DOMENICA I DI AVVENTO (2021)

DOMENICA I DI AVVENTO (2021)

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B.; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Stazione a S. Maria Maggiore.

Semid. Dom. privil. di I cl. – Paramenti violacei.

A Natale Gesù nascerà nelle nostre anime, perché allora si celebrerà l’anniversario della sua nascita e alla domanda della Chiesa sua Sposa, alla quale non rifiuta nulla, accorderà alle nostre anime le stesse grazie che ai pastori e ai re magi. Cristo tornerà cosi alla fine del mondo per « condannare i colpevoli alle fiamme e per invitare con voce amica i buoni in cielo » (Inno Matt..). Tutta la Messa di questo giorno ci prepara a questo doppio Avvento (Adventus) di misericordia e di giustizia.

Alcune parti si riferiscono indifferentemente all’uno e all’altro (Intr. Oraz. Grad. All.), altre fanno allusione alla umile nascita del nostro Divin Redentore, (Comm. Postcomm.). Altre, infine, parlano della sua venuta come Re in tutto lo splendore della sua potenza e della sua maestà (Ep., Vang.). L’accoglienza che noi facciamo a Gesù quando viene a redimerci, sarà quella ch’Egli ci farà quando verrà a giudicarci. Prepariamoci dunque, con sante aspirazioni e col mutamento della nostra vita alle feste di Natale, per essere pronti all’ultimo tribunale, dal quale dipenderà la sorte della nostra anima per l’eternità. Abbiamo fiducia, perché « quelli che aspettano Gesù non saranno confusi » (Intr. Grad. Off.). – Nella basilica di S. Maria Maggiore tutto il popolo di Roma un tempo si intratteneva in questa 1a Domenica di Avvento, per assistere alla Messa solenne che celebrava il Papa, assistito dal suo clero. Si sceglieva questa chiesa, perché è Maria che ci ha dato Gesù e poiché in questa chiesa si conservano le Reliquie della mangiatoia nella quale la Madre benedetta adagiò il suo Figlio divino.

Incipit

In nómine Patris, ☩ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps XXIV: 1-3.
Ad te levávi ánimam meam: Deus meus, in te confído, non erubéscam: neque irrídeant me inimíci mei: étenim univérsi, qui te exspéctant, non confundéntur.

[A Te ho innalzato l’ànima mia: Dio mio, in Te confido, che io non abbia ad arrossire, né abbiano a deridermi i miei nemici: poiché quelli che confidano in Te non saranno confusi.]

Ps XXIV:4
Vias tuas, Dómine, demónstra mihi: et sémitas tuas édoce me.

[Mostrami le tue vie, o Signore, e insegnami i tuoi sentieri.]

Ad te levávi ánimam meam: Deus meus, in te confído, non erubéscam: neque irrídeant me inimíci mei: étenim univérsi, qui te exspéctant, non confundéntur.

[A Te ho innalzato l’ànima mia: Dio mio, in Te confido, che io non abbia ad arrossire, né abbiano a deridermi i miei nemici: poiché quelli che confidano in Te non saranno confusi.]

Oratio

Orémus.
Excita, quǽsumus, Dómine, poténtiam tuam, et veni: ut ab imminéntibus peccatórum nostrórum perículis, te mereámur protegénte éripi, te liberánte salvári:

[Súscita, o Signore, Te ne preghiamo, la tua potenza, e vieni: affinché dai pericoli che ci incombono per i nostri peccati, possiamo essere sottratti dalla tua protezione e salvati dalla tua mano liberatrice.]

Lectio


Lectio Epístolæ beati Pauli Apostoli ad Romános Rom XIII: 11-14.


“Fratres: Scientes, quia hora est jam nos de somno súrgere. Nunc enim própior est nostra salus, quam cum credídimus. Nox præcéssit, dies autem appropinquávit. Abjiciámus ergo ópera tenebrárum, et induámur arma lucis. Sicut in die honéste ambulémus: non in comessatiónibus et ebrietátibus, non in cubílibus et impudicítiis, non in contentióne et æmulatióne: sed induímini Dóminum Jesum Christum” .

 “È già ora che ci svegliamo dal sonno, perché al presente la salute è più vicina che quando credemmo. La notte è avanzata e il giorno è vicino: gettiam via le opere delle tenebre e vestiamo le armi della luce. Camminiamo con decoro, come chi cammina alla luce del giorno; non in crapule e in ubriachezze, non sotto coltri ed in lascivie, non nelle contese e nell’invidia; ma rivestite il Signore Gesù Cristo e non accarezzate la carne per concupiscenza „ (Ai Rom. XIII, 11-14).

S. Paolo, dopo avere spiegato in questa ammirabile lettera i principali doveri del Cristianesimo, eccita i Romani a praticar la virtù, rammentando loro la breve durata di una vita che tanti uomini passano in un triste assopimento. Gli esorta ad uscirne, perché il tempo stringe, ed il momento definitivo della nostra salute non è molto lontano. – Che cosa si intende qui per l’assopimento, per la notte ed il giorno, e per le opere delle tenebre? Per assopimento s’intende quella funesta tiepidezza che fa trascurare a tanti Cristiani ogni mezzo di salute. Ah! di quanti noi possiamo dire che la morte sarà il loro risvegliarsi! Per la notte s’intende il peccato, che immerge l’anima nelle tenebre allontanandole da Dio, che è il vero lume; per il giorno, s’intende la fede, la grazia, la riconciliazione con Dio, la scienza della salute. Le opere delle tenebre sono i peccati in generale, ed in particolare quelli che si commettono nell’oscurità della notte da chi l’aspetta per abbandonarsi al male. – Quali sono le armi della luce, delle quali dobbiamo rivestirci? Sono la fede, la speranza e la carità, e in generale tutte le buone opere. Noi combatteremo per esse il demonio, il mondo e la carne.

Che significa camminare nella decenza come durante il giorno?

Significa il non fare e non dire alla presenza di Dio. che vede e sente tutto, nulla di ciò che non si osa fare o dire in presenza delle persone che più si rispettano.

Che vuol dire rivestirsi di Gesù Cristo? Vuol dire pensare, parlare ed operare come Gesù Cristo.

(L. Goffiné, Manuale per la santificazione delle Domeniche e delle Feste; trad. A. Ettori P. S. P.  e rev. confr. M. Ricci, P. S. P., Firenze, 1869).

Graduale


Ps XXIV: 3; 4
Univérsi, qui te exspéctant, non confundéntur, Dómine.

[Tutti quelli che Ti aspettano, o Signore, non saranno confusi.]

V. Vias tuas, Dómine, notas fac mihi: et sémitas tuas édoce me.

[Mostrami le tue vie, o Signore, e insegnami i tuoi sentieri.]


Alleluja

Allelúja, allelúja.

Ps LXXXIV: 8. V. Osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam: et salutáre tuum da nobis. Allelúja. [Mostraci, o Signore, la tua misericordia: e dacci la tua salvezza. Allelúia.]

Evangelium


Sequéntia ✠ sancti Evangélii secundum S. Lucam.

Luc XXI:25-33.

In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis: Erunt signa in sole et luna et stellis, et in terris pressúra géntium præ confusióne sónitus maris et flúctuum: arescéntibus homínibus præ timóre et exspectatióne, quæ supervénient univérso orbi: nam virtútes coelórum movebúntur. Et tunc vidébunt Fílium hóminis veniéntem in nube cum potestáte magna et majestáte. His autem fíeri incipiéntibus, respícite et leváte cápita vestra: quóniam appropínquat redémptio vestra. Et dixit illis similitúdinem: Vidéte ficúlneam et omnes árbores: cum prodúcunt jam ex se fructum, scitis, quóniam prope est æstas. Ita et vos, cum vidéritis hæc fíeri, scitóte, quóniam prope est regnum Dei. Amen, dico vobis, quia non præteríbit generátio hæc, donec ómnia fiant. Coelum et terra transíbunt: verba autem mea non transíbunt.

“In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: Vi saranno dei prodigi nel sole, nella luna e nelle stelle, e pel mondo le nazioni in costernazione per lo sbigottimento (causato) dal fiotto del mare e dell’onde: consumandosi gli uomini per la paura e per l’aspettazione di quanto sarà per accadere a tutto l’universo: imperocché le virtù de’ cieli saranno commosse. E allora vedranno il Figliuolo dell’uomo venire sopra una nuvola con potestà grande e maestà. Quando poi queste cose principieranno ad effettuarsi, mirate in su, e alzate le vostre teste; perché la redenzione vostra è vicina. E disse loro una similitudine: Osservate il fico e tutte le piante: quando queste hanno già buttato, sapete che l’estate è vicina. Così pure voi, quando vedrete queste cose succedere, sappiate che il regno di Dio è vicino. In verità vi dico, che non passerà questa generazione, fino a tanto che tutto si adempia. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno” (S. Luca, XXI, 25-33).

Omelia

(G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi; VI ediz. – Soc. Ed. Vita e pensiero.- Milano 1956)

IL GIUDIZIO UNIVERSALE

Al di là dei secoli, Dio pose un segno a cui tutti i nodi dovranno arrivare. Questo segno è la sua Croce che apparirà alla fine del mondo nel cielo vuoto, e sfolgorerà terribilmente sul capo di tutti gli uomini rassembrati d’ogni parte e prostesi sulla terra nuda. Sarà quello il giorno più tremendo, Dies iræ dies illa! – Il mattino del 14 Settembre del 258, nel campo Sextio, molle ancora di rugiada, veniva decapitato il Vescovo di Cartagine. I nemici di Cristo l’avevano preso e tradotto al tribunale del proconsole Galerio. – Galerio: « Sei tu Tascio Cipriano? ». Cipriano: «Son proprio io ». Galerio: « Che Tascio Cipriano sia giustiziato di spada ». Cipriano: « Deo gratias ».

Ma quando i soldati s’accinsero ad eseguir la sentenza, quando i fedeli stesero pannolini da torno a raccogliere il suo sangue che sarebbe sgorgato, il santo ebbe un tremito, e coprendosi con le mani gli occhi disse: « Væ mihi cum ad iudicium venero! » (guai a me che sto per andare in giudizio) Fu un istante: poi protese la testa. Se il pensiero del giudizio di Dio faceva tremare i martiri, che sarà di noi? Che faremo noi e che diremo davanti al Giudice divino? Pensiamo che quello sarà: giorno della grande manifestazione; giorno della grande accusa. 1. Manifestazione senza veli. Rappresentiamoci la nostra anima davanti a quel tribunale supremo, circondata dagli Angeli e dagli uomini: i giusti e i peccatori, i parenti e i conoscenti, i superiori e gli inferiori, gli amici e i nemici. Gli occhi di tutti son sopra di noi. Sono sopra di noi gli occhi di Dio. – Intanto si rifarà la storia della nostra vita, dai giorni lontani e dimenticati della fanciullezza sino a quello della nostra morte. Apparirà allora tutto il male che copertamente facemmo e tutto il bene che infingardamente non volemmo. Quaggiù abbiam creduto di ingannare gli occhi dello sposo, la vigilanza dei genitori, la buona fede forse di un prete a cui strappammo l’assoluzione. Fatica al vento: là tutti sapranno tutto. – Passavamo per amico fedele, sincero, generoso: invece vedranno che eravamo sleali, interessati, senza coscienza. Passavamo come una persona giusta che s’accontenta del suo: invece si conosceranno le frodi dei nostri commerci, e tutti potranno contare il danaro e la roba arraffata agli altri. Passavamo come un uomo integro ed onesto: invece appariranno le infamie commesse nell’ombra e nel segreto. E non solo il male che facemmo fuori di noi, ma anche il male che rimase dentro di noi, nell’occulto dell’anima, verrà manifestato. Tanti desideri vergognosi che abbiamo secondato con la mente nelle ore di ozio; tanti istinti di gelosia e di rancore che abbiamo dissimulato, ma che però erano il profondo motivo delle nostre maligne vendettuzze; tanti progetti di peccati che non facemmo solo perché ci mancò l’occasione: noi vedremo queste iniquità balzate dal nostro cuore, a nostra insaputa quasi come un’imboscata. Alla storia secreta del nostro cuore sentiremo ribrezzo di noi. All’esame del male che facemmo seguirà quello del bene che, potendo, non volemmo fare. – Quaggiù è facile nascondere dietro un comodo pretesto la nostra infingardaggine nel trascurare il bene e ci illudiamo di giustificarci dicendo: « Non tocca a me » oppure « Non ci riesco, non ho i mezzi ». Ma lassù ci verranno ricordate e rinfacciate tutte le colpevoli omissioni di cui è intessuta la nostra vita. Tutte le occasioni di dare una gloria a Dio che non demmo; tutte le anime che avremmo potuto salvare con la preghiera, con il consiglio, con l’elemosina e che non salvammo; tutte le Sante Comunioni, le Messe, le prediche che abbiam trascurato per pigrizia; tutti i giorni perduti, sacrificati ai pettegolezzi e ai piaceri del mondo senza un pensiero che li consacrasse a Dio e li rendesse buoni per l’eternità. Manifestazione totale, dunque: del male fatto fuori e dentro di noi e del bene non fatto. E sarà una manifestazione senza veli. Sulla terra, quando si è stati capaci di un delitto che ci ha precipitati nell’infamia e nel disprezzo, si fugge dal proprio paese, si abbandona la patria e si cerca un luogo, in America o in Africa, dove nessuno ci conosca, dove nessuno sappia né venga a sapere, dove ci è possibile ancora respirare e redimerci. Ma nel giorno del grande giudizio in quali ignote contrade potremo rifugiarci se tutte furono distrutte, in quali popoli stranieri se ogni uomo potrà leggerci sulla fronte la piaga e il destino? Sulla terra l’uomo disonorato può nascondersi, può intrufolarsi nella folla degli indifferenti, e sperare che col tempo si plachi il rumore delle sue scelleratezze. Ma non questo sarà possibile nell’ora dell’universale giudizio: non più confusione, ma separazione. Cristo dall’alto, come un gran pastore, separerà col suo vincastro ardente gli agnelli dai capri: i buoni dai cattivi. E sarà una separazione crudele: l’amico dall’amico, il fratello dal fratello, il padre dal figlio, l’uno assunto e l’altro abbandonato. E sarà una separazione ignominiosa, perché tutti ci vedranno e disprezzeranno. – 2. Giorno della grande accusa. a) L’accusa del demonio. S. Agostino ci assicura che il primo a levarsi contro noi sarà il demonio. Proprio lui! che ora con ogni lusinga ed inganno ci sospinge nel fango. Dirà: Durante la vita quest’anima ha osservato i comandamenti, Signore, non della tua ma della mia legge. Dammela dunque, che m’appartiene. Noi oseremo balbettare: « Signore, a seguire il demonio si faceva meno fatica; troppo dura è la tua legge ». « Non è vero, non è vero! — c’insulterà il demonio — Io ti facevo lavorare anche la Domenica, mentre la soave legge di Dio ti avrebbe concesso riposo. E tu lavoravi per me, senza lamentarti. Io ti facevo bere anche quando non avevi più sete: e tu per me bevevi ancora, fino a sentirti male, a imbestialirti nell’ubriachezza. Io ti comandavo di ballare: e tu, stanco di sei giorni di lavoro, ballavi alla domenica per farmi ridere. Io ti suggerivo un appuntamento equivoco: e tu, per ascoltarmi, lasciavi la tua famiglia, e magari faceva freddo, pioveva, e sostenesti d’attendere sotto l’acqua o la neve per ore e ore quella persona. Io ti imponevo di sprecare nei vizi il sudore della tua settimana: e tu, che avevi paura di donare un soldo in elemosina, consumavi nei ritrovi e nei piaceri il sostentamento della tua famiglia. Altro che leggero il mio giogo: ma tu l’hai preferito! b) L’accusa dell’Angelo. Poi sorgerà il nostro Angelo. Sì l’Angelo custode, a cui ci aveva affidati la Pietà superna, anch’esso diverrà accusatore. «Mio Signore, — dirà — il mio dovere d’illuminarlo, custodirlo, reggerlo, governarlo l’ho compiuto: ma invano. Invano, o Signore, ho illuminato la sua mente coi buoni pensieri, la sua anima con le buone parole di sacerdoti e di amici, la sua via col buon esempio di compagni. Invano lo custodivo, ché egli si recava di sua cocciuta volontà con le persone cattive e nei luoghi pericolosi. Alle tempeste di rimorsi che suscitavo nel suo cuore, non volle arrendersi ». – c) L’accusa degli uomini. Terminata l’accusa dell’angelo maligno e dell’Angelo buono, sorgeranno gli uomini ad accusarci. Sarà la voce degli innocenti scandalizzati dalle nostre parole, dal nostro esempio, dai nostri incitamenti: « Giustizia di Dio, — grideranno, — vendica le anime nostre ». Sarà la voce dei complici dei nostri peccati: « Giustizia di Dio, — grideranno, — con lui il male, con lui l’inferno ». – Sarà la voce, o genitori, dei vostri figlioli che non custodiste, che non educaste, che forse scandalizzaste. « Signore, diranno, ho imparato in casa a non pregare, a bestemmiare, ad offenderti! ». Sarà forse, o genitori, la voce fioca dei figli che non avete voluto, o che abbandonaste prima di nascere. « Signore, gemeranno: noi pure avevamo diritto alla vita, e non l’avemmo! ». d) Accusa senza scusa. Quale scusa troveremo da opporre a tanta accusa? Forse la nostra ignoranza? Colpa nostra se non ci siamo istruiti: ogni Domenica c’era predica e dottrina. Forse la nostra debolezza? Ma tutti i santi balzeranno a dire: « Anche noi eravamo di carne e sangue come voi, e ci salvammo ». Allora sorgerà il Giudice e giudicherà. – – «Osservate il fico, e, in genere, tutte le piante. Quando — diceva Gesù — la scorza si fa più tenera e umida, quando le gemme inturgidite lasciano trasparire in punta un occhio verde, voi dite che vien primavera. Ebbene, vi darò i segni per conoscere l’arrivo della mia giustizia. Segni in terra: scoppieranno guerre di popolo contro popolo, si svilupperanno malattie contagiose di città in città, e lunghi incendi arderanno su tutta la faccia del mondo. I viventi d’allora squallidi e muti si consumeranno per la paura e per l’aspettazione. – Segni in cielo: il sole si spegnerà ruggendo come un ferro rovente nell’acqua, la luna negherà i suoi raggi pallidi, le stelle come ubriache usciranno dal loro cammino e precipiteranno; ogni potenza dell’universo si muoverà. Allora su le nubi, con potestà e maestà, si vedrà venire il Figlio di Dio ». E svelerà. E parlerà. E condannerà. 1. E svelerà:  Quando nel buio d’una stanza penetra un improvviso fascio di luce, in un colpo d’occhio tutto si vede quello che c’è nella stanza: si vede anche il granello di polvere sui mobili, e i corpuscoli che danzano nel vuoto. Così sarà nell’apparire del Figlio di Dio: tutta la nostra coscienza sarà invasa dalla sua luce sfolgorante. Non una piega rimarrà nell’ombra, non una pagina della nostra vita rimarrà oscura. Sarà quella l’ora della verità. Quelle frequenti visite, quelle passeggiate, quei ritrovi che sì è creduto di coprire col pretesto di un’amicizia innocente, di giusto sollievo, appariranno allora quali sono, motivi d’impura passione. Quella roba che si portava a casa col pretesto di ricompensarci dalla cattiva paga o di ciò che avevano tolto a noi, allora apparirà quale realmente è: un furto. È facile, quaggiù, perdere la Messa con la scusa che il tempo manca, trascurare la Dottrina cristiana col pretesto degli affari, omettere le preghiere della sera per la stanchezza; ma allora tutti sapranno che non si trovava tempo per i doveri religiosi, il tempo si trovava — e quanto! — per i divertimenti, per le chiacchiere, per il gioco, per i peccati. È facile quaggiù profanare, col lavoro, il giorno festivo e nascondere il proprio peccato con l’apparenza di una necessità o dell’urgenza; ma l’avarizia sordida che ci spinge a questo sacrilegio sarà svelata in quel giorno. Tutto sarà svelato: ma soprattutto i peccati tenuti nascosti anche nella Confessione, e trascinati dietro di giorno in giorno con una lunga catena di sacrilegi. Chi può immaginare la confusione del reprobo, scoperto agli occhi di tutti, agli occhi di Dio? –

