UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO – S. S. GREGORIO XVI: “LE ARMI VALOROSE”


Questa breve lettera loda il comportamento delle truppe austriache intervenute a sedare la rivolta di facinorosi ed accaniti ribelli all’ordine costituito dello Stato Pontificio, ubbidienti alle conventicole di perdizione, nazionali e straniere, che cercavano di destabilizzare quei territori per annetterli ad uno stato italiano che togliesse la libertà all’azione pontificia e alla Chiesa di Cristo. Le conventicole sataniche, allora ed oggi, sono sempre in azione per affossare completamente (ma sappiamo che … non praevalebunt… ) la Chiesa ed il Vicario di Cristo. In quei tempi c’era però qualche Nazione che difendeva i diritti legittimi e divini della Santa Sede; oggi essa è attaccatta da ogni parte, dall’esterno e soprattutto dalla quinta colonna infiltrata al punto da apparire dominante e sul punto di sradicare totalmente la Creatura e Sposa di Cristo (… la Chiesa – vera – sarà eclissata…). Ma Dio, ci dice l’Apocalisse, ha dato le ali alla Donna rivestita di sole, portandola nel deserto per sottrarla al dragone infernale che con il suo vomito di corruzione sta distruggendo l’intera umanità e, travestito da mondialismo finto-democratico e falso.filantropico, coadiuvato spiritualmente dagli apostati falsi profeti vaticani, da pseudotradizionalisti scismatici ed eretici, vuole trascinare con sé quante più anime è possibile nello stagno di fuoco. Certo, l’Apocalisse ce lo dice da millenni, il tutto si compirà onde il Signore possa vagliare il grano dalla pula, la fede vera dall’ipocrisia e dalla comoda falsa pietà, ma alla fine, dopo persecuzioni, falsità ed ingiustizie di ogni tipo, la Chiesa risorgerà splendida e perfetta agli occhi increduli dei suoi nemici, e alla venuta prossima del Signore, le “bestie” demoniache, cioè i poteri mondialisti, le conventicole talmudico-cabaliste, il “falso profeta”, cioè la falsa chiesa dell’uomo con i suoi accoliti modernisti e pseudotradizionalisti, saranno bruciati con il fuoco della bocca di Cristo e scaraventati nello stagno di fuoco eterno, dove li raggiungerà infine anche il dragone maledetto, il baphomet-lucifero, il “corona” signore dell’universo. Così è scritto e così sarà, la parola di Dio si compirà fino all’ultimo trattino, fino all’IPSA CONTERET CAPUT TUUM!

Gregorio XVI
Le armi valorose

Le armi valorose che Noi invocammo dal sempre pio ed augusto monarca austriaco Francesco I per ricondurre fra voi quella tranquillità, quell’ordine e quella calma, che le passate perturbazioni vi avevano involato, si ritirano ora da codeste province nella certezza che i traviati, finalmente disingannati, si riuniscano anch’essi a coloro che formano la maggior parte di codeste popolazioni, e tutti, concordemente calcando le vie che la Religione dei padri loro, i doveri di sudditanza, gli stimoli dell’onore hanno segnato, concorrano tutti indistintamente ed efficacemente a conseguire quelle prosperità che soltanto una sana morale può procurare e che la civile concordia ed un vero amore di pace possono consolidare.

Voi le vedeste queste armi vittoriose, come seppero darvi prove di valore non meno che di esemplare moderazione. Esse entrarono fra di voi come amiche, e tali si sono mostrate costantemente. Esse vennero per sollevare l’oppresso e per contenere gli oppressori, né hanno neppure per un istante smentito la generosa loro missione. Esse hanno pienamente corrisposto sia al bisogno stringente di chi le chiamò a comprimere gl’impeti di una furiosa tempesta, sia agli ordini augusti del loro signore, cui null’altro stava a cuore che ricondurre i figli al loro padre, ridonando la quiete ai domini della madre comune, la Santa Chiesa Romana. Esse insomma si ritirano dai Nostri Stati con la certezza di avervi risparmiato mali gravissimi, e con la fondata lusinga che sappiate ora voi stessi prevenirne il più funesto ritorno.

È a quest’oggetto che non vogliamo in tal momento rimanerci in silenzio, e non aprirvi di nuovo il Nostro cuore. Forti Noi nei sacri diritti di questa Santa Sede, nonché nelle solenni ed a voi non ignote garanzie rinnovateci in questo incontro dalle alte potenze di Europa, dovremmo parlarvi più da Sovrano che da Padre; ma il linguaggio di quello lo riserbiamo alla circostanza in cui infaustamente si tentassero nuovi disordini, e nuovi traviamenti insorgessero a turbare la pubblica o la privata tranquillità: e vogliamo, per ora, che i Nostri figli tornino ad ascoltare le sole voci di Padre. Noi fummo addolorati, e fortemente addolorati dalle tristissime passate vicende, e sa Iddio Ottimo Massimo se, più del dolore che soffrivamo, si straziava il Nostro cuore all’idea di essere un giorno costretti ad adoperare la spada della giustizia. E poiché Egli medesimo, come speriamo, Ci ha aperto la via delle misericordie, con vero giubilo dell’animo Nostro vogliamo annunciarvi Noi stessi che nulla più desideriamo quanto il poterci dimenticare del passato. Sappia ognuno, e Noi lo ripetiamo con effusione di paterna tenerezza, che chi demeritò tra voi la Nostra grazia potrà recuperarla se darà prove non dubbie del proprio ravvedimento. L’amore scambievole, ma vero, ma permanente vi riunisca tutti, e tutti formino una sola famiglia, e faccia l’Onnipotente che altra distinzione non si vegga d’ora innanzi fra voi, che quella risultante dai gradi maggiori nella virtù, nella fedeltà, nella obbedienza. A questo aspiri ciascuno, e di questo si vantino le patrie vostre, che lo contino a gloria, e per risultato ne abbiano la tranquillità vera e durevole innanzi alla Religione e alla società.

Riconfortati Noi in così bella speranza, Ci andremo indefessamente occupando del vostro bene. In mezzo alle afflizioni ed alle angustie che Ci danno tanta amarezza da quando fummo assunti al Pontificato, è stato questo ancora un oggetto delle Nostre sollecitudini, e lo avete veduto in effetto. Esso diverrà a Noi caro principalmente, se non dovremo combattere nuove ed infauste perturbazioni, e con esse quei molti disastri che ne sarebbero l’immancabile conseguenza.

È in questi sentimenti che con fiducia abbiamo dilatato su voi il Nostro cuore, e che imploriamo su tutti voi dal Padre delle consolazioni la pienezza della vera felicità con l’Apostolica Benedizione.

DOMENICA SECONDA DOPO PENTECOSTE (2022)

DOMENICA NELL’OTTAVA DEL CORPUS DOMINI II DOPO PENTECOSTE (2022)

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Semidoppio. – Paramenti bianchi.

La Chiesa ha scelto, per celebrare la festa del Corpus Domini, il giovedì che è fra la domenica nella quale il Vangelo parla della misericordia di Dio verso gli uomini e del dovere che ne deriva per i Cristiani di un amore reciproco (l^ dopo Pentecoste) e quella (II dopo Pentecoste) nella quale si ripetono le stesse idee (Epist.) e si presenta il regno dei cieli sotto il simbolo della parabola del convito di nozze (Vang.). [Questa Messa esisteva coi suoi elementi attuali molto prima che fosse istituita la festa del Corpus Domini. Niente infatti poteva essere più adatta all’Eucaristia, che è il banchetto ove tutte le anime sono unite nell’amore a Gesù, loro sposo, e a tutte le membra mistiche. Niente poi di più dolce che il tratto nel quale si legge nell’Ufficio la storia di Samuele che fu consacrato a Dio fin dalla sua più tenera infanzia per abitare presso l’Arca del Signore e diventare il sacerdote dell’Altissimo nel suo santuario. La liturgia ci mostra come questo fanciullo offerto da sua madre a Dio, serviva con cuore purissimo il Signore nutrendosi della verità divina. In quel tempo, dice il Breviario, « la parola del Signore risuonava raramente e non avvenivano visioni manifeste », poiché Eli era orgoglioso e debole, e i suoi due figli Ofni e Finees infedeli a Dio e incuranti del loro dovere. Allora il Signore si manifestò al piccolo Samuele poiché « Egli si rivela ai piccoli, dice Gesù, e si nasconde ai superbi », e S. Gregorio osserva che « agli umili sono rivelati i misteri del pensiero divino ed è per questo che Samuele è chiamato un fanciullo ». E Dio rivelò a Samuele il castigo che avrebbe colpito Eli e la sua casa. Ben presto, infatti l’Arca fu presa dai Filistei, i due figli di Eli furono uccisi ed Eli stesso morì. Dio aveva così rifiutato le sue rivelazioni al Gran Sacerdote perché tanto questi come i suoi figli, non apprezzavano abbastanza le gioie divine figurate nel « gran convito » di cui parla in questo giorno il Vangelo, e si attaccavano più alle delizie del corpo che a quelle dell’anima. Così, applicando loro il testo di S. Gregorio nell’Omelia di questo giorno, possiamo dire che « essi erano arrivati a perdere ogni appetito per queste delizie interiori, perché se n’erano tenuti lontani e da parecchio tempo avevano perduta l’abitudine di gustarne. E perché non volevano gustare la dolcezza interiore che loro era offerta, amavano la fame che fuori li consumava». I figli d’Eli, infatti prendevano le vivande che erano offerte a Dio e le mangiavano; ed Eli, loro padre, li lasciava fare. Samuele invece, che era vissuto sempre insieme con Eli, aveva fatto sue delizie le consolazioni divine. Il cibo che mangiava era quello che Dio stesso gli elargiva, quando, nella contemplazione e nella preghiera gli manifestava i suoi segreti. « Il fanciullo dormiva » il che vuol dire, spiega S. Gregorio, «che la sua anima riposava senza preoccupazione delle cose terrestri ». « Le gioie corporali, che accendono in noi un ardente desiderio del loro possesso, spiega questo santo nel suo commento al Vangelo di questo giorno, conducono ben presto al disgusto colui che le assapora per la sazietà medesima; mentre le gioie spirituali provocano il disprezzo prima del loro possesso, ma eccitano il desiderio quando si posseggono; e colui che le possiede è tanto più affamato quanto più si nutre ». Ed è quello che spiega come le anime che mettono tutta la loro compiacenza nei piaceri di questo mondo, rifiutano di prender parte al banchetto della fede cristiana ove la Chiesa le nutre della dottrina evangelica per mezzo dei suoi predicatori. « Gustate e vedete, continua S. Gregorio, come il Signore è dolce ». Con queste parole il Salmista ci dice formalmente: «Voi non conoscerete la sua dolcezza se voi non lo gusterete, ma toccate col palato del vostro cuore l’alimento di vita e sarete capaci di amarlo avendo fatto esperienza della sua dolcezza. L’uomo ha perduto queste delizie quando peccò nel paradiso: ma le ha riavute quando posò la sua bocca sull’alimento d’eterna dolcezza. Da ciò viene pure che essendo nati nelle pene di questo esilio noi arriviamo quaggiù ad un tale disgusto che non sappiamo più che cosa dobbiamo desiderare. » (Mattutino). « Ma per la grazia dello Spirito Santo siamo passati dalla morte alla vita » (Ep.) e allora è necessario come il piccolo e umile Samuele che noi, che siamo i deboli, i poveri, gli storpi del Vangelo, non ricerchiamo le nostre delizie se non presso il Tabernacolo del Signore e nelle sue intime unioni. Evitiamo l’orgoglio e l’amore delle cose terrestri affinché « stabiliti saldamente nell’amore del santo Nome di Dio » (Or.), continuamente « diretti da Lui ci eleviamo di giorno in giorno alla pratica di una vita tutta celeste » (Secr.) e « che grazie alla partecipazione al banchetto divino, i frutti di salute crescano continuamente in noi » (Postcom.).

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps XVII: 19-20.

Factus est Dóminus protéctor meus, et edúxit me in latitúdinem: salvum me fecit, quóniam vóluit me.

[Il Signore si è fatto mio protettore e mi ha tratto fuori, al largo: mi ha liberato perché mi vuol bene] Ps XVII: 2-3

Díligam te. Dómine, virtus mea: Dóminus firmaméntum meum et refúgium meum et liberátor meus.

[Amerò Te, o Signore, mia forza: o Signore, mio sostegno, mio rifugio e mio liberatore.]

Factus est Dóminus protéctor meus, et edúxit me in latitúdinem: salvum me fecit, quóniam vóluit me.

[Il Signore si è fatto mio protettore e mi ha tratto fuori, al largo: mi ha liberato perché mi vuol bene.]

Oratio

Orémus. Sancti nóminis tui, Dómine, timórem páriter et amórem fac nos habére perpétuum: quia numquam tua gubernatióne destítuis, quos in soliditáte tuæ dilectiónis instítuis.

[Del tuo santo Nome, o Signore, fa che nutriamo un perpetuo timore e un pari amore: poiché non privi giammai del tuo aiuto quelli che stabilisci nella saldezza della tua dilezione.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Joánnis Apóstoli 1 Giov. III: 13-18

“Caríssimi: Nolíte mirári, si odit vos mundus. Nos scimus, quóniam transláti sumus de morte ad vitam, quóniam dilígimus fratres. Qui non díligit, manet in morte: omnis, qui odit fratrem suum, homícida est. Et scitis, quóniam omnis homícida non habet vitam ætérnam in semetípso manéntem. In hoc cognóvimus caritátem Dei, quóniam ille ánimam suam pro nobis pósuit: et nos debémus pro frátribus ánimas pónere. Qui habúerit substántiam hujus mundi, et víderit fratrem suum necessitátem habére, et cláuserit víscera sua ab eo: quómodo cáritas Dei manet in eo? Filíoli mei, non diligámus verbo neque lingua, sed ópere et veritáte.”

[“Carissimi: Non vi meravigliate se il mondo vi odia. Noi sappiamo d’essere passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte. Chiunque odia il proprio fratello è omicida; e sapete che nessun omicida ha la vita eterna abitante in sé. Abbiam conosciuto l’amor di Dio da questo: che egli ha dato la sua vita per noi; e anche noi dobbiam dare la vita per i fratelli. Se uno possiede dei beni di questo mondo e, vedendo il proprio fratello nel bisogno, gli chiude le sue viscere, come mai l’amor di Dio dimora in lui? Figliuoli miei, non amiamo a parole e con la lingua, ma con fatti e con sincerità”].

VERA E FALSA CARITÀ.

Noi andiamo o fratelli, coll’Apostolo della carità e con il suo veramente divino apostolato, di meraviglia in meraviglia. Domenica scorsa l’Apostolo San Giovanni ha messo la carità in cielo. Dio è Carità — ha pronunziato una parola di sublimità incomparabile. Questa domenica, dal cielo più alto discende sul terreno più umile; scrive parole di una incomparabile praticità: « Miei figliuoli, non amiamo a chiacchiere… o più letteralmente ancora, non amiamo colla bocca, colle parole, amiamo coll’opera, se vogliamo amare per davvero ». Dove è chiaro che si tratta di quell’amore che merita nome di carità e della carità che corre le vie della terra, tra uomo e uomo. L’Apostolo ha l’orrore della carità falsa, apparente — che sembra carità e non è carità, come un banchiere (i banchieri sono i devoti, gli apostoli, i mistici della moneta, della vera, s’intende) detesta, abborre, abbomina la moneta falsa — che pare e non è, che par oro ed è orpello. E qual è questa carità falsa? È proprio la carità che non fa e parla. Il non fare ne costituisce il non essere, e il parlare le dà l’apparenza. La parola buona, caritatevole, vuota di opere; non è più abito, è maschera, è commedia. Come frequente allora e adesso la commedia della carità! Come facile e frequente (appunto perché tanto facile) l’impietosirsi gemebondo sulla miseria del prossimo. Poverino qua! Poverino là! E come frequente la esaltazione verbale della carità: facile e frequente il panegirico della filantropia! E quanti, sfogato così il loro istinto retorico e sentimentale, si credono, si sentono in pace con la loro coscienza! Credono di aver fatto tutto, perché hanno parlato molto! L’Apostolo della carità è terribilmente e semplicemente realista. Che cosa serve tutta questa logorrea? A che cosa serve per chi soffre la fame, il freddo, lo sconforto della vita? Nulla. Le parole lasciano il tempo che trovano. E che sincerità in queste parole infeconde, sistematicamente, regolarmente infeconde di opere! Che razza di cuore, di carità ha colui che vede il suo prossimo in bisogno, e non fa nulla per sollevarlo? Vede aver fame e non gli dà da mangiare? aver sete e non gli amministra da bere? – Fare bisogna, se si vuole che la carità sfugga all’accusa, al sospetto di simulazione, di ipocrisia. L’opera è la figlia dell’amore, ne è la prova sicura e perentoria. Fare, notate, dice l’Apostolo, anziché semplicemente dare, perché il dare è una forma particolare del fare. Fare quello che si può con le persone che si amano fraternamente davvero. – Fare per gli altri quello che, a parità di condizione, faremmo e vorremmo che gli altri facessero per noi. Fare e molto, e bene, e sempre. Fare non per farsi vedere, ma per renderci benefici. Fare del bene, non fare del rumore. C’è più carità in una goccia di operosità, che in un mare di chiacchiere. E allora il grande quesito che noi dobbiamo proporci se vogliamo esaminarci bene sul capitolo della carità, la virtù che ci assomiglia a Dio, il grande quesito è questo: che cosa, che cosa abbiamo fatto, che cosa facciamo? cosa, cosa, non parole!

[P. G. Semeria: Le epistole delle Domeniche, Op. naz. Per il mezzogiorno d’Italia, Milano, 1939. Nihil obstat sac. P. De Ambroggi – Imprim. P. Castiglioni vic. Gen. Curia Arch. Mediolani, 1-3-1938]

Graduale

Ps CXIX: 1-2 Ad Dóminum, cum tribulárer, clamávi, et exaudívit me.

[Al Signore mi rivolsi: poiché ero in tribolazione, ed Egli mi ha esaudito.]

Alleluja

Dómine, libera ánimam meam a lábiis iníquis, et a lingua dolósa. Allelúja, allelúja

[O Signore, libera l’ànima mia dalle labbra dell’iniquo, e dalla lingua menzognera. Allelúia, allelúia]

Ps VII:2

Dómine, Deus meus, in te sperávi: salvum me fac ex ómnibus persequéntibus me et líbera me. Allelúja.

[Signore, Dio mio, in Te ho sperato: salvami da tutti quelli che mi perseguitano, e liberami. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum Lucam.

Luc. XIV: 16-24

“In illo témpore: Dixit Jesus pharisæis parábolam hanc: Homo quidam fecit coenam magnam, et vocávit multos. Et misit servum suum hora coenæ dícere invitátis, ut venírent, quia jam paráta sunt ómnia. Et coepérunt simul omnes excusáre. Primus dixit ei: Villam emi, et necésse hábeo exíre et vidére illam: rogo te, habe me excusátum. Et alter dixit: Juga boum emi quinque et eo probáre illa: rogo te, habe me excusátum. Et álius dixit: Uxórem duxi, et ídeo non possum veníre. Et revérsus servus nuntiávit hæc dómino suo. Tunc irátus paterfamílias, dixit servo suo: Exi cito in pláteas et vicos civitátis: et páuperes ac débiles et coecos et claudos íntroduc huc. Et ait servus: Dómine, factum est, ut imperásti, et adhuc locus est. Et ait dóminus servo: Exi in vias et sepes: et compélle intrare, ut impleátur domus mea. Dico autem vobis, quod nemo virórum illórum, qui vocáti sunt, gustábit cœnam meam”.

(“In quel tempo disse Gesù ad uno di quelli che sederono con lui a mensa in casa di uno dei principali Farisei: Un uomo fece una gran cena, e invitò molta gente. E all’ora della cena mandò un suo servo a dire ai convitati, che andassero, perché tutto era pronto. E principiarono tutti d’accordo a scusarsi. Il primo dissegli: Ho comprato un podere, e bisogna che vada a vederlo; di grazia compatiscimi. E un altro disse: Ho comprato cinque gioghi di buoi, o vo a provarli; di grazia compatiscimi. E l’altro disse: Ho preso moglie, e perciò non posso venire. E tornato il servo, riferì queste cose al suo padrone. Allora sdegnato il padre di famiglia, disse al servo: Va tosto per le piazze, e per le contrade della città, e mena qua dentro i mendici, gli stroppiati, i ciechi, e gli zoppi. E disse il servo: Signore, si è fatto come hai comandato, ed evvi ancora luogo. E disse il padrone al servo: Va per le strade e lungo le siepi, e sforzali a venire, affinché si riempia la mia casa. Imperocché vi dico, che nessuno di coloro che erano stati invitati assaggerà la mia cena”

Omelia

(G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi; VI ediz. – Soc. Ed. Vita e pensiero.- Milano 1956.

LA CENA EUCARISTICA

Un uomo fece una grande cena e invitò molti. All’ora della cena mandò un suo servo a dire ai convitati: « Venite che è pronta ». Ma presero tutti a scusarsi. Il primo disse: « Ho comprato un podere, e bisogna che vada a vederlo: ti prego di scusarmi ». Un altro disse: « Ho comprato cinque paia di buoi e vo’ a provarli: ti prego di scusarmi ». Un altro ancora sgarbatamente rispose: « Ho preso moglie, e non posso venire ». Quando il servo ritornato riferì questi rifiuti, il padrone esclamò: «Va’ per le strade e lungo le siepi, e chiunque trovi forzalo a venire qua, che si riempia la mia casa; perché io ti assicuro che nessuno di coloro invitati prima assaggerà la mia cena ». Sotto il velo di questa parabola, Gesù Cristo ha nascosto tutto il suo amore, e tutta la nostra ingratitudine. L’uomo che fece una grande cena, è Lui che istituì la Santa Comunione, in cui non un pane qualsiasi si mangia, ma il pane di vita disceso dal cielo, il pane che toglie la fame per sempre. Gli invitati che cercarono dei pretesti per non venire, siamo noi che preferiamo vivere tra le nostre basse faccende e tra i peccati piuttosto che accorrere al sacro banchetto dell’Eucaristia, ove la Carne di un Dio è fatta cibo, e il sangue di un Dio è fatto bevanda. In questo momento, mentre Gesù Cristo ci guarda dall’altare, meditiamo la grandezza della sua Cena Eucaristica, e l’ingratitudine dei nostri rifiuti. – 1. LA GRAN CENA. Una notte, nel convento di Chiovia, risuonò un urlo di orrore: «I tartari! I tartari! ». Questo popolo feroce, nemico degli uomini e di Dio, con carri, con armi e con fiaccole, era alle porte della città, pronto a metterla a ferro e a fuoco. Nelle vie s’udiva lo strepito degli uomini, i pianti delle donne e dei fanciulli che fuggivano portando con sé le cose più care. Anche i monaci erano già fuggiti dal convento; ed anche S. Giacinto, che ne era il priore, stava per fuggire. Quando udì, o gli parve d’udire, una chiara voce chiamarlo per nome: « Giacinto! ». Si accorse che quel richiamo veniva dalla chiesa, usciva dal santo Tabernacolo. Giacinto, tu fuggi e mi lasci qui solo? Che cosa mangerai domani e dopo domani, se dimentichi il Cibo della tua vita? Come potrai resistere alle orde dei barbari, e ai pericoli della fuga, se non avrai da mangiare?». Giacinto allora entrò in chiesa, prese il SS. Sacramento e fuggì. Anche la nostra vita è agitata e piena d’affanni come una fuga. Non fuggiamo noi, attraverso a pene e a fatiche, davanti alla morte che c’incalza inesorabilmente? E tutt’intorno ci assediano i nostri nemici, il mondo, la carne, i demoni. Chi potrà sostenere le nostre deboli forze in queste lotte continue? Quale cibo potrà nutrire la nostra anima debole e paurosa? La santa Eucaristia. Ecco la gran Cena che Gesù imbandisce ogni giorno per noi. a) S. Agostino, profondamente commosso davanti al sacramento dell’Eucaristia, diceva: « Dio è sapientissimo: eppure negli abissi immensi della sua sapienza, non poteva inventare un dono più grandioso di questo. Dio è onnipotente: eppure nella sua onnipotenza non poteva fare prodigio più meraviglioso di questo. Dio è ricchissimo: eppure nella sua inesauribile generosità non poteva farci un dono più prezioso di questo ». Che cosa v’è di più grande, di più meraviglioso, di più prezioso di Dio? Certamente nulla. Ebbene, nella santa Comunione, noi riceviamo Dio. Quante volte abbiamo invidiato la fortuna di quei pastori che nella notte di Natale poterono vedere e abbracciare il celeste Bambino! Quante volte abbiamo con invidia pensato ai Re Magi, che depositarono i loro doni nelle manine stesse di Gesù! Quante volte abbiamo agognato la bella sorte del vecchio Simeone, che nel tempio di Gerusalemme ha stretto sul suo cuore il Figlio di Dio, e l’ha coperto di baci e di pie lacrime!… Ebbene, nella santa Comunione non solo possiamo vedere, adorare, abbracciare Gesù, ma possiamo riceverlo nel più intimo dell’anima nostra, possiamo unirci a Lui e incorporarci a Lui in una maniera ineffabilmente divina. O sacrum convivium in quo Christus sumitur! O santo banchetto in cui ci nutriamo di Cristo! b) E chi saranno i pochi fortunati che vengono ammessi a questa Cena? Forse soltanto quelle anime che non caddero nemmeno una volta nel peccato, o che fuggirono dal mondo e vivono nei chiostri con penitenza e preghiera? Ah no: non vi sono privilegi. Tutti i Cristiani vi sono invitati: poveri e ricchi, deboli e forti, ignoranti e dotti, pur che non siano in peccato mortale. E ciascuno più riceve e più gusta, quanto più vi porta di fede, di umiltà, di purezza, di dolore dei peccati. O sacrum convivium in quo Christum sumitur! O santo banchetto in cui ci nutriamo di Cristo! c) Ma e quando si potrà andare a questo Convito? Forse una volta in vita o forse soltanto in specialissime circostanze? Forse converrà fare un lungo e faticosi viaggio, o almeno pellegrinare scalzi a Roma o a Gerusalemme? No: non vi è tempo, non vi è circostanza speciale, non occorrono penosi viaggi, ma Gesù Cristo sempre c’invita, nelle sue Chiese sempre ci attende a questo banchetto divino. O sacrum convivium in quo Christus sumitur! O gran cena in cui si mangia Cristo! – 2. L’INGRATO RIFIUTO. Santa Maria Maddalena de’ Pazzi girava sotto i portici e tra le celle silenziose del suo convento, stupita, esclamando: « L’Amore non è amato, l’Amore non è amato! ». E aveva ragione. Chi non stupisce che un Dio dopo tante prodigiose invenzioni per farsi amare sia lasciato tutto solo nei Tabernacoli, ed a stento gli uomini trovino il tempo e la voglia di riceverlo una volta all’anno? Perché non vediamo le anime ogni giorno affollarsi intorno alla Mensa del Signore come rametti d’ulivo? Sicut novellæ olivarum in circuitu mensæ tuæ (Salm., CXXVII, 3). a) « Ho comprato un podere e bisogna che vada a vederlo; ti prego di scusarmi ». Quest’uomo che rifiuta l’invito perché ormai anche lui è diventato un padrone di terre, e non ha bisogno d’andare a cena da nessuno, raffigura bene quelli che ricusano d’accostarsi frequentemente alla Comunione per superbia. « Lasciamo che facciano di spesso la Comunione le donnicciole, i bigotti, gli ignoranti; alla gente come noi basta accostarsi a Pasqua ». Poveri infelici! che si credono ricchi e doviziosi, che si vantano di non aver bisogno di nessuna cosa e di nessuna persona, e invece non sanno d’essere meschini, e miserabili, e poveri, e ciechi, e nudi (Apoc., III, 17). b) « Ho comperato cinque paia di buoi e vo’ a provarli: ti prego di scusarmi ». Quest’uomo che rifiuta l’invito per gettarsi anima e corpo a lavorare con i suoi cinque paia di buoi, raffigura quelli che stanno lontani dai Santi Sacramenti perché sono affogati con tutti e cinque i loro sensi nella farragine degli interessi materiali. « Non ho tempo d’accostarmi alla sacra Mensa — dicono costoro — non ho tempo; ho la bottega, ho un magazzino, devo andare al mercato, alla fiera, devo attendere alla famiglia ». — Avete la famiglia, ve lo concedo; avete la bottega, il mercato, gli affari, ve lo concedo; ma non avete anche l’anima? E perché allora date tutto al corpo e niente all’anima? Possibile che non troviate un’ora di tempo alla settimana, un’ora al mese per la vostra anima quando sciupate delle sere e delle giornate nei teatri, nel gioco, nelle compagnie? – Il peggio è poi che alcuni, non solo non frequentano la santa Comunione, ma distolgono anche gli altri di casa dal frequentarla. Onde se la moglie, se la madre, se la sorella per comunicarsi indugiano alquanto più del consueto in chiesa, ecco sossopra ogni cosa, e una tempesta di villanie le travolge al loro ritorno. c) « Ho preso moglie, perciò non posso venire ». Avete notato com’è villana la risposta di questo invitato? Non chiede scusa, ma dice soltanto: non posso venire. Non può, perché non vuole. Raffigura costui quelli che hanno nausea della santa Comunione, perché vivono nella disonestà. Non possum venire: il loro cuore è pieno di desideri cattivi, hanno affogato la loro anima nei piaceri più immondi: sono coniugati che per mesi ed anni conculcano le leggi sante del matrimonio. Costoro vanno alla mensa dei demoni, perciò non possono venire alla mensa del Signore (I Cor., X, 21). Costoro non possono venire ai casti amplessi di Gesù, perché si tengono strettamente abbracciati al fango. Amplerati sunt stercora (Th., IV, 5). — Un mattino seduto sotto le querce verdi del capo Montenero, Lamartine assisteva al levar del sole. Ogni creatura pareva protesa verso oriente. Ad un tratto, grande regale ardente, l’astro apparve ad incendiar co’ suoi raggi il Mediterraneo. Allora il poeta scoppiò in un grido d’immensa ammirazione: « È lui! È la vita! ». Ah, il grido del poeta come dovrebbe essere il nostro! Conosco un altro sole, il sole divino di cui Michelangelo diceva il nostro esser solo l’ombra: Gesù. Quando ogni mattina si leva tra le mani del sacerdote sull’altare, quando irraggia così bianco dal sacro ostensorio, dovremmo sentire una irrefrenabile fame di Lui, dovremmo accorrere alla sacra Mensa, cantando: « È lui! È la vita! ».

IL BANCHETTO DEI POVERI E DEI MALATI. Uno perché doveva contrattare una casa, un altro perché voleva provare al giogo alcuni buoi di recente acquisto, un terzo perché si sposava; e tutti mancarono all’invito. Nella gran sala del banchetto, intanto, già le vivande fumavano, e il buon vino spargeva inutilmente il suo vellicante aroma. Oh, i ricchi avevano preferito starsene lontani a far grossi guadagni sulle cose e sui campi; oh, i sani e i giovani avevano preferito trascorrere quelle ore nei piaceri e nell’allegria della vita! Il magnifico padrone aveva dunque sciupato la gran cena? Doveva dunque rimaner solo e triste nel suo palazzo come un recluso in una bella e ariosa prigione? Crucciato e adirato chiamò il servo e gli comandò: « Corri! Corri su tutte le piazze, per tutte le contrade della città: e quanti poveri incontrerai e quanti stroppiati e ciechi e zoppi e malati d’ogni male troverai, introducili tutti qui ». Ubbidisce il servo e poi torna: « Signore, come hai comandato, così si è fatto: ma vi è posto ancora ». « Ebbene, — ricomandò il padrone, — corri! Corri nelle campagne, lungo le siepi: ogni uomo che vedi, sforzalo a venire finché si riempia la mia casa ». Poi traendo un lungo respiro dal cuore, esclamò con voce terribile: «Io vi assicuro che nessuno di coloro che hanno rifiutato l’invito, assaggerà la mia cena in eterno ». – La parabola che Gesù raccontò un sabato, sedendo a mensa in casa d’un importante Fariseo, dalla Santa Chiesa vien proposta da meditare in questi giorni consacrati al culto dell’Eucaristia. È l’Eucaristia la gran cena che il Figlio di Dio ha preparato per gli uomini in questo mondo. Non è il pane della terra che ci dà da mangiare, non è il vino dai nostri vigneti che ci dà da bere: è il suo Corpo divino, è il suo Sangue versato per noi e per molti nella remissione dei peccati. Eppure quanti, ancora oggi, rinnovano l’ingratitudine di quegli invitati che addussero delle vane scuse per non mangiare la cena! Se voi domandaste a molti Cristiani perché si comunicano raramente, perché tralasciano persino la Pasqua, sentireste rinnovarsi quegli antichi pretesti: « Non ho tempo, sono costretto a lavorare anche alla domenica; ho comprato una casa, ho dei buoi da provare; ho le passioni da accontentare ». Gesù nel suo Tabernacolo, come il padrone della parabola, è offeso dall’abbandono in cui lo lasciano gli uomini, e ripete ai sacerdoti suoi umili servi il comando « Correte! Correte per le piazze e le vie della città, per le strade e lungo le siepi delle campagne e persuadete tutti i poveri e tutti gli ammalati a venire da me ». Et pauperes ac debiles et cæcos et claudos introduc huc. Non è della miseria materiale, non è delle malattie del corpo che Gesù intende direttamente parlare, ma della miseria dell’anima e delle malattie spirituali. In questo senso, chi di noi può dire di essere ricco, di essere sano? Allora veniamo a ristorarci più frequentemente al banchetto Eucaristico che fu appunto imbandito per noi che siamo poveri di virtù, per noi che siamo ammalati nell’anima. – 1. IL BANCHETTO DEI POVERI. Quando Giacobbe entrò nella casa di Labano, tutte le cose cominciarono a prosperare: aumentò l’estensione dei poderi, aumentò il numero dei servi e del bestiame, aumentarono le masserizie e le ricchezze. « Guarda, disse un giorno Giacobbe a Labano — ben poco tu possedevi prima che io arrivassi, ora sei molto ricco (Genesi, XXX, 30). Queste parole, con più verità, a noi le ripete Gesù quando lo riceviamo nella santa Comunione: « Guarda com’eri povero prima che io entrassi nell’anima tua, ora per tutti i doni che Io ti ho portato sei diventato ricchissimo ». E in verità, che cosa abbiamo noi senza Gesù? Ci illudiamo di essere ricchi e di non aver bisogno di niente, ed invece, privi di Lui siamo miseri e miserabili e poveri e ciechi e nudi. Orbene, chi si accosta al banchetto eucaristico avrà tutto ciò di cui abbisogna e più ancora. Anzitutto avrà Gesù nel suo cuore. Sì, il Figlio di Dio, il Verbo incarnato, Colui per il quale sono troppo piccoli i cieli, scende ad abitare nell’anima del Cristiano che si comunica. « Che cosa ci può ancora negare l’Eterno Padre — esclamava San Paolo — dopo averci dato perfino il suo Unigenito? » Nulla. Con Gesù, avrà la vita vera. « Io sono il pane di vita — diceva il Signore a Cafarnao. — Chi viene a me non avrà più fame, chi crede in me non avrà più sete, chi mangia me vive in eterno ». E questo è vero non solo per l’anima nostra, ma anche per il corpo: la Comunione deposita nella nostra carne un germe d’immortalità. « Come morrà colui che si ciba della Vita? » pensava S. Ambrogio; dopo che i nostri corpi saranno stati purificati dalla prova del sepolcro, quel lievito di vita che l’Eucaristia, ha deposto in noi si ridesterà, e gloriosi risorgeremo all’ultimo giorno. Con Gesù, avrà la forza. Bande di Saraceni, ebbri di sangue e di strage, una notte assaltarono il convento delle clarisse in Assisi. In mezzo ai pianti e alle preghiere delle sante vergini, sorella Chiara corre alla cappella, prende la pisside, e per divina ispirazione, la protende dall’alto verso i barbari che davano la scalata al monastero. Subito i primi sono accecati da una luce improvvisa, e da una forza prodigiosa rovesciati gli uni sugli altri: tutti, travolti da un misterioso timore, fuggono. Il demonio, il mondo, le passioni e le tentazioni sono come bande di feroci Saraceni che di quando in quando tentano la scalata dell’anima nostra. Noi siamo deboli e paurosi come timide suore, inermi contro un esercito di barbari armati: ma se noi corriamo, come Santa Chiara, a Gesù, se noi porteremo l’Eucaristia in cuore, diverremo terribili e invincibili. Dove gli Apostoli trovarono il coraggio di portare il seme di Gesù fino all’ultime terre? dove i Martiri trovarono la forza di lasciarsi straziare a brano a brano? dove le anime vergini, ancor oggi, trovano la costanza di non lasciarsi contaminare dal male? Nella Comunione. Con Gesù, avrà la ricchezza e la bellezza dell’anima. Santa Rosa da Lima nel vedere il Sacramento dell’amore, sentiva la sua anima rifulgere come se tutta fosse rivestita di gemme e il sole le raggiasse dal cuore. Questo, che noi poveri peccatori non sentiamo, deve pure avvenire, in una certa misura, anche nel nostro cuore quando riceviamo Gesù. Le imperfezioni sono bruciate dal fuoco dell’amore, e l’anima nostra rivestita d’una splendida veste fa invidia perfino agli Angeli. Oggi, queste cose non sappiamo comprenderle, ma un giorno le conosceremo chiaramente: chi sa quale rincrescimento proveremo allora di non esserci comunicati più spesso. – 2. IL BANCHETTO DEI MALATI. Una antica tradizione racconta che la Sacra Famiglia, fuggendo in Egitto, fu sorpresa dalla notte presso una spelonca. Era la spelonca dei ladroni del deserto. Tuttavia, vi fu accolta con ospitalità, rozza ma benevola, dalla moglie del capobanda: era forse l’afflizione che rendeva umana quella donna. Ella aveva un fanciullo, la sola gioia innocente ch’ella possedeva in mezzo alla colpa e alla selvatichezza che la circondava, ma quel fanciullo aveva orridamente chiazzato di bianco la testa, le sopracciglia, la pelle; ahimè, era la bianchezza della lebbra. Nel covo dei delitti entrò dunque l’innocenza: Maria e Gesù, la moglie del ladro e il fanciullo lebbroso passarono insieme la notte. Ma appena. l’alba apparve nel cielo d’oriente, la Sacra Famiglia s’accinse a riprendere la fuga: Maria intanto chiese dell’acqua per astergere il Bambino dalla polvere del deserto e dall’ombre del sonno. Poscia partirono: ma la moglie del ladro sentì che un alito misterioso circondava quei profughi e rimase sulla porta della spelonca, con stretto sul cuore il suo piccolo lebbroso, per vederli allontanare verso l’Egitto. E come sparvero dietro le dune, ella, sospinta da un presagio divino, prese l’acqua che aveva servito a lavare Gesù e con essa lavò pure il suo Dismas, lebbroso. Ed ecco quelle carni già consunte da male implacabile, farsi subitamente rosee profumate quanto l’occhio d’una madre poteva desiderarle. Passarono molti anni. Dismas crebbe e divenne capo dei ladroni, e sulle sabbie del deserto fece delitti di sangue e di furto, tanto che la gente rabbrividiva udendo il suo nome. Ma, infine, la giustizia lo ghermì e con altri fu messo in croce sopra un colle vicino a Gerusalemme. Attaccato al legno dell’infamia, travagliato dall’agonia cocente, udiva di tratto in tratto le parole dolorose e misteriose pronunciate dal Crocifisso che gli stava vicino. Lo guardò: era coronato di spine e il cartello della sua condanna lo diceva RE dei Giudei. In quel momento la sua anima vide, e con fede esclamò: « Signore ricordati di me all’entrar nel tuo regno ». « Oggi stesso — gli rispose il Nazareno — sarai meco in Cielo ». Alla sera di quel Venerdì, Gesù il Figlio di Maria e Dismas il figlio della moglie del ladro si trovarono insieme in Paradiso. Quanti Cristiani sono tormentati nell’anima da un’implacabile lebbra! Forse è la lebbra dell’impurità: da anni questa passione li domina, da anni hanno cercato di liberarsene invano, da anni fatalmente si abbandonano sulla china dei peccati e della perdizione ultima ed eterna. Forse è la lebbra dell’avarizia; una sete febbrile di far danaro e di accumulare roba li sospinge ad essere crudeli coi poveri, ingiusti col prossimo, tiranni con la famiglia, fraudolenti nella società. Forse è la lebbra dell’incredulità: si è tralasciata la preghiera, si sono dimenticati i Sacramenti, si è abbandonata la dottrina cristiana e l’anima è in preda a mille dubbi sull’esistenza di Dio, sulla vita futura, sull’inferno… si vorrebbe non credere a più niente per vivere in balìa delle passioni. Forse è la lebbra della superbia: non si accettano osservazioni, si vuol sempre comandare senza ubbidire mai, si nutrono i rancori e le invidie, non ci si umilia e chiedere perdono. Ebbene: per queste malattie Gesù a noi ha lasciato non già un’acqua che ha toccato il suo volto, come quella che lasciò a Dismas, ma un banchetto in cui ci nutriamo della sua Carne divina e del suo Sangue preziosissimo: la santa Comunione È solo la santa Comunione che ci può guarire da tutti i mali della vita spirituale, e dall’ultimo e più terribile che è la morte. Quando sul letto dell’agonia vedremo entrare il Viatico noi pure con la fede del buon ladrone diremo a Gesù: « Signore, ricordati di me ora che sei nel tuo regno ». Ed Egli, se nella vita l’avesse ricevuto spesso e bene, ci ripeterà in cuore la consolante parola: « Oggi stesso sarai con me in paradiso ». — Assuero, il re di cento ventisette province distese dall’India fino all’Etiopia, nel terzo anno del suo regno imbandì un gran convito. Esso fu apparecchiato nell’arboreto ch’era piantato e coltivato di mano del re. Difendevano i convitati dal sole tende di lino sottile di color turchino sostenute da corde a colonne di marmo. Il vino era, senza misura, distribuito in tazze d’oro e le vivande in vasellame prezioso. A metà del convito Assuero ordinò che partecipasse anche la regina Vasthi; ma questa ricusò e spregiò il comando del re. Allora Assuero emanò un decreto per cui la regina Vasthi veniva scacciata dalla reggia per sempre, e per sempre non avrebbe assaggiato la cena del re (Ester, I). Qui, Assuero è immagine di Gesù Cristo, che nell’arboreto della Chiesa, di sua mano piantato, e coltivato, imbandisce un banchetto prelibatissimo: l’Eucaristia. Guai all’anima nostra, se imitando la regina Vasthi ricuserà d’intervenire frequentemente e con devozione a questa cena divina! Essa pure verrà scacciata dal Cielo per sempre, e per sempre non assaggerà il cibo della beatitudine eterna. Nemo vivorum illorum, qui vocati sunt, gustabit cœnam meam.

