SALMI BIBLICI: “VERBA MEA AURIBUS”(V)

Salmo 5: “VERBA MEA AURIBUS”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE, CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

TOME PREMIER.

SALMO V

[1] In finem, pro ea quae hæreditatem consequitur. Psalmus David.

 [2] Verba mea auribus

percipe, Domine; intellige clamorem meum.

[3] Intende voci orationis meæ, rex meus et Deus meus.

[4] Quoniam ad te orabo, Domine, mane exaudies vocem meam.

[5] Mane astabo tibi, et videbo quoniam non Deus volens iniquitatem tu es.

[6] Neque habitabit juxta te malignus, neque permanebunt injusti ante oculos tuos.

[7] Odisti omnes qui operantur iniquitatem; perdes omnes qui loquuntur mendacium. Virum sanguinum et dolosum abominabitur Dominus.

[8] Ego autem in multitudine misericordiæ tuæ introibo in domum tuam; adorabo ad templum sanctum tuum in timore tuo.

[9] Domine, deduc me in justitia tua: propter inimicos meos dirige in conspectu tuo viam meam.

[10] Quoniam non est in ore eorum veritas; cor eorum vanum est.

[11] Sepulchrum patens est guttur eorum; linguis suis dolose agebant, judica illos, Deus. Decidant a cogitationibus suis; secundum multitudinem impietatum eorum expelle eos, quoniam irritaverunt te, Domine.

[12] Et lætentur omnes qui sperant in te; in aeternum exsultabunt, et habitabis in eis. Et gloriabuntur in te omnes qui diligunt nomen tuum,

[13] quoniam tu benedices justo. Domine, ut scuto bonae voluntatis tuae coronasti nos.

SALMO V.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI. Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

Salmo composto in persona della Chiesa, che in ogni giorno nei suoi membri consegue l’eredità della salute eterna, e che tutta conseguirà alla fine del mondo.

Per la fine: per colei che ottiene l’eredità.

1. Dà udienza, o Signore, alle mie parole, poni mente alle mie grida.

2. Piegati al suono della mia orazione, mio re e mio Dio.

3. Dappoiché a te indirizzerò le mie preghiere: al mattino, o Signore, tu esaudirai la mia voce.

4. Al mattino porrommi dinanzi a te, e ti vedrò; perocché tu non sei un Dio, che ami l’iniquità.

5. Ne starà presso a te il maligno, né gl’ingiusti potran durarla dinanzi agli occhi tuoi.

6. Tu hai in odio tutti coloro che operano l’iniquità; tu disperderai tutti coloro che parlano menzogna.

L’uomo sanguinario e fraudolento sarà in abbominio al Signore.

7. lo però, nella moltitudine di tua misericordia, entrerò nella tua casa; mi incurverò verso il tuo santo tempio nel tuo timore.

8. Signore, conducimi nella tua giustizia: per riguardo ai miei nemici, fa’ tu diritta dinanzi a te la mia via.

9. Imperocché nella loro bocca non è verità: pravo egli è il lor cuore.

10. Un aperto sepolcro ell’é la loro gola; con le loro lingue tessevano inganni: fa’ tu o Dio, giudizio di essi. Sien delusi nei loro disegni; dispergili come si meritano le molte loro empietà, dappoiché ti hanno essi irritato, o Signore.

11. E si rallegrino tutti coloro i quali in te confidano; giubileranno in eterno e tu abiterai in essi. E in te si glorieranno tutti coloro che amano il tuo nome,

12. perché tu benedirai il giusto. Tu, Signore, della tua buona volontà, quasi di scudo, ci hai d’ogni intorno coperti.

Sommario analitico

Questo salmo si divide in due parti: nella prima, Davide ci fa conoscere i motivi che gli danno la speranza di ottenere da Dio la liberazione dalle sue pene e di poterLo adorare nel suo tempio. – Nella seconda, egli chiede a Dio di far sparire gli ostacoli che i soi nemici seminano lungo il suo cammino, affinché egli possa ricongiungersi a Dio, suo liberatore.

I PARTE.

I- Davide espone a Dio i quattro motivi che lo rendono degno di essere esaudito.

1) La qualità della sua preghiera. Egli domanda a Dio nella sua totalità: a) le sue orecchie, per ascoltarlo; b) la sua intelligenza perché lo comprenda; c) la sua volontà e la sua onnipotenza perché esaudisca la sua preghiera (1, 2). –

2) Il tempo in cui la fa è il mattino (3); –

3) Le disposizioni interiori di colui che la fa, l’odio dell’iniquità. Egli vedrà che Dio: a) detesta il cuore degli empi; b) non può soffrirne la presenza; c) ne distoglie gli occhi con orrore (4,7).

4) Il luogo più favorevole alla preghiera, il tempio; – le virtù necessarie a colui che entra nel tempio sono: (a) la speranze nella misericordia di Dio, (b) l’umiltà nell’adorazione, (c) il timore di Dio (8).

II PARTE.

II – Davide espone l’oggetto della sua preghiera e ne predice il successo.

1) Egli chiede a Dio di guidarlo e di dargli una direzione certa a causa della malvagità dei suoi nemici che sono: a) mendaci nei loro discorsi; .b) vani nei loro cuori e nei loro affetti (10), c) corrotti nelle loro parole ed ingannatori nel loro linguaggio (11), .d) empi nelle loro opere (12).

2) Egli predice l’abbattimento dei suoi nemici: a) essi saranno giudicati e condannati; .b) … saranno delusi nelle loro attese; c) … saranno rigettati; .d) … avranno sempre Dio per nemico (12).

3) Dopo essere scampato al pericolo, predice la sua felicità, quella dei suoi amici e dei Santi, dei quali erano figura. – a) essi si riuniranno in Dio; b) questa gioia si manifesterà fin sui corpi e la causa è che Dio abiterà in essi (13), in questa vita con la grazia, nell’altra con la sua gloria; .c) essi si glorificheranno in Dio a causa di tutti i beni di cui Dio ricolma il giusto (14); d) essi saranno benedetti e protetti in modo speciale (15).

Spiegazioni e Considerazioni

I . 1- 8.

ff. 1, 2.Tre condizioni sono necessarie per ottenere ciò che si domanda a qualcuno: 1) Che intenda il suono della voce: « prestate ascolto, etc. » 2) che comprenda il senso delle parole che gli vengono indirizzate: « comprendete le mie grida »; .3) che egli faccia attenzione: « siate attento, etc. ». – Dio intende, comprende sempre, non è mai distratto, ma si dice che: 1) Egli non ascolta il suono della voce quando colui che lo prega è talmente distratto che non sa più egli stesso cosa dica; 2) che Egli non intende il senso delle parole, quando colui che prega domanda delle cose che non gli siano di vantaggio; .3) che Egli non faccia attenzione alla preghiera di colui che per la sua cattiva vita si renda indegno di essere ascoltato. (Duguet.). – « Comprendete le mie grida ». Queste grida non sono l’elevazione della voce, ma il sentimento, gli slanci del cuore. È così che Dio dice a Mosè che Lo pregava in silenzio: « perché hai gridate verso me? » (Exod. XIV, 15), perché la preghiera di Mosè era ispirata da un ardente amore per il suo popolo (S. Chrys.). – Può dire con certezza: Mio re e Mio Dio, solo colui nel quale non regna peccato. « Voi siete il mio Dio, perché il mio Dio non è il mio ventre, non è l’oro ad essere il mio Dio, non è l’impurità ad essere il mio Dio » (S. Gir.).

ff. 3, 4. – « Perché siete voi che io pregherò, Signore ». Ecco le ragioni che rendono la preghiera indegna di essere esaudita. – Ci sono molti che sembrano pregare Dio, ma lo fanno unicamente per essere visti dagli uomini e per motivi di interesse personale. Non è affatto così che prega la Chiesa; Essa si indirizza a Dio solo, lasciando da parte ogni considerazione umana (S. Chrys.). « Voi chiedete e non ottenete – dice S. Giacomo – perché chiedete male, non cercando che di soddisfare le vostre passioni » (S. Giac. IV, 3). – Il salmista comincia con il chiedere umilmente udienza a Dio. Là è l’inizio e la preparazione della sua preghiera. Cosa può temere in effetti colui che sollecita mediante la preghiera? Tre cose essenzialmente: che egli non sia ascoltato, che non sia compreso, che non sia gradito. È proprio vero, l’uomo deve tremare di terrore davanti a questo triplice ostacolo. Sembra molto giusto che egli non sia inteso né compreso, né gradito. Ora, l’anima è ascoltata, quando il nostro niente sparisce, grazie al nostro identificarci nel Figlio di Dio fatto uomo; l’anima è compresa, perché sebbene ridotti alla nostra debolezza ed alla nostra ignoranza, diventiamo nelle nostre preghiere assolutamente incomprensibili, e domandiamo un aiuto per i nostri interessi, lo Spirito Santo, con una meraviglia tutta divina, prega in noi e per noi; infine la nostra anima è gradita perché è in Gesù-Cristo che noi abbiamo accesso presso il Padre, ed è coperti dai suoi meriti, rivestiti dei suoi splendori, lavati nel suo sangue, trasfigurati nella sua santità e nella sua gloria, che noi ci presentiamo alla divina Maestà (Doublet, Psaumes, etc., III, 237, 242.). – Il mattino è il tempo più propizio per la preghiera e la meditazione; lo spirito è maggiormente raccolto. Dare a Dio il primo pensiero, la prima parola e la prima azione.- Non bisogna dedicarsi mai alle proprie occupazioni ordinarie se non dopo aver reso i propri doveri a Dio. « Bisogna anticipare il levar del sole per benedirvi ed adorarvi prima che il giorno si levi ».(Sap. XVI, 28). –  « Se ricorrete a Dio fin dal mattino ed implorate l’Onnipotente, Egli sarà pronto ad esaudirvi e ristabilirà la dimora della vostra giustizia » (Giob. VIII, 5, 6). – Voi non soffrite perché uno dei vostri inferiori presenti i suoi omaggi prima di voi al sovrano. Ma nel mentre che il sole adora già da tempo il suo Creatore, voi ancora dormite: così cedete il primo posto alla creatura e non prevenite questa natura creata per voi, e non rendete a Dio le vostre azioni di grazie (S. Chrys.). – Il mattino è un’ora mirabilmente propizia per la preghiera. L’universo fatto per l’uomo, deve, attraverso l’uomo, offrire i suoi omaggi al Creatore. Ora all’alba del giorno, tutta la natura si risveglia, tutti gli esseri scuotono il loro torpore e rinascono alla luce, alla vita, all’amore. L’uomo deve precederli tutti e cominciare la preghiera universale che consacra a Dio un giorno nuovo (Doublet.). – « Al mattino Io mi porrò davanti a voi ». Cosa significa: « Io mi porrò » se non « Io non resterò adagiato »? Ora, che cos’è questo essere adagiato, se non riposarsi a terra, o cercare la felicità nelle voluttà terrene? « Io mi tenderò e verrò ». Non bisogna dunque attaccarci alle cose della terra se vogliamo vedere Dio, che può contemplare solo un cuore puro (S. Agost.). – « Io mi tenderò davanti a voi, etc., » non cambiando luogo, ma con le mie opere. È il solo mezzo per avvicinarci a Dio. Non è in effetti che mediante le opere che ci si avvicina o ci si allontana da Dio, perché Egli riempie tutti i luoghi della sua presenza. – Si vedono qui tutti i caratteri di una santa preghiera del mattino: presentarsi davanti a Dio, prevedere nella sua presenza tutte le azioni della giornata, considerare l’opposizione del peccato alla santità di Dio, l’odio di Dio per il peccato, il suo amore per la giustizia, l’obbligo che abbiamo di entrare noi stessi in questi sentimenti. Meditiamo ogni parola di questo divino Salmo: « dal mattino Io mi tenderò » è l’attitudine dell’energia, è il segno di una volontà ferma e vigorosa. La preghiera richiede energia, reclama il coraggio … « Io mi porrò davanti a voi ». Davanti a chi ci tponiamo nella preghiera? Chi è davanti allo sguardo della nostra anima? A chi doniamo l’ingresso del nostro cuore? … possiamo noi dire a Dio, come il salmista: « davanti a voi io mi porrò »?

ff. 5, 6, 7. – L’anima in preghiera si trova di fronte sempre tre oggetti di contemplazione. Il primo è Dio stesso. E cosa considera in questo Dio che essa contempla? In primo luogo si tratta di un Dio nemico dell’iniquità. Dio, che è la santità per essenza, vuole la santità in tutti i suoi figli. Egli la vuole con volontà eterna ed infinita. Il terzo oggetto è la moltitudine delle misericordie di Dio. Esse sono effettivamente « moltitudine », ne sono avvolto, come sprofondato in un oceano senza fondo e senza argini. Tutto in me è misericordia, ed io non sono che una mescolanza dei doni di Dio (Doublet, Psaumes, etc. III, 245, 247.). Davide si alza al mattino e inizia a contemplare la santità di Dio: « Al mattino io mi presenterò davanti a voi, e vedrò che voi siete un Dio che non vuole l’iniquità », che non potete certo volerla Voi che siete sempre santo, e le cui opere sono inseparabili dalla santità. Restiamo con David in silenzio davanti all’augustissima santità di Dio. Ci si perde nel contemplarla, perché non la si può comprendere non più della purezza con la quale è necessario approcciarsi (Bossuet, Médit. sur l’Ev., II parte, LXVI jour). Separiamoci dai peccatori e da ogni iniquità, contemplando la santità del nostro Padre celeste: perché è così che David, dopo aver visto e contemplato dal mattino che Dio è santo e non vuole l’iniquità, cioè non la vuole mai, sotto qualunque forma si possa presentare, aggiunge subito dopo: « E il malvagio non abiterà più presso di voi; e gli ingiusti, i peccatori non sussisteranno più davanti ad i vostri occhi ». Ancora un colpo, separiamoci dai peccatori: separiamocene per una strada opposta alla loro, ma ancora e finché si possa, ritirandoci dalla loro odiosa e dannosa compagnia per timor di essere corrotti dai loro discorsi e dai loro esempi, e di respirare un’aria infetta (Bossuet, Medit. sur l’Ev. 2° P. LXVI jour.): opposizione infinita ed irreconciliabile tra la malizia del peccato e la bontà di Dio, tra la giustizia sovrana e l’iniquità: « i vostri occhi sono troppo puri per poter contemplare il male, Voi non potete contemplare l’iniquità » (Habacuc, I, 13). – La santità è in Dio di una incompatibilità essenziale con ogni peccato, con ogni difetto, ogni imperfezione di sentimento e di volontà. L’ingiustizia, l’iniquità, il peccato non possono essere in Lui. – Egli è incompatibile con i peccatori e li rigetta davanti a Lui con tutta la sua santità e la sua essenza. « Il mattino » è il tempo in cui i pensieri sono più nitidi, e nel quale si devono offrire a Dio le primizie, « Signore, dice il salmista, io mi presenterò davanti a Voi, vedrò chiaramente nella vostra luce che Voi siete un Dio che non volete l’iniquità »: il maligno non abita presso di Voi e gli ingiusti non sussistono davanti ai vostri occhi » (Bossuet, Elev. I S. XI. Elev.). – Noi vediamo qui che ogni specie di malvagità sono state oggetto di odio per il Signore. – Tutti questi peccatori sono odiati da Dio. – L’odio di Dio non è altro che quello del peccatore per la verità (S. Agost.). – Nondimeno c’è un carattere particolare di avversione per ciascuno; gli uomini maliziosi non dimoreranno presso di Lui; gli uomini ingiusti non sussisteranno alla sua presenza; coloro che commettono iniquità saranno a Lui odiosi; i mentitori saranno distrutti dalla sua potenza; gli uomini sanguinari e fraudolenti saranno in abominio ai suoi occhi. – L’insegnamento è dato a coloro che vogliono avvicinarsi a Dio: essi devono rendersi innanzitutto simili a Lui, perché solo a questo titolo possono approcciarsi a Lui (S. Chrys.). – Dio odia tutti quelli che commettono l’iniquità, chiunque essi siano. Non è la dignità, ma la virtù che Dio considera quando vuole scegliere i suoi amici (S. Chrys.). Quelli che proferiscono menzogne sono qui coloro che vivono nel crimine, coloro che perseguono cose vane e menzognere, che il Re-Profeta ha costume di designare sotto il nome di menzogne (S. Chrys.). – Il mondo è pieno di uomini furbastri nei confronti ai loro simili, ma sono ancor più coloro che lo sono nei riguardi di Dio e di se stessi. (Dug.).

ff. 8. – Frutti della preghiera e della contemplazione. Quantunque si possa essere giusti, non è se non nella fiducia nell’abbondanza della misericordia di Dio, che si possa osare entrare nella sua casa. Tre condizioni sono necessarie a colui che entra nel tempio del Signore: la fiducia nella sua misericordia, l’umiltà « io adorerò, etc. », ed un timore rispettoso. – Non si entri mai nella casa di Dio se non con un profondo sentimento del luogo in cui ci si trova. « Che questo luogo sia terribile; è la casa di Dio la porta del cielo! » (Gen., XXVIII, 17). – « Io entrerò nella vostra casa », come una pietra in un edificio, dice S. Agostino, perché è la casa di Dio, il tempio di Dio, del quale è detto: « il tempio di Dio è santo, e il tempio, siete voi » (I Cor, III, 17).

II. 9-15

ff. 9. – Oggetto della preghiera del vero Cristiano, non sono le cose di questa vita, né i beni fragili, deperibili ed inutili, ma il soccorso dall’Alto, il soccorso necessario soprattutto a quelli che entrano nella via di giustizia (S. Chrys.). – La vita presente è come un cammino in cui Dio ci conduce con la mano poiché ci sono dei sentieri che si allontanano dalla strada. – « Chiedete dunque a Dio di dirigere la vostra via e che tutti i vostri consigli dimorino in Lui » (Tob. IV, 21). Il cammino della giustizia di Dio, è l’unica regola che dobbiamo seguire; la giustizia degli uomini, si rivela o falsa o difettosa. – « Rendete la mia via retta davanti ai vostri occhi », cioè là dove non possono vedere gli uomini, alla lode o al biasimo dei quali non bisogna affatto credere. Gli uomini non possono in effetti giudicare della coscienza altrui, ed è nella coscienza che si trova il cammino che conduce a Dio. Non bisogna dar fede ai loro giudizi, « … perché la virtù non è nella loro bocca ». Ecco perché bisogna rifugiarsi nella propria coscienza e sotto gli sguardi di Dio (S. Agost.). Se la nostra strada è diritta davanti a Dio, noi non devieremo; e se la via di Dio è diritta davanti a noi, entreremo e marceremo con fervore (Theodoret.). tutti coloro che vogliono allontanarci dalla via di Dio sono invero i nostri nemici, fossero anche nostri migliori amici.

ff. 10. – Due sono i principali caratteri dell’uomo malvagio: la corruzione del cuore e l’arte di mettere in atto la frode e la menzogna per nuocere agli altri. – Il mondo è il nostro nemico più grande, non solo quando ci inganna con i suoi errori, ma anche quando ci lusinga con le sue carezze, e quando vuol farci credere che un piacere passeggero sia preferibile alle gioie eterne, o i mali con i quali ci minaccia siano da temere più di tutti i supplizi dell’inferno (Duguet.).Guai a coloro che hanno due cuori, l’uno per Dio, e l’altro per le vanità, e ancora più « guai » a coloro che nel cuore, pieno di vanità, non lasciano spazio a Dio. – La verità non è sulle labbra di coloro il cui cuore è posseduto dalla vanità; la lingua segue gli impulsi del cuore e parla con l’abbondanza del cuore.

ff. 11. – L’odore che emana da un’anima corrotta e la cui bocca si apre ai discorsi osceni od empi, è più funesto delle esalazioni di un sepolcro aperto (S. Chrys.). – Questi corruttori sono chiamati « sepolcri aperti », perché sono morti in se stessi, in un certo senso, in quanto non hanno la vita della verità, ed accolgono in sé altri morti, vale a dire coloro che si rendono loro simili, dopo essere stati uccisi con la menzogna e con la vanità del cuore. I malvagi possiedono necessariamente delle lingue malefiche ed ingannatrici. « Come potreste dire cose buone – dice Nostro-Signore – voi che siete cattivi? » (S. Matteo XII, 34).

ff.12. – Uno dei caratteri essenziali di un’anima veramente saggia, è quello di non cercare vendette delle proprie ingiurie e di mostrarsi piena di zelo per gli oltraggi diretti contro Dio (S. Chrys.). – Vanità dei progetti degli uomini che vengono prima o poi confusi. – Dio solo e la sua verità sono stabili in eterno! – Giusta reciprocità: gli empi e i malvagi rigettano Dio, e Dio li rigetta a sua volta. – La moltitudine dei loro crimini è la misura di questo allontanamento da Dio, la causa della collera di Dio (Duguet).

ff. 13. – La vera gioia si coniuga sempre alla speranza, o piuttosto ne è il frutto. Essa non è che per i giusti che hanno Dio in fondo al loro cuore (Dug.): il mondo non la conosce e non può conoscerla. Le gioie del mondo sono false, non hanno stabilità più che le acque correnti dei fiumi, le quali defluiscono nel momento stesso in cui passano sotto i nostri occhi. Ma la gioia della quale è Dio l’Autore, è durevole, ha radici profonde, riempie i desideri del nostro cuore, è invariabile, al riparo da tutte le vicissitudini terrene, e le difficoltà o gli ostacoli stessi conferiscono un nuovo grado di perfezione (S.Chrys.). La causa di questa gioia è che « voi abiterete in essa », in opposizione a quanto il profeta ha detto degli uomini ingiusti che non sussisteranno davanti a Dio. L’eterna beatitudine dei giusti sarà dunque quella di divenire il tempio di Dio, e Dio, divenuto loro ospite, sarà Egli stesso la loro gioia. Quattro sono i caratteri della gioia dei giusti: la certezza, l’eternità, la sicurezza « voi abiterete, etc. », la pienezza. « Tutti coloro che amano si glorificheranno, etc.», perché non ci si glorifica se non di ciò che si possiede pienamente, e perché la materia stessa di questa gioia racchiude bene la pienezza. – Come la vera gioia, la vera gloria non si trova che in Dio; il mondo conosce la vera gloria ancor meno che la vera gioia. – La benedizione di Dio è fonte di tutti i beni, in cielo e sulla terra. – Questa benedizione è l’essere glorificato in Dio ed abitato interiormente da Dio. Tale è la santificazione accordata ai giusti. Quale male può fare il disprezzo degli uomini e della terra intera a colui che è giudicato degno di applausi, di benedizioni e di elogi da parte del Maestro degli Angeli?

ff. 15. Cosa può temere chi è protetto da questo scudo a prova di tutto, da questa armatura incomparabile della benevolenza divina? « Se Dio è con noi, chi sarà contro di noi? » (Rom. VIII, 31). – « Voi coronerete il giusto ». Questa corona è intrecciata dalla misericordia. « È Egli che vi corona di grazia e di misericordia » (Salmo CII, 4). – Questa corona è pure preparata dalla giustizia, e come dice San Paolo: « Non resta che attendere la corona di giustizia che mi è riservata ». (II Tim. IV, 8). È ancora questa, una corona di grazie (Prov. IV, 8). È pure una corona di gloria: « In quel giorno, il Signore degli eserciti sarà una corona di speranza e di gloria per il suo popolo ». (Isaia, XVIII, 5). È infine una corona incorruttibile: « Gli atleti non hanno in vista che una corona corruttibile, mentre noi ne attendiamo una incorruttibile » (I Cor. IX, 25) (S. Chrys.). Davide ci rappresenta un Dio coronante il giusto con la corona della sua benevolenza, perché coloro che Egli protegge qui in basso con la sua grazia onnipotente, li corona eternamente nei cieli (S. Greg., in Giobbe XXXII).

LE BEATITUDINI EVANGELICHE (-2A-)

LE BEATITUDINI EVANGELICHE (2A)

[A. Portaluppi: Commento alle beatitudini; S.A.L.E.S. –ROMA, 1942, imprim. A. Traglia, VIII, Sept. MCMXLII]

CAPO SECONDO

“Beati mites: quoniam ipsi possidebunt terram”

[Beati i miti perché possederanno la terra]

I.

I FASTI DELL’IRACONDIA

L’opposto della mitezza è l’iracondia. È questa una passione d’una singolare efficacia di male. Essa pervertì l’uomo da principio in Caino e lo va sempre sospingendo alla dissoluzione. Forza tutte le condizioni della vita. La sua nascita è dovuta all’orgoglio, che trascina con sé le potenze dello spirito e le travolge nella esasperazione. L’iracondia è appunto una dominante espressione dell’orgoglio. Essa in vero non ha tale potere da affascinare, perché appare troppo repulsiva e fa piuttosto paura. Inamida anche i più validi e in ogni caso desta repugnanza. Il collerico con la sua stessa figura, rosso, congestionato, irragionevole, trasfigurato da una violenta contrazione dei muscoli, senza controllo sulle parole, travolto come un fuscello da una corrente impetuosa, appare come in balìa d’una furia infernale. Se pensi a Saulle eccitato contro il giovine Davide, mentre gli si avventa contro e tenta di configgerlo alla parete, hai una idea della terribile irragionevolezza dell’iracondo e delle conseguenze indeprecabili di un suo gesto. „ È uno stato d’aberrazione. L’uomo si vela, e lascia in azione, fuor dell’occhio della ragione gli impulsi più ciechi e impetuosi della bestia. Penso ad Erode, dopo d’aver rilevato l’accortezza con cui i Magi lo elusero. Come sarebbero tornati da lui, mentre avevano letto nel suo occhio il sinistro intento della sua malvagità? Anziché recarsi a riferirgli della reale esistenza del Bambino dalla maestà divina nelle semplici e comune apparenze, tornarono « per aliam viam in regionem suam ». È il suo atteggiamento un fenomeno di oscura bestialità. Un bambino avrebbe forse potuto aver modo di danneggiarlo, mentre egli era già tanto avanti negli anni? Nondimeno l’iroso orgoglio lo ha così sospinto ad un gesto estremamente crudele. Divenne nei secoli l’emblema della crudeltà insana. L’iracondia falsa la visione della vita e dei suoi sviluppi. Presenta alla sua vittima lineamenti assurdi, possibilità impensabili, concretezze irreali. Le sue determinazioni rivestono qualcosa di inumano e di infernale. Infatti sovente egli si abbatte in una crisi d’incapacità tormentosa e disperata. Piange, bestemmia, fa bava alla bocca, si percuote il capo, agita in alto i pugni stretti a maledire. Pare voglia scagliarsi verso un potere superiore, contro cui non ha armi sufficienti. Gli si presentano le cose e le persone come nemiche, come forze insidiose e minaccianti. Anziché studiare le circostanze con intendimento sereno, per risolvere che cosa sia da fare, si lascia trasportare dall’impeto della passione e dal dispetto. Ogni disastrosa risoluzione è dunque possibile.