– 2. E parlerà.  Santa Caterina da Siena, una sera che pregava ginocchioni davanti al Crocifisso, vide una luce uscire dalle piaghe del Signore, e poi udì un gemito che la rimproverava perché in quel giorno era stata distratta nell’orazione. La santa cominciò a tremare dallo spavento, e un sudore gelido le rigò le membra, e giù dagli occhi caddero amarissime lacrime. « Ho provato un dolore — manifestò poi — che altrettale non proverò mai, nemmeno se mi svergognassero davanti ai re del mondo. Preferirei camminare per mesi e mesi su di una strada intessuta di spine, ma non riudire la trafittura di quel rimbrotto ». Eppure il suo era un piccolo difetto, e forse non del tutto volontario. Eppure Gesù le parlava per amore, volendola purificare da ogni debolezza e trasportarla verso un’altissima perfezione. Che stordimento indicibile dovrà dunque essere quello dei reprobi quando Cristo nel suo furore li rimprovererà dei loro enormi peccati? Loquetur ad eos in ira sua, et in furore suo conturbabit eos (Ps., XI, 5). « Rendimi conto, — ci dirà, — della vita che ti diedi. Dov’è il bene che hai fatto in trenta, quaranta, cinquant’anni? Quante sono le tue Comunioni, le mortificazioni, le elemosine, le opere buone? ». «Rendimi conto — ci dirà — delle mie buone ispirazioni. Che hai fatto di quei pensieri di bene che di giorno in giorno ti mandavo? Che hai fatto di quei rimorsi coi quali ti pungevo il cuore quando sentivi le prediche, quanto ti trovavi nella solitudine? Li cacciasti via come mosche, li soffocasti: ora me li pagherai ». «Rendimi conto — ci dirà — della tua famiglia. I tuoi genitori ti hanno educato bene, ti hanno insegnato a rispettare la mia legge e il mio Nome, ma tu perché hai dimenticato i loro insegnamenti? I tuoi figliuoli perché non sono cresciuti buoni? E come potevano crescere tali, se non ti curavi di loro, se non li castigavi quando fuggivano dalla chiesa, se li scandalizzavi con mali esempi? ». – « Rendimi conto — ci dirà — dei sacerdoti che ho messo vicino alla tua anima. Essi ti insegnavano, e tu non andavi a sentirli. Essi predicavano e tu chiudevi le orecchie. Essi ti rimproveravano a nome mio, e tu li hai odiati ». – «Rendimi conto — ci dirà — dei miei Sacramenti. Avevi nell’anima il demonio e non andavi a confessarti: hai disprezzato il sacramento del perdono, e adesso pretendi ch’Io ti perdoni? Oh quante volte ti ho aspettato nel silenzio del Tabernacolo, e non sei venuto. Ti ho aspettato a Pasqua, ti ho aspettato alle SS. Quaranta ore, ti ho aspettato il giorno del Perdono, ti ho aspettato il giorno dei Morti… E non sei venuto ». «Ah, rendimi conto del mio sangue. Il sangue che ho versato sotto gli ulivi, il sangue della flagellazione, il sangue della coronazione di spine, il sangue delle mie mani e de’ miei piedi, il sangue del mio cuore. Tutto il sangue fu inutile per te ». – Quid sum misertum dicturus? Miseri, confusi, nudi, sotto il pungente sguardo di tutti gli uomini, che sono che furono e che saranno, chi di noi oserà rispondere qualche cosa? 3. E condannerà. Prima dell’alba S. Agostino fu risvegliato da un gemere lungo e da un singhiozzare straziante che gli veniva su dalla strada. Due uomini seminudi, dalla barba e dalla capigliatura sporca e lunga, magri e affamati, tremavano convulsamente davanti alla porta del Vescovo. Intanto tutto il popolo d’Ippona era accorso a vederli. «Come vi chiamate? » domandò S. Agostino. « Paolo e Palladio » risposero, senza cessare di piangere e di tremare. « Quietatevi, noi vi soccorreremo ». – « È impossibile quietarci. Noi veniamo da Cesarea di Cappadocia, ove eravamo sette fratelli e tre sorelle. Abbiamo offeso nostra madre vedova, ed essa ci ha maledetti, e la sua maledizione è passata nella nostra pelle, nella nostra carne, nel nostro sangue, nelle ossa nostre. E ci fa tremare, così come vedi, notte e giorno senza requie mai… Liberaci, santo di Dio, dalla maledizione di nostra madre, oppure, se non puoi altro, facci almeno la grazia di morire ». S. Agostino pregò per loro, e Dio li liberò. Riflettete, Cristiani: se tanto ha potuto in quei figli la maledizione di una madre terrena, che cosa non produrrà in noi la terribile, irrevocabile, finale maledizione di Dio, Padre nostro, offeso dai nostri peccati? Ite, maledicti, in ignem æternum. Adesso non sappiamo comprendere che cosa importi la privazione di Dio; soltanto possiamo formarcene un’idea assai lontana e confusa. Immaginate se in questa chiesa mancasse l’aria: i nostri occhi si gonfierebbero, le gote diverrebbero livide, apriremmo la bocca delirando, soffocheremmo. Un tormento che a questo assomiglia, ma infinitamente più grande, proverà l’anima che, maledetta, si sente privare di Dio, che è il suo respiro. Aver sempre sete, senza bere mai; aver sempre fame senza mangiar mai; tremare dal freddo senza una fiamma, ardere dal fuoco senza un alito che ci rinfreschi: così l’anima senza Dio. – Terribili tormenti, ma questa grama ricompensa il peccatore se la invoca lui stesso peccando. E quando la mobilitazione generale delle coscienze sarà suonata, quando su tutta la terra rintronerà il grido tremendo: — levatevi, o morti! — allora Iddio non farà che sancire quello che ciascuno ha voluto per sé. «O Cristiano! col peccato hai degradato te stesso: sia fatta la tua volontà, per sempre. Fiat voluntas tua, in æternum. «O Cristiano! col tuo peccato dal tuo cuore mi hai scacciato. Io ratifico: per sempre In æternum. « E ormai vattene, che non ti conosco più: per sempre. In æternum ». – Un piccolo re aveva dichiarato guerra a un gran Re. Ma poi si pose a tavolino e cominciò a riflettere: « Come mai posso nutrire speranze di vincerla, se conto appena diecimila soldati, quando il mio avversario ne conduce più di venti milioni? ». E da saggio, intanto che le armate erano ancora lontane, mandò una legazione chiedendo umilmente la pace e i patti di sottomissione. Legationem mittens rogat ea quæ pacis sunt (Lc., XIV, 32).Ora, il Vangelo di questa prima domenica di Avvento ci assicura che Gesù Cristo, il gran Re sul cui fianco sta scritto il segno del potere infinito Rex regum et Domus dominantium (Apoc., XIX, 16), deve venire dal cielo a giudicare la terra. Che cosa siamo noi davanti a lui? Pretendiamo forse di resistergli? Facciamola da saggio come il piccolo re della parabola: intanto che è ancora lontano, intanto che siamo ancora in tempo, domandiamogli i patti di pace, e assoggettiamoci a tutti i suoi dolci comandamenti. – Se vivessimo i nostri giorni sotto la luce che viene da questo ultimo giorno, come volentieri porteremmo la nostra croce! I Santi queste cose le capivano molto bene. S. Pietro Martire, esorcista della Chiesa di Roma nei primi tempi del Cristianesimo, quando fu cacciato in prigione per la fede, disse al carceriere che egli era pronto a liberare nel Nome di Cristo la sua figliuola dal demonio da cui era invasata da parecchi anni. Il carceriere, sorpreso a tale proposta, gli chiese perché non si serviva della onnipotenza del Nome di Gesù per liberare se stesso dalla prigione. Ed egli: «Conosco troppo bene i vantaggi delle mie catene e per nessun motivo vorrei liberarmi ». Se possiamo recare un po’ di conforto ai nostri fratelli facciamolo sempre volentieri; le nostre croci invece apprezziamole come si meritano ed anzichè domandare al Signore che ce le tolga, preghiamolo che ci dia la forza di portarle, con rassegnazione ed amore. Tanto più godremo, quando più avremo faticato, sofferto, pianto per amor di Dio. – Austera è la verità del giudizio universale. Ancora al nostro orecchio risuonano le parole paurose che leggemmo, domenica scorsa, nel Vangelo; ancora nella nostra mente ripassano le fosche immagini di un mondo in fiamme e di un cielo sfasciato. Oggi, il Vangelo ritorna al medesimo argomento, ma non più per opprimerci di spavento, bensì per elevarci a grande speranza. Il sole, la luna, le stelle daranno tristi segnali e la costernazione passerà sui popoli; il mare mugghierà, e gli uomini morranno di paura nell’aspettazione di ciò che sarà. E sarà per venire, in potenza e in gloria, il Figlio dell’uomo a giudicare dalle nubi. Quando avverranno queste cose, voi — che siete buoni — levate la fronte, che la redenzione vostra è vicina. Levate capita vestra: quoniam appropinquat redemptio vestra. (Alzate il vostro capo perché la vostra redenzione si avvicina). Gesù ci rivolge queste buone parole, proprio nella I Domenica d’Avvento. Noi ci prepariamo al Santo Natale che è il ricordo della prima venuta di Gesù nel mondo; prepariamoci bene e ci troveremo contenti nella seconda venuta di Gesù nel mondo, al giudizio universale.Il mondo si sfascerà in una fumosa rovina: ma noi non saremo del mondo e lo guarderemo scrosciare, sicuri, come se scrosciasse la casa di un altro, anzi come se scrosciasse la prigione dove abbiamo patito e lacrimato tanto. Alzeremo allora,con gioia, la nostra testa verso i cieli squarciati, attendendo la redenzione; Gesù verrà a portarcela. Il giudizio finale libera gli eletti dalle persecuzioni del mondo. Inoltre, in questa vita, i giusti sono condannati a vivere come gli iniqui, sono confusi con loro; sono chiamati ipocriti più di loro; sono perseguitati in mille modi. Nel giorno del giudizio i buoni saranno vendicati: ci sarà la separazione e si vedranno i raggiri e le ingiustizie dei cattivi. Quando Dio comandò a Giosuè di togliere di mezzo al popolo Acan, uomo scandaloso, e di farlo morire, disse: « Sorgi e santifica il popolo ». Surge et sanctifica populum (Ios., VII, 13). Quando Giuda uscì dal cenacolo, per eseguire il suo detestabile disegno, Gesù si sentì sollevato da un’ambascia mortale, ed esclamò: « Finalmente il Figliuol dell’uomo è glorificato ». Nunc clarificatus est Filius hominis (Giov., XIII, 31). Questa santificazione e questa glorificazione sarà data ai buoni nel giorno finale, quando gli Angeli separeranno i giusti dagli ingiusti. c) Il giudizio finale libera gli eletti dallo scherno del mondo.  Infine, in questa vita le persone umili sono schernite; quelle che sopportano le offese sono dette vili; quelle che non si danno ai piaceri sono dette sciocche; quelle poi che si consacrano a Dio attraverso alla vita religiosa sono chiamate pazze. Ma sarà un momento di brusca meraviglia, quando i mondani vedranno queste persone in un trono di gloria. «Eccoli là — esclameranno con rabbia, — quelli che ritenemmo come il rifiuto del mondo, quelli che deridemmo; ora sono nella luce e nella gioia dei figli di Dio. Li abbiamo creduti stupidi, e gli stupidi eravamo noi ». Nos insensati! Vitam illorum aestimabamus insaniam (Sap., V., 4). Al giudizio finale saremo redenti dalla morte. Squilleranno le trombe a risurrezione, e dovunque il nostro corpo sarà o in terra o in mare o sparso nel vento come leggera polvere, risorgerà. Cristo, che è morto per vincere la morte, ci redimerà dalla morte, restituendo ai buoni la propria carne, rifatta luminosa, impassibile, bella per la gloria del Paradiso. – È giusto. Quel corpo che ha patito tanto per resistere al demonio, è giusto che sia premiato. Quegli occhi che si sono chiusi con violenza davanti alle vanità mondane, ai libri, a figure pericolose, è giusto che s’abbiano a riaprire a veder tutta la gloria di Dio. Quelle orecchie che sono diventate sorde a certe mormorazioni, a certe parole, empie contro la fede, o luride contro la virtù, è giusto che ascoltino l’armonia degli Angeli e i cori universali dei santi. Quella gola e quella lingua che si era proibito l’abuso nel cibo, nel bere, nel parlare, è giusto che intoni un cantico eterno e beatissimo. E quelle povere ginocchia che hanno saputo com’è duro il pavimento delle chiese, o il legno delle panche, o le mattonelle della propria stanza vicino al letto, perché non avranno la loro parte di gloria? Vedete allora come i buoni non devono temere il giorno del giudizio, ma aspettarlo come il contadino aspetta la primavera. E non è forse tutto primaverile il presagio datoci dal Signore per riconoscere il tempo del giudizio finale? «Guardate la pianta del fico, anzi tutte le piante: quando voi vedete le gemme umettarsi di gomma, inturgidirsi, rompere la buccia per mettere al sole un occhio di tenerissimo verde, voi dite: è vicina la primavera. Ebbene, quando cominceranno i segni nel sole e nelle stelle, rallegratevi! ché il regno di Dio è alle porte ». Come un albero che si risveglia dall’inverno, noi ci risveglieremo dalla morte. Con questi sentimenti moriva, arso vivo, il martire S. Pionio. Mentre le fiamme, crepitando sotto, ascendevano a lambirgli le membra contratte nello spasimo atroce, mentre il rogo l’avvolgeva in una bandiera tormentosa di fuoco, egli gridava: « Muoio volentieri così; perché tutto il Popolo sappia che dopo la morte c’è la resurrezione della carne ». Poi il fumo e il fuoco gli raggiunsero la bocca, e non parlò più. Avete, qualche volta, pensato bene al Paradiso? Immaginate quell’immensa regione d’ogni bellezza, i canti e le armonie, la luce, il sorriso, la gioia: e noi saremo là. Là, col nostro corpo, proprio noi e tutti ci vorranno bene; ma più di tutti è Dio che vorrà bene. «O Signore! com’è bello star qui…» (Mt., XVII, 4) gridava S. Pietro nel colmo della gioia; eppure non vedeva il Paradiso, sul Tabor non c’era che una smunta rivelazione della infinita bellezza del Signore. Chissà, allora, noi, in Paradiso, quando vedremo tutto il Signore, chissà che cosa diremo?… Non diremo nulla: ameremo. Il più è arrivarci. – Santa Caterina da Siena, ascoltando parlare del giudizio universale mentre tutti tremavano, sorrideva beata. « Perché? » le fu chiesto. « Perché penso che Colui che verrà a giudicarmi è quel Gesù che tanto amo, per cui ho sacrificato la mia giovinezza, e tutta la mia vita». Amiamo in questa vita Gesù Cristo, e il suo giudizio non ci farà spavento. E se in questa vita noi ci facessimo amici della Croce e del Crocifisso, non sarebbe un bell’accorgimento per sfuggire all’ira ventura, e trovare misericordia in quel momento supremo? Dunque facciamoci amici della Croce. Facciamoci amici del Crocifisso. – Amate la sua croce! e l’amerete quando con fede, con pazienza porterete le tribolazioni che ogni giorno della vita incontrerete. Considerate come Gesù Cristo, il Re divino, ha fatto e poi andategli dietro: factus obœdiens usque ad mortem, ad mortem autem crucis (Phil., II, 8). E perché ribellarci quando la Provvidenza di Dio con la sua spada ci percuote nella roba, nella famiglia, nella salute?Non sappiamo che se Dio ci tocca, è per farci cavalieri suoi nel Paradiso? e noi l’imprecheremo? Amate dunque la sua guerra! la quale è guerra contro le seduzioni del mondo. Sempre e da ogni parte noi siamo circondati da pericoli spirituali: il mondo è tutto una malignità. Amate la sua guerra! la quale è guerra contro noi stessi. Ci sono in noi due parti contrastanti: l’una parte è animale e terrestre, l’altra è spirituale e celeste; la prima ci solleva al bene, la seconda ci abbassa al male. È questa parte di noi che dobbiamo soffocare e rinnegare con le sue inclinazioni perverse, con i suoi affetti velenosi. Se avremo amato la croce e la guerra contro il mondo e contro noi stessi, non proveremo spavento all’apparire del Segno del Figliuol dell’uomo, nel dì del giudizio.« Ecco la croce! » grideranno gli Angeli: altri piangeranno, ma non noi, che in quel momento la saluteremo con le parole di S. Andrea Apostolo: « Salve, o croce, a lungo portata! Salve, o croce, con gioia aspettata! Accoglimi sotto l’ombra del tuo braccio destro, perché fui discepolo di Colui che appesero su te! ». – Per farci amici del Crocifisso non c’è via migliore che farci amici dei poveri, dei malati, di tutti coloro che soffrono, di tutti coloro che in qualsiasi modo sono crocifissi nell’anima o nel corpo. In Turingia non v’era dolore che S. Elisabetta non lenisse, non vi era bisogno che non soccorresse, non v’era sventura che ella ignorasse. Accorreva alle capanne degli ammalati, assisteva i moribondi, vestiva gli ignudi, raccoglieva ed istruiva gli orfani. Ai cancelli del suo palazzo, i poveri si affollavano ogni giorno, e nessuno partiva senza qualche consolazione. Una volta lasciò entrare nelle sue stanze un ammalato schifoso, anzi ella stessa con le sue mani fini e candide cominciò a curargli le piaghe, a lavarle, a baciarle… I servi inorriditi esclamarono: «Che fate! Che fate!… ». Ma Elisabetta tranquillissima rispose: « Bacio le piaghe del Signor mio Gesù Cristo: così non mi faranno più spavento nel giorno del giudizio. È a quel giorno che io penso, e ad esso, come posso, mi preparo ». – Era veramente una regina saggia, della saggezza del Vangelo. Il Vangelo infatti dice apertamente il valore e la stima che verrà data alle opere buone nel giudizio universale. Il gran Re dirà a coloro che saranno accolti alla sua destra: « Venite, o benedetti dal Padre mio, a prender possesso del regno che fin dal principio del mondo vi tenevo preparato. Voi mi trovaste affamato e mi sfamaste; mi vedeste ignudo e mi vestiste; mi incontraste pellegrino sulla strada e mi ricoveraste; mi sapeste prigioniero e mi visitaste; e se fui malato, mi assisteste ». Ed i giusti meravigliati gli domanderanno: « Forse ti sbagli, giacché noi non ti trovammo mai affamato né ti vedemmo mai ignudo, e neppure pellegrino sulla strada, e neppure prigioniero e neppure ammalato… ». « No, no! — riprenderà il Re — non mi sbaglio: tutto quello che avete fatto al più piccolo, al più dimenticato tra gli uomini, l’avete fatto proprio a me». – S. Giovanni Crisostomo ci ammonisce di non considerare il bene fatto come una perdita, ma come un guadagno, noi doniamo del pane, ed in cambio riceveremo il paradiso; noi doniamo un abito ed in cambio riceveremo la veste nuziale per entrare al banchetto dei cieli; noi concediamo ospizio sotto il nostro tetto e avremo tutta l’eternità; noi perdoniamo poco e saremo perdonati molto; noi asciughiamo le lagrime altrui e saremo rallegrati per sempre. Vi dico che neppure un bicchier d’acqua pura offerto per amor di Dio, andrà smarrito! Anzi vi dico che nel giorno del giudizio finale noi non possederemo se non quello che avremo donato. San Filippo Benizi, religioso dell’Ordine dei Servi di Maria Vergine, moriva. Oltre la malattia, oltre il dolore, da giorni lo tormentava una terribile visione. Già gli sembrava di trovarsi davanti al tribunale di Dio, e intorno a lui sorgevano i demoni a rimproverargli i peccati della vita passata, anche i più lontani, anche i più piccoli… L’agonizzante a quella vista, a quelle parole apriva gli occhi inorriditi, tremava, e più non aveva speranza. « Datemi il mio libro! Datemi il mio libro! » gridava con voce spaventata. Degli astanti alcuni corsero a prendere un libro, altri un altro libro: ma egli li rifiutava tutti senza trovare requie. Finalmente uno si accorse che gli occhi del morente s’erano fissati sopra un Crocefisso lì accanto; lo prese e glielo pose tra le mani gelide e sudate. – Appena l’ebbe, come un assetato, vi pose sopra la bocca a baciarlo bramosamente: baciò il legno della croce, baciò le piaghe di Colui che vi era appeso. 1 suoi occhi si illuminarono come al sorgere d’un alba interiore; la sua fronte si spianò in una dolce serenità; le sue labbra si atteggiarono a dolcissimo sorriso. E andò così incontro al giudizio di Dio. Aveva amato la croce, aveva amato il Crocifisso con tutte le sue forze. Di che cosa avrebbe dovuto temere? – Il padrone se n’è andato lontano. Qualche servo prudente e fedele cominciò subito ad eseguire gli ordini ricevuti, preparando senza sperpero e distribuendo con puntualità al momento opportuno il cibo ai familiari. Beato quel servo che il padrone al suo arrivo troverà a fare così! In verità vi dico lo metterà a capo di tutto quel che possiede. Invece qualche altro servo indolente e cattivo, passato qualche tempo, disse fra sè: «Il mio padrone tarda… chissà quando verrà… forse non verrà più ». Cominciò a trascurare il suo lavoro, a litigare e venire alle mani coi compagni di servizio, a mangiare e bere con gli ubriachi, Disgraziato quel servo che il padrone troverà a fare così! Il padrone sopravvenendo in un giorno che non sarà atteso, in un’ora che il servo non sa, lo farà uccidere, lo caccerà tra gli ipocriti maligni: là dove sarà pianto e stridor di denti (Mt., XXIV, 45-51). Dunque, Cristiani, tutta la nostra vita quaggiù è un’aspettativa, è un tempo d’avvento. Ma specialmente, deve essere una aspettativa fervorosa in questa parte dell’anno liturgico che si chiama proprio « Avvento ». Nessuno s’inganni, dicendo fra sé: «Il mio padrone tarda… chissà quando verrà… ho tempo ». Nessuno osi restare in peccato mortale: mettetevi tutti in grazia di Dio; vivete sempre in grazia di Dio. «I vostri fianchi siano cinti e le vostre lampade accese: siate simili a quelli che aspettano il loro padrone… » (Lc., XII, 35-36). – Un altro consiglio per prevenire in bene il nostro Giudice divino è quello di non giudicare mai il prossimo. « Non giudicate, e non sarete giudicati». Ecco alcuni motivi che ci persuaderanno meglio a praticarlo. a) Non dobbiamo giudicare perché nessuno ci ha costituiti nella carica di giudice verso il nostro prossimo. Tutti siamo sullo stesso piano, tutti fratelli; Uno solo sta sopra di noi, superiore e giudice di tutti: a suo tempo verrà. Intanto nessuno usurpi quell’ufficio che solo è suo. b) Non dobbiamo giudicare perché ogni nostro prossimo è suddito e servo di Dio. Che egli cada o stia in piedi, ciò riguarda il suo padrone e non noi. (Rom., XIV, 4-10). c) Non dobbiamo giudicare perché siamo incapaci d’essere imparziali: nell’occhio del prossimo ci dà fastidio perfin la pagliuzza, e nel nostro sopportiamo anche una trave. Già fin d’ora noi sappiamo esattamente come si svolgerà il giudizio e quali parole saranno pronunciate dal Giudice. Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi Angeli, allora siederà sul trono, e dirà a quelli che saranno alla sua destra: « Venite, benedetti dal Padre mio, prendete possesso del regno, che v’è stato preparato dalla creazione del mondo. Perché io ebbi fame, e m’avete dato da mangiare; ebbi sete e m’avete dato da bere; fui straniero e m’avete accolto; nudo e m’avete vestito; malato e mi avete assistito: in prigione e siete venuti a trovarmi ». Per conchiudere, sentite come è saggio quest’altro consiglio che è nel Vangelo di S. Matteo: « Mentre sei ancora per strada, mettiti d’accordo col tuo avversario. Altrimenti all’istante in cui arrivi, ti consegna alle guardie e vieni gettato in carcere ». Mentre siamo ancora pellegrini in questo mondo, mettiamoci dunque in pace col Signore che abbiamo offeso. Non aspettiamo quando saremo arrivati alla morte. Corri tu prima a presentarti avanti a Lui col pentimento, con la confessione. Corri a presentarti a Lui, prima che Egli ti faccia comparire davanti a sé. Previeni, per non essere prevenuto.

IL CREDO

Offertorium


Orémus
Ps XXIV: 1-3. Ad te levávi ánimam meam: Deus meus, in te confído, non erubéscam: neque irrídeant me inimíci mei: étenim univérsi, qui te exspéctant, non confundéntur.

[A Te ho innalzato l’ànima mia: Dio mio, in Te confido, che io non abbia ad arrossire, né abbiano a deridermi i miei nemici: poiché quelli che confidano in Te non saranno confusi.]

Secreta


Hæc sacra nos, Dómine, poténti virtúte mundátos ad suum fáciant purióres veníre princípium.[Questi misteri, o Signore, purificandoci con la loro potente virtú, ci facciano pervenire piú mondi a Te che ne sei l’autore.]

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio


Ps LXXXIV: 13.
Dóminus dabit benignitátem: et terra nostra dabit fructum suum. [Il Signore ci sarà benigno e la nostra terra darà il suo frutto.]

Postcommunio

Orémus.
Suscipiámus, Dómine, misericórdiam tuam in médio templi tui: ut reparatiónis nostræ ventúra sollémnia cóngruis honóribus præcedámus.
[Fa, o Signore, che (per mezzo di questo divino mistero) in mezzo al tuo tempio sperimentiamo la tua misericordia, al fine di prepararci convenientemente alle prossime solennità della nostra redenzione.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ORDINARIO DELLA MESSA

Matrimonio nella CHIESA CATTOLICA Eclissata in unione con Papa GREGORIO, secondo il MOTU PROPRIO di S.S. PIO XII, del 22 febbraio 1949 “Disciplina ,,,”

Matrimonio cattolico della CHIESA CATTOLICA Eclissata in unione con Papa GREGORIO, secondo il MOTU PROPRIO di S.S. PIO XII, del 22 febbraio 1949 “Disciplina ,,,”

27 novembre 2021

N. N.

N. N.

TESTIMONI:

N. N.

N. N.

MATRIMONIO

La Santa Madre Chiesa nella sua immensa sapienza e preveggenza ha definito dottrine che sono adatte ai tempi di prosperità e libertà di culto cattolico, e canoni e definizioni dottrinali per i tempi di persecuzione e per la Chiesa “eclissata” o delle catacombe. Al giorno attuale così, il Matrimonio Cattolico tra i pochi, ostinati fedeli Cattolici, è possibile pure nella difficoltà pratica, per i più, di reperire un sacerdote o prelato cattolico in comunione con il Santo Padre Gregorio XVIII, capace quindi di fornire dei Sacramenti validi e leciti, e nello specifico di rendere possibile l’acquisizione della grazia santificante e particolare relativa ai fini del Sacramento stesso, in questo caso, del Matrimonio. In effetti i fedeli Cattolici che vogliono ad ogni costo evitare – giustamente – le sette acattoliche, e soprattutto la setta dei falsi profeti della sinagoga di satana [la cosiddetta setta del “Novus ordo” di istituzione massonico-kazara!] oggi usurpante il Vaticano e tutti gli edifici di culto un tempo appartenenti alla Chiesa Cattolica, con le relative false funzioni che, lungi dall’apportare grazia, assicurano la “disgrazia” personale, familiare e sociale, hanno perplessità ed indecisioni nell’approcciarsi correttamente al matrimonio senza commettere una serie di gravi sacrilegi e peccati che comprometterebbero il cammino di salvezza per sé, il coniuge, i parenti ed i partecipanti a funzioni invalide ed illecite e – soprattutto – alla futura prole che verrebbe generata in regime di peccato mortale e fuori dalla Chiesa Cattolica, complicando in tal modo tutta la loro vita di grazia, di redenzione e di salvezza.

Ma … nessun problema, la Santa Madre Chiesa, la parte militante del Corpo mistico di Cristo, guidata infallibilmente dallo Spirito Santo e che opera da “Maestra delle genti” attraverso il Magistero apostolico Ordinario e Universale e straordinario esercitato dal Sommo Pontefice Romano e della sua Gerarchia, ha pensato proprio a voi in difficoltà, in questi tempi di apostasia e di impostura dottrinale e canonica, spianandovi la strada al Matrimonio cattolico, se ci è lecito così definire … delle catacombe. – Sovvenendoci, quindi, delle esortazioni del profeta Isaia: … « Confortate le braccia infiacchite e le ginocchia vacillanti rinfrancate. Dite ai pusillanimi: Coraggio, non temete; ecco il vostro Dio… verrà… », possiamo ricorrere in tutta certezza e sicurezza al Motu Proprio: « De disciplina Sacramenti Matrimonii pro Ecclesia orientali di S. S. Pio XII » del 22 febbraio 1949 (festa della Cattedra di S. Pietro). – Ferme restando tutte le altre disposizioni (ivi dettagliatamente riportate) in materia di impedimenti, dispense e preparazione al Matrimonio cattolico (per noi la retta vera dottrina, una pratica di vita cristiana, la frequentazione di “veri” Sacramenti materiali e formali – se possibile – o almeno spirituali: severo e sincero esame di coscienza, contrizione perfetta con implicito desiderio di Confessione sacramentale appena possibile, Comunione spirituale …), un canone in particolare concerne le situazioni estreme che riguardavano allora i fedeli orientali, ma che oggi sono ubiquitarie e riguardano praticamente l’intero pianeta, in riferimento alla disponibilità di un sacerdote o prelato cattolico della “vera” Chiesa “una cum Papa nostro Gregorio”.

Il Canone rinuncia esplicitamente alla presenza di un sacerdote alla celebrazione del matrimonio in determinate circostanze straordinarie, ma non rinuncia, anche in questo caso, alla richiesta che il matrimonio sia celebrato davanti ad almeno due testimoni. Il matrimonio è validamente celebrato davanti ai soli testimoni comuni (naturalmente Cattolici), quando è impossibile per le parti avere o avvicinare un Sacerdote autorizzato, purché si verifichi una di queste condizioni:

1) una delle parti parte è in pericolo di morte,

2) si prevede che non sarà disponibile alcun sacerdote autorizzato per almeno un mese.

In situazioni estreme per il matrimonio non è richiesto il sacerdote!!!

Nota: «Sebbene i Canoni non concedano esplicitamente nessun’altra rinuncia alla celebrazione, c’è la dispensa all’obbligo della legge che richiede l’assistenza attiva di un sacerdote autorizzato e l’assistenza di testimoni, almeno nel caso di estrema difficoltà che colpisce l’intera comunità. Il Sant’Uffizio ha dichiarato che i Cattolici della Cina non sono tenuti ad osservare la legge sulla forma del matrimonio finché continuano le circostanze create dal regime rosso ». (H. BOUSCAREN, CANON LAW DIGEST, III Ed. p. 408).

(Due importanti notifiche del “Noli Timere” sono contenute in questo Canone,

– primo, che in pericolo di morte il matrimonio può essere contratto senza un sacerdote ma davanti a due testimoni, e …

– secondo, che nei luoghi dove non si può avere un sacerdote o le parti non possono recarvisi, non hanno bisogno di aspettare un mese intero, se c’è una buona ragione per giudicare che le stesse condizioni continueranno per un mese).

Riportiamo il canone succitato:

MOTU PROPRIO

DE DISCIPLINA SACRAMENTI MATRIMONII PRO ECCLESIA ORIENTALI

PIUS PP. XII

DE SACRAMENTO MATRIMONII

CAPUT VI

De forma celebrationis matrimonii

Can. 89

Se vi sia un grave incomodo per il parroco, o gerarca o sacerdote con facoltà nell’assistere al matrimonio fatto a norma dei canoni 86, 87:

1° in pericolo di morte è valido e lecito il matrimonio contratto davanti ai soli testimoni;

ed anche fuori dal pericolo di morte, quando stando le cose per cui si preveda prudentemente che si protraggano per un mese;

2 ° In entrambi i casi in cui non si possa al più presto chiamare un altro sacerdote cattolico che possa venire ed assistere al matrimonio con i testimoni, salvo la validità dei coniugi, il matrimonio è valido e lecito… [validum et licitum est matrimonium contractum …] davanti ai soli testimoni.

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Pater noster,

qui es in cælis, sanctificétur nomen tuum: advéniat regnum tuum: fiat volúntas tua, sicut in cælo et in terra. Panem nostrum quotidiánum da nobis hódie: et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris: et ne nos indúcas in tentatiónem: sed líbera nos a malo. Amen.

Ave María,

grátia plena; Dóminus tecum: benedícta tu in muliéribus, et benedíctus fructus ventris tui Jesus. Sancta María, Mater Dei, ora pro nobis peccatóribus, nunc et in hora mortis nostræ. Amen.

Credo

in Deum, Patrem omnipoténtem, Creatórem cæli et terræ.

Et in Jesum Christum, Fílium ejus únicum, Dóminum nostrum: qui concéptus est de Spíritu Sancto, natus ex María Vírgine, passus sub Póntio Piláto, crucifíxus, mórtuus, et sepúltus: descéndit ad ínferos; tértia die resurréxit a mórtuis; ascéndit ad cælos; sedet ad déxteram Dei Patris omnipoténtis: inde ventúrus est judicáre vivos et mórtuos.
Credo in Spíritum Sanctum, sanctam Ecclésiam cathólicam, Sanctórum communiónem, remissiónem peccatórum, carnis resurrectiónem, vitam ætérnam. Amen.

V. Deus ✠ in adjutórium meum inténde.
R. Dómine, ad adjuvándum me festína.

V. Glória Patri, et Fílio, * et Spirítui Sancto.
R. Sicut erat in princípio, et nunc, et semper, * et in sǽcula sæculórum. Amen.

Gloria

 
Glória in excélsis Deo. Et in terra pax homínibus bonæ voluntátis. Laudámus te. Benedícimus te. Adorámus te. Glorificámus te. Grátias ágimus tibi propter magnam glóriam tuam. Dómine Deus, Rex cæléstis, Deus Pater omnípotens. Dómine Fili unigénite, Jesu Christe. Dómine Deus, Agnus Dei, Fílius Patris. Qui tollis peccáta mundi, miserére nobis. Qui tollis peccáta mundi, súscipe deprecatiónem nostram. Qui sedes ad déxteram Patris, miserére nobis. Quóniam tu solus Sanctus. Tu solus Dóminus. Tu solus Altíssimus, Jesu Christe. Cum Sancto Spíritu in glória Dei Patris. Amen.

[Gloria a Dio nell’alto dei cieli. E pace in terra agli uomini di buona volontà. Noi Ti lodiamo. Ti benediciamo. Ti adoriamo. Ti glorifichiamo. Ti rendiamo grazie per la tua gloria immensa. Signore Iddio, Re del cielo, Dio Padre onnipotente. Signore, Figlio unigenito, Gesù Cristo. Signore Iddio, Agnello di Dio, Figlio del Padre. Tu che togli i peccati del mondo, abbi pietà di noi. Tu che togli i peccati del mondo, accogli la nostra supplica. Tu che siedi alla destra del Padre, abbi pietà di noi. Poiché Tu solo il Santo. Tu solo il Signore. Tu solo l’Altissimo, Gesù Cristo. Con lo Spirito Santo ✠ nella gloria di Dio Padre. Amen.]

Salmo 8:

[1] In finem, pro torcularibus. Psalmus David.

[2] Domine, Dominus noster, quam admirabile est nomen tuum in universa terra! quoniam elevata est magnificentia tua super caelos.

[3] Ex ore infantium et lactentium perfecisti laudem propter inimicos tuos, ut destruas inimicum et ultorem.

[4] Quoniam videbo cælos tuos, opera digitorum tuorum, lunam et stellas quæ tu fundasti.

[5] Quid est homo, quod memor es ejus? aut filius hominis, quoniam visitas eum?

[6] Minuisti eum paulo minus ab angelis; gloria et honore coronasti eum;

[7] et constituisti eum super opera manuum tuarum.

[8] Omnia subjecisti sub pedibus ejus, oves et boves universas, insuper et pecora campi,

[9] volucres cæli, et pisces maris qui perambulant semitas maris.

[10] Domine, Dominus noster, quam admirabile est nomen tuum in universa terra!

[1. Signore, Signor nostro, quanto ammirabile è il nome tuo per tutta quanta la terra!

Perocché la tua maestà è elevata fin sopra dei cieli.

2. E dalla bocca de’ fanciulli e dei bambini di latte tu hai ricavata perfetta laude contro de’ tuoi nemici, per distruggere il nemico e il vendicativo.

3. Or io miro i tuoi cieli, opere delle tue dita, la luna e le stelle disposte da te.

4. Che è l’uomo, che tu di lui ti ricordi? Od il figliuolo dell’uomo che tu lo visiti?

5. Lo hai fatto per alcun poco inferiore agli Angeli, lo hai coronato di gloria e di onore;

6. E lo hai costituito sopra le opere delle tue mani.

7. Tutte quante le cose hai soggettate ai piedi di lui, le pecore e i bovi tutti e le fiere della campagna.

8. Gli uccelli dell’aria, e i pesci del mare, i quali camminano le vie del mare.

9. Signore, Signor nostro, quanto ammirabile è il nome tuo per tutta quanta la terrai!]

Salmo 90:

Laus cantici David.

Qui habitat in adjutorio Altissimi, in protectione Dei cæli commorabitur.

Dicet Domino: Susceptor meus es tu et refugium meum; Deus meus, sperabo in eum.

Quoniam ipse liberavit me de laqueo venantium, et a verbo aspero.

Scapulis suis obumbrabit tibi, et sub pennis ejus sperabis.

Scuto circumdabit te veritas ejus: non timebis a timore nocturno;

a sagitta volante in die, a negotio perambulante in tenebris, ab incursu, et daemonio meridiano.

Cadent a latere tuo mille, et decem millia a dextris tuis; ad te autem non appropinquabit.

Verumtamen oculis tuis considerabis et retributionem peccatorum videbis.

Quoniam tu es, Domine, spes mea; Altissimum posuisti refugium tuum.

Non accedet ad te malum, et flagellum non appropinquabit tabernaculo tuo.

Quoniam angelis suis mandavit de te, ut custodiant te in omnibus viis tuis.

In manibus portabunt te, ne forte offendas ad lapidem pedem tuum.

Super aspidem et basiliscum ambulabis, et conculcabis leonem et draconem.

Quoniam in me speravit, liberabo eum; protegam eum, quoniam cognovit nomen meum.

Clamabit ad me, et ego exaudiam eum; cum ipso sum in tribulatione; eripiam eum, et glorificabo eum.

Longitudine dierum replebo eum, et ostendam illi salutare meum.

[1. Colui che riposa nell’aiuto dell’Altissimo, viverà sotto la protezione del Dio del cielo.

2. Egli dirà al Signore: Mio difensore sei tu, e mio asilo; egli è il mio Dio, in lui spere

3. Imperocché egli dal laccio dei cacciatore e da dure cose mi ha liberato.

4. Dei suoi omeri farà ombra a te, e sotto le ali di lui avrai fidanza.

5. La sua verità ti coprirà come scudo per ogni parte: non temerai i notturni spaventi.

6. Non di giorno la saetta volante, non l’avversario che va attorno nelle tenebre, non gli assalti del demonio del mezzogiorno.

7. Mille cadranno al tuo fianco, e diecimila alla tua destra; ma nessuna (saetta) a te si accosterà.

8. Ma tu coi tuoi propri occhi osserverai; e vedrai il contraccambio renduto ai peccatori.

9. (E dirai): Tu sei, o Signore, la mia speranza; e che per tuo rifugio hai scelto l’Altissimo.

10. Non si accosterà a te il male, e alla tua casa non accosterassi il flagello.

11. Imperocché egli ha commessa di te la cura ai suoi Angeli; ed eglino in tutte le vie tue saran tuoi custodi.

12. Ti sosterranno colle lor mani, affinché sgraziatamente tu non urti col tuo piede nel sasso.

13 Camminerai sopra l’aspide e sopra il basilisco; e calpesterai il leone e il dragone.

14. Perché egli ha sperato in me, io lo libererò; lo proteggerò perché ha conosciuto il mio nome.

15. Alzerà a me la voce, e io lo esaudirò; con lui son io nella tribolazione, ne lo trarrò, e lo glorificherò.

16. Lo sazierò di lunghi giorni, e farogli vedere il Salvatore, che vien da me.]

Salmo 127

[1] Canticum graduum.

Beati omnes qui timent Dominum, qui ambulant in viis ejus.

[2] Labores manuum tuarum quia manducabis, beatus es, et bene tibi erit.

[3] Uxor tua sicut vitis abundans, in lateribus domus tuae; filii tui sicut novellae olivarum in circuitu mensae tuae.

[4] Ecce sic benedicetur homo qui timet Dominum.

[5] Benedicat tibi Dominus ex Sion, et videas bona Jerusalem omnibus diebus vitae tuae;

[6] et videas filios filiorum tuorum, pacem super Israel.

[1. Beati tutti coloro che temono il Signore, che camminano nelle sue vie.

2. Perché tu mangerai le fatiche delle tue mani, tu sei beato e sarai felice.

3. La tua consorte come vite feconda, nell’interior di tua casa.

4. I tuoi figliuoli come novelle piante di ulivi, intorno alla tua mensa.

5. Ecco come sarà benedetto l’uomo che teme il Signore.

6. Ti benedica da Sionne il Signore, e vegga tu i beni di Gerusalemme per tutti i giorni della tua vita.

7. E vegga tu i figliuoli dei tuoi figliuoli, e la pace in Israele.]

Confiteor

Confíteor Deo omnipoténti, beátæ Maríæ semper Vírgini, beáto Michaéli Archángelo, beáto Joánni Baptístæ, sanctis Apóstolis Petro et Paulo, ómnibus Sanctis, et tibi, pater: quia peccávi nimis cogitatióne, verbo et ópere: mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa. Ideo precor beátam Maríam semper Vírginem, beátum Michaélem Archángelum, beátum Joánnem Baptístam, sanctos Apóstolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et te, pater, oráre pro me ad Dóminum, Deum nostrum.
S. Misereátur nostri omnípotens Deus, et, dimíssis peccátis nostris, perdúcat nos ad vitam ætérnam.
R. Amen.
S. Indulgéntiam,
absolutiónem et remissiónem peccatórum nostrórum tríbuat nobis omnípotens et miséricors Dóminus.
R. Amen.

[Confesso a Dio onnipotente, alla beata sempre Vergine Maria, al beato Michele Arcangelo, al beato Giovanni Battista, ai Santi Apostoli Pietro e Paolo, a tutti i Santi e a te, o padre, di aver molto peccato, in pensieri, parole ed opere: per mia colpa, per mia colpa, per mia grandissima colpa. E perciò supplico la beata sempre Vergine Maria, il beato Michele Arcangelo, il beato Giovanni Battista, i Santi Apostoli Pietro e Paolo, tutti i Santi, e te, o padre, di pregare per me il Signore Dio nostro.
S. Dio onnipotente abbia pietà di noi e, rimessi i nostri peccati, ci conduca alla vita eterna.
R. Amen.
S. Il Signore onnipotente e misericordioso ✠ ci accordi il perdono, l’assoluzione e la remissione dei nostri peccati.
R. Amen.]

Salmo 50

[1] In finem. Psalmus David,

[2] cum venit ad eum Nathan propheta, quando intravit ad Bethsabee.

[3] Miserere mei, Deus, secundum magnam misericordiam tuam; et secundum multitudinem miserationum tuarum, dele iniquitatem meam.

[4] Amplius lava me ab iniquitate mea, et a peccato meo munda me.

[5] Quoniam iniquitatem meam ego cognosco, et peccatum meum contra me est semper.

[6] Tibi soli peccavi, et malum coram te feci; ut justificeris in sermonibus tuis, et vincas cum judicaris.

[7] Ecce enim in iniquitatibus conceptus sum, et in peccatis concepit me mater mea.

[8] Ecce enim veritatem dilexisti; incerta et occulta sapientiae tuae manifestasti mihi.

