“L’esame di coscienza”

“L’esame di coscienza”,

di p. Gian Battista Scaramelli, S.J.

(da: il Directorium Asceticum, vol III. Settima edizione, 1917. R. & T. Washbourne, Ltd., Londra. pp. 334-364)

 

Articolo IX. — ottavo mezzo per conseguire la perfezione cristiana. –

confessione

L’ESAME DI COSCIENZA QUOTIDIANO.

Capitolo I.

Che il quotidiano esame di coscienza sia un importante mezzo di perfezione cristiana è indicato dall’autorità dei Padri della Chiesa.

Ci sono due tipi di confessione per cui una persona devota può cancellare i peccati che macchiano la sua coscienza: la prima è la sacramentale, fatta ai piedi di un confessore; l’altra è totalmente segreta, e si svolge tra Dio e l’anima, con l’esclusione di ogni altra persona; e questa è chiamato “l’esame di coscienza quotidiano”, perché esso viene generalmente praticato ogni giorno onde raggiungere la purezza di cuore ed il progresso nella perfezione. In entrambi i tipi di confessione, sono necessarie, perche siano efficaci, la ricerca del peccato e l’umile dolore, allo scopo di emendarsi. In entrambi i casi, dobbiamo accusarci dei nostri peccati: nel primo caso, attraverso le orecchie del sacerdote, nel secondo, alla presenza di Dio. Se in questa solitaria accusa di noi stessi, il nostro pentimento raggiunge la contrizione perfetta, sia nell’uno che nell’altro tipo di confessione, si ottiene il perdono ed il ripristino della purezza della nostra anima. C’è, tuttavia, questa differenza, che quando uno è colpevole di un peccato grave, è un obbligo grave di renderlo noto nella Confessione sacramentale, altrimenti ricadrebbe nuovamente sotto la giustizia di Dio per la sua negligenza rispetto ad un gravoso comandamento divino. Ma anche quando si è consapevoli solo di colpe più lievi, si è tuttavia ancora tenuti a confessarle nella Confessione sacramentale, cosa persino necessario, come abbiamo visto sopra, se la persona aspira alla perfezione, in modo tale da poter essere in grado di ottenere la purezza della coscienza che, più di qualsiasi altra cosa, ci dispone all’amore perfetto di Dio. Ciò nonostante, la confessione che facciamo a Dio da soli ha alcuni vantaggi rispetto alla Confessione sacramentale: infatti la possiamo fare in qualsiasi luogo, a qualsiasi ora, in qualsiasi momento; infatti, ogni volta che scegliamo che non sia il caso di ricorrere alla Confessione sacramentale, non abbiamo necessità della presenza fisica di un prete come ministro, né di convenire in un determinato luogo ad un’ora fissa. – Avendo poi nel presente articolo già parlato della Confessione sacramentale, che è affidata ai ministri della Santa Chiesa, non sarà fuori luogo trattare ora di questo altro tipo di confessione, che, senza l’intervento di qualsiasi ministro, e fatta davanti a Dio, non è altro che il “quotidiano esame di coscienza”. E si deve trattare di questo argomento più volentieri, poiché esso è un mezzo tanto importante per acquisire la purezza di cuore e di conseguenza per il raggiungimento della perfezione. Questo sarà indicato nel presente capitolo, con l’autorità dei Santi Padri, e in quello seguente, con prove intrinseche. – San Basilio dice: “Alla fine di ogni giorno, quando tutte le nostre fatiche, sia corporali che mentali, sono state portate a conclusione, ognuno, prima di ritirarsi a riposare, dovrebbe indirizzare se stesso verso un attento esame della propria coscienza, al fine di scoprire i peccati che ha commesso durante il giorno appena trascorso. Sant’Efrem, un autore di così grande autorità nella Chiesa primitiva, paragona questo esercizio ad un mercante che, mattina e sera, ordina i suoi conti e poiché è ansioso di veder prosperare i suoi affari, diligentemente esamina quali siano stati i suoi guadagni e quali le sue perdite. E così dovremmo fare anche noi, dice il Santo, se abbiamo il desiderio di progredire nella perfezione cristiana: sia mattina che sera dobbiamo esaminare lo stato dei nostri conti e gestire il traffico spirituale che noi stiamo portando avanti davanti a Dio. Per venire più nei particolari egli scrive: “di notte, ritirandoti nel chiuso del tuo cuore, tu dovresti interrogare te stesso, dicendo: “ho io in questo giorno offeso il mio Dio in qualche punto? Ho proferito parole inutili? Ho, per negligenza o disprezzo, omesso di fare ogni buona azione come avrei dovuto? Ho ferito i sentimenti del mio prossimo in qualche particolare? La mia lingua ha ceduto a qualsivoglia tipo di detrazione? .. e così via. E quando arriva il mattino, si esamina di nuovo come gli affari ed il traffico spirituale abbiano proceduto nel corso della notte passata. “Ho avuto qualche cattivo pensiero, sono stato negligente nell’indugiare su di essi?'”. Si conclude allora decidendo, qualora avessimo scoperto qualsiasi tipo di peccato o mancanza, che questi devono essere cancellati da sincero pentimento e lavati via con le lacrime della contrizione. – Avete mai osservato con quanta esattezza e diligenza il padrone di una casa regola le sue incombenze domestiche? Ogni giorno egli chiama il suo intendente, tiene conto della sua spesa, insistendo su di una accurata relazione del tutto; egli esamina tutto con cura per vedere se le spese fatte siano state superflue o stravaganti, o se, al contrario, siano state troppo limitate ed insufficienti. E fa questo per modo che egli non vada oltre le sue possibilità, né discenderne al di sotto in ciò che è necessario ed opportuno al corretto sostegno della sua famiglia. Allo stesso modo dovremmo agire nel regolare noi stessi. Nel nostro piccolo mondo interiore, la padrona che comanda è le facoltà dell’anima, mentre i sensi del nostro corpo sono i servi dai quali essa deve pretendere obbedienza e sottomissione. Lasciate poi le motivazioni per evocare i poteri dell’anima nel chiedere conto ogni giorno di ciò che hanno fatto. Lasciate che siano chiamati alla comprensione ed al rendiconto dei proprii pensieri per esaminare se questi siano stati vanitosi, orgogliosi, risentiti, impudichi, o al contrario animati da amore fraterno, e se essi si siano intenzionalmente o involontariamente soffermati su tali soggetti. Lasciate che si evochi la volontà di dar conto dei proprii affetti, se siano stati cioè peccaminosi o imperfetti od abbiano trovato consenso volontario. Lasciate rigorosamente esaminare tutti i sensi del corpo: gli occhi devono essere valutati se siano stati intuitivi, immodesti, o troppo liberi e sfrenati; La lingua deve essere esaminata per quanto riguarda le parole pronunziate: sono state esse offensive, impudiche, rabbiose, o al contrario avare di carità? Le orecchie, il tatto, il gusto, le mani, tutti devono essere chiamati a rendere conto esattamente di tutto ciò che hanno fatto. Successivamente, con un profondo pentimento dobbiamo correggere qualunque cosa scopriremo essere stata disordinata e peccaminosa, e tutto deve essere reimpostato con ordine, con il nuovo obiettivo, fermo e risoluto, di un emendamento. Da questa ricerca quotidiana in ogni nostra azione, si trarrà motivo di regolare tutto con giustizia ed esattezza e faremo un facile, rapido e sicuro progresso verso la perfezione alla quale siamo chiamati. Questo confronto è mutuato interamente da San Giovanni Crisostomo, che si prodiga al fine di mostrare l’importanza di questo esame di coscienza quotidiano, e ci esorta alla pratica costante dello stesso. – San Gregorio Magno dice dal suo canto, che chi non riesce a esaminarsi ogni giorno in tutto ciò che ha fatto, ha detto, e ha pensato, sia a casa con se stesso, che alla presenza di astanti, vive solo una vita esteriore con la possibilità conseguente di perdere di vista complessivamente la sua perfezione. San Bernardo ci assicura che se ci sapremo esaminarci, mattina e sera correggendoci prima o poi, facendone la regola della nostra vita, mai cadremo in una qualsiasi colpa grave. E per non stancare il nostro gentile lettore col citare molteplici e lunghi testi, voglio solo aggiungere che S. Doroteo, uno dei primi Padri, pur raccomandando l’esame di coscienza come uno dei mezzi più sicuri per mantenere l’anima pura e senza macchia, dice, che questa lezione era stata tramandata a suo tempo dai suoi antenati e dai loro predecessori. È quindi indiscutibile che da sempre, molto primo della Chiesa, i Santi hanno ritenuto l’esame di coscienza quotidiano come il mezzo più potente per giungere rapidamente alla purezza del cuore e, attraverso questo, alla perfezione cristiana. – Non solo i Santi consigliano questo esame di coscienza nei loro insegnamenti, ma ce ne incoraggiano ulteriormente mediante l’assidua pratica dello stesso con il loro esempio; infatti, sarebbe difficile trovare un solo Santo confessore che non abbia fatto ricorso ad esso a partire da una immaginaria scala che raggiunge la vetta della perfezione in S. Ignazio di Loyola che, non contento di esaminare la sua coscienza due volte al giorno, in accordo con le istruzioni degli antichi padri, non lasciava mai che passasse una sola ora senza ricordare a se stesso la ricerca minuziosa delle imperfezioni in tutti i suoi pensieri, parole ed azioni, intercorse durante quel breve lasso di tempo; pentendosi di ognuna delle più leggere di queste imperfezioni che potevano essere colte dall’occhio puro della sua mente, rinnovando nel suo spirito il proposito di trascorrere la successiva ora in maniera il più possibile impeccabile. Egli riuscì anche a comprendere come non sia possibile aspirare alla santità senza mantenere una vigilanza costante sul proprio cuore con l’esaminare tutti i suoi movimenti. Quindi, chiunque fosse stato un osservatore attento del corso di tutta la sua vita, era in grado di dire che la vita di S. Ignazio era stata un continuo ed ininterrotto esame di coscienza. Non sarà estraneo al soggetto presente il riferire un’espressione di stupore da parte del Santo che lo rende degno di grande meraviglia da parte nostra: avendo avuto un giorno la fortuna di incontrare uno dei padri della sua compagnia, gli chiese, con tono familiare, quante volte si fosse ritirato in sé per l’esame di coscienza fino a quell’ora. “Sette volte,” rispose quest’ultimo. “ahimè, ahimè … così raramente?” rispose il Santo, abbastanza stupito. E non era ancora giunta la sera quando questo accadeva, e dovevano ancora trascorrere parecchie ore del giorno. San Francesco Borgia aveva anch’egli l’abitudine di praticarlo, almeno una volta in ogni ora: e pure S. Doroteo raccomanda la pia pratica a tutte le persone devote, come la più vantaggiosa per l’anima. “Possiamo quindi dedurre, da come i Santi abbiano inculcato con tenacia ed intensità la pratica diligente sì intensa, che questo quotidiano esame di coscienza, debba essere uno dei mezzi più necessari per il raggiungimento della perfezione.

CAPITOLO II.

Motivi per i quali i Santi considerano l’esame di coscienza quotidiano come cosa assolutamente necessaria.

La ragione principale per la quale i santi esortano così ardentemente a vegliare su ogni nostra azione mediante l’esame di coscienza quotidiano, si basa sulla corruzione della nostra natura, conseguenza del peccato dei nostri progenitori, a causa della quale le nostre carenze non tendono mai a regredire in noi, generando sempre gli stessi peccati e facendo sì che le stesse passioni imperversino costantemente nei nostri cuori. Quindi è necessario osservare, almeno una volta al giorno, quali erbe velenose siano spuntate nei nostri cuori, affinché noi possiamo sradicarle con il coltello di una vera contrizione. Così riterremmo poco saggio quel giardiniere che, dopo avere eliminato dalla terra le erbacce, non lo rifacesse mai più, visto che il terreno inizierà nuovamente a germogliare piante inutili e nocive che soffocano la crescita di quelle buone ed utili. Si potrebbe con giustezza sicuramente ritenere insensato e stolto un vignaiuolo se, dopo aver provveduto a rimuovere dagli alberi e dalle viti tutti i rami superflui e i viticci, non tornasse mai più per eseguire una nuova potatura in modo da consentire un eccessivo rigoglio dei rami e delle foglie a discapito dei frutti. Non meno folle sarebbe un cristiano che, avendo con una buona confessione sradicata dal suo cuore la crescita velenosa delle sue colpe e potato il rigoglio e l’eccesso dei suoi sentimenti, dovesse poi trascurare di ripetere la stessa cosa giorno dopo giorno, attraverso un diligente esame di coscienza, essendo pienamente consapevole, com’è giusto che sia, che si ripresenti qualche erbaccia diabolica o altra mollezza quotidiana, che qualche ramo del peccato rimetta fuori i suoi germogli, che si risvegli qualche passione; per cui, senza una costante potatura, la bellezza acquisita del giardino dell’anima ben presto diverrebbe un orribile groviglio di peccati. Ma Fateci ascoltare San Bernardo su questo punto: “Chi c’è,” dice, “in questo mondo, che ha così perfettamente tagliato ed allontanato dal proprio intimo tutte le scorie inutili e superflue, per cui non abbia più bisogno di tagliare o recidere nient’altro. Credetemi, i mali che sono stati abbattuti con volontà hanno prodotto nuovi germogli; dopo essere stati allontanati, sicuramente torneranno; e benché le sterpaglie siano state bruciate, ancora una volta potrebbero provocare fiamme; e le passioni, anche se ora, mentendo, sembrano dormienti, presto si sveglieranno nuovamente. Quindi, serve a ben poco l’avere utilizzato la potatura e la falce una sola volta: dobbiamo usarla spesso e, per quanto ci possa essere possibile, non lasciarla mai fuori della nostra portata; infatti, a meno che non vogliamo ingannarci e renderci ciechi, noi potremo sempre trovare qualcosa in noi stessi che abbia bisogno di essere eliminata.” Il Santo stesso poi aggiunge: “Finché tu abiterai in questo corpo mortale, qualunque siano gli sforzi ed il progresso nella tua vita spirituale, inganneresti te stesso ritenendo che i tuoi vizi e le tue passioni siano morte e non siano piuttosto forzatamente soppresse solo per un certo tempo.” Quindi mai dobbiamo lasciarci cullare da una falsa sicurezza, bensì occorre mantenere una vigilanza quotidiana ed indagare sulle nostre tendenze viziose esaminando frequentemente la nostra coscienza e colpendole maggiormente, quando rifanno la loro comparsa, con ripetute azioni di contrizione. – Se un re dovesse ritenere per certo che entro i confini del suo Regno siano in agguato i suoi nemici nascosti tra i boschi e foreste, egli certamente non mancherebbe di perseguirli con vigore. E quando li avesse trovati, credi che li lascerebbe liberi e latitanti? Senza dubbio no. Dopo averli scovati con la massima diligenza, li passerebbe tutti a fil di spada e ne farebbe una strage non appena completamente esposti. “Ora, ricorda,” continua S. Bernardo, “che avete dentro di voi un nemico che si può superare e sottomettere, ma che non si può sterminare; che tu lo voglia o no, questo nemico vivrà dentro di te e porterà avanti una guerra implacabile contro di te. Chi è, quindi, questo nemico grande, immortale, o meglio: chi sono questi nemici numerosi che possono morire solo quando vengano isolati? Rispondo: sono le passioni, i tuoi vizi e le debolezze che generano la tue passioni e i vizi. “Ecco perché si cercano, quindi, ogni giorno con l’esame di coscienza; e avendoli, attraverso una ricerca diligente, scoperti, si possono uccidere con la spada di un vero dolore; li abbattiamo infatti con la serietà della vostra decisione; finché essi vengono lasciati sul campo, non sono veramente morti, e quantunque feriti e resi inabili, possono essere ancora in grado di ostacolare il nostro progresso verso la perfezione. Ditemi, vi prego, se avete mai sentito di un maestro d’ascia che sia riuscito ad allestire una nave così fortemente strutturata che né il battere delle onde, né la violenza dei venti abbia mai potuto produrre la benché minima lesione? Si risponde che questo sarebbe impossibile, poiché una nave è costituita da così tante travi, tavole, articolazioni fissate insieme, che con il battere incessante della turbolenza del vento e dell’acqua, qualcuna di loro prima o poi finisce per allentarsi. Quindi che cosa deve essere fatto per evitare che la povera nave, che prende costantemente acqua, goccia dopo goccia, venga alla fine ad affondare e ad essere sommersa in mezzo all’oceano? C’è solo un rimedio: quello di attivare le pompe regolarmente, al fine di evitare che l’acqua si accumuli nella stiva. Ora l’uomo, nell’oceano della miseria in cui siamo costretti a navigare, è molto simile ad una nave investita dalla forza della tempesta, ed essendo costituita da, diciamo così, poteri che tendono ad allentarsi, come i sensi deboli, le passioni sempre pronte a tradire, non c’è da aspettarsi che, in mezzo al sopravvenire di così tante tentazioni, all’incontrare così tante occasioni e pericoli diversi, non si aprirà qualche falla a causa di qualche peccato veniale, di banali errori che apriranno la strada nell’anima provocando, con il loro accumulo nel corso del tempo, il naufragio che noi chiamiamo: peccato mortale; e questo, in ogni caso, crea ostacoli nel raggiungere in sicurezza il porto così come è desiderabile fare, cioè con il raggiungere la perfezione. Che cosa c’è allora da fare per ostacolare questa terribile disgrazia che è quella di affondare poco a poco? Che cosa, se non tutti i giorni svuotare la coscienza degli errori che abbiamo commesso, mediante un serio esame di noi stessi, gettarli fuori con la contrizione, chiudere le falle attraverso le quali hanno trovato un’entrata, trovare costantemente delle rinnovate risoluzioni nel modificarle? Questa similitudine è presa in prestito da S. Agostino. “Le acque agitate dei peccati veniali,” dice il santo dottore, “risiedono quotidianamente nella stiva dei nostri cuori; Chi, quindi, desidera non perire, deve svuotare ricacciandoli ogni giorno, proprio come fanno i marinai con la stiva di una nave, con un esame di coscienza attento e contrito “. – Da questo argomento ne può dedursi un altro che porta a dimostrare come sia impossibile il miraggio di raggiungere la perfezione cristiana senza esaminare la nostra coscienza; se ciò che abbiamo finora dimostrato è vero, se, cioè, senza un controllo giornaliero del nostro cuore non saremo in grado di liberarci dei vizi, dei peccati e delle mancanze alle quali siamo così inclini, è altrettanto dimostrabile che senza questo esame, le virtù non possono avere alcuna crescita, qualunque cosa ci sia dentro di noi; ancora meno è possibile che il fiore divino della carità fiorisca nei nostri cuori. In effetti, perché il grano cresca nel campo, il terreno deve essere ripulito prima di tutto da rovi ed ingombri vari: noi dobbiamo innanzitutto portare via le pietre che occupano il terreno, altrimenti, come leggiamo nella parabola evangelica, le spine soffocheranno il seme e le pietre assorbiranno l’umidità necessaria. Così certamente, il seme scelto della virtù non può nascere e fiorire nel terreno dei nostri cuori, se questo non venga ripulito prima delle radici dei vizi e delle cattive passioni; e non venga precedentemente deterso di tali difetti, che quotidianamente, poco a poco, si induriscono e diventano più solidi di una roccia: tutto questo è mirabilmente espresso nel linguaggio dolce di S. Bernardo. “La virtù”, egli scrive, “non può crescere in compagnia del vizio. Se l’uno fiorisce, l’altro necessariamente è destinato a perire. Chiaro, quindi, che ciò che è superfluo e vizioso e ciò che è sano e virtuoso non possono contemporaneamente coesistere. Qualunque cosa trattenga le nostre concupiscenze porterà profitto e vantaggio alla vostra vita spirituale”. “Quindi, conclude il santo dottore, badate bene di tagliare quanto più in basso, con un diligente esame di coscienza, la crescita nociva di difetti, vizi e difetti, se volete assistere alla fioritura di ogni virtù nel giardino delle nostre anime.” – S. Agostino, trattando soprattutto della carità che, come abbiamo spesso detto, è la linfa essenziale della nostra perfezione, afferma positivamente, che essa aumenterà nella misura in cui ci sforzeremo di contenere le voglie delle nostre passioni disordinate, e che la carità sarà perfetta in colui che ha completamente mortificato e spento i suoi desideri egoistici. Un vaso pieno d’acqua diventerà gradualmente pieno d’aria, allorquando il liquido evapora, e quando si sarà svuotato di tutta l’acqua, non conterrà nient’altro che aria; così, e molto di più, dice S. Agostino, i nostri cuori si riempiranno di amore divino in proporzione a come siano stati svuotati dai desideri egoisti, e saranno quindi solo ripieni di amore, quando saranno perfettamente svuotati di ogni inclinazione disordinata. S. Paolo conferma questo concetto con tali parole: “Alla fine di tutti i comandamenti” — e come conseguenza rigorosa, il coronamento dell’edificio della nostra perfezione — “è la carità.” Ma questo fiore di paradiso fiorisce solo in cuori puri, nelle coscienze purificate da tutti i desideri malvagi. Ora, per portare il cuore a questa purezza assoluta, nessun mezzo può essere più efficace dell’uso frequente di un auto-esame; una cura perfetta per purificare l’anima dalle sue impurità è il dolore dei nostri difetti, e contro le macchie future, il buon proposito di non far mai trascorrere un giorno senza coltivare l’anima così da veder crescere le rose rosse della carità, i gigli bianchi della purezza, il violetto dell’umiltà e della penitenza; infatti i fiori di tutte le virtù fioriranno nel nostro cuore, se ci si applica frequentemente a questo santo esercizio per cui l’anima diventerà perfetta, amabile e bella a vedersi, e il Re del cielo scenderà in essa a godere come in un paradiso di delizie. – A nessuno sembrerà una materia straordinaria l’applicarsi per pochi minuti al giorno all’esame che separi e purifichi il nostro cuore, se egli richiama alla mente che anche gli antichi saggi, benché fossero pagani, pensavano che questo esame di coscienza quotidiano fosse necessario per il miglioramento della loro vita e ne facessero uso per quello scopo. Pitagora lo prescrive ai suoi discepoli, molti dei quali avevano l’abitudine di scrutarsi regolarmente ogni sera. Cicerone ci dice di se stesso come sempre, alla fine di ogni giorno, si raccogliesse per rendere conto di tutto ciò che aveva detto, sentito e fatto nel corso intero di quel giorno. Seneca ci dice che ogni notte dava sentenze sulle proprie azioni. “Ogni notte,” egli scrive, “quando la lampada è messa fuori nella mia camera e mia moglie, consapevole della mia consuetudine, tace, esamino in tutto, il corso del giorno passato. Credo che tutto quello che ho detto e fatto, senza nulla nascondere a me stesso, non sia passato per niente. Se scopro qualcosa, mi dico, “io questa volta ti perdono, ma non farlo più.’ ” Ora, se i pagani, che avevano desiderio di saggezza, facevano uso quotidiano di questo esame di coscienza, quanto piuttosto non dovrebbe questo essere praticato dai cristiani che hanno il desiderio di diventare graditi a Dio con una pulizia del cuore, per raggiungere la perfezione soprannaturale e poter giungere al possesso di quei beni che sono in serbo per l’uomo perfetto oltre le stelle.- Io posso addurre un motivo ulteriore che, conosciuto già dai saggi antichi, dovrebbe essere meglio conosciuto anche da noi che siamo dotati della luce della fede. È questo: se frequentemente e minuziosamente guarderemo dentro di noi in modo non superficiale, ma con una compunzione interiore spirituale, noi potremo sfuggire al giudizio severo e rigoroso che altrimenti ci attende davanti al Tribunale di Dio; perché, come dice S. Paolo: “se giudichiamo noi stessi, non saremo giudicati”. Cornelio a Lapide applica queste parole al nostro argomento nel senso e nei termini seguenti: — “Se ci esaminiamo e cerchiamo nella nostra coscienza, con un rigoroso processo e, quando scopriamo eventuali peccati, li laviamo via con le lacrime della contrizione, non saremo giudicati da Dio; in altre parole, scamperemo alla punizione del suo terribile giudizio.”- Tale è la faccenda, ed il lettore farà bene a riflettere sul timore di Dio nel giorno del giudizio, per l’esame che verrà effettuato con la ricerca delle sue colpe; si pensi a come il Giudice si mostrerà inesorabile e a quanto sia grave la punizione che seguirà ad una sentenza irrevocabile: egli può quindi essere abbastanza sicuro di sentirsi felice per il proprio esame di coscienza fatto non solo una volta, ma più volte al giorno, per sfuggire così ad un terribile giudizio. Un religioso di santa vita apparve dopo la sua morte, rivestito con abito dimesso, con volto smunto e malinconico ad uno dei suoi fratelli, un suo ex amico. Il suo amico gli chiese perché apparisse con quell’aspetto così triste. L’uomo morto rispose, “è incredibile! è incredibile!” “Ma che cosa …” rispose l’amico, ” … che cosa è incredibile?” – “Si,” rispose l’uomo morto, ” … il rigore del giudizio di Dio, … e la severità dei suoi castighi”. A queste parole scomparve, lasciando il suo amico più morto che vivo per il forte spavento. Piacque a Dio dare un esempio del rigore delle sentenze divine a S. Maria Maddalena de Pazzi durante la sua vita temporale, in modo tale che il suo esempio ci potesse ispirare un “sano” terrore. Essendosi una sera inginocchiata per il suo consueto esame di coscienza, venne improvvisamente rapita in estasi e si ritrovò alla presenza di Dio. Allora nostro Signore, con un raggio della sua luce più pura, penetrò in lei mostrando un tale senso della malizia messa in ciascuna delle sue colpe, che a quelle che lei aveva già rilevato nel fare il suo esame ad alta voce, nel corso dell’estasi, si aggiunsero le altre con orrore non meno grave di se stessa. La colpa primaria che a lei fu rimproverata, fu l’aver omesso, al risveglio la mattina, di dirigere i suoi primi pensieri a Dio, essendo impegnata nel compito di richiamare le consorelle, in modo da potersi così tenere pronta a lodare Dio, e temendo di giungere in ritardo alle lodi. Questa omissione, che senza dubbio per molti di noi rappresenterebbe un atto di santo zelo, è apparso così atroce alla Santa, che ha ella ha implorato la misericordia di Dio, dichiarando nel frattempo che lei ne era indegna e meritevole di mille inferni. Successivamente ha accusato se stessa che, stando in coro, invece di essere totalmente assorbita nella lode di Dio, aveva avvertito qualche disturbo nell’assumere le prescritte inclinazioni della testa ed omettendo altre pratiche. Qui ancora una volta lei chiedeva misericordia per una cosa che dovremmo considerare lo zelo per l’onore di Dio. Si è poi accusata, come aveva già fatto nella confessione quel giorno, di aver rimproverato una delle sue novizie con un’espressione non molto dolce e gentile. Ha pregato Dio di perdonarla e, al fine di ottenere il perdono, ha supplicato i meriti più amari ottenuti dalla sua Passione. Quello stesso giorno, conversando alla grata con una sua zia, era stata rapita in estasi e portata via con forza dalla potenza di Dio. Sentendo la mozione interiore dello Spirito di Dio, lei aveva pregato le monache consorelle di portarla via, per timore che lei potesse essere vista in quella condizione da un laico. Le monache, tuttavia, non avevano capito quello che ella voleva trasmettere loro con questi segnali, cosicché ella cadde in estasi in pubblico, senza essere in grado di impedirlo. Ora, per questo fatto, per il quale nessuno di noi scoprirebbe neanche l’ombra di una colpa, lei si sentì rea con molta amarezza, definendo il proprio errore una grande ipocrisia, poiché era come se lei volesse apparire migliore delle altre; assetata per questo del perdono di Dio, si sentiva meritevole di essere gettata nell’inferno e di essere per punizione calpestata da Giuda. Continuava poi ad accusare se stessa di difetti lievi come questi, con espressioni di contrizione e concludendo con parole che si potevano applicare ad un pentito adultero o assassino, per l’enormità dei suoi crimini, tanto era spinta alla disperazione della misericordia di Dio, dicendo: “O Dio, siccome Ti ho già così spesso offeso oggi, non vorrei aggiungere agli altri peccati il reato di disperare della tua misericordia. Pertanto io so, o Signore, di essere indegna del tuo perdono, ma il sangue che Tu hai versato per me mi induce a chiedere il tuo perdono.” In un’altra occasione Dio ha mostrato alla Santa in estasi, tutti i peccati che aveva commesso nella sua vita passata. Rivedendoli, Lei singhiozzava amaramente esclamando: “Volentieri andrei all’inferno, se solo in questo modo potessi cancellare le offese che Vi ho fatto!” Eppure è ben noto come questa Santa avesse vissuto in modo irreprensibile, fin dai suoi più teneri anni. Questo perché i guasti dei nostri peccati si mostrano tanto gravi quando Dio stesso si incarica di esaminarli e li mostra all’anima come realmente sono in se stessi. Quale sarà il nostro stato all’esame della sentenza di un Dio che contempla i nostri crimini in una luce molto più nitida e molto più penetrante di quello in cui la Santa Vergine carmelitana vedeva le sue lievi mancanze? Veramente, le anime disincarnate vedono le cose in una luce molto diversa da quella in cui le medesime si contemplano mentre ancora si è legati della carne! Come non temere, e quale sarà un giorno il nostro orrore! Sono sicuro che se la vista delle nostre colpe potesse causarci la morte nell’aldilà, dovremmo noi moriremmo mille volte di puro spavento. Ma quale rimedio c’è per questo? Nientemeno che affidarsi al consiglio dell’Apostolo: “portare ora il nostro giudizio su di noi. “Se giudichiamo noi stessi ora, non saremo giudicati poi. E questo semplicemente richiamando le nostre coscienze a dare conto del proprio operato almeno una volta nel corso della giornata, ricercandone le varie dinamiche; esaminandole tutte con occhio critico e attento; ed una volta scoperto qualcosa decidersi a porvi riparo, impegnandosi in vivi atti di contrizione e con la finalità costante di un vero emendamento; teniamo presente che, come dice S. Agostino: “Dio ama perdonare coloro che confessano a Lui le proprie mancanze con umile pentimento, astenendosi dal giudicare gravemente coloro che con cuore contrito, portano il giudizio su di sé.”

CAPITOLO III.

Spiegazione circa il modo di fare l’esame di coscienza quotidiano.

