UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S. S. PIO IX – “MAXIMÆ QUIDEM”

La lettera enciclica di cui oggi ci occupiamo, è un esempio di retto e valoroso comportamento di Gerarchia ecclesiastica e fedeli, questa volta bavaresi, nei riguardi delle civili autorità in difesa dei diritti della Chiesa Cattolica, come sempre attaccata da facinorosi ed accaniti nemici delle sette tenebrose di “grembiulini” e di sedicenti pseudo “Illuminati”. È il Santo Padre Pio IX, ad esprimersi con grande soddisfazione nei loro confronti, in particolare dei Vescovi locali che hanno lottato « …. per stabilire quei provvedimenti che, soprattutto in questi tempi calamitosi, possono concorrere a tutelare la causa, la dottrina, i diritti della Chiesa Cattolica e a preservare ogni giorno di più la salute dei Vostri fedeli. Infatti … rifulgono la Vostra eccelsa e riconosciuta fede verso di Noi e verso questa Cattedra di Pietro, l’amore, l’obbedienza e il mirabile zelo che Vi pervade nel far di tutto perché i fedeli, affidati particolarmente alla Vostra vigilanza, seguano con somma e dovuta riverenza e obbedienza Noi e la stessa Cattedra di Pietro, che è il centro della unità cattolica e non solo il capo di tutte le Chiese, ma altresì la madre e la maestra, colei che allontana da ogni dove le tenebre dell’errore ed è porto sicuro per chi è agitato dai flutti. » Quanto vorremmo sentire pure oggi parole simili, ma nessuno avrebbe potuto immaginare, salvo i conoscitori profondi delle profezie approvate – antiche e recenti – che dopo circa un secolo ed un quarto, quella stessa Gerarchia, in combutta con quella di tutti i Paesi cattolici, avrebbe pugnalato alle spalle – novelli Giuda iscariota – il Santo Padre, il Vicario di Cristo, canonicamente eletto in un valido Conclave, favorendo i piani della sinagoga di satana che insediava in serie degli apostati usurpanti sul soglio di S. Pietro, e poi falsi vescovi in tutte le diocesi dell’orbe terrestre. Certo si trattò di un piano lungamente meditato e ben congegnato, che con il permesso di Dio, riuscì perfettamente, rivelando quali fossero i veri sentimenti di un Clero intimamente corrotto e non disposto a vivere in pienezza la propria supposta fede. Il piano è in pieno riuscito e l’inganno ancora oggi regge, proprio a dimostrazione della totale insipienza dottrinale o della perversa malafede di falsi apostoli, dediti a nutrire il proprio ventre e soddisfare le loro turpi passioni, mascherati da pii chierici, ma veri lupi rapaci vestiti da agnelli. Ma godiamoci queste brevi pagine, augurandoci, per il bene di un numero sterminato di anime, un pronto intervento del Capo del Corpo mistico, atto a concedere un nuovo e più grande trionfo all’opera della sua Redenzione, la Chiesa Cattolica, ed a mostrare come la Vergine Maria, da sempre destinata da Dio Padre a schiacciare la testa dell’infame serpente e dei suoi servi, distrugga al fine e nella sorpresa generale, l’opera turpe delle sette di lucifero, il “signore dell’universo”, insediato come abominio della desolazione nei luoghi santi, per portare anime dannate, eretiche e scismatiche, nei luoghi ove … « sarà pianto e stridor di denti, in … eterno »: Maximæ quidem ..…     

Pio IX

Maximae quidem

Assai consolante fu per Noi, afflitti da gravissime preoccupazioni ed angustie, la Vostra graditissima Lettera che Ci inviaste il 20 luglio, Venerabili Fratelli, durante il congresso da Voi tenuto a Bamberga per confrontare le Vostre opinioni e per stabilire quei provvedimenti che, soprattutto in questi tempi calamitosi, possono concorrere a tutelare la causa, la dottrina, i diritti della Chiesa Cattolica e a preservare ogni giorno di più la salute dei Vostri fedeli. Infatti nella stessa Lettera rifulgono in ogni passo la Vostra eccelsa e riconosciuta fede verso di Noi e verso questa Cattedra di Pietro, l’amore, l’obbedienza e il mirabile zelo che Vi pervade nel far di tutto perché i fedeli, affidati particolarmente alla Vostra vigilanza, seguano con somma e dovuta riverenza e obbedienza Noi e la stessa Cattedra di Pietro, che è il centro della unità cattolica e non solo il capo di tutte le Chiese, ma altresì la madre e la maestra, colei che allontana da ogni dove le tenebre dell’errore ed è porto sicuro per chi è agitato dai flutti. Pertanto proviamo una grande gioia per questa Vostra eminente virtù episcopale e Ci congratuliamo di vero cuore con Voi, Venerabili Fratelli, poiché con la Vostra azione e con le lettere pastorali indirizzate ai fedeli affidati alla Vostra cura, avete fatto conoscere, con le dovute e meritate lodi, quella strettissima e ammirevole unità di tutte le Sacre Gerarchie dell’intero mondo cattolico che sopravvive, in questi tempi luttuosi, col Vicario di Cristo in terra e con questa Apostolica Sede per singolare grazia di Dio e che rifulge ogni giorno di più per tante splendide azioni. E ancor più Ci rallegriamo del convegno che avete tenuto a Bamberga nel quale Voi tutti, Venerabili Fratelli, con intenti pienamente concordi, in ragione del severo impegno richiesto dal Vostro ministero episcopale, avete adottato quelle decisioni che, soprattutto in questi tempi, avete ritenute più idonee a tutelare la causa della Chiesa, a far valere le sue ragioni e a reprimere gli empi tentativi dei nemici che bisogna sconfiggere con l’unanime, costante e vigilante impegno dei Vescovi. E certamente, fra l’altro, spetta ai Vescovi (come già avete compreso) combattere fieramente contro i nemici della nostra santissima Religione, particolarmente in questa nostra funesta epoca. – Pertanto i Vescovi, forti del divino ausilio, devono con assidua sollecitudine alzare la loro voce episcopale e predicare il Vangelo a tutti, annunciare, trasmettere, spiegare e inculcare le eterne verità della nostra fede, la dottrina, i precetti e i dogmi dell’augusta Religione ai sapienti e agl’ignoranti. Con altrettanto zelo gli stessi preposti ai sacri riti hanno l’obbligo di esporre e mostrare sia ai Sommi Principi, sia ai Governi, i mali e i danni (assai funesti e mai abbastanza deplorati) che ricadono sui popoli e sugli stessi Principi quando, come oggi, si disprezza la Religione: e prevale l’incredulità che, suggerita dalle tenebre sotto l’ingannevole apparenza di progresso sociale, si rafforza e domina ogni giorno di più a gravissimo detrimento della comunità cristiana e civile e perverte e corrompe in modo miserando le menti e gli animi degli uomini. Perciò fu motivo di sommo gaudio per Noi apprendere che Voi, Venerabili Fratelli, avete inviato una Lettera a codesto carissimo in Cristo Figlio Nostro, l’illustre Re di Baviera, perché siano difesi la nostra santissima Religione e i suoi diritti, e Ci sostiene la speranza che lo stesso Serenissimo Principe, per la pietà, la giustizia e l’equilibrio del suo animo, si adoperi di assecondare volentieri i vostri giustissimi desideri e le vostre richieste. – Certamente non ignorate, Venerabili Fratelli, che vi è un altro dovere che i Sacri Pastori devono compiere con ogni più tenace sforzo. È necessario che essi, con costante coraggio, difendano la libertà della Chiesa Cattolica, che fu generata dal sangue del Figlio Unigenito di Dio, sposo della stessa Chiesa, e che si battano virilmente per tutti i venerandi diritti della Chiesa stessa, ad essa divinamente elargiti. Inoltre è necessario che i Vescovi, con la parola e con gli scritti, non desistano mai dal richiamare alla memoria di tutti che la Chiesa è sempre esistita ed esiste perché è salvifica la forza della sua dottrina e sapientissime sono le sue leggi e le sue istituzioni; perché non solo è madre e maestra di tutte le virtù e persecutrice di tutti i vizi, ma è anche colei che fonda e modera, tra tutte le genti, la vera umanità, l’onestà, la civiltà, la libertà, il progresso, la prosperità, la tranquillità; essa sola può saldamente consolidare e salvare l’ordine pubblico dell’umano consorzio che dovunque in questi giorni è tanto violentemente sconvolto dall’empietà e dalla ribellione. Vi rivolgiamo dovute e meritate lodi, Venerabili Fratelli, perché con la Vostra Lettera inviata a codesto Governo – oltre che solleciti del bene e della guida delle scuole popolari – avete difeso in proposito la dottrina, l’autorità e i diritti della Chiesa Cattolica con ogni argomento, con forza e con intelligenza, fedeli allo spirito con cui Noi nella Nostra Epistola inviata al Venerabile Fratello Ermanno, Arcivescovo di Friburgo in Brisgovia, il giorno 14 luglio di quest’anno, fummo costretti a tutelare e rivendicare i diritti della Chiesa, al riparo dai tentativi e dalle macchinazioni dei nemici che nel Granducato di Baden giunsero al punto di proporre leggi atte a distruggere del tutto l’indirizzo cristiano delle scuole. Sebbene Noi teniamo in gran conto le ragioni per cui, Venerabili Fratelli, vi siete preoccupati tanto di difendere i diritti della Chiesa per quanto riguarda le scuole popolari, tuttavia non possiamo, in questa occasione, trattenerci dal sollecitare con insistenza l’insigne Vostro zelo episcopale affinché operiate in modo attivo e combattivo, così che siano riconosciuti e preservati gli stessi diritti della Chiesa circa le scuole superiori di lettere e delle più severe discipline. Infatti, in virtù della Vostra saggezza, ben sapete che una volta rimosse da queste scuole la dottrina, l’autorità e la vigilanza che provengono dalla Chiesa, più gravi danni e mali deriveranno, dal momento che saranno contagiati da errori e da false dottrine gli uomini del ceto più qualificato, che sono destinati a ricoprire pubblici incarichi di governo e che di solito contribuiscono a formare lo spirito della società civile. – A questo punto, Venerabili Fratelli, Vi supplichiamo di tenere presente quanto Noi esponemmo al Venerabile Fratello Gregorio, Arcivescovo di Monaco, con la Nostra Epistola del 21 dicembre dello scorso anno, circa la diffusione delle discipline filosofiche e teologiche, e Vi esortiamo vivamente a dedicare senza tregua tutte le Vostre cure e i Vostri pensieri a promuovere ogni giorno di più l’accurata formazione e l’educazione del Clero, e a non lasciare nulla di intentato, in modo che il Vostro Clero riceva quella piena e solida formazione che, attinta da pure e incontaminate fonti e sorretta dal comune insegnamento della Chiesa Cattolica, allontani tutti quei pericoli di cui sono evidentemente colpevoli gli odierni nuovi metodi d’insegnamento, fondati sulla libertà (o piuttosto sulla licenza) del sapere, e tanto ostentati. Perciò, Venerabili Fratelli, desideriamo ardentemente che vogliate richiamare alla memoria ed applicare tutte quelle disposizioni che già altre volte comunicammo e caldamente raccomandammo a tutti e ai singoli del Vostro Ordine episcopale circa la costruzione e la direzione dei Seminari per i Chierici in conformità delle sagge prescrizioni del Concilio Tridentino. – Siamo poi fermamente persuasi che Voi, Venerabili Fratelli, in virtù della Vostra esemplare religiosità e del Vostro zelo episcopale, difenderete energicamente gli altri diritti della Chiesa che non sono ancora pienamente riconosciuti in Baviera, e per i quali i Vescovi della Baviera non omisero di elevare le loro proteste soprattutto nel convegno di Frisinga. Perciò di tutto cuore approviamo la Vostra decisione di convocare ogni anno il Vostro congresso. Ciò tuttavia non deve impedire in alcun modo che Voi, Venerabili Fratelli, facciate ogni tentativo perché possiate quanto prima concelebrare i Sinodi provinciali (come è nei Nostri voti) secondo la prescrizione dei Sacri Canoni, come hanno fatto in Germania altri Vescovi nelle loro province ecclesiastiche, con sommo gaudio dell’animo Nostro e a beneficio dei loro fedeli. Sicuramente nulla a Noi sarà più gradito che recare a Voi, in questa circostanza, ogni aiuto e soccorso. – Vogliamo infine che abbiate per certa la benevolenza particolare con cui Vi seguiamo. Di tale benevolenza ricevete, come sicuro pegno, l’Apostolica Benedizione che dal profondo del cuore impartiamo a Voi stessi, Venerabili Fratelli, a tutti i Sacerdoti e ai fedeli Laici affidati alla cura di ciascuno di Voi.

Dato a Castel Gandolfo, il 18 agosto 1864, nell’anno decimonono del Nostro Pontificato.

DOMENICA DI SETTUAGESIMA (2020)

DOMENICA DI SETTUAGESIMA (2020)

 [Stazione a S. Lorenzo fuori le mura].

Semidoppio. – Dom. Privil. di 2a cl. – Paramenti violacei.

Per comprendere pienamente il senso dei testi della Messa di questo giorno, bisogna, studiarli in corrispondenza delle lezioni del Breviario, perché, nel pensiero della Chiesa, la Messa e l’Ufficio sono una cosa sola. Le lezioni e i responsori dell’Ufficio della notte durante tutta questa settimana sono tratti dal libro della Genesi e narrano la creazione del mondo e quella dell’uomo; la caduta dei nostri primi genitori e la promessa di un Redentore; di più l’uccisione di Abele e le generazioni di Adamo fino a Noè. — « In principio, – dice il Libro Santo, – Dio creò il cielo e la terra e formò l’uomo su la terra e lo pose in un giardino di delizie perché Lo coltivasse» (3° e 4° resp.). Tutto ciò è una figura. – Il regno dei Cieli – spiega S. Gerolamo – è detto simile ad un padre di famiglia che prende degli operai per coltivare la sua vigna. Ora, chi più opportunamente può essere rappresentato nel padre di famiglia se non il nostro Creatore, il quale regge con la sua provvidenza ciò che ha creato e che governa i suoi eletti in questo mondo, così come il padrone ha i servi in sua casa? E la vigna che Egli possiede è la Chiesa Universale, dal giusto Abele fino all’ultimo eletto che nascerà alla fine del mondo. E tutti quelli che, con fede retta si sono applicati e hanno esortato a fare il bene, sono gli operai di questa vigna. Quelli della prima ora, come quelli della terza, della sesta e della nona, designano l’antico popolo ebreo, il quale, dopo l’inizio del mondo, sforzandosi nella persona dei suoi santi, di servire Dio con fede sincera, non hanno cessato, per così dire, di lavorare nella coltivazione della vigna. Ma all’undecima ora sono chiamati i Gentili e a loro sono Indirizzate queste parole: « Perché state qui tutto il giorno senza far nulla? » (3° Notturno). Dunque, tutti gli uomini sono chiamati a lavorare nella vigna del Signore, cioè a santificarsi e a santificare il prossimo glorificando con questo mezzo Dio, poiché la santificazione consiste a non cercare il nostro bene supremo che in Lui. Ma Adamo venne meno ai suo compito. « Poiché tu hai mangiato il frutto che io ti avevo proibito di mangiare, – gli disse il Signore – la terrà sarà maledetta e ne trarrai il nutrimento con gran fatica. Essa non produrrà che spine e rovi. Tu mangerai il tuo pane, prodotto dal sudore della tua fronte fino a che non sarai tornato alla terra donde fosti tratto». «Esiliato dall’Eden dopo la sua colpa, – spiega S. Agostino, – Il primo uomo trascinò alla pena di morte e alla riprovazione tutti i suoi discendenti, guasti nella sua persona come nella loro sorgente. Tutta la massa del genere umano condannato cadde In disgrazia, o piuttosto si vide trascinata e precipitata di male in male (2° Notturno). « I dolori della morte m’hanno circondato, dice l’Introito; e la Stazione ha luogo nella Basilica di S. Lorenzo fuori le mura, contigua al Cimitero di Roma. « È assai giusto, aggiunge l’Orazione, che noi siamo afflitti per i nostri peccati ». Cosi la vita cristiana è rappresentata da S. Paolo nell’Epistola come una arena dove bisogna lottare per riportare la corona. La mercede della vita eterna, dice anche il Vangelo, viene concessa solo a quelli che lavorano nella vigna di Dio e, dopo il peccato, questo lavoro è penoso e duro. « O Dio, domanda la Chiesa, accorda ai tuoi popoli che sono designati da te sotto il nome di vigne e di messi, che dopo aver sradicato i rovi e le spine, -sono atti a produrre frutti in abbondanza, con l’aiuto del nostro Signore » (or. del Sabato Santo – Or. Dopo l’8° profezia). « Nella sua sapienza, – dice S. Agostino, – Dio preferì ricavar il bene dal male anziché permettere che non accadesse nessun male » (6° lezione). Dio ebbe difatti pietà degli uomini e promise loro un secondo Adamo che ristabilisse l’ordine turbato dal primo. Grazie a questo novello Adamo essi potranno riconquistare il cielo sul quale Adamo aveva perduto ogni diritto essendo stato cacciato dall’Eden, che era l’ombra d’una vita (migliore) » (4° lezione). « Tu sei, Signore, il nostro soccorso nel tempo del bisogno e dell’afflizione » (Graduale); « presso di te è la misericordia » (Tratto); « fa che risplenda la tua faccia sopra il tuo servo e salvami nella tua misericordia » (Com.). Infatti, « Dio che creò l’uomo in una maniera meravigliosa, lo redense in modo più meraviglioso ancora (Oraz. dopo la 1° prof. del Sab. Santo), poiché l’atto della creazione del mondo al principio non sorpassa in eccellenza l’immolazione del Cristo, nostra Pasqua, nella pienezza dei Tempi » Questa Messa, studiata in relazione alla caduta di Adamo, ci mette nella disposizione voluta per cominciare il tempo di Settuagesima e per farci comprendere la grandezza del mistero pasquale al quale questo Tempo ha per scopo di preparare le anime nostre. – Per corrispondere all’appello del Maestro che viene a cercarci fin nell’abisso dove ci ha sprofondati il peccato del nostro primo padre (Tratto), andiamo a lavorare nella vigna del Signore, scendiamo nell’arena e incominciamo con coraggio la lotta la quale si intensificherà sempre più nel tempo della Quaresima

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps XVII:5; 6; 7
Circumdedérunt me gémitus mortis, dolóres inférni circumdedérunt me: et in tribulatióne mea invocávi Dóminum, et exaudívit de templo sancto suo vocem meam.  [Mi circondavano i gemiti della morte, e i dolori dell’inferno mi circondavano: nella mia tribolazione invocai il Signore, ed Egli dal suo santo tempio esaudì la mia preghiera.]
Ps XVII: 2-3
Díligam te, Dómine, fortitúdo mea: Dóminus firmaméntum meum, et refúgium meum, et liberátor meus.
[Ti amerò, o Signore, mia forza: Signore, mio firmamento, mio rifugio e mio liberatore.]

Circumdedérunt me gémitus mortis, dolóres inférni circumdedérunt me: et in tribulatióne mea invocávi Dóminum, et exaudívit de templo sancto suo vocem meam. [Mi circondavano i gemiti della morte, e i dolori dell’inferno mi circondavano: nella mia tribolazione invocai il Signore, ed Egli dal suo santo tempio esaudì la mia preghiera.]

Oratio

Orémus.
Preces pópuli tui, quǽsumus, Dómine, cleménter exáudi: ut, qui juste pro peccátis nostris afflígimur, pro tui nóminis glória misericórditer liberémur. [O Signore, Te ne preghiamo, esaudisci clemente le preghiere del tuo popolo: affinché, da quei peccati di cui giustamente siamo afflitti, per la gloria del tuo nome siamo misericordiosamente liberati.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Corínthios.

1 Cor IX: 24-27; X: 1-5

Fratres: Nescítis, quod ii, qui in stádio currunt, omnes quidem currunt, sed unus áccipit bravíum? Sic cúrrite, ut comprehendátis. Omnis autem, qui in agóne conténdit, ab ómnibus se ábstinet: et illi quidem, ut corruptíbilem corónam accípiant; nos autem incorrúptam. Ego ígitur sic curro, non quasi in incértum: sic pugno, non quasi áërem vérberans: sed castígo corpus meum, et in servitútem rédigo: ne forte, cum áliis prædicáverim, ipse réprobus effíciar. Nolo enim vos ignoráre, fratres, quóniam patres nostri omnes sub nube fuérunt, et omnes mare transiérunt, et omnes in Móyse baptizáti sunt in nube et in mari: et omnes eándem escam spiritálem manducavérunt, et omnes eúndem potum spiritálem bibérunt bibébant autem de spiritáli, consequénte eos, petra: petra autem erat Christus: sed non in plúribus eórum beneplácitum est Deo.

OMELIA I

[A. Castellazzi: La Scuola degli Apostoli. S. Tip. Artig. – Pavia, 1929]

“Fratelli: Non sapete che quelli che corrono nello stadio corrono bensì tutti, ma uno solo riceve il premio? Correte anche voi così da riportarlo. Ognuno che lotti nell’arena si sottopone ad astinenza in tutto: e quelli per ottenere una corona corruttibile; noi, invece, una incorruttibile. Io corro, appunto, così, non già come a caso; così lotto, non come uno che batte l’aria; ma maltratto il mio corpo e la riduco in servitù: perché non avvenga che, dopo aver predicato agli altri, io stesso sia riprovato. Non voglio, infatti che ignoriate, o fratelli, che i nostri padri furono tutti sotto la nube, e tutti passarono a traverso il mare, e tutti furono battezzati in Mosè nella nube e nel mare; e tutti mangiarono dello stessa cibo spirituale; e tutti bevettero la stessa bevanda spirituale; (bevevano infatti della pietra spirituale che li seguiva; e quella pietra era Cristo): pure della maggior parte di loro Dio non fu contento”.

S. Paolo, volendo incoraggiare i Corinti a sostenere qualunque sacrificio per conseguire l’eterna salvezza, porta l’esempio di se stesso. Come un corridore, perché  vinca, non basta che sia sceso nello stadio, ma deve correre in modo da superare gli altri; così egli corre, nell’aringo della vita, senza sbandarsi qua e là, con la mente fissa al fine da conseguire. Come il lottatore, abbattuto il nemico, se lo conduce schiavo attorno per l’arena, così egli, con le privazioni e le mortificazioni, abbatte il suo corpo, e se lo rende schiavo. È vero che i Corinti avevano ricevuto molti favori da Dio. Anche gli Ebrei, sotto la guida di Mosè, ricevettero tutti da Dio favori segnalatissimi; ma pei loro peccati furono puniti nel deserto; e ben pochi di loro poterono entrare nella terra promessa. La conseguenza da tirare da questo passo della prima lettera ai Corinti è chiara. Quello che avvenne agli Ebrei poteva venire anche ai Corinti, potrà avvenire anche a noi, se non saremo perseveranti. Nessuna presunzione, dunque, perché:

1 Non basta cominciar bene; bisogna continuare,

2 Anche sottoponendosi a sacrifici e privazioni,

3 Sempre sostenuti dal primitivo fervore.

1.

Non sapete che quelli che corrono nello stadio, corrono bensì tutti, ma uno solo riceve il premio?

Qui c’è allusione alle corse che avevano luogo, periodicamente a Corinto, e alle quali tanto si appassionavano i Greci. Oggi le corse sono più varie, più frequenti e anche più pericolose; e le popolazioni dei nostri tempi non vi si appassionano meno che quelle dei tempi andati. Ma il buon successo della corsa è sempre il medesimo: arrivare alla fine in tempo. Corrono bensì tutti — osserva l’Apostolo— ma uno solo riporta il premio. Gli altri, o arrivano troppo tardi, o, rimasti scoraggiati, si ritirano dalla corsa. È quello che avviene anche oggi. È indetta una corsa? Un gran numero di corridori si fa inscrivere. Non tutti però prendono parte alla partenza; e non tutti quelli che vi prendono parte arrivano alla meta, specialmente se le corse sono lunghe. Chi ha ceduto il campo nella prima tappa, chi nella seconda, chi nelle successive. Molti sono partiti tra gli applausi e gli auguri, pieni di ardire e di speranza; pochi sono stati accolti dall’applauso finale. Quello che avviene nelle corse, avviene in altre circostanze della vita. Avviene nel campo delle scienze, delle arti, delle lettere, delle industrie, e specialmente nel campo spirituale. Attratti dalla grandezza del premio molti si mettono a servir Dio con slancio, ma non tutti terminano la corsa. Quanti giovani danno sul principio belle speranze! Ci fanno pensare d’aver un giorno degli apostoli della Religione, e in pochi anni la dimenticano, quando non si volgono a combatterla. Tanti, che sul principio attirano l’attenzione per la loro vita morigerata ed esemplare, o presto o tardi, diventano pietra d’inciampo. Erano entrati pieni di buona volontà nella corsa della vita spirituale; ma non ebbero la forza di continuare. Incominciare, è necessario: chi non comincia, non finisce. Cominciar bene, è assai importante! poiché chi ben incomincia, è alla metà dell’opera. Ma chi è, che si mette all’opera, senza pensare di condurla a termine? Qual corridore scende in pista, con la previsione di restare a mezza via? Il buon risultato di un’opera è il suo compimento. Il fine corona l’opera. Chi ha cominciato una corsa per fermarsi a metà, ha sprecato tempo e fatica. La fatica promette il premio, e la perseveranza lo porge. Il Cristiano che ha cominciato una vita buona per fermarsi poi a metà fa pure opera inutile. Si è affaticato un po’ per la speranza del premio, ma il premio, non è di chi si ferma a metà. Chi vuol il premio deve perseverare. « Sii fedele fino alla morte, e ti darò la corona della vita » (Ap. II, 10). Dice il Signore.

2.

Dopo aver incitato i Corinti a imitare i corridori, in modo da poter riportare la vittoria finale, l’Apostolo passa a parlare dei lottatori.

Ognuno che lotti nell’arena si sottopone ad astinenze in tutto. Con queste parole viene a indicare il segreto della perseveranza finale: Non prendersi pensiero delle difficoltà. I lottatori non si accingono alla vittoria dormendo sopra un letto di rose. E si sottopongono a disagi, a sudori, a privazioni, a sacrifici, a prove durissime per mettersi in grado di riportar vittoria. – Il Cristiano, invece, trema davanti alle difficoltà che incontra per giungere alla meta. Quanto più si dirada il numero di coloro che avevano cominciato bene; tanto più dà nell’occhio chi continua coraggiosamente. Sulle prime si farà poco caso di lui; ma quando si vede che continua sul serio, si cerea di disturbarlo. Non si parla davanti a un ladro, si rimane muti davanti a un bestemmiatore o a un impudico. Bisogna divertirsi a punzecchiare un Cristiano che continua coraggiosamente per la propria via. Forse i primi frizzi fanno poca impressione, Ma se continuano, cominciano a seccare. Poi si va pensando se non sia il caso di non dar pretesto a queste seccature. E quando si discute in queste cose, vuol dire essere vinti presto. Per non dar nell’occhio, prima si dissimula, poi si tralascia. Proprio tutto all’opposto di quanto fanno i lottatori, i quali tanto più si sentono spinti a lottare coraggiosamente, quanto più danno nell’occhio agli spettatori. Così, quelli che si erano messi di buon animo a occuparsi di Dio e dell’anima, tornano ad occuparsi del mondo. Altra difficoltà è il cattivo esempio. Non tutti possono ripetere le parole del Salmo: « I superbi agiscono sempre iniquamente, ma io non mi allontano dalla tua legge» (Salm. CXVIII, 51). «L’imitazione dei vizi è pronta» (S. Gerolamo Ep. 107, 4 ad Læt.), più pronta che l’imitazione della virtù. E anche chi non abbandona sulle prime la legge di Dio, non sa sottrarsi alla deleteria influenza che il male continuato esercita sugli uomini. Quando, poi, la cattiva condotta diventa generale, si produce il rilassamento anche nei buoni. « Quando abbonda la dissolutezza, la carità si raffredda »; osserva in proposito S. Ilario (Comm. in Matth. cap. XXV, 2). E chi aveva messo le sue delizie nella legge del Signore, finisce col trascurare i propri doveri. Non mancano neppure in questo caso i forti, ma son pochi. Difficoltà particolare, accennata dall’Apostolo, è la lotta contro le nostre cattive inclinazioni. Maltratto il mio corpo e lo riduco in servitù: perché non avvenga, che dopo aver predicato agli altri, io stesso sia riprovato.Le nostre cattive inclinazioni hanno una forza particolare per trattenerci sulla buona via intrapresa. Se non si dominano continuamente, riescono ad avere il sopravvento. Nel primo fervore della vita spirituale, si crocifigge volentieri la carne, si accettano le umiliazioni, si sopportano le privazioni per ridurre in servitù le nostre cattive tendenze. Ma poi, cominciamo a stancarci. A lungo andare pesa anche la paglia. Molto più pesa questa lotta che ci imponiamo da noi stessi, o, più frequentemente, accettiamo dagli altri. Se appena, appena perdiam di vista la meta da raggiungere, vacilliamo nella lotta, e veniamo soggiogati.La vita dei Santi è come uno specchio, che ci fa vedere ciò che facciamo di bene, ciò che facciamo di male. «Vi troviamo — per dirla con S. Gregorio M. — quale è il nostro progresso e quale è la lunga distanza dal progresso» (Mor. L. 2, c. 1). Nella perseveranza tra le difficoltà, siamo in progresso o in regresso? Il Beato Ghebre Michele, nato ed educato nell’eresia eutichiana. la quale in Gesù Cristo ammette una sola natura, non trova appagata la sua ardente aspirazione alla verità. Per trovare questa verità va pellegrinando di convento in convento in cerca di libri e di maestri, che rispondano alle sue domande sulla Persona di Gesù Cristo. Non di rado accolto male, sempre disilluso, si rimette in cammino in cerca di altri libri e di altri maestri che lo possano illuminare: e continua la non piacevole peregrinazione per ben dieci anni, sempre sostenuto dal fervore dei primi giorni. Venuta l’ora della grazia, abiura l’eresia, e abbracciata la verità, non l’abbandonerà più. Ne sarà uno zelante e strenuo banditore, non ostante la guerra spietata dell’eretico vescovo Salama che vuol chiudergli la bocca. Dieci anni di persecuzione non trovano in lui un istante di titubanza. Il carcere e i tormenti più raffinati non lo smuovono d’un passo dalla sua via. Davanti al tiranno Teodoro II, che vuol fargli piegare la coscienza, è incrollabile. I carnefici fanno scendere sul santo vecchio, colpi di flagelli fitti come la gragnola. Ne restano talmente stanchi che devono darsi il cambio. Chi resiste a ogni stanchezza è il nostro Beato. Sospesa la flagellazione, perché lo si crede morto, disteso com’è in un lago di sangue, egli solleva la testa, e rompe il silenzio sepolcrale con queste parole, rivolte ai carnefici: « Siete già stanchi? » (A. Otti S. J. Abessiniens Heimkehr, in Die Katholischen Missionen, 1926, p. 322 segg.).  Da questo eroe della costanza non abbiam proprio nulla da imparare? Per la maggior parte di noi non sarebbe fuor di proposito, e non avrebbe alcun ombra di ironia, la domanda del Beato: « Siete già stanchi? ».

3.

Ci sono altri che camminano nella via del bene come a caso. Si direbbe che non hanno uno scopo fisso. Si muovono, ma non corrono. Si avanzano come uno schiavo che trascina le catene. Si dimenticano lo scopo della loro vocazione.Il mondo dà pure noie e guai a coloro che vogliono arrivare a una meta; eppure quanta costanza! Uno vuol arricchire. Vedetelo: non si stanca mai. Viaggi, privazioni, notti insonni, pericoli di perdere la vita e i beni, acquistati con tante fatiche, non valgono a rallentare il fervore dei primi giorni. Sentieri ripidi, passaggi pericolosi, ascese affaticanti, ghiacciai, tormente, non trattengono l’alpinista dal tentare di raggiungere la vetta. Gli aviatori lottano coi venti, non si curano del pericolo della nebbia, non si spaventano dell’aria gelata. Se le loro macchine si guastano, atterrano con la più grande calma.Tranquilli, attendono alle riparazioni, senza un momento di sfiducia. Se altre circostanze ritardano la ripresa del volo, aspettano pazienti che le circostanze si mutino, in attesa di proseguire il viaggio con lo stesso entusiasmo che li ha spinti alla partenza. È degna di ammirazione la costanza di chi vuol arrivare a una scoperta, a una invenzione. Sono veglie, studi, esperimenti non mai interrotti. Incanutiscono i capelli, ma il suo spirito è sempre giovane. Anzi, quanto più è vicino alla meta, tanto più cresce il suo ardore negli studi e nei tentativi. E tutto questo per acquistarsi una gloria che forse non verrà. Il Cristiano, invece, si scoraggia, e abbandona ben presto il lavoro per l’acquisto della gloria eterna. Sulla bocca di chi lavora, e non si crede retribuito abbastanza o vede il frutto dei suoi sudori dissipato da altri, si sente, delle volte, questo lamento: « Per chi lavoro io? ». E’ una domanda troppo fondata, fatta da chi lavora per il mondo. È una domanda che deve ringagliardire le forze, fatta da chi lavora per Dio, il quale dice ai perseveranti: « Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli» (Matth. V, 12). Quando non si è sotto l’occhio del padrone o di chi lo rappresenta, si è tentati di rallentare il lavoro o magari di sospenderlo. Tanto, il padrone non vede. I pigri, i neghittosi nel servizio di Dio possono dire: «Tanto il padrone non vede »? Nulla del bene che facciamo sfugge all’occhio di Lui; e quindi nulla andrà perduto. «Pertanto, o fratelli, state fermi e irremovibili, sempre assidui nell’opera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è infruttuosa nel Signore ».

Graduale

Ps IX: 10-11; IX: 19-20

Adjútor in opportunitátibus, in tribulatióne: sperent in te, qui novérunt te: quóniam non derelínquis quæréntes te, Dómine, [Tu sei l’aiuto opportuno nel tempo della tribolazione: abbiano fiducia in Te tutti quelli che Ti conoscono, perché non abbandoni quelli che Ti cercano, o Signore]

Quóniam non in finem oblívio erit páuperis: patiéntia páuperum non períbit in ætérnum: exsúrge, Dómine, non præváleat homo. [Poiché non sarà dimenticato per sempre il povero: la pazienza dei miseri non sarà vana in eterno: lévati, o Signore, non prevalga l’uomo.]

Tractus

Ps CXXIX:1-4

De profúndis clamávi ad te, Dómine: Dómine, exáudi vocem meam. [Dal profondo ti invoco, o Signore: Signore, esaudisci la mia voce.]

Fiant aures tuæ intendéntes in oratiónem servi tui. [Siano intente le tue orecchie alla preghiera del tuo servo.]

Si iniquitátes observáveris, Dómine: Dómine, quis sustinébit? [Se baderai alle iniquità, o Signore: o Signore chi potrà sostenersi?]

Quia apud te propitiátio est, et propter legem tuam sustínui te, Dómine. [Ma in Te è clemenza, e per la tua legge ho confidato in Te, o Signore.]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum Matthæum.

[Matt XX: 1-16]

“In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis parábolam hanc: Simile est regnum coelórum hómini patrifamílias, qui éxiit primo mane condúcere operários in víneam suam. Conventióne autem facta cum operáriis ex denário diúrno, misit eos in víneam suam. Et egréssus circa horam tértiam, vidit álios stantes in foro otiósos, et dixit illis: Ite et vos in víneam meam, et quod justum fúerit, dabo vobis. Illi autem abiérunt. Iterum autem éxiit circa sextam et nonam horam: et fecit simíliter. Circa undécimam vero éxiit, et invénit álios stantes, et dicit illis: Quid hic statis tota die otiósi? Dicunt ei: Quia nemo nos condúxit. Dicit illis: Ite et vos in víneam meam. Cum sero autem factum esset, dicit dóminus víneæ procuratóri suo: Voca operários, et redde illis mercédem, incípiens a novíssimis usque ad primos. Cum veníssent ergo qui circa undécimam horam vénerant, accepérunt síngulos denários. Veniéntes autem et primi, arbitráti sunt, quod plus essent acceptúri: accepérunt autem et ipsi síngulos denários. Et accipiéntes murmurábant advérsus patremfamílias, dicéntes: Hi novíssimi una hora fecérunt et pares illos nobis fecísti, qui portávimus pondus diéi et æstus. At ille respóndens uni eórum, dixit: Amíce, non facio tibi injúriam: nonne ex denário convenísti mecum? Tolle quod tuum est, et vade: volo autem et huic novíssimo dare sicut et tibi. Aut non licet mihi, quod volo, fácere? an óculus tuus nequam est, quia ego bonus sum? Sic erunt novíssimi primi, et primi novíssimi. Multi enim sunt vocáti, pauci vero elécti.”

[In quel tempo: Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: Il regno dei cieli è simile a un padre di famiglia, il quale andò di gran mattino a fissare degli operai per la sua vigna. Avendo convenuto con gli operai un denaro al giorno, li mandò nella sua vigna. E uscito fuori circa all’ora terza, ne vide altri che se ne stavano in piazza oziosi, e disse loro: Andate anche voi nella mia vigna, e vi darò quel che sarà giusto. E anche quelli andarono. Uscì di nuovo circa all’ora sesta e all’ora nona e fece lo stesso. Circa all’ora undicesima uscì ancora, e ne trovò altri, e disse loro: Perché state qui tutto il giorno in ozio? Quelli risposero: Perché nessuno ci ha presi. Ed egli disse loro: Andate anche voi nella mia vigna. Venuta la sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: Chiama gli operai e paga ad essi la mercede, cominciando dagli ultimi fino ai primi. Venuti dunque quelli che erano andati circa all’undicesima ora, ricevettero un denaro per ciascuno. Venuti poi i primi, pensarono di ricevere di più: ma ebbero anch’essi un denaro per uno. E ricevutolo, mormoravano contro il padre di famiglia, dicendo: Questi ultimi hanno lavorato un’ora e li hai eguagliati a noi che abbiamo portato il peso della giornata e del caldo. Ma egli rispose ad uno di loro, e disse: Amico, non ti faccio ingiustizia, non ti sei accordato con me per un denaro? Prendi quel che ti spetta e vattene: voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te. Non posso dunque fare come voglio? o è cattivo il tuo occhio perché io son buono? Così saranno, ultimi i primi, e primi gli ultimi. Molti infatti saranno i chiamati, ma pochi gli eletti.]

