IL PRIMATO SPIRITUALE DI ROMA SECONDO LA COSTITUZIONE PASTOR ÆTERNUS

P. Andrea Oddone s. j.

IL PRIMATO SPIRITUALE DI ROMA SECONDO LA COSTITUZIONE PASTOR ÆTERNUS

S. E. I. MILANO, – 1937

IMPRIMI POTEST

P. Josephus Peano, Præp Prov. Faur., Sol.

Die VII Aprilis MCMXXXVII

Nihil obstat quominus imprimatur

Sac. Carolus Figini, Cens. Eccles.

IMPRIMATUR

In Curia Arch. Medio]; die IV Maii MCMXXXVII

+. P. Castiglioni, Vic. Generalis

INTRODUZIONE

Pio IX apriva solennemente il Concilio Vaticano l’8 Dicembre del 1869, e per le dolorose circostanze della presa di Roma, lo sospendeva il 20 Ottobre con la Bolla Postquam Dei munere. (A.Oppone: Concili-ecumenici e vicende del Concilio Vaticano). Il Concilio promulgò due Costituzioni dogmatiche importantissime, che sono tra i più insigni documenti del Magistero straordinario della Chiesa: la Dei Filius e la Pastor Æternus. Za prima condanna le dottrine razionaliste intorno a Dio, alla creazione, alla rivelazione, alla fede e ai rapporti tra fede e ragione. – « Questa Costituzione, scriveva il Card. Manning, è l’affermazione più larga e più ardita del soprannaturale e spirituale, che si sia mai gettata sino al presente in faccia al mondo ». Fu votata all’unanimità il 24 Aprile del 1870 e approvata solennemente dal Papa. – La seconda determina e dichiara la dottrina rivelata riguardante la podestà pontificia. Fu animosamente discussa con la più ampia libertà, fu oppugnata e tenacemente contrastata sopra alcuni punti, sino all’ultimo, da una minoranza battagliera, e usciva infine vittoriosa il 18 Luglio con. 532 placet, e soli 2 non placet.

Il Concilio Vaticano verrà ricordato e apprezzato sopra tutto per la definizione dell’infallibilità pontificia, con la quale restaurò negli animi il principio di autorità scosso dal razionalismo, senza degenerare in oppressione delle legittime libertà. « L’autorità del Romano Pontefice, diceva Pio IX concludendo quel grande dibattito, non opprime, ma solleva; non rovina, ma edifica, e spesso conferma la dignità, riunisce nell’amore e difende i diritti dei fratelli ».

Presento agli studenti dell’Università Cattolica del S. Cuore una breve analisi della Costituzione Pastor Æternus. Spero in tal modo di colmare qualche lacuna delle mie lezioni e di invogliare, anche mediante riferimenti bibliografici, a studi più profondi intorno a questo argomento, che mira a promuovere sempre più l’attaccamento e la devozione della coscienza cristiana al Romano Pontefice.

P. ANDREA ODDONE S. J.

Professore nell’ Università Cattolica del S. Cuore

I.

RELAZIONE TRA CRISTO E LA Chiesa.

La Costituzione Pastor Æternus consta di un breve prologo e di quattro capitoli. Nel prologo si accenna in generale all’istituzione divina della Chiesa, alla sua natura e al suo scopo. I dottori cattolici, i Padri della Chiesa, i teologi, gli asceti, hanno scrutate le Scritture e la Tradizione per conoscere il posto che Gesù Cristo occupa nel piano divino. Essi hanno sopprattutto studiato S. Paolo, che nelle sue magnifiche Lettere parla così frequentemente e così entusiasticamente di Cristo, e ci dà la più alta idea della pienezza della sua perfezione e della eccellenza della sua missione. « Egli, dice l’Apostolo, è l’immagine di Dio invisibile, generato prima di ogni creatura, poiché in Lui tutte le cose furono create, e quelle che sono nel cielo e quelle che sono sulla terra, le cose visibili e le cose invisibili, e i Troni e le Dominazioni e i Principati e le Potestà. Tutto è stato creato da Lui e per Lui; ed Egli è prima di tutte le cose, e ogni cosa sussiste in Lui. Egli è il capo del corpo, che è la Chiesa, come è il principio, il primogenito di tra i morti, affinché tenga in ogni cosa il primato. Poiché a Dio piacque di fare abitare in Lui tutta la pienezza, e riconciliare per mezzo suo tutte le cose » (Coloss., cap. 1, 15-20). Queste sublimi parole di S. Paolo delineano magistralmente la trascendenza divina di Gesù Cristo, il suo dominio e il suo influsso sopra tutta la creazione. Tutto si riferisce a Lui come a modello, a salvatore, a capo. (Pratt.: Teologia di S. Paolo, Vol. 1, pag: 278: « Il primato di Cristo ») Egli è il perno, l’asse di rotazione, il centro di tutta la storia; attorno a Lui si aggira il mondo morale come il mondo fisico si aggira attorno al sole. Egli comprende tutte le epoche, dirige e modera tutti gli avvenimenti, che senza di Lui non si possono pienamente spiegare, perché, secondo il motto di Tertulliano, Gesù Cristo è la soluzione di ogni questione, la chiave di ogni mistero religioso e profano: Omnis quæstionis solutio est Christus. Gesù Cristo è il principio di ogni armonia nell’universo, è la pace tra il cielo e la terra, è il bacio di Dio con la creatura, dice eloquentemente Vito Fornari: a Lui tutto deve far capo, tutto deve servire a Lui, alla sua gloria. (Vita di Gesù Cristo, Proemio, pag. 27). L’attento e imparziale filosofo della storia scorge facilmente la conferma di questa verità nello svolgersi delle vicende puramente profane, che senza di Gesù Cristo sono per lui come un libro da cui si toglie il principio e il fine. Ma nella storia religiosa e nella storia della Chiesa il fatto è di una evidenza impressionante. Cristo è soprattutto il fondamento incrollabile, l’anima e il compendio di tutto l’edificio religioso. Tutta la teologia s’ impernia in Lui e in Lui si sintetizzano tutti i dogmi. Egli è il fonte unico di ogni grazia, il maestro unico degli uomini, l’unica via di salvezza per il genere umano. Gesù Cristo è come un faro, che attira gli sguardi dell’umanità tutta intera. Domina i secoli che hanno preceduto la sua venuta: l’Antico Testamento è ripieno di Lui, è tutto un’ombra, una figura, una profezia del Messia futuro; Il Nuovo Testamento è la luce vivida del sole atteso, è la realtà, è la storia della vita umana e mortale di Gesù Cristo in mezzo a noi. Dopo la sua morte sul Calvario, Gesù Cristo vive di una vita personale e trionfante in cielo, di una vita mistica, ma reale, nell’Eucaristia, di una vita provvidenziale nella società umana, di una vita soprannaturale nella Chiesa, che è l’opera sua più grande e meravigliosa. (Jesus Christus heri et hodie; ipse et in sæcula. – S. Paolo; Heb., XIII, 8).

* * *

Gesù Cristo è fondatore immediato della Chiesa, cioè di quella società di Cristiani uniti dalla professione della medesima fede e dalla comunione degli stessi Sacramenti, e governati dal Papa e dai Vescovi. E quando si dice che Cristo fondò immediatamente la Chiesa non si vuole significare che Egli con la sua dottrina e con la sua condotta abbia soltanto suscitato un movimento religioso, che poi per evoluzione naturale provocò la formazione della Chiesa, o che abbia semplicemente dato ad altri la potestà di fondarla, ma che di fatto. Egli stesso determinò la natura della Chiesa, cioè i suoi elementi essenziali e la sua forma specifica. – I Vangeli, gli Atti degli Apostoli, le Lettere di S. Paolo e degli altri discepoli, sono i documenti autentici e oggi incontestati; almeno per la vera scienza, dove si legge la storia dell’origine della Chiesa. Da questi documenti risulta chiaramente che la formazione della Chiesa è la prima e, quasi oserei dire, la principale preoccupazione di Gesù Cristo. Nella creazione soprannaturale della Chiesa possiamo distinguere due periodi, l’uno di preparazione, l’altro di organizzazione propriamente detta. Gesù esprime nettamente il pensiero e il proposito di volere fondare una società distinta e separata dalla Sinagoga giudaica. A Simone muta il nome in quello di Pietro, o meglio di Petra, e promette che sopra di lui innalzerà un nuovo edificio: « Tu sei Pietro, e sopra questa Pietra (sopra di te Pietra) edificherò la mia Chiesa ». (Matt. XVI, 18). La promessa fu solennemente fatta da Cristo nella sua qualità di Messia e di Figlio di Dio, ed ebbe una qualche relazione remunerativa per Pietro, che aveva pubblicamente affermato la divinità di Cristo; la promessa fu assoluta, non condizionata. Anche se mancassero altre prove, potremmo dunque legittimamente conchiudere che Cristo deve aver mantenuto la promessa. (Batiffol: La Chiesa nascente, pag. 94-113. — TANQUEREY: De Ecclesia, p. 613, nota). E l’idea sociale della nuova istituzione si ripete sotto altre forme non meno evidenti. Gesù vagheggia un ovile, una casa, una famiglia, una città, un regno. Specialmente l’idea di regno è quella che domina nella predicazione di Gesù. Egli è venuto a stabilire il regno di Dio, il regno dei cieli; attorno al tema di questo regno si aggira il suo insegnamento per un triennio; a questo regno ritorna ancora il suo pensiero negli ultimi colloqui che tiene con i discepoli. E in tutte queste figure e immagini è sempre l’idea sociale che si afferma in modo chiaro, sempre qualche cosa di visibile e di esterno, che deve attuarsi primieramente quaggiù in mezzo agli uomini. (Oddone: La Costituzione sociale della Chiesa, pag. 74). Per innalzare l’edifizio mistico della sua Chiesa, Gesù, come un abile architetto, incomincia a raccogliere i materiali, cioè a scegliere alcuni suoi discepoli, che dovranno essere il fondamento e le colonne dell’edifizio. « E chiamò a sé quelli che egli volle… e ne stabilì dodici che stessero con lui ». (Marco, III, 14. — Cf. Etudes, Anno 1916, Vol. 148-149: Jésus et son oeuvre éducatrice, pag. 51). I dodici non solo dimoravano con Gesù, ma lo accompagnavano dappertutto nelle sue missioni: « E Gesù percorreva le città e i villaggi annunziando la lieta novella del regno di Dio, e lo accompagnavano i Dodici ». (Luca; VIII, 1) Gesù li vuole vicini a sé, specialmente quando compie i suoi miracoli, perché i suoi miracoli insieme con le sue affermazioni, costituiscono la grande prova della divinità della sua missione. Avendoli abitualmente in sua compagnia, Gesù può compiere sopra i Dodici una speciale opera educatrice e impartire ad essi una cultura più intensa. A loro tiene particolari esortazioni, e per loro ha spiegazioni complementari e rivelazioni dei suoi più sublimi misteri. « Parlava alle folle in parabole, dice S. Marco; ma in disparte spiegava poi ogni cosa ai suoi discepoli ».(Marco, IV, 33) Li ammaestra intorno alle più importanti virtù; li adopera in particolari mansioni; promette loro l’ufficio di giudici; li informa separatamente della sua passione e morte e mangia con loro la Pasqua. (FONTAINE: L’Eglise ou le Christianisme vivant, pag. 35). – Al periodo di preparazione tiene dietro il periodo di attuazione. La società è « l’unione stabile di più individui che tendono di comune accordo ad uno stesso fine ». Non ogni moltitudine di uomini quindi costituisce la società, ma solo quella che cospira in modo stabile allo stesso fine. Questa costante cospirazione o tendenza di molti, risulta da alcuni vincoli, che uniscono le volontà e gli sforzi della moltitudine, tra i quali tiene il primo posto l’autorità. Perciò la materia della società è la moltitudine, la forza sono i vincoli e principalmente l’autorità, l’autore è colui che ponendo i vincoli unisce la moltitudine. Ora Gesù Cristo unì e associò i suoi seguaci con un triplice vincolo, cioè con la professione della stessa fede, con i medesimi riti e con lo stesso governo: un vincolo simbolico, un vincolo liturgico, un vincolo gerarchico. A tutti impose la professione della stessa fede: « Andate per tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura: chi crederà e sarà battezzato sarà salvo; chi non crederà sarà condannato ». (Marco, XIV, 15) Per tutti stabilì la comunione degli stessi riti, specialmente del Battesimo e dell’Eucaristia: « Chi crederà e sarà battezzato, sarà salvo. Nessuno se non nasce per acqua e Spirito, può entrare nel regno dei Cieli. (Marco, XIV, 15) — Il pane che io darò, è la mia carne per la vita del mondo. Se non mangerete la carne del Figlio dell’uomo e non berrete il suo sangue, non avrete in voi la vita ». (Giovanni, VI, 52.) Tutti sottopose allo stesso governo, perché ai soli Apostoli, ai quali aveva innanzi promessa la facoltà di legare e di sciogliere, affida la podestà di predicare, di battezzare, di governare e di assolvere. (Matteo, XVIII, 18. — Matt., XXVIII, 19) Inoltre al solo Pietro dà l’incarico di pascere le sue pecorelle. (Giov., XXI, 15). Se creare una società significa raccogliere un gruppo, un corpo di persone, ordinarle tra loro e destinarle ad uno scopo, dar loro una legge e un capo e determinati mezzi di che devono valersi per raggiungere l’intento; allora la Chiesa è evidentemente opera di Cristo. Egli attrasse a sé alcuni pescatori della Galilea, li formò alla sua scuola, trasfuse in essi il suo spirito e diede loro l’incarico di predicare, di presiedere, di dirigere, di condurre le anime al cielo con il soccorso della sua grazia, di continuare insomma la sua missione. Ecco la piccola società di Gesù, la Chiesa, con la sua forma gerarchica nella quale sono bene designate e messe in rilievo le parti dell’autorità. In essa vi sono maestri e vi sono discepoli; vi sono pastori e vi sono pecorelle; vi sono governanti e vi sono governati. Non alla moltitudine, ma a pochi fu detto: Andate, ammaestrate, insegnate le cose che Io ho insegnate a voi, battezzate. Chi ascolta voi, ascolta me; chi disprezza voi, disprezza me. Queste testimonianze del Vangelo già così chiare di per sé, sono avvalorate e confermate dalla interpretazione autentica e non interrotta degli Apostoli e di tutti i secoli cristiani. Gli Atti e le Lettere degli Apostoli ci dicono che si costituì subito, sino dal principio del Cristianesimo, la Chiesa, cioè una moltitudine di chiamati, con un fine determinato, fornita di speciali mezzi, governata da un’autorità istituita da Cristo. I primitivi Cristiani, infatti, attendono alla santificazione delle anime per mezzo dell’esercizio della Religione cristiana. Ai Giudei che domandano a Pietro che cosa devono fare, egli risponde: « Fate penitenza e si battezzi ciascuno di voi nel nome di Gesù Cristo, per la remissione dei vostri peccati; e riceverete il dono dello Spirito Santo ». (Atti, II, 37). Viene descritta nei più interessanti particolari la vita della nuova società. « Erano assidui alle istruzioni degli Apostoli e alla comune frazione del pane e all’orazione… E ogni giorno trattenendosi lungamente tutti d’accordo nel tempio, e spezzando il pane per le case, prendevano cibo con gaudio e semplicità di cuore, lodando Dio ed essendo ben veduti da tutto il popolo. Il Signore poi aggiungeva alla stessa Società ogni giorno gente, che si salvasse ». (Atti, VI, 43.). La società è retta dall’autorità degli Apostoli, che dicono espressamente di avere ricevuto da Dio autorità sui fedeli, di predicare la parola di Dio, per comando di Cristo e si chiamano ministri di Cristo e dispensatori dei misteri di Dio. ((I Cor., 4) « È Gesù Cristo stesso, dice S. Paolo, che alcuni costituì Apostoli, altri profeti, altri evangelisti, altri pastori e dottori… affinché non siamo più fanciulli, sbalzati e portati qua e là da ogni vento di dottrina per la malizia degli uomini e per la loro abilità nello spargere l’errore. » (Efes, IV, 11). Gli Apostoli attribuiscono esplicitamente a Cristo l’istituzione della Chiesa. Essi insegnano che i fedeli formano « una casa spirituale » edificata « sul fondamento degli Apostoli e dei Profeti, con Gesù Cristo stesso come pietra maestra angolare »; (I Pierro, II, 4. — Efes., Il, 20) che Cristo è « capo supremo della Chiesa, la quale è il suo corpo, il complemento di Lui »; (Efes.,.1, 22) che Cristo acquistò la Chiesa « con il suo sangue »; (Atti, XX, 28.) che la Chiesa è la sposa di Cristo, da lui amata, per la quale diede se stesso, « a fine di santificarla e farla comparire davanti a sé  rivestita di splendore ». (Efes., V, 25). Non sono dunque gli avvenimenti politici abilmente sfruttati che abbiano dato origine alla società della Chiesa, così fortemente organizzata sino dai primi giorni della sua esistenza. Essa è già nelle pagine divine del Nuovo Testamento, che rispecchiano esattamente le idee e i voleri di Cristo: essa è opera diretta di Cristo. – Il Concilio Vaticano asserisce solennemente che « il Pastore eterno e il Vescovo delle anime nostre, per rendere perpetua l’opera salutare della sua redenzione, decretò di edificare la Santa Chiesa, nella quale, come nella casa del Dio vivente, tutti i fedeli si mantenessero uniti con il vincolo di una sola fede e di un solo amore ». Lo stesso Concilio riprende coloro che « pervertono la forma di governo costituita da Cristo nella sua Chiesa ». E precedentemente, nella Costituzione De fide, aveva già detto che « affinché noi possiamo soddisfare al dovere di abbracciare la vera fede e di perseverare in essa costantemente, Dio mediante il suo Figlio Unigenito istituì la Chiesa ». (Anzi nel Concilio Vaticano si era già preparata una definizione a questo riguardo. Il che chiaramente significa quale fosse la mente dei Padri del Concilio.). Nel Decreto Lamentabili viene esplicitamente condannato l’errore del Loisy: « Fu alieno dalla mente di Cristo il costituire la Chiesa come società che dovesse durare sulla terra una lunga serie di anni ». (DENZINGER, n. 2052. — CAVALLERA, THESAURUS., N. 309. — Enciclica « Pascendi ». — DENZINGER, N. 2091) Nel Giuramento antimodernista si professa la stessa verità: « Credo fermamente che la Chiesa fu prossimamente e dirittamente istituita dallo stesso Cristo vero e storico ». L’affermazione quindi che Cristo sia autore immediato della Chiesa è storicamente certa e dogmaticamente di fede. Avvertiamo tuttavia che con questo non intendiamo dire che Cristo abbia formato con le sue mani tutte le ruote dell’organismo, che abbia istituiti tutti gli uffici, che la Chiesa avrebbe disimpegnato nel corso dei secoli per adattarsi ai diversi bisogni della società: ma diciamo che ha incaricato gli Apostoli di continuare la sua missione, di predicare la sua dottrina, di applicare alle anime per mezzo dei Sacramenti l’efficacia della sua Redenzione, e che per tutti i secoli li ha investiti di poteri sufficienti per bastare a tutte le esigenze. La Chiesa deriva da Gesù Cristo come l’albero dalla radice, come il fiume dalla sorgente viva e perenne: la Chiesa è l’espansione dello spirito di Gesù in una forma visibile, di cui Egli stesso in molti e vari modi ha dato lo schema e le linee essenziali. (Dieckmann: De Ecclesia, Vol. II, 223).

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Gesù Cristo ha con la Chiesa la relazione di autore e fondatore divino; ma ben diversa dalla relazione di un fondatore di una società umana. L’autore di una società puramente umana, scomparendo dalla scena del mondo, abbandona l’opera sua, e viene spezzato il vincolo giuridico con la società da lui fondata. Forse rimane in qualche modo nei suoi seguaci l’indirizzo che egli ha dato; ma alla sua morte cessa ogni relazione di fondazione. Nessuna società meramente umana sfugge a questa sorte; sono perciò scomparse le società politiche antiche, le false sette religiose e le scuole dei sapienti della Grecia. – La Chiesa cattolica per volontà assoluta ed efficace di Cristo deve invece essere universale e perenne. Questa volontà di Cristo importa una seconda relazione di Cristo con la sua Chiesa, cioè una relazione di assistenza e di presidio perenne, affinché la Chiesa in mezzo a gravissimi pericoli e a lotte continue non solo rimanga sino al termine dei secoli, ma adempia con ogni fedeltà i suoi uffici. « Poiché conveniva, dice Leone XIII, che la missione divina di Cristo fosse perenne, Egli si aggregò dei discepoli della sua dottrina e li fece partecipi del suo potere; e avendo sopra di essi chiamato lo Spirito Santo, comandò loro di percorrere tutta la terra, predicando fedelmente quanto Egli aveva insegnato e comandato, nell’intento che tutto il genere umano potesse conseguire la santità in terra e la felicità sempiterna nel cielo. » (Enciclica. « Satis cognitum ».). – La perennità della Chiesa significa che essa rimarrà sino al termine dei secoli; la indefettibilità indica inoltre che non muterà sostanzialmente in sé, che sarà sempre come Cristo l’ha stabilita, che non verrà mai meno alla missione che le fu affidata. Gesù Cristo ha detto ai suoi Apostoli che le porte dell’inferno non prevarranno contro la Chiesa e che Egli sarà con loro fino alla consumazione dei secoli. (Matt., XXVIII, 20.) Sono espressioni che nei Libri Santi rappresentano una protezione sicura e invariabile di Dio. Quindi nessuna violenza, nessuna seduzione, nessun vizio, nessun errore, potrà mai nuocere agli Apostoli e ai loro successori, nell’insegnare in virtù del loro magistero, nell’amministrare i Sacramenti in virtù del loro ministero. Gesù sarà sempre con il potere insegnante, sarà sempre con il potere santificante, e né l’uno e né l’altro potranno mai venir meno o variare, in mezzo ai pericoli, che vengono dalla violenza esteriore, che nascono dall’incomprensione o dal falso zelo dei discepoli, o che sono creati dall’orgoglio e dalle passioni. (Ollivier: L’Eglise: sa raison d’étre, pag. 106). Lo stesso Gesù Cristo promette ai suoi Apostoli l’assistenza dello Spirito Santo: « Io pregherò il Padre e vi darà un altro Avvocato, affinché rimanga per sempre con voi, lo Spirito di verità, che il mondo non può ricevere ». (Giovanni: XIV, 16) Se la Chiesa non fosse indefettibile, non sarebbe vero che lo Spirito Santo le fu dato sino alla fine dei tempi, per stabilirla incrollabilmente nella verità e nella santità. – Sono eloquentissime le testimonianze dei Padri a questo riguardo. « Non allontanarti dalla Chiesa, dice S. Giovanni Crisostomo, perché nulla vi è più forte della Chiesa. La tua speranza è la Chiesa: essa è più alta del cielo, più vasta della terra. Non invecchia mai, ma è sempre giovane ». (Hom. « De capto Entropio », n. 6.). E S. Agostino scrive: « Fino a tanto che durerà il volgere dei secoli, non verrà meno la Chiesa di Dio o il Corpo di Cristo sulla terra…. Verrà meno la Chiesa se verrà meno il fondamento: ma come può mai venir meno Gesù Cristo? Non declinando Cristo neppure la Chiesa declinerà in eterno ». (In Psalm. LXXI, n. 8. — Enarratio in Ps. CIII, Serno II, n. 5).

La Chiesa fu istituita per la salvezza degli uomini, per indicare loro la via del cielo e somministrare loro i mezzi. Se essa non fosse indefettibile, se essa potesse variare cambiando dottrine e istituzioni, non sarebbe più la vera arca di salvezza. I fedeli dei diversi tempi muterebbero l’oggetto della loro fede e più non aderirebbero alla Chiesa fondata da Cristo.

Questo è l’insegnamento del Concilio Vaticano:

« Cristo volle che nella Chiesa vi fossero pastori e dottori sino alla consumazione dei secoli… e istituì un perpetuo principio di unità e di comunione; affinché sopra di esso si costruisse un tempio eterno ». (DENZINGER, D. 1821). Sino alla fine del mondo rimarrà quindi la Chiesa, rimarranno le sue funzioni e le sue potestà. Non si esauriranno mai i tesori della Chiesa e le sorgenti delle sue grazie; la Chiesa sarà sempre la colonna e il fondamento della verità; non andrà mai soggetta a mutazione la sua forma di governo. (Dieckmann: De Ecclesia. Vol. 225; n. 924.). Per questa ragione la Chiesa è veramente, come dice il Vaticano, « un perpetuo motivo di credibilità e un testimonio irrefragabile della missione divina di Cristo… uno stendardo levato in alto tra le nazioni… un sigillo della sua origine soprannaturale e divina ». Gesù Cristo non solo è autore della Chiesa, non solo la protegge continuamente, ma rimane sempre, anche dopo la sua Ascensione, il suo Capo vivo e vivificante, al quale essa è soggetta. Pietro e i suoi successori, infatti, sono soltanto Vicari di Cristo, non nel senso che non godano di una potestà propria, ma nel senso che qui in terra fanno le veci di Cristo, il vero e proprio Re e Capo della Chiesa, e nel suo Nome e con la sua autorità governano i fedeli cristiani. – Tra Gesù Cristo e la Chiesa esiste non solo una relazione morale e giuridica, ma anche una relazione più intima e più corrispondente. ai disegni divini e all’indole della Chiesa, una relazione cioè di perenne flusso vitale nella Chiesa, considerata come società religiosa santificatrice delle anime. S. Paolo, volendo illustrare questo concetto, ci presenta spesso la Chiesa come « corpo di Cristo ». Nella I Lettera ai Corinti dice: « Voi siete il corpo di Cristo e ciascuno poi individualmente, sue membra…. Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo?».(Lettera I Cor., cap. XII, 27; cap. VI, 15) Scrivendo agli Efesini dice nuovamente: « Ed egli alcuni costituì apostoli, altri profeti, altri evangelisti, altri dottori e pastori, per rendere atti i santi all’opera di ministero, per l’edificazione del corpo di Cristo ». (Efes., IV, 1 segg. — Cf. .V, 23) E ancora nella Lettera ai Colossesi: « Egli è il capo del corpo che è la Chiesa ». (Coloss., I, 18). Questo modo di considerare la Chiesa come « corpo di Cristo » dopo S. Paolo, divenne comune non solo presso i SS. Padri e i Dottori, ma presso il popolo cristiano e si può dire la definizione cristiana della Chiesa, come osserva il Franzelin. (De Ecclesia, pag. 308). L’Apostolo, parlando della Chiesa come corpo di Cristo, non intende certamente il corpo di Cristo fisico,  formato da Maria Vergine per opera dello Spirito Santo, offerto per noi nel sacrificio del Calvario, presente anche adesso in terra nell’Eucaristia; né intende un corpo morale, con il qual nome viene designata qualunque società; ma lo considera in un senso speciale, che non si verifica in nessun altro organismo. Gesù Cristo è Capo vivificante della Chiesa suo Corpo. La vita che Egli comunica alla Chiesa è la vita soprannaturale, la vita della grazia e della filiazione divina, (Rom. VI, 1 segg., VIII, 1. — Tit, IV, 5), una vita quaggiù nascosta sotto il velo del mistero, ma che sarà poi manifestata in cielo. (1 Cor., XIII, 10; 27 Cor., IV, 16). Questa vita viene comunicata, secondo la volontà di Cristo, ai singoli uomini, come a membri del Corpo di Cristo, cioè della Chiesa. Da Cristo, Capo e fonte unico, discende quindi questa vita nell’organismo e si diffonde in tutte le parti; dalla pienezza di lui noi tutti riceviamo. Il fine della Chiesa perciò consiste nel rendere gli uomini partecipi dei frutti della Redenzione di Cristo e insieme nel formare con essi un organismo soprannaturale, quasi la famiglia di Dio, (Efes., II, 19; II, 6; III, 6.) anzi un corpo vivo, congiunto con il capo vivo « dal quale tutto il corpo ben fornito e ben compaginato per mezzo di giunture e di legamenti, riceve l’aumento di Dio ». (Coloss., II, 19: — Cf Efes, II, 21; IV; 15) A questo corpo e alla sua vita servono tutti i carismi e i ministeri, che Cristo diede alla sua Chiesa, la quale è la pienezza di Cristo. (1 Cor., XII. — Rom; XII. — Efes., IV, 11). Nel suo Vangelo Gesù Cristo aveva paragonato se stesso alla vite e i suoi discepoli ai tralci inseriti nella vite, dalla quale traggono il succo vitale. (Giov. XV, 1). S. Agostino commentando questo passo del Vangelo di S. Giovanni osserva: « Quando il Signore dice di essere Egli la vite e i discepoli i tralci, lo dice secondo che Egli è capo della Chiesa e noi siamo suoi membri… La vite e i tralci sono della stessa natura. Perciò essendo Dio, la cui natura noi non siamo, si fece uomo, affinché in esso fosse vite, cioè natura umana, della quale anche noi uomini possiamo essere tralci ». (Tract. in Jo., 80,1. — S. Tomaso, seguendo le orme dei Padri, trattò spesso e profondamente di questo tema nelle sue opere, e specialmente nella Somma Theol. (III q. 8) e nella questione De Veritate (q. 29 a. 4). Giustamente, quindi, la Chiesa è chiamata Corpo mistico di Cristo, cioè non fisico, non soltanto morale, né del tutto maturale, ma soprannaturale, il mistero cioè della Chiesa, della sua vita e della sua unione con Cristo. Questo concetto non solo ci fa meglio comprendere la natura della Chiesa, ma diffonde anche splendidissima luce sulle altre  dottrine della nostra fede, specialmente su quelle che concernono i sacramenti. (Dorsch: De Ecclesia, pag: 355.— Cf. Enciclica « Satis cognitum » di Leone XIII).

II.

IL PRIMATO DI S. PIETRO

La Chiesa è una società gerarchica, cioè una società ineguale, il cui potere fu conferito da Cristo non già a tutti i fedeli, ma al Collegio degli Apostoli e ai loro successori. (La società nella quale tutti i soci godono per riguardo all’autorità degli stessi diritti, in modo che nessuno possa esercitare l’autorità se non per delegazione degli altri, si dice uguale o democratica. Se invece il governo della società per uno speciale diritto appartiene ad uno o a più soci; si ha la società ineguale, la quale, se è sacra, si dice società gerarchica. La parola gerarchia etimologicamente considerata significa principato sacro o sacro impero: se si prende in astratto significa la stessa potestà sacra; in concreto denota la persona o il ceto di persone che tengono ed esercitano l’autorità. La società gerarchica può avere la forma aristocratica o monarchica.). Nella Chiesa quindi vi sono i sudditi e vi sono i capi, ma questi capi governano non per delegazione dei sudditi, ma per istituzione divina. Solo ai Dodici e ai loro successori legittimi, Gesù Cristo conferì i poteri, che Egli aveva ricevuti dal Padre, cioè il potere di dirigere, di santificare, d’insegnare. – Sorge ora la questione intorno alla forma di questa gerarchia ecclesiastica, cioè se la Chiesa per volere divino sia una società aristocratica, nella quale l’autorità somma risieda presso il Collegio degli Apostoli uguali tra di loro, oppure sia una società monarchica, in cui Cristo abbia designato un capo al Collegio Apostolico. Il Concilio Vaticano afferma che Gesù Cristo ha istituito la Chiesa in forma monarchica: « Insegniamo e dichiariamo, secondo la testimonianza del Vangelo, che il primato di giurisdizione su tutta la Chiesa di Dio, fu promesso e dato da Cristo Signore immediatamente e direttamente al beato Apostolo Pietro ». (Costituzione « Pastor afernus », cap. I) – Già S. Leone IX aveva rivendicato, contro Michele Cerulario (1053), i privilegi di Pietro. (DENZINGER, n. 351) Giovanni XXII aveva condannato (1327) la concezione oligarchica sostenuta da Marsilio da Padova nel suo Defensor pacis. Più tardi Innocenzo X fece censurare-come eretica dal S. Officio (24 gennaio 1647), una proposizione gallicana che tendeva a stabilire un’eguaglianza assoluta tra S. Pietro e S. Paolo. (DENZINGER, n. 1901) Ma era riservato al Vaticano di formulare a questo riguardo una definizione. –

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La parola « primato » indica in generale una qualunque preminenza. Si suole distinguere in modo speciale un triplice primato: il primato di onore, il primato di direzione o di ispezione e il primato di giurisdizione. Il primato di onore non importa alcuna autorità né  alcuna direzione, ma soltanto una mera precellenza di onore fondata in una certa equità. Colui che gode di questo primato viene nominato per il primo nelle assemblee, siede al primo posto e per il primo dice il suo parere, ma non influisce in alcun modo. nel reggere o nel dirigere, se non forse con il suo esempio. Il primato di direzione o di ispezione è privo anch’esso di ogni potestà veramente precettiva, ma non è limitato da confini soltanto onorifici. Benché infatti non diriga gli altri propriamente come sudditi, possiede tuttavia il potere di procurare che ogni cosa proceda convenientemente in un determinato affare. Questo primato compete per esempio nei Parlamenti ai Presidenti delle due Camere, che concedono o tolgono o restringono la facoltà di parola, stabiliscono l’ordine delle cose che devono trattarsi, pongono termine all’assemblea, reggono con la parola e applicando gli statuti, lo svolgersi di ,una seduta parlamentare. – Il primato di giurisdizione include una vera e suprema potestà di giurisdizione, alla quale tutti i soci sono tenuti ad ubbidire. Non è tuttavia contro la ragione di questo primato che vi siano nella stessa società altri membri forniti di vera e propria potestà di comandare, anzi la ragione del primato non richiede che questi altri veri superiori ricevano il loro potere dal capo supremo. La ragione del primato esige soltanto questo che colui che ne è investito, non abbia nella società nessuno superiore e nessuno pari, ma che tutti i soci, sia singolarmente sia collettivamente presi, a lui ubbidiscano come veri sudditi. – Il primato di cui parla il Vaticano non è altro quindi che la potestà di giurisdizione, estensivamente universale ed intensivamente somma, concessa immediatamente da Cristo a Pietro, di reggere e ammaestrare tutta la Chiesa. Più brevemente si potrebbe dire che il primato è la giurisdizione gerarchica monarchica. Si tratta perciò di un primato di governo, di un’autorità reale, esigente da tutti i membri della Chiesa, senza alcuna eccezione, non solamente la deferenza e il rispetto, ma anche la sottomissione propriamente detta, l’ubbidienza esteriore ed interiore. – Questo potere tuttavia, se implica l’unità di comando, non trae seco né la soppressione né l’assorbimento delle giurisdizioni secondarie, e nemmeno la centralizzazione di tutta l’amministrazione ecclesiastica.

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Avversari del primato sono dapprima tutti coloro che sostengono la costituzione democratica della Chiesa. Marsilio da Padova afferma che Pietro non ebbe maggiore autorità degli altri Apostoli né fu in alcun modo loro capo e che Cristo non lasciò nella Chiesa alcun suo vicario. (DENZINGER, n. 496.). I Protestanti collocano ogni autorità sacra nella comunità cristiana, nel popolo: ogni fedele è sacerdote. Gli Anglicani e gli Orientali separati ammettono la forma gerarchica della Chiesa, ma non monarchica: il primato fu concesso da Cristo a tutto il Collegio Apostolico: Pietro ebbe un primato soltanto di onore. I Giansenisti e i Gallicani ammettono il primato di Pietro, ma vogliono che gli sia stato conferito non direttamente e immediatamente dallo stesso Cristo, ma dalla Chiesa, in nome della quale Pietro ricevette la potestà. Secondo i Modernisti infine « Pietro non sospettò nemmeno che a lui fosse affidato da Cristo il primato sopra tutta la Chiesa », (DENZINGER, n. 2055). – Contro questi errori lancia la condanna il Vaticano, dopo avere esposta la dottrina cattolica: « Se qualcuno dice che il beato Pietro apostolo non fu costituito da Cristo Signore principe di tutti gli Apostoli e capo visibile di tutta la Chiesa militante, oppure che il medesimo Pietro ha ricevuto direttamente e immediatamente dallo stesso Gesù Cristo Signor nostro solamente un primato d’onore, e non di vera e propria giurisdizione, sia anatema ». (Pastor Æternus; cap. I). Bisogna quindi riconoscere a Pietro un primato effettivo e di diritto divino.

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PRIMATO DI Pietro NEL VANGELO. — Il Vangelo contiene con indiscutibile chiarezza la dottrina del primato di Pietro. Nel Vangelo Pietro occupa un posto privilegiato, emerge sopra gli altri Apostoli ed è messo in evidenza in tutte le occasioni importanti. Da Gesù egli riceve un nome simbolico: «Tu sei Simone, figlio di Giuda. Ti chiamerai d’ora innanzi Cefa, che vuol dire Pietra ».(S. Giov. I, 42). Pietro appare spesso come interprete degli altri Apostoli e Gesù Cristo e i suoi compagni sembrano accettarlo come tale. Nella Trasfigurazione S. Pietro parla a Gesù ed è come in risposta a lui che la voce si fa udire attraverso alla nube: « Questi è il Figlio mio diletto: ascoltatelo ». (S. Mrco IX, 7). Nel racconto del giovane ricco è San Pietro che dice: « Ecco. che noi abbiamo lasciato tutto, e ti abbiamo seguito ». (S. Marco X, 8) Pietro richiama l’attenzione del Salvatore sul fico sterile e domanda: « Maestro, quante volte devo perdonare il fratello che mi offende? ». (S. Matt. XVIII, 21). Gesù espone, alla domanda di Pietro, la parabola delle cose che contaminano l’uomo; (S. Matt. XV, 5) lo stesso avviene per la parabola del fattore buono e di quello infedele. (S. Luc. XII, 41). Nella Sinagoga di Cafarnao Gesù tiene un discorso e parla in modo profondo e insinuante dell’Incarnazione e dell’Eucaristia, la quale sarà un prolungamento di essa. Alla fine del discorso, allontanandosi molti suoi discepoli da Gesù, egli chiede ai Dodici: « Anche voi ve ne volete andare? ». San Pietro allora, a nome anche degli altri Apostoli, fa una solenne professione di fede intorno a quelle due verità: « Signore, da. chi andremo noi? Tu hai parole di vita eterna. E noi abbiamo creduto e sappiamo che tu sei il Cristo Figliuolo di Dio ». (1S. Giov. VI, 68). E a Cesarea di Filippo, quando Gesù domanda ai suoi Apostoli che cosa pensino di lui, Pietro risponde: « Tu sei il Cristo Figlio del Dio vivente ». (S, Matt. XVI, 15) In tutte queste circostanze Pietro si fa sempre innanzi, ma in modo così naturale e normale, che non trova una ragione sufficiente nel suo carattere impetuoso, ma suppone una disposizione di Gesù e un tacito riconoscimento della sua superiorità da parte degli Apostoli. (Vernon Ionnson: Ur solo Dio, una sola fede). – Si aggiunga che Pietro appare frequentemente associato a Gesù nella manifestazione taumaturga della sua potenza, e suo compagno e confidente nelle più solenni occasioni. Pietro infatti presiede alle due pesche miracolose. Nella prima Gesù sale sulla barca di Pietro; a lui ordina di spingersi al largo e di gettare le reti; a lui dice: « Non temere, d’ora innanzi tu sarai pescatore d’uomini ». Nella seconda Pietro dirige la barca, si slancia alla riva, tira fuori della barca la rete piena di pesci (S. Luca, V; S. Giov., XXI, 6). Al comando di Gesù, Pietro cammina sulle acque per andare a Lui e viene sorretto dallo stesso  Salvatore, che stendendogli la mano, gli dice: « Uomo di poca fede, perché hai dubitato? ». (Matt., XIV, 28.) A Cafarnao Gesù opera il miracolo della moneta estratta dal pesce, con la quale paga il tributo a Cesare per sé e per Pietro. (S. Matt., XVII, 24). Tra gli Apostoli privilegiati scelti da Gesù per essere testimoni della risurrezione della figlia di Giario, (S. Marco, V, 37), della sua trasfigurazione, (S. Marco, IX, 1) della sua agonia (S. Marco, XIV, 33; S. Matt., XXVI, 37) e per preparare l’ultima cena, (S. Luca, XXII, 8) figura sempre Pietro e sempre in primo luogo. Dopo la sua risurrezione Gesù ha un pensiero speciale per S. Pietro e tra gli Apostoli gli concede il favore, nonostante la sua negazione, di essere il primo testimonio del grande avvenimento. (S. Luca, XXVI, 12-34; I Cor., XV, 5) Come dalla barca di Pietro Gesù tenne il suo primo discorso alle turbe, così nella casa di lui fece il primo miracolo sugli ammalati, risanando la « suocera di Pietro » dalla febbre, e spesso era ospite in questa casa. Per Pietro Gesù prega in modo speciale e a lui predice il genere di morte. (5(5) Ballerini: La Chiesa: Il primato di Pietro). Osserviamo infine che nelle quattro liste del collegio apostolico, che ci hanno tramandato gli Evangelisti, l’accordo non è uniforme per gli altri Apostoli, ma Pietro è sempre nominato il primo. (In qualche caso, in cui questo non si verifica, gli Evangelisti non intendono darci l’elenco, diciamo così, ufficiale dei Dodici, né parlare della loro dignità) Nulla autorizza a pensare che Pietro fosse il più anziano degli Apostoli o che fosse stato chiamato per il primo alla sequela di Gesù, ma questa qualificazione di « primo » non può avere altro senso che quello di una preminenza. Non si può semplicemente vedere in questo un numero di ordine, che sarebbe stato superfluo o avrebbe richiesto di poi un altro numero davanti a ciascun Apostolo. Questi fatti, benché siano indizi da non trascurarsi, non ci dànno tuttavia per sé una prova diretta ed evidente del primato di Pietro. Sono piuttosto qualche cosa di accessorio e preparano in certo qual modo la via all’argomento principale, che si deduce da tre importanti testi evangelici, cioè il « Tu es Petrus », il « Confirma fratres » e il « Pasce oves meas ».Pietro in questi telebri passi è revocato in dubbio da due sistemi interamente opposti. L’uno ammette come autentiche e storiche le parole indirizzate da Gesù a Pietro, ma sostiene che esse non significano affatto che Pietro sia costituito capo della Chiesa di Cristo. L’altro invece concede la forza probativa dei testi per riguardo al primato, ma nega la loro autenticità e storicità. Il punto di vista è comunemente quello degli scismatici e dei protestanti ortodossi; il secondo punto di vista è per lo più quello della critica liberale, cioè dei razionalisti, dei protestanti liberali e dei modernisti. L’esegeta cattolico deve quindi affrontare due quesstioni differenti; i testi sono autentici e storici, non apocrifi; i testi manifestano chiaramente il primato di Pietro. Noi supponiamo provata l’autenticità e storicità dei testi, e ci limitiamo ad una breve spiegazione teologica quale è richiesta da questo lavoro. (Per l’autenticità e storicità dei testi, oltre i lavori scritturali sì confronti il Dict. Théol.: « Primauté » e la rivista Etudes, anno  1909, Vol. 119).

LA PROMESSA DEI. PRIMATO. — Nei dintorni di Cesarea di Filippo, Gesù interroga i suoi discepoli che cosa si dica in mezzo al popolo del Figlio dell’uomo. Varie sono le congetture dei Giudei. Per gli uni Gesù è Giovanni Battista; per altri è Elia; per altri ancora è Geremia o qualche altro profeta risuscitato. « Ma voi, riprende Gesù, che pensate di me?» — « Tu sei il Cristo, il figlio di Dio vivente », risponde immediatamente S. Pietro. Gesù allora ricompensa la fede del suo apostolo con queste parole: « Te beato, o Simone, figlio di Giona, perché non è la carne né il sangue che te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. Ed io dico a te, che tu sei Pietro (Pietra), e su questa pietra edificherò la mia Chiesa, e le porte. dell’inferno non prevarranno contro di essa; Ed Io darò a te le chiavi del regno dei cieli, e tutto quello che tu legherai sopra la terra, sarà legato nei cieli, e tutto quello che tu scioglierai sopra la terra, sarà sciolto nei cieli ». (Matt., XVI, 17). Le parole di Cristo vengono indirizzate al solo Pietro e non a tutti gli Apostoli. Ciò appare innanzi tutto dal testo e dal contesto del discorso. Infatti, alla duplice interrogazione di Cristo viene data una duplice risposta, la prima da tutti gli Apostoli, la seconda dal solo Pietro. Ora Cristo rispondendo alle parole di Pietro, si rivolge non a tutti gli Apostoli, ma a Pietro solo e lo chiama con il nome di Pietro, che Egli stesso gli aveva imposto, e vi aggiunge espressamente il nome del padre. Del resto tutto il tenore del discorso designa chiaramente la persona singolare di Pietro. Giustamente osserva il Caietano: « Con quali parole avrebbe dovuto l’Evangelista indicarci che il discorso era rivolto al solo Pietro? I notai non nominano le persone eredi o legatarie con maggiore precisione di quella usata dall’Evangelista per designare la persona di Pietro ». (De Rom. Pontif. institutione, c. 4). Nelle parole di Cristo è contenuta la promessa del primato di giurisdizione sopra tutta la Chiesa. Questo è evidente per gli stessi razionalisti; anzi l’affermazione perentoria di una vera supremazia gerarchica riconosciuta nel testo a S. Pietro, è il motivo principale e dichiarato che li induce a negarne l’autenticità e la storicità. Pietro è la rocca, il fondamento sopra cui sarà edificata la Chiesa, cioè tutta la comunità visibile dei discepoli di Gesù, e come il fondamento dà unità e coesione, fermezza e stabilità a tutto l’edificio, così Pietro deve essere il principio primo visibile dell’unità e della fermezza della Chiesa. Ma essendo la Chiesa una società, il principio efficiente della sua unità e stabilità non può essere altro che l’autorità piena e suprema. Come nell’edificio materiale ogni cosa si appoggia sopra il fondamento, così nella società ogni cosa dipende dall’autorità. (Zapelena: De Ecclesia, pag. 92). Gesù Cristo promette in secondo luogo di dare a Pietro le chiavi del regno dei cieli. Le chiavi nell’uso biblico e profano significano la potestà suprema nel suo genere: presso i popoli antichi specialmente orientali, dare le chiavi della casa o della città a qualcuno, significava consegnargli il potere sulla stessa casa o città. Il regno dei cieli, di cui si parla qui, è evidentemente la Chiesa militante. Certo a Pietro non si promette l’autorità nel regno della gloria, perché nello stadio finale della Chiesa trionfante, non vi sarà l’esercizio delle chiavi, non dovendosi più nulla aprire o chiudere. Perciò Cristo espressamente soggiunge: « ciò che legherai sulla terra ». Nella Chiesa cristiana quindi, che costituirà quaggiù il regno di Dio sotto il suo aspetto esteriore e sociale, che preparerà il regno di Dio sotto il suo aspetto escatologico e glorioso, l’Apostolo Pietro sarà colui che in nome di Cristo eserciterà la suprema autorità. In nessun altro luogo del Vangelo si legge che Cristo abbia consegnato le chiavi del regno dei cieli agli altri Apostoli. Il senso della metafora delle chiavi viene meglio spiegato dalle parole della terza metafora. Poiché Pietro avrà la suprema giurisdizione nella Chiesa, verrà ratificato in cielo, cioè presso Dio, tutto quello che Pietro legherà o scioglierà sulla terra. Si tratta di vincoli di ordine morale; perciò « legare » significa imporre una obbligazione, « sciogliere » vuol dire togliere l’obbligazione. – Questa potestà sarà universale: « ogni cosa », in ordine, s’intende, all’indole della Chiesa e al fine per il quale fu istituita. Potrà quindi Pietro stabilire tutte quelle cose che sono necessarie o utili al governo di tutta la Chiesa. « Fondamento della Chiesa; chiavi del regno dei cieli; potere di legare e slegare con sentenza efficace »; le tre metafore si completano e si rischiarano a vicenda. Nessun equivoco è possibile: Pietro sarà il capo supremo della Chiesa.

