LO SCUDO DELLA FEDE (93)

Paolo SEGNERI S. J.:

L’INCREDULO SENZA SCUSA –

Tipogr. e libr. Salesiana, TORINO, 1884 (4)

CAPO IV.

Dagli effètti dimostrasi che v’è  Dio.

I. Difficilissimo, non vel nego, è provar dalla sua cagione, che Dio vi sia: anzi è del tutto impossibile, perché la prima cagione non può avere cagione da cui provenga (L’autore giustamente rigetta, siccome insussistente la dimostrazione dell’esistenza reale di Dio derivata dalla sua cagione e denominata perciò a priori. Nel che egli ha dalla sua non solo la ragione, ma altresì la forte autorità di s. Tommaso, il quale nella sua Summa contro gentiles, lib. I. cap. 10 ed il pone in chiaro,come muovendo dall’idea di Dio non si riesca se nonall’esistenza meramente ideale di Dio). Ma che rileva? Quanto nascoso è il Nilo all’Egitto nella sua fonte, tanto egli è manifesto nella sua piena. Basta però, che la cagion prima dimostrisi dagli effetti che sono a lei sì proporzionati: non già con proporzione di dignità, quale hanno le cose generato col generante; ma con proporzione di dipendenza, quale hanno le cose fatte col facitore. Che se tali effetti, in riguardo alla loro fonte inesausta, non sono più che una stilla; in riguardo a noi sono una piena bastevole ad assorbire ogni gran considerazione. Prima però ch’ella ci giunga a sorprendere, date mente.

I.

II. E indubitato, che al tutto non poté precedere il nulla. Perché, se il nulla fosse tanto antico di età, che avesse preceduto il tutto, possibile cosa alcuna. Conciossiachè, da chi potrebbe sortir mai questa il natale, cioè il passaggio dal non essere all’essere? Sicuramente lo dovrebbe sortire, o da sé, o dal nulla, anteriore a lei. Ma il nulla non può dare ciò che non ha voglio dire l’esser reale. Ed ella, se in questo punto comincia ad essere, come poté fare sé, quando ancor non era?

III. Vedete dunque, doversi a forza concedere, che ab eterno vi fu qualche essere necessariamente esistente, il quale donò l’essere a ciò che non lo godea. Ed un tal essere, necessariamente esistente, padre, produttore, fattore di quanto v’è fuori di lui stesso, è quello che noi chiamiamo la cagion prima, precedente ab eterno tutto il creato (Più in breve, esiste qualche cosa, dunque esiste un essere necessario).

IV. Ma gli ateisti sono certe bestie restie, che impuntano ad ogni passo. E però quantunque sia questo un lume sì chiaro, ricusano di guardarlo. E anzi di concedere quella eterna cagion del tutto che io vi dicea, o concedono infiniti effetti ed infinite cagioni, senza che mai si giunga a trovar la prima, e danno in altri spropositi che poi verremo a ribattere ad uno ad uno, come più folli. Però, se a questi voi non temete aderire, preparatevi pure a riportare anche voi dal braccio della ragione percosse orribili, quali appunto si sogliono scaricare su i mentecatti.

II.

V. E, per rifarci da quelle che si convengono al primo assurdo, non vedete voi, che il volere nell’assegnamento delle cagioni procedere in infinito, altro non è che atterrare il discorso umano da’ fondamenti? Innanzi a qualsisia moltitudine è necessario, come disse Platone, premettere l’unità: Necesse est ante omnem multitudinem ponere unitatem.(S.Thom): mercecchè l’uno è quello che alla fine dà legge al tutto. Se la galea, a onta della bonaccia, si muove in mare, perché ella è mossa dai remi; i remi, perché sono mossi da’ galeotti; i galeotti perché sono mossi dal comito; il comito, perché è mosso dal capitano; il capitano, perché è mosso dall’ammiraglio; l’ammiraglio, porche egli è mosso dal re: bisogna pure pervenire una volta a quell’uno primo, da cui provenga, che tal galea sia da tanti sospinta al corso; altrimenti ella si starebbe ancora oziosa nell’ arsenale. Vedete dunque, che a questa moltitudine di motori subordinati necessariamente ha da darsi il subordinante, da cui dipendano tutti, come gli strumenti dipendono dall’artefice. Ora ciò che in questa moltitudine avviene, avviene in ogni altra che sappiate voi divisare nel nostro mondo, dove nulla è di stabile, tutto è in moto. Conviene a ciascuna dare il primo motore, non mosso nelle sue opere da alcun altro: e per conseguente conviene darlo anche più a tutta la moltitudine universale delle creature, la quale come non può costare di cagioni puramente strumentali, forza è, che a queste abbia unita la principale. E tale è la cagion prima.

III.

VI. E vaglia la verità; non vegliamo noi tuttogiorno cogli occhi propri venire al mondo più cose nove, a guisa di personaggi che compariscono la prima volta in scena, su tanto palco, a fare la loro parte? A cagion di esempio. Veggiamo ogni ora nuovi uomini che seguitamento derivano l’un dall’altro per nascimento. Ora andiam col pensiero, se così è, navigando sempre a ritroso, e contra la corrente di tante generazioni, ascendiamo di padre in padre a osservar ciascuno. Converrà di certo arrivar ad un padre primo, il quale sia formato immediatamente da questa prima cagione sì necessaria che chiamiam Dio, se non vogliamo, negandolo, urtar di colpo nell’impossibile sommo, qual è – secondo Agostino – che un effetto novello produca sé. Né il ricorrere ad infiniti uomini, generati gli uni dagli altri, sopisce la difficoltà, ma la fa più viva. Perocché vi chieggo: Tra questi infiniti uomini da voi detti, evvene alcuno, il quale possegga una tal virtù, di generar se medesimo, o pur non v’è? Se direte esservi, voi dunque concedete l’assurdo massimo, dileggiato pur ora. E se voi lo negherete, dunque è di necessità assegnare a ciascuno di quella schiera (ove niuno a sé può dar l’essere da se stesso) qualcuno che glielo dia. E tal è la prima cagione, da cui dipende tutto ciò che da sé non può veder luce (Ammettere il processo all’infinito degli uomini e delle cose torna allo stesso, che ammettere e negare ad un tempo il principio di causalità. Posciachè mentre si conviene, che gli uomini sono gli uni cagione degli altri, si nega una cagion prima, che sola merita il nome di cagione, perché non è prodotta da altro essere, ma sta da sé).

VII. Figuratevi con l’immaginazione una catena smisurata di anelli sospesi in aria. Se, a sostenersi, l’ultimo di loro ha bisogno del susseguente cui sta connesso, l’altro dell’ altro, e l’altro dell’altro; converrà pure giungere ad un anello, che non sia labile come gli antecedenti, ma sia tenuto da qualche mano invisibile che non ceda, altrimenti tutta la catena composta di tali anelli cadrà a terra. Né vale, che tali anelli siano infiniti, e che perciò falli in essi questa supposizion di arrivare al primo; perché se sono infiniti, che importa ciò? Quanto più si aggiunge agli anelli di numero, tanto più si accresce alla catena di peso, non di fermezza: mentre è certissimo, che niuno però si ritrova fra tanti anelli che non sia labile; e questo basta a far che cadano tutti, ove niun li tiene. Dunque all’istessa maniera fingete uomini più e più, quanto piace a voi. Se ciascuno per essere ha bisogno di un altro che gli sia padre, converrà pure costituire un principio che dia saldezza a sì gran concatenazione, e non sia parimente un anello simile agli altri, cioè non sia bisognoso di alcuno che gli sia padre, ma sussista da sé medesimo, e possa reggere altri, senza esser retto, o, a parlar più chiaro, possa cagionare altri, senza essere cagionato, ch’è quello in che consiste al fine esser Dio. E ciò che io dissi di ciascuno individuo compreso in quella interminabile schiera di generati e di generanti, dite voi di tutta la schiera pigliata insieme, a modo di moltitudine. Come nessuno de’ suoi individui poté essere da se stesso, così né anche la schiera; non costando la schiera alfin d’altro più (comunque ella piglisi) che di quei tanti figliuoli e di quei tanti padri che andammo in essa a trascendere col pensiero per linea retta. E con ciò resta messa totalmente a sbaraglio la infinità dello cagioni efficienti al tutto chimerica, ove se ne escluda la prima.

IV.

VIII. Né perché io vi abbia qui favellato di queste cagioni sole che fanno più al caso nostro, dovete credere, che ciò in lor sole succeda. Succede in tutte. Tanto che, se nell’assegnarle, ove ci sia d’uopo, si dovesse procedere in infinito, miseri noi! che sapremmo noi mai di nulla? Il saper vero, è saper ciò che si sa dalle sue cagioni: Scire rem per causam (Arist. Metaph.). Questo è il saper di pittura, saper di musica, saper di marinaresca, sapere di agricoltura. Onde chi non sa le cagioni per cui si debba in alcun mestiere procedere di una forma, più che di un’altra, non ne sa nulla. Ma chi potrebbe tutte le cagioni trascorrere ad una ad una, per apprendere l’arte da sé bramata, se non avessero fine?

IX. Quindi, se si favelli di cagione finale, vi vuole il termine. Perché, se quel giovane indirizza l’esercizio alla sanità, la sanità allo studio, lo studio alla scienza, la scienza al dottorato, il dottorato alla cattedra più lucrosa, conviene arrivare a un limite in cui si posi l’intenzione dell’operante: altrimenti, senza un tal fine che sia qual meta, nessuno mai spiccherebbesi dalle mosse.

X. Se si favelli di cagion materiale, vi vuole il termine. Perché se la statua è fatta di stucco, lo stucco di carta, la carta di cenci, i cenci di tela, la tela di lin tessuto, convien ridursi ad una materia certa, ove alfin si resti: altrimenti mai non saprebbesi di che tale statua si avesse da fabbricare.

XI. E se si favelli altresì di cagion formale (ch’è quella da cui si prende la difinizion della cosa), vi vuole egualmente il termine, come all’altre. Onde, se si asserisce, che l’uomo è animal ragionevole, l’animale è vivente sensitivo, il vivente è quello che è atto in qualche modo a operar da sé, conviene similmente ridursi ad un costitutivo final dell’uomo, ove si compisca: altrimenti non si potrebbe da nessuno mai dimostrare ciò che egli siasi, mentre da nessuno si potrebbe mai difinire.

XII. Ora, se in tutti gli altri generi di cagioni possibili a ritrovarsi vi vuole quella prima che dia quasi il moto all’opera; come può stare, che non vi voglia anche in questo di cui si tratta, cioè nel genere delle cagioni effettive, da cui dipendono gli altri? Tolta che siasi la cagione facitrice di alcuna cosa, come di un palazzo, di un panno, di una pittura, né vi è più la finale per la qual tacciasi, né vi è la materiale costitutiva di cosa fatta, né la formale. E però vedete, come il tutto cospira a volervi di filo condurre a Dio, che è la prima cagione altissima, condannando ad un’ora la scioccheria di chi vuole anzi procedere in infinito per assicurarsi così di non dovere mai giungere a trovar nulla: che è il termine dove aspirano gli ateisti, massimamente in andarsene all’altra vita.

V.

XIII. Però, se voi, necessitato da tanti lati ad ammettere tal cagione, mi direte forse con Plinio che questa è il mondo, eccovi all’altro assurdo non meno degno di pubblica derisione, nel quale urtano addirittura coloro che vogliono, come scoglio già troppo enorme, scansare il primo: urtano in asserire (Giova notare, oltre questi due scogli, un terzo assurdo, contro il quale rompono gli atei, ed esso è che l’ammettere del mondo una cagione, e riporla ad un tempo nel mondo stesso, e solenne contraddizione. Niuna cosa è cagione di sé, perché essere cagione val quanto dare a se medesimo l’esistenza, e per darsi l’esistenza, cioè operare, bisogna già esistere. II nulla non opera, non è cagione di veruna cosa), che il mondo non sia fatto, ma sia da sé, e da sé sia stato ab eterno. Vcdiam però quanto vadano di là dal vero.

SALMI BIBLICI: “BENEDIXISTI, DOMINE, TERRAM TUAM” (LXXXIV)

SALMO 84: “Benedixisti, Domine, terram tuam”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME DEUXIÈME.

PARIS – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 84

In finem, filiis Core. Psalmus.

[1] Benedixisti, Domine, terram tuam;

avertisti captivitatem Jacob.

[2] Remisisti iniquitatem plebis tuae, operuisti omnia peccata eorum.

[3] Mitigasti omnem iram tuam, avertisti ab ira indignationis tuae.

[4] Converte nos, Deus salutaris noster, et averte iram tuam a nobis.

[6] Numquid in aeternum irasceris nobis? aut extendes iram tuam a generatione in generationem?

[6] Deus, tu conversus vivificabis nos, et plebs tua laetabitur in te.

[7] Ostende nobis, Domine, misericordiam tuam, et salutare tuum da nobis.

[8] Audiam quid loquatur in me Dominus Deus, quoniam loquetur pacem in plebem suam,

[9] et super sanctos suos, et in eos qui convertuntur ad cor.

[10] Verumtamen prope timentes eum salutare ipsius, ut inhabitet gloria in terra nostra.

[11] Misericordia et veritas obviaverunt sibi; justitia et pax osculatae sunt.

[12] Veritas de terra orta est, et justitia de caelo prospexit.

[13] Etenim Dominus dabit benignitatem, et terra nostra dabit fructum suum.

[14] Justitia ante eum ambulabit, et ponet in via gressus suos.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO LXXXIV

Si predice la liberazione dalla schiavitù del demonio per Cristo; e poi si prega per il compimento della predizione.

Per la fine; a’ figliuoli di Core, salmo.

1. Signore tu hai voluto bene alla tua terra. Mi hai tolta la schiavitù di Giacobbe.

2. Tu hai rimessi i peccati del popol tuo; hai ricoperti tutti i loro peccati.

3. Hai raddolcito tutto il tuo sdegno; hai sedato il furore di tua indignazione.

4. Convertici, o Dio nostro Salvatore, e rimuovi da noi l’ira tua.

5. Sarai tu irato con noi in eterno? o prolungherai l’ira tua di generazione in generazione?

6. O Dio, tu volgendoti a noi ci renderai la vita; e il popol tuo in te si rallegrerà.

7. Fa’ vedere a noi, o Signore, la tua misericordia, e dà a noi la tua salute.

8. Fa ch’io ascolti quello che meco parlerà il Signore Dio, perocché egli parlerà di pace col popol suo,

9. E co’ suoi santi e con quelli che al cuor loro ritornano.

10. Certamente la salute di lui è vicina a color che lo temono; e abiterà nella nostra terra la gloria.

11. La misericordia e la verità si sono incontrate insieme; si son dato il bacio la giustizia e la pace.

12. La verità spuntò dalla terra; e dal cielo ci ha mirati la giustizia.

13. Perocché darà il Signore la sua benignità, e la nostra terra produrrà il suo frutto.

14. La giustizia camminerà dinanzi a lui, e porrà nella retta strada i suoi passi.

Sommario analitico

In questo salmo, il Profeta domanda a Dio con istanza il ritorno degli Israeliti e dei Giudei, condotti in cattività. E contempla in spirito la grande liberazione degli uomini dalla cattività del demonio, con l’incarnazione di Gesù-Cristo. È una preghiera eccellente per ottenere la grazia della santità, dopo essere stato liberati dalla schiavitù del peccato (1).

(1) Rosen-Muller e qualche altro con lui riconducono la composizione di questo salmo al tempo che seguì immediatamente il ritorno della cattività. Altri lo considerano come una preghiera, per il ritorno dei prigionieri condotti da Salmanasar e Sennacherib.

I. – Espone il decreto divino con il quale Dio si è resoluto:

1° a dare alla Chiesa la benedizione mediante il Cristo;

2° la liberazione degli eletti dalla cattività del demonio (1);

3° la remissione dell’offesa contratta con il peccato;

4° la distruzione del peccato nell’anima (2);

5° la moderazione della pena, dovuta al fatto che Dio si è degnato di moderare la sua collera ed arrestare gli effetti della sua indignazione (3). 

II. – le disposizione che gli uomini devono osservare perché siano loro applicati gli effetti dell’Incarnazione:

1° La conversione interiore del peccatore verso Dio Salvatore, conversione che viene da Dio come principio;

2° La preghiera fatta al giusto giudice, perché si allontani la sua collera da lui e dalle generazioni avvenire (4, 5).

III. Gli effetti prodotti negli uomini dall’incarnazione:

1° La vita delle anime;

2° la gioia che ne deriva (6);

3° La misericordia di dio;

4° La vita ed il possesso di Dio Salvatore (7);

5° L’intelligenza delle parole di Dio soprattutto nei santi ed in coloro che sono convertiti con il cuore (8);

6° La pace;

7° La gloria (9).

IV. Gli attributi di Dio che si sono manifestati nel compimento dell’incarnazione:

1° La misericordia e la verità si incontrano;

2° La giustizia e la pace si baciano (10).

3° Egli fa vedere da dove è uscita ciascuna di queste virtù: a) la verità è uscita dalla terra; b) la giustizia si mostra dal cielo; c) la misericordia è venuta da Dio, d) la pace è venuta dalla terra, nella Persona di Gesù-Cristo che ha soddisfatto alla giustizia di Dio (12, 13).

Spiegazioni e Considerazioni

I. — 1 – 3.

ff. 1-3. – All’inizio di questo salmo, il Profeta ci fa conoscere il piano di liberazione del genere umano, e ce ne dice la causa ed il termine. La causa è l’amore divino: « Prerchè Iddio ha tanto amato il mondo da dargli il suo Figlio » (Giov. III), e benedirci con ogni specie di benedizioni (Ephes. I). Non si può dare altra ragione che la volontà divina, della sua benevolenza della sua misericordia. L’ultimo termine di questa misericordia divina è la nostra liberazione dal giogo del demonio, parziale in questa vita, ma completa e perfetta alla resurrezione generale, quando parteciperemo alla libertà della gloria dei figli di Dio (Rom. VIII, 21) – (Bellarm.). –  Come applicare al popolo giudeo queste parole del salmo: « Voi avete fatto cessare la cattività di Giacobbe? » Questo popolo dopo qualche tempo di schiavitù, recuperava la sua libertà, e più volte lo si vide successivamente ridotto in cattività e liberato; oggi esso è sotto il giogo, per punizione della mancanza commessa nel crocifiggere il suo Signore. Noi dobbiamo dunque intendere queste parole come riferite ad un’altra cattività, dalla quale tutti desideriamo essere liberati, perché noi tutti apparteniamo alla posterità di Giacobbe, se apparteniamo alla razza di Abramo, imitando la sua fede. Quale è dunque questa cattività da cui abbiamo il desiderio di essere liberati? Ecco che il beato Apostolo Paolo s’avanza e ce la indica: egli sia il nostro specchio, parli e ci vedremo nelle sue parole; poiché non c’è nessuno che non ci riconosca qui, egli dunque dice: « io mi compiaccio nella legge di Dio, secondo l’uomo interiore; » la legge di Dio riposa nel mio cuore; « … ma nelle mie membra vedo un’altra legge, che muove guerra alla legge della mia mente e mi rende schiavo della legge del peccato che è nelle mie membra » (Rom. VII, 23). Ecco qual è questa cattività; chi di noi non ne vorrebbe essere liberato? E come fare per esserne liberato? A chi il Profeta indirizza queste parole: « Voi avete fatto cessare la cattività di Giacobbe? » Al Cristo! Ascoltate ancora, come confessato dalla bocca di San Paolo, che sotto il peso di questa cattività esclama: « Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo di morte? » Egli lo cercava e ben presto si è presentato al suo spirito la grazia di Dio, con Nostro Signore Gesù-Cristo (Rom. VII, 20). È di questa stessa grazia di Dio che il Profeta dice allo stesso Signore Gesù-Cristo. « Voi avete fatto cessare la cattività di Giacobbe » (S. Agost.). – Come Dio fa cessare la cattività di Giacobbe? Rimettendo l’iniquità! L’iniquità vi teneva prigionieri; l’iniquità è rimessa, e voi siete liberati. Com’è in effetti che colui che non conosce il suo nemico invoca il suo liberatore? « Voi avete coperto tutti i miei peccati. »  Che vuol dire « Voi avete coperto? » Per non vederli. Che vuol dire: per non vederli? Per non doverli punire. Voi non avete voluto vedere i mei peccati, e non li avete visti, perché non avete voluto vederli (S. Agost.). Voi avete coperto i loro peccati con le virtù, come se dicesse: Voi avete coperto l’iniquità con la giustizia, l’impurità con la castità, l’oscurità del peccato con il candore dell’innocenza (S. Gerol.). – Ecco dunque l’ordine di questa redenzione divina dell’uomo: la benedizione o la buona volontà di Dio ci ha dato il Redentore, il Redentore ha soddisfatto per i nostri peccati, placando la collera di Dio; la giustizia ha soddisfatto per i nostri peccati, placando la collera di Dio; soddisfatta la giustizia Egli ce li ha perdonati; il perdono dei nostri peccati è stata la fine della nostra prigionia (Bellarm).     

II. — 4-5.

ff. 4-5. – Il primo effetto della collera di Dio pacificato, è l’inizio della nostra salvezza, cioè del nostro ritorno a Dio. Questo ritorno è possibile quando Dio si rivolge per primo a noi, come si rivolse a Pietro dopo che questi disconobbe il suo Maestro divino, per ispirargli lo spirito di penitenza e di lacrime. Anche voi, uomini, a cui è dato convertirvi a Dio, meriterete la sua misericordia, mentre coloro che non si convertiranno a Dio non otterranno misericordia e non troveranno che collera da parte di Dio? E cosa potreste voi per la vostra conversione se non foste chiamati? Colui che vi chiama nel momento in cui voi non avete che avversione per Lui, non è l’Autore della vostra conversione? Guardatevi bene dall’attribuirvi la vostra conversione, perché se Dio non vi avesse chiamato quando lo foste, voi non avreste potuto convertirvi. Ecco perché il Profeta, riconducendo a Dio il beneficio della sua conversione, lo prega in questi termini: « O Dio, convertendoci a Voi, Voi ci vivificherete » (S. Agost.). –  Questa collera di Dio, che il peccato del nostro primo padre aveva attirato su tutti gli uomini, sarebbe stata in effetti eterna; sarebbe durata nella sequenza delle età se Dio, con una misericordia che sorpassa tutto ciò che noi possiamo concepire, non ci avesse dato una potente diga per arrestarne il corso, cioè il proprio Figlio (Duguet).

III. – 6-9.

ff. 6-9. – « Il vostro popolo si rallegrerà in Voi » Cattiva sarà la gioia che prenderà da se stesso, buona la gioia che prenderà in Voi. Quando ha voluto in effetti cercare la gioia in se stesso, non ha trovato che una causa di gemiti. Ma ora che ogni nostra gioia è in Dio, colui che voglia gioire con certezza, gioisca in Lui che non può perire. Perché, ad esempio, quale gioia trovare nel denaro? Il denaro perisce ed anche voi, e nessuno sa quale dei due perirà per primo. Una cosa è certa: è che entrambi periranno: chi per primo? Ecco ciò che è incerto; perché né l’uomo può restare eternamente quaggiù, né il denaro può durare per sempre; lo stesso è dell’oro, degli abiti, delle casse, ed anche della fortuna stessa. Non mettete dunque la vostra gioia in tutte queste cose, ma riponetela in questa luce che non si spegne mai. Gioite in questa luce che non ha preceduto il giorno di ieri, e che non seguirà il giorno di domani. « Io sono, ha detto il Signore, la luce del mondo, vi chiamo a lui. Chiamandovi Egli vi converte; e convertendovi vi guarisce; quando vi avrà guarito, voi vedrete Colui che vi avrà convertito e a cui il Profeta dice: « … e il vostro popolo gioirà in Voi » (S. Agost.). – Il Profeta  ha già domandato che la collera di Dio faccia posto alla grazia che deve vivificarci, dopo aver cancellato i nostri peccati; ora, questa non è la misericordia ordinaria di Dio, è la sorgente di tutte le misericordie, è la rivelazione della misericordia incarnata, la manifestazione del Figlio suo, di cui S. Paolo ha detto: « la grazia di Dio è apparsa tra gli uomini; » (Tit. II) « è apparsa a noi la bontà e l’umanità del nostro Salvatore Gesù-Cristo; » (Tit. III); – « Mostrateci la vostra misericordia, e dateci la vostra salvezza. » Beato colui a cui Dio mostra la sua misericordia; egli non può inorgoglirsi, perché mostrando a lui la sua misericordia, lo persuade che tutto ciò che l’uomo possiede di bene non può venire che da Colui che è tutto il nostro Bene … « e dateci la vostra salvezza, il vostro Salvatore. » Dateci il vostro Cristo, è in Lui che risiede la vostra misericordia. Diciamogli anche noi: dateci il vostro Cristo. È vero che Egli ci ha già dato il suo Cristo, tuttavia, Gli diciamo ancora: dateci il vostro Cristo, perché Gli diciamo: « Dateci oggi il nostro pane quotidiano. » (Matth. VI, 2). E il nostro pane qual è? Se non Colui che ha detto: « Io sono il pane vivo disceso dal cielo » (Giov. VI, 41). Diciamogli: dateci il vostro Cristo; perché Egli ce lo ha dato, ma nella sua umanità; dopo avercelo dato nella sua umanità, ce lo darà nella sua divinità. In effetti Egli ha dato un Uomo agli uomini, perché lo ha donato agli uomini come gli uomini potevano comprendere. Nessun uomo era capace di comprendere il Cristo senza la sua divinità. Il Cristo si è fatto uomo per gli uomini; si è riservato Dio per gli dei … Egli stesso ha detto nel Vangelo: « colui che mi ama osserva i miei comandamenti, ed Io lo amerò e mi manifesterò a lui. » (Giov. XIV, 9, 21). Egli parlava agli Apostoli e diceva loro « Io mi manifesterò a lui. » Perché? Non era lui che parlava? Si, ma là lo vedeva la carne, il cuore non vedeva la divinità. Ora, la carne ha visto la carne, affinché il cuore fosse purificato dalla fede (Att. XV, 9) e meritasse di vedere la divinità. La luce che ci sarà mostrata, deve trovarci puri, ciò che fa in noi la fede. Ecco dunque ciò che noi diciamo con queste parole: « Dateci il vostro Salvatore, » dateci il vostro Cristo, che noi conosciamo il vostro Cristo, che vediamo il vostro Cristo, non come lo hanno visto i Giudei che lo hanno crocifisso, ma come Lo vedono gli Angeli che si rallegrano in Lui. (San. Agost.). – « Io ascolterò ciò che il Signore dirà dentro di me ». – Dio parla interiormente al Profeta, ed il mondo circostante lo importunava con i suoi rumori. Egli allontana allora un po’ questo brusio del mondo, se ne allontana per ritrovarsi con se stesso e passare da se stesso a Colui del quale ascolta interiormente la voce; egli si tappa in qualche modo le orecchie contro le agitazioni di questa vita, contro la sua anima appesantita dal corpo che si corrompe, contro il suo spirito represso dalla sua abitazione terrestre e preso da numerosi pensieri, e dice: « Io ascolterò ciò che il Signore dirà dentro di me » (S. Agost.). – C’è una voce che ci parla interiormente e come nel fondo dell’anima quando, chiudendo l’orecchio al rumore delle creature, noi non vogliamo più ascoltare che Dio solo, e Lo chiamiamo in noi con tutto l’ardore dei nostri desideri. È quella voce che, lontano dagli uomini, deliziava i Paolo, gli Antonio, i Pacomio, e rivelava loro, senza oscurità, i segreti della scienza divina; è questa voce che istruisce i Santi, li infiamma, li consola e li inebria, per così dire, della sua celeste dolcezza e di una pace che sorpassa ogni intelligenza. – Dio parla un linguaggio di pace, non agli empi, che vogliono sempre perseverare nella loro empietà, ma al suo popolo, ai suoi santi ed anche ai peccatori che rientrano nel proprio cuore per convertirsi. – « … perché Egli porgerà un linguaggio di pace al suo popolo ». La voce del Cristo, la voce di Dio è dunque la voce della pace; essa ci chiama alla pace. Andiamo – essa dice – voi che sapete di non avere ancora la pace: amate la pace. Cosa potreste ricevere da me che valga più della pace? Cos’è la pace? L’assenza di ogni guerra, cioè l’assenza di ogni contraddizione, di ogni resistenza, di ogni opposizione. Vedete se siamo già in questo stato; vedete se non abbiamo più conflitti con il demonio; vedete se tutti i santi e tutti i fedeli non lottano ancora contro il principe dei demoni, contro i loro piaceri, attraverso i quali suggerisce il peccato … Non c’è dunque la pace, perché c’è combattimento. Quale pace possono trovare quaggiù degli uomini obbligati a resistere costantemente a tante importunità, a tante cupidigie, a tanti bisogni, a tanti scoraggiamenti? Questa non è la vera pace, non è la pace perfetta. Quando dunque ci sarà la pace perfetta? Quando la morte sarà assorbita nella vittoria, tutte queste debolezze non esisteranno più, e la pace sarà completa ed eterna. Noi saremo allora gli abitanti di una città di cui io vorrei parlare senza fine, una volta nominata, soprattutto in un tempo in cui gli scandali divengono sempre più frequenti. Che non desidererebbe questa città, da cui non uscirà nessun amico, dove non entrerà alcun nemico, e non vi sarà né tentatore né sedizioso, ove nessuno dividerà il popolo di Dio … ci sarà dunque una pace purificata da ogni imperfezione per i figli di Dio che si ameranno tutti tra loro e vorranno riempirsi di Dio, mentre Dio sarà in tutti (1 Cor, XV, 28). Noi avremo Dio come comune spettacolo, avremo Dio in possesso comune, avremo Dio nella pace comune. Qualunque bene ci dia ora, allora ci sarà posto per tutto ciò che ci dà oggi: questa sarà la pace piena e perfetta. È questa pace che fa intendere al suo popolo e che voleva provare colui che diceva: « io ascolterò ciò che il Signore dirà in me ». Volete possedere questa pace di cui Dio fa intendere le parole? Rivolgete il vostro cuore verso di Lui, non lo girate né verso di me, né verso l’uomo, né verso chicchessia; perché ogni uomo che vuole attirare a sé i cuori degli uomini, cade con essi. Cosa val più il cadere con colui verso il quale vi sarete rivolti invece che a Dio? La nostra gioia, la nostra pace, il nostro riposo, la fine di tutte i nostri dolori è Dio e Dio solo: beati « coloro che si convertono e rivolgono il loro cuore a Lui » (S. Agost.). – Rientrare nel proprio cuore, significa cominciare a riflettere sulla vanità delle cose temporali, sulla breve durata e sulla falsità del piacere che si trova nel peccato; e d’altra parte quanto amabile è la virtù, e quanto grande la ricompensa che l’attende nel cielo. – Rientrare nel suo cuore è ancor più il non esporrsi al giudizio degli uomini né ai discorsi dei figli del secolo, bensì il consultare in tutte le cose la retta ragione, la fede e la verità stessa, che è Dio (Duguet). – « … Tuttavia la sua salvezza è vicina a coloro che lo temono ». Non è per la distanza dei luoghi che un uomo è lontano da Dio, ma per i sentimenti. Amate Dio, e siete a Lui vicino; odiate Dio, e voi siete da Lui lontano. Nello stesso luogo voi siete vicino o lontano da Lui. Da tutte le parti del pianeta verranno coloro che volgeranno il loro cuore a Lui; « ma senza dubbio, la salvezza che Egli dona è vicina a coloro che Lo temono, e questo affinché  la sua gloria abiti, con uno splendore particolare, nella terra ove è nato il Profeta. È là in effetti che il Cristo è stato dapprima predicato; è di là che provenivano gli Apostoli, ed è di là che furono primariamente inviati; là vi erano i Profeti; là fu costruito in un primo tempo il tempio; là venivano offerti i sacrifici a Dio; là vissero i Patriarchi; là il Cristo stesso è nato dalla razza di Abramo e si è manifestato; è là la terra che il Cristo ha calpestato con i suoi piedi, la terra in cui ha operato i suoi miracoli (S. Agost.). 