CONDIZIONE PIETOSA

Non sarà mai « beato » l’iracondo. Rodersi dentro, come avvelenato da una vena di tossico insopprimibile, è il suo destino. Se non intervenga un fattore nuovo ed efficace a sedare, a placare, a comunicare al « paziente » il senso della realtà. Perciò è necessario, che accanto al soggetto dell’ira si trovi una persona amabile e serena, che col contegno, con la parca e rada parola, con lo sguardo dolce e comprensivo si faccia interprete dei sentimenti di umanità e di ragione, che paiono in lui offuscati dalla effervescenza di umori maligni. « Sol non occidat super iracundiam vestram — il sole non scenda all’occidente sulla vostra iracondia » (Ephes., IV, 26) scrisse San Paolo. Voleva dire di aprirle le valvole dello spirito, perché subito sfumi e dilegui. E l’avvelenamento venga evitato. Si chiuda ogni giornata in un gesto di largo perdono e nel riconoscimento della propria fragilità. Questo umile atto smorza rapidamente l’esaltazione dell’ira e versa olio di pace nello spirito. A che cosa può servire l’odio di cui l’irascibilità è sorgente? Forse potenzia la facoltà dell’animo? Forse accresce il sentimento del valore personale? O conferisce un tono di serietà e di forza all’individuo? Né l’iracondia né l’odio giovano in nessuna misura e in nessun senso. Abbiamo già visto come essa falsi la visione vera della vita. Ne accentua anzi le asperità e i disagi. Fa da lente d’ingrandimento di tutte le più piccole beghe tra vicini e tra lontani. È un elemento corrosivo dei rapporti sociali e familiari. Quando tra coniugi entra, gli spiriti si inacerbiscono e si scontrano sovente nella intolleranza reciproca. Non si crede più alla sincerità delia buona parola, del servigio amorevole. Tutto viene interpretato in senso avverso. Il sospetto tenace vigila a contraffare le apparenze della maggiore semplicità e a trasformarle in ipocrita doppiezza. Le facoltà dell’animo anziché potenziarsi, attraverso l’iracondia piuttosto si deformano e si caricano d’acredine. Un campo invaso dalla gragnuola, è diventato l’animo; un terreno minato da mine sotterranee ad alta potenza; un ambiente infestato da esalazioni micidiali. L’iracondo ha smarrito ogni potere di dominio, ogni capacità sedativa sulle proprie facoltà, avendone perduto il controllo.

MENTECATTO

Neanche può accrescere il valore intimo della persona. Se durante lo scoppio dell’ira può accadere, che la coscienza esaltata si creda corroborata e irrobustita dal gesto violento e dalla parola acre e aggressiva, è cosa che dura brevemente; presto avverte la debolezza della sua posizione morale in faccia a chi lo ha sorpreso in codesto atteggiamento. Chi è così eccitato non è un forte, ma appunto per debolezza trovasi privo di poteri inibitori, di valida vigilanza su di sé, di consapevolezza e di sufficiente luce circa la sua condizione. È un vero deficiente, un mutilato delle facoltà spirituali. Nessun potenziamento quindi della personalità. Ed è infine falso e illusorio il ritenersi forte, perché s’è molto violentemente alzata la voce. Piuttosto diremo, che questa è la strada dello svalutamento d’ogni concetto di forza. Né il rispetto dei prossimi può persistere. Un individuo privo di vigilanza su di sé riesce sommamente pericoloso. Ognuno lo guarda con timore e lo accosta con estrema prudenza, ogni qualvolta gli sia imposto di farlo. Più si è lontano dai violenti, meglio si sta. Ogni sorpresa è possibile e si sente da lungi il pericolo, come quello del tuono, che brontola a distanza prima di scatenarsi nell’uragano. Nella famiglia l’ira è proprio l’uragano, che annulla ogni vitalità dello spirito. Ho sentito una bambina pregare il Signore Gesù, per invocare di poter vivere senza litigi in casa. La piccola era dilaniata dal continuo abbaiare dell’ira dell’uno contro l’altro genitore. E parlava con tale accoramento da commuovere. L’uomo non sa tollerar nessuna deficienza nel suo conforto; la donna, anziché impegnarsi ad attendere meglio al dovere della casa e alla conquista dell’anima di lui, troppo pronta sempre al cicaleggio, alla critica, riprende l’alterco, esasperando di continuo il marito, il quale avrebbe bisogno invece di silenzio rispettoso e paziente. L’attrito di due corpi duri provoca l’accensione della scintilla. « Vere stultum interfecit iracundia » (Giob., V, 2). Infatti estingue intorno la vita, le opere, il pensiero. Crea lo squilibrio tra le facoltà e nei rapporti con gli uomini. Odioso e solitario. Un reprobo già quaggiù.

II.

LE RADICI MORALI DELL’IRASCIBILITÀ

LA NOBILTÀ DEL CRISTIANO

È chiaro, che una sorgente dell’ira sia nel temperamento sortito da natura. Temperamenti sanguigni sono portati alla insofferenza delle contradizioni. Ma quando questo diventa con gli anni consapevole inclinazione, è dovere di ognuno di opporsi a contrastarne l’avanzata. – Essa è uno stato d’animo avverso al comandamento di Dio e alle esigenze della vita morale e sociale. Occorre sentire fortemente il diritto dei prossimi al rispetto. Ciascuno deve riconoscere al suo vicino la naturale dignità e quella stima, proporzionata alla umana natura e al carattere di cristiano, nobilitato dai doni carismatici. – Questa dignità dobbiamo onorarla in noi stessi, per apprezzarla negli altri. Quanto più ne avvertiamo nella nostra vita spirituale il pregio, tanto meglio abituiamo il sentimento a scorgerne il valore nei nostri simili. Ed è, per verità, una elevazione grande. Siamo fratelli di Cristo, siamo vocati alla eredità del cielo, siamo incaricati di missione di bene fra i prossimi di quaggiù. Abbiamo in noi la « grazia », che ci dà il passo libero verso la intimità con Dio, nella sua stessa vita di mistero. – Siamo membri riconosciuti e dotati del Corpo mistico del Signore. Circola nel nostro spirito una linfa soprannaturale di santità. Ogni azione compiuta in tale stato è azione dell’uomo e di Dio, ci mette in contatto più diritto con Lui e ci fa collaboratori della sua redenzione quotidiana fra i nostri prossimi. Come sottovalutare in noi tale patrimonio di beni e di compiti sarebbe segno di imperdonabile incomprensione; così lo spregiarlo nei nostri vicini è cecità e colpa. L’iracondo alimenta in sé questo disprezzo e lo fa norma di condotta. Ma l’esperienza ci dice pure ogni giorno quanto sia errata questa concezione della vita sociale. Superato l’attimo dell’accecamento, subito lo spirito, appena vigile e osservatore, avverte l’errore di valutazione e sovente la virtù del prossimo umiliato raggia e si impone. Forse questi difetterà di prontezza del reagire e si chiuderà in un riserbo dignitoso. Forse non vorrà prendere una risoluzione, e lascerà che la passione sbolla e il giusto giudizio subentri. Forse reagirà con la misura di chi è consapevole della debolezza umana e compatirà quella colpa. Se poi la sua reazione fosse dura, più che virtuosa, sovente l’orgoglio dell’iracondo s’impennerebbe sino alla violenza brutale; in tal caso la responsabilità appare palese essendo vera provocazione. Comunque si risolva l’urto, la inferiorità del colpevole è visibile in forme umilianti a lui stesso, e voglia Dio, che questa constatazione lo porti a decidere risolutamente di rivedere la propria posizione morale per correggerla e migliorare nel senso della cristiana mitezza.

DOVERI DI RICONOSCERLA

Ma anche la buona volontà sovente incontra intimi ostacoli; trova l’opposizione nella suscettibilità acuta, sensibile sino alla esasperazione. Ci sono nature, che al minimo urto balzano come belve ferite. Non sanno tollerare né un rimprovero, né una calma osservazione, né l’ombra di un dissenso. Educati male, contentati in ogni capriccio, secondati in tutti i desideri, in casa, da una famiglia che li adorava, non sanno poi vivere in società, dove questa idolatria non c’è. La sensibilità deve durare sforzi notevoli ad attutirsi. La buona volontà non basta; occorre correggere la stessa concezione della vita e metterla a punto con la realtà del suo valore. Occorre rifarsi al senso di fraternità cristiana, che l’educazione della famiglia ha forse lasciato un po’ in penombra, come di mediocre peso. Soltanto quando uno pensa e guarda al fratello con questo sentimento, è in grado di reprimere e di dominare gli impulsi dell’intolleranza iraconda. Quando Gesù Signore inculcò agli uomini il concetto della divina paternità e del legame, che vincola ogni uomo come fratello d’una unica immensa famiglia, offerse loro e a tutta l’umanità avvenire l’ancora di salvezza contro le insidie della barbarie. In vero osserviamo nella storia come i periodi di maggior progredimento civile sono quelli che coincidono con lo sviluppo di codesto concetto cristiano. E i popoli, che per orgoglio e per istinto indomato, si lasciano trascinare alla ammirazione del mondo umano antecedente a Cristo, impongono alla umana società un vero e palese regredimento. Ritorna l’« homo homini lupus ».

AMARCI

Se non che i compiti della nostra esistenza sono diversi. Una famiglia in cui si elevi la lite a metodo abituale e riconosciuto di convivenza non potrà produrre gran che. Se il litigio s’aggrava in lotta, sia pure soltanto nei tribunali, allora tutt’altro che produrre, consumerà la sua sostanza, il suo tempo, il suo pensare, le riserve di energia, con la distruzione del più ampio patrimonio. Del pari deve dirsi di una nazione. Le grandi opere di pensiero, le opere d’arte  immortali, i vari periodi di scoperta e di creazione, non sono quelli dei rivolgimenti sociali e delle devastazioni guerresche. L’uomo per creare abbisogna di tranquillità d’animo, di serenità di spirito. Deve poter guardare avanti a sé con sicurezza del suo domani. Non fummo creati da Dio per angustiarci. Né in casa, né nella vita sociale. Tutti abbiamo doni da mettere a profitto dei nostri simili; tutti abbiamo bisogno di altri. Ciascuno deve dare e ha diritto di ricevere. La vita è congegnata così, che la solidarietà domini e guidi pensieri ed azioni. Le colpe degli uni o degli altri non servono da pretesto per spezzare i vincoli di questa provvida legge. Gli uomini hanno via via creato i tribunali per evitare i conflitti intestini; e le nazioni devono pure piegarsi al giudizio del giusto esame. La civiltà viene pertanto costruendosi sulla concordia; la quale ha un aiuto sommamente valido nella concezione della cristiana fraternità; questa poi nella virtù della mitezza, cara al Signore, che venne a vivere fra noi come uno di noi. – Marco Aurelio ha basato su altri principi le sue conclusioni, che mirano ad esaltare la medesima virtù rivelata da Cristo. « Lo sdegno che si dipinge sul tuo volto è cosa contro natura; e, se vi ritorna spesso, è causa che se ne alteri la bellezza, e che questa alfine si estingua del tutto. Da ciò appunto io mi sforzo a concludere, che l’ira è contro ragione; poiché, se si perde la coscienza della propria colpa, a che vivere ancora? » (VII, 24). – Si può riacquistarla per mezzo della accentuazione della luce divina, rivelata appunto per sovvenire alla nostra incapacità. Si riconosca la colpa, non soltanto per sensibilità diretta, ma altresì per la evidente indicazione morale della regola del Signore. « Non iràsceris »; e allora la bellezza torna sul volto e nella vita.

SALMI BIBLICI: “CUM INVOCARENT” (IV)

Salmo 4: “CUM INVOCAREM”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

TOME PREMIER.

Salmo IV

[1] In finem, in carminibus. Psalmus David.

[2] Cum invocarem

exaudivit me Deus justitiae meae, in tribulatione dilatasti mihi. Miserere mei, et exaudi orationem meam.

[3] Filii hominum, usquequo gravi corde? Ut quid diligitis vanitatem, et quaeritis mendacium?

[4] Et scitote quoniam mirificavit Dominus sanctum suum; Dominus exaudiet me cum clamavero ad eum.

[5] Irascimini, et nolite peccare; quae dicitis in cordibus vestris, in cubilibus vestris compungimini.

[6] Sacrificate sacrificium justitiae, et sperate in Domino. Multi dicunt: Quis ostendit nobis bona?

[7] Signatum est super nos lumen vultus tui, Domine: dedisti laetitiam in corde meo.

[8] A fructu frumenti, vini, et olei sui, multiplicati sunt.

[9] In pace in idipsum dormiam, et requiescam;

[10] quoniam tu, Domine, singulariter in spe constituisti me.

SALMO IV

Esorta Davide, coll’esempio di sé, i peccatori a declinare dal male, e darsi al bene, ed a porre in Dio la fiducia.

[Vecchio Testamento – Secondo la Volgata

Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI, Arciv. di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

Per la fine: Salmo e cantico di David.

[1. Allorché io lo invocai, esaudimmi il Dio di mia giustizia: tu nella tribolazione mi apristi strada spaziosa. Abbi pietà di me ed esaudisci la mia preghiera.

2. Figliuoli degli uomini, e fino a quando avrete stupido il cuore e perché amate voi la vanità, e andate dietro alla menzogna?

3. Or ponete mente come il Signore ha renduto mirabile il suo santo; il Signore mi esaudirà, quando io alzerò verso di lui la mia voce

4. Adiratevi, ma guardatevi dal peccare; pentitevi, nei vostri letti, delle cose che andate dicendo nei vostri cuori.

5. Sacrificate sacrifizio di giustizia, e confidate nel Signore: molti dicono: Chi farà a noi vedere il bene?

6. La luce della tua faccia è impressa sopra di noi; tu nel cuor mio infondesti letizia.

7. Per la copia del loro frumento, del vino e dell’olio si sono moltiplicati.

8. In pace insieme io dormirò e mi riposerò;

9. Perocché tu solo, o Signore, mi hai fondato nella speranza]

Sommario analitico

In questo salmo Davide si trova nel deserto di Maon assediato dal re Saul, al quale non pensava di poter sfuggire:

I- Proclama il soccorso che egli ha ricevuto e che riceverà a causa della sua innocenza:

1) nella sua afflizione presente, a) Dio ha esaudito le sue preghiere; b) lo ha liberato dalle angosce della tribolazione (1);

2) nelle tribolazioni future Dio presterà l’orecchio alle sue preghiere (2).

II – Egli esorta i suoi nemici alla virtù, cioè:

1) a levare il loro cuore a Dio, a) a non attaccarlo ai beni temporali e menzogneri (3);

2) applicando la propria intelligenza a conoscere: a) che Dio se l’è consacrata in modo particolare, b) che Dio esaudirà la sua preghiera (4);

3) distogliendo l’appetito sensoriale dei peccati verso cui si è portati per l’inclinazione naturale: a) l’appetito irascibile, per cui non si lascino travolgere in una collera colpevole; b) l’appetito della concupiscenza, che generi un vivo dolore dei peccati commessi (5);

4) consacrando a Dio le loro opere: a) che sacrifichino a Dio il sacrificio di giustizia, b)che sperino che tutti i beni verranno di conseguenza (10).

III- poiché questa promessa che Dio gli aveva fatto non aveva ancora avuto effetto, i suoi nemici non cessano di importunarlo dicendogli: “chi ci darà questi beni?” Davide risponde a questa obiezione:

1) che egli ha riconosciuto dei segni certi della protezione di Dio su di lui e sui suoi;

2) che Dio ha sparso la gioia nei suoi cuori come un pegno di beni futuri (7);

3) che i beni elargiti ai suoi nemici sono puramente esteriori e temporali (8);

4) che i beni che gli sono stati promessi saranno per lui una fonte di riposo e di pace (9);

5) che in mezzo a questi pericoli, questa speranza in Dio spanderà sulla sua anima la più grande sicurezza (10).

Spiegazioni e Considerazioni

I — 1, 2.

ff. 1. Dio esaudisce le nostre preghiere prima che esse siano terminate. Il Re-Profeta non dice: « quando io L’ho invocato », ma: « quando io Lo invocavo, Egli mi ha esaudito ». È la promessa che Dio stesso ha fatto per mezzo del Profeta Isaia a colui che Lo invoca: « … mentre voi ancora parlate, io dirò: eccomi! » (Isaia LVIII, 9). – Ciò che dà alla preghiera questa potenza di persuasione sul cuore di Dio, non è la moltitudine di parole, ma una coscienza pura e la pratica delle buone opere (S. Chris.). – Davide è ascoltato da Dio, non perché fosse un Re, ma perché era giusto. – Tre condizioni della preghiera sono: il fervore dello spirito, la purezza dell’anima, l’umiltà del cuore. – Con quale slancio mi trasportano verso di voi questi salmi, e di quale fiamma essi mi consumano per voi. Ed io bruciavo nel cantarli a tutta la terra, se fosse possibile, per annientare l’orgoglio del genere umano. E non si cantano essi per tutta la terra? E chi può sottrarsi al loro calore? … « … io avrei voluto che essi si fossero trovati là (i manichei), presso di me e mi avessero ascoltato a mia insaputa, osservando la mia faccia e la mia voce, quando leggevo il salmo IV e l’effetto che questo salmo faceva su di me: … quando vi invocavo, mi avete esaudito; Dio della mia giustizia, etc. » (S. Agus. Confes. IX, 4). – La gioia del cuore sparsa dallo Spirito-Santo, sussiste in mezzo ai mali che ci circondano esternamente. Non c’è alcuno che alla scuola di Gesù-Cristo non possa apprendere a gioire in mezzo alle sofferenze. – È una grazia maggiore da parte di Dio il farci soffrire con gioia allargando il nostro cuore, cioè aumentando il nostro amore, piuttosto che liberarci dalla tribolazione e dalla sofferenza (S. Chrys.) – Dio dilata il cuore nella tribolazione in varie maniere: separando con la mortificazione il cuore dei giusti dai legami delle passioni e delle cose terrestri, forzandoli a correre nella via dei Comandamenti, con la pazienza, la carità con la gioia spirituale. – Perché il profeta, avendo dapprima parlato in terza persona, si indirizza ora direttamente a Dio? È per mostrarci apparentemente – dice San Agostino – che il cuore non si allarga se non quando Dio si rende presente.

ff. 2. – Se è stato esaudito e dilatato, perché pregare di nuovo, si domanda Sant’Agostino? Per veder compiere in quanto ha creduto ciò che la grazia di Dio ha cominciato. Egli invoca il ricordo della sua giustizia e fa appello alla sua misericordia. Qualunque sia grande la moltitudine di buone opere, non è che per effetto della sua bontà e della sua misericordia che Dio ci esaudisce. Fossimo anche giunti alla sommità delle virtù più alte, è sempre la sua misericordia che ci salva. (S. Chrys.). – « Abbiate pietà di me, perché sono infermo; le nostre infermità spirituali sono un titolo per essere accolti favorevolmente da questo sovrano medico delle nostre anime ». – « Non sono coloro che sono sani che hanno bisogno del medico, ma coloro che sono malati » (Luca V, 31).

II — 3.

ff. 3. Nulla appesantisce il cuore come il peccato, l’abitudine al peccato, il piacere dei sensi, i desideri criminali, l’inclinazione troppo viva ai piaceri della vita, e l’attaccamento eccessivo ai beni della terra. Non ci si ingannerebbe chiamando questo cuore un cuore di fango, ed il Re-Profeta faceva vedere che la causa di ogni male, è il cuore che dovrebbe espletare l’ufficio di cocchiere, ma non solo non riesce a frenare il destriero che è incaricato di condurre, ma si lascia traportare da lui nell’abisso. Stava a lui dare ali alla carne, mantenerla nelle regioni più alte, elevarla fino al cielo, ed egli cade invece con essa sotto i piedi schiaccianti del vizio. (S.Chrys.). Il corpo che si corrompe appesantisce l’anima, e questa abitazione terrestre abbatte lo spirito che vuole elevarsi ai più alti pensieri (Sap. IX, 15). « State bene attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso improvviso » (Luca XXI, 34). – Si chiama vano ciò che è vuoto, che ha il nome delle cose senza averne la realtà. Così gli uomini del mondo hanno il nome delle ricchezze, il nome della gloria, il nome della potenza, ma non hanno la realtà, non ne possiedono che il nome. Chi dunque sarebbe così insensato da ricercare nomi vuoti di senso e di cose? (S. Chrys.). Fascino, incanto del mondo che seduce ed indebolisce gli stessi che sono convinti che questi beni non siano che menzogne. – Perché cercare la felicità in cose così miserabili? La felicità non è data che dalla sola Verità, dalla quale tutto ciò che viene è vero? Perché desiderare di possedere in modo durevole delle cose che passano come l’ombra? (S. Agost.).

III. 4 — 10

ff. 4. – Per condurre gli uomini alla conoscenza di Dio, Davide sceglie una delle prove più evidenti, un fatto manifesto, e si propone egli stesso come esempio. Io sono – egli dice – il servo del vero Dio, venite dunque ad apprendere da me qual è la sua potenza, la sua forza, la sua provvidenza. – Dio ha elevato Gesù-Cristo, che è il suo Santo, ad una gloria mirabile, mediante l’unione ipostatica e, dopo l’umiliazione della croce, con il prodigio della sua Resurrezione, dell’Ascensione trionfante nel più alto dei cieli. – Pegno e soggetto di speranza per tutti i suoi membri che sperano, con la propria umiliazione, di seguirlo nella stessa gloria. Dio rende i suoi Santi ammirevoli e li eleva ad un ordine che tutti i grandi umani non possono eguagliare. I Santi sono mirabili, nella scelta che Dio ne fa per sua grazia, nella protezione onnipotente che accorda loro, nei sentimenti che ispira loro, nelle grandi imprese che affida loro, nei progressi continui che essi fanno nel suo amore, nella fine gloriosa che corona i loro lavori. – il Signore mi esaudirà quando griderò verso di Lui: « e questo non una sola volta, ma due, tre volte, e tutte le volte che noi Lo invochiamo rinnova il suo prodigio » (S. Chrys.).

ff. 5. – Il Re-Profeta non impedisce assolutamente la collera, essa ha la sua utilità; non vieta l’indignazione, essa può servire per reprimere l’ingiustizia o per stimolare la negligenza. La collera proibita, è la collera ingiusta, l’indignazione che non ha motivo di essere. – Raramente essa è esente da peccato, spesso si copre col nome di zelo, quando è la passione che la ispira.- La collera senza peccato è quella rivolta contro se stessi. – « Mettetevi in collera e non peccate, dice S. Paolo; che il sole non tramonti sulla vostra collera. » (Efes. IV, 26). –  È necessità per i fedeli di esaminare la loro coscienza prima di riposare. Due vantaggi ci sono – dice San Crisostomo – in questo esercizio che è stato quello di tutti i Santi: il primo è quello di rendere l’uomo più attento a se stesso, per il timore di ritrovarsi colpevole alla fine del giorno; il secondo è prevenire con esso il giudizio severo di Dio; perché, come dice l’Apostolo, « … se noi giudichiamo noi stessi, non saremo giudicati ». – Quando siete sul letto di riposo, nel silenzio profondo che regna intorno a voi e che nessuno può turbare, allorché nessun amico viene ad importunarvi, alcun servo ad irritarvi, e la moltitudine dei vostri affari vi lascia qualche istante libero di tregua, chiedete conto della vostra giornata per intero, dei pensieri colpevoli che avete avuto, dei desideri criminali che avete nutrito. Incaricate la vostra coscienza come giudice di questi cattivi pensieri, lacerateli, fateli a pezzi e fate subire alla vostra anima che li ha concepiti, il supplizio che essa merita (S. G. Crisostomo).

ff. 6. – Il Re-Profeta ha cominciato ad ispirarci un vivo rifiuto dei nostri peccati; poi ha represso fortemente l’inclinazione che abbiamo verso il male: egli ha costituito dentro di noi un tribunale incorruttibile, ci ha forzati a rendere conto della nostra vita, ed è così che ci ha condotto alla pratica della virtù, perché la fuga dal male non è sufficiente, ma occorre aggiungere il complemento delle buone opere. (S. Chrys.). Le buone opere, chiamate nella Scrittura: sacrifici, perché mediante esse si onore Dio. « Che essi vedano le vostre buone opere e che esse glorifichino vostro Padre che è nei cieli. » (S. Matteo V, 16). La giustizia di cui qui parla il Re-Profeta, non è una virtù particolare, ma è l’insieme di tutte le virtù. – Sacrificio che non richiede né denaro, né altare, né fuoco … Dio si contenta del cuore di colui che l’offre. – « Sperate nel Signore ». Che cosa si spera se non ciò che è buono? Ma siccome ciascuno vuol considerare a titolo di bene ciò che ama, e siccome è raro trovare degli uomini che amino i beni che appartengono all’uomo interiore, i soli che si devono amare, mentre si devono usare tutti gli altri per le necessità e non per il piacere, Davide aggiunge: « Molti dicono, etc. ». È il linguaggio degli atei, degli increduli, dei libertini, degli insensati e dei malvagi, che non credono né al governo della Provvidenza divina, né all’esistenza della vita futura, che dicono e ripetono: « … chi mai è tornato dalla tomba per dirci cosa c’è? – Dov’è la felicità? » Questo grido proviene da tutte le gole. Tutti la chiedono e la ricercano; quanto pochi la trovano! La maggior parte ignora chi possa darla; un gran numero si smarrisce nella via che vi conduce; e quelli che ne hanno qualche idea, spesso la comprendono male; essi vanno a cercarla fuori, e non la si trova invece se non dentro di sé.

ff. 7. – Così come ciò che è marchiato, inciso sulla fronte, appare agli occhi di tutti e non può sfuggire a nessuno, così è impossibile non vedere un viso splendente di luce e che sprigiona raggi da ogni parte, così è per la Provvidenza di Dio (S. Chrys.) … È la luce divina e non la sua ombra che è stampata sul volto dell’uomo, perché questo volto esprime la verità, la giustizia, la bontà, tre cose che sono il fondo dell’essenza di Dio, e la cui irradiazione costituisce l’eterno splendore della sua fisionomia. Non c’è che una Verità, ed essa brilla nei nostri sguardi; non c’è che una Giustizia, ed essa appare sulla nostra fronte; non c’è che una bontà ed essa ispira le nostre labbra; non c’è che una beltà, ed essa risplende dall’oriente all’occidente del nostro essere come un’aurora che si leva da lontano ed indora, svegliandosi, la sommità tranquilla dei monti che illumina (Lacord. IV Conf. Toul.). – « Il Signore ha impresso su di noi la luce del suo volto ». Espressione profonda ancorché bella, e che racchiude tutta la nostra grandezza; poiché cosa c’è di più grande e di glorioso per noi che questa ineffabile somiglianza, questo sigillo divino e questa augusta impronta della luce dell’Altissimo che riluce nelle nostre anime, ed il cui riflesso rtraspare in noi? Di modo tale che, come Dio non possa errare, il sentimento, fintanto che è retto, non può mai fallire, e l’uomo percepisce i suoi doveri con un solo sguardo della sua coscienza, come Dio abbraccia tutto con un solo sguardo della sua faccia eterna. (De Boulogne, Sur la Verité). – Dio imprime così nelle anime che si è scelto, la luce del suo volto ed il carattere della sua santità. – Questa luce è una impronta su di noi, vuol dire il Re-Profeta, come l’effige del Re sul suo denaro; poiché l’uomo è stato fatto ad immagine e somiglianza di Dio (Gen. I, 20), somiglianza che egli ha distrutto con il peccato; il suo vero bene, il suo bene eterno, è dunque il ricevere di nuovo questa impronta con una seconda nascita. – « Rendete a Cesare ciò che è di Cesare, ed a Dio ciò che è di Dio », diceva nostro Signore, (S. Matteo XXII, 21), cioè: Cesare reclama da voi l’impronta della sua immagine, e Dio ugualmente; e così come questa moneta deve essere resa a Cesare, così l’anima illuminata dalla luce del volto di Dio, deve essere resa a Dio (S. Agost.). La vera gioia non viene dai beni esteriori e visibili; non è in questi beni che si trova la fonte della vera vita, ma in un cuore intelligente dove è stampata la luce del volto di Cristo, in un’anima che si affranca del corpo per non pensare che ai beni spirituali (S.Chrys. e S.Agost.).

ff. 8 – Tuttavia Dio non ci ha privato interamente di questi beni fuggitivi e deperibili, contentandosi di parlare del frumento, del vino, dell’olio, cioè di quanto è essenzialmente necessario al mantenimento della nostra vita, ed Egli offre allo spirito saggio il mezzo per elevarsi dalla parte al tutto, aprendo davanti ai suoi occhi questo mare immenso della Provvidenza di Dio, la cui azione si manifesta in tutte le cose visibili (S. Chrys.). – Coloro che dicono: « … chi ci mostrerà i beni? » e che non vedono dentro di sé il regno dei cieli (Luca XVII, 22), « questi si sono accresciuti nei tempi della raccolta del loro grano, del loro vino e del loro olio ». Ma l’accrescimento non produce sempre l’abbondanza, può produrre invece la carestia (S. Agost.). Non è l’abbondanza dei beni temporali che dà la gioia spirituale e la pace dell’anima, ma essa è piuttosto ciò che la turba. – Il vero frumento dei Cristiani è il Pane disceso dal cielo. Il vino è la divina Eucaristia, aspettando il vino del quale saremo ebbri nel cielo. L’olio è l’unzione dello Spirito divino e della carità verso i nostri fratelli.

ff. 9. – L’uomo fedele, separandosi dal gran numero di coloro che non sono pieni che del desiderio dei beni temporali, si rallegra e dice: « Io dormirò e gusterò il sonno in pace »: sonno dei giusti, sonno tranquillo perché esso non è il sonno di morte nel quale il Re-Profeta ha paura di cadere, il sonno della tiepidezza e della negligenza. È il sonno dei giusti nel quale l’anima trova il suo riposo. – Beneficio nuovo e segnalato dalla divina Provvidenza, la pace è la parte di coloro che sono fedeli a Dio, perché dice allora Davide (Salmo CXVIII, 165) « … quelli che amano la vostra legge, godono di una grande pace » (S. Chrys.). – Ma questo è un bene che non si può possedere in questa vita, e che noi speriamo di ottenere nell’altra: « … perché mi avete consolidato in modo tutto speciale nella speranza », nell’attesa dei beni futuri. Questa speranza è sufficiente ad imporre il silenzio a tutte le passioni che vorrebbero turbare la pace dell’anima, è sufficiente a cambiare tutte le nostre voci ed i nostri più vasti desideri (S.Agost., S.Chrys.).

ff. 10. – Il salmista parla qui di una sicurezza di parte, esclusiva, unica, di una sicurezza singolare, non somigliante in nulla alle sicurezze del mondo, o piuttosto alle sembianze della sicurezza di cui i mondani devono contentarsi e che temono di perdere … Il giusto, il figlio di Dio al contrario, è posto in una sicurezza singolare e, se si è permesso di impiegare questa espressione, « troppo singolare »; egli ha tutto a doppio, ne ha il ricambio. San Paolo ci fa vedere mirabilmente la sicurezza e la potenza di una tale situazione. La patria terrestre crolla e sprofonda sotto i nostri piedi? La Patria celeste ci raccoglie nei suoi splendori. La terra svanisce, si trova il Cielo. Il nostro corpo cade nella tomba? L’immortalità deve rivestirlo. Ciò che in noi è l’uomo esterno si corrompe? L’uomo interiore ha rinnovi quotidiani. « La scena del mondo passa, ma il mondo non è degno di noi », e noi lo attraverseremo salutando e contemplando da lontano le nostre speranze future, e facendo professione di non essere sulla terra se non pellegrini e stranieri (Doublet, Psaumes étud.).

UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE GLI USURPANTI-APOSTATI DI TORNO: S. S. PIO XII, MEDIATOR DEI (5)

Questa parte dell’enciclica è dedicata alla lode divina e agli esercizi di pietà e spirituali raccomandati ai fedeli. Tutto è spiegato con somma sapienza e dottrina, e occorre solo leggere e memorizzare. Accorato in particolare è il biasimo del Pontefice per coloro che omettono di ottemperare al sacro precetto del rispetto del giorno del Signore e delle Feste della Chiesa « …come non temeranno la morte spirituale quei Cristiani che fanno opere servili nei giorni festivi, e per la durata del riposo festivo non si dedicano alla pietà, non alla Religione, ma si abbandonano smodatamente alle attrattive di questo secolo? (…) L’animo Nostro si rattrista profondamente, nel vedere come nei nostri tempi il popolo cristiano trascorre il pomeriggio del giorno festivo: i luoghi dei pubblici spettacoli e dei giochi sono pieni, mentre le chiese sono meno frequentate di quel che converrebbe ». È questo un motivo per cui ci si possa rendere conto dell’apostasia attuale dalla dottrina cattolica, interamente sovvertita dal modernismo ecclesiastico riflesso su una società resa totalmente pagana ed anticristiana. Questi traditori della verità divina e della parola evangelica di Cristo, che si celano sotto la veste di agnelli, cioè con talari variopinte e abiti religiosi con jeans e t-shirt griffate, hanno il coraggio di comparire ancora in pubblico affettando pietà e religione ammantata di una misericordia ingannatrice e da un’accoglienza economicamente interessata, di popoli resi diseredati e smobilitati dalle proprie case e dalle proprie terre, pensano di poter sfuggire all’ira divina contando sulla improbabile teologia gnostica, per la quale, sentendosi essi esseri divini impunibili e protesi verso il “tutto universale”, l’« ensof cabalistico », possono commettere qualsiasi scempio morale, materiale e spirituale coinvolgendo tutto e tutti. L’enciclica è bene quindi fissarla nella mente, per mantenere l’abito cattolico della minoranza del “pusillis grex”, che seguendo il Vicario di Cristo e praticando la parola divina di Gesù che ha fondato la sua Chiesa sulla pietra di Pietro, il figlio di Barjona, cioè il figlio della Colomba (lo Spirito Santo), non deve demordere affatto, ma ricordare le parole che Gionata, figlio di Saul, diceva al suo scudiero timoroso nell’affrontare il drappello dei Filistei: « non est Domino difficile salvare, vel in multis, vel in paucis » (I Re, XIV, 6). Al Signore non servono i numeri, ma « … interficiet spiritu oris sui »,  li brucerà tutti con il soffio della sua bocca! (II Tess. II, 8). Leggiamo, impariamo, pratichiamo con fede ed amore.

ENCICLICA

”MEDIATOR DEI”

DI S. S. PIO XII

“SULLA SACRA LITURGIA” (5)

La divina Lode

L’ideale della vita cristiana consiste in ciò che ognuno si unisca intimamente a Dio. Perciò il culto che la Chiesa rende all’Eterno, e che è imperniato nel Sacrificio Eucaristico e nell’uso dei Sacramenti, è ordinato e disposto in modo che, con l’ufficio divino, si estenda a tutte le ore del giorno alle settimane, a tutto il corso dell’anno, a tutti i tempi e a tutte le condizioni della vita umana. Avendo il Divino Maestro comandato: «È necessario pregare sempre, senza stancarsi», la Chiesa, obbedendo

fedelmente a questo ammonimento, non cessa mai di pregare, e ci esorta con l’Apostolo delle Genti: «Per suo mezzo

[di Gesù]

offriamo sempre a Dio il sacrificio di lode».

Le Ore canoniche

La preghiera pubblica e collettiva, rivolta a Dio da tutti insieme, nell’antichità aveva luogo soltanto in certi giorni e in certe ore. Tuttavia, si pregava non solo nelle pubbliche riunioni, ma anche nelle case private e talvolta coi vicini e gli amici. Ben presto, però, nelle varie parti della cristianità, invalse l’uso di destinare alla preghiera particolari tempi, per esempio l’ultima ora del giorno, quando il sole tramonta e si accende la lucerna; o la prima, quando termina la notte, dopo, cioè, il canto del gallo e al sorger del sole. Altri momenti del giorno sono indicati come più adatti alla preghiera dalla Sacra Scrittura, dal costume tradizionale ebraico e dagli usi quotidiani. Secondo gli Atti degli Apostoli i discepoli di Gesù Cristo si riunivano per pregare all’ora terza, quando «furono tutti riempiti di Spirito Santo»; il Principe degli Apostoli, poi, prima di prender cibo, «salì sul tetto per pregare circa la sesta ora »; Pietro e Giovanni «salivano al Tempio per la preghiera all’ora nona»; e Paolo e Sila « lodavano Dio a mezzanotte ». Queste varie preghiere, specialmente per iniziativa ed opera dei monaci e degli asceti, si perfezionano ogni giorno più, e a poco a poco sono introdotte nell’uso della sacra Liturgia per autorità della Chiesa. L’Ufficio Divino è, dunque, la preghiera del Corpo Mistico di Cristo, rivolta a Dio a nome di tutti i cristiani e a loro beneficio, essendo fatta dai sacerdoti, dagli altri ministri della Chiesa e dai religiosi, a questo dalla Chiesa stessa delegati. Quali debbano essere il carattere e il valore di questa lode divina si ricava dalle parole che la Chiesa suggerisce di dire prima di iniziare le preghiere dell’Ufficio, prescrivendo che siano recitate « degnamente, attentamente e devotamente ». Il Verbo di Dio, assumendo l’umana natura, ha introdotto nell’esilio terreno l’inno che si canta in cielo per tutta l’eternità. Egli unisce a sé tutta la comunità umana e se la associa nel canto di questo inno di lode. Dobbiamo con umiltà riconoscere che noi «non sappiamo quel che dobbiamo convenientemente domandare, ma lo Spirito stesso prega per noi con gemiti inesprimibili». Ed anche Cristo, per mezzo del suo Spirito, prega in noi il Padre. «Dio non potrebbe fare agli uomini un dono più grande … Prega [Gesù] per noi come nostro sacerdote; prega in noi come nostro Capo; è pregato da noi come nostro Dio … Riconosciamo dunque e le nostre voci in Lui e la sua voce in noi . . . Lo si prega come Dio, prega come servo: là il Creatore, qui un essere creato in quanto assume la natura da mutare senza mutarsi, facendo di noi un sol uomo con Lui: Capo e Corpo ». Alla eccelsa dignità di questa preghiera della Chiesa deve corrispondere la intenta devozione dell’anima nostra. E poiché la voce dell’orante ripete i carmi scritti per ispirazione dello Spirito Santo, che proclamano ed esaltano la perfettissima grandezza di Dio, è anche necessario che a questa voce si accompagni il movimento interiore del nostro spirito, per fare nostri quei medesimi sentimenti con i quali ci eleviamo al cielo, adoriamo la Santa Trinità e le rendiamole lodi e i ringraziamenti dovuti: «Dobbiamo salmeggiare in modo che la nostra mente concordi con la nostra voce». Non si tratta, dunque di una recitazione soltanto, o di un canto, che, pur perfettissimo secondo le leggi dell’arte musicale e le norme dei sacri riti, arrivi soltanto all’orecchio, ma soprattutto di una elevazione della nostra mente e della nostra anima a Dio, perché ci consacriamo, noi e tutte le nostre azioni, a Lui, uniti con Gesù Cristo. – Da qui dipende certamente in non piccola parte l’efficacia delle preghiere. Le quali, se non sono rivolte allo stesso Verbo fatto Uomo, si concludono con queste parole: «per il Signor Nostro Gesù Cristo»; che, come mediatore tra noi e Dio, mostra al Padre celeste le sue stimmate gloriose, «sempre vivente per intercedere per noi». – I Salmi, come tutti sanno, costituiscono parte principale dell’Ufficio Divino. Essi abbracciano tutto il corso del giorno e gli danno un contatto e un ornamento di santità. Cassiodoro dice bellamente a proposito dei Salmi distribuiti nell’Ufficio Divino del suo tempo: «Essi … col giubilo mattutino ci rendono favorevole il giorno che sta per cominciare, ci santificano la prima ora del giorno, ci consacrano la terza ora, ci allietano la sesta nella frazione del pane, ci segnano, a nona, la fine del digiuno, concludono la fine della giornata, impediscono al nostro spirito di ottenebrarsi all’avvicinarsi della notte». Essi richiamano le verità da Dio rivelate al popolo eletto, talvolta terribili, talvolta soffuse di soavissima dolcezza; ripetono e accendono la speranza nel Liberatore promesso che un tempo veniva animata col canto intorno al focolare domestico e nella stessa maestà del Tempio; pongono in meravigliosa luce la profetizzata gloria di Gesù Cristo e la somma ed eterna sua potenza, la sua venuta e il suo annientamento in questo terreno esilio, la sua regia dignità e sacerdotale potestà, le sue benefiche fatiche e il suo sangue versato per la nostra redenzione. Esprimono egualmente la gioia delle nostre anime, la tristezza, la speranza, il timore, il ricambio d’amore e l’abbandono in Dio, come la mistica ascesa verso i divini tabernacoli. «Il Salmo … è la benedizione del popolo, la lode di Dio, l’elogio del popolo, l’applauso di tutti, il linguaggio generale, la voce della Chiesa, la canora confessione di fede, la piena devozione all’autorità, la gioia della libertà, il grido di giocondità, l’eco della letizia». Nel tempo antico l’assistenza dei fedeli a queste preghiere dell’Ufficio era maggiore; ma gradatamente diminuì, e, come ora abbiam detto, la loro recita attualmente è riservata al Clero ed ai Religiosi. A rigore di diritto, dunque, nulla è prescritto ai laici in questa materia; ma è sommamente da desiderare che essi prendano parte attiva al canto o alla recita della ufficiatura del Vespro, nei giorni festivi, nella propria parrocchia. Raccomandiamo vivamente, Venerabili Fratelli, a voi ed ai vostri fedeli, che non cessi questa pia consuetudine e che si richiami possibilmente in vigore ove fosse scomparsa. Ciò avverrà certamente con frutti salutari se il Vespro sarà cantato non solo degnamente e decorosamente, ma anche in maniera da allettare soavemente in vari modi la pietà dei fedeli. Sia inviolata l’osservanza dei giorni festivi, che devono esser dedicati e consacrati a Dio in modo particolare; e soprattutto della Domenica, che gli Apostoli, istruiti dallo Spirito Santo, sostituirono al sabato. Se fu comandato ai Giudei: «Lavorerete durante sei giorni: nel settimo giorno è Sabato, riposo santo al Signore; chiunque lavorerà in questo giorno, sarà condannato a morte»; come non temeranno la morte spirituale quei Cristiani che fanno opere servili nei giorni festivi, e per la durata del riposo festivo non si dedicano alla pietà, non alla Religione, ma si abbandonano smodatamente alle attrattive di questo secolo?. La Domenica e i giorni festivi devono essere consacrati, dunque, al culto divino con il quale si adora Dio e l’anima si nutre del cibo celeste; e sebbene la Chiesa prescriva soltanto che i fedeli si devono astenere dal lavoro servile e devono assistere al Sacrificio Eucaristico, e non dia nessun precetto per il culto vespertino, però, oltre i precetti, ci sono anche le sue insistenti raccomandazioni e desideri; ciò più ancora è richiesto dal bisogno che tutti hanno di rendersi propizio il Signore per impetrarne i benefici. – L’animo Nostro si rattrista profondamente, nel vedere come nei nostri tempi il popolo cristiano trascorre il pomeriggio del giorno festivo: i luoghi dei pubblici spettacoli e dei giochi sono pieni, mentre le chiese sono meno frequentate di quel che converrebbe. Ma è necessario, senza dubbio, che tutti si rechino nei nostri templi, per essere istruiti nella verità della fede cattolica, per cantare le lodi di Dio, per essere arricchiti dal sacerdote con la benedizione Eucaristica e muniti dell’aiuto celeste contro le avversità della vita presente. Procurino tutti di imparare le formule che vengono cantate nei Vespri, e cerchino di penetrarne l’intimo significato; sotto l’influsso di queste preghiere, difatti, sperimenteranno quel che Sant’Agostino affermava di sé: «Quanto piansi tra inni e cantici, vivamente commosso dal soave canto della tua Chiesa. Quelle voci si riversavano nelle mie orecchie, stillavano la verità nel mio cuore, e mi ardevano sentimenti di devozione e le lacrime scorrevano, e mi facevano bene».

I misteri del Signore

Durante tutto il corso dell’anno la celebrazione del Sacrificio Eucaristico e l’Ufficio Divino si svolgono soprattutto intorno alla persona di Gesù Cristo; e si organizzano in modo così consono e congruo, da farvi dominare il nostro Salvatore nei suoi misteri di umiliazione, di redenzione e di trionfo. Rievocando questi misteri di Gesù Cristo, la sacra Liturgia mira a farvi partecipare tutti i credenti in modo che il divin Capo del Corpo Mistico viva nella pienezza della sua santità nelle singole membra. Siano, le anime dei Cristiani, come altari sui quali si ripetano e si ravvivano le varie fasi del Sacrificio che immola il Sommo Sacerdote: i dolori, cioè, e le lacrime che lavano ed espiano i peccati; la preghiera a Dio rivolta che si eleva fino al cielo; la propria immolazione fatta con animo pronto, generoso e sollecito e, infine, l’intima unione con la quale abbandoniamo a Dio noi e le nostre cose e riposiamo in Lui, «essendo il succo della religione imitare colui che adori». – Conformemente a questi modi e motivi con i quali la Liturgia propone alla nostra meditazione in tempi fissi la vita di Gesù Cristo, la Chiesa ci mostra gli esempi che dobbiamo imitare, e i tesori di santità che facciamo nostri, perché è necessario credere con lo spirito a ciò che si canta con la bocca, e tradurre nella pratica dei privati e pubblici costumi ciò che si crede con lo spirito.

Avvento

Infatti, nel tempo dell’Avvento, eccita in noi la coscienza dei peccati miseramente commessi; e ci esorta affinché, frenando i desideri con la volontaria mortificazione del corpo, ci raccogliamo in pia meditazione e siamo spinti dal desiderio di tornare a Dio, che solo può liberarci con la sua grazia dalla macchia dei peccati e dai mali che ne conseguono.

Natale

Con la ricorrenza del Natale del Redentore, sembra quasi ricondurci alla grotta di Betlemme, perché vi impariamo che è assolutamente necessario nascere di nuovo e riformarci radicalmente; il che è possibile soltanto

quando ci uniamo intimamente e vitalmente al Verbo di Dio fatto uomo, e siamo partecipi della sua divina natura, alla quale veniamo elevati.

Epifania

Con la solennità della Epifania, ricordando la vocazione delle Genti alla fede cristiana, vuole che noi ringraziamo ogni giorno il Signore per così grande beneficio, desideriamo con grande fede il Dio vivo, comprendiamo con devozione e in profondità le cose soprannaturali, e prediligiamo il silenzio e la meditazione per potere facilmente capire e conseguire i doni celesti.

Settuagesima

Nei giorni della Settuagesima e della Quaresima, la Chiesa, nostra Madre, moltiplica le sue cure perché ognuno di noi si renda diligentemente conto delle sue miserie, sia attivamente incitato alla emendazione dei costumi, e detesti in modo particolare i peccati cancellandoli con la preghiera e la penitenza; giacché l’assidua preghiera e la penitenza dei peccati commessi ci ottengono l’aiuto divino, senza il quale è inutile e sterile ogni opera nostra.

Passione

Nel sacro tempo, poi, nel quale la Liturgia ci propone gli atroci dolori di Gesù Cristo, la Chiesa ci invita al Calvario, per seguire le orme sanguinose del Divin Redentore, affinché portiamo volentieri la Croce con Lui, abbiamo in noi gli stessi sentimenti di espiazione e di propiziazione, e perché insieme moriamo tutti con Lui.

Pasqua

Con la solennità Pasquale, che commemora il trionfo di Cristo, l’anima nostra è pervasa di intima gioia, e dobbiamo opportunamente pensare che anche noi dobbiamo risorgere insieme con il Redentore da una vita fredda ed inerte, a una vita più santa e fervente, offrendoci tutti e con generosità a Dio, e dimenticandoci di questa misera terra per aspirare soltanto al cielo: «Se siete risuscitati con Cristo, cercate le cose di lassù, . . . aspirate alle cose di lassù».

Pentecoste

Nel tempo di Pentecoste, finalmente, la Chiesa ci esorta con i suoi precetti e la sua opera, ad offrirci docilmente all’azione dello Spirito Santo, il quale vuole accendere i nostri cuori di divina carità, perché progrediamo ogni giorno nella virtù con impegno maggiore, e così ci santifichiamo, come Cristo Signore e il suo Padre celeste sono santi. – Tutto l’anno liturgico, dunque, può dirsi un magnifico inno di lode che la famiglia cristiana indirizza al Padre celeste per mezzo di Gesù eterno suo mediatore; ma richiede da noi anche uno studio diligente e bene ordinato per conoscere e lodare sempre più il nostro Redentore; uno sforzo intenso ed efficace, un indefesso addestramento per imitare i suoi misteri, per entrare volontariamente nella via dei suoi dolori, e per partecipare finalmente alla sua gloria ed alla sua eterna beatitudine. Da quanto è stato esposto appare chiaramente, Venerabili Fratelli, quanto siano lontani dal vero e genuino concetto della Liturgia quegli scrittori moderni, i quali, ingannati da una pretesa più alta disciplina mistica, osano affermare che non ci si deve concentrare sul Cristo storico, ma sul Cristo «pneumatico e glorificato»; e non dubitano di asserire che nella pietà dei fedeli si sarebbe verificato un mutamento, per cui il Cristo è stato quasi detronizzato, con l’occultamento del Cristo glorificato che vive e regna nei secoli dei secoli e siede alla destra del Padre, mentre al suo posto è subentrato il Cristo della vita terrena. Alcuni, perciò, arrivano fino al punto di voler rimuovere dalle chiese le immagini del Divin Redentore che soffre in Croce. Ma queste false opinioni sono del tutto contrarie alla sacra dottrina tradizionale. «Credi nel Cristo nato in carne – così Sant’Agostino – e arriverai al Cristo nato da Dio, Dio presso Dio». La sacra Liturgia, poi, ci propone tutto Cristo, nei vari aspetti della sua vita: il Cristo, cioè, che è Verbo dell’Eterno Padre, che nasce dalla Vergine Madre di Dio, che ci insegna la verità, che sana gli infermi, che consola gli afflitti, che soffre, che muore; che, infine, risorge trionfando sulla morte, che, regnando nella gloria del cielo, ci invia lo Spirito Paraclito, che vive sempre nella sua Chiesa: «Gesù Cristo ieri ed oggi: Egli è anche nei secoli». E inoltre non ce lo presenta soltanto come un esempio da imitare, ma anche come un Maestro da ascoltare, un Pastore da seguire, come Mediatore della nostra salvezza, principio della nostra santità, e Mistico Capo di cui siamo membra, viventi della sua stessa vita. E siccome i suoi acerbi dolori costituiscono il mistero principale da cui proviene la nostra salvezza, è secondo le esigenze della Fede cattolica porre ciò nella sua massima luce, poiché esso è come il centro del culto divino, essendone il Sacrificio Eucaristico la quotidiana rappresentazione e rinnovazione, ed essendo tutti i Sacramenti congiunti con strettissimo vincolo alla Croce. Perciò l’anno liturgico, che la pietà della Chiesa alimenta e accompagna, non è una fredda e inerte rappresentazione di fatti che appartengono al passato, o una semplice e nuda rievocazione di realtà d’altri tempi. Esso è, piuttosto, Cristo stesso, che vive sempre nella sua Chiesa e che prosegue il cammino di immensa misericordia da Lui iniziato con pietoso consiglio in questa vita mortale, quando passò beneficando allo scopo di mettere le anime umane al contatto dei suoi misteri, e farle vivere per essi; misteri che sono perennemente presenti ed operanti, non nel modo incerto e nebuloso nel quale parlano alcuni recenti scrittori, ma perché, come ci insegna la dottrina cattolica e secondo la sentenza dei Dottori della Chiesa, sono esempi illustri di perfezione cristiana, e fonte di grazia divina per i meriti e l’intercessione del Redentore, e perché perdurano in noi col loro effetto, essendo ognuno di essi, nel modo consentaneo alla propria indole, la causa della nostra salvezza. Si aggiunge che la pia Madre Chiesa, mentre propone alla nostra contemplazione i misteri di Cristo, con le sue preghiere invoca quei doni soprannaturali per i quali i suoi figli si compenetrano dello spirito di questi misteri per virtù di Cristo. Per influsso e virtù di Lui, noi possiamo, con la collaborazione della nostra volontà, assimilare la forza vitale come rami dall’albero, come membra dal capo, e ci possiamo progressivamente e laboriosamente trasformare «secondo la misura dell’età piena di Cristo».

Le feste dei Santi

Nel corso dell’anno liturgico si celebrano non soltanto i misteri di Gesù Cristo, ma anche le feste dei Santi, nelle quali, sebbene si tratti di un ordine inferiore e subordinato, la Chiesa ha sempre la preoccupazione di proporre ai fedeli esempi di santità che li spingano ad adornarsi delle stesse virtù del Divin Redentore. È necessario, difatti, che noi imitiamo le virtù dei Santi, nelle quali brilla in vario modo la virtù stessa di Cristo, come di Lui essi furono imitatori. Poiché in alcuni rifulse lo zelo dell’apostolato; in altri si dimostrò la fortezza dei nostri eroi fino all’effusione del sangue; in altri brillò la costante vigilanza nell’attesa del Redentore; in altri rifulse

il verginale candore dell’anima e la modesta dolcezza della cristiana umiltà; in tutti, poi, arse una fervidissima carità verso Dio e verso il prossimo. La Liturgia pone davanti ai nostri occhi tutti questi leggiadri ornamenti di santità perché ad essi salutarmente guardiamo, e perché «noi che godiamo dei loro meriti siamo accesi dai loro esempi». È necessario, dunque, conservare «l’innocenza nella semplicità, la concordia nella carità, la modestia nell’umiltà, la diligenza nel governo, la vigilanza nell’aiutare chi soffre, la misericordia nel curare i poveri, la costanza nel difendere la verità, la giustizia nella severità della disciplina, perché nulla in noi manchi di ogni virtù che ci è stata proposta ad esempio. Queste sono le tracce che i Santi, nel loro ritorno alla patria, ci lasciarono, perché seguendo il loro cammino, possiamo seguirli nella beatitudine». E perché anche i nostri sensi siano salutarmente impressionati, la Chiesa vuole che nei nostri templi siano esposte le immagini dei Santi, sempre, però, allo stesso fine, che cioè «imitiamo le virtù di coloro dei quali veneriamo le immagini». Ma c’è ancora un altro motivo del culto del popolo cristiano per i Santi: quello di implorare il loro aiuto, e di «esser sostenuti dal patrocinio di coloro delle lodi dei quali ci dilettiamo». Da ciò facilmente si deduce il perché delle numerose formule di preghiere che la Chiesa ci propone per invocare il patrocinio dei Santi. Tra i Santi, poi, ha un culto preminente Maria Vergine, Madre di Dio. La sua vita, per la missione affidatale da Dio, è strettamente inserita nei misteri di Gesù Cristo, e nessuno, di certo, più di lei ha calcato più da vicino e con maggiore efficacia le orme del Verbo Incarnato, nessuno gode di maggiore grazia e potenza presso il Cuore sacratissimo del Figlio di Dio, e, attraverso il Figlio, presso il Padre celeste. Essa è più santa dei Cherubini e dei Serafini, e senza alcun paragone più gloriosa di tutti gli altri Santi, essendo «piena di grazia», Madre di Dio, e avendoci dato col suo felice parto il Redentore. A Lei, che è «Madre di misericordia, vita, dolcezza e speranza nostra» ricorriamo tutti noi «gementi e piangenti in questa valle di lacrime», e affidiamo con fiducia noi e tutte le nostre cose alla sua protezione. Essa è diventata Madre nostra mentre il Divin Redentore compiva il sacrificio di Sé, e perciò, anche a questo titolo, noi siamo figli suoi. Essa ci insegna tutte le virtù; ci dà suo Figlio, e, con Lui, tutti gli aiuti che ci sono necessari, perché Dio «ha voluto che tutto noi avessimo per mezzo di Maria». Per questo cammino liturgico che ogni anno ci è aperto di nuovo, sotto l’azione santificatrice della Chiesa, confortati dagli aiuti e dagli esempi dei Santi, soprattutto della Immacolata Vergine Maria, «accostiamoci con cuore sincero, con pienezza di fede, purgati il cuore da coscienza di colpa e lavati il corpo con acqua pura», al «grande Sacerdote», per vivere e sentire con Lui, e penetrare per suo mezzo «fino al di là del velo» ed ivi onorare il Padre celeste per tutta la eternità. Tale è l’essenza e la ragione d’essere della sacra Liturgia: essa riguarda il Sacrificio, i Sacramenti e la lode di Dio; l’unione delle nostre anime con Cristo e la loro santificazione per mezzo del Divin Redentore, perché sia onorato Cristo, e per Lui ed in Lui la Santissima Trinità: Gloria al Padre, al Figliolo e allo Spirito Santo.

