COMMENTARIO ALL’APOCALISSE DI BEATO DI LIEBANA (10)

I due Testimoni profetizzano (Apoc. XI, 3)

Beato de Liébana:

COMMENTARIO ALL’APOCALISSE (10)

Migne, Patrologia latina, P. L. vol. 96, col. 893-1030, rist. 1939, I, 877

[Dal testo latino di H. FLOREZ – Madrid 1770]

INIZIA LA STORIA DEI CENTOQUARANTAQUATTROMILA NEL LIBRO QUARTO

(Apoc. VII, 4-12)

Et audivi numerum signatorum, centum quadraginta quatuor millia signati, ex omni tribu filiorum Israel. Ex tribu Juda duodecim millia signati : ex tribu Ruben duodecim millia signati: ex tribu Gad duodecim millia signati : ex tribu Aser duodecim millia signati: ex tribu Nephthali duodecim millia signati : ex tribu Manasse duodecim millia signati: ex tribu Simeon duodecim millia signati: ex tribu Levi duodecim millia signati: ex tribu Issachar duodecim millia signati: ex tribu Zabulon duodecim millia signati: ex tribu Joseph duodecim millia signati: ex tribu Benjamin duodecim millia signati. Post hæc vidi turbam magnam, quam dinumerare nemo poterat, ex omnibus gentibus, et tribubus, et populis, et linguis: stantes ante thronum, et in conspectu Agni, amicti stolis albis, et palmæ in manibus eorum: et clamabant voce magna, dicentes: Salus Deo nostro, qui sedet super thronum, et Agno. Et omnes angeli stabant in circuitu throni, et seniorum, et quatuor animalium: et ceciderunt in conspectu throni in facies suas, et adoraverunt Deum, dicentes: Amen. Benedictio, et claritas, et sapientia, et gratiarum actio, honor, et virtus, et fortitudo Deo nostro in sæcula sæculorum. Amen.

(E udii il numero dei segnati, cento quaranta quattro mila segnati, di tutte le tribù dei figliuoli d’Israele. Della tribù dì Giuda dodici mila segnati: della tribù di Ruben dodici mila segnati: della tribù di Gad dodici mila segnati: della tribù di Aser dodici mila segnati: della tribù di Neftaiì dodici mila segnati: della tribù di Manasse dodicimila segnati: della tribù di Simeone dodici mila segnati: della tribù di Levi dodici mila segnati: della tribù di Issacar dodici mila segnati: della tribù di Zàbulon dodici mila segnati: della tribù di Giuseppe dodici mila segnati: della tribù di Beniamino dodici mila segnati. Dopo questo vidi una turba grande che niuno poteva noverare, di tutte le genti, e tribù, e popoli, e lingue, che stavano dinanzi al trono e dinanzi all’Agnello, vestiti di bianche stole con palme nelle loro mani: e gridavano ad alta voce, dicendo: La salute al nostro Dio, che siede sul trono, e all’Agnello. E tutti gli Angeli stavano d’intorno al trono, e ai seniori, e ai quattro animali: e si prostrarono bocconi dinanzi al trono, e adorarono Dio, dicendo: Amen. Benedizione, e gloria, e sapienza, e rendimento di grazie, e onore, e virtù, e fortezza al nostro Dio pei secoli dei secoli, così sia.)

TERMINA LA STORIA

COMINCIA LA SPIEGAZIONE DELLA STORIA DESCRITTA IN PRECEDENZA NEL LIBRO QUARTO.

[5] Poi udii il numero di coloro che furon segnati con il sigillo: centoquarantaquattromila, segnati da ogni tribù dei figli d’Israele. Centoquarantaquattromila è la Chiesa nel suo insieme, il che è facile da dimostrare con esempi, perché se il numero dodici è diviso in parti, e queste parti sono poi sommate, esse superano la loro pienezza, infatti il 12 ha cinque divisioni: diviso per dodici dà uno; diviso per sei dà due; diviso per quattro dà tre; diviso per tre dà quattro; diviso per due dà sei; e uno, due, tre, quattro e sei, sommati insieme, fanno sedici e superano di gran lunga il numero dodici. Ma così ne fanno un mistero. L’Uno tra i numeri non può essere diviso, perché da esso nascono tutti gli altri numeri ed è il simbolo di Dio, dal quale procede ogni inizio, e che non si può né dividere né scindere. Il due si riferisce ai due Testamenti. Il tre si riferisce alla Trinità, che è Dio, e che, pur essendo tre Persone, affermano un’unica essenza di natura. Il quattro, cos’altro significa se non i quattro Evangelisti? Il numero sei è un numero perfetto, perché è contenuto nelle sue parti, infatti ha tre divisioni: per sei, per tre e per due. Diviso per sei dà uno; per tre, due; per due, tre. E sommando il risultato di queste divisioni, cioè uno, due e tre, insieme danno sempre lo stesso numero e rendono perfetto il numero sei: per questo, nella perfezione di questo numero, Dio operò in sei giorni la creazione di tutte le creature. Queste tre divisioni del numero sei ci mostrano che la Trinità di Dio, nella trinità di: numero, misura e peso, ha operato la creazione di ogni creatura. Si può così arguire quindi, come la perfezione del numero sei, che spesso troviamo nelle Sacre Scritture, sia molto preziosa, soprattutto nella morte unica del Signore e nella risurrezione unica del Signore. Infatti la morte di nostro Signore Gesù Cristo non fu dell’anima, ma solo della carne. D’altra parte, la nostra morte non è solo della carne, ma pure dell’anima a causa del peccato: nella carne, per punizione del peccato. Ma Egli, che non aveva peccato, non morì nell’anima, ma solo nella carne; e questo a causa della somiglianza della carne peccaminosa che Egli aveva ereditato da Adamo (Rm. VIII, 3). Per questo la sua morte, unica nel suo genere, è stata benefica per la nostra duplice morte. La morte della carne di Cristo e la sua risurrezione indicano due. La morte della nostra carne e la morte della nostra anima sommano due. La resurrezione della nostra carne e la resurrezione della nostra anima sono due. Due le nostre morti e due le nostre resurrezioni. Due e due fanno quattro. L’unica morte del Signore e la Sua unica risurrezione, aggiunte alle nostre quattro, formano sei. L’unica morte del Signore e le nostre due risurrezioni sommano tre: e come il numero sei ha tre divisioni secondo quanto abbiamo detto sopra, così uno, due e tre, fanno sei. Le trentasei ore che il Signore ha trascorso nell’inferno hanno completato la morte unica del Signore e la nostra morte doppia. Dodici ore furono diurne e ventiquattro notturne. Queste ventiquattro ore sono legate alla nostra doppia morte, e le dodici ore diurne sono legate all’unica morte del Signore. Certamente poi, anche la Natività del Signore contiene il numero sei. Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni (Gv. II, 20) … dicono i Giudei nel Vangelo; ma questo si riferisce al corpo del Signore. È stato scritto quarantasei anni invece che quarantasei giorni, ed infatti si dice che in quarantasei giorni il bambino prenda forma nel grembo materno, e da quel momento cresce fino al giorno della nascita. Moltiplichiamo sei per quarantasei, e ne otterremo CCLXXVI – (duecentosettantasei), cioè nove mesi e sei giorni. Computando dall’VIII calende di aprile, quando cioè il Signore ha sofferto – e si crede anche che sia stato concepito nello stesso giorno – all’ottava delle calende di gennaio, ci avranno CCLXXVI (duecentosettanta sei) giorni, che è ancora il numero sei (2+7+6=15=6). – E che dire di quella donna nel Vangelo, che satana aveva tenuto ricurva per diciotto anni, e che il Signore ha guarito dopo tanti anni? Anche questi diciotto anni contengono il numero sei; tre volte sei fa diciotto. Quella donna rappresenta la razza umana, che il Signore ha liberato dalla prigionia del diavolo nella sesta età del mondo. Infatti i sei giorni in cui il Signore ha compiuto la sua opera compongono una settimana e rappresentano la cifra di seimila anni, che si esprime come una settimana. La prima età, da Adamo a Noè, è di MMCCXLII (duemiladuecentoquarantadue) anni. La seconda età, da Noè ad Abramo, è durata DCCCCXLII (novecentoquarantadue) anni. La terza età, da Abramo a Mosè, è di DV (cinquecentocinque) anni. La quarta, dalla partenza dei figli di Israele dall’Egitto fino al loro ingresso nella Terra Promessa è durata XL (quarant’anni). E dall’ingresso nella Terra Promessa fino a Saul, il primo re d’Israele, ci sono stati i Giudici per CCCLV (trecentocinquantacinque) anni. Saul ha regnato per XL (quaranta) anni. Da Davide fino all’inizio della costruzione del tempio sono passati XLIII (quarantatre) anni. La quinta età, dalla prima edificazione del tempio all’esilio in Babilonia, ci sono stati re per CCCCXLVI (quattrocentoquarantasei) anni. C’è stata la prigionia del popolo dalla distruzione del tempio per LXX (settanta) anni, tempio restaurato da Zerubbabel in quattro anni. Dalla restaurazione della tempio all’Incarnazione di Cristo sono passati DXL (cinquecentoquaranta) anni. Sommando tutto il tempo da Adamo a Cristo, abbiamo V.CCXXVII (5.227) anni. Dalla nascita di nostro Signore Gesù Cristo fino all’età attuale, cioè al DCCCXXII (872), sono DCCLXXXIV (784) anni. Computiamo, poi, dal primo uomo, Adamo, 16 anni, fino all’età attuale, l’anno DCCCLXXII (872), e abbiamo un totale di V.DCCCCLXXXVI (5.986). Mancano quindi XIV anni al sesto millennio (si tenga presente che l’autore conta secondo l’Era Hispanica, che si differenza dall’era cristiana di 38 anni). La sesta età terminerà quindi nell’anno MCCCLXXXVIII (anno 888). Ma ciò che resta del tempo del mondo è incerto per l’investigazione umana. Nostro Signore Gesù Cristo troncò ogni discussione su questo argomento, dicendo: « Non sta a voi conoscere il tempo e l’ora che il Padre ha stabilito con la sua autorità » (At. I, 7). Ed in un altro luogo dice pure: « ma di quella ora, nessuno sa nulla, nemmeno gli Angeli del cielo, ma solo il Padre » (Mt. XXIV, 36). E quando si dice il giorno o l’ora, a volte si riferisce al tempo, a volte è semplicemente indicazione letterale. Ma sappiatelo, il mondo dovrà finire nell’anno 6000. Se questo tempo sarà prolungato o abbreviato, Dio solo lo sa. Qualunque possa essere l’opinione su ciò che ne resti, sul settimo non possiamo fare congetture, perché non lo troviamo scritto in alcun luogo. Dio ha fatto la sua opera in sei giorni, completi da mattino a sera; circa il settimo sappiamo solo come si fosse riposato per mostrare nei sei giorni la cifra di 6.000 anni, dalla quale si deduce l’età di questo mondo, e così indicare nel settimo la risurrezione di tutti i santi. E così come il sesto giorno fece l’uomo, e dalla sua costola, cioè dal suo lato, fu fatta la donna, e da questi due progenitori si popolò e si riempì la terra, così dove intendersi nella sesta età del mondo: come il sesto giorno, il primo uomo – Adamo – nacque da nuova terra, così anche Cristo è nato – secondo Adamo – da una nuova Vergine. E perché abbiamo detto da una nuova Vergine? perché non se ne è trovata un’altra dal seme di Adamo, né un altro figlio dal suo seme come Cristo. E così come dalla costola di Adamo dormiente fu tratta la donna, e riempita la terra; così dal fianco del secondo Adamo, Cristo, dormiente nel sonno della passione, fianco fu tratta Chiesa, per riempire la terra celeste del Paradiso, di cui Davide scrisse: Penso che vedrò la bontà del Signore nella terra dei viventi (Psal. XXVI, 13). E come, alla fine del sesto giorno, leggiamo che il Signore non abbia fatto nulla, ma che abbia cessato dalle sue opere e si sia riposato; così crediamo che nel sesto millennio – finito che sarà o no – giungerà il giorno della risurrezione. Questo giorno e questa ora, dice il Signore medesimo, nessuno li conosce, nemmeno gli Angeli del cielo, ma solo il Padre (Mc. XIII, 32). Ed un altro Evangelista aggiunge che nemmeno il Figlio lo sa. Ma dobbiamo capire questo non secondo la lettera, bensì secondo il senso. Non ci succeda che, comprendendolo alla lettera, tal come gli eretici Agnoiti e Triteiti, che si sono distaccati dai Teodosiani – non lo permetta Iddio -, noi pensiamo come loro. Essi affermano che la divinità di Cristo non conosce le cose future, e quindi nemmeno ciò che è scritto sull’ultimo giorno e sull’ultima ora, dimenticando che la Persona di Cristo dice per mezzo di Isaia: « … il giorno del giudizio nel mio cuore » (Is. LXIII, 4). È chiaro pertanto che il Figlio ben lo conosceva, ma non lo ha voluto rivelare ai suoi discepoli, affinché essi, sempre sospettosi ed incerti sull’ora della morte, non mettessero la loro speranza nel mondo. A proposito del giorno, abbiamo letto che, così come nostro Signore è risorto dai morti di domenica, così anche noi speriamo di risorgere nell’ultimo secolo di domenica. Ma per calcolare ancora questo giorno, dato che ci sono molti giorni che vengono di domenica, occorrerebbe sapere in quale stagione, in quale anno, in quale ora, in quale giorno, in quale epoca avverrà la risurrezione! Non sappiamo se questi 14 anni saranno accorciati o meno, solo Dio lo sa. Tuttavia, abbiamo anche constatato che il Signore, abbia più volte mutato sentenza. Infatti abbiamo letto nella Genesi che erano stati stabiliti 120 anni di penitenza prima che arrivasse l’alluvione. Poiché gli uomini non vollero far penitenza per il tempo di 100 anni, il Signore non ha aspettato che finissero gli altri 20 anni, ma mise in atto anticipatamente quello che aveva minacciato di fare più avanti. – Lo stesso successe quando, per mezzo di Isaia, aveva detto che il re Ezechia era prossimo a morire, aggiungendogli poi ancora 15 anni (Is. XXXVIII, 5). E così pure nella minaccia contro i Nineviti: « entro quaranta giorni Ninive sarà distrutta » (Giona III, 4). Tuttavia, in seguito alle preghiere di Ezechia e dei Niniviti la sentenza del Signore fu mutata, non secondo un nuovo diverso giudizio, come se Dio possa avere mutati giudizi, Egli che non cambia mai nei secoli, come infatti è scritto: « Una parola ha detto Dio, due ne ho udite » (Psal. LXI, 12); Egli infatti decreta una volta sola, in faccia al mondo, ciò che realizzerà nei secoli. Può cambiare però sentenza in seguito alla conversione di coloro che hanno meritato il perdono. Dio per vero, non è irato con gli uomini, ma con i suoi vizi: e quando non li trova più nell’uomo, non lo punisce più. Così Dio manifestò a Geremia il male che stava per realizzare contro il popolo; ma se questo avesse operato bene, Egli avrebbe trasformato le minacce in perdono. Ed al contrario, Egli promette il bene al suo popolo; ma se questo farà il male, dice pure che cambierà la sua decisione. Per questo a Geremia stesso viene detto, quando prega per il popolo dei Giudei, a causa della durezza del suo cuore: « Tu non pregare per questo popolo, non innalzare per esso suppliche e preghiere né insistere presso di me, perché non ti ascolterò » (Ger. VII, 16). E a Samuele: « Hai intenzione di piangere per Saul, dopo che l’ho respinto? » (1 Sam. XVI: 1). Perciò con cenere e tela di sacco chiede che si adempia ciò che Dio aveva promesso. Non perché fosse all’oscuro delle cose future, ma perché la sicurezza non portasse alla negligenza, e la negligenza al peccato. Quindi, come abbiamo detto sopra, ogni Cattolico deve capire, sperare e temere, e considerare questi 14 anni come fossero un’ora, e di giorno e di notte, con cenere e cilicio, piangere la rovina del mondo, e non indagare sul tempo supposto; e non investigare sul giorno estremo del secolo, o sul tempo che nessuno conosce se non Dio solo. Pensi, quindi, ognuno alla propria fine, come dice la Scrittura: « In tutte le tue opere ricordati della tua fine e non cadrai mai nel peccato. » (Sir. VII, 40). Infatti è quando uno migra dal mondo, che giunge per lui la fine del mondo. Ma poiché dal numero sei siamo arrivati fino alla fine del mondo, è giusto che torniamo col numero sei, in modo che mediante questo numero, con la misericordia di Dio, possiamo spiegare non solo il mondo, ma tutta la Chiesa. Gli studiosi e gli uomini cattolici o religiosi non devono disprezzare la scienza dei numeri: perché in molti testi delle Sacre Scritture viene mostrato quale grande mistero essi contengano. Non per niente è stato detto a lode di Dio: perché « Tu hai fatto tutte le cose con misura, numero e peso » (Sap. XI, 20). Il numero sei, che è perfetto nelle sue parti, in un certo senso mostra la perfezione di questo mondo con il significato del suo numero. Allo stesso modo, i 40 giorni nei quali Mosè, Elia ed il Signore stesso hanno digiunato, non si comprendono senza la conoscenza dei numeri. Così come ci sono altri numeri nelle Sacre Scritture il cui significato può essere interpretato solo da chi conosce la scienza di quest’arte. Ci è stato dato infatti in gran parte di vivere sotto la disciplina dei numeri, come quando ad esempio contiamo le ore attraverso di essi, quando contiamo il corso dei mesi, quando sappiamo quanto ci resti per iniziare un nuovo anno, quando valutiamo le migliaia di anni dall’inizio del mondo fino alla sua fine. Infatti il Signore, nel quarto giorno della creazione, dice: « Ci siano luci nel firmamento del cielo, per distinguere il giorno dalla notte; servano da segni per le stagioni, per i giorni e per gli anni e servano da luci nel firmamento del cielo per illuminare la terra »  (Gen. I, 14). Una volta completata la creazione di queste stelle, appare chiaro come la luce preceda questi astri di tre giorni. Per questo sembra che gli egiziani e gli altri popoli che seguono quest’ordine, aggiungano ogni quattro anni, nell’anno che chiamano anche anno bisestile, un’intera giornata. Ebbene, se vogliamo calcolare o considerare quali siano questi tre giorni, sappiamo che sono la centoventesima parte di un anno. E i 120 giorni, considerati a loro volta, sappiamo che costituiscono un terzo dell’anno. Poi sommato un terzo di giorno all’anno, dopo quattro anni si ha un giorno intero. Ed in una parziale ripartizione, si considerano mesi e anni superflui, che i Giudei chiamano embolismo, cioè sopraggiunti, e contano da una Pasqua all’altra, 384 giorni: ecco perché chi non conosce la scienza del calcolo numerico, spesso calcola male le Pasque. Gli egiziani chiamano questo fenomeno l’esaltazione delle stelle e della loro stabilità; lo chiamano anche bisestile. Esso si celebra nel ricordo della luce e dei giorni e delle notti che hanno preceduto le stelle, poiché hanno preceduto di tre giorni il tempo in cui è comparso il sole.  – È certo, secondo la tradizione delle Sacre Scritture, che dal numero si deduce l’intero ordine della Chiesa. Infatti mediante il numero non ci confondiamo e siamo istruiti. Si tolga il calcolo al mondo, e tutto è avvolto da una cieca ignoranza. E l’uomo non può essere distinto dagli altri animati che non conoscono la scienza dei numeri. E come abbiamo spiegato prima con il numero sei la figura della donna piegata, che rappresentava il genere umano nella sua interezza, resta a noi ora, riflettendo sulla settimana di questo mondo, distinguendo i suoi giorni e le sue notti, di venire a Cristo. E così come abbiamo detto che Dio completò le sue opere in sei giorni e si riposò nel settimo, così si dice che questo mondo è composto da sei età, e che nella settima vi sarà il riposi dei santi col Signore. E di queste, la prima età va da Adamo a Noè, ha avuto il suo mattino nella medesima condizione dell’uomo in Paradiso; ha avuto il suo vespro nel diluvio; è quasi come se il primo giorno, nella creazione della creatura razionale, Angelo e uomo, chiamati figli di Dio, fosse stato luce. Dopo l’espulsione dal Paradiso, l’uomo ebbe due figli, il semplice e l’empio: l’empio uccise il pio, e al suo posto nacque Seth, che è chiamato figlio di Dio, e così vennero alla luce due popoli, cioè quello dell’Agnello e quello della bestia. E poiché contro la volontà del Creatore dei due popoli, dell’Agnello e della bestia, si mescolarono i buoni, i figli ed i coniugi, sopraggiunse il diluvio. La seconda età va da Noè ad Abramo: esso ha avuto la sua mattina nell’arca, che è considerata la prima chiesa spirituale, e che nei suoi tre piani ha salvato tre gruppi, cioè: gli uomini, le bestie e gli uccelli; in questo secondo giorno si narra la creazione del firmamento; e i tre figli di Noè, sono simili a tre animali: l’agnello, il bue e la capra. Questi tre uomini si sono divisi tutta la terra. Questa era ha avuto poi il suo vespro nella confusione delle lingue e nella distruzione della torre del gigante Nimrod (Babele). La terza età va poi da Abramo a Davide: essa ebbe la sua mattina nella separazione di Abramo, a somiglianza del terzo giorno in cui le acque furono separate dalle acque, cioè i Patriarchi dai gentili; in essa Mosè ebbe anche la legge da Dio. Disse Dio ad Abramo: « Io sono Dio, che ti ho fatto uscire dal paese dei Caldei per darti in eredità questa terra » (Gen XV, 7). E Abramo gli disse: « Come faccio a sapere che la benedirete? » Dio gli disse: « Portami una mucca di tre anni, una capra di tre anni, un ariete di tre anni, una tortora e un giovane piccione ». Questi tre animali sono i figli di Noè. L’ariete, Shem, da cui nacque l’Agnello. La mucca, Cam, da cui nacque il vitello. La capra, Japheth, da cui nacque il gran capro. Abramo divise questi animali a metà: con il numero sei, fece sei parti dell’intero mondo, tre parti a destra e tre parti a sinistra, cioè la Chiesa e la Sinagoga. Non divise gli uccelli, e questo è carne di santità unita allo Spirito di Dio, che indivisi ed uniti volano verso il cielo. Quegli animali divisi a metà, erano il simbolo del popolo gentile, diviso tra coloro che credono in Cristo, e tra gli increduli. Questa giornata ha avuto il suo vespro nell’empissimo Re Saul. – La quarta età va da Davide alla deportazione del popolo giudeo a Babilonia. Essa ebbe il suo mattino in Davide stesso, e qui iniziò lo splendore del regno e la profezia, così come nel quarto giorno furono create le stelle. Essa ha avuto poi il suo vespro nel peccato dei re e dei sacerdoti, per i quali il popolo meritò di essere deportato in Babilonia. E come il Giudeo aveva commesso quattro peccati, cioè la rapina, l’adulterio, l’omicidio e l’idolatria, peccati per i quali Geremia pianse nelle sue quattro lamentazioni alfabetiche, si allontanò dal sentiero della profezia con la quale poter giungere alla via che si chiama Cristo; egli fu gettato nel deserto, cadde nelle mani di una leonessa che lo afferrò. Un orso si alzò, prese la preda dalla leonessa. Si alzò un leopardo, che portò via la preda all’orso. Ed una terribile bestia con i denti di ferro, sette teste e dieci corna, si levò e portò via la preda al leopardo, così possedendola (Dan. VII). La quinta età va dalla deportazione di Babilonia alla venuta di nostro Signore Gesù Cristo. Essa ha avuto la sua mattina in Geremia o Daniele, come nel quinto giorno vi fu la prima benedizione dei pesci dell’acqua, e degli uccelli dell’aria. Ha avuto il suo vespro nel peccato del popolo giudeo, quando è stato accecato, in modo tale da non poter nemmeno riconoscere nostro Signore Gesù Cristo. L’Agnello senza macchia venne, prese la terribile bestia, che aveva sette teste e dieci corna, la vinse e le portò via la sua preda, cioè l’uomo Giuda di cui abbiamo parlato prima. Quando l’uomo riconobbe che era stato liberato da pericoli così grandi dall’Agnello, fu spinto dall’invidia ad uccidere l’Agnello. Questa bestia, in verità, ha diviso l’uomo, perché ha posseduto anche molti cuori di eletti. Ma l’Agnello moriente strappò questa preda a Giuda. Questo è l’Agnello che i Giudei credono di mangiare al tramonto, con le vesti in vita, con il bastone in mano (Es. XII, 6,11). E Davide dice: « Alla sera sopraggiunge il pianto e al mattino, ecco la gioia. » (Psal. XXIX, 6). Infatti con questi bastoni, con i quali mangiano la carne dell’agnello senza macchia, Giuda Iscariota, il portabandiera dell’inganno dell’ultimo tempo, venne con numerosa truppa a prendere il Salvatore. L’Agnello parlò loro con voce addolorata in questo modo: « Siete usciti come contro un brigante, con spade e bastoni, per catturarmi » (Mt. XXVI, 55): con le spade: i Principi dei Sacerdoti e gli Anziani del popolo, dai quali l’Agnello viene immolato; la plebe minuta con i bastoni, di cui si dota la plebaglia blasfema. E il fatto che quest’Agnello, immagine di Dio, venga tradito al calar della notte, simboleggia la venuta della notte per i Giudei poiché, a causa della prostituzione e la legge adulterata, avendo il popolo d’Israele accettato il peccato, e bestemmiando ciecamente con testardaggine, favorendo ciò che avevano stabilito esser separato dalla luce, essi sono stati invasi dalle tenebre, cosicché il cieco assenso delle tenebre ha accompagnato la colpa del delitto. La passione di Cristo fu offerta col grande sacrificio tra la luce e le tenebre; al tramonto apparve un breve lasso di tempo di luce – dalla quale Cristo aveva preso il nome – di modo che nelle tenebre della cena cruenta nella quale era stato immolato l’Agnello, risplendesse con la sua luce Cristo, nuovamente risalito il giorno dopo dall’inferno, condannando così l’orrore della triplice morte. Per questi meriti, guadagnati dalla passione del Signore, tutti i Cristiani all’interno della Chiesa possono filare e tessere con la lana di questo medesimo Agnello senza macchia e perfetto. E quasi come sotto una sorta di trinità, cioè del filato, dell’ordito e del tessuto di un’unica sostanza di lana, essi affermano che nella Trinità c’è un solo Dio. Ma, comunque, questa lana, perché ancor meglio possa risaltare, è imbrattata dai diversi colori delle eresie mediante sfumature di tinture diverse. Alcuni lo rendono piacevole con il colore vermiglio, altri con il verde, altri con lo zafferano, altri con lo scarlatto, altri con varianti di colore, … rosso, … nero. Senza dubbio i perfetti, però, per potersi rivestire di bianco, cercano di tessere la lana bianca dell’Agnello. L’indossare un tessuto di lana bianca dell’Agnello alterato da tinte di colori diversi, è proprio degli eretici che si macchiano alterando con vari colori il vestito di lana bianca, e dall’unico tessuto di lana di Cristo, mediante il quale dovrebbero veramente brillare, si trasformano in setta di ignoranza; così, spogliandosi delle vesti perfettamente candide della lana unica dell’Agnello, danno vita a molte sette e ad eresie, che sono officine di dannazione. E quando, coll’occultarsi per mezzo dei colori dei fiori, si è profanata con l’eresia, e la colorazione scura delle erbe ha poi imbrunito la matrice di lana con la frangia, procedendo nella sua discordia, con il vestito così conciato non oserà più nel suo cuore confessare Cristo come Signore, falsandolo con favole ingannevoli. Di costoro il Signore dice nel Vangelo: « Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demoni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome? » (Mt. VII, 22). Ma Egli, rispondendo, dice loro: Lasciatemi, voi operatori di iniquità; non vi ho mai conosciuto nella casa di mio Padre, cioè nella Chiesa. Ed a nessuno sarà utile il dire senza fare. Questo è l’Agnello nato da quell’ariete, Shem, figlio di Noè. Con questo Agnello vivono insieme il leone, l’orso, il leopardo, il bue, la pecora e la capra. Solo la terribile bestia con dieci corna e sette teste è in guerra con Lui. Questo Agnello è colui che sul monte Sion, cioè nella contemplazione della Chiesa, raccoglie le erbe delle virtù. È per merito suo che la bestia viene sconfitta ogni giorno e tenuta prigioniera. – Ed è ora in corso la sesta età, che si estende dalla venuta del Signore fino alla fine del mondo giungendo fino al giudizio. Essa ha la sua mattina in Cristo, la vera luce, che sempre sorge nel cuore dei credenti, e che è chiamata giorno eterno. Essa ha pure la sua sera, la Sinagoga, o l’ignoranza degli stolti, degli scismatici, degli ipocriti, degli eretici. E alla sua fine ecco la notte perpetua: lo stesso Anticristo. Questo è il giorno primo – Cristo – nella creazione, e giorno ultimo nella sua perfezione. Con quest’epoca finisce e ricapitola dall’inizio. – Infatti così dice: « In principio Dio creò il cielo e la terra. Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso » (Gen I, 1). Questo è il principio, in cui Dio ha creato il cielo e la terra. Per  “cielo” intendiamo lo spirito, per “terra” la sua carne. Al principio non fece altro che questo: il Cristo uomo, come testimonia Salomone: « Il Signore mi ha creato all’inizio della sua attività » (Prov. VIII, 22). Dice che è stato creato all’inizio, cioè predestinato. Similmente dice: facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza. E a sua immagine e somiglianza è stato creato Adamo. Tuttavia, la somiglianza era riservata a Cristo. E poiché la terra era caotica e vuota, cioè invisibile e scomposta, non si poteva né vedere né toccare; ed ecco è già visibile; ecco, si può già toccare. Come quando disse: « …toccatemi e guardate; uno spirito non ha carne e ossa come vedete che io ho » (Lc. XXIV, 39). Sentite, dunque, che la terra è ordinata, ed al principio di essa, Dio ha creato il cielo e la terra, cioè lo spirito e la carne: e in questo cielo e in questa terra è contenuto tutto, il visibile e l’invisibile. Infatti ogni creatura, prima di essere creata nel suo tempo, nel Verbo stesso di Dio, cioè nel Figlio che è il principio, doveva prima essere conosciuta dagli Angeli, e così doveva essere fatta per il suo tempo. Ecco perché la conoscenza della creatura in se stessa era la sera, mentre in Dio era al mattino. Infatti la creatura è conosciuta da Dio meglio di quanto la creatura conosca se stessa. Essa cioè, si conosce più dall’arte con cui è stata modellata, che per come sia stata fatta in se stessa: per questo l’Evangelista Giovanni dice: « senza di Lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste. In lui era la vita » Tutto ciò che è stato fatto non ha vita di per sé, ma ha vita nel Verbo stesso di Dio. Di per sé non ha vita né il cielo, né la terra o la pietra, che invece hanno vita in Dio. Infatti in Dio ogni creatura vive senza inizio né mutamento, e quindi è meglio conosciuta dai santi Angeli nel Verbo di Dio, nel quale ha vita, più che in se stessa. E perché nessuno si turbi, o dica: “Il Figlio ha fatto tutte le cose, e il Padre e lo Spirito Santo no?”, – questo è lontano dalla fede cattolica – tutto ciò che è stato fatto, in cielo o in terra, è stato fatto dalla Santissima Trinità, cioè dal Padre e dal Figlio e dallo Spirito Santo, trino nelle Persone, ma un solo Dio in quanto a natura. L’opera della Trinità è comune, ma una è la potenza ed è una sola la maestà. Si comprende così quel che si dice: All’inizio Dio ha creato il cielo e la terra. Ma la terra era caotica e vuota, e lo Spirito di Dio aleggiava sulle acque, cioè su ogni creatura. Per Dio, intende il Padre: per Principio, il Figlio; e nello Spirito santo di Dio, lo Spirito Santo. Si guardi l’opera comune della Trinità. Quando Dio disse: “Fiat lux“, si riferiva gli Angeli. Dio infatti non era nelle tenebre; ma voleva essere conosciuto prima di tutto dalla creatura angelica, perché era già predeterminato nell’incarnarsi, e così disse: ”Fiat lux”. Questo è il giorno dell’inizio della creatura, che non si chiama primo, ma si chiama “giorno uno”, perché il primo di tutti i giorni è Cristo. Si chiama, il primo, il giorno degli Angeli, ma è in relazione alla creazione del mondo: infatti l’Angelo è stato il primo di tutte le creature a conoscere il suo Creatore. Pertanto questo è il primo giorno nella cognizione di se stesso, il secondo nella conoscenza del firmamento. – Nella conoscenza della divisione delle acque, il terzo. Nella conoscenza del sole, della luna e delle stelle, il quarto. Nella conoscenza degli uccelli e dei rettili, il quinto. Nella conoscenza degli animali e delle bestie e dell’uomo stesso, il sesto. Sì, l’uomo è stato creato nel sesto giorno. Cristo era già stato predeterminato nel suo corpo e nella sua anima, e predestinato e conosciuto dalla creatura angelica, quando fu fatto questo primo Adamo. Quando il Padre disse personalmente al Figlio: « Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza » (Gen I, 26), dimostrò l’unità della natura. Infatti disse “a nostra” in riferimento alle Persone, e “fecit Deus” in relazione alla natura. Dio ha voluto essere conosciuto così com’è “a sua immagine”, quando ha progettato l’uomo con un carattere sacro. Il volto di Dio si manifesta nell’uomo in quanto regnante sulle bestie, sugli uccelli e sul bestiame, non uomo come tale, ma la sua immagine. Si riconosce la distanza tra l’uomo ed le bestie, per cui l’uomo è preminente e gli viene comandato di dominare. Pensiamo così al secondo Adamo, Cristo, chiamato “uomo perfetto”; mentre l’altro uomo, precedente rispetto a Lui, è chiamato bestia. Ma siccome gli Angeli e gli uomini sono chiamati figli di Dio, e gli Angeli lo hanno conosciuto per primi tra tutte le creature nella sua divinità, allo stesso modo sono chiamati Angeli anche gli uomini che lo hanno conosciuto pienamente e lo conoscono nella sua umanità: per questo Egli com’è il giorno primo è così anche nell’ultimo. Prima era conosciuto nella sua divinità dalla creatura spirituale; ed ora, non dalla creatura carnale, ma da quella spirituale, cioè dall’uomo interiore, è conosciuto nella sua umanità. Lì si diceva: “Sia fatta luce affinché gli Angeli conoscano Cristo“. Qui è stato detto: « Io sono la luce del mondo » (Gv. VIII, 12), affinché gli uomini-angeli conoscano Cristo. – Là si diceva il secondo giorno: che ci sia un firmamento in mezzo alle acque, e che divida le acque l’una dall’altra. Qui è stato detto: su questa pietra, che tu hai riconosciuto, Pietro, io edificherò la mia Chiesa (Mt. XVI, 18), e separerò la Sinagoga da essa. – Là si diceva il terzo giorno: che le acque siano raccolte in un unico luogo e che la terra appaia asciutta. Qui è stato detto, quando è venuto per essere battezzato: « questo è l’Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo » (Gv. I, 29). Le acque si riunirono, alcune sopra il cielo, altre nell’abisso, altre nei mari: divennero così tre gruppi, uno celeste e due terreni, cioè i giusti ed i peccatori. E apparve la terra, di cui si è detto: « la nostra terra darà il suo frutto » (Sal. LXXXIV, 13). Qui la terra fa germogliare ogni giorno frutti abbondanti. – Là è stato detto al quarto giorno: che ci siano luci. Qui è stato detto: « Io sono la luce del mondo, Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché mi vede come la luce di questo mondo » (Gv. XI, 9). – Si diceva là al quinto giorno: lasciate germinare i pesci e gli uccelli. Qui è stato detto: chi non è nato dall’acqua e dallo Spirito Santo non può entrare nel regno di Dio (Gv. III, 5). E come il Padre mi ha mandato alla passione, così Io mando voi. Là si diceva: crescete, moltiplicatevi e riempite la terra. Qui è stato detto: guai a chi è incinta ed allatta: beate le sterili che non generano! (Mt. XXIV: 19). Là si comandava la crescita e la generazione; qui si consiglia la continenza. Là, la circoncisione della carne: qui, il Battesimo per la purificazione del cuore e del corpo. Là si pensava che la benedizione fosse l’abbondanza di figli; qui, la benedizione e la grazia sono concesse doppiamente attraverso la verginità. Noi, però, così come non vietiamo il matrimonio, così non lo predichiamo. Sta scritto: chi ha moglie, viva come se non ne avesse alcuna (1 Cor. VII, 29). I matrimoni in sé sono buoni; ma in relazione alla preoccupazione delle cose ad essi proprie, sono cattivi. Chi non ha una moglie si preoccupa di come piacere a Dio; e chi ha una moglie si preoccupa delle cose del mondo, e di come piacere alla moglie, ed è diviso. Ma l’Apostolo dice: Se qualcuno non può osservare la continenza, si sposi! È meglio sposarsi due o tre volte con la benedizione, che bruciare macchiando il corpo con la fornicazione. Ma questo diciamo di uno che non si è impegnato a servire Dio mediante la pratica della religione. Se poi questi ha promesso con leggerezza e si è comportato diversamente, è condannato, secondo quanto dice l’Apostolo, … per aver fallito nel suo precedente impegno (1 Tim. V, 12). C’è, quindi, grande differenza tra la verginità ed il matrimonio come ce n’è tra il primo ed un secondo matrimonio. Perché è scritto: i buoi hanno depauperato i prati, i maiali ne hanno saccheggiato alcuni ed il resto è rimasto illeso. I maggiorenti hanno capito si trattasse del matrimonio: il prato è depauperato dai buoi perché, pur non contenendo la bellezza dei fiori, esso non perde il suo verde. Nei maiali che ne saccheggiano alcuni, sono rappresentati quei fornicatori che guazzano con la terra del loro corpo nel fango della crudeltà e del vizio. La terza parte del prato, che si dice sia illeso, è la verginità. – La distanza che c’è tra il Prefetto ed il mulattiere, vile schiavo, è la stessa che corre tra la verginità ed il matrimonio: questa verginità non è comandata nella predicazione, ma è consigliata, e ne sono predicati il merito e la gloria. Questi offici servono, tuttavia, tutti insieme come in un unico palazzo. Ma le vergini dell’anima e del corpo hanno una dignità simile a quella dei prefetti; le vergini solo dell’anima hanno invece una dignità simile a quella dei mulattieri. Agli ordini dell’Imperatore, le due dignità subordinate, cioè quella dei Prefetti e quella dei mulattieri, servono un solo Re, usano un solo veicolo come carro, e sono trasportati da un solo e medesimo giogo di muli. Entrambi quindi svolgono insieme lo stesso servizio. Ma una cosa è la dignità del prefetto ed un’altra quella del vile lavoro del mulattiere. Perseverate, sante vergini, perché avrete tanta gloria in cielo davanti all’eterno Re, quanto i Prefetti ne hanno in terra davanti all’Imperatore. – Come si scende dalla verginità al matrimonio, così si scende dalla dignità della prefettura al vile servizio del mulattiere. E anche se entrambi abitano nello stesso palazzo e sono nutriti dal medesimo Imperatore e viene loro assegnato un posto nello stesso carro, eppure tale ignominia, tale disonore opprimerà colui che, da Prefetto, si vedrà trasformato in un mulattiere, il quale, per non essere più un mulattiere, sceglierà di togliersi la vita. I suoi ingannatori gli offriranno la stessa consolazione che di solito sogliono offrire gli ingannatori delle vergini. Infatti dicono alle vergini sedotte: Sei triste perché sei diventata sposa? Avevi forse un Dio diverso quando eri vergine rispetto ad ora che sei moglie? Eri una vergine schiava dello stesso di cui ora sei anche la moglie. Appartieni alla stessa Chiesa: sei stata consacrata nei suoi stessi misteri, sei segnata col suo sigillo. Togli la tristezza dalla tua anima, perché non sei destinata al fuoco del gehenna, tra persone che fornicano con l’adulterio; ma nella grandezza del matrimonio non perdi la gloria del tuo servizio se, sposata, conservi senza peccato ciò che volevi essere da vergine. Allo stesso modo consolerà colui che è diventato un mulattiere dacché era prefetto: Perché ti affliggi? Tu sei un mulattiere al servizio dello stesso che hai servito come prefetto. Sii grato per non essere picchiato con bastoni di piombo, per non essere mutilato con la spada, per non essere imprigionato, se servi senza colpa in ciò che sei diventato, cioè un mulattiere. – Vedi che differenza c’è tra la verginità ed il primo matrimonio! Ed infatti Cristo, che è venuto in questo mondo per salvare ciò che era perduto, è andato una sola volta alla festa del matrimonio, ordinando così di sposarsi una sola volta. Infatti, sebbene Adamo non avesse peccato, gli fu data una moglie perché avesse dei figli e perché il matrimonio avvenisse in Paradiso. Ma ora non possiamo spiegare come siano organizzati questi matrimoni, perché non ci sono sulla terra paragoni. Ed allora cosa c’è di meglio che seguire l’esempio di Cristo? Cristo, vergine; sua Madre, vergine; il giusto Giuseppe, padre putativo secondo la carne, vergine! Questo è l’esempio della verginità; questo è l’esempio dell’umiltà e della carità, questo l’esempio della povertà e della nudità. Questi devono essere imitati da coloro che desiderano avere la verginità del corpo e dell’anima. Questa sarà la Chiesa. Questi sono quelli di cui è stato detto: seguiranno l’Agnello ovunque Egli vada (Ap. XIV, 4). Poiché la Chiesa ha molti membri ed un solo corpo, si dice che ce ne siano 144.000. – Ci sono molti tipi di vergini, di persone sposate ed anche di penitenti. Lo stesso vale per la vita di tutti i Santi, perché secondo i loro sforzi, i premi che meritano sono diversi. Nel corso di questo sesto giorno, non più divisi, ma nella unità, entrano con il padre Adamo in Paradiso. Non si nascondono più nudi dietro un albero, ma si inchiodano ad una sola croce con i loro abiti bianchi. In questa sesta età del mondo il genere umano si rinnova ad immagine e somiglianza di Dio. E siccome ci sono due uomini, l’uno interiore e l’altro esteriore, cioè l’anima ed il corpo, uno è stato formato dal fango della terra, l’altro è stato creato secondo Dio, perché in tutto il mistero dell’uomo interiore, ad immagine del Creatore, siamo perfetti nella bontà, nella santità e nella carità, secondo quanto dice l’Apostolo: « … ma se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore si rinnova » (2 Cor. IV, 16). Lì si ha l’uomo interiore creato secondo Dio; ma si ha anche l’uomo esteriore fatto dal fango della terra; si ha l’uomo interiore in cui Cristo abita; e si ha l’uomo esteriore che si sgretola e si corrompe … questo è mortale, quell’altro è immortale, incorruttibile, razionale, sottile, eterno ed è quindi immagine di Dio. Ecco l’uomo interiore che si rallegra della legge del Signore; l’uomo esteriore compie le opere della carne. Poiché l’immagine è una cosa e la somiglianza un’altra: si è detto che l’immagine è nel volto, mentre la somiglianza è nelle azioni, come dice l’Apostolo: « Fatevi miei imitatori, come io lo sono di Cristo. » (1 Cor. XI, 1). Ed in altro luogo con le labbra di Dio: « siate santi, come io sono santo (Lev. XI, 44). Ecco che allora, la somiglianza si riferisce alla santità, alla bontà. Perciò, quando Dio disse: facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza, aggiunse subito dopo: e Dio fece l’uomo ad immagine di Dio. Non disse: a sua immagine e somiglianza. Aveva fatto la sua immagine nell’Adamo vivente con un’anima invisibile ed immortale; ma la somiglianza era riservata a Cristo: per mezzo del quale colui che è stato fatto ad immagine di Dio è stato ricreato in Lui a somiglianza di Dio, come dice l’Apostolo: « il primo uomo, Adamo, divenne un essere vivente, ma l’ultimo Adamo divenne spirito datore di vita » (1 Cor. XV, 45). Pertanto, colui che era stato fatto anima vivente, non aveva ancora ricevuto la somiglianza; ma colui che è stato fatto nello spirito vivificante è stato fatto a somiglianza di Dio. Perché l’immagine è, come abbiamo detto prima, nel volto, ma la somiglianza è nelle azioni. In questa somiglianza, quindi, che è migliore e la più prossima a Dio, si mostra in modo brillante come si sia somigliante a Dio, cioè divino, armonioso, sincero, non confuso, non debole, non mutevole. È dunque – dice l’Apostolo – lo splendore della luce interiore di Cristo, che abita in lui. – Ma che cos’è quest’anima di tal qualità, o che cos’è questa somiglianza, se non la vita spirituale celeste, che non si macchia con alcuna passione, né col vizio, né con la lussuria, né con ingannevoli tinture colorate? Essa non mostra avidità, perché questa somiglianza non ha vanagloria per i desideri del mondo; non arde per il vizio della carne, non brucia di rabbia, né si comporta con crudeltà disumana; infatti, più che tormentare gli altri, tormenta se stessa; … ma ha in questa somiglianza un volto compassionevole, degli occhi misericordiosi, una lingua che difende, una volontà benefica. Questa, quindi, è la somiglianza che dovremmo desiderare, quella che possiede tale grazia e felicità, al punto da, cosa quasi incredibile, non più uomo ma, cambiando la legge e la condizione, essere chiamato Dio immortale. E proprio per questo è chiamato Dio e lo è diventato, non nascendo tale; ed è chiamato Dio per Grazia, non per natura. Perciò, unito al cielo ed alle stelle, godrà per l’eternità della vita celeste. E non dubitate, per il fatto che si sia detto che l’uomo è Dio: infatti il Dio degli dei lo ha promesso e lo ha donato. Sforzatevi di vincere, perché possiate meritare di essere chiamati Dio, come si dice: « … Ho detto: voi siete dei, e tutti voi siete figli dell’Altissimo » (Psal. LXXXI, 6). Ciò che si dice essere somigliante, è tal come prototipo di verità, perché non può essere riconosciuto come tale se non colui che abbia caratteristiche che si manifestano esternamente attraverso l’immagine del volto. E siccome abbiamo detto essere simile a Dio, questo può essere compreso dalle opere, come è detto anche in un altro testo: « Non c’è nessuno a te somigliante » (Psal. XXXIV, 10), poiché nella Scrittura si parla di Dio a volte per ereditarietà, a volte per essenza. Si dice per ereditarietà quando dice: « Vedi, io ti ho posto a far le veci di Dio per il faraone » (Es. VII, 1). Egli dice a Mosè: « Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe » (Gen. XXVIII, 13). Chi è chiamato Dio per designazione ereditaria lo è tra tutte le altre cose; chi è chiamato Dio per essenza si chiama Dio al di sopra tutte le cose, ed è uno solo. Gli dei sono molti. Nessuno è chiamato Dio se non gli Angeli e gli uomini: e questi Angeli sono mandati agli uomini. E questi Angeli di Dio sono vicini a noi, come giudici terreni e padri eccellenti, che quando ci vedono compiere opere giuste mostrano a noi la loro lode e il loro favore. Ma quando ci vedono fare opere ingiuste, non ci permettono di andare avanti senza un flagello o una punizione. Mentre i giudici terreni di solito si comprano con i doni; questi qui non possono invece essere comprati mediante elargizioni o donativi, ma con le nostre lacrime, affinché con la sua misericordia scacci da noi la sua giusta indignazione, e ordini che la sentenza pronunciata contro di noi a causa della qualità dell’azione sia annullata dalla sua misericordia. Quando diciamo che Dio si è irato, dobbiamo pensare a ciò che ci insegna la forma abituale, per esempio: abbiamo detto che Dio si è irato con il faraone; ma l’ira qui consisteva nelle dieci piaghe, e tutte si sono abbattute sopra di lui; quando si è pentito, il Signore lo ha perdonato, ed esse si sono ritirate. Quando diciamo, quindi, che Dio è irato, non possiamo figurarlo in sé irato; ma è la furia del vento che si è irata, perché vede che il suo Signore e Creatore è disprezzato, o è il fuoco del sole, o le inondazioni delle piogge, o i terremoti, o la furia dei barbari. Tutte queste cose sono compiute, come detto, dal ministero degli Angeli di Dio: quando i beni che ci ha Egli concesso sono da noi disprezzati, si fa sentire irato con la loro stessa ira, che essi eccitano nei loro sensi per onore a Dio. È così come sogliono fare i giudici davanti a coloro che essi giudicano: se hanno saputo che essi hanno fatto qualcosa contro la volontà de re, applicano in modo integerrimo la loro ira; ed invece fingono di non essere irati quando il trasgressore ha potuto ottenere il loro perdono attraverso le sue suppliche al re o quelle degli amici del re. Ma Dio non patisce alcuna ira. Coloro che soffrono per quel che non desiderano possono essere irati; ma Dio non può patire per ciò che non desidera. E, come ho detto, tutte le cose sono state sottomesse agli Angeli di Dio, sia le celesti che le terrene, sia quelle che sono nel mare o nelle profondità. Così come si è sottomessi agli uffici dei prefetti, dei governanti e dei tribuni, secondo la decisione dei loro giudici, che invitano alcuni a gioire per la carità delle loro opere, mentre altri trascinano ai supplizi, altri mandano alle torture, o in prigione, o a morte, alla spada, al fuoco: così sono gli Angeli che ci sovrastano. Prima della venuta del nostro Redentore c’era discordia tra gli Angeli e gli uomini. Ma quando Cristo è venuto, « … è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo » (Ef. II, 14), ed Egli siede sul suo trono, cioè sulla Chiesa che ha acquistato con il suo sangue; e prepara i suoi giudizi attraverso gli Angeli ed i Vescovi o gli altri Santi, fino a quando non venga a giudicare e a regolare i conti con loro (Mt. XXV, 19). E chiede a ciascuno di rendere conto della quantità dei talenti a lui dati: e a seconda della qualità degli sforzi, elargisce le ricompense o le punizioni: dando ai giusti la gioia eterna, ma ai malvagi il tormento della punizione eterna.

[6] Abbiamo detto queste poche cose con una digressione, per mostrare come i Santi siano riconosciuti in questo mondo. Noi diciamo, con i lumi del nostro Dio, ciò che possiamo affermare attraverso i Testamenti: perché non sappiamo cosa sia successo prima del mondo, e neanche cosa succederà dopo il mondo. Noi possiamo affermare con la loro autorità solo ciò che sta nel mezzo – che è ciò di cui parliamo -. Infatti è scritto in Isaia: « Nell’anno in cui morì il re Ozia, io vidi il Signore seduto su un trono alto ed elevato; i lembi del suo manto riempivano il tempio. Attorno a lui stavano dei serafini, ognuno aveva sei ali; con due si copriva la faccia, con due si copriva i piedi e con due volava. Proclamavano l’uno all’altro: “Santo, Santo, Santo è il Signore degli eserciti. Tutta la terra è piena della sua gloria”. Vibravano gli stipiti delle porte alla voce di colui che gridava, mentre il tempio si riempiva di fumo. E dissi: “Ohimè! Io sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono e in mezzo a un popolo dalle labbra impure io abito; eppure i miei occhi hanno visto il re, il Signore degli eserciti”. Allora uno dei serafini volò verso di me; teneva in mano un carbone ardente che aveva preso con le molle dall’altare. Egli mi toccò la bocca e mi disse: “Ecco, questo ha toccato le tue labbra, perciò è scomparsa la tua iniquità e il tuo peccato è espiato”. Poi io udii la voce del Signore che diceva: “Chi manderò e chi andrà per noi?”. E io risposi: “Eccomi, manda me!”. Egli disse: “Va’ e riferisci a questo popolo: Ascoltate pure, ma senza comprendere, osservate pure, ma senza conoscere. » (Is. VI, 1-9). Il santo Profeta ha detto tutto questo per bocca della Chiesa. Tutto questo lo può dire o fare la Chiesa, che è stata acquistata a prezzo preziosissimo. Il senso spirituale accompagna la storia narrata, per il qual motivo la riferisco. Chiediamo infatti al Signore, nel Comune della Messa, di mandarci anche una brace dell’altare, affinché, eliminata ogni macchia di peccato, si possano dapprima contemplare i misteri di Dio, e poi raccontare ciò che si è visto. Isaia, che viveva ai tempi in cui il re lebbroso governava il regno, non alzò gli occhi al cielo, né gli apparvero i misteri celesti, né gli apparve il Signore, né udì il triplice Nome santo della Trinità nel mistero della fede. Ma i misteri celesti gli furono resi noti a chiari lumi, solo dopo che il malvagio re si era allontanato e aveva perso il sommo Sacerdozio che deteneva. Ugualmente il popolo d’Israele, finché visse il faraone, non sospirò al suo Signore per il lavoro che faceva con il fango, i mattoni e la paglia; mentre questi regnava, nessuno ricercava il Dio Padre di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, ma quando egli morì, « … Nel lungo corso di quegli anni, il re d’Egitto morì. Gli Israeliti gemettero per la loro schiavitù, alzarono grida di lamento e il loro grido dalla schiavitù salì al Signore » (Es. II, 23), e questo perché era allora giunto il momento in cui dovevano gioire mentre prima – quando questi viveva – dovevano piangere. Se si comprende che in Ozia, nel Faraone e negli altri loro consimili, sono rappresentate le potenze nemiche, capirete come, mentre esse vivono, nessuno vede Dio, né sospira, né corre a fare penitenza. « Non regni più dunque il peccato nel vostro corpo mortale », dice l’Apostolo (Rm. VI, 12). Quando serviamo ai piaceri del mondo e ci curiamo più del corpo, che è della terra, piuttosto che dell’anima, fatta ad immagine di Dio, abbiamo questi re che regnano in noi, e quindi non possiamo vedere il Signore. Quando il peccato regna nel nostro corpo, costruiamo come le città per gli egiziani; ci muoviamo tra la cenere e le immondizie: invece del grano, ecco la paglia; al posto del cibo solido, ecco una pietra: camminiamo cioè dietro le opere di fango. Ho visto il Signore seduto su un trono eccelso ed elevato. Anche Daniele vedeva il Signore seduto da solo, ma non su di un trono alto ed esaltato. Guardate questi due Profeti: uno lo ha visto in alto, l’altro nella valle. Lo vede in alto chi in questo mondo vede questi re morti a se stessi e pratica la penitenza. Lo vede nella valle chi ha sopra di sé – come re – Ozia ed il faraone. Come annunziò la voce divina: « … riunirò tutte le nazioni e le farò scendere a giudizio nella valle di Giòsafat » (Gioel. IV: 2), che significa il giudizio del Signore? Chi è peccatore, e a me somigliante, vede il Signore seduto nella valle di Giosafat, non sul monte, non su un colle, ma nella valle, e nella valle del giudizio. Ma chi è giusto e somigliante ad Isaia lo vede seduto su di un trono eccelso ed elevato. Per far meglio comprendere, ecco ancora altro: quando medito che Egli regna sui Troni, sulle Dominazioni, sugli Angeli e sulle altre Virtù, contemplo il suo trono esaltato; ma quando considero come Egli si prende cura del genere umano, e si dice che per la nostra salvezza scenda ancor sempre sulla terra, vedo il suo trono umile e vicino alla terra. Sopra di Lui si trovavano anche alcuni Serafini, con sei paia di ali ciascuno. Ci sono, quindi, dodici ali, che rappresentano la Chiesa costituita nel numero dodici. Si dice anche che i Serafini bruciarono e si infiammarono; di questo fuoco il Salvatore dice: « … Sono venuto a portare il fuoco sulla terra, e cosa voglio se non che bruci? » (Lc., XII, 49). Due ali gli nascondevano il volto e due i piedi, e due ali battevano tra loro, e gridavano l’un l’altro tre volte Santo. Il senso di queste ali, nel commento su Ezechiele e l’Apocalisse, lo troverete ampiamente illustrato in precedenza, nel terzo libro. Ma ora continuiamo ciò che abbiamo iniziato. Ciò che ci sia di vero in questo, Dio solo lo sa; ciò che ci sia di verosimile, lo spiegheremo qui di seguito. Con un paio d’ali si nascondevano il viso, con due si nascondevano i piedi e due ali battevano tra loro. Occultavano il volto, non il loro, ma quello di Dio. Infatti, chi può conoscerne il principio? Cosa c’era prima che Egli creasse questo mondo? Cosa ci sarà dopo nell’eternità? Quando ha Egli creato i Troni, le Dominazioni, le Potenze, gli Angeli e tutta la corte celeste? E con un paio d’ali nascondevano i suoi piedi, non i propri, ma quelli di Dio. I piedi sono la parte più estrema del corpo. E chi può conoscere i suoi ultimi eventi? Cosa succederà dopo la distruzione del mondo? Cosa succederà dopo che il genere umano sia stato giudicato? Qual tipo di vita seguirà? Ci sarà un’altra terra? E, dopo la transizione, ci saranno degli elementi nuovi? Si creerà un altro mondo ed un altro sole? « Narrate quali furono le cose passate … Annunziate quanto avverrà nel futuro e noi riconosceremo che siete dèi » (Is. XLI, 22-23) – dice Isaia – dando ad intendere che nessuno può dire cosa ci fosse prima del mondo né cosa ci sarà dopo. E con altre due ali battevano le ali e gridavano l’un l’altro  dicendo tre volte: Santo. I due che gridavano sono la Legge ed il Vangelo. Perché da questi sappiamo solo ciò che sta nel mezzo, quello cioè che ci è reso manifesto per mezzo della lettura delle Scritture: quando è stato creato il mondo, quando è stato plasmato l’uomo, quando avvenne il diluvio, quando è stata data la Legge; … che da un solo uomo sono stati popolati tutti gli spazi della terra, e che nell’ultimo tempo il Figlio di Dio si è fatto carne per la nostra salvezza. Il resto oltre a ciò che abbiamo detto, è stato nascosto dai due Serafini con l’occultare il viso ed i piedi. E gridavano l’un l’altro. Saggiamente si sono messi l’uno di fronte all’altro: infatti ciò che si legge nell’Antico Testamento, lo troviamo nel Vangelo; e ciò che è stato letto nel Vangelo, lo si deduce ugualmente dal testo dell’Antico Testamento. Non c’è niente di dissonante tra essi, niente di contrario. E dicevano: Santo, santo, santo, santo, Signore Dio degli eserciti. In entrambi i Testamenti viene predicata la Trinità. E il nostro Salvatore è detto anche Dio degli eserciti: si prenda ad esempio il Salmo XXIII. Le Virtù, che servivano il Signore, gridarono alle altre potenze celesti di aprire la porta al Signore che stava per tornare: « Sollevate, Principi, le vostre porte, ed entri il Re della gloria. (Sal. XXIII, 7). Allora quelle Potenze, vedendo Cristo rivestito di carne, sbalordite dal nuovo mistero, si chiedono: Chi è questo Re di gloria? E ricevono la risposta: Il Signore Sabaoth, è il Re della gloria. – Piena è tutta la terra della sua gloria. Questo è ciò che dicono i Serafini sulla venuta del Signore Salvatore, la cui predicazione si diffonde in tutto il mondo e la voce degli Apostoli penetra fino ai confini della terra. Si sollevarono i frontali alla voce di coloro che gridavano. Leggiamo nell’Antico Testamento che il Signore parlava sempre a Mosè e ad Aronne alla porta del Tabernacolo perché prima del Vangelo non aveva ancora introdotto nessuno nel “Sancta Sanctorum“; ma di poi vi fu introdotta la Chiesa, secondo il detto; « M’introduca il re nella sua dimora » (Cant. I, 4). Senza dubbio, quando nostro Signore Gesù Cristo è sceso sulla terra, quell’architrave si è aperto. In greco si usa un verbo il cui significato è quello di rimuovere un ostacolo che impedisce di entrare a chi lo desideri. E tutto questo mondo si riempì di fumo, cioè della gloria del Signore. E Dio è il fuoco divoratore (Dt. IV, 24). Infatti, quando scese sul Monte Sinai davanti a Mosè, al suo passaggio si vedevano bagliori che si muovevano, e l’intero monte era pieno di fumo. Per questo si dice nel salmo: « tocca i monti ed essi fumano » (Sal. CIII, 32). E pur non potendo comprendere tutta la sostanza del fuoco, esso si diffonde in tutto il mondo come un fumo leggero e, direi, meno denso; di modo tale che diciamo: « Parzialmente conosciamo e parzialmente profetiamo. Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa » (1 Cor. XIII, 9). Chiediamoci allora dove sia questo fuoco salutare: nessuno dubita che sia nei volumi sacri, con la lettura dei quali purifichiamo tutti i vizi. E questa Chiesa, che è la casa di Dio, per mezzo delle Sacre Scritture è piena di fumo. – E disse: guai a me, perché ho taciuto. Vedete che Isaia aveva peccato solo con la sua parola, e quindi le sue labbra erano impure. E questo, come penso, perché non corresse il re Ozia che entrò nel tempio.Ed infatti, dopo la morte del sacerdote Zaccaria, quando egli (Ozias) volle offrire da se medesimo le offerte di pertinenza dell’ordine sacerdotale, le portò via non piamente, ma con arroganza; e non volle ascoltare i leviti ed i sacerdoti che lo rimproveravano: « Non tocca a te, Ozia, offrire l’incenso, ma ai sacerdoti figli di Aronne che sono stati consacrati per offrire l’incenso (2 Cron. XXVI: 18). E subito gli scoppiò la lebbra sulla fronte. Qui si capisce che, mentre altri gridavano, Isaia taceva: e così considerava, dopo la sua morte, che le sue labbra fossero immonde, dicendo: Guai a me, perché ho taciuto. Isaia, com’era giusto, aveva peccato solo con le parole: per questo solo le sue labbra erano impure. Io, solo con il parlare, o lanciando sguardi lussuriosi, sono occasione di scandalo per le anime, pecco cioè con il piede, e per la partecipazione di tutte le membra, ho tutto impuro. E battezzato una volta nello Spirito, macchiandomi la tunica, ho bisogno della purificazione del secondo battesimo, cioè del fuoco. Non ci sono, come alcuni pensano, parole superflue nelle Scritture, ma ci sono molti insegnamenti occultati in esse. Una cosa è il senso letterale, un’altra il senso mistico. Vedete che il Signore nel Vangelo si cinge di una tovaglia, prepara una bacinella per lavare i piedi dei discepoli, svolgendo l’ufficio di un servo: e questo per insegnare l’umiltà, affinché possiamo servirci l’un l’altro. Io non nego, non rifiuto: che cosa dice a Pietro che rifiuta: « se non ti lavo i piedi, non avrai parte con me » (Gv. XIII, 8): ed egli rispose, « non solo i piedi, ma anche le mani e la testa ». Il Signore stava per ascendere al cielo, e poiché gli Apostoli, come uomini attaccati alla terra, avevano ancora i piedi imbrattati dalla sozzura dei loro peccati, Egli volle liberarli totalmente dai loro peccati, affinché si applicasse ad essi il testo profetico: « … quanto sono belli i piedi di coloro che predicano il Vangelo » (Rm. X, 15; Is. LII, 7), e servissero ad imitare le parole della Chiesa, che dice: « Mi sono lavata i piedi; come ancora sporcarli? » (Cantico V, 3). Così che anche se, dopo la risurrezione, un po’ di polvere aderisce ad essi, essi la scuoteranno contro la città empia a testimonianza dello sforzo con cui l’hanno percorsa per la salvezza di tutti, fattisi Giudei con i Giudei, gentili con i gentili, o anche se macchiatisi in parte nei precedenti percorsi. Quindi, per tornare al nostro proposito, come gli Apostoli avevano bisogno della purificazione dei loro piedi, così Isaia si rende bisognoso della purificazione delle proprie labbra. D’altra parte, il popolo che non solo non fa penitenza, e che non sa che Isaia ha le labbra impure, non merita il rimedio della purificazione. Il profeta che in verità sapeva aver peccato con le sue labbra, sente l’Angelo che con un carbone purifica le sue labbra. Noi, che seguiamo la prima sentenza, affermiamo che il Testamento evangelico mandato al profeta, che contiene in sé sia i suoi insegnamenti, sia anche quelli dell’Antico Testamento, rende la parola di Dio ardente con i duplici precetti, e dopo aver toccato le sue labbra ha purificato ciò che aveva fatto nell’ignoranza. Infatti quello che noi consideriamo come labbra impure, fu eliminato per la verità della sua purificazione. Con questo forcipe fu pure visto Dio da Giacobbe sulla scala. Esso è la spada a doppio taglio. Questi sono i due centesimi che una vedova getta nelle offerte di Dio. Questa è la moneta che vale due denari, che, trovata per il Signore nella bocca del pesce, viene resa da Pietro. In questa doppia unione sono contenute le virtù. La moneta è data al profeta che, nel Salmo CXIX, implorando Dio, dicendo: « Signore, libera la mia vita dalle labbra di menzogna, dalla lingua ingannatrice » (Sal CXIX, 2). E dopo la domanda dello Spirito Santo: « Che ti posso dare, come ripagarti, lingua ingannatrice? », gli fu detto: « Frecce acute di un prode, con carboni di ginepro ». Sappiamo così che questa è stata concessa al profeta: in verità, la brace ardente che purifica la lingua dal peccato, è la parola divina, di cui si dice: « hai i carboni ardenti, ti ci siedi sopra. Questi ti serviranno d’aiuto » (Is. XLVII, 14). Guardate come son purificate le labbra di chi, morto il re Ozia o il faraone, sospira per la penitenza. Questo medesimo è la Chiesa di Dio. Questi stessi sono i CXLIV mila. E poiché, sotto la guida di Dio, con il calcolo numerico spieghiamo il mondo intero, torniamo ora al numero citato e che il santo Apostolo aveva udito dai testimoni: Ho sentito il numero di coloro che sono stati segnati: centoquarantaquattromila segnati da tutte le tribù dei figli d’Israele (Ap VII, 4). Abbiamo già detto in precedenza che i CXLIV mila rappresentano tutta la Chiesa, e abbiamo pure detto di coloro che si dice siano nel numero, e di quanti siano considerati ad immagine e somiglianza di Dio che, non imitando nessuno dei Santi, ma vedendo la stessa Verità nella contemplazione, operano la giustizia, affinché comprendano e seguano la Verità medesima nella cui immagine e somiglianza sono stati fatti. Circa il numero di coloro che sono stati segnati alla fine del mondo, quando la Giudea arriverà alla fede, si crede che siano di dodici migliaia: i CXLIV (144) mila vergini di Israele. E se ci sono così tanti vergini, quanto sarà grande il numero dei non vergini? Quando parlavamo dei numeri, e dicevamo che la perfezione era nel numero sei, raddoppiando questo stesso numero, abbiamo dodici. Questa è la Chiesa costituita sul numero dodici, cioè dagli Apostoli; che moltiplicato ancora per dodici numera 144. Dodici volte due fa 24. Questi sono i 24 Anziani. Dodici volte dieci sono 120. Questi 120 sono le anime sulle quali lo Spirito Santo è disceso a Pentecoste in lingue di fuoco. Questa è la prima Chiesa, fondata in primo luogo sulla roccia Cristo: « Infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo » (1 Cor. III, 11).  Questo è il fondamento ed il modello dei membri di tutta la Chiesa. Chiunque non si trovi in questo modello, non è nel fondamento, né è nel tempio. Questo è misurato con una canna: da questo essi non saranno cacciati fuori, perché è il tempio della Gerusalemme celeste. Ai 120, aggiungiamo i 24 anziani, per un totale di 144.000. E per farne 144.000, per ognuno dei dodici si mettano 10.000; cioè, per ognuno dei dodici, mille, e per ogni altro lo stesso, finché non avremo i dodici, con la somma finale di 120.000. Aggiunti i ventiquattro Anziani, abbiamo CXLIV mila. E questa è la Chiesa intera, che crediamo sia fondata su di un numero così grande di membri, su una roccia molto forte, che è Cristo. Il numero dei santi è innumerevole, come testimonia il profeta Davide: « Ma sono grandemente onorati da me, o Dio, gli amici tuoi; grandemente possente è divenuto il loro impero. Se vorrò contarli, saran più che l’arene del mare » (Sal. CXXXVIII, 17). Essi sono contati da Cristo, al quale nulla è occulto, quelli fatti cioè a sua immagine e somiglianza. Per noi, però, sono innumerevoli perché si sono moltiplicati più della sabbia. Così dice: Poi ho guardato e c’era una grande moltitudine, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua. Non ha detto, dopo questo non ho visto un altro popolo, o un’altra folla, ma ho visto il popolo; cioè lo stesso che ha visto nel mistero dei CXLIV mila, e questo è quello che vede ora essere innumerevole; e quella che ha visto da tutte le tribù di Israele, è questa stessa immensa folla di ogni tribù, nazione, popolo e lingua. Ha già spiegato cosa sono i CXLIV mila, dicendo che sono innumerevoli; ed ha spiegato come vengano da tutte le tribù dei figli di Israele, dicendo: … da ogni nazione, razza, popolo e lingua. Ogni nazione, razza, tribù, popolo e lingua che viene alla fede, è innestata su questa radice; ed è la stessa dalla quale vengono le medesime dodici tribù di Israele. Infatti il Signore nel Vangelo mostra che tutta la Chiesa – sia che provenga dai Giudei che dai gentili – sono le dodici tribù di Israele, dicendo: « siederete anche voi su dodici troni a giudicare le dodici tribù di Israele »  (Mt XIX, 28). Poiché è chiaro che giudicheranno tutta la Chiesa, che comprende ogni razza umana, non solo quella della circoncisione; l’Apostolo ha detto che alla fine Israele completerà l’entrata delle genti: « … saranno entrate tutte le genti ed allora tutto Israele sarà salvato » (Rm. XI, 25). – Per dimostrare che i CXLIV sono la moltitudine innumerevole, e che le dodici tribù di Israele sono tutti i popoli, non ha citato i CXLIV mila, ma ha descritto solo l’innumerevole moltitudine vestita con abiti bianchi e purificata dalle lacrime. Questi non sono, come alcuni dicono, i bambini uccisi da Erode, e non è difficile dimostrare che si tratti di una questione semplice: quelli erano infatti solo della tribù di Giuda; questi, invece sono di ogni tribù, razza e lingua. Stando in piedi – dice – davanti al trono e all’Agnello, vestiti di bianche vesti e con le palme nelle mani. E gridano a gran voce: “La salvezza appartiene al nostro Dio che siede sul trono, ed all’Agnello! E tutti gli Angeli erano in piedi intorno al trono e agli anziani ed ai quattro animali. E spiega che erano numerosi e tutti gli Angeli stavano in piedi. Non descrive in tal modo nient’altro che la Chiesa. E poi dice: con le palme nelle mani: non senza ragione si compara la vita dei giusti ad una palma: perché la palma in basso è ruvida al tatto ed è come avvolta da una corteccia secca; ma verso l’alto è gradevole alla vista con i suoi frutti; sotto è stretta con gli avvolgimenti della sua corteccia, ma sopra si estende con ampiezza verdeggiante. Tale è la vita degli eletti, disprezzabile dal basso, bella dall’alto. In questa terra, cioè quaggiù, appare come avvolta da numerose cortecce, essendo gravata da molte tribolazioni. Nell’altissima eternità è come un espandersi con le foglie verdeggianti per l’ampiezza del premio. La palma ha anche qualcos’altro che la rende diversa da tutti gli altri tipi di alberi. Infatti ogni albero si allarga per radicarsi con forza al suolo, ma crescendo verso l’alto diventa sempre più stretto, e più è alto più diventa piccolo in cima. Al contrario, la palma inizia con minore ampiezza vicino al terreno, ma si eleva sempre più con vigore nei rami e nei frutti, e iniziando debolmente in basso, cresce sempre più verso l’alto. A chi possono essere paragonati gli altri alberi se non alle anime terrene ed a coloro che bramano i beni terreni? In questa vita sono larghi, nell’altra sono stretti. Perché sicuramente tutti coloro che amano questo mondo sono fortemente radicati nelle cose terrene e deboli nelle cose celesti; essi infatti desiderano lottare per la gloria temporale fino alla morte, ma per la speranza eterna non fanno neanche un minimo sforzo. Per i beni terreni essi tollerano ogni ingiuria, per la ricompensa celeste rifiutano il soffrire l’aggravio pure di una parola insignificante; sono abbastanza forti da poter resistere anche per un giorno intero ad una prova terrena; ma nella preghiera al cospetto di Dio, si stancano anche per il breve tempo di un’ora. Spesso soffrono la nudità, il disprezzo e la fame per acquisire ricchezze ed onori; si sacrificano con l’astinenza dal cibo, si danno da fare per ottenere benefici; ma nel cercare i beni celesti che richiedono travagli, li respingono tanto più a lungo quanto più pensano di riceverli come ricompensa. Così costoro, come tutti gli altri alberi, sono larghi in basso e stretti in alto: rimangono così forti inferiormente, ma si rimpiccioliscono verso l’alto. Ed ancora, la qualità delle palme significa la vita feconda dei giusti, che non sono forti nelle preoccupazioni terrene, ma non sono deboli in quelle celesti, che sono solleciti verso Dio in misura maggiore di quanto lo siano per il mondo. A questi si dice « Parlo con esempi umani, a causa della debolezza della vostra carne. Come avete messo le vostre membra a servizio dell’impurità e dell’iniquità a pro dell’iniquità, così ora mettete le vostre membra a servizio della giustizia per la vostra santificazione ». (Rm. VI, 19). Senza dubbio egli [l’Apostolo] è condiscendente verso la loro debolezza, come se dicesse loro più chiaramente: se non puoi essere di più, sii almeno col frutto delle buone opere, così come lo sei stato prima nella condotta viziosa. E la santa libertà della carità non vi renda ora più deboli di quanto l’uso del piacere terreno vi rendesse forti nella carne. Ci sono alcuni che, quando cercano i beni celesti, abbandonano persino le azioni malsane di questo mondo; pure, a causa del loro cattivo pensiero, cadono per la debolezza dell’incostanza. A chi si può dire che somiglino costoro, se non agli alberi tutti, che non si innalzano in ampiezza in alto così come lo sono in terra? Quando essi si convertono, non perseverano come quando hanno cominciato, simili agli alberi larghi nei loro inizi, ma che poi si indeboliscono man mano: e pure, a causa delle prove temporali, essi subiscono presto il deteriorarsi delle loro virtù. I desideri celesti languono dolcemente in essi; e coloro che si mettono in cammino essendo forti e robusti, finiscono per essere deboli ed infermi; mentre avanzano con l’aumentare dell’inattività, crescono così che sembra che si stiano chinando. D’altra parte, la palma, come detto, è più larga verso l’alto rispetto allo spessore mostrato quando inizia ad elevarsi dappresso alla radice. Così molte volte la conversione degli eletti si realizza con più pienezza al termine rispetto all’inizio. E se all’inizio essa comincia tiepidamente, raggiunge poi alla fine maggior fervore: [l’eletto] ritiene infatti di essere sempre agli inizi e rimane così instancabile verso la novità. Vedendo la costanza dei giusti, il profeta dice: « ma quanti sperano nel Signore riacquistano forza, mettono ali come aquile, corrono senza affannarsi, camminano senza stancarsi ». (Is. XL, 31). Essi mutano il loro vigore, perché desiderano essere forti nel lavoro spirituale, così come una volta erano forti nella carne. Prendono le ali come un’aquila perché volano nella contemplazione. Corrono senza essere affaticati, perché predicano con grande celerità più velocemente; camminano senza stancarsi, perché acquistano velocità nel loro intelletto, onde accompagnare quelli che stanno più dietro. Rendono partecipi gli altri di tutti i beni che ricevono, nella misura in cui essi rimangono immutabili nella novità: e quelli che nascono deboli nella radice al loro inizio, crescono poi forti fino al culmine della perfezione. – Continua ancora così: si prostrarono davanti al trono, si chinarono faccia a terra davanti all’Agnello e adoravano Dio dicendo: Amen. Lode, gloria, sapienza, azioni di grazie, onore, potenza e forza al nostro Dio nei secoli dei secoli. Amen. E per dimostrare che le innumerevoli moltitudini che vedeva davanti al trono fossero gli stessi Angeli che si prostravano a terra ed adoravano, non dice qui che erano adoranti né la innumerevole moltitudine, né gli animali, né gli anziani, ma solo gli Angeli. Gli Angeli stessi, sono quindi la moltitudine, sono gli anziani, e gli animali, sono quelli che si sono inchinati ed hanno adorato Dio. Uno degli anziani prese la parola e disse: “Quelli che sono vestiti di abiti bianchi, chi sono e da dove vengono? Io gli risposi: tu lo sai Signore. (Ap. VII, 13-14). “Uno degli anziani” è la Chiesa: uno insegna ad uno, cioè la Chiesa alla Chiesa. L’uno dice all’altro quale sia la ricompensa degli sforzi dei santi, dicendo: sono quelli che sono usciti dalla grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti e le hanno rese candide nel sangue dell’Agnello. Non si tratta solo dei martiri, come alcuni pensano, ma di tutta la Chiesa. Egli infatti non ha detto che hanno lavato le loro vesti nel loro stesso sangue, ma in quello dell’Agnello, cioè nella grazia di Dio per mezzo di Cristo, come sta scritto: « e il sangue del suo Figlio ci purifica » (1 Gv 1, 7). Ecco perché stanno davanti al trono di Dio e lo servono giorno e notte sul suo trono, … cioè meditano sulla legge di Dio giorno e notte: sul suo trono, cioè sulla Chiesa. E colui che siede sul trono dimorerà in loro. Ed essi sono il trono, in cui Dio abiterà, cioè la Chiesa. Non avranno più né fame né arsura. Come dice il Signore: « Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete » (Gv. VI,  35). E anche: « chi beve l’acqua che Io gli darò non avrà mai sete; ma in lui sgorgherà una fonte di acqua viva, che sgorgherà nella vita eterna » (Gv. IV, 13). Il sole non li disturberà più, né si vergogneranno più. Questo è ciò che Dio dice della Chiesa attraverso Isaia: « Una tenda fornirà ombra contro il caldo di giorno e rifugio e riparo contro i temporali e contro la pioggia » (Is. IV, 6). Ed ancora: « di giorno il sole non ti colpirà, né la luna di notte » (Sal CXX, 6). Il sole è Cristo. Colui che inciampa in Cristo, il sole lo brucia di giorno. La luna è la Chiesa. Chi inciampa nella Chiesa, la luna lo brucerà di notte. Dice che la virtù dei Sacramenti fiorisce nei suoi e che essi non sono soggetti ad alcun inganno dannoso da parte del sole e della luna. … Perché l’Agnello che è in mezzo al trono li nutrirà. L’Agnello è Cristo. Aveva detto prima che l’Agnello era diventato il libro di Colui che siede sul trono; ora è l’Agnello che si trova in mezzo al trono. In verità, Cristo è in mezzo alla Chiesa: è il suo trono e con essa risuscitò nel trono. E vi condurrò alle sorgenti delle acque della vita, come dice la Chiesa stessa: « il Signore è il mio pastore, non manco di nulla. Mi conduce su pascoli erbosi » (Psal. XXII, 1). E con Isaia: « Essi pascoleranno lungo tutte le strade, e su ogni altura troveranno pascoli. Non soffriranno né fame né sete e non li colpirà né l’arsura né il sole, perché colui che ha pietà di loro li guiderà, li condurrà alle sorgenti di acqua. Io trasformerò i monti in strade e le mie vie saranno elevate. » (Is XLIX, 9). Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi. Tutto questo accade spiritualmente alla Chiesa quando, perdonati i peccati, ci alziamo e ci liberiamo del primitivo uomo vecchio, ci rivestiamo di Cristo e ci riempiamo della gioia dello spirito. Questo è il modello di vita che il Signore promette alla Chiesa: « … Io esulterò di Gerusalemme, godrò del mio popolo. Non si udranno più in essa voci di pianto, grida di angoscia Non ci sarà più un bimbo che viva solo pochi giorni, né un vecchio che dei suoi giorni non giunga alla pienezza; poiché il più giovane morirà a cento anni e chi non raggiunge i cento anni sarà considerato maledetto. Fabbricheranno case e le abiteranno, pianteranno vigne e ne mangeranno il frutto. »  (Is LXV, 19). Tutto questo avviene spiritualmente nella Chiesa, e non nel mondo della cultura, le cui opere spesso appassiscono durante il loro sviluppo. Perché il più giovane morirà all’età di cento anni; questo perché chiunque cammina nella cecità dell’ignoranza, e non pensa che le promesse di Dio saranno mantenute, anche se è morto all’età di cento anni, ancora è un bambino; e il peccatore di cento anni sarà maledetto; perché chiunque comprende ciò che è giusto, e si rende ozioso nel farlo, sarà maledetto. Ogni sesso, ogni età, è immerso nell’età di Cristo, come dice l’Apostolo: « allo stato di uomo perfetto, alla maturità della pienezza di Cristo » (Ef. IV, 13). Chi muore peccatore, anche se sembra battezzato e saggio, sarà maledetto, perché nessuno pensi che chi vive a lungo sia benedetto, secondo la primitiva promessa: « perché tu sia felice e goda di una vita lunga sopra la terra» (Ef. VI, 3). – Egli conclude entrambe le narrazioni con il settimo sigillo, che aveva omesso, per poter poi ricapitolare: infatti prima aveva finito nel sesto sigillo, e aveva ricapitolato; ma ora inizia il settimo sigillo.

