UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S. S. PIO IX- “NULLIS CERTE”

« …Nel mondo sarete angustiati; ma abbiate fiducia: io ho vinto il mondo” (Gv XVI, 33); Beati coloro che soffrono persecuzioni per la giustizia (Mt V,10), siamo preparati a seguire le illustri vestigia dei Nostri Predecessori, ad emularne gli esempi, e a patire ogni cosa sopra ed acerba, ed anche a dare la vita, anziché disertare in alcun modo la causa di Dio, della Chiesa e della giustizia. » Questo è ancora il motto che deve animare un “vero” Cattolico a resistere all’azione delle forze del male che si abbattono costantemente sulla Chiesa Cattolica, come del resto nel santo Vangelo è ampiamente preannunziato citando le feroci persecuzioni che i “congregati delle nazioni” scateneranno sulla Chiesa, sui credenti laici e chierici, sulle società e popoli cristiani. Qui il Santo Pontefice rivendica per sé e su tutti Cattolici del mondo i diritti della Santa Sede a cui veniva “consigliato” da un Imperatore francese di cedere i territori ribelli, ubbidendo ai “suggerimenti” delle logge massoniche che lo sostenevano nel suo dominio, prima poi di rovesciarlo rovinosamente sostituendo il suo traballante impero con una repubblica chiaramente di ideologia massonica che tuttora angaria quel popolo un tempo cristiano. La persecuzione è continuata in maniera subdola, fino alle vicende attuali, in cui è divenuta la più terribile di ogni tempo, molto più delle celebri dieci della Chiesa nascente. Molti penseranno che la persecuzione non ci sia ancora ma … ciechi che non comprendono che le persecuzioni materiali, fanno soffrire, e possono perfino uccidere il corpo, procurando nel contempo un merito straordinario al martire consapevole di affrontare anche la morte nell’attesa della eterna beatitudine. Come molti dottori della Chiesa hanno sapientemente rilevato, alle dieci persecuzioni degli imperatori romani, sono susseguite le persecuzioni ben più insidiose per l’anima: quelle delle eresie succedutesi dal IV secolo in poi … arianesimo, ebionismo, monofisismo, monotelismo, pelagianesimo, semipelagianesimo, macedonianesimo …. luteranesimo,  e diverse altre fino al giansenismo, all’americanismo, al fineysmo … in successione e tutte in condizione di uccidere, come hanno fatto, un’infinità di anime. Ma, oggi che viviamo il modernismo anticristiano della sinagoga del demonio infiltrata nei palazzi vaticani, e che come sapientemente affermava il Santo Pontefice Pio X, è la somma di tutte le eresie, noi abbiamo la persecuzione contemporanea e concentrata di tutte le eresie, persecuzione più dannosa che mai, perché non percepita come tale dalla quasi pressoché maggioranza degli esseri umani che, pertanto, andando incontro alla morte certa dell’anima – pur restando il corpo indenne da lesioni – è votata all’eterna dannazione. È questa veramente la persecuzione di gran lunga la peggiore – anche senza aspettare il marchio della bestia ed il tatuaggio-chip sottopelle – perché occulta, inconsapevole e che dà la morte elargendo apparentemente salvezza, come la morte di un malato che, credendo oltretutto di assumere un rimedio salutare alla sua malattia, ingerisce un veleno dolce, ma mortale, e qual morte …. quella eterna dell’anima! Ancora una volta le profezie bibliche sono state esatte fino all’ultima virgola, trattino, apex… Almeno noi del pusillus grex cerchiamo di farci trovare nell’osservanza operosa della fede quando il Signore Gesù nostro Giudice verrà a giudicarci per poter essere incoronati, dopo le feroci persecuzioni, dalla eterna gloria.


Pio IX
Nullis certe

Noi non possiamo certamente spiegarvi a parole, Venerabili Fratelli, quanto gaudio e quanta letizia, fra le Nostre gravissime amarezze, Ci abbiano recato sia da parte di Voi tutti, sia dei Fedeli affidati alle vostre cure, la singolare e meravigliosa fede, la pietà e l’osservanza verso Noi e questa Sede Apostolica, e l’egregio consenso, l’alacrità, il fervore e la costanza nel difendere i diritti della medesima Sede e nel patrocinare la causa della giustizia. Infatti, allorché prima della Nostra Lettera Enciclica a Voi spedita il 18 giugno dell’anno scorso, e poi dalle Nostre due Allocuzioni concistoriali, con sommo dolore del vostro animo conosceste i gravissimi mali da cui erano miseramente colpite le cose sacre e civili in Italia. Voi comprendeste gli iniqui e temerari moti di ribellione contro i legittimi Principi della stessa Italia, e contro il sacro e legittimo Principato Nostro e di questa Santa Sede; Voi, secondando tosto i Nostri voti e le Nostre cure, non frapponendo alcun indugio, vi affrettaste con ogni zelo ad ordinare nelle vostre diocesi pubbliche preghiere. Quindi non solo con le vostre lettere, piene di profondo ossequio e carità a Noi inviate, ma anche con le lettere pastorali e con altri scritti dotti e religiosi, diffusi nel popolo, alzaste l’episcopale vostra voce – con lode insigne del vostro Ordine e del vostro nome – a propugnare strenuamente la causa della santissima nostra Religione e della giustizia, e a condannare con ogni vigore i sacrileghi attentati commessi contro il civile Principato della Chiesa Romana. Difendendo costantemente questo Principato, vi siete compiaciuti di professare e di insegnare che esso fu dato al Romano Pontefice per singolare disegno di quella divina Provvidenza che regge e governa ogni cosa, affinché Egli, per il fatto di non essere mai soggetto a nessun potere civile, possa esercitare sopra tutto il mondo, con pienissima libertà e senza alcun impedimento, il supremo ufficio del ministero apostolico a Lui divinamente affidato dallo stesso Nostro Signore Gesù Cristo. – Ammaestrati dalle vostre istruzioni e trascinati dal vostro egregio esempio, i figliuoli a Noi carissimi della Chiesa Cattolica con sommo impegno gareggiarono e gareggiano per esprimerci da parte loro i medesimi sentimenti. Infatti da tutte le regioni dell’intero orbe cattolico ricevemmo innumerevoli lettere, sia di ecclesiastici, sia di laici, d’ogni dignità, ordine, grado e condizione, e perfino lettere sottoscritte da centinaia di migliaia di Cattolici, con le quali essi manifestano e confermano la loro venerazione e devozione filiale verso di Noi, e verso la Cattedra di Pietro; detestando fortemente la ribellione e gli attentati commessi in alcune Nostre province, sostengono che il patrimonio del beato Pietro debba assolutamente conservarsi integro ed inviolato, e si debba difenderlo da ogni offesa; ciò non pochi, tra loro, dimostrarono con dottrina e sapienza in libri appositamente dati alla luce. Ora, queste preclare manifestazioni sia Vostre, sia dei Fedeli, meritevoli certamente di ogni lode ed encomio, e degne di venire iscritte nei fasti della Chiesa Cattolica a caratteri d’oro, Ci commossero talmente che non Ci potemmo astenere dall’esclamare lietamente: “Benedetto sia Dio e il Padre del Signor nostro Gesù Cristo, Padre delle misericordie e Dio di ogni consolazione, che così ci consola in sì travaglio“. Perciò in mezzo alle gravissime angustie dalle quali veniamo oppressi, nulla poteva riuscirci più gradito, nulla più giocondo, nulla più desiderato, che il vedere di quale concorde ed ammirabile premura Voi tutti, Venerabili Fratelli, siete animati ed accesi per difendere i diritti di questa Santa Sede, e con quale egregia volontà i Fedeli affidati alle vostre cure in ciò vi secondano. Quindi, Voi assai agevolmente potete pensare quanto la paterna Nostra benevolenza verso Voi e verso gli stessi Cattolici si accresca ogni giorno a buon diritto e meritatamente. – Ma, mentre il Nostro dolore veniva alleggerito da un così stupendo impegno ed amore sia Vostro, sia dei Fedeli verso Noi e questa Santa Sede, una nuova cagione di tristezza Ci venne da altra parte. Perciò Noi vi scriviamo questa Lettera, affinché in cosa di tanta importanza siano noti soprattutto a Voi i sentimenti del Nostro animo. Non molto tempo fa, come la maggior parte di Voi già conoscerà, venne dal giornale di Parigi, intitolato Moniteur, divulgata una lettera dell’Imperatore dei Francesi, con la quale egli rispondeva a una Nostra epistola, in cui con ogni calore pregavamo la Maestà sua imperiale a volere, col validissimo suo patrocinio nel Congresso di Parigi, mantenere integro ed inviolabile il dominio temporale Nostro e di questa Santa Sede, e rivendicarlo dalla iniqua ribellione. Ora, nell’anzidetta sua risposta quel supremo Imperatore, ricordando un certo suo consiglio propostoci poco tempo innanzi intorno alle province ribelli del Nostro dominio pontificio, Ci esorta a volere rinunziare al possedimento di quelle province, ritenendo che solo così possa ora rimediarsi al presente turbamento delle cose. – Ciascuno di Voi, Venerabili Fratelli, intende benissimo che Noi, memori del gravissimo Nostro dovere, non abbiamo potuto tacere dopo aver ricevuto una tale lettera. Perciò, senza frapporre indugio, Ci affrettammo a rispondere allo stesso Imperatore dichiarando limpidamente e apertamente, con apostolica libertà dell’animo Nostro, che in nessun modo affatto Noi potevamo annuire al suo consiglio, “perché esso presenta insuperabili difficoltà, tenuto conto della dignità Nostra e di questa Santa Sede e del Nostro Sacro carattere e dei diritti della stessa Sede, i quali non appartengono alla successione di qualche reale famiglia, ma bensì a tutti i Cattolici“. Contemporaneamente abbiamo manifestato “non potersi da Noi cedere ciò che non è Nostro, e che comprendiamo che la vittoria, che si vorrebbe fosse concessa ai ribelli dell’Emilia, sarebbe di stimolo agl’indigeni ed ai forestieri perturbatori delle altre province a fare la stessa cosa, vedendo la prospera fortuna toccata a quei primi“. Fra le altre cose, allo stesso Imperatore dichiarammo “non potere Noi rinunziare alle dette Province dell’Emilia, appartenenti al Nostro Pontificio dominio senza violare i solenni giuramenti dai quali siamo legati senza suscitare querele e moti nelle altre Nostre Province, senza recare ingiuria a tutti i Cattolici; infine, senza debilitare i diritti non solo dei Principi d’Italia, che furono ingiustamente spogliati dei loro domini, ma ancora di tutti i Principi del mondo cristiano, i quali non potrebbero con indifferenza vedere introdotti certi principii“. – Né abbiamo tralasciato di notare che “la Maestà Sua non ignorava con quali uomini, con quale danaro e con quali aiuti i recenti attentati di rivolte a Bologna, a Ravenna ed in altre città erano stati provocati e compiuti, mentre la massima parte di quei popoli, quasi attonita, si guardò dal partecipare a quegli scompigli inaspettati, e si mostrò del tutto aliena dal volerli seguire“. E poiché il serenissimo Imperatore credeva che Noi dovessimo cedere quelle Province pei moti di ribellione ivi di quando in quando suscitati, abbiamo risposto opportunamente che un argomento di tal fatta, come quello che prova troppo, non prova nulla. Infatti, moti non dissimili accaddero spessissimo sia negli Stati d’Europa, sia altrove; e nessuno pensa che da ciò si possa trarre motivo per diminuire il civile dominio di un legittimo Principe. – Non abbiamo omesso di esporre al medesimo Imperatore che l’ultima sua lettera era molto diversa dalla precedente, scritta a Noi prima della guerra d’Italia e che Ci recava non afflizione ma consolazione. Avendo poi giudicato, da certe parole della lettera imperiale pubblicata nel menzionato giornale, di dover temere che le predette Nostre Province dell’Emilia dovessero già considerarsi come separate dal pontificio Nostro dominio, perciò abbiamo pregato, in nome della Chiesa, la Maestà Sua di fare in modo, anche per il suo proprio bene e vantaggio, che tale Nostro timore fosse pienamente dileguato. E con quella paterna carità con cui dobbiamo provvedere alla eterna salute di tutti, gli abbiamo richiamato alla mente che da ciascuno si dovrà un giorno dare stretta ragione di sé al tribunale di Cristo, ed incontrare un giudizio severissimo; perciò ciascuno deve sforzarsi di pensare come sperimentare gli effetti della misericordia anziché quelli della giustizia. – Queste sono le cose principali che fra le altre abbiamo risposto al sommo Imperatore dei Francesi; le stesse cose abbiamo giudicato di dover completamente manifestare a Voi, Venerabili Fratelli, affinché Voi in prima, ed anche tutto l’Orbe cattolico, sempre più sappiate che Noi, aiutandoci Dio, pel gravissimo debito dell’ufficio Nostro, senza timore alcuno facciamo ogni sforzo, e non tralasciamo nessun tentativo per difendere con forza la causa della Religione e della giustizia, ed il civile Principato della Chiesa Romana. Noi facciamo ogni sforzo per mantenere costantemente integre ed inviolate le possessioni temporali della Chiesa e i suoi diritti, i quali spettano a tutto l’Orbe cattolico; con ciò provvediamo altresì alla giusta causa degli altri Principi. – Confidando nel divino aiuto di Colui che disse: “Nel mondo sarete angustiati; ma abbiate fiducia: io ho vinto il mondo” (Gv XVI, 33); “Beati coloro che soffrono persecuzioni per la giustizia” (Mt V,10), siamo preparati a seguire le illustri vestigia dei Nostri Predecessori, ad emularne gli esempi, e a patire ogni cosa sopra ed acerba, ed anche a dare la vita, anziché disertare in alcun modo la causa di Dio, della Chiesa e della giustizia. Ma ben facilmente potete arguire, Venerabili Fratelli, da quanto dolore siamo trafitti vedendo da quale atrocissima guerra la santissima Nostra Religione, con grandissimo detrimento delle anime, è combattuta, e da quali turbini veementissimi è sconquassata la Chiesa, e questa Santa Sede. Facilmente ancora comprendete come gravissima sia la Nostra angoscia ben sapendo quanto è grande il pericolo delle anime in quelle sconvolte Nostre Province, dove, per opera specialmente di pestiferi scritti diffusi nel pubblico, la pietà, la Religione, la fede e l’onestà dei costumi di giorno in giorno vengono scosse. – Voi dunque, Venerabili Fratelli, che siete chiamati a partecipare della Nostra sollecitudine, e che con tanta fede, costanza e virtù vi accendeste a propugnare la causa della Religione, della Chiesa e di questa Sede Apostolica, continuate con maggior animo ed impegno a difendere la medesima causa, ed ogni giorno infiammate maggiormente i Fedeli affidati alle vostre cure, affinché essi, sotto il vostro indirizzo, non cessino mai di porre ogni opera, ogni impegno ed ogni consiglio per la difesa della Chiesa Cattolica e di questa Santa Sede, e per la conservazione del civile Principato della medesima e del Patrimonio del Beato Pietro, la tutela del quale appartiene a tutti i Cattolici. – Quello però che massimamente, per quanto sappiamo e possiamo, chiediamo da Voi, Venerabili Fratelli, che insieme con Noi, e unitamente ai Fedeli affidati alle vostre cure, porgiate senza interruzione fervidissime preghiere a Dio Ottimo Massimo affinché Egli comandi ai venti ed al mare, e col suo potentissimo aiuto assista Noi, assista la Sua Chiesa, sorga e giudichi la causa Sua; ed oltre a ciò con la celeste Sua grazia voglia, propizio, illuminare tutti i nemici della Chiesa e di questa Apostolica Sede, e con la onnipotente Sua virtù si degni di ridurli nelle vie della verità, della giustizia e della salute. – Affinché Iddio, supplicato da Noi, più facilmente porga l’orecchio alle preghiere Nostre e Vostre e di tutti i Fedeli, domandiamo soprattutto, Venerabili Fratelli, l’intercessione dell’Immacolata e Santissima Madre di Dio, Maria Vergine, la quale è di tutti noi amantissima Madre, speranza certissima e potente tutela e sostegno della Chiesa, e del cui patrocinio niente è più valido presso Dio. Imploriamo altresì il suffragio del Beatissimo Pietro, Principe degli Apostoli, che Cristo Signor Nostro stabilì quale pietra fondamentale della sua Chiesa, contro cui le porte dell’inferno non potranno mai prevalere; e chiediamo ancora il suffragio del suo coapostolo Paolo e di tutti i Santi, che con Cristo regnano in cielo. Non dubitiamo, Venerabili Fratelli, che Voi, per la vostra esimia religione e per il vostro zelo sacerdotale, nei quali siete sommamente prestanti, vorrete secondare solertissimamente questi Nostri voti e queste Nostre richieste. E frattanto, come pegno dell’ardentissima Nostra carità verso Voi, impartiamo l’Apostolica Benedizione, che muove dall’intimo del Nostro cuore, a Voi, Venerabili Fratelli, come a tutto il Clero, ed ai Fedeli laici affidati alla vigilanza di ciascuno di Voi.

Dato in Roma, presso San Pietro, il 19 gennaio 1860, anno decimoquarto del Nostro Pontificato.

DOMENICA FRA L’ASCENSIONE (2021)

DOMENICA FRA L’ASCENSIONE (2021)

Semidoppio. • Paramenti bianchi.

Noi celebreremo l’Ascensione del Signore rettamente, fedelmente, devotamente, santamente, piamente, se, come dice S. Agostino, ascenderemo con Lui e terremo in alto i nostri cuori. I nostri pensieri siano lassù dove Egli è, e quaggiù avremo il riposo. Ascendiamo ora con Cristo col cuore e, quando il giorno promesso sarà venuto lo seguiremo anche col corpo. Rammentiamoci però che né l’orgoglio, né l’avarizia, né la lussuria salgono con Cristo; nessun nostro vizio ascenderà con il nostro medico, e perciò se vogliamo andare dietro il Medico delle anime nostre, dobbiamo deporre il fardello dei nostri vizi e dei nostri peccati » (Mattutino). Questa Domenica ci prepara alla Pentecoste. Prima di salire al cielo Gesù, nell’ultima Cena ci ha promesso di non lasciarci orfani, ma di mandarci il Suo Spirito Consolatore (Vang., All.) affinché in ogni cosa glorifichiamo Dio per Gesù Cristo (Ep.). — Come gli Apostoli riuniti nel Cenacolo, anche noi dobbiamo prepararci, con la preghiera e la carità (Ep.) al santo giorno della Pentecoste, nel quale Gesù, che è il nostro avvocato presso il Padre, ci otterrà da Lui lo Spirito Santo.

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps XXVI: 7, 8, 9

Exáudi, Dómine, vocem meam, qua clamávi ad te, allelúja: tibi dixit cor meum, quæsívi vultum tuum, vultum tuum, Dómine, requíram: ne avértas fáciem tuam a me, allelúja, allelúja.

[Ascolta, o Signore, la mia voce, con la quale Ti invoco, allelúia: a te parlò il mio cuore: ho cercato la Tua presenza, o Signore, e la cercherò ancora: non nascondermi il Tuo volto, allelúia, allelúia.]

Ps XXVI: 1 Dóminus illuminátio mea et salus mea: quem timébo?

[Il Signore è mia luce e la mia salvezza: di chi avrò timore?].

Exáudi, Dómine, vocem meam, qua clamávi ad te, allelúja: tibi dixit cor meum, quæsívi vultum tuum, vultum tuum, Dómine, requíram: ne avértas fáciem tuam a me, allelúja, allelúja.

[Ascolta, o Signore, la mia voce, con la quale Ti invoco, allelúia: a te parlò il mio cuore: ho cercato la Tua presenza, o Signore, e la cercherò ancora: non nascondermi il Tuo volto, allelúia, allelúia.]

Oratio.

Orémus. – Omnípotens sempitérne Deus: fac nos tibi semper et devótam gérere voluntátem; et majestáti tuæ sincéro corde servíre.

[Dio onnipotente ed eterno: fa che la nostra volontà sia sempre devota: e che serviamo la tua Maestà con cuore sincero].

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Petri Apóstoli. 1 Pet IV: 7-11

“Caríssimi: Estóte prudéntes et vigiláte in oratiónibus. Ante ómnia autem mútuam in vobismetípsis caritátem contínuam habéntes: quia cáritas óperit multitúdinem peccatórum. Hospitáles ínvicem sine murmuratióne: unusquísque, sicut accépit grátiam, in altérutrum illam administrántes, sicut boni dispensatóres multifórmis grátiæ Dei. Si quis lóquitur, quasi sermónes Dei: si quis minístrat, tamquam ex virtúte, quam adminístrat Deus: ut in ómnibus honorificétur Deus per Jesum Christum, Dóminum nostrum.”

[“Carissimi: Siate prudenti e perseverate nelle preghiere. Innanzi tutto, poi, abbiate fra di voi una mutua e continua carità: poiché la carità copre una moltitudine di peccati. Praticate l’ospitalità gli uni verso gli altri senza mormorare: ognuno metta a servizio altrui il dono che ha ricevuto, come si conviene a buoni dispensatori della multiforme grazia di Dio. Chi parla, lo faccia come fossero parole di Dio: chi esercita un ministero, lo faccia come per virtù comunicata da Dio: affinché in tutto sia onorato Dio per Gesù Cristo nostro Signore.”]

La carità, dice letteralmente la odierna Epistola, copre una moltitudine di peccati: sentenza che ha una notissima parafrasi popolare nella esclamazione posta dal Manzoni in bocca a Lucia di fronte all’Innominato: Dio perdona tante cose per un’opera di misericordia! Sentenza, che, a voler sottilizzare, presenta, ossia presenterebbe una certa difficoltà. Che cosa significa propriamente? Che cosa vuol dire l’Apostolo? La carità di cui parla che cancella o copre (le due metafore, appunto perché metafore, si possono equivalere) che carità è? La carità verso Dio? E allora la sentenza è una tautologia. Sfido, quando un’anima ha la carità i peccati sono belli e svaniti; come quando uno ha caldo, il freddo se n’è bello e ito. La carità verso il prossimo nei limiti soprattutto pratici, in cui essa è possibile anche senza amor di Dio? Certo bisogna intenderla così, così l’intende il buon senso cristiano. Giacché di fatto ci può essere, c’è un certo amor del prossimo anche là dove e quando ancora non arda completo l’amore verso Dio. C’è della gente che ha cuore e non ha fede. Che ha cuore, ma non osserva ancora tutt’intiera la legge. C’è della gente che ha molto, ha parecchio da farsi perdonare da Dio. – Ebbene l’Apostolo riprende l’insegnamento del Maestro: per essere perdonati (da Dio) bisogna perdonare (agli uomini); perché Dio sia buono con noi, dobbiamo noi essere buoni coi nostri fratelli. I casi son due; e ve li espongo, perché uno dei due può essere benissimo il caso vostro. Il miglior caso è questo: un uomo ha da poco o da molto disertato i sentieri della bontà, della verità forse; ma adesso comincia a rientrare in se stesso, ad accorgersi della cattiva strada, per cui si è messo, a sentirne dolorosamente il disagio… Non parliamo ancora di conversione, ma di un lontano principio di essa. Non parliamo di fuoco, ma la scintilla c’è: un oscuro desiderio della casa paterna improvvidamente abbandonata, del Padre che vi attende il prodigo figlio. Che fare? e che cosa consigliare a quest’anima? Non, s’intende, come mèta integrale e finale, ma come primo avviamento operoso e pratico e profondo? Fa’ del bene al tuo prossimo, tutto il bene che puoi, il maggior bene che ti possa.. Fa’ del bene, fa’ della carità, anche se, per avventura, tu avessi smarrito la fede o l’avessi smozzicata ed informe. Fa’ del bene! Perché, lo ha detto così bene San Vincenzo: è mistero la SS. Trinità, mistero la Incarnazione del Verbo, e davanti al mistero può ribellarsi, orgogliosa la tua ragione, ma non è mistero che un tuo fratello soffra la fame e che tu potresti sfamarlo con le briciole del pane che ti sopravanza. E allora: da bravo, coraggio! Comincia di lì. Dà del pane a chi ha fame. Fa quest’opera buona; esercita questa carità. È carità che farà del bene anche a te, bene materiale, ma anche un po’ spirituale a colui che lo riceve; bene spirituale a te che lo dai. Ti farà del bene, ti renderà più buono, meno cattivo, sarebbe più esatto dire: diminuirà, sia pur di poco, ma diminuirà la tua lontananza da Dio benedetto. Anzi, questo lo farà anche se tu non lo pensi e non ne abbia l’intenzione; come medicina fa del bene anche al malato che la prende senza sapere che è medicina, senza desiderare di guarire. La carità avvicina l’uomo all’uomo e avvicina l’uomo a Dio. Lo rende meno dissimile da Lui, meno difforme da Lui. E Dio ce lo ha detto, ce lo ha detto Gesù Cristo: Vuoi essere perdonato? Perdona. Dio tratta noi nella stessa misura e forma che noi trattiamo i nostri fratelli. Spietati noi coi fratelli? Spietato Dio con noi; tutto giustizia e niente misericordia. Misericordiosi noi coi fratelli nostri? Misericordioso Dio con noi; pieno di misericordia e di perdono. – Non si potevano saldare più nettamente, profondamente le due cause: l’umana e la divina, la filantropia e la carità! E questa saldatura mi permette di dire una parola anche a quelli che fossero o si fingessero buoni Cristiani: siate caritatevoli, fate carità, abbiate misericordia anche voi, perché innanzi tutto non c’è un Cristiano senza torti con Dio; ma se ci fosse, non dovrebbe fare a Dio il torto di essere senza cuore pei figli di Lui, suoi fratelli, di vantarsi o credersi perfetto, senza carità, senza misericordia.

(p. G. Semeria: Epistole della Domenica – Milano – 1939)

Graduale

Allelúja, allelúja.
Ps XLVI: 9
V. Regnávit Dóminus super omnes gentes: Deus sedet super sedem sanctam suam. Allelúja.

[Il Signore regna sopra tutte le nazioni: Iddio siede sul suo trono santo.
Allelúia.]

Joannes XIV: 18
V. Non vos relínquam órphanos: vado, et vénio ad vos, et gaudébit cor vestrum. Allelúja.

[Non vi lascerò orfani: vado, e ritorno a voi, e il vostro cuore si rellegrerà. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum Joánnem.

Joannes XV: 26-27; XVI: 1-4

“In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis: Cum vénerit Paráclitus, quem ego mittam vobis a Patre, Spíritum veritátis, qui a Patre procédit, ille testimónium perhibébit de me: et vos testimónium perhibébitis, quia ab inítio mecum estis. Hæc locútus sum vobis, ut non scandalizémini. Absque synagógis fácient vos: sed venit hora, ut omnis, qui intérficit vos, arbitrétur obséquium se præstáre Deo. Et hæc fácient vobis, quia non novérunt Patrem neque me. Sed hæc locútus sum vobis: ut, cum vénerit hora eórum, reminiscámini, quia ego dixi vobis”.

[In quel tempo: disse Gesù ai suoi discepoli: Quando verrà il Consolatore che io vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli mi renderà testimonianza; e anche voi mi renderete testimonianza, perché siete stati con me fin dal principio. Vi ho detto queste cose perché non abbiate a scandalizzarvi. Vi scacceranno dalle sinagoghe; anzi, verrà l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio. E faranno ciò, perché non hanno conosciuto né il Padre né me. Ma io vi ho detto queste cose perché, quando giungerà la loro ora, ricordiate che ve ne ho parlato.]

OMELIA

QUANTO SIA GRANDE LA GLORIA DEL CIELO E QUANTO FACILE IL. MERITARLA

[F. M. Zoppi: Omelie, Panegirici e Sermoni. T. II – Milano, Tipog. Di Giuditta Bonardi-Pogliani, MDCCCXLII]

Prossimo il divin Redentore alla sua morte, e dandola Egli come già avvenuta, levati gli occhi al cielo, così andava pregando il suo Padre, come leggiamo nell’odierno Vangelo: Padre, l’ora è venuta; glorificate il vostro Figliuolo, glorificatemi di quella gloria, ch’Io ebbi presso di Voi prima che esistesse il mondo. E volea dire: fate parte all’umana natura ch’Io assunsi, di quella gloria che ebbe sempre la nostra natura divina. Ora poiché Gesù Cristo assumendo la nostra umanità sollevata di tanto, questa è pure la gloria ch’Egli acquistò e andò a preparare per ciascuno di noi. La preghiera di Lui adunque dev’essere la nostra preghiera: perocché dove dev’egli tendere il nostro cuore se non a questa gloria, la gloria eterna del Paradiso? La preghiera di Lui inoltre dev’essere la nostra preghiera d’ogni momento: perocché vorremo noi forse differire a desiderare e chiedere la nostra glorificazione l’ultimo giorno di nostra vita? Differì Egli all’ora sua, perché la sapeva; Venit hora; ma noi non sappiamo la nostra; ogni ora può essere quella della nostra glorificazione, perché ogni ora può essere quella della nostra morte. Sapeva Egli di non poter essere glorificato se non dopo aver resa degna soddisfazione per i nostri peccati alla giustizia del Padre colla sua passione e morte; ma noi incerti dell’ora nostra dovendo sempre vivere in modo che possiamo ogni momento essere glorificati, dobbiamo altresì ogni momento pregare come se fosse quello della nostra glorificazione. Perché dunque, ben lungi dal domandarla ogni momento, o non vi si pensa neppure, o di rado, o freddamente? Perché anzi si pensa e si corre dietro alla gloria del mondo? O perché, pensando pure alla gloria del Paradiso, si reputa cosa troppo ardua e difficile il meritarla? – Ah potessi io in oggi accendere in voi un vivo desiderio della gloria del Paradiso! potessi inspirare in voi un ardente impegno di volerla conseguire! A questo doppio fine salutevolissimo, esaminando io pur solo la preghiera di Gesù Cristo, vi dirò colle sacre Scritture alla mano, e co’ sentimenti del santo padre Agostino, contemplatore ammirabile di quella gloria, ch’essa è gloria somma; e se vi dirò che è cosa giusta che si meriti, vi dirò altresì che non fa d’uopo di molto per meritarla. Così io verrò a recarvi in mezzo alle vostre afflizioni quel conforto, che è il solo degno di un vero Cristiano, e che deve fargli dimenticare qualunque terrena calamità. Io sarei beato appieno e appieno beati farei voi pure, se avessi e dar vi potessi una chiara, perfetta cognizione della gloria che ci sta apparecchiata ne’ cieli. Ma l’occhio umano non ha mai veduta cosa che la pareggi, dice l’Apostolo, l’orecchio non udì giammai meraviglie simili, né mai lo spirito seppe penetrare sì avanti e montare sì alto. Può essere lo scopo de’ nostri desiderj, delle nostre speranze, de’ nostri sospiri, dice sant’Agostino, Desiderari potest, concupisci potest, suspirari potest; ma dessa non si può né raggiungere col pensiero, né dipingere colle parole, Digne cogitari et verbis explicari non potest. Io non ne so altro se non che sarò con Dio, sarò felice, lo sarò per sempre, e che la mia felicità e gloria non può essere che somma, perché costò il prezzo sommo de’ sudori, obbrobrj, patimenti e del sangue e della morte di Gesù Cristo; perché essa è inventata e preparata a premio degli eletti dalla somma sapienza e potenza e dall’amor sommo di Dio; perché sta nella visione e nel possesso del Bene sommo, immutabile, eterno. Questa è l’unica idea ch’io ne abbia e che ve ne possa dare; e dovrebbe pur bastare a non farci bramare più altro; perocché dopo di ciò potremo noi gustare altra cosa o pensare, ad altra gloria? Ciò nullameno, volendo io pure parlarne in qualche modo, non trovo idea migliore di quella che ce ne dà Gesù Cristo nell’atto che la domanda al Padre per l’assunta sua umanità con dire, Glorificatemi di quella gloria ch’Io ebbi presso di Voi, Clarifica me, Pater, apud temetipsum claritate quam habui apud te. Perocché questa, sì, questa stessa sarà anche la gloria nostra; accertandoci Gesù Cristo che ci tiene apparecchiato quel regno medesimo di gloria, che il suo divin Padre ha destinato per Lui: Ego dispono vobis sicut disposuit mihi Pater meus regnum. Egli è dunque presso Dio, apud te; Egli è in Dio, apud te; Egli è a faccia a faccia con Dio, che noi dobbiamo essere glorificati; Egli è della gloria stessa ond’è glorificato Gesù Cristo: Io sono la vostra mercede, Ego merces tua; Egli è della gloria stessa ond’è glorificato Iddio. Ah miei dilettissimi, ella è troppo grande perché possiamo comprenderla! Magna nimis. Mirando noi dunque a faccia scoperta la gloria di Dio, come dice l’Apostolo, Revelata facie gloriam Domini speculantes, che cosa diverremo noi? Saremo interamente trasformati nell’imagine di Dio, In eandem imaginem transformamur. Questo corpo, ora sì debole, infermo, soggetto ai danni dell’età, all’influenza maligna dell’aria, a tanti malori, alla morte, alla corruzione, si cangerà, Immutabimur. Sì, anche questo fango risplenderà del lume della gloria di Dio; parteciperà anch’esso della natura e felicità divina, Consortes divinæ naturæ. Restarono sopraffatti e pieni di pura eviva gioja i tre Apostoli sul Tabor, al vedere il volto del loro divin Maestro splendere come il sole, e le vesti di Lui biancheggiare come la neve. Ora tale sarà pure il nostro corpo in cielo. Deposta la somiglianza d’Adamo peccatore, prenderà quella di Gesù Cristo glorioso: ne spariranno tutte le macchie e le pene del peccato, e coperto di luce come di una veste sarà più puro dell’oro, più chiaro del sole, Amictus lumine sicut vestimento. Più non avrà a soffrire né i morsi della fame, né i rigori del freddo, né le noje del caldo, né i dolori delle malattie, né la stanchezza delle fatiche, né la tristezza delle tenebre, né le grida del pianto, né gli orrori della morte, Mors ultra non erit, neque luctus, neque clamor; perocché corruttibile adesso e mortale, fa d’uopo che si rivesta in allora d’incorruttibilità e di immortalità: Oportet enim corruptibile hoc induere incorruptionem, et mortale hoc induere immortalitatem. Reso quasi spirituale volerà ovunque agile più che il vento; sottile penetrerà ogni cosa più che il fuoco; impassibile reggerà ad ogni onta più che il bronzo. Bello insomma, sano e robusto in ogni suo membro; e pienamente pago in ogni suo senso, imiterà la bellezza, la forza, la beatitudine del suo divin Creatore, In eandem imaginem transformamur. Ah miei dilettissimi, a qual sorte ascriveremmo noi il potere adesso riparare nel nostro corpo le ingiurie degli anni, e rinnovellarlo come all’età della nostra prima gioventù? Qual gioja adunque deve recarci il pensier solo di quella beata eterna trasformazione? Che se tale sarà la somiglianza con Dio del nostro corpo, che ora con Lui non ne ha alcuna, quale sarà poi quella della nostra mente, del nostro cuore, dell’anima creata già ad immagine e somiglianza di Lui? Questa mente, ora sì corta nelle sue viste, sì incerta ne’ suoi giudizj, involta in tante tenebre, che travede appena sì poche cose attraverso delle medesime, illustrata in allora dal lume di quella gloria, diverrà un terso specchio della divina Sapienza, Gloriam Domini speculantes; penserà, giudicherà, ragionerà, come pensa, giudica, ragiona Iddio. Non vi sarà scienza che non conosca, non arcano di natura che non penetri, non mistero di grazia che non veda chiaramente. Quanto apprezzate ora chi parla molti linguaggi? allora li saprete tutti. Quanto vi piacerebbe in adesso di poter penetrare nell’animo altrui e discernere gli spiriti! vedrete in allora il cuore degli altri, come ora ne vedete il volto. Quanto invidiate ora chi mostrasi versato negli studj ed erudito de’ passati avvenimenti! Conoscerete in allora le dottrine di tutti i saggi e le storie di tutti i tempi. Ora vi sorprendono le finezze di certe arti, le sottigliezze di certi ingegni; in allora vi saranno sì note, sì chiare le invenzioni di tutte le mani, le speculazioni di tutte le menti, come se fossero invenzioni, speculazioni vostre. Vi sarà poi tolta quella benda che ora vi pone la fede sopra le più grandi verità. Non crederete più, ma vedrete come Dio sia uno e trino; come Gesù sia Dio e uomo; come Maria sia Vergine e Madre; e quant’altri misteri formano ora il merito della vostra fede, saranno in allora altrettante splendide verità che comprenderete appieno in premio d’averle credute. Se ora tanto godiamo quando ci riesca di penetrare o scoprire cosa che altri non iscorga o non abbia mai scoperta, se un piccolo parto del nostro ingegno ci accontenta tanto; che sarà poi quando sapremo il tutto, il tutto vedremo, come il sa, come il vede Iddio? Ma il contento e la beatitudine, più che del corpo, più che della mente, è propria del cuore. Qui è dove scorrerà quel fiume di pace, dove si verserà quel torrente di piacere, onde sono inebriati i beati della gloria di Dio. Creato il cuor nostro d’una capacità immensa, non trova qui bene che lo riempia e lo appaghi: i tedj, gli affanni, le melanconie fanno qui infelice il cuore di chi pur si vede circondato dalla prosperità e dalla gloria: egli è turbato da’ suoi timori, sconvolto dalle sue passioni, in contrasto continuo co’ suoi affetti, e non mai saziato dalle stesse più sante sue speranze. Ma là, siccome vedremo Dio a faccia svelata, e perciò non avremo più fede; così, vedendolo, lo possederemo, e non avremo perciò più speranza, e vedendolo e possedendolo lo ameremo, e perciò il nostro cuore sarà tutto carità, tutto pieno, tutto pago di santo amore; perocché, dandosi Iddio a vedere a noi, ci fa dono intero di sé stesso, e così strettamente, intimamente, perfettamente si unisce con noi, che noi ci trasformiamo in Lui: Revelata facie gloriam Domini speculantes, in eandem imaginem transformamur. Vedendo quindi, amando, possedendo Iddio, che altro ci resterà a bramare? Sapienza, santità, felicità? Simili saremo a Dio in ogni cognizione, in ogni virtù, in ogni gaudio; saremo saggi, santi, beati al par di Dio: Similes ei erimus, quoniam videbimus eum sicuti est. Immersi in Dio come goccia in mare, ci confonderemo, ci perderemo in quel pelago immenso di rettitudine, di bontà, di pace, di ogni bene: In eandem imaginem transformamur. Di Dio solo respirerà questo cuore felicissimo, vivrà di Dio solo; amerà solo questo bene infinito, e godrà, come dice sant’Agostino, infinitamente di questo bene che ama e che possiede, e ond’è posseduto, Amat, et fruitur. Aggiunga, se può, gradi al suo amore, dove il bene che ama è infinito; aggiunga, se può, gradi al suo contento, ove ogni bene si trova nel bene che ama. Così dunque tutto il cuore amerà Dio, dice sant’Agostino, che tutto il cuore non basterà alla piena dell’amore; così tutto il cuore godrà di Dio, che tutto il cuore non basterà alla piena della contentezza, o amore, tu sei il più dolce degli affetti, quando non sei che desiderio! che sarai tu quando diverrai godimento? O anime sante, un momento solo di amor di Dio come inonda il cuore di gaudio! che sarà poi quando vivrete di questo amore? Non saremo soli a possedere, a goder Dio, è vero, e vari saranno i gradi di quella gloria beata, come vari sono i nostri meriti. Tutti nondimeno ne parteciperemo in modo che la gloria dell’uno non iscemerà quella dell’altro. Egli è nel mondo ove l’onor di un solo fa spesso la disgrazia di molti, ove v’ha o chi si consola della mia caduta, o chi non sa perdonarmi ch’io sia onorato e felice. Ma là molte saranno le mansioni, ma senza invidia; vi saranno de’ grandi, ma senza fasto od umiliazione, senza gare o rivalità. Ciascuno di quella famiglia beata non brama eredità maggiore di quella che gli assegna il Padre; perocché quella è una eredità, dice sant’Agostino, che non si restringe dal numero degli eredi, ma si comunica a tutti egualmente senza dividersi: ciascuno quindi diverrà felice senza fare degli sgraziati; ciascuno anzi è tanto contento della gloria altrui quanto della propria, e per vicendevole perfettissima carità ciascuno riconosce per proprio il bene altrui, e tutti riconoscono per proprio il bene di tutti. Il bene di tutti è Dio; quanti ivi sono si traformano in Dio, e Dio in essi. Quotquot ibi sunt, dii sunt, dice santo Agostino. Vede dunque ciascuno ne’ suoi compagni l’immagine di Dio e di sé stesso, e come questa il porta ad amar Dio, così quella ad amar gli altri. La varietà della gloria, perciò. non è che una moltiplicazione del loro amore e della loro felicità, e passar di gloria in gloria, sono tutti del pari trasformati nell’istessa immagine di Dio, come dallo spirito del Signore, Revelata facie gloriam Domini speculantes in eandem imaginem trans ormamur de claritate in claritatem tanquam a Domini spiritu. Quindi la società de’ beati, anzichè creare invidia od alterare la loro felicità, oh quanto accresce il loro gaudio! Qual gioja al vederci colà uniti con quei gran Santi, di cui ammiriamo ora la vastità della dottrina, il rigore della penitenza, l’eroismo delle virtù! Qual consolazione al trovarci con i nostri genitori che colla loro cristiana educazione, cogli amici che co’ buoni loro esempi,coi nostri direttori che co’ savj loro consigli ci hanno messi e condotti sulla strada di questa gloria! Vi rammentate, ci diremo in allora, quando ci andavamo confortando colla speranza di rivederci in Paradiso? ci siamo: i nostri voti sono compiuti. Che contentezza il poter dire, Ti ringrazio, Angelo mio; egli è per la tua custodia ch’io mi trovo in questo soggiorno beato: Vi ringrazio, o Santi miei avvocati; egli è perla vostra protezione ch’ora io sono beato: Vi ringrazio, Maria Santissima, egli è per la vostra mediazione ch’io regno con voi.E sino a qual tempo noi godremo di questa gloria beata? Tempo? Ella è la gloria di questo esiglio che ci lascia e convien lasciare al più tardi sul sepolcro: il solo pensiero che un giorno ci potesse mancare, basterebbe a renderla imperfetta e ad amareggiarla. Ma in quella patria beata non v’ha più tempo, Tempus non erit amplius. Epperò quella gloria come è somma nel grado; così lo è nella durata, e come non hamisura, così non ha termine. Ella è la gloria stessa domandata da Gesù Cristo al suo divin Padre per l’assunta sua umanità, la quale come non ebbe principio, così non avrà mai fine, Ea claritate quam habui, priusquam mundus esset, apud te; ella è gloria eterna. Passerà il mondo, passeranno dopo di lui milioni di secoli, e non sarà passato neppur un momento di quella gloria. Oh mio Dio! possedervi senza timore di perdervi; amarvi per sempre e per sempre essere da voi amato; essere salvo, santo, felice con voi, ed esserlo eternamente:qual dolce pensiero! O santa Sionne, ove tutto resta e nulla passa, come dice sant’Agostino, O santa Sion, ubi totum stat, et nihil fluit, al ricordarsi di te chi non sistruggerà in pianto finché siede esule qui sul fiume di questa Babilonia? Se non che, o miei dilettissimi, quella è corona di gloria e di giustizia ad un tempo; conviene perciò meritarla prima di conseguirla; prima di poter dire con Gesù Cristo, Padre, fatemi parte della vostra gloria, Nunc me clarifica tu, Pater, conviene poter dire del pari con Lui, Io vi ho glorificato sopra la terra, Ego te clarificavi super terram. Poteva essere puro dono della sua grazia; ma non è egli giusto che Dio voglia darla a premio del merito? Anche i mondani non acquistano gloria senza qualche sorta almeno di merito; e qual gloria? falsa, passeggera, corruttibile. E la gloria vera, immortale, incorruttibile del cielo, non è giusto che si abbia a meritare? Et illi quidem, ut corruptibilem coronam accipiant, nos vero incorruptam. – Non pensiate perciò che molto vi voglia a meritarla. Oh a quanto più caro prezzo bisogna comperare la gloria falsa, la vana felicità del mondo! Qui vi vogliono o grandi talenti, o protezioni potenti, o imprese straordinarie, o lunghi servigi, o favorevoli circostanze, o basse e servili strisciature: il merito qui o non è conosciuto, o non è apprezzato, o non è preferito: bisogna qui difenderlo o contro il merito superiore de’ concorrenti, o contro i segreti maneggi degli emuli, o contro la malignità de’ censori, o contro il merito stesso che vi fa più nemici che ammiratori; qui la gloria e la prosperità non è che di pochi, talvolta per azzardo, sempre a poco tempo. Laddove la vera gloria e felicità del Paradiso è per tutti, per sempre, al prezzo il più comodo, I merito il più comune. Il regno de’ cieli, dice sant’Agostino, è di chi lo vuol comperare, Ecce venale est regnum Dei. E quanto vale? Se lo considerate in sé stesso, il valore n’è infinito: no, dice l’Apostolo, le più splendide, le più eroiche virtù di questa vita non hanno confronto colla gloria futura che ci sarà rivelata e comunicata in quel regno, Non sunt condignæ passiones hujus temporis ad futuram gloriam, quæ revelabitur in nobis. Ma se considerate il prezzo che ne esige il celeste Venditore, vale nulla più di quanto potete dare; date ciò che avete, e avete dato ciò che vale, Tantum valet, quantum habes. Potreste aver merito maggiore di quello di compiere i doveri del vostro stato comunque comune? Tanto basta: questo è tutto il travaglio che vi ha dato a compiere il Padrone divino nella sua vigna. Purché possiate dire con Gesù Cristo d’averlo compiuto, Opus consummavi quod dedisti mihi, ut faciam, la mercede non vi può mancare; il regno di Dio è vostro. E a fare pur questo poco, che cosa v’ha che non vi ajuti? Legge, consigli, parola divina, soccorsi della grazia, forza dei Sacramenti, meriti del sangue di Gesù Cristo: tutto vi dà mano o supplemento. Ma forse avete precedenti gravissimi debiti a scontare? Ah quel Padrone non è come il mondo,che si dimentica de’ servigi e non mai de’ torti: egli premia tanto la penitenza di Agostino come l’innocenza di Luigi; voi cominciate appena a piangere le vostre colpe, e già non gli siete più debitore. Forse vi trovate in una situazione difficile? Ma quanti beati trovansi in cielo che furono nella stessa vostra situazione! Qual difficoltà che non sia smentita dal loro esempio; perocchè se essi l’hanno superata, perché non la potete superare voi pure? Le malattie forse, la povertà od altre circostanze vi impediscono di fare ciò che dovreste fare? Il Padrone che vi ha a dare la mercede è tanto buono che non solo tien conto di ciò che fate, ma premia ancora la volontà di fare, come l’opera stessa: Voluisti? dice sant’Agostino, fecisti! E quando pure l’opera che il Signore vi ha dato a fare, vi avesse a costare alcun poco, ve ne costò meno per rendervi o ricco o comodo od onorato nel mondo? E che cosa avete finalmente raccolto? Il travaglio fu molto, scarsa la ricompensa, Seminastis multum et intulistis parum, dice l’Apostolo, e questa pure va quanto prima a restare tutta sulla vostra tomba. Ah se aveste travagliato tanto pel regno di Dio,voi potreste disputarla co’ più gran Santi. E non conveniva il farlo per rendere sommamente glorioso e beato il corpo, la mente, il cuore, e glorioso e beato per sempre? A che dunque, o mio corpo, ti curo tanto e t’accarezzo? Tu t’infermi, t’invecchi e cadi nondimeno: non fia meglio castigarti per riassumerti bello, splendido, immortale? A che mi fate invanire, o miei talenti? Voi non servite che a farmi conoscere sempre più la mia ignoranza: non fia meglio impiegarvi nella scienza de’ santi e per l’acquisto del paradiso ove non v’ha ignoranza? 0 mio cuore, a che ti perdi dietro i beni di questo esiglio? ti turbano presenti, ovvero ti sfuggono, ti solleticano e poi ti amareggiano: non fia meglio sospirare dietro a quell’unico sommo bene che soddisfa appieno e per sempre? O parenti, o amici, a che tanti riguardi tra di noi? Non servono che a tradirci l’un l’altro: non fia meglio correggerci a vicenda liberamente per essercene grati in Paradiso eternamente? O povertà, o malattie, o disgrazie d’ogni sorta, a che mal vi soffro e di voi mi lagno? Voi segnate la strada del crocifisso mio Redentore che conduce alla gloria: non sia meglio sostenervi in pace e nel silenzio, finché mi abbiate condotto a quella meta beata? Lassù portiamo dunque le nostre ricerche; non travagliamo che per lassù; non abbiamo altri sentimenti che di lassù, Quæ sursum sunt, quærite; quæ sursum sunt, sapite. Là sì slancino e si fermino tutti gli affetti del vostro cuore, ove ci sta preparata la gloria vera, la vera felicità: Ibi nostra fixa sint corda, ubi vera sunt gaudia.