– IL CONVITO DOMENICALE. « Di quelli che han rifiutato, nessuno gusterà la mia cena; mai più! ». La parabola, nel suo significato più vero, è contro i Giudei, è contro i ricchi Farisei che, inorgogliti perché Gesù aveva mangiato in casa d’uno di loro, s’illudevano che essi soltanto avrebbero un giorno potuto entrare in paradiso. Il paradiso è appunto la cena sontuosa a cui molti sono stati invitati, e tra i primi i Giudei. Essi però hanno rifiutato l’invito, uccidendo il Messia e disprezzando il suo Vangelo: ecco, quindi, che resteranno esclusi dal cielo, ed in loro vece tutti entreranno quelli che risponderanno alla divina chiamata. Ma io voglio spiegare la parabola del Signore ad un altro significato, assai utile per noi, e dico che la cena grande a cui il buon Dio c’invita è la santificazione della domenica. E non è la domenica un’immagine della eterna cena del paradiso? E non  è la domenica cristiana un nutriente e soave convito delle anime nostre? – 1. LA DOMENICA È LA CENA DELLE ANIME. Osservate come è buono il Signore. Egli è il padrone di ogni cosa, e avrebbe pieno diritto di tenersi tutto per sé: tutte le piante, tutti gli animali, tutti i luoghi, tutti i tempi. Invece come nel Paradiso terrestre, lasciato ogni albero all’uomo, una pianta sola si riservò ad esperimento di ubbidienza; come al tempo dei Patriarchi, lasciato ad essi ogni frutto ed ogni bestia, solo poca primizia del gregge e del campo ritenne; come di tutta la terra, si riserva appena qualche spazio ove edificare le sue chiese; così di sette giorni, uno soltanto ha voluto per sé: la domenica. Poteva esserci più largo di così? e di meno che cosa mai ci avrebbe potuto richiedere? « Figliuoli! — ci dice per bocca di Mosè — Sei giorni ho lavorato per darvi il sole e le stelle, la terra e i mari, le piante e gli animali e per plasmare i vostri corpi e ravvivarli di un’anima immortale: al settimo però cessai. Ebbene, come ho fatto Io, fate anche voi così. Lavorate sei giorni, il settimo lo darete a me ». Poteva esserci più padre? « Lo darete a me!… » Forse per farci lavorare il doppio, il triplo… per Lui? Forse per gravarci — da padrone qual è — di penitenze e di asprezze? No. « Lo darete a me, perché Io voglio farvi riposare, Io voglio che veniate in casa mia ad una cena gaudiosa ». Dite: sulla terra c’è un altro padrone, buono come questo? Per sei giorni gli uomini sono nei campi, nelle fabbriche, negli uffici; le donne pure sono costrette alla fatica di un laboratorio o di una casa, mentre i figli sono alla scuola o trascurati per le vie. È tutto uno stridere di macchine, un incomposto vociar di operai affannati, un fischiar di sirene: c’è appena tempo di trangugiare un po’ di cibo senza assaporarlo e alla sera si ritorna pallidi e stanchi alla casa povera di luce, povera di parole. Poche ore di sonno, e poi ecco bisogna balzare a nuova fatica e riprendere quegli abiti trascurati e improntati del duro lavoro. Ben venga la domenica, gaudiosa cena delle anime! Un lieto scampanio s’intende nella prim’alba, che arriva a tutti come una voce di fratelli e d’amico: « Nella chiesa! — ci dice — tutto è pronto ». E dai portoni dei ricchi, dagli usci dei poveri, i padri escono coi loro bambini e le mamme vengono con le loro bambine: tutti sono puliti e ben vestiti, tutti si sorridono e sono lieti, tutti davanti all’altare di Dio si siedono vicino: il ricco e il povero, il servo e il padrone, tutti eguali. Per sei giorni abbiamo stentato, oggi si riposa in letizia. Per sei giorni vestimmo male. oggi ci adorniamo con religiosa modestia. Per sei giorni siamo stati nelle case delle creature, servi delle creature, oggi si va nella casa del Creatore, si serve Lui, si parla con Lui, si mangia con Lui il pane della parola di Dio. Per sei giorni si è vissuto per le cose terrene, oggi si vive per quelle celesti. Com’è bella la domenica cristiana, giorno di Dio, giorno dell’uomo, mistica cena delle anime! – 2. SCORTESIA D’INVITATI. Purtroppo, questo giorno santo, benefico all’anima e al corpo, alla famiglia e alla società quanto è profanato! Oh se Gesù, una qualche festa, ripassasse attraverso alle nostre campagne e alle nostre città, forse ancora prenderebbe lo staffile per flagellare i profanatori del suo giorno! E forse dalla sua bocca divina gli sgorgherebbe il lamento che confidò ad un’anima privilegiata: « I Giudei mi hanno crocifisso in Venerdì, ma i Cristiani mi crocifiggono in Domenica ».

a) Villam emi! Ho comprato una villa e perciò non posso venire. Ancora questa è una delle scuse che molti Cristiani usano per rifiutare il banchetto festivo. Andare a Messa, andare a Dottrina… io che sono ricco, che ho un palazzo, che sono rivestito di autorità, che ho molte e difficili incombenze?! Alla Messa sono obbligati i poveri, gli ignoranti: ma che cosa deve dire la gente se s’accorge che sento anch’io il bisogno di santificare la festa?!… Ci sono di quelli poi che, senza giungere a questo eccesso, credono che per santificare le feste basti assistere alla santa Messa; e, ascoltatala in qualche modo, pensano a tutt’altro che ad opere di pietà. Costoro trattano Dio come un esoso tiranno a cui si deve concedere meno che si può, e considerano la pietà come una medicina velenosa da prendersi con estrema parsimonia. E tra costoro si trovano quelli che cercano la Messa più spiccia, quelli che giungono sempre in ritardo, o assistono svogliati e disattenti, chiacchierando con disturbo e scandalo degli altri; e spesso ancora con tale abbigliamento e positura da offrire pascolo alla leggerezza, all’ambizione, alla lussuria. Ma basterà una mezz’oretta di Messa per tutta la festa? Ricordate che chi non assiste mai alla Dottrina Cristiana, se anche non si può dire che viola il precetto festivo, certo è difficile che schivi il peccato grave per trascuranza d’istruzione religiosa.

b) Juga boum emi! Ho comprato dieci buoi e devo provarli sotto l’aratro, perciò non posso venire. Questa è un’altra delle scuse con cui i Cristiani violano il banchetto festivo: « Ho un affare da concludere, ho un raccolto maturo da fare, ho un urgente lavoro da finire… ». È l’avarizia, e la bramosia del guadagno maledetto li spinge a diventare come macchine e come bestie, e negarsi il santo riposo. Come fa pena, in domenica, vedere le ciminiere fumare; udire la romba dei martelli e dei motori;

c) Uxorem duri! Ho preso moglie e perciò non voglio venire. È questa la più terribile scusa per profanare il banchetto festivo: « Ho voglia di godermela e non di santificare la festa ». Il giorno della preghiera è diventato il giorno del piacere, giorno della purezza è diventato il giorno della carne trionfante; il giorno della gioia è diventato il giorno dell’orgia. Guardate: l’osteria sì, ma non la Messa; la passeggiata, ma non il catechismo, l’ozio, ma non la preghiera; la disonestà, ma non i sacramenti; il demonio, ma non il Signore. – Nei pomeriggi festivi, le nostre chiese e gli oratori vanno disertandosi: dov’è la gioventù? Le vie sono rigurgitanti, le sale da ballo sono un vortice infernale, gli spettacoli mondani e procaci sono le false sirene. — La persecuzione di Diocleziano infieriva contro i Cristiani, nel 304, con tale violenza, che s’era perfino illuso l’imperatore di poter sradicare dalla terra il nome di Cristo. Tra i più aspri rigori di leggi e di spionaggi Anisia, una giovane di Tessalonica, uscì di casa per recarsi dove i Cristiani celebravano i sacri riti, giacché era giorno di domenica. Uscendo da una porta della città, un soldato la fermò, dicendole: « Dove vai a quest’ora? ». La fanciulla si trovò scoperta, e confessò: « Sono cristiana, e vado a santificare il giorno del Signore ». Soggiunse il soldato: « Vieni con me ad adorare il Sole ». La giovane sì rifiutò e fece per proseguire il suo cammino. Quegli allora le strappò il velo con cui si copriva per modestia il suo volto. Anisia grido: « Il mio Dio ti punirà ». A queste parole il soldato s’accese di furore, e con la sua spada trafisse la giovane santa che cadde mentre la sua anima bianca entrava nell’eterna domenica in cielo (XXX Dicembre, Martirologio). L’intercessione e l’esempio di sant’Anisia faccia ravvedere molti profanatori della festa, prima che il Signore nella sua ira abbia a dir contro di loro quelle tremende parole della Santa Scrittura: « Io vi getterò in faccia lo sterco delle vostre solennità » (Malach., II; 3).

IL CREDO

Offertorium

Orémus Ps VI: 5 Dómine, convértere, et éripe ánimam meam: salvum me fac propter misericórdiam tuam.

[O Signore, volgiti verso di me e salva la mia vita: salvami per la tua misericordia.]9

Secreta

Oblátio nos, Dómine, tuo nómini dicánda puríficet: et de die in diem ad coeléstis vitæ tránsferat actiónem.

[Ci purifichi, O Signore, l’offerta da consacrarsi al Tuo nome: e di giorno in giorno ci conduca alla pratica di una vita perfetta.]

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Ps XII: 6 Cantábo Dómino, qui bona tríbuit mihi: et psallam nómini Dómini altíssimi.

[Inneggerò al Signore, per il bene fatto a me: e salmeggerò al nome di Dio Altissimo.]

Postcommunio

Orémus. Sumptis munéribus sacris, qæesumus, Dómine: ut cum frequentatióne mystérii, crescat nostræ salútis efféctus.

[Ricevuti, o Signore, i sacri doni, Ti preghiamo: affinché, frequentando questi divini misteri, cresca l’effetto della nostra salvezza].

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ORDINARIO DELLA MESSA

LO SCUDO DELLA FEDE (207)

LO SCUDO DELLA FEDE (207)

LA VERITÀ CATTOLICA (V)

Mons. ANTONIO MARIA BELASIO

Torino, Tip. E libr. Sales. 1878

ISTRUZIONE IV

Gli Angeli e gli Angeli Custodi

Noi nella Santa Messa, per spiegare le parole del Simbolo Apostolico: Creaator del cielo e della terra, cantiamo che Dio Padre onnipotente creò le cose visibili ed invisibili; le creature materiali cioè, e le spirituali, che sono gli spiriti. In tutte le religioni, anche le più zeppe d’errori, tutti i popoli del mondo hanno sempre creduto che vi fossero gli spiriti, cioè creature, le quali vivono senza corpo, ma che sono intelligenti e che possono far qualche cosa in mezzo agli uomini. Ma i poveri pagani senza il lume della fede, lasciandosi andare dietro alla sbrigliata immaginazione, nel torbido delle passioni in cui soffiava dentro il demonio, fantasticavano degli spiriti le più strane favole, e cosi bizzarre e spaventose, che non son neppur da dire. Sola la Chiesa Cattolica, come nelle altre credenze universali, corregge qui gli errori, dissipa le false idee, e toglie via della storia degli spiriti, che noi chiamiamo Angioli, tutto ciò che d’irragionevole v’introdussero le superstizioni e le passioni umane; e degli Angeli c’insegna le più care cose. – La Chiesa pertanto nella dottrina cristiana insegna essere di fede che Dio creò gli Angeli, spiriti intelligenti invisibili, che non hanno corpo, che pensano, che conoscono, che ragionano meglio che non si possa fare da noi. Di questa verità di fede sono di fatto così persuasi tutti i Cristiani, che essi in parlando di una gran bella mente d’uomo, di un cuor eccellente e di grande merito sono soliti dire che egli ha un fare da Angelo. – Nella odierna dottrina io v’ho da parlare di questi santi spiriti che noi chiamiamo Angeli. Vi dimostrerò primieramente che Dio creò gli Angeli; poi vi dirò quel che possiamo sapere del loro numero, dei loro diversi ordini, e delle loro occupazioni ( ). Da ultimo poi vi parlerò specialmente degli Angeli Custodi. Voi mi farete grazia, se vorrete dire con (si fan ripetere), che ora vi ho da mostrare che sono gli Angeli creati da Dio, e che poi v’ho dire quello che si può sapere del loro numero, dei loro diversi ordini, delle loro occupazioni specialmente degli Angeli Custodi. – Angioli benedetti, che adorate Gesù in mezzo di noi, pregatelo che Egli metta sul mio labbro di carne una parola degna di Voi, che siete spiriti così santi; sicché possa intendere come voi meritate di essere da noi venerati ed amati colla più tenera devozione. E Voi, Maria Santissima, gran Regina degli Angeli e Madre nostra, mandatemeli di cielo per suggerirmi le più care parole, che siano quali le volete Voi, e quali si meritano gli Angeli, che son tanto buoni. – Che vi siano degli spiriti invisibili, senza corpo, creati da Dio, intelligenti e beati in Dio, e amici di noi uomini, di cui si serva Iddio per farli ministri delle sue misericordie lo attestano, dice il Pontefice S. Gregorio, quasi tutte le pagine della Santa Scrittura; e lo Spirito Santo nel Concilio Laterano terzo dichiarò essere un articolo della nostra Santa Fede il credere che vi siano gli Angeli. Nell’antico e nuovo testamento, in cui si fa la storia della bontà di Dio, si racconta come Dio le tante volte si servì degli Angeli per far conoscere agli uomini le sue volontà, e per comunicare agli uomini le grazie sue divine. Sono difatti gli Angeli che annunziarono ad Abramo che sarebbe nato dalla sua stirpe il Messia Salvator del mondo: gli Angeli furono mandati a Lot; ed uno di loro lo prese perfino a mano per tirarlo via dal fuoco mandato da Dio ad abbruciar Sodoma e Gomorra e le altre città sorelle: un Angelo accompagnò Mosè per liberare il popolo fedele dalla schiavitù d’Egitto, e lo precedette nel deserto per guidar il popolo alla terra promessa; un Angelo a Gedeone ordinò di togliere il popolo d’Israele dalla schiavitù de’ Madianiti, e predisse la nascita di Sansone. Fece un Angelo celeste rispettare la legge di Dio nel tempo della schiavitù di Babilonia: parimenti un Angelo salvò i santi giovanetti gittati in mezzo al fuoco della fornace e difese Daniele nella fossa in mezzo dei leoni. Un Angelo combatté coi Maccabei, e gittò a terra a furia di calci di cavallo, come ben sel meritava, quel sacrilego d’allora Eliodoro, ladrone che voleva rapire i tesori del tempio. – Nel Vangelo poi (in cui si fa il racconto di ciò che fece il Signore per salvare gli uomini col Sangue del suo Figlio). Leggiamo come tra più grandi misteri e più teneri, intervengono sempre gli Angeli mandati dalla bontà di Dio. E un Angelo difatti che apparve a Zaccaria mentre offriva nel tempio l’incenso della santa adorazione, e gli promise che gli nascerebbe da santa Elisabetta un figliuolo, a cui porrebbe nome Giovanni, e che preparerebbe il popolo a ricevere il Salvatore. Fu poi l’istesso grande Angelo Gabriele spedito a salutare Maria Santissima ed annunciarle che diventerebbe Madre del Figliuol di Dio Gesù. Nato poi il Bambino Salvatore, gli Angeli cantavano nel presepio « Gloria a Dio e pace agli uomini,» e avvisarono i pastorelli perché si recassero subito a visitarlo. Un Angelo avvertì poi Giuseppe di fuggir subito in Egitto col Bambino, cercato a morte da Erode, e colla santa sua Madre Maria, a di ritornar quindi, morto il tiranno Erode, ancor nella terra sua d’Israele. Gli Angeli serviron in appresso il benedetto Gesù, intorno a Lui aggirandosi e sempre adorandolo. Un Angelo lo confortò nell’orto, nell’agonia: due Angioli annunciarono la sua risurrezione; e gli Angeli lo accompagnarono nella gloria della sua assunzione. Vegliarono quindi gli Angeli a protegger la Chiesa nascente; e uno scuote s. Pietro che dorme in prigione e lo conduce via dalle porte di ferro che si aprono a lui dinnanzi: un altro comanda al centurione di chiamar S. Pietro che lo battezzi; e un Angelo porta in aria Filippo diacono, sulla via di Gerusalemme fino a Gaza per far cristiano l’eunuco inviato dalla regina di Etiopia. Sono gli Angioli poi che invigilano alla custodia delle Chiese, alla guardia dei regni degli uomini, a cui fanno da amici, da compagni, da guide nostre al Paradiso. Così voi vedete che noi dobbiam credere di fede che Dio creò gli Angeli e che di loro si serve per comunicare agli uomini tante sue grazie. – Ora vi ho da dire quel che possiamo sapere degli Angeli. Io vi ho già fatto intendere che gli Angeli sono spiriti, e che mentre noi Cattolici crediam di quegli spiriti benedetti le più belle cose, non dobbiamo pero pensare che gli Angeli siano le più belle e care persone in anima ed in corpo, come ne piace immaginarli e dipingerli. Ben è vero che apparvero tante volte sotto sembianze di persone belle ed amabili, ed anche talvolta in tanta maestà da metter terrore; ma se Dio allora concesse loro di apparire in quelle forme e sembianze umane, gli Angioli però, che sono spiriti puri, non erano uniti a verun corpo, cosi da formare in corpo ed anima una persona umana come siamo noi. – Pure, via là … lasciamo alla divozione dei fedeli, lasciamo, ben anco alle immaginazioni consolate dalla cara credenza degli Angeli, lasciamo alla poesia delle anime rapite in estasi di così care verità, che si figurino gli Angioli cosi belli ed amabili quasi per rallegrarsi di averli, come giovani tanto buoni e santi, a compagni in terra come li avrem poi concittadini in Paradiso. La Chiesa sa che l’uomo cerca sempre di dar figura e al corpo alle cose anche più spirituali: e perciò, come permette dipingano con colori materiali le tre Persone della Santissima Trinità, e che per rappresentare il Padre si pitturi come un venerando vecchio in grande maestà, e che si faccia giovane il Figliuol di Dio fatto Uomo col cuore in mano per darlo a noi, e che si colori lo Spirito Santo sotto forma di candida colomba, benché non sia vecchio, né giovane il Padre e il Figliuolo, né colomba lo Spirito Santo, ma tutte tre le Persone Divine siano eguali eterne, un Dio solo purissimo Spirito: cosi la Chiesa è contenta di lasciar dipingere gli Angeli che son puri spiriti sotto la forma di amabilissime persone. E perche?., perché veramente gli Angeli sono belli della bellezza di Dio, e tanto amabili per la bontà che Dio comunica loro. Adunque è bella cosa dipingere gli Angioli colle ali; ma sapete perché ista tanto bene dipingere gli Angeli colle ali cosi in atto di volar sempre? È perché essi sono in qua, sono in là per tutto l’universo, sempre pronti a volar rapidi come il pensiero ad eseguire i comandi di Dio; ed anche perché i profeti in visione li videro, che stavano prostrati a’ piedi del trono dell’Altissimo Iddio velandosi dell’ali gli occhi, tra i fulgori dell’eterna luce cui nessuna creatura, sia pur santissima, può reggere e contemplare, in se stessa. Anche vediamo volentieri che si dipingono gli Angeli adorni di splendide vesti ed a color  cangianti, cosi leggiere, che paion tessuti  d’aria, rilucenti nelle più graziose movenze. E sapete il perché? E perché Dio nella ricchezza della sua gloria li fa splendidi in modi varii e tutti bellissimi. Si che sta pur bene anche dipingerli con quegli occhi, con quelle facce di cosi pudica bellezza, che al guardarli in volto paiono tanti ritratti della adorata nostra Madonna, giacché così si espone in qualche modo in vista quella purità che noi non possiamo esprimere con parola pit bella che con dirla angelica; perché appunto gli Angeli sono così puri ché si specchiano continuamente in Dio, e la purità si specchia in Dio. Oh quanto ci paiono cari gli Angeli, quando li vediamo dipinti come bambinelli ridenti di grazie celesti! Allora voliamo coll’anima al paradiso, e ci par di contemplare quegli Angioli bambini coi nostri innocentini, chiamati la dalla terra nella prima ora del di, scherzare sotto l’altare del cielo colle corone e le palme deposte dai santi appié del trono dell’Altissimo Iddio. Lo canta pure la Chiesa nella festa degli Innocenti. Ma vi è poi un’altra maniera assai cara e graziosa di dipingere gli Angioletti, cioé di rappresentarli come colle sole testine di bamboli piccin piccini, e vispi vispi, intelligenti e carini. A noi piace tanto guardare in quelle faccette posate sopra due aline, e vederle volar leggiere come i nostri pensieri, anzi come i puri sogni della nostra beata innocenza tra quelle nugolette color d’argento infiorato di rosa. E sapete la cagione per cui ci piacciono tanto gli Angioletti dipinti in pure testine senza altro resto di corpo? Gli è perché noi nel contemplare quelle testine senza ingombro di corpo saliamo colle anime nostre, come già quasi puri spiriti anche noi, a conversare con quegli spiriti, rapiti in estasi di paradiso. Se adunque non hanno gli Angeli corpi così belli come noi li dipingiamo, sono però realmente belli tanto essi in fatto, e sublimemente belli sono i nostri pensieri che c’ispira la fede. Con essi ci sentiamo sollevare a quel felice mondo degli spiriti a cui mandiamo senza accorgerci i nostri sospiri. Di che fanno proprio schifo e son ributtanti gli scherni di quell’immondo Voltaire, il quale marcio di vizi fino al midollo, faceva le oscene risa della beffa villana, sopra quelle faccette paffutelle! Ah bisogna proprio dire che non vi è fiore così bello, fin nelle aiuole del paradiso cui quel tristo vecchio buffone, perdutamente guasto, come verme schifoso non abbia tentato d’insucidiare di bava. Non ci curiamo di Lui; e senza neppur guardarlo, passiamo oltre lasciando quell’empio tuffato nel fango che è la sua beva. – Ora che vi ho detto, come ho saputo meglio, chi sono gli Angioli, vorrei dirvi del tempo in cui Dio li creò, del loro numero, dei vari ordini, e delle loro occupazioni. Per meditare con voi come Dio creò gli Angeli, mi servirò delle espressioni usate da s. Bernardo nel contemplare Dio che crea: poiché esse convengono tanto per parlar della creazione degli Angeli. Dio, dice egli, è Lume eterno, è Intelligenza infinita, che solo conosce Se Stesso. Ebbene Egli creò gli Angeli intelligenti anch’essi, dando loro la potenza di conoscer da vicino Se Medesimo, quasi dicesse creandoli: « così voi potrete godere di contemplarmi eternamente »; e gli Angeli d’allora in poi sono in celestiale bellezza, belle immagini, vive della Sua Mente divina. Dio Fonte di bontà senza fine, e Volontà benevolentissima sente una tendenza, vorrei dire un bisogno di amar senza fine; quindi creò gli Angeli e versò in loro tanti doni della ricchezza della sua Bontà, facendoli capaci anch’essi di amarlo. Così Egli ama la Sua Bontà in quei santissimi innamorati di Lui Sommo Bene. Dio, Virtù onnipotente, creò quei beati spiriti forti e potenti da eseguire il Suo volere, e perciò sono detti Angeli, perché li fa ministri suoi per diffondere le sue misericordie le; poiché il voler di Dio è comunicar del bene a tutte le creature. Dio è Sommo Bene eternamente beato in Se Medesimo; perciò creò gli Angeli, e li foce santi e degni di vivere eternamente in seno a Lui per alimentarli di Sua Beatitudine eterna in paradiso. – Qui lasciatemi far una osservazione per voi che avete studiato. Quanto sono più belli gli Angeli della religion nostra santa, che non quelle sguajate ninfe e quei maliziosi genii, di che i poeti pagani sognarono di popolare e fonti e ruscelli e boschetti; e di far quelli svolazzare tra quella gente così guasta… e pigliar parte con loro a quei brutti intrighi … Ah certamente. se non fossero favole, e se essi fossero stati in realtà quei loro genii, quelle loro ninfe, v’assicuro io che al comparir degli Angeli dei Cristiani, sarebbero scomparse via le svergognate e i cattivelli, come le civette e i pipistrelli, si vanno ad appiattar nelle tenebre al comparir dell’aurora. Ma è adunque tempo di finirla; e dovrebbero aver vergogna gli scribacchiatori di poetiche cantilene di sognare che compariscano le procaci a tuffarsi nell’onde e di nominar ancora (fanno schifo) quei diavoletti d’amorini così tristi da vibrar saette nel petto fin della madre impudica. Non basta forse la fantasia umana a creare brutte immaginazioni, e suscitar cattivi pensieri da far bollire il sangue a peccato? Oh ma noi nelle tentazioni brutte, voleremo col Bambino Gesù in braccio a Maria coi nostri Angeli intorno. Intanto noi ritorniamo tutti allegri a parlar degli Angeli nostri. – Adunque se voi qui mi domandaste, per una santa curiosità che vien dall’amore, quando mai furono creati gli Angeli, io vi rispondo che pare ben che sia da credere averli Dio creati in principio, quando creò il cielo e la terra. Perocché lo Spirito Santo dice « che il Creatore che vive in eterno creò tutte le cose insieme » (Eccl. XLVIII. 1.) La Chiesa nostra madre nel Concilio Lateranense (l’anno 1215) presieduto dal Sommo Pontefice Innocenzo III insegnò che « Dio dal principio trasse dal nulla le create cose tanto corporee quanto spirituali, così angeliche come terrestri; e che poi formò l’uomo composto di spirito e di corpo. » E già anche noi possiamo pensare che Dio avrà fatto come un gran principe il quale nomina, e come diciamo noi, crea i suoi servi, e li distribuisce in diversi ordini prima, perché eseguiscano dopo i suoi comandi. Così Dio creò quegli Spiriti che fece poi Angeli suoi. – Poi il nome Angeli significa gli Spiriti creati da Dio per farli ministri delle sue misericordie, e per mandarli specialmente e in aiuto a quelli che vuol salvare, siccome insegna S. Paolo. –  Dopo di avervi detto del tempo, in cui furon creati gli Angeli, vi dirò del loro numero, delle varie loro occupazioni, e degli ordini o classi diverse, che si domandano gerarchie. Cominciando dal numero, sappiate che gli Angeli debbono essere tanti tanti, e troppo più che noi possiamo immaginare. Poiché la parola di Dio ben sovente chiama gli Angeli col nome di eserciti, di legioni; e li nomina a mille a mille, a milioni e a migliaja di milioni, e ciò non perché si debba intendere che siano di quel numero preciso: ma per significare un numero tale, che più grande non Si possa pensare. — Non quot tanta solum esset multitudo, sed quia majorem dicere non poterat.— (Cirill. Hiero. Catech. 5) Si direbbe che la divina parola eccita la nostra immaginazione a sollevarci in mezzo a quel mondo di beatissimi spiriti, e che ce li fa intravedere tra i raggi dell’eterna luce a schiere, quasi le une si vadano a perdere dopo le altre davanti al nostro pensiero, e tra le aureole di quel mar di luce inaccessibile si sprofondino negli altissimi cieli a formare il trono dell’eternità alla Maestà di Dio. (Io poi vorrei qui darvi un’altra ragione per farvi intendere che debbono essere tanti e tanti gli Angeli, e troppo più che per noi sipossa pensare, e la ragione è questa. Siccome le materiali cose create in questo mondo della terra sono come un velo ed altrettante figure che ci lasciano traveder al disotto, quali e quante debbano essere le creature del mondo degli spiriti; così si può ben credere che gli spiriti che sono dalle materiali cose figurate, in realtà saranno in eguale o maggior numero delle creature materiali che li figurano. Ora vi ricorderò che Dio creò la terra, e poi venne creando le piantea cui dava il bene di esistere e vivere nel loro modo; poi creò anchegli animali, ai quali diede la potenza anche di sentire, e di muoversi. Così formò di tutte queste creature come una gran catena;e sulla cima di essa, per ultimo anello, mise noi uomini; in creando ci composti di corpo animato, e di anima ragionevole, spirito anch’essa, in tal modo rannodò e fece continuar la catena delle creature del mondo terrestre col mondo spirituale, L’uomo adunque è tra mezzo: è, si direbbe, coi piedi del corpo in terra tra le creature del mondo terrestre, mentre coll’anima si lancia fin cogli Angeli del paradiso. Così noi, se discendiamo in giù per ordini diversi dei corpi, arriviamo col pensiero fino al più piccolo corpicciuolo della terra: parimenti, se saliamo verso del cielo per diversi ordini di creature spirituali, dalla piccola e poverina anima nostra, arriviamo su colla potenza e col lume della fede fino ai più grandi Angeli, ai Serafini, che s’imparadisano direttamente nel Sommo Bene. Siccome poi, lo dice chiaramente il Concilio Vaticano, Dio fece le creature dell’universo per mostrar la gloria della sua bontà; e per mostrare la gloria della sua bontà solo su questa povera terra, creò tal numero di creature terrestri, per la nostra mente, infinito: così pare bene che possiam credere convenientemente abbia creato di spiriti un numero maggiore del numero delle creature corporee. Poiché gli Angeli essendo più belli, più puri e più santi, sono più adattati a rendere immagine della bontà di Dio purissimo Spirito e santissimo, Avrà Egli adunque creato un numero smisurato di Angeli, gli uni più grandi degli altri, insomma più degni e più adattati al possibile di rappresentare la più compiuta, la più perfetta immagine di Dio, per quanto da creature si possa rendere immagine del Creatore Santissimo. Oh che grande spettacolo ci si presenta all’anima nostra in questa catena immensa, che dalle creaturine più basse su su con quegli spiriti eccelsi arriva fino ai piedi del trono di Dio! Santa fede come fai conoscere la gloria di Dio!). –  Qui o miei cari figliuoli, non posso a meno di esclamare: su su! noi, giacché tanto ci è concesso, saliamo a contemplare l’Altissimo, e lo troveremo circondato in Paradiso da milioni di eserciti di spiriti beati, tutti occupati a dar gloria al Santissimo in tre ordini diversi che si chiamano Gerarchie. – Ora mi resta a parlarvi delle occupazioni degli Angeli, e poi dei diversi ordini che formano le Gerarchie. Desidera adunque la vostra pietà di sapere checosa fanno tutti gli Angeli? Posso subito accontentarvi col dirvi che gli Angioli stanno davanti a Dio.« Adsunt ante thronum Dei; » cioè lo contemplano, lo amano, gli danno gloria; il che vuol dire che adorano eternamente Iddio. Diremo adunque, la prima cosa, che gli Angeli contemplano Iddio. Essi sono purissimi spiriti, e non hanno l’ingombro e il velo del corpo nostro; senza le nebbie degli errori che oscurano la nostra mente hanno la coscienza che li consola d’esser sempre stati fedeli a Dio. Quindi si affisano direttamente in Dio; e nello splendor dell’eterna. gloria, trovano sempre bellezze infinite da contemplare: s’immergono nel mare immenso dell’Essenza divina, e quindi si pascolano d’eterno Amore. Perciò diremo in secondo luogo che gli Angeli amano Dio. Ascoltate: Voi ben sapete, che se una candeletta si trova vicina vicina ad un gran fuoco, la candela si scalda, s’accende, arde tutta tutta nella sua lunghezza e colla sua fiammella lambe il fuoco che la fa abbruciare; e infine il fuoco l’assorbe nel suo incendio. Così in qualche povero modo noi possiamo immaginarci come gli Angeli a quello splendor di luce di Dio s’accendano quasi fiamme ardenti sui candelabri, come fu concesso all’Apostolo dell’amore S. Giovanni di comtemplarli in estasi di paradiso. I loro cuori ardenti sono turiboli degni di mandare alla Maestà di Dio Santissimo i profumi delle più amorose adorazioni. – Miei cari, l’amore è quello che fa palpitare i cuori, perché l’amore è movimento e vita dei cuori. Quindi l’amor infinito di Dio fa che gli Angeli vivano in palpiti di vita eterna. Onde come i palpiti sono gli slanci delle anime, così le lodi a Dio sono l’espressione e l’espansione dei sentimenti degli Angeli. Diciamo perciò in terzo luogo che l’occupazione degli Angeli è dar lode a Dio. Il Profeta Isaia (VI. 6.) e S. Giovanni (Apoc. VI, 8) in contemplazione videro gli Angeli intorno all’eccelso trono di Dio, che cantavano gli eterni osanna acclamando « onore e gloria a Dio tre volte Santo » e che ripetevano a coro: « onore e gloria a Lui Solo ». E questo il cantico dell’immortalità; sicché contemplare, amare, lodare Dio in continua adorazione, è l’eterna occupazione degli Angeli, i quali come insegnano i Santi Padri, sono distinti in tre ordini o classi che si chiamano Gerarchie. – Ora vi ho da spiegare come gli Angeli vanno distinti in tre gerarchie. Ma per farmi meglio intendere vi noterò, che, quando si dice gerarchia, s’intende un’adunata di persone raccolta insieme in bell’ordine, in cui le inferiori stanno soggette alle superiori; sicché nella lor dipendenza operano d’accordo unite col loro capo pel fine a cui sono destinate. – Adunque la prima gerarchia, insegna S. Tommaso, è di quei santissimi spiriti, che sono ordinati solo a dar gloria direttamente a Dio, perché Dio è ultimo fine di tutti i fini. Questa è composta di tre cori: dei Troni, dei Cherubini e dei Serafini.

