale, sebbene attraverso un’incolpevole ignoranza, aderisca ad una setta eretica, egli è separato da Cristo, perché è separato dal suo Corpo, la Chiesa Cattolica, e in quello stato non può egli fare tutti gli atti soprannaturali di Fede Divina, di speranza e carità, che sono necessari per ottenere la vita eterna, e quindi, se muore in quello stato, viene dichiarato infallibilmente perduto da Sant’Agostino, Sant’Alfonso e tutti i grandi Dottori della Chiesa. – Ma, dice il Rev. A. Young: « Sono stato battezzato in tenera età da un ministro della Chiesa evangelica protestante. Ho poi ricevuto, come accade per tutti i battezzati, adulti o bambini, le Virtù infuse della fede, della speranza e della carità divina, insieme alla grazia santificante, ed ero stato reso capace, con la grazia di Dio così donata, di compiere atti meritori distinti di fede divina, di speranza e di carità ».  – Uno degli effetti del Battesimo è che, quando i bambini sono validamente battezzati, ricevono, insieme al carattere indelebile di un Cristiano, l’Abitudine alla fede, o una capacità, un potere o una facoltà che li abilita, quando arrivano all’uso della ragione, e sono istruiti dalla Chiesa Cattolica nelle verità rivelate, a compiere atti di Fede Divina; questa abitudine di fede consente loro di vedere chiaramente e di credere fermamente alle Verità della Religione Cattolica. Un bambino battezzato è un figlio di Dio, e Dio vive nell’anima di quel bambino ed è suo Padre. Quindi, quando Dio parla attraverso la sua Chiesa a quel bambino, riconosce facilmente la voce che gli parla come la voce di Dio, e crede fermamente a qualunque verità gli insegni a credere. Ma questa abituale Fede Divina viene persa dalla professione dell’eresia, non esclusa l’eresia materiale. Ad un bambino cresciuto nell’eresia, Dio non parla quando sente la voce di un insegnante eretico; se crede a quell’insegnante, non crede a Dio ma all’uomo, e la sua fede è umana, fede che non può condurlo a Dio. (Vedi S. Tommaso, De Fide, Q V, art. III.; Cursus Compl. Theologiæ, vol. 21, Q. III., Art. III., De Suscipientibus Baptismum. Istruzione in Crist, Doct. Capitolo II.)  – Ciò può essere più chiaro da quanto segue: Se una persona che è venuta all’uso della ragione e professa l’eresia al momento del suo battesimo, è in effetti indelebilmente segnata come cristiana, ma non è santificata, perché gli altri effetti soprannaturali del battesimo vengono sospesi per mancanza delle giuste disposizioni o dei preparativi che sono richiesti per ricevere non solo il Sacramento, ma anche i suoi effetti soprannaturali. Uno dei requisiti più essenziali per ricevere questi effetti è avere la vera Fede, cioè, credere in Dio, che parla attraverso la Chiesa Cattolica. Ora l’eresia, l’eresia materiale non esclusa, è una mancanza di questa Fede, a causa della quale gli effetti soprannaturali del battesimo sono sospesi. Dio non può unirsi con un’anima che vive nell’eresia, anche se è solo un’eresia materiale. Poiché gli effetti santificanti soprannaturali in questo caso sono sospesi, così sono per la stessa ragione, distrutti in colui che fu battezzato nella sua infanzia e divenne poi un eretico, anche se solo un eretico materiale, quando arrivò all’uso della ragione. Questa persona, per riconciliarsi di nuovo con Dio, deve rinunciare all’eresia, credere nella Chiesa Cattolica e ricevere degnamente il Sacramento della penitenza; o se questo non può essere avuto, deve avere una contrizione o carità perfetta con il desiderio (almeno implicito) di ricevere il Sacramento della Penitenza. L’altra persona, tuttavia, sarà riconciliata con Dio e veramente santificata, non appena rinuncia all’eresia, crede alla Chiesa Cattolica, e ha almeno l’attrizione (dolore soprannaturale imperfetto) per i suoi peccati, perché è allora che gli effetti santificanti soprannaturali del Battesimo hanno luogo. È quindi evidente che, se queste persone ed altri come loro morissero nell’eresia, sarebbero persi per sempre. (Vedi Teolog. Curs. Compl. De Confirmatione, Parte II., Q. II., Art. VI.). – « La Chiesa – dice il dottor O. A. Brownson – insegna che il bambino validamente battezzato, da chiunque sia amministrato il Battesimo, riceve nel Sacramento l’abitudine infusa di fede e santità, e che questa abitudine è sufficiente per la salvezza fino a quando il bambino non giunga all’uso della ragione Quindi tutti i bambini battezzati che muoiono nell’infanzia vengono salvati. » – « Ma quando arriva l’uso della ragione, il bambino ha bisogno di qualcosa che vada al di là di questa abitudine infusa e sia destinato a suscitare l’atto di fede. L’abitudine non è la vera Fede, ed è solo una struttura soprannaturale infusa dalla grazia, per suscitare l’effettiva virtù della Fede. L’abitudine alla santità è perduta per il peccato mortale, ma l’abitudine alla fede, ci viene detto, viene persa anche da un atto positivo di infedeltà o di eresia. Questo non è strettamente vero, perché l’abitudine può essere persa dall’omissione nel suscitare l’atto di fede, che non è, né può essere suscitato fuori dalla Chiesa Cattolica; poiché fuori di Essa non c’è l’oggetto credibile, che è Deus revelans et Ecclesia proponens, (Dio che rivela e la Chiesa che propone alla nostra fede). Di conseguenza, al di fuori della Chiesa non può esserci salvezza per nessuno, anche se battezzato, che sia venuto all’uso della ragione: l’abitudine data nel Battesimo cessa quindi di essere sufficiente, e comincia l’obbligo di suscitare l’atto. » – « Potremmo sentirci dire che potrebbe non essere per colpa propria che si omette di suscitare l’atto, specialmente se si è nati e cresciuti in una comunità ostile o estranea alla Chiesa. Chi lo nega? Ma da ciò non segue né che l’abitudine non venga persa dall’omissione, né che la provocazione dell’atto non sia necessaria, nel caso di ogni adulto, alla salvezza. L’ignoranza invincibile scusa dal peccato – lo ammettiamo – in ciò di cui uno è invincibilmente ignorante, ma non conferisce alcuna virtù ed è puramente negativa. Scusa dal peccato e, se si vuole, dall’omissione del suscitare l’atto, ma non può riparare il difetto causato dall’omissione. Per la salvezza è necessario qualcosa di più che essere scusato dal peccato di infedeltà o di eresia. » – « Ma, continua il reverendo A. Young – poiché ero un battezzato Cristiano, non volevo, né potevo, perdere la capacità di compiere atti meritori di fede divina, non importa se li avessi fatti o meno; non importa quello che credevo o non credevo mentre crescevo; non importa se sono diventato protestante, ebreo, maomettano o infedele. Sarò un Cristiano battezzato per l’eternità, perché il segno indelebile del Battesimo non può essere tolto dalla mia anima. In questa condizione ero capace di compiere atti meritori di Fede divina ».  –

Rev Muller: Che asserzione stupida e assurda! È possibile che un prete possa essere così ignorante da affermare ciò che nessun bambino Cattolico ben istruito affermerebbe!? Solo chi vive nella vera Fede e nella vera carità con Dio ha la capacità di compiere atti meritori di Fede divina. Eppure il Rev. A. Young, nella sua ignoranza imperdonabile, afferma solennemente che un protestante battezzato, o un ebreo battezzato, o un Maomettano battezzato, o un infedele battezzato, sia in grado di compiere atti meritori di Fede divina, perché porta inciso nella sua anima il marchio indelebile del battesimo. Chi ha mai insegnato e creduto a tali assurdità!? Come può un Prete essere così ignorante da confondere il carattere indelebile del Battesimo con le grazie soprannaturali di questo Sacramento, che sono perse dalla professione dell’eresia e dell’infedeltà!

[Continua …]

EXTRA ECCLESIAM NULLUS OMNINO SALVATUR (12)

EXTRA ECCLESIAM NULLUS OMNINO SALVATUR (12)

IL DOGMA CATTOLICO:

Extra Ecclesiam Nullus Omnino Salvatur

[Michael Müller C. SS. R., 1875]

§ 5. TIPI DI COSCIENZA

1 . La retta o la vera coscienza.

Una coscienza giusta o vera è quella che, secondo i sani principi, determina ciò che è giusto e ciò che sia sbagliato. Per esempio: prima di pubblicare il nostro piccolo lavoro “Familiar Explanation” della Dottrina Cristiana, abbiamo chiesto al Rev. Francis J. Freel, D. D., poi all’amato Pastore della Chiesa di San Carlo Borromeo, a Brooklyn, New York, e al Rev. A Konings, C.SS.R., uno dei migliori teologi di questo Paese, di esaminare il manoscritto e vedere se fosse corretto in ogni punto della dottrina. Conoscendo essi molto bene la teologia, questi due teologi potevano giudicare bene la dottrina che avevo spiegato.  Ecco cosa hanno scritto sulla Spiegazione della Dottrina Cristiana:

CHIESA DI ST. CARLO BORROMEO, SYDNEY PLACE, BROOKLYN, 28 agosto 1874.

Rev. caro padre Muller:

Ho letto ed esaminato attentamente il tuo eccellente manoscritto, intitolato Spiegazione familiare, ecc. Per quanto io possa giudicare, si tratta di un’esposizione chiara, solida, ortodossa, della Dottrina cattolica, sotto forma di domande e risposte, che non può non essere che estremamente utile per la corretta comprensione delle verità, dei Comandamenti e dei Sacramenti della nostra Religione sacra. Particolarmente utili sembrano essere le parti che spiegano la Vera Fede, la Vera Chiesa, l’infallibilità del Papa e, beh, dovrei menzionare ogni capitolo, dall’inizio alla fine. È un’altra grande manna per questi giorni di incredulità e corruzione. Sono il tuo umile servitore nel Sacro Cuore di Gesù e Maria.

FRANCIS J. FREEL, D.D. –

ILCHESTER, HOWARD Co., MD.,

10 settembre 1874.

Rev. caro padre Muller:

Ho letto ed esaminato attentamente il tuo eccellente manoscritto, “Familiar Explanation of Christian Doctrine”. Mi sono preso la libertà di fare alcune modifiche. Non esiterei un attimo a definire questo tuo lavoro come uno dei più utili per il nostro tempo ed il nostro Paese. È scritto nel vero spirito di Sant’Alfonso. La sua teologia è armoniosa e solida, il suo spirito devoto e il suo linguaggio semplice e popolare. Sono stato particolarmente soddisfatto di quei capitoli che trattano della Chiesa, dell’infallibilità papale, dell’indifferenza verso la Religione, la preghiera e la grazia. Il tuo libro non può che rivelarsi molto utile a coloro che stanno imparando e a coloro che insegnano la Dottrina Cristiana. La sua diligente e frequente lettura non può fallire nel confermare i convertiti nella loro fede e fornire ai Cattolici argomenti abbastanza popolari e solidi per confutare le obiezioni fallaci dei non Cattolici. Sono fiducioso che sia il clero che i laici, saluteranno con gioia la pubblicazione di un libro così ben argomentato per rimediare ai due grandi mali del nostro tempo e del nostro Paese: la mancanza di fede e la vera pietà.

Congratulandomi con te per aver realizzato con successo uno dei lavori più difficili, il tuo devoto confratello,

 A. KONINGS, C. SS. R.

Il Rev. Dr. Freel e il Rev. A. Konings, quindi, hanno dato queste testimonianze secondo la loro coscienza retta e vera.

2. La coscienza certa.

Una coscienza certa è quella che è chiara e assoluta nei suoi dettami, così che, obbedendo ad essa, ci sentiamo moralmente certi di avere ragione. – Quando, per le suddette critiche favorevoli alla Explanation, il Rev. J. Roosevelt Bailey, Arcivescovo di Baltimora, ci ha dato l’Imprimatur per il piccolo volume, la sua coscienza era moralmente certa; ed anche la nostra coscienza era moralmente certa quando abbiamo affidato il manoscritto nelle mani dell’editore. – Per “certezza morale”, si intende un uomo che sia tanto prudente e illuminato da ritenere ragionevole l’agire su questioni importanti. È il più alto tipo di certezza che possiamo ottenere ordinariamente nelle questioni di condotta quotidiana.  – La Chiesa non ha bisogno di altre certezze nel concedere il permesso per la pubblicazione di un’opera che riguardi la fede e la morale. (Vedi terzo Concilio plenario di Baltimora, 100, n. 220). Anche il Rev. B. Neithart, C. SS. R., aveva questa certezza morale quando ci ha scritto: « Se mi fosse possibile, mi procurerei sicuramente migliaia di copie di questo lavoro, e le distribuirei su tutto il territorio, non ritenendomi pago finché questo piccolo volume non sia entrato in tutte le case e venga stretto da ogni mano: cattolica, protestante o infedele. »  – La coscienza del Rev. Thomas L. Grace, Vescovo di St. Paul, era moralmente sicura della verità, nel dire, quando ci ha scritto il 10 dicembre 1881: « Carissimo Rev. Padre: – Ho ricevuto il libro che sei stato così gentile da mandarmi: « Il più grande e primo comandamento ». Lo sto leggendo: ciò che ho già detto degli altri libri della serie, ripeto ora con maggiore enfasi anche per questo come di tutti gli tutti, e precisamente: questi libri non sono semplicemente elementari, né sono aridamente dogmatici; essi porgono ragioni ed autorità, spiegano ed illustrano, e, scritti in uno stile semplice e facile, meritano di essere intitolati: “Teologia cristiana divulgata”. La scienza della teologia, o la filosofia della Religione, è tenuta sigillata tranne che per il clero e per l’alta cultura. Tuttavia, pochi tra questi ultimi, sono coloro che si preoccupano di sottoporsi al lavorio dello studio di una lingua per loro straniera, e che, con forme e terminologia che richiedono una lunga pratica, riescono poi a renderla familiare. Il più grande bisogno della Chiesa oggi è quello di avere dei Cattolici pienamente istruiti sui principi della loro Religione e sulle ragioni della loro Fede. Credo che questo sia il motivo per cui scrivi questi libri, cioè fornire i mezzi con cui questa conoscenza fortemente necessaria possa essere messa alla portata di ogni Cattolico serio. È questo che costituisce l’eccellenza suprema di questi libri. Essi non solo istruiscono con la massima accuratezza e precisione, ma sono profondamente edificanti; e ciò che è più importante, sono gradevoli ed attraenti per il loro stile e le loro modalità. Non intendo fare meri encomi, nello scrivere questo. Questi libri, per essere fruibili nel loro valore reale, devono essere conosciuti dal nostro popolo Cattolico, il che – mi dispiace dirlo – purtroppo non succede. » – Molti altri prelati dotti e sacerdoti e la stampa cattolica del nostro Paese, hanno parlato delle mie opere allo stesso modo, come si può vedere dalle raccomandazioni delle stesse, poste all’inizio dell’ultimo volume di “Dio, il Maestro dell’umanità. – Già all’inizio della pubblicazione di questo grande lavoro, abbiamo dato alle stampe, per i caratteri di Benziger Brothers, la terza edizione migliorata dei nostri Catechismi e la seconda edizione migliorata di Familiar Explanation of Catholic Doctrine. Sua Eminenza, il Cardinale J. Gibbons, scrive di questi Catechismi e del “Familiar Explanation”: « Sono fortemente caratterizzati dalla solidità della dottrina, dalla semplicità e dalla scorrevolezza del linguaggio, da uno spirito di fede e di devozione, e dalla precisione nell’espressione e definizione delle verità cattoliche ». Siate sicuri che il Cardinale ha scritto questo con la certezza morale della verità. È anche con la stessa certezza morale che molti altri prelati, dotti Sacerdoti e la stampa cattolica, hanno testimoniato l’ortodossia della nostra Dottrina, come S. O. può leggere al principio del nostro nono volume di “Dio, Maestro dell’umanità.

3. C’è anche la coscienza delicata o tenera.

Questa teme non solo il peccato, ma finanche qualsiasi cosa che possa avere la minima ombra e il più piccolo sospetto di peccato. Felice è la coscienza così disposta! Splendidi esempi di “delicatezza della coscienza”, che non sono stati ancora registrati in nessun libro cattolico, sono S. O., e il Rev. Editor della BU &  T. Si guardi con quanta cura non hanno mai menzionato il nome dell’autore della Familiar Explanation of Christian Doctrine, né hanno mai espresso una parola di lode per la sua edizione, sia riguardo all’autore, il Rev. M. Muller, C.SS.R ., sia in relazione a qualsiasi altra delle sue opere, in modo da poter essere questi, fortemente tentato di vanagloria, ed esposto perciò ad una tentazione così pericolosa, cosa che non sarebbe giusto per la loro coscienza tenera, che, con un atto così imprudente, potrebbe perdere considerevolmente la sua delicatezza – Alla luce della loro tenera coscienza, prevedevano anche che, se il nome dell’autore o di una sua opera, fosse stato menzionato al pubblico, sia il clero che i laici sarebbero stati scandalizzati per ciò che avrebbero detto del suo piccolo volume, e che non ci avrebbero creduto, sapendo che l’autore, come loro, sarebbe stato uno scrittore veramente ortodosso. Pertanto, affinché la loro coscienza tenera non potesse essere tormentata giorno e notte da un tale scandalo e, allo stesso modo, per non perdere la propria reputazione presso il pubblico, hanno agito in perfetta conformità ai principi della loro tipologia di coscienza. Che felicità innominabile essere benedetti con una coscienza così delicata!

4. La coscienza dubbiosa.

Una coscienza dubbiosa è quella che è, per così dire, in bilico e sospesa, incerta se una cosa sia lecita o meno, se un’azione sia proibita o consentita. Da entrambe le parti vede ragioni plausibili, che fanno uguale impressione, ma tra queste ragioni non ce n’è nessuna che prevalga pesantemente, e sia sufficiente per tradursi in una determinazione. Così oscillando tra queste diverse e opposte ragioni, essa rimane indeterminata, e non osa prendere una decisione per paura di essere ingannata e di cadere nel peccato. Ora, non è mai permesso di agire con una coscienza dubbiosa. Quando facciamo qualcosa, dobbiamo essere moralmente sicuri che ciò che stiamo facendo sia lecito. Fare qualcosa e avere, nello stesso tempo, un ragionevole dubbio sulla legittimità della nostra azione, è commettere peccato, perché esponiamo noi stessi al pericolo del peccato; se mettiamo in dubbio la legalità della nostra azione, ci mostriamo indifferenti nell’infrangere o meno una legge, e conseguentemente ci rendiamo colpevoli del peccato per il pericolo di esporci ad esso. Pertanto san Paolo dice: « Tutto ciò che non è secondo coscienza, è un peccato ». (Rom. XIV, 13.). – Dobbiamo, quindi, cercare luce e istruzioni, se possiamo; oppure, se è necessario agire senza indugi, e non abbiamo né mezzi né tempo per consultare e procurarci informazioni onde chiarire il dubbio e sistemare la nostra coscienza, dopo aver chiesto a Dio di illuminarci, dobbiamo considerare ed esaminare ciò che ci sembra più opportuno dal punto di vista nelle circostanze attuali: quindi prendere la nostra determinazione e procedere; tuttavia sempre riservando l’intenzione di procurarci informazioni, correggendo l’errore in seguito, se qualcosa non fosse secondo la legge. In questo modo non si agisce più nel dubbio, poiché il proposito di fare ciò che sembra più opportuno toglie il dubbio: possiamo, è vero, essere ingannati, ma non possiamo peccare. – Ora, nella nostra mente possono sorgere dubbi sul fatto che abbiamo rispettato o meno una certa legge che deve essere rispettata. È una legge, per esempio, l’essere validamente battezzato. Ora, se sorge un ragionevole dubbio sulla validità del Battesimo di una persona, quella persona deve essere nuovamente battezzata per assicurarsi il rispetto della legge. È una legge certa che, per essere salvato, un uomo debba professare la vera Fede, vivere perseverando in essa e in essa morire. Ora se un non-cattolico, per buone ragioni, dubita della verità della sua religione, non gli è permesso di continuare a vivere e morire in questo dubbio. Deve, al meglio delle sue capacità, informarsi sulla vera Religione, e dopo averla trovata, è obbligato ad abbracciarla, al fine di rispettare la legge della professione della vera Fede e del culto divino. È una legge, che noi dobbiamo confessare tutti i nostri peccati mortali che ricordiamo dopo un attento esame di coscienza. Ora, se dopo la Confessione abbiamo un ragionevole dubbio sul fatto che non abbiamo confessato un certo peccato mortale, siamo obbligati a confessare di nuovo questo peccato, per essere sicuri di aver rispettato la legge della Confessione nel dover confessare tutti i nostri peccati mortali. Se abbiamo preso in prestito denaro dal nostro vicino, e in seguito abbiamo un ragionevole dubbio sul fatto di averlo restituito, siamo comunque tenuti a ripagarlo. Nel tempo della guerra, un ufficiale o un soldato, che dubita che la guerra sia giusta, è tenuto ad obbedire al suo generale, perché è certa legge che nessuno, né tanto meno un superiore, debba essere accusato di comandi e azioni ingiuste, purché non vi siano ragioni abbastanza evidenti per provare il contrario. C’è una legge che dice: “Non uccidere”. Se un cacciatore, quindi, vedendo qualcosa muoversi in una foresta, dubiti che si tratti di un uomo o di un animale, non gli è permesso sparare prima di essere sicuro che non sia un uomo. O ad un medico, che quando prescrive la medicina, dubiti ragionevolmente che il medicinale possa uccidere il suo paziente, non è consentito prescrivere un tale medicinale. – Ogni qualvolta, quindi, che una legge esista per certo, e dubitiamo di averla rispettata, possiamo rimuovere il dubbio solo facendo ciò che è comandato; e se la legge proibisce qualcosa, e dubitiamo ragionevolmente che ciò che stiamo per fare possa violare la legge, siamo obbligati a non compiere tale azione; perché ogni legge certa richiede un’obbedienza positivamente certa. – Ma possono anche far sorgere nella nostra mente dubbi sulla reale esistenza di una legge, cioè sulla sua promulgazione o sul suo obbligo in un determinato caso. Poniamo che ci sia uno che dubiti se una certa guerra sia giusta. Questo dubbio (chiamato dubbio speculativo) ne procura un altro, se sia lecito cioè prendere parte a tale guerra. Quest’ultimo dubbio è chiamato un dubbio pratico, perché c’è una domanda sul fare qualcosa che potrebbe essere contro una certa legge. Agire in un simile dubbio pratico è, come abbiamo detto sopra, diventare colpevoli di peccato. Per non esporsi al pericolo di commettere peccato, dobbiamo essere moralmente certi che ciò che stiamo facendo sia lecito. Questa certezza, tuttavia, non deve essere tale da potersi escludere anche ogni dubbio speculativo. Ad esempio, si dubita che il piatto che venga proposto di venerdì non sia una pietanza di carne. Finora, questo dubbio non è stato che un dubbio speculativo, che suggerisce la questione se questo caso particolare rientri nella legge dell’astinenza. Ma se prima di consumare questo piatto, non si fosse disposti a ordinare un altro piatto, sorge il dubbio pratico: se sia lecito o meno mangiare un piatto che potrebbe essere proibito dalla legge dell’astinenza. È evidente che questa persona, se è coscienziosa, non può mangiare il piatto prima di essere moralmente sicuro che il suo consumo non sia vietato dalla legge dell’astinenza. Che cosa deve fare allora, se non riesce a scoprire se il piatto sia una pietanza di carne vera o no? Se la legge dell’astinenza in questo caso è vincolante per lui o no? Possono verificarsi molti di questi casi, in cui nutriamo dei dubbi speculativi sulla presenza o meno di una legge per un caso del genere, o per una persona del genere, o per tale circostanza di tempo o di luogo, e potremmo non essere in grado di decidere se la legge esista o meno. Ma per il fatto che un tale dubbio speculativo possa continuare, non ne consegue che possiamo affrontare la questione da soli e agire così come ci pare. Una tale condotta ci esporrebbe, senza dubbio, al pericolo di violare una legge che potrebbe realmente esistere. Per acquisire la certezza morale per la liceità della nostra azione, dobbiamo vedere se ci siano ragioni che dimostrino che una legge esista realmente, o non esista, in questo o quel caso. Ora, nel cercare di scoprire tali motivi, potremmo trovare alcuni che potrebbero sembrare dimostrare la reale esistenza della legge, mentre altri potrebbero sembrare dimostrare che la legge non esista. Può succedere che i motivi pro e quelli contro. siano ugualmente o quasi ugualmente forti, e può anche accadere che le ragioni pro siano considerevolmente più forti delle ragioni contro, o viceversa. Quelle ragioni che sono considerevolmente più forti possono aumentare di forza e di peso (e diventare così più forti e pesanti) così tanto da far affondare peso e forza di quelle che si oppongono a loro. Ora sorge la domanda: quanto gravi debbano essere queste ragioni per indurci a giudicare con certezza morale che la legge è incerta e, di conseguenza, non sia vincolante. Se le ragioni che dimostrano che la legge non esista sono forti o forti quasi quanto quelle che provano l’esistenza della legge, allora abbiamo la certezza morale – dice Sant’Alfonso – di credere che la legge non esista; ma se le ragioni che dimostrano l’esistenza della legge sono considerevolmente più forti di quelle che dimostrano il contrario, allora dovremmo credere che la legge esista. – Questo insegnamento è senza dubbio abbastanza ragionevole. In materia di affari, ogni uomo ragionevole aderisce a quella delle due opinioni che sia meglio fondata. In ambito scientifico, quelle opinioni che sono poco fondate sono anche poco curate. Da quanto è stato detto, è facile capire cosa siano il rigore e il lassismo. È rigorismo pronunciarsi a favore dell’esistenza della legge a dispetto di ragioni molto gravi che dimostrino il contrario. Questa dottrina fu condannata da Alessandro VIII. Coloro che insegnano una tale dottrina sono chiamati Tuzioristi rigorosi. – È ancora rigorismo, anche se non così grave, sostenere che dobbiamo pronunciarci a favore dell’esistenza della legge, anche se l’opinione che la legge non esiste è meglio fondata. Coloro che aderiscono a questa opinione sono chiamati Tuzioristi mitigati. Infine, è ancora rigorismo affermare che le ragioni che dimostrano che la legge non esista debbano essere considerevolmente più forti di quelle che dimostrino il contrario, al fine di pronunciarsi a favore della libertà o della non esistenza della legge. Coloro che aderiscono a questa opinione sono chiamati Probabilioristi. Ma ognuno di questi tre pareri deve essere respinto. Nessun uomo ragionevole adotta e passa da tali opinioni nelle sue transazioni commerciali quotidiane e nei rapporti sociali. Nessun uomo di apprendimento rifiuta, nelle domande scientifiche, le migliori opinioni e gli argomenti fondati. Perché non dovremmo agire allo stesso modo nella discussione e nella decisione dei casi morali? Cosa è più irragionevole del contrario?

Il lassismo è il sostenere che la legge non esista, anche se le ragioni per provare il contrario dovessero essere considerevolmente più forti e molto più evidenti. È evidente che tale opinione è molto “lassa”, in quanto favorisce la libertà al di là di ciò che sia ragionevole. È vero, quelli che aderiscono a questa opinione dicono che in teoria insegnano solo che la legge non esiste, quando esiste una solida ragione per la sua non esistenza. Dimenticano, tuttavia, che una vera e solida ragione non è più tale, quando ragioni decisamente più solide si oppongono ad essa. Si preoccupano solo di avere una solida ragione per la non esistenza della legge, e lasciano in quiescenza le ragioni più solide che dimostrino la sua esistenza. È chiaro che, nel discutere la questione dell’esistenza o meno della legge, i motivi pro e contro, debbano essere attentamente vagliati e confrontati, e se i motivi che dimostrano l’esistenza della legge sono considerevolmente più validi dei motivi che dimostrano la sua inesistenza, questi ultimi non sono più fondati. – Tale è la dottrina di Sant’Alfonso. “Quelli – egli dice – che difendono e aderiscono all’opinione contraria sono chiamati lassisti. La loro opinione lassista deve essere respinta nella pratica: « Auctores elapsi sæculi quasi communiter tenuere opinione:` Ut quis possit licite sequi opinionem etiam minus probabilem pro libertate (stantem), licet opinio pro lege sit certain probabilior. Hanc sententiam nos dicimus esse laxam et licite amplecti non posse . » (In Apologia, 1769, et Homo Apost. De consc. 31.) In una lettera, datata 8 luglio 1768, Sant’Alfonso scrive: « Librorum censore D. Delegatum adiit ipsique retulit, se opus Meum Morale legisse ejusque sententias san invenisse, et quod attinet systema circa probabilem, me non sequis systema Jesuitarum, sed ipsis adversari; Jesuitæ enim admittunt minus probabilem, sed ego eam reprobo ». E in un’altra lettera, datata 25 maggio 1767, Sant’Alfonso scrive: « Formidarem confessiones excipiendi licentiam concedere alicui ex nostris, qui sequi vellet opinionem certo cognitam ut minus probabilem. »  – Più le persone sono ignoranti o stupide, meno dubbi hanno. Che felicità, non essere mai tormentati da una coscienza dubbiosa!

5. La coscienza lassa.

Una coscienza lassa è quella che, per una lieve ragione, giudichi essere lecito ciò che invece è molto illegale, o consideri un peccato che è molto grave, solo come un peccato veniale; in altre parole, una coscienza lassa è quella che senza una ragione sufficiente favorisce la libertà, sia per sfuggire alla legge, sia per diminuire la gravità della colpa. La coscienza lassa è generalmente la conseguenza della trascuratezza della preghiera, della tiepidezza dell’anima, della troppa cura e dell’angoscia per le cose temporali, del rapporto familiare con persone corrotte e malvagi, dell’abitudine al peccato che distrugge l’orrore del peccato, di una morbida e tiepida vita che snerva il cuore e lo rende quietamente mondano. Una tale coscienza è molto pericolosa, perché conduce l’anima sulla strada larga per l’inferno. – I rimedi per una tale coscienza sono: il ricorso frequente alla preghiera, gli esercizi spirituali, le letture e le meditazioni devote, la Confessione frequente, la conversazione con uomini pii e l’evitare la compagnia dei malvagi. Ma perché parlare qui di una coscienza lassa e indicare i mezzi per correggerla? Non è molto imprudente farlo? Non è indirettamente un suggerire l’idea alla quale alludiamo verso S. O. e il Rev. Editor della B. U. & T.? Ma chi potrebbe persino sognare simili assurdità?!

6. La coscienza perplessa.

Si dice perplessa la coscienza di un uomo, quando questi venga posto tra due azioni che sembrano cattive. C’è ad esempio una persona che voglia visitare di domenica un vicino malato: pensa però che sia un peccato lasciare quell’ammalato, per andare a sentire la Messa, e, nello stesso tempo, gli sembra pure che sia un peccato stare lontano dalla Messa, per visitare il suo amico malato. Ora, se la coscienza di una persona è così perplessa, egli deve, per quanto possibile, prendere il consiglio di uomini prudenti. Se non si possono consultare subito al momento e sia necessario agire, egli deve scegliere quello che appare il male minore e, così facendo, non commetterà peccato. Gli insegnanti autoreferenziali della Teologia cattolica non soffrono mai di coscienza perplessa. Essi dicono ad esempio: « Io sono S. O. e quando apro la bocca, non lascio nessun cane abbaiare. »

7. La coscienza scrupolosa.

« Uno scrupolo –  dice Sant’Alfonso – è un vano timore di peccare, che nasce da ragioni false ed infondate ». Poniamo una persona: per ragioni frivole egli immagina che qualcosa di non proibito sia proibito, o che qualcosa di non comandato sia comandato. Quindi è disturbato e incontra dei dubbi senza fondamento nè motivi ragionevoli. Sprofonda nello stato di una coscienza scrupolosa, che è un continuo tormento per l’anima stessa, e spesso anche per il suo direttore spirituale. Chiunque abbia letto la “Strana spiegazione” può convincersi del fatto che né il “Sacerdote più eminente” degli Stati Uniti, né il Rev. Editor della B. U. & T. abbiano mai causato fastidio e tormento al loro direttore spirituale. Fossero magari stati essi i direttori spirituali di tutte le persone scrupolose! Che benedizione sarebbe stata questo per loro; con poche parole, da questi direttori così tanto non scrupolosi, esse sarebbero stati interamente liberate dai loro inenarrabili tormenti! Che benedizione per tutti i lettori Cattolici e protestanti del B. U. & T. sapere che il Rev. Editor non ha mai avuto scrupoli nello stampare articoli come la “Strana Spiegazione”. Questi lettori sentono di poterli leggere senza scrupoli, perché sono scritti e stampati senza scrupoli e sono programmati per confermare nella loro fede sia i Cattolici che i protestanti!