DOMENICA IV DOPO PENTECOSTE (2019)

DOMENICA IV DOPO PENTECOSTE (2019)

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps XXVI: 1; 2 Dóminus illuminátio mea et salus mea, quem timebo? Dóminus defensor vitæ meæ, a quo trepidábo? qui tríbulant me inimíci mei, ipsi infirmáti sunt, et cecidérunt. [Il Signore è mia luce e mia salvezza, chi temerò? Il Signore è baluardo della mia vita, cosa temerò? Questi miei nemici che mi perséguitano, essi stessi vacillano e stramazzano.] Ps XXVI:3

Si consístant advérsum me castra: non timébit cor meum. [Se anche un esercito si schierasse contro di me: non temerà il mio cuore.]

Dóminus illuminátio mea et salus mea, quem timebo? Dóminus defensor vitæ meæ, a quo trepidábo? qui tríbulant me inimíci mei, ipsi infirmáti sunt, et cecidérunt. [Il Signore è mia luce e mia salvezza, chi temerò? Il Signore è baluardo della mia vita, cosa temerò? Questi miei nemici che mi perséguitano, essi stessi vacillano e stramazzano.]

Oratio

Orémus.

Da nobis, quæsumus, Dómine: ut et mundi cursus pacífice nobis tuo órdine dirigátur; et Ecclésia tua tranquílla devotióne lætétur. [Concedici, Te ne preghiamo, o Signore, che le vicende del mondo, per tua disposizione, si svolgano per noi pacificamente, e la tua Chiesa possa allietarsi d’una tranquilla devozione.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Romános.

Rom VIII: 18-23.

“Fratres: Exístimo, quod non sunt condígnæ passiónes hujus témporis ad futúram glóriam, quæ revelábitur in nobis. Nam exspectátio creatúræ revelatiónem filiórum Dei exspéctat. Vanitáti enim creatúra subjécta est, non volens, sed propter eum, qui subjécit eam in spe: quia et ipsa creatúra liberábitur a servitúte corruptiónis, in libertátem glóriæ filiórum Dei. Scimus enim, quod omnis creatúra ingemíscit et párturit usque adhuc. Non solum autem illa, sed et nos ipsi primítias spíritus habéntes: et ipsi intra nos gémimus, adoptiónem filiórum Dei exspectántes, redemptiónem córporis nostri: in Christo Jesu, Dómino nostro”.

Omelia I

[A. Castellazzi: La scuola degli Apostoli – Sc. Tip. Vescov. Artigianelli, Pavia, 1929]

LA VITA FUTURA

“Fratelli: Ritengo che i patimenti del tempo presente non hanno proporzione con la gloria futura, che deve manifestarsi in noi. Infatti il creato attende con viva ansia la manifestazione dei figli di Dio. Poiché il creato è stato assoggettato alla vanità non di volontà sua; ma di colui che ve l’ha assoggettato con la speranza che anch’esso creato sarà liberato dalla schiavitù della corruzione per partecipare alla libertà della gloria dei figli di Dio. Sappiamo, invero, che tutta quanta la creazione fino ad ora geme e soffre le doglie del parto. E non solo essa, ma anche noi stessi, che abbiamo le primizie dello Spirito, anche noi gemiamo in noi stessi attendendo l’adozione dei figliuoli di Dio, cioè la redenzione del nostro corpo” (Rom. VIII, 18-23).

L’epistola è un brano della lettera ai Romani. San Paolo aveva affermato nei versetti precedenti che saremo glorificati con Cristo se avremo patito con Lui. Perché nessuno rimanga scoraggiato da questo condizione, fa conoscere la grandezza della gloria futura. La manifestazione della gloria dei figli di Dio è tanto grande che è aspettata ardentemente anche dal mondo sensibile, che vi prenderà parte in qualche modo con la sua rinnovazione. Assieme con la creazione è aspettata pure da noi che, possedendo già lo Spirito Santo come primizia e pegno della celeste eredità, ne sospiriamo il compimento, mediante la glorificazione del nostro essere intero, anima e corpo. Rivolgiamo oggi il pensiero a questa vita della gloria, a questa vita futura, Essa:

1. È il luogo della nostra abitazione eterna,

2. È il compimento delle nostre aspirazioni,

3. È il sommo godimento nel possesso di Dio.

1.

Fratelli: Ritengo che i patimenti del tempo presente non hanno proporzione con la gloria futura, che deve manifestarsi in noi. Innanzi tutto, la vita futura, la vita della gloria, è il luogo della nostra dimora alla quale siamo avviati, non avendo quaggiù dimora permanente. – Una delle più gravi preoccupazioni, quaggiù, è quella di cercarsi una dimora conveniente e poter dire: ho trovato il mio posto; finalmente sono tranquillo. Ma un bel giorno, o per una motivo o per un altro, viene l’ordine di sfratto, e bisogna lasciare quel luogo, a cui si era cominciato a portar affezione. È sogno di tanti procurarsi un’abitazione propria, anche modesta, per passarvi tutta la vita: ma quando si incomincia a goderla, bisogna uscire.  Se non sono i padroni che ci danno lo sfratto quando siamo ancor vivi, sono gli eredi che, volendo liberar la casa, ce ne portano fuori cadaveri. – Ma se noi arriveremo a entrare nella dimora futura, nessuna forza, nessun succedersi di eventi ce ne potrà allontanare. È un posto preparato appositamente per noi; e non da mano d’uomo, ma dalla mano del sommo Artefice, il quale unicamente ha diritto di disporre. « Demolita la casa di questa dimora terrena, si acquista nel cielo una abitazione eterna » (Prefazio dei defunti). – Una grande preoccupazione è sempre il pensiero di poter perdere i beni che si posseggono. Guardate chi vive negli affari. L’idea che una sosta nel commercio, un concorrente, un amministratore infedele, un cambiamento della situazione che possano rovinare gli affari, ora bene avviati, non lo lascia in pace. Guardate quelli che vivono col frutto dei propri beni. Vedono pericoli dappertutto, ladri dappertutto; sono sempre in attesa che la terra manchi loro sotto i piedi. Per gli uni e per gli altri, poi, c’è sempre quell’importuna che si chiama morte, che s’avanza senza sosta. Aver dei beni, e non poterli godere che per brevissimo tempo, è un tormento piuttosto che un beneficio. « O morte, quanto è amaro il tuo ricordo per un uomo che vive in pace tra le sue ricchezze » (Eccli. XLI, 1). Quando, come premio delle nostre opere buone, riceveremo la corona di gloria in paradiso, non saremo turbati dal timore che alcuno ce la possa togliere. Non lavorio nascosto o violenza aperta potrà privarcene; e il tempo non potrà far appassire uno solo dei fiori che la compongono: essa sarà «una corona immarcescibile» (1 Piet. V, 4). – Il corso dei secoli abbatte inesorabilmente tutti i regni della terra. Degli uni restano solo ruderi; degli altri non restano che ricordi. E più presto ancora dei regni, passano i regnanti. Oggi sul trono, domani in esilio; oggi la gloria del trionfo, domani l’amarezza della fuga. Ben diversa sarà la sorte dei beati quando Dio dirà loro: «Venite, possedete il regno che v’è stato preparato fin dalla fondazione del mondo» (Matth. XXV, 34). Quello è un regno che non avrà fine, e i beati «regneranno pei secoli dei secoli » (Apoc. XXII, 5). Nessuna congiura, nessuna rivoluzione muterà le sorti di quel regno, o detronizzerà i servi di Dio.

2.

Il creato è stato assoggettato alla vanità, non di volontà sua, ma di colui che ve l’ha assoggettato con la speranza che anch’esso creato sarà liberato dalla schiavitù della corruzione. Il creato nella speranza di essere affrancato dalla schiavitù a cui lo riduce il peccatore, che lo fa servire al male e alla corruzione, attende, con viva ansia, il giorno della glorificazione dei figli di Dio, perché quel giorno sarà pure il giorno della sua libertà gloriosa. Se tutte le creature che servono all’uomo, cielo, terra, elementi, desiderano ardentemente la gloria futura, noi non dobbiamo lasciarci indietro in questo desiderio. In fondo, la vita futura è il compimento delle nostre aspirazioni.La guerra, quando si prolunga troppo, snerva e stanca anche i più volenterosi. Viene il momento in cui anche il guerriero sente il bisogno di sospendere le armi e di godere i benefici della pace. La vita dell’uomo su questa terra è una battaglia continua. Non tutti hanno da combattere con armi materiali contro nemici forniti di armi materiali; ma tutti hanno da combattere contro nemici spirituali che cercano di sottrarci al dominio di Dio; contro difficoltà d’ogni genere che sono d’ostacolo ai nostri doveri; contro la carne che insorge a far guerra allo spirito, senza un momento di tregua, senza che possiamo esser sicuri della vittoria finale, anche dopo tante battaglie vinte, in modo che tante volte ci facciamo la domanda angosciosa: «Quando finirà questa lotta?» — Quando saremo passati da questa vita alla vita futura. «La morte dei giusti— dice S. Efrem — è fine al combattimento delle passioni carnali; dal quale gli atleti escono vincitori a ricevere la corona della vittoria» (Inno fun. 1).Lo schiavo cerca di togliersi il giogo della tirannia; nessuno vuol adattarsi a sopportare un giogo, tanto più se è pesante. Eppure la nostra vita è un continuo giogo, e giogo pesante: « Un grande travaglio è assegnato a ogni uomo; e un giogo pesante grava sui figli degli uomini dal giorno che uno esce dal seno materno, fino al giorno che è sepolto nel seno della madre comune » (Eccli XLI, 1). Quando ci sottrarremo a questo giogo? Quando passeremo da questa vita al cielo. Là «non vi sarà più morte, né lutto, né strida, né vi sarà più dolore, perché le prime cose sono passate » (Apoc. XXI, 4). Là sarà la fine delle nostre pene, delle nostre lagrime, della nostra servitù. Bello è il mare visto dalla sponda! Sia che nella sua calma ci parli della maestà di Dio; sia che nella tempesta ci parli della sua potenza e della sua giustizia. Quanti, contemplando il mare, sognano di aver la fortuna di attraversarlo un giorno. Ma, se vi riescono, si annoiano ben presto, e si ricordano del proverbio: Loda il mare e tieniti a terra. E quando il viaggio è terminato, confessano candidamente che il giorno più bello fu il giorno dell’arrivo. Così avviene del mare della vita. Negli anni della fanciullezza ci si presenta molto affascinante; ma con l’andare del tempo il fascino sparisce; e a mano a mano che si procede, crescono, ogni giorno più, la noia, le disillusioni, lo sconforto. Quando ne saremo liberi? Quando arriveremo alla vita beata. Quello sarà il più bel giorno del nostro viaggio attraverso il mar tempestoso di questa vita. – All’arrivo di un piroscafo di passeggeri è gran festa, fra chi arriva, e tra i parenti e gli amici che stanno ad aspettare. « Nell’altra vita sta ad aspettarci un gran numero di nostri cari: ci desidera una folta e numerosa turba di genitori, di fratelli, di figli, già sicuri della loro vita immortale, e ancor solleciti dalla nostra salvezza » (S. Cipriano – De Mortal. 26). Essi affrettano, coi loro voti, il nostro arrivo, la festa dell’incontro, che ci riunirà per sempre. Durante la persecuzione scatenata nel Tonchino nel 1838, un bambino si rivolge al mandarino: «Grand’uomo, dammi un colpo di sciabola, perché possa andare nella mia patria. — «Dov’è la tua patria?» — « In cielo ». — « Dove sono i tuoi genitori? » — « Sono in cielo: voglio andar da loro; dammi un colpo di sciabola per farmi partire» (A. Larniay. Mons. Pietro Retort e il Monchino Cattolico, Milano, 1927, p. 142-43). Andando in Paradiso andiamo a riunirci ai nostri cari nella nostra vera patria.

3.

S. Paolo dice che gemìamo in noi stessi, attendendo l’adozione dei figliuoli di Dio. Non siamo già figli adottivi di Dio? Qui siamo figli adottivi di Dio per mezzo della grazia. La nostra adozione piena e perfetta l’avremo nella seconda vita, ove saremo glorificati quanto all’anima e quanto al corpo. È là, dove i figli di Dio desiderano trovarsi con il loro Padre, contemplarlo nella gloria. Davide, perseguitato ingiustamente dai nemici, circondato da pericoli, prega il Signore che lo soccorra, lo protegga, affinché, dopo una vita innocente, possa al risvegliarsi dalla morte, andare a bearsi nelle sembianze di Dio. « Nella mia integrità comparirò al tuo cospetto, e mi sazierò all’apparire della tua gloria » (Ps. XVI, 15). S. Paolo sente quanto sia meglio goder la vista di Dio. e vivere con Lui nella gloria, che vivere su questa terra di miserie e di affanni. « Bramo di sciogliermi e di essere con Cristo » (Filipp. I, 23), scrive ai Filippesi. E S. Ignazio di Antiochia scrive ai Romani: « Nessuna cosa creata, visibile o invisibile, deve fare impressione su l’animo mio, affinché io possa giungere a Cristo. Fuoco, croce, branchi di fiere, lacerazioni, scorticamenti, slogamenti delle ossa, trituramento di tutto il corpo, tutti i terrori e i tormenti del demonio si rovescino sopra di me, purché possa pervenire a Gesù Cristo » (Ad Rom. 5, 3). E chi è che, pensando seriamente al godimento che ci procura la vista di Dio, non desidererebbe d’essere con Lui? – In paradiso vedremo Dio a faccia a faccia; e nella sua visione beatifica, come in un mare di luce, vedremo tutto. Vedremo il creato con tutte le sue meraviglie, con i suoi segreti, con la sua mirabile armonia. In Dio conosceremo tutte le verità di ordine naturale, senza bisogno di alcun sforzo di mente, di studi, come fanno i filosofi, i quali, dopo tanto affaticarsi, non riescono a conoscerle che in parte, e non sempre senza mescolanza di errori. Conosceremo le verità di ordine soprannaturale, che qui crediamo per la fede. Vedremo Dio com’è; vedremo le sue perfezioni, e la nostra mente, nutrendosi in questa conoscenza, troverà la sua piena felicità. « La vita eterna — dice Gesù Cristo rivolto al Padre — consiste nel conoscere Te » (Giov. XVII, 3). – Nella piena conoscenza di Dio il cuore troverà ciò che può accontentare pienamente i suoi desideri. In Dio troverà infinitamente più di ciò che può desiderare e sperare: Godimenti e delizie senza misura e senza durata. « Tu — dice il Salmista — mi darai pienezza di gioie con la tua presenza; le delizie perpetue della tua destra » (Ps. XV, 11). Se Dio, qui su la terra fa generosamente partecipi dei suoi beni gli uomini, di quanta felicità non farà partecipi i beati nel regno della patria? Possiam ben ripetere ancora col Salmista: « Saranno inebriati dall’abbondanza della tua casa, e li disseterai al torrente di tue delizie » (Ps. XXXV, 9). – Anche noi potremo un giorno godere dell’abbondanza della casa del Padre celeste. Se vogliamo arrivarvi dobbiamo pensarci spesso. Dobbiam confrontare il nulla dei beni fugaci di quaggiù coi beni imperituri e immensi del paradiso, i quali solo possono appagarci pienamente. « Adunque, fratelli carissimi — ci esorta S. Gregorio M. — se desiderate esser ricchi, amate le vere ricchezze. Se cercate la sublimità del vero onore, sforzatevi di pervenire al regno celeste. Se amate la gloria della dignità, affrettatevi a esser inscritti a quella suprema corte degli Angeli » (Hom. XV, 1) A nessuno è negato di entrarvi; anzi, la grazia di Dio porge l’aiuto a tutti.

Graduale

Ps LXXVIII: 9; 10 Propítius esto, Dómine, peccátis nostris: ne quando dicant gentes: Ubi est Deus eórum?

V. Adjuva nos, Deus, salutáris noster: et propter honórem nóminis tui, Dómine, líbera nos. [Sii indulgente, o Signore, con i nostri peccati, affinché i popoli non dicano: Dov’è il loro Dio? V. Aiutaci, o Dio, nostra salvezza, e liberaci, o Signore, per la gloria del tuo nome.]

Allelúja

Alleluja, allelúja Ps IX: 5; 10 Deus, qui sedes super thronum, et júdicas æquitátem: esto refúgium páuperum in tribulatióne. Allelúja [Dio, che siedi sul trono, e giudichi con equità: sii il rifugio dei miseri nelle tribolazioni. Allelúia.

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum Lucam. Luc. V: 1-11

In illo témpore: Cum turbæ irrúerent in Jesum, ut audírent verbum Dei, et ipse stabat secus stagnum Genésareth. Et vidit duas naves stantes secus stagnum: piscatóres autem descénderant et lavábant rétia. Ascéndens autem in unam navim, quæ erat Simónis, rogávit eum a terra redúcere pusíllum. Et sedens docébat de navícula turbas. Ut cessávit autem loqui, dixit ad Simónem: Duc in altum, et laxáte rétia vestra in captúram. Et respóndens Simon, dixit illi: Præcéptor, per totam noctem laborántes, nihil cépimus: in verbo autem tuo laxábo rete. Et cum hoc fecíssent, conclusérunt píscium multitúdinem copiósam: rumpebátur autem rete eórum. Et annuérunt sóciis, qui erant in ália navi, ut venírent et adjuvárent eos. Et venérunt, et implevérunt ambas navículas, ita ut pæne mergeréntur. Quod cum vidéret Simon Petrus, prócidit ad génua Jesu, dicens: Exi a me, quia homo peccátor sum, Dómine. Stupor enim circumdéderat eum et omnes, qui cum illo erant, in captúra píscium, quam céperant: simíliter autem Jacóbum et Joánnem, fílios Zebedaei, qui erant sócii Simónis. Et ait ad Simónem Jesus: Noli timére: ex hoc jam hómines eris cápiens. Et subdúctis ad terram návibus, relictis ómnibus, secuti sunt eum”.

OMELIA II

 [A. Carmignola, Spiegazione dei Vangeli domenicali, S. E. I. Ed. Torino,  1921]

SPIEGAZIONE XXXII

 “In quel tempo mentre intorno a Gesù si affollavano le turbe per udire la parola di Dio, Egli se ne stava presso il lago di Genesaret. E vide due barche ferme a riva del lago; e ne erano usciti i pescatori, e lavavano le reti. Ed entrato in una barca, che era quella di Simone, richiese di allontanarsi alquanto da terra. E stando a sedere, insegnava dalla barca alle turbe. E finito che ebbe di parlare, disse a Simone: Avanzati in alto e gettate le vostre reti per la pesca. E Simone gli rispose, e disse: Maestro, essendoci noi affaticati per tutta la notte, non abbiamo preso nulla; nondimeno sulla tua parola getterò La rete. E fatto che ebbero questo, chiusero gran quantità di pesci: e si rompeva la loro rete. E fecero segno ai compagni, che erano in altra barca, che andassero ad aiutarli E andarono, ed empirono ambedue le barchette, di modo che quasi si affondavano. Veduto ciò Simon Pietro, si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: Partiti da me, Signore, perché io con uomo peccatore. Imperocché ed egli, e quanti si trovavano con Lui, erano restati stupefatti della pesca che avevano fatto di pesci. E lo stesso era di Giacomo e di Giovanni, figliuoli di Zebedeo: compagni di Simone. E Gesù disse a Simone: Non temere, da ora innanzi prenderai degli uomini. E tirate a riva le barche, abbandonata ogni cosa, lo seguitarono”. (Luc. V, 1-11)

Prima che nostro Signor Gesù Cristo venisse sulla terra, gli uomini erano caduti nei più gravi errori, sicché avevano un bisogno immenso di essere ammaestrati intorno alla verità. E Gesù Cristo per amor degli uomini viene quaggiù, ed essendo Egli la Verità per eccellenza si fece pure ad ammaestrare gli uomini, intorno alla verità. Ma non contento di ciò, perché gli uomini, dopo la sua venuta, potessero essere ammaestrati intorno alla verità sino alla fine del mondo, chiamò a tal fine alla sua sequela gli Apostoli, dei quali fece il fondamento della sua Chiesa, ed ai quali affidò la missione di propagare nel mondo la sua dottrina per guadagnare gli uomini a Dio. Ora questo duplice fatto, d’essere venuto Gesù Cristo ad ammaestrare Egli stesso gli uomini, e d’aver chiamato gli Apostoli alla sua scuola per farne in seguito degli altri maestri di verità, è ciò, che ci pone innanzi il bel tratto di Vangelo, che la Chiesa ci fa leggere in questa domenica. Uditene adunque attentamente la spiegazione.

1. Il divin Redentore Gesù sia con la maestà e con la dolcezza della sua persona, sia con lo splendore dei suoi miracoli e con la sublimità de’ suoi esempi rapiva le menti ed incantava i cuori per modo che è facile il comprendere quel che ci racconta il Vangelo di oggi, che cioè, stando Egli un giorno presso il lago di Genezaret, le turbe gli si affollarono d’intorno quasi premendolo da ogni parte, affine di ascoltare la sua divina parola. Così che Gesù (visto il desiderio ardente e l’amoroso trasporto di queste turbe devote) scorgendo due navi vuote in riva al mare, giacché ne erano usciti i pescatori per lavare le loro reti, entrò nella barca di Simone e lo richiese di allontanarsi alquanto da terra. E stando a sedere incominciò da quella barca ad ammaestrare le turbe schierate lungo il lido. Or chi non ammira qui l’ardentissima brama che queste turbe religiose avevano di istruirsi nelle divine verità? E chi non iscorge come la loro condotta sia una severa condanna per certi giovani e per certi Cristiani, che non si danno alcun pensiero di ben conoscere quella santissima fede, in cui per grazia del Signore sono pur nati? Per certi giovani e certi Cristiani, che massime alla Domenica, in cui nella Chiesa di Dio, dai ministri suoi, si insegnano e si spiegano le divine verità, anziché recarsi a queste istruzioni se ne vanno invece a diporto, ai divertimenti ed alle feste mondane, e forse anche a certe adunanze, dove si insegnano errori e menzogne contro le verità della fede? Eppure, o miei cari, quale istruzione, quale scienza è mai più importante della scienza cristiana? Tutte quante le scienze possono avere il loro pregio, la loro utilità, ma la scienza di nostra Religione è la sola, che sia rigorosamente indispensabile. Non vi ha che una sola cosa necessaria all’uomo, diceva Gesù Cristo: e questa si è di salvare la propria anima e di ottenere la vita eterna. Ma ad essa non è possibile di giungere che per la conoscenza di Dio, e del suo divin Figliuolo, Gesù Cristo, che ha mandato sopra la terra a salvarci. Hæc est vita æterna, ut cognoscant te solum Deum verum, et quem misisti Jesum Christum (Ioan. XVII, 3). Né solamente l’istruzione religiosa è la più importante in ordine alla vita eterna, ma lo è eziandio riguardo alla felicità della vita presente. Ed in vero se vi ha un’istruzione, che fedelmente praticata possa far valere l’ordine, l’obbedienza, il rispetto, la giustizia, la carità e la pace tra gli uomini non è certamente l’istruzione letteraria o civile, e tanto meno l’istruzione al tutto laica, cioè mondana ed empia, ma l’istruzione religiosa. È seguendo gli insegnamenti di nostra fede, che il fanciullo è dolce ed obbediente, il giovane casto e laborioso, la giovinetta si serba pura e modesta, la donna merita il rispetto di coloro che l’avvicinano, l’uomo rimane grave e prudente, la sposa è fedele, affettuoso lo sposo, e il vecchio un saggio. Quando si porga ascolto agli insegnamenti religiosi il ricco è generoso, il povero rassegnato, integro il magistrato, probo il negoziante, leale il compratore, il cittadino ama la sua patria, il suddito obbedisce al suo sovrano, e la società, pacifica in tutti i gradi della scala sociale, progredisce nella via del vero progresso. Ma al contrario mancando la conoscenza e la pratica degli insegnamenti religiosi, la società, le famiglie, gli individui perdono a poco a poco ogni sentimento di ordine, di soggezione, di rispetto, di giustizia e di carità e cadono nei più spaventevoli eccessi, nei disordini più gravi, e nei più orribili delitti. Se adunque dall’istruirci convenientemente nelle verità di nostra fede proviene a noi ogni bene temporale ed eterno, mentre invece dalla trascuranza di questa istruzione deriva ogni male in questa o nell’altra vita, ricordiamo il bell’esempio, che nel Vangelo di oggi ci danno le turbe devote, ed al par di esse, ansiosi di santamente istruirci, appigliamoci a tutti i mezzi per ciò giovevoli, ma specialmente a quello di frequentare volentieri e con profitto i catechismi, le prediche e le istruzioni religiose.

2. Prosegue il Vangelo dicendo: Quando Gesù ebbe finito di parlare, disse a Simone: Avanzati in alto, e gettate le vostre reti per la pesca. Ma Simone rispose e disse: Maestro, essendoci noi affaticati per tutta la notte, non abbiamo preso nulla: nondimeno sulla tua parola getterò la rete. E fatto che ebber questo, chiusero gran quantità di pesci tanto che si rompeva la loro rete. E fecero segno ai compagni, che erano in altra barca, che andassero ad aiutarli. E poiché questi vennero, empirono ambedue le barche, di modo che quasi si affondavano. Quale stupendo miracolo è mai questo e quanto significativo! In relazione all’anima nostra esso significa che durante la notte del peccato, benché le nostre opere buone in se stesse non siano peccati, come insegnano certi eretici, non sono tuttavia tali per cui possiamo coglierne alcun merito per la nostra salute: mentre invece quando per la grazia di Dio vi è in nostra compagnia Gesù Cristo, tutto quello che noi facciamo in suo nome ci procaccia dei meriti infiniti per l’eternità. Sì, o miei cari, ponderiamolo bene.Finché in un’anima sussiste il peccato mortale, ella resta colpita di sterilità ed è impotente a far opere meritorie di vita eterna. Se parlassi, dice S. Paolo, le lingue degli nomini e degli Angeli stessi, se penetrassi anche i più profondi misteri, se avessi tanta fede da trasportare perfino le montagne, se distribuissi ai poveri ogni mia sostanza, se consegnassi anche il mio corpo alle fiamme, quando mi manchi la carità e sia privo della grazia di Dio, tutto questo niente mi giova. » Le opere buone fatte col peccato mortale sull’anima sono come tanto grano gettato in un sacco scucito e senza fondo, che va a perdersi per terra. I digiuni, le limosine, le mortificazioni, le preghiere, gli atti di virtù, che pratica il peccatore, potranno forse giovare a muovere Iddio a misericordia di lui, onde gli accordi la grazia del pentimento e della conversione, ovvero qualche grazia temporale; ma niente gli contano, niente gli giovano pel Paradiso. Sono opere morte nell’ordine soprannaturale, e quindi di nessun valore. Se a questo ben riflettessero tanti poveri peccatori, come potrebbero stare per mesi e forse anche per anni interi col peccato sull’anima, senza prendersi premura di liberarsene al più presto con la sacramental Confessione? Ma al contrario quando fortunatamente il Cristiano si trova in grazia di Dio, in compagnia di Gesù, può con gran facilità accumularsi un tesoro immenso di meriti pel Paradiso; poiché in tale stato di grazia ogni opera buona che fa, ha un valore soprannaturale, e riesce di sommo gradimento a Dio, che quindi anche la rimunera ampiamente con proporzionati gradi di gloria in cielo; poiché ci assicura Gesù Cristo, che neppure una tazza d’acqua fredda data ad un poverello resterà senza la conveniente mercede in Paradiso. Chi non vede pertanto quanto sia importante essere in compagnia di Gesù col possesso della sua grazia? Ma non dimentichiamo che anche in grazia di Dio dobbiamo far tutto nel nome di Gesù, come fecero gli Apostoli nel gettare le loro reti, cioè con rettitudine d’intenzione, cercando sempre unicamente in tutte le nostre buone opere la gloria di Dio e l’adempimento dei suoi divini voleri. Imperciocché noi apparteniamo a Dio per molti titoli; gli apparteniamo a titolo di creazione, poiché Egli ci ha fatto ciò che siamo; gli apparteniamo a titolo di acquisizione, essendoché Egli ci ha comprati col prezzo del sangue del suo proprio Figlio, secondo quella parola dell’Apostolo: Voi non appartenete più a voi, ma foste comperati a grande prezzo; gli apparteniamo per nostra libera scelta, perché noi l’abbiamo scelto per padrone il giorno del nostro Battesimo, e abbiamo giurato di servire a Lui solo. Noi siamo dunque la proprietà di Dio, sul quale Egli ha il dominio più perfetto, più assoluto, più inalienabile. E siccome il campo deve fruttificare per colui che ne ha il dominio, così noi dobbiamo fruttificare per Iddio, vale a dire noi dobbiamo fare ogni essa per Lui, offrirgli tutte quante le nostre azioni e far sì che tutti i nostri passi abbiano per fine la sua gloria e l’adempimento dei suoi santi voleri. È certamente questa rettitudine d’intenzione, che con la grazia rende le nostre opere accettevoli a Dio, meritorie e degne di ricompensa. Infatti, quanto buona, utile e lodevole sia in se stessa un’azione, se Dio, al quale dobbiamo tutto, ed al quale nulla possiamo rapire senza ingiustizia, non ne è l’oggetto, come gli sarebbe mai accettevole e a qual titolo gliene domanderemmo noi la ricompensa? Procuriamo adunque di non ricercare mai nelle nostre buone opere o la nostra compiacenza o l’ammirazione degli uomini, ma invece proponiamoci in tutto la gloria di Dio secondo quell’avviso dell’Apostolo S. Paolo: Sia che mangiate, sia che beviate, sia che facciate qualsiasi altra cosa, ricercate sempre la gloria di Dio; e per tal modo potremo ancor noi farci dei grandi meriti per la vita eterna.