La seconda gerarchia é di quei grandi e santi spiriti, che si credono destinati al fine di conservare l’ordine universale con quelle leggi del Creatore che mantengono in armonia tutto l’universo. E questa seconda gerarchia è composta parimenti di tre cori: delle Dominazioni, delle Virtù e delle Potestà. La terza gerarchia è di quei santi spiriti, che debbono essere in modo singolare ben cari a noi, perché ci comunicano i doni di Dio, le grazie particolari e le particolari volontà di Dio quando si degna voler qualche cosa da noi. Anche questa terza gerarchia è composta di tre cori che sono i Principati, gli Arcangeli e gli Angeli. – A noi è dato adunque di sapere che le gerarchie degli Angeli sono tre, e che formano nove cori distinti. Questo insegnano chiaramente S. Gregorio il Grande, S. Dionigi l’Areopagita, S. Giovanni Damasceno, e finalmente con molta chiarezza San Tommaso d’Acquino. (Qui, per spiegarvi alcunché di questi altissimi ordinamenti del Paradiso, andare appresso a quella luce che ci lasciò in terra negli scritti l’angelica mente di S. Tommaso. Diamo qui il paragrafo di S. Tommaso su cui fondiamo la nostra spiegazione. Prima hierarchia, scilicet Seraphim, Cherubim et Throni inspicit rationes rerum in ipso Deo: Secunda vero, idest Dominationes, Virtutes et Potestates in causis universalibus; tertia vero, scilicet Principatus, Angeli et Arcangeli secundum determinationem ad speciales effectus. Et quia Deus est finis non solum Angelicorum ministeriorum sed etiam totius creaturæ, ad primam hierarchiam pertinet consideratio fivis; ad mediam vero dispositio universalis de agendis; ad ultimam autem applicatio dispositionis ad effectum, quæ est operis executio. (Thom., Parte 1° q: 108 art. 6.). Secondo quel che abbiam detto, la prima gerarchia è composta di tre cori; e nel primo coro sono i Troni. Di loro si può dire che, come Dio nell’inaccessibile luce della sua Divinità diffonde intorno a Se Stesso a fiumi a fiumi innumerabili splendori; ed è Egli stesso la fonte di tutta vita, in quegli splendori sì crei mille Intelligenze, in cui riflette Egli e fa splendere il lume della sua Intelligenza Divina. Queste Intelligenze, spiriti estatici nella contemplazione di Dio, gli splendono d’intorno. Così Dio in quell’oceano di luce che vien da Lui, e che da quelle Vite d’Intelligenze si riflettei Lui, Iddio, come si posa, e diremo con misera parola umana, riposa in beatitudine: appunto appunto come una persona umana, tutta pura di pensieri, di cuore, di corpo riposa tranquilla e volentieri in mezzo tutte cose mondissime che si è preparato d’intorno. Ci si perdoni; ma noi crediamo che per questo siano con tanta convenienza chiamati troni, ché Dio risiede in essi tra gli splendori della celestial sua luce. Il secondo coro abbiam detto che è dei Cherubini, e’ par che si possa dire che Dio fa splendere sopra di essi l’immagine di Se Medesimo così compiuta, che è solamente minore dell’Immagine Sostanziale del Verbo Figliuol suo. Essi in rapimenti d’intelligenza vedono Dio, lo contemplano con quello sguardo così vivace, così potente che l’abbraccia quanto è possibile a creature, e lo possiede. Onde s’imparadisano con Dio a somiglianza del Figliuol suo Divino, il quale però è unito al Padre sostanzialmente per via d’Intelligenza divina. Il terzo coro della prima gerarchia è dei Serafini. Dio, Sommo Bene, ed Eterno Amore comunica tanto della sua Bontà in loro, che li compenetra tutti. Così vivono essi; ma non sono essi che vivono, ma vive in loro Dio, il quale li immerge in Se Stesso con un’atto del suo Amore ad immagine dello Eterno Amore Sostanziale, lo Spirito Santo, che unisce il Padre col Figlio divinamente.). – Ora mi resta a dire finalmente come gli Angeli fanno tanto bene a noi, e specialmente gli Angeli custodi; e così intenderete quanto si meritino da noi rispetto ed amore. La seconda gerarchia è formata parimenti di tre cori. Il primo coro sono le Dominazioni. Bisogna sempre ricordare che le creature sussistono perché le fa sussistere Iddio; e che tutte le creature hanno quel tanto di bene in sé che Dio mantiene in loro. Esse poi vanno ordinate in loro carriera in quanto stanno nell’ordine, e procedono regolate secondo il disegno della volontà di Dio. Questo disegno della volontà di Dio è la legge eterna, che comanda l’ordine naturale, e proibisce di perturbarlo. Ora le Dominazioni saran compenetrate da questa legge eterna, che ne forma come la loro esistenza, e quindi sono tutte tutte a dominare l’universo per tenerlo nell’ordine e conservare il bene che viene da Dio nell’universo. Il secondo coro della gerarchia è quello della Virtù. Tutte le creature dell’universo sono divise in varie classi, e riunite come intorno ad un loro centro particolare. Le stelle, che sono grandi mondi del firmamento, hanno il lor centro. Centro della terra e degli altri pianeti è il sole (questa affermazione è antibiblica ed eretica, come già detto in una precedente istruzione – ndr.), e nella terra è il centro delle materiali cose create per essa. Le Virtù tengono nell’ordine universale le forze le quali producono i fenomeni entro al loro cerchio intorno ai loro centri. Suscitano essi talvolta i nembi e le tempeste, mettono la calma avventano le folgori, dominano nelle stagioni secondo il volere di Dio. E quando Dio vuol che succeda un miracolo, e sospende le leggi naturali, le Virtù colla lor forza provvederanno, perché non sia sconcertato l’ordine universale. –

Il terzo coro della seconda gerarchia sono le Potestà, e sono quelle che tengono in freno i demonii, e metton loro paura. I domoni, nemici di Dio, odiano il ben di Dio, mirano a suscitare disordini, e nel disordine guastandosi il bene, è prodotto il male. Sicché il male è fatto dal diavolo, il quale si serve delle cose create in mezzo alle quali ha introdotto il disordine per lo peccato: e il peccato stesso è un disordine, è un guasto, è una privazione del bene che vuole Dio. Deh! che le Potestà ci difendano dal demonio guastator del bene di Dio: e quindi dal satana l’avversario del Sommo Bene Iddio! – Ben vi ho da dire della terza Gerarchia, in cui vi dissi già sono tre ordini o cori di spiriti angelici, e si chiamano più particolarmente col nome d’Angeli, che vuol dire ministri della bontà e della misericordia di Dio verso di noi; poiché essi sono destinati a comunicare a noi i doni e le grazie che Dio ci distribuisce secondo l’economia della Provvidenza Sua Divina. Essi adunque stanno propriamente in mezzo tra Dio e noi. Ve ne darò una bella immagine. Voi avrete, ben veduto nella sua bellezza il sol d’Oriente che spande la luce in mezzo all’orizzonte. E avrete veduto certe nuvolette color d’argento che s’innalzano leggiere leggiere dalla terra e stanno intorno al sole, e par che lo contemplino innamorate. Il sole par che risponda d’amor con loro, e manda dentro di loro della propria luce; di luce le compenetra tutte, sicché risplendano anch’esse di luce, versandola sulla terra, quasi desiderose di accarezzare e render ridenti col loro color di rosa e colli e prati, e fini laghetti in fondo alle più umili valli. Così quei cari nostri Spiriti della terza Gerarchia, specchiansi in Dio, e compenetrati di sua luce eterna, partecipi della Sua immensa bontà, si abbassano fino in terra contenti di diffondere ì benefici di Dio sopra di noi poveri mortali. – Il primo coro di questi benefici spiriti sono i Principati, i quali diffondono i doni di Dio sulle nazioni intiere di cui hanno cura. Ce lo dice la parola di Dio pel profeta Daniele: che uno Spirito vegliava e si pigliava cura pel regno dei Persiani: poi un altro Spirito pel regno dei Greci. Un dì apparve un ignoto Macedone a S. Paolo, e si crede che sia l’Angelo della Macedonia che invitò 1’Apostolo delle genti a passare in quel regno a predicare Gesù Cristo. I santi Padri Basilio, Epifanio, Gregorio Nazianzeno credono che ogni diocesi abbia un Angelo che assista il Vescovo. E se questo conforta i fedeli, ispira molto rispetto verso del Vescovo dagli angioli accompagnato. Gli altri due cori sono degli Angioli e degli Arcangeli. Degli Arcangeli si serve Dio per fare i più grandi miracoli della Sua misericordia, e affida a loro i più profondi misteri del Suo amore. Di questi Arcangeli dei quali ci fece conoscere il nome; il solo loro nome fa intendere, quanto si meritano venerazione: Arcangeli Michele, Raffaele e Gabriele. Il nome di Michele vuol dire « Chi è simile a Dio? ». Questo del Principe Arcangelo sul grido d’allarmi che chiamò gli Angeli fedeli a combattere per la gloria dell’Altissimo: quando lucifero coi suoi compagni d’orgoglio si ribellò contro di Dio. Allora fu gran battaglia in cielo; e Michele con tutti gli Angeli fedeli batté terribilmente i nemici di Dio: e gli angeli cattivi cacciati dal Paradiso restarono demoni dannati per sempre. E come una grande vittoria dà il nome al capitano che la guadagnò: così il nome di Michele restò scolpito sulla fronte del gran Principe del Cielo che trionfò dei diavoli: e questo nome Michele « chi è simile a Dio? » rende terribile la maestà di questo Arcangelo Principe: e par che dica continuo « con la forza di Dio, nessuno mi vince ». Come poi vinse il demonio e fece trionfar la gloria di Dio in Cielo: così resta Michele il difensore della Chiesa cattolica sempre in battaglia in terra contro i demoni d’inferno: e i sommi Pontefici misero il Vaticano e la Chiesa di S. Pietro dove risiede il Papa, sotto la sua protezione. Rizzarono la statua dell’Arcangelo Michele (colla spada da sguainata in una mano): è là con nell’altra mano che mostra il diavolo battuto ai piedi: par che mandi dagli occhi un lampo, e gridi: « guai a chi fa la guerra al Papa, alla Chiesa, col demonio: resteranno con esso sempre battuti ». – Altro Arcangelo di cui conosciamo il nome è Raffaele: questo nome vuol dire: « medicina di Dio. » Egli fu mandato a guidar il giovane Tobiolo, lo salvò dai pericoli, liberò Sara sua sposa dai demoni; consolò il Vecchio Tobia padre col guarirlo dalla cecità: disse egli stesso a quella buona famiglia, che egli offriva le opere di carità fatte da Tobia coi vivi e coi morti, e che veniva dal cielo appunto per darne così bella ricompensa. Il terzo Arcangelo conosciuto di nome è Gabriele: e questo suo nome vuol dire « fortezza di Dio » perché viene ad annunciare il Messia liberatore, il Salvatore del mondo, Gesù: quando voleva nascere in terra, come vi racconterò parlandovi della santissima Annunciazione. – Il re di Siria un dî mandò le sue truppe a circondar la città di Dothain per pigliare all’improvvisa il profeta Eliseo. Svegliato al mattino Giesi suo servo li vide! … e « o padre mio, esclama. come ci salverem noi? ed Eliseo a lui: non temere, figliuolo e poi disse al Signore: deh, fategli vedere ben Voi!………, e Giesi allora vide un esercito di cavalli e di carri di fuoco. Del caro Arcangelo Raffaele sapete ben voi come accompagnasse da buono il giovinetto Tobia, e quanto bene facesse alla sua famiglia. Saprete anche bene che un dì quel feroce Nabucodonosor fece gettare nella fornace ardente i tre giovanetti che non volevano piegar il ginocchio ad adorar lui, perché adoravano ìl solo Dio. Nella fornace l’Angelo fu là a tener alla larga le fiamme sicché i tre giovinetti passeggiavano benedicendo il Signore in mezzo a quel furente incendio, godendo d’un venticello come di mattino. Anche poi, quando Daniele Profeta fu gettato nel lago dei leoni, un Angelo serrò la gola ai leoni per tutta la notte, e Daniele lodava il Signore a sicurtà. Allora quando Giuda Maccabeo combatteva le battaglie del Signore, nel furor della mischia apparvero cinque guerrieri di Cielo che lo coprirono coll’armi proprie, e sfolgorarono i nemici che caddero accecati e rotti confusamente. Ricorderete poi ben voi (e basterà; chè io non posso dirvi tutto) come accennai che quando Erode teneva in prigione S. Pietro, un Angelo gli apparve in carcere, lo scosse dal sonno; « e levati su, gli disse, va subito a predicar Gesù Cristo. » Se lo pigliò per mano; e S. Pietro esterrefatto vide aprirsi da sé la porta, è come fuori di sé esclamò, sparito l’Angelo: « veramente fu un Angelo mandato da Dio che mi liberò dalle mani d’Erode e dalle mani de’ Giudei.» – Ma specialmente ora vi parlerò degli Angeli Custodi; e di loro vorrei parlarvi proprio con tutto il cuor sulle labbra, perché sel meritano gli Angeli Custodi, verso i quali mostriam così poco cuore. Eppure sono gli Angeli Custodi destinati da Dio per esser le nostre guide, i nostri difensori: Sono cari amici, compagni del nostro peregrinaggio in questa povera vita per condurci in paradiso; e si pigliano tanta cura per noi. Ed in vero Dio ha fatto vedere a Giacobbe in visione che gli Angeli discendevano sopra una scala di Cielo, e risalivano per far intendere che gli Angeli discendono a portarci le grazie di Dio, e salgono a portar in Cielo le offerte delle opere buone, e gli incensi delle nostre orazioni. Anche S. Giovanni li vide che si affrettavano a deporre le nostre preghiere come santi profumi davanti a Dio sull’altar d’oro in Cielo. Dirovvi poi che in modo particolare fanno questi tre offici di carità i nostri Angeli Custodi con noi.

1° Ci guardano da tutti i pericoli, pigliandosi cura dei corpi e delle anime nostre. 2° Ci difendono dai nostri nemici, e massime dal demonio. 3° Ci comunicano buone ispirazioni, e pregano continuamente per noi in vita e massime nella nostra morte.

1° Ho detto, che ci guardano da tanti pericoli, pigliando cura del corpo e dell’anima nostra. Girano essi con cura amorosa intorno ai bambini, e li portano via, chi sa? da quanti pericoli; perché coltivano nei fanciulletti tante speranze di paradiso, per questo stendono le ali, come uno scudo, sopra di essi per conservarli innocenti. Tristo colui che fa perdere l’innocenza ad un fanciullo! ei provoca lo sdegno e la vendetta dell’Angelo Custode, il quale dovrà gridare davanti a Dio « questo cattivo tenta di mandarmi all’inferno la cara anima che mi avete, o Signore, affidata da custodirvi pel paradiso!… » Quindi da quanti pericoli salvano essi le nostre persone! Sentite bei fatti. S. Francesco Regis, dopo d’aver passato più notti senza dormire per ascoltare le confessioni in certo sito, fu obbligato ad andare subito in altro villaggio per cominciare un’altra missione. Egli camminava mezzo addormentato, e senza accorgersi, si trova sopra un precipizio: un sol passo ancora che avesse fatto, era morto. Senti una mano che lo fermò…; e si vide sotto i piedi spalancato l’abisso! .. Ringraziò l’Angelo suo Custode. S. Filippo Neri veniva una notte dall’aver portato soccorso ad una povera famiglia: cadde in una fossa profonda; ma l’Angelo lo trasse fuori sano e salvo. L’istesso avvenne a S. Domenico, il quale fu accompagnato dagli Angeli in una notte burrascosa; e vide altra volta gli Angeli portare il cibo per la sua famiglia di religiosi che si trovavano in necessità. Racconta anche di tempi anteriori il dotto Rufino come S. Teodoro gli disse, che in mezzo alla tortura che gli avevano fatto soffrire per la fede, in sul principio egli non ne poteva più dai dolori; ma che subito gli apparve al fianco un Angelo a rinfrescargli le membra, che gli bruciavano in quei tormenti; sicché, diceva egli, « quando cessarono di tormentarmi, ne restai subito mortificato pel dispiacere di non avere sentito più quella dolcezza di refrigerio. »

2° Gli Angeli Custodi ci difendono dai nostri nemici. È bello ricordare come l’Angelo difese la purità della Vergine S. Cecilia Martire; e come per avere veduto quell’Angelo lo sposo suo, il suo cognato e tutti quanti i suoi di casa divennero una famiglia di santi tutti martiri. Si legge poi nella storia ecclesiastica di S. Vencenslao re di Boemia che, presentandosi esso in persona a battersi col principe Ladislao, ribellatosi contro di lui, a fine di terminare la battaglia e risparmiare il sangue del suo popolo, quando Ladislao era lì per trafiggerlo con un colpo, egli vide un Angelo al fianco che lo fece rispettare. Santa Francesca Romana poi trattava famigliarmente coll’Angelo suo, e fu l’Angelo che la fece trionfar del demonio. Dunque, figliuoli miei, ricordatevi che, se molti siamo qui ancora adesso, dobbiamo ringraziarne i buoni Angeli nostri Custodi. Qualche volta un passo che avessimo mosso ancora innanzi ci avrebbe fatto cadere in un precipizio: un colpo che ci passò rasente alla vita; un sasso che ci si fosse caduto sul capo, mentre ci è caduto ai piedi; uno sbadiglio, un singulto, un boccone che ci avesse attraversato il respiro ci avrebbe troncato improvvisamente la vita. L’Angelo Custode ci salvò. Ah se fossimo morti all’improvviso in quell’ora … Eh se fossimo stati in peccato mortale! Il diavolo, che ci fa sempre la ronda, credeva già di strascinarci all’inferno… Ah, e se l’Angelo non ci salvava, da quanto tempo saremmo dannati in inferno!…. Perché l’anima nostra, poverina, non era ancora preparata alla morte, l’Angelo ci difese, ci conservò in vita colla speranza di portarci in paradiso… Sia ringraziato il Signore che mando i suoi Angeli intorno a noi, affinché ci custodissero, e ci portassero finanche in mano per salvarci. — Angelis suis Deus mandavit de te, ut custodiant te in omnibus viis tuis…. In manibus portabant te. – Voglio ancora osservarvi essere vero quel che dice S. Basilio (in Psal. 33.) cioè che il peccato ributta gli Angeli lontani da noi, come il fumo fafuggire le api; ma dice pure S. Tommaso che non ci abbandonano del tutto mai; (1. p., 9. q. 108, art.6.) ma, girano intorno intorno a noi, anche quando siamo in peccato, come cari amici disprezzati; cheanzi fanno come una buona madre, la quale quando il figliol cattivo non la vuol più vedere, ed anche,se la vede vicina, l’offende; almen da lungi concerte occhiate gli dice il cuor suo; e se appena il cattivo le lascia dire una parola d’appresso, subitocon un sospiro gli dice: « figliuol mio, t’hai da salvare»……. Insomma ci portano in braccio, emassime nelle tentazioni ci stanno al fianco, cercanodi tenerci stretti con loro; e finché noi stiamocogli Angeli Custodi uniti, metteremo senza paura ilpié sulla testa al serpente infernale. — conculcabis leonem et draconem.

3° Finalmente voglio dirvi come gli Angeli pregano per noi. Sentite l’amabil parola di Gesù Cristo. Quando si tirava in seno i pargoletti che gli stavano d’intorno, Egli disse: « gli Angeli di questi figliuoli vedono sempre la faccia del Padre in Cielo. » (Matth. XVIII) Ora se questo ci deve inspirar grande rispetto verso dei figliuoli, e deve farci aver gran riguardo di non offendere la loro innocenza, ci mostra però eziandio che gli Angeli Custodi ci presentano tra le lor braccia continuamente a Dio: e con quegli sguardi che giungono al Cuor di Gesù di concerto col Cuor di Gesù, van ripetendo per noi: « questi poverini che teniam sulle braccia, noi li vorremmo con noi in paradiso. Deh! tra le braccia degli Angeli cadiamo sovente, almeno col cuore, alle ginocchia di Gesù nel Sacramento, massime quando preghiamo! Pigliamo questa beata usanza, perché così ci troveremo accompagnati dagli Angeli nel Cuor di Gesù alla nostra agonia. Due buoni santi padri gesuiti in agonia dissero: « é un bel morire nello spirar l’anima tra le braccia degli Angeli nel Cuor di Gesu! » Si, miei figliuoli, nell’agonia, quando il mondo ci cade in niente dietro di noi….; quando stiamo sopra l’abisso dell’eternità….; allora, negra oscurità,… cupo silenzio,… tremendo abbandono, …! Sarà dunque l’anima sola nel cimento, nell’atto di presentarsi al giudizio di Dio? No no per noi che spireremo l’anima tra le braccia degli Angeli nel Cuor di Gesù: ché l’agonia nel Cuor di Gesù è bacio di paradiso. – Udite adunque ciò che dice il Signore a grande vostro avviso: «rispettate il mio Angelo che vi ho mandato; ascoltate la sua voce; e pigliatevi ben guardia dal disprezzarlo col peccar davanti a Lui; perché in Lui è il mio Nome: ed Io allora, se lo rispetterete, così sarò il nemico dei vostri nemici, e affliggerò chi cercherà di affliggervi. » Noi vogliam conchiudere con quella bell’anima di S. Bernardo, che 1° dobbiamo rispettare gli Angeli Custodi, perché sono sempre presenti; 2° perché ci custodiscono e ci difendono, e dobbiamo in loro confidare, 3° perché ci vogliono bene tanto, dobbiamo amarli devotamente. Facciamo adunque un po’ di

Esame.

1° Pensiamo: abbiamo considerato che vi son tanti Angeli, grandi Principi, cosi vicini al Trono di Dio; che Maria Ss. é la Regina di tutti, e che stanno essi ai cenni di Lei. Onoriamoli adunque specialmente nelle loro feste. Finora forse li abbiamo ben poco onorati.

2° Dunque gli Angeli Custodi ci girano sempre d’intorno, e pigliansi tanta cura per noi. Ma e noi, o miei fratelli, come trattiamo con loro?……….

Mettiamoci la mano sugli occhi per troppa nostra vergogna! Noi colle persone del-mondo tutti i riguardi, tanto rispetto, e le gentilezze più delicate; e solo cogli Angeli, lasciatemelo dire, trattiamo da villani, senza mai dire loro neppur un grazie, senza neppur dar loro un pensiero, vorrei dire un’occhiata di cuore. Poveri noi! facciam proprio come i figliuoli cattivi i quali trattan bene con tutti, ma si pigliano la libertà di trattar male solamente colle loro buone mamme: non mai una parola amorosa con esse.

Pratica.

1° Dunque risolviamo di onorare gli Angeli, e pecialmente nelle loro feste. La festa di S. Michele Arcangelo, Principe degli Angeli, la Chiesa‘ce la fa celebrare agli 8 di maggio giorno in cui apparve sul monte Gargano; ed alli 29 settembre, giorno in cui gli fu dedicata la Chiesa; e in questi due giorni si fa festa anche degli altri Angeli. Dell’Arcangelo Gabriele ricorre la festa alli 24 Marzo: dell’Arcangelo Raffaele si fa la festa alli 24 di Ottobre. La cara festa poi degli Angeli Custodi si rinnova ogni anno alli 2 di Ottobre.

2° Pigliamo questa bell’usanza, quando al mattino, a mezzodi ed alla sera salutiamo Maria, e La pigliamo, per dir cosi, per mano, perché ci unisca a Gesù che abita con noi nel Sacramento, noi chiamiamo eziandio coll’Angele Dei, Angelo Custode, in compagnia di noi. Quando poi preghiamo facciamolo in compagnia degli Angeli, massime quando adoriamo Gesù Cristo in Sacramento.

3° Nelle tentazioni gridiamo come fece il Tobiolo all’Angelo Raffaele, nel punto che quel mostro di pesce era li per divorarlo: « Angiol di Dio, salvatemi voi ».

4° Ma non tralasciamo di confessarci e comunicarci nella festa degli Angeli Custodi. Ché dev’essere questo un far loro fare una cara festa, per vederci uniti a Gest Cristo, che é quello che tanto sospirano.

Catechismo.

D. Dite un pò perché nel credo che cantiam nella Messa, diciamo che Dio è Creatore delle cose visibili ed invisibili?

R. Perché, oltre le creature corporali e le persone visibili, Dio creò gli spiriti i quali sono gli Angeli.

D. Quando Dio creò gli Angeli? e ne creò tanti Egli? e sono tutti dell’istesso ordine?

R. Dio creò gli Angeli in principio del tempo: ne creò tanti e tanti; e sono divisi in tre ordini denominati Gerarchie, le quali gerarchie formano nove cori.

D. Quali sono le occupazioni degli Angeli?

R. Gli Angeli sono stati creati per contemplare, amare, e insomma adorar sempre Iddio in Cielo e in ogni luogo, e per adorare Gesù Cristo nel Sacramento, ahi! troppo da noi abbandonato; e sono poi mandati da Dio per eseguire i suoi comandi cogli uomini. Gli Angeli Custodi poi in modo particolare sono destinati a pigliarsi tutta cura di noi per salvarci.

D. Dunque abbiam tutti un Angelo Custode, destinato a pigliarsi cura di noi?

R. Si; abbiamo tutti il nostro caro Angelo Custode, cui dobbiam sempre rispettare, perché è sempre presente; cui dobbiamo amar tanto, perché Egli ci fa tanto di bene: cui dobbiamo chiamare in ajuto con confidenza, perché egli sempre ci custodisce e ci difende.

Tenete a mente questa bella parola di Dio: Dio mandò i suoi Angeli intorno a noi, affinché ci custodiscano in tutti i nostri andamenti, e fino ci portino in braccio. « Angelis suis Deus mandavit de te, ut custodiant te in omnibus viis tuis………: In manibus portabunt te. » Sia ringraziato Iddio.

LE GRANDI VERITÀ CRISTIANE (10)

ADOLFO TANQUEREY

LE GRANDI VERITÀ CRISTIANE CHE GENERANO NELL’ANIMA LA PIETÀ (10)

Vers. ital. di FILIPPO TRUCCO, Prete delle Missioni

ROMA DESCLÉE & C. EDIT. PONTIF. – 1930

NIHIL OBSTAT – Sarzanæ, 8 Maji 1930 J. Fiammengo, Rev. Eccl.

IMPRIMATUR Spediæ, 8 Maji 1930 Can, P. Chiappani, Del. Generalis.

PARTE PRIMA

Gesù vivente in noi per comunicarci la sua vita

CAPITOLO IV.

Maria Madre nostra e nostra Mediatrice.

ART. II. — MARIA MEDIATRICE UNIVERSALE DI GRAZIA.

Come Madre di Dio e Madre degli uomini, Maria era naturalmente designata a nostra mediatrice presso il Figlio. – Nel divino disegno vi è un solo mediatore necessario, il Verbo incarnato, che, essendo vero Dio e vero uomo, ha tutta l’autorità per riconciliare l’uomo con Dio e per unire intimamente gli uomini suoi fratelli col suo Padre celeste.

« Poiché – dice san Paolo – unico è Dio, unico pure è il mediatore di Dio e degli uomini, Cristo Gesù uomo, che diede se stesso a riscatto per tutti ». Ma da quanto abbiamo detto sulle relazioni tra Gesù e Maria, abbiamo già potuto capire che la Vergine benedetta prese tal parte all’opera della nostra redenzione, che deve pure avere un ufficio importante nella distribuzione delle grazie meritate dal Figlio. Tuttavia, essendo stata secondaria la parte che Ella ebbe nella redenzione secondaria pure ne sarà la mediazione: Gesù sarà sempre il mediatore principale, e Maria la nostra mediatrice presso di lui: mediatrix ad mediatorem; per lei andremo al Figlio, e per Lei il Figlio ci distribuirà le sue grazie. A capir bene questa dottrina, vediamo:

I° quali ne sono i fondamenti nel Vangelo;

2° quali dichiarazioni vi aggiunge la Tradizione;

3° la consacrazione che le fu conferita dalla festa di Maria Mediatrice universale di grazia.

1° I fondamenti evangelici della mediazione di Maria, sorge dal racconto evangelico l’idea che Maria ha nell’ordine della nostra salute lo stesso posto che ebbe Eva in quello della nostra spirituale rovina; come Eva cooperò con Adamo alla nostra rovina, così Maria coopera con Gesù alla nostra redenzione: come Gesù è il nuovo Adamo, così Maria è l’Eva novella.

a) Richiamiamo le parole dell’angelo a Maria.

Che cosa le propone in nome di Dio? Non di divenir madre di Gesù persona privata, ma Madre di Gesù Salvatore e Redentore del genere umano. Infatti, come ben nota il P. Bainvel (Marie, Mère de gréce, Paris, 1921, p. 73.75). « l’angelo non parla soltanto delle grandezze personali di Gesù; ma propone a Maria di divenir Madre del Salvatore, dell’aspettato Messia, dell’eterno Re dell’umanità rigenerata. Le viene quindi proposto di cooperare alla salute dell’umanità, all’opera messianica, alla fondazione dell’annunciato regno di Dio. A questo scopo Ella è la piena di grazia e la benedetta fra tutte le donne ». E non essendo l’Incarnazione se non l’inizio della Redenzione, il cooperare all’Incarnazione è un cooperare alla Redenzione e alla nostra salute. Tutta quindi l’opera redentrice sta sospesa al Fiat di Maria. La Vergine ne ha piena coscienza; sa quel che Dio le propone; e a ciò che Dio le chiede, acconsente senza alcuna restrizione o condizione: il suo Fiat corrisponde all’ampiezza delle divine proposte e si estende a tutta l’opera redentrice ». Maria è dunque la Madre del Redentore, e, come tale, associata all’opera sua riparatrice; unita al Figlio, merita con Lui per tutti gli uomini, ma solo in modo secondario e con merito di convenienza, ciò che Gesù merita come causa principale e in tutta giustizia. Maria, quindi, sarà in modo secondario anche la distributrice delle grazie largite alle anime in virtù della Redenzione. Avendo dato al Salvatore quell’umanità che lo fece atto a meritare, Ella ha un certo diritto sui meriti del Figlio; e questi è ben lieto di esprimere alla Madre la sua gratitudine affidandole una larga parte nella distribuzione delle grazie.

b) Ed è ciò che vediamo il dì della Visitazione. Ricevuto Gesù, Maria corre a far parte del suo tesoro alla cugina Elisabetta che abitava in una piccola città della Giudea. Al primo entrarle in casa, il bambino da costei concepito, che si chiamerà Giovanni Battista, le balza di gaudio nel seno e viene mondato dal peccato originale. Anche Elisabetta è ripiena di Spirito Santo e si mette a profetare: « Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo seno. E donde a me questo, che venga la Madre del mio Signore da me? Ecco che appena il suono del tuo saluto mi colpì le orecchie, il bambino balzò di giubilo nel mio seno » (S. Luc. I, 42-44). Sempre così avverrà nel corso dei secoli: ogni volta che la Madre di Gesù si avvicinerà a un’anima, sarà per recarle suo Figlio e le grazie da Lui meritateci, grazie che Lei pure ci meritò con Lui e per Lui.

c) Alle nozze di Cana, ove Maria fu invitata col Figlio, appare anche più direttamente il potere d’intercessione dell’umile Vergine. Sulla fine del convito, Maria si accorge che sta per mancare il vino; e per risparmiare agli ospiti una scena dolorosa, dice semplicemente a Gesù: « Non hanno più vino ». E Gesù ne calma l’ansietà rispondendo: « non è ancor venuto per me il momento di operare ». Maria capì che il Figlio avrebbe a suo tempo rimediato alla penuria di vino, quindi dice ai servi: « Fate tutto ciò che vi dirà ». Venuto dunque il mal punto, Gesù disse ai servi di riempir d’acqua le sei urne che avevano servito alle abluzioni; e appena furono piene, l’acqua si cangiò in vino squisito, che allietò il cuore dei convitati. Tenera scena che ben ci mostra la delicatezza del cuore di Maria e la sua efficacia sul cuore di Gesù, il quale non sa rifiutar nulla a una Madre piena di tanta bontà.

d) Questo potere d’intercessione ci pare confermato dal racconto degli Atti che narrano il ritiro fatto dagli Apostoli nel Cenacolo per prepararsi alla venuta dello Spirito Santo. « Tutti costoro, scrive S. Luca (act. I, 14), perseveravano concordi nell’orazione insieme colle donne e con Maria, Madre di Gesù ». Se lo scrittore sacro menziona in modo così esplicito la preghiera di Maria, rilevandone la qualità di Madre di Gesù, non è forse per insinuare che questa preghiera ebbe speciale efficacia a far discendere lo Spirito Santo sui primi discepoli? Noi, dunque, troviamo già nei Vangeli e negli Atti il fondamento della mediazione di Maria e del suo potere di intercessione; la Tradizione lo verrà sempre più dichiarando.

2° Le dichiarazioni della Tradizione sulla mediazione di Maria.

Già fin dai primi secoli i Padri parlano dell’ufficio di mediatrice in Maria, e questa dottrina si viene poi sempre più esplicando.

a) Nel secondo e nel terzo secolo, san Giustino, sant’Ireneo, Tertulliano, insistono sul parallelo tra Eva e Maria, e mostrano che se la prima concorse alla nostra caduta, la seconda cooperò alla nostra redenzione. Ecco, ad esempio, ciò che scrive sant’Ireneo, la cui autorità è tanto maggiore in quanto che rappresenta le Chiese dell’Asia ove era stato educato, la Chiesa di Roma ove aveva dimorato, e la Chiesa delle Gallie ove insegnava difendendo la dottrina cattolica contro gli eretici. « In quel modo che Eva, sedotta dal discorso dell’Angelo ribelle, si allontanò da Dio e ne tradì la parola, così Maria intese dall’Angelo la buona novella della verità, e portò Dio nel suo seno per aver obbedito alla sua parola… Il genere umano, posto da una vergine in catene, è da una vergine liberato… la prudenza del serpente cede alla semplicità della colomba; i vincoli che ci incatenavano nella morte vengono disciolti! » (Advers. hæres., V, 19, I).

b) Molte conclusioni trarranno i Padri da questo parallelo. Sant’Efrem, gloria della Chiesa sira, ne conclude che Maria, dopo Gesù, il mediatore per eccellenza, è la mediatrice di tutto il mondo e che tutti i beni spirituali noi otteniamo per mezzo di lei (È testo citato nella quarta lezione dell’Ufficio di Maria mediatrice della grazia). – Sant’Agostino dice che, se è venuta per una donna la morte, per un’altra donna è venuta la vita; ed aggiunge: « A ingannare il primo uomo, fu dalla donna presentato il veleno; a riscattar l’uomo, fu invece dalla donna data la salute » (Serm. II, n. 4). – Ma i Padri Greci vanno anche più oltre e, con san Germano di Costantinopoli, affermano che nessuno riceve grazie se non per mezzo di Maria: « Nessuno riceve i doni di Dio se non per voi, o purissima; a nessuno si concede la divina grazia se non per Voi, o veneratissima? » (Homil. in S. M. Jonam, n. 5. Un testo simile è citato nella quinta lezione dell’Ufficio di Maria mediatrice).

c) Quindi, quando san Bernardo proclama in modo più esplicito questa medesima verità, non fa che commentare la dottrina dei Padri greci e latini. Con quale eloquenza insiste sulla mediazione di Maria e sul suo ufficio di dispensatrice della grazia! Per Lei Dio venne a noi, per Lei dobbiamo noi andare a Lui: « Per voi abbiamo accesso al vostro Figlio, o fortunata ritrovatrice della grazia, o Madre della vita, o Madre della salute, onde per Voi veniamo accolti da Colui che ci venne dato per Voi… O nostra mediatrice, o nostra avvocata, riconciliateci con vostro Figlio, raccomandateci a vostro Figlio, presentateci a vostro Figlio » (Secondo serm. In Adventu, 5). Per Maria riceviamo pure tutte le grazie: la fonte ne è certamente Gesù, ma Maria è il canale, è l’acquedotto per cui queste grazie giungono a noi; giacchè « è volontà di Dio che riceviamo ogni cosa per Maria, sic est voluntas ejus qui totum nos habere voluit per Mariam » (Nativ. B.V.M, 7). Dio ha posto in Lei tutto il prezzo della nostra redenzione, che è Cristo; fece di Leiil serbatoio della grazia, e lo riempì in guisa dafarlo traboccare, cosicché il soverchio si riversi sudi noi : « plena sibi, superplena nobis » (Serm. II sull’Ass., n. 2). – Ed è mediatrice tanto più amabile in quanto che ha ricevuto lo scettro non della giustizia ma della bontà; e che, non dovendo far l’ufficio di giudice, è tutta piena di tenerezza, di mansuetudine, di misericordia. Mediatrice tanto più possente in quanto che suo Figlio non le sa negar nulla. « Potrà mai il Figlio respingerla o tollerare che sia respinta? No, davvero, perché Ella ha trovato grazia dinanzi a Dio » (Serm. sulla Nat., n, 7).

d) Ormai la dottrina è fissata; e Bossuet non avrà più che a formularla da teologo e insieme da oratore, appoggiandola a una ragione profonda tratta dall’unità del disegno divino (Sermoni, Avv. di S. Germano, festa della Cone., edit. Leq, t. V, p. 609)., « Ed è che avendoci Dio voluto una volta dare Gesù Cristo per mezzo della Vergine, i doni di Dio sono senza pentimento e quest’ordine non cambia più. È vero e resterà sempre vero che, avendo ricevuto per la carità di Lei il principio universale della grazia, ne riceviamo pure per mezzo di Lei le molteplici applicazioni nei vari stati che costituiscono la vita cristiana. Avendo la materna sua carità tanto contribuito alla nostra salute nel mistero della Incarnazione, che è il principio universale della grazia, continuerà eternamente a contribuirvi in tutte le altre operazioni che non sono se non dipendenze ». In altre parole, essendoci stato dato per mezzo di Lei Gesù, che è la causa meritoria di tutte le grazie, per Lei pure riceveremo le grazie particolari che nel corso dei secoli ci saranno concesse.

e) Concludiamo dunque compendiando, col Bainvel (Marie, mère de grace, p. 66)., questa dottrina in forma di tesi teotogica: « Maria ha la sua parte nell’opera della nostra redenzione e della nostra salute, parte secondaria e pienamente subordinata a quella di Gesù, ma non meno estesa ed universale; cosicché anche di Maria si può dire che non c’è né salute, né santificazione, né grazia alcuna nel mondo umano in cui non sia intervenuta e continuamente non intervenga accanto a Gesù. Tale è il senso e l’estensione dei suoi titoli di Mediatrice e di Madre ».