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CONFERMA DEL PRIMATO. — Il primato effettivo promesso a Cesarea viene solennemente confermato da Gesù Cristo, quando affida a Pietro l’incarico di stabilire i suoi fratelli nella fede. « Simone, Simone, ecco che satana ha richiesto che gli siate dati per vagliarvi come il grano. Ma Io ho pregato per te, affinché la fa fede non venga meno, e tu, quando sarai convertito conferma i tuoi fratelli ». (S. Luca, XXII, 31) In questo passo è assicurato a Pietro il privilegio di una fede indefettibile. Preservando Pietro, la cui rovina avrebbe trascinato tutti gli altri, Gesù ha preservati in certo modo tutti. Questo discorso di Gesù presuppone che Pietro fosse il primo degli Apostoli; la sua resistenza o caduta, avrebbe deciso più o meno della resistenza o caduta degli altri. Il testo di S. Luca, se si isolasse, potrebbe riferirsi solamente alla circostanza dello scandalo prossimo degli Apostoli. Ma il suo tenore è assoluto: il che ci autorizza a riallacciarlo alla promessa già fatta a Pietro, roccia incrollabile sulla quale sarà costruita la Chiesa. La nuova dichiarazione di Cristo determina che questa solidità della roccia è quella di una fede, che nulla può scuotere, perché appoggiata sulla preghiera di Cristo. (LAGRANGE: L’Evangile de Jésus Christ, pag. 512)-

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CONFERIMENTO DEFINITIVO DEL PRIMATO. — Il Vangelo di S. Giovanni ci narra il conferimento definitivo del primato a Pietro. Apparendo Gesù un po’ prima dell’Ascensione ai suoi discepoli, chiede a Simone Pietro: « Simone di Giovanni, mi ami più di costoro? — Sì, o Signore, gli risponde: tu sai che io ti amo. — Gli dice: Pasci i miei agnelli. — Gli chiede ancora per la seconda volta: Simone di Giovanni, mi ami tu? — Sì, o Signore, gli risponde: tu sai che io ti amo. — Gli dice: Pasci i miei agnelli. — Gli domanda per la terza volta: Simone di Giovanni, mi ami tu? Si rattristò Pietro, perché  per la terza volta gli avesse domandato: — Mi ami tu? — e gli rispose: Signore, tu sai tutto ; tu conosci che io ti amo. — E Gesù gli disse: Pasci le mie pecorelle ». (S.Giovanni, XXI, 15). Non v’è alcun dubbio che mediante queste parole venga conferito a Pietro il primato di giurisdizione sopra tutta la Chiesa. Gli agnelli e le pecorelle di Cristo non possono significare altro che la Chiesa universale: il verbo pascere, quando si adopera per esseri razionali, equivale al verbo reggere o dirigere: anche i re sono qualche volta chiamati pastori dei popoli. Se quindi al solo Pietro, in quanto è distinto dagli altri Apostoli, viene imposto l’ufficio di reggere tutta la Chiesa di Cristo, ne segue che egli è investito della vera giurisdizione sopra tutti coloro che appartengono alla Chiesa. Come potrebbe adempiere il suo ufficio senza di essa? Aggiungiamo infine che i testi sopra citati furono intesi in tal senso dalla tradizione costante della Chiesa; il che toglie ogni dubbio, che potesse ancora rimanere, dopo la discussione che ne abbiamo fatto. (De Journel: Enchiridion Patristicum. — Cf. Hervé: Théol. Dogm., pag. 331. — Zapelena: De Ecclesia, pag. 103).

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La storia della Chiesa primitiva ci dimostra Pietro nell’esercizio del primato di cui è investito. Dopo l’Ascensione di Cristo, S. Pietro effettivamente parla e opera come capo e dottore della Chiesa universale. Lo dicono chiaramente gli Affi degli Apostoli. Pietro invita i suoi compagni ad eleggere un altro al posto di Giuda e a completare il collegio apostolico, e presiede all’elezione di Mattia. (Atti Apostolici, I, 15). Il giorno di Pentecoste, presentandosi come capo della comunità evangelica, inaugura la predicazione apostolica ai Giudei. (Atti Apost., II, 14) È bensì circondato dagli altri Apostoli, ma è nominato per il primo, come loro capo. Per il primo esercita il dono dei miracoli nella guarigione dello storpio. (Atti Apost., III, 1). Davanti al Sinedrio Pietro rende testimonianza a Gesù Cristo, in nome degli Apostoli e della Chiesa, dichiara ufficialmente la divinità di Colui che il Sinedrio ha condannato a morte. Questa affermazione fatta dinanzi ad una tale assemblea, è la prima grande manifestazione dell’assoluta indipendenza della Chiesa cristiana dalla religione ufficiale dei Giudei. (Atti Apost., IV, 12). Quando si tratta di punire Anania e Safira, questa missione è riservata a San Pietro, come pure a lui tocca di condannare il primo simoniaco Simon Mago. (Atti Apost., V, 1) Egli per il primo con autorità apre le porte della Chiesa ai Gentili, ammettendo al battesimo il centurione Cornelio e i suoi dipendenti senza farli passare per il Giudaismo. (Atti Apost., XI, 1). Pietro ci appare come capo venerato e amato, quando prigioniero del re Erode Agrippa e poi miracolosamente liberato, è oggetto di pena e di preghiere di tutti i fedeli, e anche causa della loro gioia. (Atti Apost.,, XII) Infine nell’assemblea apostolica di Gerusalemme prende per il primo la parola nella questione delle osservanze legali ed esercita manifestamente un primato che nessuno gli contesta. (Atti Apost., XV, 6) Per chi ammette il valore storico degli Atti degli Apostoli, queste testimonianze sono decisive. S. Paolo nelle sue Lettere fa spesso allusione a San Pietro e alla sua autorità. Nella Lettera ai Galati egli dice: « Mi recai a Gerusalemme per visitare lo stesso Pietro e vi rimasi presso di lui quindici giorni. Ma non vidi nessun altro degli Apostoli, eccetto Giacomo, il fratello del Signore ». (Galat., 1, 18) Lo scopo quindi del viaggio di Paolo è quello di incontrarsi con Pietro e intrattenersi con lui. Questo modo di procedere, presentato ai lettori come la cosa più naturale, senza una sola parola di spiegazione, suppone che i fedeli riconoscessero a Pietro un’autorità a parte. Il conflitto di Antiochia tra Pietro e Paolo, che è stato così spesso sfruttato contro il primato di Pietro, è anzi una bella prova dello stesso primato. Perché l’intervento piuttosto rude di Paolo? Perché appunto Pietro non è un Apostolo come gli altri, e l’esempio venuto da lui, collocato in una speciale autorità, sarebbe stato quanto mai dannoso. La reazione di Paolo si spiega quindi per il prestigio unico di Pietro, per il suo grande ascendente sopra i fedeli. Se Paolo non fa maggiori dichiarazioni sul primato di Pietro, ciò si deve al carattere proprio delle sue Lettere, che erano composte per rispondere a qualche situazione particolare e supponevano una chatechesi già esistente. (Galat., II,11.— Cf. Oppone: Teoria degli Atti umani, pag.180. Il primato di Pietro è per così dire impresso anche sui monumenti dell’arte cristiana. (Cf. Ermoni: Ilo primato del Vescovo di Roma, pag. 13). Questo breve studio è sufficiente per fondare una adesione ragionevole, anche per un razionalista, al primato di Pietro. Ogni altra spiegazione o ipotesi opposta all’esegesi cattolica, si presenta fragile e priva di sana critica storica. E sarebbe poi irragionevole esigere nell’esercizio del primato di Pietro quell’estensione che oggi troviamo nel Pontefice di Roma. Questo non era necessario né opportuno al tempo degli Apostoli, tutti eletti da Gesù Cristo come colonne della sua Chiesa. Il dogma del primato di Pietro si andò, come gli altri dogmi del Cristianesimo, sviluppando e precisando nei suoi successori.

III.

PERPETUITÀ DEL PRIMATO DI PIETRO NEL ROMANO PONTEFICE

Gesù Cristo ha istituito la Chiesa sotto forma monarchica, dando a S. Pietro il primato di guirisdizione. L’abbiamo visto nelle pagine precedenti. Possiamo ora domandarci, se il primato fu stabilito da Gesù Cristo con la condizione che rimanesse perpetuamente nella Chiesa; e se tale fu la volontà di Cristo, possiamo ulteriormente insistere e chiedere chi sia colui che succede a Pietro nella dignità del primato. – Bisogna distinguere negli Apostoli e quindi anche in Pietro, l’ufficio di fondatori o iniziatori dell’opera di Cristo, e l’ufficio di pastori della Chiesa. Come fondatori godevano di certe prerogative straordinarie, di certi privilegi personali non trasmissibili: tutti erano ornati di santità eroica, avevano la scienza divinamente infusa delle cose soprannaturali, godevano dell’infallibilità personale nelle cose di fede e di costumi, della potestà di fare miracoli, della giurisdizione universale sui fedeli, almeno delle Chiese che ciascuno di essi fondava. – Queste prerogative non furono trasmesse ai Vescovi successori degli Apostoli. Come pastori gli Apostoli avevano la podestà di governo, di magistero, e di ordine o di santificazione. Questa triplice potestà appartenente all’essenza della Chiesa, essi trasmisero ai loro successori nel Collegio Apostolico. – Il primato di S. Pietro non era un privilegio suo personale, ma apparteneva all’essenza della Chiesa, e fu trasmesso nei Romani Pontefici. Due verità queste che sono definite nel capo II della Pastor Æternus, cioè il beato Pietro avrà per diritto divino perpetui successori nel primato sopra tutta la Chiesa, e i Romani Pontefici saranno per diritto divino successori del beato Pietro nel medesimo primato: « Se qualcuno dice che non è per istituzione dello stesso Cristo Signor Nostro, ossia di diritto divino, che il beato Pietro ha perpetui successori nel primato su tutta la Chiesa o che il Romano Pontefice non è il successore del beato Pietro nello stesso primato, sia anatema ».

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S. Pietro avrà perpetui successori nel primato. La perpetuità dei diritti primaziali di Pietro s’intende in una sola persona fisica, in modo che la Chiesa sarà sempre monarchica per l’istituzione di Cristo stesso. Quando diciamo che il primato durerà sempre, intendiamo parlare di continuità morale, che non s’interrompe nel tempo in cui si elegge un nuovo successore. Possiamo dire che il primato di Pietro fu in parte personale, perché concesso a lui solo e non al Collegio Apostolico, e in parte personale, in quanto non doveva finire con la morte di Pietro, ma doveva trasmettersi ai successori. La Chiesa di Cristo deve essere perpetua, perché  deve continuare sino alla fine dei tempi la missione di salvare le anime. Sarà dunque anche perpetuo il suo fondamento, la sua base, senza la quale non può esistere, cioè sarà perpetuo il primato di Pietro, che fu appunto istituito per dare unità alla Chiesa, come dice il Concilio Vaticano: « Affinché l’episcopato fosse uno e indiviso, e si conservasse nella unità della fede e della comunione tutta la moltitudine dei credenti per mezzo della coesione dei sacerdoti, pose il beato Pietro a capo degli altri Apostoli, e istituì in lui il principio perpetuo e il fondamento visibile di questa doppia unità, volendo che sopra la sua solidità si costruisse il tempio eterno e che sulla fermezza della sua fede si innalzasse la Chiesa sino all’altezza dei cieli ». (« Pastor Æternus »: Prologo) Questo è l’argomento che arreca anche S. Tomaso; (Contra Gentes, lib. 4, cap. 76) il primato deve durare finché dura la ragione per cui fu istituito, la quale ragione è la fermezza e stabilità dell’edificio ecclesiastico. La perpetuità del primato si deduce anche dai testi evangelici citati di sopra per dimostrare il primato di Pietro. A Pietro fu affidato l’ufficio di confermare i fratelli nella fede e di pascere gli agnelli e le pecorelle: ma i fedeli delle posteriori generazioni cristiane appartengono anch’essi all’ovile di Cristo, e Pietro deve confermare e pascere anche questi, non certo direttamente, ma per mezzo dei suoi successori. Anzi la necessità degli uffici del primato è molto più urgente dopo i tempi apostolici. Oggi, infatti, la Chiesa è molto più diffusa che al principio del Cristianesimo, quando i fedeli erano un corpo solo e un’anima sola; gli Apostoli forniti come erano dell’infallibilità e dell’autorità universale, potevano conservare più facilmente nell’unità le diverse Chiese sparse dappertutto; erano di grande aiuto allora i doni carismatici più frequenti che nei tempi posteriori. Tutto questo rendeva meno frequente nei primi tempi della Chiesa nascente l’esercizio del primato. Sono eloquentissime a questo riguardo le numerose testimonianze dei Padri della Chiesa e degli antichi scrittori cattolici, nelle quali si afferma che Pietro vive, governa, insegna nei suoi successori; che la Chiesa ha ricevuto in Pietro e per mezzo di Pietro le chiavi; Pietro dalla propria sede continua a dare la verità della fede a chi la cerca. Riporto le splendide parole che san Bernardo rivolgeva al Papa Eugenio III:« Tu sei il capo dei Vescovi, l’erede degli Apostoli… Vi sono anche  altri clavigeri del cielo e pastori di greggi: ma tu ereditasti l’uno e l’altro nome tanto più gloriosamente quanto più differentemente degli altri. Hanno anche gli altri singolarmente i loro particolari greggi; a te sono invece affidati tutti, e a te solo. Tu sei l’unico pastore non solo delle pecore, ma anche degli altri pastori. Tu mi chiedi come io provi questa mia asserzione? Dalle parole del Signore. A chi, non dico dei Vescovi, ma anche degli Apostoli, così assolutamente e senza eccezione, furono affidate tutte le pecore? Se mi ami, o Pietro, pasci le mie pecorelle. Quali? I popoli di questa o di quella città, di questa o di quella regione, di questo o di quel regno? Le mie pecore, disse Gesù. Evidentemente non designò alcune soltanto, ma le assegnò tutte. Nulla viene eccettuato e nulla viene distinto ». (De Consider. L. 2, cap. 8, n. 15).  La verità di questa dottrina verrà meglio illustrata dalle testimonianze che arrecheremo per la dimostrazione del secondo punto definito dal Concilio Vaticano.

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Il Pontefice Romano è per diritto divino successore di Pietro nel primato di giurisdizione sopra tutta la Chiesa. I razionalisti e i modernisti attribuiscono il primato romano esercitato e riconosciuto sino dai primi secoli nella Chiesa, a cause puramente naturali, come lo splendore della città di Roma e la sua dignità imperiale, l’ambizione dei Vescovi di Roma, la carità e la sollecitudine della Chiesa romana verso le altre Chiese, la necessità di qualche centro comune; che congiungesse tra loro tutti i fedeli e tutte le Chiese. La verità del primato romano si può dimostrare in generale con un argomento di esclusione. Cristo, come abbiamo detto, ha stabilito che Pietro avesse perpetui successori nel primato di giurisdizione, i quali fossero il fondamento perpetuo della sua Chiesa. In qualche luogo e presso qualcuno deve dunque trovarsi questo primato. Ora tra i diversi ceti cristiani oggi esistenti, la sola Chiesa romana si attribuisce ed esercita il primato sopra tutta la Chiesa, e questo essa fa da molti secoli: lo ammettono coloro stessi che le contestano il diritto di questo primato. Bisogna quindi logicamente conchiudere che il primato o non esiste, o se esiste, si trova soltanto nella Chiesa romana. – Si giunge direttamente alla stessa conclusione mediante una via storica di testimonianze e di fatti, che è un monumento apologetico veramente insigne. Affinché l’argomento storico si presenti in tutta la sua forza probativa è necessario premettere alcune osservazioni. – Nella storia ecclesiastica si narra la venuta di S. Pietro a Roma. Che S. Pietro sia venuto a Roma, che vi abbia esercitato l’ufficio di Vescovo della Chiesa romana, e che sia stato martirizzato nella città di Roma sotto l’imperatore Nerone, è ammesso dalla massima parte di storici imparziali, anche estranei al Cattolicismo. Qualche polemista soltanto si ostina a sostenere il contrario per fini che non hanno nulla di comune con la scienza. L’Harnack e il Duschesne considerano la cosa decisa in favore della tradizione. (HarnacK: La cronologia dell’antica letteratura cristiana sino ad Eusebio. — Duschesne: Storia antica della Chiesa. — Per potere affermare che San Pietro fu Vescovo di Roma, non si richiede che sia sempre rimasto nella città di Roma. (Cf. Van Nort: De Ecclesia Christi, pag. 62). La venuta di Pietro a Roma e la sua morte come Vescovo di Roma, apre per i Vescovi di Roma, la successione legittima nel primato universale. Il primato infatti doveva continuarsi, ed è norma generale che i diritti annessi ad una sede si trasmettano insieme con la sede, se non viene in modo positivo disposto diversamente. Bisogna quindi anche nel presente caso applicare questa norma, eccetto che si dimostri che Cristo o Pietro abbiano provveduto alla successione del primato in altro modo, del che non vi è il minimo indizio in nessun documento storico. (Dio poteva stabilire o immediatamente o per mezzo di Pietro, che dopo Pietro il primato continuasse nella sede romana, anche se Pietro non avesse mai occupata quella sede. Le due questioni quindi che Pietro è venuto a Roma e fu Vescovo di Roma e che ai successori di Pietro nella Sede romana compete il primato, non sono per sé strettamente e necessariamente connesse. (Cf. Tanquerey: De Vera Religione, pag. 444, n, 705). – Osservo in secondo luogo che nessuno può ragionevolmente esigere che subito dopo la morte di S. Pietro, il primato dei suoi successori si manifesti sulle altre comunità religiose, con quella attività e intensità, che verrà man mano accentuandosi nei secoli posteriori. Chi attentamente considera la condizione della Chiesa nascente e le difficoltà dei primi tempi del Cristianesimo, facilmente comprende che i successori di Pietro non hanno esercitato frequentemente e solennemente i loro diritti sulle Chiese lontane da Roma, dove spesso governavano personaggi insigni per santità e dottrina. Avveniva perciò che in dette Chiese non si sperimentasse molto l’influsso del primato di Roma, e che in qualche occasione ci fosse qualche tentativo di resistenza. La dottrina e le istituzioni cristiane sono come un seme che, affidato alla terra, non subito manifesta tutta la sua vitalità, né da tutti è convenientemente apprezzato; ma sotto l’influsso divino e delle circostanze del tempo e del luogo, cresce a poco a poco e giunge così lentamente al suo pieno rigoglio. Questo principio di ben inteso progresso dogmatico, si deve applicare al primato romano. Basta quindi far vedere che i germi del primato del Romano Pontefice già si trovano nelle opere dei Padri antichi, che vanno man mano sviluppandosi, in modo, tuttavia, che le numerose e chiare affermazioni dei secoli posteriori non sono altro che la legittima spiegazione di quello che era già insegnato con tutta verità, benché meno chiaramente, nei primi secoli. (Fontaine: La Teologia del Nuovo Testamento).

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Nella tradizione dei primi tre secoli della Chiesa non vi è nulla che veramente si opponga al primato del Pontefice di Roma; troviamo anzi non poche testimonianze, che gli sono favorevoli e che grandemente ci persuadono della sua esistenza. Verso la fine del primo secolo (93-97), il Pontefice S. Clemente, vescovo di Roma, che aveva conosciuto gli Apostoli Pietro e Paolo e che aveva conversato con essi, manda una lettera alla Chiesa di Corinto. Questa Chiesa, fondata da S. Paolo, era turbata da dissidi e controversie interne: i più giovani si erano ribellati ai prebisteri e li avevano cacciati di sede. La Chiesa di Roma intervenne per far cessare uno scandalo così dannoso, per estinguere « una sedizione empia e abbominevole, accesa da pochi-uomini temerari e audaci », per ristabilire la pace e l’unione. « Veniamo a conoscere, o fratelli, scrive il Pontefice, cose molto cattive e indegne della professione cristiana: la forte e antichissima Chiesa di Corinto suscita, per colpa di pochi, sedizione contro i presbiteri… Voi quindi, che avete gettati i principi della sedizione, siate soggetti nell’ubbidienza ai presbiteri e ricevete in penitenza la correzione… Se alcuni poi non ubbidiranno a quello che Cristo dice per mezzo nostro, sappiano che saranno rei di colpa e correranno pericolo grande…: noi saremo innocenti di questo peccato. Ci porgerete gaudio e letizia, se ubbidendo a ciò che vi abbiamo scritto per mezzo dello Spirito Santo, sopprimerete il desiderio di uno zelo intempestivo, seguendo la nostra esortazione di pace e di concordia, che vi esponiamo in questa lettera ». – Il Batiffol chiama giustamente questa Lettera « l’epifania del primato romano ». (La Chiesa nascente, pag. 153. — Cf. Freppel: Padri Apostoli: « Le Lettere Clementine »). La Lettera è caritatevole e dolce: ma non manca in essa il tono autoritativo. Senza mire formalmente teologiche, senza alcuna presentazione dei suoi titoli al primato, Clemente ha coscienza della sua posizione e del suo ufficio: non solo esorta, ma veramente comanda ed esige l’ubbidienza, in forza di una potestà divinamente ricevuta. Chi parla in tal modo si sente in possesso di un potere veramente considerevole. Si pensi che Clemente si accinge a comporre la lite tra i Corinti, mentre è ancora in vita S. Giovanni evangelista, il cui intervento nella faccenda sembrava con diritto richiesto e quasi dovuto dalla sua eccelsa dignità apostolica e dalla condizione e maggiore vicinanza delle chiese orientali, a cui egli presiedeva. Le relazioni tra Efeso e Corinto erano evidentemente più naturali di quelle fra Corinto e Roma. Eppure, da Roma viene l’ammonizione e il rimprovero e l’ordine di ristabilire l’unione. La Chiesa romana era stata sollecitata dai Corinti a intervenire o il suo intervento fu spontaneo? Dalla lettera non si può nulla dedurre con certezza. Se i presbiteri cacciati di sede ricorsero a Roma, il loro ricorso è grandemente degno di nota per la supremazia della Sede di Roma. Perché chiedere l’intervento di una Chiesa così lontana? Se tutte le Chiese erano al principio uguali, tornava certamente più comodo ai Cristiani di Corinto rivolgersi ad una delle floridissime comunità di Tessalonica, di Filippi, di Efeso. Questo appello a Roma non trova ragionevole spiegazione, se non nel fatto che Roma era già considerata come centro dell’unità cristiana: si ricorreva ad essa, perché in essa stava il supremo potere, il primato spirituale. (Bariffol: La Chiesa nascente, pag. 168.). Si aggiunga che il Papa S. Clemente mandò a Corinto i suoi legati, affinché fossero come testimoni e intermediari tra lui e i Cristiani di Corinto. La pace fu ristabilita e tornò l’unione tra i fedeli. Dionisio di Corinto, loro Vescovo, verso il 170, ci fa sapere che la Lettera di Clemente, la Prima Clementis, come si suole denominare, era ancora letta e conservata nella loro Chiesa accanto alle Scritture canoniche. (Freppel, l. c., pag. 184). S. Ireneo infine cita questa Lettera come esempio della particolare autorità, che compete alla Chiesa di Roma a preferenza delle altre Chiese.

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Al cominciare del secolo II, Ignazio di Antiochia ci offre un documento importante della supremazia di Roma. Egli scrive ai Romani una Lettera per supplicarli a non opporsi al suo martirio. (Eusebio: Hist. Eccl., 1. IV, cap. XXIII, n. 11). L’indirizzo di questa Lettera è solenne per i magnifici epiteti con cui designa la Chiesa romana: « Ignazio alla Chiesa che ha ottenuto misericordia per la magnanimità del Padre Altissimo e di Gesù Cristo suo Figliuolo unico; alla Chiesa amata e illuminata dalla volontà di Colui che ha voluto tutto ciò che esiste, secondo l’amore di Gesù Cristo, nostro Dio: alla Chiesa, la quale presiede nel luogo della regione dei Romani, degna di Dio, degna di onore, degna di benedizione, degna di lode, degna di essere esaudita, degna e casta, e prima di tutte nell’amore, in possesso della legge di Cristo, avente il nome del Padre e che io saluto in nome di Gesù Cristo ». – Questa magnificenza di espressioni è un primo indizio che Sant’Ignazio tributa più onore alla Chiesa di Roma che alle altre Chiese a cui scrive. Più sicuro indizio dànno alcune locuzioni, che sono oggetto di accanite discussioni tra i critici. Che cosa significano le frasi « la Chiesa che presiede nella regione dei Romani… che presiede alla carità »? Viene indicata, secondo alcuni celebri scrittori cattolici, la preminenza della Chiesa di Roma sulle altre Chiese. La Chiesa di Roma presiede: questo termine, di cui Ignazio si serve due volte nell’introduzione della Lettera, e che non adopera mai per le altre Chiese, non vuol dire « segnalarsi », ma implica una reale presidenza, un governo e un’autorità sopra altri. La Chiesa di Roma presiede alla carità, alla religione dell’amore: la parola greca « agape », che corrisponde alla parola « carità », significa in questo passo di S. Ignazio, la Chiesa universale. Infatti, questo termine agape più volte negli scritti di Ignazio è sinonimo di Chiesa. Dal momento che una Chiesa locale può essere chiamata « agape », perché questa stessa parola non indicherebbe la Chiesa universale nella Lettera ai Romani? Questo è l’argomento del Funk contro l’Harnack,, il quale sostiene che l’espressione « prima di tutte nell’amore » significa « la più caritatevole, la più generosa, la più soccorritrice di tutte le Chiese. » (Funk: Patres Apost., Vol. I, pag. 252. — Batiffol: La Chiesa nascente, pag. 177). – Qualcuno crede alquanto sforzata questa interpretazione del Funk, e tutt’al più riconosce all’argomento una semplice probabilità. Comunque sia, nessuno può negare che dal contesto dell’indirizzo della Lettera balzi abbastanza chiaro il pensiero di Ignazio sul primato della Chiesa di Roma. Egli loda la fedeltà dei Romani a tutti i precetti di Gesù Cristo, e perché essi sono ricolmi per sempre della grazia di Dio, e perché  sono « puri da ogni estraneo elemento ». Si congratula con loro di avere « istruito gli altri » e di non avere mai « ingannato nessuno », e soggiunge: « In quanto a me vorrei che i vostri precetti fossero praticamente confermati ». Se i Romani hanno istruito « gli altri », questi « altri» rappresentano altre Chiese all’infuori di quella di Roma, le quali Chiese vengono a domandare a Roma o ricevono da Roma, senza averla chiesta, la lezione dei precetti apostolici, dei quali Roma stessa è un più sicuro deposito. (Batiffol: La Chiesa nascente, pag. 178.)

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S. Ireneo, Vescovo di Lione (180) e discepolo di S. Policarpo, è il più esplicito assertore del primato romano verso la fine del II secolo. Per S. Ireneo la Chiesa romana è la « massima e più antica Chiesa, da tutti conosciuta, fondata dai due gloriosissimi Apostoli Pietro e Paolo ». (Haer., II,-2; 3) Nella Chiesa romana, secondo S. Ireneo, si trova la tradizione apostolica, la vera regola di fede: con essa devono concordare le altre Chiese per la sua autorità particolare. Trascriviamo il celebre passo: « Per riguardo alla tradizione degli Apostoli, manifestata in tutto l’universo, è facile ritrovarla nella Chiesa intera, per chiunque cerchi sinceramente la verità. Noi non abbiamo che a trascrivere la lista di quelli, che sono stati istituiti Vescovi e dei loro successori sino a noi… Ma poiché sarebbe troppo lungo in questo libro mostrare questa successione per tutte le Chiese, noi ci accontenteremo di segnalare la tradizione della più grande e della più antica di tutte, di quella che è conosciuta dal mondo intero, che è stata fondata e costituita a Roma dai gloriosi Apostoli Pietro e Paolo. Nel riferire questa tradizione, che essa ha ricevuto dagli Apostoli, questa fede, che ha annunziata agli uomini e trasmessa sino a noi mediante la successione dei suoi Vescovi. noi confondiamo tutti coloro che in qualsiasi modo formano delle assemblee illegittime. Con questa Chiesa è necessario che si accordino tutte le Chiese, cioè tutti i fedeli di qualunque luogo, a cagione della sua particolare autorità (suprema principalità). In questa Chiesa si è sempre conservata la tradizione degli Apostoli da coloro che sono di tutti i paesi ». – La Chiesa di Roma è chiamata da Ireneo massima e principale tra le altre Chiese, non già per maggiore antichità né per ragione dell’apostolicità, ma per motivo della dignità primaziale: Alla Chiesa di Roma devono le altre Chiese conformarsi e sottomettersi: essa è la regola di fede e lo è in forza della sua eminente autorità. (Batiffol: La Chiesa nascente, pag. 260.— Dict. Théol. Cath. « Infallibilité », pag. 1656. — Zappelena: De Ecclesia, pag. 140)) Il Duchesne, a proposito di questa testimonianza di Ireneo, dice che « è difficile trovare un’espressione più precisa dell’unità dottrinale nella Chiesa universale, dell’importanza suprema della Chiesa come testimonio, custode e organo della tradizione apostolica, della sua superiore preminenza nell’insieme della cristianità ». ( Eglises séparées, pag. 216). – Tertulliano, cattolico, riconosce il primato di Pietro, fondamento della Chiesa, depositario delle chiavi del regno dei cieli, investito di pieni poteri per legare e per sciogliere. Tra le Chiese apostoliche ai cui insegnamenti bisogna stare attaccati, quella di Roma, secondo Tertulliano, occupa un posto eminente. Divenuto montanista, combatte gli editti del Pontefice di Roma, ma con le sue parole implicitamente viene ad ammettere che per i Cattolici tali decreti sono perentori. (D’Alés: La théologie de Tertullien, pag. 119). – S. Cipriano, Vescovo di Cartagine, chiama la Chiesa romana: chiesa principale, principio e centro di unità: Petri cathedram atque ecclesiam principalem, unde unitas sacerdotalis exorta est; la dice « radicem et matricem » di tutta la Chiesa cattolica; le altre Chiese stanno alla Chiesa di Roma come raggi al sole, come rami all’albero; come ruscelli alla fonte; secondo San Cipriano la comunione con il Vescovo di Roma è la comunione con tutta la Chiesa. (De Unitate Ecclesiæ.). – Queste testimonianze dei primi tre secoli intorno al primato della Chiesa di Roma, pure essendo qualche volta alquanto indeterminate e incerte, si impongono per la loro importanza ad ogni storico imparziale. « Così tutte le Chiese, scrive il Duchesne, sentono in ogni cosa, nella fede, nel disciplina, nel governo, nel rito, nell’opera di carità, l’incessante azione della Chiesa di Roma. Essa è dappertutto conosciuta, come dice Ireneo, dappertutto presente, dappertutto rispettata, dappertutto seguita nella sua direzione. Davanti ad essa nessuna concorrenza, nessuna rivalità: nessun’altra Chiesa osa mettersi a confronto con essa ». (Eglises séparées, pag. 155). Le testimonianze riportate di sopra ricevono una maggiore luce dai fatti. I Romani Pontefici intervengono con autorità nelle discussioni che sorgono nelle altre Chiese, S. Clemente Romano, come abbiamo visto, calma le agitazioni della Chiesa di Corinto; S. Vittore (189-199) risolve la questione del giorno della celebrazione della Pasqua, e scomunica, o almeno minaccia di scomunicare, i riottosi; Zefirino (199-217) scaccia dalla Chiesa i Montanisti di Asia e di Africa, tra cui Tertulliano; Callisto (217-222) promulga un editto perentorio intorno alla disciplina penitenziale, per autorità di Pietro, di cui si stima successore, come dice Tertulliano ; De pudic., 1, 21) S. Stefano (254-257) ordina che non si devono ribattezzare gli eretici e impone ai Vescovi di Africa di abbandonare la sentenza opposta. Durante il secolo secondo illustri personaggi vennero a Roma per visitare il Vescovo di quella città e richiedere il suo consiglio intorno a questioni di fede e di disciplina. – S. Policarpo, Vescovo di Smirne, discepolo di S. Giovanni, si reca a Roma nel 155 per consultare il Papa Aniceto sulla celebrazione della Pasqua. Questa visita ha un significato speciale, perché S. Policarpo è un personaggio apostolico, che occupa in Oriente una sede importante ed è l’oracolo dell’Asia. A Roma, pure sotto Aniceto, va Egesippo, palestinese, con l’intenzione di « verificare la sicura tradizione della predicazione e della successione apostolica », e vi rimane sino al pontificato di Eleuterio. (Batiffol: La Chiesa nascente, p. 215). Come Policarpo e come Egesippo, fa il viaggio a Roma anche Abercio, Vescovo di Jerapoli, « per contemplare la sovrana e per vedere la regina dalle vesti d’oro e dalle calzature d’oro». I martiri di-Lione, al tempo di S. Ireneo, mandano una legazione al Papa Eleuterio, affinché voglia rendere la pace alla Chiesa di Asia turbata dagli errori di Montano. Inoltre, da varie province della cristianità molti Vescovi ricorrono a Roma per rendere ragione della loro fede o per comporre una qualche controversia o per chiedere consiglio o per avere l’approvazione dei Concili particolari. Spesso vi ricorre lo stesso S. Cipriano, che alcuni vogliono rappresentare come ribelle a Roma.

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Tutto questo avviene nei primi tre secoli. A partire dal secolo IV l’affermazione del primato della Cattedra Romana prende un tale sviluppo di chiarezza e di precisione negli scritti e nei fatti, che non crediamo necessario insistervi a lungo. Basteranno alcune principali citazioni, tanto più che gli avversari sono su questo punto d’accordo con noi. S. Ottato di Milevi, confutando i Donatisti, che sostenevano essere la Chiesa formata dai soli giusti e perciò la santità costituire la sua nota principale, dimostra che vi sono altre due note, cioè la cattolicità e l’unità. L’unità la fa derivare dalla « Cattedra di Pietro costituita a Roma », perché Pietro è capo di tutti gli Apostoli; egli insegna che tutte le altre cattedre derivano da quella di Roma e che è necessario, sotto pena di peccato e di scisma, conservare « la comunione con questa cattedra di Pietro », che perseverò sino a noi attraverso la serie dei Pontefici Romani. (De schismate Donatistarum, 1. II, cap. 23,9). Similmente S. Ambrogio di Milano afferma che Pietro è centro della Chiesa, che la Chiesa romana è capo di tutto l’orbe cattolico e che è segno di vera fede essere in comunione con la Chiesa di Roma. « Dove è Pietro, scrive egli, quivi è la Chiesa, e dove è la Chiesa, non vi è morte alcuna, ma vita eterna…. Dalla Chiesa romana, capo del mondo cattolico, provengono tutti i nostri diritti». (In Ps. 40, n. 30. — Epist. XI ad imperatorem, n. 4). Narra, inoltre, come suo fratello Satiro, sbattuto dalla tempesta sopra ignoti lidi, chiamasse a sé il Vescovo e chiedesse se la sua fede fosse d’accordo con i Vescovi cattolici, cioè con la Chiesa romana». (De excessu fratris sui, I, n. 47. — Cf. Tanquerey: De Vera Religione, pag. 465.). – Numerose ed esplicite sono le testimonianze di S. Agostino sul primato romano. Per lui « il principato della cattedra apostolica fu sempre in vigore nella Chiesa romana »; (Epist. 43, n. 7.) afferma che «la successione dei sacerdoti dalla sede dell’Apostolo Pietro sino al presente episcopato » è il motivo che lo tiene nella Chiesa cattolica. (Contra Epist. Manich., c. 4). Altrove riconosce che contro la sua sentenza si può appellare alla Sede Apostolica, anzi dice che i Concili provinciali desumono la loro autorità soprattutto dall’approvazione di Roma: « Intorno a questa causa (dei Pelagiani) furono già inviati alla Sede Apostolica gli atti di due Concili; di là vennero le risposte; la causa è finita ». (Sermo 132, n. 10. — Batiffol: Le catholicism de S. Augustin). –  Né meno esplicito è S. Girolamo. Egli scrive al Papa Damaso: « Io sono unito in comunione con la tua Beatitudine, cioè con la cattedra di Pietro. So che sopra questa cattedra è edificata la Chiesa. Chiunque mangerà l’agnello fuori di questa casa, è un profano ». (Epist. 15. — Cf. Hurter: Theol. Dogm., p. 393). Lo stesso S. Girolamo attesta che, essendo segretario del Papa Damaso, doveva rispondere « alle domande che pervenivano a Roma dall’Oriente e dall’Occidente ». Il che significa che ai suoi tempi si ricorreva a Roma da ogni parte. (I Vescovi espulsi dalla loro sede ricorrono a Roma, (Cf, Hurter: Theol. dogm., Vol. I, pag. 397. — Tanquerey: De vera Religione, pag. 467).

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La storia dei Concili ci porge una prova eloquentissima a favore del primato del Pontefice di Roma. Nel Concilio di Efeso (431) S. Cirillo, patriarca di Alessandria, invia per mezzo del diacono Possidonio una lettera al Papa Celestino, nella quale ricordando « la tradizione di sottoporre a Roma le difficoltà serie », espone gli avvenimenti intorno all’eresia di Nestorio, trasmette i documenti relativi e chiede l’intervento papale: « Degnatevi, scrive, dichiarare il vostro sentimento: se bisogna ancora comunicare con Nestorio o denunziargli chiaramente che verrà da tutti abbandonato, se persiste nella dottrina erronea, che predica e favorisce ». (Migne: Dict. de Patrol., p. 1227) Celestino nomina Cirillo suo vicario e manda ad Efeso i suoi legati, dei quali uno, il sacerdote Filippo, tiene ai Padri congregati del Concilio un discorso dove afferma che « è a tutti noto che il primato è passato da Pietro al Pontefice di Roma ». (Mansi: Concil; IV, 1295. — A. Oddone: Il vero concetto di unità religiosa nella tradizione, pag. 12. — Cf. TAnquerey, l. c., pagina 169. Dict. Théol. Cath.: « Primauté », pag. 282). I Padri accettano questa affermazione e dichiarano scomunicato Nestorio « indotti dai canoni e dalle lettere del Vescovo di Roma ». – Il Pontefice di Roma, Leone I, domina nel Concilio di Calcedonia (451), nel quale sono presenti circa seicento Vescovi, quasi tutti orientali. S. Leone scrive una celebre lettera, nella quale condanna gli errori di Eutiche, e manda legati che presiedano in suo nome al Concilio. Dopo la lettura del documento davanti ai Padri, essi esclamano: « Questa è la fede dei Padri, questa è la fede degli Apostoli. Tutti noi così crediamo: così credono gli ortodossi: anatema a chi non crede. Pietro ha parlato per mezzo di Leone ». (Mansi, I. c. — Oppone: Il vero concetto di unità religiosa nella tradizione, pag. 12). Ai Padri del III Concilio di Costantinopoli la professione di fede contro il Monotelismo, è inviata ancora da Roma, dal Pontefice S. Agatone. I Padri ricevono la professione di fede e rispondono ad Agatone con parole vibranti di devozione, di docilità e di esaltazione della Sede di Roma: « Per tutto ciò che si deve fare, noi ci riferiamo a Voi, Vescovo della prima Sede e capo delle Chiesa universale, a Voi che siete stabilito sulla roccia solida della fede. Noi abbiamo condannato gli eretici conformemente alla sentenza, che Voi avete fatto conoscere per mezzo della vostra sacra lettera ». (Patrol. Lat., Vol. LXXXVIII, col. 1243). La parola d’ordine partita da Roma sarà sempre la norma e la guida di ogni altro Concilio ecumenico. In ogni Concilio si riscontrerà sempre una consegna obbligatoria inviata dal Pontefice di Roma, una consegna eseguita dal corpo episcopale con sacrificio, qualche volta, eroico, di personali vedute. E se qualche Vescovo, sia pure Patriarca, si discosterà dal pensiero di Roma, la Chiesa non dubiterà di reciderlo dal suo albero e di considerarlo come eretico. – Conchiudiamo questa trattazione con un argomento di prescrizione, che compendia in certo modo ciò che abbiamo detto. Storicamente consta, dai documenti riferiti, che i Pontefici di Roma, almeno dal secolo quinto, furono riconosciuti come successori di Pietro dalla Chiesa universale, sia Occidentale che Orientale, e che essi esercitarono per diritto divino legittimamente il primato di giurisdizione sopra tutta la Chiesa. Ora questa persuasione non poté derivare se non dagli Apostoli. Infatti, se nei tempi apostolici si credeva universalmente che tutti i Vescovi fossero uguali per diritto divino, come vogliono gli avversari del primato romano, è necessario che sia avvenuta una grande mutazione nella fede e nella pratica di tutta la Chiesa. Il che è moralmente impossibile, perché dappertutto e da molti Vescovi sarebbe stata avvertita e sarebbero sorte delle proteste da parte loro, trattandosi di cosa riguardante l’essenza della Chiesa e i privilegi e i diritti degli stessi Vescovi. Di queste proteste non ci sono vestigi, e i pochi fatti sfruttati dagli avversari provano anzi che l’autorità del Pontefice di Roma era riconosciuta da quelli stessi che non ne eseguirono fedelmente i comandi. Perciò la dottrina del primato romano è storicamente certa, dogmaticamente una verità di fede. (Si suole fra i Teologi agitare la questione se il primato sia annesso alla Sede di Roma per diritto divino o per diritto ecclesiastico. Intorno a questo punto non vi è nulla di definito. (Mazzella: De Ecclesia, n. 912). La sentenza più comune tiene che il primato è congiunto con l’Episcopato Romano per diritto divino; diritto divino antecedente, se Cristo stesso designò Roma come la Chiesa a cui il primato doveva congiungersi in perpetuo: diritto divino conseguente se confermò la scelta fatta da Pietro. In ambedue i casi la congiunzione è immutabile. Non è tuttavia degna di nessuna censura l’opinione di alcuni vecchi Teologi che credettero che la congiunzione del primato con la Sede Romana sia soltanto di diritto ecclesiastico, cioè sia stata stabilita dalla sola autorità di Pietro: in tal caso il Papa potrebbe cambiare e disgiungere il primato dalla Sede Romana. – Cf. Hervé: Théol. Dogm., Vol. I, p. 400).

IV

NATURA ED EFFICACIA DEL PRIMATO ROMANO

Il Concilio Vaticano, dopo aver trattato dell’istituzione e della perpetuità del primato nel Romano Pontefice, giudicò necessario di proporre per essere creduta e tenuta da tutti i fedeli, la dottrina sulla natura del primato, secondo l’antica e costante fede della Chiesa universale, e di proscrivere e condannare gli errori contrari tanto dannosi al gregge di Cristo ». (Pastor Æternus: Prologo) Il Concilio quindi nel capo II della « Pastor Æternus » definisce che il Papa ha non solo l’ufficio di ispezione e di direzione, ma piena e suprema potestà di giurisdizione sopra tutta la Chiesa; che ha tale potestà di giurisdizione non solo nelle cose di fede e di costumi, ma anche in quelle di disciplina e di regime; che non ha soltanto le parti migliori, ma la pienezza di questa potestà; che questa potestà è ordinaria, episcopale, immediata in tutte e singole le Chiese, in tutti e singoli i pastori e i fedeli. Sviluppiamo alquanto queste importantissime decisioni. – Il Papato ebbe a sostenere grandi lotte, specialmente dopo il Grande Scisma d’Occidente. Abusi nel governo pontificio e ambizioni del potere civile, determinarono una profonda crisi e diedero origine ad errori funesti intorno ai diritti della Chiesa, alle sue prerogative, alla sua stessa costituzione. Accenniamo brevemente ai principali di questi errori, che il Vaticano colpì con la sua. definizione. – Una teoria sovversiva della potestà pontificia è il Cesarismo assoluto, di cui fu fautore principale Marsilio da Padova nel suo libro « Defensor Pacis ». La pienezza del potere religioso e civile risiede, come viene esposto in quest’opera, nel popolo, e dal popolo, come da propria fonte, immediatamente promana. Il popolo a sua volta la trasmette all’imperatore, il quale, come depositario della volontà legislatrice del popolo e rappresentante della comunità dei fedeli, è capo della società civile e della Chiesa stessa. La Chiesa quindi non è che un elemento dello Stato: essa ha, come organo di governo il Concilio ecumenico, formato da Vescovi, chierici e laici e presieduto dal Principe. Il Papa è un semplice mandatario del Concilio, dal quale può essere punito e deposto. (Oddone: Il Concilio Vaticano, pag. 46. — Cf. Dict. Téol. Catt. « Primauté », pag. 309). La formulazione quasi ufficiale di queste dottrine si ebbe nel Concilio di Pisa (1409) e in quello di Costanza (1414), specialmente mediante l’opera di Pietro d’Aillly e di Giovanni Gersone, nei quali Concili sidecretò con particolari canoni la supremazia del Concilio ecumenico sopra il Papa. A questi principi s’ informò poi il Gallicanismo portando in essi qualche moderazione. Per Gallicanismo i generale s’intende un complesso di dottrine, che mira a limitare l’autorità del Papa, attribuendo alla Chiesa d Francia e alle autorità politiche della nazione francesi un certo numero di diritti e di privilegi designati sotto il nome di libertà gallicane. Esso si presenta quindi sotto l’aspetto ecclesiastico e sotto l’aspetto politico. Il Gallicanismo ecclesiastico o episcopale attribuisce ai Vescovi privilegi e diritti in riguardo alla Sede di Roma e determina l’estensione del potere spirituale e il soggetto di questo potere. Nel sec. XVII-XVIII esso era comunemente insegnato nelle Scuole teologiche di Francia e specialmente alla Sorbona. Il potere spirituale del Papa non si estende in nessun modo sui re e su certi privilegi dei Vescovi francesi; il soggetto del potere spirituale non è il Papa solo, ma la Chiesa universale radunata in Concilio; il Papa dal punto di vista dottrinale non è infallibile se non con il Concilio ecumenico; dal punto di vista disciplinare è vincolato dai canoni della Chiesa intera e dagli usi delle Chiese particolari. – Il Gallicanismo politico o parlamentare o regale mirava a regolare le relazioni tra lo Stato e la Chiesa, e nelle sue pretese andava più oltre che il Gallicanismo ecclesiastico; estendendo i diritti del potere politico in modo da invadere addirittura il dominio spirituale della Chiesa. I re si arrogavano infatti il diritto di convocare i Concili nazionali; restringevano e sorvegliavano l’amministrazione del Papa e dei Vescovi; facevano dipendere dal loro beneplacito l’entrata in Francia dei legati pontifici, il viaggio dei Vescovi francesi a Roma, la pubblicazione delle bolle pontificie e delle ordinanze episcopali; nominavano i Vescovi; appoggiavano i loro diritti con mezzi di rigore, quali il placet, l’appello al Concilio generale, l’appello ab abusu ecc. Si voleva insomma costituire per la Chiesa di Francia come un corpo separato nel Cristianesimo. Luigi XIV fece votare dall’Assemblea del clero gallicano nella Dichiarazione del 1682, le quattro celebri proposizioni: 1° S. Pietro e i suoi successori non hanno ricevuto da Dio se non il potere sulle cose spirituali; sulle cose temporali non hanno alcuna giurisdizione né diretta né indiretta; 2° La pienezza di potere che la Sede Apostolica e i successori di Pietro, Vicari di Gesù Cristo, banno sulle cose spirituali, è limitata dai decreti del Concilio di Costanza, che proclamò la superiorità del Concilio sul Papa; 3° La Sede Apostolica deve rispettare le regole, le usanze e le costituzioni ricevute nel regno e nella Chiesa gallicana; 4° Benché il Papa abbia la parte principale nelle questioni di fede e i suoi decreti riguardino tutte le Chiese e ciascuna Chiesa in particolare, tuttavia il suo giudizio non diviene irreformabile se non dopo il consenso della Chiesa universale. – Simile al Gallicanismo è il Cesarismo mitigato, seguito dai politici della scuola liberale moderna. Essi non negano alla Chiesa il diritto di governare, di insegnare e di amministrare le cose sante in virtù di una missione divina. La Chiesa può fare leggi canoniche, approvare istituzioni religiose, scomunicare e assolvere: lo Stato, avendo un fine temporale, non può ingerirsi positivamente e direttamente nelle cose della Chiesa. Ma affinché la Chiesa non rechi nocumento al fine dello Stato, esso deve avere necessariamente un potere indiretto negativo nelle cose sacre, mediante il quale, benché non possa mutare la sostanza degli atti della giurisdizione spirituale, può in qualche modo irritarli. La fede religiosa, dal momento che cessa di essere cosa intima e individuale per divenire pubblica e comune, cade sotto il dominio della autorità civile. Viene quindi attribuito allo Stato il diritto di supremo dominio sui beni ecclesiastici, il diritto di suprema ispezione in tutta la vita esterna e sociale della Chiesa, il diritto di ricevere i ricorsi dei fedeli contro le autorità ecclesiastiche, il diritto di proibire la pubblicazione degli atti pontifici e vescovili senza il permesso del tribunale civile. Lo Stato non riconosce nel suo territorio alcun’altra autorità che non sia la sua, e per conseguenza non ammette alcuna società che non sia sotto la sua dipendenza.