[9] Asperges me hyssopo, et mundabor; lavabis me, et super nivem dealbabor.

[10] Auditui meo dabis gaudium et laetitiam, et exsultabunt ossa humiliata.

[11] Averte faciem tuam a peccatis meis, et omnes iniquitates meas dele.

[12] Cor mundum crea in me, Deus, et spiritum rectum innova in visceribus meis.

[13] Ne projicias me a facie tua, et spiritum sanctum tuum ne auferas a me.

[14] Redde mihi laetitiam salutaris tui, et spiritu principali confirma me.

[15] Docebo iniquos vias tuas, et impii ad te convertentur.

[16] Libera me de sanguinibus, Deus, Deus salutis meæ, et exsultabit lingua mea justitiam tuam.

[17] Domine, labia mea aperies, et os meum annuntiabit laudem tuam.

[18] Quoniam si voluisses sacrificium, dedissem utique; holocaustis non delecta-beris.

[19] Sacrificium Deo spiritus contribulatus; cor contritum et humiliatum, Deus, non despicies.

[20] Benigne fac, Domine, in bona voluntate tua Sion, ut aedificentur muri Jerusalem.

[21] Tunc acceptabis sacrificium justitiæ, oblationes et holocausta; tunc imponent super altare tuum vitulos.

[Salmo di Davide da cantare fino alla fine del mondo, e composto da lui quando Nathan profeta entrò da lui a rimproverarlo del suo adulterio con Bethsabea, e anche dell’omicidio di Uria. Davide chiede a Dio perdono del suo peccato.

[1. Abbi misericordia di me, o Dio, secondo la grande tua misericordia.

2. E secondo le molte operazioni di tua misericordia scancella la mia iniquità.

3. Lavami ancor più dalla mia iniquità, e mondami dal mio peccato:

4. Perocché io conosco la mia iniquità, e il mio peccato mi sta sempre davanti;

5. Contro di te solo peccai, e il male feci dinanzi a te; affinché tu sii giustificato nelle

tue parole, e riporti vittoria quando sei chiamato in giudizio.

6. Imperocché ecco che io nelle iniquità fui concepito, e nei peccati mi concepì la madre.

7. Ed ecco che tu hai amato la verità! svelasti a me gl’ignoti e occulti misteri di tua sapienza.

8. Tu mi aspergerai coll’issopo, e sarò mondato; mi laverai, e diverrò bianco più che la neve.

9. Mi farai sentir parola di letizia e di gaudio, e le ossa umiliate tripudieranno.

10. Rivolgi la tua faccia dai miei peccati, e cancella le mie iniquità.

11. In me crea, o Dio, un cuor mondo, lo spirito retto rinnovella nelle mie viscere.

12. Non rigettarmi della tua faccia, e non togliere da me il tuo santo spirito.

13. Rendimi la letizia del tuo Salvatore per mezzo del benefico Spirito tu mi conforta.

14. Insegnerò le tue vie agli iniqui, e gli empi a te si convertiranno.

15. Liberami dal reato del sangue, o Dio, Dio di mia salute, e la mia lingua canterà con gaudio la tua giustizia.

16. Signore, tu aprirai le mie labbra, e la mia bocca annunzierà le tue lodi.

17. Imperocché, se un sacrifizio tu avessi voluto, lo avrei offerto; tu non ti compiacerai degli olocausti.

18. Sacrifizio a Dio lo spirito addolorato; il cuore contrito e umiliato nol disprezzerai o Dio.

19. Colla buona volontà tua sii benefico, o Signore, verso Sionne, affinché stabilite sieno le mura di Gerusalemme.

20. Tu accetterai allora il sacrifizio di giustizia, le oblazioni o gli olocausti; allora porranno dei vitelli sul tuo altare.]

La Chiesa è una comunione di Santi. A questo rito assistono i Santi, gli Angeli e le anime purganti: invochiamoli a protezione e patrocinio di questa nuova famiglia:

Litania dei santi

LITANIE DEI SANTI

Kyrie eleison,

Christe eleison,

Kyrie eleison.

Christe, audi nos;

Christe, exaudi nos;

Pater de cœlis Deus, Miserere nobis,

Fili redentor mundi Deus, Miserere nobis.

Spiritus Sancte Deus, Miserere nobis.

Sancta Trinitas unus Deus, Miserere…

Sancta Maria, ora pro nobis.

Sancta Dei Genitrix, ora

Sancta Virgo virginum, ora

Sancte Michael, ora

Sancte Gabriel, ora

Sancte Raphael, ora

Omnes sancti Angeli et Archangeli, orate

Omnes sancti beatorum Spirituum Ordines, orate

Sancte Joannes Baptista, ora

Sancte Joseph, ora…

Omnes sancti Patriarchæ et Prophetæ, orate…

Sancte Petre, ora…

Sancte Paule, ora…

Sancte Andrea, ora…

Sancte Jacobe, ora…

Sancte Joannes, ora…

Sancte Thoma, ora…

Sancte Jacobe, ora…

Sancte Philippe, ora…

Sancte Bartholomæe, ora…

Sancte Matthæe, ora…

Sancte Simon, ora…

Sancte Thaddæe, ora …

Sancte Mathia, ora …

Sancte Barnaba, ora…

Sancte Luca, ora…

Sancte Marce, ora…

Omnes sancti Apostoli et Evangelistas, orate…

Omnes sancti Discipuli Domini, orate…

Omnes sancti Innocentes, orate…

Sancte Stephane, ora…

Sancte Laurenti, ora…

Sancte Vincenti, ora…

Sancti Fabiane et Sebastiane, orate…

Sancti Joannes et Paule, orate…

Sancti Cosma et Damiane, orate…

Sancti Gervasi et Protasi, orate …

Omnes sancti Martyres, orate…

Sancte Silvester, ora…

Sancte Gregori, ora…

Sancte Ambrosi, ora…

Sancte Augustine, ora…

Sancte Hieronyme, ora…

Sancte Martine, ora…

Sancte Nicoláe, ora…

Omnes sancti Pontifices et Confessores, orate …

Omnes sancti Doctores, orate …

Sancte Antoni, ora

Sancte Benedicte, ora…

Sancte Bernarde, ora

Sancte Dominice, ora

Sancte Francisce, ora

Omnes sancti Sacerdotes et Levitæ, orate …

Omnes sancti Monachi et Eremitæ, orate …

Sancta Maria Magdalena, ora…

Sancta Agatha, ora …

Sancta Lucia, ora …

Sancta Agnes, ora …

Sancta Cæcilia, ora…

Sancta Catharina, ora

Sancta Anastasia, ora

Omnes sanctæ Vìrgines Viduæ, orate…

Omnes Sancti et Sanctæ Dei, intercedite pro nobis.

Propitius esto, parce nobis, Domine.

Propitius esto, exaudi nos, Domine.

Ab omni malo, libera nos Domine.

Ab omni peccato libera nos,…

Ab ira tua, libera…

A subitanea et improvisa morte, libera …

Ab insidiis diaboli, libera nos …

Ab ira, et odio et omni mala voluntate, libera nos…

A spiritu fornicationis, libera …

A fulgure et tempestate, libera …

A flagello terræmotus, libera …

A peste, fame et bello, libera …

A morte perpetua, libera …

Per misterium sanctæ incarnationis tuæ, libera …

Per adventum tuum, libera …

Per nativitatem tuam, libera …

Per baptismum et sanctum jejunium tuum, libera …

Per crucem et passionem tuam, libera …

Per mortem et sepolturam tuam, libera …

Per sanctam resurrectionem tuam, libera …

Per admirabilem ascensionem tuam, libera …

Per adventum Spiritus Sancti Paracliti, libera …

In die judicii, libera …

Peccatores, te rogamus, audi nos.

Ut nobis parcas, te rogamus …

Ut nobis indulgeas, te rogamus

Ut ad veram pœnitentiam nos perducere digneris, te rogamus …

Ut Ecclesiam tuam sanctam regere et conservare digneris, te rogamus …

Ut [domnum apostolicum] et omnes ecclesiasticos ordines in sancta religione conservare digneris, te rogamus…

Ut inimicos sanctæ Ecclesiaæ humiliare digneris, te rogamus…

Ut regibus et principibus christianis pacem et veram concordiam donare digneris, te rogamus …

Ut cuncto populo christiano pacem et unitatem largiri digneris, te rogamus …

Ut nosmetipsos in tuo sancto servitio confortare et conservare digneris, te rogamus:

Ut mentes nostras ad cœlestia desideria erigas, te rogamus …

Ut omnibus benefactoribus nostris sempiterna bona retribuas, te rogamus…

Ut animas nostras, fratrum, propinquorum, et benefactorum nostrorum ab æterna damnatione eripias, te rogamus …

Ut fructus terræ dare et conservare digneris, te rogamus …

Ut omnibus fidelibus defunctis requiem æternam donare digneris, te rogamus …

Ut nos exaudire digneris, te rogamus …

Fili Dei, te rogamus …

Agnus Dei, qui tollis peccata mundi, parce nobis, Domine.

Agnus Dei, qui tollis peccata mundi, exaudi nos, Domine.

Agnus Dei, qui tollis peccata mundi, miserere nobis.

Christe, audi nos.

Christe, exaudi nos.

Kyrie eleison.

Christe eleison.

Kyrie eleison.

Pater noster, (secreto)

… et ne nos inducas in tentationem,

Sed libera nos a malo.

Salmo 69

Deus, in adjutórium meum intènde; * Domine ad adjuvàndum me festina. Confundàntur, et revereàntur,* qui quærunt animam meam: Avertàntur retrórsum, et erubéscant, * qui volunt mihi mala: Avertàntur statim erubescéntes, * qui dicunt mihi: Euge, éuge. Exùltent et læténtur in te omnes qui quærunt te, * et dicant semper: Magnificétur Dóminus: qui diligunt salutare tuum. Ego vero egénus, et pàuper sum: * Deus, àdjuva me. Adjùtor meus, et liberator meus es tu: * Domine ne moréris. – Glòria Patri, etc.

V. Salvos fac servos tuos,

R. Deus meus speràntes in te.

V. Esto nobis, Dòmine, turris fortitùdinis,

R. A facie inimici.

V. Nihil proficiat inimicus in nobis.

R. Et filius iniquitàtis non appónat nocére:

V. Dòmine, non secundum peccata nostra fàcias nobis.

R. Neque secundum iniquitàtes nostras retribuas nobis.

V. Oremus prò Pontifice nostro Gregorio,

R. Dominus consérvet eum, et vivificet eum et beàtum faciat eum in terra, et non tradat eum in anima inimicórum éjus.

R. Oremus prò benefactóribus nostris.

R. Ritribùere dignàre, Dòmine, òmnibus nobis bona facientibus propter nomen tuum vitam ætérnam. Amen.

V. Oremus prò fidélibus defùnctis.

R. Requiem ætérnam dona eis, Dòmine, et lux perpétua luceat eis.

V. Requiescant in pace.

R. Amen.

V. Pro fratribus nostris abséntibus.

R. Salvos fac servos tuos, Deus meus, speràntes in te.

V. Mitte eis, Dòmine, auxilium de sancto:

R. Et de Sion tuére eos.

V. Domine, exaudi oratiónem meam.

R. Et clamor meus ad te veniat.

V. Exàudiat nos omnipotens et miséricors Dominus.

R. Amen.

V. Et fidélium ànimæ per misericórdiam Dei requiescant in pace.

R. Amen

Epistola

(Ephes. V., 22-33)

Mulieres viris suis subditæ sint, sicut Domino: quoniam vir caput est mulieris, sicut Christus caput est Ecclesiæ: ipse, salvator corporis ejus. Sed sicut Ecclesia subjecta est Christo, ita et mulieres viris suis in omnibus. Viri, diligite uxores vestras, sicut et Christus dilexit Ecclesiam, et seipsum tradidit pro ea, ut illam sanctificaret, mundans lavacro aquæ in verbo vitæ, ut exhiberet ipse sibi gloriosam Ecclesiam, non habentem maculam, aut rugam, aut aliquid hujusmodi, sed ut sit sancta et immaculata. Ita et viri debent diligere uxores suas ut corpora sua. Qui suam uxorem diligit, seipsum diligit. Nemo enim umquam carnem suam odio habuit: sed nutrit et fovet eam, sicut et Christus Ecclesiam: quia membra sumus corporis ejus, de carne ejus et de ossibus ejus. Propter hoc relinquet homo patrem et matrem suam, et adhærebit uxori suæ, et erunt duo in carne una. Sacramentum hoc magnum est, ego autem dico in Christo et in Ecclesia. Verumtamen et vos singuli, unusquisque uxorem suam sicut seipsum diligat: uxor autem timeat virum suum.

[Le mogli siano sottomesse ai mariti come al Signore; il marito infatti è capo della moglie, come anche Cristo è capo della Chiesa, lui che è il salvatore del suo corpo. E come la Chiesa sta sottomessa a Cristo, così anche le mogli siano soggette ai loro mariti in tutto. E voi, mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola per mezzo del lavacro dell’acqua accompagnato dalla parola, al fine di farsi comparire davanti la sua Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata. Così anche i mariti hanno il dovere di amare le mogli come il proprio corpo, perché chi ama la propria moglie ama se stesso. Nessuno mai, infatti, ha preso in odio la propria carne; al contrario la nutre e la cura, come fa Cristo con la Chiesa, poiché siamo membra del suo corpo. Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due formeranno una carne sola.Questo mistero è grande; lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa! Quindi anche voi, ciascuno daparte sua, ami la propria moglie come se stesso, e la donna sia rispettosa verso il marito.]

Vangelo

(S. Matteo, XIX, 3-6]

Et accesserunt ad eum pharisæi tentantes eum, et dicentes: Si licet homini dimittere uxorem suam, quacumque ex causa? Qui respondens, ait eis: Non legistis, quia qui fecit hominem ab initio, masculum et feminam fecit eos? Et dixit: Propter hoc dimittet homo patrem, et matrem, et adhaerebit uxori suæ, et erunt duo in carne una. Itaque jam non sunt duo, sed una caro. Quod ergo Deus conjunxit, homo non separet.

[Allora gli si avvicinarono alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: È lecito ad un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo? Ed egli rispose: Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina e disse: Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola? Così che non sono più due, ma una carne sola. Quello, dunque, che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi.]

Enciclica casti connubi

…. Mediante il connubio, dunque, si congiungono e si stringono intimamente gli animi, e questi prima e più fortemente che non i corpi, né già per un passeggero affetto dei sensi o dell’animo, ma per un decreto fermo e deliberato di volontà; e da questa fusione di anime, così avendo Dio stabilito, sorge un vincolo sacro ed inviolabile. – Tale natura, affatto propria e speciale di questo contratto, lo rende totalmente diverso, non solo dagli accoppiamenti fatti per cieco istinto naturale fra gli animali, in cui non può esservi ragione o volontà deliberata, ma altresì da quegli instabili connubii umani, che sono disgiunti da qualsivoglia vero ed onesto vincolo di volontà e destituiti di qualsiasi diritto di domestica convivenza. – Da qui già appare manifesto che la legittima autorità ha diritto e dovere di frenare, impedire e punire questi turpi connubii, contrari a ragione e a natura; ma trattandosi qui di cosa che consegue alla stessa natura umana, non è meno certo quello che apertamente ammoniva il Nostro predecessore di f. m. «Nella scelta del genere di vita, non è dubbio che è in potere ed arbitrio dei singoli il preferire l’una delle due: o seguire il consiglio di Gesù Cristo intorno alla verginità, oppure obbligarsi col vincolo matrimoniale. Nessuna legge umana può togliere all’uomo il diritto naturale e primitivo del coniugio; o in qualsivoglia modo circoscrivere la cagione principale delle nozze, stabilita da principio per autorità di Dio: Crescete e moltiplicatevi ». (Leone XIII). …. «Tutti questi — dice Sant’Agostino — sono i beni per i quali le nozze sono buone: la prole, la fede, il sacramento ». Che poi a buon diritto si possa dire che questi tre punti contengono uno splendido compendio di tutta la dottrina sul matrimonio cristiano, ci viene eloquentemente dichiarato dallo stesso Santo quando dice: «Nella fede si provvede che fuor del vincolo coniugale non ci sia unione con un altro o con un’altra; nella prole che questa si accolga amorevolmente, si nutra benignamente, si educhi religiosamente; nel sacramento poi che non si sciolga il coniugio, e che il rimandato o la rimandata nemmeno per ragione di prole si congiunga con altri. Questa è come la regola delle nozze, dalla quale ed è nobilitata la fecondità della natura ed è regolata la pravità dell’incontinenza ». […..]. – Tutto ciò pienamente s’accorda con le severe parole del Vescovo d’Ippona, il quale inveisce contro quei coniugi depravati che s’industriano di evitare la prole; ed ove non ottengano l’intento, non temono di ucciderla. «Talvolta — dice — questa crudeltà impura o impurità crudele giunge fino al punto di ricorrere ai veleni atti a procurare la sterilità e, se non vi riesce, a estinguere con qualche mezzo il frutto concepito e a liberarsene, bramando che la propria prole muoia prima di vivere, o se già viveva nel materno seno, sia uccisa prima di nascere. Per certo, se ambedue sono tali, non sono coniugi: e se tali furono fin da principio, non si congiunsero per connubio, ma piuttosto per turpitudine; se tali non sono tutti e due, oso dire: o che ella, in qualche modo, si prostituisce al marito, o che egli si rende adultero verso di lei ». […..] – Ma inoltre sono da annoverare partitamente altrettanti capi di errori e di corruttele contro la fede coniugale, quante sono le virtù domestiche che questa fede abbraccia: la casta fedeltà dell’uno e dell’altro coniuge; l’onesta soggezione della moglie al marito, e infine il saldo e sincero amore tra i due. … L’animo nobile dei casti coniugi, anche solo per lume naturale respinge e disprezza certamente simili errori, come vanità e brutture; e siffatta voce della natura è approvata e confermata dal comandamento di Dio «Non fornicare », e da quello di Cristo: « Chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso in cuor suo adulterio con lei ». E nessuna consuetudine o pravo esempio e nessuna parvenza di progresso umano potranno mai indebolire la forza di questo divino precetto. Perché come è sempre il medesimo «Gesù Cristo ieri e oggi e nei secoli », così è sempre identica la dottrina di Cristo, della quale non cadrà un punto solo, sino a tanto che tutto sia adempito. I citati maestri di errori che offuscano il candore della fede e della castità coniugale, facilmente scalzano altresì la fedele ed onesta soggezione della moglie al marito … E anche più audacemente molti di essi affermano con leggerezza essere quella una indegna servitù di un coniuge all’altro; i diritti tra i coniugi devono essere tutti uguali, ed essendo essi violati con la servitù di una parte, tali maestri bandiscono superbamente come già fatta o da procurarsi una certa « emancipazione » della donna. Questa emancipazione dicono dovere essere triplice: nella direzione della società domestica, nell’amministrazione del patrimonio, nell’esclusione e soppressione della prole. La chiamano emancipazione sociale, economica, fisiologica; fisiologica in quanto vogliono che la donna, a seconda della sua libera volontà, sia o debba essere sciolta dai pesi coniugali, sia di moglie, sia di madre (e che questa, più che emancipazione, debba dirsi nefanda scelleratezza, già abbiamo sufficientemente dichiarato); emancipazione economica, in forza della quale la moglie, all’insaputa e contro il volere del marito, possa liberamente avere, trattare e amministrare affari suoi privati, trascurando figli, marito e famiglia; emancipazione sociale, in quanto si rimuovono dalla moglie le cure domestiche sia dei figli come della famiglia, perché, mettendo queste da parte, possa assecondare il proprio genio e dedicarsi agli affari e agli uffici anche pubblici. – Ma neppure questa è vera emancipazione della donna, né la ragionevole e dignitosa libertà che si deve al cristiano e nobile ufficio di donna e di moglie; ma piuttosto è corruzione dell’indole muliebre e della dignità materna, e perversione di tutta la famiglia, in quanto il marito resta privo della moglie, i figli della madre, la casa e tutta la famiglia della sempre vigile custode. Anzi, questa falsa libertà e innaturale eguaglianza con l’uomo tornano a danno della stessa donna; giacché se la donna scende dalla sede veramente regale, a cui, tra le domestiche pareti, fu dal Vangelo innalzata, presto ricadrà nella vecchia servitù (se non di apparenza, certo di fatto) e ridiventerà, come nel paganesimo, un mero strumento dell’uomo. … Senonché, contro tutte queste demenze, (dovorziste – ndr.-) sta immobile, Venerabili Fratelli, la legge di Dio, da Cristo amplissimamente confermata, e che non può venire smossa da nessun decreto degli uomini, opinione di popoli o volontà di legislatori: «Quello che Dio ha congiunto, l’uomo non separi » . E se l’uomo ingiuriosamente tenta separarlo, il suo atto sarà del tutto nullo, e resta immutabile quanto Cristo apertamente affermò: « Chiunque rimanda la moglie e ne sposa un’altra, è adultero; e chi sposa la rimandata dal suo marito, è adultero ». E queste parole di Cristo riguardano qualsiasi matrimonio, anche quello soltanto naturale e legittimo, giacché ad ogni vero matrimonio spetta quella indissolubilità, per la quale esso è sottratto, quanto alla soluzione del vincolo, all’arbitrio delle parti e ad ogni potestà laicale. – E qui deve pur essere ricordato il solenne giudizio con il quale il Concilio Tridentino condannò tali insanie di anatema: « Chiunque dice che il vincolo del matrimonio può essere sciolto dal coniuge, a causa di eresia o di molesta coabitazione o di pretesa assenza, sia anatema ». ; e inoltre « Chiunque dice che la Chiesa erra quando ha insegnato e insegna che, secondo la dottrina evangelica ed apostolica, non può essere disciolto il vincolo del matrimonio per l’adulterio di uno dei coniugi, e che nessuno dei due, neanche l’innocente che non diede motivo all’adulterio, può contrarre altro matrimonio, vivente l’altro coniuge, e che commette adulterio tanto colui il quale, ripudiata l’adultera, sposa un’altra, quanto colei che, abbandonato il marito, ne sposa un altro, sia anatema » . Se la Chiesa non errò né erra in questa sua dottrina, e perciò è del tutto certo che il vincolo del matrimonio non può essere sciolto neppure per l’adulterio, ne segue con evidenza che molto minor valore hanno tutti gli altri motivi di divorzio, di molto più deboli, che sogliono o possono allegarsi, e quindi non è da farne alcun conto…..

Rito nunziale

L’officiante, alla presenza di due testimoni, si porta davanti agli sposi e domanda del consenso, dicendo:

Allo Sposo:

 D: Francisce, vis accipere Mariam hic præséntem in tuam legitimam uxérem iuxta ritum sanctæ matris Ecclésiæ? Lo sposo risponde:

R. Volo.

[D. Francesco: Sei contento di prendere Maria, quì presente, come tua legittima sposa, secondo il rito della Santa Madre Chiesa? – Lo sposo risponde: Lo voglio; oppure: sì].

Poi alla sposa:

D. Maria, vis accipere Franciscum hic præséntem in tuum legitimum maritum iuxta ritum sanctæ matris Ecclésiæ? La Sposa risponde:

R. Volo.

[D.  Maria, sei contenta di prendere Francesco, qui presente, come tuo legittimo marito, secondo il rito della Santa Madre Chiesa? La sposa risponde: Lo voglio; oppure: sì]

L’officiante comanda agli sposi di darsi la destra e dice:

Ego coniungo vos in matrimonium in nomine Patris et Fili, et Spiritus Sancti. Amen.

[Io vi congiungo in matrimonio; nel nome del Padre e del Figliuolo, e dello Spirito Santo. Così sia].

Tosto li asperge con l’acqua benedetta. Quindi benedice l’anello dicendo:

V. Adiutorium nostrum in nomine Domini. [Il nostro aiuto è nel nome del Signore.] R. Qui fecit cælum et terram.  [Il quale ha fatto il cielo e la terra].

V. Domine, exaudi orationem meam [Signore, esaudisci la mia preghiera.]

R. Et clamor meus ad te veniat [E il mio grido giunga a Te].

Orazioni

Orémus.

Benedic Domine, annulum hunc, quem nos in tuo nomine benedicimus; ut, quæ eum gestaverit, fidelitàtem integram suo sponso tenens, in pace et voluntàte tua permaneat, atque in mutua caritàte semper vivat. Per Christum Dominum nostrum.

B. Amen.

[Preghiamo. — Benedici, o Signore, questo anello che noi benediciamo nel tuo nome, affinché colei che lo porterà, mantenendosi sempre fedele al suo sposo, stia nella pace e nella tua volontà e viva sempre nella mutua carità. Per Cristo nostro Signore.

R. Così sia].

Quindi consegna l’anello alla sposa dicendo:

In nomine Patris et Filii, et Spiritus Sancti. Amen 

[Nel nome del Padre, e del Figliuolo e dello Spirito. Così sia.]

E soggiunge:

V. Confirma hoc, Deus, quod operatus es in nobis.

R. A templo sancto tuo, quod est in Jerusalem.

Kyrie, eléison.

Christe, eléison.

Kyrie eléison

Pater noster, secréto usque ad:

V. Et ne nos inducas in tentationem.

R. Sed libera nos a malo.

V. Salvos fac servos tuos.

R. Deus meus, speràntes in te.

V. Mitte eis, Domine, auxilium de sancto.

R. Et de Sion tuére eos.

V. Esto eis, Domine, turris fortitudinis,

R. A facie inimici.

V. Domine, exaudi orationem meam.

R. Et clamor meus ad Te veniat.

[V. Conferma, o Dio, quello che hai operato in noi.

V. Dal tuo tempio santo che è in Gerusalemme]

Signore, abbi pietà di noi.

Cristo, abbi pietà di noi.

Signore, abbi pietà di noi.

Padre nostro (in segreto fino a):

V. E non ci indurre in tentazione

R. Ma liberaci dal male

V. Salva i tuoi servi.

R. Che sperano in te, o mio Dio.

V. Manda loro, o Signore, dal santuario, l’aiuto

R. E da Sion difendili.

V. Sii ad essi, o Signore, una torre di fortezza.

R. Di fronte al nemico.

V. Signore ascolta la mia preghiera.

R. Ed il mio grido giunga a te].

Oremus.

Respice, quæsumus, Domine, super nos famulos tuos: et institùtis tuis, quibus Propagationem humani géneris ordinàsti, benignus assiste; ut, qui te auctore iuguntur, te auxiliante servéntur. Per Christum Dominum nostrum.

R. Amen.

[Preghiamo: — Guarda, te ne preghiamo, o Signore questi tuoi servi, e, benigno assisti coloro che hai istituito per la propagazione del genere umano, affinché quelli che sono uniti per opera tua col tuo aiuto ti servano fedelmente. Per Cristo nostro Signore]

Comunione spirituale:

.a) Atto di dolore

Deus meus, ex toto corde, pœnitet me omnium peccatorum meorum eaque detestor, quia peccando, non solum a te justu statuto pœnas promeritus sum, sed præsertim quia offendi te, summum bonum ac qui super omnia diligaris. Ideo fermiter propono, adiuvante gratia tua, me de cœtero non peccaturum, peccandique occasiones proximas fugiturum. Parce, Domine, miserere nostri.

[Dio mio, con tutto il cuore mi pento dei miei peccati e li detesto, perché peccando non solo ho meritato le giuste pene, ma soprattutto perché ho offeso Te, sommo Bene, amato sopra ogni cosa. Pertanto, mi propongo fermamente di non peccare più, e di fuggire le occasioni prossime di peccato. Perdono, Signore, pietà di me.]

.b) ACTUS COMMUNIONIS SPIRITUALIS

164

Gesù mio, credo che Voi state nel santissimo Sacramento. Vi amo sopra ogni cosa e vi desidero nell’anima mia. Giacché ora non posso ricevervi sacramentalmente, venite almeno spiritualmente nel mio cuore. Come già venuto, io vi abbraccio e tutto mi unisco a voi; non permettete che io mi abbia a separare da voi (S. Alfonso M. de’ Liguori).

Fidelibus, qui spiritualis Communionis actum, quavis adhibita formula, elicuerint, conceditur:

Indulgenza trium annorum;

Indulgentia plenaria suetis conditionibus, dummodo quotidie per integrum mensem actus perfectus fuerit.

(S. Pæn. Ap., 7 mart. 1927 et 25 febr. 1933).

Deus Abraham, Deus Isaac, et Deus Jacob sit vobiscum et ipse adimpleat benedictionem suam vobis: ut videbitis filios filiorum vestrérum usque ad tértiam et quartam generationem, et postea vitam ætérnam habeatis sine fine: adjuvante Domino nostro Jesu Christo, qui cum Patre et Spiritu Sancto vivit

R. Amen.

[Il Dio d’ Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe sia con voi, egli compia in voi la sua benedizione, affinché vediate i figli dei vostri figli sino alla terza e alla quarta generazione, e poi abbiate per sempre la vita eterna: coll’aiuto di nostro Signor Gesù Cristo il quale col Padre e collo Spirito Santo vive e regna Dio per tutti i secoli dei secoli.

R. Così sia].

O. Salve Regína,

Mater misericórdiæ, vita, dulcédo, et spes nostra, salve. Ad te clamámus, éxsules fílii Evæ. Ad te suspirámus geméntes et flentes in hac lacrymárum valle. Eia ergo, Advocáta nostra, illos tuos misericórdes óculos ad nos convérte. Et Jesum, benedíctum fructum ventris tui, nobis, post hoc exílium, osténde. O clemens, o pia, o dulcis Virgo Mária.

S. Ora pro nobis, sancta Dei Génitrix.

O. Ut digni efficiámur promissiónibus Christi.

S. Orémus.

Deus, refúgium nostrum et virtus, pópulum ad te clamántem propítius réspice; et intercedénte gloriósa, et immaculáta Vírgine Dei Genitríce María, cum beáto Joseph, ejus Sponso, ac beatis Apóstolis tuis Petro et Paulo, et ómnibus Sanctis, quas pro conversióne peccatórum, pro libertáte et exaltatióne sanctæ Matris Ecclésiæ, preces effúndimus, miséricors et benígnus exáudi. Per eúndem Christum Dóminum nostrum. Amen.

O. Sancte Míchaël Archángele,

defénde nos in prǽlio; contra nequítiam et insídias diáboli esto præsídium. Imperet illi Deus, súpplices deprecámur: tuque, Princeps milítiæ Cæléstis, sátanam aliósque spíritus malígnos, qui ad perditiónem animárum pervagántur in mundo, divína virtúte in inférnum detrúde. Amen.

S. Cor Jesu sacratíssimum.

O. Miserére nobis.

S. Cor Jesu sacratíssimum.

O. Miserére nobis.

S. Cor Jesu sacratíssimum.

O. Miserére nobis.

Consacrazione della famiglia

Formula,

O Gesù Redentore nostro amabilissimo, che, venuto ad illuminare il mondo colla dottrina e coll’esempio, la maggior parte della vostra Vita mortale, voleste passare umile e soggetto a Maria ed a Giuseppe nella povera casa di Nazaret, santificando quella Famiglia che doveva essere l’esemplare di tutte le famiglie cristiane, accogli

la nostra che ora a Voi si consacra. Voi proteggetela, Voi custoditela, e stabilite in essa il santo timor vostro, la pace e la concordia della cristiana carità, affinché, uniformandosi al divino modello della vostra Famiglia, possa conseguire tutta intera, nessuno escluso, l’eterna beatitudine.

Maria, Madre amorosa di Gesù e Madre nostra, colla vostra pietosa intercessione rendete accetta a Gesù questa umile offerta, ed otteneteci le sue grazie e benedizioni.

O Giuseppe, custode di Gesù e di Maria, sovveniteci colle vostre preghiere in ogni spirituale e temporale necessità; sicché possiamo con Maria e con Voi eternamente benedire il divino nostre Redentore Gesù.

Te Deum

Te Deum
Te Deum laudámus: * te Dóminum confitémur.
Te ætérnum Patrem * omnis terra venerátur.
Tibi omnes Ángeli, * tibi Cæli, et univérsæ Potestátes:
Tibi Chérubim et Séraphim * incessábili voce proclámant:

(Fit reverentia) Sanctus, Sanctus, Sanctus * Dóminus Deus Sábaoth.