1) Non c’è dunque, secondo l’insegnamento tradizionale, una sola grazia concessa agli uomini che non venga immediatamente da Maria, vale a dire senza il suo intervento; s’intende sempre di mediazione subordinata a quella di Gesù. Questa reazione è nettamente esposta dal P. de la Broise (Marie, mère de gréce, p, 23-24): « Il presente ordine dei decreti divini vuole che ogni beneficio spirituale concesso al mondo sia concesso col concorso di tre volontà e che nessuno lo sia altrimenti. Innanzitutto la volontà di Dio, che conferisce tutte le grazie; poi la volontà di Gesù Mediatore primario, che le merita da se stesso e le ottiene in tutta giustizia; finalmente la volontà di Maria, Mediatrice secondaria, che per mezzo di Gesù le merita e le ottiene con merito di piena convenienza » (De congruo). La mediazione di Maria è immediata nel senso che, per ogni grazia concessa da Dio, Maria interviene coi suoi meriti passati o con le sue preghiere presenti; ma non è peraltro necessario che chi riceve queste grazie debba chiederle per mezzo di Maria; la Vergine santissima può intervenire, e lo fa in molte occasioni, senza che ne venga richiesta: una madre non aspetta sempre la preghiera del figlio per porgergli aiuto. Tuttavia, di regola generale, Maria interverrà con efficacia tanto più grande quanto più filiale sarà stata la confidenza con cui avremo ricorso alla sua protezione.

2) La mediazione di Maria è universale come quella di Gesù; si estende a tutte le grazie largite agli uomini dopo la caduta di Adamo: grazie di conversione, di progresso spirituale, di perseveranza finale; quindi noi la supplichiamo di pregare per noi « adesso e nell’ora della nostra morte ».

3) Ma è mediazione subordinata alla mediazione di Gesù, nel senso che Maria non può né meritare né ottenere né distribuire grazie se non dipendentemente da suo Figlio. Onde la mediazione di Maria e il suo potere di intercessione non solo non derogano alla gloria e all’onore di Gesù, ma fanno anzi spiccar meglio il valore e la fecondità della mediazione sua, che è la sola veramente necessaria. È questo un punto ben rilevato nella festa di Maria Mediatrice.

3° Consacrazione di questa dottrina coll’istituzione della festa di Maria Mediatrice.

Spetta al Belgio l’iniziativa di questa festa, e a Benedetto XV l’onore della sua canonica istituzione. Nel 1913, Sue Eminenza  il Cardinal Mercier (togliamo questi particolari da una lettera diretta dal Mercier, ai Vescovi della cattolicità nell’aprile del 1921) e il clero della diocesi di Malines, i provinciali di tutte le Congregazioni religiose residenti nel Belgio, la Facoltà teologica dell’Università di Lovanio, e tutto l’Episcopato belga porgevano una supplica al Sommo Pontefice per ottenere il riconoscimento dogmatico della mediazione universale di Maria. Sopravvenne sventuratamente la guerra e sospese l’esame di questa importante questione- Ma, il dimani dell’armistizio, l’eroico Belgio pregava la Sacra Congregazione dei Riti che approvasse una Messa e un Ufficio propri di Maria mediatrice e ne presentasse il testo a Sua Santità. Benedetto XV si degnò di rivedere egli stesso quell’Ufficio e quella Messa facendovi di propria mano parecchie modificazioni. Il testo così riveduto e approvato fu rinviato al Card. Mercier il 12 febbraio 1921. La festa venne fissata al 31 Maggio, giorno di chiusura del mese di Maria e vigilia del mese del Sacro Cuore; era concessa a tutto il Belgio; ma il Papa diceva che si concederebbe pure a tutti i Vescovi che ne facessero domanda alla Congregazione dei Riti. Molti l’hanno già ottenuta, fra gli altri l’Episcopato della cattolica Spagna. È da sperare quindi che verrà presto stabilita anche in Francia ed in Italia.

b) Ora la Messa e l’Ufficio contengono una chiarissima affermazione della dottrina da noi esposta. L’Invitatorio del Mattutino ci fa adorare il Cristo Redentore che tutti i beni volle concederci per Maria ». L’inno che segue contiene questa strofa molto espressiva: « Tutti i doni che il Redentore ci meritò, Maria sua Madre ce li distribuisce. Gode il Figlio di concederli ad istanza della Madre ». Le lezioni del secondo e del terzo notturno riferiscono le più aperte dichiarazioni dei Padri su questa mediazione universale, specialmente quelle di sant’Efrem, di san Germano, di san Bernardo, di san Bernardino da Siena, i quali unanimemente affermano che tutte le grazie ci vengono per mezzo di Maria. Il versetto che precede il Benedictus ci fa invocar Maria come mediatrice nostra potentissima; e l’orazione, che esprime lo spirito della festa, rammenta che, implorando Colei che fu costituita nostra Mediatrice, avremo la gioia di veder esaudite tutte le suppliche che le porgiamo. Lo stesso è delle preghiere della Messa. L’Introito ci invita ad accostarci con fiducia a Colei che è detta, dopo suo Figlio, trono della grazia, per averne appoggio e misericordia con tutti gli aiuti di cui abbiamo bisogno. Trovasi infatti in Lei, aggiunge il Graduale, la grazia, la verità, la virtù, la vita, giacché Ella partecipa alle doti della divina Sapienza. E il Vangelo ci ricorda che, essendo nostra Madre, Maria ci tratta da figli diletti e che la sua mediazione deriva dalla sua maternità. L’istituzione di questa festa non è una definizione dogmatica ma ne prepara la via, come la festa dell’Immacolata Concezione preluse alla definizione del dogma. Intanto è nostro diritto e nostro dovere di invocare con confidenza la nostra Madre e la nostra Mediatrice. Le diremo quindi con san Bernardo: « O Madre della vita, o Madre della salute, deh! Siamo per voi accolti da Colui che ci fu dato per Voi. La vostra purità ci giustifichi presso di Lui della nostra corruzione, e l’umiltà vostra, così accetta a Dio, ci ottenga il perdono della nostra superbia. L’ampia vostra carità copra la moltitudine dei nostri peccati e la gloriosa vostra fecondità ci acquisti fecondità di meriti. O nostra. Regina! O nostra Mediatrice! riconciliateci col vostro Figlio… fate che Colui il quale per mezzo vostro si degnò di prender parte alla nostra debolezza e alla nostra miseria, ci faccia pure per la vostra intercessione partecipi della sua gloria e della sua beatitudine! »

LE GRANDI VERITÀ CRISTIANE (11)

FESTA DEL CORPUS DOMINI (2022)

FESTA DEL CORPUS DOMINI (2022)

Doppio di I cl. con Ottava privilegiata di 2° ordine.

Paramenti bianchi.

Dopo il dogma della SS. Trinità, lo Spirito Santo ci rammenta quello dell’Incarnazione di Gesù, facendoci celebrare con la Chiesa il Sacramento per eccellenza che, riepilogando tutta la vita del Salvatore, dà a Dio gloria infinita e applica alle anime in tutti i momentii frutti della Redenzione (Or.) ». Gesù ci ha salvati sulla Croce e Eucarestia, istituita alla vigilia della passione di Cristo, ne è il perpetuo ricordo (Or.). L’altare è il prolungamento del Calvario, la Messa annuncia « la morte del Signore » (Ep.). Infatti Gesù vi si trova allo stato di vittima; poiché le parole della doppia consacrazione ci mostrano che il pane si è cambiato in Corpo di Cristo, e il vino in Sangue di Cristo; di modo che per ragione di questa doppia consacrazione, che costituisce il sacrificio della Messa, le specie del pane hanno una ragione speciale a chiamarsi « Corpo di Cristo», benché contengano Cristo tutto intero, poiché Egli non può morire, e le specie del vino una ragione speciale a chiamarsi « sangue di Cristo », per quanto anche esse contengano Cristo tutt’intero. E così il Salvatore stesso, che è il sacerdote principale della Messa, offre con sacrificio incruento, nel medesimo tempo che i suoi sacerdoti, il suo Corpo e il suo Sangue che realmente furono separati sulla croce, e che sull’altare lo sono in maniera rappresentativa o sacramentale. – D’altra parte si vede che l’Eucarestia fu istituita sotto forma di cibo (All.) perché possiamo unirci alla vittima del Calvario. L’Ostia santa diviene così il « frumento che nutre le nostre anime » (Intr.). E a quel modo che il Cristo, come Figlio di Dio, riceve la vita eterna dal Padre, così i Cristiani partecipano a questa vita eterna (Vang.) unendosi a Gesù mediante il Sacramento che è il Simbolo dell’unità (Secr.). Così, questo possesso anticipato della vita divina sulla terra mediante l’Eucarestia, è pegno e principio di quella di cui gioiremo pienamente in cielo (Postcom.). « Il medesimo pane degli Angeli che noi mangiamo ora sotto le sacre specie, dice il Concilio di Trento, ci alimenterà in cielo senza veli », poiché saremo faccia a faccia nel cielo, Colui che contempliamo ora con gli occhi della fede sotto le specie eucaristiche. – Consideriamo la Messa come centro di tutto il culto eucaristico della Chiesa; consideriamo nella Comunione il mezzo stabilito da Gesù per farci partecipare più pienamente a questo divino Sacrifizio; così la nostra devozione verso il Corpo e il Sangue del Salvatore ci otterrà efficacemente i frutti della sua redenzione. Per comprendere il significato della Processione che segue la Messa, richiamiamo alla mente come gli Israeliti onoravano l’Arca d’Alleanza che simboleggiava la presenza di Dio in mezzo a loro. Quando essi eseguivano le loro marce trionfali, l’Arca santa avanzava portata dai leviti, in mezzo a una nuvola d’incenso, al suono degli strumenti di musica, di canti, e di acclamazioni di una folla entusiasta. Noi Cristiani abbiamo un tesoro molto più prezioso, perché nell’Eucaristia possediamo Dio stesso. Siamo dunque santamente fieri di fargli scorta ed esaltiamo, per quanto è possibile, il suo trionfo.

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps LXXX: 17.
Cibávit eos ex ádipe fruménti, allelúia: et de petra, melle saturávit eos, allelúia, allelúia, allelúia.
Ps 80:2

[Li ha nutriti col fiore del frumento, allelúia: e li ha saziati col miele scaturito dalla roccia, allelúia, allelúia, allelúia.]

Exsultáte Deo, adiutóri nostro: iubiláte Deo Iacobj.

[Esultate in Dio nostro aiuto: rallegratevi nel Dio di Giacobbe.]


Cibávit eos ex ádipe fruménti, allelúia: et de petra, melle saturávit eos, allelúia, allelúia, alleluja

[Li ha nutriti col fiore del frumento, allelúia: e li ha saziati col miele scaturito dalla roccia, allelúia, allelúia, allelúia] .

Oratio

Orémus.
Deus, qui nobis sub Sacraménto mirábili passiónis tuæ memóriam reliquísti: tríbue, quǽsumus, ita nos Córporis et Sánguinis tui sacra mystéria venerári; ut redemptiónis tuæ fructum in nobis iúgiter sentiámus:

[O Dio, che nell’ammirabile Sacramento ci lasciasti la memoria della tua Passione: concedici, Te ne preghiamo, di venerare i sacri misteri del tuo Corpo e del tuo Sangue cosí da sperimentare sempre in noi il frutto della tua redenzione:]

Lectio

Léctio Epistolæ beáti Pauli Apóstoli ad Corinthios
1 Cor XI: 23-29
Fratres: Ego enim accépi a Dómino quod et trádidi vobis, quóniam Dóminus Iesus, in qua nocte tradebátur, accépit panem, et grátias agens fregit, et dixit: Accípite, et manducáte: hoc est corpus meum, quod pro vobis tradétur: hoc fácite in meam commemoratiónem.
Simíliter ei cálicem, postquam cenávit, dicens: Hic calix novum Testaméntum est in meo sánguine. Hoc fácite, quotiescúmque bibétis, in meam commemoratiónem. Quotiescúmque enim manducábitis panem hunc et cálicem bibétis, mortem Dómini annuntiábitis, donec véniat. Itaque quicúmque manducáverit panem hunc vel bíberit cálicem Dómini indígne, reus erit córporis et sánguinis Dómini. Probet autem seípsum homo: et sic de pane illo edat et de calice bibat. Qui enim mánducat et bibit indígne, iudícium sibi mánducat et bibit: non diiúdicans corpus Dómini.

(Fratelli: Io l’ho appreso appunto dal Signore, ciò che ho trasmesso anche a voi: che il Signore Gesù la notte che fu tradito, prese del pane, e dopo aver reso le grazie, lo spezzò, e disse: Prendete e mangiate, questo è il mio corpo che sarà offerto per voi: fate questo in memoria di me. Parimenti, dopo aver cenato, prese il Calice, e disse: Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue. Tutte le volte che Lo berrete, fate questo in memoria di me. Poiché ogni volta che mangerete questo pane, e berrete questo calice, annunzierete la morte di Signore fino a che egli venga. Perciò chiunque mangerà questo pane, o berrà il calice del Signore indegnamente, sarà reo del corpo e del sangue del Signore. Ciascuno, dunque, esamini se stesso, e poi mangi di questo pane e beva di questo calice. Poiché chi mangia e beve indegnamente, mangia e beve la propria condanna, non distinguendo il corpo del Signore.)

Né dagli uomini, né dagli altri Apostoli – dice s. Paolo – io so ciò che vi ho insegnato sull’Eucaristia; ma Gesù Cristo stesso me l’ha rivelato. Non tralascia la circostanza del tempo; la notte stessa, dice egli, in cui il Salvatore fu tradito da uno dei suoi Apostoli, dato in mano de’ suoi nemici e trattato con la peggior crudeltà, istituì questo divin Sacramento, pegno il più prezioso del suo amore, ed attestato il più splendido della sua tenerezza. Colà propriamente fu fatto il testamento di questo amabile Padre, col quale dà tutto se stesso ai suoi figli, poche ore davanti la sua morte. S. Paolo entra quindi in molte particolarità di quanto avvenne in quella sì meravigliosa istituzione. È da osservare che l’Apostolo e tutti gli Evangelisti hanno voluto raccontare fin le minime circostanze di tale istituzione. Il Salvatore prese il pane. Gesù Cristo non poteva prendere che pane senza lievito, il solo di cui era permesso servirsi nel fare la Pasqua: onde con ragione nella Chiesa romana si consacra con pane azzimo. Egli ringrazia il Padre suo della potestà che gli ha comunicato; i quali atti di ringraziamento eran sempre il preludio quand’era per operare le meraviglie più straordinarie. Quindi avendo spezzato il pane che teneva in mano, disse: Prendete e mangiate, questo è il mio corpo, che sarà dato per voi. Non disse: prendete e mangiate questo pane; ma prendete e mangiate, questo è il mio corpo; la sostanza che Io vi offro sotto queste specie, è il corpo mio, non è più pane. Poiché il Verbo eterno, la stessa verità, dice: Questo è il mio corpo; siamone convinti, dice s. Giovanni Grisostomo, crediamolo senza esitanza, riguardiamolo con gli occhi di una fede viva. Questo è il mio corpo: tale è la virtù e la forza delle parole della consacrazione, di produrre, come causa efficiente, ciò che esse esprimono. Perché tali proposizioni si trovino vere, bisogna solamente che la cosa che esse indicano esista dopo che son pronunziate. Ciò che Gesù Cristo prese in mano, non era che pane; ma appena Egli ebbe pronunziate le parole: Questo è il mio corpo, tutta la sostanza del pane fu annichilata, ed in ciò che Gesù Cristo diede a mangiare ai suoi Apostoli non restò altra sostanza che il suo proprio corpo, il quale indi a poche ore doveva esser dato in mano ai suoi nemici, saziato d’obbrobri, flagellato e crocifisso. Non vi restavan del pane che le sole apparenze, cioè il colore, la figura, il peso, il sapore, che si dicono comunemente specie. Nel Nuovo Testamento non abbiamo nulla di più formale, di più preciso, di meglio indicato che questa realtà del corpo e del sangue di Gesù Cristo nell’adorabile eucaristia. Ogni volta che si parla di questo divino mistero, o nel sesto capitolo di s. Giovanni, o in tutti gli altri Evangelisti, od in s. Paolo, sempre vi si parla di una presenza e di un mangiare realmente e corporalmente il corpo ed il sangue di Gesù Cristo. Il senso delle figure non vi entra affatto, anzi n’è escluso positivamente, poiché il corpo che Gesù Cristo dette a mangiare a’ suoi Apostoli era il medesimo, secondo la sua parola, di quello che abbandonava alle ignominie della sua passione e alla croce per riscattarci. Questo è il mio corpo, che sarà dato per voi. Ora senz’essere Manicheo, nessuno ardirebbe dire che il corpo del Figliuolo di Dio non è stato dato alla morte che in figura. Dal tempo degli Apostoli fino ai nostri giorni, tutta la Chiesa ha sempre creduto che il corpo di Gesù Cristo è realmente e veramente offerto in Sacrifizio, distribuito ai fedeli nella Comunione, e realmente presente nell’eucaristia; e noi non potremmo parlare della presenza reale di Gesù Cristo nel Santissimo Sacramento in modo più chiaro, più formale, più preciso di quel che hanno fatto i Padri dei primi secoli. – Voi mi direte forse, dice s. Ambrogio, che questo pane che vi si dà a mangiare nella comunione è pane usuale e ordinario. È vero che prima delle parole sacramentali questo pane era pane; ma dopo la consacrazione, in luogo del pane si trova il corpo di Gesù Cristo. Ecco che deve essere indubitabile per noi. Ma come si può fare, continua il medesimo Padre, che ciò che è pane sia il corpo di Gesù Cristo? E risponde: Per la consacrazione, la quale non contiene, se non che le proprie parole Gesù Cristo; poiché, prosegue egli, in tutto ciò che precede la consacrazione, il sacerdote parla in suo nome, quando loda e benedice il Signore, ovvero prega per il re e per il popolo; ma quando arriva alla consacrazione, il sacerdote non parla più in suo nome, ma Gesù Cristo medesimo che parla per la bocca del sacerdote. È dunque, a dir propriamente, la parola di Gesù Cristo medesimo che opera questo sacramento; quella parola, io dico, che dal nulla ha create tutte le cose. Egli ha parlato, continua il medesimo Padre, e tutte le cose sono state fatte; ha comandato, ed ogni cosa è uscita dal nulla. Or, prima della consacrazione, non vi era affatto il corpo di Gesù Cristo, non eravi che pane ordinario: ma dopo la consacrazione, io ve lo ripeto, non vi è più pane, ma è il corpo di Gesù Cristo. Se s. Ambrogio avesse avuto a rispondere ai Protestanti dei nostri giorni, avrebbe egli potuto parlare in modo più preciso e più chiaro? – S. Cirillo, patriarca di Gerusalemme, che viveva nel IV secolo, spiegando al suo popolo le principali verità della religione, gli dice: La dottrina di s. Paolo sul divino mistero dell’Eucaristia deve più che bastare a stabilir la vostra credenza circa un sì augusto sacramento. Questo grande Apostolo ci diceva nella lezione che avete udita, come la notte istessa che questo divin Salvatore doveva esser tradito, prese del pane, e rendute le grazie, lo spezzò e disse: Prendete e mangiate; questo è il mio corpo. E parimente prendendo il calice, disse: Bevete, questo è il mio sangue. Dopo dunque che Gesù Cristo ha detto del pane che aveva preso: Questo è il mio corpo, chi è che oserà di avere il minimo dubbio? E poiché il medesimo Gesù Cristo ha detto così affermativamente: Questo è il mio sangue, chi potrà mai dubitare di questa verità, e dire che non è realmente il suo sangue? E come! dice egli, colui che ha cangiato l’acqua in vino alle nozze di Cana, non meriterà che crediamo che Egli cangi il vino nel suo prezioso sangue? Sotto le specie del pane e del vino, continua il medesimo Padre, il Salvatore ci dà il suo corpo ed il suo sangue; in guisa che noi portiamo veramente Gesù Cristo nel nostro corpo, quando riceviamo il suo: Sic enim efficimur Christiferi, cum corpus ejus et sanguinem in membra nostra recipimus. I pani della proposizione dell’antico Testamento sono aboliti: noi non abbiamo nel Nuovo che questo pane celeste e questo calice di salute, i quali santificano l’anima e il corpo. E perciò, conclude egli, guardatevi bene dall’immaginarvi che ciò che vedete non sia che pane e vino: è realmente il corpo e il sangue di Gesù Cristo: bisogna che la fede corregga l’idea che ve ne danno i sensi. Guardatevi bene dal giudicarne con gli occhi o dal sapore, ma la fede vi renda certa e indubitabile questa verità, essere il corpo e il sangue di Gesù Cristo che voi ricevete. Queste sono le parole di s. Cirillo. Ecco quale è stata la fede dei primi fedeli sull’eucaristia. Si è sempre creduto nella Chiesa, dal primo giorno della sua nascita fino a noi, che la sostanza del pane e del vino si cangi nella sostanza del corpo e del sangue di Gesù Cristo: ed è ciò che la Chiesa chiama transustanziazione, cioè cangiamento di sostanza; e per la virtù onnipotente delle parole di Gesù Cristo, che il sacerdote pronunzia in nome del Salvatore, si opera questo portento. Se Dio poté cangiare la moglie di Lot in una statua di sale, la verga di Aronne in un serpente, e l’acqua in vino alle nozze di Cana, dicevano i Padri della Chiesa quando istruivano i novelli battezzati per la prima comunione, perché questo medesimo Dio non potrà cangiare il pane ed il vino nel suo sacro corpo e nel suo prezioso sangue nel sacramento dell’eucaristia? – Ogni volta che mangerete di questo pane, dice Gesù Cristo, e berrete di questo calice, annunzierete la morte del Signore, fino a tanto che Egli venga. Il sacrifizio incruento di Gesù Cristo non differendo che nel modo dal sacrifizio cruento del medesimo Salvatore, deve richiamare alla mente di quelli che vi partecipano, la memoria della morte di Gesù Cristo. Con queste parole: Fino a tanto che egli venga, s. Paolo ci mostra che il sacramento dell’eucaristia durerà sino alla fine del mondo. Chiunque, pertanto, mangerà di questo pane o berrà di questo calice indegnamente, dice il s. Apostolo, sarà reo di delitto contro il corpo e il sangue di Gesù Cristo. Questa espressione prova in modo convincente la presenza reale del corpo e del sangue di Gesù Cristo. Qual orrore non dobbiamo avere del peccato che commettono coloro, i quali fanno comunioni sacrileghe! non è un sacrifizio che essi offrono, dice s. Giovan Grisostomo, è un omicidio che commettono; non è un nutrimento che prendono, è un veleno. Colui che mangia questo pane e beve di questo calice indegnamente, mangia e beve la sua condanna, per la colpa di non discernere il corpo del Signore; cioè egli ha in se stesso la prova visibile del suo peccato; e il suo processo, per così dire, è bell’e fatto. Questo divin Salvatore è il suo giudice, questo pane di vita è il decreto della sua morte. Sacrilegio, tradimento, nera ingratitudine, crudele ipocrisia, quanti delitti in una sola Comunione fatta indegnamente! E quali ne sono gli effetti? Spessissimo l’induramento e l’impenitenza finale.

(L. Goffiné, Manuale per la santificazione delle Domeniche e delle Feste; trad. A. Ettori P. S. P.  e rev. confr. M. Ricci, P. S. P., Firenze, 1869).

Graduale

Ps CXLIV: 15-16
Oculi ómnium in te sperant, Dómine: et tu das illis escam in témpore opportúno,

[Gli occhi di tutti sperano in Te, o Signore: e Tu concedi loro il cibo a tempo opportuno,]

V. Aperis tu manum tuam: et imples omne animal benedictióne. Allelúia, allelúia.

[Apri la tua mano: e colma ogni essere vivente della tua benedizione,]
Ioannes VI: 56-57


Caro mea vere est cibus, et sanguis meus vere est potus: qui mandúcat meam carnem et bibit meum sánguinem, in me manet et ego in eo. Alleluia.

[La mia carne è veramente cibo, e il mio sangue è veramente bevanda: chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, rimane in me e io in lui. Alleluia.]

Sequentia
Thomæ de Aquino.

Lauda, Sion, Salvatórem,
lauda ducem et pastórem
in hymnis et cánticis.

Quantum potes, tantum aude:
quia maior omni laude,
nec laudáre súfficis.

Laudis thema speciális,
panis vivus et vitális
hódie propónitur.

Quem in sacræ mensa cenæ
turbæ fratrum duodénæ
datum non ambígitur.

Sit laus plena, sit sonóra,
sit iucúnda, sit decóra
mentis iubilátio.

Dies enim sollémnis agitur,
in qua mensæ prima recólitur
huius institútio.

In hac mensa novi Regis,
novum Pascha novæ legis
Phase vetus términat.

Vetustátem nóvitas,
umbram fugat véritas,
noctem lux elíminat.

Quod in coena Christus gessit,
faciéndum hoc expréssit
in sui memóriam.

Docti sacris institútis,
panem, vinum in salútis
consecrámus hóstiam.

Dogma datur Christiánis,
quod in carnem transit panis
et vinum in sánguinem.

Quod non capis, quod non vides,
animosa fírmat fides,
præter rerum órdinem.

Sub divérsis speciébus,
signis tantum, et non rebus,
latent res exímiæ.

Caro cibus, sanguis potus:
manet tamen Christus totus
sub utráque spécie.

A suménte non concísus,
non confráctus, non divísus:
ínteger accípitur.

Sumit unus, sumunt mille:
quantum isti, tantum ille:
nec sumptus consúmitur.

Sumunt boni, sumunt mali
sorte tamen inæquáli,
vitæ vel intéritus.

Mors est malis, vita bonis:
vide, paris sumptiónis
quam sit dispar éxitus.

Fracto demum sacraménto,
ne vacílles, sed meménto,
tantum esse sub fragménto,
quantum toto tégitur.

Nulla rei fit scissúra:
signi tantum fit fractúra:
qua nec status nec statúra
signáti minúitur.

Ecce panis Angelórum,
factus cibus viatórum:
vere panis filiórum,
non mitténdus cánibus.

In figúris præsignátur,
cum Isaac immolátur:
agnus paschæ deputátur:
datur manna pátribus.

Bone pastor, panis vere,
Iesu, nostri miserére:
tu nos pasce, nos tuére:
tu nos bona fac vidére
in terra vivéntium.

Tu, qui cuncta scis et vales:
qui nos pascis hic mortáles:
tuos ibi commensáles,
coherédes et sodáles
fac sanctórum cívium.
Amen. Allelúia.

[Loda, o Sion, il Salvatore, loda il capo e il pastore,  con inni e càntici.
Quanto puoi, tanto inneggia:  ché è superiore a ogni lode,  né basta il lodarlo.
Il pane vivo e vitale  è il tema di lode speciale,  che oggi si propone.
Che nella mensa della sacra cena,  fu distribuito ai dodici fratelli,  è indubbio.
Sia lode piena, sia sonora,  sia giocondo e degno  il giúbilo della mente.
Poiché si celebra il giorno solenne,  in cui in primis fu istituito  questo banchetto.
In questa mensa del nuovo Re,  la nuova Pasqua della nuova legge  estingue l’antica.
Il nuovo rito allontana l’antico,  la verità l’ombra,  la luce elimina la notte.
Ciò che Cristo fece nella cena,  ordinò che venisse fatto  in memoria di sé.
Istruiti dalle sacre leggi,  consacriamo nell’ostia di salvezza  il pane e il vino.
Ai Cristiani è dato il dogma:  che il pane si muta in carne,  e il vino in sangue.
Ciò che non capisci, ciò che non vedi,  lo afferma pronta la fede,  oltre l’ordine naturale.
Sotto specie diverse,  che son solo segni e non sostanze,  si celano realtà sublimi.
La carne è cibo, il sangue bevanda,  ma Cristo è intero  sotto l’una e l’altra specie.
Da chi lo assume, non viene tagliato,  spezzato, diviso:  ma preso integralmente.
Lo assuma uno, lo assumino in mille:  quanto riceve l’uno tanto gli altri:  né una volta ricevuto viene consumato.
Lo assumono i buoni e i cattivi:  ma con diversa sorte  di vita e di morte.
Pei cattivi è morte, pei buoni vita:  oh che diverso esito  ha una stessa assunzione.
Spezzato poi il Sacramento,  non temere, ma ricorda  che tanto è nel frammento  quanto nel tutto.
Non v’è alcuna separazione:  solo un’apparente frattura,  né vengono diminuiti stato  e grandezza del simboleggiato.
Ecco il pane degli Angeli,  fatto cibo dei viandanti:  in vero il pane dei figli  non è da gettare ai cani.
Prefigurato  con l’immolazione di Isacco, col sacrificio dell’Agnello Pasquale,  e con la manna donata ai padri.
Buon pastore, pane vero,  o Gesú, abbi pietà di noi:  Tu ci pasci, ci difendi:  fai a noi vedere il bene  nella terra dei viventi.
Tu che tutto sai e tutto puoi:  che ci pasci, qui, mortali:  fa che siamo tuoi commensali,  coeredi e compagni dei santi del cielo.  Amen. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangéli secúndum S. Ioánnem.
Ioann VI: 56-59


In illo témpore: Dixit Iesus turbis Iudæórum: Caro mea vere est cibus et sanguis meus vere est potus. Qui mandúcat meam carnem et bibit meum sánguinem, in me manet et ego in illo. Sicut misit me vivens Pater, et ego vivo propter Patrem: et qui mandúcat me, et ipse vivet propter me. Hic est panis, qui de coelo descéndit. Non sicut manducavérunt patres vestri manna, et mórtui sunt. Qui manducat hunc panem, vivet in ætérnum.

[Gesù disse un giorno alle turbe della Giudea: « La mia carne è veramente cibo, e il mio sangue è veramente bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, resta .in me, e Io in lui. Come il Padre vivente ha mandato me, e io vivo per il Padre; così chi mangerà da me, vivrà per me. Questo è il pane che discese dal cielo. Non come i vostri padri, che mangiarono la manna e morirono: chi mangia di questo pane, vivrà in eterno » (Giov. VI, 56-59). ]

OMELIA

(G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi; VI ediz. – Soc. Ed. Vita e pensiero.- Milano 1958.

LA SANTA MESSA

A Cafarnao Gesù promise con parole nitide e ferme che avrebbe istituito l’Eucaristia:

« Io sono il Pane Vivo disceso dal cielo. La mia carne è veramente buon cibo ed il mio sangue è veramente bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me ed io in lui. E vivrà in eterno ». È questo un tale prodigio d’Amore, che molti quando per la prima volta lo sentirono annunziare, non ci poterono credere e se ne andarono via da Gesù. Gesù non piuttosto che raccorciare sulla nostra misura il suo Amore immenso, li lasciò andare. Quello che aveva promesso, mantenne fedelmente quella sera in cui sarebbe stato tradito. Consacrò il pane e il vino e li distribuì dicendo: « Prendete e mangiate: questo è il mio corpo. Prendete e bevete: questo è il calice del mio sangue che sarà sparso per voi e per molti in remissione dei peccati ». Da quella sera gli uomini ebbero sulla terra una partecipazione del convito del Paradiso. Grande veramente è il banchetto Eucaristico: in esso si riceve Gesù Cristo medesimo, il quale si unisce a noi, infonde nel nostro cuore e nella nostra volontà il suo amore e il suo volere, e poi insieme a noi si offre al Padre, glorifica la SS. Trinità, e ci rende così degni della vita eterna e divina. Troppo grande mistero, troppo bello, perché la nostra piccola mente possa arrivare a capirlo! Rinnoviamo la fede. – Noi fermamente crediamo, garantiti come siamo dalla infallibile parola del Figlio di Dio: « Questo è il mio Corpo: prendete e bevete. Fate questo in memoria di me ». Quando il Sacerdote nella santa Messa ripete queste parole consacratorie, il medesimo Gesù che troneggia glorificato nel cielo, si fa presente sull’altare. Com’è possibile ciò? Ci sono dunque due Gesù, uno in cielo e uno sull’altare? Ci sono tanti innumerevoli Gesù quanti sono i tabernacoli, quante sono le particole consacrate? No: non c’è che un solo Gesù, Il Salvatore non può essere moltiplicato: è soltanto la presenza che viene moltiplicata. Senza dubbio è un grande mistero. Tenterò con un paragone di farci intorno un poco di luce. Ecco, io in mezzo alla Chiesa lancio una parola sola, questa: « Gesù! ». Che parola avete sentito voi? Tutti, la stessa identica parola. Eppure voi siete molti, e ciascuno di voi l’ha sentita intera per conto suo, nella sua anima, come se fosse stato qui solo nella chiesa. Dunque la medesima e unica parola è diventata presente in ciascuno di voi. In un modo simile, ma assai più concreto, il medesimo identico Gesù è presente interamente e realmente in ciascuna ostia. Dopo aver rinnovata la fede, dopo aver accennata alla più elementare difficoltà, svolgerò il mistero eucaristico nel suo aspetto più essenziale, quello della santa Messa.

1. IL GRANDE SACRIFICIO DELLA S. MESSA

Il sacramento dell’Eucaristia s’incentra tutto nella Messa: è in essa che si genera Gesù Eucaristico e che viene immolato per la remissione dei nostri peccati, è solo per essa che vien distribuito in nutrimento delle anime; è per un prolungamento di essa che resta aspettando giorno e notte ed accogliendo quanti hanno bisogno e desiderio di Lui. È il medesimo sacrificio del Calvario che durante la S. Messa si rende presente e attuale sull’altare, benché senza più dolore né spargimento di sangue. Con la S. Messa veramente il Nome di Dio può essere santificato sulla terra come lo è in cielo. Il cielo è l’infinita, luminosa basilica dove l’unico Sacerdote, Gesù Cristo, rende continuamente alla SS. Trinità tutta la gloria che già le donò con la sua sanguinosa immolazione sul Calvario: « Osservate — avverte Bossuet — come Egli si avvicina al Padre, e gli presenta le piaghe irrimarginabili, ancor vermiglie di quel divino sangue della Nuova Alleanza, versato nel doloroso Venerdì quando morì per la redenzione delle anime » (Sermone sull’Ascensione). La terra a sua volta è la vasta cripta dove il Papa, i Vescovi, e all’incirca 400 mila preti celebrano quotidianamente la S. Messa cioè prestano il loro ministero affinché l’unico Sacerdote Gesù Cristo, anche quaggiù possa rioffrire a Dio il suo corpo e il suo sangue, che per la prima volta gli offrì tra gli spasimi della croce. Dunque quel medesimo Gesù che S. Giovanni vide come un Agnello immolato sull’altare sublime del cielo, lo possediamo anche noi come Agnello immolato sugli altari di questa terra. In Paradiso gli Angeli e i Santi non restano inattivi attorno al grande Sacerdote, ma a Lui s’uniscono, si offrono con Lui. Così deve avvenire sulla terra: « Quando assistiamo al divin Sacrificio — dice S. Gregorio Magno — è necessario che sacrifichiamo anche noi stessi con la contrizione del cuore… La Vittima divina non ci gioverà presso Dio se non ci facciamo anche noi vittime congiunte ad essa» (Dial., LIV). Dunque, assistendo alla S. Messa dobbiamo metterci sulla patena d’oro, piccole ostie accanto alla grande Ostia, offrirci a Dio senza riserve. La S. Messa diventa allora un dramma vissuto, e assistervi non significa far da spettatore più o meno commosso, ma prendervi una parte tutt’altro che indifferente: unirci a Gesù, consacrificarci con Lui. Che vuol dire questo? Innanzi tutto, vuol dire accettazione amorosa di tutte le pene e di tutte le contrarietà inevitabili della nostra vita. Poi vuol dire rinuncia a tutti quei piaceri, quelle abitudini che possono essere desiderati dalla nostra natura corrotta, ma che la legge di Dio proibisce. Senza questo duplice sacrificio non si potrà mai partecipare veramente alla santa Messa. Se ci sono poi anime generose che desiderano consacrificarsi più pienamente, dirò che ogni giorno sono innumerevoli le occasioni per prepararci a sentire sempre meglio la S. Messa; lo stesso alzarci di buon mattino è sacrificare la nostra pigrizia; adempiere coscienziosamente il nostro dovere è sacrificare la negligenza, a tavola si può sacrificare la nostra golosità; in compagnia si può sacrificare il desiderio di dire o di ascoltare cose inutili, o peggio; con l’elemosina si può sacrificare la nostra avarizia. Il Card. Mercier diceva: «Che cos’è un Cristiano? Cristiano è uno che va a Messa ». Quando la Messa è vissuta come abbiamo spiegato, la definizione è perfetta.