IL CREDO

Offertorium

Orémus

Ps XLVI: 6. Ascéndit Deus in jubilatióne, et Dóminus in voce tubæ, allelúja.

[Dio ascende nel giubilo, e il Signore al suono della tromba]

 Secreta

Sacrifícia nos, Dómine, immaculáta puríficent: et méntibus nostris supérnæ grátiæ dent vigórem.

[Queste offerte immacolate, o Signore, ci purífichino, e conferiscano alle nostre ànime il vigore della grazia celeste.].

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Joannes. XVII:12-13; 15 Pater, cum essem cum eis, ego servábam eos, quos dedísti mihi, allelúja: nunc autem ad te vénio: non rogo, ut tollas eos de mundo, sed ut serves eos a malo, allelúja, allelúja.

[Padre, quand’ero con loro ho custodito quelli che mi hai affidati, allelúia: ma ora vengo a Te: non Ti chiedo di toglierli dal mondo, ma di preservarli dal male, allelúia, allelúia.]

Postcommunio.

Orémus.

Repléti, Dómine, munéribus sacris: da, quæsumus; ut in gratiárum semper actióne maneámus.

[Nutriti dei tuoi sacri doni, concedici, o Signore, Te ne preghiamo: di ringraziartene sempre.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ORDINARIO DELLA MESSA

LO SCUDO DELLA FEDE (156)

P. F. GHERUBINO DA SERRAVEZZA Cappuccino Missionario Apostolico

IL PROTESTANTISMO GIUDICATO E CONDANNATO DALLA BIBBIA E DAI PROTESTANTI (25)

FIRENZE – DALLA TIPOGRAFIA CALASANZIANA 1861

SECONDA PARTE.

Genuino prospetto del Cattolicismo, e del Pretestantismo, delineato dai Protestanti.

PRATTENIMENTO I

Prospetto del Cattolicismo.

Il Protestantismo e un Apostata suo proselito.

1. Apostata. Buon giorno, mio caro protestantismo. Ove correte a passo. così concitato? Di grazia, fermatevi un momento: desidero parlare con voi.

Protestantismo. Cosa vuoi? che domandi da me? Non mi sento gran voglia di far discorsi: sbrigati e presto…

Apost. Per bacco! Siete oggi talmente inquieto, perturbato, agitato che per servirmi della delicatissima frase del nostro Santo Padre Lutero, sembra che siate invasato da tutti i diavoli dell’inferno! … Donde venite? Che vi è accaduto?

Prot. Vengo in questo momento dal tribunale della Bibbia: altro non posso dirti….

Apost. Siete stato davvero al tribunale della Bibbia? Oh! molto bene: mi rallegro tanto con voi! Ora conosco la vera causa del vostro perturbamento e agitazione; perché  suppongo che ivi abbiate incriminato come merita quel demone del Cattolicismo, e l’eccessiva gioia del vostro trionfo vi ha, senz’altro, prodotto le convulsioni nei nervi. Bravo! Oh! lo avrete acconciato pel dì delle feste; poiché è tanto certo che la Bibbia è dalla parte nostra e ad esso contraria; come assicurato ne sono dai vostri Missionari, che la nostra Santa Riforma ha sempre fatto e fa tremare la rea Chiesa del Papa col solo nome di quella divina autorità. Non è egli vero?

Prot. « Oh! di quanto ha ristrette le sue pretensioni il Protestantismo, dall’istante medesimo che ebbe principio! Allora egli avvisava di gittare mortalmente a terra la Chiesa, ed oggi gli è forza riconoscere che non ha fatto altro che assodarla e fortificarla di più. Perciocchè la piaga di che esso ha voluto ferire la Chiesa, si è trasformata in una pura e salutifera fontanella, mediante la quale si segregarono dal corpo tutti gli umori cattivi…. Allora egli gridò morte alla Chiesa, e la maledisse con mille guai. Lutero soprattutto fecele le più ingiuriose villanie, che si udissero mai. Chiamolla apostata e corrotta, meretrice di matrimonio, meretrice di casa; meretrice delle chiavi, meretrice-κατ’ἑξοχήν [kat’exoken] – ossia primaria meretrice del diavolo, peste esecranda, ed altrettali titoli le diede, che si posson vedere principalmente nella Lettera contro Enrico re d’Inghilterra (Wittemberga 1522). Oggi al contrario il Protestantismo si macera per invidia alla vista della Chiesa Cattolica, il che puossi ad ogni ora dimostrare co’ pensieri e con le parole degli scrittori stessi protestanti, i quali non si dan pace per l’unità e la concordia cattolica da loro stessi perturbata. E se nel rivolgimento di quel tempo i popoli furon colti alla sprovvista dalla Riforma, o si lasciaron menare a parole, ed ingannare da promesse lusinghiere e fallaci, siam giunti oggimai a tale che non compiendosi per niun modo le conseguenze, che pur s’erano promesse, anzi essendo avvenuto il contrario, uscendone fuori malori che né s’aspettavano né si tramavano, non è più possibile una propagazione della Riforma, se pur non fatica inutilmente per mantenerla in vita e conservarla. » (Binder, Il discioglimento completo del protestantesimo, T. 1, p. 109. Schiaffusa, 1843).

Apost. Caro Protestantismo, non posso credere che abbiate parlato sul serio; penso che abbiate parlato in tal modo per iscandagliare il mio affetto, la mia costanza nella vostra fede. Vi prego pertanto anche a nome di tutti i miei compagni di apostasia (scusate se così mi esprimo) a darmi seriamente e sinceramente una esatta notizia, una giusta idea della esecranda Cattolica Chiesa, e della nostra bella Riforma; giacché, a dirvela in confidenza, abbiamo abbandonato il Cattolicismo, ed abbracciato il Protestantismo senza conoscere propriamente né l’uno né l’altro. Oh! se mi esaudite, avrò certamente molto da divertirmi e corfortarmi in udire le brutte laidezze della Chiesa papistica, e lo celesti bellezze della nostra Riforma; e di più mi libererò dagli scrupoli, dai crudeli rimorsi che non cessano di agitarmi per avere abbandonata quella brutta Chiesa.

PUNTO I

Origine della Cattolica Chiesa; il Primato di S. Pietro e dei Papi suoi successori.

2. Prot. Sono pronto a servirti con tutta la schiettezza, e secondo la verità. Ascolta. « La Chiesa Cattolica ebbe origine con Gesù Cristo medesimo. Egli scelse S. Pietro a Capo della Chiesa. Il nome di questo Apostolo era Simone; ma il suo Maestro chiamollo Pietro, ciò che significa – pietra o roccia, — e dissegli – Su questa pietra edificherò la mia Chiesa. – Osserva il Vangelo di S. Matteo XVI: 18.19; e quello di S. Giovanni, XXI: 15, e susseguenti; e scorgerai che ci è forza o negare la verità delle Scritture, o confessare che ivi fu promesso un Capo della Chiesa per tutte le generazioni.

3. S. Pietro morì martire in Roma 60 anni circa dopo la morte di Cristo. Ma altri subentrò al posto di quello, ed avvi la evidenza la più soddisfacente, che – la catena di successione è rimasta non interrotta da quel giorno a questo…. Vero è che a motivo delle persecuzioni, a cui pei tre primi secoli la Chiesa soggiacque, i Vescovi Capi, successori di S. Pietro, non sempre ebbero i mezzi di sostenere apertamente la loro Supremazia; ciò nullameno essi sempre esisterono, sempre vi fu un Vescovo Capo, e la sua Supremazia fu sempre riconosciuta da tutta la Chiesa, che è quanto dire, da tutti i Cristiani allora esistenti.

4. Ne’ tempi posteriori il Capo Vescovo fu chiamato nella nostra favella (inglese) il Pope, nella francese Pape. In italiano dicesi Papa, la qual voce è l’unione ed il compendio dei due latini vocaboli, Pater Patrum, ossia Padre de’ Padri. – Indi trae origine l’appellazione di Papà che i fanciulli di tutte le cristiane nazioni danno a loro padri, appellazione del più alto rispetto, è della più interna e sincera affezione. Così pertanto il Papa, nel succedere che, ciascuno di essi faceva a tale ufficio, divenne il Capo della Chiesa, e il suo supremo potere e autorità furono riconosciuti, come ho di già osservato, da tutti i Vescovi, da tutti i maestri delle massime del Cristianesimo in tutte le nazioni, presso cui esisteva questa religione. Il Papa fu ed è assistito da un corpo di persone dette – CARDINALI, – o gran consiglieri, e in varie e numerose epoche furon tenuti Concilj, affine di discutere e stabilire punti di alta importanza conducenti all’unità e benessere della Chiesa. Questi Concili furono adunati in tutti i luoghi del Cristianesimo, e parecchi se ne tennero in Inghilterra. I Papi stessi sono stati promiscuamente scelti da uomini di tutti le cristiane nazioni…

5. Il Papato, o l’ufficio di Papa, continuò ad. esistere in mezzo a tutte le grandi e ripetute rivoluzioni de’ regni e degli imperi. L’impero romano, che al principio dell’epoca cristiana era giunto all’apice della sua gloria, ed estendevasi presso che in tutta l’Europa, e parte dell’Affrica ed Asia, cadde totalmente in rovina; pur tuttavia il Papato rimase saldo; e al tempo in cui la devastazione detta comunemente – Riforma ebbe. principio; erano stati, duranti quindici secoli, dugento ventidue Papi seguitisi l’uno l’altro in dovuta e continua successione.

» La storia della Chiesa d’Inghilterra fino al tempo della Riforma è oggetto per noi di alto interesse. Un semplice sguardo alla medesima, un nudo abbozzo dei principali fatti dimostrerà quanto menzogneri, quanto ingiusti siano stati coloro, i quali hanno vilipesa-la Cattolica Chiesa e i suoi Papi! » (Cobbet, Storia della Riforma protestante in Inghilterra e in Irlanda. Lett. II, § 2 40, e segg.)

PUNTO II.

La Cattolica Chiesa è l’unica véra Chiesa di Gesù Cristo. Santi Cattolici e protestanti.

6. Apost. Dunque, secondo voi, la Chiesa Cattolica sarebbe sempre la vera Chiesa del Redentore? Non credo oserete asserirlo.

Prot. « Ci dice la Scrittura, che la Chiesa di Cristo esser dovea – Unica. — Nel ripetere che noi facciamo il Credo degli Apostoli, diciamo: io credo nella Santa Chiesa Cattolica. Cattolica significa universale. Ora possiamo noi credere in una Chiesa universale, senza credere che quella Chiesa sia – Unica – e sotto la direzione di un solo Capo?… Nel Vangelo di S. Giovanni (X. 16), Cristo dice che. Esso è il buon pastore, e che vi sarà un solo ovile ed un solo pastore. Indi Egli deputa Pietro a pastore in sua vece. Nel Vangelo stesso (XVII. 10, 1 1), Cristo dice (al Divin Padre): « E tutte le mie cose son tue, e le tue sono mie, ed in esse Io sono glorificato. Ed ormai io più non sono nel mondo, ed essi sono nel mondo, ed Io vengo a te. Padre Santo, conserva in nome tuo quelli che tu mi hai dati, affinché sieno un solo, come siam noi. »

S. Paolo, nella seconda sua Epistola a’ Corinti (XIII, 14), dice: « Del resto, o fratelli, allegratevi, siate perfetti, siate di un solo consentimento. » Nella Epistola agli Efesini (IV, 13), dice: « Solleciti in serbar l’unità dello spirito nel vincolo della pace. Avvi un solo corpo, un solo spirito; come pur siete chiamati in una sola speranza della vostra vocazione: un sol Signore, UNA SOLA FEDE, un solo battesimo, un solo Dio e Padre di tutti. » Di nuovo nella sua prima Epistola a’ Corinti (I. 40): « Io vi scongiuro, o fratelli, pel nome di Gesù Cristo nostro Signore, che tutti vi accordiate nel dir la cosa stessa, e che non sia tra di voi DIVISIONE ALCUNA, ma siate perfettamente uniti insieme nel MEDESIMO SPIRITO, e nel MEDESIMO SENTIMENTO. »

« Ella è una vera mostruosità il supporre che esser vi possano due FEDI veraci. Ciò non può stare; una delle due ha da esser falsa. E vi sarà uomo che dica, che dovremmo far plauso ad una misura, che dee per necessità produrre un numero indefinito di fede?… E col tor via che si fa del Capo della Chiesa, non sì viene a produrre inevitabilmente un tale stato di necessità? In questo caso come può esservi un solo ovile, ed un sol pastore, una sola fede, un sol battesimo?! » (Cobbet, Op. cit. Lett. 3 § 85). Un tratto caratteristico della vera Religione è di raccomandare a tutti l’unità e la concordia. » (Samuel Vix, Considerazioni sulla convenienza di congregare un Concilio, etc. 1829, p. 23).

« Io sfido di mostrarmi un articolo qualunque più imperativamente ordinato, sì frequentemente inculcato, come il mantenimento dell’Unità tra tutti i Cristiani. » (Samuel Parker, Religion and Loaltry, 1684).

« Una Chiesa, comunque ella sia, per la propria natura è pei fini della sua missione domanda UNITÀ: unità di tutti coloro che la compongono; unità nell’insegnamento: unità nella professione di fede. La quale per altro non può esistere senza che vi sia un’autorità sociale, suprema, ecclesiastica. » (Fessler Storia degli Ungheresi, T. 8, p. 468).

« Quando da noi si parla di UNITÀ, si dice che il Cattolicismo possiede l’UNITÀ, ed io certamente lo credo. » (Viuet, presso Baudry, La religion du coeur, p. 315)

« In fatto di UNITÀ, di culto e di Liturgia, il Cattolicismo ha prodotto tutto ciò che vi ha di più grandioso! » (Lettera convocatoria del Sinodo generale di Berlino del 1846).

« La moltitudine, e l’avvicendarsi delle confessioni e delle sette, le quali si andavano recando ad effetto al tempo della Riforma, e in quello che ne seguitava, in parte logorava, e in parte interrompeva e tramezzava la comunione ecclesiastica. Per il che il Protestantismo faceva sembiante di un ammasso di molte e varie parti, né si pareva chiaramente, come addiviene nella Chiesa Cattolica, la bellezza di una esterna unità » (W. L. M. Wette, nel periodico — Il Protestante — 1828. T. 2, p. 168).

« È forza confessarlo candidamente, la nostra Chiesa, per quello che fuori di sé le appartiene, è divisa in un numero ben grande di parti e particelle. Né ciò solo. Anco per entro, anco in sé medesima ella è discorde e divisa. Ove è mai l’armonica unione delle opinioni e dei principii religiosi? » (P. M. Kempff, e G. G. Ultrioh, nel periodico — La Chiesa Cristiana nella sua idea: Fulda 1835, T.1 p. 53).

« Ben mirasi e si percepisce il Protestantismo, ma non si vede in alcuna parte una Chiesa protestante. » (Lehman, Stato e pericolo del protestantismo, Jena 1810, p. 9)

« Noi non abbiamo una Chiesa, ma delle Chiese. » (G. L. Plank, Sulla situazione del partito cattolieo e protestante, Heidelberga 1816, p. 21.)

Apost. Non ha dunque la nostra Riforma veruna unità?

8. Prot. « La sola unità che (a noi) resta, è quella del salario dei Pastori. Sì, l’unità della nostra Chiesa consiste in questo, che tutti i ministri sono pagati della medesima borsa, e i grandi dignitari della Chiesa sono i ricevitori del distretto. Tale è notoriamente il sentimento di alcuni spiriti vigorosi e conseguenti. Io non li riprendo che di una cosa, cioè di appellare un’istituzione questa anarchia, di appellar questo caos una Chiesa. » (Vinet; L’église et la confession de foi, p..27, e segg,)

9. « Noi riguardar dobbiamo e riconoscere nella Chiesa l’ammirabile successione dei Santi non altrimenti che una coerente e continuata istoria apostolica, ed una stabile e medesima scuola parlante… Questo misterioso e continuo succedersi di sempre novelli e gloriosi Santi, questa cerchia, diciam così, delle glorie Cristiane, ben si mostra ad ognuno per un vero Cristianesimo attuale e pratico » (Fogli per la verità più sublime, Raccolta VIII, p. 83, Francoforte «sul Meno 1827).

10. « Al nostro libro della legale Chiesa (anglicana) si premette un Calendario, ed in questo Calendario vi sono a differenti giorni dell’anno certi nomi di Santi e Sante. I loro nomi son posti quivi, affinché si possan riguardare religiosamente dal popolo i loro giorni anniversari. Ora chi sono quelle sante persone? Sono veramente’ de’ Santi Protestanti? Neppur uno! Perché non Santo Lutero, né Santo Cranmer, né Santo Edoardo VIII, né Santa la Vergine. Elisabetta? Niuno affatto di questa gente, ma tutta quanta la lista è di Papi, di Vescovi cattolici, e cattoliche sante persone, così uomini come donne. Parecchie vergini, ma non la Vergine Regina, nessuno della schiatta protestante. »

Apost. Come! Non sono forse gran Santi quei nostri martirizzati per la loro fede dalla tiranna Maria Regina d’Inghilterra, e registrati da Fox e da altri col titolo di Martiri della riforma?

Prot. « La schietta verità intorno a cotesti Martiri si è che essi erano una caterva de’ più nequitosi birbanti, i quali cercavano di distrugger la Regina ed il suo governo, e di ottenere i mezzi di nuovamente depredare il popolo sotto il pretesto della coscienza e della superiore pietà. Non valsero mezzi, comecché miti fossero, onde richiamare al dovere la loro vita malvagia, poiché siffatti mezzi eransi tentati…. Erano meritevoli ciascuno di dieci mila morti, se dieci mila morti avesse ciascuno potuto soffrire. » (Cobbet, Op. cit. Lett. I, § 21).

I SERMONI DEL CURATO D’ARS; “IL CIELO”

[Discorsi di San G. B. M. VIANNEY, Curato d’Ars, vol. II, IV ed. TORINO – ROMA; Marietti ediz. 1933]

Il Cielo.

(laudate et exultate, quoniam merces vestra copiosa est in cælis).

(MATTH. V, 12).

Queste furono, F. M., le consolanti parole che Gesù Cristo rivolse ai suoi Apostoli per confortarli, ed animarli a soffrire coraggiosamente le croci e le persecuzioni future. ” Sì, figli miei, diceva loro questo tenero Padre, diverrete oggetto dell’ira e del disprezzo dei cattivi, sarete vittime del loro furore, gli uomini vi odieranno. vi condurranno davanti ai principi della terra per essere giudicati e condannati ai supplizi più spaventosi, alla morte più crudele ed ignominiosa: ma, lungi dallo scoraggiarvi, rallegratevi, poiché una gran ricompensa vi è preparata in cielo. „ O cielo bello! chi non ti amerà, poiché tanti beni tu racchiudi? Non è infatti il pensiero di questa ricompensa che rendeva gli Apostoli infaticabili nel loro lavoro apostolico, invincibili contro le persecuzioni che soffrirono dai loro nemici? Non è il pensiero di questo bel cielo che faceva comparire i martiri davanti ai giudici, con un coraggio che meravigliava i tiranni? Non è la vista del cielo che spegneva l’ardore delle fiamme destinate a divorarli, e spuntava le spade che li dovevano colpire? Oh! come erano felici di sacrificare i beni, la vita per il loro Dio, nella speranza di passare ad una vita migliore che non finirebbe mai! O fortunati abitanti della città celeste, quante lagrime avete versate e quanti patimenti sofferto per acquistare il possesso del vostro Dio! Oh! ci gridano essi dall’alto di quel trono di gloria, sul quale si trovano; oh! come Dio ci ricompensa di quel po’ di bene che abbiamo fatto! Sì, noi lo vediamo, questo tenero Padre: sì, lo benediciamo questo amabile Salvatore: sì, lo ringraziamo questo caritatevole Redentore, per anni senza fine. O felice eternità! esclamano essi; quante dolcezze e gioie non ci farai tu provare! Cielo bello, quando ti vedremo noi? O momento fortunato, quando verrai per noi? Senza dubbio, F. M., desideriamo tutti e sospiriamo beni sì grandi: ma per farveli desiderare con maggior ardore, vi mostrerò, per quanto mi sarà possibile:

1° la felicità della quale sono inebriati i santi in cielo;

2° la strada da seguire per andarvi.

È certo che noi siamo fatti per essere felici: ognuno dal più povero fino al più ricco, cerca qualche cosa che l’accontenti e compia i suoi desideri. (Nota del Beato).

I. — Se’ dovessi, F. M., farvi il triste e doloroso quadro delle pene che soffrono i reprobi nell’inferno, comincerei a provarvi la certezza di queste pene: poi spiegherei innanzi ai vostri occhi con spavento, o, a meglio dire, con una specie di disperazione, la grandezza e la intensità dei mali che soffrono, e che soffriranno eternamente. A questo racconto lagrimevole, vi sentireste presi d’orrore; e per farvelo ancor meglio comprendere, vi mostrerei le ragioni per cui quelle anime sono divorate dalla disperazione senza tregua. Vi direi che sono quattro: la privazione della vista di Dio, il dolore che soffrono, la certezza che non finirà mai, ed i mezzi che ebbero, coi quali potevano così facilmente schivarla. Infatti, se un dannato, per mille eternità, quando ve ne potessero essere mille, domandasse con le grida più strazianti e commoventi la felicità di veder Dio per un minuto solo, è certo che giammai gli verrebbe accordata. In secondo luogo, vi dico che ad ogni istante egli soffre da solo più che non abbian mai sofferto tutti i martiri insieme, o, per dir meglio, soffre in ogni minuto dell’eternità tutti i patimenti che deve sentire durante l’eternità. La terza causa dei loro supplizi è che, malgrado il rigore delle loro pene, sono sicuri che non finiranno mai. Ma ciò che metterà il colmo ai loro tormenti, alla loro disperazione, sarà il ricordo di tanti mezzi così efficaci non solo per evitare quegli orrori, ma anche per essere felici per tutta l’eternità: ricorderanno che avevano a lor portata tutte le grazie che offrì loro Iddio per salvarsi: e queste saranno altrettanti carnefici che li tortureranno. Dal fondo di quelle fiamme vedranno i beati seduti su troni di gloria, accesi d’amore sì ardente e tenero da immergerli in una ebbrezza continua: mentre il pensiero delle grazie a loro concesse da Dio, il ricordo del disprezzo fattone farà ad essi emettere urla di rabbia e di disperazione così spaventose che l’intero universo, se Dio permettesse fossero intese, ne morrebbe e cadrebbe nel nulla. E bestemmie orribili lanceranno gli uni contro gli altri. Un figlio griderà che è perduto solo perché i suoi genitori lo vollero, e invocherà la collera di Dio, e gli domanderà colle più orribili grida di concedergli d’essere il carnefice del padre suo. Una giovane strapperà gli occhi a sua madre che invece di condurla al cielo, l’ha spinta, trascinata all’inferno co’ suoi cattivi esempi, colle parole che spiravano solo mondanità, libertinaggio. Quei figli vomiteranno bestemmie orribili contro Dio per non aver abbastanza forza e furore di far soffrire i loro parenti: correranno attraverso l’abisso disperati, prendendo e trascinando i demoni, gettandoli sui padri e sulle madri loro: per fare sentire ad essi che non saranno mai abbastanza tormentati di averli perduti, mentre facilmente potevano salvarli. O eternità infelice! o sventurati padri e madri, quanto sono terribili i tormenti a voi riservati! Ancora un istante, e li proverete; ancora un istante, ed abbrucerete nelle fiamme!… – Ma no, F. M., non andiamo più oltre: non è il momento di trattenerci su un argomento così triste e doloroso: non turbiamo la gioia che abbiamo provato all’avvicinarsi del giorno consacrato a celebrare la felicità di cui godono gli eletti nella città celeste e permanente. – Vi dissi, che quattro cose opprimeranno di mali i reprobi nelle fiamme: lo stesso avviene dei beati. Quattro cose si uniscono insieme per non lasciar loro nulla più a desiderare. Queste cose sono:

1° la vista e la presenza del Figlio di Dio, che si manifesterà in tutto lo splendore di sua gloria, di sua bellezza, e di tutte le sue amabilità; cioè quale è nel seno del Padre suo;

2° il torrente di dolcezze e di caste delizie che godranno, e sarà simile al traboccar d’un mare agitato dal furore della tempesta: esso li travolgerà nei suoi flutti e li sommergerà in una ebbrezza così estasiante che quasi oblieranno di esistere.

3° Altra causa di felicità in mezzo a tutte le delizie sarà la certezza che esse non avranno mai fine, e da ultimo,

4° ciò che li immergerà totalmente in questi torrenti d’amore, sarà che tutti questi beni sono dati loro per ricompensa delle virtù e delle penitenze esercitate. Quelle anime sante vedranno che alle proprie opere buone sono debitrici dei casti amplessi dello sposo. Anzitutto il primo trasporto d’amore che si accenderà nel loro cuore sorgerà alla vista delle bellezze che scopriranno accostandosi alla presenza di Dio. In questo mondo sia pur bello e seducente un oggetto che ci si presenta, dopo un istante di piacere il nostro spirito si stanca e si volge da un’altra parte, per trovarvi di che soddisfarsi meglio; passa da una ad altra cosa senza poter trovare d’accontentarsi: ma in cielo non sarà così: bisognerà anzi che Dio ci partecipi le sue forze, per poter sostenere lo splendore delle sue bellezze, e delle cose dolci e meravigliose che si offriranno continuamente ai nostri occhi. E ciò sprofonderà le anime degli eletti in un abisso tale di dolcezza e d’amore, che non potranno distinguere se vivano o se siano tramutate in amore. O avventurata dimora! o felicità permanente! chi di noi ti gusterà un giorno? Poi per quanto grandi e inebrianti siano queste dolcezze, sentiremo continuamente gli Angeli ripetere che esse dureranno sempre. Vi lascio pensare quanto i beati ne godranno. Notate, P. M., se gustiamo in questo mondo alcuni piaceri, non tardiamo a provare qualche pena che ne diminuisce le dolcezze, sia per il timore che abbiamo di perderli, sia anche per le premure necessarie per conservarli: dal che avviene che non siamo mai perfettamente contenti. In cielo non succederà così: ci troveremo nella gioia e nelle delizie, sicuri che nulla potrà mai rapircele né diminuirle. Finalmente l’ultimo dardo d’amore che colpirà il nostro cuore, sarà il quadro che Dio metterà davanti ai nostri occhi di tutte le lagrime venate e delle penitenze fatte durante la nostra vita, senza lasciare da parte neppure un pensiero o un desiderio buono. Oh! qual gioia per un buon Cristiano, vedere il disprezzo avuto per se medesimo, il rigore esercitato sul suo corpo, il piacere che provava in vedersi disprezzato, vedere la sua fedeltà nel respingere quei cattivi pensieri coi quali il demonio aveva cercato di turbare la sua immaginazione: ricorderà le preparazioni per la confessione, la premura di nutrire l’anima sua alla sacra mensa: avrà davanti agli occhi tutte le volte che si privò degli abiti per coprire il fratello povero e sofferente. “O mio Dio! mio Dio! esclamerà ad ogni istante, quanti beni per così poca cosa!„ Ma Dio, per infiammare gli eletti di amore e di riconoscenza, metterà la sua croce sanguinosa in mezzo alla sua corte celeste, e farà loro la descrizione di tutti i patimenti sofferti per renderli felici, mosso com’era soltanto dal suo amore. Vi lascio immaginare i loro trasporti di amore e di riconoscenza: quali casti abbracci non le prodigheranno durante l’eternità, ricordandosi che questa croce è lo strumento di cui si servì Iddio per donar loro tanti beni! I santi Padri, facendoci la descrizione delle pene che soffrono i reprobi, ci dicono che ognuno dei loro sensi è tormentato, a seconda delle colpe commesse e dei piaceri gustati: chi avrà avuto la sfortuna di essersi abbandonato al vizio impuro sarà coperto di serpenti e dragoni che lo divoreranno per tutta l’eternità: i suoi occhi che ebbero sguardi disonesti, le orecchie che si compiacquero di canzoni impudiche, la bocca che pronunciò quelle impurità, saranno altrettanti canali donde usciranno turbini di fiamme a divorarli: gli occhi non vedranno che oggetti orribili. Un avaro soffrirà tal fame che lo divorerà, un orgoglioso verrà calpestato sotto i piedi degli altri dannati, un vendicativo sarà trascinato dai demoni tra le fiamme. Non vi sarà parte alcuna del nostro corpo che non soffrirà in proporzione dei peccati da essa commessi. O orrore! o sventura spaventevole! Altrettanto sarà della felicità dei beati nel cielo: la felicità, i piaceri, le gioie loro saranno grandi in proporzione di quanto fecero soffrire ai loro corpi durante la vita. Se avremo avuto orrore delle canzoni e dei discorsi disonesti, non udremo lassù che cantici dolci e meravigliosi, di cui gli Angeli faran ripercuotere la vòlta dei cieli: se saremo stati casti negli sguardi, i nostri occhi non saranno occupati che in contemplare oggetti, la cui bellezza li terrà in continua estasi senza potersene stancare: cioè scopriremo sempre nuove bellezze, come ad una sorgente d’amore che scorre senza esaurirsi mai. Il nostro cuore che aveva emesso gemiti, pianto durante l’esilio, proverà una ebbrezza tale di diletto che non sarà più padrone di sé. Lo Spirito Santo ci dice che le anime caste saranno simili ad una persona stesa sopra un letto di rose, le cui fragranze lo tengono in un’estasi continua. In una parola, solo di piaceri casti e puri i santi saranno nutriti ed inebriati per tutta l’eternità. – Ma, penserete dentro di voi, quando saremo in cielo, saremo tutti felici ugualmente? — Sì, amico mio, ma v’è qualche distinzione da fare. Se i dannati sono infelici e soffrono secondo i delitti commessi, parimente non devesi dubitare che più i Santi fecero penitenze, più la lor gloria sarà brillante; ed ecco come avverrà. E necessario, o piuttosto, conviene che Dio ci dia aiuti proporzionati alla gloria della quale vuol incoronarci, perciò ci darà soccorsi in proporzione delle dolcezze che vuol farci gustare. A coloro che fecero grandi penitenze, senza aver commesso peccati, darà delle forze sufficienti per reggere alle grazie che comunicherà loro per tutta l’eternità. È verissimo che saremo tutti completamente felici e contenti, perché troveremo tante delizie quante ce ne occorrerà per non lasciarci nulla a desiderare. – “O mio Dio! mio Dio! esclamava san Francesco in una furiosa tentazione provata, i vostri giudizi sono spaventosi: ma se io fossi tanto sventurato da non amarvi nell’eternità, accordatemi almeno la grazia d’amarvi quanto potrò in questo mondo.„ Ah! poveri peccatori che non volete tornare al vostro Dio, se almeno aveste gli stessi desideri di questo gran santo, amereste il Signore quanto potete in questa vita! O mio Dio! quanti Cristiani che mi ascoltano non vi vedranno mai! O cielo bello! o bella dimora! quando ti vedremo? Mio Dio! sino a quando ci lascerete languire in questa terra straniera? in questo esilio? Ah! se vedeste Colui che il mio cuore ama! ah! ditegli che languisco d’amore, che non vivo più, ma che muoio ad ogni ora!… Oh! chi mi darà ali come di colomba per lasciar questo esilio e volare nel seno del mio diletto?… O città felice! donde sono bandite tutte le pene, e dove si nuota in un torrente delizioso di eterno amore!…

