2 OTTOBRE FESTA DEGLI ANGELI

2 OTTOBRE FESTA DEGLI ANGELI CUSTODI

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DIVOZIONE AGLI ANGELI

Istruzione sopra l’Angelo Custode.

[da: Manuale di Filotea, del sac. Giuseppe Riva, Milano 1888 – XXX ed. – imprim. -]

Dopo Dio e Maria, non v’ha né in cielo, né in terra chi più si interessi per la nostra salute; e chi per conseguenza noi dobbiamo riverir maggiormente, dell’Angelo Custode? Datoci come per guida, per nostro compagno, per nostra difesa, fino dal principio della nostra esistenza, non ci abbandona mai finché non abbia ritornata l’anima nostra alle mani del Creatore. Chi può dire la sollecitudine con cui provvede alla nostra sicurezza così temporale come eterna? Dappertutto egli è con noi, di giorno e di notte, nella città o nella campagna, nella solitudine e fra i tumulti, nelle occupazioni e nel riposo: quindi ci consola nelle afflizioni, ci difende nei pericoli, ci illumina nei dubbi, ci soccorre in tutti i bisogni. risovveniamoci per un momento di quanto fece per Tobia l’Arcangelo Raffaele. Gli si esibì per compagno nel viaggio che doveva intraprendere alla capitale della Media, lo liberò dalla morte quando alla sponda del Tigri venne minacciato da un mostro; andò egli stesso da Gabelo per riscuoterne il credito; gli procurò una sposa che fece la sua felicità; gli insegnò la maniera di trionfare di quel demonio che le aveva già uccisi sette mariti: lo riconsegnò sano e salvo alla casa paterna:restituì al vecchio suo padre la vista da tanto tempo perduta, e gli rivelò tutti i disegni di misericordia dall’Altissimo, inseguiti in favore di sua famiglia. – Ora tutto questo non ò che un’immagine di ciò che fa per ciascuno in particolare l’Angelo Custode. Esso ci precede, dice la Scrittura, in tutte le strade, e allontana da noi quello che ci potrebbe essere occasione di inciampo e di caduta. Vero amico, non ci abbandona anche quando noi sprezziamo i suoi consigli e offendiamo la maestà di sua presenza, commettendo qualche peccato: anzi è allora che alza più forte la voce e colle minacce e coi rimorsi non cessa mai di stimolarci a sorgere dalle miserie in cui siamo caduti. Intanto perora presso il Signore la nostra causa, e implora la sospensione di quei flagelli che la giustizia divina potrebbe scaricare sopra di noi. – Basta che noi lo preghiamo di qualche cosa perché egli all’istante ci esaudisca. Anzi, basta professargli devozione sincera per essere da lui sovvenuti, non solamente a norma delle nostre speranze, ma anche al di là di tutti i nostri desideri! Così l’Apostolo San Pietro si vide dall’Angelo Custode rotte le catene, spalancate le porte, e condotto a mano fino al di fuori della prigione di Erode. Noi sappiamo che avviatosi S. Onofrio per il deserto ove dimorò per 60 anni, fu dal suo Angelo accompagnato fino a quella grotta che il Signore gli aveva destinato per domicilio, ed ivi dal medesimo spesse volte comunicato. Santa Susanna, che poi fu martire, venne dall’Angelo difesa contro gli iniqui attentati del lussurioso Diocleziano. – Santa Quinteria era dal suo Angelo avvisata di ciò che doveva fare. – Santa Brigida scozzese, non solo vide tante volte il suo Angelo Custode, ma lo udì cantare in sua presenza inni soavissimi di paradiso. San Raimondo di Pegnafort era quotidianamente svegliato dal suo Angelo al primo segno del mattutino, e Santa Francesca Romana ne godeva continua la compagnia e la conversazione, né le spariva dagli occhi se non quando essa era ricaduta in qualche fallo; il che faceva per avvertirla di ritornare subito col pentimento al primitivo suo stato. Mentre sant’Isidoro si tratteneva in chiesa ad udir Messa, il suo Angelo Custode lavorava per lui alla campagna affinché non avessero i mal devoti padroni a lagnarsi di sua tardanza. Santa Balbina e santa Costanza furono dai propri Angioli assistite nelle loro malattie. San Stanislao Kostka, entrato senza saperlo, in una chiesa di eretici, fu da un Angelo comunicato in presenza di s. Barbara. San Fermo e San Rustico erano dagli Angioli provveduti di cibo nelle loro prigioni, dove per la fede trovavansi condannati a morire di fame. Tante insomma e tali sono le grazie che fanno gli Angioli ai loro clienti, che è cosa impossibile il numerarle dinstintamente. – Quello però che deve farci arrossire si è, che sia così scarsa la nostra corrispondenza, così fredda la nostra devozione verso di loro. Suvvia pertanto, emendiamo il passato con un avvenire migliore. Ringraziamo di cuore la divina bontà che sia giunta a tal segno di degnazione da assegnarci un principe della sua Corte per nostro speciale custode: ma ricordiamoci che esso ci è dato affinché noi lo teniamo come testimonio, lo ascoltiamo come maestro, lo amiamo come amico, lo ringraziamo come benefattore, e lo riveriamo come Angelo. Si avvivi una volta la nostra confidenza nella sua protezione. A lui ricorriamo in qualunque necessità, e saremo certamente esauditi. Salutiamolo senza mai dimenticarcene, specialmente alla mattina, perché ci assista in tutte le occorrenze della successiva giornata; alla sera perché ci difenda contro le insidie notturne. Invochiamolo nell’uscire di casa perciò perché rimuova dai nostri occhi ogni sorta di vanità; al ritornarvi perché ci aiuti in tutte le domestiche faccende; nell’andare in chiesa perché tenga raccolte tutte le potenze dell’anima, non che i sensi del corpo, alla presenza di Dio; al principio delle nostre azioni perche riescano non solamente ben fatte, ma anche meritorie; nelle nostre preghiere perché le offra come un incenso di grato odore al cospetto dell’Altissimo. Guardiamoci però sopra tutto dal mancargli della debita riverenza col commettere sotto i suoi ocelli ciò che arrossiremmo di fare al cospetto dei nostri simili. A caratteri indelebili egli tiene nel suo libro registrate le nostre azioni, ed egli diverrà senza dubbio il nostro più terribile accusatore presso il divin tribunale, se, lungi dal secondare, avremo disprezzate le sue ispirazioni e i suoi consigli, o se, malgrado i suoi rimproveri e le sue minacce, noi avremo voluto camminare dietro le notre passioni. – È stata una pratica di molti Santi l’implorare il soccorso degli angeli Custodi delle persone con cui essi dovevano trattare, e che potevano molto aiutarli per aver un felice successo negli affari che dovevano maneggiare con quelle. Così un Vescovo può utilissimamente implorare il soccorso dell’Angelo della sua diocesi, un Curato quello della sua parrocchia, un Confessore quello del suo penitente, un predicatore quello del suo uditorio, un amico quello del suo amico. L’aver così intelligenza con essi per il bene delle anime è un cooperare con essi alla salute delle persone che sono confidate alla loro cura ed un occuparsi nelle opere di Dio in ispirito di unità ci ministri invisibili che vi impiega egli stesso. Non vi rincresca, Filotea, di consacrare all’invocazione particolare del loro patrocinio qualche momento di ogni settimana, specialmente del Martedì che è il giorno comunemente assegnato a tale scopo. Vi prego di incominciare, e il frutto abbondante che ne ritrarrete vi impegnerà senza dubbio a proseguire. Ogni giorno poi non lasciate mai di salutare il vostro Angelo alla mattina, alla sera, e frequentemente nella giornata colla brevissima e devotissima orazione della Chiesa ”L’Angele Dei”, etc. a cui vanno annesse le seguenti Indulgenze.

INDULGENZE PER “L’ANGELE DEI”

Pio VI: 2 Ott. 1795 accorda ogni volta che si recita con cuore almeno contrito e devotamente 100 giorni d’Indulg. — Indulg. Plenaria nella festa dei SS. Angeli Custodi (2 ott.) a chi alla mattina e sera tutto l’anno, purché in tal giorno confessato e comunicato visiti qualche Chiesa, o pubblico Oratorio pregando pel S. Pont. — Lo stesso Pontefice, 11 giugno 1796, accorda Indulg. Plen. in “articulo mortisa chi in vita l’avrà frequentemente recitata. Finalmente Pio VII, 15 maggio 1821, non solo conferma le sudd. Ind. ma ancora concede Ind. Plen. una volta al mese a chi l’avrà recitata per tutto il mese in un giorno ad arbitrio, purché conf. e comun. Visiti una pubblica Chiesa e preghi secondo la mente di S. S.

ALL’ANGELO CUSTODE (2 Ottobre).

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I. – O fidelissimo Esecutore dei consigli di Dio, santissimo Angelo mio Tutelare, che fino dai primi momenti della mia vita vegliate sempre sollecito alla custodia dell’anima mia e del mio corpo, io vi saluto e vi ringrazio, unitamente a tutto il coro degli Angeli dalla divina bontà destinati a custodi degli uomini: e istantemente vi prego di raddoppiare la vostra premura per preservarmi da ogni caduta nel presente pellegrinaggio, affinché l’anima mia si conservi sempre così monda, così pura quale voi stesso procuraste che divenisse per mezzo del santo battesimo. Angele Dei.

II. – Affezionatissimo mio Compagno,unico vero amico, SS. Angelo mio Custode, che in tutti i luoghi o in tutti i tempi mi onorate della vostra adorabile presenza, io vi saluto e vi ringrazio, unitamente a tutto il coro degli Arcangeli da Dio eletti ad annunziare cose grandi e misteriose, e istantemente vi prego di illuminare la mia mente colla cognizione della divina volontà, e di muovere il mio cuore alla sua sempre esatta esecuzione, affinché, operando sempre conformemente alla fede che professo, mi assicuri nell’altra vita il premio promesso ai veri credenti. Angele Dei.

III. – Sapientissimo mio Maestro, SS. Angelo mio Custode, che non cessate mai di insegnare la vera scienza dei Santi, io vi saluto e vi ringrazio, unitamente a tutto il coro dei Principati destinati a presiedere agli spiriti minori per la pronta esecuzione degli ordini divini, e istantemente vi prego di sopraintendere ai miei pensieri, alle mie parole, alle mie opere perché, conformandomi in tutto ai vostri salutevoli insegnamenti, non venga mai a perdere di vista il santo timor di Dio, che è il principio unico ed infallibile della vera sapienza. Angele Dei.

IV.- Amorosissimo mio Correttore, SS. Angelo mio Custode, che con graziosi rimproveri e con continue ammonizioni mi invitate a sorgere dalla colpa ogni qual volta per mia disgrazia vi sono caduto, io vi saluto e vi ringrazio, unitamente al coro delle Potestà destinate a raffrenare gli sforzi del demonio contro di noi, e istantemente vi prego a svegliare l’anima mia dal letargo della tiepidezza in cui vivo tuttora e di concederle tanta forza che valga a resistere ed a trionfare di tutti quanti i nemici. Angele Dei.

V.- Potentissimo mio Difensore, SS. Angelo mio Custode, che, scoprendomi assiduamente le insidie del demonio nelle pompe del mondo e delle lusinghe della carne, me ne facilitate la vittoria ed il trionfo, io vi saluto e vi ringrazio, unitamente a tutto il coro delle Virtù dal sommo Iddio destinate ad operare miracoli e a spingere gli uomini sulla strada della santità, ed istantemente vi prego a soccorrermi in tutti i pericoli, di difendermi in tutti gli assalti, affinché possa camminare sicuro nella via di tutte le virtù, specialmente dell’umiltà, della purità, fdellobbedienza e della carità, che sono le più care a voi, e le più indispensabili alla salute. Angele Dei.

VI. – Infallibile mio Consigliere, SS. Angelo Custode, che colle più vive illustrazioni mi fate sempre conoscere la volontà del mio Dio e i mezzi più opportuni pet adempirla, io vi salato e vi ringrazio unitamente a tutto il coro delle Dominazioni eletto da Dio a comunicarci i suoi decreti, ed a somministrarci la forza di dominar le nostre passioni, e istantemente vi prego di sgombrare dalla mia mente tutte le importune dubbiezze e le perniciose perplessità affinché, libero da ogni timore, secondi sempre i vostri consigli, che sono consigli di pace, di giustizia e di santità. Angele Dei.

VII. – Zelantissimo mio Avvocato, SS. Angelo mio Custode, che con incessanti preghiere perorate nel cielo la causa della mia eterna salute, e allontanate dal mio capo i meritati flagelli, io vi saluto e vi ringrazio unitamente a tutto il coro dei Troni eletti a sostenere il soglio dell’Altissimo e a stabilire gli uomini nel bene incominciato, e istantemente vi prego di coronare la vostra carità coll’ottenermi il dono inestimabile della finale perseveranza, affinché nella morte io passi felicemente dalle miserie di questo esilio ai gaudi eterni della patria celeste. Angele Dei.

VIII. – Binignissimo Consolatore dell’anima mia, Santo Angelo mio Custode, che con soavissime inspiri razioni mi confortate in tutti i travagli della vita presente ed in tutti i timori della futura, io vi saluto e vi ringrazio, unitamente a tutto il coro dei Cherubini che pieni della scienza di Dio, sono eletti ad illuminare la nostra ignoranza, e istantemente vi prego di assistermi specialmente e di consolarmi sì nelle presenti avversità come nelle estreme agonie, affinché allettato dalle vostre dolcezze, io chiuda il cuore a tutte le lusinghe fallaci di questa terra per riposare nelle speranze della futura felicità. Angele Dei.

IX, – Principe nobilissimo della Corte Celeste, infaticabile Coadiutore della mia eterna salute, santo Angelo mio Custode, che contrassegnate tutti i momenti con innumerevoli benefici, io vi saluto e vi ringrazio, unitamente a tutto il coro dei Serafini che, accesi più di tutti della divina carità, sono eletti ad infiammare i nostri cuori, ed istantemente vi prego di accendere nell’anima mia una scintilla di quell’amore di che voi ardete continuamente, affinché, in me distrutto tutto quello che sa di mondo e di carne, mi elevi senza ostacolo alla contemplazione delle cose celesti, e dopo aver sempre fedelmente corrisposto alla vostra amorevole premura su questa terra, venga finalmente con voi nel regno della gloria, a lodarvi, a ringraziarvi ed amarvi per tutti i secoli. Cosi sia. Angele Dei.

V. Ora pro nobis, beate Dei Angele.

R. Ut digni efficiamur etc.

OREMUS.

Deus, qui ineffabili providentia santos Angelos tuos ad nostram custodiam mittere dignaris, largire supplicibus tuis, et eorum sempre protectione defendi , et aeterna societate gaudere. Per Dominum nostrum, etc

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Orazione all’Angelo Custode

Spirito beato, che Dio assegnò per custode del mio corpo e dell’anima mia, per direttore di mia condotta, cooperatore di mia salute, mia scorta e mio sostegno nella strada della virtù, quanti anni sono che mi guidate nel mezzo di tutti i pericoli senza mai ritirarvi per le mie infedeltà, né abbandonarmi pei miei peccati! Eppure io non ho avuto per voi che della ingratitudine, pensando sol raramente alla carità che avete per me, e nulla facendo per riconoscerla! Io potrei ben dire come il giovine Tobia diceva all’Angelo Raffaele, che quand’anche dessi tutto me stesso a voi per divenire vostro schiavo, non potrei riconoscere degnamente i benefici da voi ricevuti, perché tutti i servigi che Tobia ricevette da quella santa guida, non sono che la figura e l’ombra dei buoni offici che mi avete prestati fino adesso, e che mi presterete fino al momento di entrare, come spero, nella casa del mio vero Padre. Se non che la ricompensa che desiderate da me, come l’Arcangelo Raffaele, si è che io benedica il Dio del cielo e che Gli renda gloria innanzi agli uomini perché ha fatto risplendere sopra di me la sua misericordia, e che io Lo benedica e Lo glorifichi, non con semplici parole, ma col camminare la strada dei suoi comandamenti, col consacrare tutto a Lui il mio cuore e le potenze dell’anima mia. Aiutatemi, Angelo di Dio a riconoscere in questa maniera tutto il bene che ho ricevuto da Lui per mezzo del vostro ministero; degnatevi di continuare verso di me le vostre caritatevoli cure. Correggete col vostro lume, che è un raggio di lume eterno, tutti i falsi lumi della mia ragione e tutte le illusioni dello spirito delle tenebre, se accade che esse mi facciano prendere per veri i falsi beni. Rimettete con salutari rimproveri sulla retta strada il mio cuore quando venisse a traviare. Difendetemi nelle tentazioni, e guardatemi da tutte le insidie de’ miei nemici visibili ed invisibili, e da tutte le ingannevoli dolcezze del peccato. Degnatevi anche di offrir me stesso a Dio, e colle vostre preghiere inchinate a mio favore la sua bontà. insegnatemi ad offrirGli delle preghiere che meritino di alzarsi sino al suo trono, e che voi possiate presentarGli con confidenza. Impetratemi quel rispetto e quella devozione che vi tiene così umiliato alla sua presenza e sì penetrato della sua santità; e l’esempio della vostra prontezza e della vostra fedeltà nell’eseguire tutti quanti i suoi voleri mi renda fedele a praticare tutto ciò che riguarda la sua legge ed i suoi disegni sopra di me con un amore ed una obbedienza che mi possa procurare la felicità di contemplarLo un giorno nel cielo, e di essere saziato con voi del pane invisibile della verità, nella pienezza della carità.

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AGLI ANGELI

Angeli beati che circondate il trono dell’Altissimo, San Michele, principe della milizia celeste; S. Gabriele, illustre ambasciatore della consolantissima nuova dell’Incarnazione; san Raffaele, fedel condottiere del giovine Tobia; e Voi tutti, o incomparabili Cori degli Angelici Spiriti, ardenti Serafini, luminosi Cherubini, immutabili Troni, potenti Dominazioni, ammirabili Virtù, formidabili Potestà; supremi Principati, sublimi Arcangeli, caritatevoli Angeli, io vi saluto e vi onoro, e penetrato da un’altissima stima per tutte le rare vostre prerogative, e pei vostri nobilissimi ministeri, io riconosco la mia insufficienza ad onorarvi come Voi meritate. Voi avete premure incredibili per la nostra salute, e v’impiegate a procurarla con illustrazioni divine e con impressioni d’amore che non possono mai essere abbastanza ammirate. Qual cuore sarà dunque così duro che non vi ami? Qual volontà così ostinata che non s’arrenda alle vostre ispirazioni? Quale ingratitudine così vile che non riconosca le vostre ineffabili tenerezze? Io mi abbandono dunque a Voi, o Santi protettori dell’anima mia, poiché voi avete il potere e lo zelo per aiutarmi, e non avendo io l’ardire di presentami al cospetto del Dio vivente, m’indirizzo a voi, o Grandi dell’Empiro, per avere accesso al medesimo col favore vostro. Presentatemi a questa augustissima Onnipotenza, ed ottenetemi qualche partecipazione delle vostre purissime inclinazioni. Sia io tanto distaccato dal mondo, quanto ne siete Voi umilmente separati; tanto disimpegnato dai sensi, quanto Voi siete spirituali, immortali e incorruttibili, tanto indifferente dei beni temporali, quanto Voi siete in una infinita abbondanza di beni celesti; tanto morto a tutte le passioni, quanto Voi siete inalterabili nella contemplazioni della divina bellezza tanto dipendente dalla volontà del mio Creatore, quanto Voi siete infaticabili nell’eseguirne prontamente i comandi; finalmente tanto incapace di alcuna ingiustizia,, o trasgressione della sua legge, quanto Voi siete invariabilmente fissi nel bene, confermati in grazia, e consumati nell’amore il più perfetto.

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ALL’ANGELO CUSTODE.

Ma quanto a voi, santo Angelo mio Custode, che posso io rendervi per tanti favori innumerabili che ho ricevo tuttodì dalla vostra instancabile carità? Non devo io confondermi della mia disattenzione a ringraziarvi e riverirvi? Con un fervore tutto nuovo io ripongo l’anima mia nelle vostre mani. Annunciate ad essa le verità del cielo, affinché le segua, fatele comprendere i suoi errori, affinché li detesti; mostratele i suoi pericoli, affinché li schivi; avvertitela de’ suoi obblighi, affinché li adempia. Ottenete lo spirito dell’orazione, dell’umiltà e della mortificazione; affinché su di queste indispensabili virtù, come sopra di altrettante colonne, fondi mai sempre l’edifizio della sua beata eternità; e finalmente soccorretela sino all’estremità dei suoi giorni, affinché Voi stesso possiate con compiacenza presentarla al trono di quel Dio che senza interruzione adorate; e così le sia assicurata la bella sorte di godere per tutti i secoli la vostra dolcissima compagnia insieme a quella di tutti i Santi che regnano con Cristo su in cielo.

Omelia della Domenica XX dopo Pentecoste

Omelia della Domenica XX dopo Pentecoste

[Del canonico G. B. Musso – Seconda edizione napoletana, Vol. III -1851-]

(Vangelo sec. S. Giovanni IV, 46-53)

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Mal esempio dei Genitori.

Quant’è mai grande la forza del buon esempio! Un padre, come ci narra l’odierna evangelica storia, col suo credere a Gesù Cristo, trae coll’ardore del suo esempio alla fede di Gesù Cristo medesimo tutta la sua famiglia. Era questo un piccolo Re, il cui figlio giaceva gravemente infermo a Cafarnao. Vedendo inutili tutti gli umani rimedi, ebbe ricorso al Consolator degli afflitti, partì da Cafarnao, e Lo raggiunse in Cana sui confini della Galilea, e prostèso a Lui dinanzi “Signore, disse, tengo un figliuolo in pericolosa infermità, compiacetevi venirlo a risanare, e a consolare il più addolorato di tutti i padri”.- “Se non vedete miracoli, Gesù rispose, voi non credete”. – “Ah Signore, soggiunse il padre, venite per pietà che ogni momento d’indugio può esser fatale al figlio moribondo”. – “Andate, disse allora il Salvatore, che il figlio vostro è vivo e sano e salvo”. Credette alle sue parole il genitor consolato, e nel tornarsene a casa ecco alla metà del cammino i suoi servitori spediti ad apportargli la lieta notizia, che il figlio aveva ricuperata in un istante la sanità. Interrogati dell’ora, in cui la febbre l’aveva lasciato, e in udir che ieri all’ora settima cessata la febbre era uscito di pericolo, comprese essere precisamente quell’ora stessa, in cui il divin Redentore detto gli aveva che il suo figliuolo era vivo e risanato. In vista di questo prodigio abbracciò la fede di Gesù Cristo, e trasse col suo esempio alla stessa fede tutti di sua famiglia, numerosa di alti e bassi ufficiali, d’ordini diversi di servitori, essendo egli un piccolo Re da Erode Tetrarca costituito Principe e Governatore di tutta la Galilea. “Credidit ipse, et domus eius tota”. – Tant’è la forza del buon esempio. Ma ancor più grande è la forza dell’esempio cattivo. “Un poco d’assenzio, dice S. Gregorio Nisseno, basta a rendere amara una notabile quantità di mele, ma una notabile quantità di mele non può far dolce l’assenzio”. E più facile distruggere che edificare. Quanta rovina adunque recherà ai propri figli l’esempio malvagio de’ genitori! Per impedirlo io prendo a dimostrarvi le perdite inconsolabili, che fanno i genitori col mal esempio. Pérdono l’autorità sopra de’ figli, perdono i figli, e perdono sé stessi. Tre perdite che abbracciano il temporale e l’eterno interesse, tre punti che meritano la vostra più seria applicazione.

