S. GIUSEPPE SPOSO DI MARIA VERGINE: 19 MARZO.

GIUSEPPE SPOSO DI MARIA VERGINE

19 MARZO.

[da: I SANTI PER OGN GIORNO DELL’ANNO – S. Paolo ed. 1933-]

 Giuseppe, il più grande dei Santi che la Chiesa veneri dopo la SS. Vergine, era di stirpe reale; ma allo splendore della corte, alla ricchezza della reggia, alla gloria delle armi e allo sfoggio del sapere, aveva sostituito lo splendore delle sue virtù, la ricchezza della grazia, l’umiliazione e lo studio continuo di conoscere e fare la volontà di Dio. La sua vita quanto è grande altrettanto fu nascosta e sconosciuta: nessuno storico scrisse le sue memorie, ma della sua santità, dei suoi meriti e della sua dignità abbiamo le più belle testimonianze scritturali. – Iddio nei suoi arcani disegni aveva destinato Giuseppe ad essere il custode del Salvatore, Gesù Cristo, e della Vergine sua Madre. – Giuseppe infatti ebbe in isposa una vergine il cui nome era Maria. Di questo matrimonio, che doveva servire all’adempimento dei disegni divini, Dio stesso se ne prese cura particolare. Maria, divenendo Madre, metteva in sicuro la sua onestà, trovava in Giuseppe un aiuto ed un sostegno per la vita, un compagno fedele che l’assistesse nei suoi viaggi, un consolatore nelle ore del dolore e della sofferenza. – Il Vangelo ci fa vedere come a S. Giuseppe fosse ignoto il grande prodigio che lo Spirito Santo aveva operato in Maria. Infatti da ultimo egli s’accorse che la sua sposa era incinta. Di fronte a questo fatto, di cui non aveva cognizione, si trovò fortemente angustiato. E poiché tanta era la carità e la venerazione che egli nutriva per la sua santa sposa, per non diffamarla, aveva divisato in cuor suo di abbandonarla clandestinamente. E già stava per eseguire il suo divisamento quando al Signore piacque rivelare al suo fedele servo il grande mistero della Incarnazione. Un Angelo apparve a Giuseppe nel sonno e gli rivelò che la gravidanza di Maria era miracolosa e che la virtù dell’Altissimo aveva operato nel casto seno di Lei il corpo adorabile del Salvatore. – Quando nella pienezza dei tempi il Desiderato delle genti venne ad abitare fra gli uomini, S. Giuseppe, riverente ed umile con la santa Vergine, fu il primo ad adorarlo. – Gesù Cristo se da una parte fu segno d’indomato amor, dall’altra, fin dalla culla, fu pure segno d’inestinguibile odio. Il primo infelice avversario del Divin Maestro, fu il triste re di Giudea, Erode. Quest’uomo di perversi costumi e di smodata ambizione, avendo udito che nella terra di Betlemme era nato un bambino, che sarebbe stato un grande re, temette del suo regno. – Ordinò quindi, che tutti i bambini del territorio di Betlemme da due anni in giù, fossero uccisi senza riserva. – Ma Giuseppe, avvertito dall’Angelo in sogno, sorge prontamente e preso Maria con il Bambino riparò in Egitto. – All’entrata del Messia in Egitto tacquero gli oracoli, le statue delle false divinità tremarono: « Gli idoli dell’Egitto cadranno al suo cospetto! » – Morto Erode, San Giuseppe dall’Angelo fu avvertito di fare ritorno ed egli premuroso rimpatriò. Temendo però di Archelao, succeduto nel trono al padre Erode, fu da Dio avvertito di stanziarsi in Galilea. Si ritirò a Nazaret, dove, ricco di meriti, si spense fra le braccia di Gesù e di Maria. Per questo S. Giuseppe s’invoca come protettore dei moribondi.

FRUTTO. — Anche noi possiamo imitare questa creatura straordinaria nell’unione con Gesù Cristo, camminando sempre alla presenza del Signore, conversando nel nostro cuore con Gesù.

PREGHIERA. — Dio, che con ineffabile provvidenza, ti sei degnato eleggere il beato Giuseppe a sposo della tua Santissima Madre, fa che venerandolo in terra qual nostro protettore, meritiamo di averlo intercessore in Cielo.

 Per dedicare se stesso e la propria famiglia al gran Patriarca San Giuseppe.

INVITO A QUESTA DEDICA,

Questa pia pratica consiste nel porre sotto la speciale tutele del Santo se stesso e la propria famiglia, con quanto ad essa appartiene di beni e di sostanze, promettendo a lui come caparra di devozione, una vita veramente cristiana, e ripromettendosi da Lui come premio una protezione singolare in tutte le cose.Si fa nel modo che viene indicato qui appresso con quella maggior solennità che si conviene ad una festa tutta religiosa e domestica: e sebbene essa appartenga a tutti i fedeli, appartiene nondimeno più particolarmente ai Capi di casa, ai quali è motivo di speciale fiducia nel Santo il sapere che anch’Egli fu nella medesima carriera, che fu anch’Egli Capo di casa, che tenne le veci di Padre al Figliuolo di Dio, che ebbe sollecitudini affannose, che sostenne travagli, fatiche e tribolazioni per la sua famigliuola, non che il sapere che se la sua carità è generosa con tutti i fedeli, essendo Patrono di tutta la Chiesa, generosissima si mostra con le famiglie che con un culto particolare pongono sè medesime sotto l’ombra del suo manto.Oh quante benedizioni pioveranno sui figliuoli, che sono le speranze più trepide delle famiglie cristiane, non che sulle loro sostanze e sui loro affari! Quanti aiuti in tutte le vicende della vita potranno i Capi di casa ripromettersi da s. Giuseppe!I vantaggi che da questa dedica derivano sono certamente inestimabili. Nei paesi dov’è in uso, si tiene come una salvaguardia contro tutti i pericoli di anima e di corpo, come una calamita che attira le benedizioni del cielo.Valgano per ogni stimolo a praticarle, le parole memorabili che s. Teresa scrisse sulla devozione a questo Santo:Non mi ricordo d’averlo finora supplicato di cosa alcuna, ch’Egli non m’abbia consolata. I favori e le grazie grandi che, mediante l’intercessione di questo Santo, ho ricevuto da Dio, ed i pericoli da’ quali egli mi ha liberata sì nell’anima che che nel corpo, sono cose meravigliose…. Vorrei persuadere ad ognuno la devozione verso questo glorioso Patriarca per la grande esperienza che ho dei beni grandi ch’egli ci ottiene da Dio, domando solo per amor di Dio, che chi non mi crede, ne faccia la prova, e vedrà coll’esperienza che gran bene egli sia l’esser divoto di questo Patriarca.

PRATICA DI QUESTA DEDICA

.1 – Si premette da tutta la famiglia la Novena in preparazione al giorno in cui si vuol fare la dedica.

2 – La vigilia del giorno a ciò destinato tre elemosine a tre famiglie povere, in memoria delle tre persone componenti la Sacra Famiglia.

3 – Nel giorno della Dedica, tutte, se è possibile, le persone della famiglia si accostano ai SS. Sacramenti.

4 – In un’ora da scegliersi ad arbitrio dal capo di casa, si colloca alla presenza di tutta la famiglia, il quadro o immagine del Santo in un luogo visibile. Poscia prostrati dinanzi ad essa, si recitano le preghiere, in onor dei Dolori e delle allegrezze del Santo, terminate le quali, il capo di casa, gli raccomanda tutta la famiglia coll’orazione di dedica posta alla fine di questa istruzione.

5 – Il giorno 19 di ogni mese si distingue con qualche ossequio al Santo, e si tiene accesa la lampada dinanzi la sua Immagine, in pegno e memoria della devozione che gli si professa. Se la povertà non permettesse la tenue spesa del lume, si supplisce col recitare davanti all’immagine 3 Pater, Ave e Gloria.

6 – Nelle tribolazioni, nelle malattie, nei bisogni di qualunque specie, si ricorre al Santo con quella confidenza che merita un Protettore cosi amoroso e così potente, e gli si domanda con fervide preghiere provvedimento e conforto.

7 . Durante l’anno si fanno ad onor suo tre Comunioni:

La 1° nel giorno della sua festa, 19 Marzo;

La 2° nel giorno del patrocinio, 3 Dom. dopo Pasqua;

la 3° nel giorno del suo Sposalizio, 23 Gennaio.

In una poi di queste tre feste si rinnova la Dedica nella maniera medesima con cui fu fatta la prima volta.

VANTAGGI DI QUESTA DEDICA.

Chi sano brama vivere,

e lieto i giorni chiudere,

ricorra con fiducia

di san Giuseppe ai meriti.

Che Sposo alla Vergine,

Ed ajo al divin Figlio,

Grazia non v’ha che neghisi

A chiunque a lui si dedica.

Orazione per la dedica a s. Giuseppe.

O glorioso Patriarca s. Giuseppe, che da Dio foste costituito capo e custode della più santa tra le famiglie, degnatevi di esser dal cielo Capo e Custode anche di questa che vi sta prostrata dinanzi, e domanda di esser ricevuta sotto il manto del vostro patrocinio. Noi fin da questo momento, vi eleggiamo a Padre, a Protettore, a Consigliere, a Guida, a Padrone, e poniamo sotto la vostra speciale custodia le nostre anime, i nostri corpi, le nostre sostanze, quanto siamo e quanto abbiamo, la nostra vita, lanostra morte. Voi riguardateci come vostri figli, e come cose vostre. Difendeteci da tutti i pericoli, da tratte le insidie e da tutti gl’inganni de’ nostri nemici visibili ed invisibili. Assisteteci in tutti i tempi, in tutte le necessità. Consolateci in tutte le amarezze della vita, ma specialmente nelle agonie della morte. Dite una parola per noi a quell’amabile Redentore, che bambino portaste nelle vostre braccia, e a quella Vergine gloriosa di cui foste dilettissimo Sposo; deh! impetrate da essa quelle benedizioni che vedete esser giovevoli al nostro vero bene, alla nostra eterna salvezza. Ponete insomma questa famiglia nel numero di quelle che vi sono più care ed essa procurerà con una vita veramente cristiana di non rendersi mai indegna del vostro efficacissimo patrocinio. Così sia.

[da Manuale di Filotea del sac. G. Riva, XXX ed. Milano 1888 – impr.-]

GIACULATORIA

per cui Pio TX, 3 Giugno 1874, concesse una volta al giorno

100 giorni d’Indulgenza.

“S. Giuseppe amico del Sacro Cuore, pregate per noi”.

CULTO PERPETUO DI S. GIUSEPPE

PRATICA DEL CULTO PERPETUO.

Chiunque voglia partecipare ai vantaggi di tal Culto perpetuo approvato da S. S. Pio IX il 20 Gennajo 1859, non ha bisogno di alcuna autorizzazione per fondarlo, né di inscrizione particolare per appartenervi. Basta che 30 o 31 persone del medesimo sentimento si prefiggano di non mancare, nel giorno che ciascuno avrà scelto, alle seguenti pratiche, cioè:

  1. Accostarsi ai ss. Sacramenti, e non potendo, supplire con un atto di contrizione e colla Comunione spirituale.
  2. Assistere con ispeciale divozione alla santa Messa in memoria della Presentazione di Gesù al tempio.
  3. Fare almeno un quarto d’ora di meditazione sulle di lui tribolazioni.
  4. 4. Tenersi raccolto nello spirito, e passar il giorno in memoria di S. Giuseppe.
  5. Fare qualche atto di mortificazione, o qualche opera di misericordia o spirituale o corporale.
  6. Recitare 7 Pater, Ave, Gloria in memoria de’ suoi Dolori e delle sue Allegrezze.
  7. Chiudere la giornata colla visita al ss. Sacramento e coll’offerta del cuore a s. Giuseppe.

Chi consola s. Giuseppe in vita sarà dallo stesso Patriarca soccorso in morte.

INDULGENZE DEL CULTO PERPETUO,

PIO IX i l 30 Gennajo 1856, approvando il Culto Perpetuo lo arricchì delle seguenti Indulgenze: 1. Indulg. Plen. Nel giorno della ascrizione, in quello che si è scelto da santificarsi, e m articulo mortis; 2. Indulg. Plen. il 19 Marzo, festa di s. Giuseppe; la III Dom. dopo Pasqua in cui festeggia suo Patrocinio, il 23 Genn. festa del suo Sposalizio e in tutte le feste di precetto di Maria Vergine ; 3. Indulg. di 7 anni e 7 quarantene in ogni giorno in cui si adempirà qualche duna delle cose sopra descritte.

INDULGENZE PEL MESE D I MARZO DEDICATO A S. GIUSEPPE.

Il Sommo Pontefice Pio IX con Rescritto della Segreteria dei Brevi, 11 Giugno 1855 concesse a tutti i fedeli che dedicano l’intero mese di Marzo in onore del glorioso Patriarca san Giuseppe: 300 giorni d’Indulg. in ciascun giorno del mese e la Plen. in un giorno ad arbitrio, in cui veramente pentiti, confessati e comunicati, pregheranno secondo la mente di S. Santità. Le dette Indulg. sono concesse dallo stesso Pontefice anche a coloro che, legittimamente impediti nel mese di Marzo, dedicheranno un altro mese qualunque in onore dello stesso S. Patriarca. Con altro Decreto, 27 Aprile 1865, le surriferite Indulgenze vennero estese a qualunque pratica di devozione venga fatta in tutti i giorni del mese a somiglianza della pia pratica del mese Mariano. Inoltre lo stesso Pontefice, 4 Febbr. 1877, dichiarò che le medesime Indulg. possono lucrarsi dai fedeli che compiono questo devoto esercizio in modo da terminare il mese colla festa di S. Giuseppe (19 Marzo).

TERZA DOMENICA DI QUARESIMA

Introitus Ps XXIV:15-16.

Oculi mei semper ad Dóminum, quia ipse evéllet de láqueo pedes meos: réspice in me, et miserére mei, quóniam únicus et pauper sum ego.

[I miei occhi sono rivolti sempre al Signore, poiché Egli libererà i miei piedi dal laccio: guàrdami e abbi pietà di me, poiché sono solo e povero.]

Ps XXIV:1-2

Ad te, Dómine, levávi ánimam meam: Deus meus, in te confído, non erubéscam, [A Te, o Signore, ho levato l’ànima mia, in Te confido, o mio Dio, ch’io non resti confuso.]

Glória Patri, et Fílio, et Spirítui Sancto. Sicut erat in princípio, et nunc, et semper, et in saecula saeculórum. Amen

Oculi mei semper ad Dóminum, quia ipse evéllet de láqueo pedes meos: réspice in me, et miserére mei, quóniam únicus et pauper sum ego. [I miei occhi sono rivolti sempre al Signore, poiché Egli libererà i miei piedi dal laccio: guàrdami e abbi pietà di me, poiché sono solo e povero.]

 Oratio V. Dóminus vobíscum. – Et cum spiritu tuo.

Orémus. Quæsumus, omnípotens Deus, vota humílium réspice: atque, ad defensiónem nostram, déxteram tuæ majestátis exténde. [Guarda, Te ne preghiamo, o Dio onnipotente, ai voti degli úmili, e stendi la potente tua destra in nostra difesa.]

Per Dominum nostrum Jesum Christum, Filium tuum: qui tecum vivit et regnat in unitate Spiritus Sancti Deus, per omnia sæcula sæculorum.  – Amen. 

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Ephésios.

Ephes V:1-9

“Fratres: Estote imitatores Dei, sicut fílii caríssimi: et ambuláte in dilectióne, sicut et Christus dilexit nos, et tradidit semetipsum pro nobis oblatiónem, et hostiam Deo in odorem suavitátis. Fornicatio autem et omnis immunditia aut avaritia nec nominetur in vobis, sicut decet sanctos: aut turpitudo aut stultiloquium aut scurrilitas, quæ ad rem non pertinet: sed magis gratiárum actio. Hoc enim scitóte intelligentes, quod omnis fornicator aut immundus aut avarus, quod est idolorum servitus, non habet hereditátem in regno Christi et Dei. Nemo vos sedúcat inanibus verbis: propter hæc enim venit ira Dei in filios diffidéntiæ. Nolíte ergo effici participes eórum. Erátis enim aliquando tenebrae: nunc autem lux in Dómino. Ut fílii lucis ambuláte: fructus enim lucis est in omni bonitate et justítia et veritáte.” [Fratelli: Siate imitatori di Dio, come figli diletti: e camminate nell’amore, così come il Cristo ha amato noi, e si è sacrificato egli stesso per noi, quale offerta e vittima in odore di soavità. Non si possa dire che tra voi si pràtica la fornicazione o qualsiasi impurità o avarizia, siate irreprensíbili come si addice ai santi: non risuònino tra voi oscenità, né sciocchi discorsi, né scurrilità o cose indecenti: ma piuttosto i rendimenti di grazia. Poiché, sappiàtelo bene, nessun fornicatore, o impudico, o avaro, che vuol dire idolatra, sarà erede del regno di Cristo e di Dio. Nessuno vi seduca con vane parole: poiché per tali cose viene l’ira di Dio sopra i figli ribelli. Non vogliate dunque avere società con essi. Infatti una volta eravate ténebre, ma ora siete luce nel Signore. Camminate da figli della luce: poiché il frutto della luce consiste in ogni specie di bontà, di giustizia e di verità.]

Deo gratias.

 Graduale Ps IX: 20; 9:4

Exsúrge, Dómine, non præváleat homo: judicéntur gentes in conspéctu tuo.

In converténdo inimícum meum retrórsum, infirmabúntur, et períbunt a facie tua. [Sorgi, o Signore, non trionfi l’uomo: siano giudicate le genti al tuo cospetto.

Voltano le spalle i miei nemici: stramàzzano e períscono di fronte a Te.]

Tractus Ps. CXXII:1-3

Ad te levávi óculos meos, qui hábitas in coelis.[Sollevai i miei occhi a Te, che hai sede in cielo.]

Ecce, sicut óculi servórum in mánibus dominórum suórum.[V. Ecco, come gli occhi dei servi sono rivolti verso le mani dei padroni.]

Et sicut óculi ancíllæ in mánibus dóminæ suæ: ita óculi nostri ad Dóminum, Deum nostrum, donec misereátur nostri, E gli occhi dell’ancella verso le mani della padrona: così i nostri occhi sono rivolti a Te, Signore Dio nostro, fino a che Tu abbia pietà di noi.

Miserére nobis, Dómine, miserére nobis.

Abbi pietà di noi, o Signore, abbi pietà di noi.]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum Lucam. [Luc XI:14-28]

“In illo témpore: Erat Jesus ejíciens dæmónium, et illud erat mutum. Et cum ejecísset dæmónium, locútus est mutus, et admirátæ sunt turbæ. Quidam autem ex eis dixérunt: In Beélzebub, príncipe dæmoniórum, éjicit dæmónia. Et alii tentántes, signum de coelo quærébant ab eo. Ipse autem ut vidit cogitatiónes eórum, dixit eis: Omne regnum in seípsum divísum desolábitur, et domus supra domum cadet. Si autem et sátanas in seípsum divísus est, quómodo stabit regnum ejus? quia dícitis, in Beélzebub me ejícere dæmónia. Si autem ego in Beélzebub ejício dæmónia: fílii vestri in quo ejíciunt? Ideo ipsi júdices vestri erunt. Porro si in dígito Dei ejício dæmónia: profécto pervénit in vos regnum Dei. Cum fortis armátus custódit átrium suum, in pace sunt ea, quæ póssidet. Si autem fórtior eo supervéniens vícerit eum, univérsa arma ejus áuferet, in quibus confidébat, et spólia ejus distríbuet. Qui non est mecum, contra me est: et qui non cólligit mecum, dispérgit. Cum immúndus spíritus exíerit de hómine, ámbulat per loca inaquósa, quærens réquiem: et non invéniens, dicit: Revértar in domum meam, unde exivi. Et cum vénerit, invénit eam scopis mundátam, et ornátam. Tunc vadit, et assúmit septem alios spíritus secum nequióres se, et ingréssi hábitant ibi. Et fiunt novíssima hóminis illíus pejóra prióribus. Factum est autem, cum hæc díceret: extóllens vocem quædam múlier de turba, dixit illi: Beátus venter, qui te portávit, et úbera, quæ suxísti. At ille dixit: Quinímmo beáti, qui áudiunt verbum Dei, et custódiunt illud.”

[In quel tempo: Gesù stava liberando un indemoniato che era muto. E non appena cacciò il demonio, il muto parlò e le turbe ne rimasero meravigliate. Ma alcuni dissero: Egli caccia i démoni in virtù di Belzebùl, il príncipe dei démoni. Altri poi, per tentarlo, Gli chiedevano un segno dal cielo. Ma Egli, avendo scorto i loro pensieri, disse loro: “Qualunque regno diviso in partiti contrarii va in perdizione, e una casa rovina sull’altra. Se anche satana è in discordia con sé stesso, come sussisterà il suo regno? Giacché dite che Io scaccio i démoni in virtú di Belzebù. Se io scaccio i demoni in virtú di Belzebù, in virtú di chi li scacciano i vostri figli? Per questo saranno essi i vostri giudici. Se Io col dito di Dio scaccio i démoni, certo è venuto a voi il regno di Dio. Quando il forte armato custodisce il suo àtrio, è al sicuro tutto quello che egli possiede. Ma se un altro più forte di lui lo sovrasta e lo vince, porta via tutte le armi in cui egli poneva la sua fiducia e ne spartisce le spoglie. Chi non è con me, è contro di me; e chi non raccoglie con me, disperde. Quando lo spírito immondo è uscito da un uomo, cammina per luoghi deserti, cercando réquie, e, non trovandola, dice: ritornerò nella mia casa, donde sono uscito. E, venendo, la trova spazzata e adorna. Allora va, e prende con sé altri sette spíriti peggiori di lui, ed éntrano ad abitarvi, e la fine di quell’uomo è peggiore del principio. Ora avvenne che, mentre diceva queste cose, una donna alzò la voce di tra le turbe e gli disse: Beato il ventre che ti ha portato e il seno che hai succhiato. Ma Egli disse: Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano”.]

Laus tibi, Christe! – Per Evangelica dicta, deleantur nostra delicta.

Omelia

Omelia della DOMENICA III di QUARESIMA

[Del canonico G. B. Musso – Seconda edizione napoletana, Vol. I -1851-]

(Vangelo sec. S. Luca, XI-14,28)

Contro la Disonestà.

L’Evangelio di questa domenica ci presenta il divin Salvatore, che dal corpo di un energumeno discaccia un demonio, il quale muto si appella dal sacro Testo, perché legata teneva la lingua del povero ossesso; ma, uscito appena lo spirito invasatore, parlò all’istante il non più muto, e ne restarono da meraviglia sorprese le astanti turbe. Non si legge però, che fosse più per ritornare quel demonio ad invadere l’uomo prosciolto. Parlando invece in questo istesso Vangelo Gesù Cristo di un altro demonio, che da Lui si chiama spirito immondo, ci fa intendere, che se avvenga di cacciar via dall’uomo un tale spirito, ei contristato ed inquieto per aver abbandonato il luogo di sua dimora, fa ogni sforzo per ritornarvi, e se gli riesce, non viene più solo, ma porta seco sette altri spiriti di sé più maligni; onde lo stato di quell’uomo stesso diventa peggiore del primo; Dio ci guardi, uditori amatissimi, da questo spirito immondo, che rende l’uomo carnale, che lo fa schiavo della disonestà: vizio, dice S. Tommaso, che più d’ogni altro fa strage, vizio il più difficile a sradicarsi, vizio che più d’ogni altro colpisce l’anima di penale cecità, cecità per cui l’uomo imbrattato da questo fango, attaccato da questa pece, arriva a tal segno, che più non conosce Dio, e più non conosce sé stesso. Due proposizioni, che passo a dimostrarvi, pregandovi che alla gravità ed importanza dell’argomento sia corrispondente la vostra attenzione.

I. L’uomo disonesto arriva per l’ordinario a tal estremo di accecamento, che non conosce più Dio. I pagani, è riflessione di S. Agostino, per togliere il naturale ribrezzo all’opere più vergognose, e trovare impunità alle proprie sregolatezze, si finsero dèi infetti delle stesse loro sozzure, e perciò adoravano un Giove adultero, una Giunone incestuosa, una Venere impudica. I cristiani però, che sanno per fede che il Dio che adorano è un Dio santo, puro, perfetto, anzi la stessa santità, e la stessa purezza, sono ridotti a questo bivio, o di lasciar l’impudicizia, abbominata e punita da Dio, o rivoltarsi contro lo stesso Dio. E a questo eccesso purtroppo si arriva dall’uomo disonesto. A misura che il suo cuor si corrompe per questa passione brutale, si alza una nube sì fosca all’intelletto, che si perde la vista e la cognizione di Dio. Si va più innanzi. Cresce la corruzione del cuore, e crescono vieppiù e si condensano neri vapori, che oscurano e fan languire il lume della fede, nascono dubbi sulle verità della religione, e quanto essa c’insegna si critica, si dileggia; si giunge finalmente a dir coi deisti, che non c’è provvidenza, che Iddio si aggira sui cardini del cielo senza curarsi di noi; o cogli atei, che non v’è Dio “non est Deus(Ps. XIII, 1). So che questo nol dice, che dire nol può con persuasione d’intelletto, ma lo dice con tutto il desiderio d’un cuore, che così vorrebbe per non sentir rimorso de’ suoi delitti, per non aver da temere un giudice, che lo condanna e lo minaccia d’eterni castighi; stolto perciò vien chiamato dal re Profeta, perché si sforza a dire colla brama del cuore quel che credere non può col convincimento della mente: “dixit ìnsipiens in corde suo, non est Deus(Ps. XIII, 1) . – Qualora dunque io ascoltassi un giovane, che muove dubbi sulle cattoliche verità, che mette la lingua in cielo, che sprezza con un’aria imponente quanto v’à di più sacro nella religione e nella Chiesa, “Ah! figliuol mio, dirgli potrei, voi non parlavate così quando andavano del pari l’innocenza del vostro cuore e la probità dei vostri costumi. Avete mutato linguaggio perché in voi si è cangiato cuore. Il fiato che puzza è mal indizio d’interno guasto: chi sputa marcia ha infetto il polmone. La vostra incredulità non cominciò dalle letture di libri di empietà, o dai discorsi dei miscredenti, ma dalla corruzione del vostro cuore ammalato e sedotto dalla tiranna passione dei piaceri carnali. L’ateismo, diceva sensatamente il celebre Pico della Mirandola, non è il padre della disonestà, ma la disonestà è madre dell’ateismo. Un tal accecamento, che porta al desiderio che Dio non esista, ed alla stolta bravura di negare la sua esistenza, egli è in un senso peggiore di quel dei dannati, e degli stessi demóni. Degli uni e degli altri si legge nel santo Vangelo, che sono gettati nelle tenebre, e tenebre esteriori, “eiicite in tenebras extcriores” (Matt. XXV, 30). – Tutti avvolti in orride caligini nell’esterno, pur con un lume interiore conoscono Dio: Lo conoscono come vendicatore dei loro misfatti, conoscono che il possederlo sarebbe il rimedio a tutti i loro mali, e che l’esserne privi forma tutto il loro tormento. Credono finalmente, come attesta S. Giacomo, credono Dio, e ne tremano per l’orrore, “dæmones credunt, et contremiscunt” [Cap. II, 19]. – Per l’opposto i sensuali, in mezzo ad una luce che esteriormente li circonda, son tutti tenebre nell’interno. Luce esteriore sono: i cieli e le creature tutte, che predicano il lor Facitore, luce: i princìpi dell’avuta cristiana educazione, luce: gli esempi degli uomini virtuosi, i saggi consigli, i salutari avvisi , le prediche, le sante immagini, i riti della Chiesa, i morti, i sepolcri. Lampi son questi di luce vera, che annunziano un Dio, il culto a Lui dovuto, il dominio supremo sulla vita e sulla futura sorte delle sue creature. E pur in mezzo a tanta luce hanno, dice l’apostolo, l’intelletto oscurato dalle più dense tenebre, “tenebris obscuratum habentes intellectum(Ad Eph. IV. 18). E perché? Risponde lo stesso apostolo, “semetipsos tradiderunt impudicitiæ”. Si sono dati in braccio all’impudica passione!