II. – Ebbene! amico mio, vi affliggerà di essere in questo numero, mentre i dannati abbruceranno e manderanno grida orribili senza speranza che ciò debba finire? — Oh! mi direte, non solo non me ne affliggerò, ma vorrei già esservi. — Pensavo bene che m’avreste risposto così: ma non basta desiderare il cielo, bisogna lavorare per guadagnarselo. — E che si deve fare adunque ? — Nol sapete, amico mio? ebbene, eccovi: ascoltate bene, e lo saprete. Bisognerebbe non attaccarvi tanto ai beni di questo mondo, aver un po’ più di carità per la moglie, i figli, i domestici e i vicini: aver un cuore un po’ più tenero per gli sventurati: invece di non pensare che ad accumular denaro, acquistar terreni, dovreste pensare a guadagnarvi un posto in cielo: invece di lavorare la domenica, dovreste santificarla venendo nella casa di Dio per piangervi i vostri peccati, domandargli di non più ricadervi, e di perdonarvi: lungi dal non conceder tempo ai figli ed ai domestici di compiere i loro doveri di religione, dovreste essere i primi ad indurveli colle parole e col buon esempio: invece di incollerirvi alla minima perdita o contraddizione che vi succede, dovreste considerare che essendo peccatore, ne meritate ben di più, e che Dio si diporta con voi nel modo più sicuro per rendervi un giorno felice. Ecco, amico mio, ciò che occorrerebbe per andare in cielo, e che voi non fate. E che sarà di voi, fratello mio, poiché seguite la strada che conduce là dove si soffrono mali sì spaventosi? Ricordatevi, che se non lasciate questa strada, non tarderete a cadervi: fate le vostre riflessioni, e poi mi direte che cosa avrete trovato; ed io vi dirò che cosa bisognerà fare. Non invidiate forse, amico mio, tutti quei felici abitanti della corte celeste? — Ah! vorrei esservi già; almeno sarei liberato da tutte le miserie di questo mondo. — Ed anch’io lo vorrei; ma v’è ben altro da fare e da pensare.  Cosa devesi dunque fare e lo farò? — Le vostre intenzioni sono assai buone: ebbene! ascoltate un istante, e ve lo mostrerò. Non dormite, per favore. Bisognerebbe, sorella mia, essere un po’ più sottomessa al marito, non lasciarvi salire il sangue alla testa per un nonnulla; bisognerebbe avere con lui un po’ più di garbo; e quando lo vedete tornare a casa ubbriaco, ovvero dopo aver fatto un cattivo contratto, non dovreste scagliarvi contro di lui e farlo infuriare tanto che non sappia più trattenersi. Di qui vengono le bestemmie e le maledizioni senza numero contro di voi, e che scandalizzano i figli ed i domestici: invece di girar per le case a riferire quanto vi dice o fa il marito, dovreste occupare questo tempo in preghiere per domandare a Dio di darvi la pazienza e la sottomissione dovuta al marito: domandare che Dio gli tocchi il cuore per cambiarlo. So bene quanto sarebbe ancora oltre a ciò necessario per andare in cielo: madre di famiglia, ascoltatelo e non vi sarà inutile. Sarebbe necessario impiegare un po’ più di tempo nell’istruire i figli e i domestici, nell’insegnar loro ciò che devono fare per andar in cielo: sarebbe necessario non comperar loro abiti così belli, per aver modo di fare elemosina, ed attirar le benedizioni di Dio sulla vostra casa; e fors’anche poter pagare i vostri debiti: bisognerebbe lasciar da parte le vanità; e che so io? Bisognerebbe che non vi fossero nella vostra condotta che dei buoni esempi, l’esattezza nel far le vostre preghiere mattina e sera, nel prepararvi alla santa Comunione, nell’accostarvi ai Sacramenti: sarebbe necessario il distacco dai beni del mondo, un linguaggio che mostri il disprezzo che avete di tutte le cose di quaggiù, ed il conto che fate delle cose dell’altra vita. Ecco quali dovrebbero essere le vostre occupazioni e tutte le cure vostre: se fate diversamente, siete perduta: pensatevi bene oggi, forse domani non sarete più in tempo: fatevi sopra il vostro esame, giudicatevi da voi stessa: piangete i vostri sbagli, e procurate di far meglio; altrimenti non entrerete mai in cielo. Non è vero, sorella mia, che tutte queste meravigliose bellezze di cui i santi sono inebriati vi fanno invidia? — Ah! mi direte, si invidierebbe anche una fortuna meno grande di questa. — Avete ragione, ed anch’io sono del vostro parere: ma m’inquieta il pensiero che non ho fatto nulla per meritare il cielo; e voi? — Qualsiasi cosa occorra fare, pensate voi, la farei se la conoscessi: che cosa non dovrebbesi fare pur di procurarsi un sì gran bene? Se fosse necessario tutto abbandonare e sacrificare, lasciare il mondo per passare il resto dei propri giorni in un monastero, lo farei ben volentieri. — Ecco una bellissima disposizione: questi pensieri sono degni davvero d’una buona cristiana: non credeva che il vostro coraggio fosse così grande: ma vi dirò che Dio non ve ne domanda tanto. — Ebbene! pensate voi; ditemi che cosa bisogna fare, e la farò assai volentieri. — Vel dirò adunque, e vi prego di porvi ben attenzione. Occorrerebbe non prender tanta cura del vostro corpo, farlo soffrire un po’ di più: non temer tanto che questa beltà si perda o diminuisca: non essere così lunga alla domenica mattina in abbigliarvi, osservarvi davanti allo specchio, per aver più tempo da dare al buon Dio. Bisognerebbe avere un po’ più sottomissione ai parenti, ricordandovi che dopo Dio dovete ad essi la vita, e obbedir loro di buon animo e non mormorando. Bisognerebbe anche, invece di vedervi ai divertimenti, ai balli, alle conversazioni, vedervi nella casa del Signore a pregare, a purificarvi dei peccati, e nutrir l’anima vostra col pane degli Angeli. Bisognerebbe anche essere un po’ più riservata nelle vostre parole, nelle relazioni che avete con persone di sesso diverso. Ecco quanto domanda Dio da voi: se lo fate, andrete in cielo. – E voi, fratel mio, che pensate voi di tutto ciò? da qual lato volgete i vostri desideri? — Ahi voi dite, preferirei bene d’andare in cielo, giacche vi si sta così bene, piuttosto che d’esser cacciato all’inferno dove si soffre tanto ed ogni sorta di tormenti: ma v’è molto da fare per andarvi, e mi manca il coraggio. Se un solo peccato ci condanna, io, che ad ogni istante vado in collera, non cerco neanche di incominciare “Voi non osate provare? Ascoltatemi un momento, e vi mostrerò chiaramente che non è tanto difficile come credete: e che fareste meno fatica per piacere a Dio e salvar l’anima vostra, che per procurarvi i diletti e per contentare il mondo. Rivolgete solo a Dio le cure e premure che aveste pel mondo; e vedrete che Egli non ve ne domanda tante quante il mondo. I vostri piaceri sono sempre uniti a tristezza ed amarezza, seguiti dal pentimento d’averli gustati. Quante volte ritornato dall’aver passato una parte della notte all’osteria od al ballo, dite: “Son malcontento d’esservi stato: se avessi saputo quanto vi avviene, non vi sarei andato.„ Ma, invece, se aveste passato una parte della notte in preghiere, ben lungi dall’esser afflitto sentireste dentro di voi una tal gioia, una dolcezza che vi accenderebbe il cuor d’amore. Ripieno di gioia, direste come il santo re David: “Mio Dio! un giorno passato nella casa vostra quanto è preferibile a mille passati nelle riunioni del mondo.„ I piaceri che provate nel mondo vi disgustano: quasi ogni volta che vi abbandonate ad essi, risolvete di non più ritornarvi: spesso anche vi sciogliete in lagrime, sino a disperarvi di non potervi correggere: maledite coloro che incominciarono a sviarvi: ve ne lamentate ad ogni istante: invidiate la fortuna di quelli che ora scorrono tranquillamente i loro giorni nella pratica della virtù, in un intero disprezzo dei piaceri del mondo: quante volte anche gli occhi vostri versano amare lagrime vedendo quella pace, quella gioia che brillano sulla fronte dei buoni Cristiani: che dico? Invidiate sin coloro che hanno la ventura di abitare sotto il vostro tetto. Dissi, amico mio, che quando avete passata la notte negli eccessi del vino, non trovate in voi che agitazione, noia, rimorso, disperazione: eppure avete fatto quanto potevate per accontentarvi, ma senza alcun risultato. Ebbene! amico mio: vedete quanto è più dolce soffrir per Iddio che pel mondo. Quando si ha trascorsa una notte o due in preghiera, lungi dall’esserne annoiati, pentiti e dall’invidiare coloro che passano questo tempo nel sonno e nelle comodità, si piange invece la loro sventura ed accecamento: mille volte si benedice il Signore di averci mandata l’ispirazione di procurarci tante dolcezze e consolazioni: lungi dal maledire chi ci fece abbracciare un tal genere di vita, non possiam vederlo senza la sciare scorrere lagrime di riconoscenza, tanto ci troviamo felici: lungi dal risolvere di non più ritornarvi ci sentiamo decisi di fare ancor più, ed abbiamo una santa invidia di coloro che non sono occupati che a lodare il buon Dio. Se avete speso del danaro per i vostri piaceri, il domani lo piangete: ma un Cristiano che l’ha adoperato per conservare in vita un povero che non poteva sostenersi, un Cristiano che ha vestito uno sventurato ignudo, lungi dal rimpiangerlo, cerca invece di continuo il mezzo di farlo ancor più: è pronto se occorre, a privarsi del necessario, a spogliarsi di tutto, tanta gioia risente soccorrendo Gesù Cristo nella persona dei suoi poveri. Ma, senza andar così lontano, non vi costerà certo di più, amico mio, quando siete in chiesa, lo starvi con rispetto e modestia che non ridere e volger attorno lo sguardo: sareste egualmente comodo avendo le ginocchia piegate a terra quanto tenendone uno levato per aria: quando ascoltate la parola di Dio, sarebbe più penoso ascoltarla con intenzione di approfittarne e di metterla in pratica appena il potrete, oppure andarvene fuori per divertirvi a chiacchierare di cose indifferenti, forse cattive? Non sareste più contenti se la coscienza non vi rimproverasse di nulla, e vi accostaste di tempo in tempo ai Sacramenti, ricevendo così molta forza per sopportare con pazienza le miserie della vita? Se ne dubitate, F. M., domandate a coloro che fecero la loro pasqua, come erano contenti per un po’ di tempo; cioè sino a quando ebbero la fortuna di restare amici del buon Dio. Ditemi, amico mio, vi sarebbe più duro e penoso che i parenti vi rimproverassero perché vi fermaste troppo in chiesa, ovvero vi rinfacciassero d’aver passato la notte negli stravizi? — No, no, amico mio, da qualsiasi lato consideriate quanto fate pel mondo, vi costa più caro che fare ciò che occorre per piacere a Dio e salvare l’anima vostra. Non vi parlerò della differenza, che vi sarà all’ora della morte, tra un Cristiano che servì bene Iddio, ed i rimorsi e la disperazione di chi non seguì che i suoi piaceri, non cercò che d’accontentare i corrotti desideri del cuore: perché nulla è tanto bello quanto il veder morire un santo: Dio stesso si compiace assistervi, come narrasi nelle vite di molti. Si può forse paragonarla agli orrori che accompagnano quella del peccatore, mentre i demoni lo circondano sì dappresso, e si dilaniano gli uni gli altri, per avere la barbara soddisfazione d’essere i primi a trascinarlo negli abissi? Ma, no, lasciamo tutto ciò: consideriamo soltanto la vita presente. Concludiamo, che se faceste per Iddio quanto fate pel mondo, sareste santi. — Oh! soggiungete dentro di voi, ci andate dicendo che non è difficile arrivare in cielo; a me sembra che v i siano molti sacrifici da fare. — Non v’ha dubbio: vi sono dei sacrifici da fare, altrimenti Gesù Cristo, contro verità, ci avrebbe detto che la porta del cielo è stretta, che bisogna sforzarsi per entrarvi, che occorre rinunciare a se stessi, prender la croce e seguirlo, che molti non saranno nel numero degli eletti: perciò ci promette il cielo come una ricompensa che avremo meritata. Vedete quanto fecero i santi per procurarsela. Andate, F. M., in quegli antri in fondo ai deserti, entrate nei monasteri, percorrete quelle rocce, e domandata a tette quelle schiere di santi: Perché tante lagrime e penitenze? Salite sui patiboli, ed informatevi dai martiri che cosa aspettano. Tutti vi diranno che fanno così per guadagnarsi il cielo. O mio Dio! quante lagrime versarono quei poveri solitari durante tanti anni! O mio Dio! quante penitenze e rigori non esercitarono sui loro corpi tutti quegli illustri anacoreti! Ed io non vorrò soffrir nulla! io, che ho la medesima loro speranza, ed il medesimo giudice che mi deve esaminare? O mio Dio, quanto sono neghittoso quando trattasi di lavorare pel cielo! Come mi condanneranno i santi, quando mostreranno tanti sacrifici da loro fatti per piacervi! Voi dite che è faticoso andar in cielo: ma, amico mio, non costò forse nulla a san Bartolomeo il lasciarsi scorticare vivo per piacere a Dio? Nulla a S. Vincenzo martire l’essere disteso su d’un cavalletto, ove gli si abbruciò il corpo con torce accese, finché le sue viscere caddero nel fuoco, e l’essere poi condotto in prigione, ove gli si fece un letto di pezzi di vetro e vi fu steso sopra? Amico mio, domandate a S. Ilarione perché durante ottanta anni visse nel deserto, piangendo giorno e notte. Andate, interrogate S. Girolamo, quel gran santo: domandategli perché si percuoteva il petto con un sasso, fino ad esserne tutto ammaccato. Andate nelle spelonche a trovare il grande Arsenio, e domandategli perché lasciò i piaceri del mondo per venire a piangere tutto il resto dei suoi giorni frammezzo alle belve feroci. Non avrete altra risposta, amico mio, che questa: “Ahi per guadagnar il bel cielo; eppure non ci è costato nulla: oh! queste penitenze sono ben poca cosa, se le confrontiamo alla felicità che ci preparano! „ Non vi è qualità di tormenti che i santi non siano stati pronti a soffrire per guadagnare il cielo. Leggiamo che l’imperatore Nerone, trattò i Cristiani con crudeltà sì spaventose, che il solo pensiero ci fa fremere ancora. Non sapendo con qual pretesto incominciare la persecuzione contro di essi, incendiò la città, per far credere che n’erano stati autori i Cristiani. Vedendosi applaudito dai suoi sudditi, si abbandonò a tutto quanto il furore suo poteva ispirargli. Simile aduna tigre furibonda, spirante strage, faceva uscire gli uni entro pelli di belve, e li gettava nel circo in pasto ai cani: altri faceva ricoprire di vesti intrise di pece e zolfo, poi li appendeva agli alberi delle vie maggiori por servir da torce ai passeggieri durante la notte: egli stesso ne aveva disposti due file nel suo giardino, e di notte li faceva accendere per avere il barbaro diletto di condurre il suo cocchio allo splendore di questo spettacolo triste e  straziante. Non trovandosi ancora soddisfatto il suo furore, inventò un altro supplizio: fece fondere urne di bronzo in forma di toro, nelle quali, arroventate per più giorni, gettava i Cristiani in gran numero e stava a vederli abbrustolire spietatamente. In questa stessa persecuzione S. Pietro fu messo a morte. Essendo in prigione con S. Paolo, al quale fu troncata la testa, trovò S. Pietro il mezzo di fuggire. Sulla strada apparvegli nostro Signore, che gli disse: “Pietro, vado a Roma a morire una seconda volta, „ e scomparve. S. Pietro conoscendo da ciò che non doveva fuggire la morte, ritornò in prigione, e fu condannato a morire in croce. Quando udì pronunciar la sentenza: “O grazia! esclamò: o felicità, il morire della morte del mio Dio! „ Ma domandò un favore ai suoi carnefici, di essere cioè crocifisso con la testa in giù : ” … perché, diceva, non merito la fortuna di morire in modo somigliante al mio Dio. „ Ebbene! amico mio, non è costato nulla ai santi l’andare in cielo? O cielo bello! se deve costare a noi quanto a tutti questi beati, chi di noi vi andrà? Ma no, F. M., consoliamoci Dio non ci domanda tanto. Ma, penserete, cosa bisogna far dunque per andarvi? — Ah! amico mio, lo so ben io cosa bisogna fare. Avete desiderio d’andarvi? — Oh! senza dubbio, voi dite; è ben questo il mio desiderio; se prego, se faccio penitenze è appunto per meritar questa fortuna. — Ebbene! ascoltatemi un istante e lo saprete. Cosa dovete fare? non tralasciar le preghiere mattina e sera: non lavorare in domenica: frequentar di tratto in tratto i Sacramenti: non ascoltare il demonio quando vi tenta, e ricorrere subito a Dio. — Ma, penserete voi, molte cose si possono benissimo fare, ma certe altre, il confessarsi, p. es., non è tanto comodo. — Non è tanto comodo, amico mio? dunque preferite restare in mano al demonio che cacciarlo per rientrare nel seno di Dio, che tante volte vi fece provare quanto è buono? Non considerate adunque come il momento più felice per voi quello in cui avete la fortuna di ricevere il vostro Dio? O mio Dio! se vi si amasse come si sospirerebbe questo momento felice!…Coraggio, amico mio, non disanimatevi: presto sarete al termine delle vostre pene; guardate al cielo, quella dimora santa e permanente; aprite gli occhi,e vedrete il vostro il vostro Dio che vi stende la mano per attrarvi a Lui.  Si, amico mio, tra poco farà con voi ciò che fu fatto con Mardocheo, per celebrare la grandezza delle vostre vittorie sul mondo e sul demonio. Il re Assuero per riconoscere i benefizi del suo generale,volle farlo montare sul suo carro di trionfo, con un araldo che camminava innanzi a lui, gridando: “Così il re ricompensa i servizi a lui resi. „ Amico mio, se adesso Dio presentasse agli occhi nostri uno di quei beati in tutto lo splendore della gloria di cui è rivestito in cielo, e ci mostrasse quelle gioie, quelle dolcezze e delizie delle quali sono inondati i santi nella patria celeste, e gridasse a noi tutti: O uomini! Perché non amate il vostro Dio? Perché non faticate a guadagnare un sì gran bene? O uomo ambizioso, che attaccasti il tuo cuore alla terra, che cosa sono gli onori di questo mondo frivolo e perituro a confronto degli onori e della gloria che Dio ti prepara nel suo regno? O uomini avari che desiderate queste ricchezze periture, quanto siete ciechi a non lavorare per meritarvi ora quelle che non finiranno mai! L’avaro cerca la felicità nei suoi beni, l’ubbriacone nel vino, l’orgoglioso negli onori, e l’impudico nei piaceri della carne. Ah! no, no, amico mio, vi ingannate; alzate gli occhi dell’anima vostra verso il cielo, volgete i vostri sguardi a questo cielo bello e troverete la felicità perfetta: calpestate e disprezzate la terra e troverete il cielo! Fratel mio, perché ti immergi in questi vizi vergognosi? Osserva quali torrenti di delizie Gesù Cristo ti prepara nella patria celeste! Ah! sospira questo felice momento!… „ Sì, F. M., tutto ci predica, tutto ci sollecita di non perdere questo tesoro. I santi che sono in quel bel soggiorno ci gridano dall’alto dei loro troni di gloria: “Oh! se poteste comprendere bene la felicità di cui godiamo per alcuni momenti di combattimento. „ Ma i dannati cel dicono in modo più toccante: “O voi che siete ancor sulla terra, quanto siete fortunati di poter guadagnare il cielo, che noi perdemmo! Oh! se fossimo al vostro posto quanto saremmo più saggi di quello che fummo: abbiam perduto il nostro Dio, e l’abbiamo perduto per sempre! O sventura incomprensibile!… o sventura irreparabile!… cielo bello non ti vedremo mai!… „ F. M., chi di noi non sospira una sì grande felicità?

ASCENSIONE AL CIELO DEL SIGNORE NOSTRO GESÙ CRISTO (2021)

FESTA DELL’ASCENSIONE AL CIELO DEL S. N. GESÙ CRISTO (2021)

ASCENSIONE

I. Commento, dogmatico: Ascensione.

La seconda festa che si celebra nel corso del Tempo Pasquale è l’Ascensione, coronamento di tutta la vita di Gesù Cristo. Era infatti necessario che il divino Risuscitato, cessando di calcare il fango di questa, povera terra, ritornasse al Padre, nel cui seno, come Dio, è fin dall’eternità. Egli accolse la sua umanità, dice S. Cipriano, « con una gioia che nessuna lingua saprebbe esprimere ». Bisognava che Gesù Cristo prendesse possesso del regno dei cieli che si era acquistato con i suoi patimenti e che collocando la nostra fragile natura alla destra della gloria di Dio, ci aprisse la casa del Padre per farci occupare, come figli di Dio, il posto degli Angeli caduti. Gesù entra dunque in cielo, avendo vinto satana e il peccato: gli Angeli acclamano e salutano il loro Re; le anime dei Giusti, liberate del Limbo, formano la gloriosa sua scorta. « Vado a prepararvi il posto », disse ai suoi Apostoli, e San Paolo afferma che Dio ci ha fatti sedere con Gestì in cielo », poiché, « per la speranza siamo già salvi ». « Dove è entrato il capo, dice San Leone, anche il corpo è chiamato ad entrare. Il trionfo di Gesù Cristo è quindi anche il trionfo della sua Chiesa. Come il Sommo Sacerdote, che entrava nel Santo dei Santi per offrire a Dio il Sangue delle vittime sotto l’Antica Legge, Gesù, ci dice l’Apostolo, entrò nel Santo dei Santi della Gerusalemme celeste per offrirvi il suo proprio sangue, il sangue della Nuova Alleanza, e ottenerci i favori di Dio Nel giorno dell’Ascensione. – Gesù, mostrando a Dio le sue piaghe gloriose, comincia il suo celeste sacerdozio. « Egli divenne nostro intercessore perpetuo presso suo Padre » (Heb. VII, 25) e ci ottenne lo Spirito Santo con i suoi doni. – Complemento di tutte le feste di Gesù Cristo, l’Ascensione è il principio della nostra santificazione: « Egli sale al cielo, canta il Prefazio, per renderci partecipi della sua divinità ». « Non basta, dice Don Guéranger, che l’uomo si appoggi ai meriti della passione del Redentore, non basta che Egli unisca a questo ricordo quello della Risurrezione; l’uomo non è salvato e redento che con l’unione di questi due misteri con un terzo mistero, quello cioè dell’Ascensione trionfante di Colui che è morto e risorto. L’opera della Redenzione non sarà perfetta se non quando tutti gli uomini riaccettati saranno entrati nel giorno della risurrezione generale, dietro Gesù e per virtù della sua Ascensione, nel Cielo. Ecco la nostra speranza in questo mondo ».

II. — Commento storico: Ascensione.

Quaranta giorni dopo la Risurrezione di Cristo, il Ciclo Pasquale celebra l’anniversario del giorno che segnò il termine del regno visibile di Gesù Cristo sulla terra. Gli Apostoli, venuti a Gerusalemme prima della Pentecoste, stavano nel Cenacolo quando Gesù apparve loro e prese con essi un ultimo pasto; poi li condusse fuori di città, dalla parte di Betania, sul Monte degli Olivi che è il più alto fra quelli che circondano la capitale; Gesù allora benedisse i suoi Apostoli e ascese al cielo. Mentre saliva, una nube lo nascose agli sguardi e due Angeli annunziarono ai Discepoli che Cristo, risalito al cielo, ne scenderà di nuovo alla fine del mondo. – A Roma per ricordare questo corteo di Gesù e degli Apostoli si soleva fare, verso l’ora di Sesta (mezzogiorno) una solenne processione. Il Papa, celebrata la Messa Pontificale a S. Pietro, si recava, accompagnato, dai Vescovi e dai Cardinali, a S. Giovani in Laterano. – Sant’Elena fece innalzare sul Monte degli Olivi una Basilica sul luogo dove Gesù salì al cielo. La Basilica, sul tipo del Santo Sepolcro, era, con simbolismo felice, aperta in alto.

III. Commento liturgico: Ascensione.

Anticamente la solennità dell’Ascensione si confondeva con quella della Pentecoste, perché il Tempo Pasquale era considerato come una festa che s’iniziava a Pasqua per terminare con la discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli. Ma si cominciò presto a celebrare l’Ascensione al quarantesimo giorno dopo la Risurrezione, dandole una Vigilia e un’Ottava. È festa di precetto. Con rito simbolico caratteristico si spegne oggi, il Cero pasquale che con la sua luce rappresentava, durante questa quarantena, la presenza di Gesù fra i discepoli e che si estingue dopo la lettura del Vangelo del giorno dell’Ascensione ove è narrata la dipartita del Signore per il cielo. I paramenti bianchi e l’Alleluia, mostrano l’allegrezza della Chiesa al ricordo del trionfo di Cristo, al pensiero della felicità degli Angeli e dei Giusti dell’Antica Legge che vi parteciparono. – Lo spirito di questa festa è indicato dall’Orazione del giorno dell’Ascensione che ci mostra come, dopo aver seguito finora Gesù nella sua vita mortale, bisogna innalzare lo sguardo verso il cielo e con la fede e la speranza di abitarvi con Lui, poiché quella è la vera patria dei figli di Dio.

ASCENSIONE DEL SIGNORE.

Stazione a S. Pietro,

Doppia di I cl. con ottava privilegiata di III ord. – Paramenti bianchi.

Nella Basilica di S. Pietro, dedicata a uno dei principali testimoni dell’Ascensione del Signore, si celebra oggi (Or.) l’anniversario di questo mistero, che segna il termine della vita terrena di Gesù. Durante i quaranta giorni, che seguirono la sua Risurrezione, il Redentore pose le basi della sua Chiesa, alla quale doveva poco dopo mandare lo Spirito Santo. L’Epistola e il Vangelo di questo giorno riassumono tutti gli insegnamenti del Maestro. Gesù lascia quindi questa terra, e tutta la Messa è la celebrazione della Sua gloriosa elevazione in cielo dove gli fanno scorta le anime liberate, dal Limbo (Ali.) che entrano al suo seguito nel regno celeste, ove partecipano più ampiamente alla sua divinità (Pref.). — L’Ascensione ci predica il dovere di innalzare i nostri cuori a Dio e infatti, l’Orazione ci fa chiedere di abitare in ispirito con Gesù nelle regioni celesti, dove siamo chiamati ad abitare un giorno con il corpo. Durante tutta l’Ottava si recita il Credo: «Credo in un solo Signore Gesù Cristo Figlio unico di Dio… che è asceso al cielo, dove siede alla destra del Padre ». Il Gloria dice pure: « Signore, Figlio unico di Dio Gesù Cristo, tu che siedi alla destra  del Padre, abbi pietà di noi. Nel Prefazio proprio che si recita fino alla Pentecoste, si rendono grazie a Dio pel fatto che « il Cristo risorto, dopo essere apparso a tutti i suoi discepoli, si sia innalzato in cielo sotto i loro sguardi ». Durante tutta l’Ottava si recita ugualmente un Communicantes proprio a questa festa; con esso la Chiesa ci ricorda che « celebra il giorno sacrosanto nel quale Nostro Signore, Figlio unico di Dio, si degnò di introdurre nella gloria e porre alla destra del Padre la nostra fragile carne ». alla quale si era unito nel Mistero dell’Incarnazione. – Ogni giorno la liturgia ci ricorda, all’Offertorio (Suscipe Sancta Trinitas) e al Canone (Unde et memores) che essa, secondo l’ordine del Signore, offre il Santo Sacrificio « in memoria della beatissima passione di Gesù Cristo, della sua risurrezione dalla tomba, e della sua gloriosa Ascensione al cielo ». Infatti l’uomo è salvato solo per l’unione dei misteri della Passione e della Risurrezione con quello dell’Ascensione. « Per la tua morte e per la tua sepoltura, per la tua santa risurrezione, per la tua mirabile Ascensione, liberaci, Signore » (lit. dei Santi). — Offriamo a Dio il sacrifizio divino « in memoria della gloriosa Ascensione del Figliuol Suo » affinché, liberati dai mali presenti, giungiamo con Gesù alla vita eterna (Secr.).

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Incipit

In nómine Patris, ☩ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Acta 1:11.
Viri Galilæi, quid admirámini aspiciéntes in cœlum? allelúia: quemádmodum vidístis eum ascendéntem in coelum, ita véniet, allelúia, allelúia, allelúia.


[Uomini di Galilea, perché ve ne state stupiti a mirare il cielo? allelúia: nello stesso modo che lo avete visto ascendere al cielo, così ritornerà, allelúia, allelúia, allelúia].

Ps XLVI:2
Omnes gentes, pláudite mánibus: iubiláte Deo in voce exsultatiónis.


[Applaudite, o genti tutte: acclamate Dio con canti e giubilo.]

Viri Galilæi, quid admirámini aspiciéntes in cœlum? allelúia: quemádmodum vidístis eum ascendéntem in cœlum, ita véniet, allelúia, allelúia, allelúia.

[Uomini di Galilea, perché ve ne state stupiti a mirare il cielo? allelúia: nello stesso modo che lo avete visto ascendere al cielo, così ritornerà, allelúia, allelúia, allelúia].

Oratio

Orémus.
Concéde, quǽsumus, omnípotens Deus: ut, qui hodiérna die Unigénitum tuum, Redemptórem nostrum, ad coelos ascendísse crédimus; ipsi quoque mente in coeléstibus habitémus.

[Concedici, Te ne preghiamo, o Dio onnipotente, che noi, che crediamo che oggi è salito al cielo il tuo Unigenito, nostro Redentore, abitiamo anche noi col nostro spirito in cielo].

Lectio

Léctio Actuum Apostólorum.
Act I: 1-11

Primum quidem sermónem feci de ómnibus, o Theóphile, quæ coepit Iesus facere et docére usque in diem, qua, præcípiens Apóstolis per Spíritum Sanctum, quos elégit, assúmptus est: quibus et praebuit seípsum vivum post passiónem suam in multas arguméntis, per dies quadragínta appárens eis et loquens de regno Dei. Et convéscens, præcépit eis, ab Ierosólymis ne discéderent, sed exspectárent promissiónem Patris, quam audístis -inquit – per os meum: quia Ioánnes quidem baptizávit aqua, vos autem baptizabímini Spíritu Sancto non post multos hos dies. Igitur qui convénerant, interrogábant eum, dicéntes: Dómine, si in témpore hoc restítues regnum Israël? Dixit autem eis: Non est vestrum nosse témpora vel moménta, quæ Pater pósuit in sua potestáte: sed accipiétis virtútem superveniéntis Spíritus Sancti in vos, et éritis mihi testes in Ierúsalem et in omni Iudaea et Samaría et usque ad últimum terræ. Et cum hæc dixísset, vidéntibus illis, elevátus est, et nubes suscépit eum ab óculis eórum. Cumque intuerétur in coelum eúntem illum, ecce, duo viri astitérunt iuxta illos in véstibus albis, qui et dixérunt: Viri Galilaei, quid statis aspiciéntes in coelum? Hic Iesus, qui assúmptus est a vobis in coelum, sic véniet, quemádmodum vidístis eum eúntem in coelum.

“Io primieramente ho trattato, o Teofìlo, delle cose che Gesù prese a fare e ad insegnare in fino al dì, ch’Egli fu accolto in alto, dopo aver dato i suoi comandi per lo Spirito Santo agli Apostoli ch’Egli aveva eletti. Ai quali ancora, dopo aver sofferto, si presentò vivente, con molte e sicure prove, essendo da loro veduto per lo spazio di quaranta giorni e ragionando con essi delle cose del regno di Dio. E trovandosi con essi, comandò loro che non si partissero da Gerusalemme, ma aspettassero la promessa del Padre, che, diss’Egli, avete da me udita. Perocché Giovanni battezzò con acqua, ma voi sarete battezzati con lo Spirito Santo fra pochi giorni. Essi adunque, stando con Lui, lo domandarono, dicendo: Signore, sarà egli in questo tempo, che tu restituirai il regno ad Israele? Ma Egli disse loro: Non spetta a voi conoscere i tempi e le stagioni, che il Padre serba in poter suo. Ma voi riceverete la virtù dello Spirito Santo, che verrà sopra di voi e mi sarete testimoni e in Gerusalemme e in tutta la Giudea e nella Samaria e fino alle estremità della terra. E dette queste cose, levossi a vista loro: e una nuvola lo ricevette e lo tolse agli occhi loro. E com’essi tenevano ancora fissi gli occhi in cielo, mentre se ne andava, ecco due uomini si presentarono loro in candide vesti e dissero loro: Uomini Galilei, perché state riguardando verso il cielo? Questo Gesù che è stato accolto in cielo d’appresso voi, verrà nella stessa maniera che l’avete veduto andarsene in cielo -.

OMELIA I

[Mons. G. Bonomelli: MISTERI CRISTIANI, Queriniana Brescia, 1896 vol. II, impr.]

In questi primi undici versetti, che leggiamo nel principio del libro degli Atti Apostolici, che la Chiesa oggi fa recitare al sacerdote celebrante la Santa Messa e che ora vi ho riportato parola per parola nella nostra favella, S. Luca ci narra l’Ascensione di Gesù Cristo al Cielo. È il fatto strepitoso, è il mistero che la Chiesa festeggia in questo giorno, col quale si chiude la vita di Gesù Cristo quaggiù sulla terra. Mio compito è quello di ragionarvi di questo fatto: e qual miglior modo di sdebitarmene che quello di commentare la lezione sacra, che udiste? Eccovi il soggetto di questa, anziché Ragionamento, modesta Omelia, a cui vi piaccia porgere benigno l’orecchio. – S. Luca, nato nel gentilesimo, fornito di coltura greca più che comune, fu medico di professione. Abbandonò il paganesimo e abbracciò il Vangelo di Gesù Cristo per opera di S. Paolo, che seguì fedelmente ne’ suoi viaggi di terra e di mare fino a Roma, dove si trovava allorché l’Apostolo scrisse la sua seconda lettera a Timoteo, poco prima della morte. (II Tim. V. 11). S, Paolo si loda di lui e lo chiama carissimo. (Ai Coloss. IV, 12). Egli scrisse il suo Vangelo come l’aveva udito da S. Paolo e lo scrisse in lingua greca, allora abbastanza conosciuta in tutto l’Oriente e a Roma e lo scrisse per uso di quei Cristiani, che prima erano stati gentili. Dopo aver scritto il Vangelo pose mano a scrivere il libro, che porta il titolo Atti o Gesta degli Apostoli, particolarmente di S. Paolo, giacché la seconda metà del libro si restringe esclusivamente a narrare le opere di lui: cosa affatto naturale, essendo egli stato suo discepolo e compagno e testimonio di ciò che narra. Cominciando questo libro, lo lega col Vangelo, che prima aveva scritto e che racchiude per sommi capi la storia di circa trent’anni. Questo libro fa seguito al Vangelo e ci descrive l’origine della Chiesa e, come voleva la natura delle cose, si apre col racconto della Ascensione di Gesù Cristo, accennata appena nell’ultimo capo del Vangelo. Uditene il prologo: Primieramente, o Teofilo, ho ragionato di tutte le cose, che Gesù prese a fare e ad insegnare fino al giorno, nel quale, dati per lo Spirito Santo i suoi comandi agli Apostoli, da Lui eletti, levossi al cielo. S. Luca rivolge la parola a Teofilo. Chi è desso codesto Teofilo, al quale S. Luca si indirizza eziandio a principio nel suo Vangelo? Sembra fuori di dubbio che fosse un personaggio distinto, che aveva dato il suo nome a Gesù Cristo e la cui vita doveva rispondere al nome che portava, e che in nostra lingua significa Amatore di Dio. Gli ricorda il libro del Vangelo, che gli aveva mandato e nel quale aveva compendiato le opere e la dottrina di Gesù Cristo. – Quæ cœpit Jesus facere et docere. Ecco che cosa è il Vangelo: il compendio delle cose fatte e insegnate da Gesù Cristo; dal che è facile inferire che nel Vangelo le opere e la dottrina di Gesù Cristo non sono riferite tutte, ma le principali e per sommi capi. A ragione poi gli interpreti fanno osservare che S. Luca, compendiando la vita di Gesù Cristo nel Vangelo, alle parole di Lui manda innanzi le opere: – Cœpit facere et docere -. Prima fece e poi insegnò! E in vero: le opere sono assai più eloquenti delle parole e gli uomini apprendono più assai da quelle, che da queste: le parole non costano gran sacrificio, ma lo impongono spesso assai grave le opere. E poi, a che valgono le parole se non sono accompagnate dalle opere? Ciò che valgono le fronde senza i frutti; ed è per questo che di Gesù si dice che cominciò a fare e dopo ad insegnare. Imitiamolo, affinché gli uomini vedano le opere nostre e vedendole sollevino la mente a Dio e gli rendano lode. – Io, scrive S. Luca, vi ho narrata nel mio Vangelo la vita di Gesù dal suo miracoloso concepimento fino alla sua dipartita dalla terra, fino a quel dì nel quale, andandosene al Cielo, lasciò i suoi comandi agli Apostoli e li costituì esecutori dei suoi voleri. Quali siano questi comandi e quali i voleri di Gesù Cristo si fa manifesto dal Vangelo istesso, dove sono determinati. E badate bene, soggiunge S. Luca, che questi comandi sono dati da Lui, che come fu concepito per virtù dello Spirito Santo, cosi tutto fa e dice per virtù dello stesso Spirito Santo, di cui possiede la pienezza. I quali comandi e voleri manifestò a quegli Apostoli che elesse Egli medesimo e ammaestrò di sua bocca. Non è senza ragione e profonda che S. Luca, nominati gli Apostoli, volle tosto soggiungere quelle due parole: – Quos elegit – I quali egli elesse -. Scopo del libro è di far conoscere le opere compiute dagli Apostoli e singolarmente da San Paolo e quindi di mettere in rilievo l’organismo della Chiesa primitiva. Importava adunque che si facesse conoscere in chi risiedeva il potere di reggere quella Chiesa e da chi era dato; e S. Luca ce lo mostra negli Apostoli e qui ci dice ch’essi l’ebbero da Cristo, che li elesse. È questa, o cari, una verità che vuolsi spesso ricordare e inculcare in questi tempi, nei quali si tende a collocare la radice del potere nella moltitudine. Checché sia del potere civile, di cui non parlo, il potere della Chiesa viene dall’alto, deriva di Cristo e da Lui passa negli Apostoli e dagli Apostoli nei suoi successori fino al termine dei tempi, perché Egli li elesse ed eleggendoli li investì di quel potere, che non riceve da chicchessia,, ma trae da se medesimo. – Fino al giorno nel quale fu assunto in Cielo – E da chi fu assunto Egli, Gesù Cristo? Non da altri fuorché dalla sua stessa onnipotenza, perché Egli era Dio eguale in ogni cosa al Padre; il perché la frase – Egli fu assunto in Cielo – vuolsi riferire alla natura umana, che aveva assunto, non alla sua divina Persona, che essendo immensa e onnipotente non può né salire, né discendere e per agire non ha bisogno di qualsiasi forza a sé estranea. Il sacro scrittore prosegue e in un versetto solo riassume la vita di Gesù Cristo, dalla sua Risurrezione alla sua Ascensione così: – Ai quali Apostoli, dopo la Passione, si era eziandio mostrato redivivo per lo spazio di quaranta giorni in molte maniere, parlando loro del regno di Dio -. Il punto capitale della vita di Gesù Cristo e la prova massima della sua divina missione, era senza dubbio il fatto della sua Risurrezione e questa, dice S. Luca, non poteva essere più certa e più splendida. Per il periodo di quaranta giorni si mostrò redivivo ai suoi Apostoli e nei modi più svariati per dileguare ogni ombra di dubbio. Si mostrò alle donne, a Pietro, a Giacomo separatamente, a due discepoli lungo la via di Emmaus, a sette sulle rive del lago di Tiberiade, a dieci e poi ad undici insieme raccolti nel Cenacolo di Gerusalemme; poi finalmente allorché salì al Cielo fu visto da circa cento e venti persone [S. Luca, narrata la Ascensione di Gesù Cristo, dice che gli Apostoli (e dà il nome di tutti undici) insieme con Maria e le donne si raccolsero nel Cenacolo in Gerusalemme, e tra parentesi aggiunge: – Che erano circa 120 -. Dal contesto sembra chiaro che questi 120 furono sul colle degli Olivi spettatori della Ascensione di Cristo. Si noti poi che gli Ebrei, allorché danno il numero delle persone, non comprendono mai le donne.], ed altra volta, che San Paolo afferma in modo solenne senza specificare il luogo e il modo, mostrossi insieme a cinquecento fratelli (I. Cor. XV. 6). Con loro parlò, con loro mangiò; volle che gli toccassero le mani e il costato perché si accertassero essere ben Egli il loro Maestro risuscitato, non ombra o spirito. La sua Risurrezione, considerata la lunghezza del tempo, la varietà delle apparizioni e delle prove e tenuto conto del numero dei testimoni, poteva ella essere più manifesta e più accertata? Mi appello a voi. – In tutte codeste apparizioni Gesù Cristo più o meno lungamente si trattenne e naturalmente parlò con gli Apostoli e con quanti erano presenti. E di quali cose parlò Egli con essi? Se noi scorriamo i quattro Evangeli e questo primo capo degli Atti Apostolici, troviamo alcuni cenni intorno alle cose che Gesù disse loro; ma ogni ragione vuole ch’Egli parlasse loro e ampiamente di tutto ciò che loro importava conoscere nell’esercizio dell’altissima missione loro affidata. S. Luca, con due sole parole, accenna il soggetto di queste istruzioni, che Gesù dava agli Apostoli e che dovevano essere la regola della loro condotta privata e specialmente pubblica, dicendo: – Loquens de regno Dei – Parlando del regno di Dio -. Qual regno di Dio? Certamente il regno di Dio sulla terra, cioè la Chiesa, che è la preparazione e il mezzo necessario per entrare nel regno di Dio, il Cielo e la vita beata. Ma se lo Scrittor sacro con estremo laconismo indicò l’argomento dei discorsi di Cristo con gli Apostoli in genere, non li significò in particolare, rimettendosi in questo alla tradizione orale. E qui riceve nuova e gagliarda prova la Dottrina Cattolica, che professa la Scrittura santa non contenere tutto l’insegnamento di Gesù Cristo, ma questo aversi pieno e perfetto nella tradizione orale. Dicano i fratelli nostri protestanti quante e quali furono le cose dette da Gesù Cristo agli Apostoli e comprese in quelle tre parole – Loquens de regno Dei? – E dovevano essere cose d’alto momento e perché venivano da tanto Maestro e perché riguardavano l’opera di Lui per eccellenza, la Chiesa, e perché  erano gli ultimi ricordi che loro lasciava. L’insegnamento orale adunque degli Apostoli e della Chiesa devesi considerare come il complemento non solo utile, ma necessario di. quello che abbiamo nei Libri Santi. – S. Luca nel versetto che segue ci fa sapere qual fu uno degli argomenti di queste conversazioni od istruzioni di Gesù Cristo, scrivendo: – Stando insieme a mensa, comandò loro non si dipartissero da Gerusalemme, ma vi aspettassero la promessa del Padre, che voi avete udito (disse) dalla mia bocca -. Dovevano fermarsi in Gerusalemme finché fosse adempiuta la promessa che Egli stesso aveva fatta a nome suo e del Padre – di mandare loro lo Spirito Santo. E perché  fermarsi in Gerusalemme? Perché là e non altrove, Gesù Cristo vuole che ricevano lo Spirito Santo? Perché là dove Gesù Cristo patì e morì, là se ne vedesse il primo frutto: perché là dove sul vertice della sua croce fu posta per ischerno la scritta: – Questi è il Re dei Giudei -, là cominciasse il suo regno, regno di tutti i secoli. Perché là dove Gesù Cristo lasciava i suoi Apostoli, là ricevessero lo Spirito consolatore, che doveva tenerne il luogo e continuarne l’opera. Perché là dove Gesù Cristo con la sua morte aveva posto fine alla legge mosaica, lo Spirito Santo proclamasse la nuova legge e dal centro della Sinagoga uscisse la Chiesa, che ne era la meta ed il termine. Accennata la promessa dello Spirito Santo che sarebbe disceso sugli Apostoli, Gesù ne tocca gli effetti, chiamando quella comunicazione miracolosa: Battesimo e altrove Battesimo di fuoco – Giovanni battezzò con l’acqua, dice Cristo, e voi sarete battezzati con lo Spirito Santo fra pochi giorni -. – Giovanni, così il divin Salvatore, battezzava il popolo sulle rive del Giordano, e voi ed Io con voi vi andammo. Che Battesimo era quello? Battesimo con acqua: esso, per sé, non mondava l’anima, ma solo il corpo. Per esso voi vi riconoscevate peccatori, bisognevoli di purificazione: esso non infondeva grazia alcuna nelle anime vostre; vi eccitava soltanto a desiderarla, destandovi la fede in Lui, che Giovanni annunziava e che ora vi parla. Voi ora siete mondi in virtù della mia parola: nell’anima vostra alberga la mia grazia e con essa il germe della vita divina. Ma la missione, che siete per cominciare domanda una forza più gagliarda, una vita più potente, un novello Battesimo, non di acqua, ma di fuoco e l’avrete tra pochi giorni -. È chiaro che Gesù Cristo in questo luogo col nome di Battesimo nello Spirito Santo designa la venuta dello Spirito Santo e la trasformazione operata negli Apostoli il giorno delle Pentecoste e la designa con questo nome perché vi è una certa somiglianza col Battesimo di acqua. Questo si riceve una sola volta e una sola volta in modo sensibile lo Spirito Santo discese sugli Apostoli: questo depose nell’anima una vita nuova, che si svolse nella vita cristiana, stampando in essi un segno incancellabile: e lo Spiritò Santo depose in essi una nuova energia, che si svolse nelle opere tutte dell’Apostolato. – Ma ritorniamo alla narrazione di S. Luca, il quale riporta una domanda degli Apostoli a Gesù, la quale se da una parte dimostra la semplicità e, diciamolo pure, la ignoranza degli Apostoli, dall’altra mette in piena luce la divinità del divino Maestro verso di loro e prova insieme l’ammirabile sincerità del sacro scrittore. Uditela: – Intanto i convenuti colà lo interrogarono dicendo: Signore, restituirai tu forse in questo tempo il regno ad Israele? – Per comprendere questa domanda, che sembra a noi molto strana, conviene conoscere le idee che allora fermentavano nel popolo giudaico non meno che nei suoi capi, alle quali naturalmente gli Apostoli non potevano essere estranei. E tanto più conviene conoscere queste idee, delle quali gli Apostoli si fanno interpreti presso del Maestro in quanto che esse ci danno la chiave per spiegare la terribile apostasia della nazione e la catastrofe che ne seguì. Scorrete i libri dell’antico Testamento e particolarmente i Salmi ed i Profeti: in moltissimi luoghi si promette il Messia e sotto le più svariate forme lo si presenta e si descrive. Si predicano, è vero, le sue umiliazioni, i suoi dolori, la sua morte in modo che sembrano una storia piuttostoché una profezia; ma lo si dipinge pure come un re potentissimo, un gran duce vincitore, un conquistatore glorioso, che strapperà il suo popolo dalle mani dei nemici, che lo rivendicherà a libertà e stenderà il suo scettro pacifico su tutta la terra. Che ne avvenne? Ciò che doveva avvenire in un popolo sì fiero della propria indipendenza, orgoglioso, tenacissimo e che dopo le terribili prove, da cui era uscito contro i Babilonesi e contro i re Siri, al tempo dei Maccabei, fremevano sotto il giogo romano. Come gli individui e più degli individui i popoli hanno il loro amor proprio, il loro egoismo nazionale, che può toccare i gradi estremi. Gli Ebrei tenevano salda la speranza del futuro Liberatore, del quale parlavano i profeti, i riti ed i simboli in tante forme rappresentavano; l’aspettavano, lo desideravano ardentemente. Ma la loro natura grossolana, il desiderio ardentissimo di scuotersi dal collo l’abbominata signoria straniera e l’orgoglio nazionale fecero sì che nel Messia promesso, nel Liberatore annunziato dai Patriarchi e dai Profeti, più che il Liberatore delle anime vedessero il liberatore dei corpi, più che il Redentore del mondo aspettassero il vindice della nazione, un Davide glorioso, un Maccabeo restauratore di Israele. Foggiatasi questa idea bizzarra e falsissima del Messia, che accarezzava il loro orgoglio e rispondeva alle condizioni politiche sì dolorose ed umilianti della nazione, è facile immaginare come i Giudei dovessero accogliere Gesù Cristo, che annunziava un regno spirituale, che voleva si rendesse a Cesare ciò che era di Cesare e che mandava in fumo le speranze di libertà e grandezza temporale, che si aspettavano. È questa la causa precipua della cecità de’ Giudei e del ripudio di Cristo e che trasse in rovina la nazione intera. Terribile lezione. che troviamo ripetuta sventuratamente anche in alcuni popoli cristiani! Perché l’Oriente ai tempi di Fozio e poi di Michele Cerulario si separò da Roma e cadde nello scisma e nella eresia, in cui giace ancora? La causa principale fu l’orgoglio nazionale dei Greci, ai quali pareva una umiliazione ubbidire al Pontefice di Roma e sottostare ai Latini. Perché la maggior parte della Germania consumò la sua separazione dal centro dell’unità cattolica, che risiede in Roma? Vuolsi ascriverne la causa principale alla gelosia nazionale: ai fieri Germani mal sapeva ricevere la legge da Roma, a loro, figli di Arminio. Perché l’Inghilterra ruppe i vincoli, che da secoli la tenevano unita a Roma? Perché le parve a torto minacciata la sua indipendenza nazionale. Se bene si guarda quasi tutti gli scismi e quasi tutte le grandi eresie, che desolarono la Chiesa, ebbero la loro funesta radice nel sentimento esagerato e male inteso della dignità e grandezza nazionale. È una prova tremenda per un popolo il sospetto, il solo timore, che gli interessi religiosi possano offendere il sentimento patriottico: nella lotta vera o immaginaria che sia v’è un grande pericolo, che il popolo agli interessi del Cielo anteponga i terreni e respinga una Chiesa od una Religione che gli sembra domandare il sacrificio della patria e tanto più grande è il pericolo quanto più ardente è l’amore della patria stessa. Ma guai a quel popolo che si lascia accecare! L’esempio d’Israele è là sotto gli occhi del mondo intero. Torniamo al sacro testo. – Gli Apostoli, benché poveri figli del popolo, rozzi pescatori, nati e cresciuti sugli estremi confini della nazione, ai piedi del Libano e lontani dal centro d’Israele, Gerusalemme, dove batteva il cuore della nazione e ardeva il focolare del patriottismo, non erano estranei alle speranze comuni, né insensibili al fremito del popolo. L’uomo nasce e vive patriota e tutto ciò che suona onore, libertà e grandezza della patria, trova sempre aperta la via del suo cuore e se vi è uomo, in cui l’amore della patria non trova eco, dite pure che è un miserabile, un essere degradato. Era dunque naturale che gli Apostoli, anime rette, forti e generose, ancorché prive d’ogni coltura, sentissero vivo l’amore della patria e partecipassero al sentimento comune, spingendolo fino al pregiudizio fatale di assegnare al Messia, e per conseguenza a Gesù Cristo, la missione di liberatore dal giogo straniero. E che gli Apostoli tutti fossero vittima di questo pregiudizio comune, figlio d’un patriottismo male inteso, e ciò fino alla Ascensione di Gesù Cristo al Cielo, apparisce in modo indubitato dalla domanda che ingenuamente e non senza qualche peritanza, gli mossero: – Signore, restituirai tu forse in questo tempo il regno ad Israele? – La domanda è fatta in modo, che sembra deliberata in comune, riserbata in sull’ultimo come cosa gravissima, nella speranza che il Maestro ne parlasse anche non richiesto e concepita in termini che esprimono l’angustia e l’incertezza dell’animo loro. Qual fu la risposta di Gesù? È semplicissima e l’avete udita. Egli, il divino Maestro, li lascia dire e li ascolta. Non una parola di stupore, non un accento solo di rimprovero per tanta ignoranza, dopo sì lungo tempo di scuola avuta da Lui, e tanta ignoranza sopra un punto capitale, che riguardava il fine della divina sua missione. Quanta benignità! Quanta carità con questi suoi cari Apostoli! Egli, vedendo le loro menti ingombre di sì gravi pregiudizi, tace e dissimula e non si prova nemmeno a dissiparli, perché non l’avrebbero compreso. Aspetta che il tempo e la luce che tra breve getterà nelle loro menti lo Spirito Santo, li rischiarino e mettano fine ai loro dubbi. Grande e sublime lezione per tutti e particolarmente per quanti hanno l’ufficio di ammaestrare il popolo! Quante volte accade di trovare persone piene di errori, che non si arrendono alle dimostrazioni più evidenti, che non sanno spogliarsi di certi pregiudizi succhiati col latte, che chiudono gli occhi della mente a verità chiarissime! Che fare? Talvolta sono vittime della educazione, dell’ambiente, come si dice, delle correnti popolari, di passioni per sé non sempre spregevoli. Combatterle risolutamente a viso aperto sarebbe forse cosa vana e talora anche nociva, perché ecciterebbe più vive le passioni facendosi l’amor proprio offeso loro patrocinatore. In molti casi giova tacere, dissimulare, attendere che le passioni sbolliscano, che il tempo ammaestri, e non è raro il caso che le menti si aprano da se stesse alla luce di quelle verità che prima si erano fieramente rigettate. L’esempio di Cristo lo prova. Egli lasciò cadere la domanda; non negò, né affermò; ma, riconducendo la mente dei suoi diletti Apostoli a ciò che maggiormente importava e dalle cose temporali richiamandoli, come sempre soleva fare, alle celesti, rispose: – Non spetta a voi conoscere i tempi e le congiunture, che il Padre ha serbato in sua balìa. – Che fu un dire: a che fermate il vostro pensiero sulle sorti future del regno d’Israele? Voi non potete mutarle; esse sono nelle mani di Dio, che solo le conosce e le regola nella sua sapienza. Ad altra impresa e troppo più alta e importante voi siete chiamati: di questa vi occupate, che è vostra, e quell’altra rimettete al divino volere. – Del resto qual era la sorte riserbata alla nazione giudaica e nominatamente alla sua capitale, Gerusalemme, cinquanta giorni innanzi l’aveva detto e descritto coi colori più vivi e la memoria doveva essere ancor fresca negli Apostoli. Non aveva lor detto, pochi giorni prima della sua passione, che sarebbe scoppiata una guerra sterminatrice con rivolte e tumulti? Non aveva chiaramente annunziato un assedio terribile, la presa della città, la distruzione del tempio, sì che non ne sarebbe rimasta pietra sopra pietra e ammonitili che fuggissero ai monti per non essere involti nella catastrofe? In quella profezia sì chiara e particolareggiata, che non potevano aver dimenticata, perché recentissima, si conteneva la risposta alla domanda: – È questo il tempo, nel quale restituirai il regno ad Israele? – Ma non è inutile il ripeterlo, quando un pregiudizio è profondamente abbarbicato nell’animo non valgono le ragioni più evidenti a svellerlo, ed è saggezza aspettare il beneficio del tempo e della esperienza, come fece Cristo, il quale, messo da banda questo argomento affatto umano e che allora non interessava, continuò, dicendo: – Piuttosto voi riceverete la potenza dello Spirito Santo, il quale verrà sopra di voi -. Ben altro regno che quello temporale d’Israele, del quale mi fate domanda, si deve fondare e tosto e per opera vostra. E come e quando? Appena avrete ricevuto lo Spirito Santo, che vi riempirà della sua forza divina tra pochi giorni e trasformandovi in altri uomini, vi renderà strumenti atti all’ardua impresa; e allora, da Lui supernamente illustrati, comprenderete qual sia il regno, ch’Io sono venuto a stabilire, regno della verità, regno dell’anime, che comincerà qui in Gerusalemme, si allargherà in tutta la Giudea e nella Samaria, che sono i confini del regno d’Israele, di cui parlate, e poi si distenderà fino agli estremi della terra. In tal modo Gesù Cristo accenna alla differenza immensa, che corre tra l’angusto e temporal regno sognato dagli Apostoli e quello senza confini e spirituale, ch’Egli per opera loro avrebbe fondato e implicitamente risponde alla domanda, che gli avevano fatta: – In questo tempo restituirai tu il regno ad Israele? – E qui cade in acconcio toccare alcune verità, che non sono senza importanza. E primieramente osservate tracciato agli Apostoli l’ordine della loro predicazione: essi dovevano cominciare la loro missione in Gerusalemme, poi spandersi nella Giudea, poi portarla in Samaria, che è quanto dire annunziare prima la buona novella ai figli di Abramo disseminati sul territorio delle dodici tribù, pigliando le mosse dalle due rimaste fedeli. Compiuta questa missione presso i figli d’Israele, il muro, che fino allora aveva separato il popolo eletto da tutti gli altri doveva cadere e aprirsi a tutti indistintamente la porta del novello regno, regno universale e duraturo fino al termine dei tempi. Disegno più audace di questo e umanamente di questo più impossibile non s’era mai visto, né mai era caduto in mente d’uomo e direttamente feriva l’orgoglio del popolo ebraico, sì tenace e sì geloso del suo più assoluto isolamento. Il carattere della più vasta universalità per ragione dello spazio e del tempo, che Cristo in questo luogo imprime al suo regno, siffattamente ripugna alle idee del mondo pagano e più ancora del mondo ebraico, che anche solo basta d’avvantaggio a mostrarli in Chi lo concepì e sì chiaramente l’annunzi la coscienza della propria forza al tutto sovra umana e divina. Osservate in secondo luogo che Cristo costituisce gli Apostoli testimoni – Eritis mihi testes – Testimoni di che? Dei fatti e dei miracoli (e per conseguenza della dottrina dai fatti e dai miracoli provata), che avevano veduto coi loro occhi. Ufficio adunque degli Apostoli e dei loro successori è quello di attestare e affermare costantemente e dovunque l’insegnamento di Cristo, la cui certezza poggia sui miracoli da Lui operati. Essi non sono che testimoni e perciò loro ufficio è quello di conservare pura e intatta la Dottrina di Cristo, quale uscì dalle sue labbra, senza aggiungere o levare ad essa pure un’apice. Perciò il ponetevelo bene nell’animo, o dilettissimi, la Chiesa, continuatrice dell’opera degli Apostoli non crea una sola verità nuova, non altera, né dimentica, né omette una sola delle verità caduta dalle labbra di Cristo e degli Apostoli: tutte le conserva e le trasmette fedelmente, come un cristallo tersissimo trasmette i raggi del sole, benché le svolga più largamente e di nuove e più ampie prove secondo i tempi e i luoghi le avvalori. Finalmente non dimenticate mai, o dilettissimi, che questo doppio ufficio di propagatrice e conservatrice infallibile della Dottrina di Cristo la Chiesa lo adempì e adempirà sempre, non per virtù propria, ma sì unicamente per virtù di quello Spirito Santo, che Cristo promise agli Apostoli e che rimarrà nella Chiesa fino all’ultimo giorno de’ secoli, secondo la sua promessa solenne. È bene a credere che Cristo, trattenendosi con gli Apostoli a lungo e più volte per lo spazio di quaranta giorni, altre cose disse loro, che non sono registrate da S. Luca, ma che si conservarono religiosamente nell’insegnamento orale degli Apostoli stessi e della Chiesa. S. Luca, compendiate queste cose, narra che Gesù condusse gli Apostoli fuori, in Betania, il castello di Marta, Maria e Lazzaro, presso Gerusalemme (S. Luca, XXIV, 51) e benedicendoli amorosamente – sotto i loro occhi levossi in alto – Videntibus illis, elevatus est –  Cristo levossi da terra per virtù della sua divina persona e sembra che ciò facesse a poco a poco, volti sempre gli sguardi sorridenti e stese le braccia verso i suoi cari Apostoli e discepoli e sopra tutto verso la Madre sua, che indubitatamente era colà, come si rileva dal versetto quattordicesimo di questo primo capo degli Atti Apostolici. Levossi in alto – Elevatus est – cioè levossi al Cielo. Che vi sia un luogo dove Iddio si manifesta svelatamente nella sua gloria a quelli, che hanno meritato di vederlo e bearsi in Lui e che si dice cielo, non vi può essere dubbio alcuno e la natura stessa degli Angeli e particolarmente degli uomini, che vi sono chiamati, lo esige. Ma dove sia questo luogo e questo Cielo a noi è perfettamente ignoto. Finché gli uomini, giudicando secondo i sensi e perciò seguendo le idee astronomiche di Tolcredevano la terra immobile, centro universale del creato e gli astri e le stelle poste in alto e d’altra natura incomparabilmente più nobile della terra, si comprende come potessero e dovessero collocare il Cielo, questo luogo di delizie, questa dimora gloriosa lassù in alto, negli astri, nelle stelle, nel Cielo immobile, che a tutte le cose sovrasta. L’idea cristiana del Cielo, elevandosi ai sublimi concetti di Dio, della sua immensità, degli spiriti, delle anime e dei corpi gloriosi, conserva pur sempre l’idea d’un luogo particolare, dove Dio mostra la sua presenza e la sua gloria, ma non determinò mai precisamente in qual regione sia posto questo luogo, se sopra o sotto di noi, se ad Oriente od Occidente, a tramontana o mezzogiorno. I Libri Santi tacciono, la tradizione è muta e la Chiesa, che n’è l’interprete, insegna che il Cielo de’ beati, il paradiso vi è, ma dove sia nol disse mai. E perché non potrebb’essere sulla terra istessa? Là dove è Dio svelato alle anime, là può essere il Cielo; e non potrebbe Iddio mostrarsi loro qual è qui sulla terra, campo dei loro combattimenti e delle loro vittorie e perciò anche luogo del loro trionfo? Che importa che noi non vediamo nulla? Chi può vedere Iddio, i puri spiriti, i corpi gloriosi? Cristo non vive sulla terra nel Sacramento dell’altare invisibile? E certo dove è Cristo ivi è altresì il Cielo, di cui è il Re. Disse profondamente il poeta teologo che ogni dove è paradiso ed è questo il vero concetto del Cielo secondo la ragione e secondo la fede e questo teniamo. Ma voi direte: E pur sempre vero che il testo sacro, narrando l’ascensione di Cristo, ce lo descrisse in atto di salire in alto – Elevatus est -; e noi stessi, allorché accenniamo il Cielo, leviamo in alto le mani quasi fosse lassù sopra dei nostri capi. È vero: Cristo, salendo in Cielo, montò in alto, non perché il Cielo sia piuttosto in alto che in basso ma per mostrare che la sua presenza visibile cessava sulla terra e cominciava un’altra maniera differentissima di vita; e poiché le cose più nobili e più eccellenti per noi si dicono metaforicamente alte e ce le rappresentiamo, non in basso, ma in alto; così Cristo per farci conoscere il suo nuovo modo di esistere in Cielo, salì in alto. Per la stessa ragione, allorché noi parliamo del Cielo, leviamo in alto le mani e gli occhi come se il Cielo fosse sopra de’ nostri capi Poiché Gesù fu levato in alto, una nube, dice il sacro scrittore, lo tolse ai loro occhi. Qual nube? Porse fu vera nube, o come inclino a credere e mi sembra più conforme al fatto e alla maestà di Cristo, quella fu uno splendore di luce meravigliosa, che a guisa di nube lo circonfuse e lo rese invisibile agli occhi degli Apostoli, che lo seguivano con ansia amorosa, con gioia ineffabile e dolore vivissimo, come potete immaginare. – Allorché gli Apostoli stavano pur con gli occhi fissi in alto cercando di vedere il Maestro, che si era dileguato in mezzo a quei fulgori celesti, ecco ad un tratto due personaggi bianco vestiti stettero presso di loro, quasi inosservati, perché gli occhi loro erano fermi lassù in alto. S. Luca non dice che fossero Angeli, ma non è a dubitarne dal contesto. Li chiama personaggi (viri), non Angeli, perché apparvero con forme umane e certo non è questo il primo luogo, in cui gli Angeli si chiamano uomini. Essi, riscossi gli Apostoli da quella loro estasi, volsero loro la parola, dicendo: – 0 Galilei, che state a riguardare in Cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi fu assunto in Cielo, verrà al modo istesso, onde lo vedeste andarsene -. Quegli Angeli rammentarono agli Apostoli una verità, che più volte avevano udita dalla bocca di Cristo, cioè la sua venuta gloriosa al termine dei tempi. Vedete somiglianza tra i due fatti della salita di Cristo al Cielo e della futura sua venuta, toccata dal sacro Autore. E sempre sopra una nube, che Gesù si mostra, sia che parta dalla terra, sia che vi ritorni, per indicare la sua maestà e la piena signoria ch’Egli ha sopra ogni cosa. Nella stessa trasfigurazione la voce celeste si fa udire dal seno d’una nube e attraverso ad una nube Mosè intravvede Dio. Con la mente e col cuore abbiamo seguito Cristo, che sale al Cielo: prepariamoci con la mente e col cuore ad accoglierlo nella finale sua venuta per essergli compagni nel suo rientrare nella gloria celeste e vivere beati con Lui per tutti i secoli dei secoli.