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E il Concilio Vaticano definì contro ogni forma di Cesarismo, che la potestà del Papa è piena e suprema sopra tutta la Chiesa, veramente episcopale, ordinaria e immediata.

La giurisdizione del Papa è per sé piena e suprema; è piena perché egli ha non soltanto le parti principali della potestà, ma tutta la potestà che Cristo comunica alla sua Chiesa; è suprema, perché nessun’altra potestà è maggiore o eguale alla sua. Perciò il Papa può da solo compiere tutto ciò che appartiene al governo della Chiesa senza alcun concorso di Vescovi o consenso della Chiesa; egli non dipende da alcun altro, né la sua potestà è coartata da alcun limite o per riguardo alle persone o per riguardo ai luoghi o per riguardo agli oggetti: si estende assolutamente a tutte le cause, a tutte le particolari Chiese. Il Romano Pontefice infatti, in forza dei suoi uffici di clavigero del regno dei cieli, di Pastore supremo e di confermatore dei suoi fratelli nella fede, ha sopra tutti e singoli i fedeli e i Vescovi, anche presi collegialmente, la potestà di vera e propria giurisdizione estendentesi a tutto ciò che appartiene al fine della Chiesa; e questa potestà è affatto indipendente nel suo esercizio, non abbisogna della cooperazione di alcun altro, da essa anzi deriva e dipende qualunque altra potestà ecclesiastica. S. Leone Magno scrivendo al Vescovo di Tessalonica, da lui elevato alla sede vescovile di quella città, gli diceva: « Come usarono i miei predecessori con i predecessori vostri, io pure, seguendo l’esempio degli antichi, ho delegato alla vostra carità le veci del mio ufficio, affinché penetrato dai sentimenti stessi della vostra mansuetudine, ci veniate in aiuto nella cura, che per divina disposizione ci fu commessa di tutte le Chiese, e in certa guisa rappresentiate la nostra persona nelle province lontane dalla Sede Apostolica… Nel commettere alla carità vostra le nostre veci, vi abbiamo chiamato a parte della nostra sollecitudine, non dei nostri pieni poteri ». (Ferrè: La Costituzione dogmatica : « Pastor aeternus », Volume II, pag. 315). Conseguenza immediata ed evidente della pienezza e supremazia della potestà pontificia, è la sua superiorità sul Concilio ecumenico. Il Papa per disposizione di Cristo è il fondamento della Chiesa, ha la potestà delle chiavi su tutta la Chiesa, ha l’autorità di confermare i suoi fratelli. Ma questa triplice divina prerogativa del Papa sarebbe nulla, se egli non fosse superiore al Concilio. Osserviamo, per meglio precisare, che l’autorità del Concilio unito al Papa in confronto dell’autorità del Papa solo, è bensì maggiore estensivamente, perché anche i Vescovi come veri giudici concorrono insieme con il Papa a formare i decreti dogmatici e disciplinari; ma intensivamente, ossia per intrinseca efficacia, è al tutto uguale, perché il Papa ha in sé la piena potestà di compiere tutti gli atti richiesti dal governo della Chiesa. Se il Papa da solo, fuori del Concilio, pronunzia una definizione dogmatica, oppure emana una legge disciplinare per tutta la Chiesa, tutti i Vescovi e i semplici fedeli sono strettamente obbligati a credere e ubbidire. Se tale definizione venisse pronunziata in un Concilio, l’obbligo non sarebbe per questo più grave, perché quando si tratta di intrinseca obbligazione morale, non si dà né il più né il meno. (Oppone: I Concili ecumenici, pag. 49). – Il Concilio Vaticano affermando la piena e suprema autorità del Papa lasciò intatta la questione dell’origine della giurisdizione dei Vescovi. Si disputa e soprattutto si disputò durante il Concilio di Trento, se la giurisdizione episcopale derivi immediatamente da Dio o immediatamente dal Papa. La potestà di giurisdizione è nei Vescovi propria e ordinaria, e perciò alcuni sostengono che proviene immediatamente da Dio con la consacrazione. Altri teologi molto più numerosi dicono invece che tale potestà proviene immediatamente dal Pontefice e mediatamente da Dio. Qualunque sentenza si scelga, sempre bisogna tenere come vere le due seguenti osservazioni. La prima che i Vescovi non sono meri delegati del Papa, ma che la loro potestà è ordinaria e propria e che il grado episcopale non può essere abolito nella Chiesa, perché istituito da Gesù Cristo stesso. La seconda che la potestà dei Vescovi, anche se venga immediatamente conferita da Dio, dipende sempre dal Papa sia nel suo esercizio, perché il Papa la può limitare, amplificare o togliere del tutto in qualche caso particolare, sia per ragione del soggetto, che viene determinato dal Pontefice, sia per ragione del termine, cioè del popolo che viene affidato alla cura del Vescovo. (Tanquerey: De vera religione, pag. 574, n. 879. — De Guibert: De Ecclesia, pag. 243).

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La giurisdizione del Papa è veramente episcopale. Per autorità episcopale s’intende il diritto e il potere di fare quelle cose, che secondo l’istituzione di Gesù Cristo sono necessarie e vantaggiose per la santificazione degli uomini e per la loro salvezza spirituale. L’autorità episcopale consiste, in altre parole, nella potestà immediata e ordinaria di pascere, di reggere e di governare il gregge a sé commesso, e importa quindi il diritto e il dovere di ammaestrare i popoli nella verità della fede, di amministrare i Sacramenti, di regolare le funzioni del culto sacro, di fare leggi, di decidere le controversie e di punire i delinquenti: è insomma la potestas pascendi, regendi ac gubernandi gregem sibi commissum. Al PapaGesù Cristo conferì questa potestà episcopale quandogli affidò l’incarico di pascere i suoi agnelli e le sue pecorelle: senza di essa il Papa non sarebbe più Pastore universale del gregge di Cristo. Perciò il Papa non hasoltanto il diritto di ispezione e di vigilanza sopra altre Chiese, come voleva Pietro Tamburini, (Il Papa avrebbe soltanto il diritto di supplire alla negligenza altrui, di provvedere, con le esortazioni e con gli esempi, all’unità della Chiesa. La potestà del Papa sarebbe simile a quella dell’Arcivescovo nelle diocesi dei suoi suffraganei, nelle quali non ha potestà episcopale) il gran corifeo dei Giansenisti in Italia, ma il diritto di compiere gli uffici del Vescovo in qualunque Chiesa particolare, e può esercitare la sua giurisdizione sopra i diversi fedeli della cristianità non soltanto per mezzo dei Vescovi, ma direttamente per sé o per mezzo dei suoi legati. Il Papa può in tutto il mondo cattolico compiere l’ufficio di Vescovo. Che differenza passa dunque tra la potestà di un semplice Vescovo, avente la propria diocesi determinata, e quella del Papa? La differenza sta in questo che la potestà nel Sommo Pontefice si trova nella sua pienezza, nei Vescovi invece ristretta; nel Sommo Pontefice indipendente nei Vescovi dipendente; nei Vescovi limitata alle loro diocesi, nel Sommo Pontefice senza alcuna limitazione di luogo, estesa sino alle estremità della terra. ( Cf. Ferré, I. c., pag: 329: — Bernardi: Il Papa secondo il Concilio Vaticano, pag. 57). Se la potestà del Papa è veramente episcopale bisogna anche dire che questa potestà è pure ordinaria. La giurisdizione ordinaria, secondo i canonisti, è quella che compete a qualcuno per proprio suo diritto, per ragione della sua dignità e del suo ufficio, conformemente alla legge, ai canoni e alla consuetudine. La giurisdizione delegata invece è quella che non compete per ragione di ufficio, ma viene ricevuta da colui che possiede l’ordinaria, ed esercitata in suo nome. Carattere quindi della giurisdizione ordinaria è che colui che ne è rivestito può delegarla ad un altro, che faccia le sue veci. Evidentemente la giurisdizione del Papa deve essere ordinaria, perché il primato pontificio non può essere effetto di una delegazione, non essendovi alcuno al mondo che possegga tanta autorità e la possa delegare. D’altra parte il Papa agisce sempre in suo nome, per sua propria autorità, e a lui appartiene delegare la giurisdizione spirituale in tutta la Chiesa. Il Papa ricevette questa giurisdizione da Gesù Cristo, che gliela comunicò nell’atto stesso che lo elevava ad essere il capo visibile di tutta la Chiesa, il pastore supremo di tutto il suo mistico ovile. Perciò giustamente viene detto Ordinario degli Ordinari. Questa verità era già stata definita sotto Innocenzo II con il seguente decreto, quasi letteralmente ripetuto dal Vaticano: « La Chiesa di Roma per disposizione del Signore ha sopra tutte le altre, potestà ordinaria, come quella che è madre e maestra di tutti i fedeli di Cristo ». (Si confronti anche S. Bonaventura: In breviloguio, p. 6, cap. 12. — FERRÈ, l. c., pag . 335). Dalla dottrina esposta segue infine che la giurisdizione del Papa è mnediata; il che significa che può essere validamente e lecitamente esercitata in tutte le diocesi senza alcun controllo di intermediari, né dei Vescovi né dei governi. Il Papa può, come il Vescovo nella sua diocesi, esercitare la potestà legislativa, giudiziaria e coercitiva immediatamente sopra tutti i fedeli del mondo cattolico; può amministrare in qualunque diocesi i Sacramenti senza alcuna licenza dell’Ordinario del luogo. Conseguentemente ciascun fedele è tenuto a sottomettersi con piena docilità ai decreti del Papa riguardanti la fede e i costumi, a conformarsi alle regole della disciplina ecclesiastica da lui emanate, e a tutto ciò che egli decide e prescrive in ordine al governo della Chiesa cattolica. La ragione si è che ciascun fedele è immediatamente sottomesso per ordine di Cristo alla suprema giurisdizione del Papa.

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Questa autorità suprema, ordinaria e immediata del Papa sopra tutto il Cristianesimo, non nuoce alla giurisdizione ordinaria e immediata dei Vescovi. « Tanto è lungi, dice il Concilio Vaticano; che questa potestà del Sommo Pontefice sia di detrimento al potere ordinario e immediato di giurisdizione episcopale…. che anzi questo loro potere viene al contrario affermato, corroborato e rivendicato dal Pastore supremo e universale, secondo le parole di S. Gregorio Magno: Il mio onore è l’onore della Chiesa universale; il mio onore è la forza solida dei miei fratelli. Allora io sono veramente onorato se a ciascuno è dato l’onore, che gli compete. » (« Pastor Æternus », cap. III). La verità dell’asserzione del Concilio Vaticano è dimostrata con tutta evidenza dalla storia, la quale ci presenta il fatto costante delle diocesi cattoliche, che si moltiplicarono e prosperarono sotto il primato romano. La potestà pontificia è come il fonte, da cui scaturisce la giurisdizione episcopale: non può quindi essere che le riesca di incaglio e di nocumento. Il Papa in rapporto ai Vescovi ha ragione di capo, di fondamento e di maestro: ora quanto maggiormente il capo è glorioso e onorato, tanto più decoro e nobiltà ricevono le membra; quanto più il fondamento è sicuro e inconcusso, tanto maggiore solidità ne ritraggono tutte le parti dell’edifizio; è infine certamente vanto del discepolo l’eccellenza del maestro. – Durante le discussioni del Concilio Vaticano, coloro che temevano un danno per la giurisdizione episcopale dall’asserita potestà del Papa, obbiettavano l’inconveniente che la medesima Chiesa possa avere due Vescovi, il Papa e il Vescovo locale. Rispondeva Mons. Pie, citando S. Tommaso: « Non si dica che sorge l’inconveniente di due Vescovi della medesima Chiesa. Vi è inconveniente, dice S. Tomaso, se due con pari autorità vengano posti a reggere lo stesso popolo: ma se hanno autorità ineguale non sorge più l’inconveniente. E così si capisce come hanno potestà immediata sopra il medesimo popolo e il Parroco e il Vescovo e il Papa. La ragione si è che quando due cause, anche totali, non sono del medesimo ordine, ma una è subordinata all’altra e sono vicendevolmente connesse, non si escludono mutuamente né generano confusione; come il concorso di Dio non esclude né turba l’azione delle cause seconde. Il Papa dunque, come supremo e universale Pastore e Vescovo della Chiesa, non impedisce punto che l’Ordinario proprio di una Chiesa particolare, si denomini e sia vero Vescovo della medesima; come il titolo ordinario del parroco niente sottrae alla superiore e più universale autorità del Vescovo in tutta la sua diocesi; benché il buon ordine domandi che le rispettive attribuzioni dei singoli non vengano senza motivo e senza discrezione, turbate e interrotte, la qual cosa è ammessa da turbate e interrotte, la qual cosa è ammessa da tutti.» (GRANDERATH: Const. Dogm. Conc. Vatic. explicatæ, pag. 118). – Non nocumento quindi, ma anzi vantaggio arreca ai Vescovi, il primato pontificio. I Vescovi ricevono aiuto grande dalla sottomissione e ubbidienza al Papa. Essi insegnano le più sublimi verità della fede con intimo convincimento, poiché sanno di non errare aderendo al maestro universale della Chiesa; e se qualche dubbio sorge loro nell’animo, hanno aperta la via per dissiparlo ricorrendo con docilità al giudice supremo della fede. Nel regolare le molteplici pratiche di pietà procedono sicuramente, poiché sono certi che quando esse vengano approvate dal Papa, non possono essere infette di superstizione. Se avvengono difficili casi di diritto e di morale, è per i Vescovi di gran sollievo il poter deferire al tribunale del Papa la questione e attenderne la sentenza definitiva. Anche nelle dure lotte contro i nemici della fede, prendono vigore e conforto nel sapersi approvati, aiutati e difesi dal Papa. – Aggiungiamo che il primato del Papa è ordinato alla necessaria unità della Chiesa di Cristo, nella quale deve esserci un solo ovile e un solo Pastore. (Giov. X, 16) Se il Papa non fosse il Vescovo e il Pastore universale con giurisdizione piena, ordinaria e immediata, i Vescovi non avrebbero alcun pastore sopra di sé, e perciò la Chiesa non sarebbe un ovile solo sotto l’autorità di un solo visibile pastore; ma vi sarebbero tanti Pastori quanti Vescovi, i quali non sarebbero governati da alcun Pastore supremo. Conseguentemente contro l’istituzione di Cristo svanirebbe l’unità della fede e della disciplina, vi sarebbero tante membra che non costituirebbero un corpo vivo e unificato. È pertanto chiarissimo che, come l’unità delle Chiese particolari procede dall’unità del Vescovo, così dall’unità del Vescovo supremo è universale deriva l’unità della Chiesa universale. (Perrone: De locis theol., p. I, n. 606). Il Papa, dice il De Maistre, è il solo principio possibile, il principio divino d’unità nella Chiesa. Per mezzo di lui soltanto si può realizzare l’indispensabile unità di dottrina e di governo, e quindi la vera cattolicità; per mezzo di lui soltanto si può mantenere indefettibile la apostolicità, con il progresso e la fecondità dell’evangelizzazione. Il Papa soltanto, dominando dal suo principato spirituale, tutte le potenze terrestri, può assicurare alla Chiesa indipendenza e libertà. Del resto i fatti registrati nelle pagine della storia e più eloquenti di tutte le dimostrazioni, ci dicono che le Chiese separate soffrono di divisione e anche di sgretolamento e di anarchia, per mancanza di un’autorità superiore unificatrice. (Il Papa. — Cf. Vladimiro Soloviev:, La Russie et l’Église universelle, p. LXVI. — D’ Herbigny: Teol. de Ecclesia). Possiamo dire che la costituzione della Chiesa cattolica presenta un carattere particolare che non ci permette nessun confronto con le altre costituzioni. La Chiesa non è una federazione, nella quale dinastie più o meno autonome, si raggruppino intorno ad un presidente, come i diversi sovrani della Germania del 1871 si univano attorno all’imperatore. La Chiesa non è neppure uno Stato centralizzato secondo la formula napoleonica, dove opererebbero, nelle diverse parti del territorio nazionale, dei prefetti ad nutum, semplici delegati del potere centrale. Essa ha una costituzione tutta speciale, dove bisogna tener conto delle istituzioni di diritto divino e delle determinazioni, che gli avvenimenti hanno apportato a questo diritto. Al Papa, nel quale si trova la pienezza del potere sulla Chiesa, spetta conciliare il suo diritto e la sua missione con la missione e con il diritto dei Vescovi. Secondo una saggezza e una discrezione, che imitano il governo del Padre celeste, egli prenderà quelle misure che gli sembreranno più opportune per la salvezza delle anime, che è la legge suprema. Primato non significa assorbimento di tutte le giurisdizioni inferiori, soprattutto non significa centralizzazione amministrativa illimitata o dittatura intollerabile. Il Vicario di Cristo stringe o allarga con un senso superiore e divino di giusta comprensione, i legami che uniscono alla prima sede le altre sedi, secondo le opportunità dei tempi e dei luoghi. – Ai canonisti appartiene in modo speciale determinare l’oggetto della giurisdizione pontificia e il modo con cui si esercita. Per la nostra trattazione basta un semplice e breve cenno. Il Sommo Pontefice può emanare leggi per tutta la Chiesa, anche senza il consenso dei Vescovi. Questo potere gli fu dato da Cristo, quando disse a Pietro: Tutto quello che legherai sulla terra sarà legato in cielo. Al Papa fu pure concessa la potestà di « sciogliere », cioè non solo d’interpretare autenticamente, ma anche di mutare, di abrogare o di dispensare dalle sue leggi, da quelle dei suoi predecessori e anche dei Concili ecumenici. Anzi egli può dispensare dalle leggi fatte dai Vescovi o abrogarle, perché i Vescovi sono a lui soggetti e non possono validamente esercitare la loro autorità, se non dipendentemente dall’autorità pontificia. – Il Papa può avocare al suo tribunale le cause ecclesiastiche, riservare a sé le cause maggiori, ricevere gli appelli da qualunque giudizio dei Vescovi e pronunziare sentenze definitive, che non ammettono più alcun appello. La potestà giudiziaria infatti è una conseguenza della potestà legislativa, e colui che ha la potestà di fare leggi per tutta la Chiesa, con ciò stesso può pronunziare sentenze giudiziali per tutti i sudditi cristiani e in ogni affare ecclesiastico. Inoltre, essendo i Vescovi giudici soggetti al Papa, è sempre lecito appellare a lui dalle sentenze dei Vescovi. Non essendovi poi alcun tribunale maggiore di quello del Papa, dalle sue decisioni non è lecito appellare al Concilio ecumenico, come dice espressamente il Vaticano. (Durante il periodo del Giansenismo furono condannati gli Appellanti al futuro Concilio – Già era stato affermato da Pio II, nella Bolla Execrabilis – ndr.). Il Papa in forza del primato ha il diritto di assegnare ai singoli Vescovi il loro gregge particolare, di erigere Diocesi o di sopprimerle, di eleggere i Vescovi o almeno di confermarne l’elezione, di stabilire le norme dell’amministrazione ecclesiastica, di giudicare, trasferire o anche deporre i Vescovi, secondo che lo crederà conveniente per il bene della Chiesa. I Vescovi infatti non possono esercitare la loro potestà se non in dipendenza dal Capo della Chiesa: se qualcuno potesse ritenere ed esercitare una parte dell’autorità ecclesiastica fuori del consenso del Romano Pontefice, si spezzerebbe il vincolo dell’unità. – Appartiene al Romano Pontefice convocare, celebrare e confermare i Concili-ecumenici. (Oppone: I Concili ecumenici, pag. 29). Egli ha pure il potere di delegare ad altri la sua autorità e inviare Legati nei vari Stati, ai Concili ecumenici, per affari di grave importanza, affinché essi facciano le sue veci là dove il Papa non può recarsi, e lo informino dell’andamento delle cose religiose. Quest’uso fu in vigore sino dai primi secoli della Chiesa. Nell’esercizio della sua autorità il Papa è coadiuvato non solo dai Legati, che manda nelle diverse parti, e dai Nunzi, che risiedono presso le diverse nazioni, ma anche dalla Curia Romana, che attualmente comprende diciannove Dicasteri, cioè undici Congregazioni, tre Tribunali e cinque Uffici. (Cf. Codex J. C.). Alla piena e somma potestà del Romano Pontefice, qualunque sia il modo con cui egli la esercita, corrisponde il dovere strettissimo in tutti i figli della Chiesa della più intera e assoluta ubbidienza ai suoi decreti. I documenti della tradizione cattolica ci attestano, che quest’obbligo fu sempre riconosciuto e praticato dai veri fedeli e che dai Sommi Pontefici ne fu sempre rigorosamente richiesto l’adempimento. (FERRE, l. c., Vol. Il, p. 361. — Pio X: Il fermo proposito).

Il punto più importante definito dalla Costituzione Pastor Æternus è l’infallibilità del Papa, intorno alla quale si ebbero lunghe e forti discussioni durante il Concilio Vaticano. (Oddone: I Concili ecumenici, pag. 126.) Avversari di questa dottrina sono tutti coloro che negano il primato del Romano Pontefice. Giovanni Gersone e Pietro d’Ailly dell’Università di Parigi, insegnarono, come abbiamo già accennato; che solo la Chiesa o il Concilio ecumenico, rappresentante di essa, sono giudici infallibili nelle questioni di fede. (Il Gersone nell’opera: Quomodo et an liceat in causis fidei a Summo Pontifice appellare. — ll D’arivy nell’opera: Tractatus de Ecclesia.) All’infallibilità pontificia si opposero in modo speciale i Galliani, secondo i quali il giudizio del Papa non è irreformabile, se non vi si aggiunge il consenso della Chiesa. Essi furono seguiti nel sec. XVIII dai Febroniani e dai Giansenisti. Nello stesso Concilio Vaticano esisteva il partito degli antiinfallibilisti; ma per la verità bisognadire che la maggior parte di essi impugnarono piuttostola opportunità della definizione. Dopo il Concilio Vaticano continuarono ad opporsi al dogma dell’infallibilità, i così detti Vecchi Cattolici, guidati dal Déllinger. (De Guibert: De Ecclesia, pag. 247).

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Precisiamo innanzi tutto, per evitare equivoci ed ovviare a difficoltà, la natura dell’infallibilità. Infallibilità significa in generale immunità dell’errore o incapacità di errare in un soggetto intelligente. Se questa impossibilità di errare si prende nella sua maggiore ampiezza, e come attributo naturale e radicato nell’essenza stessa dell’essere intelligente, non appartiene che a Dio solo, perchè Egli solo è verità per essenza, nella quale per ragione della sua perfezione infinita, non può cadere ombra di errore. Questa infallibilità di Dio è assoluta, universale e imparticipata. Ma Dio può comunicare anche alle sue creature intelligenti una infallibilità condizionata e limitata ad un determinato ordine di verità: avremo in tal caso l’infallibilità anche nell’uomo, ma participata. (1(1) Così possiamo dire che le creature sono infallibili intorno ai primi principi del ragionamento e della legge morale, che non possono essere ignorati né fraintesi dall’ uomo. (Cf. FERRÉ, 1..c., Vol. III, pag. 196).  È chiaro che l’infallibilità della Chiesa e del Papa è una infallibilità partecipata. L’infallibilità ecclesiastica è una prerogativa soprannaturale secondo la quale:

la Chiesa, per una speciale assistenza divina, viene sempre e necessariamente custodita immune dall’errore nel proporre la dottrina rivelata, in modo che non solo non erra, ma non può errare. L’elemento formale della infallibilità è la immunità dall’errore; l’elemento materiale si trova nelle cose di fede e di costumi, che ci vengono comunicate dalla Rivelazione e che si devono custodire intatte; la causa efficiente è l’assistenza dello Spirito Santo. – L’infallibilità, quindi, come risulta dalla definizione; esclude nonsolo il fatto dell’errore (inerrantia facti) ma anche la possibilità dell’errore (inerrantia iuris). Si tratta non di infallibilità essenziale, che compete a Diosolo, ma di infallibilità participata; si tratta di infallibilita’ soprannaturale, che supera cioè le forze e le esigenze della natura, comunicata da Dio per una speciale causa, e che differisce quindi da quella infallibilità naturale di cui è fornito il nostro intelletto per riguardo ai primi principi speculativi e pratici. Dio potrebbe in moltimo di preservare la sua Chiesa dall’errore, ma di fatto sceglie l’assistenza, cioè quegli aiuti della sua divina provvidenza, mediante i quali non si permette che la Chiesa erri nell’esercizio del suo Magistero. Tali aiuti possono riferirsi alle stesse facoltà dell’uomo, la volontà e l’intelletto, che vengono applicate direttamente nella ricerca della verità, o possono trovarsi nelle cose esterne, che distolgano il Papa da una falsa definizione. L’infallibilità non importa per sé sempre un influsso divino positivo; quando le cose procedano bene, lo Spirito Santo può lasciare a se stessa l’attività e l’industria umana. Il dono dell’infallibilità non esclude l’opera e l’indagine propria di colui che definisce, anzi la presuppone, come si deduce chiaramente dalla parola assistenza: si suppongono gli sforzi del Magistero ecclesiastico; ai quali Dio possa assistere e cooperare. Sappiamo che per la prima definizione della Chiesa, gli Apostoli e i Seniori si radunarono in assemblea e molto discussero per trovare la verità e comporre la controversia (Act. XV, 6). La infallibilità differisce dalla rivelazione e dall’ispirazione:

la rivelazione è la stessa manifestazione di una qualche verità in quanto tale; l’ispirazione è l’impulso divino a scrivere la verità rivelata; l’infallibilità invece consiste nell’assistenza a trovare la verità rivelata: suppone quindi la rivelazione, ma non è rivelazione. Distinguiamo ancora l’infallibilità attiva e passiva: la infallibilità attiva è propria della Chiesa docente e consiste nell’immunità dall’errore nell’insegnare; la infallibilità passiva compete ai fedeli che sono ammaestrati, e consiste nell’immunità dall’errore nel credere. La prima fa sì che i dottori autentici della Chiesa non possano mai insegnare il falso quando definiscono: la seconda, quasi effetto della prima, non permette che tutta la Chiesa aderisca ad un errore di fede. – Da questa breve analisi del concetto di infallibilità, si comprende quanto stoltamente e ingiustamente. Si confonda da alcuni la infallibilità con l’impeccabilità o con la omniscienza o scienza universale e assoluta.

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L’infallibilità della Chiesa è innanzi tutto un corollario della sua indefettibilità. Se la Chiesa, infatti, potesse universalmente errare nella vera fede, non sarebbe più la vera Chiesa di Gesù Cristo, la quale deve essere apostolica di apostolicità di dottrina; le porte dell’inferno prevarrebbero allora contro di essa. La indefettibilità ecclesiastica importa immutabilità nelle cose sostanziali; ora il dogma e la morale appartengono alle cose sostanziali. In modo più esplicito e diretto la infallibilità della Chiesa si deduce dalle promesse che fa Cristo, di essere con gli Apostoli sino al termine dei secoli, e di mandare loro lo Spirito Santo, affinché con loro rimanga e continui ad ammaestrarli. Cristo inoltre ha imposto a tutti di credere agli Apostoli sotto pena di dannazione eterna: « Chi crederà e sarà battezzato, sarà salvo; chi non crederà, sarà condannato ». (Marc. XVI, 16) Dunque se non si vuol dire che Cristo abbia potuto obbligare gli uomini all’errore, bisogna ammettere il Magistero infallibile della Chiesa. Gli Apostoli nel loro insegnamento esigono un assenso irreformabile e chiamano la Chiesa « colonna e base della verità ». (Columna et firmamentum veritatis – 1 Tim. III, 15). L’infallibilità del Papa è una forma dell’infallibilità della Chiesa, è la stessa infallibilità della Chiesa considerata in un soggetto determinato, che è il Romano Pontefice. « Il Romano Pontefice, dice il Vaticano, quando parla ex cathedra, gode di quella infallibilità di cui il Redentore divino volle essere fornita la sua Chiesa nel definire una dottrina sulla fede e sui costumi, e perciò le definizioni del Romano Pontefice sono irreformabili per se stesse e non in virtù del consenso della Chiesa ». (« Pastor Æternus », Cap. IV).Si tratta d’infallibilità nell’insegnamento e non nell’azione,molto meno ancora nella condotta personale delPapa. Non è questione di un insegnamento qualunque,ma di un atto dottrinale proprio ad impegnare la Chiesa. L’infallibilità non appartiene dunque ai sentimenti privatidell’uomo, ma alle decisioni ufficiali del capo. Essanon si estende a tutto il dominio del sapere, ma unicamentealle materie di fede e di costumi, le sole sullequali ha competenza il Magistero ecclesiastico… Comequella della Chiesa, l’infallibilità del Papa deve la suaorigine ad un privilegio divino, che consiste in una graziadi assistenza e non di ispirazione. Per conseguenza nonesenta il Papa dalle leggi comuni della prudenza umana:essa garantisce soltanto dall’errore il risultato definitivodelle sue deliberazioni. Il suo scopo quindi non è quellodi accrescere di nuove verità il tesoro della rivelazionedivina; ma di assicurare la perfetta conoscenza e conservazione delle verità rivelate. L’infallibilità è un privilegioindividuale in questo senso che appartiene al Papasolo e non potrebbe egli delegarla ad un altro. Tuttavianon è un carisma destinato all’esaltazione della sua persona, ma un mezzo per lui di compiere la sua missione di Pastore supremo: tende così tutta intera al bene comunedelle anime cristiane. Quando si parla dell’infallibilità della Chiesa e dell’infallibilità del Papa, non si vogliono già designare due autorità separate e rivali, di cui si possa temere l’opposizione, ma di due organi differenti,l’uno collettivo, l’altro personale, per comunicare ai credenti la verità, di cui Gesù Cristo è la fonte e il custode. La medesima protezione e assistenza divina si estende al Corpo e al Capo. –  Così intesa, l’infallibilità del Papa è una verità che risulta chiaramente dalla Scrittura e dalla Tradizione. L’infallibilità è distinta dal primato, come appare dalla definizione. Ma se si segue lo sviluppo teorico e pratico di questi due dogmi, si constata che essi si affiancano e si implicano vicendevolmente. L’infallibilità è intimamente connessa con il primato: deriva dal primato come una conseguenza da un principio o piuttosto si identifica con il primato come una proprietà necessaria. L’infallibilità è, nel dominio della giurisdizione dottrinale, il coronamento logico del primato: poiché il Papa è il capo supremo della Chiesa, egli è pure il supremo dottore e possiede per questa ragione la infallibilità. Perciò lo studio intorno alla infallibilità pontificia utilizza gli stessi documenti e gli stessi fatti recati per il primato. (Hervé: Théol. Dogm., Vol. I, pag. 443.).

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Un argomento generale a favore della infallibilità pontificia si deduce dalle verità già dimostrate di sopra. AI Pontefice fu data la piena e suprema autorità sulla Chiesa, e d’altra parte la Chiesa è infallibile nell’insegnare. Ora se la potestà magisteriale del Romano Pontefice  fosse fallibile, non potrebbe più dirsi piena e suprema, perché dovrebbe completarsi con quella dei Vescovi e del Concilio: cioè sarebbe più piena la potestà di tutto l’episcopato che quella del Papa solo. Si cadrebbe in uno di questi due assurdi, o la Chiesa dovrebbe rinnegare il suo Capo supremo per rimanere fedele alla verità da lui falsificata, o perdere il possesso della verità per rimanergli fedele. Alla stessa conclusione ci conducono i testi del primato, che abbiamo a suo luogo esaminati.

Il Romano Pontefice è fondamento visibile di tutta la Chiesa, principio efficiente della sua unità e della sua fermezza, principio quindi efficace della fede, che è l’elemento essenziale e precipuo dell’edificio della Chiesa. (Matth. XVI, 18) Ma il Papa non potrebbe essere principio e causa della ferma fede della Chiesa, se egli non fosse di per sé fermissimo nella fede, se potesse insegnare a tutta la Chiesa un errore in questioni di fede. Similmente Cristo ha assicurato che gli assalti dell’inferno, tra i quali sono specialmente le eresie, non avranno mai ragione contro la Chiesa: dunque molto meno prevarranno contro la Pietra, sopra la quale si appoggia la Chiesa e la fermezza della fede. Ora prevarrebbero certamente, se il Pontefice nell’adempiere l’ufficio di supremo maestro, non fosse di per sé fermo nella fede. Ancora dallo stesso testo di S. Matteo sappiamo che Dio ha promesso di legare e ratificare in cielo tutto ciò che il Papa lega in terra: ma Dio non può ratificare in cielo ciò che il Papa lega in terra, se egli nell’emanare un decreto dottrinale obbligante tutta la Chiesa, erra nella fede. Più espliciti sono gli altri testi del Vangelo. « Io ho pregato per te, dice Cristo rivolto a Pietro, affinché la tua fede non venga meno… Conferma i tuoi fratelli ». (S. Luc. XXII, 31). Viene così scartato ogni indebolimento, ogni danno nella fede di Pietro: viene formalmente assicurata, nonostante i pericoli, la indefettibilità di Pietro nella fede, cioè l’infallibilità. E questo affinché egli possa consolidare e fortificare i suoi fratelli. Pietro dunque e i suoi successori sino al termine dei secoli, parlando o insegnando come capi della Chiesa, devono confermare nella fede tutti i fedeli considerati isolatamente o collettivamente, facendoli partecipare alla loro propria indefettibilità. Ma affinché la promessa di Gesù non sia vana e che i fedeli non siano trascinati nell’errore, bisogna che questo insegnamento di S. Pietro e dei suoi successori, quando parlano come capi della Chiesa, sia, in virtù della promessa divina, assolutamente e costantemente garantito contro ogni possibilità di defezione nella fede. Sappiamo pure dal Vangelo che Gesù Cristo diede a Pietro e ai suoi successori l’incarico di pascere gli agnelli e le pecorelle, cioè di dirigere e di nutrire con dottrina salutare, tutto ilo gregge di Cristo, Vescovi e fedeli, e d’allontanarli dai pascoli velenosi: ora quest’ufficio importa necessariamente la infallibilità nel senso che abbiamo esposto. (S. G. XXI, 15). Supponiamo infatti che il Papa errasse nel definire la dottrina cristiana: in tal caso o tutta la Chiesa accetterebbe la sua sentenza, e verrebbe allora a mancare la infallibilità e indefettibilità della Chiesa; o la Chiesa protesterebbe contro la decisione del Papa e la correggerebbe, e cesserebbe allora l’ordine gerarchico istituito da Cristo: il gregge pascerebbe il pastore. – La infallibilità del Papa, benché non sia così esplicitamente e categoricamente asserita dai Padri della Chiesa, tuttavia fu realmente riconosciuta e in pratica e in teoria fino dai tempi più antichi, come appare dalle testimonianze degli stessi Padri, dal modo di agire dei Romani Pontefici, dagli atti dei Concili. Si confronti tutto ciò che abbiamo detto parlando del primato del Romano Pontefice nella parte III. La tradizione anzi illumina sempre meglio gli stessi fondamenti evangelici. Nei primi tre secoli la dottrina dell’infallibilità è implicitamente contenuta nell’autorità sovrana, che si riconosce nei giudizi della Chiesa di Roma, nella credenza universale che la integrale dottrina apostolica sia presso i Romani. Per S. Ignazio d’Antiochia i Romani sono quelli che « ammaestrano gli altri »; per S. Ireneo « bisogna far decidere a Roma le questioni che sorgono tra i Cristiani »; secondo S. Cipriano di Cartagine, « a Roma non ha accesso la perfidia e l’errore ». L’infallibilità pontificia risplende maggiormente nelle controversie trinitarie e cristologiche dei secoli IV e V, mediante numerosi interventi dei Papi soprattutto nei Concili e attraverso alle eloquenti affermazioni dei Padri, specialmente di S. Agostino, di S. Ambrogio e di S. Gerolamo, che furono riportate ed esaminate altrove. Nel Medio evo questa autorità suprema dottrinale del Papa continua ad affermarsi e a precisarsi nello sviluppo dottrinale scolastico. S. Bernardo rimanda Abelardo a Roma « dove la fede non può mai provare alcun eclisse »: (Epist. CXC. P. L., Vol. 182, col. 1053). S. Tommaso sentenzia che appartiene al Papa stabilire dei Simboli, perché è « proprio della sua missione decidere in ultimo luogo le questioni della fede ». (Summ. Theol.,, II, II, q.1 a 15. — Cf. Bricout: Pape, p. 246). Gli assalti del Gallicanesimo non oscurano né scuotono questa magnifica tradizione, ma provocano i Cattolici ad uno studio più profondo di essa, che culmina nella definizione dogmatica del Vaticano.

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Il Concilio Vaticano definendo il dogma dell’infallibilità pontificia, ha precisato le condizioni che deve presentare un atto del Papa, per beneficiare di questo privilegio. Secondo un’espressione da lungo tempo in uso nelle scuole, « il Romano Pontefice è infallibile quando parla ex cathedra ». La cattedra è in generale simbolo di autorità soprattutto dottrinale: le formule « parlare ex cathedra », « definire ex cathedra », sono adoperate per designare il pieno esercizio del magistero pontificale. Affinché si abbia una definizione infallibile, si richiede dapprima che il Papa si pronunzi ufficialmente come tale, che eserciti cioè l’ufficio di Pastore e di Dottore pubblico di tutti i Cristiani. Se il Papa parla come persona privata, discorrendo con i suoi familiari, come dottore privato, stampando un libro di materia religiosa; se opera come re temporale; se parla come Vescovo della diocesi di Roma, tenendo un’istruzione pubblica per esempio in una chiesa della città, non deve dirsi infallibile. Anzi non basta un modo qualunque di proporre una dottrina anche quando il Papa esercita l’ufficio di dottore e pastore pubblico, ma si richiede che adoperi la sua autorità pienamente, in tutta la sua forza ed estensione, emanando una sentenza perentoria, irreformabile, che ponga fine ad ogni incertezza e turbamento di animo. – Si richiede che la sua sentenza riguardi tutta la Chiesa, sia imposta cioè a tutti i Cristiani. Non sembra tuttavia necessario che il documento contenente la definizione, sia immediatamente diretto alla Chiesa universale: basta che sia destinato a tutta la Chiesa, benché direttamente sia forse indirizzato al Vescovo di qualche regione, dove è più diffuso l’errore che il Papa vuole condannare. – È necessario che l’intenzione di definire sia manifesta. Si tratta infatti di imporre una legge a tutta la Chiesa; la quale legge, finché rimane dubbia, non può imporre obbligazione. Il Diritto Canonico decreta: « Nessuna cosa si intende dogmaticamente dichiarata o definita, se ciò non appare manifesto ». (Can. 1323). Non è per sé determinata alcuna formola speciale per rendere manifesta la intenzione del Papa: soltanto si richiede che venga fatta conoscere in modo chiaro o esplicitamente o con termini equivalenti. (Van Noort, l. c., pag. 183).

È necessario, infine, che si tratti di un insegnamento intorno alla fede e ai costumi: res fidei et morum. Oggetto primario o diretto del Magistero infallibile del Papa, sono tutte e singole le verità religiose contenute formalmente nelle fonti della rivelazione. (Una verità può essere rivelata formalmente o virtualmente. Si dice rivelata formalmente se è rivelata in se stessa, sia esplicitamente sia implicitamente, cioè nel suo concetto: si dice rivelata virtualmente, quando in se stessa non è rivelata né esplicitamente né implicitamente, ma si può dedurre da una verità formalmente rivelata mediante un raziocinio deduttivo. Sulle verità rivelate virtualmente i Teologi non hanno però tutti la stessa nozione. (Cf. I Problemi della fede). Oggetto secondario e indiretto dell’infallibilità sono tutte quelle verità, che sono talmente connesse con la rivelazione, che, se intorno ad esse non si potesse portare un giudizio assolutamente certo, la stessa rivelazione patirebbe detrimento. Alcune di queste verità sono presupposte alla rivelazione, come i preamboli della fede filosofici e storici; altre derivano come necessaria conseguenza dalle verità rivelate; altre sono necessarie o sommamente convenienti, affinché si possa ottenere il fine della rivelazione. L’infallibilità del Papa quindi si estende a verità filosofiche, alle conclusioni teologiche, ai fatti dogmatici, alla disciplina generale della Chiesa, all’approvazione degli Ordini religiosi e alla Canonizzazione dei Santi. L’ambito dell’infallibilità del Papa è quello stesso della Chiesa. (Per lo sviluppo di questa dottrina rimandiamo il lettore alla nostra opera: « I Problemi della fede ». — Cf. ZAPELENA: De Ecclesia, pag. 314. — VAN Noort, l. c., pag: 90).

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Precisiamo in ultimo il nostro atteggiamento davanti al Magistero del Papa. Dobbiamo aderire con consenso interno, assoluto e irreformabile a tutto ciò che il Papa insegna infallibilmente come rivelato da Dio o come connesso con le verità rivelate. Ogni opposizione a questo riguardo ci separa dalla Chiesa. Non possiamo quindi ammettere dottrine contrarie alle definizioni pontificie. Siamo pure obbligati a sottometterci in coscienza alle decisioni dottrinali dell’autorità ecclesiastica, benché non infallibili. Il magistero della Chiesa non è una pura e semplice esposizione della verità, ma ha inseparabilmente congiunto il potere di comandare ai suoi sudditi l’ubbidienza dell’assenso intellettuale a ciò che viene insegnato. Ogni insegnamento autentico della Chiesa, per l’autorità da cui promana, per la luce che proviene alla Chiesa dall’assistenza dello Spirito Santo, per la ponderatezza dei suoi processi dottrinali, per la prudenza dei suoi giudizi, è così ragionevole e grave, che ogni Cattolico gli deve docile soggezione. Questa soggezione non importa per sé un’adesione irreformabile, ma però domanda, oltre l’esteriore sottomissione, un interno virtuoso assenso. Dovesse questo atteggiamento in qualche caso rarissimo e « per accidens », costare un reale sacrifizio allo scienziato; questo è ben dovuto a beni di ordine immensamente superiore, quali sono l’unità e l’incolumità della fede e la pace della coscienza. Allo scienziato credente è lecito presentare nelle debite forme, alla competente autorità della Chiesa, le ragioni del suo interiore dissidio, attendendo sereno dalla Divina Provvidenza, che veglia sulla Chiesa, l’immancabile trionfo della verità. Sottomissione piena ed umile alla parola del Papa riconosciuta divina, è la grande semplificazione dello spirito cattolico, è la via breve che mena alla soluzione di tutti i grandi problemi che tormentano la nostra ragione. « Dove è il Papa, è la Chiesa; dove è il Papa, non vi è la morte, ma la vita eterna; non vi è l’errore, ma la verità ». (S. Ambrogio).

LA COSTITUZIONE « PASTOR ÆTERNUS »

PROLOGO. — Il Pastore eterno e il Vescovo delle anime nostre, per rendere perpetua l’opera salutare della sua redenzione, decretò di edificare la Santa Chiesa, nella quale, come nella Casa del Dio vivente, tutti i fedeli si mantenessero uniti. con il vincolo di una sola fede e di un solo amore. Perciò prima di essere glorificato, pregò il Padre suo non solo per gli Apostoli, ma anche per quelli che avrebbero creduto in Lui per la loro parola, affinché tutti fossero una cosa sola in quel modo che sono una cosa sola lo stesso Figlio e il Padre. Come dunque mandò gli Apostoli, che si era scelti dal mondo, nella maniera stessa con cui egli era stato mandato dal Padre, così volle che nella Chiesa sua vi fossero pastori e dottori fino alla consumazione dei secoli. Ed affinché lo stesso episcopato fosse uno ed indiviso, e si conservasse nella unità della fede e della comunione tutta la moltitudine dei credenti per mezzo della coesione di sacerdoti, pose il beato Pietro a capo degli altri Apostoli, e istituì in lui il principio perpetuo e il fondamento visibile di questa doppia unità, volendo che sopra la sua solidità si costruisse il tempio eterno e che sulla fermezza della sua fede si innalzasse la Chiesa sino all’altezza dei cieli. E poiché le porte dell’inferno insorgono da ogni parte con odio sempre crescente contro il fondamento divinamente istituito della Chiesa, per abbatterla, se fosse possibile, noi con la approvazione del santo Concilio giudichiamo necessario per la salvaguardia, la salvezza e l’accrescimento del popolo cattolico, di proporre per essere creduta e tenuta, conformemente all’antica e costante fede della Chiesa universale, la dottrina sull’istituzione, la perpetuità e la natura del sacro primato apostolico, sopra la quale riposa la forza e la solidità di tutta la Chiesa, e di proscrivere e condannare gli errori contrari, tanto dannosi al gregge del Signore.

Capo I. — Dell’istituzione del primato apostolico nel beato Pietro

Insegniamo quindi e dichiariamo, secondo la testimonianza del Vangelo, che il primato di giurisdizione su tutta la Chiesa di Dio fu promesso e dato da Cristo Signore immediatamente e direttamente al beato apostolo Pietro. Infatti, a Simone soltanto, al quale già aveva detto: « Tu ti chiamerai Cefa », a lui solo che gli aveva fatta questa confessione: « Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio vivo », Gesù disse: « Beato sei tu, Simon Bar lona, perché non la carne e il sangue te lo ha rivelato, ma il Padre mio, che è nei cieli. E dico a te, che tu sei Pietro, e sopra questa pietra edificherò la mia Chiesa, e le porte dell’inferno non avranno forza contro di essa. E a te to darò le chiavi del regno dei cieli; e qualunque cosa avrai sciolta sulla terra, sarà sciolta anche nei cieli ». Ed ancora al solo Simon Pietro diede Gesù, dopo la sua resurrezione, la giurisdizione di Sommo Pastore e Rettore su tutto il suo ovile, dicendo: « Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecorelle ». A questa dottrina così chiara della Sacra Scrittura, come fu sempre intesa da tutta la Chiesa, sono apertamente contrarie le perverse opinioni di coloro che, pervertendo la forma di governo costituita da Cristo Signore nella sua Chiesa, negano che il solo Pietro sta stato investito da Cristo di un vero e proprio primato di giurisdizione su tutti gli altri Apostoli, sia separatamente uno dall’altro, sia collettivamente insieme; o affermano che questo stesso primato non è stato conferito immediatamente e direttamente al beato Pietro, ma alla Chiesa, e per questa a lui, come a ministro della stessa Chiesa. Se qualcuno, quindi, dice che il beato Pietro apostolo non fu costituito da Cristo Signore principe di tutti gli Apostoli, e capo visibile di tutta la Chiesa militante, oppure che il medesimo Pietro ha ricevuto direttamente ed immediatamente dallo stesso Gesù Cristo Signor nostro solamente un primato d’onore, e non di vera e propria giurisdizione, sia anatema.

Capo II. — Della perpetuità del primato di Pietro nei Romani Pontefici.