3. Si chiude il Vangelo col dirci che « Simon Pietro veduto quel gran miracolo operato da Gesù Cristo (e nella sua profonda umiltà riconoscendosi indegno di stare in sua compagnia), si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: Partiti da me, Signore, perché io sono un povero peccatore. Imperocché ed egli, e quanti si trovavano con lui, erano stati stupefatti della presa che avevano fatta di pesci. E lo stesso era di Giacomo e di Giovanni, figliuoli di Zebedeo, compagni di Simone. Ma Gesù disse a Simone: «Non temere, da ora innanzi prenderai degli uomini ». E tirate a riva le barche, abbandonata ogni cosa, lo seguitarono. Ecco adunque come gli Apostoli, dopo il miracolo di quella gran pesca, invitati da Gesù Cristo a servirlo per diventare pescatori di uomini, prontamente ed assolutamente rinunziarono a tutto quel po’ che avevano e si diedero a seguirlo. Questo ammirabile esempio deve essere di grande eccitamento a tutti coloro, cui Iddio fa l’onore di chiamarli a lasciare le cose del mondo, e a darsi alla sua sequela nella vita religiosa. La grazia della vocazione allo stato religioso non è una grazia ordinaria, ma molto rara, perché Dio a pochi la concede: ma quanto è più grande questa grazia di esser chiamato alla vita perfetta e ad esser fatto domestico di Dio nella sua casa che l’esser chiamato ad esser re di ogni gran regno terreno! E che paragone mai vi è fra un regno temporale della terra ed il regno eterno nel cielo! Ma appunto perché questa grazia è tanto più grande, tanto più si sdegnerà il Signore con chi non avrà corrisposto a questa vocazione, e tanto più rigoroso sarà il suo giudizio nel giorno dei conti. Se un re chiamasse un pastorello al suo palazzo reale a servirlo tra i nobili della sua corte, quale poi sarebbe il suo sdegno, se quegli ricusasse un tal favore, per non lasciare la povera mandria e il suo piccolo gregge? Ora Dio ben conosce il pregio delle sue grazie, epperò ben castiga con rigore chi le disprezza. Egli è il Signore: quando chiama, vuol essere ubbidito ed ubbidito subito: onde quando con la sua voce chiama un’anima alla vita perfetta, se quella non corrisponde, la priva dell’abbondanza dei suoi aiuti, la lascia in preda ad una indicibile inquietudine, sicché correrà il più grave rischio della sua eterna salute. Ed oh quante povere anime vedremo noi riprovate nel giorno del giudizio per questo appunto, perché chiamate a questo stato sublime non han voluto corrispondere! Ma oltre al riprovarle nel giorno del giudizio Iddio farà poi loro soffrire un particolare tormento nell’inferno. Il rimorso d’aver perduto per colpa propria qualche gran bene o di aversi cagionato volontariamente qualche gran male è una pena così grande, che anche in questa vita dà un tormento insoffribile. Or qual tormento avrà nell’inferno un Cristiano chiamato da Dio con favor singolare allo stato religioso, allorché conoscerà che, se ubbidiva a Dio, avrebbe acquistato un gran posto in Paradiso, e si vedrà invece confinato in quel carcere di tormenti, senza speranza di rimedio alla sua eterna rovina? Questo sarà quel verme, che sempre gli roderà il cuore con un continuo rimorso. Egli dirà allora: Oh pazzo che sono stato! potevo farmi un santo e, se ubbidivo, già mi sarei fatto santo; ed ora invece son dannato senza rimedio. Quanto importa adunque quando si è chiamati da Dio a questo stato imitare l’esempio degli Apostoli! E qui osserviamo che Iddio talvolta chiama con vocazione straordinaria, vale a dire con modo meraviglioso e al tutto manifesto; ma il più delle volte con vocazione ordinaria, cioè col far nascere in cuore un’inclinazione certa alla vita religiosa e col somministrare i mezzi per abbracciarla. Così ad esempio con vocazione straordinaria fu chiamato S. Francesco d’Assisi sul principio della sua conversione. In un’estasi vide spade, lance, scuri ed altre armi tutte ricchissime e segnate con una croce. Coraggio, Francesco, gli fu detto, prendi le armi e cammina sotto il vessillo della croce. Francesco, credendo di esser chiamato alla crociata, che era in sulle mosse per la Palestina, pigliò le armi e montò a cavallo, per raggiungere il capo dei crociati. Ma ecco che di nuovo si fa udire la voce interna e gli dice: È forse meglio seguire un capitano terreno, che un Re celeste? A queste parole comprese Francesco che doveva servire più davvicino Gesù. Ma sebbene Iddio talvolta chiami in modo straordinario, non è tuttavia da pretendersi da tutti una tal vocazione. Dice perciò S. Francesco di Sales: Per sapere se Dio vuole che uno sia religioso, non bisogna aspettare che Dio stesso gli parli o gli mandi un Angelo dal cielo a significargli la sua volontà. Il Signore ha più mezzi di chiamare i suoi servi: qualche volta si vale delle prediche, altre volte della lettura de’ buoni libri. Altri vengono chiamati dall’ascoltare le parole del Vangelo, come S. Antonio, altri son chiamati per mezzo delle afflizioni e travagli loro avvenuti nel mondo, dal quale disgustati prendono motivo di lasciarlo. Costoro, benché vengano a Dio come sdegnati col mondo, nulladimeno non lasciano di darsi a Dio con una volontà risoluta, e talvolta questi diventano più santi di coloro che sono entrati per vocazione più apparente. Ma comunque il Signore chiami, bisogna proporsi di seguire i voleri di Dio, checché ne possa avvenire, e non ostante la disapprovazione di chi giudicasse secondo le viste del secolo. Epperò quando i genitori o altre persone autorevoli volessero distogliere taluno dal cammino, a cui Dio lo invita, si ricordi che quello è il caso di mettere in pratica il grande avviso del Vangelo, di ubbidire prima a Dio che agli uomini. Non dimentichino, il rispetto dovuto agli oppositori, risponda loro e tratti sempre con essi umilmente e mansuetamente, ma senza pregiudicare al supremo interesse dell’anima sua. In questo caso chieda parere a persone sagge, massime al confessore, sul contegno da osservare e confidi in Colui che tutto può. – Quando S. Francesco di Sales ebbe palesato in casa che Iddio lo chiamava al Sacerdozio, i genitori gli osservarono che come primogenito della famiglia doveva esserne l’appoggio ed il sostegno; che l’inclinazione allo stato ecclesiastico derivava da una divozione indiscreta, e che avrebbe ben potuto santificarsi anche vivendo nel secolo; anzi per meglio impegnarlo a secondare le loro intenzioni gli proposero un matrimonio onorevole e vantaggioso. Ma nulla valse a smuovere Francesco dal suo proponimento. Antepose costantemente la volontà di Dio a quella del padre e della madre, che pur teneramente amava e profondamente rispettava, e preferì di rinunciare a tutti i vantaggi temporali, anzi che venir meno alla grazia della sua vocazione. I genitori che, non ostante qualche idea meno retta intorno alle vanità mondane, erano tuttavia persone di cristiana pietà, alfine acconsentirono alla vocazione del loro figlio, e furono ben contenti. – Oh! si degni il Signore di moltiplicare le sue vocazioni allo stato di perfezione, e non ostante la guerra accanita che il mondo fa ai religiosi, che tutti i chiamati ascoltino la voce di Dio, e fedelmente vi corrispondano!

 Credo…

 Offertorium

Orémus Ps XII: 4-5 Illúmina óculos meos, ne umquam obdórmiam in morte: ne quando dicat inimícus meus: Præválui advérsus eum. [Illumina i miei occhi, affinché non mi addormenti nella morte: e il mio nemico non dica: ho prevalso su di lui.]

Secreta

Oblatiónibus nostris, quæsumus, Dómine, placáre suscéptis: et ad te nostras étiam rebélles compélle propítius voluntátes. [Dalle nostre oblazioni, o Signore, Te ne preghiamo, sii placato: e, propizio, attira a Te le nostre ribelli volontà.]

Communio

Ps XVII: 3 Dóminus firmaméntum meum, et refúgium meum, et liberátor meus: Deus meus, adjútor meus. [Il Signore è la mia forza, il mio rifugio, il mio liberatore: mio Dio, mio aiuto.]

Postcommunio

Orémus. Mystéria nos, Dómine, quæsumus, sumpta puríficent: et suo múnere tueántur. Per … [Ci purifichino, o Signore, Te ne preghiamo, i misteri che abbiamo ricevuti e ci difendano con loro efficacia.]

LO SCUDO DELLA FEDE (67)

LO SCUDO DELLA FEDE (67)

[S. Franco: ERRORI DEL PROTESTANTISMO, Tip. Delle Murate, FIRENZE, 1858]

PARTE SECONDA.

FRODI PER CUI S’INTRODUCE IL PROTESTANTISMO

CAPITOLO II.

FRODE SECONDA. BASTA LA FEDE PER SALVARSI

Somigliante a questo primo inganno è quello per cui sono tutti ad esaltare la S. Fede, e dire che basta aver Fede in Dio e che poi tutto il resto non è necessario per la salute, e sopra questa Fede fanno uno strepito che mai il maggiore. Ora sentite, miei cari: i Protestanti dicono che basta aver fede in Dio per salvarsi. Ebbene se i Cattolici dicessero tutto il contrario, cioè che non basta la sola fede, a chi si dovrebbe credere? Io penso che tutta la S. Chiesa Cattolica valga almeno quanto può valere uno di questi nuovi maestri. E però anche senza che si dovessero portare tante ragioni, la causa sarebbe bella e finita. – Ma forse che mancano ragioni a dimostrare che non basta la sola fede? Tutte le sante scritture ne sono piene di prove invitte. Non basta la sola fede, perché dice espressamente S. Paolo, che ci vuole oltre la fede anche la speranza e la carità e se noi avessimo tanta fede da trasportare le montagne e da fare anche miracoli strepitosi, tuttavia senza la carità, non saremmo nulla davanti a Dio (1 Cor. XIII). Non basta la sola fede, perché si richiedono anche le buone opere. S. Giovanni Apostolo dice chiaro che chi non eseguisce i comandamenti di Dio, non ha carità(1 Giov. II, 3-4), perché la prova della carità è appunto l’osservanza della divina legge.Non basta la fede, perché S. Paolo protestaanzi che al tribunal di Dio ognunoriporterà la pena ed il premio, secondo cheavrà operalo (2 Cor. V, 10). E Gesù Cristo Signor nostro ci assicura che nel dì finale quelli che non avranno fatte opere buone, possono dire tutto quel che vogliono, saranno condannati all’inferno senza pietà (Matt. XXV). Non basta la fede, perché se questa bastasse, il mondo intero andrebbe in rovina, mentre sul pretesto di aver la fede si disprezzerebbe l’esercizio di ogni virtù e gli uomini si abbandonerebbero, come fecero i Luterani, sfrenatamente ad ogni vizio, contro tutto quello che prescrive la dottrina di Gesù Cristo, la stessa ragione ed il buon senso. Non basta la fede finalmente, perché coloro che dicono che basta la fede, nonhanno neppure questa; non l’hanno e non possono averla, perché non sanno neppure che cosa sia questa fede.A sentirli parlare fanno tanti elogi alla S. Fede, dicono tante meraviglie della S.Fede, e poi se li interrogate che cosa essi veramente intendano per fede, s’imbrogliano e non sanno che rispondere. Io l’ho provato con parecchi ed è proprio così. Vuol dire, ripigliano altri, credere a Dio: ma certo il credere a Dio solamente non basta a salvare nessuno. Il demonio stesso crede a Dio, dice S. Giacomo, anzi crede tanto che trema di spavento (Jac. II, 19); niuno però dirà che il diavolo sia in luogo di salute. Volete voi dunque sapere che cosa sia veramente la S. Fede? Ve lo dirò io, e comprenderete che i Protestanti non hanno affatto la Fede.Fede non è credere così in confuso che vi è Iddio ed un Salvatore, ma è credere tutte le cose che questo Dio e Salvatore ha rivelato, e crederle perché Egli somma verità le ha rivelate e perché la S. Chiesa cele propone a credere. Primo, creder tutte le cose che Dio ha rivelate cioè tutto quello che si contiene nelle S. Scritture, poi tutto quello che la Tradizione contiene, in una parola tutto ciò che Egli ha affidato alla Chiesa Cattolica, e la Chiesa Cattolica propone a noi.I Protestanti non credono tutto quello che Dio ha rivelato, scelgono a capriccio, prendono una cosa, ne lasciano un’altra. Non credono per esempio che sono sette i Sacramenti, che è divino il Sacrifizio della S. Messa, che è buona l’invocazione dei Santi, che è un debito intervenire alla Messa e confessarsi e comunicarsi, e cento altre cose. Dunque non credendo tutto, non hanno la vera fede. Però è che non si può dire che credano a Dio, poiché mentre fanno essi la distinzione di quel che vogliono ammettere e di quello che vogliono rigettare, non credono veramente ad altri che a se stessi, al proprio capriccio, al proprio giudizio e nulla più.Ma soprattutto non credono sull’autorità della Chiesa che proponga. Ora dovete sapere che questo è un punto molto essenziale. Gesù Cristo ci ha dato la Chiesa per maestra e vuole che ascoltiamo Lei. Egli ha detto dei suoi ministri, che: chi ascolta voi ascolta me, chi disprezza voi disprezza me(Luc. X, 16).Ha detto che la Chiesa è la colonna ed il saldo sostegno della verità(1 Tim. III, 15), ha detto che chi non ascolta la S. Chiesa, si ha da tenere in conto di Gentile e di Pubblicano (Matt. XVIII, 17). É dunque sua volontà che noi nel credere alle verità rivelate, stiamo al Magistero cheessa ne darà. Essa custodisce tutte le verità della S. Fede, essa ci spiega le S. Scritture, Essa c’intima le vere tradizioni, e Gesùvuole che tutte le verità della Fede ci siano proposte da Essa. Ma i protestanti pieni disuperbia, rigettano il Magistero della Chiesa, vogliono fare da sé, si costituiscono da prima essi i giudici di quello che hanno da credere e poi per adulazione costituiscono anche voi.Ognuno, secondo essi, ha da leggere la Bibbia e trovare la verità, ognuno ha da fare esame sopra di essa e pretendono scioccamente ed empiamente che chi non ha fatti mai studi, che non ha né tempo, né  capacità di farli, sia il giudice di quelle profonde verità. Con che tentano l’impossibile, fanno fare un capo grosso come un cestone alla povera gente, la mettono in mezzo, sì che non sappia più né quel che credere, né quel che non credere, e tolgono loro interamente dal cuore la S. Fede: perché quando non crediamo sull’autorità della S. Chiesa, ma sul nostro giudizio, la Fedeè bell’e finita. Ecco miei cari che cosa fanno costoro col gridare fede, fede; vi levano il dono preziosissimo della Fede e vi riempiono la mente di errori, ed il cuore di superbia e vanità.

SALMI BIBLICI: “QUID MULTIPLICATI SUNT…” (III)

Salmo 3: QUID MULTIPLICATI SUNT

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

TOME PREMIER.

Salmo 3

[1] Psalmus David, cum fugeret a facie Absalom filii sui.

[2] Domine, quid multiplicati sunt qui tribulant me? Multi insurgunt adversum me; [3] multi dicunt animae meae: Non est salus ipsi in Deo ejus.

[4] Tu autem Domine, susceptor meus es, gloria mea, et exaltans caput meum.

[5] Voce mea ad Dominum clamavi; et exaudivit me de monte sancto suo.

[6] Ego dormivi, et soporatus sum; et exsurrexi, quia Dominus suscepit me.

[7] Non timebo millia populi circumdantis me. Exsurge, Domine; salvum me fac, Deus meus.

[8] Quoniam tu percussisti omnes adversantes mihi sine causa; dentes peccatorum contrivisti.

[9] Domini est salus; et super populum tuum benedictio tua.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata

Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO III

Preghiera di Davide a Dio onde essere liberato dalla persecuzione di Assalonne.

[1. Salmo di David, quando fuggiva dal cospetto del figliuolo Assalonne.

[2. Signore, come mai si sono moltiplicati quelli che mi perseguitano? molti insorgono contro di me.

3. Molti dicono all’anima, mia.-Salute, per lui non è nel suo Dio.

4. Tu però, o Signore, tu se’ mio scudo, mia gloria e tu rinnalzi il mio capo.

5. Alzai le voci mie e le grida al Signore, ed egli mi esaudì dal suo monte santo.

6. Io dormii, e assonnai, e mi svegliai, perché per man mi prese il Signore.

7. Non avrò timore del popolo innumerabile, che mi circonda; levati su, o Signore, salvami, Dio mio.

8. Perocché tu hai percosso tutti coloro, che senza ragione, mi sono avversi: hai spezzato i denti dei peccatori.

9. Del Signore ell’è la salute; e sopra il tuo popolo verrà la tua benedizione.]

Sommario analitico.

Davide, agli sforzi che fanno i suoi nemici per perderlo, oppone la protezione onnipotente di Dio che lo ha protetto.

I. — Egli descrive:

1° il numero dei suoi nemici (1);

2° la loro malvagità e la loro impudenza;

essi cercano a) di affliggerlo e di abbatterlo, b) di toglierli ogni speranza in Dio (2).

II. – Si felicita di aver trovato in Dio il soccorso che attendeva:

1° nella sua fuga, Dio gli ha preparato un asilo;

2° nella guerra lo ha reso vittorioso;

3° dopo il combattimento gli ha dato la corona del vincitore (3).

III – Egli riassume queste tre differenti epoche della fuga, della guerra, della pace, per dimostrare più chiaramente come Dio, in queste tre circostanze, sia stato suo rifugio, sua gloria, sua corona.

1° Nella fuga, Dio gli ha fatto due grazie: a) ha esaudito le sue preghiere (4); b)gli ha dato una sicurezza piena in mezzo al pericolo (5);

2° nella guerra gli ha dato: a) la forza ed il coraggio (6), b) la vittoria completa sui nemici (7);

3° nella pace, ha ricevuto da Dio: a) una protezione speciale contro i nuovi pericoli, b) l’abbondanza generale di tutti i beni (8).

Spiegazioni e Considerazioni

I. — 1, 2.

«Salmo di Davide, quando fuggiva davanti ad Assalonne suo figlio ». I re – dice al proposito di questo titolo San Crisostomo – elevano delle statue trionfali ai loro generali vittoriosi, i magistrati erigono agli atleti dei monumenti e delle colonne che eternizzano il loro trionfo, e le iscrizioni che vi sono incise danno alla materia inanimata come una bocca eloquente per rendere pubbliche le loro vittorie … ma poi quando costoro fuggono davanti al nemico senza muovere battaglia, sono essi degni di lode? Si conoscono i nomi dei fuggiaschi, ma non vengono immortalati certo con delle iscrizioni. Riconosciamo dunque la ragione di questo titolo, comprendiamo perché Davide era perseguitato da Assalonne, e saremo edificati nel timore di Dio.

ff. 1. – Nessuno sulla terra è esente da avversità, nessuno passa un solo giorno senza provare molte contraddizioni. La storia di ogni uomo è sempre intessuta da prove, da insuccessi e disgrazie. – La nostra vita non è che tentazione, tutto il nostro esercizio è la guerra, noi siamo esposti alle cose del mondo come in un campo di battaglia per combattere mille nemici sconosciuti e mille nemici invisibili (Bossuet). Il mondo è così pericoloso quando lusinga e quando perseguita; la carne, i cui violenti desideri vogliono essere soddisfatti; le passioni, che ci assediano da ogni parte; il demone che come un leone ruggente gira intorno cercando chi divorare. Chi non temerebbe nulla in questo stato, non conoscerebbe il pericolo, che venendo lo troverebbe senza il soccorso di Dio, non conoscendo né la sua debolezza, né la forza dei suoi nemici.

ff. 2. – Per Davide, c’erano dei soggetti ribelli, un Sémei che gli gettava le pietre e lo malediceva dicendo: “… via, via, uomo sanguinario, il Signore ha fatto ricadere su di te tutto il sangue della casa di Saul”. Per Giobbe e Tobia c’erano le loro mogli: “… resterete ancora nella vostra integrità?” (Giobbe II). – “La vostra speranza è vana; a che servono le vostre elemosine?” (Tobia II). – Per nostro Signore, c’erano i Giudei: “… egli ha confidato in Dio, che Dio lo liberi ora, se gli vuol bene” (S. Matteo XXVII, 43). – Per noi, i nostri peccati sono tante voce differenti che gridano alla nostra anima: “non c’è salvezza per essa”; ma la voce della misericordia di Dio è ancora più forte. “Voi mi farete ascoltare una parola di consolazione e di gioia” (Salmo IV, 9). – “Dite alla mia anima: Io sono la tua salvezza” (Salmo XXXIV, 3). Non c’è salvezza in Dio, finché la cercheremo in noi stessi; se la cercheremo in Lui, la troveremo infallibilmente.

II. — 3, 4.

ff. 3. “Ma Signore, voi siete il mio protettore, il mio sostegno, la mia gloria”. La fonte della nostra speranza è in effetti quella per cui Dio si è degnato di farsi sostegno della natura umana nella Persona del Cristo. “Voi siete la mia gloria”, secondo questo principio che nulla ci si debba attribuire. “E voi rialzate la mia testa”, sia il Cristo che è per tutti la nostra testa, sia lo spirito di ciascuno di noi che è la testa e l’anima del corpo.

ff.4. – Tre cose sono da notare nella preghiera di David: egli la fa con la sua voce, l’accompagna con grida, e l’indirizza al Signore. – Raddoppiare la sua preghiera ed il suo fervore nella misura che l’afflizione e la tentazione aumentano. – La voce interiore del cuore è un grido possente che giunge fino all’orecchio di Dio. Un grande grido nella preghiera è un gran desiderio (S. Agost.).

III. — 4 – 8.

ff.5. – Il giusto può comprendere questo linguaggio dall’esempio di Gesù-Cristo, che si è disteso volontariamente sulla croce come ci si stende in un letto per dormire, e che si è alzato in seguito risuscitando per la potenza del suo Padre, e per virtù propria. Dolce e gradevole sonno sotto la protezione di Dio. Sonno di morte nell’assopimento delle passioni. Pace, gioia e tranquillità dell’anima nel riposo di una buona coscienza. – Riposo funesto e pace infelice nell’indurimento del cuore.

ff.6. “Non abbiate paura, diceva Eliseo ai suoi servi, vi sono più soldati con noi che con essi, ed Egli vuole farvi vedere in modo soprannaturale che essi avevano un più gran numero di spiriti celesti che combattevano a loro difesa” (IV Re, XVIII, 16, 17). “E allora, se Dio è con noi, chi sarà contro di noi? (Romani VIII, 31).

ff. 7. – tutte le forze riunite dell’inferno non possono rapire a Gesù-Cristo, ciò che il Padre Gli ha donato. “Io do loro la vita eterna, essi non moriranno mai, e nessuno li rapirà dalla mia mano. Il Padre mio che me li ha dati, è più grande di tutti, e nessuno può strapparli dalle mani di mio Padre” (Joan.X, 28, 29). – Non bisogna abbandonarsi ad una eccessiva paura nella tentazione. “… Colui che è in voi è più grande di colui che è nel mondo” (Joan.IV, 4). Gesù Cristo ha infranto i denti del demonio; di modo che può sempre abbaiare, ma non può mordere coloro che Gli vogliono bene.

ff. 8. Verità fondamentale: è solo dal Signore che viene la salvezza. – tutta la vita cristiana, tutta l’opera della nostra salvezza è una continua sequela di misericordia. – “… non c’è salvezza da nessun altro: perché nessun altro Nome nel cielo è stato dato agli uomini per il quale noi dobbiamo essere salvati” (Atti IV, 12). – La benedizione che viene da Dio sugli uomini è la grazia; la benedizione che gli uomini danno a Dio, è la lode e la gloria, la benedizione che gli uomini danno ai loro simili è la preghiera! (Nicepii Blemmida)

IL CUORE DI GESÙ (XX): Il Cuore di Gesù e la Donna.

DISCORSO XX.

Il Sacro Cuore di Gesù e la donna.

Tutti i grandi uomini del Cristianesimo si sono sempre occupati seriamente della donna. S. Paolo, quel primo e sublime interprete del pensiero di Gesù Cristo, come S. Giovanni lo fu del suo amore, in tutte le sue lettere parla della donna con un interesse particolare, e s’incarica della sua istituzione. Egli la segue ne’ suoi diversi stati di vergine, di sposa e di vedova, e le insegna i doveri ch’ella deve adempiere, le virtù che deve praticare, gli scogli che deve evitare, i mezzi coi quali può santificare se medesima e gli altri ed edificare la Chiesa in ciascuno de’ suoi stati. L’Apostolo S. Pietro, nella sua prima lettera raccoglie anch’esso la nostra attenzione sulla donna, e in alcuni versetti ne fa apparire la dignità e ne insegna i doveri. Ad imitazione degli Apostoli, il gran Vescovo e martire S. Policarpo, nella lettera che indirizzò alla Chiesa, prima di andarsi ad immolare per Gesù Cristo, ha dato una bella e soda istruzione per le donne, ed ha fatto conoscere tutta l’importanza della loro santa condotta. Non altrimenti fecero i Padri della Chiesa, quali un Tertulliano, un San Cipriano, un S. Ambrogio, un S. Agostino, un S. Giovanni Crisostomo, e soprattutto uu S. Girolamo, il quale sull’esempio di S. Paolo ha considerato la donna nei diversi stati, in cui si può trovare, e più diffusamente ancora l’ha istruita ne’ suoi doveri come vergine colla sua famosa lettera a S. Eustochia, come vedova nella sua lettera a Furia e in quella a S. Salvina, come maritata e madre nella sua lettera a Leta. Nel medio evo poi, tutti i Sommi Pontefici, tutti i Concili, tutti i Dottori e tutti i teologi si sono occupati, direi in modo particolare, della donna. E in questi ultimi tempi, quattro grandi Santi, per tacere di cento altri, animati da un medesimo zelo e dallo stesso spirito, S. Gaetano Tiene, S. Ignazio di Loiola, S. Vincenzo de’ Paoli, e S. Francesco di Sales si sono riscontrati in un medesimo lavoro nella istruzione cristiana della donna. Che cosa vuol dire ciò, o miei cari? Non è difficile a comprendersi. Quale è la donna, tale in gran parte è l’uomo, la famiglia, la società. La donna pia e pura, la donna veramente cristiana è quella che, madre cristianizza il fanciullo, che figlia edifica il padre, che sposa santifica il marito, che sorella ammigliora il fratello, e con tutto ciò forma religiosa la famiglia, religiosa e felice la società, perché a quella guisa che non è religiosa la famiglia, che per la religione degli individui, così, non è religiosa e felice la società, che per la religione delle famiglie. Al contrario, se la donna è essa irreligiosa, scostumata, non cristiana, la è finita quasi del tutto pel bene degli individui, della famiglia e della società. Pertanto curarsi della istituzione cristiana della donna è curarsi della felicità del mondo. Ma se in vista di sì grande motivo la Chiesa, i Dottori, i Santi si sono così seriamente occupati della donna, essi non lo fecero tuttavia, che seguendo il modello di ogni particolare sollecitudine, di ogni peculiar zelo, di ogni speciale carità, nostro Signor Gesù Cristo. Ed in vero come mai il Cuore Sacratissimo di Gesù, così interessato della felicità degli individui, delle famiglie, della società, come mai non avrebbe dimostrato una grande carità per questo essere così debole, eppur così potente ad un tempo, da valere in gran parte a produrre una tale felicità! Sì, anche apro della donna questo Cuore Santissimo ebbe fiamme d’amore; ed è quello, di cui devo parlarvi oggi.