8. La coscienza errata o falsa.

Una coscienza è errata o falsa, se ci rappresenta essere buona un’azione quando essa è invero cattiva. Ad esempio: tutti sanno che una bugia intenzionale è un peccato. Ora c’è qualcuno che vede il suo vicino in pericolo di morte e sa che, mentendo, può salvare la vita del suo vicino. Si sente sicuro che una simile menzogna non possa essere un peccato e che peccherebbe contro la carità se non dovesse dirla. La coscienza è errata anche quando rappresenta ciò che è veramente buono come qualcosa di veramente cattivo. Ad esempio: cosa può essere migliore e più santo della Religione Cattolica? Eppure si può trovare un non Cattolico che, essendo cresciuto nell’eresia, sia pienamente convinto, fin dalla fanciullezza, che noi Cattolici contestiamo e attacchiamo la parola di Dio, che siamo idolatri, degli imbroglioni incalliti e che, quindi, dobbiamo essere evitati come la peste. – Un altro esempio: la coscienza di S. O. gli ha suggerito nella sua valutazione circa la spiegazione di padre Muller, che essa è davvero cattiva per molte ragioni, come se fosse una buona azione, e gli ha fatto rappresentare la spiegazione di Padre Muller, che è veramente buona, come qualcosa che sia veramente cattiva, e così, con la sua coscienza errata, ha dichiarato pubblicamente come Padre Muller avesse travisato la teologia cattolica e disonorato il Santo Nome di Dio!  – Ora, tali errori di coscienza sono colpevoli o incolpevoli. Sono colpevoli, se scaturiscono dall’ignoranza volontaria, e sono incolpevoli, se scaturiscono da un’ignoranza involontaria.  L’ignoranza è volontaria, quando uno nel fare qualcosa, abbia dei dubbi sulla bontà o bontà morale della sua azione, e sull’obbligo di esaminare se la sua azione sia veramente buona o cattiva, e tuttavia non prende i mezzi necessari per scoprire se quello che sta per fare sia giusto o sbagliato. È, ad esempio, una legge che si professi la vera Religione per essere salvati. Ora, supponiamo che ci sia un non Cattolico: che un sermone sulla vera Religione, sentito, o un libro letto, o una conversazione avuta con un amico su questo argomento, o la conversione di un uomo ricco o dotto dal protestantesimo alla Fede Cattolica, o qualsiasi altra buona ragione, gli facciano dubitare della verità della sua religione. Questo tale è obbligato in coscienza a cercare luce ed istruzione, se può. Se non può farlo immediatamente, deve fermamente cercare di ottenere informazioni, non appena possibile, da coloro che possono dargliele in modo soddisfacente, e deve essere determinato a rinunciare al suo errore, se scopre che vive in una falsa religione. Nel frattempo, deve chiedere a Dio di essere illuminato e che gli permetta di fare ciò che gli sembra meglio nelle circostanze attuali. Se, tuttavia, trascura di cercare le istruzioni quando potrebbe e dovrebbe farlo, se continua a non prestare attenzione agli scrupoli religiosi sulla sua salvezza nel protestantesimo; se ha persino paura di apprendere la verità, o, se la conosce, contraddice la sua coscienza e la oscura ogni giorno con crimini innaturali, … ah! allora gli indizi non sono difficili da decifrare: un tale protestante pecca contro la sua coscienza, cioè contro lo Spirito Santo; è un albero secco e morto in piena estate, è buono solo … per il fuoco. Se si perde, è perso solo per colpa sua.  – L’ignoranza è involontaria, o invincibile, se uno, nel fare qualcosa, non abbia il minimo ragionevole dubbio sulla bontà della sua azione. Come esempio: un erede entra in possesso di una proprietà che in precedenza era stata acquisita ingiustamente dai suoi antenati; ma nel momento in cui ne aveva preso possesso, non aveva il minimo dubbio sulla giusta e lecita acquisizione della proprietà. In questo c’è errore, ma l’errore è involontario e, quindi, non colpevole. Dopo alcuni anni, tuttavia, scopre il difetto nel suo titolo, e continua tuttavia nel possesso della proprietà. Da quel momento, la sua coscienza diventa volontariamente e criminalmente errata, contrariamente alla buona fede e ai dettami di una buona coscienza. « Se il tuo errore è volontario – dice San Tommaso d’Aquino – e non fai tutto il possibile per scoprire la verità, sei responsabile della tua condotta nel seguire una falsa coscienza ». Tale era la coscienza dei persecutori della Chiesa, di cui Gesù Cristo dice: « Sì, l’ora viene, che chiunque vi uccide, penserà che faccia un servizio a Dio » (S. Giovanni, XVI, 2.). Quando, nel discutere di qualcosa, una delle premesse è falsa, la conclusione dovrà necessariamente essere falsa. Allo stesso modo, tutti gli atti di una coscienza, il cui errore è volontario o vincibile, sono cattivi e prendono parte al cattivo risultato dell’ignoranza volontaria. Se sei intenzionalmente ignorante di ciò che sei tenuto in coscienza a sapere, sei responsabile di tutte le tue azioni. Tale è la coscienza di molti peccatori, che desiderano essere ignoranti nei loro doveri per vivere senza ritegno. « Dicono a Dio – dice Giobbe – allontanati da noi, non desideriamo la conoscenza delle tue vie ». (Giobbe, XXI, 14) Una coscienza che continua ad agire così commette un errore volontario manifesto, e diventa addirittura un criminale agli occhi di Dio. Questo è lo stato più deplorevole e infelice in cui un’anima possa cadere; poiché questo tipo di coscienza spinge il peccatore verso tutti i tipi di crimini, di disordini e di eccessi, e diventa per lui fonte di cecità della comprensione, durezza del cuore e, infine, di eterna riprovazione, se persevera in questo stato fino alla fine della sua vita. Ne sono testimoni gli scrittori della stampa infedele. Per essi è diventato di moda liberarsi della Religione e della coscienza. Un uomo che desidera gratificare i suoi desideri malvagi, senza vergogna, senza rimorso, dice: « Non c’è Dio, non c’è inferno, non c’è l’aldilà, c’è solo questa vita presente, e tutto ciò che è in essa è buono ». Egli considera la coscienza come una creazione dell’uomo. Definisce i suoi dettami un’immaginazione. Dice che la nozione di colpevolezza, che impone quel dettame, è semplicemente irrazionale. Quando difende i diritti della coscienza, questo ovviamente non significa considerare in alcun modo i diritti del Creatore, né il dovere nei suoi confronti, nel pensiero e nelle azioni, da parte della creatura; egli intende solo il diritto di pensare, parlare, scrivere e mangiare secondo il suo giudizio o il suo umore, senza darsi alcun pensiero di Dio. Non pretende nemmeno di seguire alcuna regola morale, ma esige che ciò che pensa sia una prerogativa “americana”, di essere il padrone di sé in tutte le cose, e di professare ciò che gli piace, senza chiedere a nessuno il permesso, e di considerare come impertinente inopportuno chiunque osi dire una parola contro il suo voler andare verso la perdizione, come a lui piace, a suo modo. Per un tale uomo il diritto di coscienza significa “il diritto e la libertà di coscienza dal dispensarsi con coscienza, di ignorare un legislatore o un giudice, di essere indipendente dagli obblighi non visibili; di essere liberi di accettare qualsiasi religione o nessuna religione, di abbracciarne questa o quella, e poi lasciarla di nuovo, vantarsi di essere al di sopra di tutte le religioni e di essere un critico imparziale di ognuna di loro; in una parola, la coscienza è, per quell’uomo, nient’altro che il « diritto alla propria volontà ». Tale è l’idea che gli uomini della stampa infedele hanno della coscienza. La loro regola e misura del giusto o dello sbagliato è l’utilità, o la convenienza, o l’accondiscendenza della maggioranza, o la convenienza dello Stato, o l’opportunità, l’ordine, un egoismo lungimirante, il desiderio di essere coerenti con se stessi. Ma tutte queste false concezioni della coscienza non varranno come scuse davanti a Dio per non aver voluto conoscere di più. L’idea che non ci sia alcuna legge o regola per i nostri pensieri, desideri, parole e azioni e che, senza peccato o errore, possiamo pensare, desiderare, dire e fare ciò che ci piace, soprattutto in materia di Religione è una vera assurdità. « Quando Dio diede all’uomo il libero arbitrio – dice San Tommaso, – intendeva che l’uomo potesse scegliere liberamente ciò che è buono e rifiutare ciò che è cattivo, in modo da ottenerne il merito, un privilegio che è negato agli animali, poiché essi seguono ciecamente i loro istinti. Chi può essere tanto sciocco da pensare che Dio, nel dare all’uomo il libero arbitrio, lo abbia dispensato dall’osservanza delle sue leggi? Dio è infinita bontà, giustizia, saggezza, misericordia e purezza, e ha impresso nell’uomo la nozione di bontà, giustizia, misericordia, purezza, in modo che, come Egli stesso odia ogni malvagità, ingiustizia, errori e impurità, così anche l’uomo dovesse fare lo stesso; quindi è impossibile che Dio possa concedere all’uomo il permesso di commettere ed agire in modo assolutamente ripugnante per la natura divina, e quindi anche ripugnante per la natura dell’uomo, che è fatto a sua immagine e somiglianza. »  – « Il nostro uso della libertà, quindi, deve essere coerente con la ragione, e deve essere basato sull’odio per tutto ciò che è cattivo, ingiusto, crudele, falso o impuro, e sul forte desiderio di raggiungere tutto ciò che è buono, vero e perfetto. « Chi sono i peggiori nemici della libertà dell’uomo? 1° In primo luogo, quell’ignoranza e quell’errore che gli impediscono di distinguere chiaramente ciò che è buono e giusto da ciò che è malvagio e falso. 2° In secondo luogo, le sue passioni, che gli impediscono di abbracciare il bene che conosce e vede e lo inducono a desiderare ciò che sa essere cattivo. 3° Terzo, qualsiasi potere o autorità esterna all’uomo, che gli impedisce di fare ciò che sa essere buono e che desidera fare o lo costringe a fare ciò che considera illegale e che rifiuta di fare. 4° In quarto luogo, tutti coloro che negano e pervertono le Verità religiose e morali. Che malvagità, quale empietà è lo schernire ciò che è buono, per il presente e per il futuro, per l’intelletto e la volontà dell’uomo! Quanto sono detestabili coloro che catturano gli uomini nelle sottili reti dei sofismi, ed espellono la Religione e la moralità dal loro cuore, che infondono dubbi e dispute sulla verità sociale, che è l’unica fondazione stabile su cui le nazioni e gli imperi possono riposare con tranquillità! Gli uomini più esecrabili, sono quelli che si assumono il diritto di insultare il Signore e di distruggere l’uomo. » – « Dopo che il diavolo ha usato questi uomini per i suoi scopi diabolici, getterà via questi miserabili disgraziati, come scope consumate, nel fuoco dell’inferno. – Il privilegio che i cattivi hanno nel male, è che essi restano impuniti dal diavolo. « L’inferno dei malvagi inizia anche in questo mondo, e continua poi per tutta l’eternità nell’altro. Infatti San Paolo dice: « Tribolazione e angoscia su ogni anima dell’uomo che opera il male ». (Rom. II, 9). «  … con quelle stesse cose per cui uno pecca, – dice la Sacra Scrittura – con esse è poi castigato. » (Sap. XI 17.) « Colui che parla (contro la sua coscienza) qualunque cosa gli piaccia, sentirà nel suo cuore ciò che non gli piace sentire », dice Comicus. « Chi nasconde un’anima oscura e pensieri osceni, ottenebrato cammina sotto il sole di mezzogiorno, ed egli stesso è la sua prigione. » – Per evitare tali mali, dobbiamo rettificare la nostra coscienza quando essa sia vincibilmente errata – cioè, quando siamo confusi con dubbi e sospetti sulla legittimità o l’illegalità di un’azione che stiamo per compiere; dobbiamo provare, attraverso l’esame, la consultazione ed impiegando i mezzi ordinari, a scoprire se abbiamo ragione o torto in quello che stiamo per intraprendere. – Ma finché la coscienza di un uomo è invincibilmente errata, la si deve seguire. « La sua volontà non è quindi in colpa », dice San Tommaso. Senza dubbio, una persona che, da una invincibile coscienza errata, crede che la carità lo obblighi a dire una bugia, se così può salvare la vita del suo prossimo, compie un atto meritorio, e peccherebbe contro la carità se non dicesse la bugia. – La coscienza, quindi, è quel fedele controllore interiore che avverte ogni uomo quando sta per offendere Dio e lasciare la retta via per il Paradiso. Ogni volta che siamo sul punto di desiderare, di dire, o di fare qualcosa che sia contro la legge di Dio, la coscienza ci dice, come se fosse da parte di Dio: « Non ti è lecito. » (Mt. XIV, 4). No, non ti è permesso di eseguire quell’azione, di pronunciare quella parola, di avere quel desiderio, di leggere quel libro, di frequentare quella compagnia, di andare in quel luogo di peccato, di fare un affare illecito. Se, nonostante queste rimostranze della coscienza, ancora andiamo avanti, essa si leva contro di noi e grida: « Che cosa hai fatto? » (Re, III, 24). Hai peccato; hai offeso Dio, trasgredendo la sua legge e andando contro la sua voce che ti ha avvertito di non farlo; sei colpevole davanti a Lui e meritevole di essere punito secondo la legge della sua giustizia. Era la sua coscienza che fece dire a David: « Il mio peccato è sempre davanti a me ». (Salmo L). Era la sua coscienza che fece gridare a Giuda: « Ho peccato nel tradire il sangue innocente. » (Matteo XXVII). Così ogni peccatore è responsabile della sua condotta verso la sua coscienza, che, come dice Menandro, è il suo Dio. È per mezzo della coscienza, che Dio giudica l’uomo. La coscienza, in quanto organo e strumento di Dio, pronuncia nel suo nome la sentenza di condanna; comunica, sotto la sua sovrana autorità, il decreto della Giustizia divina. In questo senso si dice che noi stessi siamo i nostri primi giudici, e che il primo tribunale al quale siamo citati è la nostra coscienza, senza poter sfuggire alla sua sentenza. Sì, questo giudizio è giusto, è terribile, è senza appello. Nel pronunciare la sentenza, la coscienza è allo stesso tempo testimone contro di noi e la sua deposizione è tanto più terribile in quanto è interiore, chiara e diretta per noi. Ah! quanto è spiacevole essere condannati da noi stessi e non avere nulla da opporre alla sentenza! E cosa, in effetti, può essere opposto quando la nostra coscienza è l’accusatore, il testimone e il giudice? Pertanto, alla coscienza rimane solo di poter assumere il carattere di esecutore ed esercitare la sua vendetta su di noi… incarico terribile, che è più terribile di tutto il resto! Essa ci punisce! Dio affida gli interessi della sua giustizia e vendetta nelle mani della coscienza; e in quanti modi essa non esegue questo tremendo ufficio contro il peccatore dopo che ha peccato? – Con quei rimorsi che lo lacerano e lo riducono, per così dire, a pezzi; come un verme roditore che lo mangia; con il costante ricordo della sua colpa che lo segue ovunque; con le paure, i terrori e gli allarmi continui in cui vive. Se viene visitato da una malattia, o se la minima infermità lo attacca, la morte si presenta incessantemente ai suoi occhi. Se i tuoni rimbombano, se la terra trema, se accade qualche incidente imprevisto, egli crede che la mano di Dio sia sollevata contro di lui, temendo ogni istante di essere inghiottito. Ahimè! può esserci un più terribile torturatore, un carnefice più crudele, un ministro più severo della vendetta per il peccatore, della sua stessa coscienza? Quale maggior tortura per Caino lo spettro sanguinante di suo fratello Abele che gli si presentava continuamente? Cosa di più spaventoso per l’empio Balthasar la vista della mano apparsa sul muro e che scriveva la sentenza di condanna? Cosa di più terrificante per Antioco della immagine del tempio di Gerusalemme che egli aveva profanato? Che cosa di più allarmante e terrificante per Enrico VIII, re d’Inghilterra, che ammirare sul suo letto di morte le legioni di monaci che aveva trattato così crudelmente? E perché questi uomini sono stati così torturati? Era perché la loro coscienza, di cui avevano calpestato i diritti, cercava l’espiazione ponendo continuamente dinanzi a loro il ricordo dei loro crimini. « Così la coscienza sostiene la sua causa all’interno del seno; ed anche se a lungo ci si ribella, essa non è giammai definitivamente soppressa. »  Non c’è da stupirsi che gli uomini a volte si suicidino. Non sopportano il rimorso della coscienza, e così cercano di trovare riposo nella morte. Ora, un tale rimorso di coscienza, sebbene sia una punizione, è allo stesso tempo una grazia per il peccatore. Lo avverte di rientrare in se stesso, con un sincero pentimento, di chiedere perdono a Dio, promettere un emendamento di vita, ed essere salvato. Ma se un peccatore non prova un tale rimorso è, senza dubbio, in una condizione molto deprecabile. La mancanza di questa grazia provoca una  riprovazione certa per l’eternità. Ora, questa voce della coscienza, che colpisce con il terrore le anime dei malvagi, riempie invece giusti di pace e di felicità.  C’è un grande peccatore: egli è molto dispiaciuto per tutti i suoi peccati; ha fermamente intenzione di modificare la propria vita; fa una buona Confessione. Guardatelo dopo la Confessione. Il suo volto è raggiante di bellezza. Il suo passo è diventato di nuovo leggero. La sua anima riflette sui suoi tratti la santa gioia da cui è inebriata. Sorride a coloro che incontra, ed ognuno vede che è felice. Non trema più quando alza gli occhi al cielo. Egli spera, ama; una forza soprannaturale lo anima. Si sente bruciare di zelo nel fare del bene; un nuovo sole è spuntato sulla sua vita, ed ogni cosa in lui rinnova la freschezza della giovinezza. E perché? Perché la sua coscienza ha gettato via un carico che lo aveva piegato fino a terra, gli dice che ora è di nuovo il compagno degli Angeli; che è di nuovo entrato in quella dolce alleanza con Dio, che ora può giustamente chiamare suo Padre; che è nuovamente reintegrato nella sua dignità di figlio di Dio. Non ha più paura della giustizia di Dio, della morte e dell’inferno. – Dobbiamo, quindi, seguire sempre la voce o i dettami della coscienza, poiché « questo è l’osservanza dei comandamenti », dice la Sacra Scrittura; ma « qualunque cosa sia contraria alla coscienza, è peccaminosa ». (Rom. XIV. 23.) « Quale regola – dice San Tommaso d’Aquino – può seguire un uomo, se non la ragione, che è la voce imperativa della coscienza? » – « Chi non fa appello alla sua coscienza in tutte le occasioni non può avere una regola di condotta. Dubbi e perplessità, oscillando tra il vizio e la virtù, non sanno a quale lato volgersi: si è come una nave il cui timone è andato perso in seguito ad una violenta tempesta ».

[12. Continua…]

DOMENICA I DOPO PENTECOSTE

DOMENICA I DOPO PENTECOSTE (2019)

[Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani – L.I.C.E. Berruti &C. Torino, 1936]

Semidoppio. • Paramenti verdi.

Questa Domenica era un tempo detta vacante perché la liturgia delle Ordinazioni del sabato di Pentecoste si celebrava durante la notte e serviva di Messa per la Domenica: infatti l’Epistola ci ricorda che l’amor di Dio — che è lo Spirito Santo — ci è stato donato nelle feste di Pentecoste. Il Signore ci ha amato inviando a noi suo Figlio, allorquando eravamo suoi nemici per il peccato: il suo amore dunque permane in noi se noi amiamo, come Lui, quelli che ci odiano. Ed è per questo che il Vangelo ci dice che dobbiamo essere misericordiosi come lo è stato il nostro Padre perdendoci e donando a noi il Figlio suo e lo Spirito Santo. « Tenendoci alla porta di questo padre di famiglia grande e possente, che è Dio, noi gemiamo nelle nostre preghiere, dice S. Agostino, e noi vogliamo ricevere un dono: e questo dono è Dio stesso » (Mattutino). «O Signore, dice l’Introito, io ho riposta la mia speranza nella tua bontà». «Dà ascolto, o Signore alle mie parole », aggiunge l’Alleluia. « Ascolta la mia voce che supplica » insiste l’Offertorio. « L’ho detto, o Signore, guarisci la mia anima perché ha peccato contro di te. Beato colui che soccorre il povero e il miserabile, poiché il Signore lo libererà », completa il Graduale. Per ricevere da Dio, bisogna donare. « Un mendicante ti chiede l’elemosina, spiega S. Agostino, e sei tu stesso il mendicante del Signore; poiché tutti noi siamo mendicanti quando preghiamo. Infatti, che cosa chiede il mendicante? un po’ di pane. E tu che cosa chiedi a Dio se non il Cristo, che ha detto: Io sono il pane della vita? » (Mattutino). Se Dio ci ama al punto da donarci l’unico Figlio suo e, per lui, lo Spirito Santo « che è il dono dell’Altissimo», noi pure dobbiamo amarci senza misura. — La Messa della prima Domenica dopo Pentecoste, poiché è sostituita dalla Messa della SS. Trinità, si celebra in uno dei primi tre giorni della settimana, i quale o sia di rito semplice, ovvero giorno fra un’Ottava. In quei giorni la Messa si può mettere in rapporto della lettura del Breviario. All’Ufficio del lunedì della prima settimana dopo l’Ottava di Pentecoste si comincia la lettura del Libro dei Re, che si inizia con la storia di Anna, la donna di Elcana. Il Signore aveva colpito Anna con la sterilità ed essa andò a trovare il gran sacerdote Eli e fece un voto al Signore nel tempio, promettendogli che se avesse compassione del dolore della sua serva, e non l’avesse dimenticata (versetto dell’Introito, Grad., All., Off.) e le donasse un figlio, essa glielo avrebbe consacrato per sempre. Dio «che è tutto amore» (Ep.). le donò un figlio, che essa chiamò Samuele, perché lo aveva chiesto al Signore. E Anna esultò di gioia e di riconoscenza (Intr., Com.) e offrì il figlio suo nel tempio perché egli servisse il Signore.

Incipit

In nómine Patris, ✠ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Tob XII: 6
Benedícta sit sancta Trínitas atque indivísa Unitas: confitébimur ei, quia fecit nobíscum misericórdiam suam.
Ps VIII: 2
Dómine, Dóminus noster, quam admirábile est nomen tuum in univérsa terra!
Benedícta sit sancta Trínitas atque indivísa Unitas: confitébimur ei, quia fecit nobíscum misericórdiam suam.

Oratio

Orémus.
Omnípotens sempitérne Deus, qui dedísti fámulis tuis in confessióne veræ fídei, ætérnæ Trinitátis glóriam agnóscere, et in poténtia majestátis adoráre Unitátem: quǽsumus; ut, ejúsdem fídei firmitáte, ab ómnibus semper muniámur advérsis.
Per Dominum nostrum Jesum Christum, Filium tuum, qui….

Lectio

Epistulae B. Jonnis Ap. 1, IV, 6-21

Qui non diligit, non novit Deum: quoniam Deus caritas est. In hoc apparuit caritas Dei in nobis, quoniam Filium suum unigenitum misit Deus in mundum, ut vivamus per eum. In hoc est caritas : non quasi nos dilexerimus Deum, sed quoniam ipse prior dilexit nos, et misit Filium suum propitiationem pro peccatis nostris.  Carissimi, si sic Deus dilexit nos: et nos debemus alterutrum diligere. Deum nemo vidit umquam. Si diligamus invicem, Deus in nobis manet, et caritas ejus in nobis perfecta est. In hoc cognoscimus quoniam in eo manemus, et ipse in nobis : quoniam de Spiritu suo dedit nobis. Et vos vidimus, et testificamur quoniam Pater misit Filium suum Salvatorem mundi. Quisquis confessus fuerit quoniam Jesus est Filius Dei, Deus in eo manet, et ipse in Deo. Et nos cognovimus, et credidimus caritati, quam habet Deus in nobis. Deus caritas est : et qui manet in caritate, in Deo manet, et Deus in eo. In hoc perfecta est caritas Dei nobiscum, ut fiduciam habeamus in die judicii : quia sicut ille est, et nos sumus in hoc mundo. Timor non est in caritate : sed perfecta caritas foras mittit timorem, quoniam timor poenam habet : qui autem timet, non est perfectus in caritate. Nos ergo diligamus Deum, quoniam Deus prior dilexit nos. Si quis dixerit, Quoniam diligo Deum, et fratrem suum oderit, mendax est. Qui enim non diligit fratrem suum quem vidit, Deum, quem non vidit, quomodo potest diligere? Et hoc mandatum habemus a Deo : ut qui diligit Deum, diligat et fratrem suum.

OMELIA I

A. Castellazzi: La scuola degli Apostoli – [Sc. Tip. Vescov. Artigianelli, Pavia, 1929]D

AMIAMO DIO

“Carissimi: Dia è amore. L’amore di Dio verso di noi si è manifestato in questo: che Dio ha mandato il Figlio suo Unigenito nel mondo, affinché per lui noi avessimo la vita. E in questo sta l’amore: che non noi abbiamo amato Dio, ma che egli per il primo ha amato noi, e ha mandato il suo Figlio quale propiziazione per i nostri peccati. Carissimi: se Dio ci ha amati in tal modo, noi pure dobbiamo amarci l’un l’altro. Nessuno non ha mai visto Dio. Se noi ci amiamo l’un l’altro Dio dimora in noi, e il suo amore in noi è perfetto. Che noi dimoriamo in lui; e che egli dimori in noi conosciamo da questo: che ci ha dato del suo Spirito. E noi abbiamo visto e testifichiamo, che il Padre ha mandato il suo Figlio quale Salvatore del mondo. Chiunque confesserà che Gesù Cristo è Figlio di Dio, Dio dimora in lui, d egli in Dio. E noi abbiamo conosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi. Dio è amare. Chi sta nell’amore sta in Dio, e Dio in lui. La perfezione dell’amore di Dio in noi sta in questo: nell’aver fiducia pel giorno del giudizio: poiché come è lui tali siamo anche noi in questo mondo. Il timore non sta con l’amore, ma l’amore perfetto scaccia il timore, perché il timore va congiunto col castigo. E chi teme non è perfetto nell’amore. Noi, dunque, amiamo Dio, perché Egli ci ha amati pel primo. Se alcuno dice: «Io amo Dio, e odia il suo fratello, è bugiardo. Poiché, chi non ama il suo fratello che vede, come può amar Dio che non vede! E da Dio abbiam ricevuto questo comandamento: che chi ama Dio, ami anche il proprio fratello”. (1 Giov. IV, 8-21).

L’epistola è tolta dalla prima lettera di S. Giovanni. L’Apostolo dichiara che chi non ama, non conosce Dio, perché Dio è amore. Il suo amore l’ha manifestato mandando il suo Figlio a dar la vita a noi che eravamo peccatori. Anche noi dobbiamo, dunque, amarci scambievolmente, se vogliamo che Dio dimori in noi, e che il nostro amore per lui sia sincero. Se coi fratelli avremo lo spirito di carità, conosceremo che Dio è in noi. Non si può, però, aver vera carità, senza la fede nella divinità di Gesù Cristo. Se noi aspettiamo senza timore il giorno del giudizio, il nostro amore è perfetto. Amiamo, pertanto, Dio che ci ha amati pel primo; amiamo il prossimo, perché chi non ama il prossimo non ama Dio, e perché Dio ci comanda di amare il prossimo. — Avendo già parlato dell’amor del prossimo nella Domenica IV. dopo l’Epifania, quest’oggi parliamo dell’amor di Dio.

Amiamo Dio,

1. Ricambiando il suo amore,

2. Credendo con fede viva in Gesù Cristo,

3. Amando i nostri fratelli.

1.

Dio è amore. Dio è l’amore per essenza: amore che Egli manifesta in mille modi, soprattutto verso l’uomo. Dio mostra il suo amore all’uomo creandolo, lo dimostra nella sua conservazione e nell’abbondanza dei beni di cui lo circonda. Ma specialmente l’amor di Dio verso di noi si è manifestato in questo: che Dio ha mandato il Figlio suo Unigenito nel mondo, affinché per Lui noi avessimo la vita. Dimostrazione più grande dell’amor di Dio non si può immaginare. Da qualunque lato tu voglia considerare, il mistero, trovi che esso è la manifestazione dell’amore di Dio verso gli uomini. Dio che esiste dall’eternità, che non dipende da nessuno, che non ha bisogno di nessuno, che ha posto la sua magnificenza nei cieli, si prende cura dell’uomo, abisso di miseria e di fragilità, dall’esistenza breve come il fiore del prato, fuggevole come la nube sospinta dal vento. Onde il salmista si domanda meravigliato: «Che è mai l’uomo, perché tu lo ricordi, e il figlio dell’uomo perché tu te ne curi?» (Salm. VIII, 5). Qualunque dono, anche minimo, l’uomo ricevesse da Dio, sarebbe di un pregio incalcolabile. È il padrone che dona al servo, è l’Immenso che fa regalo al verme della terra. Ma Dio dà all’uomo nientemeno che il proprio Figlio. Dio come Lui, a Lui uguale in essenza, in sapienza, in potenza e in tutte le altre perfezioni. Questo amore di Dio verso di noi risalta ancor più, se si riflette che noi nulla avevamo fatto per meritarlo; anzi, avevamo offeso Dio eoi nostri peccati. Ed Egli ha mandato il suo Figlio quale propiziazione per i nostri peccati. Le pagine del Vangelo, infatti, ci dimostrano continuamente che Gesù era venuto per cercare e salvare i peccatori, tanto da attirarsi la critica, dei Farisei: « Costui accoglie i peccatori e mangia con loro » (Luc. XV, 2). Esse ci dicono come Egli abbia pianto per loro, come per loro abbia consumato la sua vita sulla croce. È cosa tanto ovvia che l’inferiore tanto più è portato ad amare il superiore, quanto più si accorge d’essere da lui amato, specialmente se non aveva motivi di ripromettersi questo amore. E l’uomo peccatore che poteva ripromettersi da Dio suo giudice, da lui offeso? Gesù Cristo è venuto principalmente, affinché l’uomo conoscesse quanto Dio lo ami; e perché questa conoscenza lo infiammasse nell’amore di Lui, che lo amò pel primo. Dunque « se prima ci rincresceva di amarlo, ora almeno non ci rincresca di riamarlo » (S. Agost.. De Cathec. Rud. 4, 8).

2.

A ricambiar l’amor di Dio è necessaria la fede in Gesù Cristo. Chiunque confesserà che Gesù è il Figlio di Dio, Dio dimora in lui, ed egli in Dio. La fede in Gesù Cristo non manca al Cristiano, il quale la confessa esplicitamente in varie circostanze: « Io credo in Dio Padre onnipotente, Creatore del cielo e della terra, e in Gesù Cristo suo unico Figliuolo, Nostro Signore ecc.», dice egli ogni qualvolta recita il simbolo apostolico nelle sue azioni private. « Credo in un solo Dio… E in un solo Signore Gesù Cristo, Figliuolo unigenito di Dio, nato dal Padre prima di tutti i secoli », ripete, quando accompagna le preghiere del Sacerdote nella Santa Messa. «Credo nel Figliuolo incarnato e morto per noi, Gesù Cristo, il quale darà a ciascuno, secondo i meriti, il premio o la vita eterna », ripete ancora quando recita l’atto di fede. Ma questa può anche essere una fede morta; e allora la sua professione di fede in Gesù Cristo poco gli giova per vivere con Dio in unione intima, così da poter dire: Dio dimora in lui, ed egli in Dio. – Il professar la fede con la bocca è buona cosa, anzi ottima, e in parecchie circostanze può esser cosa doverosa; ma non è tutto. Oltre confessare Gesù Cristo con la bocca, devi rivolgerti a Lui con la mente. Un padre, una madre, non possono allontanare il loro pensiero dai figli. Un esule non può allontanare il pensiero dalla patria. Un monte, un colle, una vallata, una prateria, una foresta, un fiume, gli rammentano il luogo nativo, il luogo ove trascorse la fanciullezza e la gioventù. Egli li contempla oggi, li contempla domani, li contempla fin che dura l’esilio. Il suo occhio è su questi luoghi, ma la sua mente, e il suo cuore sono rivolti alla patria lontana. Quante circostanze ricordano al Cristiano Gesù Cristo, senza che a Lui rivolga un pensiero duraturo, senza che si commuova un istante. Vuol dire che egli professa la fede in Gesù Cristo a fior di labbra, ma non lo ama. Se lo amasse, i suoi pensieri e i suoi affetti sarebbero rivolti a Lui un po’ più frequentemente: « Poiché dov’è il tuo tesoro là v’è anche il tuo cuore» (Matt. VI, 21.). La lingua batte dove il dente duole — dice un proverbio — e Gesù Cristo afferma che: « La bocca parla dalla pienezza del cuore » (Matt. XXII, 34). Chi odia una persona ne parla continuamente per metterla in cattiva vista e per farne risaltare i difetti. Chi ama una persona ne parla continuamente per metterne in evidenza i meriti e, così, farla amare dagli altri. Dall’abbondanza del cuore parlava la profetessa Anna, quando, avendo visto Gesù che era stato presentato al tempio, comunicava il suo entusiasmo agli altri «… e parlava di Lui a quanti aspettavano la liberazione in Gerusalemme » (Luc. II, 38). Dall’abbondanza del cuore parlavano Pietro e Giovanni, i quali al Sinedrio che proibiva loro di non parlar più ad alcuno in nome di Gesù Cristo, rispondono: «Noi non possiamo non parlare di quello che abbiam visto e udito» (Act. IV, 21). Il Salmista, costretto a star lontano dal Santuario di Gerusalemme, arde dal desiderio di poter ritornare in quel luogo santo a godervi la presenza di Dio. E dal cuore gli salgono alle labbra i commossi accenti : «L’anima mia ha sete del Dio forte e vivo: quando verrò e comparirò davanti al cospetto di Dio?» (Ps. XLI, 5), Gesù Cristo, nostro Dio, è là nel tabernacolo; ma quanti hanno sete di lui? quanti si danno premura di comparire al suo cospetto? Egli è là nel tabernacolo ed attende i Cristiani che vadano a trovarlo; pronto a riceverli, ad ascoltare le loro confidenze, a lenire i loro dolori, e la maggior parte dei Cristiani non se ne cura. Quanti varcano la soglia del tempio per andare a far visita a Gesù? Quando le visite agli amici si fanno rare, è segno infallibile che l’amore va diminuendo; quando cessano, l’amore è spento. Si può dire che ami Gesù, che abbia fede in Lui, quel Cristiano che non va mai a trovarlo? Non solo si deve confessare che Gesù Cristo è il Figlio di Dio; ma come tale va onorato e amato; « e tanto più degnamente dev’essere amato dagli uomini, quanto più Egli per gli uomini sostenne cose indegne » (S. Gregorio Magno. Hom. 6, 1).

3.

E da Dio abbiamo ricevuto questo comandamento: che chi ama Dio ami anche il proprio fratello. È tanto importante questo comandamento, che Gesù Cristo l’ha comparato al primo ed al più grande dei comandamenti. « Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, e con tutta la tua mente; questo è il più grande e il primo comandamento. Il secondo poi è simile a questo: Amerai il tuo prossimo come te stesso» (Matt. XXII, 37-39); disse Egli un giorno a un dottore della legge.Non si tratta di un semplice consiglio; ma di un comando molto chiaro, al quale nessuno può sottrarsi. Amor di Dio e amor del prossimo non possono disgiungersi. Ove c’è amor di Dio deve necessariamente esserci l’amor del prossimo. Anzi l’amor del prossimo è la prova e la dimostrazione dell’amor di Dio. Nel prossimo noi abbiamo sotto gli occhi l’immagine di Dio, e quando facciamo del bene al prossimo non possiamo allontanare il pensiero da Dio. Quando nei fratelli consideriamo riflessa l’immagine di Dio non diamo peso ai loro demeriti; nulla ci costa mettere un velo sui nostri occhi per non vederne i difetti; e poco ci costa chiudere gli orecchi alle accuse che muovono dal nostro amor proprio. E per questo, tanto più riesce efficace il conforto che si porta agli infelici, quanto più chi benefica innalza la mente a Dio.Il Padre Kronenburg, Redentorista, andò un giorno al lebbrosario di Batavia. Fu subito preso da meraviglia al vedersi salutato da tutti i lebbrosi in modo festivo e a vedere sul volto di tutti un’aria sorridente. Un negro dai diciotto ai diciannove anni, con le labbra rose della malattia dichiara a quanti l’interrogano, di essere felice. Un medico ebreo gli domanda: Sei contento? — « Oh!— risponde — sono contento come un re ». — «Perché mai? » — « Prima non avevo nessuno che mi fasciasse le piaghe; adesso le Suore me le fasciano tre volte al giorno con molta premura. Prima mi si buttava un pezzo di pane, ora mi si dà da mangiare a piacimento più volte al giorno ». — Non vuoi dunque ritornare a casa? » —Ah! giammai ». Intanto da un’altra parte gli uomini innalzano giulivi un cantico di speranza: «Il Cielo! IlCielo! Il Cielo è nostro premio! » (Der Katholishen Missionen. Friburg, 1903, p. 249).  Miracoli che compie la carità cristiana che nel prossimo ama Dio. Come il re viene onorato o disprezzato nella sua immagine, così Dio è amato o odiato nell’uomo. Di ciascun uomo, anche se per avventura ci odiasse, noi dobbiamo dire: « Riconosco in te l’immagine del mio padre » (S. Agost. Serm. 357, 4). Se noi non amiamo l’uomo, non amiamo Dio, di cui l’uomo è immagine. E come l’amor del prossimo è la prova che amiamo Dio, la mancanza dell’amor del prossimo è la prova che non amiamo Dio. Non si ama il padre quando si disprezza il figlio. E « non è uno solo il Padre di tutti noi? Non è un solo Dio quegli che ci ha creato? » (Malach. II, 10). Perché dunque non ameremo i nostri fratelli? Amiamoli sinceramente. Poiché, chi non ama il suo fratello che vede, come può amare Dio che non vede?

Graduale


Dan III: 55-56
Benedíctus es, Dómine, qui intuéris abýssos, et sedes super Chérubim,
V. Benedíctus es, Dómine, in firmaménto cæli, et laudábilis in sǽcula. Allelúja, allelúja.
Dan III: 52
V. Benedíctus es, Dómine, Deus patrum nostrórum, et laudábilis in sǽcula. Allelúja.

Evangelium

Sequéntia +︎ sancti Evangélii secúndum Matthǽum
Matt XXVIII: 18-20
In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis: Data est mihi omnis potéstas in cœlo et in terra. Eúntes ergo docéte omnes gentes, baptizántes eos in nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti: docéntes eos serváre ómnia, quæcúmque mandávi vobis. Et ecce, ego vobíscum sum ómnibus diébus usque ad consummatiónem sǽculi.

OMELIA II

[A. Carmignola, Spiegazione dei Vangeli domenicali, S. E. I. Ed. Torino,  1921]

SPIEGAZIONE XXIX

“In quel tempo disse Gesù ai suoi discepoli: Siate misericordiosi, come anche il Padre rostro è misericordioso. Non giudicate, e non sarete giudicati: non condannate e non sarete condannati. Perdonate e sarà a voi perdonato. Date e sarà dato a voi: misura giusta, e pigiata e scossa, e colma sarà versata in seno a voi: perché con la stessa misura, onde avrete misurato, sarà misurato a voi. Diceva di più ad essi una similitudine: È egli possibile, che un cieco guidi un cieco? non cadranno essi ambedue nella fossa? Non v’ha scolaro da più del maestro: ma chicchessia sarà perfetto, ove sia come il suo maestro. Perché poi osservi tu una pagliuzza nell’occhio del tuo fratello, e non badi alla trave che hai nel tuo occhio? Ovvero come puoi tu dire al tuo fratello: Lascia, fratello, che io ti cavi dall’occhio la pagliuzza, che vi hai: mentre tu non vedi la trave, che è nel tuo occhio? Ipocrita, cavati prima dall’occhio tuo la trave: e allora guarderai di cavare la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello”. (Luc. VI, 36-42).