2. COME VI PARTECIPANO GLI UOMINI

Tutti i fedeli sono invitati al gran banchetto eucaristico della santa Messa, ed invitati tutti i giorni. Non squillano per questo ogni alba le campane, voci di Dio che chiama alla sua grande cena? Tutti i fedeli sono poi obbligati sotto pena di peccato mortale a sentire la S. Messa ogni domenica e ogni festa di precetto. A questo proposito potremmo distinguere tre categorie di Cristiani.

a) Quelli che rifiutano. E sono molti, specialmente uomini, che non ascoltano più la Messa nemmeno nei giorni festivi. Moltissimi che la tralasciano saltuariamente, senza preoccuparsi del grave peccato che commettono. Se li avvisate vi capiterà di sentire qualcuna di queste risposte: « Sono all’officina tutta la settimana: ho solo la festa per lavorare il mio giardino, il mio campo… Non ho quindi tempo di venire in chiesa » oppure: .« Non ho che la domenica per riposarmi un po! per riordinare le cose di casa; e non voglio sciuparla. Ed anche: «La Messa, che noia! se poi c’è la predica, mi prendono le vertigini. Si aspetta solo la domenica per potere andare in lieta compagnia a godere l’aria dei monti e dei laghi!…. La ragione profonda di questa condotta è unica: essi non sanno il male che si fanno e la gloria che negano a Dio; essi non capiscono più il sacrificio della Croce né il sacrificio dell’Altare che lo rinnova; essi non sono più Cristiani.

b) La seconda categoria è di quelli che a Messa tornano ancora, ma più per abitudine che per interiore convinzione. Vanno perché ci sono sempre andati fin da bambini: perché è quasi uno svago e possono incontrarsi con quella persona, o dare uno sguardo a quell’altra; perché non vogliono sentire i rimproveri dei buoni genitori o della buona moglie. Arrivano in ritardo ed escono prima della fine: preferiscono stare dietro le colonne e non vedono nulla di quello che avviene sull’altare; e di solito si fermano in fondo addossati alla porta. Non hanno corona, non hanno libro di preghiera; non aprono bocca. Rimangono là con un’aria tra di svagati ed annoiati, a cui soprattutto preme che il momento d’andarsene arrivi presto. – La loro condotta morale in famiglia, in ufficio o in officina non è migliore di chi non ha l’usanza della Messa; ed è spesso per colpa loro che capita d’udire: « Chi va in chiesa è peggiore degli altri ».

c) V’è però la categoria dei buoni Cristiani, per i quali la Messa domenicale è un sacrosanto dovere ed un soave conforto. Tra questi s’incontrano belle anime capaci di considerevoli sacrifici, pur di soddisfare al precetto festivo. Di essi molti hanno imparato anche a capire e a seguire liturgicamente il divin Sacrificio. Sanno che tutti i Cristiani formano un Corpo mistico di cui Cristo è il centro vitale. Sanno pure che le anime in stato di grazia vivono della vita stessa di Cristo. Sanno di consacrarsi insieme a Lui per la gloria del Padre. Leggono il messalino o qualche provvido libretto che riporta le orazioni della S. Messa, e gustano la profondità e la bellezza di quelle preghiere, e vivono il dramma divino che passa fra la terra e il cielo.

CONCLUSIONE

S. Francesco Borgia aveva un divino istinto che lo guidava verso l’Eucaristia. E benché alcune volte non si sapeva dove fossero conservate le sacre specie, da quel divino istinto egli era condotto verso di esse infallibilmente (Brev. Ambr., 1 ott). Cristiani, un dolce desiderio deve pur spingere anche noi verso l’Eucaristia, specialmente verso la Messa. Ogni Messa è un tesoro di gloria per Dio, di grazia per noi: perché non siam presi dalla divina avarizia di accumulare queste ricchezze, che neppure la morte ci potrà rapire? Perché, se lo possiamo, non ascoltare la Messa ogni giorno?

Ebbene, quanti la salute cagionevole e le preoccupazioni tengono via dalla Messa quotidiana, rivolgano pur da lontano i loro pensieri a Gesù che in quel momento, s’immola. Il Signore gradirà la loro spirituale offerta d’amore.

IL CREDO

Offertorium

Orémus
Levit. XXI: 6
Sacerdótes Dómini incénsum et panes ófferunt Deo: et ideo sancti erunt Deo suo, et non pólluent nomen eius, allelúia.

[I sacerdoti del Signore offrono incenso e pane a Dio: perciò saranno santi per il loro Dio e non profaneranno il suo nome, allelúia.]

Secreta

Ecclésiæ tuæ, quǽsumus, Dómine, unitátis et pacis propítius dona concéde: quæ sub oblátis munéribus mýstice designántur.

[O Signore, Te ne preghiamo, concedi propizio alla tua Chiesa i doni dell’unità e della pace, che misticamente son figurati dalle oblazioni presentate.]

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

1 Cor XI: 26-27
Quotiescúmque manducábitis panem hunc et cálicem bibétis, mortem Dómini annuntiábitis, donec véniat: itaque quicúmque manducáverit panem vel bíberit calicem Dómini indígne, reus erit córporis et sánguinis Dómini, allelúia.

[Tutte le volte che mangerete questo pane e berrete questo calice, annunzierete la morte del Signore, finché verrà: ma chiunque avrà mangiato il pane e bevuto il sangue indegnamente sarà reo del Corpo e del Sangue del Signore, allelúia.]

Postcommunio

Orémus.
Fac nos, quǽsumus, Dómine, divinitátis tuæ sempitérna fruitióne repléri: quam pretiósi Corporis et Sanguinis tui temporalis percéptio præfigúrat:

[O Signore, Te ne preghiamo, fa che possiamo godere del possesso eterno della tua divinità: prefigurato dal tuo prezioso Corpo e Sangue che ora riceviamo].

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ORDINARIO DELLA MESSA

LE GRANDI VERITÀ CRISTIANE (9)

ADOLFO TANQUEREY

LE GRANDI VERITÀ CRISTIANE CHE GENERANO NELL’ANIMA LA PIETÀ (9)

Vers. ital. di FILIPPO TRUCCO, Prete delle Missioni

ROMA DESCLÉE & C. EDIT. PONTIF. – 1930

NIHIL OBSTAT – Sarzanæ, 8 Maji 1930 J. Fiammengo, Rev. Eccl.

IMPRIMATUR Spediæ, 8 Maji 1930 Can, P. Chiappani, Del. Generalis.

PARTE PRIMA

Gesù vivente in noi per comunicarci la sua vita

CAPITOLO IV.

Maria Madre nostra e nostra Mediatrice.

Nella vita cristiana la parte principale la fa Dio; e, dopo di Lui, Gesù Cristo, che è la via, la verità e la vita. Ma se Dio è nostro Padre e Gesù nostro Fratello, ci occorreva, nella vita soprannaturale, anche una madre che fosse pronta a piegarsi teneramente verso di noi e farci da mediatrice presso il Figlio: mediatrix ad mediatorem. Per sodisfare a questo bisogno della nostra natura, Dio assegnò a Maria un ufficio, secondario è vero, ma importantissimo nella nostra vita soprannaturale. Il fine ultimo delle nostre aspirazioni, il primo oggetto delle nostre adorazioni e del nostro amore è certamente il Dio vivo e vero, la santissima Trinità, che si degna di farci partecipare alla sua vita. Il mediatore necessario per andare al Padre, la causa meritoria ed  esemplare della vita divina che ci è comunicata, è il Verbo incarnato, è Gesù a cui siamo incorporati. Ma questo Gesù ci fu dato per Maria, per Maria quindi andremo a Lui, come per Lui andremo al Padre. Avendo esposta la parte che la santissima Trinità e il Verbo incarnato hanno nella vita cristiana, ci resta ora a dire di quella di Maria. Possiamo compendiarla in una parola sola: Maria è la nostra mediatrice presso il Mediatore: mediatrix ad mediatorem. Questa mediazione ha per fondamento il glorioso suo titolo di Madre di Dioe di Madre degli uomini, e per conseguenza usadivozione speciale da parte nostra alla Santissima Vergine e a Gesù vivente in Mania. Sono quindi quattro le verità che dobbiamo qui illustrare:

1° Maria madre di Dio e madre degli uomini.

2° Maria mediatrice universale di grazia.

3° La nostra divozione a Maria.

4° La nostra divozione a Gesù vivente in Maria.

ART. I. — MARIA MADRE DI DIO E MADRE DEGLI UOMINI.

Pensatamente poniamo insieme questi due titoli così gloriosi per Maria e così consolanti per noi, perché nello stesso tempo la Vergine benedetta divenne madre di Dio e madre nostra.

1° Maria, Madre di Dio.

A) RAGIONE DI QUESTO TITOLO. La divina maternità di Maria avvenne nel benedetto dì dell’Annunciazione. Maria se ne stava nella casetta di Nazareth e pregava per la venuta del Messia. Ed ecco che dal cielo è inviato un Angelo per annunziare alla terra la venuta del promesso Liberatore. « Va, scrive il Berulle (Vie de Jésus, cap. VII, Oeuvres de Berulle; ed. 1657, p. 311), non alla trionfatrice Roma, non alla dotta Atene, non alla superba Babilonia, e neppure alla santa Gerusalemme: va in un angolo della Galilea, a un ignoto paesello… In questa Nazareth vi è una casetta che chiude il tesoro del cielo e della terra: vi è una Vergine più grande insieme del cielo e della terra, Vergine eletta da Dio a chiudere nel suo seno l’universo. A questa Vergine volge Dio il suo sguardo; ed ella rimira Dio, occupata di Lui, elevata a Lui. A questa Vergine invia Dio il suo Angelo. » – L’Angelo, entrato nell’umile casetta, fa un inchino a Maria, e, in nome di Dio di cui è messaggero, le rivolge queste parole: « Ti saluto o piena di grazia, il Signore è teco, tu sei benedetta fra le donne » (Luc. I, 28). Parole semplici in apparenza, ma piene di profondo significato. È Dio stesso che proclama la sua stima e la sua venerazione per l’umile verginella: Ella sola fra tutte le creature attira su di sé gli sguardi amorosi della santissima Trinità; perché, come dichiara Pio IX nella Bolla Ineffabilis : « Maria possiede tale pienezza di santità e di innocenza che, dopo Dio, non se ne può immaginare maggiore. I Padri apertamente dissero che questo saluto, inaudito, solenne, senza precedenti, riconosceva la Vergine Madre come sede di tutte le grazie divine, ornata di tutti i doni dello Spirito Santo, tesoro quasi infinito e abisso inesauribile delle grazie celesti ». Il Signore è quindi con Lei e in Lei, nel più intimo dell’anima sua, e la viene ornando di tutte le virtù e cagionando in Lei disposizioni perfettissime che Maria riceve ed applica con filiale docilità. Ma l’umiltà è pari in Lei alla santità; onde, tutta turbata dall’elogio dell’Angelo, non sa che dire e tace. L’Angelo la rassicura: « Non temere, o Maria, tu hai trovato grazia dinanzi a Dio. Ecco che concepirai nel seno e partorirai un figlio a cui porrai nome Gesù. Ei sarà grande; verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Iddio gli darà il trono di David suo padre; regnerà in eterno sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine » (Luc. I, 30-32). A una figlia di Giuda, nutrita della lettura dei Profeti di Israele, il senso di queste parole non poteva rimaner dubbio: era un dirle che sarebbe la madre del Messia. Maria ben lo capisce, ma, prima di dare il suo consenso, chiede uno schiarimento; « Come avverrà questo, dacchè io non conosco uomo? dacchè ho risoluto di serbarmi vergine? ». Tale risoluzione non poteva dispiacere al Dio di ogni purità che gliela aveva ispirata. Quindi per bocca dell’Angelo la assicura che la sua verginità non ha nulla da temere da questa divina maternità: « Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti avvolgerà come ombra; onde il da te generato santo sarà chiamato Figlio di Dio ». – Cessa ormai ogni esitazione, e la Vergine, non meno ubbidiente che pura, dice umilmente: « Ecco la serva del Signore: si faccia a me secondo la tua parola ». Or dunque, nota Bossuet (Quarto Sermone per l’Annunciazione, édit. Lebarcq, t. III, p. 435-436.), « Maria non inorgoglisce della novella dignità di Madre di Dio; e, senza abbandonarsi a trasporti di gioia, che sarebbe stata pur tanto giusta, dichiara soltanto la sua sottomissione. Dischiudonsi subito i cieli e mille torrenti di grazie scendono su Maria; viene come inondata di Spirito Santo che tutta la compenetra; il Verbo si forma un corpo del suo sangue purissimo; il Padre la copre della sua virtù e genera anche nel seno di Maria quel Figlio che eternamente genera nel suo seno… Or come poté operarsi un così grande miracolo? È l’umiltà che fece Maria atta a contenere la stessa immensità. Per la vostra umiltà, o Vergine beatissima, ricevete per la prima in voi Colui che è destinato a tutto il mondo. Voi diventate il tempio di un Dio incarnato; e l’umiltà onde siete piena gli rende così gradita questa dimora che, per grazia particolare, vuole che per lo spazio di nove interi mesi Voi possediate da sola il bene comune di tutto l’universo ». – In quello stesso momento che Maria pronuncia il suo fiat, il Verbo si fa carne e abita tra noi: « Verbum caro factum est et habitavit in nobis! » (S. Giov., I, 14 Ed ecco che gli Angeli discendono dal cielo per adorare, su quel sì puro altare del seno di Maria, il Dio fatto uomo, secondo il detto della Scrittura (Hebr. I, 6): « Lo adorino tutti gli Angeli di Dio! ». Risulta chiara da tutta questa narrazione la grande verità che Maria è Madre di Dio. Ella è infatti Madre di Gesù, l’eterno Figlio di Dio, uguale in tutto al Padre, è Madre di un Figlio-Dio e quindi Madre di Dio. Perché la maternità termina alla persona; ciò che una madre genera non è solo un corpo ma una persona umana. Onde ciò che Maria concepì e partorì è la Persona di Cristo, la Persona del Verbo incarnato: Maria è quindi veramente la Madre del Verbo, la Madre di Dio. Tal è pur la dottrina dei Padri. Quando Nestorio volle distinguere due persone in Cristo e affermare che Maria, pure essendo Madre di Cristo, non era Madre di Dio, l’intiero popolo cristiano si sollevò a protesta, s’adunò in Efeso un Concilio ecumenico e proclamò altamente che, se in Cristo vi sono due nature, la divina e l’umana, non vi è però che una Persona sola, la Persona del Verbo incarnato, e che Maria, essendo Madre di questa Persona, è veramente la Madre di Dio. Che dignità sublime è mai questa! Gli Angeli si tengono onorati di essere i messaggeri di Dio, e noi siamo, per ragion della grazia, suoi figli adottivi; ma Maria ne è la Madre, non per adozione, ma nel senso proprio della parola! Dal purissimo suo sangue venne formato il corpo del Verbo incarnato; e Colui che Dio genera da tutta l’eternità, Maria lo genera nel tempo: il Figlio di Dio è Figlio di Maria! È dignità che ha qualche cosa d’infinito: poiché, come giustamente osserva il Beato Alberto Magno, se si giudica un albero dai frutti, che dire di questa mistica vite che produsse un frutto di valore infinito? Certo Maria rimane creatura e la sua persona è e sarà sempre finita; ma la sua dignità, commisurandosi a quella di suo Figlio, è talmente trascendente che non se ne può concepire una più grande tra le creature sia in terra che in cielo.

B) CONSEGUENZE DI QUESTA DIGNITÀ. L’essere Madre di Dio fa che Maria acquista le relazioni più intime con le tre divine Persone e quindi un’immensa autorità presso di loro.

a) La cosa è evidente per la Persona del Figlio. Se una Madre ha diritto alla venerazione, all’ubbidienza e all’amore di suo figlio, forse che Gesù, il migliore dei figli, il più compìto modello di filiale pietà, non avrà venerato e amato la Madre sua sopra ogni altra creatura? Lui che se l’era scelta per Madre, che l’aveva ornata di tutti i doni di natura e di grazia onde farne la più pura, la più amabile, la più amante, la più premurosa di tutte le madri? E chi ci potrà ridire l’intimità della Madre e del Figlio? Vive per nove mesi nel virgineo suo seno, dimora per trent’anni sotto il suo tetto, e vive specialmente nel suo cuore: « vi abita con pienezza, vi opera in tutta l’ampiezza del divino suo Spirito: non è che un cuor solo, che un’anima sola, che una vita sola con Lei » (J. J. Olier, Journée chrétienne, ed. 1907, p. 396.). Le comunica i suoi pensieri, i suoi sentimenti, le sue virtù: è in costante comunione con Lei. – E ora in cielo è una gioia per Gesù il prevenire i suoi anche più piccoli desideri: avendo ricevuta da Lei quell’umanità che gli fu necessaria a compiere l’opera sua sulla terra, ne la ricambia ora aprendole tutti i tesori delle sue grazie. Gesù che a Nazareth ubbidiva agli ordini di Lei, è lieto di esaudire ora in cielo le richieste di Maria: ne fa la distributrice delle grazie che ci ha meritate; ed è cosa giusta perché da Lei ebbe quella natura umana con cui poté acquistare i suoi meriti. Maria ha quindi una illimitata autorità presso il Redentore.

b) Le relazioni di Maria col Padre derivano da quelle che ha col Figlio. Avendola scelta da tutta l’eternità per farla madre di suo Figlio, Dio se l’associa e intimissimamente se la unisce per operar con Lei e per Lei l’opera dell’Incarnazione. Colui che il Padre genera da tutta l’eternità diviene, nel dì dell’Incarnazione, figlio di Maria, onde Gesù è nello stesso tempo figlio di Dio Padre e della santissima Vergine: come Verbo, è generato dal Padre da tutta l’eternità; come Uomo-Dio, è generato nel tempo da Maria. E poiché Dio non fa le cose a metà, trasfonde nel cuore di questa Madre divina qualche cosa del suo amore per il suo Verbo e le delega la propria autorità sul suo Figlio: a questo intento Dio Padre risiede in modo tutto particolare nell’anima di Lei e la fa partecipe delle sue perfezioni. In virtù di quest’unione Maria deve avere un’autorità immensa sul cuore di Dio. Se tutti gli uomini sono figli adottivi di Dio, Maria ne sarà la figlia prediletta, la beniamina, in cui riporrà le sue compiacenze; ecco perché  l’Angelo le dice che ha trovato grazia, vale a dire favore e credito presso Dio. Anche i suoi più piccoli desideri saranno esauditi ed ella sarà colle sue preghiere onnipotente sul cuore di questo Padre amantissimo.

c) Né minore sarà l’autorità sua presso lo Spirito Santo. L’anima sua è in modo particolare il tempio di questo Spirito divino; è il giardino chiuso in cui Egli solo può penetrare; il paradiso ove si delizia, perché lo trova ornato di tutte le virtù; il santuario onde sale costantemente un armonioso concerto di lode alle tre divine Persone; l’altare ove si offre il più puro dei sacrifici. Maria è anima così docile alle ispirazioni della grazia che non resiste mai a nessuna di esse; onde la sua santità ne acquista continuo incremento. Ora, se è vero che Dio si compiace di esaudire le preghiere di coloro che ne fanno la santa volontà, che cosa il divino Spirito potrebbe negare a Colei che è tutta intesa ad eseguire, anzi a prevenire anche i suoi più piccoli desideri? Maria dunque per la divina sua maternità ha le relazioni più intime con ognuna delle tre divine Persone e gode presso di loro della più larga e più possente autorità. E ampiamente ella ne userà a pro dei suoi figli adottivi.

2° Maria, Madre nostra.

Maria divenne nostra Madre il dì dell’Incarnazione, privilegio che fu proclamato poi sul Calvario.

A) Chi voglia intendere in che modo la Vergine santissima ci adotta per figli nel momento stesso in cui diviene Madre del Verbo incarnato, richiami ciò che più sopra abbiamo detto intorno alla nostra incorporazione a Cristo. Oltre il Cristo storico, che visse trentatré anni sulla terra e poi risalì al cielo, vi è un Cristo mistico, che si stende nel tempo e nello spazio, un Cristo che ha un capo, un’anima, delle membra che non formano se non un solo e medesimo corpo spirituale. Non sono propriamente due Cristi diversi, ma due aspetti del medesimo Cristo, perché Capo del Corpo mistico di cui noi siamo le membra è Gesù, il vero Gesù storico. Ora, se badiamo bene al racconto evangelico quale sopra lo riferimmo, l’Angelo Gabriele chiede a Maria che accetti di essere Madre non solo della Persona privata di Cristo ma anche del Cristo Salvatore, di Colui che sarà l’eterno Re dell’umanità rigenerata, il Capo di un Corpo mistico di cui noi siamo le membra. Pronunciando il suo fiat, Maria accetta la divina proposta in tutta la sua ampiezza. Ora Ella non può diventar Madre di Gesù, Capo di questo Corpo mistico, senza diventar pure Madre delle membra che lo compongono. Madre certamente in modo diverso: è Madre di Gesù in senso proprio, perché lo genera della sua sostanza; ed è Madre nostra per adozione e per estensione, perché noi siamo come la continuazione di Cristo. Tal è il pensiero di sant’Agostino quando afferma che, se Maria è Madre secondo la carne di Gesù nostro Capo, è pure Madre secondo lo spirito di tutte le sue membra: « Carne mater capitis nostri, spiritu mater membrorum ejus ». La parola di Gesù sul Calvario non farà che porre il sigillo su questa verità. Mentre, colla morte del Salvatore, stava per compiersi la nostra redenzione, Gesù dalla croce dice a Maria, mostrandole san Giovanni: « ecco tuo figlio »; e a san Giovanni, indicando Maria: « ecco tua Madre ». Ora san Giovanni, il discepolo che Gesù amava, rappresenta tutti i veri discepoli del Maestro; e quindi tutti diventano figli spirituali di Maria. Dandoci la Vergine santissima per Madre, Dio, che non fa le cose a metà, le dà anche per noi un cuore veramente materno (Come bene osserva il Gilloz nell’ottimo suo libro Porte du ciel, p. 96, le parole di Gesù uscite più dal cuore che dalla bocca del Salvatore, cadendo dall’alto della croce, portarono seco alla Vergine benedetta una fiamma d’amore che l’accese di affetto tutto materno per gli uomini; e nel cuore dei discepoli un amore filiale per Maria che non si deve più estinguere ». Le parole di Gesù non sono soltanto assertive ma anche effettive di ciò che significano, essendo egli uomo e Dio.). Onde Maria ci amerà come membra viventi del divino suo Figlio, ci amerà con quell’amore tenero, ardente, generoso che ha per Gesù. – Ecco perché, secondo Bossuet, Gesù, a promulgare l’ufficio materno di Maria, scelse il momento in cui Maria pativa nell’anima un vero martirio, il momento in cui, per l’eccesso stesso dei suoi dolori, sentiva più che mai di essere madre: « Il Salvatore Gesù. che voleva che la Madre sua fosse pure la nostra ond’essere nostro fratello in tutto, considerando dall’alto della croce quanto l’anima di Lei fosse intenerita, quasi che quivi appunto l’aspettasse, colse il momento opportuno e mostrandole san Giovanni, le dice: O donna, ecco tuo figlio... O donna afflitta, a cui un amore sfortunato fa ora esperimentare fin dove può giungere la tenerezza e la compassione di una madre, questo stesso affetto materno che sì vivamente sentite ora nell’anima vostra per me, abbiatelo per Giovanni mio discepolo prediletto; abbiatelo per tutti i miei fedeli che nella persona di lui vi raccomando, perché tutti sono miei discepoli e miei prediletti. Queste parole impressero veramente nel cuor di Maria una tenerezza di madre per tutti i fedeli come suoi veri figli; non essendovi nulla di più efficace sul cuore della Vergine che le parole di Gesù morente ». – La Vergine-Madre non dimenticherà mai che venne proclamata Madre degli uomini sul Calvario, ai piedi della Croce, fra i più acerbi dolori; e se è vero che una madre tanto più ama il figlio quante più lacrime le è costato, quale tenerezza, quali premure non avrà Maria per coloro che le sono costati il sangue del dilettissimo suo Figlio? Non avrà che un’ambizione sola, quella di formare in noi l’immagine e le virtù di questo Figlio, perché, ravvisandolo in noi, possa in noi amarlo; e perché, a Lui conformati, possiamo far parte del suo Corpo mistico e seguirlo un dì nel cielo dove ci ha preceduti. Meglio quindi di san Paolo, Maria potrà dirci: « O figliuolini miei, pei quali soffro nuovamente i dolori del parto sino a che non sia formato Cristo in voi! » (Gal. IV.,12).

B) Che se tale è l’amor di Maria per noi, quale non dev’essere il nostro per una Madre così amante e così amabile? Giacché vuole formar Cristo in noi, lasciamoci da Lei plasmare, cooperiamo anzi attivamente con Lei: Ella ci dà Gesù, facciamolo vivere nell’anima nostra, imitandone le virtù coll’aiuto così efficace della Madre nostra. Bossuet espone così bene questo pensiero che non so resistere al piacere di citarlo, pregando il lettore di meditare questa pagina eloquente! (Secondo Sermone per la festa del Rosario, ed, Lebareq, t. II, p. 356). « Maria dà un Gesù, restituiamole in noi un Gesù; facciamo rivivere nelle anime nostre quel Figlio che perde per nostro amore… Siamo quindi casti e pudici, e Maria riconoscerà Gesù in noi; siamo umili e ubbidienti come fu Gesù fino alla morte; abbiamo cuor tenero e mani aperte per i poveri e per gli sventurati; dimentichiamo tutte le ingiurie come le dimenticò Gesù fino a lavare nel proprio sangue il delitto dei suoi carnefici. Oh! qual gioia per Maria quando vedrà vivere Cristo in noi: nelle anime nostre con la carità, nel nostro corpo con la continenza, anche negli occhi nostri e sul volto col riserbo, con la modestia e con la semplicità cristiana. Riconoscendo allora in noi Gesù Cristo con la pratica esatta del suo Vangelo, il suo cuore rimarrà commosso da questa viva rappresentazione del suo Diletto e, profondamente intenerita di questa santa conformità, le parrà d’amar Gesù Cristo in noi e verrà su noi con tutte le dolcezze del suo affetto materno ». – Che se talora, violentemente tentati dalle passioni e dalle seduzioni del mondo, ci sentiremo vivamente sollecitati al male e prossimi a soccombere: « Non dimenticare, ci avverte Bossuet, i gemiti di tua Madre, ricordati delle lacrime di Maria e dei dolori incredibili che le straziarono l’anima sul Calvario. Sciagurato! che vuoi dunque fare? Vuoi innalzare un’altra volta la croce per appendervi Gesù? Vuoi mostrare a Maria il Figlio un’altra volta crocifisso, coronarne il capo di spine, calpestare sotto gli occhi di Lei il sangue del nuovo Testamento, e, con spettacolo così triste, riaprire un’altra volta tutte le ferite del materno suo cuore? » (Per la festa del Rosario, l. c., p. 361). –  E se avessimo anche avuto, in un momento di debolezza e di viltà, la disgrazia di offendere Dio, volgeremo subito supplichevole lo sguardo a questa Madre di misericordia: e penseremo che, nonostante i nostri peccati, non ha cessato di esser nostra Madre, e che è animata da un unico desiderio, di ricondurci a Gesù ripartorendoci alla vita della grazia. Maria non dimentica che suo Figlio venne a salvare i peccatori, che convertì la Samaritana, perdonò l’adultera, restituì la sua amicizia a Pietro che l’aveva rinnegato; e che, dall’alto della croce, pregò pei suoi crocifissori e aprì il paradiso al buon ladrone. Animata dai sentimenti di questo misericordioso Salvatore, Maria è il sicuro rifugio dei peccatori, sempre pronta a patrocinarne la causa; e sa farlo con tanta efficacia che nessun peccatore mai ricorse a Lei senza provar la potenza della sua intercessione. È dunque verissimo che Maria è per noi la più tenera, la più generosa, la più misericordiosa delle madri, e che noi dobbiamo esser per Lei figli riconoscenti, affettuosi, fidenti e docili. – CONCLUDEREMO con santo Stanislao Kostka: « La madre di Dio è pur Madre mia! Maria è la Madre di Dio, vale a dire la più perfetta delle creature, la figlia prediletta del Padre, la sua associata nell’opera dell’Incarnazione, e quindi onnipotente sul suo cuore; è la Madre del Figlio, che nulla quindi le può negare; è il santuario privilegiato dello Spirito Santo ov’Ei si compiace di comunicarle tutte le grazie che gli domanda. Maria è dunque, come dice san Bernardo, una onnipotenza supplichevole: omnipotentia supplex. – Or proprio Lei è mia Madre! Maria mi ama come un’estensione e un membro vivo del diletto suo Figlio; e tanto più mi ama perché più lacrime le sono costato, perché le sono costato il sangue di suo Figlio! Io dunque l’amerò, dopo Dio, con tutte le forze dell’anima, avrò in Lei una confidenza filiale e l’invocherò come mediatrice di grazia. È questo il titolo che dobbiamo ora spiegare.

IL PRIMATO SPIRITUALE DI ROMA (3)

IL PRIMATO SPIRITUALE DI ROMA (3)

P. Andrea Oddone s. j.

IL PRIMATO SPIRITUALE DI ROMA SECONDO LA COSTITUZIONE PASTOR ÆTERNUS – S. E. I. MILANO, – 1937

III.

PERPETUITÀ DEL PRIMATO DI PIETRO NEL ROMANO PONTEFICE

Gesù Cristo ha istituito la Chiesa sotto forma monarchica, dando a S. Pietro il primato di guirisdizione. L’abbiamo visto nelle pagine precedenti. Possiamo ora domandarci, se il primato fu stabilito da Gesù Cristo con la condizione che rimanesse perpetuamente nella Chiesa; e se tale fu la volontà di Cristo, possiamo ulteriormente insistere e chiedere chi sia colui che succede a Pietro nella dignità del primato. – Bisogna distinguere negli Apostoli e quindi anche in Pietro, l’ufficio di fondatori o iniziatori dell’opera di Cristo, e l’ufficio di pastori della Chiesa. Come fondatori godevano di certe prerogative straordinarie, di certi privilegi personali non trasmissibili: tutti erano ornati di santità eroica, avevano la scienza divinamente infusa delle cose soprannaturali, godevano dell’infallibilità personale nelle cose di fede e di costumi, della potestà di fare miracoli, della giurisdizione universale sui fedeli, almeno delle Chiese che ciascuno di essi fondava. – Queste prerogative non furono trasmesse ai Vescovi successori degli Apostoli. Come pastori gli Apostoli avevano la podestà di governo, di magistero, e di ordine o di santificazione. Questa triplice potestà appartenente all’essenza della Chiesa, essi trasmisero ai loro successori nel Collegio Apostolico. – Il primato di S. Pietro non era un privilegio suo personale, ma apparteneva all’essenza della Chiesa, e fu trasmesso nei Romani Pontefici. Due verità queste che sono definite nel capo II della Pastor Æternus, cioè il beato Pietro avrà per diritto divino perpetui successori nel primato sopra tutta la Chiesa, e i Romani Pontefici saranno per diritto divino successori del beato Pietro nel medesimo primato: « Se qualcuno dice che non è per istituzione dello stesso Cristo Signor Nostro, ossia di diritto divino, che il beato Pietro ha perpetui successori nel primato su tutta la Chiesa o che il Romano Pontefice non è il successore del beato Pietro nello stesso primato, sia anatema ».

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S. Pietro avrà perpetui successori nel primato. La perpetuità dei diritti primaziali di Pietro s’intende in una sola persona fisica, in modo che la Chiesa sarà sempre monarchica per l’istituzione di Cristo stesso. Quando diciamo che il primato durerà sempre, intendiamo parlare di continuità morale, che non s’interrompe nel tempo in cui si elegge un nuovo successore. Possiamo dire che il primato di Pietro fu in parte personale, perché concesso a lui solo e non al Collegio Apostolico, e in parte personale, in quanto non doveva finire con la morte di Pietro, ma doveva trasmettersi ai successori. La Chiesa di Cristo deve essere perpetua, perché  deve continuare sino alla fine dei tempi la missione di salvare le anime. Sarà dunque anche perpetuo il suo fondamento, la sua base, senza la quale non può esistere, cioè sarà perpetuo il primato di Pietro, che fu appunto istituito per dare unità alla Chiesa, come dice il Concilio Vaticano: « Affinché l’episcopato fosse uno e indiviso, e si conservasse nella unità della fede e della comunione tutta la moltitudine dei credenti per mezzo della coesione dei sacerdoti, pose il beato Pietro a capo degli altri Apostoli, e istituì in lui il principio perpetuo e il fondamento visibile di questa doppia unità, volendo che sopra la sua solidità si costruisse il tempio eterno e che sulla fermezza della sua fede si innalzasse la Chiesa sino all’altezza dei cieli ». (« Pastor Æternus »: Prologo) Questo è l’argomento che arreca anche S. Tomaso; (Contra Gentes, lib. 4, cap. 76) il primato deve durare finché dura la ragione per cui fu istituito, la quale ragione è la fermezza e stabilità dell’edificio ecclesiastico. La perpetuità del primato si deduce anche dai testi evangelici citati di sopra per dimostrare il primato di Pietro. A Pietro fu affidato l’ufficio di confermare i fratelli nella fede e di pascere gli agnelli e le pecorelle: ma i fedeli delle posteriori generazioni cristiane appartengono anch’essi all’ovile di Cristo, e Pietro deve confermare e pascere anche questi, non certo direttamente, ma per mezzo dei suoi successori. Anzi la necessità degli uffici del primato è molto più urgente dopo i tempi apostolici. Oggi, infatti, la Chiesa è molto più diffusa che al principio del Cristianesimo, quando i fedeli erano un corpo solo e un’anima sola; gli Apostoli forniti come erano dell’infallibilità e dell’autorità universale, potevano conservare più facilmente nell’unità le diverse Chiese sparse dappertutto; erano di grande aiuto allora i doni carismatici più frequenti che nei tempi posteriori. Tutto questo rendeva meno frequente nei primi tempi della Chiesa nascente l’esercizio del primato. Sono eloquentissime a questo riguardo le numerose testimonianze dei Padri della Chiesa e degli antichi scrittori cattolici, nelle quali si afferma che Pietro vive, governa, insegna nei suoi successori; che la Chiesa ha ricevuto in Pietro e per mezzo di Pietro le chiavi; Pietro dalla propria sede continua a dare la verità della fede a chi la cerca. Riporto le splendide parole che san Bernardo rivolgeva al Papa Eugenio III:« Tu sei il capo dei Vescovi, l’erede degli Apostoli… Vi sono anche  altri clavigeri del cielo e pastori di greggi: ma tu ereditasti l’uno e l’altro nome tanto più gloriosamente quanto più differentemente degli altri. Hanno anche gli altri singolarmente i loro particolari greggi; a te sono invece affidati tutti, e a te solo. Tu sei l’unico pastore non solo delle pecore, ma anche degli altri pastori. Tu mi chiedi come io provi questa mia asserzione? Dalle parole del Signore. A chi, non dico dei Vescovi, ma anche degli Apostoli, così assolutamente e senza eccezione, furono affidate tutte le pecore? Se mi ami, o Pietro, pasci le mie pecorelle. Quali? I popoli di questa o di quella città, di questa o di quella regione, di questo o di quel regno? Le mie pecore, disse Gesù. Evidentemente non designò alcune soltanto, ma le assegnò tutte. Nulla viene eccettuato e nulla viene distinto ». (De Consider. L. 2, cap. 8, n. 15).  La verità di questa dottrina verrà meglio illustrata dalle testimonianze che arrecheremo per la dimostrazione del secondo punto definito dal Concilio Vaticano.