I. L’autorità è in tutto il suo vigore, quando ne hanno il dovuto concetto i subalterni; ma ohimè quando decade, se nei soggetti autorevoli trovano gli inferiori di che adontarsi, e scoprono che riprendere! Veniamo al pratico. Entro col mio pensiero in una casa di questo mondo, e v’entro nell’ora in cui marito e moglie sono tra loro in aspra contesa. Vomita il primo le più infami e contumeliose parole, aguzza l’altra la lingua come un serpente; crescono le ingiurie, crescono gli insulti a vicenda. La tempesta non finisce in tuoni. Alle imprecazioni, alle bestemmie succedono colpi, percosse, duri e villani maltrattamenti. Oh Dio! e tutto ciò in presenza dei figli che piangono, che alzano stridi e clamori. Che casa è questa, ove abita il demonio della più arrabbiata discordia? Che scuola è questa in cui da’ figliuoli s’apprende l’immodesto parlare, lo scostumata procedere, l’ira, la contumelia, lo spirito d’odio e di vendetta? E qual concetto può avere la povera famiglia d’un padre bestiale, d’una madre viperina? Perduta la stima si perde necessariamente l’autorità tanto necessaria per la buona educazione. Lo scandalo che date, o incauti genitori, vi chiude la bocca: non potete più correggere la vostra prole di quei misfatti, de’ quali voi siete più rei. – Allorché Caino stese a terra impiagato e morto Abele suo innocente fratello, Iddio acremente rimproverandolo, “il sangue del tuo germano, gli disse, dalla terra, su cui è sparso, alza voci e clamori che giungono al cielo”. – “Sanguis fratris tui clamat ad me de terra” (Ge. IV, 19). Così abbiamo dal sacro testo; ma il sacro testo non dice che Adamo aprisse bocca a correggere il crudel fratricida. E perché? Risponde Teodoreto, che Adamo, come uomo intelligente, ben prevedeva le amare risposte del figlio uccisore, se l’avesse rimproverato; e perciò il suo delitto, il mal esempio, l’obbligò a rigoroso silenzio. “Come! detto gli avrebbe probabilmente Caino, voi mi riprendete per l’uccisione d’un uomo, mentre voi avete uccisa tutta l’umana generazione! Mi rimproverate per la morte di mio fratello, voi che avete dati a morte più dannevole tutti i vostri figli che sono e che saranno sino alla fine del mondo? Io poi ho peccato per un movimento d’insidia, per un trasporto di collera, e voi solo per il gusto meschino di un vilissimo pomo”. Tutti questi acerbi rimbrotti si aspettava Adamo, perciò si tacque, vedendosi spogliato d’autorità per correggere. – Così avviene tutto dì. Quel padre è un figliuol giocatore che nel giuoco perde il tempo, lo studio, il danaro, il buon nome. Vede la necessità di correggerlo, ma come può, s’egli giorno e notte ha le carte e i dadi alla mano? Con qual animo, dice S. Gregorio Magno, pretenderà medicar l’altrui piaga colui che porta in faccia la stessa medesima piaga? “Qua praesumptione mederi properat, qui in facie vulnus portat?” (Pur. 2 Past. C. 9). Quella madre sa ed osserva che la propria figlia è libera, nemica del ritiro, che tratta, che parla, che ride, che si trattiene con tutti; ma come impedire questi pericolosi disordini se essa tiene un’eguale condotta? Quell’altro padre vorrebbe i suoi figli dediti alla pietà, frequenti alla Chiesa, alla parola di Dio, ai santi Sacramenti; ma come avvisarli o punirli per la loro indevozione, se egli mai non si lascia vedere in Chiesa o in casa a piegar le ginocchia in qualche pubblica o privata preghiera? Ma diamo, che dai genitori si correggono i viziosi figliuoli, che autorità e forza potrà avere la riprensione, se quel che si pronunzia colla parola si distrugge coll’opera?

II. Se non che il perdere col mal esempio l’autorità di correggere è il meno: quello che monta incomparabilmente di più, è la lacrimevole perdizione degli scandalizzati figliuoli. La prima scuola, solete voi dire, è quella dì casa. Gli esempi domestici fanno più d’impressione che gli stranieri. La tenera età è più disposta a copiare l’immagine del vizio che della virtù. La gioventù non ha bisogno di sprone per gettarsi alla strada della dissolutezza, e la corrotta natura pendente al male trova ne’ mali costumi de’ genitori come una specie di guarentigia a impunemente seguirli. Di Abia, figlio di Roboamo, dice la divina Scrittura che camminò in tutti i peccati di suo padre, “ambulavit in omnibus peccatis patris sui” (III Re, XIII, 3). Notate la frase: le scelleratezze del proprio padre furono per lui come tante pedate impresse sulla polvere o sull’arena, sulle quali camminò come l’empio suo genitore, “ambulavit in omnibus peccatis patris sui”. – Se poi al mal esempio tacito s’aggiungesse l’espresso, poveri figli! Così non fosse, come odono sovente di bocca del padre o della madre certe massime affatto opposte a quelle del santo Vangelo. “Non ti far pecora, o figlio, ma come cane mostra e adopera i denti contro chi t’offende”, “ché tanti riguardi! E’ un codardo che non sa vendicarsi e farsi portar rispetto”. – “Bisogna farsi ricchi per essere rispettati e temuti. Chi ha danaro ha tutto, e può far di tutto”. – “La coscienza è per chi la teme, e chi la teme sarà sempre povero”. Oh Dio! oh Dio! che diabolica scuola. Non vi credo capaci, uditori miei cari, di questo linguaggio pestifero, scandaloso, anticristiano, contentatevi invece ch’io vi metta sott’occhi un altro scandalo indiretto, a cui non si bada gran fatto. – Per meglio spiegarmi premetto quel che di Gerosolima diceva piangendo il Profeta Geremia. Paragona egli quell’infelice città ad uno struzzo nel deserto, “Filia populi mei crudelis quasi struthio in deserto” (Theren. IV, 3). Osserva Plinio, e con esso altri indagatori della natura (checché ne dica qualche viaggiatore) che lo struzzo ne’ deserti dell’Africa e dell’America lascia cader le sue uova in sull’arena, e le abbandona. La provvidenza si cura delle medesime, e di giorno col calore del sole, e di notte col calor mantenuto nella sottoposta arena fa che le uova si schiudano e fuori saltellino i piccoli struzzoli che sull’arena stessa trovano l’opportuno alimento. La divina provvidenza non vuol fare altrettanto a riguardo dei figli vostri: a voi, alla vostra cura li ha commessi, or che sarà se voi li abbandonate? E appunto da questo abbandono nascono quegli scandali indiretti non conosciuti, e perciò più pericolosi e dannevoli. Torme di fanciulli si vedono a trastullar tutto il dì in mezzo alle piazze e alle contrade, abbandonati a se stessi, come tanti struzzoli, e vanno intanto imparando sconce parole e maliose azioni, e il padre trascurato e la madre indifferente non badano che a levarsi il fastidio d’averli intorno. Fatti più adulti si lasciano in maggior libertà, vanno, vengono di giorno, di notte, praticano compagni malvagi, contraggono amicizie sospette: l’ozio che insegna ogni malizia, il giuoco che dissipa lo spirito, il libero conversare che corrompe il costume, formano la giornaliera occupazione. Tanti disordini, gli scandali che danno, gli scandali che ricevono, vanno tutti a carico dei genitori, che per una insensata trascuratezza hanno ad essi lasciata la briglia sul collo. Che dirò delle figlie anch’esse abbandonate come struzzoli nel deserto? Col pretesto di divozione si lasciano andare liberamente à certe novene, che cominciano avanti l’aurora, a certe feste di Chiese rurali, a campagne, a passeggi, a festini …. Adagio, è vero, ma sono accompagnate da quel nostro parente uomo onesto, da quel nostro parente uomo dabbene. Peggio, io vi rispondo, e vel ripeto, peggio! Se quel tal uomo avesse nome, fama ed apparènza di libertino, non gli affidereste la vostra figlia, e non fidandovi, voi e la figlia vostra non correreste alcun rischio. Per lo contrario, col fidarvi non siete sicuri, potete esser traditi. Si fidò Giacobbe, e concesse a Dina sua figlia un’innocente curiosità, e Dina fu rapita, fu disonorata, ed egli ferito dal più acèrbo dolore. Il mal esempio dato, il mal esempio non impedito rovina i figliuoli, ed è finalmente causa lacrimevole dell’eterna perdita de’ genitori.

III. Il Faraone, per politica di stato fece gettare nell’acque del Nilo tutti appena nati i maschi degli Ebrei. Erode per gelosia di regno, fece trucidare in Betlemme e ne’ suoi contorni tutti i bambini dai tre anni in giù per assicurarsi nella strage di tutti la morte di uno solo, il nato Re d’Israele. Or questi uccisi bambini furon veduti da S. Giovanni nel divino suo Apocalisse, sotto l’altare di Dio, e uditi alzar al cielo voci e clamori, gridando vendetta: “Usquequo Domine, … non vindicas sanguinem nostrum?” (cap. VI, 10). Fino a quando, o Signore, tarderete a vendicare il sangue innocente?- Ora io dico così: tanto i primi fanciulli sommersi nel Nilo, quanti i secondi trucidati da Erode son salvi: i primi come circoncisi e figli d’Abramo: i secondi non solo sono salvi, ma santi e martiri dalla Chiesa venerati sugli altari; e pure domandano a Dio vendetta. Or che sarà se i figliuoli scandalizzati dai genitori piomberanno all’inferno? Se invece di essere affogati in un fiume, saranno immersi in uno stagno di fuoco inestinguibile? Se invece di aver sofferto il taglio momentaneo della spada di Erode, si troveranno per sempre sotto la spada inesorabile della divina Giustizia? Vendetta, grideranno allora a più alta voce, vendetta contro i nostri padri, contro le nostre madri, che dopo averci data la vita temporale ci hanno tolta con gli esempi malvagi la vita spirituale ed eterna: vendetta contro coloro che non ci hanno dato la vita … se non per darci una doppia morte. – Padri e madri, volete dire che la giustizia di Dio sarà sorda a queste lamentevoli voci? E se le ascolta, come fuor di dubbio le ascolterà, che sarà di voi, che sarà dell’anime vostre? Voi siete perduti. Se foste causa della perdita dell’anima d’uno a voi straniero, dovreste temere la perdita della vostra; quanto più dovrà crescere il vostro timore e se per vostra disavventura foste cagione della perdita de’ figli vostri? Miei dilettissimi, se la coscienza vi rimprovera il mal esempio dato, e le omissioni apportatrici di scandalo alla vostra prole, altro rimedio non trovo per liberarvi da tanto pericolo, che pentimento sincero riguardo al passato, e riparo nell’avvenire ai dati scandali col buon esempio.

PREGHIERE ALLO SPIRITO SANTO

PREGHIERE ALLO SPIRITO SANTO

pentecoste3

Veni Creator Spiritus,

Mentes tuorum visita,

Imple superna gratia,

Quæ tu creasti pectora.

Qui diceris Paraclitus,

Altissimi donum Dei,

Fons vivus, ignis, caritas,

Et spiritalis unctio.

Tu septiformis munere,

Digitus paternæ dexteræ,

Tu rite promissum Patris,

Sermone ditans guttura.

Accende lumen sensibus:

Infunde amorem cordibus:

Infirma nostri corporis

Virtute firmans perpeti.

Hostem repellas longius,

Pacemque dones protinus:

Ductore sic te prævio

Vitemus omne noxium.

Per te sciamus da Patrem,

Noscamus atque Filium,

Teque utriusque Spiritum

Credamus omni tempore.

Deo Patri sit gloria,

Et Filio, qui a mortuis

Surrexit, ac Paraclito,

In sæculorum sæcula.

Amen.

V. Emitte Spiritum tuum et creabuntur;
R. Et renovabis faciem terrae.

Oremus.

Deus, qui corda fidelium Sancti Spiritus illustratione
docuisti: da nobis in eodem Spiritu recta sapere;  et de eius semper consolatione
gaudere. Per Christum Dominum nostrum. Amen (ex Brev. Róm.).
Indulgentìa quinque annorum.
Indulgentia plenaria suetis conditionibus, dummodo
hymni recitatio, cum versiculo et oratione quotidie peracta,
in integrum mensem producta fuerit (Breve Ap.,
26 man 1706; S. Rituum Congr., 20 iun. 1889; S. Paen.
Ap., 9 febr. 1934).

pentecoste2

Sequentia

Veni, Sancte Spíritus,

et emítte cælitus

lucis tuæ rádium.

Veni, pater páuperum;

veni, dator múnerum;

veni, lumen córdium.

Consolátor óptime,

dulcis hospes ánimæ,

dulce refrigérium.

In labóre réquies,

in æstu tempéries,

in fletu solácium.

O lux beatíssima,

reple cordis íntima

tuórum fidélium.

Sine tuo númine

nihil est in hómine,

nihil est innóxium.

Lava quod est sórdidum,

riga quod est áridum,

sana quod est sáucium.

Flecte quod est rígidum,

fove quod est frígidum,

rege quod est dévium.

Da tuis fidélibus,

in te confidéntibus,

sacrum septenárium.

Da virtútis méritum,

da salútis éxitum,

da perénne gáudium.

Amen. Allelúja.

Indulgentia quinque annorum. Indulgentia plenaria s. c. dummodo quotidie per integrum mensem sequentis devote recitata fuerit (Brev Ap. , 26 Maii 1976; Sacr. Pænit. Ap., 15 apr. 1933)

V. Emitte Spiritum tuum, et creabuntur,

R. Et renovabis faciem terræ.

Oremus

Deus, qui caritatis dona per gratiam Sancti Spiritus tuorum cordibus fidelium infudisti, da famulis tuis, pro quibus tuam deprecamur clementiam, salutis mentis et corporis; ut te tota virtute diligent, et quæ tibi placita sunt, tota dilectione perficiant. Per Christum Dominum nostrum. Amen.

pentecoste4

Preghiera allo Spirito Santo

Deus in adjutorium etc. Gloria Patri etc.

Divino Paraclito Spirito, che avete create tutte le cose, deh venite a visitare con la vostra grazia l’anima mia creata per Voi; purgatela da ogni macchia, riempitela de’ vostri Doni, e infiammatela del santo Amore: Ve ne supplico per i meriti di Gesù. I meriti di Gesù suppliscano alle mie mancanze. Così sia.

l- O Divino Spirito di bontà, riempite il mio cuore del santo Timor di Dio, ma di quel filiale timore, che ci allontana per amore dall’offendere il nostro buon Padre, che merita di essere infinitamente amato, e glorificato.

Gloria Patri, etc.

2Spirito Santo consolatore, Padre dei Poveri, e refrigerio dei cuori, accordatemi per amor di Gesù quella vera, e perfetta Pietà, che è fondata sulla stabile Pietra angolare delle dottrine, e degli esempi del mio divino Maestro, e Salvatore.

Gloria Patri etc.

3- O Voi, Divino Spirito, comunicatemi il Dono della Scienza, che m’insegni ad amare Dio sommo Bene sopra ogni cosa, e con tutte le forze dell’anima mia.

Gloria Patri, etc.

4- O Spirito Santo, con la vostra virtù onnipotente spezzate le catene che tengono il povero mio cuore immerso nelle misere vanità del mondo; e datemi per amor di Gesù il Dono di Fortezza, onde rompa una volta tutti i lacci degli affetti terreni, e l’anima mia libera s’innalzi a Dio suo Creatore.

Gloria Patri, etc.

5- Sapientissimo Spirito, luce delle nostre menti, direttore del nostro cammino, datemi il celeste Consiglio, onde la mia vita sia tutta santa, e ordinata alla vostra gloria.

Gloria Patri, etc.

6- O Spirito santificatore delle anime, accordatemi il dono dell’Intelletto, onde obbedisca con perfezione alla sacra Legge, e ai consigli del mio Redentore.

Gloria Patri, etc.

7- O Sapienza del Padre, che disponete tutte le cose con fortezza e soavità, venite a insegnarmi la via del Paradiso. O Dio d’infinita carità, arricchite il mio cuore della Sapienza divina, onde ami solo il Bene eterno, e disprezzi i piaceri, le ricchezze, e le vanità fugaci, e bugiarde del mondo. Cosi sia.

Antiph. Charitas Dei diffusa est in cordibus nostris per inhabitantem Spiritum ejus in nobis.

V.- Emitte Spiritum tuum, et creabuntur.

R.- Et renovabis faciem terræ.

Oremus:

Adsit nobis, quæsumus, Domine, Virtus Spiritus Sancti, quæ et corda nostra clementer expurget, et ab omnibus tueatur adversis. Per Christum Dominum nostrum. Amen.

Fidelibus, qui septies doxologiam Gloria Patri … devote recitaverint ad septem dona a Spiritu Sancto impetrans, conceditur: Indulgentia trium annorum (S. C. de Prop. Fide, 12 mart. 1857; S. Pæn. Ap.,  10 iul. 1941).

Altra preghiera

O soffio divino dello Spirito Santo, fateVi sentire nell’anima mia; risvegliatela dall’assopimento in cui si trova; dissipate la languidezza in cui è immersa; portate via la polvere che si attacca, per così dire, a tutto quello che io fo; operate in me tutti i cambiamenti che Voi sapete esservi necessari. O divino Paraclito, datemi una di quelle lingue di lume, di carità, di perfezione che apparvero sopra gli Apostoli, affinché io possa con esse benedire il vostro Nome, confessare i miei peccati, insegnare con amore, riprendere con dolcezza, tacere quando conviene, ed edificare in ogni cosa. E voi, o santi Apostoli, che nel giorno solennissimo di Pentecoste riceveste nella sua pienezza lo Spirito di unità e santità, ottenete anche a noi un dono così segnalato, affinché credendo tutte le verità che avete insegnate, praticando tutte le opere che Voi avete raccomandate, vivendo e morendo nella Chiesa che Voi avete fondata, io giunga con Voi alla ricompensa beata ed eterna che ci avete insegnato a domandare e pregare. Così sia. [Manuale di Filotea, Milano 1888 – Impr.]

Preghiera

O Santo Spirito, Padre dei poveri e Consolatore degli afflitti, venite e scendete sopra di noi. Rischiarateci con la vostra sapienza, santificateci con il vostro amore; animateci con la vostra grazia; sosteneteci con la vostra fortezza, penetrateci con la vostra unzione; adottateci per figli con la vostra carità; pacificateci con la vostra presenza; salvateci con la vostra infinita misericordia; e sollevateci dalla terra al cielo, affinché Vi lodiamo, Vi benediciamo e Vi amiamo per tutta l’eternità. Amen. [Idem].

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Preghiera per domandare i Doni

Deus in adjutórium meum intènde.

Dòmine ad adjuvàndum me festina. (Glòria Patri,…) .

Santissimo Spirito Paràclito, io Vi adoro come vero Dio insieme col Padre e col Figlio divino. Vi benedico con le benedizioni degli Angeli e dei Serafini. Vi offro tutto il mio cuore, e vi ringrazio vivamente dei tanti benefici che avete fatto e Sempre fate al mondo. E poiché Voi siete il Datore di tutti i beni soprannaturali, e Voi riempiste di immense grazie l’anima della Madre di Dio Maria, Vi prego di venire in me con la vostra grazia e con il vostro amore.

1. O Spirito Santo, concedetemi il dono del santo Timor di Dio, affinché io non tema che il peccato, ami Dio sopra ogni cosa e diffidando di me e fidando in Voi, spenga nel mio cuore ogni ambizione mondana, ogni senso di superbia: salvi l’anima mia. Gloria Patri con una delle giaculatorie riportate sotto.

2. O Spirito Santo, concedetemi il dono della Pietà, affinché io onori Dio con tutto l’affetto del mio cuore, reprima ogni sentimento di invidia; il cuor mio diventi dolce e mansueto come quello di Gesù. Gloria Patri, ecc.

3. O Spirito Santo, concedetemi il dono della Scienza, affinché io conosca sempre più il mio Dio per amarLo, i miei peccati per detestarli, farne la penitenza e ottenerne il perdono. Gloria Patri, ecc.

4. O Spirito Santo, concedetemi il dono della Fortezza, affinché io non tema alcun nemico dell’anima mia, combatta e vinca ogni difficoltà nel divino servizio e diventi sempre più fedele e fervoroso nell’adempimento dei miei doveri. Gloria Patri, etc.

5. O Spirito Santo, concedetemi il dono del Consiglio, affinché la mia mente da esso illuminata, veda il nulla dei beni di questo mondo, scopra ogni inganno del demonio, scacci ogni soverchio affetto alle cose terrene, ed usando misericordia al prossimo, ottenga io pure la misericordia di Dio. Gloria Patri, ecc.

6. O Spirito Santo, concedetemi il dono dell’Intelletto, affinché io impari sempre più ad amare ed apprezzare le verità della fede, e moderando in me ogni affetto mondano, conservi sempre puro il mio cuore e meriti un giorno di contemplare faccia a faccia il mio Creatore e Padre. Gloria Patri, ecc.

7. O Spirito Santo, concedetemi il dono della Sapienza, affinché l’anima mia, gustando le dolcezze della pietà, fugga gli allettamenti del senso, domi ogni passione, e conservando la pace in me stesso, col mio Creatore e Padre e col mio prossimo, meriti di essere chiamato figlio di Dio, e mi trovi sempre pronto a patire ogni persecuzione per conservare un così prezioso tesoro.

Gloria Patri, ecc.

Veni, Sancte Spiritus

 Veni, Sancte Spiritus, reple tuórum corda fidélium, et tui amóris in eis ignem accènde.

V. Emitte spiritum tuum, et creabùntur.

R. Et renovàbis fàciem terræ.

Oremus

Deus, qui corda fidélium Sancti Spiritus illustratióne docuisti, da nobis in eódem Spiritu recta sapere et de éjus semper consolatióne gaudére. Per Christum Dominum nostrum.

Indulgentìa quinque annorum. Indulgentia plenaria suetis conditionibus, dummodo quotidiana precum recitatio in integrum mensem producta fuerit (S. C. Indul., 8 maii 1907; S. Pæn.
Ap., 22 dec. 1932).

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Supplica allo Spirito Santo

Santissimo Spirito Paràclito, padre dei poveri, consolator degli afflitti, lume de’ cuori, santificatore delle anime, eccomi prostrato alla vostra presenza; Vi adoro con profondissimo ossequio. Vi benedico per mille volte ed insieme con i Serafini che stanno davanti al vostro trono, ripeto anch’io Sanctus, Sanctus, Sanctus. Credo fermamente che Voi siete eterno, consustanziale al Padre ed al Figlio divino. Spero nella vostra bontà che abbiate a salvare e a santificare quest’anima mia. Vi amo, o divino amore, con tutti gli affetti miei sopra tutte le cose di questo mondo, perché Voi siete infinita bontà, unicamente degna di tutti gli amori. E perché io, ingrato e cieco alle vostre ispirazioni tante volte Vi ho offeso con i miei peccati, Ve ne chiedo con le lacrime agli occhi mille volte perdono, dispiacendomi, più di ogni altro male, per aver disgustato Voi, sommo Bene. Vi offro tutto il mio freddissimo cuore, e Vi prego di ferirlo con un raggio della vostra luce e con una scintilla del vostro fuoco, affinché si dilegui il durissimo ghiaccio delle mie iniquità. Voi, che riempiste d’immense grazie l’anima di Maria santissima, ed infiammaste di santo zelo i cuori degli Apostoli, deh infervorate nel vostro amore anche il mio petto. Voi siete Spirito divino, sostenetemi contro tutti gli spiriti maligni. Siete fuoco: accendetemi del vostro amore. Siete luce: rischiaratemi la mente alla cognizione delle cose eterne. Siete colomba, datemi l’innocenza dei costumi. Siete aura soave, dissipate in me i venti delle mie passioni. Siete lingua: insegnatemi il modo di sempre benedirvi. Siete nuvola: proteggetemi con l’ombra del vostro patrocinio. E se finalmente siete il datore di tutti i doni celesti, deh animatemi, Vi prego, con la vostra grazia, santificatemi con la vostra carità, illuminatemi con la vostra sapienza, adottatemi per figlio con la vostra bontà, e salvatemi con l’infinita vostra misericordia; affinché sempre Vi benedica, Vi lodi e Vi ami, prima in terra nel tempo e poi in cielo per tutta l’eternità. Amen.

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LITANIE DELLO SPIRITO SANTO

Signore, abbiate pietà di noi

Cristo, abbiate pietà di noi

Signore, abbiate pietà di noi.

Cristo ascoltateci,

Cristo, esauditeci.

Padre celeste, che siete Dio, abbiate pietà di noi.

Figlio, Redentore del mondo, che siete Dio, abbiate pietà di noi.

Spirito Santo, che siete Dio, abbiate pietà di noi.

Santa Trinità, che siete un solo Dio, abbiate pietà di noi.

Spirito Santo, che procedete dal Padre e dal Figlio, abbiate pietà di noi [ogni volta].

Spirito Santo, che all’inizio del mondo spiravate sulle acque rendendole feconde …

Spirito Santo, per la cui ispirazione parlarono gli uomini di Dio, …

Spirito Santo, che rendeste testimonianza di Gesù Cristo, …

Spirito Santo, che siete disceso su Maria, …

Spirito Santo, che riempite tutta la terra, …

Spirito Santo, che abitate in noi, …

Spirito di verità, la cui unzione ci insegna tutte le cose, …

Spirito di sapienza e di intelletto, …

Spirito di consiglio e di fortezza, …

Spirito di scienza e di pietà, …

Spirito di santo timor di Dio, …

Spirito di grazia e di misericordia, …

Spirito di forza e di sobrietà, …

Spirito di umiltà e di castità, …

Spirito di dolcezza e di bontà, …

Spirito di pazienza e di modestia, …

Spirito di pace e di preghiera, …

Spirito di compunzione, …

Spirito di adozione dei figli di Dio, …

Spirito di ogni sorta di grazie, …

Spirito Santo che penetrate anche i segreti di Dio, …

Spirito Santo che pregate per noi con gemiti ineffabili, …

Spirito Santo disceso su Gesù sotto forma di colomba, …

Spirito Santo disceso sugli Apostoli sotto forma di lingue di fuoco, …

Spirito Santo di cui gli Apostoli furono ripieni, …

Spirito Santo per cui riceviamo una nuova vita, …

Spirito Santo che riempite i nostri cuori di carità, …

Spirito Santo che distribuite i vostri doni a chi Vi piace, …

Siateci propizio, perdonateci o Signore,

Siateci propizio, esauditeci o Signore,

Da ogni male – liberateci o Signore [ogni volta].