IV. — 10-13.

ff. 10-13. – Praticate la giustizia ed avrete la pace, affinché la giustizia e la pace si diano in voi un bacio scambievole; perché se non amate la giustizia, non avrete nemmeno la pace. La giustizia e la pace si amano e si abbracciano; di modo che colui che avrà praticato la giustizia troverà sempre la pace dando un bacio alla giustizia. Esse tra loro sono come due amiche; forse vorreste l’una senza praticare l’altra, perché non c’è nessuno che non voglia la pace, ma non tutti vogliono praticare la giustizia. Domandate a tutti gli uomini; volete la pace? Tutto il genere umano vi risponderà all’unisono: Sì, io la bramo, la  desidero, la voglio, io l’amo. Amate allora anche la giustizia, perché la giustizia e la pace sono due amiche; esse si danno uno scambievole bacio. Se non amate l’amica della pace, la pace non vi amerà e non verrà a voi. Cosa c’è in effetti di straordinario nell’amare la pace? Chiunque sia, anche il malvagio desidera la pace, perché la pace è una buona cosa. Ma praticate la giustizia, perché la giustizia e la pace si scambiano baci e non sono mai tra esse in lotta. Perché vi mettete in lotta con la giustizia? Ecco che la giustizia vi dice:  non rubate, … e voi non l’ascoltate; non commettete adulterio, … e vi rifiutate di ascoltare; non fate agli altri quel che non volete sia fatto a voi; non dite agli altri quel che non volete che si dica a voi. Voi siete il nemico della mia amica, vi dice la pace: perché mi cercate? Io sono l’amica della giustizia, se qualcuno è nemico della mia amica, io non mi avvicino a lui. Volete allora arrivare alla pace? Praticate la giustizia (S. Agost.). – Cos’è questa verità che è uscita dalla terra, se non il Figlio di Dio? E che cos’è la terra dalla quale è uscita, se non la carne della Santa Vergine? Perché la giustizia guardasse dall’alto del cielo, cioè perché gli uomini fossero giustificati dalla grazia divina, è stato necessario che la verità uscisse dalla terra, che il Cristo nascesse da Maria. E come in effetti. perché fossimo giustificati dei nostri peccati, non ha Egli offerto per noi il Sacrificio della sua passione e della sua croce? E come ha compiuto il suo Sacrificio se non con la morte? E come sarebbe morto se non avesse preso prima una carne simile alla nostra? E come infine si è rivestito di carne mortale se la verità non fosse uscita dalla terra? (S. Agost.). –  Noi possiamo ancora dare un altro senso a questo versetto: « … la verità è uscita dalla terra »; la confessione è uscita dall’uomo. In effetti voi non eravate che un uomo peccatore. O terra che al momento del tuo peccato, hai inteso queste parole: « Tu sei terra e nella terra tornerai, » (Gen. III, 19), la verità esca da te, affinché la giustizia ti guardi dall’alto del cielo. Ma come la verità può uscire da te, che non sei che peccato, che non sei che ingiustizia? Confessa i tuoi peccati e la verità uscirà da te (S. Agost.). – « Perché Dio darà la dolcezza e la nostra terra darà il suo frutto. » Voi potete avere in voi i vostri peccati, ma non potete portare dei buoni frutti, se colui che vi ha confessato  non lo produce in voi. È perché il peccato, dopo aver detto: « La verità è uscita dalla terra, e la giustizia ha guardato dall’alto del cielo, » risponde per così dire a questa questione che gli verrebbe fatta e continua così: « … perché il Signore darà la sua dolcezza e la nostra terra darà i suoi frutti. « Esaminiamoci dunque e se non troviamo in noi che peccati, detestiamoli, e desideriamo la giustizia; perché quando cominciamo ad odiare i nostri peccati, questo solo odio del peccato comincia già a renderci già simili a Dio, perché odiamo ciò che Dio odia. Quando voi avrete iniziato ad odiare i vostri peccati ed a confessarli a Dio, se qualche diletto colpevole vi coinvolge e vi conduce a cose funeste, indirizzate a Dio i vostri gemiti confessando a Lui i vostri peccati, e meriterete di ricevere la ripugnanza che viene da Lui e vi darà la dolcezza che accompagna le opere della giustizia, affinché la giustizia cominci ad affascinarvi, voi che amavate un tempo l’iniquità. Da dove vi è venuta questa nuova dolcezza, se non dal Signore, che darà la sua dolcezza affinché la nostra terra produca il suo frutto? – « La giustizia camminerà davanti a Lui, e metterà i suoi passi nella via ». Questa giustizia è quella che viene dalla confessione dei peccati, perché essa stessa è verità. In effetti, voi dovete essere giusto contro di voi, per punire voi stesso. La prima giustizia dell’uomo è che si punisca quando ancora è malvagio, affinché Dio lo renda buono. Se dunque v’è prima la giustizia dell’uomo, questa giustizia apre a Dio una via perché venga a voi; preparateGli allora la via nel vostro cuore con la confessione dei peccati. « Preparate la via al Signore » (Matth. III, 9); che questa giustizia  prenda il sopravvento, affinché confessiate i vostri peccati. Egli verrà, vi visiterà, « perché metterà i suoi passi  sulla retta via. » In effetti Egli avrà ora dove posare i suoi piedi, avrà un cammino per venire in voi, e per formar voi stessi con le tracce che lascerà in voi.  

GREGORIO XVII – IL MAGISTERO IMPEDITO: 3° Corso di Esercizi Spirituali (4)

S. S. GREGORIO XVII:IL MAGISTERO IMPEDITO:

III CORSO DI ESERCIZI SPIRITUALI (4)

[G. Siri: Esercizi Spirituali; Ed. Pro Civitate Christiana – Assisi, 1962]

IL NOSTRO ITINERARIO CON GESÙ’ CRISTO

4. La morte

La tabella di marcia degli Esercizi Spirituali prescrive tradizionalmente che, dopo aver fatto la meditazione sul peccato, si faccia la meditazione sulla sua conseguenza che è la morte. Come facciamo questa meditazione? La facciamo così: la morte che noi consideriamo questa sera deve essere per noi la conclusione dell’iter terreno con Gesù Cristo, la conclusione di un cammino fatto con Lui. Certo, è la conclusione di un cammino fatto con Lui, se il cammino è stato fatto con Lui. Perché se il cammino non fosse stato fatto con Gesù Cristo, allora le cose dovrebbero essere poste diversamente. E questo io debbo dire subito a scanso di equivoci e anche di pericolose illusioni. Io suppongo che voi e io intendiamo veramente e fino in fondo camminare con Gesù Cristo. Se non fosse così, la meditazione di questa sera dovrebbe essere cambiata. – Voi sapete che la morte, ontologicamente parlando, è il distacco dell’anima dal corpo, per cui il corpo se ne ritorna alla terra e rientra nel giro delle cose dal quale un giorno Iddio lo ricaverà fuori per restituirlo nuovamente all’anima nella risurrezione finale. L’anima se ne va in un altro ordine ed entra finalmente nello stato di termine, mentre ora è nello stato di via. Entra cioè nello stato che è all’anima abituale, mentre l’essere in questo mondo non è lo stato abituale. Insomma lo stato ordinario è quello là, è quello che viene dopo, non quello che è prima. Quello che è prima è un esperimento, fatto così, a titolo di poter decorare gli uomini del merito personale e che una volta finito si manterrà nel ricordo e nel merito che ha fissato il suo valore. Ma è stato di via, non stato di termine. Questo voi lo sapete. Sapete anche l’altra definizione che può essere data della morte, che non è altro che l’intestazione di una grande tesi teologica: la morte è la fine della prova, o meglio: il tempo della prova finisce con la morte. E questo modo di annunciare, che in altri Esercizi antecedenti abbiamo lungamente meditato, è un modo che mette veramente il segno sulla terribilità della morte, perché se fosse soltanto separazione dell’anima dal corpo, ci sarebbe un distacco, una dolenza, sì, qualche cosa di contrario all’attuale nostro istinto di conservazione. Invece la terribilità della morte sta in questo, che chiude, e si rimane per tutta l’eternità al punto in cui si è al momento della morte. Tempus probationis morte finitur: è la tesi teologica, la formula teologica di porre la questione della morte. – Ma in questa meditazione io parlo a voi in modo più concreto e dico: badate che la morte può essere considerata così, giustamente, specialmente da coloro che hanno intenzione di camminare con Cristo: è la conclusione dell’ iter della vita fatto insieme a Gesù Cristo. Badate bene che la conclusione vuol dire un rapporto di causalità. Non è parte finale, non dico parte finale dell’iter, dico conclusione. La conclusione suppone una premessa, suppone il legame alle premesse e pertanto suppone quella tale rotazione che c’è nel sillogismo delle cose, nella logica delle cose. E dunque a questo modo cercheremo, rimanendo nello spirito e nella linea che vi ho annunciato di questi Esercizi, di studiare l’iter con Cristo. L’iter con Cristo va fatto dove si è messo Lui, e siccome si è messo soprattutto nell’Eucaristia, è chiaro che l’iter cum Christo va fatto soprattutto, primamente e con assoluto carattere sostanziale, con Gesù Cristo nella SS. Eucaristia. Allora facciamo le considerazioni che vengono ovvie quando si tratta di parlare della conclusione di questo iter della vita, di questo viaggio con Gesù Cristo. La prima considerazione che deve metterci estremamente in guardia è questa: della morte a noi interessa la perseveranza finale, la grazia della perseveranza finale. Perché il carattere macabro della morte lasciamolo alla paura, anche opportuna; il carattere drammatico della morte lasciamolo alla suggestione, all’emotività, al sentimento. Intanto guardate: la grazia di ben morire viene al momento di morire, non prima. E pertanto vi do un consiglio: cercate di procurarvela, e poi lasciate fare, perché non potete pretendere che la grazia della buona morte vi sia data adesso, vi sia anticipata e ve la possiate gustare come se fosse una liquirizia da tenere in bocca per tutta la vita. Adesso c’è da fare dell’altro. La grazia della buona morte verrà allora, e Dio è molto preciso: non arriva né cinque minuti prima né cinque minuti dopo; quando Dio intende fare una cosa, la fa al momento in cui occorre farla. La grazia di sopportare certi dolori Iddio non la manda per esperimento un anno prima, perché non si sentano più i dolori; la grazia di sopportare certi dolori la dà quando arrivano i dolori. E non ci sono ritardi in queste spedizioni dal cielo, non c’è pericolo: tutto arriva a tempo, basta che noi facciamo la nostra parte. La prima considerazione da fare è quella della grazia della perseveranza finale. Voi sapete che la grazia della perseveranza finale, che è veramente il nocciolo della questione di cui dobbiamo preoccuparci a proposito di morte, consiste nel fatto della coincidenza tra il momento della morte e lo stato di grazia santificante. E questa coincidenza tra la morte e la grazia santificante nell’anima nostra si chiama grazia della perseveranza finale. La questione sta qui perché la grazia della perseveranza finale è una grazia speciale. E questo vuol dire che non è una grazia comune. E questo è detto in una proposizione che si studia in teologia dogmatica, nel trattato De gratia actuali. È una proposizione certa, intendiamoci, non è una opinione di qualche spiritello teologale. È una proposizione certa. È una grazia speciale. E chi osserva bene scorge che la divina sapienza sta in questo; perché non ci si può scherzare con la vita, con la creazione e con Dio Autore del dramma. La soluzione della vita di un uomo non è logico lasciarla legata a una specie di macchina che automaticamente si muove, non può essere legata a qualche cosa che si rassomiglia alla Lotteria di Merano che chi tira su il numero buono, lo tiene e chi tira su il numero cattivo, lo tira ugualmente e se lo tiene. Capite? Ecco perché c’è una saggezza divina in questo. È una grazia speciale. Ma se si leggono i testi tolti dalla Sacra Scrittura, dalla divina tradizione e dai documenti della Chiesa e del Magistero, anche del Magistero solenne, se si vanno a guardare i testi, si capisce che esprimono quest’altra verità, che è logica come quella di cui ho parlato ora: che è grazia speciale da chiedersi a Dio instantemente. La grazia della perseveranza finale sta legata con questo instante richiederla, ma sta anche nei modi e nelle proporzioni che ci sfuggono. Non possiamo dire di più: sta legata quindi con l’insieme di quello che ha preceduto nella vita. E questa grazia della perseveranza finale ce la stiamo guadagnando adesso, perché è facendo qualche cosa nella vita che si mette insieme quel quantum per cui Iddio ce la darà. È chiedendola ora che noi possiamo sperare di averla. Noi non possiamo andare avanti nella immobilità, nella insensibilità, nella tiepidezza o addirittura nella freddezza a causa di una volontà che non sa scattare. Non possiamo: il pericolo è troppo grave. La misericordia di Dio è infinita. Quelli che erano qui l’anno scorso si ricorderanno che ho parlato delle tre vie della misericordia di Dio per salvare gli uomini: la prima è quella della pazzia: tanti sono matti, così si salveranno, non hanno responsabilità. La seconda è quella dell’ignoranza, e ce ne passano molti. Non capiscono niente, il buon Dio li piglierà come sono. La terza è quella della santità, per cui passano i meno. La misericordia di Dio si vede dalle tre vie per arrivare in cielo. Ma badate bene che se la misericordia di Dio è infinita, Dio non è scemo. Scusate se uso questa parola: la posso usare perché dico che non lo è. Ma combinare su un modo di guardare verso la nostra vita, verso l’eternità, verso il mistero dell’eternità come se il nostro Creatore e Signore — che i pittori, chissà perché, rappresentano sempre come se fosse vecchio — sia una intelligenza addormentata con la quale si possano fare i più grandi sonnambulismi, questo no. Perché c’è la divina misericordia di Dio, e c’è il Crocifisso, eccolo il documento, per far capire fin dove è arrivata e far capire fin dove può arrivare; ma la giustizia di Dio non viene rinnegata. Affatto. Il punto a proposito della morte è questo. Quando vado in visita pastorale, il libro che faccio scartabellare di più è quello dei morti. E ho l’abitudine di tirar fuori tutte le statistiche di lì, tra l’una e l’altra visita pastorale, quindi un certo periodo di anni. E generalmente nella predica di chiusura della sacra visita, tra le altre cose che dico al popolo, per trattare, come deve fare un padre di famiglia, delle questioni correnti delle singole comunità cristiane, soprattutto porto le cifre dei morti: quelli che sono morti con tutti i Sacramenti; quelli che sono morti con qualche Sacramento, (e quando c’ è confessione e estrema unzione si può stare tranquilli perché è segno che la Comunione non l’hanno potuta fare per impedimento fisico); quelli che sono morti con la sola estrema unzione (e qui cominciamo le dolenti note, perché la sola estrema unzione generalmente, nella maggior parte dei casi, è un segno di vigliaccheria di quelli che circondano il malato, che non chiamano il prete e te lo lasciano morire nei suoi pasticci. (Lo amano a questo modo!), e allora si comincia a tremare. Poi ci sono quelli che hanno rifiutato i Sacramenti o dei quali nessuno si è curato di dargliene qualcuno. E voi capite che queste cifre mettono davanti a delle dure realtà. Tra una settimana o poco più concluderò la seconda visita pastorale della mia diocesi e posso fare questa conclusione: che il 30% dei fedeli muore senza sufficiente assistenza e senza Sacramenti. – Questi qui dove li mettiamo? Mi capite? Vedete il commento alla grazia della perseveranza finale? Guardate che uno degli impegni più gravi che si deve avere in vita è quello di prepararsi coloro che, al momento in cui ce ne fosse bisogno, ci dicano per tempo che dobbiamo partire e ce lo dicano senza tante storie. È una delle precauzioni più grandi, anzi la più saggia. Perché siamo a questo punto di imbecillità mondiale, che quando uno sta male, è talmente una questione medica, clinica, dite quel che volete, che tutto il resto non si vede più. Mentre la prima cosa è quella. Oh, intanto cominciamo a chiamare il prete e con buon modo, è sempre meglio evitare il malo modo; ma quando è necessario, si deve usare il malo modo perché si tratta poi di non lasciar andare uno con dei pasticci davanti al Padre eterno e non è il caso di usargli dei buoni modi pericolosi di qua che poi se li trovi brutti di là. Badate che è impressionante. Vedete come le cose si fanno brutte quando c’ è un immobilismo. Direte: ma certa povera gente che si vede andare qua e là, che sì e no evita di ammazzare, e anche qualche volta evita di rubare ma, tutti gli altri peccati poi… più o meno, li fanno… rispetto a quelli io sono al sesto piano. Ah cari, ma voi avete avuto delle grazie che quelli non hanno avuto! Tutto è proporzionale. Chi ha avuto un talento, deve rispondere per un talento: chi ne ha avuto due, deve rispondere per due. Noi che siamo qui dentro, che tutti quanti abbiamo avuto, in diversa misura e ordine, una vocazione, noi che siamo stati chiamati da Gesù Cristo, non possiamo credere di essere trattali, canto ad assoluzioni generali, come quelli che non hanno avuto una particolare chiamata da Gesù Cristo. Rispettiamo la giustizia di Dio e non portiamo dei criteri sciocchi in questioni che debbono determinare della nostra eternità. – Ora veniamo a un secondo punto. Perché, in fin dei conti, bisogna essere umani. E la morte non ha mai avuto per nessuno, che non avesse superato certi traguardi di virtù, di serenità, di doni, di eroismi, non ha avuto mai una faccia che si diversificasse dalle occhiaie vuote dei teschi. La morte è la morte. A nessuno è venuto mai in mente di raffigurare la morte come una splendida dama con un bel diadema e un mazzolino di fiori in mano da offrire a chi si fa innanzi. No. La morte è una cosa che violenta la unione naturale tra l’anima e il corpo e pertanto il senso della conservazione nella linea della natura, che è quella di conservazione di tale unione tra anima e corpo — l’anima è fatta per il corpo e il corpo è fatto per l’anima — e dà un carattere sempre violento a questo passo estremo. Soltanto un dono preternaturale, che era stato concesso ai nostri progenitori e mai applicato, li avrebbe esentati da questo passaggio, da questo distacco violento e innaturale. Essi sarebbero passati alla gloria senza conoscere la umiliazione della tomba e senza dover abbandonare, per chissà quanto tempo, alla corruzione e al giro degli elementi cosmici quel tanto di materia che aveva formato il loro corpo. Pertanto non si può prescindere da questo aspetto umano nella meditazione della morte. – Il carattere violento, macabro, orripilante della morte, aumentato dal mistero di ciò che viene dopo — perché quel che viene dopo lo conosciamo solo attraverso la fede, non l’abbiamo sperimentato in modo diretto, e pertanto racchiude per noi un ordine di cui sappiamo con certezza assoluta che è totalmente diverso da quello che sperimentiamo ora — fa fremere. Ma la morte che si rappresenta così violenta e così drammatica, ha due grandi lenimenti. E i due grandi lenimenti messi insieme la possono rendere una funzione stupenda, senza che a renderla stupenda c’entri, beninteso, un esistenzialistico e sciocco odio alla vita. Due cose. La prima è la grazia di Dio, di cui ho già parlato ripetutamente, che arriva al momento opportuno. La seconda è — e su di questa seconda scende grande la grazia di Dio — quando il distacco dalla terra è già stato operato prima. Ecco il segreto. Se noi moriamo adesso — e vi dirò in che cosa consiste il morire adesso — è certo che ci troviamo dinanzi alla morte in una forma completamente diversa. Ma bisogna morire durante la vita. Bisogna che quel distacco supremo, violento di allora, sia già stato spiritualmente realizzato prima, con forza ma non senza serenità. Ora mi direte: E che cos’è questo distacco realizzato prima, talché componendosi la morte antecedente, voluta da noi, e la grazia del Signore, si può sperare di avere parte coi santi e si può accogliere l’invito della Chiesa che ha chiamato il giorno della morte il giorno del natale: dies obitus, dies natalis; che ha chiamato dormitori, cæmeteria, i luoghi dove si vanno a seppellire imorti? Cos’è questo distacco per cui spiritualmente,morendo prima, si toglie molto della forza alla falce che dovrà un giorno coglierci? È questo, e lo dico in poche parole, semplici. Vedete, quando tutte le cose che abbiamo e che siamo, noi le consideriamo soltanto strumenti di un bene superiore ed eterno, solo quello, e le usiamo soltanto come strumenti, niente più che strumenti, noi abbiamo operato il distacco per tempo, siamo già morti prima a taluni effetti, mentre saremo stati vivacissimi e vitalissimi a tutti gli altri effetti, beninteso. Questa è la saggezza della morte. Quando già prima si è realizzato il distacco del cuore, allora non rimane altro che la morte positiva e cioè l’unione con Nostro Signore, con l’eterno Amore, con l’eterna Verità, con la infinita Pace: l’ingresso nella Vita.- Ora veniamo un po’ al pratico. Abbiamo queste quattro ossa, quelle alle quali faranno il funerale. Questo corpo noi possiamo considerarlo come una sede di piacere e possiamo considerarlo come uno strumento di un bene superiore. Se io lo considero come una sede di piacere, questo corpo, poveretto, prima è elastico, vivacissimo, poi diventa piuttosto statico, poi diventa greve. Prima fa inorgoglire e poi fa rammaricare. Se lo si considera come una sede di piacere, è tutto un continuo rinnegamento al quale si va incontro, perché se la parte peggiore la si avesse prima e poi si andasse avanti…. allora non si avrebbero le delusioni…. Invece la parte migliore la si ha subito e poi è sempre peggio. Questo corpo che ci ha dato Iddio lo si deve considerare come uno strumento di un bene superiore, come un grappolo d’uva dal quale può essere spremuto il vino per il convito eterno, strumento di fatica, strumento per sopportare le emozioni dell’anima e dare forza, oltre che alle emozioni, all’attività dell’intelletto. Voi sapete che occorre un apporto di salute per la piena attività intellettuale. È strumento. Strumento di qualche cosa. S. Giovanni Bosco, quando era ragazzo, ha fatto anche il saltimbanco ed era bravissimo. A modo suo e come usava in quei paesi là, che non erano molto esperti in fatto di sport, sapeva fare dell’atletica. Ma la faceva per tenere lì i ragazzi, perché non andassero a fare del male. Quando questo corpo è uno strumento al quale si può domandare e col quale e attraverso il quale si può offrire costantemente a Dio un sacrificio purissimo d’amore nella rinuncia e nella chiarezza; quando questo corpo, con tutti i sentimenti che quasi pare lo travalichino e arrivano alla sfera superiore della psiche e può creare tanti guai e può portare con sé tante storture, è invece reso strumento, e reso anche nei suoi istinti e sentimenti ed emozioni legna da ardere per una fiamma d’amore, allora voi capite che non ci sono più distinzioni, allora non parliamo più di vecchiaia, perché non esiste più: quella barriera è già passata nel trionfo perfetto e vivacissimo dell’anima. Tutte le età sono bellissime, tutte, tutte. Alcuni dicono che di età bella ve n’è una sola; non è vero: le età della vita, come le stagioni dell’anno, sono tutte bellissime. Se fosse sempre primavera, ci annoieremmo mortalmente; se fosse sempre estate, ci annoieremmo mortalmente; se fosse sempre autunno lo stesso; se fosse sempre inverno, lo stesso. L’inverno ha delle bellezze incredibili. Certo, si parla con entusiasmo della primavera, soprattutto perché ha la fortuna di venire dopo l’inverno. Ma tutte le stagioni sono belle. Dio ha fatto bene tutto. E tutte le età della vita possono essere bellissime, quando si serve Iddio. Ma sono certamente migliori quando le potenze, le capacità per le quali si differenziano, soprattutto in base a un procedimento biologico, le diverse età della vita sono superate dal fatto che questo corpo, bello o brutto che sia, che pesi tanto o che pesi poco, che abbia salute o che non ne abbia, che abbia sentimenti degni o che sia invece fautore di sentimenti indegni ma contenuti, viene usato soltanto come strumento di un bene superiore. Allora la vita è un’ altra e anche la morte. – Ricordiamo bene. Quando tutte le cose che fanno ala intorno a noi, tutte, in cielo e in terra, nella natura e nella storia, e tutte quelle altre che dai colori cangiantissimi, stemperati in una gamma infinita, risultano dall’intrecciarsi delle une e delle altre; quando tutte queste cose noi le abbiamo prese e portate al livello di strumenti di beni superiori, allora si può morire in pace. Chiediamo dunque a Dio questa purificazione di ogni giorno, cari; alla morte bisogna pensarci ogni giorno. E bisogna cominciare da giovani a pensare alla morte, perché è la sola strada per rendere strumentali le grandezze e le bellezze della vita, sicché non servano mai a noi, ma a Dio. Direte: E con questo, tutto diventa un chiodo da succhiare! Cosa? Il chiodo da succhiare è se si fa in modo diverso. Credete voi che le cose, diventando strumenti, cioè viste e usate soltanto come strumenti, perdano la loro bellezza? Chi l’ha detto? Se io considero strumenti i miei vestiti, credete che per questo perdano lo splendore purpureo? Non lo perdono affatto. Ma l’importante è che io li consideri strumenti e basta. Credete voi che il canto degli uccelli perderà il suo incanto? No. Serviranno per Iddio, serviranno per elevare, per purificare: non perderanno niente. Non è vero che quando tutte le cose di questo mondo si portano con verità al loro punto, cioè a essere strumentali, perdano qualche cosa. Non perdono niente. Perdono il male, acquistano la destinazione del bene e a noi lasciano la pace, anche in mezzo alle vicissitudini della vita. Mentre a fare diversamente ci si rimette la pace e poi ci si rimettono quelle e si rimane con niente in mano. – Veniamo al terzo punto. Morte. Ritorniamo in tema eucaristico: c’è il Viatico. Il Viatico è l’ultima Comunione. Avete mai riflettuto al fatto che l’ultima o almeno quella che si presume ultima — anche se poi di fatto non lo è, perché uno può anche guarire dopo aver ricevuto il Viatico — ma quella che, giuridicamente parlando, la si considera ultima, avete mai riflettuto perché la si chiama Viatico? E il termine è canonico, consacrato nel Codice di Diritto Canonico, quindi nella legge della Chiesa: ha la maestà di una verità infallibile che si protende. Non ci avete mai pensato? E perché la legislazione canonica della Comunione è diversa dalla legislazione canonica del Viatico? Pensate che, se vi fosse necessità, potrebbe amministrare il Viatico anche un uomo non sacerdote. In certi casi potrebbe arrivare a darlo una donna, in certi casi soltanto! La disciplina canonica del Viatico è diversa da quella della S. Comunione. Perché? Non ve lo siete mai domandato? Se da sempre la Chiesa ha considerato in modo tutto speciale, diverso, la Comunione ultima e ha dato ad essa un nome speciale, così chiaro, così significativo, ci deve essere evidentemente una ragione. Questa Madre nostra, che ha con sé e sopra di sé lo Spirito Santo e che nelle sue persistenze secolari, anche quando i singoli uomini che la incarnano non se ne accorgono, traduce sempre una indicazione divina, questa Madre nostra ha veduto nel Viatico qualche cosa di diverso dalle altre Comunioni. L’ha chiamato rifornimento per la via, per l’ultimo tratto della via: Viatico. Vuol dire che ha visto in questa ultima Comunione qualche cosa che è proprio dell’ultimo passo e del passo estremo. Qualcosa che è collegato alla possibile sfiducia di quel momento e alla tranquillità d’abbandono non meno desiderata allora. La diversità del nome, così tradizionale nella Chiesa, la diversità della disciplina canonica, la indicazione costantemente tenuta parlano. Dio ha fatto cose mirabili coi suoi santi. Riempie l’anima di commozione quando si legge del santo Padre Benedetto che si fa portare nella piccola basilica di S. Giovanni Battista, da lui eretta e di cui i bombardamenti hanno avuto il merito di mettere nuovamente in vista le fondazioni che non si conoscevano. Nel centro aveva fatto scavare la sua tomba, anzi una duplice tomba: in una stava già la salma della sorella Scolastica che 1’aveva preceduto, l’altra era per sé. La fece scoperchiare, si fece portare lì, e lì ricevette il Corpo del Signore. Se lo fece posare sul petto e poi dormì in Dio. – Ricordiamo anche la morte dei più grandi abati benedettini: Ugo, che fu il più grande degli Abati di Cluny, istituzione che parve miracolo ai suoi tempi. Lui pure, un giovedì santo, ed era morente, si fece portare in chiesa, volle che si facesse la grande funzione del giovedì santo mentre era morente, si comunicò solennemente al momento in cui la liturgia lo portava, e dopo, stando steso accanto alla sua fossa aperta, s’addormentò in Domino. Grande anche in quel momento. S. Raimondo, detto il non nato, di cui si fa la festa il 31 di agosto, al principio del XIII secolo morì per la strada mentre faceva un viaggio in Catalogna. In quel momento non c’era possibilità di dargli l’Eucaristia, la chiesa che custodiva la Eucaristia era lontana. E allora furono gli Angeli che portarono il Viatico a questo santo cardinale. Quando a S. Giuliana de’ Falconieri, fiorentina, portarono il Viatico, ma essa non poteva riceverlo perché il suo stato fisico impediva la deglutizione di qualunque cosa, disse : « Posatelo qui, sul cuore ». E la particola scomparve. La Comunione la fece senza deglutire. Quando sistemarono il sacro corpo di questa vergine, s’accorsero che sul cuore era rimasta incisa nella carne la forma dell’ostia. Per il Viatico Dio ha una provvidenza speciale. Ma lo volete ricevere? Preparatevelo per tutta la vita. Noi non sappiamo chi avremo intorno allora. Ma se il Viatico lo si prepara per tutta la vita, si fa sempre in modo che l’ambiente che è intorno a noi sia favorevole e propizio allo splendore del nostro Viatico. Ed è opportuno che tutti noi impariamo, quando ci viene anche solo un mal di testa, a non far subito mirabolanti esercizi di allucinazione. Per prima cosa cominciamo sempre a dire: ora mettiamo a posto l’anima. Poi, se rimarremo di qua, ci staremo. Ma per prima cosa, non cominciamo dalle mirabolanti esercitazioni di inganno di sé stessi; per prima cosa quello. La meditazione della morte non sta nel far venir fredda la schiena. Avete visto. Abbiamo potuto anche sorridere, e più d’una volta, durante la meditazione della morte. È questione che, da questo momento, ci si prepari a morir bene.