OMELIA II

Sopra la salute.

[Mons. J. Billot; Discorsi Parrocchiali – Cioffi ed. Napoli, 1840]

Ite et vos in vineam meam”. Matth. XX.

Il regno dei cieli, dice Gesù Cristo nell’odierno Vangelo, è simile a un padre di famiglia che uscì di buon mattino per condurre operai che lavorassero alla sua vigna. Allorché ebbe convenuto con i medesimi il prezzo d’un danaro d’argento per giorno, gl’inviò alla sua vigna. Essendo uscito all’ora terza ne vide altri sulla piazza che nulla facevano: andate anche voi, loro disse, a impiegar le opere vostre nella mia vigna, e vi darò quanto sarà giusto: Ite et vos in vineam meam, et quod iustum fuerit dabo vobis: Usci ancora alla sesta, alla nona e finalmente all’undecima ora; ed avendo ritrovato altri operai, perché state qui, disse loro, tutto il giorno in ozio? Quid hic statis tota die otiosi? Andate voi altresì a travagliare alla mia vigna: ite et vos in vineam meam. Finita la giornata, fece radunare gli operai per pagare a ciascuno il prezzo con essi pattuito; tutti ricevettero egualmente un danaro, benché non avessero lavorato sì lungo tempo gli uni che gli altri, il che eccitò tra di essi un qualche mormorio; in quel punto il padre di famiglia fece loro osservare che non faceva torto ad alcuno, dando a tutti quello che aveva loro promesso. Così è, conchiuse Gesù Cristo: gli ultimi saranno i primi, e i primi saranno gli ultimi, mentre molti sono chiamati e pochi sono eletti. – Questa vigna, fratelli miei, che fa il soggetto della parabola, è la figura della nostra anima, alla cui salute dobbiamo noi lavorare con premura e senza interruzione. È un fondo che dobbiamo coltivare da che siamo giunti all’uso di ragione, sino all’ultimo momento di nostra vita, e questo ha voluto insegnarci Gesù Cristo con le diverse ore in cui il padre di famiglia inviò degli operai nella sua vigna. Finalmente il danaro che fu dato per ricompensa agli operai alla fine della loro giornata ci rappresenta la gloria eterna che ci è promessa al fine di nostra vita, la quale non è che un giorno in paragone dell’eternità, Bisognerà dunque, fratelli miei, se noi vogliamo meritare questa ricompensa, coltivare questa vigna che Dio ci ha confidata; cioè, travagliare alla salute della nostr’anima. Egli la chiama la sua vigna, perché gli appartiene per un’infinità di titoli, per quello della creazione e della redenzione. Egli l’ha piantata , egli l’ha comprata al prezzo del sangue di suo Figliuolo. Questa vigna a noi anche appartiene, perché siamo noi che dobbiamo trarne il profitto e darle per conseguenza tutte le nostre cure. Ma oimè! quanti Cristiani negligenti che abbandonano questa vigna come una terra incolta, ai quali si può fare lo stesso rimprovero che il padre di famiglia faceva a quegli operai oziosi: perché state qui tutto il giorno senza lavorare? Quid hic statis tota die otiosi? Avidi, premurosi per tutto ciò che riguarda il loro corpo, dimenticano interamente la salute della loro anima. Questo male proviene senza dubbio da ciò che non fanno sufficiente attenzione all’importanza di questo affare; il che m’impegna a parlarvene in quest’oggi, e a proporvi le due seguenti riflessioni: nulla avvi di più importante che la salute, primo punto. Nulla con tutto ciò di più trascurato che la salute, secondo punto.

I.° Punto. Nulla di più comune tra gli uomini che udire da alcuni che niente hanno a fare, e da altri che hanno troppo a fare. I primi sono persone oziose che non sanno in che occuparsi, che passano i loro giorni nella mollezza e nel riposo, che non pensano più al cielo, come se non ne fosse alcuno. Gli altri sono uomini intrigati in mille affari stranieri, da cui sono talmente occupati, che dimenticano interamente il loro proprio affare, che è quello della salute. Gli uni e gli altri sono in un error deplorabile, da cui convien cavarli in quest’oggi, facendo loro conoscere l’importanza della salute. Voi dunque v’ingannate, voi che dite di non aver cosa alcuna a fare, poiché avete un affare importante in cui dovete necessariamente affaticarvi, ed è la vostra salute; necessarium. Voi anche v’ingannate, voi che dite aver troppi affari, poiché non ne avete che uno, il quale meriti la vostra attenzione, ed è la vostra salute: unum necessarium ( Luc. X). In due parole, la salute è il nostro importante affare poiché nella salute consiste tutto l’uomo, come dice il Savio: Hoc est enim omnis homo (Eccl. XII). La salute è il nostro unico affare, poiché senza di essa, tutto l’uomo è un nulla, conchiude s. Bernardo: Ego absque hoc nihil est omnis homo. Un affare che ha meritato la stima di Dio e la cui riuscita deve fare la felicità eterna dell’uomo, che ve ne pare, fratelli miei? non è egli un affare molto importante? Tale è quello della salute: sia che si consideri dalla parte di Dio, sia che si rimiri dalla parte dell’uomo, tutto cospira a farci sentire la sua somma importanza. Per qual fine Dio vi ha creati e messi al mondo? vi si chiede ne’ primi elementi della dottrina cristiana. Forse per far fortuna, per ammassar beni, giunger agli onori, goder dei piaceri della vita! La vostra Religione non vi permette di pensar in tal modo. Ella vi insegna al contrario, questa santa refezione, che Dio vi ha cavati dal nulla, per conoscerlo, amarlo e servirlo, e per questo mezzo meritare una felicità eterna! Si, fratelli miei, voi non siete sulla terra che per guadagnar il cielo: infatti Dio, che nulla può fare che per la sua gloria, non ha potuto crearvi che per glorificarlo; voi dovete dunque servirlo come vostro Creatore e vostro supremo Signore. Ma siccome è un padrone infinitamente liberale, non ha Egli voluto lasciare i vostri servizi senza ricompensa: vi ha promesso per mercede una felicità eterna. Tali sono i disegni che Dio ha avuti su di voi sin dall’eternità. – Siccome la sua gloria è stata sin dall’eternità l’oggetto delle sue mire, dei suoi decreti, convien dire altresì che dall’eternità Egli ha pensato a voi e alla vostra felicità, ed ha avuto a cuore la vostra salute; creandovi, non vi ha confidato altri pensieri che quello della salute; si è per facilitarvi La riuscita in questo grande affare che vi ha dati tutti gli aiuti che vi erano nell’ordine della natura ed in quello della grazia. Si è per questo motivo che vi ha dato un anima ragionevole formata a sua immagine e somiglianza, capace di conoscerlo e di amarlo; che Egli ha unito quest’anima ad un corpo sì ben composto, di cui tutti i sentimenti e i membri servir debbono a glorificar Dio e a santificar voi medesimi. Per questo stesso fine Egli ha sottoposto al vostro uso tutte le creature, come tanti mezzi, che possono condurvi alla somma felicità. Di modo che la creazione dell’universo, il bell’ordine che si vede regnare in tutte le sue parti, la cura continua che Dio prende di conservarlo, tutti i vantaggi che l’uomo ne può ritrarre, tutto si riferisce alla salute dell’uomo, tutto è destinato a questo fine: omnia propter electos. – Ma se dall’ordine della natura noi passiamo a quello della grazia, quante prove vi troviamo della stima che Dio ha fatto di nostra salute? La nostra anima era perduta per lo peccato, che, sfigurandola, l’aveva resa schiava del demonio; spogliata del diritto che aveva alla celeste eredità, era ella divenuta la vittima delle vendette eterne, era una vigna incolta diventata preda delle bestie feroci: singularis fera depasta est eam. – Che ha fatto il Signore per ristabilirla nel suo primiero stato? Egli ha inviato non uno dei suoi profeti, né anche uno dei principi della sua corte, ma il suo proprio Figliuolo, l’oggetto delle sue compiacenze eterne, per rivestirsi d’una carne mortale, per caricarsi delle nostre infermità e guarircene: misit Deus filium suum in mundum, ut salvaretur mundus per ipsum (Jo III.) Per salvare quest’anima quel Figliuolo adorabile, ubbidiente ai voleri del Padre suo, è disceso sulla terra; per la nostra salute si è umiliato, si è annientato: propter nostrum salutem descendit de cœlis. Per salvare la nostr’anima Egli è nato in un presepio, ha vissuto nella povertà, ha abbandonato il suo corpo ai rigori delle stagioni, ha durato la fame e la sete, ha sofferto ogni sorta di disprezzo e di dolore, ha sudato sangue ed acqua, si è abbandonato al furore dei Giudei e dei gentili .. è stato flagellato e messo a morte su d’una croce: venit ille pati, venit ille mori, hæc ille potuit. Ecco ciò che il Figliuolo di Dio ha fatto per la salute della nostr’anima, per ristabilire questa vigna desolata. Comprendete adesso, fratelli miei, la stima che Dio ha fatto di vostra salute? Quest’opera gli ha costato più che la creazione del mondo intero; mentre per creare il mondo bastò una sola parola, ma per salvarvi è stato necessario che un Dio si umiliasse, si annientasse, divenisse ubbidiente sino alla morte della croce. Tale è – dice s. Agostino – il prezzo che voi valete: Tanti vales. Ah! quanto è egli grande questo prezzo! Quanto è degno di vostra attenzione! Si è il sangue e la vita di un Dio che ha stimato la vostr’anima, per cosi dire, quanto se stesso: empii estis pretio magno (1 Cor. VI). Che cosa ha potuto Egli fare per questa vigna che non abbia fatto, e che cosa non fa ancora per farle portar frutto? Egli fa cadere su di essa le rugiade della sua grazia, gliene apre le sorgenti nei sacramenti che ha istituiti, invia tutti i giorni i suoi operai per faticarvi colle istruzioni che vi danno la scienza della salute e con le esortazioni che vi animano alla pratica delle virtù. Ah! vedete quanto Dio ha fatto e quanto fa ancora per salvarci? Non si direbbe forse che la sua felicità dipende dalla nostra salute? Con tutto ciò qual interesse ne ricava, giacché Egli basta a se stesso, e quand’anche tutti gli uomini perissero, Ei non sarebbe meno felice: Egli ci ha voluto far vedere la stima che faceva di nostra salute e la stima che ne dobbiamo far noi medesimi pel grande interesse che vi abbiamo, poiché di niente meno si tratta in questa salute che della nostra eterna felicità: e che cosa può esservi più importante per noi? Quando vediamo le persone del secolo affaccendarsi per loro affari temporali, giudichiamo che quelli sono affari di conseguenza, o per lo meno che li credono tali. Ci va, dicono, dell’onore, della fortuna, dello stabilimento di una famiglia; nulla dunque bisogna risparmiare per riuscirvi. Ah! se i figliuoli della luce fossero si prudenti per l’affare della eternità, come sono i figliuoli del secolo per gli affari del tempo, che non farebbero essi per la loro salute, dove si tratta di un bene infinitamente superiore a tutte le fortune del mondo? Di che si tratta dunque in questo affare? Forse di qualche profitto temporale? Di qualche stabilimento vantaggioso secondo il mondo? Di vincer una lite considerabile? Di conservare i beni, l’onore ed anche la sua vita? Ah! fratelli miei, tutto questo è un nulla in confronto della salute. Si tratta qui di procurarsi una felicità eterna, cioè una felicità che sorpassa tutto ciò che il mondo può offrirci di più grande ne’ suoi onori, di più esteso nei suoi beni, di più seducente nei suoi piaceri, di più dilettevole nei suoi giuochi, di più giocondo nel suo commercio; si tratta d’una felicità che racchiude beni che occhio non ha veduti, orecchio non ha intesi, né lo spirito dell’uomo può comprendere, dice l’Apostolo; in un parola, si tratta del possesso di un bene infinito che è Dio medesimo: ecco quel che vale la salute, ed ecco quel che noi perderemo se non ci salviamo. Questo non è ancora tutto per farci comprendere l’importanza della salute; v’è di più, che, se noi perdiamo il sommo bene, dobbiamo aspettarci un sommo male, cioè mali che sorpassano quanto si può soffrire quaggiù di più doloroso; mali, dico, eccessivi nel loro rigore ed eterni nella loro durata. Ecco la terribile alternativa che riguarda la salute: essere eternamente beato o eternamente infelice; non si dà mezzo. Durante la vita noi camminiamo tra le due eternità di bene o di male; ma dopo la morte l’una o l’altra sarà la nostra porzione, il cielo o l’inferno; bisogna necessariamente determinarsi all’uno o all’altro. Ecco, fratelli miei, di che si tratta nell’affare della salute; bisogna tutto perdere o tutto guadagnare; si tratta della nostr’anima, si tratta di voi medesimi, se voi perdete quest’anima, perdete tutto e per sempre: periisse semel æternum est. Che ne pensate voi? La salute non è desso una affare molto importante? Importante nella stima di Dio che ha fatto tanto per salvarci; importante al giudizio dei Santi, che non credono mai far troppo per guadagnar il cielo: importante in sé stessa, poiché si tratta di tutto perdere o di tutto guadagnare. Non basta ancora il sin qui detto: sì, la salute è un affare non solamente importante, ma necessario necessarium; ma il solo necessario, senza cui l’uomo è nulla unum necessarium. Non è già, fratelli miei, dell’affare della salute come degli altri affari di che si occupa la vita degli uomini. Questi, a propriamente parlare, sono affari stranieri, da cui possiamo astenerci, ed il cui buon esito non è sempre per chi ne è incaricato. Per riuscire negli affari del mondo, possiamo riposarci sull’altrui soccorso. Ma la cosa sta affatto diversamente nell’affare della salute. Egli è un affare personale, il cui buon esito è per noi soli, e da noi soli dipende; egli è dunque il nostro unico affare: unum necessarium. Sì, fratelli miei, possiamo privarci dei beni, degli onori, della scienza ed anche della sanità, che è il primo dei beni nell’ordine della natura, perché niente di tutto ciò ci è necessario per esser felici. Ma il nostro sommo Bene è unito alla salute, è il solo Bene che ci resta dopo la morte; benché fossimo riusciti in tutti gli affari del mondo, se abbiamo mancato in quello della salute, non abbiamo fatto cosa alcuna benché avessimo possedute tutte le ricchezze della terra, tutti gli imperi del mondo e fossimo stati innalzati ai più grandi onori, benché avessimo gustati tutti i piaceri de’ sensi, se la morte ci sorprende nel peccato, noi siamo i più miseri degli uomini. A che ci serviranno nell’inferno le nostre ricchezze, i nostri onori, i nostri piaceri? A che ci servirà – dice il Salvatore – aver guadagnato tutto il mondo: se abbiamo perduto la nostr’anima ? Quid prodest homini si mundum universum lucretur, animæ vero suæ detrimentum patiatur Matth. XVII)? Nulla porteremo con noi dopo questa vita: lasceremo tutti i beni di fortuna che avremo posseduti sulla terra, se noi abbiamo perduto la nostra anima! Lo ripeto, né saprei dirlo troppo, noi abbiamo perduto tutto, noi non ci potremo risarcire giammai di questa perdita: Quam dabit homo commutationem pro anima sua! – Interrogate su di ciò quei fortunati del secolo che altre fiate han fatto tanto strepito e la cui memoria fu sepolta con loro nella medesima tomba: interrogate su di ciò quei ricchi avari che hanno vissuto altre volte nell’abbondanza e nella prosperità, e di cui non resta oggi che un sepolcro, interrogate su di ciò quegli infami voluttuosi che altre volte passarono i loro giorni nei divertimenti e nei piaceri del mondo, e sono presentemente nell’inferno. – Oimè, fratelli miei, che le loro risposte dal mezzo di quelle fiamme ardenti sono piene di eloquenza e d’istruzioni! A che ci servono, dicono essi nell’amarezza dei loro cuori, i beni che abbiamo posseduti, quegli onori, quei piaceri dove abbiamo riposta la nostra felicità? Sono passati come una ombra e come un sogno, di cui non ci rimane che una trista rimembranza: Quid nobis profuit superbia aut divitiarum iactantia quid contulit nobis? Non sarebbe molto meglio essere stati oppressi dalle miserie sulla terra, ed essere adesso felici nel cielo, che avere gustata una felicità passeggera, la quale fu poi seguita da una miseria eterna? Voi udite qualche volta parlare, fratelli miei di quei famosi conquistatori che han fatto rimbombare la terra con lo strepito delle loro armi, che hanno guadagnate battaglie, prese d’assalto città, sottomesse provincie e regni interi al loro dominio; ma a che servono loro tutte le conquiste, se non hanno conquistato il regno de’ cieli? Quid prodest? Noi ammiriamo le opere di quei saggi dell’antichità che si sono acquistata col loro sapere una specie d’immortalità, ma a che serve loro questa riputazione? Le lodi che loro si danno dove non sono possono esse raddolcir le pene che soffrono nel luogo che abitano al presente? Quid prodest? A che servirà a voi medesimi avere avuto un impiego onorifico, avere maneggiati gli affari di cui siete incaricati, se avete mancato a quello che unicamente vi riguarda? Quid prodest? A che servirà essere riusciti nel commercio, avere stabiliti vantaggiosamente i figliuoli con la industria e col lavoro, aver loro costruite abitazioni comode, se non avete lavorato a fabbricarvi una dimora nella casa del celeste Padre? Quid prodest? Al contrario, quando anche voi veniste meno a tutti gli altri affari, sebbene perdeste tutti i vostri beni per sinistri accidenti, foste ben anche ridotti all’estrema miseria, abbandonati, dispregiati, perseguitati dagli uomini, senz’appoggio, senza amici, senza credito, consolatevi; se salvate l’anima, se guadagnate il cielo, voi avete tutto guadagnato, voi non avete bisogno di cosa R72alcuna; la vostra fortuna è fatta per tutta l’eternità. – La sorte del povero Lazzaro, che dal seno della miseria ove aveva passata la vita fu trasportato nel seno d’Abramo, non si deve forse preferire a quella del ricco Epulone che dal centro delle delizie e dei beni fu precipitato nel profondo dell’inferno ? Lazzaro vorrebbe egli essere stato il malvagio ricco? o piuttosto il malvagio ricco non vorrebbe egli essere stato il povero Lazaro? Pensate, pensate dunque a voi,+ prima che pensare agli altri: la salute è il vostro unico affare, voi solo ne avrete tutto il vantaggio. Negli affari del mondo può farsi società con un altro per dividerne la perdita o il profitto; ma nella salute non v’è società, non v’è divisione alcuna; ciascuno porterà la sua soma, dice l’Apostolo, ciascheduno riceverà il premio del bene o il castigo del male che avrà commesso: Referet unusquisque prò ut gessit, sive bonum, sive malum (2 Cor. V). Voi raccoglierete ciò che avrete seminato; se avete seminato nelle benedizioni, i frutti saranno per voi soli; se seminato avete nella iniquità, voi soli ne porterete la pena. Per voi soli dunque travagliatevi intorno all’affare della salute, perché voi soli ne avrete tutta la perdita o il profitto; e perciò ha voluto Iddio che l’evento non dipendesse che da voi soli. Per riuscire negli affari temporali può taluno riposarsi sull’industria e sulla fatica altrui. Un uomo che ha una lite a sbrigare ne confida il successo ai lumi di un esperto giureconsulto. Si può con mani straniere coltivar una vigna, raccogliere un’eredità, fabbricar una casa; ma per riuscire nella salute, convien mettere mano all’opera: ella è una vigna che bisogna coltivare da noi stessi, perché il frutto è per noi soli; invano gli altri operai vi lavorerebbero, se noi ce ne stessimo oziosi invece di sradicare i triboli e le spine, che sono i nostri peccati, le nostre inclinazioni perverse; se noi medesimi non scaviamo, per così dire, la terra dei nostri cuori per piantarvi i semi di virtù che debbono produrre frutti per l’eternità, a nulla ci servirà il lavoro degli altri. Che un predicatore zelante ci annunzi le verità del Vangelo con forza e veemenza, che un direttore prudente ed illuminato ci dia avvisi pieni di saviezza, la nostra salute non ne sarà più avanzata, se manchiamo di fedeltà a praticare ciò che essi c’insegnano. Indarno i giusti che sono sulla terra, i santi che sono nel cielo, pregherebbero per noi, offrirebbero a Dio per noi il frutto della laro penitenza, dei loro travagli, delle loro buone opere: indarno si offrirebbe per noi in tutti i luoghi del mondo la preziosa Vittima della salute, noi non saremo giammai salvi se non preghiamo noi medesimi, se non operiamo, se non facciamo penitenza, se non ci assicuriamo la nostra predestinazione con le nostre buone opere. Lo stesso Dio, benché onnipotente, il quale ha potuto crearci senza di noi, non ci salverà giammai senza di noi, dice s. Agostino: Qui creavit te sine te, non salvabit te sine te. Così ha Egli regolata l’economia della nostra salute; l’evento ne dipende in qualche modo tanto da noi che da Lui: la sua grazia ci è necessaria, essa non ci manca; ma avessimo pure le grazie più abbondanti che sono state date ai più gran Santi, queste grazie non ci salveranno giammai senza la nostra cooperazione. – La salute, in una parola, è nostro unico affare; ella deve altresì essere opera nostra: salutem vestram operameni. Con tutto ciò, lo credereste? benché importante sia l’affare della salute, benché sia l’unico necessario, egli è l’affare più trascurato; secondo punto.

II. Punto. Si chiama affare negletto quello cui niente affatto si pensa, cui neppur pensar si vuole, cui non si fatica che in una maniera imperfetta, o finalmente che si differisce agli estremi; così operano gli uomini a riguardo della salute; la loro condotta ne fa la prova. Chi sono coloro infatti che pensano seriamente alla loro salute? Non avvene quasi alcuno, dice il profeta, che vi faccia serie riflessioni: nullus est qui recogitet corde (Jer. XII). Io non parlo solamente di quegli uomini scioperati, la cui occupazione tutta è di nulla fare, che passano le giornate intere in frivoli trattenimenti, in render visite, in impacciar novelle ed in mille altre bagattelle in cui cercano di sollazzarsi; si direbbe che il tempo è loro a carico: parlo anche di quelli che sembrano i più occupati. Ora, chi sono tra questi color che pensano seriamente alla salute? Egli è forse quell’uomo ambizioso che non s’occupa che dei mezzi d’innalzarsi e di pervenire ad un posto che lusinga la sua ambizione, che passa i suoi giorni ad adoprarsi per ottenere ombre d’onore, onde impazzisce? Egli è forse quel l’uomo pubblico incaricato di mille affari stranieri, che assorbiscono talmente il suo tempo da non lasciarsi neppure quello del riposo? che, sempre fuori di se stesso, non vi rientra giammai per pensare al grande affare che merita tutta la sua attenzione? Chi è che pensa alla sua salute? É forse quell’uomo avido dei beni, il quale non bada che ad ammassar ricchezze, a fare acquisti, a fabbricar case, a far guadagni, e che per riuscire nei suoi disegni si abbandona agli imbarazzi di una vita tumultuosa, che noi lasciano giammai pensare a se stesso? Nullus est qui recogitet. Chi è che pensa alla sua salute? È forse quell’uomo di lavoro, quell’artigiano, che, continuamente piegato verso la terra, pensa solo a trarne il frutto per aver di che sussistere, ma non innalza giammai gli occhi verso il cielo per trarre sopra di sé la rugiada e per ottenerne quel pane che nutrisce l’anima e che conduce alla vita eterna? Nullus est qui recogitet. Chi è, ripeto, che pensa alla sua salute? Forse quegli uomini di piaceri che solo cercano di accontentare le loro passioni e di soddisfare i loro sensi, i cui momenti non sono variati che da una diversità di sollazzi che si succedono gli uni agli altri? Ah! ben lungi dal pensare alla loro salute, la sacrificano a divertimenti peccaminosi, all’intemperanza, alla libidine, a commerci infami, alla crapula e a mille altri eccessi cui le passioni li strascinano. Dicono essi come gli empi di cui si fa menzione nelle Scritture: profittiamo del tempo presente, gustiamo i piaceri della vita, noi faremo domani come quest’oggi e continueremo sempre nello stesso modo; poco c’importa qualunque cosa ne accada in appresso. Nullus est qui recogitet corde. – Oh figliuoli degli uomini! posso qui esclamare col profeta, e fin a quando, col cuore aggravato verso la terra, cercherete voi la vanità e la menzogna? Non penserete mai al fine per cui Dio vi ha creati? Egli vi ha dato un’anima ragionevole per conoscerlo ed amarlo e meritare con questo mezzo una felicità eterna, Egli si è occupato fin dall’eternità della salute di quest’anima; e voi non ve ne siete ancor occupati forse un solo giorno di vostra vita. Egli ha stimato quest’anima sino al segno di sacrificare la sua vita per salvarla. Quale stima ne fate voi medesimi? Voi la sacrificate ad un sozzo piacere, ad un vile interesse, cui non volete rinunziare. Che fate voi dunque in questo mondo? Per qual fine vi siete venuti? Se voi trascurate così il vostro principale interesse, se mettete in dimenticanza un affare in cui si tratta di tutto perdere o di tutto guadagnare, non sarebbe stato meglio per voi rimanere nel nulla che esser venuti nel mondo per perdervi edannarvi ? Voi vi prendete mille fastidi per oggetti che non vi appartengono, turbaris erga plurima (Luc.X); edimenticate voi medesimi quell’unico necessario che vi riguarda personalmente, porro unum necessarium Voi nulla risparmiate per dare ai vostri corpi tutte le soddisfazioni che vi domandano, e abbandonate la vostr’anima come se ella vi fosse straniera; la trattate come se fosse il vostro più crudele nemico, nel mentre che quest’anima è la parte più nobile di voi medesimi ed è destinata a godere le delizie eterne, le quali non dipende che da voi il procurargliele. Dov’è la vostra fede? Dov’è la vostra ragione? Se almeno queste riflessioni facessero qualche impressione sulle vostri menti, vi sarebbe qualche speranza per voi; ma i più le rigettano come pensieri importuni che gl’inquietano, che li molestano nei godimenti dei loro piaceri, vale a dire, vanno ben lungi dal pensare alla loro salute. – Quindi quell’allontanamento, quell’avversione per tutti i mezzi che contribuir possono alla santificazione; l’orazione, i sacramenti, la parola di Dio, la compagnia delle persone dabbene. Svogliatezza dell’orazione, sì necessaria per ottenere le grazie della salute, di cui non fanno quasi mai alcun uso o che fanno in fretta e senza attenzione. Avversione ai Sacramenti, che sono sorgenti di salute, ma cui non s’accostano che raramente e che non riceverebbero neppure nel tempo dalla Chiesa prescritto, se essa non ve li sforzasse coi suoi anatemi. Svogliatezza della parola di Dio, in cui si apprende la scienza della salute, ma che non vogliono ascoltare od ascoltano solo con noia e senza profitto; e perciò si assentano così spesso dai divini uffizi e dispregiano quelle adunanze di pietà in cui si trovano tanti mezzi di salute, sia nei pii trattenimenti che vi si danno, sia nelle sante letture, nelle preghiere che vi si fanno in comune, nelle grazie abbondanti che vi si conferiscono. Ed è per questa stessa ragione che sfuggono la compagnia delle persone dabbene, le quali con le conferenze, con i buoni esempi mostrerebbero loro la via della salute; ma temono di trovare in esse dei censori della loro condotta; e perciò preferiscono la compagnia dei loro simili, che li autorizzano nei loro disordini: quindi ancora quei rigiri di cui si servono per far cadere il discorso su tutt’altra materia che quella della salute, e per allontanare un buon avviso che li farebbe rientrar in sé medesimi e li renderebbe fedeli ai loro doveri. Quindi quelle scuse che allegano per dispensarsi da alcuni giorni di ritiro che loro si propongono, dove, disimpegnati dalle cure degli affari temporali, avrebbero tutto il tempo di pensare a quello dell’eternità. Abbiamo, dicono essi, altri affari che ci occupano e che ci importa di terminare. A lor parere, questi giorni di salute sono unicamente per quelli che nulla hanno a fare. – In una parola, tutto ciò che riguarda la salute, è per loro insipido e li disgusta a segno di non volere neppur sentirne parlare. Ma si divaghino quanto vogliono su di un punto sì importante; per poco che loro rimanga di fede, negar non possono che la salute è di una conseguenza infinita; non potranno giammai acquetarsi sul giusto timore in cui sempre saranno di mancare in questo affare: felici loro, se, fedeli alle impressioni della grazia, usassero i mezzi per assicurarne l’evento! Ma ciò che prova ancora quanto sia trascurata la salute si è, che quei medesimi che vi pensano non vi si adoperano che in una maniera imperfetta. No, fratelli miei, non si perde interamente di vista la salute; ben pochi ve ne sono, anche tra i libertini, che non pensino qualche volta che hanno un’anima da salvare e che non vogliano ancor essi andar salvi. Ma si contentano di palesarlo e di volerlo, senza prendere le misure efficaci per venirne a capo: pensano alla loro salute, vogliono esser salvi; ma far non vogliono ciò che è prescritto dalla legge di Dio, non vogliono seguire la strada che conduce alla salute. Qual è questa strada? Ella è segnata nel Vangelo: rinunziar a se stesso, mortificare le sue passioni, portar la sua croce, soffrire pazientemente tutte le avversità della vita; ecco in poche parole la strada del cielo. Viver vogliono a modo loro, nulla ricusarsi di tutto ciò che lusinga le passioni, nulla soffrire, e con questo vogliono esser salvi? Abuso, illusione! voler il fine e non voler i mezzi egli è non volere cosa alcuna. Direte voi che un infermo vuol risanarsi e ricuperare la sanità, se prender non vuole i rimedi necessari? Direte voi che altri vincer vuole una lite quando non fa alcun passo per consultare, per sollecitare il suo affare? Diciamo dunque che voler esser salvo e rimanersene nell’inazione, è trascurare, è non volere la sua salute. – Converrò ancora che ve ne ha molti che si adoperano alcun che, che fanno qualche sforzo per essere salvi. Fanno orazioni, limosine, frequentano Sacramenti, assistono ai divini uffizi, si fanno ascrivere a qualche confraternita, danno segni di Religione; ma sotto queste belle apparenze conservano un secreto attaccamento per l’oggetto di una rea passione, ritengono la roba altrui, non vogliono perdonare ad un inimico; ed è questo voler efficacemente esser salvo? No, senza dubbio; non basta per questo osservare alcuni comandamenti, bisogna osservarli tutti: la trasgressione di un solo basta per mandar fallito l’affare della salute; una sola passione accarezzata può impedirci di giungere al porto. Or chi è colui che non si lascia predominare da qualche passione? Chi è colui che fa tutte le violenze necessarie per domarle, per osservare tutti i comandamenti, per seguitare tutte le massime del Vangelo? Ah! quanto pochi vi ha che possano rendersi questa testimonianza? Prova certissima che la salute è molto trascurata. Ciò che prova finalmente la negligenza degli uomini su questo punto, si è che la maggior parte rimettono l’affare della salute all’ultima estremità. Vogliono bensì faticare efficacemente alla loro salute, ma sono troppo carichi d’affari per pensarvi; bisogna, dicono essi, avere la mente affatto libera da ogni altro affare: bisogna dunque aspettare che questa lite sia finita, che questa fabbrica sia condotta a termine, che questi figliuoli siano stabiliti: dopo di che noi penseremo seriamente alla nostra salute, noi metteremo tra la vita e la morte un intervallo che non sarà impiegato che in questo grand’affare. Per esser salvo, bisogna fare restituzioni, bisogna pagare i debiti; ma le restituzioni al presente incomoderebbero e sconcerterebbero gli affari; si vuol godere della roba ingiustamente acquistata e dopo averne goduto durante la vita si spera di restituirla alla morte. Ora spessoaccade che la morte non ne dà il tempo, e si muore senz’aver riparate le empie ingiustizie. Per esser salvo, bisogna convertirsi, bisogna cangiar di vita; ma quanti vi ha che differiscono la loro conversione alla morte e si nutriscono delia lusinghiera speranza d’esser sempre a tempo? Così gli uomini pretendono disporre a loro genio di un tempo che è già sì breve e che Dio non ha dato loro che per faticare alla loro salute. Aspettano che il fuoco della passioni sia estinto per dare a Dio i miserabili avanzi di una vita passata nell’iniquità. Ma quanti restano delusi nella loro speranza! Dio punisce la loro negligenza con la sottrazione del tempo e delle grazie di cui non hanno voluto profittare. – Ascoltate dunque, fratelli miei che vi dice a questo proposito s. Agostino nella bella omelia che ha fatto su questo Vangelo. Allorché il padre di famiglia andò a cercare operai per lavorare alla sua vigna, quelli che chiamò all’ora terza, non gli dissero d’aspettare che anderebbero alla sesta, né quei della sesta alla nona, né quei della nona all’undecima, sotto pretesto che avrebbero tutti la stessa mercede; ma andarono in quell’ora che furono chiamati. Non convien dunque credere, dice s. Agostino, che se voi siete chiamati nella gioventù per faticare alla vostra salute, voi possiate differire ad età più avanzata, sulla speranza di avere la medesima ricompensa. Dio, che vi ha promesso la mercede all’ora che verrete, non vi ha promesso d’aspettarvi al tempo che voi vorreste; bisogna dunque andare alla vigna quando siete chiamati. Bisogna coltivare questa vigna in ogni tempo, vale a dire, l’affare della salute non è l’affare di un sol giorno di un anno, egli richiede tutto il tempo della vita. Questa vigna è diversa da quelle che si coltivano sulla terra, che lasciano un tempo di riposo: questa non ne soffre alcuno; non è che dopo la morte e nell’eternità che se ne può sperare, sia per avervi posto le sue cure dalla prima ora, cioè dalla gioventù, che nell’undecima, cioè in una età avanzata; né la speranza di faticarvi in una età avanzata può esentare dall’impiegarvi il tempo della gioventù. Quando uno ha trascurato la sua salute al principio della vita, può e deve riparare questo mancamento negli altri tempi: avvertite dunque – conchiude s. Agostino – di non perdere con le vostre dilazioni la mercede che vi è promessa: Vide ne quod tibi illi daturus est promittendo, tu tibi auferas differendo. – Ah! fratelli miei, se voi non avete ancora pensato alla vostra salute, non differite di più a pensarvi e a metter mano all’opera. Ecco forse l’ora undecima: abbiate pietà della vostr’anima, poiché da voi soli dopo Dio dipende la sua perdita o la sua salute: miserere animæ tuæ.

Pratiche. Domandate sovente a voi medesimi, una volta al giorno per lo meno, principalmente la mattina dopo la vostra preghiera, per qual fine sono io in questo mondo? Ad quid venisti? Giacché finalmente io non ci sono per sempre; il tempo finirà e sarà seguito dall’eternità. Ma qual sarà per me quest’eternità? Sarà ella felice? Si è la mia condotta che ne deciderà. Se la passione per l’interesse o il piacere vi domanda la preferenza sulla legge di Dio, opponetele questo salutevole pensiero: io ho un’anima da salvare, e voglio a qualunque costo salvarla, volo salvare animam meam. Sia questo il vostro segno, il vostro motto di guerra in tutti i combattimenti che avrete a sostenere dalla parte del mondo, del demonio e della carne. Se, per aver quel bene, appagare quella passione, bisogna perdere l’anima, quest’anima (dovete voi dire) vale più che tutto quello; io voglio a qualunque costo salvarla. Tutto deve cedere alla salute, e la salute deve prevalere sopra tutto. Dovessi io ben perdere tutto quello che ho al mondo, dovessi passare la vita nella povertà, nella miseria, nelle afflizioni, poco m’importa, purché io sia salvo; i beni e i mali della vita mi diverranno indifferenti dacché io li paragonerò all’eternità quid hæc ad æternitatem? lo eviterò con diligenza tutto ciò che può essere un ostacolo alla mia salute, abbraccerò con allegrezza tutto ciò che può contribuire alla buona riuscita di questo grand’affare: penitenze, mortificazioni, virtù cristiane, voi sarete le mie più care delizie, poiché voi assicurate la mia salute eterna. Cosi sia.

ALTRO DISCORSO

PER LA DOMENICA DI SETTUAGESIMA

Sopra i mezzi della salute.

Quid hic statis tota die otiosi? (Matth.XX)

A quanti Cristiani, fratelli miei, si potrebbe fare lo stesso rimprovero che il padre di famiglia fa nel nostro Vangelo a quegli operai che trovò sfaccendati? Quid hic statis? Sono questi quei Cristiani pigri ed indolenti che passano tutta la loro vita nell’inazione sul più importante affare che abbiano al mondo, la loro salute. Del resto non è già che non siano occupatissimi in mille affari che riempiono tutto il loro tempo. No, non sono oziosi per le cose del mondo, e la vita inutile non è il vizio più comune che si può loro rimproverare. Si travagliano dalla mattina sino alla sera, gli uni per ammassar beni, gli altri per sollevarsi agli onori o procurarsi dei piaceri: ma la salute non ha luogo alcuno nelle loro occupazioni; dimenticano, trascurano questo affare, come se fosse di niuna conseguenza o non li riguardasse. Laonde si può loro dire ciò che il padre di famiglia diceva a quegli operai oziosi: Quid hic statis tota die otiosi? Ma donde viene, fratelli miei, questa biasimevole trascuratezza dei Cristiani a riguardo della loro salute? Due cagioni ordinarie io ne osservo: la pusillanimità e la presunzione. I timidi, che si rappresentano la salute più difficile che non è in realtà, sono disanimati dalle difficoltà che convien superare e nulla vogliono intraprendere per assicurarne la riuscita. I presuntuosi all’opposto, che riguardano la salute come un affare facile ed agevole, non fanno gli sforzi necessari per riuscirvi, e per mancanza di quella santa violenza che fare ci dobbiamo per arrivare al regno de’ cieli, non vi pervengono. Si tratta di disingannare gli uni e gli altri: ma a Dio non piaccia che, per incoraggiare i primi ed intimorire i secondi, noi rappresentiamo la strada della salute più larga o più stretta di quel che lo sia in realtà. Noi diremo dunque ai timidi che la salute non è si difficile come se l’immaginano; e ai presuntuosi, che vi sono più difficoltà che non credono. Da questo tiro due proposizioni, che divideranno questa istruzione. Bisogna faticare alla salute con confidenza: primo punto. Bisogna faticarvi con timore: secondo punto.