FINISCE LA SPIEGAZIONE DEL SESTO SIGILLO

INIZIA LA SPIEGAZIONE DEL SETTIMO SIGILLO

[7] Quando aprì il settimo sigillo, ci fu silenzio in cielo (Ap. VIII,1): si vede esserci un breve tempo di silenzio, nel quale è contemplata ancora la stessa visione. Questa visione, deve ora contemplarsi con più attenzione, perché in questo settimo sigillo non si vede tanto per come gli sarà ancora concesso di contemplare. E perché molte cose gli si possano manifestare più chiaramente, si impone il silenzio. Ed infatti, se ci fosse un discorso continuo, non ci sarebbe un vero finale. Qui dobbiamo considerare che la storia finisce. Ed ora ricapitola dalla passione di Cristo per dire le stesse cose ma in altro modo.

TERMINA IL LIBRO QUARTO

COMMENTARIO ALL’APOCALISSE DI BEATO DI LIEBANA (11)

COMMENTARIO ALL’APOCALISSE DI BEATO DE LIEBANA (9)

L’Angelo consegna il libro a Giovanni che misura il tempio (Apopc. X e XI.)

Beato de Liébana:

COMMENTARIO ALL’APOCALISSE (9)

Migne, Patrologia latina, P. L. vol. 96, col. 893-1030, rist. 1939, I, 877

[Dal testo latino di H. FLOREZ – Madrid 1770]

LIBRO QUARTO

COMINCIA IL LIBRO QUARTO DEI SETTE SIGILLI

(Ap. VI, 1-8)

Et vidi quod aperuisset Agnus unum de septem sigillis, et audivi unum de quatuor animalibus, dicens tamquam vocem tonitrui: Veni, et vide. Et vidi: et ecce equus albus, et qui sedebat super illum, habebat arcum, et data est ei corona, et exivit vincens ut vinceret. Et cum aperuisset sigillum secundum, audivi secundum animal, dicens: Veni, et vide. Et exivit alius equus rufus: et qui sedebat super illum, datum est ei ut sumeret pacem de terra, et ut invicem se interficiant, et datus est ei gladius magnus. Et cum aperuisset sigillum tertium, audivi tertium animal, dicens: Veni, et vide. Et ecce equus niger: et qui sedebat super illum, habebat stateram in manu sua.  Et audivi tamquam vocem in medio quatuor animalium dicentium: Bilibris tritici denario et tres bilibres hordei denario, et vinum, et oleum ne læseris. Et cum aperuisset sigillum quartum, audivi vocem quarti animalis dicentis: Veni, et vide. Et ecce equus pallidus: et qui sedebat super eum, nomen illi Mors, et infernus sequebatur eum, et data est illi potestas super quatuor partes terrae, interficere gladio, fame, et morte, et bestiis terræ.

[E vidi come l’Agnello aveva aperto uno dei sette sigilli, e sentii uno dei quattro animali che diceva con voce quasi di tuono: Vieni, e vedi. E mirai: ed ecco un caval bianco, e colui che v’era sopra aveva un arco, e gli fu data una corona, e uscì vincitore per vincere. E avendo aperto il secondo sigillo, udii il secondo animale che diceva: Vieni, e vedi. E uscì un altro cavallo rosso: e a colui che v’era sopra fu dato di togliere dalla terra la pace, affinché si uccidano gli uni e gli altri, e gli fu data una grande spada. E avendo aperto il terzo sigillo, udii il terzo animale che diceva: Vieni, e vedi. Ed ecco un cavallo nero: e colui che v’era sopra aveva in mano una bilancia. E udii come una voce tra i quattro animali che diceva: Una misura di grano per un denaro, e tre misure d’orzo per un denaro, e non far male al vino, né all’olio. E avendo aperto il quarto sigillo, udii la voce del quarto animale che diceva: Vieni, e vedi. Ed ecco un cavallo pallido: e colui che vi era sopra ha nome la Morte, e le andava dietro l’inferno, e le fu data potestà sopra la quarta parte della terra per uccidere colla spada, colla fame, colla mortalità e colle fiere terrestri.]

FINE

COMINCIA LA SPIEGAZIONE DEL LIBRO QUARTO:

IL CAVALLO BIANCO

[1] Quando il primo sigillo fu aperto, si dice che vide un cavallo bianco ed un cavaliere che teneva in mano un arco ed una corona: questa fu la prima cosa che accadde; poiché dopo che il Signore ascese in cielo ed aperto ogni cosa, mandò lo Spirito Santo, con la cui parola i predicatori, come frecce che inseguono il cuore umano, colpirono l’incredulità. La corona sul capo è stata promessa dallo Spirito Santo ai predicatori. Ecco perché dice che uno degli animali abbia detto – infatti iquattro sono uno – : vieni e vedi; vieni si dice all’invitato alla fede; vedi si dice a chi non vede. Il cavallo bianco è, quindi, la parola della predicazione inviata nel mondo insieme allo Spirito Santo. Il Signore dice infatti: « Questo Vangelo sia predicato in tutto il mondo come testimonianza a tutti i popoli, e allora verrà la fine » (Mt. XXIV, 14). Quando fu aperto il secondo sigillo, ho sentito il secondo animale dire: vieni a vedere. Ed uscì un altro cavallo, rosso, e a colui che lo cavalca è dato di togliere la pace dalla terra, cosicché si uccidano a vicenda; e gli fu data una grande spada. Il cavallo rosso e colui che lo cavalcava, avente una grande spada, è figura di guerre future. Come si legge nel Vangelo: « ci saranno guerre tra i popoli, e regno contro regno, e ci saranno grandi terremoti » (Lc. XXI, 10). Quel che dice, gente contro gente, significa che si ribelleranno popoli contro popoli … e regno contro regno, cioè Chiesa contro Chiesa: perché chi, con il pretesto della religione, finge di essere Chiesa, combatte sempre contro la Chiesa. E quelli che cavalcano il cavallo rosso, si lanciano contro la Chiesa vincente, che vince sul cavallo bianco, e combattono contro di essa insieme a coloro che versano apertamente il sangue innocente. Quindi, in generale, il cavallo, rosso come specie, include tutti coloro che sono chiamati « cavallo rosso » come fossero un solo membro. Questo cavallo è considerato il popolo sinistro macchiato dal sangue dal suo cavaliere che è il diavolo. Anche il profeta Zaccaria dice che il cavallo del Signore è rosso (Zac. I, 8) – e prosegue descrivendolo come tutto il corpo dei martiri – rosso invero del suo stesso sangue; questo invece è rosso del sangue di altri, poiché gli è stata data una grande spada per togliere la pace dalla terra. Egli toglierà davvero la pace, ma a chi ha la sua speranza sulla terra; la Chiesa ha invece la pace eterna che Cristo le ha lasciato, secondo dice: « Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, Io la do a voi. » (Gv. XIV, 27). – Egli chiama spada in generale ogni forma di morte; non solo l’omicidio materiale, ma anche quello di chi uccide spiritualmente con un esempio mortale « … Perché attraverso il peccato è venuta la morte » (Rm. V,12), sia di coloro che sono uccisi in morte, sia di quelli uccisi in vita. E la terra del diavolo, che è il suo corpo, fa che ci si uccida reciprocamente: ci si uccide infatti a vicenda quando uno incita l’altro al peccato mortale. Quando si è aperto il sigillo, ho sentito il terzo animale dire: “Vieni e vedi”. E c’era un cavallo nero; e chi lo montava aveva in mano una bilancia. E ho sentito una voce in mezzo ai quattro animali che diceva: “Un quarto di grano per un denaro, e tre quarti di orzo per un denaro“, ma non danneggiare l’olio e il vino. Il cavallo nero indica la fame spirituale all’interno della Chiesa, poiché a causa dei cattivi prepositi la parola della predicazione non viene data ai piccoli. Come sta scritto: « i piccoli chiedevano il pane e non c’era nessuno a darglielo » (Lam. IV, 4). E poiché il Signore ha esteso la sua Chiesa in tutto il mondo per farla conoscere, dice: « ci sarà fame in vari luoghi » (Lc. XXI, 11). La parola si estende fino al tempo dell’Anticristo quando ci sarà una grande fame e quando tutti ne soffriranno danno.  – La bilancia in mano è il peso del giudizio, nel quale si mostreranno i meriti di ciascuno, nonché la simulazione della giustizia, quando si insegna all’esterno ciò che non si ha dall’interno; ed infatti dice: non nuocere all’olio e al vino. Quando in mezzo agli animali si sente dice: non danneggiare, si manifesta che all’interno della Chiesa c’è una simulazione di santità che danneggia spiritualmente la stessa Chiesa, perché conduce alla sua setta le anime deboli; per cui si dice: non causare danno, come a voler dire, non punire con le piaghe l’uomo spirituale. E descrive il mistero del male e gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti (Ef. VI, 12), ai quali non è permesso, né a se stessi, né ad altri che la rispettano, profanare la virtù dei Sacramenti. L’olio e il vino si riferiscono all’unzione ed al sangue del Signore: per cui colui presso il quale essi si ritrovano non può ricevere danno. Con il grano e con l’orzo, ci si riferisce alla Chiesa nei grandi o nei piccoli, cioè nei Vescovi e nel popolo … però non è meno un litro che tre. Il litro è una misura, e tre litri sono tre misure: come nell’unità c’è la perfezione lo stesso avviene per la Trinità. Così il Signore dice che in tre misure di farina, cioè in tre litri, si nasconde il lievito (Mt XIII, 33). E se questo non si riferisse ad un mistero, non avrebbe detto che si nascondeva. E non l’avrebbe chiamato, come per bocca di un altro Evangelista, una misura di farina. Egli insegna che da un poco di fermento, cioè di dottrina, si riempie tutto il popolo dal numero sacro, che è la Trinità. E con il prezzo insegna che il grano è uguale all’orzo. Infatti anche se ci sono piccoli e grandi, e per merito gli uni superano gli altri in santità, entrambi sono stati acquistati per un denaro, cioè con un prezzo perfetto. E sebbene nella grazia si riconosca lo spirito di donazione, tuttavia il prezzo rende uguali i meriti. Si mostra qui che i grandi ed i piccoli formano un unico corpo, cioè i Vescovi con il popolo. Gli Apostoli sono rappresentati anch’essi nell’orzo; infatti gli avanzi del miracolo di Cristo (Mt. XIV, 20) hanno riempito dodici sporte, che sono il corpo dei prepositi, cioè degli Apostoli e di tutti i Vescovi, menzionati nel numero degli Apostoli; e oltre i preposti, sette ceste, che sono il corpo della Chiesa settiforme. Entrambi sono numeri sacri, ed entrambi indicano un numero perfetto. Perché le sporte e le ceste riempite con gli avanzi mostrano i resti dell’opera di Cristo, cioè la Chiesa dell’ultima epoca, che non può in alcun modo sminuire né i Vescovi né i fedeli, così come quando, secondo San Giovanni, il Signore comandò che nulla andasse perduto di ciò che era rimasto (Gv. VI: 12). Se un calunniatore contro questo dicesse: se secondo il suo potere, invece di essere pane d’orzo, fosse stato pane di grano, bastava perché avanzassero sette ceste? Ma più utile a noi che alla curiosità degli altri, è che entrambe le cose siano ormai riunite nella Chiesa: così come è stato che con l’orzo si sono manifestati i dodici Apostoli, così è stato che con il grano si sono manifestati i sette popoli: ovunque il numero sette è la pienezza di ciò di cui si tratta. Così infatti è stato detto nella figura della Chiesa sotto il persecutore israelita: Terrò per me sette uomini, quelli che non si sono inginocchiati davanti a Baal (1 Re XIX: 18). – Nel quarto cavallo si descrive la palese falsità e l’ipocrisia. Quando ha aperto il quarto sigillo, ho sentito la voce del quarto animale che diceva: vieni a vedere. E c’era un cavallo pallido; e colui che lo montava si chiamava Morte, e l’Inferno lo seguiva. E gli fu dato il potere di uccidere con la spada, con la fame, con la morte e con le bestie della terra. Ci sono due parti nel mondo, il popolo di Dio ed il popolo del diavolo; ed il popolo del diavolo a sua volta è diviso in due parti, cioè in Cristiani e pagani. Queste due parti combattono contro un nemico comune, cioè contro la Chiesa. Per questo la Chiesa è chiamata “terza parte”, così come i falsi fratelli nella Chiesa sono chiamati “terza parte”, ed i pagani fuori della Chiesa sono chiamati pure “terza parte”. Lo spiegheremo chiaramente più avanti. Così, prima che l’uomo del peccato si riveli ovunque, e il figlio della perdizione, l’Anticristo, si manifesti pubblicamente, si è già manifestato in parte all’interno della Chiesa in queste tre parti: e là dove si vedevano in precedenza tre parti, ora nella Chiesa si è manifestata una quarta parte; queste parti sono allora: la Chiesa, il gentilesimo, gli scismatici, ed i falsi fratelli. Infatti la Chiesa non caccia via tutti i malvagi, ma solo quelli che sono apertamente malvagi, onde insegnare al mondo la tipologia della persecuzione finale. Essa tollera pazientemente gli altri, vale a dire gli ipocriti e gli scismatici; questi anche se spiritualmente sono fuori da Essa, tuttavia sembrano lavorarvi all’interno. « … è necessario infatti che avvengano divisioni tra voi, perché si manifestino quelli che sono i veri credenti in mezzo a voi. » (1 Cor XI, 19). In alcune regioni si vedono solo due parti, la Chiesa ed i gentili, in altre ce ne sono tre, e tra noi quattro. Affinché possiamo risolvere il nodo della questione in questo, usiamo l’orecchio del cuore. Così sembra che ci siano due popoli nel mondo, i battezzati ed i pagani, e che entrambi siano tra loro in disaccordo nella fede; pertanto uno sembra essere fuori e l’altro dentro. Ecco perché questa parte che sembra essere dentro si chiama “Chiesa universale”. In questa Chiesa universale, che sembra essere una sola, i nostri maggiorenti dicevano esserci tre parti, oltre a quella parte che abbiamo già considerato fuori. Di queste tre parti, che sembrano essere dentro, una è di Dio, e le altre due sono del diavolo. Del diavolo sono lo scisma ed i falsi fratelli. E la Chiesa è soltanto quella che è parte di Dio: queste due parti sembrano esserne all’interno, ma sono invero all’esterno. Sebbene ci siano scismi in alcune zone, questi avvengono in una città o non molto più in là. Noi qui ora non stiamo parlando di coloro che hanno occupato e macchiato i luoghi santi in tutte le province, e dai quali la Chiesa soffre apertamente; né si considerano altri gruppi eretici della Chiesa, né le varie forme di insania o di residui ereticali, ma solo lo scisma ed i falsi fratelli. Abbiamo già detto sopra che lo scisma è così chiamato a causa della divisione delle anime. Egli (lo scismatico) crede e vive con gli altri Santi; ma vive secondo il suo piano e desidera sempre separarsi dalla Chiesa nei suoi progetti. Senza dubbio, i falsi fratelli sono chiamati ipocriti, perché non distruggono chiaramente la Chiesa, ma sembrano Santi, benché non lo siano affatto. Non perché non distrugga apertamente la Chiesa l’ipocrita non è dalla parte del diavolo, infatti l’Apostolo dice: tutto il potere del diavolo contro i Santi è spirituale e consiste nella malvagità spirituale (Ef. VI,12). Per la stessa ragione il Signore ci avverte chiaramente nel Vangelo: « Sorgeranno infatti falsi cristi e falsi profeti e faranno grandi portenti e miracoli, così da indurre in errore, se possibile, anche gli eletti, ecco Io ve l’ho predetto » (Mt. XXIV: 24). In questa quarta parte è dato potere al diavolo cavalcante il cavallo pallido – cioè il popolo morto – perché uccidesse con la spada, con la fame, con la morte e con le bestie della terra. La spada si riferisce apertamente alla morte cruenta. La fame e la morte sono la fame e la morte spirituale all’interno della Chiesa, perché questa quarta parte ha fatto sì che alcuni morissero senza una celebrazione religiosa. I restanti della Chiesa, che piangono in cattività tra di loro, attendono la totale purificazione della vita promessa da Daniele, onde essere purificati dal fuoco come l’oro. Le bestie si riferiscono a tutti gli uomini malvagi. Già all’interno della Chiesa c’è questa quarta parte; con le bestie intendiamo tutti coloro che sotto parvenza di Cristianesimo si dicono essere mondani: perché non siamo stati consegnati solo alla potestà degli ordinati da Dio, ma anche a tutti coloro che camminano sulla via del male. Così perciò pregava il profeta: « Non abbandonare alle fiere la vita di chi ti loda » (Psal. LXXIII,19). Queste quattro parti sono su tre cavalli. Ecco perché le immagini raffigurate nei dipinti mostrano queste bestie essere in tutti i malvagi. Questi tre cavalli ne costituiscono uno solo, e sono usciti donde ne è uscito il bianco e combattono contro il bianco, ed hanno come unico cavaliere il diavolo, che è la morte, così come il Signore è  chiamato la vita. Dice in generale che a questi era stata data una grande spada, e descrive la figura del suo cavaliere – o spada – due volte, cioè: in quello nero, che ha una bilancia e colpisce per mezzo di una sottile simulazione: queste sono le opere delle tenebre; nell’altro, per mezzo di manifesta ipocrisia, cioè la falsità – è l’abominio della desolazione – uccide con la spada, con la fame e con le bestie della terra. E se in Africa, ove sappiamo ora avvengono queste cose della quarta parte, si sta manifestando quello che fanno gli ipocriti già riconosciuti quando erano considerati con la Chiesa, questo sta accadendo in Africa perché sia per il mondo un esempio della futura manifestazione dell’Anticristo, che sotto la bilancia, cioè sotto apparenza di religione, compie le suddette opere di iniquità con la forza delle armi. Ma l’ipocrisia è qualcosa di sottile, e con difficoltà è riconosciuta dai saggi: non si può infatti parlare di ipocrisia per chi è uscito all’esterno: questi son seguiti dall’inferno, che li attende dopo la fine del loro operare. Che questi cavalieri siano il diavolo ed i suoi, lo manifesta pure il sesto sigillo, quando si dice che i cavalli sono riuniti per l’ultima battaglia. E il profeta Gioele dice dello stesso popolo: l’aspetto dei destrieri è come quello di cavalli all’inseguimento, come strepito di carri dall’alto. Questo cavallo del Signore che è la Chiesa, il profeta Abacuc lo dichiara essere molti, e dice che attraverso di loro si rende presente nel mondo l’ira e la salvezza di Dio, e che avendo il Signore come cavaliere, la moltitudine stessa delle acque è turbata, ed infatti dice: La tua ira brucia contro i fiumi, Signore; la tua furia contro il mare, così che tu cavalchi sui tuoi cavalli, nei tuoi carri della vittoria. Stendi il tuo arco sopra gli scettri e cavalchi i tuoi cavalli attraverso il mare, agitando le grandi acque (Abac. III: 15). Il Signore lo aveva promesso anche nella figura del cavallo pallido, cioè che tra le altre disgrazie ci sarebbero state grandi piaghe e morti spirituali. Così dice che l’inferno lo avrebbe seguito: aspetta cioè che divori le anime di molti empi. Questo è il cavallo pallido. Nel quinto sigillo presenta le anime degli uccisi, sia nella quarta parte che in tutto il mondo, che chiedono vendetta secondo Dio. In questo modo si dimostra che la chiedono per gli ultimi tempi, dal momento che dicono: fino a quando rimarrete senza giustizia? E che resti poco tempo, appare dal fatto che si ordini di aspettare ancora un po’. Perché dopo il quinto (sigillo), si presenta l’ultima battaglia nel sesto.

TERMINA LA SPIEGAZIONE DEI QUATTRO CAVALLI

COMINCIA LA STORIA DELI UCCISI NEL LIBRO QUARTO

(Apoc. VI, 9-11)

Et cum aperuisset sigillum quintum, vidi subtus altare animas interfectorum propter verbum Dei, et propter testimonium (Jesu), quod habebant: et clamabant voce magna, dicentes: Usquequo Domine (sanctus et verus), non judicas, et non vindicas sanguinem nostrum de iis qui habitant in terra? Et datæ sunt illis singulæ stolæ albæ: et dictum est illis ut requiescerent adhuc tempus modicum donec compleantur conservi eorum, et fratres eorum, qui interficiendi sunt sicut et illi.

(E avendo aperto il quinto sigillo, vidi sotto l’altare le anime di quelli che erano stati uccisi per la parola di Dio e per la testimonianza (di Gesù) che avevano, e gridavano ad alta voce, dicendo: Fino a quando, Signore santo e verace, non fai giudizio, e non vendichi il nostro sangue sopra coloro che abitano la terra? E fu data ad essi una stola bianca per uno: e fu detto loro che si dian pace ancor per un poco di tempo sino a tanto che sia compito il numero dei loro conservi e fratelli, i quali debbono essere com’essi trucidati).

COMINCIA LA SPIEGAZIONE DELLA STORIA DESCRITTA IN PRECEDENZA NEL QUARTO LIBRO

[2] Quando aprì – dice – il quinto sigillo, ho visto sotto l’altare di Dio le anime di coloro che erano stati uccisi per la parola di Dio e per la testimonianza di Gesù, che essi custodivano. E si misero a gridare a gran voce, etc… Si dice di aver visto le anime degli immolati sotto l’altare, cioè sotto terra. Infatti l’altare è chiamato cielo e terra, come lo denomina la Legge, considerandolo nel senso del vero, perché sono stati fatti due altari d’oro all’interno ed uno di bronzo all’esterno. Ma sappiamo che l’altare d’oro si chiama così – cielo – per la testimonianza che il Signore ce ne offre. Infatti dice: « … quando presenti la tua offerta davanti all’altare – e certamente le nostre offerte che presentiamo sono le preghiere – e ti ricordi lì che tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia lì la tua offerta davanti all’altare … » (Mt. V, 23): veramente le preghiere salgono al cielo. Se allora il cielo è inteso come l’altare dorato che era all’interno (infatti i [sommi] sacerdoti, che avevano ricevuto il Crisma, erano introdotti all’altare dorato una sola volta all’anno, e con ciò lo Spirito Santo ci ha dato la possibilità di comprendere che Cristo lo avrebbe fatto una volta sola); come l’altare dorato rappresenta il cielo, così l’altare di bronzo è da intendere come la terra, sotto la quale si trovano gli inferi, regione remota di castighi e fuochi, ben lungi dal riposo dei Santi: è questi un luogo in cui i giusti sono visti e sentiti dai malvagi, ma ivi non possono essere trasbordati. Colui che vede tutto voleva farci sapere che solo costoro, cioè le anime degli immolati, attendono la vendetta del loro sangue, cioè del loro corpo, sopra gli abitanti della terra. Ma poiché la ricompensa dei Santi e la condanna dei malvagi avrà luogo negli ultimi giorni, è stato detto loro di aspettare, e a consolazione dei loro corpi … fu data a ciascuno di loro una stola bianca, e fu detto loro di aspettare ancora un po’, finché sia completato il numero dei loro compagni e confratelli che dovevano essere uccisi come essi. Dobbiamo esaminare con attenzione cosa significhi che Dio parli alle anime, o che le anime dei Santi parlino a Dio; come gli Angeli parlino a Dio o Dio agli Angeli, oppure come Dio parli al diavolo, quando gli dice: donde vieni? (Giob. I,7), e come il diavolo gli risponda, dicendo: Ho percorso la terra. Dobbiamo commentare il significato di questo modo di parlare. Né Dio, che è lo Spirito supremo e sconfinato, né satana, che non ha un corpo per natura, aspirano l’aria in modo umano nel loro interno, affinché diventi parola mediante l’organo della fonazione. Ma il fatto che una natura incomprensibile parli ad una natura invisibile implica che la nostra mente, superando la modalità dell’espressione corporea, si elevi ai modi sublimi e sconosciuti della locuzione interiore. Quanto a noi, per esprimere esteriormente ciò che sentiamo, lo esteriorizziamo con l’organo della gola e mediante il suono della voce. Certo agli occhi estranei la nostra mente resta nel segreto, coperta dalla parete del corpo. Ma quando vogliamo manifestarci, usciamo come attraverso la porta della lingua, mostrandoci all’esterno tali qual siamo. La natura spirituale però non è così, perché non è doppiamente composta da corpo ed anima. Dobbiamo allora sapere che quando la natura incorporea si esprime, il suo modo di parlare non è né unico, né della medesima qualità. Dio parla agli Angeli in un modo, in altro modo gli Angeli parlano a Dio, in un certo modo Dio comunica con le anime dei Santi, in altro le anime dei Santi con Dio; con un’altra modalità ancora Dio parla al diavolo, ed in altra il diavolo a Dio. Infatti le nature spirituali non hanno l’ostacolo dell’interposizione del corpo: Dio parla ai santi Angeli nel modo in cui manifesta ai loro cuori i suoi segreti reconditi, affinché vedano nella stessa contemplazione ciò che debbano fare e le gioie della contemplazione siano i comandi della sua voce. Ad essi viene detto, come ascoltatori, ciò che li ispira come contemplativi. Quando Dio ha instillato nei loro cuori il castigo come vendetta contro l’orgoglio degli uomini, ha detto: « Venite, scendiamo e confondiamo il loro linguaggio » (Gen. XI, 7).  A chi è unito a Lui si dice: vieni, perché il non decrescere mai nella contemplazione divina è il crescere continuamente in essa, e il non venir meno con il cuore è l’avvicinarsi sempre con movimento continuo. E a questi dice: andiamo giù e confondiamo il loro linguaggio. Gli Angeli salgono quando vedono il Creatore; gli Angeli scendono quando reprimono con rigorosa condanna la creatura che si vanta di ciò che è illecito. Il parlare di Dio significa, quindi, con lo scendere e confondere il loro linguaggio, mostrare in loro stessi ciò che va fatto con giustizia; e far conoscere alle loro anime con ispirazioni occulte, con la forza della visione interiore, le punizioni che devono realizzare. In altro modo gli Angeli parlano a Dio, come quando dicono in questa Apocalisse di Giovanni: « l’Agnello che è stato ucciso è degno di ricevere potenza e sapienza e divinità » (Ap. V, 12). Infatti la voce degli Angeli è la medesima ammirazione della contemplazione intima nella lode del Creatore. Il fatto di aver ammirato i prodigi della potenza divina: questo è l’aver parlato, poiché con il suscitare l’affetto del cuore con l’atto di adorazione, il clamore della voce alle orecchie dello spirito è grande e senza limiti. Questa voce si esprime attraverso parole diverse, perché si forma attraverso innumerevoli modi di ammirare. Perciò Dio parla agli Angeli quando rende loro visibile la sua volontà intima, e gli Angeli parlano a Dio quando, per il fatto che ciò che contemplano sia superiore ad essi, si elevano ad un moto di ammirazione. – In un certo modo Dio parla alle anime dei Santi, ed in un altro modo le anime dei Santi parlano a Dio. Ecco perché si dice ancora una volta nell’Apocalisse di Giovanni: ho visto sotto l’altare le anime di coloro che sono stati uccisi per la parola di Dio e per la testimonianza di Gesù, che essi custodivano. Essi gridarono a gran voce dicendo: “Signore santo e verace, fino a quando non lo farai e non ti vendicherai del nostro sangue sul popolo della terra?”. E si aggiunge continuando: si diede ad ognuno di essi una stola bianca e si disse loro di aspettare un poco finché non fosse completo il numero dei loro compagni e fratelli. Che cosa significa che le anime esprimono la richiesta di vendetta, se non il desiderio del giorno del giudizio finale e della resurrezione dei corpi defunti? Il loro grande grido è il loro gran desiderio. Meno si piange, meno si desidera. E con quanta maggior potenza di voce ci si rivolge alle orecchie dello Spirito illimitato, più pienamente si amplia il proprio desiderio. Ed infatti le parole delle anime sono i loro desideri. Se i desidèri non fossero parole, il profeta non direbbe: « il tuo orecchio ha udito il desiderio dei loro cuori » (Psal. IX, 17). Ma se l’anima che chiede si muove di solito in un modo, e l’anima che riceve la supplica in un altro, come le anime dei Santi che sono così unite a Dio nel grembo dell’intimo segreto che ripongono in questa unione, perché si dice che chiedano, dal momento che le anime non sono mai chiaramente in disaccordo con la sua intima volontà? Come si dice che le anime chiedano se sono certe di non ignorare la volontà di Dio e sanno cosa accadrà? Tuttavia, aderendo a Lui, si dice che gli chiedano qualcosa, non perché desiderino qualcosa che sia in disaccordo con la volontà di Colui che stanno contemplando, ma perché aderendo a Lui più ardentemente, ricevano da Lui ciò che chiedono sapendo già quel che Egli voglia fare. Così bevono da Lui ciò di cui hanno sete, ed in modo ancora incomprensibile per noi, si saziano nella conoscenza anticipata di ciò di cui hanno fame quando lo chiedono. Sarebbero in disaccordo con la volontà del Creatore se si aspettassero ciò che vedono che Lui non voglia, e sarebbero meno uniti a Lui se reclamassero con desiderio flebile ciò che Egli vuole dar loro. A questi la risposta divina dice: riposati ancora un po’, finché il numero dei santi e dei tuoi fratelli sia completato. – Alle anime anelanti dice: riposate tuttavia ancora un po’, e questo perché coloro che sono ansiosi per l’ardore del desiderio ricevano consolazione dalla conoscenza anticipata: in tal caso, la voce delle anime è ciò che esse desiderano con amore; la parola di Dio che risponde è la forza in mezzo ai desideri per la certezza della retribuzione. Il rispondere loro è: lo sperare nel congiungimento dei loro fratelli, introducendo nelle proprie anime il prolungarsi del tempo di attesa, in modo che nel desiderare la risurrezione della carne siano anche felici di vedere aumentare il numero dei loro compagni fratelli. – In altro modo Dio parla al diavolo, ed in un altro modo ancora il diavolo parla a Dio. Il parlare di Dio al diavolo significa rimproverarlo delle sue vie e delle sue attività nell’attuare operazioni occulte, come quando gli dice: da dove vieni? La risposta del diavolo è tale che non può nascondere nulla alla sua onnipotente maestà; e pertanto risponde: « … Da un giro sulla terra, che ho percorsa » (Giob. I,7). Il suo modo di parlare è quello di dichiarare quel che fa perché non può nascondere nessuna delle sue azioni agli occhi di Dio. Dobbiamo quindi sapere che, come possiamo comprendere da questo testo, Dio parla al diavolo in quattro modi, ed il diavolo parla a Dio in tre modi. Dio parla al diavolo in quattro modi, infatti rimprovera la sua ingiustizia e gli oppone la giustizia dei suoi eletti, come quando dice: « Hai posto attenzione al mio servo Giobbe? Nessuno è come lui sulla terra: uomo integro e retto, teme Dio ed è alieno dal male »; gli concede il permesso di mettere alla prova la sua innocenza, come quando gli dice: « Ecco, quanto possiede è in tuo potere »; ma gli proibisce tuttavia una prova, quando dice:  « ma non stender la mano su di lui » – Il diavolo parla a Dio in tre modi: quando comunica le sue vie, quando accusa l’innocenza degli eletti per falsi crimini, e chiede il permesso di verificare questa innocenza. Egli comunica i suoi modi quando dice: ho fatto un giro sulla terra che ho percorsa. Accusa l’innocenza degli eletti quando insinua: Giobbe non teme Dio per nulla? Non avete eretto una recinzione intorno a lui, alla sua casa e a tutti i suoi beni? Chiede il permesso di mettere alla prova questa innocenza quando dice: allunga la mano e tocca tutti i suoi beni; vedi se non ti maledice in faccia. – Ma il parlare di Dio è: da dove vieni? come abbiamo detto prima, ed è il riprovare con la forza della sua giustizia le vie della sua malvagità. Il parlare di Dio è ancora: Hai posto attenzione al mio servo Giobbe, che non c’è nessuno come lui sulla terra? E questo per giustificare i suoi eletti onde renderli tali, affinché chiaramente l’angelo apostata li invidi. Il parlare di Dio è: hai tutti i suoi beni nelle tue mani: per mettere alla prova i fedeli scatenando contro di loro con segreta forza l’attacco della malizia. Il parlare di Dio è: fai attenzione solo a non mettergli la mano addosso e, nel dargli il permesso, … di limitare l’impeto di una tentazione eccessiva. Il parlare del diavolo è: ho fatto un giro sulla terra che ho percorsa: non può nascondere ai suoi occhi invisibili la rapidità della sua malizia. Il parlare del diavolo è: Giobbe teme Dio per nulla? Questo per lamentarsi contro i buoni usando i recessi dei suoi pensieri ed invidiando il suo progresso, ricercare delle occasioni di riprovazione. Il discorso del diavolo è: allunga un po’ la mano e tocca tutti i suoi beni, per affliggere i buoni, soffocarli con gli ardori della malizia. Infatti per invidia desidera che siano tentati, ed allora quasi come pregando chiede che vengano messi alla prova. Ed ora che abbiamo esposto succintamente le diverse modalità di locuzioni interne, torniamo all’ordine dell’esposizione che abbiamo un po’ interrotto.

COMINCIA LA STORIA DEL SESTO SIGILLO NEL LIBRO QUARTO

(Apoc. VI, 12-17)

Et vidi cum aperuisset sigillum sextum: et ecce terræmotus magnus factus est, et sol factus est niger tamquam saccus cilicinus: et luna tota facta est sicut sanguis: et stellae de cælo ceciderunt super terram, sicut ficus emittit grossos suos cum a vento magno movetur: et cælum recessit sicut liber involutus: et omnis mons, et insulæ de locis suis motæ sunt: et reges terræ, et principes, et tribuni, et divites, et fortes, et omnis servus, et liber absconderunt se in speluncis, et in petris montium: et dicunt montibus, et petris: Cadite super nos, et abscondite nos a facie sedentis super thronum, et ab ira Agni: quoniam venit dies magnus iræ ipsorum: et quis poterit stare?

(E vidi, aperto che ebbe il sesto sigillo: ed ecco si fece un gran terremoto, e il sole diventò nero, come un sacco di pelo: e la luna diventò tutta come sangue: e le stelle del cielo caddero sulla terra, come il fico lascia cadere i suoi fichi acerbi quand’è scosso da gran vento. E il cielo si ritirò come un libro che si ravvolge, e tutti i monti e le isole furono smosse dalla sede: e i re della terra, e i principi, e i tribuni, e i ricchi, e i potenti, e tutti quanti servi e liberi si nascosero nelle spelonche e nei massi delle montagne: e dicono alle montagne ed ai massi: Cadete sopra di noi, e nascondeteci dalla faccia di colui che siede sul trono e dall’ira dell’Agnello: perocché è venuto il gran giorno della loro ira: e chi potrà reggervi?)

INIZIA LA SPIEGAZIONE DELLA STORIA DESCRITTA NEL QUARTO LIBRO

[3] Ed egli guardò, ed ecco, aprì il sesto sigillo, e ci fu un grande terremoto: e il sole divenne nero come una panno di crini. In questo sigillo si descrive l’ultima persecuzione. Il sole divenne nero come un cilicio, la luna divenne tutta sangue e le stelle caddero sulla terra. Il sole, la luna e le stelle sono la Chiesa, la quale amministra la luce della verità: infatti come chiamiamo l’ignoranza: « tenebre », così definiamo la conoscenza « luce ». Vediamo che queste due realtà, la luce e le tenebre, sono presenti nell’unica Chiesa. Per luce intendiamo i saggi che conoscono rettamente, credono rettamente e rettamente operano. Per tenebre intendiamo gli erranti, cioè gli eretici, gli ipocriti e gli scismatici. Essi sembrano essere come le stelle, perché simulano una santità che non possiedono. E in questi due ordini, cioè nella luce e nelle tenebre, c’è il giorno e la notte. Il giorno è la Chiesa, e la notte è l’ignoranza. Quando si dice che il sole è tramontato assumendo il colore del cilicio, significa che sarà oscurata agli increduli la luminosità della dottrina. Quel che è il sole, lo stesso è la luna, e così le stelle, vale a dire la Chiesa. Per la parte infatti si intende l’insieme. Si dice « tutto », perché in tutto il mondo ci sarà un ultimo terremoto quando arriverà l’Anticristo. Prima della sua venuta se ne avranno sì, ma non in tutto il mondo, bensì solo in alcune regioni, come sta scritto: « … Ci saranno terremoti in alcune regioni: il sole si oscurerà, la luna diventerà color sangue, le stelle del cielo cadranno sulla terra » (Mt. XXIV, 27). Tutto questo indica la simulazione della santità, fino a quando non verranno sorpresi “i santi” nella loro falsità; quando ci si separerà da essi, si dice che si oscurano e cadono. Certamente la somiglianza della santità del sole, della luna e delle stelle, cioè l’ipocrisia e la falsa religione, è stato vista da San Giovanni come collocata nel nostro cielo, cioè nella Chiesa, perché nel cielo sovrastante, come è chiamato all’inizio (Ap. IV, 1), non si potevano vedere le stelle che sono sotto il cielo. Questo è quello che sta accadendo ora nella Chiesa. Nella venuta finale dell’Anticristo, la luna che si dice sia diventata sangue, rappresenta la Chiesa dei Santi che versano il loro sangue per Cristo. Le stelle che si dice stiano cadendo, rappresentano i fedeli che perturbati. …Come l’albero di fico scosso da un grande vento, si spoglia dei suoi fichi ancora verdi: si paragona qui l’albero del fico alla Chiesa che vive nelle asperità della penitenza. Così come l’albero di fico ha molti frutti, sia buoni che cattivi, così la Chiesa pure ne ha di buoni e di cattivi. Il fico prematuramente grande, suole distaccarsi dagli altri, e ne vediamo molti agitati da un vento leggero, che esteriormente sembrano buoni, ma interiormente sono cattivi. Non appena però vengono agitati da un forte vento, cadono immediatamente a terra. Ecco perché si dice che è come l’albero di fico scosso che fa cadere i suoi fichi verdi, cioè i fichi vuoti che sembravano buoni ma non lo sono. Perché abbiamo detto tutto questo? Perché questi rappresentano gli ipocriti ed i falsi fedeli che sono all’interno della Chiesa, coloro che in tempo di pace sembrano uniti alla Chiesa, ma non appena arriva il tempo della persecuzione, si staccano dalla Chiesa, così come il fico scosso dal vento perde i suoi fichi ancora verdi…. e il cielo è stato portato via come un libro arrotolato. Per cielo intendiamo sempre la Chiesa, che si ritira al verificarsi del terremoto, cioè si separa dal male e contiene in sé, come un libro arrotolato, i Santi solo ad essa noti. Nessuno può sapere cosa ci sia dentro un libro arrotolato finché non venga letto. Quando è piegato, è impossibile per chiunque leggerlo o conoscerlo. E se uno non lo conosce, quand’anche lo calpestasse con i piedi, o lo tagliasse con la spada, non lo danneggerebbe affatto, perché tenuto come per niente. Tale sarà la Chiesa alla venuta dell’Anticristo. Il cielo si arrotolerà come un libro, perché tutte le predicazioni delle Scritture cesseranno. Ed i Santi che ci saranno in quei giorni saranno calpestati e uccisi con la spada, come un libro arrotolato, tanto che coloro che non sanno cosa ci sia dentro il libro, penseranno di rendere un favore a Dio. Ed ogni montagna ed ogni isola è stata portata via dal suo posto. Cielo, montagne e isole, rappresentano l’unica Chiesa, che al tempo dell’ultima persecuzione dell’Anticristo sarà allontanata dalla sua sede. Ma può riferirsi pure ad entrambe le parti, quella buona e quella cattiva, perché la parte buona si allontanerà dalla sua sede fuggendo via; e la parte cattiva si muoverà dalla sua sede, cioè perderà la grazia o i carismi che sembrava avere, perché non ha voluto fare penitenza pubblica, come è già stato detto: toglierò il vostro candelabro dalla sua posizione se non farete penitenza (Ap. II, 15). Ed anche: « le montagne saranno portate in fondo al mare » (Psal. XLV: 3). Le montagne sono gli Apostoli, il “mare” è il secolo. Si mostra che in quella persecuzione andranno sui monti sia coloro che si sono ritirati dalla loro sede, sia i Santi che sono rimasti nella fede. I re della terra, i magistrati ed i tribuni, i forti e tutti, schiavi o liberi. Questi re e tutti quelli che vengono citati sono i Santi, dal piccolo al più grande, che rimarranno poi forti nella persecuzione dell’Anticristo. Non senza motivo sono chiamati re ed uomini potenti, perché non sottomettono il loro collo ai più empi. Inoltre, coloro che sono poi re nel mondo, tranne il persecutore stesso, l’Anticristo, fuggendo dalla sua presenza, cercheranno un luogo di protezione e si nasconderanno, come dice: … si nasconderanno nelle grotte e nelle rupi della montagna. Non ci si riferisce qui solo alle montagne che vediamo materialmente, ma a Cristo ed ai Santi Padri, dai quali si chiede e si implora aiuto. Infatti sta scritto: « … Rifugiatevi nelle caverne delle rocce e negli antri sotterranei » (Is. II,19). La grotta e la roccia sono la stessa cosa. E diranno ai monti ed alle rupi: Cadeteci addosso e nascondeteci dalla vista di colui che siede sul trono e dall’ira dell’Agnello. Perché il grande giorno dell’ira è arrivato, e chi può resistere? L’espressione “cadere su di noi” racchiude tutto il desiderio di misericordia del supplicante e, in qualche modo, mostra come tutti coloro che ricevono la supplica, si trasformino in visceri di misericordia rispetto al supplicante, come sta scritto: « … Appena se lo vide davanti, gli si gettò al collo e pianse a lungo stretto al suo collo » (Gen. XLVI, 29). E ancora: giunga la tua misericordia su di me. Che la vostra abbondante misericordia mi prenda per mano e mi protegga. Diranno: occultiamoci, affinché l’uomo vecchio ed il peccatore si nascondano agli occhi di Dio. Infatti nell’uomo peccaminoso i peccati sono ora nascosti ed il Dio misericordioso si aspetta sempre il pentimento. Noi pecchiamo ogni giorno mentre Egli non si irrita ogni giorno. E noi nascondiamo i nostri peccati dall’ira di Dio con la misericordia di Dio stesso, come sta scritto: « … Beato l’uomo a cui è rimessa la colpa, e perdonato il peccato. » (Psal. XXXI, 1). Copriamo i nostri peccati quando copriamo con le buone opere le cattive azioni. E anche: « la carità copre la moltitudine dei peccati » (1 Pt. IV, 8). Infatti come Dio esorta i peccatori a nascondersi dalla sua ira, così si mostra loro rifugio, dicendo: « Entra fra le rocce, nasconditi nella polvere, di fronte al terrore che desta il Signore, allo splendore della sua maestà » (Is. II, 10).  La terra a cui si riferisce è santa, ed è cioè il corpo di Cristo. Perché come può la terra fuggire in un’altra terra, se non a quella alla quale qui ci si riferisce? Ed inoltre, « In quel giorno ognuno getterà gli idoli d’argento e gli idoli d’oro, che si era fatto per adorarli … per entrare nei crepacci delle rocce e nelle spaccature delle rupi, di fronte al terrore che desta il Signore e allo splendore della sua maestà, quando si alzerà a scuotere la terra » (Is. II, 20). Non ha detto che si nascondano gli idoli, bensì gli uomini che portano gli idoli nel loro cuore, così che si seppelliscano gli idoli onde occultare l’uomo vecchio e rivestirsi dell’uomo nuovo e nascondersi nella roccia che è Cristo. Ora fa qui come una ricapitolazione: esorta ed incita tutti alla penitenza prima della persecuzione, e continuando, esorta a ricacciare gli idoli per entrare nella roccia, dicendo: quel giorno l’uomo scaccerà le sue abominazioni di oro e di pietà che si era fatto per adorarle – vane, vuote e malvagie – affinché entri in caverne compatte e nelle fenditure delle rocce. Gli idoli visibili vengono gettati via, e si entra nella roccia, cioè ci si converte pubblicamente e ci si avvicina a Cristo, quando gli idoli invisibili che si possedevano nel cuore vengono sepolti, nascosti e distrutti, quando cioè si crocifigge con Cristo l’uomo vecchio, in modo che possa essere trasformato in uno nuovo. Ma colui che secondo l’uomo vecchio, cioè esteriore, entra nella terra carnale del Signore, cioè nella carne di Cristo, e non vi seppellisce gli idoli spirituali, diventa egli stesso un idolo, e non si è quindi nascosto alla terribile vista del Signore. E questi il Signore rimprovera attraverso Isaia, dicendo: « … Urlate, o idoli, in Gerusalemme ». Invece, Giacobbe … nascose e distrusse gli idoli sotto un terebinto (Gen. XXXV: 4) fino ad oggi. Il terebinto è il corpo del Signore, come dice Egli stesso: « Come un terebinto ho disteso i rami, e i figli di mia madre hanno combattuto contro di me, come un terebinto che ha perso le sue foglie » (Sir. XXIV, 16). E ancora: « quel giorno, dice, l’uomo ha gettato via i suoi idoli » (Is. II, 20). Ha definito “un giorno”, tutto il tempo trascorso da quando il Signore ha sofferto la sua passione. Da allora gli uomini si nascondono in una terra nuova, dalla quale Egli resuscitò per far tremare la terra; vale a dire che, dal giorno in cui il Signore ha sofferto la passione, ha provato la morte ed è risorto, tutti i Santi si sono nascosti in questa roccia che è Cristo, prendendo sopra di sé il suo esempio, per seguirne le orme; per questo ha detto di nascondersi nella terra, quando è risorto per far tremare la terra. Si noti che in questo sesto sigillo si è fatta una ricapitolazione dall’inizio di Cristo, da quel versetto che dice: che i re e i potenti si nascondevano nelle grotte. Leggiamo ora Davide che dice: « Egli mi offre un luogo di rifugio nel giorno della sventura. Mi nasconde nel segreto della sua dimora, mi solleva sulla rupe » (Psal. XXVI, 5). Dice dunque che tutti si debbano nascondere, però non tutti si nasconderanno, tranne la parte che conosce Cristo, e di cui si parla col dire: tutta la luna è stata tinta di sangue, cioè persevera nel martirio. Ed ogni montagna ed ogni isola è stata rimossa dalla sua sede. E ogni servo e libero si nasconderà tra le montagne. Ma se di queste montagne visibili si dice che sono state rimosse dalle loro sedi, come si nasconderanno questi in esse? o come si nasconderà ogni servo, quando consta anche che tra i servi ci sarà chi verrà strappato alle nuvole? Perciò è chiaro che, quando dice che tutti si sono nascosti, ciò non accadrà in modo visibile, ma crediamo che avvenga in forma spirituale. In primo luogo, perché non tutte le regioni hanno montagne, nelle quali ogni uomo possa nascondersi. In secondo luogo, quando il Signore apparirà nel suo splendore, non si fermerà lungo il cammino, né gli uomini avranno il tempo di andare sulle montagne, nemmeno quelli che vivono sulle stesse montagne. Che dire di coloro poi che sono in campagna, per i quali la penitenza non convertirebbe da questa ignoranza, dacché la situazione delle regioni che abitano non offre loro la possibilità di nascondersi in montagna? Perché non è solo nell’ultimo terremoto, quando cioè molti elementi cadranno dal cielo, che taluni si rifugeranno sulle montagne, cioè sulla dottrina degli Apostoli, implorando la misericordia di Dio. Questo infatti è sempre accaduto dalla passione del Signore fino ad oggi. Ma in quel tempo accadrà in misura maggiore, quando si manifesterà il segno che sta arrivando il giorno del Signore, cioè il giorno del giudizio. Inoltre, questo è stato promesso ed è sempre stato realizzato, perché la santa profezia ha questa caratteristica: raccontare il futuro come già realizzato, e il passato come ancora da realizzare. Dio aveva promesso che in futuro gli altari elevati sarebbero stati distrutti, come quelli che Geroboamo aveva innalzato in Samaria, come dice il profeta Osea: « Le alture dell’iniquità, peccato d’Israele, saranno distrutte, spine e rovi cresceranno sui loro altari; diranno ai monti: “Copriteci” e ai colli: “Cadete su di noi“. (Os. VIII, 5 – X, 8). Questi altari furono distrutti da Giosia, Re di Giuda, come si legge nel Libro dei Re (II Reg. XXIII: 19). Senza dubbio però, nessuno disse ai monti: copriteci, ma coloro che avevano distrutto gli idoli, si nascosero nella terra del Signore. E questo è successo in figura per mezzo di Giosia. Tali cose sono state e saranno sempre realizzate nel Signore che distrugge ogni idolatria: Egli ha posto il suo accampamento in cima alle montagne, cioè nella meditazione contemplativa; col suo Corpo ha costruito la sua Chiesa, affinché negli ultimi tempi si evitasse il pericolo dei Giudei in queste montagne. Così il Signore nella Gerusalemme particolare descrive la distruzione generale della vecchia (Gerusalemme), dicendo: « Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli. Ecco, verranno giorni nei quali si dirà: Beate le sterili ed i grembi che non hanno generato e le mammelle che non hanno allattato. Allora cominceranno a dire ai monti: Cadete su di noi! e ai colli: Copriteci! Perché se trattano così il legno verde, che avverrà del legno secco? » (cfr. Lc. XXIII, 28), cioè se nel tempo dell’immaturità lo perseguitano così, come lo perseguiranno poi nel tempo della maturità ultima e favorevole? Quando avranno compreso che questa è la distruzione definitiva di Gerusalemme, fuggiranno sulle montagne, chiedendo di essere nascosti, e piangendo chiameranno felici coloro che non sono stati catturati o trattenuti da un qualche legame con la condizione umana del peccato. Inoltre dobbiamo considerare, avendolo davanti gli occhi del cuore, il genere di narrazione che lo Spirito Santo ha conservato in questo libro per tutti i periodi; mantenendo cioè uno stesso ordine fino al numero sei; passando poi al settimo, fa una ricapitolazione e, seguendo come in un ordine, conclude le due narrazioni nel settimo; ma questa ricapitolazione deve essere compresa secondo i testi: a volte fa la ricapitolazione di ciò che dirà dall’inizio della passione; a volte dal tempo medio, a volte solo dall’ultima afflizione, o un po’ prima. Tuttavia si mantiene invariabile la ricapitolazione fino al sesto sigillo. Ora, quindi, dopo aver descritto il sesto, torna all’inizio e ricapitola per dire, brevemente ed in altro modo, la stessa cosa.

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COMINCIA LA STORIA DEI QUATTRO ANGELI DEI VENTI

(Apoc. VII, 1-3)

“Post hæc vidi quatuor angelos stantes super quatuor angulos terræ, tenentes quatuor ventos terræ, ne flarent super terram, neque super mare, neque in ullam arborem. Et vidi alterum angelum ascendentem ab ortu solis, habentem signum Dei vivi: et clamavit voce magna quatuor angelis, quibus datum est nocere terræ et mari, dicens: Nolite nocere terræ, et mari, neque arboribus, quoadusque signemus servos Dei nostri in frontibus eorum.”

(Dopo queste cose vidi quattro Angeli che stavano sui quattro angoli della terra, e ritenevano i quattro venti della terra, affinché non soffiassero sopra la terra, né sopra il mare, né sopra alcuna pianta. E vidi un altro Angelo che saliva da levante, e aveva il sigillo di Dio vivo: e gridò ad alta voce ai quattro Angeli, ai quali fu dato di far del male alla terra e al mare, dicendo: Non fate male alla terra e al mare, né alle piante, fino a tanto che abbiamo segnati nella loro fronte i servi del nostro Dio.).

[4] Dopo questo vidi – dice – quattro Angeli in piedi ai quattro angoli della terra, che trattenevano i quattro venti della terra. I quattro Angeli ed i quattro venti sono una identica cosa, ed è come se si dicesse chiaramente: ho visto quattro Angeli che trattengono quattro Angeli o venti. Dall’inizio abbiamo detto per qual motivo si divida una stessa cosa. Ed infatti questi Angeli o venti sono buoni e cattivi. Essi sono solo quattro, ma sono bipartiti, come spiegheremo più avanti. Questi venti hanno una parte buona ed una cattiva. Troviamo in Ezechiele i quattro venti buoni della terra, che ridanno vita alle ossa secche e alla carne morta per avviare la prima resurrezione (Ez. XXXVII, 9). Egli chiama i quattro venti – cioè l’anima e la mente – che la Chiesa ha nei quattro angoli della terra e con i quali ispira profetizzando le medesime cose negli stessi luoghi e resuscitando i morti. Questo fiato, cioè i quattro venti, è detto nel profeta Daniele essersi sollevato contro il popolo: « i quattro venti del cielo si abbattevano impetuosamente sul Mare grande e quattro grandi bestie, salivano dal mare » (Dan. VII: 2), che l’angelo disse essere i quattro regni del mondo. I sette Angeli, come è già stato detto, sono la Chiesa; essi sono sette, anche se ne viene nominato uno solo che li comprende tutti: secondo che lo esiga la ragione, ne dice il numero. Ad esempio, ora ha parlato di quattro Angeli, per indicare che la Chiesa li trattiene ai quattro estremi confini della terra; e dal canto loro che non devastino la sua parte prima di aver impresso il sigillo, affinché essa non soffra inganno. Ma quando tutto Israele sarà salvato alla fine del mondo, sarà portato via da colui che lo trattiene. Ed allora la quarta parte degli Angeli, rilasciata al momento opportuno si apre, cioè predica, come dice l’Apostolo: « E ora sapete ciò che impedisce la sua manifestazione, che avverrà nella sua ora. Il mistero dell’iniquità è già in atto, ma è necessario che sia tolto di mezzo chi finora lo trattiene. Solo allora sarà rivelato qual è l’empio (2 Tess. II, 6), l’Anticristo. » E siccome abbiamo detto che i quattro Angeli sono divisi ed insieme mescolati, – essi sono cioè la Chiesa ed i regni del mondo – cercheremo di ricordare in forma opportuna che i regni del mondo, e soprattutto il regno presente, è dentro la Chiesa in tutto il mondo per mezzo dei falsi fratelli – cioè gli ipocriti – nel mistero dell’iniquità. Non esiste infatti un regno unico in cui i falsi fratelli siano relegati, ed infatti tutti i malvagi del mondo sono chiamati re, ivi precipitati dalle loro voluttà. L’Apostolo ha detto di tali principi che « Nessuno dei dominatori di questo mondo ha potuto conoscerla (la sapienza); se l’avessero conosciuta, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria » (1 Cor. II, 8). La Scrittura nel Vangelo dice chi furono coloro che crocifissero il Signore. Ed infatti Pilato, un principe, non ha crocifisso il Signore, ma lo ha lasciato ai calunniatori. E l’Apostolo Pietro, poiché Israele aveva crocifisso Cristo, parlò loro così: « Sappia dunque con certezza tutta la casa di Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso! ». (Act. II, 36). Ed il Signore disse che il mondo era nei falsi fratelli: « … Voi siete di quaggiù, Io sono di lassù; voi siete di questo mondo, Io non sono di questo mondo. » (Gv. VIII, 23). E in un’altra occasione disse ai suoi discepoli: « Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me » (Gv. XV, 18). – Essi trattenevano i quattro venti della terra – dice – in modo che il vento non soffiasse sulla terra, né sul mare, né su nessun albero. Egli chiama gli uomini: terra, mare e alberi; … trattenevano il vento perché non soffiasse, cioè non trasmettessero il loro spirito facendoli diventare ad essi simili. E vidi un altro Angelo che saliva donde sorge il sole, con il sigillo del Dio vivente. Egli chiama alla Chiesa un altro Angelo; da dove sorge il sole – come dice – cioè dalla passione del Signore, e grida ai quattro angoli della terra. Il sole è Cristo. Ma questo non è l’ordine della rivelazione, per cui dopo i quattro Angeli ne ha visto un altro, no, ma quello che ha visto all’inizio del libro e questo di adesso sono uno stesso Angelo di Dio: infatti è l’unico ed il medesimo: la Chiesa che predica alla Chiesa.  – E gridò a gran voce ai quattro Angeli, ai quali fu dato di devastare la terra e il mare. Prima aveva detto che gli Angeli dovessero trattenere i venti, perché non soffiassero sulla terra o sul mare; ora comanda agli Angeli di non arrecare danno alla terra o al mare. Indica con questo la stessa cosa. In un’altra ricapitolazione, al momento dell’ultima battaglia, egli dice: « Sciogli i quattro Angeli incatenati sul gran fiume Eufrate ». (Ap. IX, 14). Lo stesso vale per coloro che ha mandato a trattenere il vento. Infatti da quando il Signore ha iniziato la sua passione, il diavolo è stato legato, come dice il Signore: « Come potrebbe uno penetrare nella casa dell’uomo forte e rapirgli le sue cose, se prima non lo lega? » (Mt. XII: 29). È chiaro che il diavolo è stato legato e soggiogato ai piedi della Chiesa, come sta scritto: « … Oracolo del Signore al mio Signore: Siedi alla mia destra, finché io ponga i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi ». (Psal. CIX, 1).  Il diavolo è legato nel suo corpo, cioè negli uomini malvagi, perché non inganni le nazioni credenti ai quattro estremi della terra, cioè la Chiesa, che è il corpo di Cristo, corpo del quale Egli dice: Non causate danno né alla terra, né al mare, né agli alberi; basta segnare con un sigillo sulla fronte i servi del nostro Dio. È un ordine del Signore quello che l’Angelo, cioè il suo corpo, che è la Chiesa, annuncia e dice ai sinistri causanti danno – cioè dice all’ipocrita -: non causare danno, perché danneggi spiritualmente la Chiesa. Questa è la stessa voce che in mezzo ai quattro animali diceva a chi faceva danni: non provocare danni al vino o all’olio. Il Signore ha ordinato che la sua terra, cioè la sua Chiesa, non venga danneggiata spiritualmente, finché ogni servo di Dio non sia segnato con il sigillo.

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MERCOLEDI’ DELLE CENERI (2021)

MERCOLEDÌ DELLE CENERI

p. Carlo m. Curci D. C. D. G.: LA NATURA E LA GRAZIA: Discorsi

Vol. I, Roma-TorinoP. Marietti ed. – 1865

IL PROBLEMA DELLA MORTE

Memento, homo, quia pulvis es, et in  pulverem reverteris.

S. Chiesa.

1. Se da quella polvere, nella quale oggi la Chiesa ci ricorda che tutti dovremo ritornare, levasse il capo uno dei nostri maggiori, che vi tornò non più che un dieci o dodici lustri addietro, io mi avviso, che ei non crederebbe ai suoi occhi dallo stupore, trovando il mondo tanto diverso da quello, che egli, dipartendosi dalla vita, lo avea lasciato. E quale delle cose pubbliche o delle private, in piccolo tempo, non si è cangiata da una Socieià, la quale, compresa dalla febbre dell’innovare, ha riputato meglio tutto ciò che fosse nuovo, e tanto se n’è levata in maggiore superbia, quanto ha potuto farlo con fretta più avventata? Che se quel redivivo, più che alle cose esteriori, potesse guardare nei pensieri della generazione vivente, ahimè! io credo, che in lui la meraviglia cederebbe il luogo alla compassione: tanta è l’alterazione delle idee, e la falsità dei giudizi, che da una scienza sciocca e dissoluta, o, peggio ancora, da non so che oracolo dì pubblica opinione fur messe in voga! Pure in tanta mutazione di cose, in tanto pervertimento d’idee ne è una, alla quale troppo rileverebbe al mondo recare almeno qualche temperamento, e la quale tuttavia, a dispetto di tutte le civiltà adulte e dei progressi umanitari, è restata ferma, invariata, immobile siccome il fato, e non mostra che, per volgere di secoli, possa mai cangiarsi. E questa, Signori miei, è la Morte. Tant’è! quanto a questa tremenda necessità della natura, tutto è rimasto nello stato pristino, primitivo, direi quasi arcaico: i medesimi prenunzi le vanno innanzi nella vecchiezza decrepita, nelle infermità fastidiose, nei subiti accidenti, che colpiscono spesso i più vigorosi e che meno se l’aspettano; le medesime strette angosciosissime dell’agonia l’accompagnano, e le viene appresso la medesima corruzione. Come morì Abele sul limitare del terrestre paradiso, così stanno, or che vi parlo, boccheggiando quelle, parecchie centinaia di uomini, pei quali questo giorno sarà l’estremo, e così morirà l’ultimo degli umani nell’ultimo dei giorni, che sarà rischiarato dal sole. Che se non si è per nulla cangiata la morte, neppure si è cangiato per nulla il terribile problema, che essa acchiude, e che anzi impone, a mal loro grado, ai meno riflessivi, ai più spensierati oggi, come fu nei tempi andati, come sarà nei futuri, la creatura ragionevole, non si potrà mai persuadere, che tutto per lei abbia a finire colla morte; ed una voce imperiosa, più forte di tutte le sofìstiche antiche e moderne, gli dice dentro, che ei non morrà tutto, che anzi colla parte migliore di sé, voglia o non voglia, dovrà essere superstite al sepolcro. Ma allora eccolo condotto, e dico ancora eccolo trascinato per forza a pensare, a riflettere ad un ordine ultramondiale di cose, nel quale, salvo il caso che sia uscito di sentimento, i suoi destini non gli possono essere indifferenti. Or, perciocché la vita presente, come nella futura ha il suo compimento, così da questa deve pigliare le sue norme ed il suo indirizzo; tanto è lungi, che i vivi debbano schivare il pensiero della morte, che per contrario il pensiero della morte è il migliore regolatore, che possano avere della vita. Di qui la santa Chiesa, senza guari curarsi dei nostri millantali progressi, come fece colle azioni semibarbare dei suoi primordi, e poscia coi popoli credenti dei tempi di mezzo, così fa coi superbi figli del secolo decimonono, i quali per avventura ne hanno tanto maggiore il bisogno, quanto più si credono sovrastare agli altri. Essa, spargendo cenere sopra tutti i capi, rammenta al popolo cristiano la sua mortalità; e con ciò, invitandolo a quei pensieri soprannaturali, che sono sì propri del sacro tempo della Quaresima, lo conduce o almeno lo invita e lo stimola a quella santità di vita, che come è la condizione necessaria della nostra salute, così è il fine immediato dei suoi austeri ammaestramenti, e dei santi suoi riti. – Dalla quale usanza, io non mi dipartirò questa mattina; soprattutto perché, pel servigio che intendo rendervi in questi discorsi quaresimali, di cui domani vi esporrò il soggetto, troppo ho uopo, che voi vi risolviate ad attendervi di proposito, piegando l’animo ai gravi e solenni pensieri della vita avvenire. Oh! sì! tregua un tratto, tregua al tumulto dei sensi, al tramestio del mondo ed all’agitarsi ed al battagliare delle passioni! apriamo il cuore alle soavi ispirazioni della grazia; e forse una non piccola vena ne schiuderò alla pietà vostra quest’oggi dimostrandovi, siccome solo il Cristiano può risolvere il gran problema della morte, pigliandone norma a regolare la vita. Che se la natura, condottici a quell’estremo passo, non sa dirci nulla di ciò che esso è, e di ciò, a cui schiude la via, male si arroga il diritto di governare essa sola la vita; e, ad ogni modo, a questo effetto sarà uopo ricorrere a quell’altro ordine d’idee e di cose, dal quale solo si può spiegare la morte. Così la grazia del Divino Spirito assista me in questa faticosa, ma pure a me carissima opera di amministrarvi la divina parola; assista voi, miei amatissimi, la cui pietà e gentilezza già per antica usanza mi è nota, a trarre frutto copioso di benedizione dell’amministrata parola!

2. Voi penserete, che il gran problema della morte riguardi unicamente ciò, che le viene appresso. Pure non è così. La morte rende problematiche le stesse condizioni della vita, e le getta in una incertezza, le colpisce di una inanità, sopra le quali l’intelletto non può quietare, se non ne abbia una spiegazione. Volete vederlo? toccarlo con mano? Venite qua! Eccoci accanto al letto di un moribondo; e perché l’ipotesi sia più calzante, supponiamo un uomo, che abbia consumata la vita ad ammassare ricchezze, giungendo a quella fortuna, da tanti invidiata, e da sì pochi raggiunta, di diventare, come dicono coll’acquolina in bocca i cupidi, milionario; supponiamo un ambizioso (e ce ne sono tanti a’ di nostri!), che per male arti sia salito a grande potenza, e ne sia tuttora investito; supponiamo una donna vana, che abbia abusato i doni di Dio, per dominare cuori non suoi: un più vano letterato o scienziato, che non abbia nella vita mirato ad altro scopo, che di fabbricarsi una grande rinomanza. I circostanti non si sanno schermire da un pensiero importuno; e, benché mondani anch’essi, talvolta lo dicono: «Ecco dunque dove è andata a finire tanta foga di vanità e tanta febbre di cupidigia! E per finire a questa maniera valea bene la spesa di sudare, di trafelare, di logorarsi il cervello e la vita, come questi ha fatto! » Ma, più che i circostanti, ne dev’essere preoccupato e trafitto il morente; e senza saperlo, se è conscio ancora di sé, starà ripetendo seco medesimo ciò, che le Scritture ed i Padri, con ben diverso intendimento, avevano detto: « La vita non fu dunque altro, che un correre alla morte! Tutti quei beni furono sogni di dormenti; e questo morire è uno svegliarmi, che me ne rivela, con subito e sterile riconoscimento, il nulla! Per questa creta passò uno spirito, che non vi resta; ed io mai più non tornerò a vedere i cari luoghi della mia adolescenza e della mia vecchiezza (Psal. CII, 14)! Se così dovea essere, meglio per me saria stato il non esser nato, o l’essere tramutato dalla culla al sepolcro: dormirei ora il mio ferreo sonno coi potenti e coi re della terra, men forse nominato, ma certo meno affaticato di loro! Quare non in vulva mortuus sum, egressus de utero non statim perii ?… Somno meo requiescerem cum regibus et consulibus terræ (Iob. III,11, 14.).» Soprattutto che dire di quel fiero ed amarissimodisinganno, pel disperato convincimento, che dunqueil sospiro naturale alla felicità fu una illusione, fuun ludibrio? A questa maniera una potenza invidiosae malefica ci avrebbe tratti del nulla, per pigliarsi giuocodei nostri dolori, ed alla quale noi non potremmo rendereche una maledizione impotente: che fu la perpetuae bestemmiatrice malinconia dello sventurato Recanatese.Lo so che, con ricorso degno dei ricorrenti,si ricorre alle bestie; ma queste non hanno coscienzadel loro stato; e l’avessero pure, si sentirebbero appagatedall’avere servito all’uomo, che finalmente èil solo loro fine: di che, alla loro maniera, si potrebberoriputare felici. Ma ciò dell’uomo stesso non puòsupporsi, il cui fine deve evidentemente essere qualchecosa migliore di lui; e nel mondo sensibile nulla è, chesia migliore di lui. E ciò è vero perfino dei più miseried abbietti di condizione, nei quali, trovandosi sempreun’anima ragionevole, è inconcepibile, che cosìeccelsa natura, assetata di felicità e di durata, nonabbia avuto altro scopo, che di purgar panni, esempligrazia, di rattoppare calzari, di spazzare camini odi girare ruote, come molto meglio avrebbe potuto farsida un giumento o dal vapore; sicché fatto questo, peralquanti anni, tutto per lei sia finito con questo. Chepensare poi di certe umane creature, che, monche odifettose, neppur questo possono fare, e si consumanotra dolori ignoti ed inesplorati, separate dal mondo, nella solitudine di qualche casolare, o nel fondo deglispedali? Saranno dunque queste state tratte dal nullaniente altro, che per patire? Così è! e fatevene ben persuasi: se non si ricorre alla natura invida e malefica, che ha fatto l’uomo per sbeffeggiarlo delle sue illusioni e dei suoi dolori, dovete concedere, che la morte, fin che si rimane tra i puri termini della natura, rende inesplicabile la stessa vita. E pure il problema è appena cominciato: il forte dimora al di là. Deh! chi può persuadersi, torno a dire, che per l’uomo tutto finisca coll’estremo fiato, strappatogli dal dissolvimento già cominciato del suo organismo? I sofisti medesimi, che lo dicono, non ci credono; ed un’anima immortale non si persuaderà in eterno, per lei non vi essere altro rifugio, che il nulla: la più tremenda catastrofe, che possa incogliere a qualsivoglia cosa che esiste! Sì! La credenza universale di tutti i popoli ed in tutti i tempi; il desiderio innato ed indomabile di una felicità, della quale è indubitato, che di qua non può aversi l’adempimento; il nobile sentimento della giustizia, che tutti vorremmo vedere compiuta, e la quale nel mondo appena è altro, che oppressione dei deboli e prepotenza dei forti ; la nostra intellezione che, remotissima da ogni materia, ci rivela un principio, come nell’operare, così nell’essere indipendente da quella, e quindi franca d’ogni possibile corrompimento; questi, Signori riveriti, sono tali saldissimi fondamenti per la natia immortalità dell’anima umana. che indarno vi diedero di cozzo i materialisti famosi di sessanta secoli; e pensate se vi abbiano a poter far buona prova quattro nebulosità teutoniche solea il gran Tutto panteistico, nel quale lo spirito umano dovrebbe andare a perdere come fumo in aria, o meglio come goccia in Oceano! Ma allora ecco giganteggiarci innanzi un’altra volta il formidabile problema: E come starà, in che attuerà là sua pura operosità intellettiva questo spirito, solitario e nudo nella immensità dello spazio? Potrà conversare coi suoi pari? e con chi e come dovremo pensare che conversi ? Sarà all’oscuro delle cose e delle persone che abbandonò, come queste sono di lui? Ma, più d’ogni altro, c’incalza quella domanda: sarà felice o misero questo spirito nel nuovo stato, e da chi ed a quai titoli gli sarà attribuita l’una o l’altra delle due così diverse condizioni? Io sfido qualunque uomo, che sia in senno, ad avere il coraggio di passare per sopra a questi problemi. Chi lo avesse darebbe manifesto indizio di non essere in senno, come non è la persona, che si professasse indifferente al suo bene ed al suo male. Quella è cosa di tanto momento, che a S. Agostino pareva rilevare ben poco di qual morte s’abbia a finire la vita; e rilevare supremamente di qual vita s’abbia a cominciare a vivere dopo la morte: Non multum curandum est eis, qui necessario morituri sunt, quid accidat, ut  moriantur; sed moriendo quo ire cogantur (De civ. Dei lib. 1, c. 2.). E, comelo stesso santo Dottore, parlando della madre dei settefratelli martiri, ebbe a dire: Non intuebatur quamvitamfinirent, sed quam inchoarent (Ser. 110. De Diversis).