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Il Pontefice Romano è per diritto divino successore di Pietro nel primato di giurisdizione sopra tutta la Chiesa. I razionalisti e i modernisti attribuiscono il primato romano esercitato e riconosciuto sino dai primi secoli nella Chiesa, a cause puramente naturali, come lo splendore della città di Roma e la sua dignità imperiale, l’ambizione dei Vescovi di Roma, la carità e la sollecitudine della Chiesa romana verso le altre Chiese, la necessità di qualche centro comune; che congiungesse tra loro tutti i fedeli e tutte le Chiese. La verità del primato romano si può dimostrare in generale con un argomento di esclusione. Cristo, come abbiamo detto, ha stabilito che Pietro avesse perpetui successori nel primato di giurisdizione, i quali fossero il fondamento perpetuo della sua Chiesa. In qualche luogo e presso qualcuno deve dunque trovarsi questo primato. Ora tra i diversi ceti cristiani oggi esistenti, la sola Chiesa romana si attribuisce ed esercita il primato sopra tutta la Chiesa, e questo essa fa da molti secoli: lo ammettono coloro stessi che le contestano il diritto di questo primato. Bisogna quindi logicamente conchiudere che il primato o non esiste, o se esiste, si trova soltanto nella Chiesa romana. – Si giunge direttamente alla stessa conclusione mediante una via storica di testimonianze e di fatti, che è un monumento apologetico veramente insigne. Affinché l’argomento storico si presenti in tutta la sua forza probativa è necessario premettere alcune osservazioni. – Nella storia ecclesiastica si narra la venuta di S. Pietro a Roma. Che S. Pietro sia venuto a Roma, che vi abbia esercitato l’ufficio di Vescovo della Chiesa romana, e che sia stato martirizzato nella città di Roma sotto l’imperatore Nerone, è ammesso dalla massima parte di storici imparziali, anche estranei al Cattolicismo. Qualche polemista soltanto si ostina a sostenere il contrario per fini che non hanno nulla di comune con la scienza. L’Harnack e il Duschesne considerano la cosa decisa in favore della tradizione. (HarnacK: La cronologia dell’antica letteratura cristiana sino ad Eusebio. — Duschesne: Storia antica della Chiesa. — Per potere affermare che San Pietro fu Vescovo di Roma, non si richiede che sia sempre rimasto nella città di Roma. (Cf. Van Nort: De Ecclesia Christi, pag. 62). La venuta di Pietro a Roma e la sua morte come Vescovo di Roma, apre per i Vescovi di Roma, la successione legittima nel primato universale. Il primato infatti doveva continuarsi, ed è norma generale che i diritti annessi ad una sede si trasmettano insieme con la sede, se non viene in modo positivo disposto diversamente. Bisogna quindi anche nel presente caso applicare questa norma, eccetto che si dimostri che Cristo o Pietro abbiano provveduto alla successione del primato in altro modo, del che non vi è il minimo indizio in nessun documento storico. (Dio poteva stabilire o immediatamente o per mezzo di Pietro, che dopo Pietro il primato continuasse nella sede romana, anche se Pietro non avesse mai occupata quella sede. Le due questioni quindi che Pietro è venuto a Roma e fu Vescovo di Roma e che ai successori di Pietro nella Sede romana compete il primato, non sono per sé strettamente e necessariamente connesse. (Cf. Tanquerey: De Vera Religione, pag. 444, n, 705). – Osservo in secondo luogo che nessuno può ragionevolmente esigere che subito dopo la morte di S. Pietro, il primato dei suoi successori si manifesti sulle altre comunità religiose, con quella attività e intensità, che verrà man mano accentuandosi nei secoli posteriori. Chi attentamente considera la condizione della Chiesa nascente e le difficoltà dei primi tempi del Cristianesimo, facilmente comprende che i successori di Pietro non hanno esercitato frequentemente e solennemente i loro diritti sulle Chiese lontane da Roma, dove spesso governavano personaggi insigni per santità e dottrina. Avveniva perciò che in dette Chiese non si sperimentasse molto l’influsso del primato di Roma, e che in qualche occasione ci fosse qualche tentativo di resistenza. La dottrina e le istituzioni cristiane sono come un seme che, affidato alla terra, non subito manifesta tutta la sua vitalità, né da tutti è convenientemente apprezzato; ma sotto l’influsso divino e delle circostanze del tempo e del luogo, cresce a poco a poco e giunge così lentamente al suo pieno rigoglio. Questo principio di ben inteso progresso dogmatico, si deve applicare al primato romano. Basta quindi far vedere che i germi del primato del Romano Pontefice già si trovano nelle opere dei Padri antichi, che vanno man mano sviluppandosi, in modo, tuttavia, che le numerose e chiare affermazioni dei secoli posteriori non sono altro che la legittima spiegazione di quello che era già insegnato con tutta verità, benché meno chiaramente, nei primi secoli. (Fontaine: La Teologia del Nuovo Testamento).

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Nella tradizione dei primi tre secoli della Chiesa non vi è nulla che veramente si opponga al primato del Pontefice di Roma; troviamo anzi non poche testimonianze, che gli sono favorevoli e che grandemente ci persuadono della sua esistenza. Verso la fine del primo secolo (93-97), il Pontefice S. Clemente, vescovo di Roma, che aveva conosciuto gli Apostoli Pietro e Paolo e che aveva conversato con essi, manda una lettera alla Chiesa di Corinto. Questa Chiesa, fondata da S. Paolo, era turbata da dissidi e controversie interne: i più giovani si erano ribellati ai prebisteri e li avevano cacciati di sede. La Chiesa di Roma intervenne per far cessare uno scandalo così dannoso, per estinguere « una sedizione empia e abbominevole, accesa da pochi-uomini temerari e audaci », per ristabilire la pace e l’unione. « Veniamo a conoscere, o fratelli, scrive il Pontefice, cose molto cattive e indegne della professione cristiana: la forte e antichissima Chiesa di Corinto suscita, per colpa di pochi, sedizione contro i presbiteri… Voi quindi, che avete gettati i principi della sedizione, siate soggetti nell’ubbidienza ai presbiteri e ricevete in penitenza la correzione… Se alcuni poi non ubbidiranno a quello che Cristo dice per mezzo nostro, sappiano che saranno rei di colpa e correranno pericolo grande…: noi saremo innocenti di questo peccato. Ci porgerete gaudio e letizia, se ubbidendo a ciò che vi abbiamo scritto per mezzo dello Spirito Santo, sopprimerete il desiderio di uno zelo intempestivo, seguendo la nostra esortazione di pace e di concordia, che vi esponiamo in questa lettera ». – Il Batiffol chiama giustamente questa Lettera « l’epifania del primato romano ». (La Chiesa nascente, pag. 153. — Cf. Freppel: Padri Apostoli: « Le Lettere Clementine »). La Lettera è caritatevole e dolce: ma non manca in essa il tono autoritativo. Senza mire formalmente teologiche, senza alcuna presentazione dei suoi titoli al primato, Clemente ha coscienza della sua posizione e del suo ufficio: non solo esorta, ma veramente comanda ed esige l’ubbidienza, in forza di una potestà divinamente ricevuta. Chi parla in tal modo si sente in possesso di un potere veramente considerevole. Si pensi che Clemente si accinge a comporre la lite tra i Corinti, mentre è ancora in vita S. Giovanni evangelista, il cui intervento nella faccenda sembrava con diritto richiesto e quasi dovuto dalla sua eccelsa dignità apostolica e dalla condizione e maggiore vicinanza delle chiese orientali, a cui egli presiedeva. Le relazioni tra Efeso e Corinto erano evidentemente più naturali di quelle fra Corinto e Roma. Eppure, da Roma viene l’ammonizione e il rimprovero e l’ordine di ristabilire l’unione. La Chiesa romana era stata sollecitata dai Corinti a intervenire o il suo intervento fu spontaneo? Dalla lettera non si può nulla dedurre con certezza. Se i presbiteri cacciati di sede ricorsero a Roma, il loro ricorso è grandemente degno di nota per la supremazia della Sede di Roma. Perché chiedere l’intervento di una Chiesa così lontana? Se tutte le Chiese erano al principio uguali, tornava certamente più comodo ai Cristiani di Corinto rivolgersi ad una delle floridissime comunità di Tessalonica, di Filippi, di Efeso. Questo appello a Roma non trova ragionevole spiegazione, se non nel fatto che Roma era già considerata come centro dell’unità cristiana: si ricorreva ad essa, perché in essa stava il supremo potere, il primato spirituale. (Bariffol: La Chiesa nascente, pag. 168.). Si aggiunga che il Papa S. Clemente mandò a Corinto i suoi legati, affinché fossero come testimoni e intermediari tra lui e i Cristiani di Corinto. La pace fu ristabilita e tornò l’unione tra i fedeli. Dionisio di Corinto, loro Vescovo, verso il 170, ci fa sapere che la Lettera di Clemente, la Prima Clementis, come si suole denominare, era ancora letta e conservata nella loro Chiesa accanto alle Scritture canoniche. (Freppel, l. c., pag. 184). S. Ireneo infine cita questa Lettera come esempio della particolare autorità, che compete alla Chiesa di Roma a preferenza delle altre Chiese.

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Al cominciare del secolo II, Ignazio di Antiochia ci offre un documento importante della supremazia di Roma. Egli scrive ai Romani una Lettera per supplicarli a non opporsi al suo martirio. (Eusebio: Hist. Eccl., 1. IV, cap. XXIII, n. 11). L’indirizzo di questa Lettera è solenne per i magnifici epiteti con cui designa la Chiesa romana: « Ignazio alla Chiesa che ha ottenuto misericordia per la magnanimità del Padre altissimo e di Gesù Cristo suo Figliuolo unico; alla Chiesa amata e illuminata dalla volontà di Colui che ha voluto tutto ciò che esiste, secondo l’amore di Gesù Cristo, nostro Dio: alla Chiesa, la quale presiede nel luogo della regione dei Romani, degna di Dio, degna di onore, degna di benedizione, degna di lode, degna di essere esaudita, degna e casta, e prima di tutte nell’amore, in possesso della legge di Cristo, avente il nome del Padre e che io saluto in nome di Gesù Cristo ». – Questa magnificenza di espressioni è un primo indizio che Sant’Ignazio tributa più onore alla Chiesa di Roma che alle altre Chiese a cui scrive. Più sicuro indizio dànno alcune locuzioni, che sono oggetto di accanite discussioni tra i critici. Che cosa significano le frasi « la Chiesa che presiede nella regione dei Romani… che presiede alla carità »? Viene indicata, secondo alcuni celebri scrittori cattolici, la preminenza della Chiesa di Roma sulle altre Chiese. La Chiesa di Roma presiede: questo termine, di cui Ignazio si serve due volte nell’introduzione della Lettera, e che non adopera mai per le altre Chiese, non vuol dire « segnalarsi », ma implica una reale presidenza, un governo e un’autorità sopra altri. La Chiesa di Roma presiede alla carità, alla religione dell’amore: la parola greca « agape », che corrisponde alla parola « carità », significa in questo passo di S. Ignazio, la Chiesa universale. Infatti, questo termine agape più volte negli scritti di Ignazio è sinonimo di Chiesa. Dal momento che una Chiesa locale può essere chiamata « agape », perché questa stessa parola non indicherebbe la Chiesa universale nella Lettera ai Romani? Questo è l’argomento del Funk contro l’Harnack,, il quale sostiene che l’espressione « prima di tutte nell’amore » significa « la più caritatevole, la più generosa, la più soccorritrice di tutte le Chiese. » (Funk: Patres Apost., Vol. I, pag. 252. — Batiffol: La Chiesa nascente, pag. 177). – Qualcuno crede alquanto sforzata questa interpretazione del Funk, e tutt’al più riconosce all’argomento una semplice probabilità. Comunque sia, nessuno può negare che dal contesto dell’indirizzo della Lettera balzi abbastanza chiaro il pensiero di Ignazio sul primato della Chiesa di Roma. Egli loda la fedeltà dei Romani a tutti i precetti di Gesù Cristo, e perché essi sono ricolmi per sempre della grazia di Dio, e perché  sono « puri da ogni estraneo elemento ». Si congratula con loro di avere « istruito gli altri » e di non avere mai « ingannato nessuno », e soggiunge: « In quanto a me vorrei che i vostri precetti fossero praticamente confermati ». Se i Romani hanno istruito « gli altri », questi « altri» rappresentano altre Chiese all’infuori di quella di Roma, le quali Chiese vengono a domandare a Roma o ricevono da Roma, senza averla chiesta, la lezione dei precetti apostolici, dei quali Roma stessa è un più sicuro deposito. (Batiffol: La Chiesa nascente, pag. 178.)

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S. Ireneo, Vescovo di Lione (180) e discepolo di S. Policarpo, è il più esplicito assertore del primato romano verso la fine del II secolo. Per S. Ireneo la Chiesa romana è la « massima e più antica Chiesa, da tutti conosciuta, fondata dai due gloriosissimi Apostoli Pietro e Paolo ». (Haer., II,-2; 3) Nella Chiesa romana, secondo S. Ireneo, si trova la tradizione apostolica, la vera regola di fede: con essa devono concordare le altre Chiese per la sua autorità particolare. Trascriviamo il celebre passo: « Per riguardo alla tradizione degli Apostoli, manifestata in tutto l’universo, è facile ritrovarla nella Chiesa intera, per chiunque cerchi sinceramente la verità. Noi non abbiamo che a trascrivere la lista di quelli, che sono stati istituiti Vescovi e dei loro successori sino a noi… Ma poiché sarebbe troppo lungo in questo libro mostrare questa successione per tutte le Chiese, noi ci accontenteremo di segnalare la tradizione della più grande e della più antica di tutte, di quella che è conosciuta dal mondo intero, che è stata fondata e costituita a Roma dai gloriosi Apostoli Pietro e Paolo. Nel riferire questa tradizione, che essa ha ricevuto dagli Apostoli, questa fede, che ha annunziata agli uomini e trasmessa sino a noi mediante la successione dei suoi Vescovi. noi confondiamo tutti coloro che in qualsiasi modo formano delle assemblee illegittime. Con questa Chiesa è necessario che si accordino tutte le Chiese, cioè tutti i fedeli di qualunque luogo, a cagione della sua particolare autorità (suprema principalità). In questa Chiesa si è sempre conservata la tradizione degli Apostoli da coloro che sono di tutti i paesi ». – La Chiesa di Roma è chiamata da Ireneo massima e principale tra le altre Chiese, non già per maggiore antichità né per ragione dell’apostolicità, ma per motivo della dignità primaziale: Alla Chiesa di Roma devono le altre Chiese conformarsi e sottomettersi: essa è la regola di fede e lo è in forza della sua eminente autorità. (Batiffol: La Chiesa nascente, pag. 260.— Dict. Théol. Cath. « Infallibilité », pag. 1656. — Zappelena: De Ecclesia, pag. 140)) Il Duchesne, a proposito di questa testimonianza di Ireneo, dice che « è difficile trovare un’espressione più precisa dell’unità dottrinale nella Chiesa universale, dell’importanza suprema della Chiesa come testimonio, custode e organo della tradizione apostolica, della sua superiore preminenza nell’insieme della cristianità ». ( Eglises séparées, pag. 216). – Tertulliano, cattolico, riconosce il primato di Pietro, fondamento della Chiesa, depositario delle chiavi del regno dei cieli, investito di pieni poteri per legare e per sciogliere. Tra le Chiese apostoliche ai cui insegnamenti bisogna stare attaccati, quella di Roma, secondo Tertulliano, occupa un posto eminente. Divenuto montanista, combatte gli editti del Pontefice di Roma, ma con le sue parole implicitamente viene ad ammettere che per i Cattolici tali decreti sono perentori. (D’Alés: La théologie de Tertullien, pag. 119). – S. Cipriano, Vescovo di Cartagine, chiama la Chiesa romana: chiesa principale, principio e centro di unità: Petri cathedram atque ecclesiam principalem, unde unitas sacerdotalis exorta est; la dice « radicem et matricem » di tutta la Chiesa cattolica; le altre Chiese stanno alla Chiesa di Roma come raggi al sole, come rami all’albero; come ruscelli alla fonte; secondo San Cipriano la comunione con il Vescovo di Roma è la comunione con tutta la Chiesa. (De Unitate Ecclesiæ.). – Queste testimonianze dei primi tre secoli intorno al primato della Chiesa di Roma, pure essendo qualche volta alquanto indeterminate e incerte, si impongono per la loro importanza ad ogni storico imparziale. « Così tutte le Chiese, scrive il Duchesne, sentono in ogni cosa, nella fede, nel disciplina, nel governo, nel rito, nell’opera di carità, l’incessante azione della Chiesa di Roma. Essa è dappertutto conosciuta, come dice Ireneo, dappertutto presente, dappertutto rispettata, dappertutto seguita nella sua direzione. Davanti ad essa nessuna concorrenza, nessuna rivalità: nessun’altra Chiesa osa mettersi a confronto con essa ». (Eglises séparées, pag. 155). Le testimonianze riportate di sopra ricevono una maggiore luce dai fatti. I Romani Pontefici intervengono con autorità nelle discussioni che sorgono nelle altre Chiese, S. Clemente Romano, come abbiamo visto, calma le agitazioni della Chiesa di Corinto; S. Vittore (189-199) risolve la questione del giorno della celebrazione della Pasqua, e scomunica, o almeno minaccia di scomunicare, i riottosi; Zefirino (199-217) scaccia dalla Chiesa i Montanisti di Asia e di Africa, tra cui Tertulliano; Callisto (217-222) promulga un editto perentorio intorno alla disciplina penitenziale, per autorità di Pietro, di cui si stima successore, come dice Tertulliano ; De pudic., 1, 21) S. Stefano (254-257) ordina che non si devono ribattezzare gli eretici e impone ai Vescovi di Africa di abbandonare la sentenza opposta. Durante il secolo secondo illustri personaggi vennero a Roma per visitare il Vescovo di quella città e richiedere il suo consiglio intorno a questioni di fede e di disciplina. – S. Policarpo, Vescovo di Smirne, discepolo di S. Giovanni, si reca a Roma nel 155 per consultare il Papa Aniceto sulla celebrazione della Pasqua. Questa visita ha un significato speciale, perché S. Policarpo è un personaggio apostolico, che occupa in Oriente una sede importante ed è l’oracolo dell’Asia. A Roma, pure sotto Aniceto, va Egesippo, palestinese, con l’intenzione di « verificare la sicura tradizione della predicazione e della successione apostolica », e vi rimane sino al pontificato di Eleuterio. (Batiffol: La Chiesa nascente, p. 215). Come Policarpo e come Egesippo, fa il viaggio a Roma anche Abercio, Vescovo di Jerapoli, « per contemplare la sovrana e per vedere la regina dalle vesti d’oro e dalle calzature d’oro». I martiri di-Lione, al tempo di S. Ireneo, mandano una legazione al Papa Eleuterio, affinché voglia rendere la pace alla Chiesa di Asia turbata dagli errori di Montano. Inoltre, da varie province della cristianità molti Vescovi ricorrono a Roma per rendere ragione della loro fede o per comporre una qualche controversia o per chiedere consiglio o per avere l’approvazione dei Concili particolari. Spesso vi ricorre lo stesso S. Cipriano, che alcuni vogliono rappresentare come ribelle a Roma.

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Tutto questo avviene nei primi tre secoli. A partire dal secolo IV l’affermazione del primato della Cattedra Romana prende un tale sviluppo di chiarezza e di precisione negli scritti e nei fatti, che non crediamo necessario insistervi a lungo. Basteranno alcune principali citazioni, tanto più che gli avversari sono su questo punto d’accordo con noi. S. Ottato di Milevi, confutando i Donatisti, che sostenevano essere la Chiesa formata dai soli giusti e perciò la santità costituire la sua nota principale, dimostra che vi sono altre due note, cioè la cattolicità e l’unità. L’unità la fa derivare dalla « Cattedra di Pietro costituita a Roma », perché Pietro è capo di tutti gli Apostoli; egli insegna che tutte le altre cattedre derivano da quella di Roma e che è necessario, sotto pena di peccato e di scisma, conservare « la comunione con questa cattedra di Pietro », che perseverò sino a noi attraverso la serie dei Pontefici Romani. (De schismate Donatistarum, 1. II, cap. 23,9). Similmente S. Ambrogio di Milano afferma che Pietro è centro della Chiesa, che la Chiesa romana è capo di tutto l’orbe cattolico e che è segno di vera fede essere in comunione con la Chiesa di Roma. « Dove è Pietro, scrive egli, quivi è la Chiesa, e dove è la Chiesa, non vi è morte alcuna, ma vita eterna…. Dalla Chiesa romana, capo del mondo cattolico, provengono tutti i nostri diritti». (In Ps. 40, n. 30. — Epist. XI ad imperatorem, n. 4). Narra, inoltre, come suo fratello Satiro, sbattuto dalla tempesta sopra ignoti lidi, chiamasse a sé il Vescovo e chiedesse se la sua fede fosse d’accordo con i Vescovi cattolici, cioè con la Chiesa romana». (De excessu fratris sui, I, n. 47. — Cf. Tanouerey: De Vera Religione, pag. 465.). – Numerose ed esplicite sono le testimonianze di S. Agostino sul primato romano. Per lui « il principato della cattedra apostolica fu sempre in vigore nella Chiesa romana »; (Epist. 43, n. 7.) afferma che «la successione dei sacerdoti dalla sede dell’Apostolo Pietro sino al presente episcopato » è il motivo che lo tiene nella Chiesa cattolica. (Contra Epist. Manich., c. 4). Altrove riconosce che contro la sua sentenza si può appellare alla Sede Apostolica, anzi dice che i Concili provinciali desumono la loro autorità soprattutto dall’approvazione di Roma: « Intorno a questa causa (dei Pelagiani)

furono già inviati alla Sede Apostolica gli atti di due Concili; di là vennero le risposte; la causa è finita ». (Sermo 132, n. 10. — Batiffol: Le catholicism de S. Augustin). –  Né meno esplicito è S. Girolamo. Egli scrive al Papa Damaso: « Io sono unito in comunione con la tua Beatitudine, cioè con la cattedra di Pietro. So che sopra questa cattedra è edificata la Chiesa. Chiunque mangerà l’agnello fuori di questa casa, è un profano ». (Epist. 15. — Cf. Hurter: Theol. Dogm., p. 393). Lo stesso S. Girolamo attesta che, essendo segretario del Papa Damaso, doveva rispondere « alle domande che pervenivano a Roma dall’Oriente e dall’Occidente ». Il che significa che ai suoi tempi si ricorreva a Roma da ogni parte. (I Vescovi espulsi dalla loro sede ricorrono a Roma, (Cf, Hurter: Theol. dogm., Vol. I, pag. 397. — Tanquerey: De vera Religione, pag. 467).

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La storia dei Concili ci porge una prova eloquentissima a favore del primato del Pontefice di Roma. Nel Concilio di Efeso (431) S. Cirillo, patriarca di Alessandria, invia per mezzo del diacono Possidonio una lettera al Papa Celestino, nella quale ricordando « la tradizione di sottoporre a Roma le difficoltà serie », espone gli avvenimenti intorno all’eresia di Nestorio, trasmette i documenti relativi e chiede l’intervento papale: « Degnatevi, scrive, dichiarare il vostro sentimento: se bisogna ancora comunicare con Nestorio o denunziargli chiaramente che verrà da tutti abbandonato, se persiste nella dottrina erronea, che predica e favorisce ». (Migne: Dict. de Patrol., p. 1227) Celestino nomina Cirillo suo vicario e manda ad Efeso i suoi legati, dei quali uno, il sacerdote Filippo, tiene ai Padri congregati del Concilio un discorso dove afferma che « è a tutti noto che il primato è passato da Pietro al Pontefice di Roma ». (Mansi: Concil; IV, 1295. — A. Oddonee: Il vero concetto di unità religiosa nella tradizione, pag. 12. — Cf. TAnquerey, l. c., pagina 169. Dict. Théol. Cath.: « Primauté », pag. 282). I Padri accettano questa affermazione e dichiarano scomunicato Nestorio « indotti dai canoni e dalle lettere del Vescovo di Roma ». – Il Pontefice di Roma, Leone I, domina nel Concilio di Calcedonia (451), nel quale sono presenti circa seicento Vescovi, quasi tutti orientali. S. Leone scrive una celebre lettera, nella quale condanna gli errori di Eutiche, e manda legati che presiedano in suo nome al Concilio. Dopo la lettura del documento davanti ai Padri, essi esclamano: « Questa è la fede dei Padri, questa è la fede degli Apostoli. Tutti noi così crediamo: così credono gli ortodossi: anatema a chi non crede. Pietro ha parlato per mezzo di Leone ». (Mansi, I. c. — Oppone: Il vero concetto di unità religiosa nella tradizione, pag. 12). Ai Padri del III Concilio di Costantinopoli la professione di fede contro il Monotelismo, è inviata ancora da Roma, dal Pontefice S. Agatone. I Padri ricevono la professione di fede e rispondono ad Agatone con parole vibranti di devozione, di docilità e di esaltazione della Sede di Roma: « Per tutto ciò che si deve fare, noi ci riferiamo a Voi, Vescovo della prima Sede e capo delle Chiesa universale, a Voi che siete stabilito sulla roccia solida della fede. Noi abbiamo condannato gli eretici conformemente alla sentenza, che Voi avete fatto conoscere per mezzo della vostra sacra lettera ». (Patrol. Lat., Vol. LXXXVIII, col. 1243). La parola d’ordine partita da Roma sarà sempre la norma e la guida di ogni altro Concilio ecumenico. In ogni Concilio si riscontrerà sempre una consegna obbligatoria inviata dal Pontefice di Roma, una consegna eseguita dal corpo episcopale con sacrificio, qualche volta, eroico, di personali vedute. E se qualche Vescovo, sia pure Patriarca, si discosterà dal pensiero di Roma, la Chiesa non dubiterà di reciderlo dal suo albero e di considerarlo come eretico. – Conchiudiamo questa trattazione con un argomento di prescrizione, che compendia in certo modo ciò che abbiamo detto. Storicamente consta, dai documenti riferiti, che i Pontefici di Roma, almeno dal secolo quinto, furono riconosciuti come successori di Pietro dalla Chiesa universale, sia Occidentale che Orientale, e che essi esercitarono per diritto divino legittimamente il primato di giurisdizione sopra tutta la Chiesa. Ora questa persuasione non poté derivare se non dagli Apostoli. Infatti, se nei tempi apostolici si credeva universalmente che tutti i Vescovi fossero uguali per diritto divino, come vogliono gli avversari del primato romano, è necessario che sia avvenuta una grande mutazione nella fede e nella pratica di tutta la Chiesa. Il che è moralmente impossibile, perché dappertutto e da molti Vescovi sarebbe stata avvertita e sarebbero sorte delle proteste da parte loro, trattandosi di cosa riguardante l’essenza della Chiesa e i privilegi e i diritti degli stessi Vescovi. Di queste proteste non ci sono vestigi, e i pochi fatti sfruttati dagli avversari provano anzi che l’autorità del Pontefice di Roma era riconosciuta da quelli stessi che non ne eseguirono fedelmente i comandi. Perciò la dottrina del primato romano è storicamente certa, dogmaticamente una verità di fede. (Si suole fra i Teologi agitare la questione se il primato sia annesso alla Sede di Roma per diritto divino o per diritto ecclesiastico. Intorno a questo punto non vi è nulla di definito. (Mazzella: De Ecclesia, n. 912). La sentenza più comune tiene che il primato è congiunto con l’Episcopato Romano per diritto divino; diritto divino antecedente, se Cristo stesso designò Roma come la Chiesa a cui il primato doveva congiungersi in perpetuo: diritto divino conseguente se confermò la scelta fatta da Pietro. In ambedue i casi la congiunzione è immutabile. Non è tuttavia degna di nessuna censura l’opinione di alcuni vecchi Teologi che credettero che la congiunzione del primato con la Sede Romana sia soltanto di diritto ecclesiastico, cioè sia stata stabilita dalla sola autorità di Pietro: in tal caso il Papa potrebbe cambiare e disgiungere il primato dalla Sede Romana. – Cf. Hervé: Théol. Dogm., Vol. I, p. 400).

IL PRIMATO SPIRITUALE (4)

LE GRANDI VERITÀ CRISTIANE (8)

ADOLFO TANQUEREY

LE GRANDI VERITÀ CRISTIANE CHE GENERANO NELL’ANIMA LA PIETÀ (8)

Vers. ital. di FILIPPO TRUCCO, Prete delle MissioniROMA DESCLÉE & C. EDIT. PONTIF. – 1930

NIHIL OBSTAT – Sarzanæ, 8 Maji 1930 J. Fiammengo, Rev. Eccl.

IMPRIMATUR Spediæ, 8 Maji 1930 Can, P. Chiappani, Del. Generalis.

PARTE PRIMA

Gesù vivente in noi per comunicarci la sua vita

CAPITOLO II.

La nostra partecipazione alla vita divina

ART. IV. — I NOSTRI DOVERI VERSO LA VITA SOPRANNATURALE.

Se Dio vive ed opera nell’anima nostra, se ci fa partecipare alla sua vita corredandoci “di un organismo soprannaturale, è evidente che dobbiamo corrispondere alle sue premure, accettare con riconoscenza questa vita, e sotto l’azione della grazia attuale, diligentemente perfezionarla. È il caldo consiglio che San Paolo dava continuamente ai suoi discepoli: « Vi esortiamo a non ricevere invano la grazia di Dio! ». E alle esortazioni aggiunge le minacce, dichiarando che Dio, nonostante la infinita sua bontà, sarà costretto a castigare veramente coloro che abusano volontariamente della grazia: « La terra che, bevendo la pioggia cadutale spesso dal cielo, germoglia erbe utili per chi la lavora, riceve benedizioni da Dio; ma se produce spine e triboli, viene riprovata ed è vicina a maledizione » (Hebr. VI, 7-8). Che cosa dobbiamo dunque fare per trar profitto da questa vita che Dio ci ha così liberalmente largito? dobbiamo fare principalmente due cose:

1° rispettarla e conservarla come il più prezioso dei tesori;

2° quotidianamente aumentarla facendo atti soprannaturali e meritori.

1° Rispettare e conservare la vita soprannaturale.

A) Essendo la vita della grazia) il più prezioso dei beni, dobbiamo stimarla più di tutti i tesori della terra, e persino più di tutti i doni preternaturali.

a) La grazia vale certo più di tutti i tesori e di tutte le terrene dignità. A lei, che della sapienza è la fonte, possiamo applicare ciò che il sacro autore dice della Sapienza: « L’ho preferita a scettri e troni e le ricchezze stimai un nulla a paragone di lei… L’amai più che la sanità e la bellezza e l’anteposi alla luce, perché lo splendore che essa irraggia non tramonta mai. Insieme con lei mi venne ogni bene e innumerevoli ricchezze per mezzo di lei » (Sap. VII, 8-11). Che cosa, infatti, sono mai le caduche ricchezze di fronte a quel Dio che ora possediamo già per la grazia e di cui godremo per tutta l’eternità? È ben avaro, diceva l’Olier, colui al quale Dio non basta. E che valgono tutte le corone del mondo, che avvizziscono così presto, appetto alla corona immortale che ci è procurata dallo stato di grazia se vi perseveriamo?

b) Anzi, la grazia santificante vale più del potere di far miracoli, che Dio comunica ai suoi santi. S. Paolo scrive: « Se avessi il dono della profezia e conoscessi i misteri tutti e tutto lo scibile; e se avessi tanta fede da trasportar le montagne, ma poi non avessi la carità (e quindi la grazia), non sarei nulla! » (I Cor. XIII, 2), Il potere di far miracoli non è infatti cosa essenzialmente soprannaturale, come la grazia santificante, ma è solo preternaturale: potrebbe, assolutamente parlando, essere concesso a un peccatore, perché non suppone necessariamente l’intima unione con Dio, ma solo una semplice delegazione della sua potenza; mentre la grazia è una partecipazione alla vita stessa di Dio, è il bene supremo che Dio non concede se non ai suoi amici. Tutto ciò è talmente vero che, se la dignità di Madre di Dio, che è la più grande dignità che si possa conferire a semplice creatura, venisse separata dalla grazia santificante che l’accompagna, la grazia santificante le sarebbe superiore. Tale è in sostanza il pensiero di Nostro Signore quando dice: « Chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, costui è mio fratello e sorella e madre » (Matth. XII, 50). Infatti, il fare perfettamente la volontà di Dio, è amarlo, è possedere lo stato di grazia, è quindi entrare nella famiglia di Dio, è essere fratello di Gesù Cristo, è concepir Gesù nel proprio cuore, come lo aveva concepito Maria prima di riceverlo nel virgineo suo seno, è quindi il più grande di tutti i beni.

c) Del resto, se vogliamo giudicar del pregio della grazia, vediamo quello che fecero le tre divine Persone per comunicarcela. Il Padre non ha che un Figlio, un Figlio che è la viva e sostanziale sua immagine, un Figlio che ama come se stesso. Or questo Figlio ei lo dà, lo fa incarnare, lo sacrifica per restituirci la vita della grazia che avevamo perduta pel peccato di Adamo: « Dio ha amato tanto il mondo che diede l’unico suo Figlio, onde chiunque crede in Lui non perisca ma abbia la vita eterna » (1 S. Giov. III, 16). Il Figlio era perfettamente beato nel seno del Padre; amato da Lui con amore infinito e Lui riamando con reciproco amore, non aveva alcun bisogno di noi. Eppure, per amore del Padre e per amor nostro, acconsente a farsi uomo per divinizzarci, acconsente ad assumere le nostre infermità e i nostri dolori, a patire e morire per noi sopra una croce, affinché ci sia ridata la vita che avevamo perduta in Adamo: « Cristo ci amò e diede se stesso per noi oblazione ed ostia a Dio in odore soavissimo » (Ephes. V, 2). Onde, purificati per virtù del suo sangue e del suo amore, viviamo della sua vita. Lo Spirito Santo, vincolo e amore mutuo del Padre e del Figlio, uguale all’uno e all’altro, beato della medesima beatitudine, non aveva certamente bisogno del nostro amore. Eppure, per santificarci applicandoci i meriti del Figlio, discende nel povero nostro cuore, ne caccia il peccato, lo orna della grazia e delle virtù, e dà a noi se stesso, affinché godiamo della sua presenza e dei suoi doni intanto che aspettiamo l’eterno possesso di Dio: « L’amor di Dio, dice S. Paolo, è diffuso nei nostri cuori per opera dello Spirito Santo che ci fu dato » (Rom. V, 5). – Ecco ciò che fanno le tre divine Persone per comunicarci la loro vita, ecco la stima che ne hanno, il pregio che le attribuiscono. Meditando queste grandi verità, i santi non si potevano tenere dal dire: Oh! anima mia, tu vali il sangue di un Dio, tu vali un Dio! tanti vales quanti Deus! – Aveva dunque ragione Gesù di dire alla Samaritana: « Se conoscessi il dono di Dio!… Chi beve dell’acqua che gli darò io (l’acqua della grazia), non avrà più sete in eterno; l’acqua che io gli darò, diventerà in lui una fonte che zampillerà fino alla vita eterna! ». Ecco dunque che cos’è la grazia santificante: una fonte di acqua viva che, scaturendo dalle altezze del cielo, dal cuore stesso di Dio, ha il mirabile potere di farci risalire a Lui. È la perla preziosa, il tesoro nascosto, che bisogna comprare e serbare a qualunque costo, perchè è per noi il diritto alla vita eterna, il diritto al possesso di Dio nell’eterna visione e nell’eterno amore!

B) Si capisce quindi il linguaggio dei Padri che ci esortano, con san Leone Magno, a conservar gelosamente questo preziosissimo dei tesori: « Riconosci, o Cristiano, la tua dignità; e, fatto partecipe della natura divina, non tornare con la sregolata condotta all’antica tua bassezza. Rammenta di quale corpo sei sembro e chi è il tuo capo. Ricordati che, strappato alla potenza delle tenebre, fosti trasportato nel regno della luce e che il santo Battesimo ti consacrò tempio dello Spirito Santo? » (S. LEONE, Serm. 21, sulla natività del Signore, c. 3). – Ora una sola cosa può farci perdere la grazia: il peccato mortale; odio dunque al peccato mortale e a tutte le sue occasioni! Abbiamo mai seriamente pensato a quanto è di criminoso e di insensato nel peccato mortale? Dio è il nostro primo principio, il nostro sommo padrone, un re pieno di dolcezza e di bontà che nulla ci comanda che non miri così alla nostra felicità come alla sua gloria; e noi ricusiamo di ubbidirgli e ci ribelliamo contro la sempre buona e santa sua volontà! Dio è nostro Padre e ci tratta non solo con premura paterna, ma colla tenerezza propria della più amorosa delle madri; ora col peccato noi disprezziamo il suo amore e i suoi doni, li voltiamo anzi contro di Lui e l’offendiamo nel momento stesso in cui ci colma dei suoi favori! Dio è il nostro Salvatore, che ci riscattò a prezzo delle più dure fatiche, dei più dolorosi tormenti, della più ignominiosa delle morti; e noi lo crocifiggiamo di nuovo! Infatti, come ben dice l’Olier (Catéchisme chrétien pour la vie intérieure, p. I, lez. 28), « la nostra avarizia inchioda la sua carità, la nostra ira la sua dolcezza, la nostra impazienza la sua pazienza, il nostro orgoglio la sua umiltà; e così coi nostri vizi noi afferriamo, leghiamo, facciamo a brani Gesù Cristo che abita in noi ». Offendendolo, commettiamo una specie di suicidio spirituale, perché perdiamo la grazia che è la vita dell’anima nostra; perdiamo le virtù e i doni che le fanno corteggio; che se, nell’infinita sua misericordia, Dio ci lascia ancora la fede e la speranza (posto che il nostro peccato non colpisca direttamente queste virtù) lo fa per poterci ispirare un salutare timore e preparar la nostra conversione. Perdiamo anche i meriti passati, accumulati con tanti sforzi; perdiamo perfino il potere di meritar la vita eterna. Ma soprattutto perdiamo Dio, Dio che è il bene infinito e la fonte di ogni bene; quel Dio che era la gioia dell’anima nostra; e mettiamo al suo posto il demonio che ci riduce in ischiavitù; perché « chiunque commette il peccato diventa schiavo del peccato » (S. Giov., VII, 34), schiavo delle sue passioni e delle cattive sue abitudini. Ah! si, il peccato mortale è veramente una pazzia, e si capisce il forte linguaggio dei santi: « Piuttosto morire che macchiarmi l’anima: potius mori quam fœdari ».Per essere più sicura di schivarlo, l’anima fervorosa fugge con la massima diligenza anche i peccati veniali deliberati, ossia quelli che si commettono vedendo chiaro di offendere Dio, sebbene in materia leggiera. Poiché, come dice santa Teresa, il commettere volontariamente uno di questi peccati è un dire implicitamente a Dio: « Signore, sebbene quest’azione vi dispiaccia, io la farò lo stesso. So bene che voi la vedete, so pure che non la volete, ma alla vostra volontà io preferisco il mio capriccio e la mia inclinazione ». È chiaro che una simile disposizione è molto deplorevole e serio ostacolo al nostro avanzamento Spirituale. – L’anima fervorosa si studia di evitare persino le imperfezioni volontarie, vale a dire le deliberate resistenze alle ispirazioni della grazia; perché queste resistenze dispiacciono a Dio e ci privano di numerosi aiuti. Ma il mezzo migliore per evitare le imperfezioni e i peccati veniali e per star lontani dal peccato mortale è di aumentar quotidianamente in noi la vita della grazia.

2° Aumentare quotidianamente la vita soprannaturale.