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GREGORIO XVII – IL MAGISTERO IMPEDITO: 3° Corso di Esercizi Spirituali (3)

S. S. GREGORIO XVII: IL MAGISTERO IMPEDITO:

III CORSO DI ESERCIZI SPIRITUALI (3)

[G. Siri: Esercizi Spirituali; Ed. Pro Civitate Christiana – Assisi, 1962]

IL NOSTRO ITINERARIO CON GESÙ’ CRISTO

3. Il peccato contro la SS. Eucaristia

Parliamo del peccato contro la SS. Eucaristia. È un discorso che mi pare necessario fare, non perché esista nel catalogo dei peccati secondo la teologia morale un peccato contro la SS. Eucaristia; specificamente parlando non esiste. Esisterà un peccato contro la Religione, esisterà insomma il peccato di empietà, il peccato di sacrilegio. Tuttavia può esistere nella vita di un uomo, e non solo nella vita di un uomo ma nella vita della comunità cristiana — io bado sempre a quella — può esistere un tale modo di contenersi e di pensare che potrebbe benissimo essere anche chiamato così: peccato contro l’Eucaristia. – C’è anche un altro motivo. Voi vivete in un certo modo, a un certo livello culturale. Ci sono dei peccati che si fanno facilmente al livello della vita comune, al livello della vita piena di necessità e d’istinti; ma ci sono dei peccati che è facile commettere al livello della cosiddetta cultura. E bisogna un po’ occuparsi di quelli. Io sto incontrando tanta gente che, si direbbe, è bravissima, si direbbe che è una lampada accesa davanti a Dio e della quale invece sono convinto che mi fa un sacco di peccati, di peccatacci culturali. Vengo ora a dipanare il primo punto. Perché ci sia un peccato bisogna che ci sia una legge, perché se non c’è una legge contro la quale si va a cozzare, non si fanno peccati. Se non ci fosse un’obbligazione portata dalla legge, non sarebbe ragionevole parlare di peccato, o per lo meno parlare di cosa che non sia perfetta e che non possa essere secondo Dio. Vi prego di osservare che continua il criterio della meditazione precedente: noi ci preoccupiamo molto degli atti, e dobbiamo farlo. Ma attenti bene: non si risolve il problema della vita e della propria santificazione guardando soltanto agli atti singoli. Bisogna arrivare agli stati d’animo abituali, alle abitudini e a tutto quello che in noi potrebbe essere anche, fino a un certo punto, subcosciente. Bisogna dilatare la preoccupazione morale a questi piani dell’attività interiore, se si vuole veramente andare verso Dio. Dunque ci vuole una legge. E la legge qual è? La legge ve l’ho già detta in poche parole facendo il discorso sull’iter cum Christo. La legge è questa: Gesù Cristo ci ha detto che noi dobbiamo essere con Lui. Ha detto chiaramente: « Voi in me e Io in voi » (cap. VI dell’Evangelo di S. Giovanni). E questa è parola eterna e dirimente. Noi dunque dobbiamo essere con Gesù Cristo in questa forma intima, in questa forma profonda. Ma con quale Gesù Cristo noi dobbiamo essere? Con un Gesù Cristo soltanto dipinto, con un Gesù Cristo creato dalla nostra fantasia o creato dal nostro più o meno vero o falso culturalismo? No. Noi dobbiamo essere con Lui, figlio di Maria Vergine e soprattutto Figlio del Padre, cioè con Lui Dio e Uomo, che ha Corpo, Sangue, Anima e Divinità. Stiamo attenti! Non abbiamo un coltello in mano per fare delle recisioni: dobbiamo essere con Gesù Cristo, Corpo Sangue Anima e Divinità. Stiamo attenti a non lasciar entrare nell’anima nostra qualche cosa di gnostico o qualche cosa di manicheo. Con Gesù Cristo, non con certe ombre slavate e lontane che talvolta qualcuno, anche scrittore moderno, cristianissimo, vorrebbe scambiare con Gesù Cristo. Siamo d’accordo, vero? La legge è questa: dobbiamo essere con Gesù Cristo e fino all’intimità, ma dobbiamo essere con quello che è Lui, e Lui così: Corpo Sangue Anima e Divinità. Nel momento del tempo, cioè prima che si passi questa barriera, che si entri nell’eternità, che si plani in un altro ordine, dove sta Gesù Cristo? È lì, nel tabernacolo. Perché con Gesù Cristo, Corpo Sangue e Anima in cielo finora non ci siamo; ci saremo, a Dio piacendo. Egli è lì, nel tabernacolo. Dunque la vita del Cristiano deve vivere accanto e secondo l’Eucaristia: questa è la legge che è evidente nell’Evangelo. Bisogna leggersi e rileggersi forse per tutta la vita la narrazione che i sinottici fanno della istituzione dell’Eucaristia, l’ambientazione che danno a questa istituzione, e leggersi sempre quel divino commento che è il discorso che sta ai capp. V e VI del Vangelo di S. Giovanni, e poi tutto il discorso che Gesù ha fatto nell’Ultima Cena dove Giovanni, fedele al suo principio di non ripetere, non parla dell’istituzione ma ci dà lo sfondo intellettuale e lo sfondo d’amore di questa istituzione; ed è tutto il discorso fatto da Gesù Cristo e che si completa al cap. XVII dello stesso Evangelo nella famosa grande orazione sacerdotale che Gesù rivolge al Padre perché la sentano i discepoli, mentre sta andando « trans torrentem Cedron », mentre va a cominciare il patimento definitivo all’orto di Getsemani. Allora si capisce; si capisce che l’Evangelo continua, e continua perché è rimasto Gesù Cristo in terra, in modo invisibile d’accordo. Il fatto della visibilità l’ha ceduto alla sua Chiesa, ed è per questo che la Chiesa ha un Capo visibile in terra, Vicario di Gesù Cristo, che è il Papa. E ha ceduto tutti gli strumenti della visibilità alla sua Chiesa, che sono il Sacrificio, i Sacramenti e tutti gli altri poteri, cioè ha ceduto tutti quegli strumenti della visibilità per la parte materiale che involgono, per la parte soprannaturale divina di grazia che involgono e in quanto sono legati con la visibilità. – Ma Lui è rimasto quaggiù. È la profezia di Malachia, che il Sacrificio sarebbe stato offerto dall’alba al tramonto, dall’Oriente all’Occidente, sempre. Non più Sacrificio momentaneo, ma Sacrificio eterno, concetto ripreso da S. Paolo nella Lettera agli Ebrei. E pertanto — dirò una cosa che forse può far sorridere — in questo mondo c’è Kennedy, c’è Crusciov, ci sono tutti gli altri, che nel giro di pochissimi anni non ci saranno più. Vi prego di ricordarvi che in questo mondo c’è Nostro Signore Gesù Cristo: con questo ho detto tutto; e che Nostro Signore Gesù Cristo è il Figlio di Dio fatto Uomo, cioè Egli è l’infinito ed è il più umano di tutti, l’unico veramente umano perché, a un modo che è stato suo e a un modo che non è ripetibile dagli altri, è andato in croce per tutti gli uomini. Voi sapete che a questo mondo c’è l’anno geofisico; ma se c’è l’anno geofisico, i missili, i polaris ecc., a questo mondo c’è qualche cosa di molto più grande, di molto più interessante, di molto più dirimente, di molto più necessario, e si chiama Gesù Cristo. C’è Lui in Corpo Sangue Anima e Divinità. E allora? E allora bisogna tirare le conseguenze. Non c’è altro da fare: altrimenti sbagliamo tutto e sbagliamo tutti. Questa è la legge. Ecco perché ho potuto parlare del peccato contro l’Eucaristia. E questo peccato contro l’Eucaristia noi lo commettiamo a tre piani diversi. – Il primo è il piano del culto divino. Cominciate a guardare le nostre chiese. In quante di esse, ditemi, il popolo va a fare la visita al SS. Sacramento? E quanti sono talvolta i sacri pastori, i Sacerdoti, i parroci che si impegnano a creare la corte permanente a Gesù Cristo? Perché Gesù Cristo sta in chiesa anche se chiusa; se ce lo mettiamo, ci sta. Si è messo nelle nostre mani: rispetta la consegna, non fugge mai. C’è una fiammella che rimane lì. Ma quante sono le chiese intorno alle quali c’è un popolo che viene educato a ricordarsi che c’è il Signore, e che questa è la cosa più grande che si possa dire, che si possa fare, che si possa pensare in questo mondo? Vi prego di guardare tanti tabernacoli e certi altari come sono ridotti! Ecco il peccato contro l’Eucaristia! La Chiesa nel can. 1289 C. D. C. ha disposto come deve essere il tabernacolo. La Chiesa nel decreto della Congregazione dei Riti del 1° luglio del 1958 ha ripreso tutte le disposizioni canoniche circa il tabernacolo e in un certo senso le ha ampliate. È evidente che la Chiesa si preoccupa della consuetudine di taluni, protestanti di fatto mentre agiscono nella Chiesa Cattolica, di far scomparire il tabernacolo e di considerare l’altare come puro soltanto quando è privo del tabernacolo. Come se il tabernacolo fosse una mostruosità o un grande incomodo, da sopportarsi proprio unicamente per lo scopo che, se viene un accidente a qualcheduno, bisogna dargli il viatico! – State attenti a queste forme culturalistiche che si insinuano! Si vuol mettere in rilievo soltanto l’atto comunitario, che sarebbe la S. Messa cantata, parlando sempre di quello, solo di quello, e ostentando il più fiero disprezzo per tutto il resto. E si dimentica l’aspetto sostanziale della pietà cattolica, che il culto della Chiesa continua giorno e notte perché giorno e notte c’è Nostro Signore Gesù Cristo presente e pertanto ci deve essere l’atto di adorazione. E ci deve essere un divino colloquio tra Lui e le anime. E così, spennando da una parte, spennando dall’altra, si cerca di far passare sotto banco un certo qual ritorno alla negazione di Lutero. Perché questa è la via, quella di spennare. E per quella via si arriva esattamente al 1517. – Vedete, su questo punto io mi fermo, perché, ripeto, il parlarne ha precisamente lo scopo di creare in voi un senso di difesa contro certe infiltrazioni che hanno anche apparenza culturalistica e che sono, di fatto, ben altra cosa. Ben altra cosa! Vi prego di aprire gli occhi. Molte cose che certe persone accettano, ben intenzionate certo, io non voglio mettere in dubbio le buone intenzioni, danno l’impressione che non s’accorgano più che c’è Gesù Cristo, che è qui. Non se ne accorgono più. Vi fanno anche, con tutta comodità, un concerto in chiesa. Naturalmente all’ultimo momento se ne ricordano e allora un prete, molto alla svelta, con un po’ di cotta e stola e di velo omerale, va a prendere Nostro Signore Gesù Cristo e lo porta via perché non incomodi e si possa fare il concerto. – Dacché sono Vescovo, non ho mai permesso un affare del genere, mai! A Gesù Cristo non si va a dire: « Levati di lì, che adesso facciamo i nostri comodi ». E se, Lui presente, certi comodi non si possono fare, non si fanno. Nei momenti grandi bisogna ritornare lì. La salvezza della Chiesa dopo il Concilio di Trento è stata fuori dalla stia. È chiaro questo. Ma che si debba ancora stare lì a dire: la vera carità è questa! Guastano tutto. La libertà! Dio, prima della libertà! Capite? La parola libertà ha un valore subordinatamente a Dio che l’ha creata e ce l’ha data. La parola personalità ha certamente un valore e l’ha perché l’ha avuto da Dio, che se l’avessero data gli uomini, non ne avrebbe nessuno di valore, e rimane pertanto cosa subordinata a Dio. Vedete, si lascia accantonare Gesù Cristo con questa tolleranza. Tolleranza! Sì, certo, pazienza. Non diciamo tolleranza, che è un’altra cosa. Pazienza sì. Pazienza senza fine. Ma la parola tolleranza è una parola molto equivoca; e non diciamo di più. Pazienza, sì. Non dico: tolleranza no; dico che tolleranza è una parola molto equivoca e può essere presa bene e male, a seconda dei casi, a seconda della chiarezza teologica che si ha in testa e a seconda del giudizio obiettivo dei valori che si ha nella propria anima. – L’umanesimo. C’è l’umanesimo. Se ne parla molto adesso. Quando uno vuol fare una cosa per cui gli sembra di diventare una persona per bene, scrive un articolo sull’umanesimo. Ora lasciamo stare le divagazioni letterarie sull’umanesimo. Vi dico solo questo: quando si parla di umanesimo in una casa cristiana, s’intende aduggiare un certo modo di pensare le cose che è semipelagiano. Attenti bene, che è semipelagiano. Perché il senso non capito per mancanza di conoscenza teologica, ma inconsapevolmente in fondo accettato, quando si fa troppo questo discorso, che nei suoi termini esatti può essere fatto ma nei suoi termini equivoci no, quando lo si fa troppo questo discorso, s’intende dire che ad arrancare fino al porto della vita possiamo farcela con le nostre forze; che esistono forze umane, date da Dio, certo, oh, sì! in natura, da poter portare: civiltà, umanità, pace, ordine, giusti ritmi fino al porto e cioè fino a una situazione soddisfacente, decorosa, morale, senza proprio estremo bisogno che c’entri la grazia di Dio. Il che è manifestamente falso se lo si dice chiaro come l’ho detto io; ma talvolta si tratta di quelle cose dette a tre quarti, dette a metà, dette a un centesimo, così che non sono mai errori, che non sono mai chiare, che non affondano mai radici in un humus di chiarezza e di sicurezza teologica, per cui si finisce alle volte ad avere delle impostazioni mentali ad angoli che sono completamente sbagliate. – Perché Gesù Cristo sta lì sempre? Perché ha istituito l’Eucaristia sacramentum permanens, perché? Non bastava il Sacrificio offerto una volta al mese, una volta all’anno, tanto più che il Sacrificio ha valore divino? I frutti sono applicati limitatamente, ma il valore è infinito. Bastava una volta all’anno, a Pasqua, una volta al mese, tutte le domeniche, via. No! Il Sacrificio realizza la profezia di Malachia: «dall’alba al tramonto, dall’Oriente all’Occidente », continuo. È il sacramentum permanens, perché l’Eucaristia non è soltanto Sacrificio, è anche Sacramento. Perché Dio ha voluto che il Sacrificio sia continuo e che, non bastando la continuità del Sacrificio, nella divina mente, alla necessità degli uomini, Iddio ha voluto che fosse per di più sacramentum e che fosse permanens? È chiara tutta la mentalità dell’Evangelo: Voi ne avete bisogno. « Se non ci sono Io, ha detto Gesù, sine me nihil potestis facere ». E la vita adombrata da Lui nella parabola della vite ha le sue sorgenti nel tronco della vite, che è Lui (Gv. cap. XV).La spiritualità qualche volta può essere compromessa dal modo con cui s’intende la vita comunitaria. Badate che la parola « comunitario» può essere la parola più onesta di questo mondo, perché se dice che dobbiamo andare a braccetto tutti e vivere in comunità, liturgia in comunità, niente da dire. Quello che c’è da dire è che, come mai l’abbiamo dovuta inventare noi adesso, da quindici anni, perché prima non se ne parlava? Ne ha parlato qualcuno rarissimamente,ma nessuno vi faceva caso, nel decennio fra il trenta e il quaranta. Poi dopo la guerra è saltata fuori. Adesso tutto è comunitario. E prima cosa eravamo? Quando eravamo in chiesa, quando si cantava la Messa, quando cantavamo l’Ufficio insieme, quando facevamo le processioni, le feste, quando facevamo le associazioni, quando tentavamo di mettere insieme la gente per fare la carità, che cos’era?Abbiamo visto prima la tolleranza: s’aggiusti da sé, noi non ci abbiamo a far niente; poi l’umanesimo: facciamo a meno di Lui. Vediamo adesso che cosa è questo « comunitarismo » quando la parola diventa equivoca. – Ci sono state delle fondazioni, delle forme associative quanto mai equivoche, spiritualissime, santissime, mistiche, impregnate di mistica per tutti i versi, in cui si è arrivati a questo punto, per dirvi dove il senso comunitario può andare a finire. In esse la direzione spirituale la si faceva in comune. Vi piacerebbe? Spero di no, perché dovrei credere che foste ammalati. In comune, così: è la comunità degli iniziati che giudica il caso del singolo e dice: « Tu, per camminare verso Dio, devi fare così… ». Con questa conclusione che le donne facevano la direzione spirituale agli uomini e persino ai preti. Ho portato questo esempio per dire fin dove si può arrivare. Ora è chiaro che Gesù Cristo il Sacramento della Penitenza l’ha messo in mano al Sacramento dell’Ordine e alla autorità giurisdizionale della Chiesa, perché per assolvere ci vogliono due cose: bisogna che uno sia prete validamente ordinato e per di più bisogna che abbia la giurisdizione dall’autorità della Chiesa; perché non l’ha di per sé. La giurisdizione di per sé, di natura sua, per diritto divino, l’hanno soltanto i Vescovi e il Papa. I sacerdoti non l’hanno. Con l’aver istituito il Sacramento della Penitenza, Nostro Signore ha fatto capire che la questione del bene e del male nelle anime e la direzione delle anime è affidata al Sacramento dell’Ordine, e non soltanto al sacramento dell’Ordine, intendiamoci, ma al sacramento dell’Ordine quando è unito al crisma di una delegazione dell’autorità gerarchica della Chiesa. – E il concetto comunitario può arrivare a delle sfumature che possono camminare tanto da andare a finire anche in Russia. E sfumature alle volte che finiscono con l’eliminare tutto il contatto diretto, immediato tra le anime e Dio. Perché esiste una pietà pubblica nella Santa Chiesa Cattolica, ma ne esiste anche una privata. E la pietà privata è quella che prepara il materiale alla pietà pubblica. – Il concetto comunitario, quando diventa equivoco nella spiritualità, a che cosa tende? Tende a sovrapporre la comunità a Gesù Cristo. È la comunità che conta, non è più Gesù Cristo. È la stessa sfasatura che succede su altri piani: è la collettività che conta, più che la legge, mentre è vero il rovescio, perché la comunità non sta in piedi se non c’è la legge, oltre tutto: perché se non esiste l’autorità, la collettività non ha il principio per cui diventa unita: è anarchica e pertanto non è più comunità. – Il peccato, il peccato contro l’Eucaristia può farsi dunque sul piano teologico. Io vi ho voluto dire questo: guardate che per stare stretti intorno a Nostro Signore Gesù Cristo che è lì — è anche in cielo, certo, come Dio è dappertutto, certo, ed è per questo che potreste parlare con Lui dappertutto, ma il punto qualificato, il punto massimo del Sacrificio, del Sacramento permanente è lì — per poterci stringere, per adeguarci a questo fatto del Sacrificio Sacramento continuo e del Sacramento permanente e che diventa nel pensiero di Gesù Cristo l’asse proposto agli uomini per la loro salute., per stare con Lui, abbiamo bisogno di difenderci da una quantità di forme di maleducazione nei suoi confronti, di mancanza d’amore, di tenerezza, di affetto, e dall’infiltrazione di molte mode e di molti errori che costituiscono sempre, in modo certamente da nanerottoli e ridicolo, il gesto del capo degli angeli ribelli: « Sarò simile a Dio », e pretenderebbero di sbalzare Dio dal suo trono. Intendiamoci, l’ho detto perché vi difendiate da una serie di infiltrazioni che non arriveranno mai a quella forma, lo so, ma che in realtà partono dallo stesso principio e che a Gesù Cristo, che deve essere la nostra vita, la nostra anima, il nostro tutto, l’oggetto del nostro amore, tendono a sostituire qualche altra cosa, magari noi stessi, quella piccola cosa, povera cosa, che siamo noi. Guardate che il male proveniente da certe radici, le suggestioni date da certe sorgenti tendono a questo: sostituire noi stessi a Lui, il che sarebbe il rovesciamento di tutto.

http://www.exsurgatdeus.org/2020/01/10/gregorio-xvii-il-magistero-impedito-3-corso-di-esercizi-spirituali-4/

SALMI BIBLICI: “QUAM DILECTA TABERNACULA TUA” (LXXXIII)

SALMO 83: “QUAM DILECTA TABERNACULA TUA”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME DEUXIÈME.

PARIS – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 83

In finem, pro torcularibus filiis Core. Psalmus.

[1] Quam dilecta tabernacula tua, Domine virtutum!

[2] Concupiscit, et deficit anima mea in atria Domini; cor meum et caro mea exsultaverunt in Deum vivum.

[3] Etenim passer invenit sibi domum, et turtur nidum sibi, ubi ponat pullos suos. Altaria tua, Domine virtutum, rex meus, et Deus meus.

[4] Beati qui habitant in domo tua, Domine; in sæcula sæculorum laudabunt te.

[5] Beatus vir cujus est auxilium abs te, ascensiones in corde suo disposuit,

[6] in valle lacrimarum, in loco quem posuit.

[7] Etenim benedictionem dabit legislator; ibunt de virtute in virtutem, videbitur Deus deorum in Sion.

[8] Domine Deus virtutum, exaudi orationem meam; auribus percipe, Deus Jacob. [9] Protector noster, aspice, Deus, et respice in faciem christi tui.

[10] Quia melior est dies una in atriis tuis super millia; elegi abjectus esse in domo Dei mei magis quam habitare in tabernaculis peccatorum.

[11] Quia misericordiam et veritatem diligit Deus, gratiam et gloriam dabit Dominus.

[12] Non privabit bonis eos qui ambulant in innocentia. Domine virtutum, beatus homo qui sperat in te.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO LXXXIII.

Ardente desiderio della visione di Dio nei tabernacoli celesti. É quasi lo stesso argomento del Salmo 41.

Per la fine: per li strettoi; salmo a’ figliuoli di Core.

1. Quanto amabili sono i tuoi tabernacoli, o Signor degli eserciti! L’anima mia si consuma pel desiderio di tua magione.

2. Il cuor mio e la mia carne esultano in Dio vivo.

2. Perocché la passera si trova una casa, e la tortorella un nido dove deporre i suoi parti.

3. I tuoi altari, Signor degli eserciti, mio Re e mio Dio.

4. Beali coloro che abitano nella tua casa, o Signore; te loderanno in perpetuo. (1)

5. Beato l’uomo, la fortezza del quale è in te; egli nella valle di lacrime ha disposte in cuor suo le ascensioni lino al luogo, cui egli si fece.

6. Perocché li benedirà il legislatore; andranno di virtù in virtù; (ad essi) si rivelerà il Dio degli dei in Sionne.

7. Signore Dio degli eserciti, esaudisci la mia orazione; porgi le tue orecchie, o Dio di Giacobbe.

8. Volgi il tuo sguardo, o Dio protettor nostro, e mira la faccia del tuo Cristo.

9. Imperocché vai più un sol giorno nella tua casa, che mille (altrove).

10. Mi sono eletto di essere abbietto nella casa del mio Dio, piuttosto che abitare nei padiglioni de’ peccatori.

11. Imperocché il Signore ama la misericordia e la verità; il Signore darà la grazia e la gloria.

12. Li non priverà dei beni coloro che camminano nell’innocenza; Signore degli eserciti, beato l’uomo che spera in te.].

(1) « In loco quem posuit, » può ricevere due spiegazioni: l’una se non si tenga conto che solo del latino, l’altra se si consideri il testo ebraico e la versione greca. 1° Felice l’uomo che mette in Voi la sua forza, mentre sarà in questa valle di lacrime, nel luogo ove è posto per sua colpa, per il suo peccato, perché Dio lo aveva posto originariamente in Paradiso; 2° felice colui che attende soccorso da Voi, ché da questa valle di lacrime sale un gradino dopo l’altro finché non sia giunto a questa eterna dimora che è il termine del suo pellegrinaggio.

Sommario analitico

In questo salmo, il Profeta, come rapito in estasi, esprime nel modo più toccante il suo amore per la casa di Dio, il rimpianto di vedersene allontanato, il desiderio di ritornarvi, fosse anche per occupare l’ultimo posto. – Secondo qualche interprete, questo salmo risale all’epoca che ha preceduto immediatamente la cattività, in cui i figli di Core furono obbligati a fuggire lontano dal tempio, verso la montagna dell’Ermon, per sfuggire a Sennacherib, ed i versetti 3, 4, 10, in cui è in questione il tempio, sembrano favorire questa opinione; ma il sentimento comune degli interpreti – nota a ragione Hengstenberg – è che il salmo fu composto durante la fuga di Davide  davanti ad Assalonne, quando questo re si trovava con coloro che gli erano rimasti fedeli al di la del Giordano, lontano dal santuario. In senso figurato è l’espressione del desiderio – nell’anima fedele – dei santi tabernacoli e soprattutto della patria celeste, alla quale solo può essere applicata la magnificenza delle espressioni di questo salmo.

I. – Il Profeta esprime il desiderio ardente di questa anima, desiderio che si manifesta:

1° nel suo amore per i santi tabernacoli (1);

2° nelle sua operazioni divine verso questo divino soggiorno;

3°nel languore che essa prova nella considerazione degli atri del Signore (2);

4° nei suoi trasporti di gioia, interiori ed esteriori, nella contemplazione del Dio vivente ed immortale (2).

II. – Egli compara la tranquillità dei beati in cielo con il riposo accordato agli uccelli sulla terra; giudica ed apprezza la loro felicità dalla sicurezza di cui essi godono, e dalle lodi che essi cantano continuamente a Dio (3, 4).

III. – Aspira alla perfezione cristiana come mezzo per giungere a questa felicità, perfezione:

1° che si comunica con la grazia di Dio e la risoluzione di avanzare nel cammino della virtù (5);

2° che si continua con una applicazione costante alla penitenza (6),

3° che si completa con l’aumento della grazia, l’esercizio delle virtù e l’unione con Dio. (7).

IV. – Egli indica i mezzi attraverso i quali Dio ci aiuta a pervenire a questa perfezione:

1° Una preghiera supplichevole, – a) al fine di ottenere il soccorso di Dio per compiere la volontà divina (8); – b) per applicare, mediante la grazia, all’anima fedele, i meriti di Gesù-Cristo (9); – c) per dirigere il grande affare della elezione (9).

2° La scelta che egli fa della via della perfezione cristiana, quantunque penosa, in luogo della vita comoda e facile dei peccatori (10); – a) a causa della misericordia di Dio, che promette il cielo; – b) della sua veridicità, che compie le sue promesse; – c) della sua liberalità, per cui dà la grazia a tutti, – d) della sua giustizia, che concede la gloria all’anima fedele (11); – e) a causa dei beni stessi di questa vita, che Dio non rifiuta affatto alle anime innocenti e che sperano in Lui (12).   

Spiegazioni e Considerazioni

I. — 1, 2.

ff. 1, 2. – Ogni parola, in questi due versetti, è come un trattato di fuoco, e mai l’amore impiegò espressioni più vive: è il grido del desiderio di un uomo che si sente come straniero sulla terra, e che sospira alla sua patria che è il cielo. La vivacità di questo desiderio nasce da due cose: dalla bellezza e dalle attrattive della patria, e dalla durezza dell’esilio. – Il desiderio sì vivo, produce una sorta di debolezza in tutto il suo essere: è ciò che i Santi esprimono con i termini di fuoco, di ferita e di estasi, tre effetti che essi attribuiscono all’amore divino. Quando l’anima ne è penetrata in tutte le sue potenze, essa perde in qualche modo la sua attività, scivola nel seno di Dio, e si perde in questo oceano di tutte le beatitudini e di tutte le perfezioni (Berthier). – Il cuore trasale di gioia e si attacca la dove è il suo tesoro. Per quali beni sobbalza il cuore della maggior parte degli uomini? Gli uni desiderano i beni della terra, le ricchezze di questo secolo; altri i primi posti nella Chiesa, la gloria che viene dagli uomini. Quanto a me, il mio unico desiderio è quello di vedere i tabernacoli eterni ove io contemplerò non più la riunione dei vizi, ma la felice riunione di tutte le virtù. – L’amore del Dio vivente ha, per il cuore distaccato dalla terra, delle delizie infinitamente più pure, più veraci e più dolci di tutte quelle del secolo. « Il mio cuore e la mia carne hanno sussultato nel Dio vivente » È l’espressione di un amore portato al suo grado più alto, perché altrimenti il cuore e la carne non avrebbero questa santa unanimità di gioia e di desiderio (S. Ger.).