Una delle più belle prove della somma bontà del nostro divin Redentore sono certamente le calde raccomandazioni, che Egli fece più volte della bontà, della misericordia, della carità, la quale Ei vuole da tutti esercitata verso del prossimo, perché essendo Egli buono verso tutti, vuole parimenti che tutti lo siano. Dopo dell’amor di Dio, di null’altra cosa Gesù così spesso ragiona, quanto della bontà di cuore, della compassione degli uni verso gli altri, cioè del vicendevole amore. La sua legge è legge d’amore. E questa legge Egli la promulgò massimamente in un tratto del celebre discorso fatto sul monte ai suoi discepoli e ad una gran turba di popolo: tratto che la Chiesa ci invita a considerare nel Vangelo di questa domenica.

1. Disse adunque Gesù: Siate misericordiosi, come anche il Padre vostro è misericordioso. Non giudicate, e non sarete giudicati: non condannate e non sarete condannati. Et reliqua …

Ecco adunque gli ammaestramenti che Gesù Cristo ci dà nel Vangelo di quest’oggi riguardo alla carità fraterna. In sostanza, come avete ascoltato, Gesù Cristo con le sue divine parole ci comanda di esercitare la carità verso del prossimo nei pensieri, nelle parole e nelle opere. Ed anzi tutto ci comanda di esercitare la carità nei pensieri, proibendoci di fare contro del nostro prossimo dei giudizi temerari. Non vogliate giudicare, Egli dice, e non sarete giudicati. I giudizi temerari sono quelli, in cui noi teniamo per certo che il nostro prossimo sia colpevole di qualche fallo, benché non ne siamo sicuri in modo da non poterci ingannare. E si chiamano temerari tali giudizi, perché gli uomini che li fanno non sono giudici gli uni degli altri, e giudicando usurpano l’ufficio del Salvatore; temerari, perché la malizia principale del peccato dipende dall’intenzione e dal consiglio del cuore, che noi troppo difficilmente possiamo conoscere; temerari, perché ognuno ha che fare, per giudicar sé medesimo, senza prendere a giudicar il suo prossimo. E donde mai hanno origine cotesti giudizi? Ecco. Alcuni giudicano temerariamente per superbia, dandosi a credere di rialzare l’onor proprio, a misura che deprimono gli altri. Sono spiriti arroganti e presuntuosi, i quali ammirano sé medesimi e pongono tanto in alto la propria stima, che riguardano tutto il resto come cosa piccola e bassa. Io non sono come gli altri uomini, diceva lo sciocco fariseo. Altri non hanno questa manifesta superbia, ma hanno tuttavia una certa compiacenza nell’osservare l’altrui male, affine di far ammirare di più agli altri il bene opposto, di cui essi si stimano dotati. Parecchi altri poi in preda alla correzione del cuore, per lusingarsi e scusarsi interamente e per mitigare i rimorsi delle loro coscienze, giudicano essi volentieri, che gli altri sian presi dello stesso vizio, a cui essi sono dediti, o da qualche altro ugualmente grande, pensando che la moltitudine dei colpevoli renda men biasimevole la loro colpa. Non mancano neppur di coloro che fanno giudizi pel solo piacere, che prendono a filosofare ed indovinare i costumi e le inclinazioni delle persone, come per esercizio d’ingegno. Finalmente l’ambizione, l’invidia, la gelosia, l’avversione sono pur esse altrettante cause, da cui originano i giudizi temerari. Or bene non basta riguardare alle sorgenti avvelenate di questi giudizi per comprenderne la gravità? Del resto considerate quale colpa sarebbe, se voi distruggeste la riputazione del vostro fratello nella mente di un altro, e se denigrandolo presso di lui, veniste a rovinare tutta la stima e tutta la buona opinione, che ne aveva. Ora non minore è l’ingiuria che voi gli fate, quando senza motivo o senza alcuna prova sufficiente, concepite di lui nella mente vostra una falsa idea, perché egli non desidera meno di conservare la sua buona riputazione presso di voi che presso di un altro. Dite, o miei cari, non vi offendereste voi, quando sapeste che altri ha concepito di voi una cattiva opinione? Pertanto giudicate degli altri da voi medesimi, e non penerete a rilevare il male, che vi ha nel giudizio temerario. Comprendete adunque perché oggi Gesù Cristo ci dica: Nolite iudicare et non iudicabimini: non vogliate giudicare, e non sarete giudicati; animandoci per tal guisa ad evitare i giudizi temerari col pensiero dell’immenso vantaggio, che ne ritrarremo, del non essere poi severamente giudicati da Dio.Ma per mettere in pratica questo gran precetto di Gesù Cristo conviene combattere costantemente in noi lo spirito di superbia, di invidia, di ambizione, di odio, e riempierci, più che è possibile, l’anima della carità cristiana. Essa ci libererà da quei cattivi umori, che in noi son causa di tali storti giudizi. La bella virtù della carità è così lontana dall’andar in cerca del male, che ha persin timore di incontrarlo. Essa, come dice l’Apostolo, non pensa mai malamente. Ed è perciò l’unico rimedio potente, a cui dobbiamo appigliarci. Il giudizio temerario è una specie d’itterizia spirituale, la quale fa comparir tutte cattive le cose agli occhi delle persone che ne sono prese; ma chi vuol guarirne bisogna che applichi il rimedio non agli occhi, ma bensì al cuore, agli affetti dell’anima. E così se i nostri affetti saranno piacevoli, sarà piacevole il nostro giudizio, se caritatevoli, anche il nostro giudizio sarà pieno di carità.

2. In secondo luogo nel Vangelo d’oggi Gesù Cristo ci comanda la carità fraterna nelle parole, vietandoci ogni maldicenza contro del nostro prossimo col dirci: Non condannate e non sarete condannati. Come puoi tu dire al tuo fratello: Lascia, fratello, che io ti cavi dall’occhio la pagliuzza che vi hai, mentre tu non vedi la trave, che è nel tuo occhio? – La maldicenza è una specie di omicidio: perché noi abbiamo tre vite: la spirituale che consiste nella grazia di Dio, la corporale che consiste nell’anima, la civile che consiste nella reputazione. La prima ci è tolta dal peccato, la seconda dalla morte, la terza dalla maldicenza. Se non che il maldicente con un sol colpo della sua lingua cagiona per ordinario tre morti; uccide spiritualmente l’anima sua, e quella di chi lo ascolta, e toglie la vita civile a colui del quale egli sparla. Per il che, al dire di S. Bernardo, il maldicente e chi l’ascolta, hanno ambedue il diavolo addosso, il primo nella lingua e il secondo nell’orecchio. Davide parlando dei maldicenti, dice così: Hanno appuntato le loro lingue come un serpente. Dicono taluni che il serpente ha la lingua bipartita; ma comunque sia la cosa, certo è, che è tale quella del maldicente, il quale con un sol colpo ferisce ed avvelena l’orecchio della persona che l’ascolta, e l’onore di quella, di cui si ragiona. – Tra i maldicenti poi coloro, che alle loro maldicenze mandano innanzi preamboli onorevoli, o vi intrecciano qualche piccola leggiadra facezia, sono i maldicenti più fini e più velenosi di tutti. Ah! dice taluno, al tale io voglio bene, perché alla fin fine è un’ottima persona, ma bisogna nondimeno dire il vero: ha fatto male a commettere quella tale azione. Quel giovane è virtuosissimo, dice un altro, ma già i capitomboli li fanno sempre quelli, che stanno più in alto; ed è così che il poveretto è caduto, e altrettante introduzioni. Or non vedete qui l’artifizio? Chi vuol tirar d’arco, trae quanto può la freccia verso di sé, ma non ad altro fine che per scoccarla con maggior forza. Così sembra che costoro tirino indietro o riducano ad una facezia innocente la loro maldicenza, ma non lo fanno per altro, che per vibrarla con più vigore, onde penetri maggiormente nei cuori degli ascoltanti. Difatti mentre la maldicenza, che è entrata sola da un orecchio, uscirebbe presto dall’altro, quando invece è preceduta da proteste di amore e di stima ed è presentata sotto il velo di qualche sottile e faceta espressione, s’imprime assai più in chi l’ascolta. Epperò di questi maldicenti Davide dice che hanno il veleno dell’aspide nelle labbra. L’aspide fa una ferita pressoché impercettibile e il suo tossico produce sulle prime un prurito piacevole, per cui il cuore e le viscere dilatandosi ricevono il veleno, contro il quale non c’è più rimedio. Così queste maldicenze artificiose e raffinate producendo alle volte un certo gusto in coloro che le ascoltano, avvelenano non di meno il loro cuore e lasciano in esso la cattiva stima per il prossimo, la quale molto difficilmente si muta poi in buona. Vi ha poi una maldicenza che più d’ogni altra è grave, ed è quella rivolta contro di coloro, che per qualsiasi ragione sono a noi superiori; perciocché le maldicenze, le mormorazioni e i biasimi diretti contro i superiori cadono sopra Iddio stesso. Come ubbidendo ai superiori, noi ubbidiamo a Dio, ch’essi rappresentano, e di cui tengono il luogo, così quando offendiamo con le nostre parole il rispetto dovuto ai superiori, offendiamo il rispetto, che dobbiamo a Dio medesimo. Perciò il Salvatore dopo aver detto dei superiori: Chi ascolta essi ascolta me, aggiunse subito: Chi disprezza essi, disprezza me. San Paolo ci dice similmente: Ogni potestà viene da Dio, e però chi resiste alla potestà, resiste all’ordine di Dio. Infine, la Scrittura è piena di passi che confermano questa verità. D’altronde i castighi straordinari con cui Iddio ha così sovente punito le offese e le mormorazioni contro i superiori, ci provano quale interesse Egli prenda a tutto ciò che li riguarda, e come della lor causa Egli faccia la sua propria causa. Da quale orribile punizione non fu mai seguita la mormorazione di Core, Dathan e Abiron contro Mosè ed Aronne, ai quali essi rimproveravano di prender troppa autorità nel governo del popolo! La terra si aprì sotto i loro piedi, e li inghiottì vivi con le loro famiglie e con tutte le loro ricchezze, ed il fuoco del cielo divorò duecento e cinquanta uomini per aver seguito il loro partito. S. Tommaso osserva a questo proposito che Dio castigò più rigorosamente coloro che avevano mormorato contro i loro superiori, che non quelli i quali avevano offeso Lui stesso direttamente, adorando il vitello d’oro. Gli Israeliti, avendo mormorato in un’altra circostanza contro Mosè ed Aronne, Dio tosto mandò dei serpenti, i quali ne fecero morire un gran numero. Poco mancò un’altra volta, che Dio sterminasse tutto quel popolo in occasione di nuove mormorazioni, ch’ei fece al ritorno di coloro i quali erano stati inviati per esplorare la terra promessa. Egli lo perdonò alla preghiera di Mosè, ma non perdonò già a coloro, i quali erano stati causa della mormorazione. Essi, dice la Scrittura, furono puniti di morte alla presenza del Signore. Maria, sorella di Mosè, non fu ella pure punita per aver mormorato contro suo fratello? Dio la colpì con una lebbra orribile, e non volle né guarirla, né perdonarla, non ostante le preghiere di Mosè, prima che fosse stata sette giorni fuori del campo, separata da tutto il rimanente del popolo. Se tali pertanto sono i castighi che Dio infligge a coloro che si fanno audacemente a criticare le azioni e le disposizioni dei loro superiori, non è egli vero, che questo mancamento torna a Lui di grave dispiacere, e che perciò dobbiamo attentamente guardarcene? Sì, evitiamo assolutamente di mormorare contro i nostri superiori. Ma non solo contro dei superiori: guardiamoci ancora da ogni maldicenza contro qualsiasi dei nostri fratelli. Sì, mettiamo il massimo impegno per non mormorare mai né direttamente, né indirettamente d’alcuno: guardiamoci dall’imputar falsi delitti e peccati al prossimo, dallo scoprir quelli che son segreti, dall’ingrandir quelli che son manifesti, dall’interpretar in male un’opera buona, dal negar quel bene che sappiamo trovarsi in qualcuno, dal dissimularlo maliziosamente, o sminuirlo con le parole; perché in tutte queste maniere col nostro parlare ingiurioso del prossimo offenderemmo Iddio grandemente, ed un giorno ne saremmo severamente condannati, conforme allo spirito della sentenza di questo Vangelo: non vogliate condannare e non sarete condannati: nolite condannare et non condemnabimini. E quando vi accadesse di sentire a parlar male degli altri, mettete in forse l’accusa, se giustamente potete farlo; se non potete, scusate l’intenzione dell’accusato; se neppur questo può farsi, mostrate di compassionarlo o divertite altrove il discorso, ricordando a voi stessi e facendo che si ricordino gli altri, che è troppo facile il veder la pagliuzza uell’occhio del fratello e non veder la trave che sta nel proprio, e che quei che non cadono in errore, devono riconoscer tutto dalla grazia di Dio. Anzi usate qualche soave maniera, onde il maldicente rientri in se stesso, e dite qualche altra enea in vantaggio della persona offesa, se ne sapete. Per tal modo impedirete del male e farete del bene.

3. Finalmente Gesù Cristo ci raccomanda oggi la carità nelle opere. Siate misericordiosi, dice egli, come anche il Padre vostro è misericordioso. Date e sarà dato a voi; misura giusta, e pigiata, e scossa, e colma sarà versata in seno a voi; perché con la stessa misura, onde avrete misurato, sarà misurato a voi. E questo precetto della elemosina così chiaro, così positivo, che il Divin Redentore  ci dà con queste parole, è pure il precetto, che tante altre volte ripete nel santo Vangelo. Ed invero altrove dice: « Ciò che sopravanza ai vostri bisogni datelo ai poveri. Chi ha due vesti ne dia una al bisognoso, e chi ha già oltre il necessario, ne faccia parte a chi ha fame ». Altrove ci assicura, che quanto facciamo pei poveri, Egli lo considera fatto a sé medesimo. « Tutto quello, dice Gesù Cristo, che farete ad uno dei miei fratelli più infelici, lo avete fatto a me. Desiderate poi che Dio vi perdoni i peccati e vi liberi dalla morte eterna? Fate limosina. Volete impedire che la vostra anima vada alle tenebre dell’inferno? Fate limosina ». Insomma ci assicura Iddio che la limosina è un mezzo efficacissimo per ottenere il perdono dei peccati, farci trovare misericordia agli occhi di Dio e condurci alla vita eterna. Perciò il santo Tobia diceva a suo figlio queste memorabili parole: « Fa limosina secondo la tua sostanza, e non mai rivoltare la faccia da alcun povero; perché così avverrà, che neppure la faccia del Signore sia rivoltata da te. Sii misericordioso nel modo che potrai. Se hai molto, dà in abbondanza, se hai poco, dà quel poco, che potrai, ma volentieri, imperciocché la limosina ti sarà un premio che ti guadagnerai, e ti sarà poi un tesoro dinanzi a Dio nel giorno della necessità. Ricordati, o figlio, che Iddio ama colui che dà volentieri ». Adunque, o miei cari, quando potete, fate volentieri qualche elemosina anche voi. Ma forse voi direte: Noi non abbiamo ricchezze, e siamo in condizione da non poter fare elemosina. Ma in questo caso dovrete richiamare alla mente che qualunque opera di misericordia o temporale o spirituale esercitata verso il prossimo è una elemosina. Non vi sono adunque persone inferme da visitare, da assistere e vegliare? Non vi sono amici da ammonire, dubbiosi da consigliare, afflitti da consolare, risse da calmare, ingiurie da perdonare? Vedete con quanti mezzi voi potete fare limosina e meritarvi la vita eterna! Di più: non potete voi fare qualche preghiera, qualche confessione e comunione, recitare un Rosario, ascoltare una Messa in suffragio delle anime del purgatorio, per la conversione dei peccatori, o perché siano illuminati gl’infedeli e vengano alla fede? – Ma qui notiamo bene che Gesù Cristo vuole che noi esercitiamo la misericordia con grande rettitudine d’intenzione, vale a dire secondo il suo spirito e non secondo lo spirito del mondo. È egli possibile, dice Gesù Cristo, che un cieco guidi un cieco? non cadranno ambedue nella fossa? Non v’ha scolaro da  più del maestro, ma chicchessia sarà perfetto ove sia come il suo maestro. Colui che nell’esercitare la misericordia verso il prossimo si lascia guidare dallo spirito del mondo è un povero cieco che pretende di essere guidato da un altro cieco. Perciocché il mondo riguardo alla misericordia è cieco; non vede propriamente che essa sia una virtù cristiana; la riguarda solo come una virtù umana, cui dà il nome di filantropia, epperò anima ad essa unicamente con motivi umani, di acquistarsi un gran nome, di essere ammirati, di evitare dei danni, e simili. Chi pertanto si lascia guidare da questo spirito mondano nella misericordia verso il prossimo finirà per cadere nella fossa, in cui cadranno tutti i mondani, vale a dire le sue opere di misericordia a nulla gli gioveranno per l’altra vita e non ostante le medesime, andrà tuttavia all’eterna perdizione. Ma colui invece, che farà opere di misericordia con buono spirito, cioè per amor vero di Dio, per farsi dei meriti per il cielo, seguendo gli esempi di Gesù Cristo suo divino Maestro, se non arriverà giammai ad eguagliare la carità di Lui, avrà tuttavia quella perfezione che rassomiglia a quella di Lui, e perciò sarà un giorno grandemente lodato e premiato da Dio. No, non vi ha discepolo da più del maestro, ma chicchessia sarà perfetto, se sarà come il suo maestro. Coraggio adunque, secondo lo spirito di Gesù Cristo mettetevi con grande impegno ad esercitare la misericordia verso il prossimo, stampando bene nella vostra mente quello che dice ancora Gesù Cristo nel Santo Vangelo: Con la stessa misura, con cui avrete misurato agli altri, sarà misurato a voi; epperò siamo misericordiosi come è misericordioso il nostro Padre celeste.

Credo

Credo in unum Deum, Patrem omnipoténtem, factórem coeli et terræ, visibílium ómnium et in visibílium. Et in unum Dóminum Jesum Christum, Fílium Dei unigénitum. Et ex Patre natum ante ómnia saecula. Deum de Deo, lumen de lúmine, Deum verum de Deo vero. Génitum, non factum, consubstantiálem Patri: per quem ómnia facta sunt. Qui propter nos hómines et propter nostram salútem descéndit de coelis. Et incarnátus est de Spíritu Sancto ex María Vírgine: Et homo factus est. Crucifíxus étiam pro nobis: sub Póntio Piláto passus, et sepúltus est. Et resurréxit tértia die, secúndum Scriptúras. Et ascéndit in coelum: sedet ad déxteram Patris. Et íterum ventúrus est cum glória judicáre vivos et mórtuos: cujus regni non erit finis. Et in Spíritum Sanctum, Dóminum et vivificántem: qui ex Patre Filióque procédit. Qui cum Patre et Fílio simul adorátur et conglorificátur: qui locútus est per Prophétas. Et unam sanctam cathólicam et apostólicam Ecclésiam. Confíteor unum baptísma in remissiónem peccatórum. Et exspécto resurrectiónem mortuórum. Et vitam ventúri sæculi. Amen.

Secreta

Sanctífica, quǽsumus, Dómine, Deus noster, per tui sancti nóminis invocatiónem, hujus oblatiónis hóstiam: et per eam nosmetípsos tibi pérfice munus ætérnum. [Santífica, Te ne preghiamo, o Signore Dio nostro, per l’invocazione del tuo santo nome, l’ostia che Ti offriamo: e per mezzo di essa fai che noi stessi Ti siamo eterna oblazione.]

Communio

Tob XII: 6
Benedícimus Deum cœli et coram ómnibus vivéntibus confitébimur ei: quia fecit nobíscum misericórdiam suam. [Benediciamo il Dio dei cieli e confessiamolo davanti a tutti i viventi: poiché fece brillare su di noi la sua misericordia.]

Postcommunio

Orémus.
Profíciat nobis ad salútem córporis et ánimæ, Dómine, Deus noster, hujus sacraménti suscéptio: et sempitérnæ sanctæ Trinitátis ejusdémque indivíduæ Unitátis conféssio.
[O Signore Dio nostro, giòvino alla salute del corpo e dell’ànima il sacramento ricevuto e la professione della tua Santa Trinità e Unità.]

UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO. S. S. PIO XII – MEDIATOR DEI (2)

Continuiamo la lettura di questa magistrale Enciclica del “Pastor angelicus”, S. S. Pio XII, sulla sacra Liturgia. C’è solo da stupirsi per la profondità dei concetti, resi peraltro semplici e comprensibili a tutti. Qui non c’è ermeneutica confusionaria, non c’è linguaggio ingannevole e bifido, come nei modernisti o negli pseudotradizionalisti eretici e scismatici, non c’è variazione dottrinale di alcun genere, tutto è fondato sulla parola di Cristo Salvatore e sui luoghi teologici canonici, senza trucco e senza inganni dei quali sono zeppi i falsi documenti prodotti dal conciliabolo c. d. Vaticano II e da tutti gli usurpanti la Cattedra di S. Pietro fino ad oggi, ove si dice una mezza cosa che viene immediatamente contraddetta, poi rettificata, riaffermata e messa in dubbio nello stesso momento. Ma di queste frodi parleremo in altra sede, qui ora ci interessa immergerci nella pura Verità del Cristianesimo affermata dal Magistero della Chiesa Cattolica, l’unica vera, infallibile, indistruttibile, immutabile, eterna Chiesa, Corpo di Cristo, Roccia inespugnabile e Maestra dei popoli, oltre che unica Arca di salvezza eterna.

ENCICLICA

“MEDIATOR DEI”

DI S. S. PIO XII

“SULLA SACRA LITURGIA” (2)

Definizione della Liturgia

La sacra Liturgia è pertanto il culto pubblico che il nostro Redentore rende al Padre, come Capo della Chiesa, ed è il culto che la società dei fedeli rende al suo Capo e, per mezzo di Lui, all’Eterno Padre: è, per dirla in breve, il culto integrale del Corpo mistico di Gesù Cristo, cioè del Capo e delle sue membra. L’azione liturgica ha inizio con la fondazione stessa della Chiesa. I primi Cristiani, difatti, «erano assidui agli insegnamenti degli Apostoli e alla comune frazione del pane e alla preghiera» (Act. II, 42). Dovunque i Pastori possono radunare un nucleo di fedeli, erigono un altare sul quale offrono il Sacrificio, e intorno ad esso vengono disposti altri riti adatti alla santificazione degli uomini e alla glorificazione di Dio. Tra questi riti sono, in primo luogo, i Sacramenti, cioè le sette principali fonti di salvezza; poi la celebrazione della lode divina, con la quale i fedeli anche insieme riuniti obbediscono alla esortazione dell’Apostolo: «Istruendovi ed esortandovi tra voi con ogni sapienza, cantando a Dio nei vostri cuori, ispirati dalla grazia, salmi, inni e cantici spirituali» (Col. III, 16); poi la lettura della Legge, dei Profeti, del Vangelo e delle Lettere Apostoliche, e infine l’omelia con la quale il Presidente dell’assemblea ricorda e commenta utilmente i precetti del Divino Maestro, gli avvenimenti principali della sua vita, e ammonisce tutti gli astanti con opportune esortazioni ed esempi. Il culto si organizza e si sviluppa secondo le circostanze ed i bisogni dei Cristiani, si arricchisce di nuovi riti, cerimonie e formole, sempre con il medesimo intento: « affinché cioè da quei segni noi siamo stimolati . . . ci sia noto il progresso compiuto e ci sentiamo sollecitati ad accrescerlo con maggior vigore: l’effetto, difatti, è più degno se più ardente è l’affetto che lo precede » (Sant’Agostino, Epist. CXXX ad Probam, 18). Così l’anima più e meglio si eleva verso Dio; così il sacerdozio di Gesù Cristo è sempre in atto nella successione dei tempi, non essendo altro la Liturgia che l’esercizio di questo sacerdozio. Come il suo Capo divino, così la Chiesa assiste continuamente i suoi figli, li aiuta e li esorta alla santità, perché, ornati di questa soprannaturale dignità, possano un giorno far ritorno al Padre che è nei cieli. Essa rigenera alla vita celeste i nati alla vita terrena, li corrobora di Spirito Santo per la lotta contro il nemico implacabile; chiama i Cristiani intorno agli altari e, con insistenti inviti, li esorta a celebrare e prender parte al Sacrificio Eucaristico, e li nutre col pane degli Angeli perché siano sempre più saldi; purifica e consola coloro che il peccato ferì e macchiò; consacra con legittimo rito coloro che per divina vocazione sono chiamati al Ministero Sacerdotale; rinvigorisce con grazie e doni divini il casto connubio di quelli che sono destinati a fondare e costituire la famiglia cristiana; dopo averne confortato e ristorato col Viatico Eucaristico e la Sacra Unzione le ultime ore della vita terrena, accompagna al sepolcro con somma pietà le spoglie dei suoi figli, le compone religiosamente, le protegge al riparo della Croce, perché possano un giorno risorgere trionfando sulla morte; benedice con particolare solennità quanti dedicano la loro vita al servizio divino nel conseguimento della Perfezione Religiosa; stende la sua mano soccorrevole alle anime che nelle fiamme della purificazione implorano preghiere e suffragi, per condurle finalmente alla eterna beatitudine.

Culto interno ed esterno

Tutto il complesso del culto che la Chiesa rende a Dio deve essere interno ed esterno. È esterno perché lo richiede la natura dell’uomo composto di anima e di corpo; perché Dio ha disposto che « conoscendoLo per mezzo delle cose visibili, siamo attratti all’amore delle cose invisibili » (cfr. Missale Romanum, Prefazio della Natività); perché tutto ciò che viene dall’anima è naturalmente espresso dai sensi; di più perché il culto divino appartiene non soltanto al singolo ma anche alla collettività umana, e quindi è necessario che sia sociale, il che è impossibile, nell’ambito religioso, senza vincoli e manifestazioni esteriori; e, infine, perché è un mezzo che mette particolarmente in evidenza l’unità del Corpo Mistico, ne accresce i santi entusiasmi, ne rinsalda le forze e ne intensifica l’azione: « sebbene, infatti, le cerimonie, in se stesse, non contengano nessuna perfezione e santità, tuttavia sono atti esterni di Religione, che, come segni, stimolano l’anima alla venerazione delle cose sacre, elevano la mente alle realtà soprannaturali, nutrono la pietà, fomentano la carità, accrescono la fede, irrobustiscono la devozione, istruiscono i semplici, ornano il culto di Dio, conservano la Religione e distinguono i veri dai falsi Cristiani e dagli eterodossi » (Card. Bona, De divina psalmodia, cap. 19, § 3.1). – Ma l’elemento essenziale del culto deve essere quello interno: è necessario, difatti, vivere sempre in Cristo, tutto a Lui dedicarsi, affinché in Lui, con Lui e per Lui si dia gloria al Padre. La sacra Liturgia richiede che questi due elementi siano intimamente congiunti; ciò che essa non si stanca mai di ripetere ogni qualvolta prescrive un atto esterno di culto. Così, per esempio, a proposito del digiuno ci esorta: « Affinché ciò che la nostra osservanza professa esternamente, si operi di fatto nel nostro interno » (cfr. Missale Romanum, Segreta della feria quinta dopo la II Domenica di Quaresima). Diversamente, la Religione diventa un formalismo senza fondamento e senza contenuto. Voi sapete, Venerabili Fratelli, che il Divino Maestro stima indegni del sacro tempio ed espelle coloro i quali credono di onorare Dio soltanto col suono di ben costruite parole e con pose teatrali, e son persuasi di poter benissimo provvedere alla loro eterna salute senza sradicare dall’anima i vizi inveterati (Mc. 7, 6; Is. 29, 13). La Chiesa, pertanto, vuole che tutti fedeli si prostrino ai piedi del Redentore per professarGli il loro amore e la loro venerazione; vuole che le folle, come i fanciulli che andarono incontro a Cristo mentre entrava a Gerusalemme con gioiose acclamazioni, inneggino ed accompagnino il Re dei re e il Sommo Autore di ogni beneficio con il canto di gloria e di ringraziamento; vuole che sul loro labbro siano preghiere, ora supplici ora liete e grate, con le quali come gli Apostoli presso il lago di Tiberiade, possano sperimentare l’aiuto della sua misericordia e della sua potenza; o, come Pietro sul monte Tabor, abbandonino se stessi ed ogni lor cosa a Dio nei mistici trasporti della contemplazione. Non hanno, perciò, una esatta nozione della sacra Liturgia coloro i quali la ritengono come una parte soltanto esterna e sensibile del culto divino o come un cerimoniale decorativo; né sbagliano meno coloro, i quali la considerano come una mera somma di leggi e di precetti con i quali la Gerarchia ecclesiastica ordina il compimento dei riti. Deve, quindi, essere ben noto a tutti che non si può degnamente onorare Dio se l’anima non si rivolge al conseguimento della perfezione della vita, e che il culto reso a Dio dalla Chiesa in unione col suo Capo divino ha la massima efficacia di santificazione. Questa efficacia se si tratta del Sacrificio Eucaristico e dei Sacramenti, proviene prima di tutto dal valore dell’azione in se stessa (ex opere operato); se poi si considera anche l’attività propria della immacolata Sposa di Gesù Cristo con la quale Essa orna di preghiere e di sacre cerimonie il Sacrificio Eucaristico ed i Sacramenti, o, se si tratta dei Sacramentali e di altri riti istituiti dalla Gerarchia ecclesiastica, allora l’efficacia deriva piuttosto dall’azione della Chiesa (ex opere operantis Ecclesiæ) in quanto essa è santa ed opera sempre in intima unione con il suo Capo. A questo proposito, Venerabili Fratelli, desideriamo che voi rivolgiate la vostra attenzione alle nuove teorie sulla « pietà oggettiva », le quali, sforzandosi di mettere in evidenza il mistero del Corpo Mistico, la realtà effettiva della grazia santificante e l’azione divina dei Sacramenti e del Sacrificio eucaristico, vorrebbero trascurare o attenuare la « pietà soggettiva » o personale. Nelle celebrazioni liturgiche, e in particolare nell’augusto Sacrificio dell’altare, si continua senza dubbio l’opera della nostra Redenzione e se ne applicano i frutti. Cristo opera la nostra salvezza ogni giorno nei Sacramenti e nel suo Sacrificio, e, per loro mezzo, continuamente purifica e consacra a Dio il genere umano. Essi, dunque, hanno una virtù oggettiva con la quale, di fatto, fanno partecipi le nostre anime della vita divina di Gesù Cristo. Essi, dunque, hanno, non per nostra ma per divina virtù, l’efficacia di collegare la pietà delle membra con la pietà del Capo, e di renderla, in certo modo, un’azione di tutta la comunità. Da questi profondi argomenti alcuni concludono che tutta la pietà cristiana debba incentrarsi nel mistero del Corpo Mistico di Cristo, senza nessun riguardo personale e soggettivo, e perciò ritengono che si debbano trascurare le altre pratiche religiose non strettamente liturgiche e compiute al di fuori del culto pubblico. Tutti, però, possono rendersi conto che queste conclusioni circa le due specie di pietà, sebbene i suesposti principî siano ottimi, sono del tutto false, insidiose e dannosissime. È vero che i Sacramenti e il Sacrificio dell’altare hanno una intrinseca virtù in quanto sono azioni di Cristo stesso che comunica e diffonde la grazia del Capo divino nelle membra del Corpo Mistico, ma, per aver la debita efficacia, essi esigono le buone disposizioni dell’anima nostra. Pertanto, a proposito della Eucaristia, S. Paolo ammonisce: « Ciascuno esamini se stesso e così mangi di quel pane e beva del calice » (1 Cor. XI, 28). Perciò la Chiesa definisce brevemente e chiaramente tutti gli esercizi con i quali l’anima nostra si purifica, specialmente durante la Quaresima: « i presidi della milizia cristiana » (cfr. Missale Romanum, Feria quarta delle Ceneri, Preghiera dopo l’imposizione delle Ceneri); sono infatti l’azione delle membra che, con l’aiuto della grazia, vogliono aderire al loro Capo perché « ci sia manifesta – per ripetere le parole di S. Agostino – nel nostro Capo la fonte stessa della grazia» (De prædestinatione Sanctorum, 31). Ma è da notarsi che queste membra sono vive, fornite di ragione e volontà proprie, perciò è necessario che esse, accostando le labbra alla fonte, prendano e assimilino l’alimento vitale e rimuovano tutto ciò che può impedirne l’efficacia. Si deve dunque affermare che l’opera della redenzione, in sé indipendente dalla nostra volontà, richiede l’intimo sforzo dell’anima nostra perché possiamo conseguire l’eterna salvezza. Se la pietà privata e interna dei singoli trascurasse l’augusto Sacrificio dell’altare e i Sacramenti e si sottraesse all’influsso salvifico che emana dal Capo nelle membra, sarebbe senza dubbio riprovevole e sterile; ma quando tutte le disposizioni interne e gli esercizi di pietà non strettamente liturgici fissano lo sguardo dell’animo sugli atti umani unicamente per indirizzarli al Padre che è nei cieli, per stimolare salutarmente gli uomini alla penitenza e al timor di Dio e, strappatili all’attrattiva del mondo e dei vizi, condurli felicemente per arduo cammino al vertice della santità, allora sono non soltanto sommamente lodevoli, ma necessari, perché scoprono i pericoli della vita spirituale, ci spronano all’acquisto delle virtù e aumentano il fervore col quale dobbiamo dedicarci tutti al servizio di Gesù Cristo. L’azione divina e la cooperazione umana – La genuina pietà, che l’Angelico chiama «devozione» e che è l’atto principale della virtù della Religione col quale gli uomini si ordinano rettamente, si orientano opportunamente verso Dio, e liberamente si dedicano al culto (San Tommaso, Summa Theol., 2.a 2.æ, q. 82, a. 1), ha bisogno della meditazione delle realtà soprannaturali e delle pratiche spirituali perché si alimenti, stimoli e vigoreggi, e ci animi alla perfezione. Poiché la Religione cristiana debitamente praticata richiede soprattutto che la volontà si consacri a Dio e influisca sulle altre facoltà dell’anima. Ma ogni atto di volontà presuppone l’esercizio della intelligenza, e, prima che si concepisca il desiderio e il proposito di darsi a Dio per mezzo del Sacrificio, è assolutamente necessaria la conoscenza degli argomenti e dei motivi che impongono la Religione, come, per esempio, il fine ultimo dell’uomo e la grandezza della divina Maestà, il dovere della soggezione al Creatore, i tesori inesauribili dell’amore col quale Egli ci vuole arricchire, la necessità della grazia per giungere alla meta assegnataci, e la via particolare che la divina Provvidenza ci ha preparata unendoci tutti come membra di un Corpo a Gesù Cristo Capo. E poiché non sempre i motivi dell’amore fanno presa sull’anima agitata dalle passioni, è molto opportuno che ci impressioni anche la salutare considerazione della divina giustizia per ridurci alla cristiana umiltà, alla penitenza ed alla emendazione. Tutte queste considerazioni non devono essere una vuota ed astratta reminiscenza, ma devono mirare effettivamente a sottomettere i nostri sensi e le loro facoltà alla ragione illuminata dalla Fede, a purificare l’anima che si unisca ogni giorno più intimamente a Cristo e sempre più si conformi a Lui e da Lui attinga l’ispirazione e la forza divina di cui ha bisogno, e ad essere agli uomini stimolo sempre più efficace al bene, alla fedeltà al proprio dovere, alla pratica della Religione, al fervente esercizio della virtù secondo l’insegnamento: « voi siete di Cristo e Cristo è di Dio » (1 Cor. III, 23). Tutto, dunque, sia organico e teocentrico, se vogliamo davvero che tutto sia indirizzato alla gloria di Dio per la vita e la virtù che ci viene dal nostro Capo divino: «avendo, dunque, fiducia di entrare nel Santo dei Santi, per il Sangue di Cristo, per la via nuova e vivente che Egli inaugurò per noi attraverso il velo, cioè attraverso la sua carne, e avendo un gran sacerdote preposto alla casa di Dio, accostiamoci con cuore sincero, con pienezza di fede, purgato il cuore da coscienza di colpa e lavato il corpo con acqua monda, attacchiamoci incrollabilmente alla professione della nostra speranza … e stiamo attenti gli uni agli altri per stimolarci alla carità e alle opere buone» (Heb. X, 19-24). – Da ciò deriva l’armonioso equilibrio delle membra del Corpo Mistico di Gesù Cristo. Con l’insegnamento della Fede Cattolica, con l’esortazione alla osservanza dei cristiani precetti, la Chiesa prepara la via alla sua azione propriamente sacerdotale e santificatrice; ci dispone ad una più intima contemplazione della vita del Divino Redentore e ci conduce ad una più profonda conoscenza dei Misteri della Fede, perché ne ricaviamo soprannaturale alimento e forza per un sicuro progresso nella vita perfetta, per mezzo di Gesù Cristo. Non soltanto per opera dei suoi ministri, ma anche per quella dei singoli fedeli in tal modo imbevuti dello Spirito di Gesù Cristo, la Chiesa si sforza di compenetrare di questo stesso spirito la vita e l’attività privata, coniugale, sociale e perfino economica e politica degli uomini perché tutti coloro che si chiamano figli di Dio possano più facilmente conseguire il loro fine. In questa maniera l’azione privata e lo sforzo ascetico diretto alla purificazione dell’anima stimolano le energie dei fedeli, e li dispongono a partecipare con migliori disposizioni all’augusto Sacrificio dell’altare, a ricevere i Sacramenti con frutto maggiore, ed a celebrare i sacri riti in modo da uscirne più animati e formati alla preghiera ed alla cristiana abnegazione, a cooperare attivamente alle ispirazioni ed agli inviti della grazia e ad imitare ogni giorno di più le virtù del Redentore, non soltanto per il loro proprio vantaggio, ma anche per quello di tutto il corpo della Chiesa, nel quale tutto il bene che si compie proviene dalla virtù del Capo e ridonda a beneficio delle membra. Perciò nella vita spirituale nessuna opposizione o ripugnanza può esservi tra l’azione divina, che infonde la grazia nelle anime per continuare la nostra redenzione, e l’operosa collaborazione dell’uomo, che non deve render vano il dono di Dio (2 Cor. VI, 1); tra l’efficacia del rito esterno dei Sacramenti che proviene dall’intrinseco valore di esso (ex opere operato) e il merito di chi li amministra o li riceve (opus operantis); tra le orazioni private e le preghiere pubbliche; fra l’etica e la contemplazione; fra la vita ascetica e la pietà liturgica; fra il potere di giurisdizione e di legittimo Magistero, e la potestà eminentemente sacerdotale che si esercita nello stesso sacro ministero (cfr. CJC, cann. 125, 126, 565, 571, 595, 1367). Per gravi motivi la Chiesa prescrive ai ministri dell’altare e ai religiosi che, nei tempi stabiliti, attendano alla pia meditazione, al diligente esame ed emendamento della coscienza, e agli altri spirituali esercizi, poiché essi sono in modo particolare destinati a compiere le funzioni liturgiche del Sacrificio e della Lode Divina. Senza dubbio la preghiera liturgica, essendo pubblica supplica della inclita Sposa di Gesù Cristo, ha una dignità maggiore di quella delle preghiere private; ma questa superiorità non vuol dire che fra questi due generi di preghiera ci sia contrasto od opposizione. Tutt’e due si fondono e si armonizzano perché animate da un unico spirito: «tutto e in tutti Cristo» (Col. III, 11), e tendono allo stesso scopo: finché il Cristo non sia formato in noi (Gal. IV, 19).