II. Qual meraviglia poi che i disonesti perdendo la cognizione di Dio perdono altresì la cognizione di sé stessi? L’uomo si può considerare secondo questi due aspetti, in genere cioè come uomo, ed in ispecie riguardo ai suoi uffizi nell’umana società. Or mirate come il vizio impuro arriva ad accecarlo secondo l’uno e l’altro rispetto. In ordine al primo, un uomo immerso nel fango della disonestà più non sa d’esser uomo, degrada la sua natura, avvilisce la sua condizione, ch’è poco minor dell’angelica: e l’avvilisce per modo, che da S. Pietro si assomiglia all’animale immondo, che gode rivoltolarsi nella più sozza lordura, “sus lota in volutabro luti” (Pet. II. 22). L’uomo, dice S. Bernardo, l’uomo superbo pecca, non ve n’ha dubbio, ma pecca da angelo prevaricatore, perché il suo peccato procede dal disordine del suo spirito. L’avaro usurpatore dell’altrui roba pecca anch’egli, è cosa certa, ma pecca da uomo; poiché l’uomo naturalmente è portato a provvedere ai suoi bisogni, o ad ingrandirsi. L’uomo sensuale però pecca, e pecca da bestia, pecca da animale irragionevole, “sicut equus et mulus. quibus non est intellectus(Ps. XXXI, 9), e supera sovente gli stessi animali per l’obbrobriosa malizia, con cui tutte calpesta le leggi della verecondia e della natura. E che di più umiliante per l’uomo, quanto il divenir animale, e perdere la cognizione di sé stesso? Così è, dice l’Apostolo,animalis homo non percipit(ad Cor. 2). Deplora questo abbassamento e questa cecità il reale profeta, Homo cum in honore esset”. Creato l’uomo ad immagine e similitudine di Dio, innalzato pel dono della ragione al grado di padronanza su tutti gli animali, non ha voluto far uso dei lumi di questa sua facoltà intellettiva, non intellexit, e per la più sordida delle passioni si è fatto simile agli insensati giumenti, onde da essi più non si distingue, “comparatus est iumentis insipientibus, et similis factus at illis (Ps. XLVIII, 13);animalis homo non percipit”.E se più non conosce sè stesso l’uomo carnale in qualità di ragionevole, qual cognizione avrà poi di sé medesimo in quei diversi uffizi che lo costituiscono membro dell’umana società? Ponete un uomo di grado qualunque e di autorità, se arde del fuoco impuro, il fumo gli darà agli occhi, e non avrà più vista per conservarne il decoro. Fatevi tornare a mente i due vecchioni tentatori della casta Susanna. Si avviliscono questi a sorprenderla in luogo, donde la decenza doveva tenerli lontani; si abbassano a domandarle un delitto; trovano generosa ripulsa, si appigliano all’iniquo e vile partito delle minacce e della calunnia. Erano pur giudici della loro nazione, possedevano coll’onore della carica la stima di tutto il popolo; ma la brutta passione gli acceca per modo, che tentano da sfacciati, minacciano da furfanti, non sanno sostener l’impostura, si confondono, cadono in contraddizione, si fa manifesta linfame calunnia, perdono la carica, lonore, la vita sotto una tempesta di pietre. Rammentate Salomone; finché temé Dio è l’oracolo dei suoi tempi, la sua sapienza incomparabile va del pari con la stima e meraviglia dell’universo; ma appena si accende in suo cuore l’amor delle donne straniere, eccolo ridotto a tal cecità, che porge l’incenso agli idoli insensati, e colla perdita del suo buon nome lascia in dubbio quella di sua eterna salvezza. Ma non abbisogniamo d’esempi antichi. Un padre di famiglia preso dal desiderio dell’altrui donna non sa più d’esser marito, e tratta da schiava la sua consorte, non sa più d’esser padre, e toglie crudelmente il pane di bocca ai suoi figli per pascerne una lupa. Quella figlia dominata da cieco e forsennato amore calpesta l’onor di sua persona, della sua famiglia, del suo parentado, e con l’obbrobrio che l’accompagna, porta in trionfo il frutto vituperevole del suo peccato. Quel nobile non arrossisce in coltivare le più abbiette della plebe. Quel giudice non si vergogna in sacrificare all’idolo della disonestà e la giustizia e la propria reputazione. – Insomma la sfrenata passione della libidine è come il fuoco cresciuto in un incendio, che tutto distrugge, che si appiglia del pari alle materie più vili e più preziose, alle profane, alle sacre, ai mobili più necessari, al tetto, alle porte, alla paglia, al letame. – Or qual rimedio a questo vizio tirannico? Rimedio? Oh Dio! Se ad un cieco si mettesse la spada al petto, se si portasse sull’orlo d’un precipizio, si commoverebbe egli? Pensate; non vede né la spada minaccevole, né il precipizio vicino, e perciò non può sentirne spavento. Tal è la misera condizione degli accecati dalla passione sensuale. Dite a costoro che, se non si convertono, la spada della divina giustizia li ferirà d’un colpo mortale “nisi conversi feriti gladium suum vibrabit(Ps. VII), dite che tanto sono lontani dal precipitar nell’inferno, quanto da loro è lontana la morte. Seguite a dire che Iddio, tocco intimamente e ferito nel cuore dalla malizia di questo peccato, “tactus dolore cordis intrinsecus(Gen VI, 6), sommerse nell’acque dell’universale diluvio tutta l’umana generazione, a riserva di Noè e della sua famiglia; aggiungete che fece piovere fuoco dal cielo ad incenerire le infami città e tutti i nefandi abitatori di Sodoma e di Gomorra: dite, esponete quanto di più terribile narrano le storie e minaccia la fede, essi impediti da vergognosa benda non vedono, e veder non vogliono il proprio pericolo, non si risentono, perciò non si commuovono. Giusto castigo di Dio sdegnato, che sparge, secondo la frase di s. Agostino, sopra le illecite carnali cupidigie le tenebre di penale accecamento: “Sparget poenales cæcitates super illicitas cupiditates”. – Dunque non vi sarà rimedio a tanto male? Vi è sicuramente, e ne abbiamo l’esempio e la norma nel cieco di Gerico. Egli conosceva il male della sua cecità, e n’era dolente. Se voi, peccatori fratelli miei, se pur qui siete, cominciate a comprendere la miseria del vostro stato, e ne provate tristezza, se ne sentite rimorso, fate cuore, confidate, e disponetevi ad un secondo passo. Quel cieco al sentire il calpestìo della turba che cogli apostoli accompagnava il Salvatore, interrogò che cosa fosse. Fate altrettanto voi, interrogate, chiedete ai ministri di Dio, che cosa è mai, che con tutt’i piaceri di senso il vostro cuore non è mai contento? Domandate come potreste uscire dal vostro stato infelice. Il cieco, all’udire ch’era Gesù Nazzareno che di là passava, alzò gridando la voce: Gesù figliuol di Davide, abbiate pietà di me. Alzate anche voi clamori e preghiere a Gesù, ed implorate la sua pietà. Il cieco venne ripreso dal suo gridare, ed egli gridò a più forte voce, “Jesu fili David, miserere mei”. Se nel volgervi a Dio con umili istanze sentirete i reclami delle vostre passioni, i rimproveri dei complici de’ vostri disordini, non vi lasciate arrestare, chiedete con maggior forza e con più viva fede a Gesù pietà e misericordia. Il cieco finalmente condotto ai pie’ del Redentore, interrogato che cosa domandava un povero cieco, rispose, che altro può domandare che la vista? Domine, ut videam”. Chiedete ancor voi a Gesù, luce del mondo, che risani la vostra cecità, che rischiari il vostro intelletto, “Domine, ut videam”. Aprirete allora, come il mendìco di Gerico, gli occhi alla verità, avrete in orrore il vizio che vi accecò, e una vita nuova e tutta pura vi farà goder la pace vera, che può solo dar Dio, e che supera ogni piacere di senso: Pax Dei, quæ exsuperat omnem sensum(Ad, Phil. IV, 7) .

Credo

Offertorium

Dóminus vobíscum. – Et cum spíritu tuo.

Orémus Ps XVIII:9, 10, 11, 12

Justítiæ Dómini rectæ, lætificántes corda, et judícia ejus dulci ora super mel et favum: nam et servus tuus custódit ea. [I comandamenti del Signore sono retti, rallégrano i cuori: i suoi giudizii sono più dolci del miele: perciò il tuo servo li adémpie.]

Secreta

Hæc hóstia, Dómine, quaesumus, emúndet nostra delícta: et, ad sacrifícium celebrándum, subditórum tibi córpora mentésque sanctíficet. [Ti preghiamo, o Signore, affinché questa offerta ci mondi dai peccati, e santífichi i corpi e le ànime dei tuoi servi, onde pòssano degnamente celebrare il sacrifício.]

Per Dominum nostrum Jesum Christum, Filium tuum: qui tecum vivit et regnat in unitate Spiritus Sancti Deus, per omnia sæcula sæculorum.

Amen. 

Communio

Ps LXXXIII:4-5 – Passer invénit sibi domum, et turtur nidum, ubi repónat pullos suos: altária tua, Dómine virtútum, Rex meus, et Deus meus: beáti, qui hábitant in domo tua, in sæculum sæculi laudábunt te. [Il pàssero si è trovata una casa, e la tòrtora un nido, ove riporre i suoi nati: i tuoi altari, o Signore degli esérciti, o mio Re e mio Dio: beati coloro che àbitano nella tua casa, essi Ti loderanno nei sécoli dei sécoli.]

Postcommunio

Dóminus vobíscum. – Et cum spíritu tuo.

Orémus. A cunctis nos, quaesumus, Dómine, reátibus et perículis propitiátus absólve: quos tanti mystérii tríbuis esse partícipes. [Líberaci, o Signore, Te ne preghiamo, da tutti i peccati e i perícoli: Tu che ci rendesti partécipi di un così grande mistero.]

Per Dominum nostrum Jesum Christum, Filium tuum: qui tecum vivit et regnat in unitate Spiritus Sancti Deus, per omnia sæcula sæculorum. R. Amen.

De Segur: BREVI E FAMILIARI RISPOSTE ALLE OBIEZIONI CONTRO LA RELIGIONE [risp. XV-XVI]

XV.

È ASSAI PIÙ COMODO L’ESSERE PROTESTANTE CHE CATTOLICO: SI RIMANE SEMPRE CRISTIANO, ED È QUASI LA STESSA COSA.

R. Sì, quasi, come la falsa moneta è la stessa cosa che la vera. La sola differenza è che l’una è vera, l’altra falsa. Non si tratta, in materia di religione, di ciò che è comodo, ma di ciò che è vero. – Incominciate con attenzione da questo evidente principio: non vi è via di mezzo tra la verità e l’errore. Ciò che non è vero è falso, e ciò che non è falso è vero. – Nella religione questo principio è ancora più importante che in ogni altra materia. — Non vi è che una vera religione; noi l’abbiamo visto: è la religione di Gesù Cristo, che abbraccia tutti i secoli, tutti i popoli, tutti gli uomini, e che per questo motivo è chiamata cattolica o universale. – Il protestantismo non è questa religione cattolica di Gesù-Cristo; dunque egli non è la vera religione: dunque è una religione falsa, un errore, una corruzione del Cristianesimo. – Questo solo di già basterebbe. Ma esaminiamo e andiamo più avanti. Gesù Cristo, fondatore del Cristianesimo n’è il solo Maestro. Nessuno giammai il negò. Dunque nessun uomo ha il diritto d’insegnare, predicare questa religione, se non ne ha l’incarico da Gesù-Cristo. Se io vi dicessi: « Mio amico, siete voi un cristiano? La religione cristiana vi insegna tale e tal altra dottrina, vi impone tale e tale altro dovere. Ebbene, io vengo a riformare tutto ciò. Invece di credere come per il passato, credete ciò che vi insegno; io vi esonero da tale e tal altro dovere che è incomodo: io vi permetto ciò che la vostra religione vi proibisce ecc. » Voi certamente mi rispondereste: « Ma » chi siete voi per agire in tal guisa? La mia religione non ha che un maestro, Gesù Cristo. È egli che vi ha inviato? » Quando e come vi ha inviato? Provatemi la vostra missione divina ». Ebbene, quando Chàtel e compagni, ai nostri giorni; quando Lutero, Calvino, Zuinglio, Enrico VIII ecc. or sono trecento anni si son fatti riformatori della religione cristiana, questa difficoltà del più semplice buon senso poteva arrestarli sino dal primo passo. – Molti loro hanno posta la questione: essi non poterono rispondere [Calvino volle tuttavia una volta fare un miracolo per sciogliere la difficoltà. Disgraziatamente prese male le sue misure, o piuttosto Dio le sventò. Egli aveva pagato un uomo onde facesse il morto per risuscitarlo in seguito. Quando egli arrivò, seguito dai suoi amici, la giustizia di Dio aveva colpito il suo complice; egli era veramente morto sul suo letto. Lutero montava in furia quando gli si domandava la prova della sua missione. E rispondeva chiamando l’importuno interrogante: asino, porco, cane, turco indiavolato ecc.], e le malvagie passioni solo hanno accettato la loro nuova religione. Ciò era infatti molto comodo; tutto ciò che è gravoso era soppresso: l’obbedienza ai veri pastori della Chiesa, la necessità delle buono opere, le penitenze corporali, il digiuno, l’astinenza, la confessione, la comunione, il celibato dei preti, i voti della professione religiosa, il timore di perdere la grazia di Dio ecc.; ciascuno non aveva altra regola a seguire, che la Bibbia intesa a suo capriccio. Non vi ha dunque che coloro i quali sono stati mandati da Gesù Cristo, che abbiano il dritto d’insegnare la sua religione. Ma questi inviati, questi capi della religione, questi pastori legittimi del popolo cristiano, chi son essi? Come riconoscerli? Mediante due ben semplici osservazioni. La prima è la semplice lettura del passo del Vangelo dove nostro Signor Gesù Cristo stabilisce l’Apostolo san Pietro capo e pastore supremo della sua Chiesa (cioè di tutti i Cristiani) e dove gli concede come agli altri Apostoli l’uffizio d’insegnare la sua religione a tutti gli uomini. – La seconda è un gran fatto storico, talmente evidente che i protestanti di buona fede non cercano negarlo, cioè che il Papa vescovo attuale di Roma, e capo della Religione cattolica, risale per una successione non interrotta di Pontefici sino all’apostolo Pietro. – Che di più chiaro che queste parole del Salvatore a san Pietro: « Tu sei Pietro » e sopra questa pietra edificherò la mia Chiesa; e le potenze dell’inferno non prevarranno contro essa. A te io darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto quello che legherai sulla terra sarà legato nel cielo, e ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nel cielo? » (S. Matteo cap. XVI) — Per il che, come l’hanno inteso tutti i secoli cristiani, san Pietro fu stabilito da Gesù Cristo, capo, fondamento immutabile, dottore, pastore di tutta la sua Chiesa, di tutti i suoi discepoli. Non avvi bisogno di ragionare su queste parole, sono esse tanto chiare ed evidenti! 1° Avvi una Chiesa cristiana, poiché Gesù Cristo disse: Ecclesiam meam (mia Chiesa). 2.° Non ve ne è che una sola; perché non dice : mie Chiese, ma mia Chiesa. 3.°E tra tutte quelle che si dicono essere questa Chiesa unica, quale è la vera, la sola vera? – Quella che è fondata su S. Pietro, governata da S. Pietro, ammaestrata da S. Pietro, sempre vivente nel suo successore; dunque la Chiesa cattolica di cui il Papa successore di S. Pietro è il Pontefice ed il Capo. Che di più semplice di questo ragionamento? Desso mi bastò per convincere un protestante (che si è fatto cattolico lo stesso giorno) ed una signora Russa scismatica. – Sul punto di salire al cielo, il Salvatore insiste di nuovo e conferma ciò che aveva detto a S. Pietro, dicendogli: « Sii il pastore de miei agnelli, sii il pastore delle mie pecore » (S. Giovanni cap. ult.). – Quanto agli apostoli, le promesse di Gesù Cristo non meno portano con sé la loro evidenza: « Ricevete lo Spirito Santo: come mio Padre inviò me, Io mando voi. » Andate, ammaestrate tutte le nazioni: battezzatele in nome del Padre, del Figliuolo, e dello Spirito Santo. Predicate l’Evangelio ad ogni creatura; ecco che Io sono con voi in tutti i giorni sino alla consumazione dei secoli. Colui che vi ascolta, ascolta me, e colui che vi disprezza, disprezza me. Colui che crede sarà salvo; ma colui che non crede sarà condannato. » Ecco le parole del Salvatore: Vedete ora il fatto. – Soli, il Papa ed i Vescovi, pastori attuali della Chiesa cattolica, salgono per una successione non interrotta, e che nessuno può negare, sino a S. Pietro capo degli Apostoli, e sino agli altri Apostoli. È dunque ad essi, e ad essi soli, che sono indirizzate queste grandi promesse, di Gesù-Cristo; sì è ad essi, e ad essi soli, che è affidata la missione d’insegnare, di predicare, di conservare la Religione; sono essi, ed essi soli, che sono i pastori legittimi del popolo cristiano, con essi, e con essi soli, Gesù Cristo dimora sino alla consumazione dei secoli, per preservarli da ogni errore nell’insegnamento, e da ogni difetto nella santificazione delle anime [È ciò che si chiama l’infallibilità della chiesa e l’infallibilità di Gesù Cristo, di Dio medesimo, che le è comunicata]. Si è adunque collo stare sommesso ad essi, ed ascoltando il loro insegnamento che io son certo di conoscere e di praticare la vera Religione cristiana. – E notate qui i grandi vantaggi di questa via d’autorità divina, chiara, ed infallibile, che ci presenta la Chiesa cattolica [Opposta alla via d’esame particolare che è il principio fondamentale del Protestantismo. Il Protestante si forma egli stesso la sua credenza, la sua religione, quasi che si possa fare la verità! quasi che la verità non fosse Dio stesso, il quale, se non m’ inganno è già fatto! Così presso i Protestanti, vi sono tante Religioni, quante sono le teste. Ed anche ciascuna testa la può cambiar tutti i giorni. In questo sistema è l’uomo, che fa, e disfa a suo piacere la verità infinita, che è superiore all’uomo. Io conosco una famiglia protestante composta di quattro persone, in cui ciascuna ha una differente Religione]. Come è facile ad un cattolico di conoscere con una certezza assoluta ciò ch’egli deve credere, ciò che deve evitare per essere cristiano! Non ha che ad ascoltare il suo parroco, inviato dal suo vescovo, inviato egli stesso dal Papa che è il Vicario di Gesù Cristo, suo rappresentante visibile, per cui insegna, per cui decide sovranamente ciò che si deve credere, fare, ed evitare. – Quanto ciò è bello! Quanto è semplice! Osservate pure quale unità perfetta proviene da quest’autorità. In ogni luogo, la medesima fede, la medesima dottrina, a Roma, a Parigi, in China, in America in Asia, in Africa, in ogni luogo, il medesimo insegnamento religioso vero, quello del Vicario di Gesù Cristo medesimo! In ogni luogo il medesimo sacerdozio, quello, di cui il Papa è il capo visibile, e Gesù Cristo il capo invisibile! In ogni luogo il medesimo sacrifizio, il medesimo culto, i medesimi sacramenti, i medesimi mezzi di santificazione e di salute. Unità tanto più bella tanto più sovrumana, quanto la società cristiana governata dal Papa (ed essa sola) si estende su tutta la terra. Dovunque vi sono cattolici. Il loro nome solamente lo indica (è l’osservazione di S. Agostino or son quindici secoli): Cattolico vuol dire universale. La Chiesa cattolica abbraccia lutti i tempi, tutti i paesi, tutti i popoli. E l’ultimo giudizio arriverà come predisse nostro Signor Gesù Cristo, quando la Chiesa cattolica avrà predicato la sua religione a tutti i popoli della terra (San Matteo cap. XXIV vers. 14). Dovunque essa penetra, la Chiesa cattolica diffonde la santità cristiana. Essa produce ovunque e sempre la perfezione la più sublime in quelli che sono docili ai suoi insegnamenti. Essa non cessò di produrre de’ santi dopo diciannove secoli, e di vedere Gesù Cristo suo Dio, e suo fondatore, confermare con miracoli la santità de’ suoi servi. – Il protestantismo al contrario (come il solo suo nome lo fa già travedere) è una disorganizzazione di tutto quest’ordine sotto il pretesto di riforma. Avvi in questo nome il senso di rivolta. Diviso in mille piccole sette che si anatematizzano a vicenda e che non s’accordano che nel loro odio contro l’antica Chiesa, Luterani, Calvinisti, Zuingliani, Valdesi, Sacramentari, Anabattisti, Pedobattisti, Kernuti, Evangelici, Anglicani, Quaccheri, Pietisti, Metodisti, Tremanti, ecc. (se ne contano più di duecento), il protestantesimo è l’anarchia religiosa. Esso attaccò il Cristianesimo sino nella sua essenza e nella sua costituzione; egli rigettò la regola fondamentale della fede, che è l’insegnamento infallibile e l’autorità divina del Papa e dei Vescovi, soli pastori, soli dottori legittimi. — E così mentre parla ben alto della fede, egli annulla la fede, cioè la sottomissione dello spirito e del cuore all’insegnamento divino. Infatti il protestante non crede che alla sua propria interpretazione della parola di Dio: egli si fa giudice delle controversie invece di quelli che Gesù-Cristo stabilì per giudici; crede alla sua ragione, non alla parola di Dio; non ha più credenza, non ha più che opinioni, variabili come egli stesso, e più non crede che a queste sue opinioni.—come mi diceva non ha guari un dotto protestante convertito. – Per questa stessa ragione, il protestantismo ondeggia ad ogni vento di dottrina, varia ogni anno, ogni giorno nel simbolo di sua fede. Oggi rigetta ciò che insegnava ieri; non ha né unità né antichità, né universalità, né stabilità. Sfido un protestante a dirmi precisamente che cosa sia la verità, che cosa crede, e ciò che tutti devono credere, sotto pena di non essere nella verità cristiana. « Tu cambi, diceva un giorno Tertulliano a Montano, dunque tu erri. » – Il protestantismo produce delle virtù, perché ha conservato degli avanzi di verità in mezzo alle sue distruzioni; ma queste virtù si risentono della mescolanza. Esse sono quasi sempre fredde, ed orgogliose come quelle dei farisei.—Esse esistono malgrado il protestantismo. In realtà esse sono cattoliche; ed appartengono alla Chiesa. Più i protestanti sono protestanti, meno hanno virtù cristiane; più s’avvicinano a noi, più le loro virtù hanno realtà e vita. Si disse giustamente dell’Inghilterra protestante, che essa era tra le altre sette, « La meno difforme, perché era la meno riformata [Da 25 o 50 anni i protestanti onesti e religiosi tendono in modo singolare ad avvicinarsi alla Chiesa cattolica: la religione che essi si fanno non ha quasi che il nome di protestante. Essi ci imitano in un’immensità di cose: hanno adottato il nostro genere di predicazione, ed i loro ministri non han più guarì l’usanza di declamare contro la religione cattolica come dianzi, molti prendono il nome di cattolici, molti invocano la santa Vergine, credono alla Messa. Si è il buon senso e la verità, che dominano poco a poco i pregiudizi dell’infanzia e della setta.] – Il protestantismo rigetta tutto ciò che è consolante, tenero, affettuoso nella religione: la santa presenza dì Gesù Cristo nel Sacramento del suo amore, il tribunale della misericordia, e del perdono; l’amore, e l’invocazione della benedetta Vergine Maria, questa dolce Madre del Salvatore, che Egli ci ha data per madre nel momento supremo di sua morte; l’invocazione dei Santi, nostri fratelli primogeniti, nostri amici, già entrati nella patria, dove ci chiamano, e ci aspettano ecc. – Non vi ha culto religioso; perché non si può dar questo nome a ciò, che si fa nella gran camera nuda che si chiama il tempio. – Non vi siete voi mai entrato? Si credono, alla prima veduta, queste assemblee piene di spirito religioso.—Si guardino da vicino; non vi si manifesta la vera presenza di Dio; non vi si sente sopra tutto il suo amore– Bisogna ricordarsi che i farisei erano una volta più assidui che gli altri nel tempio! Il vizio fondamentale del protestantismo è l’orgoglio. Perciò non produce santi. Giammai ha potuto fare una vera suora della carità, cioè un’umile ed affettuosa serva di Dio, e dei suoi poveri. – I suoi missionari sono mercanti di bibbie…. Paragonateli dunque agli apostoli, ed ai nostri missionari cattolici, eredi dello zelo, dei dolori degli Apostoli, come lo sono della loro fede! Quale differenza! I suoi ministri predicano senza missione. Con qual diritto, insegnano essi agli altri? confessano essi stessi, che non sono più che essi, poiché tutti i cristiani son preti, e secondo un gran numero tutte le cristiane ancora– Con qual diritto interpretano essi la parola di Dio ai loro fratelli? Sono essi infallibili? Questi uomini maritati non sono più gli uomini di Dio , gli sposi della Chiesa, gli uomini della devozione, del sacrificio, della carità, della castità, della perfezione…. Così — per riassumerci, — opposte alla parola espressa di Gesù Cristo; opposte alla tradizione storica di tutti i secoli passati! opposte all’idea di stabilità, d’unità, di perfezione inseparabile dall’opera dì un Dio, le sette protestanti, nate, le più antiche, or sono appena trecento anni, le più recenti fabbricate, riviste, aumentate, rimpastate sotto i nostri occhi nel nostro secolo, né sono, né possono essere la società o la Chiesa una, santa, universale, dei veri discepoli di Gesù Cristo, stabilita e costituita da diciotto secoli dagli apostoli di questo divino maestro. – Potrei aggiungere altre prove; mostrare l’impossibilità assoluta di provare l’inspirazione divina della santa scrittura e specialmente del Vangelo, senza l’infallibile autorità della Chiesa; le assurdità che i protestanti sono obbligati di professare quando sono logici e vogliono rimanere fedeli ai loro principj, ecc. Ciò che abbiamo detto è più che a sufficienza [Un’osservazione rimarchevole si è che giammai si vide un buon cattolico istruito nella sua fede e sincero nella sua pietà, farsi protestante per diventar migliore! mentre invece i protestanti che si fan cattolici, sono ordinariamente i più pii, i più illuminati, i più onorevoli a confessione stessa dei loro correligionari. Sovente (ai nostri giorni più che mai) dei protestanti si son fatti cattolici in punto della morte; giammai un cattolico si fere protestante in questo tremendo momento, quando la verità sola è avanti l’anima per giudicarla. Questa osservazione basterebbe sola per decidere la questione che ci occupa, e per farci concludere la verità della sola religione cattolica]. Dunque essere cristiano ed essere cattolico, è una sola e stessa cosa. – Dunque fuori della Chiesa cattolica non vi è vero cristianesimo, e come il proclamava sono sedici secoli s. Cipriano vescovo e martire: « Non può avere Dio per Padre, chi non vuole aver la Chiesa per madre. » Dunque un protestante che conosce la vera Chiesa, la Chiesa cattolica romana, governata ed ammaestrata dal Papa, è obbligato di entrarvi sotto pena di perdere la sua anima.—In religione più che in ogni altra cosa, conosciuto l’errore, bisogna abbandonarlo, e aderire alla verità. Dunque finalmente il dire: « Io posso essere cattolico o protestante o scismatico, senza cessare di essere cristiano, » è come dire: «Io posso essere turco, pagano, giudeo o cristiano, senza cessare d’essere nella vera religione [Noi abbiamo giudicato bene di insistere alquanto sopra il protestantesimo, perché vi è una specie di recrudescenza nella propaganda fatta in più paesi dai ministri protestanti. Segnatamente a Parigi, essi hanno divisa tutta la città in sezioni, e si adoperano a lutto potere per fondare scuole ed attirare a sé i figli delle classi operaie. Nel Piemonte non la risparmiano ad alcuna fatica per lo stesso fine; i parenti devono stare all’erta.] ».

XVI.

UN UOMO ONESTO NON DEVE CAMBIARE DI RELIGIONE. BISOGNA RIMANERE NELLA RELIGIONE I N CUI SI È NATO.

R. Sì, quando si nacque nella vera religione, che è la religione cattolica. Ma quando non si ebbe la sorte di nascere cattolico, e che si viene a scoprire la vera legge, non solo è permesso, ma è assolutamente necessario, sotto pena di grave peccato, abbandonare la setta protestante (od altra qualsiasi) in cui si può essere stato allevato. – Ciò non è punto apostatare. L’apostata è colui che abbandona la verità per l’errore. – Abbandonare l’errore per rientrare nella verità, si è adempiere la volontà di Dio; si è far un atto sovranamente ragionevole, legittimo, leale; si è operare secondo la propria coscienza, si è adempiere il più sacro dei doveri. – Si é inoltre far un atto di virtù eroica,— Perché colui che si convertì dee quasi sempre affrontare una terribile battaglia, i rimproveri, il disprezzo, gli insulti, le lagrime, i piagnistei della sua famiglia protestante, de’ suoi amici, de’ suoi correligionari, soprattutto dei ministri, indispettiti, furiosi, per questa diserzione. – Deve egli allora ricordarsi delle importanti parole del Salvatore: “Non sono venuto a portare pace, ma guerra”. “Son venuto a dividere il figlio dal padre, la figliuola dalla madre… Perché nemici dell’ uomo sono i propri domestici. Chi ama suo padre, o sua madre… il figlio, o la figlia più di me, non è degno di me”. E colui che non prende la sua croce e mi segue, non è degno di me. » – “Voi sarete odiati da tutti per causa del nome mio; ma chi persevera sino alla fine si salverà.” (s. Matt. c. X). – Una celebre protestante, la signora di Stael in una discussione religiosa, che essa aveva provocata sopra questo argomento di cambiar religione, credette di ricorrere a questa difesa triviale: « Io voglio vivere e morire nella religione dei miei padri.—Ed io, signora, nella religione de miei avi, soggiunse l’arguto interlocutore. » – Si è in altri termini la risposta che fece un ambasciatore di Francia, zelante cattolico, ad un signore inglese, protestante, il quale trovandolo guarito d’una malattia gravissima, gli domandava « Se non gli sarebbe assai spiaciuto d’essere sotterrato in un terreno eretico:—No, rispose l’ambasciatore, avrei solamente ordinato che mi si facesse la fossa un po’ più profonda, e mi sarei trovato in mezzo dei cattolici. » – Per poco, che i protestanti approfondiscano il terreno o la storia, ritrovano dappertutto l’incancellabile iscrizione che li condanna: Il protestantesimo è nato quindici secoli dopo il cristianesimo.