II — 3, 4.

ff. 3, 4. – Il Profeta giunge a dirci che il suo cuore si era slanciato così come la sua carne, e li designa sotto il nome di: passero e tortorella: il suo cuore è come il passerotto e la sua carne come la tortorella. Il passerotto ha trovato una casa: il mio cuore ha trovato una casa. Esso esercita le sue ali nelle virtù che si praticano in questa vita, nella fede, nella speranza e nella carità per mezzo delle quali esso vola verso la sua casa, e quando vi sarà giunto, vi resterà, e la voce del passerotto, che è lamentosa quaggiù, non lo sarà più qui, perché è egli stesso il passero lamentoso del quale dice in un altro salmo: « … come il passero solitario sul suo tetto. » (Ps. I, 8). Da questo tetto egli vola alla casa. Benché sia già sul tetto che calpesta come sua dimora carnale, egli avrà una casa celeste, una dimora eterna. Là, il passero metterà fine ai suoi lamenti (S. Agost.). – Quando il nostro cuore ha sussultato a lungo per Dio, quando i nostri desideri ci hanno portato verso di Lui, come l’uccello vola verso la casa; quando abbiamo per lungo tempo vegliato, pregato a lungo, sospirato, Dio ascolta i nostri pianti e mette fine ai nostri languori, Egli ci mostra il luogo ove ci si riposi, amandolo e contemplandolo. Egli ci apre la casa del passero, la casa del cielo (Mgr. De la Douillerie, Symbol. 2° par.). – Ma alla tortorella – la carne – il Profeta ha donato dei piccoli; al passero una casa; alla tortorella un nido, un nido per deporre i suoi piccoli. Si sceglie una casa per abitarvi sempre; un nido è fatto da un cumulo di detriti per un breve tempo. Con il cuore noi pensiamo a Dio come un passero che vola verso casa; con la carne, noi compiamo le nostre buone opere, perché è con esse che noi facciamo tutto ciò che ci viene prescritto e tutto ciò che ci viene in soccorso in questa vita: « e la tortorella  cerca un nido per deporvi i suoi piccoli » … non faccia un nido nel primo spazio trovato, per deporvi i suoi piccoli, ma che produca le sue opere nella vera fede, nella Fede cattolica, nella comunione dell’unità della Chiesa (S. Agost.). – Se perseverate nella fede, la fede stessa è il nido in cui la tortorella deporrà i suoi piccoli, perché a causa della debolezza dei piccoli della vostra tortorella, Dio vi ha concesso di che fare un nido, e per questo si è rivestito di una carne che non è che fieno, per venire a voi. Deponete dunque in questa fede i piccoli che sono nati da voi, ed operate le vostre buone opere in questo nido. Quali sono questi nidi o qual è questo nido? Il profeta lo dice subito dopo: « … i vostri altari, o Signore degli eserciti » (S. Agost.). – La cima di un albero che si perde tra le nuvole, lo spesso fogliame in fondo al ramo, il cono oscuro di una casa isolata, è lo stazionamento che il passero preferisce. Ma dato che ha costruito il suo nido, si considera in tutta verità come a casa sua. Egli ha preso possesso della sua dimora: sta per diventare il capo di una nuova famiglia. Voi direte che è molto fragile questo posizionamento aereo. E tuttavia la sacra Scrittura lo cita molto saggiamente per l’uomo, per dargli un’utile lezione: « Quale confidenza si avrà, essa dice, in Colui che non ha neanche un nido? » (Eccli. XXXVI, 28). C’è bisogno che un dato giorno l’uomo anche sappia fissare la sua vita e che si ponga con onore là dove Dio gli ha creato dei doveri. – Ma sì modesto che possa essere il nido dell’uccello, vi ospita tutta la sua felicità; egli non lo lascia che per un istante e vi torna sempre con gioia. La femmina vi depone le sue uova; con quale cura, con quale tenerezza essa le cova e le riscalda, e più tardi lo farà con i suoi piccoli, quando esse saranno dischiuse. Chi di noi nel nido in cui la provvidenza l’ha posto, non ha riscaldato con il suo alito l’uomo dove dormono le proprie speranze! Tuttavia consideriamo che le nostre speranze saranno vane se hanno come oggetto solo i beni di questa vita passeggera … Il sant’uomo Giobbe, ricordando con amarezza le sue speranze deluse, si esprimeva con questa parole: « Io mi sono detto, pieno di fiducia: io morirò nel riposo nel piccolo nido che mi sono fatto » … « il nido in cui il patriarca vuole morire – dice S. Gregorio – (Moral., 1. XIX, c. 27), è l’immagine della pace profonda che solo la Chiesa assicura ai suoi figli fedeli, facendoli crescere nella sua fede e riscaldandoli nel suo amore, fino a che le loro ali si siano ingrandite per prendere il volo verso la patria celeste ». – « La Chiesa è come la tortorella che sa trovare un nido per i suoi piccoli ». Ma Davide designa ancor più chiaramente il nido in cui voglio vivere e morire: « La tortorella – egli dice – trova un nido per i suoi piccoli; ed io, mio Dio delle virtù, io non domando che i vostri altari ». Si, i vostri altari, Signore, intorno ai quali ha gioito nella mia giovinezza; i vostri altari ove io mi nutro ogni giorno dell’Alimento dei forti; i vostri altari verso i quali si slancia il mio cuore, come l’uccello che esce dal suo nido, per elevarmi di virtù in virtù e salire fino a Voi; i vostri altari che io voglio abbracciare morendo; i vostri altari dai quali non mi allontanerò se non per unirmi a Voi nel cielo! (Symbol. Ibid.) – Il Profeta desidera con ardore la patria celeste; ma essendone lontano, trovando la sua più viva immagine nell’altare del Signore, vi riposa come un uccello nel suo nido. L’altare è in effetti l’immagine più vivente del cielo; è circondato da mille cose che ricordano questa celeste patria: è là che viene immolato tutti i giorni questo Agnello che ci ha aperto, con il suo sangue, l’atrio dell’eternità, è là che ci è dato il pegno dell’immortalità; là noi siamo più vicini a Dio, la preghiera è più intima, la lode più attenta e pia. Tutti gli uccelli si trovano nel luogo del riposo, ed anche il passero più piccolo ha la sua casa ed il suo nido. Non soltanto l’uccello attivo e vivace, come il passero, ma anche l’uccello amico della solitudine, come la tortorella, ha un nido per deporvi i suoi piccoli e per vivere in sicurezza, …ed io, Signore, che viva di una vita attiva, come il passero, o scelga la solitudine, come la tortorella, avrò il mio riposo ed il mio nido presso i vostri altari, e potrò venire a riposare di tempo in tempo, e deporvi, come dei piccoli nel nido della loro madre, la mie preghiere, le mie voci, i miei casti desideri, le mie meditazioni ed il tributo delle mie lodi (S. Girol. – Bellarm.). – Ciò che è l’anfratto per il passero, il nido per la tortorella, sia l’altare per il nostro cuore. Verso questo tabernacolo, rivolgiamo le invocazioni più penetranti e le più grandi tenerezze delle nostre anime, i sospiri più ardenti del nostro cuore: « … i vostri altari, Signore Dio delle virtù, i vostri altari », ecco il rifugio, la protezione, il bastione! – Perché coloro che abitano nella vostra dimora sono felici? Cosa possederanno, cosa faranno? Tutti coloro che si dicono felici sulla terra possiedono qualcosa e fanno qualcosa. Tale uomo è felice in ragione delle tante terre, dei tanti servitori, del tanto oro e del tanto denaro: lo si dice felice di ciò che possiede. Un altro è felice perché è giunto ad alte dignità, è un governatore, un prefetto; lo si dice felice di ciò che ha fatto. L’uomo è dunque felice in ragione di quanto possiede ed in ragione di quanto fa. Da dove verrà dunque la felicità per coloro che abitano nella dimora del Signore?  Cosa possiederanno? Cosa faranno? Quel che possederanno lo dice più avanti: « Felici coloro che abitano nella vostra dimora! » Se voi possedete la vostra casa, siete povero; se possedete la casa di Dio, allora siete ricco. Nella vostra casa, voi avete paura dei ladri; ma Dio stesso è il muro che protegge la casa di Dio: « felici dunque coloro che abitano nella vostra casa! » Essi possiederanno la Gerusalemme celeste, senza angosce, senza oppressioni, senza differenze, senza limite di possesso; tutti la possiedono ed ognuno la possiede interamente. Che ricchezze immense! Il fratello non mette più il fratello nella ristrettezza: in cielo non c’è indigenza. Ed ora cosa faranno? Perché quaggiù la necessità è la madre di tutte la azioni umane … diteci dunque, cosa faranno nel cielo poiché non vi è alcuna necessità che spinga ad agire: « … essi vi glorificheranno nei secoli dei secoli ». Questa sarà la nostra unica occupazione, un alleluia senza fine. E non crediate che ne possa derivare alcun disgusto, sotto pretesto che se oggi lo ripetete per molto tempo, non potreste perseverare, perché è la necessità che vi distoglie da questa gioia;  ebbene, noi non potremmo gioire di ciò che non vediamo, tuttavia in mezzo alla tribolazioni della vita e malgrado la fragilità della nostra carne, se noi lodiamo con ardore gioioso ciò che crediamo, con quale trasporto loderemo ciò che vedremo? Siamo senza inquietudine; la lode di Dio, l’amore di Dio non ci causerà sazietà! Se potreste cessare di amarlo, potreste cessare di lodarlo, ma se il nostro amore per Dio è eterno, la vostra vista non potrà saziarsi della sua beltà. Non temete di non poter lodare Colui che potrete amare sempre (S. Agost.). – Per troppo tempo, come passero solitario, mi sono tenuto lontano da Voi, mio Dio! Quando avrò alfine questo bene di abitare in Voi, o Gesù? Quando potrò alfine dire che il passero ha trovato una dimora? – È una dolce idea da meditare quella di una dimora. Io non so cosa ne penseranno gli uomini di oggi, perché non parrebbero comprendere qual bene sia l’avere una dimora. Nella nostra società agitata e mutevole, più simile – sotto i brillanti aspetti del lusso e del piacere – ad una tribù nomade, che ad un popolo di famiglie unite in una patria comune, ci si fa facilmente l’idea di non avere casa e di abitare là dove ci si trovi, senza luogo, perché si è senza affezione; senza casa, perché senza famiglia, o ben presto senza patria, perché si è senza ricordi e senza speranze… Una casa è una famiglia, e come la famiglia non è che l’estensione dell’uomo, una casa è un simbolo sviluppato e fecondo dell’uomo tutto intero. Una porta, delle entrate e delle uscite, è l’immagine della volontà con la quale l’anima si espande al di fuori o si raccoglie in se stessa; una finestra che riceve la luce dal cielo, come l’intelligenza rischiarata dalla luce di Dio; una tavola che si nutre di un pane comune, simbolo del vero nutrimento delle nostre anime; un focolare, immagine del principio stesso della vita, centro, luogo che unisce tutti i membri della famiglia. Quali delicati misteri espressi da questi segni volgari! Ma soprattutto, in questa casa, termine di una unità collettiva, quante dolci soddisfazioni per il cuore! È in essa che vi si trova un padre, una madre, una sposa, dei fratelli, dei servitori, degli amici, ed anche qualche straniero al quale si rende il viaggio più piacevole e sicuro. Una  casa per cui si può dire: io qui sono nato, qui ho ricevuto le prime tenerezze e gli ultimi addii da mio padre, e con essi le tradizioni da conservare e le speranze da trasmettere. – Il Cristiano, che non vive solo la vita della natura, ma pure la vita della grazia, ha anch’egli una casa, la casa di Dio. Là egli nasce, si nutre, là trova suo Padre, dei fratelli, tutta una famiglia. Santa casa, quali piacevoli rifugi, quante gioie intime e quali dolci trasporti rivivono i profughi che vi rientrano dopo averla lasciata! La sua porta è la porta del cielo; il giorno che riceve dall’alto è veramente la luce eterna del Dio che vi abita e che si degna di conversare con noi (Mgr Baudry, Le Sacre-Coeur, p. 54, 55.)

III. — 5-7.

ff. 5-7. – Il Profeta ci dà qui i motivi che devono eccitarci a tendere sempre più verso il cielo. – 1° Dio che ci aiuta in questo lavoro! « Felice l’uomo che attende da Voi il suo soccorso »; – 2° la natura del cuore dell’uomo che desidera sempre elevarsi più in alto, e che resta pieno di inquietudini finché non riposi in Dio; – 3° il luogo da dove bisogna salire « in questa valle di lacrime »; – 4° il luogo ove bisogna tendere « per elevarsi fino al luogo che si propone ». Cos’è dunque ciò che Dio dona a colui che pone in Lui tutta la speranza ed il soccorso che attende? « Dio ha disposto dei gradi nel suo cuore ». Egli ha fatto dei gradini che gli servono per salire. Dove ha fatto questi gradini?  Nel suo cuore. Dunque, più amerete, più salirete. « Egli ha disposto dei gradini nel suo cuore! » Chi li ha disposti? Colui che ha preso ed elevato: « Felice colui che Voi prendete ed elevate verso di Voi. »; siccome l’uomo non può nulla da se stesso, è necessario che la vostra grazia lo prenda. E che fa la vostra grazia? Essa dispone dei gradini. Dove dispone questi gradini? « nel suo cuore, nella valle del pianto ». In questa valle del pianto, potete riconoscere il torchio; le pie lacrime della tribolazione sono il vino dolce dell’amore. « Egli ha disposto dei gradini nel suo cuore! » Dove dunque li ha disposti?  « Nella valle di lacrime » Quaggiù dunque Egli ha disposto questi gradini; perché quaggiù … si piange dove si semina. « Essi andavano e camminavano, dice il Profeta, e piangevano gettando la semenza nella terra » (Ps. CXXV, 6). Dio ha dunque disposto per sua grazia dei gradini nel vostro cuore. Salite questi gradini con l’amore; perché da questo deriva che bisogna cantare il cantico dei gradini. E questi gradini, dove sono disposti per voi? « … nel vostro cuore, nella valle di lacrime ». Per salire dove? « Nel luogo che Egli ha preparato » (Ps. LXXVIII, 7). Cosa vuol dire fratelli miei: « Nel luogo che Egli ha preparato? » Questo luogo che Dio ha preparato, se era possibile dire, lo dirà il Profeta. Egli vi ha già detto: « Egli ha disposto dei gradini nel cuore, nella valle di lacrime ». Voi chiedete: per andare dove? Cosa egli vi dirà? « … verso ciò che l’occhio non ha mai visto, e l’orecchio mai inteso, verso ciò che non è salito nel cuore dell’uomo » (1 Cor. II, 9).  Questo luogo è una collina, è una montagna, è una terra, è un prato; questo luogo ha ricevuto tutti questi nomi; ma ciò che esso sia in realtà e non per comparazione, chi ce lo spiegherà? « Perché noi vediamo ora attraverso uno specchio ed in enigma ciò che è questo luogo, ma allora lo vedremo faccia a faccia (Ibid. XIII, 12). Non cercate dunque quale sia il luogo designato con queste parole: « … verso il luogo che Egli ha preparato ». Questo luogo è conosciuto da Colui che ha preparato il posto ove vi condurrà, attraverso i gradini disposti nei vostri cuori. Temete dunque di salire per timore che Colui che vi conduce non si inganni?  – Ecco che Egli ha disposto dei gradini nella valle del pianto per salire « … verso il luogo che Egli ha preparato ». Noi oggi piangiamo. Di qual luogo? Del luogo ove sono posti i suoi gradini (S. Agost.). –  « Perché il legislatore darà la sua benedizione. » È ciò che dice l’Evangelista S. Giovanni: « Noi tutti abbiamo ricevuto della sua pienezza, e grazia su grazia, perché la legge è stata data da Mosè, la grazia e la verità sono venute da Gesù-Cristo. » (Giov. I, 17, 18). La legge non dava la grazia necessaria al compimento dei suoi precetti, perché la grazia e la giustizia non sono per la sua legge; ma « ciò che era impossibile alla legge, Dio, questo divino Legislatore, l’ha fatto Egli stesso, inviando suo Figlio che ha diffuso nelle nostre anime lo spirito di grazia, affinché la giustizia della legge si compisse in noi (Rom. VIII, 3, 4). – Non bisogna mai fermarsi sulla via del cielo: non avanzare significa retrocedere. – Facendo l’opera della verità nella carità, cresciamo in ogni modo in Gesù-Cristo nostro Capo (Ephes. IV, 15). Ahimè per la maggior parte dei Cristiani, la vita è una discesa perpetua: essi scendono, o piuttosto rotolano su questa pendenza maledetta nella quale li trascinano le loro inclinazioni viziose. – San Gregorio vede nelle montagne l’insieme delle divine contemplazioni, e spiega così le elevazioni che Dio dispone nel nostro cuore dopo averci posto nella valle di lacrime: « più in effetti il Signore ci tiene abbassati nella tristezza e nell’umiltà, più ci porta in seguito verso di Lui sulle altezze della contemplazione. » (Moral. XXX, 19). – Oh! Quanto è consolante questo pensiero e quanto dolce è il fermarvisi. Noi non possiamo, ahimè compararci a queste alte montagne che sono gli Angeli, i santi i Profeti, gli Apostoli. In noi tutto è vile e basso, ed il peccato ci ha fatto scendere fino alle profondità degli abissi. Ma nella miseria nera, siamo umili. Dio disporrà in noi ammirabili altezze, Egli eleverà le nostre anime, i nostri cuori, i nostri spiriti, e sulle cime ove ci porterà, noi benediremo il Signore, che a suo piacere ha fatto sorgere le montagne e fatto discendere le pianure nei luoghi che ha scelto. (Mgr. De La Bouillerie, Symbol., p. 208). – « Nella valle delle lacrime ». Dopo la caduta di Adamo, quanti torrenti di lacrime sono colati in questa valle! Quante sofferenze! Quanti dolori amari! Quante angosce lamentevoli! Ma ciò che deve fare scorrere soprattutto le nostre lacrime, sono le nostre colpe … La terra sia per noi una valle in cui colino le lacrime del nostro pentimento. Dio verrà a visitarci, e nel nostro cuore penitente disporrà Egli stesso i gradini che ci faranno salire verso di Lui (idem, p. 218). Quale immagine quella dei gradini formati nel cuore per risalire da questa valle di lacrime fino al soggiorno ove esse saranno asciugate! « Dio disseccherà tutte le lacrime » (Apoc. VII, 17). È così che il cuore parla, e se gli si domanda quali siano questi gradini, dirà che esse sono le prove della pazienza sostenuta dall’amore e dalla speranza (La Harpe). – I legislatori umani non danno la forza necessaria per compiere le prescrizioni che essi impongono. La legge data da Mosè stesso, era impotente sotto questo aspetto: « La legge è stata data da Mosè, la grazia e la verità da Gesù-Cristo » (Giov. I, 17). – Noi abbiamo in questi due versetti tutta la scienza della vita spirituale. Dio è la forza e l’appoggio di coloro che aspirano a possederLo nella eterna felicità; nel loro cuore, si formano delle strade che si elevano sempre di più verso la patria celeste. Essi camminano verso la verità, in questo mondo che è una valle di lacrime; ma essi hanno sempre di vista il termine dei loro desideri. Dio li consola in questa marcia, e Gesù-Cristo, il divino Legislatore, di cui seguono le lezioni e gli esempi, li colma di benedizioni. Essi avanzano così sempre nel cammino della virtù, e si preparano l’entrata della santa Sion (Berthier). – Obbligo cristiano è il non essere mai soddisfatto dello stato di santità in cui ci si trova, ma l’avanzare sempre di virtù in virtù. – Non proferite dunque mai questa parola indegna di una bocca cristiana: io lascio la perfezione ai religiosi ed ai solitari, troppo felici di evitare la dannazione eterna. No, non vi illudete: chi non tende alla perfezione, cade ben presto nel vizio; chi sale ad un’altezza, se cessa di elevarsi con uno sforzo continuo, è spinto dalla stessa pendenza, ed il suo stesso peso lo precipita. Ecco perché la Scrittura ci interdice di arrestarci un solo momento. Se, secondo l’Apostolo San Paolo, la vita tortuosa è una corsa, occorre, come questo Apostolo, avanzare sempre, dimenticare ciò che si è fatto, correre senza risparmio, ed immaginare un riposo solo alla fine della carriera, ove ci aspetta il premio della corsa (Bossuet, IV Serm. p. Pâques). – I giusti vanno di forza in forza, sempre più forte, secondo il senso del testo ebraico, o di virtù in virtù, secondo la nostra versione latina, passando da una virtù imperfetta ad una virtù perfetta, dalla virtù dell’azione, a quella della contemplazione, dalle virtù necessarie in questo mondo per salvarsi, a quelle che fanno la felicità del cielo, là dove non ci sarà più bisogno di prudenza, perché non ci saranno pericoli, né di giustizia umana –  non esistendo più l’ingiustizia – né di forza, perché non ci sarà  nulla da temere, né infine di temperanza, perché le passioni saranno tutte cessate (Bellarm.). – I gentili avevano degli dei visibili, ma essi non erano veri dei, gli ebrei adoravano il vero Dio, ma non era visibile. Il Dio dei Cristiani è il vero Dio, e si è reso visibile mediante l’Incarnazione. « Egli è stato visto sulla terra, ed ha conversato con gli uomini » (Baruch, III, 38). – Ma è soprattutto nel cielo che Lo vedremo faccia a faccia, così com’è. La visione di Dio è la ricompensa, il fine ed il frutto di tutti i nostri lavori, di tutte le nostre virtù, di tutte le nostre pene. Chi non preferirebbe un frutto assai prezioso, del tutto incomparabile, a tutte le cose visibili ed invisibili? Quale cuore tanto freddo non sarebbe infiammato da questa visione di Dio? (S. Bernard.). 

IV — 8-12

ff. 8, 9. – Se noi vogliamo essere esauditi quando ci avviciniamo a Dio con la preghiera, bisogna che Egli ci consideri Gesù-Cristo suo Figlio, mediatore tra Dio e gli uomini. Noi dobbiamo metterLo sempre tra Dio e noi, affinché Dio non ci veda se non attraverso i suoi meriti, e come coperti dal suo sangue. – Dio non ascolta se non le preghiere di Gesù-Cristo, non guarda se non Gesù-Cristo, e non getta gli occhi se non sul volto di Gesù-Cristo. Nessuna protezione c’è fuori da Gesù-Cristo; nessuna salvezza se non attraverso Gesù-Cristo; nessun bene se non per grazia sua, nessuna grazia che non venga dai suoi meriti. – Il Sacerdote ha un diritto tutto particolare per offrire a Dio questa preghiera; sì, o Dio, dato che non si tratta solo della Persona del Figlio vostro, ma di tutto ciò che rappresenta, di tutto ciò che continua e prolunga, nella razza umana, questo Figlio divenuto il “Figlio dell’uomo”; sì, c’è di che attirare il vostro sguardo, c’è un legittimo oggetto dei vostri pensieri e delle vostre attenzioni. Il più piccolo tra i battezzati vi ha un diritto rigoroso: quanto di stupefacente Voi fate alla maggior parte dei vostri preti, ai vostri pontefici, a coloro in cui rivive il reale Sacerdozio, il Sacrificio supremo del vostro Figlio incarnato? Dimenticate, o Dio, dimenticate tutto ciò che è proprio e personale alla vostra mirabile creatura, e guardate in essa solo la faccia del vostro Cristo (Mgr. Pie, Disc. Etc. VIII, p. 244).

ff. 10. – La bellezza della giustizia è sì grande, la luce è eterna, cioè la verità, la saggezza immutabile hanno tante attrattiveche non ci sarebbe dato di gioirne in un solo giorno, negli anni di questa vita, benché numerosi e pieni possano essere di gioie e delizie, non ci parrebbero degni che di disprezzo (S. Agost.;  De liber arbitr. cap. ult.). – Gli uomini desiderano migliaia di giorni, vogliono vivere per lungo tempo su questa terra; disprezzino i migliaia di giorni e desiderino un giorno solo, il giorno eterno al quale il giorno della veglia non ha fatto posto e che il domani non fa cessare. Non desideriamo che questo solo giorno! Che avremo da fare di migliaia di giorni? Da questi mille giorni noi avanziamo verso un giorno solo (S. Agost.). – « Meglio un giorno nel vostro Paradiso che migliaia di altri, ecco perché io ho amato di più essere l’ultimo nella casa del mio Dio, che abitare nelle tende dei peccatori ».  L’orgoglio sale sempre, secondo l’espressione del salmista (Ps. LXXIII, 23), fino a perdersi nelle nubi; gli uomini ambiziosi non danno alcun limite alla loro elevazione; coloro che abitano i palazzi dei re non cessano di affrettarsi fino a quando non occupano i più alti palazzi: voi che scegliete per dimora la casa del vostro Dio, seguite un’altra condotta e non imitate queste alacrità. Se i re, se i grandi del mondo disprezzano coloro che essi vedono negli ultimi ranghi e non disdegnano di arrestare su di essi i loro sguardi superbi, è scritto al contrario che Dio, il solo grande, guardi da lontano e con alterigia tutti coloro che fanno i grandi davanti alla sua forza, e volge gli occhi favorevolmente su coloro che sono abbassati. Ecco perché il Re-Profeta discende dal suo trono e sceglie di essere l’ultimo nella casa del suo Dio, essendo così più sicuro di essere protetto nella sua umiliazione che se levasse la testa e si mettesse al di sopra degli altri (Bossuet, I Serm. de profession, Exord.).

ff. 11. – Nel mondo non si incontra che durezza, insensibilità, menzogna, vanità. Dio è misericordioso, è per questo che dà la grazia; Dio è verace nelle sue parole, è per questo che conferisce la gloria. La grazia precede la gloria e la gloria presuppone il buon uso della grazia. Quando Dio ci dona la gloria, corona i nostri meriti, che sono il frutto della sua grazia. La misericordia e la verità di Dio sono il fondamento e l’appoggio della nostra fiducia (Berthier). –  « Il Signore darà la grazia e la gloria ». a Dio solo appartiene dare la grazia, senza la quale noi non possiamo nulla, e con la quale possiamo tutto. Gesù-Cristo non ha detto: … senza di me, voi farete il bene più difficilmente, bensì: « … senza di me non potete far nulla » (Giov. XV, 5). È la grazia di Dio che effonde nel nostro spirito la prima luce che ci illumina su che cosa si debba fare: « … lo spirito è nell’uomo, e l’ispirazione dell’Altissimo dona la saggezza; » (Giob. XXXII, 8); è la grazia di Dio che eccita i movimenti pii della volontà, « è Dio che con la sua volontà, opera in voi il volere ed il fare; » (Filip. II, 13); è la grazia di Dio che è il principio e la causa di tutte le buone opere: « … io non faccio il bene che voglio, » (Rom. VII, 15); « … non io, ma la grazia di Dio con me.» (I Cor. XV, 10). A Dio solo appartiene darci la gloria e dirci: « … venite benedetti del Padre mio, possedete il reame che vi è stato preparato dall’inizio del mondo. » (Luc. XI, 50). La grazia è il principio della gloria, e la gloria è la consumazione e la ricompensa della grazia.

ff. 12. – Per qual motivo, o uomini, acconsentite a perdere la vostra innocenza se non per procurarvi dei beni? Un uomo acconsente a sacrificare la propria innocenza per non restituire il deposito che gli è stato affidato; egli vuol possedere l’oro: perde l’innocenza! Cosa guadagna? Cosa perde? Per guadagno ha l’oro, come perdita la sua innocenza. Vi è qualcosa di più prezioso dell’innocenza? Ma – si dirà – se conservo la mia innocenza, io sarò povero. L’innocenza dunque è una mancata ricchezza? E voi, se avete un forziere d’oro, siete forse ricco? E se avete un cuore pieno di innocenza, siete povero? Se desiderate i veri beni, conservate ora l’innocenza, nell’indigenza, nella tribolazione, nella valle di lacrime, nell’oppressione, nelle tentazioni; perché così voi avrete in seguito i beni che desiderate: il riposo, l’eternità, l’immortalità, l’impassibilità; ecco i beni che Dio riserva ai suoi giusti. Quanto ai beni ai quali aspirate attualmente, attendendovi un grande premio, e per il possesso dei quali accettate di essere colpevole e di perdere la vostra innocenza, considerate coloro che li hanno, che li possiedono in abbondanza. Voi vedete le ricchezze nelle mani di ladri, di empi, di scellerati, di infami, di uomini perduti in vizi e mancanze; Dio li dà loro in ragione dell’unione comune del genere umano, e dell’ineffabile abbondanza della sua bontà; perché Egli « … fa sorgere il sole egualmente sui giusti e sugli ingiusti » (Matt. V, 45). – Se Egli dà sì grandi beni ai malvagi, voi non riceverete nulla? Vi ha dunque fatto delle promesse menzognere? Rassicuratevi, è un grande bene che vi riserva. Colui che ha avuto pietà di voi quando eravate empi, vi abbandona ora che siete giusto? Egli che ha concesso al peccatore la morte di suo Figlio, cosa riserverà all’uomo salvato dalla morte di suo Figlio? Rassicuratevi dunque. Credete che si è fatto vostro debitore, perché voi avete creduto alla sua promessa di donatore: « Il Signore non priverà di beni coloro che camminano nell’innocenza. » Cosa ci resta dunque nell’oppressione, nell’afflizione, nell’avversità, nei pericoli della vita presente? Cosa ci resta per arrivare al cielo? « Signore, Dio degli eserciti, felice l’uomo che mette la speranza in Voi!» (S. Agost.).