I. Punto. Una delle più pericolose illusioni di cui si serve il demonio per distogliere gli uomini dalla strada della salute è rappresentar loro questa strada per impraticabile. Troppo costa per salvarsi, dicono essi; non è possibile fare tutto ciò che il Vangelo prescrive per guadagnare il cielo, bisogna per questo vivere in un continuo fastidio, bisogna interdirsi ogni piacere, ogni società col mondo; gli affari in cui uno è occupato, le sollecitudini di uno stato in cui uno è impegnato, le compagnie che è obbligato di vedere, le occasioni continue di peccato cui è esposto, tutto ciò è incompatibile con l’idea di una vita regolata, che convien seguire per giungere al regno di Dio. Tali sono gli speciosi pretesti di cui si servono gli uomini per scusare la loro indolenza sull’affare della salute. Simili agli Israeliti, che temevano di entrare nella terra premessa, perché ivi si rappresentavano dei mostri che divoravano i suoi abitatori, questi vili Cristiani si figurano che la strada della salute sia ripiena d’ostacoli insuperabili: così disanimati non fanno alcuno sforzo, e non vogliono combattere per fare la conquista di questa terra promessa; sono spaventati dalla prima vista del sentiero che ve li deve condurre, o se fanno qualche passo, la minima difficoltà li fa ritornare indietro. Chiunque voi siate che risolver non vi potete a sormontare la colpevole indolenza che avete per la vostra salute, mentre d’altra parte siete sì attivi per i beni della terra, sappiate che la strada che conduce a quel felice soggiorno non è sì difficile a trovare né sì penosa a calcare, come v’immaginate; che al contrario ella è molto piana e vi si trova grande facilità, sia dal canto di Dio che vi dà tutte le grazie necessarie alla salute, sia dal canto di voi medesimi che non avete che a cooperare alla grazia di salute che Dio vi dà. Tali sono i motivi che indurre vi debbono ad attendere alla vostra salute con confidenza. – Dio vuol salvare tutti gli uomini: Deus vult omnes homines salvos fieri. (1 Tim. 2), e non vuole la perdita di alcuno. Gesù Cristo è morto per la salute di tutti, dice l’apostolo s. Paolo: sono queste, fratelli miei, verità di fede sì chiaramente espresse nelle sante Scritture, sì conformi alla retta ragione che metterle in dubbio si è aver perduto la fede. Imperciocché il dire, come gli eretici hanno osato con orribile bestemmia, che Dio non vuol salvare che una parte degli uomini, da Lui scelti per la sua gloria, mentre destina gli altri ad una dannazione eterna senz’alcun demerito dal canto loro, qual idea potrebbe mai darne di un Dio infinitamente buono, infinitamente giusto, come quello che noi adoriamo? Non sarebbe forse farne piuttosto un tiranno crudele che punirebbe degli uomini senza averlo meritato? Lungi da noi, fratelli miei, sentimenti sì ingiuriosi alla divina bontà: sentite de Domino in bonitate ( Sap. XXI) . Egli nostro Padre comune, noi siamo tutti suoi figliuoli; non avvi alcuno sulla terra che non possa e non debba invocarlo sotto quest’amabile qualità e dirgli mille volte il giorno: Padre nostro che siete nei cieli, Pater noster qui es in cœlis. Or se Dio è nostro Padre, Egli ci ama come suoi figliuoli, e perciò non ci ha creati per perderci, ma per salvarci. Perché dunque avrebbe Egli inviato il suo Figliuolo sulla terra? Perché l’avrebbe abbandonato ai supplizi e alla morte della croce? Perché questo Figliuolo adorabile si sarebbe sacrificato Egli stesso sino a spargere l’ultima goccia del suo sangue, se non avesse voluto salvare tutti gli uomini? Questo Salvatore tutto bontà avrebbe egli inviato i suoi Apostoli a predicare il Vangelo a tutte le nazioni della terra, docete omnes gentes (Matth. XXVIII), se non avesse voluto applicare a tutti il frutto dei suoi meriti? – Non ragioniamo di più su d’una verità sì chiaramente rivelata dalla parte di un Dio, ma tiriamone le conseguenze capaci d’inspirarci confidenza per la salute. Se Dio vuol salvare tutti gli uomini, se Gesù Cristo è morto per la salute di tutti, bisogna dunque convenire che tutti gli uomini hanno le grazie necessarie per la salute, senza di che la volontà di Dio sarebbe una volontà sterile, la morte di Gesù Cristo sarebbe loro inutile. Non v’è alcun uomo, di qualunque nazione egli sia, che non possa sperare la salute; non v’è peccatore alcuno sì accecato, sì indurito che debba disperarne. In qualunque stato voi siate dunque, fratelli miei, qualunque motivo abbiate di temere per la vostra salute, non dipende che da voi l’assicurarne la riuscita: voi avete tutte le grazie necessarie per questo; voi le avete accora in più grande abbondanza che il restante degli uomini, che non hanno avuto, come voi, la sorte di nascere nel seno della Chiesa, dove trovate la sorgente delle grazie nei Sacramenti che Gesù Cristo ha istituiti per vostra santificazione, dove trovate molti aiuti, sia nelle istruzioni che ascoltate, sia nei buoni esempi che vedete, sia nelle sante società cui siete aggregati. Quanti vivi lumi che rischiarano la vostra mente! Quanti buoni impulsi che toccano ed infiammano i vostri cuori, sia per allontanarvi dal male, sia per portarvi al bene! Tali sono gli aiuti di salute che Dio vi dà in tutte le occasioni in cui ne avete bisogno; a voi tocca di corrispondervi. Dio ha fatto dal canto suo tutto ciò che necessario era per salvarvi; e salvi sareste sicuramente, se la vostra salute non dipendesse che da Lui solo  ma voi tocca di fare dal canto vostro ciò ch’Egli vi domanda; se voi non lo fate, a voi soli attribuire dovete la vostra perdizione. Ma finalmente che cosa convien fare per giungere al porto della salute? E forse un’opera superiore alle vostre forze? No, fratelli miei; Dio è troppo buono e troppo giusto per comandarvi qualche cosa d’impossibile. Egli vuole che voi siate salvi, ed in conseguenza vi ordina di adoperarvi a questo scopo. L’affare è dunque in vostro potere: è anche più facile riuscire in questo affare che in mille altri che si presentano nel mondo. Non è necessario di fare lunghi viaggi, di attraversar mari, di esporre la vita, come si fa spesso per una caduca fortuna: quantunque le ricompense che Dio vi promette siano infinitamente superiori a tutte le fortune della terra, quelle però costano molto meno che queste: si tratta principalmente di una buona volontà; per esser salvi, basta volerlo e volerlo sinceramente. Il regno di Dio è dentro di noi, come dice Gesù Cristo; noi ne siamo in qualche modo i padroni. Se Dio avesse confidato questo affare a qualchedun altro, noi avremmo potuto dolerci del cattivo successo; ma non potremmo lamentarci che di noi medesimi, se non vi riusciamo; perché il successo dipende da noi, e non vi sarà alcun reprobo nell’inferno che non conosca essere per colpa sua se è infelice. Ci possono rapire i nostri beni con ingiustizie, il nostro onore con calunnie, la nostra vita con attentati; ma nessuno può rapirci il bene più prezioso, che è la salute. Tutto il mondo, tutto l’inferno ancora collegato contro di noi non potrebbe venir a capo di perderci, se noi non lo vogliamo; la nostra anima è sempre nelle nostre mani: Anima mea in manibus meis semper (Psal. CXVIII). Laonde, fratelli miei, noi possiamo salvarci, se sincerissimamente lo vogliamo. – Ma che cosa è voler efficacemente questa salute, questa felicità eterna? È, in due parole, evitare gli ostacoli che possono impedircene l’entrata; è prendere tutti i mezzi che possono assicurarcene il possesso. Il peccato è il solo ostacolo alla salute; e l’osservanza dei comandamenti, dice Gesù Cristo, è la via sicura per entrare nella gloria. Fuggite dunque il peccato, osservate i comandamenti di Dio, e voi sarete sicuramente salvi. Or tutto questo non dipende forse dalla vostra volontà? Voi potete senza dubbio evitare ogni peccato che vi dannerebbe; poiché non può esservi peccato in cui la vostra volontà non abbia parte nessun ostacolo dunque alla salute, fuorché quelli che vi mettete voi medesimi. Infatti che cosa mai potrebbe impedire quest’opera? forse i cattivi esempi che vedete, le occasioni che trovate nel mondo corrotto? Ma non dipende da voi l’evitarle? Sarebbero forse gl’imbarazzi dello stato in cui siete impegnati? Ma voi non avete che a compiere fedelmente gli obblighi, e, senza lasciar il vostro stato, farete la vostra salute. Perciocché Dio, che vuol salvare tutti gli uomini, ha stabilito tutti sii stati della vita; vuole per conseguenza che ci salviamo in tutti, che ciascuno ne trovi i mezzi nel suo stato e certamente non vi sono stati dei santi in tutte gli stati? Fate quel che han fatto essi, e come essi vi santificherete. – Tutti gli uomini non possono coprire gli stessi impieghi, avere la medesima occupazione: la diversità di condizione è un effetto della sapienza di Dio, che ha voluto mantenere la società e la subordinazione sua fra gli uomini. Non è dunque necessario, per esser salvo, di lasciar il genere di vita, la professione in cui uno si trova impegnato, purché ella non sia un ostacolo alla salute per le occasioni di peccato cui sarebbe esposto. Non è già necessario ad un magistrato, per operare la sua salute , di lasciare il suo impiego, ad un mercante il suo negozio, ad un artigiano il suo lavoro, ad un padre, ad una madre di famiglia la cura dei figliuoli; ma bisogna che ciascheduno adempia i doveri del suo stato. Perciò, magistrati, voi vi santificherete, se vi servite della vostra autorità per reprimere il vizio e difendere la virtù; voi, artigiani, se cercate piuttosto la rugiada del cielo che il frutto della terra; voi mercanti, se negoziate piuttosto per l’eternità che pel tempo; voi, padri e madri di famiglia, se allevate i vostri figliuoli nel timore di Dio e se per stabilirli non usate che mezzi conformi alla sua volontà; voi, ricchi, se fate un santo uso delle vostre ricchezze dando il superfluo ai poveri: voi, poveri, se sopportate pazientemente la miseria cui siete ridotti: tutti finalmente che mi ascoltate, vi santificherete, voi vi salverete nella vostra condizione, se cercate primieramente il regno di Dio e la sua giustizia, camminando nella strada de suoi comandamenti. Ora è forse molto difficile il camminare in questa strada? Domandatelo al re Profeta, che vi correva nell’allegrezza del suo cuore: Viam mandatoram tuorum cucurri. Dimandatelo a tanti virtuosi Cristiani, i cui esempi esser debbono per voi una prova incontrastabile che l’osservanza dei divini comandamenti non è una cosa sì difficile come v’immaginate; vi diranno al contrario che il giogo del Signore è leggero, e non sembra pesante se non a coloro che non l’hanno portato. Non dipende che da voi farne la prova. Perché non farete voi ciò che fanno tanti altri della stessa professione che voi soggetti alle medesime debolezze che voi, e che non hanno più d’interesse che voi a salvarsi? Perché le strade della salute sarebbero più impraticabili per voi che non lo sono per essi? Oimè! per camminare in questa strada non sarebbe in voi necessaria che la buona volontà di coloro che vi entrano e che vi perseverano, perché in conseguenza di questa buona volontà voi vi fareste violenza per reprimere le vostre passioni ed astenervi dalle cose vietate dalle leggi di Dio; voi vi assoggettereste agli esercizi della vita cristiana, all’orazione, alla frequenza dei Sacramenti e alle altre pratiche di pietà che contribuir possono alla vostra santificazione. Ah! fratelli miei, se l’arricchirvi, l’innalzarvi nel mondo non vi costasse più di quel che vi si chiede per la vostra salute, non vi sarebbe tra gli uomini alcun mendico. Non vi esponete forse a più grandi pericoli, non soffrite maggiori travagli e fatiche per li beni del mondo che non vi si domanda per li beni del cielo? Le vostre assiduità presso di un grande, di cui vi procurate la protezione, presso di una creatura di cui cercate l’ingannatrice amicizia, non vi costano forse più di quelle che avreste presso di Gesù Cristo per avere la sua amicizia? Per arrivare agli onori del mondo, per conservare la vostra sanità, non fate voi molti sforzi, che far potreste egualmente per la vostra salute? Per conservare il vostr’onore e la vostra sanità, voi evitate certi eccessi che potrebbero nuocervi, voi rinunciate alle più dolci società, voi vi private delle cose più aggradevoli al gusto, voi tenete una regola di vita la più austera: perché non sarete voi cosi temperanti per la vostr’anima coma lo siete pel vostro corpo? Qualunque digiuno, qualunque mortificazione sono forse più difficili che la regola di vita che serbate? Convenite dunque che voi non volete cotanto efficacemente la vostra eterna salute come la vostra sanità. Se vi fosse qualche profitto temporale a fare, osservando alcune pratiche di pietà, come frequentar Sacramenti, visitar chiese, non è egli vero che la vostra premura pel bene vi renderebbe in ciò assidui? E beni eterni vi muovono meno che un bene caduco e transitorio! Non è egli vero, al contrario, che se quel peccato che commettete fosse seguito da qualche perdita di bene, voi cessereste ben presto dal commetterlo, e il vostro interesse la vincerebbe sulla vostra passione? E mali infiniti che saranno la pena del vostro peccato non sono capaci di ritenervi! Bisogna che voi manchiate di fede o di ragione; se si deve riuscir in un affare, contentar una passione, voi prendete tante misure che ne venite a capo, perché lo volete efficacemente. Se voi non operate la vostra salute, non dite dunque che vi è impossibile, ma che non volete, poiché il successo dipende da voi più che quello di tutti gli affari. Strano accecamento! Nulla si trova di difficile per le cose del mondo e tutto sembra impossibile quando si tratta della salute. Diciamo meglio, tutto costa per salvarsi e niente costa per dannarsi. Ah! fratelli miei, se voi perdete l’anima, ciò sarà per colpa vostra; questa disgrazia non verrà dalla salute, ma da difetto di volontà dal canto vostro che vi renderà inescusabili avanti a Dio. Voi avete tutti gli aiuti e tutti i mezzi necessari per assicurare la vostra predestinazione, non dipende che da voi il profittarne. Dio vuol salvarvi; vogliatelo quanto Egli ed infallibilmente lo sarete. Abbiam detto abbastanza per ispirare confidenza ai timidi; egli è tempo d’ispirare del timore ai presuntuosi.

II. Punto. Ogni uomo temer deve di non riuscire in un affare che è per sé stesso difficile, in cui vi sono molti rischi ed il cui successo è incerto. Tale è l’affare della salute; la sua difficoltà, i suoi rischi, la sua incertezza sono grandi motivi di timore ad ogni uomo che vuole seriamente pensarvi. E perciò l’apostolo s. Paolo esortava sì fortemente i fedeli a travagliarsi intorno alla loro salute non solo con timore ma ancora con tremore: Cum metu et tremore salutem vestram operaminì (Phil. II). Questo timore, del resto, non deve abbattere il coraggio ai timidi, egli deve soltanto risvegliar l’attenzione dei presuntuosi: mentre se la salute è difficile, convien dunque farsi violenza per riuscirvi; se la salute ha i suoi rischi, è d’uopo di vigilanza per evitarli; se la salute è incerta, convien prendere i mezzi i più efficaci per assicurarne la riuscita. Ecco ciò che chiamasi operare la sua salute con timore: cum metu et tremore etc. No, fratelli miei, non convien dissimularlo; la salute è un affare difficile, costa molto il salvarsi; Gesù Cristo, la stessa verità, ce lo insegna nel suo Vangelo: non ci dice Egli forse che il regno del cielo non si acquista se non con la violenza? che solamente quelli che se la fanno possono arrivarvi? Che la strada la quale vi conduce è stretta? che la porta per cui vi si entra è molta angusta? che bisogna fare grandi sforzi per avervi l’accesso? Contendite intrare per angustam portam (Luc. XIII). – La ricompensa dei santi, dice il grande Apostolo, è una corona che non sarà data se non a coloro che avranno ben combattuto: Non coronabitur nìsi qui legitime certaverit (2 Tim. II). Ed in vero, che cosa convien fare per guadagnar il cielo, e quale strada ci prescrive il Vangelo per arrivarvi? Bisogna vivere in un intero distacco dai beni e dagli onori; dai piaceri del mondo, rinunziar a se stesso, portar la sua croce, perdonar le ingiurie, amar i propri nemici, adempiere fino alla morte tutti i doveri riguardo a Dio, al prossimo e se stesso. Or quanto non costa per far tutto questo? E quanti ostacoli non troviamo noi dentro di noi medesimi all’adempimento di tutti questi obblighi? Convien domare le nostre passioni, combattere le nostre inclinazioni più naturali, ridurre i nostri sensi in schiavitù, sacrificar l’amor proprio, studiarne le astuzie, reprimernemovimenti. Oimè! quante vittorie a riportare! quante violenze a farsi! Sempre vegliare sopra se stesso, sempre resistere a se stesso, odiare se stesso, trattarsi con rigore; che cosa più contraria alle inclinazioni d’una natura che non ama se non i suoi agi e i suoi comodi? Umiliarsi, amar il disprezzo e l’abbiezione; che cosa più opposta al desiderio che abbiamo di comparire, di essere onorati, stimati dagli uomini? Tutto ciò costa, convien confessarlo, e tutti i santi han provato le difficoltà che s’incontrano nella strada del cielo. Ma da questo, fratelli miei, qual conclusione dedurre? Bisogna forse, come i timidi, disanimarsi dall’impresa e perdersi di coraggio, come quel giovane del Vangelo, il quale dopo aver inteso parlare Gesù Cristo sulla via stretta della salute, se ne parte tristo ed abbattuto: abiit tristis (Matth. XIX)? Ci diportiamo forse così negli affari del mondo? Perché un affare è difficile, ci perdiamo forse di coraggio per questo? Non si pongono forse in un uso tutti i mezzi possibili per venirne a capo? La difficoltà somministra l’industria ai più ignoranti, l’attività ai più codardi. Abbiamo una lite considerabile a finire? consultiamo persone esperte, sollecitiamo giudici, facciamo viaggi, spese per avere un felice successo. Se dunque l’affare della salute è difficile ed il più importante di tutti, la difficoltà, ben lungi dall’abbatterci, deve indurci a prendere tutte le precauzioni possibili per terminarlo felicemente. Se fosse un affare indifferente, come molti altri, di cui possiamo far senza, potremmo abbandonarlo; ma la salute è dì una conseguenza infinita per noi, perché dal suo buono o cattivo esito dipende la nostra felicità o miseria eterna. Bisogna dunque, a qualunque costo intraprender tutto per riuscirvi. Non bisogna dunque, come i presuntuosi, dimorar tranquilli sull’evento, contentarsi di semplici desideri che non producono alcun effetto; bisogna al contrario far grandi sforzi, contendite. Perciocché, se, per esser salvi, bastasse semplicemente il volerlo, non vi sarebbe alcun reprobo; poiché non v’è altresì empio veruno che con piena avvertenza si determini alla riprovazione. – Voi avete un bel pensare alla vostra salute, fratelli miei, avete un bel volere esser salvi; invano anche temerete di non esserlo, voi non lo sarete giammai, se i vostri desideri e i vostri timori vi lasciano nella inazione; questi desideri, questi timori non serviranno che a condurvi alla morte eterna: Desideria occidunt pigrum (Prov. XIX). L’inferno è tutto ripieno di buoni desideri, di persone che han temuto di cadervi; voi avrete la stessa sorte; se i vostri desideri sono inefficaci, e se il timore di essere riprovati non v’induce a quella santa violenza che bisogna farsi per arrivare al cielo; mentre, fratelli miei, il cielo non si dà che a titolo di conquista, bisogna combattere per possederlo; non si dà, che a titolo di mercede, bisogna faticare per ottenerlo; non si dà che a titolo di ricompensa, bisogna meritarlo con le buone opere per un giorno regnarvi. Non v’ingannate perciò: la salute domanda grandi sforzi; ella è una vigna dove bisogna portare il peso del freddo e del caldo; ella è una Terra promessa, dove non si può entrare che dopo molti combattimenti; non v’immaginate dunque di arrivarvi senza soffrir molte pene, senza darvi ad una continua guerra e senza fare tutti i sacrifici che Dio esige da voi. Sebben doveste fare, per entrar nella gloria, ciò che vi dice il Salvatore, strapparvi un occhio, tagliarvi un piede, una mano, voi dovete farlo, se questa mano, questo piede, quest’occhio, vi sono motivo di caduta e di perdizione; vale a dire, fratelli miei, che se volete esser salvi, dovete rinunciare a quell’amicizia pericolosa, abbandonar quella casa, che sono per voi occasioni di peccato, quand’anche esse vi fossero tanto care, quanto il vostro occhio, il vostro piede e la vostra mano: vale a dire; che bisogna disfarsi di quell’impiego, lasciare quella professione, benché possa essere per voi lucrosa, se non ne siete capaci e se è per voi occasione di peccato; vale a dire, che dovete rendere la roba che non vi appartiene, qualunque vantaggio troviate nel possederla, per vivere a vostro comodo; vale a dire, che dovete domare quell’orgoglio che vi signoreggia, soffocare quel risentimento che v’inasprisce, staccarvi da quei beni ancora che vi sono propri, rinunciare a quella vita molle e sensuale che vi perde, reprimere, in una parola, le vostre passioni, trattar aspramente il vostro corpo e rimuovere i vostri occhi dagli oggetti pericolosi, e ritenere la vostra lingua sì libera nelle parole, chiudere le vostre orecchie ai discorsi degli empi e dei maldicenti, finalmente rinunziare a voi medesimi con una continua mortificazione. Ecco i sacrifici che la salute domanda; mentre tutto ciò che è incompatibile con la salute, benché d’altra parte vi sia dilettevole e vantaggioso, deve esserle sacrificato. Sebbene duri all’opposto siano i mezzi che possono contribuirvi, bisogna con allegrezza abbracciarli: tale è la santa violenza che deve in voi produrre la difficoltà della salute, e i rischi a cui è ella esposta, eccitar debbono la vostra vigilanza. Ed in vero, fratelli miei, da qualunque parte si volga lo sguardo nel mondo, non vi si scorgono che pericoli; vi si vedono oggetti che tentano, esempi che strascinano, precipizi da cui è ben difficile di preservarsi. Si respira nel mondo un’aria contagiosa che infetta la maggior parte dei suoi abitatori. Ad ogni passo si trovano pietre d’inciampo. Non v’è quasi stato in cui non si trovino scogli che fanno perir tante anime; scogli nella prosperità, che accieca e rende quasi sempre colpevoli coloro che ne godono; scogli nell’avversità, che fa soccombere la pazienza di coloro che la soffrono; e quante volte non si cerca di uscirne a spese della giustizia e dell’onestà? Scogli nei negozi, dove altri s’allontana spesso dalle regole della buona fede e dell’ equità; dove si rende colpevole di tante usure palliate sino al segno di servirsi dei flagelli e delle miserie con cui Dio affligge il suo popolo, per accrescere il proprio profitto; scogli nelle penose fatiche, dove altri si abbandonano ai lamenti, all’impazienza, e dove non si osservano sempre le regole della giustizia. Quanti rischi non si trovano nelle compagnie che si frequentano, nei cattivi discorsi che vi si ascoltano, negli oggetti seducenti che vi si vedono, nei piaceri del giuoco e della mensa cui taluno sovente si abbandona senza moderazione. – Se a tutti questi rischi che si trovano nel mondo per la salute, aggiungiamo quegli assalti che ci dà il nemico comune della salute, il quale gira incessantemente d’intorno a noi come un leone che ruggisce, per portarci al male; e se a tutto questo aggiungete ancora la malvagia propensione che ci strascina, qual motivo di timore non dobbiamo noi avere di perire e far naufragio? Noi camminiamo in mezzo ad insidie e precipizi; le saette volano da tutte le parti: come preservarsi da cadute e da mortali ferite? Ad evitare questi pericoli, tante anime generose prendono il partito del ritiro per non occuparsi che della cura della loro salute: e si vedranno dei Cristiani tranquilli in mezzo di cotali pericoli, dei presuntuosi che vivono senza timore, e come se fossero sicuri di giungere felicemente al porto? Ah! quanta vigilanza è necessaria per non essere sorpreso! Quante precauzioni per non cadere nei lacci da cui noi siamo attorniati! Ohimè! fratelli miei, se noi temessimo veramente per la nostra salute, noi prenderemmo queste precauzioni, noi fuggiremmo questi pericoli e queste occasioni che ci espongono a perire: e se fossimo obbligati per cagione del nostro stato di dimorar nel mondo, procureremmo di costruirci dentro di noi medesimi un ritiro che ci metta al coperto d’una disgrazia che ci minaccia. Tale è il frutto che deve produrre il timore di non riuscire nell’affare della salute: Cum metu et tremore vestram salutem operamini. Finalmente, miei fratelli, ciò che accresce a dismisura questo timore, si è l’incertezza dell’evento. – La salute è incerta, sia che si rimiri dalla parte del passato, sia dalla parte dell’avvenire. Incertezza della salute dalla parte del passato. Noi abbiamo peccato, ne siamo certi; ma abbiamo noi fatta una penitenza salutare che abbia cancellati i nostri peccati? Nulla ne sappiamo e questa incertezza ci accompagnerà sino al sepolcro. Voi vi siete accostati al sacro tribunale della Penitenza; ma vi avete voi portate le disposizioni che si richiedono per ricevere il perdono? Avete voi accusati i vostri peccati con semplicità? Ne avete avuto un dolore sincero nel suo principio, un dolore soprannaturale nel suo motivo, efficace nel suo proponimento? Chi può saperlo? Le vostre ricadute nel peccato non vi danno forse al contrario ragion di credere che la vostra penitenza è stata vana? Dovete per lo meno dubitarne. Niuno dunque può sapere se egli sia degno d’odio o di amore: nemo scit an amore aut odio dignus sit. Quantunque con una sincera penitenza noi avessimo ottenuto il perdono dei nostri peccati, il che metterebbe la nostra salute in sicuro dalla parte del passato, ciò sarebbe ancora incerto dalla parte dell’avvenire, perciocché per esser salvo, bisogna morire in istato di grazia: ora chi può essere sicuro di questa perseveranza che richiede due cose, una volontà costante nel bene ed una grazia speciale che coroni le nostre virtù alla morte? Qual è l’uomo che contar può sulla sua volontà? Questa volontà si fiacca, sì in costante, che si perde di coraggio sì facilmente per le difficoltà che convien superare, che soccombe ai primi assalti del nemico, che passa ben tosto dal più gran fervore alla tiepidezza più rilassata. – Nulla dico, fratelli miei, di cui io non abbia veduto e non veda ancora dei funesti esempi, dei quali voi medesimi non abbiate fatto trista esperienza. Quanti santi personaggi, che avevano ben cominciato, che avevano battuto durante lungo tempo una santa e felice carriera, han fatto infelicemente naufragio al porto? Quante volte non vi siete voi medesimi rilassati? Quante volte non avete abbandonato i santi proponimenti che avevate formati, la regola di vita che vi eravate prescritta? Ah! che non v’è troppo a contare sull’uomo. Più debole che una fragile canna che piega ad ogni vento, più leggiero che una foglia che il minimo soffio agita, non ha alcuna fermezza: la salute dunque non può essere in sicuro dalla parte della volontà. Il suo più grande appoggio si è la grazia di Dio; essa non gli manca, ma chi può esser certo d’aver questa grazia finale che corona tutte le altre, che noi possiamo bensì ottenere, ma che Dio non deve ad alcuno, che anche i più gran santi non hanno meritata in vigor di giustizia? I più ferventi solitari, gli Apostoli più zelanti han temuto, han tremato di non aver questa grazia. E come mai anime imperfette, peccatrici non temeranno sul loro eterno destino? Tremiamo, fratelli miei, tremiamo su questa terribile incertezza della salute. Saremo noi del numero dei predestinati ovvero dei reprobi? Nulla ne sappiamo. Quanto vi ho detto fin adesso su ciò ve lo prova abbastanza; qual motivo urgente d’operare la nostra salute con timore e tremore! Cum metu et tremore vestratn salutem operamini.

Pratiche. Or a che deve indurci questo timore? A usar tutte le precauzioni possibili, i mezzi più efficaci per mettere in sicuro la nostra salute a seguire l’avviso del principe degli apostoli alorchè ci esorta a fare delle buone opere per assicurare la nostra predestinazione: Satagite ut per bona opera certam vestram vocationem et electionem faciatis (2 Pet. I). Nulla dunque convien risparmiare, nulla omettere di ciò che crederemo acconcio a perfezionare questa grand’opera: preghiere, limosine, digiuni, mortificazioni; frequenza dei Sacramenti, visite delle chiese e dei poveri, pratiche di tutte le virtù cristiane, fedeltà a compier tutti i doveri del nostro stato: Satagite etc. Non contiamo sulle nostre penitenze passate né sul bene che abbiamo fatto; non cessiamo di far penitenza, ed applichiamoci sempre alle buone opere, per assicurare vieppiù il nostro perdono e la nostra perseveranza: non si possono usar troppe precauzioni ove si tratta della eternità. – Ascoltiamo ancora su questo soggetto- l’istruzione che ci fa il grande Apostolo nell’epistola di questo giorno. Ci propone egli l’esempio di quelli che corrono nella lizza, che combattono per aver il premio: quali misure non prendono essi per riportar la vittoria? Si astengono da tutto ciò che può sminuire la loro forza o renderli meno agili; serbano un modo di vivere proprio ad indurire e fortificar il corpo: Omnis qui agone contendit ab omnibus se abstinet (1 Cor. IX). Si assuefanno alla fatica, agl’incomodi delle stagioni. Perché tutto ciò? Per avere una fragile corona: Ut corriptibilem coronam accipiant. E noi, che aspettiamo una gloria immortale, non faremo sforzo alcuno per meritarla? Nos autem incorruptam. Corriamo dunque a questa corona, conchiude l’Apostolo, non già inconsideratamente percotendo l’aria, cioè contentandoci di qualche buon desiderio, combattendo alcune passioni, ponendo in opera alcuni mezzi per esser salvi; ma reprimiamo tutte le nostre passioni, mortifichiamo tutti i nostri sensi, sottomettiamoci a tutto ciò che la legge di Dio ha di malagevole, abbracciamo le croci, le austerità, sopportiamo pazientemente tutte le afflizioni della vita, mentre così faceva il grande Apostolo: io castigo il mio corpo, lo tratto aspramente, castigo corpus meum, per tema che, dopo aver predicato agli altri, io stesso non sia nel numero dei riprovati. Tali sono gli effetti che il timore produceva nel suo cuore che deve per anco in noi produrre. – Questo timore, facendoci in tal modo operare, ci darà confidenza pel buon successo della salute; e perciò convien preferire la salute a tutto, riferir tutto alla salute, e che tutto ceda alla salute. Preferir la salute a tutto, di modo che ella sia il primo oggetto delle nostre mire e dei nostri desideri, sia lo scopo delle nostre imprese, tenga il primo posto nelle nostre occupazioni. Riportar tutto alla salute, cioè non far cosa alcuna che con questa mira. Fratelli miei, se voi pertanto pensate, se voi desiderate, se parlate, se operate, se vi riposate, bisogna che i vostri pensieri, i vostri desideri, le vostre parole, le vostre azioni, il vostro riposo medesimo non servano che ad unirvi più strettamente a Dio; ed in questa guisa tutto entrerà nell’economia della vostra salute. Sul punto d’intraprendere qualche affare, bisogna domandar a se stesso: qual rapporto ha ciò con l’eternità? Quid hæc ad æternitatem? E se egli è incompatibile con la salute, abbandonarlo, perché tutto deve cedere a questo grand’affare, in cui si tratta di tutto perdere o di tutto guadagnare A qualunque costo bisogna venirne a capo. Se noi siamo disaminati dalle difficoltà che si trovano nella salute, pensiamo che ci costerà infinitamente più l’essere dannati. E dunque molto meglio farsi violenza, soffrire qualche tempo in questa vita per regnare eternamente nel soggiorno della gloria. Così sia.

Credo …

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Offertorium

Orémus
Ps XCI:2

Bonum est confitéri Dómino, et psállere nómini tuo, Altíssime. [È bello lodare il Signore, e inneggiare al tuo nome, o Altissimo.]

Secreta

Munéribus nostris, quæsumus, Dómine, precibúsque suscéptis: et coeléstibus nos munda mystériis, et cleménter exáudi. [O Signore, Te ne preghiamo, ricevuti i nostri doni e le nostre preghiere, purificaci coi celesti misteri e benevolmente esaudiscici.]

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Communio

Ps XXX: 17-18

Illúmina fáciem tuam super servum tuum, et salvum me fac in tua misericórdia: Dómine, non confúndar, quóniam invocávi te. [Rivolgi al tuo servo la luce del tuo volto, salvami con la tua misericordia: che non abbia a vergognarmi, o Signore, di averti invocato.]

Postcommunio

Fidéles tui, Deus, per tua dona firméntur: ut eadem et percipiéndo requírant, et quæréndo sine fine percípiant. [I tuoi fedeli, o Dio, siano confermati mediante i tuoi doni: affinché, ricevendoli ne diventino bramosi, e bramandoli li conseguano senza fine.]

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TEMPO DI SETTUAGESIMA (2020)

TEMPO DI SETTUAGESIMA

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

SECONDA PARTE DELL’ANNO ECCLESIASTICO

IL MISTERO DELLA REDENZIONE.

CICLO DI PASQUA

Tempo della Settuagesima (Settuagesima-Ceneri).

Tempo di Quaresima (Ceneri-Dom. di Passione).

Tempo di Passione (Dom. di Passione-Pasqua).

2° Tempo Pasquale (Pasqua-Trinità).

3° Tempo dopo la Pentecoste (Trinità-Avvento).

Col Tempo della Settuagesima incomincia il Ciclo che ha per centro la solennità delle solennità: la festa di Pasqua. – Il Ciclo di Natale dipende essenzialmente dal Ciclo di Pasqua, poiché, se Dio è disceso fino a noi; è stato per innalzarci fino a Lui Al Ciclo dell’Incarnazione, nel quale la liturgia ci mostra un Dio che riveste l’umanità nostra, corrisponde quindi il Ciclo della Redenzione, nel quale esso ci mostra Gesù che ci rende partecipi della vita eterna (Pref. dell’Ascensione). È questa la grande opera che il Padre diede da compiere al Figlio suo (Giov. XVII, 4). –  Perciò la Chiesa che ci ha manifestato la Divinità di Gesù Cristo durante la prima parte dell’anno ecclesiastico, nella seconda ci mostra quello che Gesù ha fatto per meritarcela e comunicarcela (Il nome Gesù significa Salvatore, quello di Cristo ricorda che Egli fu unto della Divinità. Il nome di Gesù Cristo o di Uomo-Dio riassume dunque in modo perfetto il Ciclo di Pasqua che analizza soprattutto l’opera dell’umanità di Gesù come Salvatore, e quello di Natale che descrive l’opera di Cristo come Dio.). – S’impegnerà fra Lui e satana una lotta violenta che andrà sempre più accentuandosi durante i tre periodi successivi chiamati Tempo di Settuagesima, di Quaresima e di Passione. Il Cristo è Dio. la sua vittoria è quindi certa. Ed ecco che entriamo nel Tempo Pasquale, nel quale il trionfo del Redentore sul demonio, sul mondo e sulla carne si afferma con la sua resurrezione, con la sua ascensione e la fondazione della Chiesa, alla quale Egli invia lo Spirito Santo. E nel Tempo dopo la Pentecoste Gesù continua a mandare questo Spirito vivificante che permette alla Chiesa nascente di svilupparsi nel corso dei secoli per raggiungere « la pienezza del Cristo ». (Agli Efesini, 4, 13).

Anticamente si consacravano perciò:

.- 1) alla penitenza pubblica dei peccatori, e alla Iniziazione dei catecumeni, le settimane precedenti la Pasqua;

.- 2) a ricevere il Battesimo e l’Eucaristia gli ultimi tre giorni della Settimana Santa e la Festa di Pasqua;

.- 3) e all’incremento della vita spirituale de’ neofiti e delle anime riconciliate con Dio, la Pentecoste e le Domeniche seguenti.

Ai nostri giorni questo stesso periodo ci immerge di nuovo nello spirito del nostro Battesimo e ci fa morire e risuscitare ogni anno di più con nostro Signore per mezzo della Confessione pasquale.

TEMPO DELLA SETTUAGESIMA.

(Dalla Settuagesima al Mercoledì delle Ceneri).

I — Commento dogmatico.

Domeniche; Letture del Breviario; Testi delle Messe:

Settuagesima –  Storia di Adamo. – Gesù, novello Adamo

Sessagesima – Storia di Noè – Gesù, il vero Noè.

Quinquagesima – Storia di Abramo. – Gesù, il vero Abramo.

1a Domenica di Quaresima – Il pensiero delia Quaresima assorbe quello di Isacco – Gesù nel deserto.

2a Domenica di Quaresima – Storia di Giacobbe. – Gesù, il vero Giacobbe.