LA “vera” CHIESA

[J.-J. Gaume: il Catechismo di Perseveranza, vol. 2° – Torino 1881]

Noi abbiamo visto poc’anzi che ogni santità discende dallo Spirito Santo, siccome l’acqua dalla sorgente. Laonde la Chiesa, che rispetto a noi è madre, strumento e dispensatrice della santità, non può venire che dallo Spirito Santo: ed ecco la ragione per cui il Simbolo, dopo aver parlato dello Spirito Santo, soggiunge immediatamente: Io credo la Chiesa cattolica, la comunione dei Santi. Queste parole esprimono il nono articolo del Simbolo. – Qui comincia, secondo la divisione adottata dal Bellarmino e da S. Agostino, la seconda parte del Simbolo. La prima, distesa in nove articoli, ci ha fatto conoscere Iddio, nostro Padre; la seconda, composta di quattro articoli, imprende a farci conoscere la Chiesa, nostra madre [Qui comincia la seconda parte del Credo; perché la prima parte appartiene a Dio; la seconda alla Chiesa, sposa di Dio. Dottr. Crist. p. 53]. – Diciamo innanzi tutto, “io credo la Chiesa”, e non già, io credo nella Chiesa, come allorché parliamo delle tre Persone della Triade augustissima. La ragione di tale diversità è in ciò riposta, che Iddio è nostro fine ultimo ed obbietto fondamentale della nostra fede, laddove la Chiesa non lo è. Udendoci dire io credo la Chiesa, ne potrebbe venir richiesto, in che modo mai l’esistenza della Chiesa possa essere un articolo di fede, poiché non suol credersi ciò che si vede, e la Chiesa è da noi veduta coi propri nostri occhi. Agevole è il rispondere che nella Chiesa v’ha una cosa che si vede, ed un’altra che non si vede. Ciò che si vede , è il corpo della Chiesa, vale a dire, la società esteriore di tutti i Fedeli soggetti al Romano Pontefice: quello che si crede, perché non si vede è l’origine divina della Chiesa, l’anima della Chiesa, che è lo Spirito Santo, i doni, la potenza, le prerogative, le virtù dei sacramenti della Chiesa, le grazie ch’ella comunica ai suoi figli, la sua stabilità, la sua immortalità, la santità, il suo fine sovrannaturale; le quali cose tutte, non potendo esser vedute cogli occhi del corpo, sono l’obbietto della fede. Alla stessa guisa gli Apostoli nel Signor Nostro Gesù Cristo vedevano l’umanità; ma ciò ch’essi credevano, poiché vedersi non poteva, era la divinità che risiedeva in esso [Nat. Alex.,De Symb., p. 310]. Noi diciamo eziandio, “io credo la Chiesa”, e non già le Chiese, perciocché siccome esiste un Dio solo, così pure esiste una Chiesa sola, sparsa per tutta la terra [“Erunt duo in carne una, non in duobus, nec in tribus. Propterea relinquet homo patrem et matrem suam et adhaerebit uxori suae; certe non uxoribus. Quod testimonium Paulus edisserens refert ad Christum et Ecclesiam, ut primus Adam in carne, secundus in Spiritu monogamus sit. Et una Eva mater cunctorum viventium, et una Ecclesia parens omnium Christianorum; sicut illam maledictus Lamech in duas divisit uxores, sic hanc haeretici in plures lacerant Ecclesias, quae, iuxta Apocalypsim Joannis, Synagoga magis diaboli appellandae sunt quam Christi conciliabula”. S . HIER. , Epist. II, ad Gerunc, c. IV]. – Secondo la definizione dei Padri e dei Dottori: “la Chiesa è la società di tutti gli uomini che sono battezzati e che fanno professione della fede e della legge di Gesù Cristo, sotto l’obbedienza del supremo Pontefice Romano”; ovvero, con altre parole: “la Chiesa è la società di tutti i Fedeli, governata dal nostro Santo Padre, il Papa”; oppure finalmente: la società di tutti i Fedeli riuniti per mezzo della professione di una medesima fede, per la partecipazione agli stessi Sacramenti, e per la sommissione al nostro Santo Padre, il Papa [Congregazione d’uomini, i quali si battezzano, e fanno professione della Fede e Legge di Cristo, sotto l’ubbidienza del Sommo Pontefice Romano. BELLAR., Dottr. Crist. 56. — A questa definizione consuonano le seguenti dei Padri e dei Teologi: [“Ecclesia plebs sacerdoti adunata; pastori suo grex adhaerens”. S . CYPR., Epist. 69 ai Florent. Papian. — Ecclesia est populus Dei toto orbe terrarum diffusus. S. AUGUST., De catechiz. rud., c. III. — Ecclesia est catholicorum congregatio NICOL. I , Dist, 4, De Consecr. — Ecclesia est congregation fidelium. D, THOM. Passim]. – La parola Chiesa significa convocazione, attesoché non si nasce Cristiani come si nasce Francesi, Spagnuoli, ecc., ma siamo da Dio chiamati alla Chiesa per mezzo del battesimo. Significa pure congregazione, dacché denota il popolo fedele sparso per tutta la terra, e riunito dai sacri vincoli della stessa fede e della stessa obbedienza. La Chiesa è parimente detta casa di Dio vivo, colonna ed appoggio della verità, 1 [“Ut scias quomodo oporteat te in domo Dei conversari, quae est Ecclesia Dei vivi, columna et firmamentum veritatis. I ad Tim. III, 15], tanto per essere ella dimora del Signor Nostro Gesù Cristo, che n’è l’architetto e il fondatore, quanto per essere un’immensa famiglia governata da un solo Padre, e nella quale tutti i beni appartengono in comune a tutti i figli suoi; sia ancora perché è stabilita da Dio nella verità mediante l’assistenza dello Spirito Santo, siccome colonna sul suo piedestallo; o vuoi finalmente perché essa stessa conferma tutti i Fedeli nella verità coi suoi insegnamenti [CORN A LAPID. In hunc loc.]. – Essa porta ancora l’augusto nome di sposa di Gesù Cristo [II Cor. XI.], poiché i l Salvatore la lavò e la purificò col prezioso lavacro del proprio sangue, e fece con essa indissolubile alleanza; l’ama come sposo la sposa, la governa, la protegge, la conduce al Cielo; ed esso in contraccambio è da lei amato con fede inviolata, e da lei sola arricchito di veri figli di Dio. Riceve da ultimo l’appellativo di corpo di Gesù Cristo”, [Ephes. I . — Coloss. 1], perché non già fisicamente e naturalmente, ma pur realmente e propriamente essa è il corpo di Nostro Signore in modo misterioso e sovrannaturale. Non è dunque solo per metafora, che la Chiesa è corpo di Nostro Signore, come di una repubblica o di un esercito dicesi ch’è un corpo solo atteso l’unità di governo, di spirito, di fine; ma ella è con tutta proprietà di espressione realmente e veramente il corpo di Gesù Cristo; Egli n’è il capo, e tutti i Fedeli sono suoi membri, animati dal suo spirito, viventi della sua vita, obbedienti alla sua volontà. – Noi diciamo di tutti i Fedeli; e questa parola Fedeli, intesa nel suo più ampio e generale significato, abbraccia tutti quelli che compongono la Chiesa. Or essa, considerata nel suo complesso, abbraccia tutti i tempi e tutti i luoghi, il Cielo, il Purgatorio, la terra. La sua durata è scompartita in due grandi epoche, vale a dire, dal peccato di Adamo fino a Gesù Cristo, e da Gesù Cristo sino alla fine dei secoli2 [abbraccia tutti i fedeli che sono sparsi per tutto il mondo e non solamente quelli che ora vivono, ma ancora quelli che furono dal principio del mondo, e quelli che saranno sino alla fine del mondo. Bellarm. Dottr. Crist.]; imperocché appena commesso il peccato originale, Iddio, usando misericordia ai primi padri nostri, promise loro un futuro Redentore; e pei meriti futuri del medesimo, gli uomini poterono dopo il fallo primiero rientrare nella grazia di Dio e ricuperare l’eterna felicità, a condizione che ricevessero santamente la speranza di questo divino Messia. Così prima di Gesù Cristo, tutti quelli che facevano professione di vivere secondo i precetti della legge naturale, e che animati da fede viva aspettavano la Redenzione del genere umano, erano veri Fedeli, e per conseguenza appartenevano alla Chiesa di Gesù Cristo: il primo Cattolico fu Adamo. – Dopo Mose, gl’Israeliti furono obbligali di praticare quanto era prescritto dalla Legge, ed allora la Chiesa fu composta di due classi di persone: dei Giudei che professavano di vivere secondo la Legge di Mosè, e che soli componevano la Chiesa giudaica, detta altrimenti Sinagoga; poscia dei Gentili che aspettavano un Redentore, e regolavano la propria condotta giusta i dettami della legge naturale. Quando questi passavano al Giudaismo, contraevano l’obbligo di uniformarsi a tutta la Legge di Mosè, e diventavano membri della Chiesa giudaica; ma quelli che non professavano la Legge di Mose non cessavano per questo di essere veri Fedeli e di appartenere alla Chiesa universale. Egli è per tal ragione che nel Tempio di Gerusalemme si trovava un luogo destinato pei Gentili, che venivano a farvi le loro preghiere; e questo luogo era diviso mediante un muro dal ricinto in cui si congregavano i Giudei. – Tale si era lo stato della Chiesa militante prima della venuta del Salvatore. Ma cominciando da quest’epoca avventurata, più non v’ha differenza, per rispetto a Dio, fra i Giudei ed i Gentili; perché questi due popoli furono riuniti in Gesù Cristo, il Quale, secondo l’espressione dell’Apostolo delle Genti, atterrò il muro di separazione, e dei Giudei e dei Gentili fece un popolo solo, denominato il popolo Cristiano. Così la Chiesa abbraccia tutta la durata delle età; nel suo seno eternamente fecondo nacquero tutti gli Eletti; col solo latte verginale furono essi tutti nutriti. Perciò allora quando si fa datare dalla Pentecoste il giorno della sua fondazione, s’intende mostrare che a quell’epoca memorabile risale, non già la sua origine, ma sì bene il suo meraviglioso svolgimento per tutta la terra, la surrogazione della fede esplicita alle verità nascoste sotto i veli dell’antica Alleanza, e la diffusione più copiosa delle sue grazie divine nel cuore de’suoi figli. – La sua estensione abbraccia il Cielo, il Purgatorio e la terra, donde sorgono tre Chiese, o per dir meglio, tre rami di un albero istesso. La prima è la Chiesa del Cielo, chiamata Chiesa trionfante, poiché gli Angeli ed i Beati che la compongono ivi trionfano col Salvatore, dopo avere, coll’aiuto della grazia, riportato vittoria sul mondo, sulla carne, sul demonio: liberi da tutte le afflizioni e da tutti i pericoli della vita, i Santi quivi godono dell’eterna beatitudine. La seconda è la Chiesa del Purgatorio, detta perciò Chiesa purgante, perché le anime bruttate di qualche leggiera macchia vanno in quel luogo a cancellarla con pene temporali, la cui durata è stabilita dalla sovrana giustizia, dopo di che esse prendono posto fra i Beati per dividere con loro la perfetta felicità. La terza è la Chiesa della terra, denominata Chiesa militante, poiché deve sostenere guerra continua contro implacabili nemici, il mondo, la carne, il demonio. Queste tre Chiese non formano che una sola e medesima Chiesa, composta di tre parti, locate ciascuna in diversi luoghi e in differenti stati. La prima precede la seconda e la terza nella patria celeste, laddove le altre due vi aspirano tutti i giorni fino all’istante fortunato, in cui queste tre sorelle, abbracciandosi in Cielo, più non formeranno che una Chiesa stessa eternamente trionfante. – La parola Fedeli nel suo più stretto significato si appropria alla Chiesa nell’attuale suo stato, e denota tutti coloro che sono stati battezzati, essendo il battesimo, dopo la venuta del Signor Nostro Gesù Cristo, il mezzo indispensabile per divenir membro della sua Chiesa. A questo luogo accenneremo soltanto di passaggio quello che altrove diffusamente spiegheremo, vale a dire, che si conoscono tre sorta di battesimi: il battesimo d’acqua ch’è il Sacramento del Battesimo, il battesimo di fuoco, e il battesimo di sangue, che in certi casi speciali tengono luogo di Sacramento. – Riuniti mediante la professione di una medesima fede; vale a dire, quelli che credono alla stessa maniera e per gli stessi motivi tutte le stesse verità insegnate da Gesù Cristo. – Per la partecipazione agli stessi Sacramenti; poiché è con tal mezzo che i Fedeli sono incorporati a Gesù Cristo, stanno fra loro riuniti, e formano tutti insieme un’esteriore società. – Mediante l’obbedienza al nostro Santo Padre, il Pontefice Romano. Non vi ha società senz’autorità da una parte, ed obbedienza dall’altra; ora la Chiesa essendo la società la più perfetta, riunisce ancora queste due condizioni al più alto grado. Laonde un celebre protestante dei giorni nostri chiama la Chiesa: la più gran scuola di rispetto che abbia mai esistito. Diciamo inoltre: al nostro Santo Padre, il Papa, attesoché egli è il capo supremo della Chiesa. La Chiesa ha due capi, l’uno invisibile, che risiede nel Cielo, ed è il Signor Nostro Gesù Cristo; l’altro visibile, che risiede a Roma, ed è il nostro Santo Padre, il Papa. – Per tale ragione e perché ancora il sovrano Pontefice è il successore di S. Pietro, primo Vescovo di Roma, la Chiesa cattolica è detta Chiesa romana. Dall’essere San Pietro il vicario di Gesù Cristo sulla terra, ne segue primamente che la Chiesa di Roma, siccome fu riconosciuto da tutti i secoli, è la madre e la maestra di tutte le altre Chiese; in secondo luogo ne segue, che tutti i Pontefici romani, successori di S.Pietro, hanno com’esso ricevuto piena ed intera autorità per governare, insegnare, reggere la Chiesa universale. Tale si è pure la concorde dottrina dei secoli cristiani.

I. Piena autorità per governare. Tutti i Pastori particolari, vale e dire, tutti i Vescovi, e “tutti i Fedeli devono rendere omaggio ed obbedienza al Pontefice romano”, [Concilì. Fiorent. 1458. —Concil. Trid. , sess. VI, De Reform. c. 1; sess. XV, De Poenit., c. 7], poiché la sovrana possanza di cui è rivestito fu al medesimo conferita dal Salvatore istesso. Difatti dopo che San Pietro ebbe confessato la divinità del proprio Maestro, Gesù Cristo gli rispose: E io dico a te, che tu sei Pietro, e sopra questa pietra edificherò la mia Chiesa, e le porte dell’inferno non avranno forza contro di lei. E a te io darò le chiavi del regno dei Cieli: e qualunque cosa avrai legato sopra la terra, sarà legata anche nei Cieli; e qualunque cosa avrai sciolta sopra la terra sarà sciolta anche nei Cieli [Matth. XVI, 18, 19].Colla frase le porte dell’inferno sono significate le potenze infernali, gli scismi, le eresie, gli scandali; le chiavi sono il simbolo dell’autorità e del governo; la podestà di legare e di sciogliere è il carattere della magistratura. Tutti questi privilegi furono accordati a San Pietro senza restrizione alcuna, e per conseguenza anche ai Pontefici romani, suoi successori; perché tali cose erano necessarie onde assicurare l’unità, la solidità, la perpetuità della Chiesa sino alla fine dei tempi.

II. Piena autorità per insegnare. S. Pietro ebbe da Gesù Cristo medesimo la piena autorità di ammaestrare i Pastori particolari e tutte le pecore dell’ovile. Prescelto nello scopo di raffermare i suoi fratelli, la sua fede non verrà meno giammai, la sua parola sarà sempre l’oracolo della verità. Questa splendida prerogativa è essa pure fondata sulle parole medesime del Salvatore: Pasci i miei agnelli, disse a Pietro Gesù Cristo, pasci le mie pecorelle [Joan. XXI, 15]. Altra volta parlando ai suoi Apostoli del regno ch’Ei loro lasciava, e nel quale sarebbero stabiliti per giudicare i Fedeli, si rivolse singolarmente a Pietro, e gli disse: Simone, Simone, ecco che Satana va in cerca di voi per vagliarvi, come si fa del grano: ma Io ho pregato per te, affinché la tua fede non venga meno: e tu una volta ravveduto conferma i tuoi fratelli [Luc. XXII, 31-52]. – In che modo avrebbe potuto confermarli s’egli stesso fosse stato fallibile nella propria fede? La piena autorità per insegnare fu dunque concessa a San Pietro, e per conseguenza ai romani Pontefici suoi successori; attesoché essa è necessaria, come si è detto, per assicurare l’unità, la solidità, la perpetuità della Chiesa sino alla fine dei secoli.

  • III. Piena autorità per reggere la Chiesa Fu questa pure a San Pietro conferita da Gesù Cristo stesso, il quale con ciò rivestitolo d’ogni podestà necessaria per legare e sciogliere, e per fare tutte le leggi necessarie al governo della Chiesa. Tale autorità emerge con tutta evidenza delle parole poc’anzi riferite: «Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecorelle; tutto ciò che legherai o scioglierai sulla terra sarà legato o sciolto nei Cieli ». Questo podere di suprema giurisdizione non meno degli altri fu esercitato senza contrasto dal principe degli Apostoli. Difatti, che cosa vediamo noi dopo l’Ascensione del Salvatore? Vediamo Pietro costantemente il primo in tutte le occasioni. E’ desso che a capo dell’apostolico Collegio prende a favellare e fa eleggere un Apostolo in luogo di Giuda; è desso che predica pel primo, ed annunzia ai Giudei la risurrezione di Gesù Cristo. D’altra parte se è il primo a convertire i Giudei, è anche il primo ad accogliere i Gentili. Esso è inviato per un ordine del Cielo a battezzare Cornelio centurione; egli il primo conferma la fede con un miracolo; egli, che nel Concilio di Gerusalemme prende a parlare, ed espone pel primo la propria sentenza. La piena autorità di reggere la Chiesa universale fu dunque data a San Pietro, e per conseguenza ai Pontefici romani, di lui successori; attesoché, come si disse, era indispensabile ad assicurare l’unità, l’immobilità , la perpetuità della Chiesa sino alla fine dei tempi. Quindi tutti i secoli cristiani riconobbero tale podestà nei successori di Pietro; tutti i Padri della Chiesa esaltano a gara il romano Pontefice, e lo chiamano capo dell’Episcopato da cui parte il raggio del governo; il suo seggio, il seggio di Roma, vien detto dai medesimi principato della cattedra Apostolica, principato supremo, sorgente d’unità, la cattedra unica nella quale sola tutti conservano l’unità. Così parlano S. Ottato, S. Agostino, S. Cipriano, S. Ireneo, S. Prospero, S. Avito, Teodoreto, il Concilio di Calcedonia, e gli altri tutti dell’Africa, delle Gallie, della Grecia, dell’Asia, dell’Oriente e dell’Occidente in tal dottrina concordi [Bossuet; Sermone sull’unità della Chiesa]. – Egli è in forza di questo diritto sovrano di governare, d’insegnare e di reggere la Chiesa di Dio, che i Papi hanno presieduto ai Concili generali e li hanno confermati. Dal che proviene, che nessun Concilio è stato risguardato come Ecumenico, e per conseguenza infallibile, quando non sia stato presieduto dal sovrano Pontefice in persona, o per mezzo dei suoi Inviati, o approvato e confermato da lui. Nessun altro Vescovo del mondo ha giammai goduto, come i successori di S. Pietro, del privilegio di farsi rappresentare dai suoi Legati. Cominciando dal primo Concilio generale sino a noi, troviamo in tutti, nessuno eccettuato, i contrassegni del primato e della giurisdizione universale della Santa Sede. In virtù di questo diritto le grandi controversie, le grandi questioni di morale o di disciplina sono sempre state deferite, fin dai primi secoli, al tribunale dei sovrani Pontefici; essi hanno sempre istituito i Vescovi, approvato la loro elezione, determinato la loro giurisdizione, coll’assegnare ai medesimi quella parte del gregge che dovevano guidare; di modo che i Vescovi non sono veri Pastori se non perché sono in comunione col Pastore universale. Poiché ebbe stabilito il Capo supremo della sua Chiesa, il nuovo Adamo gli associò dei cooperatori. Accostandosi ai suoi Apostoli, disse loro con tutta la maestà richiesta dalla grandezza dell’atto: Mi è stata conferita ogni potestà in Cielo e in terra; ch’è come a dire: Questa grande monarchia dell’ universo, che mi spetta come a Dio insieme e Uomo, m’appartiene più ancora per diritto di conquista, essa è il prezzo dei miei patimenti e della mia morte. Andate adunque, istruite tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre, del Figliuolo, e dello Spirito Santo. Insegnate loro di osservare tutto quello che io vi ho comandato: ed ecco che io sono con voi per tutti i giorni sino alla consumazione dei secoli!. [Matth. XX.VIII, 19-20]. Divina promessa che ci sta garante che il Signor Nostro, il Figlio di Dio, la Verità istessa, parla, e parla sempre per organo della sua Chiesa. Quale consolazione pel Cristiano! Qual tranquillità pel suo spirito! Quale sicurezza per la sua fede! Quale nobiltà e quale facilità per la sua obbedienza! – È manifesto per le cose dette, che tutti gli Apostoli ricevettero, come San Pietro, la stessa missione di predicare l’Evangelo, di fondar delle Chiese per tutta la terra, e di governarle; ma non segue da ciò che tutte le cattedre Vescovili che fondavano, dovessero essere il centro dell’unità cattolica, siccome quella di San Pietro: essi non furono al par di lui stabiliti qual pietra angolare della Chiesa. Laonde l’autorità dei Vescovi, successori degli Apostoli e stabiliti dallo Spirito Santo medesimo per reggere la Chiesa, riconosce dei limiti; laddove quella del sovrano Pontefice si estende ancora sopra coloro che hanno autorità di governare gli altri; ed esso ha diritto di deporre per causa legittima un Vescovo dal suo seggio. – In seguito della definizione or data della Chiesa, è assai facile discernere quelli che fanno parte di questa santa società da quelli che ne sono esclusi. Per esser membro della Chiesa conviene: – essere battezzato; quindi gl’infedeli ed i Giudei, essendo privi di battesimo, non appartengono alla Chiesa. – II° Bisogna credere tutto ciò che la Chiesa c’insegna; onde gli eretici, vale a dire, coloro che rimangono ostinatamente attaccati ad un errore condannato dalla Chiesa, e che rifiutano di credere quello ch’essa decide come articolo di fede, non sono membri della Chiesa, poiché mancano di fede. – III° È mestieri di obbedire al sovrano Pontefice ed ai legittimi Pastori; sicché gli scismatici, ossia quelli che si dividono e ricusano di confessare l’autorità suprema del nostro Santo Padre il Papa sulla Chiesa universale, sono fuori della Chiesa, perché rinnegano l’autorità legittima. – IV° È necessario rimanere nella Chiesa; per la qual cosa gli apostati, cioè coloro che rinunziano esteriormente alla fede cattolica, dopo d’avere fatto professione, per abbracciare l’infedeltà, o il maomettanismo per esempio, cessano di far parte della Chiesa, poiché non rimangono nel suo seno. – Non bisogna farsi escludere dalla Chiesa; in guisa che gli scomunicati, vale a dire, coloro che la Chiesa rigetta dal suo grembo e stanno da lei separati per tutto il tempo della scomunica, perché sono come membra recise. – Ma vien forse da ciò che tutti i membri della Chiesa siano giusti e santi, e per conseguenza non si possa essere ad un tempo peccatore e figlio della Chiesa? No, certamente. Giusta la similitudine del Salvatore medesimo, la Chiesa della terra è un’aia nella quale la paglia è mescolata al buon grano; è una rete entro cui trovansi adunati pesci buoni e cattivi; la separazione verrà fatta al giorno del giudizio finale. Laonde, sia pure il Cristiano quant’esser si voglia peccatore, egli continua ad appartenere al corpo della Chiesa fin tanto che non ne sia stato scacciato per mezzo della scomunica. Ma, ohimè! ch’egli è simile ad un ramo disseccato, il quale, sebbene resti attaccato all’albero, non riceve più succo nutritizio, né più partecipa di quegli umori vitali che dalle radici salgono ai rami vivi, e verdeggianti. – Esiste nondimeno diversità notevolissima fra il peccatore e il ramo inaridito; diversità che lascia una speranza consolatrice anche ai perversi i più indurati; perciocché un ramo disseccato più non può rivivere, laddove un membro della Chiesa, morto per ragione del peccato, può ricuperare la vita, e ricevere di nuovo quegl’influssi della virtù divina, che Gesù Cristo diffonde sui giusti, come il capo nelle sue membra [Vedi Filassier, p. 504]. – Quanto adunque sono a temersi quei reati per i quali s’incorre nella scomunica! Quanto sono a compiangersi quegl’infelici che più non appartengono alla Chiesa! Quanto è doveroso pregare e adoperarsi affinché rientrino nel grembo della Chiesa! Essi son meritevoli di maggior compassione che non quegl’infelici i quali al sopravvenire del diluvio non poterono aver luogo nell’Arca. Difatti fuori della Chiesa non v’è salute. Nulla è più vero di questa massima; nulla è più caritatevole che il professarla. – Nulla è più vero. Il Signor Nostro Gesù Cristo paragona il reame dei Cieli, che è la Chiesa, ad un re che festeggia lo sposalizio del suo figliuolo, e manda i suoi servi ad invitare alle nozze i propri favoriti; ma ricusando questi di assistere al banchetto, ei si sdegna acerbamente, e giura che niuno degl’invitati gusterà le imbandigioni della sua mensa [Matth. XXII]. – Coloro dunque che rifiutano la grazia offerta dal Salvatore, non possono pretendere di regnar con esso in Cielo; dunque coloro che non entrano nella Chiesa a cui sono invitati, rimangono stranieri a Gesù Cristo, e nel giorno estremo non saranno da Lui riconosciuti[Id. c. XVI].Altrove il Figlio di Dio disse agli Apostoli: Andate per tutto il mondo, predicate il Vangelo a tutti gli uomini. Chi crederà, e sarà battezzato, sarà salvo : chi poi non crederà, sarà condannato » [Marc. XVI, 15-16]. – Il Signor nostro Gesù Cristo volle adunque con volontà formale, che tutti gli uomini credessero al Vangelo, e credessero la sua Chiesa di cui diventano membri per mezzo del battesimo. Difatti se tutti gli uomini sono obbligati, siccome rimane fuor d’ogni dubbio dimostrato, per ottenere la salute eterna a professare la Religione cristiana, tutti sono del pari tenuti di entrare nella Chiesa di Gesù Cristo. E la ragione di tale conseguenza si è questa, che la Chiesa non è stata stabilita che per motivo della Religione. – Ora, chi vuole il fine vuole i mezzi: Dunque, il Signor Nostro Gesù Cristo il quale vuole che per mezzo della Religione che tutti si salvino, deve altresì per necessità volere che tutti facciano parte della società, ch’Egli medesimo ha fondato per conservare e per insegnare questa Religione. Dunque, II° essendo tutti gli uomini obbligati ad abbracciare la Religione di Gesù Cristo, perciò appunto sono tenuti di profittare del mezzo che il Signore ha stabilito per giungere alla vera cognizione della Religione e per rendere a Dio un culto legittimo. Dunque, III° la Chiesa è una società necessaria, della quale, per ragione di diritto naturale e divino, tutti devono far parte: per conseguenza quegli che scientemente e volontariamente si rimane fuori del suo grembo non può sperare la salute. « Le porte dei Cieli, dice il Salvatore per bocca dell’ Evangelista, non si apriranno che per quelli i quali avranno osservato i comandamenti; colui che avrà conosciuto la mia legge, e avrà rifiutato di uniformarvisi sarà condannato». – I Padri, quali eredi delle dottrine del Salvatore e degli Apostoli, professano altamente la stessa verità. « Colui, dice San Cipriano, che non avrà Iddio per padre, non avrà la Chiesa per madre. Se alcuno poté sfuggire alle acque del diluvio senza essere nell’Arca, così chi sarà vissuto fuori della Chiesa potrà sfuggire all’eterna condanna » 1 [De Unit. Eccles.]. – « Nessuno, scrive Sant’Agostino, otterrà la salute, se non ha Gesù Cristo per capo, se non ha fatto parte del suo corpo, che è la Chiesa ». – Gran che! Questa massima è professata persino dai Protestanti; anzi, a dir giusto, questa massima è la ragione stessa della pretesa loro riforma. Perché si sono eglino separati dalla Chiesa Romana, se non perché non la risguardavano come la vera Chiesa, vale a dire, come la vera società a cui era d’uopo appartenere per salvarsi? Perché hanno essi ideato Chiese novelle? Non per altro che per entrare in tali società che, a loro avviso, conducessero alla salute eterna. Perché si sono gli uni contro gli altri vicendevolmente scagliati terribili anatemi? Per questa sola ragione, che ognuno d’essi ha detto: Io sono la vera Chiesa, e fuori del mio grembo non si trova salvezza. Appartenere dunque alla vera Chiesa, ed essere sul sentiero della salute, è per loro un sola e medesima cosa. Ora questo significa nel linguaggio cattolico, fuori della Chiesa non si dà salute. Né solo i Protestanti, ma i seguaci ben anco di tutte le altre Religioni ammettono lo stesso principio, ed il più ovvio buon senso ne persuade agevolmente che hanno ragione. Se voi infatti distruggete questa massima: Fuori della Chiesa non v’ha salute, sarà forza ricevere la contraria, e confessare: Che anche fuori della Chiesa è possibile le salute. Ma in tal caso quale sarà la differenza fra la verità e l’errore? L’Eretico, lo Scismatico, il Turco, l’Infedele, il Giudeo, il Deista, l’Ateo avranno le stesse probabilità di salute, e potranno arrivare al Cielo professando le dottrine le più contraddittorie e le più funeste. [Questa massima anche nell’ordine sociale è il cardine su cui si aggirano tutte le parti politiche. Chi più altamente la professa, e più terribilmente la sanziona delle sètte dei Socialisti, Comunisti, Fourieristi! Ognuna di queste fazioni grida in modo da sopraffarne le altre: Son io che possiedo la verità, e fuori delle mie dottrine, della mia politica, del mio seno, non c’è salute per la società!]. – Dicemmo che nulla è più caritatevole per parte dei Cattolici che il professare questa massima. Difatti, convinti come sono per una parte, e fino a sostenerlo coll’effusione del proprio sangue, che esiste una Religione vera ed obbligatoria per tutti, nonché una società incaricata di conservarla e di spiegarla; convinti dall’altra, che questa Religione è la Religione cattolica, e questa società la Chiesa Romana, possono essi mai esercitare verun atto maggiore di carità, quanto quello di dire agli uomini: Entrate in questa società, al fine di conoscere e porre in pratica la Religione, che sola può rendervi felici in questo mondo e nell’altro? Badate bene quello che v’inculchiamo è indispensabile, fuori della Chiesa non si dà salute? Ripetere questa massima, proclamarla dappertutto, si dovrà dire dunque, come odesi le tante volte, che è un mostrarsi crude:contro gli uomini? Ma non è questo più tosto un rendere ad essi il massimo dei servigi? Fu forse crudele Noè, allorquando nel costruire l’Arca diceva ai peccatori per ridurli a penitenza: Fuori dell’Arca non vi sarà salute ? Il Signor Nostro Gesù-Cristo ha forse mancato di carità, quando ci avvertì, che chiunque non entrerà nella Chiesa per la fede e pel battesimo sarà condannato? Manca forse il medico di carità, allorché avverte il suo infermo, che se non usa la tale precauzione può disperare di guarire? Io so che si deve dar fuoco alla vostra abitazione, e farvi perire nell’incendio con tutta la vostra famiglia, io conosco il solo mezzo di sventare la trama de’ malfattori, e perciò vi dico: State all’erta; se non v’appigliate all’espediente che propongo voi perirete. Sarò io colpevole di crudeltà dandovi tale avvertimento? Non è piuttosto un segnalato servigio che vi rendo? – Or bene, noi cattolici sappiamo di certa scienza, e tutti gli uomini possono saperla al par di noi, perché il Figlio di Dio, la Verità stessa, il Giudice sovrano dei vivi e dei morti lo ha detto, che fuori della società da Lui stabilita non v’ha salute, noi vi ripetiamo le sue parole, vi ricordiamo il destino che v’attende, vi preghiamo d’uniformarvi ai suoi divini comandamenti. – Noi facciamo quello che hanno fatto già gli Apostoli, i Martiri, i Missionari, tutti i Santi, che si sacrificarono per intimare altamente a tutte le nazioni: “Diventate cristiane, entrate nell’ovile di Gesù Cristo”, fuori della Chiesa non v’ha salute. Il di lei zelo non era mosso da verun altro impulso: che questa una crudeltà? – Adunque nulla è più vero di questa massima, nulla è più conforme alla carità che il proclamarla, acciò che da tutti sia creduta una volta per sempre. Bisogna perciò sapere che vi sono più modi di appartenere alla Chiesa. – Si appartiene al solo corpo della Chiesa, allorquando vivesi nella società visibile di tutti i Fedeli, soggetti esteriormente al loro capo, alla sua dottrina, ma in istato per altro di peccato mortale; nel qual caso si è membri morti, rami inariditi. – II° Si fa parte dell’anima e del corpo della Chiesa, quando alla professione esteriore della Religione cattolica si congiunge la grazia santificante. – III° Finalmente si appartiene all’anima della Chiesa senza far parte del suo corpo, allorché si è scusati innanzi a Dio, per buona fede o per ignoranza invincibile, di essere e di perseverare in una società straniera alla Chiesa. In questo stato si può arrivare alla salute mercé una vera carità, un desiderio sincero di conoscere la volontà di Dio, e la pratica fedele di tutti i doveri che si conoscono, o che si è potuto e dovuto conoscere. [Catechismo del Concilio di Trento]. – Laonde fra gli eretici e gli scismatici, tutti i fanciulli che sono battezzati, né sono per anco giunti all’uso della ragione, non che molte persone semplici le quali vivono nella buona fede, e di cui Iddio solo conosce il numero, tutti questi fanciulli, io dico, tutte queste persone di buona fede, non partecipano né allo scisma, né all’eresia; hanno una scusa nell’ignoranza invincibile dello stato delle cose, né devono essere risguardati come esclusi dalla Chiesa, fuori della quale non si dà salute. – Primamente i fanciulli non avendo ancora potuto perdere la grazia ricevuta nel battesimo, appartengono senza dubbio all’anima della Chiesa, vale a dire, che le sono uniti mercé la fede, la speranza e la carità abituali. In secondo luogo i semplici e gl’ignoranti, di cui si tratta, possono aver conservato la medesima grazia; possono in diverse delle loro sètte essere istruiti di certe verità della fede che hanno esse conservato, e bastevoli assolutamente alla salute; essi possono crederle sinceramente, e col soccorso della grazia condurre una vita pura ed innocente. Iddio non imputa loro gli errori in cui vivono per invincibile ignoranza; ond’è che sebbene visibilmente siano membri di una setta, possono far parte dell’anima della Chiesa, ed avere la fede, la speranza, la carità. Del rimanente questi fanciulli e queste persone di buona fede son debitrici della loro salute alla Chiesa cattolica che essi non conoscono punto; imperocché da essa provengono le verità salutari, non meno del battesimo, cui le sètte nel separarsi hanno conservato. Queste persone, a dir vero, riceverono codeste verità immediatamente dalle sètte, ma queste sètte le ebbero dalla Chiesa, cui Gesù Cristo ha confidato l’amministrazione dei Sacramenti e il deposito della fede. [V. la Censura dell’Emilio fatta dalla Sorbona]. – Quindi è che si può ottenere la salute benché si faccia parte esteriormente di una religione straniera, ma non già perché alla medesima si appartenga: il che è assai diverso. – Ecco pertanto il senso preciso di questa massima così perfettamente irreprensibile, e non ostante così spesso rimproverata ai Cattolici: fuori della Chiesa non si dà salute: non si dà salute per ogni uomo, che, conoscendo o dovendo conoscere la vera Chiesa, ricusa d’entrarvi; non si dà salute per quelli, che, essendo nella vera Chiesa, se ne separano per abbracciare una setta straniera. Tutti costoro si mettono evidentemente fuori della via della salute; imperocché si rendono colpevoli d’inescusabile ostinazione. Gesù Cristo non promette la vita eterna se non alle pecorelle che ascoltano la sua voce; quelle che fuggono dal suo ovile, o che rifiutano di ricoverarvisi, son preda dei lupi divoratori. – Quanto a noi figli della Chiesa dimostriamo i nostri sensi di gratitudine a Dionostro Padre, e alla Chiesa nostra Madre, in guisa da corrispondere per quanto possiamo agli immensi benefizi che abbiamo ricevuti. Dond’è, che noi, siccome tanti altri, non siamo nati in mezzo all’eresia, all’infedeltà, all’idolatria? Dond’è, che abbiamo avuto la felicità di essere nutriti ed allevati con materna tenerezza nel grembo della vera Chiesa? Amiamola dunque questa Chiesa così buona, e per isventura sì poco amata e tanto perseguitata. Attestiamole il nostro amore: sottomettendoci alle sue decisioni con rispetto filiale, ed osservando le sue leggi con fedeltà irreprensibile; II° dividendo i suoi dolori e le sue gioie, e prendendo a cuore tutto ciò che la concerne; III° mostrandoci ognora presti a sacrificare alla conservazione della sua fede, della sua disciplina, della sua autorità, i nostri vantaggi, la nostra libertà, il nostro riposo, il nostro onore innanzi agli uomini, la nostra vita stessa! IV° Non tralasciando mezzo alcuno onde farla conoscere a quelli che non la conoscono, farla amare da quelli che non l’amano, e così essere veri imitatori di Gesù Cristo, « che ha amato la Chiesa sino a darsi oblazione per essa ».