La grazia santificante è vita e quindi essenzialmente progressiva. Infatti, ogni vita. è moto; se cessa il moto vitale, sopravviene la morte; anzi il rallentamento di questo moto è già diminuzione di vita e avviamento alla morte. Ecco perché l’unico mezzo veramente efficace per conservar la vita soprannaturale è di studiarsi continuamente di aumentarla: chi non lo fa, cade nella tiepidezza, nel languore spirituale, nel rilassamento, e discende a grado a grado la china che conduce nell’abisso.

A) Or dunque in che modo aumentiamo in noi la vita soprannaturale? Corrispondendo a quelle grazie attuali che abbiamo sopra descritte, ossia facendo atti soprannaturali e meritorii. Questi atti non li facciamo da soli, ma in collaborazione con Dio: « Non io solo ho lavorato, dice san Paolo, ma la grazia di Dio con me » (I Cor. XV, 10). Di qui si spiega la mirabile fecondità di questi atti. Se operassimo da soli, i nostri atti sarebbero incapaci di meritare l’eterno possesso di Dio: ma opera in noi e con noi lo Spirito Santo e la sua virtù dà alle nostre azioni un valore proporzionato alla grandezza del fine da conseguire. Divinizzati nella nostra sostanza colla grazia abituale, divinizzati nelle nostre facoltà colle virtù soprannaturali, noi possiamo, sotto l’influsso della grazia attuale, fare atti soprannaturali, deiformi e meritori della vita eterna. – Sono atti certamente transitori mentre la gloria è eterna. Ma se, nell’ordine naturale, atti che non durano che un momento sono capaci di causare abitudini e stati psicologici duraturi. Non è meraviglia che Dio, nella somma sua bontà, abbia voluto che ognuno dei nostri atti soprannaturali, fatti in istato di grazia, meriti una ricompensa eterna. Quindi san Paolo, volendo consolare in mezzo alle loro tribolazioni i cari suoi discepoli, dichiara che: « la momentanea e leggera tribolazione nostra ci guadagna uno smisuratamente grande ed eterno peso di gloria? » (II Cor. IV, 17); e sul fine della vita, dopo aver lavorato sempre animoso e costante. sentendo di aver combattuto la buona battaglia, l’Apostolo aspetta con ferma speranza la corona di giustizia promessa da Dio ai suoi servi fedeli: « Ho combattuto il buon combattimento, ho finita la corsa, ho conservato la fede. Ormai mi sta serbata la corona della giustizia che mi consegnerà il Signore in quel giorno, il giusto giudice; e non solo a me, ma anche a tutti coloro che hanno amato la sua ricomparsa! » (IITim. IV, 7, 8). È parola certo molto consolante, perché, senza far nulla di straordinario, puramente coll’adempiere i doveri del nostro stato per Dio e tollerare pazientemente per lui le fatiche e le pene, possiamo aumentare ad ogni istante il nostro capitale di grazia santificante e di gloria eterna!

B) Vediamo quindi quali sono le condizioni che aumentano il valore degli atti meritori e con essi il grado della vita soprannaturale. Sono tre le condizioni principali che intensificano i meriti di un’anima che è già in istato di grazia: l’unione con Nostro Signore, la purità d’intenzione, e il fervore con cui si opera.

a) La prima causa che intensifica i nostri meriti è il grado di intimità e di unione che abbiamo con Nostro Signore. Col Battesimo, come abbiamo già detto, noi siamo incorporati a Gesù Cristo; ora, essendo Gesù la fonte di tutti i nostri meriti, ne viene che tanto più meritiamo quanto più intimamente e più abitualmente, direi anche più attualmente, siamo uniti e incorporati a Lui. È ciò che volle inculcarci Gesù medesimo con quel bel paragone della vite, che esprime così bene le nostre relazioni con Lui: « Io sono la vite e voi i tralci… se uno rimane in me e io in lui, questi porta molto frutto? ». Uniti a Gesù come i tralci al ceppo della vite, riceviamo tanto maggior linfa divina quanto più abitualmente, più attualmente, più strettamente siamo uniti al ceppo divino. Ecco perché le anime fervorose, o che tali vogliono diventare, cercarono sempre un’unione ognor più intima con Nostro Signore. Ecco perché anche la Chiesa vuole che facciamo le nostre azioni per Lui, con Lui e in Lui: per Lui, per ipsum, perché  nessuno va al Padre senza passare per Lui; nemo venit al Patrem nisi per me » (Giov. XIV, 6); con Lui, cum ipso, operando con Lui, perché Gesù si degna di farsi nostro collaboratore; in Lui, in ipso, cioè nella sua virtù, nella sua forza, e specialmente nelle sue intenzioni, non avendone altre che le sue (È ciò che abbiamo esposto più sopra trattando della nostra incorporazione a Cristo? – Gesù vive allora in noi, ispira i nostri pensieri, i nostri desideri, le opere nostre, onde possiamo dire con san Paolo; « Vivo ma non più io, vive in me Cristo: Vivo autem iam non ego, vivit in me Christus » (Gal. II, 20). È chiaro che azioni fatte sottol’influsso e la vivificante virtù di Cristo e con la potente sua collaborazione hanno un valore incomparabilmente più grande che se fossero fatte da noi soli. Quindi in pratica studiamoci di unirci spesso, e specialmente al principio delle nostre azioni, a Nostro Signor Gesù Cristo e alle perfettissime sue intenzioni, pienamente consci della nostra incapacità a fare alcunché di bene da noi stessi, e con la ferma fiducia ch’Ei può rimediare alla nostra debolezza.

b) La purità d’intenzione o la perfezione del motivo che ci fa operare. Molti teologi dicono che, a riuscir meritorie, basta alle nostre azioni che siano ispirate da un motivo soprannaturale di timore, di speranza o di amore. Ma è certo che san Tommaso vuole che esse procedano almeno virtualmente dalla carità, in virtù di un atto di amor di Dio posto precedentemente e la cui efficacia perseveri. Osserva però il santo Dottore che questa condizione si avvera in tutti coloro che sono in istato di grazia e fanno un atto lecito (Quæst. disp. de Malo, q. 2, a, 5 ad 7). Infatti ogni atto buono si ricollega a una virtù; ora ogni virtù converge verso la carità, essendo la carità la regina che impera a tutte le virtù, come la volontà è la regina di tutte le facoltà. La carità, sempre attiva, dirige a Dio tutti i nostri atti buoni, e avviva informandole tutte le nostre virtù. Tuttavia, se vogliamo che i nostri atti acquistino il maggior merito possibile, occorre una purità di intenzione molto più perfetta e più attuale. L’intenzione è la cosa principale nei nostri atti: è l’occhio che li illumina e li dirige verso il loro fine; è l’anima che li avviva e li avvalora innanzi allo sguardo di Dio: « Se il tuo occhio è puro, dice Nostro Signore, tutto il tuo corpo sarà illuminato; ma se il tuo occhio è guasto, tutto il tuo corpo sarà nelle tenebre » (Matth. VI, 22-23). Che è come dire: se la tua intenzione, che è l’occhio della tua anima, è semplice e retta, anche il complesso delle tue azioni sarà meritorio.

Ora tre elementi conferiscono alle nostre intenzioni un valore speciale.

1) Essendo la carità la regina e la forma delle virtù, ogni atto ispirato dall’amore di Dio e del prossimo avrà molto maggior merito di quelli ispirati dal timore e dalla speranza. Conviene quindi che tutte le nostre azioni siano fatte per amore, perché così anche le più comuni, come i pasti e le ricreazioni, diventano atti di carità e partecipano al valore di questa virtù senza perdere il proprio: mangiare per ristorare le forze è motivo buono e in un Cristiano è anche meritorio; ma ristorare le forze colla mira di lavorar meglio per Dio e per le anime è motivo assai superiore di carità, che nobilita questo atto e gli conferisce un valore meritorio molto maggiore.

2) Poiché gli atti di virtù informati dalla carità non perdono il valore proprio; ne segue che un atto fatto contemporaneamente con più intensioni riesce più meritorio. Così un atto di ubbidienza ai superiori fatto per doppio motivo, cioè per rispetto alla loro autorità e nello stesso tempo per amor di Dio considerato nella loro persona, avrà il doppio merito dell’ubbidienza e della carità. A questo modo un medesimo atto può avere un valore triplo e quadruplo: detestando i miei peccati perché hanno offeso Dio, se io ho l’intenzione di praticare nello stesso tempo la penitenza, l’umiltà e l’amor di Dio, fo un atto triplicemente meritorio. È quindi utile il proporsi diverse intenzioni soprannaturali, ma bisogna evitare di cader nell’eccesso col cercare troppo affannosamente intenzioni molteplici; il che potrebbe portar turbamento nell’anima. Accogliere quelle che spontaneamente ci si presentano e subordinarle alla divina carità, ecco il mezzo più acconcio per accrescere i nostri meriti e conservare la pace interiore.

3) La volontà dell’uomo essendo labile e meschina, è necessario rendere spesso esplicite e attuali le nostre intenzioni soprannaturali; altrimenti potrebbe accadere che un atto, cominciato per Dio, continuasse poi sotto l’influsso della sensualità e dell’amor proprio e perdesse così una parte del suo valore; dico una parte, perché se, come ordinariamente avviene, queste nuove intenzioni non distruggono interamente l’intenzione primiera, l’atto rimane nel suo complesso soprannaturale e meritorio. Quando una nave, partendo per esempio da Brest, fa rotta per New York, non basta dirigerne la prora verso questa città una volta tanto, ma, poiché la marea, i venti e le correnti tendono a farla deviare, bisogna sempre ricondurla col timone verso la mèta. Lo stesso avviene della nostra volontà: non basta dirigerla una volta, e neppure ogni giorno, verso Dio, perché  le passioni umane e le influenze esterne la farebbero presto deviare dalla linea retta; bisogna, con un atto esplicito, ricondurla spesso verso Dio e verso la carità. Allora le nostre intenzioni restano costantemente soprannaturali, anzi perfette e molto meritorie, soprattutto se vi aggiungiamo il fervore.

c) L’intensità o il fervore con cui si opera. Si può infatti, anche facendo il bene, operar languidamente, con poco sforzo, oppure con vita, con tutta l’energia di cui si è capaci, applicando tutta la grazia attuale che ci viene concessa. È evidente che in questi due casi il risultato sarà molto diverso. Se si opera languidamente, non si acquistano che pochi meriti, e si può anche commettere qualche peccato veniale; che però non distrugge tutto il merito; se invece preghiamo, lavoriamo, ci sacrifichiamo con tutta l’anima, ognuna delle nostre azioni merita una considerevole quantità di grazia abituale. Senza entrar qui in questioni sottili ed incerte, si può dire con certezza che, rendendo Dio il centuplo di ciò che si fa per Lui, un’anima fervorosa acquista ogni giorno un numero assai rilevante di gradi di grazia e diventa così in poco tempo molto perfetta, secondo l’osservazione della Sapienza: « Perfezionatosi in breve, compì una lunga carriera: Consummatus in brevi, explevit tempora multa » (Sap. IV. 13). Che prezioso incoraggiamento ad essere fervorosi! e quanto conviene rinnovar spesso gli sforzi con energia e perseveranza nel breve corso della vita presente! – Anche la difficoltà dell’atto, quando non provenga da un’attuale imperfezione della volontà, accresce il merito, non per sé ma in quanto richiede maggiore amor di Dio e sforzo più grande e più continuo. Così, per esempio, il resistere a una tentazione violenta è più meritorio, a parità di condizioni, che resistere a una tentazione leggera; praticar la dolcezza per chi ha temperamento collerico ed è spesso provocato da chi gli sta attorno, è più difficile e quindi più meritorio che non mostrarsi mansueto per chi ha naturale  dolce e timido ed è attorniato da persone benevole. Non bisogna però concluderne che la facilità acquistata con molti atti di virtù diminuisca necessariamente il merito : questa facilità, quando uno se ne giovi per continuare e accrescere anzi lo sforzo soprannaturale, aiuta l’intensità o il fervore dell’atto e per questo verso aumenta il merito, conforme venne spiegato. Come un buon operaio, col perfezionarsi nel suo mestiere evita ogni spreco di tempo, di materiale, di forza, e ottiene maggior vantaggio con minor fatica, così anche il Cristiano che sa servirsi meglio dei mezzi di santificazione, evita sprechi di tempo e molti sforzi inutili e guadagna maggiori meriti con minor fatica. I santi, che colla lunga pratica delle virtù fanno più facilmente degli altri atti di umiltà, di ubbidienza, di religione, non vengono ad averne minor merito, poiché così praticano più agevolmente e più frequentemente l’amor di Dio: continuano del resto a fare sforzi e sacrifizi nelle circostanze in cui sono necessari. Diremo quindi che la difficoltà accresce il merito non in quanto è ostacolo da vincere ma in quanto eccita maggiore ardore e maggiore amore (Eymieu, Le Gouvernement de soî-méme, t. I. Introd p. 7-9)

CONCLUSIONE.

La conclusione che chiaramente ne viene è la necessità di santificare tutte e singole le nostre azioni, anche le più comuni. Possono, come già dicemmo, essere tutte meritorie, se le facciamo con intenzione soprannaturale, associandoci all’Operaio di Nazareth che, mentre lavorava nella sua bottega, meritava continuamente per noi. Che se le cose stanno veramente così, quali progressi spirituali non possiamo fare anche in un giorno solo! Dal primo svegliarsi del mattino fino al riposo della sera si possono contare a centinaia gli atti meritori di un’anima raccolta e generosa; perché non solo ogni azione, ma, quando un’azione dura, ogni sforzo per farla meglio, per esempio, per cacciar le distrazioni nella preghiera, per applicar la mente al lavoro, per schivare una parola poco caritatevole, per rendere al prossimo un piccolo servigio; ogni parola ispirata dalla carità; ogni buon pensiero di cui si tragga profitto; insomma tutti i moti interiori dell’anima liberamente diretti al bene, sono altrettanti atti meritori che fanno crescere Dio e la grazia nell’anima. – Si può quindi dire con tutta verità che non vi è mezzo più efficace, più pratico, più ovvio per tutti a santificarsi, che studiarsi di rendere soprannaturale ognuna delle proprie azioni; è mezzo che basta da solo ad innalzare in poco tempo un’anima ad alto grado di santità. Ogni atto è allora un seme di grazia, perché la fa germogliare e crescere nell’anima; e un seme di gloria, perché aumenta nello stesso tempo i diritti alla beatitudine celeste. – Il mezzo pratico poi per convertire tutti i nostri atti in meriti è di raccoglierci un momento prima di operare; di rinunciar positivamente a ogni intenzione naturale o cattiva; di unirci, di incorporarci a Nostro Signore, nostro modello e nostro capo, col sentimento della nostra impotenza; e di offrire per mezzo di Lui la nostra azione a Dio Per la gloria sua e per il bene delle anime. Così intesa, l’offerta spesso rinnovata delle nostre azioni è un atto di rinuncia, di umiltà, di amore di Nostro Signore, di amor di Dio e del prossimo; è un’accorciatoia per arrivare alla perfezione e per aumentare continuamente la nostra vita soprannaturale. – Tali sono i mezzi principali per corrispondere alla grazia e accrescere in noi quella partecipazione alla vita divina che è il più prezioso tesoro dell’anima nostra. Mettiamo dunque in pratica il consiglio di san Giovanni: « Chi è giusto diventi sempre più giusto, e chi è santo diventi sempre più santo (Apoc. XXII, 11).

UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S.S. PIO XII – “SUMMI MÆRORES”

L’ennesimo grido di allarme e di richiamo ai reggitori dei popoli onde conformino leggi e costumi alla morale cristiana, viene lanciato in questa breve Enciclica, in cui il Santo Padre cerca di arginare il male diffuso in modo travolgente e minacciante la pace tra i popoli. Il richiamo e le parole accorate del Papa Pacelli sono ancora valide oggi, tempo ben peggiore di quello a cui risale la lettera, epoca in cui si è instaurata una situazione di folle paganesimo spinta dalle conventicole anticattoliche di coloro che odiano Dio, la sua Chiesa e tutti gli uomini, i servi del demonio oggi più che mai attivi ed infiltrati in tutte le cariche sociali, politiche e (pseudo) religiose, anche ai massimi livelli. È tempo di invocare l’aiuto di Dio e della sua giustizia perché si possano risanare le mille e mille ingiustizie che tengono la pace lontano da tutti i popoli, ed i popoli lontano da Dio e dalla sua “vera” Chiesa. Meditiamo alla luce della dottrina cattolica antimodernista questa paterna lettera e cerchiamo di porgerla alla conoscenza, oltre che dei pochi residui fedeli, dei governanti, tutti feroci nemici di Cristo e della Chiesa Cattolica oggi tenuta in esilio, nel sepolcro dal quale però, come il suo Capo divino, uscirà presto vittoriosa e risplendente di nuova e definitiva luce per ascendere al cielo ed unirsi alla Chiesa trionfante in un unico Corpo mistico: la Gerusalemme celeste.

PIO XII

LETTERA ENCICLICA

SUMMI MÆRORIS

NUOVE PREGHIERE PER LA PACE
E LA CONCORDIA DEI POPOLI

Non Ci mancano certamente motivi di sommo dolore e al tempo stesso d’immensa letizia. Da una parte Ci si offre lo spettacolo delle moltitudini che in questo anno giubilare da ogni contrada della terra accorrono a Roma, e quivi rendono un’insigne testimonianza di fede concorde, di fraterna unione, di pietà ardente, in tal numero quale, nel corso dei secoli, questa nobile città, che tanti celeberrimi avvenimenti ha conosciuto finora, non vide mai. E Noi con amorosa sollecitudine accogliamo queste moltitudini senza numero confortandole con paterne esortazioni e proponendo loro nuovi e fulgidi esempi di santità, le richiamiamo, non senza copiosi frutti, sulla via del rinnovamento dei costumi e alla perfezione della vita cristiana.  – D’altra parte, le presenti condizioni sociali dei popoli si presentano tali al Nostro sguardo da suscitare in Noi le più vive preoccupazioni e ansietà. Molti discutono, scrivono e parlano sul modo di arrivare finalmente alla tanto desiderata pace. Se non che i principi che devono costituire la sua solida base da alcuni sono trascurati, o apertamente ripudiati. Infatti, in non pochi paesi non la verità ma la falsità viene presentata sotto una certa veste di ragione; non l’amore, non la carità viene favorita, ma si insinua l’odio e la rivalità piena di livore; non si esalta la concordia dei cittadini, ma si provocano i turbamenti e il disordine. Ma, come i sinceri e benpensanti riconoscono, in questa maniera né si possono giustamente risolvere i problemi che in accese discussioni ancora separano le nazioni, né le classi proletarie possono essere indirizzate, come è necessario, verso un avvenire migliore. L’odio, infatti, non ha mai generato nulla di buono, nulla la menzogna, nulla i disordini. Occorre senza dubbio sollevare il popolo bisognoso a uno stato degno dell’uomo; ma non con la forza, non con le agitazioni, bensì con giuste leggi. Occorre certamente eliminare al più presto tutte le controversie che dividono e separano i popoli, sotto gli auspici della verità e la guida della giustizia. – Mentre il cielo si offusca di oscure nubi, Noi, che abbiamo sommamente a cuore la libertà, la dignità e la prosperità di tutte le nazioni, non possiamo non ritornare ad esortare caldamente tutti i cittadini e i loro governanti alla pace e alla concordia. Rammentino tutti che cosa apporti la guerra, come purtroppo sappiamo per esperienza: rovine, morte e ogni genere di miseria. Col progredire del tempo la tecnica ha introdotto e apprestato tali armi, micidiali e inumane, che possono sterminare non soltanto gli eserciti e le flotte, non soltanto le città, i paesi e i villaggi, non soltanto gli inestimabili tesori della religione, dell’arte e della cultura, ma persino fanciulli innocenti con le loro madri, gli ammalati e i vecchi indifesi. Tutto ciò che di bello, di buono, di santo ha prodotto il genio umano, tutto o quasi può essere annientato. Se pertanto la guerra, soprattutto oggi, si presenta ad ogni osservatore onesto come qualcosa di sommamente terrificante e letale, è da sperare che – mediante lo sforzo di tutti i buoni e in special modo dei reggitori dei popoli – siano allontanate le oscure e minacciose nubi, che sono tuttora causa di trepidazione, e risplenda alla fine tra le genti la vera pace. – Tuttavia, conoscendo che «ogni buon dato e ogni dono perfetto viene dall’alto, scendendo dal Padre dei lumi » (cf. Gc 1,17), riteniamo opportuno, venerabili fratelli, di indire nuovamente pubbliche preghiere e suppliche per impetrare e conseguire la concordia tra i popoli. Sarà cura del vostro zelo pastorale non solo di esortare le anime a voi affidate a elevare a Dio ferventi preghiere, ma altresì di incitarle a pie opere di penitenza e di espiazione, con cui possa essere soddisfatta e placata la maestà del Signore offesa da tanti gravi delitti pubblici e privati. – E mentre, conforme al vostro ufficio, darete notizia ai fedeli di questo Nostro paterno invito, ricordate loro nuovamente da quali principi scaturisca una giusta e durevole pace e per quali vie convenga perseguirla e consolidarla. Essa invero, come ben sapete, si può ottenere soltanto dai principi e dalle norme dettate da Cristo e messe in pratica con sincera pietà. Tali principi e tali norme, infatti, richiamano gli uomini alla verità, alla giustizia e alla carità; pongono un freno alle loro cupidigie; obbligano i sensi a obbedire alla ragione; muovono questa a obbedire a Dio; fanno sì che tutti, anche coloro che governano i popoli, riconoscano la libertà dovuta alla religione, la quale, oltre allo scopo precipuo di condurre le anime alla eterna salvezza, ha anche quello di tutelare e progettare i fondamenti stessi dello stato. Da ciò che abbiamo finora detto è facile dedurre, venerabili fratelli, quanto siano lontani dal procurare una vera e sicura pace coloro che calpestano i sacrosanti diritti della Chiesa Cattolica; proibiscono ai suoi ministri di compiere liberamente il loro ufficio, condannandoli anche al carcere e all’esilio; impediscono o addirittura proscrivono e distruggono le accademie, le scuole e gli istituti di educazione che sono retti secondo le norme cristiane; infine, travolgono con errori, calunnie e ogni genere di turpitudini il popolo, specialmente la tenera gioventù, dalla integrità dei costumi, dalla virtù e dall’innocenza verso gli allettamenti dei vizi e la corruzione. Ed è chiaro ancora quanto vadano lontani dal vero coloro che insidiosamente lanciano contro questa sede apostolica e la chiesa cattolica l’accusa di volere una nuova conflagrazione. In realtà non sono mai mancati, né nei tempi antichi né in quelli a noi più vicini, coloro che hanno tentato di soggiogare i popoli con le armi; però Noi mai abbiamo desistito dal promuovere una vera pace; la chiesa non con le armi, ma con la verità desidera conquistare i popoli ed educarli alla virtù e al retto vivere sociale. Infatti «le armi della nostra milizia non sono carnali, ma potenti in Dio » (2 Cor 10, 4). – Occorre che insegniate tutto ciò con franchezza; poiché allora soltanto quando cioè i comandamenti cristiani saranno posti al sicuro e informeranno la vita privata e pubblica, sarà lecito sperare che, composti gli umani dissidi, le varie classi dei cittadini, i popoli e le genti si uniscano in fraterna concordia. – Le nuove pubbliche preghiere implorino da Dio che questi Nostri ardenti voti siano appagati; in modo che, con l’aiuto della grazia divina, non solo con virtù cristiana siano in tutti rinnovati i costumi, ma anche le relazioni tra i popoli siano al più presto talmente ordinate, da procurare alle singole nazioni, frenata la cieca cupidigia di dominare sugli altri, la debita libertà; debita libertà da concedersi e alla santa religione e a tutti i suoi figli secondo i diritti divini e umani. Con questa fiducia, impartiamo di cuore a voi tutti, venerabili fratelli, al vostro clero e ai fedeli, e a tutti quelli che in modo speciale asseconderanno prontamente queste Nostre esortazioni, la benedizione apostolica, auspicio delle grazie divine e della Nostra paterna benevolenza.

Roma, presso San Pietro, 19 luglio dell’anno 1950, XII del Nostro pontificato.

PIO PP. XII

FESTA DELLA SANTISSIMA TRINITÀ (2022)

FESTA DELLA SANTSSIMA TRINITÁ (2022)

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O Dio, uno nella natura e trino nelle Persone, Padre, Figlio e Spirito Santo, causa prima e fine ultimo di tutte le creature, Bene infinito, incomprensibile e ineffabile, mio Creatore, mio Redentore e mio Santificatore, io credo in Voi, spero in Voi e vi amo con tutto il cuore.

Voi nella vostra felicità infinita, preferendomi, senza alcun mio merito, ad innumerevoli altre creature, che meglio di me avrebbero corrisposto ai vostri benefìci, aveste per me un palpito d’amore fin dall’eternità e, suonata la mia ora nel tempo, mi traeste dal nulla all’esistenza terrena e mi donaste la grazia, pegno della vita eterna.

Dall’abisso della mia miseria vi adoro e vi ringrazio. Sulla mia culla fu invocato il vostro Nome come professione di fede, come programma di azione, come meta unica del mio pellegrinaggio quaggiù; fate, o Trinità Santissima, che io mi ispiri sempre a questa fede e attui costantemente questo programma, affinché, giunto al termine del mio cammino, possa fissare le mie pupille nei fulgori beati della vostra gloria.

[Fidelibus, qui festo Ss.mæ Trinitatis supra relatam orationem pie recitaverint, conceditur: Indulgentia trium annorum;

Indulgentia plenaria suetis conditionibus (S. Pæn. Ap.,10 maii 1941).

[Nel giorno della festa della Ss. TRINITA’, si concede indulgenza plenaria con le solite condizioni: Confessione [se impediti Atti di contrizione perfetta], Comunione sacramentale [se impediti, Comunione Spirituale], Preghiera secondo le intenzioni del S. Padre, S. S. GREGORIO XVIII]

Canticum Quicumque


(Canticum Quicumque * Symbolum Athanasium)


Quicúmque vult salvus esse, * ante ómnia opus est, ut téneat cathólicam fidem:
Quam nisi quisque íntegram inviolatámque serváverit, * absque dúbio in ætérnum períbit.
Fides autem cathólica hæc est: * ut unum Deum in Trinitáte, et Trinitátem in unitáte venerémur.
Neque confundéntes persónas, * neque substántiam separántes.
Alia est enim persóna Patris, ália Fílii, * ália Spíritus Sancti:
Sed Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti una est divínitas, * æquális glória, coætérna majéstas.
Qualis Pater, talis Fílius, * talis Spíritus Sanctus.
Increátus Pater, increátus Fílius, * increátus Spíritus Sanctus.
Imménsus Pater, imménsus Fílius, * imménsus Spíritus Sanctus.
Ætérnus Pater, ætérnus Fílius, * ætérnus Spíritus Sanctus.
Et tamen non tres ætérni, * sed unus ætérnus.
Sicut non tres increáti, nec tres imménsi, * sed unus increátus, et unus imménsus.
Simíliter omnípotens Pater, omnípotens Fílius, * omnípotens Spíritus Sanctus.
Et tamen non tres omnipoténtes, * sed unus omnípotens.
Ita Deus Pater, Deus Fílius, * Deus Spíritus Sanctus.
Ut tamen non tres Dii, * sed unus est Deus.
Ita Dóminus Pater, Dóminus Fílius, * Dóminus Spíritus Sanctus.
Et tamen non tres Dómini, * sed unus est Dóminus.
Quia, sicut singillátim unamquámque persónam Deum ac Dóminum confitéri christiána veritáte compéllimur: * ita tres Deos aut Dóminos dícere cathólica religióne prohibémur.
Pater a nullo est factus: * nec creátus, nec génitus.
Fílius a Patre solo est: * non factus, nec creátus, sed génitus.
Spíritus Sanctus a Patre et Fílio: * non factus, nec creátus, nec génitus, sed procédens.
Unus ergo Pater, non tres Patres: unus Fílius, non tres Fílii: * unus Spíritus Sanctus, non tres Spíritus Sancti.
Et in hac Trinitáte nihil prius aut postérius, nihil majus aut minus: * sed totæ tres persónæ coætérnæ sibi sunt et coæquáles.
Ita ut per ómnia, sicut jam supra dictum est, * et únitas in Trinitáte, et Trínitas in unitáte veneránda sit.
Qui vult ergo salvus esse, * ita de Trinitáte séntiat.
Sed necessárium est ad ætérnam salútem, * ut Incarnatiónem quoque Dómini nostri Jesu Christi fidéliter credat.
Est ergo fides recta ut credámus et confiteámur, * quia Dóminus noster Jesus Christus, Dei Fílius, Deus et homo est.
Deus est ex substántia Patris ante sǽcula génitus: * et homo est ex substántia matris in sǽculo natus.
Perféctus Deus, perféctus homo: * ex ánima rationáli et humána carne subsístens.
Æquális Patri secúndum divinitátem: * minor Patre secúndum humanitátem.
Qui licet Deus sit et homo, * non duo tamen, sed unus est Christus.
Unus autem non conversióne divinitátis in carnem, * sed assumptióne humanitátis in Deum.
Unus omníno, non confusióne substántiæ, * sed unitáte persónæ.
Nam sicut ánima rationális et caro unus est homo: * ita Deus et homo unus est Christus.
Qui passus est pro salúte nostra: descéndit ad ínferos: * tértia die resurréxit a mórtuis.
Ascéndit ad cælos, sedet ad déxteram Dei Patris omnipoténtis: * inde ventúrus est judicáre vivos et mórtuos.
Ad cujus advéntum omnes hómines resúrgere habent cum corpóribus suis; * et redditúri sunt de factis própriis ratiónem.
Et qui bona egérunt, ibunt in vitam ætérnam: * qui vero mala, in ignem ætérnum.
Hæc est fides cathólica, * quam nisi quisque fidéliter firmitérque credíderit, salvus esse non póterit.

MESSA

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Doppio di I° classe. – Paramenti bianchi.

Lo Spirito Santo, il cui regno comincia con la festa di Pentecoste, viene a ridire alle nostre anime in questa seconda parte dell’anno (dalla Trinità all’Avvento – 6 mesi), quello che Gesù ci ha insegnato nella prima (dall’Avvento alla Trinità – 6 mesi). Il dogma fondamentale al quale fa capo ogni cosa nel Cristianesimo è quello della SS. Trinità, dalla quale tutto viene (Ep.) e alla quale debbono ritornare tutti quelli che sono stati battezzati nel suo nome (Vang.). Così, dopo aver ricordato, nel corso dell’anno, volta per volta, pensiero di Dio Padre Autore della Creazione, di Dio Figlio Autore della Redenzione, di Dio Spirito Santo, Autore della nostra santificazione, la Chiesa, in questo giorno specialmente, ricapitola il grande mistero che ci ha fatto conoscere e adorare in Dio l’Unità di natura nella Trinità delle persone (Or.). — « Subito dopo aver celebrato l’avvento dello Spirito Santo, noi celebriamo la festa della SS. Trinità nell’officio della domenica che segue, dice S. Ruperto nel XII secolo, e questo posto è ben scelto perché subito dopo la discesa di questo divino Spirito, cominciarono la predicazione e la credenza, e, nel Battesimo, la fede e la confessione nel nome del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo ». Il dogma della SS. Trinità è affermato in tutta la liturgia. È in nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo che si comincia e si finisce la Mesa e l’Ufficio divino, e che si conferiscono i sacramenti. Tutti i Salmi terminano col Gloria Patri, gli Inni con la Dossologia e le Orazioni con una conclusione in onore delle tre Persone divine. Nella Messa due volte si ricorda che il Sacrificio è offerto alla SS. Trinità. — Il dogma della Trinità risplende anche nelle chiese: i nostri padri amavano vederne un simbolo nell’altezza, larghezza e lunghezza mirabilmente proporzionate degli edifici; nelle loro divisioni principali e secondarie: il santuario, il coro, la navata; le gallerie, le trifore, le invetriate; le tre entrate, le tre porte, i tre vani, il frontone (formato a triangolo) e, a volte le tre torri campanili. Dovunque, fin nei dettagli dell’ornato il numero ripetuto rivela un piano prestabilito, un pensiero di fede nella SS. Trinità. — L’iconografia cristiana riproduce, in differenti maniere questo pensiero. Fino al XII secolo Dio Padre è rappresentato da una mano benedicente che sorge fra le nuvole, e spesso circondata da un nimbo: questa mano significa l’onnipotenza di Dio. Nei secoli XIII e XIV si vede il viso e il busto del Padre; dal secolo XV il Padre è rappresentato da un vegliardo vestito come il Pontefice.Fino al XII secolo Dio Figlio è rappresentato da una croce, da un agnello o da un grazioso giovinetto come i pagani rappresentavano Apollo. Dal secolo XI al XVI secolo apparve il Cristo nella pienezza delle forze e barbato; dal XIII secolo porta la sua croce, ma è spesso ancora rappresentato dall’Agnello. — Lo Spirito Santo fu dapprima rappresentato da una colomba lecui ali spiegate spesso toccano la bocca del Padre e del Figlio, per significare che procede dall’uno e dall’altro. A partire dall’XI secolo fu rappresentato per questo sotto forma di un fanciullino. Nel XIII secolo è un adolescente, nel XV un uomo maturo come il Padre e il Figlio, ma con una colomba al disopra della testa o nella mano per distinguerlo dalle altre due Persone. Dopo il XVI secolo la colomba riprende il diritto esclusivo che aveva primieramente rappresentare lo Spirito Santo. — Per rappresentare la Trinità si prese dalla geometria il triangolo, che con la sua figura, indica l’unità divina nella quale sono iscritti i tre angoli, immagine delle tre Persone in Dio. Anche il trifoglio servì a designare il mistero della Trinità, come pure tre cerchi allacciati con il motto Unità scritto nello spazio lasciato libero al centro della intersezione dei cerchi; fu anche rappresentata come una testa a tre facce distinte su un unico capo, ma nel 1628 Papa Urbano VIII proibì di riprodurre le tre Persone in modo così mostruoso. — Una miniatura di questa epoca rappresenta il Padre e il Figlio somigliantissimi, il medesimo nimbo, la medesima tiara, la medesima capigliatura, un unico mantello: inoltre sono uniti dal Libro della Sapienza divina che reggono insieme e dallo Spirito Santo che li unisce con la punta delle ali spiegate. Ma il Padre è più vecchio del Figlio; la barba del primo è fluente, del secondo è breve; il Padre porta una veste senza cintura e il pianeta terrestre; il Figlio ha un camice con cintura e stola poiché è sacerdote. — La solennità della SS. Trinità deve la  sua origine al fatto che le ordinazioni del Sabato delle Quattro Tempora si celebravano la sera prolungandosi fino all’indomani, domenica, che non aveva liturgia propria. — Come questo giorno, così tutto l’anno è consacrato alla SS. Trinità, e nella prima Domenica dopo Pentecoste viene celebrata la Messa votiva composta nel VII secolo in onore di questo mistero. E poiché occupa un posto fisso nel calendario liturgico, questa Messa fu considerata costituente una festa speciale in onore della SS. Trinità. Il Vescovo di Liegi, Stefano, nato verso l’850, ne compose l’ufficio che fu ritoccato dai francescani. Ma ebbe vero, principio questa festa nel X secolo e fu estesa a tutta la Chiesa da Papa Giovanni XXII nel 1334. — Affinché siamo sempre armati contro ogni avversità (Or.), facciamo in questo giorno con la liturgia professione solenne di fede nella santa ed eterna Trinità e sua indivisibile Unità (Secr.).

Incipit 

In nómine Patris,  et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus 

Tob XII: 6.

Benedícta sit sancta Trínitas atque indivísa Unitas: confitébimur ei, quia fecit nobíscum misericórdiam suam.

[Sia benedetta la Santa Trinità e indivisa Unità: glorifichiamola, perché ha fatto brillare in noi la sua misericordia.]

Ps VIII: 2

Dómine, Dóminus noster, quam admirábile est nomen tuum in univérsa terra!


[O Signore, Signore nostro, quanto è mirabile il tuo nome su tutta la terra!]

 Benedícta sit sancta Trínitas atque indivísa Unitas: confitébimur ei, quia fecit nobíscum misericórdiam suam.

[Sia benedetta la Santa Trinità e indivisa Unità: glorifichiamola, perché ha fatto brillare in noi la sua misericordia.]

Oratio

Orémus.

Omnípotens sempitérne Deus, qui dedísti fámulis tuis in confessióne veræ fídei, ætérnæ Trinitátis glóriam agnóscere, et in poténtia majestátis adoráre Unitátem: quaesumus; ut, ejúsdem fídei firmitáte, ab ómnibus semper muniámur advérsis. 

[O Dio onnipotente e sempiterno, che concedesti ai tuoi servi, mediante la vera fede, di conoscere la gloria dell’eterna Trinità e di adorarne l’Unità nella sovrana potenza, Ti preghiamo, affinché rimanendo fermi nella stessa fede, siamo tetragoni contro ogni avversità.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Romános. Rom XI: 33-36.

“O altitúdo divitiárum sapiéntiæ et sciéntiæ Dei: quam incomprehensibília sunt judícia ejus, et investigábiles viæ ejus! Quis enim cognovit sensum Dómini? Aut quis consiliárius ejus fuit? Aut quis prior dedit illi, et retribuétur ei? Quóniam ex ipso et per ipsum et in ipso sunt ómnia: ipsi glória in sæcula. Amen”. 

[O incommensurabile ricchezza della sapienza e della scienza di Dio: come imperscrutabili sono i suoi giudizii e come nascoste le sue vie! Chi infatti ha conosciuto il pensiero del Signore? O chi gli fu mai consigliere? O chi per primo dette a Lui, sí da meritarne ricompensa? Poiché da Lui, per mezzo di Lui e in Lui sono tutte le cose: a Lui gloria nei secoli. Amen.]