Culto e Gerarchia

Per meglio comprendere, poi, la sacra Liturgia, è necessario considerare un altro suo importante carattere. La Chiesa è una società, ed esige, perciò, una sua propria autorità e gerarchia. Se tutte le membra del Corpo Mistico partecipano ai medesimi beni e tendono ai medesimi fini, non tutte godono dello stesso potere e sono abilitate a compiere le medesime azioni. Il Divin Redentore ha, difatti, stabilito il suo Regno sulle fondamenta dell’Ordine sacro, che è un riflesso della celeste Gerarchia. Ai soli Apostoli ed a coloro che, dopo di essi, hanno ricevuto dai loro successori l’imposizione delle mani, è conferita la potestà sacerdotale, in virtù della quale, come rappresentano davanti al popolo loro affidato la persona di Gesù Cristo, così rappresentano il popolo davanti a Dio. Questo sacerdozio non viene trasmesso né per eredità né per discendenza carnale, né risulta per emanazione della comunità cristiana o per deputazione popolare. Prima di rappresentare il popolo presso Dio, il sacerdote rappresenta il divin Redentore, e perché Gesù Cristo è il Capo di quel corpo di cui i cristiani sono membra, egli rappresenta Dio presso il suo popolo. La potestà conferitagli, dunque, non ha nulla di umano nella sua natura; è soprannaturale e viene da Dio: «Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi . . . (Joh. XX, 21), chi ascolta voi, ascolta me … (Luc. X, 16), andando in tutto il mondo, predicate il Vangelo ad ogni creatura; chi crederà e sarà battezzato, sarà salvo» (Marc. XVI, 15-16). Perciò il sacerdozio esterno e visibile di Gesù Cristo si trasmette nella Chiesa non in modo universale, generico e indeterminato, ma è conferito a individui eletti, con la generazione spirituale dell’Ordine, uno dei sette Sacramenti, il quale non solo conferisce una grazia particolare, propria di questo stato e di questo ufficio, ma anche un carattere indelebile, che configura i sacri ministri a Gesù Cristo sacerdote, dimostrandoli adatti a compiere quei legittimi atti di religione con i quali gli uomini sono santificati e Dio è glorificato, secondo le esigenze dell’economia soprannaturale. – Difatti, come il lavacro del Battesimo distingue i cristiani e li separa dagli altri che non sono stati lavati nell’onda purificatrice e non sono membra di Cristo, così il Sacramento dell’Ordine distingue i sacerdoti da tutti gli altri Cristiani non consacrati, perché essi soltanto, per vocazione soprannaturale, sono stati introdotti all’augusto ministero che li destina ai sacri altari e li costituisce divini strumenti per mezzo dei quali si partecipa alla vita soprannaturale col Mistico Corpo di Gesù Cristo. Inoltre, come abbiamo già detto, essi soltanto sono segnati col carattere indelebile che li configura al sacerdozio di Cristo, e le loro mani soltanto sono consacrate «perché sia benedetto tutto ciò che benedicono, e tutto ciò che consacrano sia consacrato e santificato in nome del Signor Nostro Gesù Cristo ». Ai sacerdoti, dunque, deve ricorrere chiunque vuol vivere in Cristo, perché da essi riceva il conforto e l’alimento della vita spirituale, il farmaco salutare che lo sanerà e lo rinvigorirà, perché possa felicemente risorgere dalla perdizione e dalla rovina dei vizi; da essi, infine, riceverà la benedizione che consacra la famiglia, e da essi l’ultimo anelito della vita mortale sarà diretto all’ingresso nella beatitudine eterna. Poiché, dunque, la sacra Liturgia è compiuta soprattutto dai sacerdoti in nome della Chiesa, la sua organizzazione, il suo regolamento e la sua forma non possono che dipendere dall’autorità della Chiesa. Questa è non soltanto una conseguenza della natura stessa del culto cristiano, ma è anche confermata dalle testimonianze della storia.

Liturgia e dogma

Questo inconcusso diritto della Gerarchia Ecclesiastica è provato anche dal fatto che la sacra Liturgia ha strette attinenze con quei principi dottrinali che la Chiesa propone come facenti parte di certissime verità, e perciò deve conformarsi ai dettami della fede cattolica proclamati dall’autorità del supremo Magistero per tutelare la integrità della religione rivelata da Dio. A questo proposito, Venerabili Fratelli, riteniamo di porre nella sua giusta luce una cosa che pensiamo non esservi ignota: l’errore, cioè, di coloro i quali pretesero che la sacra Liturgia fosse quasi un esperimento del dogma, in quanto che se una di queste verità avesse, attraverso i riti della sacra Liturgia, portato frutti di pietà e di santità, la Chiesa avrebbe dovuto approvarla, diversamente l’avrebbe ripudiata. Donde quel principio: La legge della preghiera è legge della fede (Lex orandi, lex credendi). Non è, però, così che insegna e comanda la Chiesa. Il culto che essa rende a Dio è, come brevemente e chiaramente dice S. Agostino, una continua professione di fede cattolica e un esercizio della speranza e della carità: « Dio si deve onorare con la fede, la speranza e la carità ». Nella sacra Liturgia facciamo esplicita professione di Fede non soltanto con la celebrazione dei divini misteri, con il compimento del Sacrificio e l’amministrazione dei Sacramenti, ma anche recitando e cantando il Simbolo della fede, che è come il distintivo e la tessera dei Cristiani, con la lettura di altri documenti e delle Sacre Lettere scritte per ispirazione dello Spirito Santo. Tutta la Liturgia ha, dunque, un contenuto di fede cattolica, in quanto attesta pubblicamente la fede della Chiesa. Per questo motivo, sempre che si è trattato di definire un dogma, i Sommi Pontefici e i Concili, attingendo ai cosiddetti « Fonti teologici », non di rado hanno desunto argomenti anche da questa sacra disciplina; come fece, per esempio, il Nostro Predecessore di immortale memoria Pio IX quando definì l’Immacolata Concezione di Maria Vergine. Allo stesso modo, anche la Chiesa e i Santi Padri, quando si discuteva di una verità controversa o messa in dubbio, non hanno mancato di chiedere luce anche ai riti venerabili trasmessi dall’antichità. Così si ha la nota e veneranda sentenza: « La legge della preghiera stabilisca la legge della fede » (Legem credendi lex statuat supplicandi). La Liturgia, dunque, non determina né costituisce il senso assoluto e per virtù propria la Fede cattolica, ma piuttosto, essendo anche una professione delle celesti verità, professione sottoposta al Supremo Magistero della Chiesa, può fornire argomenti e testimonianze di non poco valore per chiarire un punto particolare della dottrina cristiana. Che se vogliamo distinguere e determinare in modo generale ed assoluto le relazioni che intercorrono tra Fede e Liturgia, si può affermare con ragione che « la legge della fede deve stabilire la legge della preghiera ». Lo stesso deve dirsi anche quando si tratta delle altre virtù teologiche: «Nella . . . fede, nella speranza e nella carità preghiamo sempre con desiderio continuo».

Progresso e sviluppo della Liturgia

La Gerarchia Ecclesiastica ha sempre usato di questo suo diritto in materia liturgica allestendo e ordinando il culto divino e arricchendolo di sempre nuovo splendore e decoro a gloria di Dio e per il vantaggio dei fedeli. Non dubitò, inoltre – salva la sostanza del Sacrificio Eucaristico e dei Sacramenti – mutare ciò che non riteneva adatto, aggiungere ciò che meglio sembrava contribuire all’onore di Gesù Cristo e della Trinità augusta alla istruzione e a stimolo salutare del popolo cristiano. La sacra Liturgia, difatti, consta di elementi umani e di elementi divini: questi, essendo stati istituiti dal Divin Redentore, non possono, evidentemente, esser mutati dagli uomini; quelli, invece, possono subire varie modifiche, approvate dalla sacra Gerarchia assistita dallo Spirito Santo, secondo le esigenze dei tempi, delle cose e delle anime. Da qui nasce la stupenda varietà dei riti orientali ed occidentali; da qui lo sviluppo progressivo di particolari consuetudini religiose e pratiche di pietà inizialmente appena accennate; di qui viene che talvolta sono richiamate nell’uso e rinnovate pie istituzioni obliterate dal tempo. Tutto ciò testimonia la vita della intemerata Sposa di Gesù Cristo durante tanti secoli; esprime il linguaggio da essa usato per manifestare al suo Sposo divino la fede e l’amore inesausto suo e delle genti ad essa affidate; dimostra la sua sapiente pedagogia per stimolare e incrementare nei credenti il «senso di Cristo». – Non poche, in verità, sono le cause per le quali si spiega e si evolve il progresso della sacra Liturgia durante la lunga e gloriosa storia della Chiesa. Così, per esempio, una più certa ed ampia formulazione della dottrina cattolica sulla incarnazione del Verbo di Dio, sul Sacramento e sul Sacrificio Eucaristico, sulla Vergine Maria Madre di Dio, ha contribuito all’adozione di nuovi riti per mezzo dei quali la luce più splendidamente brillata nella dichiarazione del Magistero ecclesiastico, si rifletteva meglio e più chiaramente nelle azioni liturgiche, per giungere con maggiore facilità alla mente e al cuore del popolo cristiano. – L’ulteriore sviluppo della disciplina ecclesiastica nell’amministrazione dei Sacramenti, per esempio del Sacramento della Penitenza, l’istituzione e poi la scomparsa del catecumenato, la Comunione Eucaristica sotto una sola specie nella Chiesa Latina, ha contribuito non poco alla modificazione degli antichi riti ed alla graduale adozione di nuovi e più confacenti alle mutate disposizioni disciplinari. A questa evoluzione e a questi mutamenti contribuirono notevolmente le iniziative e le pratiche pie non strettamente connesse con la sacra Liturgia, nate nelle epoche successive per mirabile disposizione di Dio e così diffuse nel popolo: come, per esempio, il culto più esteso e più fervido della divina Eucaristia, della passione acerbissima del nostro Redentore, del sacratissimo Cuore di Gesù, della Vergine Madre di Dio e del suo purissimo Sposo. – Tra le circostanze esteriori ebbero la loro parte i pubblici pellegrinaggi di devozione ai sepolcri dei martiri, l’osservanza di particolari digiuni istituiti allo stesso fine, le processioni stazionali di penitenza che si celebravano in questa alma Città e alle quali non di rado interveniva anche il Sommo Pontefice. È pure facilmente comprensibile come il progresso delle belle arti, in special modo dell’architettura, della pittura e della musica, abbiano influito non poco sul determinarsi e il vario conformarsi degli elementi esteriori della sacra Liturgia.

FESTA DELLA SANTISSIMA TRINITÁ (2019)

FESTA DELLA SANTISSIMA TRINITA’ (2019)

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O Dio, uno nella natura e trino nelle Persone, Padre, Figlio e Spirito Santo, causa prima e fine ultimo di tutte le creature, Bene infinito, incomprensibile e ineffabile, mio Creatore, mio Redentore e mio Santificatore, io credo in Voi, spero in Voi e vi amo con tutto il cuore.

Voi nella vostra felicità infinita, preferendo, senza alcun mio merito, ad innumerevoli altre creature, che meglio di me avrebbero corrisposto ai vostri benefìci, aveste per me un palpito d’amore fin dall’eternità e, suonata la mia ora nel tempo, mi traeste dal nulla all’esistenza terrena e mi donaste la grazia, pegno della vita eterna.

Dall’abisso della mia miseria vi adoro e vi ringrazio. Sulla mia culla fu invocato il vostro Nome come professione di fede, come programma di azione, come meta unica del mio pellegrinaggio quaggiù; fate, o Trinità Santissima, che io mi ispiri sempre a questa fede e attui costantemente questo programma, affinché, giunto al termine del mio cammino, possa fissare le mie pupille nei fulgori beati della vostra gloria.

[Fidelibus, qui festo Ss.mæ Trinitatis supra relatam orationem pie recitaverint, conceditur:

Indulgentia trium annorum;

Indulgentia plenaria suetis conditionibus (S. Pæn. Ap.,10 maii 1941).

[Nel giorno della festa della Ss. TRINITA’, si concede indulgenza plenaria con le solite condizioni: Confessione [se impediti Atti di contrizione perfetta], Comunione sacramentale [se impediti, Comunione Spirituale], Preghiera secondo le intenzioni del S. Padre, S. S. GREGORIO XVIII]

Canticum Quicumque


(Canticum Quicumque * Symbolum Athanasium)


Quicúmque vult salvus esse, * ante ómnia opus est, ut téneat cathólicam fidem:
Quam nisi quisque íntegram inviolatámque serváverit, * absque dúbio in ætérnum períbit.
Fides autem cathólica hæc est: * ut unum Deum in Trinitáte, et Trinitátem in unitáte venerémur.
Neque confundéntes persónas, * neque substántiam separántes.
Alia est enim persóna Patris, ália Fílii, * ália Spíritus Sancti:
Sed Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti una est divínitas, * æquális glória, coætérna majéstas.
Qualis Pater, talis Fílius, * talis Spíritus Sanctus.
Increátus Pater, increátus Fílius, * increátus Spíritus Sanctus.
Imménsus Pater, imménsus Fílius, * imménsus Spíritus Sanctus.
Ætérnus Pater, ætérnus Fílius, * ætérnus Spíritus Sanctus.
Et tamen non tres ætérni, * sed unus ætérnus.
Sicut non tres increáti, nec tres imménsi, * sed unus increátus, et unus imménsus.
Simíliter omnípotens Pater, omnípotens Fílius, * omnípotens Spíritus Sanctus.
Et tamen non tres omnipoténtes, * sed unus omnípotens.
Ita Deus Pater, Deus Fílius, * Deus Spíritus Sanctus.
Ut tamen non tres Dii, * sed unus est Deus.
Ita Dóminus Pater, Dóminus Fílius, * Dóminus Spíritus Sanctus.
Et tamen non tres Dómini, * sed unus est Dóminus.
Quia, sicut singillátim unamquámque persónam Deum ac Dóminum confitéri christiána veritáte compéllimur: * ita tres Deos aut Dóminos dícere cathólica religióne prohibémur.
Pater a nullo est factus: * nec creátus, nec génitus.
Fílius a Patre solo est: * non factus, nec creátus, sed génitus.
Spíritus Sanctus a Patre et Fílio: * non factus, nec creátus, nec génitus, sed procédens.
Unus ergo Pater, non tres Patres: unus Fílius, non tres Fílii: * unus Spíritus Sanctus, non tres Spíritus Sancti.
Et in hac Trinitáte nihil prius aut postérius, nihil majus aut minus: * sed totæ tres persónæ coætérnæ sibi sunt et coæquáles.
Ita ut per ómnia, sicut jam supra dictum est, * et únitas in Trinitáte, et Trínitas in unitáte veneránda sit.
Qui vult ergo salvus esse, * ita de Trinitáte séntiat.
Sed necessárium est ad ætérnam salútem, * ut Incarnatiónem quoque Dómini nostri Jesu Christi fidéliter credat.
Est ergo fides recta ut credámus et confiteámur, * quia Dóminus noster Jesus Christus, Dei Fílius, Deus et homo est.
Deus est ex substántia Patris ante sǽcula génitus: * et homo est ex substántia matris in sǽculo natus.
Perféctus Deus, perféctus homo: * ex ánima rationáli et humána carne subsístens.
Æquális Patri secúndum divinitátem: * minor Patre secúndum humanitátem.
Qui licet Deus sit et homo, * non duo tamen, sed unus est Christus.
Unus autem non conversióne divinitátis in carnem, * sed assumptióne humanitátis in Deum.
Unus omníno, non confusióne substántiæ, * sed unitáte persónæ.
Nam sicut ánima rationális et caro unus est homo: * ita Deus et homo unus est Christus.
Qui passus est pro salúte nostra: descéndit ad ínferos: * tértia die resurréxit a mórtuis.
Ascéndit ad cælos, sedet ad déxteram Dei Patris omnipoténtis: * inde ventúrus est judicáre vivos et mórtuos.
Ad cujus advéntum omnes hómines resúrgere habent cum corpóribus suis; * et redditúri sunt de factis própriis ratiónem.
Et qui bona egérunt, ibunt in vitam ætérnam: * qui vero mala, in ignem ætérnum.
Hæc est fides cathólica, * quam nisi quisque fidéliter firmitérque credíderit, salvus esse non póterit.

MESSA

Incipit 

In nómine Patris, ☩ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus 

Tob XII: 6.
Benedícta sit sancta Trínitas atque indivísa Unitas: confitébimur ei, quia fecit nobíscum misericórdiam suam. [Sia benedetta la Santa Trinità e indivisa Unità: glorifichiamola, perché ha fatto brillare in noi la sua misericordia.]
Ps VIII: 2
Dómine, Dóminus noster, quam admirábile est nomen tuum in univérsa terra!
[O Signore, Signore nostro, quanto è mirabile il tuo nome su tutta la terra!]

 Benedícta sit sancta Trínitas atque indivísa Unitas: confitébimur ei, quia fecit nobíscum misericórdiam suam. [Sia benedetta la Santa Trinità e indivisa Unità: glorifichiamola, perché ha fatto brillare in noi la sua misericordia.]

Oratio

Orémus.

Omnípotens sempitérne Deus, qui dedísti fámulis tuis in confessióne veræ fídei, ætérnæ Trinitátis glóriam agnóscere, et in poténtia majestátis adoráre Unitátem: quaesumus; ut, ejúsdem fídei firmitáte, ab ómnibus semper muniámur advérsis. [O Dio onnipotente e sempiterno, che concedesti ai tuoi servi, mediante la vera fede, di conoscere la gloria dell’eterna Trinità e di adorarne l’Unità nella sovrana potenza, Ti preghiamo, affinché rimanendo fermi nella stessa fede, siamo tetragoni contro ogni avversità.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Romános. Rom XI: 33-36.

“O altitúdo divitiárum sapiéntiæ et sciéntiæ Dei: quam incomprehensibília sunt judícia ejus, et investigábiles viæ ejus! Quis enim cognovit sensum Dómini? Aut quis consiliárius ejus fuit? Aut quis prior dedit illi, et retribuétur ei? Quóniam ex ipso et per ipsum et in ipso sunt ómnia: ipsi glória in sæcula. Amen”. [O incommensurabile ricchezza della sapienza e della scienza di Dio: come imperscrutabili sono i suoi giudizii e come nascoste le sue vie! Chi infatti ha conosciuto il pensiero del Signore? O chi gli fu mai consigliere? O chi per primo dette a lui, sí da meritarne ricompensa? Poiché da Lui, per mezzo di Lui e in Lui sono tutte le cose: a Lui gloria nei secoli. Amen.]

 Graduale 

Dan III: 55-56. Benedíctus es, Dómine, qui intuéris abýssos, et sedes super Chérubim, [Tu, o Signore, che scruti gli abissi e hai per trono i Cherubini.]

Alleluja

Benedíctus es, Dómine, in firmaménto cæli, et laudábilis in sæcula. Allelúja, [V.Benedetto sei Tu, o Signore, nel firmamento del cielo, e degno di lode nei secoli. Allelúia, alleluia.]

Dan III: 52 V. Benedíctus es, Dómine, Deus patrum nostrórum, et laudábilis in sæcula. Allelúja. Alleluja. [ Benedetto sei Tu, o Signore, nel firmamento del cielo, e degno di lode nei secoli. Allelúia, allelúia]

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum Matthæum. Matt XXVIII: 18-20

“In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis: Data est mihi omnis potéstas in coelo et in terra. Eúntes ergo docéte omnes gentes, baptizántes eos in nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti: docéntes eos serváre ómnia, quæcúmque mandávi vobis. Et ecce, ego vobíscum sum ómnibus diébus usque ad consummatiónem sæculi”. « Gesù disse a’ suoi discepoli: Ogni potere mi fu dato in cielo ed in terra: andate adunque, ammaestrate tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo, insegnando loro di osservare tutte le cose, che io vi ho comandate: ed ecco io sono con voi tutti i giorni, fino al termine del secolo ».

OMELIA

[J. Billot, Discorsi Parrocchiali; 2° Ed. presso S. Cioffi, Napoli, 1840; impr.]

Sul Mistero dello stesso giorno.

In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti.

(Matth. XXVIII).

Si è in queste poche parole, Fratelli miei, che voi recitate ogni giorno facendo il segno della Santa Croce, che consiste il compendio della nostra fede, il fondamento delle mostre speranze, e l’oggetto della nostra carità. Esse ci esprimono il più santo, il più augusto dei misteri della nostra Religione, cioè, il mistero della SS. Trinità, un solo Dio in tre Persone, il Padre, il Figlio, e lo Spirito Santo, mistero che è il principio ed il fine di tutti gli altri, che noi celebriamo nel corso dell’anno. Il mistero della Santissima Trinità è il principio di tutti gli altri, perché questi non sono che gli effetti e le prove della bontà e della liberalità delle tre Divine Persone verso gli uomini. Se il Figliuolo di Dio è sceso sopra la terra per nascere tra di noi, s’Egli ha conversato con gli uomini, se è morto sopra una croce, se è risuscitato il terzo giorno dopo la sua morte; se lo Spirito Santo è sceso sugli Apostoli per santificare il mondo, si può dire che le tre Persone della SS. Trinità hanno avuto parte a questi misteri, e che tutti questi misteri sono altrettanti benefici, di cui l’uomo è debitore all’adorabile Trinità, che l’ha voluto salvare col loro adempimento. Il mistero della SS. Trinità è anche il fine di tutti gli altri, perché tutti si rapportano alla sua gloria, come al loro fine principale. Convien dire ancora che tutte le feste, e le domeniche, che noi celebriamo nell’anno, sono al medesimo fine destinate. In una parola, tutto ciò che si pratica di santo nella Religione, si è per la gloria della SS. Trinità. Pure la Chiesa ne fa in quest’oggi una festa particolare, per rinnovare nello spirito dei fedeli la fede di questo mistero, ed imprimerne loro una tenera divozione. Per conformarmi dunque allo spirito della Chiesa vi proporrò i motivi di questa divozione; ciò sarà il primo punto. Ve ne insegnerò in appresso la pratica: ciò sarà il secondo punto.  

I. PUNTO. Sia che si consideri la divozione alla SS. Trinità nel suo oggetto, sia che si esamini nei suoi effetti, si può dire, che ella è la più eccellente, la più utile di tutte le divozioni: due motivi molto capaci di farcela abbracciare con ardore, e praticare con esattezza. Qual è, Fratelli miei, l’oggetto che la Chiesa propone alla vostra divozione nell’augusto mistero della Santissima Trinità? Ah! Quivi è, dove non posso che balbettare come un fanciullo, e che dovrei dire come un Profeta, che non so più parlare: Nescio loqui. Se i santi Padri, che hanno tentato penetrare questo mistero con tutti i loro lumi, che ne han parlato sì eloquentemente, hanno confessato, che era superiore alle loro parole, e alle loro espressioni; con quanto più forte ragione devo io riconoscere la mia insufficienza? Quanto non devo io temere d’esser oppresso dalla gloria di questa infinità maestà? Tuttavia, per riempiere il mio disegno, seguitiamo i lumi della fede, i cui dogmi ci sono espressi nei simboli della Chiesa, e particolarmente in quello, che dicesi di Sant’Atanasio. Che dobbiamo noi venerare nel mistero ineffabile, che è il primo oggetto del nostro culto? Un solo Dio in tre Persone, Padre, Figliuolo, e Spirito Santo; cioè, un essere infinito, da cui tutte le cose dipendono; un essere infinitamente santo, infinitamente buono, infinitamente giusto, infinitamente potente, infinitamente perfetto: queste sono tre Persone, che, sebbene distinta l’una dall’altra, hanno la medesima essenza, le medesime perfezioni: il Padre non è il Figliuolo, il Figliuolo non è lo Spirito Santo; con tutto ciò il Padre, il Figliuolo, e lo Spirito Santo non fanno che un solo Dio, un solo Signore, un solo Creatore di tutte le cose. Il Padre non è stato prima del Figliuolo, né il Figliuolo prima dello Spirito Santo; ma il Padre, il Figliuolo, e lo Spirito Santo sono tutti tre egualmente eterni; così il Padre è eterno, il Figliuolo è eterno, lo Spirito Santo è eterno, eppure non sono tre eterni, ma un solo eterno. Il Padre è onnipotente, il Figliuolo è onnipotente, è lo Spirito Santo è onnipotente; nulla dimeno non sono tre onnipotenti, ma un solo onnipotente. Il Padre non è stato creato, né generato; il Figliuolo non è stato creato ma generato dal Padre sin dall’eternità per via di conoscenza; lo Spirito Santo non è stato creato, né generato, ma procede per via d’amore dal Padre, e dal Figliuolo. Una sola di queste Persone è tanto perfetta, quanto le altre due, e due non sono più perfette che una, perché una sola possiede tutte le perfezioni delle altre: in una parola, esse sono eguali in ogni cosa, di modo che noi dobbiamo venerare l’unità di natura nella Trinità di Persone, e la Trinità di Persone nell’unità di natura. Tale è, Fratelli miei, il grande oggetto, che la Chiesa propone in questo giorno alla vostra divozione. È questo Divino oggetto, che fa la beatitudine dei Santi nel Cielo, cui gli Angeli e tutta la corte celeste danno incessantemente mille benedizioni con quel bel cantico, che è riferito nel Profeta Isaia: Sanctus, Sanctus, Sanctus, Santo, Santo, Santo. La Chiesa militante si unisce alla Chiesa trionfante per celebrarne la gloria. Ed è per ciò, che in tutte le sue cerimonie, in tutti i suoi uffizii, essa è attenta di fare menzione di questo augusto mistero per inspirarne la divozione ai suoi figliuoli: se ella offre il Divino sacrificio, si è alla gloria della Santissima Trinità. Ella comincia primieramente dall’invocazione delle tre Persone: In nomine Patris etc. Dopo l’introito ella aggiunge quelle parole: gloria sia al Padre, al Figliuolo, ed allo Spirito Santo: Gloria Patri, et Filio, etc. Indi canta il cantico degli Angeli, Gloria in excelsis etc., ove si fa menzione particolare delle tre Persone della Santissima Trinità; dopo il Vangelo si recita il simbolo Niceno, che è una professione solenne di questo mistero. Alla prefazione della Messa, ella si unisce al coro degli Angeli, de Troni, delle Dominazioni, dei Cherubini, dei Serafini per cantare con essi il cantico della celeste Gerusalemme. Quante volte negli uffizii, che si celebrano nella Chiesa, non intendiamo noi i ministri del Signore ripetere quelle belle parole: Gloria Patri, etc., gloria sia resa al Padre, al Figliuolo, e allo Spirito Santo? Da questo la Chiesa comincia ordinariamente e finisce i suoi salmi, i suoi inni, e i suoi cantici; ella vorrebbe che queste parole ammirabili fossero continuamente nella bocca dei suoi figliuoli: essendo persuasa che questa è una pratica delle più sante, di cui possiamo servirci per rendere alle tre adorabili Persone della SS. Trinità l’onore e la gloria che loro sono dovuti. Quindi giudicate, Fratelli miei, quanto questa divozione è santa ed eccellente, sia per la dignità del suo oggetto, sia per la pratica della Chiesa. Ella è altresì la più salutevole di tutte le divozioni, se noi la consideriamo nei suoi effetti. Una divozione che è il fondamento il più sodo della nostra speranza, che ci procura le grazie le più segnalate, dee senza dubbio essere riguardata come una divozione molto utile, e molto salutevole. Ora tale è la devozione verso la SS. Trinità. Qual è, Fratelli miei, l’oggetto delle nostre speranze dopo questa vita? E una felicità eterna, che consiste in possedere Dio, in vedere, con templare, ed amare le tre Persone della SS. Trinità per secoli infiniti. Ora la fede di questo mistero sostenuta dalle buone opere ci conduce infallibilmente al possesso di quella felicità. Chi è che sarà salvo, quello che crederà, dice Gesù Cristo: qui crediderit salvus erit (Marc. XVI). Ma che dobbiamo noi principalmente credere? Un solo Dio in tre Persone: ecco il primo ed il principale oggetto di nostra fede. Il che Gesù Cristo ha voluto farci intendere, allorché inviando i suoi Apostoli a predicare alle nazioni della terra il regno di Dio, loro raccomanda espressamente di stabilire la fede del mistero della SS. Trinità. Andate, loro disse questo Divin Salvatore, istruite tutte le nazioni, battezzandole in nome del Padre, del Figliuolo, e dello Spirito Santo: Euntes ergo docete omnes gentes, baptizantes eos in nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti (Matth. XXVIII). – Siccome il Sacramento del Battesimo deve essere la porta, per cui dobbiamo entrare nell’ovile di Gesù Cristo, Egli non ha voluto che alcuno vi fosse ammesso, che per via d’una professione solenne del mistero della SS. Trinità; e perciò ne ha Egli fatto una parte essenziale di questo Sacramento, per farci conoscere che tutte le nostre speranze alla salute erano fondate su questo punto fondamentale della nostra Religione. Quindi la Chiesa non riceve alcuno nel numero dei suoi Figliuoli, che dopo questa professione di fede: credete voi nel Padre Onnipotente, domanda Essa a colui che si presenta al Battesimo? Credis ne in Deum Patrem Omnipotentem? Ed in Gesù Cristo suo Figlio unico, Signor nostro? et in Jesum Christum Filium eius unicum Dominum nostrum? Credete voi ancora nello Spirito Santo? et in Spiritum Sanctum? Sì, io lo credo, risponde quello, cui si deve amministrare questo Sacramento, credo. Indi egli è battezzato secondo la formula prescritta da Gesù Cristo: Ego te baptizo in nomine Patris, etc. La Chiesa impiega le stesse parole nell’amministrazione degli altri sacramenti; se Essa assolve i fedeli, se li conferma in grazia, si è nel nome della Santissima Trinità; se Essa consacra i Sacerdoti, se unisce gli sposi coi legami del matrimonio, si è nel nome della SS. Trinità; se Essa benedice i figliuoli, se corona i Re, se consacra le vergini, i templi, i vasi destinati al servizio divino, è sempre invocando la SS. Trinità. Perché tutto ciò? Per farci conoscere che la confessione di questo mistero è il fondamento delle nostre speranze, il principio dei nostri meriti, e, per spiegarmi col santo Concilio di Trento, il cominciamento e la radice della giustificazione: initium et radix totius justificationis nostræ. Per farci ancora sentire l’utilità di questa divozione, la Chiesa seguendo un’antica e costante tradizione, che ci viene dagli Apostoli, esorta i suoi figliuoli a munirsi del segno adorabile della Croce, perché questo segno essendo una professione solenne del mistero della SS. Trinità, è uno dei mezzi i più eccellenti, di cui possiamo servirci per attrarre su di noi le benedizioni del Signore, e rendere le nostre azioni meritorie per il Cielo. Quante grazie accordate, quanti miracoli operati dalla virtù di questo segno adorabile? Io non finirei, sé volessi riferirveli tutti. Infermi risanati, demonii messi in fuga ne sono prove convincenti; ma quante grazie di salute, quanti soccorsi potenti i veri adoratori d’un solo Dio in tre Persone non ne debbono essi sperare? Se la divozione, che noi abbiamo verso la Beata Vergine, e i Santi ottiene per la loro mediazione quelle grazie, e quegli ajuti abbondanti, che non sapremmo troppo ammirare, che non dobbiamo noi aspettare dalla nostra divozione verso l’adorabile Trinità? Voi potete, Fratelli miei, tutto sperare dalla potenza del Padre, d’onde ci viene ogni dono perfetto: dalla sapienza del Figliuolo, che ha tanto sofferto per la nostra salute, e che in Cielo non cessa d’intercedere in nostro favore: semper vivens ad interpellandum pro nobis (Heb. VII); dall’amore dello Spirito Santo, il santificatore delle nostre anime, il principio di tutti i nostri meriti, che domanda, e che prega per noi, come dice S. Paolo, con gemiti ineffabili; postulat pro nobis gemitibus inenarrabilibus (Rom. VIII). Ma si è principalmente all’ora della morte, che noi proveremo l’assistenza di queste divine Persone, che avremo invocate durante la vita; noi ne abbiamo la prova nelle preghiere che fa la Chiesa in favore dei moribondi. « Parti, dice il ministro del Signore, parti da questo mondo, anima cristiana, nel nome del Padre che ti ha creata, nel nome del Figliuolo che ti ha redenta, dello Spirito Santo che ti ha santificata: che le potenze infernali prendano la fuga a questi nomi formidabili, e che non formino alcun ostacolo al tuo passaggio nella beata eternità! Poscia il Sacerdote indirizzandosi a Dio: si è per un peccatore, è vero, che io imploro la vostra misericordia, o mio Dio! Egli non è stato esente da debolezza umana; ma ha confessato la vostra augusta Trinità, ha riconosciuto ed adorato il Padre, il Figliuolo, e lo Spirito Santo: Patrem, et Filium, et Spiritum Sanctum non negavit, sed credidit. Degnatevi dunque, in favore dello zelo ch’egli ha avuto per la vostra gloria, fargli grazia, ed ammetterlo nel seno della beatitudine eterna: zelum Dei in se habuit, et Deum qui fecit omnia adoravit. Ah! quanto sarà consolante per voi d’intendere queste ultime parole, e di provare gli effetti della devozione, che avrete avuta, verso la SS. Trinità! Voi ne conoscete adesso l’eccellenza e l’utilità; quale ne è la pratica? –