I. — Che cosa deve essere la donna secondo lo spinto del Cristianesimo? Apriamo la Bibbia: essa ce lo insegna fin dalle prime pagine. Quando Iddio ebbe creato l’uomo, dice la Sacra Scrittura, Dio guardò a lui, e tocco il cuore alla vista della sua solitudine, pronunziò queste parole, una delle più tenere, che siano uscite dal suo labbro: «Non è bene che l’uomo sia solo: facciamogli una compagna simile a lui, che possa servirgli di aiuto: « faciamus ei adiutorium simile sibi. » Ecco quel che deve essere la donna: l’aiuto dell’uomo: l’aiuto dell’uomo non solo per quanto si riferisce ai suoi bisogni di natura, ma eziandio e principalmente per quanto si riferisce ai suoi bisogni spirituali. Contribuire pertanto all’acquisto dell’eterna salute dell’uomo è il fine principale della donna, la sua missione, il suo ministero, la sua gloria, la sua grandezza, la sua dignità. Ma osserviamo bene, o miei cari, che le parole di Dio « Non è bene che l’uomo sia solo » hanno un senso generale e indeterminato, e che per conseguenza le parole « facciamogli un aiuto che gli rassomigli » hanno lo stesso senso, e significano avere Iddio costituito la donna come l’aiuto dell’uomo in tutti gli stati, in tutte le condizioni, in cui può trovarsi; cioè la donna non è soltanto l’aiuto dell’uomo nello stato domestico, ma eziandio nello stato sociale e religioso. A tal fine, perché la donna fosse l’aiuto dell’uomo, sempre e dappertutto, Iddio doveva dargliene la capacità. È quello che fece. Egli che equilibrò mirabilmente gli esseri, che compongono l’universo, con la forza e con la bellezza, operò la stessa cosa in quei due esseri, che dovevano comporre la famiglia e la società; e all’uomo diede massimamente la forza, alla donna la bellezza. All’uomo la forza del genio, della volontà, ed anche quella dei muscoli, perché comandi comandando; alla donna la bellezza del cuore, dello spirito, del tratto, dello sguardo, delle forme esteriori, perché comandi pregando. Di fatto la donna, più debole dell’uomo quale essere fisico, è più forte dell’uomo quale essere morale. In diritto è l’uomo, che deve comandare alla donna, di cui è sovrano e signore; ma nel fatto è la donna, che riesce assai facilmente a piegare l’animo dell’uomo alla sua volontà. E sì grande è la signoria, che ella può esercitare sul cuor dell’uomo, che quando si fa a tutta impiegarla sia in bene sia in male, l’uomo fosse pure perfetto come Adamo, forte come Sansone, accorto come Sisara, pio come David, sapiente come Salomone e feroce come Oloferne, finisce quasi sempre per lasciarsi soggiogare dalla donna, per cedere a lei, per obbedirla, e lui felice se non ne diventa anche il trastullo! Lo stesso Giangiacomo Rousseau diceva argutamente che le sorti del mondo sarebbero state diverse, se Cleopatra avesse avuto un naso più piccolo. È vero che si vedono tante volte degli uomini, che tiranneggiano le loro mogli, ma questo avviene ordinariamente quando questi sciagurati sono alla lor volta tiranneggiati da altre donne, di cui sono divenuti gli ignobili schiavi. Tale è l’attitudine della donna. – Ma sventuratamente la donna fin dal principio abusando dell’attitudine da Dio ricevuta, tradì la sua missione, ed invece di essere il vero aiuto dell’uomo, ne fu la rovina. E Iddio la punì con una doppia condanna, di essere sempre soggetta all’uomo e di non generare i figli che nel dolore. Anzi, quasi che questa doppia condanna non fosse bastata, Iddio parve volerla punire anche più terribilmente col permettere che l’uomo, apostata dalla vera religione, valendosi scandalosamente della sua dignità e della sua forza, si recasse come a spaventevole dovere e ad infernale piacere di avvilirla e di trattarla come il più spregevole di tutti gli esseri. Perciocché in quei quattromila anni, che precedettero la venuta di Gesù Cristo sulla terra, ed anche oggidì presso a quei popoli, dove non è arrivato ancora il Cristianesimo o fu distrutta la sua benefica influenza, l’uomo ha accumulato contro la donna quante durezze e quanto avvilimento ha saputo immaginare. Egli ne ha fatto una cosa, una proprietà, una schiava, uno strumento di sfogo ai suoi più brutali appetiti. L’ha coperta di un velo e l’ha nascosta nel luogo più segreto della casa, come una divinità malefica o quale un essere sospetto; le ha raccorciati i piedi sin da bambina, affin di renderla inabile a camminare e a portare il suo cuore dove le piacesse; l’ha assoggettata alle fatiche più dure e più penose; le ha negato ogni istruzione e tutti i piaceri dello spirito, fino al punto, che in certe contrade il viaggiatore abbattendosi in uno di questi esseri avviliti e richiedendolo della sua via, la donna rispondeva: « Io non so nulla, perché sono una donna. » Fu condotta a marito sotto la forma di compra e di vendita; fu dichiarata incapace di succedere al padre od alla madre, di far testamento, di esercitar la tutela sui propri figliuoli e persino di conservar loro la vita dopo di averli dati alla luce, giacché questo diritto era riservato al padre soltanto. Finalmente, secondo le diverse legislazioni pagane, con una barbarie ed ignominia orribile, o fu costretta ad accompagnare il cadavere del marito, e giovane ancora e piena di vita lanciarsi sul rogo di lui, perché così la vita del marito fosse al sicuro, ben sapendo essa, la moglie, che in nessun caso avrebbe potuto al marito sopravvivere; o dovette sottostare al ripudio e dopo essere entrata in una casa adorna di gioventù e di bellezza, andarsene appassita dagli anni e dalle infermità, cacciata nella strada come un mobile logoro che si ha noia di più lungamente vedere tra i piedi, in mezzo alle insolenze e agli sghignazzi degli schiavi, che si facevano a schernire come schiava loro pari colei, che il dì innanzi era stata la loro signora; o infine venne rinchiusa siccome un gregge di bestiame fra quattro mura di un harem per essere fra la noia e il dispetto di interi anni non già l’oggetto di una vera e durevole affezione, ma per un breve istante l’ignobile strumento di una passione brutale. Ecco, o miei cari, che cosa è avvenuto della donna dopo la sua caduta. Ma sia lode a Dio! Gesù Cristo discese sulla terra per ristorare ogni cosa. E il riaffermare la grandezza della donna, il rimetterla nel suo ufficio, e l’assicurargliene tutto il potere di ben esercitarlo, non fu certamente l’ultima prova di carità del suo Cuore Santissimo verso il genere umano. Che fece adunque Gesù Cristo in pro della donna? Di qual maniera spiegò verso di essa la carità del suo cuore? Udite, che son meraviglie. Ma notate bene, o miei cari, che io qui non parlo solo di quella carità, che Gesù Cristo ebbe per le donne del suo tempo e della sua patria, di quella carità con cui accoglieva ai suoi piedi le peccatrici pentite, o le aspettava al pozzo di Sichem, o le difendeva da quei che le volevano lapidare, per donar loro il suo perdono e la sua grazia; non parlo solo di quella carità, con cui allo spettacolo di povere donne piangenti per la morte dell’unico figlio, o per quella dell’amato fratello, o per i travagli della propria figliuola si commuoveva, ponendo mano ai miracoli per sollevarle dalla loro afflizione; non parlo solo di quella carità, per cui alle donne di gran fede ridonava la salute col semplice tocco del lembo della sua veste, no, non parlo solo di questa carità particolare; io parlo propriamente di quella carità generale, immensa, con cui il Cuore di Gesù Cristo si volse a ristorare e beneficare la donna di ogni luogo, di ogni tempo e di ogni condizione. Egli adunque imprese anzitutto la ristorazione della donna col grande mistero della sua Incarnazione e con la grande opera della sua redenzione. Per questo mistero e per quest’opera, una donna, Maria, è divenuta la Madre di Dio, di Colui, come canta la Chiesa, che i cieli non possono contenere, e al quale la luna, il sole, e tutte le cose servono in ogni tempo; per questo mistero e per quest’opera una donna, Maria, ha cooperato con Gesù Cristo a redimere il genere umano dalla schiavitù di satana; per questo mistero e per quest’opera il sesso, che nella prima donna aveva concepito il peccato nel cuore e aveva cagionata la rovina del mondo, concepì nel suo seno verginale l’Autore della grazia e procacciò al mondo la salute; per questo mistero e per quest’era insomma il sesso così umiliato da Eva venne esaltato sopra ogni dire nella persona di Maria. E dopo questo mistero e quest’opera, vale a dire dopo un Dio Redentore concepito e nato da una donna, dopo una donna divenuta per grazia Corredentrice del mondo, era ancora possibile che la donna continuasse ad essere riguardata tra i popoli credenti come un essere impuro e malefico? In secondo luogo Gesù Cristo attese alla ristorazione della donna con una dottrina, la quale riprovando e condannando i disprezzi, che pel passato eransi usati verso di lei, richiamava in vigore i diritti che ella aveva alla libertà, all’eguaglianza, e alla venerazione in faccia all’uomo. Un giorno alcuni dottori della legge si presentarono a lui e gli dissero: « È egli permesso sì o no all’uomo di ripudiar sua moglie per qualsivoglia causa? » Essi certamente non facevano questa domanda per ottenere una risposta, che fossero pronti a seguire, ma come nota il Vangelo, (MAT. XIX) solamente per giovarsi di essa a calunniarlo ed accusarlo presso di coloro che ne sarebbero stati offesi : tentantes eum. Ma il divin Redentore, mostrando di non fare attenzione alla perversità delle intenzioni, con cui lo interrogavano, pigliò di lì occasione per rivelare al mondo e stabilire in esso colla sua divina sapienza e carità la sua sublime dottrina riguardo alla donna. E rispondeva: «Non avete voi letto nella Scrittura, che Colui, che fece l’uomo al principio, li fece maschio e femmina, e che per mezzo di Adamo, suo profeta, ha detto: Pertanto l’uomo abbandonerà suo padre e

sua madre e sarà unito a sua moglie, ed essi saranno due in un solo cuore? L’uomo adunque non si attenti di separare quel che Iddio ha congiunto. » Così parlava Gesù Cristo, e così parlando non riponeva la donna nei suoi primieri diritti, nella sua primiera grandezza? Ma infine Gesù Cristo compiva mirabilmente l’Opera sua di carità a pro della donna, da una parte con l’istituzione del Sacramento del Matrimonio, Sacramento grande, che raffigurando le mistiche nozze di Gesù Cristo con la Chiesa, e il vicendevole amore di cui si sarebbero ricambiati in eterno, doveva con la sua unità, indissolubilità e santità assicurare alla donna nel modo più efficace il rispetto e l’amore dell’uomo; e dall’altra disvelando il pregio della verginità e indicando l’ufficio di angelo, che deve esercitare sulla terra un’anima vergine. E per tal guisa ristabiliva pienamente la donna nella sua grande missione di essere in ogni stato e sempre l’aiuto domestico, sociale e religioso dell’uomo. E che queste siano state le mire di Gesù Cristo, lo intesero perfettamente gli Apostoli, i quali, in seguito, nelle loro lettere interpretando e commentando il Vangelo con una energia che atterrisce, condannarono tutti gli orribili delitti contro la donna e la poligamia, e la licenza, e la schiavitù, e l’avvilimento; e colle dottrine più pure, più sublimi e più sante tracciarono a lei e come vergine, e come sposa, e come figlia, e come madre, e come vedova, la via sicura per raggiungere la sua méta. E dopo di ciò, e come effetto di tutto ciò, di mano in mano che il Vangelo penetrò fra le genti, mutatesi le idee, le leggi e i costumi del paganesimo in pregiudizio della donna, vi sottentrarono costumi, leggi e idee, del tutto in suo vantaggio. E la donna, ribenedetta da Gesù Cristo, levata serenamente la fronte dall’antica abbiezione, rientrata con sicurezza nell’esercizio della sua missione, ha operato meraviglie. Ed anzi tutto fu l’aiuto dell’Uomo per eccellenza, dell’Uomo-Dio; giacché, astraendo dalla stessa Beata Vergine, furono pie e sante donne, che durante la vita pubblica di Gesù Cristo, come ci fa fede il Vangelo, lo servivano ne’ suoi bisogni temporali, alimentandolo coi loro beni ed assistendolo con le loro cure affettuose e rispettose ad un tempo. Quando gli Apostoli, ossequenti alla voce di Cristo « Prædicate Evangelium omni creaturæ, » divisosi il mondo, si sparsero dappertutto a far udire il suono della loro parola evangelica, secondo l’attestazione dei Sacri Libri e della Storia Ecclesiastica, le donne, ancora esse infiammate dall’amore di Gesù Cristo, li accompagnarono per aiutarli nella fondazione della Chiesa. Fefa, Evodia, Sintiche, come dice lo stesso Paolo Apostolo, lavorarono con lui, con Clemente e con altri uomini apostolici nell’opera del Vangelo. Tecla fu chiamata da S. Ambrogio socia Apostoli, la compagna dell’Apostolo, e per tacere d’ogni altra, Marta e Maddalena nella Gallia predicarono ancor esse il Vangelo insieme col loro fratello Lazzaro, e divennero Madri nella fede a quei popoli. Al tempo dei Martiri, furono le donne l’aiuto dell’uomo nel dispiegare uno zelo ammirevole per convertire i loro mariti, i loro padri, i loro figli, i loro parenti alla fede, per sostenerli nella costante professione della stessa, per consolarli nei loro tormenti, per dare onorata sepoltura ai loro cadaveri e per conservare gelosamente le loro preziose reliquie, ma soprattutto nell’avere contribuito col versare il loro sangue, il più puro dopo il sangue che ha inondato il Calvario, ad espiare le colpe dei nostri padri idolatri, e fecondare la Chiesa di nuovi Cristiani e a farvi regnare le virtù più sublimi, la santità più perfetta. E quando la Chiesa, uscita vittoriosa dalla ferocia dei tiranni, si apprestava a trionfare della perversità e delle bestemmie degli eretici per lo zelo e la scienza prodigiosa dei Padri, la gloria della donna cristiana perdette forse alcunché del suo splendore? Non fu mai tempo, in cui l’umanità vedesse in maggior copia geni superiori, i quali alla dottrina più profonda accoppiando la virtù più eroica, senza troppo conoscersi tra di loro si sono trovati in pieno accordo nella medesima fede e nello stesso scopo di far trionfare la verità sopra l’errore. Ma ciò, che pochi conoscono, si è che questi santi e grandi dottori furono generati e formati dall’aiuto della donna, tanto che è quasi impossibile il trovare alcuno di quei dottori, che non abbia avuto per avola, o per madre, o per sorella, una grande santa. In seguito il medio evo presenta lo spettacolo della formazione delle monarchie e delle nazionalità cristiane per l’azione della Chiesa; ma è lo zelo delle sante regine, che sostenne quest’azione, e che formò i Santi re, dei quali il medio evo, troppo codardamente dispregiato, a differenza dei tempi nostri fu così fecondo e così ricco. Così avvenne in Francia, in Spagna, in Isvezia e in Alemagna: quanto all’Italia basta ricordare accanto ad uno dei più santi e grandi Papi dopo S. Pietro, Gregorio VII, quella contessa Matilde di Canossa, che fu ben degna d’essere stata appellata dagli scrittori del suo tempo un’altra Debora. Ma accanto alle sante regine, ecco in quel tempo istesso le sante religiose, che sequestratesi dal mondo, pure raffermarono la religione popolarizzando la santità nel mondo, e cooperando alla fondazione di tutti gli istituti religiosi. Intanto simile ad una face, che in sullo spegnersi raggia di uno splendore più vivo, il medioevo prima di addormentarsi nel silenzio dell’eternità, aveva fatto manifesto la sua fine con le più grandi invenzioni del genio umano, la bussola, la polvere da fuoco e la stampa, la prima delle quali davaall’uomo l’impero dei mari, la seconda l’impero della terra, e la terza l’impero delle intelligenze. Difatti mercé la bussola e la polvere da fuoco l’antico mondo ha scoperto e conquistato il nuovo. Ma questo avvenimento, il più grande, il più fecondo, il più importante di tutti dopo lo stabilimento del Cristianesimo, Cristoforo Colombo, che è nostro, Columbus noster est, (Leone XIII) non lo ha recato ad effetto, che mediante i concorso di una donna, di una regina, la più notevole della Spagna, Isabella la Cattolica. Infine, per tralasciare questa rassegna sebben fuggitiva, che cosa non hanno fatto e che non vanno facendo tuttodì in aiuto dell’uomo gli Angeli della carità, sotto qualsiasi abito e di qualsiasi istituto e nelle scuole, e negli asili, e negli ospizi, e nei ricoveri, e negli ospedali, e nelle carceri e sui campi stessi di battaglia? Eppure, o miei cari, tutto ciò non è altro, se non ciò che apparisce in pubblico; ma io vi dico, che se si potesse vedere il bene privato, che da diciannove secoli la donna cristiana va operando nel seno della famiglia, sostenendo la fede dei mariti, dei figli, dei fratelli, stornando dal loro capo le folgori divine, convertendoli dai loro traviamenti, si resterebbe altamente meravigliati e quasi non si crederebbe. Ma il fatto è tale; perché la donna fu creata per essere l’aiuto dell’uomo; Gesù Cristo ha riaffermata la sua missione, e la donna cristiana l’ha adempiuta e l’adempirà sino alla fine del mondo.

II. — Ma a quali condizioni, come è riuscita pel passato, così riuscirà per l’avvenire a compiere la sua missione di essere l’aiuto domestico, sociale e religioso dell’uomo? A due condizioni principalmente: che la donna sia pia e casta. – La pietà quale virtù cristiana come a tutti è utile, così a tutti è necessaria, epperò non meno all’uomo che alla donna. Tuttavia, se si considera come restando pia o religiosa la donna, facilmente si serba o ritorna la Religione all’uomo, mentre al contrario irreligiosa ed empia la donna, resta o diviene irreligioso anche l’uomo, la pietà cristiana si manifesta per la donna di maggiore necessità. Ed è nella pietà cristiana, nei suoi sentimenti, nelle sue pratiche, nella frequenza della Confessione e della Comunione, nell’uso costante della preghiera ardente, nella visita dei sacri altari, nell’amore vivo di Gesù Cristo, nelle speranze immortali del cielo, che essa anzitutto attingerà la forza, di cui abbisogna per essere in qualsiasi stato l’aiuto dell’uomo. Nemo dat quod non hàbet: nessuno dà agli altri quello che esso non ha, e non potrà essere mai che una donna senza pietà religiosa ottenga di per sé, che l’uomo, sia egli sposo, sia figlio, sia fratello, s’indirizzi per la via del bene. Anzi, quando il cuor della donna fu devastato dall’irreligione, è cominciata la sua stessa degradazione, il suo turbamento, e chi sa forse? la sua dissolutezza e la sua vergogna. Il mondo lamenta oggidì la frivolezza della donna. Ma guardando da vicino, che si vede operare oggidì per formare la donna sodamente religiosa e pia? Che si vede nelle scuole, negli istituti, nel seno stesso della famiglia? Oh! si vede ben poco di ciò, che può raggiungere questo santo scopo, e si vede ben molto di ciò, che ottiene uno scopo del tutto contrario. Oggidì per francare la donna dalla soverchia pietà, dalla così detta vita devota, ancor giovinetta la si manda alle scuole ginnasiali, liceali e tecniche, dappoi a quelle universitarie, le si apprende la moda di correre sul biciclo, le si fa conoscere nei romanzi, nei teatri, nei balli la vita del mondo, le si danno lezioni di galanteria, la si conduco a conferenze in apparenza storiche o scientifiche, in realtà irreligiose e massoniche. E in quanto a Religione non si vuole permettergliene che un po’ e quel po’ al tutto superficiale. Ciechi e stolti che sono! Scalzano essi medesimi le basi dell’edificio e poi meravigliano, ch’esso crolli e vada in rovina! O donna cristiana, che mi ascolti, non curando le derisioni del mondo, le contrarietà istesse degli uomini di casa, tienti stretta a questo Crocifisso; anche Gesù Cristo sarà in fondo al tuo cuore, la corona di regina brillerà sul tuo capo. Se il marito, il figlio, il fratello ti contraria, perché religiosa e pia, è segno che li sovrasti e, senza pur parlare, aspramente li rimproveri. Ma in quel giorno, che il tuo cuore non batterà più di amore per questo Dio, che il labbro non si aprirà più alla preghiera, che nella tua anima moriranno le speranze del cielo, in quel giorno perderai la fede della tua missione, scadrai dalla tua dignità, e sarai un’altra volta un essere tanto più miserabile, quanto più perverso, o per lo meno darai ragione ad uno dei tuoi adulatori e nemici, che ebbe l’ardire di definirti « un essere che si abbiglia, ciarla e si spoglia. » Sì, tutto andrà a terminar lì, ad essere quasi una pupattola, che si adorna e nella sua conversazione ha un non so qual garrito di uccello. Religione! Religione, o donna, e conserverai tutta la dignità di vero aiuto dell’uomo, e sarai veneranda, dinnanzi a tutti, fossi pure la donna di un mandriano. Ma con la religione la castità. È un fatto, o miei cari, che la donna è tanto più affettuosa e tenera, epperò tanto più atta alla sua missione, quanto più essa è casta. Vi ha egli al mondo, per esempio, cosa più sorprendente, più incomprensibile del disinteresse, del sacrifizio di sé di quelle suore, che si prendono cura dei malati e dei figliuoli dei poveri con una costanza, che non cede che con la morte? L’amore medesimo di madre, secondo la natura il più forte, il più energico, il più impetuoso, il più intrepido di tutti gli amori, impallidisce dinnanzi all’amore di queste madri improvvisate dalla grazia e dalla carità; perché alla fine se la madre si consacra fino alla morte per i figliuoli, questi son frutti delle sue viscere, sono pari di lei stessa, sono in certa guisa lei medesima riprodotta in una vita nuova, laddove queste eroine della carità si dedicano per esseri che sono loro estranei pei legami della natura e del sangue, e persino in quanto a quelli di nazionalità e di religione. Ma questi angeli d’amore sono vergini consacrate da un voto terribile alla professione della castità più severa del corpo, dello spirito e del cuore. E se la donna nel mondo non potrà essere nella carità tutto ciò che è la suora, senza dubbio ella sarà quanto deve essere per la famiglia, per la società e per la religione se anche senza voto, ella si manterrà casta in qualsiasi stato, o di donzella, o di sposa, o di vedova. Sì, o miei cari, studiate la donna in seno alla famiglia e voi vedrete che la sposa più tenera per suo marito e più interessata pel suo bene è quella, che gli è più fedele; che la madre più affezionata a’ suoi figli è quella che è più casta; che la sorella, che ama i suoi fratelli con affetto illimitato, è quella che è più pura. Studiate la donna nella società e vedrete, che la più compassionevole verso le altrui miserie, la più pronta e la più generosa nel soccorrere è la donna più riservata; studiatela ancora nella Religione e vedrete anche lì che la più zelante nella pratica della medesima e nella sua propaganda è sempre quella, che ha il cuore libero dagli impacci del senso. Ma al contrario quando nella donna manca o vien meno la severità dei costumi, allora e religione e società e famiglia non sanno più che cosa sia la sua tenerezza ed il suo interesse. Allora la donna da angelo diventa demonio, da creatura incantevole diventa un mostro, da tutto ciò che v’ha di meglio diventa tutto ciò che v’ha di peggio. E lei, che doveva essere l’aiuto dell’uomo ne diventa, orribile a dirsi, il feroce assassino. Strana cosa, ma pur vera! Il vizio dell’impurità produce’ nei due sessi effetti diversi. L’uomo che si abbandona alla dissolutezza diventa codardo e stupido, e soffre in pace ogni cosa; la donna invece, che corre la stessa via, diventa audace, usurpatrice e feroce; e ciò che fa dell’uomo uno stolido giumento, tramuta la donna in una tigre crudele. Ricordate Erode ed Erodiade. Infiammati ambedue di turpe passione e non respiranti altro che voluttà, erano ambedue mostri di libertinaggio; ma rispetto a S. Giovanni Battista, Erode, l’uomo, non fu che un mostro di debolezza; laddove Erodiade, la donna, fu un mostro di crudeltà. Non ostante i suoi vizi Erode ebbe sempre in istima quel Santo, e gli portava benanche un rispetto riverenziale, e se lo fece incarcerare, non fu che per cagione di Erodiade. Ma la carcerazione del giusto non contentò questa donna, perché finché viveva, vi era sempre in lui un argomento di timore per i suoi amori colpevoli. Bisognava dunque farlo morire. Un giorno Erode celebrava la sua festa in mezzo alle orge, a cui si danno i santuari della dignità regia quando sono tramutati in asilo di libertinaggio. La figlia di Erodiade gli piacque con la sua danza voluttuosa, e il re le fa la profferta di tutto ciò che sarà per domandare, fosse ben anco metà del suo regno; ed obbliga con giuramento la sua parola. Salome si fa a consultare la madre, e la madre le impone di chiamare in un piatto la testa di Giovanni Battista. La domanda è fatta, Erode, cede ed Erodiade trionfa. Si vide allora una giovine donzella recar nelle sue mani un capo spiccato e grondante sangue, senza stornar il volto da tale spettacolo, capace di far ribrezzo ad un selvaggio. Ed Erodiade piglia nelle impure sue mani quella testa venerabile, e, come ci attesta S. Gerolamo, estrattane la lingua, la trafigge replicatamente con gioia feroce per punirla dello zelo con cui aveva predicato la verità. Quanti delitti in un solo! Donde mai è uscito questo mostro di donna? – Eppure, o miei cari, questa istoria evangelica è una figura od una profezia di ciò che ogni dì si adempie. La donna voluttuosa, anche madre, più non ama i suoi figliuoli, ne trascura l’educazione, ne consuma il patrimonio e fa mercato del loro avvenire e della loro felicità. Ma peggio ancora talvolta essa li odia, come impacci alla sua vita disonesta e li sacrifica al piacere di essere libera, ed ai furori della sua passione. Gli statistici dei delitti provano, che l’infanticidio non è che l’orribile pensiero che l’impurità ha fatto germogliare nel cuore della donna, e l’opera delle sue mani più assai che il pensiero e l’opera del padre. E come madre è pronta e facile a sacrificare i suoi figli, come sposa è pronta e facile altresì a sacrificare il suo marito. La storia non ha che un grido per dire, che la donna senza pudore è stata pure la donna più feroce; e bastano per tutte Elisabetta d’Inghilterra e Caterina II di Russia. E nel mentre che la donna senza castità è crudele nella famiglia, diventa insensibile verso i sofferenti della società, le cui piaghe, anche più spaventose, non la commuovono punto e la cui miseria non cagiona in lei che un senso di disprezzo. Soprattutto poi diventa cinica in fatto di Religione. Le credenze e le pratiche religioso, essa, la donna, giunge al punto da coprirle della beffa e dell’odio. Di modo che, si potrebbe dire, cheper la donna non v’ha che un vizio ed una virtù, perché se ella è casta, ella possiede tutte le virtù; se ella è impura è al colmo di tutti i vizi. O donne cristiane, pensate seriamente a ciò, e con la brama più viva di conservare la vostra dignità e di corrispondere alla grandezza della vostra missione, raffermatevi nel proposito di essere sempre pie e caste.