Preghiera.

O mio Dio, che siete tutto amore, vi ringrazio con vero cuore che abbiate stabilito la vostra Chiesa onde perpetuare la vostra santa Religione, e la nostra unione con voi: deh! fate che io sia sempre docile pecorella del vostro ovile. Mi propongo di amar Dio sopra tutte le cose e il prossimo come me stesso per amor di Dio, e in prova di questo amore, pregherò spesso per l’esaltazione della Chiesa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

De Segur: BREVI E FAMILIARI RISPOSTE ALLE OBIEZIONI CONTRO LA RELIGIONE [risp. XIII-XIV]

XIII

TUTTE LE RELIGIONI SON BUONE

R. « Tutte le religioni son buone? » — Ciò vuol dire, non è egli vero, che, purché io sia presso a poco un uomo onesto, poco importa l’essere Pagano, Giudeo, Turco, Cristiano, Cattolico, Protestante? Ciò vuol dire ancora che tutte le religioni sono invenzioni umane di cui Iddio deve ben poco curarsi? Ciò vuol dire infine che tutte le religioni son false? – Ma, ditemi, dove avete imparato che ciò che si pensa dell’Essere superiore gli sia indifferente? E chi vi ha rivelalo che tutti i culti che si vedono sulla terra gli siano graditi egualmente? Perché vi sono delle false religioni, ne segue egli forse che non ve ne sia una vera? E perché siamo circondati da ingannatori, non è più possibile distinguere l’amico sincero? e Tutte le religioni non sono che invenzioni umane, indifferenti? » Ma vi pensate? E non vedete che date così una smentita al genere umano intero? – Il Pagano che piega il ginocchio davanti il suo Giove, l’Indiano che onora le incarnazioni ridicole del suo Budda; il Musulmano che venera il suo falso profeta, non li vedete dominati da una stessa e grande credenza, la credenza che Dio non ha abbandonato l’uomo a se stesso, e che nell’ordine religioso meno ancora che negli altri, noi non siamo separati dal nostro Creatore? — Se il diluvio delle superstizioni indiane, egiziane, druide, greche, romane, pagane, maomettane, non poté distruggere questa credenza, non verrà da ciò che essa è la voce indistruttibile della verità, il grido, il bisogno della natura, la tradizione costante del genere umano? Il raggio della verità può egli solo penetrare attraverso di tante ombre. E voi, voi venite a decidere il contrario? — Voi scopriste che Dio accoglie collo stesso amore e il cristiano che adora Gesù Cristo, e il Giudeo che non vede in Lui che un vile impostore? Che è lecito e permesso d’adorare in luogo di Dio supremo nelle contrade pagane Giove, Marte, Priapo, Venere? Di rendere in Egitto gli onori divini ai coccodrilli sacri e al bue Apis? Presso i Fenicj di sacrificare i propri figli al Dio Moloch? Nel Messico d’immolare migliaia di vittime umane agli orribili idoli che vi si venerano? Altrove di prostrarsi davanti un tronco d’albero,, davanti pietre, piante, avanzi d’animali, avanzi impuri della morte? Di ripetere dal fondo del cuore, a Costantinopoli « Dio è Dio, e Maometto è suo profeta? » A Roma, a Parigi abborrire tutte queste false divinità, disprezzare questo stesso Maometto come un impostore? Ma è impossibile che ciò crediate seriamente! — Ecco ciò che intanto voi dite: « Tutte le religioni sono buone. » – Perché non avere piuttosto il merito della franchezza, e confessare che non volete darvi la pena di cercare la verità, che essa poco v’importa e che la tenete come una cosa oziosa? – La ricerca della verità religiosa, inutile! …. Insensato! E se contro la vostra afférmazione per nulla fondala, Dio ha imposto all’uomo una regola determinata di culto? Se tra tutte le religioni, una, una sola è la religione, la verità religiosa, assoluta come ogni verità che respinge ogni mescolanza d’errore, escludendo tutto ciò, che non è essa…. a qual sorte voi v’esponete? Credete voi, che la vostra indifferenza vi scuserà avanti il tribunale del Giudice supremo? E potete voi senza follia avventurarvi ad un sì terribile avvenire? – Osservate dunque la miseria dell’uomo senza una religione divina! Vedetelo colla pallida luce della sua ragione, abbandonato al dubbio, sovente pure all’ignoranza la più inevitabile, la più pericolosa sulle questioni fondamentali della sua sorte, del suo dovere, della sua felicità! « D’onde vengo io? Chi sono? Dove vado? Qual è il mio ultimo fine? Come vi devo tendere! qual cosa vi ha dopo questa vita? che cosa c Dio? che vuol Egli da me? ecc. ecc. » – Abbandonata alle sole sue forze, qual cosa risponde la ragione a questi grandi problemi? Essa balbetta, essa sta muta, essa dà delle probabilità! Dei “forse” insufficienti mille volte per farci vincere la violenza delle passioni, per mantenerci nel difficile sentiero del dovere!…. E voi vorreste, che il Dio di ogni sapienza, bontà, luce abbia abbandonato in tal modo la sua creatura ragionevole, l’uomo, il capo d’opera delle sue mani? No, no. Egli ha fatto splendere ai suoi occhi una luce celeste, che corrispondendo con gl’imperiosi bisogni del suo essere, gli rivela con una divina evidenza la natura, la giustizia, la bontà, i disegni di questo Dio suo primo principio, e suo ultimo fine, una luce che gli addita la via del bene, e la via del male, entrambe aperte avanti a lui, l’una avendo capo ad eterna gioia, l’altra ad eterna punizione, una luce, che in mezzo ai falsi lumi di cui l’umana corruzione 1’ha circondata, si distingue per il solo splendore della sua verità, una luce che illumina, che vivifica, che perfeziona tutto ciò che essa penetra…. – E questa luce è la rivelazione cristiana, il Cristianesimo, la sola Religione, che abbia delle prove, che illumini la ragione, la sola che santifichi il cuore, che indirizzando tutta la nostra perfezione morale alla conoscenza, ed all’amore di Dio, sia degnò e di Dio, e di noi stessi. – Qual lingua umana potrebbe esprimere tutte le ragioni, che ha il Cristianesimo alla nostra credenza? – Vedetelo da principio, salire alla culla del mondo, colle profezie, che l’annunziano, per la fede, la speranza, l’amore dei santi Patriarchi, e per lo cerimonie del culto Mosaico, e primitivo che lo figurano. Infatti vi è sempre stata una sola e stessa religione, benché si sia sviluppata in tre successive fasi.

Nella religione patriarcale che durò da Adamo sino a Mose.

Nella religione giudaica che Mosè promulgò per comando divino, e che durò sino alla venuta di Gesù Cristo.

Nella religione cristiana o cattolica insegnata da Gesù Cristo stesso, predicata da’ suoi apostoli.

Nel principio si sviluppava con lentezza e maestà, come tutte le opere di Dio; — Come l’uomo che passa per l’infanzia, poi per l’adolescenza, pria d’arrivare alla perfezione della vita; — Come il giorno che passa per il crepuscolo e l’aurora, pria di splendere nel suo pieno meriggio; — Come il fiore che dapprima è una gemma, poi un bottone chiuso, pria di lasciar travedere le ricchezze del suo seno. E così il Cristianesimo, ed egli solo abbraccia tutta intera l’umanità, domina tutto il tempo e i secoli. Egli parte dall’eternità per rientrare nell’eternità» esce da Dio per riposarsi eternamente in Dio… – Tutto in lui è degno del suo autore. Tutto qui è verità e santità. E quei che lo studiano, vi scoprono una meravigliosa armonia, bellezza e grandezza, ed una evidenza di verità sempre crescente a misura che ne scandagliano i dogmi. – Esso tocca e purifica il cuore nel tempo stesso che rischiara lo spirito, esso empie l’uomo tutto intero. – Il carattere sublime, sovrumano, incomparabile di Gesù Cristo suo fondatore [Noi parliamo più particolarmente mi numero seguente delta divinità di Gesù Cristo]. – La perfezione divina di sua vita; La santità della sua legge. – La sublimità pratica della dottrina che insegnò; il suo linguaggio che è una follia se non è divino; Il numero, l’evidenza de’ suoi miracoli riconosciuti anche da’suoi più accaniti nemici; La potenza della sua croce; Le circostanze della sua ineffabile passione, tutte per lo avanti predette; La sua gloriosa risurrezione annunziata da Lui stesso per quattordici volte ai suoi discepoli, e la incredulità stessa de’ suoi apostoli che la stessa evidenza obbligava a credere alla verità della risurrezione del loro maestro. – La sua ascensione al cielo in presenza di più di cinquecento testimoni; Lo sviluppo sovrannaturale della sua Chiesa, malgrado tutte le impossibilità naturali, fisiche e morali; Gli stupendi miracoli che accompagnarono in tutta la terra la predicazione dei suoi apostoli, pescatori, ignoranti e timidi cambiati di un tratto in dottori e conquistatori del mondo. La forza sovraumana de’ suoi diciotto milioni di martiri. Il genio dei padri della Chiesa distruggente tutti gli errori colla sola esposizione della fede cristiana. La santa vita dei veri cristiani opposta alla corruzione e debolezza naturale degli uomini. La metamorfosi sociale che il cristiane-simo operò ed opera tuttavia ai nostri giorni in tutti i paesi dove penetra. – Finalmente la sua durata, l’immutabilità del suo dogma, della sua costituzione, della sua gerarchia cattolica, la sua indissolubile unità, in mezzo agli imperi che cadono, alle società che si modificano; tutto ci mostra che il dito di Dio è là, e che non è nel potere dell’uomo né di concepire, né di fare, né di conservare un’opera simile. – Vi è dunque, voi lovedete, una vera religione, una sola, la religione cattolica. – Essa sola è la Religione cioè il sacro legame che ci unisce a Dio, nostro Creatore, e nostro Padre. – Essa sola ci trasmette la vera dottrina religiosa, ciò che Dio ci fa conoscere di Lui stesso, della sua natura, delle sue opere, di noi, del nostro eterno destino, dei nostri doveri morali. – Tutte le altre pretese Religioni, che insegnano ciò che rifiuta il Cristianesimo, che rifiutano ciò ch’egli insegna, paganismo, giudaismo [Per la Religione giudaica vi ha una difficoltà speciale; perché essendo stata nei disegni di Dio la preparazione alla venuta del Messia, e quasi la seconda base della vera Religione, essa è stata, ma dopo Gesù Cristo non è più la vera religione. Il Giudaismo era come il ponte del muratore necessario per costruire l’edificio. Terminata la casa il ponte deve essere tolto, esso non è più che un ostacolo inutile ed importuno. Il Giudeo stupido ha abbandonata la casa per guardare il ponte; ha sacrificato la realtà alla figura. Dopo la venuta del Messia, senza tempio, senz’altare, senza sacrifizio, il popolo giudeo disperso in tutto il mondo, dove non può essere distrutto, porta con sè il suo cadavere di religione egli sussiste a traverso i secoli, secondo la predizione di Gesù Cristo, per servire di perpetuo testimonio al Cristianesimo, come l’ombra di un corpo ne prova l’esistenza.] maomettismo, qual ch’esse siano, sono dunque false, e perciò cattive. – Queste sono invenzioni umane, mentre che la religione è un’istituzione divina. Sono imitazioni sacrileghe della vera religione, come la moneta falsa è una colpevole imitazione della vera. Non sarebbe egli follia il dire: « Tutte le monete son buone, » senza distinguere le vere dalle false? Egli sarebbe ancor più insensato il ripetere ancor questa parola, a cui noi abbiam risposto : « Tutte le religioni son buone. » O è un’enorme empietà, o un’enorme bestialità. Una empietà se si dice per indifferenza, una bestialità se si dice per ignoranza, per scempiaggine.

XIV.

GESÙ GIUSTO NON È EGLI ALTRO CHE UN GRAN FILOSOFO, UN GRAN BENEFATTORE DELL’UMANITÀ’, UN GRAN PROFETA, È EGLI VERAMENTE DIO?

R. Uditelo rispondervi esso stesso: « Sì, voi l’avete detto; Io sono—E che, dopo tanto tempo che Io sono con voi, voi non mi conoscete ancora? Colui, che vede me, vede il mio Padre; io ed il mio Padre siamo una sola cosa…. »[S. Matt. c. XXVI, v. 65, 64. —S. Marc. c. XIV, v. 61, 62.—S. Luc. c. XXII, v. 70.— S. Giov. c. XIV, v. 18] – Ci vorrebbe un libro intero per trattare convenientemente questa questione. Noi l’abbiamo già toccata, provando la divinità della Religione cristiana. Tuttavia ci conviene insistere maggiormente e sviluppare un punto, su cui riposa tutta la nostra fede. Gesù Cristo è l’eroe del Vangelo [Il Vangelo è la storia ài Gesù. Cristo, scritta da lestimonj oculari, avanti testimonj oculari, i giùdei ed i primitivi cristiani; narrata dai più santi fra gli uomini, gli apostoli, che si sono lasciati uccidere per provare la verità della loro parola». La sola lettura del Vangelo è la miglior prova della sua verità. L’incredulo Rousseau lo confessava egli stesso: « Non è a questo modo che si fanno invenzioni) diceva egli, e l’inventore d’un simile libro ora sarebbe più meraviglioso dell’eroe. »] – I. Guardate anzi tratto le proporzioni gigantesche di questa figura, paragonala a tutti gli altri uomini anche i più grandi! Tutti muoiono totalmente, fanno rumore nel loro passaggio, agitano il mondo….. e dopo essi che ne resta? Il loro nome lodato da prima o schernito, quinci divenuto indifferente va a seppellirsi nei libri. Essi più non vivono sulla terra. – Gesù Cristo solo vive ancora, vive sempre, vive ovunque. Egli è presente nel mondo. Oggidì come diciotto secoli sono, a Parigi, a Londra, a Roma, a Pietroburgo, in Asia, in America, ovunque si ama e si odia, ovunque si difende e si attacca, ovunque si riceve e si rigetta come nei giorni di sua vita mortale. Egli è l’essenziale di tutti i grandi movimenti che scuotono il mondo; Egli è la questione capitale, il centro al quale fan capo tutte le questioni che toccano al cuore l’umanità. – Egli vive, parla, comanda, insegna, difende: sviluppa la potente sua vita nel Cristianesimo di cui è il principio, l’anima e il compendio. La ventura dell’uno è la ventura dell’altro, perché il Cristianesimo è la continuazione della vita di Gesù Cristo nell’universo, in lutti i secoli… – Dunque Gesù Cristo è un fatto universale, continuo, attuale che opera da diciannove secoli, scritto a caratteri parlanti sulle umane generazioni, io tutti i paesi, in tutti i popoli. È una vita eccezionale che penetra il mondo. Tutto passa, tutto muore attorno a Lui; Egli solo, Egli solo vive e sussiste!… – Dunque vi ha in Lui più che un uomo, ed il grande Napoleone aveva ragione di dire: «Io mi conosco uomo, e vi dico che Colui era più che uomo.»

2.° È cosa singolare, propria solo a Gesù Cristo, questa vita che riempì l’universo dalla sua apparizione sulla terra, ha riempiti colla medesima potenza i secoli precedenti sino alla culla del mondo. Questo medesimo Gesù, per cui hanno vissuto, vivono e vivranno le generazioni cristiane, è per Lui che hanno vissuto le generazioni degli antichi fedeli, dei discepoli di Mosè, dei profeti, dei patriarchi! È in Lui che hanno creduto ; si è in Lui che hanno sperato;si è Lui che hannoatteso; si è Lui che hanno amato! II sole, nel suo pieno meriggio, illumina co’ suoi raggi tutto lo spazio, e quello che ha già percorso, e quello che ha ancora a percorrere. Cosi Gesù Cristo, centro dell’umanità, illumina, vivifica tutto il passato, il presente, l’avvenire…

3.° Gesù Cristo, e Gesù Cristo solo, è il tipo della perfezione, il modello su cui si forma il mondo morale civilizzato, lo stampo dove l’umanità viene in qualche modo a fondersi per riformare i vizi. — Che altro é la virtù se non l’imitazione di Gesù Cristo? – Niente avvi di comune tra Lui ed alcun tipo di perfezione conosciuto, sia giudeo, sia greco, sia romano. Egli è quel che è, Egli è solo, Egli è l’unico, Egli è sopra ogni cosa. – Nella perfezione umana vi ha sempre emulazione di virtù; l’uno vince l’altro: Si hanno dei simili. Gesù Cristo, e Gesù Cristo solo fa eccezione. Vi ha differenza di continuità tra la sua perfezione e quella degli altri uomini. – Qual nome mettere a costa del suo? Chi si oserà paragonargli? i .santi che sono gli eroi della virtù, sulla terra non sono che sue copie. Nessuno pensa, nessuno ha mai pensato d’eguagliarlo, perché si conosce, che non si tratta più qui d’un rivale possibile. Tutto scompare alla sua luce, come tutte le luci fittizie della terra in presenza di quella del sole — Così pure ha detto Egli stesso: « Io sono la luce del mondo ». – E questa perfezione sovrumana è un fenomeno unico nelle serie dei secoli; essa non è stata preceduta da nulla, da nulla preparata. Essa giunge come la sua dottrina tutta intera. Essa non partecipa ad alcuna scuola filosofica, o teologia, essa è senza alcuna causa, che la produca, o la spieghi, se non la presenza della Perfezione stessa, che è Dio. Essa illumina tutto, e non riceve luce da nessuno, essa è il centro medesimo della luce. – Altr’osservazione, che non meno colpisce, e propria a Gesù solo: in lui questa perfezione veramente divina, che sembra cotanto elevata al di sopra dell’umanità così inaccessibile alla nostra debolezza, è Lui la via la più pratica, la più imitabile, la più feconda, la sola feconda in imitatori e discepoli. Essa si propone a tutti gli uomini, al fanciullo, come al vecchio, all’ignorante, come al dotto, al povero, come al ricco, a colui che comincia, come a colui che termina. Essa sembra fatta per ciascuno in particolare. Essa si accomoda a tutti e tutto riforma; essa è la perfezione per tutti! – Chi non vede in ciò il suggello della divinità? L’uomo può egli far tanto? Finalmente ultimo carattere della perfezione di Gesù Cristo, sovrumano come tutti gli altri, e come tutti gli altri, proprio a Lui solo: la sua perfezione non ha alcun eccesso. – L’uomo è sempre eccessivo nelle sue qualità. Sentendosi debole, per tema di fallire preferisce eccedere nel bene: S. Vincenzo de Paoli era umile, ma pare eccedesse nella bassa stima di sé. S. Carlo era austero, ma la sua austerità ci pare eccessiva. S. Francesco povero pare eccedere nella sua povertà ecc. La debolezza umana s’insinua sino nell’eroismo delle loro virtù. — In Gesù Cristo il bene è perfettamente vero; niente è esagerato. la perfezione della natura divina si manifesta, e si associa alle emozioni vere e buone della natura umana. In Lui si fa vedere tutto l’uomo. Il Dio, e l’uomo sono interi. – E perciò questo modello cosi perfetto non è aspro; al contrario è soave, dolce ed amabile. È la verità di una virtù perfetta e possibile, proposta ad uomini da un Dio uomo, così vero uomo come è vero Dio. – Qual meraviglia unica! qual prodigio è Gesù Cristo!…Chi non esclamerà: «Il dito di Dio è qui ?»

4.° E la sua dottrina! E questa parola che dopo diciotto secoli dacché è meditata, discussa, attaccata, approfondita, da tutte le scienze, da tutti gli odi, dai più grandi geni, applicata alle società, ai popoli, agli individui, giammai poté essere convinta d’errore! — Sempre ella dura « La luce del mondo; » e ciascun tentativo avvera ciò che predisse il Maestro: « II cielo e la terra passeranno, ma la mia parola non passerà. » – Colà dove fu udita, penetrano la civiltà, la vita intellettuale e morale, il progresso, e le scienze; colà ove ella non regna, e a proporzione che meno vi regna, la degradazione, l’inerzia, la barbarie, la moria. – È dessa, è la parola di Gesù Cristo che ha fondata la nostra moderna società; è dessa che divenne la guida, la face conduttrice dell’umana ragione, e della filosofia; e buono o mal grado è con ciò che Gesù Cristo loro ha concesso, che i cristiani increduli sragionano contro Lui. « Giammai l’uomo, dicevano i Giudei, parlò come quest’uomo! » – Infatti aprite l’Evangelio…. Quale inaudita potenza! Quale autorità! Quale calma! Qual candidezza celeste! Gesù insegna ciò che vede, ciò che sa. Egli non discute; non cerca di provare, di convincere; la sua parola gli basta; Egli sa la verità; Egli è sicuro: Egli afferma. Dio solo fatto uomo, e parlante agli uomini è capace di tal linguaggio. Assai più, la parola di Gesù Cristo si prova da se stessa; perché Egli afferma incessantemente la sua divinità. Egli si dice Dio, il figlio di Dio [per Figlio di Dio, né Gesù Cristo, né i Giudei ai quali parlava, intendevano un uomo giusto, Figlio di Dio, amico di Dio. Egli ed essi intendevano con ciò il Verbo divino, la seconda Persona della SS. Trinità, il Figlio eterno ed unico di Dio, Dio come il Padre e lo Spirito Sunto. Cosi quando Gesù dichiara a Caifa, che Egli è il Figlio di Dio, il gran sacerdote e i Farisei gridano alla bestemmia, e lo condannano a morte come bestemmiatore e come colpevole di essersi fatto Dio], il Cristo, la verità, la vita, il Salvatore, il Messia. – « Se tu sei il Cristo, Gli dicono i Giudei, «manifestalo a noi.—Io vi parlo, loro risponde, e voi non mi credete. I miracoli che io faccio in nome del mio Padre » rendono testimonianza di me. Io e mio Padre siamo una sola cosa. » Essi vogliono lapidarlo in luogo di credere a questa parola. « Perché, loro dice Gesù, volete voi lapidarmi? » É per causa della tua bestemmia, perché essendo uomo, tu ti fai Dio.» La Samaritana gli parla di Cristo Redentore che deve salvare gli uomini e loro insegnare ogni verità: « Sono Io che il sono, le dice; Io che parlo con te. » Un’altra volta egli ammaestra la folla radunata intorno a Lui: « In verità, in verità Io vi dico: “come il Padre risuscita i morti, cosi il Figlio rende la vita a chi Egli vuole…, affinché tutti rendano al Figlio un onore eguale a quello, che è dovuto al Padre.» – « Chi non onora il Figlio, non onora il Padre.» – Egli istruisce un savio Giudeo venuto per consultarlo; «Nessuno, gli dice, sale al cielo, se non è Colui che è disceso dal cielo, il Figliuolo dell’uomo, che è nel cielo.» – « Dio ha talmente amato il mondo, che ha dato il suo Figlio unico, affinché chiunque crede in Lui non muoia, ma possegga la vita eterna. – Dio ha mandato suo Figlio nel mondo, perché il mondo sia salvo per Lui.» – « Colui che crede in Lui non sarà’ condannato, ma colui che non crede è già giudicato, perché non crede al Figlio unico di Dio. » – Guarisce il cieco nato: costui cacciato dalla sinagoga, dai farisei, perché diceva che il suo benefattore era almeno un profeta, Lo ritrova, e si getta a’ suoi piedi. « Credi tu al Figlio di Dio? » gli domanda Gesù, —« E chi è, Signore, affinché io creda in Lui? — Tu lo vedi, è Colui che ti parla, Egli è quei desso.» E questo poverello: « Io credo, o Signore! E prosternandosi l’adora. – Basta ciò? Volete udirlo ancora? « Àbramo vostro padre, disse egli ai Giudei, gioì prevedendo la mia venuta. » – « Come, Gli rispondono, non avete ancora cinquant’anni, ed avete veduto Abramo? » [Àbramo viveva 20 secoli avanti Gesù Cristo] – « Prima che nascesse Abramo, Io era. » Alla sorella di Lazzaro, che Gli domanda di risuscitare suo fratello: « Io sono, dice Egli, la risurrezione e la vita. Colui, che crede in me, vivrà anche dopo la morte, e chiunque vive, e crede in me, non morrà in eterno. Lo credi tu ? —Si, o Signore, risponde la fedele Marta, io credo che Voi siete il Cristo, il Figlio del Dio vivente, che siete venuto in questo mondo.» – Ed alcuni istanti dopo, giunti avanti il fetido cadavere di Lazzaro, aggiunge queste divine parole: « Padre mio, Io vi rendo grazie, perché mi avete esaudito: io però sapeva che sempre mi esaudite; ma l’ho detto per popolo che mi circonda, affinché esso creda che siete voi che mi avete inviato.» – E gridando ad alta voce: «Lazzaro vieni fuori! » Il morto si levò, avendo tuttora la faccia, le mani, e i piedi legati dalle fasce funebri… – Bisognerebbe citare l’intero vangelo. Leggete specialmente il suo ineffabile discorso avanti la cena. (S. Giov. cap. XIII. e seg.) « Io sono, Egli dice, la via, la verità, e la vita. Nessuno va al Padre, se non per me. Se voi conoscete me, conoscete il mio Padre. Colui che vede me, vede il mio Padre. » – « Tutto ciò, che voi mi domanderete in mio nome Io lo farò, affinché il Padre sia glorificato nel Figlio. Amatemi. Se qualcuno ama me, osserverà i miei comandamenti; e mio Padre l’amerà, e Noi verremo a lui, e dimoreremo in lui.» – Sino sulla croce Gesù Cristo si dice Dio, e parla da Dio. Il buon ladrone crocifisso a suo lato, gridò illuminato dalla fede: «Signore, ricordatevi di me nel vostro regno.— Oggi, gli risponde Gesù, tu sarai meco in paradiso.» – Finalmente, poiché conviene limitarsi, l’incredulo Tommaso lo vede, lo palpa dopo la sua risurrezione, vinto dall’evidenza cade ai suoi piedi, ed esclama: «Mio Signore e mio Dio!» Lungi dal riprenderlo, Gesù l’approva « Perché tu hai veduto, Tommaso, gli dice, tu hai creduto. Beati coloro che senza avermi veduto hanno creduto !» – Vedete qual linguaggio! Quale condotta! Che onnipotenza! Come si fa chiamar Dio! Come ne ha il tuono e la voce! Come rivendica i diritti delta divinità, la fede, l’adorazione, la preghiera, l’amore, il sacrifizio! – Or eccovi il ragionamento è ben semplice. O Gesù dice vero o dice falso. Non vi ha mezzo.