Secondo il piano previsto da Sant’Ignazio nel libro dei suoi esercizi spirituali, questa devota pratica dovrebbe consistere in cinque parti. 1) – In primo luogo, ci mettiamo in presenza di Dio con un atto di fede e di profonda adorazione con il renderGli grazie per tutti i favori che abbiamo ricevuto dalla bontà divina, soprattutto in quel particolare giorno. San Bernardo ci avverte di essere molto attenti nel non trascurare di offrire il rendimento di grazie a Dio per i benefici che ci concede: “essere ripieni di gratitudine per rendere debitamente grazie al datore di tutti i buoni doni,” per ogni favore, sia esso ordinario, o grande o piccolo. Ora, si scelga l’orario dell’esame di coscienza più adatto a questo scopo, di modo che l’anima sia nel mezzo tra ciò che ha ricevuto da Dio e tra quanto di ritorno ha fatto per Lui. Tanto più così la gratitudine per i favori ricevuti dispone maggiormente l’anima a quel dolore che dovrà seguire il pensiero dell’ingratitudine che abbiamo dimostrato coi nostri peccati. – 2) – In secondo luogo, noi dobbiamo chiedere a Dio di darci luce per conoscere i nostri peccati e le nostre negligenze. Questa preghiera è sommamente necessaria, come S. Gregorio Magno dice: “L’amore di sé ci delude e acceca l’occhio della nostra mente in modo che non riusciamo a percepire le nostre colpe, o che esse ci appaiono molto meno gravi di quanto in realtà esse siano, facendo così una contrizione meno intensa di quanto per esse dovremmo”. Quindi è della massima importanza per noi chiedere a Dio di dissipare le tenebre che l’amor proprio getta sulle nostre menti, e che l’occhio della nostra anima sia ben vigile e purificato per poter essere in grado di scoprire tutti i nostri peccati, penetrare la loro malizia e stimarli adeguatamente nella loro portata. Tanto più poi perché, in mancanza di questa conoscenza di sé, non possiamo avere un vero pentimento per i nostri peccati; e secondo le stesse osservazioni del Papa santo: “Dio non conferisce la grazia della compunzione finché Egli non ci abbia precedentemente reso consapevoli dell’enormità delle nostre colpe.” – 3) – In terzo luogo, dobbiamo fare una ricerca diligente in tutti i peccati o imperfezioni in cui siamo caduti durante il giorno trascorso o durante la notte passata. “Istituire un tribunale all’interno di te stesso”, dice S. Agostino, “e giudicare la causa della vita che tu hai trascorso in questo giorno. Lasciate che i pensieri vadano in cerca dei vostri peccati e fatene accusa davanti a Dio. Lasciate che la vostra coscienza sia testimone contro di voi. Lasciate che la paura e l’amore di Dio siano i carnefici Santi per uccidere i vostri peccati con la spada della penitenza”. Molto diverso dalle sentenze dei tribunali terreni — che di solito finiscono con la condanna degli imputati, — questa auto-sentenza interna sarà la garanzia della vostra assoluzione ed il perdono dei peccati. “Ma per raggiungere questo scopo,” dice S. Giovanni Crisostomo, “tu devi procedere contro te stesso con rigore e precisione. Tu devi esaminare attentamente tutti i pensieri che hanno attraversato la tua mente, tutte le parole proferite dalla tua bocca e tutte le azioni che hai fatto; né per fare questo al meglio ci sarà un momento più adatto del vespro, quando ti metterai disteso sul tuo letto.” “Ma ricordate,” continua il Santo, “che questo esame non deve essere effettuato sulla vita in modo grossolano, passando cioè sopra lievi difetti notati in brevi momenti; perché bisogna tener conto rigoroso anche di questi, così che svuotato da questi, potete fronteggiare difetti ancor più gravi.” Questa quest’ultima attenzione dovrebbe essere ricordata soprattutto da coloro che sono un po’ più avanzati sulla strada della perfezione, e che possono essere considerati come già tra gli abituali, o i perfetti; per tali persone ogni colpa aumenta in grandezza; e, come osserva Sant’Isidoro, ciò che potrebbe essere definito un leggero difetto di un breve momento per un principiante, non può più essere chiamato un piccolo peccato in uno che ha progredito verso la perfezione; in tal caso ogni colpa, per quanto lieve, deve essere contabilizzata e ritenuta come grave. Se un ragazzo a scuola è colpevole di un errore grammaticale, egli è da compiangere; ma se il suo insegnante dovesse incorrere nello stesso errore, egli non merita nessuna compassione perché è tenuto ad essere perfetto o quasi perfetto, nella sua professione. Lo stesso vale per le persone spirituali. Quindi, si dovrebbe procedere nel loro autoesame con occhio particolarmente attento ed osservando ogni cosa, tenendo conto di ogni difetto; e, come dice San Isidoro, considerando che nulla può essere di lieve importanza nella condizione nella quale sono pervenuti. – 4) – In quarto luogo, l’esame deve essere seguito da un atto di dolore e di pentimento per i peccati che abbiamo commesso. “Se tu trovi,” dice San Giovanni Crisostomo, “che nel corso del giorno hai fatto qualche buona azione, devi renderne grazie a Dio; solo per suo dono tu infatti sei stato in grado di farlo. Ma se tu scopri difetti e peccati, li devi asciugare con lacrime di penitenza”. Questo dolore, per quanto possibile, è necessario che sia sincero e pieno di confusione verso l’interno e pieno di umiltà, come abbiamo visto in precedenza, trattando a proposito della confessione. L’autore del reato, a causa dei suoi difetti e della sua infedeltà a Dio, deve presentarsi al cospetto dell’Onnipotente, come un figlio perverso ed ingrato si dovrebbe presentare davanti ad un padre affettuoso, e con sincera confusione dovrebbe dire con le parole di San Bernardo: “come posso essere così sfrontato da alzare gli occhi verso il volto di un padre così gentile, essendo, come io sono, un figlio così irrispettoso? Arrossisco per aver fatto cose indegne della mia condizione, per essermi dimostrato un figlio degenere verso un padre così buono. Deluso, fiumi di lacrime scorrono dai miei occhi; lasciate che la mia faccia sia coperta da confusione, il mio volto arrossisca di vergogna, e la mia anima sia oscurata da profonda umiliazione.” Il lettore può essere sicuro che quanto più questo dolore è umile e sincero, tanto più esso servirà ad eliminare dall’anima ogni contaminazione. – I Santi più grandi consigliano ad una persona devota che scopre nel suo esame qualche difetto degno di nota, di imporsi qualche penitenza in riparazione dell’errore che ha commesso e come misura precauzionale contro le recidive future. S. Giovanni Crisostomo dice: “lascia che la tua mente e tuoi pensieri siedano a giudicare l’anima tua. Guarda le tue azioni, estrapola i tuoi difetti ed a ciascuno di essi assegna un castigo mediante una penitenza proporzionata”. In relazione a questo argomento, Teodoreto riferisce, di tal monaco, di nome Eusebio, che durante la lettura del Santo Vangelo, si distrasse consentendo agli occhi ed alla mente di vagare osservando alcuni contadini che erano al lavoro nei campi vicini. Ricordando questa negligenza nel suo esame di coscienza, egli si impose, per l’errore che aveva commesso, la penitenza non solo di non guardare mai il campo che era stato l’occasione della sua colpevole distrazione, ma di non alzare mai più gli occhi al cielo. Ma dovendo egli percorrere un tragitto rettilineo, appena sufficientemente ampio da consentirgli il passaggio, attraverso il quale raggiungere la cappella e da qui tornare alla sua cella, non metteva mai i piedi fuori da quel vicolo stretto. E temendo che, alzando la testa, egli potesse accidentalmente alzare lo sguardo verso gli oggetti che aveva proibito ai suoi occhi di guardare, cosa ha fatto? Si è posto a mo’ di correzione una cintura di ferro intorno ai suoi lombi ed un collare di ferro al collo, fissati tra loro da una corta filiera, costringendosi così a rimanere sempre con la testa piegata in basso verso il suolo, in modo da essere incapace di vedere i campi o il cielo. Teodoreto di Cirro termina la sua narrazione osservando che in questo curioso castigo per la sua distrazione, il Monaco ha perseverato con grande mortificazione per tutti i quaranta anni che e’ sopravvissuto. – Non ho menzionato questo fatto per sostenere l’opinione che tali penitenze straordinarie siano da imitare, ma solo per mostrare che è stata sempre una usanza dei Santi di Dio l’imporsi qualche mortificazione come punizione per le colpe in cui capitava che cadessero. Naturalmente, nell’uso di tali penitenze, ognuno deve fare i conti con la sua forza fisica e spirituale, in modo da scegliere, su consiglio del suo direttore, la penitenza per lui possibile, senza forzare eccessivamente le proprie potenzialità, ma che lo aiuti a trattenersi e ad essere dissuaso dal ricadere. San Giovanni Crisostomo suggerisce molto tali penitenze discrete; come, per esempio, per le colpe della lingua, il recitare alcune preghiere; per gli sguardi non custoditi, di dare qualche elemosina, o osservare fugacemente cose e persone; per le spese folli, la compensazione mediante una maggiore parsimonia. E altrove, egli consiglia l’uso di bende in castigo delle nostre colpe, assicurandoci che lungi dal morire per queste afflizioni, noi vogliamo essere aiutati a sfuggire alla morte. Tale era la pratica di S. Maria Maddalena de’ Pazzi, che, dopo aver pianto le sue colpe nell’estasi, come già abbiamo accennato, si ritirava poi nella sua cella appartata e sottoponeva il proprio corpo ad una rigorosa disciplina. Se dovesse accadere, tuttavia, che qualcuno si dovesse vedere costretto ad infliggere su di sé dei bendaggi in ogni occasione, a causa della frequenza delle sue cadute, si potrà, almeno, alla sua solita disciplina, sommare alcuni poche pratiche aggiuntive, in proporzione ai peccati commessi. Se si è incapaci di procedere velocemente, si può negare a se stesso qualcosa durante i suoi pasti abituali come punizione delle sue trasgressioni: si può mortificare la lingua sfrenata facendo con essa il segno della Croce così tante volte sul pavimento: si può accompagnare la preghiera con la mortificazione, ponendo ad esempio, durante la recita, le mani sotto le ginocchia, o le braccia allargate a formare una croce; e poi tante altre penitenze secondo quanto la devozione e la compunzione di ognuno può suggerire. – 5) – In quinto luogo, dobbiamo imporsi un fermo proposito di non offendere Dio mai più. Questo scopo, osserva Giovanni Crisostomo, spesso citato da noi, dovrebbe essere raggiunto così efficacemente da infondere nell’anima un santo timore di non ricadere mai più nel peccato; così che, come una persona colpevole che sia stata severamente rimproverata, non possiamo permetterci di alzare la testa per la vergogna, ma tenendola abbassata, sempre teniamo a mente il rimprovero ricevuto. Al fine di essere di qualche utilità reale, questo scopo di emendamento deve penetrare fin nei particolari. Quelle passioni o affetti disordinati che ci hanno sviato, devono essere messi alla tortura, così da procurarci una vera contrizione; con il mezzo che precisamente deve colpirci per ottenere una buona risoluzione per non essere più assaliti o almeno, per subire attaccati di minor violenza. Per questo è di grande importanza procedere ad una eradicazione particolare e poi generale, con la risoluzione che i nostri vizi soliti siano superati, e lavorando a volte su questo e a volte sull’altro dei nostri altri difetti, rafforziamo in generale la volontà nella resistenza costante e generosa, prima verso l’una e poi verso l’altra delle nostre mancanze, e così, a lungo andare, poco a poco, possiamo sbarazzarci di ognuna di tutti loro. – Inoltre dobbiamo guardare alle origine delle nostre colpe; dobbiamo scandagliare le profondità della nostra anima, per scoprire la radice di queste erbacce maligne, in modo da essere in grado di estirparle dal nostro cuore. Quale utilità c’è nello scrollarsi di dosso le foglie o i rami di un albero che non porta frutto senza tagliarlo dalla base lasciandola nel terreno? Se non se ne sia distrutta la radice, tutto questo serve a nulla: l’albero sarà presto coperto da un fogliame di maggiore rigoglio che mai. Così anche le nostre risoluzioni non giungeranno al loro scopo fino a quando non abbiamo tagliato non le occasioni, ma le origini delle nostre colpe, per cui i nostri difetti continuamente torneranno a profanare le nostre anime, senza ottenere la risoluzione di non essere più colpevoli in futuro. Infine, l’esame di coscienza deve terminare con un Padre nostro, un’Ave Maria ed una fervida preghiera a Dio per ottenere la grazia di non offenderLo mai più e di realizzare in pratica tutto ciò che avremmo promesso di fare, ricordando che in ogni caso non possiamo fare nulla senza l’aiuto di Dio.

CAPITOLO IV.

Sull’esame particolare. Suoi vantaggi per il raggiungimento della perfezione. Il metodo per farlo.

È impossibile superare tutte in una volta le passioni che si agitano in noi: sradicare con uno sforzo solo tutto i vizi radicati nella nostra anima e nello stesso tempo giungere ad una modifica completa della nostra condotta. Quindi Cassiano, con tutti gli altri maestri di vita spirituale, insegna che nel correggere le nostre cattive abitudini, dobbiamo procedere metodicamente. Dobbiamo primariamente considerare la nostra passione predominante ed essere determinati a lottare contro di essa con tutta le forze della nostra anima. Contro questo vizio o passione, continua Cassiano, contro il nostro principale nemico, dobbiamo usare tutte le nostre armi; vale a dire tutte le nostre meditazioni, i nostri buoni propositi, le nostre preghiere, i nostri digiuni, le nostre lacrime: tutti i nostri sforzi, in breve, al fine di conquistarla, per batterla e disperderla. Ora, perché tutto questo se non per fare l’esame particolare di cui parleremo ora? Esso infatti consiste in nient’altro che nello scoprire qual sia la nostra passione predominante e quali le colpe di cui siamo maggiormente responsabili per poter impostare un efficace lavoro su di esse, sradicarle con gli esami particolari e gli speciali pii dispositivi, come ci accingiamo ora a mostrare. – Non appena saremo riusciti a superare una passione, o a correggerci di qualche difetto particolare, dovremmo passare successivamente ad un altro e poi un altro ancora, man mano; così, poco a poco, questa “lavorio” spirituale ci aiuterà a salire al culmine della perfezione. La cima di una torre alta non viene raggiunta con un unico balzo, ma per mezzo di passaggi successivi. Quando uno vuole salire in cima, si inizia dal primo gradino della scala, cominciando a lasciare la terra sotto di sé per avvicinarsi al vertice. Si passa quindi al secondo, al terzo, al quarto passo e così via; e più aumenta la sua distanza dal livello del suolo, più ci si avvicina al vertice in alto; e più in alto si monta — continuando a lasciare ulteriormente dietro di sé la base della torre — più ci si avvicina alla cima dell’edificio. Così facendo, potremmo noi, mediante l’esame particolare, liberarci in questo mese di un peccato, nel prossimo sottomettere qualche passione e, dopo sei mesi, sforzandosi, sradicare completamente qualche abitudine viziosa; procedendo ulteriormente lasceremo sempre più lontano lo stato infimo, abietto ed imperfetto, avvicinandoci sempre più al vertice della perfezione. Questa dinamica è presa in prestito da Giovanni Crisostomo, che prende a modello coma figura di questo progresso graduale nella perfezione, per mezzo della correzione di qualche difetto e l’acquisizione di alcune virtù, la ben nota scala del sogno di Giacobbe, scala che dalla terra raggiunge il cielo permettendo di salirne i gradini mediante successivi e progressivi miglioramenti. – E, cosa che è veramente ammirevole, anche i filosofi pagani — se per nostra istruzione o a nostra confusione, non saprei — hanno adottato pratiche simili a quelle che ora sto spiegando, ai fini proprio di un perfetto emendamento. Ascoltate ciò che riferisce Plutarco di se stesso: “essendo un amante della mansuetudine non meno della saggezza, sono determinato in me a trascorrere alcuni giorni senza cedere alla rabbia; proprio come nel caso dovessi decidere di astenermi dall’ubriachezza e dal vino, come è consuetudine in alcune feste, dove è vietato l’uso di questa bevanda. Ho continuato in successione ad esercitare sforzi notevoli per uno o due mesi, facendo brevi prove della mia forza. Così, nel corso del tempo, sono giunto ad imprecare con maggiore difficoltà e fastidio, essendo in grado di mantenere la mia padronanza su me stesso, sì da mantenere la calma, mostrandomi gentile e privo di ogni rabbia. Con questi mezzi mi sono tenuto senza macchiarmi con cattive parole, svilendo le azioni e le cupidigie spudorate che, solo per una gratificazione passeggera, lasciano l’anima trafitta da un profondo rimorso ed uno struggente rimpianto.” – Ora, questi congegni, se riflettiamo un po’ su di essi, sono proprio quelli impliciti nell’esame particolare di cui ora stiamo discorrendo, il cui oggetto è quello di frenare le nostre passioni, sradicare i nostri vizi ed impiantare all’interno dell’anima la perfezione cristiana; cosa che sarà più chiaramente stabilita nel paragrafo seguente. E se un filosofo, con la sola luce della sua ragione naturale, era in grado di scoprire l’efficacia di questo mezzo in relazione all’emendamento della sua vita e lo praticava con tale costanza, quanto più volentieri dovrebbe esso essere abbracciato da un cristiano che ha la luce della fede e l’esempio di tanti Santi e creature spirituali che procedono su questa strada, potendo così raggiungere la perfezione come e più di un pagano che mira ad ottenere una modifica della sua vita. – Veniamo ora alla parte pratica di questo esercizio molto utile. Essa comprende, come possiamo imparare da quel libro d’oro degli esercizi spirituali di Sant’Ignazio, cinque atti distinti. Primo: Al sorgere del mattino, dobbiamo prefiggerci uno scopo costante e forte per evitare l’errore che abbiamo intenzione di correggere mediante l’esame particolare; e questo scopo deve essere rinnovato con serietà nel tempo della meditazione; perché, come dice Thomas a Kempis, “il nostro progresso spirituale è proporzionata al nostro buon proposito”. In secondo luogo: Se ci capita di cadere durante il giorno, noi dobbiamo porre le mani sui nostri cuori e fare un atto di dolore, con la determinazione di essere più vigili per il futuro. Era usanza dei monaci dei tempi antichi annotare le loro colpe non appena le avevano commesse. S. Giovanni Climaco racconta, che dopo aver visitato un monastero della più rigorosa e austera osservanza, vide che il monaco a capo del refettorio, aveva un piccolo libro appeso alla cintura; chiedendogli per cosa venisse utilizzato, il monaco rispose che gli serviva per annotare i pensieri che passavano nella sua mente; e, aggiunge il Santo, da quello che ho potuto osservare tra il resto della fratellanza, ho compreso che questa era l’usanza del maggior numero di loro. Egli conclude con queste lodevoli parole: “Egli è come un buon banchiere spirituale che ogni notte raggiunge l’equilibrio tra le perdite ed i guadagni di ogni giorno. Ma perché questo possa essere fatto con precisione, è necessario prendere nota, ora per ora, dei profitti e delle perdite, del risultato cioè del nostro traffico giornaliero spirituale.” Alcuni, al fine di essere in grado di mantenere più facilmente e regolarmente questo impegno, portano con loro, ben nascosto alla vista altrui, una stringa di perline, su cui registrano i loro difetti come man mano si presentano loro. Con questi mezzi possono tenere un conto esatto dei loro errori senza attirare l’attenzione di altri, o magari fanno ricorso alla propria memoria. In terzo luogo: Di notte, quando facciamo l’esame generale di tutta la giornata, dovremmo prendere nota speciale della colpa che ci proponiamo di sradicare mediante l’esame particolare; questo rende speciale l’atto di contrizione per le nostre mancanze così da rinnovare i nostri buoni propositi con maggiore serietà: dovremmo quindi annotarli su un piccolo pezzo di carta, o in un libricino. S. Ignazio ci offre un modello di queste notazioni. Egli ci suggerisce di disegnare su un foglio di carta alcune linee di lunghezza diversa, la precedente più lunga di quella seguente: su quelle più lunghe annotiamo le colpe commesse nei giorni precedenti della settimana: accorciano le linee che corrispondono alla settimane seguenti gradualmente, supponendo che stiamo migliorando e di conseguenza diminuendo ogni giorno il numero delle nostre colpe. – In quarto luogo: dopo aver trascorso un paio di settimane, dovremmo esaminare il nostro giornale o libro, per vedere il numero di volte nelle quali siamo caduti ogni giorno, confrontando giorno con giorno, settimana con settimana e con attenzione, tenendo conto dei nostri progressi o determinazioni, come insegna S. Giovanni Crisostomo. Se troviamo che c’è stato un miglioramento, dobbiamo rendere grazie a Dio e impegnarci con il cuore a lottare più intensamente anche dopo il nostro emendamento pieno e completo. Dobbiamo tuttavia scoprire anche il caso in cui non ci sia stato alcun emendamento, e che siamo forse persino andati indietro, per determinarci ad impiegare dei mezzi supplementari; così, per esempio, dobbiamo essere più vigili su di noi, fare più frequente ricorso a Dio con la preghiera, fare uso di qualche penitenza corporale, in modo tale da poter muovere il cuore di Dio a concederci una assistenza più potente ed efficace ed aiutarci così a superare la nostra debolezza, … e altre cose di questa genere. –  In quinto luogo: Noi dovremmo inoltre imporre qualche mortificazione a noi stessi, in relazione alla frequenza delle nostre mancanze. È stato già osservato, che questo rimedio deve essere applicato ad ogni importante trasgressione e si può anche aggiungere come mezzo particolarmente adatto a sradicare, mediante la penitenza, quei difetti sui quali è fatto l’esame particolare, e che costituiscono il nostro oggetto principale. In conclusione possiamo sostenere questo, sull’esempio di S. Ignazio, quel grande maestro di vita spirituale: nel venir meno la salute, a causa dell’avanzamento negli anni, essendo stato per lungo tempo arricchito da Dio con tanti doni soprannaturali e volendo, per così dire, consumarsi in tutta la perfezione, egli ha ancora e sempre fatto il suo esame particolare e tenuto presso di lui dei fogli sui quali annotava i suoi fallimenti; neppure in tarda età, e fin’anche al suo ultimo respiro, egli ha omesso mai questa pratica utile e sacrosanta; dopo la sua morte, questo libro è stato ritrovato sotto il suo cuscino, lasciato lì come se fosse il testamento di un morente a tutte le persone devote perché non trascurassero mai una pratica di così grande efficacia per la modifica della loro vita e per il raggiungimento della perfezione.

CAPITOLO V.

Consigli pratici ai direttori sul tema in considerazione.

Primo suggerimento. Riguardo all’uso dell’esame di coscienza quotidiano, ogni direttore verificherà due riflessioni: primo, che questo esercizio possa essere attuato da chiunque, anche da parte di coloro che non ne hanno dimestichezza e sono scarsamente educati nell’uso di altre pratiche religiose, come la meditazione e la lettura di libri spirituali. Ognuno è in grado di andare a confessarsi ed è quindi in grado anche di praticare l’esame di coscienza ogni giorno e piangere sulle proprie colpe. In secondo luogo, che nessuna singola persona dovrebbe mai ritenersi dispensato dal fare questo esame. Non sto parlando solo di coloro che aspirano alla perfezione, ma anche di coloro che professano la semplice fede, poiché si tratta di uno strumento importante non solo per garantire la perfezione, ma la salvezza stessa delle nostre anime. Non sia il direttore superficiale nel credere a questa verità, basta che egli rifletta solo sulla naturale tendenza di tutte le cose umane a deteriorarsi e alla fine a perire e ad annullarsi a meno che non siano costantemente riparate. Un edificio che abbia fuori uso alcune parti, se non viene frequentemente messo in ristrutturazione, non durerà a lungo ed finirà per essere ridotto ad un cumulo di mattoni. Una fattoria tenderà a deteriorarsi se il suolo non venga generosamente arricchito, altrimenti il tutto diventerà alla fine un cumulo di rifiuti. Un indumento che si indossi ogni giorno, subirà delle inevitabili lacerazioni pur minime che, qualora non siano riparate, lo renderanno uno straccio per la raccolta. Ora, sono tante le tipologie delle nostre anime, ma è talmente forte la violenza con cui le nostre passioni ci inclinano al male; così potenti sono gli incitamenti del diavolo che ci spinge a ciò che è sbagliato; tante sono le occasioni pericolose che ci inducono a peccare, che è impossibile per le nostre anime — esposte come sono a così tanti assalti — il non cadere, il non cedere occasionalmente a così tante fascinazioni ed il non scendere gradualmente verso il basso, verso la grande rovina delle nostre anime. Se tali perdite non sono ogni giorno riparate da un esame di coscienza ben fatto, con pentimento e relativo rinnovo dei buoni propositi, può accadere che noi possiamo diventare disorganizzati a tal punto da perire alla lunga miseramente, come in effetti accade ogni giorno con quei cristiani sbadati che non si avvalgono di questi mezzi. Il direttore cercherà, quindi, con uno sforzo Santo di inculcare questa pratica così vantaggiosa in tutti i suoi penitenti a qualunque classe possano essi appartenere. San Gregorio Magno spiega, mediante un paragone con la nostra vita corporale, il decadimento che quotidianamente si svolge nelle nostre anime e la necessità che c’è di fare buoni propositi di lacrime, di pentimento e di esame di coscienza. “I nostri corpi,” egli scrive, “sviluppano un decadimento insensibilmente, senza che noi possiamo percepirlo. Chi ha mai visto l’allungamento graduale e la crescita del corpo di un bambino in giovane età? Chi ha mai visto le membra di un uomo vecchio contrarsi e diventare decrepite e rimpicciolite? Chi è mai consapevole della crescita o del decadimento del proprio corpo? Gradualmente ed impercettibilmente i capelli diventano bianchi, la carne si raggrinza in rughe, gli arti si indeboliscono, il corpo diventa piegato e tutto l’insieme, senza che ce ne avvediamo, va lentamente deperendo fino a consumarsi. “Così, purtroppo,” va avanti il santo dottore, “lo spirito dentro di noi accrescere il suo decadimento senza che ne siamo coscienti; e così come anche le persone devote e diligenti, avanzano in virtù senza avvedersene, così le anime dei negligenti e dei pigri che, non tenendo conto giornaliero dei loro miglioramenti o peggioramenti, continueranno ad affondare verso il basso e a cadere nel disordine, senza che possano percepirlo”. “Quindi,” lo stesso santo Pontefice conclude, “spesso dobbiamo guardare in noi stessi; spesso la nostra coscienza deve esaminarsi e col pentimento sforzarsi di rinnovarsi per riconquistare il nostro stato migliore.” Ripeto, quindi, se un direttore agisce con zelo per la salvezza delle anime delle persone che si sono affidate alle sue cure, egli non mancherà di inculcare l’uso del quotidiano esame di coscienza. – Secondo suggerimento. L’insegnamento dei Santi, come è stato sottolineato già nei capitoli precedenti, è tale che questo esame di coscienza dovrebbe essere effettuato due volte al giorno, mattina e sera. Nelle prove che ne abbiamo riportato da S. Ephrem, S. Doroteo, S. Bernardo, i fondatori di ordini religiosi, seguendo gli insegnamenti dei Santi, lo hanno imposto come regola nelle associazioni dei loro seguaci. Ma, siccome al direttore può essere impossibile ottenere da ognuno questo doppio esame di coscienza, egli deve almeno fare attenzione che nessuno dei suoi penitenti lo ometta prima di coricarsi per riposare, essendo la fine della giornata il momento più adatto per esaminare la nostra coscienza e valutare tutto ciò che abbiamo fatto; infatti il buio stesso e la quiete della notte sono favorevoli per l’attenzione ed il raccoglimento, e di conseguenza per il pentimento per le nostre colpe. Il penitente dovrebbe essere poi così attento, da permettersi un esame attento e diligente, tale da sforzarsi di gettare uno sguardo almeno sugli ultimi giorni, per vedere quali siano le più gravi carenze che si gli presentano contemporaneamente alla mente per poterle emendare efficacemente con un atto di contrizione. Questo servirà non solo per pulire ancora una volta la coscienza dalle sue macchie, ma per renderla più attentamente custodita nel giorno successivo. Eviterà così un destino che è purtroppo molto comune a molti fedeli che, dopo aver iniziato una volta con l’intraprendere una strada sbagliata, gettano poi le redini — diciamo così — sul collo delle loro passioni, andando sempre più sprofondando nel peccato, senza ritegno e senza rimorso. Se il penitente si rifiuta di fare anche questa semplice azione, egli deve allora riconoscere che tiene davvero molto poco alla sua salvezza eterna. Proprio come un commerciante che, non riuscendo mai a trovare un equilibrio tra le sue entrate e le uscite, dà un chiaro segno di essere indifferente a guadagnare o perdere soldi. 3) – Terzo suggerimento. L’esame particolare può essere proposto a persone che, liberate dai legami di gravi peccati, iniziano ad aspirare alla perfezione, essendo questo l’aiuto più efficace per il suo raggiungimento. Per garantire questo risultato, tuttavia, il direttore deve proporre l’oggetto su cui l’esame dovrà essere effettuato. Occorrerà quindi anche osservare, nel resoconto dello stato di coscienza che ha ascoltato dai penitenti, qual sia la passione predominante in ciascuno, così come la colpa più frequente e quindi l’ostacolo maggiore frapposto al suo progresso nello spirito; farà allora gli in modo da dirigere ciascuno nel fare il suo esame particolare essenzialmente su tale punto, prima di continuare ad istruire ognuno sul modo corretto di espletarlo secondo il metodo che abbiamo illustrato dettagliatamente sopra. Tuttavia, è bene fargli notare che, tra i vari difetti rilevati, è meglio iniziare con la correzione di quello più evidente esternamente, poiché questo può costituire comunemente occasione di scandalo, o almeno di scarsa edificazione, nei confronti del prossimo, ed anche perché essi sono più facilmente corretti rispetto ai difetti interiori, che sono radicati nelle nostre anime e sono, per così dire, parte della nostra natura. La comune prudenza impone che sia meglio iniziare con compiti più facili e semplici così da renderli un trampolino di lancio per imprese più ardue e difficili. – Quarto suggerimento. Il direttore dovrebbe impegnare i suoi penitenti nel rendersi conto dei progressi compiuti nell’ambito dei loro esami particolari. Egli stesso dovrebbe poi imporre le mortificazioni e le penitenze da eseguirsi in espiazione delle colpe che ognuno può aver commesso, e dovrebbe suggerire i mezzi da impiegare al fine di garantire una vittoria più ampia e solida. Ma se dovesse scoprire un notevole deterioramento o una colpevole disattenzione, egli può, a volte, per punizione della negligenza, privare il penitente della Santa Comunione, quando naturalmente, la persona stessa possegga virtù sufficienti a sopportarne la privazione con calma ed umiltà. Dranelius ci riferisce che tra alcune nazioni indiane, i maestri di quei giovani che si applicavano all’acquisizione della saggezza, giunta la sera, e prima che gli alunni stessi sedessero per i loro pasti, esigevano un resoconto accurato delle loro buone azioni durante il giorno, e quando scoprivano che essi erano stati disinteressati nell’ottenere progressi, li mandavano a letto digiuni, in modo che il giorno successivo potessero essere più diligenti nel perseguire la virtù. Un simile metodo rapido, nel nostro caso però spirituale, può essere a volte imposto ai nostri penitenti quando si percepisce che siano incuranti nei progressi, e soprattutto nel modificare una colpa per la quale l’esame particolare sarebbe stato efficace nell’aiutarli con facilità a superarla. – Il direttore deve applicare ulteriore attenzione nel timore che, invece di essere per i suoi penitenti un mezzo di miglioramento, l’esame particolare diventi per essi una fonte molto pregiudizievole per l’inquietudine che si potrebbe generare, come spesso accade nel caso delle donne di natura timida, e più specialmente quando a questa timidezza naturale si aggiungono le suggestioni suggerite dal diavolo. Così infatti, visto che, nonostante i loro esami così frequenti non avanzino che poco (almeno in confronto a quello che poteva essere il risultato sperato), e che tendono nuovamente a cadere sempre negli stessi difetti, potrebbero perdersi d’animo e cominciare a pensare che la perfezione per loro sia irraggiungibile, il direttore sarà pronto a deviare dalle loro menti questi allarmi ingiustificati. Egli insegnerà loro ad umiliarsi ma nella pace, per non perdere coraggio alla vista della loro fragilità, e di mettere così tutta la loro fiducia in Dio. Egli ricorderà loro che Dio permette queste ricadute e che le stesse passioni prevalgano su di loro, in modo che riconoscano e provino quanto grande sia la propria miseria, proponendosi in tutta umiltà, di diffidare di se stessi, e guardare unicamente a Dio per la loro liberazione con l’implorazione fatta con la massima fiducia. Egli farà loro capire che se noi dobbiamo fare la nostra parte con la massima serietà per sradicare i nostri difetti e superare le nostre passioni, la vittoria è però un dono di Dio che viene elargito con mani generose, e che bisogna trattenersi dal perdersi d’animo e dallo scoraggiarsi, non perdendo la sfiducia in se stessi, confidando però in Lui solo.

Concilio di Trento e N.O.M. [il “novus (dis)ordo missae”].

Concilio di Trento e N.O.M. [il “novus (dis)ordo missae”].

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 L’esame del nuovo rito montiniano [N.O.M.], oltre agli anatemi di San Pio V e successori, (Clemente VIII e Bonifacio VIII), oltre alle evidenti influenze massonico-rosacrociane celate malamente nell’offertorio e nel sanctus, le espressioni emanatistico-panteiste tipiche della gnosi adottate da Simone Weil, intellettualoide marrana infiltrata tra i pretesi intellettuali cristiani dell’epoca, ed eretica ispiratrice di modernismi pseudo-teologici, che vedeva nei “frutti del lavoro dell’uomo” la fiammella divina che con la consacrazione “diventavano”, evolvendosi, [cioè non venivano sostituiti dal Corpo e Sangue di Cristo di cui sono solo apparenza – cfr. “Studio sulla missione divina dell’uomo campestre”], Corpo e Sangue offerti poi, con rituale rosacrociano, nientemeno che al “signore dell’universo”, il Prometeo-Lucifero, elucubrazioni fatte proprie dal massone Bugnini (Buan 1365/75) dietro la regia del marrano Montini, grande estimatore della marrana sua compatriota, l’antipapa sedicente Paolo VI, usurpatore, nonché sodomitico Patriarca degli Illuminati di Baviera, ed inserite nel diabolico “novus ordo missae”, evidenzia ancora come esso sia stato, con ampio anticipo, anatemizzato inappellabilmente in eterno, dal Concilio di Trento. Infatti il 17 settembre del 1562, nel corso della XXII sessione di quel Sacrosanto Concilio, vennero definiti, con la dottrina, i canoni sul Santissimo Sacrificio della Messa. I primi 8 capitoli della sessione sono dedicati ad illustrare le origini e le definizioni teologiche succedute nei secoli e costituenti la base dei misteri eucaristici contenuti nella Santa Messa. Nel capitolo 9 sono riportati i canoni con relativi anatemi. Leggiamoli insieme (*):

SESSIONE XXII (17 settembre 1562)

Dottrina e canoni sul santissimo sacrificio della Messa.

Il sacrosanto Concilio ecumenico e generale Tridentino, riunito legittimamente nello Spirito Santo, sotto la presidenza degli stessi legati della Sede Apostolica, perché sia mantenuta nella Chiesa cattolica e conservata nella sua purezza l’antica, assoluta, e sotto qualsiasi aspetto perfetta dottrina del grande mistero dell’eucaristia contro gli errori e le eresie, illuminato dallo Spirito Santo, insegna, dichiara e intende che su essa, come vero e singolare sacrificio, sia predicato ai popoli cristiani quanto segue.

CANONI SUL SANTISSIMO SACRIFICIO DELLA MESSA

1. Se qualcuno dirà che nella messa non si offre a Dio un vero e proprio sacrificio, o che essere offerto non significa altro se non che Cristo ci viene dato a mangiare, sia anatema.

2. Se qualcuno dirà che con quelle parole: Fate questo in memoria di me, Cristo non ha costituito i suoi apostoli sacerdoti o che non li ha ordinati perché essi e gli altri sacerdoti offrissero il suo Corpo e il suo Sangue, sia anatema.

3. Se qualcuno dirà che il Sacrificio della messa è solo un sacrificio di lode e di ringraziamento, o la semplice commemorazione del sacrificio offerto sulla croce, e non propiziatorio; o che giova solo a chi lo riceve; e che non si deve offrire per i vivi e per i morti, per i peccati, per le pene, per le soddisfazioni, e per altre necessità, sia anatema.

4. Se qualcuno dirà che col sacrificio della messa si bestemmia contro il sacrificio di Cristo consumato sulla croce; o che con esso si deroga all’onore di esso, sia anatema.

5. Chi dirà che celebrare messe in onore dei santi e per ottenere la loro intercessione presso Dio, come la Chiesa intende, è un’impostura, sia anatema.

6. Si quis dixerit canonem Missae errores continere ideoque abrogandum esse: a.s. (Se qualcuno dirà che il canone della messa contiene degli errori, e che, quindi, bisogna abolirlo, sia anatema).[Denz.953]

7. Se qualcuno dirà che le cerimonie, le vesti e gli altri segni esterni, di cui si serve la Chiesa cattolica nella celebrazione delle messe, siano piuttosto elementi adatti a favorire l’empietà, che manifestazioni di pietà, sia anatema.

8. Se qualcuno dirà che le messe, nelle quali solo il sacerdote si comunica sacramentalmente, sono illecite e, quindi, da abrogarsi, sia anatema.

9. Si quis dixerit, Ecclesiae Romanae ritum, quo submissa voce pars canonis et verba consecrationis proferuntur, damnandum esse; aut lingua tantum vulgari Missam celebrari debere, … a.s. (Se qualcuno dirà che il rito della Chiesa Romana, secondo il quale parte del canone e le parole della consacrazione si profferiscono a bassa voce, è da riprovarsi; o che la messa debba essere celebrata solo nella lingua del popolo; o che nell’offrire il calice non debba esser mischiata l’acqua col vino, perché ciò sarebbe contro l’istituzione di Cristo, sia anatema. [Denz. 956].

paolo III Sebastiano_Ricci_034(Paolo III)

Pius_IV_2Pio IV

 Quelli che saltano immediatamente agli occhi, e da noi sottolineati, sono i punti 6 e 9, con i relativi anatemi irreformabili e di eterna applicazione. Ora nell’obbrobrio del “novus ordo” non solo il canone è stato soggetto a critiche, ma è stato addirittura eliminato nella sua essenza e finanche nelle formule consacratorie, che sono così blasfeme, eretiche, e quantomeno illecite, cioè sacrileghe. Ma non contenti, i Santi Padri di Trento, guidati da Papi “veri” (Paolo III prima e, alla sua morte, Pio IV), non certamente “buffoncelli” istrionico-mediatici, “principi dell’esilio”, giullari mossi da burattinai “che odiano Dio e tutti gli uomini”, hanno aggiunto il punto 9 ove si comanda di pronunciare le parole del Canone a bassa voce ed esclusivamente in latino, evitando espressamente il vernacolo, o la barbara ed aliturgica “lingua del popolo”. Ecco che allora celebrare (… si fa per dire, naturalmente) un tale rito, o semplicemente il parteciparvi, carica di ulteriori anatemi, cioè di scomuniche, oltre a quelli già saldamente acquisiti di “execrabilis”, “ex apostolatus officio”, “quo primum” etc. etc., ponendo “ipso facto” ancor più fuori dalla “Chiesa Cattolica” che, essendo l’unica Chiesa di Cristo, attraverso la quale soltanto si può ottenere la salvezza eterna, preclude all’ignaro fedele (reo però di colpevole ignoranza!) la eterna salvezza, condannandolo al fuoco eterno. Potremmo andare avanti per molto ancora su questa sessione del Concilio tridentino, ma ci fermiamo qui, perché ce n’è abbastanza già per una seria riflessione sul come cercare di evitare il fuoco eterno dell’inferno, nel quale molti sono già immersi fino alla gola, magari presumendo di essere già pronti per una canonizzazione sicura e per essere elevati sugli altari! Il disprezzo e l’ignoranza delle leggi immutabili della Chiesa produrrà, Dio ci scansi, inevitabili “pianti e stridor di denti”. Si realizza la parola del Signore in Malachia “ et maledicam benedictionibus vestris, et maledicam illis …” [“Se non mi ascolterete e non vi prenderete a cuore di dar gloria al mio nome, dice il Signore degli eserciti, manderò su di voi la maledizione e cambierò in maledizione le vostre benedizioni. Anzi le ho già maledette, perché nessuno tra di voi se la prende a cuore” – Mal. II, 2]. Ve lo chiedo supplicandovi in ginocchio, con le lacrime agli occhi: fratelli, salvatevi dal fuoco eterno!