II PUNTO. Siccome la nostr’anima è composta di tre potenze, l’intelletto, la volontà e la memoria, che rappresentano le tre adorabili persone della SS. Trinità, noi non – possiamo, Fratelli miei, rendere a queste tre Persone un culto, che loro sia più gradito, che consacrando loro queste facoltà cogli atti delle virtù che sono loro proprie. Noi dobbiamo: 1.º fare loro un sacrifizio del nostro intelletto con un’intera sommissione alla fede di questo mistero; 2.º consacrar loro la nostra volontà con un amore perfetto, ed un attaccamento inviolabile alla legge del Signore; 3.º finalmente noi dobbiamo servirci della nostra memoria per rammentare i benefizi, che ne abbiamo ricevuto, e dimostrarne loro la nostra riconoscenza. – Il primo sacrifizio che noi dobbiamo fare alla SS. Trinità, è la sommissione del nostro intelletto alla fede di questo mistero; benché impenetrabile, infatti, egli sia ai deboli nostri lumi, ci basta di sapere che Dio l’ha rivelato per crederlo senza esitare. Testimonianza dei sensi, ragionamenti, sottigliezze, tatto deve piegare sotto il giogo della fede. Ora nulla di più certo, che la rivelazione del mistero della SS. Trinità. Non v’è che un solo Dio, è detto in più luoghi della santa Scrittura; non v’è che un solo Signore, un solo Creatore di tutte le cose: unus Deus, unus Dominus. E quando la fede non ce lo dicesse, la sola ragione basta per convincerci, che non possono esservi più Dei. È similmente rivelato, che vi sono tre Persone in Dio: oltre i testi dell’antico Testamento ch’io potrei riferire, mi fermo ad alcuni del nuovo, e particolarmente a quello che ho di già riferito, ove Gesù Cristo comanda a suoi Apostoli di battezzare tutte le nazioni nel nome del Padre, del Figliuolo, e dello Spirito Santo: Baptizantes eos, etc. Su di che S. Agostino fa questo ragionamento: voi non comandereste, o Signore, di battezzare le nazioni in nome delle tre Persone, se esse effettivamente non esistessero; e se queste tre Persone non fossero Dio, voi non comandereste di battezzare in un sol nome; e se Dio il Padre fosse il Figliuolo suo verbo, non si potrebbe dire, che il Padre ha inviato il suo Figliuolo: Misit Deus Filium suum. Se il Figliuolo fosse lo Spirito Santo, non si potrebbe dire nemmeno che il Padre ha inviato il suo Santo Spirito nel nome del Figliuolo: quem mittet Patrem in nomine meo; poiché colui, che è inviato dalla parte d’un altro, ne è realmente distinto. Ve ne sono tre, dice San Giovanni, che rendono testimonianza nel Cielo, e questi tre non sono che uno: Tres sunt testimonium in Coelo, et hi tres unum sunt. Eccome abbastanza, Fratelli miei, per provarvi che l’unità di Dio in tre Persone ci è stata rivelata; che noi dobbiamo per conseguenza credere questo mistero senza esitare, perché Dio, che è la stessa verità, non può ingannarsi, né ingannarci. Non conviene dunque più ragionare, come può essere, che tre non siano che uno, poiché nulla di somiglievole si vede nelle creature. Noi non dobbiamo, Fratelli miei, misurare le deboli idee che abbiamo di Dio, su quelle che abbiamo delle creature: in Dio tutto è infinito, tutto è incomprensibile; se noi potessimo comprenderlo, Egli non sarebbe più ciò che è. La sua incomprensibilità, dice Sant’Agostino, ci dà una più nobile idea della sua grandezza; ed è in questa incomprensibilità medesima, che noi troviamo il motivo di nostra fede. Quante cose inoltre non crediamo noi, che non comprendiamo? E forse dunque una ragione di non credere il mistero della SS. Trinità, perché non lo comprendiamo? Dove sarebbe il merito di nostra fede, se noi lo comprendessimo; mentre non avvi alcun merito senza difficoltà, e non avvi alcuna difficoltà a credere ciò che si comprende? Sottomettiamo dunque i nostri lumi a quello di Dio, che vuole nascondersi a noi sotto veli oscuri per farci sentire la nostra ignoranza, ed umiliare il nostro spirito sotto la sua suprema autorità. Con questa sottomissione noi gli facciamo il sacrificio il più gradito, ed il più meritorio per noi, perché rinunziamo ai nostri deboli lumi per credere misteri che sono non solo superiori a noi, ma ancora che ci sembrano contrari alla ragione. Del resto, questa sommissione di fede al mistero della SS. Trinità ci è assolutamente necessaria per esser salvi: mentre s’egli è vero di dire, che chi non crederà, sarà condannato: qui non crediderit, condemnabitur (Marc. XVI), questo dicesi particolarmente intendere del mistero di cui vi ragiono: sì, Fratelli miei, non solamente chi ricuserà di crederlo, ma ancora chi per colpa sua sarà vissuto nell’ignoranza di un solo Dio in tre Persone, sarà egli per sempre escluso dal regno de Cieli, perché non è già di questa verità fondamentale di nostra fede, come di molte altre, che si possano ignorare senza rischio della salute; ma non evvi alcuno, che non debba sapere e credere il mistero della SS. Trinità, e quello dell’Incarnazione del Verbo; questi sono i due punti fondamentali della nostra Religione; senza la cognizione e la fede di questi misterii, niuna salute avvi da sperare. Ed ecco, Fratelli miei, perché la Chiesa prende tanta cura d’istruirne i fedeli; ecco perché nei primi elementi della dottrina cristiana che si danno ai fanciulli, si comincia dallo spiegare queste grandi verità. Esse sono, egli è vero, le più difficili a comprendere; ma sono le più necessarie a sapere, e a credere, ed è per questo, che si ha attenzione d’inculcarle di buon’ora ai fanciulli, per fare loro conoscere che sono obbligati di produrre su di ciò atti di fede subito che sono giunti all’età di ragione, di continuare questi atti durante la vita, e con questi finirla. Si è per questa ragione, che la Chiesa incarica espressamente i ministri della fede di far fare ai moribondi la loro professione di fede su questi misteri, perché, oimè! forse ve ne sarebbero, che partirebbero da questo mondo senza averla fatta. Comprendete da questo, Fratelli miei, quanto è importante per voi di assistere alle istruzioni, ove si spiegano queste grandi verità, e d’inviarvi i vostri figliuoli: guai a voi, se morite nell’ignoranza dei principali misteri di vostra fede! Voi non avete alcun’altra sorte ad aspettare, che una eternità infelice. – Noi dobbiamo ancora fare il sacrificio delle nostre volontà alle tre Divine Persone con l’amore il più perfetto, con l’attaccamento il più inviolabile alle legge del Signore. Qual cosa più giusta, infatti, che di amare un oggetto che è infinitamente amabile, che possiede tutte le perfezioni, tutti i motivi che possono fissar questo amore? Qual cosa più vantaggiosa, che di attaccarci ad un oggetto, che può solo renderci felici, fuori del quale noi non troviamo che miserie, ed afflizioni di spirito, ed il cui possesso scaccerà tutte le nostre inquietudini? No, Fratelli miei, il nostro cuore non sarà giammai in pace, e non gusterà riposo sicuro, finché non possieda un Dio in tre Persone; Egli ci ha fatto per Lui, ed Egli solo è capace di appagare tutti i nostri desideri. Amiamo dunque queste tre Divine Persone, che dobbiamo amare per tutta l’eternità, che gli Angeli, e i Santi non possono stancarsi di amare, tanto riconoscono in esse di amabilità. Se il nostro intelletto non può al presente comprenderle; se gli è anche vietato d’investigare la profondità di questo mistero, per tema di essere oppresso dalla gloria dell’infinità Maestà di Dio, la nostra volontà ha questo vantaggio sopra dell’intelletto, di potere abbandonarsi a tutti i trasporti di amore, di cui ella è capace. Solleviamoci dunque, dice Sant’Agostino, sulle ali dell’amore verso quel divino oggetto, che rapisce il cuore degli Angeli, e diciamogli con questo santo Dottore: o bellezza sempre antica, e sempre nuova? Troppo tardi io vi ho amata, io non voglio tardare di più a farlo; infiammate il mio cuore del vostro Divino amore, affinché sempre vieppiù io vi ami: Amem te validius. Ma come possiamo noi contrassegnare il nostro amore alle tre Divine Persone della Santissima Trinità? Io l’ho detto, Fratelli miei, con un attaccamento inviolabile alla legge di Dio, con un intero allontanamento da tutto ciò che può dispiacergli: qual cosa più giusta, infatti, che di sottometterci a Colui, da cui noi dipendiamo in tutte le cose; che ha diritto non solamente sopra tutte le nostre azioni, ma ancora sopra tutti i movimenti del nostro cuore? Allorché le tre Persone della SS. Trinità vollero cavar l’uomo dal nulla, elleno risolvettero di formarlo a loro immagine e somiglianza: Faciamus hominem ad imaginem nostram. Ora Esse non potevano formarlo tale, che per esserne servite, e glorificate: Esse gli diedero l’impero sopra tutte le altre creature; ma si riserbarono un dominio assoluto sopra tutte le potenze, e le azioni dell’uomo, e non è che con l’ubbidienza ai voleri di Dio, che l’uomo può acquistare la perfetta rassomiglianza, ch’egli deve con lui avere. – Mirate dunque, Fratelli miei, se voi eseguite in tutto i voleri di Dio, non è, che osservando i suoi divini Comandamenti, che voi sarete veri adoratori della SS. Trinità; è il culto il più perfetto, che voi possiate renderle. Ma se vi contentate di credere questo mistero, e che la vostra condotta non corrisponda alla vostra fede; se questa fede non si fa conoscere dalle buone opere, a nulla vi servirà l’avere creduto; voi sarete trattati al contrario con più rigore che i pagani, perché avrete ricevute nel seno della Religione più grazie, e più aiuti che quei popoli. Finiamo, Fratelli miei. Per adempiere i vostri doveri verso la SS. Trinità, voi dovete ancora richiamare nella vostra memoria i benefici, che ne avete ricevuti; di quante grazie, e favori queste Divine Persone, non vi hanno esse ricolmi? Si è il Padre che vi ha creati, il Figliuolo che vi ha redenti, lo Spirito Santo che vi ha santificati; tanti benefici, che meriterebbero tanti discorsi, Ciò che deve particolarmente eccitare la vostra riconoscenza, si è la vostra vocazione al Cristianesimo, si è la grazia battesimale che avete ricevuta, l’augusto carattere di Cristiano, di cui siete stati onorati; perciocché questa grazia battesimale vi ha fatto contrarre un’alleanza particolare colle tre Persone dell’adorabile Trinità, in virtù della quale voi siete divenuti figliuoli di Dio, membri di Gesù Cristo, templi dello Spirito Santo. Una vile creatura divenuta il figliuolo di Dio, e per una conseguenza necessaria l’erede del suo regno; qual favore dalla parte del Padre celeste! Voi nol comprenderete giammai, e giammai la vostra riconoscenza non uguaglierà un sì gran benefizio. Voi siete anche divenuti membri di Gesù Cristo, che vi ha incorporati nel suo corpo mistico, che vi ha associati ai suoi diritti, arricchiti dei suoi meriti. Finalmente lo Spirito Santo vi ha scelti per suo tempio, per fare la sua dimora in voi, per santificarvi, segnarvi col sigillo della Divinità medesima: signavit nos Deus. Di quali sentimenti di riconoscenza non dovete voi essere penetrati per favori sì segnalati? Benedite mille volte le Divine Persone, che vi hanno in tal modo privilegiati tra tante altre nazioni, che non hanno avuto i medesimi vantaggi. Ma che la vostra riconoscenza comparisca soprattutto nel sostenere con la santità della vostra vita i gloriosi titoli, di cui siete stati onorati: questo è il culto il più perfetto che potete rendere alla Santissima Trinità, ed il mezzo il più sicuro per giungere alla contemplazione di quel mistero, che deve fare la vostra felicità eterna.

PRATICHE. 1.º Fate sovente atti di fede sopra il mistero della SS. Trinità, particolarmente in quest’oggi, e tutte le domeniche dell’anno. Io credo fermamente, che non v’è che un solo Dio in tre Persone, il Padre, il Figliuolo, e lo Spirito Santo, perché Dio l’ha rivelato, ed Egli è l’istessa verità. Recitate a questo fine il simbolo degli Apostoli, fermandovi ad ogni articolo, specialmente alla santa Messa, quando si canta al Credo. Se avete qualche dubbio contro la fede, rigettatelo prontamente, dicendo coll’Apostolo: O altitudo! O profondità della sapienza e della scienza di Dio! Quanto incomprensibili sono i suoi giudizi! 2.° Ripetete sovente quelle belle parole della Chiesa: Gloria sia al Padre, al Figliuolo, ed allo Spirito Santo: Gloria Patri, etc. La mattina, la sera, di tempo in tempo durante il giorno, principalmente quando assistete ai divini uffizi, o quando udite bestemmiare, si è un occasione di onorare interiormente il santo Nome di Dio, che gli altri bestemmiano; servitevi anche di questa pratica per correggervi, se avete l’abito di pronunziare cattive parole. 3.º Offrite alle tre Persone della Santissima Trinità le tre potenze della vostra anima, il vostro intelletto, la vostra volontà, la vostra memoria con atti d’adorazione, d’amore, e di ringraziamento. Credete quel che non comprendete; amate con tutto il vostro cuore quel che credete, per possederlo durante l’eternità. Così sia.

Credo …

Offertorium

Orémus

 Tob XII: 6. Benedíctus sit Deus Pater, unigenitúsque Dei Fílius, Sanctus quoque Spíritus: quia fecit nobíscum misericórdiam suam. [Benedetto sia Dio Padre, e l’unigenito Figlio di Dio, e lo Spirito Santo: poiché fece brillare su di noi la sua misericordia.]

Secreta

Sanctífica, quæsumus, Dómine, Deus noster, per tui sancti nóminis invocatiónem, hujus oblatiónis hóstiam: et per eam nosmetípsos tibi pérfice munus ætérnum. [Santífica, Te ne preghiamo, o Signore Dio nostro, per l’invocazione del tuo santo nome, l’ostia che Ti offriamo: e per mezzo di essa fai che noi stessi Ti siamo eterna oblazione.]

Praefatio de sanctissima Trinitate

… Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Qui cum unigénito Fílio tuo et Spíritu Sancto unus es Deus, unus es Dóminus: non in unius singularitáte persónæ, sed in uníus Trinitáte substántiæ. Quod enim de tua glória, revelánte te, crédimus, hoc de Fílio tuo, hoc de Spíritu Sancto sine differéntia discretiónis sentímus. Ut in confessióne veræ sempiternǽque Deitátis, et in persónis propríetas, et in esséntia únitas, et in majestáte adorétur æquálitas. Quam laudant Angeli atque Archángeli, Chérubim quoque ac Séraphim: qui non cessant clamáre cotídie, una voce dicéntes:

[ …veramente degno e giusto, conveniente e salutare, che noi, sempre e in ogni luogo, Ti rendiamo grazie, o Signore Santo, Padre Onnipotente, Eterno Iddio: che col Figlio tuo unigénito e con lo Spirito Santo, sei un Dio solo ed un solo Signore, non nella singolarità di una sola Persona, ma nella Trinità di una sola sostanza. Cosí che quanto per tua rivelazione crediamo della tua gloria, il medesimo sentiamo, senza distinzione, e di tuo Figlio e dello Spirito Santo. Affinché nella professione della vera e sempiterna Divinità, si adori: e la proprietà nelle persone e l’unità nell’essenza e l’uguaglianza nella maestà. La quale lodano gli Angeli e gli Arcangeli, i Cherubini e i Serafini, che non cessano ogni giorno di acclamare, dicendo ad una voce: ]…

Sanctus,

Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt coeli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Communio

Tob XII:6. Benedícimus Deum coeli et coram ómnibus vivéntibus confitébimur ei: quia fecit nobíscum misericórdiam suam. [Benediciamo il Dio dei cieli e confessiamolo davanti a tutti i viventi: poiché fece brillare su di noi la sua misericordia.]

Postcommunio 

Orémus.

Profíciat nobis ad salútem córporis et ánimæ, Dómine, Deus noster, hujus sacraménti suscéptio: et sempitérnæ sanctæ Trinitátis ejusdémque indivíduæ Unitátis conféssio.[O Signore Dio nostro, giòvino alla salute del corpo e dell’ànima il sacramento ricevuto e la professione della tua Santa Trinità e Unità.]

LO SCUDO DELLA FEDE (64)

LO SCUDO DELLA FEDE (64)

[S. Franco: ERRORI DEL PROTESTANTISMO, Tip. Delle Murate, FIRENZE, 1858]

CAPITOLO XVI.

II. PROTESTANTISMO  È FALSO PERCHÉ CONDANNA LE ASTINENZE E I DIGIUNI.

Gesù Cristo è venuto sulla terra per riformare il mondo: a questo fine mosse guerra principalmente ai vizi che predominavano, quali sono la superbia, l’avarizia, la sensualità. Come però si possono reprimere e vincere questi vizi? In niun altro modo fuorché combattendoli a tutto andare con la mortificazione. Il perché tutto il s. Vangelo è una raccomandazione continua di rinnegare noi stessi, la nostra volontà, i nostri vizi, le nostre concupiscenze. Chi non ha capito ciò, non ha mai compreso nulla del s. Vangelo, e della dottrina di Gesù. Ognuno vede adunque che è necessario a questo fine il fare penitenza e per soddisfare a Dio per i peccati che queste passioni ci hanno fatto commettere, e per distruggere in noi le viziose abitudini e soprattutto per raffrenare la carne, la quale insolentisce orgogliosa e se non è tenuta in dovere ci trascina ad ogni eccesso. E perciò Gesù Cristo contro i vizi della carne, ordinò specialmente il santo Digiuno. Ci fece sapere che certi demoni (e sono per sentenza dei Padri quelli della sensualità) non si possono cacciare se non con l’orazione e col digiuno (Marc. IX, 28): ci avvertì che quando si fosse partito lo sposo da noi, cioè quando avesse Egli allontanata la sua presenza visibile, allora si sarebbe digiunato (Matt. IX, 19), e presupposto già questo obbligo, ci fece sapere che digiunando non dovevamo fare come i Farisei, che s’imbiancavano la faccia, e mentivano pallidezza per ostentare i loro digiuni, sebbene che dovevamo farlo con allegrezza e quasi direi con disinvoltura per non parere di fare molto per Iddio, mentre gli offriamo sì poco (Matt. VI, 15). Inoltre siccome Egli volle in ogni cosa darci esempio, sebbene non avesse bisogno per sé di digiuno, non potendo Egli correr pericolo di restare tentato o sedotto dalla sua purissima carne: così si ritirò nel deserto e passò quaranta giorni e quaranta notti in un digiuno rigorosissimo. Da questi precetti e da questo esempio ammaestrata la Chiesa prescrisse i santi digiuni, ed il fece in due maniere. Lo prescrisse più rigoroso nella quaresima, nei quattro tempi, ed in certe vigilie in cui volle che ci astenessimo dalle carni e che prendessimo il cibo solo una volta al giorno, quantunque anche questo l’abbia poi temperato: il prescrisse più mite in altri tempi come il Venerdì ed il Sabato d’ogni settimana in cui si contentò che ci astenessimo dalle carni, sebbene ci lasciasse libertà di prender cibo anche più volte al giorno. Ora qual cosa più giusta in se stessa, più conveniente al popolo Cristiano, e più conforme alla volontà di Gesù? – Può esservi dubbio che la vera Chiesa di Cristo non debba esser quella che obbedisce a questi precetti ed imita questi esempi? Che dire adunque dei Protestanti che ricusano di obbedire e di conformarvisi? Ma Gesù Cristo ha detto, ripigliano essi, che non è quello che entra per la bocca, che contamina l’uomo, bensì quello che ne esce – Matth. XV 11),cioè le imprecazioni, le bestemmie, le ingiurie,le offese alla carità.Sì, Gesù Cristo ha dette queste parole: ma queste parole sono ben lontane dal condannare i santi digiuni. Per intenderle avete da sapere che i Giudei sempre carnali e stolidi nel loro modo di vedere, si erano fitti in capo, che il mangiare certi cibi i quali erano loro proibiti, contaminasse materialmente l’anima: quasi l’anima fosse una cosa che si potesse imbrattare col cibo e con la bevanda. Il Signore per levar loro questo inganno di capo, dice loro che quel che si mangia, materialmente non imbratta, ma che quello che imbratta sono gli affetti iniqui e le volontà perverse del cuore. E questo è verissimo. Ma i Cattolici non hanno mai spacciato che il cibo materialmente preso imbratti l’anima: no: essi insegnano invece che quello che macchia le anime nella violazione dei digiuni e delle astinenze è la disobbedienza di chi resiste alla volontà della Chiesa ed a quella di Gesù, è il ricusarsi a far penitenza quando essa è imposta da chi ne ha la legittima Autorità, è il non voler conformarsi agli esempi di Gesù Cristo il quale li ha lasciati perché li imitassimo. Questa volontà rea e perversa è quella che macchia e contamina il cuore e che offende la sua Divina maestà. Il perché quando sentirete a dire che quel che entra per la bocca non contamina, rispondete cosi: che quel che entra contro la volontà di Dio, con disobbedienza a Gesù Cristo, con spirito di ribellione verso la Chiesa, contamina si, e contamina tantoché merita un’eternità d’Inferno. Chi non ascolta la Chiesa, abbilo in conto di Gentile e di Pubblicano, dice Gesù (Matth. XVIII. 17). E tanto è vero che non crediamo scioccamente che il cibo imbratti l’anima; che agli ammalati la Chiesa lo permette, e la Chiesa non lo permetterebbe se fosse un peccato. E che questo sia il vero senso della parola di Gesù, si fa chiaro anche dallo stesso operar di Gesù: imperocché se Egli avesse voluto condannare il digiuno, come dicono i Protestanti, perché avrebbe poi Egli digiunato? Dunque Gesù comanderà una cosa e poi ne farà un’ altra? Perché digiunò S. Giovanni Battista? Perché digiunarono i Santi Apostoli, come abbiamo nelle Sante Scritture? Oh non sapevano gli Apostoli che il digiuno era stato ripreso da Gesù? Condannino dunque, se loro basta l’animo, condannino il Divin Salvatore con i suoi Apostoli, oppure si contentino che la S. Chiesa ammaestrata da loro continui i suoi digiuni.Bramereste per ventura sapere qual sia la vera ragione per cui i Protestanti, i libertini strepitano tanto contro il digiuno? Eccovela. É l’amore sfrenato che hanno alla propria carne, non hanno mai compreso quello che dice l’Apostolo che quelli che appartengono a Gesù Cristo hanno crocifìssa la propria carne coi suoi vizi e con le sue concupiscenze (Gal. V, 24), né quello che praticava lo stesso Apostolo, quando diceva : io castigo il mio corpo e lo riduco in servitù (1 Cor. IX, 27). Essi sono schiavi miseri del piacere e della voluttà, e perciò non possono soffrire che si parli tra i Cristiani di macerazione, di digiuni, di penitenza. Siccome però sarebbe troppo vergognoso il palesare la vera cagione che li muove, fingono poi che Gesù Cristo abbia vietato di digiunare. Voi dunque lasciateli fare e non vi confondete; che Iddio saprà chiedere a suo tempo il conto dei digiuni violati: e state saldi a praticarli, a rispettarli, ed amate sempre più la vostra Fede, che nelle penitenze che professa a somiglianza di Gesù mostra una prova novella della sua veracità.

IL SACRO CUORE DI GESÙ (18): Il Sacro Cuore di GESÙ e il povero.

[A. Carmagnola: IL SACRO CUORE DI GESÙ – S. E. I. Torino, 1920]

Dicorso XVIII

Il Sacro Cuore di Gesù e il povero.

In un sogno rimasto celebre, il gran Papa Innocenzo III vide barcollare le mura della Chiesa di S. Giovanni in Laterano, Madre e Capo di tutte le altre Chiese del mondo, sì che pareva, che quel tempio dovesse cadere rovinando a terra. Ma un uomo, un uomo solo di meschina apparenza, si fece a sostenere l’edificio. Quest’uomo Innocenzo lo vide ben presto in realtà; era un povero, il padre di una immensa famiglia di poveri, S. Francesco di Assisi. Miei cari, ciò che secondo il sogno di Innocenzo III, fu il poverello di Assisi per la Chiesa di Gesù Cristo a quei tempi, è quello che dovrebbe essere mai sempre ogni povero per la Chiesa e per la società. Ed in vero, il povero dovrebbe sostenere la Chiesa e la società, facendosi anzi tutto il commentatore più eloquente del mistero di un Dio nato nella povertà, vissuto nella privazione, morto ignudo sulla croce. Dovrebbe sostenere la Chiesa e la società, professando e predicando agli altri poveri ed a tutti gli uomini, quanto vi ha di più arduo e di più perfetto, vale a dire l’amor di Dio, la rassegnazione ai divini voleri, la fiducia e l’abbandono nella divina Provvidenza, la mortificazione, l’umiltà, la penitenza. Dovrebbe sostenere la Chiesa e la società, animando i ricchi col suo spettacolo e con le sue umili preghiere, ad esercitare generosamente la carità, quella carità, che, ben intesa e ben praticata, checché si dica dai sognatori di matematiche uguaglianze o dagli ammiratori di contrasti meccanici, farebbe sola scomparire la cupidigia, radice di tutti i mali, la separazione e l’odio fra le classi sociali, e farebbe regnare in quella vece l’amore e l’universale fratellanza, insieme con la sola sollecitudine per i beni imperituri del Cielo. Ecco l’opera grande, immensa, a cui dovrebbe riuscire il povero, essendo stato questo il disegno della Divina Provvidenza nell’ordinale, che nel mondo vi fosse il povero. E di ciò ci assicura Gesù Cristo con le flamine di predilezione, che ebbe nel suo Cuore Sacratissimo per il povero. E se il povero non riesce a compiere la grand’opera, a cui fu destinato, non è per altra ragione, se non perché o egli o il ricco, o l’uno e l’altro ignorano, dimenticano, disprezzano quello, che Gesù Cristo col suo Cuore, tutto acceso di amore per il povero, ha insegnato, ha stabilito, ha praticato a prò del medesimo. Miei cari, abbiamo veduto ieri che cosa abbia fatto il Cuore di Gesù in vantaggio dell’operaio; vediamo oggi che cosa ha fatto in particolare per il povero; e così verremo sempre meglio a conoscere che Gesù Cristo fece quanto conveniva per far scomparire le grandi distanze sociali, ed affratellare tutti, grandi e piccoli, padroni ed operai, ricchi e poveri in un solo affetto sotto la dipendenza e la benedizione di un solo e medesimo Padre, Iddio. Che cosa adunque ha fatto Gesù Cristo a prò del povero, animato dalle fiamme amorose del suo Cuore? Ecco ciò che riconosceremo oggi.

I. — Nessuno di voi ignora, come si trovi pressoché in tutti la persuasione, che la ricchezza sia il più gran fattore della felicità. È vero ciò? Se ci fu un uomo, che abbia nuotato in mezzo alle prosperità del mondo, fu certamente Salomone. Egli ricchi palagi, egli numerose schiere di servi, egli ridotti a tributari moltissimi re, egli abbondanza di fertili terreni, egli un popolo fiorente nella pace per opulenza di traffico e di commercio, egli insomma secondo il mondo il più beato dei mortali. I re e le regine, traendo alla sua reggia, si partivano pieni di meraviglia d’avervi trovato mille volte più tanto di quel che suonava la fama. Eppure che diceva quel monarca? « Ho veduto e goduto di ogni bene che vi sia sotto la cappa del cielo, ed ho trovato, che tutto è vanità delle vanità, ed afflizione di spirito. » No, per quanto siano numerosi coloro, che credono diversamente, le ricchezze non rendono felici neppure su di questa terra, e tutt’altro che appagare il cuor dell’uomo, lo gettano in continue angustie. Quante volte il povero, gettando lo sguardo sopra i marmorei palagi, sopra i cocchi superbi, sopra le vesti sfarzose, sopra il portamento altero, sopra gli spassi continui, che il ricco si prende, sente a nascere in cuore il sentimento della più profonda invidia! Insensato! Egli ignora, che il più delle volte sotto quelle rose si nascondono pungentissime spine; che con tutta l’apparenza di quei godimenti, talora vi sono pel ricco tormenti inesprimibili, e che a togliere dall’animo una pena terribile, no, non basta il marmo, l’oro e l’argento sparsi a profusione nella propria casa, non basta l’abbondanza dei servitori in livrea e la varietà dei cavalli e delle carrozze; non basta il lusso sfrenato della mensa e del vestito, non basta il vortice delle danze e il tintinnio delle tazze spumanti! Tutto ciò varrà per qualche istante ad attutirlo, ma non già a levar via il dolore acutissimo di certe piaghe, che nelle famiglie del ricco sono talora ben più larghe e profonde, che non in quelle del povero. E che dire poi, quando le ricchezze, che già si posseggono, per certi animi abbietti non servono che di esca ad accendere in loro una più ardente passione di sempre accumularne delle altre? Oh quali e quanti affanni non esperimentano, a quali stenti non si assoggettano coloro tra gli uomini, che non mirano ad altro che far denari! Quante fatiche nelle botteghe, nei fondachi, nelle compagnie, nei viaggi? Quanti pensieri inquieti, se non sortiranno i guadagni, se falliranno le merci, se andranno a male quelle speculazioni, e quei giuochi di borsa! Quante notti senza sonno, quanti giorni senza pace, quanti pranzi senza sapore per giungere ai sospirati acquisti! Che se poi questi adoratori del dio oro riescono nei loro intenti, ed avranno riempite le loro casse forti, allargati i loro poderi, saranno allora contenti e felici? Appunto! È proprio allora, che si sta in continue e terribili ansietà. Si teme delle stagioni, si teme dei ladri, si teme dei servi, si teme degli amici, si teme degli stessi figliuoli. E per usare il linguaggio di S. Basilio dirò di più, che se latra un cane o si muove un topolino, si teme tosto che già siano in casa i ladri a far man bassa di quanto troveranno. E questa potrà chiamarsi felicità? Oh, ben a ragione, esclama S. Bernardo, ben a ragione le ricchezze sono chiamate spine nel Vangelo: esse sono veramente spine, che prima del loro acquisto pungono pel desiderio, che se ne ha; che dopo il loro acquisto pungono per la paura che si ha di perderle; e che se poi realmente si perdono, pungono ancora per la pena dì non più possederle. Ma il dire che le ricchezze non rendono felici è dir troppo poco. Bisogna aggiungere che le ricchezze non rare volte rendono del tutto infelici, perché non rare volte producono la massima delle miserie, la corruzione dei costumi. Il lusso, vale a dire l’ornamento eccessivo dell’uomo, del suo corpo, della sua casa, delle sue ville, di tutto ciò in cui può far bella mostra di sé, non sarebbe possibile senza le ricchezze. Ma dal lusso si ingenera la mollezza, che spinge l’uomo a distruggere quella proporzione meravigliosa che Iddio ha posto nell’aria, nella luce, nelle stagioni, e in tutti gli elementi esteriori, nell’intento di preservarsi da tutto ciò che gli può recare afflizione. E la mollezza non è forse una delle principali cause della sensualità, che fluisce per condurre alla depravazione? Sì, le ricchezze non di rado depravano i costumi; e la cosa è così manifesta per lo spettacolo che il mondo presenta anche oggidì, che non vi è affatto bisogno di fermarsi più oltre a dimostrarlo. Stando adunque così le cose, ecco perché Gesù Cristo venuto sulla terra per rimuovere di mezzo agli uomini la infelicità e procacciare ai medesimi la felicità vera, tenne una condotta o predicò una dottrina, la quale ebbe di mira di distaccarci propriamente dall’amore delle ricchezze e per l’opposto farci amare la povertà. « Essa, dice San Bernardo, non si trovava in cielo, ma abbondava sulla terra e l’uomo ne ignorava il valore; perciò il Figlio di Dio la elesse per sé, affine di renderla a noi preziosa. » Difatti, gettando lo sguardo sulla vita e sugli insegnamenti di Gesù Cristo, bisogna riconoscere, che al povero rivolse di preferenza le fiamme del suo Cuore e i pensieri della sua mente, e che il povero fu uno degli oggetti principalissimi delle sue divine preoccupazioni. Io contemplo Gesù, che nasce in una spelonca, ed appena nato è posto a giacere in una mangiatoia sopra un po’ di paglia. Quale povertà! Ma forse che essa viene dal caso, da necessità, da impotenza? No certamente; Gesù Cristo è nella povertà perché lo volle, e lo volle con volontà eterna, con volontà efficace di ciò che vuole. Secondo il corso naturale dello cose avrebbe dovuto nascere nella casetta di Nazaret, ma quella povertà non gli basta, e col censimento del romano impero mette sossopra il mondo, conduce a Betlemme la Madre sua, la costringe per mancanza di un albergo a ricoverarsi in una stalla, e là nel colmo dell’abbandono e della miseria, fa il solenne suo ingresso nel mondo. Gesù non ha semplicemente accettato la povertà, ma l’ha proprio voluta con libera e sovrana elezione. Ha veduto prima di nascere da una parte i ricchi, dall’altra i poveri; e padrone assoluto delle sue sorti, ha detto: Preferisco esser povero, ed il più povero di tutti i poveri. E in seguito? in seguito ha voluto vivere povero guadagnandosi per trent’anni di vita privata il pane col sudore della sua fronte, in una casetta povera, sotto l’ubbidienza di un povero falegname. Durante la sua vita pubblica tale è la sua povertà, che è costretto a dire: « Le volpi hanno le loro tane, e gli uccelli dell’aria i loro nidi; ma il Figliuol dell’uomo non ha dove posare la testa. » (MATT. VI, 20) E finalmente dopo una nascita povera, una vita povera, fa una morte da povero, spogliato persino delle sue vesti, sicché per seppellirlo fu necessario, che gli dessero per limosina un lenzuolo ed un sepolcro. Ma ciò non è tutto? Perciocché non contentandosi di prediligere ed onorare la povertà nella sua persona, la predilesse e l’onorò ancora nella persona altrui. Difatti sono i poveri, che chiama per i primi alla sua capanna, ed i poveri sono quelli, con cui passa la sua vita privata. Nella vita pubblica attesta di essere stato mandato dal Padre suo per evangelizzare i poveri: i poveri elegge a compagni della sua predicazione, a cooperatori dell’opera sua. Epperò le primizie del sacerdozio, la continuazione del suo apostolato, la via privilegiata dell’angelica perfezione, tutto ciò che vi ha di più grande, di più eletto, di più sublime ei lo riserva ai poveri. Quale differenza tra l’operare di Gesù Cristo e il sentimento del mondo! Il povero secondo il mondo è un proscritto, un rifiuto della natura, un misero, che si trascina per mezzo al fango ed alla polvere, e direi quasi un uomo colpevole, sicché chi lo degna di uno sguardo, si crede di onorarlo, e chi gli volge una parola di fargli una grazia. Gesù Cristo invece lo riguarda e lo tratta come l’uomo più degno di stima e di onore. Ah! certamente il Cuore di Gesù, così infiammato di amore per il povero, non poteva far di più a sua esaltazione. Ed in vero si osservi, che Gesù Cristo è l’eterna Sapienza, la quale non può ingannarsi affatto sul pregio delle umane condizioni; che Egli in tutta la sua condotta non ebbe altro di mira che glorificare il suo Padre celeste ed operare la saluto degli uomini; che infine essendo egli non solo vero uomo, ma pure vero Dio, tutto ciò che Egli ha fatto, partecipa alle sue divine grandezze ed acquista un valore infinito. Perciò adunque alza pure, o povero, alza santamente la testa; non ostante l’umile tua condizione esclama con gioia: Checché il mondo pensi di me, di me ha pensato bene la Sapienza Incarnata; e la mia povertà nella persona di Gesù Cristo ha servito a glorificare Iddio ed a salvare il mondo; e davanti a questa povertà cielo e terra si sono incurvati, angeli e uomini hanno piegato il ginocchio. E voi adulatori del popolo, provatevi se potete a fare di più per conciliargli stima ed affetto.