Se dice vero Egli è ciò che dice di essere, è Dio, egli è il Figlio eterno di Dio vivente, benedetto nei secoli dei secoli, e tutte le sue parole, le sue azioni, i suoi miracoli, il suo trionfo si spiegano facilmente. Niente è impossibile a un Dio.

2.° Se dice falso, egli è (bestemmia che oso appena scrivere, sebbene sia per confonderla) egli è o un pazzo o un impostore. – Sì, un pazzo, se non ha coscienza delle sue parole e della sua condotta, — un detestabile impostore se niente con cognizione di causa. Osereste dirlo giammai? Gesù Cristo il savio per eccellenza, un pazzo!! — Gesù Cristo, il più virtuoso, il più santo degli uomini, un mentitore, un impostore sacrilego!! Bisognerebbe aver perduta la ragione, ed il senso morale per proferire una simile follia! Dunque egli è Dio. – Gesù Cristo è avanti la ragione umana, come fu davanti Caifa il giorno di sua passione. «Ti scongiuro, gli diceva il gran sacerdote, in nome del Dio vivente di dirci se tu sei il Cristo, il Figlio di Dio. — Sì, risponde Gesù, tu l’hai detto: Io il sono.» O bisogna credere o non credere a questa affermazione: non vi ha mezzo. Se voi credete, adorate Gesù Cristo, Egli è vostro Dio. Se voi non credete, trattate l’uomo che tiene un simile linguaggio, 1.° o come un povero pazzo che non sa ciò che dice; sprezzatelo, alzate te spalle per pietà; 2.° o come un miserabile impostore, o allora anatematizzatelo coi Giudei, rigettatelo, maleditelo, crocifiggetelo, punitelo colla morte infame dei bestemmiatori: egli l’ha cento volte meritato. – Bisogna ammettere Gesù Cristo il Dio uomo del Vangelo tutt’intero, o rigettarlo interamente: « Chiunque non è con Lui è contra Lui; » Chiunque non l’adora, non può senza inconseguenza, senza follia lodarlo, ammirarlo, celebrarlo come un saggio, come un grand’uomo, come un santo. – « Ma può darsi, penserà taluno, che non si dicesse Dio, se non per fare ammettere facilmente la sua dottrina. » – La difficoltà rimane interamente, perché un fine lodevole non potrebbe giammai scusare una così grande e così costante impostura, e bisognerebbe sempre concludere che tutta la vita dì Gesù Cristo è stata un tessuto o di follie, o di bestemmie. Ma oltre questa ragione, questa supposizione è assolutamente inammissibile. Infatti: – 1.° Una simile finzione avrebbe distrutto tutta la sua opera, annientata tutta la sua dottrina. — Gesù Cristo non ha che uno scopo, distruggere l’idolatria, ristabilire per tutto il regno della verità; colla verità ricondurre la virtù, e la santità sulla terra, rendere a Dio ciò che si deve a Dio solo, il cuore dell’uomo, la sua fede, la sua devozione, il suo amore. Con questo pensiero poteva egli senza essere veramente Dio, prenderne il titolo, e vendicarsene i diritti, senza rovinare dalla base tutto il suo disegno? – 2.° Questo preteso mezzo destinato ad appoggiare la sua dottrina, ne sarebbe stato il più terribile nemico. – L’impossibile, umanamente parlando, nella predicazione di Gesù Cristo, e dei suoi apostoli, era principalmente di far ammettere dai popoli la divinità di questo Gesù povero, umiliato, uomo dei dolori, morto sopra una croce. Non è ciò che fa insorgere di più la ragione nell’insegnamento cristiano? Non è ciò precisamente la pietra di scandalo per l’incredulo? E questo sarebbe il mezzo, che Gesù Cristo avrebbe scelto, per far ricevere la sua religione? Questo sarebbe stato il colmo della follia! Qual singolare esca sarebbe quella che spaventa assai più dello stesso amo! – La divinità di Gesù Cristo ammessa una volta, conosco, che diventa un potente mezzo a far credere la sua dottrina. Ma questa medesima ipotesi chi l’avrebbe fatta ammettere? E come senza una manifestazione evidente, ed irresistibile della potenza divina, Gesù Cristo avrebbe potuto essere considerato come un Dio? – No, no, io io ripeto. In vista del carattere sovrumano di Gesù Cristo, delle sue parole, delle sue affermazioni, delle sue azioni, della sua opera, che è il Cristianesimo, non vi ha per l’uomo ragionevole, e sincero, che un partito a prendere; si è di gettarsi a’ suoi ginocchi, di adorare l’amore infinito di un Dio che ha tanto amato il mondo da dargli il suo unico Figlio, e di esclamare con san Tommaso divenuto fedele: “Mio Signore; e mio Dio! —Dominus meus, et Deus meus!”

La serie ininterrotta dei successori di San Pietro.

Rilievo sopra il portale principale della Basilica di San Pietro a Roma, raffigurante Cristo che dà le chiavi del Regno dei Cieli al primo Papa, San Pietro.

Tu sei Pietro; e su questa pietra costruirò la mia Chiesa (St. Matt. XVI. 18).  La Chiesa di Gesù Cristo, in quanto trattasi di una società, di un regno divinamente stabilito, dove avere un capo. Il suo Capo invisibile è Gesù Cristo stesso; il suo Capo visibile è il nostro Santo Padre, il Papa. – Chi è il Papa? Il Papa è il successore di San Pietro, il Vicario di Gesù Cristo ed il suo rappresentante sulla terra, il pilota della barca di San Pietro, il Capo visibile della Chiesa, e il padre comune di tutti i fedeli. – Diciamo che il Papa è il successore di San Pietro. Nel rendere l’apostolo san Pietro la pietra di fondamento, la pietra angolare della sua Chiesa, Gesù Cristo gli promise successori fino alla fine dei tempi. – Per questo, dire: “roccia inamovibile”. implica che Pietro sarà il capo in perpetuo della Chiesa, e sarà sempre necessario per sostenerla e governarla. Ma come potrà essere Pietro a governare per sempre la Chiesa, essendo egli un mortale come il resto degli uomini? Come farà a governare dopo la sua morte? Mediante i suoi successori, che saranno gli eredi del suo potere, dei suoi privilegi, e anche del suo spirito apostolico. Pietro, come dicono i Padri, è sempre vivo, e sarà sempre vivo, nella persona dei successori che Cristo gli ha promesso con queste parole: “Tu sei Pietro; e su questa pietra edificherò la mia Chiesa, e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa”. – La promessa del Salvatore è stata mantenuta: Pietro, dopo aver fissato la sua Sede Pontificale a Roma, ha avuto come successori tutti i Vescovi romani o Pontefici che hanno occupato la sua sede, nel corso dei secoli fino ai nostri giorni. – La storia ci mostra questa incomparabile successione: Si tratta di una catena di oro tenuta nella mano di Gesù Cristo. – Il suo primo anello è Pietro, e noi ne vediamo oggi gloriosamente regnante il duecentocinquantanovesimo nella persona dell’Augusto Leone XIII. Dopo di lui la catena continuerà ad allungarsi sino al suo ultimo anello; vale a dire, fino a quando l’ultimo Papa porterà a termine il suo regno alla fine dei secoli. – Questa serie ininterrotta di successori di San Pietro ci presenta uomini che differiscono nel nome, nell’età, nel carattere, ma tutti occupando la stessa Sede, hanno tenuto nella loro le mani le stesse chiavi, che sono state affidate da Gesù Cristo all’apostolo San Pietro. In altre parole, essi hanno insegnato la stessa dottrina, hanno posseduto la stessa potenza e privilegi; tanto che se il principe degli apostoli tornasse in prima persona ad esercitare la sua Autorità Pontificia, i suoi poteri ed i suoi privilegi non sarebbero diversi da quelli dell’augusto Leone XIII, l’attuale possessore del suo immortale patrimonio. – I Papi possono morire; ma il Papato non muore mai, né cambia! – Rendiamo grazie a Dio, fratelli miei, per aver fondato Cristo la sua Chiesa sulla Roccia indistruttibile del Papato, e cerchiamo di avere sempre il massimo rispetto e amore per il nostro Santo Padre il Papa, il successore di San Pietro (L’importante è non confondere il Vicario di Cristo, con il servo abominevole di satana! –n.d.r.-).

Fonte: “Brevi SERMONI per le Messe basse della Domenica,. composti in quattro serie. Esposizione metodica della dottrina cristiana del rev. F. X. SCHOUPPE, S. J. –IMPRIM. 1884.]

Un’ENCICLICA al giorno toglie IL MODERNISTA APOSTATA di torno: “UBI PRIMUM AD SUMMI”.

Leone XII Ubi primum

Per illustrare sempre meglio l’apostasia modernista conciliare dell’anti-Chiesa, guidata dai marrani kazari antipapi servi del B’nai B’rith e del N.O.M., esaminiamo una enciclica breve ma densissima di contenuti che il S. P. Leone XII scrisse nel 1824 per l’elezione al Sommo Pontificato, in un momento drammatico sia per la società civile, che per la Santa Chiesa Cattolica, attaccate entrambe dalle subdole sette liberal-massoniche di ispirazione luciferina che ancora oggi operano in modo sempre più chiaro e tracotante. Certo oggi è mutata la strategia delle sette, che operano mediante l’infiltrazione diretta sia nei poteri civili ed economici, sia nella gerarchia della Chiesa fino al suo apice, come già profetizzato da S.S. Leone XIII e che la Vergine Immacolata aveva preannunziato nell’apparizione de La Salette e nel terzo segreto di Fatima, preconizzando una falsa Chiesa ormai ridotta ad una larva disidratata senza più valori soprannaturali e fede divina. Nella “UBI PRIMUM AD SUMMI”, Papa Leone XII desiderava programmare nel suo Pontificato, la restaurazione dell’unica “vera” religione, mortificata e vilipesa da vergognosi ed ignobili movimenti filosofici e rivoluzionari, con il sollecitare l’azione dei Vescovi, con il combattere contro gli errori che minacciavano la fede, condannando le sette occulte e, in materia di religione, in particolare l’indifferentismo, e le società bibliche. – Oggi tutti vediamo come le società bibliche si siano moltiplicate e pubblichino edizioni delle Sacre Scritture che nulla più hanno di sacro, le orride bibbie ecumeniche, c.d. interreligiose, che tutto contengono tranne le verità cattoliche interpretate dai Padri e dai Pontefici; inoltre assistiamo con raccapriccio alle evoluzioni dialettiche, fasulle ermeneutiche di falsi teologi e gerarchi anti-cristiani, che non sanno più cosa inventarsi per restare aggrappati alle loro posizioni assurde onde giustificare il disprezzo del Magistero e dell’autorità di Pietro, l’ecumenismo massonico, padre iniquo dell’indifferentismo religioso [… empietà di uomini deliranti…] trionfante in tutti gli ambiti ed in tutti i templi ed i palazzi sacri una volta cattolici, e dimentichi colpevoli dell’“extra Ecclesia, nulla salus”. Ma ripensando alle parole del reale Profeta: Et tu, Domine, deridebis eos; ad nihilum deduces omnes gentes” [Ps. LVIII, 9], e fiduciosi dell’intervento divino, affinché rivesta di rinnovato splendore la Chiesa Cattolica, ci tuffiamo in questo mare di Cattolicità per un bagno salutare dell’anima, circondata oggi da immondezze e sterco satanico, dall’abominio della desolazione della sinagoga di satana!

Roma, 5 maggio 1824

Enciclica

Ai Venerabili Fratelli Patriarchi, Primati, Arcivescovi e Vescovi.

Il Papa Leone XII.

Venerabili Fratelli, salute e Apostolica Benedizione. -Non appena fummo innalzati all’alta dignità del Pontificato, cominciammo subito ad esclamare con San Leone Magno: “Signore, udii la tua voce ed ebbi paura; considerai l’opera tua, e fui colto da spavento. Che cosa, infatti, vi può essere di più straordinario e di più temibile del lavoro per chi è debole, dell’innalzamento per chi si trova in basso, della dignità per chi non la merita? Ciò nonostante, non ci disperiamo, né ci scoraggiamo, perché non presumiamo di noi stessi, ma di Colui che opera in noi”. Così, per modestia, parlava quel Pontefice non mai abbastanza lodato; Noi, in omaggio alla verità, diciamo ciò e lo confermiamo. – Anche Noi, Venerabili Fratelli, volevamo ardentemente parlare con voi al più presto, e aprire il Nostro cuore con voi che siete la Nostra corona e la Nostra gioia; così come Noi confidiamo che voi troviate la vostra gioia e la vostra corona nel gregge che vi è affidato. Sennonché, in parte altri importanti lavori della Nostra missione apostolica, in parte specialmente i dolori di una lunga malattia, Ci hanno impedito fin qui, con Nostro dispiacere e rammarico, di soddisfare i Nostri desideri. Ma Dio, largo nella misericordia e abbondantemente munifico nei confronti dei supplicanti e di chi prega con fiducia, Dio, che Ci ha ispirato questo proposito, Ci concede oggi di recarlo ad effetto. Tuttavia il silenzio che forzatamente abbiamo tenuto fino a oggi non è stato del tutto privo di conforto. Colui che consola gli umili Ci ha consolato con l’affetto religioso della vostra devozione e del vostro zelo per Noi: in tali sentimenti riconosciamo bene la pietà dell’unità cristiana, tanto che sempre di più ne gioivamo e ringraziavamo Dio. E così, quale testimonianza del Nostro affetto, vi inviamo questa lettera per spronarvi maggiormente a proseguire sulla via dei comandamenti divini e a combattere con maggior vigore le battaglie del Signore. Con ciò avverrà che dalla vittoria del gregge del Signore si glorifichi lo zelo del pastore. – Voi non ignorate, Venerabili Fratelli, ciò che l’Apostolo Pietro insegnò ai Vescovi con queste parole: “Pascete con previdenza il gregge di Dio che è in Voi, non per forza, ma spontaneamente, secondo il volere di Dio; non per la speranza di un guadagno vergognoso, ma volontariamente; non come dominatori del clero, ma divenuti col cuore forma del gregge”. Da queste parole chiaramente voi comprendete quale sia il genere di condotta che vi è proposto, di quali virtù dobbiate sempre più arricchire il vostro cuore, di quale scienza abbondante ornare il vostro spirito, e quali frutti di pietà e di affetto dobbiate non solo produrre, ma partecipare al vostro gregge. In tal modo voi raggiungerete lo scopo del vostro ministero, poiché, divenuti nell’animo forma del vostro gregge, e dando agli uni il latte, agli altri più solido cibo, non solo informerete lo stesso gregge di dottrina, ma anche lo condurrete con l’opera e con l’esempio ad una tranquilla vita in Gesù Cristo e al conseguimento dell’eterna beatitudine insieme a voi, così come si esprime lo stesso capo degli Apostoli: “E quando apparirà il principe dei pastori, voi otterrete una imperitura corona di gloria”. – Noi vorremmo veramente ricordarvi tante considerazioni, ma ne toccheremo soltanto alcune, dovendoci soffermare più estesamente sugli argomenti di maggiore importanza, come richiede la necessità di questi infelici tempi. – Così, scrivendo a Timoteo, l’Apostolo Ci ha insegnato con quale saggia precauzione e con quale serio esame bisogna conferire gli ordini minori, e soprattutto quelli sacri: “Non affrettarti a imporre troppo presto le mani a chicchessia” . – Quanto alla scelta dei pastori che nelle vostre Diocesi debbono essere preposti alla cura delle anime, e per quanto riguarda i seminari, il Concilio Tridentino ha dato regole precise, in seguito maggiormente chiarite dai Nostri Predecessori: tutto ciò vi è talmente noto, che non occorre soffermarvisi più a lungo. – Voi ben sapete ancora, Venerabili Fratelli, quanto importi che costantemente e personalmente risiediate nelle vostre Diocesi; questo è un obbligo che avete contratto accettando il vostro ministero, come è dichiarato da parecchi decreti dei Concilii e dalle Costituzioni apostoliche, confermate in questi termini dal santo Concilio di Trento: “Poiché per divino precetto è stato comandato a tutti coloro ai quali è affidata la cura delle anime di conoscere le loro pecorelle, di offrire per esse il santo Sacrificio, di pascerle con la predicazione della parola divina, con l’amministrazione dei Sacramenti e con l’esempio di ogni buona opera, di avere una sollecitudine paterna per i poveri e per tutte le altre persone che sono nell’afflizione, e di provvedere a tutti gli altri doveri pastorali, che non possono certo essere prestati ed adempiuti da coloro che non vigilano il proprio gregge, né lo assistono, ma lo abbandonano come fanno i mercenari, il santo Sinodo li esorta e li ammonisce affinché, memori dei divini precetti, e fattisi veramente forma del loro gregge, lo nutrano e lo guidino nella giustizia e nella verità” . Anche Noi, colpiti dall’obbligo di un dovere tanto grande e tanto grave, pieni di zelo per la gloria di Dio, lodiamo di cuore coloro che osservano con scrupolo questo precetto. Se alcuni non obbediscono compiutamente a questo obbligo (in un numero così grande di pastori ve ne possono essere alcuni: la cosa può non sorprendere, quantunque sia dolorosa), per le viscere della misericordia di Gesù Cristo li ammoniamo, esortiamo e supplichiamo affinché pensino seriamente che il giudice supremo cercherà il sangue delle sue pecorelle nelle loro mani ed emetterà un giudizio durissimo nei confronti di coloro che sono preposti ad esse. – Questa terribile sentenza, come senza dubbio sapete, non colpisce soltanto coloro che trascurano personalmente la residenza, o tentano di sottrarvisi con qualche vano pretesto, ma anche coloro che rifiutano senza valido motivo di sobbarcarsi l’incarico della visita pastorale e di eseguirla secondo le prescrizioni canoniche. Non saranno mai ossequienti al decreto Tridentino se non si preoccuperanno di avvicinarsi personalmente alle pecorelle e, come fa il buon pastore, di nutrire quelle buone, di ricercare quelle disperse e, finalmente richiamandole ed operando ora dolcemente, ora con la forza, di condurle all’ovile. – In verità, i Vescovi che non obbediscono agli obblighi della residenza e della visita pastorale con la dovuta sollecitudine non sfuggiranno al tremendo giudizio del supremo Pastore nostro Salvatore, adducendo come giustificazione che hanno adempiuto a questi doveri per mezzo di appositi ministri. – A loro, infatti, non ai ministri, è affidata la cura del gregge; a loro furono promessi i doni carismatici. Dal che deriva che le pecorelle odono molto più volentieri la voce del loro pastore piuttosto che quella di un sostituto, e che prendano con più fiducia e ricevano con più lieto animo il cibo salutare dalla mano del primo piuttosto che del secondo, come dalla mano di Dio, l’immagine del quale riconoscono nel loro Vescovo. Tutto ciò, oltre a quanto detto fin qui, è confermato abbondantemente dalla stessa esperienza, che è maestra delle cose. – Sarebbe di per sé sufficiente l’avervi scritto quanto sopra, Venerabili Fratelli: a voi, dico, che non siete ingrati tacendo dei doni, né superbi presumendo dei meriti. Tali, senza dubbio, conviene che siano coloro che vogliono passare di virtù in virtù, e progredire con animo ardente, e che, emulando gli esempi degli antichi e recenti santi Vescovi, si gloriano di aver sconfitto i nemici della Chiesa e di aver riformato in Dio i costumi corrotti. Alla vostra mente sia sempre presente l’aurea sentenza di San Leone Magno: “In questa battaglia non si ottiene mai una vittoria tanto felice che non sorga, dopo il trionfo, anche la necessità di sostenere nuovi combattimenti” . – Quante battaglie, in verità, e quanto crudeli si sono accese in questo nostro tempo, e quasi ogni giorno si manifestano contro la Religione Cattolica! Chi, ricordandole e meditandole, può trattenere le lacrime? – Fate attenzione, Venerabili Fratelli, “Non è la piccola scintilla” di cui parla San Girolamo; non è – dico io – la piccola scintilla che a malapena si vede quando si guarda, ma una fiamma che cerca di divorare tutta la terra, di distruggere le mura, le città, le foreste più vaste e tutte le contrade; è un lievito che unito alla farina tenta di corrompere tutta la massa. In questa allarmante situazione il servizio del nostro apostolato sarebbe del tutto insufficiente se non vegliasse di continuo Colui che custodisce Israele e che dice ai suoi discepoli: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni fino alla consumazione dei secoli”; se Egli non si degnasse di essere non solo custode delle pecore, ma anche pastore degli stessi pastori. – Ma, che significa tutto ciò? Esiste una setta, a voi certamente nota, la quale, arrogandosi a torto l’appellativo di filosofica, ha riesumato dalle ceneri disperse falangi di quasi tutti gli errori. Questa setta, presentandosi sotto la carezzevole apparenza della pietà e della liberalità, professa il tollerantismo (così lo chiama), o indifferentismo, e lo estende non solo agli affari civili, sulla qual cosa non esprimiamo parola alcuna, ma anche alla materia religiosa, insegnando che Dio ha dato a tutti gli uomini un’ampia libertà, in modo che ognuno, senza alcun pericolo, può abbracciare e professare la setta e l’opinione che preferisce, secondo il proprio personale giudizio. Contro tale empietà di uomini deliranti, l’Apostolo Paolo ci mette in guardia: “Io vi esorto, fratelli, a controllare coloro che alimentano divisioni e scandali contro la dottrina che avete appresa, e ad allontanarvi da loro. In questo modo, essi non servono nostro Signore Gesù Cristo, ma il proprio ventre, e attraverso dolci parole e benedizioni seducono le anime semplici” (Rm XVI, 17-18). – È vero che tale errore non è nuovo, ma in questi tempi esso infierisce contro la stabilità e l’integrità della fede cattolica. Infatti Eusebio, citando Rodone, riferisce che questa follia era già stata propagata da certo Apelle, eretico del secondo secolo, il quale asseriva che non occorreva approfondire la fede, ma che ciascuno doveva arroccarsi nell’opinione che si era formata. Apelle sosteneva che coloro i quali avevano riposto la propria speranza nel Crocifisso si sarebbero salvati, purché la morte li avesse raggiunti nel corso di buone opere. Anche Retorio, come attesta Agostino, blaterava che tutti gli eretici camminavano nella retta via e predicavano delle verità. “Ma ciò è così assurdo, osserva il santo Padre, che mi sembra incredibile”. In seguito, questo indifferentismo si è talmente diffuso e accresciuto, che i suoi seguaci riconoscono non solo tutte le sette che, fuori della Chiesa cattolica, ammettono oralmente la rivelazione come base e fondamento, ma affermano spudoratamente che sono nella retta via anche quelle società che, respingendo la divina rivelazione, professano il semplice deismo ed anche il semplice naturalismo. L’indifferentismo di Retorio fu giudicato da Sant’Agostino cosa assurda in diritto e nel merito, anche se veniva circoscritto in determinati limiti. Ma una tolleranza che si estenda fino al deismo ed al naturalismo – teorie che furono respinte perfino dagli antichi eretici – potrebbe mai essere ammessa da una persona che usi la ragione? Tuttavia (Oh tempi! Oh filosofia menzognera!) una siffatta pseudo-filosofia è approvata, difesa e sostenuta. – Per la verità, non sono mancati qualificati scrittori che, professando la vera filosofia, aggredirono questo mostro e abbatterono certe opere con invincibili argomenti. Ma evidentemente è impossibile che Dio, sommamente vero, Egli stesso Verità suprema, Provvidenza ottima e sapientissima, Remuneratore delle buone opere, possa approvare tutte le sette che predicano falsi principii – spesso in contraddizione fra di loro –, e che possa assicurare il premio eterno a chi le professa; del pari è superfluo fare altre considerazioni in materia. Noi disponiamo infatti di profezie ben più sicure e, scrivendo a voi, Noi parliamo di sapienza fra dotti: non della sapienza di questo secolo, ma della sapienza del mistero divino, nella quale siamo appunto istruiti; per fede divina crediamo che c’è un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo e che nessun altro nome è stato dato agli uomini sulla terra per operare la loro salvezza se non quello di Gesù Cristo di Nazaret: pertanto dichiariamo che fuori della Chiesa non esiste salvezza. – Per la verità, oh, smisurata ricchezza della sapienza e della scienza di Dio! Oh, incomprensibile pensiero di Lui! Dio, che annienta la sapienza dei sapienti (cf. 1Cor 1,18), sembra aver consegnato i nemici della sua Chiesa e i detrattori della Rivelazione soprannaturale a quel senso reprobo (Rm 1,28) e a quel mistero d’iniquità che era scritto sulla fronte dell’impudente donna di cui parla Giovanni (Ap 1,5). Infatti, quale maggiore iniquità di questi orgogliosi, che non solo si staccano dalla vera religione, ma con ogni genere di cavilli, con parole e scritti pieni di sofismi vogliono anche irretire i semplici? Sorga Dio, e impedisca, sconfigga ed annienti questa sfrenata licenza di parlare, di scrivere e di diffondere tali scritti. [Exsurgat Deus et hanc loquendi, scribendi, scriptaque vulgandi offrenem licenzia cohibeat, perdeat, et ad nihilum redigat] – Che dirò ora di più? L’iniquità dei nostri nemici si accresce talmente che, oltre alla colluvie dei libri perniciosi e contrari alla fede, giungono al punto di volgere a danno della Religione quelle sacre scritture che dall’alto ci sono state concesse per l’edificazione della Religione stessa. – Voi ben sapete, Venerabili Fratelli, che una società volgarmente chiamata Biblica si estende ora audacemente su tutta la terra, e che, a dispetto delle tradizioni dei Santi Padri e contro il notissimo decreto del Concilio Tridentino, s’impegna con tutte le sue forze e con tutti i mezzi di cui può disporre a tradurre, o per meglio dire a corrompere la sacra Bibbia, volgendola nel volgare di tutte le nazioni. Da ciò deriva un fondato motivo di temere che, come in alcune traduzioni già note, così per altre si debba dire, quale conseguenza di un’interpretazione perversa, che invece del Vangelo di Cristo si trovi il vangelo dell’uomo o, peggio ancora, il vangelo del demonio. – Per allontanare tale flagello, parecchi nostri predecessori pubblicarono delle Costituzioni, e negli ultimi tempi Pio VII, di santa memoria, ha inviato due Brevi, uno ad Ignazio, Arcivescovo di Gnesna, e l’altro a Stanislao, Arcivescovo di Mohilow. In essi si trovano molte testimonianze, accuratamente e sapientemente ricavate dalle divine scritture e dalla tradizione: esse ci mostrano quanto questa sottile invenzione possa nuocere alla fede e alla morale. – Noi pure, Venerabili Fratelli, in forza del Nostro impegno, vi esortiamo a tener lontano con cura il vostro gregge da questi mortali pascoli. Fate conoscere, pregate, insistete a proposito e a sproposito, con pazienza e dottrina, affinché i vostri fedeli, richiamandosi scrupolosamente alle regole della nostra Congregazione dell’Indice, si persuadano che “se si lascia tradurre la Bibbia nella lingua volgare senza permesso, ne risulterà, causa la temerarietà degli uomini, più male che bene”. – L’esperienza dimostra la verità dell’assunto. Sant’Agostino, oltre ad altri Padri, ne dà conferma con queste parole: “Le eresie e certi dogmi perversi che avviluppano le anime e le precipitano nell’abisso nascono in coloro che non comprendono bene le sacre scritture: dopo averle mal capite, sostengono l’errore con temerarietà e arroganza” ). – Ecco, o Venerabili Fratelli, dove è indirizzata questa società, che nulla lascia d’intentato affinché si realizzi l’affermazione dell’empio proposito. Infatti, essa si compiace non solo di stampare le proprie versioni, ma, percorrendo tutte le città, di diffonderle fra la gente. Inoltre, per sedurre le anime dei semplici, talvolta si preoccupa di venderle, talaltra, con perfida liberalità, le distribuisce gratuitamente. – Che, se qualcuno vuole cercare la vera origine di tutti i mali che fin qui abbiamo deplorato, e di altri che per motivi di brevità abbiamo omesso, si convincerà senza dubbio che sia nei primordi della Chiesa, come ora, essa va ricercata nell’ostinato disprezzo dell’autorità della Chiesa: di quella Chiesa che, come insegna San Leone Magno, “per volontà della Provvidenza riconosce Pietro nella Sede Apostolica, e nella persona del Romano Pontefice vede ed onora il suo successore: colui nel quale risiedono la cura di tutti i pastori e la tutela delle pecore loro affidate, e la dignità del quale non viene meno anche se si tratta di un indegno erede” . – “In Pietro, dunque (come afferma in proposito il predetto santo Dottore) la forza di tutti si consolida, e l’aiuto della grazia divina s’indirizza a che la fermezza concessa a Pietro nel nome di Cristo, attraverso Pietro sia trasmessa agli Apostoli”. – È evidente, poi, che questo disprezzo dell’autorità della Chiesa si oppone al comando di Cristo che s’indirizza agli Apostoli, e nelle loro persone ai ministri della Chiesa loro successori: “Chi ascolta voi ascolta me; chi disprezza voi disprezza me” (Lc X, 16). Questo disprezzo si oppone alle parole dell’Apostolo Paolo: “La Chiesa è la colonna e la base della verità” (1Tm III, 15). Agostino, meditando tali indicazioni, disse: “Se qualcuno verrà trovato fuori della Chiesa, sarà escluso dal numero dei suoi figli; né avrà Dio come padre colui che non avrà voluto avere la Chiesa come madre”. – Voi dunque, Venerabili Fratelli, tenete presenti con Agostino, e meditate frequentemente, le parole di Cristo e dell’Apostolo Paolo, in modo che possiate insegnare al popolo a voi affidato quanto sia da rispettare l’autorità della Chiesa voluta direttamente da Dio stesso. Ma voi, Venerabili Fratelli, non perdetevi d’animo. Da ogni parte, lo dichiariamo ancora con Sant’Agostino , mugghiano attorno a noi le acque del diluvio (cioè la molteplicità delle diverse dottrine). Non ci troviamo immersi nel diluvio, ma ne siamo circondati: le sue acque c’incalzano, ma non ci toccano; c’inseguono, ma non ci sommergono. – Pertanto, vi esortiamo nuovamente a non perdervi d’animo. Voi avrete per voi – e Noi certamente confidiamo nel Signore – l’aiuto dei principi terreni, i quali, come lo provano la ragione e la storia, difendendo la propria causa difendono l’autorità della Chiesa. Infatti, non sarà mai possibile che si dia a Cesare ciò che è di Cesare, se non si dà a Dio ciò che è di Dio. Inoltre, per usare le parole di San Leone, i buoni uffici del Nostro ministero saranno per voi tutti. Nelle traversie, nei dubbi, in ogni vostra necessità, ricorrete a questa Sede Apostolica. “Dio, come dice Sant’Agostino , pose la dottrina della verità sulla cattedra dell’unità”. – Infine, Noi vi scongiuriamo per la misericordia del Signore. Aiutateci con i vostri voti e con le preghiere rivolte a Dio affinché lo Spirito della grazia si mantenga in Noi e i vostri giudizi non abbiano incertezze: Colui che vi ha ispirato il piacere dell’unanimità solleciti il dono della pace in comune con Noi, affinché in tutti i giorni della Nostra vita trascorsi al servizio di Dio onnipotente, pronti a prestarvi il nostro appoggio, possiamo con fiducia innalzare al Signore questa preghiera: “Padre santo, conserva nel tuo nome coloro che Tu mi hai affidato”. Quale pegno della Nostra fiducia e del Nostro amore impartiamo di tutto cuore l’Apostolica Benedizione a voi e al vostro gregge.