Quello poi che, a perpetua salute e bene perenne della Chiesa, il principe dei pastori ed il gran pastore delle pecorelle, il Signor Gesù Cristo, istituì nel beato apostolo Pietro, deve necessariamente, sotto l’azione dello stesso Cristo, durare nella Chiesa, la quale fondata sopra la pietra, starà ferma fino alla fine dei secoli. A nessuno, infatti, può cadere in dubbio, anzi è un fatto notorio in tutti i secoli, che il santo e beatissimo Pietro, principe e capo degli Apostoli, colonna della fede e fondamento della Chiesa Cattolica, ha ricevuto da Nostro Signore Gesù Cristo, Salvatore e Redentore del genere umano, le chiavi del regno; egli fino a questo tempo e sempre, vive e regna e giudica nei suoi successori, i Vescovi della Santa Romana Sede, da lui fondata e consacrata col suo sangue. Perciò chiunque succede in questa cattedra a Pietro, egli, secondo l’istituzione dello stesso Cristo, tiene il primato di Pietro su tutta la Chiesa. Rimane dunque ciò che la verità ha stabilito, e il beato Pietro, conservando sempre la fortezza della pietra, non abbandona mai, dopo averlo una volta preso, il governo della Chiesa. Per questa ragione fu sempre necessario che alla Chiesa Romana per la sua superiorità eminente si riferisse ogni Chiesa, ossia tutti i fedeli sparsi per ogni luogo, affinché, uniti come membri al loro capo, formassero un solo e medesimo corpo in questa Sede, donde provengono su tutti i diritti della venerata Comunione. Se qualcuno, quindi, dice che non è per istituzione dello stesso Cristo: Signor Nostro, ossia di diritto divino, che il beato Pietro ha perpetui successori nel primato su tutta la Chiesa; o che il Romano Pontefice non è il successore del beato Pietro nello stesso primato, sia anatema.

Capo III. Della forza e della ragione del primato del Romano Pontefice.

Per la qual cosa, appoggiati alle manifeste testimonianze delle sacre lettere, ed aderendo ai decreti formali e perpetuamente chiari, tanto dei Romani Pontefici, nostri predecessori, quanto dei Concili generali, rinnoviamo la definizione. del Concilio ecumenico di Firenze, in virtù della quale tutti î fedeli di Cristo sono tenuti a credere che la santa Sede Apostolica ed il Romano Pontefice tiene il primato in tutto il mondo, e che lo stesso Romano Pontefice è successore del beato Pietro, principe degli Apostoli, e vero Vicario di Cristo e capo di tutta la Chiesa, e padre e dottore di tutti i Cristiani; e che a lui nel beato Pietro fu affidata da Gesù Cristo, Signor nostro, piena potestà di pascere, reggere e governare la Chiesa universale, come pure questo è contenuto negli Atti dei Concili ecumenici e nei sacri canoni. Insegniamo pertanto e dichiariamo che la Chiesa di Roma ha, per una disposizione del Signore, il principato della potestà ordinaria sopra tutte le altre Chiese; e questa potestà di giurisdizione del Romano Pontefice, veramente episcopale, è immediata: che verso di essa i pastori ed i fedeli di qualunque rito e dignità, sia ciascuno separatamente che tutti insieme, sono astretti dal dovere di subordinazione gerarchica e di vera ubbidienza non solo in quelle cose che appartengono alla fede e ai costumi, ma anche in quelle che riguardano la disciplina ed il governo della Chiesa sparsa per il mondo intero; così che mantenendo l’unità sia di comunione sia di professione della stessa fede con il Romano Pontefice, la Chiesa di Cristo formi un solo gregge sotto un solo Sommo Pastore. Questa è la dottrina della verità cattolica, dalla quale nessuno può deviare senza perdere la fede e la salvezza. Tanto poi è lungi che questa potestà del Sommo Pontefice sia di detrimento al potere ordinario e immediato di giurisdizione episcopale, in forza della quale i Vescovi, posti dallo Spirito Santo e successori degli Apostoli, pascono e reggono come veri pastori ciascuno il gregge particolare affidato alla sua cura, che anzi questo loro potere viene al contrario affermato, corroborato e rivendicato dal Pastore supremo e universale, secondo le parole di S. Gregorio Magno: « Il mio onore è l’onore della Chiesa universale. Il mio onore è la forza solida dei miei fratelli. Allora io sono veramente onorato, quando a ciascuno è dato l’onore che gli compete ». Da questa suprema potestà del Romano Pontefice di governare la Chiesa universale, risulta per lui il diritto di comunicare liberamente, nell’esercizio della sua carica, con i pastori e i greggi di tutta la Chiesa, affinché questi possano essere istruiti e diretti da lui nella via della salute. Perciò condanniamo e riproviamo le sentenze di coloro che dicono che questa comunicazione del capo supremo con i pastori e i greggi può essere lecitamente impedita; oppure la fanno dipendere dalla potestà secolare e pretendono che le disposizioni prese dalla Sede Apostolica o in virtù della sua autorità per il governo della Chiesa, non hanno forza e valore, se prima non siano confermate dal placito della potestà secolare. E poiché il Romano Pontefice per diritto divino del primato apostolico presiede a tutta la Chiesa, insegniamo anche e dichiariamo che egli è giudice supremo dei fedeli, e che in tutte le cause che sono di competenza ecclesiastica, essi possono ricorrere al suo giudizio; e che il giudizio della Sede Apostolica, al disopra della quale non v’è autorità, non può essere riformato da nessuno e che a nessun è lecito giudicare un tale giudizio. Perciò sono lungi dal sentiero della verità coloro che affermano essere lecito appellarsi dai giudizi dei Romani Pontefici al Concilio ecumenico, come ad autorità superiore al Romano Pontefice. – Se pertanto qualcuno dice che il Romano Pontefice ha solamente l’incarico d’ispezione o di direzione, ma non piena e suprema potestà di giurisdizione in tutta la Chiesa, non solo in quelle cose che concernono la fede e i costumi, ma in quelle anche che riguardano la disciplina ed il governo della Chiesa diffusa per tutto il mondo; o che ha soltanto la parte principale, e non tutta la pienezza di questa suprema potestà; oppure che questa sua potestà non è ordinaria ed immediata sia su tutte e singole le Chiese come su tutti e singoli i pastori e î fedeli, sia anatema.

Capo IV. — Del magistero infallibile del Romano Pontefice

Nel primato apostolico che il Romano Pontefice possiede su tutta la Chiesa come successore di Pietro, principe degli Apostoli, è compresa anche la suprema potestà di magistero: ciò ha sempre tenuto questa santa Sede, è provato dall’uso perpetuo della Chiesa e fu dichiarato dagli stessi Concili ecumenici e da quelli stessi principalmente in cui l’Oriente e l’Occidente convenivano insieme nell’unione della fede e della carità. – I Padri, infatti, del Concilio Costantinopolitano IV, seguendo le orme dei maggiori, emisero questa solenne professione: « La salute sta prima di tutto nel custodire la regola della retta fede. E poiché non può essere vana la parola di Nostro Signor Gesù Cristo, che disse: “Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa ,, questa parola è verificata dai fatti; perché nella Sede Apostolica si è sempre conservata immacolata la religione cattolica e professata la santa dottrina. Pertanto, desiderosi di non essere separati in nulla dalla sua fede e dalla sua dottrina speriamo di meritarci d’essere in quell’unica comunione, che viene predicata dalla Sede Apostolica, ed in cui esiste l’’intiera e verace solidità della Religione cristiana » . Con l’approvazione del secondo Concilio di Lione, i Greci hanno fatto questa professione: « La Santa Romana Chiesa ha sopra tutta la Chiesa cattolica il sommo e pieno primato e principato, che essa veracemente e umilmente riconosce d’aver ricevuto, insieme con la pienezza della potestà, dallo stesso Signore nel beato Pietro, principe e capo degli Apostoli, di cui il Romano Pontefice è successore, e poiché è tenuta più delle altre Chiese a difendere la verità della fede, così se intorno alla fede sorgeranno questioni, si devono definire conil suo giudizio ». Finalmente il Concilio di Firenze ha definito: « Il Romano Pontefice è il vero Vicario di Cristo e capo di tutta la Chiesa e Padre e dottore di tutti i Cristiani; a lui è trasmessa nella persona del beato Pietro dal Signor nostro Gesù Cristo la piena potestà di pascere, di reggere e di governare la Chiesa universale ». Per adempiere ai doveri di questo ufficio pastorale i nostri predecessori si adoperarono sempre indefessamente a propagare presso tutti i popoli della terra la dottrina salutare di Cristo, e vigilarono con uguale sollecitudine a conservarla pura e senza mescolanza dovunque fosse stata ricevuta. Perciò î Vescovi di tutto il mondo, ora personalmente, ora congregati in Concili, seguendo l’antica consuetudine della Chiesa e la formula dell’antica regola, a questa santa Sede segnalarono quei pericoli che si presentavano soprattutto nelle cose di fede, affinché i danni portati alla fede, fossero riparati in modo più speciale colà dove la fede non può patire danno. Da parte loro i Romani Pontefici, secondo che la condizione dei tempi e delle cose lo consigliava, ora convocando Concili ecumenici, nei quali s’informavano del pensiero della Chiesa dispersa per il mondo, ora per mezzo di Sinodi particolari, ora adoperando altri aiuti, che venivano somministrati dalla Divina Provvidenza, hanno definito che si doveva ritenere ciò che avevano, con l’aiuto divino, conosciuto conforme alle Sacre Scritture e alle Tradizioni apostoliche. Lo Spirito Santo, infatti, fu promesso ai successori di Pietro non già per pubblicare, sotto la sua rivelazione, nuove dottrine, ma perché custodissero e fedelmente esponessero, con la sua assistenza, la rivelazione tramandata dagli Apostoli, ossia il deposito della fede. La loro dottrina apostolica fu da tutti i venerabili Padri e Dottori ortodossi abbracciata, venerata e seguita, sapendo perfettamente che questa Sede di San Pietro rimase sempre esente da ogni errore, secondo la divina promessa del Signor nostro Salvatore fatta al principe dei suoi discepoli: « lo ho pregato per te, affinché non venga meno la tua fede, e tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli ». Il dono della verità e della fede, che non viene mai meno, è stato dunque divinamente concesso a Pietro e ai suoi successori in questa Cattedra, affinché per la salute di tutti adempissero al proprio ufficio; e così tutto il gregge di Cristo allontanato con il loro aiuto dal pascolo velenoso dell’errore, si nutrisse con il cibo della dottrina celeste: e tolta ogni occasione di scisma, la Chiesa si conservasse tutta intera nell’unità e che, appoggiata sopra il suo fondamento, si mantenesse incrollabile contro le porte dell’inferno. E poiché in quest’età in cui si ha più bisogno della salutifera efficacia del Magistero apostolico, si trovano non pochi che denigrano la sua autorità, noi giudichiamo che sia assolutamente necessario di definire in modo solenne la prerogativa che il Figlio di Dio si è degnato congiungere con il supremo ufficio pastorale. Pertanto, aderendo fedelmente alla tradizione ricevuta fin dall’esordio della fede cristiana, a gloria di Dio nostro Salvatore, ad esaltazione della Religione cattolica, ed a salute dei popoli cristiani, coll’approvazione del Sacro Concilio, insegniamo e definiamo come dogma da Dio rivelato, che il Romano Pontefice, quando parla ex cathedra, ossia quando esercitando l’ufficio di pastore e dottore di tutti i Cristiani, definisce, in virtù della sua suprema apostolica autorità, che una dottrina sulla fede o sui costumi si deve tenere da tutta la Chiesa, gode, per l’assistenza divina a lui promessa nel beato Pietro, di quella infallibilità di cui il Divin Redentore volle essere fornita la sua Chisa nel definire una dottrina sulla fede e sui costumi; e perciò che tali definizioni del Romano Pontefice sono irreformabili per se stesse e non in virtù del consenso della Chiesa. Se qualcuno poi, tolgalo Iddio, osasse contraddire a questa nostra definizione, sia anatema.

Dato a Roma nella Sessione pubblica tenuta solennemente nella Basilica Vaticana, l’anno dell’Incarnazione del Signore 1870, il18 luglio, del nostro Pontificato XXIV.

FESTA DI SAN PIETRO (2022)

FESTA DI SAN PIETRO

IL PAPA

(G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi; VI ediz. – Soc. Ed. Vita e pensiero.- Milano 1956).

Pietro! quest’uomo dalle larghe spalle di pescatore, dalle mani rosse per l’acqua e per il sole, dalla barba rotonda rischiarata da un sorriso bonario, dagli occhi teneri e azzurri come il lago in cui pescava, oggi ci viene davanti all’animo così come noi lo conosciamo dai due episodi più salienti della sua vita: l’uomo della fede e dell’amore. Una volta Gesù si rivolge ai dodici e domanda loro improvvisamente: « Che dice di me la gente? », « Dicono che sei Elia », risposero alcuni. « Dicono che sei Geremia », risposero altri. « Che sei il Battista! che sei un profeta! » risposero altri e altri ancora. Gesù interruppe quelle discordanti testimonianze, dicendo: « Ma voi, voi che pensate di me? chi sono Io per voi? ». Ci fu un momento di silenzio. Allora Simone, quel Simone che aveva lasciato i suo lago, le reti, la barca, la casa, il suo padre, senza neppur voltarsi indietro, per seguire Gesù; quel Simone che all’invito di Gesù non aveva dubitato di balzar dalla varca e camminar sui flutti in mezzo al lago, quel medesimo Simone s’elevò al di sopra dei dodici, al di sopra di tutti gli uomini ed esclamò: « Tu sei il Cristo, Figlio di Dio ». In questa risposta voi vedete Pietro: l’uomo della fede. – Ma un’altra volta Gesù lo prende in disparte. Si era sulle rive del lago, uno degli ultimi quaranta giorni che il Redentore, passò sulla terra dopo la sua Risurrezione. Lo fissa negli occhi e gli domanda tre volte: « Pietro mi ami tu? mi vuoi bene più di tutti gli altri? ». Pietro a quella triplice domanda, si ricordò della sua triplice negazione. E cominciò a tremare di dolore e soprattutto d’amore: «Signore! — rispose quasi singhiozzando — Tu che sai tutto, vedi bene, quanto ti amo! ». E voleva dire, ma non osava: « Con tutta la vita, fino alla morte ». In quest’altra risposta voi vedete ancora Pietro: l’uomo dell’amore. Fede e amore: luce che illumina, fuoco che riscalda. Questa è l’anima di San Pietro. – Ma questa è pure l’anima del Papa! poiché il Papa non è che San Pietro che si rinnova con perpetua vicenda nei secoli.

Il Papa è la verità che guida tutto il mondo.

Il Papa è l’amore che ama tutto il mondo.

1. IL PAPA È LA VERITÀ CHE GUIDA TUTTO IL MONDO

Torbidi tempi per la giovane Chiesa di Cristo quelli del sec. V. In Alessandria, un uomo smanioso di dominio, Dioscoro, andava spargendo nel popolo dottrine false, A Costantinopoli un archimandrita di nome Eutiche con ardente parola sviluppava gli errori di Dioscoro. « Cristo – dicevano – non fu un uomo vero come noi: ma ebbe soltanto una unica natura, la divina ». Ma i Vescovi s’accorsero dell’abisso in cui si stava per cadere: negato Cristo uomo, troppo facilmente si sarebbe negato anche Cristo Dio; e tutta la nostra fede, per cui già milioni di martiri avevano dato il proprio sangue, sarebbe stata rovesciata nell’errore. Per ciò si proclamò un Concilio. E dall’Africa, e dall’Italia e dalla Siria convennero a Calcedonia 630 vescovi. Già da più giorni si discuteva, quando arrivò una lettera stupenda di papa Leone. Tutti l’ascoltarono in silenzio, poi uno si alzò, in mezzo a tutti, gridando:« Pietro ha parlato per bocca di Papa Leone ». Allora da tutti i petti eruppe un grido di vittoria: « Questa è la fede degli Apostoli; così tutti crediamo ». Quello che avvenne a Calcedonia ci esprime chiaramente che il Papa è l’infallibile guida di verità. Chi lo segue non cammina nelle tenebre del falso. Quando il Papa parla, ogni questione è finita, disse S. Agostino; perché il Papa ha la parola della verità. Ed è un dogma di fede che il Papa non sbaglia mai quando con tutta la forza della sua autorità definisce qualche dottrina di fede e di morale. La storia del pensiero umano è qualche cosa di commovente: è l’uomo spinto dal desiderio di sapere che ascende alla cognizione del mondo e alla scoperta dei misteri della natura. Ma quanti spropositi. Quelle dottrine che prima si ritenevano come verità, ora si rigettano come errori. Ai tempi di S. Tommaso tutti i fisici credevano che la terra fosse circondata da una zona d’aria, e la zona d’aria fosse circondata da una zona di fuoco. Oggi queste ingenuità ci fanno sorridere. Ci furono di quelli che insegnarono che il mondo si è fatto da solo, per un caso; altri non ebbero vergogna di proclamarsi discendenti dalle bestie, altri infine giunsero a negare la propria esistenza per dire che tutto il mondo è un sogno. In quali confusioni non è mai trascinata la superba scienza degli uomini! Ma sulla terra, dove tutto muta, e soprattutto mutano le parole e le teorie degli uomini, vi ha un miracolo d’una Cattedra che da venti secoli non ha mai cambiato una parola: è la Cattedra di Roma. Il Credo che imparammo sulle ginocchia materne e che insegnammo ai nostri figliuoli è il Credo che hanno recitato i nostri nonni, i nostri bisnonni, che hanno recitato i primi Cristiani: è il Credo degli Apostoli. E quello che ogni Papa insegna in solenne ammaestramento dei fedeli non si cancellerà più, ma starà in eterno. So bene che il demonio, più volte, ha cercato di addensare nella Chiesa di Dio le tenebre dell’errore: «Simone! Simone! — aveva detto Gesù al primo Papa — ecco satana che ti agiterà come nel cribio si agita il grano… ».  E satana suscitò Simon Mago che voleva comprare col danaro lo Spirito Santo. Suscitò Cerinto, Valentino, Marcione e tutti gli eretici dei primi secoli. Suscitò Eutiche e i Doceti a negarne la umanità. Suscitò Fozio a dividere in mezzo la Chiesa. Suscitò Lutero a dilaniarla in brani. Ed anche ai nostri giorni suscita i moderni increduli coi loro libri osceni ed atei. «… ma io ho pregato per te, o Pietro!» — La preghiera di Gesù ha reso infallibile il Papa. Passarono e passeranno tutti i nemici della verità come le onde del Tevere passano sotto i ponti di Roma; ma il Papa sta e non cambia. Chi non è col Papa, è nell’errore, perché solo il Papa è la verità. E di lui si potrebbero ripetere le parole di S. Paolo « Se anche un Angelo vi annunciasse qualcosa di diverso di quello che il Papa insegna, non credeteci perchè sbaglia ».

2. IL PAPA È L’AMORE CHE AMA TUTTO IL Mondo.

Un poeta latino scrisse questo verso tremendo: Te regere imperio populos, Romane, memento! Ricordati, o romano, che tu sei nato a comandare sui popoli con la forza. Noi, venuti dopo, sappiamo come ha fallito il verso di Virgilio. La Roma conquistatrice e usurpatrice, la Roma della forza brutale, che aggiogava al suo carro i popoli, si è sfasciata sotto le sue rovine. Ma un’altra Roma è sorta che trionfa e trionferà senza fine e senza rovine: la Roma cristiana. Non è più però con la forza che Roma cristiana vince, ma è con l’amore; non è più con la spada, ma è con il cuore. Te regere amore populos, Romane, memento! O Roma, tu sei nata a vincere i popoli con l’amore. – Quando l’Italia fu invasa dai barbari, quando Attila incendiario flagellava le nostre contrade, quando gli Eruli di Odoacre e i Goti di Teodorico e i Longobardi di Agilulfo uccidevano e devastavano senza pietà, fu l’amore del Papa che ci ha salvati; che ha respinto il barbaro con la maestà del suo volto, che ha raccolto gli orfani, gli ammalati, che ha sostenuto le vedove e i poveri. E quando nell’Africa e nell’America, persone infami rapivano e mercanteggiavano i poveri negri strappati dalle loro tribù e dai loro villaggi di paglia, chi si è levato a difenderli, a salvarli, se non l’amore del Papa? E quando la Polonia fu perseguitata dai Russi e le volevano imporre una lingua e una fede che non era la sua, ed i preti erano calunniati di tradimento e i fedeli feriti e carcerati, fu il Papa che chiamò a Roma lo Czar. L’imperatore delle Russie sale al Vaticano; sulla porta, solo inerme stanco dagli anni e dai travagli, lo attende un vecchio bianco, il papa Gregorio XVI. Con le lacrime agli occhi dice: « Sire, verrà un giorno in cui entrambi compariremo dinanzi al tribunale di Dio. Io vecchio, prima; ma anche voi, dopo. Sire, pensateci bene: Dio ha istituiti i re perché siano padri e non i carnefici dei loro popoli! » — Pallido, muto, smarrito, lo Czar discese e partì. Un’altra volta è Filippo Augusto re di Francia che, dopo aver sposata Ingelburga, figlia del re di Danimarca, la vuol ripudiare. Raduna a Compiègne un conciliabolo e respinge Ingelburga e sposa Agnese di Merania. L’infelice regina, lontana dai suoi, quando sentì l’amara sorte d’essere scacciata, scoppiò in un grido: « Roma! Roma! ». Oh, com’è bello questo grido di un’anima oppressa che invoca da Roma la sua giustizia! È una pecora del gregge, che assalita dal lupo, col suo belato chiama al pastore. E il Papa ascolta questo lamento di agnello, e lancia la maledizione sul lupo e sul suo regno. E Filippo Augusto dovette rendere giustizia alla sua sposa. O Roma, tu sei nata a vincere con l’amore! Quando però gli uomini non ascoltano la sua voce d’amore, ecco il Papa che soffre, non sa resistere e muore. Bonus pastor animam suam dat pro ovibus suis. Si era nella primavera del 1914. L’ultimatum dell’Austria alla Serbia non lasciava alcun dubbio sopra le intenzioni bellicose degli imperi centrali. Pio X aveva troppa intuizione per non comprendere ciò che soprastava al mondo. L’ambasciatore di Francesco Giuseppe, imperatore d’Austria, venne a Roma ed osò domandargli la benedizione sopra le armate austriache. Il Papa lo guardò come indignato, e disse: «Io benedico la pace, e non la guerra ». Ma vedendo che ormai ogni suo sforzo era disperato e che per i suoi figli non poteva far niente, fuor che piangere e bene dire, sentì la sua salute già scossa peggiorare nell’angoscia e nel dolore. Quando gli portarono le notizie del primo sangue sparso, il suo cuore paterno scoppiò e morì martire d’amore per il suo gregge dilaniato. Bonus pastor animam suam dat pro ovibus suis. Ed anche oggi chi leva la sua voce contro il sangue inutile, gli odi, le ingiustizie, le oppressioni? il Papa. Solo la sua voce risuona sempre pura e disinteressata fra tanti egoismi e prepotenze. La sua voce viene da un cuore pieno d’infinito amore: il Cuore di Gesù.

CONCLUSIONE

È bello ricordare anche qui l’ardente parola che S. Paolo scrisse a quei di Corinto: « Se qualcuno non ama Nostro Signor Gesù Cristo, sia anatema! ». Scomunicato, fuor della Chiesa, chi non ama Gesù Cristo? Ma il Papa non è il dolce Cristo in terra? Allora, con verità, possiamo applicare a lui il detto paolino: « Se qualcuno non ama il Papa (il vero Papa, cioè Gregorio XVIII -ndr. -), sia anatema! ». Non basta amarlo a parole, ma bisogna amarlo in opere e in verità. E il Papa lo si ama quando si prega per lui: egli è nostro padre e ogni figlio deve pregare per Suo padre. Il Papa lo si ama, quando lo si ascolta: la sua parola deve essere studiata con amore, creduta con fermezza, praticata con volontà. Il Papa lo si ama quando il nostro obolo è generoso per Lui. Le Missioni, le chiese povere, i seminari, gli orfanotrofi, tutte le miserie del mondo volgono al Papa la loro voce. E il Papa come le potrebbe soccorrere? Amiamo il Papa, quello vero… S. S. Gregorio XVIIl.

IL PRIMATO SPIRITUALE DI ROMA (6)

IL PRIMATO SPIRITUALE DI ROMA (6)

P. Andrea Oddone s. j.

IL PRIMATO SPIRITUALE DI ROMA SECONDO LA COSTITUZIONE PASTOR ÆTERNUS S. E. I. MILANO, – 1937

LA COSTITUZIONE « PASTOR ÆTERNUS »

PROLOGO. — Il Pastore eterno e il Vescovo delle anime nostre, per rendere perpetua l’opera salutare della sua redenzione, decretò di edificare la Santa Chiesa, nella quale, come nella Casa del Dio vivente, tutti i fedeli si mantenessero uniti. con il vincolo di una sola fede e di un solo amore. Perciò prima di essere glorificato, pregò il Padre suo non solo per gli Apostoli, ma anche per quelli che avrebbero creduto in Lui per la loro parola, affinché tutti fossero una cosa sola in quel modo che sono una cosa sola lo stesso Figlio e il Padre. Come dunque mandò gli Apostoli, che si era scelti dal mondo, nella maniera stessa con cui egli era stato mandato dal Padre, così volle che nella Chiesa sua vi fossero pastori e dottori fino alla consumazione dei secoli. Ed affinché lo stesso episcopato fosse uno ed indiviso, e si conservasse nella unità della fede e della comunione tutta la moltitudine dei credenti per mezzo della coesione di sacerdoti, pose il beato Pietro a capo degli altri Apostoli, e istituì in lui il principio perpetuo e il fondamento visibile di questa doppia unità, volendo che sopra la sua solidità si costruisse il tempio eterno e che sulla fermezza della sua fede si innalzasse la Chiesa sino all’altezza dei cieli. E poiché le porte dell’inferno insorgono da ogni parte con odio sempre crescente contro il fondamento divinamente istituito della Chiesa, per abbatterla, se fosse possibile, noi con la approvazione del santo Concilio giudichiamo necessario per la salvaguardia, la salvezza e l’accrescimento del popolo cattolico, di proporre per essere creduta e tenuta, conformemente all’antica e costante fede della Chiesa universale, la dottrina sull’istituzione, la perpetuità e la natura del sacro primato apostolico, sopra la quale riposa la forza e la solidità di tutta la Chiesa, e di proscrivere e condannare gli errori contrari, tanto dannosi al gregge del Signore.

Capo I. — Dell’istituzione del primato apostolico nel beato Pietro.

Insegniamo quindi e dichiariamo, secondo la testimonianza del Vangelo, che il primato di giurisdizione su tutta la Chiesa di Dio fu promesso e dato da Cristo Signore immediatamente e direttamente al beato apostolo Pietro. Infatti, a Simone soltanto, al quale già aveva detto: « Tu ti chiamerai Cefa », a lui solo che gli aveva fatta questa confessione: « Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio vivo », Gesù disse: « Beato sei tu, Simon Bar lona, perché non la carne e il sangue te lo ha rivelato, ma il Padre mio, che è nei cieli. E dico a te, che tu sei Pietro, e sopra questa pietra edificherò la mia Chiesa, e le porte dell’inferno non avranno forza contro di essa. E a te to darò le chiavi del regno dei cieli; e qualunque cosa avrai sciolta sulla terra, sarà sciolta anche nei cieli ». Ed ancora al solo Simon Pietro diede Gesù, dopo la sua resurrezione, la giurisdizione di Sommo Pastore e Rettore su tutto il suo ovile, dicendo: « Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecorelle ». A questa dottrina così chiara della Sacra Scrittura, come fu sempre intesa da tutta la Chiesa, sono apertamente contrarie le perverse opinioni di coloro che, pervertendo la forma di governo costituita da Cristo Signore nella sua Chiesa, negano che il solo Pietro sta stato investito da Cristo di un vero e proprio primato di giurisdizione su tutti gli altri Apostoli, sia separatamente uno dall’altro, sia collettivamente insieme; o affermano che questo stesso primato non è stato conferito immediatamente e direttamente al beato Pietro, ma alla Chiesa, e per questa a lui, come a ministro della stessa Chiesa. Se qualcuno, quindi, dice che il beato Pietro apostolo non fu costituito da Cristo Signore principe di tutti gli Apostoli, e capo visibile di tutta la Chiesa militante, oppure che il medesimo Pietro ha ricevuto direttamente ed immediatamente dallo stesso Gesù Cristo Signor nostro solamente un primato d’onore, e non di vera e propria giurisdizione, sia anatema.

Capo II. — Della perpetuità del primato di Pietro nei Romani Pontefici.

Quello poi che, a perpetua salute e bene perenne della Chiesa, il principe dei pastori ed il gran pastore delle pecorelle, il Signor Gesù Cristo, istituì nel beato apostolo Pietro, deve necessariamente, sotto l’azione dello stesso Cristo, durare nella Chiesa, la quale fondata sopra la pietra, starà ferma fino alla fine dei secoli. A nessuno, infatti, può cadere in dubbio, anzi è un fatto notorio in tutti i secoli, che il santo e beatissimo Pietro, principe e capo degli Apostoli, colonna della fede e fondamento della Chiesa Cattolica, ha ricevuto da Nostro Signore Gesù Cristo, Salvatore e Redentore del genere umano, le chiavi del regno; egli fino a questo tempo e sempre, vive e regna e giudica nei suoi successori, i Vescovi della Santa Romana Sede, da lui fondata e consacrata col suo sangue. Perciò chiunque succede in questa cattedra a Pietro, egli, secondo l’istituzione dello stesso Cristo, tiene il primato di Pietro su tutta la Chiesa. Rimane dunque ciò che la verità ha stabilito, e il beato Pietro, conservando sempre la fortezza della pietra, non abbandona mai, dopo averlo una volta preso, il governo della Chiesa. Per questa ragione fu sempre necessario che alla Chiesa Romana per la sua superiorità eminente si riferisse ogni Chiesa, ossia tutti i fedeli sparsi per ogni luogo, affinché, uniti come membri al loro capo, formassero un solo e medesimo corpo in questa Sede, donde provengono su tutti i diritti della venerata Comunione. Se qualcuno, quindi, dice che non è per istituzione dello stesso Cristo: Signor Nostro, ossia di diritto divino, che il beato Pietro ha perpetui successori nel primato su tutta la Chiesa; o che il Romano Pontefice non è il successore del beato Pietro nello stesso primato, sia anatema.

Capo III. Della forza e della ragione del primato del Romano Pontefice.

Per la qual cosa, appoggiati alle manifeste testimonianze delle sacre lettere, ed aderendo ai decreti formali e perpetuamente chiari, tanto dei Romani Pontefici, nostri predecessori, quanto dei Concili generali, rinnoviamo la definizione. del Concilio ecumenico di Firenze, in virtù della quale tutti î fedeli di Cristo sono tenuti a credere che la santa Sede Apostolica ed il Romano Pontefice tiene il primato in tutto il mondo, e che lo stesso Romano Pontefice è successore del beato Pietro, principe degli Apostoli, e vero Vicario di Cristo e capo di tutta la Chiesa, e padre e dottore di tutti i Cristiani; e che a lui nel beato Pietro fu affidata da Gesù Cristo, Signor nostro, piena potestà di pascere, reggere e governare la Chiesa universale, come pure questo è contenuto negli Atti dei Concili ecumenici e nei sacri canoni. Insegniamo pertanto e dichiariamo che la Chiesa di Roma ha, per una disposizione del Signore, il principato della potestà ordinaria sopra tutte le altre Chiese; e questa potestà di giurisdizione del Romano Pontefice, veramente episcopale, è immediata: che verso di essa i pastori ed i fedeli di qualunque rito e dignità, sia ciascuno separatamente che tutti insieme, sono astretti dal dovere di subordinazione gerarchica e di vera ubbidienza non solo in quelle cose che appartengono alla fede e ai costumi, ma anche in quelle che riguardano la disciplina ed il governo della Chiesa sparsa per il mondo intero; così che mantenendo l’unità sia di comunione sia di professione della stessa fede con il Romano Pontefice, la Chiesa di Cristo formi un solo gregge sotto un solo Sommo Pastore. Questa è la dottrina della verità cattolica, dalla quale nessuno può deviare senza perdere la fede e la salvezza. Tanto poi è lungi che questa potestà del Sommo Pontefice sia di detrimento al potere ordinario e immediato di giurisdizione episcopale, in forza della quale i Vescovi, posti dallo Spirito Santo e successori degli Apostoli, pascono e reggono come veri pastori ciascuno il gregge particolare affidato alla sua cura, che anzi questo loro potere viene al contrario affermato, corroborato e rivendicato dal Pastore supremo e universale, secondo le parole di S. Gregorio Magno: « Il mio onore è l’onore della Chiesa universale. Il mio onore è la forza solida dei miei fratelli. Allora io sono veramente onorato, quando a ciascuno è dato l’onore che gli compete ». Da questa suprema potestà del Romano Pontefice di governare la Chiesa universale, risulta per lui il diritto di comunicare liberamente, nell’esercizio della sua carica, con i pastori e i greggi di tutta la Chiesa, affinché questi possano essere istruiti e diretti da lui nella via della salute. Perciò condanniamo e riproviamo le sentenze di coloro che dicono che questa comunicazione del capo supremo con i pastori e i greggi può essere lecitamente impedita; oppure la fanno dipendere dalla potestà secolare e pretendono che le disposizioni prese dalla Sede Apostolica o in virtù della sua autorità per il governo della Chiesa, non hanno forza e valore, se prima non siano confermate dal placito della potestà secolare. E poiché il Romano Pontefice per diritto divino del primato apostolico presiede a tutta la Chiesa, insegniamo anche e dichiariamo che egli è giudice supremo dei fedeli, e che in tutte le cause che sono di competenza ecclesiastica, essi possono ricorrere al suo giudizio; e che il giudizio della Sede Apostolica, al disopra della quale non v’è autorità, non può essere riformato da nessuno e che a nessun è lecito giudicare un tale giudizio. Perciò sono lungi dal sentiero della verità coloro che affermano essere lecito appellarsi dai giudizi dei Romani Pontefici al Concilio ecumenico, come ad autorità superiore al Romano Pontefice. – Se pertanto qualcuno dice che il Romano Pontefice ha solamente l’incarico d’ispezione o di direzione, ma non piena e suprema potestà di giurisdizione in tutta la Chiesa, non solo in quelle cose che concernono la fede e i costumi, ma in quelle anche che riguardano la disciplina ed il governo della Chiesa diffusa per tutto il mondo; o che ha soltanto la parte principale, e non tutta la pienezza di questa suprema potestà; oppure che questa sua potestà non è ordinaria ed immediata sia su tutte e singole le Chiese come su tutti e singoli i pastori e î fedeli, sia anatema.

Capo IV. — Del magistero infallibile del Romano Pontefice.

Nel primato apostolico che il Romano Pontefice possiede su tutta la Chiesa come successore di Pietro, principe degli Apostoli, è compresa anche la suprema potestà di magistero: ciò ha sempre tenuto questa santa Sede, è provato dall’uso perpetuo della Chiesa e fu dichiarato dagli stessi Concili ecumenici e da quelli stessi principalmente in cui l’Oriente e l’Occidente convenivano insieme nell’unione della fede e della carità.

I Padri, infatti, del Concilio Costantinopolitano IV, seguendo le orme dei maggiori, emisero questa solenne professione: « La salute sta prima di tutto nel custodire la regola della retta fede. E poiché non può essere vana la parola di Nostro Signor Gesù Cristo, che disse: “Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa ,, questa parola è verificata dai fatti; perché nella Sede Apostolica si è sempre conservata immacolata la religione cattolica e professata la santa dottrina. Pertanto, desiderosi di non essere separati in nulla dalla sua fede e dalla sua dottrina speriamo di meritarci d’essere in quell’unica comunione, che viene predicata dalla Sede Apostolica, ed in cui esiste l’’intiera e verace solidità della Religione cristiana » . Con l’approvazione del secondo Concilio di Lione, i Greci hanno fatto questa professione: « La Santa Romana Chiesa ha sopra tutta la Chiesa cattolica il sommo e pieno primato e principato, che essa veracemente e umilmente riconosce d’aver ricevuto, insieme con la pienezza della potestà, dallo stesso Signore nel beato Pietro, principe e capo degli Apostoli, di cui il Romano Pontefice è successore, e poiché è tenuta più delle altre Chiese a difendere la verità della fede, così se intorno alla fede sorgeranno questioni, si devono definire con il suo giudizio ». Finalmente il Concilio di Firenze ha definito: « Il Romano Pontefice è il vero Vicario di Cristo e capo di tutta la Chiesa e Padre e dottore di tutti i Cristiani; a lui è trasmessa nella persona del beato Pietro dal Signor nostro Gesù Cristo la piena potestà di pascere, di reggere e di governare la Chiesa universale ». Per adempiere ai doveri di questo ufficio pastorale i nostri predecessori si adoperarono sempre indefessamente a propagare presso tutti i popoli della terra la dottrina salutare di Cristo, e vigilarono con uguale sollecitudine a conservarla pura e senza mescolanza dovunque fosse stata ricevuta. Perciò î Vescovi di tutto il mondo, ora personalmente, ora congregati in Concili, seguendo l’antica consuetudine della Chiesa e la formula dell’antica regola, a questa santa Sede segnalarono quei pericoli che si presentavano soprattutto nelle cose di fede, affinché i danni portati alla fede, fossero riparati in modo più speciale colà dove la fede non può patire danno. Da parte loro i Romani Pontefici, secondo che la condizione dei tempi e delle cose lo consigliava, ora convocando Concili ecumenici, nei quali s’informavano del pensiero della Chiesa dispersa per il mondo, ora per mezzo di Sinodi particolari, ora adoperando altri aiuti, che venivano somministrati dalla Divina Provvidenza, hanno definito che si doveva ritenere ciò che avevano, con l’aiuto divino, conosciuto conforme alle Sacre Scritture e alle Tradizioni apostoliche. Lo Spirito Santo, infatti, fu promesso ai successori di Pietro non già per pubblicare, sotto la sua rivelazione, nuove dottrine, ma perché custodissero e fedelmente esponessero, con la sua assistenza, la rivelazione tramandata dagli Apostoli, ossia il deposito della fede. La loro dottrina apostolica fu da tutti i venerabili Padri e Dottori ortodossi abbracciata, venerata e seguita, sapendo perfettamente che questa Sede di San Pietro rimase sempre esente da ogni errore, secondo la divina promessa del Signor nostro Salvatore fatta al principe dei suoi discepoli: « lo ho pregato per te, affinché non venga meno la tua fede, e tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli ». Il dono della verità e della fede, che non viene mai meno, è stato dunque divinamente concesso a Pietro e ai suoi successori in questa Cattedra, affinché per la salute di tutti adempissero al proprio ufficio; e così tutto il gregge di Cristo allontanato con il loro aiuto dal pascolo velenoso dell’errore, si nutrisse con il cibo della dottrina celeste: e tolta ogni occasione di scisma, la Chiesa si conservasse tutta intera nell’unità e che, appoggiata sopra il suo fondamento, si mantenesse incrollabile contro le porte dell’inferno. E poiché in quest’età in cui si ha più bisogno della salutifera efficacia del Magistero apostolico, si trovano non pochi che denigrano la sua autorità, noi giudichiamo che sia assolutamente necessario di definire in modo solenne la prerogativa che il Figlio di Dio si è degnato congiungere con il supremo ufficio pastorale. Pertanto, aderendo fedelmente alla tradizione ricevuta fin dall’esordio della fede cristiana, a gloria di Dio nostro Salvatore, ad esaltazione della Religione cattolica, ed a salute dei popoli cristiani, coll’approvazione del Sacro Concilio, insegniamo e definiamo come dogma da Dio rivelato, che il Romano Pontefice, quando parla ex cathedra, ossia quando esercitando l’ufficio di pastore e dottore di tutti i Cristiani, definisce, in virtù della sua suprema apostolica autorità, che una dottrina sulla fede o sui costumi si deve tenere da tutta la Chiesa, gode, per l’assistenza divina a lui promessa nel beato Pietro, di quella infallibilità di cui il Divin Redentore volle essere fornita la sua Chisa nel definire una dottrina sulla fede e sui costumi; e perciò che tali definizioni del Romano Pontefice sono irreformabili per se stesse e non in virtù del consenso della Chiesa. Se qualcuno poi, tolgalo Iddio, osasse contraddire a questa nostra definizione, sia anatema.

Dato a Roma nella Sessione pubblica tenuta solennemente nella Basilica Vaticana, l’anno dell’Incarnazione del Signore 1870, il 18 luglio, del nostro Pontificato XXIV.

LE GRANDI VERITÀ CRISTIANE (13)

ADOLFO TANQUEREY

LE GRANDI VERITÀ CRISTIANE CHE GENERANO NELL’ANIMA LA PIETÀ (13)

Vers. ital. di FILIPPO TRUCCO, Prete delle MissioniROMA DESCLÉE & C. EDIT. PONTIF. – 1930

NIHIL OBSTAT – Sarzanæ, 8 Maji 1930 J. Fiammengo, Rev. Eccl.

IMPRIMATUR Spediæ, 8 Maji 1930 Can, P. Chiappani, Del. Generalis.

SECONDA PARTE

Gesù, Sommo Sacerdote, ci fa partecipare al suo sacerdozio e al suo sacrificio.

Come già si disse, Gesù, comunicandoci. La sua vita, diviene nostro mediatore presso il Padre, nostro sommo Sacerdote: offre per noi il più perfetto dei sacrifici, perché ne è, nello stesso tempo, il sacrificatore e la vittima; dà quindi al sacrificio un valore infinito. Nell’offrire se stesso in vittima, ci associa, in una data misura che non è la stessa per tutti, al suo sacerdozio e al suo sacrifizio; offre con sé tutti i membri del suo Corpo mistico, tutto il popolo cristiano, onde possiamo rendere a Dio i nostri doveri religiosi e partecipare nello stesso tempo ai frutti della sua immolazione. – Dottrina consolantissima e molto feconda in frutti di santificazione, che vuol essere qui convenientemente illustrata, per trarne conclusioni specialmente pratiche, capaci d’innalzare i nostri cuori a Dio con maggior confidenza ed amore. Essendo Gesù nello stesso tempo sacerdote e vittima, tratteremo prima del suo sacerdozio e del suo sacrificio. Poi diremo in che modo il sacerdote cattolico partecipa veramente al suo sacerdozio e diventa così un altro Cristo, sacerdos alter Christus. Toccheremo quindi delle relazioni checorrono tra Maria e il sacerdote. E mostreremoda ultimo come tutto il popolo cristiano è anch’esso,in un certo senso, associato al sacerdoziodi Cristo. Potremo così intendere meglio checosa sia il santo Sacrifizio della Messa e come lodobbiamo celebrare od assistervi.

Quindi cinque capitoli:

I. GESÙ NOSTRO SACERDOTE, SACRIFICATORE E VITTIMA.

Il. IN CHE MODO IL SACERDOTE PARTECIPA AL SACERDOZIO DI GESÙ CRISTO.

III. LE RELAZIONI TRA MARIA SANTISSIMA E IL SACERDOTE.

IV. IN CHE SENSO IL POPOLO CRISTIANO È ASSOCIATO AL SACERDOZIO DI CRISTO.

V. DEL SANTO SACRIFICIO DELLA MESSA.

CAPITOLO I

Gesù nostro sommo sacerdote!

La bella dottrina del sacerdozio cattolico fu da san Paolo spiegata ai primi Cristiani nella Lettera agli Ebrei; dottrina che, quando sia ben intesa, rapisce di ammirazione le anime pie e le innalza ai più alti gradi di perfezione. Attenendoci agl’insegnamenti di san Paolo, diremo in che modo Gesù è il Sacerdote per eccellenza; in che modo ci si presenta nello stesso tempo Sacrificatore e Vittima; e quali sono i nostri doveri verso il sommo Sacerdote Gesù.

ART. I. — GESÙ È IL SACERDOTE PER ECCELLENZA.

A dimostrarlo, esamineremo: 1° quali siano le condizioni richieste per il Sacerdozio; 2° in che modo Gesù le abbia eminentemente avverate in se stesso.

Le condizioni richieste per il sacerdozio.

San Paolo ci dà prima di tutto una specie di definizione del sacerdozio, indicando le condizioni essenziali che vi si richedono: « Ogni pontefice, egli dice, tratto dagli uomini, è costituito per gli uomini nelle cose di Dio, perché offra doni e sacrifici pei peccati! » (Ebr. V, 1). Ed aggiunge: Nessuno assume da sé tale dignità, ma chiamatovi

da Dio, come Aronne » (Ebr. V. 4). Tre condizioni essenziali sono dunque necessarie ad essere sacerdote: bisogna:

1° essere uomo e scelto da Dio;

2° essere consacrato al culto divino per esercitare ufficialmente l’ufficio di mediatore tra il cielo e la terra;

3° e offrire a Dio un Sacrificio, che è l’atto più perfetto di adorazione e di espiazione.

Vediamo di intendere bene queste tre condizioni.

A) Il sacerdote dev’essere uomo, membro della grande famiglia che è incaricato di rappresentare, soggetto alle infermità, ai patimenti, alle miserie dell’umana stirpe, affinché, conoscendole per esperienza, possa compatirle ed esporle a Dio con maggior sentimento: « capace, dice san Paolo, di compatire gli ignoranti e i traviati, poiché anch’esso è cinto di debolezza » (Ebr. V, 2). Se il Sacerdote fosse Angelo, o puro spirito, e non uomo, come potrebbe farsi una giusta idea delle tentazioni che ci vengono dal corpo e dalla sensibilità? Come potrebbe compatirle e mostrarsi pietoso verso di noi? E noi avremmo il coraggio di confidare a un essere puramente spirituale quelle debolezze che vengono dall’infermità della nostra carne? Che se, pur facendo parte della nostra natura umana, il Sacerdote non fosse l’eletto di Dio, come potrebbe osare di presentarsi innanzi alla divina Maestà, lui povera creatura, lui misero peccatore, bisognoso di purificarsi dei suoi peccati prima di comparire innanzi al Dio di ogni santità? Il sacerdote deve dunque essere uomo, ma uomo chiamato da Dio, accetto a Dio.

B) Deve pure essere consacrato, vale a dire separato dalle cose profane, esclusivamente dedicato al servizio di Dio e dei suoi fratelli: « È costituito, è fissato a pro degli uomini in ciò che spetta al culto di Dio! ». Potrà quindi rappresentare gli uomini suoi fratelli e fare ufficialmente le parti di mediatore. È questo infatti l’ufficio essenziale del Sacerdote, salire dalla terra al cielo per recarvi gli ossequi di tutta l’umanità, e discendere dal cielo sulla terra colle mani piene di benedizioni per spanderle sugli uomini.

a) Il primo dovere dell’uomo è di glorificare Dio in modo cosciente e di porgergli, in nome proprio e in nome delle creature inanimate che stanno al suo servizio, un ossequio intelligente e libero. Creato ad immagine e somiglianza di Dio, partecipe della sua vita, l’uomo deve vivere in perpetua ammirazione, lode, adorazione, riconoscenza e amore verso il suo Creatore e Santificatore. È ciò che dice san Paolo: « Da lui, per lui, a lui sono tutte le cose: a lui gloria per tutti i secoli!… Se viviamo, viviamo pel Signore; se moriamo, moriamo pel Signore » ((Rom. XIV, 7-8). E rammentando ai Cristiani che anche il corpo è, come l’anima, tempio dello Spirito Santo, aggiunge: « Glorificate Dio nel vostro corpo: glorificate et Portate Deum in corpore vestro » (I Cor. VI, 20). È sventura che la maggior parte degli uomini, immersi negli affari e nei piaceri, non consacrino che pochissimo tempo all’adorazione di Dio. Era quindi necessario – si scegliessero, di mezzo a loro, delegati speciali, accetti a Dio, i quali potessero, non solo in nome proprio ma in nome di tutta la società, rendere a Dio i doveri di religione a cui ha diritto. Tale è appunto l’ufficio del Sacerdote cattolico: scelto da Dio stesso, di mezzo agli uomini, è come il mediatore di religione tra il cielo e la terra, incaricato di glorificar Dio e di porgergli gli ossequi dei suoi fratelli.

b) Ma, avendo l’uomo assiduo bisogno delle grazie divine, è pur necessario che il Sacerdote presenti all’Autore di ogni bene le umili e urgenti petizioni dei suoi fratelli, onde ottenere dalla divina misericordia quei copiosi e opportuni aiuti che loro occorrono iper trionfare delle tentazioni, per conservare e aumentare la vita della grazia.

c) L’atto per eccellenza diretto ad adorar Dio e a ottener nuove grazie, è il Sacrificio. Il Sacrificio è un atto esterno e sociale, con cui il sacerdote offre a Dio, in nome della grande famiglia  umana, una vittima immolata, per riconoscerne il supremo dominio, riparare l’offesa fatta alla sua maestà, chiedergli grazie ed entrare in comunione con Lui. Istituito da Dio fin dal principio, il Sacrificio si conservò, variamente deformato, è vero, anche presso i popoli pagani, tanto corrisponde agli istinti religiosi dell’uomo! Regolato dalla legge mosaica, era il principale atto di culto presso i Giudei. Lasciando le molte particolarità del codice liturgico giudaico, basti qui rammentare che c’erano nell’Antica Legge quattro specie di sacrifici cruenti: l’olocausto, in cui la vittima era arsa interamente onde esprimere meglio il profondo sentimento dell’adorazione e il riconoscimento del sovrano dominio di Dio; il sacrificio per il peccato, in cui solo una parte della vittima veniva bruciata e l’altra riserbata ai sacerdoti, per espiare le colpe commesse; il sacrificio per un delitto fatto contro le leggi del culto o contro il diritto di proprietà; da ultimo il sacrificio pacifico, in cui la vittima era divisa in tre parti, delle quali una veniva bruciata, l’altra mangiata dai sacerdoti, la terza banchettata da coloro che offrivano il sacrificio. Il sacrificio pacifico aveva per fine di ringraziare Dio dei benefici ricevuti o di ottenerne dei nuovi. Tali sono le condizioni essenziali del sacerdozio; l’Apostolo san Paolo ci dirà ora quanto perfettamente si avverarono in Nostro Signore Gesù Cristo.