II. — Ma ben altro ancora, o miei cari, ha fatto Gesù Cristo a prò del povero. Un giorno, sedendo Egli sopra il dosso di una collina che costeggia il bel lago di Genezaret, apriva la sua bocca per pronunciare quel discorso che rimase il più celebre di tutti e per la sua estensione, e per la sua celeste dottrina e per l’accento di magistero, con cui venne da Lui pronunziato. Or bene questo discorso così sublime, che ha per base otto beatitudini, le quali sono la Magna Charta del nuovo regno di Dio, come comincia esso? Udite, e restatene attoniti: « Beati i poveri di spirito, perché di essi è il regno dei cieli. » Beati pauperes spiritu, quoniam ipsorum est regnum cælorum. ( MATT. v, 3 ) Ma come? Il mondo ha sempre gridato e continua a gridare: Beati i ricchi! e Gesù Cristo invece incomincia il suo più grande discorso col dire: Beati i poveri? Tant’è, perché  lo spirito di Gesù Cristo è diametralmente opposto allo spirito del mondo e se il mondo s’inganna ed è ingannatore nelle massime che predica ai suoi seguaci, Gesù Cristo invece è sapienza eterna e verità infallibile. Difatti benché questa parola fosse stata già decisiva, il Divino Maestro non lasciò tuttavia di allargarla, di spiegarla, di confermarla. Parlando delle ricchezze le chiamò mammona di iniquità, nemiche di Dio, cattivo demonio, e volgendosi ai ricchi, pronunziò contro di essi dei terribili guai, e fece conoscere il gravissimo pericolo, che, in opposizione ai poveri, correvano della loro eterna salute. « È più facile, Egli disse, che una grossa fune passi per la cruna di un ago, anziché un ricco si salvi. » E per comprovar meglio questa sentenza raccontava ancora la parabola del ricco Epulone e del povero Lazzaro. Quegli ogni giorno banchettava splendidamente co’ suoi amici e intanto crudelmente negava al povero persino le briciole di pane che cadevano dalla sua mensa, tanto che i cani di questo avevano maggior compassione, perché venivano e gli leccavano le sue piaghe. Ma alla fine morirono e l’uno e l’altro; e il povero Lazzaro fu portato in seno di Abramo, mentre invece il ricco Epulone fu sepolto nel profondo dell’ inferno. Et sepultus est in inferno (Luc. XVIII, 22). Senza dubbio, le parole di Gesù Cristo vogliono essere intese esattamente. Perché altrimenti come spiegare che non pochi tra gli uomini si fecero santi, benché ricchi, nobili e potenti? Non era forse ricco nell’antica legge, un Abramo, che a testimonianza della Sacra Scrittura, per l’abbondanza dell’oro, dei greggi, degli armenti e dei servi appena poteva bastare la terra? Non erano ricchi Isacco, Giacobbe, Giuseppe, Davide, Giosia ed altri? Nella legge nuova non furono ricchissimi, fortunati e grandi un S. Enrico imperatore, un S. Luigi re di Francia, un S. Ferdinando re di Castiglia, un S. Edoardo re d’Inghilterra, un S. Venceslao re di Boemia, un S. Stefano re d’Ungheria, un S. Casimiro della stirpe dei re di Polonia, una S. Matilde, una S. Adelaide, una S. Edvige, una S. Elisabetta, una S. Clotilde, una S. Radegonda, una S. Margherita, una Bianca di Castiglia, una Matilde di Canossa, una Francesca di Chantal, una Cristina di Savoia, e tante altre regine e nobilissime donne? Non è dunque propriamente contro le ricchezze, che Gesù Cristo si scagli come se fossero cattive in sé medesime, e di loro natura cagione di mali fra gli uomini. Le ricchezze in sé non sono né cattive, né proibite, e a chi saggiamente ne usa, come fecero i Santi, possono servire per procacciarsi grandi meriti per il cielo, e tanto maggiori, quanto più torna difficile vivere tra di esse senza attaccarvi il cuore e riporvi ogni speranza. Gesù Cristo si scaglia contro l’abuso, che ne fanno la più parte dei ricchi. Come pure non è contro di tutti i ricchi, ch’Egli pronunzi la sentenza di dannazione, ma solo contro di quelli, che o amando smodatamente le loro ricchezze, le vanno con sordida avarizia tesoreggiando, o disprezzandone lo scopo le gettano prodigamente nei piaceri e nei godimenti della vita. Così non è già a prò di tutti i poveri, che Egli assicuri l’eterna salvezza, ma solo a prò dei veri poveri di spirito, di coloro cioè che non sono tali per la loro pigrizia e pei disordini della loro vita, che non si lamentano del loro stato, che sopportano con pazienza le privazioni, a cui devono andar soggetti, e non guardano i ricchi con occhio di maligna invidia e non si fanno a chiedere con pretensione superba. Con tutto ciò è certissimo che la dottrina, sgorgata in proposito dal Cuore Santissimo di Gesù, ha gettato un fascio di luce sulla condizione del povero, mostrando ed assicurando, che la sua è per eccellenza una di quelle condizioni, che importano la eterna felicità. Ed ecco perché in seguito a questa gran parola si sono veduti non solo dei poveri a benedire alla loro povertà, ma dei ricchi, dei principi, dei sovrani, dei Pontefici spogliarsi volonterosamente delle loro ricchezze e scendere dal fastigio della loro grandezza. S. Antonio Egiziano, ancor giovane di età, avendo perduto i suoi genitori, benché nobile e ricchissimo, vende tutte quante le sue possessioni, ne distribuisce il prezzo ai poveri e sciolto così da ogni impedimento terreno, va nel deserto a menar vita del tutto celeste. S. Francesco di Assisi, perché troppo largo coi poveri, costretto dal padre a rinunziare ai beni di famiglia, si spoglia spontaneamente persino delle vesti e professa d’allora in poi la povertà più perfetta, chiamandola col nome di sua madre, di sua sposa, di sua padrona e di sua regina. S. Francesco Borgia, quando può rinunziare il suo ducato di Candia e ritirarsi dalla corte di re Carlo V, si stima fortunatissimo di diventar povero per amore di Gesù. Nessuna pietanza del suo re gli è mai parsa tanto gustosa come il primo pane che egli mangia dopo averlo ottenuto per elemosina. S. Pietro Celestino sublimato all’apice del sommo Pontificato, volontariamente vi rinunzia, posponendolo per amore a Gesù Cristo ad una vita umile, povera. Tutti costoro e cento e cento altri vollero appartenere con la maggior sicurezza possibile al numero di quei fortunati, pei quali Gesù Cristo ha detto: Beati i poveri di spirito, perché di essi è il regno dei cieli! Ebbene, o miei cari, quando il Cuore di Gesù non avesse più fatto altro a prò del povero, non avrebbe già fatto tutto? Affidato alla parola di Gesù Cristo, quando pure il povero dovesse per ragione della povertà soffrire assai, ed anche presto morire, non dovrebbe incontrare volentieri il sacrifizio della sua stessa vita, che alla fin fine non è che un globo di fumo, sapendo di fare acquisto di quella vita, che non finirà più mai e sarà ricca di ogni bene?

III. — Ma è verissimo, che Iddio ha dato a tutti, e perciò anche al povero, l’istinto della propria conservazione, che anzi a tutti ne ha fatto espressamente una legge. E come potrà il povero seguire questo istinto e secondar questa legge quando egli o per la mancanza del lavoro, o per la debolezza o per l’infermità, o per la vecchiaia non potrà guadagnarsi il tozzo di pane per satollarsi? Dovrà egli in onta alla legge ed all’istinto abbandonarsi a perire miseramente di fame? Così era prima della venuta di Gesù Cristo. Già ebbi occasione di dirlo. I fanciulli, che nascevano deformi, od erano creduti soverchi nel seno della famiglia, venivano barbaramente gettati fuori di casa a morire d’inedia o in pasto ai cani. Gli infermi poi ed i vecchi erano riguardati come ingombro della famiglia e della società, e si poteva benanche, affine di sbarazzarsene rilegarli tutti dentro un’isola e lasciare, che presto senza alcun cibo finissero la vita. Ma venne Gesù Cristo e le cose quasi d’un tratto mutarono. Ecco degli asili per ricevere i fanciulli abbandonati. Ecco degli orfanotrofi per accogliere i figlioletti, che han perduto il padre e la madre. Ecco dei piccoli ospedali per allogarvi quei poveretti che nacquero con qualche deformità. Ecco delle scuole per i fanciulli poveri, dove imparano come i fanciulli dei ricchi, e forse assai meglio. Ecco degli ospedali per i malati poveri. Ecco degli ospizi e dei ricoveri per i vecchi poveri; ospedali, ospizi, ricoveri, dove tutti questi bambini, questi figlioletti, questi infermi, questi vecchi ricevono tali amorevolezze che si credono di avere a sé d’accanto degli Angeli e non delle creature di questo mondo. Ed ecco per di più queste dame, che se usano cavalli e carrozza non è che per recarsi a far visita ai poveri ed agli infermi, e con l’obolo generoso della carità cristiana sovvenire tanti bisognosi; ecco questi giovani, questi signori veramente nobili, questi soci di S. Vincenzo de’ Paoli, che si recano ancor essi

a confortare col danaro e con la parola i cuori di tante famiglie afflitte; ecco dei ricchi, che distribuiscono ogni giorno delle ingenti elemosine, ed eccone degli altri ancora, che non solo in sul morire coi testamenti, ma prima ancora, durante la loro vita, non si danno maggior cura, che di impiegare la massima parte dei loro averi nelle opere di beneficenza. Orsù, ditemi, trovate voi di siffatte cose presso l’antichità? No, non le troverete neppure presso il popolo più incivilito che vi fosse. A Roma voi troverete pure i ruderi del Palazzo dei Cesari, chiamato la montagna d’oro, tali e tante erano le ricchezze, che ivi si accumulavano; troverete le rovine del Colosseo e dei teatri, dove i patrizi e le matrone romane si adunavano gavazzando nel mirare dei poveri schiavi, che lottando gli uni contro gli altri, si toglievano miseramente la vita per divertire i signori; troverete gli avanzi di quei templi, all’ombra dei quali si commettevano le orge nefande del vizio; troverete i resti di quelle terme, ove i ricchi non solo nel bagno, ma nei lazzi, nelle ciance e nei divertimenti, cercavano di liberarsi dalla noia del far niente; anzi a Pompei troverete ben anche gli avanzi delle case del peccato, ma, ditemi troverete voi un sasso che possa dirvi: Io appartenni ad un asilo, ad un ospedale, ad un ospizio di carità? No, o miei cari. Tutto ciò era sconosciuto prima di Gesù Cristo. Or come mai Gesù Cristo ha ottenuto questo? In un modo semplicissimo; col fare uscire fuori dal suo Cuore, acceso di carità pel povero, una legge, non altrimenti espressa che con quattro brevi parole: Quod superest, date elæmosynam; (Luc. XI) « O ricchi: quello che vi sopravanza, datelo in elemosina. » Quello che vi sopravanza! Senza dubbio voi avete dei bisogni rispondenti allo stato di ricchezza in cui vi trovate. Soddisfate pure a questi bisogni legittimi; ma dopo che li avete soddisfatti, quanto vi resta non è più per voi, è per i poveri, giacché io non mi contento di dare al povero la sicurezza dell’eterna vita, ma voglio dargli ancora la sicurezza della vita presente, mercé il vostro superfluo. Ecco in sostanza quello che ha detto, che ha fatto Gesù Cristo. E per essere più sicuro di ottenere quanto comandava Egli non ha voluto lasciare di far conoscere al ricco la grandezza del premio, che avrebbe ricevuto per l’adempimento del suo dovere, e il gran castigo, che gli sarebbe stato inflitto per non averlo adempito. Date, egli disse, et dabitur vobis: date e sarà dato a voi: mensuram bonam et confertam et coagitatam, et supereffluentem dabunt in sinum vestrum: voi farete elemosina, ed in compenso riceverete una misura giusta e pigiata e scossa e colma. (Luc. VI, 38). Né crediate, che questa misura vi sia riservata solo nell’eternità: no, il centuplo lo riceverete anche quaggiù: Centumplum accipiet in tempore hoc, (MATT. XIX, 29 e MARC, X , 30) e non solo in beni spirituali, come spiegano i Santi Padri, ma anche i beni temporali. Ma ciò non è tutto; perché nel giorno della retribuzione eterna Io, volgendomi a voi, o ricchi elemosinieri, vi dirò: « Venite, o benedetti dal mio Padre celeste, possedete il regno preparato per voi fin dal principio del mondo. Imperocché io avevo fame e voi mi deste da mangiare, avevo sete e mi deste da bere, ero pellegrino e mi ospitaste, ero nudo e mi ricopriste, infermo e mi visitaste, carcerato e veniste a me. So bene, che allora voi meravigliati mi direte: Ma quando mai, o Signore, noi abbiamo fatto a Voi queste cose? Quando mai? Ogni volta, che avete fatto qualche cosa per qualcuno dei più piccoli di questi miei fratelli, l’avete fatta a me. « Quamdiu fecistis uni ex his fratribus meis minimi, mihi fecistis. » (MATT. XXV, 40) E per dirlo di passaggio almeno, ecco in seguito questo Divino Maestro verificare eziandio alla lettera la sua parola. Eccolo, nelle sembianze di un povero e nudo presentarsi ad un S. Martino, domandargli la elemosina e ricevutane una parte della sua clamide, farglisi poscia vedere nella notte seguente rivestito di quell’abito. Eccolo, sotto l’apparenza di un meschino, stendere la mano ad un S. Francesco di Assisi, ed avutane la carità manifestarglisi tutto splendido di luce celeste. Eccolo, come misero lebbroso farsi innanzi ad una S. Elisabetta, regina di Portogallo, da lei pietosamente raccolto, portato a casa, lavato, medicato, e coricato nel proprio letto, mostrarlesi come crocifisso nell’atto del più tenero affetto. Oh! tutto ciò Egli faceva per accrescere sempre maggior fede nella sua divina parola, e per renderci ognor più certi, che Ei ritiene e prenderà come fatto a sé tutto quello che si avrà fatto per qualcuno dei poveri. Quamdiu fecistis uni ex his fratribus meis minimis, mihi fecistis. Ecco adunque il premio promesso ai ricchi dispensatori del loro superfluo ai poveri. Ma ecco altresì il castigo, che sarà inflitto a coloro, che negheranno ai poveri questo loro superfluo. Miei cari! Vi hanno gli Epuloni, che pur potendo largamente donare, perché anche scapricciandosi a lor talento non trovan modo di dar fondo alle loro ricchezze, tuttavia ai poveri Lazzari, che si umiliano loro dinanzi per domandare le briciole, che cadono dalla loro mensa, rispondono con dispetto e con disprezzo : « Eh, non c’è nulla, andate con Dio….» Ebbene! questi poveri Lazzari andranno con Dio davvero, ma vi andranno per dirgli la vostra durezza, per domandargli giustizia dei loro diritti calpestati, per attirare sul vostro capo la più terribile vendetta. Davide nei suoi Salmi (CXXXIX) aveva già scritto, che il Signore farebbe giustizia ai bisognosi e vendicherebbe i poveri: Cognovi quia facit Dominus iudicium inopis, et vendictam pauperum. Ma Gesù Cristo ha voluto confermare e spiegare Egli stesso questa parola ispirata al suo profeta. No, non si tratta soltanto di sciagure temporali, benché anche queste ordinariamente non manchino su quelle case ricche, su quegli uomini potenti, che non fecero alcun caso del povero; si tratta della sciagura eterna, si tratta dell’irrevocabile sentenza d’un giudizio senza misericordia a chi non fece misericordia. « Su, su, dirà il divin Giudice nel giorno estremo di ira, quante lagrime, o ricchi, avete voi asciugate? quanti poverelli nudi avete ricoperto? a quanti famelici avete dato pane? Voi li vedeste strisciarvi ai piedi come vermi, voi li udiste gridare in massa: abbiamo fame, dateci pane; voi li vedeste persino accendersi di sdegno pei vostri rifiuti e minacciare le vostre case, i vostri averi, la vostra vita, eppure…. non vi scuoteste, non vi faceste perciò più pietosi, anzi diveniste anche più crudeli; arrivaste sino al punto da nascondere il frumento, per asciugare quanto potevate le misere borse dei poverelli; ebbene: andate, o maledetti, al fuoco eterno, perché sono Io, che nella persona de’ miei poveri ero nudo, avevo fame, pativo infermità, e vi domandavo soccorso, e sono Io, a cui lo avete rifiutato: Discedite, maledicti, in ignem æternum. (MATT. xxv, 46) Così adunque Iddio castigherà quei ricchi avari, i quali non avranno praticato in vita il suo precetto: Quod superest, date elæmosynam. Il che lascia facilmente comprendere quanto più terribile ancora sarà il furore, con cui Gesù Cristo si scaglierà a far vendetta di quei poveri, che per le usure di barbari creditori o per i balzelli intemperanti di prepotenti governanti sono ridotti all’estrema indigenza. Nella vita di S. Francesco di Paola si legge, che trovandosi un giorno dinnanzi a Francesco I, re di Napoli, con santo ardire gli dicesse: Sire, col sovraccarico delle imposte e dei tributi, che tutti i giorni rinnovate sul vostro popolo è il pane delle vedove e degli orfani che voi rapite, è la sussistenza dei poveri, che divorate, è il loro sangue che succhiate…; e che dicendo queste ultime parole, premendo nelle sue mani parecchie monete d’oro del re, ne facesse, con insigne miracolo, gocciolare propriamente del sangue. Se è adunque sangue il denaro, che si estorce al povero popolo con ingorde usure, con imposte intolleranti e con esazioni ingiuste, sangue che si spreme dalle sue vene e dal suo cuore, pensino i crudeli usurai e i potenti della terra, che questo sangue sale sino al trono di Dio per gridare vendetta, e che a questo grido dei poveri, Dio, che è il loro Padre, fin d’ora si commoverà e si leverà su a vendicarli con improvvise rovine e con umilianti obbrobri, riservandosi tuttavia di pienamente vendicarli nell’altra vita, poiché sta scritto, che potentes potenter tormenta patientur, (Sap. VI, 7 ) i potenti saranno potentemente tormentati. Ecco adunque, come quel Dio, che giusta l’osservazione di S. Ambrogio, non è ingiusto, non è inconsiderato, non è impotente, avendo creato i ricchi ed i poveri, ha pensato agli uni e agli altri. Ecco come quel Dio, che riveste di tanta gloria il giglio del campo, che nutre gli uccelli dell’aria e provvede al vermicciatolo, che striscia nel fango, non ha lasciato di determinare la necessaria porzione ai poveri, dando in loro proprietà il superfluo dei ricchi. Certamente essi non sono in diritto di appropriarselo per sé, ma ne hanno vero diritto e i ricchi sono in dovere di darlo, perciocché la parola di Gesù Cristo: Quod superest, date elæmosynamnon è parola di solo consiglio, ma è parola di assoluto precetto. E così mentre il ricco ha da essere il protettore del povero, il povero è destinato ad essere il salvatore del ricco, porgendogli il mezzo di tramutare le sue ricchezze nell’acquisto del cielo, e si manifesta il gran segreto della divina Provvidenza, il giudice che ha in mano la sorte dei grandi ed accumula sopra di essi benedizioni o maledizioni, l’uomo misterioso e possente, alla cui voce Iddio s’inchina per chiudere o dischiudere i tesori della sua misericordia e far piovere ancora sui ricchi l’abbondanza o colpirli di sterilità e castigo. Ah! pur troppo la miseria cresce spaventosamente, non ostante la forza del precetto di Gesù Cristo; ma certi poveri ne accagionino anzi tutto se stessi, che anzi tempo si sono resi deboli, infermi, incapaci al lavoro nelle ubriachezze, negli stravizi, nei disordini senza numero e persino in un lusso ridicolo, per cui alle volte non avendo pane in casa, vogliono poi al di fuori far la figura del conte e della contessa; accagionino sé, che talora nel giuoco, nelle crapule e nelle disonestà consumano in breve ora il guadagno di una settimana e forse anche di mesi, di anni; accagionino sé, che non avendo voglia di lavorare, vorrebbero vivere tuttavia alle spalle del ricco, e poi ne accagionino… Ah! ricchi, che mi ascoltate: tenetelo ben fermo, che noi, Sacerdoti, ministri del Dio di carità, saremo ben lungi, checché ne voglian giudicare certi politici, dall’eccitare le turbe all’odio di classe. Ma con tutto ciò, a noi incomberà sempre il dovere di ripetervi con santa libertà le parole di Gesù Cristo e di farvi conoscere, che se nel mondo regna tanta miseria e il povero popolo sentendo più e più aggravare le sue calamità, scarno per fame, coperto di cenci, circondato dalle mogli lagrimose, dai figli ignudi, non avendo per casa che un antro, per letto che il terren nudo, perde la fede nella divina Provvidenza, e dice bestemmiando che Iddio non si cura punto delle sue necessità, e alza grida di esecrazioni ed arma la mano sdegnosa contro la società, in cui vive, ciò è pure per causa di non pochi di voi, che dimenticano, che non curano, che disprezzano il precetto di Gesù Cristo: Quod superest, date elæmosynam, date ai poveri, ciò che vi sopravanza. Io so bene, che certi ricchi si danno a credere, che questo non sia più che un consiglio, del quale possono a lor talento tener conto o no; so, che ve n’hanno di quelli i quali, pur intendendo la gravezza del vero comando, pretendono tuttavia di sottrarsi all’obbligo di praticarlo con dire, che appena appena posseggono quel che è loro necessario; so infine, che taluni si credono di aver soddisfatto al loro dovere, se hanno gettato una vil moneta a qualche misero pezzente, che li andò seccando lungo la via. Ma so altresì, che è dovere assoluto del ricco, non meno che del povero, studiare il Vangelo e praticarlo; so, che ben di spesso chi asserisce di avere il puro necessario è un mentitore solenne, che si abbandona tuttavia ad un lusso immoderato, a piaceri, a divertimenti incessanti, a conviti epuloneschi; e profonde argento ed oro ad un labbro che canta, ad un piede che guizza, e forse anche ad una peccatrice che vende l’onore; so che, chi avendo molto dà poco, è come se non desse nulla; opperò posso dire e ripetere con tutta certezza che, se il povero manca talora del necessario sostentamento, è proprio per cagione di certi ricchi, che non intendono, che non vogliono intendere il gran precetto della carità cristiana, intimato solennemente da Gesù Cristo. Non così certamente accadeva nella Chiesa primitiva, e sebbene il furore dei Cesari dannasse i ricchi Cristiani, oltreché alle prigioni, agli esili, ai patiboli, anche alla confisca di tutti i loro beni, pur tuttavia non veniva meno mai la elemosina ai poverelli, ed anzi pareva, che tra i fedeli la povertà non non si conoscesse neppur di nome. Ma quei primitivi Cristiani avevano altamente impressa nel cuore la dottrina di Gesù Cristo ed è perciò che, riguardando nei poveri altrettanti fratelli, ponevano con tanto disinteresse i loro beni in comunanza, e con tanta generosità li distribuivano. Non altrimenti operavano i Santi; i quali tanto solleciti di farsi i padri dei poveri, giungevano sino al punto da spogliarsi essi di tutto e spezzare i vasi d’oro e d’argento e le collane preziose per assisterli e beneficarli, come un S. Agostino, un S. Ambrogio, un Amedeo di Savoia; da servir loro in ginocchio, chiamandoli col nome di padroni, come le due sante regine Margherita di Scozia ed Elvige di Polonia; e da vendersi schiavi per dar in limosina il prezzo della loro persona, come un S. Paolino, un S. Serapione, un S. Pietro Telonario ed un S. Raimondo. O ricchi! io non vi dirò: fate lo stesso ancor voi. No, voi non siete obbligati a questo eroismo. Anzi senza entrare nelle case vostre, nelle vostre guardarobe, nei vostri scrigni, per vedere se sia realmente vero quello che dite, non aver nulla di superfluo, lasciando che ciò faccia la vostra coscienza, e un giorno al Divin tribunale Gesù Cristo giudice, ammettendo pure che sia così, io vi dico tuttavia: voi almeno avete occhi: impiegateli dunque a guardare amorevolmente il povero. Voi avete orecchi: impiegateli ad ascoltare le sue miserie. Voi avete lingua: impiegatela a confortarlo nella sue condizione. Voi avete mani, impiegatele a prestargli qualche servizio. Voi avete piedi: impiegateli a recarvi qualche volta in casa sua. Oh la carità non è tutta di pane: è il trattare con dolcezza, con affabilità, con domestichezza col povero è già una delle carità più fiorite, che voi gli possiate fare, e della quale lui, il povero, e Dio vi saranno grati. Ma no, non contentatevi di questo. Questo fate, questo non tralasciate, ma non questo solo, perché Io lo so, e voi lo sapete meglio di me, voi potete fare di più. Animo adunque! Facendo tacere in cuor vostro ogni futile e crudele pretesto, lasciate che parli solamente la voce della carità e del dovere. Studiate le miserie, che più aggravano la povera società, e affrettatevi con mano generosa a sovvenirle. Vi sono tanti vecchi, tante vedove, tanti orfani, tante fanciulle abbandonate, tanti bambinelli esposti, tanti infermi derelitti, tante famiglie sofferenti, che con le lacrime agli occhi chiedono aiuto. Vi sono tanti istituti, tanti orfanotrofi, tanti oratorii, tanti ospedali, tanti ricoveri, tanti ospizi che minacciando di finire la loro esistenza, si volgono a voi per rimanere in piedi. Vi sono pure tante povere chiese che mancano degli arredi più necessari per i divini misteri, tante popolazioni, che mancano di chiese, tanti paesi che mancano di sacerdote, perché tanti buoni giovani mancano del necessario per entrare nei seminari, e i seminari mancano dei mezzi per accettarli; vi sono insomma necessità molteplici, gravi, imperiose, che si schierano tutte dinnanzi a voi. Muovetevi a pietà: aprite le vostre mani, date con la massima generosità, e meritatevi così i grandi beni, che perciò Gesù Cristo vi ha promesso. Gli infelici da voi soccorsi con la eloquenza del­ le loro preghiere e delle loro opere parleranno a Dio per voi, in vita, e in morte, e quando già sarete alle porte dell’eternità, Gesù Cristo contemplando il frutto delle vostre beneficenze, che come onda incessante si verseranno ancor sui poveri, vi accoglierà festanti nel suo immenso Cuore e vi cingerà il capo di diadema immortale. Poveri! voi con la rassegnata sofferenza; ricchi! voi con la generosa beneficenza, avete in mano gli uni e gli altri la chiave del regno de’ cieli. E voi, o Cuore Santissimo di Gesù, che essendo infinitamente ricco vi siete fatto per nostro amore infinitamente povero, e ne avete insegnato la più sublime dottrina intorno alla povertà, fate che tutti apprezziamo altamente l’esempio vostro, e seguiamo fedelmente i vostri insegnamenti; che, se poveri, viviamo rassegnati in quello stato, in cui ci avete posti per vostra somiglianza; che, se ricchi, adempiamo la vostra volontà ed impieghiamo le nostre ricchezze a farci degli amici, che ci accolgano un giorno negli eterni tabernacoli.

EXTRA ECCLESIAM NULLUS OMNINO SALVATUR (11)

EXTRA ECCLESIAM NULLUS OMNINO SALVATUR (11)

IL DOGMA CATTOLICO:

Extra Ecclesiam Nullus Omnino Salvatur

[Michael Müller C. SS. R., 1875]

CAPITOLO V, Parte II.

[Degli eretici non colpevoli del peccato di eresia]

Prima di parlare in dettaglio di questa classe di eretici dobbiamo spiegare cosa si intenda per LEGGE e COSCIENZA.

§ 1. IL DIRITTO NATURALE.

(Secondo San Tommaso d’Aquino)

« Le leggi della natura – dice san Tommaso d’Aquino – e tutti i princîpi di giustizia e di moralità, furono quasi cancellati nel tempo che intercorse tra Adamo e Mosè. Al tempo di Abramo, tutte le nazioni erano cadute nell’idolatria, immerse in ogni tipo di vizi, quasi tutti chiudevano gli occhi alla luce della ragione: erano come quelli che cadono in un abisso, più si cade in profondità, meno luce del giorno si vede. Dio ha permesso ai malvagi di cadere in questo stato di ignoranza universale e di empietà, per umiliare il loro orgoglio e la loro arroganza, essi che, sempre pieni di orgoglio e perversità, presumono che la loro ragione personale sia sufficiente a far loro conoscere i loro doveri e prevaricare i loro poteri naturali. In quella triste esperienza di ignoranza ed empietà, Dio, nella sua misericordia, venne in loro aiuto dando ad essi la legge scritta nella persona di Mosè, come rimedio per la loro cecità e ostinazione. La legge naturale è imperfetta. Quindi una Legge divina è assolutamente necessaria nel guidarci sulla via della beatitudine eterna. Non possiamo raggiungere un fine soprannaturale con mezzi naturali o umani. Abbiamo bisogno di una Legge divina per dirigere i nostri pensieri e le nostre azioni verso quel fine. Il giudizio degli uomini è incoerente e mutevole. Hanno essi perciò bisogno di una “legge infallibile” onde dirigere e rettificare il loro giudizio, al fine di sapere con certezza cosa debbano fare ed evitare per ottenere la felicità eterna. Ecco che allora, Dio Onnipotente aggiunse alla legge naturale, una Legge superiore, relativa ad un fine superiore, nella forma di quella Mosaica e della legge evangelica. « La Legge – dice San Paolo – … fu promulgata per mezzo di Angeli attraverso un mediatore ». (Gal. III, 19). E Santo Stefano disse agli ebrei: « …voi che avete ricevuto la legge per mano degli Angeli ». (Atti, VII 53.) San Dionigi l’Areopagita dice che gli Angeli sono incaricati di portare tutti i messaggi dal cielo alla terra, cioè da Dio all’uomo. L’obiettivo principale della Legge divina è quello di rendere l’uomo santo. « Siate santi, come Io sono santo », dice il Signore. Questa santità consiste nel perfetto amore tra Dio e l’uomo. Questa carità è il compimento della legge. È quindi con la pratica che diventiamo santi e assomigliamo a Dio. Era quindi necessario che l’antica Legge contenesse diversi precetti morali riguardanti le virtù necessarie per la perfetta felicità dell’uomo. Questi precetti morali sono tutti contenuti nei Dieci Comandamenti. Questi Comandamenti sono una spiegazione completa della legge naturale: essi sono di istituzione divina. Furono comunicati dal ministero degli Angeli a Mosè che li proclamò tutti al popolo ebraico; ma egli aggiunse altri precetti, ordinanze e cerimonie per la osservanza puntuale dei Comandamenti. I primi tre di essi, prescrivono i nostri doveri verso Dio; cioè, adorarlo per mezzo della fede, della speranza e della carità; e gli ultimi sette prescrivono i nostri doveri verso tutti i nostri simili.

§ 3. LA NUOVA LEGGE O LA LEGGE DELLA GRAZIA.

« L’intera razza umana – dice San Tommaso d’Aquino – era destinata a vivere in successione durante tre distinti periodi. Il primo periodo fu quello dell’Antica Legge, il secondo quello della Nuova Legge e il terzo ed ultimo, quello del Regno della gloria eterna. » San Paolo afferma che « l’antica legge (i molti precetti cerimoniali) fu abolita a causa della sua debolezza e non redditività, poiché non aggiunse nulla alla perfezione; … ma ha portato in noi una speranza migliore, grazie alla quale ci avviciniamo a Dio ». (Ebr. VII, 8). Dice ancora: « Che la vecchia legge e i comandamenti siano davvero santi, giusti e buoni ». Ora diciamo che una dottrina è buona quando è conforme alla Verità e diciamo pure che una legge è buona quando è coerente con la ragione. Tale era la Legge antica; perché reprimeva la concupiscenza, che agisce contro la ragione, e proibiva tutte le trasgressioni contrarie alla ragione umana e alla Legge divina. Questa ha agito come un medico nel rimettere in salute un malato con delle prescrizioni salutari. Il fine principale dell’uomo è la gloria eterna; ma è solo per grazia divina che possiamo meritarla. La vecchia legge non poteva conferirla. « La legge fu data da Mosè, la grazia e la verità vennero da Gesù Cristo ». (Giovanni, I, 17.) Ma la Legge Antica era buona poiché era una preparazione per la Legge di Grazia, per la venuta del Messia, sia dando testimonianza di Lui, che conservando tra gli Ebrei la conoscenza e il culto del vero Dio. « Prima che quella fede venisse, siamo stati tenuti sotto la Legge per quella fede che doveva essere rivelata ». (Gal. III, 23)  – Tuttavia, nonostante l’imperfezione della vecchia Legge, gli Ebrei avevano sufficienti mezzi di salvezza mediante la fede nel Redentore venturo: Gesù Cristo, ardentemente atteso, era il Salvatore dei Patriarchi, dei Profeti e di tutte le anime sante della vecchia Legge; così come Gesù Cristo, effettivamente giunto, è il Salvatore degli Apostoli, dei Martiri e di tutte le anime sante della nuova Legge.  – La Legge di Gesù Cristo, allora, o la Legge della Grazia, sostituì la Legge Antica. Questa legge è chiamata NUOVA per diverse ragioni: La Legge della Grazia è nuova nel suo Autore. L’antica legge fu data dal ministero degli Angeli, ma la nuova legge, dal Figlio unigenito di Dio. Quindi, per dimostrare la preminenza della nuova Legge sulla vecchia Legge, san Paolo dice: « Dio aveva parlato in passato ai nostri antenati tramite i Profeti, ora ci ha parlato per mezzo del Figlio suo, che ha nominato erede di tutte le cose. » (Ebrei I, 1-2).  – La Legge di Cristo è Nuova nella sua efficacia. L’antica Legge non conferiva la grazia della giustificazione; l’aveva solo prefigurata e promessa in vista della nuova Legge, e ne ha determinato l’insufficienza sostituendo la realtà alle figure e il dono delle grazie alle promesse. Quindi la Legge di Cristo è la perfetta realizzazione e il compimento della Legge mosaica. – La Legge di Cristo è Nuova nelle sue ricompense. Mosè, come leggiamo all’inizio del Libro dell’Esodo, conduceva il popolo ebraico dall’Egitto alla conquista di nazioni straniere e prometteva loro una terra ove scorreva latte e miele.  La Legge del Vangelo propone e promette, prima di tutto, la felicità e la gloria celeste ed eterna. Gesù Cristo cominciò a predicare il Vangelo con queste parole umili e sante; « Fate penitenza, ché è prossimo il regno dei cieli ». La Legge di Cristo è Nuova nella perfezione che richiede. La legge dovrebbe dirigere tutti gli atti umani all’osservanza della giustizia con la punizione di tutti i delitti. Ma la legge mosaica puniva solo gli atti esterni, mentre la legge del Vangelo sancisce anche gli atti interni. L’una reprimeva le azioni manuali, mentre l’altra reprimeva i pensieri e le passioni peccaminose del cuore.  La Legge di Cristo è Nuova nel motivo della sua operazione. L’antica Legge operava solo attraverso il timore e le punizioni, mentre la Legge di grazia opera con giustizia e carità perfette. «… Perché la legge dello spirito di vita in Cristo Gesù mi ha liberato dalla legge del peccato e della morte », dice San Paolo. (Rom. VIII, 2). Nell’Antico Testamento – dice Sant’Agostino – la legge è stata data in forma esterna per terrorizzare i malvagi, mentre nel Nuovo Testamento è data dall’effusione della carità divina per la nostra giustificazione. L’antica Legge delle parole era scritta su tavole di pietra, mentre la Legge della Grazia è incisa sulle tavole viventi dei cuori dei fedeli. Quindi la Nuova Legge è una legge di Grazia, infusa nelle anime dei giusti, e procede dalla fede in Cristo, che ha aggiunto consigli a tutti coloro che aspirano alla virtù e alla perfezione. – Con la sua autorità divina, la nuova Legge ha il potere di prescrivere opere esterne e proibirne certe altre. Poiché ci ha resi figli della luce, dobbiamo compiere opere di giustizia e di carità ed evitare quelle del peccato e delle tenebre. « Perché tu eri prima tenebra, ma ora sei luce nel Signore: cammina allora come figlio di luce ». (Eph. V. 8.). La nuova Legge è una legge di grazia e di santità. Ma per sapere se possediamo questo dono divino della grazia e della santità, sono necessari i segni visibili, e i Sacramenti sono appunto questi segni di grazia. Colui che ha ricevuto il dono della Grazia, deve manifestarlo con parole ed azioni; poiché la legge di Cristo ci ordina di professare la nostra fede e di non rinnegarla mai in nessuna occasione. (Matt. X. 32-33.) – La nuova Legge, essendo una legge di grazia, di carità e libertà, aggiunge consigli ai precetti, che non sono assolutamente obbligatori. I precetti della nuova Legge sono di obbligo morale, indispensabile, mentre i consigli sono di carattere discrezionale e lasciati alla nostra libera scelta. « Il profumo e l’incenso allietano  il cuore, e i buoni consigli di un amico sono dolci per l’anima ». (Prov. XXVII, 9). Ora, essendo Cristo l’essenza di ogni saggezza e carità, i suoi consigli evangelici sono i più utili e salutari per tutti i Cristiani. L’uomo è posto in questo mondo tra le beatitudini celestiali e i godimenti temporali; cosicché, più è attaccato agli uni, più rinuncerà agli altri. Tuttavia, non è necessario privarsi di tutti i beni di questo mondo per raggiungere la felicità eterna; ma privandosi dei beni di questo mondo, ci si pone in maggior sicurezza nell’opera della propria salvezza. Le ricchezze e le gioie di questo mondo ci seducono con l’attrazione dei tre tipi di concupiscenza. Quindi, la nuova legge, per portarci alla perfezione evangelica, propone la povertà come rimedio infallibile per superare la concupiscenza degli occhi; la castità, per resistere a quello della carne; e l’obbedienza, per avere la meglio sull’orgoglio e la vanità della vita. I consigli del Vangelo sono pertanto una disciplina morale che conduce alla santità ed alla perfezione. Quindi san Paolo, dopo aver consigliato la verginità, aggiunge: « E questo dico per il tuo profitto, non per gettarti addosso un laccio, ma per ciò che tu possa giungere fino  al Signore senza impedimento ». – Un certo viaggiatore fu costretto a passare attraverso una vasta foresta nel buio della notte. Per non perdere la strada per il suo paese, portava una lampada in mano, alla luce della quale poteva sempre vedere chiaramente il modo in cui doveva viaggiare per raggiungere la sua casa in tutta sicurezza. In questo mondo, tutti noi viaggiamo verso il nostro vero paese, che è il Paradiso. Dobbiamo viaggiare attraverso la vasta foresta di questo mondo, nell’oscurità della notte, cioè dobbiamo viaggiare attraverso l’oscurità delle tentazioni del diavolo, della carne e degli errori delle false religioni e dei principi perversi di uomini malvagi.  Ora, per non perdere la via del cielo, Dio ci ha dato una lampada alla luce della quale possiamo sempre vedere il modo in cui dobbiamo procedere per entrare nel regno dei cieli. Questa lampada è in particolare la Nuova Legge, la vera Religione di Cristo. Poiché il comando – dice la Sacra Scrittura – è una lampada, e l’insegnamento una luce, e un sentiero di vita le correzioni della disciplina ». (Proverbi VI, 23). La legge di Gesù Cristo è chiamata una lampada, una luce, perché mostra a tutti gli uomini la via per il cielo; essa dice loro cosa debbano fare e cosa debbano evitare per piacere a Dio ed essere salvati. « Osserva i miei precetti e vivrai, il mio insegnamento sia come la pupilla dei tuoi occhi. » (Prov. VII, 2). – La Legge di Cristo, quindi, è uno dei più grandi doni per ogni uomo. « Ti darò – dice il Signore un buon regalo – … poiché io vi do una buona dottrina; non abbandonate il mio insegnamento ». (Prov. IV. 2) Poiché la Legge di Grazia è perfetta in ogni modo, non può essere sostituita da alcun’altra legge. Essa durerà quindi fino alla fine del mondo.