Alleluia

Allelúia, allelúia.


Ps XLVI:6.
Ascéndit Deus in iubilatióne, et Dóminus in voce tubæ. Allelúia.

[Iddio è asceso nel giubilo e il Signore al suono delle trombe. Allelúia.]

Ps LXVII:18-19.
V. Dóminus in Sina in sancto, ascéndens in altum, captívam duxit captivitátem.
Allelúia.  

[Il Signore dal Sinai viene nel santuario, salendo in alto, trascina schiava la schiavitú. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum Marcum.
Marc XVI:14-20

In illo témpore: Recumbéntibus úndecim discípulis, appáruit illis Iesus: et exprobrávit incredulitátem eórum et durítiam cordis: quia iis, qui víderant eum resurrexísse, non credidérunt. Et dixit eis: Eúntes in mundum univérsum, prædicáte Evangélium omni creatúræ. Qui credíderit et baptizátus fúerit, salvus erit: qui vero non credíderit, condemnábitur. Signa autem eos, qui credíderint, hæc sequéntur: In nómine meo dæmónia eiícient: linguis loquantur novis: serpentes tollent: et si mortíferum quid bíberint, non eis nocébit: super ægros manus impónent, et bene habébunt. Et Dóminus quidem Iesus, postquam locútus est eis, assúmptus est in cœlum, et sedet a dextris Dei. Illi autem profécti, prædicavérunt ubíque, Dómino cooperánte et sermónem confirmánte, sequéntibus signis.

“In quel tempo: Gesú apparve agli undici, mentre erano a mensa, e rinfacciò ad essi la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano prestato fede a quelli che lo avevano visto resuscitato. E disse loro: Andate per tutto il mondo: predicate il vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato, sarà salvo: chi poi non crederà, sarà condannato. Ed ecco i miracoli che accompagneranno coloro che hanno creduto: nel mio Nome scacceranno i demoni, parleranno lingue nuove, maneggeranno serpenti, e se avran bevuto qualcosa di mortifero non farà loro male: imporranno le mani ai malati e questi guariranno. E il Signore Gesù, dopo aver parlato con essi, fu assunto in cielo e si assise alla destra di Dio. Essi se ne andarono a predicare per ogni dove, mentre il Signore li assisteva e confermava la loro parola con i miracoli che la seguivano.”

Recitato il Vangelo, viene spento il Cero pasquale, ne più si accende, se non il Sabato di Pentecoste per la benedizione del Fonte.

OMELIA II

[Mons. G. Bonomelli: MISTERI CRISTIANI, Queriniana Brescia, 1896 vol. II, impr.]

FESTA ASCENSIONE – RAGIONAMENTO IV.

Il fatto della Ascensione di Gesù Cristo ci ammaestra e ci conforta.

L’Ascensione di Gesù Cristo, che oggi celebriamo, è l’ultimo dei misteri da Lui compiuti sulla terra e corona degnamente tutta la sua vita. Colla Incarnazione venne dal Cielo sulla terra: colla Ascensione parte dalla terra e ritorna al Cielo, conducendo seco le primizie della umanità redenta e schiudendo a noi fratelli suoi secondo la carne le porte di quella beata dimora. Gesù, dall’alto della croce, abbracciando collo sguardo della mente i giorni di sua vita mortale, le profezie, che si compivano nella sua Persona e vedendo compiuta l’opera della umana redenzione, poté esclamare – Consummatum est -. Tutto è consumato -. Oggi, con maggior verità, se così posso esprimermi, Gesù Cristo può ripetere – Tutto, tutto è consumato; la mia missione sulla terra, missione di maestro coll’opera e colla parola: missione di vittima espiatrice e di redentore di tutti gli uomini, è compiuta e me ne vado al Padre, che mi ha mandato. Ho gittato il seme fecondo della verità e della vita nei cuori de’ miei Apostoli. È necessario, che salga al Cielo e di là mandi lo Spirito Santo, che qual sole vivificatore e qual pioggia fecondatrice, lo faccia crescere e fruttificare: Consummatum est. Mentre Gesù sale al Cielo, benedicendo gli Apostoli, che con occhi pieni d’amore lo seguono, noi, carissimi, raccogliamoci e meditiamo alcune verità, che l’odierno mistero ci mette innanzi; esse saranno lume alle nostre menti e conforto al nostro cuore. – E per dare qualche ordine alle poche parole che sono per rivolgervi, vi mostrerò: 1° la condiscendenza paterna e la squisita bontà di Gesù Cristo verso degli Apostoli prima di separarsi da loro. 2° Vedremo come Gesù ci abbia tracciato la via da seguire se vogliamo essere con Lui, e che è compendiata in quelle parole – Conveniva che Cristo soffrisse e così entrasse nella sua gloria -. 3° Finalmente vi dirò del conforto dolcissimo, che dobbiamo attingere nell’odierno mistero, rammentando le parole dell’Apostolo, che scrisse, il Salvatore essere entrato ne’ Cieli e colà vivere adempiendo l’ufficio di Mediatore. – Semper vivens ad interpellandum pro nobis. Dalle Sante Scritture, e particolarmente dal primo capo degli Atti Apostolici, apprendiamo che Gesù Cristo dopo la sua Risurrezione dimorò sulla terra quaranta giorni. In quel periodo di tempo qual fu la sua vita? Non vi è dubbio, colla Risurrezione comincia la sua vita gloriosa, ma non sempre e in ogni occasione si manifesta come tale. Il suo corpo apparisce fornito delle doti del corpo glorioso entrando nel cenacolo a porte chiuse, dileguandosi agli occhi dei due discepoli in Emmaus, tramutandosi in un istante da un luogo all’altro: talvolta tra il suo modo di vivere e operare dopo la sua Risurrezione e quello che teneva prima non sembra correre differenza o leggera: si trattiene e conversa amichevolmente cogli Apostoli: mangia con essi; li istruisce, li rimprovera, li conforta e si direbbe che nulla di singolare apparisce nel suo corpo e nel suo tenore di vita. Come ciò, o carissimi? Perché Gesù Cristo non si circonda di luce e di gloria come sul Tabor? Perché vela lo splendore, che dovea brillare nella sua umanità risorta e trasformata e si presenta ora come pellegrino, ora come ortolano, ora come un estraneo sulle rive del lago di Galilea, ora come l’antico maestro? Quali le ragioni di questa condotta, che parrebbe al tutto contraria al suo stato di corpo glorioso? Così Egli fece unicamente per i suoi cari Apostoli e discepoli. Ad uomini che viveano ancora nello stato di via e di prova, che aggravati da un corpo mortale erano impotenti a sostenere la luce smagliante dell’umanità sua gloriosa, Gesù doveva mostrarsi in quei modi e sotto quelle forme, che, mostrando pure la verità della Risurrezione, lo rendessero accessibile ai loro sensi infermi. Ecco perché il Salvatore risorto eclissa quasi interamente la sua gloria e assume le forme più semplici. Nell’Incarnazione il Figlio di Dio per avvicinarsi agli uomini e ammaestrarli si fece uomo e nascose la sua gloria infinita nell’assunta natura, lasciandone trasparire a quando a quando alcuni raggi, che mostrassero la sua divina Persona: risorto, tempra gli splendori, onde doveva sfolgorare il suo corpo, perché gli Apostoli potessero avvicinarsi a Lui; ma nello stesso tempo opera tali prodigi, che tolgono ogni ombra di dubbio sulla realtà della Risurrezione. Non è questa una prova della sua bontà verso de’ suoi diletti discepoli? Si fa piccolo coi piccoli e quasi ancora mortale coi mortali per prolungare e compire il suo insegnamento! S’Egli fosse loro apparso sfavillante di luce, librato in alto o in altri modi straordinari, non è egli vero che forse gli Apostoli avrebbero potuto sospettare d’essere vittime di qualche inganno, o di qualche allucinazione? Come avrebbero potuto accostarsi a Lui, udirlo tranquillamente, parlargli, interrogarlo, toccare il suo corpo, palpare le sue mani? A principio, vedendolo, credevano d’avere innanzi a sé un’ombra, un fantasma, uno spirito e tennero in conto di vaneggianti le donne, che affermavano d’averlo veduto (S. Luca, XXIV, II); che sarebbe stato se si fosse mostrato in tutta la maestà e in tutta la gloria d’un corpo glorioso? Se alla vista d’un lampo di gloria, che sfolgorava nel suo corpo ancor mortale sul monte, allorché trasfigurossi, i tre Apostoli abbagliati e sopraffatti caddero colla faccia sul suolo, che sarebbe avvenuto se dopo la Risurrezione si fosse loro svelato qual era glorioso? – Gesù Cristo, se così possiamo dire, dopo la Risurrezione ama ritornare all’antica semplicità coi suoi cari, vuol ripigliare la famigliarità consueta del trattare e conversare e con essi, rivedere quei luoghi e specialmente quei colli ridenti di Galilea e quelle rive incantevoli del suo lago, dove avea cominciato la sua predicazione e formato: il drappello de’ suoi Apostoli. Si direbbe che la compagnia de’ sui fedeli discepoli gli fa dimenticare l’ingresso trionfale in Cielo. – Essi, que’ suoi diletti ondeggiano ancora tra il timore e la speranza: vuole accertarli che è ben Lui l’antico loro Maestro, il crocefisso e il risorto del Golgota e moltiplica le apparizioni e le forme ed i luoghi delle apparizioni e muta talora i testimonî, perché nella varietà delle manifestazioni maggior sia la loro certezza. Non è così che fanno gli uomini allorché vogliono persuadere d’una verità quelli, che ne dubitano? L’annunziano, la ripetono più e più volte mutando le parole e ai vecchi argomenti altri nuovi argomenti aggiungendo, finché veggono dissipato ogni dubbio e la verità nella mente degli oppositori saldamente stabilita. Gli Apostoli e i discepoli, dopo la tremenda tragedia del Calvario, erano come pecorelle che, perduto il pastore, circondate da lupi e sgominate dal nembo, non sanno dove ripararsi e qua e là scorrono per la selva, ignare che sarà di loro. Gesù, il buon pastore per eccellenza, appena risorto, va in cerca di queste pecorelle smarrite e tremanti: or queste or quelle rintraccia separatamente; poi, tutte le raccoglie in vari luoghi e ripetutamente le conforta e le prepara alle prove future. Quando sta in mezzo a’ suoi Apostoli, dopo averli consolati e fatti certi della sua Risurrezione, riduce alla loro memoria le verità che loro aveva insegnate, le spiega meglio – Loquens de regno Dei -, le ribadisce nelle loro menti, parla loro del modo, con cui dovranno governarsi nella grande missione, che loro affida: nettamente predice le lotte, le persecuzioni, che li aspettavano nel mondo; ma non temessero perché lo Spirito Santo li avrebbe ammaestrati in ogni cosa, ed Egli stesso sarebbe sempre con loro fino al termine dei tempi. Egli è simile ad un padre amoroso, che dovendo partire per lontano paese, si chiama intorno i figli, e porge loro i più saggi ammonimenti e non si stanca di ripeterli a questo e a quello in particolare e a tutti insieme, e li va preparando al momento. della separazione in guisa che questa riesca meno dolorosa.Lo so: altri potrebbe dirmi: e non poteva Gesù Cristo nella sua onnipotenza provare in un istante solo la verità della Risurrezione, dissipare tutti i dubbi dalla mente degli Apostoli e inondarla di luce sì che non vi fosse bisogno di tanto tempo per ammaestrarli? Perché non fare in un lampo ciò che ottenne in quaranta giorni? E poi perché non affidare ad altri questo ufficio di Consolatore e di Maestro? Nessun dubbio che Gesù poteva veramente così fare, se così gli fosse piaciuto: ma nol volle e fu prova di sapienza e bontà grande fare come fece.Se voi scorrete la vita di Gesù Cristo, troverete, che Egli si acconcia allo svolgimento delle leggi e delle forze di natura e se coi miracoli talvolta lo sospende e lo muta egli è per provare la sua missione e lo fa, diremmo quasi, con parsimonia, tanto quanto era necessario. Lo sviluppo della sua natura umana segue le leggi naturali:col lavoro suo pane: non mette l’onnipotenza sua a servizio de’ suoi bisogni naturali per risparmiarsi fatiche, stenti o dolori. Avrebbe potuto in un attimo formarsi gli Apostoli e ricolmarli d’ogni scienza: invece travaglia intorno a loro per lo spazio di tre anni e voi non ignorate quale ne fosse il risultato. Perché dopo la Risurrezione avrebbe tenuto altro modo? Non dimenticate lo mai, o dilettissimi; Dio vuole nell’ordine soprannaturale seguire le vie naturali, perché più conformi all’uomo, perché queste domandano il concorso dell’uomo e l’obbligano a spiegare la sua attività. Ponete che Cristo in un istante, usando della sua onnipotenza avesse ammaestrati e trasformati gli Apostoli: quale sarebbe statal’opera loro e quale per conseguenza il loro merito?Sarebbe stata opera totalmente di Dio e nullo il loro merito. A questo ufficio di Consolatore e Maestro degli Apostoli avrebbe potuto deputare gli Angeli od altri uomini. Chi l’ignora? Ma Gesù Cristo volle affermarlo e compirlo Egli stesso perché era conveniente ch’Egli, che aveva incominciato l’opera, Egli stesso la conducesse a termine e perché alle tante altre aggiungeva una novella prova della sua carità e paterna tenerezza verso gli Apostoli. Sia dunque ora e sempre benedetto Gesù Cristo, che, prolungando la sua dimora sulla terra dopo la Risurrezione, quasi fosse ancora pellegrino,ci diede un pegno sì prezioso della sua immensa bontà! – S. Luca (Vangelo XXIV. 50, Atti Apost. I, 12) narra che Gesù condusse Seco presso Betania sul colle degli Ulivi, i suoi Apostoli e discepoli e di là, stendendo le mani e benedicendoli, Sali al cielo! È un fatto, che non deve passare inosservato, o carissimi, e non senza ragione il sacro scrittore notò questo particolare del luogo, donde Gesù si dipartì dalla terra e cominciò il suo trionfale ingresso nel regno de’ Cieli. Sorge naturale nell’anima; perché Gesù Cristo scelse quel luogo per dare l’ultimo addio a’ suoi cari e pigliare le mosse pel Cielo in modo visibile? Là presso Betania, su quel colle degli Ulivi, Gesù avea pregato tante volte nel silenzio della notte: là aveva cominciato, dopo la preghiera, la terribile lotta, che doveva spremere dal suo corpo il sudore di sangue, prova dell’angoscia mortale, ond’era oppresso il suo cuore; là avea cominciato la sua passione. Quegli ulivi avevano visto accostarsi a Lui il traditore a capo degli sgherri della sinagoga; avevano visto il bacio nefando dato al Maestro; l’aveano visto stretto in catene avviarsi fra le tenebre di quella notte fatale verso: Gerusalemme, mentre gli Apostoli si davano alla fuga. Era troppo giusto che quel luogo per Gesù e per gli Apostoli sì memorando, testimonio di tante umiliazioni, di tanti e sì ineffabili dolori, fosse testimonio altresì della loro gioia e del trionfo supremo del divino Maestro. Chi di noi non rivede volentieri nei giorni della felicità quei luoghi dove fummo messi a dure prove e versammo lagrime amare? Il ricordo di quei luoghi per la ragione dei contrasti spande non so qual dolce voluttà negli animi nostri, che ci obbliga a rivederli e ce li rende cari e preziosi. Alla vista di quel luogo io credo che Gesù e gli Apostoli trasalissero di gioia scorrendo col pensiero la sì recente storia de’ loro patimenti, tramutati in tanta felicità. Da quel luogo, abbassando lo sguardo, vedeasi Gerusalemme, il tempio che torreggiava su tutta la città; vedeansi le piazze, le vie per le quali Gesù era stato trascinato in mezzo alle grida selvagge della folla inferocita; vedeasi il pretorio, vedeasi il Golgota, su cui in mezzo a strazi senza nome aveva esalato l’anima, e ai suoi piedi il sepolcro, in cui quel corpo, che ora appariva riboccante di vita e glorioso, per tre giorni era stato deposto. Qual vista! Quali memorie! Quei luoghi, già teatro de’ suoi vituperî e delle sue agonie, dovevano essere spettatori della sua finale vittoria e rendere più bello e più caro il suo trionfo. E chi sono i testimonî della sua Ascensione? Chi son quelli che l’accompagnano sul colle degli Ulivi, che raccolgono le ultime parole cadute dalle sue labbra e ricevono l’ultima sua benedizione? Anzitutto la sua Madre benedetta chiaramente si raccoglie dagli Atti Apostolici (S. Luca – Atti Apost. I, 14 – dice, che subito dopo l’Ascensione gli Apostoli si ritirarono in Gerusalemme e vi stettero insieme riuniti fino alla Pentecoste, cioè per 10 giorni, ed espressamente dice, che con essi era Maria, madre di Gesù. Erano, scrive S. Luca, circa 120 persone. Da ciò si rileva che queste 120 persone con Maria dovevano essere state presenti alla Ascensione di Gesù Cristo.). Poteva Egli mai Gesù Cristo privare la Madre sua di questo onore, di questa gioia suprema, la Madre sua, che più di tutti avea bevuto fino alla feccia il calice de’ suoi inenarrabili dolori? Dopo la Madre venivano gli Apostoli, poi i discepoli e i credenti tutti, che in Gerusalemme formavano la sua Chiesa. E perché questi soli? Perché su quel colle non chiamò l’intero Sinedrio, tutta Gerusalemme, tutti quelli che erano stati testimonî, complici e autori de’ suoi patimenti e della sua morte? Il suo trionfo non sarebbe stato più completo? Sono sempre le nostre vedute umane, che vorremmo adottate dalla infinita sapienza di Dio: senza accorgerci noi prestiamo a Dio le debolezze del nostro amor proprio. Umiliati ingiustamente, perseguitati, traditi, noi vogliamo la rivincita, aneliamo alla vendetta pubblica, solenne, sopra i nostri nemici e vogliamo che il mondo tutto la vegga e così sia riscattato l’onor nostro, o più veramente il nostro egoismo offeso. Non son questi i consigli della sapienza divina. Gesù non si cura di questi piccoli trionfi, di queste piccole vendette, architettate dall’amor proprio e ad esso sì care. Egli vuole ammaestrarci col suo esempio ed a più alti e più nobili ideali solleva le nostre menti. Egli non pensa a schiacciare sotto il peso d’un trionfo teatrale i suoi nemici: Egli lascia che il tempo e la forza della verità aprano la via della loro mente e del loro cuore; sa che ben presto molti di loro verranno a Lui vinti dalla evidenza della verità e attratti dalla sua grazia; Egli non vuole far violenza al libero arbitrio di chicchessia, perché vuole l’ossequio libero delle menti e dei cuori. Egli mette a parte dello spettacolo dolcissimo della sua Ascensione soltanto i suoi cari, quelli soli ch’ebbero parte ai dolori e alle umiliazioni della sua passione e della sua morte: è una ricompensa che dà loro sulla terra pegno di quell’altra pienissima ed eterna, che riserba loro in Cielo. Non ricusa i benefici effetti di questa ricompensa nemmeno a quelli che non ne sono meritevoli, anzi che ne sono indegnissimi; perché i testimonî e gli spettatori della sua Ascensione potranno e dovranno narrare anche a loro ciò che hanno veduto coi loro occhi e in qualche misura renderli pur essi partecipi del beneficio e della gioia di quest’ultimo trionfo ed insieme argomento della divina sua missione. Finalmente l’Ascensione di Gesù Cristo ribadisce quella grande verità, che forma la base della nostra fede e della nostra speranza e che quantunque notissima giova ripetere continuamente per avvalorare la nostra debolezza nelle dure prove della vita ed è quella ricordata da Cristo istesso (Mt. XXIV. 26), cioè, ch’Egli dovea patire e così entrare al possesso della sua gloria. L’Ascensione corona tutta la vita di Cristo; è il trionfo, che segue il combattimento e la vittoria; è il riposo dopo la fatica; è la mercede dopo il lavoro; è la gioia dopo il dolore; è la gloria dopo le umiliazioni. Noi sappiamo che l’anima di Gesù Cristo fin dal primo momento della Incarnazione ebbe la visione immediata di Dio e perciò fu perfettamente beata; ma questa beatitudine e questa gloria era tutta interna; non appariva esternamente e la sua trasfigurazione sul monte, non fu che uno sprazzo momentaneo della felicità e gloria interna, onde colla beatitudine e gloria interna dell’umanità di Gesù Cristo si potevano comporre i dolori e le umiliazioni indicibili, onde esternamente fu coperto ed oppresso. Quella beatitudine e gloria interna, che nell’umanità di Cristo sgorgava necessariamente dall’unione sua intima colla Persona del Verbo non furono, né potevano essere frutto de’ suoi meriti, perché precedettero ogni suo atto; ma la beatitudine e la gloria esterna dell’umanità di Cristo fu mercede dovuta a’ suoi meriti, e perciò questa l’ebbe dopo la morte e apparve nella sua magnificenza il giorno della Ascensione. Ora ciò che avviene nel Capo deve ripetersi nella conveniente misura nelle membra: Gesù ebbe la sua glorificazione esterna dopo averla meritata coi dolori e colle umiliazioni della passione e della morte; così noi pure avremo la felicità e la gloria del Cielo, ma dopo averla meritata colle fatiche e coi dolori della vita presente. – Gesù dal colle degli Ulivi sale al Cielo, ma dopo aver pregato e agonizzato a piè di quel colle, dopo aver portata la sua croce sul Golgota; anche per Lui la gloria dell’Ascensione al Cielo è un premio di ciò che sofferse nei giorni di sua vita mortale. Se così è, dilettissimi, del nostro Capo e modello Gesù Cristo, come non lo sarà per noi? – Noi tutti, quanti siamo figli di Adamo, e credenti in Gesù Cristo, aspiriamo alla felicità, ne sentiamo prepotente il bisogno, è il tormento delle anime nostre. Venuti da Dio a Dio vogliamo ritornare: viventi sulla terra sentiamo la nostalgia del Cielo: gementi su questa terra d’esilio, sospiriamo alla patria, nella quale oggi ci ha preceduto il nostro duce supremo, Gesù Cristo. Ma, non inganniamoci, carissimi; per giungervi non c’è che una sola via, la via battuta da Lui, la via del patire, la via della croce, la via del Calvario. Sperare di giungervi per altra via meno faticosa, è follia, è un insulto a Gesù Cristo, che se vi fosse ce l’avrebbe insegnata colla parola e coll’esempio. Noi dunque che oggi sul colle degli Ulivi cogli occhi della fede abbiamo veduto Gesù Cristo, che col corpo pel primo entra in Cielo e vogliamo lassù seguirlo e con Lui vivere eternamente, cogli Apostoli e coi discepoli discendiamo ancora in questa Gerusalemme terrena, con essi preghiamo nel Cenacolo, con essi e com’essi corriamo le vie dolorose dell’esilio, rifacciamo il cammino percorso dal divino Maestro, affinché, venuta l’ora nostra, come venne la sua, possiamo cantare nel suo regno – Oportuit Christum pati et ita intrare in gloriam suam – Regneremo con Lui, se con Lui avremo patito – “Conregnabimus, si tamen et compatimur”- Vi dissi a principio, che il mistero dell’Ascensione non solo ci ricorda due grandi verità, ci offre un conforto dolcissimo in mezzo alle pene e alle amarezze della vita. È prezzo dell’opera vederlo. Il nostro divino Salvatore in questo giorno ha sottratto la sua visibile presenza alla terra ed ha varcate le soglie del Cielo, dove agli Angeli tutti ed agli uomini, che lo seguirono, spiega la sua gloria in tutta 1a magnificenza che a Lui è dovuta. Rallegriamocene: il trionfo di Gesù Cristo è trionfo nostro. Dove sono i figli, che non godano degli onori che il padre riceve in lontane contrade, ancorché a loro sia tolto di vederli? Dov’è il popolo che non esulti udendo come il suo re sia accolto da altri popoli con feste strepitose? gli onori resi al padre si riflettono sui figli e le feste fatte al re sono fatte al suo popolo. Dove sono quegli uomini, che vedendo il figlio del loro ben amato monarca, che per salvarli da orrida schiavitù e renderli felici ha sfidato tutti i pericoli, ha versato il suo sangue in mezzo a dolori atrocissimi, ha dato la sua vita e ciò che vale più della vita, l’onore, e non gioiscono; vedendolo redivivo e coperto di gloria? Gesù Cristo è nostro padre, il nostro re, il Figlio del Monarca eterno, che patì e morì per noi, che oggi entra trionfante in Cielo. Come non godere ed esultare con Lui? Ma l’Apostolo Paolo ci mette innanzi un altro motivo nobilissimo, che oggi ci deve ricolmare di gioia, uditelo: Gesù Cristo – scrive l’Apostolo, è il vero e sommo Sacerdote, che placa la giustizia del Padre suo nel proprio sangue e a Lui riconcilia tutti gli uomini. Il Sacerdozio di Cristo è eterno, come eterno è Egli stesso: Egli ed Egli solo può salvare tutti quelli che con fede si accostano al Padre suo; gli altri sacerdoti non hanno virtù di salvare chicchessia, perché peccatori essi stessi ed hanno bisogno essi pure d’essere salvati; e se salvano i fratelli, lo possono unicamente nel Nome e nella autorità di Lui. Ebbene; Gesù Cristo, l’eterno sacerdote, santo, innocente, immacolato, che non ha nulla di comune coi peccatori, oggi monta nel più alto de’ cieli per rimanervi eternamente. E qual è l’ufficio, che, cominciato sulla terra, continua lassù? Eccolo: – Vive eternamente, intercedendo per noi – Semper vivens ad interpellandum pro nobis (VII, 25-26) -. Qual conforto! qual gioia per noi! Gesù-Cristo è Dio ed uomo: nell’unica sua Persona divina congiunge le due nature, divina ed umana; rinserra in sè, ponte immenso tra il Cielo e 1a terra, lo due sponde dell’infinito e del finito e per esso Dio con la pienezza de’ suoi beni discende e si comunica agli Angeli e agli uomini e per essa gli uomini e gli Angeli ascendono a Dio e a Lui si uniscono. Gesù Cristo nella natura sua divina certamente non prega, non intercede, perché eguale al Padre e al Santo Spirito e con Essi è padrone d’ogni cosa; ma nella natura umana, nella quale è inferiore al Padre e allo Spirito Santo, e nella quale merita, Egli compie incessantemente l’ufficio di Mediatore e Sacerdote e prega per tutti – Semper vivens ad interpellandum pro nobis (Heb, VII, 25-26). Allorché vivea sulla terra, dal dì che comparve nel seno intemerato della Vergine fino all’istante, in cui dall’alto della croce esalò l’estremo sospiro, Egli esercitò l’ufficio di Sacerdote e Mediatore: lo esercitò soffrendo per gli uomini, sollevando al Padre suo gli occhi e le mani, pregando con alto grido: – Cum clamore valido – spargendo largo pianto – et lacrymis -, aprendo le sue vene e il suo cuore e versando tutto il suo sangue e consumando il sacrificio di tutto se stesso. Contemplato questo Sacerdote incomparabile: Egli ha pigliato la sua santa umanità: l’ha collocatasull’altare: a forza di dolori e di strazi pel corso di trentatré anni ne ha spremuto tutto il pianto fino all’ultimo lacrima, tutto il sangue fino all’ultima stilla; l’ha offerta alla maestà del Padre suo come ostia di espiazione e propiziazione, dicendogli: – Ecco il prezzo del riscatto per i fratelli miei secondo la carne -. La fronte del Padre si rasserenò, un sorriso di gioia lampeggiò nel suo volto e dell’amor suo paterno abbracciò il Figlio e con Lui abbracciò l’umanità tutta quanta a Lui unita e riconciliata. Oggi questo Figlio, nel quale il Padre trova tutte le infinite sue compiacenze, perché a Lui eguale, dopo aver ripigliata l’umanità sua nella Risurrezione e rifattala bella, immortale e gloriosa, la presenta ancora al Padre suo in Cielo: l’esercito sterminato degli Angeli gli muove incontro, lo riconosce e adora come suo Re e del suo Nome fa risuonare le sfere celesti. Il Padre vede il Figliuol suo ammantato dell’umana natura assunta: vede in essa i segni e le cicatrici delle ferite ricevute nel terribile duello, col nemico, scintillanti come rubini e diamanti; vede quegli occhi che tante lagrime versarono: quelle mani che lavorarono sì a lungo in arte abbietta, quella fronte già trafitta dalle spine, quel petto già squarciato da crudel punta, quella umanità tutta già pesta e lacerata per la salvezza di tutti gli uomini e per la gloria sua: se la vede innanzi raggiante sì di luce e di gloria, ma umile, riverente e supplichevole, non per sé, ma pei fratelli erranti sulla terra ed ogni giorno alle prese con quel feroce nemico, ch’Egli ha debellato. In quella umanità gloriosa del Figlio che gli sta innanzi, il Padre vede tutta la storia della sua vita terrestre, legge raccolti in un sol punto tutti gli atti suoi: comprende l’amore, che lo condusse a compire tanto sacrificio: vede che l’onore che gliene viene, è rigorosamente infinito e infinitamente supera l’offesa ricevuta; vede che il trionfo della misericordia sulla giustizia è smisurato, e stringendo al suo seno questo Figliuol suo e Figliuolo dell’uomo, questo Capo e Sacerdote dell’umanità, esclama; – Figlio mio! domanda e ti darò in retaggio le nazioni tutte della terra: i confini del tuo regno saranno i confini dell’universo -. Dilettissimi! Allorchè io mi figuro Gesù Cristo, mio Salvatore, che oggi comparisce dinnanzi alla maestà del Padre, e gli mostra la sua umanità, vittima offerta per me e stende verso di Lui supplichevoli le mani e per me implora misericordia – Semper vivens ad interpellandum pro nobis – io non temo più nulla, tutto io spero, io l’amo con tutta l’anima mia e grido:- A Te, o Agnello di Dio, che siedi sul tuo trono di gloria, a Te sia benedizione, e onore e gloria e potere per tutti i secoli. Amen – (Apoc. V, 13).