(*) [Il testo si trova in: Conciliorum Oecumenicorum Decreta, 3a ed. bilingue a cura di. G. Alberigo et al., EDB, Bologna 2003].

SETTEMBRE è il mese che la Chiesa dedica ai sette dolori della Madonna

Settembre è il mese che la Chiesa dedica

ai sette dolori della Madonna

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Mater Dolorosa

Memorare Triste.

Ricordatevi, o Vergine Maria, la più triste delle afflitte figlie di Eva, non si è mai udito in ogni tempo, che alcuno implorando nella sofferenza il vostro aiuto, non sia riuscito ad ottenere la vostra compassione e protezione. Animato da tale confidenza, a voi, o Regina dei martiri e Vergine Madre, vengo, come peccatore contrito, piangendo ed in ginocchio. O madre di Gesù crocifisso, non disprezzate la mia voce supplichevole, ma ascoltate ed esaudite la mia preghiera. Amen. – [Fonte: Manuale di devozioni in onore dei sette dolori della B.V. Maria, di p. Sebastiano del Santissimo Sacramento, 1868.]

I SETTE DOLORI DELLA BEATA VERGINE MARIA

sept. 2

MEDITAZIONI SUI SETTE DOLORI

1. La profezia di Simeone

“E Simeone li benedisse e parlò a Maria, sua Madre: “Ecco questo bambino è posto per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione; anzi a te pure una spada tra­passerà l’anima, affin­ché vengano svelati i pensieri di molti cuori”. – (Luca II, 34-35).

Meditazione: Quanto grande è stato il colpo al cuore di Maria nel sentire le dolorose parole con cui San Simeone preannunziava la passione e la morte del suo dolce Gesù, tanto amara, dato che in quello stesso momento Lei ha visto nella sua mente tutti gli insulti, i vilipendi ed i tormenti che uomini empi dovevano procurare al Redentore del mondo. Ma una spada ancora più tagliente ha trafitto la sua anima: il pensiero dell’ingratitudine degli uomini verso il suo amato Figliuolo. Considerate ora che a causa dei vostri peccati, siete ancor voi infelicemente tra questi ingrati. (Ave Maria)

2. La fuga in Egitto

“Par­titi che furono quelli, ecco, un Angelo del Si­gnore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: « Alzati, prendi il Bam­bino e sua Madre, fug­gi in Egitto, e restaci finché non t’avviserò, perché Erode cercherà il Bambino per farlo morire ». Egli si alzò e, di notte, prese il Bambino e sua Madre, si ritirò in Egitto, e vi rimase fino alla mor­te di Erode. [Marco. II, 13-14].

Meditazione: Considera il dolore tagliente che Maria ha provato quando San Giuseppe viene avvertito da un Angelo che deve fuggire di notte, al fine di preservare il suo Figlio amato dalla strage decretata da Erode. Quale angoscia ha provato nel lasciare la Giudea, per timore di poter essere raggiunta dai soldati del crudele re! Quanto grandi le sue privazioni in quel lungo viaggio! Quali sofferenze ha patito in quella terra di esilio, quali dolori in mezzo a quella gente schiava dell’idolatria! Ma considerate voi quante volte avete rinnovato quell’amaro dolore di Maria, quando i vostri peccati hanno obbligato il suo Figlio a fuggire dal vostro cuore. (Ave Maria)

3. Lo smarrimento del Bambino Gesù nel Tempio

“Or, quando egli giunse al­l’età di dodici anni, re­catisi a Gerusalemme, secondo il rito della fe­sta, e terminati quei giorni, al loro ritorno, il fanciullo Gesù rima­se a Gerusalemme; ma i suoi genitori non se ne accorsero. Sicché, cre­dendo ch’Egli fosse tra i compagni di viaggio, fecero una giornata di cammino, poi andavano cercandolo fra i paren­ti e i conoscenti. Ma, non avendolo trovato, ritornarono a Gerusa­lemme in cerca di lui. E avvenne che, dopo tre giorni, lo ritrovaro­no nel tempio, seduto in mezzo ai dottori ad ascoltarli e interrogar­li”. [Luca II, 42-45].

Meditazione: Come pieno di terrore doveva essere il dolore di Maria, quando Ella ha temuto di perdere il suo amato Figlio! Ed ancora maggiore è stato il suo dolore quando, avendoLo cercato diligentemente tra i parenti e i conoscenti, non riusciva ad avere alcuna notizia di Lui. Non ci sono stati in Lei ostacoli, né stanchezza, né pericoli; ma i genitori, immediatamente tornati a Gerusalemme, per tre lunghi giorni Lo hanno cercato angosciati. Grande sia la tua confusione, anima mia, ché così spesso hai perso il tuo Gesù per i tuoi peccati e non hai avuto alcuna premura nel cercarLo una sola volta, segno che rende di molto poco o di nessun conto del prezioso tesoro dell’amore divino. (Ave Maria)

4. L’incontro di Gesù e Maria sulla via della Croce

“Lo seguiva una grande moltitudine di gente, di donne che si battevano il petto e si lamentavano su di Lui”. [S. Luca XXIII, 27].

Meditazione: Venite, o voi peccatori, venite a vedere se si può sopportare una vista così triste. Questa Madre, così tenera ed amorevole, incontra il suo Figlio amato, Lo incontra in mezzo ad empia gentaglia che Lo trascina in una morte crudele, ferito, lacerato da flagelli, coronato di spine, ricoperto di sangue, sotto il peso di una pesante croce. Ah, considera, anima mia, il dolore della Beata Vergine nel contemplare così il suo Figliuolo! Chi non avrebbe pianto nel vedere il dolore di questa Madre? Ma chi è stato la causa di tale dolore? Io, sono io, che con i miei peccati ho così crudelmente ferito il cuore della mia Madre dolente! E ancora non mi commuovo; sono duro come una pietra, mentre il mio cuore dovrebbe sciogliersi in lacrime per la mia ingratitudine. (Ave Maria)

 5. La crocifissione

“Ora, presso la croce di Gesù stavano sua Ma­dre e la sorella di sua Madre (… ), Gesù dunque, vedendo sua Madre e lì pre­sente il discepolo che Egli amava, disse a sua Madre: «Donna, ecco il tuo figlio: Poi disse al discepolo: « Ecco la tua Madre ». E da quel momento il discepolo la prese con sé” [Giovanni XIX, l8-25-27].

Meditazione: Guarda, anima devota, guarda verso il Calvario, sul quale sono stati eretti i due altari del Sacrificio, uno sul Corpo di Gesù, l’altro sul Cuore di Maria. Triste è la vista di quella cara Madre annegata in un mare di desolazioni nel vedere il suo amato Figlio, parte di se stessa, crudelmente inchiodato all’albero vergognoso della Croce. Ahimè! Ogni colpo di martello, ogni flagello sul corpo del Salvatore, è penetrato pure nello spirito sconsolato della Vergine. Allora si ferma ai piedi della Croce, trafitta dalla spada del dolore, volge gli occhi verso di Lui, fino a quando vede che non vive più, dopo aver rimesso lo spirito al Padre suo eterno. Ed anche la sua anima, come avendo lasciato il corpo, si è unita a quella di Gesù. (Ave Maria)

6. La discesa del corpo di Gesù dalla Croce

“Giuseppe d’Arimatea, membro distinto del Consiglio, che aspettava pure il regno di Dio, venne ed ebbe il corag­gio di presentarsi dinan­zi a Pilato, per domandargli il corpo di Gesù. Pilato si meravigliò che fosse già morto, ma, fatto chiamare il Centu­rione, gli domandò se era già morto. E ac­certato dal Centurione, concesse il cadavere a Giuseppe. Egli, com­prato un lenzuolo e de­posto il corpo, Lo avvol­se nel lenzuolo e Lo mi­se in un sepolcro che era stato scavato nella roccia, poi rotolò all’en­trata del sepolcro una pietra”.– [Marco XV, 43-46].

Meditazione: Considera il dolore più amaro che afflisse l’anima di Maria, nel vedere il cadavere del suo caro Gesù sulle sue ginocchia, ricoperto di sangue, tutto lacerato da profonde ferite. O Madre dolente, un fascio di mirra, infatti, è per il vostro Amato. Chi non avrebbe pietà di Voi? Quale cuore non è ammorbidito, vedendo l’afflizione che Vi rende come impietrita? Ecco l’inconsolabile Giovanni, la Maddalena e l’altra Maria in profonda afflizione e Nicodemo, che a malapena può sopportare il suo dolore. (Ave Maria)

7. La sepoltura di Gesù

“Ora, nel luogo dov’Egli fu croci­fisso, v’era un giardino, e nel giardino un sepol­cro nuovo, nel quale non era ancora stato po­sto nessuno. Lì, adun­que, a motivo della Pa­rasceve dei Giudei, giac­ché il sepolcro era vici­no, deposero Gesù.” [Giovanni XIX, 41-42].

Meditazione: Considera i sospiri che proruppero dal cuore triste di Maria quando vide il suo amato Gesù deposto nella tomba. Quale dolore quando Ella ha visto la pietra sollevata per coprire quella tomba sacra! Lei guarda un’ultima volta il corpo senza vita di suo Figlio e non riesce a staccare gli occhi da quelle ferite aperte. E quando la pietra grande viene rotolata per rinchiudere la porta del sepolcro, oh, allora davvero il suo cuore sembra strappato dal suo corpo! (Ave Maria)

Fonte: www.themostholyrosary.com/appendix1.htm  

Qui di seguito sono elencate le feste che cadono in questo mese:

1 settembre: Commemorazione di s. Egidio Abate; Commemorazione dei Santi Martiri dodici fratelli.

2 settembre: S. Stefano, confessore, semplice.

3 settembre: San Pio X Papa e confessore, doppio.

4 settembre: XVI domenica dopo la Pentecoste, doppio.

5 settembre: St. Lorenzo Giustiniani vescovo e confessore, semplice.

8 settembre: Natività della Beata Vergine Maria, doppio di classe II; Commemorazione di San Adriano martire.

9 settembre: Commemorazione di San Gorgonio martire.

10 settembre: San Nicola di Tolentino confessore, doppio.

11 settembre: XVII domenica dopo Pentecoste, doppio.

12 settembre: Santissimo nome di Maria, doppio maggiore.

14 settembre: Esaltazione della Santa Croce, doppio maggiore.

15 settembre: Sette dolori della Beata Vergine Maria, doppio della classe II; Commemorazione di San Nicomede martire.

16 settembre: S. Cornelio papa e San Cipriano vescovo, martiri, semplice; Commemorazione di SS. Eufemia Vergine, Lucia e Geminiano martiri.

17 settembre: Impressione delle Sacre Stimmate di San Francesco confessore, doppio.

18 settembre: XVIII domenica dopo Pentecoste, doppio.

19 settembre: San Gennaro Vescovo e compagni martiri, doppio.

20 settembre: S. Eustachio e compagni martiri, doppio.

21 settembre: TEMPORA di mercoledì (digiuno e parziale astinenza); San Matteo Apostolo ed Evangelista, doppio della classe II.

22 settembre: San Tommaso di Villanova vescovo e confessore, Double; Commemorazione dei Santi Maurizio e compagni martiri.

23 settembre: TEMPORA di venerdì (digiuno e completa astinenza); S. Lino Papa e martire, semplice; com. di s. Tecla Vergine e martire.

24 settembre: TEMPORA di sabato (digiuno e parziale astinenza); Nostra signora Della Mercede, doppio maggiore.

25 settembre: XIX domenica dopo la Pentecoste, doppio.

26 settembre: Commemorazione dei Santi Cipriano e Giustina vergine, martiri.

27 settembre: SS. Cosma e Damiano martiri, semplice.

28 settembre: S. Venceslao Duca, martire, semplice.

29 settembre: Dedicazione di San Michele Arcangelo, doppia della I classe.

30 settembre: San Girolamo sacerdote, confessore e dottore della Chiesa, doppio.

Mater Dolorosa

sept. 3 virgin-mary-seven-sorrows-dolors-devotion-sabat-mater

Pregate per noi o Vergine addolorata;

affinché siamo fatti degni delle promesse di Cristo!

La NOVENA per la Natività della Beata Vergine Maria, inizia il 30 agosto

 Inizio della Novena: 30 agosto 2016

Fine della Novena: 7 settembre 2016

Festa della Natività della Beata Vergine Maria: 8 settembre 2016

sept.4 nativity-of-mary

Maria Bambina 

Novena a Maria Bambina

Santa Maria Bambina della casa reale di David, Regina degli Angeli, Madre di grazia e di amore, vi saluto con tutto il mio cuore. Ottenete per me la grazia di amare il Signore fedelmente durante tutti i giorni della mia vita. Ottenete per me una grandissima devozione a Voi, che siete la prima creatura dell’amore di Dio. Ave Maria…

O celeste Maria Bambina, che come una colomba pura nasce immacolata e bella, vero prodigio della saggezza di Dio, la mia anima gioisce in Voi. Oh! Aiutatemi a preservare nell’Angelica virtù di purezza a costo di qualsiasi sacrificio. Ave Maria…

Beata, incantevole e Santa Bambina, giardino spirituale di delizia, dove, il giorno dell’incarnazione, è stato piantato l’albero della vita, aiutatemi ad evitare il frutto velenoso della vanità ed i piaceri del mondo. Aiutatemi a far attecchire nella mia anima i pensieri, i sentimenti e le virtù del vostro figlio divino. Ave Maria…

Vi saluto, Maria Bambina ammirevole, rosa mistica, giardino chiuso, aperto solo allo Sposo celeste. O Giglio di paradiso, fatemi amare la vita umile e nascosta; lasciate che lo Sposo celeste trovi la porta del mio cuore sempre aperta alle chiamate amorevoli delle sue grazie ed ispirazioni. Ave Maria…

Santa Maria Bambina, mistica Aurora, porta del cielo, Voi siete la mia fiducia e speranza. O potente avvocata, dalla vostra culla stendete la mano per sostenermi nel cammino della vita. Fate che io serva Dio con ardore e costanza fino alla morte e così possa giungere all’eternità con Voi. Ave Maria…

Preghiera:

Beata Maria Bambina, destinata ad essere la Madre di Dio e la nostra tenera madre, provvedetemi di grazie celesti, ascoltate misericordiosamente le mie suppliche. Nei bisogni che mi opprimono e soprattutto nelle mie presenti tribolazioni, ho riposto tutta la mia fiducia in Voi.

O Santa Bambina, i privilegi che a Voi sola sono stati concessi dall’Altissimo, i meriti che avete acquistato, mostrano che la fonte dei favori spirituali ed i benefici continui che dispensate sono inesauribili, poiché il vostro potere presso il cuore di Dio è illimitato.

Degnatevi attraverso l’immensa profusione di grazie con cui l’Altissimo vi ha arricchito fin dal primo momento della vostra Immacolata Concezione, di esaudire, o celeste Bambina, le nostre richieste e saremo eternamente a lodare la bontà del vostro Cuore Immacolato.

IMPRIMATUR: In Curia Archiep. Mediolani 31 agosto 1931 – Canon. CAVEZZALI, Pro Vic. Gen

Fonte: www.themostholyrosary.com/appendix3.htm

Dolce cuore di Maria, siate la nostra salvezza!

 

 

 

Rispetto umano

 

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Rispetto umano

[E. Barbier: “I tesori di Cornelio Alapide”]

1. Il rispetto umano è una schiavitù. — 2. Il rispetto umano è una vigliacca debolezza. — 3. Il rispetto umano è uno scandalo. — 4. Che cosa vi è di disordinato nel rispetto umano. — 5. Donde viene il rispetto umano e necessità di disprezzarlo. — 6. Fa un atto di coraggio chi vince il rispetto umano.

1 . IL RISPETTO UMANO È UNA SCHIAVITÙ. — Quale atto più servile che quello di ridurre e di costringere se medesimo alla necessità di conformare la propria religione al capriccio altrui? di praticarla, non più secondo le norme del Vangelo, ma secondo le esigenze degli altri? di non adempiere i propri doveri, se non nella misura voluta dal mondo? di non essere cristiano, se non a talento di chi ci vede? S. Agostino condanna i savi del paganesimo, i quali mentre con la ragione vedevano un Dio unico, per rispetto umano si piegavano ad adorarne molti. E in forza di un altro rispetto umano, il cristiano vigliacco non serve al Dio che conosce e nel quale crede: quelli erano superstiziosi e idolatri; questo diviene oggidì, per rispetto umano, infedele ed empio. Quelli, per non esporsi all’odio dei popoli, praticavano all’esteriore quello che internamente ripudiavano, adoravano quello che disprezzavano, professavano quello che detestavano: — Colebant quod reprehendebant, agebant quod arguebant, quod culpabant adorabant (De Civit. Dei). E noi, per evitare le censure degli uomini, per una vile dipendenza dalle vane usanze e dalle massime corrotte del secolo, noi disonoriamo quello che professiamo, profaniamo quello che riveriamo, bestemmiano, se se non con la bocca, con le opere, non già, come diceva l’Apostolo, quello che ignoriamo, ma quello che sappiamo e riconosciamo. I pagani contraffacevano i divoti, scrive Bourdalone, e noi cristiani ci facciamo scimmie degli atei. La finzione di quelli non riguardava che false divinità, e quindi non era più che una finzione; presso di noi al contrario, la finzione riferendosi al culto del vero Dio, diventa un’abominevole impostura (Sermoni sur le respect hum.). – Ora, il fare così non è un rendersi schiavi, e proprio in quello in cui siamo meno scusabili, perché si tratta dell’anima e dell’eternità?… Nati liberi, tali dobbiamo inviolabilmente mantenerci per Iddio, cui si deve culto, fede, rispetto, adorazione, riconoscenza, amore…

2 – IL RISPETTO UMANO È UNA VIGLIACCA DEBOLEZZA. — La notte della Passione del Salvatore, la portinaia della casa di Caifa, disse a Pietro: « Non sei anche tu uno dei discepoli di quest’uomo? ed egli rispose: No » — “Dicit Petro ancilla ostiaria: Numquid et tu ex discipulis es hominis istius? Dicit ille: Non sum” (IOANN. XVIII, 17) . Ecco la debolezza vigliacca del rispetto umano. Qui si è avverato, come si avvera sempre in simili casi, quel detto dei Proverbi: « Chi teme l’uomo, non tarda a cadere » — “Qui timet hominem, cito corruet (Prov. XXIX , 25); e quell’altro del Salmista: « Non invocarono il Signore; quindi tremarono di spavento dove non c’era punto nulla da temere » — Deum non invocaverunt; illic trepidaverunt, ubi non erat timor (Psalm. LII, 6). La persona che si lascia vincere dal rispetto umano, teme quello che non è da temere, e non teme quello che bisogna temere… Che viltà, per esempio, non osare dimostrarsi cristiano per un semplice segno di croce! Il segno del cristiano non è forse la croce? Non è forse la croce, dice S. Agostino, che benedice e l’acqua che ci rigenera, e il sacrificio che ci nutrisce, e la santa unzione che ci fortifica? (Tract. CXVIII, in Ioann.). – Avete voi dimenticato che della croce furono segnate le vostre fronti, quando foste confermati dallo Spirito Santo? Perché segnarvela in fronte? Non forse perché su la fronte è la sede del pudore? Sì certo; Gesù Cristo volle armare con la croce, la nostra fronte contro quella falsa e misera vergogna del rispetto umano, che ci fa arrossire di cose che gli uomini chiamano piccole, ma che sono grandi innanzi a Dio. Cosa indegna e vile è il rispetto umano, e non ve n’è altra che tanto degradi, abbassi e disonori l’uomo… Colui che ne è schiavo, non merita più il nome di uomo, ma il suo luogo è tra le banderuole che segnano la direzione dei venti; poiché non sa fare altro che questo… Una tale persona è sommamente spregevole… Che cosa è la che trattiene? un motto, un sarcasmo, una beffa, un segno… Oh! che piccolezza di spirito, che viltà di cuore! Ne arrossiamo noi medesimi in segreto, e non ci sentiamo l’animo di superare simili bagattelle!… Cerchiamo pure di nascondere e di orpellare con altri nomi questa fiacchezza, questa viltà, ma invano… Noi temiamo le censure del mondo, degli increduli, degli empi, degli ignoranti, degli accidiosi, dei dissoluti… Noi temiamo di acquistarci nome di spiriti deboli e pregiudicati, se pratichiamo la religione; e non vediamo che somma debolezza è non praticarla. Qual cosa più vergognosa e più degradante, che la vergogna di comparire quello che si deve essere? Siamo canzonati; ma cosa vi è di più frivolo che le beffe? Chi è che si burla di noi? quale ne è il merito, il credito, la scienza, la virtù?… E noi osiamo vantarci coraggiosi, di animo grande, di carattere generoso? Codardia odiosa è il rispetto umano. Noi apparteniamo a Dio per tutti i titoli, per la creazione, la redenzione, la santificazione, la conservazione, e arrossiamo di servire Dio! … Il soldato si vergogna di servire il suo re! Di difendere la patria! … Noi ci adontiamo della religione, della virtù! cioè, ci vergogniamo di essere creati ad immagine di Dio, di essere stati redenti col suo sangue; noi arrossiamo di ciò che forma la gloria degli Apostoli, dei martiri, dei dottori, dei pontefici, dei confessori, delle vergini. Noi abbiamo vergogna di chiamare Dio nostro padre, d i essere suoi figli, di lavorare alla nostra salute, di andare al cielo! Quale stupidaggine e follia! o codarda debolezza, che non merita né indulgenza, né perdono!

3. IL RISPETTO UMANO È UNO SCANDALO. — Il rispetto umano è uno scandalo ingiurioso a Dio, perché ne abbatte il culto… Scandalo che facilmente si comunica, essendo gli uomini molto proclivi a dire ciò che odono…; a fare quello che vedono farsi dagli altri … Ma è sopratutto uno scandalo affliggente, dannosissimo nei r icchi, nei potenti, nei dotti.

4. CHE COSA VI È DI DISORDINATO NEL RISPETTO UMANO. — Primo disordine del rispetto umano: distrugge l’amore di preferenza che dobbiamo a Dio, il che è un annientare tutta la religione. Sacro dovere di ogni persona è preferire Dio alla creatura; ora, il rispetto umano fa anteporre la creatura al Creatore; e da ciò appunto questo vizio prende il suo nome che è disonorante come lo stesso vizio. Perché, infatti, lo chiamiamo rispetto umano? certamente non per altro motivo, se non perché ci fa preferire la creatura invece del Creatore. Da un lato mi comanda Iddio, dall’altro mi comanda il mondo; ed io per non dispiacere alla creatura, a lei obbedisco a scorno di Dio e a detrimento della mia salute; con disprezzo di Dio e dei miei più sacri doveri… Per piacere all’uomo, divengo ribelle a Dio. E allora, addio religione… – Secondo disordine del rispetto umano: getta l’uomo in una specie di apostasia. Quante irriverenze nel luogo santo, per paura d i comparire ipocrita o bigotto!… L’altare non diventa forse, per lo schiavo del rispetto umano, l’ara del Dio sconosciuto?….. non è anzi da lui disprezzato, disonorato, rinnegato? Gli Ateniesi onoravano il vero Dio senza conoscerlo; costui conosce il vero Dio, e lo dimentica, lo vilipende… Terzo disordine del rispetto umano: rende inutili le più preziose grazie di Dio. Un tale, per esempio, sente in sé desideri e disposizioni ad una vita più ordinata, ma il rispetto umano li soffoca e riduce all’impotenza… Vorrebbe un altro convertirsi, confessarsi, accostarsi alla santa Eucaristia; pregare, santificare le feste, essere in una parola, veramente e apertamente lo arresta, l’inceppa, lo impietrisce… Si vorrebbe fare il bene e adempiere tutti i doveri di buon cristiano, ma si vorrebbe che il mondo non se ne accorgesse… Si esce di chiesa, si parte dalla predica ben persuasi, ben convinti, e risolutamente determinati a fare quello che si è udito, ma ecco il rispetto umano che fa barriera insormontabile alle buone risoluzioni, manda a monte ogni anche ottimo provvedimento già preso… E così tutte le più elette grazie cadono vane sotto il peso di questa vigliacca debolezza prodotta dal rispetto umano…

5. DONDE VIENE IL RISPETTO UMANO E NECESSITÀ DI DEPREZZARLO.    — Il Vangelo, parlando dei progressi che faceva la dottrina di Gesù negli animi, dice che anche parecchi fra i primari e i maggiorenti dei Giudei credettero in Gesù Cristo, ma nota che non ne facevano professione esteriore, temendo che i farisei li scacciassero dalle sinagoghe; poiché stava loro più a cuore la lode degli uomini, che la gloria di Dio: — Ex principibus multi crediderunt in eum; sed propter pharisaeos, non confltebantur, ut e sinagoga non eiicerentur. Dilexerunt enim gloriam hominum magis quam gloriam Dei (IOANN. XII, 42-43). Ora tutti quelli che si lasciano guidare dal rispetto umano, non sono essi guidati da simili motivi? … O sì, questi sono la vera sorgente del rispetto umano!… Si temono le osservazioni, gli appunti, le critiche degli uomini! … Ora perché non abbiamo noi i sentimenti di S. Agostino e non diciamo con lui: « Fate pure di me quel giudizio che più vi garba; per me tutto il mio desiderio è che la mia coscienza non mi accusi innanzi a Dio » . [“Senti de Augustino quidquid libet, sola me conscientia in oculis Dei non aecuset” (Cantra Secundin. 1. I, e. I)]. – È necessità indeclinabile per il fedele, il calpestare il rispetto umano. -« Bisogna credere col cuore per ottenere la giustificazione, scrive il grande Apostolo, ma per arrivare alla salvezza ci vuole la confessione della bocca » — Corde creditur a d i u s t i t i a m , ore a u t em confessio flt a d salutem (Rom. X, 10); e al suo discepolo Timoteo inculcava che non si vergognasse di rendere testimonianza al Signore Gesù Cristo e non arrossisse di lui, Paolo, schiavo del medesimo Gesù; ma soffrisse con lui per l’Evangelo, secondo la forza che gliene veniva da Dio: — Noli erubescere testimonium Domini nostri, neque me vinctum eius; sed collabora Evangelio secundum virtutem Dei ( II , II, 8 ). Poi, parlando di se medesimo ai Galati poteva dire con la fronte alta: « Di chi cerco io l’approvazione? degli uomini o di Dio? Forse che mi studio di piacere agli uomini? Se piacessi ancora al mondo, non sarei servo di Dio? » — “Modo hominibus suadeo; an Deo? An quaero hominibus piacere? Si adhuc hominibus placerem, Christi servus non essem” (Gal. I, 10). « No, dice altrove questo grande Apostolo, io non arrossisco del Vangelo » — “Non erubesco Evangelium” (Rom. I, 16 ); « e poco m’importa del giudizio che voi od altri facciate di me » — “Mihi pro minimo est ut a vobis iudicer aut ab humano die” ( I Cor. IV, 3). Non meno chiaramente del discepolo, già aveva parlato il maestro, perché parole formali di Gesù Cristo sono le seguenti: « Se alcuno si vergognerà di me e della mia dottrina, il Figliuolo dell’uomo si vergognerà di lui quando verrà circondato della sua maestà e di quella del Padre, e degli Angeli santi ». — Qui me erubuerit, et meos sermones, huno Filius hominis erubescet, cum venerit in maiestate sua, et Patris, et sanctorum angelorum (Luc. IX, 26) . E poi di nuovo: « Chi mi avrà rinnegato dinanzi agli uomini, sarà pure rinnegato da me in faccia al Padre mio che è nei cieli » — Qui negaverit me coram hominibus, negabo et ego eum coram Patre meo, qui in coelis est (MATTH. X, 33) . Ascoltiamo dunque l’avviso d’Isaia e non spaventiamoci dell’obbrobrio e delle bestemmie degli uomini: — “Nolite timere opprobrium hominum, et blasphemias eorum ne mutuati” (Is. LI, 7).

6. FA UN ATTO DI CORAGGIO CHI VINCE I L RISPETTO UMANO. — « È gloria grande seguire il Signore, dice il Savio; da lui si avrà lunghezza di giorni » — “Gloria magna est sequi Dominum: longitudo dierum assumetur ab eo” (Eccli. XXIII, 38) . « Perché non rinnegarono il Cristo, scrive S. Agostino, passarono da questo mondo al Padre celeste: confessandolo, meritarono la corona di vita, e la tengono per sempre ». [“Quia Christum non negaverunt, transierunt de hoc mundo ad Patrem; confitendo, coronam promerentes, et vifcam sine fine tenentes” (In Eccli.)]. – Che cosa fece mai di così grande, il buon ladrone, domanda S. Giovanni Crisostomo, di andare così presto in cielo? Volete voi che vi dica in due parole la sua virtù? Udite: mentre Pietro rinnegava Gesù Cristo ai piedi della croce, allora egli Lo confessava pubblicamente su la croce. Il discepolo non ebbe coraggio di sopportare le minacce di una vile fantesca; ma il ladrone vedendo intorno a sé tutto il popolo che urlava, schiamazzava, bestemmiava contro il Cristo, non tenne in nessun conto tutto quel baccano; non si fermò alle umiliazioni presenti del crocifìsso, ma veduto tutto cogli occhi della fede, non badando alle illusioni esteriori, calpestando ogni rispetto umano, riconosceva nel paziente il Signore dei cieli, e a lui sottomettendo le facoltà dell’anima sua, ad alta voce e senza paura di essere burlato, esclamava: Signore, ricordatevi di me, giunto che sarete al vostro regno (Homil. de Cruce et latrone). E in ricompensa della sua viva fede, del suo coraggio nel confessarlo in faccia a tutta la folla, senza badare a rispetto umano, ebbe la dolce ventura di udirsi rivolgere dalla bocca medesima di Gesù Cristo quelle consolanti parole: « Oggi sarai con me in paradiso — Hodie mecum eris in paradiso (Luc. XXIII, 43). La forza, la grazia, la salute, la gloria, stanno nel disprezzo del rispetto umano… Chi si mette sotto i piedi il rispetto umano, è padrone di sé, del mondo, di tutte le creature, del cielo, di Dio medesimo… Il cristiano coraggioso non arrossisce mai di Dio, né della sua religione… In questo coraggio sta la vera gloria… Esso salvò la Maddalena, il pubblicano, il prodigo, il buon ladrone. Se essi avessero dato ascolto al rispetto umano, sarebbero tutti perduti; lo disprezzarono, sono lodati da Gesù e resi gloriosi… I Santi, i più eccellenti personaggi di tutti i secoli, tali divennero perché, disprezzando il rispetto umano, camminarono diritti alla loro via … Imitiamoli … « Se noi soffriamo con Gesù, dice S. Paolo, regneremo con Lui; se Lo rinneghiamo, anch’Egli ci rinnegherà » — “Si sustinebimus et conregnabimus; si negaverimus et ille negabit nos” ( II Tim. II, 12). « Essi ebbero timore di ciò che non dovevano temere, dice il Profeta, e il Signore spezzerà le ossa di quelli che cercano di piacere agli uomini; furono coperti di confusione, perchè Iddio li ha disprezzati » — “illic trepidaverunt ubi non erat timor, Deus dissipavit ossa eorum qui hominibus placent; confusi sunt, quoniam Deus sprevit eos (Psalm. LII, 6 – 7). Ecco un triplice castigo per quelli che si lasciano guidare dal rispetto umano per incontrare il genio del mondo: 1° il rompimento delle ossa, cioè la perdita della vita, della felicità, della pace, della salute; 2° la confusione, l’ignominia, la perdita della gloria; 3° il disprezzo di Dio e la riprovazione.