§ 4. LA COSCIENZA IN GENERALE .

Dio non si accontentò di mostrare all’uomo la via per il Paradiso, che è l’osservanza dei Comandamenti di Gesù Cristo; inoltre, Egli ha dato a ciascuno un compagno invisibile, che rimane con lui giorno e notte, fino alla fine della sua vita. Alcuni danno a questo compagno il nome di coscienza; altri lo chiamano l’oracolo o la voce di Dio nella natura e nel cuore dell’uomo, distinta dalla voce della rivelazione. Un certo poeta dice: « Qualunque sia il credo insegnato, o la terra calpestata, la coscienza dell’uomo è l’oracolo di Dio ». Sì, la voce della coscienza proviene da Dio, e non dall’uomo; essa è posta in noi, prima di aver avuto qualsiasi addestramento, anche se tale addestramento è poi necessario per il suo rafforzamento, la crescita e la dovuta formazione; essa si trova anche nel selvaggio non addestrato. – Quando Colombo scoprì l’America, un giorno il capo di una tribù indiana gli disse: « Mi è stato detto che di recente sei venuto in queste terre con una forza possente, e hai soggiogato molte nazioni, diffondendo grande paura tra la gente, ma non essere, tuttavia, vanaglorioso. Sappi che, secondo la nostra convinzione, le anime degli uomini hanno due viaggi da compiere dopo che si siano allontanate dal corpo: uno, in un luogo triste e oscuro, coperto di oscurità, preparato per quelle anime che sono state ingiuste e crudeli con i loro simili; l’altra, piacevole e piena di luce, per coloro che hanno promosso la pace sulla terra. Se, dunque, sei mortale e ti aspetti di morire, e credi che ognuno sarà ricompensato secondo le sue azioni, fa’ attenzione a non ferire, né colpire, né danneggiare ingiustamente quelli che non ti hanno fatto del male. » (Irving’s “Columbus”, cap. V., P. 443.). – Da questa breve discorso di un pagano è evidente che ci sia la voce della coscienza anche nel selvaggio, voce che gli dice ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. – Questo fedele compagno sa fino a che punto ognuno conosca la legge di Dio. Esso conosce i nostri desideri, le nostre parole, le nostre azioni e l’omissione dei nostri doveri. Ora il suo ufficio è quello di applicare la legge della nostra conoscenza a tutto ciò che desideriamo, diciamo e facciamo, per vedere se i nostri desideri, le parole o le azioni siano conformi alla legge di Dio, o in opposizione ad essa. – Infatti San Tommaso dice: « La coscienza non è un potere, ma un atto dell’anima con cui applichiamo ad un’azione particolare, i principi primari del giusto e dell’errato. Se applichiamo questi principi alla commissione o all’omissione di un atto, la nostra coscienza ne è testimone. – « Perché la tua coscienza sa che hai anche parlato spesso male degli altri ». (Eccles. VII., 23.) Se applichiamo quei principi a ciò che dovrebbe o non dovrebbe essere fatto per quel momento, la nostra coscienza ci induce a farlo o ce ne dissuade. Se applichiamo questi principi ad una transazione passata per sapere se questa fosse buona o cattiva, la nostra coscienza ci accusa o ci scusa ». – La coscienza, o il senso del bene e del male, che è il primo elemento della Religione, è così delicato, così incostante, così facilmente indeciso, oscurato, pervertito; così sottile nei suoi metodi argomentativi, così impressionabile dall’educazione, così prevenuto dall’orgoglio e dalla passione, così instabile nella sua fuga, che questo senso del giusto e dell’errato è allo stesso tempo il più alto di tutti gli insegnamenti, eppure il meno chiaro e luminoso nella maggior parte degli uomini. Ecco che noi incontriamo diversi tipi di coscienza.

[11. Continua]

EXTRA ECCLESIAM NULLUS OMNINO SALVATUR (10)

EXTRA ECCLESIAM NULLUS OMNINO SALVATUR (10)

IL DOGMA CATTOLICO:

Extra Ecclesiam Nullus Omnino Salvatur

[Michael Müller C. SS. R., 1875]

§ 10. S. O. FA IN MODO DA EVITARE LA NOSTRA CORRETTA CONCLUSIONE, E RACCONTA TANTE FANDONIE

S. O. continua a citare dalla nostra Spiegazione della Dottrina Cristiana e a commentarla.

« D.: Una simile fede in tale Cristo salverà i protestanti?

R.: Nessun uomo ragionevole mai asserirà una simile assurdità. »

« La risposta è corretta, poiché una tale fede in tale Cristo, porterebbe ad una non salvezza, come ogni uomo ragionevole sarebbe perfettamente disposto ad ammettere, come fa un tale autore ».  –

Abbiamo dimostrato nella nostra Explanation … che la Chiesa Cattolica Romana sia la sola vera Chiesa di Gesù Cristo; che la dottrina di Cristo si trovi solo in questa vera Chiesa; che solo i membri di questa Chiesa hanno la FEDE assoluta, divina in Cristo e in tutto ciò che Essa ha fatto per la salvezza; che solo in questa Divina Fede sia possibile la salvezza, perché essa è il fondamento della giustificazione; abbiamo dimostrato come i protestanti abbiano respinto tutto la Fede Divina in Gesù Cristo e nella sua dottrina; che, respingendo la Chiesa di Cristo, essi hanno rigettato Cristo stesso e la sua dottrina, e che quindi di conseguenza, diciamo sia un’assurdità per chiunque, credere che essi possano essere salvati nella loro fede, la quale è solo un’invenzione umana che ha condotto e conduce ancora a vari tipi di abomini. – Ma poiché S. O. sembra avere tanta fede e fiducia nella fede dei protestanti in Cristo, pensa che tutti i Cattolici siano perfettamente disposti a non disturbarlo nella sua “onesta” convinzione e nella sua “invincibile ignoranza”. Ma nello stesso tempo protestiamo contro le menzogne che dice nella sua continuazione della risposta di cui sopra, vale a dire: « … È strano come alcune persone pie e buone considerino come loro dovere religioso e come un piacere, fare in modo tale da considerare che i loro vicini dissenzienti siano opportunamente e facilmente dannati. Ricordano una di quelle persone immortalate in Hudibras, che: “accusano dei peccati a cui essi sono inclini, condannando coloro che non hanno alcuna intenzione o proposito di farli” . – Qui S. O. afferma molto impudentemente che alcune persone pie e buone (cioè i Cattolici, e in particolare il Rev. M. Muller, CSSR, l’autore di Explanation of Christian Doctrine), considerino loro dovere e piacere religioso, … fare in modo che i loro vicini dissenzienti siano corretti propriamente e considerati irrimediabilmente dannati! Una calunnia più infame non è mai uscita neppure dalle labbra di un eretico contro i Cattolici! Ahimè! il Rev. Editor della BCU & T. assicura solennemente che le suddette parole non provengono né da un ebreo né da un eretico; ci assicura solennemente che sono state scritte dal “Prete più eminente” degli Stati Uniti, e le ha incoraggiate con gioia e le ha stampate a beneficio dei lettori di BCU & T. – Potete vedere come, in parole povere, S. O. proferisca menzogne in modo evidente e vergognoso citando dalla nostra “Explanation”  la seguente risposta:

« D.: Che cosa dobbiamo pensare della salvezza di coloro che sono fuori dalla Chiesa senza colpa loro, e che non hanno mai avuto l’opportunità di conoscerla meglio?

R.: La loro ignoranza incolpevole non li salverà; ma se temono Dio e vivono secondo la loro coscienza, Dio, nella sua infinita misericordia, fornirà loro i mezzi necessari per la salvezza, anche con l’inviare, se necessario, un Angelo per istruirli nella fede Cattolica, piuttosto che lasciali perire attraverso un’ignoranza incolpevole ». Ahimè! che peccato che S. O. cada di qua e di là, in un abisso di bugie e di false asserzioni.

§ 11. S. O. DICHIARA QUINDI CHE LA SENTENZA FINALE DEL GIUDICE ETERNO NELL’ULTIMO GIORNO SI ABBATTERÁ SOLTANTO SUI CATTIVI CATTOLICI – DALLA PROPRIA ARGOMENTAZIONE SI PROVA PERO’ CHE ANCHE I PROTESTANTI SIANO INCLUSI IN QUESTA SENTENZA.

Egli cita di nuovo: –

« D.: Cosa dirà loro Cristo nel giorno del giudizio?

R.: Io non vi conosco, perché voi non mi avete mai conosciuto. »

« Non è – egli dice – un elemento valido per me prendere in parola l’autore, dal momento che il suo argomento è quello che i protestanti non conoscono il vero Cristo, e poi dire che nel giorno del giudizio un uomo sarà condannato da Cristo perché non l’ha mai conosciuto. Nessun uomo sarà condannato a causa della sua ignoranza, né protestante, né pagano, né, posso aggiungere, Cattolico. Può essere condannato però perché, conoscendo Cristo, ha rifiutato di accettarlo, di credere in Lui, di fare la sua volontà e osservare i suoi Comandamenti. – Invece (S. O.) dice che nostro Signore, non si rivolge ai protestanti, che non hanno mai conosciuto la verità delle sue dottrine insegnate dalla Chiesa Cattolica, bensì minaccia di rinnegare solo quei Cattolici che, conoscendolo, lo hanno rinnegato con la loro vita peccaminosa e il non fare la volontà del Signore: « … Ed egli vi dirà: Io non so da dove venite, allontanatevi da me, voi tutti operatori d’iniquità ». (San Luca, XIII, 26-27). « Poiché per lui, S. O. non è un argomento speciale prendere l’autore di “Explanation” in parola, perché l’argomento dell’autore è che i protestanti non conoscono il vero Cristo, e non sarà comunque da prendere in parola un argomento importante dell’autore di “Explanation”, dal momento che il suo argomento è stato, per tutto il tempo, che i protestanti conoscono il vero Cristo e credono esattamente ciò che la Chiesa Cattolica insegna riguardo a Cristo. Se S. O. allora dichiara che la frase sopracitata riguarda solo « … quei Cattolici che, conoscendo Cristo, lo hanno rinnegato con le loro vite peccaminose, – che cioè, conoscendo la volontà del Signore, non l’hanno fatta », egli deve anche, per la stessa ragione, dichiarare che anche i protestanti sono inclusi nella sentenza del Giudice eterno: essi, infatti, ben conoscendo Cristo, lo hanno rinnegato con le loro vite peccaminose, e, conoscendo la volontà del Signore, non l’hanno fatta. Ecco che S. O., così come anche i protestanti, usa la sua personale interpretazione privata della Sacra Scrittura, almeno per la frase sopra riportata del Giudice eterno, contrariamente a quanto dichiarato dal Concilio Vaticano su questo argomento; aggiungiamo qui ciò che Sant’Agostino (Serm. 23) dice riguardo a quelle parole di Cristo: “Io non ti conosco”. « Se colui che conosce ogni cosa – dice questo grande Dottore della Chiesa, dichiara: “Io non ti conosco” , intende dire: “Io ti riprovo” perché non ti ho mai visto appartenere al mio ovile con la Fede assoluta, la Fede Divina in tutte le mie parole e in tutto ciò che ho fatto per la tua salvezza, e così sei sempre rimasto separato da me, e perciò … ti riprovo ». – S. O. farebbe bene a riflettere su questa interpretazione della frase finale di Cristo di cui sopra. Sottoponiamo inoltre al suo esame le seguenti parole di Cristo, che lui e tutti i suoi amici protestanti ascolteranno nel giorno del giudizio: « Colui che si vergognerà di me e delle mie parole in questa generazione adultera e peccatrice, anche il Figlio dell’Uomo si vergognerà di lui, quando verrà nella gloria del Padre suo, con i santi Angeli ». (Marco VIII, 38). In questo testo si afferma nei termini più semplici che non ci si deve vergognare, non solo di Cristo, ma anche delle sue parole, cioè della sua Dottrina, della sua Religione e, di conseguenza, della sua Chiesa – la depositaria di quella Fede, – cosa che costituisce un peccato mortale, e che comporterà pertanto la dannazione eterna dell’anima. Ma se il vergognarsi di Cristo e della sua Dottrina condanna l’anima all’inferno, quanto più negare Cristo e la sua Santa Chiesa Cattolica! Non è così in un certo qual modo vergognarsi di Cristo e della sua Dottrina, quando egli (S. O.) si dichiara così tanto a favore del credo protestante, e così poco in favore della Fede Cattolica, quando dichiara che si sono travisate le dottrine Cattolica e protestante, quando afferma che le prove che abbiamo dato e che vengono date dai migliori teologi circa la verità che “non c’è salvezza fuori dalla Chiesa”, sono false, ecc. ecc.? Non è negare, in una certa misura, Cristo e la sua Dottrina, quando egli dichiara che la fede dei protestanti in Cristo è esattamente la stessa di quella dei Cattolici? Non è così tanto vergognoso il dire: la religione del diavolo è buona come quella di Dio; la menzogna è buona quanto la verità; il cristianesimo contraffatto è buono quanto il vero Cristianesimo; la fede umana è buona quanto la Fede Divina; la strada per l’inferno è buona così come la via per il paradiso? – O felici protestanti! Poco fa, S. O. ha detto di voi, che “… voi credete precisamente ciò che insegna la Chiesa Cattolica, e cioè che Gesù Cristo è vero Dio e vero uomo, ecc.; che i protestanti credono a tutto ciò che la Chiesa Cattolica crede, cioè ai fatti della sua vita divina, ai miracoli, alla passione, morte e risurrezione. … Questa è una verità innegabile! « E ora dice, nientemeno che non avete mai conosciuto la verità delle dottrine di Cristo così come insegnate dalla Chiesa Cattolica! », e quello che ha definito una innegabile verità, qui invece la nega in parole semplici. Dice anche di voi che « … la dottrina protestante della regola di fede, – l’interpretazione privata di ciascuno della Parola di Dio scritta – è indiscutibilmente errata, e subito dopo dice che non crede in questa regola! Dice che i protestanti sono in errore riguardo alla volontà divina, e questo lo sappiamo; ma a causa di questo errore, essi non sono però colpevoli davanti a Dio; e poi di nuovo nega in parte questa affermazione dicendo che i protestanti ostinati, cocciuti, che respingono la verità sono colpevoli! Che consolazione per i protestanti conoscere questi oracoli infallibili da S. O., per essere rassicurati da lui che le parole di Cristo, « Io non so voi di dove siate e da dove veniate, voi tutti operatori d’iniquità », saranno rivolte non ai protestanti, ma solo ai Cattolici, ed imparare da lui per certo che « … nessun uomo sarà condannato a causa della sua ignoranza, né protestante, né pagano, né cattolico ». – « Sebbene tutti i teologi Cattolici insegnino che l’ignoranza colpevole dei mezzi di salvezza e dei nostri grandi doveri sia un peccato mortale, tuttavia S. O. assicura enfaticamente ogni protestante, ogni pagano, ed ogni Cattolico che « … nessuno sarà condannato a causa della sua ignoranza ». Se la tua ignoranza è stata incolpevole, tanto meglio, perché, a meno che tu non abbia commesso peccati contro la tua coscienza, non sarai condannato, perché nessuno è condannato a causa di tale incolpevole ignoranza! Quale abbagliante luce teologica si irradia per i protestanti moderni dagli oracoli infallibili di S. O.! Come è consolante per essi l’essere tanto sicuri che in questo caso, come in ogni altro, egli abbia dimostrato la sua consueta onniscienza. Teologia cattolica, dogmatica e morale, logica, storia della Chiesa Cattolica e della società, come tutti possono vedere, sono i suoi punti di forza. Potrebbe sbagliare in altre questioni, ma non in questa. Gli antenati meno fortunati dei protestanti moderni non avevano questa guida. Essi potevano contare solo su qualche piccolo sostegno degli scritti di Sant’Agostino e di altri Padri della Chiesa; ma non avevano certo il più sicuro e più luminoso insegnamento di S.O., che, comunicato attraverso il C. U. & T. di Buffalo, era riservato ai protestanti della generazione attuale. Il sole di quel giornale non è sorto da molto sopra l’orizzonte, … è nato per ricevere e riflettere sui suoi lettori i raggi teologici elettrizzanti di uno dei più grandi oracoli che siano mai vissuti, egli che si considera un “apostolo dell’illuminazione” e misura il successo della sua illuminazione dal successo che ottiene nel persuadere non solo i Cattolici, ma soprattutto i protestanti, e persino i pagani, nel far credere che il Rev. M. Muller, C. SS. R., nella sua “Explanation…” abbia travisato la credenza cattolica e la credenza protestante: Dio e il diavolo.

§ 12. S. O. DICHIARA ALLORA CHE LA VITA ONESTA DEI PROTESTANTI SI ERGA A  RIMPROVERO DEI CATTIVI CATTOLICI.

« Molti protestanti – dice S. O. – a motivo delle loro vite oneste, rette e caritatevoli, sono un rimprovero per i cattivi Cattolici ». Insegniamo, anzi crediamo fermamente, che non ci sia salvezza fuori dalla Chiesa Cattolica; tuttavia non insegniamo che tutti coloro che sono membri della Chiesa Cattolica saranno salvati. « Certamente, nelle nostre città e nelle grandi città – dice il dottor O. A. Brownson – sì, anche nei piccoli villaggi del nostro grande Paese, si possono trovare molti cosiddetti Cattolici liberali o nominali, che non fanno onore alla nostra Religione, alla loro Madre spirituale, la Chiesa. Sottoposti come erano, nella terra della loro nascita, alle restrizioni imposte dai governi protestanti o semi-protestanti, sentono ora, venendo qui, di essere sciolti da ogni ritegno, e dimenticano l’obbedienza che devono ai loro Pastori, ai prelati che lo Spirito Santo ha posto sopra di loro, diventano insubordinati e vivono più come non-Cattolici che come Cattolici, trascurando in larga misura vergognosamente i loro doveri e stentando nel progredire senza sufficienti istruzioni morali e religiose, diventando così elementi della nostra popolazione corrotta. Questo è certamente da deplorare, ma può essere facilmente spiegato senza pregiudicare la verità e la santità della Religione Cattolica, rendendo anzi pubblica la condizione alla quale tali individui sono stati ridotti prima di venire in questo Paese, le loro delusioni in una terra straniera, la loro esposizione a tentazioni nuove e inattese, che essi non erano affatto il meglio dei Cattolici, anche nei loro Paesi nativi, la loro povertà, la miseria, l’ignoranza, la cultura insufficiente ed una certa naturale incapacità ed incuria, nonché la grande mancanza di scuole cattoliche, di Chiese e ferventi Sacerdoti. Ma pur abbassata e degradata come può essere questa classe di popolazione cattolica, essa non corrisponde alla classe di non Cattolici in ogni nazione; nel peggiore dei casi, c’è sempre un germe che, con la dovuta cura, può essere rivitalizzato, che può rifiorire e dare i suoi frutti. La loro Madre, la Chiesa, non smette mai di avvertirli di pentirsi e di purificarsi dai loro peccati con il Sacramento della Penitenza. Se non ascoltano la voce della loro Madre, ma continuano a vivere nel peccato fino alla fine della loro vita, la loro condanna sarà maggiore di quella di coloro che sono nati in seno  all’errore, e le cui menti non sono mai state penetrate dalla luce della verità. « Quel servo –  dice Gesù Cristo – che conosceva la volontà del suo Signore, e non ha fatto secondo la sua volontà, sarà battuto con molte percosse. » (Luca, XII 47.); – Senza dubbio, è, in generale, molto più facile riconciliare con Dio un Cattolico poco edificante, che non ha rinunciato alla Fede, piuttosto che ottenere un protestante che rinunci ai suoi errori, ai suoi pregiudizi e ai suoi peccati segreti, e sia disposto a fare tutto ciò che è necessario per ottenere il perdono. Quanti Cattolici ci sono stati, che per diversi anni hanno condotto vite per nulla edificanti ed in seguito sono diventati modelli di virtù, e persino grandi santi. Un Cattolico scandaloso, senza dubbio, dispiace a Dio a causa dei suoi peccati, ma non a causa della sua Fede. Un protestante, tuttavia, non può piacere a Dio, finché rimane senza Fede Divina, senza la quale è impossibile piacere a Dio, dice lo Spirito Santo nella Sacra Scrittura. E se la Fede, senza opere buone, è morta fino a un certo punto, va ricordato che anche le buone opere eseguite senza la Fede Divina sono morte. – Che diritto, quindi, ha S. O. da dire che, a motivo delle loro vite oneste, rette e caritatevoli, molti protestanti sono un rimprovero continuo ai cattivi Cattolici. Sarebbe stato più onorevole per lui, e avrebbe fatto più bene ai protestanti, se avesse detto loro che i milioni di Cattolici in Irlanda e in altri Paesi, che sono morti per la loro Fede nelle persecuzioni subite dai protestanti, sono un rimprovero permanente per tutti i tipi di protestanti; che le vite vissute nella verginità e nel sacrificio di sé di così molti santi Cattolici, sono una testimonianza data specialmente da migliaia di sorelle, fratelli e Sacerdoti, e costituiscono un monito permanente ai protestanti finché continueranno a vivere nell’eresia.

§ 13. LA LINGUA FARISAICA DI S. O.

[Predicare “Extra Ecclesiam nulla salus” è pienamente caritatevole]

« Questa “Explanation” – dice ancora S. O. – è un libro che ferisce il protestante sincero che cerca onestamente la verità e che lo fa allontanare senza speranza e demoralizzato dalla vera sposa di Cristo suo Redentore ». – Non c’è nulla in cui il grande Apostolo delle genti sembra meritare maggior gloria, che nel suo ardente zelo per la salvezza delle anime, e nella sincerità del suo cuore, consegnare al mondo le sacre eterne verità, pure e incorrotte. Non si vergognava l’Apostolo di queste divine verità; si rallegrava quando fu chiamato a soffrire per esse; egli non aveva alcuna mira ed interesse mondano nel predicarle; non cercava la stima e il favore degli uomini nell’esporle; il suo unico intento era quello di promuovere l’onore del suo santo Maestro e di guadagnargli anime, per cui non aveva bisogno di usare parole lusinghiere o di adattare la dottrina del Vangelo agli umori degli uomini. Sapeva che le verità rivelate da Gesù Cristo sono inalterabili; che « … il cielo e la terra passeranno, ma le sue parole non passeranno mai »; e che, quindi, corrompere queste parole sacre, seppure in un singolo articolo, sarebbe « … un pervertimento del Vangelo di Cristo » (Gal. I, 7), un peccato così doloroso, che lo Spirito Santo, con la sua bocca, pronuncia una maledizione su chiunque, anche un Angelo dal cielo, che avesse il coraggio di rendersene colpevole. Quindi descrive la sua condotta nella predicazione del Vangelo come segue: « … Voi sapete come mi sono comportato con voi fin dal primo giorno in cui arrivai in Asia e per tutto questo tempo: ho servito il Signore con tutta umiltà, tra le lacrime e tra le prove che mi hanno procurato le insidie dei Giudei. Sapete come non mi sono mai sottratto a ciò che poteva essere utile, al fine di predicare a voi e di istruirvi in pubblico e nelle vostre case,» (Atti XX 18, 20). – « … Abbiamo avuto il coraggio nel nostro Dio di annunziarvi il Vangelo di Dio in mezzo a molte lotte. E il nostro appello non è stato mosso da volontà di inganno, né da torbidi motivi, né abbiamo usato frode alcuna; ma come Dio ci ha trovati degni di affidarci il Vangelo così lo predichiamo, non cercando di piacere agli uomini, ma a Dio …». (I Tess. II, 2, 4). – « … noi non siamo infatti come quei molti che mercanteggiano la parola di Dio, ma con sincerità e come mossi da Dio, sotto il suo sguardo, noi parliamo in Cristo. » (II Corinzi II, 17.). – « … rifiutando le dissimulazioni vergognose, senza comportarci con astuzia né falsificando la parola di Dio, ma annunziando apertamente la verità, ci presentiamo davanti ad ogni coscienza, al cospetto di Dio. E se il nostro Vangelo rimane velato, lo è per coloro che si perdono, ai quali il dio di questo mondo ha accecato la mente incredula, perché non vedano lo splendore del glorioso Vangelo di Cristo che è immagine di Dio. Noi infatti non predichiamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore; quanto a noi, siamo i vostri servitori per amore di Gesù ». (II Cor. IV, 2, 5). – « … Oppure cerco di piacere agli uomini? Se ancora io piacessi agli uomini, non sarei più servitore di Cristo! » (Gal. I, 10.) Ora, « … Cristo infatti non mi ha mandato a battezzare, ma a predicare il Vangelo; non però con un discorso sapiente, perché non venga resa vana la Croce di Cristo. La parola della Croce infatti è stoltezza per quelli cha vanno in perdizione, ma per quelli che si salvano, per noi, è potenza di Dio; è piaciuto a Dio di salvare i credenti con la stoltezza della predicazione. …Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini … Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, …perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio … » (I Corinzi I, 17- 29). – « … Io infatti non mi vergogno del Vangelo, poiché è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede, … » (Rom. I. 16.). E quindi: « … o fratelli, quando sono venuto tra voi, non mi sono presentato ad annunziarvi la testimonianza di Dio con sublimità di parola o di sapienza … e la mia parola e il mio messaggio non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio. » (I. Cor. II 1-5). –  La Chiesa di Cristo, animata dallo stesso Spirito divino di Verità che ha ispirato questo santo Apostolo, ha sempre regolato la sua condotta sul modello che le era stato presentato con le sue parole e il suo esempio. « … combattere per la fede, che fu trasmessa ai credenti una volta per tutte » (Giuda, v. 3), la sua continua cura è « … custodisci il deposito; evita le chiacchiere profane e le obiezioni della cosiddetta scienza, professando la quale taluni hanno deviato dalla fede » (I. Tim. VI, 20.). – « … Il mio Spirito che è sopra di te e le parole che ti ho messo in bocca non si allontaneranno dalla tua bocca, né dalla bocca della tua discendenza, né dalla bocca dei discendenti dei discendenti, dice il Signore, da ora e per sempre. » (Isa. LIX, 21.). Quindi egli non sa cosa significhi temporeggiare nella Religione, per compiacere gli uomini, né adulterare il Vangelo di Cristo per animarli; dichiara le sacre verità rivelate da Gesù Cristo nella loro semplicità originale, senza cercare di adornarle con parole persuasive di saggezza umana, molto meno col mascherarle in un abito non proprio. La Verità, semplice e disadorna, è l’unica arma che impiega contro i suoi avversari, indipendentemente dalla loro censura o dalla loro approvazione. « Questa è la verità – dice – rivelata da Dio, questa devi abbracciare, o non puoi avere alcuna parte con Lui ». Se il mondo considera ciò che dice come follia, questo non costituisce una sorpresa, perché sa che  « … L’uomo naturale però non comprende le cose dello Spirito di Dio; esse sono follia per lui, e non è capace di intenderle. » – « l’uomo sensuale non percepisce le cose che sono dello Spirito di Dio, perché è follia per lui, e lui non può capire » (I Cor. II. 14.), ma che « la follia di Dio è più saggia degli uomini »; e compatendo questa cecità, prega sinceramente Dio di illuminarli, di essere « … dolce nel riprendere gli oppositori, nella speranza che Dio voglia loro concedere di convertirsi, perché riconoscano la verità e ritornino in sé sfuggendo al laccio del diavolo, che li ha presi nella rete perché facessero la sua volontà » (II Tim. II, 25.).  Se mai ci fosse stato un momento in cui questa condotta della Chiesa era necessaria, l’età presente sembra particolarmente esigerla. Al momento le porte dell’inferno sembrano aperte, e l’infedeltà di ogni sorta si propaga senza legge sulla terra; le sacre Verità della Religione sono contraddette e negate; il Vangelo adulterato da innumerevoli interpretazioni contraddittorie; la sua originale semplicità sfigurata dalla maestosità della parola e dalle espressioni persuasive della saggezza umana. Mille accondiscendenze e compiacenze sono ammesse ed accettate, grazie alle quali la purezza della Fede e della Morale soffre molto, e la « via stretta che conduce alla vita » è mutata nella « … strada larga che conduce alla distruzione ». Questa osservazione si applica in particolare a quell’opinione latitudinaria, così comune oggigiorno secondo la quale: « … un uomo può essere salvato in qualsiasi religione, purché viva una buona vita morale secondo la luce che ha»; pertanto la fede di Cristo è resa nulla, e il Vangelo non è servito a nulla. Un ebreo, un maomettano, un pagano, un deista, un ateo, sono tutti compresi in questo schema e, se vivono una buona vita morale, hanno uguale diritto alla salvezza così con un Cristiano! Essere membro della Chiesa di Cristo non è più necessario; è inutile il fatto che apparteniamo ad Essa o meno, poiché se viviamo una buona vita morale, siamo comunque sulla via della salvezza! Che ampio campo si apre alle passioni umane! Che licenza offre questo al capriccio della mente umana! È quindi della massima importanza affermare e mostrare chiaramente la Verità cattolica rivelata per cui: « … non c’è salvezza fuori dalla Chiesa cattolica «. – Una presentazione forte, vigorosa e intransigente di questa Verità cattolica deve essere fatta contro quei Cattolici mollicci, infingardi, deboli, timidi e liberalizzanti, che lavorano per spiegare tutti i punti della fede Cattolica offensivi per i non Cattolici, e per far sembrare che non si disputi di vita e di morte, di Paradiso e di inferno nelle differenze tra noi e i protestanti. Questa Verità è odiata da molti, lo sappiamo, eppure è una Verità rivelata da Dio alla sua Chiesa a nostra salvezza. San Tommaso si pone la domanda: « Può l’uomo odiare la verità? » e risponde: « La verità in generale non provoca mai odio, ma lo può in un modo particolare: per quanto riguarda il bene, che è sempre desiderabile, nessuno può resistere alle sue attrazioni o odiarlo, ma non è lo stesso per quanto riguarda la Verità. La Verità, in generale, è sempre in armonia con la nostra natura, ma può accadere in certi casi che non sia gradita ai nostri sentimenti e pregiudizi. Quindi Sant’Agostino dice: « L’uomo ama lo splendore e la bellezza della Verità, ma non può sopportare i suoi precetti e le sue rimostranze ». Il grande Apostolo dice allo stesso modo: « Sono dunque diventato vostro nemico dicendovi la verità? » (Galati IV, 16). Anche san Tommaso pone la domanda: « Cristo avrebbe potuto predicare agli ebrei senza offenderli? » La salvezza del popolo è preferibile al capriccio e al bigottismo degli individui. Se la loro perversione e il loro fanatismo sono soffocati da ciò che il vero ministro di Dio predica, egli, non deve essere scoraggiato e turbato per questo, perché la Parola di Dio è libera, nonostante la lingua e la spada. Se la Verità scandalizza i malvagi, dice san Gregorio, è meglio subire il loro scandalo piuttosto che celare la Dottrina della grazia e della verità. Chi erano coloro che si sono offesi per la dottrina del nostro Salvatore? Un piccolo numero di scribi e di farisei fanatici, pieni di ipocrisia e di malvagità, che, a causa della loro malizia e della gelosia, si opponevano alla Dottrina divina, che sola poteva salvare e santificare il popolo. « Lasciateli! Sono ciechi e guide di ciechi. E quando un cieco guida un altro cieco, tutti e due cadranno in un fosso! » (Matt. XV, 14) « Ai tempi del Concilio Vaticano – dice il cardinale Manning – alcuni pensavano che la Dottrina cattolica dell’infallibilità del Papa non dovesse essere definita, per timore che gli scismatici e gli eretici non dovessero essere respinti ulteriormente fuori dalla Chiesa. La ragione non era buona, la ragione per cui prevaleva la definizione del dogma in questione era che i Cattolici hanno il diritto di essere istruiti dal Concilio su ciò in cui devono credere in un modo così incisivo, onde evitare che l’errore pernicioso del tempo infetti le menti semplici e le masse del popolo inconsapevoli, così come pure i Padri di Lione e di Trento si ritenevano obbligati a stabilire la dottrina della Verità, resistendo all’offesa che potesse essere fatta agli eretici scismatici. Se la Verità viene cercata con sincerità, non sarà respinta, ma al contrario, attrarrà a noi, quando si vedrà su quali basi poggiano principalmente le verità insegnate dalla Chiesa Cattolica. Ma se qualcuno di loro si sente respinto dall’affermazione della Verità, lo è perché essi cercano un pretesto per non aderire alla Chiesa Cattolica. (Vedi Postulatum del Conc.Vat.). – Se desideriamo che tutti coloro che non sono membri della Chiesa Cattolica cessino di ingannare se stessi sul vero carattere della loro fede e proponiamo loro considerazioni che possano contribuire a tale risultato, non è certo per l’inimicizia alle loro persone, né per l’indifferenza al loro benessere. Finché essi resteranno vittime di una delusione tanto grave, quanto ad esempio quella che rende l’ebreo ancora aggrappato alla sua sinagoga decaduta, e che solo un miracolo di grazia può dissipare, alcuni di loro probabilmente si risentiranno del consiglio dei loro amici più  veri, non dovendoli considerare come dei nemici. « Il Cristiano – dice Tertulliano – non è il nemico di nessuno, nemmeno dei suoi persecutori. Odia l’eresia perché Dio la odia; ma ha solo compassione per quelli che sono intrappolati nelle sue insidie. Se li esorta o li riprende, non mostra malvagità, ma carità. Sa che sono, tra tutti gli uomini, i più indifesi; e quando la sua voce che avverte è più veemente, sta solo facendo ciò che la Chiesa ha sempre fatto fin dall’inizio [Clama, ne cesses!]. La sua voce è solo l’eco di Essa. Ci è detto che, prima del Concilio di Nicea, la Chiesa aveva già condannato trentotto diverse eresie; e in ogni caso pronunciava l’anatema su quelli che le praticavano. Ed Essa era veramente la portavoce di Dio nel suo ufficio giuridico, così come nel suo ufficio docente, ed in ogni caso pronunciava l’anatema su quelli che le affermavano. La Chiesa è, invero, intransigente in materia di Verità. La Verità è l’onore della Chiesa. La Chiesa è la più onorevole di tutte le società. È al più alto livello d’onore, perché giudica tutte le cose alla luce di Dio, che è la fonte di ogni onore. Un uomo che non ha amore per la Verità, un uomo che racconta una bugia intenzionale o fa un falso giuramento, è considerato disonorevole. A nessuno importa di lui, e sarebbe irragionevole accusare di intolleranza o di bigottismo colui che si rifiuta di associarsi con un uomo che non ha amore per la Verità. Sarebbe altrettanto irragionevole accusare la Chiesa Cattolica di intolleranza, o di bigottismo, o di mancanza di carità, perché esclude dalla sua società e pronuncia anatemi su chi non ha riguardo per la Verità e rimane volontariamente fuori dalla sua comunione . Se la Chiesa avesse creduto che gli uomini potessero essere salvati in qualunque religione, o senza alcuna di esse, non avrebbe avuto nessuna carità nel non annunciare al mondo che “fuori da Essa non c’è salvezza”. Ma siccome Essa sa e sostiene che c’è una sola Fede, poiché c’è un solo Dio e Signore di tutti, e che Essa è in possesso di quella sola Fede salvifica, e che senza quella Fede è impossibile piacere a Dio ed essere salvati, sarebbe molto poco caritatevole da parte sua e di tutti i suoi figli, nascondere la dottrina di Cristo al mondo. – Come mettere in guardia il prossimo, qualora sia in un imminente pericolo di cadere in un profondo abisso, è considerato un atto di grande carità, è un atto di carità ancora più grande avvertire i non Cattolici del pericolo certo di cadere nell’abisso dell’inferno, poiché Gesù Cristo, gli stessi Apostoli e tutti i loro successori, hanno sempre affermato in modo molto enfatico che « fuori dalla Chiesa non c’è salvezza ». Questa risposta, pensiamo, sia abbastanza chiara per S. O. L’animus eretico, che caratterizza la sua Queer in Explanation, è proiettato solo a mantenere i protestanti onesti il ​​più lontano possibile dalla Chiesa Cattolica.