GREGORIO XVII – IL MAGISTERO IMPEDITO: 3° Corso di Esercizi Spirituali (2)

S. S. GREGORIO XVII: IL MAGISTERO IMPEDITO.

III CORSO DI ESERCIZI SPIRITUALI (2)

[G. Siri: Esercizi Spirituali; Ed. Pro Civitate Christiana – Assisi, 1962]

IL NOSTRO ITINERARIO CON GESÙ’ CRISTO

2. Il peccato

Facciamo la meditazione sul peccato. Del peccato bisogna che consideriamo un aspetto particolare. Nella nostra condizione, se pecchiamo, noi pecchiamo mentre camminiamo con Cristo. Ecco tutto. Pertanto io non mi fermerò a insistere sulla nozione ben nota del peccato, che è la rottura volontaria, consapevole della legge di Dio. Non credo che voi abbiate bisogno di queste nozioni e di sapere le condizioni per commettere un peccato, almeno il peccato grave: la gravità della materia, la cognizione, la volontà. Queste sono nozioni scontate. È necessario che l’anima nostra venga invece a riflettere su questa circostanza: il Cristiano, quando pecca, pecca mentre cammina con Gesù Cristo. Sì, la cosa può avere diversità notevole; il Cristiano che non entra mai in chiesa, se pecca, ben poche volte s’incontrerà con Gesù Cristo; ma se là dove colui che pecca c’è una chiesa, c’è il tabernacolo, c’è Gesù Cristo presente, il rapporto tra lui e Gesù Cristo è molto più vivo, anche se lui non lo riconosce, anche se lui non ci pensa, non ne fa oggetto di meditazione e di richiamo e di pungolo di coscienza. Non importa, c’è. Questo Cristiano, se pecca, pecca mentre cammina con Gesù Cristo. Perché l’aria è impregnata di Gesù Cristo, anche dove non lo si vuole, anche dove non lo si ama, dove lo si bestemmia, dove non lo si cerca o lo si rinnega. Il peccato degli uomini ha questa caratteristica, che il peccato essi lo fanno camminando con Gesù Cristo. – Guardate che qui si tratta di noi, perché noi lo incontriamo tutti i giorni, molte volte al giorno; noi lo abbracciamo ogni giorno, perché ogni giorno riceviamo il Corpo del Signore, noi parliamo ogni giorno con Lui. Pertanto il fatto dell’iter non è soltanto un fatto obiettivo legato a cose imprescindibili, al carattere battesimale, al carattere della S. Cresima, elementi che, volere o non volere, ci legheranno per sempre con Gesù Cristo, per cui la vita dovrà essere tutta con Gesù Cristo. E questo accadrebbe per noi che camminiamo con Lui, sicché Egli può rivolgere a noi il suo sguardo e dire: « Et tu, notus meus, qui simul mecum dulces capiebas cibos, notus meus et contubernalis meus », « tu, mio familiare, che dividi la tua vita con me, che prendi insieme a me il tuo dolce cibo », anche tu! Questa è la grave circostanza sulla quale io voglio attirare la vostra attenzione perché sia limpida. Noi dobbiamo arrivare ad avere una vita cristiana guidata da una coscienza che sia netta, e lo scopo degli Esercizi è di fare chiaro negli angoli, quegli angoli che la consuetudine tende a rendere sempre più ampi, sempre più comodi e sempre più scuri, dove si nasconde tutto quello che si vuole, dove si può lasciare tutto in disordine, e che talvolta diventano così grandi che quasi non c’è più posto nella casa. Gli angoli. Gli Esercizi Spirituali sono fatti per folgorare questi angoli, angoli di dimenticanza, angoli di abitudine, angoli di incoscienza, dove noi lasciamo avvenire cose che possono anche avvicinarsi alla terribilità o dove confiniamo a marcire cose che possono rappresentare la salvezza. Cominciamo a riflettere dal punto di vista obiettivo: noi il peccato lo commettiamo mentre camminiamo con Gesù. Non so se voi per caso vi siate mai trovati da qualche antiquario dove talvolta è dato vedere lampade d’argento che hanno bruciato l’olio davanti al SS. Sacramento. Fan pena. Sono finite qui. Ma chi è stato quell’incosciente che ha permesso, o per essersi dimenticato o per aver venduto o per aver lasciato a parenti incoscienti, che sian finite qui? Talvolta si vedono pezzi di sacri parati, pianete che hanno servito per celebrare la S. Messa, piviali ricamati o di broccato che poi vanno a finire come dei postergali in qualche salotto; peggio, perfino dei calici, che furono e permangono consacrati, perché non è accaduto ancora qualcuno di quei fatti che tolgono ai calici la consacrazione. Che pena fanno! Ma dappertutto c’è la traccia di Gesù Cristo. Si fanno le processioni del Corpus Domini e Gesù Cristo passa per queste strade, passa accanto a quelle siepi, la processione costeggia case, boschi, giardini. C’è passato lui. Dove passa Dio, passa l’eternità, passano le cose infinite. Non è come il profumo di un fiore arrivato per un colpo di vento da un giardino, che passa per un momento e presto svanisce nell’aria. No. È Dio, e dovunque passa, passano cose eterne, passano cose infinite. In quasi tutte le case, credo, almeno nei paesi cristiani, è entrato Gesù Cristo, perché è andato a trovare qualche ammalato, è diventato il Viatico ultimo, il supremo sostegno al passo estremo. E qualche cosa di grande e di divino è passato ed è rimasto. Guardate se non è vero che la nostra vita, vogliamo o non vogliamo, cammina con Gesù Cristo. Lo trova dappertutto. Un sacerdote porta con sé Gesù Cristo, perché ogni mattina ha detto la S. Messa, lo ha toccato, lo ha dato. Esiste ancora nei fedeli, anche in quelli più slavati, a un certo momento il senso di rispetto per il sacerdote perché tocca le cose sacre. È inutile, dappertutto c’è la traccia del passaggio di Gesù Cristo. Ricordo un racconto inteso dai vecchi del paese di mio padre sulle montagne di Liguria. E ricordo ancora la piccola croce che ho ritrovato da bambino là dove si raccontava il fatto. Un secolo prima un sacerdote che d’inverno andava attraverso la neve per dire la Messa a quella povera gente, fu assalito dai lupi che lo hanno divorato, ma hanno lasciato intatte le quattro dita, quelle non le hanno toccate, le quattro dita che vengono consacrate dal Vescovo. È un fatto che ho sentito raccontare quando avevo tre anni e da allora mi ha accompagnato. Le quattro dita. E mi dicevano i vecchi: « Sai, non le hanno potute mangiare, quelle, perché sono le dita con le quali celebrava la Messa ». – C’è questa obiettiva presenza, dappertutto. Il peccato degli uomini ha per scenario ciò che, tutto, è stato dipinto per Gesù Cristo. Nella nostra vita noi parliamo talvolta male, potremmo averlo fatto se anche ora non lo facciamo più, ma la nostra lingua ha toccato Gesù Cristo. Questa nostra carne ha toccato Gesù Cristo. Sarebbe così logico che, avendo toccato Gesù Cristo, fosse trasumanata e che noi la considerassimo come trasumanata. Forse non l’abbiamo mai considerata così; ma ha toccato Gesù Cristo! E le mani sacerdotali toccano Gesù Cristo. Egli è dappertutto. E la vita, si voglia o non si voglia, cammina con Lui. Notate bene, con Lui non solo perché c’è la presenza di un pensiero cristiano, di un richiamo morale cristiano, di un pungolo di coscienza cristiana, non solo perché dovunque c’è la presenza dovuta alla divina ubiquità, ma perché positivamente, qualitativamente, in modo caratterizzato c’è dovunque la presenza della Eucaristia, ossia di Gesù Cristo. È questo il punto. Logicamente parlando — si dovrebbe dire così ma la logica non è il forte della morale degli uomini —, è possibile che il peccato possa entrare dove è entrato Gesù Cristo, dove questa divina presenza è scesa, dove questa divina munificenza si è attuata, dove c’è stato il tocco di questa divina carezza? Però il fatto è che quando si pecca, si pecca in questa situazione, ed è un fatto dal quale noi non possiamo assolutamente prescindere. Certamente occorre la conoscenza, perché ci sia il peccato mortale, e la pienezza del consenso; ma una conoscenza riesce a essere perfettamente sufficiente alla colpa anche dimenticando tutte queste cose, dimenticando l’elemento circostanziale che aggrava il giudizio del peccato nel mondo. Ah, se la conoscenza necessaria alla colpa, grave almeno, avesse bisogno di arrivare fino a questo punto! Ma allora forse non ce ne sarebbero più di peccati nel mondo. Eppure la stortura c’è: l’apprendimento che si viola la legge di Dio è sufficiente. Noi dobbiamo gettare la luce in quest’angolo affinché questo aspetto circostanziale del peccato, per noi che abbiamo scelto di vivere più vicini a Gesù Cristo, illumini e mostri che cosa in esso abbiamo confinato o che cosa contro di noi, in esso, sta in agguato. – Passiamo ora al secondo punto della meditazione. Il secondo punto vuole specificare questo: appunto perché quando abbiamo dei difetti, se non proprio dei peccati gravi, li abbiamo camminando con Gesù Cristo, allora non si tratta soltanto di considerare i peccati isolati, qualificati, caratterizzati, ma si tratta di qualificare degli stati d’animo che sono dovuti a una carenza, a un difetto. – Il discorso del peccato mortale a molte anime, forse a tutte le anime che mi stanno ad ascoltare, può sembrare un discorso lontano, distante, che può riguardare tutti gli altri che sono fuori di qui, ma che qui se ne parla per quella correttezza burocratica per cui negli Esercizi Spirituali si parla anche del peccato. Accostiamoci allora a quello che può essere invece di più il pane nostro quotidiano, ai nostri peccati più tipici; così almeno veniamo via dall’astratto e vediamo quello a cui noi dobbiamo applicare la presente meditazione, e cioè che il peccato nostro è fatto mentre camminiamo con Gesù Cristo. Per esempio il peccato dell’immobilismo. È un peccato che non si trova elencato nei libri di morale; sì e no lo si trova elencato nei libri di ascetica. Che cos’è il peccato dell’immobilismo? È questo: noi facciamo il cammino con Gesù Cristo; Lui va avanti e noi rimaniamo perennemente indietro. Cammina, si volge a guardarci quasi a dire « Vieni », e noi ci si siede, ci si addormenta, si dorme per dieci anni, vent’anni, trent’anni. Bel modo di camminare con Gesù Cristo! Ecco l’aspetto del peccato che diventa reale per noi. Quell’altro potrebbe anche essere meno reale per noi, per grazia di Dio, anzi io desidero e credo che sia affatto irreale. Questo no, questo potrebbe essere perfettamente reale. L’iter con Gesù Cristo a questo modo. Immaginatevelo: la fantasia qui ci aiuta stupendamente. Sedersi e dormire per vent’anni, trent’anni, e Lui che va e si gira continuamente indietro. « Ma vieni, ti muovi? ». Il peccato dell’immobilismo, che consiste nel fatto — scendiamo dalla metafora alla realtà — di non portare innanzi l’opera della purificazione propria e di non portare innanzi l’opera della propria perfezione. Ah, se voi mi dite: quanto all’altro peccato, non abbiamo niente da dire, potrebbe essere che su questo abbiate qualche cosa da segnare sul libro della vostra coscienza. Può essere che tutti noi, tutti, nessuno escluso, abbia qualche cosa da segnare e ne debba piangere. Se noi oggi ci troviamo ad avere lo stesso grado di orazione che avevamo l’anno scorso quando facevamo gli altri Esercizi… a questo proposito, che cosa abbiamo fatto in questo anno, per che cosa sono passati 365 giorni? Fanno tanto presto a passare, uno dopo l’altro, i giorni, e bisogna far presto, bisogna arrivare, non abbiamo tempo da perdere! Gli anni volano. Se noi abbiamo oggi delle reazioni di orgoglio, le stesse reazioni che potevamo avere l’anno scorso, miei cari amici, voi capite che è il caso che noi abbiamo a domandarci : « Ma allora quest’anno che cosa siamo stati a fare? ». Allora vuol dire che si è vegetato, non vissuto. Questi sono i peccati reali, che talvolta scandiscono in periodi lunghissimi e gravi e grevi la vita delle anime che pure fanno professione di religione e professione di apostolato. Il peccato dell’immobilismo. Notate bene che se noi quest’anno constatiamo di avere nei nostri rapporti con gli altri — i rapporti sono i giudizi che diamo, i giudizi che, se non diamo, sentiamo in fondo all’anima, gli atteggiamenti che emergono da questi giudizi, atteggiamenti che possono essere fatti in parte di simpatia e in parte di antipatia —; se noi in questi rapporti fatti di miserie come di piccole reazioni, del modo particolare di giudicare le azioni di questa determinata persona, di quell’altra, a seconda che è vibrata la corda della simpatia o la corda dell’antipatia, e gli atteggiamenti nostri che sono stati colorati da determinati punti del nostro temperamento, da nostri stati d’animo; se in questi rapporti siamo oggi allo stesso punto in cui eravamo l’anno scorso, allora è il caso di domandarci: Ma noi, che cosa abbiamo fatto? Per che cosa abbiamo vissuto un anno? La via della purificazione deve andare innanzi, portar via le scorie, le macchie, le deformità, le carenze, le anemie. So bene che la via della santità è una via lunga e non è una via facile, ma quello che importa è che non si rimanga fermi. Accompagnarsi con Gesù tutto il giorno, tutti i giorni, e lasciarlo camminare idealmente sotto il peso della croce che porta, che ha portato, atto divino ed eterno, per cui « sempiternum habet sacerdotium », e noi seduti lì, ai margini della strada a contemplare uno spettacolo o un panorama che soltanto la nostra fantasia compone e che il nostro sentimento aduggia! Ecco il peccato dell’immobilismo. – Faccio la conclusione. Voi vedete come, in tema di peccato, noi che facciamo una vita spirituale, che veniamo tutti i giorni in chiesa, che pretendiamo di parlare col Signore tutti i giorni, dobbiamo trasportare la nostra considerazione dagli atti alle abitudini, dagli atti positivi agli atti negativi che sono le carenze, dalla sostanza alle sfumature. E la conclusione è che gli esami di coscienza delle anime che vogliono veramente camminare con Gesù Cristo, perché sono sulla strada con Lui, non possono starsene soltanto su uno schema d’esame di coscienza degli atti qualificati. Ho ammazzato? No. Ho bestemmiato? No. Ho fornicato? No. Ho lasciato la Messa? No. Ho detto delle gravi bugie? No. Ho desiderato la roba, la donna d’altri? No. L’esame di coscienza deve portarsi alle sfumature, agli stati d’animo, alle abitudini contratte e perché contratte diventate incoscienti. È tutta una trasposizione che bisogna fare. Naturalmente non si debbono perdere di vista i peccati come atto, anche perché i peccati come atto sono oggetto del Sacramento della penitenza. Non sarebbe una confessione abbastanza specificata, e pertanto utile, se vado a confessarmi e dico: Sono stato un immobile. Voi mi avete inteso, vero? L’aver considerato che il peccato, qualunque peccato, noi lo facciamo mentre camminiamo con Gesù Cristo ha illuminato lati profondi, circostanziati del peccato e ha fatto capire che gli esami di coscienza nostri si debbono distaccare dagli atti; debbono contenerli, mantenerli gli schemi degli atti; ma se li vogliamo veramente proficui al profitto spirituale e alla maggiore dignità di questo nostro cammino con Gesù Cristo, debbono arrivare a quello che non è atto ma è abitudine comunque considerata: carenza, stato d’animo, stato negativo, tiepidezza.

http://www.exsurgatdeus.org/2020/01/09/gregorio-xvii-il-magistero-impedito-3-corso-di-esercizi-spirituali-3/

GREGORIO XVII – IL MAGISTERO IMPEDITO: 3° Corso di Esercizi Spirituali (1)

S. S. GREGORIO XVII: IL MAGISTERO IMPEDITO:

III CORSO DI ESERCIZI SPIRITUALI (1)

[G. Siri: Esercizi Spirituali; Ed. Pro Civitate Christiana – Assisi, 1962]

IL NOSTRO ITINERARIO CON GESÙ’ CRISTO

1. La SS. Eucaristia

Qual è il tema sul quale io condurrò, attraverso questi SS. Esercizi, le vostre considerazioni? Il tema è la SS. Eucaristia, Gesù presente tra noi. Permettete che brevemente vi dia le ragioni della scelta di questo tema. Una ragione è esterna, l’altra è di carattere più intimo alla dottrina cristiana. La ragione esterna è questa: nei momenti difficili della vita della Chiesa, le cose si aggiustano sempre col ritorno a una intensificazione della vita eucaristica. La Santa Messa è sempre stata il centro di tutto, la sorgente di tutto, la vivificazione di tutto, e il « sacramentum permanens » che da essa scaturisce allo stesso modo. Nell’ultima grande universale burrasca conosciuta dalla storia della Chiesa, al tempo di quella rivolta che fu chiamata protestante, ma che in realtà era ben altro e ben più complessa, la grande medicina fu — sotto l’impulso del Concilio di Trento e di un certo numero di Santi che agirono in quell’orbita e realizzarono quell’impulso — il ritorno a una vita eucaristica più intensa. La Chiesa sta oggi combattendo una grande battaglia, una battaglia cruciale e dirimente per la storia del mondo, e deve far presto, non ha tempo da perdere, perché i popoli si sono svegliati, sono saltati tutti e violentemente nella storia, nella grande strada della storia: o saranno messi nella luce di Gesù Cristo o non faranno altro che baruffare con sé stessi, tra di loro e con tutti gli elementi che sono nel mondo, con le conseguenze che tutti possono facilmente intuire. Allora noi dobbiamo riprendere la stessa strada. E siccome è opportuno che voi impariate a vivere più la vita della Chiesa che la stessa vostra vita, mi pare che sia giustificato sufficientemente il motivo per cui gli Esercizi attuali io li condurrò su questo filo. Ho espresso la ragione esterna. Ora vengo alla ragione più interiore alla dottrina cristiana. C’è una cosa che noi dobbiamo capire, ed è che dobbiamo avanzare attraverso la vita presente camminando con Gesù Cristo. Come ci accompagniamo con Gesù Cristo? Cercando di forgiare noi il modo col quale dobbiamo accompagnarci con Lui? Se andargli a destra, a sinistra, davanti, dietro? No, cari. Dobbiamo andare con Lui nel modo in cui Egli vuole che andiamo con Lui. Perché noi non abbiamo da inventare proprio niente, non abbiamo da creare nulla: abbiamo da seguire. In questo seguire ci sarà una fecondità inaudita nella vita di ciascheduno secondo le sue capacità e secondo le sue doti, secondo le sue inclinazioni e le sue intenzioni; ma quanto al modo col quale noi ci dobbiamo accompagnare con Gesù Cristo, non c’è dubbio, la indicazione la dobbiamo lasciare a Lui. E come ci ha indicato che nella vita presente dobbiamo camminare con Lui? Ha lasciato sé stesso, perennemente. Ci sono dei veli che non permettono ai nostri sensi di avere la visione immediata della sua presenza reale, sacramentale, concreta, non simbolica, non meramente spirituale: concreta. È rimasto Lui. La diversità tra quello che accadde per i dodici, per i discepoli e per le folle allorché fu visibilmente in questo mondo e oggi, qual è? È questa: che allora gli occhi vedevano, le orecchie sentivano, le mani palpavano. Oggi noi non vediamo con gli occhi, non ascoltiamo con le orecchie la sua voce, la voce che ebbe l’umanità sua santissima; non possiamo fare come S. Tommaso: palparlo con queste mani. Quanto al rimanente, c’è Lui, esattamente Lui, Corpo, Sangue, Anima e Divinità. Se è rimasto qui Lui, operando questo cambiamento che ha una ragione storica e che ha una ragione di Provvidenza universale dell’ essere e della vita, vuol dire che l’iter della nostra vita lo dobbiamo fare con Lui in questo modo. Noi non dobbiamo camminare accanto a un Gesù Cristo scritto nei libri, un Gesù Cristo che sia oggetto di rappresentazione cerebrale, no. Sbaglieremmo. Noi dobbiamo camminare con lui, che è qui. L’iter con Lui. Ma l’iter con Lui vuol dire l’iter con la SS. Eucaristia. – Osservate ora le caratteristiche fondamentali di questo cammino con Gesù Cristo. Le caratteristiche di questo iter con Gesù Cristo sono le seguenti e sono l’oggetto della presente meditazione. Anzitutto noi dobbiamo camminare accanto a Lui senza vederlo con gli occhi della carne, ossia dobbiamo camminare accanto a Lui con un continuo atto di fede. Perché con gli occhi della carne non lo vediamo, le nostre orecchie non possono ascoltare la voce che ebbe l’umanità sua santissima; le nostre mani non lo possono direttamente toccare. Noi tocchiamo Lui ma attraverso la dimensione quantitativa del pane che non c’è più, del vino che non c’è più: dovremo riparlare di questo quando il discorso su questa fede diventerà oggetto più immediato, più grave e più cogente dei nostri pensieri. Ma ora dobbiamo ricordare che la prima caratteristica dell’iter con Gesù Cristo, che è lì, è sempre lo stato di fede, perché accanto gli siamo, notate bene, anche fisicamente, perché tra noi e Lui c’è la indistanza, la non distanza fisica: in quel tabernacolo c’è il suo vero Corpo. È certo che noi gli siamo vicini, gli diamo la mano, ci appendiamo al suo braccio — lasciate che usi queste forme che non vorrebbero essere irriverenti, ma solo servirsi di un dato di fantasia per esprimere una verità che solo l’anima può intendere —, noi ci appendiamo al suo braccio. È un costante esercizio di fede. I Cristiani che non si ricordano di Gesù Cristo presente, quelli poi che lo fanno soltanto quando vanno a ricevere la benedizione col SS. Sacramento, dato che molti non si accorgono neppure (e qui siamo colpevoli anche noi) che Lui è presente quando si celebra la S. Messa, e che in tutto il rimanente della loro giornata e della loro vita non sanno di questa divina presenza, costoro, voi lo comprendete, avranno bisogno di una grande misericordia perché la dimenticanza e tale ingeneroso oblio possano essere loro abbonati invocando l’ignoranza invincibile o addirittura la buona fede! Questi uomini, che se arriva in una città un divo o una diva dello schermo, parlano per qualche tempo solo di quello, ombre effimere, assolutamente effimere e inconsistenti come tutte le ombre! Costoro, che non si ricordano che il loro Signore e Salvatore, quello che è andato in croce per loro, rimane lì, Lui, Dio e Uomo, non con la presenza spirituale ma con la presenza reale, sia pure sacramentalmente ottenuta, ma reale. Rimane lì ad aspettarli, giorno e notte. E gli uomini delegano tutto quello che dovrebbero fare a una piccola lampada che brilla. Povera, piccola lampada, che è tanto bella, che allunga certe ombre nella parte più sacra del tempio e che fa, tanto piccola, la parte del numero grande degli uomini dimentichi, insipienti e ingrati! Ecco il primo punto della meditazione. L’iter con Gesù Cristo lo si realizza con quell’elemento che permette di porre la nostra vita presente nel tempo, tra le vicissitudini umane, accanto continuamente a Lui, ma dove e come si è messo Lui, lì. E questo elemento è la fede. – La seconda grande caratteristica di questo iter con Nostro Signore Gesù Cristo è la grazia tipica dell’Eucaristia. Voi sapete che cos’è la grazia santificante abituale e che cos’è la grazia attuale. La grazia attuale data a noi attraverso l’Eucaristia è tipica, e nel suo essere tipica rivela la continuità con la quale la nostra vita deve essere nell’Eucaristia. Perché è tipica? È tipica perché assume il carattere del nutrimento, ossia perché è data onde sovvenire a quelle deficienze, stanchezze, esaurimenti, vuoti, carenze che nell’anima sono generate dalla fatica stessa della vita e sonogenerate necessariamente per il fatto che l’atto della vita non si può sospendere, altrimenti si muore. Ecco il carattere tipico della grazia attuale dell’Eucaristia. Vi ho detto che questo carattere tipico richiama la sua necessità. Sì, perché se non c’è un atto vitale, si muore. E allora il mantenimento della vita, l’infondere l’olio in questa lampada è cosa di sempre, di sempre. Il fedele lo deve fare. Lo farà prò modulo suo, a seconda dell’istruzione che ha, a seconda delle possibilità che gli sono offerte, a seconda della levatura, della maturazione, del merito, ma lo deve fare. – E’ forse necessario che in questo momento io stia a discorrere della stanchezza della vita umana? Non c’è nessuna cosa che abbia capacità di sorreggere, di sorridere sempre, di mantenere la freschezza primaverile e soprattutto di restar ferma; non c’è nessuna cosa. Perché anche se certe cose sembrano immobili come le montagne, cambiamo noi; quando quelle rimangono ferme, cambiamo noi. Io posso per tutta la vita stare a contemplare lo stesso sasso, ma dopo un anno la contemplazione mi darà un risultato diverso perché il sasso rimarrà lo stesso, dato che è un sasso abbastanza stabile e non una foglia al vento, ma avrò cambiato io qualche cosa. E ogni atto col quale si pensa, si vuole e si cammina fa perdere delle energie all’anima. Questo accade nell’ordine materiale ed è per questo che noi dobbiamo tutti i giorni prendere cibo. Lo stesso fatto, in un ordine ben diverso e in dimensioni che non sono affatto ragguagliabili a quella dalla quale sono partito, accade per l’anima. Ed ecco il secondo elemento dell’iter con Gesù Cristo. Noi non stiamo da noi sulle nostre gambe, noi non abbiamo col nostro solo braccio la forza di appenderci al suo braccio divino, noi non abbiamo la capacità, con quello che madre natura ci dà, di poter parlare a Lui che pure è tanto vicino a noi: abbiamo bisogno di questa grazia tipica. – E finalmente l’iter con Gesù Cristo. Questo iter non mette la figura nostra, attenti bene, accanto a quella di Gesù Cristo, mette Gesù Cristo dentro di noi, e non per una contiguità, la contiguità che può avere il gheriglio della noce rispetto alla scorza che gli sta intorno. No. È un’altra vicinanza, perché è una vicinanza che è data da un elemento trascendente, la cui natura ultima ci sfugge in modo assoluto perché appartiene all’ordine divino, ed è la grazia santificante. E della natura di quella riceve qualche cosa di particolare quell’altra grazia, che è diversa, che però ad essa consegue, e si chiama grazia attuale. – Sicché io ho parlato di iter con Gesù Cristo e tanto per introdurmi ho cominciato a parlare come se si trattasse del cammino fatto dai due discepoli di Emmaus, che se ne andavano per la strada accanto a Lui. Vi avverto che non è così. E’ accanto a Lui, sì, perché c’è una distanza tra noi e il tabernacolo. Ma ci sono dei momenti per cui quella distanza scompare ed Egli è in noi, sacramentalmente quando lo riceviamo, spiritualmente attraverso l’unione di grazia anche dopo che è cessata in noi la presenza sacramentale, ma che è tale ed è aumentata in funzione di quella e per causa di quella. Allora il carattere di questo iter con Gesù Cristo si chiama intimità con Lui. – Quando parliamo di intimità, pensiamo agli affetti, pensiamo alla vicinanza, alla consuetudine, alla conversazione, al passaggio delle nozioni: quello che sa uno sa l’altro, quello che è nell’anima dell’uno è nell’anima dell’altro. Noi pensiamo a tutte queste cose e potremmo continuare l’elenco. Tutte queste cose non danno assolutamente l’idea perfetta — la danno soltanto inesatta e come simbolo, rafforzato nella realtà che sta oltre — della intimità con la quale noi dobbiamo camminare con Gesù Cristo. Dovremo arrivare lassù, a Dio piacendo arriveremo lassù, lo speriamo, ma in questo mondo noi dobbiamo intendere di dovere coscientemente entrare in una divina compagnia. Chi ci ha detto questo? Lui. Come ce l’ha detto? Lasciandoci l’Eucaristia. Le nozioni che io vi ho detto non sono altro che conseguenze immediate e imprescindibili del fatto della istituzione, della realtà della divina presenza. La nostra vita deve camminare con Lui, e può camminare con Lui. La difficoltà maggiore sui tre punti: la fede, la grazia tipica, la intimità, dove sta? Vi rispondo subito che sta nel primo punto. È là dove si deve ricostruire, è là dove si deve fare, è là dove occorre la forza della volontà. Perché la grazia tipica, per coloro che hanno l’abitudine della Comunione come l’avete voi, non è difficile a trovarsi; perché la intimità, quando è realizzato il primo punto, viene di per sé stessa, è come un grave che cade e non si ferma più. Io vi avverto, la difficoltà sta nel primo punto: arrivare a creare una consuetudine volitiva, psicologica, per cui l’esercizio di fede nella reale presenza e l’impiego di tutti i sussidi e di tutti i mezzi anche esterni per poterla dall’esterno quasi dolcemente violentare; un attuale senso della divina presenza verrà effettuato soltanto se noi arriveremo a realizzare veramente questa fede. – La fede è una sola, una fides, d’accordo, e la definizione della fede è una sola e il motivo della fede è uno solo; ma guardate che la fede con la quale la divina presenza è attuale rispetto alla nostra vita interna, al nostro pensare e agire di ogni momento, anche in mezzo alle cose più comuni, questa fede è quella stessa per la quale Gesù Cristo ha fatto un discorso apposta. È noto a tutti voi che il discorso eucaristico Gesù l’ha fatto, ed è riportato al cap. VI di S. Giovanni, il grande discorso eucaristico. Ma vi è altrettanto noto — e bisogna cominciare allora dal capitolo V — che Gesù Cristo, prima di fare il discorso sull’Eucaristia, ne ha fatto uno a proposito della fede. Che cosa vuol dire questo? Vuol dire che ci vuole una fede granitica qui, che ci vuole una fede — lasciatemi dire una parola che forse non va, ma esprime — erculea, che ci vuole una fede che ha bisogno di raggiungere i toni della violenza. Voi capite che una fede di questo genere, alla quale Gesù Cristo ha dedicato un discorso apposito, non è una fede che si rimedia con qualche zuccherino. Eppure bisogna averla. – Sentite. Siete in gran parte giovani. Diventerete vecchi, se camperete. Volete che il cammino della vostra vita, dico una cosa molto grave, volete che il cammino della vostra vita non abbia a subire le vicissitudini dell’età — anche i metalli seguono le vicissitudini della temperatura nelle stagioni e si dilatano e si restringono, persino quelli! — volete voi sottrarre la vostra vita, m’intendete? alle vicissitudini dell’età? Quelli che sono giovani non sanno ancora che cosa sono le vicissitudini dell’età! Una strada c’è: camminate con Gesù Cristo e solo con Lui. State tranquilli: avrete non abolite ma superate a un piano più alto tutte le vicissitudini dell’età. Volete voi sottrarre la vostra vita agli impulsi, alle suggestioni e alle inclemenze opposte delle diverse stagioni? D’inverno si battono i denti per il freddo, d’estate si suda. Volete sottrarre la vostra vita — e intendete che parlo in modo figurato — alle caratteristiche suggestive e deprimenti delle diverse stagioni? Camminate con Gesù Cristo. Volete voi sufficientemente sottrarvi non al movimento oscillante che dà una sistole e una diastole ma all’effetto di questo movimento oscillante connaturato alla stessa nostra vita? Parlo di quella oscillazione di sistole e di diastole che vi può afferrare tutte le mattine quando vi alzate dal letto, in qualunque momento della giornata, dopo qualsiasi esperienza un poo’ raggelante o raffreddante della vita sociale, del contatto con gli altri, nella non rispondenza, nella non perfetta intonazione dei ritmi degli altri coi nostri ritmi. Sapete quanto è singolare e talvolta misera la nostra vita interiore, come siamo foglie secche. Volete non sottrarvi a questa oscillazione, a questo movimento ma all’effetto di questo movimento? Non c’è che una cosa: camminare con Gesù Cristo. La questione del fine. Quando si cammina con Gesù Cristo, il fine potenzialmente è già in mano. Non che lo si abbia con certezza, per carità — non vorrei che io e voi avessimo a cadere sotto l’anatema del canone XVII della VI sessione del Sacro Concilio Tridentino — ma, potenzialmente, il fine è già ottenuto. [Sess. VI, can.17: Se qualcuno afferma che la grazia della giustificazione viene concessa solo ai predestinati alla vita, e che tutti gli altri sono bensì chiamati, ma non ricevono la Grazia, in quanto predestinati al male per divino volere: sia anatema. – Ndr.-] La sicurezza si ha soltanto dopo l’ultimo momento, non prima, la sicurezza infallibile, ma quella fiducia tranquilla e serena si può avere subito quando si cammina con Gesù Cristo. Avete capito, vero? Eucaristia, cioè iter con Gesù Cristo.