3. E non vi sfugga, di grazia, quell’intuebatur, che importa un ragguardare fermo e sicuro, un intuire per intuito di fede quella vita appunto, che comincia dopo la morte. Perciocché veramente noi Cristiani di quel gran problema abbiamo in pugno sicurissima la soluzione; a tutte quelle domande abbiamo le risposte certe altrettanto che piene; e quasi mi venne detto, che delle cose del mondo di là sappiamo meglio, che quelle del mondo di qua; e certamente le sappiamo con maggiore certezza, e senza pericolo di errore: il che non avviene delle cognizioni forniteci dal senso, dalla ragione o dall’autorità umana. Anzi ciò che conosciamo della vita avvenire, ci vale un tesoro a governare il corso della presente, a vincerne le difficoltà e a districarne anche un poco i garbugli, i quali senza quella sarebbero affatto inestricabili. Per noi dunque (e parlo delle anime sinceramente cristiane), la morte è il sabato aspettatissimo del mercenario, che riceve la giusta retribuzione della settimana più o meno lunga del suo lavoro: Sicut mercenarii dies eius (Iob. XIV, 6); è il termine del faticoso pellegrinaggio e l’arrivo alla patria sospirata; è la corona, che il giusto giudice ci darà per le sostenute lotte terrene: Corona iustitiæ, quam reddet milii Bominus iustus index (II. Tim. IV, 8). E però S. Paolo, parlando in persona di tutti i giusti, diceva animosamente: « Se la casa terrena (vuol dire il corpo, e nel greco è σκήνη (= skene) che significa tenda, come di pellegrini) se la casa terrena di questa nostra abitazione si deve risolvere per morte, noi sappiamo esserci apparecchiato da Dio colassù nel cielo un edifizio, una casa cioè non fatta a mano ed eterna: Scimus quoniam si terrestris domus nostra huius habitationis dissolvatur, quod ædificationem ex Deo habemus, domimi non manufactam, æternam in cœlis (II. Cor. V, l). Vero è che, fitti in questo corpo, gemiamo per naturale ripugnanza  a dovercene separare: Qui sumus in hoc tabernaculo, ingemiscimus, e, piuttosto che spogliarcene, ci piacerebbe di essere conesso il corpo sopravvestiti della gloria: eo quod nolumus expoliari, sed supervestiri (II. Cor. V, 4).» Ma certi, siccome siamo, che lo stesso corpo ci verrà a raggiungere in quella verace patria, la morte, anche per tutto l’uomo, non è finalmente altro, che un sonno. Anzi, come notò il Crisostomo, tanto più leggera del sonno è la morte, quanto che nel sonno le migliori facoltà dell’anima sono impedite; laddove nella morte l’anima colla più nobile parte di sé rimane sciolta, attuosa e liberissima, e solo delle facoltà inferiori le viene temporaneamente impedito l’esercizio. Di qui quel tanto significativo e consolante linguaggio cristiano, secondo il quale la morte è dormizione, i trapassati sono dormienti, ed i sepolcri non sono, che cimiteri, val quanto dire, come suona quella greca voce, dormitori. E questo, che tanto vale ad attenuarci l’apprensione della nostra morte, chi non vede quanto deve eziandio contribuire a disacerbarci il dolore per la perdita dei nostri cari, o parenti od amici, ogni qual volta possiamo avere fiducia, che siano state raccolte le loro anime sotto le grandi ali del perdono di Dio? Certo l’addolorarvi in questi casi è affetto naturale e legittimissimo; e S. Paolo non vi ammonisce già a non contristarvene; ma severamente a non contristarvene, come quei disgraziati, ai quali è mutola ogni speranza, e per quali la tomba ai fiori ed alle lagrime, che vi si spargono, non ha altra risposta, che il dubbio straziante od il nulla: Ut non contristemini sicut et cæteri, qui spem non habent (I . Thessal. IV, 13). Per contrario quella speranza cristiana ardisco dire, che può, come notò S. Agostino, condire di gaudio quel dolore. Contristamur nos in nostrorum mortibus necessitate amittendi, sed cum spe recipiendi; inde contristamur, hinc consolamur; inde infirmitas affìcit, hinc fides refìcit: inde dolet humana conditio, hinc sanat divina promissio (Serm. 32. De, Verb. Ap.). Che se sia parola non dei giusti, ma di quei miseri, i quali dopo una vita empia ed iniqua, o nessuna o quasi nessuna speranza lasciarono di salute; non vi pare, che per questi la morte sia un degno saggio della divina giustizia, che di là gli attende, e di qua un ristoramento dovuto alla pubblica indignazione, ed al pubblico scandalo, quando colle loro malvagità ebbero meritata quella, e destato questo? Oh! Gl’insensati! pigmei ridicoli si credettero, come i giganti della favola, rompere guerra a Giove; ma il Dio dei Cristiani è qualche cosa di più, che il Giove favoloso dei poeti. Egli, per santificazione dei suoi eletti, lasciò loro, per breve ora, lunga sul collo la briglia; e quella, che essi credettero fortuna, fu tremendo loro castigo. Accecati dall’orgoglio, invescati dalla lascivia, trascinati da cupidità insaziate, e, per estremo lor danno, ubriachi del riuscimento, trafficarono sulla fame dei poveri, insidiarono alla innocenza di caste colombe, mentirono, spergiurarono, tradirono per arrampicarsi ad un seggio potente; chi sa? assassinarono popoli e dinastie, spogliarono la Chiesa, e congiurarono adversus Deum et sanctum puerum eius Iesum (Act. IV, 27). Ne esultarono procacemente i malvagi, che n’ebbero spalla e conforto a misfare; ne piansero, se ne angosciarono i buoni, ai quali tardava talora di vederne il fine. Ma aspettate! Dio è paziente, perché Dio è eterno. Compiuto quel novero di delitti, la cui permissione entrava nel disegno della sua Provvidenza, ecco che Egli ne coglie al varco, quando meno sel pensano, gli autori nefandi; ne interrompe coi giorni iniqui i più iniqui consigli, e ve li fiacca, ve li getta a terra, oggimai diventati massa inerte d’imputridite carogne. Allora gli ultimi dei mortali potranno intuonar loro la fiera canzone, che si legge in Isaia: « E tu dunque ancora fosti sfolgorato siccome saremo noi; ed in questo almeno non fosti dissomigliante da quegl’infimi, che conculcasti! Et tu vulneratus es sicut et nos, nostri similis effectus es. La pretesa tua gloria fu trascinata ad oscurarsi nei luoghi bui: Detracta est ad inferos gloria tua; e, caduto il sozzo tuo carcame nell’abbandono della tomba, avrà per letto la tignuola, e per coltrice sepolcrale i vermi: Concidit cadavcr tuum: sub te sternetur tinea, et operimentum tuum erunt vermes (Isa. XIV, 10, 11).»Sicché vedete, Signori miei, che per noi Cristiani,non che sciogliersi il problema della morte, essa neppureè problema. Anzi, se ho a dirvi tutto intero ilmio pensiero, aggiungerò che, sia per rispetto ai buoni,sia per rispetto ai tristi, la morte è quella, che solamenteacchiude la spiegazione della vita; e questa daquella acquista scopo, dignità, valore di cosa che s’infuturanella perpetuità dei suoi effetti, e riceve confortodi giustizia sperata. Che se, nell’ordine fisico, i naturalistentano a determinare, onde mai si derivi nell’uomol’indeclinabile necessità della morte, nel moraleessa medesima diviene una verissima necessità;tanto che, senza la morte, non si potrebbe più nullaintendere della vita. Di qui si fa manifesta quella bellaparola di S. Agostino là, dove disse, che i giusti fanno lorprò della morte che è un male, come i malvagi fannolor danno della legge che è un bene; essendo proprio deiprimi il far medicina del veleno, e dei secondi il volgerein veleno la medicina: Mali male lege utuntur, quamvis lex sit bonum; et boni bene moriuntur, quamvis mors sit malum (De Civ. Dei Ub. 13, cap. 5.).

4. Ma è oggimai tempo di esaminare quale soluzione si dia al problema, o piuttosto ai problemi, che si affollano intorno al cataletto, dagli scredenti, che si professano avversi o certo estranei a quelle idee cristiane, le quali io, sotto molta brevità, testé vi ho esposte. Ora che volete che io vi dica? per cercarne che io abbia fatto con diligenza nei moderni filosofi, non ho trovato nulla, affatto nulla, che valesse la pena di essere preso ad esame. Essi non toccano questo punto, lo schivano a vero studio; e, condottivi alcuna volta dalla necessità del discorso, o lo saltano a piè pari. o se ne sbrigano con qualche frase vaga e insignificante sopra i destini avvenire dell’umanità, ovveramente intorno all’immedesimarsi, che farà lo spirito nell’unica sustanza del gran Tutto. Ma deh! che fa egli cotesto, quanto a satisfare a quel fremito d’indignazione, che tutti sentiamo nel fondo della coscienza, al ripensare, che, parificata ogni cosa per una medesima morte, il più ed il meglio della virtù debba rimanere, non che irremunerato, ma sconosciuto: e debba restare impunito ed inulto il peggio che ebbe il vizio, quando o riuscì ad inorpellarsi per ipocrisia, o poté più procacemente imbaldanzire, perché fortunato? Che fanno quelle frasi vaghe, insignificanti a risolvere almeno quel dubbio: Come mai la natura ci avrebbe inserita nell’animo la brama focosa di una felicità, della quale la morte, in mal punto, ci rivelerebbe essere cosa affatto impossibile a conseguirsi? Come non sarebbe ciò un’illusione? un ludibrio? quasi mi venne detto un tradimento? Gli antichi si accostarono a queste gravi disquisizioni con più coraggio, che non fanno i moderni; e quantunque, nel leggere i Dialoghi di Platone, notantemente il Timeo, le Tuscolane, o i de Finibus di Tullio, non si raccolga gran cosa, e per certi capi le perplessità crescano e si rinserrino; nondimeno è sempre decoroso, per filosofi di professione, non lasciare inesplorato questo campo, che dovrebb’essere l’ultimo termine di ogni sana filosofia. Anche Porfirio, come ricorda S. Agostino, si pose in traccia di una via universale da salvare le anime cercando viam communem salvandarum animarum (De Civ. Dei lib. 10, cap. 32); quantunque 1′ odio, che quel sofista avea giurato al Cristianesmo. non gli consentendo di cercarla in questo, dovette confessare, che né presso gl’Indi, né presso gli Egiziani, né presso i Caldei, né in verun’altra filosofia ne avea trovato alcun seniore. Ma, come dissi, i filosofi moderni non ne trattano, non se ne brigano, pare che neppure conoscano la esistenza e la possibilità di quei problemi; tanto che si direbbe, che il rimorso di una colpevole apostasia gì’impedisca dal pur tentare una materia, dalla quale temono di vedere disfavillare ai loro occhi una luce, la quale essi detestano, e per giusta punizione, forse non vedranno giammai. – Lasciando dunque stare i filosofi, ci dovremmo rivolgere, per pigliar lingua, alla gente del mondo anche colta e saputa. Ma questa, per un altro motivo, né sa, né vuol sapere di siffatte malinconie; ne schiva il pensiero, ne rifugge l’aspetto e, vivendo alla carlona, affogata nelle cure e nelle agitazioni secolaresche, quando a passi di gigante viene loro addosso la morte, più per altrui, che per proprio consiglio, non si oppongono talora, che entri a loro un prete, ad amministrare le così dette consolazioni religiose più ad un mezzo cadavere, che a un moribondo. E tutto è detto, e tutto è finito! Sicché, miei cari, dal mondo e dai suoi seguaci non ci è da spillar qualche cosa che valga intorno a questo gran problema della morie, per contrapporlo a ciò, che ne pensiamo e ne diciamo noi Cristiani. Tuttavolta se nei libri vi è poco o nulla, e nei discorsi secolareschi vi è anche meno quanto ad un tale soggetto; pure nella consuetudine della vita occorrono delle circostanze, nelle quali filosofi e mondani sono quasi obbligati a significare ciò che pensino di quel medesimo soggetto, sopra qualunque altro rilevantissimo. Ed il primo caso è, quando, per affezioni di amicizia e di parentela, ovvero per ragioni di convenienza, si trovano a dovere confortare al duro passo qualcuno che sia presso a morire, od a consolare il dolore di alcun altro, a cui morte abbia di fresco rapito un qualche capo carissimo: supponete un padre, una madre, un figliuolo, un marito, una sposa. Se non fosse che il caso è cotanto mesto, ci sarebbe davvero a ridere nell’udire quella mezza dozzina di voci scucite e incoerenti, che sono tutto il capitale confortatorio, di cui il mondo può valersi messo in cotali strette! Ma se non si può ridere, deh! a cui non farebbe compassione quel sentire uomini, talora gravi ed istruiti, balbettare: falò, necessità della natura, caducità umana; e per somma grazia: costanza nella sventura, ed Ente supremo? Ciò poi è sì miserabile e sguaiato, che in questi casi anche i men Cristiani parlano, o certo vogliono sentir parlare cristianamente; ed è lepido vederli tutto in opera, affine di cacciare morti nel paradiso dei Cristiani certi cotali, che, vivendo, non si curarono neppure di sapere se ci fosse o no un paradiso. Meno goffamente sterili si mostrano gli scredenti, quando si tratta di ornare con pubbliche laudi la memoria di alcun loro trapassato; massime se uomo di qualche levatura. Ma anche qui se non ci dite che queste laudi possono in un qualsiasi modo essere sapute dai laudati e rallegrarneli; se ci dite anzi che di loro non resta nulla, non si vede per qual motivo essi abbiano dovuto tanto affaticarsi per un guiderdone, del quale, non che godimento, non possono avere neppure contezza. Lo so che questa della gloria superstite è forse la più splendida delle umane illusioni; e certo, quando la sia governata accortamente, è la più profittevole al mondo, siccome quella, dalla quale la fatuità dell’uomo mondano è lautamente alimentata è potentemente sostenuta ad imprese ardue, ed a quella segnatamente, che tra tutte è arditissima, di farsi uccidere senza spesso saperne neppure il perché. Ma, se uscite dal giro delle idee cristiane, le quali sole sanno il modo, onde possono pei suoi servi in seno a Dio rinverdire gli allori caduchi della terra, tutte le cicalate necrologiche, più che laude dei trapassati, sono mezzi a gonfiare, la vanità ed a rinfocolare le passioni dei presenti. Ai quali, a’ dì nostri, si sono aggiunti sproni ai fianchi, col potere aspirare, a furia di abbiette iniquità, ad uno di quei monumenti, onde si sta lordando questa povera Italia; il cui vitupero ai suoi rigeneratori non pare compiuto, se non lo tramandano ai posteri col linguaggio dell’arte, e colla saldezza dei bronzi e dei marmi: speriamo che i posteri, per nostro onore, si vorranno pigliare il fastidio di spazzamela. Ma checché sia di ciò, dalle cose discorse mi pare dimostrato ad evidenza, solo il Cristianesimo spiegare il problema della morte, e da questo anzi pigliare lume a rischiarare e governare la vita. Quanto alla incredulità, essa, sia che ne discorra nei libri, sia che ne parli in piana terra, o dall’alto, è stata convinta di non capirne un iota; e le tenebre, dalle quali per lei rimane avvolto tutto ciò che è al di là della tomba, debbono lasciare non meno intenebrato tutto ciò, che di qua si trova. Il perché chi per sua sventura da noi passasse a quella, farebbe il baratto del Cristianesimo, non con un sistema, ma col nulla. Ora, trattandosi dei nostri destini avvenire, dai quali solamente si può pigliare norma sicura a regolare il presente, il nulla è troppo poco; e noi, almeno fino a tanto che l’incredulità non abbia trovato il modo di non farci morire, seguiteremo a pensare cristianamente della morte; e con ciò solo ci troveremo molto acconciamente disposti a riordinare la vita.

5. Si dice nei Salmi, che Iddio si ricorda che noi siamo polvere: Recordatus est quoniam pulvissiimus (Psal. CII, 14), per farci intendere, che questa memoria lo fa inchinevole a commiserazione delle nostre debolezze. Ma indarno lo ricorderebbe Iddio, se lo dimenticassimo noi; stante che la divina pietà esige la nostra corrispondenza ai suoi inviti, e la nostra cooperazione alla sua grazia. E però la S. Chiesa ci ricorda appunto quella nostra indeclinabile caducità, col severo Memento homo quia pulvis es, et in pulverem reverteris, sicura, siccome è, che una siffatta rimembranza è pei Cristiani invito efficacissimo ai gravi pensieri della vita avvenire. Di qui voi vi conformerete alla intenzione dell’amorosa madre, se penserete alla morte, se ne penserete cristianamente: il che importa, come io vi diceva pocanzi, valersi di quel pensiero per rischiararne e regolarne la vita. Ora a ciò fare non vi ha tempo nell’anno più appropriato della santa già cominciata Quaresima. Il sacro digiuno; riverenza alla stess’ora e rammemorazione dei quaranta dì digiunati nel deserto dal Redentore; l’apparecchio alla nostra grande solennità della Pasqua, ed ai giorni mesti della Passione, che le vanno innanzi; il disporvi, che tutti dovete fare al santo precetto pasquale; la divina parola, che scenderà sopra di voi così copiosa, quasi rugiada celeste, a rinfrescare le vostre arsure e a confortare, a consolare le vostre coscienze; chi sa? a scuotere e spoltrire qualche cuore assonnato e anneghittito; la Chiesa medesima col silenzio dei suoi organi, colla grave mestizia dei suoi riti e colla tanto espressiva austerità dei suoi cantici; tutto c’invita e soavemente ci sforza ad entrare in questo sacro tempo-quaresimale con sincera compunzione di cuore, e con ferma risoluzione di ordinare a salute la nostra vita. Deh! miei amatissimi! il tempo è breve, la morte a ciascun di noi si avvicina a gran passi; e come a molti, che qui erano presenti la passata Quaresima, quella fu l’ultima, così sarà questa per molti che sono ora presenti. E potendo ciò avvenire per tutti, non vi pare, che la prudenza dovrebbe persuaderci a giovarcene per l’anima nostra, come se davvero questa dovesse essere l’ultima per ciascuno? Da un’altra parte l’avvenire è chiuso ai nostri occhi; ma non è tanto, che non si vegga torbida l’atmosfera e gravida di tempesta. Or quando pubbliche e private calamità vi dovessero incogliere, non sarebbe bene giovarsi di questo tempo accettevole, di questi giorni di salute, per rinsaldarsi in quella fede ed in quel santo divino timore, che chi sa come e quanto dovrà esservi insidiato! Ed il quale pure potrà essere balsamo alle vostre piaghe e conforto dolcissimo della vostra speranza? E perciocché parte l’indulgenza della Chiesa, parte le sanità debilitate, parte (e perché non dirlo?) la carità rattiepidita han fatto sì, che il digiuno quaresimale siasi ridotto a molto poca cosa, voi fate di supplire a quello, procurando alle anime vostre più largo e più assiduo il nutrimento della divina parola. S. Paolo, fino, dai suoi tempi, esortava a non deserere collectionem, cioè queste sacre riunioni, nelle quali lo Spirito Santo ci parla al cuore; e si lamentava della consuetudine prevaluta in alcuni di allontanarsene: Sicut consuetudinis est quibusdam (Hebr. X, 25). Oh! no! di voi nonsia così. Ponete anzi Ordine alle vostre faccende o domestiche,o esteriori di affari, pubblici e privati permodo, che vi resti il tempo di ascoltare la predica oqui o altrove, o a quest’ora o ad un’altra; ma nonfate mancare questo pascolo di salute alle anime vostre.Già vi dissi, che domani vi esporrò il modo, onde iointendo amministrando; ed ascoltando il soggetto, cheho divisato di trattarvi, vi accorgerete che questa mattinavi abbiamo posto un buon fondamento col solo èssercirinfrescato nella mente il concetto, che, secondola nostra fede, dobbiamo avere della morte. Ma comeio alla fatica di annunziarvi la divina parola aggiungeròle povere mie preghiere, perché essa vi torni fruttuosa;così voi pregate, che dall’alto mi venga quellastessa parola, per ischiudere le labbra con apostolicalibertà: ut detur mihi sermo in aperitione oris mei cum fiducia; sicché io vi possa far noto, il mistero dell’Evangelio, osando parlare come si addice al mio ministero, ed al vostra bisogno: Notum fàcere mysterium Evangelii … ita ut in ipso audeam prout oportet, me loqui (Ephes. VI, 19).

COMMENTARIO ALL’APOCALISSE DI BEATO DE LIEBANA (8)

I Quattro Angeli presso l’Eufrate. (Ap. IX, 13-16)

Beato de Liébana:

COMMENTARIO ALL’APOCALISSE (8)

Migne, Patrologia latina, P. L. vol. 96, col. 893-1030, rist. 1939, I, 877

[Dal testo latino di H. FLOREZ – Madrid 1770]

LIBRO TERZO

[4] E ho visto nella mano destra di colui che siede sul trono un libro scritto dentro e fuori, sigillato con sette sigilli. Il libro che qui si indica, scritto dentro e fuori, è ogni creatura del mondo, di cui Dio contempla l’interno e di cui conosce l’esterno; oppure supera il mondo esteriore, limitato per il potere della sua potenza, o lo scruta interiormente con la chiaroveggenza della sua Maestà. Si dice [questo libro] che sia sigillato con sette sigilli, per mostrare la composizione della settimana presente che è la lunghezza del mondo. O ancora che il libro scritto comprende i due Testamenti, il Vecchio ed il Nuovo. E ciò che dice dentro e fuori, vuol dire: fuori è ciò che si vede nella lettura, cioè la Legge prima della sua venuta; e dentro, tutto ciò che non è compreso, perché nella Legge è nascosto il Vangelo; come dice Ezechiele: « come se una ruota fosse in mezzo all’altra » (Ez. X, 10), cioè il Vangelo è rimasto dentro la Legge, ma occultato, come dice pure il salmista: « Davanti al suo fulgore si dissipavano le nubi con grandine e carboni ardenti. » (Psal. XVII, 12), perché il messaggio nei Profeti è oscuro. Ma con la voce di Salomone che lo testimonia, diciamo: « È gloria dei re nascondere una parola, è gloria di Dio scoprirne il significato » (Prov. XXV, 2). Infatti è un onore per tutti loro – cioè per i re – nascondere i loro segreti, ed è gloria di Dio annunciare e chiarire i misteri della sua parola. « Ciò che vi dico nel buio, ditelo nella luce (Mt. X, 27) », cioè rendete chiaro ciò che sentite nel buio delle allegorie. L’oscurità stessa del messaggio di Dio è di grande utilità, perché esercita l’intelligenza, in modo che si ampli per lo sforzo e, aguzzata che sia, capti ciò che l’ozioso non può captare. Ha anche un beneficio maggiore, in quanto l’intelligenza della Sacra Scrittura, che sarebbe degradata se fosse chiara a tutti, in alcuni oscuri passaggi alimenta lo spirito, così che ne trovi il significato con una dolcezza tanto maggiore quanto maggiore è la fatica dell’opera dello spirito che l’ha cercata. Guardate cosa dice ora la voce di Ezechiele: « Io guardavo quegli esseri ed ecco sul terreno una ruota al loro fianco » (Ez. I,15). Che cos’è la ruota se non il segno della Sacra Scrittura che da ogni punto si rivolge all’anima degli ascoltatori e non si discosta per nessun principio di errore dal percorso della sua predicazione? Essa si tiene dritta sotto tutti i punti di vista, perché cammina rettamente ed umilmente sia tra le cose avverse che tra le prospere. Il cerchio dei suoi precetti si trova sia al di sopra che al di sotto: infatti le cose che si dicono in senso spirituale per i più perfetti, i più deboli le comprendono in senso letterale, e i dotti attraverso l’intelligenza spirituale vanno nel più profondo. Chi infatti tra i piccoli, nei fatti di Esaù e Giacobbe, di cui l’uno è mandato a cacciare, mentre l’altro, con l’inganno della madre, è benedetto dal padre, non si pasce della storia del testo sacro? Infatti in questa storia, esaminata con sottigliezza, si vede che Giacobbe carpì la benedizione al primogenito, ma la ricevette come a sé dovuta, poiché ottenuta dal padre come mercede del suo ingegno. Ma se qualcuno, riflettendo più profondamente, vuole scoprire le azioni attraverso i segreti dell’allegoria, immediatamente dalla storia risale al mistero. Cosa significa che Isacco vuole mangiare la cacciagione del figlio maggiore, se non che Dio onnipotente volesse dal popolo giudeo una buona opera? Ma poiché esso indugiava, Rebecca mise al suo posto il più giovane: cioè mentre il popolo giudeo cercava le buone opere, la Madre della grazia introdusse al suo posto il popolo gentile, che ha presentato al Padre onnipotente il cibo delle buone opere ricevendone la benedizione in luogo del fratello maggiore. Egli presentò le prelibatezze proprie degli animali domestici, ed il popolo gentile che non cercava di compiacere Dio con sacrifici esteriori, come dice la voce del profeta: « su di me, o Dio, i voti che ti ho fatto: ti renderò azioni di grazie » (Psal. LV, 13). Che cosa significa che Giacobbe si coprì le mani, le braccia ed il collo con le pelli di un capretto, se non che aveva l’intenzione di offrire un capretto per il peccato, come il popolo dei Gentili che annichilò in sé i peccati della carne, non vergognandosi di confessare di essere stato coinvolto nei peccati della carne? Che cosa significa vestirsi con gli abiti del fratello maggiore, se non il rivestirsi della buona condotta del fratello maggiore con i comandi della Sacra Scrittura che erano stati dati al popolo maggiore; e che il più giovane utilizza in casa i precetti che il più grande, uscendo, lascia dietro di sé? Infatti il popolo dei Gentili possiede nell’anima quei precetti che il popolo giudeo non poté ritenere, poiché vi prestò attenzione solo in senso letterale. E cosa significa ancora che Isacco non riconosce l’identità del figlio a cui dà la sua benedizione, se non ciò che il Signore ha detto attraverso il salmista del popolo gentile: « il popolo che non conoscevo mi servì; son tutto orecchie, mi obbediscono »? (Psal. XVII, 45). Che cosa significa che Isacco non riconosce colui che gli sta davanti mentre prevede quel che accadrà in futuro, se non che Dio Onnipotente, attraverso i suoi Profeti annunciava alla gentilità la grazia che avrebbe concesso, e non riconosceva con la grazia – al presente – coloro che erano già nell’errore, e senza dubbio prevedeva di acquisire questa [la gentilità] con la grazia della benedizione? Perciò si dice nella benedizione a Giacobbe, che questi assume la figura del popolo gentile: « Ecco l’odore del mio figlio come l’odore di un campo che il Signore ha benedetto » (Gen. XXVII, 27). Così dice anche la Verità nel Vangelo: « il campo è questo mondo » (Mt. XIII, 38). Ecco allora che il popolo gentile, condotto alla fede, diffonde le virtù in tutto il mondo attraverso i suoi eletti; il profumo del figlio è il profumo di un campo da loro ripieno. Infatti altro è l’odore  della vigna, e tanto grande è il potere e la conoscenza dei predicatori, da inebriare gli spiriti degli uditori. L’olivo profuma in un altro modo, perché soave è l’opera della misericordia, che come l’olio riscalda e dà luce; in altro modo profuma il fior della rosa, perché mirabile è la fragranza che si espande e profuma con l’aroma dei martiri. Altro ancora è il fiore del giglio, perché bianca è la carne della verginità incorrotta. Altro profumo è quello del fior della violetta, perché grande è la virtù degli umili, che occupano gli ultimi posti per loro volontà, ed anche se non si elevano in alto per la loro umiltà, conservano nell’anima la purezza della regione celeste. Altrimenti profuma la spiga, quando giunge la sua stagione, perché la perfezione delle buone opere si prepara a fare compagnia a chi ha fame di giustizia. Così dunque il popolo dei Gentili è nei suoi eletti, diffusi in tutto il mondo, ed è dalle loro virtù, che l’Onnipotente agisce con tutti coloro che ricevono il profumo della buona dottrina, per cui è detto a ragione: « Ecco l’odore del mio figlio come l’odore di un campo che il Signore ha benedetto. »Ma poiché non c’è virtù per meriti propri, si aggiunge: … a colui al quale il Signore ha dato la sua benedizione. E poiché il popolo stesso degli eletti è elevato per mezzo di alcuni alla contemplazione, e per mezzo di altri è arricchito dalle opere della vita attiva, ancora si aggiunge a ragione: che Dio vi dia la vette del cielo ed il grasso della terra.  La rugiada cade dall’alto dolcemente, ed ogni volta che riceviamo la rugiada dal cielo, vediamo qualcosa di celeste nell’effusione della contemplazione intima: quando noi facciamo delle opere buone mediante il corpo, è allora che siamo arricchiti dal grasso della terra. Che cosa significa che Esaù sia poi tornato da suo padre, se non che il popolo giudeo tornerà a compiacere Dio? Per questo nella benedizione si dice anche: « … ma poi, quando ti riscuoterai, spezzerai il suo giogo dal tuo collo », verrà cioè il momento in cui spezzerai il giogo del tuo collo (Gen. XXVII, 40), perché infatti alla fine il popolo giudeo sarà libero dalla schiavitù del diavolo e dal peccato. Come sta scritto: « … fino a che saranno entrate tutte le genti. Allora tutto Israele sarà salvato » (Rm. XI, 25). – Qual figliolo non si nutre del medesimo racconto evangelico del miracolo compiuto quando il Signore ordinò che le giare vuote fossero riempite d’acqua e subito trasformò quest’acqua in vino? Ma se gli evangelizzatori più attenti lo ascoltano con acutezza e, credendo, venerano la storia sacra, esaminano ciò che esso indica interiormente. Colui che era in grado di cambiare l’acqua in vino, era anche in grado di riempire subito i vasi vuoti con il vino. Ma invece ordina di riempirli d’acqua, perché il nostro cuore doveva essere riempito dalla storia di questa sacra lezione; l’acqua si trasforma in vino dentro di noi quando la storia medesima, per il mistero dell’allegoria, si muta in noi in intelligenza spirituale. – La ruota nel mezzo aderisce alla terra perché si adatta al piccolo con il suo umile sermone; mentre, versando beni spirituali sui grandi, si eleva verso l’alto come in un cerchio che si rialza là dove poco prima sembrava toccar terra. E poiché serve da esempio ovunque, la ruota corre quasi come in cerchio; per questo è stato scritto nel libro della Legge: « Farai anche un candelabro d’oro puro. Il candelabro sarà lavorato a martello, il suo fusto e i suoi bracci; i suoi calici, i suoi bulbi e le sue corolle saranno tutti di un pezzo. » (Es. XXV, 31). Qual è il segno del candeliere se non Colui che è designato come Redentore del genere umano? Egli infonde la luce della divinità nella natura umana, per essere il candelabro del mondo, perché nella sua luce ogni peccatore possa vedere le tenebre in cui è immerso; e poiché ha assunto la nostra natura senza macchia, il candelabro del tabernacolo è fatto con l’oro più puro. Esso si rende duttile nei colpi, perché il nostro Redentore, che con il suo concepimento e la sua nascita è rimasto perfetto Dio ed Uomo, ha sofferto la passione ed il dolore, ed è così giunto alla gloria della risurrezione. Egli era un candeliere duttile d’oro purissimo, perché non aveva peccato, eppure avanzava verso l’immortalità attraverso le sofferenze della passione. Infatti mancava completamente delle virtù dell’anima, con cui avrebbe potuto avanzare giorno per giorno per mezzo della persecuzione; ma nelle sue membra, che siamo noi, avanza di giorno in giorno per mezzo della persecuzione, perché è quando siamo battuti che riusciamo a meritare di essere suoi membri, ed Egli stesso avanza; è stato scritto di questo corpo: « … dal quale tutto il corpo riceve sostentamento e coesione per mezzo di giunture e legami, realizzando così la crescita secondo il volere di Dio. » (Col. II, 19). Tutti noi siamo il suo Corpo: attraverso le articolazioni ed i legamenti il corpo è unito, perché quando il torace è unito alla testa, e le braccia al torace, e le mani alle braccia, e le dita alle mani, e le rimanenti membra sono coese con le altre membra, tutto il corpo è ben composto. Così i santi Apostoli, che sono rimasti vicini al nostro Redentore, sono come il torace che è stato unito al capo. I martiri al loro seguito, erano come le braccia unite al torace. E quando i pastori e i dottori si unirono a loro con le loro buone opere, furono come le mani unite alle braccia. Tutto il Corpo del nostro Redentore è giorno per giorno unito e nutrito in cielo per mezzo di articolazioni e legamenti: cosicché quando gli eletti vi vengono portati, unisce a sé i loro membri. Per questo si dice giustamente: riceve nutrimento e coesione per realizzare la sua crescita in Dio: infatti Dio onnipotente, il nostro Redentore, che in sé non ha nulla per cui crescere, attraverso le sue membra riceve ogni giorno un aumento. Così è scritto di nuovo: « finché tutti noi arriviamo a Lui, allo stato di uomo perfetto, alla maturità della pienezza di Cristo » (Ef. IV, 13). Il fusto di quel candelabro deve essere inteso come la Chiesa stessa, che è il suo corpo che rimane integro in mezzo a tante avversità. I bracci che escono dal fusto sono i predicatori, che hanno comunicato al mondo un dolce suono, cioè un cantico nuovo. I calici sono di solito fatti per il vino. Quale altra cosa sono le menti degli ascoltatori, se non i calici che attraverso la predicazione dei Santi vengono riempiti con il vino della saggezza? Cos’altro sono i globi se non la fluidità della predicazione, perché una sfera gira ovunque, e la predicazione che non può essere messa a tacere dalle avversità, né si vanta nella prosperità, è come una sfera: essa è forte nelle avversità, umile nella prosperità e non ha angolo di paura o di vanità. Nel suo corso non può essere arrestata, perché attraversa tutte le cose con fluidità. Continuiamo ancora con quello che abbiamo dato come esempio: sul candeliere sono descritti i gigli, dopo i bracci, i bicchieri e i globi: perché dopo quello che abbiamo chiamato la grazia e la fluidità della predicazione, segue quella fiorente patria che rinverdisce nelle anime sante, cioè con i fiori eterni. I globi si riferiscono al lavoro; i gigli, al premio. Come in Mosè, i globi sono intesi essere la dottrina della predicazione, in modo che attraverso la ruota si riscopra la stessa Sacra Scrittura. Quando il Profeta vide i santi animali, aggiunse: Ho guardato gli animali ed ho visto una ruota al suolo. In questo testo, dobbiamo chiederci, dato che le ruote sono descritte come interne: perché si dice che dapprima sia apparsa una ruota, se non perché al popolo antico è stato concesso solo l’Antico Testamento, tanto da istruire la loro mente col farla girare come una ruota? Si dice giustamente che la stessa ruota è apparsa sulla terra, perché all’uomo peccatore è stato detto: tu sei terra e ritornerai nella terra (Gen. III, 19). Così una ruota è apparsa sulla terra, perché Dio Onnipotente ha dato la legge sopra il cuore dei peccatori. Ma poiché questi animali con le ali, come dicevamo, designano i santi Evangelisti, com’è che appaiono prima come animali e poi come una ruota, se non perché fu dato per prima l’Antico Testamento e poi i santi Evangelisti lo seguirono? In questo possiamo capire che coloro che sono superiori per merito sono stati visti per primi dal Profeta: infatti il santo Vangelo è superiore all’Antico Testamento, in quanto anche i suoi predicatori devono averlo anteposto nella descrizione profetica. C’è però un’altra cosa da considerare in questa descrizione: che lo spirito di profezia riunisce in sé nello stesso tempo l’anteriore ed il posteriore, in modo tale che la lingua del Profeta non possa annunciare contemporaneamente queste cose, ma le cose complesse che vede le annuncia in discorsi separati: e annuncia o il secondo dopo il primo, o il primo dopo il secondo. Per questo anche il Profeta Ezechiele, sotto la figura della santa Chiesa universale, vede la gloria degli Evangelisti a somiglianza di animali, ed aggiunge improvvisamente ciò che è accaduto in tempi passati, per indicarci chiaramente che ha visto nello stesso tempo ciò che la lingua mortale non è in grado di dire nello stesso tempo. E siccome abbiamo già detto che i quattro animali sono figure di uomini perfetti, dobbiamo considerare anche che c’erano alcuni Santi già prima della Legge che vivevano rettamente secondo la legge naturale e si compiacevano del Signore Onnipotente. Dopo gli animali, si descrive la ruota, perché c’erano già molti eletti, perfetti per il Signore onnipotente, prima della Legge. Ma se dobbiamo considerare, come abbiamo detto, gli animali solo come gli Evangelisti, c’è un’altra cosa che dobbiamo prendere in considerazione. Il santo Profeta vide che proprio queste parole, da lui pronunciate nell’oscurità, sarebbero diventate chiare, non al popolo giudeo, ma ai Gentili. Parlandoci ha descritto prima gli animali e poi la ruota, perché quando siamo giunti alla fede, per grazia di Dio, non abbiamo conosciuto il Vangelo per mezzo della Legge, ma la Legge per mezzo del santo Vangelo. Aggiunge ancora dove e come appare la ruota quando dice: « presso gli animali c’erano quattro facce » (Ez. I, 15); e più avanti dice: « l’aspetto delle ruote e la disposizione, come una visione del mare; e avevano tutte e quattro la stessa forma, e il loro aspetto e la loro disposizione era come se una ruota fosse dentro l’altra. » Cosa significa il parlare di una ruota, aggiungendo poco dopo … come ruota dentro una ruota, se non che nell’Antico Testamento era nascosto il Nuovo Testamento per mezzo di un’allegoria? Per questo motivo la ruota che è apparsa con gli animali è descritta con quattro facce: perché la Sacra Scrittura, attraverso entrambi i Testamenti, è divisa in quattro parti: l’Antico Testamento, nella Legge e nei Profeti; e il Nuovo Testamento, nei Vangeli e negli Atti e scritti degli Apostoli. Si sa che là dove volgiamo la faccia, colà vediamo ciò che è necessario. La ruota ha quattro facce perché prima ha visto attraverso la Legge i mali che dovevano essere eliminati dal popolo, poi li ha visto attraverso i Profeti; in modo più fine poi attraverso il Vangelo, ed infine attraverso gli Atti e negli scritti degli Apostoli ha visto ciò che doveva essere eliminato dei peccati degli uomini. Si può anche capire che la ruota abbia quattro facce, perché la Sacra Scrittura, resa nota nelle quattro parti del mondo, si è manifestata attraverso la predicazione. Per questo motivo, viene anche giustamente descritta dapprima la ruota come una sola, apparsa al fianco degli animali; e poi, come se essa avesse quattro facce: infatti se la Legge non è in armonia con il Vangelo, non viene fatta conoscere alle quattro parti del mondo. – E continua: l’aspetto delle ruote e la loro disposizione, come una visione del mare. Dice giustamente che le Sacre Scritture sono simili alla visione del mare, perché in esse ci sono sentenze di gran volume ed una ricchezza di significato. E non è senza ragione che si dica che la Sacra Scrittura sia simile alla visione del mare, perché in essa le affermazioni della parola sono confermate dal Sacramento del Battesimo. Certamente consideriamo che navighiamo sul mare con le navi, quando andiamo nei paesi desiderati. E qual è il nostro desiderio se non di quella terra, della quale è scritto: « sei tu la mia sorte nella terra dei viventi. »? (Psal. CXLI, 6). Come detto, chi attraversa il mare è portato da un legno, e sappiamo che la Sacra Scrittura ci preannuncia nella Legge il legno della croce, quando dice: « Maledetto è chiunque pende dall’albero » (Dt. XXI, 23). Lo testimonia Paolo del nostro Redentore, quando dice: « … Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, diventando lui stesso maledizione per noi » (Gal. III,13). L’albero è annunciato anche dal Profeta quando dice: « il Signore regnerà dall’albero » (Psal. XCV, 10). E in un’altra occasione: « Abbattiamo l’albero nel suo rigoglio » (Ger. XI, 19). Attraverso il Vangelo, ci viene mostrato chiaramente l’albero della croce, con cui dai Profeti viene annunciata la stessa passione del Signore. Questa stessa croce si manifesta nelle parole e nei fatti attraverso gli Apostoli, quando Paolo dice: « Quanto a me invece non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo. » (Gal. VI, 14). E di nuovo: « quanto a me, Dio non voglia che io mi glori, se non nella croce di nostro Signore Gesù Cristo. » Per noi, che camminiamo verso la nostra patria eterna, la Sacra Scrittura con  le quattro facce rappresenta il mare, che annuncia la croce che ci porta attraverso il legno [dell’albero] alla terra dei viventi. Se il Profeta non avesse visto la Sacra Scrittura come un mare, non avrebbe detto: « perché la saggezza del Signore riempirà il paese come le acque ricoprono il mare » (Is. XI, 9). E continua: è la stessa forma e il loro aspetto, e la disposizione dei quattro, come se una ruota fosse dentro l’altra. La stessa loro forma è di quattro: ciò che predica la Legge, lo predicano anche i Profeti; ciò che i Profeti annunciano, il Vangelo lo rende chiaro; e ciò che il Vangelo manifesta, gli Apostoli lo predicarono al mondo. La forma dei quattro è la stessa, perché le parole divine, sebbene lontane nel tempo, sono tuttavia unite nel loro significato. « … e il loro aspetto e la loro disposizione, come una ruota dentro una ruota, » è il Nuovo Testamento, come detto, dentro l’Antico Testamento, perché ciò che l’Antico Testamento adombrava, il Nuovo Testamento lo rende chiaro. Per fare alcuni esempi tra i tanti: che cosa significa che Eva è stata creata da Adamo mentre dormiva, se non che la Chiesa ha la sua origine nella morte di Cristo? Che cosa significa che Isacco è condotto al sacrificio, raccoglie la legna, è posto sull’altare e vive, se non che il nostro Redentore, condotto alla sua passione, ha portato il legno della croce, ed è morto per noi nel sacrificio della sua umanità in modo tale da rimanere immortale per la sua divinità? – Che cosa significa che « Lì dovrà abitare fino alla morte del sommo sacerdote » (Num. XXXV, 25) ed è tornato nella sua città, se non che il genere umano, che ha peccato, è stato messo a morte? Dopo la morte del vero Sacerdote, cioè del nostro Redentore, si è liberato dalle catene dei suoi peccati ed è tornato in possesso del Paradiso? Che cosa significa quando si ordina che nel Tabernacolo si fa un Propiziatorio, sul quale si collocano due cherubini, l’uno ad un’estremità ed il secondo all’altra, d’oro puro, con le ali spiegate e che coprono il coperchio, uno volto verso l’altro con il volto rivolto verso il Propiziatorio (Es. XXV, 17-19), se non che entrambi i Testamenti concordano tra loro come un mediatore tra Dio e gli uomini? Cosa c’è indicato nel Propiziatorio se non il Redentore del genere umano stesso? Di Lui si dice attraverso Paolo: « … Dio lo ha prestabilito a servire come strumento di espiazione per mezzo della fede, nel suo sangue » (Rm. III, 25). Cosa si intende per mezzo dei due Cherubini, che si chiamano la pienezza della scienza, se non i due Testamenti, di cui l’uno si trova ad un’estremità del Propiziatorio, ed il secondo all’altra estremità? Perché ciò che l’Antico Testamento, per mezzo delle profezie, cominciò a promettere circa l’Incarnazione del nostro Redentore, il Nuovo Testamento lo descrive perfettamente realizzato. I due cherubini erano d’oro puro, perché entrambi i Testamenti sono scritti con la semplice e pura verità. Essi spiegano le loro ali e coprono il coperchio, perché noi, che siamo l’oracolo di Dio Onnipotente, siamo coperti dalle colpe che ci minacciano con la protezione della Sacra Scrittura; e quando osserviamo attentamente i suoi insegnamenti, le sue ali ci proteggono dall’errore dell’ignoranza. I due Cherubini stanno in piedi uno di fronte all’altro con il volto rivolto verso il Propiziatorio, perché i due Testamenti non differiscono affatto l’uno dall’altro; e l’uno e l’altro sembrano guardarsi tra di loro, cosicché l’uno promette, l’altro mostra, e quando si vedono entrambi situati tra il Mediatore di Dio e l’uomo, i Cherubini voltando il volto l’uno dall’altro, cosa vuol dire se non che ciò che un Testamento promette, l’altro nega? Ma quando manifestano il loro accordo sul mediatore tra Dio e gli uomini, vengono posti sul Propiziatorio in modo tale che entrambi si guardino l’un l’altro. C’è una ruota dentro una ruota, perché dentro l’Antico Testamento c’è il Nuovo Testamento: e come abbiamo già detto molte volte, ciò che l’Antico Testamento prometteva, il Nuovo Testamento lo ha manifestato; e ciò che il primo annunciava in modo velato, il secondo lo ha proclamato chiaramente. L’Antico Testamento è la profezia del Nuovo Testamento, e il Nuovo Testamento è la spiegazione dell’Antico Testamento. – E continua: « Potevano muoversi in quattro direzioni, senza aver bisogno di voltarsi nel muoversi. » (Ez. I, 17). Dove vanno le parole divine se non nel cuore degli uomini? Ma essi avanzano nelle quattro direzioni, perché la Sacra Scrittura si rivolge al cuore degli uomini attraverso la Legge, indicandone il mistero. Avanza attraverso i Profeti che annunciano il Signore in modo un po’ più chiaro. Procede attraverso il Vangelo, mostrando Colui che ha annunciato; continua attraverso gli Apostoli, che predicano Colui che il Padre ha mandato a nostra redenzione. Essi hanno, quindi, volto di ruote e strade, perché le parole divine danno notizia dei precetti con la manifestazione delle opere; ma avanzano nelle quattro direzioni, perché, come detto prima, parlano in tempi diversi: o perché certamente annunciano il Signore incarnato in tutte le regioni del mondo. E si aggiunge subito sulle ruote in modo chiaro: … e non hanno girato quando hanno camminato. Questo è stato detto prima degli animali; ma non si può capire come le ruote siano lo stesso che gli animali. Abbiamo detto che le ruote sono una figura del Testamento: e l’Antico Testamento andava avanti quando, predicandolo, arrivava alle anime degli uomini; ma andava indietro perché non riusciva a conservarsi fino alla fine secondo la lettera nei suoi precetti e nei suoi sacrifici. Infatti non è rimasto invariato perché ne mancava il senso spirituale. Così quando il nostro Redentore è venuto al mondo, ha fatto comprendere in modo spirituale ciò che ha trovato già affermato in modo carnale. Infatti, quando la sua lettera viene interpretata in senso spirituale, tutto quel rivestimento materiale prende vita in Lui. Il Nuovo Testamento, invece, anche nelle pagine dell’Antico Testamento, si chiama Testamento Eterno, perché il suo significato non muta mai. Per questo si dice giustamente che le ruote avanzano camminando, e non girano sul loro cammino: infatti quando il Nuovo Testamento non si annulla, e l’Antico Testamento è già compreso in senso spirituale, esse non girano sulle loro strade, che rimangono immutabili fino alla fine del mondo. Avanzano e non indietreggiano, perché raggiungono il nostro cuore spiritualmente in modo tale che i loro precetti o la loro conoscenza non cambiano più. – E continua: Avevano tutti stabilità nelle ruote, nell’altezza ed un aspetto orribile « La loro circonferenza era assai grande e i cerchi di tutt’e quattro erano pieni di occhi tutt’intorno. » (Ez. 1: 18). Che cosa significa quando si dice che le parole della Sacra Scrittura contengono questi tre elementi che essa menziona di avere: stabilità, altezza ed un aspetto orribile, cioè terribile? Dobbiamo chiederci con grande attenzione cosa si intenda per stabilità della Scrittura divina, e per altezza, e per aspetto terribile. Dobbiamo sapere che la stabilità corrisponde alla vita di chi opera bene. Perciò Paolo dice: « Chi sta in piedi si guardi bene dal cadere » (1 Cor. X, 12); e dice anche ai suoi discepoli: « rimanete saldi nel Signore, carissimi » (Fil. IV, 1). E il Profeta, che si vedeva con la sua vita e le sue vie davanti al Signore, dice: « Per la vita del Signore, Dio di Israele, alla cui presenza io sto »  (3 Re XVII, 1). L’altezza è la promessa del regno eterno, verso il quale si avanza, quando tutta la corruzione della vita morta è già sottomessa. L’aspetto orribile è la paura dell’inferno che tiene nel timore senza fine i reprobi e li mantiene sempre nel terrore. La stabilità, quindi, consiste nella rettitudine nell’adempimento dei precetti; l’altezza, nell’elevazione verso l’eterna promessa; l’aspetto orribile, nelle minacce e nei terrori del successivo supplizio. La Sacra Scrittura ha, quindi, una stabilità perché dirige i costumi nel permanere in piedi, affinché le anime dei suoi uditori non si pieghino nella direzione della concupiscenza terrena; ha un’altezza perché promette le gioie della vita eterna nella patria celeste; ed ha anche un aspetto orribile perché minaccia tutti i reprobi con i supplizi dell’inferno. Essa mostra la sua stabilità nella costruzione della morale; mostra la sua altezza nella promessa delle ricompense; mostra il suo aspetto orribile nei terrori dei castighi. È dritta nei suoi precetti, elevata nelle sue promesse, orribile nelle sue minacce. Ha stabilità quando dice: desistete dal fare il male; « … imparate a fare il bene, ricercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova » (Is. I, 17). E in altra occasione: « … dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza distogliere gli occhi da quelli della tua carne » (Is. LVIII,7). È alta quando è detto dallo stesso Profeta: « Il sole non sarà più la tua luce di giorno, né ti illuminerà più il chiarore della luna. Ma il Signore sarà per te luce eterna, il tuo Dio sarà il tuo splendore. » (Is. LX, 19). Ha un aspetto orribile quando dice, descrivendo l’inferno: « Poiché è il giorno della vendetta del Signore, l’anno della retribuzione per l’avversario di Sion. I torrenti di quel paese si cambieranno in pece, la sua polvere in zolfo, la sua terra diventerà pece ardente. Non si spegnerà né di giorno né di notte, » (Is. XXXIV, 8). Il beato Giobbe lo descrive anche dicendo: « … la terra delle tenebre e dell’ombra di morte, terra di caligine e di disordine, dove la luce è come le tenebre. » (Giob. X, 21). Ha stabilità quando il Signore, attraverso di essa, si mostra benevolo, dicendo che « Sì, come i nuovi cieli e la nuova terra, che io farò, dureranno per sempre davanti a me – oracolo del Signore – così dureranno la vostra discendenza e il vostro nome. » (Is. LXVI, 22). Rimarranno veramente alla Sua presenza. coloro che non sprecano la vita nel male. Ha altezza quando aggiunge subito: « In ogni mese al novilunio, e al sabato di ogni settimana, verrà ognuno a prostrarsi davanti a me, dice il Signore – oracolo del Signore. » (Is. LXVI, 23). Cos’è un mese se non la perfezione dei giorni, e cos’è il Sabbath se non il riposo, dove non è permesso alcun lavoro servile? È di mese in mese, perché chi vive perfettamente quaggiù è portato alla perfezione della gloria. E da sabato a sabato, perché coloro che abbandonano la loro cattiva condotta qui, riposano nell’aldilà in una retribuzione celeste. Ha un aspetto orribile quando aggiunge continuando: « … e quando uscirò, vedrete i cadaveri di coloro che si sono ribellati contro di me; il loro verme non morirà e il loro fuoco non si estinguerà. ».  Cosa si può dire o pensare di più orribile che ricevere la sentenza della condanna e non porre mai fine ai dolori dei castighi? A proposito di questo orribile aspetto delle ruote, è giustamente detto da Sofonia, quando fa notare che il giorno del giudizio sta arrivando per le anime indurite, che: « È vicino il gran giorno del Signore, è vicino e avanza a grandi passi. Una voce: Amaro è il giorno del Signore! anche un prode lo grida. Giorno d’ira quel giorno, giorno di angoscia e di afflizione, giorno di rovina e di sterminio, giorno di tenebre e di caligine, giorno di nubi e di oscurità, giorno di squilli di tromba e d’allarme sulle fortezze e sulle torri d’angolo. » (Sof. I, 14-16)– Una volta spiegato le caratteristiche della ruota esterna, rimane ora da esporre anche la stabilità, l’altezza e l’aspetto orribile della ruota interna. La ruota interna ha la sua stabilità quando, per mezzo del Santo Vangelo, ci proibisce l’inclinazione verso i desideri terreni, dicendo con le parole del nostro Redentore: « State bene attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso improvviso; » (Lc. XXI, 34). Ha la sua altezza quando si promette, secondo le parole dello stesso Salvatore che dice: « A quanti però l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome »  (Gv. I, 12). Cosa si può dire che sia più alto di questo potere? Cosa c’è di più sublime di questa altezza, per cui un essere creato diventi figlio del Creatore? Assume un aspetto orribile quando, parlando del reprobo, dice: « … gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti … e se ne andranno al tormento eterno » (Mt. XXV, 25 e 46). Ha stabilità quando la Verità, dando consiglio ai discepoli, dice loro: « Vendete ciò che avete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro inesauribile nei cieli, dove i ladri non arrivano e la tignola non consuma. » (Lc. XII, 33). Ha l’altezza della promessa quando dice: « Ora vi dico che molti verranno dall’Oriente e dall’Occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli »; ha un aspetto orribile quando dice: « … mentre i figli del regno saranno cacciati fuori nelle tenebre, ove sarà pianto e stridore di denti » (Mt. VIII, 12). A questi stessi la voce della verità dice ancora: « Vi ho detto che morirete nei vostri peccati; se infatti non credete che Io sono, morirete nei vostri peccati » (Gv. VIII, 24). Ha stabilità quando, con le parole del primo Pastore, si dice: « Per questo mettete ogni impegno per aggiungere alla vostra fede la virtù, alla virtù la conoscenza, alla conoscenza la temperanza, alla temperanza la pazienza, alla pazienza la pietà, alla pietà l’amore fraterno, all’amore fraterno la carità » (2 Pt. I, 5). È alto quando poco dopo dice: « Così infatti vi sarà ampiamente aperto l’ingresso nel regno eterno del Signore nostro e salvatore Gesù Cristo. » (v. 11). In un’altra occasione fa ancora una promessa ai buoni pastori dicendo: « E quando apparirà il Pastore supremo, riceverete la corona della gloria che non appassisce. » (1 Pt. V, 4). Ha un aspetto orribile quando dice: « Il giorno del Signore verrà come un ladro; allora i cieli con fragore passeranno, gli elementi consumati dal calore si dissolveranno e la terra con quanto c’è in essa sarà distrutta. » (2 Piet. III, 10). Essa ha stabilità per mezzo di Paolo, che ci solleva dai desideri terreni, dicendo: « Mortificate dunque quella parte di voi che appartiene alla terra: fornicazione, impurità, passioni, desideri cattivi e quella avarizia insaziabile che è idolatria » (Col. III, 5). Ha altezza quando promette, dicendo: « la tua vita è nascosta con Cristo in Dio. Quando Cristo, la tua vita, apparirà, allora anche tu apparirai nella gloria con Lui » (Col. II, 4). Ha un aspetto orribile quando minaccia dicendo: « … quando si manifesterà il Signore Gesù dal cielo con gli Angeli della sua potenza in fuoco ardente, a far vendetta di quanti non conoscono Dio e non obbediscono al Vangelo del Signore nostro Gesù. Costoro saranno castigati con una rovina eterna, lontano dalla faccia del Signore e dalla gloria della sua potenza » (2 Tess. I, 7-8). Ha stabilità quando ci mette in guardia, dicendo: « Guardatevi dal rendere male per male ad alcuno; ma cercate sempre il bene tra voi e con tutti. » (1 Tess. V, 15). Ha altezza quando promette, dicendo: «  Se moriamo con Lui, vivremo anche con Lui; se con Lui perseveriamo, con Lui anche regneremo » (2 Tm. II, 1). E in altro luogo: « … le sofferenze di questo mondo non sono paragonabili alla gloria futura. »Sembra orribile quando minaccia col dire: « ma soltanto una terribile attesa del giudizio e la vampa di un fuoco che dovrà divorare i ribelli. » (Eb. X, 27). Lo stesso poi dice: « è tremendo cadere nelle mani del Dio vivente! » Riassume tutto questo pure in una breve frase, dicendo: « … comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità » (Ef. III: 18).  La carità è certamente ampia, perché comprende l’amore dei propri nemici, e per la stessa carità con cui il Creatore ci ama ampiamente, ci sopporta anche con longanimità. Dobbiamo, quindi, manifestare al nostro prossimo ciò che vediamo si manifesta a noi indegni, del nostro Creatore. La larghezza e la lunghezza appartengono alla stabilità, che amplia le abitudini attraverso l’amore, in modo che la carità sostenga i mali del nostro prossimo con la longanimità. L’altezza è la ricompensa dei premi eterni. Della sua immensità si dice: « né l’occhio ha visto né l’orecchio ha udito, né ha raggiunto il cuore dell’uomo ciò che Dio ha preparato per coloro che lo amano » (1 Cor. II, 9). Ha, quindi, un’altezza sublime, perché nessun pensiero è ormai in grado di scrutare le gioie eterne dei Santi. L’inimmaginabile condanna dei supplizi è anche profonda, perché fa sprofondare chi la riceve negli abissi, per i quali la Sacra Scrittura ha un aspetto terribile, perché infonde negli ascoltatori un terrore senza fine, quando annuncia i supplizi dell’inferno. Si dice giustamente, quindi, che le ruote avevano stabilità, altezza, ed un aspetto orribile, perché la Sacra Scrittura in entrambi i Testamenti è retta nei suoi consigli, alta nella sua promessa, e terribile nelle sue minacce. Tutte le altre cose, sia interne che esterne, sono rimaste nascoste perché, occultate, si nascondevano l’un l’altra. Ed entrambe queste cose non avrebbero mai potuto essere conosciute dalla Legge se non fossero state rivelate da Cristo, come dice: sigillate con sette sigilli, cioè chiuse con tutta la pienezza dei misteri. – E vidi un Angelo potente che proclamava a voce alta:Chi è degno di aprire il libro e di scioglierne i sigilli?” (Ap. V, 2). Questo potente Angelo, che si dice proclamare chiedendo chi sia degno di aprire il libro o di scioglierne i sigilli, dobbiamo ritenere che siano tutte le Scritture in coro, o i Santi Padri che, mossi dallo stupore divino, contemplando con gli occhi della fede la disposizione dei tempi presenti, o l’ordine di tutte le cose – cose sigillate per ordine di Dio – comprendono e sostengono che il loro autore sia il Signore della Maestà, e così dicono: chi è degno di comprendere tutto questo e di aprire i segreti del Signore, segreti che Egli ha distribuito nei giorni della settimana di questo mondo con ammirevole fermezza, creati con un ordine, determinati nel suo piano e realizzati con la sua potenza? Tuttavia, Cristo ha aperto chiaramente questo libro, quando, essendosi disposto alla realizzazione del piano del Padre, è nato ed ha sofferto. Guarda … il libro è aperto! Egli apre poi le profezie di entrambi i libri in modo tale da compiere in sé tutto ciò che era stato predetto su di Lui dai Patriarchi e dai Profeti, e così ascende alla croce, realizzando le profezie fino alla fine. Poi continua e mostra gli stessi sette sigilli; cioè ciò che Cristo stesso ha fatto: Egli che ne è il capo, indica che ha dovuto formarne il corpo, che è la Chiesa. E i sette sigilli, che sono aperti da Cristo, cioè che sono stati annunciati in tutto il mondo, sono questi: il primo è la sua Incarnazione, il secondo la sua Nascita, il terzo la sua Passione, il quarto la sua Morte, il quinto la sua Risurrezione, il sesto la sua Gloria, il settimo il suo Regno. Questi sette sigilli la Chiesa li tiene aperti, e questi sigilli sono gli atti della Chiesa dalla sua passione alla venuta del Signore, come aveva promesso, dicendo: Venite, vi mostrerò ciò che deve essere fatto dopo questo (Ap. IV, 1). Ma nessuno è stato in grado di aprire il libro o di leggerlo, né in cielo, né in terra, né sotto terra (Ap. V, 3). Nessuna di tutte le creature del cielo, della terra e degli abissi, cioè né i giusti, né i vivi, né i sepolti, hanno potuto aprire il libro o vederlo, cioè contemplare lo splendore della grazia del Nuovo Testamento, che è il Vangelo, così come i figli di Israele non potevano contemplare il volto velato di Mosè, cioè della Legge dell’Antico Testamento, che contiene al suo interno il Nuovo Testamento. E Io – dice – ho pianto molto, perché nessuno era stato trovato degno di aprire il libro o di vederlo. Per la sua fragilità e la sua umanità il santo ha pianto qui, perché ha previsto che nella Chiesa nessuno fosse stato talmente degno da poter capire chiaramente tutte queste cose, né penetrarle con la riflessione. Ora, però, la Chiesa piange di dolore, e implora addolorata la sua redenzione. Ma uno degli anziani mi disse: “Non piangere, perché il leone della tribù di Davide ha trionfato; Egli aprirà il libro e i suoi sigilli”. In uno degli anziani viene rappresentato l’intero corpo dei Profeti. I Profeti hanno confortato la Chiesa annunciando, attraverso le Scritture, il Cristo della tribù di Giuda, il germoglio di Davide, che avrebbe fatto la volontà di Dio e riscattato la Chiesa. Non è di ostacolo che sia stato mostrato a Giovanni, che è figura di tutta la Chiesa, ciò che era accaduto prima della Passione, dopo la Passione di Cristo. Perché chiunque crede in Cristo vede giustamente il passato già compiuto, e le cose nuove che devono ancora succedere, e che davanti a Dio sono già avvenute; e così si conosceranno dalle Scritture le ultime cose che sono le prime, e le prime che sono le ultime. Tutte queste cose erano nascoste in Cristo, perché non si poteva ottenere la salvezza se non attraverso Cristo, come sta scritto: « … mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. A maggior ragione ora, giustificati per il suo sangue, saremo salvati dall’ira per mezzo di Lui » (Rom. V, 8). – Continua a descrivere come e dove il Leone della tribù di Giuda abbia vinto o vinca: per questo si riferisce al passato quando promette il futuro, perché in modo sottile lo Spirito nasconde il genere nella specie, e mostra il futuro con gli eventi passati. Nello stesso modo in cui Giacobbe manifestò mediante la benedizione ai figli, con il presente ciò che sarebbe accaduto loro in futuro. Poi vidi in piedi in mezzo al trono e ai quattro  animali e agli anziani, un agnello come ucciso; questo aveva sette corna e sette occhi, che sono i sette Spiriti di Dio, inviati in tutta la terra. Qui si riferisce chiaramente ancora a nostro Signore Gesù Cristo, del quale si diceva che non fosse morto, ma quasi ucciso dalla passione e dalla morte che aveva sofferto. E dice di averlo visto in mezzo al trono, cioè nella potenza e nella grandezza della sua divinità … e dei quattro animali, il che si intende del quadruplice ordine dei Vangeli … e in mezzo agli anziani, cioè alla Legge, con cui designa il coro dei Profeti o degli Apostoli. Testimonia di aver visto l’Agnello là, non ucciso, ma come se fosse stato ucciso, cioè che aveva vinto la morte e subìto la passione. Ma come abbiamo detto altrove, la Chiesa è i Patriarchi, i Profeti e gli Apostoli, e la Chiesa è il corpo del Capo supremo: Cristo: a volte nelle Scritture tutti questi membri, insieme al Capo, sono chiamati l’Agnello; altre volte, in modo speciale, lo è solo Cristo; ed altre volte, in modo generale, lo è tutta la Chiesa. E ciò che il Capo ha sofferto in altro tempo, ora soffre nella Chiesa attraverso i suoi membri, perché si è rivestito della sua Chiesa, che in Lui è come uccisa fino alla morte. Ed ogni giorno la Chiesa è uccisa per Cristo, perché viva con Lui per sempre. Che nessuno pensi che solo gli Apostoli o i martiri siano morti per Cristo e che il martirio sia finito e che non ci siano persecutori nella Chiesa. Un tempo c’erano martiri e persecutori; ed oggi pure ci sono i martiri ed i persecutori. Ci sono due tipi di martiri: gli uni lo sono apertamente per mezzo della spada, gli altri in occulto con la penitenza. E questi sono i figli degli Apostoli, perché sono stati generati nello stesso spirito. I loro persecutori sono i figli di coloro che hanno ucciso gli Apostoli, perché sono stati generati nello stesso spirito, e uccidono Cristo nella sua famiglia, e anche l’Agnello che rimane in piedi in mezzo agli anziani, per mezzo del suo Capo, viene ucciso fino alla fine del mondo nei suoi membri. Di questi l’Apostolo dice che « … per loro conto crocifiggono di nuovo il Figlio di Dio », crocifiggono cioè Cristo in modo spirituale (Eb. VI, 6). Che poi non fosse qualcosa di manifesto, lo chiarisce dicendo: « O stolti Galati, chi mai vi ha ammaliati, proprio voi agli occhi dei quali fu rappresentato al vivo Gesù Cristo crocifisso? » (Gal. III, 1). Per colpa di questi la Chiesa soffrirà fino alla fine ciò che ha sofferto fin dall’inizio. È necessario, infatti, che il Figlio dell’uomo debba « sempre salire a Gerusalemme eche il Figlio dell’uomo doveva molto soffrire, ed essere riprovato dagli anziani, dai principi dei sacerdoti e dagli scribi, poi venire ucciso e, dopo tre giorni, risuscitare. » (Mc. VIII, 31). Quelli che Egli chiama principi sono i governanti di questo mondo o i sacerdoti che non vogliono vivere rettamente nella loro Chiesa. Su di loro è scritto: « un popolo sarà più forte dell’altro e il maggiore servirà il più piccolo ». (Gen. XXV, 23), cioè l’ignorante servirà il prudente, perché quando il santo sopporta i torti del Principe, si dice che serva il minore. Attesta che questo Agnello viene sempre ucciso e che si manifesta per mezzo della sua passione. Ha – dice – sette corna e sette occhi. Nelle corna c’è la forza e la potenza di Cristo. Con il numero Sette si descrive la durata del mondo, che Egli governa con mano potente, e del quale è Signore Gesù Cristo. Come sta scritto: « Gesù pieno dello Spirito Santo » (Lc. IV, 1). Distribuisce alla sua Chiesa, per mezzo dei carismi e delle grazie i doni di questo Spirito, ed infatti non c’è su tutta la terra chi possa avere lo Spirito di Dio tranne la Chiesa. – Venne e prese il libro dalla mano destra di Colui che siede sul trono. Dobbiamo considerare con attenzione ed esporre chi sia Colui che si dice abbia preso il libro. È veramente l’Agnello, cioè l’Uomo assunto, che per la nostra salvezza si è degnato di consegnarsi volontariamente alla morte: questi è Colui che prende il libro, cioè la potenza delle opere di Dio, dalla destra di Colui che siede sul trono; Egli riceve tutte le cose da Dio Padre, come dice Egli stesso: « Tutto quello che il Padre possiede è mio » (Gv. XVI, 15). Ha preso questo libro quando, risuscitando dai morti, ha mostrato e fatto conoscere al mondo il mistero della Trinità, nascosto dall’eternità, e ha dato potere alla Chiesa, dicendo: « Come il Padre ha mandato me, così Io mando voi » (Gv. XX, 21). Ed Egli realizza in loro ciò che dona, dicendo: « Ecco, io sono con voi sempre, fino alla fine dei tempi » (Mt. XXVIII, 20). – E quando lo prese, i quattro animali e i ventiquattro vegliardi caddero davanti all’Agnello: cioè davanti a Gesù Cristo, che con lo stesso Agnello è seduto alla destra di Dio. Il trono e gli animali ed i vegliardi, tutti costoro sono l’Agnello. Si prostrano davanti all’Agnello, che è Cristo incarnato, morto e risorto. Seguendo le sue vestigia, si dice che si prostrino umiliati nella penitenza. Ognuno aveva un’arpa, cioè il cuore che canta le lodi …  e le coppe d’oro: queste coppe sono i vasi che si trovano in una casa lussuosa; le coppe sono le anime dei Santi … piene di profumi, che sono le preghiere dei santi; e cantavano un nuovo canto. La predicazione congiunta dell’Antico e del Nuovo Testamento ci fa conoscere il popolo cristiano che canta un canto nuovo, che proclama cioè pubblicamente la propria fede. La novità è che il Figlio di Dio si è fatto uomo. La novità è che è salito con il suo corpo in cielo. La novità è che concede a tutti il perdono dei peccati. La novità è che Egli conferma gli uomini con lo Spirito Santo. Nuovo è ricevere il sacerdozio del sacro culto ed attendere il Regno delle promesse infinite. L’arpa, una corda tesa su di un legno, è figura della carne di Cristo unita all’albero della passione, o anche il cuore dei santi fedeli che cantano le lodi. Le coppe d’oro sono figura della professione di fede e del lignaggio del nuovo sacerdozio. Con il canto di una moltitudine di Angeli si annuncia la salvezza per gli uomini, con la voce di una moltitudine di Angeli, o meglio di tutti, è l’acclamazione e la testimonianza di tutta la creazione che esprime gratitudine a nostro Signore per la liberazione degli uomini dalla condanna della morte. Queste coppe d’oro sono le stesse coppe di una casa lussuosa, che cantano un nuovo canto, dicendo: Tu sei degno, Signore, di aprire il libro e di aprirne i sigilli, perché sei stato ucciso e con il tuo sangue ci hai comprato per Dio: uomini di ogni tribù, popolo, lingua e nazione. E tu ci hai fatto un regno di sacerdoti per il nostro Dio, e noi regneremo sulla terra. Indica qui che gli animali ed i vegliardi sono la Chiesa con il dire … ci hai redenti con il tuo sangue; si indica in quale cielo siano questi animali e questi vegliardi, quando è detto … hai fatto di noi un regno di sacerdoti e che regneremo sulla terra; indica inoltre che la Chiesa prende il libro in Cristo quando i redenti di ogni popolo e tribù e razza e lingua non dicono … sei degno e ricevesti, ma che sei degno di ricevere: Perché quella [la Chiesa] che ha ricevuto da Cristo tutto il potere in cielo e in terra alla sua risurrezione lo conserva fino alla fine, risuscitando dai morti attraverso il Battesimo e rimanendo sempre unita a Cristo. E il Signore ha portato alla perfezione in essa ciò che aveva iniziato; ed è incoronato in essa che incorona. Nulla è infatti stato fatto o possiede, senza il suo Corpo. – E ho visto e sentito la voce di una moltitudine di Angeli intorno al trono, ed intorno ai quattro animali ed intorno ai vegliardi. Ci mostra che cosa sia il trono, gli animali e gli anziani in mezzo ai quali ha sentito una voce. Questi Angeli sono i Santi: se sono figli amati di Dio, perché non dovrebbero essere chiamati anch’essi Angeli? Il loro numero era miriadi di miriadi e migliaia di migliaia. Miriadi in greco significa migliaia di migliaia, cioè innumerevoli, ed hanno detto a gran voce: Degno è l’agnello ucciso di ricevere potere, ricchezza, saggezza, forza, onore. gloria e lode: e ogni sorta di creatura in cielo, e in terra, e sotto terra, e nel mare, e tutto ciò che vi si trova. Dicevano a caso del Signore: l’Agnello ucciso è degno di ricevere ricchezza e sapienza, poiché è il tesoro di tutti e la sapienza di Dio? Piuttosto, Egli afferma questa potestà nel suo Corpo, nella Chiesa. Ma siccome la Chiesa è il suo corpo, Egli si riferisce ad essa così come alla testa, dicendo: … ed ogni creatura in cielo ed in terra. Anche se non è difficile per la Chiesa riceverla, essa l’ha ricevuta con Colui che è risorto dai morti. Se non è difficile avere nei membri ciò che ha una testa, non può essere considerato ingiusto ciò che dice la Chiesa, che è degna di ogni creatura: infatti, anche se ognuno dei membri con pia umiltà si considera indegno in questo mondo, pure diciamo che tutto il corpo è partecipe della sua testa, come è scritto: « Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con Lui? » (Rm. VIII, 32) Ed ecco – dice – che tutti rispondono: a Colui che siede sul trono, cioè al Padre e al Figlio e all’Agnello che è la Chiesa: lode, onore, gloria e sapienza nei secoli dei secoli. E i quattro animali dicevano: Amen. E gli anziani si prostravano ed adoravano. La Chiesa così dice Amen. Gli stessi animali sono gli anziani che, dopo aver dato la loro testimonianza dicendo Amen, adorano la Chiesa descritta, e proclamano la sua missione e le sue opere dall’inizio alla fine. L’apertura dei sigilli, come detto…

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COMMENTARIO ALL’APOCALISSE DI BEATO DE LIEBANA (9)

COMMENTARIO ALL’APOCALISSE DI BEATO DI LIEBANA (7)

Cavalli con la coda di leoni.

Beato de Liébana:

COMMENTARIO ALL’APOCALISSE (7)

Migne, Patrologia latina, P. L. vol. 96, col. 893-1030, rist. 1939, I, 877

[Dal testo latino di H. FLOREZ – Madrid 1770]

LIBRO TERZO

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Ricapitola dalla nascita di Cristo, dicendo in altro modo le stesse verità.

[1] Dopo aver concluso con le sette chiese, divise a somiglianza della settimana di questo mondo, e dando loro diversi nomi simbolici, fa nuovamente conoscere ciò che ha visto: allora ho avuto – dice – la seguente visione: una porta è stata aperta in cielo (cap. IV). Dopo tanta manifestazione di chiarezza, contemplata con mente fedele, gli si aprono i segreti del cielo e gli viene mostrato il mistero divino celato. Lo interiorizza così nel suo spirito e medita i segreti di Dio con la riflessione della fede. Intravede davanti a sé una porta aperta attraverso la quale arrivare con mente avida alla conoscenza di una così grande maestosità. Ricapitola tutto il tempo della Chiesa nelle varie figure, dicendo: Ho visto una porta aperta nel cielo. La porta aperta è riferita a Cristo, che è nato ed ha patito, e quindi è Egli la porta. Chiama la Chiesa il cielo, in cui vediamo noi stessi, come la Scrittura in precedenza ci ha anticipato. La Chiesa è giustamente chiamata cielo, perché è la dimora di Dio, è là dove si compiono i misteri celesti. Per questo chiediamo che la volontà di Dio sia fatta in cielo. A volte chiama la Chiesa cielo e terra, quando cioè la carne terrena aspira per mezzo della fede al cielo. A volte il cielo e la terra sono la Chiesa ed il popolo. Infatti la terra è sia il bene che il male. Secondo dice l’Apostolo, « … e per mezzo di lui riconciliare a sé tutte le cose, rappacificando con il sangue della sua croce, cioè per mezzo di Lui, le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli. » (Col. I, 20). Nel cielo non c’erano scandali, però tra il cielo e la terra c’era discordia. In Giudea la Chiesa è sempre stata unita a Dio, ma in spirito, non in un corpo rinnovato. Tuttavia, sulla terra c’era discordia tra il popolo giudeo ed i gentili. Per questo lo stesso Apostolo dice che entrambi sono rinnovati e riconciliati con Dio. E mentre i gentili erano nel mondo senza Dio, ora essi sono con Cristo. « Ora invece, in Cristo Gesù, voi che un tempo eravate i lontani siete diventati i vicini grazie al sangue di Cristo. Egli infatti è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l’inimicizia, annullando, per mezzo della sua carne, la legge fatta di prescrizioni e di decreti, per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo, facendo la pace … Per mezzo di lui possiamo presentarci, gli uni e gli altri, al Padre in un solo Spirito. » (Ef. II, 13-14 e 18). Come dice S. Luca, « gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà » (Lc. II, 14). « Convoca il cielo dall’alto e la terra al giudizio del suo popolo » (Psal. XLIX, 4). Alcuni confermano in vari modi, che omettiamo per brevità, che il cielo e la terra siano la Chiesa, perché si ritiene che il cielo sia l’anima dell’uomo e la terra la sua carne terrena: anima e carne unite, entrambe spiritualmente consenzienti. Per questo diciamo che il cielo è la Chiesa e la terra pure è la Chiesa.

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(Ap. IV, 1-6)

Post hæc vidi: et ecce ostium apertum in cœlo, et vox prima, quam audivi tamquam tubæ loquentis mecum, dicens: Ascende huc, et ostendam tibi quae oportet fieri post hæc. Et statim fui in spiritu: et ecce sedes posita erat in caelo, et supra sedem sedens. Et qui sedebat similis erat aspectui lapidis jaspidis, et sardinis: et iris erat in circuitu sedis similis visioni smaragdinæ. Et in circuitu sedis sedilia viginti quatuor: et super thronos viginti quatuor seniores sedentes, circumamicti vestimentis albis, et in capitibus eorum coronae aureæ. Et de throno procedebant fulgura, et voces, et tonitrua: et septem lampades ardentes ante thronum, qui sunt septem spiritus Dei. Et in conspectu sedis tamquam mare vitreum simile crystallo.