2° In che modo Gesù avvera in sé le condizioni richieste per il sacerdozio.

A) Finché il Figlio di Dio rimane nel seno del Padre non può essere Sacerdote: immagine sostanziale del Padre, perfettamente uguale a Lui, non gli si addice di abbassarsi dinanzi a Lui, di adorarlo, di pregarlo. Ma dal dì che s’incarna nel virgineo seno di Maria e diviene uomo, nulla vieta ch’Ei sia rivestito del sacerdozio: è dei nostri, della nostra famiglia, della nostra stirpe; e, senza scapitar nulla nella sua divinità, può, come uomo, abbassarsi, umiliarsi, annientarsi, adorare e pregare. Anzi, per poter compatire le nostre miserie, vuole prendervi parte; e si fa veramente nostro fratello per ragion del sangue, per le infermità, per le tentazioni: simile in tutto a noi, tranne il peccato. « Non abbiamo, dice san Paolo (Ebr. V, 15), un pontefice incapace di compatire le nostre debolezze, avendole Egli, per rassomigliare a noi, provate tutte tranne il peccato ». Con quale eloquenza Bossuet commenta queste parole dell’Apostolo! Dopo aver osservato che il Verbo aveva assunta una natura umana che era in sostanza fattura sua, aggiunge: (Medit. sur l’Evangîle, La dernière Semaine, 95° jour.) « Ma voi non la assumeste sana, perfetta, immortale come nell’anima così nel corpo, quale era primamente uscita dalle vostre mani. La assumeste quale il peccato e la vindice vostra giustizia l’avevano ridotta, mortale, povera, inferma, perché volevate portare il nostro peccato. Volevate portarlo sulla croce, o vittima innocente; volevate portarlo per tutto il corso della vita… Non potendo trasportar su di voi la malizia e la macchia del nostro peccato, ne trasportaste su di voi soltanto la pena, il giusto supplizio, vale a dire la mortalità con tutte le sue conseguenze. A questo modo diventaste sensibile ai nostri mali, o pontefice compassionevole, che li avete provati… Chi può dubitare che non possiate aiutarci nelle cose che avete provate, dacché non le provaste se non perché così vi piacque, e perché volevate, patendole, far nascere in voi quella soccorrevole compassione che avete per coloro che debbono essi pure patirle? Siate dunque per sempre lodato, o grande Pontefice, che avete pietà dei nostri mali, non in quel modo che i felici hanno pietà degli infelici, ma in quel modo che gli infelici si compatiscono a vicenda per il sentimento della comune miseria! ». – Gesù dunque, senza scapitar nulla nella sua divinità, è l’uomo perfetto, buono e compassionevole, nato fatto per essere il capo e il rappresentante ufficiale dell’umanità. Diciamo ancora  che, poiché non cessa di esser Dio, Egli è il mediatore ideale tra il cielo e la terra, non solo Santo e immacolato, ma impeccabile: è il Figlio prediletto del Padre, che pone in Lui tutte sue compiacenze; è il Sacerdote già anticipatamente designato per adorare la Maestà infinita e patrocinar da nostra causa. Il Verbo incarnato ha quindi tutte le doti e tutti i diritti al Sacerdozio: avvera, per l’unità della sua Persona, tutte le condizioni del Sacerdote perfetto: uomo può compatire le infermità dei suoi fratelli, e abbassarsi, compatire, morire per glorificare il Padre; Dio può dare a tutte le sue azioni un valore infinito. – Sarà dunque sacerdote naturalmente e necessariamente? No, risponde san Paolo, bisognava ancora che fosse dal Padre chiamato e costituito Sacerdote in modo speciale: « Nessuno assume da sé questa dignità, ma solo se chiamatovi da Dio, come Aronne. Così anche Cristo non si arrogò da sé la gloria di diventare sommo Sacerdote, ma gliela conferì Colui che gli disse: Figlio mio sei tu, io oggi ti ho generato: come disse pure altrove: Tu sei sacerdote in eterno secondo l’ordine di Melchisedecco » (Ep. Ebr., V, 4.6). Fu quindi la libera scelta di Dio che fece di Gesù il sommo Sacerdote il Sacerdote per eccellenza. Da tutta l’eternità Dio decretò che la redenzione avvenisse per il ministero sacerdotale dell’Uomo-Dio e che suo Figlio si incarnasse in una umanità passibile e mortale per essere nello stesso tempo sacrificatore e vittima, vale a dire per offrire un sacrificio di cui sarebbe Egli stesso la vittima. – Ammirabile condiscendenza di Dio che ci dà, nella Persona di suo Figlio, il sacerdote perfetto, il sacerdote ideale. Anzi, a dire il vero, il solo e unico Sacerdote, perché Egli solo avvera in sé con ogni perfezione le doti richieste per il sacerdozio!

B) Ma chi dunque consacrerà questo Sacerdote così perfetto? Non altri fuori dello stesso Dio. Secondo il pensiero dei Padri, il Verbo stesso, fin dal primo momento dell’incarnazione, è, per così dire, l’unzione con cui Gesù vien consacrato Sacerdote; per questo viene chiamato Cristo che significa unto; la divinità del Verbo è come l’unzione santa che consacra la sua umanità e conferisce a Gesù i poteri e le grazie del Sacerdozio. Scelto da tutta l’eternità, Gesù diventa veramente Sacerdote nell’istante stesso dell’incarnazione, e inizia fin da quell’istante il doppio suo ufficio di religioso di Dio e di salvatore degli uomini. È appunto ciò che dice la Lettera agli Ebrei (X, 5-7-10; « Entrando nel mondo, (Gesù) dice (al Padre): Tu non volesti sacrificio ed offerta, mi formasti invece un corpo; olocausti e sacrifizi per il peccato non gradisti; allora dissi: ecco io vengo a fare, o Dio, la tua volontà… E in questa volontà noi siamo stati santificati per l’offerta del corpo di Gesù Cristo una volta per sempre ».

a) Religioso di Dio, Gesù si offre vittima per sostituire tutti gli olocausti e tutti gli altri sacrifici dell’Antica Legge. Sarà l’ubbidienza, l’umile e amorosa sottomissione alla volontà del Padre, la spada che immolerà tutte le sue azioni alla gloria di Dio; e quest’ubbidienza Ei la spingerà fino alla morte e alla morte di croce, nobilmente con ciò riparando alla disubbidienza dei nostri progenitori. Così Dio sarà glorificato come non fu mai, sarà glorificato, come si merita, con gloria infinita, perché il Verbo comunica alle azioni e ai patimenti della sua umanità un valore infinito.

b) Salvatore degli uomini, Gesù, con questo stesso Sacrificio, salverà in diritto tutti gli uomini, nel senso che meriterà loro abbondantemente e anche sovrabbondantemente tutte le grazie di cui hanno bisogno per salvarsi; per guisa che, se non trarranno profitto dalla sua redenzione, ne dovranno incolpare soltanto la loro resistenza alla grazia. « Perché, come dice san Paolo, dove abbondò il peccato, ivi sovrabbondò la grazia! » (Rom. V, 20). Se abbiamo la sventura di offendere Dio, Gesù perorerà la nostra causa con tanto maggiore eloquenza ed efficacia in quanto che offre nel medesimo tempo il sangue versato per noi. Lo dice san Giovanni: « Se qualcuno avrà peccato, abbiamo un avvocato presso il Padre, Gesù Cristo giusto; ed Egli è vittima di propiziazione per i peccati nostri, e non solo per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo ? » (1 S. Giov. II, 1). Se, nello stato di grazia, abbiamo bisogno di nuovi aiuti a perseverare e a progredire nella vita spirituale, Gesù è « sempre vivo a intercedere per noi » (Ebr. VII, 25), sempre pronto a rammentarci colle sue parole, coi suoi esempi e colla sua grazia interiore, che « il giusto deve praticar sempre più la giustizia e il santo sempre più santificarsi » (Apoc. XXII, 11), Gesù ha dunque ricevuto la consacrazione sacerdotale per fare verso Dio l’ufficio di Religioso, e verso gli uomini quello di Salvatore: è Sacerdote e Sacerdote in eterno.

C) Ma, se Gesù è Sacerdote, deve offrire un Sacrificio, e se è il Sacerdote per eccellenza, deve offrire un Sacrificio perfetto. E questo appunto fece Nostro Signore. Cominciò ad offrire interiormente questo sacrificio fino dal primo momento della sua esistenza e rinnovò esteriormente quest’offerta nel dì della sua presentazione al Tempio. Preparò l’immolazione cruenta con una vita tutta tessuta di dure fatiche e di profonde umiliazioni. Compì poi il suo Sacrificio e nell’ultima Cena sull’altare della croce offrendosi liberamente e generosamente a sostenere con eroica pazienza tutti i tormenti fisici e morali inflittigli dai suoi carnefici. E lo consumò risorgendo e salendo al cielo, dove sta dinanzi al Padre colla sua umanità immolata per noi; e, sebbene non lassù un sacrificio propriamente detto, intercede però assiduamente per noi e chiede che ci siano applicati i frutti della sua Passione. – Nel santo sacrificio della Messa Gesù continua il sacrificio del Calvario, offrendo di nuovo al Padre la vittima immolata sulla croce, con le stesse disposizioni di ubbidienza e di amore: « Poiché – scrive l’Olier – le auguste disposizioni interiori di Gesù sono le stesse sulla croce e sull’altare, sotto il velo del pane e sotto il velo della carne, queste noi dobbiamo maggiormente stimare ed onorare nel Sacrificio di Nostro Signore, che principiò sulla croce e che continua sui santi altari » (Olier, Cat. chrétien., II, 3). Diciamo dunque una parola di questo sacrificio e vediamo in che modo Gesù è nello stesso tempo sacrificatore e vittima.

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S. S. BENEDETTO XIV – “VIX PERVENIT”

Questa Lettera Enciclica affronta il tema spinoso per un Cristiano dell’usura e dei prestiti in genere, questioni di cui si dibatteva all’epoca tra teologi e canonisti. Ogni forma di prestito ad usura, sotto qualunque pretesto e sotterfugio, viene condannato senza mezzi termini ed eccezioni, dovendosi naturalmente rispettare tutti i criteri della giustizia umana e divina. Quante sono oggi numerose le pratiche di usura più o meno velate praticate da istituti bancari, società finanziarie, istituti di credito, sotto apparenza di legalità. Altro inganno, basato sulla estorsione di somme per acquisti di beni virtuali con la promessa di rimunerazione facile e senza impegno di sudore e fatica, è il guadagno prospettato da operazioni borsistiche o da acquisizioni di criptovalute, cioè denaro immaginario senza alcun corrispettivo reale. In tali ambiti, oramai, non c’è più moralità ma tutto viene imperniato sulla avidità di un facile guadagno immancabilmente deluso con perdite truffaldine di risorse economiche reali. Il Signore ha stabilito che un guadagno lecito ed onesto è solo quello basato sul lavoro personale giustamente retribuito. La sete di guadagno facile e di benessere economico ha invaso ogni mente lontana dal pensiero cristiano-cattolico, con conseguenze disastrose per economie personali, societarie o nazionali. Il desiderio di possesso di beni e servizi è una lampante violazione di comandamenti divini che regolano gli aspetti sociali della convivenza umana, in particolare il divieto di rubare e di desiderare i beni altrui non concessi dal Signore. Tutto questo oggi è allegramente obliato e la vita paganeggiante attuale è tutta mirata alle cose terrene ed egoisticamente godute; la parabola del ricco epulone evidentemente non è più attuale e tutti hanno orrore della vita terrena di Lazzaro, vita che invece, in prospettiva spirituale, è tesa all’acquisizione dei beni eterni che non temono tarli, ruggine e latrocini di uomini senza scrupoli che approfittano spudoratamente – giusto divin castigo – dei mezzi di sopravvivenza di tanti increduli della divina Provvidenza.

S. S. Benedetto XIV
Vix pervenit

Non appena pervenne alle nostre orecchie che a cagione di una nuova controversia (precisamente se un certo contratto si debba giudicare valido) si venivano diffondendo per l’Italia alcune opinioni che non sembravano conformi ad una saggia dottrina, ritenemmo immediatamente che spettasse alla Nostra Apostolica carica apportare un rimedio efficace ad impedire che questo guaio, con l’andar del tempo e in silenzio, acquistasse forze maggiori; e bloccargli la strada perché non si estendesse serpeggiando a corrompere le città d’Italia ancora immuni.

1. Perciò, prendemmo la decisione di seguire la procedura della quale sempre fu solita servirsi la Sede Apostolica: cioè, abbiamo spiegato tutta la materia ad alcuni Nostri Venerabili Fratelli Cardinali della Santa Romana Chiesa, che sono molto lodati per la loro profonda dottrina in fatto di Sacra Teologia e di Disciplina Canonica; abbiamo interpellato anche parecchi Regolari coltissimi nell’una e nell’altra materia, scegliendoli, alcuni fra i Monaci, altri nell’Ordine dei Mendicanti, altri ancora fra i Chierici Regolari; abbiamo aggiunto anche un Prelato laureato in utroque jure e dotato di lunga pratica del Foro. Stabilimmo che il giorno 4 del luglio scorso si riunissero tutti alla Nostra presenza e chiarimmo loro i termini della questione. Apprendemmo che già essi ne avevano notizia e la conoscevano a fondo.

2. Successivamente abbiamo ordinato che, liberi da qualsiasi parzialità e avidità, esaminassero accuratamente tutta la materia ed esprimessero per iscritto le loro opinioni; tuttavia non abbiamo chiesto che giudicassero il tipo di contratto che aveva motivato la controversia, perché mancavano parecchi documenti indispensabili, ma che fissassero, a proposito delle usure, un criterio definitivo, al quale sembrava recassero un danno non indifferente quelle idee che da un po’ di tempo cominciavano a diffondersi fra la gente. Tutti ubbidirono. Infatti, comunicarono le loro opinioni in due Congregazioni, delle quali la prima fu tenuta in Nostra presenza il 18 luglio, l’altra il primo agosto scorsi; alla fine tutti consegnarono le proprie relazioni scritte al Segretario della Congregazione.

3. All’unanimità hanno approvato quanto segue:

I. Quel genere di peccato che si chiama usura, e che nell’accordo di prestito ha una sua propria collocazione e un suo proprio posto, consiste in questo: ognuno esige che del prestito (che per sua propria natura chiede soltanto che sia restituito quanto fu prestato) gli sia reso più di ciò che fu ricevuto; e quindi pretende che, oltre al capitale, gli sia dovuto un certo guadagno, in ragione del prestito stesso. Perciò ogni siffatto guadagno che superi il capitale è illecito ed ha carattere usuraio.

II. Per togliere tale macchia non si potrà ricevere alcun aiuto dal fatto che tale guadagno non è eccessivo ma moderato, non grande ma esiguo; o dal fatto che colui dal quale, solo a causa del prestito, si reclama tale guadagno, non è povero, ma ricco; né ha intenzione di lasciare inoperosa la somma che gli è stata data in prestito, ma di impiegarla molto vantaggiosamente per aumentare le sue fortune, o acquistando nuove proprietà, o trattando affari lucrosi. Infatti, agisce contro la legge del prestito (la quale necessariamente vuole che ci sia eguaglianza fra il prestato e il restituito) colui che, in forza del mutuo, non si vergogna di pretendere più di quanto è stato prestato, nonostante fosse stato convenuta inizialmente la restituzione di una somma eguale a quella prestata. Pertanto, colui che ha ricevuto, sarà obbligato, in forza della norma di giustizia che chiamano commutativa (la quale prevede che nei contratti umani si debba mantenere l’eguaglianza propria di ognuno) a rimediare e a riparare quanto non ha esattamente mantenuto.

III. Detto questo, non si nega che talvolta nel contratto di prestito possano intervenire alcuni altri cosiddetti titoli, non del tutto connaturati ed intrinseci, in generale, alla stessa natura del prestito; e che da questi derivi una ragione del tutto giusta e legittima di esigere qualcosa in più del capitale dovuto per il prestito. E neppure si nega che spesso qualcuno può collocare e impiegare accortamente il suo danaro mediante altri contratti di natura totalmente diversa dal prestito, sia per procacciarsi rendite annue, sia anche per esercitare un lecito commercio, e proprio da questo trarre onesti proventi.

IV. Come in tanti diversi generi di contratti, se non è rispettata la parità di ciascuno, è noto che quanto si percepisce oltre il giusto ha a che vedere se non con l’usura (in quanto non vi è prestito, né palese né mascherato), certamente con qualche altra iniquità, che impone parimenti l’obbligo della restituzione. Se si conducono gli affari con rettitudine, e li si giudica con la bilancia della Giustizia, non c’è da dubitare che in quei medesimi contratti possano intervenire molti modi e leciti criteri per conservare e rendere numerosi i traffici umani e persino lucroso il commercio. Pertanto, sia lungi dall’animo dei Cristiani la convinzione che, con l’usura, o con simili ingiustizie inflitte agli altri possano fiorire lucrosi commerci; invece abbiamo appreso dallo stesso Divino Oracolo che “La Giustizia eleva la gente, il peccato rende miseri i popoli“.

V. Ma occorre dedicare la massima attenzione a quanto segue: ciascuno si convincerà a torto e in modo sconsiderato che si trovino sempre e in ogni dove altri titoli legittimi accanto al prestito, o, anche escludendo il prestito, altri giusti contratti, col supporto dei quali sia lecito ricavare un modesto guadagno (oltre al capitale integro e salvo) ogni volta che si consegna a chiunque del danaro o frumento o altra merce di altro genere. Se alcuno sarà di questa opinione, avverserà non solo i divini documenti e il giudizio della Chiesa Cattolica sull’usura, ma anche l’umano senso comune e la ragione naturale. A nessuno, infatti, può sfuggire che in molti casi l’uomo è tenuto a soccorrere il suo prossimo con un prestito puro e semplice, come insegna soprattutto Cristo Signore: “Non respingere colui che vuole un prestito da te“. Del pari, in molte circostanze, non vi è posto per nessun altro giusto contratto, eccetto il solo prestito. Bisogna dunque che chiunque voglia seguire la voce della propria coscienza, si accerti prima attentamente se davvero insieme con il prestito non si presenti un altro giusto titolo e se non si tratti invece di un altro contratto diverso dal mutuo, in grazia del quale sia reso puro e immune da ogni macchia il guadagno ottenuto.

4. In queste parole riassumono e spiegano le loro opinioni i Cardinali, i Teologi e Uomini espertissimi di Canoni, il parere dei quali abbiamo sollecitato su questa gravissima questione. Anche Noi non abbiamo tralasciato di dedicare il nostro privato impegno alla stessa questione, prima che si riunissero le Congregazioni, e durante i loro lavori e quando già li avevano conclusi. Infatti, con estrema attenzione abbiamo seguito le opinioni (già da Noi ricordate) di quegli uomini prestigiosi. E a questo punto confermiamo e approviamo tutto ciò che è contenuto nelle Sentenze esposte più sopra, in quanto è chiaro che tutti gli scrittori, i professori di Teologia e dei Canoni, numerose testimonianze delle Sacre Lettere, decreti dei Pontefici Nostri Predecessori, l’autorità dei Concili e dei Sacerdoti sembrano quasi cospirare per un’approvazione unanime delle medesime Sentenze. Inoltre, abbiamo conosciuto chiaramente gli autori ai quali devono essere attribuite opinioni contrarie; e così pure coloro che le incoraggiano e le proteggono, o che sembrano offrire ad essi un appiglio o un’occasione. E non ignoriamo con quanta severa dottrina abbiano assunto la difesa della verità i Teologi vicini a quei territori in cui hanno avuto origine tali controversie.

5. Perciò abbiamo inviato questa Lettera Enciclica a tutti gli Arcivescovi, Vescovi e Ordinari d’Italia, in modo che essa fosse nota a Te, Venerabile Fratello, e a tutti gli altri; e ogni qual volta avverrà di celebrare Sinodi, di parlare al popolo, di istruirlo nelle sacre dottrine, non si pronunci parola che sia contraria a quelle Sentenze che più sopra abbiamo esaminato. Inoltre, vi esortiamo vivamente a impedire con tutto il vostro zelo che qualcuno osi con Lettere o Sermoni insegnare il contrario nelle Vostre Diocesi; se poi qualcuno rifiutasse di obbedire, lo dichiariamo colpevole e soggetto alle pene stabilite nei Sacri Canoni contro coloro che abbiano disprezzato e violato i doveri apostolici.

6. Sul contratto che ha suscitato queste nuove controversie, per ora non prendiamo decisioni; non stabiliamo nulla neppure sugli altri contratti, circa i quali i Teologi e gli Interpreti dei Canoni sono lontani tra loro in diverse sentenze. Tuttavia, pensiamo di dover infiammare il religioso zelo della vostra pietà perché mandiate ad effetto tutto ciò che vi suggeriamo.

7. In primo luogo fate sapere con parole severissime che il vizio vergognoso dell’usura è aspramente riprovato dalle Lettere Divine. Esso veste varie forme e apparenze per far precipitare di nuovo nella estrema rovina i Fedeli restituiti alla libertà e alla grazia dal sangue di Cristo; perciò, se vorranno collocare il loro denaro, evitino attentamente di lasciarsi trascinare dall’avarizia che è fonte di tutti i mali, ma piuttosto chiedano consiglio a coloro che si elevano al di sopra dei più per eccellenza di dottrina e di virtù.

8. In secondo luogo, coloro che confidano tanto nelle proprie forze e nella propria sapienza, da non aver dubbi nel pronunciarsi su tali problemi (che pure esigono non poca conoscenza della Sacra Teologia e dei Canoni) si guardino bene dalle posizioni estreme che sono sempre erronee. Infatti, alcuni giudicano queste questioni con tanta severità, da accusare come illecito e collegato all’usura ogni profitto ricavato dal danaro; altri invece sono talmente indulgenti e remissivi da ritenere esente da infamante usura qualunque guadagno. Non siano troppo legati alle loro opinioni, ma prima di dare un parere esaminino vari scrittori che più degli altri sono apprezzati; poscia facciano proprie quelle parti che sanno essere sicuramente attendibili sia per la dottrina, sia per l’autorità. E se nasce una disputa mentre si esamina qualche contratto, non si scaglino contumelie contro coloro che seguono una contraria Sentenza, né dichiarino che essa è da punire con severe censure, soprattutto se manca dell’opinione e delle testimonianze di uomini eminenti; poiché le ingiurie e le offese infrangono il vincolo della carità cristiana e recano gravissimo danno e scandalo al popolo.

9. In terzo luogo, coloro che vogliono restare immuni ed esenti da ogni sospetto di usura, e tuttavia vogliono dare il loro denaro ad altri in modo da trarne solo un guadagno legittimo, devono essere invitati a spiegare prima il contratto da stipulare, a chiarire le condizioni che vi sono poste e l’interesse che si pretende da quel denaro. Tali spiegazioni contribuiscono decisamente non solo a scongiurare ansie e scrupoli di coscienza, ma anche a ratificare il contratto nel foro esterno; inoltre chiudono l’adito alle dispute che spesso occorre affrontare perché si possa capire se il danaro che sembra prestato ad altri in modo lecito, contenga in realtà un’usura mascherata.

10. In quarto luogo vi esortiamo a non lasciare adito agli stolti discorsi di coloro che vanno dicendo che l’odierna questione sulle usure è tale solo di nome, perché il danaro, che per qualunque ragione si presta ad altri, procura solitamente un profitto. Quanto ciò sia falso e lontano dalla verità si comprende facilmente se ci rendiamo conto che la natura di un contratto è totalmente diversa e separata dalla natura di un altro, e che del pari molto fra di loro divergono le conseguenze di contratti tra loro diversi. In realtà una differenza molto evidente intercorre tra l’interesse che a buon diritto si trae dal danaro, e che perciò si può trattenere in sede legale e in sede morale, e il guadagno che illegalmente si ricava dal danaro e che quindi deve essere restituito, conformemente al dettato della legge e della coscienza. Risulta dunque che non è vano proporre la questione dell’usura in questi tempi e per la seguente ragione: dal denaro che si presta ad altri si riceve molto spesso qualche interesse.

11. In modo particolare abbiamo ritenuto opportuno esporvi queste cose, sperando che voi rendiate esecutivo ciò che da Noi è prescritto con questa Lettera: che ricorriate anche a opportuni rimedi, come confidiamo, se per caso e per causa di questa nuova questione delle usure si agiti la gente nella vostra Diocesi o si introducano corruttori con l’intento di alterare il candore e la purezza della sana dottrina.

Da ultimo impartiamo a Voi e al Gregge affidato alle vostre cure l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso Santa Maria Maggiore, il 1° novembre 1745, anno sesto del Nostro Pontificato.

DOMENICA III DOPO PENTECOSTE (2022)

DOMENICA NELL’OTTAVA DELLA FESTA DEL SACRO CUORE e III DOPO LA PENTECOSTE. (2022)

Semidoppio. – Paramenti bianchi.

La liturgia di questo giorno esalta la misericordia di Dio verso gli uomini: come Gesù « che era venuto a chiamare non i giusti, ma i peccatori », cosi lo Spirito Santo continua l’azione di Cristo nei cuori e stabilisce il regno di Dio nelle anime dei peccatori. Questo ricorda la Chiesa nel Breviario e nel Messale. — Le lezioni del Breviario sono consacrate quest’oggi alla storia di Saul. Dopo la morte di Eli gli Israeliti si erano sottomessi a Samuele come a un nuovo Mosè; ma quando Samuele divenne vecchio il popolo gli chiese un re. Nella tribù di Beniamino viveva un uomo chiamato Cis, che aveva un figlio di nome Saul. Nessun figlio di Israele lo eguagliava, nella bellezza, ed egli sorpassava tutti con la testa. Le asine del padre si erano disperse ed egli andò a cercarle e arrivò al paese di Rama ove dimorava Samuele. Ed egli disse: « L’uomo di Dio mi dirà, ove io le potrò ritrovare ». Come fu alla presenza di Samuele, Dio disse a questi: « Ecco l’uomo che io ho scelto perché regni sul mio popolò ». Samuele disse a Saul: « Le asine che tu hai perdute da tre giorni sono state ritrovate ». Il giorno dopo Samuele prese il suo corno con l’olio e lo versò sulla testa di Saul, l’abbracciò e gli disse: « Il Signore ti ha unto come capo della sua eredità, e tu libererai il popolo dalle mani dei nemici che gli sono d’attorno ». « Saul non fu unto che con un piccolo vaso d’olio, – dice S. Gregorio – perché in ultimo sarebbe stato disapprovato. Questo vaso conteneva poco olio e Saul ha ricevuto poco, perché  la grazia spirituale l’avrebbe rigettata » (Matt.). « In tutto – aggiunge altrove – Saul rappresenta i superbi e gli ostinati » (P. L. 79, c. 434). S. Gregorio dice che Saul mandato « a cercare le asine perdute è una figura di Gesù mandato da suo Padre per cercare le anime che si erano perdute » (P. L. 73, c. 249). « I nemici sono tutt’intorno in circuitu », continua egli; lo stesso dice il beato Pietro: « Il nostro avversario, il diavolo, gira (circuit) attorno a voi ». E come Saul fu unto re per liberare il popolo dai nemici che l’assalivano, cosi Cristo, l’Unto per eccellenza, viene a liberarci dai demoni che cercano di perderci. – Nella Messa di oggi il Vangelo ci mostra la pecorella smarrita e il Buon Pastore che la ricerca, la mette sulle spalle e la riporta all’ovile. Questa è una delle più antiche rappresentazioni di Nostro Signore nell’iconografia cristiana, tanto che si trova già nelle catacombe. L’Epistola ci mostra i danni ai quali sono esposti gli uomini raffigurati dalla pecorella smarrita. « Vegliate, perché il demonio come un leone ruggente cerca una preda da divorare. Resistete a lui forti nella vostra fede. Riponete in Dio tutte le vostre preoccupazioni, poiché egli si prende cura di voi (Ep.), Egli vi metterà al sicuro dagli assalti dei vostri nemici (Grad.), poiché è il difensore di quelli che sperano in lui (Oraz.) e non abbandona chi lo ricerca (Off.). Pensando alla sorte di Saul, che dapprima umile, s’inorgoglisce poi della sua dignità reale, disobbedisce a Dio e non vuole riconoscere i suoi torti, « umiliamoci avanti a Dio » (Ep.) e diciamogli: « O mio Dio, guarda la mia miseria e abbi pietà di me: io ho confidenza in te, fa che non sia confuso (Int.); e poiché senza di te niente è saldo, niente è santo, fa che noi usiamo dei beni temporali in modo da non perdere i beni eterni (Oraz.); concedi quindi a noi, in mezzo alle tentazioni « una stabilità incrollabile » (Ep.).

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps XXIV: 16; 18 Réspice in me et miserére mei, Dómine: quóniam únicus et pauper sum ego: vide humilitátem meam et labórem meum: et dimítte ómnia peccáta mea, Deus meus.

[Guarda a me, e abbi pietà di me, o Signore: perché solo e povero io sono: guarda alla mia umiliazione e al mio travaglio, e rimetti tutti i miei peccati, o Dio mio.]

Ps XXIV: 1-2 Ad te, Dómine, levávi ánimam meam: Deus meus, in te confído, non erubéscam.

[A te, o Signore, elevo l’ànima mia: Dio mio, confido in te, ch’io non resti confuso.]

Réspice in me et miserére mei, Dómine: quóniam únicus et pauper sum ego: vide humilitátem meam et labórem meum: et dimítte ómnia peccáta mea, Deus meus.

[Guarda a me, e abbi pietà di me, o Signore: perché solo e povero io sono: guarda alla mia umiliazione e al mio travaglio, e rimetti tutti i miei peccati, o Dio mio.]

Oratio

Orémus.

Protéctor in te sperántium, Deus, sine quo nihil est válidum, nihil sanctum: multíplica super nos misericórdiam tuam; ut, te rectóre, te duce, sic transeámus per bona temporália, ut non amittámus ætérna.

[Protettore di quanti sperano in te, o Dio, senza cui nulla è stabile, nulla è santo: moltiplica su di noi la tua misericordia, affinché, sotto il tuo governo e la tua guida, passiamo tra i beni temporali cosí da non perdere gli eterni.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Petri Apóstoli. 1 Pet V: 6-11 “Caríssimi: Humiliámini sub poténti manu Dei, ut vos exáltet in témpore visitatiónis: omnem sollicitúdinem vestram projiciéntes in eum, quóniam ipsi cura est de vobis. Sóbrii estote et vigiláte: quia adversárius vester diábolus tamquam leo rúgiens circuit, quærens, quem dévoret: cui resístite fortes in fide: sciéntes eándem passiónem ei, quæ in mundo est, vestræ fraternitáti fíeri. Deus autem omnis grátiæ, qui vocávit nos in ætérnam suam glóriam in Christo Jesu, módicum passos ipse perfíciet, confirmábit solidabítque. Ipsi glória et impérium in sæcula sæculórum. Amen”.

(“Carissimi: Umiliatevi sotto la potente mano di Dio, affinché vi esalti nel tempo della visita. Gettate ogni vostra sollecitudine su di lui, poiché egli ha cura di voi. Siate temperanti e vegliate; perché il demonio, vostro avversario, gira attorno, come leone che rugge, cercando chi divorare. Resistetegli, stando forti nella fede; considerando come le stesse vostre tribolazioni sono comuni ai vostri fratelli sparsi pel mondo. E il Dio di ogni grazia che ci ha chiamati all’eterna sua gloria, in Cristo Gesù, dopo che avete sofferto un poco, compirà l’opera Egli stesso, rendendoci forti e stabili. A lui la gloria e l’impero nei secoli dei secoli”).

LE PERSECUZIONI.

Non più l’Apostolo della carità Giovanni, oggi parla l’Apostolo dell’autorità, il Duce, San Pietro. Odor di battaglia intorno al capo e ai gregari, quell’odor di battaglia che è così frequente nella storia della Chiesa… « Tu, che da tanti secoli soffri, combatti e preghi…» Il Duce rincuora la sua truppa, la rincuora a modo suo, ma la rincuora in modo e forma che sarà utile sempre. Sotto la raffica resistono meglio talvolta gli alberi che invece di irrigidirsi superbi, piegano e flettono. Sotto la raffica del vento, sotto la tempesta della persecuzione il Cristiano deve umiliarsi con un gesto che non è umiliazione, è prudenza, è dignità, perché deve umiliarsi non agli uomini, ma a Dio: « sub potenti manu Dei » dice il testo, di quel Dio che se non vuole, permette le tribolazioni della sua Chiesa, dei suoi figliuoli più cari; potente anche quando agli occhi superficiali Egli sembra debole; di quel Dio che vigila anche quando pare agli increduli, ai cattivi che Egli dorma. – Lo pensavano forse che Dio dormisse alcuni di quei neofiti, di quei poveri Cristiani della prima ora che entrati appena nella barca di San Pietro in cerca di tranquillità, di sicurezza, la vedevano così terribilmente sbattuta dalle onde. Dorme Dio, dicevano, ci ha abbandonati. Ai quali l’Apostolo della autorità, il Duce ricorda che Egli è sollecito, da buon Padre amoroso, dei suoi figli, «ipsì est cura de vobis». Veglia non visto. Il che però, se deve sgombrar la viltà dell’animo dei fedeli perseguitati, non vi deve accendere il fuoco fatuo della presunzione. – Visti, vigilati, aiutati da Dio, appunto perciò, i fedeli devono combattere con tutte le loro forze, come se Dio li avesse lasciati soli a se stessi. Sobrii e attenti; ecco il programma che il Duce traccia ai suoi militi nella aspra guerra spirituale in cui sono impegnati. Sobrii perché la carne non frenata con la sobrietà, vince essa lo spirito e vigili, per non essere sorpresi, per non cader vittime di una imboscata qualsiasi. Il gran nemico, da buon condottiero, qual è anche lui, colla sua genialità malefica, questo tenta e vorrebbe: sorprendere coloro che vuol abbattere. Veglino e tengano desta con maggior diligenza la fede. « Fortes in fide». La fede è per essi, pei Cristiani, l’«ubì consistam» della loro vittoriosa resistenza. Credenti, sono forti; scettici, dubbiosi sono vinti. Che importa se alla loro fede si fa guerra? guerra nella loro piccola comunità? guerra al loro piccolo gruppo? No, la guerra non è così ristretta: è mondiale, dappertutto dove la fede cristiana si afferma, la lotta pagana si impegna, vincolo nuovo di tutta la grande fraternità, confraternità. – Il Duce lo rammenta con una specie di santo orgoglio, perché la Chiesa non cerca la lotta, ma neanche la teme, non la teme neanche quando essa prende estensioni inaudite: il mondo intero. Tutto questo fa pensare ad una persecuzione imperiale da parte di Roma pagana. Il Duce è forte, coraggioso, audace, senza ombra di spavalderia, perché sa di poter contare sull’appoggio indefettibile di un altro Duce. Egli, Pietro, è un Vicario, un sostituto, un facente funzione di… il Capo reale, invisibile è Gesù Cristo. Ed Egli ha il suo stile. Lascia soffiar la tempesta sui suoi per un po’ di tempo: «modicum ». Le tribolazioni della vita sono tutte brevi: le persecuzioni dei malvagi passano, anche quelle che paiono ai pazienti più lunghe, anche quelle che i carnefici, i persecutori, credono eterne: passano, sono temporanee, La Chiesa ha per sé l’eternità. La “vera” Chiesa non muore… E quando il vento impetuoso che pareva eterno è passato, inesorabilmente passato, si trova che invece di scalfire il gran monumento che è la Chiesa, l’ha spolverato, invece che fracassare i cieli, li ha purificati. Lezione magnifica, buona sempre, opportuna per chi temesse le persecuzioni, opportuno per chi desiderasse scatenarle…

[P. G. Semeria: Le epistole delle Domeniche, Op. naz. Per il mezzogiorno d’Italia, Milano, 1939. – Nihil obstat sac. P. De Ambroggi – Imprim. P. Castiglioni vic. Gen. Curia Arch, Mediolani, 1-3-1938)]

Graduale

Ps LIV: 23; 17; 19 Jacta cogitátum tuum in Dómino: et ipse te enútriet.

[Affida ogni tua preoccupazione al Signore: ed Egli ti nutrirà.]

V. Dum clamárem ad Dóminum, exaudívit vocem meam ab his, qui appropínquant mihi. Allelúja, allelúja.

[Mentre invocavo il Signore, ha esaudito la mia preghiera, liberandomi da coloro che mi circondavano. Allelúia, allelúia]

Ps VII: 12 Deus judex justus, fortis et pátiens, numquid iráscitur per síngulos dies? Allelúja.

[Iddio, giudice giusto, forte e paziente, si adira forse tutti i giorni? Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum Lucam.

S. Luc. XV: 1-10

“In illo témpore: Erant appropinquántes ad Jesum publicáni et peccatóres, ut audírent illum. Et murmurábant pharisæi et scribæ, dicéntes: Quia hic peccatóres recipit et mandúcat cum illis. Et ait ad illos parábolam istam, dicens: Quis ex vobis homo, qui habet centum oves: et si perdíderit unam ex illis, nonne dimíttit nonagínta novem in desérto, et vadit ad illam, quæ períerat, donec invéniat eam? Et cum invénerit eam, impónit in húmeros suos gaudens: et véniens domum, cónvocat amícos et vicínos, dicens illis: Congratulámini mihi, quia invéni ovem meam, quæ períerat? Dico vobis, quod ita gáudium erit in cœlo super uno peccatóre pœniténtiam agénte, quam super nonagínta novem justis, qui non índigent pœniténtia. Aut quæ múlier habens drachmas decem, si perdíderit drachmam unam, nonne accéndit lucérnam, et evérrit domum, et quærit diligénter, donec invéniat? Et cum invénerit, cónvocat amícas et vicínas, dicens: Congratulámini mihi, quia invéni drachmam, quam perdíderam? Ita dico vobis: gáudium erit coram Angelis Dei super uno peccatóre pœniténtiam agénte”.

(“In quel tempo andavano accostandosi a Gesù de’ pubblicani e de’ peccatori per udirlo. E i Farisei e gli Scribi ne mormoravano, dicendo: Costui si addomestica coi peccatori, e mangia con essi. Ed Egli propose loro questa parabola, e disse: Chi è tra voi che avendo cento pecore, e avendone perduta una, non lasci nel deserto le altre novantanove, e non vada a cercar di quella che si è smarrita, sino a tanto che la ritrovi? e trovatala se la pone sulle spalle allegramente; e tornato a casa, chiama gli amici e i vicini, dicendo loro: Rallegratevi meco, perché ho trovato la mia pecorella, che si era smarrita? Vi dico, che nello stesso modo si farà più festa per un peccatore che fa penitenza, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di penitenza. Ovvero qual è quella donna, la quale avendo dieci dramme, perdutane una, non accenda la lucerna, e non iscopi la casa, e non cerchi diligentemente, fino che l’abbia trovata? E trovatala, chiama le amiche e le vicine, dicendo: Rallegratevi meco, perché ho ritrovata la dramma perduta. Così vi dico, faranno festa gli Angeli di Dio, per un peccatore che faccia penitenza”).

Omelia

(G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi; VI ediz. – Soc. Ed. Vita e pensiero.- Milano 1956).