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SALMI BIBLICI: “DEUS, QUIS SIMILIS ERIT TIBI?” (LXXXII)

Salmo 82: DEUS QUIS SIMILS ERIT TIBI?”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME DEUXIÈME.

PARIS – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 82

Canticum Psalmi Asaph.

[1] Deus, quis similis erit tibi?

ne taceas, neque compescaris, Deus:

[2] quoniam ecce inimici tui sonuerunt, et qui oderunt te extulerunt caput.

[3] Super populum tuum malignaverunt consilium, et cogitaverunt adversus sanctos tuos.

[4] Dixerunt: Venite, et disperdamus eos de gente, et non memoretur nomen Israel ultra.

[5] Quoniam cogitaverunt unanimiter, simul adversum te testamentum disposuerunt:

[6] tabernacula Idumæorum et Ismahelitae, Moab et Agareni,

[7] Gebal et Ammon, et Amalec; alienigenæ cum habitantibus Tyrum.

[8] Etenim Assur venit cum illis, facti sunt in adjutorium filiis Lot.

[9] Fac illis sicut Madian et Sisarae, sicut Jabin in torrente Cisson.

[10] Disperierunt in Endor, facti sunt ut stercus terræ.

[11] Pone principes eorum sicut Oreb, et Zeb, et Zebee, et Salmana; omnes principes eorum

[12] qui dixerunt: Hæreditate possideamus sanctuarium Dei.

[13] Deus meus, pone illos ut rotam, et sicut stipulam ante faciem venti.

[14] Sicut ignis qui comburit silvam, et sicut flamma comburens montes;

[15] ita persequeris illos in tempestate tua, et in ira tua turbabis eos.

[16] Imple facies eorum ignominia, et quaerent nomen tuum, Domine.

[17] Erubescant, et conturbentur in sæculum sæculi, et confundantur, et pereant.

[18] Et cognoscant quia nomen tibi Dominus; tu solus Altissimus in omni terra.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO LXXXII.

Orazione in tempo di guerra, probabilmente quella di cui si parla al lib. 1, c. 6, de’ Maccabei.

Secondo S. Agostino, lo Spirito Santo mirò a quella dell’Anticristo contro la Chiesa; certamente poi l’intenzione di questo Salmo abbraccia la Chiesa.

Cantico, o salmo di Asaph.

1. Chi a te sarà simile, o Dio? non istar cheto e non rattenerti.

2. Imperocché ecco che gran rumore menano i tuoi nemici, e quei che ti odiano hanno alzata la testa.

3. Han formato de’ malvagi disegni contro il tuo popolo; e han macchinato contro dei santi tuoi.

4. Hanno detto: Venite, leviamoli dall’essere di nazione; e non si rammenti mai più il nome d’Israele.

5. Imperocché hanno fatta cospirazione, hanno formata

6. alleanza insieme contro di te i padiglioni degl’Idumei e gl’Ismaeliti;

7. Moab e gli Agareni, Gebal e Ammon e Amalec, gli stranieri cogli abitanti di Tiro.

8. Con essi è venuto anche l’Assiro; ha dato aiuto a’ figliuoli di Lot.

9. Fa ad essi come a’ Madianiti e a Sisara e come a Jabin al torrente di Cisson.

10. Eglino perirono in Endor; diventarono come lo sterco della terra.

11. Tratta i loro principi come Oreb e Zeb e Zebee e Salmana.

12. Tutti i loro principi, i quali hanno detto: Occupiamo come nostra eredità il santuario di Dio.

13. Dio mio, fa che sieno come ruota, e come paglia al soffiare del vento.

14. Come fuoco che incendia la selva, e come fiamma che arde i monti;

15. Così tu col tuo spirito tempestoso gli assalirai, e coll’ira tua gli porrai in confusione.

16. Copri d’ignominia i loro volti, e cercheranno il nome tuo, o Signore.

17. Abbian vergogna e turbamento per sempre; e sieno confusi e periscano.

18. E conoscano che tu ti nomi il Signore, tu solo Altissimo sopra tutta la terra.

Sommario analitico

In questo Salmo, il Profeta, prevedendo la moltitudine innumerevole dei nemici che devono invadere la Giudea, prega Dio di punirli secondo i loro crimini, e la maggior parte degli interpreti vedono in questa lega quella che si formò contro Gesù-Cristo ai tempi della sua passione, e contro la Chiesa nascente.

I. – Egli eccita Dio alla vendetta, Egli che:

1° per la sua maestà è al di sopra di tutti;

2° per la sua parola può spaventare tutti gli uomini;

3° con la sua giustizia deve punire i crimini (1).

II– Enumera i nemici del popolo di Dio:

1° fa conoscere i loro crimini, – a) il loro tumulto, facendo irruzione nella Giudea (2); – b) il loro orgoglio, ripromettendosi la vittoria (3); – c) la loro malvagità volendo distruggere il popolo di Dio con una irruzione improvvisa; – d) la loro crudeltà che li porta a volere annientare la nazione santa (4); – e) la loro cospirazione contro Dio stesso (5).

2° fa conoscere i loro nomi. – a) Gli uni sono usciti da genitori che si tenevano a lato del popolo di Dio; – b) gli altri sono della razza straniera ed infedele (5).

III. – Predice il loro castigo.

1° Questo castigo sarà simile – per le loro armate a quello con cui Dio altre volte ha colpito i madianiti, Sisara e Jabin, – per i loro capi a quello che ha colpito i generali di questa armate (9-11).

2° La causa ne è la volontà apertamente confessata di impadronirsi del santuario di Dio (12),

3° Egli descrive questo castigo sotto differenti figure: essi saranno: – a) come una ruota sempre in movimento; – b) come la paglia portata dal vento (13); – c) come la foresta in preda alle fiamme, – d) come le montagne consumate da un fuoco interiore (14).

4° L’effetto di questo castigo sarà: – a) per i buoni, la confusione dei loro peccati e la ricerca di Dio (15, 16); – b) per i malvagi, una confusione ed un tumulto eterno, ed una conoscenza ormai tardiva della potenza e della maestà di Dio (17, 18).


Spiegazioni e Considerazioni

I.— 4.

ff. 1. – È il capo degli angeli ribelli che si è vantato per primo di « essere simile all’Altissimo »; ed è il primo degli Angeli fedeli che è precipitato dall’alto del cielo nel più profondo degli inferi con questa parola di luce e di fuoco: « Chi è simile a Dio? ». – O Dio, chi sarà simile a Voi? Io credo che queste parole si applichino particolarmente al Cristo, divenuto simile all’uomo, e che è sembrato agli occhi di coloro che lo disprezzavano, comparabile agli altri uomini. O Dio, chi sarà simile a Voi? Perché Voi avete voluto essere simile, nella vostra umiltà, ad un gran numero di uomini, ed anche ai ladroni che sono stati crocifissi con Voi; ma, quando verrete nella vostra gloria: « Chi sarà simile a Voi? » (S. Agost.).  

II. — 2 – 8.

ff. 2. – « Perché i vostri nemici hanno fatto grande rumore, e coloro che vi odiano hanno levato alta la testa ». Queste parole figurano gli ultimi giorni, ove i pensieri che il timore comprime ora esploderanno con libertà, ma in urla irrazionali, che sembreranno piuttosto un vano brusio di parole o di discorsi. Non è allora che comincerà l’odio contro di Voi; ma coloro che Vi odiano da lungo tempo, leveranno il capo. Non « le loro teste », ma « la testa », quando saranno giunti ad avere per testa Colui che si eleva al di sopra di tutto ciò che si chiama Dio, e tutto ciò che si adora come Dio (Tess. II,4) (S. Agost.). – Questi nemici del popolo di Dio e del suo Cristo, sono gli eretici ed empi, e tutti coloro che nel corso dei secoli si sono dichiarati in un modo o nell’altro contro la Religione, di cui il Profeta ha qui tracciato il loro carattere: – 1° essi sono i nemici di Dio e del suo Cristo e sono, come dice l’Apostolo, dei veri anticristi, perché spingono verso l’apostasia coloro che sono deboli nella fede, perché essi perseguono costantemente coloro che restano fermi nelle loro credenze: « Questi sono vostri nemici ». – – 2° Essi esercitano turbolenze negli Stati: « i vostri nemici hanno fatto grande rumore ». – 3° Essi sono pieni di orgoglio: « … e coloro che vi odiano hanno levato la testa ». – 4° Essi sono pieni di inganni e di malizia: « … hanno formato dei disegni pieni di malizia contro il vostro popolo ». – 5° Essi distruggono e rovinano ogni santità. « Essi hanno cospirato contro i vostri santi ». – 6° e non indietreggiano davanti alle più barbare e più crudeli misure: « Venite, sterminiamoli, etc. ». – 7° Essi vorrebbero distruggere fin nei ricordi la vera Fede. « … e che non si ricordi più in avvenire il nome di Israele ». – 8° Malgrado le loro numerose divisioni, essi si uniscono mirabilmente e formano dei corpi spaventosi contro la Chiesa; « … hanno cospirato insieme e hanno fatto lega contro di Voi. » –  Tutti i caratteri della malvagità sono designati in questi versetti: rabbia e gelosia segreta, complotti artificiosi e maligni, pensieri ponderati sui mezzi di nicumento, l’ardire nelle imprese, e tutto questo è immaginato contro coloro che servono il Signore in segreto, che sono nascosti agli occhi del mondo, e che passano la loro vita nel silenzio del ritiro (Berthier). – Diverse maniere vi sono di cospirare contro Dio e contro i suoi Santi: o con alterigia ed insolenza, o con mascheramenti pieni di malizia. Ma quale sia la cospirazione è sempre necessario che Dio vi sia compreso, poiché l’odio che Gli si porta, nella persona dei Santi, è per essi un pegno del suo amore e del suo soccorso. – I Giudei hanno detto di Gesù-Cristo: « Sterminiamolo dalla terra dei viventi »; ed è con la sua morte che ha fatto rivivere tutti i morti. Essi hanno detto « che il suo nome sia cancellato per sempre dalla memoria degli uomini » (Gerem. XI, 19); ed è questo stesso Nome, che essi hanno voluto cancellare, che è divenuto la venerazione di tutti gli uomini, ed il trionfo di tutta la terra. Così si compie l’impedimento della divina Sapienza che l’orgoglio degli uomini stimola, senza che essi pensino, nei loro disegni maliziosi, che voltano a loro rovina proprio quando non pensano che a rovinare gli altri (Duguet). – Le nostre passioni fanno nei nostri riguardi ciò che i nemici di Israele meditano contro questo popolo caro a Dio. Esse fanno degli sforzi continui per interrompere il santo commercio che ci deve essere tra Dio e noi (Berthier). – « Essi hanno cospirato di comune accordo, hanno formato una alleanza contro di Voi ». Non è ciò che si è già compiuto tra noi, e che vediamo rinnovarsi sotto i nostri occhi? – I re ed i potenti della terra hanno nuovamente offeso il regno di Dio e della sua Chiesa. Da lungo tempo si sente un fremito segreto delle Nazioni, un sordo fragore di popoli. Infine risuona il grido di guerra, l’empietà ha raccolto sotto i suoi stendardi mille soldati diversi che hanno dimenticato i loro pregiudizi di nascita, di opinione, di sangue, per coalizzarsi contro il nemico comune. Disuniti su mille altri punti, essi non hanno che un pensiero unanime. E qual è questo nemico contro il quale io vedo marciare questi battaglioni così serrati? Ah! Che altri si fermino a discutere le passioni secondarie, a deplorare il tremore del contraccolpo e degli incidenti della mischia; per me, elevandomi al di sopra di queste comuni calamità comuni per non considerare che la tendenza principale, io dirò con un re, grande uomo di stato, che nel fondo e nella sua essenza « … la cospirazione è ordita contro Dio e contro il Cristo; è Dio, il suo Cristo, del quale si vogliono distruggere le catene, scuoterne il gioco »  (Mgr. Pie, Disc. et Instruct., 11, p. 668.).  – Immagine fortemente sensibile di ciò che intraprendono i nemici contro di noi: essi si riuniscono per impadronirsi del Santuario di Dio, che è la nostra anima, ove, secondo l’Apostolo, lo Spirito Santo abita, e che essi considerano come una eredità che appartiene loro, perché noi siamo stati un tempo sotto l’impero del peccato.

III. — 9-18.

ff. 9-18. – Coloro che non perseguono se non il godimento dei desideri del loro cuore sono come una ruota in movimento perpetuo, che non si fermano davanti a niente di solido e regolato, senza consistenza nei loro pensieri, senza gravità nei loro disegni, senza solidità nei loro desideri. Essi rotolano in questa vita, sempre precipitandosi verso il termine, senza percepire il danno del pericolo. Essi fanno – dice S. Agostino – come la ruota che si trova su un terreno in pendenza: essa si alza da dietro e si abbassa davanti, mentre che, per evitare la caduta, essa dovrebbe fare tutto al contrario (Berthier). –  In questa figura: « … mio Dio, rendeteli come una ruota », si può vedere anche Dio che confonde i vani progetti degli ambiziosi, facendoli ben presto giungere fino in cielo, con la follia delle loro pretese, e facendoli subito discendere fino al fondo degli abissi, con il nulla delle loro imprese, permettendo che si ingannino e tornino incessantemente in ciò che essi chiamano con vera ragione, la ruota della fortuna, ed è nella loro persona che si compie quella voce che il profeta indirizza a Dio, … di far girare gli empi come una ruota (De Boulogne, sur l’amb.). – Gli empi e gli eretici sono simili ad una ruota, perché sono in agitazione perpetua; – poiché hanno un bell’agitarsi, un rimestarsi, non procedono in niente; – perché passano incessantemente da un’opinione ad un’altra. (S. Hil.  lib., II, de Trin.). « La forma della fede è certezza; ma, per gli eretici, tutti i loro pensieri sono pieni d’incertezza » – Essi sono ancora simili alla paglia portata dal vento: la paglia non ha alcuna forza di resistenza; essa è il trastullo continuo dei venti, è sollevata nell’aria, non per la sua gloria, ma per ricadere ben presto ignominiosamente nel fango. –  La prosperità dei malvagi è simile alla paglia che il vento disperde, ad una grande foresta divorata dal fuoco, o anche alle montagne che il fuoco consuma. – Ahimè che dire di questi uomini, che dire di un popolo il cui empio orgoglio, lontano dal decrescere ed abbassarsi, sembra al contrario montare ed ingrandirsi con il flusso delle umiliazioni: « Signore, diceva il Profeta reale, coprite la loro faccia di ignominia, e forse allora cercheranno il vostro Nome; che siano avvolti dall’onta, dalla confusione, dall’agitazione, e forse allora conosceranno che Voi siete il Padrone, che Voi vi chiamate il Signore e che solo Voi siete l’Altissimo sulla terra ». Ebbene! No. L’ignoranza, la confusione, la rovina, niente farà. Signore, i vostri occhi vedono la verità: Voi li avete colpiti, ed essi hanno pianto, il loro pianto non è stato che recriminazione e bestemmia; Voi li avete  schiacciati, e tutto il risultato del castigo, è che essi si sono impennati, si sono rivoltati sotto la verga della disciplina (Gerem. V, 6). Più incorreggibili e forsennati dei loro predecessori, questi nuovi “Antioco” non sono stati ricondotti dalla punizione divina a rientrare in se stessi; stesi sul giaciglio  della loro corruzione, sotto i fumi della loro fetida decomposizione, essi non possono risolversi a proclamare che sia giusto essere sottomessi a Dio, e non si addica ad un mortale ritenersi uguale all’Altissimo. Che dire dunque di una società che, posta nell’alternativa se tornare a Dio o a morire, dichiara con fierezza che « essa muore e non fa ritorno, muore ma non si converte? » (Mgr Pie, Disc, et Instruct., t. VIII, p. 74). – Essere perseguitati dalla misericordia di Dio, quando si fugge, quale felicità! Essere perseguito dal soffio imperioso della tempesta della collera di Dio, quale terribile disgrazia! – Due tipi di confusione vi sono: l’una salutare, l’altra funesta. La prima fa rientrare il peccatore in sé per confessare la sua cecità; la seconda lo agita, ma di un’agitazione eterna, che lo fa perire miseramente nel suo orgoglio. – Conoscere Dio e non adorarlo mettendo unicamente in Lui la nostra fiducia, riportandogli tutto quel che facciamo, lavorando per Lui solo, non è un buon conoscere. (Duguet). – Conoscere veramente Dio, è confessare la verità del suo Essere, adorarne la perfezione, ammirarne la pienezza, sottomettersi alla sua sovrana potenza, abbandonarsi alla sua alta ed incomprensibile saggezza, confidare nella sua bontà, temere la sua giustizia, sperare la sua eternità (Bossuet).

MESSA DELLA FESTA DELL’EPIFANIA (2020)

MESSA DELLA FESTA DELL’EPIFANIA 2020

Stazione a S. Pietro

Doppio di I classe con Ottava privil. di II Ord.- Paramenti, bianchi.

Questa festa si celebrava in Oriente dal III secolo e si estese in Occidente verso la fine del IV secolo. La parola “Epifania” significa: manifestazione. Come il Natale anche l’Epifania è il mistero di un Dio che si fa visibile; ma non più soltanto ai Giudei, bensì anche ai Gentili, cui in questo giorno Dio rivela il suo Figlio (Or.). Isaia scorge in una grandiosa visione, la Chiesa, rappresentata da Gerusalemme, alla quale accorrono i re, le nazioni, la moltitudine dei popoli. Essi vengono di lontano con le loro numerose carovane, cantando le lodi del Signore e offrendogli oro e incenso (Ep.). – I re della terra adoreranno Dio e le nazioni gli saranno sottomesse • (Off.). Il Vangelo mostra la realizzazione di questa profezia. – Mentre il Natale celebra l’unione della divinità con l’umanità di Cristo, l’Epifania celebra l’unione mistica delle anime con Gesù. – Oggi – dice la liturgia – la Chiesa è unita al suo celeste Sposo, poiché, oggi Cristo ha voluto essere battezzato da Giovanni nel Giordano: oggi una stella conduce i Magi con i loro doni al presepio: oggi alle nozze l’acqua è stata trasformata in vino. Ad Alessandria d’Egitto pubblicavasi ogni anno, il 6 gennaio, l’Epistola Festalis, lettera pastorale in cui il Vescovo annunziava la festa di Pasqua dell’anno corrente. Di qui nacque l’uso delle lettere pastorali in principio di Quaresima. In Occidente, il IV sinodo d’Orléans (541) ed il sinodo d’Auxerre (tra il 573 ed il 603) introdussero la stessa usanza. Nel medioevo vi si aggiunse la data di tutte le feste mobili. Il Pontificale Romano prescrive di cantar oggi solennemente, dopo il Vangelo, detto annunzio (Liturgia, Paris, Bloud et Gay, 1931, pag. 628 sg.).

[Messale Romano, trad. di G. Bertola e G. Destefani, comm. D. G. Lefebvre O. S. B. – L.I.C.E. Totino, 1950]]

Incipit

In nómine Patris, ☩ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Malach 3: 1 – 1 Par XXIX: 12
Ecce, advénit dominátor Dóminus: et regnum in manu ejus et potéstas et impérium
[Ecco, giunge il sovrano Signore: e ha nelle sue mani il regno, la potestà e l’impero.]
Ps LXXI: 1
Deus, judícium tuum Regi da: et justítiam tuam Fílio Regis.
[O Dio, concedi al re il tuo giudizio, e la tua giustizia al figlio del re.]
Ecce, advénit dominátor Dóminus: et regnum in manu ejus et potéstas et impérium
[Ecco, giunge il sovrano Signore: e ha nelle sue mani il regno, la potestà e l’impero.]

Oratio

Orémus.
Deus, qui hodiérna die Unigénitum tuum géntibus stella duce revelásti: concéde propítius; ut, qui jam te ex fide cognóvimus, usque ad contemplándam spéciem tuæ celsitúdinis perducámur.
[O Dio, che oggi rivelasti alle genti il tuo Unigenito con la guida di una stella, concedi benigno che, dopo averti conosciuto mediante la fede, possiamo giungere a contemplare lo splendore della tua maestà.]

Lectio

Léctio Isaíæ Prophétæ.
Is LX: 1-6
Surge, illumináre, Jerúsalem: quia venit lumen tuum, et glória Dómini super te orta est. Quia ecce, ténebræ opérient terram et caligo pópulos: super te autem oriétur Dóminus, et glória ejus in te vidébitur.
Et ambulábunt gentes in lúmine tuo, et reges in splendóre ortus tui. Leva in circúitu óculos tuos, et vide: omnes isti congregáti sunt, venérunt tibi: fílii tui de longe vénient, et fíliæ tuæ de látere surgent. Tunc vidébis et áfflues, mirábitur et dilatábitur cor tuum, quando convérsa fúerit ad te multitúdo maris, fortitúdo géntium vénerit tibi. Inundátio camelórum opériet te dromedárii Mádian et Epha: omnes de Saba vénient, aurum et thus deferéntes, et laudem Dómino annuntiántes.

OMELIA I

[Artig. Pavia, A. Catellazzi, La scuola degli Apostoli, Pavia, 1929]

GESÙ CRISTO RE.

“Levati, o Gerusalemme, e sii illuminata, perché la tua luce è venuta, e la gloria del Signore è sorta su te. Poiché, ecco le tenebre ricoprono la terra e l’oscurità avvolge le nazioni; su te, invece, spunta il Signore, e in te si vede la sua gloria. Le nazioni cammineranno; alla tua luce, e i re allo splendore della tua aurora. Alza i tuoi occhi all’intorno, e guarda: tutti costoro si son radunati per venire a te. I tuoi figli verranno da lontano, e le tue figlie ti sorgeranno a lato. Allora vedrai e sarai piena di gioia; il tuo cuore si stupirà e sarà dilatato, quando le ricchezze del mare si volgeranno verso di te, quando verranno a te popoli potenti. Sarai inondata da una moltitudine di cammelli, di dromedari di Madian e di Efa: verranno tutti insieme da Saba, portando oro e incenso, e celebrando le glorie del Signore” (Isaia LX 1-6).

Isaia, il profeta suscitato da Dio a rimproverare e a consolare il popolo eletto in tempo di grande afflizione, ci dipinge in esilio, prostrato a terra, immerso nel dolore per voltate le spalle a Dio. È bisognoso d’una consolazione; e il profeta questa parola la fa sentire. Gerusalemme risorgerà. Il Messia vi comparirà come un faro risplendente sulla sponda di un mare in burrasca. E nella sua luce accorreranno le nazioni uscendo dalle tenebre dell’idolatria. Gerusalemme deve alzar gli occhi econtemplar lo spettacolo consolante dei suoi figli dispersi che  ritornano, e dei popoli della terra che verranno ad essa, cominciando da quei dell’oriente, recando oro ed incenso, annunziando le lodi del Signore. Questa profezia ha compimento nel giorno dell’Epifania, poiché in questo giorno comincia il movimento delle nazioni verso la Chiesa, la nuova Gerusalemme, I Magi che venuti dall’oriente domandano ove è il nato Re dei Giudei, ci invitano a far conoscenza con questo Re. Vediamo, dunque, come Gesù Cristo è:

1. Il Re preannunciato,

2. che esercita su noi l’autorità legittima,

3. e al quale dobbiamo dimostrare la nostra sudditanza.

1.

Isaia che invita Gerusalemme a vestirsi di luce ne dà ragione: perché la tua luce è venuta, e la gloria del Signore è sorta su di te. Il Messia promesso, ristoratore non solo di Israele, ma di tutto il genere umano è venuto dall’alto ad illuminare chi giace nelle tenebre e nell’ombra della morte. La notte in cui nasce il Salvatore una luce divina rifulge attorno ai pastori che fanno la guardia, al gregge nelle vicinanze di Betlemme; e contemporaneamente in altre contrade un’altra luce, una stella, appare ai Magie li guida a Gerusalemme. «Dov’è il nato re dei Giudei? Perché noi abbiam veduto la sua stella in Oriente a siam venuti per adorarlo» (Matth. II, 2). A questa domanda che essi fanno, arrivati a Gerusalemme, Erode e tutta la città si conturba. Eppure, niente era più esatto di quella domanda.Il Messia era stato ripetutamente predetto dai profeti come un restauratore, che avrebbe iniziato un regno nuovo. Gli Ebrei potevano errare nella interpretazione di questo regno; ma i n essi l’idea del Messia era inconcepibile, se disgiunta dalla dignità reale. Del resto i profeti l’avevano annunciato chiaramente come re. Davide dice: «Tu sei sacerdote in eterno secondo l’ordine di Melchisedech» (Ps. CIX). È lo stesso che dire che il Messia sarebbe stato sacerdote e re. «Poiché questo Melchisedech era re di Salem, Sacerdote del Dio Altissimo… Egli primieramente, secondo l’interpretazione del suo nome, re di giustizia, e poi anche re di Salem, che significare di pace» (Hebr. VII, 1-2). Anche il regno del Messia sarà regno di giustizia e di pace. Sentiamo Geremia « Così parla il Signore, Dio d’Israele, ai pastori che pascono il mio popolo. … Ecco che vengono i giorni, e io susciterò a Davide un germe giusto; e regnerà come re, e sarà sapiente e renderà ragione, e farà giustizia in terra» (Ger. XXIII, 2, 5.). Isaia, parlando della nascita del Messia, così si esprime: «Ecco, ci è nato un pargolo, e ci è stato donato un figlio, e ha sopra i suoi omeri il principato » (Is. IX, 4). A lui segue Zaccaria: «Egli sarà ammantato di gloria, e sederà, e regnerà sul suo trono» ( Zac. VI, 13). Quando poi l’Angelo annunzia a Maria l’Incarnazione, parlando del Messia che nascerà da lei, dice: «Questi sarà grande e sarà chiamato Figliuolo dell’Altissimo: il Signore Iddio gli darà il trono di David, suo padre, ed egli regnerà in eterno sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà mai fine» (Luc. I, 32-33). Non solo è predetto come re, ma come re è salutato e venerato. Abbiamo visto che i Magi dichiarano apertamente di essere venuti ad adorare «il nato Re Giudei ». Quando Natanaele è condotto da Filippo a vedere « quello di cui scrissero Mosè nella legge e i profeti, Gesù », al primo incontro esclama: «Maestro, tu sei il Figliuolo di Dio: tu sei re d’Israele» (Giov. I, 49). Nel giorno del trionfo, quando entra in Gerusalemme per celebrare l’ultima Pasqua, la grande folla accorsa per le feste gli va incontro con rami di palma, gridando: «Osanna! Benedetto chi viene nel nome del Signore, il Re d’Israele» (Giov. XII, 13). In parecchie circostanze, perfino quando sta lasciando la terra per salire al cielo, gli si fanno domande relative al suo regno. Infine, Gesù Cristo stesso dichiara d’essere re; d’avere un regno (Giov. XVIII, 36). Un regno non umano, nè caduco, « ma di gran lunga superiore e più splendido » (S. Giov. Crisost. In Ioa. Ev. Hom. 83, 4).

2.

Le nazioni camminano alla tua luce e i re allo splendore della tua aurora: … tutti costoro si son radunati per venire a te. Re e sudditi, che vanno a mettersi aipiedi di Gesù Cristo, attratti dalla luce che si diffondedal suo Vangelo, riconoscono praticamente che Egli hail diritto di dominare su di loro. Difatti chi è Gesù Cristo? Il centurione romano, che coi soldati è posto a guardia della croce, esclama alla morte di Gesù: «Costui era veramente Figlio di Dio» (Matth. XXVII, 54). È Figlio di Dio — nota a questo punto S. Ilario — ma non come noi che siam figli di Dio adottivi. «Egli, invece, è Figlio di Dio vero e proprio, per origine, non per adozione» (S. Ilario, De Trin. 1. 3, c. 11). La sua vita dunque, lo fa superiore a tutto quanto è al disotto di Dio: superiore non solo a tutti gli uomini, ma anche a tutti gli Angeli. A nessuno di loro Dio ha detto: «Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato» (Ps. II, 7). Essi sono posti al comando di Dio; sono a disposizione di Gesù Cristo. « Pensi tu — egli dice a S. Pietro — che io non possa chiamare in aiuto il Padre mio, il quale mi manderebbe sull’atto più di dodici legioni di Angeli?» (Matth. XXVI, 53). Non solo gli Angeli sono a disposizione di Gesù Cristo, ma lo devono adorare, come è scritto nei libri santi: «E lo adorino tutti gli Angeli di Dio »: (Hebr. I, 6). A Gesù, dunque, tutte le creature, uomini e Angeli, devono l’adorazione, la soggezione, l’obbedienza; tutte devono riconoscere la sua sovranità. Oltre che per diritto di natura, Gesù Cristo è nostro re per diritto di investitura. Il Messia, Figlio ed erede di Dio, Creatore e Signore del cielo e della terra, ha diritto al dominio universale sul mondo. Al momento propizio il Padre gliene darà l’investitura, secondo Egli ha dichiarato: « Chiedimi, e ti darò in eredità le nazioni e in possesso i confini della terra » (Ps. II, 8). Nell’incarnazione Gesù Cristo è costituito « erede di tutte le cose » (Hebr. I, 2). e riceve, così, la promessa investitura del suo dominio universale. Ma Gesù Cristo è anche nostro Re per diritto di conquista. Noi eravamo schiavi del peccato, destinati alla morte eterna. Egli ci ha liberati dalla schiavitù del peccato, sottraendoci alla morte eterna. «Quando combatté per noi — dice S. Agostino — apparve quasi vinto; ma in realtà fu vincitore. In vero fu crocifisso, ma dalla croce, cui era affisso, uccise il diavolo, e divenne nostro Re» (En. in Ps. 149, 6). A differenza degli altri conquistatori, egli non ci ha liberati versando il sangue altrui, ma versando il proprio sangue. «Non sapete — dice S. Paolo ai Corinti — che voi non vi appartenete? Poiché siete stati comprati a caro prezzo» (I Cor. VI, 19-20). Noi non possiamo disconoscere l’autorità di chi ha sborsato per noi un prezzo che supera ogni prezzo. I popoli liberati dalla schiavitù passano sotto il dominio del loro liberatore; e noi siamo passati sotto il dominio di chi ci ha liberati dalla schiavitù di satana. Lui dobbiamo riconoscere per nostro re, proclamare apertamente nostro Re,  non solo a parole, ma all’occorrenza anche con della propria vita, come ce ne hanno dato esempio i martiri di tutti i tempi. Tra coloro che furono martirizzati al Messico nel Gennaio del 1927 si trovava un tal Nicolas Navarro. Alla giovane moglie che piangendo lo pregava ad aver pietà del figlioletto: «Anzitutto la causa di Dio! — rispose — E quando il figlio crescerà gli diranno: Tuo padre è morto per difendere la Religione». Percosso, ferito con le punte dei pugnali, strascinato così brutalmente da non esser più riconoscibile, come avvenne anche ai suoi compagni, riceve per di più tanti colpi sulla faccia da aver sradicati i denti. Caduto a terra colpito da due palle, incoraggia i compagni, e rammenta loro la promessa di seguire fino alla morte l’esempio di Gesù. Trapassato da due pugnalate, muore gridando : « Viva Cristo Re » (Civiltà Cattolica, 1927, vol. IV p. 181).