P. G. Semeria: Le epistole delle Domeniche, Op. naz. Per il mezzogiorno d’Italia, Milano, 1939. (Nihil obstat sac. P. De Ambroggi – Imprim. P. Castiglioni vic. Gen. Curia Arch, Mediolani, 1-3-1938)

DIO È CARITÀ.

La gloria del Cristianesimo, della Rivelazione cristiana, che ha per oggetto suo primo Dio, è di avere saputo e di saper parlare alla nostra mente e al nostro cuore, appagando i due supremi bisogni dell’anima: sapere e amare. Ce n’è per le intelligenze più aristocratiche, ce n’è per i cuori più umili, quelle si arrestano pensose, questi si fermano giocondi.  Oggi l’Epistola della domenica ha una parola delle più sublimi e delle più consolanti. Dio è carità: «Deus charitas est». Dio è un fuoco, una promessa, un suono infinito di amore, di bontà, di carità. La carità è il suo attributo, per noi Cristiani più alto, più caratteristico. Vedete, o fratelli, le armonie mirabili del dogma, della morale di N. S. Gesù Cristo. La carità è il grande comandamento della sua Legge, così grande che può parere e dirsi in qualche modo il solo: in realtà riassume, compendia in sé tutti gli altri. È « preceptum magnum in lege ». Bisogna amar Dio e tutti quelli e tutto ciò che Egli desidera vedere amato da noi. Amare Dio! Che gran parola! Se Dio permettesse all’uomo di amarlo, pensando quanto Egli è grande, quanto noi siamo piccini, dovremmo riguardarlo come una concessione straordinaria da parte di Dio. Ebbene, no, Dio non ci permette: Egli ci comanda di volerGli bene, come figli al Padre, come amici all’Amico. Ma noi Gli dobbiamo voler bene, perché (ecco il dogma) Egli è buono, anzi è la stessa bontà, una bontà non contegnosa, non fredda, una bontà calda, espansiva: è carità. Questo dogma corrisponde a quel precetto: nel precetto si raccoglie tutta la morale, in quel precetto e in questo dogma si compendia la storia dogmatica dei rapporti di Dio con noi. La carità è la chiave della creazione, della Redenzione, della Santificazione. Noi siamo da tanti secoli ormai abituati a sentirci predicare questo ritornello: Dio è carità, che rimaniamo quasi indifferenti. Ma quei primi che raccolsero queste parole dalle labbra di Gesù e poi dagli Apostoli, ne rimasero estatici. Per secoli i Profeti avevano con una commossa eloquenza celebrato la grandezza di Dio e la Sua giustizia. Certo non avevano dimenticato la misericordia, attributo troppo prezioso perché nella sinfonia profetica potesse mancare. Ma la grande predicazione profetica era la predicazione della grandezza e della giustizia: volevano incutere il timore di Dio in quel popolo dalla dura cervice e dal cuore incirconciso. E parve una musica nuova e dolce questa del Figlio di Dio, di Gesù: Dio è bontà, è amore, è carità: vuole essere amato. E lo so, e l’ho detto e lo ripeto: al ritornello ci abbiamo fatto l’orecchio. Ma siamo noi ben convinti di questo dogma? Crediamo noi davvero, crediamo noi sempre alla bontà di Dio? Purtroppo l’amara interrogazione ha la sua ragion d’essere. Perché crederci davvero vuol dire amare Dio fino alla follia come facevano i Santi, e ciò è più difficile in certi momenti oscuri della vita, è un po’ difficile sempre. La carità di Dio è anch’essa misteriosa come sono misteriosi tutti gli attributi di Dio, dato che Dio stesso è mistero. – Oggi la Chiesa ce lo ricorda celebrando la SS. Trinità, il primo mistero della nostra fede, e cantando con le parole di Paolo: « O altitudo divitiarum sapientiæ et scientiæ Dei! » – Dio è un abisso dove la ragione da sola si smarrisce, guidata dalla fede cammina quanto quaggiù è necessario ed è possibile, come chi tra le tenebre ha una piccola, fida lucerna. È un abisso, è un mistero anche l’amore di Dio. Dobbiamo accettarlo, crederlo. Perciò l’Apostolo definisce i Cristiani così: gli uomini che hanno creduto e credono alla carità di Dio. « Nos credidimus charitati ». Ma credendo, e solo credendo a questo mistero della bontà, della carità di Dio per noi, per tutti, ci si rischiara il buio che sarebbe altrimenti atroce della nostra povera esistenza: ci si illumina quel sovrano dovere di amare anche noi il nostro prossimo che renderebbe tanto meno triste il mondo e la vita se noi ne fossimo gli esecutori fedeli. Il Dio della carità accenda nei nostri cuori la Sua fiamma e faccia splendere ai nostri sguardi la Sua luce!

 Graduale 

Dan III: 55-56. Benedíctus es, Dómine, qui intuéris abýssos, et sedes super Chérubim, 

[Tu, o Signore, che scruti gli abissi e hai per trono i Cherubini.]

Alleluja

Benedíctus es, Dómine, in firmaménto cæli, et laudábilis in sæcula. Allelúja, 

[V.Benedetto sei Tu, o Signore, nel firmamento del cielo, e degno di lode nei secoli. Allelúia, alleluia.]

Dan III: 52 V. Benedíctus es, Dómine, Deus patrum nostrórum, et laudábilis in sæcula. Allelúja. Alleluja. 

[Benedetto sei Tu, o Signore, nel firmamento del cielo, e degno di lode nei secoli. Allelúia, allelúia]

Evangelium

Sequéntia  sancti Evangélii secúndum Matthæum. Matt. XXVIII: 18-20

“In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis: Data est mihi omnis potéstas in coelo et in terra. Eúntes ergo docéte omnes gentes, baptizántes eos in nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti: docéntes eos serváre ómnia, quæcúmque mandávi vobis. Et ecce, ego vobíscum sum ómnibus diébus usque ad consummatiónem sæculi”. 

« Gesù disse a’ suoi discepoli: Ogni potere mi fu dato in cielo ed in terra: andate adunque, ammaestrate tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo, insegnando loro di osservare tutte le cose, che io vi ho comandate: ed ecco io sono con voi tutti i giorni, fino al termine del secolo ».

OMELIA

(G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi; VI ediz. – Soc. Ed. Vita e pensiero.- Milano 1956.

UN DIO SOLO IN TRE PERSONE

Apparso sopra una montagna di Galilea, il Signore risorto disse agli Apostoli queste parole solenni: « Andate! battezzate e istruite tutte le genti nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo ». È meraviglioso: con ciò che non si capisce si dovevano istruire le genti. Il mistero della Trinità è come il sole che non si può guardare ma che illumina tutte quante le altre cose. In sé è incomprensibile, ma rende comprensibile tutto quanto l’universo. Meraviglioso, ma reale fatto storico. Le nazioni moderne sono debitrici della loro civiltà a questo altissimo mistero. Chi ha disperso gli innumerevoli e assurdi idoli che ricevevano l’incenso sopra gli altari di Roma? Il mistero dell’unità e trinità di Dio. Chi ha liberato gli uomini dal fatalismo implacabile che li prostrava sotto la verga ferrea d’un cieco destino? Chi ha insegnato a loro che sono liberi e responsabili, che devono amarsi ed aiutarsi? La fede in Dio Padre che crea e provvede, in Dio Figlio che si fa uomo e muore per salvarci, in Dio Spirito Santo che non disdegna di santificare le anime nostre abitando in esse. Ed ora se « popoli interi si trovano nel pericolo di ricadere in una barbarie peggiore di quella in cui ancora giaceva la maggior parte del mondo all’apparire del Redentore » (Enc. « Divini Redemptoris » sul Comunismo ateo) qual è la causa, se non lo spegnersi della fede del mistero della Trinità? È con questo mistero che Pio XI combatteva il paganesimo risorgente: « Il nostro Dio è il Dio personale, trascendente, onnipotente, infinitamente perfetto, Uno nella Trinità delle Persone e Trino nella Unità dell’Essenza Divina… » (Enc. « Mit brennender Sorge »). S. Pietro con la voce del Papa, ancora dunque istruisce le nazioni nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. In questo nome del Dio Uno e Trino è riposta non solo la vera civiltà dei popoli, ma anche la nostra santificazione e la nostra salvezza eterna.  Che significa questo mistero? Da chi ci fu rivelato? Perché ci fu rivelato? Ecco tre domande a cui oggi bisogna dare una concisa e chiara risposta. – 1. IL MISTERO DELL’UNITÀ E TRINITÀ DI DIO. Dio è uno solo: Egli è infinito, eterno, onnipotente. Ha creato e governa tutto quanto esiste: le cose visibili e le invisibili. In Dio vi sono Tre Persone. Distinte: perché l’una non è l’altra ed ha ciascuna il proprio nome. Padre si chiama la prima Persona, e non procede da alcuno. Figlio si chiama la seconda Persona, ed è generata dal Padre. Spirito Santo si chiama la terza Persona, e procede dal Padre e dal Figlio insieme. Distinte, ma uguali sono le Persone Divine: ugualmente eterne, onnipotenti, infinite. Ciascuna è ugualmente Dio come le altre due: però non sono tre Dei, perché hanno un’unica e comune natura divina. Non è assurdo: perché la fede non ci fa credere che uno è uguale a tre, che tre è uguale a uno. Dio è uno, se consideriamo la sua natura. Dio è trino se consideriamo le Persone da cui quell’unica natura divina è posseduta. Dunque, anche nel mistero della Trinità, una natura è una, non tre; tre Persone sono tre, non una. Ma come avviene che un’unica natura divina sia identicamente in Tre Persone? È incomprensibile. Invano ricorriamo a dei paragoni. Guardate l’elettricità: è forza che muove, è luce che illumina, è calore che riscalda, eppure è sempre, la medesima energia. Guardate l’anima nostra: è memoria, intelligenza, volontà; eppure, è sempre quell’unica anima. Questi paragoni a qualche cosa servono; ma troppo poco ci fan capire, quasi niente. È più facile mettere nel cavo delle nostre mani tutta l’acqua dell’oceano, che non mettere nella nostra piccola testa la immensa verità della Vita di Dio. Dio è troppo grande per essere capito da cervelli minuscoli come i nostri. Crediamo e adoriamo umilmente il Mistero. – 2. DA CHI CI FU RIVELATO. Come abbiamo saputo l’esistenza di ciò che non comprendiamo? Gesù, Figlio di Dio, la seconda Persona della SS. Trinità, ce l’ha rivelato. Nei primi tempi della sua vita pubblica ha predicato la fede nel Padre celeste. « Considerate — diceva — gli uccelli del cielo: non seminano, non mietono, non hanno granaio; e il vostro Padre celeste li nutre. Considerate i gigli del campo come fanno a crescere: non filano, non tessono; eppure, Salomone stesso con tutto il suo splendore non ha mai vestito così bene come loro. Dunque, non mettetevi in pene per le cose di questa vita, per il mangiare, il bere, il vestire… Così fanno i pagani che non credono. Non valete di più dei passeri e dei fiori? Ma il Padre vostro sa che cosa avete veramente bisogno » (Mt., VI, 26-32). Poi, a poco a poco, si è dato a conoscere come il Figlio di Dio, dicendo d’avere la stessa potenza, sapienza e natura del Padre. Si ricordino le parole che disse al cieco nato: « Credi tu nel Figlio di Dio? « E chi è? ». «Tu lo vedi: colui che ti parla », (Giov., IX, 35-37). Si ricordi anche quello che rispose all’Apostolo Filippo, il quale voleva vedere il Padre: « Chi vede me, Filippo, vede il Padre » (Giov., XIV, 9). Da ultimo, ha annunciato agli apostoli la discesa dello Spirito Santo, ed ha fatto loro comprendere che quest’altra Persona divina, che manderà a loro, da parte del Padre, compirà in essi la sua rivelazione e la sua opera, e abiterà in essi allo stesso modo del Padre e del Figlio (Giov., XVI, 7-13). Il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo, ospiti divini dell’anima, verranno a lei nel Battesimo; saranno per lei l’amico che consola, la sorgente che vivifica, il Dio che si adora. Dopo la rivelazione di questi segreti della vita divina, Gesù giustamente può dire ai suoi discepoli: « Non siete servi, ma miei amici: perché il servo non sa quello che fa il Padrone, voi invece lo sapete. Vi ho chiamati amici perché vi ho fatto conoscere tutto quello che ho udito dal Padre mio » (Giov., XV, 14-15). Noi dunque crediamo al mistero della Trinità, perché ci fu rivelato da Gesù Cristo stesso. – 3. PERCHÈ CI FU RIVELATO. Un filosofo con sciocca superbia domandava a che cosa servivano al mondo il mistero della Trinità e gli altri misteri della Religione (ROUSSEAU). Nonostante la sua intelligenza e la sua scienza, con tale domanda non si mostrava per niente più acuto di quel contadino ignorante che rispose al suo parroco: « Che importa a me, se sono una o tre Persone: non li debbo mantenere io ». Il dogma della Trinità non solo è la confidenza più sublime che il Signore abbia fatto a noi sue povere creature, ma da qui provengono i nostri migliori sentimenti d’amor di Dio e d’amore del prossimo. a) Ci fu dunque rivelato perché meglio amassimo Dio. Infatti, questo mistero mostra il Re dei re, il Signore dei signori, Colui che solo possiede l’immortalità e la potenza, che abita in una luce inaccessibile, occuparsi continuamente di noi. — Dio Padre creò l’universo per noi: perché noi vedendo e godendo, le cose belle e buone, comprendessimo il suo amore e la sua gloria. Poi ci adottò come suoi figliuoli facendoci parte già fin d’ora della sua vita, e un giorno della sua gloria. — Dio Figlio s’è degnato di rivestirsi della nostra carne e delle nostre debolezze, soffrendo e morendo per la nostra redenzione. Ha voluto abitare tra noi, e farsi nostro cibo. — Lo Spirito Santo, amore consostanziale del Padre e del Figlio, abita nelle anime in grazia, le illumina, le infiamma, le santifica. Queste idee sono non solo grandi, ma affettuose e consolanti. Provocano il nostro amore. b) Il mistero ci fu rivelato anche perché amassimo meglio il prossimo. Nostro Signore Gesù Cristo ha improntato i motivi più alti dell’amore tra noi al domma della Trinità. Nell’ultima cena, pregò suo Padre per i discepoli così: « Come voi, Padre, amate me e io amo Voi, così essi amino e siano una sola cosa tra di loro » (Giov., XVII, 21). Ecco perché nei secoli di maggior fede numerosi ospedali si fondarono dedicati alla SS. Trinità. La più bella e grande preghiera che possiamo rivolgere alla SS. Trinità è la Messa; la più buona e gradita azione che possiamo compiere in suo amore è la carità verso il prossimo. – A Catania nel 304 moriva per la fede cristiana il diacono Euplio. L’avevano sottoposto per lunghe ore alla tortura perché rinnegasse. Aveva tanta sete e si contorceva di dolore: « Disgraziato! — gli gridò il giudice. — Adora Marte, Apollo, Esculapio; avrai da bere ». Il martire rispose: « Io adoro il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo: essi mi daranno da bere tra qualche momento l’acqua viva della gioia eterna ». E s’accasciò piegato sulle ginocchia e con la fronte protesa come a bere a un fiume invisibile. Era morto. Anche a noi il mondo, in questi anni di vita terrena, ci offre i suoi idoli: « Adora il Piacere, adora il Danaro, adora l’Orgoglio: sarai felice! ». Rispondiamogli come il martire siciliano: «Io adoro il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo: essi mi daranno l’unica vera felicità ». Così la santa Chiesa, madre pietosa, nell’ora estrema potrà raccomandarci a Dio con sincerità: « Riempi, Signore, della tua pace, quest’anima che ritorna… benché abbia talvolta peccato, tuttavia non negò, ma credette nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo » (Commend. anim.). – – IL GRANDE MISTERO NELLA VITA PRATICA. « … Andate, dunque: istruite le genti! battezzate le genti nel nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo! Coraggio, perché Io sarò con voi, tutti i giorni, fino alla consumazione dei secoli ». Queste parole, che sono le ultime del Vangelo di S. Matteo, contengono esplicitamente il mistero principale della nostra santa fede: unità e Trinità di Dio. Gesù comanda a’ suoi Apostoli che insegnino a tutti gli uomini, perché la fede di ogni uomo, in ogni istante, deve essere sigillata da questo mistero. Nasciamo: ed ecco il sacerdote battezzarci nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Viviamo: ed ecco che ogni atto della nostra vita spirituale, l’assoluzione e ogni benedizione, ci è data in nome della Trinità augusta. Moriamo: ed ecco che noi facciamo ritorno al Padre che ci ha creati, al Figlio che ci ha redenti, allo Spirito Santo che ci ha santificati. L’uomo stesso è formato ad immagine della Trinità, e sopra di lui è riflesso il lume di Dio (Ps., IV, 7). Nel mattino dei secoli, quando Dio scese sulla terra a creare l’uomo, disse: « Facciamo l’uomo a nostra somiglianza ». E S. Bernardo osserva che in noi v’è una trinità creata: la mente che comprende, il cuore che ama, la volontà che comanda le azioni. Con questa trinità creata, ch’è in noi, rendiamo gloria alla Trinità Increata: rendiamo gloria colla mente credendo, col cuore amando, colla volontà imitando in noi il Mistero divino, per quanto ci è possibile. – 1. COLLA MENTE: CREDIAMO. Nelle litanie della Madonna, che tante volte abbiamo recitato, una ve n’ha una che mirabilmente esprime il gran Mistero: « Sancta Trinitas Unus Deus ». Sancta Trinitas! In Dio vi sono tre Persone che si chiamano: Padre, Figlio e Spirito Santo. Sono uguali in tutto: né il Padre è più vecchio del Figlio, né lo Spirito Santo è più giovane del Padre e del Figlio; ma tutti e tre sono eterni allo stesso modo. Così come è onnipotente il Padre, così è onnipotente il Figlio e lo Spirito Santo. Per questo non si devono confondere: altro è la Persona del Padre, altro quella del Figlio, altro quella dello Spirito Santo. Eppure, non sono tre Dei ma un Dio solo. Unus Deus! Non si dice che in Dio vi sono tre Persone e che queste Persone sono una Persona sola; e neppure si dice che vi sono tre Nature e che formano una Natura sola: questo è assurdo. Il mistero dice soltanto che in Dio vi sono tre Persone che formano una Natura sola, la divina; e perciò formano un Dio solo … Unus Deus. Questo è il Mistero grande. Nessuno può comprenderlo; ma tutti debbono crederlo, se vogliono salvarsi. E noi lo crediamo perché ci è stato rivelato da Dio stesso, — gli uomini non possono inventare le cose che non capiscono, — il Quale non può ingannare. Questo è il Mistero principale. Ma allora perché la Trinità non significa nulla nella pratica di troppi Cristiani? Il Padre?… Lo Spirito Santo?… ma chi pensa a loro?… se anche non esistessero, nulla cambierebbe nella vita di molti pretesi credenti. C’è da temere che, anche nei paesi cattolici, molte anime non raggiungeranno il Paradiso, perché non conoscono e non credono abbastanza il più grande dei Misteri. Non così i Santi. S. Francesco Saverio, nelle terre dell’estremo oriente, in mezzo ai barbari che voleva convertire, ripeteva così sovente la sua diletta giaculatoria: O sancta Trinitas! che i selvaggi ancora idolatri, avevano contratto l’abitudine di ripeterla, pur senza conoscerne il significato. – 2. COL CUORE: AMANDO. Dobbiamo amare Dio Padre, perché ha fatto suoi figli adottivi noi povere creature miserabili. Figli adottivi di un Dio! Potergli dire: « Padre nostro che sei nel cielo! ». Ah, chi trascura il Padre, trascura la propria grandezza, la propria divinizzazione! Dobbiamo amare Dio Figlio, che per noi si è fatto uomo, ha provato tutte le nostre ambasce, ha sudato sangue per noi, è morto per noi. Senza di Lui, nessuno più sarebbe entrato in Paradiso. Dobbiamo amare Dio Spirito Santo perché Egli abita nelle anime senza peccato mortale, le illumina, le fortifica, le conduce alla vita eterna. Senza Lui, nessuno potrebbe farsi santo, nessuno potrebbe nemmeno invocare il nome di Gesù. L’amore verso la Trinità divina deve apparire specialmente dalle preghiere. E sono due preghierine, quanto piccole altrettanto stupende, che fanno piacere a Dio: il Segno della croce e il Gloria. Il Segno della croce: con esso noi rendiamo testimonianza al cielo e alla terra he crediamo in Dio Uno — in nomine — e Trino — Patris, Filii et Spiritus Sancti. – Enrico IV dopo aver curvato la fronte a Canossa si ribellò perfidamente, un’altra volta, al Papa, e scese con l’esercito all’assedio di Roma. Al secondo assalto, nonostante la tenace resistenza degli assediati, riusciva ad incendiare la cerchia delle mura. Un pauroso anello di fuoco stringeva l’eterna città, da cui non si levava altro che il rantolo dei morenti e il pianto delle donne esterrefatte. Allora sugli spalti di una torre, splendido e pallido tra il bagliore e il fumo dell’incendio, apparve il Papa Gregorio VII e con gesto solenne e calmo segnò le fiamme irrompenti col Segno della croce. Subito ogni fuoco si spense come sotto un invisibile acquazzone. Tutte le volte che anche voi vi sentirete accerchiati dal nemico infernale, tutte le volte che vi troverete in angustia o in pericolo, date gloria alla Trinità santissima sol Segno della croce, un grande aiuto e sollievo ne sgorgherà per l’anima vostra. Troppo di rado o con troppo rispetto umano o con troppa irriverenza molti Cristiani si segnano col Segno della croce. L’altra preghiera, sublime e facile, è il Gloria Patri. « Gloria al Padre e al Figliuolo e allo Spirito Santo: come era nel principio, e ora, e sempre, nei secoli dei secoli. Amen ». S. Caterina da Siena sempre, salendo o scendendo le scale, a ogni momento, salutava Dio così. Una volta si vide accanto una gran luce: « Gloria al Padre… » guarda e nella luce vede Gesù che al suo fianco saliva la scala « E a Te… » continuò la santa rapita di gioia, « e allo Spirito Santo! ». Sarebbe un errore credere che occorra essere una religiosa insignita di favori straordinari, o un dotto provvisto d’una scienza teologica prodigiosa per pregare a questo modo. Il Mistero e l’uso del Mistero, Dio l’ha rivelato per tutti. – Pier Giorgio Frassati è un giovanotto di Torino; è uno studente fra i mille, ma molto legato alla sua fede. Quando legge nella vita di S. Caterina il bell’episodio che vi ho testé narrato, ne fu entusiasta: per strada, in casa, sui tram, svegliandosi di notte, nelle pause del lavoro e dei divertimenti, anch’egli cominciò a lodare Dio: « Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo! ». Perché non lo potremo imitare noi? Perché non lo potrà imitare ciascun operaio, ciascuna madre di famiglia? Non siamo Cristiani anche noi, come cristiana era santa Caterina e Pier Giorgio ch’è morto pochi anni fa, lasciando un grande esempio?… – 3. COLLA VOLONTÀ: AGENDO. Volonterosamente dobbiamo agire per imitare in noi la Trinità santa. « Siate perfetti come perfetto è il Padre mio » ci dice Gesù nel Vangelo. Anzitutto, alla divina Trinità si oppone la trinità infernale: la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi, la superbia della vita. Contro questa belva a tre teste, dobbiamo dirigere la nostra lotta. Poi imitiamo la Santissima Trinità nell’amare il prossimo come noi stessi, così da formare un cuor solo e un’anima sola. «Sono tre che danno testimonio in cielo: — scrive S. Giovanni — il Padre, il Verbo, lo Spirito Santo; ma questi Tre sono Uno (I Giov., V, 7). E Gesù nell’ultimo discorso prima di morire così prega per noi « Che questi siano una sol cosa, come noi siamo una cosa sola » (Giov., XVII, 22). Le tre Persone della Trinità si comunicano tutto ciò che tra di loro è comunicabile: anche noi facciamo parte di ogni bene nostro a coloro che ne hanno bisogno. Non ci sia odio tra i Cristiani, ma solo l’amore che unifica e rende bella la vita. Così si faceva nei primi tempi quando la moltitudine dei credenti era un cuor solo e un’anima sola. – Non è inutile ricordare che uno dei mezzi più sicuri per onorare e piacere alla infinita ed eterna Trinità è quello di amare la Regina del Cielo. Sì, Maria figliuola prediletta da Dio Padre, Maria, Madre senza macchia di Dio Figlio, Maria, intemerata sposa di Dio Spirito Santo, è potentissima presso la Trinità. Per questo nelle litanie dopo aver detto: Sancta Trinitas Unus Deus subito aggiungiamo: Sancta Maria, ora pro nobis! Per questo noi la Madonna — Figlia, Madre, Sposa — la preghiamo devotamente ora e nell’ora della morte, affinché dopo aver creduto in questa vita il gran Mistero, Ella ci conduca nell’altra a vederlo. – – IL MISTERO PRINCIPALE.  Dopo il tempo dell’Avvento e del Natale, in cui si ricorda l’amore che spinse Dio Padre a concederci il suo Unigenito, dopo il tempo della Quaresima e della Pasqua, in cui si ricorda l’amore che spinse Dio Figlio a vivere trentatré anni con noi e morire fisso in croce per noi, dopo le solennità della Pentecoste, in cui si ricorda l’amore che spinse Dio Spirito Santo a discendere ad abitare le nostre membra e la nostra anima, ben venga la festa della Santissima Trinità in cui, come in conclusione, ogni Cristiano sciolga l’inno dell’adorazione e della riconoscenza a tutte ed insieme le divine Persone: « Gloria al Padre! Gloria al Figlio! Gloria allo Spirito Santo! Ieri, oggi, domani e nei secoli ». Tre Persone divine; uguali ma distinte, e che pure formano un Dio solo, è il mistero principale della nostra santa fede, è il mistero che rende il popolo cristiano superiore ad ogni altro popolo. Mai nessuno avrebbe potuto pensarlo se il Figlio di Dio non ce l’avesse confidato. E non l’ha confidato agli antichi Egiziani, che adoravano il sole e la luna e talvolta le bestie; non l’ha confidato ai Greci intelligenti e sapienti che avevano molte divinità e talune viziose e usurpatrici più degli uomini; non l’ha confidato agli Israeliti, la gente eletta: noi soltanto fummo scelti a sapere il segreto della vita di Dio. Cristiani, osservate come tutta la nostra vita è piena di questo grande mistero. S’ode un vagito nella vostra casa: è nato un bambino. Vi affrettate a portarlo in chiesa, e davanti alla vasca battesimale il sacerdote lo rigenera nell’unico Nome di tre Persone: il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo. S’ode un rantolo nella vostra casa: qualcuno muore. Mentre voi piangete ecco, ancora il prete che pronuncia sull’agonizzante le ultime preghiere: « Lascia questo mondo, anima cristiana, e torna all’unico tuo Dio ». E poi ne nomina tre: « Torna al Padre che ti creò, torna al Figlio che ti redense, torna allo Spirito che ti santificò ». Non solo quando si nasce, non solo quando si muore, ma ogni giorno, dentro di voi e fuori di voi, il mistero grande vi avvolge. Quando al mattino aprite gli occhi alla nuova giornata, quando alla sera stanchi li rinchiudete sotto le tenebre notturne, voi segnate il vostro corpo col segno della croce e pronunciate alcune parole . « Nel Nome… un solo nome dunque… e poi ne fate tre: quello del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo ». Quando col rimorso e col dolore dell’anima, vi inginocchiate nel sacramento della Penitenza, è sempre nel nome di Dio — uno e trino — che vi è concesso il perdono: « Io ti assolvo nel nome del Padre, del Figlio, e dello Spirito Santo ». Quando assistete alla S. Messa, non avete mai pensato che è il Sacrificio offerto alla Trinità divina? Sanctus! Sanctus! Sanctus! Dominus Deus Sabaoth. Il Signore Iddio delle armate è detto Santo tre volte, per indicare le tre divine Persone. Quando vi curvate sotto la mano del sacerdote voi sentite la divina benedizione scendere sulle vostre teste con queste parole: Benedicat vos omnipotens Deus… L’Unico onnipotente vi benedica… e poi ecco tre nomi: Pater, Filius, Spiritus Sanctus. Uno e tre! Un Dio solo e tre Persone! Ecco il centro della nostra vita vera. Eppure ci sono molti Cristiani che ignorano, o non sanno più, che cosa sia questo mistero principale della nostra santa fede. S. Giovanni Evangelista, scrivendo ai Cristiani dell’Asia Minore, dice: « Tre sono  in cielo: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo; e questi tre sono una sola cosa ». Più breve e più chiaro di così è difficile a noi uomini esprimere il mistero principale. Attendete a due punti: c’è un Dio solo, un’unica natura divina. « Ascolta, Israele! diceva Mosè al suo popolo — il Signore nostro è l’unico Dio. Queste parole che io oggi ti bandisco, staranno nel tuo cuore e le ripeterai ai tuoi figliuoli ». Ma in questo Dio solo, in questa unica natura divina ci sono tre Persone: il Padre che genera il Figlio, il Figlio che è dal Padre generato e lo Spirito Santo che procede dal Padre e dal Figlio. Attendete ancora: il Figlio non è più giovane del Padre né lo Spirito Santo è più giovane del Figlio: ma le santissime Persone tutte e tre sono egualmente eterne, egualmente immense, egualmente onnipotenti. I teologi hanno cercato molti paragoni per farci intendere il gran mistero: la lunghezza, la larghezza, la profondità d’un corpo non formano tre corpi; la grandezza, la luce, il calore del sole non formano tre soli; la radice, il tronco, i rami son formano tre alberi; il colore, l’odore, la figura d’una rosa non formano tre rose; la memoria, l’intelligenza, la volontà non formano in noi tre anime. Ma, — a dir la verità, — anche questi confronti servono a ben poco. La nostra mente si smarrisce, noi non comprendiamo: eppure è così, non può essere che così. Gesù Cristo l’ha rivelato. V’era nel deserto un’altissima montagna, la cui cima si drizzava nel più alto cielo, ed era sempre avvolta dalle nubi e percossa dai fulmini così che nessuno aveva potuto vederla mai. Era la vetta del Sinai ove Dio abitava. Ai piedi della montagna il popolo degli israeliti levando gli occhi tremava e adorava la terribile presenza del Signore. Nel deserto di questa vita, Iddio ha posto questo mistero, eccelso come una montagna che attraversa il cielo e nasconde la sua cima tra le nubi del Paradiso. Noi levando gli occhi a considerare questa incomprensibile verità, sentiamo la terribile grandezza del Signore e dal labbro ci fugge il grido profetico: « Veramente tu sei un Dio nascosto ».2. I NOSTRI RAPPORTI CON LA Trinità. Col Padre: Nelle antichissime leggende dei Greci si racconta che questo popolo non avrebbe potuto mai conquistare la città di Dio senza una vittima umana. Ed allora ecco il re Agamennone prendere la sua figliuola e sacrificarla. Molto più buono del re della leggenda è stato Dio Padre con noi. Invano gli uomini avrebbero cercato di conquistare la città eterna del Paradiso, poiché la maledizione di Adamo pesava sulle coscienze di tutti i suoi figli e non avrebbe permesso a nessuno di varcare la soglia del Cielo. Ed ecco allora Dio Padre concedere al mondo il suo eterno Figlio, la seconda Persona della Trinità augusta, perché morisse sulla croce, in espiazione del nostro peccato. Che cosa eravamo noi davanti a Dio, se non delle piccole creature e, per giunta peccatrici? Eppure, il Padre ci amò fino al punto di lasciarsi chiamare Padre anche da noi: Lui l’eterno, l’onnipotente, l’infinito, da noi mortali, buoni a nulla, cattivi. Poteva contentarsi di essere il nostro Creatore, il nostro padrone e di considerarci come sue cose, suoi servi; invece no, ha voluto adottarci come figli, ha voluto che dal nostro cuore si levasse questo grido magnifico: « Padre nostro che stai in cielo! » Giusto, sì, ma Padre. Terribile, sì, quando non può farne a meno, ma anche allora, e sempre, Padre. Col Figlio: E il Verbo si è fatto carne per apportarci la vita, la vita soprabbondante, la vita di Dio che Adamo aveva perduto. E nacque dal seno verginale di Maria: bastava un sospiro, una voce, uno sguardo, — e ne cresceva, — per redimerci, ed invece ha voluto amarci fino alla fine. Fino alla fine dei patimenti sulla croce; fino alla fine dell’amore nell’Eucaristia. Il Figlio di Dio è diventato fratello nostro maggiore, è diventato il nostro modello: « Come ho fatto io, fate ancor voi ». Il Figlio di Dio è il nostro Giudice nel giorno finale: nelle sue mani il Padre ha deposto ogni giudizio. Il Figlio di Dio è la nostra gloriosa risurrezione. « Quando Cristo, vita nostra sarà apparso nell’alto cielo anche noi saremo con Lui elevati in gloria » (Col., III, 4). Con lo Spirito Santo: Quando non c’è il peccato in noi, lo Spirito Santo è dentro di noi: i nostri corpi divengono la sua dimora. Non lo sentite quando vi suggerisce le buone ispirazioni? quando vi mette nelle bocca ferventi parole di preghiera? quando lotta per voi contro i demoni che vi prendono d’assalto? quando vi riempie di gioia per il bene compiuto e di timore per il male da evitare? O dulcis hospes animæ … lo chiama la Chiesa. Dolce ospite dell’anima! ma noi Cristiani, ci riputiamo fortunati di questa abitazione della terza Persona della Trinità? O forse nessuno vi fa attenzione, nessuno se ne preoccupa? O forse continuamente lo scacciamo lontano da noi come un intruso, Lui, lo Spirito santificante, l’eterno, l’onnipotente, l’uguale al Padre e al Figlio? – Il conquistatore della terra promessa s’era portato in Sichem a morire. Gli anziani, i capi, i giudici, i magistrati accorsero da lui con tutte le tribù per ascoltare le sue ultime parole. E Giosuè disse: « Togliete di mezzo a voi gli dei stranieri, Auferte deos alienos de medio vestri (Jos., XXIV, 23). Queste son pure le ultime parole di questa predica. Cristiani, avete sentito come è grande e come è buono Dio?! Avete sentito ch’Egli è Uno e Trino, e che altro Dio non c’è fuori di Lui: strappate dunque dal vostro cuore ogni dio straniero. L’avaro si è fatto un dio col danaro, il superbo si è fatto un dio colla propria ambizione, l’impuro si è fatto un dio con la propria carne. Via questi falsi dei! non questi sono il Dio che noi adoriamo. Egli è Uno e Trino: a Lui gloria e amore nei secoli. Amen.

IL CREDO

Offertorium

Orémus

 Tob XII: 6. Benedíctus sit Deus Pater, unigenitúsque Dei Fílius, Sanctus quoque Spíritus: quia fecit nobíscum misericórdiam suam. 

[Benedetto sia Dio Padre, e l’unigenito Figlio di Dio, e lo Spirito Santo: poiché fece brillare su di noi la sua misericordia.]

Secreta

Sanctífica, quæsumus, Dómine, Deus noster, per tui sancti nóminis invocatiónem, hujus oblatiónis hóstiam: et per eam nosmetípsos tibi pérfice munus ætérnum. 

[Santífica, Te ne preghiamo, o Signore Dio nostro, per l’invocazione del tuo santo nome, l’ostia che Ti offriamo: e per mezzo di essa fai che noi stessi Ti siamo eterna oblazione.]

Præfatio de sanctissima Trinitate

… Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Qui cum unigénito Fílio tuo et Spíritu Sancto unus es Deus, unus es Dóminus: non in unius singularitáte persónæ, sed in uníus Trinitáte substántiæ. Quod enim de tua glória, revelánte te, crédimus, hoc de Fílio tuo, hoc de Spíritu Sancto sine differéntia discretiónis sentímus. Ut in confessióne veræ sempiternǽque Deitátis, et in persónis propríetas, et in esséntia únitas, et in majestáte adorétur æquálitas. Quam laudant Angeli atque Archángeli, Chérubim quoque ac Séraphim: qui non cessant clamáre cotídie, una voce dicéntes:

[ …veramente degno e giusto, conveniente e salutare, che noi, sempre e in ogni luogo, Ti rendiamo grazie, o Signore Santo, Padre Onnipotente, Eterno Iddio: che col Figlio tuo unigénito e con lo Spirito Santo, sei un Dio solo ed un solo Signore, non nella singolarità di una sola Persona, ma nella Trinità di una sola sostanza. Cosí che quanto per tua rivelazione crediamo della tua gloria, il medesimo sentiamo, senza distinzione, e di tuo Figlio e dello Spirito Santo. Affinché nella professione della vera e sempiterna Divinità, si adori: e la proprietà nelle persone e l’unità nell’essenza e l’uguaglianza nella maestà. La quale lodano gli Angeli e gli Arcangeli, i Cherubini e i Serafini, che non cessano ogni giorno di acclamare, dicendo ad una voce: ]…

Sanctus,

Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt coeli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Tob XII:6. Benedícimus Deum coeli et coram ómnibus vivéntibus confitébimur ei: quia fecit nobíscum misericórdiam suam. 

[Benediciamo il Dio dei cieli e confessiamolo davanti a tutti i viventi: poiché fece brillare su di noi la sua misericordia.]

Postcommunio 

Orémus.

Profíciat nobis ad salútem córporis et ánimæ, Dómine, Deus noster, hujus sacraménti suscéptio: et sempitérnæ sanctæ Trinitátis ejusdémque indivíduæ Unitátis conféssio.

[O Signore Dio nostro, giòvino alla salute del corpo e dell’ànima il sacramento ricevuto e la professione della tua Santa Trinità e Unità.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ORDINARIO DELLA MESSA