Da ogni peccato, …

Dalle tentazioni e dagli inganni del demonio, …

Dalla presunzione e dalla disperazione, …

Dalla resistenza alla verità conosciuta, …

Dall’ostinazione e dall’impenitenza, …

Da ogni sozzura di corpo e di anima, …

Dallo spirito di impurità, …

Da ogni cattivo spirito, …

Per la vostra eterna processione dal Padre e dal Figlio, …

Per la concezione di Gesù Cristo operatasi per opera vostra, …

Per la vostra divina discesa su Gesù Cristo nel Giordano, …

Per la vostra discesa sugli Apostoli nel cenacolo, …

Nel gran giorno del giudizio, …

Noi poveri peccatori, Ascoltateci, Ve ne preghiamo [ogni volta],

Affinché vivendo per lo spirito, per lo spirito pure operiamo, …

Affinché ricordandoci che siamo tempio dello Spirito Santo, giammai Lo profaniamo, …

Affinché, vivendo secondo lo spirito, non assecondiamo i desideri della carne, …

Affinché non abbiamo a contristare Voi che siete lo Spirito di Dio, …

Affinché possiamo conservare l’unità di spirito nel vincolo della pace, …

Affinché non abbiamo a credere troppo facilmente ad ogni spirito, …

Affinché sappiamo provare se gli spiriti vengono da Dio, …

Affinché ci rinnoviate nello spirito di rettitudine, …

Affinché ci fortifichiate col vostro sovrano Spirito, …

Agnello di Dio che togliete i peccati dal mondo, perdonateci o Signore.

Agnello di Dio che togliete i peccati dal mondo, esauditeci o Signore.

Agnello di Dio che togliete i peccati dal mondo, abbiate pietà di noi.

V. – Manda il tuo Spirito, e crea in noi una nuova creatura.

R. – E rinnoverai la faccia della terra.

Preghiamo

O Dio, che ammaestrasti i cuori dei fedeli con la luce dello Spirito Santo, concedici di gustare nel medesimo Spirito, ciò che è bene, e di godere sempre delle sue consolazioni. Per Cristo nostro Signore. Così sia.

Giaculatorie:

Spiritus Sancte Deus, miserere nobis. (500 g. o.v.)

Spiritus Sancti gratia illumina sensus, et corda nostra. Amen. (500 g. o.v.)

Ottobre è il mese che la Chiesa dedica al Santo Rosario e ai Santi Angeli

 

vergine-del-rosario

Beata Vergine Maria del Santo Rosario

Nostra Signora disse a Lucia: “Gli ultimi mezzi che Dio darà al mondo per la sua salvezza sono il Santo Rosario e il mio Cuore Immacolato”. La parola “ultimo” significa ed indica che non ce ne saranno più altri.

[Parole di Padre Fuentes nella sua intervista con Suor Lucia di Fatima il 26 dicembre 1957]

È sufficiente sapere che questa devozione è stata approvata dalla Santa Chiesa, e i sovrani Pontefici hanno ad essa applicato diverse indulgenze. A colui che recita la terza parte del Rosario, è concessa l’indulgenza di settantamila anni, e a colui che lo recita per intero, ottantamila, e ancora più a colui che lo recita nella cappella del Rosario. Benedetto XIII, al Rosario (per colui che recita almeno la terza parte del Rosario) che è stato benedetto dai Padri Domenicani, applica tutte le indulgenze che sono fissate per i rosari di s. Brigida, vale a dire, cento giorni per ogni “Ave Maria” e “Padre nostro” … Il Rosario deve essere recitato con devozione; e qui si richiama alla mente ciò che ha detto la Santa Vergine a Santa Eulalia, e cioè che Ella era più soddisfatta da cinque decine dette con pause e devozione, piuttosto che da quindici recitate in fretta e con minor devozione. (Le glorie di Maria, di S. Alfonso de ‘ Liguori)

angels

Angelo di Dio, che sei il mio custode,

il cui amore ti impegna

in questo giorno/notte: sii sempre al mio fianco,

illumina e custodisci, reggi e governa me.

Amen.

” Si acquisita indulgenza plenaria nell’ora della morte [in articulo mortis], da parte dei fedeli che sono soliti fare questa invocazione frequentemente durante la loro vita, a condizione di essere confessati e comunicati, o, almeno che facciano un atto di contrizione, invocando il Santissimo nome di Gesù, pronunziandolo con la bocca o, se impossibilitati, almeno mentalmente e accettare la morte con rassegnazione dalla mano di Dio come giusta punizione per i loro peccati (breve apostolico , 2 ottobre 1795; S. C. ind., 11 giugno 1796 e 15 maggio 1821).” [Fonte: la Raccolta, 1957].

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Qui di seguito elencati sono le feste che cadono in questo mese:

1 ottobre: PRIMO SABATO / Commemorazione di San Remigio Vescovo e Confessore.

2 ottobre: XX Domenica dopo Pentecoste, doppio.

3 ottobre: S. Teresa di Gesù Bambino Madonna, doppio.

4 ottobre: San Francesco d’Assisi Confessore, doppio maggiore.

5 ottobre: Commemorazione di San Placido e compagni martiri.

6 ottobre: San Bruno Confessore, doppio.

7 ottobre: PRIMO VENERDI / Santissimo Rosario della Beata Vergine Maria, doppio della Classe II, Commemorazione di San Marco Papa e Confessore, e SS. Sergio, Bacco, Marcello and Apuleio Martiri.

8 ottobre: Santa Brigida Vedova, doppio.

9 ottobre: XXI Domenica dopo Pentecoste, doppio.

10 ottobre: San Francesco Borgia Confessore, semplice.

11 ottobre: la Maternità della Vergine Maria, doppio della Classe II.

13 ottobre: S. Edoardo Re, Confessore, semplice.

14 ottobre: San Callisto I Papa e Martire, Doppio.

15 ottobre: S. Teresa Vergine, doppio.

16 ottobre: XXII Domenica dopo Pentecoste, doppio.

17 ottobre: S. Margherita Maria Alacoque Vergine, doppio.

18 ottobre: San Luca Evangelista, doppio della Classe II.

19 ottobre: San Pietro d’Alcantara Confessore, doppio.

20 ottobre: San Giovanni Canzio Confessore, doppio.

21 ottobre: Commemorazione di S. Ilarione Abate;

Commemorazione di Sant’Orsola e compagne vergini e martiri.

23 ottobre: XXIII Domenica dopo Pentecoste, doppio.

24 ottobre: San Raffaele Arcangelo, doppio maggiore.

25 ottobre: Commemorazione dei Ss. Crisante e Daria Martiri.

26 ottobre: Commemorazione di S. Evaristo Papa e Martire.

28 ottobre: Ss. Simone e Giuda Apostoli, doppio della Classe II.

30 ottobre: Nostro Signore Gesù CRISTO RE, doppio del I Classe;  Commemorazione della IV Domenica dopo Epifania.

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18 GIUGNO 1968 -3-

18 giugno 1968

-3-

   Cerchiamo di esaminare più da vicino la questione riguardante la formula di consacrazione dei vescovi. Intanto ci cominciamo a chiedere chi ne siano stati gli autori. Guarda caso, ci troviamo a che fare con personaggi già noti, fortemente compromessi con istituzioni massoniche e ferocemente anticristiane, al centro delle apparenti stravaganze già note della cosiddetta “nuova messa”, un rito di ispirazione vagamente anglicano-protestante, osannante il massonico e gnostico “dio signore dell’universo”, e fuorviando totalmente dal contesto teologico tridentino, pertanto carico di anatemi imperituri, in particolare per chi ne ha o ne dovrebbe avere consapevolezza. Non paghi dello “scoop” sacrilego anticattolico ed antiliturgico, di per se stesso già gravissimo, e mirando a radere al suolo totalmente la Gerarchia cattolica, e quindi la Chiesa stessa, avviano questa nuova “pratica” che confondendo tradizioni apostoliche inesistenti, costruite in biblioteca per attribuirsi un’aureola di sapienza (un “baro” da falsi sapienti), e mescolando riti orientali, siriaci ed africani, di difficile controllo documentale, ed oltretutto già rigettati nel passato perché eretici e blasfemi, creano questo nuovo rito gettando fumo negli occhi con ignobili menzogne e contraffazioni. E allora, chi sono gli autori del Pontificale Romano ? Eccoli: 1) Giovanni Battista Montini, detto Paolo VI, figura arcinota, il cui ruolo, decisivo nella contro-Chiesa, è riconosciuto ormai da tutti come determinante. Non ci dilungheremo affatto su tale figuro, e così rinviamo i lettori al trittico di Don Luigi Villa che lo ha “degnamente” e compiutamente descritto con dovizia di particolari ed abbondante documentazione.

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L’altro degno losco figuro, già noto ai lettori attenti del blog, è il mons. (?) 2) Annibale Bugnini, il tristemente noto BUAN 1365/75 (nome in codice di appartenenza alla “loggia”) il “grande prestigiatore”che ebbe la “sfortuna”, poverino!, … di dimenticare ad una conferenza in Vaticano, su una sedia, una borsa che malauguratamente fu rinvenuta da un giornalista che ne rivelò il contenuto (oh, questi giornalisti non si fanno mai i fatti propri!): erano documenti segreti della loggia di appartenenza massonica dell’incauto. Così “sgamato”, fu inviato come nunzio apostolico in Iran, per chiudere ingloriosamente la sua turpe carriera.

Bugnini

Ma l’incarico più “tecnico” fu assunto da un oscuro benedettino, 3) dom. Bernard Botte, OSB, di cui nessuno aveva mai saputo nulla, e che qualche anno prima del nuovo pontificale, pubblicava un libro in cui illustrava una strana e fino ad allora oscura, presunta “tradizione di Ippolito”, un Ippolito che non si capisce chi fosse stato, o forse “Ippoliti”, visto che se ne contano due o tre (!?!), la stessa “tradizione” già implicata fraudolentemente nella stesura della “messa di BUAN”( l’attuale rito rosa+croce spacciato per Messa cattolica dalla setta modernista, attualmente usurpante il Soglio di Pietro).

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Il “Pontificalis Romani” (nuovo Sacramento dell’Ordine) è stato promulgato dal “beato” marrano Giovanni Battista Montini, l’anti-papa, sedicente Paolo VI, il 18 giugno 1968. – Montini nomina Annibale Bugnini, che fu quindi l’artefice dei due documenti liturgici essenziali del suo “ruspante” falso pontificato demolitore: 1) il Pontificalis Romani, promulgato il 18 giugno 1968 e 2): in Cena Domini, promulgato il 03 Aprile 1969. Il 07 gennaio 1972, Montini ha poi egli stesso premiato Bugnini,ordinandolo”  all’Episcopato (ovviamente in modo invalido e sacrilego!!), e nominandolo poi, il 15 gennaio 1976, Arcivescovo titolare di Dioclentiana. Ma davanti allo scandalo della sua nota e divulgata appartenenza massonica fin dal 23 aprile del 1963 sotto il nome in codice di ’Buan 1365/75’, lo “esilia” come pro-Nunzio apostolico a Teheran … oramai il burattino logoro e “sgamato” si poteva mettere da parte, con un bel calcio nel fondo schiena!

Dom Bernard Botte, benedettino dell’abbazia del Mont-César (Belgio) fu, sotto l’autorità di Bugnini, il principale artigiano del testo, inventando la rocambolesca ricostruzione di un fantomatico rito, da una pretesa tradizione apostolica di Ippolito (ma non sa nemmeno lui di quale Ippolito si tratti!), nota evidentemente a lui solo.., e di cui non si era mai sentito parlare in precedenza nella Chiesa se non come frammento storico da decifrare … una favola partorita dalla fervida fantasia di questo strano benedettino, e subito fatta propria da chi intendeva distruggere la Gerarchia, il Sacerdozio ed i Sacramenti cattolici.

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Montini con l’efod, simbolo del gran sacerdote della sinagoga che condannò a morte Gesù-Cristo, simbolo dell’anticristo deicida! … più chiaro di così? … il prossimo “santo” della sinagoga di satana!

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Tomba Alghisi a Verolavecchia (BS), -famiglia materna-

disegnata dal “nostro” gran maestro e pontefice degli “illuminati”, con una complessa simbologia massonico-cabalistica, inneggiante alla “triplice trinità massonica” [decodificata dall’ing. F. Adessa in Chiesa Viva]. (Il Montini aveva giurato alla madre, sedicente ebrea, in realtà Kazara, odio e vendetta verso i cristiani, realizzando la profezia di Davide: Alienati sunt peccatores a vulva; erraverunt ab utero, locuti sunt falsa.  Furor illis secundum similitudinem serpentis, sicut aspidis surdae et obturantis aures suas, -Ps. LVII, 4-5)

Quali sono le origini del Pontificalis Romani, da dove proviene questa formula di Paolo VI ? Le Ragioni addotte da Paolo VI nel Pontificalis Romani per promulgare questa riforma ufficialmente sono: – « … Si è giudicato bene di ricorrere, tra le fonti antiche, alla preghiera consacratoria che si trova nella “Tradizione apostolica di Ippolito di Roma”, documento dell’inizio del terzo secolo, e che, in una grande parte, è ancora osservata nella liturgia dell’ordinazione presso i Copti ed i Siriaci occidentali. In tal modo, si rende testimonianza, nell’atto stesso dell’ordinazione, dell’accordo tra la tradizione orientale ed occidentale sul carico apostolico dei Vescovi » Paolo VI (Pontificalis Romani,1968). L’inganno è palese, poiché è provato (come vedremo più avanti) che : – La pretesa (*) Tradizione apostolica attribuita ad Ippolito di Roma, o ad altri autori, è un tentativo di ricostituzione fatto da Dom Botte dopo il 1946, ed « in modo costruttivo », secondo l’espressione di R.P. Hanssens, nel 1959. – La Tradizione apostolica d’Ippolito suscita dal 1992 un dibattito tra specialisti che la qualificano come di «pretesa Tradizione apostolica», quindi quantomeno dubbia, se non fantomatica! Questa controversia divenne oggetto di un seminario nel 2004 nel quale si conclude che: –1) La preghiera di consacrazione di Paolo VI si ispira, ma non s’identifica, con la pretesa Tradizione apostolica attribuita ad Ippolito; essa rappresenta una creazione “artificiale” di Dom Botte nel 1968. 2) La preghiera consacratoria di Paolo VI, la cui forma essenziale è ispirata alla pretesa (*) Tradizione Apostolica d’Ippolito, presenta delle similitudini con i riti Abissini, riti di eretici “monofisiti”, i quali non costituiscono dei riti validi, ma piuttosto dei riti risultanti da dibattiti teologici nati alla fine del XVII secolo. 3) I riti copto e siriaco non utilizzano affatto la formula detta d’Ippolito, (dello stesso avviso è perfino Dom Botte!). inoltre i riti utilizzati dal siriaco al copto, ai quali ci si è falsamente ispirati, venivano utilizzati per insediare un Patriarca già consacrato Vescovo, e quindi non conferivano in alcun caso il Sacramento dell’ordine!  – 4) La formula di Paolo VI non manifesta alcun «accordo tre le tradizioni orientale ed occidentale», ma viene recuperata piuttosto da una pretesa (*) ‘Tradizione apostolica d’Ippolito’, testo che secondo alcuni proviene invece da ambiti egiziano-alessandrini, nei quali i riti traducono, secondo Burton Scott Easton, le influenze della sinagoga (The Apostolic Tradition of Hippolytus, Burton Easton, 1934, pag. 67 ed. del 1962, Archon Books).

(*) [Noi abbiamo preferito scrivere, in accordo con il comitato internazionale “rore sanctifica”: La ‘pretesa’ Tradizione apostolica a proposito di questo documento denominato “la Tradizione apostolica attribuita ad Ippolito” (o a diversi autori “Ippoliti”), conformandoci così alla denominazione dei lavori Scientifici ed universitari che si è imposta da un paio di decenni nel mondo degli specialisti che trattano di questo soggetto.]

In sostanza, la “contestazione d’Ippolito”, conosciuta dagli specialisti già dal 1946, ossia ben 22 anni prima del Pontificalis Romani, continua nel 1990 ed oltre, anche da parte dei Bollandisti (Gesuiti seguaci di Bolland, particolarmente eruditi nelle documentazioni ecclesiastico-liturgiche). Sarebbe troppo lungo e noioso riportare tutti i documenti, veri o presunti, ed i dibattiti successivi sul tema, ma a quanti, incuriositi, volessero delle indicazioni precise, consigliamo di consultare il sito del comitato “Rore Sanctifica” o i diversi Tomi di “Démontration et bibliographie” editi da ESR. In conclusione, la preghiera consacratoria di Paolo VI s’ispira, ma non riproduce affatto neppure quella della pretesa (*) “Tradizione Apostolica d’Ippolito’ che è stata quindi solo un po’ di “fumo negli occhi”, un “bluff” per prendere tempo in attesa di tempi migliori e … di nuove invenzioni, e costituisce pertanto una creazione artificiale di Dom Botte nel 1968 L’inganno verrà meglio compreso successivamente, quando qualche “topo di biblioteca”, un inopportuno ed inatteso “figlio di topa….” va a scovare le formule ed i riti orientali nelle lingue originali, fraudolentemente addotti essere un modello di ispirazione onde fondere le consuetudini liturgiche occidentali ed orientali, sicuri che nessuno mai andasse a verificarle, fidandosi della perizia dei falsi e ben oleati “sapienti” incaricati. Per il momento ci fermiamo qui, ma le sorprese continuano: “Esse ci fanno capire la volontà sottile con la quale si sia perpetrato l’inganno tra l’indifferenza, l’insipienza e, non voglia Iddio, la connivenza di tanti presunti “conoscitori di cose divine”, mollemente adagiati nei loro dorati e comodi giacigli, magari in compagnia di qualche “amichetto”.. Tremate, il giudizio arriverà anche per voi … come un ladro, quanto meno lo aspettate … e lì sarà pianto e stridor di denti!

29 Settembre SAN MICHELE ARCANGELO

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Hymnus

{ex Commune aut Festo}

Te, splendor et virtus Patris,

Te vita, Jesu, cordium,

Ab ore qui pendent tuo,

Laudamus inter angelos.

Tibi mille densa millium

Ducum corona militat:

Sed explicat victor crucem

Michael salutis signifer.

Draconis hic dirum caput

In ima pellit tartara,

Ducemque cum rebellibus

Caelesti ab arce fulminat.

Contra ducem superbiae

Sequamur hunc nos principem,

Ut detur ex Agni throno

Nobis corona gloriae.

Deo Patri sit gloria,

Qui nos redemit Filius

Et Sanctus unxit Spiritus

Per Angelos custodiat. Amen.

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Ad Sanctum Michaëlem Archangelum. Precatio.

[S.S. Leone XIII]

PRINCEPS gloriosissime caelestis militiae, sancte Michael Archangele, defende nos in proelio et colluctatione, quae nobis adversus principes et potestates, adversus mundi rectores tenebrarum harum, contra spiritualia nequitiae, in caelestibus. Veni in auxilium hominum, quos Deus creavit inexterminabiles, et ad imaginem similitudinis suae fecit, et a tyrannide diaboli emit pretio magno. Proeliare hodie cum beatorum Angelorum exercitu proelia Domini, sicut pugnasti contra ducem superbiae luciferum, et angelos eius apostaticos: et non valuerunt, neque locus inventus est eorum amplius in coelo. Sed proiectus est draco ille magnus, serpens antiquus, qui vocatur diabolus et satanas, qui seducit universum orbem; et proiectus est in terram, et angeli eius cum illo missi sunt. En antiquus inimicus et homicida vehementer erectus est. Transfiguratus in angelum lucis, cum tota malignorum spirituum caterva late circuit et invadit terram, ut in ea deleat nomen Dei et Christi eius, animasque ad aeternae gloriae coronam destinatas furetur, mactet ac perdat in sempiternum interitum. Virus nequitiae suae, tamquam flumen immundissimum, draco maleficus transfundit in homines depravatos mente et corruptos corde; spiritum mendacii, impietatis et blasphemiae; halitumque mortiferum luxuriae, vitiorum omnium et iniquitatum. Ecclesiam, Agni immaculati sponsam, faverrimi hostes repleverunt amaritudinibus, inebriarunt absinthio; ad omnia desiderabilia eius impias miserunt manus. Ubi sedes beatissimi Petri et Cathedra veritatis ad lucem gentium constituta est, ibi thronum posuerunt abominationis et impietatis suae; ut percusso Pastore, et gregem disperdere valeant. Adesto itaque, Dux invictissime, populo Dei contra irrumpentes spirituales nequitias, et fac victoriam. Te custodem et patronum sancta veneratur Ecclesia; te gloriatur defensore adversus terrestrium et infernorum nefarias potestates; tibi tradidit Dominus animas redemptorum in superna felicitate locandas. Deprecare Deum pacis, ut conterat satanam sub pedibus nostris, ne ultra valeat captivos tenere homines, et Ecclesiae nocere. Offer nostras preces in conspectu Altissimi, ut cito anticipent nos misericordiae Domini, et apprehendas draconem, serpentem antiquum, qui est diabolus et satanas, ac ligatum mittas in abyssum, ut non seducat amplius gentes. Hinc tuo confisi praesidio ac tutela, sacra sanctae Matris Ecclesiae auctoritate, ad infestationes diabolicae fraudis repellendas in nomine Jesu Christi Dei et Domini nostri fidentes et sicuri aggredimur. 

Ecce Crucem Domini, fugite partes adversae.

Vicit Leo de tribu Juda, radix David.

Fiat misericordia tua, Domine, super nos.

Quemadmodum speravimus in te.

Domine, exaudi orazionem meam.

Et clamor meus ad te veniat.

 Oremus.

Deus, et Pater Domini nostri Jesu Christi, invocamus nomen sanctum tuum, et clementiam tuam supplices exposcimus ut, per intercessionem Immaculatae semper Virginis Dei Genitricis Mariae, beati Michaëlis Archangeli, beati Joseph ejusdem beatae Virginis Sponsi, beatorum Apostolorum Petri et Pauli et omnium Sanctorum, adversus satanam, omnesque alios immondos spiritus, qui ad nocendum humano generi animasque perdendas pervagatur in mundo, nobis auxilium praestare digneris. Per eundem Christum Dominum nostrum. Amen.

Hymnus

Christe, sanctorum decus angelorum,

Gentis humanae Sator et Redemptor,

Caelitum nobis tribuas beatas

Scandere sedes.

Angelus pacis Michael in aedes

Caelitus nostras veniat serenae

Auctor  ut pacis lacrimosa in orcum

Bella releget.

Angelus fortis Gabriel, ut hostes

Pellat antiquos, et amica caelo,

Quae triumphator statuit per orbem,

Templa revisat.

Angelus nostrae medicus salutis,

Adsit e caelo Raphael, ut omnes

Sanet aegrotos, dubiosque vitae

Dirigat actus.

Virgo dux pacis, Genitrixque lucis,

Et sacer nobis chorus angelorum

Semper assistat, simul et micantis

Regia caeli.

Praestet hoc nobis Deitas beata

Patris ac Nati pariterque sancti

Spiritus, cujus resonat per omnem

Gloria mundum.

Amen.

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A San Michele Arcangelo

Gloriosissimo S. Michele Arcangelo, Ministro della Suprema Divina Sede, Principe della Celeste Milizia, mandato in aiuto del Popolo di Dio, impetratemi il perdono di miei peccati, regolate le mie azioni secondo la volontà del Signore, e con la moltitudine degli Angeli soccorretemi nell’ora e nel punto della mia morte; liberate l’anima mia dal nemico infernale e guidatela con allegrezza all’eterno riposo. Così sia. [Via del Parasiso, Siena, 1823]

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ALL’ARCANGELO S. MICHELE (29 Sett.).

I. – O Gloriosissimo Arcangelo S. Michele, che pieno di fede, di umiltà, di riconoscenza, di amore, lungi dall’aderire alle suggestioni del ribelle Lucifero, o di intimidirvi alla vista degli innumerabili suoi seguaci, sorgeste anzi per primo contro di lui ed animando ed animando alla difesa della causa di Dio tutto il restante della Corte celeste, ne riportaste la più completa vittoria, ottenetemi, vi prego, la grazia di scoprire tutte le insidie, e resistere a tutti gli assalti di questi angeli delle tenebre, affinchè, trionfando a vostra imitazione dei loro sforzi, meriti di,risplendere un giorno sopra quei seggi di gloria da cui furono essi precipitati per non risalirvi mai più. Gloria.

II. – Gloriosissimo Arcangelo S. Michele, che destinato alla custodia di tutto il popolo Ebreo, lo consolaste nelle afflizioni, lo illuminaste nei dubbi, lo provvedeste di tutti i bisogni, fino a dividere i mari, a piovere manna dalle nubi, a stillar acqua dai sassi, illuminate, vi prego, consolate, difendete, e sovvenite in tutti i bisogni l’anima mia, affinché, trionfando di tutti gli ostacoli che ad ogni passo s’incontrano nel pericoloso deserto di questo mondo, possa arrivare con sicurezza a quel regno di pace e di delizie, di cui la terra promessa ai discendenti di Abramo non era che una smorta figura. Gloria.

III. – Gloriosissimo Arcangelo S. Michele, che, costituito capo e difensore della cattolica Chiesa, la rendeste sempre trionfatrice della cecità dei gentili colla predicazione degli Apostoli, della crudeltà dei tiranni colla fortezza dei Martiri, della malizia degli eretici colla sapienza dei dottori, e del mal costume del secolo colla purità delle Vergini, la santità dei Pontefici e la penitenza dei confessori, difendetela continuamente dagli assalti dei suoi nemici, liberatela dagli scandali de’ suoi figliuoli, affinché, mostrandosi sempre in aspetto pacifico e glorioso, ci teniamo sempre più fermi nella credenza nella credenza dei suoi dogmi, e perseveriamo sino alla morte nell’osserrarvanza dei suoi precetti. Gloria.