IL CREDO

Offertorium

Orémus
Ps XLVI: 6.
Ascéndit Deus in iubilatióne, et Dóminus in voce tubæ, allelúia.

[Iddio è asceso nel giubilo e il Signore al suono delle trombe. Allelúia.]

Secreta

Súscipe, Dómine, múnera, quæ pro Fílii tui gloriósa censióne deférimus: et concéde propítius; ut a præséntibus perículis liberémur, et ad vitam per veniámus ætérnam.

[Accetta, o Signore, i doni che Ti offriamo in onore della gloriosa Ascensione del tuo Figlio: e concedi propizio che, liberi dai pericoli presenti, giungiamo alla vita eterna.]

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Ps LXVII: 33-34
Psállite Dómino, qui ascéndit super coelos coelórum ad Oriéntem, allelúia.

[Salmodiate al Signore che ascende al di sopra di tutti i cieli a Oriente, allelúia.]

Postcommunio

Orémus.
Præsta nobis, quǽsumus, omnípotens et miséricors Deus: ut, quæ visibílibus mystériis suménda percépimus, invisíbili consequámur efféctu.

[Concedici, Te ne preghiamo, o Dio onnipotente e misericordioso, che di quanto abbiamo ricevuto mediante i visibili misteri, ne conseguiamo l’invisibile effetto].

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ORDINARIO DELLA MESSA

IL SENSO MISTICO DELL’APOCALISSE (14)

G Dom. Jean de MONLÉON

Monaco Benedettino

Il Senso Mistico dell’APOCALYSSE (14)

Commentario testuale secondo la Tradizione dei Padri della Chiesa

LES ÉDITIONS NOUVELLES 97, Boulevard Arago – PARIS XIVe

Nihil Obstat: Elie Maire Can. Cens. Ex. Off.

Imprimi potest:  Fr. Jean OLPHE-GALLIARD Abbé de Sainte-Marie

Imprimatur: LECLERC.

Lutetiæ Parisiorum die II nov. 194

Copyright by Les Editions Nouvelles, Paris 1948

Settima Visione


LA CITTÀ DI DIO

TERZA PARTE


I DODICI FRUTTI


Capitolo XXII. (1-21)

“E mi mostrò un fiume di acqua viva, limpido come cristallo, che scaturiva dal
trono di Dio e dell’Agnello. Nel mezzo della sua piazza, e da ambe le parti del
fiume l’albero della vita che porta dodici frutti, dando mese per mese il suo frutto, e le foglie dell’albero (sono) per medicina delle nazioni. Né vi sarà più maledizione: ma la sede di Dio e dell’Agnello sarà in essa, e i suoi servi lo serviranno. ^E vedranno la sua faccia: e il suo nome sulle loro fronti. Non vi sarà più notte: né avranno più bisogno di lume di lucerna, né di lume di sole, perché il Signore Dio li illuminerà, e regneranno pei secoli dei secoli. E mi disse: Queste parole sono fedelissime e vere. E il Signore Dio degli spiriti dei profeti ha spedito il suo Angelo a mostrare ai suoi servi le cose che devono tosto seguire. Ed ecco io vengo presto. Beato chi osserva le parole della profezia di questo libro. Ed io Giovanni (sono) quegli che udii e vidi queste cose. È quando ebbi visto e udito, mi prostrai ai piedi dell’Angelo, che mi mostrava tali cose, per adorarlo: E mi disse: Guardati di far ciò: perocché sono servo come te, e come i tuoi fratelli i profeti, e quelli che osservano le parole della profezia di questo libro: adora Dio. E mi disse: Non sigillare le parole della profezia di questo libro: poiché il tempo è vicino. Chi altrui nuoce, noccia tuttora: e chi è nella sozzura, diventi tuttavia più sozzo: e chi è giusto, sì faccia tuttora più giusto: e chi è santo, tuttora si santifichi. Ecco io vengo tosto, e porto con me, onde dar la mercede e rendere a ciascuno secondo il suo operare. Io sono l’alfa e l’omega, il primo e l’ultimo, il principio e la fine. Beati coloro che lavano le loro stole nel sangue dell’Agnello: affine d’aver diritto all’albero della vita e entrar per le porte nella città. Fuori ì cani, e i venefici, e gli impudichi, e gli omicidi, e gl’idolatri, e chiunque ama e pratica la menzogna. Io Gesù ho spedito il mio Angelo a testificarvi queste cose nelle Chiese. Io sono la radice e la progenie di David, la stella splendente del mattino. E lo Spirito e la sposa dicono: Vieni. E chi ascolta, dica: Vieni. E chi ha sete, venga: e chi vuole, prenda dell’acqua della vita gratuitamente. Poiché protesto a chiunque ascolta le parole della profezia di questo libro, che se alcuno vi aggiungerà (qualche cosa), Dio porrà sopra di lui le piaghe scritte in questo libro. E se alcuno torrà qualche cosa delle parole della profezia di questo libro. Dio gli torrà la sua parte dal libro della vita, e dalla città santa, e dalle cose che sono scritte in questo libro. Dice colui che attesta tali cose: Certamente io vengo ben presto: così sia. Vieni, Signore Gesù. La grazia del Signor nostro Gesù Cristo con tutti voi. Così sia.”

§ 1 – Il fiume di acqua viva.

La prima parte di questo capitolo completa la settima visione, cioè la descrizione della Città di Dio, come fu mostrata a San Giovanni.   E l’angelo mi mostrò un fiume d’acqua viva che sgorgava dal trono di Dio e dell’Agnello. Questo fiume è la grazia divina o, per così dire, è Dio stesso che esce dalla sua propria maestà, nel suo impetuoso desiderio di donarsi a coloro che ama; un fiume di pace, un fiume di gioia, un fiume di vita traboccante che copre, purifica ed eleva tutto ciò che incontra sul suo cammino, tutto ciò che almeno non si oppone alle sue richieste con la diga invalicabile di una volontà ostinata nel male. Quest’acqua viva, che disseta ogni sete, è il suo amore, che in cielo è la delizia degli Angeli e degli eletti di Dio; e siccome questo amore si identifica con lo Spirito Santo, si dice qui uscire dal trono di Dio e dell’Agnello, perché lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio, come da un unico principio. Inoltre, se il Verbo è designato con il nome di Agnello, è per farci capire che questo fiume ha cominciato a bagnare la terra solo il giorno in cui la Santissima Umanità del Salvatore si è seduta gloriosa sul trono di Dio, dopo aver lavato i peccati del mondo con i flutti del suo sangue (A questo si allude nell’Inno Lustra sex del tempio di Passione: Terra, pontus, astra, mundus, Quo lavantur flumine! Infine, quest’acqua è detta splendida come un cristallo, perché darà ai cuori e ai corpi degli eletti una purezza abbagliante, nella cui trasparenza brilleranno tutti i bagliori del sole di giustizia; infatti essa non avrà più, come su questa terra, l’instabilità di un liquido, ma sarà ferma come un cristallo. – Se applichiamo questo passaggio alla Chiesa militante, il fiume di acqua viva designa l’acqua battesimale, che dà vita alle anime e restituisce loro l’innocenza perduta con il peccato. Nella descrizione seguente, la Chiesa trionfante e la Chiesa militante saranno, infatti, costantemente mescolate, per mostrare che non sono che un unico Tutto. Questo fiume non scorre fuori della città, perché non c’è grazia, non c’è salvezza, non c’è gloria eterna fuori della Chiesa. Esso attraversa soltanto l’ambito della sua pubblica piazza cioè l’assemblea dei fedeli quaggiù, quella degli eletti dell’eternità. Lì, almeno, è a disposizione di tutti, e ognuno ha il diritto di attingervi come vuole, e a profusione. E i dodici frutti dell’albero della vita possono essere raccolti su entrambe le sue rive.

§ 2 – L’albero della vita.

L’albero della vita rappresenta, come l’acqua viva, l’Umanità del Verbo, per farci capire che è Essa il nostro cibo e la nostra bevanda. Esso è piantato sulle due rive del fiume, perché soddisfa sia la Chiesa militante che la Chiesa trionfante. Al di qua del fiume, restano i Cristiani che sono ancora cittadini di questo mondo. Cristo li nutre con il Sacramento del suo Corpo e del suo Sangue, per cui possono raccogliere i dodici frutti dello Spirito, enumerati dall’Apostolo: carità, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, longanimità, mansuetudine, fedeltà, modestia, continenza, castità (Gal, V, 22, 23). Questi doni sono distribuiti per ogni mese, cioè si susseguono secondo la necessità, e si rinnovano continuamente, come i prodotti della terra, con le stagioni. Gli abitanti della Gerusalemme celeste, invece, sono al di là del fiume: essi vedono Cristo, non più sotto le specie sacramentali, ma nella bellezza abbagliante della sua Umanità glorificata. E i benefici che questa Presenza gloriosa e visibile dà loro, possono essere ridotti ai seguenti dodici: una salute che nessuna malattia può scuotere; il piacere di stare per sempre con coloro che amano; la conoscenza dei misteri più profondi, senza che il minimo dubbio turbi la loro mente; una gioia che nessun dolore potrà oscurare; una pace che niente potrà disturbare; una sicurezza che bandirà ogni sentimento di paura; la piena e completa soddisfazione di tutti i loro desideri; la felicità di vedere la giustizia divina pienamente compiuta; il bisogno continuo di lodare Dio; un riposo definitivo, senza noia né preoccupazione; una luce che non si spegnerà mai; infine, faccia a faccia e senza intermediari, la visione di Dio. Questi sono i frutti che gli eletti raccoglieranno da questo albero meraviglioso, per ogni mese, cioè in proporzione alle sofferenze che avranno sopportato qui sulla terra. E le foglie di quell’albero hanno il potere di guarire le nazioni. È lo stesso albero, come abbiamo appena visto, che nutre la gente di entrambe le sponde del fiume, i membri della Chiesa militante e quelli della Chiesa trionfante. E nessuno può sperare di entrare nella seconda, se prima non è appartenuto alla prima. – Ma come faranno le nazioni, cioè come faranno gli increduli, i peccatori, tutti coloro che vivono secondo la natura e non secondo la grazia, ad uscire dal peccato, come otterranno la loro giustificazione? – Sarà di nuovo per effetto dello albero, ma non mangiandone i frutti, bensì masticando le sue foglie, cioè gustando e assimilando le parole di Cristo, che sole hanno il potere di guarire tutti i mali del mondo. Così, come dice il profeta Ezechiele, i frutti di questo albero saranno cibo per coloro che sono sani, cioè in stato di grazia, e le sue foglie saranno un rimedio per coloro che sono infermi, cioè indeboliti e paralizzati dal peccato. (XLVII, 12).

§ 3 – Visione beatifica.

Tornando ora alla Gerusalemme celeste, San Giovanni completa la descrizione della felicità di cui godranno i suoi abitanti. « E non ci sarà nessuna maledizione », cioè nessun residuo della maledizione lanciata da Dio contro il peccato dei nostri primi genitori. Al contrario, tutto sarà una benedizione, perché Dio e l’Agnello, la Santissima Trinità e l’Umanità di Gesù, avranno la loro sede in mezzo ad essa, nei cuori degli eletti, infiammandoli continuamente d’amore e bandendo così da loro ogni possibilità di peccare. E tutti i beati, definitivamente strappati alla tirannia del diavolo, della loro concupiscenza, delle loro passioni; tutti loro, divenuti servi di Dio, come i Santi quaggiù, lo serviranno nella gioia del loro amore, senza che niente, né i desideri della carne, né gli affari del mondo, né le sollecitazioni dello spirito impuro, possono distoglierli per un momento da una sottomissione assoluta alla Sua santissima Volontà. – Lo vedranno, non più in enigma e in uno specchio (I Cor., XIII, 12), come su questa terra, ma apertamente, faccia a faccia e come Egli è (I Joann., III, 2), ciò che è l’essenza stessa della visione beatifica. Il Suo nome sarà scritto, in maniera indelebile sulla loro fronte come titolo di gloria, come ricompensa per la fedeltà con cui Lo hanno confessato quaggiù, e per mostrare che sono per sempre il suo tempio, la sua proprietà, una sua cosa, i suoi figli. E non ci sarà più notte, né tenebre, né oscurità: gli eletti non avranno più bisogno della luce di una torcia, e nemmeno di quella del sole, perché il Signore Dio stesso li illuminerà con il suo splendore. Questo deve essere inteso in senso letterale, ma anche in senso spirituale: non ci sarà più incertezza, non ci saranno più avversità, non ci sarà più ignoranza. Gli uomini non avranno più bisogno di essere illuminati da quei maestri umani la cui modesta conoscenza non getta che una debole luce, paragonata qui a quella di una torcia, nella notte della vita presente; né da quei grandi Dottori i cui insegnamenti, come i raggi del sole, illuminano tutta la terra: non avranno più bisogno di loro perché Dio stesso comunicherà loro direttamente la più alta conoscenza. E regneranno con Lui nei secoli dei secoli.

CONCLUSIONE

La settima ed ultima visione dell’Apocalisse termina con la promessa di una felicità senza fine, nella luce della gloria. Quello che segue è la conclusione di tutto il libro. A causa del carattere straordinario delle cose che ha appena scritto, e sapendo quanto gli uomini siano inclini a disprezzare ciò che non capiscono, o a distorcerne il significato, per adattarlo alla propria misura, San Giovanni garantisce ora l’autenticità del suo racconto con una solenne attestazione. Ancora oggi, quando Dio si degna di fare qualche rivelazione a un’anima scelta da Lui, quell’anima può essere creduta solo se le sue parole siano controfirmate dall’autorità della Chiesa. Per la sua dignità apostolica, rafforzata dal fatto di essere l’amico privilegiato del Signore, il discepolo che Gesù amava, San Giovanni non poteva trovare sulla terra una firma che ispirasse più fiducia della sua: afferma dunque a suo nome che quanto ha detto è espressione della verità, come farà alla fine del suo Vangelo: Egli è colui che ha visto, che ha testimoniato, e la sua testimonianza è vera (Giov. XIX, 35). Allo stesso tempo, però, per rispettare il principio stabilito dalla Scrittura che ogni affermazione deve essere sostenuta dalla testimonianza di due o tre testimoni (Deut., XIX, 15), egli inquadra la propria testimonianza tra quella dell’Angelo che gli ha parlato e quella di Cristo che interverrà di persona.

§ 1 – Testimonianza dell’Angelo.

Quello dell’Angelo innanzitutto: E l’Angelo mi disse: « Tutte le parole contenute in questo libro sono rigorosamente degne di fede e veraci. Non c’è il minimo errore in esse, e tutto ciò che dicono sarà adempiuto infallibilmente, fino all’ultimo iota. Perché è il Signore stesso, il Dio degli spiriti dei Profeti, cioè il Dio che ha istruito e ispirato i Profeti; è Lui che mi ha mandato il Suo Angelo, per mostrare, non ai potenti di questo mondo, non ai filosofi, né ai dotti, ma ai suoi servi, ciò che accadrà presto, ciò che la sua Saggezza ha deciso di compiere per il castigo degli empi e la ricompensa dei buoni. E non tarderete a vederne la prova, perché ecco, io vengo presto a compierla. State in guardia. – Voi non sapete a che ora verrà il Figlio dell’uomo, se alla sera o al mattino, a mezzanotte o al canto del gallo (Mc., XIII, 35). Il tempo presente è poca cosa, passa molto rapidamente, l’eternità si avvicina rapidamente. Siate sempre pronti: beato colui che osserva le parole di questa profezia, che non si limita a leggerle ma le mette in pratica. Perché non è a coloro che dicono: “Signore, Signore” che viene promessa la salvezza. (Mt., VII, 21), ma a coloro che fanno la Volontà di Dio. »

§ 2 – Testimonianza di San Giovanni

Ecco ora la testimonianza dello stesso Apostolo: « Ed io, Giovanni, che voi ben conoscete e di cui non potete sospettare le dichiarazioni, io che ho conosciuto Gesù, che l’ho seguito ovunque e ho appoggiato il mio capo sul suo petto, sono io che ho ricevuto questa rivelazione, che ho sentito queste cose con i miei orecchi e le ho viste con i miei occhi. E dopo averle sentite e viste, fui preso da una tale ammirazione che non potei trattenermi e caddi di nuovo ai piedi dell’Angelo che me le aveva mostrate, come per adorarlo. Ma lui mi ha fermato e mi ha detto: « Attento a non fare una cosa del genere. Non dimenticare che tu porti come me l’immagine di Dio incisa nella tua anima. Siamo entrambi creature di Dio: io sono qui come te, per servirlo e per servire i suoi servi, prima di tutto i tuoi fratelli, i Profeti, cioè coloro che predicano la verità rivelata, e anche la moltitudine di coloro che gli obbediscono ed osservano la dottrina insegnata in questo libro. È Dio solo che devi adorare ». Il messaggero celeste non intendeva impedire all’Apostolo di onorare gli Angeli, perché questa è una cosa eccellente e lodevole, ma solo mostrargli la stima in cui questi spiriti beati tengono la natura umana, poiché è stata rigenerata da Cristo. – E aggiunse ancora: « Non sigillare le parole della profezia di questo libro, cioè non metterle nello stile d’arcano, non nasconderle sotto il velo dell’allegoria, ma applicati piuttosto a renderle comprensibili a coloro che le leggeranno. » Ma perché, allora, San Giovanni ha ricevuto un po’ prima l’ordine di sigillare le parole dei sette tuoni (X, 4)? – Per farci capire che ci sono misteri nascosti nei Libri Sacri che nessuno può penetrare senza averne ricevuto la chiave; ma che ci sono anche degli insegnamenti chiari e direttamente accessibili a tutti. Se il testo sacro fosse sempre comprensibile alla semplice lettura, ci stancheremmo presto di esso e vi presteremmo poca attenzione; ma se tutto in esso fosse oscuro e misterioso, i peccatori non avrebbero difficoltà a dichiarare di non aver capito nulla e a nascondersi dietro questa impotenza del loro spirito per giustificare la loro ignoranza e la loro cattiva condotta. Le verità necessarie per la nostra salvezza sono esposte nella Scrittura in un libro aperto, e l’Angelo raccomanda a San Giovanni di attenersi a questa regola: « Perché – gli dice – il tempo è vicino, ed è essenziale che ognuno possa prepararsi al giudizio con piena conoscenza dei fatti. I malvagi devono conoscere senza alcun dubbio i tormenti che li minacciano, ed i giusti devono essere animati dalla certezza che li aspetta. Dio non costringe nessuno, rispetta scrupolosamente il nostro libero arbitrio, e ognuno tiene nelle sue mani il suo destino eterno: chi fa il male è libero di rifarlo, se vuole; e chi si macchia di vizi può macchiarsi ancora di più, se vuole. D’altra parte, che i giusti sappiano che è sempre possibile per loro salire ancora più in alto, per ottenere nuovi meriti, e che il Santo lavori per diventare ancor più santo. » Dio ci giudicherà secondo le nostre azioni: ci dice solo che Egli verrà presto, portando con sé la sua ricompensa, e tratterà ciascuno secondo ciò che merita. Il giudizio che Egli pronuncerà allora su ciascuno di noi sarà infallibile, definitivo; nessun ricorso potrà prevalere contro di esso. Infatti,  Egli dice: « Io sono l’Alfa e l’Omega, il primo e l’ultimo, il principio da cui tutte le cose procedono e il fine a cui tendono. » Niente mi è sconosciuto, niente mi è impossibile, niente può fermare la mia volontà. Preparatevi, dunque, con la penitenza ed il rammarico per le vostre colpe, per comparire davanti a Me. Beati davvero coloro che hanno lavato le loro vesti nel sangue dell’Agnello, per essere ammessi un giorno a mangiare il pane della vita; per entrare nella città attraverso le porte che ho preparato per loro. affinché possiate entrare nella città attraverso le porte che io ho preparato per voi e alle quali vi conducono gli insegnamenti dei miei Santi. Ma al contrario, coloro che rifiutano di fare penitenza sappiano che non hanno nulla da aspettarsi da non hanno nulla da aspettarsi dalla Mia Misericordia; essi rimarranno fuori: Fuori i cani; fuori i detrattori, i maldicenti, gli spiriti critici che sanno solo abbaiare contro tutti invece di correggersi; e ancora quelli che continuano a tornare incessantemente al loro vomito. Fuori anche gli avvelenatori, gli impudichi, gli omicidi, quelli che adorano gli idoli, quelli che amano sentire le bugie e dirle loro stessi. » Queste espressioni devono essere prese entrambe in senso letterale e in senso spirituale: tra gli avvelenatori ci sono quelli che infettano gli altri con il veleno dei loro cattivi esempi o con i loro consigli perniciosi; tra gli impudichi ci sono quelli che non hanno ritegno nel male; tra gli omicidi, non solo quelli che uccidono, ma anche quelli che odiano; tra gli idolatri, non solo i pagani, ma con essi gli avari e tutti quelli che fanno un dio del denaro e dei beni mondani. Infine, tra coloro che amano sentire la menzogna, ci sono i vanitosi, gli orgogliosi, gli uomini pieni di sé, che amano essere lodati e adulati. Tutti questi, quindi, se non fanno penitenza, devono aspettarsi di essere esclusi senza remissione dalla città di Dio.

§ 3 – Testimonianza di Cristo.

Finora era un Angelo che parlava a San Giovanni, a volte a nome proprio e a volte in nome di Dio. Ma ora Cristo stesso entra in scena e parla per garantire la verità di tutto ciò che è stato detto: « Io, Gesù, ho mandato uno dei miei Angeli per spiegare tutte queste cose a Giovanni, il mio discepolo prediletto, affinché egli a sua volta le faccia conoscere nelle sette chiese. E sono venuto a sanzionarli con la mia autorità. Ascoltatemi bene: Io sono il Figlio di Dio fatto uomo; sono la radice di Davide, perché sono il suo Creatore; e sono allo stesso tempo il suo discendente, attraverso la Vergine Maria da cui sono nato. Io sono Colui che i Profeti hanno predetto; la stella che ha illuminato la notte di questo mondo, la splendida stella il cui splendore fa impallidire tutte le altre, perché la mia gloria supera infinitamente quella di tutti i Beati; la stella del mattino, il cui solitario splendore nel cielo annuncia il sorgere del giorno, perché la mia Risurrezione annuncia e vi promette il grande giorno in cui tutti risorgerete… Avete sentito le minacce contenute in questo libro: esse erano necessarie per far uscire gli uomini dal loro incredibile torpore. Tuttavia, non voglio che vi lasciate sgomentare da loro, non voglio che l’ultima parola di questa profezia sia giustizia, voglio che sia Amore. Comprendete con quale ardore Io desideri la vostra salvezza. Ascoltate ciò che il mio Spirito e la mia Sposa, cioè la mia Chiesa, vi dicono. – Essi vi dicono: Vieni… Vieni con l’adesione del tuo spirito alla mia dottrina, vieni con la conversione dei tuoi costumi, con la pratica della penitenza, con la riforma della tua condotta. E se questo è ancora troppo difficile, vieni almeno con il desiderio, con il rimpianto delle tue colpe, con i sospiri del tuo cuore. Ma, a tutti i costi, vieni… Il più grande male che tu possa fare a Dio è allontanarti da Lui, dubitare della sua misericordia, credere che ti stia respingendo. Anche quando i tuoi peccati fossero numerosi come i granelli di sabbia nel mare (Job, VI, 3); quando anche fossero rossi come lo scarlatto e come il vermiglio, come parla il profeta Isaia (Isa. I, 18.); quando anche sentissi in te una assoluta impotenza a scuoterti dalle tue cattive abitudini, a uscire dai tuoi vizi, ascolta ciò che ti dicono lo Spirito e la Sposa, ed essi ridicono: Vieni, vieni, con la supplica del tuo cuore. E se vedi l’ira di Dio scatenata contro gli uomini in generale, o contro di te in particolare; se le apparenze ti mostrano che Egli è sordo alle tue preghiere, indifferente alle tue sofferenze, insensibile alle disgrazie dei giusti, alle persecuzioni degli innocenti, non ascoltare la voce delle apparenze, ascolta la voce dello Spirito che sussurra nel profondo del tuo essere, e ti dice: Vieni! Ascolta cosa ti dicono le spose, le anime che hanno meritato di essere unite al Verbo perché hanno intuito il segreto del suo Cuore, il suo bisogno di perdonare, di avere misericordia: e ti diranno: Vieni… Perché il nostro Dio è un Dio di pace e un Dio d’amore. Egli non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva (Ezech., XXXIII, 11). Egli ci colpisce solo per costringerci a cambiare la nostra condotta e recuperare così la salute e la vita. E chi intende il senso delle mie parole, entri nelle vedute dello Spirito di Dio; diventi anche lui una voce della Sposa, e dica a sua volta agli altri: Vieni! Non chiedo né oro nè argento per i miei doni; li distribuisco gratuitamente per pura generosità. Chiedo solo che si abbia sete. Chi vuole sinceramente tornare a Me, venga e riceva l’acqua viva gratuitamente, senza che gli sia richiesto altro se non la sua buona volontà.

§ 4. – Avvertimento ed augurio finale.

San Giovanni, infine, sapendo che ogni uomo è un mendace (Ps. CXV, 11) e prevedendo che molti avrebbero cercato di volgere le parole della sua profezia a proprio vantaggio; che altri, non comprendendo il suo carattere trascendente, avrebbero pensato di fare un’opera pia adattandola a modo loro per l’edificazione dei fedeli; San Giovanni conclude quindi la sua opera con un’affermazione solenne ed una minaccia di scomunica: Io lo dichiaro espressamente, e sotto giuramento: che chiunque ascolti le parole della profezia di questo libro deve stare attento a non cambiare in esse qualsiasi cosa. E se qualcuno si permettesse di aggiungere la minima cosa a ciò che è scritto, sappia che Dio lo colpirà con le sette piaghe descritte in questo libro, nei capitoli XV e XVI. E se qualcuno osasse togliere qualcosa dalle parole del libro di questa profezia, per alterarne il significato, sappia che Dio taglierà la sua parte di eredità dal libro della vita: cioè, non gli darà le grazie che aveva preparato per lui, e lo lascerà così cadere nel peccato. Egli lo allontanerà dagli abitanti della Città santa e lo priverà per sempre della contemplazione delle meraviglie e del godimento dei beni che sono stati descritti in questo libro. Ancora una volta, non pensate che Io vi dica queste cose dal fondo del mio cuore. Colui che le dice è Colui di cui vi ho già dato testimonianza, Colui che un giorno dovrà giudicarci tutti. State dunque in guardia, non dormite nella sicurezza ingannevole: quel giorno non è lontano, perché è Lui stesso che ci dice ancora: « Ecco, io verrò presto ». Ma scrivendo queste parole, San Giovanni è come ferito al cuore con un colpo d’amore. Egli ha raggiunto da tempo quelle regioni superiori della vita mistica dalle quali è bandito il timore, dove regna solo la carità (1 Jo., IV, 18). Anche se aveva annunciato la venuta di Cristo piuttosto come una minaccia, la gioia lo invade improvvisamente al pensiero di vedere questo Amico che adora, questo Maestro a cui ha dato tutto il suo cuore, venire da lui e non lasciarlo mai. E lascia che il fervore del desiderio che era diventato tutta la sua vita, scoppi in un’ardente supplica: « Oh, così sia! Vieni, Signore Gesù. Poi, secondo l’usanza degli Apostoli, termina il suo scritto con un augurio di benedizione a tutti coloro che lo leggeranno: Che la grazia del Signore Nostro Gesù Cristo sia con tutti voi. Così sia.

*

* *

È con lo stesso desiderio che chiediamo ai nostri lettori il permesso di rivolgerci loro alla fine di quest’opera, chiedendo loro di mettere in conto la nostra ignoranza, e di perdonarci per tutto ciò che vi troveranno di oscuro e di inopportuno. Attraverso un cammino irto di difficoltà, attraverso le immagini che ci rappresentano le dure lotte che la Chiesa deve intraprendere, – e con lei, ogni anima che vuole amare Gesù Cristo, – li abbiamo condotti alla visione di quella città benedetta per la quale siamo stati fatti, che è la nostra vera patria, l’unico luogo dove possiamo trovare la gioia incondizionata, la pace perfetta di cui abbiamo sete e che cerchiamo invano quaggiù. Che Dio ci conceda d’ora in poi di nutrirne incessantemente il ricordo nel profondo dei nostri cuori; che ci conceda soprattutto di entrarvi un giorno per regnarvi eternamente con Lui, per i meriti infiniti di Gesù Cristo, nostro Salvatore, al quale sia data gloria, onore e azione di grazia nei secoli! Così sia.

FINE

LA PARUSIA (3)

CARDINAL LOUIS BILLOT S.J.

LA PARUSIA (3)

PARIS GABRIEL BEAUCHESNE, Rue de Rennes, 117 – 1920

ARTICOLO TERZO

ESAME DELL’INSIEME DEL TESTO DI SAN LUCA

L’impenetrabile segreto in cui l’oracolo evangelico racchiude il tempo della parusia e del giudizio sarebbe già sufficiente per ribaltare completamente la tesi modernista sulla fine del mondo come direttamente intravista da Gesù, quando dichiarò Amen dico vobis, non præteribit generatio hæc donec omnia haec fiant. Inoltre, l’enormità dell’equivoco appare immediatamente, fin dall’inizio, e con piena evidenza, proprio leggendo questa stessa dichiarazione letta, come deve essere, nella sua interezza e nel suo vero contenuto: In verità vi dico che questa generazione non finirà finché tutte queste cose non saranno compiute (il cielo e la terra passeranno e le mie parole non passeranno); ma per quanto riguarda quel giorno e quell’ora (della parusia), nessuno ne sa nulla, nemmeno gli Angeli che sono in cielo,  né alcun altro che il Padre mio (Matth. XXIV, 34-36; Marc., XIII, 30-). Questo è fuor di dubbio, “inequivocabile”, per così dire, e a maggior ragione  questa volta. Chi potrebbe mai immaginare di unire nella stessa frase due cose così apertamente contraddittorie come: da un lato, l’annuncio dell’ultimo giorno che viene nella presente generazione, e dall’altro, l’affermazione solenne ed enfatica che nessuna creatura in cielo o in terra sapeva o doveva sapere l’ora e il momento di essa? Si può obiettare che il tempo è stato detto inconoscibile per la sola ragione che, pur sapendo con certezza che sarebbe stato nella seconda metà di questo secolo, non potevamo sapere esattamente l’anno, il mese e il giorno, l’anno, il mese e la settimana? Questa è una via d’uscita pietosa, rifiutata non solo dal semplice buon senso, per quanto accomodante possa essere, ma anche dalla lettera stessa del testo evangelico. Per questo motivo, infatti, gli avvenimenti riguardanti la rovina di Gerusalemme sarebbero stati identicamente nella stessa condizione del giorno della parusia; si era altrettanto poco o, se si vuole, altrettanto abbondantemente informati sul tempo del primo come su quello del secondo; di tutti loro indifferentemente, si potrebbe dire con lo stesso titolo e con la stessa verità: nemo scit nisi Pater; infine, l’opposizione tra omuia hæc e de die autem illo et hora cadeva subito e diveniva completamente vuota di significato. Siamo quindi pienamente in grado di avanzare che l’interpretazione che i modernisti danno a queste parole: “La presente generazione non passerà senza il compimento di tutte queste cose“, fa violenza alle regole più elementari dell’esegesi; che il termine “tutte queste cose”, omnia hæc, si riferiva alla rovina di Gerusalemme, e non alla rovina del mondo, se solo questo non è, come è stato detto, la rovina del mondo, nella misura in cui quest’ultima doveva apparire nella prima come nella sua figura, e inoltre, il tempo della consumazione dei secoli, considerato in sé, era chiaramente, formalmente, espressamente riservato e messo a parte, al di là di ogni indagine, ogni previsione, ogni determinazione, anche approssimativa, e l’unica cosa che si poteva sapere su di esso era proprio  l’impossibilità di sapere qualcosa su di esso. – Tutto questo sia detto una volta per tutte, in modo da scartare definitivamente, e mettere completamente fuori questione, il famoso verso, non præteribit generatio hæc, il cui vero significato sembra essere stato chiaramente spiegato, abbondantemente provato, e solidamente stabilito, in modo che nessuno abbia il diritto di opporvisi, o di riprendere la discussione in alcun modo. Ma tutte le difficoltà scompaiono, per tutto questo, dall’intero contenuto dell’oracolo evangelico? L’obiezione che è stata evitata su un punto non si ripeterà su un altro? E se l’annuncio della vicinanza della catastrofe suprema non è a chiare lettere, come vorrebbero i modernisti, nella dichiarazione finale, non sarebbe forse equivalentemente significato, e virtualmente contenuto in vari luoghi nel corpo della profezia stessa? Notiamo che questa non è una supposizione assolutamente gratuita. Diverse cose potrebbero suggerirlo, come certe espressioni, certi giri di parole, certi modi di parlare che si trovano qua e là, ma principalmente e specialmente il passaggio in San Matteo e San Marco dove la parusia è presentata come immediatamente successiva, immediate, ai giorni di estrema tribolazione, di cui l’abominazione della desolazione predetta dal profeta Daniele doveva essere il segnale. – E così una nuova questione ci si pone davanti: una questione dalla cui soluzione dipenderà la conferma, o, al contrario, la negazione, di tutto ciò che è stato detto sopra in risposta all’audace affermazione dei nemici della nostra fede: il che è sufficiente per dire che è importante, ed esige di essere trattata a fondo. Noi, con l’aiuto di Dio, possiamo portare su di essa tutta la luce desiderabile, in modo che alla fine non ci sia più spazio per alcun dubbio ragionevole. A tal fine, sarà opportuno dividere il lavoro, cioè distinguere tra San Luca e gli altri due sinottici, facendo di ogni testo l’oggetto di uno studio separato e di un esame approfondito.

***

E per iniziare con il compito più facile ecco il testo di San Luca, che, per comodità del lettore trascriviamo qui per intero con la notazione delle tre parti che lo dividono, e che è della massima importanza rimarcare. – Così leggiamo in San Luca, XXI, 10 e seguenti. « Gesù disse allora ai suoi discepoli:

– A) Versetti 10-23: Si leverà Nazione contro nazione, e regno contro regno. Ci saranno grandi terremoti, pestilenze e carestie in vari luoghi, ed in cielo apparizioni spaventose e segni straordinari. Ma prima di tutto questo, vi metteranno le mani addosso e vi perseguiteranno, vi trascineranno nelle sinagoghe e nelle prigioni e vi porteranno davanti ai re e ai governatori a causa del mio nome… Ma quando vedrete gli eserciti investire Gerusalemme, allora sappiate che la sua desolazione è vicina. Allora quelli che sono in Giudea fuggano sui monti, e quelli che sono in città la lascino, e quelli che sono in campagna non entrino in città. Perché quei giorni saranno giorni di punizione, per l’adempimento di tutto ciò che è scritto. Guai alle donne che sono incinte o che allattano in quei giorni, perché ci sarà una grande angoscia sulla terra e una grande ira su questo popolo. Essi cadranno a fil di spada, saranno portati via in cattività tra tutte le nazioni.

– B) versetto 24. E Gerusalemme sarà calpestata dai Gentili, finché i tempi dei Gentili siano compiuti.