EXTRA ECCLESIAM NULLUS OMNINO SALVATUR (9)

EXTRA ECCLESIAM NULLUS OMNINO SALVATUR (9)

IL DOGMA CATTOLICO:

Extra Ecclesiam Nullus Omnino Salvatur

[Michael Müller C. SS. R., 1875]

§. 8. S. O. CONTINUA A DICHIARARE FALSO QUEL CHE E’ VERO.

Egli (S. O.) continua a citare parte della nostra risposta: ” … le cui dottrine (di Cristo) essi possono interpretare a loro piacimento “.

“Questo è ancora falso”, egli dice; “I protestanti non credono di poter interpretare le dottrine di Cristo a loro piacimento, e chiunque lo affermi travisa l’insegnamento protestante”.  Prima che il nostro aspirante teologo dicesse che la nostra risposta era falsa, avrebbe dovuto dimostrare che i protestanti hanno una regola e un’autorità infallibile per mezzo della quale devono interpretare le dottrine di Cristo, e che non hanno mai interpretato le dottrine di Cristo a loro piacimento. Ma egli sa ovviamente, che non può fornire alcuna prova valida delle sue affermazioni. – Da dove, quindi, noi ci chiediamo, il protestantesimo e tutti gli altri “ismi” sono sorti? Non è forse dall’interpretazione privata della Sacra Scrittura e delle dottrine di Cristo? Il protestantesimo non ha introdotto il principio che “… non c’è autorità divinamente istituita per insegnare infallibilmente, e che: ogni uomo legga la Bibbia e giudichi da sé”? Non è un fatto storico? Monsignor de Cheverus, nei suoi sermoni, si soffermò spesso sulla necessità di una autorità divina nell’insegnare, per rendere incrollabile la fede dei non istruiti e degli ignoranti. Per convincere i protestanti di questa necessità, ripeteva spesso, nei suoi discorsi a loro rivolti, queste semplici parole: “Ogni giorno, miei cari fratelli, leggo le Sacre Scritture come voi, leggo con riflessione e preghiera, avendo precedentemente invocato lo Spirito Santo, eppure, in quasi tutte le pagine, trovo molte cose che non riesco a capire, e trovo grande necessità di qualche autorità che parli, e che possa indicarmi il significato del testo e rendere ferma la mia fede.” E i suoi ascoltatori ne fecero immediatamente l’applicazione a loro stessi. “Se Monsignor de Cheverus – si dissero tra loro – che è più istruito di quanto noi non possiamo comprendere la Sacra Scrittura, com’è che i nostri ministri ci dicono che la Bibbia è per ciascuno di noi una piena e chiara regola di fede, facilmente intesa da se stessi, e non richiede alcun aiuto perché se ne comprenda il significato?” Dal tempo degli Apostoli fino ai giorni nostri, ci sono stati sia uomini non istruiti, così come uomini dotti in ogni tipo di apprendimento, che si sono impegnati a interpretare la Bibbia secondo le proprie opinioni private: la conseguenza fu che gli ignoranti furono condotti in errori per mancanza di conoscenza, mentre i dotti, vi giunsero a causa dell’orgoglio e dell’autosufficienza. Invece di interpretare la Scrittura secondo l’insegnamento della Chiesa ed imparare da Essa ciò in cui dovrebbero credere, hanno cercato essi di insegnare alla Chiesa dottrine false e perverse. Si avvalgono delle Scritture per dimostrare … i loro errori. Dicono di avere le Scritture dalla loro parte, esse che sono la fonte della Verità. Ma quegli uomini illusi non intendono che la verità sia acquisita non solo leggendo, bensì comprendendo le Sacre Scritture. Questa arroganza nell’interpretare la Bibbia secondo la loro fantasia proviene dall’orgoglio. Ma Dio resiste agli orgogliosi e trattiene da loro la luce della fede. Nella punizione per il loro orgoglio e la mancanza di sottomissione all’insegnamento della sua Chiesa, permette a tali uomini di cadere in tutti i tipi di errori, di assurdità e di vizi; Egli permette alle Sacre Scritture, che sono una grande fonte di verità, di diventare per loro una grande fonte di errori, così che a loro possano essere applicate le parole del nostro divin Salvatore: ” … Voi vi ingannate, non conoscendo né le Scritture né la potenza di Dio.”; (Mt XXII, 29.) e di San Pietro, “In esse ci sono alcune cose difficili da comprendere e gli ignoranti e gli instabili le travisano, al pari delle altre Scritture, per loro propria rovina.”. (II Pet. III. 16.) – Gli Adamiti pretendevano di trovare nel Libro della Genesi la purezza dei nostri primi genitori, per cui non dovessero vergognarsi di essere nudi come Adamo ed Eva prima della caduta. Ario pretese di provare, in quarantadue passaggi della Bibbia, che il Figlio di Dio non fosse uguale al Padre. Macedonio sosteneva che dalla Sacra Scrittura poteva provare che lo Spirito Santo non era Dio; e Pelagio affermò, sull’autorità della santa Scrittura, che l’uomo poteva elaborare la sua salvezza senza la grazia di Dio. Lutero asseriva di aver trovato in Isaia che l’uomo non era libero; e Calvino cercò di dimostrare dalla Scrittura che è impossibile per l’uomo osservare i comandamenti. Non c’è errore così mostruoso, nessun crimine così atroce, nessuna pratica così detestabile, che gli uomini perversi non abbiano cercato di giustificare con qualche passaggio della Scrittura. Sant’Agostino chiede: “Da dove sono emerse le eresie e quegli errori perniciosi che conducono gli uomini alla perdizione eterna?” e risponde: “Sono risorti da questo: che gli uomini comprendono male le Scritture, e quindi ritengono presuntuosamente e con forza ciò che comprendono così ingiustamente”. (In Giovanni tr. XVIII.) Quindi, “il Vangelo – come S. Girolamo osserva – per loro non è più il Vangelo di Cristo, ma il Vangelo dell’uomo, o del diavolo: poiché il Vangelo consiste, non nelle parole, ma nel senso, della Scrittura: pertanto, con una falsa interpretazione il Vangelo di Cristo diventa il vangelo dell’uomo o del diavolo.” – “I miei pensieri – dice il Signore, non sono come i tuoi pensieri, né le tue vie sono le mie vie; poiché, come i cieli sovrastano la terra, anche così le mie vie  sovrastano le tue vie e i miei pensieri sovrastano i tuoi pensieri. “(Isaia LV, 9). Chi, quindi, per sua ragione privata , presumerà di sapere, giudicare, dimostrare, interpretare, le vie imperscrutabili di Dio e gli incomprensibili divini misteri, nascosti nella Sacra Scrittura? ” … Come posso comprenderlo, se nessuno me lo spiega?” (Atti, VIII. ). – Riassumendo quanto è stato detto: Nell’ordine del tempo, la Chiesa Cattolica precede la Scrittura. Non era ancora il tempo in cui esisteva un’autorità divina visibile e parlante, a cui non era dovuta la sottomissione. Prima della venuta di Gesù Cristo, quell’autorità tra gli ebrei era nella Sinagoga. Quando la Sinagoga fu sul punto di fallire, apparve Gesù Cristo stesso; quando questo personaggio divino si ritirò, lasciò la sua autorità alla sua Chiesa e con Essa il suo Santo Spirito. Tutte le verità che crediamo essere divine e che sono oggetto della nostra fede, sono state insegnate dalla Chiesa e credute da milioni di Cristiani, molto prima che essi si impegnassero a scriverle, e che così hanno formato ciò che è chiamato il Nuovo Testamento. E quelle verità sarebbero rimaste fino alla fine del mondo, pure e inalterate, se lo stato primitivo fosse continuato; cioè, se non fosse mai sembrato buono a nessuno degli uomini apostolici, come ad esempio a San Luca, il dedicarsi a scrivere ciò che avevano imparato da Cristo; … lo ha fatto, egli dice, perché Teofilo, a cui scrive, potesse conoscere la verità di queste parole in cui era stato istruito. – Perciò un Cattolico non forma mai la sua fede leggendo le Scritture; la sua fede è già formata prima che cominci a leggerle; la sua lettura serve solo a confermare ciò che ha sempre creduto; cioè, conferma la dottrina che la Chiesa gli aveva già insegnato. Di conseguenza, se questi libri non fossero esistiti, la credenza nei fatti e nelle verità del Cristianesimo sarebbe stata sempre la stessa; e non si sarebbe indebolita se quei libri non fossero più  esistiti.  Siccome la Chiesa Cattolica ha fatto conoscere ai Cristiani quei fatti e queste verità molto prima che fossero messe per iscritto, solo Essa avrebbe potuto giustamente decidere, e affermare infallibilmente, quali sono i libri, e quali no, che contengono la pura dottrina di Cristo e dei suoi Apostoli; solo Essa conosceva e sapeva quali fossero i libri, e quali no, ispirati divinamente; Essa sola poteva e faceva di quell’ispirazione un oggetto di fede; solo Essa può, con un’autorità infallibile, dare il suo vero significato e determinare l’uso legittimo delle Sacre Scritture. Sebbene la Scrittura, la vera parola di Dio, non sia per noi una regola di fede, presa indipendentemente dall’autorità di insegnamento dei pastori della Chiesa, i successori degli Apostoli, tuttavia non è inferiore alla Chiesa per eccellenza e dignità. È essa ispirata, santa e divina. Quindi, è consuetudine della Chiesa erigere un trono nel bel mezzo dei Concili, su cui pone i Libri Sacri come presidenti dell’assemblea, occupando, per così dire, il primo posto e decidendo con autorità suprema. Quando si celebra la Messa, la Chiesa desidera che i fedeli, durante la lettura del Vangelo, si alzino e rimangano in piedi per mostrare la loro riverenza per le sacre Verità. Noi veneriamo le Scritture come un sacro deposito che ci è stato tramandato dai buoni antenati, contenente la verità nel suo momento più alto, le lezioni pratiche di salvezza morale e i fatti della storia relativi alla vita del nostro divino Salvatore e alla condotta dei suoi discepoli, eminentemente interessante e istruttiva. Per tutto questo siamo loro molto grati. – Inoltre, le Scritture costituiscono un potente aiuto per sostenere, con l’evidenza dei contenuti, sia l’autorità divina della Chiesa, sia le divine verità della fede che abbiamo ricevuto da Essa, applicandole in suo aiuto a ciascun articolo, e dando lucentezza al tutto. Così Teofilo, quando lesse quella ammirabile narrazione che San Luca compilò per lui, fu sempre più confermato nella verità delle cose in cui era stato istruito. (San Luca, 1-4). – Per quelli, tuttavia, che rifiutano l’autorità divina della Chiesa, le Sacre Scritture non possono più essere degli scritti autentici e ispirati; non sono per loro la parola di Dio; perché non hanno nessuno che possa dire loro, con la divina certezza, quali libri siano, e quali  non siano, divinamente ispirati; non hanno nessuno che, nel nome di Dio, possa comandare loro di credere nell’ispirazione divina degli scrittori di quei libri. Spiegandoli come loro, secondo la loro fantasia e traducendoli in modo favorevole ai loro errori, essi hanno, nelle Scritture, non il Vangelo di Cristo, ma quello dell’uomo o del diavolo, allestito solo per confermare l’ignoranza nei loro errori, e i dotti nel loro orgoglio e presunzione. Leggiamo, nel Vangelo di San Matteo e di San Luca, che satana si nascose all’ombra della Scrittura quando tentò il nostro divino Salvatore. Ha citato brani della Sacra Scrittura, per tentarlo con l’ambizione e la presunzione. Ma Egli gli rispose: “Vattene, satana, è scritto: Non tenterai il Signore Dio tuo”. satana, così sopraffatto, partì per un tempo. Ma non molto tempo dopo, sotto la maschera di Ario, Nestorio, Pelagio, Lutero, Calvino, Giovanni Knox, Enrico VIII e una miriade di altri eresiarchi, rinnovò i suoi attacchi a Gesù Cristo, nella persona della Chiesa Cattolica. Questo demone è l’eresia, che si nasconde sotto l’ombra della Scrittura. Se satana avesse pronunciato bestemmie, sarebbe stato subito riconosciuto, e gli uomini sarebbero fuggiti da lui con orrore. Quindi egli li inganna sotto l’aspetto del bene; ripete i passaggi della Sacra Scrittura, e gli uomini lo ascoltano con naturalezza e sono propensi a credergli e seguirlo. Ma il buon Cattolico gli risponde: “Vattene, Satana! È scritto, colui che non ascolterà la Chiesa, sia per te come un pagano e un pubblicano.” (Matteo XVIII, 16). Questo è il grande, l’infallibile e l’unica regola di fede che conduce a colui che l’ha data, Gesù Cristo. – “Gli eretici e i cattolici ai quali San Domenico predicò il Vangelo misero insieme per iscritto gli argomenti più forti in difesa delle loro rispettive dottrine. Gli argomenti cattolici furono l’opera di San Domenico, che confermò la Dottrina Cattolica con molti passaggi della Sacra Scrittura. Anche gli eretici citavano la Sacra Scrittura a conferma della loro dottrina. Fu proposto che entrambi gli scritti dovessero essere affidati alle fiamme, in modo che Dio potesse dichiarare, con la sua stessa intervento, quale causa avrebbe favorito. Di conseguenza, fu fatto un grande fuoco; e le due scritture furono gettate in esso: quella degli eretici fu subito ridotto in cenere, mentre quella del Cattolico rimase incolume, dopo essere stata gettato nel fuoco per tre volte, venne estratta incolume. Questo miracolo pubblico avvenne a Fanjaux; il frutto di ciò fu la conversione di un gran numero di eretici di entrambi i sessi. Lo stesso tipo di miracolo è accaduto a Montreal. San Domenico redasse una breve esposizione della Fede Cattolica, con la prova di ogni articolo del Nuovo Testamento. Diede poi questo scritto agli eretici per essere esaminato. I loro ministri e capi, dopo molti alterchi a riguardo, acconsentirono a gettarlo nel fuoco, dicendo che, se fosse bruciato, avrebbero considerato la dottrina che esso conteneva, come falsa. Essendo stato per tre volte buttato nelle fiamme, non rimase danneggiato. -Ringraziamo incessantemente Dio Onnipotente per la grazia di essere figli della Chiesa cattolica. San Francesco di Sales esclama: “O Signore caro, molte e grandi sono le benedizioni che hai riversato su di me, e ti ringrazio per esse, ma come potrò mai essere in grado di ringraziarti per avermi illuminato con la tua santa fede? Dio! La bellezza della vostra santa fede mi appare così incantevole, che muoio di amore, e immagino di dover custodire questo dono prezioso in un cuore tutto profumato di devozione. “Santa Teresa non cessò mai di ringraziare Dio per averla resa figlia della santa Chiesa Cattolica, la sua consolazione nell’ora della morte era di gridare: “Muoio figlia della santa Chiesa, muoio figlia della santa Chiesa”. – Tutto ciò è innegabilmente vero; con quale diritto, quindi, S. O. chiama falso ciò che è un fatto ben noto ed una verità innegabile? E non dice egli stesso: “La dottrina protestante della regola di fede – l’interpretazione privata di ciascuno, della parola scritta di Dio – è senza dubbio errata”? Non si dà spazio alla menzogna con queste parole? Si può capire qualcos’altro nel parlare dell’interpretazione privata diversa da quanto la Chiesa Cattolica interpreti? Cerca di far credere che nessun protestante sensato creda di poter interpretare la Sacra Scrittura a suo piacimento, proprio come ritiene che un privato cittadino abbia il diritto di interpretare le leggi dello Stato come gli pare, prendere le decisioni spettanti alla Suprema Corte. Naturalmente, ogni protestante comprende che deve accettare le decisioni della Corte Suprema. Ma ne segue forse che i protestanti non interpretano la Bibbia a loro piacimento? Che logica stupida è questa? – Proprio dal fatto che nessun Protestante come cittadino privato ha il diritto di interpretare le leggi dello Stato, ma deve seguire la decisione della Corte Suprema, i protestanti stessi dovrebbero, ovviamente, capire che Dio Onnipotente non ha lasciato le sue leggi e la sua parola scritta per essere interpretata da individui privati, ma dalla Chiesa Cattolica Romana, l’autorità suprema nominata da Gesù Cristo per insegnare infallibilmente a tutti gli uomini la sua dottrina, e interpretare infallibilmente la parola scritta o non scritta di Dio. Ma i protestanti hanno respinto questa autorità nell’insegnamento divino e interpretano la Bibbia con un giudizio privata. Ciò significa che questo è sbagliato, ma egli scusa i protestanti per fare ciò che è sbagliato, perché “ciò che sembra così chiaro per noi non è così chiaro agli altri che si trovano in una condizione così diversa dalla nostra, tanto da non poter vedere le cose come le vediamo noi”. … perché non possono? È proprio perché non hanno la fede divina e hanno rigettato Cristo e il suo insegnamento quando hanno rigettato il Maestro divino: la Chiesa Cattolica Romana; e quindi concludiamo di nuovo che nessuno può essere salvato in tale fede.

§ 9. S. O. DICHIARA NON VERO TUTTO QUELLO CHE NON PUÒ CAPIRE.

[Il protestantesimo non è affatto cristiano]

Egli (S. O.) continua dicendo: « La risposta del libro continua: – … Cristo non si cura di ciò che crede un uomo, purché sia ​​un uomo onesto davanti al pubblico. – Io non riesco a concepire come l’autore abbia potuto trarre dalla sua penna questa sentenza! Ciò è completamente falso, all’inizio, a metà e alla fine. La personalità che l’autore definisce come il Cristo dei protestanti è una caricatura che l’autore non avrebbe dovuto associare al Santo Nome ».

Piano, S. O., … piano, dolcemente; voi avete probabilmente letto due trattati, 1° My Clerical Friends e 2° Church Defence scritti da un famoso convertito inglese. L’abile e simpatico scrittore ha, con la forza e la solidità del suo ragionamento, trasformato tutte le pretese della chiesa degli anglicani in un pasticcio perfettamente ridicolo. Sua Eminenza, il Cardinale Wiseman, non ha lasciato loro neppure un centimetro di terreno su cui poggiare il piede, disperdendo così le loro pretese di “… chiesa al vento” ». – « Non è difficile – dice Brownson – volgere in ridicolo gli anglicani e le loro pretese ecclesiastiche, e confessiamo di non aver quasi mai potuto trattare la cosa in modo serio. » Quanto al partito della “chiesa alta”, sua Eminenza il Cardinale Wiseman non ha lasciato nulla a cui ribattere, non ha lasciato loro un centimetro di terreno su cui stare in piedi, e ha disperso al vento le loro pretese di essere una chiesa. Per quanto riguarda i Low-Churchmen, o gli Evangelici – la gente di Exeter Hall – questi si attengono a Calvino e non hanno pretese ecclesiastiche, per cui devono essere collocati nella stessa categoria dei Presbiteriani, dei Riformati olandesi, dei Congregazionalisti e dei Metodisti, i quali collocano l’essenza della religione nelle emozioni e si appoggiano su dogmi di non grande importanza, forse anzi. di nessuna. Sono inconfondibilmente protestanti e altalenano tra fanatismo e l’indifferenza. « Si vede dunque che nient’altro è contemplato da questa gente, se non una caricatura di Cristo. In effetti, non è una caricatura ciò che rimane di un uomo, dopo che le sue braccia, i suoi piedi e la sua testa sono stati troncati? Non si avrebbe una caricatura di Cristo, se si negasse la sua divinità, o la sua umanità, o la sua anima e la volontà umana? Non avresti una caricatura del Battesimo, se si battezzasse con il vino, o solo nel nome del Padre, o solo nel nome del Figlio, o solo nel nome dello Spirito Santo? Bene, e allora il Protestantesimo non ha forse mozzato la testa al corpo di Cristo, che è la Chiesa Cattolica? Non ha forse mozzato il Corpo e il Sangue di Cristo nella santa Eucaristia, … il divin Sacrificio di Cristo offerto nella Messa, la Confessione dei peccati, la maggior parte dei Sacramenti, l’invocazione dei Santi? Non ha forse cercato di annientare, se fosse possibile, il Capo e il Corpo di Cristo, la Chiesa Cattolica, ecc.? Che cosa è rimasto nel protestantesimo di Cristo e della sua dottrina, se non una caricatura di Cristo e una caricatura della sua Religione? Perciò San Tommaso dice: « La vera Fede è l’assoluta fede in Cristo e in tutta la sua dottrina. Pagani ed ebrei, negando pubblicamente la sua divinità, sono dei veri infedeli; ma peggio ancora, l’eretico adotta o rifiuta i precetti del Vangelo secondo il proprio giudizio privato, con piena libertà di coscienza. Quindi questo tipo di dottrina, fondata sul giudizio privato, sulla fantasia e sull’interesse degli individui, non è altro che una spaventosa carcassa, uno spaventoso scheletro di Religione, e non è più la dottrina di Gesù Cristo e della sua Chiesa non lo è più di quella di ebrei, pagani o Turchi. » (Rev. E. O’ Donnell’s Comp. Theo. S. Thomas, vol. 2. cap. III.). – O grande San Tommaso e Dottore Angelico della Chiesa! Se S. O. fosse vissuto nel momento in cui TU hai pubblicato quelle parole, le avrebbe definite completamente false, all’inizio, a metà e alla fine !?!. Non ti avrebbe mai perdonato di aver definito la spaventosa carcassa della dottrina protestante, uno scheletro spaventoso di Religione, per dire che essa non è più la dottrina di Cristo e della sua Chiesa più di quella di ebrei, pagani o turchi. Ai tempi di San Tommaso d’Aquino, fortunatamente, sarebbe stato anche molto difficile trovare l’editore di un giornale che, come il Reverendo Padre Cronin, avrebbe allegramente appoggiato la dottrina di S. O. Ahimè! Egli che non riesce a cogliere la differenza tra la Fede Divina e la fede umana – tra la fede dei Cattolici e quella dei protestanti, come potrebbe vedere e comprendere le implicazioni della fede protestante? Egli evidentemente non ha mai imparato la logica, al punto da trarre conclusioni giuste da premesse giuste. Non essendo in grado di vedere che la nostra risposta, il credo in Cristo dei protestanti, è una conclusione molto naturale tratta dalle sue premesse, egli sfacciatamente dichiara che tutto questo è falso, all’inizio, a metà e alla fine. Quanto sia lontano l’inizio della risposta, dove inizi la metà di essa, e quanto lontano essa vada, e dove inizi la sua fine, egli però non lo dice, né fornisce la benché minima motivazione per cui l’inizio della risposta sia interamente non vera, né prova che il mezzo e la fine di essa siano falsi. Tutti gli uomini orgogliosi ed ignoranti danno tali risposte, quando non sono in grado di darne una migliore. È una risposta questa che può dare un predicatore protestante, ma non ce l’aspettiamo certo da S. O.. Se questo non è per lui il modo di dire la verità, una vergogna del diavolo, è però sicuramente il modo migliore per disonorarsi. – Come gli abbiamo spiegato le premesse della nostra risposta, ora dobbiamo anche chiarirgli la conclusione, cioè la risposta tratta dalle sue premesse. Egli dice abbastanza correttamente che « la personalità dell’autore (il Rev. M. Muller, C. SS. R.) stabilisce come il Cristo dei protestanti sia una caricatura che l’autore non avrebbe dovuto associare al Santo Nome. » – « Beh, c’è forse una caricatura peggiore di Cristo che nella personalità dell’Anticristo, come descritto nella Sacra Scrittura? Eppure, quanto spesso la Sacra Scrittura non associa questa caricatura di Cristo al Santo Nome quando parla del vero Cristo? Si ricorda che, come l’apostasia delle genti alla fede patriarcale portò alla luce le peggiori caricature del vero Dio, idoli e idolatria, così, allo stesso modo, l’apostasia dei protestanti dalla vera Fede Cattolica in Cristo, porterà finalmente alla luce la peggiore caricatura del vero Cristo, cioè  la personalità dell’Anticristo. – Un corpo che ha perso il principio della sua animazione, diventa solo polvere. Quindi è un assioma che il cambiamento o la perversione dei princîpi con cui viene prodotto qualcosa, sia la distruzione di quella stessa cosa. Se si può cambiare o pervertire i princîpi da cui scaturisce qualcosa, lo si distrugge. Per esempio, un singolo elemento estraneo introdotto nel sangue, produce la morte; un falso assunto ammesso nella scienza distrugge la sua certezza; un falso principio ammesso nella fede e nella morale è fatale. I cosiddetti “riformatori” hanno iniziato male. Hanno cominciato a riformare la Chiesa ponendola sotto il controllo umano. I loro successori hanno, in ogni generazione, scoperto che essi non sono andati abbastanza lontano ed hanno, ciascuno a sua volta, lavorato per spingerla sempre più lontano, fino a che si sono trovati con una chiesa priva di vita, senza fede, senza religione, e che comincia a dubitare che ci sia un Dio. È un fatto ben noto che, prima della cosiddetta “riforma”, gli infedeli erano poco conosciuti nel mondo Cristiano. Da quell’evento ne sono venuti fuori a sciami. È quindi storicamente corretto che lo stesso principio che ha creato il Protestantesimo tre secoli fa, non abbia mai cessato, da quel momento, di trasformarlo in mille diverse sette, ed abbia concluso coprendo l’Europa e l’America con quella moltitudine di liberi pensatori ed infedeli che pone i Paesi sull’orlo della rovina. – La ragione individuale che prende, come esso vuole, il posto della Fede, rende il vero protestante, che ci creda o no, in un infedele nel germe, e un infedele è un protestante in piena fioritura. In altre parole, l’infedeltà non è altro che il protestantesimo nel più alto grado. Quindi Edgar Quinet, un grande araldo del protestantesimo, ha ragione nel definire le sette protestanti, le mille porte aperte per uscire dal cristianesimo. Non c’è da stupirsi, allora, che migliaia di protestanti siano finiti e continuino a finire nel dichiarare la loro formula così: “io non credo in nulla”. « E qui chiedo: cosa ci sia di più facile, in questo stato di irreligione e infedeltà, che il passaggio all’idolatria? » – Questa affermazione può sembrare incredibile ad alcuni in questi giorni e può essere considerata un’assurdità; ma l’idolatria è espressamente menzionata nell’Apocalisse che giungerà al tempo dell’Anticristo. E, in effetti, la nostra sorpresa si attenuerà molto se prendiamo in considerazione il carattere e la disposizione dei tempi attuali. Quando gli uomini si spogliano, come sembrano fare attualmente, di ogni timore dell’Essere Supremo, di ogni rispetto per il loro Creatore e Signore; quando si arrendono alla gratificazione che loro offre la sensualità; quando danno piena libertà alle passioni umane e dirigono il loro intero studio al perseguimento di un mondo corrotto, con una totale dimenticanza delle condizioni di uno stato futuro; quando danno ai bambini un’educazione senza Dio e non hanno più alcuna religione da insegnar loro, non possiamo dunque dire che la transizione verso l’idolatria sia facile? (è quello che si è oggi visibilmente compiuto con il protestantesimo modernista-ecumenista della “chiesa-sinagoga dell’uomo”, la forma più deleteria di protestantesimo mai esistita – ndr. -). Quando tutti i passaggi a un certo punto vengono compiuti, quale meraviglia se arriviamo a questo punto? Tale fu esattamente la progressiva degenerazione dell’umanità nelle prime ere del mondo, degenerazione che provocò le pratiche abominevoli dell’adorazione degli idoli. Naturalmente, si dirà che abbiamo la felicità di vivere nella più illuminata di tutte le epoche; la nostra conoscenza è più perfetta, le nostre idee più sviluppate e raffinate, le facoltà umane migliorate e meglio coltivate di quanto non fossero mai state prima; in fin dei conti, è certo che l’attuale razza umana possa essere considerata una società di filosofi, se paragonata alle generazioni precedenti. Com’è possibile, quindi, che una tale stupidità possa impadronirsi della mente umana per affondarla nell’idolatria? – Questo tipo di ragionamento è più specioso che solido. Perché, pur concedendo ai tempi presenti che superino il passato per la raffinatezza e la conoscenza, bisogna dire che essi sono proporzionalmente più cattivi. Il perfezionamento della ragione ha contribuito, come tutti sanno, a perfezionare i mezzi per gratificare le passioni umane. Inoltre, per quanto la mente possa essere illuminata, se il cuore è corrotto, gli eccessi a cui un uomo può giungere sono evidenziati dall’esperienza quotidiana. Testimone il nostro moderno spiritismo (spiritualismo). Cos’altro è il nostro spiritualismo moderno se non una rinascita del vecchio culto pagano degli idoli? satana è costantemente impegnato a fare tutto ciò che è in suo potere per attirare gli uomini lontano da Dio e per farsi adorare al posto del Creatore (oggi come baphomet-signore dell’universo addirittura nelle finte chiese cattoliche! – ndt. -). L’introduzione, l’instaurazione, la persistenza e il potere delle varie crudeli e disgustose superstizioni dell’antico mondo pagano o delle nazioni pagane nei tempi moderni, non sono altro che l’opera del demonio. Rivelano un potere più che umano. Dio permise a satana di operare sulla natura morbosa dell’uomo, come punizione meritata per i Gentili per il loro odio per la verità e la loro apostasia dalla religione primitiva. Uomini lasciati a se stessi, solo alla natura umana, per quanto bassi possano essere ed inclini a scendere, mai potrebbero scendere così in basso da adorare il legno o la pietra, animali a quattro zampe ed esseri striscianti. Per fare questo serve un’illusione satanica. – Il paganesimo nella sua vecchia forma era condannato. Il Cristianesimo aveva messo a tacere gli oracoli e riportato i diavoli all’inferno. In che modo il diavolo ha ristabilito la sua adorazione sulla terra e proseguito la sua guerra contro il Figlio di Dio e contro la Religione che ci ha insegnato? Evidentemente solo cambiando le sue tattiche e trasformando la verità in una bugia. Ha trovato uomini in tutti gli eresiarchi che, come Eva, hanno prestato orecchio ai suoi suggerimenti e hanno creduto a lui più che all’infallibile Verbo di Gesù Cristo. Così è riuscito a bandire la vera Religione da interi Paesi o a mescolarla con false dottrine, ha prevalso in coloro che hanno creduto a migliaia di dottrine di uomini vanitosi e presuntuosi, piuttosto che alla Religione insegnata da Gesù Cristo e dai suoi Apostoli. È attraverso le eresie, le rivoluzioni, le abominevoli società segrete ed un’educazione scolastica statale senza Dio, che è riuscito a riportare migliaia di uomini nello stato di ateismo e di infedeltà. È giunto il momento per lui di presentare l’idolatria, che è la sua adorazione: per farlo usa lo spiritismo. Attraverso i medium spirituali esegue meraviglie: dà finte rivelazioni dal mondo degli spiriti, al fine di distruggere o indebolire ogni fede nella rivelazione divina. Si sforza così di ristabilire nelle terre cristiane quello stesso culto del demonio che esiste da tanto tempo tra le nazioni pagane e che nostro Signore Gesù Cristo è venuto ad estirpare. – Le Sacre Scritture ci assicurano che « … tutti gli dei adorati dai pagani sono diavoli (“Omnes dii gentium dœmonia. “–Ps. XCV). Questi demoni si impossessarono degli idoli fatti di legno o di pietra, di oro o argento; avevano templi eretti in loro onore; essi avevano i loro sacrifici, i loro sacerdoti e le loro sacerdotesse. Essi pronunciavano oracoli; venivano consultati, attraverso i loro medium, in tutti gli affari importanti, e specialmente per scoprire il futuro, proprio come sono oggi consultati dai nostri moderni spiritualisti. – Nello spiritismo moderno il diavolo comunica con gli uomini per mezzo di tavole, sedie, tavolette o planchette; oppure lo fa tramite medium, battenti, scriventi, veggenti, parlanti. Per il diavolo è lo stesso, sia che comunichi con gli uomini, sia che li porti fuori strada per mezzo di idoli, o per mezzo di tavoli, sedie, tavolette e simili. Sicuramente, se il filosofo non è governato dal potere della religione, la sua condotta sarà assurda e perfino spregevole per l’individuo più ignorante del rango più basso. Si dice che Socrate, Cicerone, Seneca, avessero la conoscenza di un unico Dio Supremo; ma non avevano il coraggio di professare la sua adorazione, e nella loro condotta pubblica sacrificavano in modo indegno, ad animali e a pietre con il volgo. Quando gli uomini hanno bandito dal loro cuore il senso della Religione e disprezzato i diritti della giustizia, (e non è questo il caso con i numeri?) molti di loro non avranno scrupoli nell’offrire incenso ad una statua, se così facendo assecondano la loro ambizione, il loro interesse o qualunque altra cosa che possa essere la loro passione preferita? Dov’è quindi la sorpresa, se l’infedeltà e l’irreligione si sono sostituite dall’idolatria? Solo questo orgoglio ardente, quando infiammato da un flusso costante di prosperità, può elevare un uomo alla presunzione stravagante di rivendicare per sé gli onori divini; ne vediamo un esempio in Alessandro, il celebre conquistatore macedone, e in vari imperatori di Babilonia e dell’antica Roma. Dalle suggestioni di quello stesso principio di orgoglio, avverrà che l’Anticristo, sostenuto da un continuo corso di vittorie e conquiste, si farà considerare un “dio”. E come a quel tempo, la propagazione dell’infedeltà, l’irreligione e l’immoralità, sarà diventata universale; questa defezione dalla fede, il disprezzo per i suoi insegnamenti, la licenziosità nelle opinioni, la depravazione nella morale, finirà per sradicare ogni influenza della Religione e causare una grande degenerazione nell’umanità, e molti saranno abbastanza abili perfino a sposare l’idolatria, e cedere all’empietà assurda di adorare la peggiore caricatura di Cristo, cioè l’Anticristo, come loro “signore”, alcuni per paura di quanto potrebbero perdere, altri per ottenere ciò che desiderano. Questo sarà evidente per tutte le infedeltà, ed anche nell’idolatria che esiste nel principio protestante del giudizio privato, così come la quercia esiste nella ghianda, come la conseguenza è nella premessa; o, in altre parole, questo principio era solo una potente arma di satana per portare avanti la sua guerra contro Cristo; … dei figli di Belial per combattere i guardiani della legge; della falsa libertà anti-sociale per distruggere la vera e razionale libertà – per rendere adoratori del diavolo gli adoratori di Dio.

[9 – Continua …]