3a Domenica di Quaresima – Storia di Giuseppe. – Gesù, il vero Giuseppe.

4a Domenica di Quaresima – Storia di Mosè. – Gesù, il vero Mosè.

Come al Ciclo di Natale, la Chiesa riprende Io studio dell’Ant. Test, per mostrarci tutte le grandi figure, che hanno preannunziato l’opera redentrice del Cristo, la cui storia, figura di quella di Gesù, è ben atta a prepararci alla grande festa di Pasqua, nella quale noi celebriamo il suo trionfo.» Interrogate le Scritture, – diceva nostro Signore, – esse vi parlano di me ». Lex gravida Christo, l’Antica Legge è tutta piena delia preoccupazione del Messia, poiché tutto presso il popolo di Dio prediceva ed annunziava Gesù. L’Antico Testamento è dunque come un Vangelo anticipato, che illumina di luce singolare la storia del Salvatore. Per questo la Chiesa si compiace di stabilire nella sua liturgia un parallelo costante fra le prime e le ultime pagine della Bibbia; questo parallelismo continua «durante tutta la Settuagesima e la Quaresima e lo ritroveremo in modo molto chiaro anche nel Tempo dopo là Pentecoste. – Il quadro seguite, che spiegheremo in particolare nelle Domeniche che vi corrispondono, ci lascia vedere la successione delle letture dell’Ufficiatura divina al Tempo di Settuagesima e di Quaresima. Ci insegna pure in quale senso dobbiamo studiare le Messe dei medesimi Tempi per comprenderne pienamente il significato (vedi quadro seguente). Gesù ripara i danni causati da Adamo; è per la Chiesa il vero Noè, cioè il fondatore di un nuovo popolo; più ancora di Àbramo, Egli è il capo del popolo che Dio si è scelto come suo; meglio di Giacobbe, Egli è il protetto e il benedetto da Dio; più di Giuseppe rese bene per male e meglio di Mosè liberò il suo popolo dalla schiavitù del peccato e lo nutrì col vero pane disceso dal cielo. Se sapremo fondere così la storia del popolo di Dio, di Gesù e della Chiesa, entreremo nella mentalità che ha presieduto alla composizione del Messale Romano, e che ha per scopo di far partecipare la Chiesa al mistero pasquale che Israele ha annunziato e che Gesù Cristo ha realizzato. – Durante questo Tempo di Settuagesima, la Chiesa si ferma sulle tre prime figure che abbiamo indicate nel prospetto su esposto. Vi vediamo il peccato di Adamo — peccato originale — e le sue funeste conseguenze (Settuagesima); la malizia degli uomini, — peccati attuali — e il diluvio che ne è il castigo (Sessagesima); e finalmente il sacrificio di Abramo e quello di Melchisedech (Quinquagesima) che sono presagio del sacrificio che Dio richiese al proprio Figlio per l’espiazione dei peccati di tutto il genere umano. Questa affermazione del dogma del peccato originale e il quadro delle sue tristi conseguenze, fanno risaltare in Gesù il suo glorioso titolo di Salvatore (È a Sichem, dove Abramo innalzò il primo altare a Jehowah, che il Cristo per la prima volta si dichiara alla Samaritana come il Salvatore degli uomini ed è Gerusalemme, di cui Melchisedech era re, che Egli sceglierà come capitale del suo regno e vi stabilirà il trono glorioso della Croce.) — Il Vangelo degli operai della vigna (Domenica di Settuagesima), e quello del Seminatore (Domenica di Sessagesima), ci ricordano che la Redenzione si estende a tutti gli uomini, Giudei e Gentili, e la guarigione del cieco di Gerico (Domenica di Quinquagesima), che segue l’annuncio della Passione, ci mostra i benefici effetti che la croce di Gesù produce in noi. Le Epistole di S. Paolo, infine, durante queste tre domeniche ci ricordano che la Chiesa deve in questo periodo completare l’opera del Salvatore, entrando coraggiosamente nella ascesi purificatrice della penitenza.

II. Commento storico.

La liturgia segue Gesù passo passo nella sua vita terrena. Ma come già nel Tempo di Natale, la Chiesa nella sua Liturgia ci presentava per es., il ritrovamento di Gesù nel Tempio prima di ricordare la fuga in Egitto e celebrava questo avvenimento prima dell’adorazione dei Magi, così anche qui non dobbiamo esigere un ordine strettamente storico nella concatenazione degli avvenimenti, che formano l’oggetto del Tempo della Settuagesima e di quello di Quaresima. Così, infatti, la tentazione nel deserto è posta alla prima domenica di Quaresima e il Battesimo di N. S. all’Ottava dell’Epifania, il 13 Gennaio; la parabola del buon seminatore, che si riferisce al secondo anno delia vita pubblica, viene prima della parabola degli operai della vigna che il Signore raccontò il terzo anno, e cosi di seguito. È compito nostro, che conosciamo la vita di Gesù nell’ordine in cui la si ricostruisce generalmente, mettere a posto ognuna delle scene che gli Evangelisti ci tracciano. – Cosi il Vangelo della Sessagesima ci riporta al secondo anno di ministero con la parabola del Seminatore, pronunziata sul lago di Genèsareth, a Cafarnao, e inspirata dall’aspetto delle colline verdeggianti, che lo circondano. Il Vangelo della Settuagesima ci chiama a meditare la parabola degli operai della vigna, detta da Gesù in Perea, il terzo anno del suo ministero. La festa di Pasqua, nella quale il Salvatore doveva essere immolato, si avvicina ed Egli annunzia ai suoi Apostoli che stanno per avverarsi le predizioni dei profeti sulla sua Passione. Per recarsi a Gerusalemme, Egli attraversa il Giordano e a Gerico guarisce il cieco di cui ci parla il Vangelo della Quinquagesima. Se laChiesa non segue nel Messale l’ordine storico della vita di Gesù, pure passa dai misteri della sua infanzia a quelli della vita pubblica e della sua Passione c finalmente ai misteri gloriosi. Noi dobbiamo entrare in questa mentalità generale se vogliamo vivere uniti di cuore alla Chiesa durante tutto l’anno. Non perdiamo quindi di vista che il Ciclo è stato costituito lentamente, con elementi che si riferiscono a liturgie e ad epoche molto diverse e che solo molto più tardi sono stati concatenati gli uni agli altri. Il Tempo di Quaresima, per esempio, è stato fissato prima del Tempo della Settuagesima e soltanto più tardi si sono aggiunti quattro giorni alla Quaresima per avere i quaranta giorni di digiuno come Cristo li aveva avuti nel deserto. Infatti se si tolgono le domeniche, nelle quali non si digiuna, ci sono quaranta giorni dal mercoledì delle Ceneri al Sabato Santo. Ma non si può negare che nel Ciclo, quale lo abbiamo ai nostri giorni, i tempi di penitenza e di lavoro rappresentati dalla Settuagesima e dalla Quaresima, si riferiscono alla vita pubblica di Gesù, iniziata dal suo ritiro nel deserto e dal suo battesimo e terminata tragicamente con la sua Passione che la Chiesa commemora al tempo perciò, chiamato di Passione. – L’idea di associare le anime nostre a Gesù nella sua vita di lavoro e di apostolato durante queste nove settimane preparatorie alla Pasqua si rivela chiaramente nel vari testi tanto delle Messe come dell’ufficiatura di questo tempo. II modo migliore per prepararsi a celebrare i gloriosi avvenimenti del tempo pasquale non è forse quella di unirci a Cristo negli avvenimenti dolorosi che cominciano  col suo ministero? Poiché fin da questo momento i nemici di Gesù cominciano a dichiararsi e il loro odio cresce finché non ottiene piena soddisfazione col deicidio di Venerdì Santo. Allora si comprende meglio il motivo del ripudio di Israele e dell’elezione del Gentili, ai quali la liturgia della Settuagesima e di Quaresima fa continuamente allusione. A Pasqua infatti, come abbiamo veduto, si battezzavano anticamente i pagani; e i tempi liturgici che precedevano questa festa erano tutti intesi a prepararli per il Battesimo e a dimostrar loro che nel regno di Dio occuperebbero il posto del popolo infedele, perché accettavano il Messia che Israele ripudia. E così questa parte del Ciclo unisce intimamente la Chiesa al suo Sposo divino in questa fase della sua vita ove Egli opera la nostra salvezza; ciò indica che dobbiamo far nostri tutti i sentimenti del Cristo, divino missionario e nostro Salvatore, e cooperare cosi alla sua opera di redenzione facendo penitenza e ascoltando la parola di Dio e scacciando dal nostro cuore il demonio, di cui Gesù è venuto a distruggere il regno. – Questa parte del Ciclo liturgico ricorda dunque ogni anno le lotte e i travagli tanto di Cristo, quanto della sua Chiesa. E in questo, come abbiamo già detto, Gesù e la sua Sposa non hanno fatto che realizzare quello che Dio aveva promesso ai profeti e che il popolo di Dio aveva abbozzato nell’Antica Legge. In tal modo la liturgia dà a tutto il piano divino una grande unità, sopprimendo per così dire le distanze di tempo e di luogo e rendendo tutti i popoli contemporanei gli uni agli altri in Gesù, di cui essa ogni ani\ ritraccia la vita.

III. — Commentò Liturgico.

Il tempo di Settuagesima, comincia la nona settimana prima di Pasqua e consta di tre domeniche chiamate Settuagesima, Sessagesima e Quinquagesima. Queste denominazioni, prese dal sistema di numerazione .in uso, segnano la serie delle decine o la decade nella quale cade ciascuna di queste domeniche. Infatti se si dividono le nove settimane che precedono Pasqua in serie di 10 giorni o decine, si può riscontrare, che la la di queste nove domeniche cade nella settima decina, la 2a domenica nella sesta, la 3a domenica nella quinta, di qui i nomi rispettivi di domenica in Settuagesima, in Sexagesima, in Quinquagesima. – La festa di Pasqua è mobile e può essere celebrata, secondo gli anni, fra il 22 marzo, e il 25 aprile. Quando cade presto, il Tempo di Settuagesima viene ad occupare il Tempo dopo l’Epifania e le poche Domeniche di questo periodo si celebrano dopo la Domenica 23a dopo Pentecoste. – Questa epoca liturgica è un preludio della Quaresima e una preparazione lontana alla festa di Pasqua. Essa serve di transizione per l’anima che deve passare dalle gioie del Ciclo di Natale all’austera penitenza della Santa Quarantena./Se anche il digiuno non è ancora prescritto, pure il colore dei sacri paramenti è già il violaceo. Come nell’Avvento si sospende il Gloria in excetsis, perché è il canto che, dopo aver celebrato Cristo nascente nella nostra carne mortale, deve celebrarlo quando nascerà nella sua carne immortale, cioè quando uscirà dalla tomba ». (Inno del Mattutino della Domenica In Aibis). – II martirologio ci annunzia: « La Domenica di Settuagesima, nella quale si tralascia il Cantico del Signore che è l’Alleluja ». Come potremmo, diceva il popolo di Israele, cantare il cantico del Signore in terra straniera? (Salmo CXXXVI) Questa terra straniera, per il popolo cristiano è il mondo che è luogo di esilio, mentre l’Alleluia è il canto che S. Giovanni udì in cielo e che la liturgia riprenderà nel Tempo Pasquale che rappresenta la vita futura. Alle feste della resurrezione, infatti, acclameremo Cristo che atterrerà satana e che liberandoci dalla cattività del peccato, ci riaprirà la patria celeste. Il Tempo di Quaresima che dura quaranta giorni (Quadragesima) e quello di Settuagesima che è designato dalle tre decine precedenti (Quinquagesima, Sessagesima, Settuagesima) rappresentano dunque i settanta anni che Israele passò in esilio nella dura cattività dei Babilonesi. Perciò si sospende il canto dell’Alleluja durante questo tempo in cui il nome e lo spirito ci ricordano così bene che « siamo degli esiliati, gementi e piangenti in questa valle di lagrime » (Salve Regina). – Il Tempo di Settuagesima termina col Mercoledì delle Ceneri.

LO SCUDO DELLA FEDE (97)

Paolo SEGNERI S. J.:

L’INCREDULO SENZA SCUSA –

Tipogr. e libr. Salesiana, TORINO, 1884

CAPO VIII.

Dalla costanza dei medesimi effetti nella natura vieppiù si scuopre non venire essi da caso, ma da consiglio.

I. Se un raggio solare passi per qualche spiraglio della finestra, osserverete, al porgli innanzi una carta, che egli dilungatosi alquanto da quel forame, non ritien più la figura quadra, ottangola, ovata, o triangolare, propria di quel forame, per cui passò, ma riducendosi sempre al pari in un cerchio, par che egli dica a chi intenda ben la favella della sua luce: lo son figliuolo del sole: da lui venni a discendere per natura, ed a lui ritorno, dandogli questa gloria di figurare nella mia piccolezza una immagine illustre della sua sfera, tanto maggior della mia (Aristot. in probl, sect. 15. n. 10). Ora quello che è il raggio rispetto al sole, è qualsisia creatura rispetto a Dio: procede ella da lui come da principio, ed a lui ritorna, col dimostrarlo a qualunque occhio non losco: mentre ella non lascia mai di rappresentare in piccolo qualche pregio eminente del suo fattore, sicché chiunque la riguardi abbia occasione di sollevarsi ad argomentare tra sé, che se tanto bello è l’effetto, troppo più bella senza paragone debbe esserne la cagione. Ma come avveierebbesi tal discorso, su l’ordine, l’armonia, l’artifizio, la maestà, che traspira in tutto il creato, non avesse altro principio, che un vil miscuglio di corpuzzi abbracciatisi alla carlona? Sicuramente troppo più alto sarebbe quivi l’effetto, che la cagione. Onde, se ciò non si dee mai concedere in modo alcuno, conviensi necessariamente assegnare a così bel tutto un principio dotato sopra ogni credere di quel senno, di quel sapere, che folgora cosi vivo da tal effetto.

I.

II. Che se pure taluno di que’ protervi i quali non si stimano mai convinti fin che hanno la lingua libera a contraddire, volesse tuttavia sostenere questo partito affatto incredibile, cioè che quelle tante sconciaturelle, cui diamo il nome di atomi, con accozzarsi ciecamente fra loro infinite volte, arriverebbero pure in una a formare questo gran colosso del mondo sì ben inteso: abbiasi per ammesso un tale impossibile. Ma che vale? Né più né meno sarà egli costretto in fine a concedere, che so il caso poteva dare la forma a così bell’opera, non poteva però mantenergliela stabilmente: mentre, fra tutte le proprietà del caso, questa è la massima, la volubilità e la vicenda.

III. E dove si troverà, che egli dia sempre alla luce un parto uniforme? Anzi suo proprio è il variarli più spesso che non fa l’Affrica, cui par poco popolar le arene di mostri, se non gli dà sempre nuovi. Mirate un giocatore non malizioso. Se lascia andare su la tavola i dadi, come lor piace, non è possibile che a qualunque tratto egli scuopra l’istesso punto, ma sempre varia, tanto che, se egli senza intermissione venisse aver tre sei, non vi sarebbe da dubitar che in tal giuoco non fosse inganno. Contenderebbesi al giuocator la vittoria come non giusta: e si terrebbe per manifesto da’ giudici, che quei dadi furono da lui tratti con arte da disleale, e non alla semplice. Quindi è, rimaner celeberrima nelle istorie (Fam. de bell. belg. dec. 2. icon. anim. c. 4), la temerità di quel fantaccino, il quale obbligato con più altri compagni suoi fuggitivi a tirare il dado sotto le forche apprestategli, scoperse alla prima un punto sì avventuroso, che lo campò dalla morte. E pur egli insensato s’indusse a venderlo per poche doppie al vicino. Tornò la seconda volta al funesto giuoco, e sorti il medesimo tiro: ond’egli imbriacato di sua ventura, non dubitò di rivenderlo nuovamente: finché alla terza scoperse un punto pessimo, e lo pagò, con perdere quella vita, di cui si era mostrato sì poco degno. Argomentava lo sciocco, dall’essergli due volte il caso propizio, che gli sarebbe la terza: e non si apponea: mentre all’opposito, perché due volte gli era stato propizio, però più lo doveva egli alla terza temer nemico. Tale è il talento del caso. Non sa mai tessere una tela continova di operazioni tra sé concordi: e benché vagliasi dei medesimi mezzi, non sa valersene ne’ medesimi modi, che è ciò che ricercherebbesi ad assicurare con quelli l’istesso fine. Siamo certificati dalla natura, che questo non è proprio di altri, che di chi opera con accorgimento perfetto. Pertanto, anche a fingere questo grande impossibile, che uno stuolo immenso di que’ corpuzzi volanti alla spensierata si fossero uniti insieme sì bellamente, che avessero composto un leone vivo, come farebbero poi per sessanta secoli, da che oramai sono apparsi leoni al mondo, a formarne tuttodì tanti e tanti simigliantissimi,  quanti sono quei che ne contano da sé solo le selve ircane? E ciò che si dice de’ leoni, dite di tanti altri animali che non han numero, dite dell’erbe, dite delle frutta, dite dei fiori, e dite di tutto ciò che rende al tempo stesso sì nobile l’universo.

II.

IV. E molto più, come potrebbe un collegamento fortuito durare incessantemente fra tante contrarietà e tanti contrasti? Dove mai caverebbe il caso vischio bastevole a tener insieme e strette fra loro sì lungamente parti tanto opposte, proprietà tanto ostili, generazioni di cose tra sé implacabili: di leggiere e di gravi; di sode e di fluide; di stabili e di flessibili; di lucide e di opache; di calorose e di fredde; di vincitrici in assidue gare e di vinte? Certamente, che se non può unirsi insieme senza arte una macchina di ruote fra sé contrarie, quali sono quelle che formano l’oriuolo, molto meno può credersi, che senza arte possa ella del continuo poi correre di un tenore, sicché l’istessa contrarietà de’ suoi moti vaglia a maggior concordia, l’opposizione a maggiore perseveramento, l’ostilità a maggior pace. Quante monarchie sono in pochissimi secoli andate a terra? Ecco che il dominio degli Assiri, dei Medi, de’ Macedoni, de’ Romani fu vinto da un dominio maggior del loro, qual è quello del tempo; e ciò con tale sterminio, che di corpi sì vasti né anche restano a rimirarsi più l’urne, non che le ceneri. E pure quelle gran monarchie erano tutte già governate con somma accortezza, guidate con somma attenzione, sostentate con somma forza. E vorremmo poi darci a credere, che la repubblica delle creature potesse durare costante a onta del tempo, se ella non solo fosse già fondata dal caso , ma dal caso ancor sostenuta? Nulla è più naturale, che risolversi le cose un dì ne’ principii donde furono originate. E però un tutto nato dal caso, dalla confusione, e dal miscuglio d’infinite minuzie, non potrebbe non ridursi poi nel suo caos, nella sua confusione, e nel suo miscuglio natio. E certamente quel capitano, il quale dopo la rotta sa riparare in tempo l’esercito, raccogliere i fuggitivi, riunir le file, e rimettere la battaglia, vien riputato nell’arte militare come un prodigio di perspicacità e di prudenza. Ben dunque è d’uopo, che non solo sia lippo, ma che voglia essere, chi nega di ammirare per colmo di arte quell’artefice sommo della natura, il quale delle perdite sa valersi a fare nuovi acquisti; e poiché le cose caduche, non solamente sono sbaragliato, ma spente, sa trovar modi da sostituirne altre subito in luogo loro, sicché su la fine di qualunque anno, mancando, per dir così, la natura stessa nel suo sfiorire, non manchi mai; e disfacendosi, sempre più torni intera a riporsi in forze. Che follia pertanto è la vostra, se in vece di fare al vero il dovuto ossequio, con dirgli, Io cedo, volete ancora oppugnarlo? No no, si gettino le armi, che egli ha trionfato, sol che voi tenghiate a memoria quanto io vi ho detto. Una cagion casuale (Una cagion casuale è una contraddizione in termini. Poiché cagione è forza attiva, efficiente, epperciò dotata di realtà, mentre il caso è una mera entità as tratta, a cui non risponde veruna realtà in natura. Arroga, che il vocabolo caso pigliasi altresì a significare un fatto, un avvenimento, un fenomeno qualunque siasi. Or come un fatto, val quanto dire un effetto può esser cagione?Adunque cagione casuale varrebbe quanto circolo quadrato), non può partorire effetti tanto ordinati, con tale proporzione di mezzi adattissimi al fine ch’ella riporta. E dato per impossibile, che taluno ne partorisse, questo sarebbe rispetto a lei come un mostro: onde non potrebbe esserne ella feconda di tanti e tanti, quanti se ne richieggono alla costituzione dell’universo. E posta finalmente anche in lei questa sì prodigiosa fecondità, non potrebbe tal cagione mai seguitare per tanti secoli, a riprodurre gli stessi effetti con rinnovellamenti sì universali, con regole sì uniformi, e con un tenore di operazioni sì stabili nello stesse instabilità.

III.

V. E pure, che i medesimi effetti abbiano sempre da ritornare nella natura, e da ritornare con ordine, è cosa già tanto fuori di controversia, che gli ateisti medesimi 1’hanno a credere, non ostante l’oltraggio manifestissimo che, col mostrare di crederla, fanno al caso. Altrimenti si dovrebbe da loro mettere in dubbio, se domani sia per sorgere il sole dall’orizzonte, come sorse ieri; se la terra potrà loro più essere di sostegno, se l’aria di respiro, se l’acqua di refrigerio; se sian più per nascere uomini come prima; ed in una parola se tutta la natura abbia da durar più nell’antica forma, o pure svanire, come un palazzo d’incanto. I popoli del Messico, innanzi di venire alla incoronazione del loro re, voleano che egli giurasse loro di fare, che i cieli non si fermassero mai; che niun pianeta mutasse punto il suo corso, ne il suo veruna stagione; che i mari mai non avessero ad asciugarsi, e che i prati, i campi, i colli, ed i boschi annosi, non mai restassero di dare quasi decrepiti i loro parti, e di germogliare (Saved. In inst. princip. p. 46). Ora una cerimonia sì stolta, qual era questa, dovrebbe riuscire il senno più fino degli ateisti, quando eglino da senno credessero, che l’universo non fosse altro che un aggregato casuale d’innumerabili atomi volubili e vagabondi. Conciossiachè nulla sarebbe più verisimigliante, che il doversi questi disciogliere all’improvviso, per assecondare il talento innato che essi hanno di andare in volta; e lo sperare che avessero a star costanti in perpetua unione, sarebbe lo sperare un chiaro miracolo; onde il passato non potrebbe essere agli ateisti argomento valevole, come è a noi, d’indovinare il futuro; anzi il sapersi da essi quello che fu, dovrebbe valer loro piuttosto ad inferire ciò che non dovrà essere: sicché l’universo sarebbe per loro simile ad un oriuolo guasto, che già più ad altro non serve che a mostrare quell’ora la qual non è. La verità si è però, che tra essi non ha veruno il quale seguiti in pratica la dottrina da sé protetta: ma tutti sempre regolano le loro deliberazioni come fa chiunque tiene per indubitato, che la natura non altererà le sue leggi; altrimenti è chiaro che i miseri non potrebbero né seminare, né mietere, né mangiare, né medicarsi, né per poco durare due giorni in vita. E pure che è il presupporre una tale uniformità tra gli effetti che debbono intervenire nella natura e gl’intervenuti, senonché il presupporre un’opera tutta piena d’intelligenza contraria al caso?

IV.

VI. Pare che il caso sia finito con ciò di cadere a terra. E tuttavia non ha egli ricevuta finora la spinta massima: spinta, che gli viene dal braccio d’un Aristotile, nimico suo capitale (Aristot. phys. 1. 1. c. 8. tex. 66. Metaph. 1. 11. c. 9. n, 15). Perocché vi chieggo: che cosa è mai la cagion casuale di qualunque effetto che voi sappiate assegnarmi? E altro forse che una cagione imitante la cagion propria di quel medesimo effetto? Se un pittore, fortunatissimo al pari di quello già da noi menzionato, gettando per dispetto la spugna carica di colori sulla sua tela, può figurare casualmente una rosa, distinta in più vaghe foglie, conviene adunque, che con quei colori medesimi possa figurarsi su quella tela una rosa tale, anche ad arte: conciossiachè, so non vi si potesse fingere ad arte, né anche mai vi si potrebbe da alcuno fingere a caso. Che dite pertanto voi? Dite che a caso potesse il mondo l’ormarsi dagl’intrecciamenti di atomi svolazzanti, o che a caso da questi ancora egli possasi mantenere nella prima forma? Dunque non potete negare insieme un artefice intelligente, che altrettanto potesse far di consiglio, e tuttora il possa: altrimenti converrà, che a forza vi risolviate a inghiottir questa gofferia tanto intollerabile, che vi sia cagion casuale di quello cose di cui non v’è cagion propria. Ma un tale artefice altro non è, né può essere, se non Dio. Dunque il caso stesso confermaci che Dio v’è. Ogni cagione accidentale presuppone la naturale.

V.

VII. Risponderete, che por cagion naturale può supplire d’avanzo nel caso nostro la natura medesima delle cose, le cui diverse inclinazioni bastarono a lavorare le varie parti di questo tutto visibile, e bastano a mantenerle in perpetua corrispondenza senza altro Dio. Onde quando anche si abbia finalmente ad ammettere qualche artefice universale, maggior del caso, ecco qual è: la natura. Ma grazie al cielo, che con tale risposta venite al meno a degradare ormai gli atomi da quel posto ove gli aveva sollevati il capo vanissimo di Democrito e de’ suoi malcauti seguaci. Contuttociò, perché il rispondere voi così non è altro che fare come la seppia, la quale, dove è colta, si aiuta subito a spargere tanto inchiostro d’intorno a sé, che vi disparisca; converrà che a forza io vi tragga da coteste nuove tenebre fatte a mano, mettendo in chiaro questo male inteso vocabolo di natura, che è il nascondiglio.

SALMI BIBLICI: “DOMINUS REGNAVIT; EXSULTET TERRA” (XCVI)

SALMO 96: “DOMINUS REGNAVIT; exsultet terra”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME DEUXIÈME.

PARIS

LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 96

[1] Huic David, quando terra ejus restituta est.

    Dominus regnavit; exsultet terra; lætentur insulæ multæ.

[2] Nubes et caligo in circuitu ejus; justitia et judicium correctio sedis ejus.

[3] Ignis ante ipsum præcedet, et inflammabit in circuitu inimicos ejus.

[4] Illuxerunt fulgura ejus orbi terrae; vidit, et commota est terra.

[5] Montes sicut cera fluxerunt a facie Domini; a facie Domini omnis terra.

[6] Annuntiaverunt cæli justitiam ejus; et viderunt omnes populi gloriam ejus.

[7] Confundantur omnes qui adorant sculptilia, et qui gloriantur in simulacris suis. Adorate eum omnes angeli ejus.

[8] Audivit, et lætata est Sion; et exsultaverunt filiæ Judæ, propter judicia tua, Domine.

[9] Quoniam tu Dominus altissimus super omnem terram; nimis exaltatus es super omnes deos.

[10] Qui diligitis Dominum, odite malum; custodit Dominus animas sanctorum suorum, de manu peccatoris liberabit eos.

[11] Lux orta est justo, et rectis corde lætitia.

[12] Lætamini, justi, in Domino, et confitemini memoriæ sanctificationis ejus.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO XCVI

Nell’occasione che Davide ricuperò il regno toltogli da Assalonne, ei predice la restituzione perfetta della Chiesa dopo l’ultimo giudizio, quando Cristo regnerà pacifico su d’ogni creatura.

Salmo di David, quando la terra di lui fu ristorata.

1. Il Signore è nel suo regno: esulti la terra, le molte isole si rallegrino. (1)

2. Intorno a lui una nube caliginosa: reggono il trono di lui la giustizia ed il giudizio.

3. Precederà innanzi a lui il fuoco, e abbrucerà all’intorno tutti i suoi nemici.

4. Lampeggiarono le sue folgora per tutto il giro della terra: le vide, e fu scossa la terra.

5. I monti come cera si liquefecero alla presenza del Signore: alla presenza del Signore, si liquefece tutta la terra.

6. Hanno annunziata i cieli la giustizia di lui, e han veduta tutti i popoli la sua gloria.

7. Sien confusi tutti coloro che adorano scolpite immagini, e dei lor simulacri si gloriano.

8. Adoratelo voi tutti, o Angeli di lui: udì Sionne e n’ebbe allegrezza. Ed esultarono le figliuole di Giuda per ragione dei tuoi giudizi, o Signore. (2)

9. Imperocché tu il Signore altissimo sopra tutta la terra; tu sei oltre modo esaltato sopra tutti gli dèi.

10. Voi che amate il Signore, odiate il male: il Signore è custode dell’anime dei suoi santi, ei le libererà dalle mani del peccatore.

11. È nata pel giorno la luce, la letizia per quei che hanno il cuore retto.

12. Rallegratevi nel Signore, o giusti; e celebrate la memoria della sua santità.

(1) « Il Signore regna o ha regnato, » è l’espressione usata per acclamare l’avvento di un re (II Re XV, 10; Ps. LXVII, 18, 19; Isa. LII, 7). Le isole, le coste del Mediterraneo, i paesi lontani ai quali i Giudei non arrivavano se non traversando il mare.

(2) Le figlie di Giuda, le città o gli abitanti della Giudea che erano per Sion ciò i figli sono per la loro madre. 

Sommario analitico

In questo salmo, che quasi tutti gli interpreti intendono letteralmente come le due venute del Messia, nelle quali Egli viene: 1) per convertire la terra, 2) e poi per giudicarla,

I. – Il Profeta invita tutta la terra a mabifestare la propria gioia a causa del regno del Signore (1), di cui espone le diverse qualità e i diversi effetti, è:

1° Regno invisibile, « una nube tenebrosa; »

2° Regno fondato sulla giustizia (2),

3° Regno che, malgrado la sua oscurità, è accompagnato dal bagliore di un fuoco vendicatore, davanti al quale i suoi nemici, figurati dalle alte montagne, fonderanno come cera (3-5);

4° Regno pubblico ed universale, del quale i cieli annunziano la giustizia e di cui i popoli vedranno e renderanno pubblica la gloria (6);

5° Regno infine che avrà per effetto la rovina dell’idolatria, la gioia di Sion e delle figlie di Giuda, gioia il cui principio sarà la grandezza eccezionale di Dio (7-9).

II. – Il Profeta, indirizzandosi ai fedeli che Egli suppone pieni di amore per Dio:

1° li esorta a provare questo amore con l’odio del peccato;

2° anima la loro fiducia e assicura loro la protezione di Dio sui suoi servi (10);

3° assicura loro il godimento dei beni designati dalla luce e dalla gioia, esigendo come condizione la giustizia e la rettezza di cuore, ed invitando di conseguenza i giusti ad unirsi al Signore (11, 12)

Spiegazioni e Considerazioni

I. — 1-9.

ff. 1. – « Il Signore ha regnato. » Colui che si è presentato dinanzi al giudice, colui che è stato colpito da pugni, coperto di sputi, coronato di spine, Colui che è stato frustato, Colui che è stato sospeso sulla croce, che è stato insultato mentre era sulla croce, che è morto sulla croce, Colui che è stato trafitto da un colpo di lancia, che è stato sepolto … è resuscitato. « Il Signore ha regnato. » Che i regni scatenino i loro furori finché potranno, che potranno fare al Re di tutti i regni, al Padrone di tutti i re, al Creatore di tutti i secoli? È dunque disprezzabile per essersi fatto così obbediente e così piccolo? Egli si è fatto umile per essere compreso da noi. « Il Signore ha regnato, esulti la terra per l’allegria. Che tutte le isole gioiscano. » – Ed in effetti la parola di Dio non è stata predicata solo sul continente, ma pure nelle isole che sono in mezzo al mare; esse sono egualmente piene di Cristiani, esse sono piene di servi di Dio, perché il mare non ostacola Colui che ha fatto il mare. La parola di Dio non potrebbe penetrare forse là dove penetrano i navigli? Le isole dunque sono piene di fedeli. Sotto il nome di isole si può ancora comprendere, in senso figurato, tutte le chiese … Perché chiamarle isole? Perché i flutti di tutte le tentazioni ruggiscono intorno ad esse; ma anche perché un’isola può essere battura da ogni lato dai flutti furiosi senza essere distrutte, e come essa piuttosto può distruggere i flutti da cui è assalita e non è da essi distrutta, così anche le chiese di Dio, moltiplicate in tutto l’universo, hanno sofferto le persecuzioni degli infedeli frementi contro di esse da ogni parte; ora ecco che le isole sono in piedi ed il mare calmato. (S. Agost.). – Dio regna manifestandosi al mondo mediante il suo unico Figlio. Da questo momento, le tenebre spariscono, l’idolatria cade, il principe delle tenebre è detronizzato, non c’è più che un solo Re tra i Giudei e le nazioni: questo Re è Gesù-Cristo, il cui impero inizia quaggiù e si perpetua nell’eternità … Questo regno si estende all’interno di ogni fedele: Gesù-Cristo deve regnare su ciascuno dei membri della grande famiglia dei Cristiani, e ciò che opera in tutto il corpo, deve operarsi in ciascuno dei suoi membri. – Ricevere il regno di Gesù-Cristo con riconoscenza ed amore, sono due sentimenti inseparabili della gioia interiore (Berthier). –  Per chi Dio è « circondato da nubi ed oscurità? » Le nubi e l’oscurità sono per gli empi che non l’hanno compreso; la giustizia ed il giudizio per i fedeli che hanno creduto in Lui. In effetti i primi, in ragione del loro orgoglio, non l’hanno visto; gli altri, per la loro umiltà, hanno meritato di essere diretti. – Ecco queste nubi e questa oscurità, ed ecco la giustizia ed il giudizio. Il Signore stesso ha detto: « Io sono venuto in questo mondo per giudicare, affinché coloro che non vedono vedano, e coloro che vedono divengano ciechi, » (Giov., IX, 39), vale a dire che coloro che credono di vedere, che si reputano saggi, che credono di non aver bisogno di rimedio, divengano ciechi e non comprendano. E che vuol dire: « che coloro che non vedono, vedano? » Che coloro che confessano la loro cecità meritano di essere illuminati. Che Dio sia dunque circondato da nubi ed oscurità per coloro che Lo hanno misconosciuto, mentre per coloro che si sono confessati ed umiliati, « … la giustizia ed il giudizio dirigono il suo trono. » Il Profeta considera il trono di Dio coloro che hanno creduto in Lui; perché Egli si è fatto di essi un trono, perché la sapienza risiede in loro, ed il Figlio di Dio è la Sapienza di Dio. (I Cor. I, 24). « L’anima del giusto è la sede della Sapienza, » dice lo Spirito Santo; coloro dunque che hanno creduto nel Signore sono divenuti giusti; giustificati dalla fede, sono divenuto trono di Dio; Egli siede in essi, giudica attraverso di essi e li dirige.

ff. 2-4. – È della grandezza di Dio essere circondata da oscurità e da nubi, e coprirsi e nascondersi nella condotta del mondo, affinché sia insieme conosciuto e sconosciuto agli uomini; conosciuto agli umili che adorano Colui che è al di sopra dei loro lumi, e che sovente meritano per questo di essere illuminati, e sconosciuto ai superbi che vogliono sottomettere la condotta di Dio alle regole dei loro ragionamenti (Dug.). –   Malgrado l’oscurità da cui le vie del Signore sono spesso ricoperte in rapporto agli omini, ricordiamoci però che la giustizia ed il giudizio sono il sostegno del suo trono. – Io non penso qui che si tratti qui del fuoco nel quale saranno precipitati gli empi dalla sentenza dell’ultimo Giudizio; il profeta infatti parla di un fuoco che camminerà davanti al Signore, prima che venga a giudicarci: il fuoco eterno non verrà che dietro di Lui e Costui deve precederlo. Qual è dunque questo fuoco? Noi possiamo considerarlo come un castigo per i malvagi, e come uno strumento di salvezza per gli eletti. Come può essere un castigo per i malvagi? Perché, quando il Cristo è stato predicato, la nazioni si sono irritate ed hanno scatenato delle persecuzioni: la loro collera è stata un fuoco che ha consumato i persecutori piuttosto che i perseguitati … Come questo fuoco è uno strumento di salvezza per coloro che il Cristo ha riscattato? Il Signore ha detto: « Io sono venuto a portare il fuoco sulla terra. » (S. Luc. XII, 19). Egli vi porta il fuoco come vi porta la spada (S. Matt. X, 34). Egli ha portato la spada per dividere, ed il fuoco per bruciare; ma l’una e l’altro sono utili alla nostra salvezza, perché la spada della sua parola ci ha separato da ogni cattiva relazione … Noi siamo dunque stati separati da ciò che eravamo; ma la spada, colpendo ha diviso e non ha ucciso; è in questo modo che il fuoco ha agito. Gli uomini che hanno avuto fede in Gesù-Cristo hanno bruciato di ardore ed hanno ricevuto la fiamma della carità. Ecco perché lo Spirito-Santo, quando venne inviato agli Apostoli, apparve loro sotto forma di lingue di fuoco (Act. II, 3). Infiammati da questo fuoco, essi cominciarono ad espandersi nel mondo, e lo infiammarono, ed a bruciare intorno ad essi i nemici del Signore. Quali erano questi nemici? Coloro che, avendo abbandonato Dio che li aveva fatti, adoravano gli dei che essi stessi avevano fabbricato. Questo fuoco li brucia e, rimasti malvagi, li consuma; se invece sono buoni, serve a vivificarli. (S. Agost.). – « Le sue folgori hanno brillato su tutta la terra. » Perché hanno brillato? Per dare la fede agli uomini. Da dove partono queste folgori? Dalle nubi! Quali sono le nubi di Dio? I predicatori della verità! Voi apprezzate nel cielo una nube cupa ed oscura, che porta in essa un non so che di celato nel suo seno. Se una folgore scaturisce da questa nube, una splendida luce si spande all’istante. Nostro Signore Gesù-Cristo ha inviato gli Apostoli, i suoi predicatori, come delle nubi; essi appaiono uomini ordinari e sono disprezzati come si disprezzano le nubi, quando le si guardano, fino a quando non diffondono stupore e terrore. Essi non erano all’inizio che uomini deboli, ignoranti, sprovvisti di qualsiasi scienza, sconosciuti a tutti; ma in loro c’era un fuoco che scaturendo da essi, doveva illuminare (S. Agost.).