(Dopo di ciò vidi, ed ecco una porta aperta nel cielo, e quella prima voce che udii come di tromba che parlava con me, dice: Sali qua, e ti farò vedere le cose che debbono accadere in appresso. E subito fui rapito in ispirito: ed ecco che un trono era alzato nel cielo, e sopra del trono uno stava a sedere. E colui che stava a sedere era nell’aspetto simile a una pietra di diaspro e di sardio e intorno al trono era un’iride, simile d’aspetto a uno smeraldo. E intorno al trono ventiquattro sedie: e sopra le sedie sedevano ventiquattro seniori, vestiti di bianche vesti, e sulle loro teste corone di oro: “e dal trono partivano folgori, e voci, e tuoni: e dinanzi al trono sette lampade ardenti, le quali sono i sette spiriti di Dio. E in faccia al trono come un mare di vetro somigliante al cristallo.).

[2] La voce che prima avevo udito parlarmi come una tromba diceva. Si vuol dire che non sentiva distinta nessun altra cosa, se non quella voce che aveva già sentito con l’apertura della porta del cielo; e mentre il Signore, come ad un ignorante, si accingeva a rivelargli qualche suo segreto, spaventato dalla manifestazione della sua potenza, cadeva ai piedi della Maestà. Affinché non si intendesse che la voce sentita in precedenza fosse quella di una bocca carnale, la assimila ad una tromba, che emette il suono una volta che, raccolta l’aria, la si espelle producendo il suono all’esterno; così è per chi, ricevuta la Parola del Signore, percepisce con l’ispirazione del suo spirito senza suono, ciò che poi manifesta all’esterno. Ma si deve anche comprendere, attraverso quella porta aperta, che essa sia la rivelazione del Vangelo; la voce che dice di aver già sentito in precedenza, sono le parole della Legge e dei Profeti, che mettono in accordo ciò che è nuovo con il vecchio per produrre ciò che dice il salmista: « Una parola ha detto Dio, due ne ho udite: il potere appartiene a Dio, tua, Signore, è la grazia; » (Psal. LXII, 12), vale a dire, si premurò che fossimo istruiti in ciò che manifestò ai nostri padri attraverso le Sacre Scritture. Questo può essere inteso in modo ancor più sottile, e cioè che il Padre abbia generato il suo Figlio unigenito, eguale a Se stesso. Infatti il parlare di Dio, significa aver generato il Verbo. Parlare una volta sola, è non avere altro Verbo oltre l’Unigenito. Dopo l’inspirazione delle anime, dopo la rivelazione del mistero, dice: venite quassù, vi mostrerò cosa succederà dopo. L’ascesa che indica qui è quella, una volta disprezzato il mondo, di venire alla Chiesa, come sta scritto: « Venite, andiamo a Sion il monte del Signore » (Is. II, 3). Questo è ciò che la Scrittura dice ai credenti: « Cresce lungo il cammino il suo vigore, finché compare davanti a Dio in Sion. » (Psal. LXXXIII, 8). Entrando nel “sancta sanctorum“, dove per primo è entrato nostro Signore Gesù Cristo, fatto Pontefice in eterno con il sangue della sua passione, il santo è qui invitato a meritare il godimento della presenza stessa del Signore, ed a conoscere non solo quel che sapeva della verità del passato, ma anche quello che accadrà in futuro. In quell’istante, dice, sono caduto in estasi. Chi non comprende che non parla di alcunché di carnale, colui che descrive il suo essere rapito nello spirito? San Giovanni, il più caro al suo Dio, non avvertì nulla di corporeo, nulla di terreno, ma cadde in estasi per contemplare il Dio nella maestosità, che vedeva in spirito e non contemplava nella carne. Poi dice: Ho visto che c’era un trono in cielo e uno stava seduto sul trono. Il trono che c’era è il regno sopra il regno, cioè il potere, la forza e la verità della Divinità che risiede nella Chiesa. E colui che stava a sedere – dice – era nell’aspetto simile ad una pietra di diaspro e di sardio ed intorno al trono era un’iride, simile d’aspetto a uno smeraldo. La pietra di diaspro irradia un bagliore verde molto intenso, affinché si possa capire che la carne dell’uomo assunta da Cristo e ricevuta senza macchia di peccato, risplenda con la forza della purezza eterna e per la presenza della potenza divina. Il Sardio pure, è una pietra rossastra, ma è poco appariscente per una sua certa opacità, cosicché si possa comprendere la purezza della carne immacolata, ricevuta dalla Vergine, vereconda ed umile; ed ancor perché si possa comprendere un altro significato di queste due pietre, ascoltate: il diaspro è il colore dell’acqua, e il sardio è quello del fuoco: questi due giudizi sono stati stabiliti fino alla consumazione del mondo sul tribunale di Dio. In esso si manifestano due tipi di giudizi: uno è già stato consumato nel diluvio per mezzo dell’acqua, l’altro sarà consumato per mezzo del fuoco. Queste comparazioni sono legate alla Chiesa della quale si è rivestito il Signore. L’iride circondava il trono. L’iride che circonda il trono ha gli stessi colori. L’iride è chiamato anche arcobaleno; di esso il Signore parlò a Noè ed ai suoi figli, perché non temessero Dio nei loro discendenti: ho messo il mio arco nelle nuvole (Gen. IX,13), perché non temereste più l’acqua, bensì il fuoco. Perché nell’arco appare contemporaneamente il colore dell’acqua e del fuoco, poiché in parte è verdastro ed in parte rossastro, a testimoniare entrambi i giudizi: di questi uno è da eseguirsi con il fuoco, l’altro è stato già eseguito con l’acqua. Anche in un altro modo l’arcobaleno, con il fuoco e l’acqua, è segno dello Spirito Santo e del Battesimo, perché dopo la venuta di Cristo sul genere umano ha brillato la forza dello Spirito Santo che ha lavato con l’acqua del Battesimo gli eletti di Dio, e li ha illuminati con il fuoco dell’amore divino. Secondo dice la Verità: « … chi non è rinato d’acqua e dallo Spirito Santo non può entrare nel regno di Dio » (Gv. III, 5). Questo arco poi è tra le nuvole nei giorni di pioggia, nuvole che sono la carne di Cristo, la cui pioggia sono le parole della predicazione. Infatti è nell’Incarnazione del Signore che si manifesta la rugiada della predicazione, perché attraverso il perdono del Signore i cuori dei credenti si volgano alla riconciliazione. Di questa nube è stato scritto: « … fai delle nubi il tuo carro », (Psal. CIII, 3). Il Signore fa della nube il suo veicolo ascensionale, perché Colui che come Divinità è in ogni luogo, è salito al cielo con la carne. Ezechiele un tempo lo ha visto « … come di elettro, con l’aspetto di fuoco, e con la forma dell’arco che si forma nelle nubi in un giorno di pioggia » (Ez. I, 27, 28). Nell’elettro, l’oro e l’argento si mescolano, in modo da far emergere un’unica realtà formata dai due metalli, nella quale la luminosità dell’oro viene attenuata per mezzo dell’argento, e l’aspetto dell’argento viene illuminato mediante la luminosità dell’oro. Nel nostro Redentore entrambe le nature, quella divina e quella umana, sono unite tra loro in modo indiviso ed inseparabile, cosicché attraverso la sua umanità sia temperata ai nostri occhi la radiosità della sua divinità, e per la sua divinità risplenda in Lui la natura umana. Possiamo anche chiamare « nuvole » i santi predicatori, perché fanno piovere con le loro parole, e brillano per i loro miracoli. Di quelli si dice … si muovano come le nuvole, perché, anche se vivono sulla terra, tutto ciò che hanno fatto è stato ultraterreno; infatti, camminando nella carne, hanno combattuto non con la carne, ma con lo spirito. Ho visto ventiquattro troni intorno al trono, e seduti sui troni, ventiquattro anziani in vesti bianche, con corone d’oro sulla testa. Ecco come abbia chiaramente manifestato il coro dei Patriarchi e degli Apostoli, seduti sulla Cattedra della santa dottrina. Li chiama anche anziani, cioè padri, e son rivestiti con abiti bianchi, cioè con la giustificazione della grazia e della purezza. Indossando poi corone d’oro sulla testa, sono stati proclamati vincitori tra i presenti. Trucidato che fu il diavolo, il nemico malvagio, ricevettero le corone del Signore. A proposito di queste corone, Paolo – il vaso d’elezione – ha commentato: « Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno; e non solo a me, ma anche a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione. » (2 Tm. IV, 7). Pertanto, anche la Chiesa, come le dodici tribù di Israele, è fondata sul numero dodici, che è un giorno. E come il giorno, racchiuso tra giorno e notte, ha ventiquattro ore e si chiama un giorno, così la Legge, prima della venuta del Signore, risplendeva solo nei Patriarchi e nei Profeti, mentre negli altri c’era notte. Ma nel Nuovo Testamento, che presenta Cristo nella carne, la sua manifestazione è chiamata luce e giorno. Il sole è Cristo secondo il profeta: « per voi che temete  il Signore, sorgerà il sole della giustizia » (Mal. IV, 2); e scelse i suoi Apostoli in numero di dodici, come le ore del giorno. Di loro disse: « voi siete la luce del mondo » (Mt.  V, 14). E a questi dodici Apostoli unì l’intero corpo episcopale. E a tutto il corpo episcopale aggiunse tutto il popolo cristiano, perché il sesto giorno Dio fece Adamo, e comandò che la donna gli fosse sottomessa come un aiuto. Questa donna era il simbolo di tutto il popolo cristiano, mentre Adamo prefigurava tutti i sacerdoti. Così, i Cristiani spirituali saranno sottomessi ai santi sacerdoti, come la moglie al marito. I sacerdoti devono adoperarsi nei confronti di coloro che sono meno perfetti, affinché, attraverso il latte della predicazione, e man mano fino al cibo solido, possano anch’essi conoscere il Padre ed il Figlio e lo Spirito Santo. Riguardo a ciò che abbiamo detto, l’Apostolo dice: la testa della donna è l’uomo. Il capo dell’uomo è Cristo, il capo di Cristo è Dio (1 Cor. XI, 3). Osservate come i membri non siano separati, ed infatti attraverso i sacerdoti tutta la Chiesa rimane unita a Cristo. In quei dodici si indicano gli Apostoli, e per essi, il corpo intero dei santi Vescovi. È questo quanto ritroviamo nella descrizione della città di Gerusalemme che scende dal cielo, da Dio all’uomo Cristo, da Cristo agli Apostoli, dagli Apostoli ai Vescovi, dai Vescovi ai presbiteri, dai Vescovi e presbiteri al restante popolo. Attraverso questi gradi, la città di Gerusalemme scende sulla terra; e attraverso questi stessi, risale in cielo ogni giorno. Questi ventiquattro troni, che rappresentano la distinzione delle funzioni, sono dodici, perché anche i presbiteri provengono dalle dodici tribù di Israele. E i dodici troni, nell’accezione spirituale del numero, sono un unico trono, che è appunto la Chiesa. Su di esso siederà il Signore Gesù Cristo – Egli solo – per il giudizio. Siederà anche e giudicherà le dodici tribù di Israele, la Chiesa stabilita nel numero dodici, cioè in Cristo, con il Quale è tutt’uno: siederà e giudicherà tutti i membri, ma in uno e solo capo, cioè Cristo. Come possono infatti i Santi sedere in giudizio, in piedi alla destra del Giudice? – Dal trono procedono fulmini, grida e tuoni, e sette lampade di fuoco che bruciano, che sono i sette spiriti di Dio. Si voleva qui che si capisse che tutta la predicazione degli antichi Apostoli, ed anche la dottrina celeste e santa, procede dal giudizio di Dio e dall’ispirazione di Dio. Il fulmine sono le parole di tutti i Santi, ed ugualmente i tuoni si comprende siano le voci dei predicatori. Proclamiamo che tutto questo procede da un unico Autore, Dio. Di questi fulmini e turbini si dice: « Il fragore dei tuoi tuoni nel turbine » (Psal. LXXVI, 19). Il turbine è la Scrittura, poiché dice: « Le sue folgori rischiarano il mondo: vede e sussulta la terra. » (Psal. XCVI, 4). Tutto questo non ha un’origine propria, ma è dichiarato essere proveniente dal trono di Dio, che è la Chiesa; dalla Sua volontà, cioè dalla potenza del Creatore o dai Suoi ordini. Le sette fiaccole che bruciano davanti al trono sono i settiformi doni dello Spirito Santo, di cui abbiamo già parlato diffusamente in precedenza. Si indica che essi assistano al trono in quanto sono congiunti a Dio; e coloro ai quali questi doni sono dati per grazia, sono con Dio; come si dice altrove: « … essi, che si avvicinano ai suoi piedi, ricevono la sua dottrina. » (Dt. XXXIII, 3). Anche Ezechiele parlava apertamente di questo fuoco e di queste torce quando diceva: « Tra quegli esseri si vedevano come carboni ardenti simili a torce che si muovevano in mezzo a loro » (Ez. I, 13). Il suo aspetto è come i carboni accesi con il fuoco e le torce; chiunque tocca i carboni brucia: infatti chiunque aderisce ad un sant’uomo con la frequenza della sua visione e della sua parola, ne riceve l’esempio dalla sua condotta, cosicché si accenda nell’amore della verità, faccia fuggire le tenebre dei suoi peccati, brilli di desiderio della luce, e bruci con vero amore ciò che, morto e come freddo, giaceva in precedenza nell’iniquità. Le torce diffondono da lontano la loro luce e, trovandosi in un luogo, ne illuminano anche altri. – In colui che è animato dallo spirito di profezia, dalla parola della sua dottrina, dalla grazia dei miracoli, la propria opinione si irradia in lungo ed in largo, come la lampada. E coloro che ascoltano le sue buone disposizioni, per così dire, si elevano all’amore delle cose celesti e sprigionano luce come una torcia, perché si manifestino con le buone opere. È così che i Santi, per coloro che li avvicinano e li toccano, illuminandosi con l’amore della patria celeste, sono dei carboni ardenti; e sono pure torce perché danno luce a coloro che sono lontani, in modo che sulla loro strada non incorrano nelle tenebre del loro peccato. La differenza tra i carboni e le torce è che i carboni ardono, ma non dissipano l’oscurità oltre lo spazio in cui si trovano. Ma le torce, poiché brillano di una maggiore fiamma di luce, scacciano il buio che si diffonde intorno a loro. Da questo fatto si deve notare che ci sono molti Santi, semplici e nascosti, rinchiusi da un grande anonimato in luoghi angusti, tanto che gli altri possano a malapena conoscerne l’esistenza: cosa sono questi se non carboni ardenti? Infatti, pur possedendo il fuoco dello spirito per il loro fervore, non hanno la fiamma dell’esempio, né cacciano le tenebre del peccato dal cuore degli altri, perché impediscono totalmente che la loro vita sia conosciuta. Certo, possiedono il fuoco, ma non servono come modello di luce per gli altri. Invece, coloro che rendono evidenti gli esempi delle loro virtù e mostrano la luce della loro buona condotta ai viatori, con la loro vita e la parola sono chiamati giustamente torce: infatti scacciano le macchie del peccato e gli errori delle tenebre con il fuoco del desiderio e con la fiamma della parola. Colui che vive rettamente in solitudine, ma non reca beneficio in alcun modo ad un altro, è carbone. Ma colui che, con l’esempio di santità, si pone come luce di giustizia per molti, è torcia, poiché possiede il fuoco e dà luce agli altri. – Davanti al trono c’è come un mare di vetro, come un cristallo. Il mare vitreo, cioè trasparente, manifesta il dono del Battesimo. Esso dimostra come sia stata data un’acqua pulita e calma, non increspata dal vento, non torrenziale come lungo un pendio, ma immobile appunto come un dono di Dio. E quando dice che ci sono lampade intorno al trono, che sono gli spiriti ed un mare di vetro intorno al trono, mostra che lo spirito è nel luogo dove si trova la fonte del Battesimo. Perché il mare è acqua che non è dolce, ma amara. Cos’è questo mare se non il Battesimo e la penitenza? Egli dice: davanti al trono c’è un mare vitreo, come il cristallo. Il vetro si rompe facilmente; così anche il Battesimo in noi si infrange facilmente ed messo in pericolo. La vita di questo mondo è infatti scivolosa e soggetta ad una glaciale iniquità: quando viene sciolta dal calore di una lieve concupiscenza, ne è più facile la caduta e la rovina per i miseri. Geremia è sommerso nelle profondità di una cisterna, sotto il potere di un re iniquo; questo è la giustizia sommersa nel fango dei peccati quando viene sconfitta dal diavolo. Ma il fedele etiope, il peccatore convertito alla penitenza, lo fa uscire dal fango e lo riporta alla luce con trenta uomini – cioè o con l’aiuto della Santa Trinità, o con il lavoro dell’anima, dello spirito e del corpo – e lo estrae dalle profondità del pozzo (Ger. XXXVIII. 6) con il lanciargli strisce di stoffa, cioè riportando alla sua memoria le azioni degli antichi padri, che, caduti per il peccato, sono risaliti dalle profondità del male – con la penitenza – alle cose celesti … « antichi esempi nascosti »; e con le corde, cioè con le testimonianze delle Scritture. Si soddisfa così anche la Legge di Mosè: l’asino di tuo fratello è caduto sotto il peso – cioè la carne è stata sopraffatta dal peccato – inchinati, umiliati e alzati da terra (Dt. XXII, 4). Non vergognatevi di sottomettervi ad un uomo peccatore.

FINISCE LA SPIEGAZIONE

COMINCIA LA STORIA DEI QUATTRO ANIMALI

(Ap IV, 6-11; V, 1-14)

…. Et in medio sedis, et in circuitu sedis quatuor animalia plena oculis ante et retro. Et animal primum simile leoni, et secundum animal simile vitulo, et tertium animal habens faciem quasi hominis, et quartum animal simile aquilæ volanti. Et quatuor animalia, singula eorum habebant alas senas: et in circuitu, et intus plena sunt oculis: et requiem non habebant die ac nocte, dicentia: Sanctus, Sanctus, Sanctus Dominus Deus omnipotens, qui erat, et qui est, et qui venturus est. Et cum darent illa animalia gloriam, et honorem, et benedictionem sedenti super thronum, viventi in sæcula sæculorum, procidebant viginti quatuor seniores ante sedentem in throno, et adorabant viventem in sæcula sæculorum, et mittebant coronas suas ante thronum, dicentes: Dignus es Domine Deus noster accipere gloriam, et honorem, et virtutem: quia tu creasti omnia, et propter voluntatem tuam erant, et creata sunt.

Cap. V.

Et vidi in dextera sedentis supra thronum, librum scriptum intus et foris, signatum sigillis septem. Et vidi angelum fortem, prædicantem voce magna: Quis est dignus aperire librum, et solvere signacula ejus? Et nemo poterat neque in cælo, neque in terra, neque subtus terram aperire librum, neque respicere illum. Et ego flebam multum, quoniam nemo dignus inventus est aperire librum, nec videre eum. Et unus de senioribus dixit mihi: Ne fleveris: ecce vicit leo de tribu Juda, radix David, aperire librum, et solvere septem signacula ejus. Et vidi: et ecce in medio throni et quatuor animalium, et in medio seniorum, Agnum stantem tamquam occisum, habentem cornua septem, et oculos septem: qui sunt septem spiritus Dei, missi in omnem terram. Et venit: et accepit de dextera sedentis in throno librum. Et cum aperuisset librum, quatuor animalia, et viginti quatuor seniores ceciderunt coram Agno, habentes singuli citharas, et phialas aureas plenas odoramentorum, quae sunt orationes sanctorum: et cantabant canticum novum, dicentes: Dignus es, Domine, accipere librum, et aperire signacula ejus: quoniam occisus es, et redemisti nos Deo in sanguine tuo ex omni tribu, et lingua, et populo, et natione: et fecisti nos Deo nostro regnum, et sacerdotes: et regnabimus super terram. Et vidi, et audivi vocem angelorum multorum in circuitu throni, et animalium, et seniorum : et erat numerus eorum millia millium, dicentium voce magna: Dignus est Agnus, qui occisus est, accipere virtutem, et divinitatem, et sapientiam, et fortitudinem, et honorem, et gloriam, et benedictionem. Et omnem creaturam, quae in caelo est, et super terram, et sub terra, et quæ sunt in mari, et quae in eo: omnes audivi dicentes: Sedenti in throno, et Agno, benedictio et honor, et gloria, et potestas in sæcula sæculorum. Et quatuor animalia dicebant: Amen. Et viginti quatuor seniores ceciderunt in facies suas: et adoraverunt viventem in sæcula sæculorum.

(E in faccia al trono come un mare di vetro somigliante al cristallo: e in mezzo al trono, e d’intorno al trono, quattro animali pieni di occhi davanti e di dietro. E il primo animale (era) simile a un leone, e il secondo animale simile a un vitello, e il terzo animale aveva la faccia come di uomo, ed il quarto animale simile a un’aquila volante. E i quattro animali avevano ciascuno sei ale: e all’intorno e di dentro sono pieni d’occhi: e giorno e notte senza posa, dicono: Santo, santo, santo il Signore Dio onnipotente, che era, che è, e che sta per venire. E mentre quegli animali rendevano gloria, e onore, e grazia a colui che sedeva sul trono, e che vive nei secoli dei secoli, i ventiquattro seniori si prostravano dinanzi a colui che sedeva sul trono, e adoravano colui, che vive nei secoli dei secoli, e gettavano le loro corone dinanzi al trono, dicendo: Degno sei, o Signore Dio nostro, di ricevere la gloria, l’onore, e la virtù: poiché tu creasti tutte le cose, e per tuo volere esse sussistono, e furono create.

(V, 1-14)

E vidi nella mano destra di colui, che sedeva sul trono, un libro scritto dentro e di fuori, sigillato con sette sigilli. E vidi un Angelo forte, che con gran voce gridava: Chi è degno di aprire il libro, e di sciogliere i suoi sigilli ? E nessuno né in cielo, né in terra né sotto terra, poteva aprire il libro, né guardarlo. E io piangeva molto, perché non si trovò chi fosse degno di aprire il libro, né di guardarlo. E uno dei seniori mi disse: Non piangere: ecco il leone della tribù di Giuda, la radice di David, ha vinto di aprire il libro, e sciogliere i suoi sette sigilli. E mirai: ed ecco in mezzo al trono, e ai quattro animali, e ai seniori, un Agnello sui suoi piedi, come scannato, che ha sette corna e sette occhi: che sono sette spiriti di Dio spediti per tutta la terra. ‘E venne: e ricevette il libro dalla mano destra di colui che sedeva sul trono. E aperto che ebbe il libro, i quattro animali, e i ventiquattro seniori si prostrarono dinanzi all’Agnello, avendo ciascuno cetre e coppe d’oro piene di profumi, che sono le orazioni dei santi: E cantavano un nuovo cantico, dicendo: Degno sei tu, o Signore, di ricevere il libro, e di aprire i suoi sigilli: dappoiché sei stato scannato, e ci hai ricomperati a Dio col sangue tuo di tutte le tribù, e linguaggi, e popoli, e nazioni: E ci hai fatti pel nostro Dio re e sacerdoti: e regneremo sopra la terra. E mirai, e udii la voce di molti Angeli intorno al trono, e agli animali, e ai seniori: ed era il numero di essi migliaia di migliaia, i quali ad alta voce dicevano: È degno l’Agnello, che è stato scannato, di ricevere la virtù, e la divinità, e la sapienza, e la fortezza, e l’onore, e la gloria, e la benedizione. E tutte le creature che sono nel cielo, e sulla terra, e sotto la terra, e nel mare, e quante in questi (luoghi) si trovano: tutte le udii che dicevano: A colui che siede sul trono e all’Agnello la benedizione, e l’onore, e la gloria, e la potestà pei secoli dei secoli. E i quattro animali dicevano: Amen. E i ventiquattro seniori si prostrarono bocconi, e adorarono colui, che vive pei secoli dei secoli.)

INIZIA LA SPIEGAZIONE DEI QUATTRO ANIMALI

[3] E vidi in mezzo al trono e intorno al trono quattro animali, pieni di occhi davanti e dietro. I quattro animali sono la figura dei quattro Evangelisti. Sono essi presentati pieni di occhi davanti e di dietro, il che indica o che contengono i misteri passati e futuri di Dio, o che manifestano i segreti di entrambe le Leggi. E con la contemplazione delle cose spirituali proclamano la fede completa della santa Divinità rendendo manifesto il mistero dei segreti celesti. Poi si descrive la forma di ciascuno: il primo è come un leone; il secondo, come un giovane toro; il terzo, come un uomo; il quarto, come un’aquila. Nel Vangelo troviamo nell’ordine dapprima Matteo, perché è stato il primo a scrivere; ma nel Ministero i nostri maggiorenti hanno messo Marco al primo posto, perché inizia con Giovanni, il precursore che prepara la via a Cristo. Questo Marco, pieno di Spirito Santo, ha scritto il Vangelo in Italia in lingua greca, come discepolo al seguito di S. Pietro. Egli inizia con spirito profetico, dicendo: « Voce di uno che grida nel deserto, preparate la via del Signore », per indicare che Cristo, dopo aver assunto la nostra carne, aveva predicato il Vangelo nel mondo. Infatti Cristo stesso è stato chiamato profeta, come sta scritto:« Io ti ho stabilito profeta delle nazioni » (Ger. I, 5). I nostri maggiorenti descrivono giustamente la figura del leone come rappresentante dell’Evangelista Marco. E questo in verità è spiegato chiaramente e giustamente, perché il suo libro inizia così: « Inizio del Vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio, secondo quanto è scritto nel profeta Isaia: Guardate, mando il mio angelo, che guarderà (o preparerà) la via davanti a voi. » Ma non sorprende che qui sia citato Isaia al posto di Malachia – perché questa testimonianza è chiaramente nota nel libro di Malachia – poiché Isaia significa “la salvezza di Dio“; Malachia, “il messaggero“; ecco come all’inizio del Vangelo ha voluto citare al posto del “messaggero”, cioè Malachia, la salvezza del Signore, che è Isaia: perché è la fede nel Vangelo che ci conduce nell’eternità perenne della vita presente e futura. Ha poi riassunto ciò che il messaggero, che è l’Angelo, dice con le parole di Isaia: « Preparate la via del Signore, raddrizzate i sentieri del nostro Dio » (Is. XL, 3), affinché, una volta offerta e promessa la salvezza, l’annuncio della verità sia reso manifesto ed il cuore degli uomini sia preparato a ricevere la grazia. Egli ha figura di un leone, perché presenta Giovanni che predica nel deserto, che ama il deserto, come dice: « Giovanni è apparso nel deserto battezzando e proclamando un battesimo di penitenza per il perdono dei peccati » (Mc. I, 4). – Il secondo animale, simile ad un vitello, si riferisce a Luca, che, tra tutti gli Evangelisti di lingua greca, era anche medico. Egli scrisse il Vangelo in Grecia, dedicandolo al Vescovo Teofilo, cominciando dallo spirito sacerdotale, col dire: Ai tempi di Erode, re della Giudea, c’era un sacerdote, Zaccaria, per indicare che Cristo, dopo la sua nascita nella carne e la predicazione del Vangelo, divenne vittima per la salvezza del mondo. Egli è il sacerdote di cui si diceva nei Salmi: « Tu sei sacerdote per sempre secondo l’ordine di Melchisedec » (Psal. CIX, 4). Quando venne Cristo, il sacerdozio dei Giudei si estinse: la Legge ed i Profeti cessarono. Giustamente si paragona Luca ad un toro: perché il toro rappresenta la persona dei sacerdoti, come si dice in Isaia: « Beati voi! Seminerete in riva a tutti i ruscelli e lascerete in libertà buoi e asini. » (Is. XXXII, 20): il seme è la parola, le acque sono il popolo, e tu … hai liberato il bue e l’asino, cioè il popolo giudeo ed il gentile. Al suo inizio mostra il sacerdozio di Zaccaria, per questo si dice: ai tempi del re Erode di Giudea c’era un sacerdote di nome Zaccaria. – Il terzo animale, che ha l’aspetto di un uomo, è riferito a Matteo, che fu il primo a scrivere il Vangelo in Giudea, in lingua e con espressioni ebraiche, iniziando il suo Vangelo dalla nascita umana di Cristo, col dire: « libro della genealogia di Gesù Cristo, Figlio di Davide, figlio di Abramo », cosa che indica che Cristo è disceso corporalmente dal lignaggio dei Patriarchi, come promesso dallo Spirito Santo nei Profeti: ecco perché Matteo ha voluto annunciare all’inizio del suo libro la genealogia del Signore secondo la carne. – E il quarto animale, somile ad un’aquila in volo, si riferisce a Giovanni, che ha scritto il Vangelo, l’ultimo, in Asia, partendo dal Verbo, per insegnarci che il Salvatore, che si è degnato di nascere e di soffrire per noi, è lo stesso Verbo di Dio di prima dei tempi, che è venuto dal cielo e che, dopo la sua morte, è tornato nuovamente in cielo. Questi sono i quattro Evangelisti, che lo Spirito Santo ha figurato in Ezechiele con i quattro animali. – Ecco perché la fede della Religione cristiana si è diffusa ai quattro angoli del mondo grazie alla loro predicazione. Essi sono chiamati animali perché il Vangelo di Cristo è predicato per la vita dell’uomo; erano pieni di occhi dentro e fuori, perché proclamano i Vangeli annunciati dai profeti e che Egli aveva promesso da tempo. I loro piedi erano dritti, perché non c’è nulla di malvagio nei Vangeli. E avevano sei ali che coprivano i loro piedi ed il loro volto: erano cioè velati, perché occultati fino alla venuta di Cristo. Vangelo è una parola greca, che in latino significa “buon annuncio“: perché in greco “eu” significa buono, e “àngel” significa notizia; ed anche Angelo significa messaggero. Giovanni è giustamente descritto come un’aquila in volo, perché non parla né dell’umanità del Signore, né del suo sacerdozio, né di Giovanni che predica nel deserto, ma, lasciando tutte le cose umili, si eleva fin alla stessa altezza del cielo; e alla maniera di un’aquila in volo parla propriamente di Dio stesso, dicendo: « In principio era il Verbo, e il Verbo era con Dio, e il Verbo era Dio. » Era in principio con Dio. – Ma sorge un problema: come si può dire che questi quattro animali siano in mezzo ed intorno al trono, pieni di occhi dentro e fuori, se non si comprende che la loro posizione non sia che nel modo spirituale? Infatti se si cercasse di capire la loro posizione in senso letterale, ciò sarebbe erroneo. Infatti è stato detto in precedenza che in mezzo al trono sedeva Cristo, ed intorno al trono c’erano gli anziani; e ora si dice che in mezzo al trono ci sono gli animali, ed intorno al trono ci sono gli stessi animali. Se però si usa l’orecchio del cuore, si comprenderà che tutte queste cose siano da intendere come spirituali, perché Egli parlava solo del Capo e dei membri. – Trono è una parola greca che in latino si interpreta come “sede”, e qui dove siede Cristo, una volta dice sede, altre volte trono. Questo trono è la Chiesa, sulla quale vien detto che siede Cristo. E questi animali, che si dice siano in mezzo ed intorno al trono, sono gli stessi animali, e questo indica che i Vangeli sono in mezzo alla Chiesa, mescolandosi in Essa e circondandola, e che tutto quindi non è che una cosa sola. Infatti non possono sussistere gli uni senza gli altri, i Vangeli senza gli animali, e gli animali senza i Vangeli. E come potevano stare gli animali, essendo stato già detto in precedenza che questo spazio era occupato dai ventiquattro seniori, se non per farvi capire che gli animali ed i seniori sono la stessa cosa? Quando dice “in mezzo al trono”, si intende la Chiesa unita al Corpo di Cristo, affinché si comprenda che il capo e le membra formano un solo uomo. Quando dice “pieni di occhi davanti e dietro”, si intende la Legge ed il Vangelo, oppure che lo Spirito Santo ispira i fedeli attraverso i comandamenti divini, e che vede tutto ciò che lo circonda davanti e dietro, vede cioè il passato ed il futuro. Il primo animale è simile a un leone. La forza della Chiesa si manifesta nel leone, così come dice: « ha vinto il leone della tribù di Giuda, » (Ap. V, 5).  Ma è nel secondo che si manifesta quanto sia forte la Chiesa: simile, dice, a un vitello, cioè ad una vittima: questa è la forza della Chiesa: essere immolata! Nel terzo ci insegna cosa siano il leone ed il bue: ha – dice – l’aspetto di un uomo. Si riferisce all’umiltà della Chiesa che, pur possedendo l’adozione a figlia di Dio, sembra un uomo che non possiede nulla al di fuori della sua umanità, proprio come si diceva del Signore: « … il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce » (Fil. II, 6-8). E conclude nel quarto animale quello che sono i tre esseri viventi, dicendo: come un’aquila in volo. Qui nell’aquila non ha nominato nulla di ciò che sia terreno, se non che sia stata forte nella passione, come nel leone; e colui che una volta si è offerto in sacrificio è rappresentato nel toro; colui che è stato razionale, cioè che ricorda il passato, ordina il presente, prevede il futuro, in modo da riconoscere quel Padre per mezzo del quale è stato creato, e che brilla per la sua condotta, è rappresentato nell’uomo; tutto questo non serve a nulla però se, come un’aquila, non si hanno sempre gli occhi fissi verso il cielo, nel volo della contemplazione. Questo è sempre stato fatto dalla Chiesa dei Patriarchi e dei Profeti prima dell’Incarnazione della divinità. Quando il Sole della giustizia non aveva ancora manifestamente brillato nel suo corpo finché non fosse arrivato il giorno, essi indubbiamente brillavano nella notte di questo mondo come stelle nel cielo, cioè nella Chiesa. Ma quando risplendette il sole della verità, Egli manifestò con l’Incarnazione la luce della sua divinità, ed essendo soggetto alla legge si mostrò come un servo; scelse dodici Apostoli, affinché il giorno risplendesse; ed in queste quattro animali congregò tutta la Chiesa. E quando qualcuno ha compiuto i tre animali, a modo d’aquila ne completa il quarto in cielo, là dove scorge andare il suo cadavere, fissando continuamente gli occhi della contemplazione libero dalla terra, appoggiandosi sempre sulla testimonianza dei due Testamenti. Questo viene fatto dai membri che desiderano rimanere uniti con il loro capo. – Di questi quattro animali, ognuno di essi aveva sei ali intorno a sé. E in questi quattro animali mostra i ventiquattro seniori: le sei ali dei quattro animali sommate tra loro sono ventiquattro ali. E intorno al trono ho visto gli animali, dove aveva detto aver visto i seniori. Ma come può un animale con sei ali essere come un’aquila, dal momento che l’aquila ne possiede due, o come si può dire che quei tre esseri viventi, il leone, il vitello e l’uomo, abbiano le ali, giacché vediamo che queste specie non ne hanno? Ciò non è da prendere alla lettera, ma per quanto si realizza nel mistero. Egli dice che hanno sei ali, perché nei sei giorni della settimana presente, che è la lunghezza del mondo, si diffondono le parole della loro profezia. Che i quattro si dice abbiano sei ali, e due volte dodici sommano ventiquattro, cioè due dozzine, ciò indica la santa dottrina dei Patriarchi e dei Profeti, che hanno insegnato al mondo con l’annuncio della loro profezia. In questa stessa dottrina si annuncia la lode alla Trinità e si proclama instancabilmente per tre volte il nome Sanctus. E questa lode, rivolta ad un solo Onnipotente, manifesta un Dio Trino dall’unica sostanza. La dottrina dei Profeti summenzionata aveva già insegnato che Essa esiste prima di tutte le età, e lo sarà per tutti i secoli ed anche dopo tutti i secoli, ed alla stessa, nel giudizio si uniranno le voci di tutti i perfetti. Siccome abbiamo detto che l’aquila è la Chiesa, è giusto che, interpretando le sue due ali, si dica che queste siano i due Testamenti, attraverso i quali si vede come la Chiesa si involi verso il cielo. Così, dunque in quest’aquila tutto si conclude, e dopo i tre animali, l’aquila ha posto per ultima. E poiché i primi tre non volano, ma solo si reggono in piedi, si riconosce chiaramente che le cose che si fissano nell’anima con la contemplazione si riferiscano alla stessa Chiesa. In Ezechiele, per mezzo dello Spirito Santo della profezia, questi animali pennuti sono descritti con grande sottigliezza, e sono figura della persona degli Evangelisti, di modo tale che la sottigliezza della descrizione ce li fa conoscere e non lascia dubbi sulla parola di Dio; infatti così sono descritti: « Quanto alle loro fattezze, ognuno dei quattro aveva fattezza d’uomo; poi fattezza di leone a destra, fattezza di toro a sinistra e, sopra dei quattro, fattezza d’aquila » (Ez I: 10). Che queste quattro animali pennuti siano la figura dei quattro Evangelisti è attestato dall’inizio di ciascuno dei libri del Vangelo. Quegli infatti che inizia con la genealogia umana, Matteo, è giustamente rappresentato da un uomo. Quegli che inizia con colui che grida nel deserto, Marco, è giustamente rappresentato da un leone; Luca, che inizia con un sacrificio, è rettamente rappresentato da un vitello. E colui che inizia con la divinità del Verbo, Giovanni, è giustamente identificato nell’aquila, perché dice: « In principio era il Verbo, e il Verbo era con Dio, e il Verbo era Dio. » Quando confessò la sostanza stessa della divinità, fissò i suoi occhi sul cielo, alla maniera di un’aquila. Ma poiché tutti gli eletti sono membri del nostro Redentore, essendo il nostro stesso Redentore Capo di tutti gli eletti – che dunque sono membri di Lui in figura – nulla impedisce che sia rappresentato in questi nomi degli animali: l’unigenito Figlio di Dio si è fatto veramente uomo; nel sacrificio per la nostra redenzione si degnò di morire come un vitello; con la forza della sua Resurrezione, si rialzò come un leone. E si manifesta come il leone che dorme ad occhi aperti, perché nella sua morte, secondo la sua natura umanità, il nostro Redentore avrebbe dormito, ma nel contempo è rimasto vigile permanendo immortale per la sua divinità. Salendo verso il cielo dopo la sua resurrezione poi, si innalza come un’aquila. Egli è per noi, quindi, tutto questo allo stesso tempo: essendo nato è diventato un uomo, morendo un vitello, resuscitando un leone ed infine un’aquila che sale verso il cielo. E poiché abbiamo già detto prima che i quattro Evangelisti sono rappresentati da questi animali, e sotto la loro figura sono rappresentati nel contempo gli uomini perfetti, ci resta da spiegare come ognuno degli eletti sia rappresentato in queste visioni dagli animali. Ogni eletto, perfetto sulla via del Signore, è allo stesso tempo uomo, vitello, leone ed aquila. Infatti l’uomo è un essere razionale; il vitello viene solitamente immolato in un sacrificio; il leone è un animale forte, come è scritto: « … il leone, il più forte degli animali, che non indietreggia davanti a nessuno » (Prov. XXX: 30). L’aquila vola verso l’alto e si libra verso i raggi del sole senza che gli occhi siano abbagliati. Chiunque sia perfetto nella sua ragione, questi è un uomo. È pure un vitello, perché si sacrifica ai piaceri del mondo presente. È un leone, perché dalla sua volontaria mortificazione trae forza di sicurezza contro ogni male. Perciò è scritto: « … il giusto è sicuro come un giovane leone, ma il leone giusto è salvo e non si allontanerà da nulla »  (Prov. XXVIII, 1). Sicuramente questi è un leone! E dal momento che contempla acutamente ciò che è terreno e ciò che è celeste, è pure un’aquila. Ecco che, poiché ogni giusto è: – uomo per la sua ragione, – vitello per il sacrificio della sua mortificazione, – leone per la fermezza della sua sicurezza, e diventa aquila per la contemplazione, così ogni uomo perfetto può essere giustamente rappresentato da questi santi animali. Ma ci sorge una domanda sugli stessi Evangelisti e sui santi predicatori: perché i quattro animali sembrano avere a destra volto di un uomo e volto di leone? E non meno ammirevole è il motivo per cui si dice che due siano a destra (uomo e leone), ed uno a sinistra. E ancora una volta dobbiamo chiederci: perché l’aquila non è né a destra né a sinistra, ma è descritta come se fosse sopra gli stessi quattro? Così ci poniamo due domande che dovrebbero essere risolte alla luce del Signore. L’uomo e il leone sono rappresentati a destra, e il vitello a sinistra, perché a destra abbiamo la gioia ed a sinistra la tristezza. Per questo diciamo che per noi è sinistro ciò che giudichiamo essere contrario. E, come abbiamo detto, l’incarnazione è rappresentata dall’uomo, la passione dal vitello, e dal leone la resurrezione del nostro fondatore. Tutti gli eletti hanno gioito dell’incarnazione del Figlio unigenito, dal quale siamo stati redenti. I santi Apostoli, che furono i primi prescelti, furono rattristati dalla sua morte; gli stessi poi si rallegrarono nuovamente per la sua risurrezione. Perché la sua nascita e la sua resurrezione hanno portato gioia a coloro che erano rattristati dalla sua passione: si descrive essere a destra l’uomo ed il leone, e a sinistra il vitello, perché erano gli stessi santi Evangelisti, rallegrati della sua nascita e resi forti dalla sua resurrezione, che erano stati nella tristezza per la sua passione. L’uomo ed il leone sono dunque a destra, perché l’incarnazione del nostro Redentore ha dato loro vita, e la sua resurrezione li ha rafforzati. Ma il vitello è a sinistra, perché la sua morte li ha fatti sprofondare nello sconforto per un breve periodo di tempo. È giustamente poi rappresentata la situazione dell’aquila che non è di lato, ma al di sopra: infatti questo è segno della sua ascensione oppure perché si manifesta che il Verbo del Padre è Dio accanto a suo Padre; Giovanni ha superato nella sua potenza di contemplazione gli altri Evangelisti che come lui si occupano della sua divinità; tuttavia, egli la contempla in modo più sottile di tutti gli altri. Ma se si dice che l’aquila insieme agli altri tre animali è nominata tra i quattro animali, fa meraviglia come poi sia descritta esserne al di sopra. La spiegazione è che Giovanni, per il fatto di aver posto il Verbo all’inizio, è passato anche sopra se stesso. Infatti, se non fosse passato oltre, non avrebbe visto il Verbo fin dall’inizio. Chi passò dunque oltre se stesso, non passò solo sopra gli altri tre, ma aggiuntosi, pure sopra tutti e quattro.  – Continua: E le loro facce e le loro ali erano spiegate in alto (Ez. I,11). I loro volti e le loro ali sono descritti come levati in alto, perché ogni intenzione ed ogni contemplazione dei Santi è diretta sopra se stessi per realizzare ciò che si desidera delle cose celesti. Sia con un’opera buona che in una meditazione contemplativa, ciò che si fa è veramente buono, quando si vuole compiacere Colui al quale si appartiene. Perché chi sembra fare del bene, ma in questo non intende piacere a Dio bensì agli uomini, dirige il volto della sua intenzione all’indietro. E quando si studia nella parola divina ciò che appartiene alla divinità, in modo solo che con la sua comprensione possa soddisfare alle  domande, e se non si vuole essere sazio della dolcezza della santità ma apparire un uomo colto, certamente non si stendono le ali della propria intelligenza verso l’alto, ma, mirando con lo sforzo dell’intelligenza agli appetiti terreni, si battono le ali senza stenderle verso l’alto e senza riuscire a salire. In questo fatto dobbiamo considerare che tutto il bene che viene fatto deve sempre nascere con l’intenzione alle cose celesti. Chi desidera la gloria terrena nel bene che fa, dirige indietro le sue ali e guarda verso il basso. Per questo si dice di alcuni attraverso il profeta: « e foste una fossa profonda » (Osea V: 2). Che altro sono le lacrime della preghiera se non le offerte della nostra preghiera, così com’è scritto: « il sacrificio gradito a Dio è uno spirito contrito »? (Psal. L, 19). Alcuni nella preghiera si affliggono fino alle lacrime per ottenere beni materiali o per apparire Santi agli occhi degli uomini. Cosa fanno questi se non essere vittime nel profondo? Dirigono in giù il sacrificio della loro preghiera, e cercando cose materiali rimangono nell’amore terreno. Invece gli eletti, che cercano di compiacere Dio onnipotente con la loro buona condotta e desiderano già gustare l’eterna beatitudine mediante la grazia della contemplazione, protendono il volto e le ali verso l’alto. – Continua poi: Ognuno aveva due ali che si toccavano tra loro e altre due ali che coprivano il loro corpo. Aveva detto precedentemente: le loro facce e le loro ali erano dispiegate verso l’alto, e poi ha soggiunto ciò che abbiamo detto, … che ognuno aveva due ali che si toccavano; in questo si comprende chiaramente che le ali si erano levate in alto e si toccavano, mentre le altre due coprivano i loro corpi. Quali sono le penne dei vivi se non quelle che si chiamiamo ali? Qui dobbiamo chiederci con molta attenzione: quali siano le quattro ali dei Santi, due delle quali si distendono e si toccano, e le altre due coprono i loro corpi? Se guardiamo più da vicino, ci accorgiamo che quattro sono le virtù che sollevano con le ali l’uomo vivente dagli atti terreni fino alle cose future, cioè l’amore e la speranza, il timore e la penitenza per le cose del passato. Le due ali si spiegano verso l’alto unite l’una all’altra, perché l’amore e la speranza sollevano l’uomo – animale alato – verso le cose celesti. E si dice pure giustamente che siano unite, perché gli eletti amano indubbiamente le cose celesti che sperano, e sperano in quelle che amano. Altre due ali coprono i loro corpi, perché il timore e la penitenza nascondono agli occhi dell’onnipotente Dio le proprie malvagie azioni del passato. Le due ali, come già detto, sono unite in alto quando l’amore e la speranza negli eletti sollevano i loro cuori a volare verso i beni celesti; le altre due ali coprono invece i loro corpi quando il timore e la penitenza nascondono agli occhi del Giudice eterno le loro azioni malvagie passate. Poiché essi hanno riconosciuto di aver peccato, temono e piangono: cos’altro coprono se non il corpo, coloro che nascondono le loro opere carnali per mezzo di opere buone sovrapposte, mediante un esame diligente? Sta scritto: « Beati quelli i cui peccati sono perdonati e le cui iniquità sono nascoste » (Psal. XXXI, 1). Si coprono i peccati quando si sovrappongono le buone azioni alle cattive. Tutto ciò che si copre, infatti è posto sotto, e ciò con cui si copre, lo si mette al di sopra. Quando si discacciano i mali fatti e ci si propone di fare il bene, si mette come una specie di copertura su ciò di cui ci si vergogna. Per quanto grandi siano i Santi in questa vita, essi tuttavia hanno delle cose da nascondere agli occhi di Dio, perché è del tutto impossibile che non abbiano mancato mai neanche una volta in parole o in azioni. Per questo il beato Giobbe, che aveva parlato bene di tutti, quando udì la voce di Dio, rimproverandosi il suo eloquio imperfetto, diceva: « Mi coprirò la bocca con la mano » (Giob. XL, 4). Nella mano sono rappresentate le opere; nella bocca, le conversazioni. Coprire la bocca con la mano significa coprire i propri peccati in parole attraverso la virtù dell’opera buona. Mi piace – cari fratelli – citare s. Paolo, maestro dei gentili, a testimonianza di questo, come santo imitante quell’animale sul quale si basa la visione delle quattro ali, mediante due delle quali si vola verso l’alto, e mediante le altre due si copre il corpo nascondendo le opere compiute nel passato. Vediamo infatti quale grande amore abbia (s. Paolo) per le cose celesti, quando dice: « Cristo è la mia vita, e morire è il mio guadagno » (Fil. 1, 21). Conosciamo poi con quale speranza egli si elevi verso l’alto nel dire: « siamo cittadini del cielo, dal quale attendiamo come Salvatore il Signore Gesù Cristo » (Fil. III, 20). Vediamo pure come ancora tema, nonostante sia adorno di tante virtù: « … Io batto il mio corpo, dice, e lo schiavizzo, perché non accada che, predicando agli altri, io stesso non sia squalificato » (1 Cor. IX, 27). Vediamo come si penta di aver fatto il male: « … io sono l’ultimo degli Apostoli, indegno del nome di Apostolo, perché ho perseguitato la Chiesa di Dio » (1 Cor. XV, 9). E, cos’altro si denuncia in queste parole, se non la durezza della nostra mente? Ecco che egli si riferisce a ciò che aveva commesso prima del Battesimo; mentre noi che abbiamo commesso molti mali dopo il Battesimo, pure ci rifiutiamo di piangere. I Santi viventi usano quattro ali, perché con l’amore e la speranza si elevano alle cose celesti e piangono per i mali che hanno fatto con il timore e la penitenza. Ma poiché è detto che le due ali si toccano l’un l’altra, da questo si capisce, che non si uniscono le proprie ali se non quando volano, e che l’una delle ali sia unita all’altra, allorquando allungate si uniscono alternativamente tra loro. In questo ci si pone una domanda: se le due ali che si dispiegano verso l’alto designano l’amore e la speranza, e le altre due che coprono il corpo, il timore e la penitenza, perché si dice che le due che si alzano siano unite, e invece quelle che coprono il corpo non si dice essere unite? Eccone il motivo molto semplice, con l’aiuto di Dio: le ali dei Santi unite sono l’amore e la speranza; invece le due ali che coprono i corpi, non unite tra loro, sono il timore e la penitenza. Così Davide, a causa della colpa del suo crimine, fece penitenza con timore, con il sacrificio e con le lacrime; Pietro pianse amaramente per la sua perfida caduta; Paolo si rammaricò per la crudeltà delle sue passate persecuzioni. Tuttavia, tutti desiderano la medesima patria e sono pronti a raggiungere l’Autore unico di tutti. Due ali sono dunque unite l’una all’altra, mentre le altre due non lo sono: infatti ciò che l’amore e la speranza desiderano è la stessa cosa, mentre il timore e la penitenza son diversi per ciò che deplorano. – Continua: E ognuno di loro marciava alla sua presenza. Prima aveva detto: ognuno di loro ha marciato davanti a sé; ora, invece, dice: … marciava in sua presenza. Così sembra la stessa frase ripetuta. Ma poiché la preposizione latina coram significa “in presenza di”, possiamo discernere indagando più sottilmente la differenza tra marciare “in avanti” e marciare “in presenza di”. Marciare in avanti è cercare ciò che sta davanti (cioè il futuro); ma marciare “in presenza” è il non essere assente da se stesso. Ogni persona giusta che consideri premurosamente la propria vita e mediti diligentemente su quanto cresca ogni giorno in virtù o forse quanto in essa diminuisca: è questi che sta davanti a se stesso e cammina alla sua presenza, perché osserva attentamente di quanto si elevi o si abbassi. Ma chi trascuri la vigilanza sulla propria vita, e la disprezzi o non sappia riflettere sulle proprie opere, parole e pensieri, non cammina in sua presenza, perché nei suoi atti, attende ad altro. Così accade spesso che consideriamo i nostri peccati gravi come se fossero leggeri, perché per il nostro amor proprio, chiudendo i nostri occhi e blandendoli, ci inganniamo. Così pure giudichiamo esser lievi i nostri peccati gravi, ed i peccati leggeri dei nostri prossimi essere gravi. Sta così scritto: « ci saranno uomini che amano se stessi » (2 Tm. III, 2). E sappiamo con quale veemenza l’amor proprio chiude l’occhio del cuore. Per questo motivo noi non giudichiamo seriamente ciò che facciamo, e il più delle volte giudichiamo che ciò che fa il nostro prossimo sia molto detestabile. E come mai ciò che giudichiamo di lieve conto in noi, ci sembra grave nel nostro prossimo, e perché non ci vediamo come nostro prossimo, e il nostro prossimo come noi stessi? Se guardassimo a noi stessi come guardiamo il nostro prossimo, considereremmo con rigore i nostri difetti; ed anche, se guardassimo al nostro prossimo come a noi stessi, il suo comportamento ci sembrerebbe tollerabile, perché spesso forse ha compiuto la stessa azione con cui noi consideriamo non aver fatto nulla di intollerabile al nostro prossimo. Mosè si sforzò di correggere, per mezzo di un precetto della legge, questo giudizio erroneo della nostra mente, quando disse « Avrete bilance giuste, pesi giusti, efa giusto, hin giusto. » (Lv. XIX, 36). Così dice Salomone: « Doppio peso e doppia misura sono due cose in abominio al Signore » (Prov. XX, 10). Sappiamo che i mercanti hanno un doppio peso, uno maggiore e uno minore: hanno un peso per la merce che prendono, e un altro per quella che vendono al prossimo. Nel dare, i pesi sono più leggeri; nel ricevere, sono più pesanti. Pertanto, ogni uomo che giudica diversamente ciò che appartiene al suo prossimo e ciò che appartiene a sé, ha due pesi. Dio odia entrambe le cose. Perché se uno amasse il prossimo come se stesso, lo amerebbe nel bene come se stesso. E se vedesse se stesso come suo prossimo, si giudicherebbe negativamente come fa appunto con il suo prossimo. Dobbiamo, quindi, esaminarci attentamente e, come detto, porci davanti a noi stessi: in modo che, imitando ininterrottamente gli animali con le ali, possiamo comprendere cosa stiamo facendo e camminare di conseguenza sempre alla presenza di noi stessi. D’altra parte, i malvagi, come abbiamo già detto, non marciano in presenza di se stessi, perché non riflettono mai su ciò che fanno: essi camminano verso la morte, si gloriano di azioni malvagie come è scritto: « … godono nel fare il male, gioiscono dei loro propositi perversi » (Prov. II, 14). A volte il giusto che li osserva, se ne lamenta; ma questi freneticamente piangono e ridono. Alcuni danno gran parte dei loro beni ai bisognosi; ma quando se ne presenta l’occasione, li opprimono, e chi prima li ha aiutati, li deruba poi con rapina. Mettono davanti ai loro occhi il bene che fanno, e non mettono davanti ai loro occhi il male che operano. È chiaro che questi non marciano in presenza di se stessi: perché se fossero in presenza di se stessi, vedrebbero con diligenza tutto ciò che fanno, e saprebbero come le loro opere buone si perdano a causa delle azioni malvagie, come sta scritto: « … l’operaio ha avuto il salario, ma per metterlo in un sacchetto forato » (Agg. I: 6). Quello che esce da una borsa rotta vien disperso. Ed ecco che le menti sconsiderate non vedono come il premio che acquisiscono per le loro buone azioni si disperde a causa delle loro cattive azioni. Si osserva così la castità del corpo, e la si esamina diligentemente, per non accettare dall’esterno qualcosa di riprovevole: ci si accontenta del proprio, non si porta via ciò che appartiene agli altri; ma forse nel proprio cuore si conserva odio verso il prossimo, come sta scritto: « … Chiunque odia il proprio fratello è omicida » (1 Gv. III, 15); si pensa di essere limpidi nella propria condotta, e non si esamina quanta crudeltà ci sia nella mente. Che cos’è questo, se non l’essere saggio ai propri occhi, mentre si cammina nelle tenebre del cuore senza saperlo? Un altro non si appropria di ciò che è altrui, tiene il suo corpo lontano dalla impudicizia, ma non ama più il prossimo con la mente limpida; nelle sue preghiere si contrista con ardore, consapevole dei suoi mali passati, ma una volta finito di pregare, cerca quelle cose di cui gioire in questo mondo ed abbandona il suo spirito ai godimenti temporali e non cerca di impedire che le gioie smodate superino la misura delle sue lacrime: e accade che, ridendo troppo, perda poi il bene che ha conquistato piangendo. Non si cammina in presenza di se stesso, quando ci si rifiuti di osservare le cose cattive alle quali si acconsente. Sta scritto: « … Il cuore dei saggi è in una casa in lutto ed il cuore degli stolti in una casa in festa. » (Eccl. VII, 4). In tutto ciò che facciamo dobbiamo esaminare noi stessi con diligenza, dentro e fuori, affinché, imitando gli “animali alati”, possiamo essere presenti a noi stessi e camminare sempre davanti alla nostra faccia. – Qual è allora la voce di grande commozione che il profeta sente alle sue spalle, se non quella alla quale, conseguente alla parola della predicazione con la quale si riesce a scacciare il peccato dal cuore, seguono i lamenti dei penitenti? Invece i malvagi, quando fanno il male, non ascoltano i retti consigli dei giusti, non sapendo quanto siano gravi i loro peccati, e nella loro ignoranza si ritengono al sicuro nella loro ottusità e riposano stando comodamente sdraiati nella loro colpa. Si diceva di un popolo peccaminoso e fiducioso: « … riposa nei suoi escrementi » (Ger. XLVIII, 18), perché si sdraiava sicuro nei suoi peccati. Quando i malvagi cominciano a sentire la parola della predicazione, e a conoscere quali siano i tormenti eterni, quale sia il terrore del giudizio, e diligentemente esaminano ogni loro peccato, subito tremano, si riempiono di gemiti e, non trattenendosi, si affliggono con sospiri, e mossi da grande paura, erompono in lacrime e pianto. La voce di un grande tumulto segue il Profeta, perché dopo la parola della predicazione, si sentono lamenti dai convertiti e dai penitenti: chi prima giaceva tranquillo nella infermità, toccato come dalla mano di una medicina, torna con dolore alla salvezza. Un altro Profeta dice di questo tumulto dei penitenti: « … essi emetteranno sospiri e la terra si commuoverà » (Zac. XIV, 4). Infatti quando le vestigia della verità si imprimono nella mente di chi ascolta, la stessa mente turbata dalla riflessione su di sé, si commuove. Per questo il salmista dice, pregando a nome dei peccatori: «…  Il Signore regna, tremino i popoli; siede sui cherubini, si scuota la terra » (Psal. XCIX,1). Così pure, pregando per gli afflitti ed i penitenti, dice: « Hai scosso la terra, l’hai squarciata, risana le sue fratture, perché crolla » (Psal. LX, 4). La terra scossa e sbriciolata è il peccatore afflitto dal conoscimento della propria colpa e condotto alle espiazioni della penitenza. All’uomo peccaminoso è stato detto: « tu sei polvere ed in polvere ritornerai » (Gen. III,19). Pregate, dunque, affinché il dolore della terra, che si sta sbriciolando, sia guarito, affinché il peccatore che piange i suoi peccati sia confortato dalla gioia della misericordia celeste. Questa è infatti la voce della grande commozione, quando esaminando ognuno i propri atti ci si commuove nel pianto della penitenza. Ma sentiamo questa voce dire: « Benedetta sia la gloria del Signore nel luogo in cui si trova (Ez. III, 12). Le sedi dello spirito maligno erano i cuori dei penitenti; ma quando, contriti, ritornano alla vita attraverso la penitenza, diventano il luogo della gloria di Dio: ora dunque si ribellano contro se stessi, e accompagnano le lacrime della penitenza ai peccati commessi. Per questo si sente la benedizione di gloria e la lode di Dio, là dove prima si sentivano offese al Creatore per l’amore del mondo presente. Ed i cuori dei penitenti diventano per il Signore la sua dimora che in precedenza, abitata dai peccati, era stata dimora di altri. Tutti coloro che si convertono dai loro peccati al Signore, non solo cancellano con le loro lacrime i mali che hanno fatto, ma si elevano in alto con opere meravigliose e diventano i Santi viventi di Dio Onnipotente, che si esaltano con meravigliose virtù, lasciando completamente la terra e, ricevuta la grazia di Dio, si slanciano col desiderio verso i beni celesti. Di questi si aggiunge ancora: « Era il rumore delle ali degli animali che battevano l’una contro l’altra » (Ez. III, 13). – Il Profeta sente dietro di sé la voce di un grande tumulto, perché, come abbiamo detto, il grido dei penitenti segue alla parola della predicazione. Sente dietro di sé il suono delle ali degli animali, perché dallo stesso dolore dei penitenti scaturiscono le virtù dei Santi, tanto più avanzati nella santa preghiera quando più riconoscono di non aver lavorato in precedenza che in modo dissoluto con la loro vita depravata. Ma c’è un grande dubbio in queste parole, perché il Profeta non dice chiaramente se ogni animale batta le proprie ali tra di loro, o se questi stessi animali battano le proprie ali alternativamente, in modo che l’ala dell’uno tocchi l’altro, e viceversa. Ma poiché molte volte nella parola divina qualcosa viene esposto in modo confuso, e con l’aiuto di Dio, si intende invece in modo meraviglioso e molteplice, dobbiamo spiegare alla vostra carità entrambe le cose con la grazia di Dio. Abbiamo spesso detto che le ali degli animali sono le virtù dei Santi. Perché allora ogni animale batte le ali l’una contro l’altra, se non per farci capire chiaramente che, se diventiamo Santi viventi, la virtù eccita altra virtù, l’una cioè  spinge l’altra alla perfezione? Per esempio, quando si ha la scienza della parola di Dio, si impara per mezzo della stessa scienza a conseguire anche le viscere della misericordia. Attraverso la scienza si conosce la parola di Dio: « fate l’elemosina e tutto sarà puro per voi » (Lc. XI, 41). Quando si comincia ad essere misericordioso nell’elemosina, leggendo le parole della santa verità, ciò che in esse si dice sulla misericordia, lo si comprende in modo più fecondo attraverso l’esperienza. Là è scritto: « Padre io ero per i poveri ed esaminavo la causa dello sconosciuto; (Giob. XXIX, 16). Che cosa significa, dunque, che questi animali con le ali si colpiscano l’un l’altro, se non che tutti i Santi si eccitino l’un l’altro con le loro virtù, e si stimolino l’un l’altro ad avanzare considerando le virtù degli altri? Le virtù non sono concesse tutte ad uno solo, perché non si possa vantare e soccombere all’orgoglio. Ma ad uno viene dato ciò che non viene dato ad altri. E a voi è dato ciò che è negato ad un altro: cosicché nel considerare il bene che voi avete, e che altri non possiede, questi possa preferirvi nel suo pensiero a se stesso. E viceversa, nel vedere ciò che l’altro ha, e che voi non avete, vi portiate a lui nel vostro pensiero, secondo che sta scritto: « … ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso » (Fil. II, 3). Per dire qualcosa per quanto si può, ad esempio: a quest’uomo è concessa la virtù di un’ammirevole astinenza, eppure non possiede la parola della scienza. A questi viene data la parola della scienza, mentre cerca di imparare, senza riuscirci, la virtù dell’astinenza perfetta. A quest’altro è data la facilità nel suo eloquio, cosicché, usandone a favore di alcuni oppressi, parli liberamente in difesa della giustizia; e tuttavia, possedendo ancora molti beni in questo mondo, cerchi, senza riuscirvi, di abbandonare tutti i beni. A tal altro è già stato concesso di lasciare tutti i beni terreni, e di non voler possedere nulla in questo mondo; eppure non è in grado di esercitare l’autorità della sua voce contro coloro che peccano. E colui che meglio potrebbe parlare liberamente, perché non ha più nemmeno un posto dove sdraiarsi in questo mondo, si rifiuta di parlare liberamente contro gli altri, per non perdere la propria tranquillità. A questi ancora è stata concessa la virtù della profezia: egli vede in anticipo molte cose che stanno per accadere, e pur vivendo e compatendo l’infermità del suo prossimo che è presente, non è in grado di soccorrerlo. È stata data ad un altro la grazia delle guarigioni, e con le sue preghiere toglie dal corpo del prossimo i malanni che ha in quel momento; eppure non sa cosa gli accadrà un po’ più tardi. Dio onnipotente, con una disposizione ammirevole, distribuisce i suoi doni tra i suoi eletti, in modo tale da concedere all’uno ciò che nega all’altro e all’uno dare più o meno che ad un altro: affinché, quando questi ultimi vedono di avere o di non avere, o pensano che altri abbiano ricevuto di più o di meno di quanto pensino di possedere essi stessi, possano ammirare i doni di Dio l’uno nell’altro, vale a dire alternativamente e, come risultato di questa reciproca ammirazione, possano  umiliarsi l’uno rispetto all’altro, e pensino, nei confronti di coloro che vedono non avere ciò che essi possiedono, di essere stati preferiti a loro nel pensiero divino. Gli animali, quindi, battono alternativamente le ali quando le anime sante sono eccitate dalle virtù altrui, sono stimolate al loro contatto e desiderano essere stimolate ad avanzare. Si toccano con le ali, perché siano alternativamente stimolati a progredire là dove gli altri già volano. Dio onnipotente fa nel cuore degli uomini, ciò che fa pure nel cuore dei popoli della terra. Egli avrebbe potuto dare ad ogni regione tutti i frutti che le abbisognavano; ma se una regione non avesse bisogno dei frutti di un’altra regione, non avrebbe comunicazione con essa. Per questo Egli dà il vino a questa regione e l’olio in abbondanza ad un’altra; dà un gran numero di bestiame a questa regione, e a quest’altra una grande fecondità di frutti. Come sono le regioni della terra, così sono anche le anime dei Santi: che quando si toccano alternativamente, diventano come le regioni che distribuiscono ad altre regioni i loro frutti, affinché tutti siano uniti nella stessa carità. Ma in tutto questo bisogna sapere che gli eletti, che considerano sempre negli altri ciò che hanno ricevuto da Dio essere di maggior perfezione, e preferiscono gli altri nel loro pensiero a se stessi, si inchinano davanti a loro in umiltà; così anche l’anima del reprobo non considera mai ciò che l’altro possiede di meglio di se stesso; né pensa a quali beni spirituali abbia ricevuto e a ciò che gli manca, ma ritiene che tutte le cose buone siano in lui, mentre le cose cattive siano possedute dagli altri. E come Dio onnipotente distribuisce a ciascuno le virtù affinché si umili nel suo pensiero davanti ad un altro, i reprobi si esaltano per i beni che hanno ricevuto, cosicché si perdono nella vanità considerando sempre i beni che possiedono e gli altri no, e non si preoccupano mai di esaminare quanti beni abbiano gli altri che essi non hanno. Ciò che, quindi, la pietà divina dispone per il progresso nell’umiltà, le anime dei reprobi lo trasformano in un aumento della vanità. E per la diversità dei doni, si allontanano da tutto ciò per cui avrebbero dovuto crescere nella virtù dell’umiltà. Perciò, cari fratelli e sorelle, dovete sempre vedere in voi stessi ciò che avete di meno, e nei vostri vicini ciò che essi hanno ricevuto in misura maggiore di voi: affinché, quando li vedrete al di sopra di voi stessi per il bene che possiedono e che voi non avete, possiate crescere nell’umiltà per raggiungerlo anche voi. Se dunque voi considerate in loro le cose buone che hanno ricevuto, ed essi riconoscono in voi le cose buone che possedete, allora vi toccate alternativamente con le ali, così che, stimolati, voliate in alto sempre verso i beni celesti. – Pieni di occhi dal di dentro: ha detto … dal di dentro, perché la luce del Vangelo è nascosta ai malvagi, poiché solo i Santi vedono con gli occhi della fede, ed i Santi stessi, protetti dall’umiltà, si preservano per una futura chiarezza. Per questo motivo i corpi degli animali sono descritti come pieni di occhi, perché l’azione dei Santi è prudente in ogni situazione, vegliando anelanti sui loro beni, ed evitando accuratamente il male. E questo è ancora più difficile quando le anime dei Santi vigilano con ardore, affinché i loro occhi non si fissino, e nascondano il male sotto l’apparenza del bene. La vita dei Santi è quindi attenta a non essere così liberale da diventare superba; poiché la superbia è spesso celata nelle parole, e cerca di apparire come liberalità che dà integrità. E non sia [la vita] così umile da essere timorosa; perché talvolta la paura soffoca lo spirito, tanto che non osa dire ciò che sia giusto, ma con lo stesso timido pensiero dissimula umiltà. E che non sia sobria in modo da essere avara; perché il più delle volte l’avarizia desidera essere considerata come moderazione, in modo che appaia voler possedere ciò che sia giusto e necessario, mentre in realtà non si vuole condividere con il prossimo bisognoso. Né sia misericordiosa quando invece è dissipativa, affinché a volte lo spreco si possa giudicare misericordioso. Una cosa è dare ciò che sia necessario al prossimo per pietà; un’altra cosa è sperperare ciò che si possiede senza l’intenzione di guadagnare. Tutto ciò che facciamo deve essere considerato alla luce dell’intenzione alla quale si attribuisce il merito davanti al giudizio del Creatore. Come ci dice il Salvatore: « se il tuo occhio è sano, tutto il tuo corpo sarà luminoso » (Mt. VI, 22). L’occhio indica l’intenzione ed il corpo l’azione. Se la nostra intenzione davanti a Dio è sana, a Suo giudizio la nostra azione non sarà tenebrosa. I corpi degli animali sono pieni di occhi quando esaminano attentamente in ogni direzione. Queste predicazioni, anche se sono quattro, in realtà ne sono davvero una sola, perché provengono da una sola bocca, come il fiume in Paradiso che, pur essendo uno, è diviso in quattro corsi. Gli animali hanno occhi dentro e fuori; cioè l’annuncio del Nuovo Testamento mostra una speciale provvidenza, che scruta il più segreto del cuore, vede ciò che sta per accadere, ciò che è dentro e ciò che è fuori. Le sei ali sono la testimonianza dei libri dell’Antico Testamento. Ecco perché i ventiquattro si sommano con figura identica a quella degli anziani seduti sui troni. Ma siccome gli animali non possono volare senza ali, così la predicazione del Nuovo Testamento non trova alcun credito se non possiede le predette testimonianze dell’Antico Testamento, con le quali si distacca dalla terra e vola in alto. Ogni qual volta che troviamo realizzato in seguito ciò che era stato già preannunciato in precedenza, si rende la fede indiscutibile. D’altra parte, se gli animali non sono adesi alle loro ali, non hanno da dove attingere la vita. Se ciò che i Profeti avevano predetto non si fosse realizzato in Cristo, la loro predicazione sarebbe stata vana. Questo è ciò che la Chiesa Cattolica sostiene: ciò che è stato dapprima annunciato dai Profeti, è ciò che si è poi realizzato in Cristo. L’animale vola e giustamente si stacca dalla terra. Gli eretici, invece, che non utilizzano la testimonianza profetica, hanno gli animali davanti a sé, ma non volano, perché sono della terra. I Giudei che non accettano la predicazione del Nuovo Testamento, hanno le ali, ma non sono viventi, cioè comunicano agli uomini una predicazione vuota, non conformando le loro azioni alle loro parole. Ci sono ventiquattro libri dell’Antico Testamento, che sono accettati: li si trovano anche nelle epitome di Teodoro; infatti ad entrambi compete, come detto – ai ventiquattro Padri e agli Apostoli – giudicare il loro popolo. Agli Apostoli, che chiedevano e dicevano: « Abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito, cosa ne riceveremo in cambio? » (Mt. XIX, 27), il Signore rispose: « Quando il Figlio dell’uomo siederà sul suo trono nella gloria, anche voi siederete su dodici troni per giudicare le dodici tribù di Israele. » E ai Padri che giudicheranno, il patriarca Giacobbe dice: « Dan giudicherà il suo popolo tra i suoi fratelli, come qualsiasi tribù d’Israele » (Gen. XLIX, 16). – Dal trono escono lampi e voci e tuoni, e bruciano sette lampade di fuoco (Apoc. IV, 5). La predicazione, le promesse e le minacce di Dio: i ‘‘lampi’’, infatti, sono l’annunzio della venuta del Signore; le ‘‘voci’’ sono la predicazione del Nuovo Testamento. E il ‘‘tuono’’ è la tromba che indica come le parole dei predicatori siano celestiali. Le ‘‘fiaccole’’ di fuoco ardente sono il dono dello Spirito Santo, che ci è stato restituito con l’albero della Passione. E ogni volta che facevano questo: i ventiquattro anziani – dice – si prostravano e adoravano il Signore, con gli animali che davano gloria ed onore, e questa è l’azione evangelica del Signore, cioè la dottrina, il compiersi della parola da essi preannunciata. Con ragione e giustamente essi si rallegrano, sapendo di essere stati al servizio dei misteri e della parola di Dio. In conclusione, quindi, era venuto Colui che vince la morte e che solo è degno di ricevere la corona dell’immortalità. Tutti avevano a lor gloria le corone delle loro ottime opere, e gettarono le loro corone davanti al suo trono, cioè: davanti della splendida Vittoria di Cristo, tutte le loro vittorie furono gettate ai suoi piedi. Questo è accaduto già nel Vangelo – come insegna lo Spirito Santo – quando gli uscirono incontro, alcuni stendendo le loro vesti sul suo cammino, altri le palme e i rami d’albero. Ci hanno mostrato in tal modo i due popoli: l’uno dei Patriarchi e l’altro dei Profeti, dei grandi uomini, che hanno gettato tutte le palme delle loro vittorie sul peccato, ai piedi di Cristo conquistatore degli uomini. – La palma e la corona sono la stessa cosa, perché vengono date solo ad un vincitore. Allora quelli che gettavano le loro corone gridavano dicendo: Tu sei degno, Signore e nostro Dio, di ricevere gloria, onore e potere, perché hai creato l’universo, e per tua volontà è stato creato ciò che esisteva. Esisteva – dice – ed è stato creato. Esisteva secondo Dio, che possiede tutte le cose già prima che esse siano fatte, e furono create per essere viste da noi, come dice Mosè: « Non è lui il Padre che ti ha creato, che ti ha fatto e ti ha costituito? » (Dt. XXXII, 6). Ti ha conosciuto nella preveggenza, ti ha fatto in Adamo e ti ha creato da Adamo.

COMMENTARIO ALL’APOCALISSE DI BEATO DE LIEBANA (8)

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S. S. CLEMENTE XIII – QUAM GRAVITER

Questa breve lettera enciclica è una protesta che il Sommo Pontefice Clemente XIII elevava nei confronti del Re definito Cristianissimo francese contro le leggi e le misure emesse contro i legittimi interessi della Chiesa in quel Paese. La Francia, prima figlia della Chiesa Cattolica, mostrava le prime crepe prodotte nella popolazione e nell’ordine statale dalle sette eretiche e dalle logge dei liberi muratori operanti con alacrità contro il nemico di sempre: la Chiesa Cattolica.  È un odio feroce che ha sempre spinto gli aderenti alla bestia satanica ad accanirsi contro il Corpo mistico di Cristo onde ferirlo, lacerarlo e – se possibile – distruggerlo. Questa lotta, iniziata all’indomani della Resurrezione e dell’Ascensione del divin Redentore, si concluderà alla fine dei tempi con il ritorno glorioso del Cristo, che annienterà i suoi nemici riducendoli a sgabello dei suoi piedi e sprofondandoli nello stagno di fuoco per l’eterna punizione. Ma il castigo, per i popoli si compie anche qua sulla terra, e la Francia ne è un lampante esempio con rivoluzione, guerre che hanno cancellato intere generazioni, destabilizzazione dell’ordine sociale, fino alla perdita attuale dell’identità culturale per cui l’islam ha soppiantato il Cristianesimo glorioso ed antico, ed una profondissima crisi economica sta già riducendo allo stremo una terra beneficata in ogni modo da Dio e dalla Mamma celeste. L’Apostasia poi dalla fede cattolica è evidente ed irreversibile per i costumi pagani ed epicurei inculcati in tutti gli strati sociali. Ma il conto sta già arrivando e sarà ancor più salato alla fine dei tempi, quando gran parte della popolazione, salvo un miracolo strepitoso dell’Altissimo, finirà con i suoi falsi profeti e le membra della “bestia” nello stagno di fuoco.

ENCICLICA
QUAM GRAVITER
DEL SOMMO PONTEFICE
CLEMENTE XIII

Ai Venerabili Fratelli Arcivescovi e Vescovi riuniti a Parigi in Assemblea generale.

Il Papa Clemente XIII.
Venerabili Fratelli, salute e Apostolica Benedizione.

1. Quanto gravemente siamo stati colpiti, allorché abbiamo letto i tre Decreti (Arrêts, come li chiamano) dello scorso 24 maggio, pubblicati dal Regio Consiglio del Re Cristianissimo, vi sarà facile comprendere; come li ricevemmo, fummo al contempo colpiti e sconcertati. Infatti, che sarà in seguito del divino potere della Chiesa se, quando le occorrerà praticare e valersi del suo diritto, e vorrà richiamare i fedeli all’obbedienza, dovrà soggiacere totalmente al cenno della laica potestà e non potrà esigere dai fedeli obbedienza maggiore di quella che torna a vantaggio del potere secolare? Quale linea di demarcazione stabiliremo, al fine di riconoscere i limiti di entrambi i poteri, se è nelle mani e nell’arbitrio del potere laico la facoltà di annullare qualunque decreto della Chiesa circa la Fede o la disciplina o le norme di comportamento? Voi vedete, Venerabili Fratelli, quanto la Chiesa sia oppressa in questa sorta di servaggio, e da quale grave iattura finirà per essere funestata la vigna del Signore. Inoltre non sfuggirà alla vostra perspicacia quale flagello si debba paventare, posto che il potere secolare rivendica a sé il diritto di riesaminare le Costituzioni degli Ordini Regolari e di affrontarne la riforma, senza consultare questa Santa Sede del beato Pietro, alla quale nessuno nega che occorra rivolgersi, trattandosi di siffatte questioni, come testimoniano gli esempi, non così rari, in codesto Regno.