IV.- Gloriosissimo Arcangelo S. Michele, che state alla destra dei nostri altari per portare al trono dell’Eccelso le nostre preghiere ed i nostri sacrifici, assistetemi, vi prego, in tutti gli esercizi di cristiana pietà, affinchè compiendoli con costanza, con raccoglimento e con fede, meritino di essere di vostra mano presentati all’Altissimo, e da Lui ricevuti come l’incenso in odore di grata soavità. Gloria.

V.- Gloriosissimo Arcangelo S. Michele, che dopo Gesù Cristo e Maria, siete il più potente mediatore fra Dio e gli uomini, al cui piede s’inchinano confessando le proprie colpe le dignità le più sublimi di questa terra, riguardate, vi prego, con occhio di misericordia la miserabile anima mia dominata da tante passioni, macchiata da tante iniquità, ed ottenetemi la grazia di superare le prime, e detestar le seconde, affinché, risorto una volta, non ricada mai più in uno stato sì indegno e luttuoso. Glor.

VI.- Gloriosissimo Arcangelo S. Michele che come terror dei demoni, siete dalla divina bontà destinato a difenderci dai loro assalti nell’estrema battaglia consolatemi, vi prego, in quel terribile punto colla dolce vostra presenza, aiutatemi col vostro insuperabile potere a trionfare di tutti quanti i miei nemici, affinché, salvato per mezzo vostro dal peccato e dall’Inferno, possa esaltare per tutti i secoli la vostra potenza e la vostra misericordia. Gloria.

VII.- Gloriosissimo Arcangelo S. Michele, che con premura più che paterna discendete pietosamente nel tormentoso regno del Purgatorio per liberarvi le anime elette, e seco voi trasportarle nella eterna felicità, fate, vi prego, che, mediante una vita sempre santa e fervorosa, io meriti di andare esente da quelle pene sì atroci. Che se, per le colpe non conosciute, o non abbastanza piante e scontate, siccome già lo preveggo, mi vi andassi condannato per qualche tempo, perorate in allora presso il Signore la mia causa, movete tutti i miei prossimi a suffragarmi, affinché il più presto possibile voli al cielo a risplendere di quella luce santissima che fu promessa ad Abramo ed a tutti i suoi discendenti. Gloria.

VIII. – Gloriosissimo Arcangelo S. Michele, destinato a squillare la tromba annunziatrice del gran Giudizio, ed a precedere con la croce il Figliuolo dell’uomo nella gran valle, fate che il Signore mi prevenga con un giudizio di bontà e di misericordia in questa vita, castigandomi a norma delle mie colpe, affinchè il mio corpo risorga insieme coi giusti ad una irnmortalità beata e gloriosa, e si consoli il mio spirito mio spirito alla vista di quel Gesù che formerà il gaudio e la consolazione di tutti quanti gli eletti. Gloria.

IX.- Gloriosissimo Arcangelo S. Michele, che costituito governatore di tutta l’umana natura, siete in modo speciale il Custode della cattolica Chiesa, e del visibil suo Capo, riunite al seno di questa eletta Sposa di Gesù Cristo, tutte le pecore erranti, gli infedeli, i turchi, gli ebrei, gli scismatici, i peccatori, affinché, adunati tutti in un sol ovile, possano cantare unitamente per tutti i secoli le sovrane misericordie: sostenete nella via della santità, e difendete da tutti i nemici l’Infallibile interprete dei suoi voleri, il suo vicario sopra la terra, il Romano (Vero) Pontefice/affinché obbedendo sempre alla voce di questo pastore universale, non mai si allontanino dai pascoli della salute, ma crescano anzi ogni giorno nella giustizia, così i sudditi come i magistrati, così i popoli come i Re, e compongano su questa terra quella società concorde, pacifica ed indissolubile, che è l’immagine, il preludio e la caparra di quella perfetta ed eterna che comporranno con Gesù Cristo tutti i beati nel cielo. Gloria.

Oremus.

Da nobis, omnipotens Deus, beati Michaeli Arcangeli honore ad summa proficere; ut cujus in terra gloriam praedicamus, ejus quoque precibus adjuvemur in coelis. Per Dominum etc.

GlACULATORIA A S. MICHELE.

O glorioso, O forte – arcangiol s. Michele,

Siatemi in vita e in morte – proteggitor fedele.

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18 giugno 1968

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Stiamo esaminando una delle questioni più inquietanti che sconvolgono i fedeli attenti della “tradizione” cattolica, che devono prendere atto ancor più, come se non bastassero le quotidiane eresie moderniste della “contro-chiesa” della setta del “vat’inganno”, attraverso i suoi “mediatici” ben oleati rappresentanti, che essi si trovino oramai al cospetto di una contro-religione totalmente “A-cattolica”, nella quale è stato reso “invalido” il Rito della Consacrazione vescovile, con la conseguente invalidità di TUTTE le Ordinazioni sacerdotali e di tutti i “Sacramenti”, in modo particolarmente “criminale” la cresima, sacramenti falsi, amministrati quindi illecitamente, invalidamente e sacrilegamente da laici, consapevoli o meno, “finti” preti e vescovi da operetta! Persino occupanti recenti ed attuali del “Soglio di Pietro”, non hanno mai ricevuto una ordinazione vescovile valida! “Si è trattato di un’operazione chirurgica mirata, di un cesello orafo “a sfregio”, della rimozione dell’ingranaggio fondamentale di tutto l’impianto gerarchico-ecclesiastico, strutturato come un perfetto “orologio svizzero”, e di cui l’orologiaio “perfido” conosceva esattamente il meccanismo, tutto incentrato sulla Consacrazione vescovile: rimuovendo la ruotina “cardine”, si è avviata una caduta con effetto “domino” che sta portando inesorabilmente alla distruzione totale della Gerarchia ecclesiastica, con la creazione conseguente di una falsa gerarchia composta da semplici laici, cosa della quale purtroppo non ci si è resi ancora conto in pieno ( … sperando che non ce se ne renda conto solo una volta sprofondati nell’inferno, quando cioè oramai è troppo tardi!) … per non parlare poi della gioventù attuale, privata del Sacramento della Cresima, che li avrebbe resi “soldati” di Cristo, e che così non potranno mai sviluppare i doni dello Spirito Santo ricevuti al Battesimo, ed ottenerne i “frutti”. Dei frutti “marci” e putridi seminati tra i giovani, siamo tutti oramai tristemente testimoni. Ma veniamo ai fatti!

La volta scorsa abbiamo ricordato sommariamente i capisaldi teologici dei Sacramenti Cattolici, e brevemente li ricorderemo a noi stessi ed ai “distratti”, soffermandoci in particolare sul significato dell’“ex adjunctis”, elemento essenziale di un Sacramento. Che cos’è allora la “Significatio ex adjunctis” di un Sacramento (significato delle parole aggiunte)? Cominciamo col fissare alcuni punti essenziali:

  • Il valore o l’efficacia dei Sacramenti viene da Cristo, non dalla Chiesa; e il Cristo ha voluto che essi si comportino nella maniera degli agenti naturali, “ex opere operato” (attuati mediante un’operazione).
  • Un ministro indegno o anche eretico, amministra validamente i Sacramenti (anche illecitamente, e quindi in modo sacrilego!) se utilizza scrupolosamente la materia e la forma proprie a ciascuno con l’intenzione di fare ciò che fa la Chiesa.
  • L’utilizzazione della materia e della forma del sacramento, con l’integralità della “significatio ex adjunctis” garantisce che il ministro manifesti l’intenzione della Chiesa.
  • La “Significatio ex adjunctis” deve esprimere il “significato del sacramento”; se le modifiche introducono una contraddizione, il Sacramento non ha efficacia perché “manca manifestamente l’intenzione”.
  • Se la significatio ex adjunctis è tronca, il Sacramento può essere dubbio perché l’intenzione può praticamente mancare.

– In questi casi è legittimo ricercare le intenzioni di coloro che hanno modificato il rito per valutare la sua validità (cf. notazione di Leone XIII in Apostolicæ Curæ, un’enciclica dalla quale attingeremo abbondantemente in seguito, e che costituisce la “chiave” Magisteriale per risolvere l’apparente arcano).

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L’antichità del rito tradizionale.

  • Il Padre Jean Morin (1591-1659), sapiente oratore, pubblicava nel 1655 un’opera rimarchevole sul soggetto degli “ordines” latini ed Orientali. Si tratta del: “Commentarius de sacris Ecclesiæ ordinationibus secundum antiquos et recentiores Latinos, Graecos, Syros et Babylonios in tres partes distinctus”, la cui seconda edizione apparve ad Amsterdam nel 1695.
  • Più tardi, un benedettino di Saint-Maur, Dom Martene (1654-1739), pubblicava nel 1700, una sapiente edizione, notevole per rigore, raccogliendo i “Pontificali” di ordinazione della Chiesa Cattolica antecedenti all’anno ‘300 fino alla sua epoca. – Si tratta del ”De antiquis Ecclesiae ritibus libri quatuor”. Dom Martene fu discepolo di Dom Martin, e fu diretto per molto tempo da Dom Mabillon. Su queste autorevoli basi, e su una tradizione millenaria, S.S. Papa Pacelli, Pio XII, definì con Magistero solenne, “infallibile” ed “irreformabile” la formula definitiva (formula, si badi bene, che aveva consacrato un elenco lunghissimo di “fior” di Papi, Cardinali e Vescovi, Santi per vita, fede e dottrina, avallati da fatti straordinari e miracoli (veri ovviamente!).

La decisione infallibile di Pio XII:

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  • I lavori scientifici di recensione e di giustapposizione dei riti (Padre Morin, Dom Martène, etc.) hanno permesso di identificare la “forma invariabile, essenziale, nel rito latino, da più di 17 secoli”. • A partire da tali lavori, Pio XII ha designato “infallibilmente” le parole del “prefazio” che costituiscono la “forma” essenziale del Sacramento (in: Costituzione Apostolica “Sacramentum Ordinis”, punto 5, del 30 nov. 1947). Eccole:

   “Comple in Sacerdote tuo ministerii tui summam, et ornamentis totius glorificationis instructum cœlestis unguenti rore sanctifica”. («Compi nel tuo sacerdozio la pienezza del tuo ministero, e, rivestitolo con le insegne della più alta dignità, santificalo con la rugiada del celeste unguento») .

Pio XII cioè non ha creato un rito, Egli ha semplicemente designato la forma essenziale del Sacramento in un Rito di tradizione quasi bi-millenaria. Al termine della Costituzione Apostolica citata, chiude con le terribili parole, che dovrebbero far tremare l’inferno (ma non hanno fatto tremare il “santo” della sinagoga di satana: il marrano e capo degli “Illuminati di Baviera”, noto omosessuale e spia del K.G.B., G.B. Montini, il sedicente Paolo VI, l’anti-Papa insediato al posto del Cardinale Siri, validamente eletto con il nome di Gregorio XVII, sotto minaccia atomica … ma questa è un’altra storia … la racconteremo in altra sede!): “Nulli igitur homini liceat hanc Constitutionem a Nobis latam infringere vel eidem temerario ausu contraire” (… a nessun uomo è lecito infrangere questa Costituzione o modificarla con temerario ardimento)…  quindi in realtà Pio XII non ha creato nulla: egli ha semplicemente constatato e quindi definito infallibilmente ed irreformabilmente la “forma essenziale” nel Prefazio del Rito di Consacrazione nel Pontificale (il volume che contiene tutte le cerimonie presiedute dai Vescovi ed Autorità Superiori).

A questo punto, incomprensibilmente, apparentemente senza motivazioni apostoliche, teologiche, liturgiche, il RIBALTONE!!!:

l’illecita “Eliminazione radicale della forma essenziale del rito latino”.

21 anni dopo la promulgazione infallibile di Pio XII della “forma” essenziale, rimasta invariata per oltre 17 secoli, G.B. Montini (il sedicente antipapa Paolo VI) la sopprime totalmente.

Pio XII, nel 1947, in ”Sacramentum ordinis” ha designato le parole del prefazio che costituiscono la “forma” essenziale, le riportiamo ancora:Comple in Sacerdote tuo ministerii tui summam, et ornamentis totius glorificationis instructum cœlestis unguenti rore santifica”. Paolo VI, con un ribaltone senza precedenti, naturalmente illecito, sacrilego ed invalido, ha designato nel 1968 nel Pontificalis romani un’altra forma essenziale che non conserva NULLA della forma essenziale fissata “infallibilmente” da Pio XII. Ecco la nuova “assurda” formula: “Et nunc effúnde super hunc Eléctum eam virtútem, quæ a te est, Spíritum principálem, quem dedísti dilécto Fílio tuo Iesu Christo, quem ipse donávit sanctis Apóstolis, qui constituérunt Ecclésiam per síngula loca ut sanctuárium tuum, in glóriam et laudem indeficiéntem nóminis tui”. « Questo è un fatto di portata senza pari!! Non resta una sola parola, una sola sillaba della “forma” che S.S. il Papa Pio XII aveva (nel 1947) definito infallibilmente come essenziale e assolutamente richiesta per la validità del sacro episcopato!

In breve … « la “forma” essenziale e necessaria alla validità è stata TOTALMENTE soppressa dal nuovo ordinale del “beato” marrano Paolo VI!» (Abbé V.M. Zins, 2005) Questo il fatto nudo e crudo, vedremo prossimamente gli infami autori di tale sfregio sacrilego e le blasfeme e ridicole ragioni addotte a sostegno del ribaltone, che è tra l’altro veicolo sottile di eresie perniciose e gravissime, contro la SS. Trinità, contro l’Incarnazione del Cristo, e contro lo Spirito Santo, configurando un assurdo gnostico-manicheo, peraltro già intrufolato nell’anglicanesimo e nel giansenismo, un movimento novatore, pre-modernista del 1700, condannato giustamente come eretico, e contro il quale il nostro S. Alfonso Maria è stato un martello tenace ed implacabile nella sua denuncia e demolizione. Chi pensa che con questo rito, o partecipando a pseudo-funzioni (o meglio “finzioni”?!?) tenute da laici, falsi consacrati da questo rito, faccia parte della Chiesa Cattolica, è un illuso, poiché pensando di marciare sotto il vessillo di Cristo, in realtà segue lo stendardo di satana. Aprite gli occhi, fratelli, il vostro pensiero costante, l’unico che conti per davvero, sia sempre e solo la conquista della salvezza dell’anima, che si ottiene con laboriosità ininterrotta, mediante la vigilanza, la prudenza, la preghiera incessante e la conoscenza della Tradizione Apostolica, delle Sacre Scritture, rigorosamente e correttamente interpretate, e del Magistero autentico della Chiesa, Maestra di vita. Non c’è posto per la falsa misericordia che chiude i due occhi sul vizio impuro, l’adulterio amnistiato, la sacrilega peccaminosità, sull’apostasia ecumenista, eludendo il pentimento e la penitenza, e prospettando infine … l’inferno gratis per tutti!!! … venite avanti c’è posto!

IL CULTO DELLO SPIRITO SANTO

Il culto dello Spirito Santo.

[J.-J. Gaume: “Il trattato dello Spirito Santo”,capp. XLI-XLII-XLIII]