III. — Ma finalmente di quali mezzi la donna si varrà a compiere efficacemente la sua missione? I mezzi, di cui ella deve valersi, sono tre principalmente: l‘esempio, la parola, il sacrifizio. Anzi tutto l’esempio. È ciò che raccomandava alle donne il principe degli apostoli S. Pietro, affinché i mariti al considerare l’umiltà, la castità, la buona condotta delle mogli, nell’avere dinnanzi per loro mezzo una continua predicazione vivente del Vangelo di Gesù Cristo, a poco a poco se non sono virtuosi, vengano ancor essi guadagnati alla virtù. Epperò, prosegue il medesimo Apostolo, la vostra cura non istia già tanto nell’acconciarvi i capelli, nell’adornarvi di collane, di braccialetti, di smaniglie d’oro e nel mettervi indosso vesti sfarzose, ma istia nell’adornare l’animo vostro delle più belle virtù, le quali sole sono veramente preziose agli occhi di Dio. Questo per l’appunto era l’ornamento col quale si abbellivano quelle sante donne antiche, le quali intendevano di piacere davvero ai loro mariti. (I PETR. III) Oh! la virtù è cosa, che si impone a tutti, ma la virtù soda e vera di una donna cristiana nel seno della famiglia ha sopra il cuor dell’uomo una potenza ineffabile. – In secondo luogo la parola; parola umile, prudente, dolce, affettuosa. In certi istanti così opportuni, la parola, dalla donna rivolta all’uomo, ha un accento di persuasione e di forza indicibile. Quanti uomini in seguito ad una di queste parole lasciarono la bestemmia, l’errore, l’empietà, per gettarsi pentiti in braccio a Dio! E qual è quell’uomo, ad esempio, che a sessant’anni non si lasci conquidere dai delicati e teneri lamenti di una sua figliuola? Chi avendo gittata la fede nella pienezza della vita, ora sul declinar degli anni in udire la sua giovane figlia parlargli di Dio, della pace e della gioia che si prova nell’amarlo, con un candore ed una schiettezza che rapiscono, chi mai non si arrende in un profluvio di lagrime, e non torna, come quando era fanciullo, a gettarsi appiè di un Sacerdote per cominciare, ancora in tempo, una vita di pentimento e di espiazione? O tenerezza delle vie di Dio! Nostra madre ce ne insegnava il nome, quando eravamo bambini; la sposa lo ha ripetuto nell’intrinsichezza nuziale all’anima inebriata del giovane; la figlia lo ridice ancora al vecchio incurvato dal peso della vita, rifacendogli una rivelazione tutta giovane e tutta vergine. Un dì sapremo in cielo quante anime sieno state il frutto di quest’ultima violenza della verità e quante anime sul fluir della vita si siano riscontrate in Dio, condotte per mano dall’angelo benefico di una pia ed amata figliuola! – Finalmente sacrifizio. Dire sposa e madre e dire donna del martirio è la stessa cosa. Alle volte quali dolori per parte di un marito disamorato e crudele! Ed altre volte quali ambasce per parte di figli, che tralignano dalle speranze della verde età! È allora, o donne, che le lagrime diventano il vostro pane quotidiano! Ma deh! non lasciatele andar perdute, non lasciate inoperose queste sofferenze, di cui più d’ogni altra va ripiena la vostra vita. Offritele a Dio con animo generoso, e il martirio del vostro cuore non gli tornerà meno gradito del martirio del sangue e della penitenza. Il vostro dolore messo qui appiè dei tabernacoli, nelle mani, anzi nel cuore di Colui che disse: « Venite a me, o voi tutti, che siete afflitti, ed io vi consolerò, » o fatto salire dal secreto della vostra stanza come nuvola d’incenso odoroso al suo trono celeste, gli farà sì dolce violenza, che lo costringerà ad apprestarvi la consolazione e il gaudio. – Tali, o miei cari, tali sono i mezzi, di cui la donna deve valersi nell’adempimento di sua missione; missione ch’ella deve compiere in ogni tempo, ma allora massimamente quando per un morente sovrasta l’eternità. Sì, è allora che dessa o sposa, o madre, o parente, o conoscente, o vicina dell’infermo moribondo, con cristiano coraggio deve avvertirlo del suo stato; è allora che valendosi della specialissima assistenza che essa gli presta, di tutta la grazia dei modi e di tutta l’energia degli affetti, di cui Iddio l’ha dotata, deve invitare, pregare, scongiurare, persuadere, indurre a ricevere i Sacramenti; è allora, che anche non voluta ascoltare e forse persino disprezzata nelle sue suppliche e nelle sue lacrime, deve pur risolutamente chiamar il prete e con qualche santa industria introdurlo e farlo appressare all’infermo; è allora che arditamente deve farsi veramente donna, domina, la padrona di casa e non sottostare a quelle inique ordinazioni di medici, che vogliono togliere al morente financo la vista e il bacio d’un Crocefisso e mettere alla porta con fiera indignazione chiunque, sia pure sotto il manto della parentela o dell’amicizia, si attentasse di venire per accingersi all’opera satanica del solidario; è allora insomma che la donna facendosi un’estrema volta il vero aiuto dell’uomo deve procacciargli una morte confortata dalla Religione e soprattutto dalla visita e dalla comunione di Dio. Ben’avventurate quelle donne cristiane, che comprenderanno appieno l’importanza di questa specialissima missione e si daranno con animo volenteroso a compierla! Al tempo delle persecuzioni le donne cristiane si mescolavano spesso con le donne pagane incaricate del servizio delle prigioni, e con le loro ardenti parole aumentavano il coraggio e la fermezza dei martiri. Ciò saputosi dai tiranni, si fece il divieto a qualsivoglia donna d’entrar nelle prigioni. Ma lo zelo di quelle, altrettanto ingegnoso quanto eroico, seppe eludere questa precauzione crudele della tirannia. Nella persecuzione di Massimiano, sul cui principio fu pubblicato un tale divieto, Santa Natalia sposa del Martire S. Adriano, si tagliò i capelli, si vestì da uomo, e poté così continuare ad entrare nelle prigioni dei Confessori di Gesù Cristo ed esercitare con essi la sua missione di carità alleviandoli nei patimenti, raffermandoli nella costanza e recando loro insieme con quello del corpo il celeste alimento dell’anima. Un tale esempio seguito da altre passò in consuetudine, ed allora si videro le più illustri dame cristiane fare il sacrifizio delle loro magnifiche chiome e mutare la veste matronale nella vile tunica degli schiavi per avere la felicità di servire i confessori della fede. Miei cari! Quello che fecero le donne cristiane ai tempi delle persecuzioni, è quello pure che sapranno fare le donne cristiane ai tempi nostri. L’ingegno e l’eroismo di queste nel vincere la durezza dei loro uomini non sarà inferiore all’ingegno ed all’eroismo di quelle nel vincere la tirannia dei persecutori, e mercé tale ingegno ed eroismo noi vedremo scemate le morti anticristiane e moltiplicato invece il numero di coloro che muoiono nel bacio di Gesù. Cristo. – E così sia, o Cuore Sacratissimo di Gesù, mediante quelle grazie di benedizione e di salute, che la Chiesa vostra sposa, e figura per eccellenza della donna, vi domanda costantemente prò devoto femineo sexu, per il devoto femmineo sesso, coll’intercessione della più pura, della più grande, della più potente fra le donne, la Madre vostra, Maria Santissima. Sì mercé una tanta intercessione, concedete alla donna cristiana di essere mai sempre fedele alla sua missione, di aiutare con efficacia l’uomo suo compagno ad operare la salute, perché un giorno l’uno e l’altro di questi esseri, che voi avete creato per unirli qui in terra nella vostra fede e nel vostro amore, siano pur per sempre uniti nel vostro gaudio in cielo.

LE BEATITUDINI EVANGELICHE (-1B-)

LE BEATITUDINI EVANGELICHE (1B)

[A. Portaluppi: Commento alle beatitudini; S.A.L.E.S. –ROMA, 1942, imprim. A. Traglia, VIII, Sept. MCMXLII]

CAPO PRIMO

Beati pauperes spiritu, quoniam ipsorum est regnum cœlorum

[Beati i poveri di spirito perché di essi è il Regno dei Cieli]

II

LIBERI SONO I POVERI COME GLI UCCELLI

Anche qui « poveri » sono, non quelli che si trovano sprovvisti di beni, ma tutti coloro i quali, se privi si tengono esenti da invidie, se provvisti si tengono indipendenti e sciolti da ogni oggetto terreno e sono del tutto pronti a disfarsene come la Provvidenza mostri di volere. Veramente liberi sono questi poveri. Essi non subiscono nessuna soggezione da parte di codesti averi. Non fanno loro gola. Non li attirano. Non ne sognano. Neppure allorché essi abbiano nell’animo di condurre a termine opere di utilità del prossimo e occorra il denaro. Si trovano in una condizione di piena indipendenza dalle cose esterne. Ne sanno usare e sanno farne a meno. Sciolti come uccelli, volano su cose e vicende, e nessun vischio le avvince. Neppure ne subiscono alcun fascino, poiché ne hanno visto e conoscono con l’utilità anche il peso e il disagio. Il loro cuore è esente dall’intorpidimento, che le preoccupazioni materiali inducono persino negli spiriti più agili. Certamente non gustano questa benedetta libertà quelli che, essendo privi dei mezzi di fortuna agognati, si tormentano della loro sorte. Né hanno nulla della gelosia con cui altri guardano le altrui comodità e ricchezze. Neppure assomigliano a chi, per una volontà di rinuncia orgogliosa, vede la tavola imbandita e s’allontana dichiarando la propria superiorità: subendone la cupidigia. La libertà evangelica, più che di rinuncia, sa di conquista. San Francesco non ebbe gesti di disprezzo, non tolse via lo sguardo con dispetto dal sottile fascino del possesso ma volò verso la sua indipendenza lieto, del tutto agile, di fronte ai legami di una soggezione fastidiosa e seccante. Non è questo lo stato dell’uomo comune, di certo. L’esempio di alcuni Santi non è per tutti. Esso nondimeno ha un alto valore di monito e di richiamo. Ci dice chiaro come siano saggi soltanto coloro che sanno mirare all’intimo delle cose, e a possedere questo piuttosto che l’esterno. La proprietà esterna disturba pensieri e determinazioni; l’interna, vale a dire il possesso di noi medesimi, ci porta verso il vasto cielo della libertà dello spirito.

LA LIBERTA’

Occorre fare un’osservazione. La rinuncia di San Francesco e di chiunque lo imiti, sia pure nella comune vita di famiglia, e non abbandonando nessuno dei suoi impegni, raggiunge questa interiore proprietà e libertà. Non ha il fine di arrivare ad altro possesso di maggior prezzo. Ecco un uomo, che si spoglia delle sue vesti, si getta nel fiume per trarne un oggetto prezioso. Un altro impiega in un rischio tutta la sua sostanza, nella speranza che gli serva a guadagnare assai più di quello che sacrifica rinunciandovi. Costoro non hanno rapporto con la disposizione d’animo, che intendo presentare. Questa intende semplicemente disfarsi d’un impaccio. Se mai chi vuole vivere il consiglio evangelico ha di mira la conquista della vita eterna con un passo più spedito e con un risultato più sicuro. Ma anche in tale caso intende dirigersi con assoluto distacco e per amore di esso. Egli è convinto così di provvedere al proprio interesse e consapevole del valore della conquista raggiunta con la libertà dello spirito. E lo vorrebbe altresì nella ipotesi che la sua risoluzione non gli servisse per il fine supremo, soltanto per il pregio con cui esso gli si presenta. Un padre o una madre di famiglia può apprezzare questo stato d’animo e anche viverne. Non sembri assurdo. Procuri di dare al suo lavoro, per le comuni necessità, il valore di un mezzo imprescindibile e giusto; tenga lungi dal cuore l’avida brama d’una prosperità, la quale in sé è inceppante, cagione di noie e tale da dissipare lo spirito al di là d’ogni sollecitudine sana e atta a facilitare il raggiungimento dei fini della vita. «È certo, che la sola virtù è il sommo bene, scrive sant’Ambrogio, e essa sola è bastevole al frutto della vita beata. La felicità non si consegue con i beni esteriori o del corpo, ma con la sola virtù, mediante la quale s’acquista la vita eterna. Poiché la vita beata è il frutto delle cose presenti e la vita eterna è la speranza delle future. « Nondimeno molti pensano impossibile la vita beata in questo corpo infermo e tanto fragile, nel quale bisogna affannarsi, dolersi, piangere, sopportar malattie. Ma io non dico che la vita beata consiste in una certa allegrezza del corpo e non nell’altezza della sapienza, nella soavità della coscienza e nella altezza della virtù. Infatti felicità è non star con le passioni, ma vincerle e non lasciarsi sopraffare dalla perturbazione del dolore temporale ». (De Off., II, 5). Ed ecco una bella pagina di Ozanam sul concetto di povertà nel Cristianesimo e nel paganesimo: « Nei tempi antichi i poveri erano stati cacciati sotto i piedi; il genio antico li guardava come colpiti dalla riprovazione divina. Ancora ai tempi di sant’Ambrogio i pagani e i cattivi Cristiani solevano dire: Non ci diamo pensiero di far elemosina a persone che Dio ha maledette, poiché le lascia nella penuria e nell’indigenza. Conveniva cominciare con l’onorare la povertà, il che fece dandole il primo posto in chiesa e nelle comunità dei Cristiani. Lo dice san Giovanni Crisostomo: — Come le fonti sono disposte in vicinanza dei luoghi di preghiera per l’abluzione delle mani, che dobbiamo tendere al cielo, così i poveri furono dai nostri predecessori collocati vicino alla porta delle chiese per purificare le nostre mani con la beneficenza, prima d’innalzarle al Signore. — I poveri, più che rispettati erano ritenuti necessari. Ed ecco la gran parola, spesso incompresa e più spesso bestemmiata: — Ci saranno sempre poveri. — Non fu detto che ci saranno sempre ricchi, ma che era necessario che ci fossero sempre poveri, e, in mancanza di povertà forzata, ci fosse la povertà volontaria; che ci fossero istituti nei quali ciascuno facesse volontaria abnegazione della proprietà personale. Ecco come la povertà veniva prendendo il posto che era segnato nell’economia divina; essa diventava il perno della società dei Cristiani ».

LO SBOCCO DELL’AMORE

Sicché è si lecito affermare, che la elemosina, che ora vien quasi malfamata da chi ignora i l cuore umano e gli umani bisogni, non è tanto un dovere, quanto il diritto del Cristiano. Poiché questi è ben lungi dall’umiliare i poveri con i controlli, le inchieste burocratiche, le lunghe attese ufficiali, ma dà senza orgoglio per amore di Dio ein penitenza dei propri peccati. Ci fu un tempo quando si parlava di Gesù Signore e di san Francesco come di due epigoni del comunismo. Ma l’equivoco appariva chiaro a chiunque fosse Cristiano informato. Questa dottrina era un mezzo per appropriarsi dei beni terreni, non per liberarsene. Era la risultante d’una avidità, che passava i confini del puro lamento per la ingiustizia e arrivava a odiare chi n’era esente e a tentare la strada di sostituirlo nel godimento di beni non guadagnati legittimamente. Gesù invece predicò il contrario. Disse : « Non vincolate i vostri desideri a codeste cose passeggere e ingannatrici; non permettete che un quadrato di terra o una borsa d’oro vi assorba talmente il pensiero da non concedervi pace; siate liberi da tutto ciò, conquistate la vita eterna ». – Chi ha responsabilità di famiglia o comunque è tenuto a vivere non nella solitudine, ma in società, deve curare i mezzi di sussistenza di sé edei suoi, ma nondimeno non deve tendere con ansia tutte le sue facoltà verso il possesso di ciò che non corrisponde ai profondi e veri bisogni della vita umana. Gli avidi sono degni di commiserazione e non meritevoli d’invidia. Bisogna predicare ai poveri effettivi, che spezzino anche i l vincolo spirituale verso gli averi e facciano sì, che la loro libertà sia pienamente raggiunta. Bisogna ricordare ai ricchi di diventare poveri in spirito, di acquistare lo spirito della povertà. Così una madre di famiglia è in grado di far balenare alla coscienza dei suoi figli la bellezza del consiglio evangelico, senza timore di sospingerli alla trascuratezza dei loro futuri doveri di lavoro e di responsabilità. Per soddisfare ai doveri comuni della vita, non occorre la schiavitù, né la soggezione alla materia. Tutto è possibile provvedere con piena libertà e indipendenza di spirito. È la condizione di tanta tranquillità e di tanta pace. I figli saranno ben grati per averne conosciuta la bellezza e la via d’arrivo e canteranno le lodi dei loro cari per tutta l a vita, poiché avrebbero battuto il torturante sentiero dell’avidità e invece per loro merito han potuto salire quello libero e solare che conduce alla libertà e al vero benessere.

III

LE GARANZIE DELL’INDIGENTE IL RICCO LADRO

Rifletti alle preoccupazioni del ricco del Vangelo, Egli, prevedendo un raccolto assai abbondante, s’avvide di non avere abbastanza capacità di granai e di cantine. Non soltanto non si trovava soddisfatto d’aver molta merce da gettare in mercato, ma intendeva conservarla più che gli riuscisse, per cavarne un utile più alto allorché il bisogno del pubblico fosse maggiormente cresciuto. Pensa e ripensa, decide di abbattere e ricostruire con criteri più previdenti. L’avarizia, senza che s’avverta, giunge persino a corrompere il giudizio e induce all’ingiustizia. Si ricordi Aman, che voleva impossessarsi della vigna di Nabot. Ne ha una vera passione: e alla ripulsa rispettosa del legittimo proprietario si sente venir meno dalla rabbia. Non mangia, non dorme. Finché la moglie suggerisce l’astuzia che doveva coprire il furto. Anche nelle minori vicende della giornata l’avidità tende a misconoscere la giustizia e a giustificare la frode, commettendo il male contro il diritto del prossimo. In un ufficio, maneggiando le minuscole cose che servono, l’avarizia acceca e sospinge alla sottrazione dell’altrui. L’istinto di appropriarsi della roba d’altri riesce a stimolare ad indelicatezze puerili, ma che sono sintomo di una vera corruzione del criterio del giusto e dell’ingiusto. Chi è povero in spirito sorride ad ogni forma di tentazione d’avarizia, poiché, non ha presa su lui, né può allentare il gusto della libertà di cui gode. Sente il valore della serenità che gli viene da questa indipendenza dalla concupiscenza del possesso, né intende rinunciarvi. Sa che ogni avere è dolore, che ogni possesso è decesso. San Paolo dice l’avarizia, « simulacrorum servitus — schiavitù degli idoli » (Col., III, 5). E di forma speciale. La maggiore battaglia del Signore fu contro l’avarizia dei capi del popolo; il tema principe dei sermoni popolari di San Francesco fu il distacco dalla passione della roba; i Santi senza distinzione offrono al mondo l’esempio della libertà assoluta dell’animo, pur maneggiando sovente molti beni. È proprio chiaro che la santità si tiene in una posizione opposta a quella dell’uomo preoccupato di ammassare. E poiché essi sono anche gli esemplari della letizia e dello spirito sorridente dobbiamo dedurne, che l’avarizia generalmente opprima e soffochi il cuore dell’uomo. È pertanto una passione riprovevole anche per una considerazione esclusivamente umana.

LOTTE SENZA FINE

Non è per causa degli averi, forse, che accadono i maggiori urti fra individui e fra i popoli? Quando un individuo comincia a riflettere, che il suo vicino ha questo e quest’altro e che egli ne è privo, studia il modo come entrarne in possesso lui pure; considera le diverse possibilità; pesa i vari sforzi, che offrono qualche speranza; si decide infine ad affrontare anche quelli meno leciti o del tutto ingiusti. Entra in lui come una suggestione, e vede ogni cosa sotto il prisma di quel sogno, di quello stimolo, di quella passione. Finché si persuade di poterla legittimamente soddisfare. Né è detto, che decisa la questione, tutto sia pacificato. Nell’altro permane il senso dell’umiliazione edella disdetta. Bisogna pensare alla rivincita. Per tal modo vi son famiglie che si fan divorare dalla pubblica amministrazione della giustizia ogni avere. È al contrario chiarissimo, che la intelligenza, la parsimonia, la tenacia del lavoro conducono al benessere assai meglio e con maggiore vantaggio. Soprattutto con onore e vera gloria. La Provvidenza ha distribuito i beni di natura con prodigalità, ma anche con criteri tali da indurre gli uomini a riconoscere una certa interdipendenza fra loro. Chi difetta d’un genere lo potrà trovare presso altri dietro lo scambio di ciò che possiede. Non è forse provvido anche questo bisogno, che tutti urge gli uni verso gli altri, affinché tutti sentano il dovere di ricorrere ai propri simili senza odio, senza avidità?

COMPOSTEZZA DI DESIDERI

I doni di Dio vengono per tal modo valutati secondo verità. Come non riconoscere la volontà del Signore, che vuole l’armonia fra tutti eil rispetto dei particolari diritti? Dio tutela il carattere dell’individuo edel popolo. Lo favorisce ebenedice. L’uomo che esce, per sola cupidigia, dall’ordine fissato dalla natura e che ambisce di valicare le linee di confine segnate dalle capacità congenite, sovente si trova privo delle energie, delle luci, degli accorgimenti necessari alla riuscita. È quindi la povertà in spirito la condizione più propria per arrivare alle mete naturali. Le quali tendono sempre ad elevarsi, ma nell’armonia delle circostanze e delle condizioni. Qui sta il privilegio delle coscienze ordinate e degli spiriti prudenti. E vivono « beati », vale a dire sereni e placati dentro se stessi. Le loro intraprese si svolgono senza le gravi scosse dell’ambizione, senza i contrasti della gelosia. Non turbano la boria d’alcuno. Hanno un tono così spontaneo e schietto, che — a meno di temperamenti malvagi — lavorano circondati dal riconoscimento o almeno dal rispetto. Come non assalgono alcuno, così da nessuno vengono assaliti. E filano tranquilli per la loro ascesa, guadagnando tempo e lavorando in pace, con tanto maggiore successo. – Don Bosco ebbe in alto grado la povertà in spirito eppure fu assai tormentato e turbato nello svolgimento della sua mirabile attività. Ma questo non veniva da invidia o gelosia; si temeva da spiriti miopi per i riflessi politici della sua azione popolare giovanile. Infatti non mancarono le dimostrazioni della violenza politica di chi vedeva nel santo sacerdote una minaccia contro le istituzioni. Ma la sua condizione spirituale, che lo teneva in una perfetta libertà di movimento, costituiva la sua forza; sicché o in un verso o nell’altro egli trovò modo di perseverare o di vincere.  Nessun vincolo o peso lo costrinse a tener in conto gli interessi materiali. La libertà lo fece agile e gli diede la vittoria. Ha verificato in pieno la povertà e s’è conquistato « il Regno de’ cieli » sin da quaggiù. Quale efficacia di bene nell’ambito stesso della Gerarchia ecclesiastica! La sua santità fu riconosciuta ancor vivo e la sua abilità nel condurre gli affari fu messa a profitto dalla fiducia dei Papi.

IV

I GODIMENTI DEI POVERI DI SPIRITO

BENI SCONOSCIUTI

Nella rinuncia, che è base della vita ascetica, sta un merito indubbio. È intanto una dimostrazione ben chiara dell’amore di Colui per il quale la rinuncia vien concepita e fatta. Se la morte è il medesimo segno di amore, l’accettazione d’una astinenza per amore è una prova sicura di esso. Quando si parla di rinuncia occorre tener presente che in essa vengono comprese tutte le cose le quali alla vita esteriore ci legano e ce ne fanno schiavi. Si considera « ricco » nel senso del Vangelo anche colui che ambisce gli onori, la vanità, i titoli onorifici e i primi posti. – È una umiliazione vedere gli uomini d’ogni grado e classe affannarsi per fregiarsi di segni convenzionali e di dati colori alle vesti, per cui la esistenza loro assomiglia ad una « fiera delle vanità ». È vero, che si intende onorare il grado non la persona… Ma che bella opportunità per la mamma avveduta, di far rilevare il poco conto da fare di codeste forme di angusta visione. Esse di solito nella realtà sono in proporzione inversa del merito. Sta bene: lo spirito di distacco, che agli inizi può essere frutto di superamento della naturale inclinazione alle cose di quaggiù, in seguito diventa senso di sollievo e di liberazione; sicché non pesa la rinuncia, ma soddisfa e piace la agilità e levità che rappresentano un vero godimento dell’animo. In tali condizioni non si avverte nessun sacrificio, ma si entra nel vestibolo della piena libertà dei figli di Dio. Il quale poi riconosce l’amore e premia. E il premio nella linea stessa della volontà del fedele è un accostarsi tranquillo e calmo alla realtà sostanziale della vita. Lo spirito libero di seduzioni inferiori riacquista una giovinezza nuova nella sensibilità e nel gusto. Vede la stessa natura con occhio puro e la interpreta. L’occhio che suggeriva al divino Maestro quelle similitudini pregne di bellezza e di significazione. Nella sua visione della natura era la freschezza dell’occhio vergine, che scorge l’opera del Signore, il dono all’umanità, il simbolo delle cose del Cielo. I prati ondeggianti delle colline di Galilea gli servivano come tappeti per la folla avida della sua parola; i laghi erano il quadro pieno di leggiadria delle sue ammonizioni e dei suoi significativi prodigi; i campi lavorati gli suggerivano cento brevi racconti di padroni e di servi, di coloni e di disoccupati, di fedeli agricoltori e di ignavi pronti a sfruttare chi offrisse loro il modo di provvedersi senza travaglio la vita. E le messi dicevano al suo animo tante cose dell’anima, del lavoro spirituale, del raccolto al termine della esistenza di quaggiù; suggerivano la proporzione con cui produce una volontà bene saldata al dovere e decisa di raggiungere il massimo profitto dalla fatica e dal sacrificio per Dio. Gli uccelli dell’aria gli suggerivano l’immagine del ladro dell’anima, ma anche quella della rapidità della vita presente e della cura con cui dobbiamo procurarci i beni, che hanno valore nell’altra.