2. Peraltro siamo convintissimi che al Re Cristianissimo non è stato prospettato quanti gravi abusi possono aver origine da quegli editti contro la Chiesa; e non dubitiamo che la sua grande rettitudine e il suo singolare rispetto verso la Chiesa provano ripugnanza per tali abusi. Pertanto a voi compete il dovere di sottoporre alla vista di quella Maestà Regia la prova evidente di quegli abusi, descritta a vivaci colori, e voi dovete compiere tale atto con particolare sollecitudine in quanto lo stesso Re Cristianissimo ha espressamente dichiarato di voler porgere benevolo e indulgente ascolto alle vostre eventuali recriminazioni, se vorrete rivolgervi a lui. Affinché Voi possiate più agevolmente essere ammessi al suo cospetto, Venerabili Fratelli, Noi scriviamo a quella Maestà Reale rivelandogli il profondo dolore che Ci provenne da quegli editti e Lo richiamiamo al suo sentimento religioso perché Vi ascolti con animo sereno, quando solleciterete il suo reale soccorso in modo che si rivelino alla Chiesa la sua forza operante e il potere che egli ebbe da Cristo Signore. E a Voi, Venerabili Fratelli, di cui non loderemo mai abbastanza l’ardentissimo zelo e l’amore verso Dio e la Sposa di Gesù Cristo, impartiamo l’Apostolica Benedizione con tutto l’affetto del Nostro animo.

Dato a Roma, il 25 giugno 1766, ottavo anno nel Nostro Pontificato.

DOMENICA DI QUINQUAGESIMA (2021)

DOMENICA DI QUINQUAGESIMA (2021)

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Stazione: a S. Pietro.

Semidoppio Dom. privil; di II cl. – Paramenti violacei.

Come le tre prime profezie del Sabato Santo con le loro preghiere sono consacrate ad Adamo, a Noè, ad Abramo, così il Breviario e il Messale, durante le tre settimane del Tempo della Settuagesima, trattano di questi Patriarchi che la Chiesa chiama rispettivamente il«padre del genere umano », il « padre della posterità » e il « padre dei credenti ». Adamo, Noè e Abramo sono le figure del Cristo nel mistero pasquale; lo abbiamo già dimostrato per i due primi, nelle due Domeniche della Settuagesima e della Sessagesima, ora lo mostreremo di Abramo. Nella liturgia ambrosiana la Domenica di Passione era chiamata « Domenica di Abramo » e si leggevano, nell’ufficiatura, i “responsori di Abramo”. Anche nella liturgia romana il Vangelo della Domenica di Passione è consacrato a questo Patriarca. «Abramo vostro Padre, – disse Gesù, – trasalì di gioia nel desiderio di vedere il mio giorno: Io vide e ne ha goduto. In verità, in verità vi dico io sono già prima che Abramo fosse ». – Dio aveva promesso ad Abramo che il Messia sarebbe nato da lui e questo Patriarca fu pervaso da una grande gioia, contemplando in anticipo, con la sua fede, l’avvento del Salvatore e allorché ne vide la realizzazione, contemplò con novella gioia l’avvenuto mistero dal limbo ove attendeva con i giusti dell’antico Testamento, che Gesù venisse a liberarli dopo la sua Passione. Quando al Tempo di Quaresima si aggiunsero le tre settimane del Tempo di Settuagesima, la Domenica consacrata ad Abramo divenne quella di Quinquagesima, infatti le lezioni e i responsori dell’Ufficio di questo giorno descrivono l’intera storia di questa Patriarca. Volendo formarsi un popolo suo, nel mezzo delle nazioni idolatre (Grad. e Tratto), Dio scelse Abramo come capo di questo popolo e lo chiamò Abramo, nome che significa padre di una moltitudine di nazioni. « E lo prese da Ur nella Caldea e lo protesse durante tutte le sue peregrinazioni » (Intr., Or.). « Per la fede, – dice S. Paolo – colui che è chiamato Abramo, ubbidì per andare al paese che doveva ricevere in retaggio e partì senza saper dove andasse. Egli con la fede conseguì la terra di Canaan nella quale visse più di 25 anni come straniero. È in virtù della sua fede che divenne, già vecchio, padre di Isacco e non esitò a sacrificarlo, in seguito ad ordine di Dio, sebbene fosse suo figlio unico, nel quale riponeva ogni speranza di vedere effettuate le promesse divine d’una posterità numerosa. (Agli Ebrei, XI. 8,17) – Isacco infatti rappresenta Cristo allorché fu scelto «per essere la gloriosa vittima del Padre » (VI Orazione del Sabato Santo.); allorché portò il fastello sul quale stava per essere immolato, come Gesù portò la Croce sulla quale meritò la gloria colla sua Passione; allorché fu rimpiazzato da un montone trattenuto per le corna dalle spine di un cespuglio, come Gesù, l’Agnello di Dio ebbe, dicono i Padri, la testa contornata dalle spine della sua corona; e specialmente allorché liberato miracolosamente dalla morte, fu reso alla vita per annunziare che Gesù dopo essere stato messo a morte, sarebbe risuscitato. Così con la sua fede, Abramo, che credeva senza esitare ciò che stava per avvenire, contemplò da lungi il trionfo di Gesù sulla Croce e ne gioì. Fu allora che Dio gli confermò le sue promesse: «Poiché tu non mi hai rifiutato il tuo unico figlio, io ti benedirò, ti darò una posterità numerosa come le stelle del cielo e l’arena del mare (VI orat. Del Sabato santo). Queste promesse Gesù le realizzò con la sua Passione. « Il Cristo, dice S. Paolo, ci ha redenti pendendo dalla croce perché la benedizione, data ad Abramo fosse comunicata ai Gentili dal Cristo, e così noi ricevessimo mediante la fede la promessa dello Spirito »,.cioè lo Spirito di adozione che ci era stato promesso. « Fa, o Dio, prega la Chiesa nel Sabato Santo, che tutti i popoli della terra divengano figli di Abramo, e, mediante l’adozione, moltiplica i figli della promessa» (3a settimana dopo l’Epifania, feria 2a – martedì) . Si comprende ora perché la Stazione oggi si fa a S. Pietro, essendo il Principe degli Apostoli che fu scelto da Gesù Cristo per essere il capo della sua Chiesa e, in una maniera assai più eccellente che Abramo stesso, « il padre di tutti i credenti ». – La fede in Gesù, morto e risuscitato, che meritò ad Abramo di essere il padre di tutte le nazioni e che permette a tutti noi di divenire suoi figli, è l’oggetto del Vangelo. Gesù Cristo vi annunzia la sua Passione ed il suo trionfo e rende la vista ad un cieco dicendogli: La tua fede ti ha salvato. Questo cieco, commenta S. Gregorio, recuperò la vista sotto gli occhi degli Apostoli, onde quelli che non potevano comprendere l’annunzio di un mistero celeste fossero confermati nella fede dai miracoli divini. Infatti bisognava che vedendolo di poi morire nel modo come lo aveva predetto, non dubitassero che doveva anche risuscitare ». (4° e 5° Orazione). L’Epistola, a sua volta mette in pieno valore la fede di Abramo e ci insegna come deve essere la nostra. « La fede senza le opere, scrive S. Giacomo, è morta. La fede si mostra con le opere. Vuoi sapere che la fede senza le opere è morta? Abramo, nostro padre, non fu giustificato dalle opere, quando offri il suo figlio Isacco su l’altare? Vedi come la fede cooperò alle sue opere e come per mezzo delle opere fu resa perfetta la fede. Così si compi la Scrittura che dice: Abramo credette a Dio e gli fu imputato a giustizia e fu chiamato amico di Dio. Voi vedete che l’uomo è giustificato dalle opere e non dalla fede solamente » (3° Notturno). L’uomo è salvato non per essere figlio di Abramo secondo la carne, ma per esserlo secondo una fede simile a quella di Abramo. « In Cristo Gesù, scrive S. Paolo, non ha valore l’essere circonciso (Giudei), o incirconciso (Gentili), ma vale la fede operante per mezzo dell’amore ». « Progredite nell’amore, dice ancora l’Apostolo, come Cristo ci ha amati e ha offerto se stesso per noi in oblazione a Dio e in ostia di odore soave » (Ad Gal. 5, 6). – In questa domenica e nei due giorni seguenti, ha luogo in moltissime chiese, una solenne adorazione del SS.mo Sacramento, in espiazione di tutte le colpe che si commettono in questi tre giorni. Questa preghiera di espiazione, conosciuta sotto il nome di « quarant’ore », fu istituita da S.Antonio Maria Zaccaria (5 luglio) nella Congregazione dei Barnabiti, e si generalizzò, venendo riferita particolarmente a questa circostanza, sotto il pontificato di Clemente XIII, il quale nel 1765, l’arricchì di numerose indulgenze.

Incipit 

In nómine Patris,  et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps XXX: 3-4

Esto mihi in Deum protectórem, et in locum refúgii, ut salvum me fácias: quóniam firmaméntum meum et refúgium meum es tu: et propter nomen tuum dux mihi eris, et enútries me.

[Sii mio protettore, o Dio, e mio luogo di rifugio per salvarmi: poiché tu sei la mia fortezza e il mio riparo: per il tuo nome guidami e assistimi.]

Ps XXX:2

In te, Dómine, sperávi, non confúndar in ætérnum: in justítia tua líbera me et éripe me. –

[In Te, o Signore, ho sperato, ch’io non resti confuso in eterno: nella tua giustizia líberami e sàlvami.]

Esto mihi in Deum protectórem, et in locum refúgii, ut salvum me fácias: quóniam firmaméntum meum et refúgium meum es tu: et propter nomen tuum dux mihi eris, et enútries me.

[Sii mio protettore, o Dio, e mio luogo di rifugio per salvarmi: poiché tu sei la mia fortezza e il mio riparo: per il tuo nome guídami e assistimi.]

Orémus.

Preces nostras, quaesumus, Dómine, cleménter exáudi: atque, a peccatórum vínculis absolútos, ab omni nos adversitáte custódi.

[O Signore, Te ne preghiamo, esaudisci clemente le nostre preghiere: e liberati dai ceppi del peccato, preservaci da ogni avversità.

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Corinthios.

1 Cor XIII: 1-13

“Fratres: Si linguis hóminum loquar et Angelórum, caritátem autem non hábeam, factus sum velut æs sonans aut cýmbalum tínniens. Et si habúero prophétiam, et nóverim mystéria ómnia et omnem sciéntiam: et si habúero omnem fidem, ita ut montes tránsferam, caritátem autem non habúero, nihil sum. Et si distribúero in cibos páuperum omnes facultátes meas, et si tradídero corpus meum, ita ut árdeam, caritátem autem non habuero, nihil mihi prodest. Cáritas patiens est, benígna est: cáritas non æmulátur, non agit pérperam, non inflátur, non est ambitiósa, non quærit quæ sua sunt, non irritátur, non cógitat malum, non gaudet super iniquitáte, congáudet autem veritáti: ómnia suffert, ómnia credit, ómnia sperat, ómnia sústinet. Cáritas numquam éxcidit: sive prophétiæ evacuabúntur, sive linguæ cessábunt, sive sciéntia destruétur. Ex parte enim cognóscimus, et ex parte prophetámus. Cum autem vénerit quod perféctum est, evacuábitur quod ex parte est. Cum essem párvulus, loquébar ut párvulus, sapiébam ut párvulus, cogitábam ut párvulus. Quando autem factus sum vir, evacuávi quæ erant párvuli. Vidémus nunc per spéculum in ænígmate: tunc autem fácie ad fáciem. Nunc cognósco ex parte: tunc autem cognóscam, sicut et cógnitus sum. Nunc autem manent fides, spes, cáritas, tria hæc: major autem horum est cáritas.”

[“Fratelli: Se parlassi le lingue degli uomini e degli Angeli, e non ho carità, sono come un bronzo sonante o un cembalo squillante. E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutto lo scibile, e se avessi tutta la fede così da trasportare i monti, e non ho la carità, non sono nulla. E se distribuissi tutte le mie sostanze in nutrimento ai poveri ed offrissi il mio corpo a esser arso, e non ho la carità, nulla mi  giova. La carità è paziente, è benigna. La carità non è invidiosa, non è avventata, non si gonfia, non è burbanzosa, non cerca il proprio interesse, non s’irrita, non pensa al male; non si compiace dell’ingiustizia, ma gode della verità: tutto crede, tutto spera, tutta sopporta. La carità non verrà mai meno. Saranno, invece, abolite le profezie, anche le lingue cesseranno, e la scienza pure avrà fine. Perché la nostra conoscenza è imperfetta, e imperfettamente profetiamo; quando, poi, sarà venuto ciò che è perfetto, finirà ciò che è imperfetto. Quand’ero bambino, parlavo da bambino, giudicavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma diventato uomo, ho smesso ciò che era da bambino. Adesso noi vediamo attraverso uno specchio, in modo oscuro; ma allora, a faccia a faccia. Ora conosco in parte; allora, invece, conoscerò così, come anch’io sono conosciuto. Adesso queste tre cose rimangono: la fede, la speranza, la carità; ma la più grande di esse è la carità”..]

Omelia I

ECCELLENZA DELLA CARITÀ

[A. Castellazzi: Alla Scuola degli Apostoli; Sc. Tip. Artigianelli, Pavia, 1929]

I diversi doni spirituali, di cui erano stati abbondantemente arricchiti i fedeli di Corinto, dovevano essere tenuti tutti nel medesimo pregio. Se alcuni avevano doni più appariscenti degli altri, li avevano avuti da Dio, che distribuisce le grazie come a lui piace. Questi doni poi, come le membra di un sol corpo, dovevano concorrere a vicenda nel promuovere il bene comune, della Chiesa. Nessuno, dunque, deve invidiare i doni degli altri. Del resto c’è un bene molto più desiderabile di tutti questi doni: la carità. Di questa l’Apostolo dimostra l’eccellenza nell’epistola di quest’oggi. Essa, infatti.

1. È necessaria più di tutti i doni,

2. È l’anima di tutte le virtù,

3. Dura nella vita eterna.

1.

Se parlassi le lingue degli. uomini e degli Angeli e non ho carità, sono come un bronzo sonante o un cembalo squillante.

I doni che qui enumera S. Paolo sono di grande importanza. Parlar lingue sconosciute; parlar come parlano tra loro gli Angeli in cielo; predire il futuro; intendere i misteri, spiegarli e persuaderli agli altri; avere il dono d’una fede, che all’occorrenza operi prodigi strepitosi, come il trasporto delle montagne; aver l’eroismo di distribuire tutte le proprie sostanze, di gettarsi nel fuoco o di sacrificare, comunque, la propria vita per salvare quella degli altri, non è certamente da tutti. Il possedere uno solo di questi doni, il compiere una sola di queste azioni, basterebbe a formare la grandezza di un uomo. S. Paolo, che doveva conoscer bene tutti questi doni, da quello di parlar lingue straniere a quello di voler sacrificarsi per il prossimo, afferma che. son superati da un altro bene: la carità. È tanto grande la carità, che senza di essa tutti gli altri doni mancano di pregio. È vero che questi doni non sono inutili per coloro, in cui il favore di Dio li concede; ma sono inutili, senza la carità, per il bene spirituale di chi li possiede. Sono come il danaro che uno distribuisce agli altri, non serbando nulla per sé. Arricchisce gli altri, ed egli si trova in miseria. Che giova a Balaam predire, sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, la grandezza d’Israele, quando egli si fa ispiratore di prevaricazioni abominevoli, perché sopra Israele cadano i tremendi castighi di Dio? (Num. XXIV, 2 ss.) Che giova a Giuda aver avuto il mandato di predicare il regno di Dio e di risanare gli infermi? Anche coi doni più eccellenti, anche con le azioni più eroiche non cessiamo di essere iniqui agli occhi di Dio, se ci manca la carità. Gesù Cristo ci fa sapere che molti nel giorno del giudizio diranno: «Signore, non abbiamo noi profetato nel nome tuo, e non abbiamo nel tuo nome cacciato i demoni, e nel nome tuo non abbiam fatto molti prodigi?» Ma Gesù dirà loro: «Non v’ho mai conosciuti: ritiratevi da me, operatori d’iniquità» (Matt. VII, 22-23). Come possono essere operatori d’iniquità, coloro che compiono tali prodigi nel nome di Dio? Intanto uno è iniquo, in quanto non possiede la carità. «Chi non possiede la carità è senza Dio» (S. Pier Grisol. Serm. 53). E lontani da Dio non si può esser che suoi nemici, meritevoli della sua maledizione. Anche senza doni straordinari, anche senza l’opportunità di compiere atti eroici, a tutto basta, a tutto supplisce la carità. «Io credo — dice S. Agostino — che questa sia quella margherita preziosa, della quale sta scritto nel Santo Vangelo che, un mercante, trovatola dopo una lunga ricerca, vendette tutte le cose che aveva per poterla comperare. Questa preziosa margherita è la carità, senza la quale nulla ti giova di quanto possiedi: questa sola, se l’hai, ti può bastare. (In Ep. Ioa. Tract. 5, n. 7).

2.

 La carità è paziente, è benigna. La carità non è invidiosa, non è avventata, ecc.  – L’Apostolo, dopo aver detto che la carità è più eccellente di qualsiasi dono, passa a mostrarne i caratteri. S. Gerolamo, riportata questa descrizione, conchiude : «La carità è la madre di tutte le virtù » (Ep. 82, 11 ad Theoph.). Per la carità noi amiamo Dio per se stesso e il prossimo per amor di Dio. Questo amore dev’essere necessariamente l’anima di tutte le nostre azioni, sia che riguardino Dio, sia che riguardino il prossimo. Così, la città spinse gli Apostoli alla conquista del mondo, e li rese forti e costanti a traverso tutte le difficoltà. La carità sostenne fino all’ultimo i martiri, rendendoli trionfatori dei più raffinati tormenti. La carità rese prudenti i confessori contro tutte le insidie, e li fece perseverare nella via retta dei comandamenti. La carità fa vivere sulla terra angeli in carne, e adorna questa misera valle di lagrime dei fiori d’ogni virtù. Essa stacca da questa terra il cuor dell’uomo e lo accende del desiderio di unirsi a Dio così da poter dire con l’Apostolo: «Bramo di sciogliermi dal corpo per essere con Cristo» (Filipp. 1, 23). Nelle relazioni col prossimo la carità ci fa esercitare la mansuetudine, la pazienza, la mortificazione dell’amor proprio, l’umiltà, il disinteresse. Essa ci spinge a toglier disordini, ad allontanare scandali, a sopprimere abusi, a evitar liti, a estinguere odi. Se tutti gli uomini nelle loro relazioni fossero guidati nella carità, non ci sarebbero più tribunali. La carità, insomma, indirizza, perfeziona, innalza, avvalora, santifica tutte le nostre azioni. Ecco perché i Santi cercavano di progredire sempre più nella carità, anteponendola, nella stima, a tutte le grande azioni. Un giorno si vollero fare congratulazioni al Beato Bellarmino per tutto quello che aveva fatto in servizio della Chiesa. Ma il Beato respinge prontamente la lode con queste belle parole: «Una piccola dramma di carità val più di quanto io possa aver fatto» (Raitz. von Frentz. Der ehrw. Kardinal Rob. Bellarm. Freiburg, 1923, p. 141).

3.

L’eccellenza della carità risalta ancor più dal fatto che durerà eternamente. La carità non verrà mai meno. In cielo non ci saranno più profezie, non ci sarà più il dono delle lingue, non essendovi alcuno che abbia bisogno di essere istruito. Ci sarà ancora, invece, la carità. Su questa terra abbiam bisogno della fede, della speranza e della carità, che sono come i tre organi essenziali della vita cristiana, e sono, quindi, indispensabili per la nostra santificazione. Ma la fede e la speranza cesseranno nell’altra vita, L’Angelo sveglia S. Pietro nell’oscurità del carcere, lo guida a traverso le tenebre e le guardie, e scompare. L’Angelo Raffaele fa da guida a Tobia nel viaggio a Rages, lo libera nei pericoli, lo sostiene nella sua opera, ma un giorno dice: « Ora è tempo che io torni a Colui che mi ha mandato » (Tob. XII, 20). – La fede ci fa da guida in questa vita, mostrandoci la via che conduce al cielo. La speranza ci preserva dallo scoraggiamento, e, mostrandoci i beni della patria celeste, accende la nostra carità, la quale, a traverso a qualunque ostacolo, ci fa pervenire alla meta sperata. Qui, il compito della fede e della speranza è finito. Quando vediamo ciò che la fede insegna, essa cessa di sussistere: quando possediamo ciò che si sperava cessa la speranza. Solamente la carità non si ferma alla soglia della seconda vita. Essa vi entra con noi, ed entra nel regno suo proprio. Alla fede sottentrerà la visione di Dio; alla speranza sottentrerà la beatitudine: ma nulla sottentrerà alla carità, la quale, anzi, vi avvamperà maggiormente. Se quaggiù, non conoscendo Dio che per la fede, lo amiamo; quanto più deve crescere il nostro amore quando lo vedremo svelatamente? Quando contempleremo la sua bellezza che supera la bellezza delle anime più giuste e più sante; che supera la bellezza di tutti gli spiriti celesti più eccelsi; che supera tutto ciò che di bello e di buono si può immaginare, la nostra carità non avrà più limiti. Tutti gli ostacoli che quaggiù si oppongono alla carità, lassù saranno tolti. Tutto, invece, servirà ad accenderla. Se Dio non ci ha dato doni straordinari; se non abbiamo un forte ingegno, un’istruzione profonda: se non possediamo beni di fortuna: se la salute non è di ferro; se il nostro aspetto non è gradevole: non siamo inferiori, davanti a Dio, a tutti quelli che posseggono questi doni, qualora abbiamo la carità. Anzi siamo a essi immensamente superiori, se tutti questi loro doni non sono accompagnati dalla carità. Noi dobbiam curare di essere accetti agli occhi di Dio. In fondo, è un niente tutto quel che non è Dio. « Dio è Carità » (1 Giov. IV, 8). In questa fornace ardente accendiamo i nostri cuori qui in terra, se vogliamo andare un giorno a inebriarci in Dio su nel Cielo.

 Graduale:

Ps LXXVI: 15; LXXVI: 16

Tu es Deus qui facis mirabília solus: notam fecísti in géntibus virtútem tuam.

[Tu sei Dio, il solo che operi meraviglie: hai fatto conoscere tra le genti la tua potenza.]

Liberásti in bráchio tuo pópulum tuum, fílios Israel et Joseph

[Liberasti con la tua forza il tuo popolo, i figli di Israele e di Giuseppe.]

Tratto:

Ps XCIX: 1-2

Jubiláte Deo, omnis terra: servíte Dómino in lætítia, V. Intráte in conspéctu ejus in exsultatióne: scitóte, quod Dóminus ipse est Deus. V. Ipse fecit nos, et non ipsi nos: nos autem pópulus ejus, et oves páscuæ ejus.

[Acclama a Dio, o terra tutta: servite il Signore in letizia. V. Entrate alla sua presenza con esultanza: sappiate che il Signore è Dio. V. Egli stesso ci ha fatti, e non noi stessi: noi siamo il suo popolo e il suo gregge.]

Evangelium

Luc XVIII: 31-43

“In illo témpore: Assúmpsit Jesus duódecim, et ait illis: Ecce, ascéndimus Jerosólymam, et consummabúntur ómnia, quæ scripta sunt per Prophétas de Fílio hominis. Tradátur enim Géntibus, et illudétur, et flagellábitur, et conspuétur: et postquam flagelláverint, occídent eum, et tértia die resúrget. Et ipsi nihil horum intellexérunt, et erat verbum istud abscónditum ab eis, et non intellegébant quæ dicebántur. Factum est autem, cum appropinquáret Jéricho, cæcus quidam sedébat secus viam, mendícans. Et cum audíret turbam prætereúntem, interrogábat, quid hoc esset. Dixérunt autem ei, quod Jesus Nazarénus transíret. Et clamávit, dicens: Jesu, fili David, miserére mei. Et qui præíbant, increpábant eum, ut tacéret. Ipse vero multo magis clamábat: Fili David, miserére mei. Stans autem Jesus, jussit illum addúci ad se. Et cum appropinquásset, interrogávit illum, dicens: Quid tibi vis fáciam? At ille dixit: Dómine, ut vídeam. Et Jesus dixit illi: Réspice, fides tua te salvum fecit. Et conféstim vidit, et sequebátur illum, magníficans Deum. Et omnis plebs ut vidit, dedit laudem Deo.” –

[In quel tempo prese seco Gesù i dodici Apostoli, e disse loro: Ecco che noi andiamo a Gerusalemme, e si adempirà tutto quello che è stato scritto da1 profeti intorno al Figliuolo dell’uomo. Imperocché sarà dato nelle mani de’ Gentili, e sarà schernito e flagellato, e gli sarà sputato in faccia, e dopo che l’avran flagellato, lo uccideranno, ed ei risorgerà il terzo giorno. Ed essi nulla compresero di tutto questo, e un tal parlare era oscuro per essi, e non intendevano quel che loro si diceva. Ed avvicinandosi Egli a Gerico, un cieco se ne stava presso della strada, accattando. E udendo la turba che passava, domandava quel che si fosse. E gli dissero che passava Gesù Nazareno. E sclamò, e disse: Gesù figliuolo di David, abbi pietà di me. E quelli che andavano innanzi lo sgridavano perché si chetasse. Ma egli sempre più esclamava: Figliuolo di David, abbi pietà di me. E Gesù soffermatosi, comandò che gliel menassero dinnanzi: E quando gli fu vicino lo interrogò, dicendo: “Che vuoi tu ch’Io ti faccia? E quegli disse: Signore, ch’io vegga. E Gesù dissegli: Vedi; la tua fede ti ha fatto salvo. E subito quegli vide, e gli andava dietro glorificando Dio. E tutto il popolo, veduto ciò, diede lode a Dio.]

Omelia II.

[Discorsi di san G. B. M. VIANNEY, curato d’Ars

Vol. I, Quarta Ed.; Torino – Roma, Marietti Edit. 1933 –

Nihil obstat Torino, 25 Nov. 1931 – Teol. Tommaso Castagno, Rev. Deleg.;

Imprimatur C. Franciscus Paleari, Prov. Gen.]

Sulla Penitenza

Pœnitemini igitur, et convertimini, ut deleantur peccata vestra.

(Pentitevi e convertitevi e saranno cancellati i vostri peccati)

(Act. III, 19).

Ecco, M. F.,  il solo spediente che S. Pietro annuncia ai Giudei colpevoli della morte di Gesù Cristo. Sì, loro dice questo grande Apostolo, il vostro delitto è orribile, perché avete rigettato la predicazione del Vangelo e gli esempi di Gesù Cristo, perché avete disprezzato i suoi benefizi e i suoi prodigi, e perché non contenti di tutto ciò, voi l’avete rinnegato e condannato alla morte più crudele e più infame. Dopo un tal delitto, quale spediente può restarvi, se non quello della conversione e della penitenza? A queste parole, tutti coloro che erano presenti ruppero in pianto ed esclamarono: « Ah! che faremo noi, grande Apostolo, per ottenere misericordia? » S. Pietro per consolarli disse loro: « Non gettatevi alla disperazione, il medesimo Gesù Cristo che voi avete crocifisso è risuscitato, e ciò che maggiormente importa è diventato il salvamento di tutti coloro che sperano in Lui; Egli è morto per la remissione di tutti i peccati del mondo. Fate penitenza e convertitevi, e i vostri peccati saranno cancellati. » Ecco lo stesso linguaggio che la Chiesa tiene a tutti i peccatori che sono commossi della gravezza dei loro peccati e che desiderano di ritornare sinceramente a Dio. Ah! M. F., quanti di noi sono assai più colpevoli dei Giudei, perché costoro hanno fatto morire Gesù Cristo per ignoranza! Quanti che hanno rinnegato e condannato Gesù Cristo alla morte col disprezzo della sua santa parola, con la profanazione che abbiamo fatto dei suoi misteri, con l’omissione dei nostri doveri, con l’abbandono dei Sacramenti e con una profonda dimenticanza di Dio e del salvamento della povera anima nostra! Ora, M. F., qual rimedio può restarci in questo abisso di corruzione e di peccato, in questo diluvio che contamina la terra e provoca la vendetta del cielo? Non altro che quello della penitenza e della conversione. Ditemi, non sono troppi gli anni passati nel peccato? Non basta l’essere vissuto per il mondo e per il demonio? Non è giunto il tempo per vivere per il buon Dio e per assicurarci una eternità felice? Che ciascuno di noi si rimetta la propria vita davanti agli occhi, e noi vedremo che tutti abbiamo bisogno di far penitenza. Ma per determinarvi a far ciò, io voglio dimostrarvi quanto le lagrime che noi spargiamo sopra i nostri peccati, il dolore che noi ne proviamo e le penitenze che ne facciamo, ci consolano e ci rassicurano all’ora della morte; in secondo luogo, noi vedremo che dopo di aver peccato, noi dobbiamo farne penitenza in questo mondo o nell’altro; in terzo luogo esamineremo in qual modo un Cristiano può mortificarsi per fare penitenza.

I . — Noi diciamo che nulla vi è che ci procuri consolazione in questa vita e ci rassicuri all’ora della morte quanto le lagrime che noi spargiamo sopra i nostri peccati, quanto il dolore che ne proviamo e la penitenza che ne facciamo; ciò che è facile da comprendere, perché è con ciò che noi abbiamo la sorte di espiare i nostri peccati, con altre parole, di soddisfare alla giustizia di Dio. Sì, M. F., è con ciò che noi meriteremo nuove grazie per avere la sorte di perseverare. S. Agostino scrive, che assolutamente è necessario che il peccato sia punito o da colui che lo ha commesso o da colui contro il quale è stato commesso. Se voi non volete che il buon Dio vi punisca, punitevi voi medesimi. Noi vediamo che Gesù Cristo medesimo, per dimostrarci quanto la penitenza ci è necessaria dopo il peccato, Egli medesimo si mette nel ceto dei peccatori (S. Marc. II, 16). Egli ci dice che, senza il Battesimo, nessuno entrerà nel regno dei cieli (S. Giov. III, 5); e, in altro luogo, che se non facciamo penitenza, noi tutti periremo (S. Luc. XIII, 3, 5). Ciò è facilissimo da comprendere. Dopo che l’uomo ha peccato, tutti i suoi sensi si sono ribellati contro la ragione; e quindi, se noi vogliamo che la carne sia sottomessa allo spirito ed alla ragione, è necessario mortificarla; se noi vogliamo che il nostro corpo non muova guerra all’anima nostra, è necessario mortificarlo con tutti i suoi sensi; se noi vogliamo andare a Dio, è necessario mortificare l’anima nostra con tutte le sue potenze. E se voi bramate di essere convinti della necessità della penitenza, non avete che da aprire la santa Scrittura, e voi vedrete che tutti coloro che hanno peccato ed hanno voluto ritornare al buon Dio, hanno versato lagrime, si sono pentiti dei loro peccati ed hanno fatto penitenza. – Vedete Adamo: dacché ebbe peccato egli si consacrò alla penitenza onde poter placare la giustizia di Dio. La sua penitenza durò più di novecento anni (Gen. III, 17; V, 5); ed una penitenza che fa fremere, tanto sembra superiore alle forze della natura. Vedete Davide dopo il suo peccato: egli faceva risuonare il suo palazzo delle sue grida e dei suoi singhiozzi; e spinse i suoi digiuni ad un tale eccesso, che i suoi piedi non potevano più sostenerlo (Genua mea infirmata sunt a jejunio. Ps. CXVIII, 24). Quando si voleva consolarlo dicendogli che, poiché il Signore l’aveva assicurato che il suo peccato gli era perdonato, egli doveva moderare il suo dolore, egli esclamava: Ah! infelice, che cosa ho fatto? Io ho perduto il mio Dio, ho venduto l’anima mia al demonio; ah! no, no, il mio dolore durerà quanto la mia vita, discenderà con me nella tomba. Le sue lagrime piovvero dagli occhi suoi in tanta copia che era temprato il suo pane e ne era bagnato il suo letto (Ps. CI, 10; VI, 7). – Perché sentiamo tanta ripugnanza per la penitenza, e che proviamo sì poco dolore dei nostri peccati? Ah! perché non conosciamo né gli oltraggi che il peccato reca a Gesù Cristo, né i mali che ci prepara per la eternità. Noi siamo appieno convinti che dopo il peccato è necessario fare penitenza. Ma ecco quello che facciamo: noi rimandiamo tutto ciò ad un tempo lontano, quasi noi fossimo padroni del tempo e delle grazie del buon Dio. Ah! M. F., chi di noi non tremerà, poiché non abbiamo un momento di sicuro? Ah! chi di noi non fremerà, pensando che vi ha una misura di grazie, oltre la quale il buon Dio altre non ne concede? Chi non fremerà pensando che vi ha una misura di misericordia dopo di che tutto è finito? Ah! chi di noi non fremerà, pensando che occorre un certo numero di peccati, dopo il quale il buon Dio abbandona il peccatore in balia di se medesimo? Ah! M. F., quando la misura è colma, è necessario che trabocchi. Sì, dopo che il peccatore ha ripiena la misura, è necessario che sia punito e che cada nell’inferno non ostante le sue lagrime e il suo dolore… Vi avvisate voi, che dopo di essere vissuti un numero d’anni nel peccato non ostante tutti i rimorsi che la vostra coscienza ha eccitati per muovervi a ritornare a Dio; avvisate voi, che dopo di essere vissuti da empi e da libertini, disprezzando tutto ciò che la Religione ha di più santo e di più sacro, vomitando contro di essa tutto ciò che la corruzione del vostro cuore ha potuto produrre; avvisate voi, che quando vorrete dire: Mio Dio, perdonatemi, voi avrete fatto ogni cosa, che voi non avrete più che da entrare in cielo? No, no, non siamo così temerari, né così ciechi per sperar ciò. Ah! M. F., è precisamente in questo momento che si compie questa terribile sentenza di Gesù Cristo il quale ci dice: « Voi mi avete disprezzato nel corso della vostra vita, voi vi siete riso delle mie leggi, ma ora che voi avete ricorso a me, che mi cercate, Io vi volgerò le spalle per non vedere le vostre sciagure (Ger. XVIII, 17); Io mi chiuderò le orecchie per non udire le vostre grida; io fuggirò lontano da voi per non lasciarmi commuovere dalle vostre lagrime. » Ah! per essere convinti di tutto ciò, non abbiamo che da aprire la santa Scrittura e la storia dove sono consegnatele azioni di questi famosi empi; noi vedremo che tutti questi castighi sono più terribili che non potete pensare. – Ascoltate l’empio Antioco tra gli altri famoso. Vedendosi colpito in modo visibile dalla mano dell’Onnipotente, si umilia, piange, dicendo: « È giusto, o Signore, che la creatura riconosca il suo Creatore » (II Macc. IX, 12)  Egli promette a Dio di far penitenza, di riparare tutti i mali che ha fatti nel corso della sua vita, tutti i mali che ha cagionati a Gerusalemme, e che elargirà dei grandi beni per conservare il culto del Signore, che si farà giudeo; finalmente che tutta la sua vita non sarà che una vita rispettosa della legge di Dio. Se voi l’aveste udito, voi avreste detto con gioia: Ecco un peccatore che è un santo penitente. Tuttavolta noi udiamo lo Spirito Santo dirci: « Questo empio domanda un perdono che non gli sarà concesso; egli piange, ma piangendo discende nell’inferno. » Ma perché essere più particolari per trovare degli esempi spaventevoli della giustizia di Dio verso il peccatore che ha disprezzato la grazia di Dio? Vedete lo spettacolo che ci hanno presentato gli empi, quegli increduli e quei libertini dell’ultimo secolo: vedete la loro vita empia, incredula e libertina. Non sono sempre vissuti da empi, con la speranza che il buon Dio loro perdonerebbe quando piacesse loro di domandar perdono? Vedete Voltaire. Tutte le volte che cadeva ammalato, non diceva: Misericordia? Non domandava perdono a quel medesimo Dio che insultava quando godeva buona salute, contro il quale non cessava di vomitare tutto ciò che la corruzione del suo cuore poteva produrre? D’Alembert, Diderot e Rousseau, come tutti i suoi compagni di libertinaggio, credevano che quando sarebbe di lor gusto domandare perdono a Dio, sarebbero perdonati; ma noi possiamo dir loro quello che lo Spirito Santo disse ad Antioco: « Questi empi domandano un perdono che non sarà loro concesso. » E perché questi empi non hanno ottenuto il perdono nonostante le loro lagrime? Perché il loro dolore proveniva non dal rammarico dei loro peccati, né dall’amore di Dio, ma solamente dal timore del castigo. Ah! per quanto terribili e spaventose siano queste minacce, esse non fanno aprire gli occhi a coloro che battono la stessa via. Ah! M. F., che colui che, essendo peccatore ed empio nutra la speranza che un giorno egli cesserà di esserlo, quanto è infelice e cieco! Ah! quanti il demonio ne conduce all’inferno in questo modo! la giustizia di Dio li colpisce nel momento che essi punto non vi pensano. Vedete Saulo, egli non sapeva che ridendosi degli ordini che gli dava il profeta, egli metteva il suggello alla sua riprovazione e ad essere abbandonato da Dio (I Reg. XV, 23). Vedete Amano, se egli pensava che preparando il patibolo a Mardocheo, egli medesimo vi sarebbe appeso per perdervi la vita (Esth.VII, 9). Vedete il re Baldassare, se egli pensava che il delitto che commetteva bevendo nei vasi sacri che il padre suo aveva involati a Gerusalemme, era l’ultimo delitto che Dio doveva lasciargli commettere (Dan. V, 23). Vedete ancora i due infami vecchiardi, se essi menomamente dubitavano che tentando la casta Susanna sarebbero lapidati e cadrebbero nell’inferno! (Dan. XIII, 61). No, certamente. Tuttavia questi empi e questi libertini benché nulla sappiano di tutto questo, essi non lasciano di arrivare al punto nel quale i loro delitti essendo giunti al colmo devono essere necessariamente puniti. Ora, che cosa pensate voi di tutto ciò, voi segnatamente che forse avete concepito il disegno spaventevole di rimanere nel peccato ancora alcuni anni, forse fino alla morte? Tuttavolta, sono questi esempi terribili che hanno mossi tanti peccatori ad abbandonare il peccato, per far penitenza, che hanno popolato i deserti di solitari, riempito i chiostri di santi religiosi e che hanno fatto salire tanti martiri sui patiboli, con gioia più grande che non i re sui loro troni, per il timore di provare gli stessi castighi. Se voi ne dubitate, ascoltatemi un istante, e se voi non siete indurati a questo punto nel quale il buon Dio abbandona il peccatore in balia di se stesso, voi sentirete i vostri rimorsi di coscienza risvegliarsi e straziarvi l’anima. S. Griov. Climaco ci racconta (La Scala Santa, quinto grado) che si recò un giorno in un monastero; i religiosi che lo abitavano avevano talmente la grandezza della giustizia divina impressa nel loro cuore, essi avevano un timore tale di essere arrivati a quello stato nel quale i nostri peccati hanno stancato la misericordia di Dio, che la loro vita sarebbe stata per voi uno spettacolo capace di farvi morire di spavento; essi conducevano una vita così umile, così mortificata e così crocifissa; essi sentivano talmente il peso delle loro colpe; le loro lagrime erano così copiose e le loro grida così strazianti, che quando si avesse avuto il cuore più duro delle pietre, non si sarebbe potuto trattenere di versar lagrime. Quando ebbi aperta la porta del monastero – così il medesimo Santo – io vidi delle azioni veramente eroiche; io udii delle grida capaci di fare violenza al cielo; vi erano dei penitenti che si condannavano di restare tutta la notte sulla punta dei loro piedi; e quando il loro povero corpo cadeva per debolezza, essi si rimproveravano la loro viltà: « Infelice, dicevano a se stessi, se hai così poco coraggio per soddisfare alla giustizia di Dio, in qual modo potrai soffrire le fiamme vendicatrici dell’altra vita? » Altri, avendo sempre gli occhi e le mani innalzate al cielo, mandavano grida capaci di farvi rompere in pianto, siffattamente erano penetrati della gravezza dei loro peccati; altri si facevano legare le mani al dorso come colpevoli; essi si consideravano come indegni di guardare il cielo e si gettavano col volto contro terra: « Ah! mio Dio, esclamavano, ricevete, se così a voi piace, le nostre lagrime, i dolori nostri. » Ve ne erano che erano siffattamente coperti di ulceri, il loro povero corpo era così consunto ed esalava un odore così ributtante che era impossibile rimanere vicino a loro senza morire. Ve ne erano che non bevevano dell’acqua che per non morire; essi avevano sempre l’immagine della morte davanti agli occhi, e si dicevano gli uni gli altri: « Ah! che cosa diventeremo noi? Credete voi che noi progrediamo qualche poco nella virtù? Corriamo, miei amici, nella via della penitenza, uccidiamo questi sciagurati corpi come essi hanno ucciso le nostre povere anime. » Ma quello che era più spaventoso, è, quando uno di essi era vicino ad uscire da questo mondo; tutti i religiosi erano vicini al morente con un volto abbattuto, cogli occhi bagnati di lagrime, si volgevano a lui, dicendogli: « Che pensate di voi stesso ora che siete sul punto di morire? Sperate, credete che le lagrime vostre, il dolor vostro e le vostre penitenze vi abbiano meritato il perdono? Non temete di udire queste terribili parole cadere dalla bocca di Gesù Cristo medesimo: « Ritiratevi da me, maledetto, andate al fuoco eterno? »Ah! rispondevano questi poveri morenti, chi sa se le nostre lagrime hanno placato la giusta collera di Dio? Chi sa se i nostri peccati sono scomparsi dagli occhi di Dio? Che possiamo fare? Abbandonarci alla giustizia di Dio. Essi pregavano il loro superiore di non dar loro sepoltura, ma di gettarli nel mondezzaio, per servire di cibo alle bestie selvagge. – S. Giov. Climaco ci dice che questo spettacolo lo aveva siffattamente spaventato che non poté restare che un mese nel monastero; egli non poteva più vivere. « Quando fui di ritorno – così egli – il mio superiore vide che io ero così cangiato che appena poteva riconoscermi. Or bene! mio fratello, voi avete veduto le fatiche ed i combattimenti dei nostri generosi soldati. Io non potei rispondergli che con le lagrime, tanto questo genere di vita mi aveva spaventato e aveva reso il mio corpo debole e macilento. » – Ora, M. F., ecco Cristiani come noi e meno peccatori di noi; ecco penitenti che non aspettavano che il medesimo cielo di noi, che non avevano che un’anima da salvare come noi. Perché dunque tante lagrime, tanti dolori e tante penitenze? Perché sentivano la gravezza del peso dei loro peccati, e come l’oltraggio che il peccato reca a Dio sia orribile; ecco quello che hanno fatto coloro che hanno compreso la grandezza della sventura di perdere il cielo. O mio Dio! essere insensibili a tante e tante sciagure, non è la più grande di tutte le disgrazie? O mio Dio! Cristiani che mi ascoltano e che hanno la coscienza carica di peccati e che non hanno altra sorte da aspettare che quella dei riprovati! Mio Dio! Possono essi vivere tranquilli? Ah! quanto è sventurato colui che ha smarrita la fede!

II. — Noi diciamo che necessariamente dopo il peccato bisogna far penitenza in questo mondo o nell’altro. Se la Chiesa ha stabilito i giorni di digiuno e di astinenza, è per richiamarci alla mente che essendo peccatori, noi dobbiamo fare penitenza, se vogliamo che il buon Dio ci perdoni; e molto più noi possiamo dire che il digiuno, la penitenza, hanno cominciato col mondo. Vedete Adamo; vediamo Mosè che digiunò quaranta giorni. Noi vediamo pure Gesù Cristo il quale era la stessa santità, restare quaranta giorni in un deserto senza bere né mangiare, per addimostrarci che la nostra vita deve essere una vita di lagrime, di penitenza e di mortificazione. Ah! M. F., dacché un Cristiano abbandona le lagrime, il dolore dei suoi peccati e la mortificazione, è cosa fatta per la religione. Sì, per conservare in noi la fede, è necessario che noi siamo sempre occupati a combattere le nostre tendenze ed a gemere sopra le nostre miserie. – Ecco un esempio che assoda come dobbiamo stare sull’avviso per non concedere alle nostre inclinazioni tutto quello che domandano. Noi leggiamo nella storia che eravi uno sposo unito in matrimonio con una moglie molto virtuosa ed un figlio che camminava sopra le sue tracce. Essi facevano consistere tutta la loro felicità nella preghiera e nella frequenza dei Sacramenti. I santi giorni di domenica, dopo gli uffici, non avevano altra occupazione ed altro piacere che di fare del bene; essi si recavano a visitare gli ammalati e fornivano loro tutti i soccorsi che era nel loro potere. Essendo in casa, passavano il loro tempo a fare delle letture di pietà capaci di animarli nel servizio di Dio. Essi in tal modo nutrivano la loro anima nella grazia di Dio, ciò che formava tutta la loro felicità. Ma come il padre era un empio e un libertino, non cessava di biasimarli e di ridersi di loro, dicendo che il loro genere di vita gli recava grande dispiacere e che un tal modo di vivere non poteva convenire che a persone ignoranti; egli procurava di mettere sotto i loro occhi i libri i più infami e meglio capaci di allontanarli dalla strada della virtù che essi battevano. La povera madre piangeva udendo questo linguaggio e il figlio dalla parte sua ne gemeva. Ma, a forza di vedersi perseguitati, trovando continuamente questi libri davanti a sé, sventuratamente, vollero vedere quello che contenevano; e, ah! senza avvedersene, presero gusto per queste letture che traboccavano di lordure contro la Religione e i buoni costumi. Ah! i loro poveri cuori, altra volta affezionati al buon Dio, si volsero ben presto al male; il loro modo di vivere cangiò interamente; cominciarono ad abbandonare tutte le loro pratiche; non fu più questione né di digiuno, né di penitenza, né di confessione, né di Comunione, di guisa che essi abbandonarono affatto i doveri di Cristiani. Il marito che si avvide, fu contento di vederli voltarsi da questa parte. Come la madre era ancora giovane, tutta la sua occupazione fu di adornarsi, di frequentare i balli e le commedie e prender parte ai piaceri che poteva trovare. Il figlio, dalla parte sua, seguiva le tracce della madre; diventò quindi un grande libertino che scandalizzò il paese che prima aveva edificato. Si abbandonò interamente ai piaceri ed allo stravizzo, di guisa che la madre e il figlio facevano spese enormi e le loro sostanze furono ben presto assottigliate. Il padre, vedendosi indebitato, volle sapere se i suoi beni potrebbero bastare a lasciar loro continuare questo genere di vita di cui egli medesimo era l’autore; ma fu ben sorpreso quando vide che i suoi beni non potevano nemmeno far fronte ai suoi debiti. Allora una specie di disperazione si impadronì di lui; un bel mattino si alza, a mente fredda, ed anzi con riflessione, carica tre pistole, entra nella camera della moglie, e le brucia le cervella; passa nella camera del figlio, gli scarica contro il secondo colpo, l’ultimo fu riserbato per sé. Ah! padre sventurato, avesti almeno lasciato questa povera moglie e questo povero figlio nella preghiera, nelle lagrime e nella penitenza, sarebbero esistiti per il cielo, mentre li hai gettati nell’inferno cadendovi tu stesso. Ora, M. F., quale fu la causa di questa grande sciagura, se non perché avevano cessato di praticare la nostra santa Religione? Ah! M. F., qual castigo può essere paragonato a quello di un’anima, alla quale il buon Dio toglie la fede in punizione dei suoi peccati? Sì, M. F., se noi vogliamo salvare le anime nostre, la penitenza ci è necessaria per perseverare nella grazia di Dio come il respiro per vivere, per conservare la vita del corpo. Sì, siamo ben persuasi che, se noi vogliamo che la nostra carne sia sottomessa al nostro spirito ed alla ragione, è necessario assolutamente mortificarla con tutti i suoi sensi: se noi vogliamo che l’anima nostra sia sottomessa a Dio, è necessario mortificarla con tutte le sue potenze. – Noi leggiamo nella S. Scrittura che quando il Signore comandò a Gedeone di combattere contro i Madianiti, gli ordinò di comandare a tutti i suoi soldati timidi e paurosi di ritirarsi. Parecchie migliaia si ritirarono. Ne rimanevano ancora dieci mila. Il Signore disse a Gedeone: « Tu hai ancora troppi soldati; fa una piccola rivista, ed osserva tutti coloro che bevono attingendo l’acqua nel cavo della mano, ma senza fermarsi; sono questi che tu condurrai al combattimento. » Di diecimila non ne rimasero che trecento (Giud. VII, 6). Lo Spirito Santo presenta questo esempio per farci vedere come esiguo è il numero delle persone che praticano la mortificazione e che saranno salve. E vero, M. F., che la mortificazione non consiste tutta nella privazione del bere e del mangiare, benché sia necessario di non conceder tutto ciò che il nostro corpo domanda, dicendoci S. Paolo: « Io tratto duramente il mio corpo per tema che dopo di aver predicato agli altri, io non sia riprovato. »  – Ma è parimente certo, che una persona che ama i suoi piaceri, che cerca i suoi comodi, che fugge l’occasione di patire, che si inquieta, che mormora e che s’impazienta per la menoma cosa che non riesce secondo i desideri suoi e la sua volontà, non ha che il nome di cristiana; essa non è atta che a disonorare la sua Religione, perché Gesù Cristo ci dice: « Che colui che vuol essere mio discepolo prenda la sua croce e mi segua; che rinunci a se stesso; che prenda la sua croce tutti i giorni della sua vita e mi segua. » (S. Luc. IX, 23). Non occorre dire, M. F., che una persona sensuale non avrà mai quelle virtù che ci rendono accettevoli a Dio e ci assicurano il cielo. Se noi vogliamo avere la più bella di tutte le virtù, che è la castità, sappiamo che è una rosa che non si coglie che fra le spine; e quindi che non si incontrerà, come tutte le altre virtù, che in una persona mortificata. Noi leggiamo nella santa Scrittura (Dan. IX, 3, 22) che l’Angelo Gabriele, essendo apparso al profeta Daniele, gli disse: « Il Signore ha ascoltata la tua preghiera, perché è stata fatta nel digiuno e nella cenere: »; la cenere indica l’umiltà. Noi leggiamo nella storia che due missionari gesuiti (Questi due missionari sono S. Francesco Borgia ed il Padre Bustamante.), essendo a dormire insieme, ve ne ebbe uno che, essendo colto da infreddatura, sputò tutta la notte sopra il suo compagno senza saperlo. Il mattino, vedendo l’altro che si lavava, ne fu sommamente addolorato, e gli domandò perdono. L’altro gli disse: « Mio amico, voi non potevate sputare in un luogo più vile che sputando sopra di me. » Ecco, M. F., un esempio che dimostra fino a qual grado questo buon Padre spingeva la mortificazione.

III. — Ma, mi direte voi, quante sorta di mortificazioni vi sono? — Ecco, ve ne sono due: l’una è interna, l’ultra è esterna, ma vanno sempre associate. Per la mortificazione esterna, essa consiste nel mortificare il nostro corpo in tutti i suoi sensi:

1° Noi dobbiamo mortificare i nostri occhi; non guardar nulla per curiosità, né diversi oggetti che potrebbero risvegliare in noi cattivi pensieri; né leggere libri che non siano capaci che farci praticare la virtù, e che all’opposto possano allontanarci ed estinguere il resto di fede che abbiamo.

2° Noi dobbiamo mortificare le nostre orecchie; non ascoltare con piacere tutte quelle canzoni, quei discorsi che possono adularci e che a nulla approdano: è sempre un tempo mal speso e rapito alle cure che dobbiamo consacrare alla nostra anima; mai prender piacere ad ascoltare le maldicenze e le calunnie. Sì, M. F., noi dobbiamo mortificarci in tutto questo e non essere nel numero di quelle persone curiose le quali vogliono saper tutto quello che si è detto, quello che si è fatto.

3° Noi diciamo che dobbiamo mortificarci nel nostro odorato: mai provar piacere nel sentire ciò che può soddisfare il nostro gusto. – Noi leggiamo nella vita di S. Francesco Borgia che egli non ha mai sentito i fiori, ma che all’opposto si metteva spesso in bocca delle pillole e le masticava (Catapotia dentibus eadem de caussa mandere solitus: « Egli aveva il costume di masticare delle pillole con i denti, per mortificarsi. » Vita di S. Franc. Borgia, cap. xv, Act. SS. t. V oct.., 286) onde punire se medesimo del piacere che poteva aver provato sentendo qualche buon odore o mangiando cibi delicati.

4° In quarto luogo, dico che noi dobbiamo mortificare la nostra bocca; non devesi mangiare per golosità, né più del necessario; non bisogna concedere al corpo nulla che possa eccitare le passioni, non mangiare fuori di pasto senza una necessità. Un buon Cristiano non prende mai il suo cibo senza mortificarsi in qualche cosa.

5° Un buon Cristiano deve mortificare la sua lingua non parlando che in quanto sia necessario per adempiere il proprio dovere e per la gloria di Dio e il bene del prossimo. Vedete Gesù Cristo: per dimostrarci quanto il silenzio sia una virtù che gli è aggradevole e per muoverci ad imitarlo, Egli ha conservato il silenzio per il volgere di trent’anni. Vedete la Ss. Vergine: il Vangelo ci fa vedere che non ha parlato che quattro volte solamente, quando la gloria di Dio e il salvamento del prossimo lo domandavano. Ella parlò quando l’Angelo le annunziò che sarebbe Madre di Dio (S. Luc. I, 34-38) parlò quando si recò a visitare la sua cugina Elisabetta, per metterla a parte della sua felicità (ibid.., 46); parlò al suo Figlio, quando lo ritrovò nel tempio (ibid. II, 48); parlò quando intervenne alle nozze di Cana, rappresentando al suoi Figlio il bisogno di quella gente (S. Giov. II, 3). Noi vediamo pure che, in tutte le comunità religiose, un gran punto delle loro regole è il silenzio; per la qual cosa S. Agostino scrive che colui che non pecca colla lingua è perfetto. (Questa parola è altresì dell’apostolo S. Giacomo: Si quis in verbo non offendit, hic perfectus est vir. S. Giac. III, 2). Noi dobbiamo segnatamente mortificare la nostra lingua quando il demonio ci inspira di dire cattive ragioni, di cantare cattive canzoni, di lasciarci cadere di bocca delle maldicenze e delle calunnie contro il prossimo, di non pronunciare giuramenti e parole triviali.

6° Io dico che dobbiamo mortificare il nostro corpo non concedendogli tutto il riposo che esige, è una virtù di tutti i santi.

Mortificazione interna. In secondo luogo, abbiamo detto che dobbiamo praticare la mortificazione interna. E dapprima, mortifichiamo la nostra immaginazione. Non bisogna lasciarla vagare qua e là, né lasciare che si riempia di cose inutili, segnatamente non lasciarla aggirarsi sopra cose che possano condurre al male, come pensare a certe persone che hanno commesso qualche turpe peccato contro la santa virtù della purità, come pure pensare ai giovani che si maritano; tutto ciò non è che un’insidia che il demonio ci tende per trascinarci al male. Quanti di questi pensieri si presentano è necessario discacciarli. Neppure bisogna lasciarci occupare l’immaginazione, che cosa diventerei, che cosa farei, se fossi… se avessi questo, se mi si concedesse quello, se potessi guadagnare quest’altro. Tutte queste cose a nulla giovano se non a farci gettare via un tempo nel quale potremmo pensare a Dio ed al salvamento dell’anima nostra. È necessario, all’opposto, occupare la nostra immaginazione nel pensare ai nostri peccati per gemerne e per correggerci; spesso pensare all’inferno, per studiare di evitarlo; spesso pensare al cielo, per vivere in modo da meritarlo; spesso pensare alla morte e alla passione di nostro Signore Gesù Cristo, per aiutarci a sopportare i mali della vita in ispirito di penitenza. – Noi dobbiamo di giunta mortificare il nostro spirito: mai voler esaminare se la nostra Religione non è buona, né voler cercare di comprendere i misteri, ma solamente ragionare nel modo più sicuro col quale condurci per piacere a Dio e salvare l’anima nostra. Poscia noi dobbiamo mortificare la nostra volontà, cedendo sempre alla volontà degli altri quando la nostra coscienza non corra pericolo. E farlo senza mostrare che ciò reca pena; all’opposto essere contenti di trovare un’occasione di mortificarci per potere espiare i peccati della nostra volontà. Eccole, M. F., in generale, le piccole mortificazioni che possiamo praticare ad ogni istante, come pure di sopportare i difetti e le sconvenienze di coloro coi quali viviamo. Egli è certo che le persone che non cercano che di accontentarsi nel bere e nel mangiare e nei piaceri che il loro corpo e il loro spirito possono desiderare non piaceranno a Dio, perché la nostra vita deve essere una imitazione di Gesù Cristo. Io vi domando quale rassomiglianza si potrà trovare tra la vita di un ubbriacone e quella di Gesù Cristo, il quale ha passato la sua vita nel digiuno e nelle lagrime; tra quella d’un impudico e la purità di Gesù Cristo; tra un vendicativo e la carità di Gesù Cristo e via dicendo. Ah! che sarà di noi quando Gesù Cristo confronterà la nostra vita con la sua? Facciamo almeno qualche cosa che possa essere capace di piacergli. Abbiamo detto, cominciando, che la penitenza, le lacrime ed il dolore de’ nostri peccati ci consolano grandemente al punto della morte, e di ciò non è a dubitare. Qual felicità per un Cristiano, in quell’estremo momento, in cui egli si esamina per bene  a coscienza, di ricordarsi d’aver non solo osservato i comandamenti di Dio e della Chiesa, ma d’aver trascorsa la sua vita nelle lacrime e nella penitenza, nel dolore de’ suoi peccati e in una continua mortificazione di tutto quanto poteva contentare i suoi gusti. Se noi abbiamo qualche timore, non potremmo dire, come S. Ilarione: « Di che temi, anima mia? sono molti anni che lavori a fare la volontà di Dio e non la tua! abbi fiducia, il Signore avrà pietà di te! » (Vita dei  Padri del deserto, t. V, pag. 208) Per meglio farvelo comprendere vi citerò un bell’esempio: Narra S. Giovanni Climaco (La scala santa), ch’eravi un giovane il quale aveva concepito un gran desiderio di passare la sua vita nella penitenza e di prepararsi in tal modo alla morte; egli non pose alcun limite alle sue penitenze. Allorché la morte giunse, fece chiamare il suo superiore, e gli disse: « Ah! padre mio, qual felicità per me! Oh! quanto sono lieto d’aver vissuto nelle lacrime, nel dolore dei miei peccati e nella penitenza! Il buon Dio, che è sì buono, mi ha promesso il cielo. Addio, padre, io vado a riunirmi al mio Dio del quale ho procurato d’imitare la vita per quanto mi fu possibile: addio, padre mio, io vi ringrazio d’avermi incoraggiato a camminare per questa fortunata strada. » Qual contento per noi, M. F., in quell’istante d’aver vissuto per il buon Dio; d’aver fuggito e temuto il peccato, di esserci privati non solo dei cattivi e vietati piaceri, ma altresì dei piaceri leciti ed innocenti; d’aver frequentato sovente e degnamente i Sacramenti dove abbiamo trovato tante grazie e virtù per combattere il demonio, il mondo e le nostre inclinazioni. Ma ditemi, M. F., che si può sperare in quello spaventoso momento in cui il peccatore vede davanti ai suoi occhi una vita che non fu che una sequela di delitti? Che si può sperare per un peccatore che ha vissuto come se non avesse avuto un’anima da salvare e che credeva che quando fosse morto tutto sarebbe finito; che non ha quasi mai frequentato i Sacramenti, e che, ogni volta che li ha frequentati, non ha fatto che profanarli con cattive disposizioni; un peccatore che, non contento di aver deriso e disprezzato la sua Religione e coloro che avevano il bene di praticarla, fece ogni sforzo per indurre gli altri a battere la sua via d’infamia e di libertinaggio? Ah! qual fremito di disperazione per questo povero disgraziato di riconoscere allora ch’egli non è vissuto che per far soffrire Gesù Cristo, perdere l’anima sua e piombare nell’inferno! Dio mio, quale sventura! tanto più che egli sapeva benissimo che poteva ottenere il perdono de’ propri peccati purché lo avesse voluto. Dio mio, che disperazione per tutta l’eternità! Ecco un ammirabile esempio che ci fa vedere che, se noi siamo dannati, si è perché non abbiamo voluto salvarci. Narrasi nella Storia  (Vita dei Padri, t. I , cap. xv, S. Pafnuzio.) che S. Taide era stata nella sua giovinezza una delle più famose cortigiane che avesse sopportato la terra: nullameno essa era cristiana. Sprofondossi in tutto ciò che il suo cuore, che altro non era che un braciere di fuoco impuro, potesse desiderare; profanò nella crapula tutto ciò che il cielo l’aveva favorita di spirito e di bellezza; la stessa sua madre fu lo strumento di cui l’inferno si servì per gettarla con spaventevole furore in ogni sorta di laidezze, di modo che la sua povera giovinezza trascorse nelle sregolatezze più infami e disonorevoli per una donna. Gli uni si rovinarono per farle dei regali, molti si pugnalarono per non averla potuto possedere. Insomma le sregolatezze di questa commediante formavano lo scandalo di tutta la provincia e motivo di lamento per tutti i buoni. Potete immaginarvi il male che essa faceva, le anime che perdeva, gli oltraggi che infliggeva a Gesù Cristo per le anime che induceva al peccato. Nella sua infanzia era stata bene istruita, ma i suoi disordini e la violenza delle sue passioni avevano estinto in essa tutte le verità della Religione. Nonostante ciò, il buon Dio volle manifestare la grandezza delle sue misericordie, ben sapendo che la sua conversione ne produrrebbe altre; e, gettando su di essa uno sguardo di compassione, andolla a cercare Lui stesso in mezzo alle lordure più infami. Per compiere questo gran miracolo della sua grazia si servì d’un santo solitario al quale fece conoscere questa famosa peccatrice con tutti i suoi disordini. Il Signore gli comandò di andare a trovare questa cortigiana. Questo solitario era S. Pafnuzio. Egli assunse l’abito di cavaliere, si fornì di denaro, e partì alla volta della città ove essa abitava. Siccome egli era guidato da Dio stesso, giunse direttamente ove ella stava, e chiese di parlarle. Taide che nulla sapeva di tutto ciò, lo condusse in una camera remota e magnificamente arredata. Allora il santo le domandò se essa non ne aveva altra più remota ove potesse sottrarsi agli occhi di Dio medesimo. « Eh! state sicuro, gli disse la cortigiana, che nessuno verrà: ma se voi temete la presenza di Dio, non è ch’Egli è da per tutto? »  Il santo fu grandemente meravigliato a sentirla parlare del buon Dio: « Come! le disse, conoscete voi il buon Dio? » — « Sì, rispose ella; ed oltre a ciò, io so che vi è un paradiso per coloro che lo servono fedelmente, ed un inferno per coloro che lo disprezzano. » — « Ma come va – soggiunse il santo – che con tutte queste conoscenze potete vivere nel modo che vivete, e da molti anni, preparandovi a voi stessa un inferno? » Queste sole parole del santo, avvalorate dalla grazia del buon Dio, furono come un colpo di fulmine che abbatterono la nostra cortigiana come S. Paolo sulla via di Damasco. Ella si gettò ai suoi piedi profondendosi in lacrime e pregandolo in grazia di aver pietà di lei, di impetrare misericordia per essa dal Signore. Si protestò pronta a compiere tutto quanto ordinasse, per provare se il buon Dio volesse ancora perdonarla. Non domandò che una dilazione di tre ore per metter ordine alle sue faccende: dopo si recherebbe nel luogo da lui assegnato per non pensare più ad altro che a piangere i propri peccati. Avendole il santo concesso tal dilazione, radunò ella quanti poté dei libertini che si erano profondati con essa nel peccato, li condusse sulla pubblica piazza, e là, in loro presenza, si spogliò di tutti i suoi vezzi: fece portare i mobili acquistati con l’oro delle sue infamie, ne fece una catasta e vi appiccò il fuoco, senza nulla dire perché così operasse. Dopo ciò lasciò la piazza per recarsi presso il santo che l’aspettava, il quale la condusse in un monastero di donzelle. Egli la chiuse in una cella di cui suggellò la porta, e pregò una religiosa di portarle qualche pezzo di pane e un po’ d’acqua. Taide domandò al santo qual preghiera dovesse fare nel suo ritiro per muovere il cuore di Dio. Il santo le rispose: « Tu non sei degna di pronunziare il nome di Dio, né di innalzare le tue mani impure al cielo. Ti basti di volgerti verso l’oriente e dire con tutto il dolore del tuo cuore e nell’amarezza dell’anima tua: « O voi che mi avete creata, abbiate pietà di me. » Ecco tutta la preghiera ch’ella fece pel corso di tre anni che rimase in quel bugigattolo, durante i quali non perdette mai di memoria i suoi peccati. Ella pianse sì tanto, maltrattò sì crudelmente il suo corpo, che quando S. Pafnuzio andò a consultare S. Antonio per sapere da lui se il buon Dio le avesse usato misericordia, S. Antonio, dopo aver passata la notte in orazione co’ suoi religiosi per tal fine, gli disse, che il buon Dio aveva rivelato a uno dei suoi religiosi, il quale era S. Paolo il Semplice, che uno splendido trono stava preparato in cielo per la penitente Taide. Allora il santo pien di gioia e d’ammirazione che in così poco tempo avesse ella soddisfatto alla giustizia di Dio, andolla a trovare per dirle che i suoi peccati le erano perdonati, e che doveva lasciare la sua cella. Il santo le domandò ciò ch’essa avesse fatto in questi tre anni. Ella rispose: « Padre mio, io misi i miei peccati al mio cospetto come un mucchio, e non ho cessato di piangerli e d’invocar misericordia. » — « Ed è appunto per questo – ripigliò S. Pafnuzio – che tu hai conquistato il cuore di Dio, e non per altre tue penitenze. » Avendo abbandonata la sua cella per recarsi in un monastero, ella non sopravvisse che quindici giorni, dopo i quali andò a cantare in cielo la grandezza della divina misericordia. – Da quest’esempio, M. F., noi vediamo quanto presto possiamo guadagnare il cuore di Dio, purché il vogliamo, senza ricorrere a grandi penitenze. Qual rimpianto pel volgere dell’eternità per non aver voluto farci alquanta violenza per abbandonar il peccato! Sì, M. F., noi lo vedremo un giorno che noi avremo potuto soddisfare alla giustizia di Dio con null’altro che con le piccole miserie della vita, che siamo costretti a sopportare nella condizione a cui il buon Dio ci ha posti, se noi vorremo nello stesso tempo aggiungere qualche lacrima ed un sincero dolore de’ nostri peccati. Qual rammarico d’esser vissuti e d’esser morti nel peccato, allorché vedremo che Gesù Cristo ha tanto patito per noi e che tanto desiderava di perdonarci, se gli avessimo domandato perdono! Dio mio, quanto è cieco e sventurato il peccatore! Noi abbiamo timore della penitenza. Ma osservate, M. F., come si comportavano coi peccatori ne’ primordi della Chiesa. Coloro che volevano riconciliarsi col buon Dio si recavano nel mercoledì delle Ceneri alla porta della chiesa cogli abiti sucidi e laceri. Entrati in chiesa si spargeva loro la testa di cenere, si dava loro un cilizio cui dovevano portare tutto il tempo della loro penitenza. Dopo ciò si imponeva loro di prostrarsi contro terra, mentre si cantavano i sette salmi penitenziali per implorare sur essi la misericordia di Dio; poscia si faceva loro un’esortazione per indurli a praticar la penitenza con tutto lo zelo possibile, sperando che forse il buon Dio si lascerebbe placare. Dopo tutto ciò erano avvisati che sarebbero scacciati dalla chiesa con ignominia, come Dio scacciò Adamo dal paradiso terrestre dopo il suo peccato. Non appena usciti si chiudeva sopra di loro la porta della chiesa. Ma se desiderate sapere in qual modo passavano questo tempo, quanto durava questa penitenza, eccolo: primieramente erano obbligati a vivere ritirati, oppure ad occuparsi in lavori penosi; avevano alcuni giorni nella settimana in cui dovevano digiunare a pane ed acqua, secondo la gravità de’ loro peccati; lunghe preghiere durante la notte prosternati con la faccia contro terra; si coricavano sopra tavole; si alzavano più volte la notte per piangere i loro peccati. Si facevano passare per vari gradi di penitenza; le domeniche comparivano alla porta della chiesa vestiti di cilicio, col capo cosparso di cenere, rimanendo fuori esposti all’intemperie; si prosternavano dinanzi ai fedeli che entravano in chiesa, scongiurandoli con le lacrime agli occhi di pregare per loro. A capo di un certo tempo, era loro concesso di ascoltare la parola di Dio, ma appena fatta l’istruzione erano cacciati di chiesa; molti non erano ammessi alla grazia dell’assoluzione se non in punto di morte; e ciò era ancora tenuto per un gran favore che faceva loro la Chiesa, dopo aver passati dieci o vent’anni o più ancora nelle lacrime e nella penitenza. Ecco, M. F., come la Chiesa si comportava altra volta verso i peccatori che volevano davvero convertirsi. Se ora desiderate sapere chi erano coloro che si sottomettevano a queste aspre penitenze, vi dirò che erano tutti, dal mandriano all’imperatore. Se ne volete un esempio, eccone uno che abbiamo nella persona dell’imperatore Teodosio. Costui avendo peccato più per sorpresa che per malizia, S. Ambrogio gli scrisse, dicendogli: « Questa notte ho avuto una visione in cui il buon Dio m’ha fatto conoscere che voi venivate alla chiesa, e mi comandò di non lasciarvi entrare. » Leggendo questa lettera, l’imperatore pianse amaramente; tuttavia egli andò a prostrarsi, come al solito, alla porta della chiesa con la speranza che le sue lacrime e il suo pentimento commuoverebbero il santo vescovo. Quando S. Ambrogio lo vide avanzarsi, gli disse: « Fermatevi, o imperatore, voi non siete degno di entrare nella casa del Signore. » L’imperatore a lui: « È vero, ma anche Davide peccò, ed il Signore lo ha perdonato. » — « Ebbene, replicò gli S. Ambrogio, poiché voi lo avete imitato nel peccato, seguitelo nella penitenza. » A tali parole l’imperatore si ritira, senza nulla dire, nel suo palazzo, si toglie le insegne imperiali, si prosterna con la faccia contro terra e si abbandona a tutto il dolore di cui era capace il suo cuore. Per ben sette mesi non mise più piede nella chiesa. Allorché vedeva andarvi i suoi famigliari, mentre a lui era proibito, lo si udiva gridare in modo tale da commuovere i cuori più induriti. Quando poi gli si permetteva di assistere alle pubbliche preghiere, egli stava, non come gli altri, in piedi o in ginocchio, ma col volto prosternato a terra, nella maniera la più commovente, battendosi il petto, strappandosi i capelli ed amaramente piangendo. Per tutta la vita non dimenticò il suo peccato; non poteva pensarvi senza spargere lacrime. E così, M. F., voi vedete ciò che fece un imperatore che non volle perdere l’anima sua. – Che dobbiamo conchiudere, M. F.? Ecco: Giacché è assolutamente necessario piangere i nostri peccati, farne penitenza o in questo mondo o nell’altro, scegliamo la meno rigorosa e la meno lunga. Qual rammarico, F. M., giungere al punto di morte senza nulla aver fatto per soddisfare alla giustizia di Dio! Quale sventura l’aver non curato tanti mezzi che abbiamo di patir qualche miseria, che se noi le avessimo sopportate in pace per amor del buon Dio, ci avrebbero meritato il perdono! Quale sventura l’aver vissuto nei peccato, sperando sempre che lo avremmo lasciato, e morire senza averlo fatto! Prendiamo, F. M., un’altra strada che vantaggiosamente ci consolerà in quel momento; lasciano il male, cominciamo dal piangere i nostri peccati e tolleriamo tutto ciò che il buon Dio a  lui piacerà d’inviarci. Che la nostra vita non sia che una vita di rimordimenti, di pentimento de’ nostri peccati e d’amor di Dio, finché noi abbiamo la felicità d’unirci a Lui per tutta l’eternità. È quanto vi auguro…

Credo …

IL CREDO

Offertorium

Orémus Ps CXVIII: 12-13

Benedíctus es, Dómine, doce me justificatiónes tuas: in lábiis meis pronuntiávi ómnia judícia oris tui.

[Benedetto sei Tu, o Signore, insegnami i tuoi comandamenti: le mie labbra pronunciarono tutti i decreti della tua bocca.]

Secreta

Hæc hóstia, Dómine, quaesumus, emúndet nostra delícta: et, ad sacrifícium celebrándum, subditórum tibi córpora mentésque sanctíficet.

[O Signore, Te ne preghiamo, quest’ostia ci purifichi dai nostri peccati: e, santificando i corpi e le ànime dei tuoi servi, li disponga alla celebrazione del sacrificio.]

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Ps LXXVII: 29-30

Manducavérunt, et saturári sunt nimis, et desidérium eórum áttulit eis Dóminus: non sunt fraudáti a desidério suo.

[Mangiarono e si saziarono, e il Signore appagò i loro desiderii: non furono delusi nelle loro speranze.]

Postcommunio

Orémus. Quaesumus, omnípotens Deus: ut, qui coeléstia aliménta percépimus, per hæc contra ómnia adversa muniámur. Per eundem …

[Ti preghiamo, o Dio onnipotente, affinché, ricevuti i celesti alimenti, siamo muniti da questi contro ogni avversità.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ORDINARIO DELLA MESSA

COMMENTARIO ALL’APOCALISSE DI BEATO DE LIEBANA (6)

I sette Angeli con le trombe (Ap. VIII, 1-5)

Beato de Liébana:

COMMENTARIO ALL’APOCALISSE (6)

Migne, Patrologia latina, P. L. vol. 96, col. 893-1030, rist. 1939, I, 877

[Dal testo latino di H. FLOREZ – Madrid 1770]

LIBRO SECONDO

COMINCIA LA STORIA DELLA CHIESA QUINTA

(Ap. III, 1-6)

Et angelo ecclesiæ Sardis scribe: Hæc dicit qui habet septem spiritus Dei, et septem stellas: Scio opera tua, quia nomen habes quod vivas, et mortuus es. Esto vigilans, et confirma cetera, quæ moritura erant. Non enim invenio opera tua plena coram Deo meo. In mente ergo habe qualiter acceperis, et audieris, et serva, et poenitentiam age. Si ergo non vigilaveris, veniam ad te tamquam fur et nescies qua hora veniam ad te. Sed habes pauca nomina in Sardis qui non inquinaverunt vestimenta sua: et ambulabunt mecum in albis, quia digni sunt. Qui vicerit, sic vestietur vestimentis albis, et non delebo nomen ejus de libro vitae, et confitebor nomen ejus coram Patre meo, et coram angelis ejus.  Qui habet aurem, audiat quid Spiritus dicat ecclesiis.

[E all’Angelo della Chiesa di Sardi scrivi: Queste cose dice colui che ha i sette Spiriti di Dio e le sette stelle: Mi sono note le tue opere, e come hai il nome di vivo, e sei morto. Sii vigilante, e rafferma il resto che sta per morire. Poiché non ho trovato le tue opere perfette dinanzi al mio Dio. Abbi adunque in memoria quel che ricevesti e udisti, e osservalo, e fa penitenza. Che se non veglierai verrò a te come un ladro, né saprai in qual ora verrò a te. Hai però in Sardi alcune poche persone, le quali non hanno macchiate le loro vesti: e cammineranno con me vestiti di bianco, perché ne sono degni. Chi sarà vincitore, sarà così rivestito di bianche vesti, né cancellerò il suo nome dal libro della vita, e confesserò il suo nome dinanzi al Padre mio e dinanzi ai suoi Angeli. – Chi ha orecchio, oda quello che dica lo Spirito alle Chiese.]