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Esultiamo: Sursum corda. Le sofferenze di questo tempo non son nulla, di fronte alla gloria futura che si rivelerà in noi. Pensando al frutto dell’eterna vita, se ci resta qualche raggio di vera luce, qualche sentimento di nobile ambizione, diremo con l’Apostolo: Per guadagnare il cielo ho fatto lettiera di ogni cosa. Come candidati dell’eternità, imiteremo il mercante di pietre preziose del quale parla il Vangelo. “Egli trova una perla, che di per sé sola e un tesoro. Invece di perdere il suo tempo a cercare, e il suo denaro nell’acquistarne altre, compra quella, e diventa il più ricco e il più fortunato dei mercanti. Ma che! una si grande ricompensa per si poca fatica! L’infinito per il finito! Che cosa è questo mistero? Lo Spirito Santo è l’amore infinito; e il cielo è il regno dell’amore infinito. La ragione della proporzione ci è nascosta! ma il fatto è indubitato. Ci è garantito dalla parola divina, e reso sensibile da delle immagini presenti agli occhi di tutti. Chi non ha vista la bellezza, la grandezza, la prodigiosa molteplicità dei frutti di certi alberi? Meditate un poco, questo spettacolo ci dice: Per ottenere di che ripararsi contro gli ardori del sole, riscaldare la sua casa, coprire la sua tavola di frutta succulenta, per degli anni interi, basta all’uomo fare il sacrificio di un sol frutto, capace tutt’al più di soddisfare una leggera sensualità. Colui che moltiplica in un modo così meraviglioso il frutto degli alberi ci ha promesso di moltiplicare, secondo la stessa legge, il frutto delle opere nostre: Centuplum accipiet. Chi ha il diritto di dubitare della sua parola, o di limitare la sua potenza? Le meraviglie che rifulgono nell’ordine materiale, non rappresentano altro che imperfettamente i miracoli che si compiono nell’ordine morale. Quanto più vi è differenza tra l’umile sementa posta in terra e l’albero magnifico coperto secondo la stagione, di fiori e di frutta; tanto più ve ne sarà tra il piacere momentaneo, del quale noi facciamo il sacrificio, o accettiamo volentieri la privazione, e i torrenti di voluttà eterni da cui saremo inondati. – Ora il frutto nasce dal frutto. Il frutto di vita eterna nasce dai frutti del tempo, e li conosciamo. Resta a dirsi come bisogna coltivarli; coltivando cioè l’albero che li porta: quest’albero non è altro che lo Spirito Santo medesimo. [“Et tu colis Deum, et coleris a Deo. Recte dicitur, colo Deum: quomodo autem color a Deo? Invenimus apud Apostolum. Dei agricoltura estis…. Colit te ergo Deus, ut sis fructuosus; et colis Deum, ut sis fructuosus. Tibi bonum est quod te colit Deus; tibi bonum est quod colis Deum, ecc.” S . Aug., Enarrat., in ps. 145, n. 11, opp. t. IV, p. 2323, ediz. Nuovis]. – In qual modo coltivarlo? Rendendogli il culto che merita. Da ciò due questioni: il mondo deve un culto allo Spirito Santo, e quale? 1° Il mondo lo deve. Quando io voglio ottenere la risposta ad una questione di storia o di astronomia, interrogo gli storici o gli astronomi. Per sapere se il mondo deve un culto allo Spirito Santo, mi rivolgo ai maestri della scienza divina. Questi maestri sono: lo stesso Dio, Nostro Signore, gli Apostoli, i Padri, la Chiesa. Sino dall’origine del mondo tutti questi maestri non hanno che una voce per dire, di generazione in generazione, all’eterno soldato che si chiama il genere umano: i tuoi più terribili nemici non son quelli che tu vedi, cioè gli uomini di carne e di sangue. Per te la vera lotta è contro lo spirito del male e le sue schiere invisibili. Vuoi tu conoscere la loro natura? essa è superiore alla tua. Il loro carattere? essi sono la stessa iniquità. Il loro numero? è incalcolabile. I loro artifizi? essi sono i padri della menzogna. La loro dimora? essi abitano l’aria cha tu respiri, e piombano su di te più rapidi dell’uccello di rapina. Solo uno spirito può lottare contro uno spirito, e lo Spirito del bene contro lo Spirito del male. Tenersi nascosti sotto l’ala dello Spirito del bene, o cadere sotto gli artigli dello Spirito del male è l’inevitabile condizione della tua esistenza. 1 1 [Eph., VI, 12 \ Corn. a Lap., ibid. ; I Petr., v, 8]. – Cosi parlano tutti quanti i maestri della scienza. Ascoltiamoli ciascuno in particolare. Iddio. A fine di render sempre presente all’uomo la necessità del culto dello Spirito Santo, Iddio ha scritto due grandi libri: il mondo e la Bibbia. Con una eguale eloquenza questi due libri raccontano le glorie dello Spirito Santo, il suo amore perenne per l’umanità e l’indispensabile necessità della sua assistenza. Il cielo coi suoi soli, la terra con le sue ricchezze, il mare con le sue leggi, lo stesso caos che dilucida e che feconda, parlano di Lui, come essi parlano del Figliuolo e del Padre. Più di centocinquanta volte l’Antico Testamento nomina, benedicendola, la terza Persona dell’adorabile Trinità. Duocentodieci volte lo stesso omaggio gli è reso nel Nuovo Testamento. – Che cosa rivela questa così frequente ripetizione, se non la parte suprema ed eterna dello Spirito Santo nell’opera della creazione, del governo e della redenzione del mondo? Che cosa essa predica se non il dovere imposto agli uomini, agli angeli di tenerlo costantemente col Padre e col Figliuolo, in capo dei loro pensieri, delle loro preghiere e delle loro adorazioni? Aggiungasi, che se in questo culto incessante una preferenza dovesse aver luogo, sarebbe in favore dello Spirito Santo. – Amore sostanziale del Padre e del Figliuolo, ei non si rivela che con benefizi. Tutti i doni della natura e della grazia vengono direttamente da Lui. – Nostro Signore. Alla voce della Bibbia e delle creature si aggiunge quella della Verità in persona, il Verbo incarnato con esempi e parole. Il divino Precettore del genere umano non ha omesso niente per farci amare lo Spirito Santo, e porre in Lui tutta la nostra fiducia. – Ciò che era Giovan Battista a suo riguardo, sembra esserlo Egli stesso riguardo allo Spirito Santo. Il figlio di Zaccaria, il più grande dei figli degli uomini, è scelto per precursore del Messia. Il figliuolo di Dio medesimo prende la parte di precursore di fronte allo Spirito Santo, e pare non abbia altro scopo che di preparare il mondo a riceverlo. Egli ha risoluto di farsi uomo, ma vuole che la Madre sua sia la sposa dello Spirito Santo. Vuole che il suo corpo sia formato per opera dello Spirito Santo. Vuole che il giorno del suo battesimo lo Spirito Santo discenda visibilmente sopra di Lui e che Lo conduca nel deserto, a fine di preparare la sua missione. Durante tutto il corso della sua vita mortale, Egli si mostra costantemente sotto la dipendenza dello Spirito Santo. – Quando arriva l’ora solenne in cui deve salvare il mondo per mezzo del suo sangue, è lo Spirito Santo che lo conduce al Calvario. Muore, ed è lo Spirito Santo che lo ritrae vivo dal sepolcro. [Matth., IV, 1; XII, 18, 28; Hebr., IX, 14; Rom., VIII, 2]. – Fa egli d’uopo difendere i diritti dello Spirito Santo? sembra eh’Egli dimentichi i suoi. Egli medesimo ha pronunziato questa sentenza: « Chiunque avrà detto una parola contro il Figliuolo dell’uomo, gli sarà perdonata; ma colui che l’avrà detta contro lo Spirito Santo, il perdono non gli sarà accordato né in questo mondo, né nell’altro. »[Ibid., XII, 32]. – È egli necessario fargli posto nelle anime? Ei non esita a separarsi da tutto ciò che ha di più caro al mondo, nel timore che la sua presenza non sia un ostacolo al regno assoluto dello Spirito Santo. [Joan XVI, 7]. – Tali sono state le parole e la condotta della seconda Persona della Trinità dirimpetto alla terza. Giammai il cielo e la terra non hanno inteso, né mai intenderanno nulla di sì eloquente, intorno all’eccellenza dello Spirito Santo, intorno al culto che Gli è dovuto, e sulla necessità del suo regno. – Gli Apostoli. Istruiti alla scuola del Verbo e formati dallo stesso Spirito Santo, gli Apostoli parlano della sua pienezza. Dinanzi ai nuovi fedeli e dinanzi ai persecutori, nei loro scritti e nei loro discorsi sempre essi hanno lo Spirito Santo sulle labbra. Ai diaconi la cura di nutrire i poveri; ad essi la missione di annunziare lo Spirito Santo, di comunicarlo al mondo e di proclamare da per tutto l’indispensabile necessità di sottomettersi al suo impero. Niente di più logico. Qual’ è infatti la loro vocazione, e perché sono essi apostoli? – La loro vocazione é una lotta a morte contro lo Spirito del male, satana, dio e re del mondo. Come Apostoli, la loro ragione d’essere è di cacciare l’usurpatore e di far regnare in sua vece lo Spirito del bene. – Come tante nubi benefiche spinte dal vento del Cenacolo, essi si spargono ai quattro canti del cielo, e fanno piovere su tutte le parti della terra lo spirito che risiede in loro. Il gigante di questa gran battaglia, san Paolo, lo conduce per trent’ anni da Oriente a Occidente, e da Occidente a Oriente. In tutti i luoghi esalta le glorie dello Spirito Santo, rivela la sua presenza con splendidi miracoli e non cessa di gridare agli ebrei ed ai pagani, ai Greci ed ai Bàrbari: «Ricevete lo Spirito Santo, riguardatevi da contristare lo Spirito Santo; soprattutto badate di non l’estinguere. Altrimenti, voi resterete o ricadrete sotto l’impero dello spirito infernale. – Chi non ha lo Spirito di Gesù Cristo, non Gli appartiene. Senza lo Spirito Santo voi non potete nulla nell’ordine della salute, neppur pronunziare il nome dell’autore della salute e della grazia. » [Ep., I, 17 ; IV, 30 ; I Thess., V, 19; Galat., V. 16, 17; Rom., VIII, 9; I Cor., XII, 3]. Ciò che Paolo insegna a Tessaloniea, a Efeso, ad Atene, a Corinto, Pietro l’insegna a Gerusalemme, ad Antiochia, a Roma; Bartolomeo in Armenia; Tommaso nell’Indie; Andrea in Scizia, Giacomo in Ispagna; Matteo in Etiopia. Cosi gli Apostoli ci appariscono come gli uomini dello Spirito Santo. Le loro predicazioni, i loro viaggi, i loro miracoli, la loro vita sublime e la loro morte, non meno sublime della loro vita, possono definirsi: lo Spirito Santo, annunziato, comunicato, presentato all’amore e all’obbedienza di tutto il mondo. Ond’è che la conservazione degli esseri non è che la continuazione della loro creazione. Se dunque il mondo cristiano formato dallo Spirito Santo vuole rimanere cristiano, è d’uopo necessariamente eh’egli resti fedele al principio della sua origine. Grande argomento di riflessione per l’epoca nostra! I Padri. Agli Apostoli succedono i Padri della Chiesa e i dottori. Essi hanno visto coi loro propri occhi la più stupenda di tutte le rivoluzioni: satana cacciato dal suo impero e l’umanità liberata dalla schiavitù, passare alla libertà, alla luce, alle virtù del Vangelo. Nessuno di loro ignora che questo miracolo della rigenerazione del mondo, più grande di quello della creazione, incomincia non a Bethlemme, ma al Cenacolo, e che è opera dello Spirito Santo. A perpetuare, ad estendere quest’opera meravigliosa, la loro vita si consuma; come quella degli Apostoli erasi consumata nello stabilirla. Sino dai primi secoli la storia ci mostra i più bei geni dell’Oriente e dell’Occidente consacranti il loro sapere e la loro eloquenza nello spiegare le prerogative dello Spirito Santo, a vendicare la sua divinità, a spiegare le sue opere meravigliose, a provare la necessità del suo regno ed a sollecitare per Lui le adorazioni del genere umano. Dietro l’esempio del Grande Apostolo, san Crisostomo, sant’Agostino, san Girolamo parlano di continuo del divino Paracleto. Didimo, san Basilio, sant’Ambrogio Gli consacrano ciascuno un trattato particolare. Le opere immortali di san Cipriano, di sant’Atanasio, di san Cirillo, di san Gregorio Nazianzeno, di sant’Ilario, di san Leone, di san Gregorio Magno, di Beda il Venerabile, di san Bernardo, di Ruperto, di san Tommaso, di san Bonaventura, di sant’Antonino e di molti e molti altri, sono tanti canali nei quali scorre abbondantemente l’insegnamento apostolico dello Spirito Santo. A tutti questi grandi uomini, fondatori delle comunità cristiane, niente sta più a cuore quanto l’inculcare al mondo la necessità permanente, nella quale si trova a vivere sotto l’impero dello Spirito Santo, o sotto l’impero di satana. In nome di tutti, lasciamo parlare san Bernardo e san Crisostomo. « Noi abbiamo, dice il primo, due pegni dell’amore di Dio per noi: l’effusione del sangue di Gesù Cristo, l’effusione dello Spirito Santo. Uno non serve a nulla senza l’altro. Lo Spirito Santo non è dato che a coloro che credono in Gesù crocifisso. Ma la fede non serve a niente, se essa non opera per mezzo della carità. Quindi la carità è un dono dello Spirito Santo. » [Epist. 107 ad Thom Praeposit. de Beveria, opp. t. I, p. 294, n. 8 e 9, ediz. noviss.]. – San Crisostomo : « Senza lo Spirito Santo, i fedeli non potranno né pregare Dio, né chiamarLo loro Padre. Senza di Lui, non vi sarà né scienza, né sapienza nella Chiesa, né pastori, né dottori, né santifìcatore. Insomma, senza di Lui la Chiesa non esisterebbe. »…. [“Nisi esset Spiritus sanctus pastores et doctores in Ecclesia non essent…. Nisi Spiritus adesset, Ecclesia non consisteret”. In sanct. Pentecoste hom. I, n. 4, opp. t. II, p. 548 ; id., t. IX, p. 40 ; id,, t. XII, p. 296, 297]. Ma se non vi fosse né Chiesa, né sacerdoti, né dottori, né possibilità di pregare, né mezzo di approfittare del sangue del Calvario, come sottrarsi all’impero di satana? – Cosicché senza lo Spirito Santo, niente di tutto ciò esisterebbe. Le parti del mondo incivilite dal cristianesimo sarebbero ancora come la China, le Indie, l’Africa, il Giappone, il Thibet, sotto il dominio assoluto del principe delle tenebre. Tal è l’insegnamento tradizionale dei Padri della Chiesa. Può egli darsi qualche cosa di più imperioso intorno alla necessità di conoscere lo Spirito Santo, d’amarLo, di adorarLo e di sottomettersi al suo impero? – La Chiesa. A fine di renderlo incancellabile, rendendolo popolare, la Chiesa ha cura di tradurre in atto quest’insegnamento fondamentale. Oltre il segno della croce, il cui uso frequente da Lei si raccomanda, [Un decreto di Pio IX, accorda 60 giorni d’indulgenza alla pratica di questo segno venerabile. Vedi la nostra opera Il Segno della Croce nel XIX secolo], ripete parecchie volte al’ dì a tutti i suoi figli il nome e l’influenza necessaria del celeste Consolatore, essa adopra mille mezzi per tenerLo presente al loro pensiero. – Quantunque Egli sia col Padre e col Figliuolo l’oggetto invariabile della sua liturgia, essa vuole che una festa tra tutte solenne, venga ogni anno di generazione in generazione a ricordare alla riconoscenza delle nazioni battezzate, Colui al quale il mondo deve tutto: luce, carità, libertà, civiltà nel tempo, glorificazione nell’eternità. – Se nella sua propria vita, in quella dei popoli, oppure in quella dei particolari si presentano alcune circostanze dove la sapienza dall’alto diventa particolarmente necessaria, la Chiesa non manca mai di indirizzarsi allo Spirito Santo. – La metropoli del mondo cattolico, Roma, è in lutto. La morte che non rispetta nulla ha colpito il suo pontefice e re. A Pietro bisogna dare un successore, al Figliuolo di Dio un Vicario. Il Sacro Collegio è riunito, un profondo silenzio circonda il santuario dove va a continuarsi la catena dei Pontefici. Di dove comincerà l’atto decisivo che deve rimettere nelle mani di un debole mortale i destini del mondo incivilito? La prima parola che esce dalle labbra di tutti quei vecchi, prostrati dinanzi a Dio, é una invocazione allo Spirito di sapienza, l’Inno tante volte secolare: Veni, Creator Spiritus. – Come si perpetua il Pontificato, così si perpetua il sacerdozio. Vedete quella turba di giovani leviti che incedono modesti e timidi verso il vescovo, la cui mano deve consacrarli sacerdoti, secondo l’ordine di Melchisedech. Araldi della fede, modelli dei popoli, missionari in lontane piagge, martiri forse: se essi hanno bisogno di grandi virtù, il consacratore ha bisogno di grandi lumi. Per ottenere ai primi l’eroismo, al secondo il discernimento, a chi la Chiesa si rivolge? Allo Spirito Santo. Nell’ordinazione, come nel Conclave, l’inno reale sale verso il cielo, e comincia, consacrando l’augusta cerimonia: “Veni, creator Spiritus. Così dal Pontefice posto in cima della scala santa, fino al levita seduto sull’ultimo gradino, la gerarchia della Chiesa si perpetua sotto l’influenza dell’adorabile Spirito che la forma. – Nella sua incomprensibile tenerezza per i figli degli uomini, Iddio in persona, degna abitare sulla terra: Egli permette che templi Gli siano innalzati. Chi renderà degni di Lui quegli edifici materiali? Chi ne farà dei nuovi cieli? Lo stesso Spirito, il quale, delle caste viscere di Maria, fece il santuario del Vèrbo eterno. Alla voce della Chiesa Egli discenderà su queste regioni terrestri, le purificherà, le imbalsamerà della sua essenza divina; e per sempre le renderà care a Dio e rispettabili agli uomini. L’invocazione solenne inaugura l’imponente consacrazione, e va a sollecitare sul suo trono lo Spirito Santificatore : “Veni, Creator Spiritus”. – Templi più augusti debbono essere consacrati. Ai poveri, agli orfani, agli infermi, occorrono padri e madri, fratelli e sorelle che sposino tutti i loro patimenti, sollevino tutti i loro bisogni, dalla culla sino alla tomba e al di là. Chi opererà questo miracolo, ignoto al mondo avanti la Pentecoste cristiana? Lo Spirito di sacrificio sarà innanzitutto invocato. Nella stessa guisa che al di del Cenacolo, Egli discenderà; e la sua potente azione formando tanti cuori novelli, il mondo avrà nei frati e nelle monache, delle generazioni di continuo rinascenti d’apostoli e di martiri della carità. “Veni, Creator Spiritus”. – Grazie a perfide intelligenze col cuore umano, lo spirito del male riuscì troppo spesso a varcare la cinta della Città del bene. La zizzania è seminata nel campo del padre di famiglia. Alla vista della defezione degli uni, della connivenza e della vigliaccheria degli altri, l’allarme guadagna i capi del gregge. E quando una rigenerazione generale o parziale diventa necessaria, allora la Chiesa ricorre a quei grandi mezzi che chiamansi i concilii e le missioni. – Raccolta come gli apostoli nel cenacolo, comincia essa invariabilmente con l’invocare lo Spirito che la formò e che formandola, rinnovò da cima a fondo la faccia della terra. Con le sue preghiere ed i suoi canti essa lo scongiura ad illuminare le menti; a dettare esso medesimo le decisioni della fede e le regole dei costumi; a dare l’efficacia alla parola del Verbo, a purificare i cuori e render loro, con la vita soprannaturale, il coraggio e la lotta. Sotto l’influenza sempre antica e sempre nuova dello Spirito creatore, zampillano vive luci sul mondo, e meravigliose trasformazioni si compiono in questi nuovi cenacoli: “Veni, Creator Spiritus”. – Non meno dell’uomo cristiano, l’uomo sociale ha bisogno dello Spirito Santo, ed in tutte le occasioni solenni, la Chiesa prende cura di ricordarglielo. La morte che colpisce i Pontefici don risparmia i Re. Un trono è vacante, bisogna riempirlo. Dare un re a una nazione è farle il più prezioso o il più funesto dono. Vescovo del foro esterno, protettore, modello e padre dei popoli: ecco i nomi del Re cristiano. In questi nomi, quali doveri? chi lo innalzerà all’altezza della sua dignità? Chi gli insegnerà che il potere è un peso? chi lo spoglierà di sé stesso per farne l’uomo di tutti? Solo lo Spirito Santo può operare questo difficile miracolo. La Chiesa lo sa, e la consacrazione dei re non é che una invocazione perpetua allo Spirito di fortezza, di luce, di giustizia e di carità. In questa consacrazione tremenda che dice ai re della terra: Voi siete i vassalli del Re del cielo, e voi dovete essere la sua immagine viva; a Lui dovrete, come l’ultimo dei vostri sudditi, render conto della vostra amministrazione: quali guarentigie di felicità temporale per i’ popoli, e di salute eterna per le anime! Per le dinastie medesime, qual pegno di durata! Meteore passeggere, o flagelli permanenti: ecco ciò che esse sono state, ciò che saranno sempre se non sono sostenute e dirette dallo Spirito di Dio: “Veni, Creator Spiritus”. – Fare delle leggi ed applicarle con discernimento, vale a dire distinguere a un tempo il giusto dall’ingiusto, colpire utilmente il colpevole, assolvere coraggiosamente l’innocente, non importa meno alla felicità delle nazioni della consacrazione dei re. La pubblica prosperità, la pace all’interno, il rispetto al di fuori, la fortuna, l’onore, la libertà, la sicurezza, la stessa vita dei cittadini sono tra le mani del legislatore e del giudice. Quale responsabilità! – Lo stesso Salomone non ne conosceva di più tremende. Il paganesimo, o non ne dubitava, o non ne faceva nessun conto. I suoi codici attestano che egli non consultava che le regole volgari della prudenza umana, o il dictamen incerto dell’equità naturale: troppo spesso anch’egli non invocava altri dii che l’interesse, il capriccioo la forza. Alle stesse sorgenti del diritto attingono ancora i popoli non cristiani, e a poco a poco quelli che cessano d’esserlo. Quindi lo scandalo delle loro legislazioni e le iniquità della loro giustizia. Sarà egli cosi delle nazioni uscite dal cenacolo? niente affatto. – La Chiesa vuole che i legislatori ed i magistrati cristiani cerchino le loro aspirazioni alla stessa fonte della verità, e prendano per regola invariabile la legge immacolata di cui lo Spirito Santo è nel tempo stesso l’autore e l’interprete. [Non si cessa di ripetere, da Bossuet in poi, che il diritto romano è la ragione scritta. Nulla di più falso. La vera ragione, scritta è il decalogo. Non ve n’è, né ve ne saranno altre. “Veni, Creator Spiritus”. – Per quanti secoli la Vecchia Europa non ha ella visto le sue assemblee politiche, i suoi stati generali, i suoi parlamenti, i suoi tribunali aprire le loro sessioni, invocando seriamente lo Spirito di sapienza e di luce, senza il quale qualunque legislazione è difettosa, ogni giustizia cieca, ogni scienza pericolosa o vana? 2 2 [“Per me reges regnant et legum conditores justa decernunt”. Prov. VIII, 15. — “Vani enim sunt omnes homines in quibus non subest scientia Dei”. Sap. XIII, 1]. – La sua pietà non fu sterile. Finché lo Spirito Santo diresse i loro sudori, i legislatori e i magistrati non macchiarono i codici moderni di nessuna legge anticristiana, né gli annali dei tribunali di nessuna enormezza giuridica. – Fare invocare lo Spirito Santo nelle grandi circostanze, donde debbono dipartirsi gli interessi generali delle società cristiane non basta alla Chiesa. Ma essa raccomanda a tutti i suoi figli, quali che siano la loro età e il loro stato, di ricorrere a Lui nel principio delle loro occupazioni. Cosi parecchie volte al giorno, in tutti i punti del globo, il figlio cristiano che studia le scienze, sacre o profane, chiama in aiuto della sua intelligenza lo Spirito di luce, di coraggio e di purità. Se si tratta per le generazioni che entrano nella battaglia della vita, di ricevere la terza Persona della Trinità, allora la Chiesa moltiplica gli sforzi della sua materna sollecitudine. Istruzioni prolungate, pubbliche preghiere e particolari, purificazione dell’anima mediante i sacramenti, annunzio solenne del Pontefice: tutto è posto in opera per fare di ciascuna parrocchia un nuovo cenacolo. [È infinitamente deplorevole che queste sapienti intenzioni della Chiesa non siano sempre adempiute, e che secondo una parola volgare, la cresima sia come trafugata a profitto della prima comunione]. – Tali sono con molti altri, i mezzi di continuo impiegati dalla Chiesa, per rendere lo Spirito Santo sempre presente alla memoria e al cuore dei suoi figli; può essa ridirci con più forza il bisogno continuo che abbiamo di Lui come uomini e come cristiani? È egli lecito disprezzare le raccomandazioni si pressanti della più savia delle madri? Non sarebbe forse una grande ingratitudine dimenticare Colui dal quale ogni creatura ripete tutti i doni che essa possiede? Il voler pretendere di fare a meno di Lui, circondati da nemici come siamo, non ci sarebbe nessun pericolo? – Questo pericolo non è lo stesso tanto per la società come per gli individui? Possono esse dunque sfuggire all’alternativa inesorabile dì vivere sotto 1’impero dello Spirito del bene, o sotto la tirannia dello Spirito del male? L’epoca nostra specialmente gode ella a questo riguardo di qualche immunità? Ahimè! per essa, più che per qualunque altra, il culto dello Spirito Santo è dal punto di vista puramente sociale, la grande necessità del momento. – Quest’epoca che si crede padrona di sé medesima dove è ella? Interroghiamo i suoi atti e le sue tendenze, il lusso sfrenato che la divora e che invoca a grandi grida la formidabile reazione del povero contro il ricco che chiamasi socialismo, il sacrificio perpetuo e di giorno in giorno più comune, della coscienza, dell’onore, dell’intelligenza, della vita pubblica e della vita privata, al culto della carne; l’insurrezione generale, inaudita, pertinace delle nazioni contro Dio e contro il suo Cristo; i torrenti di dottrine velenose, notte e giorno sparse sul mondo, terribili semente che saranno inevitabilmente seguite da una mèsse ancor più terribile: è forse lo Spirito Santo che ispira e che fa tutte queste cose? – Se non è lo Spirito di vita è lo Spirito di morte. A quale dei due apparterrà l’avvenire? Chi vuol saperlo fino d’oggi non ha da fare altro che interrogare la scienza o la diplomazia; gli basti di guardare da qual lato si volgono le nazioni. Tutta la questione è li. Per noi se qualche cosa è evidente, è che il mondo attuale deve allo Spirito Santo lo stesso culto, vogliamo dire le stesse preghiere che deve al suo liberatore, il disgraziato sospeso ad un filo sopra a un abisso senza fondo. Questa situazione chi la comprenderà? Questo bisogno chi lo sentirà? Questo dovere chi lo adempirà? Nessuno quasi; e questa non è la minor prova che ciò che noi diciamo è la verità: “Terribiliet ei qui aufert Spiritum principum”.Spirito Santo