ff. 5, 6. – Le montagne fondono come cera davanti alla faccia del Signore. » Quali sono queste montagne? Gli orgogliosi! Ogni grandezza che si eleva contro Dio ha tremato davanti alle azioni del Cristo e dei Cristiani, ed ha finito col soccombere; e quando considero l’espressione del Salmista: « essa è fusa, » non si potrebbe trovare un’espressione più giusta. Cosa è diventata l’elevazione delle potenze? « Le montagne sono fuse come cera davanti al Signore. » Il Signore è stato come un fuoco davanti ai superbi, ed essi si sono fusi come cera davanti al suo volto, dopo essere rimasti insensibili nella loro durezza, fino a che questo fuoco non si è avvicinato ad essi. Ogni elevazione si è appianata; non c’è nessuno che osi bestemmiare il Cristo. Il pagano non crede in Lui, ma almeno non lo bestemmia; questa pietra non ha ancora ricevuto la vita, ma almeno è stata vinta la durezza della montagna (S. Agost.). – Quali cieli hanno annunziato la sua giustizia? Quelli che sono divenuti il suo trono; perché come Dio ha il suo trono nei cieli, ugualmente ha il suo trono negli Apostoli e nei predicatori del Vangelo. E se volete, anche voi sarete un cielo. Volete essere un cielo? Cacciate la terra dal vostro cuore purificato. Se voi siete esenti da ogni cupidigia terrestre, se potete dire con verità che avete il vostro cuore in alto, voi sarete un cielo; se avete iniziato a gustare le cose del cielo e non le cose della terra, non siete divenuto un cielo? Voi portate la vostra carne, ma con il cuore siete un cielo, perché la vostra vita è già nei cieli (Filipp. III, 20). –  In questa qualità, anche voi annunziate il Cristo. Qual è in effetti il fedele che annunzia il Cristo? Tutta le Chiesa predica dunque il Cristo ed i cieli annunziano la sua giustizia perché tutti i fedeli che cercano di guadagnare a Dio gli increduli e che lo fanno con carità, sono dei cieli: Dio fa risuonare per essi le minacce del suo giudizio, e colui che è incredulo trema, si spaventa e crede (S. Agost.). 

ff. 7-9. – Niente sottolinea di più la corruzione e la degradazione dell’uomo che il peccato, per mezzo del quale si perde Dio per cose inanimate. Ma c’è un’altra idolatria non meno criminale, non meno insensata, e che si guarda senza inorridire, è quella che fa preferire la creatura al Creatore; idolatria tanto più dannosa perché difficile da guarire, perché coloro che ne sono colpevoli non ne hanno alcuna vergogna. – Se gli Angeli adorano il Messia, il Messia è Dio: è il ragionamento di San Paolo nel primo capitolo della sua epistola agli Ebrei. Gli Angeli si gloriano di adorare Gesù-Cristo e di obbedirgli, e l’uomo, che è loro inferiore, ne rifiuterebbe adorazioni ed obbedienza? – Gioisce la Chiesa, che è la vera Sion, quando Gesù-Cristo è riconosciuto ed adorato dagli angeli della terra. – « Sion l’ha inteso ed ha gioito. » Cosa ha inteso Sion? Che tutti gli Angeli del Signore lo adorano. Che cos’è che Sion ha inteso e di cui si è rallegrata? « Che i gentili avevano ricevuto la parola di Dio. » – « E le figlie di Giuda hanno esultato di allegria, a causa dei vostri giudizi, Signore. » Quali giudizi? Che Dio non fa eccezione di persone … che in ogni nazione ed in tutti i popoli, chiunque serve Dio gli è gradito; (Att. X, 34, 35); « perché Egli non è solo il Dio dei Giudei, ma anche quello dei Gentili. » (Rom. III, 29). Vedete se non è per questo che le figlie di Giuda hanno giubilato di allegria: « a causa dei vostri giudizi, perché Voi siete il Signore Altissimo che regnate su tutta la terra, » non solo sulla Giudea, non solo su Gerusalemme, non solo su Sion, ma « su tutta la terra. » – « Voi siete infinitamente elevato sopra tutti gli dei, » non solo al di sopra degli idoli, ma pure al di sopra di tutti i giusti. E questo è ancora poco: Egli è elevato al di sopra di tutti gli Angeli; da dove viene in effetti questa parola: o Angeli del Signore adoratelo tutti? » – « Egli è infinitamente elevato al di sopra di tutti gli dei. » – Figlie di Giuda, tutte consacrate a Dio, piene di gioia nella meditazione dei giudizi di Dio, nei quali non vedono nulla che non sia giusto, santo e consolante. – Grandezza di Dio, potenza sovrana che lo mette al di sopra di tutte ciò che di più elevato c’è sulla terra! (Duguet).

ff. 10,11. – Ecco il compendio della dottrina della salvezza. L’essenziale di questa dottrina è l’amare Dio; ma siccome ci si può fare delle illusioni su questo amore, ecco il marchio che ci farà conoscere se esso sia reale in noi. Interroghiamoci sul sentimento che abbiamo nei riguardi del peccato, e di tutto ciò che porta al peccato. (Berthier). – « Voi che amate il Signore, odiate il male. » Il Cristo merita che non amiate nel contempo Lui e l’avarizia. Voi l’amate, dovete pertanto odiare ciò che Egli odia. Un uomo è vostro nemico: egli è ciò che voi siete, voi siete stati creati da uno stesso e solo Creatore, in un sola e stessa condizione, e tuttavia se vostro figlio parla a questo nemico, se va nella casa di questo nemico, se ha rapporti assidui con lui, desideratelo, perché egli ha rapporto con il vostro nemico. E questo perché? Perché sembra giusto che gli diciate: tu sei l’amico del mio nemico e pretendi di aver parte al mio bene! Riflettete dunque, fratelli miei. Voi amate il Cristo; ora l’avarizia è nemica del Cristo; perché dunque avere rapporti con essa? Io non dico solamente: perché avere rapporti con essa; io dico, perché servirla? Perché il Cristo vi fa numerosi comandi, voi non ne eseguite alcuno; l’avarizia vi da i suoi ordini e voi l’obbedite all’istante. Il Cristo vi comanda di vestire il povero, voi non ne fate nulla; l’avarizia vi comanda di ingannare, e voi le obbedite. Se è così, voi siete dominati dall’avarizia, non potete avere parte all’eredità del Cristo. Ma direte voi, io amo il Cristo! Voi che amate il Cristo, odiate il male: « voi che amate il Signore odiate il male! » (S. Agost.). – Ma quando noi avremo cominciato  ad odiare il male, noi saremo perseguitati. Cosa può togliervi il persecutore? Rispondete. Perché siete Cristiano per acquistare l’eredità eterna, o per gioire dalla felicità terrena? Interrogate la vostra fede, stendete la vostra fede sul cavalletto della vostra coscienza, sottomettetevi alla tortura da voi stessi, per timore del giudizio di Dio, ditemi a chi avete dato la vostra fede e perché l’avete data. Voi mi dite. Io ho dato la mia fede a Cristo! Ebbene, cosa vi ha promesso il Cristo se non ciò che ha mostrato nella sua Persona? Egli è morto, Egli è resuscitato, Egli è asceso al cielo. Volete seguirlo? Imitate la sua passione, attendete il compiersi delle sue promesse. Che potrà dunque rapirvi il persecutore, quando avrete cominciato ad odiare il male, per il fatto di amare il Signore? Cosa vi toglierà? Il vostro patrimonio? Vi toglierà il cielo? Ma sia: chi vi toglie ciò che Dio vi ha dato? Nessuno vi toglierà Dio, se non lo togliete voi a voi stesso, se lo fuggite. (S. Agost.). – Forse voi risponderete: io non mi sono mai preoccupato del mio patrimonio: « Il Signore me lo ha dato, il Signore me lo ha tolto; » io posso dire « è stato fatto come è piaciuto al Signore, » (Giob. I, 21); ma io temo che il persecutore mi uccida. In effetti è a questo che si limita il suo potere! Ascoltate dunque queste parole del salmo che vi consolano: « il Signore custodisce le anime dei suoi servi. » Il Profeta, dopo aver detto più in alto: voi che amate il Signore, odiate il male, » per paura che voi non temiate, se odiate il male, che colui che ama il male non vi faccia morire, aggiunge immediatamente: « Il Signore custodisce le anime dei suoi servi. » Ascoltatelo, Egli che custodisce le anime dei suoi servi e vi dice: « non temete coloro che uccidono il corpo, ma che non possono uccidere l’anima. » Supponiamo che colui che abbia su di vi il maggior potere possibile, abbia ucciso il vostro corpo; cosa vi ha fatto? Ciò che ha fatto anche al vostro Signore. Poiché aspirate a possedere ciò che possiede il Cristo, se temete soffrire ciò che il Cristo ha sofferto? Egli è venuto sulla terra per assumere la vostra vita temporale piena di miserie e sottomessa alla morte. Voi temete di morire, io lo comprendo bene, se voi potete non morire; ma se ciò non potete evitare secondo la condizione della vostra natura, perché non soffrirlo volentieri per la vostra fede? Che il vostro nemico che vi minacci, vi tolga questa vita, Dio vi donerà un’altra vita; perché è Lui che vi ha dato questa vita mortale, che non può esservi tolta se Egli non vuole; ma se Egli vuole, che vi sia rapita, Egli ne ha un’altra da darvi: non temete di lasciarvi spogliare per Lui. Rifiutereste di perdere un vestito a pezzi? Ebbene, Egli vi darà un mantello di gloria. Di quale mantello mi parlate?  « È necessario infatti che questo corpo corruttibile si vesta di incorruttibilità e questo corpo mortale si vesta di immortalità. » (I Cor. XV, 53). La vostra carne stessa non perirà. Il vostro nemico può esercitare contro di voi il suo furore, fino ad uccidervi; oltre questo, egli non ha potere sulla vostra anima, né sulla vostra carne; perché, se disperde gli elementi di questa carne, non vi impedirà di resuscitare (S. Agost.). – Ma forse voi direte: io perderò la luce di cui godo; « la luce si è levata sul giusto. » Quale luce temete di perdere? Temete di essere piombato nelle tenebre? Non temete di perdere la luce, o piuttosto temete che nei vostri sforzi per non perdere questa luce passeggera, non perdiate la vera luce. In effetti, quel che temete di perdere, vediamo a chi è stato dato e con chi esso vi è comune. Non ci sono solo i buoni a vedere questo sole, perché Dio fa levare il sole sui buoni e sui malvagi, e cadere la sua pioggia sui giusti e sugli ingiusti? (S. Matt. V, 45). Questa luce gli ingiusti la vedono come voi, i ladroni la vedono come voi, gli impudichi la vedono come voi, gli animali, le mosche, i vermiciattoli la vedono come voi. Quale luce Dio riserva al giusto, poiché accorda anche a questi essere malvagi o infermi la luce che noi vediamo? Ma la luce del giusto, i martiri hanno meritato di vederla per la fede; perché coloro che hanno disprezzato la luce della vita presente, ne hanno vista un’altra che hanno desiderato, mentre hanno disdegnato la prima. « La luce si è levata sul giusto e la gioia sugli uomini dal cuore retto. » Non crediate che essi fossero nell’angustia quando vivevano nelle catene: la prigione era spaziosa per i fedeli e le catene leggere per i confessori della fede; coloro che predicavano il Cristo in mezzo alle torture erano sulla gioia sui cavalletti. « La luce si è levata sul giusto. » Quale luce si è levata sul giusto? Quella che non si leva sull’ingiusto; un’altra luce si leva, per ordine di Dio, sui buoni e sui malvagi. Ben altra è la luce che si leva sul giusto, ed è questa luce che non gli sarà mai tolta e per la quale i malvagi diranno alla fine dei secoli: « Noi ci siamo dunque allontanati dal cammino della verità e la luce della giustizia non ha brillato per noi, ed il sole non si è levato per noi. » (Sap. V, 6), (S. Agost.).

ff. 12. – « Giusti, esultate nella gioia. » Forse qualche fedele, ascoltando queste parole, pensa a dei festini, prepara delle coppe, attende il tempo delle rose, perché è detto: « Giusti, datevi alla gioia. » Ma vedete ciò che segue. « Nel Signore. » Voi attendete la primavera per darvi alla gioia, ma voi possedete il Signore che fa la vostra gioia. Il Signore è sempre con voi, Egli non viene in questo o in quel tempo, … lo possedete durante la notte, lo possedete durante il giorno. Sia retto il vostro cuore, e costantemente gioirete in Lui; perché la gioia che dà il mondo non è la vera gioia. Ascoltate il profeta Isaia: « la gioia non è per l’empio, dice il Signore. » (XLVIII, 22, e LVII, 21). Ciò che gli empi chiamano gioia non è la gioia. Quale gioia conosceva Colui che riprovava la gioia degli empi? Crediamo nella sua parola: Egli era uomo, conosceva i due tipi di gioia; Egli sapeva bene, poiché era  uomo, ciò che è la gioia del vino, ciò che è la gioia della tavola, ciò che è la gioia dei piaceri; Egli conosceva tutte queste gioie, mondane e voluttuose, e conoscendole dice con fiducia: « la gioia non è per l’empio. » Ma questi non è un uomo, è il Signore che lo ha detto:  Secondo la verità del Signore, la gioia non è per l’empio … « giusti, esultate nella gioia nel Signore, e glorificate la memoria della sua santità. » Voi che già vi date alla gioia nel Signore, voi che già gioite della felicità nel Signore, confessate il suo Nome, perché se Egli non volesse, noi non potremmo gioire in Lui. In effetti il signore stesso ha detto: « Vi ho detto queste cose perché abbiate pace in me e voi avrete tribolazione nel mondo… “. (S. Giov. XVI, 33). Se voi siete Cristiani aspettatevi di essere tribolati in questo mondo, non sperate in tempi più tranquilli e migliori, sarebbe come ingannarvi. Che nessuno si riprometta dunque ciò che il Vangelo non promette: ecco giungere i tempi più felici: io farò questo, io comprerò quello. Vi giova unicamente ascoltare Colui che non saprebbe ingannare e non ha mai ingannato nessuno, che vi ha promesso la gioia, non quaggiù, ma in Lui; e quando le cose presenti saranno passate, sperate di regnare eternamente con Lui, per timore che volendo regnare quaggiù, non troviate la vera gioia né sulla terra, né in cielo. (S. Agost.).

SACRO CUORE DI GESÙ (27): Il Sacro CUORE di GESÙ e MARIA nostra Madre

DISCORSO XXVII.

Il Sacro Cuore di Gesù e Maria nostra Madre.

Come nel fatto della rovina del genere umano ebbe sì gran parte la donna, così piacque al Signore, che la donna avesse gran parte nel mistero della redenzione del mondo. Epperò ben a ragione esclama S. Bernardo: « Un uomo ed una donna, Adamo ed Eva, ci nocquero grandemente, ma viva Dio! Un altro Uomo ed un’altra Donna, Gesù Cristo e Maria grandemente ci giovarono. » Quindi è che riguardando la croce, come non è possibile non rappresentarsi alla mente il mistero di redenzione, che Gesù Cristo vi ha operato sopra, così non è possibile non ricordare altresì la cooperazione, che a tanto mistero diede Maria stando ai piedi della croce istessa. Ma se questo simbolo di nostra salute considerato da solo nel parlarci di Maria ce la mostra come nostra Corredentrice, riguardato nel Cuore Sacratissimo di Gesù ce la mostra specialmente come nostra Madre. E d in vero, poiché i simboli di questo Cuore ci dicono tutti le prove immense dell’amor suo per noi, così la croce che lo sormonta, dopo d’averci comprovato l’amore di Gesù nel morirvi sopra, ci rammenta altresì quell’altra prova di amore che ci diede nel donarci per madre nostra la sua stessa Madre, Maria. Di fatto: tutta la storia degli inestimabili vantaggi della redenzione si contiene in questo grazioso pensiero di S. Leone, che nostro Signor Gesù Cristo, ricco negoziatore del cielo, è venuto quaggiù a stabilire un salutare commercio con noi per mezzo di un mirabile cambio, prendendo cioè i nostri mali per elargire a noi tutti i beni, di cui Egli è l’inesausta sorgente venit nostra accipiens, et sua retribuens. Ora, poiché tra i beni, che sono, per così dire, di sua proprietà particolare ed assoluta, vi era pure la sua Madre, quella Madre, che a Lui ha somministrato in modo perfetto la natura umana e lo ha generato nel tempo, siccome il Padre celeste lo genera nell’eternità, che cosa fece Egli? Nel cambio generoso di tutte le sue ricchezze divine con le nostre grandi miserie non si è contentato con la sua dottrina di farci parte di quella sapienza, che ha attinto nel seno del divin Padre; non si è contentato con l’istituzione dei Sacramenti di arricchirci abbondantemente dei tesori della sua grazia; non si è contentato neppure con la sua morte di darci se stesso, la sua vita, il suo sangue, ma volendo che sotto tutti i rapporti la sua redenzione fosse copiosa, che la nostra unione con Lui fosse intima e perfetta, che il cambio di tutto ciò che era suo con tutto ciò che era nostro fosse completo, ha trasfuso ancora in noi i suoi diritti di figliuolo di Maria, facendo che Ella divenisse pure la Madre nostra e che noi diventassimo pure i suoi figli: venit nostra accipiens, et sua retribuens. Perciocché, mentre noi stessi considerandolo confitto, ignudo ad un tronco crudele e vicino ad esalare l’ultimo respiro di una vita tutta dedicata per noi, avremmo giudicato, che Egli non potesse fare di più, né avremmo giammai immaginato, che volesse porre per sempre a profitto nostro la Madre sua, la sua sapienza infinita gli ha fatto ritrovare anche ciò, ed il suo amore glielo ha fatto compiere. O tenere sollecitudini del Cuore di Gesù Cristo! O prova mirabilissima del suo amore per noi! O dolce idea, o pensiero giocondo, o cara rimembranza! La madre di Dio è ancora veramente la madre nostra! Abbiamo noi riflettuto abbastanza sopra l’eccellenza di questo gran dono del Cuore di Gesù? A h ! ci sia dolce il riflettervi anche oggi. Consideriamo adunque come questo Sacratissimo Cuore, agonizzante sopra la Croce, ci diede veramente Maria per madre.

I. — Se in nostro Signor Gesù Cristo morente sopra della croce, come osserva S. Agostino, la visibile umanità sopportava i trattamenti più rei, la divinità, che vi era invisibile e nascosta, operava le più grandi meraviglie; e tra di esse, al dire del Crisostomo, compié pur quella di riformare il sesso debole, perciocché questo sesso apparve allora tutto ad un tratto il più coraggioso, il più intrepido ed il più forte. Gli Apostoli, ad eccezione di un solo, quando avevano visto catturare Gesù, abbandonatolo, si erano dati in tutta fretta a fuggire. I discepoli, come timida greggia cui è. tolto il pastore, si erano sbandati e dispersi. E S. Pietro, che lo aveva seguito di lontano, finì per rinnegarlo e giurare che non lo conosceva neppure. Ma al contrario, alcune donne pietose, prevenendo il coraggio e la costanza dei martiri nel confessare Gesù Cristo e condannando anticipatamente la viltà di quei Cristiani, che per un misero rispetto umano si vergognano di apparir seguaci di Lui, non scoraggiate dall’odio de’ Farisei, non arrestate dal furore del popolo, non intimidite dal potere dei magistrati, non spaventate dalla licenza dei soldati, con santo ardire tengono dietro a Gesù costantemente dal pretorio di Pilato sino alla cima del Calvario, assistendo ivi alle sue estreme agonie, e riprovando pubblicamente l’ingiustizia e le barbarie, con cui è trattato da’ suoi nemici il loro Signore e Maestro, lasciandosi vedere a piangere in palese sulla sorte spietata di Lui. Quando adunque fu inalberata la croce e Gesù Cristo, mediatore augusto tra Dio e gli uomini, rimase sospeso tra il cielo e la terra, queste intrepide donne si piantarono sul fiero monte a quella distanza del Crocifisso che loro permise la soldatesca insolente, con li occhi fissi sopra di Lui, contemplando la sua eroica pazienza e i prodigi che intorno a Lui avvenivano, e tutto ciò ravvolgendo nella lor mente con pietosa e devota meditazione: Erant autem ibi mulieres multæae a longe aspicientes. (MARC, XIII). –Ma fra queste donne così forti e così fedeli all’amore di Gesù Cristo era la sua santissima ed amatissima Madre Maria; Maria tratta su quel monte non solo dall’amore di Madre di Gesù, ina pur dallo zelo di Corredentrice del genere umano, non solo per essere spettatrice dei grandi misteri che Gesù Cristo stava per compiervi, ma ancora per prendervi parte, e cooperare col suo amore e col suo dolore alla rigenerazione e vera vita nostra, che Gesù Cristo doveva effettuare con la sua morte e col suo sangue. Epperò, perché ella in questa solenne circostanza ha un ministero tutto suo proprio, un incarico tutto particolare da adempiere, non si contenta di rimanere sul monte in lontananza dal Crocifisso, ma scostandosi dalle altre donne, che l’avevano fin là accompagnata, insieme con Maria di Cleofe, con Maria Maddalena e col Discepolo prediletto si avanzò e si strinse più d’appresso al tronco crudele, da cui pendeva la Salute del mondo: Stabat iuxta crucem Iesu. Sembra bene che la crudeltà dei Giudei ciò non avrebbe dovuto permettere, non già per compassione di Maria, ma per maggior tormento di Gesù, togliendogli oziando per tal guisa il conforto di vedere la sua madre da vicino e compassionarlo; ma sia che di ciò non si dessero pensiero, sia che non osassero di farlo, il fatto si è che Maria, assecondando le divine disposizioni, si trovò con Giovanni appiè della croce del suo Gesù ad essere per la prima bagnata del suo preziosissimo Sangue. – Se ne stava adunque Maria, secondo la bella pittura, che ne fa S. Ambrogio, al lato destro della Croce di Gesù Cristo, come assorta in un’estasi di profondo rammarico e di sublime contemplazione. La sua persona ritta ed immobile annunzia tutta l’intrepidezza e la nobiltà del suo cuore. L’espressione del suo volto manifesta mirabilmente il suo immenso dolore e la sua immensa rassegnazione. I suoi occhi pietosi vanno percorrendo ad una ad una le piaghe sanguinanti dello squarciato suo Figlio e l’anima sua è tutta nel condividere le sue pene atroci, perciocché, come dice S. Girolamo, quot spinæ, quot davi, quot ictus Christi carnem rumpentes, totidem Mariæ animam verberantes. Insomma lo spettacolo che Maria dà di se stessa è quale si conviene alla sublimità di sua condizione, alla grandezza di Madre di Dio. Dall’altro fianco del patibolo stavasi ritto ancor esso Giovanni, l’apostolo prediletto di Gesù, quegli che nell’ultima cena aveva posato la testa sul suo Cuore. Egli pure contempla con tutto il dolore del suo animo e compassiona con tutte le sue forze l’amatissimo Maestro, ed egli pure tiene un atteggiamento, quale si conviene ad un discepolo di Dio. Ora, essendo giunto Gesù al colmo delle sue agonie e delle sue pene, e scorgendo questi due personaggi da lui tanto amati, posa sopra di essi il suo languido sguardo, già vicino a spegnersi nell’ombre di morte, ed accennando l’uno all’altro dice a Maria: Donna, ecco il tuo tìglio, Mulier, ecce filius tuus; e soggiunse a Giovanni: Ecco la tua Madre, ecce Mater tua. (S. Jo. XIX, 26) Oh parole piene di tenerezza e di amore! Ma parole, come tutte le altre uscite dal Cuore e dalla bocca di Gesù moribondo, nella loro semplicità sommamente sublimi e feconde! Che voleva Egli adunque significare con esse? Quali grandi cose voleva compiere? Senza dubbio – come dice S. Agostino – volle anzi tutto procurare a Maria un appoggio ed un conforto. Perciocché secondo la sentenza comune dei Padri e l’antica e costante tradizione, lo sposo purissimo di Lei, il patriarca S. Giuseppe, al tempo della passione di Gesù Cristo già da più anni era trapassato. Essendo dunque Maria vedova del suo santo consorte, e dovendo rimanere priva fra poco del suo stesso Figliuolo, questi dando a noi, come nota il Crisostomo, il grande esempio di prenderci cura dei genitori fino all’ultimo punto di nostra vita, affidò Maria alla custodia di Giovanni. In secondo luogo rendendo Giovanni figliuolo di Maria volle premiare la sua singolare purezza e fedeltà: la sua singolare purezza, perché come afferma il venerabile Beda, Giovanni ritrovato puro e vergine quando il Signore lo chiamò all’apostolato, si mantenne in tutta la sua vita vergine e puro, ciò che gli conciliò la predilezione di Gesù Cristo; e poi la sua singolare fedeltà, perché di tutti i discepoli di Gesù Cristo egli è il solo, che, non curando l’odio e il furore de’ Giudei, ha avuto il coraggio di manifestarsi pubblicamente per suo discepolo, di accompagnarlo al Calvario e di assistere alla sua morte: Virginitate et proximitate crucis Mariæ maternitatem obtinuit. (Glos.) Ma, oltre queste due grandi cose, con quella parola a Maria: « Donna, ecco il tuo figlio, » e con quell’altra a Giovanni: « Ecco la tua Madre, » Gesù Cristo volle compierne un’altra ben più grande ancora, volle cioè rendere Maria madre di noi tutti, e noi tutti figliuoli di Maria; perciocché come nell’ordine naturale oltre al padre, rappresentante più proprio della severità e della giustizia, abbiamo pure una Madre, ministra di amore e di misericordia, così fosse nell’ordine spirituale, ed in Maria, madre nostra, avessimo per tal guisa un legame di unione, un canale di beneficenza, una mediatrice di conciliazione, un mezzo di difesa in faccia al Padre celeste. Ed in vero: nostro Signor Gesù Cristo in tutto il corso della sua vita si occupò mai sempre in ogni azione, in ogni parola, in ogni pensiero della grande missione, di cui il suo celeste Padre lo aveva incaricato, vale a dire degli interessi della sua gloria e della salute degli uomini, e per tal modo se ne occupò, che sebbene amasse di amore immenso la Madre sua Maria, parve tuttavia in varie circostanze non curarsi di Lei, appunto perché, come nota S. Ambrogio, Egli crede di dover tutto se stesso al suo ministero, più che agli affetti della sua Madre; egli crede, in altri termini, di dovere assolutamente tutti i suoi momenti e tutte le sue azioni a compiere la salute degli uomini. Che se tale fu la condotta di Gesù Cristo in tutta la sua vita, puossi dubitare che tale non sia stata al tempo della sua morte? e che abbia in quell’estremo momento voluto interrompere la sua azione continua di salute per pensare soltanto a dare un appoggio alla Madre sua ed un premio al suo discepolo? Ah ciò sarebbe troppo inverosimile! È bensì vero, che in quel medesimo momento Gesù Cristo pensò ad assicurare il perdono a’ suoi crocifissori e il Paradiso ad un ladro. Ma siccome quel perdono fu nel tempo stesso implorato per tutti i peccatori, e quel paradiso per tutti i penitenti, avendo e quella preghiera e quella promessa uno scopo pubblico ed universale, benché espresse in termini particolari e privati, così per la stessa ragione la dichiarazione della nuova maternità di Maria e della nuova figliolanza di Giovanni, benché fatta con personali espressioni, ebbe lo scopo pubblico ed universale di rendere Maria Madre di tutti i credenti e nella persona di Giovanni tutti i credenti figliuoli di Maria. E ciò risulta chiarissimo dalla considerazione delle espressioni adoperate da Gesù Cristo in tale dichiarazione. Di fatti, secondo il magnifico commento che ne fa Cornelio a Lapide, in questa circostanza così misteriosa e solenne Maria è chiamata donna e non madre, perché nel dichiararla Madre nostra Egli operava nella sua pubblica qualità di Redentore degli uomini e non già in quella privata di figliuolo di Maria. Inoltre, poiché Iddio quattromila anni innanzi nel paradiso terrestre dopo il peccato dei nostri progenitori, maledicendo il serpente aveva pur promesso il Redentore dicendo: Io porrò inimicizie tra te e la Donna, tra il seme tuo e il seme di Lei, ed Ella ti schiaccerà il capo » (Gen. III, ) ora perciò con questa stessa parola Gesù Cristo voleva rendere manifesto, che Maria era veramente essa quella Donna celebrata in quella grande profezia, che, immolandosi appiè della croce insieme con Lui, schiacciava per eccellenza la testa all’infernale serpente. In secondo luogo Gesù Cristo disse: « Ecco il tuo figlio — Ecco la tua madre. » Ora le espressioni « Ecco il tuo figlio — Ecco la tua madre » nel loro senso più ovvio e più naturale, indicano cosa che è di già accaduta ed esiste nel presente, anziché cosa che deve ancor accadere in avvenire. L’intendere adunque queste espressioni dette unicamente per Giovanni sarebbe lo stesso che dire, ciò che non è, che in quel momento Maria generò o corporalmente o spiritualmente quel discepolo e che quel discepolo o corporalmente o spiritualmente rinacque a vita novella; ma intendendole invece pronunciate per tutti gli uomini, vogliono dire assai chiaramente: « Donna, in questo momento con l’immolarvi così generosamente con me appiè della croce, soffrendo nel cuor vostro tutti i dolori che Io soffro nel mio corpo ed offerendoli con me al mio celeste Padre per la salute degli uomini, Voi avete cooperato con me alla loro rigenerazione: Ecce filius tuus! Eccoti dunque nel popolo cristiano, di cui Giovanni è la primizia e la figura ad un tempo, eccoti il figlio tuo, e veramente tuo, giacché non sono Io soltanto che liberamente te lo assegno per tale, ma sei tu ancora che lo hai generato col tuo amore e col tuo dolore. » – Così adunque, come riesce manifesto dai termini medesimi della sua grande dichiarazione, nostro Signor Gesù Cristo ha adempiuto interamente la sua grande promessa di non lasciarci orfani: Non relinquam vos orphanos; e non ci ha lasciati orfani né di padre, né di madre: ma come ha voluto renderci per grazia figliuoli adottivi del suo Padre celeste, così ha voluto ancora renderci figliuoli adottivi della Madre sua, Maria. Per tal modo la tenerezza di Gesù Cristo ha esaurite tutte le diligenze per giovarci; non gli restava più nulla da legarci, da procurarci, da ottenerci; col darci per madre la Madre sua ci ha dato tutto quello che gli restava e che ancora poteva darci. O carità immensa del Sacratissimo Cuore di Gesù per noi! o bontà infinita! O copiosità ineffabile della sua redenzione!

II. — Ma per ben comprendere, quanto più ci è possibile, questa grande prova di amore del Cuore di Gesù Cristo, non basta l’aver riconosciuto che Egli con le sue sublimi parole ha dichiarato Maria per nostra Madre, ma bisogna ancora riflettere che con le medesime le ha posto in cuore per noi il supremo affetto materno. E d in vero, la parola di Dio non è certamente come quella dell’uomo, che non ha in se stessa alcuna autorità. La parola di Dio è parola per eccellenza onnipotente, che opera non solo sulla materia, ma pure sugli spiriti, che domina le volontà, che cambia i cuori. Perciò, se un uomo scegliendo un altro uomo ad un ufficio, può dargli il titolo e il diritto ad esercitarlo, ma non già l’ingegno, le cognizioni, l’abilità necessaria, se già non si trova nell’uomo eletto, la cosa ò ben diversa per Iddio, che per quanto sia grande, elevato e difficile l’incarico a cui destina una creatura, con la sua stessa destinazione le conferisce tutte le grazie, di cui abbisogna per ben sostenerlo. Le parole adunque di Gesù Cristo: «Ecco il tuo figlio; ecco la tua madre; » non solo dichiararono Maria Madre nostra, ma tale ancora la resero nell’istante medesimo in cui furono pronunziate. In quell’istante istesso Maria sentissi tutta ad un tratto commuovere le viscere, agitarsi l’anima benedetta, e nascere nel suo cuore tutta la tenerezza, tutto l’affetto di una vera madre verso di noi. Ma vi ha di più ancora. Maria, appiè della Croce, se ne stava immobile nella sua rassegnazione ed estatica nel suo dolore contemplando il suo diletto Figlio. Essa lo mirava ricoperto di piaghe, grondante di sangue, orrido, contraffatto, languente e vicino ad esalare l’ultimo fiato in un mare di tormenti. Udiva le atroci bestemmie, i pungenti sarcasmi, gli amari insulti che farisei, soldati e plebaglia lanciavano contro di Lui. Vedeva tutti costoro impazientire con furore perché ancora non moriva e dar poscia segni di gioia feroce al vedere che già stava per spirare. Ma di fronte a questo spettacolo ributtante di selvaggia crudeltà, Ella intendeva il Figliuol suo che dimenticando le sue pene e i suoi obbrobri pregava il suo Padre celeste, chiedendogli il perdono per coloro che ne erano la causa. Lo vedeva stendere non per forza, ma per amore infinito le sue braccia ad un popolo che non lo credeva e lo contraddiceva, e questo contrasto di una barbarie senza esempio e di un amore senza confini, di un eccesso di malizia, di ingiustizia, di furore per una parte, di pietà, di misericordia e di clemenza dall’altra la colpisce, la sorprende e la rapisce nella profondità misteriosa della carità, che il suo Figlio nutre e dimostra agli uomini, e di cui i torrenti di tante ingiurie e di tanti dolori non valsero ad estinguere l’incendio. In tale rapimento Gesù Cristo, Figliuol suo, non le parve mai Dio così grande e così amabile, come allora che lo vede trattato da meno che uomo e ridotto ad averne perduto le sembianze. Ah! che Maria amò sempre Gesù di un amore senza misura! Ma allora, a quello spettacolo il suo amore come avvivato da nuova fiamma si fa più violento, più energico, più tenero, elevato per così dire alla sua. più alta potenza. E dominata da questo amore, se lo avesse potuto, egli è certo che si sarebbe lanciata con Gesù sulla croce, si sarebbe stretta e crocifissa con Lui e con Lui sarebbe morta di dolore e di amore. Ora, è in questo stato di tenerezza immensa, di violentissimo amore per Lui che Gesù Cristo, dirò così, la sorprende, la coglie e l’arresta per dirle: « Mulier, ecce filius tuus: Donna, ecco il tuo figlio. E perché mai questo agire di Gesù Cristo? perché? Ah! miei cari, ciò fu propriamente, perché Maria in quella espressione: « Donna ecco il tuo figlio, » intendesse prontamente ed efficacemente che Gesù Cristo voleva dirle: « O Donna, quell’amore così forte, così veemente, così acceso che ora più che mai invade il vostro cuore per me, è ad altri vostri figli che voi d’ora innanzi dovete pure rivolgerlo: sono i figli che ora io vi creo con la mia onnipotente parola, sono i figli che ora Voi generate con me nei vostri dolori, sono gli uomini, che io vi addito nella persona del mio discepolo: Mulier, ecce filius tuus.» E così appunto intese Maria. E così intendendo per l’opera di Gesù Cristo e per la libera sua corrispondenza alla medesima, sentì tutto a rifondersi nel suo petto il cuore, e cominciò da quell’istante ad amare gli uomini di quello stesso materno amore, con cui fino allora aveva amato il suo Gesù Cristo. Fu allora pertanto, che Ella divenne quale poi la descrisse lo stesso San Giovanni: Mulier, amicta Sole; la Donna vestita del Sole. – Perché, come nota S. Bernardo, essa che nell’istante dell’Incarnazione aveva con le sue purissime carni vestito come di purissima nuvola il Sole eterno di giustizia, ora veniva Ella da quel Sole medesimo rivestita e compenetrata delle fiamme della sua divina carità. Perciocché in Gesù Cristo di mano in mano che s’avvicinava il tempo in cui doveva morire per noi, il suo amore per gli uomini si andava facendo ognor più intenso e violento; e poiché ormai era giunto al momento di esalare l’ultimo fiato, così l’amor suo per l’umanità era giunto al colmo, all’estremo suo confine. Ed allora pronunziando quelle parole, con cui ci dava Maria per Madre, apriva il suo Cuore Santissimo, ne faceva uscir fuori impetuosa una vampa di amore per noi, la quale dall’alto della Croce discendendo sopra Maria, che ne stava ai piedi, tutta la circondò, la invase, la riempì, sicché ancor Ella si sentì compenetrata dagli stessi trasporti di carità del suo Divin Figlio; e nella sua morte non vedendo più altro che il pegno di nostra salvezza domina e conquide il suo dolore, e non solo si rassegna a che il suo Figliuolo muoia; ma volentieri, e con interno gaudio, come ebbero a dire i Santi Padri, dal fondo dell’anima sua ripete a Dio l’offerta del sacrifizio del suo Divin Figlio, congiungendo l’offerta del sacrifizio del suo Cuore. Dopo di ciò, l’amore di Maria per noi nascendo dalla fonte stessa dell’amore per noi di Gesù Cristo, vale a dire dal suo Santissimo Cuore, puossi dubitare menomamente che Ella sarebbe stata lenta ad esercitare con gli uomini l’ufficio e l’amore di madre? Ah! che non appena la parola di Gesù Cristo li affidava a lei per figliuoli, tosto prendeva a portarli tutti nel suo seno e ad usare verso di essi tutte le sollecitudini, tutte le premure, tutte le tenerezze materne. Ed eccola quasi appena spirato Gesù sulla croce farsi a confortare i tremanti, a sollevare i caduti, a consolare gli afflitti. Perciocché fu ella che tosto raccolse insieme i discepoli che alla cattura di Gesù si erano messi in fuga e dispersi; fu Ella che risollevò l’animo abbattuto di Pietro, che aveva negato il divino Maestro e lo confortò a sperare e ad  essere sicuro del perdono; fu essa che rimise in calma tutti i seguaci del Nazareno, la cui morte aveva scompigliati e confusi, e ingenerò nel loro cuore la sicurezza della sua vicina risurrezione. – Ma che dire poi dello zelo ammirando, con cui questa gran Madre si pose ad esercitare la sua carità per gli uomini dopo l’Ascensione al cielo del suo divin Figlio? In sul bel principio della loro predicazione gli Apostoli essendo incarcerati, flagellati, dannati a morte, essa piglia come per sé medesima tutti quegli iniqui trattamenti, ma superandoli con forte animo, si fa con la parola e con l’esempio a confortare gli Apostoli a superarli essi pure. I primitivi Cristiani abbisognando di aiuto accorrono a Lei da tutte le parti e a Lei si raccomandano con quella fiducia con cui i figli si affidano alla madre; ed Ella tutti accoglie con amorevolezza infinita e tutti rimanda felici della efficacissima sua consolazione. Tutti poi, e apostoli e fedeli, nelle difficoltà che incontrano per spargere il Vangelo e per praticarlo ricorrono a Lei, ed essa co’ suoi consigli e con le sue preghiere le appiana e le scioglie. Ma salita poi al Cielo ha ella cessato di far sentire agli uomini il suo materno affetto? Ah! conforme ai disegni amorosi di Gesù Cristo, che la voleva madre degli uomini non solo dei primi tempi della Chiesa, ma per sempre sino alla fine del mondo, lassù continuò sempre a sentire e prendere per noi tale sollecitudine, che dopo il Figliuolo suo, non havvi là alcuno che la senta e prenda maggiore di lei. E potrà forse una Madre dimenticare il frutto delle sue viscere? Ma quando pure ciò facesse una Madre terrena, ciò non farà mai la nostra madre celeste, che è la Madre per eccellenza, la Madre perfetta, la Madre modello, la Madre delle madri, siccome è la Vergine delle vergini, la stella delle stelle. Epperò del continuo aprendo il suo seno di misericordia, vi accoglie le nostre preghiere e le presenta al suo divin Figlio, del continuo gli espone i nostri bisogni, e ne implora le grazie necessarie, del continuo ce le dispensa e provvede a riparare la nostra miseria. E che altro sono mai se non prove dell’incessante amore di Maria per noi quelle apparizioni molteplici, che Ella fece a’ suoi speciali devoti o per insegnarci per loro mezzo le pratiche più salutari, o per ammonirci dei nostri traviamenti ed animarci alla penitenza, o per riaccendere in noi la fiducia in Dio ed il coraggio cristiano? Non sono prove dell’amore materno di Maria quegli aiuti così potenti che ella ci diede ognora contro i nemici del nome cristiano, per cui, vincendo la loro tracotanza, la Chiesa poté essere libera dall’oppressione e godere una vita sempre più gagliarda? Non sono prove dell’amore materno di Maria quei prodigi così palesi e strepitosi da Lei operati intanto suoi santuari, a tanti suoi altari, per mezzo di tante sue immagini? E queste immagini, questi altari, questi santuari non sono essi medesimi altre prove di tale amore? Cerchiamo pure la loro origine, cerchiamo quella di tanti altri monumenti con ogni magnificenza a Lei dedicati, di tante solennità che per lei si van celebrando, di tante dimostrazioni di ossequio che da per tutto a lei si danno, e troveremo sempre che tutto ciò è avvenuto in omaggio e ringraziamento dell’amore materno che ha dimostrato agli uomini. Quella regione era minacciata dall’eresia, quella città era desolata dalla peste, quell’altra dalla fame; la guerra travagliava quel regno, il terremoto minacciava di subissar quel paese, l’acqua di ingoiar quella provincia, il fuoco di devastar quella contrada, un rio malore di gettar nel lutto quella famiglia, un grave pericolo di togliere la vita a quell’individuo, le passioni e la disperazione di rovinar per sempre quell’anima, e tutti costernati si rivolgevano a Maria e gridavano ti denti: Madre, soccorrici, abbi pietà di noi; e Maria accorse pietosa, li coprì tosto del suo materno manto e li campò dall’ira divina. Sicché ha ben ragione S. Bernardo di esclamare: No, non si è mai inteso a dire che alcuno ricorrendo per aiuto a Maria non sia stato da Lei esaudito. Quale dono adunque è stato quello che ci fece il Cuore di Gesù nel darci dalla croce, ove agonizzava, una madie sì amante, sì tenera, sì pia! Senza dubbio questo fu uno dei benefizi più segnalati che ci abbia fatti, uno degli aiuti più potenti che ci abbia somministrato, uno dei mezzi più efficaci che ci abbia elargito per la nostra eterna salute! Qual nuovo titolo pertanto, diremo con S. Anselmo, qual nuovo motivo per accrescere la nostra fiducia, per raffermarci nelle nostre speranze, per allargare i nostri desideri! La nostra causa, la nostra salute, la nostra felicità eterna sta riposta nelle mani di una madre, che immensamente ci ama, e che amandoci di un infinito amore non lascerà certamente che vada perduto alcuno di quei figli, che Gesù Cristo, prima di morire sulla croce, le ha affidati.