3.

Isaia predice che le nazioni faranno a gara per entrare nel regno di Gesù Cristo. Verranno i nuovi sudditi. portando oro e incenso, e celebrando le glorie del Signore. – Così fanno subito i re Magi, i quali, venuti alla culla di Gesù, « prostrati lo adorarono: e, aperti i loro tesori, gli offrirono in dono oro, incenso e mirra » (Matth. II, 11). « Offrono l’incenso a Dio, la mirra all’uomo, l’oro al re » (S. Leone M. Serm. 31, 2). Quell’oro, forse una corona reale, essi offrono a Dio come tributo che i sudditi devono al re in segno di sudditanza.Quale tributo dobbiamo noi portare a Gesù Cristo in segno della nostra sudditanza? Il regno di Gesù Cristo non è un regno materiale. È un regno spirituale, che si esercita principalmente sulle anime. In primo luogo è il regno della verità. Tra le fitte tenebre dell’errore che coprivano la faccia della terra, Gesù comparve come il sole che illumina ogni cosa, fugando l’ignoranza, la menzogna, l’inganno. Tra gl’intricati sentieri, che non permettono all’uomo, o gli rendono assai difficile, di prendere una giusta direzione nel cammino di questa vita, Egli è la guida sicura.Egli poteva dire alle turbe : «la luce è in voi… Sinché avete la luce credete nella luce, affinché siate figliuoli di luce» (Giov. XII, 35-36). Primo tributo da rendere al nostro Re sarà dunque quello di accogliere con docilità e semplicità la sua parola che è contenuta nel Santo Vangelo. È un regno di giustizia. Se c’è un regno in cui contano più i fatti che le parole, è precisamente il regno di Gesù Cristo. Come tutti i re, Gesù Cristo è legislatore. E le sue leggi vuol osservate. Sulla terra, quanti trasgrediscono le leggi e si credono sudditi fedeli e amanti del loro re! Gesù dichiara apertamente che non può essere o dichiararsi amico suo chi trasgredisce le sue leggi: «Se mi amate osservate i miei comandamenti (Giov. XIV, 15). – Per conseguenza egli eserciterà un altro potere reale: quello di giudicare coloro che sono osservanti delle leggi e coloro che le trasgrediscono. Nessuno potrà sfuggire al suo giudizio e alla sua sanzione. «Poiché bisogna che tutti noi compariamo davanti al tribunale di Cristo, affinché ciascuno riceva le cose che gli spettano, secondo quello che ha fatto, o in bene o in male» (2 Cor. V, 10.).Lo ubbidiremo, dunque, in modo da non meritarsi alcuna riprensione. – Il regno di Gesù Cristo è un regno universale. I suoi confini sono i confini del mondo, i suoi sudditi sono tutte le nazioni dell’universo. È un dominio che si estende su l’individuo e sulla società; e che quindi va riconosciuto e onorato in privato e in pubblico. Purtroppo non tutti riconoscono ancora di fatto il dominio di Gesù Cristo. Un numero sterminato d’infedeli, non sa ancora chi sia Gesù Cristo. Molti Cristiani gli si ribellano; violano i suoi diritti, e gli rifiutano il dovuto omaggio. Tributo d’omaggio del buon Cristiano sarà quello di affrettare con la preghiera il giorno in cui tutte le nazioni conosceranno questo Re, e intanto rendergli l’omaggio, che altri gli negano, riparare le offese, che altri gli recano. Fede viva, esatta osservanza dei comandamenti, zelo per concorrere a farlo regnare, nei singoli individui, nelle famiglie, nella società, ecco i tributi, che dobbiam recare a Gesù Cristo Re, in attestazione della nostra sudditanza.

Graduale

Isa LX: 6; 1
Omnes de Saba vénient, aurum et thus deferéntes, et laudem Dómino annuntiántes.
[Verranno tutti i Sabei portando oro e incenso, e celebreranno le lodi del Signore.]

Surge et illumináre, Jerúsalem: quia glória Dómini super te orta est. Allelúja, allelúja. [Sorgi, o Gerusalemme, e sii raggiante: poiché la gloria del Signore è spuntata sopra di te.

Allelúja.

Allelúia, allelúia
Matt II: 2.
Vídimus stellam ejus in Oriénte, et vénimus cum munéribus adoráre Dóminum. Allelúja. [Vedemmo la sua stella in Oriente, e venimmo con doni per adorare il Signore. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum Matthǽum
Matt II: 1-12

Cum natus esset Jesus in Béthlehem Juda in diébus Heródis regis, ecce, Magi ab Oriénte venerunt Jerosólymam, dicéntes: Ubi est, qui natus est rex Judæórum? Vidimus enim stellam ejus in Oriénte, et vénimus adoráre eum. Audiens autem Heródes rex, turbatus est, et omnis Jerosólyma cum illo. Et cóngregans omnes principes sacerdotum et scribas pópuli, sciscitabátur ab eis, ubi Christus nasceretur. At illi dixérunt ei: In Béthlehem Judae: sic enim scriptum est per Prophétam: Et tu, Béthlehem terra Juda, nequaquam mínima es in princípibus Juda; ex te enim éxiet dux, qui regat pópulum meum Israel. Tunc Heródes, clam vocátis Magis, diligénter dídicit ab eis tempus stellæ, quæ appáruit eis: et mittens illos in Béthlehem, dixit: Ite, et interrogáte diligénter de púero: et cum invenéritis, renuntiáte mihi, ut et ego véniens adórem eum. Qui cum audíssent regem, abiérunt. Et ecce, stella, quam víderant in Oriénte, antecedébat eos, usque dum véniens staret supra, ubi erat Puer. Vidéntes autem stellam, gavísi sunt gáudio magno valde. Et intrántes domum, invenérunt Púerum cum María Matre ejus, hic genuflectitur ei procidéntes adoravérunt eum. Et, apértis thesáuris suis, obtulérunt ei múnera, aurum, thus et myrrham. Et re sponso accépto in somnis, ne redírent ad Heródem, per aliam viam revérsi sunt in regiónem suam.” [Nato Gesù, in Betlemme di Giuda, al tempo del re Erode, ecco arrivare dei Magi dall’Oriente, dicendo: Dov’è nato il Re dei Giudei? Abbiamo visto la sua stella in Oriente e siamo venuti per adorarlo. Sentite tali cose, il re Erode si turbò, e con lui tutta Gerusalemme. E, adunati tutti i sommi sacerdoti e gli scribi del popolo, voleva sapere da loro dove doveva nascere Cristo. E questi gli risposero: A Betlemme di Giuda, perché così è stato scritto dal Profeta: E tu Betlemme, terra di Giuda, non sei la minima tra i prìncipi di Giuda: poiché da te uscirà il duce che reggerà il mio popolo Israele. Allora Erode, chiamati a sé di nascosto i Magi, si informò minutamente circa il tempo dell’apparizione della stella e, mandandoli a Betlemme, disse loro: Andate e cercate diligentemente il bambino, e quando l’avrete trovato fatemelo sapere, affinché io pure venga ad adorarlo. Quelli, udito il re, partirono: ed ecco che la stella che avevano già vista ad Oriente li precedeva, finché, arrivata sopra il luogo dov’era il bambino, si fermò. Veduta la stella, i Magi gioirono di grandissima gioia, ed entrati nella casa trovarono il bambino con Maria sua Madre (qui ci si inginocchia) e prostratisi, lo adorarono. E aperti i loro tesori, gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti poi in sogno di non passare da Erode, tornarono al loro paese per un altra strada.]

Omelia II

[M. G. Bonomelli, Misteri Cristiani, vol. I; Queriniana ed. Brescia, 1898 –imprim. -]

FESTA EPIFANIA

RAGIONAMENTO II.

Scienza che allontana da Cristo e scienza che a Lui ne conduce.

La narrazione evangelica dell’odierna solennità è un quadro grandioso, nel quale 1’uno dopo l’altra vengono a collocarsi tutte le più svariate figure. Eccovi anzitutto il Divino Infante nella sua grotta o nella povera casetta dove si era ridotto [Allorché i Magi giunsero a Betlemme trovarono il neonato Bambino in una casa – Intrantes domum invenerunt puerum-. Sembra adunque che poco dopo il nascimento di Gesù, Giuseppe procurasse l’alloggio in una qualche casa, che doveva essere povera, non occorre dirlo.]. – Accanto a Lui e gli occhi sopra di Lui fu con inesprimibile tenerezza mista a profondissima venerazione la Vergine sua Madre: e presso ad entrambi un uomo dal volto venerando, sfavillante di gioia, che tacito e riverente contempla ora il Pargolo, ora la Madre. È un gruppo di Paradiso, che tutti i più insigni artisti tentarono di ritrarre in mille forme. Qua e là sparse nel gran quadro ecco altre figure: qui alcuni principi o savi, o magi, in splendide vesti, seguiti da magnifico corteggio, venuti improvvisamente da lontani paesi per adorare il nato Salvatore: là la bieca e laida figura di Erode, che si agita sul suo trono, compro coi delitti e che matura consigli di sangue: intorno a lui una folla di cortigiani adulatori, pei quali ogni capriccio del Monarca è legge e comando che non si discute; più lungi, in fondo al quadro, il gran Sinedrio raccolto a consiglio, che alla domanda di Erode e dei Magi: – Dove ha da nascere il Re de’ Giudei ? – squadernando i Libri Santi, risponde senza esitare: – A Betlemme; lo disse il Profeta -. Nei giorni del Santo Natale e della Circoncisione contemplammo la celeste figura del Divino Infante e ne meditammo gli altissimi insegnamenti: oggi lasciamo da parte la Madre benedetta e il Custode di Lui: non poniamo mente al Re, che impallidisce e trema sul suo soglio: non curiamoci de’ suoi cortigiani. Raccogliamo gli sguardi della fede sopra i Magi, che polverosi dopo lungo cammino giungono a Gerusalemme, e sopra il Sinedrio, il supremo Consiglio della Nazione e che a nome di Dio, interpretando le Scritture, dichiara:- L’aspettato del popolo, il Salvatore del mondo deve nascere a Betlemme -. Sono due classi di uomini affatto differenti: entrambe istruite, entrambe cercano la verità: i Magi si atteggiano a discepoli e umilmente domandano: – Dov’è il Re de’ Giudei, del quale abbiamo visto la stella in Oriente? Deh! Insegnatecelo -. I dottori della legge, i capi de’ sacerdoti, radunati a Consiglio, si atteggiano a maestri (e lo sono) e da maestri rispondono. Cosa strana e degna di profonda considerazione, o fratelli miei! I meno istruiti, quelli che professandosi discepoli si confessano ignoranti, trovano la verità: quelli che sono più istruiti, che posseggono la scienza, che ne sono i maestri, che hanno in casa la verità e l’additano ai lontani, si giacciono in mezzo alle tenebre dell’errore: i primi conoscono Gesù Cristo, lo seguono e si salvano: i secondi non lo conoscono, lo rigettano e si perdono! Eccovi, o fratelli, designati nei Magi e nei maestri del Sinedrio, quelle due grandi classi di uomini, nei quali pur oggi si divide la nostra società, i credenti e i miscredenti: quelli men dotti, eppure credenti e in possesso della verità; questi più dotti, molto dotti, se volete, eppure non credenti e privi della verità. Perché noi non ci dissimuliamo punto una verità, amara e dolorosa oltre ogni dire, ma verità, ed è, che oggidì la maggior parte dei dotti o reputati dotti non si curano della fede o la rigettano, mentrechè quasi tutto il popolo, che non è, né  può essere dotto, conserva ancora ed ama la sua fede. – Donde, o cari, un fatto sì strano ed inesplicabile, che vediamo nel Mistero odierno e che continua e più che mai cresce sotto de’ nostri occhi? Perché mai gli uomini della scienza si mostrano indifferenti od ostili, in faccia al Vangelo ed alla Chiesa? Perché mai gli uomini del popolo, del lavoro, meno provveduti di scienza, si mostrano figli devoti del Vangelo e della Chiesa? È una ricerca della più alta importanza e che formerà il soggetto delle nostre considerazioni. La scienza! Dopo la virtù, essa è il più bell’ornamento, la più bella gloria dell’uomo! La scienza è un dono del cielo, è un raggio della luce divina, è un riflesso e una partecipazione di Lui, che è l’eterna Ragione d’ogni cosa, che si chiama il Dio delle scienze. La scienza eleva, nobilita l’uomo: per essa egli vede la natura docile ai suoi piedi: abbassa e trafora i monti, veleggia, anzi vola sul dorso dei flutti irati dell’oceano, passeggia nei suoi abissi, come tra gli astri del cielo, guida obbedienti i fulmini e con un pugno di materia spacca le montagne e squarcia le viscere della terra e solleva i piani del mare. Come dunque questa scienza, che viene da Dio può tener l’uomo lungi da Dio? Figlia di Dio sarebbe nemica di Dio? Filo d’oro, che Dio gettò sulla terra per tirare a sé gli uomini, li allontanerebbe? Come è perché la luce produrrebbe le tenebre e la scienza condurrebbe alla incredulità? Vedete avvocati, ingegneri, medici, letterati, in una parola uomini della scienza, che non hanno più fede, che ignorano Gesù Cristo, come i dottori del Sinedrio, mentre il buon popolo coi Magi corre a Betlemme, lo trova, lo riconosce, e lo adora. Perché? Perché? La scienza del mondo! noi non la neghiamo, la apprezziamo, la onoriamo. Ma siamo franchi e sinceri, o fratelli. Di che si occupa essa, questa scienza? Che cosa studiano questi dotti? Studiano essi Dio? Gesù Cristo? La Religione? Il Vangelo? La Chiesa? L’anima? La sua origine? Il suo fine? No, no. Studiano tutto con una perseveranza, con un ardore, che ci riempie di ammirazione: dall’elefante al bacterio, dal cedro all’issopo, dalla nebulosa più lontana al microbo, tutto è oggetto dei loro studi: voi li vedete curvi sul microscopio per scrutare una cellula, per analizzare un atomo; voi li vedete riboccanti di gioia allorché possono annunziare al mondo, che hanno potuto decifrare un geroglifico, interpretare una lapide; ma chi sono quelli che si occupano di Religione, delle cose di Dio e dell’anima? Come se ne occupano? ditelo voi, o fratelli carissimi! Le cose più indifferenti, la cognizione delle quali è affatto inutile o serve solo ad alimento di curiosità o ad ornamento, trovano cultori appassionati, che non dicono mai basta; e la Religione, alla quale sono legati gli interessi più vitali della terra e del cielo, del tempo e della eternità, dagli uomini della scienza giace là negletta e fors’anche disprezzata! Chi di voi, uomini d’ingegno e di studio, si appagherebbe delle cognizioni che avevate acquistate a dodici anni? Nessuno; ne arrossireste e a ragione: solo in quanto a Religione ve ne accontentate; giacché ben pochi sono coloro che agli elementi del Catechismo appreso a dodici anni, sentano il bisogno e il dovere di aggiungere uno studio della Religione, che sia in armonia con la loro età, col loro ingegno, con le esigenze nuove dei tempi, con lo sviluppo della scienza moderna! Nei secoli passati Dante, Petrarca, Galileo e quanti furono uomini sommi o dotti fino alla rivoluzione francese reputavano necessario alle scienze naturali aggiungere la scienza della Religione, che nelle Università tutte d’Europa teneva il posto d’onore: oggidì dove sono i dotti che alla scienza della fede e della Religione serbino qualche giorno dell’anno? Che nelle loro biblioteche abbiano almeno qualche libro, che ne tratti debitamente? Ohimè! Essa è sbandita dalle nostre Università tutte, come indegna di avervi una cattedra, mentre vi hanno cattedra le ultime scienze, che non so se meritino tampoco il nome di scienze. (È cosa che ferisce il cuore! Nelle nostre Università italiane, tutte di origine ecclesiastica, hanno il loro posto tutte, tutte le scienze, fino la odontologia, introdotta di recente: la sola Teologia vi è sbandita. E dire che la Germania, l’Inghilterra, tutti i paesi protestanti hanno nelle loro Università la facoltà teologica! Quale umiliazione per noi e quale argomento di seria considerazione!). – Cacciata la teologia dal novero delle scienze e accoltavi la storia delle religioni, della mitologia e d’altre scienze, ch’io mi guarderò dal nominare! – Chi ai nostri giorni svolge le opere filosofiche e teologiche di S. Tommaso e d’altri insigni filosofi e teologi? Chi scorre i libri degli apologisti antichi o moderni, che mettono in luce le prove razionali della Religione, che ne mostrano le sublimi analogie e bellezze, che ribattono le difficoltà e calunnie, ond’è fatta segno? Sarà molto se ne conoscano il nome. Qual meraviglia, che codesti dotti, ancorché forniti d’ingegno, ricchi di ogni scienza profana, immersi negli studi, di fama talora mondiale, non conoscano Cristo e la sua Religione, o ne abbiano una cognizione monca, mista ad errori e pregiudizi volgari, inferiore a quella del povero popolo! Sono dotti in tutto, se volete, fuorché nella scienza della Religione e perciò in condizioni peggiori del popolo minuto, che trovasi esposto a minori pericoli e che non ha l’orgoglio della scienza, il terribile nemico della fede. – Ho detto che gli uomini della scienza non studiano la Religione e di qui la loro incredulità; ma non ho detto bene e mi correggo. Molti di loro studiano la Religione come studiavano Mosè ed i Profeti i maestri della legge; ma dove la studiano? In quali libri? Presso quali uomini? A quali fonti attingono? Con quali intendimenti? Sarebbe incredibile se non fosse un fatto indubitato e pressoché quotidiano. Codesti uomini della scienza, che vivono lontani dalla Religione e la considerano come cosa da lasciarsi alle donnicciole del popolo, non ne hanno generalmente altra cognizione di quella in fuori attinta a fonti sospette, a libri bugiardi. Quel poco studio della Religione, che han fatto, l’han fatto su giornali scettici e anticristiani, su libercoli alla moda, su romanzi, che tutto travisano e confondono, su libri storici calunniosi, su libri scientifici, che per partito deliberato la combattono fieramente. Conoscono la Religione come la si può conoscere nei pubblici ritrovi, nelle conversazioni brillanti, negli spettacoli e drammi teatrali, sui banchi d’un Liceo o d’una Università, dove professori troppo spesso miscredenti la fanno bersaglio dei loro frizzi e dei loro dileggi. – Gran che, fratelli miei! In qualunque questione, anche di lieve importanza, nessuno oserebbe pronunciare giudizio senza aver prima udite le due parti contendenti e ponderatene attentamente e imparzialmente le ragioni: è noto l’adagio della equità naturale e del buon senso – Audi et alteram partem– Ascolta l’altra parte -. Un giudice che sentenziasse dopo aver udito il solo accusatore, muoverebbe a sdegno, violerebbe le regole più elementari della giustizia e provocherebbe per questo solo l’annullamento delle sue sentenze. Eppure è  ciò che si suol fare in materia di Religione; non si porge orecchio che ai nemici della Religione e non si ascoltano che gli accusatori, che sovente sono accusatori interessati od ignari di ciò che dicono, od anche apertamente calunniatori. Quante volte mi accadde di discutere con persone miscredenti e dotte, che avevano letta la vita di Gesù Cristo dello Strauss, del Renan, del Pyat ed altre opere di notissimi increduli, e non avevano letto gli Evangeli e neppure una pagina dei tanti e sì valenti scrittori, che li avevano confutati! È questa lealtà? Come volete che siffatta scienza conduca a Cristo? Al conoscimento della verità? Vi sono altri studiosi che peccano per altro capo e che lungi di avvicinarsi a Cristo se ne discostano. Sono quelli che svolgono i libri, che interrogano le scienze e, se vi piace, si addentrano nei loro segreti e hanno vanto e meritato di dotti, ma fine de’ loro studi, scopo delle loro indagini è quello di trovare in colpa la Religione per poterla poi condannare. Hanno la convinzione, non certo come acquistata, che la Religione e la Chiesa devono aver torto; le loro investigazioni sono volte a dimostrare questa idea preconcetta. Stupiremo noi che non riescano nell’intento? Stupiremmo del contrario. Si trova facilmente ciò che si desidera trovare; facilmente ciò che si accarezza in fondo al cuore si vede attuato al di fuori e l’amor proprio veste tutte le cose dei colori, ch’esso vagheggia. E la gran legge delle allucinazioni, che allarga il suo regno ben più che non si creda e conta tra le sue vittime non pochi dotti. Studiano la storia, la fisica, la geologia, la psicologia, la fisiologia, tutte le scienze, onde il secolo va glorioso, persuasi che il loro responso sarà la condanna della verità religiosa e questa condanna non tarda a farsi udire. Ma essa non è la risposta sincera della scienza, sebbene l’eco fallace della propria persuasione, il riverbero delle proprie idee e del proprio desiderio. Si vuole che la Religione abbia torto e come non l’avrebbe se il giudice vuole che l’abbia? [L’ammiraglio inglese bombardava Copenaghen; la città rispondeva valorosamente e l’ammiraglio credeva bene di sospendere il fuoco e ritirarsi. Nelson allora era comandante d’un vascello e, come tutti sanno, era guercio d’un occhio. Gli mostrarono il segno di sospendere il fuoco; egli allora appuntò il suo cannocchiale sull’occhio cieco e disse: « Io non vedo niente », e continuò il fuoco. — Il fatto è narrato da Thiers nella sua storia. È ciò che fanno certi dotti nello studio della religione. Studiano, non vogliono vedere la verità e non la vedono e dicono: – Ma noi non vediamo niente -]. – Non è raro il caso che la scienza disvii dalla Religione e ne chiuda perfino la porta per altro verso poco avvertito. Ogni studio ed ogni scienza ha il suo oggetto determinato e proprio e sarebbe follia il credere, che possa condurci al conoscimento di oggetti, che non sono i suoi. Forsechè la vite potrà darvi altro frutto dell’uva? Forseché il pero potrà darvi il cedro? Se voi volete conoscere la struttura intima d’un bacterio o i pori d’una foglia armerete l’occhio d’un potente telescopio? Se vorrete esplorare il cielo, vi appunterete un microscopio? Eppure è ciò che senza porvi mente si fa da molti e si accetta per altri senza discussione. Questi è uomo di legge e profondo conoscitore del diritto e non ha fede; quegli è valentissimo medico e peritissimo anatomico e operatore, ed è miscredente; un terzo è sommo matematico e meccanico; un altro è letterato celebratissimo e non sa punto di Religione. E che perciò, o carissimi? Benché le scienze possano in modo indiretto condurre alla Religione, per sé non sono la via che a quella ci menano. Come alcuni possono essere maestri nella musica, nella matematica, nella legge, nelle lettere, e ignorantissimi nella botanica, nell’astronomia, nelle lingue antiche, nella pittura e scultura, cosi vi possono essere uomini profondi in tutte le scienze e affatto digiuni nella scienza sacra, nella scienza di Dio. Un famoso astronomo diceva: – Io, passeggiando tra gli astri col mio telescopio, non vi ho mai visto il trono di Dio! -. E un chirurgo non meno famoso diceva: – Io non ho mai trovato nel corpo umano l’anima, che dicono dovervi essere; eppure ne ho scrutato tutte le fibre! – Costoro sono simili a quelli, che cogli occhi volessero udire le armonie di Verdi e con gli orecchi volessero vedere gli angeli di Raffaello e con le mani volessero toccare i sapori e le fragranze. Le scienze umane vi condurranno al conoscimento ciascuna dell’oggetto che le è proprio, e solo lo studio di Dio e della sua Religione vi condurrà al conoscimento di Dio e della Religione. Allorché pertanto trovate uomini delle scienze umane profondi conoscitori, e di Dio e della sua Religione non solo ignari, ma sprezzatori, non dovete pigliarne scandalo; possiedono le altre scienze e in quelle teneteli pure maestri; nella scienza di Dio e della Religione non sono nemmeno discepoli: non se ne sono occupati e la loro parola come la loro incredulità non vi devono turbare. Le scienze, nelle quali han grido, non danno loro il diritto di costituirsi giudici in quella troppo più alta, che non appresero; gonfi di quelle, trovarono in esse, non un aiuto, ma sì un impedimento per giungere alla scienza della Religione. – I dottori del Sinedrio conoscevano molto bene il luogo dove il Messia doveva nascere secondo il profeta; era a pochi chilometri da loro. Perché dunque non vi andarono anch’essi coi Magi o dopo i Magi? Perché adunque non cercarono almeno di Lui? Conoscere la verità e non seguirla, quale contraddizione! Come si spiega questa condotta dei dottori della legge, che conoscono la verità, che nell’esempio dei Magi hanno un potente eccitamento per andare a Cristo e non ne fanno nulla? Io credo che tre cause soprattutto trattenessero quei dottori dal correre a Betlemme e riconoscervi il Messia e furono: il timore degli uomini del potere, il rispetto mondano e l’orgoglio. Erode s’era turbato in udir parlare del Messia e in vedere i Magi; sapevano ch’egli era uomo da non arrestarsi dinanzi a qualsivoglia delitto, allorché fosse in pericolo il trono; dinanzi a quell’uomo essi dovevano tremare. Ora mostrare di credere alla venuta del Messia, andare coi Magi o dopo di essi a Betlemme, professarsi suoi discepoli in faccia ad Erode, era  incorrere l’ira di lui, un rendersi sospetti, e l’ira e i sospetti di quel monarca erano egualmente pericolosi e conveniva cessarli. Poi andare a Betlemme, cercare del Messia, in quelle condizioni, voleva dire farsi discepoli altrui, essi che erano maestri; bisognava francamente dichiararsi contro l’opinion pubblica, che allora riceveva la legge dalla corte di Erode; bisognava romperla cogli adulatori del monarca; bisognava farsi piccoli, umili come i Magi, per riconoscere un Messia, nato testé in una piccola borgata, in una stalla, in mezzo alla più squallida povertà. Essi, i dottori, pieni di sé, perciò schiavi dei rispetti umani e tementi l’ira del re, non si mossero, si avvolsero nel silenzio e nella più assoluta indifferenza e con la loro scienza non conobbero Cristo. – E ciò che accade frequentemente sotto i nostri occhi anche al giorno d’oggi. Quanti, alzando i loro occhi, veggono gli uomini del potere, i ricchi, i grandi, che non si curano di Religione, che non si veggono mai in chiesa, che la disprezzano altezzosamente! li temono e si mettono dietro a loro e si danno l’aria di increduli. Quanti più ancora temono i giudizi del mondo, le risa e gli scherni di certi amici! Temono di passare per devoti, bigotti, retrivi, se usano al tempio, se si accostano ai Sacramenti, se ascoltano la parola di Dio, se si chiariscono nettamente Cristiani. Che fanno? Si eclissano; non si vedono alla Messa, alle sacre funzioni, ai Sacramenti e per timore del biasimo degli uomini compariscono miscredenti. – Ed altri, massime delle classi istruite, nel loro orgoglio non sanno rassegnarsi alla parte di discepoli in materia di Religione; credono che la scienza, la ricchezza, i titoli, gli uffici che tengono, li dispensino dal sedere sopra un banco in chiesa per udire la spiegazione del Catechismo; parrebbe loro di umiliarsi eccessivamente, di avvilire la propria dignità trovandosi in chiesa a lato dell’artigiano, del contadino, del proprio servitore, e perciò se ne appartano, e con la loro scienza, onde sono gonfi, finiscono, come i dottori del Sinedrio, a restare nelle loro case, e non curarsi di cercare e andare a Gesù Cristo, come i Magi. – Mi sembra d’avervi spiegato perché la scienza in genere, e la moderna in ispecie non conduca a Cristo e alla sua Religione e piuttosto ne allontani gli animi. Essa non produce certamente questo effetto per sé stessa e sarebbe errore e bestemmia grave il sospettarlo; ma lo produce solo in quanto non è volta a studiare la Religione, sebbene altre cose; perché, se pure studia in qualche parte la Religione, la studia presso uomini e libri ostili e non a fonti sicure; perché la studia con animo pieno di pregiudizi e inchinevole a giudicarla sinistramente; perché paventa i giudizi del mondo e teme ne siano offesi gli interessi materiali. Ora è a vedere qual sia la scienza, che conduce a Dio, come fu quella dei Magi. Me ne passerò in poche parole, perché  ciò che ho detto sin qui, per la ragione dei contrari, getta bastevole luce su quello che sono per dirvi. – I Magi, come vuole antica e venerabile tradizione, erano uomini dediti alla scienza, particolarmente degli astri, scienza in grande onore presso gli orientali. Essi videro una stella di meravigliosa bellezza, o segno celeste quale che si fosse e che il Vangelo non determina. Ma quel segno, per quanto fosse straordinario, non diceva, non determinava nulla di particolare; poteva essere un fenomeno straordinario, sì, ma occulto e naturale, che poteva eccitare la curiosità, ma che non annunziava nulla. Che relazione poteva mai essere tra una stella, un segno singolare apparso in cielo e il nascimento del Salvatore del mondo? Per sé non v’era nesso di sorta. E quanti l’avranno visto e ammirato e poi, scuotendo il capo e mormorando alcune parole, se ne saranno andati, pensando ad altro! Perché quel segno prodigioso fosse inteso era necessario che al medesimo fosse congiunto il conoscimento del suo significato e questo i Magi lo poterono attingere nella scienza dei Libri Sacri o nelle memorie dei Padri, nelle tradizioni venerande dei maggiori, rischiarate senza dubbio dalla luce superna della grazia, della quale Iddio è sempre largo. Questi Magi pertanto ci si presentano come uomini, i quali in mezzo alle fitte tenebre del paganesimo conservavano accesa e sfolgorante la face della scienza divina e docilmente la seguivano. Ma bastava egli ai Magi vedere il segno celeste e conoscerne il significato mercé la luce della Scrittura e delle tradizioni, sentire la voce della grazia, che li chiamava, per trovarsi un giorno ai piedi di Gesù Cristo e compire l’opera della loro santificazione? Oh no! Essi dovevano rispondere alla voce della grazia, all’invito del segno celeste: al conoscimento dovevano accoppiare l’opera, lasciare il loro paese, non curare i giudizi e forse i biasimi del mondo, intraprendere un lungo viaggio, affrontare disagi e pericoli, attraversando regioni ignote: e non stettero in forse a far tutto questo, non cercando, che una sola cosa a qualunque costo, conoscere, vedere e adorare il nato Messia e porgergli il tributo della loro fede. Ecco ciò che dovete fare voi pure, o uomini della scienza, se per isventura siete privi della fede e vivete nel dubbio o nelle tenebre dell’errore. La stella della rivelazione divina splende in alto, vi invita, vi chiama al conoscimento di Gesù Cristo, che è la vostra vita: non vi si domanda un cieco assenso, una fede senza prove, no: sarebbe indegna di voi, ai quali Iddio ha dato la guida della luce naturale, e indegna di Dio che vuole un omaggio ragionevole: la fede non è l’abdicazione della ragione: la luce del sole non estingue quella degli astri inferiori. Voi, uomini adulti, uomini della scienza, potete e dovete andare alla fede con la fiaccola della vostra ragione e non dimenticate mai quella sentenza stupenda di S. Tommaso: – L’uomo non crederebbe se non vedesse che ha l’obbligo di credere -. La ragione adunque vi guidi per la lunga via, come il segno celeste guidò i Magi; ma la ragione tranquilla, scevra di pregiudizi, la ragione che cerca la verità, la sola verità, che non si cura delle massime, delle lodi, o dei biasimi del mondo, che non teme le noie e le fatiche d’un lungo studio. E tutto questo basta, o fratelli? No: i Magi camminarono verso Gerusalemme, seguendo la stella e le tradizioni degli avi; ma quella stella sparve ai loro occhi [Il Vangelo veramente non dice che la stella o segno celeste sparisse agli occhi dei Magi; ma è abbastanza chiaro questo fatto dal modo con cui è narrato. Allorché il Vangelo dice, dopo l’uscita dei Magi da Gerusalemme – Et ecce stella etc. – ci fa intendere che almeno presso Gerusalemme si era velata.]: mancava loro la guida amica. Forse scoraggiati diedero volta? Essi non si vergognarono di chiedere lume a chi poteva darlo, essi sapienti, ricchi, forse principi, dissero umilmente: Voi che il sapete, insegnateci dove è nato il Re de’ Giudei, il Salvatore del mondo -. Domandarono lume e l’ebbero chiarissimo: – Andate a Betlemme -. Non si scandalizzarono, vedendo quei dottori della legge indifferenti: non si smarrirono d’animo, vedendosi soli ed abbandonati dai loro maestri, che dovevano precederli a Betlemme, o almeno accompagnarveli. Essi pensano a sé, adempiono il loro dovere e l’altrui noncuranza non iscema la loro fede. Uomini della scienza, che andate in cerca della fede in cui solo può trovare pace il vostro spirito travagliato e stanco, se talvolta il dubbio vi assale, la luce della verità si oscura e vi sgomenta il cammino lungo ed aspro, non vi gravi il chiedere ad altri aiuto di consiglio e conforto. Il passeggiero, che può essere dottissimo, non esita a chiedere della via ad un fanciullo che incontra. Voi avete la Chiesa, avete uomini di Chiesa, laici credenti e dotti, libri ed altri mezzi senza numero, che possono additarvi la retta via, dissipare i vostri dubbi e confortarvi nell’arduo cammino. A questi appigliatevi, di questi valetevi, come i Magi si valsero di Erode e del Sinedrio di Gerusalemme. – Appena usciti da Gerusalemme, i Magi con immensa gioia rividero la stella o segno celeste, che li guidava a Betlemme. Vi giunsero, ed entrando nella povera casa, trovarono il Bambino con Maria, Madre di Lui, e prostrandosi lo adorarono e gli offersero oro, incenso e mirra. Il luogo, la povertà, la debolezza del Bambino, l’abbandono estremo, in cui era lasciato da quelli non turbarono la loro fede, non gettarono ombra di dubbio negli animi loro. Essi, dotti, ricchi, forse principi, nell’ardore della loro fede, caddero ginocchioni a pie’ di quella culla, di quel povero bambino e riconobbero in Lui il Salvatore del mondo: i loro voti erano appagati, piena la loro gioia, coronata l’umile docilità del loro spirito. Uomini della scienza! Ecco il termine ultimo del vostro lungo cammino in cerca della verità, Gesù Cristo, Figlio di Dio e della Vergine. Quando avrete trovato Lui e offertogli il tributo della vostra fede, del vostro amore, delle vostre pene per Lui tollerate, avrete trovato la pace del cuore e sentirete quanto è dolce amare e servire Iddio. L’odissea felice dei Magi, che, seguendo la ragione rischiarata dalla fede, attraverso lunghe e difficili prove, giunsero a Cristo, si ripete nella Chiesa da S. Paolo, Giustino M., S. Agostino, fino a Laharpe, a Tommaso Moore, a Federico Hurter, a Palmer, a Donoso Cortes, a Schouwaloff, al Dr. Hirz e a mille altri, tutti uomini della scienza, i quali, dopo corse le vie tortuose dell’errore, seguendo il lume della ragione, trovarono finalmente il lume della fede e nel seno della Chiesa, ai piedi di Gesù Cristo, che vive in essa, trovarono con la verità la pace della mente e del cuore.