Pleni sunt cæli et terra * majestátis glóriæ tuæ.
Te gloriósus * Apostolórum chorus,
Te Prophetárum * laudábilis númerus,
Te Mártyrum candidátus * laudat exércitus.
Te per orbem terrárum * sancta confitétur Ecclésia,
Patrem * imménsæ majestátis;
Venerándum tuum verum * et únicum Fílium;
Sanctum quoque * Paráclitum Spíritum.
Tu Rex glóriæ, * Christe.
Tu Patris * sempitérnus es Fílius.

Fit reverentia
Tu, ad liberándum susceptúrus hóminem: * non horruísti Vírginis úterum.

Tu, devícto mortis acúleo, * aperuísti credéntibus regna cælórum.
Tu ad déxteram Dei sedes, * in glória Patris.
Judex créderis * esse ventúrus.

Sequens versus dicitur flexis genibus
Te ergo quǽsumus, tuis fámulis súbveni, * quos pretióso sánguine redemísti.

Ætérna fac cum Sanctis tuis * in glória numerári.
Salvum fac pópulum tuum, Dómine, * et bénedic hereditáti tuæ.
Et rege eos, * et extólle illos usque in ætérnum.
Per síngulos dies * benedícimus te.

Fit reverentia, secundum consuetudinem
Et laudámus nomen tuum in sǽculum, * et in sǽculum sǽculi.

Dignáre, Dómine, die isto * sine peccáto nos custodíre.
Miserére nostri, Dómine, * miserére nostri.
Fiat misericórdia tua, Dómine, super nos, * quemádmodum sperávimus in te.
In te, Dómine, sperávi: * non confúndar in ætérnum.

[Ti lodiamo, o Dio: * ti confessiamo, o Signore.
Te, eterno Padre, * venera tutta la terra.
A te gli Angeli tutti, * a te i Cieli e tutte quante le Potestà:
A te i Cherubini e i Serafini * con incessante voce acclamano:

(chiniamo il capo) Santo, Santo, Santo * è il Signore Dio degli eserciti.

I cieli e la terra sono pieni * della maestà della tua gloria.
Te degli Apostoli * il glorioso coro,
Te dei Profeti * il lodevole numero,
Te dei Martiri * il candido esercito esalta.
Te per tutta la terra * la santa Chiesa proclama,
Padre * d’immensa maestà;
L’adorabile tuo vero * ed unico Figlio;
E anche il Santo * Spirito Paraclito.
Tu, o Cristo, * sei il Re della gloria.
Tu, del Padre * sei l’eterno Figlio.

Chiniamo il capo:
Tu incarnandoti per salvare l’uomo, * non disdegnasti il seno di una Vergine.

Tu, spezzando il pungolo della morte, * hai aperto ai credenti il regno dei cieli.
Tu sei assiso alla destra di Dio, * nella gloria del Padre.
Noi crediamo che ritornerai * qual Giudice.

Il seguente Versetto si dice in ginocchio.
Te quindi supplichiamo, soccorri i tuoi servi, * che hai redento col prezioso tuo sangue.

Fa’ che siamo annoverati coi tuoi Santi * nell’eterna gloria.
Fa’ salvo il tuo popolo, o Signore, * e benedici la tua eredità.
E reggili * e innalzali fino alla vita eterna.
Ogni giorno * ti benediciamo;
Chiniamo il capo, se è la consuetudine del luogo.
E lodiamo il tuo nome nei secoli, * e nei secoli dei secoli.

Degnati, o Signore, di preservarci * in questo giorno dal peccato.
Abbi pietà di noi, o Signore, * abbi pietà di noi.
Scenda sopra di noi la tua misericordia, * come abbiamo sperato in te.
Ho sperato in te, o Signore: * non sarò confuso in eterno.]

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IL GIORNO XX …… SI E’ CELEBRATO il:

MATRIMONIO

 CONTRATTO secondo il rito di Santa Madre Chiesa Cattolica Romana (Motu Proprio S. S. Pio XII, 22. 2. 1949: Disciplina Sacramenti matrimoni pro ecclesia orientali. Tra:

N. N. e N. N.

TESTIMONI:

Sig. N. N. e

Sig, N. N.

FIRME:

………………………………………                                    …………………………………………..

                                                                   TESTIMONI:

……………….…………………………….                               …………………………………………………….

Luogo e data.

LO SCUDO DELLA FEDE (183)

A. D. SERTILLANGES, O. P.

CATECHISMO DEGLI INCREDULI (XX)

[Versione autoriz. Dal francese del P. S. G. Nivoli, O. P. – III ristampa. S. E. I. – Torino 1944]

LIBRO TERZO

LA CHIESA

III. L’ORGANIZZAZIONE DELLA CHIESA

b) ll Papa.

D. Qual è, esattamente, quel potere centrale che tu attribuisci al Papa?

R. È un potere plenario, perché è quello stesso di Cristo.

D. Uno stesso potere plenario può appartenere così a due persone?

R. È il caso di ogni potere esercitato da un vicario, È proprio dell’essenza di un vicariato di non costituire alcun grado gerarchico nuovo. Un ambasciatore, nei limiti de’ suoi poteri, non è un’autorità posta al di sotto del suo principe: egli esercita l’autorità dello stesso principe. Così il Papa esercita nella Chiesa l’autorità di Cristo; governa nel nome di Cristo, non formando con Lui, come Vicario, se non un solo ed unico potere, e facendo la stessa parte di fondamento, riguardo all’edificio spirituale, congiuntamente a Colui che lo chiamò Pietra, o Roccia, e che ha detto se stesso pietra angolare.

D. Che cosa importa questa autorità?

E. Essa comprende nella loro pienezza e centralizzandoli i tre poteri che ho già menzionato attribuendoli a tutto il gruppo apostolico, cioè il magistero dottrinale, il governo, e il ministero, o potere sacramentale.

D. Riguardo ai Sacramenti stessi, il Papa avrebbe un potere speciale?

R. Relativamente all’azione sacramentale, no; quindi egli non è che un sacerdote e un Vescovo come gli altri; ma in quanto all’uso che se ne fa e in quanto ai riti che lo accompagnano, egli è il primo così come in tutto il resto. È il maestro della liturgia, dispone l’insieme e i particolari del culto divino, a fine di dare alla misticità della Chiesa dei mezzi in rapporto coi tempi, coi luoghi e con le persone.

D. Che cosa intendi per il suo governo?

E. Egli ha un’autorità legislativa plenaria e immediata sopra la Chiesa intera; vale a dire che nel suo dominio, che è quello del soprannaturale, egli può dare ordini a ciascuno e a tutti, individui e gruppi, fedeli, pastori, chiese particolari o Chiesa universale. Con ciò è giudice supremo, e il suo giudizio è naturalmente inappellabile, salvoché, essendo egli uscito dal suo ufficio, non meriti che si dica, come a torto fece Pascal nel momento de’ suoi oblii giansenisti: Ad tuum, Domine Jesu, tribunal appello. Finalmente il potere legislativo e giudiziario del Sommo Pontefice suppone come conseguenza il potere di applicare delle sanzioni; ben inteso, conforme alla natura della sua giurisdizione: donde le pene canoniche, delle quali egli è il supremo dispensatore.

D. Ma che cosa è, principalmente, questo potere dottrinale, questo «magistero » che tu presti al tuo Pontefice? Cristo non ha forse detto parlando di se stesso: Voi non avete che un solo Maestro?

R. Ho spiegato or ora che il magistero del Papa è quello stesso di Cristo. Il Papa non pretende d’insegnare qualsiasi cosa dopo Cristo; ma egli è il capo tra quelli a cui fu detto: Andate e ammaestrate tutte le nazioni, insegnando loro quello che vi ho detto.

D. Il Papa non è dunque altro che un ripetitore?

E. Se così ti piace. Egli è il capo ripetitore della divina lezione data agli uomini. Egli conferma i suoi fratelli nella fede; organizza il simbolo, lo interpreta, lo difende, dirime da sovrano le questioni che esso suscita, serve di ultimo ricorso nelle dispute che tali questioni non possono mancar di far nascere tra gli uomini.

D. Tu pretendi che, in tutto questo, il Papa è infallibile?

R. Egli è infallibile in condizioni definite, cioè quando parla appunto come giudice della dottrina, nei limiti dell’oggetto assegnato a questa dottrina, e quando, rivolgendosi alla Chiesa universale, intende di obbligarla tutta.

D. Perché l’infallibilità?

R. Un illustre protestante (Augusto Sabatier) ha stabilito

questa proposizione: « Un dogma indiscutibile suppone una Chiesa infallibile ». Egli conclude, da parte sua, col respingere ogni dogma fisso: ma la sua dimostrazione resta.

D. In che consiste essa?

R. Nel dimostrare psicologicamente, socialmente, e nel fatto, quello che diventa un insegnamento, fuori della salvaguardia di un’autorità vivente e indiscutibile. Quest’insegnamento fa capo, salvo illogismi fortunatamente frequenti, a ciò che Andrea Gide chiama «la più grande liberazione », cioè il nulla dottrinale e l’immoralismo.

D. Questo, dici tu, si vede nel fatto?

R. Le sette che presero il loro contegno di riserva sono arrivate a uno sbriciolamento tanto più accentuato, quanto più vivevano; il ristagno di alcune prova semplicemente la loro morte. A questo punto, tra i dissidenti, si scrivono libri sopra libri, per dilucidare questo problema primordiale: qual è l’essenza del Cristianesimo? Durante questo tempo, la Chiesa vive e fa vivere.

D. Anche gli altri vivono

R. È un vivere il dissociarsi? Ogni dissociazione è una cadaverizzazione. La Chiesa vive per la sua unità, e vive potentemente per la sua certezza. L’infallibilità è la forza della Chiesa, perché le dà la piena sicurezza di se stessa di fronte al divino.

D. Si permetterebbe alla Chiesa di affermare se stessa, se non fosse così pronta a condannare tutto.

R. «Una delle condizioni essenziali dell’affermazione è la negazione e la distruzione » (NIETZSCHE).

D. Una tale correlazione ha i suoi limiti. Se la Chiesa facesse delle concessioni, ci si potrebbe intendere con essa; ma si resta offesi della sua intransigenza.

R. L’intransigenza della Chiesa è una conseguenza della sua certezza e dell’urgenza del suo insegnamento. Fare delle concessioni sarebbe per lei un abbandonare ciò che non le appartiene, abbandonare il bene divino, abbandonare il mezzo di salute degli uomini; sarebbe dunque tradire.

D. Per mantenere una verità, la tua Chiesa ne può distruggere altre.

R. Considera quello che la Chiesa distrugge. Che cosa colpiscono i suoi anatemi? Forse idee positive, forse affermazioni che si possono credere feconde? No; ma sempre negazioni, esclusioni, punti di vista parziali che, per la loro parzialità, squilibrano il vero e l’annullano. Nel modernismo, per esempio, ultima delle sue grandi vittime, quello che la Chiesa ha condannato, non è l’immanentismo in ciò che esso ha di positivo, ma un immanentismo opposto alla trascendenza del soprannaturale e a una rivelazione esteriore; non è neppure l’asserzione che la religione fosse un sentimento, ma che essa non fosse che un sentimento, ad esclusione di una dottrina netta e fissa. E così del resto. Ho già detto che il Cattolicismo aduna tutto ciò che vi è di positivo e di sano nelle religioni e nelle filosofie che si dividono il mondo. Dunque i suoi anatemi sono invero degli allargamenti, non degli impedimenti; sono degli inviti a conservare la grande via e ad evitare tutti i sentieri pantanosi.

D. Perché questa brutta parola: anatema?

R. Essere anatema significa essere collocato fuori. Quando fulmina l’anatema, la Chiesa dichiara che questi o quegli non è più suo, e ripeto che non è affatto perché egli affermi qualche cosa, ma perché nega o riduce qualche cosa. – Ciò che si assicura è che l’errore non cade mai sul proprio oggetto della Chiesa, e della Chiesa che pronunzia la sua propria legge, in condizioni che impegnano la sua divina autorità, condizioni che essa stessa definisce nel modo più preciso. Su questo punto si dovrebbe portare la contesa; ma sarebbe invano.

D. Quello che urta ancora è quell’immutabilità, quella rigida fissità, in un mondo dove tutto cambia, e dove è necessario che tutto cambi.

R. Su questo noi ci siamo spiegati. La Chiesa cambia, poiché glielo rimproverano dicendo che ella non fu fedele alle sue origini. Le rimproverano tanto i suoi cambiamenti quanto la sua immutabilità. Bisognerebbe tuttavia scegliere, o piuttosto comprendere. I cambiamenti della Chiesa sono le evoluzioni e gli adattamenti della vita; l’immutabilità della Chiesa è la fissità del tipo e dei caratteri generali della vita. Dato quello che è la Chiesa, organizzazione del soprannaturale, l’immutabilità è in lei di prima necessità; è « la fissità dell’istante in cui l’eterno è entrato nel tempo » (ERIK PETERSON).

D. Lasciamo la Chiesa: sì trattava del Papa; assicurare che egli è infallibile, non è forse un fare di un uomo un Dio?

R. No; come di un flauto, anche se suonato benissimo, non si fa un virtuoso.

D. Il flauto non ha pensiero musicale; il Papa ha un pensiero dogmatico.

R. Il pensiero dogmatico del Papa, secondo che è a lui proprio, non c’impegna in nessun modo; anche certo, esso non appoggia la nostra fede. Certi Papi hanno scritto dei volumi di teologia che si discutono come gli altri, e che hanno molto minore autorità nella Chiesa di quelli del semplice monaco Tommaso d’Aquino.

D. Su che cosa dunque ti appoggi tu qui?

R. Sull’esercizio d’un ufficio garantito da Cristo, che dice: Pietro, io ho pregato. per te, affinché la tua fede non venga meno, e tu conferma i tuoi fratelli.

D. Tu non vedi dunque nel Papa un uomo miracoloso?

R. È un uomo come gli altri; ma il suo compito non è come gli altri.

D. Ad ogni modo tu fai di questo compito qualcosa fuori dell’umanità.

R. Se esso fosse dell’umanità e non la oltrepassasse in qualche modo, come aiuterebbe secolarmente l’umanità stessa ad oltrepassarsi? Si tratta del soprannaturale, in cui l’uomo non ha da se stesso alcuna competenza. Cristo ci ha dato il soprannaturale; ma non è forse noto che una cosa non si conserva se non con gli stessi mezzi che servirono ad acquistarla?

D. Insomma, il tuo Papa fa la parte di un superuomo, dunque è un superuomo.

R. Bisogna lasciare questa interpretazione all’ignoranza, alla mala fede semicosciente o all’imperdonabile leggerezza di alcuni dissidenti. Il nostro Papa non è un superuomo; ma un debole mortale assistito. Egli non trae benefizio da nessun miracolo psicologico. Prima delle sue definizioni, egli non ne è più sicuro di noi; dopo, è tenuto come noi ad aderirvi, come una cosa che lo supera e di cui non è stato che l’organo. Solamente, Cristo ha pregato per lui, e ciò basta. Colui che il Padre esaudisce sempre ha inteso, con questo mezzo, di mantenere nella sua umanità religiosa il minimo di verità indispensabile e i considerandi essenziali delle sue leggi. Noi crediamo quello che Egli disse; noi, poste tutte le condizioni, abbiamo fede nella onnipotente salvaguardia.

D. Come si può esercitare questa salvaguardia?

R. La Provvidenza ha dei mezzi infiniti; questi mezzi si precisano in ciascun caso secondo le circostanze e secondo le esigenze di questo caso. Quello che bisogna ritenere si è che egli non agisce per miracolo; noi non attribuiamo al Papa nessuna rivelazione particolare; egli s’informa come noi; si decide secondo le stesse regole nostre; il suo verdetto è soltanto l’oggetto d’una speciale provvidenza, che rassicura la nostra fede.

D. Il privilegio dell’infallibilità appartiene al Papa esclusivamente?

R. Esso appartiene alla Chiesa; appartiene, in vista della Chiesa, al gruppo apostolico anzitutto, e solo come capo del gruppo apostolico se ne trova investito il Papa personalmente.

D. Dunque i Concilii godono dell’infallibilità.

R. Sì, ma nella loro unità, che non è loro procurata se non dal capo, sotto la dipendenza dal capo. Di modo che un Concilio non presieduto o non confermato dal Papa è senza autorità dottrinale.

D. Qual è il rapporto preciso di queste due infallibilità?

R. L’infallibilità del gruppo apostolico e del corpo episcopale suo successore è un’infallibilità confermata; quella di Pietro e del Papa suo successore è un’infallibilità che conferma. Quello che dice il Concilio senza il Papa, o tanto più contro il Papa, è nullo; quello che dice il Papa senza il Concilio è sufficiente da solo.

D. Da che dipende quest’ultima prerogativa?

R. È una questione di costituzione. Si tratta di sapere se il Papa da se solo, rappresenti sufficientemente la Chiesa, rappresenti sufficientemente il gruppo apostolico organo della Chiesa; ora, appoggiati sulle parole di Cristo e sulla tradizione secolare, confermate tutt’e due e proclamate nel concilio Vaticano, noi diciamo di sì. Non è questa un’esaltazione del Papa come persona: « Considerando la Chiesa come unità, il Papa che ne è il capo, è come tutto. Considerandola come moltitudine, il Papa non ne è che una parte » (PASCAL).

D. Se l’infallibilità è essenziale alla Chiesa, perché è stata definita così tardi?

R. Essa esisteva e si esercitava prima di essere definita, e ciò che era essenziale alla Chiesa era la sua esistenza, era il suo esercizio e non la sua definizione.

D. Ma si esercitava veramente nella sua pienezza?

R. Niente si esercita subito nella sua pienezza, in seno a un organismo vivente. La Chiesa è un vivente, ancora una volta; da principio, tutto si trova in stato embrionale, poi nello stato progressivo, finalmente nello stato compiuto, e il sentimento che se ne ha segue le stesse tappe, perché la vita riconosce se stessa vivendo.

D. Prima del concilio Vaticano, il Papa non sapeva dunque di essere infallibile?

R. Non lo sapeva con la stessa certezza, con una piena certezza di fede.

D. È strano.

E. È invece affatto naturale, se tu ti riferisci alle leggi della vita, aggiungendo che qui si tratta di una vita soprannaturale. L’infallibilità della Chiesa non è altro che la sua vitalità dottrinale conservata e manifestata alla sua ora dallo Spirito che risiede in lei, come il vigore del germe è conservato e manifestato dal « genio della specie » in una discendenza vivente.

D. E che cosa è che decise, finalmente, della definizione?

F. Sembrò venuto il momento, per la Chiesa, di poggiare pienamente in sé; di darsi quella forza di esistere e di operare col suo organismo al completo, in piena luce; di allontanare le contraddizioni, di fissare le esitazioni, che indefinitamente sarebbero possibili, anche nei più fedeli finché la questione di fiducia, se si può parlare così — qui di fiducia divina — non fosse stata posta risolutamente; di vincere anche delle illusioni che, sotto pretesto di « comporsi con la civiltà moderna », tendevano ad assimilare il governo divino della Chiesa alle costituzioni democratiche sparse dovunque, ecc., ecc…. io non pretendo d’immischiarmi in tutte le intenzioni della Chiesa.

D. Come mai questa opportunità non sì produsse se non dopo duemila anni?

R. Perché un uomo non ha la sua piena costituzione se non in un’età avanzata, relativamente al tempo che egli deve passare sopra la terra? I destini della Chiesa coincidono con quelli della nostra stirpe; pensando a una tale vita, universale e onnitemporale, si ha ben il diritto di dire con S. Pietro; Mille anni sono come un giorno, e un giorno come mille anni. L’assestamento definitivo del Papato nel suo compito storico è un fatto parallelo all’assestamento della vera Religione sopra la terra. Qui e là, ci fu un ritardo considerevole, diversamente motivato, ma normale relativamente alle durate d’insieme.

D. Questo fatto nuovo costituisce dunque per te un vero punto di partenza?

R. È un punto di partenza, perché è il Cristo pienamente manifestato e riconosciuto nella sua rappresentanza temporale. Perciò a quei che pretendono che la Chiesa muore io risponderò: la Chiesa incomincia. La coesione interiore e lo splendore delle funzioni centrali è un segno di vita quale non fu mai, poiché è il contrario della cadaverizzazione anarchica. Ogni popolo in procinto di perire lacera se stesso in convulsioni: è la legge universale. Ogni popolo uno, in un ambiente in cui la sua esistenza conserva una ragione di essere, è sicuro dell’avvenire.

D. Vi sarà dunque sempre una Chiesa, e alla sua testa vi sarà sempre un Papa?

R. Vi sarà sempre una Chiesa, perché Cristo ha chiuso per lei le porte della morte. Vi sarà sempre un Papa, se almeno si può chiamare sempre la durata d’un piccolo pianeta e la vita di una umanità alla sua superficie. Nella sua apoteosi ultima, che consisterà nel raggiungere il suo Cristo veniente « sopra le nubi del cielo », il Papato morirà finalmente, ma come muoiono, nel crepuscolo mattutino, nel grande irradiamento che incomincia, le tarde stelle.

27 NOVEMBRE: SUPPLICA DELLA MEDAGLIA

Supplica della Medaglia Miracolosa

Da farsi verso le 5,30 di sera del 27 novembre, del 27 di ogni mese ed in ogni urgente necessità.

O Vergine Immacolata, noi sappiamo che sempre ed ovunque siete disposta ad esaudire le preghiere dei vostri figli esuli in questa valle di pianto, ma sappiamo pure che vi i sono giorni ed ore, in cui vi compiacete di spargere più abbondantemente i tesori delle vostre grazie. Ebbene o Maria, eccoci qui prostrati davanti a Voi, proprio in quello stesso giorno ed ora benedetta, da Voi prescelti per la manifestazione della vostra medaglia. – Noi veniamo a Voi ripieni di immensa gratitudine e di illimitata fiducia, in quest’ora a Voi sì cara, per ringraziarvi del gran dono che ci avete fatto dandoci la vostra immagine, affinché fosse per noi attestato di affetto e pegno di protezione  . Noi adunque vi promettiamo che, secondo il vostro desiderio, la santa Medaglia sarà la nostra compagna indivisibile; sarà il segno della vostra presenza presso di noi; sarà il nostro libro su cui impareremo a conoscere quanto ci avete amato e ciò che noi dobbiamo fare, perché non siano inutili tanti sacrifici vostri e del vostro divin Figlio. Sì, il vostro Cuore trafitto, rappresentato sulla Medaglia, poggerà sempre sul nostro e lo farà palpitare all’unisono col vostro. Lo accenderà d’amore per Gesù e lo fortificherà a portar ogni giorno la propria croce dietro a Lui. – Questa è l’ora vostra, o Maria, l’ora della vostra bontà inesauribile, della vostra misericordia trionfante, l’ora in cui faceste sgorgare per mezzo della vostra Medaglia, quel torrente di grazia e di prodigi che inondò la terra. Fate, o Madre, che quest’ora, che vi ricorda la dolce commozione del vostro Cuore, la quale vi spinse a venirci a visitare ed a portarci il rimedio di tanti mali, fate che quest’ora sia anche l’ora nostra: l’ora della nostra sincera conversione, e l’ora del pieno esaudimento dei nostri voti. – Voi che avete promesso proprio în quest’ora fortunata, che grandi sarebbero state le grazie per chi le avesse domandate con fiducia, volgete benigna i vostri sguardi alle nostre suppliche. Noi confessiamo di non meritare le vostre grazie, ma a chi ricorreremo, o Maria, se non a Voi, che siete la Madre nostra, nelle cui mani Dio ha posto tutte le sue grazie? Abbiate dunque pietà di noi. Ve lo domandiamo per la vostra Immacolata Concezione e per l’amore che vi spinse a darci la vostra preziosa Medaglia. O Consolatrice degli afflitti che già vi inteneriste sulle nostre miserie, guardate ai mali da cui siamo oppressi. Fate che la vostra Medaglia sparga su di noi e su tutti i nostri cari i suoi raggi benefici: guarisca i nostri ammalati, dia la pace alle nostre famiglie, ci scampi da ogni pericolo. Porti la vostra Medaglia conforto a chi soffre, consolazione a chi piange, luce e forza a tutti. Ma specialmente permettete, o Maria, che in quest’ora solenne domandiamo al vostro Cuore Immacolato la conversione dei peccatori, particolarmente di quelli che sono a noi più cari. Ricordatevi che anch’essi sono vostri figli, che per essi avete sofferto, pregato e pianto. Salvateli, o Rifugio dei peccatori, affinché, dopo di avervi tutti amata, invocata e servita sulla terra, possiamo venirvi a ringraziare e a lodare eternamente in Cielo. Così sia.

Salve Regina e tre volte: O Maria concepita senza peccato, pregate per noi che ricorriamo a Voi.

IL SEGNO DELLA CROCE (19)

IL SEGNO DELLA CROCE AL SECOLO XIX (19)

PER Monsig. GAUME prot. apost.

TRADOTTO ED ANNOTATO DA. R. DE MARTINIS P. D. C. D. M.

LETTERA DECIMAOTTAVA.

15 dicembre.

L’onore comanda si preghi prima e dopo il pranzo. — La preghiera sugli alimenti è antica quanto il mondo, estesa come il genere umano. — Prove BENEDICITE e GRATIAS di tutti i popoli. — Trasandarle è un assomigliarsi agli esseri che non appartengono alla specie umano. — Benedire la mensa è una legge della umanità.