L’AMORE DI DIO VERSO IL PECCATORE

Facciamo una questione: Dio ama i peccatori? Senza dubbio ama gli uomini giusti che vivono secondo la sua legge; come pure ama quelli che si pentono e convertono anche se hanno trascorso molti anni in una pessima dissipazione. Ma gli uomini che, tuttora peccando sotto il suo sguardo, lo disprezzano e lo offendono, il Signore li ama? La questione fu già risolta dalla mente acutissima di S. Agostino, il quale disse che Dio ama ancora i poveri peccatori, soltanto odia i peccati che commettono. Il mondo invece fa l’opposto di Dio. Ama i peccati, e n’è immerso, ma si erge implacabile giudice a respingere nell’abbiezione i peccatori. Nel mondo ogni giorno si ripete quello che avvenne al tempo di Gesù, quando i Farisei avrebbero voluto che il Figlio di Dio scacciasse via da sé i pubblicani e i peccatori, che lo circondavano desiderosi d’emendarsi. Ma il misericordioso Redentore non si lasciò intimorire dalle recriminazioni di quei superbi e crudeli, e giustificò la sua condotta con due parabolette. La prima è quella della pecora smarrita. A un pastore di cento pecore ne manca una: subito lascia le novantanove al sicuro e va in cerca e non si dà pace finché non ritrova la smarrita. Ritrovatala che l’abbia, se la pone pien di gioia sulle spalle e la porta a casa dove fa festa con i vicini e gli amici. L’altra parabola è quella della moneta perduta. A una donna che aveva dieci monete ne manca una: subito si dà alla ricerca, accende la lucerna, spazza la casa e scruta attentamente, finché non l’abbia ritrovata. Poi chiama le vicine e le amiche a partecipare alla sua gioia. Conchiudendo ciascuna parabola, Gesù svelò che il pastore in cerca della pecora smarrita, che la massaia in cerca della moneta perduta, è Dio che cerca di salvare il peccatore, Dio che fa festa coi suoi Angeli e coi Santi ad ogni uomo che si converte. Com’è forte e disinteressato l’amore di Dio, e come è diverso dal nostro! Il nostro è pieno d’orgoglio, di pretensioni, di tornaconto, di vendette; invece, l’amore di Dio abbraccia anche chi lo disconosce e lo vuole disconoscere, chi lo oltraggia e lo vuole oltraggiare, chi si sdraia nel fango e si ostina a restarci. Par quasi che Dio abbia bisogno del peccatore per la sua gloria, mentre la sua gloria è infinita per se stessa e nessuno gliela può aumentare o diminuire; par quasi che ne abbia bisogno per la sua beatitudine, mentre la sua beatitudine è egualmente piena anche senza di esso. È l’amore che spinge così il Padrone dell’universo in cerca di un pulviscolo ribelle; è l’amore purissimo che non avendo bisogno di nulla non vuole che donare: dona la sua gloria, la sua gioia, la sua vita. Sotto tre aspetti considereremo l’amore di Dio verso il peccatore: amore che crea e conserva; amore che redime; amore che sollecita senza stancarsi mai. – 1. AMORE CHE CREA E CONSERVA. a) Immenso e disinteressato è l’amore di Dio che crea. Spesse volte si sente dire: « Se l’avessi saputo, non mi sarei fidato di quella persona!… ». Lo dice l’industriale quando s’accorge della slealtà del suo socio. L’aveva tolto dalla vita stentata di impiegatuccio d’ufficio, e benché non avesse capitale, l’aveva messo a parte della sua azienda, ed ora si trova da lui perfidamente tradito e rovinato. « Ah se l’avessi saputo!… » Dice così anche il padre adottivo quando s’accorge che il figlio raccolto dalla strada e dalla miseria, ammesso nella sua mensa, al suo amore, alla sua eredità, ora con pessima ingratitudine disonora il suo nome e gli avvelena il cuore di dispiaceri. « Ah se l’avessi saputo!… ». Ma Dio quando crea l’uomo, vede chiaramente che quella sua creatura a cui dona l’esistenza, in cui mette il suo amore infinito, si ribellerà a Lui ingratamente, lo tradirà per volgersi a persone e a cose, lo disprezzerà tante volte preferendogli un’ora d’impuro stordimento sensuale. Dio sa, eppure Dio che non ha bisogno di nulla, di nessuno, crea l’uomo perché il suo amore non vuol ricevere, ma dare: e dà l’inestimabile dono della vita. b) Se immenso è l’amore di Dio che crea il peccatore, immenso è pure quando lo conserva. Se noi fossimo ciechi e qualcuno ci ridonasse la vista; se fossimo paralizzati e qualcuno ci rimettesse in moto le membra; se fossimo chiusi in un manicomio colpiti da una malattia mentale e qualcuno ci restituisse l’uso della ragione, di quanto amore e riconoscenza circonderemmo quel salvatore! Ebbene Dio ad ogni momento ci dà forza di vedere, di camminare, di ragionare. Se per un istante solo cessasse di infonderci la sua forza, noi ci spegneremmo come un fanale in mezzo alla via a cui non arrivi più energia dalla sorgente elettrica. c) Per intravvedere ancora meglio gli abissi incomprensibili dell’amore divino, bisogna riflettere che Egli conserva la vista anche in quel momento stesso in cui gli occhi si volgono a spettacoli, a letture, a oggetti pericolosi, si fissano su persone con l’avidità del desiderio impuro. Conserva l’agilità, il movimento, il nerbo alle membra anche in quel momento che il corpo è fatto strumento di nequizia. Conserva la ragione anche allora che la mente moltiplica pensieri d’incredulità o di vendetta. Chi è colui, così forsennato, che sostenuto da una paterna mano sulla bocca d’una voragine, morde rabbiosamente quella mano che lo tiene? Questo forsennato è il peccatore. Ma l’amore di Dio è più forte d’ogni umana forsennatezza e non lo lascia precipitare nell’inferno. Si ricordi però l’uomo peccatore questa terribile verità: Dio non salva nessun per forza. – 2. AMORE CHE REDIME. Non c’è amore più grande di quello che sa morire per le persona amata (Giov. XV, 13). Sulla terra è rarissimo, ma non introvabile: qualche madre ha saputo morire per il proprio figlio, qualche amico è morto per salvare un amico. Sulla terra però non c’è nessuno — ed è S. Paolo che lo dice (Rom., V, 6-9) – a cui basti il cuore di morire per salvare un suo nemico, un ingiusto. Ebbene, questo ha saputo fare l’amore di Gesù, il quale patì e morì per salvare noi che il peccato aveva reso colpevoli e nemici suoi. Sotto i selvaggi colpi della flagellazione, Gesù guardava i manigoldi imbestialiti che lo battevano allegramente, e diceva in cuor suo: « Io li amo fino a dare per loro quella carne e quel sangue che mi strappano ». Salendo al Calvario, impiagato e sanguinante, Gesù vedeva lungo la strada molte facce indifferenti, o curiose, o malvage, e diceva in cuor suo: «Io li amo e vado a morire spontaneamente per loro che si ridono di me ». Dall’alto del patibolo il Figlio di Dio udiva le imprecazioni, le risa, la maligna gioia dei suoi nemici e diceva in cuor Suo: « È per loro che mi lascio crocifiggere: Io li amo tanto e dono volentieri la vita per salvarli dalla perdizione ». Nel cortile del pretorio tra i manigoldi flagellatori, lungo la via dolorosa tra la folla urlante e maledicente, sotto la croce, il Salvatore ha visto anche la nostra faccia, il nostro gesto di scherno e d’odio. Anche noi l’abbiamo crocifisso, perché anche noi abbiamo peccato. Ed Egli, vedendoci, anche per noi disse: « L’amo tanto, e muoio volentieri per lui che non mi ama ». In un libro che narra storie del tempo in cui era diffusa la schiavitù, si legge che un giovane schiavo venne dai musulmani condotto sul mercato per essere venduto. Gli legarono le mani dietro la schiena e gli appesero al collo una grossa spada e gli dissero: « Se nessuno ti ricatta, a sera ti uccideremo con questa spada ». Il povero giovane, con voce che si faceva sempre più straziante man mano che il giorno procedeva, supplicava tutti quelli che passavano di riscattarlo. Già il sole tramontava e le ombre s’allungavano: al meschino pareva di perdere la vista, tanto era l’orrore che lo invadeva. Finalmente, quando il sole s’annidò ad occidente, passò di là un ricco Cristiano, che lo riscattò. La riconoscenza di quel giovane non si può dire a parole. Noi pure eravamo schiavi di satana nel potere del quale ci avevano messi i nostri peccati, e se la sera, cioè la morte, fosse discesa sopra di noi in tale condizione, per noi sarebbe stata finita per sempre. Gesù ci vide, ci amò, ci riscattò non con denaro, ma con sangue vivo, col suo sangue divino. La crudeltà più vergognosa è che, riscattati, noi corremmo a trafiggere il nostro Salatore con quella spada che ci avrebbe dovuto dare la morte eterna, cioè il peccato. Ma l’amore più grande è che Gesù sapeva che l’avremmo ricompensato così, e ci ha riscattati egualmente, morendo per. noi. – 3. AMORE CHE SOLLECITA. Il profeta Isaia, ispirato dal Signore, una volta disse al popolo di Israele: « Le orecchie udranno sempre la parola di uno che dietro alle spalle ti avvisa: ecco la via, in essa cammina » (Is; XXX; 21). Quanto è vera questa profezia, e come davvero l’amore di Dio corre dietro al peccatore incessantemente e lo sollecita! a) Lo sollecita col rimorso. « Perché vuoi correre alla perdizione? Se non ti persuade il mio amore, ti persuada almeno la tua disgrazia; se non mi vuoi dar retta, non dimenticare almeno te stesso ». b) Lo sollecita beneficandolo. Gli dà salute, lavoro, consolazioni, sostentamento. Alcuni osservando il peccatore fortunato, mormorano della bontà di Dio, come se facesse un’ingiustizia a loro, e dicono: « Non mette conto di esser buono; guardate quell’uomo che vive quasi senza religione com’è fortunato! ». C’è caso perfino che lo stesso peccatore prenda occasione dei benefici con cui l’amore di Dio lo sollecita, per bravarlo insolentemente: « Ho peccato, e che cosa mi è capitato di triste? ». c) Lo sollecita castigandolo. Le malattie, gli insuccessi, le umiliazioni, le delusioni, sono mezzi con cui l’amore di Dio amareggia il mondo perché il peccatore si decida a distaccarvi il cuore. – Gesù, approdando una volta sulla sponda orientale del lago di Genezareth, si vide correre incontro un uomo, posseduto da uno spirito immondo. Lo sventurato aveva dimora fra i sepolcri sparsì sulla collina, e quando il demonio l’agitava, si batteva coi sassi e urlava. Appena vide Gesù, corse a Lui e con grida gli disse: « Che t’importa di me, Gesù Figliuolo di Dio? Vattene via, ti scongiuro; non tormentarmi ». Gesù con la forza invincibile del suo amore, comandò al demonio di uscire da quel corpo. E il giovane fu guarito. Orbene, Cristiani: non è impossibile che qualche anima ascoltando le meraviglie dell’amore divino verso il peccatore, abbia a ripetere il grido dell’indemoniato: « Che t’importa di me, Gesù! Lasciami stare nelle mie abitudini, nel mio fango; non tormentarmi così coi rimorsi, colle prediche, con le tue grazie… « Lasciami stare, che sono troppo cattivo per convertirmi! » Ma nessuno può essere cattivo quanto il Signore è buono. « Lasciami stare, che sono anni e anni di vergogna e di miserie, ed ormai è troppo tardi! ». Ma non è mai tardi, fin che c’è un filo di vita. Dio può compiere in un punto ciò che un uomo non saprebbe fare in cinquant’anni. « Lasciami stare; che cosa ne vuoi fare di me? » Dio vuol farne un trofeo della sua bontà; vuole mostrare in te la grandezza del suo perdono. Signore! non ascoltare le nostre grida di paura e di passione: « considera che noi non comprendiamo noi stessi e che non sappiamo ciò che vogliamo e che ci allontaniamo infinitamente da ciò che desideriamo ». Signore; dacci la forza di credere al tuo Amore, perché troppo grande da comprendere per le piccole e deboli creature che siamo. — L’ANIMA. Davanti alle due parabole, che or ora ho letto nel Messale, mi torna su dal cuore la parola che S. Paolo gridò nell’Aeropago di Atene: « Noi siamo progenie divina; se così non fosse, perché Dio si sarebbe preso tanta cura di noi? Quando un uomo si allontana dal suo Creatore e lo oltraggia, Egli non pensa che a ricondurlo a sé: si comporta come un pastore che possiede cento pecore delle quali una si sia smarrita. Nel deserto ove di solito venivano condotte d’inverno le greggi, appena si levavano i primi fiati tiepidi della primavera, tutte le colline si coprivano di una leggera peluria verde. Ed una pecora, più avida delle altre, attratta da una miglior pastura, si era sottratta agli occhi del guardiano. Che farà allora il padrone del gregge? Confida le novantanove pecore alle cure di altri pastori necessari per un numero così grande, e va alla ricerca della scomparsa: la trova, se la stringe al collo, la riporta indietro gridando: « Amici: festa festa! ho ritrovato quella che era perduta ». Quando un uomo sfugge dalle mani amorevoli del suo Creatore per intrufolarsi nella polvere e nelle immondezze, Egli non pensa che a risollevarlo fino al suo Cuore: si comporta come una madre di famiglia che possiede dieci dramme delle quali una si sia smarrita. La buona massaia stava, forse, contandole sulle mani, quando si accorse che una mancava. Come fare a ritrovarla in quella sua camera mal rischiarata in mezzo ai molti oggetti disseminati sul pavimento? Accende la lucerna, scopa, fruga, scruta: vede un luccicore: è lei. Se la stringe tra le dita e corre fuori gridando: « Amiche: festa, festa! ho ritrovato quella che era perduta ». « Oh, se sapeste! — disse Gesù a tutta la gente che aveva ascoltato le due parabole; — Oh, Se sapeste quanta gioia v’è nel cielo per ogni peccatore che si converte!… ». Queste parole del Signore, o Cristiani, esigono tutta la vostra attenzione. Forse che Dio, forse che gli Angeli, forse che i Santi farebbero tanto caso per una sola anima d’uomo, se essa non avesse un prezzo infinito? Se essa non contenesse qualche cosa di divino, forse il Padre dell’universo n’andrebbe in cerca con tanta brama? Eppure al valore dell’anima chi ci pensa? – 1. VALORE DELL’ANIMA. S. Giovanni l’Evangelista, sollevato un giorno in estasi vide in cielo un segno misterioso e grande: una Signora vestita di sole, coronata di stelle, con sotto i piedi la luna. Molti hanno cercato d’interpretare il senso di questa visione: chi nella Signora riconobbe la Vergine Maria, e chi la Chiesa. Però non si può dar torto a S. Bernardino da Siena, che affermò che quella Donna significa l’anima umana. Infatti: l’anima in grazia è splendida più che se fosse vestita coi raggi del sole; è coronata di stelle, perché gli Angeli, mistiche stelle del paradiso, la circondano ammirati; ha la luna sotto i piedi perché tutte le cose create in suo confronto sono da calpestarsi. Ma pur lasciando la visione dell’Evangelista, ragioniamo per un momento sulla preziosità dell’anima. La preziosità di qualunque oggetto deriva dalla sua intrinseca fattura, dalla sua utilità, dalla sua rarità. 1) Orbene, preziosissima è l’anima per la sua intrinseca fattura. Essa venne creata da Dio. Un quadro di Raffaello, una statua di Michelangelo sono valutati con prezzi favolosi, perché sono usciti dalle mani di artisti famosi: e l’anima nostra non esce forse dalle mani dell’Artista Supremo? Notate ancora che essa venne creata da Dio, a sua somiglianza: porta quindi in sé qualche cosa della bellezza, della grandiosità, della sapienza di Dio. Come Dio è uno nell’essenza e trino nelle Persone, così l’anima è una nell’essenza ma ha tre facoltà: memoria, intelletto e volontà. Come Dio è invisibile, così essa è invisibile. Come Dio è eterno, così essa, una volta creata, più non muore. Come Dio è libero, così essa pure è libera. 2) L’anima è pure preziosissima per riguardo alla sua utilità: l’anima nostra ragionevole è ciò che ci distingue dalle bestie; ciò che ci fa capaci d’amare Dio, di servirlo liberamente, ed un giorno nel cielo, confortati dalla grazia, di goderlo per tutta l’eternità. Cicerone, quantunque pagano, intuiva il valore dell’anima quando diceva che essa era tutto l’uomo. Homo constat ex anima. Purtroppo, molti Cristiani vivono come se essa non contasse per niente. 3) La preziosità di un oggetto si deduce ancora dalla sua rarità: ebbene, di anima ce n’è una sola, E quella perduta, tutto è perduto; e quella salvata, tutto è salvato. Ma se questo ragionamento ancor non vi persuade, lasciatevi almeno convincere dal conto in cui il Figlio di Dio e il principe del male hanno tenuto le anime. Che non fa il Demonio, che non tenta, che non promette pur di conquistarne una? « Hæc omnia tibi dabo — dice egli a Gesù mostrandogli dalla vetta d’un monte i regni della terra, — si cadens adoraveris me!» (Mt., IV, 9). satana è pronto a cedere un mondo intero per avere un’anima, e noi gliela abbandoniamo per così poco! Propter pugillum hordei, et fragmen panis (Ezech., XIII, 19). Per il capriccio di un’ora, per un interesse vile, per una golosità bestiale. « Che stoltezza, esclama San Bernardo, stimar così poco quell’anima che perfino il demonio ha in sì gran prezzo! ». – Che non fa Gesù, che non tenta, che non promette per salvare le anime nostre? Egli ha lasciato gli Angeli in cielo ed è corso per tutte le strade della terra in cerca dell’uomo, pecorella perduta! Egli, come la massaia, ha messo a soqquadro il mondo per sollevarci fuori dalla nostra miseria! Egli si è fatto calunniare, tradire, battere a sangue, sputare in volto, e crocifiggere per la nostra anima. « Badate — ci avvisò S. Pietro — che foste redenti non con oro o con argento disprezzabile, ma con tutto il sangue prezioso dell’Agnello ». – 2. CURA DELL’ANIMA. Racconta un poeta latino che un giovane preso dalla follia di scialacquare patrimoni interi, stemperò nell’aceto una perla preziosissima e la bevve in un sorso (Horat., Sat. II, 3, 240). Un fremito d’indignazione ci scuote solo al ricordo di tanta storditezza. Ma che diranno gli Angeli quando vedono gli uomini sperdere la propria anima per una boccata di piacere acetoso? Bisogna aver cura della propria anima, come la saggia e onorevole madre ha cura del suo figlio unico: ella lo istruisce, lo fortifica, lo nutre; così noi dobbiamo istruire, fortificare, nutrire la nostra anima in ogni giorno della vita. 1) Dobbiamo istruirla. Nelle scienze profane? senza dubbio possiamo raccogliere anche da esse qualche sprazzo di luce; ma la vera luce dell’anima è la scienza sacra, è il catechismo, è la dottrina di Gesù. « Io sono la luce del mondo che illumina ogni anima ». Da qui deriva in noi l’obbligo di frequentare la Chiesa e le prediche, di non lasciar mancare alle anime dei nostri figli l’istruzione religiosa. Ricordatevi che lo Spirito Santo ha lanciato una terribile maledizione contro quelli che rifiutano la sua scienza: « Quia tu repulisti scientiam, repellam te » (Osea, IV, 6). 2) Dobbiamo fortificarla. I giovani per crescere vigorosi si esercitano alla corsa, al salto, alla lotta; l’anima pure deve essere esercitata a correre sulla via del bene, a saltare le occasioni pericolose, a lottare contro i nemici spirituali. È questo un lavoro non scevro di sforzi: ma nessuno può salvarsi senza fatica, anzi il progresso della nostra anima è proporzionato alla violenza che avremo fatto contro noi stessi. Tantum proficies, quantum tibi ipsi vim intuleris. 3) Dobbiamo nutrirla. L’anima è cosa tutta celeste, e non ha cibo se non dì cielo: la preghiera e la Comunione. Che cosa è di un corpo che non si nutre? Muore: così è dell’anima che non prega e non si comunica frequentemente. Or voi capite perché S. Paolo scrive ai Cristiani di Tessalonica: « Pregate senza interruzione ». Molti domandano con insistenza: «Riuscirò a salvare la mia anima? ». A costoro rispondo con un grazioso fatterello che il P. Segneri amava, sorridendo, raccontare dal pulpito. C’era sulla piazza d’Atene un famoso indovino che a tutti dava pronostici e predicava il futuro e svelava il passato. Or ecco, un giorno, gli si accostò per gabbarlo un uomo che teneva una passera chiusa nel pugno. « Sai dirmi, — gli chiese. — se è viva od è morta? ». Ma l’astuto pensava tra sé così: se egli dirà morta, io lascerò ch’essa voli e lo smentirò; se egli la dirà viva, io la stringerò col pollice e la farò morire. Ma l’indovino fu più furbo del furbo tentatore, e così rispose: « Signore, la vostra passera è tal quale la volete voi: Se viva, viva; se morta, morta ». Tutti gli astanti applaudirono. Cristiani, quella sagace risposta io potrei girarla a voi. La vostra anima sarà tal quale la volete voi, se salva, salva; se dannata, dannata. Anima vestra in manibus vestris. (Ps. CXVIII, 109). Sono assai certo che tutti voi la volete salva; ma allora abbiatene gelosamente cura: istruitela, fortificatela, nutritela. — Se la bianca agnella, se la dramma splendente sono simbolo dell’anima, io penso che senza sforzo possono anche significare la virtù più bella che adorna l’anima, la virtù che la imbianca e la fa risplendere: la castità. Senza di questa virtù che valgono all’uomo, che valgono alla donna tutti gli altri meriti, fossero anche nove come le dramme o novantanove come le pecore? Ascoltate, dunque, una parola che vi faccia apprezzare questa gemma spirituale troppo conculcata nel mondo. Così vi sentirete sospinti a custodirla con ogni fatica se la possedete; così, se una orribile disgrazia ve l’ha fatta smarrire, ancora sì come il pastore e come la donna della parabola non vi darete pace se non dopo averla ricuperata. – 1. CHE COS’È LA CASTITÀ. Un giovane era tormentato dal desiderio cocente di possedere una perla di valore. E forse già aveva inquisito nei più ricchi mercati, forse già aveva fatto scandagliare nel profondo delle acque, forse aveva frugato nelle viscere della terra: invano. Ma un giorno, dopo lunga brama, ne trovò una: così bella, così rara, così fulgente che fu estasiato. Sussultante per la letizia che gli traspariva dalle pupille, va, vende tutto quello che aveva e la compra. Abiit et vendidit omnia quæ habuit et emit ea (Mt., XIII, 46). Questa perla che supera ogni prezzo, per cui i Santi fecero gettito di ogni mondana cosa e persino della vita, è dentro al nostro cuore. È la castità. « Io sento nel mio corpo una legge che si oppone alla legge della mia mente. La carne desidera contro lo spirito e lo spirito contro la carne» (Rom., VII, 23). Quello che ha provato S. Paolo, è pure il combattimento che noi tutti, giorno per giorno, esperimentiamo. Or bene, sottomettere il senso alla ragione, rendere il corpo servo dell’anima: ecco la perla della castità. Questa virtù ha due gradi: il primo eroico, non obbliga tutti, ma solo quelli a cui il Signore concede l’immensa grazia di consacrarsi a Lui unicamente in verginità perfetta. Il secondo, comune, obbliga alla castità assoluta tutti coloro che non sono legati dal vincolo matrimoniale, e alla castità coniugale quelli invece che sono sposati. Comunque, in qualsiasi grado, la castità è sempre la perla più preziosa del mondo. La castità è bellezza! Pensate com’è bella la primavera quando passa per le nostre contrade. Il cielo si fa profondo e azzurro, l’aria tiepida e profumata; tornano le rondini dalle terre lontane, tornano le allodole a cantare nell’alto; i campi, pizzicati dal raggio del sole nuovo, tremano di gioia e si coprono di erbette tenere; i giardini erompono in fiori rossi, bianchi, pallidi e screziati; gli uomini sorridono e sì sentono più giovani e più buoni. Come una primavera magnifica è bella l’anima casta. La Santa Scrittura non ha parole sufficienti a lodarla: è bella, dice, come la neve; bella come il giglio; bella come il sole; bella come il cielo stellato. La castità è amabilità. Gesù ne era affascinato. Ha voluto per madre la Regina dei vergini; per custode un uomo vergine; per discepolo prediletto Giovanni il vergine; per amici i piccoli fanciulli ridenti di purezza. E piuttosto che nascere in Betlemme, la città dell’impudico Erode, ha preferito venire al mondo nella stalla tra le bestie; ed in giro alla sua cuna gli Angeli chiamarono i casti pastori. Non soltanto Dio, ma anche noi sentiamo il fascino della purezza: davanti ad una persona casta ci sentiamo attratti come da un mistico profumo che s’espanda dal suo cuore. La castità è forza. Non i deboli, non le anime infrollite posseggono questa virtù, ma sono i forti, quelli che non piegano come le canne ad ogni soffio di passione, ma resistono indomiti, come le querce. Ma non sono solo forti contro il demonio, ma anche con Dio sono forti i casti, perché alle loro suppliche Iddio non nega mai nulla. O anime caste! usate della vostra potenza presso Dio, sollevate le vostre ferme preghiere al cielo e fate scendere sulla terra la rugiada dei favori divini. La castità è nobiltà. Il vergine profeta nell’Apocalisse vide l’aristocrazia del Cristianesimo. Essa non era composta di ricchi, di scienziati, di conti, di re, ma solo di casti. Questi cantavano un cantico che nessun altro sapeva, e stavano vicino all’Agnello più che gli Angeli; sì, poiché se la purezza dell’Angelo è più felice, questa dell’uomo è più gloriosa e lodevole. La castità è amore. Essa ingentilisce il cuore, lo rende buono, riconoscente, compassionevole, affettuoso. Gli impuri sono egoisti e crudeli che ogni diritto calpestano pur di godere: invano i genitori aspettano l’amore dei figli, se questi non crescono puri; invano gli sposi sì promettono vicendevole affetto, se non è rispettata la castità coniugale. – 2. COME SI CONSERVA. Nel 1581 passava in Italia la serenissima Donna Maria d’Austria figlia di Carlo V Imperatore. Tutti i principi erano invitati ad accoglierla, e, tra questi, anche il giovane figliuolo di Don Ferrante, marchese di Castiglione, Luigi Gonzaga. Che magnifica festa in quella giornata d’autunno, e che animazione gioiosa ad ogni balcone, ad ogni finestra! Tutti volevano vederla. Ed ecco finalmente compare: tutti agitano i fazzoletti di seta e fissano lo sguardo. Il piccolo Luigi che si trovava al balcone d’un palazzo signorile, in quel momento alzò la sua mano a far festa, ma chiuse gli occhi: la figlia del grande imperatore passava ed egli non la vide. Alcuni penseranno che questi sono scrupoli ed esagerazioni: anche S. Luigi sapeva bene che non v’era nessun peccato a vedere la principessa, ma sapeva anche che la gemma preziosa della castità noi la portiamo in vasi fragili, e talvolta basta un solo sguardo per smarrirla sciaguratamente. Ad ogni svolta di via, ad ogni ora del giorno e della notte, il nemico delle anime mostre ci può capitare addosso e colpirci. Quali armi abbiamo dunque per difenderci? Cristiani, questo genere di demoni non lo si scaccia se non con la mortificazione e l’orazione. a) Mortificazione del corpo: attenti agli occhi, perché come dice la Scrittura « dalle finestre entra nell’anima la morte »; attenti alla lingua perché dice l’Apostolo che ci sono certi peccati che tra i Cristiani non si debbono neppure nominare, sicut decet sanctis. b) Mortificazione del cuore: attenti alle amicizie con persone di sesso diverso. Queste amicizie si presentano dapprima in un aspetto di genialità innocente » fors’anche virtuosa: ma poco appresso si trasmutano in morbida sensibilità, e poi in peccaminosa sensibilità. Anche il serpente ha la lingua vezzosa e le squame lucide; pure, sotto sì belle apparenze, nasconde la morte. Anche il baleno splende luminoso agli occhi nell’atto stesso che uccide la persona. c) Alla mortificazione unite la preghiera e canterete vittoria sul nemico tremendo. Pregate Maria: S. Giovanni, l’Apostolo vergine, fece di Maria la sua madre adottiva, la sua fida compagna. Accepiît in sua. Fate anche voi così: Ella stia sempre al vostro fianco e col suo manto vi difenda da ogni peccato. Pregate Gesù: il Salvatore che è morto per la salute delle anime non sarà sordo ai nostri gridi di soccorso. Fate ancor questo: unitevi frequentemente alla sua carne eucaristica, all’Ostia santa, al Cielo divino: troverete un pane di castità e un vino di candore. – Cadeva la notte. Nella sua celletta piena d’ombra, Santa Caterina da Siena ripensava alla festa che finiva. Rivide gli stendardi vagamente agitati dai giovani, rivide la folla addensata nel Campo sotto il sole di Luglio, e i palchi gremiti di dame sfarzose. In quel momento entrò il demonio a tentarla: « Anche tu, Caterina, potrai essere tra loro. Perché ti sei tagliata i capelli biondi, perché porti cilicio sul corpo delicato, perché vuoi farti monaca? Vedi quest’abito? Non è forse più bello del rude saio claustrale? ». Nell’incerto lume della sera, la santa credé vedere davanti un giovane svelto che le presentava una ricca veste, fatta coi petali molli delle rose. Mentre Caterina rimaneva dubbiosa, le apparve la santa vergine Maria. Come già il tentatore anch’Ella aveva sul braccio una veste splendida, ricamata d’oro e di perle, raggiante di pietre preziose. « Devi sapere, o figliuola, — disse la Madre di Gesù con la sua voce dolce che fa piangere di consolazione quanti la odono, – devi sapere che le vesti cavate fuori e intessute dentro il costato del mio Figlio, per te ucciso, superano in valore qualunque preziosità di vesti lavorate da altre mani che dalle mie ». Allora Caterina, tutta ardente di desiderio e tremante di umiltà, chinò la testa e la Vergine la rivestì della tunica celeste. Cristiani, ad ogni anima che viene nel mondo si fa davanti il demonio con la sua veste intessuta con le rose dei piaceri carnali e vergognosi, e la Vergine Maria, con la sua veste di purità cavata dal Crocifisso e intessuta dalle sue mani. Guardatevi bene dall’accettare quella del demonio! le rose cadrebbero e vi sentireste in breve sepolti nelle spire ardenti dell’inferno. Scegliete quella della Madonna, perché essa sola è di uno splendore immortale: con essa soltanto potrete entrare in paradiso. È la veste nuziale.

IL CREDO

 Offertorium

Orémus: Ps IX: 11-12 IX: 13 Sperent in te omnes, qui novérunt nomen tuum, Dómine: quóniam non derelínquis quæréntes te: psállite Dómino, qui hábitat in Sion: quóniam non est oblítus oratiónem páuperum.

[Sperino in te tutti coloro che hanno conosciuto il tuo nome, o Signore: poiché non abbandoni chi ti cerca: cantate lodi al Signore, che àbita in Sion: poiché non ha trascurata la preghiera dei poveri.]

 Secreta

Réspice, Dómine, múnera supplicántis Ecclésiæ: et salúti credéntium perpétua sanctificatióne suménda concéde.

[Guarda, o Signore, ai doni della Chiesa che ti supplica, e con la tua grazia incessante, fa che siano ricevuti per la salvezza dei fedeli.]

COMUNIONE SPIRITUALE

 Communio

Luc XV: 10. Dico vobis: gáudium est Angelis Dei super uno peccatóre poeniténtiam agénte.

[Vi dico: che grande gaudio vi è tra gli Angeli per un peccatore che fa penitenza.]

 Postcommunio

Orémus.

Sancta tua nos, Dómine, sumpta vivíficent: et misericórdiæ sempitérnæ praeparent expiátos.

[I tuoi santi misteri che abbiamo ricevuto, o Signore, ci vivifichino, e, purgandoci dai nostri falli, ci preparino all’eterna misericordia.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ORDINARIO DELLA MESSA

LO SCUDO DELLA FEDE (208)

LO SCUDO DELLA FEDE (208)

LA VERITÀ CATTOLICA (VI)

Mons. ANTONIO MARIA BELASIO

Torino, Tip. E libr. Sales. 1878

ISTRUZIONE VI

I demonii

Noi ci lasciammo consolati nella passata Dottrina degl’Angeli; e restammo assai contenti di sapere che vi siano milioni d’Angeli che adorano Dio in Cielo; e perciò adorano anche Gesù in terra nel Sacramento, che è (ah mi fa male il cuore il dirlo!) miseramente da noi troppo abbandonato. Per un’anima ben fatta, per un cuor che per poco senta, quanto si meriti d’essere onorato ed amato il Sommo Bene che è Dio, è una cara consolazione il sapere che vi siano creature tanto degne di Dio che lo adorino così santamente, anche per noi. Ci conforta tanto poi anche il sapere che Dio si serva degli Angeli per farli ministri delle sue misericordie per noi fino a darceli compagni e Custodi del nostro pellegrinaggio in terra, mentre ci gode già fin d’ora l’animo d’avere gli Angioli poi concittadini in Paradiso. Ma gli spiriti son tutti buoni e tutti santi? — No; no: ne sono dei troppo cattivi che sono i demoni. O! ma chi creò mai i demonii? — Io vi rispondo subito, che Dio creò gli Angeli; ma gl’Angeli col peccato si son fatti demoni. Ascoltate e vel racconterò. Quando Dio ebbe creato gli Angeli, uno spirito chiamato lucifero, il qual nome vuole dire Angelo brillante di luce celeste, principe che era nel Cielo, adorno di tanti doni della bontà del Signore, rizzò la testa contro di Dio Medesimo — Oh!… ma che fece mai costui? mi direte. — Eh vedete; fece quello che fanno le creature ingrate che adoprano ì doni di Dio per peccare contro la sua bontà, fece questo per la superbia di non volere servire a Lui! E quando vi è un superbo che si da capo a rivoltarsi, vi possono mancar dei seguaci? Ah lo vedete pur troppo anche voi che se vi è un miserabile che rifiuti per orgoglio d’obbedire a Dio, che fa guerra alla Chiesa, al Papa che rappresenta Iddio: trova subito dei disgraziati che gli vanno appresso e sì gettano con lui in perdizione! Ma viva Dio! vi son sempre anche ì buoni e più numerosi e più potenti dei malvagi, e sol che vi sia chi alzi il grido del coraggio, trova sempre un esercito di combattenti per l’onore di Dio. Difatti subito che Arcangelo Michele alzò il grido « Chi è simile a Dio? … » Questo grido fu il grido d’allarme in Cielo; e gli Angioli buoni, su, tutti insieme, a combatter con lui. Fu gran battaglia in cielo: e battuto lucifero coì suoi, tutti furon precipitati per sempre in dannazione nell’Inferno, come già vi spiegai. Che se pur restarono molti sparsi per l’aria, hanno con loro l’Inferno: perché odiare Dio per sempre è un vero inferno. Tutti però cercano di far guerra a Dio Santissimo, e agli uomini da Lui creati: per farli dannar con loro, per rabbia contro la bontà del Signore che lì vuol seco in paradiso. Oh ma Gesù, Figliuol di Dio però è con noi, e ci guida, e ci sostiene nella guerra contro di loro, e chi stà con Gesù li vince sempre. Ora io appunto voglio mostrarvi come lucifero demonio e i suoi compagni spiriti cattivi tentano sempre di fare perdere gli uomini; e come massime nei nostri tempi raddoppiano ì loro sforzi specialmente in quel magnetismo che si va a confondere collo spiritismo. Io vi mostrerò quest’oggi come i demoni fanno continua guerra a noi uomini; e mi riserberò nell’altra istruzione di dimostrarvi come è un cercar col demonio d’ingannar per perdere gl’incauti in tal magnetismo che si confonde collo spiritismo. — Ripetemi in grazia che io quest’oggi vi ho da dimostrare (si fan ripetere) « che i demoni fanno continua guerra a noi uomini ». Buon Gesù, Voi siete il nostro gran Capitano nelle battaglie contro l’Inferno « evviva! noi esclameremo, o Signore, delle vittorie! » Deh, fatemi grazia che la mia povera parola sia un grido d’allarme, a chiamare a combattere i diavoli, e Voi serratevi d’intorno tutti questi che son buoni fedeli a vincere colla vostra potenza. Così mentre i demonii cercano d’ingrossare le turme dei nostri nemici; noi sì, o miei fratelli, combatteremo colla fiducia dei trionfatori sulla fronte con Gesù Cristo. Oh Maria santissima, che col piede immacolato calpestate la testa al dragon infernale, difendeteci contro tutti i demonii d’Inferno. Io vi ho promesso adunque di dimostrarvi che i demonii ci fanno continua guerra in tutti i modi e che cercano sempre spingere a far male tutti gli uomini per tirarli a perdizione. La parola di Dio nella Santa Scrittura e le storie delle nazioni del mondo raccontano troppi fatti che dimostrano ad evidenza che il demonio e i mille suoi tristi compagni si arrabattano sempre smaniosi di far guerra a Dio e strascinar gli uomini all’inferno per non lasciarlo adorare; a dispetto di Dio Medesimo che ci ha creati per averci beati in paradiso. Lo sapete bene anche voi che fu il maledetto demonio il quale fin da principio si mise dentro nel paradiso terrestre, e tentò Adamo ed Eva di non credere a Dio e di non obbedire ai suoi comandi; anzi propose loro fino di farsi eguali a Dio Medesimo, mangiando il frutto vietato, proprio a dispetto di Dio. L’ascoltarono i meschini; restarono da lui traditi; e noi andremmo con loro a perderci se non fosse poi venuto a salvarci il Figliuol di Dio, Gesù. Poi sempre il demonio, infelicissimo, perché non ama più Dio, cercò di fare ogni male agli uomini che sono l’immagine sua. – Contro il povero Giobbe, perché era fedele a Dio in mezzo a quel mondo di gente infedele, non fu mai sazio di rabbia: e fargli rovinar la casa sopra i suoi figliuoli e fargli rapinare tutte le sue ricchezze! Sicché ridotto che l’ebbe sul lastrico, gli fu addosso alla vita e lo gettò per terra tutto insozzato di luride piaghe, abbandonato sopra di un letamaio. – Quando poi il popolo del Signore era tenuto in dura schiavitù da Faraone in Egitto, e il Signore mandò Mosè per liberarlo. Questi mostrava coi miracoli fatti davanti al re Faraone che era proprio mandato da Dio per condur via il popolo in libertà ad adorarlo nella terra promessa: e il demonio ebbe ardimento di combatter Mosè aiutando i maghi a gareggiar con lui nel far prodigi anch’essi. Finché Mosè in nome di Dio fece tali miracoli che il diavoli e i suoi maghi non poterono scimmiottare, sicché restarono tutti confusi. Ma la guerra più indegna che fece a Dio quest’orrido suo nemico, fu sempre quella di farsi adorare egli stesso invece dell’Altissimo nelle false religioni dell’Idolatria. Che già bisogna ben dire che sia proprio il diavolo che abbia inventato l’idolatria. Perocché, osserva $. Tommaso, non si può spiegar altrimenti come il mondo sia diventato idolatra pressoché tutto, a dispetto della ragione, a dispetto di ogni buon senso. Poiché è impossibile che gli uomini di tante nazioni avessero perduta la testa così, (se non fossero trascinati dal diavolo), di adorare per Dio i più feroci e più schifosi animali. È impossibile che fossero proprio da loro stessi diventati irragionevoli così da credere di potere da loro crearsi un Dio colle lor mani a seconda dei suoi propri capricci e con l’oro col bronzo, col sasso, con un po’ di fango volessero formarsi una figura bizzarra, come a lor piacesse, e poi dire « questo è il nostro Dio che noi dobbiamo adorare! » se non era il diavolo che lavorasse dentro di loro per farsi adorare nelle figure di quegli Idoli. Il demonio conosce troppo che l’uomo non può stare senza avere Un Dio: e vedendo che Dio Santissimo non garbava a quegli uomini guasti, soffiò, quel maligno, nei lor cuori corrotti e e suscitò le lor menti sbrigliate a crearsi un Dio a fantasia, anzi a farsene tanti dei e ciascuno il suo dio fosse più alla portata delle sue passioni; ben inteso però che tutti questi dei tenessero mano ai vizi di tutti. Eh lo vedete pur troppo che anche ai nostri dì hanno taluni la sfrenata audacia di dire apertamente che non vogliono adorar più Dio: che non piace loro Dio adorato dai Cattolici col Papa: e fin si arrabbiano contro Dio crocifisso nemico alle passioni a loro tanto care… Vè…. vè…. come è il demonio che cerca sempre di cacciar via Dio dal mondo. – E menava già baldoria, adorato come era nella idolatria in terra, in luogo di Dio. Tanto che quando venne il Figliuol di Dio Gesù nel mondo, trovò il demonio così pien d’ardimento che il petulante ebbe fino la sformata pazzia di dirgli « io ti farò padrone del mondo se cadendo a terra mi adorerai! »…… Oh?…. oh…. mi direte…. fu proprio così?….. Vi debbo anche dire che eran tanti gli invasati dai demoni che ad ogni passo s’incontrano nella storia del Vangelo. Ora si presenta a Gesù un tale reso muto dal diavolo che lo possedeva; ora un tal altro muto. e cieco, e così malconcio fu guarito dal Salvatore col liberarnelo. Sicché i Farisei che erano tutt’occhi per accusarlo, ben lungi di negare che Egli cacciasse i demoni, lo calunniavano anzi che li cacciasse un diavolo colla potenza d’un altro: e Gesù fece loro sentire che il diavolo non caccia il diavolo ma che era venuto Egli Figliuol di Dio a cacciar il demonio che regnava coll’Idolatria nel mondo e a istabilirvi il regno di Dio. Poi là un padre ancora gli presenta il figlio così fattamente invasato da un diavolo che si debba dire che avesse ben dure le corna: perché resistette a tutti gli Apostoli; finché solo Gesù l’ebbe cacciato. Qui un demonio gli confessa che egli si chiama legione quasi per dire che ha mille diavoli insieme con lui: o son demoni che se la vorrebbero svignare, pur confessando a Gesù che Egli è il Figliuol di Dio, affinché li lasciasse andare, o supplicare Gesù che permettesse sì cacciassero entro dei porci, per non essere confinati nell’Inferno. Gesù Cristo poi finalmente per liberar tanti poveri indemoniati, dà ai discepoli la facoltà di cacciare i diavoli nel Nome suo. Sicché possiamo conchiudere che coloro i quali negano che siano degli indemoniati e che degli spiriti girano nel mondo, negano la Religione cattolica: ma poi anche mostrano la propria ignoranza della storia delle nazioni. Perocché fin anche Plutarco filosofo pagano che di sacra Scrittura non ne sapeva niente, ma che però è tenuto in gran conto di dotto, dice apertamente che quelli che negano che vi siano degli spiriti che operano mirabilmente nelle cose del mondo, altro che darsi l’aria di filosofi spregiudicati! « distruggono essi affatto la filosofia philosophiam tollunt ». E a ragione perché la filosofia sta appunto nel cercare la causa dei fatti che si vedono avvenire. E di certi fatti è inutile cercar altra causa o ragione, bisogna ragionevolmente dire che sono gli spiriti che vi lavorano dentro. Potrei qui citarvi Cicerone, l’uomo più sapiente dei Romani ai tempi suoi che lo ammette; o però ricordarvi quel Bruto il quale non era una femminuccia, no; ma era tal uomo che mirava d’impadronirsi del mondo intero; ebbene egli confessa che li in sul procinto di dar la gran battaglia per acquistare il dominio dell’impero, che comandava a tutti, gli apparve uno spirito, come ei lo chiama, un genio; che lo atterrì. – Ché finalmente nessuno può negare che per tanti secoli i pagani consultavano gli oracoli, cioè che andavano dinanzi ad un idolo di sasso e interrogavano gli spiriti sotto il nome di un qualche lor dio. Il più famoso degli oracoli era quello di Delfo. E non era il volgo solo della povera gente che vi andava a consultarli; ma erano i grandi conquistatori del mondo, e l’intiero senato Romano che prima d’intraprendere le più grandi imprese domandavano a quei falsi déi o demoni; se lor conveniva, a quel che si era da fare. Noi crediamo che sovente, massime la plebe ignorante, fosse ingannata dai sacerdoti, i quali rispondevano essi dai sotterranei; ma il pensare noi poi che tutti si lasciassero da loro ingannare così da credere che negli oracoli gli spiriti avessero risposto, quando non rispondevano affatto; è un pretendere di aver noi soli la privativa della ragione e credere che tutti quegli e ignoranti ed istruiti avessero perduta la testa, a quei tempi. Eppoi anche la storia ecclesiastica conferma che negli oracoli erano ben sovente i demoni che rispondevano. Lattanzio, e Tertulliano, uomini i più dotti e i più illustri del loro tempo rinfacciano ai pagani che i loro déi dovevano esser ben deboli; perché, dicono ai pagani pubblicamente nei loro scritti, « i vostri déi valgono niente: poiché quando si consultano gli oracoli, sol che vi sia presente un poverin di buon Cristiano, i vostri oracoli diventano muti. » Né per scongiurar che si facesse, quei demoni di dei non potevan dar risposta. Ma sentite il bel fatto: S. Gregorio Taumaturgo s’era riparato alla meglio una notte in un tempio, dove il diavolo in un idolo dava gli oracoli. Il maligno che con quel Santo non se la faceva per niente, scappò via del suo covacciolo. Tornato il sacerdote alla mattina per consultare il suo idolo, oh si … quella statua di sasso non dava la risposta. Smania il poverino, fa i suoi spergiuri girando intorno; ma il demonio di fuori gli dice « ma, se io non posso entrare!, me lo vieta quel pellegrin che dormi qui dentro ». Il sacerdote allora corse a tutta lena appresso a Gregorio supplicandolo permettesse che entrasse ancora lo spirito ….. Se no…. misero a lui, era chiusa la sua bottega! S. Gregorio scrisse su un pezzo di carta (papiro) « demonio entra » e il demonio entrò. Allora il sacerdote, a correre subito ancora più affannato appresso a Gregorio, e raggiuntolo, si volle farsi Cristiano; perché un meschino cristianello era tanto da comandare a volontà a quel povero diavolo del suo dio. Qui poi debbo ben dirvi che in tutti i secoli della Chiesa fu sempre una lotta coi diavoli. Fin dal principio del Cristianesimo un tal Simone mago vuole sfidare là a Roma S. Pietro ad innalzarsi come lui per aria in mezzo alla piazza, alla vista del popolo romano. Oh! egli era in alto già; ma S. Pietro pregò; e il demonio via; e giù, quel povero diavolo di mago; e si ebbe fracassato una coscia. D’allora fin ai nostri di. Ora udite fatto. – Vi era un prete che si dava l’aria d’illuminato, e mostrava compassione del povero Curato d’Ars del quale si raccontava che era sovente molestato in casa dagli spiriti. « Povero vecchio, diceva, a furia di digiuni con quella divozione esagerata, ha la mente esaltata! » Però una notte trovandosi con alcuni sacerdoti per far gli esercizii nella casa del buon curato: oh che è mai! s’odono spaventosi rumori!; tremavan le mura; era un pandemonio che minacciava sobbissarli; e chi ne aveva riso vi ebbe tale un carpiccio dal diavolo da non riderne più mai. In quel diavolio di tafferuglio infernale, corsero tutti nella camera del santo uomo gridando « curato, sprofonda la casa! » Ma il curato svegliandosi tranquillamente « no, non faranno alcun male ». Così mostrava che aveva la fantasia più calma di loro, e che anche in mezzo ai diavoli, dormiva tranquillo nella sicurezza della sua coscienza. Questo sol fatto dovrebbe bastare per un solenne avviso a chi ha la fede così al lumicino, che quasi pare di far grazia a credere ai soli dogmi principali; e se parlate loro di « demoniati » e di spiriti con una tal compassione crollando il capo rispondono subito « superstizioni, superstizioni di gente ignorante! » Oh!… Ma pur S. Tommaso che non era uno sciocco no, ma un dei più dotti uomini del mondo, dice candidamente che il non voler mai credere che intervengano i diavoli nelle cose umane, viene da una radice d’incredulità. Noi intanto, a costo d’essere derisi da tutti gli spregiudicati del mondo, rispetteremo S. Francesco di Sales, uomo di gran buon senso e bel genio come era di gran santità; il quale dice colla semplicità da santo che, dovendo benedire un cimitero, i diavoli suscitarono uno spaventoso temporale per impedire la sacra funzione: e che egli, fatto un esorcismo, fece fare sereno. Poi finalmente vogliamo dire « alto là…. rispettate tutti Colombo, il quale scoprì il mondo nuovo. » Ebbene egli era lì per discendere di nave e piantare la croce la prima volta nel mondo scoperto: si suscitò una burrasca tremenda, sicché i marinai gridavano « siam tutti perduti: » (come racconta Roscellì nella sua storia). Allora quel grand’uomo, devoto com’era, sguainata la spada fa con essa un gran segno di croce, comanda ai mali spiriti, e fa fare sereno in cielo, bonaccia in mare. – Qui ben con gran senno il dotto e pio Monsignor Pedicini, Arcivescovo di Bari, nella sua bell’Opera La Chiesa militante considerata nei suoi ministri, osserva che ai nostri dì è scarso il numero dei veri ossessi: mentre nei tempi andati era frequentemente il miserando spettacolo di corpi posseduti dal demonio. E ne dà le ragioni che noi piglieremo da lui. Poiché anche noi crediamo che vi fu un tempo, almeno in Europa, che il demonio evitava di attirarsi l’attenzione degli uomini: e questo fu dopo che apparvero tanto numero i così detti filosofi materialisti. Allor vedendo che questi troppo ben facevano i suoi interessi, egli stavasi miccin miccino, contento che non si pensasse agli spiriti, e che gli uomini si dimenticassero pur anche di lui; purché dimenticassero Iddio e le anime proprie e diventassero materialisti. Ma la Chiesa tenne sempre d’occhio il nemico che fingeva il dormiglione e lasciava ridere gli increduli; ma continuò nell’ordine dell’esorcizzato a dar sempre ai suoi ministri, la facoltà di cacciare i demoni. Però il diavolo zitto li, a tener in freno quel suo esercito di spiriti irrequieti. Perché, se avessero invasati gli uomini, i ministri della Chiesa gli avrebbero cacciati cogli esorcismi: e quando appunto sì lavorava dai nemici per gettare nel fango i sacerdoti, avrebbero essi acquistato il maggior credito contro le loro calunnie, se avessero esercitato tanto potere contro i mali spiriti. (vedi Pedicino opera citata « L’Esorcitato). Quando poi il diavolo con questi increduli sparsì nel mondo si credette padron del campo, allora fuori subito a far delle sue: e per lavorare al coperto per benino, seppe nascondersi nel magnetismo. Ed ora qui piglia il berretto di professor di scienza medica o di fisica; o coi politici far di politica, o fa il buffone nelle brigate allegre col far ballar le tavole e salticchiar i mobili. Insomma sa adattarsi ai gusti. Così fa da briccon spiritoso, scherzevole in Francia, da filosofo serio, e da cupo panteista in Germania, fin da santocchione in Baviera. Qui guarisce malati, là scopre certi segreti che era meglio tenere nascosti: rende poi risposte come gli oracoli picchiando il piede delle tavole o scrivendo senza mano colle matite. In tali modi è sempre il malizioso serpente che striscia dentro dovunque sempre al coperto; perché troppo orrendo, se comparisse qual è. Ma si conosce pur troppo che è sempre il diavolo; massime in certi fatti che avvengono ai nostri di. – (Eppure fa sdegno, come dovrebbe fare vergogna, l’ignoranza di coloro che si vantano spregiudicati ai nostri di; quasi il vanto di spregiudicato li facesse diventare sapienti senza avere studiato. V’è omiccioli che son da niente, regalano la patente di superstiziosi e di ignoranti a tutti i nostri padri del tempo passato. Quasi fosse nato il sole solamente nel secol presente, ed essi solo avessero il privilegio di saper tutto, da ridere di chi non pensa con coloro. Eh non dovevano poi essere stupidi quei buoni padri del medio evo detto tempo oscuro, no che non erano poi tanto stupidi sì veramente; poiché ebbero covilizzati i barbari colle loro scuole e colle loro sante virtù; se quei grand’uomini che crearono i comuni libero reggimento, che proclamarono la libertà delle donne e degli schiavi riparandoli sotto la protezione della madre Chiesa; che ci regalarono la Somma del lor S. Tommaso sempre maestro di lor che sanno e di color che Sapranno, ci diedero il più gran poeta Dante; che costruirono miracoli di cattedrali slanciate fin dentro le nubi; che inventarono la polvere da fuoco ; che ci provvidero dell’orologio che ci portarono dall’Asia la seta, che ci diedero la bussola a navigare sicuri per scoprir un nuovo mondo; che si salvarono dai Turchi; che ci diedero insomma le scienze, le arti, l’industria, così ben coltivato da raccogliere noi! Deh se quei grandi uomini, fra i quali basta sol nominare Carlo Borromeo, santo del più gran cuore del mondo, potessero alzar la testa dai loro magnifici sepolcri, e se guardassero giù dall’alto dei cieli a costoro in basso, potrebbero ben dire con ragione « Ecchè! voi ci accusate e deridete perché condannavano la magia e la evocazione dei morti; ma v’è che voi avete quarantamila maghi magnetizzatori, e più di cinquecentomila spiritisti e spiritati nella sola progressista America; ne avete più di trentamila nella sola Parigi: voi avete la setta intiera Vandem-borghesi che tutti pretendono di trattar a fidanza coi morti! Voi avete compassione di noi che avevamo paura degli incantesimi; e voi avete i vostri mediums che fan più tristi incantesimi su certe persone….. ch’io non vo’ dire. Voi crollate la testa al sentir che noi nominavan le streghe e le magliarde che mettevano paura, dite voi, ai nostri popoli ignoranti e barbari; e voi coltissimi illuminati avete le sonnambule, le lucide, gentilissime indiavolate a modino che son più streghe che le nostre, streghe scarmigliate! Voi ridete delle nostre croci e medaglie e cose benedette, come di talismani e di amuleti; e voi dite che le nostre tavole ballano e fan girone, avete mobili che vi saltellano in camera, e bastoni che v’accarezzano come la coda del diavolo….. Voi vi burlavate dell’acqua santa; ma vé oh, che, se ve ne gettiamo una goccia sulle tavole rotanti, sì dibattono furenti, saltano fin giù dalle finestre i mobili al tocco d’una medaglia, scappano via; al presentar un crocifisso fin i cestilli sì sversano, sì contorcono come serpenti, e giù dai tavoli a scappar lontano, (vedi il dotto Merville e i belli articoli della Civiltà Cattolica). Voi ci accusate di crudeltà, perché ricorremmo ai tribunali per comprimere tante tristizie di sortilegi, d’incantesimi e tutt’altre diavolerie; popoli interi ora nell’America ricorrono alle autorità dei governanti, perché gli uomini del potere trovino modo di liberare le famiglie da quella peste di spiritismo che fa perdere le figlie, le spose, i giovani ed empie i manicomi di poveri matti, e che spinge tanti a darsi la morte; di queste voi avete le sentenze vostri tribunali. Ah oh che siete voi che in questi bei lumi mostrate d’aver il diavolo addosso (Negli Stati Uniti si calcola che neu casi di pazzia e di suicidio lo spiritismo entra pel decimo ad esser la causa – Nampon Sise sulla spiritismo pag. 41 – L’influenza della pretesa dottrina spiritistica … è un fatto che dopo l’invasione dello spiritismo nelle nostre mura – Lione – ricensimento del Ministero dell’Interno 1861. – Il dottor Burtel). – Perché, vi ho da parlar chiaro, noi crediamo che gli uomini dal furor trasportati non sappiano ciò che dicano; ma quando tali miserabili dicono tante bestemmie nella lor rabbia, e fin nel loro scherzi, orrende così che i diavoli non ne san di peggiori; all’udirli slanciarsi contro di Dio in cielo; con rabbia particolar appunto pigliar più di mira Gesù Cristo Salvator nostro e sua Madre Maria benedetta; e vibrare contro il SS. Sacramento imprecazioni d’atterrire fino l’Inferno, bisogna dire che diavolo gli invasa coll’infernale suo furore Vi voglio dire ancora che noi sappiamo pur troppo che anche gli uomini più corrotti bramano aver pure le vittime da sacrificare nella loro carnalità, e in quella foia metton la mano sugli innocenti! ma non possiamo spiegare la smania infernale di far perdere l’innocenza col mostrare le malizie fino ai poveri bambini, a cui attaccano la peste almeno colle parole, se non posson mettere il grugno su quei fiori d’angelica purità! Hanno il diavolo addosso!….. – No no! senza che vi sia il diavolo che li spinga, non possiamo spiegare come corrono ad affollarsi in congreghe, e metter denaro insieme, a stampar libri cattivi, fotografie le più svergognate per far del mondo un orrido bordello. Bisogna ben dire che siano i demoni che colle labbra impure soffino dentro di loro, quando compongono quei romanzi pieni d’incredibili delitti; che siano i diavoli che gl’instighino a dire che son commessi da monachelle; e a inventar sotterranei, e far lor fare orgie indiavolate solo possibili nelle diaboliche menti. È vero sì, che i nostri vecchi vegliavano sulle congreghe dei maghi, delle fattucchiere, e streghe; ma è pur vero che oggi orrendi convegni si fanno, e orge e ridde infernali, un cui si abusa fin dei Sacramenti! Ah … o fratelli, serriamoci noi tutti intorno e Gesù nel Sacramento, perché ci sono indemoniati che ce lo piglierebbero!!! mi manca il cuore! mi si oscura la vista! Si, .. oh Gesù! Sono pochissimi questi ferocissimi indemoniati.!… Restate qui che i tempi non furon ormai più oscuri e tetri; ma avrete sempre un mondo di Cattolici  che v’aman tanto nel Sacramento! – Vi son dunque anche troppo demonii e indemoniati che ne fann di così triste in mezzo agli uomini, e spingono purtroppo tanti disgraziati ai nostri giorni ai delitti, alla disperazione. Vi voglio aggiungere che noi poi, o miei fratelli, ben conosciamo che in tutti i secoli del Cristianesimo il Signore per far conoscere la santità e i meriti de’ suoi più fedeli servi e santi, siccome dà loro la grazia di far miracoli, così dà a certi suoi Santi la forza di cacciare i diavoli colle loro orazioni, colla loro parola e fino colla sola presenza; tanto che negli indemoniati il malo spirito si dibatteva orridamente per non venir condotto a lor dinanzi. Il Signor poi per non lasciare mancare alla sua Chiesa questa forza per difendere e liberare i suoi figliuoli, le dà la facoltà di creare gli esorcisti che sono i ministri suoi per cacciar i demoni cogli esorcismi. Se adunque la Chiesa dà questa facoltà nei suoi Ordini: se tanti Santi mostrano di averla: se i Cristiani l’han sempre creduta, e quando fu necessaria l’hanno. adoprata; piuttosto che dire ora che tanti uomini così sapienti sian tutti ingannati e tutti ignoranti; e quel che è poi più, dire che tanti santi che mostravano di cacciare il demonio collo scacciarlo di fatto, siano stati tutti ingannatori: noi sì veramente, crediamo colla Chiesa cattolica che vi sian demonii e indemoniati: e mentre qui con noi credono tutte le nazioni del mondo, vogliamo conchiudere collo Schlegel, un dei più dotti uomini dei nostri giorni « che la storia del genere umano è la storia del combattimento delle nazioni e degli individui contro le potenze invisibili ». Così la scienza conferma quel che insegna S. Paolo, che noi siamo in continua lotta contro i cattivi spiriti dominatori del mondo di queste tenebre. Ora a me non resta che conchiudere coll’Apostolo s. Pietro « O fratelli, guardatevi dalle intemperanze, e vigilate, perché il vostro avversario satana, il diavolo vi gira sempre d’intorno ad adocchiare chi possa cogliere per divorarlo. A Lui resistete con tutti i mezzi che vi dà la fede, come vedremo nella pratica dopo un po’ d’esame. Ricordatevi però intanto che questo avviso ce lo ripete la madre Chiesa quando cì fa dire le orazioni per la notte.