La strana sindrome di nonno Basilio 34

nonno

Caro direttore, non si è ancora liberato di me! Sono ancora qui a chiederle aiuto per risolvere il mio strano caso, e quindi la prego di usarmi carità cristiana nel leggere questa ennesima missiva. Le racconto subito della gita che ha organizzato mio nipote Mimmo con l’ausilio ovviamente di Caterina, l’uno e l’altro alla ricerca di un ambiente verdeggiante, collinare, fresco, dall’aria tersa e dai sapori antichi, magari con qualche nota di carattere culturale e storico. Io mi sono fidato di loro, e così dopo essermi sorbito tutte le raccomandazioni accorate della Genoveffa, che mi ha appioppato tra l’altro un astuccio zeppo di compresse e capsule varie, con i relativi orari di assunzione nella giornata ed un bottiglia di acqua fresca, mi sono seduto in un’auto, non proprio una fuoriserie, un po’ attempata, una specie di nonno Basilio a quattro ruote, alla quale Mimmo dice di aver sistemato i freni, regolato la pressione degli pneumatici, rabboccato i liquidi, e, già che c’era, dato una pulitina alla tappezzeria delle poltrone, guidata dalla puntigliosa Caterina, che tanto tiene alla pulizia e all’ordine. Ci siamo così avviati, in una bella e soleggiata giornata primaverile, imboccando strade sempre più strette, anche se in fondo comode per il guidatore ed i viaggiatori. Che bel panorama collinare, con tanto verde e piante ben ordinate, e così do una sguardo anche ai cartelli stradali con le indicazioni delle località, ma cosa leggo? … Chianciano Terme, Montepulciano, Montalcino … ma qui siamo in piena zona vinicola! Passare in mezzo alle vigne, già mette tanta allegria … Mimmo, ma non mi dire che ci hai portato qui a bere un goccetto, … se lo sa la Genoveffa! … e qui poi se la polizia ci controlla, ti sottopongono alla prova del palloncino, e sono guai! Caterina si è intanto appisolata, cullata dall’incedere dell’auto e dall’aria serena, e Mimmo cerca di tranquillizzarmi dicendomi a bassa voce: “Nonno, stai tranquillo, siamo nel senese, ti porto a Pienza, a visitare questa cittadina molto particolare, che mi hanno fatto conoscere certi miei amici senesi, … e vedrai che tornerai contento!”. “A Pienza! Ma certo che sono contento. Conosco bene la storia di questa bellissima cittadina! “Sai perché si chiama Pienza”? “Beh veramente, … così su due piedi, ricordo qualcosa vagamente …”. Ho capito Mimmo, te lo dico io: “ … Questa è la cittadina di Enea Silvio Piccolomini”! “E chi è costui, mi fa Mimmo, mostrando tutta la sua ampia cultura, … ah ora che mi ricordo … un regista cinematografico, no, no, … aspetta, un attore di teatro d’avanguardia, ma no, … un tenore lirico, mi pare! …”. “Ma Mimmo, facevi meglio a dire: non lo so!” Enea Silvio Piccolomini nato a Pienza il 18 Ottobre 1405 è diventato Papa nel 1458 col nome di Pio II. Era un soggetto un po’ particolare, anche considerando l’epoca in cui viveva … Pensa che egli trasformò un piccolo borgo medioevale, Corsignano, in una residenza papale in stile rinascimentale, un vero gioiellino, supportato dal progetto di Bernardo Gambarelli, detto il Rossellino, allievo di Leon Battista Alberti! Una volta terminati i lavori, emise addirittura un’apposita bolla, la “Pro excellenti” del 13 agosto del 1462, con la quale chiamò la nuova splendida cittadina Pienza, e la elevò a sede vescovile sotto la diretta giurisdizione della Santa Sede. Poi egli stesso, venne a consacrare la cattedrale il 29 Agosto 1462 per la festività di San Giovanni Battista ed inaugurava la nuova città di Pienza. Parlando parlando abbiamo fatto il nostro ingresso in Pienza, … ecco il corso Rossellino (beh, come minimo … un omaggio in riconoscimento all’urbanista progettista, visto che svolse al meglio il compito assegnato e, nonostante i gravi problemi statici della Cattedrale ed un consuntivo di quasi cinque volte il preventivo di 10,000 fiorini, la sua opera è giunta fino a noi!) con gli splendidi palazzi storici quattrocenteschi, fin verso la piazza della cattedrale! Intanto Caterina esce dal suo sopore dicendo: “ … nonno, ma vedo che conosci molto bene le vicende di Pienza e di Pio II, raccontaci ancora qualcosa di questo uomo divenuto Vicario di Cristo in un’epoca in cui l’assetto della Santa Chiesa, cominciava a traballare, attaccata dall’umanesimo avanzante ed in contrasto con il Cristianesimo, la filosofia scolastica e tomistica!” – “ Vi accontento subito: Pio II fu letterato, umanista e grande opportunista ed ebbe una vita molto “strana” per essere un futuro Papa, ma a quell’epoca ….. Enea Silvio Piccolomini nacque il 18 ottobre 1405, da giovane studiò lettere a Siena sotto Mariano Sozzini, un soggetto da prendere con le molle, probabile parente di quel Lelio Sozzini, zio di Fausto Sozzini che ne fu poi l’erede ideologico ed operativo, e che pare sia stato il vero iniziatore della setta massonica, che prese le mosse da una conferenza tenutasi a Vicenza nel 1547, nella quale i convenuti decisero di attuare strategie per distruggere il Cristianesimo e la Chiesa Cattolica, … ma questa è una storia molto complessa, ve la racconterò un altro giorno. Da qui, il Piccolomini, passando per mezza Italia, arrivò a Basilea al seguito del Cardinale Domenico Capranica. Aderirì alla corrente scismatica che si opponeva al Papa Eugenio IV diventando consigliere e segretario di Amedeo VIII di Savoia, antipapa con il nome di Felice V. Nel 1442 fu inviato da Felice V in Germania a Francoforte alla corte dell’Imperatore Federico III. L’Imperatore fu talmente affascinato dalla cultura e dalla personalità dell’uomo che gli chiese di diventare suo consigliere e segretario! Ma il Signore aveva ben altri progetti: il 10 Novembre 1444 un esercito di polacchi ed ungheresi fu distrutto dai Turchi sulla Varna. Anche per un diplomatico (ed eterno indeciso nella sua equidistanza tra Papa ed antipapa) come Federico III, era necessario prendere una posizione, o quanto meno cercare di riunire le forze per non essere spazzati via dalle orde turche. E chi meglio di Enea Silvio era più adatto per ricucire i rapporti con Roma. Detto fatto, Enea Silvio fu inviato come ambasciatore a Roma. Dimostrando il suo grande intuito, fece pubblica ammenda dei propri errori riuscendo a farsi perdonare, dopo tre giorni di attesa in una specie di Canossa del 1444, da Eugenio IV che mise però una condizione a Federico III: il riconoscimento di se stesso come unico Papa. E latore del messaggio fu Enea Silvio nominato “ad hoc” segretario apostolico. Nello stesso tempo quindi il Piccolomini era segretario del Papa, dell’antipapa e dell’Imperatore, alla faccia dei Guelfi e Ghibellini. Ormai sulla quarantina il Piccolomini ritenne che poteva resistere (o come diceva Lui sopportare) alla castità … ed entrò nella carriera ecclesiastica che rapidamente scalò, tanto che, nel 1458 a soli 53 anni, salì sul Trono di Pietro con il nome di Pio II. La sua elezione creò grandi aspettative tra gli altri umanisti del tempo, ma vennero, come spesso accade, amaramente delusi, non considerando essi, che lo Spirito Santo che assiste il Santo Padre, soffia dove vuole, e manda avanti i progetti di Dio, non quelli dell’uomo! Dopo diverse vicende, Pio II muore ad Ancona il 14 Agosto 1464 ove, alla testa di un piccolo esercito, stava per imbarcarsi sulle galee veneziane per la Terra Santa. Ma Caterina, con fare malizioso, riprende: “Nonno, tu sai troppe cose riguardo a questa faccenda, ti conosco bene, non me la racconti giusta, qui … naso, naso, sento odor si zio Tommaso! Vero?” – “Capperi che fiuto! È vero Caterina, ti devo dare ragione, si vede che nel Battesimo, lo zio ha impresso nella tua anima, oltre che il carattere indelebile del cristiano, anche la facoltà di “annusare” i suoi lasciti spirituali”. – “E allora, non tenerci sulle spine!” – “E allora, devo dirvi, che nei primi anni di liceo, ho avuto qualche difficoltà con il latino, e lo zio Tommaso, santo sacerdote, mi dava delle ripetizioni, e mi assegnava una caterva di versioni e brani da tradurre, brani che comprendevano, oltre ai classici latini, anche bolle ed encicliche papali … di una difficoltà incredibile, anche perché tanti vocaboli curiali non si trovavano nei comuni vocabolari. Durante le vacanze natalizie, non ricordo bene di quale anno, mi assegnò da tradurre, nientemeno che una bolla del 18 gennaio del 1459, data a Mantova, indovinate? … di Pio II: “Execrabilis” … tanto è breve … diceva lo zio, una robetta semplice! Inutile dire che mi attossicò le feste! … vediamo se me ne ricordo ancora l’esordio: “Execrabilis et pristinis temporibus inauditus tempestate nostra inolevit abusus, ut a Romano Pontifice … etc.”, o ragazzi, me la ricordo ancora, come se fosse ieri! “Bravo, nonno, – interviene Mimmo che ha una certa … allergia per il latino – dicci in italiano che cosa volesse dire!”. “Eccoti accontentato, me la sono scaricata da quegli aggeggi moderni, e ripulita da errori modernisti, caricata sul cellulare proprio per accontentarti, ascolta: “Ai nostri tempi si sta verificando un esecrabile abuso, sconosciuto in età precedenti, e precisamente che gente, imbevuta dello spirito di ribellione, presuma di appellarsi contro il Pontefice di Roma, – il Vicario di Gesù Cristo, cui fu detto nella persona del santo Pietro: «Nutri il  mio gregge» e «Qualunque cosa tu legherai in terra, sarà legata anche in Cielo»: – non certo per  desiderio di più alta giustizia, ma al solo scopo di sfuggire le conseguenze dei loro peccati, ad un  futuro Concilio, mentre chiunque non ignori completamente la legge può giudicare quanto ciò sia  contrario ai canoni sacri e dannoso alla Comunità Cristiana. Poiché – trascurando altre cose, che ancor più manifestamente si oppongono a tale corruzione – chi non giudicherebbe ridicolo che si faccia appello a qualcosa che non esiste e di cui nessuno conosce il momento in cui comincerà ad  esistere? – I miseri sono oppressi dai più forti con ogni mezzo, i crimini rimangono impuniti, si dà esca alla ribellione contro la più alta Sede, si concede la libertà ai delinquenti e la disciplina ecclesiastica e l’ordine gerarchico vengono confusi. Perciò, desiderosi di allontanare dalla Chiesa di Cristo questo pestifero veleno, di provvedere alla salvezza del gregge a Noi affidato e di tener lontano dall’ovile del nostro Salvatore ogni causa di scandalo, noi condanniamo i ricorsi in appello di tal genere, col consiglio e il consenso dei nostri venerabili fratelli Cardinali e di tutti i prelati e giureconsulti della legge Divina ed umana, appartenenti alla Curia, e sulla base della nostra sicura conoscenza li denunziamo come falsi e detestabili, li infirmiamo nell’eventualità che qualcuno di tali appelli, esistente al momento, sia scoperto e dichiariamo e decretiamo che essi – come vani e pestilenziali – siano privi di alcun significato. Quindi noi diffidiamo chiunque dal ricorrere con tali appelli, sotto qualunque pretesto, contro le nostre ordinanze, sentenze e provvedimenti, o contro quelle dei nostri successori, o di aderire a tali appelli, fatti da altri, od infine di fame uso in qualsiasi modo. Se alcuno di qualsiasi stato, rango, condizione od ordine esso sia, anche se insignito della dignità Imperiale, regia o Papale (papale, ascolta bene, Rocco!), contravverrà a ciò dopo lo scadere di due mesi dalla pubblicazione di questa Bolla nella Cancelleria Papale, egli incorrerà «ipso facto » nella sentenza di anatema, da cui potrà essere assolto, solo dal Pontefice di Roma ed in punto di morte. Le Università o corporazioni verranno colpite da interdetto ecclesiastico, e nondimeno, corporazioni ed Università, come le suddette e tutte le altre persone, incorreranno in quelle penalità e censure, in cui incorrono gli offensori che abbiano commesso «crimen laesae maiestatis», ed i promotori di depravazioni eretiche. Inoltre scrivani e testimoni, che abbiano sottoscritto atti di tal genere ed in generale tutti coloro che abbiano coscientemente dato consigli, aiuto od appoggio a tali appellanti, saranno puniti con le medesime pene. Perciò non è permesso ad alcuno di contravvenire o di opporsi con impudenti perversioni a questo documento della nostra volontà, con cui noi abbiamo condannato, riprovato, infirmato, annullato, decretato, dichiarato ed ordinato quanto sopra. Se tuttavia alcuno oserà, sappia che incorrerà nello sdegno dell’Onnipotente Iddio e dei santi Apostoli Pietro e Paolo”. Data a Mantova nell’anno 1459 dell’Incarnazione di nostro Signore, nel quindicesimo giorno prima delle calende di febbraio, nel primo anno del nostro Pontificato (18 gennaio 1459).”. “Nonno, ma io non capisco perché Pio II avesse voluto scrivere questa bolla!”, dice l’attenta Caterina. “Papa Pio II ha utilizzato questo mezzo, le rispondo, per condannare l’errore del “conciliarismo” così dilagante ai suoi giorni. Dopo la morte del Papa Bonifacio VIII nel 1300, i nemici di Cristo, all’interno ed all’esterno della sua Chiesa, tra i quali un certo Dante Alighieri, [… questo ce lo raccontava di nascosto lo zio Pierre, ovviamente, dicendo che il “divin scopiazzatore” di opere arabe, come egli lo chiamava, era in realtà un rosa+croce col “vizietto” di Sodoma, imbevuto fino al midollo di principi gnostici, finto devoto ed a parole osservante la fede cattolica, ma in realtà feroce anticlericale, un antesignano degli eretici moderni sedevacantisti, … alcune delle suo opere finirono all’indice, e scorrazzava per l’Italia onde sfuggire agli inquisitori che indagavano sulle sue stramberie … “sotto il velo de li versi strani” … altro che tomista!!], “questi nemici, dicevo, tentando la fuga dagli insegnamenti apostolici, della Chiesa, tramandati attraverso i Pontefici, cercavano di appellarsi ai pronunciamenti papali, sia in chiave politica che teologica, ricorrendo ad un Concilio generale di tutta la Chiesa, by-passando il Papa se necessario, o addirittura eliminandolo, ed intronizzando all’uopo l’antipapa Martino V. Questo atteggiamento sprezzante, arrogante è in pratica una “usurpazione del potere papale da parte di un assemblea “conciliarista.” Chiaramente, il “conciliarismo” è stato sempre un pericolo incombente per la Chiesa, per il Papato e la dottrina divina, in tutte le epoche, perché fidando su questo errore del “conciliarismo”, il re e il clero si sentivano in diritto di rifiutare le decisioni della Santa Sede, minacciando di appellarsi a futuri concili o a futuri Papi nella speranza di cambiare la politica o la dottrina della Chiesa. Quando, nel 1458, Pio II salì al soglio di Pietro, egli stesso era imbevuto di “Conciliarismo”. Tuttavia, una volta assiso sul trono papale, cambiò opinione (si vede che lo Spirito Santo, allora, non era ancora andato in ferie … veramente neanche adesso!), realizzando il pericolo funesto di appellarsi ad un futuro Concilio con lo scopo espresso o segreto di ribaltare la tradizione della Chiesa ed il deposito della fede. Cosicché facendosi la questione sempre più seria, emanò questa bolla il 15 febbraio del 1459 in modo da mettere al bando questa nociva manovra associandola inoltre e giustamente con due delle più severe punizioni che la Chiesa possa infliggere. Ecco come in “Execrabilis” egli ha dato la legge definitiva della Chiesa per proteggersi dai concili illegali e da falsi papi usurpanti, non solo nel suo tempo, ma in tutti i tempi a venire! Questo pronunciamento del Papa, è un insegnamento della Chiesa con il carattere dell’infallibilità, poiché si riferisce specificamente alla fede e alla morale. Inoltre, non può essere revocato o reso inoperante o nullo. Papa Pio II, in obbedienza al suo dovere solenne e fondamentale di proteggere la fede e la morale dei fedeli, ha blindato la Chiesa Apostolica con questa potente arma per combattere i concili illegali, infliggendo loro dei colpi mortali. Raramente si trova un pronunciamento infallibile così breve e così totalizzante e sconvolgente come in Execrabilis. Execrabilis è così concisa (lo dico oggi, ma all’epoca della versione mi sembrava interminabile!), che sembra, ad una prima lettura, che il suo messaggio travolgente non assuma particolare importanza e significato. Qui ad un tratto Mimmo, ferma l’auto, e dice: “… adesso dobbiamo fermarci, parcheggio l’auto e ci sediamo al tavolo di un locale, perché voglio capire bene la questione! Questa, nonno è una mazzata tremenda per quelli che pensano che un Concilio, legale o illegale che sia, possa cambiare la dottrina o l’insegnamento della Chiesa, o che un finto papa qualsiasi possa alterare anche una virgola del Magistero! – Anche Caterina comprende bene la portata di questa bolla ed esclama, quasi ad alta voce, tra la meraviglia dei passanti: “Nella giustizia apostolica noi cattolici di oggi dobbiamo usare quest’arma contro il Concilio Vaticano 2° illegale, un concilio malvagio convocato per eludere la dottrina divina di Cristo, gli insegnamenti e la pratica della sua Chiesa; un Concilio satanico chiamato a “liberare” l’umanità dalle sentenze passate della Santa Sede, le sentenze emanate dalle chiavi di Pietro! Dobbiamo usare “Execrabilis” per battere a morte l’abominevole e detestabile Concilio vaticano II, giustamente “execrabile”, che avuto l’ardire di riaprire le sentenze infallibili della Chiesa di Cristo, in violazione delle leggi che vietano questo atto anti-cattolico e contro i precetti divini”. E Mimmo: “Si può dire che Execrabilis è la scopa ecclesiale che spazza la Chiesa pulendola dalle opere peccaminose di un Concilio illegale. Come un cane indisciplinato è spaventato dall’essere cacciato via da una scopa nel deretano tenuta nelle mani di una madre coscienziosa di famiglia, così anche i cagnacci refrattari del Vaticano secondo erano e sono terrorizzati da “Execrabilis” nelle mani della Santa Madre Chiesa. Certo, è per questo che nessuno ne parla mai, anche tra quelli che si definiscono tradizionalisti, ma che sono semplicemente una opposizione, manovrata sempre dai nemici di tutti gli uomini, per portare i fedeli nella rete di satana”. “Ragazzi calma, vi prego … direttore, io sono sconvolto, ma che dicono questi nipoti? Non ci capisco più niente! Allora rimettiamo un po’ di ordine: “Qui vediamo che lo scopo di fare appello ad un Concilio illegale è quello di sfuggire al giudizio passato e definito dalla Santa Sede. Ma Execrabilis taglia fuori i malvagi, affermando che un Concilio non può essere utilizzato per riaprire le sentenze. Execrabilis ci dice che, una volta che la Chiesa ha emesso una sentenza, questa non può essere contestata dai Concili o da futuri Papi (che a questo punto non sarebbero veri Papi, ma usurpatori e falsi, come minimo per non voler custodire il deposito della fede!). Questa bolla fa il pari con quella di Paolo IV “ex apostolatus officio” del 1558, bolla totalmente confermata in ogni enunciato da una successiva bolla: “Inter multiplices curas” di San Pio V nel 1566, (ed anche questa mi ha attossicato una volta le vacanze estive … ve ne parlerò prossimamente!). La Chiesa non corregge mai se stessa, perché non fa mai errori di fede o di morale. Con Cristo come capo e lo Spirito Santo come sua guida, non ci può essere nessuna necessità di perfezionare o riaprire le sentenze già emesse. L’eresia conciliarista (l’idea di usare un Concilio per riaprire sentenze infallibili), fu coraggiosamente affrontata con il legiferare di Papa Pio II, ma riemerse in epoche successive, in particolare nel XIX secolo al Concilio Vaticano e riapparve nuovamente nel XX secolo in seguito alla morte di Papa Pio XII. Al Concilio Vaticano I, chiaramente c’erano due fazioni al lavoro: una per infallibilità; l’altro voleva vedere le passate sentenze della Chiesa riaperte e modificate o cancellate. Così come oggi, da un lato c’erano i fedeli cattolici apostolici; dall’altra pullulavano i marrani con i loro seguaci, molti dei quali erano confusi e ingannati” – “così come lo erano molti Vescovi – interrompe Caterina – al Concilio Vaticano II” … “ingannati, facendo loro credere che le sentenze della Chiesa avrebbero potuto essere cambiate o cancellate. Il problema che si poneva al Vaticano I, era quello dei marrani” … “ si è lo stesso cuneo usato anche nel Vaticano II”, dice Caterina, … una Chiesa nuova e diversa che avrebbe dovuto rivedere la sua posizione rispetto agli ebrei modificando vergognosamente tutto ciò che la Chiesa ha sempre ritenuto ed insegnato. Volevano un’accettazione del giudaismo rabbinico talmudico, non mosaico, come una religione giusta, e superiore al cristianesimo. “Nel 1869-70 gli ebrei avrebbero voluto fosse cancellata l’accusa di deicidio e volevano la rimozione della maledizione di Dio che loro malvagità aveva attirato sulla loro razza. Una volta aperta loro la porta, non ci sarebbe stato più alcun ostacolo alla Sinagoga di Satana, che avrebbe potuto riversare nella Chiesa, come un cumulo di immondezza, tutti i deliri delle false dottrine gnostiche … come più tardi doveva avvenire nel Concilio del 1962-65, conclude sempre Caterina. “Vi spiego meglio cosa accadeva nel 1869 quando i nemici della Chiesa Cattolica, cercarono di confutarne la infallibilità e la irreformabilità delle sentenze. Nel 1869-70 il nemico-marrano cercò di raggiungere il suo obiettivo ingannevole, inducendo i prelati al Concilio ad approvare dichiarazioni diametralmente oppose a quelle che la Chiesa aveva da sempre in precedenza emanate ed in breve, in contraddizione con se stessa. Questo avrebbe comportato la riapertura dell’intera bagaglio di sentenze infallibili ed irreformabili del passato. Quello che i marrani avevano in mente, naturalmente, era la distruzione dell’intero deposito della fede, lo “stripping” della Chiesa cattolica, ed in definitiva la sua scomparsa”. – “ … Nonno ma questo è quanto è successo dal 1962 in poi, quando al soglio di Pietro sono stati collocati con la compiacenza delle conventicole massoniche dei veri marrani, per’altro ancora in carica …” – “L’inganno era un po’ quello che avviene nei mercatini malfamati, quando pensando di acquistare un cappotto di visone mostrato, ci si ritrova, dopo aver pagato, non un morbido visone, ma un opossum spinoso. La proposta iniziale era quella di far firmare ai Padri conciliari (… ora il tasto funziona bene!) un “appello alla conversione degli Israeliti”, poi aggiungendo altre asserzioni in netto contrasto con la dottrina della Santa Chiesa Cattolica. In quel frangente scoppiò la guerra franco-prussiana ma Pio IX tenne duro, non chiuse il Concilio se non dopo che fossero stati approvati i pronunciamenti sull’infallibilità del Santo Padre, per cui le sentenze passate della Chiesa sono irreformabili, e non si possono più riaprire in modo da rendere inalterabile la dottrina tradizionale, permanentemente infallibile, della Chiesa, in ogni tempo. All’inizio fu difficile far capire ai Padri conciliari la riaffermazione di principi già definiti al Concilio di Lione e di Firenze. Pio IX voleva un Concilio dogmatico che riaffermasse l’infallibilità papale per una ragione molto vitale: voleva mettere in chiaro che le sentenze passate della Chiesa, essendo infallibili come sono, di conseguenza sono permanenti, vincolanti per tutte le epoche e quindi non devono mai essere riaperte o riformate in modo da dare loro nuove espressioni. Ricordo come fosse ieri, lo zio Tommaso ci faceva un fosso in testa se non imparavamo a memoria queste cose: “Le sentenze della Chiesa sono irreformabili e costanti perché sono gli echi di vita degli insegnamenti infallibili dati attraverso i secoli. E Pio IX voleva un Concilio dogmatico aggiornato proprio per precisare questo. Per combattere il male conciliarista della riapertura delle passate sentenze, il Concilio Vaticano, nella sua prima costituzione dogmatica, che data il 18 luglio 1870, dichiara: “E poiché per il diritto divino del Primato Apostolico il Romano Pontefice è posto a capo di tutta la Chiesa, proclamiamo anche ed affermiamo che egli è il supremo giudice dei fedeli [PIO VI, Breve Super soliditate, d. 28 Nov. 1786] e che in ogni controversia spettante all’esame della Chiesa, si può ricorrere al suo giudizio [CONC. OECUM. LUGDUN. II]. È evidente che il giudizio della Sede Apostolica, che detiene la più alta autorità, non può essere rimesso in questione da alcuno né sottoposto ad esame da parte di chicchessia [Ep. Nicolai I ad Michaelem Imperatorem]. Si discosta quindi dal retto sentiero della verità chi afferma che è possibile fare ricorso al Concilio Ecumenico, come se fosse investito di un potere superiore, contro le sentenze dei Romani Pontefici.” (Pastor Aeternus cap. III). In pratica è la riaffermazione di Execrabilis, e di quanto in precedenza affermato pure da Papa Niccolò II al sinodo di Quedlinburg (1085), “Non è consentito a nessuno di rivedere sentenze e sedersi in giudizio su ciò che è già giudicato” (citato nella nota in calce al documento del Conc. Vaticano 1). Non c’è in definitiva assolutamente nessun appello su un giudizio infallibile già pronunciato”. – “Nonno ma capisci che è un colpo mortale inferto a questo falso concilio del 1962” sobbalza Mimmo! E sì, riprende Caterina, così il Concilio Vaticano primo ha assestato il colpo di grazia al Vaticano secondo. Il Vaticano primo, come già Execrabilis, ha fatto in modo che il Conciliabolo (a questo punto) sarebbe morto già prima di nascere, miseramente abortito!” – “Però attualmente il nemico-marrano sta usando questo argomento falso per sfiduciare i fedeli – continua Caterina come illuminata da un bagliore di verità – … il nemico Marrano ritiene se stesso come l’unico qualificato a dirci che cosa la Chiesa abbia stabilito, così da fingere che le leggi passate della Chiesa siano antiquate e inapplicabili alle circostanze odierne. Cerchiamo allora di essere attenti ai trucchi secolari dei Marrani, e di essere consapevoli del tradimento rivoltante che stanno operando”. – “Badate ancora bene, che sempre a proposito del Vaticano primo, o meglio unico!, … che ribadisce ancora i concetti di Execrabilis, sempre nella “Pastor aeternus”, al cap. IV , è sottolineato con forza che: “ … lo Spirito Santo infatti, non è stato promesso ai successori di Pietro per rivelare, con la sua ispirazione, una nuova dottrina, ma per custodire con scrupolo e per far conoscere con fedeltà, con la sua assistenza, la rivelazione trasmessa dagli Apostoli, cioè il deposito della fede”, e poi : … “queste definizioni del romano Pontefice sono irreformabili per se stesse, e non in virtù del consenso della Chiesa”. Direttore … a questo punto ci dovevamo dare una calmata, un po’ per smorzare gli spiriti divenuti bollenti, ed un po’ per chiarire e valutare al meglio le questioni poste da questa bolla che pesa come un macigno sul capo delle false autorità e degli impostori. Ci siamo quindi seduti ad un tavolo di un locale ed abbiamo iniziato a puntualizzare. Le riferirò nella prossima, cosa ne è scaturito, e come è finita la gita artistico-culturale.

MADONNA DELLA CINTURA

MADONNA DELLA CINTURA

Madonna_Cintura

Sulla divozione della Cintura.

[da: Manuale di Filotea del sac. G. Riva – XXX ed.; Milano, 1888]

La madre di S. Agostino, Santa Monica, fatta vedova del suo consorte Patrizio, e risoluta di imitare Maria SS. Anche nell’abito, La pregò di farle conoscere come Ella avesse vestito nei giorni della sua vedovanza, specialmente dopo l’Ascensione di Cristo al cielo. La B. Vergine non tardò a compiacerla. Le apparve poco dopo, coperta di un’ampia veste che dal collo le andava ai piedi, ma di stoffa cosi dozzinale, di taglio così semplice, di colore così oscuro che non saprebbesi immaginare abito più dimesso e più penitenziale. Dessa ai lombi era stretta da una rozza cintura di pelle, scendente fin quasi a terra, al lato sinistro dalla fibbia che la rinfrancava. – Indi slacciandosi di propria mano la cintura, la porse a Monica, raccomandandole di portarla costantemente, e di insinuare tal pratica a tutti i fedeli bramosi del suo speciale patrocinio. Fra i primi ad approfittarne fu il suo figlio S. Agostino, e da lui venne in seguito a diffondersi in ogni ceto di fedeli, specialmente per opera del sempre benemerito Ordine che si denomina Agostiniano, la cui regola, con poche modificazioni, divenne comune a tutti gli Ordini Religiosi della vita attiva che furono più tardi instituiti. Ora, siccome i Papi accordarono ai cinturati la partecipazione a tutti i beni spirituali che sono proprii dell’ordine agostiniano, non che degli altri Ordini che dalla regola di sant’Agostino presero la norma del vivere religioso, è facile il comprendere che non v’ha sacro consorzio in cui possano godersi vantaggi maggiori di quelli che si godono dai devoti della Madonna della Cintura, ond’è che a Pietro Re di Aragona, supplicante Clemente X di qualche speciale Indulgenza, il Papa non altro rispose che queste memorande parole: “Prendete la Cintura di S. Agostino ed avrete tutto quel che bramate”. I tanti miracoli poi, di guarigioni d’ogni morbo, di preservazione d’ogni offesa, e di conseguimento d’ogni genero di favori ottenuti con tal devozione, come ha di molto aumentato l’impegno di iscriversi a sì pia confraternita, cosi deve impegnare ancora voi a non trascurare un mezzo cosi facile e sicuro per procurarvi ogni bene così spirituale, come temporale, mediante la fedele pratica di tutto quello che è imposto a tutti gli ascritti, oltre ad una vita di penitenza di cui è simbolo la Cintura, indicando essa il disprezzo del mondo, la mortificazione tutta propria del Cristiano, e la costante disposizione a camminare senza mai arrestarsi nella via che guida a salute. Quindi la Chiesa l’ha fatta soggetto di una festa speciale nella Domenica successiva al giorno di S. Agostino, che è al 28 di Agosto. Per partecipare a tanti vantaggi si richiedono tre cose: – 1. Farsi inscrivere regolarmente da chi ne ha la facoltà. – 2. Portare costantemente la cintura benedetta nell’atto dell’ascrizione. – 3 Recitare ogni giorno il Coronano di 13 Pater, un Credo, ed una Salve Regina.

 

ALLA MADONNA DELLA CINTURA

la cui festa si celebra nella Dom. succ. al 28 Agosto.

I – Per quella benignità tutta singolare con cui compiaceste ne’ suoi desideri la fedelissima vostra serva santa Monica, personalmente apparendole in veste oscura, stretta in vita con una semplice Cintura di pelle, per farle conoscere con chiarezza quell’abito penitenziale che fu da voi usato in tutto il tempo della vostra dimora sopra la terra dopo la gloriosa ascensione del vostro Unigenito al cielo, degnatevi, amabilissima Vergine, di far conoscere anche a noi tutti la necessità di seguire i vostri esempi in tutta la nostra condotta anche esteriore, e di impetrarci coraggio indispensabile per conformarvici costantemente, malgrado tutte le dicerie del mondo sempre nemico della cristiana pietà, onde meritarci con sicurezza il vostro validissimo Patrocinio. Ave.

.II – Per quel singolarissimo beneficio che vi degnaste di fare a tutto il mondo col manifestare a Santa Monica il penitente abito da voi usato negli ultimi anni di vostra vita, volendo con esso significare il disprezzo di tutte le pompe, e la mortificazione continua d’ogni disordinato appetito, che devono formare il carattere dei veri discepoli di Gesù Cristo, degnatevi, o amabilissima Vergine, d’inspirare in noi tutti un continuo aborrimento di tutte le mondane comparse, e d’ogni men retto assecondamento delle nostre passioni, affinchè, vivendo a vostr’imitazione sempre umili e mortificati, ci assicuriamo col vostro patrocinio la protezione speciale del vostro divin Pigliuolo. Ave.

III – Per quelle distintissime grazie che voi faceste non solo a santa Monica, al suo figlio S. Agostino e a tutto l’ordine degli Eremitani, che da lui prese il proprio nome, ma ancora a tutti i fedeli che si arruolarono sotto lo stendardo della vostra santa Cintura, fate, o amabilissima Vergine, che, gloriandoci anche noi tutti di professare costantemente una devozione così bella, meritiamo di essere quei domestici| prediletti, che al dir dello Spirito Santo nel libro dei Proverbii (c. XXXI), favoriti di Cingolo misterioso, sono coperti di doppia veste, cioè della somiglianza con Cristo e della imitazione di Voi, affinché, conformandoci sempre alle sue massime e ai vostri esempi, meritiamo poi di partecipare alla vostra gloria nel cielo, dopo aver fatto nostra premura la vostra glorificazione.sulla.terra. Ave, Gloria.

Avvertenze pei confratelli della Cintura:

Siccome ali ascritti a questa Confraternita tanto favorita di privilegi e di indulgenze, sono tenuti a recitare ogni giorno 13 “Pater” ed “Ave” nonché una “Salve Regina”, cosi a comodo di chi volesse conoscere tutto lo spirito di questa devota pratica, quindi ricavarne maggior vantaggio col conformarvisi fedelmente, ho stimato bene di qui soggiungere il seguente:

Coronino della Cintura.

Reciteremo tredici Pater ed Ave in memoria e venerazione del nostro Signore Gesù-CRISTO, e dei dodici Apostoli, i quali composero il Credo, epilogando in esso i misteri principali della nostra santa Fede. – Imploriamo adunque, per essere esauditi, l’aiuto della Beata Vergine della Consolazione, quello del Padre Sant’Agostino e della sua madre santa Monica.

Actiones nostras, quaesumus Domine, aspirando preveni, et adiuvando proseguere, ut cuncta nostra oratio et operatio a te semper incipiat, et per te coepta finiatur. Per Christum Dominimi nostrum. Ave.

1. Nel primo articolo “Credo in Deum Patrem omnipotentem, creatorem coeli et terrae”, consideriamo come Dio onnipotente crea dal nulla il cielo e la terra con tutto ciò che in essi si trova… Vergine Santissima, aiutateci a disprezzare le vanità della terra per attendere solo all’acquisto de’ beni eterni del cielo. Pater, Ave, Gloria

2 – Nel secondo articolo “Et in Jesum Christum Filium Ejus unicum, Domìnum nostrum”, consideriamo che GesùCristo Signor nostro è vero ed unico Figlio dell’eterno Padre… Vergine beatissima aiutateci a credere, sperare in Lui, ed amarLo con tutto il cuore, perché Egli solo è il vero Salvatore del mondo. Pater, Ave, Gloria.

3 – Nel terzo articolo “Qui conceptus est de Spiritu Sancto, natus ex Maria Virgine”, consideriamo che Gesù è vero Figlio di Maria sempre Vergine, la Quale lo concepì nel suo ventre purissimo per opera dello Spirito Santo e Lo partorì senza lesione della sua purità immacolata … Vergine gloriosissima, aiutateci a ricuperare e conservare la divina grazia, acciò, come voi siete vera Madre di Dio, così noi diventiamo per l’opera vostra suoi adottivi figliuoli. Pater, Ave, Gloria.

4 – Nel quarto articolo “Passus sub Pontio Pilato, crucifixus, mortuus et sepultus”, consideriamo la Passione, Morte e Sepoltura del nostro Redentor Crocifisso, conservandone nel cuore una tenera compassione… Madre afflittissima, fate che le piaghe del Signore siano sempre impresse nel nostro cuore. Pater, Ave, Gloria.

5 – Nel quinto articolo “Descendit ad inferos; Tertia die resurrexit a mortuis”, consideriamo cbe l’anima di Gesù scese al Limbo a liberar ì Santi Padri, fra il corteggio dei quali, tre giorni dopo la sua morte, risuscitò glorioso…. Vergine consolatissima nel vedere il vostro divin Figliuolo risorto, aiutateci a risorgere dalla colpa alla grazia e dalla abiezione alla gloria. Pater, Ave, Gloria.

6 – Nel sesto articolo “Ascendit ad Coelos: Sedet ad dexteram Dei Patris omnipotentis”, consideriamo che Gesù, quaranta giorni dopo risorto, benedisse la Madre, gli Apostoli, i Discepoli e i fedeli che Lo seguirono sul monte Oliveto, a vista dei quali sali al Cielo, ove siede alla destra del suo divin Padre:… Vergine benedetta, aiutateci ad umiliarci, a patire, ed a portare !a nostra croce per essere poi esaltati alla eterna gloria nel cielo. Pater, Ave, Gloria.

7 – Nel settimo articolo “Inde venturus est judicare vivos et mortuos”, consideriamo che Gesù Cristo dall’alto del cielo scenderà nella valle di Giosafat per giudicare tutto il genere umano, l’ultimo giorno del inondo… Madre avvocata de’ peccatori aiutateci, acciò, vivendo adesso la vita dei giusti, possiamo in quel tremendo giorno trovarci alla destra degli Eletti. Pater, Ave, Gloria.

8 – Nell’ottavo articolo “Credo in Spiritum, Sanctun”, consideriamo l’altissimo mistero della SS. Trinità, e con atto di viva fede crediamo, che se il divin Figlio è “ab eterno” generato dal Padre, “ab eterno” pure lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figliulo: ed è con essi un solo Iddio, perché una sola e medesima è la natura, ed ugualissime le perfezioni di que stre tre divine Persone…. Vergine purissima, impetrateci voi dal vostro divino sposo una divina fiamma di carità, acciò purgato il nostro cuore da ogni affetto terreno, arda solo d’amore divino. Pater, Ave, GIoria.

9 – Nel nono articolo “Sanctam Ecclesiam Catholicam, Sanctorum Communionem”, consideriamo che Iddio nostro Signore, per sua mera bontà, senza alcun nostro merito, ci ha fatti nascere ed allevare in seno della santa Madre Chiesa, partecipi dei meriti infiniti di Gesù Cristo e di tutti i santi, a differenza di tanti eretici ed infedeli che nascono e muoiono fuori del grembo di Colei che è l’unica Arca della salute…. Vergine pietosissima, aiutateci a ringraziarLo di sì gran benefizio, e a tenerci sempre pronti a dar il sangue e la vita per confessare la verità della nostra santa Fede. Pater, Ave, Gloria.

10 – Nel decimo articolo “Remissionem peccatorum” consideriamo che la bontà divina è infinitamente maggiore della nostra più grande malizia, e può rimettere qualunque colpa per enorme e scandalosa che sia… Vergine purissima, impetrateci una vera contrizione adesso e nell’ora della nostra morte, acciò, riconciliati con Dio, proviamo i benefici effetti di sua infinita misericordia. Pater, Ave, Gloria.

11 – Nell’undecimo articolo “Carnis Resurrectionem”, consideriamo che nel giorno dell’universale Giudizio dobbiamo tutti risuscitare, ripigliando ciascuno il proprio corpo…. Vergine immacolata, la vostra santa Cintura custodisca da ogni sozzura la nostra carne, acciò in quel giorno risplenda gloriosa, più bella del sole, come l’avranno gli Eletti per tutta quanta l’eternità. Pater, Ave, Gloria.