CANTI DI LETIZIA

I Santi, che vissero nelle forme più prossime a quelle del Signore Gesù, ebbero essi pure questa verginità di visione e seppero esprimerla e viverla. San Francesco sta al primo posto. Ma anche l’aria della sua prima comunità dovette avere questo profumo di spontaneità e di godimento dei doni naturali di Dio. Che cosa dice l’Inno alle creature? Da quale atmosfera spirituale esso è sbocciato, se non da questa vista giusta delle semplici e caste bellezze di cui il Signore ha arricchito la sua opera fisica a servizio dell’uomo? Ciascuna di queste espressioni della sua bontà deve cantare le lodi del Creatore. E Francesco ne dice l’invito. Laudato si, mi Signore. Ogni opera di lui ha una voce, ha un profumo, un suono con cui viene esaltato l’essere da cui ebbe origine. Una simile concezione della esistenza terrena non nasce certo da una dilezione interessata e da un padrone cupido; ma soltanto dalla intuizione immediata e delicata della funzione delle cose, che Dio ci mise paternamente intorno. E sono, si noti, i beni di tutti. Quanto più un Cristiano è spoglio di beni personali, a cui dedicare le proprie attenzioni esclusive e gelose, e meglio sa penetrare il valore di esse, come offerta di Dio alla sua povertà e al suo diritto di godere. – Da questa visione della natura vengono i migliori « Fioretti ». Dove il gusto dell’uva che viene incoraggiato nel bisognoso di cura e il pasto di pane e di acqua attinta alla sorgente viva, accanto alla quale stanno seduti giocondamente Francesco e Masseo, sono i documenti d’una letizia mai gustata dagli schiavi della gola, quali sono comunemente coloro che possiedono. « E vedendo San Francesco, che li pezzi del pane di frate Masseo erano più belli e più grandi che li suoi, fece grandissima allegrezza e disse così — O frate Masseo, noi non siamo degni di così gran tesoro; e ripetendo queste parole più volte, rispose frate Masseo: — Padre come si può chiamare tesoro dove è tanta povertà e mancamento di quelle cose che bisognano? Qui non è tovaglia, né coltello, né tagliere, né scodelle, né mensa, né fanti, né fancelle. — Disse San Francesco — E questo è quello che io reputo grande tesoro, ove non è cosa veruna apparecchiata per industria umana; ma ciò che ci è, si è apparecchiata dalla provvidenza divina, siccome si vede manifestamente nel pane accattato, nella mensa della pietra così bella e nella fonte così chiara; e però io voglio che preghiamo Iddio, che il tesoro della santa povertà così nobile, il quale ha per servitore Iddio, ci faccia amare con tutto il cuore ». Questa pagina dei « Fioretti » è davvero efficace. Il piacere di cui parlammo dianzi vi è espresso in forme plastiche e con parole splendenti. È come un ritornare del gusto allo stato primitivo. Èun rinverdire della sensibilità alle sue esperienze più ingenue, è superare le abitudini esigenti della saturazione e quindi arrivare alla semplicità primitiva e schietta.

ECCO IL PIACERE

La capacità d’ammirare è segno d’intelligenza e di valore morale. Più l’animo si sveglia alle scintille di bellezza e di bontà, distribuite da Dio nelle sue creature, più gli dimostra di non subire l’influsso delle gelosie e delle invidie, che fanno piccolo il cuore. Chi è del tutto sano dal lato morale ha uno spirito che possiamo dire ecumenico, universale. È degno delle compiacenze divine e segna un alto livello di nobiltà del sentimento. Questa attitudine è opposta allo stato d’animo angusto di colui che, avendo goduta la terra, è ormai nauseato e stanco e nessuna cosa piùlo allieta. Così son certi ragazzi viziati dai genitori senza criterio educativo, che tutto hanno concesso e ad ogni richiesta hanno ceduto. Per questo motivo il povero, colui che non fu secondato, ma contrariato nella sua giovinezza e lungo tutta la sua strada brutta e deserta, se mantiene la castità dei desideri, arriva a quella ingenuità e purità, che consentono le più intime gioie dello spirito. Nella famiglia cristiana il culto della semplicità dei desideri educa e prepara il tono giusto della vita. I figli imparano a dominare le voglie disordinate e ad amare i modesti piaceri della virtù. Sono questi che rendono l’esistenza amabile e serena e che mantengono all’uomo il tono consapevole dei beni di Dio. Gustano la passeggiata tra il verde, apprezzano la conversazione ilare, amano la lettura onesta, si allietano all’osservazione d’un panorama luminoso, ricercano il gioco senza complicazione e lo scherzo innocente, tributano la lode senza accentuazioni adulatorie, fanno sacrificio per il lavoro normale e per il dovere che corrisponde alla propria condizione. Tutto questo complesso di cose che respirano la pace, che danno la serenità, che incoraggiano nei giorni grigi, che rasserenano nelle ore del dolore e stimolano a perseverare fiduciosi sulla propria strada, mostra la bontà del Signore e consola delle pene inevitabili. «Beati» si dicono pertanto costoro i quali hanno scoperto, sotto la cenere delle miserie e delle deviazioni morali, il fuoco sacro, che scalda gli spiriti sacri a Dio.

V.

LO SPIRITO DI POVERTÀ COME FATTORE EDUCATIVO

VASTO RAGGIO D’AZIONE

Ad osservare queste stupende espressioni del Divino Salvatore, qualcuno può sentirsi indotto a concludere, che non vi siano lì motivi veramente utili alla formazione spirituale dei figlioli in famiglia e dei discepoli nella scuola. E per verità la forma ostentatamente paradossale le fa apparire più atte a svegliare uno stato di esaltazione mistica che non a indicare una strada piana e possibile alla totalità degli uomini. – Ma l’apparenza non corrisponde alla realtà. Tutte le difficoltà opposte all’applicazione delle « beatitudini » sono agevolmente eliminate da osservazioni perspicue e definitive. La parola del Signore non è divisibile. Ci sono i comandamenti e i consigli è vero, ma questa distinzione di graduatoria è ben lungi dal rappresentare differenza di sostanza nel suo insegnamento. Nessun esoterismo nelle sue parole. Tutti i suoi seguaci sono tenuti a conoscere tutta la sua dottrina e ad osservarla. Tutti, si deve intendere, secondo le proprie vocazioni e condizioni. Ma veniamo alle difficoltà. Si dice che lo spirito di povertà e di distacco sta bene in quegli individui, i quali, lasciato il mondo, vivono nella solitudine o sotto una regola che a tutto provvede. Ed è una obiezione, che ha un suo motivo solo apparente di giustezza. È principalmente per coloro che fuggono anche il precetto; ma, se questo è inteso nella sua compiutezza e nello splendore della sua forma a tutti viene imposto, sia pure in misura diminuita e in forme, se mai, interiori. Poiché l’attacco è schiavitù; e i seguaci di Cristo sono figli della libertà, alla quale Egli li ha generati. L’attacco è prostituzione dell’uomo alla materia, mentre Cristo ha sollevato l’uomo alle promesse eterne per una vita soprannaturale. L’attacco è sorgente di mali stimoli e incitamenti al peccato, siano essi il piacere, l’orgoglio, l’avarizia, mentre noi siamo chiamati al superamento di codeste passioni, madri di rovina e di disperazione.

MAGGIOR RENDIMENTO

Come può l’uomo, svincolato dall’amore al denaro, amare il lavoro sino a farlo oggetto di tutti i desideri e termine di ogni sforzo? Questa obiezione contiene due difficoltà, da noi considerate a parte. Che il distacco spirituale dall’oro renda indolente l’uomo e diminuisca il suo rendimento sul lavoro, non è vero. Dal lato spirituale il Cristiano — ed è in esso che noi osserviamo il fenomeno — sa di dover lavorare e produrre per la volontà di Dio. Il lavoro è dovere. Ha annesso è vero il piacere del guadagno e del benessere, che lo fa utile e immediatamente efficace sulla vita; e sta bene. Dio ci accarezza sempre così: un dovere e un piacere, perché gli è ben nota la nostra fragilità. In questo piacere, poi, non v’è nulla di riprovevole. È nella legge della vita, che noi si debba lavorare per provvederci quanto occorre alla esistenza fisica e spirituale. Un ragionamento come questo appare chiaro anche al ragazzo, al quale la madre o l’educatrice si volge. Lavora, perché Dio vuole così. Da principio il lavoro ebbe un senso di condanna e di castigo del peccato; ma quando il Verbo di Dio si fece uomo e lavorò fra noi, da allora il lavoro assunse il significato di un gradito dovere, per mezzo del quale, pur guadagnandoci la vita, secondiamo quell’esempio preclaro e stimoliamo le naturali abitudini, producendo e somministrando ai prossimi i frutti dell’ingegno e della forza ricevuti dal Creatore. Quest’altra è una soddisfazione, che sospinge la volontà e la fa alacre e preziosa a tutta la compagine umana. – Volontà di Dio e utile dell’uomo. Sono due ordini di stimoli i quali non esigono affatto l’avidità, ma piuttosto la superano. Ai giovanetti è facile inculcare il lavoro per codesti fini superiori. Ma è anche agevole mostrarlo come fonte di un guadagno ben prezioso per la vita dello spirito. Il servizio del corpo e delle necessità materiali appare chiaro. Ma quello compiuto a servizio delle necessità del cuore, che sente lo stimolo verso il soccorso del prossimo, ha alcune sue radici nella buona educazione e la favorisce. Non è forse di comune uso, la carità al povero incontrato per la strada? Non è questo un efficace modo di sviluppo del sentimento e una rappresentazione concreta delle capacità di ognuno a sovvenire l’indigente, il disgraziato, il fratello colpito da una sventura che esiga soccorso in denaro? Perché non rivelare ai piccoli le condizioni lagrimevoli e commoventi di certi compagni di scuola, che non sono circondati dalle carezze della Provvidenza e non trovano intorno a sé la solidarietà di aiuto e la simpatia, che medica le ferite e raddolcisce gli spasimi? Un cuore giovanile indirizzato su questa via non fallirà nella sua esperienza e saprà trovare dentro di sé gli efficaci sostegni concessi dalla stessa natura il di delle non desiderabili sorprese, che lo studio, il lavoro, le vicende della famiglia, i contatti con i compagni, e lo svegliarsi improvviso di sentimenti in contrasto, sono in grado di provocare.

NASCE L’UOMO D’AZIONE BENEFICA

Vi sono istituzioni da sostenere, iniziative provvide da appoggiare con l’azione e i mezzi di fortuna. Se il giovine sa di possedere secondo il principio evangelico, e di essere perciò depositario di beni, che devono essere considerati come propri del povero, non ne abuserà per il capriccio personale, ma saprà studiarne una destinazione, che apparisca degna di un depositario consapevole e sensibile alla voce dell’alto e della retta e cristiana coscienza. Nel lavoro e nel guadagno i giovani trovano uno stimolo valido, un appoggio chiaro e nobile, un incitamento diuturno ed elevante. Sanno di entrare per tal modo dentro un congegno la cui forza motrice nasce nel cuore stesso di Dio e avvertono nella fatica e nei suoi frutti un sapore divino. Strumenti di Dio Padre sentono di diventare così volontà destinate a potenziare le intenzioni di misericordia del Signore. Le madri e le educatrici non troveranno difficile indugiare dentro questo solco di bontà e scaldarvi i germi di bellezza per la vita avvenire dei loro cari. Dilatare i loro cuori nel respiro d’una generosità attiva e vasta, è creare in essi una tendenza aderente al precetto divino e spegnere i fomiti della passione. Splendono i cuori materni nella visione della generosità dei loro piccoli e sono incoraggiati dalla pronta risposta dell’istintivo entusiasmo di essi per la virtù, che apparisce frutto della diretta azione, del sacrificio pronto, della rinuncia risoluta. – « Beati i poveri in spirito ». Da codesta povertà non è a dire quanta ricchezza potrà emanare, quale generosità sgorgare. Ed esse, le buone mamme cristiane, ne saranno il primo oggetto. Beate esse, perché avranno usato della loro autorità secondo il comandamento divino; beate per avere sotto gli occhi, commosse e colme di intimo gaudio, l’espressione vivente della fatica e del sacrificio compiuto. Ma quella dei figli sarà una « beatitudine » ineffabile e perenne, poiché tutta la vita e nell’aldilà essi benediranno l’opera saggia della madre, dalla quale hanno imparato ad essere liberi e sciolti da vincoli terreni di passioni e di ansie, per raggiungere una condizione tanto sicura dal lato materiale quanto onorevole da quello dello spirito. L’agire infatti secondo la volontà di Dio è operare con vasto cuore ad attuare il comandamento della indipendenza, della libertà, della collaborazione all’azione della sua Provvidenza paterna.

LE BEATITUDINI EVANGELICHE (-1A-)

LE BEATITUDINI EVANGELICHE (1A)

[A. Portaluppi: Commento alle beatitudini; S.A.L.E.S. –ROMA, 1942, imprim. A. Traglia, VIII, Sept. MCMXLII]

RICERCA DELLA FELICITÁ

Non vuoi tu essere felice e subito, oggi? Ogni uomo vive con questo miraggio. Vi dirige ogni sua energia, ogni agilità d’intelletto, vigore di cuore e di membra, se occorra. Osserva il facchino del porto, che solleva e trasporta pesi; osserva l’uomo di studio, che vigila le ore piccole della notte. E anche il malato, disteso e immobile sul suo letto d’ospedale, mentre il medico lo studia con nello sguardo la certezza della sua prossima fine, ha nell’ansia dell’occhio errante, nell’occhio affogato nelle lagrime di una affranta debolezza, la speranza della guarigione e alfine del benessere. È una dolorosa passione, che invade tutti i cuori e che può essere sanata soltanto dalla fede. Con questa impariamo ad aver fiducia in Dio e ci abbandoniamo a Lui, provvido Padre, che ci ama tanto. Allora lo stimolo della felicità, benché non abbia raggiunto la meta, si sente in parte appagato, poiché in Dio sappiamo essere ogni bene e che un giorno, non mai molto remoto, ci verrà dato in libero possesso. « Beatus vir cuius est nomen Domini spes ipsius— beato l’uomo che pone la sua speranza nel nome del Signore » (Sal. XLIX, 5). Ogni altra cosa fa fallimento. Tutto è illusione, apparenza, inganno. Ogni giorno incontriamo cuori delusi, anime sconsolate, che avevano riposto le loro speranze in oggetti incapaci di servire al fine. Eppure l’esperienza della ricerca in una nuova direzione vuol essere ogni dì ripresa. Tanto è il fascino, che, sopra noi miseri, esercita il mondo. – Ho ascoltato una giovinetta, la quale pareva abbattuta dal fulmine. Il ritratto della desolazione. Aveva amato con molta ingenuità, chi non era degno di essa. S’era lasciata godere. Un caldo sogno l’aveva accompagnata per mesi. La coscienza non la rimproverava di nulla, perché le pareva, che l’amore giustificasse tutto. Ma lui si annoiò della sua totale condiscendenza e l’abbandonò. Come avrebbe potuto medicare una così lacerante ferita? La povera giovane smaniava e diceva di non poter credere alla realtà. Così, allorché uno corre perdutamente verso la vanità. Si carica di gingilli. Ostenta ricchezze d’abiti; la pelliccia rappresenta il cielo raggiunto e la dolcezza più ambita dello spirito vano. Ma poi s’avvede come molti altri s’abbiglino con raffinatezza; e la singolarità, su cui soprattutto puntava, sfuma. Tutto diventa banale, comune, senza interesse. La figura esterna stanca, anche se graziosa. Ve n’ha molte di persone graziose e a volerle osservare tutte, si smarrisce il sapore della stessa grazia. L’insipido che cosa vale poi? Le frasi, che tu cogli sulle labbra dei gaudenti di tutte le età e d’ogni condizione, sono atte a sfiduciare uno spirito appena sensato. È scetticismo, e tu invece agogni il bene reale. La sazietà li ha delusi. Ogni esperienza ha tolto dal loro animo qualcosa e li ha abbandonati come esausti e disseccati: Che se non hanno raggiunto ancora la misura; se nutrono tuttavia qualche capacità di piacere e possibilità di godimento, tu in essi avverti la incertezza e lo sforzo per sostenersi, mentre sotto sentono il vuoto. « Et mundus transiit et concupiscentia ejus— e il mondo passa e la sua concupiscenza » (1 Joan. II, 17). Non si trovano che animi irritati, sorpresi, disperati fra coloro che hanno riposto la loro fiducia in esso. E questo veleno contamina tutta la loro esistenza; quella della famiglia, che è tradita; quella del lavoro, che non produce; quella del cuore, che ha smarrito la capacità d’amare. Lo sconforto li fascia e li soffoca. Gesù al contrario, non ci illude con attraimenti inconsulti; ci dice chiaro il nostro dovere e la nostra sorte. Non patteggia con le teorie correnti. Neppure con le nostre passioni. Ci tratta con lealtà: né freddezza o indifferenza, ma neppure illusioni o accarezzamenti. Per questo bisogna credergli; dargli affidamento; far conto delle sue parole come di quelle di uno che ci ama con totale amore. Se lo ascolti così, presto ti sarà dato di penetrare la bellezza della sua amicizia. È tal cosa che descriverla non è possibile; farne l’esperimento e gustarla, sì. Quanti intorno a noi credono in Dio, hanno fiducia nel suo Figlio Gesù e si trovano bene! La fame di conforto tanto viva nella nostra natura, in essi viene bene soddisfatta dai frutti dell’intimità con Cristo. Per citare un esempio, ecco le parole di una giovine trappista, che languì per diversi anni e poi morì, offrendo la vita fresca e olezzante per l’unità nella Chiesa di tutti i suoi figli separati: « Mi affido a lui, e basta. Il Signore sa quello che fa… Non è mai troppo quello che si fa per il Signore … Non chiedo consolazioni; non sono necessarie. Si può vivere senza consolazioni; la grazia di Dio supplisce a tutto». (Suor Maria Gabriella della Trappa di Grottaferrata).

ANELITO BENEDETTO

Ma anche fuori per il mondo, per nostra buona sorte, vi sono anime anelanti a glorificare il Signore e che in questo trovano tutta la loro felicità. Sono le colonne del Regno di Dio. Come esse si affidano a Dio, così Dio, per tutti i suoi piani di benedizione, si affida a loro e le fa suoi intermediatari, suoi messaggeri, suoi pazienti, talvolta anche suoi crocifissi. Poiché coloro che sono di Dio, imitano nella propria vocazione la missione del suo divin Figlio. Per essi è questa la maggiore beatitudine. Se non in tale grado, la nostra dedizione al Signore deve essere nondimeno piena. « Chi non ha rinunciato a se stesso, scrive il ven. Padre Antonio Chevrier, è sempre in agitazione per lagnarsi e cercare consolazioni e soddisfazioni essendo sempre nella noia, nel turbamento, nell’irrequietezza. Questi turbamenti, queste irrequietezze non sono in fondo che delle inezie presto dissipate da un solo pensiero di fede e d’amor di Dio, d’umiltà; ma poiché in quelle anime non v’è né fede, né umiltà, né amor di Dio, né forza di azione, allora esse non possono sopportar nulla, e quelle inezie sono montagne per loro; onde trovano insopportabili cose di cui altri non farebbe caso; tutto ciò deriva dall’amor di sé. Come sono infelici quelle anime, che si ricercano continuamente, che non si occupano che di se stesse! Che vita intollerabile per sé e per gli altri e per chi le dirige e governa! ». – Basterebbe prendere in considerazione con serietà quanto sino fallaci le parole degli uomini, per aderire con tutta l’anima a quelle del Signore e comporre la propria vita in serenità piena e felice. Quanto è deplorevole la condizione di chi si affida al mondo, altrettanto sicura e consolante è quella di chi si abbandona a Dio. La nostra felicità non può trovarsi che nella linea della volontà di Lui. Occorre pertanto che ci gettiamo ai suoi piedi e che gli facciamo una accorata e decisa dichiarazione di fedeltà. Sia essa come un impegno solenne nei riguardi della nostra vita avvenire, per renderla feconda e utile alla casa alla famiglia, al gruppo sociale del quale facciamo parte. « Salvaci, o Signore! L’avidità della beatitudine mondana mi ha vuotato il cuore. Voglio la tua, quella dei tuoi santi, che abbandonarono le strade dell’errore per seguirti. Da qui dove sono, dalla mia condizione comune, intendo vivere con te, per te. Le mie beatitudini siano d’ora innanzi le tue. Le mediterò con l’intento di farne il nutrimento della mia vita, per conformarvi tutto il mio giudizio, il mio pensiero, la mia attività ». – Quando un’anima è interiore, sa vivere raccolta in sé e mantenere il dominio delle sue passioni, diventa l’ammirazione degli Angeli. In tale condizione, unendo le nostre azioni a quelle di N. S. Gesù, noi le facciamo partecipi del valore loro proprio, sicché divengono come divinizzate. Non ti pare, che così valga la pena di vivere? Capovolto il giudizio del mondo circa la vita nostra, le beatitudini diventano davvero il nostro Vangelo. Non temiamo più le tribolazioni; ordiniamo le nostre aspirazioni nel senso loro; miriamo a possedere il tesoro più prezioso che mente possa mai concepire; e tutto diventa lieve e facile, tollerabile e consolante. «.Beati qui ad cænam Agni vocati sunt — beati quelli che sono invitati alla cena dell’Agnello » (Mt. XXII,3).

Beati pauperes spiritu: quoniam ipsorum est regnum cælorum.

 Beati mites: quoniam ipsi possidebunt terram.

 Beati qui lugent: quoniam ipsi consolabuntur.

 Beati qui esuriunt et sitiunt justitiam: quoniam ipsi saturabuntur.

Beati misericordes: quoniam ipsi misericordiam consequentur.

 Beati mundo corde: quoniam ipsi Deum videbunt.

Beati pacifici: quoniam filii Dei vocabuntur.

Beati qui persecutionem patiuntur propter justitiam: quoniam ipsorum est regnum cælorum.

[Matt. V, 3-11]

CAPO PRIMO

Beati pauperes spiritu, quoniam ipsorum est regnum cœlorum

I.

LA SCHIAVITÙ DEL RICCO

Quando parliamo di ricco nel senso evangelico, si pensa a colui il quale ha lasciato penetrare nell’intimo suo l’attacco alle cose terrene di qualunque sorta: averi, ambizioni, desideri, passioni e amori illeciti. Chi guarda la terra con l’occhio avido e insistente è il ricco di cui parla il Signore. Per vero il possesso di qualunque bene legittimo, con un animo sereno e libero, così che non tema d’esserne spogliato, con quel timore che accascia e abbatte, non è ricco nel senso riprovato; è semplicemente uno al quale la Provvidenza ha affidato dei beni, di cui egli cerca di fare l’uso giusto e doveroso. Non fu rimproverato Nicodemo per la sua posizione elevata nel Sinedrio, vale a dire nel consesso sociale più alto che il popolo d’Israele avesse. Né il Centurione romano, che a Gesù ricorreva per il figlio malato, fu fatta colpa della distinzione in cui trovavasi dal lato sociale. Neppure il ricco Epulone della parabola fu redarguito perché possedeva ricchezze, ma invece per il malo uso che ne faceva, banchettando senza fine e trascurando la miseria dei bisognosi di cui aveva un esemplare tanto interessante alla porta della sua casa. Dobbiamo riconoscere piuttosto, che le ricchezze sono un dono di Dio, che consente ai ricchi di sentimento cristiano di compiere un bene notevole in questa vita e di conquistarsi dell’altro bene per sé in quella definitiva ed eterna. – Il ricco è pertanto lo spirito, che, avendo lasciato aderire la volontà ai comodi e alle avidità delle cose terrene, si trova in una vera condizione di indigenza. Difetta di ogni elevatezza morale. Eccolo: il ricco è affetto dalla miopia dell’avarizia. Non vede che il suo oro e con gli occhi e con l’animo. Le sue sollecitudini sono per l’aumento di quel possesso, che lo tiene schiavo. Crescere la quantità d’oro o di godimento o di soddisfazione è l’unico suo sogno. Aderisce alla terra con tutte le sue facoltà. Si chiude nell’angusto mondo che gli sta davanti, con le sue spregevoli preoccupazioni. Misconosce ogni funzione nobile alla propria vita. Le sue giornate vengono spese miseramente. Le stesse attitudini naturali in tal modo sono prostituite nel loro oggetto e sviate nelle loro finalità naturali. Così che l’animo dell’avaro diviene via via più chiuso e mortificato in quel suo tenebroso mondo di desideri e di appetiti, che lo fanno termine di pietà per ognuno. Pietà non scompagnata da condanna e da riprovazione.

LO SCHIAVO

Il ricco apparisce altresì schiavo dei suoi bassi istinti. È la sua una schiavitù vergognosa e infamante. Avrebbe l’ali delle naturali tendenze verso le cose elevate e sante; avrebbe, oltre a ciò, le capacità materiali per dedicarsi ad opere di bene per sé e per i suoi prossimi, forse in vaste proporzioni; avrebbe tanti doni di Dio da mettere a profitto per la società, che gli sta intorno nella esposizione dei propri bisogni, sempre grandi, delle frodi e degli inganni, ed eccolo inetto, non appena a fare, ma altresì a sentire un palpito di carità, un fremito di fraternità, che lo determini a quei gesti generosi che sono atti ad aureolare un uomo ed una intera vita. Sicché tutta la sua esistenza si rivela come un documento di povertà e di miseria. Non dunque vita deve dirsi, ma esistenza appena. E come sarà giudicato da Dio, chi, anziché vivere e produrre, si lascia condurre per le strade di questo mondo avvinto al guinzaglio dell’avarizia? Come può uno spirito siffattamente immiserito, privo di slanci, assente da ogni forma di attività produttiva e generosa, sana e efficace in favore del prossimo, sprecare le sue energie e i suoi talenti a dispetto dei forti richiami della coscienza? Indubbiamente, nel periodo di tentazione e in quello successivo di adattamento a codesto scemo disordine di esistenza morale, deve avere subito i violenti e provvidi attacchi del rimorso; avrà forse anche alquanto reagito e resistito. Ma in seguito, deposte le armi e iniziato definitivamente il suo mortifero stato di coscienza, un silenzio, appena turbato da fitte di protesta, e una sorta di sonno lo avvolse e lo tenne. Eppure fuori di lui la vita si svolge attiva e rapida, costruttiva e feconda; ma la sua sensibilità è attutita dalla consuetudine, addormentata dal sopore che viene dalla passione accontentata.

AVIDITÀ COLPEVOLE

Questa schiavitù spirituale non di rado induce anche ad appropriarsi i beni altrui. Il furto è conseguenza naturale dell’amore disordinato. La intelligenza dell’avaro, essendo tesa di continuo verso il possesso, vela come per istinto il diritto altrui per scorgere soltanto il proprio e con facilità e desidera e si appropria quanto suo non è. Se si ascolta la lezione del demonio, non sarà difficile seguirlo sulla china dell’indebito possesso, giacché egli « fur est et ladro — è essenzialmente ladro » (Joan., XI). Fra i derubati, ecco che sono in primo posto i poveri, gli operai, i dipendenti, coloro i quali meno hanno mezzi di difesa e che, perciò, diventano la preda degli avidi, la cui coscienza s’è sfibrata e fatta insensibile. Colpe sempre maggiori si accumulano sulla coscienza dell’avaro. Brutture non sospettate ed impensate entrano nell’ambito d’un’anima, che conobbe le delicatezze della carità del Signore e dei Santi. E tutto quasi nella insensibilità. La durezza di cuore si rassoda e affronta qualsiasi delitto contro il prossimo e contro se stesso. L’avaro è un cieco, un illuso, un maniaco, un folle. Giustifica le decisioni più illecite con una tranquillità che stupisce. E sa talvolta conciliare il disordine morale con le pratiche di pietà religiosa, senza grandi rimorsi. – Come è possibile vivere così col cuore in contrasto con la legge di amore? L’uomo si adatta agevolmente a tutte le condizioni. Ma non manca per buona sorte mai la voce divina della coscienza, che tien desto, sia pure in tono fievole, il senso vigile del comandamento di Dio. – Quando il Signore Gesù affermò « beati i poveri in spirito », dichiarò insieme la penosa miseria dei « ricchi »; ricchi anche se privi d’ogni bene terreno. Ma a questi prigionieri della mala tendenza affermata e secondata, che tormenta come uno stimolo acuto, che non lascia requie e sospinge alla disperazione e alla rovina morale, non va la pietà del Signore, bensì il biasimo e la condanna. Vedi la famiglia dell’avaro? I suoi beni sono come sotto sequestro. La moglie non ne può disporre che in una misura ridotta; e i figli sovente da piccoli sono educati in modo insufficiente e sproporzionato alla condizione e ai mezzi; da grandi, sono tenuti volutamente legati alla catena, senza poter disporre di quanto avrebbero diritto di avere a fine di formarsi una condizione sociale dignitosa e crescono con il rancore nell’animo; né è raro vedere delle figliole, che non sono in grado di andare a marito, perché il padre per non aprire la borsa, non lascia libero il passo. Famiglie disgraziate; ma meritevole di riprovazione senza misura colui il quale, venduta l’anima al demonio dell’avarizia, semina intorno a sé la desolazione e tante ragioni di dolore.