III. — Ma la dichiarazione di nostro Signor G. Cristo in croce contiene due parti. Ora, se nella prima, come abbiamo veduto, Egli ha dato a Maria non solo il titolo, ma il cuore e l’affetto di Madre, nella seconda, vale a dire nelle parole rivolte al discepolo: «Ecco la tua madre» Egli ha dato pure ai fedeli non solo il titolo, ma il cuore e l’affetto di figli di Maria. Epperò la parola onnipotente dell’Uomo-Dio non è in Maria soltanto che operò un’ineffabile trasformazione del cuore, ma è ancora nei fedeli divenuti suoi figli ripieni di amor accesissimo per Lei: giacché la stessa espressione « ecco » che Gesù Cristo adoperò per formare di Maria la nostra vera Madre, l’adoperò ancora per formare di noi i suoi veri figli. Ed ecco la ragione di quell’amore sì grande, sì costante, sì universale di tutta la Chiesa verso di Maria. Ecco perché  fin dai primi secoli prese ad onorarla nel seno della terra, dentro le catacombe, sulle cui pareti dipingeva o grafìva le sue benché rozze immagini, dinnanzi alle quali andavano ad animarsi al martirio i grandi campioni della fede. Ecco perché in seguito prese ad innalzare in suo onore le più splendide basiliche, e segue tuttodì in ogni parte del mondo e tra le più popolose città e nei più piccoli borghi, e sulle rive dei mari, e sulle vette dei monti, e nelle valli più romite a dedicarle dei santuari. Ecco perché con un acconcio giro di feste nel corso dell’anno fa passare alla venerazione dei fedeli i misteri principali della sua vita e celebra molte altre solennità secondo i titoli diversi e tutti magnifici, che la pietà dei Cristiani le ha dato. Ecco perché a Lei consacra dei mesi interi, delle intere settimane, ed in ogni settimana il sabbato e tutti i giorni la saluta con l’Arcangelo Gabriele:

E quando sorge e quando cade il die,

E quando il sole a mezzo corso il parte.

Ecco perché i Sommi Pontefici, i Vescovi, i Concili generali e nazionali, gli Ordini religiosi, gli Ordini civili e militari; le Università e le Accademie sono mai sempre andati a gara per celebrarne le lodi, per promuoverne il culto, per ampliarne la devozione, per difenderne le eccelse prerogative. – Ecco perché i geni della fede, i Padri e i Dottori della Chiesa tennero per Lei il linguaggio più enfatico ed espressivo, i geni della poesia per Lei innalzarono i cantici più ispirati e sublimi, i geni della musica per Lei trovarono le note più tenere e soavi, i geni della pittura formarono di Lei le tele più celebrate. Ecco perché non vi ha paese, non vi ha città, non vi ha nazione cristiana che col più grande entusiasmo non protesti di essere il paese, la città e la nazione di Maria, ciò che significa che tutti i paesi, tutte le città e tutte le nazioni cristiane hanno il medesimo sentimento, lo stesso cuore per Maria. Ecco perché in tutte le calamità pubbliche e in tutte le angustie private, nei bisogni dell’anima e in quelli del corpo, nei flagelli di Dio e in tempo delle persecuzioni degli uomini, il clero e il popolo, i re ed i sudditi, i nobili e plebei, i dotti e gli ignoranti, i grandi e i piccoli, gli uomini e le donne, i vecchi e i fanciulli, il navigante nella tempesta, l’infermo nella malattia, il povero nell’indigenza, l’afflitto nella tribolazione, il soldato nella battaglia, il giovane nella tentazione, la fanciulla nel pericolo, la madre nel dolore, ricorrono sempre e dappertutto a Maria. Ecco perché lo stesso peccatore nella miseria del suo peccato si rivolge fiduciosamente a Lei, e non vi ha Cristiano sì degenerato e corrotto che anche nella mostra sfacciata di un’apparente incredulità, in mezzo alla licenza delle sue passioni sfrenate non conservi in fondo al cuore, come carbone in mezzo alla cenere, un avanzo di inclinazione verso di Lei, che lo induce almeno di anto in tanto ad invocarla, se non altro, occultamente e ad affidarsi alla sua materna pietà. Ecco infine perché il tempo che tutto deteriora, consuma e distrugge, tutt’altro che aver affievolito il culto di Maria lo è andato facendo sempre più grande, più profondo, più universale! Ah! tutto ciò è l’effetto della gran parola detta da Gesù Cristo morendo a Giovanni: « Ecco la tua madre. » No, nessuna causa privata e particolare poteva produrre un effetto sì comune e sì generale. Bisogna risalire a quella causa onnipossente che opera sui cuori e li trasforma: bisogna risalire a quel Gesù Cristo il cui Cuore ripieno di carità infinita per noi non si è contentato di formare di Maria la nostra vera Madre, ma ha voluto ancora formare di noi i veri figli di Lei. Oh bontà! Oh amore! oh degnazione! Come importa pertanto che corrispondiamo per la parte nostra alle intenzioni così salutari del Cuore di Gesù Cristo! Come siamo in dovere di fare ancor noi quel che fece il discepolo Giovanni, che intesa la volontà del Redentore prese tosto da quel momento Maria come sua carissima Madre, e si diede a diportarsi con Lei come il figlio più affezionato! E chi vi sarà tra noi che non si senta trasportato a fare lo stesso? Deh! attacchiamoci tutti a questa madre pietosa, amiamola dell’amore più ardente, onoriamola con lo slancio più vivo, e certamente avremo parte a quei beni che porta l’amore e la protezione di questa gran Madre. – Prostrati intanto ai piedi vostri, o Gesù amantissimo, noi ringraziamo, lodiamo e benediciamo il Cuor vostro della carità infinita che ci ha usato nel donarci colla sua onnipotente parola una Madre celeste in Maria Santissima. E ad un tempo vi preghiamo di voler accendere veramente e rendere sempre più vivo nel cuor nostro l’amore per lei, affinché amandola quaggiù da veri figlioli possiamo un giorno andarla ad amare per sempre in cielo!

L’INABITAZIONE DELLO SPIRITO SANTO NELLE ANIME DEI GIUSTI (4)

L’INABITAZIONE DELLO SPIRITO SANTO NELLE ANIME DEI GIUSTI (4)

R. P. BARTHELEMY FROGET

[Maestro in Teologia Dell’ordine dei fratelli Predicatori]

L’INABITAZIONE DELLO SPIRITO SANTO NELLE ANIME DEI GIUSTI SECONDO LA DOTTRINA DI SAN TOMMASO D’AQUINO

PARIS (VI°) P. LETHIELLEUX, LIBRAIRE-ÉDITEUR 10, RUE CASSETTE, 10 1929

Approbation de l’ordre:

fr. MARIE-JOSEPH BELLON, des Fr. Pr. (Maitre en théologie).

Imprimatur:

Fr. Jos. Ambrosius LABORÉ, Ord. Præd. Prior Prov.Lugd.

Imprimatur, Parisiis, die 14 Februarii, 1900.

E. THOMAS, V. G.

SECONDA PARTE

DELLA SPECIALE PRESENZA DI DIO, O DELLA ABITAZIONE DELLO SPIRITO SANTO NELLE ANIME DEI GIUSTI

CAPITOLO II

Natura di questa presenza

I.

Quando le Lettere sante ci dicono che lo Spirito Santo ci è inviato, ci viene dato di santificare le nostre anime, che le persone divine abitano in noi per grazia, come bisogna comprendere questi testi? Dovremmo prenderle nel loro senso naturale ed ovvio, e ammettere la reale venuta dello Spirito Santo, la vera, fisica, sostanziale presenza dell’adorabile Trinità nell’anima giustificata? O dovremmo spiegare queste espressioni in senso metonimico, e vedere in esse solo una di quelle figure di cui il linguaggio umano abbonda, attribuendo all’effetto il nome della causa? In altre parole, è davvero la Persona stessa dello Spirito Santo che ci viene donato dalla grazia e con la grazia, e che accompagna i suoi doni venendo nei nostri cuori? O riceviamo veramente solo i doni creati, la grazia e le virtù infuse che formano il suo inseparabile corteggio? Potrebbe sembrare, a prima vista, che la missione o la donazione di una Persona divina debba essere intesa solo come presenza di questa Persona con i suoi effetti e i suoi doni, con la comunicazione di una perfezione che le è propria e che manifesta, e non come la sua venuta reale e personale; perché, infine, poiché Dio è ovunque, come può venire da qualche altra parte che con i suoi effetti? Pertanto, gli Ariani e i Macedoniani, ostinati negatori della divinità del Verbo e dello Spirito Santo nel quarto secolo, si rifiutarono di vedere nei passi della Scrittura dove si parla della missione invisibile del Figlio e dello Spirito Santo, qualsiasi cosa che non sia la concessione di grazie create, ed escludere le Persone divine. Essi avevano un’ottima ragione per questo, a loro avviso. Come ammettere in effetti che era proprio la Persona dello Spirito Santo che Nostro Signore prometteva di inviare e che ha effettivamente inviato ai suoi Apostoli, senza riconoscere la divinità del Salvatore? Non c’è che un solo Dio che possa mandare una Persona divina. D’altra parte, se lo Spirito di verità promesso da Gesù Cristo, lo Spirito che, riversando la grazia e la carità nei nostri cuori, ci rende figli adottivi di Dio, è veramente una Persona, non poteva anche Lui che essere una Persona divina, perché non c’è un solo Dio che possa divinizzare comunicando la sua natura.  – Nel XV secolo, i greci scismatici, volendo evitare la necessità di confessare, con i Cattolici, che lo Spirito Santo proceda dal Padre e dal Figlio, sostennero, anche essi al Concilio di Firenze, che le promesse fatte da Gesù Cristo agli Apostoli per inviare loro lo Spirito Santo, dovessero essere intese come dei suoi doni, e non come della sua Persona. E per confermare la loro pretesa, appoggiandosi sulle testimonianza ricavate dai Libri Santi, si appellarono ai passi della Scrittura dove i doni dello Spirito Santo sono designati sotto il suo nome, come nel testo di Isaia, dove il profeta, parlando del Messia venturo, si espresse come segue: « Lo Spirito del Signore riposerà su di Lui: lo spirito di saggezza e intelligenza, lo spirito di consiglio e forza, lo spirito di conoscenza e pietà, lo spirito di timore del Signore lo riempirà » (Is. XI, 2-3). Per vie diverse, e per motivi completamente diversi, i teologi cattolici, Vasquez in particolare e Alarcon, S. J., sono giunti alla stessa conclusione. Non comprendendo come una Persona divina, che è già realmente e sostanzialmente presente in noi, in virtù della sua immensità, possa tornare a noi altre che con i suoi doni, insegnano che la missione dello Spirito Santo, e la sua dimora in noi per grazia, non implicano in alcun modo una presenza sostanziale di questo Spirito divino, specificamente distinta da quella che Egli ha in ogni creatura, ma semplicemente un’estensione di questa presenza comune; così che dove Dio si trovava già per conservare i doni della natura, Egli è ora lì per produrre e conservare quelli della grazia. E se diciamo loro, con san Tommaso, che Dio è presente nei giusti come oggetto di conoscenza e di amore « sicut cognitum in cognoscenie et amatum in amante» (S. Th., Summa Theol., I, q. XLIII, a. 3), il che è molto diverso dalla sua presenza ordinaria come causa efficiente, per modum causæ agentis (Id., I, q. VIII, a. 3), rispondono che si tratta di una presenza speciale, che è prerogativa esclusiva degli esseri ragionevoli, gli unici capaci di conoscere e amare Dio, ma una presenza che non è reale, fisica e sostanziale, poiché possiamo conoscere e amare oggetti  distanti e lontani da noi; e se questa conoscenza e questo amore ci rendono questi oggetti presenti in un certo modo, presenti alla nostra mente con una presenza ideale e oggettiva, con la loro immagine e la loro forma intelligibile, presenti al nostro cuore con una presenza morale ed affettiva, non sono però sufficienti a renderli realmente ed efficacemente presenti nella nostra anima. – Santa Teresa lamenta, nel racconto della sua vita, di aver incontrato questi teologi; e così parla di loro: « All’inizio ero, in una tale ignoranza, che non sapevo che Dio fosse in tutti gli esseri. Ma siccome, durante questa preghiera, l’ho trovato così presente nella mia anima, siccome mi sembrava così chiara la visione che avevo di questa presenza, era assolutamente impossibile per me dubitarne. Persone che non erano dotte mi dicevano che Egli era lì solo per sua grazia. Convinta del contrario, non potevo accettare i loro sentimenti, e ne ero rattristata. Un dotto teologo dell’Ordine del glorioso San Domenico, mi ha tratto da questo dubbio; mi ha detto che Dio era veramente presente in tutti gli esseri, e mi ha spiegato come Egli si comunichi a noi, il che mi ha riempito della più grande consolazione » (Vie de sainte Thérèse écrite par elle-même, c. XVIII; traduction du R. P. Marcel Bouix, S. J.). Così, lungi dall’essere fermata dalle difficoltà sollevate da Vasquez e da coloro che condividevano la sua opinione, la grande maggioranza dei teologi ha riconosciuto e confessato che non sono solo i doni creati che Dio ci comunica, quando riversa in noi la grazia santificante, ma che il Donatore stesso accompagna i suoi doni. – E san Tommaso, sempre così moderato nei suoi apprezzamenti, non teme di chiamare errore il sentimento opposto: error dicentium Spiritum Sanctum non dari, sed ejus dona  (S. Th., Summa. Theol., l, q. XLIII, a. 3, obj,I), e insegna come verità teologicamente certa che, per la grazia e con la grazia, riceviamo simultaneamente lo Spirito Santo, che diventa così l’Ospite della nostra anima: In ipso dono gratiae gratum facientis Spiritus Sanctus habetur, e inhabitat hominem (Ibid., in corp. Art.).

II.

 Infatti, la Scrittura è così chiara, così esplicita, così formale su questo punto, in una moltitudine di passaggi, che sembra impossibile, senza fare violenza al testo, non ammettere la realtà di questa abitazione. Così quando l’Apostolo san Paolo, scrivendo ai fedeli di Corinto e di Roma, disse loro: « Non sapete che siete il tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? (« nescitis quia templum Dei estis, et Spiritus Dei habitat in vobis? » (I Cor., III, 16.) – Non sapete che le vostre membra sono il tempio dello Spirito Santo, che è in voi, che avete da Dio e che non appartenete a voi stessi? « An nescitis quoniam membra vestra templum sunt Spiritus Sancti, qui in vobis est, quem habetis a Deo, et non estis vestri? » (I Cor., VI,19).  – “Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non è suo vero discepolo….. Ma se in voi abita lo Spirito di Colui che ha risuscitato Gesù Cristo dai morti abita in voi, Colui che ha risuscitato Gesù Cristo darà vita anche ai vostri corpi mortali grazie al suo Spirito che abita in voi ” « Si quis Spiritum Christi non habet, hic non est ejus… Quod si Spiritus ejus qui suscitavit Jesum a mortuis, habitat in vobis; qui suscitavit Jesum Christum a mortuis, vivificabit et mortalia corpora vestra, propter inhabitantem Spiritum ejus in vobis. » (Rom., VIII,9-11.); è possibile per uno spirito non prevenuto  non riconoscere nelle membra viventi di Gesù Cristo la presenza reale, efficace e personale dello Spirito Santo, e non vedere, in questo Spirito che è in noi, che lo riceviamo da Dio, e che abita le nostre anime che sono diventate il suo tempio, nient’altro che dei doni creati?  – Ma se il grande Apostolo avesse veramente voluto affermare la presenza sostanziale dello Spirito Santo nei giusti, come avrebbe potuto esprimersi in modo più netto e limpido? – E d’altra parte, che linguaggio singolare è il suo, se, dichiarando che siamo il tempio dello Spirito Santo, che è in noi, che abita in noi, che ci è stato dato da Dio, voleva semplicemente farci capire che Dio ha depositato nella nostra anima il dono creato della grazia! Ma è a Dio che si costruisce un tempio e non ai suoi doni. Inoltre, una creatura non diventa la casa di Dio perché è ornata di doni divini o perché Dio opera in essa, ma perché è consacrata ad essere veramente la dimora e l’abitacolo della Divinità. E poi, dunque, nulla qui ci obbliga a dare ai termini scritturali un significato violento e deviato, un significato figurativo che tutto disapprova: sarebbe contro le più elementari regole di esegesi il non conservare le espressioni che indicano la presenza reale dello Spirito Santo nelle anime giuste, il loro significato naturale e ovvio. Allo stesso modo avviene quando Nostro Signore promette ai suoi Apostoli un Consolatore diverso da se stesso, alium Paraclitum (Joan. XIV, 16), lo Spirito di verità che procede dal Padre, Spiritum veritatis qui a Patre procedet, e deve rendere testimonianza a Cristo, ille testimonium perhibebit de me (Ibid.): è possibile mai prendere queste parole in senso metonimico, e vedere in esse solo la promessa del dono della grazia? Ma la grazia non è un Consolatore; essa non può testimoniare a favore di nessuno; essa non procede dal Padre, ma da tutta la Santissima Trinità; e se le si vuole attribuire un riferimento ad una Persona divina in virtù della legge di appropriazione, non è al Padre, ma allo Spirito Santo che deve essere attribuita. Infine, quando, dopo la sua risurrezione, Gesù Cristo alitò sugli Apostoli dicendo loro: « Ricevete lo Spirito Santo, a chi rimetterete i peccati saranno rimessi, a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi » (Joan. XX, 22-23), dovremmo vedere forse là ancora solo una figura di linguaggio? Per evitare questa ridotta interpretazione delle Scritture e per darci un’idea più precisa della sua missione invisibile, lo Spirito Santo ha preso la precauzione di dirci, attraverso l’organo dell’Apostolo, che, nell’opera della nostra giustificazione, non è solo la grazia e la carità creata che Egli riversa nei nostri cuori, ma che Egli stesso vi giunge donandosi personalmente a noi: « Charitas Dei diffusa est in cordibus nostris, per Spiritum Sanctum qui datus est nobis. » (Rom. V, 5).  – È impossibile fraintendere o tergiversare; il dono qui creato si distingue perfettamente dal Donatore; la carità si diffonde nei nostri cuori, lo Spirito Santo ci è dato, entrambi ci sono comunicati. San Paolo ci rappresenta, quindi, in più occasioni, lo Spirito Santo come sigillo impresso sulle nostre anime, come pegno della gloria celeste, o meglio ancora, come pegno della nostra beatitudine « In quo (Christo) et credentes signati estis Spîritu promissionis sancto, qui est pignus (in greco ἄρραβών (= il pegno) hæreditatis nostreæ. » (Eph., 1, I3-I4.). Per cui sant’Agostino fa questa osservazione: « Che cosa sarà dunque la cosa medesima che ci è stata promessa, se il pegno è così prezioso? o meglio, questo non è un dono, ma è un pegno, un deposito. Mentre il dono, dato in pegno, viene recuperato quando il debito viene estinto, il deposito, essendo parte della cosa promessa ed essendo un inizio di pagamento, non viene recuperato, ma serve a completare ». (S. Aug., De Verbis Apost., sermo XIII). È dunque veramente la Persona stessa dello Spirito Santo che viene in noi con la grazia.

III.

I Santi Padri non sono meno affermativi o chiari della Scrittura, nell’insegnare che la missione stessa di una Persona divina – parliamo della missione invisibile – comporti, oltre alla partecipazione di un dono creato, la presenza effettiva e sostanziale di quella Persona. Anche sant’Agostino, parlando dell’effusione dello Spirito Santo nel giorno di Pentecoste, si esprime nel seguente modo: « Lo Spirito Santo è venuto ai suoi fedeli in quel giorno, non più con una semplice operazione o una grazia di visita, ma con la presenza stessa di Sua Maestà; e non era solo l’aroma del sacro profumo, ma la sua stessa sostanza che scorreva nel vaso del loro cuore. » Cosa potrebbe essere più formale e grazioso allo stesso tempo? (S. Aug., sermo 185, de Temp.). Nelle loro controversie con gli Ariani e i Macedoniani, i Santi Padri hanno spesso sostenuto che l’abitazione del Figlio e dello Spirito Santo nelle anime è una prova evidente della loro divinità. E la ragione è certamente eccellente; per vivere in un’anima, per produrre e conservare in essa la grazia santificante, è necessario penetrare nell’essenza stessa di quell’anima, ciò che è appunto la caratteristica della Divinità. (S. Th.. Summma Theol, III, q. LXIV, a. I,). Così Didimo il Cieco, questo dottore di Alessandria che vedeva così chiaramente nelle cose di Dio, proponeva questo argomento nel suo famoso trattato sullo Spirito Santo, dove, secondo l’espressione di san Girolamo, i latini hanno poggiato tutto ciò che hanno detto a questo proposito: « Ci vorrebbe tanta empietà nel mettere lo Spirito Santo nel rango delle creature. Un essere creato non abita in un altro; le arti e le scienze, le virtù e i vizi, vivono in noi in qualche modo, ma come qualità accidentali, e non come sostanze….. Ora è la sostanza stessa dello Spirito Santo che abita nei giusti e li santifica, e solo le tre Persone della Trinità possono, con la loro sostanza, entrare nelle anime. » (Didymus, De Spiritu Sancto, n. 25.). – E prevenendo l’obiezione che avrebbe potuto essergli rivolta, opponendo al suo sentimento le parole del Vangelo, in cui si dice che satana sia entrato nel cuore di Giuda: Post buccellam introivit in eum Satanas, (Joan. XIII, 27), egli risponde che satana vi è entrato, non con la sua sostanza, ciò che appartiene solo a Dio, ma per la sua operazione, cioè per i suoi perfidi suggerimenti e il suo malvagio inganno. (Didymus, De Spiritu Sancto, n.61). Questa è la dottrina che san Tommaso abbraccerà e sosterrà in seguito, il quale, seguendo Didimo, prova la divinità dello Spirito Santo attraverso la sua abitazione nelle anime 3. (S. Th., Contra Gent., 1. IV, c.XVII). – Per quanto riguarda il demonio, è vero che egli può ben penetrare nel corpo, muoverne le membra nonostante la resistenza della volontà, agire sui sensi e sull’immaginazione e, indirettamente, sulla volontà, come vediamo negli energumeni; ma non può invadere le profondità del nostro essere, né penetrare, almeno direttamente, nel santuario dell’intelligenza e della volontà. Se poi entra nel cuore di qualcuno, non è con la sua sostanza, ma per gli effetti della sua malizia: per i pensieri malvagi che ispira, per gli atti criminali che suggerisce e che troppo spesso riesce a far compiere (S. Th., Contra Gent, 1. IV, c. XVIII).  È privilegio esclusivo ed inalienabile di Dio, la naturale sequela della sua azione creativa e conservatrice, conseguenza della sua assoluta sovranità sugli spiriti creati, il poter penetrare, con la sua sostanza, nella parte più intima del loro essere per sostenerlo, e nel santuario della volontà, per farla agire a suo piacimento, inclinandolo direttamente e immediatamente a questo o quell’atto senza mai fargli violenza, (S. Th., Quæst. disput. de verit., q. XXII, a. 8 et 9), secondo queste parole della Scrittura: « Cor régis in manu Domini, quocumque voluerit inclinabit illud (Prov. XXI, 1): Il cuore del re è nella mano del Signore, Egli lo piegherà dove vorrà. » San Cirillo d’Alessandria dedica un intero dialogo nel dimostrare che lo Spirito Santo abiti in noi e ci renda, con la sua unione con la nostra anima, partecipi della natura divina. Rivolgendosi al suo interlocutore, Ermias, gli chiede: « Non si dice che l’uomo sia fatto a immagine di Dio? – Senza dubbio, risponde Hermias. – Ora, chi imprime in noi questa immagine, se non lo Spirito Santo? – Sì, ma non è come Dio, è come un semplice dispensatore di grazia. – Quindi non è Lui stesso che si imprime come sigillo sulla nostra anima, Egli si accontenta di incidere su di essa la grazia? – È’ quello che mi sembra. – Dobbiamo quindi chiamare l’uomo immagine della grazia, e non l’immagine di Dio. » (S. Cyril. Alex., Dial. 7 de Trinit.). – Saremmo interminabili se volessimo riportare, anche sommariamente, gli innumerevoli passaggi in cui i santi Padri stabiliscono la realtà della dimora dello Spirito Santo nelle nostre anime; su questo punto essi abbondano in comparazioni tanto graziose quanto variegate. – Secondo loro, lo Spirito Santo è un profumo (la Chiesa dice: un’unzione spirituale, spiritalis unctio) le cui dolci e penetranti emanazioni si insinuano nelle nostre anime per permearle, trasformarle, divinizzarle e renderle capaci di diffondere intorno ad esse il buon odore di Gesù-Cristo: Christi bonus odor sumus Deo. (II Cor. II, 15). È un sigillo che ci segna con l’effigie di Dio, che riforma in noi l’immagine divina deteriorata dal peccato, così come un timbro imprime la sua somiglianza sulla cera che pressa. (S. Cyril., Thésaurus, assertion XXXIV). O meglio: come l’uomo che imprime il carattere delle sue idee sui materiali che plasma, lo Spirito Santo, questo sigillo di Dio, si imprime nelle anime, con la differenza, però, che il carattere divino che ci è stato comunicato è vivo e ci rende immagini viventi della sostanza divina! (S. Bas., 1. V, Contra Eunom.) E’ un fuoco che ci penetra, come il fuoco naturale penetra il metallo nelle sue profondità più intime e ne comunica le sue proprietà, la sua luminosità, il suo calore, il suo bagliore, senza però cambiarne la natura. (S. Bas., 1. m. Contra Eunom.).  È un oro purissimo che dora – per così dire – le anime, e le rende sovranamente belle agli occhi di Dio e dei suoi Angeli. (S. Cyril. Alex., Dial. 7 de Trinit.). È una luce che, cadendo sulle anime pure come i raggi del sole su un cristallo trasparente, le rende luminose e capaci di diffondere grazia e carità intorno ad esse. (S. Bas., De Spiritu Sancto, c. IX, n. 23.). È un’ospite pieno di dolcezza, dulcis hospes animæ, che viene in noi per rallegrarsi della sua presenza, per conversare familiarmente con noi, per inclinarci al bene, per consolarci nei nostri dolori, per arricchirci con i suoi doni; ma un’ospite che, essendo Dio, vuole un tempio per sua dimora. Così Egli consacra la nostra anima con la sua grazia, affinché divenga così una sorta di abitacolo degna di Lui. (S. Cyril., in Evang. Joan., I, 9). – Infine, è Dio che dà alla nostra anima una forma divina, facendosi Dio vita della nostra anima, così come l’anima stessa è la vita della nostra carne; senza dubbio lo Spirito Santo non è il principio formale della nostra vita soprannaturale, ma ne è la causa efficiente ed interiore. (S. Epiphan., Hæres., 74, n. 13.) – (S. Aug., Sermo 156, c. VI, n. 6.).

IV.

Di fronte a tal nugolo di testimoni, tantam habentes impositam nubem Testium (Hebr. XII, 1), di fronte a tali esplicite testimonianze, è ancora possibile contestare la presenza vera, reale e sostanziale dello Spirito Santo nelle anime santificate dalla grazia? Con quale amore i fedeli dei primi secoli hanno abbracciato questa consolante e preziosa verità, con quale fede e intrepidezza l’hanno confessata, se necessario, davanti ai tribunali, la toccante storia di Santa Lucia ce lo ricorderebbe se necessario.  – L’illustre vergine di Siracusa, aveva appena distribuito ai poveri la ricca dote che sua madre aveva messo da parte per le sue nozze. Informato di questa condotta e indignato da essa, il giovane signore che aveva chiesto la sua mano e al quale Lucia era stata fidanzata contro la sua volontà, la denunciò al pretore Pascasio. Costui fece arrestare immediatamente la giovane vergine, e quando ella apparve davanti al suo tribunale, non risparmiò alcuno sforzo per convincerla a rinunciare alla Religione cristiana, che egli definiva una vana superstizione, e a sacrificare agli dei. « Il vero sacrificio che dobbiamo offrire – rispose Lucia – è visitare le vedove e gli orfani e assistere i poveri nelle loro necessità. Offro questo sacrificio al Dio vivente da tre anni, e tutto quello che devo fare ora è sacrificare me stessa come vittima dovuta a Sua Maestà Divina. – « Dite questo ai Cristiani – rispose Pascasio – e non a me, che sono obbligato a osservare gli editti degli imperatori, miei padroni. » Santa Lucia gli rispose con meravigliosa costanza: « Voi osservate le leggi di questi principi, io  quelle del mio Dio; voi temete gli imperatori della terra, ed io temo Quello del cielo; voi avete paura di offendere un uomo, e io temo il Re immortale; voi desiderate compiacere i vostri padroni, e io desidero compiacere il mio Creatore; non pensate di potermi separare dall’amore di Gesù Cristo. – « Tutti questi discorsi finiranno – dice il pretore spazientito – quando arriveranno i colpi. » – « Le parole – riprese la giovane ed intrepida vergine – non possono mancare a coloro ai quali Gesù Cristo ha detto: “Quando sarete portati davanti ai re e ai presidenti, non preoccupatevi di ciò che risponderete loro né di come farlo; troverete sulle vostre labbra proprio in quell’ora quello che avrete da dire; perché non sarete voi a parlare, ma lo Spirito Santo parlerà per bocca vostra. »  – « Quindi credete che lo Spirito Santo sia in voi? » – « Coloro che vivono piamente e in castità sono il tempio dello Spirito Santo. » – « Ebbene – disse Pascasio – ti farò condurre in un luogo infame perché lo Spirito Santo ti abbandoni. » – « La violenza esterna al corpo non toglie nulla alla purezza dell’anima; e se mi farete oltraggiare, io avrò una doppia corona in cielo … ».  Conosciamo la fine della storia e come Dio, per miracolo, salvò l’onore della sua sposa.  – Ecco un altro fatto altrettanto toccante. Eusebio racconta di Leonide, padre di Origene, che durante la notte, mentre il bambino dormiva, il pio Cristiano che ben presto doveva divenire martire, si avvicinò dolcemente al figlio e, scoprendone religiosamente il petto, lo baciò con rispetto come un santuario dove risiedeva lo Spirito Santo. – Concludiamo dunque, con i teologi e i Santi, che un’anima in stato di grazia non solo è ornata da un dono creato e sovranamente prezioso, che la rende partecipe della natura divina, ma essa possiede inoltre veramente la presenza dello Spirito Santo. Lo stesso momento fisico la mette in possesso di questo doppio tesoro; tuttavia, seguendo san Tommaso, noi possiamo distinguere, tra il conferimento del dono creato e quella del Dono increato, una doppia priorità di ragione, secondo il tipo di causalità a cui appartengono. Se consideriamo la grazia come una disposizione preliminare, come preparazione necessaria per la venuta dell’Ospite divina, essa è quella che ci viene comunicata innanzitutto, perché la disposizione precede naturalmente la forma o la perfezione alla quale prepara; se, al contrario, consideriamo lo Spirito Santo come autore della grazia e il termine al quale essa è ordinata, è Lui che ci viene dato per primo. Ed ecco – nota san Tommaso – ciò che è assolutamente essenziale: Et hoc est simpliciter esse prius. (S. Th., Sent. 1. I, dist. 14, q. II, a. I, quæst 2 sol. 2). Infine, ciò che pone veramente il culmine alle libertà divine, è che non è solo una volta nella vita, nell’ora solenne della nostra giustificazione, che riceviamo lo Spirito Santo; c’è ancora una missione invisibile e un dono della sua Persona divina ad ogni nuovo progresso che facciamo nella virtù, ad ogni aumento di grazia e di carità: ad esempio, quando riceviamo i Sacramenti con le disposizioni necessarie, o quando, sotto l’influsso della grazia attuale, produciamo atti di carità più ferventi; quando un Cristiano rinuncia al secolo per abbracciare uno stato di perfezione, o quando affronta il martirio in difesa della sua fede. (S. Th., Summa Theol., I, q. XLIII, a. 6, ad 2.). O Spirito Santo, quante volte siete entrato nella mia anima! Con quale amore incomprensibile non vi siete degnato di riparare la vostra dimora! E io non lo sapevo; o, almeno, questa adorabile verità mi appariva solo in modo vago e confuso come in un sogno. Allora, che accoglienza avete ricevuto? E tuttavia non mi avete ancora abbandonato. Degnatevi – ve ne scongiuro – di darmi, con l’intelligenza dei vostri doni, un cuore puro e veramente filiale, affinché la mia anima possa celebrarvi in ogni vostra visita, affinché metta la sua gioia e la sua felicità nell’accogliervi, nel farvi compagnia, affinché dimentichi tutto il creato per non ricordarsi che di voi, il suo ospite pieno di dolcezza, il suo amico, il suo consolatore quaggiù, finché un giorno non sarete l’oggetto della sua beatitudine. – Infatti, c’è un’ultima missione dello Spirito Santo che ci è riservata per il momento della nostra entrata in cielo e della presa di possesso del sovrano Bene.  (« Ad beatos est facta missio in ipso principio beatitudinis. » – S. Th., Summa Theol.,I, q- XLIII, a. 6, ad 3.). – Allora questo Spirito divino non entrerà più in noi nell’ombra e nel mistero, ma nella piena luce e nelle chiarezze della visione; si donerà alla nostra anima in modo perfetto e consumato; si stabilirà definitivamente in essa per essere eternamente con il Padre e il Figlio, la sua gioia e la sua felicità.