12 – Nel duodecimo articolo “Vitami aeternam”, consideriamo l’ultimo fine dell’uomo, cioè la vita eterna da Dio preparata ai fedeli suoi servi, non temporanea ed infelice, come la presente, ma immortale e beata per ogni genere di delizie…. Ah! Vergine prudentissima, aiutateci a far buon uso del tempo presente per conseguire alla fine 1’eternità dei Beati in paradiso. Pater, Ave, Gloria.

13 – Consideriamo per ultimo come la santa Cintura rappresenti l’umanità sacrosanta del divin Redentore, che per amor nostro volle spargere tutto il suo preziosissimo sangue, e dar la vita fra tormenti e disprezzi d’ogni maniera…. Maria, madre di Dio, aiutateci a meditare con frutto, nella santa Cintura che portiamo, un misterioso ritratto del vostro divin Figlio, nostro Redentore, e uniformare alla sua tutta la nostra condotta. Pater, Ave, Gloria.

Umiliati ai vostri piedi santissimi, o Maria, Madre della consolazione, raccomandiamo la felice conservazione del regnante sommo Pontefice, 1’esaltazione della santa madre Chiesa, l’estirpazione delle eresie, la pace fra i principi cristiani, e finalmente tutti i fedeli vivi e defunti, perché gli uni vengano da voi assistiti in tutti i loro bisogni, gli altri siano presto liberati dalle pene atrocissime del Purgatorio.

  1. Ora pro nobis, sancta Mater Consolationis, R. Ut digni, etc.
  2. Ora pro nobis, sancte Pater Augustine. R. Ut digni, etc.
  3. Ora pro nobis, sancta Mater Monica. R. Ut digni, etc.

Salve Regina!

 

PER LA CONFRATERNITA DELLA CINTURA,

“Defende, quaesumus, Domine, beata Maria semper virgine intercedente, cum beato patre Augustino et beata matre Monica, istam ab omni adversitate Societatem: et toto corde tibi prostratam, ab hostium propitius tuere clementer insidiis. Per Dominum nostrum, etc”.

DEL PAPA

“Deus omium Fidelium Pastore et Rector, famulum tuum Gregorium, quem Pastorem Ecclesiae tuae praeesse voluisti, propitius respice; da ei quaesumus, verbo et exemplo quibus praest proficere ut ad vitam, una cum grege sibi credito, perveniat sempiternam. Per Dominum nostrum”, etc.

PER QUALUNQUE BISOGNO

“Deus, refugium nostrum et virtus, adesto piis Ecclesiae tuae precibus, Auctor ipse pietatis, et praesta; ut quod fìdeliter petimus efficaciter consequamur. Per Christ. Dom. nostr. Amen”.

Omelia della DOMENICA XV DOPO PENTECOSTE

DOMENICA XV DOPO PENTECOSTE

 [Del canonico G. B. Musso – Seconda edizione napoletana, Vol. II -1851-]

[Vangelo sec. S. Luca VII, 11-16]

Miracolo-Naim-sm

Morte del giusto

[Luca VII, 11-16]

Accompagnato dai suoi discepoli, e seguito da numerosa turba, si avvicinava il divin Redentore alle porte della città di Naim; quand’ecco si vede venir incontro un giovane defunto, unico figlio di vedova madre, disteso sul feretro e portato al sepolcro. A questa vista, tocco da tenero senso di compassione: “non piangere, dice all’afflittissima lacrimante genitrice”, “noli fiere”, e toccata la bara e fermatisi i portatori, “sorgi, o giovane, soggiunge, Io parlo a te”: “Adolescent, tibi dico, surge”. Sull’istante si alza il defunto, siede sul feretro con stupore di tutti gli astanti, parla liberamente, e vien reso vivo a colei che lo piangeva defunto. Fin qui l’odierno Vangelo, su cui riflettendo, S. Ambrogio: si proibisce, dice egli, di piangere una morte che si doveva cambiare in risorgimento: “Fiere prohibetur eum, cui resurrectio debebatur” (Lib. 5 comm. In Luc.). Deve dirsi altrettanto della morte di un giusto. Non è da piangersi la morte di chi va a risorgere a miglior vita. Non è morte la morte di quei che a Dio son cari, ella è un placidissimo sonno, a cui succede nello svegliarsi il bel mattino di un’immortale felicità: “Cum dederit dilectis suis somnum, ecce haereditas Domini” (Ps.XVI, 4). – Di questa morte, chiamata dal reale Profeta preziosa, io sono a tenervi ragionamento; e preziosa io dico è la morte del giusto o si riguardi la disposizione di lui che muore, o si riguardi la protezione di Dio che l’assiste. I due cardini, sui quali si aggirano i preziosi momenti della felice sua morte: ecco i due punti proposti alla cortese vostra attenzione.

I. La morte è l’eco della vita, e l’una e l’altra a vicenda si corrispondono; onde ne segue, che siccome una buona vita è disposizione ad una santa morte, così una buona morte è frutto d’una santa vita. Volete vederlo? Seguitemi col pensiero alla stanza d’un giusto moribondo. Eccoci intorno al letto ove giace rassegnato e tranquillo. Osservatelo sereno in volto, quieto nell’animo, dolce nel suo parlare, paziente nel suo soffrire. Presente a se stesso va sfogando i suoi affetti col santo crocifisso, che or bacia devotamente, ora si stringe teneramente al petto; ed animato dalla fede, confortato dalla speranza, acceso dalla carità ne va formando gli atti più vivi e fervorosi. Son questi, uditori, gli effetti degli abiti buoni da esso contratti in vita, son questi i frutti di quelle virtù da lui praticate vivendo. “Quae seminaverit homo, haec et metet” (Ad Gal. VI, 8). Egli ha seminato nel pianto d’una mortificazione continua delle sue passioni, nelle lacrime d’una compunzione sincera delle proprie colpe; ed ora nella tranquillità del suo cuore, nell’esultazione del suo spirito ne raccoglie il frutto: “Qui seminant in lacrymis, in exultatione metent” (Ps. CXXV). Voi forse stupite che all’annunzio della vicina sua morte non si conturbi nè pel paese che lascia, nè per quello a cui si avviva; come non sia né travagliato da dubbi, né punto da rimorsi. Mi chiedete il perché? Udite. Quando si fabbricò il tempio di Salomone, ci assicura il sacro Testo, che nella costruzione di quel grande e superbo edificio non s’udì né colpo di martello, né taglio di scure, né rumore di altro fabbrile strumento, ma che tutto si lavorò con somma quiete in perfetto silenzio: “Malleus et securis, et omne ferramentum non sunt audita in domo cum aedificaretur” (III Reg. VI, 7). E come mai poté avvenire, che nella fabbrica di mole sì vasta, in tanto numero di artefici, che ascendeva a trenta e più migliaia, non si sentisse strepito alcuno? Ciò avvenne, risponde l’Abulense, perché tutt’i legni e tutt’i marmi che dovevano servire per la grande struttura, erano prima stati, d’ordine del savio regnante, lavorati sul monte con tal proporzione ed esattezza, che poi nel tempio altro più non restava che disporre que’ pezzi e insieme congiungerli a tenore delle precedenti misure. Non altrimenti nell’agonie di un’anima giusta, in sulle soglie di quella gran casa dell’eternità, non s’odono tumulti di premurose confessioni, non si sentono sospiri di tardo ravvedimento, non restituzioni da farsi, non obblighi da compiersi. Nulla v’è di sconcerto in quell’ora, in cui sta per compiersi il mistico edificio dell’esemplare sua vita. E perché ciò? Perché tutto è stato prima aggiustato sul monte santo di Dio, vale a dire ai piè del Crocifisso, a piè del confessore, perché in vita si è pensato e provveduto a tutto, tutto si è ben disposto per quell’ultimo punto. “Malleus et securis non sunt audita in domo, quia Salomon fecit omnia expolivi in monte” (in III Reg.). Ed ecco come una buona disposizione in vita rende tranquilla e preziosa la morte. – Che vi ha in effetto che possa amareggiare in quell’ora un’anima giusta? La memoria dei propri peccati? Ma di questi nella contrizione del suo cuore si è accusata rea al sacro tribunale, questi ha poi pianti sempre con lacrime di amarissima vena, di questi ha colla penitenza procurato di soddisfare la divina giustizia. La perdita forse de’ beni terreni? Ma a questi non ha mai viziosamente attaccato il cuore, né gli ha goduti che a tenore della divina legge, con farne generosa parte ai poveri di Gesù Cristo. Forse i dolori del corpo infermo? Ma avendo in vita portato nel suo corpo la mortificazione di Gesù Cristo, si è avvezzata al patire e sono in lei passate in abito le virtù della pazienza, della rassegnazione, dell’uniformità al divino volere. Le angustie finalmente della vicina morte? – E vero, che la debole natura non può non sentire l’orrore della morte, ma lo spirito animato dalla fede e dalla grazia invigorito, “cupio dissolvi, va dicendo, et esse cum Christo”. Venga pure la morte, io la desidero, acciò mi tolga dal pericolo di offendere il mio Dio, e a Lui mi unisca per cui sospiro: “Cupio dissolvi, et esse cum Christo”. In questi estremi momenti della mia vita nelle braccia io mi abbandono nel mio Signore crocifisso, e sarà così per me un gran guadagno il morire: “Mihi vivere Christus est, et mori lucrum” (Ad. Filipp. I, 21). E questa è morte? No, uditori cristiani, è un passaggio dalla tempesta al porto, dall’esilio alla patria, dalla battaglia al trionfo, è un sonno, dice ed esclama il devoto Bernardo, sonno e riposo per gli amici di Dio, che gustano a quel passo il frutto soavissimo delle virtuose loro disposizioni. “O mors somnus iustorum requies amicorum Dei” (Serm. 25 sup. Cant.).

II. Che diremo poi della protezione di Dio verso il giusto moribondo? Quel Dio, che Dio d’ogni consolazione si appella, quel Dio, che si trova tanto ben soddisfatto del suo servo fedele, pensate se nel maggior bisogno si scorderà di lui? Le anime de’ giusti sono in mano di Dio, e perciò non possono star che bene, non possono riposar che sicure : “Justorum animae in manu Dei sunt” (III, 1). Egli addolcirà in modo le loro agonie, che della morte non sentiranno l’ambasce; “non tanget illos tormentum mortis”: sembrerà agli occhi degli stolti mondani simile all’altrui la morte loro, ma essi non muoiono che per vivere d’una vita migliore, e riposano intanto in seno ad una tranquillissima pace, “visi sunt oculis insipientium mori, illi autem sunt in pace” (Sap. III, 1). Questa sincera pace no, non arriveranno a intorbidare tutti i demòni dell’inferno. Escano pur dall’abisso d’ira avvampanti, e sapendo che il tempo è breve, cingano intorno di fiero assedio l’agonizzante, che potran essi, se Iddio è con lui, se un Dio lo difende, se lo protegge un Dio? “Si ambulavero in medio umbrae mortis, non timebo mala, quoniam tu mecum es” (Psal. XXII, 4 ) A chi non avrebbe fatto raccapriccio insieme e pietà il pericolo dell’innocente Daniele? In una altissima fossa vien egli calato, in fondo alla quale affamati leoni alzano ruggiti anelanti alla preda. Ma che! Daniele è giusto, Daniele è protetto dal cielo, Daniele non teme, e in mezzo a’ leoni vive e dimora illeso e sicuro. Né solamente Iddio lo difende da quelle belve feroci, ma per mezzo del profeta Abacuc, preso da un Angelo per i capelli, mentre portava il pranzo a’ suoi mietitori, lo provvede nel luogo stesso di cibo e di opportuno ristoro. Tanto adopra Iddio stesso a conforto del giusto che va morendo. Non solo lo guarda e lo difende da’ nemici infernali, che, al dir di S. Pietro, a guisa di rabbiosi leoni se gli aggirano intorno, non solo il fortifica con più abbondante rinforzo della sua grazia, non solo il consola con certe voci interne, colle quali gli fa sentire la sua presenza; ma per mezzo de’ suoi sacri ministri fa che se gli porgano col più opportuno pascolo più soavi conforti: pascolo del Pane Eucaristico, viatico alla vita eterna, conforti degli altri Sacramenti, conforti di più sentimenti, di fervidi affetti, di preci, d’indulgenze, di benedizioni. – Quindi di tutto ciò non pago l’amoroso Signore, parmi che a’ suoi sacerdoti rivolto vada dicendo colle parole d’Isaia: miei ministri, che all’assistenza siete chiamati di quest’anima giusta, a me tanto cara, badate bene a non contristarmela, consolatela, al vostro buon cuore la raccomando. “Dicite iusto quoniam bene” (Is. III, 10), ditele che non si attristi, ditele che non paventi, datele dolci risposte, datele buone speranze, “dicite iusto quoniam bene” : ditele che le cose andranno bene e nel tempo e nell’eternità, ditele che so come sta verso di me il suo cuore, che perciò non diffidi del mio, ditele in somma. … ma via già m’intendeste: “Dicite iusto quoniam bene, quoniam fructum adinventionum suarum comedet”. Quanto è buono il nostro Iddio per quei che l’amano con cuor sincero : “Quam bonus Israel Deus his qui recto sunt corde” (Ps. LXXII)! – E pur non son queste a pro del giusto né le maggiori, né l’ultime prove della divina bontà. Egli, Egli stesso il pietoso Signore vuole di presenza assisterlo; onde intorno al letto di lui che langue si va aggirando a guisa di madre appassionata verso il moribondo figliuolo, che né di giorno né di notte gli si vuole staccare dal fianco, ma è sempre in moto a prestargli ogni aiuto, ogni sollievo, ogni conforto. “Dominus opem ferat illi super lectum doloris eius” (Ps. XL, 3). – Che dirò poi della singolare sollecitudine del nostro buon Dio per quell’ultimo istante, in cui sta per dividersi dal corpo l’anima sua diletta? Vediamolo. Già si avvicina al gran passaggio. Osservatelo: ora d’amor sospira verso il crocefisso suo Bene, che si tiene fra le mani, or languido su d’esso volge lo sguardo: ed oh che consolazione in baciar le sue piaghe, che tenerezza in istringerselo a due mani sul petto! E Iddio nell’atto che vien meno il suo spirito, intanto che fa? Che fa Iddio in quest’atto? Lo chiedete a me? Chiedetelo al reale Profeta. – Quando si tratta della morte degli empi, dice egli, non si han tanti riguardi. Il mandriano della greggia immonda, che riguardo tien egli delle vili ghiande? A colpi di poderoso bastone dall’alto di una quercia lo fa cadere a pascere sozzi animali. Cosi si usa con i malvagi “Non est respectus morti eorum. Ma se si parli dei giusti, figuratevi un sollecito agricoltore, qualor dall’alta cima d’un albero gentile vuol cogliere un maturo pomo prezioso. Nell’atto che dal compagno fa staccare con grazia quel frutto, ei vi sta sotto colle mani aperte per riceverlo, acciò sgraziatamente non cada sul duro terreno. – Non altrimenti si diporta col giusto che muore, Iddio pietoso. Nell’atto, che dalla falce di morte si tronca il filo della sua vita, Egli ad altri non ne affida la cura, nel suo cadere dal tempo nell’eternità, stende le braccia a riceverlo e nelle sue stesse mani benignamente l’accoglie: “Justus cum ceciderit non collidetur, quia Dominus supponit manum suam” (Ps. XXXVI, 26). Morte felice, felicissima morte! Morte, conchiude il Mellifluo, che cangia la mortal vita di miserie piena in una vita d’ eterne delizie ridondante: morte per cui il giusto a guisa del sole muore per gli altri, non per sé stesso, e non tramonta che per risorgere più luminoso è più bello. – Morte beata, morte preziosa : “Pretiosa in conspectu Domini mors sanctorum eius”. Sarà simile a questa, uditori miei cari, la nostra morte? Se vogliam che sia tale convien prepararci, conviene disporci, bisogna vivere della vita del giusto per morire della morte del giusto.

 

LE BEATITUDINI

LE BEATITUDINI

[da J.-J. Gaume: “Trattato dello Spirito Santo”: Capp. XXXIV, XXXV, XXXVI]