Dato a Roma, presso Santa Maria Maggiore, il 5 maggio 1824, anno primo del Nostro Pontificato.

SECONDA DOMENICA DI QUARESIMA

Introitus Ps XXIV:6; XXIV:3; XXIV:22

Reminíscere miseratiónum tuarum, Dómine, et misericórdiæ tuæ, quæ a saeculo sunt: ne umquam dominéntur nobis inimíci nostri: líbera nos, Deus Israël, ex ómnibus angústiis nostris. [Ricòrdati, o Signore, della tua compassione e della tua misericordia, che è eterna: mai triònfino su di noi i nostri nemici: líberaci, o Dio di Israele, da tutte le nostre tribolazioni.]

Ps XXIV:1-2

Ad te, Dómine, levávi ánimam meam: Deus meus, in te confído, non erubéscam.

[A te, o Signore, ho levato l’ànima mia, in Te confido, o mio Dio, ch’io non resti confuso.]

Glória Patri, et Fílio, et Spirítui Sancto.

Sicut erat in princípio, et nunc, et semper, et in saecula saeculórum. Amen

Reminíscere miseratiónum tuarum, Dómine, et misericórdiæ tuæ, quæ a saeculo sunt: ne umquam dominéntur nobis inimíci nostri: líbera nos, Deus Israël, ex ómnibus angústiis nostris. [Ricòrdati, o Signore, della tua compassione e della tua misericordia, che è eterna: mai triònfino su di noi i nostri nemici: líberaci, o Dio di Israele, da tutte le nostre tribolazioni.]

Orémus. Deus, qui cónspicis omni nos virtúte destítui: intérius exteriúsque custódi; ut ab ómnibus adversitátibus muniámur In córpore, et a pravis cogitatiónibus mundémur in mente. [O Dio, che ci vedi privi di ogni forza, custodíscici all’interno e all’esterno, affinché siamo líberi da ogni avversità nel corpo e abbiamo mondata la mente da ogni cattivo pensiero.]

Per Dominum nostrum Jesum Christum, Filium tuum: qui tecum vivit et regnat in unitate Spiritus Sancti Deus, per omnia saecula saeculorum.

Amen.

LECTIO

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Thessalonicénses.

1 Thess IV:1-7.

Fratres: Rogámus vos et obsecrámus in Dómino Jesu: ut, quemádmodum accepístis a nobis, quómodo opórteat vos ambuláre et placére Deo, sic et ambulétis, ut abundétis magis. Scitis enim, quæ præcépta déderim vobis Per Dominum Jesum. Hæc est enim volúntas Dei, sanctificátio vestra: ut abstineátis vos a fornicatióne, ut sciat unusquísque vestrum vas suum possidére in sanctificatióne et honóre; non in passióne desidérii, sicut et gentes, quæ ignórant Deum: et ne quis supergrediátur neque circumvéniat in negótio fratrem suum: quóniam vindex est Dóminus de his ómnibus, sicut prædíximus vobis et testificáti sumus. Non enim vocávit nos Deus in immundítiam, sed in sanctificatiónem: in Christo Jesu, Dómino nostro.

[Fratelli: Vi preghiamo e vi supplichiamo nel Signore Gesù, di studiarvi di vivere sempre più in quel modo che apprendeste da noi doversi vivere per piacere a Dio, e come voi già vivete. Voi sapete quali precetti vi abbiamo dati da parte del Signore Gesù: poiché la volontà di Dio è questa: che vi santifichiate, che vi asteniate dalle fornicazioni, che ciascuno di voi sappia procurarsi una moglie che sia sua nella santità e nella onestà, senza abbandonarsi a passioni disordinate come fanno i Gentili che non conoscono Dio. Nessuno usi violenza o frode a danno del fratello negli affari, perché il Signore fa giustizia di tutte queste cose, come vi abbiamo già detto e dichiarato; poiché Iddio non ci ha chiamati all’impurità, ma alla santificazione in Gesù Cristo nostro Signore.]

Deo gratias.

Graduale Ps XXIV:17-18

Tribulatiónes cordis mei dilatátæ sunt: de necessitátibus meis éripe me, Dómine,

[Le tribolazioni del mio cuore sono aumentate: líberami, o Signore, dalle mie angustie.]

Vide humilitátem meam et labórem meum: et dimítte ómnia peccáta mea.

[Guarda alla mia umiliazione e alla mia pena, e perdònami tutti i peccati.]

Tractus Ps CV:1-4

Confitémini Dómino, quóniam bonus: quóniam in saeculum misericórdia ejus. [Lodate il Signore perché è buono: perché eterna è la sua misericordia.]

Quis loquétur poténtias Dómini: audítas fáciet omnes laudes ejus?

[Chi potrà narrare la potenza del Signore: o far sentire tutte le sue lodi?]

Beáti, qui custódiunt judícium et fáciunt justítiam in omni témpore.

[Beati quelli che ossérvano la rettitudine e práticano sempre la giustizia.]

Meménto nostri, Dómine, in beneplácito pópuli tui: vísita nos in salutári tuo. [Ricórdati di noi, o Signore, nella tua benevolenza verso il tuo popolo, vieni a visitarci con la tua salvezza.]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum Matthæum.

Gloria tibi, Domine!

Matt XVII:1-9

“In illo témpore: Assúmpsit Jesus Petrum, et Jacóbum, et Joánnem fratrem eius, et duxit illos in montem excélsum seórsum: et transfigurátus est ante eos. Et resplénduit fácies ejus sicut sol: vestiménta autem ejus facta sunt alba sicut nix. Et ecce, apparuérunt illis Móyses et Elías cum eo loquéntes. Respóndens autem Petrus, dixit ad Jesum: Dómine, bonum est nos hic esse: si vis, faciámus hic tria tabernácula, tibi unum, Móysi unum et Elíæ unum. Adhuc eo loquénte, ecce, nubes lúcida obumbrávit eos. Et ecce vox de nube, dicens: Hic est Fílius meus diléctus, in quo mihi bene complácui: ipsum audíte. Et audiéntes discípuli, cecidérunt in fáciem suam, et timuérunt valde. Et accéssit Jesus, et tétigit eos, dixítque eis: Súrgite, et nolíte timére. Levántes autem óculos suos, néminem vidérunt nisi solum Jesum. Et descendéntibus illis de monte, præcépit eis Jesus, dicens: Némini dixéritis visiónem, donec Fílius hóminis a mórtuis resúrgat.” [In quel tempo: Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni, suo fratello, e li condusse sopra un alto monte, in disparte. E fu trasfigurato in loro presenza: il suo volto brillò come il sole, e le sue vesti divennero càndide come la neve. Ed ecco apparire loro Mosè ed Elia, i quali conversavano con lui. Pietro disse a Gesù: Signore, è bene che noi stiamo qui, se vuoi faremo qui tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia. Mentre egli parlava ancora, una núvola luminosa li circondò, ed una voce dalla núvola disse: Questo è il mio Figlio prediletto, in cui mi sono compiaciuto, ascoltàtelo. E i discépoli, udito ciò, càddero col viso a terra, e fúrono presi da gran timore. Ma Gesù, accostatosi, li toccò e disse: Levàtevi e non temete. Ed essi, alzati gli occhi, vídero Gesù tutto solo. Poi, mentre scendévano dal monte, Gesù diede loro quest’ordine: Non parlate ad alcuno di questa visione finché il Figlio dell’uomo sia resuscitato dai morti.]

Laus tibi, Christe! S. Per Evangelica dicta, deleantur nostra delicta.

Omelia

Omelia della DOMENICA II DI QUARESIMA

[Del canonico G. B. Musso – Seconda edizione napoletana, Vol. I -1851-]

(Vangelo sec. S. Matteo, XVII-1-9)

Tre Croci.

Nell’ascendere su la cima d’un alto monte, si fa seguire il divin Redentore da tre suoi trascelti apostoli, Pietro e i due fratelli Giacomo e Giovanni; e quivi cangiata all’improvviso l’esterior figura, si mostra tutto sfavillante di vivissima luce a par del sole, con le sue vesti candide come l’intatta neve. In quell’istante ecco a lato di Gesù Mose ed Elia. Dalla novità e grandezza di così luminoso spettacolo rapito S. Pietro, “ah! Signore, esclamò, quanto saremmo felici, se qui si stabilisse la nostra dimora, se qui si formassero tre tabernacoli, l’uno per Voi, l’altro per Mose, il terzo per Elia!” Dal testo evangelico non vediamo che qui Gesù rispondesse. Non rispose, interpreta S. Leone (De transfig.), perché era fuor d’ordine il desiderare ciò che avrebbe impedito la morte di Cristo e la salvezza del mondo; e per darci ad intendere, che prima della beatitudine e della gloria, dobbiamo con pazienza e rassegnazione sostenere le tribolazioni di questa misera vita. E perciò nel discendere dal monte, proibì a Pietro e agli altri due di far parola di quanto avevan veduto, sinché egli non fosse risuscitato da morte; quasi dir volesse: “Pietro, tu mi parli di godimenti, ed Io di pene, tu di vita; ed Io di morte, tu di gloria, ed Io di croce. Già più volte da me l’apprendesti, che chi vuol seguirmi conviene che si addossi la croce”. Secondiamo, uditori, le intenzioni e gli avvisi del nostro divin Salvatore, disponiamoci a portare la croce con Lui, se vogliamo entrar nel suo regno. La croce, cristiani miei, si può talvolta cangiare, ma non si può evitare. Bisogna volontariamente portarla con Gesù Cristo o forzatamente col Cireneo. – Per meglio aprirvi tutto il mio pensiero, dal Tabor passiamo al Calvario. Qui invece di tre tabernacoli sono piantate tre croci. Da una pende un innocente, dall’altra un reo ravveduto, dalla terza un reo disperato. Il primo è Gesù agnello senza macchia, il secondo è Disma il buon ladrone, il pessimo ladro è il terzo. – Possiamo dunque chiamar l’una la croce dell’innocenza, l’altra la croce della penitenza, la terza la croce della riprovazione. Fedeli miei, siamo innocenti? Sarà per noi la croce di Cristo. Siam penitenti? Per noi sarà quella di Disma! Siamo ostinati? Sarà quella del reprobo ladro. Una di queste croci dobbiamo necessariamente soffrire; vediamo qual torni meglio abbracciare. – I. Anche l’innocenza dunque ha la sua croce? Così è. Uno sguardo a Gesù. Qual prova maggiore ? Egli “sanctus, innocens, impollutus; segregatus a peccatori bus” (ad. Hebr. VII, 26), porta la croce e muore sulla croce. Uno sguardo agli amici suoi. Questi, per esser tali, bevettero tutti di quel calice amaro, che Egli assorbì fino all’ultima feccia. Basti per tutti il Battista suo precursore. Egli santificato prima di nascere; preconizzato dalla bocca di Cristo medesimo pel maggiore fra i santi, esce ancor bambinello dalla paterna casa e si avvia al deserto; qui mal coperto di pelli di ariete e di cammello, esposto al rigore delle stagioni, si pasce di miele selvaggio e di vili locuste. Fatto adulto predica in riva al Giordano, pallido e smunto, la penitenza, e finalmente chiude i suoi giorni nella prigione di Macheronte decapitato all’istanza di una saltatrice: grande Iddio! si tratta dunque così il fior dell’innocenza? Mi chiedete il perché? Domando a voi perché l’oro, fra i metalli il più prezioso, viene posto in seno di ardente fornace? Non è per affinarlo, per renderlo più lucente e più puro? Per simil guisa pratica Iddio coi suoi eletti; col fuoco delle tribolazioni purifica le loro virtù, accresce splendore alla loro santità: “Tamquam aurum in fornace probavit illos” (Sap. VIII, 6). – Rammentate qui quei bambini innocenti trucidati dal crudelissimo Erode in Betlemme e nei suoi contorni e ditemi se tutti: fossero venuti a florida, o matura età, si sarebbero tutti salvati? Io ne dubito. Sarebbero tutti santi? Non è probabile. Sarebbero tutti venerati sugli altari? Non è credibile. La spada dunque, la spada del tiranno non poteva fare ad essi vantaggio maggiore. Il taglio di quella staccò la palma che strinsero di primizie dei martiri, il sangue che sparsero tinse purpurei i candidi fiori di loro innocenza. Un momento di pena fu compensato con un gaudio eterno. – Tal’è la provvida sapiente condotta del nostro buon Dio verso de’ suoi più cari. Così si espresse al giusto Tobia, divenuto cieco, l’Arcangelo Raffaele, “Tobia perché tu eri accetto e caro a Dio, fu necessario che la pena, che la tribolazione di tua cecità, ti mettesse alla prova. Tu eri una gemma preziosa, ma era espediente che l’afflizione dell’infelice tuo stato, come una ruvida pietra mordace, ti togliesse d’intorno ogni scaglia per renderti più luminoso e pregevole. “Quia acceptus eras Deo, necesse fuit ut tentatio pròbaret te” (Ibid.) – II. Ora se gli innocenti non sono dispensati dalle tribolazioni e dalla croce, che dovrà dirsi dei peccatori? Ancor questi per più forti ragioni devono portarla, e buon per essi se la sapranno portare a loro profitto. Peccatori tribolati, udite bene, o voi siete fuor di casa del Padre celeste, battete la via della perdizione, e vi trattenete in paesi stranieri lontani da Dio come il figliuol prodigo, o sulle orme dello stesso, per la strada della penitenza, siete rientrati in casa del vostro buon genitore. Se vi trovate ancor fuor di casa, sappiate che la tribolazione è per voi una sferza per farvi deviare del cattivo sentiero, una spinta che Dio vi dà, perché a Lui facciate ritorno. Se il mentovato prodigo figlio avesse sempre avuto onde pascere le sua dissolutezze, dimentico affatto del padre abbandonato, mai più gli sarebbe caduto in pensiero di tornare a lui ravveduto e pentito. Allora sì che se il ricordò, quando, dissipate tutte le sue sostanze, si trovò mal coperto da luridi cenci, ridotto per la fame all’abbietto mestiere di pascere i porci. La tribolazione gli aprì gli occhi, la tribolazione lo fece risolvere a cercare nell’ottimo padre il rimedio all’estrema sua infelicità. Peccatori tribolati, Iddio permette le angustie della vostra povertà, la vessazione di quella lite, la persecuzione di quell’emolo, quella malattia, quella perdita, quella disgrazia, acciò colpiti dalla tribolazione abbandoniate il peccato, origine de’ vostri guai, e vi risolviate ad uscirne con condurvi ai piedi del Vostro padre, ch’è il Dio di ogni consolazione. Ed Egli intanto vi sta aspettando a braccia stese, e a seno aperto. – “Ma noi, voi rispondete, siam tornati addietro dalla via d’iniquità e, come ci giova sperare, siamo stati accolti in casa del nostro buon Padre, e rimessi nella sua grazia; e pure la croce sempre ci aggrava, la tribolazione ci sta sempre ai fianchi.” Sapete perché? Perché non usciate più dal luogo ove tornaste, perché più non mettiate piede fuor della soglia paterna. – Fa Iddio con voi, come fece Giuseppe viceré dell’Egitto col suo diletto fratello Beniamino. Non voleva Giuseppe che Beniamino partisse dagli occhi suoi, lo voleva seco nel suo palazzo: temeva che partendo non gli avvenisse qualche infortunio, come già avvenne a lui medesimo, quando fu spogliato e venduto da quegli stessi comuni fratelli. Ma come trattenerlo se i suoi fratelli non volevano partire senza di lui? Si appigliò ad uno strano espediente, che gli servisse di pretesto, onde riuscir nell’intento. Fece nascondere nel sacco di Beniamino la sua coppa di argento; indi arrestato dalle guardie, e trovato il corpo dell’apparente delitto, lo volle presso di sé custodito. Fu questo un industrioso tratto di benevolenza sotto l’aspetto di severità: amò meglio contristarlo per un momento, che esporlo a pericolo permettendo la sua partenza. La stessa condotta tiene con voi, peccatori ravveduti e tribolati, il celeste Padre. Ei vi accolse in sua casa, tornaste in sua grazia. Se le cose per voi corressero sempre prospere, se tutto andasse a seconda del vostro genio, chi sa che non ricalcitraste, che non volgeste le spalle a Dio un’altra volta? Perché tanto mal non vi avvenga si serve Iddio della tribolazione, come di una catena, catena che vi stringe è vero, ma catena d’oro, che con tanto vostro vantaggio a Lui vi lega. Si serve della croce che vi pesa come di una barriera per attraversarsi ai vostri passi, per impedirvi una sconsigliata partenza. – Abbracciatevi dunque, penitenti fratelli, a questa croce, stringetevi a questa con umile rassegnazione, baciatela con fede e con amore. Essa sarà la tavola che vi libererà dal naufragio nel mar tempestoso di questo secolo pervertito, sarà la spada per atterrare i vostri nemici, lo stendardo della vostra vittoria, la chiave che vi aprirà le porte del cielo. – III. Non vi arrendete alle mie esortazioni, il solo nome di croce vi conturba, non volete portarla con rassegnazione e pazienza? E bene mi resta a dirvi che la porterete per forza. – La croce dell’innocenza, voi dite, non essere adattata a chi non è più innocente. La croce della penitenza non volete abbracciarla; più non vi resta che la croce della riprovazione. Osserva un antico scrittore, che la croce di Cristo stesa a terra presagiva con i quattro suoi capi, che nelle quattro parti del mondo doveva essere predicata e piantata. Può indicare altresì non esservi parte del mondo, non paese, non famiglia, non persona, che non abbia la sua croce. – Posta dunque l’indispensabile necessità della croce, a quale delle tre già indicate tornerà meglio stendere le braccia? Rifiutate le due prime, dovremo nostro mal grado soffrire la terza del ladro reprobo e disperato. Mossi a pietà di questo reo inasprito, intollerante nei suoi tormenti, accostiamoci ai piedi della sua croce e prendiamo a dirgli così: “Infelice, in mezzo ai tuoi affanni dà luogo alla ragione, alla fede, alla verità, e al male del corpo non aggiungere quello dell’anima. Tu ti divincoli su quel legno come una serpe schiacciata da dura pietra, tu bestemmi, tu ti disperi, ma con che pro? Mira il compagno del tuo supplizio. Ei si è rivolto a Gesù con cuor contrito, con animo rassegnato, e ne ha ottenuto parola di perdono e promessa di Paradiso. Se temi in Gesù il tuo giudice, abbassa gli occhi, ed osserva Maria sua Madre trafitta dal dolore, a Lei manda una preghiera, un sospiro. Essa è de’ peccatori il rifugio, essa . .”, ma ei non mi ascolta, si dibatte, s’infuria e rinnova le sue bestemmie. Miserabile, se l’intolleranza, se la bestemmia addolcisce le tue pene, vorrei compatirti; ma tu te le accresci, e ti avvicini frattanto alle porte della morte e dell’inferno. Scuotiti omai, forsennato, ecco i soldati che vengono a rompere a te, e al tuo compagno le gambe, più poco ti resta di vita. Oimè il sole si eclissa, trema la terra, le pietre si spezzano, e tu sempre inflessibile, sempre ostinato. Così è. La croce stessa, dice l’Angelico, che fu al buon ladro una scala pel cielo, per questo disperato fu un precipizio per l’inferno. – Oh quanti cristiani si assomigliano a questo ladro infelice! Stretti dalle miserie, feriti dalle ingiurie, oppressi dalle calunnie, inchiodati in un letto di affanni per lunga e penosa infermità, invece di ricorrere al Padre delle misericordie, e confessarsi meritevoli di quel castigo, “nos quìdem iuste digna factis recipimus” (Luc. XXIII, 41), vomitano maledizioni e bestemmie contro la divina provvidenza, sfogano l’odio d’un cuore irritato e maligno contro i veri o supposti autori dei loro guai, e come cani rabbiosi mordono la pietra che li ferì. Anime tribolate, se cessato alquanto il bollore delle vostre smanie, potete ammettere qualche ragionevole riflessione, uditemi pazientemente. Lo sfogo della bestiale vostra indignazione, l’ira che v’infiamma, la disperazione che vi domina risana il vostro morbo, mitiga il vostro dolore, provvede alla vostra indigenza, dissipa la calunnia, tronca la persecuzione, in una parola, rimedia ai vostri mali, risarcisce le vostre perdite, compensa le vostre disgrazie? S’è così, “humanum dico”, vorrei in qualche modo compatire l’inferma natura, la debole umanità; ma se per lo contrario inasprite le vostre piaghe, e come un rospo sotto la sferza raddoppiate il veleno, se ne soffre la vostra sanità, ne peggiorate in ogni modo la deplorabile vostra condizione, fate senno per carità, lasciate d’esser nemici di voi medesimi, vi faccia orrore la disperata morte del cattivo ladro, vi muova l’esempio del buono, acciò la vostra croce, come già vi accennai con s. Tommaso, vi sia di scala al paradiso, non di precipizio all’ inferno. Non vi muovono le mie parole? Non vi fa colpo quanto finora per vostro bene vi venni dicendo? Cesserò di molestarvi. Mi volgerò invece a Gesù Crocifisso, e “Signore, gli dirò, Signore e Redentor nostro amorosissimo, Voi diceste che quando sarete esaltato da terra attirerete a Voi ogni cosa; traete dunque i nostri cuori a Voi. Che mala sorte sarebbe la nostra, vivere tribolati e morir disperati? Eh no, da questo istante, rassegnati alla vostra volontà, risolviamo di sopportare in pace le tribolazioni inevitabili in questa valle di pianto. Impareremo da Voi, vittima innocente, sacrificata pei nostri delitti su questo legno, impareremo dal penitente ladrone a soffrir con pazienza e con merito le pene dovute alle nostre colpe. Dietro le vostre orme porteremo in vita la nostra croce; colla dolce speranza di spirare in morte abbracciati alla croce vostra. 

Credo …

Offertorium V. Dóminus vobíscum.

Et cum spíritu tuo.

Orémus Ps CXVIII:47; CXVIII:48

Meditábor in mandátis tuis, quæ diléxi valde: et levábo manus meas ad mandáta tua, quæ diléxi. [Mediterò i tuoi precetti che ho amato tanto: e metterò mano ai tuoi comandamenti, che ho amato.]

Secreta Sacrifíciis præséntibus, Dómine, quaesumus, inténde placátus: ut et devotióni nostræ profíciant et salúti. [Guarda, o Signore, con occhio placato, al presente sacrificio, affinché giovi alla nostra devozione e salute.]

Per Dominum nostrum Jesum Christum, Filium tuum: qui tecum vivit et regnat in unitate Spiritus Sancti Deus, per omnia saecula sæculorum. – Amen.

Communio Ps V:2-4 – Intéllege clamórem meum: inténde voci oratiónis meæ, Rex meus et Deus meus: quóniam ad te orábo, Dómine. [Ascolta il mio grido: porgi l’orecchio alla voce della mia orazione, o mio Re e mio Dio: poiché a Te rivolgo la mia preghiera, o Signore.]

Postcommunio S. Dóminus vobíscum. R. Et cum spíritu tuo. Orémus. Súpplices te rogámus, omnípotens Deus: ut quos tuis réficis sacraméntis, tibi etiam plácitis móribus dignánter deservíre concédas. [Súpplici Ti preghiamo, o Dio onnipotente: affinché, a quelli che Tu ristori coi tuoi sacramenti, conceda anche di servirti con una condotta a Te gradita.] Per Dominum nostrum Jesum Christum, Filium tuum: qui tecum vivit et regnat in unitate Spiritus Sancti Deus, per omnia saecula saeculorum. R. Amen.

 

LA PASSIONE DI GESU’ CRISTO

In questi venerdì di quaresima, si ricordano gli strumenti della Passione di Cristo e le sue ferite: 1° venerdì: La corona; 2° venerdì: i chiodi e la lancia; 3° venerdì: il sacro lenzuolo, 4° venerdì: le piaghe di Gesù-Cristo; 5° venerdì: il suo Preziosissimo sangue. Oggi ci occuperemo della Santa Croce e degli Strumenti della Passione.

DEVOZIONE ALLA SANTA CROCE

ISTRUZIONE.

La storia dell’Invenzione e dell’Esaltazione della S. Croce su cui, per opera di Gesù Cristo, fu compita la redenzione di tutto il genere umano, è troppo interessante per essere passata sotto silenzio. Facciamone dunque qualche cenno.

Invenzione della Santa Croce.

Costantino, detto il grande, figlio di Costanzo Cloro e di S. Elena, dopo essere stato presente alla morte del proprio padre nella Gran Bretagna, fu dichiarato imperatore in suo luogo, il giorno 25 luglio 306. Investito della suprema autorità, cominció a regnare nell’Inghilterra, nelle Gallie e nella Spagna, ch’erano ì paesi dominati da Costanzo, quando da Diocleziano fu associato all’Impero. Ma dopo qualche anno, sentendo che Massenzio in Roma cercava di usurpargli il trono, mosse dal Reno contro di lui, e sapendo che il suo nemico era assai maggiore di forza, dacché non aveva meno di duecentomila uomini, chiama in soccorso il Dio dei Cristiani, pei quali aveva gran propensione. La sua speranza non lo tradì, che anzi, il giorno innanzi alla battaglia, trovandosi alle porte di Roma qualche ora dopo il mezzogiorno, a vista di tutto il suo esercito, non che di lui che ne era a capo, apparve nel cielo una Croce, più luminosa del sole, e intorno alla quale si leggevano queste parole — Con questa bandiera tu vincerai. — “In hoc Signo vinces”. La notte seguente Gesù Cristo gli apparve in sogno, e mostrandogli di nuovo la Croce apparsa nel cielo il giorno avanti, gli comandò di farne subito costruire una in tutto simile a quella che gli era mostrata, e di usarla come stendardo di guerra, che avrebbe certissima la vittoria. Appena svegliato l’imperatore, diede gli ordini opportuni per fare questa nuova bandiera tanto famosa sotto il nome di Labaro, la quale consisteva in una lunga picca tutta coperta di oro traversata in alto da un altro legno che formava una Croce dalle cui braccia pendeva un velo tessuto d’oro, e di pietre preziose. Al sommo della Croce brillava una ricca corona d’oro, nel cui mezzo stavano le lettere greche indicanti il nome di Cristo. Con questa nuova bandiera che veniva portata dai veterani più distinti per valore e per pietà, si avanzò Costantino verso Massenzio, e al Ponte Mìlvio, detto ora il Ponte Molle, lo sconfisse per modo che il tiranno preso la fuga e si annegò nel Tevere il 28 Ottobre del 312. Questa è quella grande vittoria che determinò Costantino a dichiarare la Religione Cristiana libera in tutto l’impero; il che fece con formale decreto sottoscritto in Milano nell’anno 313; tanto più che, vinto Massenzio, trionfò anche di Licinio Imperator d’Oriente persecutore fierissimo del Cristianesimo, e cosi divenne egli solo padrone del mondo conosciuto a quei tempi. Pochi sono i fatti che abbiano tante prove quante ne vanta l’apparizione della Croce a Costantino. – Eusebio ci assicura d’averlo sentito dalla bocca stessa dell’Imperatore. Lattanzio che scrisse prima di Eusebio ne parla come di fatto innegabile: cosi fan pure Filistorgio nei suoi frammenti, Socrate e Sozomeno nelle loro storie, nonché Gelasio di Cizico negli Atti di s. Artemio martirizzato sotto Giuliano, oltre l’essere attestato da infinite iscrizioni e medaglie che si riferiscono a quell’ epoca, non che dalla statua che il Senato fece erigere a Costantino, nelle cui mani fu posta come strumento di sua vittoria, la Croce. – Risoluto Costantino di far trionfare la Croce in tutte le parti del suo impero, comandò prima di tutto di abbattere quei tempii profani che l’imperatore Adriano aveva fatto innalzare sopra del Santo Sepolcro, dopo di averlo riempito di terra e nascosto alla vista comune con un pavimento di pietra. Datone l’ordine a Draciliano governatore di Palestina e partecipatene la notizia a s. Macario vesc. di Gerusalemme, Elena, madre dell’Imperatore, quantunque fosse già sugli 80 anni, volle prendere personalmente la direzione, e pose ogni suo studio nel ricercare la santa Croce. Dopo un lungo scavare, si giunse a scoprire il Sepolcro, e in sua vicinanza tre croci della stessa grandezza e della stessa forma, per cui non si poteva distinguere quale fosse quella del Salvatore, tanto più che il titolo ordinato da Pilato, e portante le parole “Gesù Nazareno Re de’ Giudei”, era confuso tra ì vari legni. – Nell’impossibilità di ben conoscere quale delle tre croci fosse quella che si cercava, s. Macario suggerì all’imperatrice portarle tutte e tre alla casa di una gentildonna che era moribonda. Fatta una fervida preghiera, e portate le croci alla casa della ammalata, si provò a toccarla con esse; ma mentre nessun effetto si ebbe dalle due prime, al tocco della terza l’ammalata si vide perfettamente guarita. Alcuni altri riferiscono che la Santa Croce sia stata riconosciuta per la istantanea risurrezione di un morto che sopra di essa fu steso, mentre niente era avvenuto applicandolo alle altre due croci! – Riconosciuta la vera Croce, si fondò una Chiesa nel luogo in cui fu trovata, ed ivi la si depose in una grande custodia di sommo valore. Una porzione però fu da s. Elena mandata al suo figlio in Costantinopoli, ed un’altra fu spedita alla Chiesa da lei fondata in Roma e che ora si conosce sotto il nome di Santa Croce di Gerusalemme, alla quale regalò anche il titolo della croce, che venne posto al sommo di un’arcata ove fu trovato nel 1492 chiuso in una cassetta di piombo. – Costantino per ispirare a tutto il mondo gran rispetto alla Croce, comandò che in tutta l’estensione dei suoi domini non si adoperasse mai più la croce per supplizio dei malfattori, il che fu praticato in progresso da tutti ì suoi antecessori. – La parte più considerabile della Croce fu fatta chiudere da s. Elena m un astuccio d’argento, e lasciata a Gerusalemme sotto la custodia del vescovo S. Macario [di cui oggi 10 marzo festeggiamo la memoria –ndr.-] che la depose nella magnifica chiesa costrutta sul santo Sepolcro. – Da tutte le parti concorsero sempre i fedeli a venerare sì gran Reliquia, ed è pur rimarcabile il fatto che da s. Paolino è riferito nella sua lettera a Severo, cioè che per quanti pezzetti ne fossero staccati, dessa non veniva mai a scemarsi, producendosi a misura che veniva tagliata come fosse 1egno ancor vivo. S, Cirillo di Gerusalemme, che viveva 25 anni dopo la Invenzione della santa Croce, protesta che dopo essersene distribuiti tanti pezzetti da trovarsene in ogni parte del mondo, la Croce era ancora della stessa grandezza, e grossezza, come non fosse mai stata toccata da alcuno, e paragonava questo fatto ai pani moltiplicati nel deserto per satollare 5 mila persone.