V.

Come bisogna intendere e spiegare questa presenza speciale, questa venuta iterativa dello Spirito Santo nelle anime giuste? Questo è ciò che sarà oggetto di un capitolo successivo, per il momento per noi è sufficiente l’aver constatato il fatto. – Un’ultima domanda prima di chiudere questo capitolo. Con quale nome dovremmo chiamare l’unione stabilita dalla grazia tra la nostra anima e lo Spirito Santo? È un’unione sostanziale, simile a quella tra il nostro corpo e l’anima, o una semplice unione accidentale, simile a quella tra il cavaliere e la sua montatura, tra il vaso e il liquore che contiene? Per dissipare più efficacemente l’errore di chi limita la missione di una Persona divina al conferimento dei doni creati, alcuni teologi e pubblicisti non hanno temuto di definire l’avvicinamento che la grazia stabilisce tra lo Spirito Santo e l’anima giusta, con il nome di una unione sostanziale; ma questa frase deve assolutamente essere messa da parte, in quanto imprecisa e capace di generare una falsa idea; e se la scelta di termini che riflettono accuratamente il pensiero deve, in ogni circostanza, essere oggetto di una seria attenzione, è soprattutto nell’ordine di questioni così difficili e delicate, dove è importante di conseguenza,  evitare con la massima cura espressioni false o scorrette. Ora, un’unione sostanziale è – in senso stretto – quella che ha come termine una unità di sostanza, sia che la parola sostanza sia usata per designare una natura sostanziale, sia che venga usata per indicare una persona o una unione o ipostasi. (S. Th., Somma Theol., III, q. II, a. 6, ad 3.). L’uomo ci fornisce un esempio di questa doppia unità sostanziale: perché dall’unione del corpo e dell’anima ne risulta una sola natura, e una sola persona. In Gesù Cristo ci sono due nature e una sola Persona, perché queste due nature hanno un’unica sussistenza, quella del Verbo che, prendendo la natura umana, se l’è unita sostanzialmente. Niente di simile tra la nostra anima e lo Spirito Santo; la loro unione non sopprime né la dualità delle nature né la distinzione delle persone. Guardiamoci dunque dal parlare qui di unione sostanziale, e usiamo esclusivamente i termini di presenza sostanziale, di abitazione vera e reale, che hanno il vantaggio di tradurre accuratamente la dottrina della Scrittura e dell’insegnamento teologico; essi dicono tutta la verità senza esporre il lettore a pericolose incomprensioni.

http://www.exsurgatdeus.org/2020/02/11/linabitazione-dello-spirito-santo-nelle-anime-dei-giusti-5/

SALMI BIBLICI: “CANTATE DOMINO CANTICUM NOVUM” (XCV)

SALMO 95: “CANTATE DOMINO canticum novum”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME DEUXIÈME.

PARIS -LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878 IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 95

Canticum ipsi David, quando domus ædificabatur post captivitatem.

[1] Cantate Domino canticum novum,

cantate Domino omnis terra.

[2] Cantate Domino, et benedicite nomini ejus; annuntiate de die in diem salutare ejus.

[3] Annuntiate inter gentes gloriam ejus, in omnibus populis mirabilia ejus.

[4] Quoniam magnus Dominus, et laudabilis nimis; terribilis est super omnes deos;

[5] quoniam omnes dii gentium daemonia; Dominus autem cœlos fecit.

[6] Confessio et pulchritudo in conspectu ejus; sanctimonia et magnificentia in sanctificatione ejus.

[7] Afferte Domino, patriæ gentium; afferte Domino gloriam et honorem;

[8] afferte Domino gloriam nomini ejus. Tollite hostias, et introite in atria ejus;

[9] adorate Dominum in atrio sancto ejus. Commoveatur a facie ejus universa terra;

[10] dicite in gentibus, quia Dominus regnavit. Etenim correxit orbem terræ, qui non commovebitur; judicabit populos in aequitate.

[11] Lætentur caeli, et exsultet terra: commoveatur mare et plenitudo ejus;

[12] gaudebunt campi, et omnia quæ in eis sunt. Tunc exsultabunt omnia ligna silvarum

[13] a facie Domini, quia venit, quoniam venit judicare terram. Judicabit orbem terræ in æquitate, et populos in veritate sua.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO XCV

Davide compose questo Salmo nel trasporto dell’arca (1 Paralip., c. 16). Esdra che raccolse in un libro i Salmi, lo intitolò da cantare nella riedificazione del Tempio dopo la cattività. Intenzione primaria di Davide e dello Spirito Santo è la predizione del regno di Cristo (la sua Chiesa), da propagarsi in tutto il mondo.

Cantico dello stesso David, quando la casa si edificava dopo la cattività.

1. Cantate al Signore un nuovo cantico; terra tutta, canta il Signore!

2. Cantate il Signore, e benedite il nome di lui; annunziate ogni giorno la salute recata da lui.

3.Annunziate la gloria di lui tra le genti, e le sue meraviglie a tutti i popoli.

4. Imperocché il Signore è grande e grandemente laudabile; egli è terribile sopra tutti gli dèi.

5. Imperocché tutti gli dèi delle genti sono demoni; ma il Signore ha creati i cieli.

6. La gloria e lo splendore sono intorno a lui; la santità e la magnificenza nel suo santuario.

7. Presentate al Signore, voi famiglie delle nazioni, presentate al Signore gloria ed onore; presentate al Signore gloria, qual conviensi al suo nome.

8. Prendete le ostie, ed entrate nell’atrio di lui; adorate il Signore nel santo atrio di lui.

9. Dinanzi a lui stia in timore e tremore tutta quanta la terra; dite tra le nazioni: Il Signore ha preso possesso del regno.

10.Imperocché egli ha emendata la terra, la quale non sarà smossa; egli giudicherà i popoli con equità.

11. Rallegrinsi i cieli, ed esulti la terra; il mare sia in movimento con tutte le cose ond’egli è ripieno; tripudieranno le campagne e tutto quello che in esse si trova.

12. Allora esulteranno tutti gli alberi delle selve dinanzi al Signore, perché è venuto; perché venuto egli è a governare la terra.

13.Governerà la terra con equità; governerà i popoli secondo la sua verità.

Sommario analitico

Qui, come in diversi Salmi precedenti, l’oggetto differisce essenzialmente dall’occasione. In effetti non c’è nulla che abbia precisamente rapporto con il trasporto dell’arca, o con la ricostruzione del tempio, o con il ritorno dalla cattività, mentre vi si vede chiaramente indicata la vocazione dei gentili al regno del Messia. Il salmista invita dunque i ricchi, tutto il popolo, a venire ad adorare il Signore (1).

I. – Egli li invita a celebrare le sue lodi.

1° Cantando un cantico nuovo in suo onore:

2° Benedicendo il suo nome (1);

3° Annunciando la salvezza che porta alla terra (2, 3).

II. – Ne dà i motivi:

1° La grandezza di Dio e la sua eccellenza infinita al di sopra di tutti quelli che portano sulla testa il nome di dei (4, 5);

2° La sua bellezza, la sua santità, la sua magnificenza (6).

III. – Li invita ad onorarli con degli atti:

1° Egli invita le famiglie delle nazioni ad entrare nei sagrati del tempio per offrirvi il sacrificio della nuova legge (7-9);

2° Ne dà i motivi: le leggi sante del Signore, l’equità incorruttibile del Giudice sovrano (9, 10);

3° Descrive gli sforzi della venuta del Salvatore. b) la gioia del cielo e della terra per il presente (11, 12); b) la sovrana equità e la verità del giudizio futuro (13, 14).

(1) L’analogia dello stile di questo salmo e del seguente con quello di Isaia e di Asaf, li fanno ricondurre da qualche interprete ai tempi di Ezechia. Essi sembrano composti tanto per le grandi solennità di Pasqua e dei Tabernacoli, tanto si possono rapportare alla gloria delle due venute del Messia.

Spiegazioni e Considerazioni

I. — 1-3.

ff. 1, 2. – I cantici dell’antico popolo di Dio non si cantano fuori dalla terra promessa. « Come potremmo cantare i cantici del Signore in terra straniera? » dicevano gli Israeliti  prigionieri a Babilonia. Se dunque il salmista esorta tutte le nazioni a cantare le lodi del Signore, è perché questi cantici non devono essere limitati al culto della sinagoga, che non saranno di conseguenza dei cantici appropriati ad una nuova Alleanza; è l’amore – dice S. Agostino – che canta il cantico nuovo. (Berthier). – La cupidigia della carne canta ciò che è vecchio, l’amore di Dio canta ciò che è nuovo.  Cantando sotto l’ispirazione della cupidigia voi non canterete se non ciò che è vecchio, e quando anche la vostra bocca pronunciasse le parole del cantico nuovo, la lode non è bella sulla bocca del peccatore (Eccli. XV, 9). Vale più l’essere l’uomo nuovo, ed osservare il silenzio, che essere l’uomo vecchio e cantare; perché se voi siete l’uomo nuovo e tacete, le orecchie degli uomini non vi ascolteranno, ma il vostro cuore non sarà da meno nel cantare il cantico nuovo, e questo cantico arriverà fino alle orecchie di Dio, che ha fatto di voi un uomo nuovo. Voi amate e osservate il silenzio: ora l’amore stesso è una voce, è il cantico nuovo. Ascoltate la prova che è il cantico nuovo: « Io vi do, dice il Signore, un comandamento nuovo, che cioè vi amiate gli uni gli altri. » (Giov. XIII, 31), (S. Agost.). – Il cantico della gioia del secolo – dice sant’Agostino – è un linguaggio straniero che abbiamo appreso nel nostro esilio; » è il cantico dell’uomo vecchio che, cacciato dal suo Paradiso, cerca una miserabile consolazione. Se avete in voi stessi lo spirito di Gesù, non cantate più il cantico dei piaceri del mondo … cantate a Dio un cantico nuovo, cantate a Dio il cantico della nuova alleanza, cantico di allegria spirituale e di giubilo divino: « Lode a Dio, » lode a Dio nei beni, lode a Dio nei mali; lode a Dio quando ci colpisce, lode a Dio quando ci incorona, lode a Dio quando ci punisce: è il cantico dell’uomo nuovo, è quello che deve risuonare nel fondo dei nostri cuori; questo deve essere il nostro cantico: Amen, Alleluja, in questo consumazione, in questa riduzione di tutte le linee al loro centro, di tutte le creature al loro principio (Bossuet, III Serm. P. le jour de Pâques). – Tutta la terra canta dunque il cantico nuovo, ed è là che è costruita la casa di Dio … è là in effetti che ciò che era vecchio è stato gettato via, per far posto a ciò che è nuovo. E come, ciò che era vecchio è stato gettato via? Il Signore ha detto . « In verità, in verità non resterà qui pietra su pietra che non sia distrutto. » (Matt. XXIV, 2). In effetti, le pietre riunite per la nuova costruzione che si costruisce dopo la cattività, sono ammassate in una sola tutto per la carità, che non c’è più pietra su pietra, ma che tutte le pietre non sono che una sola pietra. Non ve ne stupite: è la il risultato del cantico nuovo, cioè del nostro rinnovo per mezzo dell’amore. L’Apostolo vi esorta ad appartenere a questa costruzione, ci racchiude in questa unità, e ci attacca indissolubilmente quando ci dice: « Cercate di conservare l’unità di spirito con il legame della pace. » (Efes. IV, 2, 3). Là dove si trova l’unità di spirito, non c’è che una pietra, ma una pietra unica, fatta da un gran numero di pietre. Ma con qual mezzo, fatta da un gran numero, essa diviene unica? Con il mutuo supporto dell’amore. La casa del Signore nostro Dio si costruisce, dunque, si costruisce; se essa si fa, essa si eleva: tale è l’opera delle nostre parole, tale è l’opera delle sante letture, tale è l’opera della predicazione del Vangelo nell’intero universo; perché questa casa si costruisce ancora oggi. Essa è grandemente accresciuta, ha riempito numerose nazioni, tuttavia non le possiede ancora tutte; accrescendosi, essa si è annesse un gran numero di nazioni, e deve possederle tutte. Così c’è contraddizione da parte di coloro che si glorificano di appartenervi, quando dicono. Già essa è in decremento. Essa cresce ancora, ci sono ancora delle nazioni che non hanno abbracciato la fede e che tutte l’abbracceranno (S. Agost.). – « Cantate al Signore, benedite il suo nome; annunciate con zelo, di giorno in giorno, la salvezza che viene da Lui. » Come si ingrandisce l’edificio? Il Profeta dice: « Annunziate con zelo, di giorno in giorno, la salvezza che viene da Lui; » che sia predichi ogni giorno. Così di giorno in giorno, egli dice, la casa si eleva; la mia casa – dice il Signore – si accresca, e come se gli operai gli dicessero: Dove ordinate che sia costruita? Dove volete che si ingrandisca? sceglieteci un luogo compatto, un luogo spazioso, se volete che noi costruiamo una vasta casa; dove ci ordinate di annunziare con zelo, di giorno in giorno, la salvezza che viene da Voi? Il Profeta mostra loro il luogo ove essi devono costruire: « Annunziate la sua gloria, vi dice, tra le nazioni, la sua gloria, non la vostra. O voi che costruite, annunziate con zelo la sua gloria tra le nazioni. Se pretendete di annunziare la vostra gloria, voi cadrete; se annunziate la sua gloria, voi stessi vi collocate nell’edificio elevandolo (S. Agost.). – Sembra che non ci siano che gli Apostoli e gli operai evangelici che possano annunziare le meraviglie della salvezza a tutti i popoli della terra. Ma chiunque conosca bene la costituzione della Chiesa, vede senza difficoltà che tutto è comune in questa santa società; che le opere più segrete contribuiscono alla propagazione del Vangelo ed alla santificazione di tutti i popoli; che le preghiere del solitario appoggiano la predicazione del ministero della parola, che Dio accorda sovente più alle lacrime di una vergine cristiana rinchiusa nella sua cella, che agli sforzi dello zelo più attivo. Tutti possono annunciare Gesù-Cristo con il buon odore delle virtù. L’edificio della Chiesa – dice sant’Agostino – si costruisce con l’unità di spirito, si consolida con i legami della carità, si eleva sui fondamenti dell’umiltà. « Annunziate la gloria di Dio, » dice il Profeta, non la vostra. Colui che costruisce per la sua gloria, non lavora per la casa di Gesù-Cristo, che è la Chiesa universale … occorre annunciare Gesù-Cristo e le sue meraviglie di giorno in giorno, perché la corona non è data che alla perseveranza. (Berthier). 

II.—4-6.

ff. 4-6. – Le quattro ragioni date dal Profeta, sono: – 1° che Dio è il Signore dei signori, che Egli è grande in assoluto, sia che se ne consideri la potenza, la saggezza, la bontà, la distesa della sua dominazione, l’abbondanza delle sue ricchezze, e tutte le altre cose che contribuiscono a rendere grandi; – 2° che Egli è degno di ogni lode, perché la sua eccellenza è ineffabile ed incomprensibile; – 3° perché Egli è formidabile, al di sopra di tutte le potenze della terra, o di tutti i demoni, – 4° è Egli che ha fatto i cieli, ed in questa parola sono compresi tutti i cieli, non solo quelli in cui si svolgono gli altri, ma anche quelli in cui abitano gli Angeli ed i Santi, quelli ove si trovano riuniti tutti gli eletti per gioire tutti insieme della eterna presenza di Dio, perché il Signore è grande ed infinitamente degno di lode. » – Qual è questo Signore grande ed infinitamente degno di lode, se non il Cristo? Vi sapete con certezza che Egli è apparso sulla terra in forma umana; voi sapete con certezza che è stato concepito nel seno di una donna; voi sapete che Egli è nato dal suo seno; sapete che è stato allattato e portato in braccio; che è stato circonciso, che una vittima in sacrificio è stata offerta per Lui, che è cresciuto; che è stato infine flagellato, coperto di sputi, coronato di spine e crocifisso; … che Egli è morto ed è stato trafitto da un colpo di lancia. Voi sapete che Egli ha sofferto tutti questi supplizi e tuttavia è grande ed infinitamente degno di lodi. Guardatevi dal disprezzare la sua piccolezza, e comprendete la sua grandezza. Egli si è fatto piccolo, perché voi siete piccolo; comprendete la sua grandezza e sarete grande con Lui (S. Agost.). – Ciò che in uomo sarebbe un difetto considerevole, è una grande perfezione in Dio. L’uomo immagina spesso di avere dei grandi vantaggi che in effetti non ha, e merita di essere rimproverato, e Dio non vede davanti a Lui che soggetti di gloria e di lodi, e che merita di essere adorato. Dio è dappertutto santo e magnifico; ma è principalmente in cielo, nel luogo suo santo che farà brillare la sua santità e la sua magnificenza (Dug.) – Diffidate – dice sant’Agostino – spiegando queste parole nel senso topologico della confessione dei peccati: queste due cose non si separano davanti a Dio, la confessione del peccato e la beltà dell’anima; è in queste due parole, prosegue lo stesso dottore, che voi apprendete tutto in una volta, a chi potete piacere, e come potete piacergli. A chi potete piacere: è al vostro Dio; per dove potete piacergli: per la confessione del vostro peccato (BOURDALOUE, Sur la confession.). – Amate la bellezza, volete essere bello? Confessatevi. Il Profeta non vi dice: la bellezza e la confessione, ma « la confessione e la bellezza. » Voi siete sporco, confessatevi per essere bello; voi siete peccatore, confessatevi per essere giusto. Voi avete potuto macchiarvi, non potete rendervi bello (S. Agost.).

III. — 7 – 14.

ff. 7-9. – Tutta l’economia del culto divino è descritto in questi versetti: adorare il Signore, celebrare le sue grandezze, cantare la gloria del suo Nome, rendersi assiduo nel suo tempio. Offrirgli sacrifici puro e graditi ai suoi occhi; infine soddisfare questi doveri in unione con tutti i popoli (Berthier). – Il Profeta fa allusione all’uso che avevano i Giudei di portare le vittime al tempio, quando vi salivano per adorarlo. Ma poiché qui sono evidentemente in questione nazioni pagane chiamate a far parte della Chiesa di Gesù-Cristo, bisogna vedere in queste vittime, le vittime spirituali di cui S. Pietro parla nella sua prima epistola (II), e che sono la contrizione del cuore, la confessione dei peccati, la preghiera, il digiuno, l’elemosina, etc. Ma il testo del salmo riguarda tutti i popoli, e facendo menzione del sacrificio in cui non si utilizzava che fior di farina, è certo che il Salmista ha pure in vista il Sacrificio dei Cristiani, il Sacrificio in cui il pane ed il vino sono cambiati in corpo e sangue di Gesù-Cristo. – « Adorate il Signore nel suo tabernacolo, » cioè nella Chiesa Cattolica, perché è là che vi è il suo santo tabernacolo. Nessuno dica: « il Cristo è qui, il Cristo è la, perché si leveranno falsi profeti. » (Matt. XXIV, 23) Dite loro questo: « Non resterà pietra su pietra che non sarà distrutta. » Voi mi chiamate vanamente alla vostra muraglia imbiancata, io adoro il mio Dio nel suo santo tabernacolo. (S. Agost.).

ff. 10-13. – Il Profeta, che ha già eccitato i predicatori della parola di Dio ad annunziarla al mondo intero, ed il mondo intero a riceverla, freme ora ed esorta non solo gli uomini, ma ancora tutta la natura, a ricevere il Messia con timore e rispetto. – Il regno del Signore, così dolce e gradevole per i suoi amici, è altrettanto terribile e spaventoso per i suoi nemici. – Il regno di Gesù-Cristo che, avendo trovato tutta la terra nella corruzione e nel peccato, nella confusione e nell’incostanza, ha reindirizzato, con la verità del suo Vangelo e la sua grazia, i costumi degli uomini, ed ha talmente rafforzato la Chiesa, che è la terra dei veri Israeliti, che fino alla fine del mondo sarà indistruttibile per tutte le potenze del mondo e dell’inferno, (Dug.). (È qui che diversi Padri latini hanno letto: « regnavit a ligno », dizione che la Chiesa ha consacrato ed inserita in uno dei suoi inni). –  Le stesse creature inanimate, dice san Paolo, non possono soffrire di vedersi soggette, malgrado esse, alle profanazioni dei peccatori; i cieli vedono che gli uomini studiano i loro corsi con tanta cura, senza darsi pena di studiare i mezzi propri per possederli un giorno; la terra si rattrista nell’essere un soggetto continuo di guerre tra re e popoli, e di contese tra i particolari, e vedere che non si pensa che ad essa, invece di pensare al cielo; il mare porta con pena tutti i navigli con ricchi carichi che non servono altro che a soddisfare l’avarizia degli uomini; le campagne e tutto ciò che esse contengono si dolgono nell’essere rifornimento del lusso e della sensualità degli uomini: tutte queste creature sono assoggettate, loro malgrado, alla vanità. Gli uomini, invece di riportarle a Dio come pur esse desiderano, fanno loro violenza riconducendole a se stesse.  Dice infatti il grande Apostolo: « essa infatti è stata sottomessa alla caducità – non per suo volere, ma per volere di colui che l’ha sottomessa – e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. » (Rom. VIII, 21), (Duguet). – I cieli sono i predicatori, e la terra gli uditori. « Che il mare, con tutto ciò che contiene, sia scosso. » Quale mare? Il secolo! Il mare, con tutto ciò che contiene, è stato scosso: il secolo intero si è sollevato contro la Chiesa nel momento in cui si ingrandiva e si levava come un edificio in tutto l’universo. Questo traballare, il Vangelo lo ha predetto: «Vi consegneranno ai sinedri, sarete percossi nelle sinagoghe, comparirete davanti ai governatori ed ai re a causa mia, per render testimonianza davanti a loro. » (Marc. XIII, 9). Il mare è stato scosso: ma come poteva il mare vincere Colui che ha fatto i cieli? – « Le campagne con tutto ciò che contengono, sono entusiaste per la gioia. » Gli alberi delle foreste sono gli infedeli, … perché anch’essi gioiscono? Perché sono stati staccati dall’olivo selvatico ed innestati sull’olivo verace (Rom. XI, 17). Allora tutti gli alberi della foresta saranno nell’allegria; perché i grandi alberi, i cedri, i cipressi sono stati tagliati ed i loro legni incorruttibili sono stati trasportati per la costruzione della casa. Essi erano alberi della foresta, prima di essere innestati e produrre olive (S. Agost.). – « Tutti gli alberi delle foreste trasaliranno alla vista del Signore perché è venuto, perché è venuto a giudicare la terra. » Il Signore è venuto una prima volta, e verrà di nuovo più tardi; è venuto una prima volta nella sua Chiesa, sulle nubi. Quali sono le nubi che l’hanno portato? Gli Apostoli, i predicatori, di cui San Paolo ha detto: « Noi fungiamo da ambasciatori per Cristo,  ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio. » (II Cor. V, 20). – Ecco le nubi sulle quali Egli è venuto, senza parlare della sua venuta ulteriore, quando verrà a giudicare i vivi ed i morti … Egli è venuto una prima volta, portato dai suoi predicatori, ed ha riempito tutta la terra. Cerchiamo di non resistere alla sua prima venuta, per non dover terrorizzarci alla seconda … Pratichiamo ciò che ci raccomanda l’Apostolo: « … coloro che piangono, come se non piangessero e quelli che godono come se non godessero; quelli che comprano, come se non possedessero; quelli che usano del mondo, come se non ne usassero appieno: perché passa la scena di questo mondo. » (I Cor. VII, 29-32). San Paolo vuole vederci esenti dalle preoccupazioni di tutte queste cose. Colui che è esente da preoccupazioni attende con sicurezza l’avvento del suo Signore; perché che cos’è questo amore di Cristo, con il quale si teme la sua venuta? Non ne arrossiamo? Noi lo amiamo e temiamo la sua venuta! Ma è certo che lo amiamo? O non amiamo il nostro peccato più di Lui? Odiamo allora i nostri peccati ed amiamo Colui che deve venire a punire i peccati. Egli verrà, che lo vogliamo o non … Egli verrà, e non ne sapete il momento, e poco importa che lo ignoriate se vi trova preparati. –  Il giudizio di Dio è pieno di equità, non conforme ai giudizi ed alle ide che gli uomini si formano. Essi lo fanno a modo loro, sulla terra, un Dio tanto paziente ed insensibile come chiedono le loro passioni, che soffre tutti e disdegna di giudicare coloro che ha creati capaci di buona o cattiva scelta; ma nel grande giorno, essi saranno giudicati, non secondo la loro verità, ma secondo la sua, “in veritate sua”. – « Egli giudicherà l’universo intero secondo l’equità ed i popoli secondo verità. » Egli giudicherà l’universo intero e non una parte dell’universo, perché non ne è stato riscattato solo una parte. Egli deve giudicare la totalità, perché Egli ha pagato il riscatto della totalità. « Egli giudicherà secondo equità, secondo verità. » Perché voi siete ingiusto, il Giudice non sarà giusto? Perché voi siete mendace, Colui che è la verità non sarà veritiero? Se voi volete che Egli usi misericordia verso di voi, siate misericordioso prima che Egli venga; Se si è ommesso qualche torto verso di voi, rimettetelo e date nella vostra abbondanza. E da chi avete ciò che avete, se non da Lui? Donare del vostro, sarebbe elargire; ma dare del suo, è una restituzione. « Cosa avete in effetti che non abbiate ricevuto? » Ecco le vittimi gradite a Dio: la misericordia, l’umiltà, la confessione, la pace, la carità. Offriamole ed attenderemo con sicurezza la venuta del Giudice che giudicherà l’universo secondo l’equità, ed i popoli secondo la sua verità (S. Agost.).

L’INABITAZIONE DELLO SPIRITO SANTO NELLE ANIME DEI GIUSTI (3)

L’INABITAZIONE DELLO SPIRITO SANTONELLE ANIME DEI GIUSTI (3)

R. P. BARTHELEMY FROGET

[Maestro in Teologia Dell’ordine dei fratelli Predicatori]

L’INABITAZIONE DELLO SPIRITO SANTONELLE ANIME DEI GIUSTI SECONDO LA DOTTRINA DI SAN TOMMASO D’AQUINO

PARIS (VI°) P. LETHIELLEUX, LIBRAIRE-ÉDITEUR 10, RUE CASSETTE, 1929

Approbation de l’ordre:

fr. MARIE-JOSEPH BELLON, des Fr. Pr. (Maitre en théologie).

Imprimatur:

Fr. Jos. Ambrosius LABORÉ, Ord. Præd. Prior Prov. Lugd.

Imprimatur, Parisiis, die 14 Februarii, 1900.

E. THOMAS, V. G.

SECONDA PARTE

DELLA SPECIALE PRESENZA DI DIO, O DELLA ABITAZIONE DELLO SPIRITO SANTO NELLE ANIME DEI GIUSTI

CAPITOLO PRIMO

La presenza speciale di Dio nei giusti. –

Missione, donazione, abitazione dello Spirito-Santo.

« Oltre al modo ordinario e comune secondo il quale Dio è in tutte le cose con la sua essenza, potenza e presenza, poiché la causa sta negli effetti che entrano nella partecipazione della sua bontà, ce n’è un altro speciale, che conviene solo alle creature ragionevoli, nelle quali Dio si trova come l’oggetto conosciuto e amato ed è nell’essere che conosce e ama. E poiché la creatura ragionevole può ascendere a Dio attraverso la conoscenza e l’amore, e raggiungerlo in se stesso, invece di dire semplicemente che Dio, secondo questo particolare modo di presenza, è nella creatura ragionevole, si dice che “vive in essa” come nel suo tempio. Nessun altro effetto se non la grazia santificante, può essere la ragione di questo nuovo modo di essere presente della Persona divina. È dunque unicamente per la grazia santificante che la Persona divina è inviata e che procede temporalmente. Ma, con la grazia, si riceve anche lo Spirito Santo, che è Egli stesso donato ed inviato, e viene ad abitare nell’uomo » (S. Th., Summa Theol., I, q. XLIII, a. 3). – Queste parole di san Tommaso, così laconiche, contengono, nella loro brevità, un’ammirevole sintesi della questione che al presente ci occupa. Infatti, vi troviamo chiaramente indicati: – a) prima di tutto il fatto della speciale presenza di Dio nell’anima che ha la grazia: Super istum modum autem communem est unus specialis, qui convenit naturæ rationali; – b) di poi la natura di questa presenza, che è una presenza sostanziale; Dio non c’è semplicemente con i suoi doni, ma di Persona: In ipso dono gratiæ gratum facientis Spiritus Sanctus habetur, e inhabitat hominem. Unde ipsemet Spiritus Sanctus datur et mittitur; – c) il modo di questa presenza; non è più come in qualità di agente efficiente o di causa che Egli è in questa anima; è a titolo di ospite e di amico, come oggetto di conoscenza e di amore: Sicut cognitum in cognoscente, et amatum in amante; – d) il soggetto capace di ricevere tale beneficio: questo soggetto non è altro che la creatura ragionevole: Modus iste specialis convenu convenu naturæ rationali; – e) infine la condizione di questa presenza, cioè lo stato di grazia: Nullus alius alius effectus potest esse ratio quod divina persona sit novo modo in rationali creatura, nisi gratia gratum faciens. – Tutti questi sono capi di riflessione, e per essere ben compresi, richiedono chiarimenti proporzionati alle difficoltà che possono offrire e nella misura della loro importanza. Affrontiamo innanzitutto il fatto della speciale presenza di Dio nelle anime santificate dalla grazia.

I.

Forse non c’è alcuna verità più frequentemente richiamata nel Santo Vangelo e nelle Lettere di San Paolo, della verità della missione, del dono, della dimora delle Persone divine nelle anime che hanno la grazia. Sul punto di lasciare la terra per tornare al Padre suo, Nostro Signore, volendo consolare i suoi Apostoli e alleviare la tristezza che la sua partenza avrebbe causato loro, promise di mandare loro il Paraclito: « Vi dico in verità: è opportuno per voi che Io vada via, perché se non vado via, il Paraclito non verrà a voi; ma se vado via, Io ve lo manderò « Ego veritatem dico vobis: Expedit vobis ut ego vadam; si enim non abiero, Paraclitus non veniet ad vos; si autem abiero, mittam eum ad vos. » (Joan., XVI, 7.). – Quando sarà venuto il Paraclito, che Io vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre, Egli vi renderà testimonianza di me, e anche voi mi renderete testimonianza, perché voi siete con me fin dall’inizio. »  – « Cum autem venerit Paraclitus, quem ego mittam vobis a Patre, Spiritum veritatis, qui a Patre procedat; ille testimonium perhibebit de me. Et vos testimonium perhibebitis, quia ab initio mecum estis. » – (Joan., XV, 36-37.). Disse loro di nuovo: « Se mi amate, osservate i miei Comandamenti, e alla mia preghiera il Padre vi darà un altro Paraclito, affinché Egli dimori eternamente con voi; lo Spirito di verità che il mondo non può ricevere, perché non lo vede e non lo conosce, ma voi lo conoscerete, perché Egli sarà in voi e vi fisserà la sua dimora. Io non vi lascerò orfani, verrò da voi. « Si diligitis me, mandata mea servate. Et ego rogabo Patrem, et alium Paraclitum dabit vobis, ut maneat vobiscum in æternum; Spiritum veritatis, quem mundus non potest accipere, quia non videteum, nec scit eum; vos autem cognoscetis eum, quia apud vos manebit, et in vobis erit. Non relinquam vos orphanos; Veniam ad vos. » (Joan., XIV, 15-18) Questo nuovo consolatore che Gesù Cristo promette qui, non è altri che lo Spirito Santo, lo Spirito di verità, come Egli lo chiama, cioè lo Spirito del Figlio, che è Lui stesso la Verità sostanziale: Ego sum veritas (Joan. XIV, 6). Mentre era in mezzo a loro, il Maestro divino confortava Egli stesso i suoi discepoli; ma, lasciandoli la sua partenza esposti a molte tribolazioni, promise loro un altro consolatore, lo Spirito Santo, che avrebbe mandato loro dal Padre.  Questa missione dello Spirito Santo, questa donazione del Paraclito, che Gesù ha promesso ai suoi, non doveva essere prerogativa esclusiva degli Apostoli, ma la dote comune di tutti coloro che, mediante la grazia, diventano figli di Dio. Infatti, scrivendo ai Galati, san Paolo diceva loro: “Poiché voi siete suoi figli, Dio ha mandato nei vostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abba, Padre « Quoniam estis filii, misit Deus Spiritum Filii sui in corda vestra clamantem: Abba Pater. » (Gal., IV, 6.). –  « Non uno spirito di timore e servitù, ma lo spirito di adozione dei figli.  Non enim accepîstis spiritum servitutis iterum in timoré, sed accepistis Spiritum adoptionis filiorum. » (Rom., VIII, 15). –  « La carità di Dio è stata riversata nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato. – Charitas Dei diffusa est in cordibus nostris per Spiritum Sanctum. qui datus est nobis. » (Rom., V, 5.). E non è solo lo Spirito Santo ad esserci inviato e donato per grazia e con la grazia, ma tutta la Santissima Trinità viene ad abitare la nostra anima e a farne la sua dimora. Nostro Signore lo dice formalmente nel Vangelo secondo s. Giovanni: « Se qualcuno mi ama, egli osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà, e noi verremo a lui, e lì stabiliremo il nostro soggiorno. – Si quis ditigit me, sermonem meum servabit, et Pater meus diliget eum, et ad eum veniemus, et mansionem apud eum faciemus. » (Joan., XIV, 23.). Perciò, per condurre i primi fedeli ad evitare accuratamente il peccato e a mantenere il santuario della loro anima pura ed immacolata, il grande Apostolo non trovò ragione più potente, motivo più pressante, argomento più persuasivo che ricordare loro che erano il “tempio di Dio”. “Non sapete – disse loro – che siete il tempio di Dio e che lo Spirito Santo abita in voi? Se qualcuno viola questo tempio, Dio lo lascerà, perché il tempio di Dio è santo, e voi stessi siete quel tempio –  » Nescitis quia templum Dei estis, et Spiritus Dei hibitat in vobis? Si quis au te m templum Dei violaverit, disperdet illum Deus. Templum enim Dei sanctum est, quod estis vos. » (I Cor., III, 16-17). – Mi fermo, per non moltiplicare eccessivamente i passi della Scrittura che stabiliscono il fatto della missione, della donazione delle Persone divine, della abitazione della Santissima Trinità nelle anime giuste. Ora è importante raccogliere e chiarire gli insegnamenti tratti da queste testimonianze.  – Ciò che emerge a prima vista da tutti questi testi nel loro senso naturale e ovvio, ciò che risplende con la chiarezza dell’evidenza, è il fatto di una speciale presenza di Dio nelle anime in stato di grazia. Ed in vero, se lo Spirito Santo è inviato a loro, non è forse perché Egli sia in loro in modo diverso che in ogni altra parte? Perché, infine, se si trova nei giusti semplicemente nel modo ordinario, come lo è in tutte le cose, non capiamo cosa possa significare e apportare questa missione. D’altra parte, se lo Spirito Santo è dato alle anime con la grazia e per mezzo della grazia, è apparentemente perché esse lo posseggano e possano goderne liberamente. Ora solo la creatura ragionevole è capace di possedere Dio attraverso la conoscenza e l’amore; solo essa può goderne; essa è quindi suscettibile di una presenza speciale della Divinità, che superi la portata degli esseri inferiori. Vedremo più avanti che non è neppure a qualsiasi creatura ragionevole che questo possesso di Dio, questo godimento iniziato o consumato del Bene sovrano, appartenga, e che per questo si richiede, come disposizione preliminare, o la grazia santificante o la luce della gloria. Ma non anticipiamo, e accontentiamoci per il momento di sottoporre ad un’analisi teologica i concetti di missione, donazione, di abitazione, per vedere se implichino necessariamente un particolare modo di presenza delle Persone divine nelle anime a cui sono inviate o donate e che Esse vengono ad abitare.

II.