[5] All’angelo della Chiesa di Sardi scrivi: Così parla Colui che possiede i sette spiriti di Dio e le sette stelle: Conosco le tue opere; ti si crede vivo e invece sei morto. Svegliati e rinvigorisci ciò che rimane e sta per morire, perché non ho trovato le tue opere perfette davanti al mio Dio. Ricorda dunque come hai accolto la parola, osservala e ravvediti. Si riprendono così i sacerdoti pigri – che abbiamo citato sopra – che non guardano né incoraggiano il popolo, non si fidano di Dio con tutta l’anima, né conservano la retta fede nella verità. Si chiamano Cristiani solo di nome, pensano di essere giunti alla vita cristiana, ma sono morti, e così sono rimproverati affinché vigilino e rivedano le varie cose in cui possono aver peccato; perciò avverte: ricordati di come hai ricevuto ed ascoltato la mia parola: conservala e pentiti. Vuole riportare alla memoria la dottrina apostolica, ed ordina di adempiere ciò che si era promesso nel battesimo della fede: di pentirsi dei mali del passato. Tu hai, – dice – un nome come di uno che vive, ma sei morto. Muore soltanto chi ha commesso un crimine mortale. Rianima ciò che sta per morire; questo lo dice solo a coloro che sono nel Sacerdozio, che sono costituiti nel ministero, e che peccano nell’adempiere al loro dovere, e per il peccato vanno alla morte (Rm. V, 12). Infatti chi ha perso il ministero della dottrina non può essere rianimato. Molti leggono, eppure sono digiuni della stessa dottrina.  Molti sentono la voce della predicazione, e dopo averla sentita si ritirano ancor più vuoti. Anche se il loro ventre mangia, la loro anima e le loro viscere non sono piene, perché anche se recepiscono con la loro mente la conoscenza della parola sacra, dimenticandola e non adempiendo ciò che hanno sentito, non trattengono queste cose nelle viscere del loro cuore. Perciò il Signore ne rimprovera alcuni attraverso il profeta, dicendo: « Avete seminato molto, ma avete raccolto poco; avete mangiato, ma non tanto da togliervi la fame; avete bevuto, ma non fino ad inebriarvi » (Ag. I, 5). Semina molto nel cuore ma miete poco, chi conosce molti dei comandi divini perché li ha letti o ascoltati ma, lavorando con negligenza, miete poco. Mangia e non si sazia chi ascolta la parola divina, ma desidera i beni e la gloria del mondo. Si dice giustamente che chi mangia una cosa e ne desidera un’altra non è soddisfatto. Chi beve e non si disseta è colui che inclina l’orecchio alla parola della predicazione, ma non cambia la sua mente. Il senso dei bevitori che si ubriacano è spesso alterato. Chi è devoto nella conoscenza della parola di Dio, ma desidera raggiungere i beni di questo mondo, beve ma non si disseta; perché se si ubriacasse, certamente cambierebbe la sua mente. Ecco perché dice: non ho trovato le vostre opere perfette agli occhi del mio Dio. Perché se fossero perfette, essi cercherebbero le cose celesti e non desidererebbero le cose terrene. Non amerebbero più le vanità e le cose passeggere che amano. Il salmista dice degli eletti: « si saziano del grasso della tua casa » (Psal. XXXV, 9); infatti questi sono così pieni dell’amore di Dio onnipotente, che con il cambiamento della mente, sembrano alieni a se stessi, ed adempiono ciò che è scritto: chi vuole venire dietro di me rinneghi se stesso (Mt. XVI, 24). Si nega se stesso quando si cambia in meglio e si comincia ad essere ciò che non si era, cessando di essere ciò che si era. A volte vediamo alcuni che si commuovono dalla parola della predicazione come se si convertissero: costoro hanno cambiato i vestiti, non l’anima; assumono sì un abito religioso, ma non prima di essersi liberati dei vizi del passato; si agitano barbaramente per gli stimoli della rabbia; sono spinti alla sfida del loro prossimo da un sentimento di malvagità; sono orgogliosi per alcuni beni che mostrano agli occhi dell’uomo; cercano inutilmente i beni del mondo attuale e confidano solo nella santità del solo abito esterno che hanno assunto. Perciò, si dice giustamente: non ho trovato le vostre opere perfette agli occhi del mio Dio. Colui che è morto è già stato giudicato da Dio. Non solo non possiede opere perfette agli occhi del mio Dio, ma non ha assolutamente nulla. Certamente così è morto; perciò è chiaro che il cattivo Vescovo o Sacerdote è stato reindirizzato a compiere tutto il suo dovere, e gli è stato detto: resta sveglio e rianima ciò che ti è rimasto e che sta per morire. Perché non ho trovato le tue opere perfette agli occhi del mio Dio. Ricordati dunque di come hai ricevuto ed ascoltato la mia parola: conservala e pentiti. È questo ciò che dice a tutto il lignaggio della Chiesa, alla quale presiede, e alla quale come richiamo dichiara: perché se non state attenti, io verrò come un ladro e voi non saprete a che ora verrò sopra di voi. Si ritorna alla figura del servo malvagio « … se dicesse in cuor suo: Il mio padrone tarda a venire, e cominciasse a percuotere i suoi compagni e a bere e a mangiare con gli ubriaconi, arriverà il padrone quando il servo non se l’aspetta e nell’ora che non sa, lo punirà con rigore e gli infliggerà la sorte che gli ipocriti si meritano » (Mt. XXIV, 48). Abbiamo già detto più volte che in questo unico servo è rappresentato il corpo di tutti i Vescovi. E con questi Vescovi, sono considerati un unico corpo tutti i membri della Chiesa, che sono i popoli, e la Chiesa è rappresentata – come detto – da un solo uomo, e l’occhio del suo capo è il Vescovo, la mano del suo corpo è il Presbitero, e il piede ne è il Diacono. E cosa fa quest’uomo se non ricondurre tutti i sensi nella sua testa, affinché veda con i suoi occhi, cioè ricordi il passato, ordini il presente e preveda sempre il futuro, indagando appassionatamente l’occulto dei Testamenti di Dio: la Legge ed il Vangelo; che ascolti con le orecchie, affinché ciò che ode, possa attuarlo con le mani; odori con il naso, affinché discerna ciò che di odoroso sia da ritenere, o ciò che per il fetore sia da scartate; dica con la bocca ciò che ha riconosciuto essere attraverso questi tre sensi in questi tre testimoni: credere con il cuore ciò di cui ha parlato, operare con le mani ciò che ha creduto, rincorrere con i piedi ciò che ha deciso di fare con le mani. E quando ha fatto questo, anche se tutto l’uomo sembra fatto di molte membra, la cosa essenziale è, tuttavia, che se tutte le membra hanno una testa sana, può fare quel che vuole; ed infatti, se la testa è malata, l’occhio senza pupilla, le orecchie senza udito, il naso senza olfatto, la lingua senza loquela, il cuore senza intendimento, le mani senza operazioni e i piedi senza cammino, cosa fa quest’uomo, se non è di alcuna utilità né per se stesso né per gli altri? Se c’è un Vescovo negligente, l’occhio di quella testa è senza pupilla. Se egli ha un clero pigro, cioè i ministri della sua diocesi, è un orecchio senza udito; se questi non correggono la negligenza delle persone loro affidate, è come un naso senza olfatto. Se non proclama la Legge ed il Vangelo, o non la fa proclamare, è una lingua muta. Se ciò che deve essere compreso nelle Scritture viene inteso in modo diverso da come è da intendere, è un cuore senza comprensione. Se ordina sacerdoti ignoranti, o male istruiti, o neofiti, è una mano senza opere. Se ordina dei diaconi pigri, è un piede che non cammina. Comprenda da questi membri citati cosa potrebbe essere utile per gli altri membri. E se per caso un Vescovo dicesse: sono un santo, sono religioso, non ho commesso alcun peccato mortale, penso di potermi salvare, e quindi cosa mi importa degli altri? … gli risponderei: « vuoi festeggiare con il Re? Sei stati invitato al pranzo di nozze dell’Agnello? Ma se hai le mani sporche, non puoi mangiare con il Re alla stessa tavola: vale a dire: se hai preti sudici, non puoi banchettare con il Re alla stessa festa ». Forse dirà ancora il Vescovo: io conduco una vita religiosa, e non spetta a me giudicare come sono i diaconi … Ma risponderei a questo: « siete stati – come detto – invitati alla cena? Ma non potete sdraiarvi con il Re sullo stesso letto se i vostri piedi sono sporchi, cioè se i diaconi della vostra diocesi, o i presbiteri, sono pigri e sudici, ed anche se sembrate santi nella vostra condotta, subirete un castigo, non solo per voi stessi, ma pure per il gregge che vi è stato affidato ». – Facciamo un altro esempio: cosa fa quest’uomo di cui parliamo, se in inverno nel suo cammino è oppresso dal freddo gelido e da una forte nevicata? L’arguzia del contadino utilizza di solito un martello, che la gente comune chiama “anello”; egli ha pure una pietra che colpisce con quello stesso ferro; ha un acciarino, con cui viene acceso il fuoco con le scintille che ne saltellano. Taglia poi la legna, ne fa un mucchio e gli dà fuoco dal di sotto, e quando comincia a bruciare, quelli che vogliono scaldarsi vengono a frotte da diverse parti, uno dopo l’altro. E tutti ricevono fuoco da quel medesimo fuoco, potendo così accendere un proprio fuoco, anche se il loro numero dovesse essere molto grande. E sopravvivono così pur nella neve, con il fuoco acceso, tutti quelli che senza fuoco potevano morire: questo simboleggia la Scrittura divina. Nella Legge si nasconde il fuoco dello Spirito Santo, come in una pietra di silice. E perché non dica forse qualche calunniatore: … come osi paragonare la pietra di silice alla Legge…, ascolta il Signore che rimprovera la Giudea attraverso il profeta Ezechiele: « figlio dell’uomo, ti mando ad un popolo che si è ribellato contro di me » (Ez. II,3), Come diamante, più dura della selce ho reso la tua fronte (Ez. III, 9). Cosa si intende per fronte se non la conoscenza? Che cos’è un volto duro se non la Legge, dove si nascondeva lo Spirito Santo, in cui potevano riconoscersi? Come possiamo interpretare il ferro del collegamento (l’“anello”) se non con il Vangelo? Il Signore dice del ferro a coloro che lo seguono ed ai vincitori, attraverso lo stesso Giovanni: a colui che custodisce le mie opere, fino alla fine; io gli darò potere sopra le nazioni: le governerà con uno scettro di ferro, come si frantumano i vasi di argilla come anch’io le ho ricevute dal Padre mio (Ap. II, 26-28). Cosa fa la pietra focaia senza l’anello di collegamento? Cosa fa la Legge senza il Vangelo? Non è essa fredda e glaciale? Il Signore dice di questo gelo: « … per il dilagare dell’iniquità, l’amore di molti si raffredderà. » (Mt. XXIV, 12). L’esca, con cui è acceso lo stesso fuoco dello Spirito Santo in mezzo a questi due elementi, e che si diffonde da questa esca, è l’uomo che possiede il fuoco, che è lo Spirito Santo che, attraverso le mani della Chiesa, abbiamo già detto essere i Sacerdoti, i quali mediante la Legge ed il Vangelo fanno bruciare questo fuoco, di cui il Signore dice: « Sono venuto a portare il fuoco sulla terra e vorrei che fosse acceso » (Lc. XII, 49). Vedete che il Signore vuole che esso bruci; ma l’occhio senza la pupilla non aiuterà, per mezzo della pietra della Legge, del ferro del Vangelo e dell’esca del corpo, a portarli all’unità; e la mano tumida non può agire su entrambi, né può con i suoi colpi liberare il fuoco latente nella lettera con le scintille della predicazione, né accendere il fuoco dello Spirito Santo, né con la falce della predicazione tagliare o bruciare i boschi o le spine dei peccati; e nell’inverno di questo mondo tutti coloro che avrebbero potuto vivere per sempre con questo fuoco, muoiono invece senza questo fuoco. Questo è l’uomo al quale questo libro parla, risponde, insegna e spinge al pentimento. Questo è il servo infedele che, conoscendo la volontà del suo Signore, non la compie. Questo è colui che nasconde il talento ricevuto – cioè la parola della predicazione – sotto terra, cioè nei beni terreni. Questo è il servo che dice nel suo cuore: il mio Signore tarda a venire (Mt. XXIV, 51); ma il Signore verrà inaspettatamente, in un momento inatteso. Poi lo separerà e lo metterà a parte tra gli ipocriti: non che lo divida in parti, ma lo distinguerà completamente dai Santi. Ascoltate e temete ciò che dice di nuovo di lui e temete ciò che dice ai servi. Dice infatti: legategli la mani e i piedi, cioè legatelo insieme ai suoi presbiteri e diaconi e con le persone che lo hanno imitato, e gettatelo nelle tenebre esteriori: e là sarà pianto e stridor di denti » (Mt. XXII, 13). Si dice di queste tenebre attraverso il santo Giobbe: « terra di miserie e di tenebre, dov’è ombra di morte e disordine » (Giob. X: 22). La miseria significa il dolore, e le tenebre la cecità. Ciò che li tiene lontani dallo sguardo del Giudice severo è definito come una terra di miseria e di tenebre, perché all’esterno il dolore affligge chi è lontano dalla vera luce, all’interno è oscurato con la cecità. La terra di miserie e di tenebre può essere intesa pure in modo diverso. Infatti questa terra, dove siamo nati, è certamente anche terra di miseria, ma non è terra di tenebre, perché subiamo qui molti mali a causa della nostra corruzione; però, senza dubbio torniamo alla luce con il desiderio della conversione, secondo quanto consiglia la “Verità” che dice: « … Camminate mentre avete la luce, perché non vi sorprendano le tenebre » (Giov. XII, 35). Quella terra è nello stesso tempo di miseria e di tenebre perché chiunque si abbassi a tollerare i suoi mali, non torna nuovamente alla luce, e per la cui descrizione si aggiunge « terra di oscurità e di disordine » (Giob. X, 22). Come la morte esteriore separa il corpo dall’anima, così la morte interiore separa l’anima da Dio. L’ombra della morte è l’oscurità della separazione, perché il dannato, mentre viene bruciato dal fuoco eterno, è accecato dalla mancanza di luce interiore. La natura del fuoco è quella di mostrare che la luce ed il calore provengono da esso, mentre la fiamma vendicativa dei peccati commessi ha solo il fuoco, anche se non ha luce. Questo è ciò che la Verità dice al reprobo: « allontanati da me, maledetto, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e i suoi angeli » (Mt. XXV, 41). E ancora ad uno solo, il che significa come in una sola persona si indichi il corpo di tutti, si dice: legatelo con i piedi e con le mani, e gettatelo nelle tenebre esteriori. Se il fuoco che brucia il reprobo avesse luce, non avrebbe detto a colui che viene riprovato che è stato mandato nelle tenebre, perché coloro che sono divorati dal fuoco della gehenna, sono accecati nella visione della vera luce, per cui così esternamente sono tormentati dal dolore del bruciore, mentre internamente li lacera il dolore della cecità. Coloro che hanno trasgredito al loro Creatore con il corpo ed il cuore, infatti, vengono puniti sia nel corpo che nel cuore, e subiscono il castigo in entrambi, poiché di essi – qui vivendo – hanno abusato per le loro malvagie passioni; perciò Paolo dice giustamente: « … non offrite le vostre membra come armi di iniquità al servizio del peccato » (Rm. VI, 13). Scendere all’inferno “con le armi” significa soffrire i tormenti del giudizio eterno nelle stesse membra con le quali è stato appagato il desiderio del piacere; così come il dolore consumerà in ogni parte coloro che, sottomessi ai loro piaceri, combattono ovunque la giustizia di Colui che giudica rettamente. – Si rivolge poi a colui che ora rimprovera ripetutamente e dice: Ricorda dunque come hai accolto la parola, osservala e ravvediti, perché se non sarai vigilante, verrò come un ladro senza che tu sappia in quale ora io verrò da te. – Il giudizio di Dio è improvviso e segreto, nessuno conosce l’ora del giudizio che verrà; ma la misericordia non punisce quei miserandi nella loro totalità, ma al contrario li consola dicendo: Tuttavia a Sardi vi sono alcuni che non hanno macchiato le loro vesti; essi mi scorteranno in vesti bianche, perché ne sono degni. Così tutti coloro che non si sono macchiati col sudiciume del peccato, camminano con il Signore vestito di bianco, diventano degni di seguire le orme dell’Agnello, ed il loro nome non sarà cancellato dal libro della vita, dal momento che Egli li riconoscerà davanti al Padre suo che è nei cieli e davanti ai suoi Angeli. Grandi sono le lodi a favore di chi combatte, cioè i pochi tra tante persone sudicie. Perché non è molto lodevole l’essere buoni tra i buoni, ma lo è invece l’essere buoni stando tra i cattivi. Come infatti è maggior demerito l’essere cattivi tra i buoni, così è un grande merito essere buoni tra i cattivi. Per questo il Beato Giobbe ha detto: « Sono divenuto fratello dei draghi e compagno degli struzzi. » (Giob. XXX, 29). E ad Ezechiele è aggiunto: « Increduli e ribelli sono con te e ti troverai in mezzo agli scorpioni » (Ez. II, 6). Viene offerto qui un rimedio consolante a coloro che spesso trovano la vita tediosa perché non vogliono abitare con i malvagi. Ci chiediamo: perché, allora, non sono buoni tutti quelli che vivono con noi? Noi non vogliamo sopportare i mali degli altri e giudichiamo che dovremmo essere tutti santi ora, anche se non vogliamo essere pazienti nel sopportare il prossimo. Ma questo è più chiaro della luce: se non abbiamo ancora imparato a sopportare i cattivi, è perché noi stessi abbiamo ancora poca bontà. Nessuno è buono, finché non abbia imparato a sopportare i malvagi. Perché – come abbiamo detto sopra – diceva Giobbe, io ero il fratello di draghi e il compagno degli struzzi. Cosa si intende con il nome di draghi se non la vita degli uomini cattivi, di cui il profeta dice:  e aspirano l’aria come draghi » ? (Ger. XIV, 6). Poiché i malvagi, che respirano l’aria come draghi, si gonfiano di malefico orgoglio. Cosa suole intendersi poi con il nome di struzzi se non coloro che sono dei falsi? Infatti lo struzzo ha le ali, ma non vola. Così questi falsi hanno una sorta di santità, ma non hanno la virtù vera della santità; li decora l’apparenza del buon atto, ma le ali della virtù non li sollevano in alcun modo da terra. Per questo l’Apostolo Paolo dice ai suoi discepoli: « … immacolati in mezzo ad una generazione perversa e degenere, nella quale dovete splendere come astri nel mondo » (Fil. II, 15). Perciò Pietro esalta il Beato Lot, dicendo: « … Liberò invece il giusto Lot, angustiato dal comportamento immorale di quegli scellerati » (2 Pt. II, 7). Egli era un giusto nell’aspetto e nell’udito, viveva tra coloro che ogni giorno tormentavano l’anima dei giusti con opere inique. Per questo l’Angelo della Chiesa di Pergamo viene avvisato, per mezzo di Giovanni col dire: « So dove vivete, dove si trova il trono di satana. Siete fedeli al mio nome e non avete rinnegato la mia fede. » Spesso, quando ci lamentiamo e siamo disgustati dalla vita dei nostri vicini, vogliamo cambiare luogo, e cerchiamo di ottenere una dimora più appartata, ignorando però che se ivi non c’è lo Spirito Santo, il luogo da sé non aiuta. Lo stesso Lot, di cui parliamo, è rimasto santo a Sodoma, ed ha peccato sulla montagna. Chi cerca luoghi nuovi, non curandosi della propria anima, finisce come lo stesso primo padre del genere umano e ha per testimone quello stesso che è caduto in Paradiso. Infatti. se il luogo avesse potuto salvare, satana non sarebbe caduto dall’alto del cielo. Perciò il Salmista, vedendo le tentazioni che sono ovunque in questo mondo, cercò un luogo dove fuggire, ma senza Dio non poté trovare un rifugio sicuro. Per questo chiedendo un posto per sé, cercandolo, diceva: « Sii per me la rupe che mi accoglie, la cinta di riparo che mi salva » (Sal. XXX, 3). Bisogna quindi saper sopportare il prossimo ovunque, perché non si può diventare Abele, senza che chi è tormentato dalla malizia di Caino non lo possa imitare un po’. C’è però un motivo per cui bisogna evitare la compagnia dei malvagi, se non si ha la forza di correggerli, in modo che non si venga attirati nella loro imitazione; infatti siccome non si convertono dalla loro malizia, pervertono coloro che vivono insieme ad essi. Per questo Paolo dice: « Le cattive compagnie corrompono i buoni costumi » (1 Cor. XV, 33). E – come si dice attraverso Salomone – : « Non ti associare a un collerico e non praticare un uomo iracondo, per non imparare i suoi costumi e procurarti una trappola per la tua anima. » (Prov. XXII, 24). Allo stesso modo gli uomini perfetti non devono evitare i loro vicini malvagi, perché così spesso si trascinano i vicini sulla retta via, senza essere trascinati da essi sulla cattiva strada; i deboli invece devono abbandonare la compagnia dei malvagi, perché non si compiacciano nell’imitare i mali che spesso vedono senza poterli correggere. Infatti ascoltando ogni giorno le parole dei nostri prossimi, le accogliamo nella nostra mente, allo stesso modo in cui sospirando e respirando introduciamo aria nel corpo, cosicché l’aria nociva, ripetutamente introdotta col respiro, si diffonde nel corpo; anche le cattive conversazioni ascoltate frequentemente danneggiano le anime dei deboli, che così si perdono per amore delle cattive opere indotte dall’iniquità delle ripetute conversazioni. È necessario notare ciò che dice il Signore: « … molti sono i chiamati, ma pochi sono gli eletti » (Mt. XX, 16); e « piccolo è il gregge » (Lc. XII, 32), al quale Egli ha promesso di dare l’eredità. Per questo pure dice: Tuttavia a Sardi vi sono alcuni che non hanno macchiato le loro vesti; essi mi scorteranno in vesti bianche, perché ne sono degni. Chiama così questi altri ad indossare i suoi abiti, dicendo: “… Il vincitore sarà vestito da bianche vesti“. Non riconoscono i pochi Santi che il vivere in mezzo ad una moltitudine di macchiati sia stato dato loro, perché fossero in grado di mantenersi incontaminati? Infatti non possono essere Santi se non coloro che gemono e piangono a causa delle iniquità che si compiono in mezzo a loro: per la nequizia degli spiriti dell’aria, quanto più grande è il male che vedono, tanto più grande è l’afflizione che ne traggono come penitenza; e quelli che non ce l’hanno, non sono Santi! – I cattivi fratelli possono anche non vedere i giusti sia a motivo della similitudine della professione che unanimemente svolgono, sia per le loro virtù simili, ma essi non traggono merito dall’afflizione della penitenza; e, vedendosi nello stesso tipo di religione, pensano di essere loro simili anche se non brillano di segni esteriori di vera santità e, senza testimonianza, pensano che nessuno sia giusto; ma da dove viene quello che essi stessi dicono: « … la loro stessa presenza ci è insopportabile » ? (Sap. II 15). – E non cancellerò il suo nome dal libro della vita, ma lo riconoscerò davanti al Padre mio e davanti ai suoi Angeli. Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese.

TERMINA LA CHIESA QUINTA NEL LIBRO SECONDO

COMINCIA LA CHIESA SESTA NEL LIBRO SECONDO

(Ap. III, 7-13)

Et angelo Philadelphiæ ecclesiæ scribe: Hæc dicit Sanctus et Verus, qui habet clavem David: qui aperit, et nemo claudit: claudit, et nemo aperit: Scio opera tua. Ecce dedi coram te ostium apertum, quod nemo potest claudere: quia modicam habes virtutem, et servasti verbum meum, et non negasti nomen meum.  Ecce dabo de synagoga Satanæ, qui dicunt se Judæos esse, et non sunt, sed mentiuntur: ecce faciam illos ut veniant, et adorent ante pedes tuos: et scient quia ego dilexi te, quoniam servasti verbum patientiæ meæ, et ego servabo te ab hora tentationis, quae ventura est in orbem universum tentare habitantes in terra.  Ecce venio cito: tene quod habes, ut nemo accipiat coronam tuam. Qui vicerit, faciam illum columnam in templo Dei mei, et foras non egredietur amplius: et scribam super eum nomen Dei mei, et nomen civitatis Dei mei novae Jerusalem, quae descendit de cœlo a Deo meo, et nomen meum novum. Qui habet aurem, audiat quid Spiritus dicat ecclesiis.

(E all’Angelo della Chiesa di Filadelfia scrivi: Così dice il Santo e il Verace, che ha la chiave di David: che apre, e nessuno chiude: che chiude, e nessuno apre: Mi sono note le tue opere. Ecco io ti ho messo davanti una porta aperta, che nessuno può chiudere: perché hai poco di forza, ed hai osservata la mia parola e non hai negato il mio nome. Ecco io (ti) darò di quelli della sinagoga di satana, che dicono d’essere Giudei, e non lo sono, ma dicono il falso: ecco io farò sì che vengano e s’incurvino dinanzi ai tuoi piedi: e sapranno che io ti ho amato. Poiché hai osservato la parola della mia pazienza, io ancora ti salverò dall’ora della tentazione, che sta per sopravvenire a tutto il mondo per provare gli abitatori della terra. Ecco che io vengo tosto: conserva quello che hai, affinché niuno prenda la tua corona. Chi sarà vincitore, lo farò una colonna nel tempio del mio Dio, e non ne uscirà più fuori: e scriverò sopra di lui il nome del mio Dio, e il nome della città del mio Dio, della nuova Gerusalemme, la quale discende dal cielo dal mio Dio, e il mio nuovo nome. Chi ha orecchio, oda quel che lo Spirito dica alle Chiese.)

INIZIA LA SPIEGAZIONE DELLA CHIESA SOPRA DESCRITTA

[6] Scrivi all’angelo della chiesa di Filadelfia: Così dice il Santo, il Verace che ha la chiave di Davide: se apre, nessuno può chiudere; se chiude, nessuno può aprire. David in latino significa “fortes manu = forte di mano”. Perché era davvero forte in battaglia. Egli era il desiderato, nel loro lignaggio, dalla sua stirpe. Di lui il Profeta aveva annunciato: Verrà, l’atteso da tutti i popoli (Ag. II, 8), e cioè Gesù Cristo incarnato, che ha la chiave di Davide, e che ha aperto tutti i misteri della Legge e dei Profeti che erano stati sigillati e chiusi sotto la lettera che uccide, mentre li ha fatti conoscere alla sua Chiesa per mezzo dello Spirito che dà la vita; infatti se Cristo non fosse venuto, non ci sarebbe stato nessuno ad aprire ciò che era chiuso. Egli ha la chiave di Davide, cioè il potere regale che possiede sulla sua Chiesa. È chiaro che ai suoi che bussano, Egli apre, mentre chiude la porta della vita agli ipocriti – cioè ai falsi – quando bussano dicendo: Signore, Signore, aprici …  (Lc. XIII, 25); a questi Egli dice: « Non vi conosco. Partitevi da me, voi operatori di iniquità. » Ma ai suoi Santi dice: « Chiedete e riceverete, cercate e troverete, bussate e la porta vi sarà aperta » (Mt. VII, 7). Che cosa è il “chiedere” se non amare Dio con mente vigile, con tutto il cuore, con tutta l’anima, e con tutte le forze, con diligente devozione e con ininterrotta preghiera? Questo è il chiedere a Dio! E che cosa è “cercare” se non il pensare in ogni momento al bene e sradicare dal proprio cuore ogni pensiero nocivo? Questo vuol dire il cercare Dio! E che cosa è “chiamare” se non operare sempre il bene con le proprie mani, amare il prossimo come se stesso, amare il proprio nemico per amore di Dio, e sopportare pazientemente tutte le ingiurie? E se qualcuno ti prende qualcosa per appropriarsene, oltre alla tunica che ti ha preso, non esitare a dargli anche il mantello. Per questo il Signore dice nel Vangelo: « Se ami chi ti ama, che ricompensa ne avrai? » (Mt. V, 46) Ma quando si ama chi ci odia, è allora che c’è la vera ricompensa davanti a Dio, come dice il Profeta: « con chi odia la pace, ero pacifico » (Psal. CXIX, 6): questo è dare la propria anima per il fratello. Per questo Salomone dice: « … L’amore è più forte della morte » (Cant. VIII, 9). E non solo amiamo, ma offriamo loro qualcosa del nostro profitto e dei nostri risparmi, in modo da poter dare loro una parola di esortazione per poterli congiungere in un’amichevole alleanza in qualità di membri del Signore, cioè nella Chiesa. Per questo Giacomo dice: « Fratelli miei, se uno di voi si allontana dalla verità e un altro ve lo riconduce, costui sappia che chi riconduce un peccatore dalla sua via di errore, salverà la sua anima dalla morte e coprirà una moltitudine di peccati. » (Gc. V, 19). Oltre a queste cose, secondo il costume apostolico, “bussare” è lavorare con le proprie mani e non essere di aggravio a nessuno, distribuire i propri beni ai bisognosi e non desiderare i beni altrui. Infatti, anche se distribuiamo tutti i nostri beni ai poveri, nulla sarà più prezioso per Dio, né più caro, che lavorare con le nostre mani; e quando avremo fatto questo, ci prepareremo e ci siederemo a mangiare, come dice l’Apostolo: « Se qualcuno non vuole lavorare, neppure mangi » (2 Tess. III, 10). Questo è proprio del “bussare” al quale Dio promette di aprire. Perché a chi lavora, Dio promette il cibo che certamente darà non in questo secolo, bensì nel futuro. Egli dice: « Venite a me, voi tutti che siete affaticati ed oppressi, ed Io vi ristorerò » (Mt. XI, 28). Ma all’ozioso e al pigro dirà: « Hai già ricevuto la tua ricompensa » (Mt. VI, 5), « perché avevo fame e non mi avete dato da mangiare  » (Mt. XXIII, 35), e così via… « Allontanatevi dunque da me, voi operatori di iniquità », voi che lavorate per l’iniquità (Lc. XIII, 27). Ma ai suoi Santi dice: Ti ho aperto una porta. Ma prima dice: se apro, nessuno può chiudere; come a dire: la porta che io apro alla Chiesa, nessuno pensi che la chiuda ad uno qualsiasi o anche all’ultimo dei Santi di tutto il mondo o di qualsiasi parte di esso, o che la porta che ho aperto una volta, un eretico qualsiasi possa richiuderla. Ma se si chiede, si cerca e si bussa, farò così come ho promesso. E poiché senza Dio non possiamo esistere, né vivere, né lavorare, il Signore ordinò al servo lavoratore di tagliare le spine delle ricchezze, di sradicare i vizi, di spargere il letame dei peccati nel campo fuori casa, di seminare il seme del buon lavoro nel campo coltivato, e di chiudere la porta della fede. Una volta che il seminatore ha fatto questo, di solito dorme, e quel seme germoglia, e mette radici e foglie, e cresce giorno e notte con la pioggia ed il sole che non manca; anche vari semi di altre erbe tendono a crescere, cioè la zizzania, che l’uomo cattivo semina quando il seminatore dorme. Ma quando il seminatore ha detto: « alzati, Signore, perché dormi? » (Psal. XLIII, 24), entrando nel campo del corpo, raccoglie ciò che è grande, ma ciò che è insignificante non lo tocca, perché non lo considera un ostacolo alla raccolta. Questa è la Chiesa: lavora, e il Signore manda la pioggia dei suoi precetti, respinge le cavallette dei demoni e spaventa le malvagie potenze dell’aria, calma le tempeste degli uomini malefici e fa fuggire il “cinghiale” – che è il principe malvagio della terra -, protegge e difende ogni giorno il suo raccolto, il raccolto che dice di avere in comune con il contadino. È questa Chiesa che accoglie i contadini ed i Santi che sono gli umili nel mondo che, pur ignorando le Scritture, hanno una fede incrollabile, né terrorizzati si allontanano dalla fede per alcuna circostanza. Perciò si dice loro: ho aperto una porta davanti a voi, aggiungendo, perché, anche se di poca potenza, avete conservato il verbo della mia pazienza, e vi conserverò nell’ora della tentazione. Riconoscano in tal modo la loro gloria nella Chiesa. E poiché sono semplici ed umili, e non irritano nessuno tentandolo malignamente, il Signore non permette loro di essere tentati seppure in piccola misura. Questa è la Chiesa che sceglie per sé il Signore per la sua liberale compassione, senza l’aiuto di filosofia alcuna o di alcuna dottrina. E mentre Egli rimprovera ciascuna delle suddette chiese nei suoi sacerdoti, questa Chiesa è invece governata dallo stesso Pastore celeste. – I. Nella prima Chiesa di Efeso accusa i falsi apostoli e l’amore che hanno perduto. – II. Nell’angelo della Chiesa di Smirne, rimprovera i falsi fratelli, che dicono di essere religiosi e non lo sono, ma che si sono già fisicamente collocati tra i membri dell’Anticristo. – III. Nell’angelo della chiesa di Pergamo, rimprovera i falsi religiosi per aver mangiato carne sacrificata agli idoli e seguito la dottrina dei Nicolaiti. – IV. Ancora una volta, all’angelo di Tiatira viene rimproverato di tollerare Jezebel la profetessa, che è un simulacro, cioè un’apparenza di Chiesa. V. Nell’angelo della Chiesa di Sardi, denuncia i Vescovi, che ne hanno solo il nome, ma di fatto sono morti. Citandoli come un unico corpo, Egli dice: Ricordate come avete sentito e ricevuto la mia parola. – VI. Nell’angelo di Filadelfia, che in latino si traduce con “colei che salva”, è descritto colui che crede nel Signore, e che con rustica semplicità e retta fede si mantiene nell’inviolabile osservanza della devozione. E poiché senza Dio non possiamo sostenere le nostre forze, è Lui stesso che combatte e vince per noi. E anche se fa questo da sé, attribuisce comunque i successi alla sua Chiesa, e contemplandone la debolezza dice: so che, pur avendo poca di forza, hai mantenuto la mia parola e non hai rinnegato il mio nome. Aveva detto prima: vi ho aperto una porta – e cioè la fede evangelica, la predicazione apostolica – che nessuno può chiudere. … Anche se hai poca di forza. Conoscendo la fragilità umana, il Signore compassionevole dice: Ho aperto per te la porta della sapienza ed i segreti della fede in modo tale che, a causa della tua esigua virilità, nessuno abbia il potere di chiudere le cose che ti sono state aperte. … Avete mantenuto la mia parola e non avete rinnegato il mio nome. E giacché aveva già affermato più sopra la potenza del suo dono, il Signore le attribuisce anche la grazia che ha concesso alla sua condotta; poiché con il dono che il Signore ha concesso, il servo ha conservato la fede e non ha rinnegato il suo Nome eterno. Gli dice: hai poco di forza. È la lode del Dio protettore, ed anche della devozione della Chiesa, che fa sì che Dio con un po’ di forza apra la porta al vincente, e con un po’ di forza irrobustisca la fede. Perché non è il potere che va cercato, ma la fede. Infatti una donna sola, Giuditta, non ha ucciso Oloferne con la sua forza, ma per la sua fede. Né si poteva credere che il sesso debole avesse potuto strappare via la spada con la mano, ucciso il persecutore della Chiesa, sottomesso i plotoni dei nemici: non era opera dell’audacia temeraria, ma della fiducia nella virile fermezza. Così pure i figli d’Israele, testimoni di tanti ammirevoli atti di potenza, perché dubitavano nella loro fede in Dio, patirono varie disgrazie, e perirono nel deserto. Pur mangiando la manna, furono uccisi dai serpenti, altri anche dal fuoco e dalla spada. Per il loro mormorio e la diffidenza, non solo non entrarono nella Terra Promessa, ma persero per sempre i regni celesti. Così molti, escono pure dall’Egitto di quest’epoca, entrano nello stretto sentiero del deserto e conoscono la manna della grazia celeste, cioè i segreti delle Scritture; ma non trovano la via della promessa celeste se non solo i semplici, gli ignoranti ed i puri di cuore. Anche se sono stati istruiti, non possono trovare la strada se non hanno imitato i rozzi Apostoli. Dio non ha chiamato all’apostolato prima i letterati, o i filosofi, o gli oratori, ma i semplici, i poveri ed i pescatori. Mai uno dei filosofi avrebbe potuto dire: « Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente » (Mt. XVI, 16). Demostene, Cicerone o il filosofo Catone non avrebbero mai potuto dire: « In principio era il Verbo, il Verbo era con Dio »(Gv. I, 1). E sappiamo che gli Apostoli Pietro e Giovanni, non erano filosofi, ma ignoranti ed illetterati. Pietro, con la sua mano callosa, predicando semplicemente il Figlio di Dio, venne a Roma per annunciarlo allo stesso imperatore e padre del popolo romano, quale dato alla luce da una Vergine, non come Romolo, che fu allattato da una lupa. Si vede quindi che non è stata la parola del filosofo a riempire il mondo, ma quella dell’ignorante Pietro, che riconosce l’uomo-Figlio di Dio. Il suo corpo gloriosissimo riposa in una tomba nella città di Roma, ma la sua parola brilla in tutto il mondo. Anche se una tomba può custodire il suo corpo, eppure la sua benefica influenza è evidente ovunque. Con devozione l’imperatore viene a venerare la sua tomba, a baciare i piedi di quell’ignorante, e si toglie la corona dalla testa. Di chi è questo potere se non di colui che credeva con fede perfetta e predicava con dedizione totale? Vediamo chiaramente che « … Dio ha scelto i deboli del mondo per confondere i forti. E ha scelto la stoltezza del mondo per confondere i saggi del mondo » (1 Cor. 1, 27); ha scelto la povertà e la semplicità del mondo per confondere i ricchi orgogliosi. Il Signore infatti non rimprovera i saggi, né i forti, né i ricchi del mondo, perché Egli è il saggio, il forte ed il potente; ma solo rimprovera – come abbiamo detto – i superbi, coloro cioè che non conoscono Dio e ripongono la loro speranza nelle loro ricchezze. Ecco così che molti uomini giusti hanno compiaciuto Dio con le proprie ricchezze, Abramo lo testimonia dicendo: Parlerò al mio Signore, io che sono polvere e cenere? (Gen. XVIII: 27). La ricchezza non è un impedimento, né lo è la saggezza, là dove abbonda l’umiltà. Il giusto pecca in un modo, in altro invece il peccatore o il malvagio. In un modo cade il giusto, e in un altro il malvagio. Infatti è proprio vero che: … i giusti cadono sette volte, ma si rialzano (Prov. XXIV, 16); questi non commettono un peccato tale da non essere più rialzati, quando si ride di taluno, o si lancia una contumelia, o sovviene un indegno pensiero. Si dice che quest’uomo pecca, eppure lo si chiama a ragione “giusto”. Egli infatti non cade in modo tale da non essere più giusto, perché sta scritto: « Se cade, non rimane a terra, perché il Signore lo tiene per mano. » (Psal. XXXVI, 24). Così il Signore rimane anche quando il giusto cade, perché non pecca in modo tanto grave al punto che il Signore gli si allontani. Ha concupiscenza per la debolezza della carne, ma non acconsente al desiderio, fermato dalla virtù della grazia spirituale. La stessa concupiscenza è per la legge del peccato, stabilita anche nelle membra dei Santi. Eppure la Grazia di Dio libera i suoi giusti per mezzo di nostro Signore Gesù Cristo. Per questo motivo « … Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce, perché, non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia; » (1 Pt. II, 24). Quando l’uomo giusto cade, contrae un debito. Ma i debiti dell’uomo giusto sono diversi, e ne chiede perdono quando, nel Padre Nostro, dice con verità: « Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori. » Infatti i peccati dei Santi sono debiti dovuti alle necessità  dell’infermità. I peccati dei malvagi sono dovuti all’intenzione di una cattiva volontà. Nei primi si trova solo il principio del peccato, tale che non viene realizzato, perché il vizio, pur nascendo dalla debolezza, è vinto dalla grazia di Dio. Questi altri, però, privati dell’aiuto della grazia, sono rigettati dalla cattiva volontà alla li conduce il perverso desiderio. È per questo che i peccati dei Santi sono chiamati peccati, ma non crimini. È per questo che vengono corretti dal Padre, perché non siano puniti dal Giudice. Questa correzione, però, appartiene sì ad un giudizio, ma paterno, con il quale Dio punisce e flagella i suoi figli con misericordia, onde liberarli dal tormento della dannazione eterna. Per questo il beato Apostolo dice: « Se però ci esaminassimo attentamente da noi stessi, non saremmo giudicati, quando poi siamo giudicati dal Signore, veniamo ammoniti per non esser condannati insieme con questo mondo » (1 Cor XI, 31-32). I peccati dei malvagi si compiono in tre modi: o mediante sacrilegio, o per incontinenza o mediante cattive opere. Una persona commette sacrilegio se non pensa rettamente di Dio, e per mera cecità, per perversità del suo cuore si separa dalla vera fede per paura di perdere i suoi beni temporali. Il peccato di incontinenza è commesso da chi vive senza freni e vergognosamente. Pecca con opere malvagie chi ferisce crudelmente un altro, o con danno, o con qualsiasi altro tipo di oppressione. Quando i Santi peccano, cadono in tanti peccati per debolezza umana, ma mai in maniera da rinnegare ostinatamente la vera fede, né da contaminarsi, né dal danneggiare il prossimo; essi seguono l’Apostolo, che dice di: « … vivere con sobrietà, giustizia e pietà in questo mondo » (Tt. II, 12). E in un altro luogo dice: « non gustare più di quanto ti convenga gustare, ma assaggia con sobrietà » (Rm. XII, 3). Certo, secondo questa triplice divisione: viviamo rettamente, sobriamente e con pietà: vive sobriamente chi non segue i piaceri della lussuria; vive giustamente colui che non fa mai del male al prossimo, ma gli fa del bene nella misura delle sue possibilità; vive con pietà chi per nessun motivo si separa dall’assemblea dell’unità della Chiesa e, posto all’interno della Chiesa, osserva senza esitare ciò che chiaramente sa appartenere alla scienza della vera fede. E quelle cose che non sa o di cui dubita, o che non può capire dalle Scritture, le scopre meditando e leggendo con umiltà e pazienza, finché, anche se sa qualcosa con altri mezzi, lo sa perché è Dio che glielo rivela. La sobrietà, la giustizia e la pietà, che tutti i fedeli devono avere, sono legate tra loro in modo tale che, se manca una di esse, anche le altre che sembra avere, non gli sono di alcuna utilità. La sobrietà, con cui ognuno si astiene dai desideri, cioè dai peccati, non salva se non è accompagnata dalla giustizia e dalla pietà, cioè se non si creda rettamente in Dio, e se non si dia al prossimo con piacere ciò che la carità richiede. Né produce frutto la giustizia, per mezzo della quale ognuno dà al prossimo ciò che desidera sia dato o fatto a se stesso, se nello stesso tempo non è sobrio e pio. Ugualmente è morta la pietà, che rettamente crede in Dio e nell’unità della Chiesa, se la castità o l’amore per il prossimo non l’accompagnano. La vera salute dell’anima si acquista, quindi, se si osserva la pietà nella fede, la giustizia nell’amore, la sobrietà nella castità e nell’affabilità. E per insegnarvi brevemente ciò che accade all’interno della Chiesa, osservando quel che accade nella conduzione dei rapporti umani, dai quali possiamo più facilmente prendere esempio e capire chiaramente, consideriamo le anime di tutti i battezzati, come spose unite in matrimonio. Infatti l’Apostolo ha parlato del grande mistero del matrimonio stesso in Cristo e nella Chiesa (Eph V, 32). Così è per ogni anima fedelmente unita a Cristo come una sposa che vive fedelmente con il suo sposo, e che mantenendo la castità del matrimonio a volte rattrista l’anima del suo uomo, ma conserva la fedeltà del suo talamo con una castità limpida, e con prudenza e moderazione amministra i beni del marito; così se da un lato offende il marito, dall’altro vive castamente e fedelmente con lui. E quando la debolezza umana fa talvolta che ella manchi verso il marito, la castità coniugale la rende dolcemente unita ad esso. Ma quella donna che, dopo aver lasciato la casa del marito, o restando nella stessa casa del marito, venga coinvolta in un adulterio e sperperi i beni del marito, non è considerata degna di perdono, ed è ritenuta colpevole di delitto mortale. Tale è l’anima che, acconsentendo al diavolo, si abbandona all’infedeltà, non credendo rettamente in Dio, o è coinvolta in crimini secondo i piaceri della lussuria, o commette ingiustizie a danno del prossimo, oppure è avida e non fa del bene ai bisognosi, vive in  modo empio, si allontana dall’unità della Chiesa, o commette un atto di superbia contro qualcuno. Di tutti questi l’Apostolo dice: « Non illudetevi: né immorali, né idolàtri, né adùlteri, né effeminati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né maldicenti, né rapaci erediteranno il regno di Dio. » (1 Cor. VI, 9). Tutte queste cose sono considerate crimini e peccati. Ma le colpe dei giusti sono considerate peccati, non crimini. Un peccato si commette quando diciamo o una leggera bugia, o una contumelia senza danneggiare, o nella disciplina della cura della famiglia, per cui l’uomo non riesce a vivere o stare senza peccato per un solo giorno, come dice l’Apostolo Giovanni: se diciamo “non abbiamo peccato”, inganniamo noi stessi (1 Gv. I, 8). La colpa è nel pensiero malvagio che non si realizza esteriormente, né con le parole, né con i fatti. Per questo l’Apostolo dice: « E se il giusto a stento si salverà, che ne sarà dell’empio e del peccatore? » (1 Pt. IV: 18). – Poi continua a parlare dei nemici della Chiesa che si sottometteranno, e dice: Vi consegnerò alcuni della sinagoga di Satana, quelli che si dichiarano Giudei ma non lo sono, e che in realtà mentono. Li farò venire e li farò inchinare davanti ai tuoi piedi, affinché sappiano che Io ti ho amato. Dice che tutti i nemici e gli avversari della Chiesa saranno giudicati dalla Chiesa Cattolica, così come già l’Apostolo: « quando il Figlio dell’uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, siederete anche voi su dodici troni a giudicare le dodici tribù di Israele » (Mt. XIX, 28). Sicuramente allora verranno coloro che si considerano Giudei, cioè uomini religiosi, e non lo sono: e si inchineranno ai piedi della Chiesa, e sapranno che il Signore l’ha amata. Questo è promesso a tutta la Chiesa per il futuro quando Egli l’avrà raccolta da ogni nazione: perché non solo la Chiesa di Filadelfia ha creduto, ma anche le altre Chiese. Al secondo Angelo della Chiesa di Smirne dice: sarete calunniati da coloro che si definiscono Giudei ma non lo sono: ma non promette, però, che verranno e si inchineranno davanti ai piedi della Chiesa, cioè davanti ai piedi del Corpo di Cristo. Noi crediamo che questo si realizzerà in futuro, e anche se tutti in questo mondo venissero a supplicare la penitenza davanti ai piedi della Chiesa, tuttavia questo deve essere inteso che avverrà del mondo futuro. Perciò al sesto Angelo, che precede il settimo, promette ciò che ha concesso senza promessa agli altri Angeli di cui sopra, cioè alle Chiese: perché il Signore non si aspetta che solo una sola Chiesa faccia penitenza, ma tutte e sette, perché in tutto il mondo c’è una sola Chiesa. Se dovesse succedere qualcosa ad un membro, tutto il corpo ne risentirebbe. Ed aggiunge: Poiché avete tenuto fede alla mia raccomandazione di essere pazienti nella sofferenza, vi terrò anche fuori dall’ora di prova che verrà su tutto il mondo, per mettere alla prova gli abitanti della terra. Ecco, così ha rivelato molto chiaramente che si riferiva non solo al mondo presente, ma anche a quello futuro. Ed ha promesso di mantenere la promessa alla sua Chiesa negli ultimi giorni, quando l’Anticristo, il nemico del genere umano, verrà a mettere alla prova gli abitanti della terra: così che chi vivrà allora non sarà turbato nell’ora della prova. Come allora non era Filadelfia l’unica ad essere indicata, anche se questo era stata promesso solo a lei, così è pure ora. Infatti, se solo Filadelfia, o allora l’Africa, avesse ricevuto la raccomandazione di Dio di avere pazienza, perché avrebbe poi avvertito che in seguito le prove si abbatteranno sul mondo intero? Diciamo chiaramente che non c’è nessuno al mondo che sia tentato, se non la Chiesa. E quello che dice a Filadelfia, lo dice a tutta la Chiesa. E siccome è la sua Chiesa, Egli promette ogni giorno la tutela della protezione, dicendo: vi terrò lontani dall’ora della prova che sta arrivando su tutto il mondo. Come è accaduto in Africa, così è giusto che avvenga in tutto il mondo, che cioè l’Anticristo si manifesti, come si è manifestato anche a noi in parte; e che questo sia il genere dell’ultima persecuzione nel tempo in cui l’Anticristo verrà; e che non succeda se non un’afflizione come non c’è mai stata fin dall’inizio dell’umanità; e che la Chiesa debba superare l’Anticristo ovunque, come lo ha superato già in parte, serve a mostrarci come sarà l’ultima battaglia. Perché l’Anticristo è sempre sconfitto dalla Chiesa. Ma non avverrà, come alcuni pensano, che l’Anticristo perseguiterà la Chiesa in una sola regione, perché dice infatti che ci sono anticristi ovunque. L’Anticristo sarà l’ultimo re che regnerà su tutto il mondo e che si proclamerà egli stesso Dio, cioè il Cristo. Ma ora l’Anticristo è nascosto nella Chiesa, perché non gli è ancora stato apertamente concesso il potere. Ma quando arriverà, assoggetterà il mondo intero al suo potere. Come si dice di lui attraverso Giobbe: « … trae dietro di sé tutti gli uomini e innanzi a sé una folla senza numero. » (Giob. XXI, 33). Qui ci si riferisce a coloro che godono dei beni terreni. Ma poiché il mondo intero è più che “senza numero”, dobbiamo capire perché dice che davanti a sé c’è una folla innumerevole e dietro di lui tutti gli uomini. Questo se non perché l’antico nemico, padrone dell’uomo reprobo, e cioè dell’Anticristo, strapperà via tutti quelli che trova nella carne, e li assoggetterà sotto il giogo del suo potere: colui che ora, ancor prima di apparire, ne trascina via certamente di innumerevoli, ma indubbiamente non tutti i carnali. Infatti per la misericordia di Dio molti sono restituiti ogni giorno dall’opera carnale alla vita ed allo stato di giustizia: alcuni ritornano con una breve, altri con una lunga penitenza. E quindi non li trascina via tutti, ma innumerevoli, perché non mostra ancora tutti i segni mirabili dei miracoli della sua falsità. Ma quando a suo tempo, davanti agli occhi della carne, farà, come i maghi, segni ammirevoli ai suoi stessi occhi, allora ne trascinerà dietro di sé innumerevoli e tutti. Perché chi in questo mondo si delizia per le piacevoli ricchezze presenti, si sottomette al suo potere senza alcuna resistenza. Ma, come abbiamo detto prima, attrarre tutti gli uomini è più che attrarne innumerevoli, perché dice sopra che trascina tutti gli uomini e poi che ne attira innumerevoli? L’ordine era che egli dicesse prima ciò che è meno, cioè gli “innumerevoli”, e poi, in numero crescente, dicesse ciò che è di più, cioè “tutti”. Ma si deve capire che qui gli “innumerevoli” citati sono più che “tutti”; e che trascina ogni uomo dietro di lui, perché in tre anni e mezzo, “tutti” quelli che troverà impegnati nella vita carnale, saranno sottomessi al giogo del suo dominio. E ne trascina dietro innumerevoli, perché per cinquemila e più anni, anche se non ha potuto trascinare tutti i carnali, eppure sono stati molti di più, in così tanto tempo, di quelli che trova da trascinare poi alla fine. Si dice, allora, correttamente: dietro di lui trascina tutto il mondo e davanti a lui una folla innumerevole: perché allora trascina meno, quando finalmente trascina tutto, e ora ne trascina di più pur non invadendo il cuore di tutti, perché il vero Cristo non ha ancora lasciato il centro della Chiesa, ed infatti dice: Verrò presto, tenete stretto ciò che avete, perché nessuno vi porti via la corona. Predice la Sua imminente venuta, e che la distruzione di satana avverrà molto rapidamente. E come annuncia che non ci sarà un lunga prova, così avverte che il nemico non prenderà la sua corona. Come dice Salomone: « … per non mettere in balìa di altri il tuo vigore e i tuoi anni in balìa di un uomo crudele » (Prov. V: 9). Poiché ci è stata data grande fiducia nell’affermare la perseveranza della Chiesa dovunque nella prova, dobbiamo rispondere alle calunnie di quelli che dicono che la Chiesa sta diminuendo, e che sarà ridotta al numero della casa di Noè perdendo molte delle sue corone, in quanto il Signore ha detto: conservate con fermezza ciò che avete, perché nessuno vi tolga la vostra corona, non considerandone l’aumento o la crescita; infatti se la corona viene data ad un altro, non è perduta; il posto vacante è di chi ha perso ciò che aveva. Che cosa è ciò che dice: perché nessuno ti tolga la corona, se non che non si trattiene ciò che si ha, affinché non lo prenda un altro, e noi non lo perdiamo, se non perché Dio ha voluto mostrare che si dovesse mantenere la fermezza nelle sue promesse, senza lasciare spazio a vane speranze? Questo perché alcuno si vanti vanamente della promessa di Dio e rimanga pigro e tiepido; e, vivendo in qualsiasi modo sotto la Religione, si consideri figlio di Abramo, avendo Dio promesso ad Abramo con giuramento che nella sua discendenza avrebbe ereditato tutti i popoli (Gen. XVI, 3). Per questo Egli avverte di conservare con fermezza, e ordina di tener duro, affinché nessuno la porti via, dal momento che la corona può essere tolta a chi non persevera, e che solo chi è visto non cadere e perseverare fino alla fine, avrà per sempre la sua corona. Questa è la potenza, questa è la fermezza delle promesse di Dio, che, avendo ripudiato alcuni figli di Abramo, ne suscita ancor più numerosi dalle pietre (Mt. III, 9), affinché il malvagio non si glori di essere figlio di Abramo, né Abramo perderà i suoi figli essendogli Dio debitore [della promessa] e Colui che li nutre. Così è impossibile che il numero dei Santi sia ridotto dalla malizia delle zizzanie che crescono; è impossibile, come abbiamo detto, che il raccolto sia strappato da mezzo della zizzania. Se viene strappato, non è raccolto con la zizzania, perché Dio giudice ha permesso ad entrambi di crescere fino alla maturazione. A coloro che persevereranno dice: Farò del vincitore una colonna nel santuario del mio Dio e non ne uscirà più. Chiamò “colonna” il membro prezioso e utile a molti, che avrebbe unito al suo corpo, per servire di ornamento e forza, come dice l’Apostolo Paolo: « Giacomo, Cefa e Giovanni, ritenuti le colonne, diedero a me e a Bàrnaba la loro destra in segno di comunione » (Gal. II, 9). Nel tempio del mio Dio, cioè nella moltitudine dei Santi. E non ne uscirà, disse, mai più. Cioè dalla compagnia dei Santi; certamente non lascerà mai il merito e la gloria degli eletti. I gentili erano venuti da Dio, come sta scritto in Davide: « Ricorderanno e torneranno al Signore tutti i confini della terra, si prostreranno davanti a lui tutte le famiglie dei popoli » (Psal. XXI, 28). Si riferisce a coloro che Egli annuncia venire dalla sinagoga di satana. Questi infatti erano usciti, con uno scisma, fuori dalla casa di Dio. E si riferisce in modo particolare a questi, quando dice che non usciranno più, manifestando ciò che avverrà nell’ultima lotta finale. Perché ci sarà, dopo l’unità, un’altra separazione nella lotta finale, dalla quale se qualcuno sarà coinvolto, non ne uscirà più. Per questo motivo, il Signore ha permesso ad alcuni di uscire perché dovessero essere liberati più tardi, in modo che avessero il tempo di tornare: a questi, negli ultimi giorni, non permetterà però più di uscire, perché chi poi esce, non avrà più il tempo di tornare. E scriverò su di lui il nome del mio Dio, e il nome della città nuova, Gerusalemme, che scende dal cielo inviata dal mio Dio: affinché sia suggellato con il nome divino, e sia adornato con la gloria dell’immortalità, e riceva il nome della città divina, la nuova Gerusalemme, che è “la visione di pace”, così da godere del riposo eterno e della tranquillità della sicurezza. Essa è la città che scende dal cielo inviata da Dio, perché i Santi vivano in essa e si riposino …  e il mio Nome nuovo. Nulla è antico in Dio, che non invecchi con l’età, ma il Nome di Dio è sempre nuovo, sempre retto. E coloro che sono segnati con questo nome e trasferiti nel regno eterno, ottengono la vita eterna. In questo mondo il nome della Chiesa discende ogni giorno dal cielo mandato da Dio, cioè sempre la Chiesa nasce dalla Chiesa per mezzo di Dio. La chiamò nuova per la novità del Figlio dell’uomo, Gesù Cristo, ed è la Gerusalemme, e il mio “nuovo Nome”, che è il nome dei Cristiani, come prima della sua venuta venivano chiamati cristi, sacerdoti e dei, i governanti dell’uomo; ma non era questo il loro un nome nuovo, perché ce n’erano molti e nessuno di essi poteva salvare il mondo, ma solo lo poteva il Signore Gesù Cristo, cioè il Re Salvatore. Solo questo Re è Salvatore: questo è il nuovo Nome che sta al di sopra di ogni altro nome (Fil. II,9). Questo è il Re dei re, che è al di sopra di tutti i re. E non perché questo sia nuovo per il Figlio di Dio, come se fosse iniziato allora; infatti, non essendo veramente così, diciamo nuovo – ma solo nella carne – Colui che fin dal principio, prima della creazione del mondo, ha la stessa gloria del Padre. Eppure questo è nuovo per il Figlio di Dio, che è morto volontariamente ed è risorto, perché ne aveva il potere, ed è seduto alla destra di Dio; è “Figlio dell’uomo” quel che dice essere il “mio Nome nuovo”. È Lui che, all’inizio di questo libro, abbiamo visto tra i sette candelabri d’oro. Questi è il Figlio dell’uomo, Gesù, nel cui nome ogni ginocchio si piega in cielo, in terra e nelle profondità (Fil. II,10). Chi ha orecchio, ascolti ciò che lo Spirito dice alle chiese. Ogni volta che lo Spirito dice cose che dovrebbero essere comprese in modo diverso da come risuonano all’orecchio, conclude dicendo questo: Chi ha orecchie per ascoltare, ascolti ciò che lo Spirito dice alle chiese.

TERMINA LA SPIEGAZIONE DELLA CHIESA SESTA

INIZIA LA CHIESA SETTIMA NEL SECONDO LIBRO

(Ap. III, 14-22)

Et angelo Laodiciaæ ecclesiæ scribe: Hæc dicit: Amen, testis fidelis et verus, qui est principium creaturæ Dei. Scio opera tua: quia neque frigidus es, neque calidus: utinam frigidus esses, aut calidus: sed quia tepidus es, et nec frigidus, nec calidus, incipiam te evomere ex ore meo: quia dicis: Quod dives sum, et locupletatus, et nullius egeo: et nescis quia tu es miser, et miserabilis, et pauper, et cæcus, et nudus.  Suadeo tibi emere a me aurum ignitum probatum, ut locuples fias, et vestimentis albis induaris, et non appareat confusio nuditatis tuae, et collyrio inunge oculos tuos ut videas. Ego quos amo, arguo, et castigo. Æmulare ergo, et poenitentiam age. Ecce sto ad ostium, et pulso: si quis audierit vocem meam, et aperuerit mihi januam, intrabo ad illum, et coenabo cum illo, et ipse mecum. Qui vicerit, dabo ei sedere mecum in throno meo: sicut et ego vici, et sedi cum Patre meo in throno ejus. Qui habet aurem, audiat quid Spiritus dicat ecclesiis.

[ “E all’Angelo della Chiesa di Laodicea scrivi: Queste cose dice l’amen, il testimone fedele e verace, il principio delle cose create da Dio. Mi sono note le tue opere, come non sei né freddo, né caldo: oh fossi tu freddo, o caldo: ma perché sei tiepido, e né freddo, né caldo, comincerò a vomitarti dalla mia bocca. Perciocché vai dicendo: Sono ricco, e dovizioso, e non mi manca niente: e non sai che tu sei un meschino, e miserabile, e povero e cieco, e nudo. Ti consiglio a comperare da me dell’oro passato e provato nel fuoco, onde tu arricchisca, e sia vestito delle vesti bianche, affinché non comparisca la vergogna della tua nudità, e ungi con un collirio i tuoi occhi acciò tu vegga. Io, quelli che amo, li riprendo e li castigo. Abbi adunque zelo, e fa penitenza. Ecco che io sto alla porta, e picchio: se alcuno udirà la mia voce, e mi aprirà la porta, entrerò a lui, e cenerò con lui, ed egli con me. Chi sarà vincitore, gli darò di sedere con me sul mio trono: come io ancora fui vincitore, e sedei col Padre mio sul trono. Chi ha orecchio, oda quel che lo Spirito dica alle Chiese.”]

TERMINA LA STORIA DELLA SETTIMA CHIESA

INIZIA IL COMMENTO ALLA STORIA DELLA SETTIMA CHIESA PRECEDENTEMENTE DESCRITTA NEL SECONDO LIBRO

[7] Scrivi all’angelo della Chiesa di Laodicea: Così parla il fedele e vero testimone  del principio delle creature di Dio: Conosco la tua condotta: tu non sei né caldo né freddo. Magari tu fossi freddo o caldo; ma siccome sei tiepido, e non sei né caldo né freddo, ti sto per vomitare dalla mia bocca. Dice qui che parla alla Chiesa lo stesso “verace” e “fedele” Signore Gesù Cristo, che è il principio delle creature di Dio, non ché Egli abbia avuto un principio, ma che lo ha dato, e annuncia che riprende la pigrizia di alcuni rimproverandone la tiepidezza, con il dire: sto per vomitarti dalla mia bocca. Egli rimprovera coloro che si sono abbandonati ad alcune fatuità, perché non li trova né gravati dal grande gelo dell’iniquità, né sostenuti dalle opere buone, ma persistono tiepidi in entrambe; perciò non presentano il cibo delle opere buone a Cristo, che si sazia delle buone azioni, ma, persistendo nelle loro delizie, si considerano pur fedeli; eppure Egli minaccia di vomitarli dal suo cuore e di scacciarli quanto prima, dicendo: tu non sei né freddo né caldo; poiché sei tiepido, ti vomiterò fuori dalla mia bocca, cioè non sarai nelle mie viscere, perché sei tiepido. Egli chiama tiepidi gli uomini ricchi credenti, posti nell’alta dignità, che, essendo credenti e ricchi, trattano delle Scritture nelle loro case e si discute fuori se siano della Chiesa, e senza dubbio si considerano anime fedeli. Essi cioè si glorificano, e dicono di conoscere tutti gli insegnamenti delle Scritture e di credere in Dio. E si ritengono con certezza essere attivi nella Chiesa, pur mancando le loro opere. È per questo che si dice loro: non siete né freddi né ferventi, cioè non siete né pagani né fedeli. Ed aggiunge per questo: magari fossi caldo, cioè religioso, fedele e santo; o vorrei piuttosto che tu fossi freddo, cioè infedele, incredulo, e fuori della Chiesa; in qualunque modo tu fossi, o nel bene o nel male, saresti perfetto e chiaro. Ma poiché non sei né freddo né caldo, ma tiepido, non sarai mangiato come mio cibo, né unito alle mie viscere. E poiché questi non è né caldo né freddo, si fa tutto a tutti, si adatta ad entrambi, agli increduli ed ai fedeli. Ti vomito – dice – dalla bocca, perché mi dai nausea. Nessuno ignora quanto sia odiosa la nausea, così come lo saranno questi uomini vomitati da Cristo e dalla Chiesa, quando saranno scacciati nel giorno del giudizio: ed infatti sono ricchi e tiepidi, finanche avidi per cupidigia; eppure – come detto – si ritengono fedeli e Cristiani. Però non può essere povero chi possiede ricchezze, né è ricco chi non faccia uso delle ricchezze; e lo stesso ricco istruito e fedele, parlando dice: “Sono ricco, mi sono arricchito, nulla mi manca “. Ma lo Spirito dice: “Non ti rendi conto di essere un disgraziato, degno di compassione, povero, cieco e nudo“. Ti consiglio di comprare da me dell’oro purificato dal fuoco. Siano confusi coloro che si gloriano delle loro azioni ed esultano dei propri affari. Se per caso danno una moneta ad un povero o fanno del bene, si vantano della loro scienza o della fede tiepidamente professata e, proclamandola, affermano di non aver bisogno di nulla. Eppure, al contrario, sono rimproverati, perché non meritevoli di compassione, in quanto poveri e mendicanti e sprofondati nella povertà delle opere buone; non vedono la loro nudità, né pensano di essere nudi e mancanti di buone opere. Li inclina pertanto alla salvezza con la solita bontà:  ti consiglio di comprare da me l’oro che è stato purificato dal fuoco, cioè di prendere esempio dalla mia passione, di passare nella fornace della tribolazione, affinché appaia provato da tutto, come Io sono stato provato da voi, e di seguire me, che sono morto per te, onde versare il tuo sangue per me, come Io l’ho versato per te …. affinché tu diventi ricco e vestito di bianco per coprire e nascondere la vergognosa tua nudità: così con le elemosine e con le opere buone diventi tu stesso l’oro provato dal fuoco, l’oro bruciato dalle fiamme dell’afflizione, purgato dalle elemosine e dalle opere rette; questo vuol dire: che tu sia ricco in ciò che fai, e ti ricopra delle mie vesti bianche, cosicché non appaia la confusione della tua nudità. Pensava questi infatti di essere ricco, bianco nel suo abbigliamento, e che non apparisse turpitudine alcuna delle sue opere. Mettete collirio negli occhi, cosicché possiate vedere. Questo è l’oro che Egli promette alla Chiesa attraverso il Profeta: « Farò venire oro anziché bronzo, farò venire argento anziché ferro, bronzo anziché legno, ferro anziché pietre. » (Is. LX, 17). Annuncia in tal modo che oro è la parola del Signore, il Vangelo, la dottrina apostolica. Chiunque ne rimanga arricchito, meriterà certamente delle ricchezze spirituali e si adornerà con bianche vesti, cioè con la luminosità delle opere buone, affionché con le opere buone, non apparirà la sua vergognosa nudità. Il collirio con cui ordina poi di ungere gli occhi è la contrizione del cuore, le lacrime del penitente, il dolore che guarisce chi si converte; e non si manifesta nel parlare né con la rabbia né con l’odio, ma piuttosto con la proclamazione del suo amore, quando dice: ungete i vostri occhi con il collirio, affinché possiate vedere. È come se dicesse chiaramente: O uomo ricco, tu che leggi, intendi ciò che dico. E così se leggi e non intendi, ungiti gli occhi con il collirio. A volte, nella Sacra Scrittura, per “occhi” si intendono i due Testamenti, cioè la Legge ed il Vangelo, che infondono ai credenti la luce della verità, come sta scritto: « … i precetti del Signore sono limpidi, danno luce agli occhi. » (Psal. XVIII, 9). E ancora: « Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino. » (Psal. CXVIII, 105). Se gli occhi sono illuminati dalla parola del Signore, siano illuminati anche quelli del ricco cieco. Si sa che Cristo, nel dare la vista ad un cieco, ha versato saliva sulla terra, ne ha fatto un collirio con il dito e lo ha spalmato sugli occhi dell’uomo nato cieco, dicendogli: « Vai a lavarti nella piscina di Sìloe » (Gv. IX, 6). Prima che la saliva giungesse a terra, c’era già la terra, ma essa non dava luce al cieco. Egli versò la saliva sulla terra e la rimescolò con il dito, e così unse gli occhi dell’uomo cieco nato. Questi andò a lavarsi e recuperò la vista. La saliva è il Vangelo, la terra è la Legge. Ma cosa fa la Legge senza il Vangelo, la Legge che non dà luce al cieco, ma lo lascia fermo lungo il sentiero, non permettendogli appunto di camminare lungo di esso. Discenda dunque la saliva di Cristo in terra, si unisca alla terra e la si mescoli con il dito dello Spirito Santo, ed unga gli occhi del ricco cieco e si vada alla vasca di Siloè, che significa “Colui che è stato mandato”, cioè a Colui che ha detto: Sono stato mandato solo alle pecorelle smarrite della casa d’Israele (Mt. XV, 24). O uomo ricco, se leggi e credi che Gesù sia stato mandato per te, indaga sulla profezia perché è venuto proprio da te. Leggi il Vangelo e comprendi quanto ha sofferto per te. Ti ha comprato a caro prezzo, poiché ti ha riscattato con il caro prezzo del suo sangue. Cosa restituisci a Colui che ti ha reso figlio, da servo che eri? Ascolta ciò che ti chiede: oro purificato dal fuoco! Questo è il vero scambio, perché il sangue viene ripagato con il sangue. Con questo collirio per gli occhi, possa tu vedere, possa tu sforzarti di fare ciò che liberamente già conosci dalle Scritture. E siccome questi uomini che da un grande peccato, tornano ad una grande penitenza, non sono solo utili a se stessi, ma possono essere di aiuto a molti, promette loro non una piccola, ma una grande ricompensa: sedere sul trono del suo giudizio. – Coloro che amo, Io li rimprovero e li correggo: siate perciò zelanti e pentitevi. Chiama alla penitenza coloro che sono immersi nella gravissima opera del peccato, e li invita ad imitare i Santi: insegna che nella Chiesa c’è chi debba essere imitato e seguito; ed è come se dicesse chiaramente: imitate coloro che vedete essere tormentati per il mio Nome. Tutta la moltitudine dei ricchi è racchiusa in un solo uomo, così come tutto il corpo dei Vescovi lo è in un solo Angelo delle Chiese. « Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, Io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me » Qua sta la nostra salvezza: il Signore Gesù Cristo, che bussa alla porta del nostro cuore! Colui che, pentendosi dei suoi peccati, getta via i fulmini della malizia e l’aridità del suo cuore, sicuramente entrerà e mangerà con Lui e assaggerà le delizie della giustizia; è come se Egli stesso dicesse  chiaramente: « chi mi ama sarà amato dal Padre mio, e Io lo amerò e mi manifesterò a lui. Ed Io e il Padre mio verremo a lui e faremo la nostra dimora con lui » (Gv. XIV, 21). – Dopo questa correzione, dice ciò che promette alle buone azioni: Al vincitore gli concederò di sedere con me sul mio trono, come anch’Io siedo con il Padre mio sul suo trono. A chi dice che si siederà con Lui, promette di condividerne il potere. Però nel dire che siederà con lui sul trono del Padre, come siederà con il vincitore, dal momento che lo stesso Figlio unigenito siede con potenza sul trono del Padre, e come dice Egli stesso: « Non riempio io il cielo e la terra? » (Ger. XXIII: 24). Che cos’è dunque questo sedersi sul trono di Dio, se non riposare e gioire con Dio, stare davanti ai suoi tribunali beati e godere dell’infinita felicità della sua presenza? Chi ha orecchie, ascolti ciò che lo Spirito dice alle chiese.

TERMINA LA STORIA DELLA CHIESA SETTIMA

COMINCIA L’ESPOSIZIONE DELLE SETTE CHIESE SPIEGANDO IN SENSO SPIRITUALE, CON L’ARCA DI NOÈ, PERCHÉ NE SIANO SETTE.