Mio caro Amico, L’onore è la seconda ragione, che ci obbliga a restar fedeli all’antico uso del segno della croce aranti e dopo il pranzo. I tuoi compagni al contrario ostentano credere essere onorevole cosa lo astenersene, ed eglino dicono: Non voglio che altri mi rimarchi, e che si burli di me. Facciamo l’autopsia di questo nuovo pretesto. – Innanzitutto la ragione, ed il vedemmo, condanna quelli che disprezzano la croce, epperò l’onore non saprebbe essere per loro, poiché non lo si trova con lo sragionare. Aggiungono, non voler essere notati. Impossibile! che che eglino facciano, saranno sempre notati, e rimarcati. Io non li credo sì infelici da non trovarsi mai con veri Cattolici allo stesso desco, ed allora, per fermo, saranno necessariamente e ben tristamente osservati. È vero che ciò per essi, come dicono, è indifferente; ma questo disprezzo è poi fondato? Qui ritorna la quistione degli uni e degli altri che abbiamo già risoluta. Lo scherno, di che tanto s’impaurano, segue sempre l’osservazione, solo presso il vero Cattolico, questa si rimuta in un sentimento di compassione verso di loro. – Contentandomi d’esporre i tuoi compagni, e quelli che ad essi si assomigliano alle osservazioni de’ Cattolici, uso indulgenza con esso loro; avvegnaché eglino, come vedrai, astenendosi dal pregare innanzi e dopo il pranzo, pel pretesto di non farsi notare, si disonorano al cospetto di tutta la umanità: sieguimi nel mio ragionare. – Quegli si disonora agli occhi di tutta l’umanità che volontariamente si pone nel rango delle bestie. Ora sino a’ dì nostri non si conosceva in natura che una sola specie di esseri che mangiasse senza pregare, ma di presente due: le bestie e quelli che loro si assomigliano. Dico che loro si assomigliano, perchè tra un uomo che mangia senza pregare ed un cane, quale differenza vi trovi tu? Per me io non ve ne trovo alcuna, e l’Accademia è con me. Bipede o quadrupede, seduto o coricato, gracidando, ciarlando o grugnando, essi sono gli uni come gli altri; poiché con le mani, o con le branche, gli occhi, il cuore, i denti immersi nella materia, divorano stupidamente il loro pasto senza elevare la testa verso la mano che lo dona. L’uomo che agisce di siffatto modo si degrada; egli da bestia mettesi a tavola, bestialmente vi dimora, e come bestia ne sorte. – La mia proposizione ti sembra troppo assoluta, e tu esclami: È poi vero, mi dici, che per lo innanzi non si conoscesse che le sole bestie, i buoi, gli asini, i muli, i porci, le ostriche, mangiassero senza pregare? Nulla v’ha di più vero. La preghiera sugli alimenti è antica quanto il mondo, estesa quanto il genere umano. Dai primordi dell’antichità la si trova presso gli Ebrei. « Quando tu avrai mangiato e sarai satollo, dice la legge di Mosè, benedici il Signore » (Cum comederis et satiatus fueris, dicas Domino. – Deuter. VIII. 10). Ecco la preghiera sugli alimenti. Fedeli a tale comando gli Ebrei usavano tali cerimonie nel benedire la mensa, che il padre circondato dai figli, diceva: Benedetto sia il Signore Dio nostro, la cui bontà concede il cibo ad ogni creatura. Quindi presa una coppa di vino nella destra la benediceva, dicendo: Benedetto il Signore nostro Dio, che ha creato il frutto della vite. Egli lo gustava il primo, e poi passavala a’ convitati. In seguito, preso il pane con ambe le mani, continuava dicendo: Lodato e benedetto sia il Signore Dio nostro, che ha creato il pane dalla terra. Lo spezzava, ed imboccatone un pezzo, lo passava agli altri. Dopo tutto questo cominciava la mensa. E se accadesse cangiar di vino, o, che nuova vivanda si apprestasse, si facevano nuove benedizioni, perchè ogni alimento venisse purificato e consacrato. Il pranzo era seguito da un cantico di ringraziamento (Ex his homnibus apparet, veteres illos Iudaeos, null os cibos absque benedictione et gratiarum actions sumere fuisse solitos. (Stukius, Antiq. convivial, lib. II, c. 36). Tutti questi riti diventano a dismisura più venerandi da che sono stati consacrati dallo stesso Figlio di Dio, e nulla potrebbe meglio mostrare la importanza di essi. In effetti, che fa l’adorabile Maestro del genere umano nell’ultima sua cena, quando unito a’ cari discepoli mangia l’agnello pasquale (Et aceepto calice, gratias egit et dixit: accipite et dividite inter vos. (Luc. XXII, 17)? Qual cosa fa egli quando dopo la cena canta con i suoi discepoli il cantico di ringraziamento? Et hymno dicta exierunt in montem Oliveti (Marc XIV). Egli si conforma religiosamente agli usi della santa nazione. V’hanno altresì ben altre circostanze, in cui vediamo il modello eterno dell’uomo pregare innanzi prendesse il cibo, o che ad altri il desse! Egli rompe i pani, e fatti in pezzi i pesci li distribuisce al popolo; ma, prima eleva al cielo gli occhi e benedice quel cibo (Marc. VIII. — Math. XIV). Tutte queste espressioni, secondo i padri, mostrano la benedizione degli alimenti, e che il Verbo incarnato l’ha fatto per insegnarci di non prendere cibo alcuno senza benedirlo, e rendere a Dio le grazie (Consecrat sive benedicit panes … , ut me doceret, ut mensam attingentes gratias prius agamus, et deinceps cibum capiamus etc. (Theophylact. in Math. XIV). – Non v’ha da meravigliare se troviamo in uso presso i primi Cristiani la benedizione della mensa; poiché le azioni dell’Uomo-Dio erano la regola della loro condotta, e gli Apostoli le ricordavano loro di continuo. « Presso di noi, dice Polidoro Virgilio, v’ha il costume di benedire la mensa innanzi il pranzo; e ciò per imitare il Signor Nostro. L’Evangelio ci ricorda ch’Egli di essa usò si nel deserto, benedicendo i pani, che in Emmaus, alla mensa de’ discepoli » (Apud Stukium, p. 428).). E Tertulliano aggiunge: « Con la preghiera comincia e finisce il pranzo » (Oratio auspicatur et claudit cibum. – Tertull. Apologet). – Potrei a queste autorità aggiunger quelle del Grisostomo, di S. Girolamo, di Origene, de’ Padri latini e greci, ma non è mestieri citarli, avvegnaché il fatto non è messo in dubbio. Dirò solo, che abbiamo il Benedicite ed il Gratias in magnifici versi di Prudenzio: Christi prius Genitore pofens. Siffatti cantici provano a filo ed a segno, quanta coscienza si facessero i nostri avi di conformarsi agli esempi di Nostro Signore, come questi erasi conformato all’uso degli antichi Israeliti, che ubbidivano in ciò al comando di Dio. Noi abbiamo altresì in prosa queste formole di benedizioni, e noi riporteremo questi monumenti della veneranda nostra antichità. Innanzi il pranzo: « O voi che apprestate il nutrimento a quanti respirano, benedite gli alimenti che prendiamo. Voi avete detto, cha se accadesse bere qualche cosa avvelenata, questo non ci apporterebbe nocumento alcuno, se invocassimo il vostro nome, avvegnaché voi siete onnipotente. Togliete da questi alimenti quanto può esservi di nocevole, e male per noi » (Mamachi: Costumi de’primitivi Cristiani, t. 2, p. 47. Origen, in Joan., p. 36). E dopo il pranzo: « Benedetto mille volte siate, o Signore, che ci avete nudrito sin dalla infanzia nostra, e con noi tutto, che respira. Colmate i nostri cuori di gioia, perchè facile ci torni compiere ogni maniera di buone opere per Gesù Cristo Signor nostro, cui, con voi, e con lo Spirito Santo sia gloria, onore e potenza. Cosi sia » (Stukius, ubi supra, p. 129). – Queste formole profondamente filosofiche, come tosto vedremo, hanno attraversato i secoli, e, o nella loro primitiva integrità, o con qualche modificazione, sono in uso fra Cattolici fino ad oggidì. I protestanti, malgrado la loro avversione agli usi cattolici, l’hanno conservate , e buon numero di famiglie in Alemagna ed Inghilterra, non tralasciano la preghiera innanzi il pranzo. Ma quello che potrà sembrare più strano, è la benedizione della mensa in uso presso i pagani. Si, mio caro Federico, questi modelli di obbligo per la gioventù da collegio, usavano religiosamente di quanto i tuoi compagni, discepoli ed ammiratori di essi, si vergognano. « Mai, dice Ateneo, gli antichi prendevano il cibo, senza prima invocare gli dei » (Veteres nunquam cibum cepisse, nisi prius Deos placassent – Athaen. Dipnosophis. lib. IV).E parlando degli Egiziani, aggiunge: « Dopo aver preso posto sul letto da mensa, si alzavano, e postisi in ginocchio, il capo della festa, od il prete, recitava le consuete preghiere, che gli altri dicevano con lui: dopo ciò cominciava il pranzo » (Ibid. lib. IV). Nè altrimenti era in uso presso i Romani. Tito Livio a proposito della morte di un uomo ordinata da Quinto Flaminio, per piacere ad una cortigiana, si esprime con siffatti termini. « Questo atto mostruoso fu commesso nel mezzo delle coppe, lungo il pranzo, quando è costume, pregare gli dei, ed offrir loro delle libazioni » (Liv. Decad. IV, lib. IX). – Tu sai che le libazioni erano una specie di preghiera quanto usitatissima, altrettanto nota. I Romani, a mo’ di esempio, ne facevano quasi in tutte le ore: il mattino alzandosi, la sera andando a letto, quando facevano qualche viaggio, ne’ sacrifici, in occasione de’ matrimoni, al cominciamenio e fine del pranzo. Questi antichi maestri del mondo non assaporavano il cibo, senza averne prima consacrata una parte alla divinità. La parte prelevata era posta su di un altare, o su di una tavoletta, Patella, che ne faceva le veci. Era questo il loro Benedicite ed il loro Gratias. Perpetuità della tradizione degna di osservazione! Abbiamo veduto presso gli Giudei delle nuove benedizioni al mutarsi del vino, ed alle nuove portate, e lo stesso uso era presso i Romani. Al secondo servito, aveano luogo delle libazioni particolari in onore degli dei, che si credeva assistessero alla mensa, e ciascun convitato spargeva un po’ di vino sulla tavola, o sulla terra, accompagnando tale spargimento di alcune preghiere in onore degli dei. – I Greci avevano servito da modello a’ Romani. Presso di loro, istessa era la frequenza, ed istesso l’uso delle libazioni sul cominciar del pranzo ed in fine di esso, nè diverse le preghiere al mutar del vino. « Quando, dice Diodoro di Sicilia, si mesceva a’ convitati del vino puro, era antico costume dire: Dono del buon genio; e quando lo si apprestava con l’acqua, dicevasi: Dono di Giove Salvatore; perchè il vino puro è contrario sì alla salute del corpo, che a quello dello spirito » – Diod. Sicul. lib. III -). Ma non era questa la sola forma di rendimento di grazie, ve n’era un’altra generale usata alla fine del pranzo, che s’indirizzava al padre degli dei (Ibid. lib. II).L’uso di benedire il cibo presso i pagani era sì comune da dar luogo a questo proverbio: non prendere dalla caldaia il cibo innanzi sia santificato. Ne a chytropode cibum nondum santificatimi rapias. Questo proverbio, secondo Erasmo, volea dire: Non vi gettate da bestia sugli alimenti; mangiateli dopo averne offerte le primizie agli dei. Ed in effetti, presso gli antichi, secondo che Plutarco dice, il giornaliero pranzo istesso era classato fra le cose sacre; il perchè i convitati consacrandone le primizie agli dei, testimoniavano con ciò, che, secondo loro, prendere il cibo, era reputata cosa santa (Apud Stukium, p. 131).Quindi, Giuliano l’apostata, nel celebre banchetto del sobborgo di Antiochia, per riconoscere pubblicamente, e tener salda la tradizione pagana, fece benedire la mensa dai sacerdoti di Apollo (Sozomen: Hist., ülib. III, c. IX). I barbari stessi imitavano in ciò i popoli inciviliti. I Vandali ne’ loro pranzi facevano circolare una coppa consacrata a’ loro dei con stabilite formole (Crantz, lib. III. Vandal, c. 37).). Presso gli Indiani il re non gustava alcuna vivanda se non fosse stata consacrata a’ demoni. – Malgrado la differenza de’ costumi, de’ gradi d’incivilimento e di clima, gli abitanti della Zona glaciale aveano le medesime pratiche di quelli della Zona torrida. Gli antichi Lituani, quelli della Samogizia, e gli altri barbari del nord invocavano i demoni per santificare le loro mense. Nel fondo delle loro capanne aveano de’ serpenti addomesticati, che, in dati giorni, per lo mezzo di lini bianchi, lasciavano salire sulla tavola, perchè gustassero le vivande allestite, e queste allora venivano considerate come sacre, ed i barbari allora solo le mangiavano senza alcuna paura. – La benedizione della tavola trovasi egualmente presso i Turchi, e presso gli Ebrei moderni. Questi ultimi, fedeli alle paterne tradizioni conservano ancora l’uso di ripetutamente pregare lungo il pranzo. Così alle frutta dicono: Benedetto sia il Signore nostro Dio, che ha creato le frutta degli alberi. All’ultimo servito: Benedetto sia il Signore nostro Dio, che ha creato vari alimenti (Stukius, ubi supra et c. XXXVIII, De libationibus ante et post epulas.).  Per quanto materialisti sieno, i popoli contemporanei dell’Indo-China, della Cina, e del Thibet non fanno eccezione a questa legge, la quale, porto opinione, che si trovi presso i popoli i più degradati dell’Affrica. – Come ho detto, tu il vedi, caro amico, la preghiera, innanzi e dopo il pranzo, è antica quanto il mondo, estesa come il genere umano. Ora, se l’esistenza di una legge si conosce dalla permanenza degli effetti; se a cagion d’esempio, vedendo che il sole levasi ad un determinato punto dell’orizzonte, ogni uomo ha ragione di affermare che una legge dirige i suoi movimenti, io non ho minor ragione di affermare che benedire la mensa è una legge della umanità. Osservarla adunque, è un agire come tutto il genere umano; il non osservarla, è operare come gli esseri che non appartengono alla umana famiglia; è, alla lettera, assomigliarsi alle bestie (Homo cum in honore esset non intellexit, comparatus est iumentis insipientibus et similis factus est illis. Psal. XLVIII, 13).Tu puoi dimandare a’ tuoi compagni se l’onore vi trova il suo conto. Fra breve esplicherò la legge, che comanda la benedizione della mensa.

CONGETTURE SULLE ETÀ DELLA CHIESA E GLI ULTIMI TEMPI (2)

CONGETTURE SU LE ETÀ DELLA CHIESA E GLI ULTIMI TEMPI (2)

Tratte dall’Apocalisse, dal Vangelo, dalle Epistole degli Apostoli, e dalle Profezie dell’Antico Testamento Messe in relazioni con le rivelazioni della Suora della Natività

di Amedeo NICOLAS

J. B. Pèlagaud et Cie. Imprim. Libraires De N. S. P. le Pape – Lyon, grande rue Mercière, n. 50 – Paris, rue les Sainte-Pères, 57. 1858.

INTRODUZIONE

Il nostro intento principale, scrivendo questo libro, è quello di caratterizzare l’epoca in cui ci troviamo e gli anni che ne seguiranno, fino alla fine del mondo. Avremmo potuto conservare come titolo: « Dove siamo? Dove andiamo? » – Noi pensiamo di essere negli ultimi tempi e non negli ultimi giorni. Per questo motivo, avremmo potuto, forse, limitarci ad interpretare le Sacre Scritture nelle parti che concernono il grande avvenimento e gli anni che lo precederanno e che ad esso condurranno. Ma noi abbiamo considerato che le diverse età che compongono la durata del Cristianesimo sulla terra abbiano tra loro una interconnessione necessaria, come spiegazione dei testi che si riportano all’influsso dell’una sull’altra; e per questo, noi siamo stati condotti ad esporre i diversi tempi della Chiesa. È innanzitutto tutta l’Apocalisse che cercheremo di commentare in maniera generale e succinta. In una prima parte ci occuperemo delle prime quattro età. Nella seconda, che sarà più lunga e corposa, faremo la storia delle ultime tre, seguendo in questo la divisione adottata dall’Apostolo san Giovanni, il quale ha racchiuso le prime quattro Chiese nel capitolo secondo dell’Apocalisse, e le altre tre nel capitolo terzo. La prima parte sarà dunque come un’introduzione della seconda. – Prima di entrare nel dettaglio della materia, andiamo a fissare diversi punti che sono necessari per la comprensione di questo lavoro. – Il primo di questi punti è il tempo e la durata del mondo. Molte delle nostre considerazioni dovrebbero essere scartate se questa durata dovesse oltrepassare notevolmente i seimila anni. – Il secondo punto concerne ciò che si debba intendere con le sette Chiese. Noi diciamo che esse sono le sette età successive della Chiese di N.-S. J.-C. sulla terra, dopo la nascita del divin Maestro fino alla fine dei tempi. Se non fosse così, ogni nostro scritto crollerebbe per difetto di base. – Il terzo punto è relativo al carattere che presenta la transizione da un’età all’altra. Due età successive si intrecciano necessariamente; esse cioè coesistono. – Il quarto punto è la maniera in cui si debba dividere l’Apocalisse ed i diversi capitoli che la compongono. Senza questa divisione sarebbe impossibile congetturare alcunché di verosimile e di fondato su questo libro divino. Il quinto si riferisce ai diversi colori in questione nella presente rivelazione e che hanno, ciascuno, un significato che chiarisce i testi. – Il sesto, infine, è lo sviluppo del capitolo ventesimo della profezia di San Giovanni capitolo che getta una gran luce su tutti gli altri capitoli. – Questi sei punti ci forniranno sei paragrafi.

§. I. IL MONDO DEVE DURARE SEIMILA ANNI

.I Quale deve essere la durata del mondo, nelle condizioni in cui si trova dopo la creazione del primo uomo, e specialmente dopo la sua caduta? Quando deve finire il pellegrinaggio dell’umanità sulla terra? Ecco delle domande di una grande gravità, che meritano di occupare degli spiriti seri, e alla quali cercheremo di rispondere, nello stato in cui sono poste, lasciando forzatamente nel mistero sia i giorni della creazione sui quali non abbiamo alcun dato certo e che ci sembrano essere delle epoche piuttosto che dei giorni simili a quelli che conosciamo, sia il tempo durante il quale i nostri progenitori restarono fedeli a Dio, e le condizioni nuove nella quali potrà trovarsi la terra dopo la morte di tutti gli uomini e l’ultimo Giudizio. – Per determinare questa durata, noi potremmo, come ben altri, usare l’interpretazione di diverse parabole, di certi atti e miracoli di N.-S.; noi ne concluderemo come essi, con qualche probabilità, che il mondo debba durare circa 6000 anni, e che di conseguenza noi siamo alla fine della sesta ed ultima parte del tempo; ma noi preferiamo appoggiarci sui testi più chiari e più precisi, sul senso dei quali è difficile equivocare, perché, soprattutto in questa materia, la qualità vale, a nostro avviso, più che la quantità.  – San Paolo e San Giovanni, nelle loro Epistole, ci forniscono dei dati generali che ci indicano una durata di circa sei mila anni. L’Apostolo delle nazioni circa nell’anno 4050 del mondo, secondo il computo ordinario, diceva ai Corinti (I Ep. Cor., X, 11): « Nos ad quæ fines temporum devenerunt » [noi che ci troviamo alla fine dei tempi]. L’Apostolo dell’amore, nella sua prima Epistola (II, 18) si esprimeva così: « Filioli, novissima hora est, et sicut audistis quia antechristus venit, et nunc antichristi multi facti sunt: unde discimus quia novissima hora est » [figliolini miei, eccoci all’ultima ora, e come avete udito che deve venire l’anticristo, e già vi sono molti anticristi; da questo conosciamo che questa è l’ultima ora]. E aggiungeva: al cap. IV, 3: « Et omnis spiritus qui solvit Jesum, ex Deo non est, et hic est antichristus de quo audistis quoniam venit, et nunc jam in mondo est » [… ogni spirito che non riconosce Gesù, non è da Dio. Questo è lo spirito dell’anticristo che, come avete udito, viene, anzi è già nel mondo]. – Le parole di San Paolo sono puramente affermative; quelle di S, Giovanni sono più motivate … è l’ultima – egli dice – perché l’anticristo che deve venire alla fine è già venuto. – Cosa dire? Non c’è una contraddizione flagrante tra le due parti di questa frase? Come può l’anticristo venire alla fine dei tempi, e trovarsi anche nel mondo fin dall’inizio del Cristianesimo? La cosa, tuttavia, è semplice da concepirsi; San Giovanni ce lo spiega quando dice che è anticristo chiunque neghi la divinità di Gesù-Cristo, che lo scinda, lo divida e non veda in Lui che la natura umana (qui solvit Jesum). Ora, siccome dopo i tempi apostolici si sono trovati uomini che hanno fatto questa divisione e questa negazione, essi sono stati certamente degli anticristi, degli avversari, dei nemici del Cristo e su questo punto sono simili al figlio della perdizione che verrà alla fine del mondo. – Questi anticristi, precursori di colui che farà l’abominio della desolazione (Matt. XXIV, 15), non sono venuti prima dello stabilirsi della Religione cristiana, poiché prima della nascita e la predicazione del Signore, il mondo intero, malgrado le sue devianze e la sua corruzione, sospirava la venuta del Messia. I pagani, gli idolatri, i settari di Zoroastro, di Confucio, lo aspettavano come i Giudei; un immenso desiderio saliva dalla terra verso il Cielo, affinché facesse piovere il Giusto (Isaia, XLV, 8); non si trovava nessun uomo che protestasse contro di Lui, perché ognuno se lo rappresentava secondo le proprie idee e le sue particolari convenienze; di modo tale che è certo che la razza degli anticristi non è cominciata se non all’apparizione del nostro divin Maestro, che ha potuto soddisfare nello stesso tempo le speranze che tra loro si contraddicevano e da allora è stato posto come un segno di contraddizione … et in signum cui contradicetur (S. Luca II, 34), secondo la profezia del santo vegliardo Simeone. – Se dunque l’esistenza di questi nemici del Messia non è iniziata che nell’ultima ora, novissima hora, è perché il Messia stesso non è venuto se non in questa stessa ultima ora. – Se il Cristianesimo è apparso nell’ultima ora, secondo S. Giovanni, se l’ultima parte della durata del mondo si trovava già iniziata dai tempi degli Apostoli, a dire di San Paolo, noi possiamo, alla luce di un semplice ragionamento, determinare pressappoco l’epoca della fine dei tempi.  I secoli che restavano da trascorrere dopo la nascita del Salvatore fino alla fine, non potevano formare la metà della vita terrestre dell’umanità; perché se così fosse stato, Gesù-Cristo sarebbe nato nella metà dei tempi, ed i due Apostoli, contemporanei del divin Maestro, non avrebbero potuto scrivere che l’ultima parte dei secoli, e soprattutto l’ultima ora, fosse arrivata. – Se i secoli che dovevano susseguirsi dopo la stessa epoca non fossero contati che come il quarto della durata dei tempi, come i 4004 anni già trascorsi, il quarto rimanente per l’avvenire sarebbe stato di 1334 anni, ed il mondo sarebbe finito dopo l’anno 1334 dell’era cristiana, cosa che non si è realizzata. – Ma se è certo che la durata del Cristianesimo comprende meno della metà di tutti i tempi, è evidente che questa debba essere circa un terzo della totalità di questo tempo poiché tra la metà ed un quarto non c’è come intermedio che un terzo. Secondo questo calcolo, se i 4004 anni che hanno preceduto la venuta del Salvatore formano i due terzi della durata del mondo, due mila anni, tempo della Chiesa cristiana, sono il terzo ed ultimo terzo, e l’umanità quindi, deve abitare la terra per circa sei mila anni.

II. A questo calcolo approssimativo possiamo aggiungere l’affermazione profetica di S. Pietro, nella sua seconda Epistola (III, 3-10): « Hoc primum scientes, quod venient in novissimis diebus in deceptione illusores, juxta proprias concupiscentias ambulantes, dicentes: Ubi est promissio, aut adventus ejus? ex quo enim patres dormierunt, omnia sic perseverant ab initio creaturæ. Latet enim eos hoc volentes, quod cæli erant prius, et terra de aqua, et per aquam consistens Dei verbo: per quæ, ille tunc mundus aqua inundatus, periit. Cæli autem, qui nunc sunt, et terra eodem verbo repositi sunt, igni reservati in diem judicii, et perditionis impiorum hominum. Unum vero hoc non lateat vos, carissimi, quia unus dies apud Dominum sicut mille anni, et mille anni sicut dies unus. Non tardat Dominus promissionem suam, sicut quidam existimant: sed patienter agit propter vos, nolens aliquos perire, sed omnes ad poenitentiam reverti. Adveniet autem dies Domini ut fur: in quo cæli magno impetu transient, elementa vero calore solventur, terra autem et quae in ipsa sunt opera, exurentur. » [Questo anzitutto dovete sapere, che verranno negli ultimi giorni schernitori beffardi, i quali si comporteranno secondo le proprie passioni e diranno: “Dov’è la promessa della sua venuta? Dal giorno in cui i nostri padri chiusero gli occhi tutto rimane come al principio della creazione”. Ma costoro dimenticano volontariamente che i cieli esistevano già da lungo tempo e che la terra, uscita dall’acqua e in mezzo all’acqua, ricevette la sua forma grazie al Verbo di Dio; e che per queste stesse cause il mondo di allora, sommerso dall’acqua, perì. Ora, i cieli e la terra attuali sono conservati dal medesimo Verbo e riservati al fuoco per il giorno del giudizio e della rovina degli empi. Una cosa però non dovete perdere di vista, carissimi: davanti al Signore un giorno è come mille anni e mille anni come un giorno solo. Il Signore non ritarda nell’adempiere la sua promessa, come certuni credono; ma usa pazienza verso di voi, non volendo che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi. Il giorno del Signore verrà come un ladro; allora i cieli con fragore passeranno, gli elementi consumati dal calore si dissolveranno e la terra con quanto c’è in essa sarà bruciata.]. – Come si può vedere, leggendo questo passaggio, il Vicario di N. S. G.-C. vuol premunire i fedeli che vivranno alla fine dei secoli, in novissimis diebus, contro i mendaci ed ingannatori che verranno allora, dei quali gli uni considereranno la fine del mondo come ancora molto lontana, e gli altri negheranno la possibilità di questa fine e dell’ultimo avvento di Gesù-Cristo. Circa questo soggetto, l’Apostolo ricorda che i cieli e la terra non esistono di per se stessi, ma sono stati creati dal Verbo di Dio, e di conseguenza questo stesso Verbo può distruggerli per cambiarli. Egli afferma loro che il divin Maestro che ha dichiarato che verrà alla fine, non tarderà a mantenere la sua promessa quando il tempo indicato dal suo Padre celeste giungerà. E aggiunge che a causa delle illusioni nelle quali si culleranno gli uomini ciechi che non lo attenderanno allora, Egli li sorprenderà e verrà, per essi, come un ladro; che nello stesso tempo i tempi passeranno, che gli elementi saranno dissolti dal calore, che la terra sarà consumata o purificata dal fuoco. Poi dopo aver parlato così della creazione del mondo e della certezza della sua fine, fa una raccomandazione che dice loro essere estremamente importante: « A tal proposito – egli dice – sia ben fissato questo solo punto nel vostro spirito: un solo giorno davanti a Dio è come mille anni, e mille anni sono come un giorno solo. » Questo testo significa, a vostro parere: « Un giorno della creazione rappresenta mille anni della durata del mondo; mille anni della durata del mondo corrispondono ad un giorno della creazione; per cui nasce questa corrispondenza forzata, che il mondo cioè durerà sei volte mille anni, poiché esso è stato creato in sei giorni: questa deve essere ammessa, o almeno rispettata se non vi si possa opporre niente di verosimile o di plausibile. Si obietterà che l’Apostolo con queste parole: et mille anni sicut dies unus, abbia voluto mostrare quanto il tempo fosse breve davanti a Dio e la sua eternità? Certamente, questo passaggio isolato, separato dal resto della frase, da ciò che la precede e da ciò che segue, può avere moralmente ed in realtà ha questo significato. Ma se la si collega, come fa l’Apostolo, con le altre parti del testo che abbiamo trascritto, e specialmente con la prima frase del v. 8: Unus dies apud Dominum sicut mille anni, ci si convincerà che il senso che si dà ai termini in questione non può essere ragionevolmente ammesso; perché è evidente che, se San Pietro avesse voluto dire solamente che il tempo fosse breve davanti a Dio, a tal punto che mille anni non sono che come un giorno, non avrebbe cominciato con l’enunciare il contrario, e sostenere cioè che il tempo era lungo davanti allo stesso Dio, a tal punto che un solo giorno era come mille anni. È certamente l’epoca della fine del mondo e dell’ultimo Avvento di Gesù-Cristo che l’Apostolo ha voluto marcare e fissare al versetto 8, perché saranno precisamente questa fine e questo avvento, che gli empi contraddiranno o ritarderanno oltre misura. Per il bene dei fedeli occorreva non solo affermare che queste cose annunciate dal Salvatore arriveranno, ma ancora determinarne approssimativamente l’epoca, al fine di rafforzarli da un lato, e premunirli dall’altro contro i timori esagerati che avrebbero potuto concepire prima dei tempi segnati e che, come si sa, sono stati così forti nell’anno 1000 della nostra era. Se la durata del mondo è di sei mila anni, il tempo si trova diviso in tre parte eguali con le tre Leggi. La prima parte comprende i due mila anni della legge naturale; la seconda comprende i due mila anni della legge della circoncisione o giudaica, e la terza racchiude i due mila anni della legge della Grazia, del Cristianesimo; queste tre Leggi ne formano tuttavia una sola che si riassume nel Messia promesso, il Messia annunziato, ed il Messia venuto, non facendo che svilupparsi attraverso i secoli, secondo le esigenze e le necessità di questi tre avvenimenti.  L’opinione che abbiamo qui esposto è quella di Holzhauser; egli non l’ha enunciata e dimostrata in modo speciale; ma questa risulta da tutto l’insieme del suo Commentario, e particolarmente dal fatto che pone la nascita dell’anticristo nel nostro secolo e la sua persecuzione contro la Chiesa nel secolo che segue immediatamente.

III. Qualcuno troverà forse che il nostro modo di vedere debba essere rigettato come contrario a queste parole del Salvatore: De die autem illa nemo scit, neque Angeli coelorum, nisi solus Pater (Matth. XXIV, 36). Ideo estate parati, quia, qua nescitis hora. Filius hominis venturus est (ibid. v. 44) [… quanto a quel giorno nessuno lo conosce né gli uomini né gli Angeli, solo il Padre lo conosce …. Perciò voi state pronti, perché non sapete quando il Figlio dell’uomo verrà.]. Ma così si ragionerà in modo falso ed inesatto, perché se il giorno preciso, l’ora di questo giorno, non la conoscono né gli uomini né gli Angeli, e Nostro Signore stesso non la conosce se non in quanto Dio e facendo uno con il Padre suo, non per questo ne è nascosta all’umanità l’epoca approssimativa. La Chiesa di Gesù-Cristo, che ha con essa il suo divin Fondatore fino alla consumazione dei secoli, e che è sempre assistita dallo Spirito Santo, non si ingannerà certamente sui segni, sugli uomini e le cose che devono arrivare e comparire poco prima della fine dei tempi; essa riconoscerà molto bene Elia, Henoch, l’anticristo; essa li farà conoscere a tutti i fedeli, a tutta la terra, all’universo intero, e agendo così, per questi stessi fatti, dirà al mondo intero: « Il mondo è sul punto di finire; l’ultimo avvento del Figlio dell’uomo si avvicina; tocchiamo l’eternità. » – Una causa particolare potrà mettere gli uomini che vivranno negli ultimi anni in dubbio sull’epoca fissa della fine. Si dice generalmente che Nostro Signore sia nato nell’anno 4004 della creazione del primo uomo; ma su questo soggetto non c’è certezza; si trova una diversa supposizione nel Martirologio. Questa mancanza di fissità che Dio ha permesso, sarà sufficiente da sola perché quelli che vivranno alla fine dei secoli, anche i fedeli, ignorino se essi saranno o meno testimoni dell’ultimo cataclisma, o che pensino che non lo vedranno, perché l’uomo è portato per natura propria ad allontanare quanto più possibile tutto ciò che lo sconvolge.

[**Estratto della suor della Natività.

Tomo I,  (Ediz. in 4 volumi, 1819). La Suor della Natività (nata nel 1734 e deceduta nel 1803; ella era Suora conversa nel convento degli Urbanisti della città di Fongères, diocesi di Rennes) si esprime così su questo soggetto della durata del mondo: « G.-C. mi ha detto con aria triste: le figura del mondo passa, e si avvicina il giorno del mio ultimo avvento. Quando il solo è al tramonto, si dice che il giorno se ne va e viene la notte …. Tutti i secoli sono un giorno davanti a me, giudica quindi della durata che deve avere il mondo dallo spazio che resta ancora al sole da percorrere. Io considerai attentamente e giudicai che restavano non più di due ore di altezza del sole. Osservai così che il cerchio che descriveva aveva un certo mezzo tra i giorni lunghi e i giorni corti dell’anno… non dimenticate, aggiunse, che non bisogna più parlare di mille anni per il mondo, non c’è più che qualche secolo e un piccolo spazio di durata … » –

t. IV, p. 125 « Guai all’ultimo secolo, io cominciai a guardare il secolo che doveva cominciare nel 1800, vidi che non c’era giudizio, considerai il secolo 1900 verso la fine; N. S. mi fece conoscere e nel tempo stesso mi mise in dubbio se questo avverrà alla fine del 1900 o in quello del 2000; ma ciò che ho visto è che, se il giudizio avverrà nel secolo 1900, non verrà che verso la fine e che se passa questo secolo quello del 2000 non passerà prima che arrivi.*]

§. II. LE SETTE CHIESE D’ASIA SONO LE SETTE ETÁ SUCCESSIVE DELLA CHIESA UNIVERSALE DOPO L’INIZIO DEL CRISTIAMESIMO FINO ALLA FINE DEI TEMPI.

Quando abbiamo cercato le radici delle parole e dei nomi propri contenuti nell’Apocalisse, abbiamo notato che la parola Asia, in greco Ασια [= Asia] (poiché questo libro è stato scritto in greco) era derivato dalla parola ασις [= asis] che significa limo, fango. Siamo rimasti sorpresi da questa piccola scoperta; noi abbiamo pensato che la Sapienza divina avesse voluto ricordarci che, se la nostra anima è stata fatta ad immagine e somiglianza di Dio, i nostri corpi sono stati formati con il fango che sarebbe, da questo rapporto, nostra madre; si potrebbe così dedurre che l’Asia di cui parla l’Apostolo è la Chiesa madre, la Chiesa universale; e siamo così stati condotti a considerare le sette Chiese d’Asia come le sette parti successive della durata del Cristianesimo sulla terra. – Allo stesso risultato si arriva leggendo la storia delle sette Chiese, così come tracciata da San Giovanni; infatti, esse presentano delle differenze così profonde, che non si possa dire che esse esistano contemporaneamente, prendendo il testo nel suo senso naturale, e fornendo dei punti di repere che servono a distinguere i tempi. È infatti ragionevolmente impossibile il confondere l’epoca del martire Antipa, avvenuta nel IV secolo nel tempo degli Ariani, sotto la Chiesa di Pergamo, con la Chiesa di questo nome, che esisteva trecento anni prima, durante la vita di San Giovanni. È irragionevole volere che la grande Chiesa di Tiatira, che domina il mondo, fosse quella stessa che esisteva nei primi anni della Religione e che, come tutte le sue sorelle, aveva tante pene e tribolazioni. Se si riflette solo un poco, non si potrà collocare la deplorevole Chiesa di Sardi, sì rilassata e deviata, in un’epoca in cui i Cristiani erano così ferventi e devoti al loro Maestro, al punto da correre senza indugi al martirio per la sua causa. Per di più, questo sentimento è condiviso da tutti gli interpreti delle profezie di San Giovanni, ed in particolare da Holzhauser, che ha improntato la sua opera su questa divisione. Per questo motivo, noi non ci dedicheremo a dimostrare una opinione che è diventata salda e generale, quasi come un assioma.

§. III. DUE ETÁ SUCCESSIVE SI INTRECCIANO E COESISTONO PER UNA PARTE DELLA LORO DURATA.

Dacché si è ammesso che le sette Chiese di cui si è parlato nei capitoli II e III dell’Apocalisse sono le sette età successive della Chiesa universale, si deve riconoscere la verità della proposizione che forma il titolo di questo paragrafo. Nell’ordine fisico, una cosa materiale può finire ad un dato punto, e quella che immediatamente la segue può cominciare subito ed nel momento preciso della fine della prima. Ma non è lo stesso nell’ordine morale: là, perché un cambiamento abbia luogo, bisogna che il germe depositato negli spiriti o in alcuni di essi, cresca, si sviluppi, lotti contro le disposizioni che fino ad allora avevano dominato, finisca per vincerle e farle completamente sparire; ma questo germe spinge, si ingrandisce e lotta durante l’esistenza dell’età precedente alla quale non appartiene; di modo tale che le due età procedono nel contempo durante una porzione delle loro durata, e che la fine dell’una coesista con l’inizio dell’altra. – È importante non perdere di vista questa osservazione alla quale il venerabile Holzhauser si è attenuto nel suo Commentario (T. I, pag. 82 della traduzione francese di M. de Wüilleret) e che è riportata in quasi tutte le opere scritte su questa materia; essa faciliterà la comprensione di molteplici passaggi della rivelazione di San Giovanni, ed in particolare di quelli che sono relativi alla fine della quinta età ed all’inizio della sesta.