Esame.

1° Adunque vi sono ì demoni nell’Inferno e demoni che girano d’intorno sempre pronti a farci del male; ma viva Gesù Cristo Salvator nostro, che vince il diavolo e lo incatena come vuole! e perciò il più sicuro mezzo per difenderci dai diavoli, è lo star unito col cuore a Gesù qui con noi nel SS. Sacramento. E noi come l’abbiam fatto finora? Qual meraviglia, se andando alla sbadata in tutti i pericoli, ci abbia sorpreso il diavolo a farci peccare! Il soldato che abbandona il capitano, e va girottolando a casaccio nel campo nemico, resta quasi sempre sorpreso dai nemici nascosti.

2° Dio ci diede gli Angeli Custodi per difenderci dai diavoli; e noi invochiamoli sovente colla confidenza dovuta a così santi e potenti compagni?

3° Dovete sapere che tra Dio e il demonio non vi è società: no no!…. se dunque vogliamo servir Dio, bisogna che lo serviamo come Dio vuole…… Se poi noi lo vogliamo servire, invocare con quei modi che Egli non vuole; allora ci mettiamo della

parte del diavolo, che ci aspetta all’occasione per farci i brutti giuochi.

4° Ora come Dio vuol essere servito, ce lo fa mostrare dalla madre Chiesa, e la madre Chiesa c’insegna che Dio si serve col ricevere i SS. Sacramenti, che è questo il mezzo sicuro per ottenere la grazia di Dio. Poi, che Dio si serve con quelle opere di divozione che essa prova e colle preghiere come essa insegna. Dunque usar certe false divozioni, o far certi segni per guarire animali, andare a farsi curare e suggerire i rimedi da certe persone detti i settimini; andare a consultare il giuoco delle carte per sapere ciò che debba accadere, far simili vane pratiche è un farsela alla buona coi diavoli; con Dio no, perché la madre Chiesa non approva che si cerchi l’aiuto di Dio con queste vane osservanze. Così in tanto con queste vane pratiche superstiziose anche senza pensarlo, si viene a cercar l’aiuto del diavolo, il quale, se Dio gliel permette per castigo, che troppo accorrerà ad aiutare gl’incauti per poterli far suoi e poi perderli. Che Dio vi guardi. Il far segni di croce anche per guarire malattie, è cosa buona: gli antichi Cristiani per difendersi dal demonio si segnavano ben di spesso di croce.

Pratica.

Se vogliamo far fuggire da noi il diavolo, teniamo libera l’anima dal peccato colla confessione: stiamo uniti con Gesù nel SS. Sacramento ed appena siamo tentati, corriamo col cuore in braccio a Gesù, invocando i SS. Nomi Gesù e Maria! Il diavolo fugge poi anche al segno di croce, che lo spaventa. Abbiamo confidenza nell’Angelo Custode. È pur ben fatto tenere l’acqua santa in casa da segnare le nostre persone, da cospargere i nostri letti o tenere le altre cose benedette dalla Chiesa.

Catechismo.

D. Son tutti buoni gli spiriti e come diconsi gli Angeli?

R. No: vi son degli spiriti cattivi o angeli cambiati in demonii.

D. Ma chi creò i demonii?

R. Dio creò gli angeli; e gli angeli che si rivoltaron contro di Dio si son fatti demoni. D. Possono i demoni entrar negli uomini e far qualche cosa in mezzo di loro?

R. Non solamente possono; ma la parola di Dio ci assicura che molti furono invasati. Ora permettendolo Iddio, possono le persone venir possedute dal demonio e perciò diventare indemoniate.

D. La Chiesa ha la potenza di cacciare i demoni?

R. Sì la Chiesa ha la facoltà di cacciar i demoni cogli esorcismi: e dà questa facoltà ai suoi ministri creandoli esorcisti.

D. Come possiamo noi guardarci dal diavolo?

R. 1° Col ricevere frequentemente e santamente i Sacramenti.

2°. Collo star uniti con Gesù e invocare i santissimi nomi di Gesù e di Maria.

3°. Col segno della croce, col tener sante reliquie e crocì e medaglie e corone ed altre cose benedette.

4°. Ed ha paura in modo particolare dell’acqua santa (vedasi il Gaume nell’Opuscolo dell’Acqua Santa). Ha poi paura il diavolo delle opere di pietà massime dell’orazione, del digiuno e di chi invoca l’Angelo Custode e combatte con lui: ma più di tutto ha paura di avvicinarsi a chi sta unito col cuore a Gesù nel ss. Sacramento.

D. E dunque buona cosa tenere ed usare per benedire l’acqua santa; conservare le candele, le palme, i rami d’oliva, gli agnus dei, gli abitini ed altre cose benedette dalla Chiesa?

R. Sì è bene e perché la Chiesa nel benedire tali cose; le tira via dalla potenza del diavolo, le ordina al servizio di Dio, e in certo qual modo diventano come cose dedicate a Dio, cose di Dio: sicché il demonio non se ne può servire come di altre cose; anzi gli metton paura. – Dio sia con noi perché uniti con Dio sotto la protezione di Maria potremo resistere da forti, e se verranno i diavoli per assalirci, confideremo in Dio di riportar la vittoria.

FESTA DEL SACRO CUORE DI GESÙ (2022)

FESTA DEL SACRATISSIMO CORE DI GESÙ (2022)

VENERDÌ DOPO L’OTTAVA DEL CORPUS DOMINI.

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Doppio di Ia cl. con Ottava privilegiata di 3° ordine. – Param. bianchi.

Il Protestantesimo nel secolo XVI e il Giansenismo nel XVIII avevano tentato di sfigurare uno dei dogmi essenziali al Cristianesimo: l’amore di Dio verso tutti gli uomini. Lo Spirito Santo, che è spirito d’amore, e che dirige la Chiesa per opporsi all’eresia invadente, affinché la Sposa di Cristo, lungi dal veder diminuire il suo amore verso Gesù, lo sentisse crescere maggiormente, ispirò la festa del Sacro Cuore. L’Officio di questo giorno mostra « il progresso trionfale del culto del Sacro Cuore nel corso dei secoli. Fin dai Primi tempi i Padri, i Dottori, i Santi hanno celebrato l’amore del Redentore nostro e hanno detto che la piaga, fatta nel costato di Gesù Cristo, era la sorgente nascosta di tutte le grazie. Nel Medio-evo le anime contemplative presero l’abitudine di penetrare per questa piaga fino al Cuore di Gesù, trafitto per amore verso gli uomini » (2° Notturno). — S. Bonaventura parla in questo senso: « Per questo è stato aperto il tuo costato, affinché possiamo entrarvi. Per questo è stato ferito il tuo Cuore affinché possiamo abitare in esso al riparo delle agitazioni del mondo (3° Nott.). Le due Vergini benedettine Santa Geltrude e Santa Metilde nel XIII secolo ebbero una visione assai chiara della grandezza della devozione al Sacro Cuore:. S. Giovanni Evangelista apparendo alla prima le annunziò che « il linguaggio dei felici battiti del Cuore di Gesù, che egli aveva inteso, allorché riposò sul suo petto, è riservato per gli ultimi tempi allorché il mondo invecchiato raffreddato nell’amore divino si sarebbe riscaldato alla rivelazione di questi misteri (L’araldo dell’amore divino. – Libro IV c 4). Questo Cuore, dicono le due Sante, è un altare sul quale Gesù Cristo si offre al Padre, vittima perfetta pienamente gradita. È un turibolo d’oro dal quale s’innalzano verso il Padre tante volute di fumo d’incenso quanti gli uomini per i quali Cristo ha sofferto. In questo Cuore le lodi e i ringraziamenti che rendiamo a Dio e tutte le buone opere che facciamo, sono nobilitate e diventano gradite al Padre. — Per rendere questo culto pubblico e ufficiale, la Provvidenza suscitò dapprima S. Giovanni Eudes, che compose fin dal 1670, un Ufficio e una Messa del Sacro Cuore, per la Congregazione detta degli Eudisti. Poi scelse una delle figlie spirituali di S. Francesco di Sales, Santa Margherita Maria Alacoque, alla quale Gesù mostrò il suo Cuore, a Paray-le-Monial il 16 giugno 1675, il giorno del Corpus Domini, e le disse di far stabilire una festa del Sacro Cuore il Venerdì, che segue l’Ottava del Corpus Domini. Infine Dio si servì per propagare questa devozione, del Beato Claudio de la Colombière religioso della Compagnia di Gesù, che mise tutto il suo zelo a propagare la devozioni al Sacro Cuore». (D. GUERANGER, La festa del Sacro Cuore di Gesù). – Nel 1765, Clemente XIII approvò la festa e l’ufficio del Sacro Cuore, e nel 1856 Pio IX l’estese a tutta la Chiesa. Nel 1929 Pio XI approvò una nuova Messa e un nuovo Officio del Sacro Cuore, e vi aggiunse una Ottava privilegiata. Venendo dopo tutte le feste di Cristo, la solennità del Sacro Cuore le completa riunendole tutte in un unico oggetto, che materialmente, è il Cuore di carne di un Uomo-Dio e formalmente, è l’immensa carità, di cui questo Cuore è simbolo. Questa festa non si riferisce a un mistero particolare della vita del Salvatore, ma li abbraccia tutti. È la festa dell’amor di Dio verso gli uomini, amore che fece scendere Gesù sulla terra con la sua Incarnazione per tutti (Off.) che per tutti è salito sulla Croce per la nostra Redenzione (Vang. 2a Ant. dei Vespri) e che per tutti discende ogni giorno sui nostri altari colla Transustanziazione, per applicarci i frutti della sua morte  sul Golgota (Com.). — Questi tre misteri ci manifestano più specialmente la carità divina di Gesù nel corso dei secoli (Intr.). È « il suo amore che lo costrinse a rivestire un corpo mortale » (Inno del Mattutino). È il suo amore che volle che questo cuore fosse trafitto sulla croce (Invitatorio, Vang.) affinché ne scorresse un torrente di misericordia e di grazie (Pref.) che noi andiamo ad attingerecon gioia (Versetto dei Vespri); un acqua, che nel Battesimo ci purifica dei nostri peccati (Ufficio dell’Ottava) e il sangue, che, nell’Eucaristia, nutrisce le nostre anime (Com.). E, come la Eucaristia è il prolungamento dell’Incarnazione e il memoriale del Calvario, Gesù domandò che questa festa fosse collocata immediatamente dopo l’Ottava del SS. Sacramento. — Le manifestazioni dell’amore di Cristo mettono maggiormente in evidenza l’ingratitudine degli uomini, che corrispondono a questo amore con una freddezza ed una indifferenza sempre più grande, perciò questa solennità presenta essenzialmente un carattere di riparazione, che esige, la detestazione e l’espiazione di tutti i peccati, causa attuale dell’agonia che Gesù sopportò or sono duemila anni. — Se Egli previde allora i nostri peccati, conobbe anche anticipatamente la nostra partecipazione alle sue sofferenze e questo lo consolò nelle sue pene (Off.). Egli vide soprattutto le sante Messe e le sante Comunioni, nelle quali noi ci facciamo tutti i giorni vittime con la grande Vittima, offrendo a Dio, nelle medesime disposizioni del Sacro Cuore in tutti gli atti della sua vita, al Calvario e ora nel Cielo, tutte le nostre pene e tutte le nostre sofferenze, accettate con generosità. Questa partecipazione alla vita eucaristica di Gesù è il grande mezzo di riparare con Lui, ed entrare pienamente nello spirito della festa del Sacro Cuore, come lo spiega molto bene Pio XI nella sua Enciclica « Miserentissimus » (2° Nott. dell’Ott.) e nell’Atto di riparazione al Sacro Cuore di Gesù, che si deve leggere in questo giorno davanti al Ss. Sacramento esposto.

Incipit

In nómine Patris, ✠ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps XXXII: 11; 19
Cogitatiónes Cordis ejus in generatióne et generatiónem: ut éruat a morte ánimas eórum et alat eos in fame.

[I disegni del Cuore del Signore durano in eterno: per strappare le ànime dalla morte e sostentarle nella carestia.]


Ps XXXII: 1
Exsultáte, justi, in Dómino: rectos decet collaudátio.

[Esultate nel Signore, o giusti, la lode conviene ai retti.]

Cogitatiónes Cordis ejus in generatióne et generatiónem: ut éruat a morte ánimas eórum et alat eos in fame.

[I disegni del Cuore del Signore durano in eterno: per strappare le ànime dalla morte e sostentarle nella carestia.]

Oratio

Orémus.
Deus, qui nobis in Corde Fílii tui, nostris vulneráto peccátis, infinítos dilectiónis thesáuros misericórditer largíri dignáris: concéde, quǽsumus; ut, illi devótum pietátis nostræ præstántes obséquium, dignæ quoque satisfactiónis exhibeámus offícium.  

[O Dio, che nella tua misericordia Ti sei degnato di elargire tesori infiniti di amore nel Cuore del Figlio Tuo, ferito per i nostri peccati: concedi, Te ne preghiamo, che, rendendogli il devoto omaggio della nostra pietà, possiamo compiere in modo degno anche il dovere della riparazione.]


Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Ephésios. Eph III: 8-19

Fratres: Mihi, ómnium sanctórum mínimo, data est grátia hæc, in géntibus evangelizáre investigábiles divítias Christi, et illumináre omnes, quæ sit dispensátio sacraménti abscónditi a sǽculis in Deo, qui ómnia creávit: ut innotéscat principátibus et potestátibus in cœléstibus per Ecclésiam multifórmis sapiéntia Dei, secúndum præfinitiónem sæculórum, quam fecit in Christo Jesu, Dómino nostro, in quo habémus fidúciam et accéssum in confidéntia per fidem ejus. Hujus rei grátia flecto génua mea ad Patrem Dómini nostri Jesu Christi, ex quo omnis patérnitas in cœlis ei in terra nominátur, ut det vobis, secúndum divítias glóriæ suæ, virtúte corroborári per Spíritum ejus in interiórem hóminem, Christum habitáre per fidem in córdibus vestris: in caritáte radicáti et fundáti, ut póssitis comprehéndere cum ómnibus sanctis, quæ sit latitúdo, et longitúdo, et sublímitas, et profúndum: scire étiam supereminéntem sciéntiæ caritátem Christi, ut impleámini in omnem plenitúdinem Dei.

[Fratelli: A me, minimissimo di tutti i santi è stata data questa grazia di annunciare tra le genti le incomprensibili ricchezze del Cristo, e svelare a tutti quale sia l’economia del mistero nascosto da secoli in Dio, che ha creato tutte cose: onde i principati e le potestà celesti, di fronte allo spettacolo della Chiesa, conoscano oggi la multiforme sapienza di Dio, secondo la determinazione eterna che Egli ne fece nel Cristo Gesù, Signore nostro: nel quale, mediante la fede, abbiamo l’ardire di accedere fiduciosamente a Dio. A questo fine piego le mie ginocchia dinanzi al Padre del Signore nostro Gesù Cristo, da cui tutta la famiglia e in cielo e in terra prende nome, affinché conceda a voi, secondo l’abbondanza della sua gloria, che siate corroborati in virtù secondo l’uomo interiore per mezzo del suo Spirito. Il Cristo abiti nei vostri cuori mediante la fede, affinché, ben radicati e fondati nella carità, possiate con tutti i santi comprendere quale sia la larghezza, la lunghezza e l’altezza e la profondità di quella carità del Cristo che sorpassa ogni concetto, affinché siate ripieni di tutta la grazia di cui Dio è pienezza inesauribile.]

Graduale

Ps XXIV:8-9
Dulcis et rectus Dóminus: propter hoc legem dabit delinquéntibus in via.
V. Díriget mansúetos in judício, docébit mites vias suas.

[Il Signore è buono e retto, per questo addita agli erranti la via.
V. Guida i mansueti nella giustizia e insegna ai miti le sue vie.]
Mt XI: 29

ALLELUJA

Allelúja, allelúja. Tóllite jugum meum super vos, et díscite a me, quia mitis sum et húmilis Corde, et inveniétis réquiem animábus vestris. Allelúja.

[Allelúia, allelúia. Prendete sopra di voi il mio giogo ed imparate da me, che sono mite ed umile di Cuore, e troverete riposo alle vostre ànime. Allelúia]

Evangelium

Sequéntia +︎ sancti Evangélii secúndum Joánnem.
Joannes XIX: 31-37
In illo témpore: Judǽi – quóniam Parascéve erat, – ut non remanérent in cruce córpora sábbato – erat enim magnus dies ille sábbati, – rogavérunt Pilátum, ut frangeréntur eórum crura, et tolleréntur. Venérunt ergo mílites: et primi quidem fregérunt crura et alteríus, qui crucifíxus est cum eo. Ad Jesum autem cum veníssent, ut vidérunt eum jam mórtuum, non fregérunt ejus crura, sed unus mílitum láncea latus ejus apéruit, et contínuo exívit sanguis et aqua. Et qui vidit, testimónium perhíbuit: et verum est testimónium ejus. Et ille scit quia vera dicit, ut et vos credátis. Facta sunt enim hæc ut Scriptúra implerétur: Os non comminuétis ex eo. Et íterum alia Scriptúra dicit: Vidébunt in quem transfixérunt.

[In quel tempo: I Giudei, siccome era la Parasceve, affinché i corpi non rimanessero sulla croce durante il sabato – era un gran giorno quel sabato – pregarono Pilato che fossero rotte loro le gambe e fossero deposti. Andarono dunque i soldati e ruppero le gambe ad entrambi i crocifissi al fianco di Gesù. Giunti a Gesù, e visto che era morto, non gli ruppero le gambe: ma uno dei soldati gli aprì il fianco con una lancia, e subito ne uscì sangue e acqua. E chi vide lo attesta: testimonianza verace di chi sa di dire il vero: affinché voi pure crediate. Tali cose sono avvenute affinché si adempisse la Scrittura: Non romperete alcuna delle sue ossa. E si avverasse l’altra Scrittura che dice: Volgeranno gli sguardi a colui che hanno trafitto.]

OMELIA

(G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi; VI ediz. – Soc. Ed. Vita e pensiero.- Milano 1956.)

AMOR PER AMORE

Al popolo di Israele « dalla testa dura » (Deut., IX, 6) Iddio aveva concesso leggi di un’elementare e palpitante giustizia: occhio per occhio, dente per dente, ferita per ferita, rottura per rottura (Lev., XXIV, 20). Altra giustizia non avrebbe potuto intendere quel popolo fuor di questa grossa del taglione. A noi invece, istruiti dai precetti salutari e dagli esempi del Vangelo, raffinati dallo Spirito Santo disceso in Noi, è possibile comprendere una giustizia più profonda e più completa: quella del perdono e del bene, « Chi vi odia, amatelo! chi vi fa del male, beneficatelo! » (Mt., V, 44). E ben questo il significato della festa d’oggi in cui pare che il Figlio di Dio venga incontro a ciascuno di noi come lo vide Santa Margherita Maria Alacoque: « Ecco quel cuore il quale ha tanto amato gli uomini… Rendigli in contraccambio il tuo cuore, rendigli il tuo amore ». S. Giovanni il prediletto ne aveva intuito i palpiti ardenti, e nell’ultima cena piegò la testa giovanile sul petto divino per ascoltarli. Ma le anime mistiche e privilegiate non bastano a Gesù, Egli volle mostrare a tutti il suo Cuore. Perciò; dopo la morte, un soldato con la lancia squarciò il suo costato. Le piaghe di un cadavere non si rimarginano più; e quella ferita del Cuore di Cristo resta aperta nei secoli, e « attraverso alla ferita visibile noi vediamo la ferita invisibile dell’amore ». (S. BONAVENTURA, Vitis mystica, c.. II). Più nessuno, per quanto debole di vista o freddo di spirito, potrà negare quell’Amore. Invano ha tentato di negarlo Tommaso il Gemello, uno dei dodici. Gesù riapparendo lo chiamò e disse: « Incredulo! metti la tua mano dentro a questa piaga ». E dovette intingere le sue dita in quel Cuore, e gridare come se le sentisse scottare una tremenda fiamma: « Dio mio! Signor mio! ». Cristiani, a tutti quanti ancora non si sono arresi alle dolci attrattive del Signore, a chi spreca i pochi anni della vita nel peccato o nella tristezza, Gesù rivolge il suo amoroso e doloroso rimprovero: « Incredulo! metti la tua gelida mano dentro questa piaga del mio Cuore: è Cuore ardente d’amore; è Cuore ferito d’amore ».

1. È CUORE ARDENTE D’AMORE

Almeno prima di morire il Signore un giorno di trionfo non ha voluto negarselo. Era un dorato mezzodì d’aprile: Gesù dal colle degli Ulivi scese verso la città. Ed ecco la frotta dei discepoli e molta gente accorsa incontro cominciò a trar dal cuore gridi di esultanza e di adorazione. « Viva il re che viene! Benedetto il Figlio di Davide! Gloria in cielo! Pace in terra! ». Alcuni Farisei, sospettosi e astiosi, all’udir questo incontenibile frastuono si rivolsero a Gesù: « Maestro, falli smettere questi urlatori ». Ed Egli, senza fermarsi, rispose: « Io vi dico che se anche costoro tacessero, griderebbero le pietre » (Lc., XIX, 37-40). Ma ci sono dunque delle anime più sorde più dure più immobili delle pietre di montagne? È dunque più facile strappare dai sassi una voce di riconoscenza, un fremito d’affetto, che non dal cuore degli uomini? Troppa gente vive come se non intendesse i palpiti del Cuore di Gesù. Poteva questo Sacro Cuore far di più a noi? ah, lo gridino le pietre!

a) Lo gridino le pietre della grotta di Betlemme, che per le prime videro in gracile carne l’Unigenito dell’Onnipotente. Pensate: tutto il genere umano, fatto nemico del Creatore per la colpa del primo padre Adamo, gemeva sotto la schiavitù del demonio. Non poteva uscire da così miseranda rovina e riconciliarsi con Dio perché privo di un mediatore che valesse a tanto; né v’era tra le creature chi potesse compensare l’ingiuria fatta all’infinita Maestà e sollevare gli uomini dall’abisso profondo ov’erano precipitati. Essi stessi, lungi dall’implorare pietà, si erano allontanati dal Creatore e, abbandonatisi ciecamente al disordine, dormivano smemorati in braccio alla morte. Ebbene, chi pensò ad essi? chi si prese cura dell’infelicissimo loro destino? Fu il divin Cuore che ebbe pietà di tutti gli uomini e decise di spezzare le loro catene, di operare la loro salvezza. E come fece? Lo gridino le pietre della grotta: nacque bambino per crescere vittima di sacrificio, per soddisfare in sovrammisura alla giustizia del Padre. Chi avrebbe osato chiedere un sì grande rimedio? Chi anche solo avrebbe potuto immaginarlo? Eppure, quello che nessun uomo avrebbe saputo immaginarlo, immaginò e fece l’Amor di Dio.

b) E se l’uomo non l’intende lo gridino pure le pietre delle strade palestinesi. Esse videro Gesù passare sotto le sferze del vento invernale e sotto le vampate del solleone in cerca di anime; lo videro raccogliere dalla polvere bambini e stringerli al Cuore; lo videro consolare, insegnare, guarire, da ogni male. Esse lo attesero invano molto per offrirgli un’ora di sonno e di ristoro. « Gli uccelli hanno un nido, le volpi una tana; soltanto il Figlio dell’Uomo non ha pietra dove posare la guancia » (S. Lc. IX, 58).

c) Lo gridino ancora le pietre del deserto, quelle che videro Gesù moltiplicare pane e companatico per sfamare parecchie migliaia di bocche. « Questa folla mi fa compassione: e non mi basta il Cuore di rimandarla digiuna indietro; forse qualcuno potrebbe sentirsi male lungo il cammino » (Mt., XV, 32). Il Figlio di Dio sentiva dunque tremare le fibre del suo Cuore d’uomo anche per le nostre sofferenze corporali. – E dire che per nostro amore Egli, non tre giorni appena, ma quaranta sopportò il digiuno: ed alla fine si rifiutò di cambiare in pani le bollenti pietre del deserto che satana gli presentava (Mt., IV, 4). Quanta tenerezza e profondità d’affetto!

d) Lo gridi pure la pietra che ostruiva il sepolcro di Lazzaro. Gesù stava davanti ad essa diritto, ed aveva a’ suoi fianchi Marta e Maria, e dietro a Lui molti dolenti e molti curiosi. « Come vide le sorelle piangere, e altra gente piangere, lo prese un tremito di commozione che tutto lo conturbò ». Invano forse cercò di dominarsi, e « scoppiò a piangere ». Quando i Giudei videro quelle lagrime sgorgare dal suo Cuore premuto dalla compassione, fu un lungo mormorare di meraviglia: «Guardate come l’amava!» (Giov.. XI, 33 ss.). E a noi, Cristiani, le lagrime del Cuor di Gesù sulla tomba dell’amico, o quelle altre sulla città ingrata non destano neppure un sincero brivido di commozione o di meraviglia?

e) Se poi tacciamo, grideranno le pietre del Cenacolo. Essendo venuto il tempo di sua partenza, Gesù non seppe lasciarci senza un qualche dono, e il dono fu quale soltanto il Cuore suo poteva trovare. Quando Luigi XVI uscì dalla prigione per andare al palco di morte, incontrò il suo fedel servo Clery, che piangeva dirottamente sulla sventura del suo sovrano. Il re angosciato volle lasciargli un ricordo. Ristette un momento pensando, e poi portata la mano alla fronte, strappò dal suo capo una ciocca de’ suoi capelli incanutiti precocemente e glieli donò. Clery ringraziandolo, se li strinse al petto. Ma il Cuore di Gesù disponendo colla sua onnipotenza di mezzi pari al suo desiderio, trovò un ricordo che realizzasse il sogno dell’amore, di star cioè sempre colla persona amata. « Questo — disse agli amati discepoli ed agli uomini — è il mio corpo, e questo è il mio sangue: rinnovate questo sacramento in mia memoria ». Qual dono è mai l’Eucaristia! Noi abbiamo sull’altare il Cuore vero di Gesù nel suo Corpo vivo: noi l’adoriamo, l’amiamo.

f) Ma il supremo atto d’amore del Sacro Cuore, lo gridano le pietre del Calvario; quelle che nell’istante della morte, più sensibili di molti cuori umani, si spaccarono e tremarono. Diceva un giorno il nostro Signore: « Non c’è palpito più grande che dar la vita per gli amati ». Ed Egli giunse fin qui: con un grido d’immenso amore, emise lo spirito.

Dopo questa breve rassegna dei principali atti d’Amore del Sacro Cuore verso di noi, bisogna ricordare la legge a cui accennammo in principio: « Cuore per cuore, Amor per amore ».

2. È CUORE FERITO D’AMORE

Purtroppo, la terribile ingratitudine umana ha disconosciuto la profonda giustizia dell’amore. Perciò il Sacro Cuore è ferito da molte spine, e dalla lancia. Il colpo della lancia, che non poté sentire perché già morto, gli ha lasciato una piaga viva che lo costrinse a lamentarsi. « Ecco quel Cuore che ha tanto amato gli uomini e non riceve in compenso che ingratitudine per i disprezzi, le irriverenze, i sacrilegi, le freddezze che hanno per me, specialmente nel Sacramento di amore ». Una vecchia biografia di S. Domenico riferisce il seguente racconto. Una donna di costumi dubbi, contrariamente alle sue abitudini, una sera trovavasi sola in casa. A un tratto sente bussare alla porta. Va ad aprire. Un uomo bellissimo, ma in preda a una tristezza profonda, le chiede ospitalità. La donna gli serve parte della sua cena. Ma ecco che sul tovagliolo dell’ospite, una macchia di sangue è apparsa. La donna cambia il tovagliolo, ma dopo alcuni istanti, esso è di nuovo, sopra al cuore, rosso di sangue. La misera allora capisce: quell’uomo è il Crocifisso del Calvario, quel Cuore che sanguina è il prezzo del peccato. Cristiani, c’è della gente che fa sanguinare ancora il Cuore di Gesù; e c’è della gente che lo lascia indifferentemente sanguinare.

a) Lo fan sanguinare i peccatori. E tra tutti i peccati mortali — se non mi sbaglio — due specialmente trafiggono, nel Cuore, Gesù ai nostri tempi: il peccato impuro, e la trascuranza della Messa nei giorni festivi. Gesù rinnova sull’altare il supremo atto d’amore che un giorno compì sul Calvario: ed è pauroso pensare che molte anime neppure una volta alla settimana vengano ad assistervi. Che dovrà dire Gesù? « Io mi immolo per la loro salvezza, ed essi sono spensieratamente perduti nei loro affari, divertimenti, chiacchiere, come se il sacrificio del Figlio di Dio non li riguardasse ».

Gesù è venuto in terra a svelarci i tesori del suo Cuore perché ivi ponessimo i nostri affetti e i desideri di felicità. Ma l’impuro sazia il proprio cuore di affetti illeciti o vili, si fa adoratore d’una creatura, pone la sua felicità in soddisfazioni vergognose e degradanti. Così, con un oltraggio senza nome, il Redentore vede il suo Cuore respinto per una manata di ghiande; e il suo Cuore sanguina.

b) Lo lascian sanguinare i tiepidi, perché non si sentono di far nulla per consolare Gesù. Vivono senza gravi offese, ma non si accostano frequentemente all’Eucaristia, ma non pregano con fervore, ma non si sforzano d’acquistare gentilezza e candore di coscienza. Essi trattano con enorme spilorceria quell’amore che si prodiga senza misure. Inoltre, i tiepidi lasciano soffrire il Cuore di Gesù, perché non fanno nulla per riparare altri oltraggi coi quali fu ripagato Gesù per causa dell’amore che ci porta, mentre uno degli scopi principali della devozione al Sacro Cuore è appunto la riparazione. Come potranno sentire dispiacere delle colpe altrui, se indifferentemente passano sulle proprie? Come avranno zelo della salvezza del prossimo, se mettono la propria in grande pericolo? Avviene così che molti ascoltano tranquillamente bestemmiare, sparlare della fede, dir cose invereconde. E molti altri non si preoccupano di nessuna opera buona, né di missioni, né di poveri, né di chiese. E molti ancora non pregano mai per i loro compagni, o parenti, o amici traviati; non hanno cura di porre nella loro casa la immagine del Sacro Cuore, di consacrare a Lui la propria famiglia. Si racconta di un illustre pittore cristiano (Ippolito Flandrin) che dipingendo in una chiesa di Nimes ebbe la bella ispirazione di scrivere nella piega della veste di Cristo, e proprio sul Cuore, il nome di suo padre, di sua madre, della sua sposa, e dei suoi figlioli. Dopo molti anni, quando già il pittore era morto, fu scoperta quell’iscrizione: quei suoi cari nomi stavano ancora scritti sul Cuore di Gesù. – Anche noi, gettata via ogni ingratitudine e ogni tiepidezza, con la preghiera, con la mortificazione, con le opere di zelo scriviamo il nostro nome, il nome dei nostri cari, il nome delle persone che vogliamo specialmente salve, sul Cuore divino. Esso è il libro della vita.

CONCLUSIONE

Nella mattina della festa di S. Giovanni Evangelista, nel convento di Helfta in Germania, a Santa Geltrude apparve il discepolo prediletto, il quale le fece gustare le dolcezze intime ch’egli aveva provato nell’ultima cena, riposando il capo sul Cuore del Signore. La vergine benedettina estasiata non poté tenersi dal domandare: « Perché avete tenuto un così assoluto silenzio su ciò, non facendone alcun cenno nei vostri scritti, almeno per edificazione delle anime nostre? ». E l’Evangelista rispose che il conoscere la dolcezza di quei palpiti era riserbato al tempo avvenire, « affinché il mondo invecchiato, intendendo questi misteri, riacquistasse nell’amore divino un po’ di calore » (Révélations de Sainte Geltrude, Paris, 1878, 1. IV, c. IV, pag. 28). Quel tempo è giunto: il mondo è ormai invecchiato e i misteri del Cuore divino sono stati rivelati. Oh guai a quelli che non riscalderanno la loro fede alle fiamme di questo amore! dovranno penare orribilmente alle fiamme della vendetta infernale! Non illudiamoci però. Quest’amore che il Sacro Cuore domanda non è fatto di parole o di sterili sentimentalismi, ma di opere. Le opere sono la prova dell’amore. « Se mi amate; osservate i miei comandamenti » (Giov., XIV, 15). S. Paolo che aveva compreso bene il mistero del Sacro Cuore, aveva saputo amarlo bene. Sentite da lui come: « Più d’una volta per suo amore mi sono sentito la morte alle calcagna; una volta a sassate; tre volte fui in pericolo di naufragio. Per suo amore ho viaggiato tutta la vita tra innumerevoli pericoli: pericolo di terra e di acqua, di città e di foreste, di briganti e di nemici. Per suo amore ho provato e fame e sete e freddo e nudità; senza contare il lavoro di ogni giorno » (II Cor., XI, 23-28). Eppure, dice ancora San Paolo, « né spada, né malattia, né persecuzione, né angoscia mi potrà strappare dal cuore l’amore verso Gesù » (Rom., VIII, 35). E lancia al mondo un grido come di sfida: « Si quis non amat Dominum nostrum Jesum Christum anathema sit! », che noi possiamo tradurre così: « Se alcuno non ama il Sacro Cuore di Gesù Cristo è scomunicato ».

IL CREDO

Offertorium

Orémus
Ps LXVIII: 21

Impropérium exspectávi Cor meum et misériam: et sustínui, qui simul mecum contristarétur, et non fuit: consolántem me quæsívi, et non invéni

[Obbrobrii e miserie si aspettava il mio Cuore; ed attesi chi si rattristasse con me: e non vi fu; cercai che mi consolasse e non lo trovai.]

Secreta

Réspice, quǽsumus, Dómine, ad ineffábilem Cordis dilécti Fílii tui caritátem: ut quod offérimus sit tibi munus accéptum et nostrórum expiátio delictórum.

[Guarda, Te ne preghiamo, o Signore, all’ineffabile carità del Cuore del Tuo Figlio diletto: affinché l’offerta che Ti facciamo sia gradita a Te e giovi ad espiazione dei nostri peccati].

Præfatio
de sacratissimo Cordis Jesu

Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Qui Unigénitum tuum, in Cruce pendéntem, láncea mílitis transfígi voluísti: ut apértum Cor, divínæ largitátis sacrárium, torréntes nobis fúnderet miseratiónis et grátiæ: et, quod amóre nostri flagráre numquam déstitit, piis esset réquies et poeniténtibus pater et salútis refúgium. Et ídeo cum Angelis et Archángelis, cum Thronis et Dominatiónibus cumque omni milítia coeléstis exércitus hymnum glóriæ tuæ cánimus, sine fine dicéntes: Sanctus ...

 [È veramente degno e giusto, conveniente e salutare, che noi, sempre e in ogni luogo, Ti rendiamo grazie, o Signore Santo, Padre Onnipotente, Eterno Iddio: Che hai voluto che il tuo Unigenito, pendente dalla croce, fosse trafitto dalla lancia del soldato, così che quel cuore aperto, sacrario della divina clemenza, effondesse su di noi torrenti di misericordia e di grazia; e che esso, che mai ha cessato di ardere d’amore per noi, fosse pace per le anime pie e aperto rifugio di salvezza per le ànime penitenti. E perciò con gli Angeli e gli Arcangeli, con i Troni e le Dominazioni, e con tutta la milizia dell’esercito celeste, cantiamo l’inno della tua gloria, dicendo senza fine:]

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Joannes XIX: 34

Unus mílitum láncea latus ejus apéruit, et contínuo exívit sanguis et aqua.

[Uno dei soldati gli aprì il fianco con una lancia, e subito ne uscì sangue e acqua.]

Postcommunio

Orémus.
Prǽbeant nobis, Dómine Jesu, divínum tua sancta fervórem: quo dulcíssimi Cordis tui suavitáte percépta;
discámus terréna despícere, et amáre cœléstia:

[O Signore Gesù, questi santi misteri ci conferiscano il divino fervore, mediante il quale, gustate le soavità del tuo dolcissimo Cuore, impariamo a sprezzare le cose terrene e ad amare le cose celesti:]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ORDINARIO DELLA MESSA

ACTUS REPARATIONIS ET CONSECRATIONIS

Iesu dulcissime, cuius effusa in homines caritas, tanta oblivione, negligentia, contemptione, ingratissime rependitur, en nos, ante altaria [an: conspectum tuum] tua provoluti, tam nefariam hominum socordiam iniuriasque, quibus undique amantissimum Cor tuum afficitur, peculiari honore resarcire contendimus. Attamen, memores tantæ nos quoque indignitatis non expertes aliquando fuisse, indeque vehementissimo dolore commoti, tuam in primis misericordiam nobis imploramus, paratis, voluntaria expiatione compensare flagitia non modo quæ ipsi patravimus, sed etiam illorum, qui, longe a salutis via aberrantes, vel te pastorem ducemque sectari detrectant, in sua infìdelitate obstinati, vel, baptismatis promissa conculcantes, suavissimum tuæ legis iugum excusserunt. Quæ deploranda crimina, cum universa expiare contendimus, tum nobis singula resarcienda proponimus: vitæ cultusque immodestiam atque turpitudines, tot corruptelæ pedicas innocentium animis instructas, dies festos violatos, exsecranda in te tuosque Sanctos iactata maledicta àtque in tuum Vicarium ordinemque sacerdotalem convicia irrogata, ipsum denique amoris divini Sacramentum vel neglectum vel horrendis sacrilegiis profanatum, publica postremo nationum delicta, quæ Ecclesiæ a te institutæ iuribus magisterioque reluctantur. Quæ utinam crimina sanguine ipsi nostro eluere possemus! Interea ad violatum divinum honorem resarciendum, quam Tu olim Patri in Cruce satisfactionem obtulisti quamque cotidie in altaribus renovare pergis, hanc eamdem nos tibi præstamus, cum Virginis Matris, omnium Sanctorum, piorum quoque fìdelium expiationibus coniunctam, ex animo spondentes, cum præterita nostra aliorumque peccata ac tanti amoris incuriam firma fide, candidis vitæ moribus, perfecta legis evangelicæ, caritatis potissimum, observantia, quantum in nobis erit, gratia tua favente, nos esse compensaturos, tum iniurias tibi inferendas prò viribus prohibituros, et quam plurimos potuerimus ad tui sequelam convocaturos. Excipias, quæsumus, benignissime Iesu, beata Virgine Maria Reparatrice intercedente, voluntarium huius expiationis obsequium nosque in officio tuique servitio fidissimos ad mortem usque velis, magno ilio perseverantiæ munere, continere, ut ad illam tandem patriam perveniamus omnes, ubi Tu cum Patre et Spiritu Sancto vivis et regnas in sæcula sæculorum.

Amen.

[ATTO DI RIPARAZIONE AL SACRATISSIMO CUORE DI GESÙ

Gesù dolcissimo, il cui immenso amore per gli uomini viene con tanta ingratitudine ripagato di oblìo, di trascuratezza, di disprezzo, ecco che noi prostrati dinanzi ai tuoi altari intendiamo riparare con particolari attestazioni di onore una così indegna freddezza e le ingiurie con le quali da ogni parte viene ferito dagli uomini l’amantissimo tuo Cuore.

Ricordando però che noi pure altre volte ci macchiammo di tanta indegnità e provandone vivissimo dolore, imploriamo anzitutto per noi la tua misericordia, pronti a riparare con volontaria espiazione, non solo i peccati commessi da noi, ma anche quelli di coloro che errando lontano dalla via della salute, o ricusano di seguire Te come pastore e guida ostinandosi nella loro infedeltà, o calpestando le promesse del Battesimo hanno scosso il soavissimo giogo della tua legge.

E mentre intendiamo espiare tutto il cumulo di sì deplorevoli delitti, ci proponiamo di ripararli ciascuno in particolare: l’immodestia e le brutture della vita e dell’abbigliamento, le tante insidie tese dalla corruttela alle anime innocenti, la profanazione dei giorni festivi, le ingiurie esecrande scagliate contro Te e i tuoi Santi, gli insulti lanciati contro il tuo Vicario e l’ordine sacerdotale, le negligenze e gli orribili sacrilegi ond’è profanato lo stesso Sacramento dell’amore divino, e infine le colpe pubbliche delle nazioni che osteggiano i diritti e il Magistero della Chiesa da Te fondata.

Oh! potessimo noi lavare col nostro sangue questi affronti! Intanto, come riparazione dell’onore divino conculcato, noi Ti presentiamo — accompagnandola con le espiazioni della Vergine Tua Madre, di tutti i Santi e delle anime pie — quella soddisfazione che Tu stesso un giorno offristi sulla croce al Padre e che ogni giorno rinnovi sugli altari: promettendo con tutto il cuore di voler riparare, per quanto sarà in noi e con l’aiuto della tua grazia, i peccati commessi da noi e dagli altri e l’indifferenza verso sì grande amore con la fermezza della fede, l’innocenza della vita, l’osservanza perfetta della legge evangelica specialmente della carità, e d’impedire inoltre con tutte le nostre forze le ingiurie contro di Te, e di attrarre quanti più potremo al tuo sèguito. Accogli, Te ne preghiamo, o benignissimo Gesù, per intercessione della Beata Vergine Maria Riparatrice, questo volontario ossequio di riparazione, e conservaci fedelissimi nella tua ubbidienza e nel tuo servizio fino alla morte col gran dono della perseveranza, mercé il quale possiamo tutti un giorno pervenire a quella patria, dove Tu col Padre e con lo Spirito Santo vivi e regni, Dio, per tutti i secoli dei secoli. Così sia.] .

Indulgentia quinque annorum.

Indulgentia plenaria, additis sacramentali confessione, sacra Communione et alicuius ecclesiæ aut publici oratorii visitatione, si quotidie per integrum mensem reparationis actus devote recitatus fuerit.

Fidelibus vero, qui die festo sacratissimi Cordis Iesu in qualibet ecclesia aut oratorio etiam (prò legitime utentibus) semipublico, adstiterint eidem reparationis actui cum Litaniis sacratissimi Cordis, coram Ssmo Sacramento sollemniter exposito, conceditur:

Indulgentia septem annorum;

Indulgentia plenaria, dummodo peccata sua sacramentali pænitentia expiaverint et eucharisticam Mensam participaverint (S. Pæn. Ap., 1 iun. 1928 et 18 mart. 1932).