[8] Il Signore disse a Noè: « Ho deciso di distruggere tutta la carne, perché tutta la terra è piena di violenza a causa loro. Perciò, ecco, io li sterminerò dalla terra. Fatti un’arca di legno di cipresso; dividerai l’arca in scompartimenti e la spalmerai di bitume dentro e fuori » (Gen. VI, 13).  Se vogliamo mirare diligentemente e con attenta osservazione alla fabbrica di quest’arca, attraverso la quale l’uomo giusto Noè meritava di essere salvato dal naufragio del mondo, troveremo senza dubbio che ci è stato offerto un grande mistero di grazia spirituale fin nelle sue stesse misure e nelle giunture. Infatti dice così: « Farai un’arca lunga trecento cubiti, larga cinquanta cubiti e alta trenta cubiti. E tu farai una copertura all’arca, e la finirai in cima per un cubito. Metterai la porta dell’arca nel suo fianco, e farai un primo piano, e un secondo piano, ed un terzo piano, e così via. » Questa fabbrica dell’arca indicherà chiaramente la figura della nostra Chiesa. Non c’è dubbio che Noè rappresentasse la figura di Cristo; Noè che, tradotto dall’ebraico in latino, significa “requies = riposo”, come il suo stesso padre Lamech profetizzò quando gli impose il nome: « Costui ci consolerà del nostro lavoro e della fatica delle nostre mani, a causa del suolo che il Signore ha maledetto » (Gen. V, 29). Come soltanto Noè fu trovato giusto su tutta la terra e solo fu salvato con quelli della sua casa fra tutti coloro che perirono nel diluvio dell’acqua, in quanto egli soltanto, vivendo rettamente, aveva compiaciuto Dio, irritato dal mondo per la sua condotta perversa, così anche quando il Signore verrà a giudicare il mondo tra le fiamme del fuoco, porrà fine a tutti i mali, agli angeli ribelli e a tutti i crimini del mondo; ma solo ai Santi concederà riposo nel regno del mondo a venire. Poiché quest’arca, che fu costruita con un legno incorruttibile, indicava, come detto, la fabbrica della venerabile Chiesa, che rimarrà sempre con Cristo. Le sette anime concesse al santo e giusto Noè, è riconosciuto che rappresentino la figura delle sette Chiese che saranno liberate da Cristo dal diluvio del fuoco del giudizio e che regneranno con Cristo nella nuova terra. Ma forse alcuni sono disturbati dal fatto che si parli di sette chiese, dal momento che la Chiesa è una sola, diffusa in tutto l’universo. Esse sono chiamate “sette chiese” al plurale, pur essendo una, per lo Spirito settiforme che le anima. Perché come il corpo è uno e le sue membra sono sette, o meglio, sette sono le funzioni delle membra, e cioè testa, mani, piedi, vista, udito, gusto e olfatto, così uno è il corpo della Chiesa, ma è settiforme per la grazia dei carismi. Sette sono gli occhi del Signore, sette sono le stelle della mano destra di colui che siede sul trono, sette sono i candelabri d’oro, sette sono le lampade del tabernacolo del Signore, sette sono gli Angeli, sette sono le trombe, sette sono le coppe d’oro, sette sono le donne che si impadroniscono di un solo uomo – cioè le virtù delle Chiese che possiedono Cristo – e sette sono le colonne della casa di Salomone, su cui sorge ed è costruito l’edificio della Chiesa; ma anche il beato Giovanni Apostolo scrisse alle sette chiese, e anche Paolo, il venerabile Apostolo, scrisse lettere a sette chiese, mentre ne scrisse le restanti ad uomini, in modo da non superare il numero di sette; così anche sette sono i pani del Vangelo; e le ceste ripiene dei pezzi avanzati indicavano la figura della Chiesa settiforme. Per questo la Scrittura divina dice: « Noè è entrato nell’arca e sette anime con lui. » Queste sette anime indicavano le sette chiese, come detto; in ognuna di esse dimostrerò brevemente come siano incluse le sette chiese. Sette sono i doni dei carismi, come il Signore si è degnato di manifestare per mezzo di Isaia, vate inclito: « Su di lui si poserà lo spirito del Signore, spirito di sapienza e di intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore del Signore. » (Is. XI, 2). Non tutti possiamo possedere totalmente questi doni, ma ognuno di noi ne possiede uno. Solo Cristo Signore li possiede tutti, Lui che è tutto il corpo. In noi, che siamo annoverati tra le sue membra, ce n’è uno soltanto. Tutti coloro del numero dei fratelli che rimangono nell’unica e medesima Chiesa, che possiedono lo Spirito di Sapienza, tutti quelli che possiedono il primo carisma, formano la prima Chiesa. Infatti Chiesa significa congregazione dei Santi. Allora il beato Apostolo Paolo, scrivendo alla Chiesa, specificò ciò che fosse la Chiesa, dicendo: ai santi e ai fedeli (Ef. I,1); e così tutti i Santi ed i fedeli fratelli che possiedono lo Spirito di Intelletto formano la seconda Chiesa, come un secondo gruppo. Per la stessa ragione, tutti coloro che possiedono lo Spirito di Consiglio formano il terzo gruppo, e quindi la terza Chiesa. E quelli che Egli ha riempito con lo Spirito di Fortezza sono elencati nella quarta Chiesa. Allo stesso modo, coloro che Egli ha riempito con lo Spirito di Scienza sono considerati nella quinta Chiesa. A coloro che erano pieni dello Spirito di Pietà viene indicato il numero della sesta Chiesa. E coloro che Egli ha raccolto nello Spirito del Timore di Dio sono contati nella settima Chiesa. Chiunque di noi sia separato, possiede solo uno dei carismi, ma quando siamo riuniti insieme, formiamo un’unica integra e perfetta Chiesa settiforme, vale a dire: il Corpo di Cristo. Queste sono le sette anime che a Noè, rappresentante dell’immagine di Cristo, sono state affidate nel diluvio delle acque. Con l’acqua, quindi, i giusti sono salvati mentre i peccatori e gli empi sono puniti. Ugualmente queste sette chiese, alla fine del mondo, mentre tutte le nazioni staranno per morire, saranno liberate da Cristo dalla catastrofe del fuoco e riceveranno la gloria del regno dei cieli. Infatti come nessun uomo riuscì a sfuggire al diluvio delle acque, se non colui che si fosse rifugiato nell’arca, così anche nel giorno del giudizio di Dio nessun uomo potrà sfuggire, se non colui che è custodito nell’arca della Chiesa Cattolica. E quando si dice che l’arca possedesse un secondo ed un terzo piano, si dimostrano chiaramente le dimore e le qualità delle abitazioni preparate per i Santi nel regno di Dio. Il primo piano è figura del Paradiso; il secondo è figura della Terra nuova, dove scenderà la Gerusalemme celeste, affinché in essa, come sentito, si realizzi la dimora di Dio con gli uomini. Il beato Giovanni dice: Ho visto un nuovo cielo e una nuova terra, la città celeste di Gerusalemme, scendere dal cielo verso una nuova terra (Ap. XXI, 1); e Isaia: « Sì, come i nuovi cieli e la nuova terra, che io farò, dureranno per sempre davanti a me – oracolo del Signore – » (Is. LXVI, 22). Al terzo piano, ecco il Regno dei cieli. Per questo il nostro Salvatore e Signore ha detto nel Vangelo: « Nella casa del Padre mio che è nei cieli ci sono molte dimore » (Gv. XIV, 2). Per questo è stato scritto anche del regno dei cieli: « Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli » (Mt. V, 10). A proposito dell’abitazione del Paradiso, il Signore stesso ne dimostra l’esistenza, quando afferma: Al vincitore – dice – darò da mangiare dell’albero della vita, che è nel Paradiso del mio Dio (Ap. II, 7). Allo stesso modo Egli annuncia la dimora della Terra nuova quando dice: « Beati i miti, perché essi possederanno la terra » (Mt. V, 4). E lo stesso Salomone dice: « perché gli uomini retti abiteranno nel paese e gli integri vi resteranno, ma i malvagi saranno sterminati dalla terra, gli infedeli ne saranno strappati » (Prov. II, 21). Ugualmente il beato Isaia menziona questi tre livelli quando dice: « ma quanti sperano nel Signore riacquistano forza, mettono ali come aquile, corrono senza affannarsi, camminano senza avere fame. » (Is. XL, 31). Voleranno in cielo come aquile che volano con le ali; correranno in Paradiso e non si stancheranno; cammineranno nella terra nuova e non avranno fame, perché lì riceveranno una pietanza preparata da Dio. È questa triplice classe delle dimore dei santi che il Signore si degnò anche di manifestare ai suoi Apostoli nel Vangelo per mezzo di una parabola, dicendo: « Un’altra parte cadde sulla terra buona e diede frutto, dove il cento, dove il sessanta, dove il trenta. » (Mt XIII, 8). Il frutto di cento per uno, sarà prodotto da coloro che riceveranno una casa in cielo, quelli che produrranno il sessanta per uno, meriteranno una casa in Paradiso, e quelli del trenta per uno, vivranno sulla Terra nuova. Pertanto, dovrebbe già esserci chiaro che quest’arca a tre piani, come detto più volte, indica chiaramente la figura della Chiesa Cattolica. Le sue abitazioni a tre piani, cioè il Cielo, il Paradiso e la Terra nuova, sono state rese note dal Signore nei tempi passati. Per quanto riguarda quel che concerne la costruzione dell’arca, dice come la stessa sia stata concepita in modo da essere più ampia nel primo piano, dove si è iniziata, nel mezzo più stretta, e nel terzo coperto ai quattro angoli, fin dove non fosse stato sopraelevato, per la breve misura di un cubito, avendo una finestra nel lato: questo significava che nella prima parte della costruzione, cioè al primo piano, fosse stata concessa maggiore libertà di azione ai Santi, una disciplina più permissiva per tutti i Padri ed i Patriarchi a causa della necessità di generare la discendenza dei figli, e per questo doveva essere loro permesso di realizzare molte più cose lecitamente e fare più liberamente ciò che volevano. Per questo motivo al primo piano dell’Arca viene assegnato uno spazio maggiore e più ampio. Il piano intermedio è ridotto ad una misura più stretta, perché nel mezzo dei tempi, il popolo doveva essere costretto dalla Legge di Mosè e dei Profeti in uno spazio sempre più stretto ed angusto dai precetti che lo vincolavano. Che il terzo piano fosse coperto negli angoli e finito all’altezza di un cubito, significava che i quattro angoli, cioè i quattro Vangeli, dovevano delimitare l’intero edificio della Chiesa. Perché stretta e angusta  è –  dice – la via che conduce alla vita (Mt. VII, 14). E all’altezza di un cubito, cioè la misura dell’uomo in piedi, umanità di cui il Signore si è rivestito, dovevano essere finiti tutti i lavori della Chiesa. Insomma, nessuno può raggiungere il culmine della virtù e della gloria perfetta se non attraverso l’angoscia delle tribolazioni e l’afflizione delle persecuzioni che il Signore ha sopportato nella sua passione, come sta scritto: « … bisogna attraversare molte tribolazioni per entrare nel regno di Dio » (Act. XIV, 22). E un cubito più sopra la terminerai (Gen. VI, 16); questo cubito è figura, come detto, del Corpo di Cristo; e questo cubito sembra riguardare piuttosto l’unità dell’uomo perfetto di cui siamo membri, che non la misura della statura dell’uomo. Infatti essendo tutti uno in Cristo Gesù, la costruzione dell’arca si finisce in un solo cubito, poiché nel solo Corpo di Cristo e nella grazia delle sue sofferenze doveva essere riunita tutta la pienezza della Chiesa. – E il corvo che si dice essere stato mandato dall’arca e non è tornato, ha dimostrato questo: che i desideri impuri degli uomini devono essere cacciati via dalla Chiesa, e non devono più tornarvi. – Il corvo significa, quindi, i piaceri dell’anima ingannevole ed impura, e la cattiva fama del colore nero rappresentava i vizi iniqui dei peccatori. – La colomba che fu mandata poi, non trovando alcun posto dove posarsi nel mondo, ritornò all’arca. Era essa figura dello Spirito Santo che, diffuso in tutto il mondo, non riusciva a trovare riposo negli uomini tutti, a causa dell’iniquità del mondo, e così è tornata all’arca della Chiesa, come lo stesso Signore – istruendo i suoi Apostoli nel Vangelo – dice: « In qualunque città o villaggio entriate, fatevi indicare se vi sia qualche persona degna, e lì rimanete fino alla vostra partenza. Entrando nella casa, rivolgetele il saluto. Se quella casa ne sarà degna, la vostra pace scenda sopra di essa; ma se non ne sarà degna, la vostra pace ritorni a voi » (Mt. X, 11). Per questo, lo Spirito Santo, non avendo trovato accoglienza tra i popoli che non avevano ancora creduto in Cristo, ritornò all’arca della Chiesa degli Apostoli fino a quando, eliminate le iniquità del peccato, la dottrina della fede non fosse stata creduta in tutte le Nazioni, così da meritare di ricevere lo Spirito Santo. Aggiunge quindi la Scrittura: « … Attese altri sette giorni e di nuovo fece uscire la colomba dall’arca e la colomba tornò a lui sul far della sera; ecco, essa aveva nel becco un ramoscello di ulivo » (Gen. VIII, 10). Il ramo d’ulivo portato da questa colomba indicava chiaramente una testimonianza di pace e di resurrezione, e che, annunciando e portando nel suo becco il legno della passione, doveva fornire la pura grazia del carisma. E venne di sera, perché doveva arrivare alla fine del mondo. La misura dell’arca, lunga trecento cubiti, indica evidentemente la figura della croce del Signore, perché i greci designano il numero trecento con la lettera “tau“; questa lettera forma come il tratto di un ramo d’albero piantato, mentre un altro si presenta come una traversa allungata in cima, così da indicare certamente la forma della croce, dal cui mistero ai credenti viene data la lunghezza della vita, fornita la larghezza della terra nuova e la si prepara per l’altezza del regno dei cieli. Cinquanta cubiti era la larghezza dell’arca: questo significava che a Pentecoste, cioè cinquanta giorni dopo la passione della croce del Signore, sarebbe sceso lo Spirito Santo, attraverso il Quale si può ottenere la speranza della salvezza e la gloria del regno dei cieli. I trenta cubiti dell’altezza dell’arca indicano i trent’anni di età del Signore, età in cui, per il ministero di Giovanni, fu battezzato nel Giordano l’Uomo di cui si era rivestito; aveva infatti trent’anni, secondo il Vangelo, quando con l’acqua del Battesimo illustrò coi doni celesti l’uomo – come detto – presunto, di cui si rivestì. È dunque l’altezza la misura dell’età del corpo di Cristo, secondo quanto afferma l’Apostolo Paolo: « … finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo » (Ef. IV, 13). La lunghezza è nella passione della croce del Signore, con la quale i credenti sono suggellati nella fede. La larghezza è nel giorno di Pentecoste, in cui lo Spirito Santo scende sui credenti. Vedete, dunque, cari fratelli, che tutto l’edificio di quest’arca doveva essere premessa del mistero della venerabile Chiesa e che gli uomini non potevano essere salvati dalla rovina del mondo intero se non nella Chiesa, così come non si salvarono dal diluvio del mondo se non coloro che erano ospitati nell’arca. E così dobbiamo sforzarci di chiedere a Dio nostro Signore con tutto il cuore di meritare di rimanere, nella Chiesa Cattolica di Dio, fedeli al Signore. Seguiranno allora i premi se con i legami di pace e di concordia avremo conservato le norme dell’istituzione evangelica, in modo da poter essere felici al cospetto di Dio Padre Onnipotente.

COMMENTARIO ALL’APOCALISSE DI BEATO DI LIEBANA (7)

COMMENTARIO ALL’APOCALISSE DI BEATO DI LIEBANA (5)

I quattro cavalli e i quattro cavalieri (Apoc. VI, 1-8)

Beato de Liébana:

COMMENTARIO ALL’APOCALISSE (5)

Migne, Patrologia latina, P. L. vol. 96, col. 893-1030, rist. 1939, I, 877

[Dal testo latino di H. FLOREZ – Madrid 1770]

LIBRO SECONDO

INIZIA LA SECONDA CHIESA

(Ap. II, 8-11)

Et angelo Smyrnæ ecclesiæ scribe: Hæc dicit primus, et novissimus, qui fuit mortuus, et vivit: Scio tribulationem tuam, et paupertatem tuam, sed dives es : et blasphemaris ab his, qui se dicunt Judaeos esse, et non sunt, sed sunt synagoga Satanæ. Nihil horum timeas quae passurus es. Ecce missurus est diabolus aliquos ex vobis in carcerem ut tentemini : et habebitis tribulationem diebus decem. Esto fidelis usque ad mortem, et dabo tibi coronam vitæ. Qui habet aurem, audiat quid Spiritus dicat ecclesiis: Qui vicerit, non laedetur a morte secunda.

[E all’Angelo della Chiesa di Smirne scrivi: Queste cose dice il primo e l’ultimo, il quale fu morto, e vive: So la tua tribolazione e la tua povertà, ma sei ricco: e sei bestemmiato da quelli che si dicono Giudei, e non lo sono, ma sono una sinagoga dì satana. Non temere nulla di ciò che sei per patire. Ecco che il diavolo caccerà in prigione alcuni di voi, perché siate provati: e sarete tribolati per dieci giorni. Sii fedele sino alla morte, e ti darò la corona della vita. Chi ha orecchio, ascolti quel che lo Spirito dica alle Chiese: Chi sarà vincitore, non sarà offeso dalla seconda morte.]

INIZIO DELLA SPIEGAZIONE DELLA CHIESA INNANZI DESCRITTA NEL LIBRO SECONDO

[2] Scrivi all’Angelo della chiesa di Smirne. Smirne, è « il canto di quelli che hanno proclamato la verità cattolica; » a questi lo Spirito Santo parla dicendo: Questo dice il primo e l’ultimo, che era morto e che è tornato in vita. Conosco la tua tribolazione e la tua povertà, anche se sei ricco. Egli loda le opere della sua Chiesa, perché sta andando nel regno attraverso molte tribolazioni. Preferisce la condizione della povertà, perché rigetta energicamente i beni presenti per meritare quelli futuri … Anche se sei ricco. Essa è ricca nella fede e nell’abbondanza totale della grazia, cioè nell’umiltà, compiendo la parola divina che dice: « beati i poveri in spirito » (Matt. V, 1). Chi è povero di spirito è ricco dello Spirito di Dio. Colui che è ricco di spirito, si gonfia con arie di grandezza, è come un otre. Si deve sapere, quindi, che le colpe più gravi sono quelle di specie poco indicate, che sembrano addirittura essere virtù, perché le colpe chiaramente note prostrano lo spirito con la tristezza e lo trascinano alla penitenza. Queste invece, non solo non umiliano lo spirito portandolo alla penitenza, ma elevano la mente di chi opera, essendo ritenute come delle virtù. Dice di questi di tal parte della Chiesa: e sei bestemmiato da parte di coloro che si definiscono Giudei ma non lo sono, e sono in realtà una sinagoga di satana. La Chiesa sopporta spesso numerose contumelie da parte di chi confessa di conoscere Dio ma non lo riconosce affatto, e la cui assemblea è congregata al loro padre, il diavolo. Anche qui si dimostra come non si parli solo ad una Chiesa particolare, perché non solo quelli di Smirne erano o sono Giudei bestemmiatori. Si mostra anche che questi Giudei siano all’esterno, che siano cioè dei cattivi Cristiani, così come ha detto sopra a proposito dei falsi apostoli. Avrebbe anche potuto chiamare i Cristiani Giudei, perché “giudeo” è una parola religiosa. In ebraico, Giuda si intende “confessio” in latino. Quelli che si definiscono Giudei, cioè “i confessori”. Perché se non li chiamasse Giudei, non direbbe che si chiamano così e non lo sono. « Siamo noi i circoncisi » (Fil. III,3); siamo noi i Giudei, che hanno Cristo, il Leone della tribù di Giuda. « Infatti, Giudeo non è chi appare tale all’esterno, e la circoncisione non è quella visibile nella carne; ma Giudeo è colui che lo è interiormente e la circoncisione è quella del cuore, nello spirito e non nella lettera; la sua gloria non viene dagli uomini ma da Dio. » (Rm. II, 28), è cioè colui che piace solo a Cristo e non agli uomini, come sta scritto: « Tutta splendida è la figlia del re, “ab intus”: in dentro » (Psal XLIV, 14). Se avesse detto solo che si definiscono Giudei, e non avesse aggiunto la sinagoga di satana, non avremmo potuto dire che fossero fuori, anche se avesse detto che stavano bestemmiando. Con ciò dimostra anche che questi Giudei sono fuori, perché non dice che … avete messo alla prova coloro che si definiscono Giudei; così come sopra ha detto degli apostoli che dicono di essere apostoli senza esserlo, così anche qui avrebbe potuto chiamare Giudei i Cristiani che sono della sinagoga di satana. Se volete sapere cos’è questa sinagoga e cos’è la Chiesa, lo saprete chiaramente nel prologo delle sette chiese. Non ho tempo di occuparmene ora, perché non accada che mentre replichiamo cose già discusse, ci attardiamo per le cose non ancora trattate. Infatti, nostro Signore, dando come esempio il suo corpo, in mezzo alla sinagoga del santo Israele, in mezzo quindi a Gerusalemme, proclamava che Gerusalemme uccideva i profeti. La si chiamava anche la sinagoga di satana, che è Sodoma e l’Egitto; che è una congregazione ed una sinagoga; e noi costituiamo insieme un’unica assemblea, poiché la sinagoga è di molti, ma la Chiesa è di pochi. Ma se è così, perché lottiamo tra di noi? Perché ci chiamiamo l’un l’altro anticristi? Proprio per questo Giovanni ha chiarito nella sua lettera, chi sono quelli che si debbano considerare come anticristi quando dice: chi nega che Gesù è Cristo, questi è l’Anticristo » (1 Gv. II, 22). Chiediamoci allora chi è che lo neghi; e non guardiamo alle parole, ma ai fatti. Perché se si chiede a questi, tutti confessano con la bocca che Gesù è il Cristo. Ma riposi un po’ la lingua ed interroghiamoci se veramente ciò verifichiamo. Se la stessa Scrittura ci ha detto che la negazione non si fa solo con la lingua, ma con le opere, troviamo certamente molti Cristiani che sono “anticristi”, che lo confessano cioè solo con la bocca, mentre che le loro abitudini non sono in sintonia con Cristo. Dove lo troviamo nella Scrittura? Ascoltiamo Paolo. Egli dice, parlando di costoro: « … Dichiarano di conoscere Dio, ma lo rinnegano con i fatti, (Tt. I, 16). Abbiamo trovato allora questi anticristi. Chiunque rinneghi Cristo con la sua condotta è l’Anticristo. Non si ascolti ciò che si proclama, ma ciò che si vive. Parlano le opere e noi cerchiamo ancor le parole? Chi è malvagio dirà forse cose buone? Ecco cosa dice il Signore di costoro: « … come potete dire cose buone, voi che siete cattivi?» (Mt. XII, 34). Voi portate le vostre voci alle mie orecchie, io esamino i vostri pensieri e vedo che c’è una volontà malvagia e che voi date cattivi frutti. So cosa raccogliere da lì: … non si raccolgono fichi dai rovi, non si raccoglie uva dalle spine. Ogni albero è conosciuto per i suoi frutti. L’anticristo è più che altro un bugiardo, che confessa con la sua bocca che Gesù è il Cristo e lo nega con la sua condotta. Per questo è bugiardo, perché dice una cosa e ne fa un’altra. Infatti il Signore disse al suo corpo, cioè alla Chiesa, dandone un esempio in mezzo alla sinagoga del santo Israele, cioè di colui che vede Dio, in mezzo alla santa Gerusalemme: « Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono inviati » (Matt. XXIII, 37). Dovete capire che questo lo ha detto della sinagoga di satana, che è Sodoma e l’Egitto, dove i suoi testimoni, cioè coloro che servono Dio, vengono crocifissi ogni giorno. Sodoma, dopo i suoi eccessi, diventa cenere, una volta liberato Lot con le sue figlie. Ma cosa significa che se il Signore avesse trovato cinquanta o anche fino a dieci persone giuste, avrebbe salvato la città? (Gen. XVIII: 26). Mise il numero cinquanta come segno di penitenza, nel caso in cui si fossero convertiti e quindi salvati. Il numero cinquanta si riferisce sempre alla penitenza. Ecco perché Davide ha composto il Salmo della Penitenza con quel numero. Ecco perché quando Dio vede la vita dei peccatori che non vogliono pentirsi, il che si indica col numero cinquanta, trattiene all’istante l’ardore della sfrenata lussuria con il fuoco della geenna. Ha detto poi che Sodoma non perirebbe se vi si trovassero anche solo dieci giusti, perché se il nome di Cristo si trova in un uomo per l’osservanza dei Dieci Comandamenti, questi non perirà. La cifra del numero dieci è un numero perfetto e rappresenta la croce di Cristo. Ma cosa sono le cinque città che sono state consumate dalla pioggia di fuoco, se non tutti coloro che hanno usato in modo lascivo i cinque sensi del loro corpo, e che sono consumati da quel fuoco divino? Lot stesso, parente di Abramo, uomo giusto ed abitante di Sodoma, che meritava di uscire indenne da quel fuoco – similitudine del giudizio divino – era figura del corpo di Cristo che, come tutti i Santi, geme ora tra gli iniqui e gli empi, di cui non approva le azioni, e dalla cui compagnia sarà liberato alla fine del mondo, quando essi saranno condannati con il fuoco al tormento eterno. La moglie di Lot era figura di quei religiosi che, chiamati dalla grazia di Dio, guardano indietro e desiderano tornare a quelle cose che avevano abbandonato. Di questi il Signore dice: « nessuno che mette la mano all’aratro e guarda indietro è adatto al regno dei cieli » (Lc. IX, 62). Per questo a quella donna è proibito guardarsi indietro, per insegnarci che non dobbiamo tornare alla vita precedente, noi che, rigenerati dalla grazia, desideriamo sfuggire alla eterna dannazione. E il fatto che sia rimasta girata a guardare indietro e sia diventata una statua di sale, serve da esempio alla condotta dei fedeli, affinché altri possano essere salvati. Infatti neanche lo stesso Cristo tacque, dicendo: « … ricordatevi della moglie di Lot » (Lc. XVII: 32), cioè possiamo condirci col sale per non dimenticare il fatto, ed essere saggiamente prudenti. Ammonì così quella quando fu trasformata in una statua di sale. – Commentiamo ora ciò che riguarda lo stesso Lot, che, fuggito da Sodoma in fiamme, giunse a Segor ma senza scalare la montagna. Fuggire da Sodoma in fiamme è non accettare i fuochi illeciti della carne o i desideri del mondo; l’altezza delle montagne è la contemplazione del perfetto; e seppur molti giusti fuggono dalle lusinghe del mondo, eppure, dediti essi all’azione, non possono raggiungere la vetta della contemplazione. Per questo Lot è uscito da Sodoma, ma non ha raggiunto la montagna; la vita riprovevole è stata sì abbandonata, ma non è stata ancora raggiunta la grandezza della sublime contemplazione. Per questo Lot stesso dice all’Angelo: « È qui vicino quella città, nella quale posso fuggire, ella è piccola, ed ivi troverò salute, non è ella piccolina, e ivi non sarà sicura la ma vita? ». (Gen. XIX: 20). Si dice che cerca questa che senza dubbio si mostra sicura per la salvezza, perché la vita attuale non è né totalmente distaccata dalla cura del mondo, né estranea alle gioie della salvezza. E Lot stesso, quando le sue figlie gli si unirono, sembrava rappresentare il ruolo della futura Legge. Infatti taluni che sono stati generati da quella Legge e che quindi sono soggetti alla Legge, non comprendendola bene, in un certo senso ne sono come ubriacati, non osservandola che legalmente, e facendo così opere di infelicità. Infatti « così la legge è santa, e santo e giusto e buono è il comandamento. » (Rm. VII, 12) – come dice l’Apostolo – se qualcuno la osserva legalmente. – L’Egitto è flagellato da dieci piaghe e non viene corretto. Queste piaghe avvenute in Egitto in modo materiale, ora si verificano in modo spirituale nella Chiesa. Infatti l’Egitto è figura del mondo, come Sodoma, la quale è stata consumata dal fuoco, ed è stata abbandonata. Da Sodoma solo in tre sono stati liberati dal fuoco; dall’Egitto solo in due sono entrati nella terra promessa (Num. XIV, 30). Anche se molti sono usciti, si dice che solo due vi siano entrati. E questo è ciò che la Verità manifesta nel Vangelo: « … molti sono chiamati, ma pochi sono gli eletti » (Mt. XX, 16). Due sono entrati nella terra della promessa, e solo in due riceveranno i regni celesti della promessa, cioè l’amore di Dio e l’amore del prossimo. Tre sono stati liberati dal fuoco a Sodoma, e in tre saranno liberati quando Cristo verrà nella sua gloria per giudicare la terra, cioè la fede, la speranza e la carità. In Egitto, innanzitutto, le acque diventarono sangue. Le acque dell’Egitto sono state trasformate in sangue, cioè le dottrine erronee e fallaci dei filosofi, che giustamente diventano sangue, poiché circa le cose sentono in modo carnale. Ma quando la croce di Cristo insegna la luce della verità a questo mondo, lo rimprovera con punizioni simili, così che per la qualità delle piaghe, la Chiesa possa conoscere, per mezzo di esse, i propri errori. Nella seconda piaga c’è l’invasione delle rane, che crediamo essere i versi dei poeti che, con modulazione vuota e tronfia, com’è il gracchiare delle rane, hanno introdotto in questo mondo favole ingannatrici. Per mezzo della rana si indica la vanità del chiacchierio. Questo animale non serve a nient’altro se non ad emettere un suono goffo ed inopportuno. Dopo le rane arrivano le zanzare. Questo animale che vola con le sue ali scivola nell’aria, ma è così sottile e minuscolo, che si nasconde all’occhio, a meno che non si abbia una vista molto acuta. Ma quando plana sul corpo, punge con il suo pungiglione acuminato, così che, quando ci chiediamo chi volasse, si comprende subito chi era. Questo tipo di animale è paragonato alla sottigliezza eretica, che trafigge sottilmente le anime con il pungiglione della verbosità, e ci circuisce con un’astuzia tale che la persona ingannata non vede né comprende come ed in cosa sia stata ingannata. I maghi che si arresero al terzo segno, dicendo: questo è il dito di Dio (Es. VIII,15), rappresentavano l’audacia e la caparbietà degli eretici. L’Apostolo lo manifesta dicendo: « … Sull’esempio di Iannes e di Iambres che si opposero a Mosè, anche costoro si oppongono alla verità: uomini dalla mente corrotta e riprovati in materia di fede. Costoro però non progrediranno oltre, perché la loro stoltezza sarà manifestata a tutti, come avvenne per quelli. » (2 Tm. III, 8). Infatti anche costoro, che erano molto inquieti per la stessa corruzione delle loro menti, fallirono nella terza piaga, confessando che il loro avversario fosse lo Spirito Santo, che era in Mosè, perché al terzo luogo infatti si pone lo Spirito Santo, che è il dito di Dio. Ecco perché chi ha fallito nella terza piaga ha detto: ecco il dito di Dio. Così, riconciliato e placato, lo Spirito Santo dà riposo ai miti ed agli umili di cuore, ed invece contrariati e disistimati, agita con l’inquietudine i non mansueti ed i superbi. Quei piccoli insetti hanno generato questa loro inquietudine col dire: ecco il dito di Dio. In un quarto momento, l’Egitto fu afflitto dalle mosche. La mosca è un animale molto inopportuno ed inquieto. In essa, cos’altro si intende se non il desiderio della carne? L’Egitto è turbato così dalle mosche, come lo sono i cuori di coloro che amano questo mondo e sono feriti dall’inquietudine dei loro desideri. Per di più, i “settanta interpreti” hanno usato il termine di “cinomia“, che sono le mosche canine, con le quali si indicano appunto modi canini, vale a dire la verbosità della mente, i desideri pressanti e la libido della carne. Questo termine può certamente significare anche, con la mosca canina, l’eloquenza forense degli uomini, con cui i cani si feriscono l’un l’altro. In quinto luogo, l’Egitto è flagellato dalla morte degli animali e del bestiame. In questa piaga si rimprovera l’ignoranza e la stupidità dei mortali, che come animali irrazionali hanno istituito un culto e dato il nome di “dei” a figure scolpite e ad animali irrazionali, non solo nelle immagini raffiguranti uomini ed animali, ma pure nelle sculture scolpite nel legno e nella pietra. Amon e Giove sono venerati in un ariete; Anubi, in un cane; Apis è venerata in un toro. In queste ed in altre cose, in cui l’Egitto ammirava le meraviglie degli dei, ed in cui credeva consistesse il culto divino, essi hanno subito torture degne del loro peccato. Dopo questo, come sesta piaga, ci sono le ulcere, le eruzioni cutanee con febbre. Nelle ulcere, si condanna la malizia dolosa e corrotta di questo mondo; nelle eruzioni tumescenti, l’orgoglio che gonfia; nelle febbri, l’ira e la malvagità del furore. Finora queste piaghe, figura dei relativi errori, provengono dal mondo. Da questo momento in avanti, giungono segni dall’alto, vale a dire: tuoni, grandine e fuoco che si diffonde. Nel tuono si fanno sentire i rimproveri e le correzioni divine; infatti Egli non punisce in silenzio, ma dà voce e manda dal cielo la dottrina, con la quale il mondo, nella sua punizione, può riconoscere il suo peccato. Egli manda la grandine per distruggere la mollezza dei vizi appena nati; manda il fuoco, perché sa che ci sono spine e cardi che quel fuoco deve bruciare. Di esso il Signore dice: « … Sono venuto a portare il fuoco sulla terra » (Lc. XII, 49). Attraverso di esso, quindi, si accendono gli stimoli del piacere e della libido. Quando si racconta, nell’ottava piaga, delle cavallette, alcuni pensano che con questo tipo di piaga sia punita l’incostanza del genere umano in dissidio. Ma le cavallette devono essere comprese anche in un altro senso, per la leggerezza della loro mobilità, similmente a quelle anime che si spostano da un luogo all’altro e saltano tra i piaceri del mondo. Alla nona piaga giunsero le tenebre, per rimproverare la cecità della loro mente, o per far loro capire che le ragioni della ricompensa divina e della provvidenza sono molto oscurate: « Si avvolgeva di tenebre come di velo, acque oscure e dense nubi lo coprivano » (Psal. XVII, 12); Dio infatti, quando lo si volle scrutare con audacia e temerità, sostenendo con diverse ragioni cose eterodosse, li gettò nelle tenebre più grossolane e spesse dell’ignoranza. Infine vennero eliminati i primogeniti degli Egiziani: questi sono da intendere essere i principi, i potenti ed i governanti del mondo delle tenebre, o anche gli autori ed inventori delle false religioni di questo mondo, inventori che la verità di Cristo ha distrutto ed estinto: « … così farò giustizia di tutti gli dèi dell’Egitto. » (Es. XII: 12). – Gli Ebrei credono che questo si riferisca alla distruzione di tutti i templi dell’Egitto nella notte in cui il popolo uscì dal suo territorio. Noi lo intendiamo nel modo spirituale: quando siamo usciti dall’Egitto di questo mondo, gli idoli dell’errore saranno caduti, e tutto l’insegnamento di dottrine perverse sarà crollato. Questi sono in realtà Sodoma e l’Egitto, che ora stanno combattendo la Chiesa. La prima viene bruciata perché non vi si sono trovati nemmeno dieci uomini giusti; il secondo è flagellato dalle dieci piaghe, senza che faccia ammenda. Quando si trova Sodoma e l’Egitto in questo libro, si consideri questa interpretazione; e quando si nomina la “sinagoga”, si sappia che essa è proprio Sodoma e l’Egitto. Infatti della sua bocca e del suo corpo, ne parlava il Signore attraverso il Profeta: « … innumerevoli cani mi circondano; una sinagoga dei malvagi viene su di me » (Psal. XXI, 17). E ancora: « … Allora si aprì la terra e inghiottì Datan, e seppellì la sinagoga di Abiron. » (Psal CV, 17), perché hanno irritato Mosè ed Aronne, il santo Sacerdote del Signore, e hanno pagato il fio per aver osato sacrificare secondo le loro voglie. Questo rappresentano anche coloro che ora cercano di creare eresie e scismi nella Chiesa, ed ingannano molti attirandoli così, disprezzando i “veri” Sacerdoti di Cristo e separandosi dal clero e dalla società dei molti. Essi osano fondare chiese e costruire un altro altare ed un’altra preghiera con parole illecite, profanando la verità del Sacrificio del Signore con sacrileghi sacrifici. Coloro che si ostinano contro il comando del Signore, con temeraria audacia, infrante le compagini della terra, si immergono, viventi, in un profondo abisso. E non solo coloro che ne sono la guida, ma anche coloro che, dando il loro consenso, ne sono diventati complici e, pronti per la vendetta, periscono nel fuoco dell’eterno tormento. Questa stessa sinagoga che si era opposta a Mosè, è ora avversa alla Chiesa. Prima di manifestarsi, essa si trovava da lato, e veniva chiamata con il nome di un’unica sinagoga. Geremia ci ricorda che questa sinagoga è dentro la Chiesa quando dice: « O Signore onnipotente, non mi sono seduto nelle brigate di buontemponi, ma spinto dalla tua mano sedevo solitario …. » (Ger. XV, 17) … certamente con lo spirito, perché mai mi sono allontanato da loro.  Non c’è nessun’altro tempio in cui sedersi solitario, né un altro popolo da cui restare separato. Anche Nicodemo era estraneo al gruppo dei malvagi nell’interpretazione della Legge. Questa è la sinagoga nella Chiesa, alla quale il Figlio di Dio dice: « … voi che avete per padre il diavolo, e volete compiere i desideri del padre vostro » (Gv. VIII, 44). C’è la via stretta e la via larga; quella è la destra e l’altra la sinistra. Ma le due vie si uniscono nella via del Signore o si mescolano tra loro? È scritto in Osea: « poiché rette sono le vie del Signore, i giusti camminano in esse, mentre i malvagi v’inciampano. » (Osea XIV: 10). – Per questo si esorta la sua Chiesa a non temere chi uccide il corpo e poi non può fare null’altro, dicendo: … non temete ciò che soffrirete. Egli indica così le tribolazioni ed i mali futuri inflitti dai malvagi e conforta i suoi fedeli perché non abbiano paura delle molestie nelle persecuzioni; ma lo racconta come ad uno solo, perché i Santi, pur vivendo tutti in questo mondo, sono “uno” formando un’unica anima ed un unico cuore nell’amore di Cristo, e la Chiesa è una sola. Perché così come sono Cristo e la Chiesa, cioè il Capo con le membra, che sono una cosa sola, così lo sono pure i malvagi con il diavolo, loro capo, formando: “un solo corpo”. E nel dire “non temete per ciò che soffrirete”, indica certamente anche ciò che si soffrirà da tutto il corpo del diavolo che, in tutto il mondo, dall’interno e dall’esterno, assedia la Chiesa, o ciò che il nemico potrà causare. Il diavolo sta per mettere alcuni di voi in prigione, per cui sarete tentati e soffrirete una tribolazione di dieci giorni. Non credo che si debba dire o credere incautamente ciò che alcuni hanno detto o pensato, e cioè che la Chiesa non subirà persecuzioni fino al tempo dell’Anticristo; infatti la Chiesa ha già subito dieci persecuzioni, e l’undicesima ed ultima sarà sotto l’Anticristo. Si computa così essere la prima quella realizzata da Nerone. La seconda, quella da Domiziano. La terza è quella di Traiano. La quarta, quella di Antonino. La quinta, di Severo. La sesta, quella di Massimino. La Settima, di Decio. L’Ottava, di Aureliano. La Nona, di Valeriano. La decima, di Diocleziano e Massimiano. A causa di questi dieci re, la Chiesa ha sofferto dall’Ascensione di Cristo fino al Concilio di Nicea, per duecento cinquant’anni. Essi hanno realizzato una strage di martiri, come dice il Signore in questa Apocalisse di San Giovanni: soffrirete una tribolazione di dieci giorni, per mano di dieci re. Il diavolo che si era trasformato in una figura umana, diceva contro i Cristiani: perché venerate Gesù crocifisso, un uomo giudeo, un uomo senza importanza? Incitava i principi del mondo a mettere a morte coloro che avevano creduto in Cristo. Dopo che il Vangelo fu predicato in tutto il mondo, gli stessi re, le cui leggi avevano devastato la Chiesa, si sottomisero in modo salutevole a tutti martiri, e dopo essere stati così solleciti nell’eliminarli crudelmente dalla terra, cominciarono a perseguitare i falsi dei, a distruggerne i templi, e a costruire basiliche dedicate ai martiri; ciò vedendo, il diavolo si è adornato con l’abito della religione, assumendo il nome di Cristianesimo, ed ha combattuto “da cristo” contro Cristo; egli ha infiltrato gli eretici nella Chiesa; ed ora muove l’undicesima persecuzione, quella dell’Anticristo. Fin da quando il Vangelo di Cristo è stato diffuso in tutto il mondo, nella Chiesa c’è la persecuzione di una spiritualità falsa e ingannevole, che è nota ai dotti, ma non è conosciuta da tutti gli empi; infatti con tale sottigliezza il diavolo ha mutato il culto della Religione, e, per ingannare più facilmente, sotto il nome di “Cristianesimo”, mescola il vero con il falso, in modo da suscitare i suoi predicatori a diffondere delle opinioni, piuttosto che delle credenze. E così, fin dai primordi della Chiesa Cattolica, e quasi poco dopo l’ascesa al cielo di Cristo, la subirono gli Apostoli ai quali furono annunciate queste cose mentre erano con Lui prima che ascendesse: la Chiesa ne iniziò a soffrire, e dopo la sua scomparsa crebbe ancor più la passione e molte tribolazioni furono causate, al punto che essi versarono pubblicamente il proprio sangue per il nome di Cristo, che i Giudei vietavano loro finanche di nominare: così sappiamo che avverrà pure alla venuta dell’Anticristo, anche se pure oggi si soffre molto in vari luoghi e regioni, da parte degli eretici e dai gentili. – Egli ha detto: soffrirete una tribolazione di dieci giorni. In questi dieci giorni citati, si indica tutto il tempo di questo mondo, perché si dice dieci per così dire, come lo stesso è di cento o mille, cioè il numero perfetto completo di questo mondo; è come se dicesse: soffrirete una tribolazione, ma solo di dieci giorni, perché avranno fine. Se si considerano infatti i mali presenti a cui si è sottoposti, confrontati all’eternità della futura beatitudine, certamente appaiono brevi, come passati di fretta, tali come se si trattasse di dieci giorni. Per questo l’Apostolo dice: « Ritengo che le sofferenze del tempo presente non siano degne di essere paragonate alla gloria che si manifesterà in noi » (Rm. VIII, 18). Egli poi incoraggia i suoi e dice loro: Siate fedeli fino alla morte e vi darò la corona della vita. E nel Vangelo il Signore dice: « Chi persiste fino alla fine sarà salvato » (Mt. XXIV, 13). Può accadere così che chi abbia vissuto male, ma alla fine della sua vita sia tornato alla vera penitenza ed abbia creduto rettamente in Dio ed incontri la madre Chiesa, anche se solo nel momento in cui sta per morire, sia sciolto dal peccato. Può anche accadere che chi abbia vissuto rettamente, e alla fine della sua vita si sia allontanato dalla giustizia, non si salverà se muore in tale stato, non avendo perseverato fino alla fine. Alla fine ognuno sarà salvato o condannato: il Signore giudica ognuno alla fine, condanna o incorona! Secondo quanto è scritto: « … giudicherà il mondo fino all’estremità della terra » (Psal. IX, 9). E: « … Chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna » (Gv. XII, 25) e fino alla morte, o riceve la morte a causa della fede, o persevera fino alla morte nella fede di Cristo: questi sarà salvato, e riceverà senza dubbio la corona della vita. E ripetutamente avverte che chi ascolta fedelmente l’uomo interiore dovrebbe aprire le orecchie per ascoltarne i richiami, per comprendere ciò che lo Spirito annunzia alle Chiese, col dire: il vincitore non soffrirà la seconda morte. Chi ha sopportato pazientemente la sofferenza, o ha mantenuto una fede incrollabile fino alla fine, sarà liberato dalla rovina della seconda morte. Dopo di ciò parla e indica lo stesso Signore che afferma che dalla sua bocca è uscita una spada affilata a doppio taglio, che si insegna essere la parola di Dio; e annuncia che la Chiesa vive in questo mondo là dove si trova la sede di satana.

COMINCIA LA TERZA CHIESA NEL LIBRO SECONDO

(Ap. II, 12-17)

Et angelo Pergami ecclesiæ scribe: Hæc dicit qui habet rhomphæam utraque parte acutam: Scio ubi habitas, ubi sedes est Satanæ: et tenes nomen meum, et non negasti fidem meam. Et in diebus illis Antipas testis meus fidelis, qui occisus est apud vos ubi Satanas habitat. Sed habeo aversus te pauca: quia habes illic tenentes doctrinam Balaam, qui docebat Balac mittere scandalum coram filiis Israel, edere, et fornicari: ita habes et tu tenentes doctrinam Nicolaitarum. Similiter poenitentiam age: si quominus veniam tibi cito, et pugnabo cum illis in gladio oris mei. Qui habet aurem, audiat quid Spiritus dicat ecclesiis: Vincenti dabo manna absconditum, et dabo illi calculum candidum: et in calculo nomen novum scriptum, quod nemo scit, nisi qui accipit.

[“E all’Angelo della Chiesa di Pergamo scrivi: Queste cose dice colui che tiene la spada a due tagli: “So in qual luogo tu abiti, dove satana ha .il trono: e ritieni il mio nome, e non hai negata la mia fede anche in quei giorni, quando Antipa, martire mio fedele, fu ucciso presso di voi, dove abita satana. “Ma ho contro di te alcune poche cose: attesoché hai costì di quelli che tengono la dottrina di Balaam, il quale insegnava a Balac a mettere scandalo davanti ai figliuoli d’Israele, perché mangiassero e fornicassero: “Così anche tu hai di quelli che tengono la dottrina dei Nicolaiti. Fa parimenti penitenza: altrimenti verrò tosto a te, e combatterò con essi colla spada della mia bocca. “Chi ha orecchio, oda quel che dica lo Spirito alle Chiese: A chi sarà vincitore, darò la manna nascosta, e gli darò una pietra bianca: e sulla pietra scritto un nome nuovo non saputo da nessuno, fuorché da chi lo riceve”.]

TERMINA LA STORIA DELLA TERZA CHIESA NEL LIBRO SECONDO

INIZIA LA SPIEGAZIONE DELLA CHIESA SUDDETTA

[3] Scrivi all’Angelo della Chiesa di Pergamo: questo dice colui che tiene la spada aguzza a due tagli. So che abiti dove satana ha il suo trono; questo lo dice a tutta la Chiesa, perché satana abita ovunque. Il trono di satana sono gli uomini malvagi. Ma qui si rivolge ad una Chiesa sola in particolare, ed anche se è una sola dice: dove è il trono di satana; eppure in essa vi sono rappresentate tutte e sette [le chiese], cioè la condotta di tutta la Chiesa settiforme, che rimprovera o loda in particolare, dicendo: tuttavia tieni saldo il mio nome e non hai rinnegato la mia fede, nemmeno ai tempi di Antipa, mio fedele testimone, che è stato ucciso tra di voi, dove è il trono di satana. Però ho da rimproverati alcune cose: certamente questo è detto nei confronti di altri membri, non a coloro ai quali dice: Non avete rinnegato la mia fede; … ma a quei membri che ha detto essere il trono di satana, a quelli che professano la dottrina di Balaam, che ammonisce dicendo: tu conservi lì alcuni che sostengono la dottrina di Balaam, che ha insegnato a Balaq a gettare una pietra d’inciampo davanti ai figli d’Israele, a mangiare carne sacrificata agli idoli, ed a commettere fornicazione. Dopo aver detto: … vivi, dove c’è il trono di satana – cioè dove non manca la tentazione, dove la perdizione fa sua molte vittime colpevoli – loda la Chiesa perché mantiene la fede nel Nome di Cristo e non la rinnega, è onorata dalla fede dei martiri, e soffre questo dagli stessi dai quali Cristo ha patito; uno di questi martiri si chiama Antipa, un testimone fedele, che è stato ucciso in questo mondo, là dove si dice che dimori satana, che in latino si chiama “Adversarius” [=avversario]. Tuttavia, il Signore ha qualcosa contro questa Chiesa: che alcuni cioè difendono la dottrina di Balaam. Balaam in latino significa « popolo vano », o senza popolo, perché essendo vano, ha generato un popolo vano o senza sostanza. Balaam è il tipo dell’avversario che non ha radunato il popolo a sua salvezza, né si rallegra della moltitudine del popolo da salvare, ma esulta quando la perde tutta e la lascia “senza popolo” e senza sostanza. È lui che ha insegnato a Balaq a mettere una pietra d’inciampo ai figli di Israele. Balaq in latino significa “colui che incita” o che divora. Esso incitò Israele (Num. XXV, 18) a consacrarsi all’idolo Phogor e lo divorò con i morsi del piacere e della lussuria. A sua similitudine Egli dice che la Chiesa include coloro che professano la dottrina di Balaam: questi sono gli ipocriti nella Chiesa, ed hanno come scopo principale: mangiare e fornicare, cioè divorare le Scritture e fornicare spiritualmente, onde apparire esteriormente giusti mentre si è interiormente malvagi … come dice il Signore: « Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, … pieni di rapina e d’intemperanza » (Mt. XXIII, 25), e compiono ogni opera malvagia. L’idolatria è la fornicazione spirituale. Coloro che pensano di vivere rettamente, ma seguendo l’esempio degli ipocriti, non si congregano nella Chiesa, ma fornicano con le opere della Sinagoga. Anche Balaam era stato elevato, infatti, allo spirito di profezia ma non vi era assurto, perché egli poteva davvero scrutare il futuro, ma non volle staccare la sua anima dai desideri terreni. Però in questa materia è necessario che – con un esame attento – l’anima investighi su se stessa, onde evitare di ottenere la gloria della lode, presumendo in sé di cercare il bene delle anime. Spesso l’anima si nutre delle lodi della sua fama, e si compiace come se avesse ottenuto dei beni spirituali, quando vede che si dicono cose buone su di lui. Spesso è preso da ira nel difendere la sua gloria contro i detrattori, e si illude che ciò lo faccia per zelo verso coloro il cui cuore svia dal buon cammino il discorso del detrattore. I Santi, invece, raramente parlano delle proprie virtù, e solo perché con il loro esempio possano trascinare altri alla vita; così Paolo, che tanto ha sofferto per la verità, dice ai Corinzi che è stato ripetutamente lapidato, che ha subito il naufragio, che è stato condotto in Paradiso (2 Cor. XI, 25), per distogliere la loro attenzione dai falsi predicatori. Infatti i perfetti, quando parlano delle proprie virtù, sono anche in questo senso imitatori di Dio onnipotente, che parla delle sue virtù agli uomini, perché gli uomini lo conoscano; però comanda con la sua Scrittura « Ti lodi un altro e non la tua bocca, un estraneo e non le tue labbra » (Prov. XXVII, 2). E come mai allora fa ciò che proibisce? Perché se Dio Onnipotente nascondesse le sue virtù, in modo che nessuno possa conoscerlo, nessuno lo amerebbe. E se nessuno lo ama, nessuno può venire alla vita. Per questo è detto dal Salmista: « … mostrò al suo popolo la potenza delle sue opere » (Psal. CX, 6). I giusti ed i perfetti non sono da rimproverare per le parole con cui recriminano quando trascinano altri alla vita con il loro esempio, e neanche sono degni di rimprovero quando manifestano ai deboli le virtù che possiedono, perché, narrando la loro vita, intendono far rivivere le loro anime, e non manifestano mai le loro buone opere se non quando costretti – come detto – e senza profitto per il prossimo, e comunque mai quando non ce ne sia bisogno. Ecco perché ad Ezechiele viene detto: « … perché increduli e sovvertitori sono con te ed abiterai con gli scorpioni » (Ez. II, 6), … increduli nei confronti di Dio, sovvertitori del prossimo che è debole: scorpioni nei confronti anche dei forti e dei robusti, di quelli cioè che non possono contraddire apertamente; tuttavia, infliggono la ferita della condanna. Perché a volte uno parla col rigonfiarsi d’orgoglio e pensa di parlare con l’autorità della libertà; a volte un altro parla con una paura folle e pensa di parlare con umiltà. Il primo, considerando l’altezza della sua posizione, non si accorge del suo sentimento di orgoglio; il secondo, considerando la posizione di subordinazione, ha paura di dire le cose buone che pensa, e tacendo ignora quanto sia colpevole nella carità. Pertanto, sotto l’autorità, si nasconde l’orgoglio e sotto l’umiltà il rispetto umano, così che spesso né il primo considera ciò che deve a Dio, né il secondo ciò che deve al prossimo e guardando a coloro che gli sono soggetti, non presta attenzione a Colui al quale tutti sono soggetti. Si eleva con orgoglio e glorifica il suo orgoglio, considerandolo un’autorità. A volte teme di perdere il favore del suo superiore, e così sopporta anche un danno temporale, occulta le cose rette che conosce, e considera in silenzio dentro di sé come fosse umiltà il timore che lo opprime, ma in silenzio giudica nei suoi pensieri colui al quale non vuole dire nulla. E succede che laddove si giudica umile, è lì che invece è più gravemente superbo. È sempre necessario discernere la liberalità dall’orgoglio, l’umiltà dal timore. Ezechiele, allora, che è stato mandato a parlare non solo al popolo, ma anche agli anziani, è avvertito di non avere paura, quando gli viene detto: non aver paura di loro, e affinché non tema le loro parole come detrattorie, aggiunge: non temere i loro discorsi. Ed aggiunge anche il motivo per cui non debba temere le lingue dei suoi detrattori, quando poi sottolinea: « perché sono con te, miscredenti e distruttori, e tu abiti con gli scorpioni ». Coloro che sono stati mandati a parlare dovrebbero essere temuti, se fossero graditi a Dio Onnipotente nella fede e nelle opere. Non si deve temere invece chi è miscredente e sovversivo, chi con le sue parole rende nulla la legge. Perché è una grande follia cercare di compiacere coloro che sappiamo non piacciono a Dio. Si devono quindi considerare con riverenza i giudizi dei giusti, perché questi sono i membri di Dio Onnipotente, e rimproverano in terra ciò che il Signore rimprovera in cielo. Ed infatti la condanna della nostra vita da parte dei malvagi è una prova a nostro favore; perché è già dimostrato che abbiamo un certo merito davanti a Dio se cominciamo a dispiacere a chi non piace a Dio. Infatti nessuno può, in qualunque cosa, compiacere Dio Onnipotente ed i suoi nemici, in quanto nega di essere un amico di Dio chi si rende gradito al suo nemico. E si opporrà ai nemici della verità chi sottomette le sua anima alla verità. Ecco perché gli uomini santi, infiammati dalla riprovazione della parola libera, non temono di suscitare l’odio in coloro che sanno non amare Dio. Il Profeta lo afferma con ardore, presentandolo al Creatore di tutti come un dono, dicendo: Non odio, o Dio, coloro che ti odiano? Non mi disgustano quelli che si ribellano contro di te? Con odio li odio, sono per me dei nemici » (Psal. CXXXVIII, 21). È come se dicessi chiaramente: giudica quanto ti amo dal modo in cui non temo di sollevare contro di me le ire dei nemici. Così ancora una volta dice: « mi pagano il bene col male, mi accusano perché cerco il bene. » (Psal. XXXVII, 21). Il bene è soprattutto ciò che l’uomo giusto pratica quando contraddice con parola franca coloro che fanno il male. I malvagi invece restituiscono il male per il bene quando insultano i giusti perché si ergono contro di essi a difesa della giustizia. Infatti i giusti non guardano ai giudizi umani, ma all’esame del giudizio eterno. E quindi disprezzano le parole dei loro detrattori. E di questi si aggiunge ancora: « ascolta ciò che ti dico e non mi esasperare, come mi esaspera la casa d’Israele.» (Ez. II, 8); qui è come se dicesse, non fare il male che vedi essere fatto, né fare ciò che affermi essere proibito. Infatti ogni predicatore deve sempre meditare attentamente, affinché chi è stato mandato a risuscitare i caduti non cada egli stesso con i peccatori nella malvagità della sua condotta, e non lo colpisca la sentenza dell’Apostolo Paolo, quando dice: « perché mentre giudichi gli altri, condanni te stesso; infatti, tu che giudichi, fai le medesime cose » (Rm. II, 1). Perciò Balaam, pieno dello Spirito di Dio nel parlare, ma che tuttavia conserva il proprio spirito della vita carnale, parla da sé, quando dice: « oracolo di chi ode le parole di Dio e conosce la scienza dell’Altissimo, di chi vede la visione dell’Onnipotente, e cade ed è tolto il velo dai suoi occhi. » (Num. XXIV, 16). I suoi occhi erano aperti quando è caduto, perché vedeva ciò che doveva dire e che era giusto, ma disprezzava il vivere in modo retto. Egli cadrà nell’opera malvagia mentre i suoi occhi sono aperti nella sacra predicazione. Tuttavia, c’è un’altra ragione che deve essere compresa, perché al Beato Ezechiele, che è inviato a predicare, è vietato essere esasperante. Se, quando fu mandato a predicare la parola, non obbediva, il profeta esasperava Dio onnipotente con il suo silenzio, tanto quanto il popolo con il suo cattivo comportamento. Come i cattivi esasperano Dio parlando e compiendo cattive azioni, così a volte i buoni dispiacciono a Dio restando in silenzio. Per quelli fare il male è un peccato, per questi è un peccato tacere ciò che è giusto. In questo, poi, esasperano Dio anche nei confronti dei cattivi, perché, non denunciando la perversione, permettono con il loro silenzio che vadano oltre. Nella Chiesa c’è l’idolatria e la fornicazione spirituale, che ha avuto origine dalla dottrina di Balaam. … così hai anche alcuni che sostengono la dottrina dei Nicolaiti: cioè che seguono l’opinione degli eretici. Consiglia loro di convertirsi al Signore e di fare penitenza, affinché non cominci a combattere contro di loro con la spada della sua bocca quando, nell’ora giudizio, chiederà a ciascuno conto delle loro opere e, ammonendo ripetutamente, dice: fate penitenza; e se non la farete, verrò presto da voi e combatterò contro questi con la spada della mia bocca. Dice che combatterà contro  quella stessa parte che è sempre nei suoi rimproveri: chi ha orecchie, senta quello che lo Spirito dice alle Chiese: al vincitore darò la manna nascosta: cioè il pane che scende dal cielo. Di questo pane diciamo nella nostra preghiera quotidiana: dacci oggi il pane nostro quotidiano (Lc. XI, 3). Noi diciamo “nostro”, ma stando con Lui, e se non glielo chiediamo, non lo riceviamo. La figura di questo pane era la manna del deserto, ma non è riconosciuto da tutti. Infatti molti che mangiarono morirono, secondo quanto dice il Signore: mangiarono la manna nel deserto e morirono (Gv. VI, 49). Altri hanno mangiato la medesima manna e non sono morti, come Mosè ed altri. Non disapprovò Egli quel pane, ma non mostrò quello nascosto. Infatti lo stesso pane era quello che ora c’è nella Chiesa, come sta scritto: mangiavano lo stesso alimento spirituale (1 Cor. X, 3), e anche ora mangiano un pane spirituale; ma non è per tutti il pane di vita perché: … chi lo mangia indegnamente, mangia il proprio castigo (1 Cor. XI, 29), come pure chi legge le Scritture, mangia il pane; ma se ciò che legge non lo mette in pratica, mangia la propria condanna. Per questo appunto leggiamo le Scritture, per conoscere Cristo e, attraverso Cristo, credere rettamente nella Trinità, che è un unico Dio. Questo è il cibo solido, questa è la manna nascosta, come sta scritto: « Io vi ho dato il pane del cielo, l’uomo ha mangiato il pane degli Angeli » (Psal. LXXVII, 24). Poiché Colui che abbiamo fin dal principio creduto identico al Padre e allo Spirito Santo, e di cui gli Angeli godono la visione della Sua divinità, … ora il Verbo si è fatto carne ed ha abitato in mezzo a noi. « Questo è il pane che è sceso dal cielo, perché chi ne mangia non muoia, ma abbia la vita eterna » (Gv. I, 14; VI, 40). Questo è il pane nascosto, che viene dato solo a coloro che combattono fedelmente e perseverano nell’amore di Dio e del prossimo. Questa è la manna che riceve se non chi la chiede. Nessuno la chiede, se non colui che Dio ha illuminato con la sua libera misericordia ed attirato alla penitenza. Secondo l’Apostolo, « Dio quindi usa misericordia con chi vuole e indurisce chi vuole » (Rm. IX, 18). Egli usa la misericordia con grande bontà ed indurisce senza alcun male, perché in Dio non c’è iniquità. Ma ognuno si lega con i lacci dei suoi peccati. Così come esempio, succede per il fango e la cera: il fango si indurisce e la cera si liquefa quando esposti ad una stessa fonte di calore o allo stesso calore del sole. A cosa va attribuito questo? Al sole o al fango? Certamente non al sole, che non ha mutato il suo solito splendore. Quindi, nemmeno questo si può imputare a Dio. Il sole rimane nel suo fulgore, e la condotta di ciascuno nei propri atti, come sta scritto: « Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli. » (Mt. V, 16). Non c’è bisogno di esaminare la figura della cera la cui natura, come sapete, deriva dalla verginità. Ma la melma è il peccato, come è scritto: « Il cane è tornato al suo vomito e la scrofa lavata è tornata ad avvoltolarsi nel brago» (2. Pt. II, 22). Maiali sono coloro che non credono ancora nel Vangelo e si trovano nel fango e nei vizi dell’incredulità. Questo non può essere imputato a Dio, che vuole … « che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità » (1 Tim. II, 4). La manna è stata data a coloro che credono nel Vangelo e praticano con animo diligente ciò che in esso è contenuto. Tutti quelli che sono usciti dall’Egitto hanno mangiato questo pane, ma non tutti sono entrati nella terra Promessa. Tutti coloro che ora escono dall’Egitto del mondo, che in latino significa “tribolazione“, mangiano di questo pane, ma non tutti entrano in Paradiso. Infatti quelli che ignorano la via nel deserto di questo mondo, muoiono ogni giorno di fame spirituale. Ma qualora entrassero nella via, cioè in Cristo che dice: Io sono la via  (Gv. XIV, 6), e mangiassero di questo pane, non morirebbero nel deserto, cioè nell’ignoranza delle Scritture; ma con un facile transito, avendo Gesù come guida, entrerebbero in trionfo nella terra del Paradiso promesso; infatti, come dice l’Apostolo,  « Poiché in Cristo Gesù non è la circoncisione che conta o la non circoncisione, ma la fede che opera per mezzo della carità. » (Gal. V, 6). Perché non è di grande merito il fare qualcosa all’esterno del nostro corpo, bensì il vegliare su ciò che venga fatto all’interno della nostra anima. Così, disprezzare il mondo presente, non amare le cose transitorie, umiliare interiormente l’anima davanti a Dio e al prossimo, soffrire con pazienza i mali subiti e – praticando la pazienza – scacciare dal cuore il dolore della malizia, distribuire i beni ai bisognosi, non desiderare i beni altrui, amare l’amico in Dio, e per Dio amare i nemici, piangere per i dolori del prossimo, senza gioire della morte di un nemico: questo significa essere nuova creatura, e che lo stesso maestro dei gentili esige dagli altri, benché discepoli, con occhio vigilante, quando dice: « Quindi se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove. » (2 Cor. V, 17). A questi viene data la manna nascosta; a questi viene anche dato il comando di tendere la mano verso l’albero della vita che è nel Paradiso di Dio, cioè la croce di Cristo nella Chiesa. A questi è detto: « … chi crede in me, come dice la Scrittura: fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno. »(Gv. VII, 38). Tali sono le membra degli Apostoli che, con Cristo a Capo, cioè sotto la guida di Gesù, entrano nel regno celeste della Promessa. L’uomo vecchio era solito cercare il mondo presente, amare le cose transitorie mossi dalla concupiscenza, ergere la mente all’orgoglio, essere impazienti, augurare il male agli altri con malizia, non dare i propri beni ai poveri, desiderare le cose degli altri per aumentare i propri beni, non amare con purezza alcuno per Dio, rendere inimicizia ai nemici, gioire della sofferenza degli altri: tutte queste cose sono le vecchie cose dell’uomo, che provengono dalla radice della corruzione; a questi non viene data la manna nascosta, perché non ha trovato la via: il Cristo. Ma alla sua Chiesa dice: « … chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama. Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui. » (Gv. XIV, 21). – Gli darò anche una piccola pietra bianca, cioè il corpo reso bianco dal Battesimo. La « pietruzza » è una pietra bianca, di cui l’Apostolo dice: « voi, come pietre vive, costruite il tempio di Dio » (1 Pt. II, 5). Le pietre preziose rappresentano i confessori, gli Apostoli, i Sacerdoti e tutti i giusti. Mosè ha ordinato che queste pietre fossero offerte per il tempio di Dio, affinché nessuno si disperasse per la sua salvezza; alcuni offrivano l’oro: il cui senso spirituale nella Chiesa, è la conoscenza mistica; altri l’argento: che è l’eloquenza, cioè la conoscenza tropologica o morale; altri la voce bronzea: cioè la conoscenza storica. Questo perché la Sacra Scrittura deve essere interpretata in tre sensi: il primo da intendere storicamente; il secondo, figurativamente, ed il terzo, misticamente. Storicamente è secondo la lettera, tropologicamente secondo la conoscenza morale, misticamente secondo l’intelligenza spirituale. È quindi conveniente per la Chiesa Cattolica comprendere la fede in modo tale che dobbiamo leggere le Scritture storicamente, interpretarle moralmente e comprenderle spiritualmente. Pertanto si dice con giustezza: gli darò una piccola pietra bianca, cioè gli concederò di sedere con i potenti del mio popolo, che sono gli Apostoli, e lo farò erede del trono della gloria. E sulla pietruzza è inciso il mio nome, cioè il mistero del Figlio dell’uomo, come per dire: mi manifesterò a lui. … Che nessuno conosce, tranne chi lo riceve. Agli ipocriti, benché sembrano possederla, non ne è stata concessa la conoscenza, come è scritto: « a voi è stato dato di conoscere i misteri del Regno di Dio » (Mt. XIII, 11) né conoscere i miei segreti, a voi che vedo stentare nel mio amore. Il Profeta si è riferito a questi segreti quando ha detto: in segreto mi insegnate la saggezza (Psal. L, 8). Ma questo non è concesso a coloro che predicano le loro parole, non le mie, e che mi perseguitano quando vi disprezzano. Per questo dice ad Ezechiele: « figlio dell’uomo, vai alla casa d’Israele e comunica loro le mie parole » (Ez. II,7). E nel dire il Signore: comunicate loro le mie parole, cos’altro Egli impone se non un freno moderante alla bocca, per non presumere di dire all’esterno ciò che non si è sentito prima dentro di sé? Infatti i falsi profeti, che sono gli ipocriti, e gli eretici, dicono parole proprie e non quelle del Signore, e così in quell’epoca annunciavano parole proprie e non quelle del Signore, quelle di cui era scritto: « … Non ascoltate le parole dei profeti che profetizzano a voi » (Ger. XXIII, 16) e vi ingannano, vi raccontano le loro fantasie, non cose che vengono dalla bocca del Signore. E ancora: Non ho parlato loro ed essi hanno profetizzato. Da ciò si deve anche concludere che quando un predicatore, nel commentare un testo divino, magari per piacere agli ascoltatori, corregge qualcosa, dice le sue parole e non quelle del Signore, occulta la verità per desiderio di compiacere o di sedurre. Ma se, indagando la virtù nelle parole del Signore, egli le intendesse in modo diverso da come sono state pronunciate, col proposito però di costruire nella carità, ugualmente – anche se con un significato diverso – sono le parole del Signore ad essere raccontate;  infatti è scritto: « la scienza gonfia, l’amore edifica » (1 Cor. VIII: 1). Per questo Giovanni scrive pure: « … chi dice: lo conosco, e non osserva i suoi comandamenti, è un bugiardo e la verità non è in lui » (1 Gv. II, 4). E ancora: « … chi dice di essere nella luce e odia il fratello è ancora nelle tenebre  » (1Gv. II, 9). Se gli ipocriti avessero conosciuto il mistero di Dio, « non avrebbero crocifisso il Signore della gloria » (1 Cor. II,  8).

TERMINA LA CHIESA TERZA

COMINCIA LA CHIESA QUARTA NEL LIBRO SECONDO

(Ap. II, 18-29)

Et angelo Thyatiræ ecclesiæ scribe: Hæc dicit Filius Dei, qui habet oculos tamquam flammam ignis, et pedes ejus similes auricalco: Novi opera tua, et fidem, et caritatem tuam, et ministerium, et patientiam tuam, et opera tua novissima plura prioribus.  Sed habeo adversus te pauca: quia permittis mulierem Jezabel, quae se dicit propheten, docere, et seducere servos meos, fornicari, et manducare de idolothytis.  Et dedi illi tempus ut pœnitentiam ageret: et non vult pœnitere a fornicatione sua. Ecce mittam eam in lectum: et qui mœchantur cum ea, in tribulatione maxima erunt, nisi poenitentiam ab operibus suis egerint. Et filios ejus interficiam in morte, et scient omnes ecclesiæ, quia ego sum scrutans renes, et corda: et dabo unicuique vestrum secundum opera sua. Vobis autem dico, et ceteris qui Thyatiræ estis: quicumque non habent doctrinam hanc, et qui non cognoverunt altitudines satanæ, quemadmodum dicunt, non mittam super vos aliud pondus: tamen id quod habetis, tenete donec veniam.  Et qui vicerit, et custodierit usque in finem opera mea, dabo illi potestatem super gentes, et reget eas in virga ferrea, et tamquam vas figuli confringentur, sicut et ego accepi a Patre meo: et dabo illi stellam matutinam. Qui habet aurem, audiat quid Spiritus dicat ecclesiis.

[E all’Angelo della Chiesa di Tiatira scrivi: Queste cose dice il Figliuolo di Dio, che ha gli occhi come fiamma di fuoco ed i piedi del quale sono simili all’oricalco: So le tue opere, e la fede, e la tua carità, e il ministero, e la pazienza, e le tue ultime opere più numerose che le prime. Ma ho contro di te poche cose, poiché permetti alla donna Jezabele, che si dice profetessa, di insegnare e sedurre i miei servi, perché cadano in fornicazione, e mangino carni immolate agli idoli. E le ho dato tempo di far penitenza: e non vuol pentirsi della sua fornicazione. Ecco che io la stenderò in un letto: e quelli che fanno con essa adulterio, saranno in grandissima tribolazione, se non faranno penitenza delle opere loro: e colpirò di morte i suoi figliuoli e tutte le Chiese sapranno che io sono lo scrutatore delle reni e dei cuori: e darò a ciascuno di voi secondo le sue azioni. Ma a voi, io dico, e a tutti gli altri di Tiatira, che non hanno questa dottrina, e non hanno conosciuto le profondità, come le chiamano, di satana, non porrò sopra dì voi altro peso: Ritenete però quello che avete, sino a tanto che io venga. E chi sarà vincitore, e praticherà sino alla fine le mie opere, gli darò potestà sopra le nazioni, e le reggerà con verga di ferro, e saranno stritolate come vasi dì terra, come anch’io ottenni dal Padre mio: e gli darò la stella del mattino. Chi ha orecchio, oda quello che lo Spirito dice alle Chiese.]