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Il nostro studio dei doni dello Spirito Santo può riassumersi nelle seguenti verità; i doni dello Spirito Santo sono i principi deificatori dell’uomo e della società; il mondo deve loro tutto ciò che vi è di veramente bello e di veramente buono. Al dono di timor di Dio, deve i suoi veri grandi uomini; al dono di pietà, i suoi innumerevoli asili per tutte le miserie; al dono di scienza, le sue affermazioni certe e i suoi più celebri dotti; al dono di consiglio, quelle turbe di vergini e tutti gli innumerevoli servizi gratuiti di carità; al dono d’intelligenza, la sua superiorità intellettuale sulle nazioni che non sono cristiane o che cessano d’esserlo; al dono di sapienza, quei pazzi sublimi che si chiamano i santi: lume, gloria e salute dell’umanità. [“Nos stulti propter Christum”. I Cor., IV, 10. — “Placuit Deo per stultitiam praedicationis salvos facere credentes”. Id., I, 28]. – Ai doni dello Spirito Santo sono opposti i sette peccati capitali, principi corruttori dell’uomo e del mondo, questi doni satanici producono degli effetti in relazione con la loro natura; ad essi devono attribuirsi tutte le vergogne e tutti i delitti dell’umanità. Dovendo l’uomo e il mondo vivere sotto l’influenza dello Spirito del bene o dello Spirito del male, risulta che dopo la sua caduta l’umano genere obbedisce a un impulso settiforme. Quest’impulso è settiforme e deve esserlo. Da un lato, lo Spirito Santo è inseparabile dai suoi doni, come satana è inseparabile dai suoi. Dall’altro, quest’impulso deve raggiungere tutte le facoltà dell’uomo e determinare, come di fatto esso determina, tutte le loro operazioni buone o malvagie. Tal’è il doppio principio movente dell’umanità. Il mondo diretto dal soffio dello Spirito Santo, è una nave che fa rotta verso il porto; spinto dall’alito dello spirito maligno, è una nave che si allontana dalla spiaggia e che finisce infallibilmente per perdersi. Se dunque vogliamo predire l’avvenire di un regno o di un’epoca, basta vedere a quale impulso essi obbediscono. – Con tutto ciò la deificazione dell’ uomo cominciata col Verbo e continuata con lo Spirito Santo, non ha ancora raggiunto la sua perfezione. I sette doni divini non sono in noi forze dormienti; ma sono altrettanti principi attivi che debbono manifestarsi con delle operazioni in rapporto con la natura e con l’oggetto di ciascuno. Cosi è che l’albero, il cui umore è messo in moto dal calore del sole, deve produrre delle foglie, fiori e frutti, secondo la sua specie. Il paragone evangelico che di già ci ha reso sensibile la differenza delle virtù e dei doni, ci farà altresì comprendere la differenza dei ‘doni e delle beatitudini. – Che cosa si dee intendere per le beatitudini? Donde viene il loro nome? Qual’è il loro numero, quali i loro rapporti con la felicità di ciascun uomo? Come procurano il benessere delle società? Qual è la loro superiorità sulle virtù? Qual è il loro ordine gerarchico? Quali sono i loro rapporti con i doni dello Spirito Santo? Tali sono i quesiti che ci sembrano abbracciare, nell’insieme, un soggetto altresì poco noto e non meno interessante, come i doni dello Spirito Santo. – 1° Che cosa si ha da intendere per le beatitudini? Le beatitudini sono i doni dello Spirito Santa in azione. [“Beatitidines distinguuntur a donis et virtutibus, sicut actus ab habitibus”. Vig., c. XIII, p. 418]. – Accade ad un cristiano lo stesso effetto che ad un albero. Allorché nel battesimo egli ha ricevuto la vita divina e con essa le virtù infuse; quando, con i sette doni lo Spirito Santo é venuto a dare il moto a tutte queste virtù, come il calore all’umore, così il cristiano può e deve praticare certi atti di una perfezione soprannaturale, che s’incamminano al suo ultimo fine. [Non c’è bisogno di dire ‘che tutto ciò si fa nel tempo stesso e con una sola operazione]. – Questi atti sono detti beatitudini, cioè beatificanti. Essi differiscono dalle virtù e dai doni, come l’effetto differisce dalla causa, il rivo dalla sorgente, il fiore dall’albero; o per parlare il linguaggio della teologia, come la facoltà in atto, differisce dalla facoltà in potenza. « Le beatitudini, dice san Tommaso, differiscono dalle virtù e dai doni, come gli atti differiscono dalle abitudini. » [“Beatitudines distinguuntur quidem a Virtutibus et donis, non sicut habitus ab eis distincti, sed sicut actus distiaguuntur ab habitibus” la, 2ae, q. 49, art. 1. Corp]. – Così le beatitudini non sono, come il loro nome sembrerebbe indicare, abitudini o stati permanenti; ma atti transitori, prodotti da abitudini permanenti, chiamati doni dello Spirito Santo. – 2° Donde viene il loro nome? II nome cosi dolce e cosi poco inteso di beatitudine significa felicità perfetta, riposo finale. « La beatitudine, dice un gran teologo, è il supremo bene, il fine ultimo; tutti convengono in questa definizione. Noi chiamiamo supremo bene, ciò che ha tutte le qualità del bene, e che non ha nessuna qualità del male, a cui nulla manca ed a cui non si può niente aggiungere. Tutti convengono altresì che questo bene supremo è uno, e che è Dio, bene perfetto, e fonte di ogni bene; il quale unendosi per adozione gli Angeli e gli uomini, gli rende partecipi della sua beatitudine infinita.» [Vig. t. c. XIV]. – Ora, la beatitudine è il fine ultimo della vita umana.22 ]”Beatitudo est ultimus finis humanae vitae”. S. Th., 1a 2ae, q. 69, art. 1, corp.]. -Questa verità è talmente certa, che l’uomo può ben falsare la legge che lo spinge alla ricerca della felicità, ma non può sottrarvisi. Sapendolo o no, col peccato o con la virtù, notte e giorno ei lavora per la felicità. Tranquillo e contento s’ei la trova; inquieto e infelice se ei la ricerca invano. Quest’ è l’ago calamitato il quale, sottomesso ad un’attrazione misteriosa, gravita di continuo verso il polo, né diventa immobile che dopo essersi messo in rapporto diretto con quel punto del cielo. – La beatitudine essendo la felicità perfetta, e la felicità perfetta essendo il pieno possesso di Dio, tre cose sono evidenti. La prima, che rapporto all’uomo, la beatitudine è insieme imperfetta e perfetta. Imperfetta sulla terra, dove non vediamo Dio, il supremo Bene, se non che attraverso le ombre della fede, e non Lo possediamo che in un modo imperfetto. Perfetto nel cielo, dove noi vedremo Dio faccia a faccia, e Lo possederemo senza timore di perderLo giammai. La seconda, che l’uomo non arriva tutt’ad un tratto al suo fine. La terza, che il suo fine o la beatitudine, non è né può essere di questo mondo. – In queste verità di logica e di buon senso si trova, per dirla di passata, la prova assoluta di tre verità fondamentali: l’esistenza d’un’altra vita, la libertà umana, l’obbligo per l’uomo, per tutta la durata del suo passaggio quaggiù, di tendere al suo fine, mediante continui progressi. Il tempo non gli è stato dato per un altro uso. Questi progressi, essendo un avviamento verso la beatitudine, sono la beatitudine incominciata. Di qui viene che nel suo linguaggio profondamente filosofico, il Vangelo chiama beatitudini, certi atti della vita presente, che conducono più direttamente alla beatitudine dell’altra. – Spiegando il testo sacro, la teologia cattolica aggiunge che si dà loro il nome di beatitudini per due ragioni. La prima, perché ci rendono beati quaggiù. È un fatto di universale esperienza, che la maggior somma, di contenti, anche in questo mondo, è per il cristiano fedele, il praticare i sette atti sublimi, ai quali il Verbo incarnato ha giustamente dato il nome di beatitudini. – La seconda, perché ci conducono più direttamente alla beatitudine finale, per cui ci fanno godere vivendo in isperanza. Cosi di una persona dicesi che ha ottenuto l’oggetto dei suoi voti, allorquando ha la speranza fondata di ottenerlo. Lo stesso Apostolo non ha egli scritto: Noi siamo salvi in isperanza. Ora la speranza d’ottenere il nostro ultimo fine é fondata su qualche cosa, che ci dispone e ci avvicina a quello. Questo qualche cosa, consiste nelle operazioni dei doni dello Spirito Santo. Da ciò né segue che esse sono appellate beatitudini, ovvero atti beatificanti. [S. Th. la, 2ae, q. 69, art. 1, corp.]. – Spiegando i rapporti di ciascuna beatitudine col dono corrispondente, noi giustificheremo in un modo sensibile questo nome di beatitudine. Lo faremo, a fine di mostrare che le cose dalle quali il Vangelo fa dipendere la felicità, non sono la fonte di una semplice felicità mistica– 3° Qual è il numero delle beatitudini.? Con i concili e con san Tommaso noi contiamo sette beatitudini, l’ottava, espressa da san Matteo, non è che la conferma e la manifestazione delle altre. Infatti, appena Che l’uomo è confermato nella povertà spirituale, nella dolcezza e nelle altre beatitudini, la persecuzione é impotente a staccarlo da questi beni inestimabili.11 Octava beatitudo est quaedam confìrmatio et manifestatio est confirmatus in paupertate Spiritus et mititate, et aliis sequentibus, provenit quod ab bis bonis propter aliquam persecutionem non recedit. Unde oetava .beatitudo quodammodo ad septem praecedentes pòrtinet. S. Th. ibid., art. 3 ad 4. — Tale è pure il sentimento di sant’Agostino, di sant’Antonino, del Concilio di Vaures, c I, an. 1868, ec.]. — Quanto alle ragioni di questo numero sette, esse si rivelano da se medesime. Da una parte sette beatitudini bastano per costituire la felicità. Meno, sarebbe stato troppo poco; più sarebbe inutile. D’altra parte, le beatitudini o atti beatificanti, non essendo che le operazioni dei doni dello Spirito Santo, o meglio, quei doni messi in attività, non possono essere che nel numero di sette. Inoltre, secondo profondi teologi, queste sette beatitudini sono in rapporto con le sette età della vita del’uomo, come queste sette età medesime sono in armonia con le sette età del mondo, e queste con i sette giorni della creazione. [S . Anton.j IV p., tit. VII, c. V]. – 4° Quali sono i rapporti delle beatitudini con la felicità di ciascun uomo? «La vita presente, dice sant’Antonino, si divide in sette età, durante le quali il Verbo incarnato si è fatto, per mezzo delle sette beatitudini, nostro regolatore universale. Queste beatitudini che non sono che tanti atti virtuosi, l’uomo deve averli tutti e sempre; ma a datare ciascuna in particolare all’età in cui egli è. Ivi si trova il principio della sua felicità.2 » [“Vita praesens distinguitur per septem aetates, in quibus omnibus regulat nos Cbristus per septem beatitudines. Omnes istas quae aliud non sunt quam actus virtuosi, debet quilibet habere simul habitualiter. Licet quaelibet per se adaptari possit uni astati hominum. Ubi supra. — Questa divisione settennaria della vita è probabilmente in rapporto con la rivoluzione climaterica, che ha luogo in noi tutti i sette anni, della quale l’antica fisiologia teneva seriamente conto. – La prima età, è l’infanzia che si estende dalla nascita fino ai sette anni. Debolezza, umiltà, distacco, semplicità, candore, sono le virtù e gli incanti di questo periodo della vita. Se il fanciullo le possiede, esprime in se medesimo la rassomiglianza del Dio infante. Egli cammina verso il fine per cui è stato creato: è felice! Questa è la prima beatitudine e evidentemente quella che conviene meglio alla prima età : Beati paperes spiritu. La seconda età si estende da’ sette a quattordici anni. Praticare la dolcezza, l’obbedienza, l’amabilità, che unita al candore ed alle grazie nascenti, guadagnano tutti i cuori: ecco dunque il dovere proprio di questa bella parte dell’esistenza. Il fanciullo che l’adempie disegna di nuovo l’immagine del Verbo incarnato; cammina verso il suo fine; è felice. Quest’è la seconda beatitudine, e evidentemente quella che è la meglio appropriata a questa età: Beati mites. – La terza età abbraccia da’quattordici anni ai ventotto. Il periodo diviene doppio, a cagione dello sviluppo fisico e morale dell’uomo, L’adolescenza è l’età pericolosa. Il mondo che sorride, le passioni che si svegliano, i sensi che parlano, tutto diviene occasione di lotte incessanti. È allora appunto che l’uomo ha bisogno di mortificazione, di vigilanza, di sante tristezze della penitenza, e di noie salutari dell’esilio. Se egli lo comprende, e che la sua condotta corrisponda alla sua fede, è felice. Quest’è la terza beatitudine: Beati qui lugent. – La quarta età va dai venti ai quarantadue anni. Questa età in cui la gioventù strabocca, è ardente nelle faccende, avida di danaro, di onori, di posizioni sociali, e spessissimo poco delicata intorno ai mezzi di ottenerli. Perciò, o giovine, se tu vuoi evitare la lebbra di Gezi, e l’eterna sete del ricco malvagio, eccita in te la sete ardente, la fame continua della giustizia. – A questo prezzo solamente tu sarai felice. Quest’è la quarta beatitudine; essa è fatta per te. Beati qui esuriunt. La quinta età si estende dai quarantadue ai cinquantasei anni. Quest’ è l’età di virilità e altresì il cominciamento del declinare. Dietro sé l’uomo vede la vita che se ne fugge, davanti a sé l’eternità che si avanza. In una simile situazione che può egli fare di più savio? Aver pietà dell’anima sua: cioè a dire? Da una parte, riparare le perdite che ha fatto peccando; dall’altra, mettere la sua fortuna in sicurezza, facendola trasportare dai poveri nel luogo della sua eterna dimora. -S’egli si conduce in tal modo, diviene beato, felicità propria a questa età; pratica cosi la quinta beatitudine. “Beati misericordes”. La sesta età comincia a’ cinquantasei anni e finisce ai settanta. Età della vecchiezza, veneranda po’ suoi capelli bianchi e per là sua esperienza, può e deve esserlo ancor più per la santità dei costumi. A meno che non sia di quegli invecchiati nel delitto, di cui parla il profeta Daniele, niente è più facile al vecchio d’evitare le lordure del peccato. I suoi sensi sono indeboliti, alle rose del volto subentrano le rughe, il fuoco della concupiscenza ha perduto i suoi ardori. Approfitti egli di questa decadenza dell’uomo esteriore per abbellire con la purità della sua condotta l’uomo interiore. Con questa innocenza che gli rende in parte gli incanti dell’infanzia, diviene per la gioventù un consigliere obbedito, un modello rispettato; per tutto ciò che lo circonda un centro di attrazione, di dove irradia il buon odore di Gesù Cristo. Egli è felice della beatitudine che è in armonia con la sua età. Quest’è la sesta: “Beati mundo corde”. – La settima età, parte dai settanta anni e si prolunga sino alla fine della vita. Quest’è l’età della decrepitezza, l’età degli anni che non piacciono, come parla la Scrittura. – L’indebolimento dei sensi, l’infermità degli organi, la necessità di cure sconosciute, le infermità, i patimenti, la dipendenza da altri, l’allontanamento degli amici ed anche dei parenti, l’oblio e il disprezzo del mondo, i rimorsi del passato, le tristi previsioni dell’avvenire, tutti questi nemici ed altri ancora, assediano il vecchio. Se non lo rendono il più disgraziato degli uomini, lo costituiscono, certo, nella necessità di cercare la sua pace dentro se medesimo, e di praticarla circa a tutto ciò che lo Circonda. Perciò la sapienza infinita gli ha riserbata la settima beatitudine: “Beati pacifici”. E per incoraggirlo in mezzo ad elementi che congiurano per condurlo alla sua distruzione finale, essa aggiunge subito: Beati coloro che soffrono persecuzione per essersi conformati alla volontà di Dio.11 [S. Anton., ubi supra]. – Come le beatitudini evangeliche procurano la felicità delle nazioni? È stabilito che le beatitudini sono la sorgente della felicità individuale; la conseguenza inevitabile dunque è che esse procurano la felicità delle società. Le società sono fortunate allorché stanno nell’ordine: esse sono nell’ordine, allorché, conoscendo il loro ultimo fine, cioè la loro felicità, vi camminano con un passo sicuro. Ora, trascinati dalla loro corruzione naturale, la maggior parte dei figli di Adamo, popoli o individui, cercano la felicità nelle creature. Allontanando l’uomo dal suo fine, questo deviamento cieco, è la sorgente di tutti i mali, i quali meritano, cento volte alla terra il nome di valle di lacrime.Quando il genere umano é zimbello dell’angelo delle tenebre, cerca la felicità per tre vie differenti: via degli onori, via delle ricchezze, via dei piaceri. Con una autorità sovrana, le tre prime beatitudini rettificano questa funesta tendenza. Beati, dicono esse, quelli che sono umili separati; quelli che sono uniti e quelli che piangono. Perchè beati?Perchè sono al coperto dal fascino generale che forma l’infelicità degli altri. Beati, perché non ponendo che un debole pregio al possedimento dei beni terreni, essi gli acquistano senza passione, gli posseggono senza inquietudine e gli perdono senza rincrescimenti superflui. Beati, perché ogni atto di umiltà, di distacco, di dolcezza e di tristezza cristiana gli avvicina alla felicità suprema. Beati, perché hanno in prospettiva i beni dell’eternità, magnifica ricompensa del loro disprezzo pei beni temporali.Praticare il distacco cristiano dalle cose caduche non è nulla per la felicità del mondo? In questo appunto consistono le tre prime beatitudini. Le due seguenti: Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia; beati i misericordiosi, sono un secondo passo verso la felicità. Distaccando l’uomo dalle creature; le tre prime beatitudini fanno che egli si unisca al supremo bene, imperocché il suo cuore non può restar vuoto. Così esse lo costituiscono nell’ordine per rapporto a Dio, vale a dire nella pace con Dio.Le due seconde procurano la pace col prossimo. L’uomo è in pace col prossimo, allorché compie i doveri di giustizia e di carità. Egli gli adempie con una rara perfezione, quando da una parte, le sue parole e le sue opere, fanno testimonianza ch’egli è animato dall’amore, il che non basta; poiché è divorato dalla fame e dalla sete della giustizia in tutto e rispetto a tutti; ei l’adempie d’altro lato quando egli mostra per il prossimo, anche per i suoi nemici, una carità indulgente, che scusa le colpe o le intenzioni; compassionevole, che soccorre tutti i bisogni; misericordiosa; che perdona le offese.Pace con Dio, pace col prossimo: tali sono gli effetti delle cinque prime beatitudini. Per completare la felicità anche temporale- dell’uomo e della sociètà che cosa rimane se non la pace con sé medesimo? Essa risulta dalle due ultime beatitudini: Beati quelli che hanno il cuor puro; beati i pacifici. Col farci praticare la purità di cuore, con la mortificazione, la vigilanza e la preghiera; la prima mantiene la subordinazione necessaria della carne, rispetto allo spirito, e ci costituisce nell’ordine.Con la dolcezza e la pazienza, la seconda ci fa manifestare nelle nostre relazioni di famiglia e di società, l’ordine che regna nel nostro interno, e ci dà il diritto di chiamarci figli di quel Dio, che da sé medesimo si è chiamato il Principe della pace, “Princeps pacis”. Che ve ne pare? Il cristiano che pratica le sette beatitudini, o i sette atti beatifici per eccellenza, non gode egli altro che una beatitudine mistica? Se l’Europa attuale, se il mondo intero, possedessero questa felicità, pretesa immaginaria, sarebbero essi forse infelici? Insensati che sono! Gli uomini ed i governi attuali hanno l’aria di credere che le beatitudini evangeliche non siano nulla nella felicità temporale delle società; ed è appunto la mancanza di questi elementi, sociali eminentemente, che cagiona le rivoluzioni, delle quali siamo stati, siamo e saremo le vittime.Qual’è la superiorità delle beatitudini sulle virtù? In quella guisa che i doni dello Spirito Santo sono come elementi santifìcatori, superiori alle virtù morali, così le loro operazioni sono più perfette di quelle delle virtù. Ecco perché esse meritano per eccellenza il nome di beatitudini o atti beatifici. La virtù fa che l’uomo usi con moderazione degli onori e delle ricchezze: il dono fa che ei li disprezzi. Con questo sublime disprezzo il cristiano diventa l’essere il più libero, il più santamente indipendente, per conseguenza il più felice che vi sia al mondo: “Beati pauperes”.La virtù impedisce all’uomo di seguire, contrariamente alla ragione, i moti dell’ira. Il dono fa meglio: ei lo libera da ciò. Essiccando nel fondo dell’anima la sorgente del fiele e dell’impeto, stabilisce il cristiano in una dolcezza inalterabile che attrae a sé i cuori: “Beati mites”. La virtù regola il nostro affetto per la vita del tempo. Il dono va più in là; ei vi sostituisce le sante tristezze dell’esilio: “Beati qui lumen”. La virtù ci fa esercitare la giustizia rispetto a Dio e rispetto al prossimo. Il dono la sorpassa, perché ci fa rendere a Dio ed agli altri quel che gli dobbiamo, non solamente con esattezza, ma con premura ed affezione.Secondo la parola del Vangelo, esso ci riempie, per la giustizia e per i nostri doveri di giustizia, di un ardore incomparabile a quello che prova per il cibo, colui che ha fame, per l’acqua, colui che ha sete: “Beati qui esuriunt”.La virtù ci fa esercitare la carità corporale e spirituale verso coloro che la ragione designa ai nostri benefizi; i nostri amici e nostri parenti. Il dono s’innalza più alto. Egli vede il bisogno, nient’altro che il bisogno; la ferita, nient’altro che la ferita; il cencio, nient’altro che il cencio; e per 1’amore di Dio dona, rasciuga, solleva senza distinzione parenti, stranieri, amici o nemici, Greci o barbari: “Beati misericordes”.Da queste cinque beatitudini fedelmente praticate risulta una purità d’affetti e di pensieri assai più perfetta di quella di cui la semplice virtù é la fonte e la regola: “Beati mundo corde”. Rendendoci simili a Dio tre volte santo, questa purità ci dà un diritto particolare a chiamarci figli di Dio : “Beati pacifici”. « Di qui deriva, dice san Tommaso, che le due ultime beatitudini sono presentate non come tanti atti meritori ma come tante ricompense. » [“Vel sunt ipsa beatitudo, vel aliqua inchoatio ejus : et ideo non ponuntur in beatitudinibus tanquam merita, sed tanquam praemia. Ponuntur autem tanquam merita effectus activae vitae, quibus homo disponitur ad contémplativam vitam”, l a, 2ae, q. 49, art. 8, corp.]. -Esse sono insieme il cominciamento della beatitudine perfetta, e il legame che unisce le beatitudini ai frutti, dei quali parleremo tra poco. Frattanto questo semplice saggio che ci mostra la superiorità delle beatitudini, anche circa le virtù’ soprannaturali, ci aiuta a misurare 1’elevazione del cristiano al di sopra dell’uomo onesto, e del sapiente pagano. – Come mai non prendere sin d’ora compassione de’ nostri pretesi moralisti del XIX secolo? Caduti dall’altezze dell’ordine soprannaturale, in cui il battesimo gli aveva posti, questi superbi ignoranti, “superbus nihil Sciens”, osano porre a parallelo la perfezione cristiana con la perfezione pagana; la morale di Socrate con la morale di Gesu Cristo. Bestemmiatori e spergiuri, essi non temono di appellare la prima: la morale di questo mondo e della gente onesta; la seconda: la morale dell’altro mondo e dei mistici: poi, sotto pretesto che essi non sono vaso d’elezione, non ne praticano nessuna. – 7° Qual’è l’ordine gerarchico delle beatitudini? Come i doni dello Spirito Santo che gli producono, così le beatitudini si incatenino le une con le altre in un ordine gerarchico, i cui gradi innalzano il cristiano sino alla perfezione dell’essere divino, e per conseguenza fino al colmo della felicità: lo mostreremo più tardi. In questo momento, abbiamo da studiare due cose degne della sapienza; la quale fa tutto con misura numero e peso. La prima é la relazione che esiste tra ciascuna beatitudine e la sua ricompensa; la seconda, la gradazione nella ricompensa in se medesima. – La ricompensa. Senza dubbio, il cielo o la felicità perfetta é la ricompensa comune di tutte le beatitudini; ma questa ricompensa è presentata sotto un aspetto differente, in armonia col genere particolare di merito ottenuto da ciascuna beatitudine. Se è vero dunque che il peccatore è punito dovunque pecca, è del pari vero che il giusto è ricompensato dovunque egli merita. – Che cosa di più proprio di questa divina equazione, a eccitare il nostro zelo, ed a sostenere il nostro coraggio, nelle vie differenti che conducono alla felicità? – Così per quelli che si fanno piccoli e poveri, il cielo è il potere, l’opulenza, la gloria: “Regnum coelorum”. – Per quelli che sono miti, il cielo è l’impero dei cuori nella terra dei viventi : “Possidebunt terram”. – Per quelli che piangono, il cielo è la consolazione e la gioia pura e senza fine: “Consolabuntur”. – Per quelli che hanno fame della giustizia, il cielo è l’appagamento perfetto: Saturabuntur. – Per i misericordiosi, il cielo è la misericordia con le sue ineffabili tenerezze: “Misericordiam consequentur. – Per i mondi di cuore, il cielo é la chiara vista di Dio nello splendore della sua bellezza e nelle magnificenze delle sue opere: “Deum videbunt”. – Per i pacifici, il cielo è il nome glorioso e il privilegio incomparabile di figli di Dio: “Filli Dei vocabuntur”. – A questa armonia se ne aggiunge un’ altra: la gradazione nella ricompensa. Un po’ d’attenzione basta per scorgerla. La prima ricompensa è di avere il cielo. Questa è la felicità comune a tutti i santi, ma non eguale per tutti; imperocché vi sono più gradi nella beatitudine, come vi sono parecchie mansioni nella casa del Padre celeste.La seconda è di possederlo. Ora, possedere il cielo dice più che averlo. Vi sono molte cose che si possono avere senza possederle in un modo tranquillo e permanente.La terza é d’essere consolato. Essere felice nel possesso del cielo, è più che averlo e possederlo. Quante cose gradevoli, che noi non possediamo senza dolori!La quarta è d’essere sazio. Sazio è più che essere consolato. La sazietà implica l’abbondanza della consolazione, è il riposo nella gioia.La quinta è di essere l’oggetto della misericordia.La felicità del cielo non sarà misurata, né sopra i nostri meriti, né sopra i nostri desideri, ma sulle ricchezze infinite dell’infinita misericordia. Chi può comprendere ciò che un simil favore aggiunge a tanti altri?La sesta è di vedere Dio. Questa nuova felicità sorpassa le precedenti. Vedere Dio è più che tutto il resto, ed annunzia una maggior dignità. Vedere il re intimamente e quando si vuole, è più che abitare il suo palazzo e godere i suoi benefici. – La settima è di essere figlio di Dio. Non vi è null’altro al di là. Alla corte dei re, la maggiore sublimità è quella dei loro figli, eredi del loro trono. Cosi di gradino in gradino, condurre l’uomo fino alla dignità suprema di figlio di Dio, di fratello e di coerede del Verbo incarnato, è l’ultima parola di tutte le beatitudini e di tutte le operazioni dello Spirito Santo.11 [V. S. Th., la, 2ae, q. 69, art. 4, corp., et ad 3]. – Quando il misterioso lavoro di deficazione è compiuto, lo Spirito d’amore manda appunto il sonno della morte. – Al suo risvegliarsi, questi si trova tutte le beatitudini che egli ha praticate, riunite, immortalate e magnificamente ingrandite in una sola, il cielo, la beatitudine per eccellenza. Tali sono i gradini della scala per i quali, dal fondo della valle del pianto, noi ascendiamo sino alla vetta della montagna della felicità: « Discendendo sopra lo Dio uomo, dice sant’Agostino, lo Spirito Santo comincia, con la sapienza e finisce col timore, a fine di abbassarlo sino a noi. Nello scendere sull’uomo destinato a diventare Dio, egli comincia col timore per innalzarlo sino al Verbo incarnato, l’eterna sapienza. Abbiamo dunque dinanzi agli occhi queste gloriose ascensioni; affrettiamoci a salire i gradini che ci conducono al Signore. Portiamo coraggiosamente il peso della vita. Attraversiamo con un passo fermo e con l’occhio fisso sul fine, le seduzioni e le tribolazioni passeggere del tempo; a termine del viaggio è la pace purissima e senza fine. A questo dunque ci esorta l’ottava beatitudine, conclusione di tutte le altre: Beati quelli che soffrono persecuzione, imperocché il regno dei cieli appartiene ad essi. » [Serm 847, n. 3, opp. t. V, p. 1988, ediz. noviss.]. – 8° Quali sono i rapporti delle beatitudini con i doni dello Spirito Santo? L’abbiamo già indicato: questi rapporti sono di quelli che esistono tra l’effetto e la causa, tra il frutto e l’albero che lo porta. Le beatitudini sono i doni dello Spirito Santo in opera. Ora, tutto ciò che é stato detto per far comprendere la bellezza, la concatenazione, la necessità di questi elementi santificatori, e per conseguenza beatificatori – Affinché sia ben dimostrato che lo Spirito del cenacolo continua ad essere con la Chiesa, sdegneremo i nostri esempi negli annali contemporanei del cattolicismo. Una eccezione sarà fatta in favore di san Francesco d’Assisi, la cui vita dovrebbe essere il manuale del nostro tempo. Il primo dono dello Spirito Santo si traduce con la prima beatitudine, e dà luogo a degli atti meravigliosi d’umiltà, di pentimento e di orrore per il peccato. – Un giorno d’ inverno san Francesco d’Assisi si portava da Perugia a Santa Maria degli Angeli, con un freddo rigorosissimo. Via facendo chiama fra Leone suo compagno di viaggio: « Fra Leone, gli dice, cara pecorella del buon Dio, se i frati minori parlassero la lingua degli angeli, se essi conoscessero il corso degli astri, la virtù delle piante, il segreto della terra e la natura degli uccelli, dei pesci, degli uomini e di tutti gli animali, degli alberi, delle pietre e dell’ acqua, rifletti bene, che in ciò non è la gioia perfetta. » – E un po’ più sotto : « O fra Leone, quando i frati minori convertissero con le loro prediche tutti i popoli infedeli, stai bene attento che quella non è la gioia perfetta. » E continuò a parlare così per lo spazio di parecchie miglia. – Finalmente fra Leone, maravigliato, gli domandò: « O Padre, vi prego in nome di Dio, ditemi in che consiste la gioia perfetta. » San Francesco rispose : « Quando noi arriveremo a Santa Maria degli Angeli ben molli, ben infangati, intirizziti di freddo, morenti di fame e che battendo alla porta, il portinaio ci dirà: — Chi siete voi? risponderemo: — Noi siamo due dei vostri fratelli. — Voi mentite, dirà egli, siete due vagabondi che correte il mondo e togliete l’elemosina ai veri poveri: partite di qui. – « Ed egli rifiuterà di aprirci e ci lascerà alla porta tutta la notte, esposti alla neve, al freddo e morenti di fame. Se noi soffriamo questo trattamento con pazienza, senza turbamento e senza mormorare, se altresì noi pensiamo umilmente e caritatevolmente che il portinaio ci conosce bene per quelli che noi siamo, e che é per permissione di Dio che egli parla così contro di noi, o frate Leone, credi pure che in ciò consiste la gioia perfetta. – « Se noi seguitiamo a battere alla porta e che il portinaio infuriato ci caccia via come bighelloni importuni, ci ricopre d’ingiurie, di schiaffi e ci dice: — Non partite ancora di qui, miserabili marioli? Andate allo spedale: non vi é nulla da mangiare qui per voi. — Se noi sopportiamo questi cattivi trattamenti con gioia e con amore, o frate Leone! credilo bene, in ciò consiste la gioia perfetta. – « Se infine, in questo estremo, la fame, il freddo, la notte ci costringono a fare istanza con lacrime e con grida per entrare nel convento, e che il portinaio irritato esce fuori con un grosso bastone nodoso, ci tira per il cappuccio, ci getta nella neve e ci dà tante bastonate da ricoprirci di piaghe; e noi sopportiamo tutte queste cose con gioia, a pensare che noi dobbiamo partecipare alle umiliazioni del nostro benedetto Signore Gesù Cristo, o frate Leone, credilo, quivi si trova la gioia perfetta. E ora ascolta la conclusione, o fra Leone: di tutti i doni dello Spirito Santo, il più considerevole é di vincere sé medesimo, e di soffrire volentieri per amor di Gesù, le pene, le ingiurie e gli obbrobri. » [Fioretti, c. VIII.] – Allo spettacolo di questa ammirabile umiltà non resta che alzare gli occhi al cielo e ripetere le parole della Sapienza eterna. “Io vi ringrazio, o Padre, che avete nascosto queste cose ai sapienti ed ai prudenti,. e che le avete rivelate ai semplici. – Vediamo il dono di timore, riguardo al peccato. Una madre non risente tanto dolore della morte di suo figlio, quanto l’anima ispirata dal dono di timore ne risente pei suoi piccoli errori. Il frate Alfonso Rodriguez era ripieno di questo dono divino. Ogni volta che egli passava in un certo canto della casa si gettava in ginocchio chiedendo perdono a Dio piangendo; si faceva vivi rimproveri e si strappava i capelli, e ciò continuò a fare parecchi anni. Aveva egli forse commesso in quel luogo qualche peccato enorme? No, egli si era permesso una piccola leggerezza di sguardi, per la quale egli credeva avere offeso Dio. [Pergmayer, Meditaz. sopra i sette doni, ecc., p. 11]. – Lo stesso Spirito di timore che ispira pentimento del peccato, ne ispira anche orrore. Nel 1841 un Mandarino fa arrestare parecchi cristiani e gli stimola ad apostatare. – Alla fermezza della loro risposta capisce l’impossibilità di riuscirvi. L’incatenarli tutti, era fare più chiasso e vittime che non voleva. Nella sua stizza si limita a descrivere con un bastone un cerchio intorno ad una giovinetta, che era in ginocchio dinanzi a lui, poiché era usanza in China di stare in ginocchio dinanzi al giudice che vi interroga. «Se tu esci da questo cerchio, dice, sarà una prova che tu sei apostata. » E partì. Dopo di lui ciascuno si ritirò dal pretorio, fuorché la giovine, che il timore di abiurare la sua fede fece rimanere in ginocchio immobile nello stretto spazio in cui la verga del mandarino l’aveva rinchiusa. Il segretario di quel magistrato, curioso di sapere qual partito avrebbe preso l’innocente prigioniera, tornò indietro, e trovandola ancora nello stesso luogo, nella stessa attitudine, la invitò ad alzarsi ed a uscire. « No, rispose ella, piuttosto morirò che fare un passo. — Badate; il mandarino non l’ha detto sul serio. — Non importa, io ho inteso le sue parole e non conosco le sue intenzioni. » – Il segretario insisté lungo tempo senza ottenere risposta. Allora cancellò lui stesso il cerchio fatto dal suo padrone e ne trasse via la giovane. [Annali della Propagazione della fedet n. 83, p. 804.] — Vedi altresì il passo di san Basilio, Godescardo, 14 giugno]. – Citiamo un ultimo fatto che ci mostrerà lo Spirito di timore di Dio, e lo Spirito contrario che si disputano un’anima in una lotta terribile. Nel corso dell’anno 1840 il governatore del Tonchino, di nome Trinh-Quang-Kanh, fece arrestare un catechista, chiamato Toan, della età di 74 anni. Consegnato a terribili supplizi il disgraziato vecchio ebbe la debolezza di apostatare. Alcuni giorni dopo, il governatore lo fece ricondurre al pretorio con alcuni altri rinnegati e disse a tutti loro: « Poiché avete ascoltato ragione, il re vi perdona ed io pure. — Gli altri ti ringraziano, risponde il vecchio pentito, ma io che deploro il mio fallo, rimango qui in prigione per espiarlo. » – A queste parole il mandarino, preso dalla collera, vomita contro di lui mille ingiurie e le accompagna con una forte bastonata. Siccome la fermezza del martire non pare scossa, ordina ai soldati di rinchiuderlo in una cloaca spaventosa per farlo decidere, non importa con quali modi, a ritornare sulla sua ritrattazione. Due giorni dopo lo richiama al suo tribunale. «Ora, gli dice, sei tu disposto a calpestare la croce? — No, mandarino, è già troppo l’avere una sol volta oltraggiato il mio Dio. — Ascolta: tu disprezzi i miei ordini; forse gusterai tu meglio i consigli di coloro che hanno partecipato ai tuoi errori, se t’abbandono al loro zelo. Se essi ti riconducono a migliori sentimenti, farò loro grazia come a te; se no, voi salirete tutti sul patibolo. » – I rinnegati non entrarono che troppo nelle viste del tiranno. Essi s’ingegnarono a cimentare la pazienza della loro vittima. Gli uni lo ricoprivano di maledizioni, gli altri gli graffiavano il viso. Tutti divenuti eloquenti per vigliaccheria, lo stimolavano ad obbedire, se non per conservare la sua vita, per salvare almeno dal supplizio dei padri di famiglia, la cui sorte era compromessa per la sua ostinazione. Per quattro giorni egli fu posto a questa orribile prova; il quinto, quando era già mezzo vinto, il governatore lo fece condurre al pretorio e torturare con tanta violenza, che l’infelice soccombé di nuovo. – La sua recidiva fu accolta da scoppi di risa del mandarino. « Va a riposarti, gli dice, aspettando che tu abbia la forza di godere la tua libertà. » I soldati lo felicitarono alla lor volta. Ma i rimorsi del colpevole lo rendevano sordo a tutti questi elogi. La notte la passò nelle lacrime e nei singulti, che pareva disperato. Per fortuna si trovava nella prigione un sacerdote, onorato di poi della palma del martirio. Lo sfortunato vecchio, tutto ricoperto di piaghe, si getta ai suoi piedi, gli fa con inconsolabili gemiti la confessione dell’ ultima sua caduta, e si rialza doppiamente fortificato dalla parola del sacerdote e dalla virtù del sacramento di penitenza. – II giorno dopo il governatore lo fa comparire, a fine di assicurarsi con nuove profanazioni della sincerità della sua apostasia. « Né i tormenti, né la morte mi faranno oramai abiurare la fede, disse al persecutore: col mio pentimento io spero avere recuperata l’amicizia del mio Dio; è ben tempo che io Gli resti fedele. » Questa volta le torture non hanno più limiti. La vittima, stesa per terra, viene rifinita a forza di bastonate; coi piedi e polsi legati, lo strascinano nella sala d’udienza opprimendolo con una grandinata di colpi: gli pongono al collo una ganga armata di ferro; lo gettano in prigione, e viene tirato fuori per esporlo agli ardori cuocenti del sole; lo spogliano dei suoi abiti, gli attaccano un crocifisso a ciascun piede e viene legato ad una colonna. – Le sue braccia distese in forma di croce, sono legate alle due estremità della ganga fissata attraverso alle sue spalle e lo lasciano cinque giorni e cinque notti in quella orribile posizione. Finché dura questo supplizio, i soldati l’insultano, gli sputano in faccia, gli danno degli schiaffi, gli strappano la barba. Infine lo riconducono in prigione semivivo e come paralizzato in tutte le sue membra. Il mandarino ordina di lasciarlo morire di fame. – La sua agonia durò parecchi giorni. Allorché venne un individuo a visitarlo, approfittò della sua presenza per umiliarsi delle sue colpe: « Io ho traviato, diceva: ho avuta la debolezza di imitare l’apostasia dei capi del mio villaggio; ma al presente sono ritornato sinceramente a Dio, e voglio morire nel suo amore. Io vi scongiuro di pregare per me. » Sentendo avvicinarsi la sua fine, lascia le sue vesti ad un sotto ufficiale che gli aveva dato alcuni pezzi di pane; egli promette, come quel militare lo pregava, di ricordarsi di lui in paradiso: egli cade svenuto, porta le dita alla bocca come per succhiarle, tanto era spinto dalla sete, e pochi istanti dopo spira vittorioso nell’ultimo combattimento. [Annali della Propag. ec., n. 85, p. 429 e seg.]. – Tali sono gli effetti del dono del timore di Dio, e le vestigia che i santi hanno lasciate, ritornando nella patria: [Haec sunt vestigia quae sancti quique nóbis reliquerunt in patriam revertentes]. – Al dono di timore di Dio succede il dono di pietà. Il principio d’amore figliale si traduce con la seconda beatitudine, i cui atti respirano la tenerezza ed il rispetto verso Dio e tutto ciò che gli è consacrato; verso il prossimo, e tutto ciò che gli appartiene nell’ordine spirituale, come nell’ordine temporale. Vediamolo diffondersi nei giovani cristiani d’oltremare. – « Tutto il tempo che abbiamo passato a Wallis, scrive un missionario, é stato un tempo di festa per noi e per gli abitanti. Noi vi siamo rimasti un mese e mezzo. Quanto siamo rimasti edificati e confusi nel vedere la pietà di questi buoni isolani! A tutte le ore del giorno e della notte, siamo sicuri di trovare degli adoratori dinanzi al Santo Sacramento. Ogni mattina, preghiera in comune e concorso alla santa Messa, durante la quale il canto dei cantici non cessa. Verso il tramonto, o per parlare come gli indigeni, allorché la cicala ha cantato, si riuniscono di nuovo ai piè degli altari per la preghiera della sera. Allora i fedeli vanno a casa. Ma appena che la famiglia è riunita, che in tutte le case, niuna eccettuata, incomincia la recita del rosario seguita dal canto dei cantici e dalla ripetizione del catechismo. – In questo momento non si sente più in tutta quanta l’isola altro che un concerto di lodi, durante il quale é impossibile non si sentire commossi e inteneriti fino alle lacrime. » [Annali della Propag. ec., n. 120, p. 346, an. 1848]. – Qualche anno prima il viaggiatore, smarrito per l’isola, non avrebbe ascoltato all’istess’ora altro che voci di antropofagi che facevano ritorno dai loro orribili banchetti. – L’amore figliale di cui questi recenti cristiani sono innamorati di Nostro Signore, rinchiuso nel tabernacolo, si manifesta altamente quando esce fuori : « Come vi sareste edificato, scrive il missionario di Futuna, allorquando, in questa cristianità nascente, il santo Viatico fu portato per la prima volta a un infermo! Mentre il sacerdote camminava all’ombra dei fichi, dei cocchi, e degli alberi a pane, dei devoti neofiti lasciavano le loro case e venivano rispettosi e raccolti, ad inginocchiarsi sui canti delle vie per dove passava il Santo Sacramento. » [Annali della Propag. ec., n. 96, p. 369. an. 1841]. – La stessa devozione per tutto ciò che riguarda religione. « L’affluenza al tribunale della penitenza è cosi grande, che dal bambino che incomincia a balbettare, sino al vecchio di già vicino alla tomba, tutti vogliono confessarsi…. Hanno un cosi grande rispetto per il tribunale di penitenza, che un giorno un padre di famiglia venne piangendo a domandarmi se sua figlia, che aveva avuta la curiosità d’aprire un confessionale della valle, si era resa molto colpevole. » [Id. id]. – Il cristiano che ama Dio, ama la casa di Dio, come un figlio ama la casa di suo padre. A questo amore figliale la vecchia Europa fu debitrice dei magnifici edifici che la coprivano come di un mantello di gloria. Presso i popoli nuovamente convertiti, lo stesso amore produce miracoli. « Il lavoro principale, scrive l’apostolo Di Mangaréva, quello che mette in moto tutta la popolazione, è la costruzione di una chiesa. Poiché l’isola non fornisce pietra, la maggior parte dei padri di famiglia sono occupati per lungo tempo a trasportare degli isolotti di scogli, situati presso a cinque leghe in mare. – « Una volta depositate le pietre sulla spiaggia, vengono ruzzolate a forza di braccia fin sotto la mano degli operai. I giovani si dividono le diverse comandate,, di modo che una popolazione dà la muta all’altra ogni otto giorni. Chi va a pescare il corallo per fare della calce, chi reca, dalla distanza di mezza lega, la rena necessaria; le donne stesse sospendono le loro occupazioni abituali per andare a cercare sulla montagna le canne destinate ad alimentare il fuoco della fornace di calcina. Di più, aiutate da dei fanciulletti, fanno con i filamenti del cocco le corde di cui gli operai hanno bisogno. – « Il re ha fatto un appello alla generosità del suo popolo. Bisognava molto legname per le travi e per l’arte del legnaiolo, e quelle isole producono appena l’albero a pane, prezioso vegetale da cui la popolazione trae la sua sussistenza. Nondimeno non vi fu alcuno che non si mostrasse disposto a dare più che non si volesse ricevere. – « Se noi dicessimo a questi: la tua terra è troppo piccola; a quegli: il tuo albero é troppo bello; non lo prenderemo. — Che cosa importa, rispondevano, tagliate pure perché è per il nostro buon Dio. Non è esso che ce li ha dati? Così pure ce ne darà degli altri. Abbiamo dovuto vegliare acciocché la generosità di questi buoni e cari cristiani non recasse loro pregiudizio. – Voi non sapreste farvi un’idea dell’ardore con cui essi proseguivano la loro intrapresa. Il re ed i capi alimentavano a loro spese tutti i nostri lavoranti. I pescatori si sono incaricati di fornire del pari tutti i giorni del pesce agli operai, per tutto quel tempo che saranno occupati in ciò che essi chiamano, il lavoro del Signore. » [Annali della Propag., ec., n. 83, p. 316, an. 1842]. – « Quegli che è di Dio, ascolta la parola di Dio, dice il Salvatore del mondo; la ragione per cui voi non l’ascoltate, è che voi non siete di Dio. » [Joan., VIII, 47]. – Amare la parola di Dio, scritta o parlata, è dunque un nuovo effetto del dono di pietà. Per incoraggiarci e confonderci, ammiriamolo nei nuovi cristiani. « Ciò che mantiene negli abitanti di Wallis (continuano gli annali) il sentimento e l’amore del dovere, egli è che essi sono avidissimi della parola di Dio. Oltre le istruzioni dei missionari, vi è in ogni villaggio e in ogni piccolo casale dei catechismi d’uomini, di donne e di fanciulli. I più istruiti insegnano agli altri: ciascuno si confessa e si comunica all’incirca tutti i mesi. Da per tutto si recita la sera il rosario in comune, seguito da un inno alla SS. Vergine. » [Annali della Propag., ec., n. 104, p. 14, an. 1846]. – Lo stesso ardore sotto i ghiacci dell’ America settentrionale. « I nostri selvaggi non potevano essere più avidi della santa parola. I catecumeni soprattutto si distinguono per zelo di istruirsi, a fine di anticipare il felice momento in cui, mediante il battesimo, sarebbero finalmente ammessi nel numero dei fedeli. Noi gli teniamo in chiesa più di sei ore al giorno. La maggior parte di questo tempo era destinata al catechismo e a delle istruzioni familiari, dove tutti assistevano. Invece l’essere stanchi di questi esercizi, non appena erano usciti dalla cappella, cercavano, riunendosi in diversi gruppi, di rendersi conto tra loro delle cose che avevamo dette e ciò per delle ore intere, qualche volta miche molto inoltrati nella notte. Nei loro dubbi venivano essi a consultare i missionari. Allora, ancorché fossimo a letto o no, addormentati o svegli, bisognava dar loro udienza e rispondere a tutte le loro domande. [Id.% n. 100, p. 269]. – Continuando i suoi divini insegnamenti il Verbo Incarnato diceva dei suoi apostoli e dei suoi preti: «Colui che vi ascolta, ascolta me; chi disprezza voi, disprezza me; chi vi riceve, riceve me; e colui che riceve me, riceve colui che mi ha mandato.» [Luc., x, 16; IX, 48]. – Questa parola ha attraversato i secoli. Oggetto di venerazione e di tenerezza figliale dalla parte dei veri cristiani, tale è stato, tale è, e tale sarà sempre il sacerdote. Su questo punto due fatti tra mille, rappresentano tutta la tradizione. – Nel secolo decimosesto viveva a Napoli la venerabile Orsola Benincasa, fondatrice delle Teatine e istitutrice ispirata dell’abito dell’Immacolata Concezione. Sin dalla più tenera età, questa pia fanciulla aveva un tal rispetto per i preti, che vedendoli, essa si poneva in ginocchio e gli abbracciava i piedi, facendosi benedire da essi, e baciando perfino le orme dei loro passi. Tale era la gioia che le cagionava la loro presenza, che spesso si metteva alla finestra, solamente per vederli passare. Tostoché ella li scorgeva, si chinava profondamente, e dava tutti i segni della più affettuosa venerazione, come se questa fosse stata la persona stessa di nostro Signore. – Più tardi ella diceva ingenuamente al suo confessore: « Quand’io era piccina, desiderava con impazienza i giorni di festa per due ragioni: la prima perché non lavorando, io poteva attendere liberamente a tutti i miei esercizi di pietà, la seconda, perché io poteva, a tutto mio agio, starmene alla finestra a veder passare i preti per la strada. Io gli considerava come tanti angeli del paradiso, mentre gli altri uomini mi dispiacevano oltremodo. » Tale era la sua stima per i preti, che aggiungeva: « Quand’io vedessi coi miei propri occhi cadere un prete in qualche colpa, piuttosto che crederlo, crederei che i miei occhi m’ingannassero. » [Vita, ec., p. 282]. – Ascoltiamo ora uno degli apostoli delle isole Gambier: « Un giorno io stara seduto sopra un masso, in fondo ad una larga baia, intento ad istruire della gente in età piuttosto avanzata. Alcuni isolani s’accorsero che era lungo tempo che io era là, e giudicarono che dovessi aver fame. Essi ordinarono tosto a un fanciullo di andare a cogliere un cocco. Il fanciullo era molto piccolo, e gli alberi di questo frutto sono molto elevati. Immaginatevi un fusto perfettamente diritto, in cima al quale un grosso gruppo di foglie di quindici piedi di lunghezza, si distende in forma di ombrello.. Questi buoni selvaggi mi dissero: — Prega, padre, prega, perché abbiamo timore che il bambino non cada e non si uccida. — Quando il cocco fu preparato, me lo presentarono dicendomi: — In qualunque luogo tu sia, o padre, se tu hai fame di’: Io ho fame, e noi ti daremo da mangiare…. – « Mi è impossibile di dare un’ idea .del rispetto che si ha per noi e delle attenzioni di cui siamo l’oggetto. Alla più piccola parola che si pronunzi, voi vedete una premura universale. Se abbiamo bisogno di andare da un’isola all’altra, dei rematori sono subito pronti. Se noi gli facciamo osservare che il viaggio cagionerà loro un’assenza di qualche giorno, e che temiamo d’impicciarli: — No, no, rispondono, parlate padre, e noi faremo. — Questa deferenza dei nostri neofiti è 1’effetto naturale dell’amor figliale, col quale rispondono all’amore veramente paterno che noi sentiamo per essi. [Annali della Propaga ec., n. 56, p. 195, an. 1888].» – Queste dimostrazioni non sono vane formule. Riguardando con ragione il missionario come loro padre, e il migliore amico, i nuovi cristiani sanno, al bisogno, imporsi in suo favore i più grandi sacrifici. « Due missionari del Tong-kin si trovavano riuniti in una casa. – La nuova giunse all’orecchie dei persecutori. Arriva tosto il sindaco del comune, seguito da tre satelliti armati di bastone. — Chi siete voi, dice al padre Lac che incontrò il primo, certamente un maestro di religione. — E senza attendere da lui risposta : — Dov’è il capo dei cristiani? Domandò egli entrando nel presbiterio per arrestare il padre Thi. Si raccomandarono che Andrea Lac fuggisse, ma il santo padre immobile e rassegnato, si contentò di rispondere: — Che la volontà di Dio sia fatta! se piace loro di arrestarmi, sarà la seconda volta che io sarò in prigione per Gesù Cristo. « Il sindaco fece salire i due confessori nella sua barca e gli condusse nella sua abitazione. Alcuni cristiani seguivano, supplicandolo di rilasciare i suoi innocenti prigionieri. — Io vi acconsento, disse loro, purché voi mi rechiate sei barre d’argento. — Subito quei buoni neofiti vanno a casa loro, vuotano la loro borsa, si fanno prestare da’ loro vicini e ritornano con tutto ciò che essi hanno potuto raccogliere, sessanta legature e tre grandi marmitte, che valevano presso a poco i due terzi della somma richiesta. — Ecco tutto quel che noi possediamo; esclamarono, depositando il loro tesoro ai piedi del sindaco; rendeteci almeno il padre Lac. Ei gli rese tutti due, e i nostri cristiani si ritirarono, troppo felici d’avere salvato i loro pastori a prezzo della loro fortuna. » [Annali, ec., n. 85, p. 4=12, an. 1842]. – Lo Spirito di pietà, abbiamo detto, fa versare il cuore in effusioni di carità per il prossimo. Agapi, cure dei’ poveri e degli infermi, avvertimenti caritatevoli, tutte le meraviglie che esso operava nei primitivi cristiani ei gli rinnova fra gli idolatri nuovamente convertiti. – Passiamo sotto silenzio tutte le opere di misericordia corporale per citare un tratto di misericordia spirituale. – « La persecuzione infieriva nel Tong-kin. Un vecchio di circa 69 anni, fu gettato in prigione con un gran numero di altri cristiani. Fra questi ultimi c’era il suo genero, giovine nel vigore dell’età. Tremante qualche volta alla vista della morte, questo buon vecchio dovette il suo coraggio invincibile alle esortazioni del suo genero. – « O padre mio, gli diceva questi, considerate la vostra età. Due specie di morti sono poste vicino a voi; l’una naturale, le cui conseguenze sono incerte; l’altra data dai persecutori, della quale una eternità di contenti è la ricompensa. Come fare a decidere nella scelta, dove il miglior partito è cosi facile a conoscere? Se fosse permesso di rimpiangere la vita in una tale circostanza, converrebbe a me, giovine ancora e vigoroso; però voi vedete che io l’abbandono con allegrezza per Iddio. – Io lascio la mia sposa nel fiore dell’ età, con quattro bambini ancora incapaci di guadagnare la loro vita; ma Dio che me li ha dati, saprà provvedere ai loro bisogni. – Che è forse il dolore delle verghe che vi spaventa? Non temete nulla, o padre mio; io riceverò in vostra vece quel che i mandarini vi destineranno; siamo dunque contenti e coraggiosi. – « Quando i giudici ricorsero alle battiture, l’ammirabile giovine si distendeva per terra, per ricevere da prima quelle che gli erano destinate; e allorquando si preparavano a battere suo suocero, egli si rialzava tutto insanguinato, e diceva ai mandarini : — Mio padre è di età e debole, vi prego d’aver pietà, e di permettere che io sia battuto in suo luogo. — Allora egli si buttava giù di nuovo dinanzi ai mandarini, e subiva una seconda flagellazione con un eroico coraggio. – «Mentre il futuro martire sosteneva suo suocero, egli stesso riceveva da parte dei suoi, incoraggiamenti e molte dolci consolazioni. Sua moglie venne a. vederlo parecchie volte col suo ultimo bambino ancora a petto, lo esortò a non darsi punto pensiero di lei, ed a starsene tranquillo sulla sorte dei suoi quattro piccini; aggiungendo che, con la grazia di Dio, ella sperava potere nutrirli ed educarli ancorché sola. Veramente questa donna forte si è mostrata degna sposa di un martire, e la sua figlia, degna figlia di sua madre. Questa giovinetta, dell’età di undici anni, scappò un giorno di nascosto dalla casa paterna per andare a vedere il santo confessore nella sua prigione. Essa fece da sé sola una mezza giornata di cammino, attraversò senza timore i soldati e le guardie, e giunse fino a suo padre, che essa incoraggiò a morire, piuttosto che calpestare la croce. Alcuni giorni dopo i coraggiosi atleti ricevettero la corona del martirio. » [Annali, ecc., n. 73, p. 518, an. 1840]. Nell’ordine ascendente, il terzo dono dello Spirito Santo, è il dono di scienza. Al primo grado della nostra stima, il dono di scienza c’insegna di mettere la nostra anima e quella del prossimo. A che serve all’uomo guadagnare il mondo, se egli viene a perdere l’anima sua? Questa verità capitale si afferma con gli atti della terza beatitudine. Un sol giorno dei secoli cristiani ha prodotto più affermazioni eroiche, che il mondo pagano non ne avesse viste per due o tre mila anni. Ciò che è stato fatto, continua a farsi. – « In Francia, scrive un missionario della China, si sarebbe più che maravigliati, se si vedessero poveri infermi che non hanno più di due o tre giorni di vita, venire in barca da quindici, venti, trenta leghe per ricevere gli ultimi sacramenti. Qui è la cosa più comune. Un giorno me ne furono recati nove di differenti luoghi nella stessa cappella; era un vero spedale. Udii le loro confessioni, io gli comunicai, diedi l’estrema unzione a parecchi di loro, e gli rimandai tutti pieni di consolazione; ma la mia contentezza era molto più grande di quella di questi buoni neofiti. Che cosa direbbero di questo pietoso costume i cristiani indifferenti d’Europa, soprattutto se si aggiungesse che questi eroici fedeli muoiono spessissimo nelle loro barche a mezzo del loro viaggio? – « Un piccolo fatto, avvenuto or son pochi giorni, vi farà meglio ammirare la fede dei nostri cristiani. Io era stato chiamato da un infermo a una delle estremità del mio distretto. Dopo la Messa vidi entrare due corrieri che mi pregarono d’andare a visitare un infermo, in una cristianità, lontana dieci leghe; presto mi pongo in via con essi. Cammin facendo ci incontriamo in una barca; erano fedeli che mi recavano un infermo. Non riconoscendo essi il marinaro che mi conduceva, continuarono a dirigersi verso la parrocchia da me lasciata, intantoché io mi recava in un’altra, vicina alla loro. – Quella povera gente, dopo avere remato tutta la giornata, arrivano finalmente verso sera bene affaticati: non trovano nessun missionario; che fare? Si ripongono in viaggio, sperando raggiungermi prima della mia partenza, nuovo disinganno; io mi era portato più lontano, dopo aver detto la santa Messa; le nostre barche s’incontrarono un’altra volta, ma questa volta i nostri rematori si riconobbero. – « L’infermo mi fece compassione ancor più della sua gente. Non potendo tornare indietro, mi esibii di ascoltare la sua confessione nella sua misera barca, e poi di amministrargli l’estrema unzione. Ma questo brav’uomo mi rispose, che da moltissimo tempo non aveva avuto la fortuna di comunicarsi, e che, trovandosi a me vicino, non mi abbandonerebbe senza essere stato munito di tutti i sacramenti. Fu costretto dunque a ritornar fino alla nostra cappella, e fare con me da circa otto leghe. » [Annali, ec., n. 116, p. 58, an. 1848]. – Allo stesso grado di stima del nostro, il dono di scienza pone l’anima del prossimo, e soprattutto di quelli che ci sono uniti con legami di sangue. Mentre oggi presso i cristiani degeneri della vecchia Europa, il matrimonio pare non sia, per gli sposi, che una scuola di scandalo reciproco, una specie d’impresa, di dannazione a spese comuni; tra. i fedeli, di fresco convertiti, la grande preoccupazione del marito è la salute della sua moglie, e reciprocamente. Mercé lo spirito di scienza, essi comprendono quanto è meschina una unione di alcuni giorni, che la morte dovrebbe rompere in eterno, o rendere eternamente disgraziata. – « Nel 1840 fu arrestato nel Tong-kin occidentale un virtuoso padre di famiglia per nome Martino Tho. Fino dal primo giorno del suo arresto, non era parso che si fosse occupato d’altro che del suo sacrificio, benché lasciasse una sposa e otto figli. Ammirabile famiglia tutta animata dello spirito del suo capo, lungi dal cercare di ammollire il suo coraggio, essa faceva voti perché egli rimanesse fedele. « Quattro o cinque giorni dopo che si fu tolto loro il padre, i figli chiesero alla loro madre il permesso d’andare a vederlo in prigione. — Figli miei, disse ella, vostro padre è sul campo di battaglia; non si sa ancora se sarà felice bastantemente per confessare il Vangelo. – L’idea sola dei tormenti che gli si preparano, sono più che sufficienti per le sue prove, senza che voi vi aggiungiate altro. Se andate a visitarlo, forse la vista dei suoi figli, la memoria della sua casa, gli cagionerebbero una emozione funesta alla sua fede, forse la sua tenerezza per voi gli farebbe dimenticare la gloria che lo attende. Pur tuttavia se qualcuno di voi vuol penetrare nella sua prigione, io non mi vi oppongo, purché egli vada prima a consultare il catechista del gran padre Doari: s’egli si adatta alla vostra domanda, io ve lo permetto; se egli la trova imprudente, ritornerete. – «Ma quando si ebbe inteso che il santo confessore aveva trionfato di tutte le sue torture, questa buona madre disse allora ai suoi figli: — Vostro padre, con la grazia di Dio, ha gloriosamente confessato il nome del Signore; or dunque andate a vederlo, consolatelo nelle sue pene, incoraggiatelo a soffrire per amore di Dio. — I due maggiori, maschio e femmina partono subito; l’eroe cristiano stringendoli nelle sue braccia. — O miei figli, gli disse, vostro padre tra poco va a morire. Per voi, questa è l’ultima mia raccomandazione, e la ridirete in mio nome a tutti i vostri fratelli : ricordatevi che non avete che un’anima; pregate Dio che vi faccia la grazia di rimanere fedeli alla vostra religione: soprattutto conservatevi puri dal contagio del mondo.1 »1 [Annali, ec., n. 83, p. 263, an. 1842 – I preziosi Annali della Propag. della fede sono ripieni d’esempi che provano, presso i nostri fratelli d’Asia, d’Africa e d’Oriente la pienezza del dono di scienza, applicato, sia al disprezzo dei falsi beni, sia alla stima della povertà, ossia al discernimento della verità e dell’errore, che produce per risultato la fermezza nella fede e la concordia nelle famiglie.]. – La fortezza è il quarto dono dello Spirito Santo : operare e patire sono i. suoi due obbietti. Esso si manifesta con la quarta beatitudine, vale a dire con atti d’incrollabile amore per la giustizia, per 1’espulsione di Satana dai domìnii ch’egli ha usurpati, e per lo stabilimento del regno del Verbo redentore, sia in noi stessi, che negli altri. In fatto d’impresa eroica, io non so’ se yì è nulla di paragonabile all’ introduzione di uno dei nostri missionari nella penisola di Corea. – Da parecchi anni il sig. Maistre tentava invano d’entrare per terra o per mare in quel paese idolatra. Respinto da tutte le parti, ma non scoraggiato, egli formò l’audace progetto di farsi gettare sulla costa con una vecchia guida, e di aspettare dal cielo l’esito del suo generoso disegno. Ma il piano era più facile a concepire che ad eseguire. In mancanza di giunca o di nave, ci voleva una barca e non ve n’erano punte; un pilota parimente mancava. Chiesto con insistenza agli uomini che si vantavano d’essere intrepidi, barca e pilota, gli furono ricusati. Lungi da lasciarsi abbattere, il missionario raddoppiò di fiducia in Dio; né fu ingannato. – Un padre Gesuita, missionario in China, che aveva qualche cognizione nautica, venne ad offrirsi per pilota in quella deficienza generale. Si giunse a trovare un piccolo giunco pagano e alcuni rematori. Per proteggere, quanto era possibile, la piccola spedizione, il console di Francia a Chang-hai, rimise al padre Helot, stabilito comandante della flotta, una commissione d’andare a visitare gli avanzi del naufragio di una nave francese, affondata sulle coste di Corea. Essendo tutto in tal modo organizzato, la piccola giunca levò la sua ancora di legno, spiegò le sue vele di paglia, e veleggiò pel mare giallo, versò l’isola sconosciuta del campo francese. Appena preso il largo, si sollevò a un tratto una furiosa tempesta. Satana l’aveva sollevata per sventare la santa impresa. Per lungo tempo la barca lottò contro i flutti, i quali con uno spaventevole ruggito, s’accumularono a lei dinanzi, per sbarrargli il passo e inghiottirla. – Dopo inutili sforzi, bisognò girare di bordone andare a cercare un riparo dietro un’isola vicina. – Lungi dall’abbattere il coraggio dei due missionari, divenuti piloti, questo terribile contrattempo non servì che ad accrescerlo. Quarantott’ore dopo, il fragile scafo rimise alla vela. Di già la spiaggia era scomparsa, ed era prudente di assicurarsi della direzione da tenere. S’interrogarono gli strumenti che non diedero certa risposta. Otto giorni erano scorsi, e nulla ancora sull’orizzonte era venuto a rallegrare gli inquieti sguardi degli intrepidi navigatori. Finalmente il nono giorno, si trovarono davanti un piccolo gruppo d’ isole, verso il quale si dirizzò allegramente la barca. I missionari scesero nel villaggio fabbricato sulla costa, per abboccarsi con gli abitanti. – Tutt’ad un tratto ecco il mandarino del luogo che arriva, egli pure per fare agli stranieri delle interrogazioni imbarazzanti; gli si accorda un appartamento a bordo. Il padre Helot che riunisce le funzioni di pilota a quelle di capitano e d’incaricato d’affari, si affretta di’ prendere la parola per il primo, e di presentare le sue lettere al mandarino, pregandolo di indicargli il luogo del naufragio. L’astuto magistrato ricusa di rispondere. Gli si dice di partire, e appena ha voltate le spalle si rimette alla vela. Qualche altra ora di dimora, tutto avrebbe compromesso. Dopo una navigazione in mezzo a pericoli d’ogni sorta, si scopre il punto desiderato di sbarco. Allorché la notte fu giunta, il signor Maistre rivestì in fretta il suo povero costume coreese, in mezzo al religioso stupore della gente dell’equipaggio; dopo di che egli scese con la sua vecchia guida in un piccolo canotto, avendo un bambu per albero e una treccia di paglia per vela. Portando sulle sue spalle una piccola valigia delle cose più necessarie, l’intrepido missionario si pose a calcare il sentiero scosceso dei monti, dietro i quali disparve ben tosto, per andare, con pericolo della sua vita, a sacrificarsi agli imminenti pericoli dell’ apostolato. [Annali, n. 148, p. 233 e seg., an. 1863. — Il signor Maistre è diventato uno degli illustri martiri di Corea]. – Affrontare la morte sopra un campo di battaglia, vuol dire essere bravo, benché si sia circondati da migliaia d’altri uomini che l’affrontano del pari, e che si sia provvisti di tutte le armi necessarie per difendersi. Ma che nome dare a quello che solo e senza armi va ad affrontarla in mezzo ad un intero popolo, la cui felicità sarà d’immolarlo e di nutrirsi del suo supplizio? Lo spirito di fortezza, può solo operare un simile prodigio. La prova è che il mondo pagano antico non l’ha mai visto, nemmeno lo scisma o l’eresia. Soffrire è ancor più eroico, ed è un nuovo miracolo dello spirito di fortezza. – Due esempi ancora di questa sovrumana fortezza, nelle prove e in mezzo alle più violenti tentazioni. – « Nella Cocincina, due piccole figlie di un cristiano, chiamato Nam, una di 14 anni, l’altra di 10, erano state condotte alla prefettura con la loro madre e padre e nonno. Sul loro rifiuto di apostatare, il mandarino ordinò di batterli sui piedi e sulle gambe, per farli andare a camminare sulla croce. Questo supplizio crudele deluse l’aspettativa del mandarino. Le due fanciulline si lasciarono orribilmente martoriare piuttosto che fare un passo innanzi. Prese e poste a forza sull’ istrumento della loro salute, esse non cessavano di protestare contro la violenza che era stata lor fatta, e si scusavano di questa involontaria profanazione con le testimonianze del più profondo rispetto. Il giudice non poté resistere a coraggio cosi eroico, e le rinviò con la loro madre. » [Id., n. 73, p. 555, an. 1840]. – Lo Spirito di fortezza opera lo stesso miracolo in China, facendo due eroine di due piccole Annamite, naturalmente tanto timide: « Ecco alcuni particolari intorno la costanza della quale una giovine chinese per nome Anna Kao, ha fatto prova nella persecuzione. Sorpresa nel momento in cui ella faceva la sua preghiera, fu arrestata dai satelliti che le proposero di scegliere tra l’apostasia e la morte. Essa non esitò a risponder loro con fermezza, che preferiva morire. La condussero dunque al tribunale per farla comparire davanti ai grandi mandarini. Questi le ordinarono di mettersi in ginocchio sopra una catena di ferrò; due soldati snudarono le loro sciabole, e gliele posero sul collo per spaventarla. In questo stato, gli si comandò di calpestare la croce: essa resisté a questa nuova prova con la stessa costanza. Allora i mandarini che sapevano che essa era sfinita dalla fame, le fecero presentare del cibo e le dissero di mangiare, in segno di apostasia. Essa tosto rispose: “Se voi ritenete per apostasia il mangiare, io vi dichiaro che morrò di fame, ptuttostoché prendere il più piccolo nutrimento; ma se voi non vi vedete che una azione ordinaria e indifferente; io mangerò”. Il mandarino confuso, le disse con ira: “Tu sei una ostinata, smangia pure se ti piace”. La famiglia e la figlia del mandarino, mosse a compassione per la vergine cristiana, unirono le loro istanze a quelle dei giudici, e l’esortarono vivamente a rinunziare alla fede; ma essa resisté a questa nuova tentazione, come aveva resistito alle minacce. Condotta nella città, sostenne a più riprese gli stessi combattimenti, e sempre con ima costanza imperturbabile: costei è tuttora in prigione. » [Annali, n. 76, p. 261, an. 1841]. – In confronto a simili prove, che cosa sono le nostre se non giuochi da fanciulli? Se noi soccombiamo, è perché ci manca il dono di fortezza. Questo dono allorché è nella nostra anima, opera ciò che ammiriamo e ciò che dice un pio autore: «Il legno rincollato si rompe, piuttosto altrove che nel punto della saldatura. Così è dell’anima unita a voi, o mio Dio, pel dono di fortezza: testimoni i martiri. È più facile separare il piede dalla gamba e il capo dal collo, che separarli dal vostro amore. In essi il timore aveva formato questo doppio cordone della carità, difficile a rompere. Essi vi amavano di tutto cuore senza errore; con tutta la loro anima, senza resistenza, con tutto il loro spirito, senza oblio. Signore, concedetemi un simile amore, affinché io non sia giammai separato da voi. » [Idiotae contemplat, c. XIV] – Al quinto gradino della misteriosa scala che ci conduce a Dio noi troviamo il dono di consiglio; il quale si cambia nella quinta beatitudine. Farci correre con ardore dove la voce di Dio ci chiama, cercare tutti i mezzi di conoscerla, di liberarci, per quanto le condizioni dell’esistenza terrena lo permettono, da tutti gli ostacoli alla nostra perfezione, e per ciò, non indietreggiare dinanzi a qualunque sacrificio: tali sono gli atti beatifici che rivelano in un’anima la presenza dello Spirito di consiglio. Noi lo vediamo risplendere nella condotta dei primi cristiani. Siccome il mondo pagano lo ammirava, or sono diciotto secoli, nella condotta dei nostri padri, cosi il mondo moderno, ridiventato pagano, è forzato a riconoscerlo in quella dei nostri giovani fratelli della China e dell’Oceania. – Per conseguenza desiderare ardentemente di ricevere lo Spirito Santo è di già un effetto del dono di consiglio. – Era animata da questo desiderio la giovinetta di cui parlano i nostri preziosi Annali della Propagazione della fede. « La mia seconda missione, scrive uno degli apostoli della China, fu del pari benedetta. Mi ricordo con piacere di avervi incontrato una fanciullina di dieci anni, benissimo istruita della sua religione, il che, a. quell’età, è estremamente raro presso i chinesi. – « Questa bambinetta desiderava con ardore il Sacramento della cresima, che io esitava nonostante ad accordarle, perché la trovava troppo giovane. Io volli assicurarmi se il suo coraggio eguagliava la sua intelligenza, e le dissi: — Dopo che tu sarai stata confermata, se il mandarino ti mette in prigione e che egli ti interroghi sulla tua fede, che cosa gli risponderai? — Io risponderò che sono cristiana per la grazia di Dio. — E se ti domanda di rinunziare al Vangelo, che cosa farai? — Io risponderò: no, giammai. — Se egli fa venire i carnefici e ti dice: Tu apostaterai, altrimenti ti taglieremo il capo, quale sarà la tua risposta? — Io gli dirò: Taglia! Incantato di vederla così ben disposta e così fortemente risoluta, l’ammisi con gioia al sacramento, che formava l’oggetto di tutti i suoi voti. » [Annali, n. 95, p. 804, an. 1844]. – La vera religione essendo la strada regia dalla terra al cielo, uno dei primi effetti del dono di consiglio è di farci ricercare e usare tutti i mezzi di ben conoscerla. Che cosa di più savio dell’informarsi della sua strada? … non è forse la prima cura del viaggiatore in paese straniero? … e poi, quanto meglio si conosce la religione, tanto più la si ama, e più siamo disposti a fare tutti i sacrifici che essa domanda, e a realizzare il sublime distacco segnato dal dono di consiglio. Sotto questo rapporto, vediamo che cosa esso ispira ai giovani cristiani Annamiti in mezzo anche alla persecuzione. – « I miei catechisti, scrive un missionario della Cocincina, mi avevano spesso parlato di un concorso generale intorno al catechismo che aveva avuto luogo tutti gli anni a Hè-sin, allorché i fedeli godevano una libertà perfetta. Tutte le cristianità vicine erano invitate a prendervi parte. Quella che non avesse risposto all’appello si sarebbe ricoperta di un obbrobrio incancellabile. « Un giorno io dissi ai catechisti: — Bisogna fare un concorso. — Padre, non è possibile. — Io so che un gran concorso come quelli d’una volta, non è possibile; ma un piccolo concorso dove saranno chiamate alcune cristianità soltanto, e che avrà luogo durante la notte, è facilissimo, e quel che più importa, io conto d’assistervi. La domenica seguente si annunziò pubblicamente nella chiesa, la prossima apertura di un concorso sul catechismo. Fu una febbre d’entusiasmo fra tutta la gioventù. Avevano un mese per prepararsi. Se non fossi stato testimone, non mi sarei mai fatto un’idea di una simile emulazione. Tutte le sere, i ragazzi da un lato, le femmine dall’ altro, si riunivano a piccoli gruppi, nelle case dei capi principali incaricati d’insegnare le parole del catechismo. La recita si prolungava fino alle undici, e qualche volta più tardi. – Se aveste attraversato, per caso, la cristianità di Hé-Sin, sareste stato assordito da un frastuono di pie canzoni, che non mancavano di una certa armonia. – Gli Annamiti recitano, cantando, il catechismo, come tutte le loro preghiere. Durante il giorno, era lo stesso strepito nelle case particolari, nei campi e perfino per le strade, dove quelli che si preparavano al concorso ripassavano, interrogandosi a vicenda la lezione della sera antecedente; e la domenica aveva luogo nella chiesa una ripetizione generale, alla quale tutti i catechisti assistevano. Ciascuno dei candidati riconosciuto dal consiglio del suo villaggio, capace di sostenere la prova dell’esame, aveva dato il suo nome. « Il primo concorso ebbe luogo durante un’intera notte nella cappella di Hè-Bang. Questa chiesa sebbene fosse abbastanza vasta non poté contenere la folla degli spettatori. Io dovetti contentarmi d’ essere semplice assistente. Io fui introdotto furtivamente nella chiesa, e nascosto dietro le cortine del grand’altare, dove si era praticata una piccola apertura, per cui potevo veder tutto senza esser visto. Uno de’nostri padri Annamiti, uomo grave e rispettabilissimo tra quei cristiani, presiedé il concorso. Se ne stava seduto magistralmente sopra una poltrona, posta sulla predella dell’altare, mentre in basso sedevano da’ ambo i lati, i capi delle differenti cristianità: gli esaminatori scelti tra i primi letterati di ciascun villaggio, erano nel mezzo: un gran colpo di tamtam annunziò l’apertura della seduta. – « Dopo una solenne invocazione allo Spirito Santo, un personaggio vestito di una lunga toga cerimoniale, trasse fuori da un’urna i nomi dei due primi concorrenti, chiamandoli con una voce stentorea. Un secondo personaggio, adorno dello stesso costume, tirò da un’altra urna un biglietto sul quale erano indicati i capitoli del catechismo che dovevano formare la materia dell’esame, che egli proclamò pure ad alta voce; e il concorso incominciò. I due candidati s’interrogavano e rispondevano alternativamente, in mezzo a un silenzio profondo, interrotto qualche volta da un piccolo rullo di tamburo; ciò accadeva quando qualcuno di loro sbagliava qualche parola. Allora essi si fermavano finché gli esaminatori non avessero giudicato se l’errore doveva essere considerato come uno sbaglio o no. Vi erano solamente due gradi: quello che recitava imperturbabilmente e senza punti errori la parte che gli toccava in sorte, otteneva il primo grado. Una sola parola pronunziata con esitanza, faceva passare al secondo grado. Ai tre sbagli, non si meritava né biasimo, né lodi; ai quattro si era censurati. I due personaggi con la lunga veste proclamavano i nomi dei vincitori, i quali condotti in processione e al suono di musica, all’altare della Madonna vi facevano omaggio a Maria del loro trionfo, si consacravano a Lei con una speciale preghiera, e se ne ritornavano al loro posto in mezzo ad una sinfonia musicale. – « Il concorso che aveva durato sino al mattino fu terminato con una Messa di ringraziamento, seguito da una larga distribuzione di croci, di medaglie e di abitini. Ma questa moltitudine aveva fame; né si poteva rimandarli digiuni. D’altronde, presso gli Annamiti, una festa religiosa non sarebbe completa, se essa non avesse terminato con un pasto. Io non volli derogare all’usanza. – Ma fu invano quando, dietro i miei ordini, si invitò al banchetto i disgraziati vinti; essi si nascosero così bene che non vi fu modo di trovarli. Essendo la festa terminata con soddisfazione generale, ogni gruppo se ne ritornò allegro al suo villaggio, ed io rientrai nella mia prigione. » [Annali, ec., n. 146, p. 20 e seg., an. 1858]. – Al racconto di questi devoti concorsi, i nostri grandi dottori d’Europa balbetteranno certamente la parola puerilità, e sorrideranno di compassione. Serbino pure i loro sorrisi per sé e per i loro concorsi agricoli ove non fanno altro che presiedere insieme ad altri gravi personaggi alla mostra di buoi, vacche, cavalli, muli, asini e maiali, poi dare premi ai più bei prodotti, in vista di procurare il miglioramento di tutte le razze di bestie, asinina, bovina, caprina e porcina; quest’esercizio utilissimo è proprio degno di loro. Essi chiameranno ciò un glorioso progresso del secolo dei lumi! E agli occhi di questi stessi uomini sarà puerile esercitare, con una nobile emulazione, anime immortali alla conoscenza profonda delle verità, che sono la condizione della loro felicità e la base stessa della società? Voi parlate di puerilità: dite da qual lato ella si trovi. Se voi l’ignorate, tanto peggio per voi. Questo è un segno che siete scesi al livello dei vostri concorrenti.11 [“Homo cum in honore esset non intellexit; comparatus est jumentis insipientibus et similis factus est illis”. Ps. 48.— “Animalis homo”. I Cor., II, 14]. – Frattanto i frutti del dono di consiglio si manifestano presso i nostri giovani fratelli, come presso i nostri avi. Conservare con la terra meno rapporti che sia possibile, a fine di camminare di un passo fermo e rapido verso la patria eterna; rompere anche per questo se bisogna, i legami più cari della natura: tali sono gli esempi che essi ci danno. – Ascoltiamo uno dei loro apostoli ; « Non potendo più rimanere nella Nuova Caledonia, senza respingere la forza con la forza, annunziai ai. nostri neofiti, venuti da dieci leghe di distanza, la nuova della nostra partenza. Essi avevano la scelta o di tornarsene a casa, oppure di venire a Futuna, ove troverebbero i missionari. – A questa notizia, tutti si misero a piangere; era la fede che produceva questo effetto. — E mio padre, diceva uno: e mia madre, diceva l’altro, non saranno dunque mai cristiani? Così si sforzava il loro dolore. Io non potei reggere a questo spettacolo e mi allontanai per lasciar loro agio di consultarsi. « Dopo pochi istanti ritornai e feci cessare i loro singulti, chiedendoli che partito avevano preso. — Seguirvi dovunque voi andrete, risposero. — Ma se noi ritorniamo in Europa, là fa freddo e morirete ben tosto. — Tanto meglio; adesso noi non desideriamo altro che la morte. – Il loro unanime parere fu di trasferirsi in un’isola molto lontana, dove vi sarebbero dei missionari, a fine di non più udir parlare d’una patria, ch’essi consideravano come riprovata per sempre. Sciogliemmo dunque le vele, e durante la traversata che fu di un mese, i nostri carissimi cristiani erano cosi edificanti, che il capitano e l’equipaggio, sebbene tutti protestanti, mi hanno domandato più volte d’invitare i nostri neofiti a fare la loro preghiera sul ponte, per avere il piacere d’esserne testimoni. – « Noi gettammo l’ancora a Futuna una domenica mattina. Il porto epa deserto. — Dove sono gli abitanti di questo villaggio, mi ripetevano di continuo il capitano e i marinari? Essi ignoravano che gli indigeni di Futuna, ferventi cattolici, erano tutti andati alla Messa. Le case erano abbandonate, perché in quell’isola convertita, non si sapeva che cosa fosse furto. Dopo un’ora d’aspettativa, udimmo risuonare da tutte le parti il cantico dei cantici. Erano gli isolani che ritornavano dalla chiesa benedicendo il Signore. I nostri padri si affrettarono di venirci a ricevere, ed i primi cristiani della Nuova Caledonia perseguitati per la loro fede dai loro compatrioti, erano ricevuti come tanti fratelli dai nuovi fedeli di Futuna. » [Annali, ec., n. 188, p. 388 e seg., an. 1851]. Abbandonare la via del cielo, lasciare il suo paese e la sua famiglia, è un tratto evidente del dono di consiglio, ma abbandonare se stesso è ancor più evidente. – « A Vallis, scrive un Missionario, dove ho esercitato per cinque mesi il santo ministero, ho avuto molte consolazioni: tra le altre, quella di vedere tre giovani, figlie dei più grandi capi dell’isola, chiedermi con istanza il permesso di consacrarsi a Dio in un modo speciale, mediante il voto di castità. Questo pensiero, esse l’avevano avuto di suo, per la sola ispirazione della grazia. Lo Spirito Santo aveva loro insegnato che questo era un consiglio evangelico, il cui libero adempimento piace al Signore. » [Annali, ec., n. 96, p. 398, an. 1844]. – Non é solamente sulle spiagge inospitali dell’Oceania, che lo Spirito Santo fa germogliare i fiori della verginità; ma essa si estende ancora nel suolo tanto profondamente solcato della China e della Cocincina. Lasciamo parlare un apostolo deil’Impero Celeste: «Noi abbiamo in ciascuna cristianità un certo numero di persone, le quali senza essere legate da voti religiosi, fanno professione di custodire la verginità. Possiamo con verità chiamarla il fiore della missione, e questa specie di fiore forma la gloria del giardino della Chiesa. – È un bel vedere il ceppo della verginità risplendere qui in mezzo al fango dell’idolatria. Non ci si può immaginare mai quanto sia grande la licenza dei costumi in paese infedele; ma l’eccesso del vizio serve, nei disegni di Dio, a far risaltare lo splendore della più pura delle virtù; e non ci vorrebbe di molto, ad occhi chiaroveggenti, riconoscere la sua celeste origine. Nel mio distretto che conta circa nove mila anime, vi sono più di trecento vergini. Tutto quel che fanno in Europa le Suore di san Vincenzo de’ Paoli, lo fanno altrettanto quelle vergini Chinesi. » Id. n. 116, p. 44, an. 1848. – Sono queste tante figlie di antropofagi, o di idolatri abbrutiti, divenute tutt’ad un tratto tante vergini cristiane, cioè dire tutto ciò che vi ha di più bello, di più sublime, di più angelico! 1 1 [Abbiamo a Parigi tra le suore di san Vincenzo dePaoli una ragazza parente di Àbdel-Kader!]. – Alla vista di questo miracolo mille volte ripetuto, che cosa direbbe il mondo pagano, esso che sotto Augusto, non può trovare sette vestali nell’impero dei Cesari? Uno meno incredulo degli empi moderni, esclamerebbe: “Il dito di Dio è qui”. “Digitus Dei est hic”! e avrebbe ragione. – Il sesto dono dello Spirito Santo è il dono d’intelletto. Gli atti ch’egli produce e che formano la sesta beatitudine, sono degli atti rivelatori di una cognizione chiara delle verità cristiane, di magnanimità nella fede, di conformità sostenuta tra la pratica e la credenza, in una parola, il regno effettivo del soprannaturale nell’ uomo e nella società. « Si può dire, scrive un missionario dell’Oceania, che Io Spirito Santo si è fatto in Persona il catechista del fanciullo, del quale ora parleremo. Ho trovato a Tonga un piccolo prodigio, al quale voi durerete fatica a credere. – È un bambino di cinque anni, e tuttavia sì abbastanza istruito, che non mi‘è riuscito a imbrogliarlo, interrogandolo in tutti modi intorno al catechismo. Quest’angioletto ci ha domandato il permesso d’insegnare la dottrina cristiana ai suoi parenti, i quali fuorché sua madre e suo padre, sono ancora tutti nel paganesimo. E un catechista tanto più eccellente, poiché nulla si può ricusare alla sua innocente semplicità. – «Egli stesso dice il Benedicite e le Grazie in famiglia. Appena ha visto celebrare la Messa cinque o sei volte che già ne imita tutte le cerimonie. Una foglia di banano gli serve da corporale; una conchiglia di mare gli tien luogo di calice. Quando sarà grande, ripete egli, vuol dirla davvero. Piaccia a Dio che questa vocazione si confermi, e che un di l’Oceania lo conti nel numero de’ suoi apostoli. » [Annali della Propag. ec., n. 104, p. 36, an. 1846]. Il dono d’intelletto che apre cosi meravigliosamente lo spirito del fanciullo, produce nell’uomo fatto, una specie d’intuizione della verità, di modo che la fede, sciolta dai suoi oscuri veli, diviene imperturbabile. In questo genere nulla supera l’esempio dato dal re di Bongo al Giappone. La sua conversione fece la gioia della Chiesa. In seguito, oppresso da avversità e da umiliazioni, nel momento in cui tutto pareva congiurato per turbare la sua fede, ei pronunziava solennemente queste belle parole: « Io giuro alla vostra presenza, o Dio potente, che quando tutti i Padri della Compagnia di Gesù, per il cui ministero Voi mi avete chiamato al Cristianesimo, rinunziassero essi medesimi a quel che mi hanno insegnato; quando io fossi assicurato che tutti i cristiani d’Europa avessero rinnegato il vostro nome, io vi confesserei, riconoscerei e adorerei, ancorché mi dovesse costare la vita siccome io vi confesso, riconosco e adoro per il solo vero e potente Dio dell’universo.1 » [Annali, ec., n. 125, p. 225, an. 1849]. – Il dono d’intelletto, illuminato dallo spirito, opera sulla volontà, e gli dà l’intelligenza della vita. Ora, siccome la vita é una prova, la penitenza è la sua legge. «Un gran numero de’ nostri cristiani, scrive un missionario dell’India, digiunano il sabato, cioè non fanno che un pasto solo, verso il tramontar del sole. Quante volte nelle mie escursioni, non ho io inteso il mio compagno di viaggio rispondere a coloro che gli domandavano se aveva mangiato in quel giorno : — Eh! non sapete voi che oggi è sabato? — E nonostante, quel povero cristiano mi aveva seguitato tutta la mattinata, portando sul suo capo un grosso fardello. Egli era rifinito dalla stanchezza, per agevolare il successo del mio ministero! Vi sono molti paesi dove questa pratica è quasi che universale, anche tra gli operai. Parecchi tra essi, soprattutto quando sono padroni di sé, preferiscono non lavorare che metà della giornata, a fine di potere differire sino alla sera il loro unico pasto. – « Questo spirito di mortificazione mi fornisce spesso l’occasione di edificarmi al santo tribunale. Perciò, se mi accade per esempio d’imporre per penitenza qualche digiuno nel sabato. — “O padre mio, rispondono una quantità di neofiti, io digiuno tutti i sabati”. — Ciò basta, rispondo. Ma di rado se ne contentano; se io indico il mercoledì o il venerdì, io trovo spesso il secondo posto di già preso, per un altro digiuno di devozione. Ultimamente io aveva prescritto una buona opera simile. – La mia penitente parve molto imbarazzata. Che v’è egli accaduto ? — “O padre mio, da tre anni io non mangio che una volta al giorno. Come farò io per adempire al digiuno che m’imponete”? Io lo ripeto; questi esempi non son rari tra i nostri cristiani. » [Annali, ec., n. 87, p. 87, an. 1848]. – Impariamo! questi cristiani, nati di ieri, potrebbero essere i giudici degli antichi seguaci della fede. Comunque sia, ammiriamo la Provvidenza che scelse questi fedeli dell’Oriente per fare, con le sante loro austerità, il contrappeso al sensualismo d’Occidente. – Il settimo dono dello Spirito Santo, nell’ordine ascendente, è il dono di sapienza. Come ultimo grado di luce e d’amore dinanzi alla visione beatifica, esso apre alla verità gli occhi dello spirito e soprattutto l’orecchio del cuore. Ei fa vedere Dio, fa gustare Dio, trasforma in Dio, compiendo la nostra filiazione divina. Volete voi vederlo in atto? Studiamo la settima beatitudine, vale a dire gli atti beatifici con i quali si manifesta! Pigliamo per esempio un indifferente, un incredulo, uno di quegli uomini, la cui stirpe oggi è tanto numerosa, che ha occhi e non vede niente; che ha un cuore e non sente nulla delle cose soprannaturali, un uomo infine, come il capitano, del quale adesso parleremo: sottoponetelo all’azione del dono di sapienza, e voi vedrete un miracolo. – Durante la traversata che gli conduceva alfa loro missione, alcuni dei nostri missionari impiegavano i loro ozi a catechizzare i giovani marinai del bastimento, all’oggetto di prepararli alla prima comunione. Per essi la Messa era detta ogni domenica; ma il capitano non si era dato premura di assistervi. Giammai un segno né una parola che annunziasse, se egli era cattolico. Tutt’ad un tratto, in conseguenza di una buona lettura, ei lasciò sfuggire poche parole che rivelavano i combattimenti della sua anima. Lo spirito di sapienza veniva a toccarlo. « Iddio ci ispira di cominciare una novena per ottenere la sua conversione; e questa terminava il 3 giugno. Ebbene! il giorno stesso a ore nove di sera, nel momento in cui uno dei missionari passeggiava sul ponte, il capitano l’osserva, e con voce commossa gli dice: — Signore, ho un gran favore da chiedervi. — Eccomi pronto per voi, risponde il missionario. — Io voglio confessarmi, non questa sera, perché un giorno non mi basta per prepararmi, ma non più tardi di domani. – Poi la conversazione s’impegna e si prolunga fino a notte inoltrata. L’indomani il capitano assiste alla Messa, benchè non fosse domenica. L’equipaggio tutto rimase stupito. Noi avevamo fissato la prima comunione alla festa della SS, Trinità. Ma il capitano avendo manifestato il desiderio di comunicarsi, se era possibile, coi suoi marinari, e volendo avere più tempo per prepararsi a questo atto cosi augusto, ci arrendemmo di buon cuore a’ suoi desideri. Frattanto la vita del capitano diveniva quella d’un apostolo. Egli predicava con la voce delTesempio. Una sera essendo uscito da confes sarsi, avvicina uno dei missionari e gli parla del buon Dio in un modo così commovente, che il nostro caro confratello era rapito nel sentirlo. Finalmente entrarono a discorrere delle possessioni del demonio. — Credete voi, dice il capitano, che esistano tuttora di questa sorta di possessioni? “Senza dubbio; esse sono abbastanza frequenti nei paesi infedeli”. — Infatti, riprese il capitano, mi è accaduto di fargli un brutto scherzo, tanto egli deve digrignare i denti ili fondo all’inferno. – Dicendo queste parole, gli scappò dai suoi occhi una grossa lacrima, che andò ad inumidire i suoi mustacchi. – « Finalmente giunse il 19 giugno. Quel giorno fu senza alcun dubbio uno dei più belli della nostra vita. – Vi fu comunione generale. Il ponte della nave era diventato una chiesa. Semplici tende artisticamente tese, formavano il tetto e le mura; l’interno era addobbato di bandiere; stuoie chinesi ricoprivano il pavimento; immagini, quadri ornavano l’altare improvvisato; la nostra chiesa ondeggiante era, se non magnifica, almeno passabilmente bella: ma incomparabilmente più bello era lo spettacolo che presentava l’equipaggio. Marinai, ufficiali, capitano, tutti erano là coi loro abiti da festa, in atteggiamento rispettoso. La dolce gioia del cielo raggiava su tutti i volti. « Quando tutto fu finito, venne il capitano a gettarsi al collo del suo confessore dicendo : — Gli istanti più beati della vita sono sempre misti a qualche amarezza; ma per oggi il cuore è contento del tutto. — Voi avreste pianto di gioia sentendo i nostri marinai fare parimente le loro riflessioni. — Vedete, diceva uno dei più vecchi, se io facessi ora in .questo momento naufragio, il morire mi parrebbe lo stesso che mangiare un pezzo di pane. — Terminata che fu la cerimonia con una perfetta calma, la brezza cominciò a soffiare, e la nave a solcare rapidamente le onde. — È forse sorprendente, esclamò il timoniere, questo andare cosi presto? … è perché la nave è scarica di un immenso peso. Io, aveva più peccati del peso che ha il bastimento, ed ora tutto ciò è passato attraverso le cannoniere. » [Annali, ecc., n. 105, p. 102 e seg.]. – Di un cristiano indifferente ed incredulo fare un devoto neofita, un apostolo ardente, inondare di splendori e di delizie un cuore chiuso a tutti gli impulsi della grazia, e ciò in un istante, ecco senza dubbio un miracolo del dono di sapienza. Di un antropofago fare un uomo, di quest’uomo un figlio d’Àbramo, rinnovando il suo essere da cima a fondo, sino al punto di fargli detestare tutto ciò che amava, amare tutto quello che detestava, e questo con una invincibile costanza, è un altro miracolo uguale, se non superiore al primo. – « Nel loro amore per la loro giovine fede i nostri neofiti di Mangarèva cantano dappertutto sopra un ritmo assai grazioso, i severi dogmi del cristianesimo, come anticamente i Rapsodi cantavano le finzioni d’Omero, e i pescatori italiani i versi del Tasso. Ogni anno, quando sono vicini alla festa del Redentore, gli abitanti di ciascuna delle isole compongono al loro modo una specie di racconto espositivo dei luoghi del Vangelo che gli hanno colpiti. Tutti, tanto uomini che donne, contribuiscono alla redazione di questa compilazione letteraria, secondo il loro grado d’intelligenza o di memoria. Compiuto questo lavoro, l’isola intera l’impara a mente, per mezzo di ripetizioni in comune, cantandolo sopra un’aria inventata espressamente. Poi, venuto il dì solenne, tutti gli abitanti dell’arcipelago si riuniscono a Mangarèva, e cantano il loro peï all’ombra degli alberi e sotto la presidenza degli anziani di ciascun’isola. – Tutti gli abitanti cosi raccolti proclamano l’idea che ha riportata la vittoria. Questi sono i giochi floreali di Mangarèva. « Questo popolo che adesso, per l’innocenza dei suoi costumi, forma l’ammirazione di tutti gli ufficiali di marina, è però quello stesso che, prima dell’arrivo dei missionari, accoglieva ostilmente le navi che venivano a visitarlo. – Gli abitanti erano in guerra continua e si scannavano tra di loro. Essi erano antropofagi sino al punto, che una volta, dopo una lotta sanguinosa tra ambe le parti, essendo stata alzata un’enorme massa di cadaveri, i vincitori, in luogo di sotterrare quelle vittime gli divorarono in un gran banchétto che durò otto giorni. Parecchi vecchi attestano altresì questo fatto, e mostrano il luogo dove erano ammassati i cadaveri. – « Non sono ancora tre anni che viveva una donna che aveva mangiato due suoi mariti, morti uno dietro l’altro, in tempo di carestia. I loro costumi erano dissoluti, come quelli di tutti gli Oceanici. Essi erano ladri, sino al punto d’involarsi a vicenda le loro raccolte di datteri, e che essi tentavano di portar via sino sulle navi che erano ancorate alle loro spiaggie. Oggi i loro costumi sono diventati altrettanto puri quanto quelli del villaggio di Francia il più religioso. Il furto cosi radicato nel cuore di ciascuno oceanico, è completamente estirpato di mezzo ad essi. Parecchi capitani di navi mercantili hanno voluto farne la prova. Percorrendo un’isola lasciavano cadere, come per svista, delle pezzuole di seta e dei colletti. Sempre gli oggetti erano fedelmente riportati dal primo abitante che gli incontrava.1 » 1 Annali, ecc., n. 143, p. 298 ecc.]. – Ecco come questo popolo è stato trasformato dal dono di sapienza. [Intorno ai rapporti dei doni con le beatitudini, vedi S. Aug., De serm. Dom. in monte, lib. I, n. 8-14 opp. t. III, p. 1498, ecc., ediz. Novissima]. –