 – C) versetti 25-31. E ci saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e le nazioni saranno turbate e sconvolte sulla terra al rumore del mare e delle onde, e gli uomini avranno paura di ciò che accadrà al mondo, perché le potenze dei cieli saranno sconvolte. Allora il Figlio dell’Uomo sarà visto venire in una nuvola con grande potenza e gloria. Quando queste cose cominceranno ad accadere, raddrizzatevi e alzate la testa, perché la vostra liberazione è vicina. Guardate la ficaia e tutti gli alberi; appena cominciano a germogliare, voi sapete da voi, quando li vedete, che l’estate sta arrivando. Allo stesso modo, quando vedrete queste cose, sappiate che il regno di Dio è vicino. » . – Così parlò Gesù, secondo la lezione del terzo Vangelo. Era, come vediamo, un quadro abbreviato che abbracciava tutto il futuro e lo divideva in tre periodi distinti: un primo (versetti 10-23), fino alla prossima caduta di Gerusalemme compresa; un secondo [versetto 24], comprendente tutti i tempi tra la caduta di Gerusalemme e gli ultimi giorni del mondo; un terzo [versetti 25-31], che inizia con i precursori della catastrofe finale e termina all’evento supremo, cioè la parousia. E in questo quadro ogni cosa è stata messa al suo posto secondo l’ordine naturale della successione degli eventi; ogni parte è stata staccata dalle altre senza confusione di sorta, nel modo più chiaro e distinto del mondo; e infine, e soprattutto (perché questo è per noi il punto capitale della questione), è stato lasciato il più ampio margine per l’interposizione di tutta la serie di secoli prima dell’arrivo dell’ultimo giorno. In verità, questo testo di San Luca, se lo si sa leggere, è di per sé la più trionfante delle difese e la più convincente delle testimonianze. – Ci sono solo due piccoli passaggi in cui la critica modernista ha trovato qualcosa da ridire. È nel luogo in cui, dopo aver descritto i segni della parusia, Gesù, continuando a rivolgersi ai discepoli davanti a Lui, aggiunge: « Quando queste cose cominceranno ad accadere, allora guardate in alto e alzate il capo, perché la vostra liberazione si avvicina. » Ed un po’ più in basso: « Quando vedrete queste cose, sappiate che il regno di Dio non è lontano. » – E infatti, cosa vi sembra, amici lettori? Non pensate che anche voi potreste vedere qui l’equivalente di un annuncio della fine del mondo per il corso della presente generazione? Guardate, alzate la testa, quando vedrete queste cose! Queste cose, questo sconvolgimento di tutta la natura, questa agonia del mondo! Essi dovevano vederle, e vedere con i propri occhi, quelli di coloro ai quali Gesù stava parlando allora. E in questo caso, fu mentre erano ancora vivi, mentre lo erano Pietro, Giacomo, Giovanni e Andrea, che Lo avevano interrogato, e gli altri della loro compagnia, erano ancora vivi, che, nella mente del Maestro, doveva venire la consumazione dei tempi, la parusia, l’instaurazione definitiva del regno di Dio. Così, almeno, ragionano i nostri modernisti, che non si accuserà di deviare dalla lettera, stavo per dire dalla sua più grossolana materialità. Ma tutta la tradizione cristiana aveva ragionato molto diversamente fino ad ora. Ben altrimenti Sant’Agostino, quando si chiedeva se potesse esserci qualcuno che non capisse che ci sono molte cose nel Vangelo che sembrano essere dette solo agli Apostoli, e che in realtà erano dette a tutta la Chiesa, di generazione in generazione fino alla fine dei secoli: Quod tamen cura universæ Ecclesîæ promisisse, quæ aliis morientibus, aliis nascentibus, hic usque in sæculi consummationem futura est, quis non intelligat? (August, Epist. 199, ad Hesych., n. 49). Ben diversamente, San Leone, quando mostrava l’uditorio di Gesù Cristo formato dall’universalità dei fedeli di tutti i tempi, ascoltando e sentendo il loro Salvatore in coloro che allora, nei giorni della sua vita mortale, facevano parte del suo entourage (S. Leone M. Serm. 9 de Quadrig. c. 1). No, no, prima dell’avvento della nuova scuola, nessun Cristiano avrebbe pensato che ogni parola detta ai discepoli dovesse essere sempre intesa come detta solo a loro di persona. Non sarebbe mai venuto in mente a nessuno che, nelle predizioni riguardanti il futuro della Chiesa, la forma di discorso diretto più spesso usata da Gesù fosse un qualcosa che si rivolgeva solo a coloro che erano in quel momento materialmente e fisicamente presenti davanti a Lui. Non sarebbe mai venuto in mente a nessuno di mettere in dubbio questo principio di tale evidenza naturale, che in questi dodici di cui aveva fatto il nucleo del Suo regno, Egli considerava, istruiva, ammoniva, esortava e metteva in guardia tutti i Suoi fedeli, visti distintamente da Lui attraverso tutte le epoche; e che di conseguenza, nel dire nel discorso escatologico che stiamo qui analizzando a Pietro, Giacomo, Giovanni e Andrea, “Quando vedrete, quando vi sarà detto, quando sentirete, alzate il capo e guardate“, ecc., attraverso loro e in loro si stava rivolgendo in realtà a quelli dei suoi che sapeva sarebbero stati testimoni dei prodromi della catastrofe suprema, qualunque fosse il momento di essa, vicino o lontano, e sulla quale, come è già stato detto, non aveva bisogno di spiegarsi. – No, ripeto, non si sarebbe mai osato toccare, prima dei nostri tempi sfortunati, questo abc, questi principi elementari dell’esegesi evangelica, il cui rifiuto non porterebbe a niente di meno che alla distruzione dei primi fondamenti della religione cristiana, a cominciare dalla promessa fondamentale: ecce ego vobiscum sum omnibus diebus usque ad consummationem sæculi. Ma anche allora, Gesù Cristo era considerato come dato in tutte le pagine della Scrittura, sia del Vecchio che del Nuovo Testamento, con la sua trascendenza sovrumana, la sua onniscienza del futuro come del passato, la sua qualità di Messia, di padre dell’epoca futura, il fondatore del regno di Dio per il tempo e per l’eternità. Invece, il modernismo ha cambiato tutto questo, e ci ha dato un Cristo che ora è solo un uomo, che sa, vede e dice solo quello che un uomo può vedere, sapere e dire, e si trova di fronte ai pochi discepoli che era riuscito a legare a sé, nello stesso rapporto, o più o meno, di un professore alla Sorbona o al Collège de France di fronte alla mezza dozzina di ascoltatori che assistono alle sue lezioni, seduti più in largo in queste lezioni, … che alle prediche di Gassagne o dell’Abbé Cotin. Ma lasciamo le violenze dei ciechi, conduttori dei ciechi, e torniamo al testo di san Luca, che, lungi dall’annunciare l’imminenza della parusia e l’avvicinarsi della fine dei tempi, al contrario, ha aperto i più ampi orizzonti per le congetture sul futuro, e ha lasciato spazio a tutti i giorni, anni, secoli e settimane di secoli che si possano immaginare. Il passo che deve essere al centro della nostra attenzione qui è quello che segna il secondo dei tre periodi indicati sopra, a metà strada tra il sacco di Gerusalemme e gli ultimi giorni del mondo: E Gerusalemme sarà calpestata dai Gentili, finché i tempi dei Gentili siano compiuti. Questo passaggio è estremamente rimarchevole sotto molti aspetti. Notevole, prima di tutto, perché separa nella profezia, con un intervallo ben demarcato, le due catastrofi che i discepoli nel loro interrogatorio avevano mescolato e confuso. Notevole, quindi, perché dipinge un quadro del futuro stato politico di Gerusalemme dopo la sua caduta che la storia non avrebbe certamente potuto dipingere più accuratamente. Infatti, Gerusalemme calpestata dai Gentili, cioè asservita alle varie nazioni di Gentili (prima ai Romani, poi ai Persiani, poi agli Arabi, poi ai Franchi, poi ai Musulmani d’Egitto, poi ai Turchi), non è forse l’esatto e completo riassunto dei suoi annali, dopo Tito fino ai giorni nostri?  Ma notevole soprattutto, poiché ci fa sapere fino a quando sarebbe durato questo stato di schiavitù e servitù, e quale grande rivoluzione avrebbe dovuto essere compiuta nel frattempo, come indicato da queste parole che, nella loro estrema concisione, dicono più di pagine intere: donec impleantur tempora, nationum: finché non si compiano i tempi delle nazioni, cioè i Gentili, che sono, come tutti sanno, nel linguaggio della Scrittura, i popoli estranei alla razza e alla religione giudaica. Tutta la sostanza del dibattito è in questa piccola frase, dove sorgono immediatamente due questioni. La prima: Cosa sono questi tempi dei Gentili, fino al cui compimento si sarebbe prolungata la sottomissione di Gerusalemme? La seconda: fino a quale durata potrebbero essere stimati? In altre parole: la loro realizzazione, per parlare il linguaggio della profezia, segnano una fine chiara e precisa sul breve termine (per cadere, per esempio, entro la vita dei contemporanei di Gesù), o non hanno piuttosto lasciato aperte tutte le prospettive su una lunga serie di secoli prima della venuta della catastrofe suprema? Rispondere a queste due domande particolari in modo pertinente, sarà per questo stesso fatto come risolvere la questione integralmente, e mettere in piena evidenza ciò che il testo di San Luca ha dato da pensare, da credere o da congetturare sulla futura durata del mondo e sul tempo della parusia. – La prima domanda, dunque, è cosa si debba intendere con questa espressione, tempora nationum, i tempi dei gentili? E la risposta non può essere minimamente dubbia. Senza dubbio, i tempi dei Gentili sono i tempi preparati da Dio per la conversione dei Gentili, per l’evangelizzazione dei popoli pagani, per l’entrata nella Chiesa e per l’istituzione della Chiesa, per l’evangelizzazione dei popoli pagani, per l’ingresso delle nazioni infedeli nell’ovile della Chiesa. Questo significato è chiaramente indicato, prima di tutto, dal testo stesso dell’evangelista: (akri ou plerotosis kairoi etnon). E qui Sant’Agostino, che è comunemente accusato di non conoscere il greco, ma che comunque ne sapeva abbastanza per districarsi a volte nelle difficoltà di esegesi che gli venivano proposte, ci farà notare, nella prima delle sue due lettere a Esichio (Epist. 197, n.2), che il termine di cui fa uso San Luca non ha un equivalente in latino: né, aggiungerei, ha un equivalente nella nostra lingua. Infatti, dove si legge tempora nationum, il greco porta, non kronoi, ma xairoi etnon. Ora tra le due parole kronoi e kairoi, che in latino e francese, hanno un solo termine corrispondente, c’è una notevole differenza. E la differenza consiste nel fatto che il primo evoca solo l’idea pura e semplice di tempo, mentre il secondo, come attestano tutti i lessici antichi e moderni, significa un tempo adatto, opportuno, lavorabile. Ecco perché questa espressione, xairoi etnon ove il termine kairos è usato in modo assoluto, senza alcuna aggiunta o determinazione di alcun tipo che limiti o modifichi il suo significato originale e naturale, non poteva che significare i tempi favorevoli ai Gentili: cioè, i giorni di benedizione, di salvezza e di grazia che sarebbero finalmente sorti su di loro, e che sarebbero stati un tempo di pace e prosperità, quell’epoca tanto celebrata dagli antichi oracoli, della loro chiamata alla mirabile luce della fede. Chi non ricorda ciò che i profeti avevano dichiarato, nei termini più magnifici, della benedizione che doveva essere riversata sui Gentili attraverso il Messia? Chi non ricorda, tra cento altri, quello splendido passo di Isaia che la liturgia propone alla nostra attenzione ogni volta che l’anno riporta la commemorazione dell’arrivo dei Magi, le primizie dei gentili, alla culla di Gesù Cristo; dove la gloria futura della nuova Gerusalemme, cioè della Chiesa cristiana, alla quale accorreranno tutte le nazioni della terra, portandovi le loro offerte, e portandovi innumerevoli figli? « Alzati e risplendi, o nuova Gerusalemme – gridava il profeta – perché la tua luce risplenda e la gloria del Signore si è levata su di te. Poiché le tenebre coprivano la terra e una cupa oscurità avvolgeva i popoli, ma su di voi il Signore sorgerà e la sua gloria risplenderà su di voi; le genti cammineranno verso la vostra luce e i vostri re verso la luminosità del tuo sorgere.Alza gli occhi intorno e vedi: sono tutti riuniti, vengono a te; i tuoi figli vengono da lontano e le tue figlie sono portate in braccio. Allora lo vedrai e sarai raggiante; il tuo cuore sussulterà e si espanderà, perché le ricchezze del mare verranno a te, i tesori delle nazioni verranno a te. I cammelli di Madian e di Efa ti copriranno in gran numero, e tutti i cammelli di Saba verranno, portando oro e incenso e declamando le lodi del Signore » (Isa. LX, 1-6)). Eccoli qui, annunciati con molti secoli di anticipo, quei tempi che in San Luca sono chiamati i tempi dei Gentili: un nome tratto, come si vede, dalla nota caratteristica che li distingue, e che doveva essere singolarmente sottolineata dal contrasto tra il popolo giudaico, che si era rifiutato, con una cecità inconcepibile, di riconoscere il Messia che era venuto a loro, ritirandosi così dalla benedizione promessa ai discendenti di Abramo, e abbandonandosi al loro senso reprobo fino alla fine dei tempi, quando anche per esso, alla fine del mondo, dopo che la moltitudine dei gentili sarà entrata nella Chiesa, suonerà l’ora favorevole, l’ora della riconciliazione e del ritorno. Tutto questo è nei dati più provati e autentici della Scrittura … « C’è un tempo per i Gentili, e dopo quel tempo i Giudei, che i Gentili hanno finora calpestato, ritorneranno, e dopo che la pienezza dei Gentili sarà entrata, tutto Israele, tutto ciò che è rimasto di loro, sarà salvato. » (Rom., XI). Ma se ci fosse ancora il minimo dubbio sul significato della frase: donec impleantur tempora nationum, ci sarebbe solo, per dissiparlo del tutto, da riferirsi al versetto parallelo di San Matteo (XXIV, vers. 14), che afferma che « il Vangelo sarebbe stato predicato in tutto il mondo, per essere una testimonianza a tutte le nazioni, e che poi sarebbe venuta la consumazione ». Et prædicabitur hoc evangelium regni in universo orbe, in testimonium omnibus gentibus, et tunc veniet consummatio. “Così, quelli che in San Luca sono chiamati i tempi dei Gentili, in San Matteo, son detti i tempi in cui il Vangelo sarebbe stato predicato loro, cioè, senza difficoltà, i tempi della loro chiamata alla fede, e della loro progressiva aggregazione a quell’unico ovile di cui Gesù Cristo aveva detto: « E ho altre pecore che non sono di questo ovile (della sinagoga), e devo condurle, ed esse ascolteranno la mia voce, e allora ci sarà un solo ovile e un solo pastore » (Giov. X, 16). Questo risolve categoricamente la prima delle due domande poste sopra. Sappiamo con la massima certezza cosa si intende per i tempora nationum che, nell’oracolo evangelico, separano la caduta di Gerusalemme dal periodo prima della consumazione dei secoli e della parusia. (Vedi sopra, versetti 24 e seguenti). Ma ora ci resta da sapere ed è la cosa più importante per noi: Che durata potrebbero rappresentare questi medesimi tempi dei gentili? Rappresentano un breve intervallo di pochi anni, cosa che sarebbe facilmente accettato da coloro che dicono che le dichiarazioni di Gesù sulla prossimità della catastrofe erano inequivocabili? O, al contrario, sono una lunga serie di secoli, come quella che è già trascorsa e come quella che potrebbe ancora trascorrere in un futuro indefinitamente prolungato? Qui è importante distinguere tra ciò che il testo implica in termini di una tesi assoluta, e ciò che implica in termini di congetture, supposizioni e ipotesi, in considerazione delle particolari circostanze o condizioni in cui le diverse generazioni cristiane si sono successivamente trovate dalle prime origini ad oggi. In termini assoluti, i tempi delle nazioni, rappresentavano il tempo necessario affinché la predicazione del Vangelo, iniziata a Gerusalemme il giorno della prima Pentecoste, si diffondesse man mano in tutto il pianeta, raggiungesse progressivamente tutte le tribù, tutte le razze, tutti i popoli della terra, e penetrasse così profondamente da suscitare in tutti i luoghi e in tutti i rami della comunità cristiana la semenza della fede. Tali sono i dati che fornisce il Vangelo che corrobora ancora i più famosi oracoli dell’Antico Testamento.  Cosa potrebbe essere più categorico a questo proposito del passo citato da San Matteo: “E questo vangelo del regno sarà predicato in tutto il mondo per testimoniare a tutte le nazioni, e allora verrà la consumazione? « In tutto il mondo », ecco la totalità dei luoghi; « a tutte le nazioni » è la totalità delle razze e delle lingue. Ma poiché è il testo di San Luca che è in questo momento l’oggetto speciale del nostro studio, concentriamoci più particolarmente su ciò che San Luca stesso riporta delle parole di Gesù ai suoi Apostoli nelle apparizioni che seguirono la sua risurrezione (Luca, xxiv, 44 ss.; Atti, I, 4 ss.): « Questo è ciò che vi ho detto, mentre ero ancora con voi, che si devono compiere tutte le cose che sono scritte di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi. … Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: Così sta scritto, e così era necessario che Cristo soffrisse e risuscitasse dai morti il terzo giorno, e che la penitenza e la remissione dei peccati fossero predicate nel suo nome a tutte le nazioni nel suo nome. » E aggiunse: « Cominciando da Gerusalemme », perché questo era l’ordine che era stato stabilito, l’ordine che la predicazione apostolica doveva cominciare a Gerusalemme e poi passare alla Giudea e alla Samaria, e non fermarsi finché non avesse raggiunto i più lontani confini del mondo abitato: usque ad ultimum terræ … – Questo è ciò che disse sul Monte degli Ulivi nel momento stesso della sua partenza; fu la sua ultima parola, la sua suprema raccomandazione, perché mentre lo diceva, si alzò da terra, scomparve nella nuvola e mandò i due Angeli come sappiamo, per attestare un’ultima volta la verità del suo ritorno alla fine dei tempi per giudicare i vivi e i morti. Ma non sarà fuori luogo insistere un po’ sulle testimonianze che ha portato dalla legge di Mosè, dai profeti e dai salmi, scripta in lege Moysis et prophetis et psalmis de me, per chiarire meglio il senso delle sue ultime istruzioni, e per far emergere ancora più chiaramente tutta la portata dell’opera di evangelizzazione che lasciava alla Chiesa. Ecco la legge di Mosè [il Pentateuco], in cui è scritta la promessa di Dio ad Abramo, … che nel suo seme, cioè nel Messia che sarebbe uscito da lui, sarebbero state benedette tutte le nazioni della terra. Ecco i Salmi, e specialmente il XXI, dove dopo l’immagine della passione di Cristo, delle sue mani e dei suoi piedi trafitti, delle sue ossa segnate sulla pelle da tutto il peso del suo corpo violentemente sospeso, delle sue vesti divise, della sua tunica data in sorte, dei suoi nemici che fremono intorno a lui e si saziano del suo sangue, vediamo le conseguenze e i frutti di un così grande sacrificio: tutte le estremità della terra si ricorderanno del Signore e si convertiranno a Lui; tutte le famiglie dei gentili, tratte dalle tenebre dell’idolatria, si prosterneranno adoranti davanti alla sua faccia, ed al Signore a cui appartiene l’impero, e governa su tutte le nazioni. Questi sono i Profeti, e tra questi Isaia, che, alzando il suo volo ancora più in alto di tutti gli altri, cantò le future glorie della nuova Sion: « Allarga lo spazio della tenda » esclamava. Che le tende della vostra casa siano aperte. Non risparmiate lo spazio, tendete le vostre corde e siate saldi nella vostra fede. Poiché tu penetrerai a destra e a sinistra, e la tua progenie possederà le nazioni e abiterà le città deserte. Non temere, perché non sarai confuso. Il tuo sposo è il tuo Creatore e il tuo Redentore è il Santo d’Israele. Egli sarà chiamato il Dio di tutta la terra (Isaia, LIV, 2-5). Questo è l’annuncio della presa di possesso del mondo da parte della Chiesa di Gesù Cristo, così come l’indicazione precisa del modo in cui questa immensa rivoluzione avrebbe avuto luogo: non subito, non con un cambiamento improvviso, non con un miracolo che sarebbe stato assolutamente al di fuori di tutto l’ordine della presente provvidenza, ma con una penetrazione progressiva, simile alla penetrazione del lievito della parabola, mescolato con le tre misure di farina che rappresentavano le tre principali razze dell’umanità, semitica, camitica e giafetica: una penetrazione, quindi, che avrebbe avuto luogo, con la benedizione della grazia di Dio, per mezzo di cause secondarie, con il lavoro di uomini apostolici, per mezzo degli sforzi dei missionari nel corso dei secoli e su tutti i punti del pianeta. Questo è ciò che è rappresentato da queste immagini, così spesso ripetute altrove, dell’allargamento dello spazio, dello spiegamento di tende, dell’allungamento di corde, per preparare un posto sempre, sempre più grande. Ecco cosa dicono queste parole esplicitamente: « Penetrerai a destra e a sinistra, a est e a ovest, in tutte le spiagge e in tutti gli orizzonti; e la posterità prenderà possesso delle nazioni, di quelle che si trovano alle estremità più remote, e che per questo, gli Apostoli delle prime epoche non poterono raggiungere; e popolerà le città deserte finora private della conoscenza del vero Dio e della vera Religione. E questo movimento di penetrazione in tutte le zone, in tutte le latitudini e i climi, quando si fermerà, quando avrà la sua fine? – Quando il Redentore della Chiesa, il Santo d’Israele, sarà chiamato il Dio di tutta la terra, cioè quando da un polo all’altro, dalla Cina al Perù, dal San Lorenzo allo Zambesi, dall’Alaska al Thibet, dai laghi ghiacciati degli Urali alle pianure bruciate della zona torrida, la religione cristiana sarà conosciuta, ricevuta e praticata tra le innumerevoli varietà della grande famiglia umana, senza distinzione delle loro varie costituzioni, capacità intellettuali, usi civili, istituzioni politiche, pregiudizi di razza e colore della pelle. Redemptor tuus, Sanctus Israel, Deus omnis terræ vocabitur! Tale fu l’immenso campo che si aprì per gli Apostoli quando Gesù Cristo, salendo al cielo, li mandò a conquistare la gentilità. Concludiamo, dunque, che « i tempi dei gentili » rappresentavano l’intero periodo necessario per realizzare questa conquista, conquista che doveva essere compiuta non con miracoli come quello che colpì e convertì San Paolo sulla via di Damasco, ma con i mezzi comuni e ordinari messi a disposizione dei ministri della Chiesa, con l’aiuto della grazia di Dio. Aggiungiamo, inoltre, che non temiamo di essere contraddetti da nessuno se diciamo che una tale opera non si sarebbe potuta realizzare in pochi anni, ma solo attraverso una lunga serie di secoli, come quella che è già passata, e che, nonostante l’intenso lavoro svolto in tutte le parti del pianeta dalle missioni cattoliche, non sembra essere ancora giunta alla sua conclusione. Infine, concludiamo che il testo di San Luca, una volta messo a fuoco – come deve essere – dall’inciso troppo poco notato che abbiamo cercato di mettere in luce (e Gerusalemme sarà calpestata dai Gentili fino al compimento dei tempi dei Gentili), è in piena, perfetta e completa conformità con l’intero schema degli eventi nella storia, dal giorno in cui la profezia cadde dalle labbra di Gesù, fino al tempo, diciannove secoli dopo, in cui siamo arrivati oggi.

***

Tutto questo è evidente ora, tutto questo è perfettamente chiaro a noi, che, oltre al vantaggio di essere nelle migliori condizioni del mondo per ascoltare il vero significato di una profezia che si è già adempiuta in larga misura, siamo anche forniti di tutte le conoscenze, sia geografiche che etnografiche, richieste per valutare la durata dei “tempi delle nazioni“. Ma questo non era il caso degli antichi. Per gli antichi, questa conoscenza era assolutamente carente. Quindi era impossibile per loro formarsi un’idea corretta delle proporzioni del lavoro che la Chiesa doveva compiere prima dell’ora segnata per la consumazione dei tempi. Ed è questa la ragione per cui abbiamo distinto sopra tra il significato assoluto ed oggettivo delle parole di Gesù Cristo, di cui c’era riservata l’esatta comprensione, e il significato più o meno congetturale a cui potevano prestarsi, grazie all’ignoranza in cui eravamo, e in cui siamo rimasti fino ai tempi moderni, delle vere proporzioni della mappa del mondo. Prendiamo, per esempio, la prima generazione cristiana, nella quale durava ancora la straordinaria impressione prodotta dal passaggio sulla terra di Nostro Signore e il ricordo recente della promessa del suo ritorno. Questa generazione, che aveva ricevuto i primi frutti dello Spirito, che era stata inebriata dal vino nuovo della grazia con l’amore dei beni celesti, le cui aspirazioni erano tutte rivolte verso « i nuovi cieli e la nuova terra in cui abita la giustizia », e la cui impazienza gli Apostoli avevano trovato così difficile da calmare, perché non potevano vedere la venuta di questa parousia, così ardentemente amata e così unicamente desiderata. (II Petr., III 9; I Tess. IV, 12c e segg.) Per quella generazione il mondo intero era contenuto nei limiti dell’Impero Romano. Questo significava per questa generazione che, nei suoi calcoli e nelle congetture sulla vicinanza della parusia, difficilmente essa poteva essere fermata dal pensiero che il Vangelo doveva essere predicato in tutto il mondo prima che arrivasse la fine. E infatti San Paolo non scrisse ai Colossesi, appena trent’anni dopo l’Ascensione del Salvatore, che la predicazione della verità evangelica aveva raggiunto loro, come aveva raggiunto il mondo intero, e che stava portando frutto e guadagnando terreno giorno per giorno?  (Coloss., I, 6) . Non li ha esortati a rimanere saldi nella speranza data dal vangelo che avevano udito che avevano udito e che era stato predicato ad ogni creatura sotto il cielo?  (Coloss., I, 23). E quando disse ai romani del grande desiderio che aveva di trovare un’occasione favorevole per andare da loro, non lodò forse la loro fede come rinomata in tutto il mondo? (Rom., I, 8). – Va da sé che queste espressioni, “in tutto il mondo”, “a tutto il mondo”, “a ogni creatura sotto il cielo”, dovevano essere prese solo in un senso essenzialmente relativo, per l’universalità delle regioni o province in regolare comunicazione con il centro dove la predicazione del Vangelo era iniziata, e da cui si era diffusa. Va da sé, inoltre, che anche entro questi limiti c’era ancora molta strada da fare prima che la penetrazione potesse essere considerata sufficiente a soddisfare gli oracoli riguardanti la conversione della Gentilità. Ma non importa, non si è guardato così da vicino, e tutte le condizioni fatte dalla prima generazione cristiana, a capo delle quali va certamente posta l’assenza delle conoscenze geografiche ed etnografiche di cui abbiamo parlato sopra, e questo spiega come avvenne che la porta rimase sempre più o meno aperta all’idea o all’opinione, « che il  mondo stava per finire, e che la grande rivelazione di Cristo stava per avere luogo ». Ora questa stessa osservazione si applica, proporzionalmente, alle età seguenti. Quando, per esempio, San Leone nel quinto secolo, e San Gregorio alla fine del sesto, entrambi confondendo la fine ed il crollo di un mondo (il mondo romano) con la fine ed il crollo del mondo intero, non esitarono ad annunciare (San Leone, Serm, 8 de jejunio decimi mensis; San Gregorio, hom. 1 in evangel.), come prossima, imminente, la catastrofe suprema, non c’è dubbio che la loro persuasione fu condizionata dallo stato più che difettoso della scienza geografica del tempo. Perché se avessero saputo che, delle cinque parti del mondo, almeno due e mezzo erano ancora da scoprire, avrebbero forse anche solo pensato ad un rapido arrivo della fine delle cose, contro le dichiarazioni più formali ed esplicite della Scrittura? Ma Sant’Agostino, nelle due lettere a Esichio già citate, accenna appena all’esistenza di popoli barbari nell’Africa centrale, ai quali il Vangelo non era ancora stato predicato, secondo informazioni ricevute, aggiunge, da prigionieri provenienti da queste regioni a servizio dei Romani. (Sant’Agostino, Epist. 199, n. 46.). Dovevano passare mille anni prima della scoperta del Nuovo Mondo, scoperta che doveva essere il preludio necessario all’installazione, appena completata ai nostri giorni, di missioni cattoliche su tutta la superficie del pianeta. Questa, dunque, è la meraviglia della profezia che è l’oggetto di questo studio: che si riveli ora a noi, come in così esatta e completa conformità con ciò che gli eventi ci hanno insegnato del periodo relativamente tardivo della parusia, e che, tuttavia, abbia dato origine nei tempi antichi a così tante congetture o persuasioni circa la sua imminenza o vicinanza. Ma, come abbiamo già avuto modo di dire, Gesù ha deliberatamente parlato in modo da non chiudere la porta a ipotesi che potevano avere solo gli effetti più salutari, o come stimolo al fervore, o come richiamo alla penitenza, secondo le parole di San Pietro: « Verrà il giorno del Signore, e in quel giorno i cieli passeranno con un gran rumore, e gli elementi saranno dissolti, e la terra sarà consumata, con tutte le opere che sono in essa. Allora perciò, poiché tutte queste cose sono destinate a dissolversi, quale non dovrebbe essere la santità della vostra condotta e la vostra pietà, aspettando e affrettando la venuta del giorno del Signore, in cui i cieli infuocati si dissolveranno e gli elementi infuocati si scioglieranno? Ma stiamo aspettando, secondo la Sua promessa, nuovi cieli e una nuova terra dove abita la giustizia. In questa attesa, cari, fate ogni sforzo affinché siate trovati da lui senza macchia e in pace (II Piet. III, 10 e segg.). »Queste sono le osservazioni che abbiamo dovuto fare sul testo di San Luca. Queste stesse osservazioni sono valide per gli altri due sinottici, come è già evidente da ciò che è stato detto sul versetto parallelo di San Matteo: Et prædicabitur hoc Evangelium regni in universo orbe in testimonium omnibus gentihus, et tunc véniet consummatio. Tranne che in San Matteo e San Marco c’è una riga omessa da San Luca, riguardante l’abominio della desolazione predetto dal profeta Daniele, che dà luogo a una difficoltà molto particolare e speciale. Lo riserviamo per l’articolo seguente.

IL SENSO MISTICO DELL’APOCALISSE (13)

G Dom. Jean de MONLÉON

Monaco Benedettino

Il Senso Mistico dell’APOCALYSSE (13)

Commentario testuale secondo la Tradizione dei Padri della Chiesa

LES ÉDITIONS NOUVELLES 97, Boulevard Arago – PARIS XIVe

Nihil Obstat: Elie Maire Can. Cens. Ex. Off.

Imprimi potest:  Fr. Jean OLPHE-GALLIARD Abbé de Sainte-Marie

Imprimatur: LECLERC.

Lutetiæ Parisiorum die II nov. 194

Copyright by Les Editions Nouvelles, Paris 1948

Settima Visione


LA CITTÀ DI DIO



PRIMA PARTE


IL RINNOVAMENTO DELL’UNIVERSO

Capitolo XXI. (1 -27)

“E vidi un nuovo cielo e una nuova terra. Poiché il primo cielo e la prima terra passarono, e il mare non è più. Ed io Giovanni vidi la città santa, la nuova Gerusalemme che scendeva dal cielo d’appresso Dio, messa in ordine, come una sposa abbigliata per il suo sposo. E udii una gran voce dal trono che diceva: Ecco il tabernacolo di Dio con gli uomini, e abiterà con loro. Ed essi saranno suo popolo, e lo stesso Dio sarà con essi Dio loro: e Dio asciugherà dagli occhi loro ogni lagrima: e non vi sarà più morte, né lutto, né strida, né vi sarà più dolore, perché le prime cose sono passata. E colui che sedeva sul trono disse: Ecco che io rinnovello tutte le cose. E disse a me: Scrivi, poiché queste parole sono degnissime di fede e veraci. E disse a me: Io sono l’alfa e l’omega: il principio e il fine. A chi ha sete io darò gratuitamente della fontana dell’acqua della vita. Chi sarà vincitore, sarà padrone di queste cose, e io gli sarò Dio, ed egli mi sarà figliuolo. Pei paurosi poi, e per gl’increduli, e gli esecrandi; e gli omicidi, e i fornicatori, e i venefici, e gli idolatri, e per tutti i mentitori, la loro parte sarà nello stagno ardente di fuoco e dì zolfo: che è la seconda morte. E venne uno dei sette Angeli che avevano sette coppe piene delle sette ultime piaghe, e parlò con me, e mi disse: Vieni, e ti farò vedere la sposa, consorte dell’Agnello. E mi portò in ispirito sopra un monte grande e sublime, e mi fece vedere la città santa, Gerusalemme, che scendeva dal cielo dappresso Dio, la quale aveva la chiarezza di Dio: e la luce di lei era simile a una pietra preziosa, come a una pietra di diaspro, come il cristallo. Ed aveva un muro grande ed alto che aveva dodici porte: e alle porte dodici Angeli, e scritti sopra i nomi, che sono i nomi delle dodici tribù di Israele. A oriente tre porte: a settentrione tre porte: a mezzogiorno tre porte: e a occidente tre porte. E il muro della città aveva dodici fondamenti, ed in essi i dodici nomi dei dodici Apostoli dell’Agnello. E colui che parlava con me aveva una canna d’oro da misurare, per prendere le misure della città e delle porte e del muro. E la città è quadrangolare, e la sua lunghezza è uguale alla larghezza: e misurò la città colla canna d’oro in dodici mila stadi: e la lunghezza e l’altezza e la larghezza di essa sono uguali. E misurò il muro di essa in cento quarantaquattro cubiti, a misura d’uomo, qual è quella dell’Angelo. E il suo muro era costrutto di pietra di diaspro: la città stessa poi (era) oro puro simile a vetro puro. E i fondamenti delle mura della città (erano) ornati di ogni sorta di pietre preziose. Il primo fondamento, il diaspro: il secondo, lo zaffiro: il terzo, il calcedonio: il quarto, lo smeraldo: il quinto, il sardonico: il sesto, il sardio: il settimo, il crisolito: l’ottavo, il berillo: il nono, il topazio: il decimo, il crisopraso: l’undecimo, il giacinto: il duodecimo, l’ametisto. E le dodici porte erano dodici perle: e ciascuna porta era d’una perla: e la piazza della città oro puro, come vetro trasparente. E non vidi in essa alcun tempio. Poiché il Signore Dio onnipotente e l’Agnello è il suo tempio. E la città non ha bisogno di sole, né dì luna che risplendano in essa: poiché lo splendore di Dio la illumina, e sua lampada è l’Agnello. E le genti cammineranno alla luce di essa: e i re della terra porteranno a lei la loro gloria e l’onore. E le sue porte non si chiuderanno di giorno: perché ivi non sarà (notte. E a lei sarà portata la gloria e l’onore delle genti. Non entrerà in essa nulla d’immondo, o chi commette abbominazione o menzogna,
ma bensì coloro che sono descritti nel libro della vita dell’Agnello.”

La settima ed ultima Visione dell’Apocalisse, che tratta della glorificazione dei Santi e degli splendori della Gerusalemme celeste, inizia con il capitolo XXI. Essa è destinata a suscitare in noi il desiderio di meritare un giorno tale gloria e tali delizie, per motivarci a sopportare pazientemente le prove della vita presente, che ne sono il cammino.

§ 1 – I nuovi cieli e la nuova terra

Prima di tutto, ci mostra il risanamento dell’universo che deve seguire la condanna degli empi. Il mondo sarà come rimesso nel crogiolo, affinché tutte le tracce del peccato, sia il peccato dell’uomo che il peccato del diavolo, siano cancellate. E vidi il cielo rinnovato e la terra rinnovata. Secondo Sant’Agostino, il cielo designa qui lo strato d’aria che avvolge il nostro pianeta. Esso sparì per fare posto ad un’atmosfera la cui limpidezza e purezza non possono esprimersi in termini umani. – Quanto alla terra, essa perse la sua forma attuale per riceverne un’altra, di un modello incomparabile, dove i più piccoli dettagli erano una delizia per gli occhi. E il mare cessò di esistere, almeno come mare, nel senso che fu spogliato di tutte le sue amarezze e di tutto ciò che lo rende spaventoso; le sue acque divennero trasparenti come quelle di un lago e dolci come quelle di una sorgente di acqua viva. In senso morale, il cielo designa lo spirito dell’uomo, che sarà purificato da ogni contaminazione, anche nei suoi più segreti recessi; la terra, la sua carne, che, penetrata da una nuova vita, diventerà impassibile, immortale, meravigliosamente casta. E non ci sarà più mare, perché ci fonde di amarezza, che è in noi il frutto più sensibile del peccato originale, questa sorgente velenosa da cui sorgono incessantemente mormorii, recriminazioni, sbalzi d’umore, gelosia, indignazione, rabbia e giudizi sprezzanti sul prossimo, sarà scomparsa per sempre. L’uomo avrà recuperato, rafforzato e abbellito dalla grazia, questa dolcezza nativa che possedeva senza sforzo nello stato di innocenza, e non troverà più in se stesso un ostacolo continuo alla pratica della carità perfetta.

§ 2 – La Gerusalemme celeste.

E io, Giovanni, vostro fratello, che voi conoscete bene e che sono un uomo come voi, ho visto con i miei occhi la città santa, la nuova Gerusalemme, che scendeva dal cielo. Queste espressioni designano la Chiesa trionfante, l’assemblea dei Santi, che l’Apostolo ebbe l’inestimabile felicità di contemplare nella sua estasi. Egli la paragona ad una città, per mostrare che coloro che la compongono vivono insieme, avendo tra di loro relazioni analoghe a quelle che i cittadini della stessa città hanno quaggiù. Solo questa città è santa: il male non può penetrare in nessuna forma, né nelle conversazioni che vi si svolgono, né nelle celebrazioni che vi si tengono; tutto è puro, tutto è limpido, tutto è trasparente come il cristallo. Questo perché gode costantemente della visione di Dio, che ha l’effetto di stabilire l’eletto in una pace che non può essere descritta, e che rimuove irriducibilmente ogni tentazione, ogni ansia, ogni lotta, ogni peccato. Né il leone né alcuna bestia malvagia possono avvicinarsi a lei, dice il profeta Isaia (XXXV, 9). Da qui il suo nome Gerusalemme, che significa: Visione di Pace; ma Gerusalemme nuova, perché è liberata dal lievito dell’uomo vecchio, perché ripudia ogni somiglianza con quella vecchia, con quella Gerusalemme terrena che uccise i profeti, che lapidò gli inviati di Dio (Mt. XXIV, 37), che crocifisse il suo Salvatore. Essa non è della terra, non ha niente in comune con quei giganti della leggenda che cercavano di salire al cielo; con i superbi di tutti i tempi e di tutti i luoghi che pensano di potersi elevare al di sopra della loro condizione con le proprie forze; essa scende dal cielo, perché riconosce e confessa umilmente che tutti i suoi meriti, le sue vittorie, le sue virtù, le vengono dall’alto. È da Dio che ha ricevuto tutta la sua bellezza, tutto il suo splendore; essa lo sa e dice con San Paolo: « È per la grazia di Dio che sono quello che sono » (I Cor., XV, 10.). È per la Sua bontà che è stata lavata, trasformata e resa pronta come una fidanzata che si è fatta bella per essere condotta al suo sposo, uno sposo che non è altro che il Figlio di Dio.

§ 3 – Gioia senza mistura.

E udii una voce potente che veniva dal trono, cioè che parlava in nome della Chiesa, personificando tutta la Tradizione cattolica, e diceva: Ecco, il tabernacolo – o, più esattamente, la tenda – di Dio è con gli uomini. Questa tenda è la Santissima Umanità di Gesù Cristo, sotto la quale il Verbo dimorò per trentatré anni per muovere guerra al mondo e al diavolo. Egli viveva lì alla maniera dei sovrani sul campo, che abbandonano il lusso e l’etichetta dei loro palazzi per dormire all’aperto e vivere familiarmente con i loro soldati. Ecco, questa tenda, questo tabernacolo, è ora piantato in mezzo agli uomini, cioè a coloro che hanno vissuto come uomini e non come bestie: in mezzo agli eletti. Egli abita con loro per sempre, non li lascerà mai più. D’ora in poi saranno il suo popolo, il popolo che si è acquistato a prezzo del suo Sangue; mai più cercheranno di scuotere la sua autorità, mai più gli disobbediranno in qualcosa. E Colui che, pur essendo Dio per essenza, pur possedendo di diritto la natura divina, è così spesso incompreso e ignorato dagli uomini, diventerà da allora in poi veramente il loro Dio, cioè l’unico oggetto della loro ammirazione, dei loro desideri, della loro adorazione, dei loro pensieri e del loro amore. La sua presenza in mezzo a loro sarà la fonte della loro gioia. E asciugherà tutte le lacrime dai loro occhi. L’autore non poteva trovare un’immagine più toccante per mostrare la cura di Dio per i suoi, che paragonarlo alla madre che, chinandosi sul suo bambino appena nato, cerca la causa delle sue pene, si ingegna per farlo sorridere, asciuga i suoi occhi, il suo viso, lo copre di baci. Dio eliminerà tutte le possibili cause di tristezza.  Non ci sarà più la morte; nessuno avrà più motivo di gemere per le proprie sofferenze o per quelle del suo prossimo, né di gridare aper chiamare Dio o tutti gli uomini a suo soccorso; anche il ricordo dei peccati passati non genererà più alcun dolore: Tutte le miserie del mondo attuale saranno scomparse, e non rimarrà altro che la gioia, una gioia tale che nessuna impressione contraria, nessun ricordo spiacevole, potrà diminuirla.

§ 4 – Conferma divina.

Questo è ciò che disse la voce dal trono. E per confermare la sua autorità, Dio stesso prese la parola: « Ecco – Egli dice – io rinnovo tutte le cose. Tutto ciò che era dolore, sofferenza, dolore, macchia, laidezza, passerà, e sarà sostituito da un mondo il cui fascino, dolcezza e bellezza nulla può esprimere: perché l’occhio dell’uomo non ha visto, né l’orecchio ha sentito, né il cuore ha immaginato ciò che ho in serbo per coloro che mi amano. » (I Cor., II, 9.). Poi aggiunse: « Incidi nel tuo cuore tutto quello che hai appena sentito su questo rinnovamento dell’universo e sulla gloria della Città Santa.

Dopo tu  lo scriverai sulle tue tavolette affinché altri possano beneficiarne, infatti queste parole sono rigorosamente degne di fede e conformi alla verità, ed infallibilmente si adempiranno. Ne puoi essere così sicuro come se gli eventi che annunciano fossero già stati realizzati. Perché io faccio quello che voglio: io sono l’Alfa e l’Omega, il principio da cui provengono tutte le cose e il fine a cui tendono. Presto il tempo della penitenza sarà finito, presto il tempo concesso all’uomo per scegliere tra le due città sarà chiuso: un abisso invalicabile si estenderà tra Babilonia, la prostituta definitivamente condannata, e la Gerusalemme celeste, la sposa ammessa alle nozze eterne. Io stesso farò bere alla fonte dell’acqua viva coloro che hanno sete, coloro che sono spinti da desideri ardenti. Darò loro quest’acqua liberamente, con un atto di pura liberalità da parte mia. Tuttavia, la riceverà solo colui che ha perseverato nei suoi sforzi fino alla fine, che ha lottato contro la carne, il mondo e il diavolo fino alla vittoria. Con essa, egli possederà per sempre e nella loro totalità, le gioie di cui si è appena parlato: Io sarò il suo Dio, lo riempirò di tutti i beni immaginabili. Io lo soddisferò nelle più intime profondità del suo essere, ed egli sarà come un figlio per Me, provando un rispetto e un amore per Me che non gli permetterà di desiderare altro che la mia presenza. Per coloro, al contrario, che non hanno avuto il coraggio di lottare contro se stessi: per i pusillanimi, che sacrificano la loro fede alla paura del mondo; per gli increduli, che non hanno fiducia nella mia bontà e nel potere della mia grazia; per gli scomunicati, che la Chiesa, a causa dei loro crimini, ha dovuto tagliare fuori dalla società dei Santi, ed escludere dalla distribuzione dei suoi doni;  per gli omicidi, sia che si prenda alla lettera questo termine, sia che si intenda con questo le parole o i cattivi esempi, che hanno inferto colpi mortali alle anime degli altri; – per i fornicatori che il peccato della carne tiene nella propria schiavitù; per i mercanti di veleni, i detrattori, i calunniatori, i mormoratori; o ancora: i maghi, gli stregoni, gli spiritisti e tutti coloro che praticano le scienze occulte; per gli idolatri, gli adulatori, i cortigiani e tutti coloro che hanno fatto della menzogna un’abitudine: tutti questi saranno gettati con il diavolo e l’anticristo nel lago che brucia con fuoco e zolfo: questa è la loro parte per l’eternità, e questa è la seconda morte, la morte che colpisce sia il corpo che l’anima: la dannazione.

PARTE SECONDA

GLORIA DELLA CITTÀ SANTA

§ 1 La bellezza della sposa

E venne uno dei sette Angeli che hanno le coppe piene delle sette piaghe degli ultimi tempi. Le visioni precedenti hanno sviluppato a lungo, anche se in termini oscuri, le sofferenze e le prove attraverso le quali la Chiesa deve passare. Ora San Giovanni ci mostrerà il fine a cui tendono tutte queste purificazioni: la bellezza della nuova Gerusalemme, la gloria della Città degli Eletti. Per questo inizia evocando il ricordo delle sette piaghe descritte nella quinta visione (Capp. XV e XVI). Uno degli Angeli che le aveva versate sulla terra si avvicinò dunque all’Apostolo e, parlando a nome di tutti, per mostrare sempre che la Tradizione della Chiesa è una sola sotto la diversità dei Dottori, gli disse: Vieni, cioè: lascia le cose terrene in mezzo alle quali vivi; eleva la tua intelligenza, sali alle realtà celesti. E ti mostrerò la bellezza di colei che è sia la fidanzata e sposa dell’Agnello, cioè la Chiesa, la fidanzata di Cristo nella vita presente, la sua sposa in cielo. Questo doppio nome vuole anche mostrare che l’unione con il Verbo, mentre conferisce all’anima la gloria della maternità spirituale, non la priva del privilegio della verginità. E mi portò in spirito su una grande e alta montagna. Ponendo la Gerusalemme celeste su un monte, l’autore la contrappone a Babilonia, la prostituta costruita sui fiumi, secondo il Salmista, – cioè i fiumi delle tre concupiscenze che la portano verso l’Inferno (Sal. CXXXVI, 1). Questa montagna rappresenta Cristo; la Sua Santissima Umanità si eleva al di sopra del mondo, come un’alta cima che domina la pianura, ed è su di essa che viene costruita la Chiesa. Inoltre, questa espressione, presa alla lettera, implica che la visione ora in questione è di ordine superiore alla precedente. E l’Angelo mi mostrò la città santa, Gerusalemme, che scendeva dal cielo per l’azione di Dio. Abbiamo già detto che quest’ultima espressione significa la virtù dell’umiltà, che è la base della gloria dei Santi. Essa aveva la luminosità di Dio: è proprio questa umiltà che rende Gerusalemme luminosa. È perché discende da Dio che è vestita di luce, a differenza dell’Angelo apostata, che ha perso l’incomparabile brillantezza di cui era adornato e, da “Lucifero”, è diventato il Principe delle Tenebre, perché voleva elevarsi al di sopra degli astri. Come un pezzo di ferro messo nel fuoco prende il colore e l’aspetto del fuoco, così la Chiesa, immersa nello splendore della gloria di Dio, irradia e diffonde essa stessa questo splendore. – E la luce che essa proietta così, la luce che scaturisce dai suoi Santi, è come una pietra preziosa, come la pietra di diaspro, cioè come Cristo. La Scrittura paragona spesso il Salvatore ad una pietra a causa della sua fermezza invincibile, dell’atteggiamento inflessibile della sua volontà rispetto alla volontà del Padre suo (Cfr. ad es. Dan. II, 34; Ps. CXVII, 22; XXVIII, 16; I Cor. X, 4; ecc. ecc.); una pietra infinitamente preziosa, per le virtù che sono i suoi elementi costitutivi. Essa assomiglia alla pietra di diaspro, perché quest’ultima, che è di un bel colore verde, simboleggia il fascino di una fioritura che rimarrebbe sempre nella sua prima freschezza, di una vita la cui piena fioritura non conoscerebbe mai l’autunno. La Città Santa, dunque, partecipa a questo stato di Cristo, e non vi mescola nessuna impurità, nessun fermento di amor proprio, perché la coscienza dell’eletto è diventata limpida, come di cristallo.

§ 2 – Il muro della città e le sue dodici porte.

E la città aveva un muro grande ed elevato. Questo muro rappresenta ancora la Santissima Umanità di Cristo, che protegge la Chiesa contro tutti i suoi nemici. Il profeta Isaia usa la stessa immagine in modo ancora più esplicito quando dice che il Salvatore sarà posto in Sion come un muro (XXVI, 1.). Questo muro è grande per la nobiltà della sua vita; è elevato, poiché, attraverso l’unione ipostatica, tocca persino il cielo. Ci sono dodici porte attraverso le quali si può entrare nella città, perché Cristo stesso ammette nel suo regno solo coloro che sono disposti ad accettare la dottrina dei dodici Apostoli, a piegarsi al loro insegnamento e a seguire il cammino segnato dal loro insegnamento. Fuori da queste porte il muro è invalicabile: non c’è salvezza, nemmeno in Cristo, se non attraverso la Chiesa Cattolica, Apostolica e Romana. E all’interno di queste porte c’erano dodici Angeli; infatti, non possiamo dubitare che gli Angeli furono molto attivi nell’assistere gli Apostoli e i loro successori nel loro ministero. Se Dio ha designato uno di questi spiriti celesti per vegliare su ogni anima, per aiutarla nella sua salvezza, come non credere che i pastori non siano oggetto di un aiuto speciale da parte loro, dato che devono salvare non solo le proprie anime, ma anche tutte quelle affidate alle loro cure? E su queste porte erano iscritti i nomi delle dodici tribù dei figli d’Israele: la memoria e gli esempi dei Patriarchi dell’Antica Legge erano incisi nel cuore degli Apostoli. I due Testamenti sono strettamente legati l’uno all’altro: i Patriarchi ed i Profeti hanno visto in figura Colui che gli Apostoli hanno realmente conosciuto da vivo. Ma gli uomini che hanno creduto in Cristo prima della sua incarnazione sono una sola Chiesa con quelli che hanno creduto in Lui dopo la sua venuta: e tutti insieme costituiscono le dodici tribù del popolo di Dio, come abbiamo spiegato sopra (Cfr. cap. VII, 4 segg.). Tre di queste porte sono rivolte ad Oriente, tre a nord, tre a sud e tre ad Occidente. Nel libro dei Numeri (II.) troviamo le tribù d’Israele disposte secondo l’ordine di Dio in una disposizione simile. Questa ha senza dubbio un significato misterioso: sottolinea sia il numero tre che la figura della croce. Riassume così i misteri essenziali ai quali è necessario aderire per entrare nella Gerusalemme celeste: quello della Trinità e quello della Redenzione. La Città è aperta ai quattro punti cardinali: perché in senso letterale è accessibile agli uomini di tutte le parti della terra. In senso figurato, tutti gli uomini sono chiamati alla vita eterna, sia che abbiano vissuto in Oriente, cioè all’inizio del mondo, sia che vivano ad Occidente, cioè al suo declino; sia che si trovino al sud, cioè i Giudei, per la luce divina che illumina questo popolo, o i Gentili, immersi nelle tenebre e nella freddezza dell’Aquilone. Da qualsiasi paese si provenga, si può entrare da tre porte: da quella del matrimonio quello della vedovanza, quello della verginità, che riassumono tutte le condizioni possibili della vita presente. Così non c’è nessuno che non possa pretendere di vivere tra le sue mura, purché accetti la dottrina dei dodici Apostoli, purché creda nel mistero della Santa Trinità e ponga la sua speranza nella croce di Cristo. – In senso morale, i Dottori vedevano nelle dodici porte i dodici punti essenziali ai quali i predicatori devono attenersi per portare tutti gli uomini al regno dei cieli. Ecco, per esempio, come li interpreta Sant’Alberto Magno: Le tre porte dell’Oriente indicano che, per illuminare i propri uditori e farli crescere nella luce, egli (il predicatore) deve tener conto della loro capacità, e graduare i suoi insegnamenti secondo la tradizionale distinzione tra principianti, progrediti e perfetti. Le tre porte dell’Aquilone rappresentano le tre minacce che incombono sull’uomo: la morte, il giudizio e l’inferno; quelle del Sud, le tre promesse fatte all’uomo: il perdono delle sue colpe, l’aiuto della grazia, la gloria eterna; infine, le tre porte dell’Ovest, sono i tre tipi di peccati dai quali si deve fare penitenza: peccati di pensiero, peccati di parola, peccati di azione. E il muro della città aveva dodici fondamenta. Il muro della città, come abbiamo detto, rappresenta Cristo. Le dodici fondamenta sono la figura dei Patriarchi dell’Antica Legge: perché fu in loro, nei loro cuori, che la fede in Cristo mise radici, fu su di loro che il Salvatore pose le prime fondamenta della Sua Chiesa. Il Salmista ha usato la stessa immagine quando ha detto che le sue fondamenta sono nei monti santi, designando sotto questa espressione questi uomini di eminente santità (Sal. LXXXVI, 1.). E su queste fondamenta furono incisi i nomi dei dodici Apostoli dell’Agnello: con questo l’autore intende dire sia che i Patriarchi aderirono in anticipo alla dottrina che gli Apostoli dovevano un giorno predicare al mondo, sia che questi ultimi completarono solo la dottrina della Redenzione così come i loro Padri l’avevano già creduta. Il nome dell’Agnello è qui evocato per mostrare che è la passione del Salvatore il primo fondamento su cui poggiano tutti gli altri, come ci insegna San Paolo: ipso summo angulari lapide Christo Jesu (Ephes. II, 20).