TERMINA LA STORIA

INIZIA LA SPIEGAZIONE DELLA CHIESA PRECEDENTEMENTE DESCRITTA NEL SECONDO LIBRO

[4] All’angelo della Chiesa di Tiàtira scrivi: Così parla il Figlio di Dio, Colui che ha gli occhi fiammeggianti come fuoco e i piedi simili all’oricalco. Conosco la vostra condotta: la vostra carità, la vostra fede, il vostro spirito di servizio, la vostra pazienza nella sofferenza; le vostre ultime opere superano le prime. Gli occhi come una fiamma di fuoco, e i piedi come simili all’oricalco, sono i suoi occhi che giudicano tutte le cose, e la cui carne immacolata, che luccica come metallo prezioso, brillerà con la chiarezza del fuoco. Dice alla sua Chiesa della quale conosce la condotta: la carità, la fede, lo spirito di servizio, la pazienza, e che le tue ultime opere superano le prime: questo significa che ci sarà un numero maggiore di Santi alla fine dei tempi, quando arriverà l’uomo del peccato, il figlio della perdizione, ed innumerevoli migliaia di Santi saranno sacrificati nel loro stesso sangue. Ma ora Egli le si rivolta contro, dicendo: « Essa tollera Jezabel, quella donna che viene chiamata profetessa, e che insegna e va angariando i miei servi perché si diano alla fornicazione e mangino carne sacrificata agli idoli. » A cosa si riferisce la figura di quella fornicatrice Jezabel se non ad una certa dottrina, che insegnava a mangiare la carne sacrificata agli idoli, che ricevettero un tempo di penitenza, lo disprezzarono e non vollero pentirsi? Ma questa dottrina degli idoli ed il letto del dolore, cioè il piacere di questo mondo, si rivela  infermità e debolezza. E a coloro che commettono adulterio a causa della sua dottrina, promette che su di loro si abbatterà la più grande tribolazione nel giorno del giudizio. Infatti Jezabel significa “sterquilinium = letamaio“, o flusso di sangue. Cosa c’è nel letamaio se non sporcizia? Cosa si intende per sangue se non il crimine ed il peccato per cui si commette il crimine? Non c’è da stupirsi quindi se venga loro promessa la dannazione futura se non fanno penitenza in riparazione delle loro azioni. Il testo, poi, designa in un unico soggetto la Chiesa; e nel dire: so che le tue opere superano le prime, è indicata in generale la persona di tutti i Santi. Quando dice: tolleri Jezabel, quella donna …, si riferisce ai prepositi, cioè ai Vescovi, che hanno il potere di permettere o proibire. Come in questa Chiesa particolare, gli uffici e le qualità si distinguono solo dalla logica del discorso, così è per il passaggio da una Chiesa particolare a tutta la Chiesa: si dichiara colpevole il Vescovo perché – permettendole – si rende partecipe delle opere che si compiono. E gli ho dato il tempo di pentirsi, ma lui non vuole pentirsi della sua fornicazione. Perché non dice “a voi” ho dato il tempo di pentirvi, invece che “gli”? Perché la Chiesa ha, come abbiamo detto, due parti in un solo uomo, parlando della Chiesa in figura di uomo. Una parte è quella che fa penitenza, e l’altra è quella mondana, che, con sotto il nome di Cristianesimo, fa tutto quel che è male. E ci sono, da entrambe le parti, predicatori mendaci che, sotto il nome di Religione, annunciano loro una grande pace, promettendo loro sicurezza, ed insegnando che debbano essere ascoltate nuove profezie. Essa ha in questa stessa parte alla quale ci riferiamo, sacerdoti e leviti dediti ai crimini e alla lussuria. E quelli che abbiamo detto mostrare una falsa pace: sono coloro che, sembrando religiosi, vogliono barcamenarsi tra le due parti. Questa è Jezabel, che seduce gli uomini semplici affinché non facciano penitenza. « O non sapete voi che chi si unisce alla prostituta forma con essa un corpo solo » (1 Cor. VI, 16)… e questa fornicazione spirituale avviene all’interno della Chiesa. L’Apostolo ha detto di questa fornicazione che è:  « … fornicazione, impurità, passioni, desideri cattivi e quella avarizia insaziabile che è servitù degli idoli, » (Col. III, 5). L’idolatria è, in effetti, l’adorazione degli idoli: “Latria” in greco, in latino si intende “adorazione”. Perciò il Signore ammonisce la Chiesa che vive rettamente, e dice di avere molte cose contro di essa, a causa di questa donna, Jezabel, che seduce i servi di Dio, e si considera una profetessa, per giunta cristiana, giacché sotto il nome di “cristianità” fa molte cose illecite ed è in contrasto con la verità. Ed è per questo che il Signore dice di essere contro di essa, richiamando la totalità in un solo Angelo, come abbiamo detto, con il cui nome è indicata una sola Chiesa. Ma coloro che, pur essendo santi sacerdoti, non rimproverano la parte malefica perché si corregga dai suoi mali, diventano partecipi delle loro opere. Di questi dice attraverso il Profeta: « Se vedi un ladro, corri con lui; e degli adùlteri ti fai compagno… Ti siedi, parli contro il tuo fratello, getti fango contro il figlio di tua madre. » (Psal XLIX, 18-20). Questo fratello è Colui che ha detto: « va’ e dici ai miei fratelli » (Mt. XVIII, 10), cioè Cristo, che, assumendo la carne della Chiesa, ha voluto essere chiamato fratello. La madre è la Chiesa; il figlio della madre è un qualsiasi Cristiano. Il sacerdote disonora il figlio della madre quando, con il suo silenzio, dà loro il permesso di peccare. Oppure, se li avverte, non lo fa con la carità e l’umiltà necessaria; oppure esaspera coloro che peccano gravemente, senza dar consigli onde riconquistarli, ma rimproverandoli con orgoglio, portandoli alla disperazione, e provocando così grande scandalo al figlio della madre. Perciò gli si dice: ho molto contro di te, perché tu tolleri Jezabel, quella donna. Osservate che nelle chiese precedenti dice di avere poche cose; qui invece dice di avere « molte cose » contro di essa, perché si rende complice con il suo consenso; giacché se non fosse complice con il suo consenso, li avrebbe come nemici. E fa di tutti loro una sola Chiesa. Voleva mostrare la Chiesa rappresentanza dei Santi, cioè dei predicatori, che è la parte del Signore; invece, il fornicatore non è sua parte, ma è parte aliena. Queste due parti sono rappresentate nei predicatoti da un solo uomo, perché anche in un solo uomo abbiamo due lati, il destro ed il sinistro. Ed in esso ci sono molte membra, ma unico è il corpo. Esso ha membra sane e membra malate. Le membra sane sono i Santi, le malate sono i peccatori. La sua mano destra sono i Santi, la sinistra sono i peccatori. E come nell’uomo ci sono membra malate, così che le sane ne risentano dolore, l’uomo è liberato dal suo malessere quando si apre la ferita drenandola all’esterno, cosicché vengano cacciati gli uomini malvagi – che formano il lato sinistro – dalle membra sane della Chiesa, che sono il lato destro, come avviene per gli umori del male. Come intendiamo quest’uomo in particolare, così si deve capire – in generale – che egli rappresenta una sola Chiesa, di cui dice: scrivete all’Angelo della Chiesa di Tiatira; e che gli Angeli sono così ripartiti in modo tale che si possano riconoscere solo dalla logica del discorso, e quello che dice con la sua saggezza, con la sua pazienza, con la sua umiltà e carità, lo dice ad ognuno. Devesi quindi considerare ciò che dice, a chi lo dice, come lo dice, e quando convenga dirlo. Così parla il Signore nel Vangelo: « Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Quanto vi dicono, fatelo ed osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno. » (Mt. XXIII, 2). Si nasconde il genere nella specie. Perché allora erano i suoi discepoli coloro ai quali diceva queste cose, e ora sono i discepoli coloro che dicono queste cose. Allora c’erano i farisei, cioè i separati, che predicavano diligentemente la Legge ma non conoscevano Cristo; e pure qui ci sono i farisei, cioè i sacerdoti separati, che predicano Cristo ma senza conoscerlo. Quelli erano coloro che non credettero in Lui, non Lo riconobbero, ma Lo crocifissero; perché se Lo avessero conosciuto, non Lo avrebbero crocifisso (1 Cor. II, 8); ora nella Chiesa ci sono quelli che ogni giorno crocifiggono Cristo, e sono cioè i suoi membri. Così nella specie è nascosto il genere. Se questo fosse qualcosa di particolare, e non indicasse cosa accadrà nella Chiesa, il Signore avrebbe ordinato ai Suoi servi di viverne fuori, Egli che aveva comandato di compiere le opere che dicevano gli scribi ed i farisei, ma di non fare le opere che essi realizzavano. O ha dato forse i suoi comandamenti solo per due giorni, dato che non è sopravvissuto di più? … come Egli stesso ha detto: « So che tra due giorni sarà la Pasqua, e il Figlio dell’uomo sarà tradito » (Mt. XXVI, 2). E secondo Giovanni, sei giorni prima della sua passione, quando entrò a Gerusalemme, cavalcò su un puledro. E dopo questo ingresso avrebbe ritirato questi comandamenti, come abbiamo visto in Matteo? Se avesse lasciato questi comandamenti solo per l’inizio della sua predicazione, questa sarebbe durata un anno. E perché avrebbe avuto bisogno di insegnarli in quell’anno solo, se servivano solo alla passione? Ma – come detto – ciò che insegnava, lo insegnava come similitudine; cioè ad immagine di ciò che sarebbe successo a noi oggi nella Chiesa, e da lì sarebbe servito come esempio ed autorità nel futuro per i malvagi, cioè per coloro che siedono sulla cattedra di Mosè, cioè per i Sacerdoti che cercano i primi posti ed i primi seggi nella Chiesa, affinché facciamo e adempiamo ciò che essi dicono, non comportandoci però come essi fanno. Chi insegna su questa cattedra di solito vive accanto a chi dice e a chi fa. Ecco perché dice: ho molte cose contro di te: che tu tolleri Jezabel, quella donna. Questi, sotto il nome di Cristianesimo, insegnano la fornicazione e l’idolatria spirituale, mentre a noi sembra che servano solo l’altare: questo avviene nella simulazione della fede, e non per la difesa della Religione. Sono essi simili ai Farisei, che pagavano « … la decima della menta, dell’anèto e del cumìno » (Mt. XXIII, 23) e dimenticavano la giustizia di Dio. Questi hanno una rassomiglianza, cioè una simulazione di santità, perché servono il diavolo e distribuiscano al popolo i sacramenti: cioè il Battesimo, la Comunione, la benedizione del popolo, l’annuncio del Salterio e del Vangelo. Questa è la dottrina della Cattedra di Mosè. Questi sono i loro proseliti, i figli della condanna, peggiori di loro. Sono chiamati proseliti, come i pellegrini che venivano da terra straniera e si mescolavano col popolo giudeo nella fede e nella circoncisione. I sacerdoti li consideravano dei farisei, e così li circoncidevano, perché fossero santi; e facevano la stessa cosa dei farisei stessi che li istruivano; ed erano, gli uni e gli altri, figli della condanna. Allo stesso modo, questi cattivi sacerdoti si considerano all’interno della Chiesa, ed è per questo che proclamano il Vangelo e battezzano, e pensano di avere la vita eterna. E siccome essi stessi sono malvagi, così anche essi generano figli malvagi con il loro esempio; e sono questi figli della dannazione, perché imitano nella loro condotta coloro che li hanno resi Cristiani. Per questo dice: “Insegna e inganna i miei servi nel commettere fornicazione e a mangiare carne sacrificata agli idoli“. Perché, come abbiamo detto, sotto il nome di Cristo ha insegnato la fornicazione e l’idolatria spirituale. Ma come ha fatto chi si considerava un profeta nella Chiesa ad insegnare apertamente il culto degli idoli? Non diciamo che egli adorasse gli idoli, o credesse e predicasse un altro Dio, diverso dal Padre e dal Figlio e dallo Spirito Santo: un solo Dio; ma che, apparendo nelle sembianze materiali del Cristianesimo, commettesse adulterio spirituale. E l’adulterio spirituale è appunto l’idolatria. Quando qualcuno fa qualcosa che non sia conforme alla Sacra Scrittura, non solo nelle cose più importanti, ma anche nelle cose minime, considerate di nessun valore, è questo che si chiama idolatria; così infatti lo definì lo Spirito attraverso l’Apostolo, che, quando contestava i falsi fratelli, concludeva dicendo: « Perciò, o miei cari, fuggite l’idolatria. » (1 Cor. X, 14); e ancora: « Quale accordo tra il tempio di Dio e gli idoli? » (2 Cor. VI: 16). Perché non tutti i sacerdoti sono sacerdoti; non tutti i diaconi sono diaconi. Guardate Pietro, ma non dimenticate Giuda! Vedete Stefano, ma non dimenticate Nicolas! Queste cose c’erano forse solo agli inizi della Chiesa? Ci sono ancor oggi. Quindi nella specie si mostra il genere. E il genere si riferisce alla specie. Pietro ha dei discepoli imitatori? Li ha anche Giuda! Stefano ha avuto diaconi imitatori? Si, ma anche Nicolas! Pietro predica il Vangelo di Cristo, così come Giuda. Pietro battezza nel nome della Trinità, anche Giuda battezza. Pietro ha il potere nella Chiesa di legare e sciogliere i peccati, così come Giuda, ingannando i servi di Dio nel fornicare e nel mangiare la carne sacrificata agli idoli. Ecco qui, in una stessa casa ci sono due altari. Ecco un letto comune, e Cristo diviso. Così testimonia la verità nel Vangelo, dicendo: « Voi siete il sale della terra; ma se il sale diventa insipido, non serve a nulla se non ad essere gettato nel letamaio » (Mt V, 13). E così Jezabel nel suo nome fa riferimento al letamaio (4 Re IX: 30), perché fu gettata oltre il muro fuori dalla città e cadde in un letamaio per essere mangiata dai cani. Ciò è detto in modo che chiunque non creda che questo accadrà, possa leggere la storia di Jezebel, e ciò che è accaduto al suo corpo, per suo vantaggio, lo possa prevedere nella Chiesa. Infatti se le sue opere non fossero state fatte nuovamente, la Chiesa di Tiatira non sarebbe stata avvertita dallo Spirito; né era necessario che la si ricordasse, poiché era morta già da tanto tempo, da tanti anni. Ma Egli dice: sta insegnando e ingannando i miei servi a fornicare e a mangiare carne sacrificata agli idoli; io gli ho dato il tempo di ravvedersi, ma lui non vuole pentirsi della sua fornicazione. Vedete, essa sarà gettata nel letto della sofferenza, e coloro che commettono adulterio con lei, se non si pentono delle loro azioni, finiranno in una grande tribolazione. Colpirò a morte i suoi figli: cioè i discepoli che ha generato con la sua dottrina. Ricorda loro che saranno condannati alla seconda morte. Infatti, come i santi Apostoli sono chiamati figli di Dio, e i dottori sono chiamati figli degli Apostoli, e i rimanenti Santi figli dei dottori, così tutti nella Chiesa sono considerati figli dei Sacerdoti buoni o cattivi. E tutti quelli che sono imitati nella Chiesa, si dice che siano suoi figli. Questo è ciò che dice il Signore nel Vangelo: « avete il diavolo per padre e volete adempiere alla volontà di vostro padre » (Gv. VIII, 44). Il diavolo ha avuto forse figli carnali? In un altro luogo si dice: figli della Gehenna (Mt. XXIII, 15). La Gehenna genera figli? No, ma si dice che le opere del diavolo siano preparate per il fuoco della Gehenna. Quindi anche questi si chiamano i figli di quella donna. E cosa dice loro? Ferirò i suoi figli a morte, cioè con la morte spirituale. Perché è attraverso il peccato che la morte è entrata nel mondo (Rm. V, 12), perché quando uno pecca, anche se sembra vivere nel suo corpo, nella sua anima è invece morto; questo proclama col dire che lo … vuol colpire a morte, non con una morte visibile, o manifesta come avviene per la carne, ma con la morte spirituale. E come pure la vendetta si manifesta in forma particolare nella madre, cioè in quei sacerdoti che si dicono all’interno della Chiesa, è chiaro che la stessa vendetta si propagherà nei loro figli e nei figli di quella donna, figli che si trovano in seno a tutte le Chiese, e quindi in coloro che, generati dallo stesso spirito, sono condannati con la morte spirituale; e se questo non si manifesta in questo secolo, pure sono già condannati per sempre. – E così, dice, tutte le chiese sapranno che sono io a scrutare i cuori e i reni, quando tornerò a ricompensare ciascuno secondo le sue opere, e a rivelare i segreti di ciascuno davanti ai suoi occhi. Ma al resto delle chiese, che non seguono questa dottrina malvagia, e non hanno conosciuto la profonda malizia di satana, dice: Non vi impongo altro peso, come se dicesse: non giudico due volte la stessa cosa: colui che si giudica da solo, non viene giudicato da un altro. Chiunque in questo mondo soffre tribolazioni a causa mia, è necessario che io lo incoroni nel mondo avvenire. Poiché non soffra in questo mondo in modo tale che Io gli imponga un altro peso: è certo che nel mondo futuro non subirà tribolazioni. A voi altri di Tiatira dico. Quando dice: Io dico a voi altri: insegna cosa sia l’Angelo, cioè la parte della Chiesa, come abbiamo detto sopra, alla quale dice: coloro che non avete sostenuto questa dottrina e non avete conosciuto le profondità di satana (Ap. II, 24), cioè non avete acconsentito loro, come dice il Signore parlando agli operatori malvagi: « … Non vi ho mai conosciuti, allontanatevi da me » (Mt. VII, 23). Come i malfattori non conoscono Dio, anche se lo annunciano, così Dio, anche se conosce tutti, non conosce i malfattori. Allo stesso modo i giusti non conoscono la dottrina di satana, anche se ne odono e ne avvertono l’impostura. Così i giusti possono riuscire a non sentire le cose malvagie che si devono evitare e a non imitarne la condotta; ma è giusto che si trovino nella Chiesa insieme ad essi e che da essi siano molestati, in modo da essere messi continuamente alla prova, come l’oro è messo nel crogiuolo, ove viene bruciato con i carboni ardenti. Il carbone si consuma da se stesso, ma l’oro si purifica. Quindi è giusto che all’interno della Chiesa ci siano gli eretici, gli ipocriti e gli scismatici: essi bruciano, ma purificano la Chiesa come l’oro. Così sta scritto: « È necessario infatti che avvengano divisioni tra voi, perché si manifestino quelli che sono i veri credenti in mezzo a voi. » (1 Cor. XI,19). E ancora: « Ecco, è nel deserto, non ci andate; o: È in casa, non ci credete » (Mt. XXIV, 26), cioè la dottrina degli eretici, che si dice essere dentro le case, perché insegnano la dottrina delle Scritture nelle abitazioni; o se vi dicono: guardate, Cristo è nel deserto, cioè tra i pagani – perché il deserto significa i pagani – perché lì non si insegna la retta predicazione delle Scritture. Così è nella Chiesa, in tutto il mondo, quando i futuri fedeli saranno da loro messi alla prova per la vita beata, nell’umiltà e nella pazienza. E agli uomini malvagi il Signore annuncia tanti mali futuri, mali che gli stessi eretici predicano essere in questo mondo il dolore della Gehenna. E perciò i giusti sono più degni di lode, sopportando e perseverando nella carità fino alla fine della loro vita,  e soffrendo con pazienza, finché i malvagi si infiammino nella persecuzione, diventino laidi per la loro ostinazione, e perdurino nell’uccidere crudelmente fino al termine della loro vita, cosicché sappiano chiaramente perché saranno condannati all’inferno. D’altra parte, ai giusti già messi alla prova, si dice: non vi impongo un nuovo peso, cioè più di quanto possiate sopportare. Cioè, non c’è altra dottrina se non quella che avete ricevuto, ed in proporzione alla forza che vi ho dato, per essere forti; in quella proporzione vi impongo in questo mondo il peso della tribolazione e dell’angoscia che potete sopportare. Resisti fermamente finché non ti restituisco quello che hai. Al vincitore, a colui che sostiene le mie opere fino alla fine, io darò il potere sulle nazioni; le pascolerà con bastone di ferro e le frantumerà come vasi di terracotta, con la stessa autorità che a me fu data dal Padre mio. Ha detto prima: non vi impongo un nuovo carico; qui dice: finché non tornerò, conservate quello che avete, e se persevererete nelle mie opere fino alla fine, non ci sarà per voi una tribolazione più grande di quella che sopportate presentemente nel mondo; non vi aggiungerò cioè una tribolazione futura. Ed esorta piuttosto a conservare ciò che ha, cioè la dottrina apostolica, e a conservarla sempre, fino alla venuta del Signore. A chi è adempiente, sarà dato potere sulle nazioni, e gli sono promessi regni, affinché le governi con uno scettro di ferro e le frantumi come vasi di argilla. Si riferisce qui agli angeli apostati che abbandonarono il loro principato, e saranno condannati dai Santi nel giorno della sentenza di condanna, quando saranno gettati alla morte eterna, come dice l’Apostolo: Non sapete che giudicheremo gli angeli? (1 Cor. VI: 3). E poi dice: gli darò il potere, come l’ho ricevuto anch’Io dal Padre mio. Credo sia per questo che Giovanni avesse detto nella sua lettera: « quando apparirà saremo come lui » (1 Gv III, 2). E gli darò anche la luce del mattino, che è il Signore Gesù Cristo che non conosce vespro, ma è luce sempiterna, è sempre nella luce; e dice tuttavia alle Chiese: colui che ha i sette spiriti di Dio, cioè il Signore Gesù Cristo, nel quale riposa lo Spirito Santo, che è di una sola e medesima natura, e nella cui mano ci sono le sette stelle, di cui abbiamo parlato sopra. E rimproverando la negligenza di molti nella congregazione della Chiesa, dice che in questa Chiesa c’è Jezabel, “quella donna”: la chiama “donna” perché ha visto una condotta effemminata e rammollita; ed infatti chiunque viva mollemente e si prenda cura del proprio corpo è chiamato nelle Sacre Scritture non uomo, bensì “donna”.

COMMENTARIO ALL’APOCALISSE DI BEATO DE LIEBANA (6)

COMMENTARIO ALL’APOCALISSE DI BEATO DI LIEBANA (4)

La palma, simbolo della vita del giusto

Beato de Liébana:

COMMENTARIO ALL’APOCALISSE (4)

Migne, Patrologia latina, P. L. vol. 96, col. 893-1030, rist. 1939, I, 877

[Dal testo latino di H. FLOREZ – Madrid 1770]

LIBRO SECONDO

COME CONVIVONO LA CHIESA E LA SINAGOGA

[9] Chiesa e Sinagoga sono lo stesso nome, perché ciò che noi chiamiamo Chiesa, i Giudei chiamano Sinagoga. Tuttavia, questi nomi hanno la loro origine negli Apostoli, che chiamarono la Sinagoga « congregazione » e diedero alla Chiesa il nome di « assemblea ». Perché mentre l’una si riunisce, l’altra convoca, dal momento che la Chiesa invita tutti, buoni e cattivi, a farne parte. Ecco perché nelle Sacre Scritture essa è designata con molti nomi. A volte viene chiamata fornicatrice e meretrice, a volte vergine, a volte sorella, a volte sposa; a volte moglie, a volte madre, a volte figlia; a volte regina, a volte concubina, a volte fanciulla, vicina, amica … Cosa significa meretrice, se non che è alla portata di tutti? A tutti quelli che vengono da essa, la Chiesa non nega la fede, ma si prostra a tutti quelli che vengono. Ecco perché Rajab, la prostituta, era figura della Chiesa. Ella legò un cordone scarlatto alla finestra, di modo che quando di nascosto arrivò Giosuè, figlio di Nave, vedendo il segnale scarlatto, si potessero salvare sia la stessa Rajab che tutti quelli della sua casa. Così Gesù Cristo, Figlio di Dio, quando verrà a bruciare questo mondo con il fuoco, mediante il segnale scarlatto, salverà la Chiesa e coloro che Egli riterrà essere rimasti in essa, cioè i martiri ed i penitenti. – Essa è vergine, perché annovera le vergini del corpo e dello spirito, come sta scritto: « … le vergini saranno portate al re » (Psal. XLIV, 15). È una sorella, come si legge nel Cantico dei Cantici sulla Chiesa che doveva essere costituita tra i popoli, allorquando non avevano ancora un Testamento: « Abbiamo – dice  una sorella più piccola, ed ella non ha ancora seni (Cant. VIII, 8). È chiamata fidanzata, perché Cristo le si è legato con l’anello della fede, secondo dice Egli stesso nel Vangelo: « Tutte quelle vergini si sono alzate, hanno acceso le loro lampade e sono uscite per incontrare lo sposo e la sposa » (Mt. XXV, 1). È chiamata sposa, perché attraverso i figli che predicano, Cristo genera da Essa, come sta scritto: « … tua moglie sarà come una vite feconda in mezzo alla tua casa, ed i tuoi figli come virgulti d’olivo intorno alla tua tavola » (Psal. CXXVIII: 3). Si chiama madre, perché è perfetta, come sta scritto: “Lei sola è la mia perfetta“. Lei è l’unica di sua madre (Cant. VI: 9), e ogni giorno allatta i suoi figli con i due seni del Testamento, come si dice: « i vostri due seni, come due gemelle gazzelle che pascolano tra i gigli » (Cant. VII: 3). Allatta queste due giovani gazzelle, cioè i due popoli, che vengono dalla circoncisione e dalla incircocisione. Si chiama figlia, perché riconosce un padre proprio, secondo sta scritto: « ascolta, figlia, e vedi; inclina l’orecchio e dimentica il tuo popolo e la casa di tuo padre – cioè il diavolo – e il re amerà la tua bellezza, perché egli stesso è il Signore tuo Dio e lo adoreranno » (Psal. XLIV, 11). – Fino a questo punto lo Spirito Santo ha parlato al Re stesso attraverso la  bocca del profeta, che paragona ad un calamo che scrive velocemente, chiamandolo guerriero, Dio e sposo. Da qui ci viene presentata la Persona del Padre che parla alla Sposa di suo Figlio e la esorta, disprezzando l’antico errore del gentilesimo e dell’idolatria, per cui è chiamata figlia e non estranea; ascolta prima di tutto ciò che le viene detto; poi contempla o ciò che le viene detto o l’intero creato; e comprendendo l’invisibile per mezzo delle cose visibili e per mezzo delle creature che conoscono il Creatore, inclina l’orecchio diligentemente a conservare nella memoria tutto ciò che viene detto. E quando avrai udito, visto e inclinato l’orecchio, e ti sarai data completamente alla dottrina ed alla comprensione di tutto ciò che ti viene detto, dimentica il tuo primo padre e, come Abramo che lasciò la Caldea, lascia la terra della tua nascita e dei tuoi simili. Nessuno può dubitare che nostro padre, prima di essere adottati da Dio, fosse il diavolo, di cui il Salvatore dice: voi siete figli del diavolo (Gv. VIII, 44). Quando, dunque, avrai dimenticato il tuo antico padre, e ti mostrerai in modo tale che, eliminate le immondizie, sarai vestito di bianco e cavalcherai tuo fratello Cristo, e il Figlio mio potrà amarti, allora il Re amerà la tua bellezza. Ciò che è nella figura della sposa alla quale abbiamo paragonato la Chiesa, congragata tra i popoli, ognuno può riferirlo a se stesso: cioè l’anima che crede rettamente, che si allontana dai vizi di un tempo, è subito adottata da Dio come figlia. E se, come figlia, è adottata, deve inclinare l’orecchio, dimenticare la vecchia dimora e, come un apostolo, abbandonare il padre morto e rendersi degna di essere amata dal Re. Questi è pure il suo Signore, davanti al quale deve inginocchiarsi e, deposto l’orgoglio, deve prendere il giogo dell’umiltà. È una regina, perché ha uno sposo Re, come è scritto: « alla tua destra una Regina, con un indumento dorato, vestita con colori variopinti » (Psal. XLIV: 10). E quali sono le figlie di re tra le tue preferite? Figlie di re sono coloro che si preparano all’abbraccio dello sposo, il cui trono rimane per sempre. Questi sono quelli le cui « vesti son tutte mirra, aloè e cassia, dai palazzi d’avorio ti allietano le cetre, figlie di re stanno tra le tue predilette » (Psal. XLIV, 9-10). Per mirra si intendono tutti coloro che mortificano i loro corpi, perché i corpi dei morti vengono imbalsamati con la mirra. Per la cassia, noi siamo il buon odore di Cristo. E lo sposo Cristo parla alla Chiesa sua Sposa: mirra e aloe con tutti i migliori unguenti (Cant. IV,14), e lei risponde: « le mie mani hanno distillato la mirra, una goccia delle mie dita » (Cant. V, 5). La mirra è lo stesso che la goccia. Perché il gambo è il fiore della mirra, e il gambo è chiamato la goccia, o ciò che è distillato. Quello che segue, la cassia, è lo stesso che altri chiamano fistula [La canafistula è un albero ed anche il nome di una specie di flauto]; è la lode sonora di Dio, che brucia con il suo calore tutti gli umori, i dolori dei piaceri. La Chiesa Cattolica è fondata sulla pietra di Cristo ed ha radici stabili: è una sola, la colomba perfetta, e vicina; … e sta sulla destra e non c’è nulla di sinistro in essa; è ornata d’oro, vestita di vari colori. È quindi Regina, e regna con il Re, le cui figlie possiamo considerare in generale le anime dei credenti ed in particolare, i cori delle vergini che adorano lo sposo. Le figlie di Tiro con i doni (Psal. XLIV, 13), cioè le figlie del più forte, o Essa la più forte, perché ha imitato il più forte, il cui volto, con vari regali, sarà sollecitato dai ricchi del popolo. Li chiama ricchi, o di questo mondo, o di coloro che conoscono le Scritture. – Comprendiamo anche come [possa essere dichiarata] donna e concubina, dal Cantico di Salomone, come una che non possa stare senza sposo o marito. È chiamata anche vicina e amica, perché sempre per un patto di amicizia, cioè per la fede e le opere, e nella torre di contemplazione, quanto più desidera, tanto più è vicina. Questo è quanto chiamiamo con molti vocaboli, ma non dubitiamo che sia una sola. Sicuramente si dice poi che le vergini la seguiranno, saranno condotte alla gioia e nell’esaltazione, entreranno nel palazzo del Re. Il Cantico dei Cantici mostra che ci sia molta diversità nelle anime che credono in Cristo; è scritto infatti: sessanta sono regine, ottanta sono concubine e innumerevoli sono fanciulle. L’unica è la mia colomba, l’unica mitica, di cui si dice: le fanciulle che la vedono sono felici, le regine e le concubine la lodano (Cantico dei Cantici VI, 7). Colei che è perfetta e santa nel corpo e nello spirito merita di essere chiamata colomba e vicina. Questa è la figlia di cui si è detto sopra: alla tua destra una Regina in veste dorata. Quelli che disprezzavano i sei giorni del mondo e desideravano i regni futuri, sono chiamati Regine. Quelli che hanno la circoncisione dell’ottavo giorno, ma non sono ancora arrivati al matrimonio, si dicono concubine. Le diverse moltitudini di credenti che non possono ancora essere circondati dall’abbraccio dello sposo e non possono ancora generare figli per Dio, sono chiamati fanciulle. Penso a queste vergini che seguono la Chiesa, e che sono citate nel primo punto, che sono tutti coloro che perseverano nella verginità del corpo e dell’anima. Le vedove e i continenti coniugati sono i vicini e gli amici: tutti con gioia e letizia sono portati al tempio e al talamo del Re (Psal. XLIV, 16). Al tempio, come sacerdoti di Dio; al talamo, come mogli del Re e dello sposo. Spiegheremo meglio che cosa sia questo tempio alla fine di questo libro, se il Signore ce lo permette. – Spieghiamo ora ciò che abbiamo iniziato. Quelli che prima abbiamo chiamato essere molti membri, ma un solo corpo, sono l’unica vita di tutti i Santi; ma, secondo i loro sforzi, i meriti delle ricompense sono diversi. O Chiesa, i tuoi figli, che a te hai generato, diventeranno i tuoi padri, facendo sì che diventino da discepoli, maestri, e saranno messi nell’ordine sacerdotale a testimonianza di tutti. Voi li genererete come figli: li renderete principi su tutta la terra: cioè sacerdoti santi in tutto il mondo. « A te son nati figli, li costituirai principi su tutta la terra ». Questi sono i santi sacerdoti in tutto il mondo, « memori saranno del tuo nome in ogni progenie e generazione », e questa è tutta la Cristianità, che rimane nella Chiesa, per cui confesseranno e loderanno il Signore per sempre ed in eterno e nei secoli dei secoli, e affinché, una volta iniziate le ostilità, Egli non li abbandoni e, camminando vittorioso sulle devastazioni dei nemici, preparerà per sé un regno in coloro che, salvandosi dal potere del diavolo, si sono uniti al suo comando dicendo: « Sono stato fatto re da Lui sul suo santo monte di Sion » (Psal. II, 6). Nessuno esita a chiamare Cristo verità, umiltà e giustizia, perché dice: Io sono la via, la verità e la vita (Gv. XIV, 6), e imparate da me, perché sono mite e umile di cuore (Mt XI, 29), e Colui che Dio ha reso per noi giustizia, redenzione e santificazione (1 Cor. I, 30). Tutte queste cose si riferiscono al corpo per esigerlo dai suoi membri. La Vittoria del Signore è il trionfo dei suoi servi. La saggezza del Maestro, è il progresso dei discepoli. Ma si chiede: come è il più bello di tutti i figli degli uomini, colui di cui leggiamo in Isaia: « non lo vedevamo in apparenza, né in bellezza, ma in apparenza era spregevole, e come un rifiuto degli uomini: l’uomo dei dolori, e conoscitore del dolore, davanti al quale si nasconde il suo volto? » (Is. LIII: 2). E non crediate avventatamente che la Scrittura sia in contraddizione: perché lì si ricorda la bruttezza del corpo, a causa dei flagelli e degli sputi, degli schiaffi e dei chiodi, degli insulti del patibolo; e qui invece è la bellezza delle virtù, nel Corpo sacro e degno di venerazione. Non che la divinità di Cristo, comparata agli uomini, sia di maggiore bellezza, – perché non c’è paragone -, ma, senza tutte le sofferenze della croce, è la più bella in assoluto: è Vergine da una Vergine, poiché non è nato per volontà della carne, ma è nato da Dio (Gv. I, 13). Se non avesse avuto qualcosa di celeste nel volto e negli occhi, gli Apostoli non l’avrebbero seguito subito; né sarebbero stramazzati a terra coloro che erano venuti a catturarlo. Infine, per la citata testimonianza in cui si dice: l’uomo del dolore e conoscitore del dolore, diede il motivo per cui ha patito queste cose: … perché ha nascosto il suo volto, cioè ha nascosto e coperto un po’ la sua divinità, lasciando il corpo all’ingiurie. Alcuni hanno unito questo versetto ai precedenti, in modo che il più bello dei figli degli uomini non si riferisca a Cristo, ma al calamo: è stato versata la grazia sulle tue labbra. Possiamo capire in che senso sia stato detto che la grazia è stata versata sulle tue labbra: cioè tutta la moltitudine della Grazia è stata versata sulle labbra del Salvatore, che in breve tempo ne ha riempito il mondo intero. « Là pose una tenda per il sole che esce come sposo dalla stanza nuziale, esulta come prode che percorre la via. Egli sorge da un estremo del cielo e la sua corsa raggiunge l’altro estremo: nulla si sottrae al suo calore. » (Psal. XVIII, 6). Infatti anche Maria, che ha concepito Colui in cui abita tutta la pienezza della divinità (Col 2, 9), è salutata  come “la piena di grazia” (Lc. I, 28). E avverte che tutto ciò che viene detto debba essere riferito con intelligenza alla Persona di Colui che è stato assunto dalla Vergine, perché si dice che per la grazia delle sue labbra è benedetto per sempre. Di lui è stato detto dal Profeta: “La tua sede è Dio nei secoli dei secoli; la verga della giustizia è la verga del tuo regno“. Tu amavi la giustizia e odiavi l’iniquità; perciò Dio, il tuo Dio, ti ha unto con l’olio della letizia più di tutti i tuoi compagni. Quello che noi chiamiamo un seggio, i Giudei lo chiamano un trono. Quello che dice qui: Dio, il tuo Dio, ti ha unto, si comprende che si riferisce a due persone, questi che è unto come Dio e Colui che lo ha unto. Certo, l’Angelo l’ha annunciato anche a Maria: « il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre ed Egli regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine » (Lc. I, 32). E non pensiamo che questo sia contrario a quanto l’Apostolo dice per iscritto ai Corinzi: « E quando tutto gli sarà stato sottomesso, anche lui, il Figlio, sarà sottomesso a Colui che gli ha sottomesso ogni cosa, perché Dio sia tutto in tutti. » (1 Cor. XV, 24). Perché non ha detto di sottomettersi al Padre, come se il Figlio sia separato, ma di sottomettersi a Dio, cioè a quel Dio che abita nel corpo assunto, per essere tutto in tutti. E Cristo, che prima era nei singoli per poche virtù, dimora così in tutti con tutte le virtù. La verga della giustizia, è la verga del tuo regno. La verga e lo scettro sono i simboli di colui che regna, come dice il Profeta: « una verga uscirà dal ceppo di Iesse, e un virgulto uscirà dalle sue radici » (Is. XI, 1). Si intende che si tratti dell’uomo che è stato assunto, al quale viene offerto il comando e che si dice che regni, perché amava la giustizia e perché odiava l’iniquità; che è stato unto con l’olio della gioia più di tutti i suoi compagni; che lo riceverà nell’unzione come ricompensa dell’amore e dell’odio. Ci viene insegnato che in noi sono i semi di entrambe le realtà, dell’amore e dell’odio: perché Colui medesimo che ha innalzato al cielo le primizie del fango del nostro corpo, ha amato la giustizia ed ha odiato l’iniquità. Per questo David dice: « Non odio, forse, Signore, quelli che ti odiano e non detesto i tuoi nemici? Li detesto con odio implacabile come se fossero miei nemici. » (Sal CXXXVIII, 21). I compagni sono gli Apostoli e i credenti, che Egli ha designato con la parola dell’unzione, perché dall’unto viene l’unto, cioè il Cristiano. Ecco il Capo unito ai membri: esso sono Cristo e la Chiesa Apostolica in cui crediamo, e che proclamiamo sempre con una sola voce con tutti i Cristiani in comune, dicendo:

IL SIMBOLO

[10] Crediamo in un solo Dio, Padre onnipotente, e in Gesù Cristo, suo Figlio, che per la nostra salvezza si è incarnato nel seno della Vergine Maria, ha patito, è morto ed è risorto il terzo giorno dai morti. È salito al cielo, siede alla destra del Padre e il suo regno non avrà fine. Egli verrà a giudicare i vivi e i morti. Crediamo nello Spirito Santo, che procede dal Padre e dal Figlio; nella Santa Chiesa Cattolica ed Apostolica, e speriamo di ottenere per suo mezzo il perdono dei peccati, mediante l’unico battesimo della Trinità. Crediamo che, con questa carne risorgeremo nel giorno del giudizio, quando Cristo verrà a giudicare i vivi ed i morti, e a dare ai giusti la ricompensa ed ai malvagi i tormenti della punizione eterna. Questa è la fede apostolica che la Chiesa professa in tutto il mondo, illuminata dal sole, da Cristo e, lungo la durata delle dodici ore del giorno, dagli Apostoli. Infatti la Chiesa, per la purezza della sua fede, si chiama luce e giorno, come dice il Salmista: « Questo è il giorno fatto dal Signore, esultiamo e gioiamo in esso » (Psal. CXVII, 24). – La Sinagoga, invece, per l’ignoranza del suo errore, si chiama notte e tenebre, come è scritto: « il giorno al giorno comunica il Verbo, e la notte alla notte ne trasmette la scienza » (Psal. XVIII, 3). Giorno dopo giorno, cioè, gli Apostoli predicano il Salvatore ai credenti. La notte invece trasmette la scienza alla notte, cioè Giuda, colui che ha tradito Cristo, ai Giudei. Ecco cosa è in una medesima congregazione il giorno e la notte, e ciò che è stato fatto crediamo sia stato fatto non senza ragione. Infatti, tutto ciò che è scritto nel Vangelo, dice l’Evangelista, è stato fatto dal Signore in un anno. E se questo fosse avvenuto solo perché Cristo soffrisse e gli altri lo abbandonassero, a cosa servirebbe l’essere scritto nel Vangelo e letto nella Chiesa, se non fosse figura del futuro, e quindi diventasse un modello ed un’autorità per il futuro? Solo allora c’erano i Farisei, di cui Egli diceva ai discepoli: « fate quello che essi dicono, ma non fate quello che fanno » ? (Mt. XXIII, 3). Solo allora c’era forse la Sinagoga della quale si era detto, attraverso il Profeta, quel che era stato fatto per mezzo degli Apostoli, col dire: « Signore: che libello di ripudio è quello con cui ho ripudiato la vostra madre? … Ecco, che voi per le vostre scelleraggini siete stati venduti, e per le vostre scelleraggini ho io ripudiato la vostra madre. » (Is.  L, 1). Se dobbiamo credere che ciò sia accaduto solo in quel tempo e non adesso, perché si legge nella Chiesa la profezia, o l’Apostolo o il Vangelo? E se si debba solo leggere e non fare, perché allora il Signore ha detto nel Vangelo: « In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà neppure un iota o un apex dalla legge, senza che tutto sia compiuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà agli uomini, sarà considerato grande nel regno dei cieli. Poiché io vi dico: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli. »? (Matth. V, 18-20). E come aveva detto in precedenza: « … non sono venuto ad abolire la legge, ma a compierla »: vedasi che quello che insegnava, lo faceva, e lo insegnava non solo con le parole, ma altresì con gli esempi, come quando ha lavato i piedi dei discepoli ed altro ancora. E se non l’ha abolita e non ha ordinato ai discepoli di abolirla, è perché i Farisei hanno fatto delle opere giuste, anche se non con lo spirito, ma solo con il corpo, dicendo: « se la vostra giustizia non è più grande di quella degli scribi e dei farisei… ». E  penso che le loro opere venissero dalla sapienza degli scritti; tuttavia, la santità che manifestavano al mondo esterno serviva loro solo per essere ammirati dagli uomini, dei quali prendevano le decime, secondo quanto dice il Signore: « sfigurano il loro volto con il digiuno, perché gli uomini se ne accorgano »  (Mt. VI, 16). “Farisei” è una parola che significa separati, perché erano in contrasto con i Sadducei: essi sono gli scribi. I farisei sono chiamati “separati” perché preferiscono la giustizia delle tradizioni e delle osservanze, quella che chiamavano “deuterosi”, e per questo erano per la gente “separati”, come per giustizia. Sadducei significa giusti: essi rivendicavano per se stessi ciò che non erano. Ecco come tuttora anche nella Chiesa possiamo verificare, conformemente a questo Vangelo ricevuto da Cristo, come questi Farisei esistano ancora nella Chiesa. Sono i sacerdoti che cercano le prime cattedre, affinché gli uomini li chiamino maestri; che lavorano se non per essere onorati dagli uomini. E ricercano lucro nel mondo, non per conquistare le anime, ma per soddisfare la loro avidità. C’è anche la Sinagoga nella Chiesa: perché se non ci fosse stata, il Salvatore non ci avrebbe avvertiti, dicendo: « vi consegneranno ai tribunali e vi frusteranno nelle loro sinagoghe » (Mt. X, 17). Vi è nello stesso luogo la Sinagoga e la Chiesa, separate nell’essere e nell’operare. E come chiamiamo la Chiesa “giorno” con la sua fede e con la sua condotta, così chiamiamo la sinagoga “notte” per l’ignoranza del suo errore; il sole splende di giorno e nella manifestazione delle opere buone, come sta scritto: « Lascia che la tua luce risplenda davanti agli uomini, perché vedano le tue opere buone e rendano gloria al Padre tuo che è nei cieli » (Mt. V, 16). E poiché l’ignoranza è tenebra, all’inizio della creazione si diceva: « … le tenebre coprivano la faccia dell’abisso » (Gen. I, 2). Abbiamo già dimostrato che l’abisso è un pozzo oscuro, cioè sono gli uomini ignoranti. Sulla superficie infatti dell’abisso vi erano le tenebre, cioè la cecità del peccato ed il buio dell’ignoranza: … e la sera ed il mattino erano il primo giorno. Si vede la sera e il giorno uniti, ma l’uno dà la luce e l’altra le tenebre. Uno prepara il cammino, l’altra la quiete, o, se si è in viaggio, non offre luce agli occhi. E cos’è la notte se non l’assenza del sole, e cos’è il giorno se non la presenza del sole? In questo giorno e questa notte si dice che si compiono ventiquattro ore, fino a quando il giorno e la notte concludano nella diversità del cielo gli spazi del loro corso da alba ad alba. In modo riduttivo, quindi, il giorno è lo spazio dall’alba al tramonto. Si dice che vi sia un giorno, ma esso passa attraverso la luce e le tenebre. La Chiesa e la Sinagoga sembrano giustamente lavorare nello stesso luogo, e si dice che abbiano la stessa fede; ma si manifestano diversamente nelle loro opere. Perché come la presenza del sole è il giorno, e l’assenza del sole è tenebra, così Cristo è luce per i suoi, e il demonio, che è l’autore della morte, è tenebra per i suoi. Pertanto, la Scrittura chiama giustamente gli uomini santi “giorni” ed i peccatori “tenebre”. E non parliamo solo di peccati quando parliamo di tenebre, perché ci sono tenebre anche in coloro che non comprendono le Sacre Scritture ed insegnano tutt’altro, come sta scritto: « Si avvolgeva di tenebre come di velo, acque oscure e dense nubi lo coprivano » (Psal. XVII, 12), ed infatti è oscura la scienza dei profeti. Questo giorno e questa notte sono considerati come un unico giorno, dall’alba del sole all’alba successiva, perché sono racchiusi nello spazio di ventiquattro ore; ma chi non ha la luce, sia di giorno che di notte, non vede nulla. Così la Chiesa e la Sinagoga sembrano lavorare in comune, e gli ignoranti non riescono a vedere quale sia la luce della Chiesa; e sia i sacerdoti che il popolo che li segue, sembrano avere una dottrina comune. L’unica Chiesa li tollera entrambi, perché con la sua benevola pietà ne attende pazientemente il pentimento, e attraverso di essa ed in essa concede gratuitamente il perdono dei peccati. Solo Egli conosce chi stia in piedi e chi sia caduto. Solo Lui sa perché o per quale scopo siano stati scelti per il popolo sacerdoti nefandi. E benché la Chiesa abbia zelo, la malizia è sempre superiore. Ma ciò che essa non si spinge a condannare, lo riserva al giudizio divino, e tremando, nel dubitare, esclama con l’Apostolo: « O abisso della ricchezza, sapienza e conoscenza di Dio, quanto sono insondabili i suoi disegni e le sue vie! » (Rm. XI, 33).  Quindi, ascoltate attentamente il motivo per cui si parla di una sola Chiesa e cosa ci sia da sapere su di essa, perché questo scrupolo rode molti. E per ritenere qualcosa dalle Sacre Scritture, venite con piacere e preparatevi con tutto il vostro essere ad ascoltare, e comportatevi non con arroganza, ma con umiltà. – L’arca di Noè era modello della Chiesa, come dice l’apostolo Pietro: « nell’arca di Noè, alcune, cioè otto anime, sono state salvate dall’acqua; figura questa del Battesimo che oggi vi fa salvi » (1 Pt. III, 20). Come colà c’erano animali di tutti i tipi, così in questa Chiesa ci sono uomini di tutte le nazioni e di tutti i costumi; come là c’erano leopardi, capre, leoni, lupi e agnelli, così ci sono qui giusti e peccatori, cioè vi dimorano vasi pregiati d’oro ed argento, insieme a vasi di legno e di coccio. E come l’arca aveva i suoi nidi, anche la Chiesa ha molte abitazioni. Otto anime di uomini sono state salvate nell’arca: e l’Ecclesiaste ci comanda: « … occupatevi di sette e anche di otto » (Ecclesiaste XI, 2), cioè credete ad entrambi i Testamenti. Ecco perché alcuni salmi sono scritti “pro octava” ed ogni strofa è di otto versi. Il salmo centodiciotto, considerato perfetto, è alfabetico, perché ogni ottava comincia con una lettera (dell’alfabeto). Così anche le beatitudini che Gesù ha annunciato ai suoi discepoli sulla montagna e che ha proclamato attraverso la Chiesa, sono otto. Ed Ezechiele nell’edificio del tempio si basa sul numero otto. E troverete molte altre cose, simboleggiate in questo modo dalla Scrittura. Un corvo viene mandato dall’arca e non ritorna; e poi la colomba annuncia la pace sulla terra. Attraverso il Battesimo della Chiesa, infatti, il terribile uccello, cioè il diavolo, viene espulso, e la colomba dello Spirito Santo annuncia la pace alla nostra terra. L’arca è costruita partendo da trenta cubiti di altezza e diminuisce progressivamente fino a raggiungere un cubito. Allo stesso modo, la Chiesa, che contiene molte categorie, ha il suo vertice nei diaconi, nei presbiteri e nei Vescovi. L’arca è in pericolo nel diluvio; la Chiesa è in pericolo nel mondo. Noè è uscito, ha piantato un vigneto, ne ha bevuto e si è inebriato. Nato anche nella carne, Cristo ha piantato la Chiesa ed ha sofferto. Il figlio maggiore rideva del padre nudo mentre il figlio minore lo copriva. I Giudei ridevano anch’essi di Dio crocifisso, mentre i gentili lo onoravano. Mi manca il tempo di spiegare e confrontare tutti i simbolismi dell’arca con la Chiesa. Vi spiego brevemente, perché appartiene alla presente trattazione, chi sono le aquile, le colombe, i leoni, i cervi, i vermi, i serpenti tra noi. Nella Chiesa non vivono solo le pecore, ed in essa non volano solo gli uccelli puri, così come avviene per il grano seminato nei campi tra le cui verdi piantine ci sono erbacce e cardi e l’avena sterile. Cosa farà il contadino? Userà la falce, ma in tal modo tutto il raccolto sarà distrutto. Ogni giorno il contadino si ingegna a spaventare gli uccelli rumoreggiando o con gli spaventapasseri; cosicché da un lato fa rumore con la frusta, dall’altro li spaventa con la vista. Tuttavia nel suo campo entrano capre veloci ed onagri lussuriosi, i topi asportano il grano nei depositi sotterranei, mentre le formiche numerose devastano con intenso lavorio il raccolto. Ed invero nessuno possiede un proprio campo sicuro. Mentre il padre di famiglia dormiva, l’uomo nemico seminava la zizzania (Mt. XIII, 28). Quando i discepoli proposero di sradicare tutto, nostro Signore lo proibì, riservando a se stesso la separazione del grano dalla zizzania. Sono questi i vasi d’ira e di misericordia che l’Apostolo predice essere nella casa del Signore. Verrà il giorno in cui, dopo aver aperto il tesoro della Chiesa, il Signore mostrerà i vasi della sua ira (Rm. IX, 22). I Santi diranno di quelli che saranno cacciati fuori: « … sono usciti di tra noi, ma non erano dei nostri. Se fossero stati dei nostri, sarebbero rimasti con noi » (1 Gv. II, 19). Nessuno può attribuire a se stesso la vittoria di Cristo. Nessuno prima del giorno del giudizio giudichi gli uomini. Se la Chiesa fosse già mondata, cosa sarebbe riservato al Signore? « C’è una via che sembra diritta a qualcuno, ma sbocca in sentieri di morte. » (Prov. XIV, 12). In questo errore di giudizio, quale sentenza potrebbe essere certa?

L’ANTICRISTO.

IN QUAL MODO ELIMINERÀ L’IMPERATORE ROMANO PER ASSUMERE L’IMPERO EGLI STESSO

[11] Il beato Agostino, nel suo libro “La Città di Dio”, commenta la frase dell’Apostolo Paolo, quando corregge i Tessalonicesi, in quanto essi pensavano, al tempo dell’Apostolo Paolo, che fosse giunto il giorno del giudizio; egli scriveva loro nella prima lettera, parlando della venuta del Signore: « … noi che viviamo e saremo ancora in vita per la venuta del Signore, non avremo alcun vantaggio su quelli che sono morti. Perché il Signore stesso, ad un ordine, alla voce dell’Arcangelo e al suono della tromba di Dio, discenderà dal cielo: prima risorgeranno i morti in Cristo; quindi noi, i vivi, i superstiti, saremo rapiti insieme con loro tra le nuvole, per andare incontro al Signore nell’aria… » (1 Tess. IV, 15 e 17). Per questo scrive loro una seconda lettera, commentando la quale, il beato Agostino dice quanto segue: « Vedo che devo trascurare le molte affermazioni evangeliche ed apostoliche su questo ultimo giudizio divino, per non rendere troppo voluminoso questo libro; ma in nessun modo l’apostolo Paolo deve essere trascurato, quando scrive ai Tessalonicesi e dice loro: « Ora vi preghiamo, fratelli, riguardo alla venuta del Signore nostro Gesù Cristo e alla nostra riunione con lui, di non lasciarvi così facilmente confondere e turbare, né da pretese ispirazioni, né da parole, né da qualche lettera fatta passare come nostra, quasi che il giorno del Signore sia imminente. Nessuno vi inganni in alcun modo! Prima infatti dovrà avvenire l’apostasia e dovrà esser rivelato l’uomo iniquo, il figlio della perdizione, colui che si contrappone e s’innalza sopra ogni essere che viene detto Dio o è oggetto di culto, fino a sedere nel tempio di Dio, additando se stesso come Dio. Non ricordate che, quando ancora ero tra voi, venivo dicendo queste cose? E ora sapete ciò che impedisce la sua manifestazione, che avverrà nella sua ora. Il mistero dell’iniquità è già in atto, ma è necessario che sia tolto di mezzo chi finora lo trattiene. Solo allora sarà rivelato l’empio e il Signore Gesù lo distruggerà con il soffio della sua bocca e lo annienterà all’apparire della sua venuta, l’iniquo, la cui venuta avverrà nella potenza di satana, con ogni specie di portenti, di segni e prodigi menzogneri, e con ogni sorta di empio inganno per quelli che vanno in rovina perché non hanno accolto l’amore della verità per essere salvi. E per questo Dio invia loro una potenza d’inganno perché essi credano alla menzogna e così siano condannati tutti quelli che non hanno creduto alla verità, ma hanno acconsentito all’iniquità. »  (2 Tess. II, 1-12). Nessuno dubita che queste cose le abbia dette dell’Anticristo, e che abbia così anticipato che il giorno del giudizio (che egli chiama il “giorno del Signore”) non sarebbe arrivato prima che colui che chiama “l’empio”, abbia preceduto il Signore Dio. Se questo si può dire di tutti i malvagi, quanto ancora più di costui; ma in quale tempio di Dio egli si siederà? … non sappiamo se siano le rovine del tempio costruito da re Salomone oppure della Chiesa. L’Apostolo, infatti, non chiamerebbe  il tempio di alcun idolo o demone: santuario di Dio. Ecco perché alcuni vogliono intendere che qui l’Anticristo non sia il principe in sé, ma in un certo senso tutto il suo corpo, cioè la moltitudine di tutti coloro che gli appartengono, insieme allo stesso loro principe. Essi credono anche più precisamente che, sia in latino che in greco, si dice che “egli siederà nel tempio di Dio”, proprio come se fosse tempio di Dio la Chiesa, e così come noi diciamo: si siede da amico, o come un amico, o un qualcosa di simile impiegato solitamente in questo genere di espressioni. Ed ancora dice: sapete cosa lo trattiene ora, cioè sapete perché ritarda, qual sia la causa del ritardo, per manifestarsi a tempo debito? E quello a cui si riferiva, essi già lo sapevano chiaramente, per cui non credette oppotuno ridirlo. E così noi, che non sappiamo quello che essi sapevano, cerchiamo di arrivare con fatica a ciò che l’Apostolo pensa, ma non possiamo. Soprattutto, ciò che ha aggiunto rende questo senso più oscuro: perché cos’è? Confesso che sono completamente all’oscuro di ciò che ha detto. Pertanto riporterò le interpretazioni umane che ho sentito o letto. Alcuni pensano che questo sia stato detto dell’Impero Romano, ed è per questo che l’Apostolo Paolo non ha voluto scriverlo chiaramente, per non incorrere nella calunnia, dando una cattiva opinione dell’Impero Romano considerato eterno. Altri dicono che: perché il mistero dell’iniquità è già in opera, ci si riferisca a Nerone, le cui gesta erano già note come quelle dell’Anticristo. Ecco perché alcuni pensano che sarà lui a risorgere come futuro Anticristo. Altri pensano che non sia stato eliminato, ma piuttosto rimosso, in modo che sembri che sia stato ucciso; e che sia nascosto vivo nel vigore della sua stessa epoca, in cui si crede che sia stato ucciso, finché non si manifesti, a suo tempo, e sia posto nel suo regno. Ma trovo questa interpretazione dei commentatori molto improbabile. Tuttavia, ciò che dice l’Apostolo: … solo quando viene allontanato colui che ora lo trattiene, si crede, non senza ragione, che questo sia fino a quando non verrà tolto da mezzo, cioè rimosso dal suo posto. E allora l’iniquo si manifesterà, il che si riferisce senza dubbio all’Anticristo”.

                                                        (Sant’Agostino, La città di Dio, lib.20, cap.19).

[Questo capitolo dell’Anticristo è qui nei Codici dell’edizione riveduta del 786 e ripetuto nel libro VI, 7, pp. 500-501; nel libro VI, 7, nell’edizione del 786, è omesso nelle edizioni del 776 e 784].

COMINCIA IL LIBRO SECONDO:

LE SETTE CHIESE

QUESTO LIBRO CONTIENE I QUATTRO VIVENTI, I QUATTRO CAVALLI, LE ANIME DEGLI UCCISI, I QUATTRO VENTI E I DODICIMILA.

(Ap. II, 1-7)

Angelo Ephesi ecclesiæ scribe: Hæc dicit, qui tenet septem stellas in dextera sua, qui ambulat in medio septem candelabrorum aureorum: Scio opera tua, et laborem, et patientiam tuam, et quia non potes sustinere malos: et tentasti eos, qui se dicunt apostolos esse, et non sunt: et invenisti eos mendaces: et patientiam habes, et sustinuisti propter nomen meum, et non defecisti. Sed habeo adversum te, quod caritatem tuam primam reliquisti. Memor esto itaque unde excideris : et age pœnitentiam, et prima opera fac: sin autem, venio tibi, et movebo candelabrum tuum de loco suo, nisi pœnitentiam egeris. Sed hoc habes, quia odisti facta Nicolaitarum, quæ et ego odi. Qui habet aurem, audiat quid Spiritus dicat ecclesiis: Vincenti dabo edere de ligno vitæ, quod est in paradiso Dei mei.

[“All’Angelo della Chiesa d’Efeso scrivi: Queste cose dice colui che tiene nella sua destra le sette stelle, e cammina in mezzo ai sette candelieri d’oro: “So le tue opere, e le tue fatiche, e la tua pazienza, e come non puoi sopportare i cattivi: e hai messo alla prova coloro che dicono di essere Apostoli, e non lo sono: e li hai trovati bugiardi: e sei paziente, e hai patito per il mio nome, e non ti sei stancato. Ma ho contro di te, che hai abbandonata la tua primiera carità. Ricordati pertanto donde tu sei caduto: e fa penitenza, e opera come prima: altrimenti vengo a te, e torrò dal suo posto il tuo candeliere, se non farai penitenza. “Haì però questo, che odi le azioni dei Nicolaiti, le quali io pure ho in odio. Chi ha orecchio, oda quel che lo Spirito dice alle Chiese: Al vincente darò a mangiare dell’albero della vita, che è in mezzo al Paradiso del mio Dio.”]

TERMINA LA STORIA

INIZIA LA SPIEGAZIONE DELLA STORIA DELLA CHIESA PRECEDENTEMENTE DESCRITTA NEL SECONDO LIBRO

[1] Scrivi all’Angelo della Chiesa di Efeso. Sotto il nome di un solo Angelo, si designa il numero di tutti i santi. Efeso, che significa: “mia volontà” o “mio consiglio“, indica, come abbiamo già detto sopra, la Chiesa Cattolica, alla quale si dice: « Questo dice colui che tiene le sette stelle nella mano destra, che cammina tra i sette candelabri d’oro. » Questi è Colui che tiene in mano le anime dei santi, e cammina in mezzo alle sue chiese con i miracoli, si muove con le sue virtù  meravigliose, e vive nella grandezza della sua potenza. Alla stessa chiesa dice: Conosco la tua condotta, le tue fatiche e la tua pazienza. Afferma cioè di conoscere l’effetto delle sue buone opere e la cura nel lavoro e nello studio spirituale, e la pazienza nel sopportare la tentazione e superarla. Egli loda anche la purezza della sua Chiesa in relazione ai dettami della verità, Chiesa di cui parla anche Isaia: « Grida di gioia, sterile che non partorisci, ed irrompa in grida di gioia e di letizia colei che non ha mai avuto i dolori: perché sono più i figli degli abbandonati che quelli della donna sposata » (Is. LIV, 1). Del lavorio di questa Chiesa si dice: « beati quelli che piangono, perché saranno consolati » (Mt. V, 5). Anche qui nel presente testo, il Signore dice alla Chiesa: « … che non puoi sopportare i malvagi e che hai messo alla prova coloro che sono chiamati apostoli senza esserlo e hai scoperto il loro inganno; hai pazienza nella sofferenza: hai sofferto per il mio Nome senza stancarti. » Noi interpretiamo che questo sia stato detto senza dubbio degli eretici, ché si credono maestri della verità e sono invece autori della menzogna. Essi dicono di essere buoni ma si comprova che siano invece peggiori dei demoni. Però le loro menzogne e le loro perversioni le scopre la fede Cattolica, e … con tolleranza hai sopportato gli innumerevoli mali che ti hanno inflitto. Hai sopportato tutto per il mio Nome e non venisti meno. A questa stessa Chiesa il Profeta parla degli eretici: « Nessun vaso formatosi contro di te prospererà; e tu rimprovererai ogni lingua che si leverà contro di te » (Is. LIV, 17). Li avete messi alla prova, dice: non sono messi alla prova se non quelli che sono all’interno. Quelli che sono all’esterno, sono chiaramente fuori senza necessità di alcuna prova. Pertanto non è necessario metterli alla prova se non sono dentro la Chiesa: è qui li si riconosce dai loro frutti, non dal posto che occupano. Di questi il Signore dice: « Li riconoscerete dai loro frutti, perché l’albero malvagio non può dare frutti buoni » (Mt. VII, 16). Il frutto si riferisce al comportamento e le foglie alle parole. Qualora vengano scoperti nell’operare in tal fatta, appaiono chiaramente malvagi. Infatti sono questi coloro di cui si dice che si considerano apostoli senza esserlo, poiché si dimostrano apostoli che sembrano servire il Signore; mentre nella loro condotta servono se stessi e non il Signore. Dobbiamo chiederci allora con intelletto: chi sono coloro che servono il Signore? Ebbene, non tutti quelli che leggono, non tutti quelli che predicano, non tutti quelli che distribuiscono i loro beni, non tutti quelli che puniscono il loro corpo con la penitenza della carne, servono il Signore. Coloro che leggendo e predicando cercano la propria gloria, coloro che nelle loro elemosine e nelle punizioni del corpo fatte per penitenza, cercano le lodi degli uomini, questi servono se stessi e non il Signore. Contro questi il Signore dice con il Salmista: « chi cammina sulla via senza macchia sarà mio servo » (Psal. CI, 6). Ha macchie nella sua via, chi nell’opera buona che compie intende ricevere la ricompensa della gloria terrena; chi cerca di ricevere la ricompensa in questo mondo, macchia agli occhi di Dio la sua opera buona a causa dell’intenzione malvagia. Adunque, chi è diligente nello studio della dottrina distrugge i peccati dei peccatori; ma chi è portato a fare queste cose non dall’amore di Dio Onnipotente, ma dall’amor proprio, questi serve se stesso e non il Signore. Un altro, per non essere ritenuto aspro, tollera facilmente molte cose che di contro causano un aggravio. Infatti, chi non vuole essere considerato tiepido dal Signore, con lo zelo della propria tiepidezza serve se stesso e non il Signore. È necessario, quindi che, sia che lavoriamo al servizio della parola, sia che distribuiamo i nostri beni ai poveri, sia che dominiamo la nostra carne con la penitenza, o che ci lasciamo trascinare dallo zelo, sia che con pazienza sopportiamo i nostri mali delicatamente, con grande diligenza cerchiamo di scoprire la nostra intenzione in tutto ciò che facciamo, di modo che non accada che nelle nostre azioni serviamo noi stessi più che il Signore. Infatti non serviranno il Signore, ma se stessi, quelli di cui S. Paolo ha detto: « Tutti cercano i propri interessi e non quelli di Gesù Cristo » (Fil. II, 21). Paolo stesso con i suoi fratelli eletti corse a servire non se stesso ma il Signore nella vita e nella morte, appunto dicendo: « Nessuno di noi vive per se stesso, nessuno muore per se stesso. Sì, viviamo per il Signore, e se moriamo, moriamo per il Signore. Quindi, sia che viviamo o che moriamo, siamo del Signore  » (Rm. XIV, 7). I Santi non vivono né muoiono per se stessi, perché in tutte le loro azioni cercano il bene spirituale, e con la preghiera, la predicazione e la perseveranza nelle opere sante, desiderano moltiplicare i cittadini della patria celeste. Infatti agli occhi degli uomini, essi glorificano con la loro morte Dio, al quale tendono morendo. Pensiamo, allora – alla morte dei Santi – a quanti insulti essi abbiano subito dagli infedeli, ma pure a quante lodi abbiano elevato a Dio dai cuori dei fedeli. Se avessero cercato la loro gloria, avrebbero certamente temuto di subire tanti insulti nella loro morte; ma nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, dal momento che non cerca la propria gloria, né in vita né in morte. Non è certo una testimonianza di lode quella di Colui che dice: So che non puoi sopportare i malvagi, bensì una testimonianza di debolezza. C’è invece una lode quando ha detto: non puoi, … e hai sopportato per amore del mio Nome; ha lodato la debolezza umana nel tollerare i falsi fratelli e nel mantenere con l’umiltà della carità la virtù della pazienza che proviene dal timore di Dio, affinché, secondo il comando del Signore, sapesse a chi attendere. E dice che ha avuto pazienza nel sopportare, nel pianto e nella tristezza, tutti quelli che operano “secondo la cattedra di Mosè”, vale a dire i preti falsi e mondani, che siedono sulla cattedra di Mosè non per amore di Dio, ma solo per l’onore del mondo, e desiderano occupare i primi posti e le prime cattedre della Chiesa. La Verità nel Vangelo di solito li chiama “farisei”, e ordina di ascoltare e di fare ciò che essi dicono, ma di astenersi dai loro frutti. Così pure l’Apostolo comanda di mettere alla prova i malvagi, e di astenersi dalle loro opere, quando dice: « Esaminate ciò che è gradito al Signore e non prendete parte alle opere infruttuose delle tenebre, ma denunciatele, cioè non tacete; poiché di quanto viene fatto da costoro in segreto è vergognoso perfino parlare » (Ef. V, 10). Questo è ciò che l’Apostolo comanda nei confronti dei falsi apostoli. Per altro verso, l’Angelo dice ancora: Ma io ho contro di te, che hai perso il tuo amore di un tempo. Ha così rappresentato tutti i peccatori che, posti nella Chiesa Cattolica, sono legati a vari errori. E insegna che da questo origina il fatto che, dimentichi dell’amore primitivo della fede, si vedono avvolti in numerosi lacci viziosi. In nessun modo, però, è possibile che Egli dica: “Ho contro di te …” , a colui che loda, dicendo: “Tu hai pazienza, e hai sofferto per il mio nome, e non sei venuto meno“. Infatti è certo e conveniente che chi ha pazienza e non si perde d’animo non può dimenticare l’amore, perché è Dio l’amore. È chiaro, quindi, che si insegni qui che ci sono due parti nello stesso corpo, una che persevera, l’altra che trasgredisce, e a questa dice: renditi conto di dove sei caduto, pentiti, e torna alla tua condotta precedente. Allo stesso modo il Signore dice – attraverso il Profeta – : « fammi ricordare, discutiamo insieme; parla tu per giustificarti. » (Is. XLIII, 26). Volendo che ricordiamo, ci mette in guardia dalle occasioni nelle quali siamo già caduti, per non cadere di nuovo. E per purgare i vizi in cui si incorre, Egli indica la via da seguire, dicendo: fate penitenza, cioè purificate i vostri peccati con le lacrime. Allo stesso modo quella peccatrice, figura della Chiesa, bagnò i piedi di Cristo con le sue lacrime e li asciugò con i suoi capelli. E fatta penitenza, li persuade e consiglia loro cosa fare: … tornare alla condotta primitiva: cioè o alla bontà precedente, o a quelle cose che nell’ardore della prima conversione avevano mostrato, per non fare che si dica: se cadesti in qualcosa, renditi conto da dove sei caduto; come se con questo fosse detto chiaramente: Guarda da dove sei caduto, o quale peccato hai commesso oggi, se per la tua condotta, se per i tuoi discorsi, se per il tuo ventre, se hai avuto voracità di gola, se sei stato incitato alla fornicazione dal desiderio della carne, se dall’avidità, se sei stato infatuato dall’ardore dell’avidità, se hai messo nel segreto della tua coscienza un simulacro, cioè un idolo; se, portato dalla rabbia e dal furore contro tuo fratello, le tenebre ti sono rimaste nel cuore; se hai levato la mente alla vanagloria, se hai contratto il cancro della superbia. Se riconosci di essere caduto in qualcosa di quanto detto, e che ti si rimprovera e si ripete sempre, allora … renditi conto da dove sei caduto. Chi cade, cade dall’alto, ecco perché dice “da dove”. Non c’è rovina più grande di quella di chi si separa dalla carità; perché come l’orgoglio è il principio di tutti i mali, così la carità ha il primato in tutto il bene. Chi non ha la carità, anche se sembra fare del bene, non ha nulla di buono in sé. Per questo ha detto: da dove sei caduto. Perché sempre, fino alla morte, si devono fare opere di carità: questo è il comandamento principale, senza il quale nessun Cattolico vedrà mai Dio. Se le desiderate, o siete fortemente attratti da alcune di queste cose dette sopra, tutto si vede abbassato e la carità viene sminuita: « perché l’amore copre una moltitudine di peccati » (1 Pt. IV, 8). E a cosa serve fare penitenza, praticare la misericordia, ringraziare sempre Dio, ricorrere spesso alla preghiera? Non serve a niente, se osservate una cosa e su di un un’altra chiudete gli occhi. E a cosa serve che tutta la città sia con cautela presidiata contro gli attacchi dei nemici, se viene lasciata aperta anche una sola breccia dalla quale entra il nemico? A cosa serve la vigilanza che viene posta all’intorno, se tutta la città viene lasciata aperta ai nemici, avendo trascurato anche una singola postazione? Dite dunque a voi stessi: ricordate da dove siete caduto. Perché nella Chiesa tutta la legge è riassunta in un unico insegnamento che ha un duplice contenuto, cioè l’amore di Dio e l’amore del prossimo. Chi dunque è assillato da pensieri malvagi, si dice che si sia allontanato dall’amore di Dio; e chi fa qualcosa di male al fratello, si dice che si è allontanato dall’amore del prossimo; e in entrambi i casi si dice che sia caduto dall’alto. Ed ancora: … donde sei caduto, fa penitenza e torna alla tua primitiva condotta, come se si dicesse chiaramente: ogni giorno cominciate sempre da capo a fare penitenza, in modo che si dica che cominciate allorché abbiate finito. … Altrimenti, se non vi pentirete, verrò da voi a spostare il vostro candeliere. Cosa vuol dire rimuovere, spostare il candeliere, se non nascondere il suo volto e toglier loro la protezione? Perché senza lo sguardo dell’Altissimo, senza la protezione di Dio, la nostra fede non può rimanere stabile. Per questo il Profeta dice: « Hai spianato la via ai miei passi, i miei piedi non hanno vacillato. » (Psal. XVII, 37). E poco prima ancora: « ha addestrato le mie mani alla battaglia, le mie braccia a tender l’arco di bronzo. Tu mi hai dato il tuo scudo di salvezza, » (Sal. XVII, 35-36). Ed ancora: « Se il Signore non fosse il mio aiuto, in breve io abiterei nel regno del silenzio.» (Psal. XCIII, 17). Si cambia dunque di posto il candeliere della nostra lode e si spegne la lampada della nostra lode, quando Egli allontana da noi il suo volto. E quando dice: … se non ti penti, quale penitenza farà volentieri l’uomo se non riceve aiuto dal Creatore? Chi può fare sgorgare dall’aridità della carne l’umido delle lacrime, se, per la misericordia di Dio, la venuta dello Spirito Santo non irrora il cuore contrito? Certamente Colui che dice di rimuovere il candeliere è Colui che comanda la penitenza. Abbiamo già detto nel primo libro che l’Angelo e il candeliere sono la medesima cosa. Non dice qui che gli toglierà la sua parte, ma che ne cambia posto, e cioè che una parte perderà tutto quel che ha, così che a colui che ha sarà dato ancor più; mentre a chi non ha, ed anche a colui che sembra avere, gli sarà tolto quel che ha, ed il servo inutile sarà mandato nelle tenebre esteriori (Mt. XXV, 29). Con questo “servo inutile” ci si riferisce a tutto il corpo dei prepositi, cioè dei Vescovi malvagi, dalla cui vigilanza dipendono tutti i membri della sua chiesa; come si dice anche in altro luogo dello stesso servo, « … che il padrone ha preposto ai suoi domestici con l’incarico di dar loro il cibo al tempo dovuto, beato – dice – quel servo che il padrone al suo ritorno troverà ad agire così … gli affiderà l’amministrazione di tutti i suoi beni » (Mt. XXIV, 45-47). Riconosce, quindi, ancor sempre in questo monito, che ci siano due parti nella Chiesa: una parte che, pur essendo dentro di essa fin quando non se ne separi, ha tuttavia perso la propria salvezza e tutta la luce del candelabro; e, se pure onorata con i carismi della grazia, è morta in se stessa e ciò che vive in essa le è alieno. Questa parte è quella che viene rimproverata ogni volta. L’altra parte, invece, è quella lodata: è la Chiesa che abbiamo già detto fondata sulla pietra, alla quale si dice: tu hai invece a tuo favore che detesti i misfatti dei Nicolaiti, che anch’io detesto. Nicolaita significa “effusio”, o la stoltezza della Chiesa che languisce, di cui è detto, non senza motivo, degli eretici, che, tracimati [effusi] dal vaso della verità, sono caduti nella melma della menzogna. È scritto nella Legge di questa dispersione: « Effuso e come acqua, tu non avrai preminenza, » (Gen. XLIX, 4). È questa chiaramente anche la stoltezza della Chiesa che langue nel dogma perverso degli eretici, perché questi non si prendono cura della salute del popolo, ma si infiltrano in esso con i peggiori malanni, dicendo stoltezze di Dio, e preoccupandosi di questioni sciocche, come è scritto: « Essi curano la ferita del mio popolo, ma solo alla leggera, dicendo: “Pace, pace!” ma pace non v’è, » (Ger. VI, 14). Poiché, come può, colui che ha abbandonato l’amore, cioè Dio stesso, odiare la condotta dei Nicolaiti? Le gesta dei Nicolaiti sono idolatria e fornicazione: infatti Nicolas fu nominato diacono, con Stefano e gli altri, dagli Apostoli, e lasciò la moglie a causa della sua bellezza, per lasciarla prendere a chi volesse; e mutando questa consuetudine in stupro, gli sposi si scambiavano l’un l’altro. Egli inventò e predicò cose così vergognose e nefande che da quella radice nacque poi l’eresia dei “neofiti”, cioè dei sacerdoti e dei leviti non istruiti; l’Apostolo li rimprovera e ammonisce il suo discepolo a non lasciarli accedere al sacerdozio, dicendo: « Non aver fretta di imporre le mani ad alcuno, per non farti complice dei peccati altrui » (1 Tm. V, 22). E cosa significa l’affrettarsi nell’imporre le proprie mani, se non il concedere l’onore sacerdotale a chi non sia prima maturato, attraverso un tempo di prova, con il merito del proprio lavoro, onde sperimentarne la disciplina? E che cosa anche vuol dire diventare partecipe dei peccati altrui, se non un Vescovo che ordini una persona tanto ignorante, come è colui che non merita di essere ordinato? Perché così come si compara al frutto di una buona opera, il giusto giudizio nella elezione del sacerdote, così si produce un grave danno quando si costituiscono sacerdoti che non siano meritevoli. Pertanto dice con ragione: … che hai detestato il peccato dei Nicolaiti, che anch’io detesto. Qui apertamente si disconosce come amico di Dio, chiunque si compiaccia del suo nemico. Infine, per indicare che ha narrato questo mistero in segreto, dice: chi ha orecchie, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese. Il Signore dice infatti nel Vangelo: le parole che vi ho detto sono spirito e vita (Gv. VI, 63). Ecco, quindi, che chi ha l’orecchio della fede aperto, chi con buona fede usa l’orecchio finissimo dell’uomo interiore, potrà ascoltare le parole del messaggio divino che lo Spirito Santo comunica. Al vincitore darò da gustare dell’albero della vita, che è nel Paradiso del mio Dio.  – Avendo pronunciato la sofferenza della Chiesa, descritta la perversità degli eretici, esortato i peccatori alla penitenza, dopo la lotta, promette la ricompensa ai vincitori; coloro che entrano nel Paradiso, ricevono, per mangiarne in totale libertà, l’albero della vita, cosa per la quale Adamo fu espulso dal Paradiso, non potendone mangiare affatto. Dice così: chi è nel Paradiso del mio Dio, dove le brezze infondono la vita, dove i misteri infondono la virtù, dove il pomo dell’albero della vita fornisce l’eternità incorruttibile. Ecco perché così opportunamente dice: Al vincitore darò da mangiare dell’albero della vita, che è nel Paradiso del mio Dio. Il Paradiso è la Chiesa in cui nessuno entra se non colui che con anima candida ha conosciuto Cristo e ne imita le orme dei passi con tutta l’anima, con tutto il cuore, con tutte le forze, ed ama il prossimo come se stesso. Il Paradiso è, quindi, figura della Chiesa. E il primo uomo, Adamo, è l’ombra del futuro. E il secondo Adamo, Cristo, è il sole della giustizia, che illumina l’ombra della nostra cecità. E come il primo Adamo – dice l’Apostolo – è terreno perché viene dalla terra, così il secondo Adamo è celeste perché viene dal cielo (1 Cor. XV, 47).  Pertanto, nella Chiesa ci sono due “Adamo”: il terrestre ed il celeste; « Qual è l’uomo fatto di terra, così sono quelli di terra; ma quale il celeste, così anche i celesti. » (1 Cor. XV, 48). Per questo Adamo è duplice: c’è il vecchio ed il nuovo. Il vecchio è quello a cui non era permesso raggiungere l’albero della vita, perché non voleva spogliarsi dell’uomo vecchio, cioè dell’uomo carnale. Il nuovo Adamo è colui che è unito a Cristo vincente e che ha la potenza dell’albero della vita, che Egli ha sempre avuta, e se non è ancora unito a Cristo nel suo corpo, è tuttavia unito a Lui nello spirito. Infatti, se ai vincitori è promesso l’albero della vita, molti hanno già vinto in Cristo; non tutti infatti sono morti, « … se non coloro che hanno peccato a somiglianza della trasgressione di Adamo  » (Rm. V, 12); dei rimanenti, o di quelli che sono rimasti essere ad immagine e somiglianza di Dio, si dice che vivono. Essi vivono, perché « Egli non è un Dio dei morti, ma dei vivi » (Mt. XXII, 32). Due parti, dunque, sono prefigurate in Adamo come monito per il futuro: l’una che ha confessato il peccato e vive; un’altra che non sfugge al laccio del diavolo (2 Tm. II, 26) che l’ha sottomessa, e per la quale la via dell’albero della vita è preclusa. Dal momento stesso in cui Adamo cominciò a generare entrambe le parti, vediamo che entrambe offrono sacrifici a Dio; ma l’una offre sacrifici graditi, non graditi sono quelli dell’altra. L’una, prostrata e semplice che offre il sacrificio con umiltà, muore per mano del fratello; l’altra, ottusa, cioè insensata, offerente con invidia, e che dopo l’omicidio del fratello è rimasta ostinata. La prole e la progenie di entrambe le parti appaiono nella Scrittura manifestate in Caino e Abele. Infatti così dice il Signore: « Ora sii maledetto lungi da quel suolo che per opera della tua mano ha bevuto il sangue di tuo fratello. » (Gen. IV, 11). Egli chiama “terra” l’uomo che, come Caino, accetta di eseguire e compiere ancora parricidi ed odia il fratello. Si riconoscono in Caino ed Abele entrambi i popoli che costituiscono la Chiesa: l’uno buono, l’altro cattivo; l’uno che ingiuria, l’altro che subisce le ingiurie. Questa è la città che ha fondato con il nome di suo figlio? Cosa significa che Caino abbia costruito una città con il nome di suo figlio, se non che gli empi che ha prefigurato si siano radicati in questa vita? Essi hanno un inizio ed una fine terrena, dove non ci si aspetta nulla se non ciò che si vede. I Santi, però, sono ospiti e pellegrini sulla terra. Ecco perché Abele, come pellegrino sulla terra, cioè come popolo santo, non costruisce una città: superiore è la loro città, anche se qui appaiono cittadini di quelle città nelle quali son pellegrini fino all’avvento del loro regno. Ma si dice alla progenie di Abele: « Dio mi ha dato un altro discendente al posto di Abele, perché Caino lo ha ucciso » (Gen. IV, 25). Questo discendente si riferisce alla Chiesa. Egli vede, quindi, che Dio non ha proibito ad ogni “Adamo” di mangiare dall’albero della vita, ma solo ad una parte. Poiché Adamo vive per sempre: cosa che non poteva essere senza aver egli assaggiato di quell’albero. Ne gustò, infatti, confessando il suo errore, ed infatti se fosse stato solo l’uomo Adamo e non una figura del futuro, perché il Signore, dopo la sua sentenza di morte, lo privò dell’albero della vita, affinché vivesse per sempre senza gustarne? Perché il Signore non temé che – contro la sua sentenza – potesse vivere, anche mangiando tutto l’albero della vita; se non perché questo si realizzasse in figura, e si manifestasse a noi la verità nella Chiesa? Infatti il corpo ed il sangue del Signore è la vita, come Egli stesso dice: « Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna » (Gv. VI, 5). Tutti coloro che ricevono la Comunione hanno la vita eterna? No, perché è scritto: « chi mangia e beve indegnamente il corpo ed il sangue del Signore, mangia e beve la propria condanna » (1 Cor. XI, 29). Il numero di coloro che si esaminano e che sanno in qual modo mangiare, questo solo mangia dall’albero della vita. Il numero di coloro che sono accecati, e non si avvicinano a Cristo – luce della vita – anche se mangia di questo pane, si tiene indubbiamente separato dall’albero della vita. Così infatti Dio dice a Giobbe: « Non hai sottratto ai malvagi la luce? » (Giob. XXXVIII: 15). A questi, quindi, che inseguono i beni terreni, o che certamente conducono una vita tiepida, Dio nasconde l’albero della vita, cioè la vera croce, perché, come è scritto, « … non veda con gli occhi né oda con gli orecchi né comprenda con il cuore né si converta in modo da esser guarito ». (Is. VI, 10). Contro costoro il Paradiso di Dio è chiuso da un muro di fuoco, come dice la Chiesa in Zaccaria: « Io sarò per lei – dice il Signore – … muro di fuoco all’intorno e sarò una gloria in mezzo ad essa. » (Zac. II, 5). L’albero della vita che si trova nella Chiesa è chiaramente indicato in questo libro, nella descrizione della Chiesa. E che il Paradiso e la Chiesa e l’albero della vita, sono una degna penitenza, cioè sono la croce di Cristo, che molti sembrano portare, ma senza che seguano il Signore. « Sulle due sponde del fiume, dice, l’albero della vita porta frutti dodici volte all’anno, per ognuno dei mesi » (Ap. XXII); il Signore darà questo Paradiso e il suo albero ai vincitori. Il paradiso è la Chiesa. L’albero della vita è Cristo crocifisso. Con le due sponde del fiume, si intendono: o i due Testamenti, quello della Legge e quello del Vangelo; o l’acqua del Battesimo. I dodici mesi sono i dodici Apostoli. Egli dà queste cose ai vincitori; ma ai nemici della sua croce, « il cui dio è il loro ventre » (Fil. III,19), e che adorano nei loro nascondigli un altro Cristo  – e non so chi sia, perché non è il nostro crocifisso – ma adorano nella bestia, quello che ha la sua testa come uccisa, cioè quasi come fosse Cristo crocifisso, il cui nome hanno in comune con noi, mentre lo « rinnegano con le loro azioni » (Tt. I, 16); a loro questo albero della vita è completamente nascosto.

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