2.° Qual culto deve il mondo allo Spirito Santo? Come il Padre e il Figliuolo, così lo Spirito Santo è Dio. Come il Padre e il Figliuolo, Egli ha dunque diritto al culto di latria. Questo culto supremo è interno ed esterno, pubblico e privato. Sotto tutti questi rapporti essendo obbligatorio rispetto al Padre e al Figliuolo, così lo è del pari rispetto allo Spirito Santo. Osiamo aggiungere, che in riparazione del lungo oblio di cui l’Europa moderna è colpevole, e per ragione dell’invasione minacciante dello spirito del male, la terza persona della SS.’Trinità deve essere oggi l’oggetto d’un culto di preferenza, di un culto più che mai ardente. Il culto interno, consiste nella fede, nella speranza e nella carità. [“…. Fide, spe, charitate, colendum Deum”. S. Aug. Euchyrid., c. III].Credere che lo Spirito Santo è Dio, come il Padre e il Figliuolo; come essi Persona distinta; con essi Uno in natura; ad Essi eguale in tutto; come loro eterno, onnipotente, infinitamente buono, infinitamente perfetto; credere tutto ciò dello Spirito Santo, come lo crediamo del Padre e del Figliuolo; sperare nello Spirito Santo, come si spera nelle due altre Persone dell’adorabile Trinità; amare lo Spirito Santo d’un amore supremo, di compiacimento, di riconoscenza, di speranza; nella stessa guisa che si ama, per gli stessi motivi, il Figliuolo e il Padre; tali sono i tre atti fondamentali del culto interno che il mondo deve allo Spirito Santo.Diciamo, amore di compiacenza, a motivo dell’amabilità infinite dello Spirito Santo: amore di riconoscenza, a cagione dei suoi benefizi. Senza parlare degli altri, il mondo deve a Lui : la Santa Vergine, l’Uomo-Dio, la Chiesa, e il cristiano. Amore di speranza, a causa delle sue magnifiche promesse: il cielo sarà il regno speciale dello Spirito Santo, poiché sarà il regno della carità. 11 [Corn. a Lapid. , in Luc., I, 35]. – Come il raggio esce dal centro, così il culto esterno esce necessariamente dal culto interno, e perciò obbligatorio.È impossibile all’uomo, composto di una duplice sostanza di non manifestare con segui esteriori i sentimenti che agitano la sua anima. Ma vi è di più: tutti i suoi atti esteriori non sono che la traduzione dei suoi pensieri e de’suoi sentimenti interiori. Oltreché gli bisognerebbe fare una violenza continua alla sua natura per ricacciare in fondo all’anima sua ciò che tende imperiosamente e costantemente a manifestarsi, l’uomo deve altresì a Dio l’omaggio dei suoi sensi, come pure l’omaggio del suo spirito. Cosi tutti gli atti esterni d’adorazione, le preghiere, il sacrificio, il rendimento di grazie che deve al Padre e al Figliuolo, gli deve pure allo Spirito Santo.L’uomo non è un essere isolato, ma un essere socievole. Iddio avendo fatto le famiglie, i popoli e la società, come ha fatto gli individui, ha diritto pure agli omaggi dell’essere collettivo, come agli omaggi dell’essere individuale. Come persone pubbliche, gli esseri collettivi non possono pagare a Dio il loro tributo, che mediante adorazioni collettive. Un popolo senza culto sarebbe un popolo ateo; e siccome un popolo ateo non è mai esistito, quindi dall’origine del mondo in poi e su tutti i punti del globo, v’è stato un culto pubblico. Aggiungasi che questo culto è tutto a vantaggio delle nazioni, le quali ne hanno bisogno per vivere. Un semplice ragionamento basta a provarlo: nessuna società senza religione: nessuna religione senza culto interiore, nessun culto interiore senza quello esteriore. Tutte queste proposizioni sono tanti assiomi di geometria morale, e tanti di leggi sociali e politiche, dai quali nessun’epoca, né nazione si può impunemente esimere. — Il culto privato, necessario quanto il culto pubblico, deve manifestarsi per la memoria dello Spirito Santo, mediante la preghiera, l’imitazione e il timore di offenderLo.La memoria è il polso dell’amicizia. Finché esso batte, l’amicizia esiste. Di qual forza, e con quale frequenza non deve battere dunque il nostro cuore per lo Spirito Santo? Amore consustanziale del Padre e del Figliuolo, amore eternamente attivo, fonte di tutti i beni della natura e della grazia di cui noi godiamo quaggiù, è altresì il re del futuro secolo, dove beatificherà gli eletti con la effusione senza limiti e senza fine delle voluttà divine. — Intanto, in quanti modi egli sollecita il nostro amore! L’aria che respiriamo, la stella che brilla nel firmamento, gli alberi carichi di frutta, le ricche méssi, i fiori così odoriferi, cosi varii e cosi belli, tutte le creature che non sembrano respirare altro che per renderci servigi, ci gridano con una voce instancabile: Amate lo Spirito d’amore che ci ha fatte come voi, e che non ci ha fatte che per voi.Se noi ascoltiamo questa voce, (e chi potrebbe non intenderla?) l’amore dello Spirito Santo scorrerà dal nostro cuore, come il ruscello dalla sorgente. Manifestandolo, il rendimento di grazie, l’invocazione, l’adorazione, le intime confidenze, la preghiera sotto tutte le forme, diverranno tra il mondo e lo Spirito Santo, il vincolo di un commercio abituale, il cui benefizio sarà per noi.Nei nostri dubbi, nelle nostre perplessità, nelle nostre malattie dell’anima e del corpo, a chi indirizzaci con più probabilità di successo? Soprattutto, qual difensore invocare, di fronte a catastrofi di cui ci minaccia la rapida invasione dello spirito del male? – Solo lo Spirito del bene può arrestarne il progresso. Ripetiamo dunque che la devozione allo Spirito Santo deve essere la devozione favorita dei cristiani moderni; e che le immutabili preghiere inspirate dalla fede dei nostri avi, debbono esalare dal nostro cuore, quasi cosi frequentemente quanto il respiro esce dalle nostre labbra: “Veni, Creator Spiritus” ; “Veni, Sancte Spiritus”, etc. Qui ci sarà domandato: Quando si ha bisogno di lumi, perché indirizzarsi allo Spirito Santo e non al Figliuolo che è la luce del mondo: “Ego lux mundi?” – Questa pratica non è ella in opposizione con l’usanza stabilita d’attribuire al Padre la potenza, al Figliuolo la sapienza ed allo Spirito Santo la carità? È facile rispondere che la luce è un dono di Dio, e che il dono essendo un atto d’ amore, è naturale si chieda allo Spirito Santo che è l’amore per essenza e per conseguenza il principio di tutti i doni. Si può aggiungere che essendo Dio, lo Spirito Santo e luce, come lo stesso Figliuolo; e che l’amore, principale attributo dello Spirito Santo, è la vera luce, dalla quale lo spirito e il cuore sono del pari illuminati. Donde risulta che il miglior consigliere, il più sicuro casuista, è l’amore di Dio e del prossimo, di cui lo Spirito Santo è la sorgente. D’altro lato, seguendo questa pratica secolare, la Chiesa non fa che conformarsi alle intenzioni di nostro Signore.Non è Egli stesso che ci ha insegnato a riguardare lo Spirito Santo come il centro della luce e l’oracolo della verità? Nella persona degli Apostoli egli ha detto alla sua sposa una volta per tutte: « Allorché lo Spirito che io vi manderò sarà venuto ; questi v’insegnerà ogni verità. » [Joan., XVI, 13]. – Così nulla è mutato; né l’ufficio d’inferiorità che il Verbo fatto carne prende riguardo allo Spirito Santo, né la missione speciale dello Spirito Santo. Siccome luce dei profeti nell’Antico Testamento, “locutus per prophetas”, così continua nel Nuovo ad essere l’ispiratore della Chiesa e di tutti i figli della Chiesa. – Pur tuttavia le adorazioni e le preghiere non bastano per costituire il vero culto dello Spirito Santo. Qualunque culto ha per fine di ravvicinare l’adoratore all’essere adorato. Questo ravvicinamento consiste essenzialmente nell’imitazione. Imitare lo Spirito Santo è dunque la parte fondamentale del suo culto. Ora, la purità e la carità sono gli attributi distintivi dello Spirito Santo, quindi l’imitarli forma l’essenza del suo culto. – La purità delle affezioni, vale a dire, il distacco del cuore da ogni affezione sregolata, è talmente voluta dallo Spirito Santo, che la sola ombra di una simile imperfezione Lo avrebbe impedito di discendere nel cuore degli Apostoli. Se è cosi, pretendere che Egli scelga per dimora un’anima schiava della carne, sarebbe una grossolana illusione. Santificare le nostre affezioni e i nostri pensieri, è dunque il primo passo da fare nella imitazione e nel culto dello Spirito Santo. L’altro attributo della terza Persona della Trinità è la carità. Da una parte la carità tende all’unione, e l’unione fa la forza; dall’altra, la carità si manifesta nelle opere. Questa seconda pratica del culto dello Spirito Santo, non è meno necessaria della prima. Quindi nei secoli cristiani gli ordini militari dello Spirito Santo e le numerose associazioni di carità spirituale e corporale, conosciute sotto il nome di Confraternite dello Spirito Santo. Ci sia permessa una parola intorno a queste istituzioni, la cui esistenza sola dà un’idea dello spirito che regnava nella vecchia Europa. – Nel XIV secolo, a malgrado della decadenza dei costumi, lo Spirito Santo era tuttora abbastanza popolare, anche nelle alte classi della società, permettendo ai re di farLo onorare di uno splendido culto dal fiore della loro nobiltà. Il giorno della Pentecoste 1352, Luigi di Taranto essendo stato coronato re di Gerusalemme e di Sicilia, istituì in onore dello Spirito Santo, al Quale andava debitore di questo insigne favore, l’ordine militare dello Spirito Santo. Egli stesso ne distese gli statuti che cominciano cosi : « Questi sono i capitoli, fatti e trovati dall’eccellentissimo, principe Monsignore il Re Luigi per la grazia di Dio, re di Gerusalemme e di Sicilia, ad onore dello Spirito Santo, e inventore e fondatore della nobilissima compagnia dello Spirito Santo al Diritto Desiderio. Incominciato il di della Pentecoste dell’anno di grazia 1352. – « Noi Luigi, per la grazia di Dio, re di Gerusalemme e di Sicilia ad onore dello Spirito Santo, nel qual giorno per sua grazia, noi fummo coronati sovrani dei nostri regni, ad esaltazione e accrescimento d’onore, abbiamo determinato di fare una Compagnia di cavalieri che saranno chiamati i cavalieri dello Spirito Santo al Diritto Desiderio; e i detti cavalieri saranno in numero di trecento, dei quali Noi come inventore e fondatore di questa Compagnia saremo principi; e altrettanto devono essere tutti i nostri successori re di Gerusalemme e di Sicilia.  » V. Giustiniani, Ist. di tutti gli ordin. milit., e Hélyott- Storia degli ordini religiosi, t. VIII, p. 319, ediz. in-4]. Dare aiuto e soccorso al re, tanto in guerra che in ogni altra occasione, costituiva il gran dovere dei cavalieri. Questa disposizione costante al sacrificio era simboleggiata da un nodo o cappio d’amore, colorata, posto sul loro petto. Al disopra del nodo si leggeva: Se a Dio piace. Finché non era piaciuto a Dio che il cavaliere segnalasse la sua devozione, con qualche splendida azione, il nodo rimaneva legato. Se in combattimento contro un nemico superiore in numero, il cavaliere aveva ricevuto delle ferite onorevoli, o riportato un notevole vantaggio, egli portava sino da quel giorno il suo nodo sciolto fino a che non fosse egli andato al Santo Sepolcro a fare al Nostro Signore omaggio della sua vittoria. Al ritorno, il nodo era rilegato con queste parole: È piaciuto a Dio. Esse erano accompagnate da un raggio lucente rappresentante una lingua di fuoco, come ricordo del simbolo sotto cui lo Spirito Santo discese sugli Apostoli. – Questi guerrieri veramente cristiani digiunavano tutti i venerdì dell’anno, e davano quel giorno da mangiare a tre poveri in onore dello Spirito Santo. Tutti gli anni essi si trovavano a Napoli il giorno della Pentecoste. – La celebrazione della festa si terminava con un pranzo che il re presiedeva in persona. Nel centro della vasta sala era una tavola chiamata la Tavola desiderata, dove mangiavano i cavalieri che durante l’anno avevano sciolto il nodo. Quegli che portava il suo nodo rilegato con una fiamma, riceveva una corona di lauro. – Alla morte di un cavaliere, il re faceva fare un uffizio solenne per il riposo dell’anima di lui. Tutti i cavalieri presenti vi assistevano, e il più prossimo parente o un amico del defunto, pigliava la sua spada per la punta e l’offriva sull’altare, seguito dal re e dagli altri cavalieri andavano a posarla sull’altare. Di poi si ponevano in ginocchio pregando per l’anima del cavaliere, e dopo il servizio si attaccava quella spada alla parete della cappella. Ricevuta da Dio, adoperata in servizio di Dio, a Dio ritornava. Se il cavaliere aveva portato la fiamma sul nodo, si scolpiva sulla sua tomba una fiamma dalla quale uscivano queste parole: Egli compiè la sua parte del Diritto Desiderio, e ogni cavaliere era obbligato di far dire sette messe per il riposo dell’anima sua. [Helyot, ubi supra]. – Due secoli più tardi la Francia pure ebbe il suo ordine dello Spirito Santo. Il giorno della Pentecoste 1573, Enrico III fu eletto re di Polonia; e lo stesso giorno del seguente anno 1574, chiamato al trono di Francia. – A fine di immortalare la sua riconoscenza verso lo Spirito Santo, questo principe dette, nel 1578, le sue lettere patenti per l’istituzione dell’ordine militare dello Spirito Santo, divenuto cosi glorioso nella storia d’Europa. – Esse esprimono tali sentimenti che ci chiamiamo tanto più fortunati di trovare in bocca d’un re, quanto più siamo meno abituati. – « Avendo riposto, dice il monarca, tutta la nostra fiducia nella bontà di Dio dal quale Noi riconosciamo avere e tenere tutta la felicità di questa vita, è ragionevole che Noi ci ricordiamo, che ci sforziamo di rendergli grazie immortali e che attestiamo a tutta la posterità i grandi benefizi che ne abbiamo ricevuti, particolarmente in questo che in mezzo a tante differenti opinioni in fatto di religione, le quali avevano diviso la Francia, Egli l’ha conservata nella cognizione del suo santo nome, nella professione di una sola fede cattolica, e nell’unione di una sola Chiesa apostolica romana. « Essendogli piaciuto per ispirazione dello Spirito Santo, il giorno della Pentecoste, riunire tutti i cuori e le volontà della nobiltà polacca, e portare tutti gli stati di questo regno e del ducato di Lituania a eleggerci per re, e quindi in simile giorno chiamarci al governo del regno di Francia; perciò, tanto per conservare la memoria di tutte queste cose, quanto per fortificare e mantenere di più la religione cattolica e per decorare e onorare la nobiltà del nostro regno, noi istituiamo l’ordine militare dello Spirito Santo…. il quale ordine creiamo e istituiamo in questo regno, affinché lo Spirito Santo ci faccia la grazia che noi vediamo ben presto tutti i nostri sudditi riuniti nella fede e nella religione cattolica, e vivere in avvenire in buona amicizia e concordia gli uni con gli altri…. che è il fine a cui tendono i nostri pensieri e le nostre azioni, come al .colmo della nostra più grande felicità. » Helyot., t . VIII, p. 406, eseg.]. – satana è lo spirito di divisione, viceversa lo Spirito Santo é lo spirito di carità. Se esiste un mezzo di ricondurre l’unione in un regno crudelmente diviso dalle guerre di religione, e con le discordie civili che ne sono la conseguenza inevitabile, è per l’appunto il ristabilire il regno dello Spirito Santo. Nulla dunque era più giusto del pensiero di questo principe: nulla di più desiderabile del fine della sua istituzione. Per il solo fatto della sua esistenza, era un immenso servizio. Mostrando la più alta nobiltà arruolata sotto la bandiera dello Spirito Santo essa lo metteva in rilievo come elemento sociale, e ritardava l’epoca di funesta dimenticanza in cui è caduta, agli occhi dei governi moderni, la terza Persona dell’adorabile Trinità. – Gli statuti dell’ordine erano adattatissimi a realizzare i voti del monarca. Come gran maestro, il re di Francia, il giorno della sua consacrazióne prestava giuramento sul Vangelo: « Di vivere e morire nella santa fede e religione cattolica, apostolica romana, e piuttosto morire che mancarvi; di mantenere per sempre l’ordine dello Spirito Santo; di non potere dispensare mai i comandanti e ufficiali, ammessi nell’ordine, dal comunicarsi e ricevere il prezioso corpo di Nostro Signore Gesù Cristo, nei giorni stabiliti, che sono il primo dì dell’anno e il di della Pentecoste. » L’Ordine essendo stato istituito per la propagazione della fede cattolica e per l’estirpazione, delle eresie, lo stesso giuramento di fedeltà a Dio, alla Chiesa, allo Spirito Santo, al re, era prestato dai cavalieri, il giorno del loro ricevimento. I cavalieri erano in numero di cento, tutti tratti dalle più nobili famiglie e di buona condotta e costumi. Per quanto era possibile assistevano tutti i giorni alla Messa, e i giorni di festa alla pubblica celebrazione dell’ufficio divino. – Erano obbligati a dire ogni giorno un rosario di dieci poste, che dovevano portare in dosso, poi l’uffìcio dello Spirito Santo con gli inni e orazioni, oppure i sette Salmi penitenziali; e se vi mancavano, a dare una elemosina ai poveri. I giorni di comunione comandati dagli statuti, dovevano in qualunque luogo si trovassero, portare il collare dell’ordine durante la Messa e la Comunione. – Il giorno dopo il loro ricevimento, essi andavano a udire la Messa vestiti degli abiti di cerimonia, e il re all’offertorio, offriva un cero fiorito di tanti scudi d’oro quanti anni contava. Dopo la Messa essi desinavano con Sua Maestà, e dopo mezzodì assistevano al vespro dei defunti. Il terzo giorno assistevano al servizio che si faceva per i cavalieri morti. All’offertorio il re e i cavalieri offrivano ciascuno un cero d’una libbra. Inoltre due Messe erano celebrate ogni giorno nel convento degli Agostiniani di Parigi, una per la prosperità dell’ordine e i cavalieri viventi, l’altra per quelli defunti. [Helyot ubi supra]. – Fra questi ordini militari del tempo antico, e gli ordini moderni, qual differenza! Mentre l’alta nobiltà praticava con tanto splendore il culto dello Spirito Santo, il popolo più fedele ancora alle tradizioni del passato, Io conservava nella sua ingenua ma commovente ed energica semplicità. Una parte dell’Europa era ricoperta di associazioni e di Confraternite dello Spirito Santo. La santificazione dei loro membri mediante l’unione fraterna e mediante la carità, era l’anima di quelle preziose istituzioni, la cui origine si perde nella notte dei tempi della barbarie: era insomma lo Spirito Santo in azione. Esse esistevano specialmente nella maggior parte delle parrocchie di Savoia. [I confratelli erano tutti o quasi tutti abitanti della parrocchia]. La diocesi privilegiata di san Giovanni di Maurienne, è abbastanza fortunata di conservarne fino a questo di cosi belle vestigia.I pubblici banchetti, ai quali pigliavano parte tutti i confratelli, danno luogo a pensare che le associazioni dello Spirito Santo traessero la loro origine dalle agapi. – Questi pasti avevano luogo su verdi prati all’ aria aperta. Si ammazzava un bove per il banchetto. Anche di recente, abbattendo un enorme noce, si trovò nei fianchi dell’albero secolare, l’arpione di ferro del quale si servivano per spezzare l’animale. Le grandi caldaie dove si faceva la minestra di grasso per il giorno delle agapi, esistono ancora in parecchie parrocchie. Avendo i tempi mutato, i pubblici pasti furono convertiti in elemosine generali, tanto per conservare la memoria dell’antica disciplina, quanto per sollevare più efficacemente i poveri vergognosi. I ricchi, i quali in qualità di confratelli avevano parte alle elemosine e distribuzioni, le ricevevano come i poveri. Cosi faceva il grande, l’amabile santo della Savoia, cioè san Francesco di Sales che portava religiosamente nelle pieghe della sottana le noci che i ragazzi gli davano, andando a confessarsi. Ei le faceva servire alla sua tavola, e diceva mangiandole: Questa è fatica delle mie mani, e son fortunato di mangiarne: “labores manuum tuarum quia manducabis, beatus es et bene Ubi erit”. – Ma in ricompensa di quel che essi ricevevano, e per render sempre più grosse le porzioni dei poveri, i ricchi avevano cura d’aumentare, sia per donazione, sia per testamento il fondo delle confraternite. Grazie alla loro liberalità, vi furono in alcune parrocchie fino a cinque elemosine generali all’anno. — Le epoche in cui avevano luogo, e la natura degli oggetti distribuiti, ci mostra che le elemosine avevano per iscopo di procurare ai confratelli, o alcune ricreazioni innocenti così dolci ai diseredati del mondo, o soccorsi materiali necessarii all’adempimento delle leggi disciplinali della Chiesa. – Così la distribuzione di olio di noce si faceva al principio di quaresima, perché allora non si poteva usare cibi con burro. La distribuzione del lardo aveva luogo il sabato santo, affinché i fedeli potessero preparare da grasso il loro nutrimento, durante il tempo pasquale. – Ma nel tempo in cui tutta la Chiesa è nella gioia, e in cui i solitari più rigidi rallentavano le loro austerità, non avere che poveri alimenti conditi di grasso, era poco. Perciò il lunedì di Pasqua si faceva una distribuzione di pane e di vino. Quando arrivava l’Ascensione, e che gli armenti cominciavano a salire sulle montagne, veniva dato una distribuzione di sale. Finalmente il lunedì o il martedì di Pentecoste, festa patronale della confraternita, si distribuiva della minestra, del vino, e lardo, che permetteva ai più poveri di dimenticare per un istante le loro privazioni consuete. – Oggi le distribuzioni o elemosine si riducono, a quelle del principio di quaresima e del sabato santo. Questo non è che il lato materiale della confraternita. Tutte le opere, di carità spirituale ne sono la parte morale. – In primo luogo, si pensa alla cura delle anime del purgatorio: per esse sono offerte parecchie Messe, e opere pie in diverso genere. Facendo cadere sui defunti la rugiada del refrigerio e della pace, queste testimonianze d’intelligente carità procurano ai vivi, potenti intercessioni appresso Dio, e immortalano i vincoli della confraternita. – Dove trovare qualche cosa di meglio inteso? Perchè lo spirito moderno è egli venuto a perseguitare e distruggere queste ammirabili associazioni? Noi lo sappiamo; ma chi impedisce di ristabilirle dove esse esistevano, di crearle, dove esse non hanno ancora esistito? Noi non lo sappiamo. Per questo, che cosa ci vuole ? la volontà. Volerlo con sapienza, traendo profitto dalle circostanze di tempi e di luoghi. [Chi impedirebbe, per esempio, di approfittare dell’ epoca della cresima per realizzare questo progetto?]. Volerlo con perseveranza, non sì spaventando degli ostacoli, attesoché ciò che è necessario, si fa sempre. Ogni giorno vedonsi stabilirsi nuove confraternite. Vi sono poche parrocchie che non abbiano qualche associazione, o conferenze in onore della Madonna, di sant’Anna, e di diversi santi del paradiso. La terza Persona della augusta Trinità, quella a cui noi dobbiamo tutto, anche la santa Vergine, sarà ella sola e sempre dimenticata? Quale scusa, soprattutto oggi, alla nostra indifferenza? satana non si contenta di comandare al grande esercito del male; con una attività senza esempio egli forma sotto i nostri occhi i suoi numerosi addetti in mille confraternite d’iniquità, Ei sa che per distruggere come per edificare, l’unione fa la forza: il suo calcolo non è falso. Come il campo è scavato dalle talpe, così il suolo di Europa è minato dai neri pionieri del satanismo. – A costo di soccombere, il nostro dovere è di fare la contro mina. Procuriamo di esser membri e membri devoti del grande esercito dello Spirito Santo, cioè della Chiesa cattolica; ma non ci teniamo solamente a questo. – Formiamoci in gruppi offensivi e difensivi: opponiamo società a società. Alle confraternite di satana opponiamo quelle dello Spirito Santo : l’unione fa la forza. Solo lo Spirito del bene può vincere lo spirito del male. Mi pare che si dica abbastanza quando tutto quel che può favorire il regno dello Spirito Santo é ora, più che mai, all’ordine del giorno. – In favore di questo culto salutare, rimane un’ultima considerazione, che sarà l’oggetto seguente. – Se la parte positiva del culto dello Spirito Santo consiste nel ricordarsi della terza Persona dell’augusta Trinità, nel pregarLa e nell’imitarLa; la parte negativa consiste nel fuggire con la più gran cura tutto ciò che può allontanarLa e contristarLa. AllontanarLa. Lo Spirito Santo è essenzialmente purità e carità. Come i cattivi odori fanno fuggire l’ape, cosi il sensualismo l’egoismo allontanano lo Spirito Santo da ogni anima, da ogni popolo reso schiavo all’uno od all’altro di questi vizi. Grande argomento di meditazione e anche di timore per la nostra epoca! Se è vero che nessun’ altra offre allo stesso grado il sensualismo e l’egoismo, è dunque vero che nessun’altra fa allo Spirito Santo una opposizione più adeguata. – Ma allontanare lo spirito di vita è, come lo abbiamo tante volte stabilito, chiamare il regno dello spirito di morte c on le sue inevitabili e disastrose conseguenze. ContristarLa. La negligenza nell’invocarLa, l’infedeltà nel seguire le sue ispirazioni, sia per la condotta privata, come per la direzione degli altri, popoli o particolari, contristano profondamente lo Spirito Santo. Il disprezzo di cui è l’oggetto, l’ingiusta preferenza data a oracoli stranieri, preparano le ultime catastrofi; imperocché conducono a un peccato non meno irremissibile, tanto per le nazioni che per gli individui. Noi abbiamo nominato il peccato contro lo Spirito Santo. Ci rimane a farlo conoscere: oh se potessimo noi ispirare tutto l’orrore ch’egli merita! – L’Uomo-Dio percorreva la Giudea risanando gli infermi, liberando gli ossessi, resuscitando i morti. Bassamente gelosi i farisei della fiducia che i suoi miracoli attiravano a Lui, osavano dire: “È in nome di Beelzebub, principe dei demoni, ch’egli caccia i demoni”. Dopo aver confutato una simile calunnia, il Verbo divino aggiunge, per mostrarne l’enormità: « Io ve lo dico, qualunque peccato o bestemmia sarà perdonata agli uomini; ma la bestemmia contro lo Spirito Santo non sarà perdonata. E chiunque avrà detto una parola contro al Figliuolo dell’uomo, gli sarà perdonata; ma colui che l’avrà detta contro lo Spirito Santo, non gli sarà perdonata né in questo mondo, né nell’altro. [“Ideo dico vobis: Omne peccatum et blasphemia remittetur hominibus: Spiritus autem blasphemia non remittetur. Et quicumque dixerit verbum contra Filium hominis, remittetur ei; qui autem dixerit contra Spiritum sanctum, non remittetur ei neque in hoc saeculo, neque in futuro”. Matth XII, 31, 32; Marc., III, 29 ; Luc., XII, 10. — San Tommaso spiega in questi termini la differenza tra la bestemmia contro lo Spirito Santo e quella contro Nostro Signore. Gesù Cristo faceva certe cose, in tanto che uomo, come bere e mangiare; e altre in tanto che Dio, come cacciare i demoni, risuscitare i morti. Egli faceva queste ultime per virtù della sua propria divinità e per opera dello Spirito Santo, di cui come uomo era ricolmo. Gli Ebrei avevano dapprima commesso la bestemmia contro il Figliuolo dell’uomo chiamandolo vorace, bevitore di vino, amico dei pubblicani. Dipoi essi bestemmiarono contro lo Spirito Santo, attribuendo al demonio ciò che faceva per virtù della sua propria divinità e per opera dello Spirito Santo. 2a, 2ae, q. 14, art. 1, corp.]. – Come si vede, il rimprovero che Nostro Signore indirizza ai farisei, è di attribuire maliziosamente al demonio i miracoli ch’Egli faceva, e dei quali essi non potevano dubitare che fossero opera del dito di Dio. Questa era la loro bestemmia e il loro delitto. Perciò a malgrado dell’evidenza, trattare le opere del Verbo divino, come opere di satana, e per conseguenza il Figlio di Dio come agente del demonio falsario, e come usurpatore della divinità, in ciò consiste propriamente la bestemmia contro lo Spirito Santo. – « Bisogna notare, dice un dotto commentatore, che Nostro Signore non parla qui di ogni peccato contro lo Spirito Santo, ma solamente della bestemmia contro lo Spirito Santo, che si commette con parole, come pure con pensieri e con opere. Ha luogo allorché si calunniano opere manifestamente divine e miracolose, pie e sante, che Dio compie per la salute degli uomini e con le quali egli conferma la verità della fede; come per esempio, l’espulsione dei demoni. Queste opere essendo opere della bontà e della santità di Dio sono attribuite allo Spirito Santo. Ond’è, che colui il quale le calunnia, e che scientemente per malizia le attribuisce ai demoni, bestemmia contro lo Spirito Santo, perché egli toglie a Dio la sua santità, la sua verità, e fa di lui un demonio: “Ex Deo facìt diabolum”. » [Corn. a Lap. in Matth. XII, 31] . Il peccato contro lo Spirito Santo non si limita dunque alla bestemmia contro lo Spirito Santo, né a un atto passeggero; ei si estende a parecchie prevaricazioni, e costituisce anche uno stato permanente. Secondo i Padri, i teologi e san Tommaso particolarmente, quest’albero di morte si divide in sei rami: 1) la disperazione della salute; 2) la presunzione di salvarsi senza merito, o l’essere perdonato senza penitenza; 3) l’impugnare la verità conosciuta; 4) l’invidia della grazia altrui; 5) l’ostinazione nel peccato, 6) l’impenitenza finale, sono altrettanti peccati contro lo Spirito Santo. [“Desperatio, praesumptio, impoenitentia, obstinatio, impugnatio veritatis agnitae et invidentia fraternae gratiae”. Ap. S. Th., 2a, 2ae, q. 14, art. 2]. – La ragione è che questi peccati sono peccati di pura malizia, soprattutto il terzo, che è propriamente il peccato fulminato dal Salvatore. – Perché sono essi peccati di pura malizia? San Tommaso risponde: « Vi è peccato di pura malizia, allorquando con disprezzo si respinge ciò che poteva impedire di abbracciare il peccato. Per esempio, quando si respinge la speranza per lasciarsi andare alla disperazione; o il timore di Dio per lasciarsi dominare dalla presunzione. – Ora, molte cose impediscono questa scelta funesta, tanto dal lato dei giudizi di Dio, quanto dal lato dei doni dello Spirito Santo, come dal lato dello stesso peccato. – « Dal lato dei giudizi di Dio: per speranza che nasce dal pensiero della misericordia di Colui che rimette i peccati e ricompensa le buone opere. Ora quésta speranza è tolta dalla disperazione. – « Dal lato’ dei doni dello Spirito Santo tra’ quali due soprattutto ci allontanano dal peccato: l’uno è l’intelligenza della verità. Questa intelligenza è combattuta dall’impugnare la verità conosciuta, quando uno insorge contro una verità di fede, a fine di peccare più liberamente. – L’altro è il soccorso della grazia interiore che proviene dal dono di pietà. A questa grazia si oppone la gelosia delle grazie altrui, allorquando qualcuno porta invidia, non solo alla persona di suo fratello, ma ancora ai progressi della grazia di Dio nel mondo. – « Dal lato del peccato: due cose ce ne allontanano: una è il disordine e la turpitudine dell’atto, il cui pensiero ha l’attitudine di condurre a pentirsi del peccato commesso. – A questo mezzo di salute è opposta la impenitenza intesa nel senso della volontà di non pentirsi. L’altra è la brevità e il nulla del bene, che si cerca nel peccato e che, pel solito, impedisce la volontà dell’uomo di fissarsi nel male. Questo nuovo mezzo di salute è distrutto dall’ostinazione, allorché il peccatore si conferma nella volontà di attaccarsi al peccato. Tutti questi mezzi che c’impediscono di scegliere il male invece del bene, sono tanti effetti dello Spirito Santo in noi; imperocché, peccare cosi per malizia, è un peccare contro lo Spirito Santo. » [“Haec autem omnia quae peccati electionem impediunt, sunt effectus Spiritus sancti in nobis: et ideo sic ex militia peccare?, est peccare in Spiritum Sanctum”. 2a, 2ae, q. 14, art. 1, corp., et art. 2, corp.]. Il dolce san Francesco di Sales aggiunge: « Il peccare è assai comune alla debolezza umana; ma sostenere pertinacemente la sua colpa, voler persuadere che si é avuta ragione di commetterlo, chiamare il male bene, e mettere le tenebre in luogo della luce, è offendere lo Spirito Santo; è combattere una verità manifestamente, è essere in qualche modo in senso reprobo. » [Spirito, ec., t-. II, part. XI, p. 387, ediz. in-8]. – Tale è in se medesimo il peccato contro lo Spirito Santo; resta ora a dire in qual significato è irremissibile. La bestemmia contro lo Spirito Santo, dichiara il Verbo stesso, non sarà perdonata, né in questo mondo né nell’altro. Nondimeno, affidando alla sua Chiesa il potere delle chiavi, Egli dice senza restrizioni: «Tutto ciò che voi scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo: quelli a cui rimetterete i peccati, saranno loro rimessi. » Come interprete infallibile della dottrina del suo sposo, la Chiesa cattolica mostra che non vi è nessuna contraddizione tra queste divine parole. Essa insegna che il Redentore universale, non ha posto nessun limite alla sua misericordia; che nessun peccato è. Irremissibile nel rigore della parola: e nella persona di Novato colpisce d’ anatema colui che osasse sostenere il contrario. – Come dunque bisogna intendere che il peccato contro lo Spirito Santo è irremissibile? Se si tratta dell’impenitenza finale, resta rigorosamente vero che questo è irremissibile. L’impenitenza finale è il peccato mortale, nel quale l’uomo persevera sino alla morte. Ora, questo peccato non è rimesso, né in questo mondo mediante la penitenza, né nell’altro; poiché di là non vi è più redenzione. Si tratta di altri peccati contro lo Spirito Santo? L’irremissibilità deve intendersi non della impossibilità assoluta, ma della estrema difficoltà di ottenerne il perdono. La ragione è che per sua natura, il peccato contro lo Spirito Santo non merita alcuna remissione, né in quanto alla pena, né in quanto alla colpa. – Quanto alla pena: colui che pecca per ignoranza o per debolezza, sembra, fino a un certo punto, scusabile; in ogni caso merita minor castigo. Ma colui che pecca scientemente e per malizia, ex certa malitìa, non ha veruna scusa, né merita nessuna diminuzione di pena. – Tale è l’uomo che pecca contro lo Spirito Santo. – Quanto alla colpa: si dichiara incurabile la malattia che per la sua stessa natura respinge tutti i mezzi di guarire; per esempio, allorché essa toglie la possibilità di ritenere nessuna specie di cibo o di medicamento, quantunque Dio possa sempre guarirlo. Così il peccato contro lo Spirito Santo è chiamato irremissibile di sua natura; in tanto quanto respinge tutti i mezzi di perdono; poiché si oppone attivamente e direttamente allo spirito di luce, di grazia e di misericordia. Non vuol dire che la via del perdono e della guarigione sia chiusa all’onnipotenza ed alla misericordia di Dio; ma come ella può sempre guarire dalle malattie incurabili, cosi ella può sempre rimettere dei peccati irremissibili. Grazie gli siano rese, poiché questi miracoli di bontà sono lungi dall’essere senza esempi.11 [“Per hoc tamen non praecluditur via remittendi et sanandi omnipotentiae et misericordiae Dei, per quam aliquando tales quasi miraculose spiritualiter sanantur. S. Th., 2a, 2ae, q. 14, art. 3. Corp.]. – Pensando al peccato contro lo Spirito Santo ed alle conseguenze a cui trascina, è egli facile d’essere senza timore circa l’avvenire di un’epoca, in cui esso si commette così spesso, e da un sì gran numero di persone di ogni condizione? Sono eglino rari oggi quelli i quali, malgrado avvertimenti reiterati, si ostinano nel libertinaggio dello spirito e del cuore, e mettono fine ai loro giorni col suicidio, o che muoiono con l’insensibilità della bestia? Quelli che indifferenti verso i doveri essenziali della religione, si lusingano in un avvenire felice dopo la morte, dicendo col sorriso dell’empietà: Dio è troppo buono per perdermi? Quelli che nelle loro conversazioni, nei loro discorsi, nei loro giornali, nelle loro opere impugnano audacemente la verità conosciuta? Coloro che spingendo la bestemmia a tali limiti che 1’inferno non ha mai conosciuti, osano da una parte calunniare il cattolicismo tutto quanto, il Vicario di Gesù Cristo, il Figliuolo di Dio medesimo; e d’altra parte aggiungere a questa denigrazione satanica la glorificazione di tutto ciò che è anticristiano: come Giuda, Nerone, Giuliano l’Apostata, satana? Sopra labbra battezzate che cosa è questo, se non il peccato contro lo Spirito Santo, in ciò che si può immaginare di più odioso? – Qual sorte è riserbata alle nazioni che lasciano cosi oltraggiare lo stesso autore di tutti i loro beni ? La Provvidenza ha permesso, che vi fosse nella storia un fatto che ne desse la risposta. – Sino dai primi secoli, i Greci, spinti dallo spirito maligno, non avevano cessato di assalire la terza Persona della SS. Trinità. Macedonio, Fozio, Michele Cerulario, sono i colpevoli, padri di una lunga posterità d’insultatori. – La Chiesa Latina, allarmata intorno alla sorte della sua sorella, non trascura nulla per ricondurla all’unità. – Tredici volte i Greci segnano solennemente il simbolo cattolico, e tredici volte essi violano la fede giurata. Nel 1439, appena ritornati in Oriente dopo il Concilio di Firenze, si burlano della loro firma, e ripigliano il corso delle loro bestemmie contro lo Spirito Santo. – Quest’ultimo delitto colma la misura, e il nuovo deicidio sarà punito come il primo.1 1 [Noi chiamiamo i Greci deicidi dello Spirito Santo, nello stesso senso che san Paolo chiama deicidi quelli che pei loro peccati crocifiggono di nuovo il Verbo incarnato. Heb., VI, 6. – Qui comincia tra la rovina di Gerusalemme e il sacco di Costantinopoli, il terribile raffronto che non è mai sfuggito agli osservatori cristiani. « Per trovare, dicono essi con ragione, qualche cosa di simile alla rovina di Costantinopoli fatta da Maometto, bisogna risalire alla rovina di Gerusalemme sotto Tito.