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Se lo Spirito del bene ha la sua scala di deificazione, la grande scimmia di Dio, Satana, ha altresì la scala di degradazione. Noi conosciamo la prima; importa conoscere la seconda. Come in pittura l’ombra é necessaria per far risaltare i colori, così nell’ordine morale, l’errore e il male servono a porre in rilievo il vero e il bene. – In quella stessa guisa che egli ha i suoi doni, ha eziandio le sue beatitudini. Entrando esso in un uomo, mediante il peccato mortale, gli comunica i primi; e il disgraziato pratica gli atti pretesi beatifici che ne derivano. Il primo dono di Satana è l’orgoglio, principio di ogni peccato, come l’umiltà è il principio di ogni virtù. – L’ultima parola dell’orgoglio, è Amanno, appeso a una ghigliottina di cinquanta cubiti; Nabuccodonosor, mutato in bestia. Rendersi odioso a Dio e agli uomini, questo è il termine a cui fa capo la prima beatitudine satanica. – Il secondo dono di Satana é l’avarizia. Il suo capo d’opera, è il ricco malvagio che muore e che è sepolto nell’inferno; è Giuda che vende il suo maestro e che s’impicca. Fare dell’uomo il più insensato e il più scellerato degli uomini è l’ultima parola della seconda beatitudine satanica. Il più scellerato: « Non vi è uomo più scellerato dell’avaro, dice lo Spirito Santo; per esso ogni cosa è da vendere anche l’anima propria.» [Eccl. X, 10]. – Il più insensato; la vita che gli era data per guadagnare il cielo, ei la consuma a fabbricare delle tele di ragno, fragili tessuti che non possono nemmeno servire di lenzuolo. [Is. LIX, 5, 8]. – Il terzo dono di Satana, è la lussuria; messa in azione, va a finire attraverso mille lordure con Salomone e con Sardanapalo, affogati nella cloaca dei loro bestiali costumi. Ignominia di tutto quanto l’uomo, accecamento dello spirito, insensibilità del cuore, morte nell’impenitenza: tale è nei suoi effetti generali la terza beatitudine satanica. – Il quarto dono di Satana, è la gola. L’epicureo coronato di rose che canta il vino e il piacere per prepararsi alla morte; Baldassarre che riempie Babilonia del frastuono dei suoi festini, mentre i Medi sono alle porte della città, sono la traduzione vivente della quarta beatitudine satanica. – Il quinto dono di Satana, è l’invidia. Vogliamo noi vederlo in azione? Caino che uccide suo fratello, ed i farisei che fanno morire il Figlio di Dio: ecco il termine glorioso della quinta beatitudine satanica. – Il sesto dono satanico, è l’ira. La iena con i crini irti, la leonessa alla quale vengon portati via i suoi leoncini, l’ istrice armato delle sue trecce, deboli tipi ai quali l’uomo diviene simile, praticando la sesta beatitudine satanica. – Il settimo dono di Satana, è la pigrizia. Il Chinese di cui parlano i nostri missionari, e per il quale il mondo soprannaturale è come se non fosse, indifferente a tutto, eccetto a quattro verità: bere molto, mangiar bene, digerire e dormir bene; esso non darebbe .una sapequa per conoscere un domma di più, e che tiene per suprema sapienza la sua indifferènza stupida in materia di religione. [“Impius, cum in profundum peccatorum venerit, contemnit”. Prov., XVIII, 8]. – Tale é la personificazione della settima beatitudine satanica. – Così lo Spirito del male viene a prender l’uomo beatificato a suo modo, di mezzo a questo marasma vergognoso e colpevole; in cui a poco a poco lo ha condotto, per trasportarlo nel soggiorno della sua beatitudine eterna.