La parola “missione”, nel linguaggio umano, implica solitamente l’idea di un mandato affidato ad una persona, con l’obbligo per il mandatario di allontanarsi dalla persona che lo invia, per raggiungere il fine della sua missione. Un capo di Stato, ad esempio, invia spesso l’uno o l’altro dei suoi sudditi in missioni ordinarie o straordinarie presso un sovrano straniero, a volte per rappresentarlo come ambasciatore, a volte per negoziare una questione importante. Tuttavia, la missione non è sempre data come un ordine, come accade quando un superiore manda un suo subordinato; essa può ancora essere data per via di consiglio, quando – per esempio – il primo ministro di un re o di un imperatore lo manda in guerra; può esserci anche una missione in virtù di un semplice procedere d’origine, come quando il sole ci manda i suoi raggi. Ma in qualunque modo si faccia, la missione comporta sempre un doppio rapporto: un rapporto della persona inviata a colei che è inviata e un rapporto alla fine della missione; perché si è inviati da qualcuno a una determinata persona o ad un luogo designato in precedenza (S. Th., Summa Theol., I, q. XLIII, a. I.). Nella missione creata che si svolge per comando o consiglio, il primo di questi rapporti consiste in un rapporto di dipendenza o di inferiorità del mandatario rispetto al mandante, o più in generale della persona inviata rispetto a colui che lo invia, perché per dare tale missione, è necessario possedere questo tipo di superiorità che dà l’autorità di grado o il prestigio della sapienza. Niente di simile avviene nelle missioni divine; perché in Dio le tre Persone che hanno la stessa natura e una medesima dignità, l’una non ha autorità sull’altra e non glielo comanda affatto; d’altra parte, poiché Esse sono perfettamente uguali per scienza e sapienza, non devono consigliarsi o dirigersi a vicenda. La missione delle Persone divine non avviene dunque né per comando né per consiglio, ma implica semplicemente l’idea di origine o di processione (S. Th., Siimma Theol., I, q. XLIII, a. I. ad 1). – La seconda relazione che la missione denota è relativa al termine al quale viene inviata. Essa stabilisce che il messaggero debba, se non c’è già, recarsi nel luogo in cui è stato inviato, per poter adempiere all’incarico affidatogli. Nelle missioni create, dopo aver preso congedo dal suo padrone, l’ambasciatore di un principe, si allontana da lui e dal suo paese per recarsi alla corte del sovrano presso il quale è accreditato; c’è di conseguenza un cambio di luogo. Non è impossibile, però, che un soggetto, già presente in un Paese che non sia il suo Paese d’origine, possa ricevere dal suo principe una particolare missione presso il monarca nella cui terra si trovi; in questo caso, l’ambasciatore non deve spostarsi verso il luogo della sua missione perché è già lì, ma per il fatto del mandato che gli è affidato, egli si rende presente in modo nuovo, o meglio in una nuova veste, non più come un semplice individuo, ma come rappresentante. La missione divina non comporta né spostamento né separazione; Dio, essendo ovunque, non può andare da nessuna parte dove non sia già, e la Persona inviata non si separa da quella che la invia, perché le tre Persone dell’adorabile Trinità, avendo una sola e una stessa natura, sono necessariamente inseparabili; in virtù della circumincessione, ovunque si trovi una di Esse, anche le altre due sono egualmente  là (S.Th., Summa TheoL 1, q. XLIII, a. I, ad 2.). – Ma perché ci sia una vera missione, la Persona divina deve cominciare ad essere presente in un modo nuovo là dove viene inviata. Così, quando il Figlio di Dio fu inviato nel mondo per realizzare la nostra redenzione, Egli non lasciò il seno del Padre per venire in mezzo a noi; Egli era già nel mondo, come causa, per conservare ciò che aveva originariamente creato: « In mundo erat, et mundus per ipsum factus est » (Joan. I, 10), ma vi è tornato in veste nuova, perché appariva rivestito della nostra carne. Ciò che diciamo sulla missione visibile del Verbo, vale anche per la missione invisibile dello Spirito Santo. Quando, dunque, questo Spirito divino è inviato dal Padre e dal Figlio per santificare la creatura, non c’è né spostamento né cambiamento in Lui; tutta la mutazione è dalla parte dell’essere creato, il quale, ricevendo la grazia, entra così in un nuovo rapporto con la Divinità, di cui diventa amico e santuario.  – Questo dimostra che la missione divina comporta solo due cose: un processo originale ed un nuovo modo di presenza; cioè, la Persona inviata procede da Colui che lo invia, e diventa presente in modo nuovo alla fine della sua missione. E poiché il Figlio procede solo dal Padre, non può che essere inviato solo da Lui; lo Spirito Santo, al contrario, è inviato dal Padre e dal Figlio, perché procede da entrambi. Quanto al Padre, non procedendo da nessuno a causa della sua innascibilità, non viene mai inviato; pertanto Egli viene da Se stesso nell’anima giusta ed accompagna le altre due Persone.

III.

Le considerazioni che abbiamo appena fatto sulla missione invisibile dello Spirito Santo valgono anche per la sua donazione; con la differenza che la parola “missione” esprime, oltre al rapporto originale con il Padre e il Figlio che lo inviano, solo un modo speciale di presenza nella creatura che santifica, senza indicare la natura di questa presenza; mentre la “donazione” ci rivela già, come una sorta di mezzogiorno, il carattere particolare dell’unione che la creatura ragionevole contrae per grazia con la Persona divina che le viene data. In effetti, perché ci sia donazione dello Spirito Santo, non basta che si stabilisca un nuovo rapporto tra l’anima che lo riceve e questo Spirito divino, ma è ancor necessario che quest’anima possieda colui che la Chiesa chiama giustamente il dono di Dio; perché ciò che si dona a qualcuno diventa suo bene, suo possesso (S. Th., Sent., l.I, dist.XIV, q. II, a. 2, ad 2); e che cosa è il possedere una cosa, se non avere la facoltà di usarne liberamente e di goderne a piacimento? Habere atem dicimur id quo liberère possumus uti vel frui ut volumus (S. Th., Summ. Theol., I, q. XXXVIII, a I). Ora, solo la creatura ragionevole è capace di possedere Dio e di goderne, o in modo perfetto come i beati in cielo, o in modo iniziale e incipiente, come i giusti e i santi di questo mondo. (S. Th., Sent., 1.1, dist. XIV, q. II, a. 2, ad 2). – Gli esseri privi di ragione possono ricevere il moto, l’impulso, l’azione di Dio; non possono godere della sua presenza o usare liberamente i suoi doni; possono avere in essi una partecipazione lontana e analoga della perfezione increata, ma quanto a possedere la sostanza divina e godere del Bene sovrano, ne sono radicalmente incapaci, perché si può possedere Dio e goderne solo attraverso la conoscenza e l’amore, e solo l’essere intelligente è capace di tali atti. Ma ancora c’è bisogno di essere elevato al di sopra della propria condizione originaria e di ricevere dall’alto una grazia che lo renda partecipe del Verbo divino e dell’Amore che procede dal Padre e dal Figlio come un unico principio (S. Th., Summa Theol, I, q. XXXVIII, a. i.). Così il dono di una Persona divina implica una presenza speciale della Divinità nella creatura che la riceve; una presenza assolutamente distinta da quella per cui Dio è in ogni cosa come causa efficiente. Numerosi infatti, sono i caratteri che differenziano queste due modalità di presenza. Così, la presenza di Dio come causa efficiente (Summa Theol., I, q. VIII, a. 3)  è comune a tutti gli esseri senza eccezioni; la presenza di Dio come oggetto di conoscenza e di amore è possibile solo per le creature intelligenti. La prima è universale e necessariamente si verifica dovunque ci sia un effetto della potenza divina; è addirittura inammissibile finché l’essere creato sia mantenuto in esistenza, perché Dio deve esser là per preservarlo. Il secondo, se si tratta di una presenza sostanziale e non puramente oggettiva, è privilegio esclusivo delle anime giuste; effetto del libero arbitrio di Dio, esso viene con la grazia e si perde con essa. L’una non apporta, almeno direttamente, né gioia né consolazione; spesso è inconsapevole o ignorata; e quanti degli esseri ragionevoli capaci di conoscerla o addirittura conoscendola effettivamente, vorrebbero, nella loro malizia, riuscire a liberarsene scacciando dal loro cuore Colui che considerano come il testimone indesiderato della loro cattiva condotta ed il vendicatore dei loro crimini! L’altra, al contrario, è piena di dolcezza e soavità; è un’unione di godimento iniziata o consumata. Chi potrebbe confondere le due modalità di presenza così diverse tra loro? Nell’una, Dio è in noi come agente; nell’altra, Dio è in noi come nostro protettore ed amico.

IV.

Dio si trova quindi nei giusti in un modo tutto speciale, vi abita, secondo l’espressione impiegata dai nostri Libri santi. Ma, sorprendentemente, Dio non vive ovunque si trovi.  Quanti esseri vi sono, in cui Egli è realmente e sostanzialmente presente come causa efficiente, esercitandovi la sua attività, producendovi questo o quell’effetto, e nei quali tuttavia non abita, nel senso che la Scrittura dà a questa espressione! E questo è comprensibile. Il luogo che è la dimora di Dio ha, in tutte le lingue, un nome speciale: un “tempio”. Tuttavia, non si può dare il nome di un tempio ad una residenza volgare, destinata ad usi profani: il tempio è un luogo dedicato, e dedicato al culto di Dio, in cui Egli si degna di vivere ed accogliere favorevolmente le preghiere dei suoi fedeli. « Il tempio è un luogo dedicato al Signore perché Egli vi abita », dice l’angelico Dottore: Templum est locus Dei ad inhabitandum sibi consecratus. (S. Th., Comment. In II Cor., II, 16). Nei templi materiali, questa consacrazione viene fatta dal ministero del Pontefice, con tutta una serie di preghiere, unzioni, cerimonie, capaci di far capire al popolo cristiano che questo luogo è ormai santo, e che debba essere presentato e tenuto con tutto il rispetto dovuto alla Maestà sovrana che lo abita. Nei templi spirituali, cioè nelle anime, questa consacrazione è fatta mediante la grazia, che riceviamo per la prima volta nel santo Battesimo (S. Th., in I Cor III,17); e se abbiamo la sventura di contaminare col peccato questo santuario interiore, la divina Misericordia si è degnata di darci, col Sacramento della Penitenza, un mezzo con cui operare la riconciliazione.  – Ma poiché la violazione di una cosa santa è un sacrilegio capace di attirare l’ira divina sul capo di colui che lo commette, l’apostolo san Paolo, volendo far capire ai fedeli di Corinto la gravità di tale dissacrazione e le terribili conseguenze che essa potesse comportare, diceva loro: « Se qualcuno viola il tempio di Dio, Dio lo perderà: « Si quis templum Dei violaverit, disperdet illum Deus » (1 Cor. III, 17). Ed il motivo che se ne dà, è  che il tempio di Dio è santo; « e siete voi stessi – aggiungeva – ad essere questo tempio: Templum enim Dei sanctum est, quod estis vos. (Ibid.) ». E perché non siamo tentati di credere che Dio abiti, anche se con dolore e ripugnanza, nei peccatori, la Scrittura ci dichiara formalmente che non è affatto così. Ci dice che la Sapienza (e con questa espressione possiamo intendere la Sapienza increata e generata, cioè il Verbo) non entrerà in un’anima malvagia, che Essa non abiterà in un corpo soggetto al peccato: « In malevolam animam non introibit sapientia, nec habitabit in corpore subdito peccatis » (Sap. I, 4). Essa aggiunge poi che anche lo Spirito Santo, che è spirito di scienza, abbandona colui che ha solo l’apparenza del bene, e che il verificarsi dell’iniquità lo mette in fuga: « Spiritus enim sanctus disciplinæ effugiet fictum …. et corripietur a superveniente iniquitate ». (sap. I, 4). E per evitare ogni errore, per evitare ogni illusione, si spinge fino a dire che Dio non solo non dimora nei peccatori, ma che è pure lontano da essi: « Longe est Dominus ab impiis ». (Prov. XV, 29). – È interessante sentire su questo punto il grande Vescovo di Ippona. Nel suo libro “Sulla presenza di Dio”, indirizzato a Dardanus, dove affronta ex professo la questione dell’abitazione divina, sant’Agostino inizia spiegando che Dio è ovunque, tutto intero in ogni essere ed in ogni parte dell’essere, poi aggiunge: « Ma ciò che più sorprende è che Dio, sebbene tutto sia intero ovunque, non viva in tutti gli uomini. Infatti, non è a tutti che si possono applicare le parole dell’Apostolo: « Non sapete che siete il tempio di Dio e che lo Spirito Santo abita in voi? » (I Cor., III, 16), perché di alcuni lo stesso dice: « Chi non ha lo Spirito di Cristo non gli appartiene. » (Rom., VIII, 9.). Ora, chi oserebbe pensare, a meno che non si ignori completamente l’inseparabilità delle Persone divine, che il Padre o il Figlio possano abitare dove lo Spirito Santo non abita, e che lo Spirito Santo abiti da qualche parte senza il Padre e il Figlio? Bisogna quindi ammettere che Dio è ovunque con la presenza della sua divinità, ma non per grazia di abitazione: unde fatendum est ubique esse Deus per divinitatis præsentiam, sed non ubique per habitationis gratiam. – « Dio, dunque, che è dappertutto, non abita in tutti gli uomini; e non abita nella stessa misura in coloro dove stabilisce la sua dimora: Etiam in quibus habitat, non æqualiter habitat. – Non è davvero per questo che Eliseo ha chiesto il doppio spirito che c’era in Elia? (4 Reg. XI, 9). E da dove viene il fatto che alcuni dei Santi lo siano più degli altri, se non perché Dio abita più pienamente in loro? Ma se Dio è più in alcuni che in altri, che diviene la verità di ciò che abbiamo precedentemente enunciato, sapendo che Dio è tutto intero ovunque? Per saperlo, dobbiamo considerare attentamente ciò che abbiamo già detto, che è in se stesso che Dio è tutto intero ovunque, e non negli uomini, che lo ricevono alcuni in misura maggiore, ed altri minore. Si dice in effetti che Egli sia ovunque, perché non è assente da nessuna parte dell’universo; che Egli è intero ovunque, perché non è parzialmente presente ad ogni cosa, cosicché una parte maggiore o minore del suo essere risponda ad ogni parte maggiore o minore delle cose; ma Egli è interamente presente non solo nell’universalità delle creature, ma ancora in ogni parte dell’universo. Coloro che con il peccato, gli diventano dissimili, si dice che siano lontano da Lui; al contrario, se ne avvicinano coloro che gli assomigliano per mezzo di una pia e santa vita.  – « Ma coloro ai quali Dio è presente, possono essere in minor grado di riceverlo, ma non per questo nondimeno è se stesso. E anche se non è assente da coloro in cui Egli non vive, è tuttavia tutto intero in essi, benché non lo possiedano; così Egli è presente nella sua interezza in colui che Egli abita, benché non lo comprendano totalmente. « Per abitare negli uomini, Dio non si divide nei loro cuori o nei loro corpi, distribuendo una parte di sé a questi e parte di sé a quelli …. ; ma pur rimanendo eternamente intero in se stesso, può essere interamente in tutte le cose, e tutto intero in ciascuno, anche se coloro in cui Egli abita, li rende, per sua bontà e grazia, un tempio molto caro, chi lo possiede di più, chi di meno, secondo le loro diverse capacità »  (S. Aug., lib. De Præsentia Dei, seu Epist. ad Dardan., 187 (alias 57), c. V et VI, n. 16 -19). – Quindi, ecco che, secondo il sentimento di Sant’Agostino, Dio abita in un’anima solo a condizione di essere compreso e posseduto da essa, il che avviene mediante la conoscenza e l’amore; perchè possedere Dio, è conoscerlo: « Hoc est Deum habere, quod nosse » non – è vero – di un conoscenza qualunque, perché « non appartengono al tempio di Dio, questi superbi filosofi che lo hanno conosciuto senza glorificarlo e rendergli grazie », ma con una conoscenza accompagnata dalla carità, ed ecco perché « appartengono al tempio di Dio, quei figli che sono stati santificati dal Sacramento di Cristo, e rigenerati dallo Spirito Santo, e che la loro età rende incapaci di conoscere Dio. Così, Colui che i filosofi hanno conosciuto ma non hanno posseduto, è posseduto dai bambini anche prima di essere in condizione di conoscerlo. Ma beati coloro per i quali  conoscere Dio, è possederlo; perché questa conoscenza è la più ampia, la più completa, la più vera e la più felice ». (S. Aug., lib.. De Præsentia Dei,  c. VI, n. 21).   Così che, cosa estremamente sorprendente, Dio abita in alcuni di coloro che non lo conoscono ancora, mentre  non vive in altri che Lo conosco.  Per essere il tempio e dimora della Divinità, occorre avere la grazia e la carità: ne è questa la condizione indispensabile; inoltre, non solo quelli che conoscono Dio senza amarlo non hanno in loro l’ospite divino, ma neanche coloro che fanno miracoli senza essere nello stato di grazia lo possiedono; perché tutte queste cose sono fatte da Dio in virtù della sua presenza ordinaria, oppure per il ministero degli Angeli santi: « Agit enim hoec Deus tanquam ubique proesens, vel per sanctos angelos suos » (Ibid. c. XII, n. 36). – E sant’Agostino conclude infine con queste parole, che riassumono questa lunga ma istruttiva citazione: «Dio è quindi presente ovunque e tutto intero ovunque; tuttavia, Egli non abita dappertutto, ma solo in coloro che formano il suo tempio e sui quali diffonde i tesori della sua grazia e misericordiosa bontà. E coloro in cui Egli abita lo posseggono a gradi diversi, alcuni più, altri meno » (Ibid., c. XIII, n. 38.).

V.

Questa dottrina della particolare presenza, della abitazione di Dio nei giusti, che il Dottore della Grazia afferma, nei fatti, in termini così formali, ma che poi lascia, rispetto al modo di essere intesa, in una sorta di oscurità, è stata portata alla luce dal suo fedele discepolo ed interprete, il Dottore Angelico. Ecco, in effetti, come questi si esprime nel suo Commento alle parole dell’Apostolo: Voi siete il tempio del Dio vivente:  « Anche se Dio è in tutte le cose con la sua presenza, la sua potenza e la sua essenza, Egli non abita ovunque, ma solo nei santi mediante la grazia. E la ragione ne è che, se Egli è in tutte le cose con la sua azione, unendosi alle creature per dare loro e conservare il loro essere, non vi sono che i Santi che, per mezzo delle loro operazioni, cioè con la conoscenza e l’amore, possano raggiungere Dio, e contenerlo in qualche modo in loro. Perché colui che conosce e ama ha in sé l’oggetto conosciuto e amato »  (S. Th., in II Cor., c. VI, 16, lect. 3.). Già su quest’altro testo dello stesso Apostolo: « Non sapete che siete il tempio di Dio e che lo Spirito Santo abita in voi? » San Tommaso aveva fatto le seguenti riflessioni: « È nella natura di un tempio l’essere l’abitacolo di Dio, secondo le parole del Salmista: Dio abita nel suo tempio santo (Ps. X, 5): perciò tutto ciò che sia dimora di Dio, può essere chiamato tempio. Ma Dio abita principalmente in se stesso, perché è l’unico che comprende se stesso; può quindi essere chiamato suo proprio tempio …. Egli vive anche in una casa consacrata dal culto speciale che vi riceve … Egli abita ancora negli uomini per la fede che la carità rende attiva, secondo queste parole dell’Apostolo agli Efesini: « Cristo abita nei vostri cuori mediante la fede ». (Ephes., III, 17). E per dimostrare che i fedeli siano il tempio di Dio, l’Apostolo aggiunge che Dio abita in loro: e lo Spirito di Dio abita in voi …. È dunque evidente che lo Spirito Santo è Dio, poiché, stabilendo la sua permanenza nei fedeli, li rende templi di Dio; poiché non è che  l’abitazione della Divinità che costituisce un tempio: Sola enim inhabitatio Dei, templum Dei facit. « Ma dobbiamo considerare che Dio è in ogni essere creato con la sua essenza, la sua potenza e la sua presenza, riempiendo tutto con gli effetti della sua bontà, secondo le parole di Geremia: « Riempio il cielo e la terra ». (Jer., XXIII, 24) Spiritualmente, Dio abita come nella sua casa di famiglia, « tamquam in familiari domo », nei santi, il cui spirito è capace di possederlo con la conoscenza e l’amore, quorum mens capax est Dei per cognitionem et amorem, anche se non lo conoscono e lo amano in maniera attuale, purché tuttavia abbiano, con e per la grazia, la virtù della fede e della carità, come avviene per i bambini battezzati. Ma la conoscenza che non è accompagnata dalla carità è insufficiente per stabilire la dimora di Dio, come indicano le parole di San Giovanni: « Chi dimora nella carità dimora in Dio, e Dio in lui. » (I Joan., IV, 16). Ecco perché molti conoscono Dio attraverso una conoscenza naturale o una fede informe, eppure non hanno lo Spirito di Dio che abita nei loro cuori. »  (S. Th., in I Cor., III, 16, lect. 3). È dunque una verità acquisita ed indiscutibile che Dio esista in modo speciale nei giusti; la Scrittura, la Tradizione, l’insegnamento teologico, concordano nell’affermare il fatto di una particolare presenza della Divinità nelle anime alle quali lo Spirito Santo è inviato o dato, e che per grazia diventano il tempio e la dimora dell’adorabile Trinità. – Non è più semplicemente attraverso la sua operazione, come agente o causa efficiente, che Dio è in esse; è in qualità di ospite, di amico, di Bene sovrano, di cui esse possono già iniziare a godere da questa vita.  – Questo nuovo modo di presenza, che non esclude gli altri, ma vi si sopraggiunge, non porta a nessun cambiamento in Dio, che è immutabile, ma  presuppone nella creatura una modifica (S. Th., Summa Theol., I, q. XLIII, a. 2, ad 2.), un nuovo effetto prodotto in essa e che diventa il principio di una nuova relazione, secondo la quale la creatura non si riferisce più a Dio solo come effetto della sua causa, ma come possessore dell’oggetto divenuto sua proprietà e materia del suo godimento; e, da parte sua, invece di un volgare rapporto causale che aveva prima con la creatura, Dio entra con essa in un rapporto di appartenenza e di possesso: diventa suo bene, suo amico, suo sposo, l’oggetto della sua conoscenza e del suo amore. Questo nuovo effetto che fonda, tra l’anima giusta e Dio, rapporti così diversi da quelli esistenti tra una qualsiasi creatura e il suo Creatore, non è altro che la grazia santificante. Né i doni della natura, per quanto elevati e brillanti possano essere, né le grazie gratuite, come il dono dei miracoli o della profezia, né la fede stessa o la speranza, separata dalla carità, sono sufficienti per stabilire legami nel contempo sì dolci e sì stretti. « Nullus alias effectus potest esse ratio quod divina persona sit novo modo in creatura rationalis nisi gratia gratun faciens » (S. Th., Summa Theol., I , q. XLIII, a.3). Nessun altro effetto se non la grazia santificante può essere la ragione di questo nuova modalità di presenza della Persona divina. » Ma qual è più esattamente la natura di questa presenza? Questo è ciò che ora bisogna esaminare.

http://www.exsurgatdeus.org/2020/02/06/linabitazione-dello-spirito-santo-nelle-anime-dei-giusti-4/

SALMI BIBLICI: “VENITE, EXSULTEMUS DOMINO” (XCIV)

SALMO 94: “VENITE, EXSULTEMUS DOMINO

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME DEUXIÈME.

PARIS – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR – 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 94

Laus cantici ipsi David.

[1]  Venite, exsultemus Domino; jubilemus Deo salutari nostro;

[2] præoccupemus faciem ejus in confessione, et in psalmis jubilemus ei:

[3] quoniam Deus magnus Dominus, et rex magnus super omnes deos;

[4] quia in manu ejus sunt omnes fines terræ, et altitudines montium ipsius sunt;

[5] quoniam ipsius est mare, et ipse fecit illud, et siccam manus ejus formaverunt.

[6] Venite, adoremus, et procidamus, et ploremus ante Dominum qui fecit nos;

[7] quia ipse est Dominus Deus noster, et nos populus pascuae ejus, et oves manus ejus.

[8] Hodie si vocem ejus audieritis, nolite obdurare corda vestra

[9] sicut in irritatione, secundum diem tentationis in deserto, ubi tentaverunt me patres vestri, probaverunt me, et viderunt opera mea.

[10] Quadraginta annis offensus fui generationi illi; et dixi: Semper hi errant corde.

[11] Et isti non cognoverunt vias meas: ut juravi in ira mea: Si introibunt in requiem meam.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO XCIV

Invito ed esortazione a lodar Dio col cuore, colla bocca e colle opere.

Landa: ovver cantico dello stesso David.

1. Venite, esultiamo nel Signore, cantiam le Lodi di Dio Salvator nostro.

2. Corriamo a presentarci davanti a lui coll’orazione, e coi salmi celebriamo le sue lodi.

3. Imperocché il Signore è un Dio grande, e un Re grande sopra tutti gli dèi.

4. Perocché l’ampiezza tutta della terra egli tiene nella sua mano, e a lui gli altissimi monti appartengono.

5. Perocché di lui è il mare, ed egli lo fece, e dalle mani di lui fu fondata l’arida terra.

6. Venite, adoriamolo e prostriamoci, e spargiamo lagrime dinanzi al Signore, di cui siamo fattura.

7. Imperocché egli è il Signore Dio nostro: e noi popolo dei suoi paschi e pecorelle di suo governo.

8. Oggi, se la voce di lui udirete, non vogliate indurare i vostri cuori.

9. Come nel luogo dell’Altercazione al dì della tentazione nel deserto, dove tentaron me i padri vostri, fecer prova di me, e videro le opere mie. con quella generazione, e dissi: Costoro van sempre errando col cuore.

11. Ed eglino non han conosciute le mie vie; ond’io giurai sdegnato: Non entreranno nella mia requie.

Sommario analitico

Questo Salmo, senza titolo in ebraico, è attribuito a Davide dai Settanta, la Vulgata e San Paolo, che lo cita sotto il nome di Davide nella lettera agli Ebrei (IV, 7). Esso fu composto probabilmente dopo il trasporto dell’arca a Sion, e dato ai cantori per il servizio divino.

[Il Salterio liturgico contiene questo salmo secondo l’antico italico; questo spiega le differenze con la traduzione della Vulgata che qui leggiamo. – Questo Salmo sembra essere un dialogo a tre voci, con una quarta a nome del Salmista (vers. 8), ed una quinta a nome di Dio (vers. 9-11)].

Il Re-Profeta:

I. – Invita il popolo giudeo a cantare le lodi di Dio.

1° Egli chiama tutti i cori, tutte le voci, tutti gli strumenti ad unirsi nella lode divina (1, 2);

2° Ne offre i motivi: – a) la grandezza di Dio, elevato sopra tutti gli dei (3); – b) Egli è il sovrano Creatore e Signore della terra, del mare e di tutto l’universo (4, 5); – c) Egli ci ha creato, e noi abbiamo offeso con i nostri peccati il nostro Creatore (6); – d) la provvidenza tutta particolare con la quale Dio ci governa (7).

II. – Ricorda che occorre aggiungere a questo culto di lode, l’obbedienza alla voce di Dio:

1° Introduce Dio stesso parlando al suo popolo ed esortandolo a non chiudere le sue orecchie ed il suo cuore alla voce che fa intendere (8);

2° lo invita ad evitare la disobbedienza e l’ostinazione dei Giudei nel deserto (9);

3° ricorda la pena di questa ostinazione, i rimproveri continui che Dio ha loro fatto, il loro incessante accecamento, la loro esclusione dalla terra promessa (10, 11).

Spiegazioni e Considerazioni

I. — 1-7.

ff. 1, 2. – Ci sono tre gradi, o se si vuole, tre azioni in questo preambolo del Salmo: cantare le lodi del Signore con gioia, servire il Signore con allegria, comparire alla presenza del Signore, o nel suo santo tempio, con i sentimenti di perfetta soddisfazione. Nessuna noia in questi santi cantici, nessun mormorio in queste servitù; nessuna agitazione in questo traffico con Dio. Colui che vuole accordare l’amore del mondo con i doveri della religione non comprenderà niente degli inviti del Profeta.  Egli dirà – se è in buona fede – che la preghiera lo disgusta, che la fedeltà alla legge di Dio lo intimorisce, che l’assiduità nel santo tempio lo riempie di cattivo umore. Così succede quando il cuore è vuoto di Dio e quando vi regna imperiosamente l’amore del mondo (Berthier). – Si giunge a Dio con l’intelligenza e la volontà, che sono come i due piedi dell’anima. L’intelligenza ci avvicina a Dio mediante la fede. Per avvicinarsi a Dio, bisogna innanzitutto credere che Dio c’è; (Hebr. XI, 6); la volontà ci avvicina a Dio con le affezioni (S. Agost.). – Noi dobbiamo pervenire a Dio come servi al loro signore. « Voi avete riempito le vostre mani per il Signore, avvicinatevi ed offrite le vittime e le lodi della casa del Signore; » (II Paral. XXIX, 31); come i discepoli al loro maestro: « Venite e saliamo al monte del Signore, alla casa del Dio di Giacobbe, ed Egli ci insegnerà le sue vie » (Isai. II, 3); come i malati al loro medico: « Venite, torniamo al Signore, è Lui che ci ha colpito, ma Egli ci guarirà; Egli ci ha battuto, ma chiuderà le nostre ferite, » (Osea VI, 1, 2.); come coloro che hanno sete vengono ad una fonte rinfrescante: « se qualcuno ha sete, venga a me e beva; » (Giov. VII, 37); come ciechi alla luce che illumina ogni uomo che viene in questo mondo; come degli amici che vengono ad intrattenersi con un amico. – Tre tipi di confessione vi sono: la confessione della fede, la confessione dei peccati, la confessione delle lodi. – Noi dobbiamo prevenire l’arrivo di Gesù-Cristo come giudice con questa triplice confessione della fede, dei peccati, delle lodi. «  Confessate Dio durante la vostra vita, confessatelo nella vostra forza e nella vostra gloria, confessate Dio e glorificatelo nelle sue misericordie. » (Eccli. XVII, 27).

ff. 3-7. – Niente è di più importante per pregare bene, che concepire innanzitutto delle grandi idee di Dio. – Egli è superiore ad ogni potenza; questo sarebbe poco per Dio, o piuttosto non sarebbe nulla l’essere al di sopra degli dei della gentilità, che non erano se non idoli privi di vita e sentimento, ma la sua grandezza sorpassa quella di tutti coloro che portano il nome di dei nell’antica Scrittura, gli Angeli, i re, i potenti, i giudici della terra, etc. Seconda ragione, Dio domina sovrano su tutto l’universo. Questo pianeta terra che ci sembra così considerevole e pieno di meraviglie, è come un atomo; se lo si compara alla potenza di Dio, esso è tutto intero nella sua mano. Egli è il padrone delle montagne più elevate, da dove considera tutte le azioni e tutti i pensieri degli uomini; è padrone assoluto del mare, al quale comanda con autorità, e nel quale eccita tempeste quando gli pare, e lo riconduce alla calma quando gli piace. – Tutto gli appartiene ancora a titolo di produzione, di modo che nulla esisterebbe senza di Lui. – C’è poi questa terza ragione: « Dio ci ha fatto », che comprende riassumendo tutta la Religione. Essa è il fondamento della fede, l’appoggio della fiducia, il motivo della riconoscenza, l’aculeo dell’amore … ogni opera  è cara a colui che l’ha fatta; ma quale opera, aggiunge Sant’Agostino, quella che è formata ad immagine e similitudine del proprio Autore? Non c’è alcuno di noi che non abbia disonorato questa divina immagine: compiangiamo le nostre offese e chiediamo grazie ai piedi del suo trono. – Penitenza, per quando è il tempo: inchiniamo la faccia al Giudice; preveniamolo con la confessione dei nostri peccati, preveniamo il suo volto con la confessione della nostra impotenza, per timore che non ce la faccia conoscere con la nostra caduta. « Piangiamo, piangiamo davanti a Colui che ci ha fatti; »  piangiamo prima di cadere in questi pianti irrimediabili ed infiniti; piangiamo con San Pietro, per timore di non piangere eternamente ed inutilmente con Giuda e con tutti i malvagi (Bossuet,  Médit., sur l’Ev.) — Noi non possiamo riparare da noi stessi questa divina somiglianza, è a Dio che compete ristabilire questi tratti troppo spesso e troppo a lungo cancellati, il creare in noi un cuore nuovo, renderci conformi al gran modello che ci ha dato nella Persona di suo Figlio. – Quarto motivo, ancora più toccante: noi apparteniamo in proprio al Signore, noi siamo la porzione cara del suo gregge, noi siamo immediatamente sotto la sua condotta. Gesù-Cristo, divin Pastore delle nostre anime, non solamente ci nutre nei pascoli delle Scritture, ma ci conduce Egli stesso per mano, come pecore ragionevoli, e si degna di nutrirci con la propria carne. (S. Agost.; Berthier; Dug.). – « Noi siamo il popolo dei suoi pascoli e le pecore che le sue mani hanno creato. » Vedete con quale eleganza il Profeta ha cambiato l’ordine delle parole, le ha come stornate dal loro senso naturale, al fine di farci intendere che le pecore ed il popolo sono la medesima cosa. Egli non ha detto: le pecore dei suoi pascoli, ed il popolo che le sue mani hanno formato, cosa che poteva apparire più conveniente, perché le pecore si riportano ai pascoli; ma egli ha detto: « il popolo dei suoi pascoli. » Le sue pecore sono dunque questo popolo, poiché ha detto: « il popolo dei suoi pascoli, », questo popolo formato dalle sue pecore. D’altra parte, così come noi possediamo le pecore che compriamo, ma che non creiamo noi, e come aveva detto più in alto: « … prostriamoci davanti a Colui che ci ha creati, » egli dice qui a ragione: « le sue pecore che le sue mani hanno creato. » Nessun uomo si crea delle pecore: egli può comprarne, riceverne in dono, trovarne, aggiungerle al suo gregge, rubarne addirittura; ma crearne, non può! Al contrario, il Signore ci ha creati, ecco perché : « il popolo dei suoi pascoli e le pecore che le sue mani hanno creato, » sono le pecore che si è degnato creare da sé con la sua grazia (S. Agost.). 

II. — 8-11.

ff. 8-11. – Non è sufficiente lodare il Signore con cantici, con adorazioni, con azioni di grazie, bisogna aggiungere a questo culto esterno, l’obbedienza alla voce di Dio, il compimento delle sue volontà. – La parola “oggi” indica il tempo della vita presente e ciascuno dei momenti che la compongono: « Nel mentre di quel che si dice oggi, se ascoltate la mia voce, non indurite i vostri cuori, come nel luogo della contraddizione. » (Ebr. III, 15). « Se oggi ascoltate la sua voce, badate di non indurire i vostri cuori. » Il demonio, al contrario, non cessa di suggerirci di commettere oggi il peccato e di rinviare all’indomani la pratica della giustizia. Ecco perché il Signore, volendo distruggere l’influenza di questi cattivi consigli, ci dice per bocca del Profeta: « Oggi, se ascoltate la mia voce. » Il demone dice: Oggi mi appartieni, il domani è per Dio. Il Signore, al contrario, grida a voce spiegata: « Ascoltate oggi la mia voce. » Considerate i trucchi artificiosi del vostro nemico: non osa consigliarvi di allontanarvi interamente da Dio, egli sa che questo pensiero ripugna sovranamente ai Cristiani, ma cerca di attaccarvi con le sue trovate artificiose. Egli è scaltro nel fare il male. Egli sa che noi non viviamo realmente che nel tempo presente, e che tutte le nostre azioni si compiono nel breve arco di tempo che noi chiamiamo il presente. Ecco perché ci deruba fraudolentemente il giorno presente e ci lascia la speranza del domani. Giunto il domani, questo cattivo consigliere si presenta di nuovo, prende ancora per lui il giorno attuale, rimandando il domani per il Signore, ed è così che togliendoci costantemente il tempo presente con l’attrazione dei piaceri, e rinviando sempre la nostra speranza ai tempi avvenire, ci conduce all’ultimo giorno senza che, nella nostra imprudenza, siamo stati vigilanti per prepararvici. (S. Basil., Homin. S. Babtisma.) – L’Apostolo san Paolo, dopo aver messo davanti agli occhi degli ebrei convertiti alla fede l’esempio dei loro padri che, per loro ostinazione, si erano resi indegni di entrare nella terra che Dio aveva loro promesso, conclude con questo eccellente avviso: « Temete, dunque, fratelli miei che non ci sia in alcuno di voi un fondo o di incredulità o di malignità che vi allontani dal Dio vivente; ma esortatevi incessantemente l’un l’altro, mentre ancora dura questo tempo che la Scrittura chiama “oggi”, perché dovete essere persuasi che ciò che si chiama l’oggi è per voi il tempo delle misericordie del Signore. Vedete, sottolinea san Crisostomo, la mirabile teologia di san Paolo: egli non esorta gli ebrei a convertirsi, né a seguire i lumi della grazia quando saranno liberi da certi imbarazzi del secolo, né ad allontanarsi dai loro errori in un certo termine che avrebbe potuto loro demarcare … ma egli dice loro: Esortatevi gli uni gli altri, mentre disponete di questo giorno presente, perché questo giorno presente vale meglio per voi di tutti i secoli compresi nella durata infinita di Dio; perché il giorno presente è il solo punto di eternità al quale abbiate diritto; in una parola, perché non c’è che il giorno presente in cui possiate sicuramente ed infallibilmente operare per la vostra salvezza (Bourdiol, Sur le retard de la Pén.) –  Nella legge del sabbat, Dio figura il riposo futuro che si prepara ai suoi servi … È la dottrina di san Paolo che vi fa vedere nell’antico popolo, e dalle origini del mondo, in una eccellente figurazione, la promessa di un riposo felice. L’Apostolo chiama Davide a conferma di questa verità, allorché sottolinea che questo grande Profeta promette ai figli di Dio un nuovo riposo e giura che « … i ribelli non entreranno, »  e nello stesso tempo un giorno di prova in cui apprendiamo ad obbedire alla sua voce, secondo quanto è nello stesso salmo: « Oggi se voi ascoltate la sua voce, non indurite i vostri cuori! » altrimenti per voi non ci sarà riposo. Ecco dunque due giorni misteriosamente segnati dal Signore, uno per obbedire alla sua voce, e l’altro per riposarsi eternamente con Lui! Ed è questo il vero sabbat, « … il vero riposo che è concesso al popolo di Dio. » (BOSSUET, Elév. VIII, S. XII, Elév.) – La causa principale del traviamento degli uomini, è il non conoscere le vie di Dio. Queste vie di Dio sono la sua legge, sia naturale che scritta; le sue ispirazioni ed i tocchi della sua grazia; l’imitazione costante di Gesù-Cristo, che ha detto essere Egli stesso la via; la conoscenza della nostra miseria e la persuasione stessa della nostra debolezza; la fuga dal mondo e l’allontanamento da tutto ciò che il mondo stima, ama, ammira; lo spirito di solitudine e la pratica della preghiera; l’amore per le umiliazioni, le sofferenze, la povertà (Berthier). – Non dubitate del riposo, della felicità, dell’eternità, dell’immortalità, se siete fedeli alla legge di Dio; e non dubitate ancor più della morte eterna, del fuoco eterno, della dannazione in compagnia dei demoni, se trasgredite a questa legge. La promessa di Dio contempla questi due termini (S. Agost.).