§. IV. DIVISIONE DELL’APOCALISSE

I. Il libro di San Giovanni è una profezia che presenta la storia della Religione e del mondo dopo N. S. Gesù-Cristo fino alla fine. Il suo senso è profondo, ma non è incomprensibile e chiuso per tutti ad ogni intelligenza; più si avanzerà verso gli ultimi tempi, più gli avvenimenti predetti si svilupperanno, più si potrà sondarlo e conoscerlo. L’insegnamento dei fatti sarà infine così forte che non lo si potrà disconoscere, e questo libro, misterioso fino al presente, sarà universalmente compreso: plurimi pertransibunt, et multiplex erit scientia (Daniele c. XII, v. 4). – Il modo migliore per farsi un’idea esatta e completa di un libro oscuro è quello di sezionarlo. Seguiremo questa procedura per quanto riguarda l’Apocalisse, cercando di farlo in modo razionale, in relazione ai testi sacri. Abbiamo notato che i primi undici capitoli vanno dall’inizio del Cristianesimo fino alla fine del mondo e all’ultimo Giudizio, e abbiamo concluso, con qualche ragione, che questi capitoli costituiscano la storia completa della Religione da vari punti di vista. Lasciando da parte i capitoli XXI e XXII, che trattano del Cielo e della Gerusalemme celeste dopo il Giudizio universale, abbiamo notato che il capitolo XX trattava solo dell’incatenamento e dello scioglimento di satana, della sua azione sulla terra e della sua inazione, e abbiamo dedotto logicamente che presentasse la storia di tutta la Chiesa, sotto l’aspetto delle seduzioni di satana e dei tempi in cui non gli sarebbe più stato permesso di ingannare gli abitanti della terra. Fatto questo, ci restano i capitoli dal XII al XIX compreso. Abbiamo notato che il primo di questi, il capitolo XII, si è aperto con un’azione molto forte del grande Drago, il diavolo e satana, e abbiamo creduto di riconoscere lo scatenamento del diavolo alla fine dei mille anni che seguirono la sua prima seduzione e l’inizio della seconda seduzione, come sono succintamente spiegati nel capitolo XX. Sia il capitolo XII che i capitoli successivi ci sembravano contenere la storia più dettagliata dell’impero di Maometto, degli ultimi tempi e degli sconvolgimenti che precederanno la fine del mondo, storia riassunta brevemente nei primi undici capitoli; e la lettura attenta dei capitoli dal XIII al XIX non ha fatto che confermarci in questa sensazione. In questo siamo d’accordo con il venerabile Holzhauser, che, nel vol. I, p. 517 della traduzione francese di M. de Wüilleret, insegna che questi stessi capitoli (dal XII al XIX) descrivono più nei particolari i regni di Maometto, dell’anticristo e delle ultime piaghe, perché, secondo lui, San Giovanni ha parlato, nei primi undici capitoli, solo in modo indicativo e generale riguardo agli ultimi secoli.

II. Esaminando i primi undici capitoli: abbiamo visto che nei capitoli II e III c’erano le sette Chiese; nei capitoli VI, VII e VIII, i sette sigilli; nei capitoli VIII, IX e XI, i sette angeli che suonavano la tromba, e volevamo sapere cosa potesse significare tutto questo. Una lettura attenta dei testi ci ha portato a pensare che le sette Chiese fossero la storia spirituale dei fedeli in termini di fervore o di rilassamento; che le sette trombe fossero la storia del mondo in termini di condotta dei malvagi; e che i sette sigilli fossero quella stessa storia in termini di eventi pubblici che cambiano il volto esterno delle cose, a seconda che prevalga il bene o il male. Perché abbiamo caratterizzato le Chiese, le Trombe e i Sigilli in questo modo? Perché il testo stesso, nei capitoli II e III, parla delle Chiese, e la Chiesa è il raduno dei fedeli sotto la direzione dei loro legittimi capi; le trombe annunziano solo atti malvagi e disgrazie; infine i sette sigilli, che presentano sia il bene che il male, non possono designare né il bene né il male, e in questo stato possono essere considerati solo come gli effetti della lotta che esiste tra il bene ed il male e gli eventi pubblici che ne derivano.

III. Quanto alle sette piaghe che sono versate dai sette Angeli che hanno le sette coppe, ci sembrano le ultime piaghe che Dio manderà sulla terra negli ultimi giorni (novissimas plagas, cap. XV, v. 1), sebbene possano essere applicate, con qualche fondamento, alle sette età della Chiesa.

IV. Il venerabile Holzhauser non è dello stesso nostro avviso quanto agli ultimi sei sigilli e alle sette trombe; avendo visto, come noi, il trionfo di Gesù Cristo sul paganesimo nel primo sigillo, vede negli altri sei solo le persecuzioni, e nelle sette trombe solo gli eresiarchi e gli errori che essi hanno prodotto. Dimostreremo, nel seguito di questo libro, che questo modo di vedere, che ci sembra vero solo parzialmente, è sistematico e falso per tutto il resto, che spesso non è sostenuto da nessun testo o che a volte fa loro violenza.

V. Le sette chiese sono incluse in due capitoli di San Giovanni, le prime quattro sono nel capitolo II e le altre tre nel capitolo III. Lo stesso vale per le sette trombe: quattro di esse sono menzionate nel capitolo VIII, e le ultime tre sono separate da esse e risuonano nei capitoli IX e XI. Le ultime tre trombe non assomigliano a quelle che le hanno precedute; esse rappresentano tre tempi molto infelici (Et vidi et audivi vocem unius aquilo voLantem per medium cæli dicentis voce magna: Væ, væ, væ habitantibus in terrå, de cæteris vocibus trium angelorum qui erant tuba canturi – Allora guardai e sentii la voce di un’aquila che volava in mezzo al cielo e diceva a gran voce: Guai, guai, guai agli abitanti della terra a causa del suono delle trombe con cui i tre Angeli devono suonare – cap. VIII, v. 13). – Questa diversità nella divisione delle Chiese e delle trombe ci ha fatto congetturare che ognuna di queste trombe possa essere legata alla Chiesa del suo stesso rango; e dal fatto che le ultime tre trombe siano tre guai (), abbiamo dedotto che si riferissero alle ultime tre Chiese, e gli sviluppi che daremo nella seconda parte cambieranno probabilmente questa congettura in una quasi – certezza.

VI. I sette sigilli non sono stati divisi nello stesso modo. I primi sei si trovano nel capitolo VI, e il settimo apre il capitolo VIII. Se si considera che all’apertura di quest’ultimo sigillo, ci sia un brevissimo silenzio in Cielo di mezz’ora, che il Cielo taccia e sembri non parlare più (Et cùm aperuisset sigillum septimum factum, est silentium in Cœlum quasi media hora, – e all’apertura del settimo sigillo, fu silenzio in cielo per quasi mezz’ora – cap. VIII, v. 1) si potrà concludere ragionevolmente che questo sigillo sia stato così separato dagli altri sigilli. – Il silenzio dell’ultimo sigillo è molto speciale perché rappresenta la quasi scomparsa della Chiesa, che si nasconde dalla persecuzione dell’anticristo, mentre durante i primi sei sigilli era sempre stata esteriormente e pubblicamente presente, nonostante l’accanimento dei suoi persecutori e gli attacchi ai quali era sottoposta. – Se si esamina l’interno dei sigilli e le parole che li descrivono, si troverà la stessa divisione e separazione che esiste tra le prime quattro Chiese e le ultime tre, tra le prime quattro trombe e le tre che le seguono. – È generalmente accettato che le quattro bestie di cui si parla nei capitoli IV e V dell’Apocalisse siano i quattro Evangelisti. La prima bestia parla all’apertura del primo sigillo, e mostra il cavallo bianco (N.S. Gesù-Cristo) che va a conquistare il mondo. – Il secondo animale parla all’apertura del secondo sigillo, e indica il cavallo rosso delle persecuzioni romane. – Il terzo animale parla all’apertura del terzo sigillo, e mostra il cavallo nero delle eresie – Il quarto animale parla all’apertura del quarto sigillo, e mostra il cavallo pallido cavalcato dalla morte che è l’infedeltà e l’anticristianesimo di Maometto (1 – 2 – 3 – 4: cap. VI, 1-8). – Ma negli ultimi tre sigilli (Cap. VI, 9-17; VIII, 1), nessuno di essi parla più per indicare ciò che sta per accadere, cosa che mostra una differenza significativa tra i primi quattro sigilli da un lato e gli ultimi tre dall’altro. Quale sarebbe il significato di questa differenza? I quattro angeli, dicendo ai primi quattro sigilli: “Venite e vedete” (veni et vide), non implicano sufficientemente che tutto ciò che accade in questi tempi sia nuovo e non sia mai stato visto sulla terra? La loro inazione e il loro silenzio agli ultimi tre sigilli non sembrano implicare che non c’è e non ci sarà nulla di nuovo, ma che questi ultimi tre sigilli vedranno l’applicazione più esplicita e lo sviluppo più completo dei principi malvagi stabiliti nei primi quattro?

VII. Holzhauser non ha detto nulla sulla divisione delle Chiese, dei sigilli e delle trombe, ciò che può essere chiamata la geografia dell’Apocalisse; non è d’accordo con noi sul silenzio che segna l’apertura del settimo sigillo; ma pensa, come noi, che esso rappresenti il dominio dell’empietà, poiché lo identifica con il regno di Giuliano l’Apostata: differisce dunque con noi solo sotto l’aspetto cronologico. Spetta al pubblico giudicare tra la sua opinione e la nostra.

VIII. Secondo l’esposizione che abbiamo appena fatto, le Chiese, i sigilli e le trombe rappresentano le sette età successive della Chiesa universale. La prima Chiesa, il primo sigillo e la prima tromba compongono la storia della prima epoca, sotto tre aspetti distinti, come abbiamo detto. Quella della seconda età si trova nella seconda Chiesa, nel secondo sigillo e nella seconda tromba, e così via fino alla settima età che è esposta nella settima Chiesa, nel settimo sigillo e nella settima tromba, salvo una leggera modifica che poi indicheremo. – Quanto alle sette lodi che si trovano nel capitolo V, v. 12: Dicentium voce magna: Dignus est Agnus qui occisus est accipere virtutem, et divinitatem, et sapientiam, et fortitudinem, et honorem, et gloriam, et benedictionem – dicendo a voce alta: degno è l’Agnello che è stato ucciso, di ricevere la virtù, la divinità, la sapienza, la forza, l’onore, la gloria e la benedizione), sono i sette tributi che gli abitanti del Cielo ed i giusti della terra rendono all’Agnello, in ogni epoca della sua Chiesa, o per onorarlo, o per compensarlo degli oltraggi ricevuti; in modo che ogni lode corrisponda all’età che ha lo stesso grado, ed è legata alla Chiesa, al sigillo e alla tromba, che hanno, con essa, lo stesso numero d’ordine.

§ V. DEI VARI COLORI USATI NELL’APOCALISSE.

Se guardiamo il libro di San Giovanni, notiamo come egli abbia usato diversi colori, ognuno dei quali deve avere un significato, perché in una profezia, tutto ha un significato e nulla deve essere trascurato. Questi colori sono quattro: Bianco, Rosso, Nero e il colore Pallido o Cadaverico. Il colore Rosso si divide in due tonalità: il Rossastro e il Rosso propriamente detto. – Il colore Bianco rappresenta la verità, la bontà, il cielo. Si trova anche sulla persona di Nostro Signore Gesù Cristo o del suo Angelo (Caput autem ejus et capilla erant candi di tanquàm lana alba, et tanquàm nix (La sua testa e i suoi capelli erano candidi come la lana bianca e come la neve – Apoc. cap. I, v. 14); sulla pietra che Gesù Cristo dona come premio al vincitore, nella terza Chiesa (Et dabo illi calculum candidum (e gli darò la pietra bianca, – ibid . cap. II, v . 17 ); sulle vesti dei pochi fedeli della quinta Chiesa (Et ambulabunt mecum in albis, quia digni sunt. Qui vicerit, sic vestietur vestimentis albis – cammineranno con me in bianco perché ne sono degni – ibid. cap. III, v. 4, 5); su quelli dei Cristiani della settima Chiesa (Suadeo tibi … ut … et vestimentis albis induaris – vi consiglio di indossare aviti bianchi – ibid. cap. III, v. 18); sugli abiti dei ventiquattro vegliardi nel Cielo (Circumamicti vestimentis albis – vestiti con vesti bianche – ibid. cap. IV, v. 4); su quelli dei santi nel cap. VI, v . 11 (Et datæ sunt illis singulæ stolæ albee – e saranno date loro vesti bianche), e su quelli degli eletti (Hi qui amicti sunt stolis albis qui sunt et undè venerunt? Hi sunt qui venerunt de tribulatione magna et laverunt stolas suas, et dealbaverunt stolas suas in sanguine Agni (Chi sono questi vestiti con una stola bianca e donde vengono? Essi sono coloro che vengono dalla grande tribolazione, e lavarono le loro stole nel sangue dell’Agnello – ibid. cap. VII, v. 13, 14). Il colore bianco si trova in tutto ciò che viene da Dio (Et vidi et ecce nubem candidam – guardai ed ecco una nube candida – ibid. XIV, v. 14. Et exierunt septem angeli vestiti lino mundo et candido – ed uscirono sette Angeli vestiti di lino puro e candido – ibid. cap. XV, v. 6. Et datum est illi ut cooperiat se byssino splendenti et candido – e fu loro dato del bisso splendido e candido – ibid. cap. XIX, v. 8. 19, v. 8. Et vidi cælum apertum, et ecce equus albus  – … e vidi il cielo aperto ed ecco un cavallo bianco – ibid. cap. XIX , v . 11. Et exercitus qui sunt in cœlo sequebantur eum in equis albis, vistiti byssino albo et mundo – e l’esercito che è in cielo lo seguiva su cavalli bianchi, vestiti di bisso mondo e candido – cap. XIX, 14. Così possiamo concludere senza temerarietà e con ragione che il cavallo bianco che appare nel primo sigillo non è un persecutore, ma al contrario è il Bene, la Verità, Gesù Cristo stesso (Ibid. cap. VI, v. 1, 2). Holzhauser la pensa come noi sul colore bianco. (T. 1. p. 268. Wüilleret). –

Il colore Rosso comprende la sfumatura Rossastra, che è il colore del fuoco, e la sfumatura propriamente detta Rossa che rappresenta il sangue. Il Drago di cui parla San Giovanni nel capitolo XII, v. 3, 4: (Et ecce Draco magnus rufus … et Draco stetit ante mulierem quæ erat paritura, ul, cum peperisset, filium ejus devoraret – E apparve un grande drago rosso. Egli stava davanti alla donna che stava per partorire per divorare il suo figlio appena nato), è senza dubbio satana, il capo degli angeli ribelli. Appare con il colore del fuoco dell’inferno, il colore rossastro, perché questo luogo di punizioni eterne è stato creato per lui ed i compagni della sua rivolta. Quanto all’empietà, all’anticristianesimo, alla grande Babilonia e alla bestia su cui siede, che perseguitano i buoni e li fanno morire, hanno il colore rosso propriamente detto, quello del sangue (Et vidi mulierem sedentem super bestiam coccineam, et mu lier erat circumdata purpura et coccino – E vidi una donna seduta su una bestia di colore scarlatto… e la donna stessa era vestita di porpora e di scarlatto), Apoc. cap. XVII, v. 3, 4). – Quindi possiamo e dobbiamo pensare che il cavallo rosso che appare nel secondo sigillo è la persecuzione portata avanti dai malvagi e ispirata da satana. –

Il colore Nero non indica la morte, ma la devianza, lo stato di un uomo che non sappia dove si trova, dove stia andando, che non abbia luce per orientarsi, che è nella notte e nelle tenebre dell’errore (Et vidi, cùm aperuisset sigillum sextum. Et sol factus niger tanquàm saccus cilicinus – E vidi, quando fu aperto il sesto sigillo il sole divenne nero come un sacco di crine – Apoc . cap. VI, v . 12). Si deve dunque pensare che il cavallo nero che appare nel terzo sigillo indichi l’eresia (Apoc. cap. VI, v. 5, 6). –

Quanto al colore Pallido e cadaverico, non è la notte dell’errore che conserva un residuo di vita nelle poche verità conservate, ma è la figura della morte, della morte vera e completa; perciò, il cavallo pallido che appare nel quarto sigillo è l’infedeltà, l’anticristianesimo; ecco perché questo animale è cavalcato da uno scheletro, dalla morte stessa (Ap. VI, v. 7, 8). – Per mezzo di questi dati che sembrano plausibili, perché nascono dagli stessi testi sacri, si possono apprezzare le opinioni che Holzhauser ha espresso riguardo ai sette sigilli, e pensare che le congetture che presentiamo siano più razionali e meglio in armonia con l’Apocalisse.

§ VI. SPIEGAZIONE DEL VENTESIMO CAPITOLO DELL’APOCALISSE.

I. Abbiamo detto che il capitolo XX dell’Apocalisse riporta la storia della Chiesa e del mondo è stata fatta in relazione all’azione e all’inazione di satana. Dobbiamo provare questo, e così facendo saremo portati a dare la spiegazione del regno dei mille anni e della seconda morte. Dai termini del ventesimo capitolo risulta che il diavolo eserciti una prima seduzione, che sia poi incatenato per mille anni, e che, slegato di nuovo, eserciti una seconda e più forte seduzione che porta agli ultimi giorni. La prima seduzione non è così chiaramente stabilita come la seconda, ed infatti l’inizio del capitolo ci mostra l’incatenamento di satana; ma esiste nondimeno, è reale e attestata dal motivo che l’Angelo dà, quando getta Lucifero nell’abisso. Questo motivo è che satana non seduca le nazioni più estesamente, cioè non più a lungo, né in modo più forte di quanto abbia fatto finora (ut non seducat ampliùs gentes, Apoc. XX, v. 3). Con questo l’Angelo dimostra che li ha sedotti fino a questo momento; constata la realtà della prima seduzione, e lo sviluppo che dà alla seconda; e mentre non ha detto che poche parole su quella che ha preceduto il regno millenario, sembra significare che la seconda sarà di gran lunga la più grande. Non si dica che l’incatenamento di satana sia iniziato con la comparsa del Cristianesimo, e che la prima seduzione sarebbe stata il regno dell’idolatria e del paganesimo che ha preceduto la venuta di Nostro Signore Gesù Cristo! Nei primi tempi della Chiesa, Lucifero era veramente libero e sguinzagliato sulla terra per rendere più brillante il trionfo del Figlio dell’Uomo. Fu lui che spinse i principi dei sacerdoti a crocifiggere il Salvatore, che ispirò ai Giudei il massacro dei primi Cristiani, che, per 250 anni, armò questi Romani, che erano così poco ostili tanto che fecero di Gesù Cristo uno dei loro dei. L’Apocalisse dimostra questa libertà, nella seconda epoca, con queste parole così chiare del capitolo II, v. 10: Ecce missurus est diabolus aliquos ex vobis in carcerem (sappiate che il diavolo metterà in carcere alcuni di voi). Quando le persecuzioni finirono, satana ricorse ad altri mezzi; sollevò le eresie di Ario, Macedonio, Pelagio, Nestorio, Eutyche, i Donatisti, i Monoteliti, gli Iconoclasti. San Giovanni attesta la sua azione infernale libera e diretta nella terza età, dicendo nel capitolo II, v. 13: Scio ubi habitas, ubi sedes est Satanæ. In diebus illis Antipas testis meus fidelis qui occisus est apud vos ubi Satanas habitat (So dove abiti, là dove satana ha la sua sede. In quei giorni …  Antipa fu mio fedele testimone, e che soffrì la morte in mezzo a voi dove abita satana). E tutte queste persecuzioni ed eresie furano cessate e scomparvero al tempo di Carlo Magno, quando questo grande re di Francia, imperatore d’Occidente, che diede alla Chiesa gli Stati che ancora possiede (ora non più, perché usurpati dai massoni sabaudi, – ndr. -). Quale fu dunque il momento di questa prima seduzione? Ci sembra che sia iniziata alla nascita di Nostro Signore Gesù Cristo nell’anno 4004, e che sia finita quando Carlo Magno, alla fine del VI secolo, costituì il regno e persino l’indipendenza anche temporale della Chiesa; poiché l’eresia degli Iconoclasti, l’ultima di tutte, scomparve nello stesso periodo.

II. Essendo satana allora incatenato, il regno della triplice corona per mille anni sarebbe iniziato un po’ prima dell’anno 800 della nostra era, per finire negli ultimi anni del XVIII secolo; e la seconda seduzione sarebbe iniziata nello stesso momento. Molto è stato scritto, discusso e argomentato su questo regno millenario, ma secondo noi è stato tutto ipotetico e vago, perché la storia ed il testo sacro non sono stati studiati a fondo.  – Fino a Carlo Magno, la Chiesa fu esposta alle devastazioni e alla tirannia dei principi della terra; alcuni la proteggevano, la maggioranza la perseguitava o cercava di renderla schiava. Nello stesso tempo, apparve l’eresia degli Iconoclasti, che proibivano le immagini di Nostro Signore Gesù Cristo, la sua Croce, il suo Nome e la sua denominazione, la sua santa Madre, il culto delle reliquie e dei Santi. Due rimedi erano necessari per questi due grandi mali; due trionfi erano necessari per questi due abbassamenti, l’indipendenza della Chiesa ed il culto delle reliquie e dei Santi; e questo è ciò che il regno di mille anni ci mostrerà. L’indipendenza e la sovranità della Chiesa sono ben rappresentate da San Giovanni. Egli vede prima dei seggi e delle persone che vi siedono e ricevono il potere di giudicare (Et vidi sedes, et sederunt super eas, et judicium datum est illis, Apoc. cap. XX, v. 4). Con questo caratterizza molto bene il regno temporale della Religione, iniziato alla fine del secolo VIII, e l’alta supremazia esercitata nel Medioevo dai Sovrani Pontefici su tutti i re ed i popoli civilizzati. Il culto delle reliquie e dei Santi è ben espresso nel resto del v. 4. L’Apostolo vede allora le anime di coloro che sono stati messi a morte come testimoni di Cristo e della parola di Dio, che non hanno adorato la bestia o la sua immagine, che non hanno ricevuto il suo segno sulla loro fronte o nelle loro mani (essendo la Bestia l’anticristianesimo che, secondo San Giovanni, esiste dalla venuta di N.S. J.-C., non si può obiettare che il culto della Bestia o della sua immagine riguardi solo gli ultimi tempi), e che vivono e regnano con Gesù Cristo durante i mille anni. Egli aggiunge che coloro che sono morti per il Signore, in questo modo, hanno avuto una parte nella prima risurrezione (che è la parte dei Santi prima della risurrezione dei corpi); che non temono nulla della seconda morte; che gli altri morti non sono vissuti come loro, dopo la morte terrestre, e non sono stati compresi nella prima resurrezione (Et animas decollatorum propter testimonium Jesu, et propter verbum Dei, et qui non adoraverunt bestiam neque imaginem ejus, nec acceperunt characterem ejus in frontibus aut in manibus suis , et vixe runt et regnaverunt cum Christo mille annis, v. 4. Cæteri mortuorum non vixerunt donec consummentur mille anni. Hæc est resurrectio prima, v. 5). Questa seconda parola di San Giovanni si riferisce, come possiamo vedere, al regno dei Santi, e ci sembra rappresentare il culto indiscusso che fu dato loro sulla terra durante i mille anni che seguirono la scomparsa dell’eresia dei distruttori di immagini (Iconoclasti significa appunto rompitori di immagini), un culto che si applicava tanto ai martiri (animas decollatorum), quanto ai semplici confessori (et qui non adoraverunt bestiam neque imaginem ejus). La nostra interpretazione può essere contraddetta solo se si opina che questo regno di mille anni sia quello del Cielo; ma non sarebbe giusto porci una tale difficoltà, perché i Santi che sono in cielo vivono e regnano per tutta l’eternità, e non solo per mille anni, e così diventa evidente che questo regno è quello che ottengono sulla terra con l’onore ed il culto che sono resi loro.

III. Queste parole del v. 5: Cæteri mortuorum non vixerunt donec consummentur mille anni, presentano qualcosa di ambiguo che deve essere chiarito. Prendendo la parola donec nel senso ordinario (fino a), si dedurrebbe che gli altri morti che non vissero per i mille anni entrarono in vita dopo quello stesso tempo; ma si sbaglierebbe a pensarlo, perché la parola donec non ha questo senso nella parola biblica e apocalittica. Ecco alcuni esempi che ne saranno una prova. Si dice, nel capitolo VIII della Genesi, che il corvo che Noè fece uscire dall’arca non ritornò finché (donec) le acque non fossero evaporate o ritirate (dando a questa parola il suo significato ordinario); sappiamo però che non ritornò più: così la parola donec ha un significato definitivo, e non sospensivo o risolutivo. Nel secondo libro dei Re (capitolo VI, v. 23), è riportato che Michol, figlia di Saul e moglie di Davide, non ebbe figli fino alla sua morte (usque in diem mortis suæ); ora, poiché una donna non può vedere e partorire dopo la sua morte, è certo che Michol non ebbe mai un figlio, e che la parola usque, ancora più sospensiva nella lingua ordinaria di donec, ha un significato definitivo nei libri sacri. San Matteo, nel capitolo 1, v. 5, dice che Giuseppe non conobbe Maria, sua moglie, finché ella non diede alla luce il suo primogenito (donec peperit filium suum primogenitum); ora, Giuseppe rimase sempre vergine, così come Maria: quindi, ancora una volta, la parola donec ha un significato definitivo, e non sospensivo o risolutivo (Holzauzer – t. 1. p. 306. Wüilleret – interpreta in questo modo la parola quoadusque del capitolo VII. v. 3. dell’Apocalisse, che è equivalente alla parola donec).  In questo stato, il v. 5 del capitolo XX di San Giovanni arriva a questa proposizione: “Gli altri morti non vissero e non regnarono con Cristo, né durante questi mille anni, né dopo, perché, raggiunti dalla prima morte, la morte dell’anima, non avrebbero potuto prendere parte alla prima risurrezione.

IV. Secondo questi dati, la morte ordinaria, quella che conosciamo, sarebbe la prima morte per i malvagi e la prima risurrezione per i buoni, soprattutto per quelli tra loro che, non avendo nulla da espiare, entrano subito in possesso della beata eternità. Il giudizio che segue la risurrezione generale dei corpi sarebbe la seconda morte per i reprobi e la seconda risurrezione per gli eletti. Questa spiegazione risulta dal v. 6 e da queste parole: “Beatus et sanctus qui habet partem in resurrectione prima; nella sua secunda mors non habet potestatem; sed erunt sacerdotes Dei et Christi, et regnabunt cum illo mille anni – Beati e santi coloro che parteciperanno alla prima risurrezione! La seconda morte non avrà potere su di loro, ma saranno sacerdoti di Dio e di Cristo, e regneranno con lui per mille anni). È fornita pure dal v. 14 che, dopo la risurrezione dei corpi e il giudizio, dichiara espressamente che la dannazione eterna che sarà poi pronunciata è la seconda morte (hæc est mors secunda). La segue anche dal capitolo II, v. 11, quando dice ai martiri della Chiesa di Smirne: Qui vicerit non lædetur à morte secunda (Chi vincerà non avrà nulla da temere dalla seconda morte. Holzhauser (t. 1. p . 117. Wuilleret) pensa come noi alla seconda morte), e dal capitolo XXI, v. 8, che afferma che l’inferno, la parte dei reprobi, è la seconda morte (Pars illorum erit in stagno ardenti igne et sulphure, quod est mors secunda (la loro parte sarò nello stagno di fuoco ardente e zolfo, che è la seconda morte). Questa seconda parola di San Giovanni si riferisce, come possiamo vedere, al regno dei Santi.

V. Essendo finito il regno dei mille anni, satana è di nuovo slegato; egli esercita la seconda e più ampia seduzione (amplius, v. 3), esce dall’abisso; seduce le nazioni, Gog e Magog, e le raduna per la lotta contro Dio, in un numero così grande come i granelli di sabbia del mare (Et cum consummati fuerint mille anni, solvetur satanas de carcere suo, et exibit et seducet gentes quce sunt su per qualuor angulos terræ, Gog e Magog, et congregabit eas in prælium, quorum numerus est sicut arena maris, Apoc . cap. XX , v. 7). – Cosa sono Gog e Magog di cui parla San Giovanni? Sappiamo dalla storia che Magog è uno dei figli di Japhet, il ceppo dei turchi e dei tartari. Quanto a Gog, ci sembra essere l’anticristo stesso, colui che verrà negli ultimi giorni del mondo, e per mezzo del quale il diavolo eserciterà la più grande seduzione di sempre, la più grande che gli sia possibile. Gog è l’anticristo, perché, non potendo, come Magog, rappresentare un popolo, un’aggregazione di persone, egli è e deve essere un individuo privato, attraverso il quale satana agisce, dopo averlo sedotto (Seducet gentes … Gog e Magog). Gog di San Giovanni è l’anticristo, il Gog di Ezechiele è lo stesso personaggio; perché l’identità dei nomi indica l’identità delle persone e personaggi, se nulla vi si oppone. Se leggiamo Ezechiele (cap. XXXVIII e XXXIX), è impossibile dubitare che Gog di cui si parla non sia l’anticristo; perché tutte le azioni che gli attribuisce sono ovviamente quelle del figlio della perdizione, e nel v. 17, cap. XXXVIII, il Profeta lo denuncia come tale in modo affermativo dicendo: Tu ergo ille es de quo locutus sum in diebus antiquis, in manu servorum prophetarum Israel, qui prophetaverunt in diebus illorum temporum ut adducerem to super eos (Tu sei dunque colui di cui parlai nei tempi antichi, per mezzo dei miei servi, i profeti d’Israele, i quali annunciarono per questi tempi che ti avrei portato su di loro.)

VI. Tutte le probabilità, tutte le verosimiglianze si riuniscono dunque per identificare l’uomo del peccato in Gog dell’Apocalisse, per fissare il significato generale del capitolo XX della profezia di San Giovanni, e per tracciare la sequenza degli eventi nel seguente ordine: 1° Seduzione ed azione di satana stesso dalla nascita di N.S. J.-C. fino agli ultimi anni del XX secolo; 2°. Regno temporale della Chiesa e del culto dei Santi per mille anni, da quest’ultimo periodo fino alla fine del XVII secolo; 3°. Scatenamento e inizio della seconda seduzione del diavolo stesso negli ultimi anni del secolo terminato nel 1800, e regno dell’anticristo, preceduto da quello dei suoi precursori. Questa seconda seduzione, più estesa della prima, anche se non altrettanto lunga, è legata, per il suo inizio, al capitolo XII dell’Apocalisse che ci mostra, al v. 3, un grande drago rosso, il vecchio serpente, il diavolo e satana (cap. XII , v. 9) che si pone davanti alla Chiesa per perseguitarla e divorarne il figlio: Et Draco stetit ante mulierem quæ erat paritura, ut cùm peperisset, filium ejus devoraret; e a queste parole di Nostro Signore in San Matteo, cap. XXIV, v. 4, 6: Videte ne quis vos seducat. Multi enim venient in nomine meo dicentes: Ego sum Christus: et multos seducent (Badate che nessuno vi inganni, perché molti verranno nel mio nome, dicendo: Io sono il Cristo, e inganneranno molti). Queste parole si applicano, come tutti concordano, agli ultimi tempi del mondo, e sono così ben realizzate dagli ultimi anni del XVIII secolo fino ad oggi (L’Apocalisse capitolo XII, con le due persecuzioni del diavolo contro la Chiesa, e il tempo di calma tra di esse, può ben rappresentare le due seduzioni di satana, che sono una all’inizio della Chiesa, l’altra alla fine, e che sono divise dal regno di mille anni).

*La Suora della Natività dice, come noi, che satana è stato scatenato alla fine del secolo scorso (il XVIII), che da allora ha esercitato la sua seconda e più grande seduzione, e di conseguenza pone, come noi, questo regno millenario che precede questa seduzione. Ecco cosa dice su questo argomento:

T. II, p. 260: « Dio mi mostra la malizia dell’inferno e l’intenzione diabolica e perversa  dei suoi sostenitori contro la santa Chiesa di Gesù Cristo. Su ordine del loro capo, questi uomini malvagi sono andati in giro per la terra come dei folli, con l’intenzione di preparare le strade e i sentieri per l’anticristo, il cui regno è vicino. Con il soffio corruttore di questo superbo spirito, hanno avvelenato gli uomini, come se molti appestati avessero comunicato il loro male gli uni agli altri, e il contagio diventato generale. Che sconvolgimento, che scandalo! »

« Questo è ciò che ho visto davanti ai miei occhi: è stato satana stesso a distribuire la malattia ai suoi satelliti. “Fu satana stesso che diede ai suoi satelliti una certa materia che toccò sulle loro fronti, o su qualche parte della loro pelle, per imprimere loro un carattere di devozione alla sua opera.” Questi satelliti così toccati mi sembravano immediatamente coperti da una lebbra con cui avrebbero infettato le persone che si lasciavano toccare da loro… Ecco alcune parole che ho sentito molto distintamente: Le sentinelle si addormentarono (Questo sembra riferirsi al v. 16, cap. XIII dell’Apocalisse); i nemici sfondarono le sbarre ed entrarono nella cittadella, dove la assediarono. (Questi termini si riferiscono alla parabola della zizzania e del buon grano, di cui parliamo nella seconda parte (Cùm enim dormirent bomines), e in generale alla quinta età. »

« Il potere delle tenebre ha esteso il suo impero, si è fatto una sinagoga. Ha eretto altari per se stessa, dove ha posto idoli per farli adorare. satana è appena entrato nella sua sinagoga (satana si è così scatenato alla fine del XVIII secolo.). » *

Se i mille anni del capitolo XX dell’Apocalisse sono anteriori alla venuta di Gog, l’anticristo, essi non possono essere posteriori a questo, e quindi le opinioni di certi millennaristi sono da rigettare.