 

S.S. PIO XII: Invicti Athletae Christi

“Invicti Athletae Christi”

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Questa enciclica di S. S. Pio XII, è incentrata sulla figura del Santo Martire Andrea BOBOLA, martire della fede, e risale al – 16 maggio 1957; venne composta in occasione del III Centenario del martirio di Sant’Andrea Bobola. Tra le altre cose ricordate dal Santo Padre, che riguardano la vita del Santo citiamo: … Andrea rispose: “Sono sacerdote cattolico; nato nella fede cattolica, nella stessa fede voglio morire; la mia fede è la vera e porta alla salvezza; voi piuttosto fate penitenza, altrimenti coi vostri errori non vi potrete in nessun modo salvare; mentre se abbraccerete la mia fede, conoscerete il vero Dio, e salverete le anime vostre”». Queste parole rivolte agli eretici del suo tempo, sostenute dall’autorità di S.S. Pio XII, le facciamo senz’altro nostre perché possiamo ugualmente rivolgerle agli eretici attuali, a quelli del “novus ordo”, agli pseudo-tradizionalisti delle “Fraternità Scismatiche Sacrileghe” e delle varie chiesette, gestite da personaggi pittoreschi senza giurisdizione né missione, e quindi totalmente fuori dalla Chiesa Cattolica.

Il Paragrafo seguente vogliamo invece riportarlo interamente perché in linea con gli intenti del blog.

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(….)  II

“Ci è piaciuto toccare minutamente e concisamente in questa lettera enciclica i principali lineamenti della vita e della santità di Andrea Bobola, perché tutti i figli della Chiesa Cattolica abbiano non solo a volgere a lui il loro sguardo di ammirazione, ma a imitarne anche con pari fedeltà la purissima dottrina religiosa, la fede integerrima e quella fortezza con la quale combatté per l’onore e la gloria di Gesù Cristo fino al martirio. Stimolati da voi, venerabili fratelli, meditino tutti le sue eccelse virtù, specialmente in queste celebrazioni centenarie; e tutti ritengano un dovere camminare sulle sue santissime orme. – Oggi, purtroppo, in non pochi luoghi la fede cristiana è debole o sul punto di estinguersi. La dottrina evangelica da non pochi è quasi del tutto ignorata; da altri – e ciò è ben peggio – è interamente respinta, quasi non si concili col progresso di uomini che pretendono quaggiù di trarre non da Dio ma da se stessi, cioè dal loro ingegno, dalle loro forze, dalla loro vigoria, i mezzi per vivere, per operare, per domare i principi e gli elementi e ridurli al proprio servizio, a comune vantaggio e benessere nella vita sociale. E non mancano poi coloro che si adoperano per sradicare dall’anima di altri, soprattutto degli ignoranti e dei semplici, e di quanti sono già contaminati dall’errore, la fede cristiana – unico conforto in questa vita mortale particolarmente per i più miseri -, promettendo una felicità che pienamente mai si può conseguire in questo esilio terreno. Dovunque, infatti, miri la società umana, dovunque essa tenda, se si allontana da Dio, anziché godere della tranquillità agognata e della concordia e della pace degli animi, finisce per turbarsi e angosciarsi, come chi è agitato dalla febbre; e mentre tende ansiosamente alle ricchezze terrene, ai vantaggi e ai piaceri, fidando solo in essi, insegue un’ombra fugace, s’appoggia al caduco. Infatti, senza Dio e la sua santissima legge non può esserci tra gli uomini un giusto ordine, né una vera felicità, poiché manca il solido fondamento sia alla condotta privata sia alla società civile. Inoltre, voi ben sapete, venerabili fratelli, che solo le cose celesti ed eterne, non già le cose instabili e passeggere, possono soddisfare interamente l’animo nostro. – Né si può affermare ciò che alcuni vanno temerariamente blaterando, che la dottrina cristiana sia in contrasto coi lumi della ragione umana, quando invece le aggiunge splendore e forza, proprio perché la distoglie dalle false parvenze del vero per introdurla nel regno più ampio ed eccelso della vera intelligenza. Non si creda dunque che il divino messaggio, che la Chiesa Cattolica, per il mandato che ne ha ricevuto, interpreta legittimamente, sia qualche cosa di superato ed esaurito, mentre è qualche cosa di vivo e vigoroso, dal momento che esso solo può indicare agli uomini il sicuro e il retto cammino verso la verità, la giustizia e tutte le virtù, dar loro la concordia fraterna e la pace, e fornire alle loro leggi, alle loro istituzioni, alla loro società validi e inconcussi presidi. – Se gli uomini assennati ripenseranno tutto ciò, comprenderanno facilmente perché Andrea Bobola abbia sostenuto con animo lieto e forte tante fatiche e tanti affanni, per mantenere intatta la fede cattolica nei suoi compatrioti, per tenere lontano, con tutte le forze, da ogni genere d’insidie i loro costumi insidiati da pericoli e da seduzioni così grandi, prodigandosi instancabilmente per formarli alle virtù cristiane. – Poiché anche oggi, come già abbiamo detto, venerabili Fratelli, la religione cattolica è esposta in molti luoghi a ben dure lotte, si rende necessario difenderla con tutte le forze, predicarla e propagarla. In una questione di così grave importanza vi siano d’aiuto non solo i sacerdoti che, per ragione dell’ufficio a essi affidato, devono prestarvi solerte aiuto, ma anche i laici dall’animo generoso e risoluto a combattere le pacifiche battaglie di Dio. Quanto più pertinacemente i nemici di Dio e della legge cristiana si scagliano contro Gesù Cristo e la Chiesa da Lui fondata, tanto più devono combatterli, con la parola, con gli scritti e soprattutto con un luminoso e sublime esempio non solo i sacerdoti, ma anche quanti si chiamano cristiani, rispettando sì le persone, ma difendendo la verità. Che se per questo sarà necessario fronteggiare molti contrasti e sacrificare i beni temporali, mai vi si sottraggano, memori della sentenza, che compiere e sopportare cose difficili è proprio di quella virtù cristiana che Dio stesso rimunererà con un premio immenso, cioè con l’eterna felicità. In tale virtù, se vogliamo davvero tendere ogni giorno più alla perfezione della vita cristiana, entra sempre un po’ di martirio, poiché non solo versando il sangue diamo a Dio prova della nostra fede, ma anche resistendo fortemente alle lusinghe del vizio e consacrando interamente noi e tutte le cose nostre con generosità e grandezza d’animo a chi è il nostro Creatore e il nostro Redentore e un giorno sarà in cielo la nostra imperitura felicità.

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Tutti dunque considerino come esemplare la fortezza di animo del santo martire Andrea Bobola; conservino intatta la sua stessa fede e la difendano con tutte le forze; imitino il suo zelo apostolico, adoperandosi in tutte le maniere per consolidare il regno di Gesù Cristo sulla terra e per estenderlo ciascuno secondo la propria condizione. – Se vogliamo rivolgere queste nostre paterne esortazioni e questi nostri voti a tutti i sacri pastori e ai loro fedeli, in modo particolare li considereranno come rivolti a se stessi quanti vivono in Polonia. Andrea Bobola è infatti per essi motivo di onore e di gloria, perché ha tratto origine dalla loro stirpe e l’ha abbellita non solo con lo splendore di tante virtù, ma anche col sangue versato nel martirio. Seguendo dunque i suoi luminosi esempi, continuino a tenersi stretti alla fede avita contro ogni insidia; si sforzino con ogni impegno di conformare ad essa i costumi; e considerino seriamente come principale fra le glorie della loro patria questa: emulare cioè l’incrollabile fortezza della virtù dei padri, facendo sì che la Polonia sia sempre fedele e «contrafforte della cristianità». Dio stesso, infatti. – come insegna la «storia, … testimone dei tempi, luce della verità … maestra della vita»(7) -, sembra avere affidato questo particolare compito al popolo polacco. Perciò si sforzino di rispondervi sempre con forza e costanza, evitando ogni perfida insidia, vincendo e superando ogni difficoltà e ogni angustia. – Guardino al premio, che Dio promette a quanti con somma fedeltà, con intenso ardore e ardente carità vivono, operano e lottano per custodire e per dilatare sulla terra il suo regno di pace. – In quest’occasione, non possiamo astenerci dal rivolgerci direttamente a tutti i diletti figli della Polonia in modo particolare con questa lettera enciclica, soprattutto ai sacri pastori, che per il nome di Gesù Cristo hanno sofferto dolori e affanni: agite con fortezza, ma con quella cristiana energia, che va congiunta con la prudenza, l’avvedutezza e la sapienza. Custodite la fede e l’unità cattolica. La fede sia la cintura dei vostri fianchi (cf. Is XI, 5); essa si annunzi a tutto il mondo (cf. Rm 1, 8); e sia per voi e per tutti «la vittoria che vince il mondo» (1 Gv V, 4). Fate ciò «mirando all’autore e perfezionatore della fede Gesù, il quale, in cambio della gioia che gli era posta innanzi. sostenne la croce, non facendo caso all’ignominia, e siede alla destra del trono di Dio» (Eb XII, 2). – Con questo vostro modo di agire, otterrete anche che i santi del cielo, quelli specialmente che hanno tratto origine dalla vostra stirpe, dalla felicità eterna di cui ora godono insieme con la Vergine madre di Dio, regina della Polonia, guardino propizi a voi e alla vostra dilettissima patria, e vi siano prodighi di protezione e aiuto. – Perché ciò possa felicemente compiersi, desideriamo nel modo più vivo, venerabili fratelli, che voi, con ciascuno dei fedeli sparsi nel mondo, vi rivolgiate supplici a Dio con la preghiera specialmente nel corso di queste celebrazioni centenarie, affinché egli conceda benignamente i suoi doni più abbondanti e le gioie celesti in modo particolare a quelli che sono esposti a più gravi prove e sono impediti da più aspre difficoltà. – Congiungendo queste preghiere s’implori anche dal misericordiosissimo Dio che sia rinnovata e prosperi la concordia tra tutte le nazioni e che i sacrosanti diritti della Chiesa e la sua opera, da cui viene un importantissimo contributo anche al vero bene dell’umana società, siano riconosciuti quanto è necessario da tutti e possano essere legittimamente e felicemente attuati dovunque. – Perché tutto ciò giunga quanto prima ad effetto uniamo le Nostre ardentissime preghiere con le vostre ed impartiamo col più grande affetto a ciascuno di voi tutti, venerabili fratelli, e al popolo cristiano la benedizione apostolica, auspicio delle grazie celesti e segno della Nostra benevolenza.

Roma, presso San Pietro, 16 maggio, anniversario del giorno in cui or sono tre secoli sant’Andrea Botola si conquistò la palma del martirio, dell’anno 1957, XIX del Nostro pontificato.

SILENZIO

SILENZIO

[E. Barbier: i tesori di Cornelio Alapide]

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.1. – Necessità del silenzio. – 2. Gesù Cristo, i Santi, la natura intera ci insegnano il silenzio. — 3. Eccellenza e vantaggi del silenzio. — 4. Varie sorta di silenzio.

NECESSITÀ DEL SILENZIO. « Tacete voi che abitate l’isola », che siete appartati dal mondo, dice Isaia: — “Tacete qui habitatis in insula” (ISAI. XXII, 2). « State in silenzio davanti alla faccia del Signore », esclama Sofonia: — “Silete a facie Domini”. (Soph. I, 7). E siccome Dio è presente in ogni luogo, perciò dappertutto si deve osservare un rispettoso silenzio. Quindi S. Giacomo ci esorta tutti di andare a rilento nel parlare, ma ad essere pronti ad ascoltare; anzi aggiunge che vana è la religione, la pietà di colui che si stima divoto, ma intanto non sa tenere in silenzio la sua lingua: — “Si quis putat se religiosum esse, non refraenans linguam suam…, huius vana est religio…”- “ Sit omnis homo velox ad audiendum, tardus autem ad loquendum (Jac. I, 26, 19). L’uomo ha la lingua chiusa da due muri, i denti e le labbra, perchè impari a mantenere il silenzio. Se poi è vera l’etimologia che danno alcuni filologi del vocabolo lingua, che derivano dal verbo ligare, ne resta confermata la necessità del silenzio. Assennato è l’avviso che ci dà S. Agostino: « Parlate con le opere, anziché con la lingua » — “Operibus loquantur non Vocibus” (8erm. XXXII, in Evang. Luc); come scegliete quello che avete da mangiare, così scegliete quello che avete da dire: — “Sicut eligis quo vescaris, sic elige quid loquaci” (In Psalm. LI) . S. Antonio non cessava dal ripetere: Frenate la lingua: — Contine linguam ( Vit. Patr. ). Leggiamo nelle Vite dei Padri, che un venerabile vecchio chiamava coloro i quali non sanno tenere il silenzio, “stalla senea porta” — “Stabulum sine ianua”. — L’abate Agatone portò per tre anni una pietra in bocca, per essere obbligato ad avvezzarsi al silenzio. Il Salmista diceva a Dio: « Ponete, o Signore, una custodia alla mia bocca, ed un chiavistello alle mie labbra! » — “Pone, Domine, custodiam ori meo, et ostium circumstantiae labiis meis (Psalm. CXL). – «L’acqua trattenuta s’innalza, dice S. Gregorio; così l’anima silenziosa si leva in alto verso il cielo. L’acqua lasciata libera, se ne va e si perde, così l’anima nemica del silenzio scorre qua e là dissipata, s’infiacchisce, svanisce, cade, si perde e scompare » (Maral, lib. VII, e VII) . « Chi non è difeso dal muro del silenzio, dice altrove il medesimo dottore, presenta la città dell’anima sua aperta alle incursioni del nemico; poiché col suo parlare, l’anima si caccia fuori di se stessa; si mostra affatto sguarnita e nuda al ferro del nemico il quale tanto più facilmente la soggioga, quanto più ella con la sua loquacità l’aiuta a vincerla e prostrarla ». [“Quia murum silentii non habet, patet inimici iaculis civitas mentis; etenim se, per verba, extra semetipsum eiicit: apertam in adversario se eohibet, quam tanto ille sine labore superat, quanto et haec eadem quae vincitur, contra semetipsam per multiloquium pugnat” (Pastor. p. III, adun. XV)]. – Gersone osserva che molto saggiamente i fondatori degli Ordini religiosi, sapendo come i pericoli dell’anima le vengono in molta parte dalla lingua, ordinarono il silenzio come la migliore difesa e il più efficace rimedio, stabilendo pene contro gli infrattori di esso. È cosa provata dall’esperienza, che dove la regola del silenzio è rigorosamente osservata, la religione, la virtù, la perfezione si mostrano in tutto il loro splendore (Tom. II, in resp. ad 4. q. 91). – La necessità del silenzio per mantenere raccolta e virtuosa l’anima, non poté sfuggire alle osservazioni degli antichi saggi pagani. Famosa è quella sentenza di Seneca: « Non sa parlare, chi non sa tacere! » — “Tacere quisquis nescit, hic nescit loqui” (In prov.); perciò scrivendo a Lucilio gli comandava soprattutto di essere tardo e parco nel parlare. [“Summa summorum haec erit tibi, tardiloquentem te esse iubeo” (Epist. LXXII)]. – « Il silenzio non ha mai danneggiato persona, osserva Catone, l’aver parlato nocque amolti! (3)»,. (3) [“Nemini tacuisse nocet, multis nocet esse locutus”. (Laert. lib. VII, c. I) ]. – Solo lo stolto non sa tacere: “Stultus tacere equità” sentenzia Solone (STOBEUS. Serm. XXXIV). «L’uomo, dice Epaminonda, dev’essere assai più desideroso di udire che di parlare; perchè la dottrina deriva dall’ascoltare in silenzio; il pentimento, dal troppo parlare! » [“Homo debet esse cupidus audiendi potius quam loquendi; quia ex audiendo doctrina, ex loquacitate poenitentia nascitur” (Ita Maxim.)]. – 2. GESÙ CRISTO, I SANTI, LA NATURA INTERA CI INSEGNANO IL SILENZIO. — Poche volte Dio ha fatto intendere la sua parola sulla terra . . . Raro e parco fu il discorrere di Gesù Cristo mentre visse in questo mondo… La santissima Vergine parlava poco così, che l a Sacra Scrittura notò quattro sole occasioni nelle quali questa Vergine immacolata proferì poche parole: – la quando l’Angelo le annunziò per parte di Dio l’Incarnazione del Verbo; – 2a quando intonò il sublime canto del Magnificat, in casa di Elisabetta; 3a quando trovò Gesù Cristo nel tempio, dopo esserne andata i n cerca per tre giorni; 4a alle nozze di Cana in Galilea… I Santi in tutti i tempi e in tutti i luoghi hanno sempre amato ed osservato il silenzio. S. Girolamo scrive di S. Asella, che teneva un silenzio parlante; era un discorso silenzioso, ed u n silenzio parlante (5). (5)[“Habebat silentium loquens; sermo silens, et silentium loquens”.] (Ad Marceli, de Asel). S. Pambone, col suo profondo e perseverante silenzio, aveva raggiunto un così alto grado d i perfezione, che poteva dire morendo di non avere mai proferito parola d i cui avesse da pentirsi (Vit. Patr.). – I cieli proclamano la potenza, la sapienza, la ricchezza, la gloria di Dio, e intanto mantengono il silenzio… L’universo tace: e intanto parla a modo suo all’uomo e loda Iddio . . . I fiumi più maestosi sono quelli che fanno più poco rumore. Solo l’uomo, dotato di ragione, ha il dono della parola; guidi adunque con la ragione la sua parola . 3. ECCELLENZA E VANTAGGI DEL SILENZIO. « Il Signore combatterà per voi, si legge nell’Esodo, e voi starete in silenzio!» — Dominus pugnabit pro vobis, et vos tacebitis (Exod. XIV, 14). Avvertimento utilissimo ad ogni cristiano è questo, perchè nel silenzio sta la nostra forza e frutto del silenzio è la pace e la giustizia: — In silentio erit fortitudo vestra… Opus iustitiae, pax; et cultus iustitiae, silentium (ISAI . XXX, 15 XXXII, 17). Il vero mezzo di regolare la lingua, sta nel ricorrere al silenzio. Volete imparare a parlare? tacete, e nel silenzio riflettete a quello che dovete dire e come dirlo … Ascoltate, osservate, tacete e voi avrete la pace dell’anima, la pace interiore ed esteriore; questo è il consiglio dato da un Angelo a S. Arsenio: « Fuggi, taci, sta tranquillo; eccoti i principi di salute! » — “Arseni, fugi, tace, quiesce, haec sunt principia salutis (Vit. Patr.). S. Gerolamo, descrivendo l’ornamento più bello e più prezioso che possa abbellire principalmente una donna, unisce alla modestia ed alla ritiratezza il silenzio. [“Pulcherrimum donum silentium, et modestia, et intus tranquillam manere”] (Ad Marcellam). Infatti l’Apostolo S. Giacomo asserisce che uomo perfetto è colui il quale non pecchi in parole; egli può, col freno che pone alla lingua, regolare a suo talento tutto il corpo: — [“Si quis in verbo non offendit hic perfectus est vir; potest etiam fraeno circumducere totum corpus ( Jac. III, 2 ). Chi dunque trattiene la sua lingua, chi si mantiene in silenzio, governa a suo piacere il corpo; soggioga i sensi, la concupiscenza, e le diverse sue passioni. Dice S. Giovanni Climaco: « Il silenzio è la madre dell’orazione, la liberazione dalla schiavitù, il mantenimento del fuoco dell’amor divino, l’ispezione diligente dei pensieri, la specola donde si scorge il nemico, l’amico delle lacrime salutari; ci tiene vivo il pensiero della morte, ci ricorda il giudizio; porta con sè l a scienza e la quiete! ( 2 ) ». (2) [“Taciturnitas est mater orationis, captivitatis revocatio, ignis divini amoris observatio, cogitationum diligens inspectio, specula hostium, lacrymarum amica, memoriae mortis operatrix, iudicii iudicatrix, quietis coniux, scientiae adiecto” (Grad. XI)]. Beata l’anima che si trattiene con Dio per mezzo del silenzio, dicendo spesso con Samuele: « Parlate, o Signore, che il vostro servo ascolta!»—- “Loquere, Domine, quia audit servus tnus” ( I Reg. III, 9). -Il silenzio è il germe dei santi pensieri, delle opere generose, dei fatti eroici … « Tesori preziosi stanno nascosti in una bocca chiusa! » — “Bona abscondita i n ore clauso” — dice il Savio (Eccli. XXX, 18), e Geremia chiama beato chi attende nel silenzio la salute di Dio:”,— “Bonum est praestolari eum cum silentio (Lament. III, 26) . Indizio ed effetto di prudenza è il tacere: — “Vir prudens tacebit” (Prov. X I , 1 2 ) . L’uomo loquace è senza prudenza e senza esperienza, dice S. Isidoro; ma l’uomo sensato parla pochissimo, e in quello che dice, va molto adagio e col regolo alla mano (c. XXX). Lo Spirito Santo ci assicura che nella verbosità facilmente si nasconde il peccato, e al contrario dà lode di molto saggio a chi sa moderare la propria lingua: — In multiloquio non deerit peccatum; qui autem moderatur labia sua prudentissimus est (Prov. X , 19). Chi sta in silenzio, anche quando è insultato, mostra la pace e la grandezza dell’animo suo; col suo ammirabile contegno riprende, confonde, calma, converte chi l’oltraggia … Col silenzio diventiamo padroni di Dio, degli uomini, dei nemici. – Dal silenzio nasce la compunzione, la devozione, la pazienza; S. Giovanni Climaco scrive: « L’amante del silenzio si appressa a Dio e, stando continuamente nel cuore medesimo di Dio, ne ritrae grandi lumi! ». [“Studiosus silentii appropiat Deo, ipsique iugiter i n abdito eordis assistens, illustrato ab eo” (Grad. IV)]. « Il silenzio, dice Talassio, purifica l’anima, la rende più perspicace ed intelligente, custodisce il cuore! ( 2 ) ». (2) [“Silentium purificat mentem et perspicaciorem reddit; custodit cor (De Silent.) – Anzi vi accende e vi mantiene il fuoco dell’amor di Dio, dice S. Francesco d’Assisi. [“Silentium calefaoit cor amore Dei (8. Bonav. in eius vita)]. – L’uomo taciturno, acquista sempre, come afferma S. Giovanni Climaco, una vera scienza; egli è nemico della falsa confidenza, tiene sempre l’occhio su l’immagine dell’inferno, ritorna sovente sul pentimento dei suoi peccati, si allontana da ogni pericolo (Grad. VI). – Beato chi ama il silenzio, dice Geremia (Lament. XVIII), egli sederà solingo e taciturno, perché Dio l’ha collocato con sé. « Il solitario sederà e tacerà, spiega S. Bernardo; tutto in lui e attorno di lui osserverà il silenzio; egli sarà al sicuro dallo stormire delle diaboliche tentazioni, dalle agitazioni dei desideri carnali, dal rumore del mondo ( 4 ) ». (4) [“Sedebit et tacebit; etiam modo a strepitu diabolicarum suggestionum, a strepitu carnalium desideriorum, a strepitu mundi (Serra. I , de Ss. Petro et Paulo)]. Il solitario, col suo perfetto silenzio, s’innalza, dice S. Pier D a m i a n i , sopra se stesso: perché l’anima, chiusa nel chiostro del silenzio, cresce e si eleva fino al cielo; ella ascende, per mezzo de’ suoi celesti desideri, fino a Dio e si sente investita dal fuoco sacro dell’amore divino; ella attinge alla sorgente delle acque di vita. Fate dunque che il tempio del vostro cuore s’ingrandisca per mezzo del silenzio, e la fabbrica delle virtù s’innalzi sulla base della taciturnità (Epìst. OXXX). – Il Cardinale Torrecremata rileva dieci frutti prodotti dal silenzio: 1° Per mezzo del silenzio si evitano le colpe che nascono dalla smania di parlare. Qui cade a proposito un’aurea sentenza di S. Bernardo: Chiamate due volte alla lima le parole, prima di proferirle. La lima è il silenzio. 2 ° Col silenzio si schivano gli scandali delle contese e i pericoli in cui cadono i ciarloni. – 3 ° Col silenzio ci esercitiamo in tutte le virtù, perchè il silenzio ne è l a scuola. – 4 ° Il silenzio porta l’uomo alla perfezione. – 5 ° Ci mette in possesso della vera pietà la quale non può esistere senza il silenzio. – 6 ° Fortifica l’uomo facendo che chiuda la porta ai nemici. – 7 ° È il legame della società nelle case religiose. – 8° Prepara alla meditazione, alla contemplazione ed al colloquio familiare con Dio. – 9 ° Conserva il fervore della devozione, poiché un vaso scoperchiato lascia perdere il calore e la bontà del liquore che contiene. – 10° Il silenzio è l’impronta dell’uomo savio e prudente (Tract. LVII, in c. VI , Ileg.). – 4. VARIE SORTA DI SILENZIO. S. Tommaso numera varie sorta di silenzio: il primo è il silenzio di ammirazione…; il secondo è un silenzio di sicurezza…; il terzo è un silenzio di longanimità…; il quarto è il silenzio del riposo del cuore (4a q. VI , art. 10).