ESALTAZIÓNE DELLA SANTA CUOCE.

Come l’apparizione della Croce a Costantino, e la scoperta del sacro legno fatta da s. Elena diede occasione alla festa dell’invenzione della S, Croce, che però, al dir del Baronio, non si rese universale che nel 720, così il riacquisto di sì santo strumento, fatto da Eraclio, diede nuovo lustro alla festa della Esaltazione, che già si celebrava dai Greci e dai latini nel sesto secolo, e anche nel quinto. Cosroe II, re di Persia, sotto pretesto di vendicare l’imperatore Maurizio trucidato da Foca, si mosse con grande esercito contro quest’ultimo, e in poco tempo si impadronì della Siria e della Palestina, mettendo a fuoco ed a sangue tutto l’Oriente. – Eraclio figliuolo del governatore dell’Africa, animato dai voti del popolo che stanco della tirannide di Foca, lo proclamava imperatore, approda con un’armata navale a Costantinopoli, ove sconfisse le truppe nemiche, e, impadronitosi del tiranno, gli fece troncare la testa. Non ottenne appena questa vittoria, che cercò di fare la pace con Cosroe, affinché, senza spargere altro sangue, si ritirasse nei proprii stati, cioè nel regno di Persia. Cosroe, superbo delle prime conquiste, rifiutò ogni condizione, fece nuove scorrerie, strinse d’ asilo Gerusalemme, e presala nell’anno 625, portò seco nella Persia, coi principali della città e il vescovo Zaccaria, i più preziosi tesori che vi poté trovare, e fra questi la vera Croce su cui era morto il Salvatore. Allora Eraclio risolvette di farla finita; e, confidando nella protezione del cielo, parti colle sue truppe per la Persia. La sua marcia fu un continuo trionfo, e sconfitti tutti i Persiani che d’allora in poi non riacquistarono mai più il loro primitivo splendore, costrinse alla fuga il loro Re, che fu poi fatto morire dal proprio figlio Siroe, com’egli a colpi di bastone aveva fatto morire il proprio padre Ormisda. – Debellati così tutti i nemici, Eraclio cedette alle istanze di Siroe che domandava la pace; e la prima condizione che gli impose fu quella di restituire tutto quello che Cosroe avea rubato in Palestina, e specialmente la Santa Croce. Fu allora che questa nel 628, fu portata trionfalmente, fra le acclamazioni e gli ossequi di tutto il popolo a Costantinopoli. L’anno seguente l’imperatore si imbarcò per portarla in Gerusalemme. E giuntovi felicemente, la volle portare egli stesso nei tempio fabbricato da Costantino sopra’il Calvario. Ma arrivato alla porta che serve di introduzione al sacro monte, si sentì impediti i suoi passi da una forza invisibile e irresistibile. Allora il patriarca Zaccaria, che lo accompagnava, lo avvisò che ciò proveniva dall’essere egli vestito pomposamente, e quindi in modo non proprio per imitar Gesù Cristo nel portare la croce. – Depose subito l’imperatore le regie insegne; si vestì di abito penitenziale, e trovò di poter procedere liberamente, come procedette difatti al compimento dei propri voti. E cosi la santa Croce fu nel 629 riposta per mano di Eraclio in quel luogo medesimo da cui 14 anni prima era stata rubata da Cosroe. Siccome ciò avvenne nel 14 Settembre, in cui molti eran già soliti festeggiare la Santa Croce, cosi fu universalmente stabilita in tal giorno la solennità della sua Esaltazione.

DEGLI ALTRI STRUMENTI DELLA PASSIONE.

Veduto quello che diede origine alle due feste della Santa Croce, tornerà molto caro il conoscere che cosa avvenne degli altri strumenti della Passione, che furono da s. Elèna trovati nel luogo medesimo della Croce, essendo antico costume di seppellire presso il tumulo dei giustiziati tutti gli strumenti che avean servito al loro supplizio.

I SANTI CHIODI.

Presso la Croce del Redentore s. Elena trovò ì Chiodi che avevan servito alla sua crocifissione. Né durò fatica a riconoscerli, perché, a differenza degli altri, che erano tutti coperti di ruggine, questi conservavano ancora la primitiva lucidezza. In quanto al numero, è insegnamento di s. Gregorio di Tours, seguito dal papa Innocenzo III che fossero quattro i Chiodi che erano stati a contatto colle mani e coi piedi del Redentore, senza parlare di quello che aveva servito pel titolo o cartello, che stava al sommo della croce, e di altri che si rendevano indispensabili per connettere al legno diritto il legno trasversale. Dei quattro Chiodi che penetrarono nelle carni divine del Redentore, uno fu da s. Elena calato riverentemente nel mare Adriatico per calmare una tempesta violentissima che minacciava la di lei vita, per render più sicuro quel golfo che per la sua voracità si chiamava la voragine dei naviganti. Acquietatosi il mare a quel contatto s. Elena regalò quel chiodo alla chiesa di Treveri, di cui era allora arcivescovo s. Agrizio. Gli altri tre furono mandati a Costantino, il quale se ne servì per garantire da ogni sinistro la propria persona, mettendone uno nel suo diadema più ricco, ossia l’elmo di parata, e collocando gli altri due nella briglia e nel morso del suo cavallo, onde gli servissero di scudo impenetrabile fra ì tanti pericoli delle battaglie. Questi chiodi si conservarono in Costantinopoli fino all’epoca dell’imperatore Giustiniano, imperocché si sa che il pontefice s. Vigilio, che si trovava in quella città per la famosa condanna dei tre Capitoli nel 555 giurò per la virtù dei santi Chiodi e del santo freno che ivi si conservava. Nell’anno poi 586, dall’imperatore Costantino Tiberio, furono regalati a s. Gregorio Magno, nell’occasione che ritornava a Roma, dopo aver sostenuto presso la corte di Costantinopoli l’impegno di Apocrisario, ossia legato del Papa, che era s. Agapito. Fu allora che il Santo Chiodo, già allogato nel diadema di Costantino, fu dato in dono alla basilica della Santa Croce m Roma, un altro venne donato alla chiesa di s. Giovanni in Monza, ove fu poscia incastrato nella parte interiore della celebre Corona Ferrea, che serve anche attualmente per l’incoronazione dei Re. Quello inserito da Costantino nel freno de! suo cavallo fu regalato alla Metropolitana di Milano, ove si conserva tuttora in una specie di magnifica cappella costruita nella parte superiore della volta del coro. – Non deve poi far meraviglia che molte altre chiese si vantino di possedere sì preziosa reliquia, dacché per soddisfare alla pietà dei fedeli desiderosi di tanto tesoro, si sa che fu limato uno dei veri chiodi, specialmente quello che era a Roma, e che appunto per questo ora non ha più punta. E questa limatura si è rinchiusa in altri Chiodi fatti alla foggia dei veri, e così si sono in certa guisa moltiplicati. Si e pur trovato altro modo di farne molti, col mettere a contatto del chiodo vero, degli altri appositamente preparati a sua somiglianza. S. Carlo Borromeo, cosi scrupoloso in fatto di Reliquie aveva molti Chiodi fatti a somiglianza di quello che si venera in Milano, e, dopo averli ad esso accostati li distribuiva ai distinti personaggi che voleva regalare; ed uno di questi fu da lui donato qual reliquia preziosa a Filippo II Re delle Spagne. Di una somigliante devozione si trovano le tracce nei secoli i più remoti. S. Gregorio Magno, ed altri papi, diedero, come grande reliquia, un po’ di limatura delle catene di s. Pietro, che poi mettevasi in altre catene fatte a somiglianza di quelle. Nelle opere del P. Onorato di s. Maria, che è uno dei critici più giudiziosi, si legge un fatto che conferma quanto si è detto, ed è un miracolo autentico operatosi per mezzo di un taffetà fatto a somiglianza del cuore della gran vergine santa Teresa.

LA SANTA LANCIA.

Trovata da s. Elena, cogli altri strumenti della Passione di Cristo, la lancia che gli aperse il costato, fu posta nella debita venerazione. Ma in progresso di tempo, temendosi l’invasione dei Saraceni, fu segretamente sotterrata in Antiochia, ove fu trovata nel 1098, nella cui occasione accaddero molti miracoli. Allora da Antiochia fu trasportata a Gerusalemme, e di lì a poco a Costantinopoli. L’imperatore Balduino II ne mandò la punta alla Repubblica di Venezia in pegno d’una somma di danaro che dessa gli aveva prestato. S. Luigi Re di Francia pagò ai Veneti la somma per cui era impegnata quella reliquia, e la fece trasportare a Parigi, ov’è custodita nella Santa Cappella. Il rimanente della Lancia rimase a Costantinopoli anche dopo che i Turchi se ne furono impadroniti. – Nel 1492, il Sultano Bajazette, per mezzo di un suo ambasciatore, la mandò in regalo al Papa Innocenzo XII, rinchiusa in una ricchissima custodia, facendogli dire nel tempo stesso che la punta della sacra Lancia era in mano del Re di Francia.

LA SANTA SPUGNA.

Quando Cosroe spogliò delle cose le più preziose la chiesa del santo Sepolcro in Gerusalemme, il patrizio Niceta, per mezzo di un amico di Sarbazara, Generale dei Persiani, giunse a sottrarre alla nemica invasione la santa Spugna cui fu presentato l’aceto al Salvator Crocifisso, non che la Lancia che gli aveva ferito il Costato. – Queste due reliquie furono mandate a Costantinopoli, e depositate nella cattedrale, la santa Spugna al 14 Settembre dello stesso anno 628 , e la santa Lancia al 20 ottobre: e ciascuna esposta per due giorni alla venerazione dei Fedeli. La santa Spugna che da Balduino II fu consegnata colla punta della Lancia ai Veneziani, per pegno del prestito che gli aveva fatto, fu di là trasportata da s. Luigi nella santa Cappella in Parigi, onde poi fu mandata a Roma, ove si conserva ancora nella chiesa di san Giovanni Laterano, e si vede ancora tinta di rosso sanguigno.

LA SANTA CORONA.

L’imperatore Balduino II vedendo che la città di Costantinopoli stava per cader nelle mani dei Saraceni e dei Greci, donò la corona di spine a s. Luigi suo parente, per ricompensarlo di tanti sacrifici che aveva fatti per la difesa dell’impero d’Oriente e della Palestina. S. Luigi fu gratissimo a quesdono che gli venne per la via di Venezia; i n segno di rinoscenza, pagò spontaneamente un grosso prestito che l’impero aveva contratto colla Repubblica. Questo prezioso tesoro, rinchiuso in una cassetta suggellata, fu da Venezia portato in Francia da Religiosi specchiatissimi per santità. S. Luigi gli andò incontro 14 miglia di là di Sens, col corteggio della madre, dei fratelli, dei primi principi, e dei primi Prelati: ed egli stesso con Roberto d’Artois, suo secondo fratello, camminando a piedi nudi, volle portare la santa Corona nella cattedrale di Sens, donde poi con gran solennità, fu trasportata a Parigi, e deposta in una cappella magnifica espressamente per lei fabbricata, ed officiata da un apposito Capitolo, e questa è quella che si chiama la Santa Cappella. – Dalla santa Corona si sono staccate alcune spine per farne dono ad altre chiese: ma se ne sono anche fatte molte ad imitazione delle vere, e, come si è detto dei Chiodi, col contatto delle vere Spine che sono quasi tutte lunghissime, si resero venerabili tutte le altre che furono fatte in progresso a loro somiglianza.

LA SANTA COLONNA.

La colonna a cui fu legato Gesù Cristo quando fu sottoposto alla flagellazione, per testimonianza dei due SS. Gregorio, il Nazianzeno ed il Turonese, non che di s. Prudenzio e s. Girolamo, fu religiosamente custodita in Gerusalemme insieme alle altre reliquie della Passione. Ma, per opera del cardinale Giovanni Colonna, legato del papa Onorio II, in oriente, fu trasportata a Roma nell’anno 1221, e collocata in una piccola Cappella della chiesa di santa Prassede, ove si vede tuttora a traverso di una grata di ferro. Essa è di marmo grigio, lunga un piede e mezzo; nella base ha un piede di diametro, ma nella parte superiore non ha che otto pollici. Vi si vede ancora un anello di ferro, che è quello a cui s’attaccavano i colpevoli. Alcuni credono che questa non sia che una parte della Colonna che servì alla Passione di Cristo, ma siccome non si vede alcuna frattura, cosi si ritiene che sia intera.

IL SANTO SEPOLCRO

Era costume fra gli Ebrei di seppellire i loro morti non in una fossa di terra, ma bensì i n un sasso scavato a modo di piccola stanza che veniva nell’estrema sua parte coperta con una grossa Lastra di pietra. Di tal natura fu pure il sepolcro già preparato sul monte Calvario per un grande della Giudea, qual era Giuseppe d’Arimatea, e che da lui fu ceduto al Nazareno fatto cadavere perché avesse una sepoltura possibilmente conveniente alla sua dignità. Questo luogo santificato dalla dimora che vi fece per circa tre giorni Gesù Cristo defunto, e reso gloriosissimo per i miracoli che accompagnarono la sua Risurrezione, non poteva non divenire un oggetto di somma venerazione per i Cristiani. Presa però dall’Imperatore Tito nell’anno 70, cioè 37 anni dopo la morte di Cristo, la città di Gerusalemme, fu ridotta, secondo la profezia evangelica, a un mucchio di rovine. Più tardi, cioè nel 134 sotto l’imperatore Adriano ne furono cacciati tutti i giudei che l’avevan in gran parte rifabbricata, e la città fu rovinata in modo da divenire inabitabile. Tre anni dopo, lo stesso Principe la fece ricostruire sotto il nome di Elia Capitolina, e, per cancellarvi ogni traccia di Cristianesimo, fece collocare la statua di Venere sul Calvario nel luogo preciso della Crocifissione del Nazareno, e la statua di Giove sul suo sepolcro. Finalmente nell’anno 327, dopo che Costantino ebbe abbracciato il Cristianesimo, l’imperatrice Elena sua madre vi fece abbattere ogni avanzo di idolatria, vi cercò e vi trovò la vera croce ove erasi consumato il sacrificio della nostra salute, poi fece innalzare una bellissima chiesa sul Sepolcro ov’era stato deposto il divin Redentore. Questa chiesa, che è coperta da una gran cupola, e unita ad altre due chiese anch’esse coperte di cupole di minor mole, forma con esse un solo tempio, la cui gran nave è illuminata dalla maggior cupola che si innalza sopra del santo Sepolcro. – Ben tosto quel luogo fu frequentato dai Cristiani che vi andavano in pellegrinaggio da tutte le parti del mondo. S. Geronimo nella lettera a s. Paola dice che questa santa vedova era entrata nel s. Sepolcro, baciandone per rispetto la terra. E S. Agostino (De Civit. Dei, c, 22, c, 8) racconta che fedeli ne raccoglievano la polvere, e la conservavano come preziosissima, operandosi con essa molti miracoli. La vista del santo Sepolcro venne in seguito disturbata dai Saraceni che, impadronitisi della Palestina nell’anno 639, vessavano orribilmente i Cristiani che vi si portavano in pellegrinaggio. Queste vessazioni sdegnarono per modo le nazioni cristiane, che si risolvette di farla finita con quei barbari persecutori degli Innocenti. Quindi i Principi d’Europa, capitanati dal francese Goffredo di Buglione, incominciarono quelle famose spedizioni di truppe Cristiane in Asia che si celebrarono sotto il nome di Crociate, perché in tal circostanza tutti i soldati portavano per distintivo una croce rossa sul petto. Per l’opera di questi valorosi, Gerusalemme fu riconquistata dai Cristiani l’anno 1099, ma sgraziatamente questo dominio non durò che 88 anni, in capo ai quali, cioè nel 1187, Gerusalemme con tutta la Terra Santa, cadde in potere di Saladino sultano di Egitto e di Siria, i cui successori la tennero sino al 1517 in cui furono soggiogati dai Turchi, che sono anche attualmente i padroni di tutta la Palestina. – Malgrado però queste vicende, il Santo Sepolcro colla relativa chiesa fu sempre rispettato; e mediante il pagamento di un certo tributo, fu concesso ai Religiosi Francescani di stabilirsi la propria dimora in un vicino convento da loro fabbricato anche allo scopo di alloggiarvi i Pellegrini che recansi alla visita dei Luoghi Santi, Non è pero a tacersi che la devozione dei Cristiani visitanti il santo Sepolcro deve essere pagata a caro prezzo, perché i Turchi che ne sono i padroni, esigono un fisso tributo per ogni volta che si entra nella chiesa del santo Sepolcro. Onde è che si trovano dei pellegrini che per non pagare un nuovo tributo sortendo dopo la prima visita, stettero in essa dei mesi interi, senza mai sortire, ricevettero il vitto quotidiano da una piccola finestra destinata a questo scopo, sebbene traversata da una sbarra di ferro. Non saranno dunque mai abbastanza lodati quei santi Francescani Religiosi che ne tengono la custodia, e che malgrado le più grandi persecuzioni non abbandonarono mai quella santissima impresa. Come non sarà mai abbastanza raccomandato ai fedeli di largheggiare nella elemosina che, specialmente in Quaresima si raccoglie pei Luoghi Santi, dacché dessa serve non solamente a mantenere quei religiosi che ne sono i custodi, a pagare gli annui tributi che loro sono imposti dai Turchi, ma ancora a supplire alle spese occorrenti per la custodia di tutti gli altri santi Luoghi di Palestina, non che pel mantenimento dei pellegrini che vi sono alloggiati, e dei ragazzi d’ambo sessi, che, raccolti in apposite case, vi sono santamente allevati, onde servano un qualche giorno di apostoli nelle loro famiglie, e cosi santifichino gli altri nell’atto stesso che sempre più vanno santificando sé stessi. – Nel 1811 un incendio rovinò il magnifico tempio di s. Sepolcro. Però le fiamme risparmiarono il sepolcro di Gesù-Cristo, il vicino convento cattolico, e le cappelle delle otto nazioni del cristianesimo. Quel tempio fu nel 1812 riedificato a spese dei monaci Greci, creduti gli autori di quel disastro. – Nel 1834 nuove sciagure immersero nella più desolante costernazione la citta santa, poiché oltre la sventura della presenza degli Arabi che cola portavano i l sacco e la fame, uno spaventevole terremoto, che durò per ben tre minuti, scoppiò nel giorno 23 Maggio di detto anno, in conseguenza del quale il tempio marmoreo del s. Sepolcro fu scosso a segno che minacciava l’estrema rovina. Fortunatamente però desso stette ancor saldo, e se nel 1865 la gran cupola di detto tempio minacciava di andare in isfascio, diverse potenze, cioè la Porta, la Russia, e specialmente la Francia, gareggiarono nell’impegno di ripararne subito tutti ì danni. – A proposito del s. Sepolcro è molto edificante ciò che scrive ve di sè stesso nel suo Itinerario di Palestina, il grande autore del Genio del Cristianesimo Chateaubriand: « Forse i lettori mi domanderanno quali sentimenti io abbia provato entrando in luogo così santamente formidabile. A tal domanda io non saprei cosa rispondere, tanti furono i sentimenti che si impossessarono del mio animo in un sol colpo. Dirò solo che entrato nella piccola camera del s. Sepolcro, vi restai per circa mezz’ora in ginocchio come assorto, senza poter levar ì miei occhi dalla pietra su cui fu depositato Gesù Cristo defunto. Un dei due religiosi che mi servivano di guida stava presso di me colla fronte prostrata al marmo, l’altro tenendo in mano l’Evangelio leggeva al fiocco lume della lampada, i passi relativi al santo Sepolcro. Tutto ciò che io posso assicurare si è che alla vista di quel sepolcro trionfale io non sentiva che la mia debolezza: e quando la mia guida gridó con s Paolo, dov’è o Morte, la tua vittoria? ov’è il tuo pungolo? mi pareva di sentire all’orecchio la voce della morte rispondere “Io sono stata vinta ed incatenata in questo monumento dal glorioso Autor della vita! » – Ecco i sentimenti che deve in noi risvegliare la memoria del santo Sepolcro.

ORAZIONE ALLA SANTA CROCE.

Con tutto le forze del mio cuore, vi amo, vi lodo, vi benedico, vi adoro, o vera Cattedra di sapienza, per tutti i popoli della terra, o Arma debellatrice di tutte le infernali potenze, o strumento inestimabile della comune redenzione, santissima Croce di Gesù Cristo. Voi, nobilitata dal sangue dell’Agnello divino, siete divenuta tutt’assieme la speranza dei peccatori, il conforto de’ penitenti, la consolazione dei giusti, e il carattere distintivo di tutti i discepoli del vero Dio. I più potenti Re della terra si recano sempre ad onore il farvi ossequio, e, piantandovi in mezzo alle lor corone, vi dichiarano pubblicamente per la loro difesa, per la lor gloria. Deh, apprenda io una volta quelle divine lezioni di umiltà, di pazienza, di mansuetudine, di carità, di costanza che ci diede morendo sopra di voi l’Autore di nostra fede, il Consumatore della nostra salvezza! Colla contrizione la più sincera io detesto tutto quel tempo in cui ho ricusato di conformare ai vostri insegnamenti la mia condotta: e colla risoluzione la più ferma, protesto di volere per l’avvenire portarvi con santo coraggio e con edificante allegrezza, mortificando in ogni maniera gli affetti sregolati del mio cuore, i sensi sempre ribelli del mio corpo, e sopportando con pazienza e con gioja, tutte quelle traversie con che l’amoroso mio Salvatore si compiacerà di provarmi, onde, dopo essere stato con Lui compagno degli obbrobri e delle pene che soffrì disteso sulle vostre braccia, possa partecipare con Lui alla beatitudine di quel regno di cui voi siete la chiave. 3 Pater all’agonia di Gesù.

[da: Manuale di Filotea, del sac. G. Musso, XXX ed. Milano 1888]

L’UFFICIO DIVINO -II-

L’UFFICIO DIVINO -2-

J.-J.- Gaume, Catechismo di Perseveranza, vol. IV, Torino 1881]

Alle notti peccaminose del mondo la Chiesa ha contrapposto sante vigilie: i suoi angeli sono stati in adorazione davanti a Dio; hanno chiesto misericordia per i traviati; hanno allontanato dall’ovile addormentato i leoni ruggenti, più formidabili nelle tenebre che nel giorno; hanno a vicenda unito le proprie voci e lacrime a quelle degli Angeli per onorare la nascita e l’agonia del Dio di Betlemme e del Getsemani. Che resta loro da fare? La notte è passata; ecco l’aurora che indora coi primi raggi la sommità delle montagne; ecco gli augelli che salutano con i loro lieti gorgheggi lo spuntare del sole; ecco i fiori che schiudendo i loro calici esalano un profumo delizioso, che la brezza del mattino trasporta verso il cielo: si crederebbero migliaia d’incensieri d’oro e di perle accesi davanti a Dio. La natura è un tempio; ecco i musici, ecco l’incenso del sacrificio; tutto si agita, tutto sembra rinascere. Ma di nuovo, che cosa stanno per fare i figli di Dio, gli Angeli della preghiera? Stanno per mescolare la loro voce a quella della natura: l’uffizio del giorno incomincia. Prima, Terza, Sesta, Nona, Vespro, Compieta, sono le parti che lo compongono. Il Salvatore del mondo ha contrassegnato ciascun’ora del giorno, come quelle della notte con benefizi inestimabili: quindi nasce l’obbligo di benedirLo. Come quelle della notte, le ore del giorno assegnano all’uomo nuovi doveri, e fa di mestieri sollecitare la grazia per adempirli come si conviene. Tale è, generalmente parlando, lo scopo dell’uffizio del giorno; la sua antichità è la più remota [Durandus, lib. V, c. 5.], come ci accingiamo a dimostrare.

.I. Prima. — È questa la prima ora dell’uffìzio del giorno, ed ha il nome di “Prima” Perché era recitata al cominciare del giorno, cioè verso le sei della mattina, secondo l’antica maniera di dividere il tempo. Quest’ora è stata stabilita: 4° per onorare Nostro Signore coperto d’obbrobri dai Giudei e condotto davanti a Pilato; 2° per memoria del suo apparire ai discepoli sul lido del mare, dopo la risurrezione; 3° per offrire a Dio le primizie della giornata, come i Giudei gli offrivano le primizie della messe e dei frutti, per consacrarisi interamente a Lui. – La parte dell’uffizio che chiamasi Prima si compone dell’invocazione, “Deus in adiutorium”, del “Gloria Patri” seguito dall’Alleluia, d’un inno, di tre salmi, d’un’antifona, e d’un capitolo, d’un responsorìo, e di alcune altre preci. L’inno che noi cantiamo a Prima, e che già si cantava fino dal decimo terzo secolo [Durandus, lib. V c. 5], esprime a meraviglia i sentimenti che la fede deve eccitare in un cuore cristiano al nascere del giorno. Alla vista del sole materiale che viene ad illuminare il mondo fisico, noi supplichiamo il sole di giustizia e di verità a levarsi per noi, affinché camminando con la guida infallibile di sua luce evitiamo le tenebre e le insidie del demonio. Noi preghiamo questo sole divino ad essere Egli stesso il nostro condottiere. « Vedete voi queste pecore, dice uno dei nostri padri nella fede [Amalar. Fortunat., 1. IV, De Eccl. Offic., c. 2], le quali, nel corso della notte ricoverate nell’ovile, domandano di uscire all’aperta campagna sin dalla punta del giorno? Esse reclamano un pastore che le conduca ai pascoli, e le protegga dalle insidie dei lupi. Così noi, allorché l’aurora viene a chiamarci alla santa fatica, ci affrettiamo a domandare un maestro che c’istruisca, e un protettore che ci difenda. Abbiamo bisogno dell’uno e dell’altro, poiché senza di esso il lupo infernale verrebbe a disperdere il gregge in luoghi indifesi, e a sbranare le pecorelle ». – Per sfuggire agli agguati del demonio, la Chiesa ci rammenta ammirevolmente nei salmi di Prima, e nel Simbolo di sant’Atanasio, che bisogna vestire quella stessa armatura, che hanno portata tutti gli eroi cristiani: lo scudo della fede, l’elmo della speranza, la spada della carità. Per animarci con maggior efficacia questa attenta madre ne mette sotto gli occhi i combattimenti e i trionfi dei Santi. A Prima, si legge il Martirologio; esso è la storia cruenta, ma gloriosa dei nostri fratelli, che, essendo stati un giorno soldati come noi, si riposano adesso nel cielo sopra i loro immortali allori. – Dopo la lettura del Martirologio, l’officiante dice: “Ella è preziosa davanti a Dio!” — La morte dei suoi Santi, risponde il Coro; e allora in nome di tutti i suoi fratelli, l’officiante medesimo esprime il seguente piissimo voto: « Che la santa Vergine e tutti i Santi ci aiutino con le preghiere che essi per noi indirizzeranno al Signore, a divenir santi in tutte le cose, come è santo Quegli che ne ha chiamati alla perfezione ». Dopo questa preghiera, l’officiante ripete tre volte: Signore, venite in mio aiuto; e il Coro aggiunge: Signore, affrettatevi a soccorrermi. Questa trina ripetizione è destinata a ottener soccorso contro i nostri tre grandi nemici, il demonio, il mondo, la carne. Essa è seguita dal Gloria Patri, affine di ringraziare in nome di tutti i nostri fratelli l’augusta Trinità, mercé della quale la morte dei Santi divenne preziosa, e preziosa pure diverrà la nostra se vorremo. – Ma ohimè! vi sono delle cadute da temere, poiché la debolezza umana è estrema! Innanzi tutto domandiamo misericordia , e tre volte diciamo: Kyrie eleison, ovvero Christe eleison « Signore, Cristo, abbiate pietà di noi »; e per ottenere questa misericordia più sicuramente, noi recitiamo l’Orazione dominicale. La terminiamo supplicando il Padre celeste di dirigere i suoi figli (e i suoi figli siamo noi), e di eccitarci a dirigere i nostri (e i nostri figli sono i nostri pensieri e le nostre opere).

Terza. — Ella è questa la seconda ora dell’Uffizio diurno, la quale ha ricevuto questo nome perché era recitata alla terza ora del giorno, secondo l’antica maniera di computare. Ai dì nostri, Terza corrisponde alle nove ore del mattino. Prima e Terza son composte delle stesse parti, eccettuate le preghiere finali. – La Chiesa che col mezzo dei suoi sacramenti scolpisce ed imprime in qualche maniera la santità su tutti i nostri sensi, scrive ancora i suoi augusti misteri in ciascuna ora della giornata, e il suo Uffizio li richiama successivamente alla nostra adorazione e al nostro amore. Il Salvatore perseguitato dalle implacabili e sanguinose ostilità dei Giudei, attaccato alla colonna per ordine di Pilato, e crudelmente flagellato; lo Spirito Santo che discende sugli Apostoli, e dà vita alla Chiesa: tali sono gli avvenimenti memorabili che celebriamo con le preghiere di Terza, la quale, quanto all’origine, risale al paro delle altre ai tempi apostolici [Ignat., Epist. ad Trall.]. – In memoria della nuova legge, che fu scritta a caratteri di fuoco nel cuore degli Apostoli, si cantano alcuni salmi che celebrano la dolcezza e la perfezione di questa legge di grazia e di amore. L’inno rammenta eziandio la discesa dello Spirito Santo, al quale si porgono vive suppliche, affinché rinnovi in nostro favore le meraviglie del Cenacolo.