[Indulg. 5 anni; 7 anni nel giorno della festa – Plenaria se recitata per un mese con Confessione, Comunione, Preghiera per le intenzioni del Sommo Pontefice, visita di una chiesa od oratorio pubblico. – Nel giorno della festa del Sacratissimo Cuore di Gesù, 7 anni, e se confessati e comunicati, recitata con le litanie de Sacratissimo Cuore, davanti al SS. Sacramento solennemente esposto: Indulgenza plenaria].

LITANIA SACRATISSIMI CORDIS IESU

Tit. XI, cap. II

Indulg. septem annorum; plenaria suetis condicionibus, dummodo cotidie per integrum mensem litania, cum versiculo et oratione pia mente repetita fuerint.

Pius Pp. XI, 10 martii 1933

KYRIE, eléison.

Christe, eléison.

Kyrie, eléison.

Christe, audi nos.

Christe, exàudi nos.

Pater de cælis, Deus, miserére nobis.

Fili, Redémptor mundi, Deus, miserére.

Spiritus Sancte, Deus, miserére.

Sancta Trinitas, unus Deus, miserére nobis.

Cor Iesu, Filii Patris ætèrni, miserére.

Cor Iesu, in sinu Virginis Matris a Spiritu Sancto formàtum, miserére.

Cor Iesu, Verbo Dei substantiàliter unitum, miserére.

Cor Iesu, maiestàtis infinitæ, miserére nobis.

Cor Iesu, templum Dei sanctum, miserére.

Cor Iesu, tabernàculum Altissimi, miserére.

Cor Iesu, domus Dei et porta cæli, miserére.

Cor Iesu, fornax ardens caritàtis, miserére.

Cor Iesu, iustitiæ et amóris receptàculum, miserére.

Cor Iesu, bonitàte et amóre plenum, miserére.

Cor Iesu, virtùtum omnium abyssus, miserére.

Cor Iesu, omni laude dignissimum, miserére.

Cor Iesu, rex et centrum omnium córdium, miserére.

Cor Iesu, in quo sunt omnes thesàuri sapiéntiæ et sciéntias, miserére.

Cor Iesu, in quo habitat omnis plenitùdo divinitàtis, omiserére.

Cor Iesu, in quo Pater sibi bene complàcuit, miserére.

Cor Iesu, de cuius plenitudine omnes nos accépimus, miserére.

Cor Iesu, desidérium cóllium æternórum, miserére.

Cor Iesu, pàtiens et multæ misericórdiaæ, miserére.

Cor Iesu, dives in omnes qui invocant te, miserére.

Cor Iesu, fons vitae et sanctitàtis, miserére nobis.

Cor Iesu, propitiàtio prò peccàtis nostris, miserére.

Cor Iesu, saturàtum oppróbriis, miserére.

Cor Iesu, attritum propter scelera nostra, miserére.

Cor Iesu, usque ad mortem obédiens factum, miserére.

Cor Iesu, làncea perforàtum, miserére.

Cor Iesu, fons totius consolatiónis, miserére.

Cor Iesu, vita et resurréctio nostra, miserére.

Cor Iesu, pax et reconciliàtio nostra, miserére.

Cor Iesu, victima peccatórum, miserére.

Cor Iesu, salus in te speràntium, miserére.

Cor Iesu, spes in te moriéntium, miserére.

Cor Iesu, deliciæ Sanctórum omnium, miserére.

Agnus Dei, qui tollis peccata mundi,parce nobis, Dòmine.

Agnus Dei, qui tollis peccata mundi, exàudi nos, Dòmine,

Agnus Dei, qui tollis peccata mundi, miserére nobis.

V. Iesu, mitis et hùmilis Corde.

R. Fac cor nostrum secùndum Cor tuum.

Orèmus.

Ominipotens sempitèrne Deus, réspice in Cor dilectissimi Filii tui, et in laudes et satisfactiónes, quas in nòmine peccatórum tibi persólvit, iisque misericórdiam tuam peténtibus tu véniam concede placàtus, in nòmine eiùsdem Filii tui Iesu Christi:

Qui tecum vivit et regnat in sæcula sæculórum.

R. Amen.

[Litanie del S. Cuore di Gesù

(Signore, abbi pietà di noi

Cristo, abbi pietà di noi.

Signore, abbi pietà di no:

Cristo, ascoltaci

Cristo, esaudiscici.

Dio, Padre celeste, abbi pietà di noi (ogni volta)

Dio, Figlio Redentore del mondo, abbi …

Dio, Spirito Santo, ….

Santa Trinità, unico Dio …

Cuore di Gesù, Figlio dell’Eterno Padre, abbi pietà di noi (ogni volta)

Cuore di Gesù, formato dallo Spirito Santo nel seno della Vergine Madre …

Cuore di Gesù, sostanzialmente unito al Verbo di Dio …

Cuore di Gesù, di maestà infinita …

Cuore di Gesù, tempio santo di Dio …

Cuore di Gesù, tabernacolo dell’Altissimo, …

Cuore di Gesù, casa di Dio e porta del Cielo, …

Cuore di Gesù, fornace ardente di carità, …

Cuore di Gesù, ricettacolo di giustizia e di amore, …

Cuore di Gesù, pieno di bontà e di amore, …

Cuore di Gesù, abisso di ogni virtù, …

Cuore di Gesù, degnissimo di ogni lode, …

Cuore di Gesù, Re e centro di tutti i cuori, …

Cuore di Gesù, in cui sono tutti i tesori di sapienza e di scienza, …

Cuore di Gesù, in cui abita la pienezza della divinità, …

Cuore di Gesù, in cui il Padre ha posto le sue compiacenze, …

Cuore di Gesù, dalla cui abbondanza noi tutti ricevemmo, …

Cuore di Gesù, desiderio dei colli eterni, …

Cuore di Gesù, paziente e misericordiosissimo, …

Cuore di Gesù, ricco con tutti coloro che ti invocano, …

Cuore di Gesù, fonte di vita e di santità, …

Cuore di Gesù, propiziazione pei peccati nostri. …

Cuore di Gesù, satollato di obbrobrii, …

Cuore di Gesù, spezzato per le nostre scelleratezze, …

Cuore di Gesù, fatto obbediente sino alla morte, …

Cuore di Gesù, trapassato dalla lancia, …

Cuore di Gesù, fonte d’ogni consolazione,

Cuore di Gesù, vita e risurrezione nostra, …

Cuore di Gesù, pace e riconciliazione nostra. …

Cuore di Gesù, vittima dei peccati, …

Cuore di Gesù, salute di chi in Te spera, …

Cuore di Gesù, speranza di chi in Te muore, …

Cuore di Gesù, delizia di tutti i Santi, …

Agnello di Dio che togli peccati del mondo, perdonaci o Signore.

Agnello di Dio che togli peccati del mondo, esaudiscici, o Signore

Agnello di Dio che togli i peccati del mondo, abbi pietà di noi.

V. Gesù, mansueto e umile di cuore,

R. Rendi il nostro cuore simile al tuo.

Preghiamo

O Dio onnipotente ed eterno, guarda al Cuore del tuo dilettissimo Figlio, alle lodi ed alle soddisfazioni che Esso ti ha innalzato, e perdona clemente a tutti coloro che ti chiedono misericordia nel nome dello stesso tuo Figlio Gesù Cristo, che vive e regna con te, Dio, in unità con lo Spirito Santo per tutti i secoli dei secoli.

R. Così sia.]

IL PRIMATO SPIRITUALE DI ROMA (5).

IL PRIMATO SPIRITUALE DI ROMA (5)

P. Andrea Oddone s. j.

IL PRIMATO SPIRITUALE DI ROMA SECONDO LA COSTITUZIONE PASTOR ÆTERNUS – S. E. I. MILANO, – 1937

V

L’INFALLIBILITÀ PONTIFICIA

Il punto più importante definito dalla Costituzione Pastor Æternus è l’infallibilità del Papa, intorno alla quale si ebbero lunghe e forti discussioni durante il Concilio Vaticano. (Oddone: I Concili ecumenici, pag. 126.) Avversari di questa dottrina sono tutti coloro che negano il primato del Romano Pontefice. Giovanni Gersone e Pietro d’Ailly dell’Università di Parigi, insegnarono, come abbiamo già accennato; che solo la Chiesa o il Concilio ecumenico, rappresentante di essa, sono giudici infallibili nelle questioni di fede. (Il Gersone nell’opera: Quomodo et an liceat in causis fidei a Summo Pontifice appellare. — ll D’arivy nell’opera: Tractatus de Ecclesia.) All’infallibilità pontificia si opposero in modo speciale i Galliani, secondo i quali il giudizio del Papa non è irreformabile, se non vi si aggiunge il consenso della Chiesa.Essi furono seguiti nel sec. XVIII dai Febroniani e dai Giansenisti. Nello stesso Concilio Vaticano esisteva il partito degli antiinfallibilisti; ma per la verità bisogna dire che la maggior parte di essi impugnarono piuttosto la opportunità della definizione. Dopo il Concilio Vaticano continuarono ad opporsi al dogma dell’infallibilità, i così detti Vecchi Cattolici, guidati dal Déllinger. (De Guibert: De Ecclesia, pag. 247).

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Precisiamo innanzi tutto, per evitare equivoci ed ovviare a difficoltà, la natura dell’infallibilità. Infallibilità significa in generale immunità dell’errore o incapacità di errare in un soggetto intelligente. Se questa impossibilità di errare si prende nella sua maggiore ampiezza, e come attributo naturale e radicato nell’essenza stessa dell’essere intelligente, non appartiene che a Dio solo, perchè Egli solo è verità per essenza, nella quale per ragione della sua perfezione infinita, non può cadere ombra di errore. Questa infallibilità di Dio è assoluta, universale e imparticipata. Ma Dio può comunicare anche alle sue creature intelligenti una infallibilità condizionata e limitata ad un determinato ordine di verità: avremo in tal caso l’infallibilità anche nell’uomo, ma participata. (Così possiamo dire che le creature sono infallibili intorno ai primi principi del ragionamento e della legge morale, che non possono essere ignorati né fraintesi dall’uomo. – Cf. FERRÉ, l. c., Vol. III, pag. 196).  È chiaro che l’infallibilità della Chiesa e del Papa è una infallibilità partecipata. – L’infallibilità ecclesiastica è una prerogativa soprannaturale secondo la quale: la Chiesa, per una speciale assistenza divina, viene sempre e necessariamente custodita immune dall’errore nel proporre la dottrina rivelata, in modo che non solo non erra, ma non può errare. L’elemento formale della infallibilità è la immunità dall’errore; l’elemento materiale si trova nelle cose di fede e di costumi, che ci vengono comunicate dalla Rivelazione e che si devono custodire intatte; la causa efficiente è l’assistenza dello Spirito Santo. – L’infallibilità, quindi, come risulta dalla definizione; esclude nonsolo il fatto dell’errore (inerrantia facti) ma anche la possibilità dell’errore (inerrantia iuris). Si tratta non di infallibilità essenziale, che compete a Dio solo, ma di infallibilità participata; si tratta di infallibility soprannaturale, che supera cioè le forze e le esigenze della natura, comunicata da Dio per una speciale causa, e che differisce quindi da quella infallibilità naturale di cui è fornito il nostro intelletto per riguardo ai primi principi speculativi e pratici. Dio potrebbe in molti modi preservare la sua Chiesa dall’errore, ma di fatto sceglie l’assistenza, cioè quegli aiuti della sua divina provvidenza, mediante i quali non si permette che la Chiesa erri nell’esercizio del suo Magistero. Tali aiuti possono riferirsi alle stesse facoltà dell’uomo, la volontà e l’intelletto, che vengono applicate direttamente nella ricerca della verità, o possono trovarsi nelle cose esterne, che distolgano il Papa da una falsa definizione. L’infallibilità non importa per sé sempre un influsso divino positivo; quando le cose procedano bene, lo Spirito Santo può lasciare a se stessa l’attività e l’industria umana. Il dono dell’infallibilità non esclude l’opera e l’indagine propria di colui che definisce, anzi la presuppone, come si deduce chiaramente dalla parola assistenza: si suppongono gli sforzi del Magistero ecclesiastico; ai quali Dio possa assistere e cooperare. Sappiamo che per la prima definizione della Chiesa, gli Apostoli e i Seniori si radunarono in assemblea e molto discussero per trovare la verità e comporre la controversia (Act. XV, 6). La infallibilità differisce dalla rivelazione e dall’ispirazione: la rivelazione è la stessa manifestazione di una qualche verità in quanto tale; l’ispirazione è l’impulso divino a scrivere la verità rivelata; l’infallibilità invece consiste nell’assistenza a trovare la verità rivelata: suppone quindi la rivelazione, ma non è rivelazione. Distinguiamo ancora l’infallibilità attiva e passiva: la infallibilità attiva è propria della Chiesa docente e consiste nell’immunità dall’errore nell’insegnare; la infallibilità passiva compete ai fedeli che sono ammaestrati, e consiste nell’immunità dall’errore nel credere. La prima fa sì che i dottori autentici della Chiesa non possano mai insegnare il falso quando definiscono: la seconda, quasi effetto della prima, non permette che tutta la Chiesa aderisca ad un errore di fede. – Da questa breve analisi del concetto di infallibilità, si comprende quanto stoltamente e ingiustamente. Si confonda da alcuni la infallibilità con l’impeccabilità o con la omniscienza o scienza universale e assoluta.

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L’infallibilità della Chiesa è innanzi tutto un corollario della sua indefettibilità. Se la Chiesa, infatti, potesse universalmente errare nella vera fede, non sarebbe più la vera Chiesa di Gesù Cristo, la quale deve essere apostolica di apostolicità di dottrina; le porte dell’inferno prevarrebbero allora contro di essa. La indefettibilità ecclesiastica importa immutabilità nelle cose sostanziali; ora il dogma e la morale appartengono alle cose sostanziali. In modo più esplicito e diretto la infallibilità della Chiesa si deduce dalle promesse che fa Cristo, di essere con gli Apostoli sino al termine dei secoli, e di mandare loro lo Spirito Santo, affinché con loro rimanga e continui ad ammaestrarli. Cristo inoltre ha imposto a tutti di credere agli Apostoli sotto pena di dannazione eterna: « Chi crederà e sarà battezzato, sarà salvo; chi non crederà, sarà condannato ». (Marc. XVI, 16) Dunque se non si vuol dire che Cristo abbia potuto obbligare gli uomini all’errore, bisogna ammettere il Magistero infallibile della Chiesa. Gli Apostoli nel loro insegnamento esigono un assenso irreformabile e chiamano la Chiesa « colonna e base della verità ». (Columna et firmamentum veritatis – 1 Tim. III, 15). L’infallibilità del Papa è una forma dell’infallibilità della Chiesa, è la stessa infallibilità della Chiesa considerata in un soggetto determinato, che è il Romano Pontefice. « Il Romano Pontefice, dice il Vaticano, quando parla ex cathedra, gode di quella infallibilità di cui il Redentore divino volle essere fornita la sua Chiesa nel definire una dottrina sulla fede e sui costumi, e perciò le definizioni del Romano Pontefice sono irreformabili per se stesse e non in virtù del consenso della Chiesa ». (« Pastor Æternus », Cap. IV). Si tratta d’infallibilità nell’insegnamento e non nell’azione, molto meno ancora nella condotta personale del Papa. Non è questione di un insegnamento qualunque, ma di un atto dottrinale proprio ad impegnare la Chiesa. L’infallibilità non appartiene dunque ai sentimenti privati dell’uomo, ma alle decisioni ufficiali del capo. Essa non si estende a tutto il dominio del sapere, ma unicamente alle materie di fede e di costumi, le sole sulle quali ha competenza il Magistero ecclesiastico… Come quella della Chiesa, l’infallibilità del Papa deve la sua origine ad un privilegio divino, che consiste in una grazia di assistenza e non di ispirazione. Per conseguenza non esenta il Papa dalle leggi comuni della prudenza umana:essa garantisce soltanto dall’errore il risultato definitivo delle sue deliberazioni. Il suo scopo quindi non è quello di accrescere di nuove verità il tesoro della rivelazione divina; ma di assicurare la perfetta conoscenza e conservazione delle verità rivelate. L’infallibilità è un privilegio individuale in questo senso che appartiene al Papa solo e non potrebbe egli delegarla ad un altro. Tuttavia non è un carisma destinato all’esaltazione della sua persona, ma un mezzo per lui di compiere la sua missione di Pastore supremo: tende così tutta intera al bene comune delle anime cristiane. Quando si parla dell’infallibilità della Chiesa e dell’infallibilità del Papa, non si vogliono già designare due autorità separate e rivali, di cui si possa temere l’opposizione, ma di due organi differenti, l’uno collettivo, l’altro personale, per comunicare ai credenti la verità, di cui Gesù Cristo è la fonte e il custode. La medesima protezione e assistenza divina si estende al Corpo e al Capo. –  Così intesa, l’infallibilità del Papa è una verità che risulta chiaramente dalla Scrittura e dalla Tradizione. L’infallibilità è distinta dal primato, come appare dalla definizione. Ma se si segue lo sviluppo teorico e pratico di questi due dogmi, si constata che essi si affiancano e si implicano vicendevolmente. L’infallibilità è intimamente connessa con il primato: deriva dal primato come una conseguenza da un principio o piuttosto si identifica con il primato come una proprietà necessaria. L’infallibilità è, nel dominio della giurisdizione dottrinale, il coronamento logico del primato: poiché il Papa è il capo supremo della Chiesa, egli è pure il supremo dottore e possiede per questa ragione la infallibilità. Perciò lo studio intorno alla infallibilità pontificia utilizza gli stessi documenti e gli stessi fatti recati per il primato. (Hervé: Théol. Dogm., Vol. I, pag. 443.).

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Un argomento generale a favore della infallibilità pontificia si deduce dalle verità già dimostrate di sopra. AI Pontefice fu data la piena e suprema autorità sulla Chiesa, e d’altra parte la Chiesa è infallibile nell’insegnare. Ora se la potestà magisteriale del Romano Pontefice  fosse fallibile, non potrebbe più dirsi piena e suprema, perché dovrebbe completarsi con quella dei Vescovi e del Concilio: cioè sarebbe più piena la potestà di tutto l’episcopato che quella del Papa solo. Si cadrebbe in uno di questi due assurdi, o la Chiesa dovrebbe rinnegare il suo Capo supremo per rimanere fedele alla verità da lui falsificata, o perdere il possesso della verità per rimanergli fedele. Alla stessa conclusione ci conducono i testi del primato, che abbiamo a suo luogo esaminati. Il Romano Pontefice è fondamento visibile di tutta la Chiesa, principio efficiente della sua unità e della sua fermezza, principio quindi efficace della fede, che è l’elemento essenziale e precipuo dell’edificio della Chiesa. (Matth. XVI, 18) Ma il Papa non potrebbe essere principio e causa della ferma fede della Chiesa, se egli non fosse di per sé fermissimo nella fede, se potesse insegnare a tutta la Chiesa un errore in questioni di fede. Similmente Cristo ha assicurato che gli assalti dell’inferno, tra i quali sono specialmente le eresie, non avranno mai ragione contro la Chiesa: dunque molto meno prevarranno contro la Pietra, sopra la quale si appoggia la Chiesa e la fermezza della fede. Ora prevarrebbero certamente, se il Pontefice nell’adempiere l’ufficio di supremo maestro, non fosse di per sé fermo nella fede. Ancora dallo stesso testo di S. Matteo sappiamo che Dio ha promesso di legare e ratificare in cielo tutto ciò che il Papa lega in terra: ma Dio non può ratificare in cielo ciò che il Papa lega in terra, se egli nell’emanare un decreto dottrinale obbligante tutta la Chiesa, erra nella fede. Più espliciti sono gli altri testi del Vangelo. « Io ho pregato per te, dice Cristo rivolto a Pietro, affinché la tua fede non venga meno… Conferma i tuoi fratelli ». (S. Luc. XXII, 31). Viene così scartato ogni indebolimento, ogni danno nella fede di Pietro: viene formalmente assicurata, nonostante i pericoli, la indefettibilità di Pietro nella fede, cioè l’infallibilità. E questo affinché egli possa consolidare e fortificare i suoi fratelli. Pietro dunque e i suoi successori sino al termine dei secoli, parlando o insegnando come capi della Chiesa, devono confermare nella fede tutti i fedeli considerati isolatamente o collettivamente, facendoli partecipare alla loro propria indefettibilità. Ma affinché la promessa di Gesù non sia vana e che i fedeli non siano trascinati nell’errore, bisogna che questo insegnamento di S. Pietro e dei suoi successori, quando parlano come capi della Chiesa, sia, in virtù della promessa divina, assolutamente e costantemente garantito contro ogni possibilità di defezione nella fede. Sappiamo pure dal Vangelo che Gesù Cristo diede a Pietro e ai suoi successori l’incarico di pascere gli agnelli e le pecorelle, cioè di dirigere e di nutrire con dottrina salutare, tutto ilo gregge di Cristo, Vescovi e fedeli, e d’allontanarli dai pascoli velenosi: ora quest’ufficio importa necessariamente la infallibilità nel senso che abbiamo esposto. (S. G. XXI, 15). Supponiamo infatti che il Papa errasse nel definire la dottrina cristiana: in tal caso o tutta la Chiesa accetterebbe la sua sentenza, e verrebbe allora a mancare la infallibilità e indefettibilità della Chiesa; o la Chiesa protesterebbe contro la decisione del Papa e la correggerebbe, e cesserebbe allora l’ordine gerarchico istituito da Cristo: il gregge pascerebbe il pastore. – La infallibilità del Papa, benché non sia così esplicitamente e categoricamente asserita dai Padri della Chiesa, tuttavia fu realmente riconosciuta e in pratica e in teoria fino dai tempi più antichi, come appare dalle testimonianze degli stessi Padri, dal modo di agire dei Romani Pontefici, dagli atti dei Concili. Si confronti tutto ciò che abbiamo detto parlando del primato del Romano Pontefice nella parte III. La tradizione anzi illumina sempre meglio gli stessi fondamenti evangelici. Nei primi tre secoli la dottrina dell’infallibilità è implicitamente contenuta nell’autorità sovrana, che si riconosce nei giudizi della Chiesa di Roma, nella credenza universale che la integrale dottrina apostolica sia presso i Romani. Per S. Ignazio d’Antiochia i Romani sono quelli che « ammaestrano gli altri »; per S. Ireneo « bisogna far decidere a Roma le questioni che sorgono tra i Cristiani »; secondo S. Cipriano di Cartagine, « a Roma non ha accesso la perfidia e l’errore ». L’infallibilità pontificia risplende maggiormente nelle controversie trinitarie e cristologiche dei secoli IV e V, mediante numerosi interventi dei Papi soprattutto nei Concili e attraverso alle eloquenti affermazioni dei Padri, specialmente di S. Agostino, di S. Ambrogio e di S. Gerolamo, che furono riportate ed esaminate altrove. Nel Medio evo questa autorità suprema dottrinale del Papa continua ad affermarsi e a precisarsi nello sviluppo dottrinale scolastico. S. Bernardo rimanda Abelardo a Roma « dove la fede non può mai provare alcun eclisse »: (Epist. CXC. P. L., Vol. 182, col. 1053). S. Tommaso sentenzia che appartiene al Papa stabilire dei Simboli, perché è « proprio della sua missione decidere in ultimo luogo le questioni della fede ». (Summ. Theol.,, II, II, q.1 a 15. — Cf. Bricout: Pape, p. 246). Gli assalti del Gallicanesimo non oscurano né scuotono questa magnifica tradizione, ma provocano i Cattolici ad uno studio più profondo di essa, che culmina nella definizione dogmatica del Vaticano.

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Il Concilio Vaticano definendo il dogma dell’infallibilità pontificia, ha precisato le condizioni che deve presentare un atto del Papa, per beneficiare di questo privilegio. Secondo un’espressione da lungo tempo in uso nelle scuole, « il Romano Pontefice è infallibile quando parla ex cathedra ». La cattedra è in generale simbolo di autorità soprattutto dottrinale: le formule « parlare ex cathedra », « definire ex cathedra », sono adoperate per designare il pieno esercizio del magistero pontificale. Affinché si abbia una definizione infallibile, si richiede dapprima che il Papa si pronunzi ufficialmente come tale, che eserciti cioè l’ufficio di Pastore e di Dottore pubblico di tutti i Cristiani. Se il Papa parla come persona privata, discorrendo con i suoi familiari, come dottore privato, stampando un libro di materia religiosa; se opera come re temporale; se parla come Vescovo della diocesi di Roma, tenendo un’istruzione pubblica per esempio in una chiesa della città, non deve dirsi infallibile. Anzi non basta un modo qualunque di proporre una dottrina anche quando il Papa esercita l’ufficio di dottore e pastore pubblico, ma si richiede che adoperi la sua autorità pienamente, in tutta la sua forza ed estensione, emanando una sentenza perentoria, irreformabile, che ponga fine ad ogni incertezza e turbamento di animo. – Si richiede che la sua sentenza riguardi tutta la Chiesa, sia imposta cioè a tutti i Cristiani. Non sembra tuttavia necessario che il documento contenente la definizione, sia immediatamente diretto alla Chiesa universale: basta che sia destinato a tutta la Chiesa, benché direttamente sia forse indirizzato al Vescovo di qualche regione, dove è più diffuso l’errore che il Papa vuole condannare. – È necessario che l’intenzione di definire sia mafesta. Si tratta infatti di imporre una legge a tutta la Chiesa; la quale legge, finché rimane dubbia, non può imporre obbligazione. Il Diritto Canonico decreta: « Nessuna cosa si intende dogmaticamente dichiarata o definita, se ciò non appare manifesto ». (Can. 1323). Non è per sé determinata alcuna formola speciale per rendere manifesta la intenzione del Papa: soltanto si richiede che venga fatta conoscere in modo chiaro o esplicitamente o con termini equivalenti. (Van Noort, l. c., pag. 183). – È necessario, infine, che si tratti di un insegnamento intorno alla fede e ai costumi: res fidei et morum. Oggetto primario o diretto del Magistero infallibile del Papa, sono tutte e singole le verità religiose contenute formalmente nelle fonti della rivelazione. (Una verità può essere rivelata formalmente o virtualmente. Si dice rivelata formalmente se è rivelata in se stessa, sia esplicitamente sia implicitamente, cioè nel suo concetto: si dice rivelata virtualmente, quando in se stessa non è rivelata né esplicitamente né implicitamente, ma si può dedurre da una verità formalmente rivelata mediante un raziocinio deduttivo. Sulle verità rivelate virtualmente i Teologi non hanno però tutti la stessa nozione. (Cf. I Problemi della fede). Oggetto secondario e indiretto dell’infallibilità sono tutte quelle verità, che sono talmente connesse con la rivelazione, che, se intorno ad esse non si potesse portare un giudizio assolutamente certo, la stessa rivelazione patirebbe detrimento. Alcune di queste verità sono presupposte alla rivelazione, come i preamboli della fede filosofici e storici; altre derivano come necessaria conseguenza dalle verità rivelate; altre sono necessarie o sommamente convenienti, affinché si possa ottenere il fine della rivelazione. L’infallibilità del Papa quindi si estende a verità filosofiche, alle conclusioni teologiche, ai fatti dogmatici, alla disciplina generale della Chiesa, all’approvazione degli Ordini religiosi e alla Canonizzazione dei Santi. L’ambito dell’infallibilità del Papa è quello stesso della Chiesa. (Per lo sviluppo di questa dottrina rimandiamo il lettore alla nostra opera: « I Problemi della fede ». — Cf. ZAPELENA: De Ecclesia, pag. 314. — VAN Noort, l. c., pag: 90).

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Precisiamo in ultimo il nostro atteggiamento davanti al Magistero del Papa. Dobbiamo aderire con consenso interno, assoluto e irreformabile a tutto ciò che il Papa insegna infallibilmente come rivelato da Dio o come connesso con le verità rivelate. Ogni opposizione a questo riguardo ci separa dalla Chiesa. Non possiamo quindi ammettere dottrine contrarie alle definizioni pontificie. Siamo pure obbligati a sottometterci in coscienza alle decisioni dottrinali dell’autorità ecclesiastica, benché non infallibili. Il magistero della Chiesa non è una pura e semplice esposizione della verità, ma ha inseparabilmente congiunto il potere di comandare ai suoi sudditi l’ubbidienza dell’assenso intellettuale a ciò che viene insegnato. Ogni insegnamento autentico della Chiesa, per l’autorità da cui promana, per la luce che proviene alla Chiesa dall’assistenza dello Spirito Santo, per la ponderatezza dei suoi processi dottrinali, per la prudenza dei suoi giudizi, è così ragionevole e grave, che ogni Cattolico gli deve docile soggezione. Questa soggezione non importa per sé un’adesione irreformabile, ma però domanda, oltre l’esteriore sottomissione, un interno virtuoso assenso. Dovesse questo atteggiamento in qualche caso rarissimo e « per accidens », costare un reale sacrifizio allo scienziato; questo è ben dovuto a beni di ordine immensamente superiore, quali sono l’unità e l’incolumità della fede e la pace della coscienza. Allo scienziato credente è lecito presentare nelle debite forme, alla competente autorità della Chiesa, le ragioni del suo interiore dissidio, attendendo sereno dalla Divina Provvidenza, che veglia sulla Chiesa, l’immancabile trionfo della verità. Sottomissione piena ed umile alla parola del Papa riconosciuta divina, è la grande semplificazione dello spirito cattolico, è la via breve che mena alla soluzione di tutti i grandi problemi che tormentano la nostra ragione. « Dove è il Papa, è la Chiesa; dove è il Papa, non vi è la morte, ma la vita eterna; non vi è l’errore, ma la verità ». (S. Ambrogio).

LE GRANDI VERITÀ CRISTIANE (12)

ADOLFO TANQUEREY

LE GRANDI VERITÀ CRISTIANE CHE GENERANO NELL’ANIMA LA PIETÀ (12)

Vers. ital. di FILIPPO TRUCCO, Prete delle Missioni ROMA DESCLÉE & C. EDIT. PONTIF. – 1930

NIHIL OBSTAT – Sarzanæ, 8 Maji 1930 J. Fiammengo, Rev. Eccl.

IMPRIMATUR Spediæ, 8 Maji 1930 Can, P. Chiappani, Del. Generalis.

PARTE PRIMA

Gesù vivente in noi per comunicarci la sua vita

CAPITOLO IV.

Maria madre nostra e nostra mediatrice.

Art. IV. — LA NOSTRA DIVOZIONE A GESÙ VIVENTE IN MARIA.

Abbiamo già detto che, dandoci a Maria, ci diamo per ciò stesso a Gesù: Maria, ricevendo tutto da Lui, non serba nulla pet sé, ma si affretta a rimetter tutto nelle mani del Figlio. Il che intenderemo meglio meditando la dottrina del pio fondatore di S. Sulpizio, dell’Olier, sulla vita di Gesù in Maria: vedremo allora chiaramente che onorare e amare Maria è onorare e amare Gesù, e che il mezzo più sicuro di unirsi al Verbo incarnato è di andarlo a cercare in sua Madre.

Quindi : 1° descriveremo brevemente la vita di Gesù in Maria;

2° commenteremo una bella preghiera con cui possiamo attirare in noi Gesù vivente in Maria.

1° La vita di Gesù in Maria.

A) Gesù visse in Maria in parecchi modi.

a) Visse fisicamente per nove mesi in Maria, dal giorno benedetto dell’Annunciazione, quando il Verbo s’incarnò nel virgineo suo seno, fino al giorno della Natività, in cui, uscendone come fulgido raggio di luce passa attraverso il cristallo, venne a riposare tra le sue braccia prima ancora di essere coricato sopra un poco di paglia nel presepio. Il che fu certamente per l’umile Verginella una ricca fonte di santificazione: se i sacramenti ci santificano, perché sono cause strumentali della grazia, quanto maggior copia di grazia dovette causare la continua presenza del Dio di ogni santità in un’anima così ben disposta come l’anima di Maria! Ma qui non si tratta di questa presenza, che cessò colla nascita del Bambino-Dio.

b) Gesù visse sacramentalmente in Maria colla santa Comunione. Il discepolo prediletto, che Gesù le aveva lasciato per cappellano, le avrà dato spesso, possiamo credere ogni giorno, quel Figlio così teneramente amato da cui stava separata fin dal dì dell’Ascensione. E chi potrà dire i dolci colloqui, le pie effusioni della Madre e del Figlio nel momento della santa comunione, e i mirabili effetti della grazia prodotti nell’anima della Vergine santissima coll’azione santificatrice di Colui che è la fonte di ogni santità? Ma questa presenza sacramentale terminò con l’ultima Comunione di Maria sulla terra; non si tratta dunque di questa.

B) Gesù visse e vive in Maria in modo più intimo, più profondo e più permanente; vive in Lei misticamente, come Capo del Corpo mistico di cui tutti i Cristiani sono membri, come abbiamo più sopra spiegato (La nostra incorporazione a Cristo); ma ci vive in grado molto superiore, perché Maria occupa in questo Corpo il posto più onorevole, essendo nello stesso tempo Madre di Gesù e Madre nostra. Gesù vive in Lei col divino suo Spirito, vale a dire con lo Spirito Santo che comunica alla santa sua Madre, affinché questo Spirito operi in Lei disposizioni simili a quelle che opera nell’anima umana di Cristo. In virtù dei meriti e delle preghiere del Salvatore, lo Spirito Santo viene a santificare e a glorificare Maria, cosicché Ella ne riesce la copia vivente più perfetta. – Questo punto è molto bene spiegato dall’Olier (Journée chretienne, p. 395-396): « Ciò che Nostro Signore è per la Chiesa, lo è per eccellenza per la santissima sua Madre. Ne è quindi la pienezza interiore e divina; ed essendosi sacrificato più particolarmente per Lei che per tutta la Chiesa, le dà la vita di Dio più che a tutta la Chiesa; e glie la dà anche per gratitudine e in ricambio della vita ricevuta da Lei; poiché, avendo promesso a tutti i suoi membri di render loro centuplicato ciò che riceverebbe dalla loro carità sulla terra, anche a sua Madre vuole rendere il centuplo della vita umana che ricevette dal suo amore e dalla sua pietà; e questo centuplo è la vita divina infinitamente preziosa e degna di stima… Bisogna quindi considerare Gesù Cristo, nostro Tutto, come vivente in Maria nella pienezza della vita di Dio, tanto di quella che ricevette dal Padre quanto di quella che acquistò e meritò agli uomini col ministero della vita somministratagli da sua Madre. Mostra in Maria tutti i tesori delle sue ricchezze, il fulgore della sua beltà e le delizie della vita divina… Abita in Lei con pienezza e vi opera in tutta l’ampiezza del divino suo Spirito; non forma che un cuore solo, un’anima sola, una vita sola con Lei ». Questa vita la spande continuamente in Lei, « amando in Lei, lodando in Lei, adorando in Lei Dio suo Padre, come in un degno supplemento del suo cuore, in cui Egli deliziosamente si dilata e si moltiplica ». Possiamo dire in tutta verità che le virtù di Maria non sono che un riflesso delle virtù di Gesù, e che imitare la Madre è imitare il Figlio, perché meglio ancora di san Paolo Maria può dire: « Vivo, ma non più io, vive in me Cristo ». – Ora, se Gesù vive in Maria con pienezza, lo fa non solo per santificar Lei, ma per santificare per Lei anche gli altri membri del suo Corpo mistico:

Maria infatti è, come dice san Bernardo, l’acquedotto per cui ci arrivano tutte le grazie meritate dal suo Figlio: « Totum nos habere voluit per Mariam ».È cosa nello stesso tempo accettissima a Gesùe utilissima all’anima nostra il rivolgerci a Gesù vivente in Maria, per ottenere una partecipazione alle sue virtù: « Che c’è di più dolce e di più gradito a Gesù dell’andare a cercarlo nel luogo delle sue delizie, su quel trono di grazia, in mezzo a quell’adorabile fornace di santo amore per il bene di tutti gli uomini? Quale più copiosa fonte di grazia e di vita di quel luogo ove Gesù abita come in sorgente di vita per gli uomini e in madre e nutrice della sua Chiesa? ». Gli diremo dunque con l’Olier (Journée chrétienne, p. 327, ed. 1925): « Io vi adoro, o divino mio Gesù, risedente e vivente nella Vergine santissima. Adoro le vostre grandezze e le perfezioni vostre di cui l’anima di Lei è rivestita. Adoro il vostro regno su di Lei e l’assoluto potere che governa tutto il suo essere. Adoro la vita vostra che anima il cuore e tutte le facoltà di Lei. Adoro la copia dei doni, la pienezza delle virtù e la fecondità delle grazie che ponete in Lei a pro di tutta la vostra Chiesa. O divino Gesù, regnate su di Lei e per mezzo di Lei su di noi in eterno ». – A chiedere la grazia di partecipare alla vita e alle virtù di Gesù vivente in Maria, il P. de Condren compose una bella preghiera, a cui poi l’Olier, uno dei più cari suoi discepoli, diede l’ultima mano, ed è quotidianamente recitata nei Seminari di S. Sulpizio. Ne daremo qui un breve commento.

2° LA PREGHIERA: O Gesù vivente in Maria.

« O Gesù vivente in Maria,

Venite e vivete nei vostri servi,

Nel vostro spirito di santità,

Nella pienezza della vostra potenza,

Nella perfezione delle vostre vie,

Nella verità delle vostre virtù,

Nella comunione dei vostri divini misteri.

Dominate in noi su tutte le avverse potenze,

Nella virtù del vostro Spirito,

E per la gloria del Padre vostro ».

a) Come si vede, questa preghiera è rivolta a Gesù vivente in Maria, vale a dire al Verbo Incarnato, all’Uomo-Dio, che, nell’unità di una sola e medesima Persona, possiede nello stesso tempo la natura divina e la natura umana, e che è per noi la fonte, la causa meritoria ed esemplare della nostra santificazione. Ci rivolgiamo a Lui in quanto vive in Maria per mezzo del divino suo Spirito con la pienezza delle sue grazie e delle sue virtù, perché sappiamo che per mezzo di Lei vuole spandere queste grazie e queste virtù nell’anime nostre.

b) Ciò che gli chiediamo è prima di tutto una partecipazione alla sua vita interiore; lo supplichiamo che venga Egli stesso a vivere in noi come vive in Maria, onde farci entrare in comunione coi suoi pensieri, coi suoi desideri, coi suoi affetti, coi suoi voleri; e noi dal canto nostro gli promettiamo di essere servi docili, che si lasciano in tutto guidare dal suo Spirito e ubbidiscono anche alle minime sue ispirazioni: « Venite e vivete nei vostri servi ». – Spieghiamo dunque in che modo Ei viene ed opera in noi e in che modo noi collaboriamo con Lui.

I) Gesù viene in noi come viene in Maria per mezzo del divino suo Spirito, colla grazia abituale: ogni volta che questa grazia cresce in noi, vi cresce pure lo Spirito di Gesù; e quindi ogni volta che facciamo un atto soprannaturale e meritorio, questo divino Spirito viene in noi e ci rende l’anima più simile a quella di Gesù e a quella di Maria. Che potente motivo per moltiplicare e intensificare gli atti meritorii informandoli della divina carità! Questa grazia abituale ce la conferisce pure coi Sacramenti, da lui istituiti non solo per significare, ma anche per contenere e dare all’anima, che non vi pone ostacolo, una grazia abituale speciale che si chiama grazia sacramentale. Questa grazia non si distingue dalla grazia abituale ordinaria se non per un vigore speciale proprio a ogni singolo Sacramento e per un diritto a grazie attuali che ci vengono concesse a tempo opportuno onde aiutarci a compiere più facilmente i doveri imposti da quel dato Sacramento. Così la grazia sacramentale del Battesimo è grazia di rigenerazione spirituale, che non solo ci monda dal peccato originale, ma ci fa nascere alla vita spirituale e ci dà diritto a quelle grazie attuali che sono necessarie per adempiere bene tutti i doveri del Battesimo, per conservare e accrescere in noi la grazia battesimale.

2) Gesù opera in noi colla grazia attuale che ci meritò e ci distribuisce per mezzo del divino suo Spirito: opera in noi il volere e il fare « operatur in nobis velle et perficere » (Fil. III, 13), diviene il principiodi tutti i nostri moti, delle nostre disposizioni interiori,talmente che i nostri atti provengono daGesù che ci comunica la stessa sua vita, i suoisentimenti, i suoi affetti, i suoi desideri. Possiamoallora dire con san Paolo: « Vivo, ma nonpiù io, vive in me Cristo  ».(Gal. II, 20)Perché questo avvenga, bisogna che, comeservi fedeli, ci lasciamo guidare da Lui e cooperiamoall’azione sua in noi. Dobbiamo, comel’umile Vergine, dire con tutta sincerità: « Eccola serva del Signore, si faccia a me secondo latua parola: ecce ancilla Domini, fiat mihi secundum Verbum tuum » (S. Luc. I, 38). Consapevoli della nostramiseria e dell’incapacità nostra, non ci resta cheubbidir prontamente anche alle minime ispirazionidella grazia. È questa per noi una servitùonorevole, una servitù di amore che ci assoggettaa Colui che è per noi un Padrone, è vero,ma anche un Padre, un amico, e che non ci comandanulla che non ci sia utile al bene dell’anima.Apriamo dunque il cuore a Gesù Cristo eal divino suo Spirito, affinché vi regni come regnòe regna nel cuore della Madre nostra Maria.

c) Essendo Gesù la fonte di ogni santità, gli chiediamo che viva in noi col suo spirito di santità. Questa santità è prima di tutto orrore del peccato e allontanamento da tutto ciò che vi ci può condurre, allontanamento assoluto dalle creature che ci possono sedurre e da ogni egoismo; ma è poi anche partecipazione alla vita divina ed intima unione con le tre Persone divine, è amor di Dio che signoreggia in noi ogni altro affetto: è, in una parola, santità positiva.

d) Ma, essendo incapaci di acquistarla da noi, lo supplichiamo che venga in noi con la pienezza della sua potenza o della sua grazia. E pensando alle possibili nostre resistenze, chiediamo pure colla Chiesa che si degni di assoggettare al suo impero le ribelli nostre facoltà. Chiediamo quindi una grazia efficace, quella grazia che, pur rispettando la nostra libertà, operi sulle secrete molle della volontà per indurla ad acconsentire; una grazia che, non arrestandosi dinanzi alle nostre istintive ripugnanze o alle pazze nostre opposizioni, operi fortemente e soavemente in noi il volere e il fare.

e) Poiché la santità non si può acquistare senza l’imitazione del nostro divino Modello, lo supplichiamo di farci camminare nella perfezione delle sue vie, vale a dire di farci imitare la sua condotta, il suo modo di fare, le sue azioni interne ed esterne in tutto ciò che hanno di più perfetto. Chiediamo insomma di diventare copie viventi di Gesù, come fu Maria, diventare altri Cristi, onde poter dire anche noi ai nostri discepoli, come san Paolo: « Imitate me com’io imito Cristo: imitatores mei estote sicut et ego Christi » ((1 Cor. XI, 1). Ideale tanto perfetto non possiamo attuare da noi soli. Ma Gesù si fa nostra via: « ego sum via »; via luminosa e vivente, via, a così dire, checammina e che ci trae dietro a sé: « Et ego, cum exaltatus fuero a terra, omnia traham ad me ipsum » (S. Giov. VIII, 49). Ci lasceremo dunque trarre da Voi, o divino Modello, e, sorretti dalla vostra grazia, cistudieremo di imitare le vostre virtù.

f) Per questo aggiungiamo « nella verità delle vostre virtù ». Le virtù da noi chieste sono virtù vere e non virtù apparenti. Ci sono di quelli che, sotto una lustra di virtù e di pratiche puramente esterne, nascondono uno spirito pagano, sensuale e superbo. Non sta lì la santità. Ciò che Gesù ci reca sono virtù interiori; virtù mortificatrici: l’umiltà, la povertà, la mortificazione, la castità perfetta così della mente e del cuore come del corpo; virtù unitive: lo spirito di fede, di confidenza e di amore; virtù che non si possono praticare senza la nostra collaborazione, senza sforzi animosi e costanti. Ecco ciò che forma veramente il Cristiano e lo trasforma in un altro Cristo.

g) Queste virtù Gesù le praticò specialmente nei suoi misteri, noi quindi lo preghiamo che ci faccia prender parte alla grazia dei suoi misteri. Per questi misteri s’intendono certamente tutte le principali azioni di Nostro Signore, ma specialmente i sei grandi misteri descritti dall’Olier nel suo Catechismo cristiano (Catechismo cristiano per la vita interiore di J. J. Olier/ExsurgatDeus.org): l’incarnazione, che ci invita a spogliarci di ogni amor proprio per consacrarci interamente al Padre, in unione con Gesù; la crocifissione, la morte e la sepoltura, che esprimono i gradi di quella totale immolazione con cui crocifiggiamo la guasta natura e ci studiamo di farla morire e di seppellirla per sempre: la risurrezione e l’ascensione, che significano il perfetto distacco dalle creature e la vita tutta celeste che bramiamo condurre per salire grado a grado verso il cielo. Dobbiamo entrare nella spirito di questi misteri, come così bene fece la Vergine santissima; e a questo modo prenderemo parte alla vita e alle virtù di Gesù e di Maria.

h) È chiaro che non possiamo conseguire questa perfezione se Gesù non viene a dominare in noi sopra ogni avversa potenza, vale a dire sopra la carne, il mondo e il demonio. Questi tre nemici non lasceranno mai di darci fieri assalti e non saranno mai annientati finché vivremo quaggiù; ma Gesù, che ne trionfò, ci viene in aiuto per agguantarli, per soggiogarli, dandoci grazie efficaci a resistervi; il che umilmente gli chiediamo per intercessione di sua Madre.

i) Ad ottenere più facilmente questa grazia, dichiariamo di non mirare con Lui che a un solo scopo: la gloria del Padre, che intendiamo di procurare sotto l’azione dello Spirito Santo: « Nella virtù del vostro Spirito, a gloria del Padre ». Essendo venuto sulla terra per glorificare il Padre « honorifico Patrem » (S. Giov., VIII, 49) si degni Gesù di compiere l’opera sua in noi e comunicarci l’interiore sua santità onde possiamo con Lui e per Lui glorificare questo stesso Padre e farlo glorificare attorno a noi. Saremo veramente allora membra del suo Corpo mistico e i religiosi di Dio: Ei vivrà e regnerà nei nostri cuori per la maggior gloria della santissima Trinità. – Questa preghiera è dunque un compendio di tutto ciò che possiamo chiedere a Dio per progredire nella vita interiore; infatti questa vita sarà tanto più perfetta quanto più si accosterà alla vita di Gesù e di Maria. E quest’ideale tanto meglio attueremo quanto più strettamente, in tutte le nostre azioni, ci uniremo a Gesù per mezzo di Maria. – Tale sia per noi la conclusione pratica di questo studio sulla parte che ha Maria nella vita cristiana. Ripetiamo volentieri la preghiera dell’Olier (Journée chrétienne, l. c.): « O divino Gesù, vivete in noi per mezzo di vostra Madre, e spandete in noi la pienezza dei vostri doni e delle vostre grazie, onde siate una cosa sola con noi e colla cara vostra Madre ».

CONCLUSIONE GENERALE. Essendo il Verbo incarnato la fonte della nostra vita spirituale, di quella vita divina che attinse nel seno del Padre, a Lui dobbiamo andare per averne una larga partecipazione. Dobbiamo incorporarci a Lui, a fine di potere, divenuti sue membra, partecipare alla sua vita. – Ma a Gesù andremo per mezzo di Maria, essendo Lei la via per cui è disceso a noi. Gesù ci condurrà al Padre e il Padre ci tratterrà come suoi figli. Saremo così ogni dì più incorporati perfettamente a Cristo e più pienamente parteciperemo alla vita di Dio. Più rapidi e più sicuri saranno i nostri progressi, perché avremo tenuta la via apertaci dal Verbo incarnato: Egli è la via, la verità, la vita: calcando le sue orme, arriveremo alla mèta, vale a dire all’unione intima, affettuosa, trasformatrice colla santissima e adorabilissima Trinità. – A tal fine non vi è nulla di più efficace del sacerdozio e del sacrificio di Gesù, come diremo nella seconda parte.