VIII. Alcune menti potrebbero trovare che stiamo mettendo troppa distanza tra lo scatenamento di satana alla fine del regno dei mille anni e l’inizio della seconda seduzione. Cercheranno di ribaltare le nostre congetture e di dire che questi eventi hanno avuto luogo proprio all’inizio del protestantesimo nella prima parte del XVI secolo, e non negli ultimi anni del XVIII. A questa obiezione daremo due risposte: Poiché il numero di mille anni, ripetuto sei volte nel capitolo XX, deve essere preso in seria considerazione, sarebbe necessario che questo regno, comprendente mille anni effettivi, fosse iniziato nella prima parte del secolo, cioè nel tempo in cui la Chiesa era desolata da numerose e spaventose invasioni di barbari ariani, e lottava contro una fonte quasi inesauribile di eresie, una più perniciosa dell’altra. Ora, la ragione non può vedere il regno della Chiesa e il culto delle reliquie e dei Santi in questo secolo, così infelice e così pervertito; quindi, il regno dei mille anni non può iniziare in un momento precedente a quello che gli abbiamo assegnato (La comparsa degli Iconoclasti nei secoli VII e VIII ha impedito l’inizio del regno dei mille anni, durante il quale sussiste il culto delle reliquie dei Santi). D’altra parte, anche se la natura viziata ha approfittato del protestantesimo per arrivare, nel corso delle idee, al razionalismo, cioè alla deificazione della ragione umana, non è arrivata a questo punto fino al XVIII secolo attraverso il filosofismo, e c’è una differenza enorme tra i due tempi. – L’anno 1789 fu seguito, in Francia, dalla Costituzione Civile del Clero, dall’apostasia di una parte notevole dei sacerdoti e dei Vescovi, dalla distruzione degli ordini religiosi, dall’abolizione del culto pubblico e del sacrificio perpetuo (Daniele, cap. XII, v. 11), dalla proscrizione del Cattolicesimo, dall’abominio della desolazione nel luogo santo, con il culto di una prostituta che aveva sostituito Dio sui nostri altari profanati. Questi crimini non si limitarono al nostro Paese [la Francia – ndr.]; si estesero a tutte le regioni sottomesse dalle nostre armi o devastate da esse; essi hanno rovesciato il trono di San Pietro e condotto in cattività due Sovrani Pontefici. È dunque facile riconoscere in questa deplorevole storia contemporanea l’azione di una rabbia più grande e più potente di quella umana, della rabbia satanica portata all’apice, usando tutta la sua potenza, di quella cioè che animerà l’anticristo negli ultimi giorni. Il protestantesimo non è andato così lontano: razionalista per principio attraverso il libero esame, non si è lasciato trasportare nella prima metà della sua durata da tutte le conseguenze che stava generando; ha conservato le Sacre Scritture, pur alterandone il senso in più parti, e scartando certe porzioni un po’ troppo fastidiose; ha racchiuso tra le loro mura la libertà che dava ai suoi seguaci. Con l’eccezione di alcuni figli perduti, come i sociniani, non ha negato o attaccato la divinità di Gesù Cristo. Per fermare la china che avvertiva e che l’avrebbe condotto al razionalismo, continuò a predicare la fede; alzò le barricate delle confessioni, dei sinodi e dei poteri temporali ai quali diede il governo delle anime; e riuscì solo, come religione, a liberarsi delle dottrine che trovava troppo austere, dei doveri che giudicava troppo difficili da compiere, e ad emancipare la carne e tutte le concupiscenze. Fu dunque l’uomo vizioso, ispirato però e guidato dal diavolo, a produrre, propagare e conservare la Riforma, e non satana stesso ad agire direttamente. Le molte sette che ha fatto nascere, gli errori che ha introdotto nelle menti degli uomini, la corruzione che ha portato nei tribunali, sono la zizzania che l’uomo nemico ha seminato tra il buon grano e che, senza distruggerlo, lo ha soffocato e impedito di crescere quanto avrebbe potuto.

FINE DELL’INTRODUZIONE

* * * * *

CONGETTURE SU LE ETÀ DELLA CHIESA E GLI ULTIMI TEMPI (3)

IL SEGNO DELLA CROCE (18)

IL SEGNO DELLA CROCE AL SECOLO XIX (18)

PER Monsig. GAUME prot. apost.

TRADOTTO ED ANNOTATO DA. R. DE MARTINIS P. D. C. D. M.

LETTERA DECIMASETTIMA.

11 dicembre.

Riassunto. — Natura del segno della croce. — Stima in che è tenuto di presente. — A qual cosa accenni la dimenticanza ed il disprezzo del segno della croce. — Spettacolo che presenta il mondo contemporaneo. — satana torna. — È mestieri esser fedele al segno della croce. Precipuamente avanti e dopo il pranzo. — La ragione, l’onore, la libertà lo comandano. — La ragione è favorevole o contraria a quelli, che hanno siffatto segno sugli alimenti? Esempi e ragioni.

Arma universale ed invincibile per l’uomo, parafulmine per le creature, simbolo di libertà pel mondo e monumento di vittoria pel Verbo Redentore: tale fu, mio caro Federico, il segno della croce agli occhi dei primi Cristiani. Da questa convinzione procedeva l’uso ch’eglino ne facevano, i sentimenti, che loro inspirava, il magnifico e piacevole spettacolo, a cui testé assistemmo.  Conservammo noi la fede de’ padri nostri? Per i Cristiani del secolo decimonono qual cosa mai è il segno della croce? come usano di esso a pro di sé stessi e delle creature? I sentimenti di fede, di confidenza, di rispetto, di fiducia e di amore, che loro inspira, sono vivi e reali? Il maggior numero di quelli, che fanno un tale segno non lo eseguono forse ignorando quel che operano, e senza attribuirgli valore alcuno, ed importanza? Quanti non lo eseguono affatto? Quanti credono ricevere onta dall’eseguirlo? Quanti ancora non son presi da sdegno al vederlo? E per fermo, eglino l’hanno tolto dalle loro case e dai loro appartamenti, cassato dalla loro mobilia, ed inutilmente lo si cercherebbe nelle pubbliche piazze, nelle passeggiate delle città, lungo le vie e ne’ parchi; poiché l’han fatto disparire da tutti i luoghi, dove i padri nostri l’aveano innalzato. Eglino, nuovi iconoclasti del secolo XIX, hanno spezzate le croci!  Qual cosa mai èquesta, ed a quale avvenire accennano siffatti sintomi? Vuoi saperlo? Rimonta al principio illuminatore della storia. Due principi oppositi si disputano il dominio del mondo, lo spirito del bene e lo spirito del male.Tutto che si opera è, o per inspirazione divina, o per inspirazione satanica. L’instituzione del segno della croce, l’uso continuo di esso, la fiducia che inspira, la potente virtù attribuitagli, è una inspirazione divina o satanica? È o l’una, o l’altra.  Se è una inspirazione satanica, il fiore della umanità, che sola fa questo segno, è da poi oltre diciotto secoli incurabilmente cieca, mentre che il rifiuto della umana compagnia, che sprezza la croce, avrebbe ogni lume: è un dire, che i miopi, i loschi e i ciechi del tutto vedano più di colui, che ha due buoni occhi. Credi possibile che l’orgoglio possa tanto impazzire da affermare simile paradosso, e che vi sia tale una incredulità, e di sì robusti polsi da sostenerlo? Ma se il segno della croce praticato, ripetuto, caro, considerato come arma invincibile, universale, permanente, necessaria alla umanità contro satana, le sue tentazioni e i suoi angeli, è una inspirazione divina, che vuoi che io pensi di un mondo, che non comprende più un tal segno, che più non lo esegue, che si vergogna di esso, che più non lo saluta, che lo vuole scomparso dalla vista degli occhi suoi, e dal cospetto del sole? A meno che la natura umana non si sia del tutto immutata, e che il dualismo non sia che una chimera; a meno che satana non abbia abbandonata la pugna; a meno che le creature non abbiano cessato di essere i veicoli delle sue funeste influenze: il Cristiano d’oggidì sprezzatore del segno della croce non è che un rampollo degenere di una nobile razza. Desso è un razionalista insensato che non comprende più la lotta, nè le condizioni di essa; il secolo decimonono è un soldato presuntuoso, che, spezzate le armi, e deposta ogni armatura, si getta alla cieca nel mezzo delle spade e delle lance nemiche, con braccia legate, e a petto nudo; la società moderna, una città, sommersa nel sensualismo de’ baccanali, smantellata, circondata d’innumerevoli inimici, che agognano a farne ruina, e passare a fil di spada la guarnigione. Farne una ruina! Ma non è questa già fatta? Ruina di credenze, ruina di costumi, ruina dell’autorità, ruina della tradizione, ruina del timor di Dio e della coscienza, ruina della virtù, della probità, della mortificazione, dell’ubbidienza, dello spirito di sacrifizio, di rassegnazione e di speranza: dappertutto, ruine cominciate, o ruine compite. Nella vita pubblica e nella privata, nelle città e nelle borgate, nei governanti e nei governati, nell’ordine delle idee e nel dominio de’ fatti, quanto di perfettamente cattolico resta incolume, ed intero? Ma in tutto ciò nulla v’ha, caro Federico, che ci debba meravigliare. Togli il segno della croce e tutto si spiega. Meno v’ha di croci nel mondo, più v’ha di satana. La croce è il parafulmine del mondo; toglilo, e la folgore cade a schiacciare e bruciare. Il segno della croce accenna al dominio del vincitore, n’è trofeo : spezzarlo è un far rivivere l’antico tiranno, e preparargli il ritorno.  Ascolta quanto scriveva, or sono diciassette secoli, uno degli uomini, che abbiano intesa tutta la misteriosa potenza di questo segno, dico il martire, il più illustre fra i martiri, Ignazio di Antiochia. Contempla questo Vescovo dai bianchi capelli, carico di catene, che attraversa seicento leghe per condursi a farsi dilaniare da’ leoni al cospetto della gran Roma. Vedilo; è calmo quasi fosse sull’altare, ilare, come se andasse ad una festa, e dà, lungo il cammino, istruzioni ed incoraggiamenti alle chiese dell’Asia accorse a salutarlo. Questi nella sua ammirabile lettera a’ Cristiani di Filippi, scrive: e il principe di questo mondo mena gran festa, quando qualcuno rinnega la croce. Esso conosce esser la croce, che gli apporta la morte, perchè dessa è l’arme distruggitrice di sua potenza. La vista di essa gli mette orrore, il suo nome lo spaventa. Innanzi questa venisse fatta, nulla trasandò perchè la si formasse, ed a siffatta opera egli spinse i figli della incredulità, Giuda, i Farisei, i Sadducei, i vecchi, i giovani, i sacerdoti: ma tosto che la vide sul punto d’essere compita si turba. Immette rimorsi nell’animo del traditore, gli presenta la corda, lo spinge a strangolarsi; spaventa con segni la moglie di Pilato, ed usa ogni sforzo ad impedire che venisse compiuta la croce, non perchè avesse rimorso, che se ne avesse non sarebbe del tutto cattivo; ma perchè presentiva la sua disfatta. Nè s’ingannava: la croce è il principio della sua condanna, di sua morte, e della sua perdita ». – Ecco due insegnamenti: orrore e timore di satana alla vista della croce e del segno di essa; gioia di lui nell’assenza dell’una e dell’altro. Vede egli un’anima, un paese senza la croce vi entra senza paura, e vi dimora tranquillo. Come inevitabilmente al cader del sole le tenebre succedono alla luce, così del pari desso ristabilisce il suo impero al disparir della croce. Il mondo attuale n’è sensibile prova. Non parlo del diluvio di negazioni, empietà, bestemmie inaudite che inondano il mondo, ma, che cosa mai sono, per chi non si soddisfa di sole parole, i milioni di tavole giranti e parlanti, gli spiriti battenti o familiari, le apparizioni, le evocazioni, questi oracoli e consultazioni medicali, le comunicazioni con i pretesi morti, che, ad un tratto, hanno invaso il vecchio ed il nuovo mondo (Dopo diciannove secoli di Cristianesimo vediamo ripetute le pratiche occulte di Delfo, di Dodone e di Sinope. La demonolatria assume nuove forme; mesmerismo, magnetismo, sonnambulismo, spiritismo, ipnotismo ed altre diavolerie, non sono altro che satanismo, sicrivea Ventura a M. des Mouseaux, la magia al secolo IIX. Lo spiritismo si è costituito in società sotto il nome Società Parisienne des spirites; ha le sue sedute, le sue contribuzioni, più migliaia di aderenti, che cerca moltiplicare per l’organo de’ giornali, due in Francia, ed un altro in Napoli. Insegna per mezzo de’ suoi mediums, o spiriti dei trapassati, che la religione cristiana è un mezzo per passare alla vera religione degli spiriti: che non esiste eternità di pene, ed ultimamente lo spirito di Orsini ha insegnato in Napoli che può uccidersi ogni tiranno! (Unità Cattolica, 21 gennaio 64. Il patriarca della nuova religione è Alan-Kardek, che a spese de’ gonzi e de’ superstiziosi, introita ogni anso 250,000 franchi. Tutto ciò in pieno secolo XIX! – Nota del Trad.). – Son forse queste cose nuove? No: l’umanità le ha già viste. Ma quando? Quando il segno della croce non proteggeva il mondo, quando satana era dio e re delle società! Di presente siffatte cose col ricomparire con proporzioni ignote di poi il vecchio paganesimo, quale avvertenza ne danno? se non che il segno liberatore cessando di proteggere il mondo, satana lo invade di nuovo. – Tu il vedi, caro amico, sono ben poco intelligenti quelli che abbandonano il segno della croce. Sieno eglino oggetto di nostra compassione e non d’imitazione! Fra tutte le circostanze in cui è da separarsi da loro, ve n’ha una in che lo si deve inevitabilmente. Per noi, come per i nostri padri, il segno della croce avanti e dopo il pranzo dev’esser cosa sacra; poiché come tale lo comandano la ragione, l’onore, la libertà.  La ragione. Se interroghi i tuoi compagni dimandando loro perchè non facciano il segno della croce innanzi prendano il cibo, ciascuno ti dirà: Non voglio singolarizzarmi operando altrimenti degli altri. Non voglio ch’io sia segnato a dito, e che altri si burli di me, per la osservanza di una pratica inutile, ed ormai fuori moda.  Non vogliono singolarizzarsi! Per loro onore, stimo credere, che non intendano la forza di siffatta espressione. Singolarizzarsi, è un dire, isolarsi, non operare come tutti gli altri. In siffatto senso si può ben essere singolare senza taccia di ridicolo; anzi, v’hanno delle circostanze ch’è mestieri esserlo ad isfuggire la colpa. Nel mezzo di un manicomio, l’uomo ragionevole che opera assennatamente; in un paese di ladri, l’uomo onesto, che rispetta l’altrui, sono de’ singolari: son dessi ridicoli? Nel senso in che è presa da’ tuoi compagni, singolarizzarsi vuol dire isolarsi, operando con maniere, che, movendo al riso, si oppongono agli usi ammessi e ci rendono ridicoli. Resta però vedere se, fare siffatto segno innanzi e dopo il pranzo sia un singolarizzarsi in maniera ridicola. Per fermo, ti diranno, perchè è un operare altrimenti dagli altri. Ma v’hanno altri ed altri. V’hanno alcuni, che fanno il segno della croce, e ve n’hanno altri ancora che non lo eseguono. Di siffatto modo facendolo o non facendolo noi non ci singolarizziamo, noi siamo sempre con altri. Siam noi ridicoli? Per rispondere a tale dimanda è da osservare chi sieno quelli, che fanno un tal segno, e chi quelli, che lo trasandano. Quelli che lo praticano sono tu, io, la tua onorevole famiglia, la mia, nè siam soli; prima di noi e con noi ve n’hanno ben altri ancora. V’hanno tutti i veri e coraggiosi Cattolici dell’Oriente e dell’Occidente da poi diciotto secoli, i quali, come vedemmo, sono il fiore della umanità, e con siffatta compagnia si diviene sì poco ridicolo, ch’è un esserlo al sommo, non appartenendo ad essa. Se ne eccettui quelli che vivono di parole, e che con esse vorrebbero tutto pagare, la proposizione è indegna di esser discussa. Nulla v’ha di più certo dell’aver con tutto studio il fiore della umanità eseguito il segno della croce, avanti e dopo il pranzo. I Padri de’ quali, ho testé apportate le sublimi testimonianze, Tertulliano, S. Cirillo, S. Efrem, S. Crisostomo, non lasciano alcun dubbio sulla universalità di questa religiosa usanza, presso tutti i Cristiani della primitiva Chiesa. Ma lascia che io ne aggiunga qualche altro. Quando si siede a mensa, dice il grande Atanasio, e si spezza il pane, lo si benedice per tre volte col segno della croce, e si rendono le grazie » (Cum in mensa sederis, coeperisque frangere panem, ipso ter consígnato signocrucis, gratias age. – De Viginet., n. 13). La benedizione della mensa col segno della croce non era solamente in uso presso le famiglie nella vita civile, ma l’era altresì negli eserciti, nella vita del campo. S. Gregorio di Nazianzo racconta, a questo proposito, un fatto venuto in gran fama. Giuliano, l’Apostata, gratificava l’esercito con istraordinaria distribuzione di viveri e di danaro. Dal lato al principe v’era un braciere acceso, e tutti i soldati vi gettavano un granello d’incenso. I soldati Cristiani imitarono i commilitoni pagani, nulla sapendo che in ciò vi fosse idolatria. Compiuta la distribuzione, tutti in uno raccolti desinavano in onore del principe. Sul cominciar della mensa, fu presentata la coppa ad un soldato cristiano, e questi, secondo l’usato, la benedisse. Tosto una voce si levò a dirgli: Quello che fai ripugna a quanto testé operasti. Che feci? Hai tu dimenticato l’incenso ed il braciere? Ignori che idolatrasti, che rinnegasti la tua fede?  Com’ebbe ciò inteso, levossi il guerriero e con lui i compagni d’arme, e tutti gemendo e strappandosi i capelli, a grandi grida, si dichiararono Cristiani, e protestarono contro l’inganno loro fatto dall’imperatore, e domandarono nuove prove per confessare la propria credenza.  L’apostata fattili arrestare e legare li condannò a morire, e dispose venissero condotti al luogo del supplizio;ma, a non far de’ martiri, accordò loro la vita rilegandoli nelle più lontane frontiere dell’impero (Orat. 1, contra Julian., Theodoret. – Hist., lib. Ill, c. 16). – Quando un prete trovavasi in un convito, a lui apparteneva l’onore di fare il segno della croce sugli alimenti (Ruinart. – Actes du martyrs de saint Theodoret). – La benedizione della mensa era in tanta stima di cosa santa, che al nono secolo i Bulgari convertiti alla fede dimandavano al Papa Nicolò I, se il semplice laico potesse supplire al prete in tale funzione. Per fermo, rispose il Pontefice; avvegnaché, a tutti è commesso preservare, col segno della croce, quanto gli appartiene, dalle insidie del demonio, e trionfare di tutti i suoi attacchi per lo nome di nostro Signore (Nam omnibus datum est, ut et omnia nostra hoc signo debeamus ab insidiis munire diaboli, et ab ejus omnibus impugnationibus in Christi nomine triumphare. – Resp. ad consult. Bulgar.). I tempi successivi han visto perpetuarsi presso tutti i veri Cattolici dell’Oriente e dell’Occidente l’uso del segno della croce prima e dopo il pranzo, e tu sai come sussista ancora di presente. – Noi conosciamo quelli che fanno il segno della croce, e gli altri che non lo fanno; è da vedere a chi i tuoi compagni diano la preferenza. I pagani non lo fanno, ed i giudei nemmeno, i maomettani neppure, gli atei e i cattivi Cattolici neanche, i Cattolici ignoranti o schiavi del rispetto umano parimente lo trasandano. Ecco quelli che non fanno il segno della croce, e che beffano quanti sono teneri di si pia usanza. Da qual lato è la singolarità ridicola?  Nella prossima lettera il resto della obbiezione.

CONGETTURE SULLE ETÀ DELLA CHIESA E GLI ULTIMI TEMPI (1)

CONGETTURE SU LE ETÀ DELLA CHIESA E GLI ULTIMI TEMPI (1)

Tratte dall’Apocalisse, dal Vangelo, dalle Epistole degli Apostoli, e dalle Profezie dell’Antico Testamento

Messe in relazioni con le rivelazioni della Suora della Natività

di Amedeo NICOLAS

Videte ataque, fratres quomodo caute ambuletis: non quasi insipientes

(Vigilate dunque attentamente, fratelli. sulla vostra condotta, comportandovi non da stolti)

J. B. Pèlagaud et Cie. Imprim. Libraires De N. S. P. le Pape

Lyon, grande rue Mercière, n. 50 – Paris, rue les Sainte-Pères, 57. -1858.

DEDICA A MARIA IMMACOLATA

Degnatevi, gran Regina del cielo e della terra, di accettare l’offerta di questo libro e l’omaggio che ve ne fa l’ultimo dei vostri figli e servitori. Voi siete la Sedes Sapientiæ; se in queste pagine si trova qualche verità, essa viene da Voi; infatti, sentendo tutta la mia debolezza, io ho chiesto i vostri lumi al fine di essere utile ai miei fratelli e procurare, per quanto mi sia possibile, la maggior gloria di Dio; voglia la vostra materna bontà riguardare con benevolenza questo scritto, come quelli che lo hanno preceduto; che Ella mi dia e confermi la mia umiltà ed obbedienza alla Chiesa, che sono così necessarie per non cadere nei lacci dell’orgoglio e dell’errore.

Amedeo Nicolas.

Avviso

Io ho molto esitato prima di pubblicare queste “Congetture”; le ho sottoposte per lungo tempo alla critica, in Francia ed in Italia; ed è solo dopo che esse sono state accuratamente discusse e corrette, e sotto i consigli pressanti che mi sono stati dati, che io mi sono deciso. – La prima impressione che molti proveranno sentendo parlare di questo libro, sarà la repulsione per un commentario di qualche parte dei libri sacri fatto da un laico. Coloro che saranno in queste disposizioni vogliano ricredersi in piena ignoranza di causa; se essi leggeranno attentamente, spero che possano vedere un lavoro serio e coscienzioso, e non il prodotto di una immaginazione surriscaldata, di un cervello esaltato. Io so bene che molti lettori non saranno del mio avviso. L’eterna Verità è stata combattuta, a maggior ragione lo sarà questo libro che non ha la pretesa di essere la Verità. Nello stato attuale sarà certamente attaccato con forza, forse dal sistema, a causa delle sue relazioni con certe recenti opere che non sono convenute alla parte più sapiente e pia della nostra popolazione; ma io spero che, in questo caso, potranno ricredersi. Tuttavia, qualunque sia il risultato finale, vedrò con soddisfazione questo dibattito che potrà condurre alla conoscenza della verità, e rischiarare gli spiriti sull’epoca nella quale viviamo, e la sua prossimità della fine dei tempi. Contento per averne fornito l’occasione, io non prenderò parte alla discussione, a meno che non vi sia forzato; ma prego tutti coloro che avranno da fare delle osservazioni, di inviarmi delle lettere che le contengano. Io le sottoporrò a dei teologi, così come ho fatto per il libro stesso, e se sono giuste e fondate, le evidenzierò in una nuova edizione. Lungi dal respingere gli avvisi e le correzioni, io li richiedo e ringrazio in anticipo coloro che avranno la bontà di comunicarmeli.

Amedeo Nicolas

Marsiglia, via Thubaneau, 33.

* * * *

PREFAZIONE

Avevo sentito dire ai miei maestri che la lettura dei libri sacri, nelle parti mistiche e profetiche, non era consigliabile ad ogni età; essa poteva nuocere in gioventù a causa della vivacità delle passioni e dell’inesperienza, e che non dovevano leggersi se non con l’autorizzazione del direttore della mia coscienza. – Giunto sulla quarantina, non avevo ancora letto le Epistole. L’Apocalisse e la Bibbia della quale non conoscevo che la storia (avevo letto solo occasionalmente qualche parte isolata dell’Apocalisse). Poco avanti questa epoca della mia vita, nel 1850, ho avuto dei malanni molto seri; ho avuto a subire dei colpi molti dolorosi che si sono protratti per cinque anni; essi mi avrebbero abbattuto se la divina bontà, che me li aveva mandati per il bene della mia anima, non mi avesse sostenuto. – Questi grandi infortuni, che sono stupefatto per come abbia potuto sopportarli, ebbero come risultato di staccarmi ancor più dalla terra e dai tempi, per rivolgermi, anche con legami naturali, al cielo, ove si trovavano quasi tutti coloro che io amavo, e portarmi verso le cose di Dio, sia per nutrire il mio spirito, sia per riscattare il mio cuore e fortificarlo nella prova. – Dopo avere dato l’ultima mano a diverse opere, di cui avevo riunito e classificato i materiali da molto tempo, domandai il permesso di leggere dei libri santi che ancora non conoscevo; esso mi venne accordato. Pregai anche il mio direttore spirituale di tracciarmi il cammino da seguire in questa lettura; egli mi rispose di leggere e rileggere i testi senza fare, a loro riguardo, alcuna riflessione. – Io mi misi all’opera; lessi sei volte l’Apocalisse, i Profeti e le Epistole degli Apostoli senza lasciarmi andare a nessun personale apprezzamento; ero così nutrito da questi testi che tornavano spesso da soli alla mia memoria, senza che facessi nulla per  richiamarli; una spiegazione, un’applicazione mi attraversava lo spirito nel momento in cui meno lo aspettassi; esse apparivano improvvisamente come un bagliore, senza che uscissi dallo stato passivo in cui mi ero posto, e che fissassi altro per riceverle. Oggi era un passaggio che sembrava rivelarsi da se stesso, domani ne era un altro. – Avevo notato questi diversi scorci. Quando furono abbastanza numerosi, li raccolsi, li comparai e con mio grande stupore sembrarono coordinarsi molto bene tra di loro e formare un tutto omogeneo che non era contrastato da alcun testo sacro. – Fui tranquillizzato da questo perché temevo l’errore e la mia debolezza; nell’anno 1854 affidai il tutto ad un piccolo scritto di un centinaio di pagine che non è stato stampato, ma che è stato letto in diverse parti della Francia da diversi sacerdoti e laici. Questo opuscolo aveva per titolo: Dove siamo? O deve andiamo? – Fatto questo, pensai che dovessi conoscere le diverse opere scritte sugli ultimi tempi e le età della Chiesa, al fine di rettificare ciò che potesse essere inesatto o erroneo nella mia opera. Consultai circa venti libri relativi a questa materia, ma non ne ricevetti alcuna impressione che potesse modificare ciò che avevo scritto o farmi temere di essere nell’errore, ad eccezione di ciò che concerne i capitoli secondo e terzo dell’Apocalisse, nei quali si incontrava sì qualche conformità, ma tutto era differente. Si poteva quasi credere che questi autori avessero commentato un libro, ed io un altro. – Nell’anno 1856, un amico mi prestò per tre giorni, l’interpretazione latina dell’Apocalisse del venerabile Holzhauser (edizione di Bamberg, 1784). Lo lessi con avidità, e fui estremamente sorpreso di vedere che molte delle mie valutazioni, soprattutto le principali, erano conformi a quelle del decano di Bingen (fino al 1856 io non avevo conosciuto che una nota di qualche pagina del Commentario di Holzhauser, nota che possedevo fin dal 1849). – Quando ebbi terminato la prima edizione del mio libro sulla Salette (La Salette davanti alla ragione ed il dovere di un cattolico. La seconda edizione è in vendita da mese di settembre 1857), mi occupai nel mettere in ordine le predizioni relative agli ultimi tempi sparse nei quattro volumi della Suora della Natività. Avevo l’intenzione di pubblicarle dopo averle coordinate. Credevo di fare in questo una cosa utile, perché mi sembrava si conoscesse a qual punto noi siamo della vita del mondo, affinché si sappia di conseguenza, che i padri di famiglia debbano dirigere l’educazione dei loro figli, in modo di fortificarli per il giorno della grande Tentazione e a disporli, per quanto possibile, a soffrire il martirio, qualora Dio decidesse di concedere loro l’onore e la grazia di sceglierli come suoi testimoni. – Io avevo completato questo piccolo lavoro, quando il sig. Canonico de Wüilleret pubblicò la traduzione francese dell’Interpretazione di Holzhauser, contenente il Commentario delle parti (dal capitolo XV, v. 4 fino alla fine) che il venerabile Servo di Dio non aveva spiegato. Io allora esaminai attentamente ed in dettaglio quest’opera; mi accorsi che, se le mie Congetture principali si accordavano con quelle del santo padre, ero però in disaccordo con lui su molti dei punti che avevano importanza, ed ebbi l’idea di pubblicare delle osservazioni sia sulle opinioni dell’Autore, sia su quelle del suo rispettabile traduttore e continuatore. – Feci parte del mio progetto a qualche amico; essi mi consigliarono di riunire in un solo libro sia l’opuscolo «Dove siamo, dove andiamo?» togliendone le parti più evidenti che avessero potuto intimorire qualche spirito, sia le predizioni coordinate della Suora della Natività, sia infine le mie osservazioni sull’Interpretazione dell’Apocalisse di Holzhauser e M. de Wüilleret. Ho così ceduto a questo consiglio che mi è parso saggio. L’opera che presento al pubblico conterrà questi tre elementi e sarà così più completa ed utile. Ma siccome le predizioni della Suora della Natività (Vie et visions de Sœur de la Nativité: religieuse converse au couvent des Urbvanistes de Fougeres, vol. I-IV, Beaucé ed., Paris, 1819) non hanno alcuna autorità,  non le porrò in discussione, e mi limiterò a riportarle in maniera testuale ed analitica, con delle note a piè di pagina alle quali mi sembrerà che possano riportarsi (Le note relative alle rivelazioni della suor della Natività formeranno una seconda serie di note indicate da delle stelle, e avranno esse stesse delle sotto-note). Qualunque sia la mia attuale convinzione su tutto ciò che ho affidato a questa piccola opera, dichiaro di non avere espresso che delle opinioni particolari, puramente congetturali, che non hanno alcuna autorità e non ne aspirano ad averne. – Io non ho la singolare pretesa di credere di aver trovato la chiave delle profezie dell’Antico e del Nuovo Testamento. Quando pure le mie convinzioni fossero vere, esse non escluderebbero altri giudizi che potrebbero essere altrettanto veri, essendo la parola di Dio suscettibile di numerose applicazioni ugualmente giuste, ed essendo verità sotto diversi punti di vista. Se qualche volta mi esprimo in maniera affermativa, lo faccio nella forma, per la chiarezza e la brevità della frase, e non per il fondo. Io sono pronto ad abbandonare tutte queste maniere di vedere, se fossero erronee. – Figlio della Chiesa Cattolica, Apostolica e Romana, io voglio servire mia Madre, e non affliggerla.

Amedeo Nicolas.

Di seguito sono riportati i seguenti passi delle Sacre Scritture, per la cui lettura rimandiamo alla Vulgata e alla traduzione italiana di Mons. A. Martini.:

APOCALISSE DI SAN GIOVANNI (I- XXII)

VANGELO DI SAN MATTEO:

Capitolo XIII – (24 – 30);

La Zizzania sopra seminata.