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Affinché i Greci sappiano bene che la causa del loro disastro fu la loro rivolta ostinata contro lo Spirito Santo, si é nelle feste stesse della Pentecoste, che la loro capitale fu presa, il loro imperatore ucciso, e il loro impero annientato. » [Storia Universale della Chiesa, t. XXII, p. 105, 2a ediz., in-8. — “Ut intelligant causam exitii sui fuisse pertinaciam in errore de processione Spiritus Sancti, in ipsis feriis Spiritus Sancti capta fuit Constantinopolis a Turcis, imperata occisus, et imperium omnino deletum”. Bellarm., de Christo, lib. II, c. XXX, p. 431, ediz. in fol., Lugd. 1587; vide etiam S. Anton., Chronic p. III, t. II, c. XIII, ediz. princeps]. – Pochi anni innanzi la rovina di Gerusalemme, Gesù, figlio d’Anano, si pone ad un tratto a gridare nel tempio: « Voce dell’ Oriente, voce dell’Occidente; voce dai quattro venti, voce contro a Gerosolima e al tempio, voce contro ai nuovi mariti e contro alle novelle spose, voce contro tutto il popolo! » Poi correndo notte e giorno per le piazze e le vie della città, manda di continuo lo stesso grido, aggiungendo con voce più lugubre: « Guai alla città, guai al popolo, guai al tempio ». Finalmente come egli faceva il giro dei bastioni della città assediata, grida: « Guai a me » nell’ istesso istante una pietra lanciata da una macchina, lo stende morto al suolo! [Josepho, De bello judaico, lib. VII, c. XVII. – Per gli Ebrei, la voce della giustizia succedette all’invocazione della misericordia. Così fu del pari per i Greci. Due anni circa [Ottobre 1451] innanzi la presa di Costantinopoli, il Papa Niccolò V, dopo avere esaurito tutti i mezzi di persuasione, gli minaccia della prossima rovina del loro impero. « Noi sopportiamo ancora, scrive loro, i vostri ritardi in considerazione di Gesù Cristo Pontefice eterno, che lasciò sussistere il fico sterile fino al terzo anno, quantunque il giardiniere si preparasse a tagliarlo, poiché non portava più frutti. Noi abbiamo atteso tre anni per vedere, se alla voce del divin Salvatore, voi ritornereste indietro dal vostro scisma. Ebbene! se il nostro attendere è stato vano: sarete abbattuti, affinché non occupiate più inutilmente la terra. [Àpud Reginald., an. 1451, n. 1 e 2]. – Con queste lettere profetiche il Vicario di Gesù Cristo fa partire un legato per l’Oriente. Quest’ultimo messaggero della misericordia fu il grande e santo cardinale Isidoro, arcivescovo di Kief, greco d’origine e celebre fra i Greci medesimi, a cagione del talento ch’egli aveva spiegato al concilio di Firenze. Sotto ogni rispetto egli era l’uomo il più capace di ricondurre gli scismatici all’unità. – Gli Ebrei non tengono nessun conto delle predizioni del figlio di Anano: essi al contrario lo battono e l’ingiuriano. Invece di ascoltare quella voce ispirata, amano piuttosto seguire i falsi profeti che gli spingono alla guerra contro i Romani, promettendo loro l’aiuto del cielo. – I Greci disprezzano gli avvertimenti del Sovrano Pontefice, volgono le spalle al suo inviato e più che mai si mostrano ostili all’ unione. Correndo in folla al monastero, dove risiede il troppo famoso Giorgio Scolano, gli domandano quel che hanno da fare. Senza degnare di uscire dalla sua cella, l’orgoglioso monaco risponde con un biglietto di anatema contro i Latini, e attacca questo biglietto alla sua porta dove tutti lo leggono come un oracolo: « Miseri cittadini, diceva, perché traviate voi ? Rinunziando alla religione de padri vostri, voi abbracciate l’empietà, e sottostate al giogo della schiavitù. Invece di contare sui Franchi, mettete la vostra fiducia in Dio. Signore io giuro che sono innocente di questo delitto. » [È bene sapere che questo Scolario o Gennadio, essendo a Firenze, si mostrò uno dei più premurosi di comparire dinanzi al Papa, a fine di essere lodato come il principale autore della riunione]. – Le parole di quest’uomo tenuto per profeta, cambiano l’odio contro i Latini in fanatismo popolare. Le strade di Costantinopoli risuonano delle giuda: Lungi da noi gli Azzimiti; noi non sappiamo che fare del soccorso de Latini: è meglio piuttosto vedere in Costantinopoli il turcasso di Maometto che il cappello di Isidoro! – Non era questo il grido degli Ebrei allorché dicevano: Toglietelo, toglietelo, noi non vogliamo che egli regni su di noi?- Come i Giudei, cosi i Greci contano sopra un prodigio per salvarli. Ogni sera si vedono radunarsi sui canti delle vie, e ivi invocano la Vergine in loro aiuto, bevendo alla salute della sua immagine, e caricando gli Occidentali d’imprecazioni. – Frattanto Tito, principe straniero di paese e di religione, viene ad assediare Gerusalemme alla testa del suo popolo; e l’apparizione terribile delle aquile romane dinanzi a Gerusalemme è l’abominazione della desolazione nella terra santa. Et civitatem et sanctuarium dissipabit populus cum duce venturo: et finis ejus vastitas et statuta desolatio”. Dan., IX, 26]. – Dalla parte dei Romani, si fanno prodigi di attività per innalzare le loro linee di circonvallazione e rinchiudere come in un cerchio di ferro, o meglio in un vivo sepolcro, Gerusalemme e i suoi abitanti. – Dalla parte dei Giudei, la vertigine dell’orgoglio e il furore della guerra civile. Costretti dai nemici di fuori, essi si dividono in fazioni che si sbranano, e che fanno di Gerusalemme l’immagine dell’inferno. – Maometto II, principe straniero di paese e di religione, comparisce sotto le mura di Costantinopoli alla testa del suo popolo. Questo popolo d’infedeli si componeva di trecentomila soldati, accompagnati da una flotta di quattrocento navi: e la formidabile comparsa della mezzaluna dinanzi a Costantinopoli era l’abominazione della desolazione in una terra cristiana Frattanto Maometto ardendo dal desiderio di vincere, forma i suoi accampamenti, rizza le sue macchine e dispone le sue bocche da fuoco. Ben tosto padroni di tutti i contorni, gli assedianti battono più da vicino le mura, colmano i fossati, aprono le brecce e si preparano all’ assalto. – Invece di unirsi, i Greci come i Giudei, si dividono sempre più. Quelli che paiono accettare il domma cattolico concernente lo Spirito Santo, sono considerati come tanti empii. La gran Chiesa di santa Sofia, che per Costantinopoli era ciò che il tempio per Gerusalemme, avendo servito di riunione ai cattolici « non è più per gli scismatici che un tempio pagano, un rifugio di demoni; non vi si vede più né ceri, né lampade. – Non è altro che una spaventosa oscurità e una trista solitudine, immagine funesta della desolazione, dove i nostri delitti stavano per ridurla in pochi giorni.2 »2 [Michel Ducas c. XXXVI. – Tal è l’accecamento del loro odio, o 1’eccesso della loro viltà, che una città di trecentomila anime non trovi per difenderla, che settemila cittadini e duemila stranieri. – Come i sicari di «Gerusalemme, cosi questa piccola truppa fa prodigi di valore. Ma questi sforzi non fanno che irritare Maometto, come quei dei Giudei non avevan servito che a esasperare Tito. Il porto di Costantinopoli era chiuso da una forte catena che rendeva inutile la flotta ottomana. Maometto concepisce il prodigioso disegno di fare scendere le sue navi nel porto, portandole sopra un promontorio, e facendole sdrucciolare su dei panconi unti di sego, fino a’piè di Costantinopoli. – Il lavoro si compié durante la notte, e ai primi raggi del giorno i Greci stupefatti vedono la flotta nemica nel loro porto. – Dopo furibondi combattimenti, Tito s’impadronisce della prima e della seconda cinta di Gerusalemme: poi della terza e della cittadella Antonia, riunita al tempio per mezzo di un portico. Non potendo ancora forzare i faziosi, abbandona la città al saccheggio. I suoi soldati vi commettono tutti gli orrori ; il tempio è ridotto in cenere; neppure una pietra rimane sopra’ pietra, e l’aratro passa sul suolo della città deicida. Accostatosi a Costantinopoli per terra e per mare, Maometto annunzia l’assalto generale per il 27 maggio, accendendo dei fuochi in tutto il suo campo. L’assalto incomincia il 28 al mattino. Come quello di Gerusalemme, esso si continua tutto il giorno, e una parte della notte, con un incredibile accanimento. Finalmente il 29 maggio, seconda festa di Pentecoste 1453, a un’ora dopo mezza notte, Costantinopoli cade in potere dei Turchi. – Cosi, mentre la Chiesa latina, devotamente radunata nelle sue chiese, celebra con allegrezza il solenne anniversario della discesa dello Spirito Santo sul mondo, e proclama altamente la sua processione dal Padre e dal Figliuolo, i Greci che la negano bestemmiando, sono schiacciati sotto le rovine della loro capitale, e ricevono sulle loro teste orgogliose il giogo di ferro della barbarie mussulmana. Dal che deducesi, che delle due più spaventevoli catastrofi di cui la storia faccia menzione, la rovina di Gerusalemme e il sacco di Costantinopoli, la prima é la tremenda punizione del delitto commesso contro la seconda persona della SS. Trinità, la seconda, il castigo non meno tremendo di un delitto analogo, commesso contro la terza Persona della SS. Trinità. – Ciò che i romani fecero a Gerusalemme, è oltrepassato da quel che fecero i Turchi a Costantinopoli. Come i Giudei, respinti da tutte le parti, si erano rifugiati nel tempio, cosi i Greci perduti, si rifugiano nella grande chiesa di santa Sofia. Tempio e chiesa divengono il teatro di tali orrori, che la storia osa appena delinearne il ricordo. Ascoltiamo pertanto un testimone oculare. È il cardinale Isidoro medesimo, d’origine Greco, che ci dipinga la desolazione di Costantinopoli; come un altro testimone oculare, Gioseffo, Giudeo di nazione, è stato scelto dalla Provvidenza, per trasmettere alla posterità la descrizione del sacco di Gerusalemme! [Allo scopo di sfuggire alla morte, il principe della Chiesa rivesti del suo abito di cardinale un cadavere, al quale i Turchi tagliarono la testa e la recarono al Sultano col cappello rosso].- Ecco alcuni versi del suo racconto: « Maometto circondato da’ suoi visir, essendo entrato in Costantinopoli, due soldati gli portano la testa dell’imperatore di Costantino. – Ei la fa inchiodare ad una colonna, dove essa vi resta fino a sera: Poi, avendola fatta scorticare e riempire di paglia, la invia come trofeo ai principi dei Turchi, in Persia e in Arabia. » [Apud. S. Antoh., pars historia l.fol. 188, c. XIV, ediz. infol.]. – Cosi Tito, dopo averli mostrati in spettacolo ai romani, il giorno del suo trionfo, fece scannare nella prigione Mamertina, Simone di Gioras e Giovanni di Giscala, principi dei Giudei. – « Dopo quest’oltraggio al vinto, Maometto entra in Santa Sofia e si asside sull’altare, come se fosse il Dio del tempio, in luogo del Verbo incarnato, proclamandosene in tal modo l’avversario. Di già i suoi soldati hanno scannato alla rinfusa tutti quelli che si trovavano sul santo luogo. Aggiungendo il sacrilegio alla crudeltà, ricoprono di sputi, rompono, calpestano le immagini di Nostro Signore, dell’augusta sua Madre, dei santi e dei martiri. Essi strappano i Vangeli e tutti i libri di preghiere: indossano gli ornamenti sacerdotali, profanano nel modo il più ributtante i vasi sacri, le reliquie dei santi e tutto ciò che vi ha di più venerabile nella religione. » [“Mingebant, stercorizabant, omnia vituperabilia exercebant”. Apud S. Anton., ubi supra]. – Come nel tempio e in Gerusalemme, cosi in Santa Sofia e in Costantinopoli tutto è massacro e abominio. Centundicimila Giudei periscono durante l’assedio; gli altri sono venduti come schiavi, carichi di catene, impiegati nei pubblici lavori, riserbati per i combattimenti dei gladiatori, queste turbe di deicidi portano per tutta la terra lo spettacolo vivente della predetta desolazione: e dopo diciotto secoli tutte le generazioni veggono questo cadavere di popolo, appeso al patibolo della divina giustizia. – Medesimo spettacolo a Costantinopoli. Sacerdoti, frati, monache, donne, fanciulli, vecchi, tutto ciò che sopravvive, divenuto preda dei vincitori, è accatastato in tanti stabbj e venduto come bestiame. Si veggono i principi, i baroni, i grandi signori trascinati con la corda al collo, cacciati a colpi di staffile e comprati per tanti uomini da nulla, che ne fanno tanti guardiani di bovi e di maiali. [Apud S. Anton., ubi supra.]. – La massa della popolazione è gettata nelle galere, che pongono subito alla vela per tutte le direzioni. – Per lungo tempo i porti dell’Asia e dell’Africa vedono esposti, nei loro spaventosi mercati, lunghe catene di schiavi, che sono come gli ebrei dispersi ai quattro venti, per insegnare a tutti i popoli ciò che diventa una nazione che osa dire allo Spirito Santo: Noi non vogliamo che tu regni su di noi: “Nolumus hunc regnare supen nos”. Tanto Gerusalemme che Costantinopoli fu così bene spopolato, che Maometto non vi lasciò, dice il cardinale, né un greco, né un latino, né un armeno, né un ebreo : “Nullum incolam intra reliqiierunt, non Graecum, non Latinum, non Armenum, non Judaeum”. – Così si compié sul Greco deicida della terza Persona della SS. Trinità, la minaccia adempiuta sul Giudeo, deicida della seconda. « Voi che non avete voluto servire il Signore nella gioia, nell’allegrezza del vostro cuore e nell’abbondanza di tutti i beni, servirete il nemico che il Signore vi manderà nella fame e nella séte, nella nudità e nell’indigenza, e porrà sul vostro collo, un giogo di ferro che vi schiaccerà. Il Signore condurrà contro di voi una nazione lontana, rapida come l’aquila, della quale non intenderete la lingua. Nazione orgogliosa e crudele, senza riguardo alla vecchiezza, senza pietà per l’infanzia, non vi lascerà nulla, rovescerà le vostre mura e vi annienterà col massacro e la dispersione. [Deuter., XXVIII, 48 e seg.]. » – [Come non pensare alle analoghe vicende dei monofisiti, nestoriani, giacobiti, giovanniti di Siria ed Iraq, viste le attuali vicissitudini belliche di questi popoli ribelli alla dottrina ed al Magistero Cattolico, … non avranno forse irritato la divina Maestà per le loro ostinazione contro lo Spirito Santo e la sua azione, come i Giudei ed i Greci di Costantinopoli? – n.d.r. – ]. – Dopo l’adempimento alla lettera di questa minaccia divina, i Greci vivono sotto il giogo tirannico de’ loro vincitori. Ancor oggi, dopo quattro secoli di umiliazioni e di castighi, questo popolo, come il Giudeo, ha occhi per non vedere, orecchie per non udire, memoria per non ricordarsi, mente per non comprendere la formidabile lezione che Dio gli infligge in punizione della sua ribellione ostinata contro lo Spirito Santo.

Constantinople

– O nazioni d’Occidente, procurate che questa lezione non sia perduta per voi. Tale è il voto che ci resta a formare dando termine a questo lavoro, dove si mostra sin,dal cominciamento dei secoli, l’azione permanente e sovrana dello Spirito del bene e dello Spirito del male, sull’umanità. – Vedendo ciò che Costa il peccare contro lo Spirito Santo, impariamo a correggere i nostri pensieri e i nostri timori. Allo spettacolo della corruzione dei costumi, del fascino per le cose da nulla, dell’oblio troppo generale dei doveri più sacrosanti, tremiamo per l’avvenire, ma tremiamo soprattutto nel pensare al peccato contro lo Spirito Santo, divenuto oggidì tanto comune. – Deh possano i governi ancor più dei governati, prendere sul serio la sentenza pronunziata dal Legislatore supremo, contro i bestemmiatori dello Spirito Santo, e ricordarsi, che immutabile come la verità, essa rimane sempre sospesa sul capo delle società che li imitano o che li tollerano. Possano essi nella vita pubblica come nella vita privata, non dimenticare giammai che l’uomo quaggiù è posto nell’alternativa inesorabile di vivere sotto l’impero dello Spirito,del bene, o sotto la tirannia dello Spirito del male; che il primo è lo Spirito di vita, vita intellettuale, vita morale, vita sociale, vita eterna: che il secondo è lo Spirito di morte, e che, negatore adeguato dello spirito di vita, produce la morte sotto tutti i nomi: per gli individui, la morte eterna alla quale ei li trascina per il cammino dell’iniquità, della vergogna e della servitù; per le nazioni, che non vanno in corpo nell’altro mondo, la morte sociale a cui ei gli conduce con catastrofi inevitabili. -In conclusione: Perduto per lo Spirito del male, il mondo non sarà salvo che per lo Spirito del bene. Gli rimane intelletto bastante per capirlo ? Iddio lo sa. – Quel che noi sappiamo, è che una sola potenza è capace di fare intendere questa verità capitale ai sordi coronati come a popoli materialisti e distratti. Questa potenza è il clero; il clero che opera nella pienezza della sua forza e della sua libertà. Per i re come per i sudditi, questo solo ha le parole di guarigione, tutte le parole di guarigione; perché esso solo ha le parole di vita, tutte le parole di vita. Se, come non bisogna dubitarne, al coraggio del bene aggiunge l’intelligenza de’ tempi, egli vedrà che la lotta attuale, lotta accanita e che si estende per tutta la faccia del globo, è oramai tra la negazione assoluta e l’affermazione assoluta, tra il cattolicismo del male e il cattolicismo del bene, tra satana e lo Spirito Santo, combattenti per una suprema vittoria in persona, e per cosi dire corpo a corpo, alla testa de’ loro eserciti. A questo solennissimo spettacolo della storia, il suo zelo, come quello di Paolo alla vista d’Atene pagana, s’infiammi di nuovo ardore. Il clero soldato intelligente ma non inteso, non si lasci scoraggiare né dall’impossibilità morale dell’impresa, né dagli scherni del mondo, né dal torpore dei falsi fratelli. I Pescatori di Galilea non hanno affrontato Cesare e i barbari? Perseguitati e derisi, non hanno essi vinto? Per cedere il posto al Dio del Cenacolo, satana non ha egli veduto i suoi altari rotolar nella polvere dall’alto del Campidoglio? Il braccio dell’Onnipotente non è punto scorciato. Per noi cattolici ecclesiastici o laici, la lotta non è già una speculazione, ma é un dovere. Qualunque sia l’avvenire della società, noi saremo riusciti a fare o dei nobili vincitori, o delle nobili vittime. Sia dunque da qui in innanzi predicato per tutto Io Spirito Santo; affinché riprenda nella vita delle nazioni quel posto che gli si compete e che non avrebbe giammai dovuto perdere. Che il suo culto troppo lungamente trascurato, rifiorisca nelle città e nelle campagne; e che sulle labbra di tutti’i cattolici del secolo decimonono si trovi frequente come il respiro, l’ardente preghiera del re profeta. Manda fuori il tuo spirito, e tutte le cose saranno create; e rinnoverai la faccia della terra. “Emitte spiritum tuum, et creabuntur, et renovabis faciem terrae” . [Ps. CIII]

In ciò, in ciò soltanto sta la salute del mondo.