§ 3 – La misura della città

Avendo dimostrato che non c’è nessuno che non possa aspirare ad entrare nella Città di Dio, San Giovanni ci farà ora capire che non tutti, però, vi godono della stessa gloria, perché la ricompensa di ciascuno è proporzionata ai suoi meriti. L’angelo – egli dice – che parlava con me aveva in mano una misura fatta di una canna d’oro. Perché i meriti di ciascuno non si misurano secondo i principi ordinari della sapienza umana, ma con la canna d’oro, cioè alla luce degli insegnamenti della Sacra Scrittura. Così l’Angelo ha misurato la città, cioè la folla Chiesa; ne ha misurato anche le porte, cioè i prelati, i successori degli Apostoli, il cui giudizio sarà più rigoroso perché dovranno rispondere di se stessi e delle anime affidate alle loro cure. Infine, l’Angelo ha misurato il muro, cioè i principi secolari, gli uomini investiti del potere pubblico, perché anch’essi avranno un conto speciale da rendere per il potere che è stato loro conferito, e che è destinato essenzialmente, nella mente divina, ad assicurare la protezione materiale della Chiesa. In senso morale, questo Angelo rappresenta i predicatori. Misurano la città con la canna d’oro, quando fanno della Sacra Scrittura la base del loro insegnamento, quando adattano la loro spiegazione alle capacità del popolo cristiano; misurano le porte, quando si preoccupano di non deviare dalla dottrina degli Apostoli; misurano il muro, quando predicano Gesù Cristo Dio e Uomo. E la città è costruita in un quadrato: Tutti i meriti degli abitanti della Città Santa poggiano su una solida struttura costituita dalle quattro virtù cardinali: giustizia, prudenza, temperanza, forza. Queste devono essere costruite in un quadrato, cioè devono essere uguali l’una all’altra: se, infatti, si coltivasse solo una di esse, la fortezza, per esempio, senza preoccuparsi di sviluppare contemporaneamente la prudenza, la giustizia e la temperanza, l’anima sarebbe sbilanciata, non fiorirebbe armoniosamente e sarebbe invece esposta a cadere in una moltitudine di difetti. – E la lunghezza della città è uguale alla sua larghezza; o, più esattamente, la sua altezza è proporzionata alla sua larghezza: perché l’anima sale tanto più in alto nella conoscenza delle cose celesti, quanto più si espande sulla terra nella pratica della carità. E l’Angelo misurò la città con la sua verga d’oro, attraverso dodicimila stadi. L’Angelo stabilì così i meriti di tutti gli abitanti della Gerusalemme celeste secondo i dati della Scrittura, che promette beatitudine ai poveri, agli afflitti, ai miti, a coloro che soffrono persecuzioni, ecc. Lo fece attraverso dodicimila stadi: cioè, non secondo un solo schema, ma in funzione dei diversi stadi in cui gli uomini si esercitano alla virtù. Queste tappe sono estremamente numerose, secondo gli stati di vita, le professioni, i temperamenti, i mezzi di ciascuno, ecc. Per essere qualificati, è sufficiente che rientrino nel numero 12.000, che rappresenta la dottrina degli Apostoli, dodici moltiplicato per mille, cioè con la perseveranza finale: chi avrà lottato fino alla fine della sua vita, senza uscire dal recinto della fede cattolica, riceverà la sua ricompensa. E la sua lunghezza, l’altezza e la larghezza sono uguali. Oltre alle virtù cardinali sopra menzionate, se si vuole entrare nella Città di Dio, bisogna anche possedere le tre virtù teologali della fede, della speranza e della carità. L’autore designa la prima sotto il nome di lunghezza, perché unisce due termini estremamente distanti tra loro, il Creatore e la sua creatura; la seconda, sotto quello di altezza, perché eleva l’anima al cielo; la terza, sotto quello di larghezza, perché la apre e la dilata fino a farle amare i suoi nemici. Dicendo che queste tre virtù sono uguali, San Giovanni non va contro San Paolo, che afferma la superiorità della carità (I Cor., XIII, 13). Vuole semplicemente dire che, per ottenere la corona eterna, devono essere perseguite insieme. E l’Angelo misurò il muro della città, che è di centoquarantaquattro cubiti. Il muro della città, come abbiamo detto sopra, rappresenta Cristo. Ora questo muro è lungo centoquarantaquattro cubiti, perché tutte le opere che Egli fece sulla terra, e che sono rappresentate da cubiti, sono contrassegnate dal numero centoquarantaquattro. Questo numero infatti racchiude nel mistero del suo simbolismo la purezza dell’intenzione (cento), lo spirito di penitenza (quaranta), la pratica delle virtù cardinali (quattro), che genera quella di tutte le altre. Questa è la misura dell’uomo: è la misura che ogni uomo che vuole ottenere il perdono delle sue colpe, essere integrato in questo muro, recuperare la sua vera dignità di uomo, deve cercare di raggiungere: ma è anche una misura di Angelo: perché colui che arriva a realizzarlo merita, ipso facto, di prendere suo posto tra le gerarchie angeliche.

§ 4 –  Le pietre di cui è costruita la città.

E il muro era costruito in pietra di diaspro. La santissima Umanità di Gesù Cristo, che è il bastione della Chiesa, si dice ora che è costruita di pietra, per l’estrema fermezza che possiede, per il fatto dell’unione ipostatica; di pietra di diaspro, cioè non semplicemente dipinto di verde, ma verde nel suo stesso contesto, nelle sue fibre più profonde, per marcare che possiede, non come un dono aggiunto, ma nella sua essenza, una vita che è sempre piena di linfa e che non appassirà mai; cosa che San Giovanni ha espresso nel suo Vangelo dicendo: In Lui era la vita (I, 4.). – E la città stessa, cioè l’assemblea degli eletti, avvolta da questa Umanità come una città dalle sue mura, è fatta di oro puro, come un vetro trasparente: infatti i cuori dei beati, penetrati dalla conoscenza di Colui che vedranno faccia a faccia, diventeranno puri e splendenti come l’oro, come Dio stesso. E questo splendore che passa attraverso i loro corpi, divenuti gloriosi, come attraverso un vetro trasparente, sarà visibile a tutti. E le fondamenta del muro della città erano ornate di tutte le pietre preziose. Con queste espressioni e quelle che seguono, l’autore sta cercando di darci un assaggio dell’incredibile splendore della Gerusalemme celeste. E possiamo usarle in senso letterale, per darne una pallida immagine alla nostra mente. Ma ci interessano soprattutto per il loro significato mistico. Le fondamenta rappresentano i Patriarchi e gli Apostoli, sui quali poggia l’autorità dei Dottori, dei Vescovi, dei Predicatori e di tutti coloro che servono da baluardo, o da muro, alla Chiesa; le pietre preziose sono la figura delle virtù di cui erano adornate. Il primo fondamento era di diaspro, il secondo di zaffiro, il terzo di calcedonio, il quarto di smeraldo, il quinto di onice, il sesto di sardonio, il settimo di crisolito, l’ottavo di berillo, il nono di topazio, il decimo di crisoproso, l’undicesimo di giacinto, il dodicesimo di ametista. « L’armonia di questi colori – scrive P. Allô, – dove grazia e opulenza si mescolano, il loro insieme luminoso, allegro e tenero, risveglia solo idee di gioia, di freschezza e di riposo… Presi tutti insieme, ricordano l’arcobaleno, e fanno della città celeste una cintura di incomparabile varietà e ricchezza » (Op. cit, p. 320). Cosa significano ora, nel regno soprannaturale? Il diaspro verde scuro simboleggia la fede, e come tale è posto come primo fondamento, perché è questa virtù che serve da fulcro per tutte le altre, e senza di essa è impossibile, come ci dice San Paolo, piacere a Dio (Eb. XI, 6). È la fede di Abramo che è la base della vocazione del popolo giudaico, è la fede del principe degli Apostoli che è la pietra angolare della Chiesa, e ognuno di questi due santi può essere identificato con il primo fondamento qui menzionato. – Lo zaffiro, che viene dopo, è anche chiamato la pietra azzurra, o lapislazzuli; poiché è di colore blu, rappresenta la speranza, che dà all’anima qualcosa della Pace nel cielo. – Il calcedonio, che è una varietà di rubino, la più preziosa di tutte le pietre, è di un bel rosso granata. Ha la proprietà di brillare al buio, – da qui il suo nome più noto di carbonchio (da carbunculus, carbone ardente), – e questa qualità era usata nell’antichità per dare alle statue degli dei o dei draghi occhi scintillanti. Esso è così duro che è impossibile scalfirlo; riscaldato per attrito, attira a sé, come una calamita, i fili di paglia che si trovano nelle sue vicinanze. Per tutte queste ragioni, è stato visto come un simbolo della carità. Perché questa carità risplende solo se è nell’oscurità, cioè se cerca di essere sconosciuta, se la mano destra non è consapevole di ciò che la sinistra dà (Mt. VI, 3.). Essa non si lascia danneggiare dalle contrarietà e dalle ingiurie, perché è forte come la morte (Cant., VIII, 6); e attira a sé quei fasci di paglia mossi dal vento che sono i peccatori. –  Lo smeraldo, con la sua mirabile tonalità di verde, evoca tutto ciò che la natura offre di più piacevole e riposante per l’occhio: essa così simboleggia la verginità, che non svanisce mai, e che mantiene il corpo nella purezza di cui godeva nella primavera della sua vita. – L’onice, che è usato per fare i sigilli, ha spesso bande di colori ben definiti, bianco e nero. Possiamo vedere in questo una figura del contrasto che regna nelle anime dei santi attraverso la virtù dell’umiltà, tra il male che pensano di se stessi e la purezza con cui brillano davanti a Dio; o ancora, tra l’oscurità delle tentazioni che talvolta li sommergono e il candore della loro volontà che, guardandosi dal minimo difetto, rimane immacolata, contrasto che faceva dire alla Sposa: Sono nera, ma sono bella (Cant., I, 4). Le tre pietre elencate dopo: il sardonio, il crisolito e il berillo, rappresentano le qualità che fanno la gloria della vita attiva. Il sardonio o corniola, per il suo aspetto rosso sangue, evoca l’idea delle ferite, del martirio, e serve quindi come emblema della pazienza: chi vuole lavorare per la diffusione del regno dei cieli deve essere pronto a sopportare molte prove, e a subire persecuzioni. – Il crisolito, una pietra gialla da cui sembrano scaturire scintille, simboleggia la brillantezza che i Santi proiettano verso l’esterno con le loro esortazioni, con i loro esempi e talvolta con i loro miracoli, tutte cose che sulle anime hanno l’effetto di colpi di luce. – Il berillo, o acquamarina, una specie di smeraldo verde pallido, rappresenta la pratica delle opere di misericordia, come l’alleviare i poveri, curare i malati, visitare i prigionieri, istruire gli ignoranti, ecc. Si dice che questa pietra abbia la curiosa proprietà di riscaldare la mano di chi la tiene in mano. Allo stesso modo, la vita attiva, attraverso la pratica delle buone opere, riscalda i cuori di coloro con cui viene a contatto, provocandoli così ad amare Dio e i loro simili. Ma il berillo non ha il bello splendore dello smeraldo: perché questa stessa vita attiva, obbligata per le sue opere a dimorare in rapporto al mondo, non può impedirsi di contrarre da questo delle imperfezioni che attenuano la perfetta purezza dell’anima. Al contrario, il topazio, che ha il colore dell’oro, brilla con una brillantezza incomparabile. È, per eccellenza, la gemma che si adatta alla fronte dei re: toccata da un raggio di sole, sfavilla di mille fuochi, eclissando tutte le altre pietre preziose. Come tale, è l’emblema della vita contemplativa. La Scrittura stessa ci dice che il volto di Mosè, quando quel patriarca uscì dal suo colloquio con Dio, era così luminoso che i Giudei non potevano sopportarne lo splendore (Es. XXXIV). Questa era una manifestazione sensibile di ciò che accade nelle anime dei santi quando sono toccati direttamente dal raggio della divinità. Il topazio, invece, perde la sua brillantezza se si cerca di lucidarlo, perché la contemplazione è oscurata dall’attrito con le cose umane. Il crisoprasio, il cui colore è un misto di verde e oro, rappresenta il desiderio ardente della vita eterna che segue la contemplazione, desiderio dal quale S. Paolo era consumato, quando non aspirava che a dissolversi oer essere con il Cristo (Philip. I, 23). L’oro rappresenta il prezzo inestimabile di questa eternità benedetta; il verde, il fascino di una primavera sempre rinnovata, che non conosce né la morte dell’inverno, né la siccità dell’estate, né il declino dell’autunno. Il giacinto, o liguria, che viene dopo, con la sua magnifica tonalità rossa e oro, concerne ancora la vita contemplativa. Questa vita, lungi dall’essere egoistica, come spesso viene accusata di essere, indossa il manto regale della carità più alta e più pura. Ecco perché San Paolo voleva essere tutto a tutti, per conquistarli tutti a Gesù Cristo (I Cor., IX, 19), e avrebbe accettato, se necessario, di essere anatema pur di salvare i suoi fratelli (Rom., IX, 3). Infine l’ametista, che completa l’enumerazione delle dodici pietre, è, per il suo colore viola, l’emblema della modestia. La violetta è, infatti, un fiore piccolo, umile e discreto, che tuttavia emana un profumo penetrante, che piace a tutti. Così la modestia dà fascino a chiunque ne sia adornato, anche agli occhi dei suoi nemici; mentre l’orgoglio ispira sempre una certa repulsione. È soprattutto attraverso la modestia che si diffonde il buon odore di Cristo (II Cor., II, 15), come fa intendere l’Apostolo quando dice: La vostra modestia sia nota a tutti (Phil., IV, 5). Essa è menzionata qui per ultima, perché è quella che serve da coronamento e collegamento a tutte le altre virtù: ed è per questo che, nella sua Regola, San Benedetto l’ha posta al livello più alto della sua scala; essa richiede una completa sottomissione del corpo all’anima; matura tutto l’individuo, gli dà la sua forma perfetta; lo obbliga a mantenere in ogni luogo, in ogni momento, in ogni cosa quel modo, quella misura, quella maniera, quella giusta via di mezzo che si identifica con la virtù. – E le dodici porte contenevano ciascuna le dodici pietre preziose: e (tuttavia) ogni porta era fatta di una particolare gemma: Questa frase, che a prima vista sembra implicare una contraddizione, significa semplicemente che ognuno degli Apostoli possedeva tutte le virtù appena elencate, pur distinguendosi per qualche dono particolare. Così, San Pietro si distinse per la sua fede, San Giovanni per la sua purezza, Sant’Andrea per il suo amore per la croce, San Paolo per l’ardore del suo zelo, ecc. (Andrea di Cesarea, nel suo Commento, ripartisce le pietre tra gli Apostoli come segue: il diaspro, simbolo della fede, a San Pietro; lo zaffiro, a San Paolo, perché fu assunto nel terzo cielo; il calcedonio, a Sant’Andrea, per la particolare brillantezza della sua passione; lo smeraldo, simbolo della verginità, a San Giovanni; l’onice, a San Filippo; il sardonio a San Giacomo, che fu il primo ad essere martirizzato; il crisolito a San Bartolomeo, per la sua eloquenza; il berillo a San Tommaso; il topazio a San Matteo, perché il suo Vangelo ha brillato sul mondo più di tutti gli altri; il crisoprasio, a San Giuda; il giacinto, a San Simone; l’ametista, a San Mattia. Ma le ragioni che egli dà per queste applicazioni sono spesso troppo sottili per essere riportate qui, e lui stesso bada di non attribuire un valore assoluto ad esse: le ha fatte solo, dice, a titolo di congetture, su questioni i cui segreti profondi sono noti solo a Dio). – E la piazza della città è oro puro, come vetro trasparente. Al contrario delle porte e del muro appena menzionato, che è un muro d’oro, e che rappresentano gli Apostoli e i pastori, il luogo della città designa qui la massa dei santi inferiori e degli eletti: interamente spogliati di ogni sozzura, si dice che siano simili all’oro puro, per la carità che li infiamma, e al vetro trasparente, perché non c’è più alcuna piega recondita nelle loro anime dove si possono nascondere l’amor proprio e la duplicità.

§ 5 – Perché nella città non c’è né tempio, né sole, né luna, né sole, né luna, né ladri, né notte.

E non ho visto un tempio in questa città. Quaggiù, per rendere al suo Creatore il culto che gli deve, l’uomo è costretto a costruire templi, cioè edifici appositamente eretti per questo scopo: perché, non vedendo Dio con gli occhi del corpo, perde costantemente di vista la nozione della Sua Presenza. Ha quindi bisogno di un luogo dove tutto gli parli di Lui e dove possa facilmente isolarsi dal mondo, ritirarsi e pregare. Ma nell’eternità le cose saranno ben diverse; al contrario, l’uomo sarà assolutamente immerso nel sentimento di questa Presenza: essa lo avvolgerà, per usare le espressioni della Scrittura, come un fiume impetuoso, come un torrente di voluttà. Egli vedrà Dio costantemente, faccia a faccia e così com’è: non avrà più bisogno di un posto speciale per pensare a Lui. Per questo l’autore aggiunge che il Signore, il Dio onnipotente stesso, è il tempio di questa Città, e l’Agnello con Lui. La Santissima Umanità di Nostro Signore è infatti il tempio per eccellenza, quello in cui abita corporalmente la pienezza della divinità (Coloss., II, 9). Gesù stesso lo aveva chiaramente sottinteso, quando paragonando se stesso all’edificio che era la gloria di Gerusalemme, aveva dichiarato: Distruggete questo tempio e Io lo ricostruirò in tre giorni… Egli disse questo, aggiunge San Giovanni, del tempio del suo corpo (Giov. II, 19, 21.). Che bisogno avremo di un monumento di pietra quando avremo davanti agli occhi l’incomparabile splendore di questo tempio, che non è stato fatto da mani umane, che è stato “plasmato” dallo stesso Spirito Santo nel grembo della Vergine Maria? Quando potremo contemplare il corpo abbagliante e glorioso del Figlio di Dio? E la città non ha bisogno di sole né di una luna per essere illuminata, perché lo splendore di Dio la illuminerà e l’Agnello è la sua luce. Per condursi nel regno dei cieli, per gustarne le bellezze, per acquisire delle nuove chiarezze, gli eletti non avranno più bisogno dei dati dei loro sensi, che sono paragonati qui, per la mediocrità delle conoscenze che ci portano, alla luce della luna.  Questa luce è debole, incerta e spesso velata. Né servirà loro il lume della loro ragione, che è rappresentato dalla luce del sole, perché, sebbene sia di gran lunga superiore alla luce della luna, è tuttavia soggetto a molti oscuramenti, e per metà del tempo è costretto a cedere il passo alla notte. Nella Gerusalemme celeste, Dio illuminerà le intelligenze direttamente, senza intermediari, come fa con gli Angeli. Inoltre, la Santissima Umanità del Salvatore brillerà con tale splendore che eclisserà completamente la luminosità del sole, anche se il sole, come ci dice il profeta Isaia, dovesse diventare sette volte più luminoso che adesso (XXX, 26.1). – E i popoli cammineranno nella sua luce; la folla innumerevole di coloro che hanno seguito gli stretti e oscuri sentieri della fede quaggiù, andranno e verranno liberamente in questo inesprimibile splendore; e i re della terra, cioè i Pastori, non cercheranno di vantarsi dei successi che hanno ottenuto nel loro ministero, delle conversioni che hanno effettuato, né dei tributi pagati loro dal loro gregge. Avranno in vista solo la bellezza, l’ornamento, la gloria, lo splendore della città celeste. E le porte della città celeste non saranno chiuse durante il giorno, perché ci sarà piena sicurezza. Non ci sarà paura dei ladri, né degli eretici o dei liberi pensatori, né del diavolo. E non lo saranno nemmeno di notte, perché non ci sarà più la notte. Lo splendore della Maestà divina, lo splendore della Santissima Umanità di Cristo, risplenderà, sempre uguale a se stesso, effondendo flussi di luce che non diminuiranno né si interromperanno mai. – In senso spirituale, queste parole significano che non ci sarà più spazio per le tenebre del peccato, né per le tenebre dell’ignoranza. E i Pastori vi condurranno la gloria e l’onore delle nazioni: a questa città santa convergeranno, guidati dai loro Pastori, gli eletti di tutto il mondo; quegli uomini che, per le loro virtù, possono essere chiamati l’onore dell’umanità e per la rettitudine della loro coscienza, la sua gloria, perché, dice l’Apostolo, la nostra gloria è la testimonianza della nostra coscienza (II Cor., I, 12). Ma d’altra parte coloro che non hanno voluto mettersi alla scuola di Cristo e fare penitenza per le loro colpe, non hanno alcuna speranza di entrare mai nelle porte della Gerusalemme celeste: perché nulla di impuro può entrare in quella città, né alcuno di coloro che fa abomini e menzogne. Il peccato sarà escluso in tutte le sue forme: sia che si tratti di sozzure del cuore, di abominazioni o di peccati di opere, di menzogne o di peccati di parola. Quaggiù, nella Chiesa militante, i malvagi e i buoni, i bugiardi e coloro che dicono la verità, quelli che sono puri e quelli che non lo sono, vivono strettamente confusi. Ma alle porte della Città di Dio, sarà fatta una selezione spietata, e solovi potranno entrare coloro che sono scritti nel libro della vita dell’Agnello, coloro cioè la cui vita sarà trovata conforme agli insegnamenti e agli esempi del Signore Gesù.

IL SENSO MISTICO DELL’APOCALISSE (14)

UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: SS. LEONE XII “Ad plurimas”

Questa breve lettera Enciclica del S. Padre Leone XII, venne scritta in occasione del restauro in Roma della gloriosa chiesa basilica dedicata a S. Paolo. Lo zelo del Pontefice si adopera santamente onde riparare ai danni subiti dal tempio – gravemente danneggiato da un incendio – tanto caro ai Cristiani del mondo intero. Vedere oggi una moltitudine di templi, chiese, basiliche, cattedrali spogliate delle strutture e suppellettili sacre, sacrilegamente offerte come luoghi profani e contenitori impropri di eventi paganeggianti, musicali, teatrali, pseudoculturali, o addirittura adibiti a strutture sanitarie per la somministrazione di farmaci sperimentali ottenuti con materiale biologico satanizzato, [vere e proprie “fatture” dei maghi-stregoni “pseudo-medici” ], proveniente da feti (cioè essere umani) appositamente abortiti ed uccisi sadicamente da macellai sedicenti scienziati, provoca una stretta al cuore e richiama la vendetta divina su di una società che ha oltrepassato ogni limite, anche quella della bestialità demoniaca. Ma quegli pseudo religiosi o finti-apostati prelati, si ritengano ben sicuri del “premio” che il loro padre (il diavolo) ha già per essi preparato, premio dettagliatamente descritto nelle pagine dell’Apocalisse, libro divinamente ispirato del quale si realizzerà ogni trattino ed apex – come diceva Gesù Cristo Figlio di Dio e seconda Persona della SS. Trinità -. Temano pure la stessa sorte – lo stagno di fuoco eterno – tutti coloro che supportano a vario titolo le diverse numerose conventicole della “sinagoga di satana” gestite dai falsi profeti dell’anticristo che occupano le sedi usurpate della modernista falsa chiesa dell’uomo di istituzione luciferin-massonica, o che ne fanno da contrappunto come le cappelline-chiesuole degli eretici sedevacantisti pseudotradizionalisti o dei “non-preti” discendenti del cavaliere kadosh di Lille e della loggia svizzera di Sion-Econe. Preghiamo allora – il residuo pusillus grex “vero-cattolico” in unione col Santo Padre impedito – perché ci siano abbreviati i tempi degli eventi apocalittici nella Chiesa e nella società corrotta e blasfema dell’anticristo. La testa del drago maledetto sarà schiacciata ed il Cuore di Maria trionferà insieme alla vera Chiesa di Cristo e al suo capo Vicario visibile, rinnovata nello splendore e nel culto a gloria di Dio … il tempo è vicino, non prævalebunt! Il demonio lo sa bene … sta agendo nel mondo freneticamente ma … la sua sorte non cambierà: l’inferno lo attende a porte spalancate! Et IPSA CONTERET capita vestra …

S. S. Leone XII

Ad plurimas

Lettera Enciclica

Roma, 25 gennaio 1825

Ai Venerabili Fratelli Patriarchi, Primati, Arcivescovi e Vescovi.

Il Papa Leone XII. Venerabili Fratelli, salute e Apostolica Benedizione.

Alle molteplici e terribili calamità che hanno angustiato il memorabile Pontificato del gloriosissimo Nostro Predecessore, Noi abbiamo veduto, con il più grande dolore di questa città e di tutti i popoli cattolici, aggiungersi l’incendio per il quale una Basilica così antica, portento di valore, di solennità, d’arte, eretta ad onore dell’Apostolo dottore delle genti, monumento insigne della pietà e della magnificenza di Costantino il Grande, dal quale era stata fondata, degli imperatori Valentiniano, Teodosio, Arcadio ed Onorio dai quali era stata ampliata ed ornata con nuove opere, infine dei Pontefici Romani, dai quali era stata restaurata, bruciò in poche ore, una notte, per un improvviso incendio. Lo stesso Nostro Predecessore [Pio VII] aveva mostrato la sua pietà verso il santo Apostolo, comandando che si facessero le riparazioni necessarie alla Basilica, ma si vide che occorrevano grandi mezzi in quanto l’incredibile violenza delle fiamme aveva distrutto quasi tutto. – Pochi giorni dopo seguì per Noi e per tutta la Chiesa un altro acerbissimo dolore: la morte dello stesso Pontefice. Per volontà di Dio, Noi fummo messi al suo posto, sebbene con meriti tanto ineguali. Dolenti per quel funesto sinistro che privò Roma di un sì magnifico ornamento, venerando gli augusti misteri della divina Provvidenza, in mezzo alle altre onerose cure del Nostro ministero, Noi abbiamo rivolto il pensiero a quelle rovine, e abbiamo invocato tutti i soccorsi dell’arte e dell’industria affinché potesse rimanere in piedi quel poco che era sfuggito alle fiamme. Così, mediante il Nostro zelo, speravamo di far aprire nel prossimo Anno Santo la porta d’oro di quella Basilica, come al solito. Questa speranza Ci ha fatto nominare la Basilica Ostiense nella Nostra lettera di indizione del Giubileo universale insieme alle altre Basiliche patriarcali che si dovevano visitare per ottenere l’indulgenza. Se non che, dopo le prime rovine, se ne scopersero tante altre e così grandi che abbiamo chiaramente riconosciuto che non vi si potevano celebrare le sacre cerimonie del Giubileo, com’era Nostro desiderio, senza grave pericolo. Abbiamo pertanto dovuto abbandonare il Nostro pensiero, ed ordinare che la Chiesa venisse completamente riedificata. Ma trovammo un ostacolo nella tenuità delle Nostre rendite; il che a nessuno parrà strano dopo tante perdite sofferte da questo Stato. Ciò nondimeno, Noi non Ci siamo perduti d’animo ed abbiamo intrapreso l’opera, non dubitando punto che i fedeli non solo avrebbero lodato il Nostro proposito, ma anzi Ci avrebbero aiutato a gara con i loro mezzi per portare a compimento l’opera. – Infatti, chi sarà colui che non vorrà fare tutto quello che potrà per assecondare i Nostri voti, se soltanto considera che Noi li abbiamo formulati per la gloria e per il culto di un uomo di cui lo stesso Cristo disse: “Codesto è il mio vaso d’elezione, destinato a portare il mio nome alle nazioni ed ai Re”? Di lui, che da quell’istante, infiammato dalla forza della divina carità, “essendosi fatto tutto a tutti, per guadagnare tutti a Cristo”, percorse tanti paesi in viaggi asperrimi, si espose a tutti i pericoli di terra e di mare, sostenne con coraggio indicibile la povertà, le veglie, la fame, i naufragi, le piaghe, le lapidazioni, i tradimenti, le miserie d’ogni genere, tanto che, a dispetto della sua modestia, fu, dall’ispirazione dello Spirito Santo, costretto a dire che egli “aveva faticato più di qualunque altro discepolo di Cristo”? Di lui, infine, che, donando il suo sangue e la sua vita, confermò con un glorioso martirio quella verità che aveva insegnato con le parole e con l’esempio, e che Ci permette di affermare che, particolarmente per opera sua, i nostri padri furono chiamati da Cristo “dalle tenebre all’ammirabile sua luce”? Paolo respira e vive ancora nelle sue lettere che, quand’anche mancassero altri argomenti, basterebbero esse sole a convincere gli uomini al Vangelo, tanto è presente in esse la parola di Dio, “viva ed efficace, più penetrante di qualunque lama a due tagli, che giunge fino alla divisione del cuore e dello spirito”. – E dopo che noi gli dobbiamo tanto, che di più non potremmo, ci sarà un uomo così ingrato che non si ritenga obbligato a contribuire, per quanto può, alla gloria dell’Apostolo? – L’Apostolo è stato animato da un amore tanto grande per Cristo, tanto ha sofferto per Lui e con tanto frutto, che dovremmo stimare grandissima l’efficacia della sua protezione presso Dio e grandissimi il merito e la venerazione di cui gode presso tutti. Egli ha il suo posto presso quel supremo Principe a cui sono state consegnate le chiavi del Paradiso. Ora si trova davanti a Dio, intercessore per la Chiesa; ed alla fine del mondo giudicherà con Cristo le “dodici tribù d’Israele”. E come quelle due luci della Chiesa, uguali l’una all’altra, avendo ambedue ricevuto “le primizie dello Spirito”, hanno i primi seggi nel cielo, egualmente ad ambedue sulla terra si sono sempre resi i primi onori. Dio ha concesso a ciascuno la sua ricompensa, in modo che in coloro che particolarmente si sforzarono di diffondere la gloria divina, si compie l’oracolo di Dio: “Chiunque mi glorifica, sarà da me glorificato”. Così è accaduto che per le esortazioni dei Nostri Predecessori Bonifacio IX, Martino V, Eugenio IV, molti cittadini e stranieri contribuirono abbondantemente al restauro di ambedue le Basiliche; così per i doni generosi di Giulio II e dei suoi Successori, congiunti alle spontanee offerte di altre persone, sorse la Chiesa del Vaticano, una delle più ampie e più belle di tutto l’universo. Così per gli stessi motivi Noi abbiamo fiducia che si mostreranno pii e liberali tutti quelli che sono fedeli a Cristo e a questa Santa Sede mentre, nel nome di Paolo, chiediamo loro un aiuto per le Nostre necessità. Noi dobbiamo aspettarci questo soccorso dal popolo devoto, tanto più che Ci sembra essere pervenuto a Noi, da Dio stesso, questo pensiero, questo desiderio di mantenere viva fra noi la gloria dell’Apostolo, in quanto, in mezzo all’orrore della volta crollata sulle rovine delle grandi colonne di marmo ridotte in cenere, intera si è conservata la tomba dell’Apostolo, così come, in Babilonia, i tre giovinetti restarono illesi nell’ardente fornace. – Si ergerà dunque sullo stesso suolo, non lungi dal luogo in cui ha dato la vita per Cristo; si ergerà di nuovo una Chiesa a Paolo, al compagno dei meriti e della gloria di Pietro. Se non avrà più quelle colonne e quegli altri ornamenti d’inestimabile valore che un giorno aveva, la chiesa sarà costruita con quella magnificenza che le offerte raccolte permetteranno; di nuovo si onorerà doverosamente quella tomba alla quale secondo la testimonianza del grande Crisostomo (che per essa desiderava principalmente vedere Roma) accorrevano ossequiosi gli imperatori, i consoli, i condottieri, ed a cui non cessavano di portarsi in folla, come ad una fonte perenne di celesti beneficenze, uomini d’ogni età e ordine, che a tale scopo intraprendevano lunghi pellegrinaggi. – Dio volesse, Venerabili Fratelli, che la forza e la nobiltà delle parole che uscivano dalla bocca di Crisostomo nel parlare dei meriti di San Paolo, fossero possedute anche da Noi per eccitare il cuore dei fedeli. Voi, investendovi del suo spirito, saprete trarre dai suoi meravigliosi sermoni gli argomenti più validi a far sì che i vostri fedeli si infiammino di venerazione e di amore per l’Apostolo delle genti, per il loro Apostolo, e facciano tutto il possibile per cooperare con i Nostri sforzi. Noi sappiamo ciò che San Paolo ha fatto per i fedeli; non esitiamo a farlo per lui. Egli raccolse ovunque elemosine e le portò a Gerusalemme per alleviare la povertà materiale dei fedeli. Voi raccoglierete elemosine per mezzo delle quali davanti a Dio, con l’intercessione dell’Apostolo, potrete soccorrere ai bisogni spirituali dei fedeli. In una parola, Noi vi eleggiamo Nostri coadiutori in un’impresa così religiosa. Tutto quello che avrete ricevuto dalla pietà dei fedeli, procurate che sia inviato a Noi. Noi vi scriviamo con tanta fiducia nella vostra pietà e nel vostro buon volere, che speriamo vedere persino superata la Nostra attesa. Vi sarà un numero considerevole di imitatori di quella felicissima vedova che fu degna di un particolare encomio da parte di Cristo Signore: “Ella era povera, e, malgrado la sua povertà, depose nel tesoro più di quello che vi deposero coloro che nuotavano nell’abbondanza”. Noi speriamo pertanto che la Basilica risorga dalle macerie con quella magnificenza che conviene al nome e alla memoria del Dottore delle genti. Pervasi da questa speranza, Ci sentiamo consolati nel Nostro dolore; vi auguriamo i beni più salutari, Venerabili Fratelli, e vi impartiamo con sincero affetto la Benedizione Apostolica.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 25 gennaio 1825, anno secondo del Nostro Pontificato.

(*) A seguito dell’incendio che nel 1823 ha distrutto la Basilica di San Paolo, il Pontefice Leone XII invita tutti i fedeli ad offrire secondo le proprie possibilità, al fine di ricostruire il Tempio dedicato all’Apostolo delle genti.

DOMENICA V DOPO PASQUA (2021)

DOMENICA V DOPO PASQUA (2021)

Semidoppio. – Paramenti- bianchi.

La liturgia continua a cantare il Cristo risorto e ci invita, in questa settimana delle Rogazioni, ad unirci a quella preghiera con la quale il Salvatore ha chiesto a Dio di far partecipe, con l’Ascensione, la propria umanità di quella gloria che, come Dio, possiede fin dall’eternità (Off.). Anche noi possederemo un giorno questa gloria, poiché ci ha liberati dal peccato con la virtù del Suo Sangue (Intr., Comm.). Poiché Gesù Cristo partendosi da noi ci ha lasciato come consolazione « di poter pregare in nome suo, onde la nostra gioia sia perfetta », cosi domandiamo a Dio « per nostro Signore » di non rimanere senza frutto nella conoscenza di Gesù, affinché, credendo alla sua generazione da parte del Padre, (Vang.) noi meritiamo di entrare con Lui nel Regno di suo Padre.

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Incipit

In nómine Patris, ☩ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Isa. XLVIII: 20

Vocem jucunditátis annuntiáte, et audiátur, allelúja: annuntiate usque ad extrémum terræ: liberávit Dóminus pópulum suum, allelúja, allelúja.

[Annunciate la gioiosa notizia, che sia ascoltata, allelúia: annunciatela fino all’estremo della terra: il Signore ha liberato il suo pòpolo, allelúia, allelúia]

Ps LXV: 1-2

Jubiláte Deo, omnis terra, psalmum dícite nómini ejus: date glóriam laudi ejus.

[Acclama a Dio, o terra tutta, canta un inno al suo nome: dà a Lui lode di gloria].

Vocem jucunditátis annuntiáte, et audiátur, allelúja: annuntiáte usque ad extrémum terræ: liberávit Dóminus pópulum suum, allelúja, allelúja

[Annunciate la gioiosa notizia, che sia ascoltata, allelúia: annunciatela fino all’estremo della terra: il Signore ha liberato il suo pòpolo, allelúia, allelúia]

 Orémus.

Deus, a quo bona cuncta procédunt, largíre supplícibus tuis: ut cogitémus, te inspiránte, quæ recta sunt; et, te gubernánte, léadem faciámus.

[O Dio, da cui procede ogni bene, concedi a noi súpplici di pensare, per tua ispirazione, le cose che son giuste; e, sotto la tua direzione, di compierle.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Jacóbi Apóstoli.

Jac. I: 22-27

Caríssimi: Estóte factóres verbi, et non auditóres tantum: falléntes vosmetípsos. Quia si quis audítor est verbi et non factor: hic comparábitur viro consideránti vultum nativitátis suæ in spéculo: considerávit enim se et ábiit, et statim oblítus est, qualis fúerit. Qui autem perspéxerit in legem perfectam libertátis et permánserit in ea, non audítor obliviósus factus, sed factor óperis: hic beátus in facto suo erit. Si quis autem putat se religiósum esse, non refrénans linguam suam, sed sedúcens cor suum, hujus vana est relígio. Relígio munda et immaculáta apud Deum et Patrem hæc est: Visitáre pupíllos et viduas in tribulatióne eórum, et immaculátum se custodíre ab hoc sæculo.

“Carissimi: Siate osservanti della parola, e non uditori soltanto, che ingannereste voi stessi. Perché se uno ascolta la parola e non l’osserva, egli rassomiglia a un uomo che contempla nello specchio il suo volto naturale. Contemplato, se ne va, e subito dimentica come era. Ma chi guarda attentamente nella legge perfetta della libertà, e persevera in essa, diventando non un uditore smemorato, ma un operatore di fatti, questi sarà felice nel suo operare. – Se alcuno crede d’essere religioso, e non frena la propria lingua, costui seduce il proprio cuore, e la sua religione è vana. Religione pura e senza macchia dinanzi a Dio e al Padre è questa: visitare gli orfani e le vedove nelle loro tribolazioni, e conservarsi incontaminati da questo mondo”.

STUDIO E CURIOSITA”.

L’esposizione cristiana — ed è il Cristianesimo che noi, sulle orme degli Apostoli veniamo esponendo in queste spiegazioni — oscilla tra le verità più alte, trascendenti addirittura ed i concetti più umili, più pratici. Qualche volta il pensiero apostolico vola, tal altra cammina per vie piane, quasi trite. Abbiamo volato con Paolo, camminiamo oggi con S. Giacomo. Il quale è molto preoccupato dei pericoli della speculazione pura, anche religiosa. È facile illudersi e credere, per illusione, che il parlare molto di una cosa, o il meditarla profondamente, lo specularvi d’intorno voglia dire amarla per davvero. Illusione funesta sempre; ma più funesta quando la materia della illusione, sia religiosa; quando si creda religiosità o religione perfetta la speculazione teologica la più sottile e più alta. La speculazione ci vuole, perché noi uomini, anche nel campo religioso siamo esseri intelligenti, razionali: vogliamo capire. È un bisogno ed un dovere, è un ossequio a Dio: l’ossequio dell’intelligenza. Ma non basta, ma non è la cosa più importante. Perciò l’Apostolo dice ai fedeli: siate osservanti della Legge, non solo curiosi di essa. Mettetela in pratica, non appagatevi di conoscerla a perfezione. E continua osservando che il fare diversamente, il preferire la speculazione curiosa all’osservanza pratica, il guardare e sentire al fare, ancora il separare quello da questo, è un’illusione, un auto inganno. – E dopo avere insistito su questo concetto fondamentale, non con l’abilità del sofista, ma collo zelo dell’apostolo, conclude in un modo e con una formula anche più severamente e modestamente pratica, che per le sue qualità apparenti, può anche scandalizzare, ma che importa rammentare sempre per fare del buon Cristianesimo, fare della religione autentica. La quale consiste, dice l’Apostolo (e adopera la parola « religione pura ed immacolata presso Dio e il Padre ») nel « visitare i pupilli e le vedove tribolate ed oppresse, custodendo il proprio cuore senza macchia fra la corruttela del nostro secolo ». Visitare i pupilli e le vedove tribolate, oppresse; notoriamente i deboli sono stati il bersaglio della perversità vile. E nessuno è così tipicamente debole come la vedova coi suoi orfanelli. Le anime pagane approfittano di queste debolezze per opprimerle e spogliarle ed angariarle: prendono quel poco che c’è, spogliano di quel nulla che è rimasto. Le anime pagane… le quali proprio così, proprio in questo assalto ostile, cupido avido al poco benessere di questi deboli, si rivelano tali: pagane. Ed è inutile che ostentino così facendo, così trattando il prossimo, sentimenti buoni di adorazione, di amore per il loro Dio, per Iddio. L’abito religioso su queste anime egoistiche è una maschera, che non inganna nessuno, certo non inganna Dio. La pietà verso di Lui si rivela e traduce in modo irrefragabile solo nella carità operosa, benefica verso i poveri, anzi verso quei poveri che non sono più poveri, verso quelli dei quali chi fa il bene non ha nulla da umanamente ripromettersi, tanto sono poveri e miseri! I pupilli e le vedove, bersagliati, oppressi. Il linguaggio apostolico è di una singolare chiarezza. Senza questa carità o attuta, o almeno sinceramente voluta, non c’è religione, c’è una lustra di Cristianesimo. Ma basta questa carità, perché si possa dire religiosa un’anima? Basta? Delicato problema, ma a cui si può sicuramente rispondere: Se c’è in un’anima carità sincera, senza secondi fini, senza alterazioni innaturali, c’è la religione, almeno embrionalmente. Non c’è ancora la pienezza, c’è già il principio: non c’è ancora l’albero, c’è già il germe. Non siamo all’arrivo; siamo alla partenza per… verso la religione, verso Dio. Ecco perché noi possiamo predicare a tutti i nostri uditori, a quelli che hanno ancora la fede e a quelli che non l’hanno forse mai avuta, che forse l’hanno disgraziatamente perduta: siate caritatevoli, cioè fate la carità, e avrete nell’anima l’aurora e il meriggio di Dio.