Capitolo XXII – (1- 13)

Parabola del festino di nozze – La veste nuziale

Capitolo XXIV –

I. (1-8)

 Rovina del tempio – Seduttori, Guerra – Carestia – Abominio

II. (9- 14)

 Giusti perseguitati – Falsi profeti – carità raffreddata – Perseveranza

III. (15 – 22)

Abominazione nel luogo santo – Fuga – Mali estremi

IV. (23 – 28)

Falsi cristi – Eletti quasi sedotti

V. (29 – 35)

Sole oscurato – Avvento di Gesù-Cristo

VI. (36 – 39)

L’Ultimo giorno improvviso

VII. (40-44)

L’uno preso, l’altro lasciato – Vegliare sempre

VIII (45- 51)

Servo prudente – Servo violento

VANGELO DI SAN LUCA

II. (7-14)

Prendere l’ultimo posto – Invitare i poveri.

III. (15-24)

Parabola dei convitati che si scusano.

ISAIA

CAPITOLO XXII

(1-25)

EZECHIELE

CAPITOLO XXXVII

(1-28)

CAPITOLO XXXVIII

(1-23)

CAPITOLO XXXIX

(1-29)

DANIELE

CAPITOLO VII

(1-28)

CAPITOLO XII

(1-13)

CONGETTURE SULLE ETÀ DELLA CHIESA E GLI ULTIMI TEMPI (2)

IL SEGNO DELLA CROCE (17)

IL SEGNO DELLA CROCE AL SECOLO XIX (17)

PER Monsig. GAUME prot. apost.

TRADOTTO ED ANNOTATO DA. R. DE MARTINIS P. D. C. D. M.

LETTERA DECIMASESTA.

11 dicembre.

Il segno della croce mette in pezzi gli idoli e ne scaccia i demoni: prove. — Libera da essi gli energumeni: esempi. Recente aneddoto. – Nuove prove. — Rende inutili gli attacchi diretti del demonio: prove. Gli attacchi indiretti: prove: — Tutte le creature soggette al demonio sono strumenti da lui usati a nostra rovina.  — Il segno della croce le sottrae a tale dominio, ed impedisce che siano nocevoli all’anima ed al corpo nostro. — Profonda filosofa dei primitivi Cristiani. — Loro uso del segno della croce. — Quadro di San Giovanni Crisostomo.

La potenza del segno della croce deve estendersi al pari di quella di satana, mio caro Federico. L’usurpatore infernale si è impossessato di tutte le parti della creazione, ed il proprietario legittimo ha dovuto cacciarnelo, e dare a chi avea il diritto di possederle un mezzo onde mettere in fuga un tale usurpatore. Epperò il segno della croce ha, non solamente il potere d’impedire a satana il parlare, ma l’obbliga ad abbandonare le cose ed i corpi che padroneggia. — In conferma di tale verità apportiamo qualche fatto scelto fra mille. Regnava l’imperatore Antonino, e questo Cesare filosofo rompeva a crudelissima persecuzione contro i fedeli. Roma era gremita d’idoli, ed ai piedi di essi erano trascinati i nostri avi per forzarli ad offrire l’incenso. Una delle eroiche nostre sorelle Gligeria, è condotta alla presenza del governatore della imperiale città. « Vediamo, questi le dice, prendi questa fiaccola e sacrifica a Giove. No, risponde la vergine cristiana, io sacrifico all’eterno Dio, e non m’è però mestieri avere il fumo delle fiaccole: fa che sieno estinte, perchè il mio sacrifizio torni a Lui più gradito. Il governatore il comanda, e le fiaccole sono spente. Allora la nobile e casta vergine eleva gli occhi al cielo, stende la mano verso il popolo, e cosi ella gli parla: Vedete la fiaccola, che orna, e splende sulla mia fronte. Così detto fa il segno della croce ed esclama: Dio onnipossente, che siete onorato da’ vostri servi colla croce di G. – C. mandate deh! in pezzi questo demonio fatto dalla mano dell’uomo. Tosto ch’ella ebbe cosi pregato Dio, un fulmine cade, e la statua di Giove è abbattuta » (Baron. T. II.). Simile cosa leggiamo nella persona di san Procopio. Condotto innanzi agli idoli, il glorioso atleta vi resta in piedi, e rivolgesi verso l’Oriente, e forma il segno venerando su tutto il suo corpo; quindi alzando gli occhi e le mani verso il cielo dice « Signor Gesù Cristo! » Nello stesso tempo fa contro la statua un segno di croce, che accompagna con queste parole « Simulacri immondi, io vi dico, temete il nome del mio Dio, fondetevi in acqua e spargetevi sul suolo di questo tempio ». Detto, fatto (Surius, in die 8 oct.). Costretto satana, a vista del segno della croce, ad abbandonare i luoghi da lui abitati, per la virtù dello slesso segno è obbligato di lasciare i corpi degl’infelici di che erasi impossessato. Qui ancora i fatti abbondano, confermati da testimoni degnissimi di fede. – Ed eccoti innanzi ogni altro S. Gregorio, uno de’ più gloriosi Pontefici che abbiano governata la Chiesa Cattolica, che ci racconta un fatto ch’ebbe luogo nella patria sua. A tempo de’ Goti, scriv’egli, il re Totila venne in Narni, piccola città a poche miglia da Roma, essendone vescovo Cassio. Il santo Vescovo credette condursi all’incontro del principe. Il continuo piangere avea arrossito gli occhi ed il volto del santo di modo, che Totila, nulla sapendone, lo attribui ad intemperante uso di vino, epperò mostrò profondo disprezzo per l’uomo di Dio. Ma l’Onnipossente volle mostrare quanto grande fosse colui, che veniva fatto segno al disprezzo del sovrano; epperò nella pianura di Marni alla presenza di tutta l’armata un demonio s’impossessa dello scudiere del re, e ne fa acerbissimo strazio. Lo conducono a Cassio alla presenza del re, ed il santo fatto il segno della croce, il demonio è scacciato. Da quel momento il disprezzo di Totila si rimutò in stima, conoscendo a fondo colui che uvea vilipeso giudicando dalle sole apparenze » (Vir Domini, oratione facta, signo Crucis expulit. Dialog. lib. III, cap. 6). Ascolta questo altro fatto ammirato dalla patria tua. Nella Prussia in un certo luogo chiamato Velsenberg, viveva un uomo ricco e potente a nome Ethelbert, che era posseduto da un demonio; il perchè era uopo assicurarsene con ferri e catene. Molti lo visitavano nei suoi dolori, ed un giorno in presenza di alquanti pagani, e de’ sacerdoti degl’idoli, il demonio gridò: Se il servo di Dio vivo, Swirbert, Vescovo de’ Cristiani non viene, io non partirò da questo corpo. E perchè il demonio non cessava dal ripetere la stessa cosa, gl’idolatri confusi si ritirarono, non sapendo che fare: ma dopo molte esitazioni, si decisero di andar pel santo, e trovatolo lo pregarono con ogni instanza perchè si rendesse presso l’ossesso. Swirbert apostolo della Frisia, e di una parte dell’Alemagna, come devi sapere, consentì, e tosto che il santo mosse verso l’ossesso, questi digrignava i denti, e metteva grida orribili; ma come il santo si avvicinava all’abitazione lo sventurato ammansiva, e restò in fine tranquillo nel suo letto, quasi fosse dolcemente addormentato. Il santo guardatolo, dice a’ suoi compagni di mettersi a pregare, ed egli medesimo prega il Signore perchè si degni scacciare il demonio dal corpo di quello infelice per la gloria del suo Nome, e per la conversione degl’increduli. Finita la preghiera, si alza e fa il segno della croce sull’ossesso, dicendo: « In nome di nostro Signore Gesù Cristo, ti comando, spirito immondo, di uscire da questa creatura di Dio, affinchè essa conosca Colui ch’è vero suo Creatore. Lo spirito maligno al momento istesso sorte lasciando un fetore terribile » (Signavit dæmoniacum signo salutiferae crucis, dicens: In nomine Domini nostri Jesu Christi praecipio Ubi, immunde spiritus, ut exeas ab hao Dei creatura, ut agnoscat suum verum Creatorem. Statimque cum fœtore spiritus malignus exiit.- Marcellin. in vit. S. Sirirbert., c. XX). L’infermo gongolando di gioia, cadeai piedi del santo e dimanda il battesimo, che gli fu accordato. – Ecco, caro Federico, quanto accadeva nella Prussia quando usciva dalla barbarie. Là come dappertutto, a colpi di miracoli il Vangelo s’è fatto accettare, ed il segno della croce n’è stato lo strumento ordinario. Qual è oggi la religione de’ Prussiani? È quella de’ loro primi apostoli? Quella che insegna a fare il segno della croce? – I protestanti dicono che un uomo onesto non deve mutare religione, ed eglino affermano di amare quanti, che conservano la religione de’ padri loro; ma, per me, amo più ancora quelli che conservano la Religione degli avi. – A questo proposito, tu conosci quanto raccontasi del celebre conte di Stolberg, di questo amabile e dotto uomo, una delle glorie della vostra Alemagna, che avea abiurato il protestantesimo: Il re di Prussia ne rimase sì dolente da ritirargli la sua grazia, ma dopo alcuni anni, avendo bisogno di consiglio, mandò per lui. Come il conte fu alla presenza del re, questi gli disse: « Non posso dissimularvi, signor conte, che ho poca stima per un uomo, che muta religione. Ed il conte di rimando: Ecco perchè, Sire, disprezzo profondamente Lutero ». – Che il segno della croce sia arma universale e potente a cacciar dal corpo degli ossessi satana, è chiaro per gli esorcismi della Chiesa. Se tu dai uno sguardo al Rituale romano, tu avrai la prova di quanto dico. Ora gli esorcismi con le loro insufflazioni ed il segno della croce rimontano alla culla del Cristianesimo. Tutti i Padri dell’Oriente e dell’Occidente, che hanno parlato del Battesimo ne fanno menzione. In luogo di tutti ascolta S. Gregorio il Grande. « Quando il catecumeno si presenta per essere esorcizzato, il prete gli soffia in volto affinchè, il demonio scacciato, sia libera l’entrata a Gesù Cristo nostro Dio. Dopo gli fa il segno della croce sulla fronte dicendo: Ti segno colla croce di Nostro Signore Gesù Cristo. E sul petto dicendo: Pongo nel tuo petto il segno della croce di Nostro Signore Gesù Cristo » (Cum ad exoreizandum ducitur, prinio a Sacerdote exsuffletur in faciem ejus, ut, fugato diabolo, Christo Deo nostro pateat introitus. Et tunc in fronte crux Christi agatur, dicendo, etc. – S. Greg. Sacramentar.). – Come qui li vedi descritti, gli esorcismi hanno traversato i secoli, e di presente, essi sono ancora in uso su tutti i punti del pianeta, ove trovasi un prete cattolico, ed una creatura umana da sottrarre all’impero di satana. – Ma i demoni dimorano non solo ne’ tempi e nelle statue dove riscuotono onori divini, nè solamente ne’ corpi degl’infelici, ch’eglino tormentano, ma sono dapertutto, e l’aria n’è piena. Nemici infaticabili ci attaccano di continuo direttamente, o indirettamente per lo mezzo delle creature. Diretti o indiretti, aperti o nascosti, i loro attacchi diventano inutili innanzi al segno della croce. Il Signore, dice Arnobio, ha formato le nostre dita alla pugna, affinchè quando siamo attaccati da’ nostri nemici visibili ed invisibili, noi ne usassimo a formare sulla nostra fronte il segno trionfale della croce (Arnob. in Psalm. CXVIII). – Fra le mille eroine del Cristianesimo, che, fior di beltà e di purezza, maneggiavano quest’arma, quando l’iniquità de’ persecutori le condannava a perdere il candore del giglio di che erano tenerissime, è da annoverare Giustina da Nicomedia. Questa, nata di nobilissima schiatta, quanto bellissima altrettanto ricca, sprezzatrice era del mondo e tipo di cristiana modestia. Queste virtù non la salvarono dall’inspirare ad un giovane pagano cocentissimo amore. L’idolatro giovane a nome Aglaida, per ottenere il cuore di Giustina usò offerte, promesse, preghiere, ma queste inutili tornavano; poiché lo sposo della vergine cristiana era il crocifisso Signore, e da esso non valevano argomenti umani a separarla. Aglaida disperato fa ricorso a Cipriano, venuto in gran fama di mago nella città; ma, questi acceso di eguale amore per Giustina, usò a proprio conto delle sue malie. Tutto l’inferno mosse al soccorso di lui. I demoni i più violenti furono sbrigliati contro la casta e pura vergine di Nicomedia; ma Giustina moltiplicava le preghiere, le mortificazioni, e tutta in Dio raccolta, vigilante, nel forte della battaglia si segnava col segno salutare, ed i demoni vinti e scornati prendevano la fuga. Con tale arma Giustina, non solo salvò la sua virtù, ma ebbe ancora la gloria di guadagnare Cipriano, che fu martire, e divenne una delle più gloriose conquiste del segno trionfatore (Vita 26 sett.). – Antonio, il grande atleta del deserto, maneggiò parimenti quest’arma vittoriosa in tutta la sua vita, che fu continua pugna contro satana, e con essa vinceva il nemico, che, nel forte della pugna, prendeva tutte le forme. Lasciamo parlare il degno storico di un tal uomo. – « Alcune volte, dice santo Atanasio, tale un fracasso orrendo faceasi sentire, che la caverna di Antonio tutta ne tremava, e dalle squarciate pareti si precipitavano in folla i demoni, che prendendo le forme di bestie la riempivano di serpenti, di leoni, di tori, di lupi, d’aspidi, di dragoni, scorpioni, orsi e leopardi, e ciascuno dava grida alla maniera della bestia di che avea presa la figura. Il leone ruggiva, e mostravasi di volerlo addentare, il toro muggendo lo minacciava con le corna, il serpe facea sentire il suo sibilo, il lupo mostrava le zanne, il leopardo colla variopinta pelle mostrava tutta l’astuzia dello spirito infernale; tutti presentavano figure spaventose a vedere, e mettevano voci orribili a sentire. « Antonio, or battuto or ferito, sentiva vivissimi dolori nel corpo, ma l’animo contemplativo restava imperturbabile. Tuttavolta le ferite gli strappassero delle grida di dolore, pure sempre ad un modo parlava a’ suoi nemici burlandosi di loro : « Se voi aveste della forza, diceva Antonio, un solo di voi basterebbe ad uccidermi; ma, poiché la potenza del mio Dio vi snerva, voi venite in folla per farmi paura ». Ed aggiungeva: « Se voi avete qualche potere, se Dio m’ha abbandonato a voi, eccomi, divoratemi; ma se nulla potete, perchè tanti sforzi inutili? Il segno della croce e la confidenza in Dio sono per noi fortezza inespugnabile » (Signum enim crucis et fides ad Dominum inexpugnabilis nobis murus est. – De vit. S. Ant.). Allora i demoni digrignavano i denti, facevano mille minacce ad Antonio, ma vedendo che i loro attacchi a null’altro riuscivano che a farsi beffare, lo lasciavano per tornare a nuovi assalti. Il coraggioso parlare che Antonio, per la fede, faceva a’ demoni, lo ripeteva a’ filosofi pagani: « Quale utilità dal disputare? diceva il patriarca del deserto a questi eterni indagatori di verità. Noi pronunziamo il Nome del Crocifisso, e tutti i demoni che voi adorate come dei arrossiscono. Al primo segno della croce, eglino abbandonano gli ossessi. Vedete: dove sono gli oracoli bugiardi? ove gl’incanti degli Egiziani? Tutto è stato distrutto da che il Nome di Gesù Crocifisso ha rimbombato nel mondo ». Quindi avendo fatto venire degli ossessi, continuando cosi diceva a’ suoi interlocutori: « Coi vostri sillogismi, o con qualsiasi incanto liberate queste povere vittime da quelli, che voi chiamate dei; ma se non lo potete, confessatevi vinti. Ricorrete al segno della croce, e l’umiltà di vostra fede sarà seguita da un miracolo di potenza ». A queste parole, egli invoca il nome di Gesù, fa il segno della croce sulla fronte degli ossessi, ed i demoni fuggono alla presenza de’ filosofi confusi ( Ibid.). ». – I fatti dello stesso genere sono numerosi quasi come le pagine dell’istoria. Tu li conosci, io passo oltre. Agli attacchi diretti e palesi, i demoni aggiungono gl’indiretti e nascosti, non meno pericolosi de’ primi, e più frequenti. Ve n’hanno di due sorta: gli uni interiori, e gli altri esteriori. I primi sono le tentazioni propriamente dette. Ti ho già detto che la croce è l’arma vittoriosa, che le dissipa, e dicendolo mi rendo eco della tradizione universale, e della esperienza giornaliera. « Quando voi fate il segno della croce, ricordate quello che esso significate voi ammansirete la collera, e tutti i movimenti disordinati dell’animo », diceva il Grisostomo (Cum signaris, tibi in mentem veniat totum crucis argumentum, ac tum iram omnesque a ratione adversos animi impetus extinseris. – S. Joan Chrys. Ve adorat. pret. Crucis, n. 3), ed Origene aggiunge: «È tale la potenza del segno della croce, che se la si tiene innanzi agli occhi, e nel cuore, non v’ha concupiscenza, nè voluttà, nè furore che le possa resistere: alla sua presenza tutto l’esercito della carne e del peccato è sconfitto » (Origen. Comment, in Epint. ad Roman., lib. VI, n. 1). I secondi attacchi vengono dal di fuori. Nessuna creatura sfugge alle maligne influenze di satana, e di tutte egli fa strumento della sua collera implacabile contro l’uomo. Te l’ho già mostrato, è un articolo della credenza del genere umano. Quale arma Dio ci ha dato, poiché egli dovea darcene una, per liberarci da tali influenze, e liberandocene preservare la nostra anima ed il nostro corpo dalle funeste insidie di colui, ch’è chiamato, con ragione, il grande omicida, Homicida ab initio? Tutte le generazioni si levano dal fondo de’ sepolcri, per dirmi: È il segno della croce! Tutti i Cattolici viventi nelle cinque parti del mondo, uniscono la loro voce a quella de’ loro antenati e ripetono: È il segno della croce! Scudo impenetrabile, torre fortissima, arma speciale contro il demonio, arma universale del pari potente contro i nemici visibili ed invisibili, arma facile per i deboli, gratuita per i poveri: è questa la definizione, che i morti ed i vivi ci danno del segno adorabile. Quindi due grandi verità: la soggezione di tutte le creature al demonio, e la potenza del segno liberatore a liberarle da essa, ed impedir loro di non nuocerci. Da queste due verità profondamente sentite, sempre antiche e sempre nuove, sortono due fatti logici. Il primo, l’uso degli esorcismi nella Chiesa cattolica; il secondo, l’uso incessante del segno della croce presso i primitivi Cristiani. Che cosa infatti significa l’esorcismo? La credenza, che ha la Chiesa intorno al dominio, che satana esercita sulla creatura. Qual è l’effetto degli esorcismi? Il liberare le creature da questa servitù. Ora, siccome non v’ha creatura che non sia esorcizzata dalla Chiesa, ne segue, che a’ suoi occhi l’universo in tutte le sue parti è un gran schiavo, un grande ossesso, (Questa espressione dell’autore potrà sembrare esagerata; però crediamo aggiungere qualche parola di S. Agostino, che le dà tutta la verosimiglianza. Il santo dottore per ispiegare come i maghi possano, per lo mezzo di satana, operare delle cose straordinarie, afferma che a ciascuna cosa visibile presiede uno spirito, il quale agisce in esse come in parte disgiunta dall’universo; cioè con azione particolare che non può alterare le leggi generali: e come in parte che entra nell’ordine cosmico, e sottosta all’azione universale, e forma parte delle leggi, che reggono l’universo fisico. Per quest’azione che ha satana negli esseri particolari produce delle cose straordinarie,sottostando sempre all’azione della provvidenza divina, che regge tutto il cosmo.  – De diversis quæst. 83, quæst. LXXIX, n. 1.). – – Una grande macchina da guerra continuamente contro noi elevata. Ed a sua volta che cosa era il continuo uso del segno della croce presso i Cristiani? Un esorcismo continuato. Se, con la Chiesa cattolica e col genere umano, si ammette che il demonio agogna asservare tutte le creature, ed usare di tutte esse a veicolo delle sue maligne influenze; che a ciascun’ora, in ogni momento, e per ogni azione l’uomo può entrare in contatto con esse, qual cosa mai è più ragionevole dell’uso costante di un’arma cotanto necessaria? Per le quali cose, il frequente uso di questa segno presso i nostri avi, mostrala loro profonda filosofia. Eglino conoscevano a fondo, ed in tutta la sua distesa la legge del mondo morale, il dualismo; comprendevano che, l’attacco essendo universale e continuo, era mestieri, per conservare l’equilibrio, che la difesa fosse universale e del pari continuata (Per intendere come satana usi di tutti gli elementi della natura per apportar del male alla umana famiglia, e sfogare contro essa l’invidia di che è pieno, è da leggere l’eccellente opera, approvata dall’accademia di Francia, e scritta da una delle sue principali glorie, Monsieur de Mirville. In essa si troverà svolta con scienza ed erudizione questa parte dell’arte satanica: l’opera ha per titolo: Des Esprits ctc. Esortiamo, ancora per lo stesso fine, alla lettura dell’altra eccellente opera di M.r de Mouseaux: La Magie au XIX siecle). Di nuovo, che di più logico? Eglino facevano il segno della croce sopra ciascuno de’ loro sensi. Vuoi intenderne il perchè? I sensi sono le porte dell’anima, e servono da intermedi tra essa e le creature. Quando essi sono segnati della croce, le creature non possono entrare in comunicazione con l’animo, che per lo mezzo de’ mediatori santificati, dove perdono le loro funeste influenze. Ma questo non bastava per i nostri padri. Eglino facevano l’adorabile segno su tutti gli oggetti di loro uso, e per quanto loro fosse possibile, su tutte le parti della creazione. Le case, i mobili, le porte, le fontane, i limiti de’campi, le colonne degli edifizi, le navi, i ponti, le medaglie, le bandiere, i cimieri, gli scudi, gli anelli: in tutto era impresso 1’adorando segno. Impediti dalle occupazioni e dalle distanze de’ luoghi di ripeterlo continuamente ed in ogni dove, lo immobilizzavano scolpendolo e dipingendolo sul prospetto di tutte le creature, fra le quali passavano la loro vita. Parafulmine e monumento di vittoria, tale era allora il segno augusto. Parafulmine divino, atto ad allontanare i principi dell’aria con la loro incalcolabile malizia, ben altrimenti dalle barre di ferro, che sormontano i nostri edifizi per scaricare le nubi pregne di elettricismo. Monumento di vittoria che accenna alla vittoria del Verbo incarnato riportata sul re di questo mondo, come le colonne dal vincitore elevate sul campo di battaglia servono da monumento commemorativo della sconfitta dal nemico sofferta.- Dalle alture di Costantinopoli contempliamo con san Giovanni Grisostomo il mondo smaltato di questi parafulmini, e da questi monumenti di vittorie, « Più preziosa dell’universo, dice l’eloquente patriarca, la croce brilla sul diadema degl’imperatori. Dappertutto dessa si presenta al mio sguardo, e la trovo presso i re, e presso i sudditi, presso le donne e gli uomini; con essa si ornano le vergini e quelle che menarono marito, gli schiavi ed i liberi. Tutti la segnano sulla miglior parte del loro corpo, la fronte, dov’essa risplende come una colonna di gloria. Dessa è alla sacra mensa; nelle ordinazioni de’ preti non manca, ed alla cena mistica del Salvatore io la rimiro: dessa è scolpita in tutti i punti dell’orizzonte, sormonta le case, si eleva nelle pubbliche piazze, ne’ luoghi abitati e nei diserti, lungo le strade, sulle montagne, ne’ boschi, sulle colline, sul mare al sommo delle navi, nelle isole; dessa è sulle finestre e su le porte, al collo de’ Cristiani, sui letti e gli abiti, sui libri e sulle armi ; ne’ festini, sui vasi di oro e di argento , sulle pietre preziose, nelle pitture degli appartamenti. « La si forma sugli animali infermi, su gli ossessi, nella guerra e nella pace, il giorno e la notte, nelle riunioni da sollazzo e di penitenza. Appartiene a chiunque cerca essere protetto da questo segno adorabile. Che v’ha da recar meraviglia? Il segno della croce è il simbolo della nostra emancipazione dalla schiavitù, il monumento della libertà del mondo, ricordo della mansuetudine del Signore. Quando tu lo esegui ricorda il prezzo sborsato pel tuo riscatto, e tu non sarai schiavo di nessuno. Eseguilo, non solo col tuo dito, ma più ancora con la tua fede. Se tu in tal modo lo farai sulla tua fronte, nessuno spirito potrà resistere alla tua presenza; egli vede il coltello da che è stato piagato, e la spada che l’ha ferito a morte. Se alla vista de’ luoghi del patibolo noi siamo presi da orrore; immagina quel che debba soffrire satana ed i suoi angeli, a vista dell’arme con che il Verbo eterno ha abattuta la potenza, ed ha troncato il capo al dragone » (Quod Christy sit Deus opp. t. 1, p. 698, edit. Paris; et in Math., homil. 54, t. VII, p. 610, et in c. Ill ad Philip.).

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: SS. PIO XII – “LUCTUOSISSIMI EVENTUS”

«… Noi attingiamo grande speranza specialmente dalle preghiere di questi piccoli, che di questo mondo macchiato di tanti crimini e peccati possono in certa guisa essere chiamati Angeli ». Questo commovente auspicio è rivolto dal Santo Padre SS. Pio XII, ai bambini Cristiani del mondo perché aggiungano le loro alle preghiere cattoliche supplicanti la pace e la prosperità per il popolo ungherese colpito dalla violenza degli eventi oppressivi della peste comunista giunta fin là per spegnere il fuoco della carità e della fede in Gesù Cristo Nostro Signore e trascinare anime nel fuoco eterno secondo i desideri del loro padrone e padre: il demone luciferino. Lo stesso demone oggi, trasformatosi da mentore del comunismo ateo, al timoniere del mondialismo non solo ateo, ma infernale, sta portando gli ultimi colpi alle “immagini viventi e somiglianti” di Dio, da lui tanto odiate, cioè agli uomini, ed in particolari ai Cristiani tutti, compresi i modernisti postconciliari, inconsapevoli complici di tanto sfascio e del paganesimo pratico amorale imperante in ogni angolo del pianeta e da essi – in unione con gli usurpanti antipapi – sbandierato come Cattolicesimo civile “progressista”. La sorte degli ungheresi dell’epoca si è allargata a macchia d’olio in Europa e negli altri continenti, soprattutto per la sonnolenza colpevole e l’infingardia dei religiosi e dei prelati ipocriti e falsi Cristiani … se ancora si possono definire Cristiani… La ricetta che allora consigliava Papa Pacelli vale ancora e sempre: pazienza, invocazioni di aiuto alla SS. Vergine e alla SS. Trinità ed una preghiera incessante che coinvolga soprattutto i piccini tanto cari al Signore Iddio.

PIO XII

LETTERA ENCICLICA

LUCTUOSISSIMI EVENTUS

PUBBLICHE PREGHIERE 
PER IL POPOLO UNGHERESE

Gli eventi luttuosissimi, da cui sono colpiti i popoli dell’Europa orientale, e soprattutto l’Ungheria a Noi carissima, insanguinata al presente da una terribile strage, profondamente commuovono il Nostro animo paterno; e non solamente il Nostro, ma certamente anche quello di tutti coloro a cui stanno a cuore i diritti della civiltà, la dignità umana, e la libertà dovuta ai singoli e alle nazioni. – Perciò la coscienza del Nostro apostolico mandato Ci spinge a rivolgere un fervido appello a voi tutti, venerabili fratelli, e ai greggi affidati a ciascuno di voi, affinché, animati da carità fraterna, innalziate insieme con Noi suppliche a Dio, per ottenere da Lui – nelle cui mani è posta la sorte dei popoli e non solo il potere, ma anche la vita dei loro governanti – che si ponga fine a tanto spargimento di sangue e affinché finalmente risplenda quella vera pace, che è fondata sulla giustizia, sulla carità e sulla giusta libertà. Sia chiaro a tutti, che l’ordine dei popoli sconvolto non può essere ristabilito né con la potenza delle armi, apportatrici di morte, né con la violenza inflitta ai cittadini, di cui non può soffocare l’intimo sentimento, né con le fallaci teorie, che corrompono gli animi e che violano i diritti della chiesa e della coscienza civile e cristiana; e neppure può essere mai soffocato con la forza esterna l’anelito verso una giusta libertà. – In queste gravissime circostanze, che tanto angustiano una parte diletta dell’ovile cristiano, un grato ricordo si affaccia al Nostro animo. Quando appunto molti anni fa Ci recammo a Budapest in qualità di legato a latere del Nostro predecessore di f. m. Pio XI, per prendere parte al Congresso Eucaristico Internazionale ivi celebrato, avemmo la gioia e la consolazione di vedere i diletti Cattolici dell’Ungheria seguire con ardente pietà e somma venerazione l’augusto Sacramento dell’altare portato trionfalmente per le vie della città. Siamo certi che la medesima fede e il medesimo amore verso il divin Redentore infiammerà ancora gli animi di quel popolo, quantunque i fautori del comunismo ateo si siano sforzati con ogni mezzo per strappare dalle menti la Religione dei padri. Perciò nutriamo piena fiducia che questo nobilissimo popolo, anche nel grave frangente in cui ora si trova, innalzerà suppliche a Dio per impetrare la desiderata pace, poggiata sul retto ordine. E abbiamo pure piena speranza che tutti i veri Cristiani, in qualsiasi parte del mondo si trovino, intrecceranno le loro preghiere a quelle dei loro fratelli oppressi da tante calamità e ingiustizie, quale testimonianza dei comuni vincoli di carità. In modo speciale Noi esortiamo a questa crociata di preghiere tutti coloro ai quali, come il divin Redentore, così Noi pure, che siamo il suo rappresentante in terra, guardiamo con particolare tenerezza, coloro cioè che nel primo fiore degli anni rifulgono per l’innocenza, la soavità e la grazia. Noi attingiamo grande speranza specialmente dalle preghiere di questi piccoli, che di questo mondo macchiato di tanti crimini e peccati possono in certa guisa essere chiamati angeli. Insieme con essi tutti i Cristiani invochino il potentissimo patrocinio della Beata Vergine Maria, patrocinio che tanto valore ha presso Dio per noi, essendo essa la Genitrice del divin Redentore e la nostra Madre amorosissima. – Non abbiamo alcun dubbio che presso tutte le genti, nelle città, nei paesi e anche nei più remoti villaggi, ovunque rifulge la luce dell’Evangelo, tutti i Cristiani, e in primo luogo i fanciulli e le fanciulle, corrisponderanno con trasporto a queste Nostre paterne esortazioni, a cui si aggiungeranno le vostre; di maniera che, con l’influsso e con l’aiuto della grazia di Dio, invocato da tante voci supplichevoli, e con l’intercessione di Maria Vergine, il carissimo popolo ungherese, afflitto da tanti dolori e bagnato da tanto sangue, come pure gli altri popoli dell’Europa orientale, privati della loro libertà religiosa e civile, possano felicemente e pacificamente dare un retto ordine alla loro cosa pubblica, salvaguardando i diritti di Dio e di Gesù Cristo Re divino, il cui regno «è regno di verità e di vita, regno di santità e di grazia, regno di giustizia, di amore e di pace». – Animati da questa dolcissima speranza, sia a voi tutti, venerabili fratelli, e ai greggi alle vostre cure affidati, sia specialmente a coloro che in Ungheria e nelle altre Nazioni dell’Europa orientale si trovano in condizioni tanto difficili e sono oppressi da tante calamità, impartiamo di tutto cuore l’apostolica benedizione, auspicio delle celesti grazie e pegno della Nostra benevolenza; benedizione che estendiamo in modo tutto particolare ai sacri pastori delle suddette nazioni che languiscono in carcere o si trovano in relegazione o in esilio.

Roma, presso San Pietro, 28 ottobre, festa di Cristo re, l’anno 1956, XVIII del Nostro pontificato.