Credo…

http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/12/il-credo/

Offertorium

Orémus
Ps LXXI: 10-11
Reges Tharsis, et ínsulæ múnera ófferent: reges Arabum et Saba dona addúcent: et adorábunt eum omnes reges terræ, omnes gentes sérvient ei.
[I re di Tharsis e le genti offriranno i doni: i re degli Arabi e di Saba gli porteranno regali: e l’adoreranno tutti i re della terra: e tutte le genti gli saranno soggette.]

Secreta

Ecclésiæ tuæ, quǽsumus, Dómine, dona propítius intuere: quibus non jam aurum, thus et myrrha profertur; sed quod eisdem munéribus declarátur, immolátur et súmitur, Jesus Christus, fílius tuus, Dóminus noster: [Guarda benigno, o Signore, Te ne preghiamo, alle offerte della tua Chiesa, con le quali non si offre più oro, incenso e mirra, bensì, Colui stesso che, mediante le medesime, è rappresentato, offerto e ricevuto: Gesù Cristo tuo Figlio e nostro Signore.

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Communio

Matt II: 2
Vídimus stellam ejus in Oriénte, et vénimus cum munéribus adoráre Dóminum.
[Vedemmo la sua stella in Oriente, e venimmo con doni ad adorare il Signore.]

Postcommunio

Orémus.
Præsta, quǽsumus, omnípotens Deus: ut, quæ sollémni celebrámus officio, purificátæ mentis intellegéntia consequámur.
[Concedici, Te ne preghiamo, o Dio onnipotente, che i misteri oggi solennemente celebrati, li comprendiamo con l’intelligenza di uno spirito purificato.]

Preghiere leonine:

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Ordinario della S. Messa:

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UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLI GLI USUSPANTI APOSTATI (CON CAZZUOLA E GREMBIUNO) DI TORNO: S. S. LEONE XIII – “INIMICA VIS”

Cosa poteva ancora fare il Santo Padre Leone XIII, dopo tante lettere encicliche, per mettere in guardia tutti i Cattolici e gli italiani di buona volontà, contro le attività indegne ed eversive della empia setta, emanazione satanica, organizzata nel combattere Dio, il suo Cristo e la sua Chiesa? Ciò nonostante la setta infernale, è andata avanti nel tempo, conquistando tutti i posti chiave di comando dello Stato italiano, della finanza pubblica, dei mezzi di comunicazione di massa, dei centri nevralgici della società tutta e finalmente usurpando le diocesi e la stessa Sede apostolica. Certo tutto è avvenuto con permesso divino perché fossero vagliati i cuori di tutti gli uomini, i Cristiani veri, i Cristiani di comodo, i finti Cristiani, i nemici del Cristo e della Chiesa, sì da potere operare nel giorno del Giudizio con facilità la divisione tra i capri alla sinistra di Cristo, e gli agnelli alla sua destra. L’avvertimento terrificante per chi crede è: …. « Coloro pertanto che per somma disgrazia han dato il nome ad alcuna di queste società di perdizione, sappiano che sono strettamente tenuti a separarsene, se non vogliono restar divisi dalla comunione cristiana, e perdere l’anima loro nel tempo e nell’eternità ». Quindi altro che filantropia, progressismo, libertà di pensiero, carrierismo, scempiaggini e turpitudini varie, qui c’è la sorgente della morte, zampilla il veleno pestifero dell’estinzione eterna dell’anima, l’impenitenza finale, la dtrada della voragine dello stagno di fuoco preparato per il demonio ed i suoi servi. Poi un invito, ancor più valido ed esteso oggi a tutte le forze politiche e alle istituzioni pubbliche italiane, e pure alla finta chiesa, la “sinagoga di satana” che si è sostituita alla Sposa immacolata di Cristo, apparentemente spacciandosi come Chiesa moderna e progressista, in realtà professando modernismo e gnosticismo, ecumenismo ed indifferentismo religioso, cioè gli stessi principi, diversamente mascherati, della massoneria con la quale in effetti cammina a braccetto in piena sintonia. « … Siate dunque italiani e Cattolici, liberi e non settari, fedeli alla Patria e insieme a Cristo ed al Vicario suo [quello vero naturalmente, non il … clown massonico – ndr.-], persuasi che un’Italia anticristiana e antipapale sarebbe opposta all’ordinamento divino, e quindi condannata a perire … », condanna che si sta realizzando pienamente e si manifesterà con danni irreparabili per la Nazione. Se nessuno ha ascoltato le parole del Papa allora, certamente queste non saranno ascoltate oggi, a meno di un miracolo eclatante. Ma il Sommo Pontefice ci incita ad affrontare il nemico a viso aperto e senza timori « … Il numero, la baldanza, la forza dei nemici non vi atterriscano; ché Dio è più forte di loro, e se Dio è con voi, che potranno essi contro di Voi? » Sveglia Cristiani! … tiriamo fuori i Rosari, i libri della vera preghiera Cattolica, i manuali della dottrina Cattolica di sempre, torniamo con cuore sincero a Dio, e la setta infernale sarà spazzata via in un attimo, come ci assicura il Re-Profeta nel salmo LXXX … pro nihilo forsitan inimicos eorum humiliassem, et super tribulantes eos misissem manum meam. E poi, non dimentichiamo mai che: …

Ipsa conteret caput tuum!

Leone XIII

Inimica vis

Lettera Enciclica

1. Custodi di quella fede a cui le nazioni cristiane van debitrici del loro morale e civile riscatto, Noi mancheremmo ad uno dei Nostri supremi doveri, se non levassimo spesso e ben alto la voce contro l’empia guerra, onde si tenta, diletti figli, rapirvi sì prezioso tesoro. Di questa guerra, ammaestrati ormai da lunga e dolorosa esperienza, voi ben conoscete le terribili prove, e nel vostro cuore di Cattolici e di italiani altamente la deplorate. E veramente si può essere italiani di nome e di affetto, e non risentirsi delle offese che si fanno tuttodì a quelle divine credenze, che sono la più bella delle nostre glorie, che dettero all’Italia il primato sulle altre nazioni ed a Roma lo scettro spirituale del mondo: che sulle rovine del paganesimo e delle barbarie fecero sorgere il mirabile edificio della cristiana civiltà? Si può essere di mente e di cuore cattolici e mirare con occhio asciutto in quella terra medesima nel cui grembo l’adorabile nostro Redentore si degnò stabilire la sede del suo regno, impugnate le sue dottrine, oltraggiato il suo culto, combattuta la sua chiesa, osteggiato il suo Vicario, perdute tante anime redente col suo Sangue, la porzione più eletta del suo gregge, un popolo stato per ben diciannove secoli a lui sempre fedele, esposto ad un continuo e presentissimo pericolo di apostatar dalla fede, e sospinto in una via di errori e di vizi, di materiali miserie e di morale abiezione? Diretta ad un tempo contro la patria celeste e la terrena, contro la religione dei nostri padri e la civiltà trasmessaci con tanto splendore di scienze, lettere ed arti da loro, la guerra di cui parliamo, voi la capite, diletti figli, è doppiamente scellerata, e rea non meno di umanità offesa che di offesa divinità. Ma d’onde essa muove principalmente se non da quella setta massonica, della quale discorremmo a lungo nell’Enciclica Humanum genus del 20 aprile 1884 e nella più recente del 15 ottobre 1890 indirizzata ai Vescovi, al Clero e al popolo d’Italia? Con queste due Lettere strappammo dal viso della massoneria la maschera onde si velava agli occhi dei popoli, e la mostrammo nella cruda sua deformità, nella sua tenebrosa e funestissima azione.

2. Ci restringiamo questa volta a considerarne i deplorevoli effetti rispetto all’Italia. Insinuatasi infatti già da gran tempo sotto le speciose sembianze di società filantropica e redentrice dei popoli, nel nostro bel Paese, e per via di congiure, corruttele e di violenze giunta finalmente a dominare l’Italia e questa medesima Roma, a quanti disordini, a quante sciagure non ha essa in poco più di sei lustri spalancata la via? Mali grandi in sì breve giro di tempo ha veduto e patito la patria nostra. La Religione dei nostri padri è stata fatta segno a persecuzioni di ogni sorta, col satanico intento di sostituire al Cristianesimo il naturalismo, al culto della fede il culto della ragione, la morale così detta indipendente alla morale cattolica, al progresso dello spirito quello della materia. Alle sante massime e leggi del Vangelo si è osato contrapporre leggi e massime che possono chiamarsi il codice della rivoluzione, e un insegnamento ateo ed un verismo abbietto alla scuola, alla scienza, alle arti cristiane. Invaso il tempio del Signore, si è dissipata con la confisca dei beni ecclesiastici la massima parte del patrimonio necessario ai santi ministeri, assottigliato con la leva dei chierici oltre i limiti dell’estremo bisogno il numero dei sacri ministri. Se l’amministrazione dei Sacramenti non fu potuta impedire, si cerca però in tutti i modi d’introdurre e promuovere matrimoni, e funerali civili. Se ancora non si riuscì a strappare affatto dalle mani della Chiesa l’educazione della gioventù ed il governo degli istituti di carità, si mira sempre con sforzi perseveranti a tutto laicizzare, che val quanto dire a cancellare da tutto l’impronta cristiana. Se della stampa cattolica non si è potuto soffocare la voce, si fece di tutto per screditarla ed avvilirla.

3. E pur di osteggiare la Religione Cattolica, quali parzialità e contraddizioni! Si chiusero monasteri e conventi; e si lasciano moltiplicare a lor grado logge massoniche e covi settari. Si proclamò il diritto di associazione: e la personalità giuridica, di cui associazioni di ogni colore usano ed abusano, è negata ai religiosi sodalizi. Si bandì la libertà dei culti e intanto odiose intolleranze e vessazioni si riserbano proprio a quella che è la religione degli italiani, ed a cui perciò dovrebbe assicurarsi rispetto e patrocinio sociale. A tutela della dignità e indipendenza del Papa si fecero proteste e promesse grandi; e voi vedete a quali vilipendi venga quotidianamente fatta segno la Nostra persona. Qualsiasi specie di pubbliche manifestazioni trova libero il campo; solamente or l’una or l’altra delle dimostrazioni cattoliche o è vietata o disturbata. S’incoraggiano nel seno della Chiesa scismi, apostasie, ribellioni ai legittimi superiori; i voti religiosi e segnatamente la religiosa ubbidienza si riprovano come cose contrarie alla libertà e dignità umana: e intanto vivono impunite empie congreghe, che legano con giuramenti nefandi i loro adepti, ed esigono anche nel delitto ubbidienza cieca ed assoluta. Senza esagerare la potenza massonica attribuendo all’azione diretta e immediata di lei tutti i mali che nell’ordine religioso presentemente ci travagliano, nei fatti che abbiam ricordato e in molti altri che potremmo ricordare, si sente il suo spirito; quello spirito che, nemico implacabile di Cristo e della Chiesa, tenta tutte le vie, usa tutte le arti, si prevale di tutti i mezzi per rapire alla Chiesa la sua figlia primogenita, a Cristo la nazione prediletta, sede del suo Vicario in terra e centro della cattolica unità. L’influenza malefica ed efficacissima di questo spirito sulle cose nostre non occorre oggi congetturarla da pochi e fuggevoli indizi, né argomentarla dalla serie dei fatti che da trenta anni si succedono. Inorgoglita dai successi, la setta stessa ha parlato alto e ci ha detto ciò che fece in passato, ciò che si propone di fare in avvenire. Le pubbliche potestà, consapevoli o no, essa le riguarda in sostanza come propri strumenti: il che vuol dire che della persecuzione religiosa che ha tribolato e tribola l’Italia nostra, l’empia setta mena vanto come di opera principalmente sua, di opera eseguita spesso con altre mani, ma per modo immediato o mediato, diretto o indiretto, di lusinga o di minaccia, di seduzione o di rivoluzione, ispirata, promossa, incoraggiata, aiutata da lei.

4. Dalle rovine religiose alle sociali brevissima è la via. Non più sollevato alle speranze e agli amori celesti il cuore dell’uomo, capace e bisognoso dell’infinito, gittasi con ardore insaziabile sui beni della terra: ed ecco necessariamente, inevitabilmente una lotta perpetua di passioni avide di godere, di arricchire, di salire e quindi una larga ed inesausta sorgente di rancori, di scissure, di corruttele, di delitti. Nella nostra Italia morali e sociali disordini non mancavano certo anche prima delle presenti vicende; ma che doloroso spettacolo non ci porge essa i nostri dì. Nelle famiglie è assai menomato quell’amoroso rispetto che forma le domestiche armonie; l’autorità paterna è troppo sovente sconosciuta e dai figli e dai genitori; i dissidi sono frequenti, i divorzi non rari. Nelle città crescono ogni dì le discordie civili, le ire astiose tra i vari ordini della cittadinanza, lo sfrenamento delle generazioni novelle che cresciute all’aura di malintesa libertà non rispettano più nulla né in alto né in basso, gl’incitamenti al vizio, i delitti precoci, i pubblici scandali. Lo Stato invece di star pago all’alto e nobilissimo ufficio di riconoscere, tutelare, aiutare nella loro armoniosa universalità i divini e gli umani diritti, si crede quasi arbitro di essi, e li disconosce o li restringe a capriccio. L’ordine sociale infine è generalmente scalzato nelle sue fondamenta. Libri e giornali, scuole e cattedre, circoli e teatri, monumenti e discorsi politici, fotografie e arti belle, tutto cospira a pervertire le menti e corrompere i cuori. Intanto i popoli oppressi e ammiseriti fremono; le sette anarchiche si agitano; le classi operaie levano il capo e vanno ad ingrossar le file del socialismo, dell’anarchia; i caratteri si fiaccano, e tante anime non sapendo più nè degnamente patire, né virilmente redimersi dai patimenti, abbandonano da se stesse, col suicidio, codardamente la vita.

5. Ecco i frutti che a noi italiani ha recato la setta massonica. E dopo ciò essa ardisce di venire innanzi magnificando le sue benemerenze verso l’Italia, e di dare a Noi e a tutti coloro che, ascoltando la Nostra parola, rimangono fedeli a Gesù Cristo, il calunnioso titolo di nemici della patria. Quali siano verso la nostra penisola i meriti della rea setta, ormai, giova ripeterlo, lo dicono i fatti. I fatti dicono che il patriottismo massonico non è che un egoismo settario, bramoso di tutto dominare, signoreggiando gli Stati moderni che nelle mani loro raccolgono ed accentrano tutto. I fatti dicono che, negl’intendimenti della massoneria, i nomi d’indipendenza politica, di uguaglianza, di civiltà, di progresso miravano ad agevolare nella patria nostra l’indipendenza dell’uomo da Dio, la licenza dell’errore e del vizio, la lega di una fazione a danno degli altri cittadini, l’arte dei fortunati del secolo di godersi più agiatamente e deliziosamente la vita, il ritorno di un popolo redento col divin sangue alle divisioni, alle corruttele, alle vergogne del paganesimo.

6. E non accade meravigliarsi di ciò. Una setta che dopo diciannove secoli di cristiana civiltà si sforza di abbattere la Chiesa Cattolica, e di reciderne le divine sorgenti; che, negatrice assoluta del soprannaturale, ripudia ogni rivelazione, e tutti i mezzi di salute che la rivelazione ci addita; che pei disegni e le opere sue fondasi unicamente e interamente sopra una natura inferma e corrotta come è la nostra; tale setta non può essere altro che il sommo dell’orgoglio, della cupidigia spoglia, la sensualità corrompe; e quando queste tre concupiscenze giungono al grado estremo, le oppressioni, gli spogliamenti, le corruttele seduttrici, via via allargandosi, prendono dimensioni smisurate, diventano oppressione, spogliamento, fomite corruttore di tutto un popolo.

7. Lasciate dunque che, rivolgendo a voi la Nostra parola, vi additiamo la massoneria come nemica ad un tempo di Dio, della Chiesa e della nostra patria. Riconoscetela come tale praticamente una volta; e con tutte le armi, che ragione, coscienza e fede vi pongono in mano, schermitevi da sì fiero nemico. Niuno si lasci illudere dalle sue belle apparenze, niuno allettare dalle sue promesse, sedurre dalle sue lusinghe, atterrire dalle sue minacce. Ricordatevi che essenzialmente inconciliabili tra loro sono Cristianesimo e massoneria; sì che aggregarsi a questa è un far divorzio da quello. Tale incompatibilità tra le due professioni di cattolico e di massone ormai, diletti figli, non potete ignorarla: ve ne avvertirono apertamente i Nostri Predecessori, e Noi per ugual modo ve ne ripetemmo altamente l’avviso. Coloro pertanto che per somma disgrazia han dato il nome ad alcuna di queste società di perdizione, sappiano che sono strettamente tenuti a separarsene, se non vogliono restar divisi dalla comunione cristiana, e perdere l’anima loro nel tempo e nell’eternità. Sappiano altresì i genitori, gli educatori, i padroni e quanti han cura di altri, che obbligo rigoroso li stringe d’impedire al possibile che entrino nella rea setta i loro soggetti, o che, entrati, vi rimangano.

8. Preme poi, in cosa di tanta importanza e dove la seduzione ai dì nostri è cosa facile, che il Cristiano si guardi dai primi passi, tema i più leggeri pericoli, eviti ogni occasione, prenda le più sollecite precauzioni, usi insomma, secondo il consiglio evangelico, pur serbando in cuore la semplicità della colomba, tutta la prudenza del serpente. I padri e le madri di famiglia si guardino dall’accogliere in casa e di ammettere all’intimità delle confidenze domestiche persone ignote, o almeno quanto a religione non conosciute abbastanza; procurino invece di accertarsi prima che sotto il manto dell’amico, del maestro, del medico, o di altro benevolo non si celi un astuto arruolatore della setta. Oh in quante famiglie il lupo penetrò in veste d’agnello! Bella cosa sono le svariatissime società, che oggi in ogni ordine di sociale attinenza con fecondità prodigiosa sorgono da per tutto: società operaie, di mutuo soccorso, di previdenza, di scienze, di lettere, di arti, e simiglianti; e quando siano informate da buono spirito morale e religioso, tornano certamente proficue e opportune. Ma poiché qui pure, anzi qui specialmente è penetrato e penetra il veleno massonico, si abbiano per generalmente sospette, e si evitino le società che, sottraendosi ad ogni influsso religioso, possono facilmente essere dirette e dominate più o meno da massoni, come quelle che, oltre a porgere aiuto alla setta, ne sono, può dirsi, il semenzaio e il tirocinio. A società filantropiche, di cui non ben conoscano la natura e lo scopo, non si ascrivano facilmente le donne senza essersi prima consigliate con persone sagge e sperimentate, giacché passaporto alla merce massonica è spesso quella ciarliera filantropia, contrapposta con tanta pompa alla carità cristiana. Con gente sospetta di appartenere alla massoneria o a sodalizi ad essa aggregati procuri ognuno di non aver amicizia o dimestichezza: dai loro frutti li conosca e li fugga. E non solo di coloro che, palesemente empi e libertini, portano in fronte il carattere della setta, ma di quelli si eviti il tratto familiare, che si occultano sotto la maschera di universale tolleranza, di rispetto a tutte le religioni, di smania di voler conciliare le massime del Vangelo e le massime della rivoluzione, Cristo e Belial, la Chiesa di Dio e lo Stato senza Dio. Libri e giornali che stillano il tossico dell’empietà e che attizzano negli umani petti il fuoco delle cupidigie sfrenate e delle sensuali passioni; circoli e gabinetti di lettura, ove lo spirito massonico si aggira cercando chi divorare, siano al Cristiano, e ad ogni Cristiano, luoghi e stampa che fanno orrore.

9. Se non che, trattandosi di una setta che ha tutto invaso, non basta tenersi contro di lei in sulle difese, ma bisogna coraggiosamente uscire in campo ed affrontarla. Il che voi, diletti figli, farete, opponendo stampa a stampa, scuola a scuola, associazione ad associazione, congresso a congresso, azione ad azione. La massoneria si è impadronita delle scuole pubbliche; e voi con le scuole private, con quelle di zelanti ecclesiastici e di religiosi dell’uno e dell’altro sesso contendetele l’istruzione e l’educazione della puerizia e gioventù cristiana, e soprattutto i genitori cristiani non affidino l’educazione dei loro figli a scuole non sicure. Essa ha confiscato il patrimonio della pubblica beneficenza; e voi supplite col tesoro della privata carità. Nelle mani dei suoi adepti ha ella messo le Opere pie: e voi quelle che da voi dipendono affidatele a cattolici istituti. Ella apre e mantiene case di vizio; e voi fate il possibile per aprire e mantenere ricoveri all’onestà pericolante. A’ suoi stipendi milita una stampa religiosamente e civilmente anticristiana; e voi con l’opera e col danaro aiutate, promuovete, propagate la stampa cattolica. Società di mutuo soccorso ed istituti di credito sono fondati da lei a pro dei suoi partigiani; e voi fate altrettanto non solo pei vostri fratelli, ma per tutti gl’indigenti, mostrando che la vera e schietta carità è figlia di colui che fa sorgere il sole e cadere la pioggia sui giusti e sui peccatori.

10. Questa lotta del bene col male si estenda a tutto, e cerchi, in quanto è possibile, di riparare tutto. La massoneria tiene frequenti congressi per concertar nuovi modi di combattere la Chiesa; e voi teneteli frequentemente per meglio intendervi intorno ai mezzi e all’ordine della difesa. Ella moltiplica le sue logge; e voi moltiplicate circoli cattolici e comitati parrocchiali, promuovete associazioni di carità e di preghiera, concorrete a mantenere ed accrescere lo splendore del tempio di Dio. La setta, non avendo più nulla a temere, mostra oggi il viso alla luce del giorno; e voi, Cattolici italiani, fate anche voi aperta professione della vostra fede, ad esempio dei gloriosi vostri antenati, che innanzi ai tiranni, ai supplizi, alla morte la confessavano intrepidi e l’autenticavano con la testimonianza del sangue. Che più? Si sforza la setta di asservire la Chiesa, e di metterla, umile ancella, ai piedi dello Stato? E voi non cessate di chiederne e, dentro le vie legali, di rivendicarne la dovuta libertà e indipendenza. Cerca essa di lacerare l’unità cattolica, seminando nel clero stesso zizzania, suscitando contese, fomentando discordie, aizzando gli animi all’insubordinazione, alla rivolta, allo scisma? E voi, stringendo sempre più il sacro nodo della carità e dell’obbedienza, sventate i suoi disegni, mandate a vuoto i suoi tentativi, deludete le sue speranze. Come i primitivi fedeli, siate tutti un cuore ed un’anima; e raccolti intorno alla cattedra della Chiesa e dei vostri Pastori, tutelate gl’interessi supremi della Chiesa e del Papato, che sono altresì i supremi interessi dell’Italia e di tutto il mondo cristiano. Ispiratrice e gelosa custode delle italiche grandezze fu sempre l’Apostolica Sede. Siate dunque italiani e Cattolici, liberi e non settari, fedeli alla patria e insieme a Cristo ed al Vicario suo, persuasi che un’Italia anticristiana e antipapale sarebbe opposta all’ordinamento divino, e quindi condannata a perire.

11. Diletti figli, la Religione e la patria vi parlano in questo momento per bocca Nostra. E voi ascoltate il loro grido pietoso, sorgete unanimi e combattete virilmente le battaglie del Signore. Il numero, la baldanza, la forza dei nemici non vi atterriscano; ché Dio è più forte di loro, e se Dio è con voi, che potranno essi contro di Voi? Affinché poi con maggior copia di grazie Iddio sia con voi, con voi combatta, con voi trionfi, raddoppiate le vostre preghiere, accompagnatele con l’esercizio delle cristiane virtù e specialmente coll’esercizio della carità verso i bisognosi, e rinnovando ogni dì le promesse del Battesimo, implorate umilmente, instantemente, perseverantemente le divine misericordie. Come auspicio di queste, e come pegno altresì della Nostra paterna dilezione, v’impartiamo, diletti figli, la benedizione Apostolica.

Dato a Roma, presso S. Pietro, il giorno 8 dicembre 1892, anno decimoquinto del Nostro Pontificato.