(G. Semeria: Epistole della Domenica – Milano – 1939)

Alleluja

Allelúja, allelúja.

Surréxit Christus, et illúxit nobis, quos rédemit sánguine suo. Allelúja.

[Il Cristo è risuscitato e ha fatto sorgere la sua luce su di noi, che siamo redenti dal suo sangue. Allelúia.]

Joannes XVI: 28

Exívi a Patre, et veni in mundum: íterum relínquo mundum, et vado ad Patrem. Allelúja.

[Uscii dal Padre e venni nel mondo: ora lascio il mondo e ritorno al Padre. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum Joánnem.

Joann XVI:23-30

In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis: Amen, amen, dico vobis: si quid petiéritis Patrem in nómine meo, dabit vobis. Usque modo non petístis quidquam in nómine meo: Pétite, et accipiétis, ut gáudium vestrum sit plenum. Hæc in provérbiis locútus sum vobis. Venit hora, cum jam non in provérbiis loquar vobis, sed palam de Patre annuntiábo vobis. In illo die in nómine meo petétis: et non dico vobis, quia ego rogábo Patrem de vobis: ipse enim Pater amat vos, quia vos me amástis, et credidístis quia ego a Deo exívi. Exívi a Patre et veni in mundum: íterum relínquo mundum et vado ad Patrem. Dicunt ei discípuli ejus: Ecce, nunc palam loquéris et provérbium nullum dicis. Nunc scimus, quia scis ómnia et non opus est tibi, ut quis te intérroget: in hoc crédimus, quia a Deo exísti.

[“In quel tempo disse Gesù ai suoi discepoli: In verità in verità vi dico, che qualunque cosa domandiate al Padre nel nome mio, ve lo concederà. Fino adesso non avete chiesto cosa nel nome mio: chiedete, e otterrete, affinché il vostro gaudio sia compito. Ho detto a voi queste cose per via di proverbi. Ma viene il tempo che non vi parlerò più per via di proverbi, ma apertamente vi favellerò intorno al Padre. In quel giorno chiederete nel nome mio: e non vi dico che pregherò io il Padre per voi; imperocché lo stesso Padre vi ama, perché avete amato me, e avete creduto che sono uscito dal Padre. Uscii dal Padre, e venni al mondo: abbandono di nuovo il mondo, e vo al Padre. Gli dissero i suoi discepoli: Ecco che ora parli chiaramente, e non fai uso d’alcun proverbio. Adesso conosciamo che tu sai tutto, e non hai bisogno che alcuno t’interroghi: per questo noi crediamo che tu sei venuto da Dio”].

Omelia

(Discorsi di s. G. B. M. VIANNEY Curato d’Ars – vol. II, 4° ed. Torino, Roma; C. Ed. Marietti, 1933)

Sulla preghiera.

“Amen, amen dico vobis si quid petieritis Patrem in nomine meo, dabit vobis.”

(JOAN. XVI, 23).

Fratelli miei, nulla è più consolante per noi quanto la promessa che Gesù Cristo ci fa nell’Evangelo, assicurandoci che qualunque cosa domanderemo in nome suo al Padre, Egli ce la concederà. E non solo ci permette di domandargli ciò che vogliamo: ma ce lo comanda, ce ne prega. Egli diceva ai suoi Apostoli:  « Son già tre anni che mi trovo con voi, e voi non mi domandate nulla. Domandate dunque, affinché la vostra gioia sia piena e perfetta. » E questo ci mostra come la preghiera sia la sorgente di tutti i beni e di tutta la felicità che noi possiamo sperare sulla terra. Perciò, o F. M., se siamo così poveri, così privi della Luce e dei beni della grazia, questo avviene perché non preghiamo o preghiamo male. Ahimè! diciamolo piangendo: una gran parte di voi non sa nemmeno che cosa sia pregare, ed altri non hanno che una grande ripugnanza per un esercizio, che è sì dolce e sì consolante per un buon Cristiano. Alle volte vediamo alcuni che pregano, ma che non ottengono nulla; vuol dire ch’essi pregano male: cioè, senza prepararsi, e senza sapere nemmeno ciò che domandano a Dio. Ma per meglio farvi sentire, F. M., la grandezza dei beni che la preghiera attira su di noi, vi dirò che tutti i mali che ci colpiscono sulla terra, non vengono se non da ciò che noi non preghiamo, o preghiamo male; e, se volete saperne la causa, eccola. Se avessimo la fortuna di pregare il buon Dio come si deve, ci sarebbe impossibile cadere nel peccato; e se fossimo esentati dal peccato, ci troveremmo, per così dire, come Adamo prima della sua caduta. Per eccitarvi, F. M., a pregare spesso e a pregar bene, vi mostrerò: 1° che senza la preghiera è impossibile salvarsi; 2° che la preghiera è onnipotente presso Dio; 3° vi dirò quali sono le qualità che deve avere la preghiera per essere accetta a Dio e meritoria per chi la fa.

I. Per mostrarvi, F. M., il potere della preghiera e le grazie ch’essa attira dal cielo, vi dirò che, solo per la preghiera i giusti hanno avuto la fortuna di perseverare. La preghiera è per la nostra anima ciò che è la pioggia per la terra. Concimate un terreno quanto volete, se manca la pioggia, il vostro lavoro servirà a nulla. Così, fate opere buone quante volete; se non pregate spesso e come si deve, non vi salverete mai; perché la preghiera apre gli occhi della nostra anima, le fa sentire la grandezza della sua miseria, la necessità di ricorrere a Dio e la fa temere per la sua debolezza. Il Cristiano fa conto su Dio solo e niente su se stesso. Sì, F. M., per la preghiera tutti i santi hanno perseverato. Infatti, chi ha spinto i santi a fare grandi sacrifici, abbandonare tutte le loro ricchezze, i parenti, le comodità, per andar a finire la vita nelle foreste a piangere i loro peccati? F. M., fu la preghiera che accese nel loro cuore il pensiero di Dio, il desiderio di piacergli, e di vivere unicamente per Lui. Vedete Maddalena, qual è la sua occupazione dopo la sua conversione? Non è la preghiera? Vedete san Pietro; vedete ancora S. Luigi, re di Francia, che nei suoi viaggi, invece di passare la notte in letto, la passava in chiesa a pregare, domandando a Dio il prezioso dono della perseveranza nella grazia. Ma senza andare così lontano, F. M., non vediamo noi stessi che quando trascuriamo la preghiera perdiamo subito il gusto delle cose celesti: non pensiamo più che alla terra; e, se riprendiamo la preghiera, sentiamo rinascere in noi il pensiero ed il desiderio delle cose celesti? Sì, F. M., se abbiamo la ventura d’essere in grazia di Dio; o ricorriamo alla preghiera, o siamo sicuri di non perseverare lungamente nella via del cielo. In secondo luogo, affermo, o F. M., che tutti i peccatori devono, senza un miracolo straordinario, il quale non avviene che rarissimamente, la loro conversione alla preghiera. Vedete che cosa fa S. Monica, per domandare la conversione del figlio: ora ai piedi del suo crocifisso prega e piange; ora a persone dabbene domanda il soccorso delle loro preghiere. Vedete S. Agostino stesso, quando volle seriamente convertirsi; vedetelo in un giardino che attende alla preghiera e si abbandona alle lagrime per commuovere il cuore di Dio e cambiare il suo. Sì, F. M., per quanto peccatori noi siamo, se ricorressimo alla preghiera e se pregassimo come si deve, saremmo sicuri che Dio ci perdonerebbe. Ah! F. M., non stupiamoci perché il demonio fa ogni sforzo per non farci fare le nostre preghiere o per farcele far male; egli sa meglio di noi quanto la preghiera sia terribile per l’inferno, e che è impossibile che Dio possa rifiutarci ciò che gli domandiamo colla preghiera. Oh! quanti peccatori uscirebbero dal peccato se avessero la fortuna di ricorrere alia preghiera! – In terzo luogo, affermo, che tutti i dannati si sono dannati perché non hanno pregato o hanno pregato male. E da questo concludo, F. M., che senza la preghiera ci perderemo irreparabilmente per tutta l’eternità, mentre colla preghiera ben fatta siamo sicuri di salvarci. Sì, F. M. tutti i santi erano così convinti che la preghiera era assolutamente necessaria per salvarsi, che non si accontentavano di passare i giorni a pregare, ma vi passavano altresì le notti intere. E perché, F. M., noi abbiamo tanta ripugnanza per un esercizio così dolce e confortante? Ahimè! o  F.M., è perché facendolo male, non abbiamo mai provato le dolcezze che provavano i santi. Vedete sant’Ilarione, che pregò senza cessare per cent’anni, e i suoi cento anni di preghiera furono così corti che la vita gli sembrò passata come un baleno. Infatti, F. M., una preghiera ben fatta è un olio imbalsamato che si spande sulla nostra anima, e che sembra farle pregustare la felicità che godono i beati nel cielo. E questo è sì vero, che leggiamo nella vita di S. Francesco d’Assisi che, spesso, quando pregava, cadeva in estasi al punto che non si poteva distinguere se egli era sulla terra o coi beati in cielo. E questo perché egli era infiammato dal fuoco divino che la preghiera accendeva nel suo cuore, fuoco che gli comunicava un calore sensibile. Un giorno trovandosi in chiesa provò uno slancio d’amore così violento che si mise ad esclamare ad alta voce: “Mio Dio, non posso più reggere.„ — Ma, penserete in cuor vostro, questo va bene per quelli che sanno pregar bene e dire delle belle preghiere. F. M., Dio non guarda alle preghiere lunghe né alle preghiere belle; ma a quelle che son fatte col cuore, con un grande rispetto ed un vero desiderio di piacere a Lui. Eccone un bell’esempio. Si narra nella vita di S. Bonaventura, che era un grande dottore della Chiesa, che un religioso, uomo semplicissimo, gli disse: “Padre, pensate voi, che io sì poco istruito, possa pregar bene Iddio ed amarlo?„ S. Bonaventura gli rispose: “Ah! amico, sono principalmente coloro che somigliano a voi quelli che il buon Dio ama di più e che gli sono assai cari… Il buon religioso, stupito d’una sì buona notizia, si mise alla porta del monastero, dicendo a tutti quelli che vedeva passare: « Ascoltate, amici, ho una buona notizia da darvi: il dottor Bonaventura m’ha detto che noi, sebbene ignoranti, possiamo amare Dio come i sapienti. Che felicità per noi poter amare Dio e piacergli anche senza essere istruiti!„ E dopo questo, F. M., vi dirò che niente è più facile quanto il pregare Dio, e che non vi è nulla di più consolante. La preghiera è un’elevazione del cuore a Dio. Dirò meglio, F. M., è una dolce conversazione del figlio col padre, del suddito col re, del servo col padrone, dell’amico coll’amico in seno al quale depone i suoi affanni e le sue pene. Per spiegarvi ancor meglio questa felicità: è una vile creatura che il buon Dio riceve nelle sue braccia per prodigarle ogni sorta di benedizioni. E che vi dirò di più, o F. M.? È l’unione di tutto ciò che vi è di più umile con tutto ciò che vi è di più grande, di più potente, di più perfetto. Ditemi, F. M., ci occorre di più per farci sentire la gioia della preghiera e la sua necessità? Vedete dunque, che se vogliamo piacere a Dio e salvarci, ci è assolutamente necessaria la preghiera. D’altra parte, noi sulla terra non possiamo trovare altra felicità che amando Dio, e non possiamo amarlo che pregandolo. Vediamo che Gesù Cristo per incoraggiarci a ricorrere spesso alla preghiera, ci promette che nulla mai ci rifiuterà, se lo preghiamo come si deve. Ma, senza tanti giri di parole, per intendere che dobbiamo pregare spesso, non avete che da aprire il vostro catechismo, e vi vedrete che il dovere di un buon Cristiano è quello di pregare alla mattina ed alla sera e spesso durante il giorno: vale a dire sempre. Alla mattina, un Cristiano che desidera salvare la propria anima, deve, appena svegliato, fare il segno della santa croce, dare il suo cuore a Dio, offrirgli tutte le sue azioni, disporsi a fare la sua preghiera. Non bisogna mai mettersi al lavoro prima di aver fatto orazione e sta bene farla in ginocchio, dopo aver preso l’acqua santa, e davanti al crocifisso. Non perdiamo mai di vista, F. M., che è alla mattina che il buon Dio ci prepara tutte le grazie che ci sono necessarie per passare santamente la giornata; poiché il buon Dio conosce tutte le occasioni di peccare che ci si presenteranno, tutte le tentazioni che il demonio durante il giorno ci muoverà; e, se preghiamo in ginocchio e come si deve, ci dà tutte le grazie di cui abbiamo bisogno per non soccombere. E per questo che il demonio fa ogni sforzo per farcela tralasciare o per farcela far male; convintissimo, come confessò un giorno per bocca d’un ossesso, che se può avere il primo momento della giornata, è sicuro d’avere tutto il resto. Chi di noi, F. M., potrà udire senza piangere di compassione, quei poveri Cristiani che osano affermare di non aver tempo per pregare? Non avete tempo! poveri ciechi; qual è l’azione più preziosa: lavorare per piacere a Dio e salvare la propria anima, ovvero andare a dar da mangiare alle bestie che sono nella stalla, oppure chiamare i figli od i servi per mandarli a smuovere la terra od il letame? Dio mio, quanto è cieco l’uomo!… Non avete tempo! ma, ditemi, ingrato, se Dio questa notte vi avesse fatto morire, avreste lavorato? Se Dio vi avesse mandato tre o quattro mesi di malattia avreste lavorato? Via, miserabile, meritate che il Signore vi abbandoni al vostro accecamento e che vi lasci perire. Ci par troppa cosa concedere a Lui qualche minuto per ringraziarlo delle grazie che ci concede ad ogni momento! — Bisogna attendere al proprio lavoro, mi dite. — Ma, amico, v’ingannate grandemente, non avete altro lavoro che procurar di piacere a Dio e salvare la vostra anima, tutto il resto non è vostro lavoro: se non lo fate voi, lo faranno altri; ma se perdete la vostra anima, chi la salverà? Andate, siete un insensato: quando sarete nell’inferno imparerete ciò che avreste dovuto fare; e che, disgraziatamente, non avete fatto. – Ma, mi direte, quali sono dunque i vantaggi che ricaviamo dalla preghiera che dobbiamo sì spesso fare? F. M., eccoli. La preghiera fa che le nostre croci siano meno pesanti, essa mitiga le nostre pene, e ci fa meno attaccati alla vita, attira su di noi lo sguardo della misericordia di Dio, fortifica la nostra anima contro il peccato, ci fa desiderare la penitenza e ce la fa praticare con piacere, ci fa sentire e comprendere quanto il peccato oltraggia il buon Dio. Dirò di più, F. M., colla preghiera piacciamo a Dio, arricchiamo le nostre anime e ci assicuriamo la vita eterna. Ditemi, F. M., occorre ancor di più per indurci a far sì che la nostra vita non sia che una preghiera continua per la nostra unione con Dio? Quando si ama uno, si ha bisogno di vederlo per pensare a lui? No, senza dubbio. Così, se amiamo il buon Dio, la preghiera ci sarà familiare come il respiro. Tuttavia, F. M., vi dirò che per pregare in modo d’attirare su di noi tutti questi beni, non basta impiegarvi un momento, o farla in fretta, e con precipitazione. Dio vuole che vi impieghiamo un tempo conveniente, quanto basta per domandargli le grazie che ci sono necessarie, per ringraziarlo dei benefizi ricevuti e per piangere i nostri falli passati domandandogliene perdono. – Ma, mi direte, come possiamo dunque pregare senza cessare mai? F. M.,niente di più facile: occupiamoci di Dio, di quando in quando durante il nostro lavoro; ora con un atto d’amore, per testimoniargli che l’amiamo perché è buono e degno d’essere amato; ora con un atto d’umiltà, riconoscendoci indegni delle grazie di cui Egli ci ricolma continuamente; ora con un atto di confidenza, perché, sebbene miserabili, sappiamo ch’Egli ci ama e che vuol renderci felici. Talvolta pensiamo alla morte od alla passione di Gesù Cristo, seguendolo in ispirito nell’orto degli Olivi, quando è incoronato di spine, quando porta la croce, quando su di essa viene crocifisso; oppure ripensiamo la sua incarnazione, la sua nascita, la sua fuga in Egitto; oppure riflettiamo alla morte, al giudizio, all’inferno e al cielo. Facciamo qualche breve orazione prima e dopo il pasto: quando suona la campana, che ci ricorda la fine che ci attende, risuoni sulle nostre labbra l’Angelus e riflettiamo che ben presto non saremo più sulla terra. Questo vi porterà a non attaccarvi troppo il cuore e a non restare nel peccato, per timore che vi colga la morte. Ecco, F. M., quanto è facile pregare incessantemente. Ecco, in che modo i santi pregavano sempre.

II. — Un secondo motivo che deve indurci a ricorrere alla preghiera, è che il vantaggio è tutto nostro. Dio vuole la nostra felicità, e sa che solo colla preghiera possiamo procurarcela. D’altra parte, F. M., quale grande fortuna per una vile creatura, come noi, che Dio voglia abbassarsi fino ad essa e con lei intrattenersi come fa un amico coll’amico? Vedete la sua bontà per noi concedendoci di metterlo a parte dei nostri affanni, delle nostre pene. E questo buon Salvatore si dà premura di consolarci, di sostenerci nelle prove. Ditemi, F. M., non è lo stesso che voler rinunciare alla nostra salute ed alla nostra felicità sulla terra, il rinunciare alla preghiera? giacché, senza la preghiera non possiamo essere che disgraziati, e colla preghiera siamo sicuri di ottenere tutto quanto ci è necessario per il tempo e per l’eternità? Miei cari, tutto è promesso alla preghiera; la preghiera ottiene tutto, quand’è ben fatta. È questa una verità che Gesù Cristo ci ripete ad ogni pagina dell’Evangelo. La promessa che Gesù Cristo ci fa è formale: « Domandate ed otterrete, Egli dice: cercate e troverete; picchiate e vi sarà aperto. Tutto ciò che domanderete al Padre mio in mio Nome, se lo fate con fede, l’otterrete ». – Gesù Cristo non si accontenta di dirci che la preghiera ben fatta ottiene tutto. Per meglio ancora convincercene, ce rassicura con giuramento: « In verità, in verità vi dico, tatto ciò che domandate al Padre mio in mio Nome, l’otterrete. » Dopo le parole di Gesù Cristo, mi sembra, F . M. che sarebbe impossibile dubitare del potere della preghiera. Del resto, di dove potrebbe venire la nostra diffidenza? Forse dalla nostra indegnità? Ma Dio sa che noi siamo peccatori e colpevoli, e che contiamo unicamente sulla sua bontà che è infinita, e che preghiamo in suo Nome. E la nostra indegnità non è forse coperta, e come nascosta dai suoi meriti? Forse perché i nostri peccati sono troppo orribili e troppo spaventosi? Ma a Lui non è ugualmente facile perdonare mille peccati come uno solo? Non ha Egli dato la vita principalmente per i peccatori? Ascoltate ciò che ci dice il santo Re-profeta: « Si è mai visto alcuno che abbia pregato il Signore, e la sua preghiera non sia stata esaudita ? (Questo testo non è tolto dai Salmi, ma dall’Ecclesiastico: Quis invocavit eum, et despexit illum? (Eccl.. II, 12). « Sì, egli soggiunge, tutti quelli che invocano il Signore, e che ricorrono a Lui, hanno provato gli effetti della sua misericordia. » Vediamolo con degli esempi, il che vi persuaderà di più. Vedete, Adamo dopo il suo peccato domanda misericordia. Non solo il Signore perdona a lui, ma altresì a tutti i suoi discendenti; gli promette che il suo Figlio s’incarnerà, soffrirà e morirà per riparare il suo peccato. Vedete i Niniviti, tanto colpevoli che il Signore mandò loro il profeta Giona per avvertirli che li avrebbe fatti perire nel modo più spaventoso piovendo su di loro fuoco dal cielo (Giona, predicando a Ninive diceva: “Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta…” senza indicare per qual castigo (Jon. III, 4). Forse il Beato confonde la distruzione di Ninive con la rovina di Sodoma annunciata da un angelo a Lot e che è così descritta nella Genesi: « Il Signore fece cadere dal cielo una pioggia di zolfo o di fuoco su Sodoma e Gomorra » – (Gen. XIX, 21). Essi si danno alla preghiera, ed il Signore perdona. Anche quando Dio era disposto a sommergere la terra nelle acque del diluvio universale, se quei peccatori avessero ricorso alla preghiera, sarebbero stati sicuri del perdono del Signore. Continuando, vedete Mosè sulla montagna mentre Giosuè combatte i nemici del popolo di Dio. Finché egli prega, gli Israeliti sono vittoriosi; ma quando cessa di pregare, essi sono vinti. Vedete ancora lo stesso Mosè che domanda grazia al Signore per trentamila colpevoli che Dio aveva risoluto di far perire: colle sue preghiere, obbligò, per modo di dire, il Signore a perdonar loro. « No, o Mosè, non domandar grazia per quel popolo, non voglio perdonargli. » Mosè continua, ed il Signore è vinto dalle preghiere del suo servo e perdona. Che fa Giuditta per liberare la sua patria dall’odiato nemico? Si mette a pregare, e, piena di confidenza in Colui che pregava, va da Oloferne, gli taglia la testa e salva così la patria sua. Vedete il re Ezechia, al quale il Signore manda il suo profeta per avvertirlo di mettere in ordine le sue cose giacché deve presto morire. Egli si prostra davanti al Signore pregandolo di non toglierlo allora da questo mondo. Il Signore commosso dalla sua preghiera gli dà ancora quindici anni di vita. Andate più innanzi, vedete un pubblicano che, riconoscendosi colpevole, va nel tempio a pregare il Signore perché gli perdoni. E Gesù Cristo stesso ci dice che i suoi peccati gli furono perdonati. Vedete la peccatrice che, ai piedi di Gesù Cristo, lo prega con lagrime. Gesù Cristo non le dice: « Ti son rimessi i tuoi peccati? » Il buon ladrone, sebbene carico dei più enormi delitti, prega sulla croce: non solo Gesù Cristo gli perdona; ma, per di più, gli promette che quel giorno stesso sarà con Lui in paradiso. Sì, F. M., se occorresse citarvi tutti coloro che per la preghiera sono stati perdonati, bisognerebbe ricordarvi tutti i santi che sono stati peccatori; poiché solo per la preghiera hanno avuto la fortuna di riconciliarsi con Dio, che si lasciò commuovere dalle loro preghiere.

III. — Ma voi, forse, pensate: Perché dunque, malgrado tante preghiere, siamo sempre peccatori e mai progrediamo? Amico, la nostra disgrazia nasce da questo, che non preghiamo come si deve, cioè preghiamo senza prepararci e senza il desiderio di convertirci; spesso anche senza sapere ciò che vogliamo domandare al buon Dio. È veramente così, F. M., poiché tutti i peccatori che hanno domandata al buon Dio la loro conversione l’hanno ottenuta, e tutti i giusti che hanno domandato a Dio la perseveranza, hanno perseverato. — Ma forse mi direte: Siamo troppo tentati. — Siete troppo tentato, amico? Potete pregare e siete sicuro che la preghiera vi darà la forza di resistere alla tentazione. Avete bisogno di grazia? Ebbene! la preghiera ve l’otterrà. Se ne dubitate, ascoltate ciò che ci dice S. Giacomo, che colla preghiera comandiamo al mondo, al demonio ed alle nostre inclinazioni. Sì, F. M., in qualunque pena ci troviamo, colla preghiera, avremo la fortuna di sopportarla con rassegnazione alla volontà di Dio; e per quanto forti siano le nostre tentazioni, se ricorriamo alla preghiera, le vinceremo. Ma che fa il peccatore? Ecco. È persuasissimo che la preghiera gli è assolutamente necessaria per fare il bene e fuggire il male, e per uscire dal peccato, quando ha la disgrazia d’esservi caduto; ma, intendete, se lo potete, il suo accecamento: o non fa quasi mai preghiera o la fa male. Non è vero forse? Vedete come il peccatore fa la sua preghiera, dato che la faccia: poiché la maggior parte dei peccatori non ne fanno; ahimè! si alzano e si coricano come le bestie. Ma esaminiamo quel peccatore mentre fa la sua preghiera: Vedetelo appoggiato ad una sedia o contro il letto; prega vestendosi o spogliandosi, camminando o vociando, e fors’anche bestemmiando coi suoi servi o coi suoi figli. Che preparazione vi reca egli? Ahimè! nessuna. Spesso o quasi sempre, questi uomini finiscono la loro pretesa preghiera, non solo senza sapere ciò che hanno detto, ma anche senza pensare davanti a chi si trovavano e che cosa avevano fatto e domandato. Osservateli nella casa di Dio; fanno morire di compassione! Pensano essi che sono alla presenza del Signore? Niente affatto: guardano chi entra e chi esce, parlano l’un l’altro, sbadigliano, dormicchiano, s’annoiano, fors’anche si arrabbiano perché le funzioni, secondo loro, sono troppo lunghe. Attingendo l’acqua santa mostrano, press’a poco la stessa devozione di quando prendono nel secchio acqua per bere. Appena piegano il ginocchio a terra, e sembra loro gran cosa curvare un poco la testa durante la Consacrazione o la Benedizione. Vedeteli vagare i loro sguardi per la chiesa anche su oggetti che possono portarli al male; e non sono appena entrati che vorrebbero esserne già fuori. Quando escono li sentite gridare come persone tolte di prigione e messe in libertà. I bisogni del peccatore sono grandi, voi lo sapete, M. F. Ma egli prega al modo che v’ho detto: dobbiamo dunque stupirci se resta sempre nel suo peccato, e per di più, se vi persevera? Ho detto, che i vantaggi della preghiera derivano dal modo in cui s’adempie questo dovere:

1° Perché una preghiera sia accetta a Dio e vantaggiosa per chi la fa, bisogna che chi la compie sia in istato di grazia od almeno in una buona risoluzione di uscire prontamente dal peccato; perché la preghiera d’un peccatore che non vuol uscire dal peccato è un insulto fatto a Dio. Poi, perché una preghiera sia buona, bisogna che chi la fa sia preparato. Ogni preghiera fatta senza preparazione è una preghiera mal fatta; e questa preparazione consiste, nel pensare almeno un momento a Dio prima di mettersi in ginocchio, pensare a ciò che dovete dire, a ciò che dovete domandargli. Ahimè! quanto è scarso il numero di coloro che vi si preparano, e per conseguenza quanto pochi pregano come si deve, cioè in modo d’essere esauditi! D’altra parte, F. M., che cosa volete che Dio vi conceda, se non volete nulla e non desiderate nulla? Dirò di più: chi prega così somiglia ad un povero che non vuol elemosina, ad un ammalato che non vuol guarire, ad un cieco che vuol restare nel suo accecamento; ad un dannato, finalmente, che non vuol il cielo ed acconsente di andare all’inferno.

2° In secondo luogo ho detto, che la preghiera è l’elevazione del nostro cuore verso Dio, è un dolce e caro colloquio della creatura col suo Creatore. Dunque, F. M., non preghiamo Dio come si deve, se durante la preghiera pensiamo ad altre cose. Non appena ci accorgiamo che il nostro spirito si distrae, dobbiamo subito ritornarlo alla presenza di Dio, umiliarci davanti a Lui, e non lasciar mai la preghiera anche se nel farla non sentiamo alcun gusto; dobbiamo anzi riflettere che più ne proviamo disgusto e più la nostra preghiera è meritoria davanti a Dio, se continuiamo sempre nel pensiero di piacere a Lui. Si racconta nella storia che un giorno un santo diceva ad un altro santo: « Perché mai quando si prega il buon Dio, il nostro spirito si riempie di mille pensieri estranei, ai quali, spesso, se non si fosse occupati nella preghiera non si penserebbe? » E l’altro gli rispose: « Amico, non c’è da stupirsi: prima di tutto il demonio prevede le grazie abbondanti che colla preghiera possiamo ottenere, e per conseguenza dispera di guadagnare una persona che prega come si deve; e poi, più noi preghiamo con fervore e più lo rendiamo furibondo. » Un altro a cui apparve il demonio, gli domandò perché era continuamente occupato a tentare i Cristiani che stanno pregando. Il demonio, di sua bocca, rispose che egli non poteva tollerare che un Cristiano, tante volte peccatore, potesse colla preghiera ottenere il perdono; e che egli perciò fin che vi sarebbero Cristiani dediti alla preghiera, li avrebbe tentati. Chiese poi come li tentava:ecco ciò che il demonio rispose: « Ad alcuni metto un dito in bocca per farli sbadigliare; altri li addormento; di altri faccio correre la fantasia di città in città. » Ahimè! F. M., questo pur troppo è vero: noi proviamo ogni giorno tutto questo ogni volta che ci troviamo alla presenza di Dio per pregarlo. Si racconta che il superiore d’un monastero vedendo uno dei suoi religiosi che prima di cominciare le preghiere, faceva certi movimenti e sembrava parlare con qualcheduno, gli domandò di che s’occupasse prima di cominciare le sue preghiere. « Padre, rispose, prima di cominciare le mie preghiere, chiamo tutti i miei pensieri ed i miei desideri dicendo loro: Venite tutti, ed adoreremo Gesù Cristo nostro Dio. » — « Ah! F. M., ci dice Cassiano, com’era bello veder pregare i primi fedeli! Essi avevano un sì grande rispetto della presenza di Dio, che sembravano morti, tant’era grande il silenzio; in chiesa tremavano; non vi erano né sedie né banchi; stavano prostrati come colpevoli che aspettano la loro sentenza. Ma come il cielo si popolava presto, e come si viveva bene sulla terra! Ah! immensa felicità di quelli che vissero in quei tempi beati! »

3° In terzo luogo ho detto che le nostre preghiere devono esser fatte con confidenza, e colla ferma speranza che il buon Dio può e vuole accordarci ciò che gli domandiamo, se lo domandiamo come si deve. In tutti i luoghi in cui Gesù Cristo ci promette di accordare tutto alla preghiera, mette sempre questa condizione: « Se la fate con fede. » Quando qualcheduno gli domandava la sua guarigione od altre cose, non mancava di dir loro: « Vi sia dato secondo la vostra fede. » Del resto, F. M., che cosa potrà farci dubitare, giacché la nostra confidenza è appoggiata sull’infinita onnipotenza di Dio, sull’illimitata sua misericordia e sugli infiniti meriti di Gesù Cristo, in nome del quale preghiamo? Quando preghiamo in nome di Gesù Cristo, non siamo noi che preghiamo, ma è Gesù Cristo stesso che prega il Padre suo per noi. L’Evangelo ci dà un bell’esempio della fede che dobbiamo avere pregando, nella donna soggetta a perdite di sangue. Essa diceva tra se: « Se io arrivo anche solo a toccare l’orlo della sua veste io sono guarita. » Vedete com’essa credeva fermamente che Gesù Cristo poteva guarirla: aspettava con grande confidenza una guarigione che ardentemente desiderava. Infatti, passando il Salvatore vicino a lei, si gettò ai suoi piedi, gli toccò la veste, e sull’istante fu guarita. Gesù Cristo vedendo la sua fede, la guardò con bontà dicendole: « Va in pace, la tua fede t’ha salvata.  Sì, M. F., tutto è promesso a questa fede, a questa confidenza.

4° In quarto luogo dico che quando si prega, bisogna avere purità d’intenzione in tutto ciò che domandiamo, e non domandar nulla che non possa tornare a gloria di Dio e a salute nostra. « Potete domandare cose temporali, ci dice S. Agostino; ma sempre col pensiero che ve ne servirete per la gloria di Dio e per la salute della vostra anima, o per quella del vostro prossimo: altrimenti, le vostre domande non nascono che dall’orgoglio e dall’ambizione: e se, in questo caso, il buon Dio rifiuta di accordarvi ciò che gli domandate, è perché non vuol contribuire alla vostra rovina spirituale. Ma che facciamo nelle nostre preghiere? Ci dice ancora S. Agostino. Ahimè! domandiamo una cosa e ne desideriamo un’altra. Recitando il Pater, diciamo: Padre nostro, che siete nei cieli; cioè: Dio mio, distaccateci da questo mondo; fateci la grazia di disprezzare tutto ciò che appartiene alla vita presente; concedetemi che tutti i miei pensieri e tutti i miei desideri non siano che pel cielo ! „ Ahimè! saremmo invece ben dolenti se il buon Dio ci facesse questa grazia; certamente un gran numero di noi lo sarebbe, confessiamolo! – Dobbiamo pregare spesso, F. M., ma dobbiamo raddoppiare le nostre preghiere nelle prove e nelle tentazioni. Eccone un bell’esempio. Leggiamo nella storia che al tempo dell’imperatore Licinio, si volle che tutti i soldati sacrificassero al demonio. Fra questi ve ne furono quaranta che si rifiutarono, dicendo che i sacrifici sono dovuti solo a Dio e non al demonio. Si fece loro ogni sorta di promesse. Vedendo che nulla poteva vincerli, dopo molti tormenti, furono condannati ad esser gettati nudi in uno stagno d’acqua gelata, di notte, nel rigore dell’inverno; affinché morissero pel freddo. I santi martiri, vedendosi così condannati, si dissero l’un l’altro: « Amici, che ci resta ora, se non abbandonarci nelle mani di Dio onnipotente, da cui solo dobbiamo aspettare la forza e la vittoria? Ricorriamo alla preghiera, e preghiamo senza interruzione per attirare su di noi le grazie del cielo: domandiamo a Dio d’avere la bella sorte di perseverare tutti. „ Ma per tentarli si mise là vicino un bagno caldo. Disgraziatamente uno d’essi, perdendo il coraggio, abbandonò il combattimento, e andò a mettersi nel bagno caldo; ma, entratovi appena, vi perdette la vita. Colui che li custodiva, vedendo trentanove corone discendere su di essi dal cielo, ed una sola restar sospesa: « Ah! esclamò, è di quell’infelice che ha abbandonato gli altri! » E si mise al suo posto, ricevette la quarantesima corona e fu battezzato nel proprio sangue. Il giorno dopo, siccome respiravano ancora, il governatore ordinò che fossero gettati nel fuoco. Vennero posti tutti su di un carro, ad eccezione del più giovane, che si sperava di poter guadagnare. La madre, che era presente, esclamò: “Ah! figlio mio, coraggio! un momento di dolori, ti varrà un’eternità di gioie. „ Preso il figlio, lo collocò sul carro cogli altri: e piena di gioia, lo condusse come in trionfo, alla gloria del martirio. Per tutto il tempo del loro martirio non cessarono di pregare, tanto erano persuasi che la preghiera è il mezzo più potente per attirare su di noi gli aiuti del cielo. – Sappiamo che S. Agostino, dopo la sua conversione, si ritirò per lungo tempo in un luogo romito, per domandare la grazia di perseverare nelle buone disposizioni. S. Vincenzo Ferreri, che ha convertite tante anime, diceva che nulla è tanto potente per convertire i peccatori, quanto la preghiera; essa è simile ad un dardo che ferisce il cuore del peccatore. Sì, F. M, possiamo dire che la preghiera fa tutto: ci fa conoscere i nostri doveri, lo stato miserabile della nostr’anima dopo il peccato, ci dà le disposizioni che ci sono necessarie per ricevere i Sacramenti: ci fa comprendere quanto la vita ed i beni del mondo siano poca cosa, il che ci porta a non attaccarvici; imprime vivamente il timore salutare della morte, dell’inferno e della perdita del cielo. Ah! F. M., se avessimo la fortuna di pregare come si deve, saremmo ben presto santi penitenti! Vediamo che S. Ugo, vescovo di Grenoble, nella sua malattia, non si stancava di ripetere il Pater noster. Gli si disse che ciò poteva contribuire ad aggravare il suo male. « Ah! no – rispose loro – invece mi solleva. » – Ho detto, F. M., che la terza condizione, perché la nostra preghiera sia gradita a Dio, è la perseveranza. Vediamo spesso che il Signore non ci accorda con prontezza ciò che gli domandiamo: lo fa per farcelo desiderare di più, o per meglio farcelo apprezzare. Questo ritardo non è un rifiuto, è una prova che ci dispone a ricevere con più abbondanza ciò che domandiamo. Vedete S. Agostino che per cinque anni domanda a Dio la grazia della sua conversione. Vedete S. Maria Egiziaca che, per diciannove anni, domanda al buon Dio la grazia di liberarla da cattivi pensieri. Ma che hanno fatto i santi? Sentite. Hanno sempre perseverato nel domandare, e per la loro perseveranza hanno sempre ottenuto ciò che avevano domandato. Noi, invece, che siamo coperti di peccati, quando il buon Dio non ci accorda subito ciò che gli domandiamo, pensiamo che Egli non vuol esaudire le nostre domande, e, subito, lasciamo la preghiera. No, F. M., i santi non si comportavano così quanto al perseverare: essi hanno sempre pensato ch’erano indegni d’essere esauditi, e che, se Iddio lo faceva, ascoltava la sua misericordia e non i loro meriti. Io dico dunque che quando preghiamo, sebbene sembri che il buon Dio non ascolti le nostre preghiere, non bisogna tralasciar di pregare; ma anzi continuare sempre. Se il buon Dio non ci concede ciò che gli domandiamo, ci concede un’altra grazia che ci è più vantaggiosa di quella che noi domandiamo. Abbiamo un esempio del modo con cui dobbiamo perseverare nella preghiera nella persona di quella donna cananea, che si indirizzò a Gesù Cristo per domandargli la guarigione di sua figlia. Vedete la sua umiltà e la sua perseveranza… Ecco un altro a mirabile esempio della potenza della preghiera. Leggiamo nella storia dei Padri del deserto, che i Cattolici erano andati a vedere un santo la cui riputazione si spargeva molto lontano, per pregarlo di venir a confondere un certo eretico, i cui discorsi seducevano molta gente; essendosi il santo messo in disputa con quell’infelice, senza poterlo convincere che aveva torto e ch’era un disgraziato, nato soltanto per rovinare le anime; e vedendo che colle sue lungaggini, voleva far credere che non aveva torto; gli disse: « Disgraziato, il regno di Dio non consiste in parole, ma in opere: andiamo tutti e due con tutta questa gente, che testimonierà, andiamo al cimitero, là invocheremo il buon Dio sul primo morto che ivi troveremo, e le nostre opere faranno vedere la nostra fede. » L’eretico sbigottì a questa proposta, e non osò accettare l’invito: domandò al santo d’aspettare fino al giorno seguente: il santo vi acconsentì. Il dì dopo, il popolo che desiderava ardentemente sapere come finirebbe la cosa, venne in gran folla al cimitero. Si attese l’eretico fino alle tre di sera; ma si annunciò al santo che il suo avversario durante la notte aveva preso la fuga e s’era ritirato in Egitto. Allora S. Macario condusse al cimitero tutto quel popolo che aspettava l’esito della loro conferenza, e soprattutto quelli ingannati da quel disgraziato. Fermatosi su di una tomba, in loro presenza s’inginocchiò, pregò per qualche tempo, e volgendosi al cadavere che da maggior tempo era sepolto in quel luogo, disse: « O uomo! ascoltami: se quell’eretico fosse venuto con me, e, davanti a lui, avessi invocato il nome di Gesù Cristo mio Salvatore, non ti saresti alzato per testimoniare la verità della mia fede? » A quelle parole, il morto si alzò ed in presenza di tutti, disse che, come lo faceva adesso, l’avrebbe fatto anche presente l’eretico. S. Macario gli disse: « Chi sei? in quale anno hai vissuto? Conosci Gesù Cristo? » Il morto risuscitato rispose che aveva vissuto al tempo degli antichi re; e che non aveva mai sentito il nome di Gesù Cristo. Allora Macario, vedendo che tutti erano convintissimi che quel disgraziato eretico era un impostore, disse al morto: « Dormi in pace fino all’universale risurrezione. » E tutti si ritirarono lodando Dio, che aveva sì bene fatto conoscere la verità della nostra santa Religione. S. Macario poi ritornò nel suo deserto a continuarvi la penitenza (Vita dei Padri del deserto, vol. III – S. Macario d’Egitto). Vedete, F. M., la potenza della preghiera, quando è ben fatta? Non riconoscerete dunque con me che se non otteniamo ciò che domandiamo al buon Dio, è perché non preghiamo con fede, con un cuore abbastanza puro, con una confidenza abbastanza grande, o che non perseveriamo abbastanza nella preghiera? No, F. M., Dio non ha mai rifiutato e non rifiuterà mai nulla a quelli che gli domandano, come si deve, qualche grazia. Sì, la preghiera è la sola via che ci resta per uscire dal peccato, per perseverare nella grazia, per commuovere il cuore di Dio, per attirare su di noi ogni benedizione del cielo, per l’anima ed anche per le cose temporali. – Di qui concludo che se restiamo nel peccato, se non ci convertiamo, se ci troviamo così disgraziati nei dolori che Dio ci manda, è perché non preghiamo o preghiamo male. Senza la preghiera, non possiamo frequentare degnamente i Sacramenti. Senza la preghiera, non conosceremo mai lo stato a cui Dio ci chiama. Senza la preghiera non può toccarci che l’inferno. Senza la preghiera, non gusteremo le dolcezze che possiamo gustare amando Dio. Senza la preghiera le nostre croci sono senza merito. Oh! quante dolcezze, F. M., proveremmo pregando, se avessimo la ventura di pregare come si deve! Non preghiamo dunque mai senza pensar bene a Chi parliamo e a ciò che vogliamo domandare a Dio. Preghiamo soprattutto con umiltà e confidenza, e con questo, avremo la bella sorte d’ottenere ciò che desideriamo, se le nostre domande sono secondo ciò che Dio vuole da noi. È quello che vi auguro…

Credo …

IL CREDO

IL CREDO

Offertorium

Orémus Ps LXV: 8-9; LXV: 20

Benedícite, gentes, Dóminum, Deum nostrum, et obœdíte vocem laudis ejus: qui pósuit ánimam meam ad vitam, et non dedit commovéri pedes meos: benedíctus Dóminus, qui non amóvit deprecatiónem meam et misericórdiam suam a me, allelúja.

[Popoli, benedite il Signore Dio nostro, e fate risuonare le sue lodi: Egli che pose in salvo la mia vita e non ha permesso che il mio piede vacillasse. Benedetto sia il Signore che non ha respinto la mia preghiera, né ritirato da me la sua misericordia, allelúia].

Secreta

Súscipe, Dómine, fidélium preces cum oblatiónibus hostiárum: ut, per hæc piæ devotiónis offícia, ad cœléstem glóriam transeámus.

[Accogli, o Signore, le preghiere dei fedeli, in uno con l’offerta delle ostie, affinché, mediante la pratica della nostra pia devozione, perveniamo alla gloria celeste].

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Ps XCV: 2

Cantáte Dómino, allelúja: cantáte Dómino et benedícite nomen ejus: bene nuntiáte de die in diem salutáre ejus, allelúja, allelúja.

[Cantate al Signore, allelúia: cantate al Signore e benedite il suo nome: di giorno in giorno proclamate la salvezza da Lui operata, allelúia, allelúia].

Postcommunio

Orémus.

Tríbue nobis, Dómine, cæléstis mensæ virtúte satiátis: et desideráre, quæ recta sunt, et desideráta percípere.

[Concedici, o Signore, che, saziati dalla forza di questa mensa celeste, desideriamo le cose giuste e conseguiamo le desiderate.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (1)

ORDINARIO DELLA MESSA

TUTTA LA MESSA (L’UNICA “VERA” CATTOLICA ROMANA) MOMENTO PER MOMENTO (1)