Parigi, nella festa della Pentecoste,

15 maggio 1864

 

18 GIUGNO 1968 -1-

18 giugno 1968

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mitra1

   18 giugno del 1968? Che cosa è successo in questa data, vi chiederete? Alla maggior parte delle persone, e soprattutto a coloro che, militando nella anti-chiesa conciliare, infiltrata palesemente dalla sinagoga di satana, si reputano ancora cattolici, nonostante l’evidenza dei fatti dimostri che essi siano modernisti ultraprotestanti e non abbiano più alcuna idea di che cosa significhi essere cattolici, non conoscendo più il Catechismo, la Tradizione dei Padri, e soprattutto il Magistero della Chiesa, credendo che il tutto si risolva nella frequentazione di un rito paganeggiante, protestantizzato, per certi aspetti demoniaco, blasfemo e sacrilego, che ancora essi osano definire “Messa”, della quale non hanno nemmeno la più pallida idea, o avvezzi a sacramenti francamente invalidi e illeciti somministrati da falsi sacerdoti invalidamente ordinati da falsi vescovi, a queste persone, dicevo, questa data non dice alcunché! Molto si dibatte sul “novus ordo missae”, nuovo vero “mostro conciliare”, dal tenore gnostico-luciferino, schiaffo cruento a tutta la dogmatica cattolica ed ai dettami evangelici, oltre che alla tradizione bi-millenaria della Santa Chiesa Cattolica, rito mutuato dai rosa+croce, 18° livello massonico, che offrono nelle loro agapi sataniche un agnello decollato al “signore dell’universo”, cioè a lucifero, quale sacrificio redentivo … qualche sprovveduto ancora obietta: “ … ma non è stato concesso con il “summorum pontificum” del 2007 di celebrare in “forma straordinaria” la Messa antica?” A parte il fatto che questa è stata un ennesima “presa per i fondelli” (mi si passi l’espressione rustica), il considerare cioè la “vera” Messa solo un rito straordinario, da celebrare “una tantum” per accontentare gli inguaribili antiquati e trogloditi tradizionalisti, alla domanda si può rispondere tranquillamente così: “Quando sono oramai scomparsi i sacerdoti validamente consacrati, ecco che i modernisti apostati hanno permesso la celebrazione della Messa “in latino” . Questo significa che viene permesso il rito cattolico “di sempre”, ma esso è comunque sacrilego, invalido ed illecito, perché celebrato da un falso prete, un laico travestito, mai consacrato, sia perché mai tonsurato, come la Chiesa ha sempre stabilito, sia perché ordinato oltretutto da un finto vescovo, a sua volta mai consacrato, per il semplice motivo che il rito di consacrazione dei vescovi è totalmente mutato dal 18 giugno del 1968, dal momento che la formula valida, fissata infallibilmente ed immutabilmente da Pio XII nel 1947, è stata sostituita da una formula assurda, blasfema, eretica, pregna di definizioni antitrinitarie, antifiloque, atta a consacrare un “eletto manicheo”, cioè un servo dell’anticristo, come vedremo più in avanti. In tal modo si è cercato di scardinare la Chiesa ed il Cristiamesimo tutto distruggendo la gerarchia cattolica, ed invalidando il Sacramento della Cresima, quello che rende veri “soldati” i battezzati in Cristo, motivo principale per cui i giovani attualmente sono assolutamente privi delle manifestazioni dei Doni dello Spirito Santo, quelli che rendono un battezzato un vero cristiano attivo e pronto a difendere la propria fede ed a comportarsi secondo i settami della Chiesa Cattolica, l’unica vera Chiesa di Cristo, con i risultati che tutti possiamo osservare. Una “fava” che ha permesso di prendere due piccioni: la gerarchia e la gioventù cattolica, oramai entrambe “quasi” distrutte, materialmente l’una e spiritualmente l’altra. Questa verità sconvolgente purtroppo si è realizzata sotto una sapiente regia, non solo umana, come vedremo, ma anche e soprattutto luciferina! Ma procediamo con ordine, trattandosi di un argomento molto delicato, cioè della “consacrazione dei vescovi”, la cui formula è stata modificata ed applicata appunto per la prima volta, nel fatidico 18 giugno 1968, formula che costituisce un passaggio fondamentale ed obbligato nella costruzione della Gerarchia cattolica, nonché la base di tutti i Sacramenti. Scardinando con machiavellica lucidità questa “Consacrazione”, con il renderla cioè invalida nella “forma” e nella “intenzione”, tutto l’edificio Cattolico umanamente crolla inesorabilmente nel giro di pochi decenni, esattamente come è accaduto negli ultimi anni, lasciando veramente la Chiesa Cattolica, come annunziato dalla Vergine alle apparizioni de La Salette, oscurata da una eclissi mostruosa: “… la Chiesa sarà eclissata!” …

L’argomento è della somma importanza in riferimento alla salvezza della nostra anima, che nella maggior parte dei casi è, nel mondo cattolico, affidata (si fa per dire …) a semplici laici travestiti, come da sacrilego carnevale, da vescovi, cardinali o preti (che in verità hanno già “coerentemente” dismesso l’abito sacerdotale, come ognuno può constatare). –  Iniziamo da considerazioni teologiche apparentemente barbose, ma indispensabili per una corretta comprensione dell’argomento. Dalla teologia dei Sacramenti apprendiamo che “L’ordinazione vescovile è fondamentale essendo la “sorgente” di tutti i Sacramenti, sia direttamente, [pensiamo alla Cresima e all’Ordine sacerdotale], sia Indirettamente: [i Sacerdoti ordinati amministrano a loro volta: Eucarestia, Battesimo, Confessione, Matrimonio, Unzione degli infermi].”

Affinché un Sacramento abbia validità, sono necessarie tre cose: “la materia, la forma e l’intenzione”. Ad esempio, per il Battesimo occorre l’acqua (materia), poi è indispensabile la forma (cioè le parole: “io ti battezzo nel Nome … etc.”, ed infine l’intenzione conforme a quella della Chiesa Cattolica. Se nel bagnare la testa al bambino, l’officiante dice: “ io ti lavo la testa …”, pur in una cerimonia in chiesa con tutti gli elementi circostanti abituali validi, il Sacramento non ha alcuna efficacia, e rappresenta al massimo il tentativo di uno shampoo per il battezzando. Allo stesso modo se il celebrante dicesse: “io ti battezzo nel nome di Renzi, Berlusconi e Bersani, il Sacramento non sarebbe valido, poiché non conforme alle intenzioni della Chiesa che sono quelle di battezzare nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. A tutti è chiaro allo stesso modo che nel Sacramento dell’Eucaristia la “materia” è il pane azzimo e, se per caso si usasse un’ostia di cioccolato bianco, ci sarebbe invalidità del Sacramento anche nel proferire la “vera” formula della Transustanziazione. Nel caso del Sacramento dell’Ordine, la materia è rappresentata dal “contatto” fisico tra l’impositore ed il ricevente l’ordine, come spiega mirabilmente San Tommaso nella “Summa” e quindi dall’imposizione delle mani. La sostanza di una “forma” sacramentale costituisce una cosa che è indipendentemente dagli accessori o cose accidentali che la circondano (v. tab. 1). Pertanto la “sostanza” di una forma sacramentale è il suo significato. “Il significato deve corrispondere alla grazia prodotta dal Sacramento”. Nel Concilio di Trento si definisce (Denziger 931): «Il concilio dichiara, inoltre, che nella somministrazione dei Sacramenti c’è sempre nella Chiesa il potere di decidere o modificare, lasciando salva la sostanza di questi sacramenti, così come Essa giudichi meglio convenire all’utilità di coloro che li ricevono, e nel rispetto dei Sacramenti stessi, secondo la diversità delle cose, dei tempi e dei luoghi.»

   Veniamo a chiarire già da subito che cos’è la significatio “ex adjunctis” di un Sacramento, [significato adiuvante] elemento, questo, che costituisce il punto centrale della questione e di cui discuteremo pure ampiamente in seguito. Per il momento ci basta sapere: • Il valore o l’efficacia dei Sacramenti viene da Cristo, non dalla Chiesa; e il Cristo ha voluto che essi si comportino nella maniera degli agenti naturali, “ex opere operato”.

  • Un ministro indegno o anche eretico amministra validamente i Sacramenti se utilizza “scrupolosamente” la materia e la forma proprie a ciascuno con l’intenzione di fare ciò che fa la Chiesa.
  • L’utilizzazione della materia e della forma del Sacramento, con l’integralità della “significatio ex adjunctis” garantisce che il ministro manifesti l’intenzione della Chiesa.
  • La “significatio ex adjunctis” deve esprimere il significato del Sacramento; se le modifiche introducono una “contraddizione”, il Sacramento non ha efficacia perché manca manifestamente l’intenzione.
  • Se la “significatio ex adjunctis” è tronca, il Sacramento può essere dubbio perché l’intenzione può praticamente mancare. – In questi casi è legittimo ricercare le intenzioni di coloro che hanno modificato il rito per valutare la sua validità (cf. notazione di Leone XIII in Apostolicae Curae).

In quel fatidico nefando giorno, il “18 giugno 1968” si è perpetrata l’“Eliminazione radicale” del rito romano antico, consacrato “infallibilmente” da Pio XII nel 1947! Fortunatamente, con l’aiuto della Provvidenza, si è costituito un “piccolo resto” di consacrati “isolati”, in costante pericolo di vita, vescovi, Cardinali e sacerdoti usciti dalla “scuola” e dalle “mani” del Cardinale Siri (eletto per ben 4 volte in Conclave all’unanimità come Gregorio XVII), che potranno così perpetuare, ad onta dei marrani-massoni, attuali usurpatori, la Chiesa Cattolica, l’unica Chiesa fondata da Cristo, fuori dalla Quale non c’è salvezza eterna (extra Ecclesia nulla salus!), ed adempiere a tutte le promesse di “indefettibilità” (di assistenza continua) che il Signore Gesù ci ha fatto nel Santo Vangelo! Come questo sia potuto succedere, chi siano stati gli infami autori di questo sfregio alla Santa Chiesa Cattolica, e quindi a N.S. Gesù Cristo stesso, a Dio Padre Creatore, ed allo Spirito Santo (con una specifica eresia “anti-filioque” nella formula), con quali assurdi e per certi aspetti ridicoli pretesti abbiano compiuto questo sacrilego aberrante misfatto, lo vedremo prossimamente.

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Tab. I

La sostanza di una forma sacramentale

  • Sostanza:

– ciò che costituisce una cosa indipendentemente dagli accessori o cose accidentali che la circondano.

  • La sostanza di una forma sacramentale è il suo significato.
  • Il significato deve corrispondere alla grazia prodotta dal Sacramento.
  • Il significato «attiene particolarmente alla forma» (Leone XIII in “Apostolicæ curæ”)

 

Omelia della Domenica XIX dopo Pentecoste

Domenica XIX dopo Pentecoste

[Del canonico G. B. Musso – Seconda edizione napoletana, Vol. II -1851-]

(Vangelo sec. S. Matteo XXII, 1-14)

giudiz.univ. giotto. part.

Piccolo numero degli eletti

“Molti sono i chiamati, pochi gli eletti”. È questo il grave, il sentenzioso, il tremendo epifonema con cui Gesù Cristo conchiude l’evangelica parabola: “Multi sunt vocati pauci vero electi”. Molli furono infatti i chiamati da un Re che volle solennizzare le nozze del proprio figlio. Alcuni francamente negarono d’intervenirvi, altri produssero scuse di affari di campagna, di negozi di città. Uccisero altri i servi mandati ad invitarli. Uno finalmente si presentò, ma senza veste nuziale, e tutti questi furono per sempre esclusi dal regale convito. Il Re che fa le nozze al proprio figlio è l’eterno Padre, il figlio è Gesù che ha sposato l’umana nostra natura unendola con unione ipostatica alla sua divinità. Negl’invitati a queste mistiche nozze, vale a dire alla fede e alla penitenza, sono espressi gl’increduli che con franca negativa si rifiutano: in quei che allegano scuse, i peccatori che da un tempo all’altro differiscono la loro conversione: negli uccisori dei servi, quei che soffocano le sante ispirazioni e i movimenti della grazia: finalmente in colui che s’introduce senza veste nuziale, quegli infelici privi della carità e della santificante grazia.Che meraviglia perciò che pochi siano quei che si salvano, se la moltitudine dei chiamati si oppone ai disegni, ai desideri di Dio che li vuol salvi? Questa formidabile verità, che pochi sono fra i cristiani adulti quei che si salvano, io prendo a dimostrarvi colla ragione e coll’autorità. Udite, o fedeli, il soggetto del mio e del vostro salutare spavento.

I . Il Regno dei cieli ci vien rappresentato nel S. Vangelo a guisa di alta rocca da vincersi a forza d’armi, da conquistarsi con violenza d’estremo valore. “Regnum coelorum vim patitur, et violenti rapiunt illud(Matt. XI, 12). Ora una rocca è difficile a superarsi quando vi concorre l’arduità del sito, la moltitudine dei nemici, la debolezza degli assediatori. L’arduità del sito, primamente non può esser maggiore. Si tratta di salire al cielo nel regno di Dio e dei beati, ov’essi son giunti a stento per molte tabolazioni, pel disprezzo del mondo, per l’austerità della vita, per l’esercizio della penitenza, per le sofferte persecuzioni, per lo spargimento del sangue, pel sacrificio della vita. Senza violentar se stesso non può lo spirito sollevarsi da terra. Il corpo è un peso che tira al basso. “Una pietra dice S. Tommaso, perché dall’alto d’una torre discenda a terra, non ha bisogno di forza, basta aprir la mano; ma perché da terra arrivi alla cima, onde discese, è necessaria forza di braccio e destrezza di mano”. “Facilis discensus Averni” (Virgil.), l’intese anche un Gentile, ascender su per le vie del cielo, “hoc opus, hic labor”. L’acque del fiume Giordano secondo la natural pendenza andavano a seppellirsi nel mar morto; per far che con corso retrogrado tornassero addietro fu necessaria l’arca del Signore e l’ opera de’ sacerdoti. Per andar dopo morte a seppellirsi nell’inferno, basta lasciare operar la natura; e la natura corrotta, i sensi e le malnate passioni ci porteranno infallibilmente laggiù; ma per tornare alla nostra sorgente, al nostro principio, che è Dio, ci vuol la forza e l’efficacia della sua grazia e la nostra cooperazione, conviene vincere le ritrosie della guasta natura, superare gli ostacoli al bene, l’inclinazione al male, mortificare l’opere della carne, vivere secondo lo spirito e menar sulla terra una vita celeste. – Cresce la difficoltà per la moltitudine dei nemici. La vita dell’uomo, dice il Santo Giobbe è una vera milizia su questa terra. “Militia est vita hominis super terram” (Cap. VII, 1). Bisogna star sempre coll’armi alla mano, ed oh con quanti nemici abbiamo a combattere! Nemici interni, nemici esterni, nemici visibili, nemici invisibili: tutti i sentimenti del nostro corpo sono altrettanti nemici, tutte le nostre passioni, l’irascibile, la concupiscibile, la superbia, l’avarizia, la gola, l’invidia, sono fiere racchiuse nel serraglio del nostro cuore, che ci fa sentire i loro ruggiti, e ci minacciano de’ loro morsi: nemico l’intelletto facile a deviare dal vero, soggetto a mille impressioni malvagie, nemica la memoria fomento di perverse rimembranze, nemica la volontà inclinata ad ogni specie di male. Si aggiunge all’esercito di tanti nemici il mondo, il demonio, la carne, i mali esempi, i cattivi consigli, le false massime, l’erronee dottrine, i libri seducenti, gli scandali passati in costume. Oh Dio, quanti inciampi, quanti pericoli, quanti lacci! Di questi lacci vide S. Antonio Abate tutta sparsa la faccia della terra, e S. Agostino forse alludendo a questa visione, “ecco, dice, il mondo ha tesi innanzi ai nostri piedi infiniti lacci; e chi potrà scansarli?” “Ecce ante pedes tetendit laqueos infinitas, et quis effugiet? (Apud Rossig.). – Cresce vie più la difficoltà di conquistare il regno dei cieli per la debolezza dei combattenti. Chi più debole ed incostante dell’uomo? Una canna è di lui men fievole, un vetro è di lui men fragile. Mirate i nostri progenitori nel terrestre paradiso, creati nell’originale giustizia, senza stimolo di passioni; e pure la vista di un pomo, due parole del demonio nascosto nel corpo di un serpente, bastarono a sedurli ed a farli prevaricare. Mirate Saul prima da Dio eletto e a Dio fedele e poi disubbidiente e riprovato. Davide santo, Profeta, uomo secondo il cuor di Dio, per uno sguardo diviene adultero e omicida; Giuda, oggi Apostolo, domani apostata; Tertulliano prima padre della Chiesa, apologista della religione cristiana, indi eretico Montanista; Lucifero, famoso Vescovo di Cagliari già difensore della fede cattolica, e dopo morto scismatico. Io vidi, dice S. Agostino, cadere a terra cedri del Libano, colonne della Chiesa, condottieri del gregge di Cristo, della rovina dei quali non avrei mai ammesso minimo dubbio, siccome mai avrei dubitato di un Gregorio Nazianzeno e di un Ambrogio. Oh Dio! quanto è grande, quanto è deplorabile l’umana fragilità! Chi si terrà sicuro? Chi si fiderà delle proprie forze? Chi in vista dell’altrui rovina non temerà della propria? – Che pochi siano quei che van salvi, dopo la ragione ce ne convince l’autorità. Apriamo le divine Scritture e riscontriamo prima le immagini che al dir dell’Apostolo “in figura facto, sunt nostri, (ad Cor. X, 6), poi le sentenze che comprovano questa spaventosa verità. Dal diluvio universale, che affogò tutta l’umana generazione, quanti furono gli scampati? Solo otto persone, Noè, e la sua famiglia. Dall’incendio delle popolose città di Pentapoli quanti fuggirono? Quattro soltanto. Lot con la consorte e due sue figlie. Di seicento mila Israeliti abili all’armi, senza contar le donne e i fanciulli, usciti dall’Egitto per entrare nella terra promessa, quanti vi posero piede? Due soli, Giosuè e Caleb). Molte, dice Gesù Cristo nel Vangelo di S. Luca, furono le vedove in Israele ai tempi d’Elia angustiate per la gran fame, e ad una sola, la vedova di Sarepta, fu recato soccorso. Molti furono i lebbrosi ne’ giorni d’Eliseo, e uno solo fu risanato, cioè Naaman Siro. La terra è infetta dai suoi abitatori, soggiunge Isaia, e perciò sulla faccia della medesima si spargerà la maledizione ad esterminarla. Pochi restarono ad abitarla “relinquentur homines pauci” (XXIV, 6), e saranno tanto pochi che potranno rassomigliarsi a quelle rare e poche olive che restano sull’albero dopo essere stato bene scosso e perticato, e a quegli scarsi grappoli d’uva che in un’abbondante vendemmia sfuggono all’occhio dell’attento vignaiuolo. Tutti corrono al pallio, ricorda San Paolo, ma un solo è quello che arriverà a conseguirlo, “omnes quidem currunt, sed unus accipit bravium(1 Cor. IX, 24). E giacché di S. Paolo abbiamo fatto menzione, udite come parla di sé questo vaso di elezione, questo grande Apostolo già rapito fino al terzo cielo. “Miei cari, per grazia di Dio la mia coscienza di nulla mi rimorde”, “nihil mihi conscius sum(1 Cor. IV, 4), ma non per questo mi tengo per giusto, “sed non in hoc iustificatus sum”. Anzi castigo il mio corpo per tenérlo a guisa di schiavo insolente soggetto alla ragione ed alla fede, perché temo che procurando colla mia predicazione l’altrui salvezza, io non divenga un misero riprovato, “ne cum aliis praedìcaverim, ipse reprobus efficiar” (1 Cor. IX, 27). – Ma che cercare esempi e figure quando in chiari termini precisi parla l’Incarnata Sapienza, la stessa Verità, Cristo Gesù? Interrogato Egli se pochi sono quei che si salvano, “si pauci sunt qui salvantur(Luc. XV, 24)? Rispose: “Angusta è la porta del cielo, fate ogni sforzo per entrarvi”, “contendite intrare per angustam portam”, così in S. Luca. Passate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa è la strada che mena alla perdizione, e molti son quelli che per questa si avviano, “et multi sunt qui intrant per eam”. E di nuovo esclamando ripete: “oh quanto è stretta la porta e angusta la strada che conduce alla vita!” e pochi son quei che a questa si appigliano, “et pauci sunt qui inveniunt eam” (Cap. VII, 14). Così in S. Matteo. In somma conchiude, “molti sono i chiamati alla fede, alla penitenza, alla salute, ma pochi sono gli arrendevoli a queste chiamate, per conseguenza pochi sono gli eletti” “multi sunt vocati, pauci vero electi(Matt. XX, 10). A questa irrefragabile autorità appoggiati i santi Padri Agostino, Girolamo, Gregorio, Crisostomo, Anselmo, Efrem, Teodoro, Basilio, tutti concordano che dei cristiani adulti che possono colla libertà dell’arbitrio cooperare alla propria salute, il maggior numero sia dei reprobi, non degli eletti. Per non esser prolisso non vi reciterò le loro sentenze: basterà per tutti S. Giovanni Crisostomo. Predicando questi nella gran città di Costantinopoli, tutta allora cristiana, città la più numerosa di popolo dopo Roma, arrivò a dire che di una sì vasta popolazione, appena cento avrebbero nazione, e di questi cento aveva pure alcun dubbio: “Non possut in tot millibus inveniri centum qui salventur, quia et de his dubito”. Forse allora era meno corrotto il costume. E che avrebbe detto a’ tempi nostri in vedere la religione derisa, la devozione schernita, la Chiesa perseguitata, la bestemmia in costume, la disonestà in trionfo, la sevizia dei mariti, l’infedeltà delle mogli, fuggita la frequenza nei divorzi, la scostumatezza dei figli, la licenza delle zitelle, la frode nei contratti, l’usura nei prestiti, la prepotenza nelle liti, la facilità negli spergiuri, la profanazione delle Chiese, lo scandalo delle mode, lo scandalo nelle pitture, lo scandalo nelle canzoni, nei libri osceni, nei libri eretici? Mio Dio, che torbido rovinoso torrente d’ogni iniquità inonda la terra! E dopo ciò; farà sorpresa il dire che pochi si salvano? Ah, miei dilettissimi, se per bene vostro io vi son cagione di spavento, perdonate per pietà, ad uno ch’è più di voi spaventato: “Territus, terreo(D. Aug.). – Misero me! mi salverò? mi perderò? Sarò nel numero de’ pochi salvi? O in quello dei molti riprovati? Io son vicino alla tomba, i capelli son bianchi, le forze mancano, la vista è debole, poco mi resta di vita. Che sarà di me al tremendo giudizio di Dio? Che sentenza mi toccherà? propizia o contraria? Se do uno sguardo alla mia coscienza aggravata di tante colpe, se rifletto alla difficoltà della salute, io mi do per perduto. La divina giustizia io l’ho irritata: la divina misericordia non me la rendo propizia. Fui peccatore, son peccatore, non rimedio al passato, non profitto del presente, non provvedo all’avvenire. Ah! che dovunque mi volgo non trovo che oggetti di spavento e di disperazione. In tanto orrore di me stesso mi resta una sola speranza: Maria, rifugio dei peccatori, mi getto a’ vostri piedi, mi nascondo sotto del vostro manto, difendetemi dalla giusta collera di un Dio da me troppo indegnamente offeso. In questo giorno in cui tutto il popolo cristiano a voi ricorre e tanto vi onora, [cadeva in questa domenica la solennità di Nostra Signora del Rosario], non rigettate dal vostro cospetto un peccator ravveduto. Madre dolcissima, avvocata de’ peccatori, difendete la mia causa, dite al vostro Figlio che son pentito delle mie colpe e delle sue offese, che più non peccherò, che voglio da qui innanzi vivere nel numero dei pochi per salvarmi coi pochi. Pochi sono i cristiani timorati, casti, sobri, pii, giusti, umili, limosinieri, devoti, sarò di questo numero? Se il mondo è perverso e pervertitore, ne starò lontano; vivrò come Abramo in mezzo a’ Caldei, vivrò come Tobia nella prevaricazione d’Israele, avrò sempre vivo alla mente il ricordo di S. Giovanni Climaco : “Vive cum paucis, si vii regnare cum paucis”.