III. Sesta. — È questa la terza ora del l’Uffizio del giorno, e corrisponde al mezzodì. Si compone delle stesse parti e ha la stessa antichità della precedente! [Constit. Apostol., lib. VIII, c. 20]. Vi si ricordano delle grandi memorie, giacché quest’ora memorabile è consacrata da grandi avvenimenti. A Terza la Chiesa ci aveva condotti al pretorio, e in faccia di quella colonna insanguinata ella aveva aperte le nostre labbra a pregare. Qui, prendendoci per la mano, ne conduce al Calvario, e soffermandoci addita uno strumento di supplizio. Gesù pendente in croce, ecco il primo oggetto delle nostre preghiere e delle nostre meditazioni all’ora di Sesta. Cosi la Chiesa, penetrata di riconoscenza, ci fa cantare salmi che spirano un ardente amore. “Gli occhi miei si sono stancati nell’aspettazione della tua salute e delle parole di tua giustizia”.[Salmo CXVII1 in cui parlasi della venuta del Salvatore aspettato. A questo passo campeggia una magnifica armonia, che non è sfuggita alla sagacità dei nostri padri nella fede. Istruiti dalla tradizione, insegnano che fu alla sesta ora del giorno che Adamo si rese colpevole e perì mangiando il frutto dell’albero; sicché, per far coincidere la redenzione con la caduta, Gesù volle essere alzato nell’ora medesima sull’albero della nostra salute 8! [Quo tempore eversio fuit eodem rursus facta reparatio. Cyril. Hierosol., Catech. XVI. Teophilact., in Matth. ad ea verba : A sexta autem hora, etc. Ecco ancora alcune altre armonie: « Propter protoplastum Adam… (Chrislus) sexta hora in crucem ascendit, sexlo die sacculi , in sexta hora eiusdem millenarii, et sexta liebdomadis et sexta bora sexti diei, etc » . S. Anast.]. – E un altro ricordo eziandio è proposto alla gratitudine del cristiano, poiché fu appunto nell’ora di sesta che Pietro ebbe la chiara rivelazione della vocazione dei gentili, e che ricevé l’ordine di portare il Vangelo alle nazioni; benefizio inapprezzabile, del quale noi tutti in oggi esperimentiamo gli effetti preziosi. Forseché il Figlio di Dio confitto in croce, e Pietro che porta il Vangelo alle nazioni, non sono memorie più che bastanti per eccitare il nostro fervore e la nostra riconoscenza durante questa nuova ora?

Nona. — Questa che viene a continuare le riferite ammirabili memorie, è la quarta ora dell’Uffizio del giorno. Per noi è la terza ora di sera, e per gli antichi era la nona del giorno; dal che appunto ha sortito il nome. Ella contiene le stesse parti che le precedenti, e risale alla stessa antichità [Basil., in Regul. interrog. 34]. – La Chiesa si ritiene ancora sul grande teatro dei dolori ; il sole oscurato, la terra vacillante, il velo del tempio squarciato, l’Uomo-Dio spirante, il fianco del nuovo Adamo aperto dalla lancia del soldato, e che dà vita alla nuova Eva, vale a dire la Chiesa cattolica nostra tenera madre: ecco gli avvenimenti che quest’ora ci rammenta. Quali altri sarebbero più idonei a farci versare davanti a Dio lacrime e preghiere? I salmi delle brevi ore della Domenica ci offrono un’armonia sì bella, che non possiamo astenerci dall’esporla alla vostra ammirazione. Essa vi farà conoscere che tutto, tutto fino ad un iota, è disposto negli uffizi della Chiesa con una saggezza e una profondità di disegno che non potranno mai essere abbastanza encomiate. – Tutte le brevi ore di questo giorno son composte di due salmi, di cui il secondo è distribuito a Prima, a Terza, a Sesta e a Nona ; ed ogni divisione di questo salmo contiene sedici versetti. Per qual ragione questi due salmi soli? A che questi sedici versetti? 1 due salmi rammentano le due alleanze di Dio con gli uomini: l’antica e la nuova. I sedici versetti significano gli interpreti di questa doppia alleanza. Per l’antica i dodici minori profeti, e i quattro maggiori: per la nuova i dodici Apostoli e i quattro Evangelisti [Durandus, lib. V, c. 5]. – I salmi e gl’inni di codeste ore sono egualmente in accordo con le differenti ore del giorno nelle quali noi li recitiamo. Al levar del sole il principio; a Terza la continuazione; a Sesta la perfezione ; a Nona la fine della carità e della vita; giacché, pur troppo! la vita non è che un giorno!

  1. I Vespri. — I Vespri sono la quinta ora dell’Uffizio del giorno, e la loro antichità è uguale a quella della Chiesa [Constit. Apost., lib. VIII, c. 40]. – Oh! come a giusta ragione la madre nostra ha consacrato quest’ora alla preghiera! Quante memorie ne rammenta! Primieramente il sacrificio della sera offerto ogni giorno al tempio di Gerusalemme; quindi l’istituzione della santa Eucaristia; infine la deposizione dalla croce, e la sepoltura di Nostro Signore. Tali sono le ragioni, per cui la Chiesa desidera si vivamente che i fedeli stiano pregando durante quest’ora memorabile. – Ma conoscono essi forse il pregio della preghiera, sentono essi battere di riconoscenza il loro cuore quei cristiani di ogni età e di ogni condizione, che sdegnano d’assistere al Vespro? I Vespri, udiamo rispondere con empia leggerezza, i Vespri sono pei preti. Ma non è dunque per tutti i cristiani che è stata istituita la santa Eucaristia? Non dovete voi dunque niente a Dio per questo benefizio? Non è dunque per voi che Gesù Cristo è stato immolato? L’ora, in cui questi grandi miracoli sono stati operati, è dunque muta, insignificante, inefficace sul vostro cuore? Che fate voi dunque durante quest’ora memorabile, in cui lacrime ardenti dovrebbero sgorgare dai vostri occhi, e unirsi a preghiere anche più ardenti ? Ah! se voglio saperlo, interrogo le pubbliche piazze, i pubblici passeggi, le case da giuoco, li passatempi, ed essi mi rispondono pur troppo. E che? Non arrossirete giammai di ferire in tal modo la dignità del cristiano? O nostri padri nella fede! che cosa avreste pensato, se vi fosse stato detto che i tardi nipoti profanerebbero un’ora sì santa, un’ora commemoratrice di tanti benefizi! Vergogna a coloro che sentono la riconoscenza come un peso gravoso e difficile! I cuori che si rendono ingrati son cuori malvagi; e rassomigliano a quei frutti che il sole non può maturare, e che son privi perciò di sapore e di odore. Onta ai cuori servili, a quei pessimi cristiani che non si recano in chiesa alla mattina che spinti dal solo timor servile; mentre alla sera, allorché non vi è anatema e minaccia di peccato mortale, se ne dispensano affatto! – Per noi, cristiani docili, più i vespri sono abbandonati, più dobbiamo farci un dovere di assistervi; le nostre obbligazioni hanno da crescere in proporzione dell’indifferenza dei più. Rechiamoci al piede degli altari a pregare, a gemere, ad adorare, a ringraziare pei nostri ingrati fratelli; e noi fortunati, se potremo compensare colla nostra pietà il loro Salvatore e il nostro! – La bellezza dell’uffizio della sera basterebbe per sé sola a renderci assidui al medesimo. I vespri si compongono di cinque salmi, di cinque antifone, di un capitolo, di un inno, del Magnificat e d’una sola orazione, se per altro non si fa commemorazione di qualche festa speciale. – Questo numero cinque è stato stabilito per onorare le cinque piaghe di Nostro Signore, e per espiare i peccati che abbiamo commessi nel corso della giornata abusando dei nostri cinque sensi. – La tromba della Chiesa militante, la campana, risuonò tre volte: la prima per annunziare l’uffizio; la seconda per dirci che è tempo di partire; la terza per significare che l’uffizio comincia. Arrivati alla chiesa, il clero e i fedeli si raccolgono in sè stessi un breve istante, e preparano la loro anima alla preghiera, recitando il Pater e l‘Ave Maria, le quali due orazioni si dicono in ginocchio e in silenzio. Si dà principio col segno della croce, per invocare il soccorso della santa Trinità, e per confessare i misteri della Incarnazione e della Redenzione. La mano che nel tracciare il segno augusto si porta a quattro parti, ne dice che il Figlio di Dio è venuto a chiamare i suoi eletti, dispersi ai quattro angoli della terra. Quando dunque vedete l’officiante, dall’alto del suo seggio, fare il segno adorabile, rappresentatevi Gesù Cristo sulla croce in vetta al Calvario, colle braccia stese per accogliervi i figli di Adamo divenuti suoi, e tutti chiamare, tutti stringere al suo cuore con questa parola d’ineffabile amore: “Sitio”; Io ho sete, sete di voi ». Facendo il segno della croce, il sacerdote, stando rivolto verso l’altare, dice: “Deus in adiutorium meum intende”: « O Dio, venite in mio aiuto »; e i fedeli egualmente in piedi e volti verso l’altare, per esprimere che la confidenza è tutta intera nei meriti di Gesù Cristo, rispondono con effusione, “Domine, ad adiuvandum me festina”: «. Signore, affrettatevi a soccorrermi ». – Quindi per maggiormente testimoniare la gratitudine, che loro ispira questa celeste protezione, essi cantano con entusiasmo di amore il “Gloria Patri, etc”: «Gloria al Padre, ecc. ». La loro gioia ed il loro ardore nel pubblicare le lodi del loro Padre che è nei Cieli, si manifestano con queste parole: Alleluia, Alleluia: « Allegrezza, felicità ». – Nel corso della quaresima, tempo di digiuno e di penitenza, l’ “Alleluiaè surrogato da queste parole, che hanno lo stesso senso: “Laus tibi, Domine, rex aeternae gloriae”: « Lode a voi, o Signore, eterno re della gloria ». – Detta appena l’antifona, che è destinata a infiammare la nostra carità, un corista intona il primo salmo: “Dixit Dominus Domino meo” « Il Signore, Padre eterno, Dio onnipossente, ha detto a Gesù Cristo, suo Figlio, e mio Signore NEL GIORNO DELLA SUA GLORIOSA ASCENSIONE: Siedi alla mia destra».In questo magnifico salmo la Chiesa canta la generazione eterna del Figlio di Dio, il suo sacerdozio’ egualmente eterno, come anche il suo dominio eterno e assoluto sul mondo, divenuto la conquista della Croce. Ma che? i vespri non son forse destinati ad onorare i funerali di Gesù Cristo? Come avviene dunque che la Chiesa, questa tenera Sposa, inginocchiata, per cosi dire, sulla tomba del suo divino Sposo, fa risuonare soltanto all’orecchio de’suoi figli canti di gioia, ed inni di trionfo e d’immortalità? Ah! ciò avviene perch’ella vede la vita uscire dal seno della morte; vede la vittoria scaturire dai patimenti! E questo nobile pensiero non sarà per tutti noi un’eloquente lezione? Il secondo salmo dei vespri della domenica è il “Confitebor”: « Io vi loderò, o Signore ». Esso è come una continuazione del primo. Per la bocca di David, la Chiesa canta i benefizi che ne procura il regno del suo divino Sposo, e celebra in particolare l’istituzione del divino banchetto, al quale sono invitate tutte le generazioni che vengono in questo mondo!Che cosa rimane adesso, se non che descrivere la felicità di quelli, che si sottomettono all’impero di Gesù Cristo? E ciò fa la Chiesa nel salmo, “Beatus vir qui timet Dominum”: « Felice l’uomo che teme il Signore ». Allato alla descrizione semplice e affettuosa della felicità dell’uomo giusto che teme Iddio e osserva i suoi comandamenti, la Chiesa pone il quadro del peccatore. Durante la sua vita, egli è tristo e disgraziato; al momento della morte, digrigna i denti e irrigidisce per lo spavento; defunto, egli entra nel luogo dei supplizi, alla porta del quale egli lascia la speranza: la speranza di uscirne mai più! La Chiesa nel salmo precedente ha ricordato ai giusti che il Signore li renderà felici, se porteranno il suo amabile giogo. Che di più naturale che l’esortarli adesso a cantare la loro felicità? Ed ecco che questa tenera madre, appropriandosi la voce del Re profeta, li esorta a lodare e a benedire la grandezza, la potenza, e soprattutto l’ammirabile bontà del loro Padre celeste : “Laudate, pueri, Dominum, laudate nomen Domini” : « Miei figli, lodate il Signore, lodate il nome del Signore ». Questo invito provoca uno slancio di amore; e tutte le bocche e tutti i cuori si uniscono per rispondere: «Sì, che il nome del Signore sia benedetto: fin da ora e fin ai secoli dei secoli »: “Sit nomen Domini benedictum, ex hoc nunc et usque in sæculum”; e nel seguito di questo ammirabile salmo ognuno proclama a gara le ragioni particolari che ha di benedire il Dio buono, il Dio che veglia sul povero e sul debole, come sopra la pupilla degli occhi proprii.Dalle ragioni personali che muovono ciascuno di noi, e tutti gli uomini in generale, a benedire Iddio e ad amarLo, la Chiesa passa alle ragioni riguardanti la grande famiglia cattolica. A meno che non si chiuda in petto un cuore di marmo, questi benefizi sono stati tali, che dobbiamo struggerci d’amore al ricordarli. Tale è l’oggetto del quinto salmo: “In exìtu Israel de Ægypto, domus Jacob de popolo barbaro”: « Allorché Israele uscì dall’Egitto, e la casa di Giacobbe si partì da un popolo barbaro ». Qui la Chiesa ne fa risalire più che tremila cinquecento anni addietro, e fermandoci sulle rive del mar Rosso, e nel deserto del Sinai, discopre agli occhi nostri il quadro splendidissimo delle meraviglie e dei prodigi che Dio operò per liberare Israele dall’Egitto, e per farlo entrare nella Terra promessa. E sotto il simbolo di questi miracoli dell’Egitto e del Mar Rosso, del Deserto e del Sinai, essa ce ne fa vedere dei più gloriosi e dei più consolanti, operati in nostro favore; vale a dire la nostra liberazione dal demonio, dal peccato, dalla morte, dall’inferno, mediante il Battesimo. Ella ci mostra, in quelli nascosta, la fede che ne conduce attraverso del deserto della vita, come la colonna conduceva Israele; la legge di grazia discendente dal Calvario, come la legge antica discendeva dal Sinai, il pane degli Angeli, nutrimento dell’anima nostra, come la manna nutrimento degli Ebrei; e questi miracoli della legge nuova ci son presentati essi stessi come un contrassegno dei miracoli più grandi ancora, per mezzo dei quali il Signore vuol condurci dal deserto della vita nella celeste Gerusalemme: tali sono i benefici che la Chiesa ci ricorda. Quindi, come Davide, paragonando Dio onnipotente e forte agli Idoli deboli ed insensati delle nazioni gentili, questa tenera madre ci stimola, con tutto l’affetto e tutta l’estensione della sua carità del suo zelo, ad abiurare il culto degli dei menzogneri per attaccarci irrevocabilmente al Signore, che ci ha dato contrassegni sì luminosi della sua grandezza, della sua potenza e della sua bontà. – Questo salmo, al quale la poesia propina non ha nulla da paragonare, è seguito dall’Antifona e dal Capitolo. Il Capitolo delle domeniche ordinarie è tolto dall’Epistola di S. Paolo agli Efesini: “Bexedictus Deus”, ecc.: « Benedetto Dio e Padre del Signor Nostro Gesù Cristo, il quale: ha benedetti con ogni benedizione spirituale del Cielo in Gesù Cristo, siccome in Lui ci elesse prima della fondazione del mondo, affinché fossimo santi ed immacolati nel cospetto di lui per carità » (Ephes. 1,3,4.). – L’officiante legge in piedi il Capitolo, e li indirizza ai fedeli che hanno cantato le lodi a Dio, affine d’incoraggiare il loro zelo, e di dare alla pietà un nuovo alimento.Questa attitudine, voluta dal decoro, conviene alle sante parole che egli pronunzia, ed esprime il rispetto che porta ai membri di Gesù Cristo che l’ascoltano. L’adunanza ascolta con riconoscenza questa breve esortazione, e risponde: “Deo gratias” : « Sien grazie a Dio »Ciò fatto s’intona l’inno: l’inno, che è espressione di amore, di coraggio, d’incitamento a compiere gli ammaestramenti ricevuti; l’inno è il canto di un esercito che s’incammina alla pugna. Esso varia secondo la festa, affinché sempre appalesi sentimenti analoghi alla circostanza. Il regno di Gesù Cristo cominciato sopra la consumato nel cielo, ecco ciò che la Chiesa canta nella domenica; quindi l’inno dei vespri della domenica è un lungo sospiro verso il cielo. Felice il cristiano che sa penetrarsi dello spirito di questa santa preghiera! Il suo cuore prova una consolazione e una felicità che il mondo e i suoi piaceri non potrebbero dargli! – La Chiesa ha cantato i benefizi del Signore, ha veduto nel passato la sua Ideazione dal demonio, il proprio stabilimento sulla terra, i favori infiniti, di cui è stata oggetto: ha veduto nell’avvenire il cielo schiuso per riceverla e compiere la sua felicità eterna. Come esprimerà tutta la sua riconoscenza? Per non soccombere sotto il peso, cerca un interprete de’ sentimenti che prova; ed eccolo. In luogo di una sua, s’alza una voce, al suono della quale il cielo e la terra debbono far silenzio; una voce sì soave, sì pura, sì melodiosa, e nello stesso tempo sì possente, che rallegra infallibilmente il cuore di Dio; questa voce è quella dell’augusta Maria, della madre dei cristiani. Ecco pertanto la dolce Vergine di Giuda, la madre di Dio, la Vergine per eccellenza, la Vergine del Cielo, che sta per esprimere la riconoscenza della Vergine della terra, la casta sposa dell’Uomo-Dio, la Chiesa cattolica. – S’intona il Magnificat, quel canto sublime, slancio d’ineffabile amore, poema in dieci canti, profezia magnifica, che valse a Maria il titolo glorioso di Regina dei profeti: «La mia anima glorifica il Signore, ecc. ». Si sta ritti durante il Magnificat, per rispetto alle parole di Maria, e perché questa nobile attitudine ben dimostra la gioia e il contento di un cuore colmo di grazie, e disposto a tutto intraprendere per testimoniare al suo benefattore il sentimento della gratitudine. Nel tempo del Magnificat l’officiante esce dal suo posto e va rivestirsi del piviale. Bentosto preceduto da un chierico che porta l’incensiere, egli sale all’altare, prende la navicella dell’incenso, ne mette sul fuoco, e dice le parole: “Ab illo beneficaris, in cuius honore cremaberìs” : « Sii benedetto da Colui, in onore del quale sarai consumato ». Pronunciando tali parole, fa il segno della croce per ricordare che pei soli meriti di Gesù Cristo ogni benedizione si spande sulla terra; quindi egli prende il turibolo dalle mani del chierico; incensa tre volte la croce posta sopra il tabernacolo, prima a destra, poscia a sinistra, infine da ciascuna parte, come per circondare l’altare, figura di Gesù Cristo, col profumo che dal fuoco esala e che è simbolo della fede dei cristiani e del fervore delle loro preghiere. – Terminata questa cerimonia, il chierico incensa il celebrante, e con ciò gli rende onore come al rappresentante di Gesù Cristo. Il prete dice in seguito: “Dominus vobiscum”; « Che il Signore sia con voi »; alle quali parole i fedeli rispondono: “Et cum spiritu tuo”; « E che egli sia col tuo spirito ». Seguita poscia immediatamente l’orazione della messa chiamata Colletta, perché riunisce in qualche modo le preghiere indirizzarte a Dio. Dettosi di nuovo dal sacerdote “Dominus vobiscum”, augurio di pace e di carità, i chierici invitano i fedeli a lodare e a benedire il Signore con queste parole: “Benedicamus Domino”; « Benediciamo il Signore »; e tutti gli assistenti rispondono: “Deo gratias” : « Noi ringraziamo Iddio ». Così termina questa parte dell’uffizio della sera. Si può egli immaginare qualche cosa più bella, più completa, meglio ordinata?

Preghiera.

O mio Dio, che siete tutto amore, io vi ringrazio d’avermi istruito nelle sante cerimonie del vostro culto ; fate che esse accendano in me lo spirito della fede e della preghiera. Mi propongo di amar Dio sopra tutte le cose, e il prossimo come me stesso per amor di Dio, ed in prova di questo amore io assisterò regolarmente al vespro.

Compieta. — Colmo di benefizi l’uomo ha espresso a Dio la propria gratitudine; egli è animato da ottime disposizioni, la terra gli sembra trista, la vita pesante, i suoi sospiri sono pel cielo; ma il suo esilio non è finito, e più d’una prova gli resta a subire. Ormai il giorno nel suo tramonto annunzia l’avvicinarsi della notte, tempo funesto sotto ogni rapporto; che l’uomo, soldato stanco, va a dormire, ma il demonio non dormirà, ed al contrario moltiplicherà le sue insidie. Egli, leone che rugge, va attorno con maggior furore per rapire e sbranare qualche pecorella. Ecco quale addiviene la posizione dell’uomo al cadere del giorno! Se venisse a domandarvi che cosa deve fare per evitare gli agguati del nemico e conservarsi fedele a Dio fino al ritorno della luce, quale consiglio gli dareste voi? Aspettando la vostra risposta, io vi spiegherò i suggerimenti della Chiesa; poscia voi mi direte se conoscete alcun che di meglio. « Mio figlio, essa gli dice, gettati tra le braccia del tuo Padre celeste; sii sobri, e vigilante; prega il tuo angelo custode e i santi che amano di proteggerti; sopra tutti prega Maria di vegliar su di te come una tenera madre veglia sul suo figlio che dorme: riposa in pace sotto la potente loro protezione, e non potrà nuocerti il demonio ». E per fortificare nel cristiano questi vivi sentimenti di una ingenua confidenza la Chiesa gli fa recitare Compieta. [Compieta significa complemento, poiché quest’Ora compisce l’Uffizio]. – Ecco la prova di ciò che abbiam detto nella spiegazione di questa ultima ora dell’uffìzio. – Compieta comincia con queste parole: Convertiteci, o Dio, voi che siete il nostro Salvatore, e allontanate da noi la vostra collera. La sola cosa che possa far allontanare Dio da noi e impedirgli d’avere pel nostro riposo quella cura paterna che domandiamo, si è il peccato. Ecco perché si comincia dal pregarlo di purificarcene e di convertirci di tutto cuore; noi Gli diamo il più potente motivo a ciò, ricordandogli che è il nostro Salvatore. – Il primo salmo ne fa ricordare il Re- Profeta che esprime al Signore la propria gratitudine, vivamente penetrato da una effusione di carità pei benefizi ricevuti, e che implora il soccorso contro i suoi nemici. – È in Dio riposta la sua fiducia, e sul seno paterno di lui assolutamente si riposa. Qual cantico poteva star meglio sulla bocca del cristiano, di questo nuovo Re-Profeta, il quale dopo aver pugnato contro i suoi nemici e dopo aver terminata la sua giornata con l’aiuto di Dio, cerca in un riposo necessario di prender nuove forze e nuovo vigore per combattere l’insidiatore della sua salute? Tale è il senso del salmo Cum invocarem: « Allorché io ho invocato questo Dio autore della mia giustizia egli mi ha esaudito ». « Miei figli, invocate dunque il Signore, ne dice la Chiesa in questo primo cantico, e la vostra speranza non andrà fallita ». – Volete sapere in qual modo Iddio protegga l’uomo, che spera in Lui? Il secondo salmo ve ne istruisce. Esso ci mostra effettivamente l’uomo che abita sotto la custodia dell’Altissimo e trova quiete inalterabile nella protezione del Dio del cielo; il demonio e i suoi agguati, gli empi e le loro macchinazioni nulla possono a danno del giusto: “Qui habitat in adiutorio Altissimi, in protectione Dei coeli commorabitur”: « Quegli che si appoggia al braccio dell’Onnipotente, vive in pace sotto la protezione del Dio del cielo ». – Ora che resta? Un avviso da darsi a noi, ma un avviso importantissimo; cioè di stare in guardia, e se ci svegliamo nella notte, di volger subito il nostro cuore a Dio. Tale è l’oggetto del terzo salmo: “Ecce nunc benedicite Domino”: « Adesso dunque benedite il Signore ». Se così è, conclude la Chiesa: “Dall’alto della montagna di Sion, quel Dio che ha fatto il cielo e la terra, vi benedirà”. Tutti i cuori e le voci si riuniscono per cantare l’antifona; per assicurar cioè che saranno fedeli a queste sagge raccomandazioni L’inno che segue è un lungo sospiro verso il cielo, ed è come il principio di quella preghiera notturna che non mancheremo di fare, se siamo colti dalla veglia insonne. L’officiante, recitando il capitolo subito dopo che è cantato l’inno, soggiunge questa bella preghiera tolta dal profeta Geremia: “Tu autem in nobis es Domine, et nomen sanctum tuum invocatum est super nos, ne derelinquas nos, Domine Deus noster”: « Ma tu, o Signore, sei con noi, ed il tuo santo nome fu sopra di noi invocato; non abbandonarci, o Signore Dio nostro ». [4 I Thess. V, 5]. – I fedeli ringraziano il sacerdote, e benedicono il Signore con queste parole: Deo gratias: « Noi ne ringraziamo Iddio ». – Qui comincia tra tutti questi figli della stessa famiglia, riuniti di presente ai piedi del loro Padre comune, e fra poco dispersi nelle loro particolari dimore, un colloquio, una specie d’addio, di buonanotte cristiana, la cui tenerezza e la cui mirabile semplicità non può con parola venire espressa: spetta al cuore di comprenderla. – Un fanciullo del coro canta colla sua voce pura come quella di un angiolo: “In manus tuas, Domine, commendo spiritum meum” – « affido l’anima mia ». – I fedeli rispondono: In manus tuas, Domine, commendo spiritum meum; « Tra le vostre mani, o Signore, affido l’anima mia ».II fanciullo del coro : “Redemisti me, Domine, Deus veritatis”: « Voi mi avete redento, o Signore, Dio di verità ». L’angiolo della terra espone a Dio i più potenti motivi di proteggerci; noi gli apparteniamo, Egli ci ha ricomprati a prezzo infinito, Egli è il Dio di verità, fedele alle sue promesse; Egli adunque non può mancare di proteggerci. – I fedeli: “Commendo spiritum meum”: « Affido l’anima mia ». – Il fanciullo del coro : “Gloria Patri, et Filio, et Spiritui Sancto”; « Gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo ». – I fedeli: “In manus tuas, Dumine, commendo spirito meum”; « Tra le vostre mani, o Signore affido l’anima mia ».Il pensiero dell’esilio e dell’avvicinarsi dei pericoli della notte, diffonde in questa risposta una malinconia che non permette di terminare il Gloria Patri: « Come era al principio, e ora, e sempre, e nei secoli dei secoli ». Queste parole sono riservate alla vera patria: la Chiesa della terra non le fa udire che nel momento delle solenni allegrezze. Il fanciullo del coro: “Custodi me, Domine, ut pupillam oculi”: « Custodiscimi, o Signore, come la pupilla dell’occhio ». I fedeli : “Sub umbra alarum tuarum protege me”: « Proteggimi all’ ombra delle tue ali ».Ditemi, per fede vostra, conoscete voi qualche cosa di più bello che questo colloquio? Qualche cosa che meglio dipinga il candore di un fanciulletto tra le braccia del padre suo? Questo figlio prediletto, sicuro che il Dio che regna nel cielo l’ama con la tenerezza di un padre, non ha altro desiderio che di abbandonare questa terra di esilio, questa valle di lagrime, e di giungere a fruire della pace nel seno del Signore. Ed ecco la madre sua, la Chiesa cattolica, sempre così bene ispirata, che gli mette in bocca le parole del vecchio Simeone, il quale dopo aver veduto la salute d’Israele, non domandava altro che la morte: “Nunc dimittis”: « Lascia ora , o mio Dio, partire in pace il tuo servo ». Segue una preghiera, che ammirabilmente riassume le domande indirizzate a Dio nella Compieta. – Ecco dunque la famiglia cristiana sul punto di separarsi. Quegli che sulla terra ne è capo e padre non può lasciare i figli senza augurar loro le più abbondanti benedizioni; quindi il sacerdote non contento dell’ordinario saluto, “Dominus vobiscum”: « Che il Signore sia con voi », ha ricorso ad espressioni più toccanti, e che meglio palesino l’affezione che porta ad essi, non che il desiderio ch’Egli ha di vederli felici. Esso dice : “Benedicat et custodiat nos omnipotens et misericors Dominus, Pater, et Filius, et Spiritus Sanctus. Amen”: « Che ci benedica e ci custodisca l’onnipotente e misericordioso Signore, Padre, Figliuolo e Spirito Santo. Così sia ».Prima di partire, tutti insieme salutano un’ultima volta la loro tenera Madre che è in cielo; essi la supplicano di volgere sui figli suoi gli sguardi della sua misericordia, e di aprir loro le sue braccia materne. Qual altro asilo infatti è più sicuro del seno di una madre? E allora voi udite le vòlte del tempio echeggiare a vicenda della Salve Regina, dell’Alma Redemptoris, dell’Ave Regina Coelorum, che gli angioli ascoltano con gioia e vanno a ripetere sulle loro arpe d’oro nella celeste Gerusalemme ai piedi della Vergine piena di grazia, nostra madre e loro regina.Andate adesso, o diletti figli, dormite in pace, il rimorso non turberà il vostro sonno, non angustierà l’anima vostra. « Per tal modo la domenica scorre giuliva per quelli che sanno veramente santificarla! la preghiera, la carità, gioie innocenti, familiari riunioni, diletti pacifici l’hanno abbellita; e quando questa giornata è finita, quando con tutti gli altri giorni va a cadere nell’abisso del passato, vi scende luminosa per le buone opere che ha fatto compire e profumato dall’incenso bruciato davanti agli altari » [Quadro poetico delle Feste Cristiane, del Visconte Walsh]. – Diamo termine a ciò che riguarda la compieta, aggiungendo che questa ultima ora dell’uffizio diurno si trova accennata negli antichi Padri della Chiesa [Basii., in Regul. interr. 37. — Clem. Alex., lib. II io. D. Paedag., c. 4. — Isid., De Offic. Eccles., lib. I , cap. 21]. L’uso di pregare prima di prendere il consueto riposo sembra stabilito dalla natura stessa. – La Chiesa l’ha consacrato, e ordinandoci di ringraziare Dio alla fine della giornata, ella propone alla nostra adorazione il Salvatore messo nel sepolcro, di maniera che nel suo uffizio quotidiano ella onora il suo divino Sposo dalla sua nascita fino alla sua sepoltura. Che bel soggetto di meditazione pei suoi figli! Che mezzo ammirabile di renderli quali devono essere, cioè altrettanti Gesù Cristo [Christianus, alter Christus].

Uso del latino. — La Chiesa offre a Dio tutte le ore del suo uffizio in una lingua ignorata oggi giorno dalla pluralità dei fedeli; ed essa a Lui le indirizza cantando. È conveniente di farvi ammirare in questo doppio uso la profonda sapienza della madre vostra. E primieramente perché si usa la lingua latina nelle pubbliche preghiere? – 1° Per conservare l’unità della fede, colla nascita del Cristianesimo, il servizio divino si faceva in lingua volgare nella maggior parte delle chiese. Ma anche le lingue, come tutte le umane cose, sono soggette a mutazioni. La lingua francese, per esempio, non è più la stessa di quella di duecento anni fa; molte parole sono antiquate, altre han cangiato senso. Il giro delle frasi differisce tanto, quanto le nostre mode differiscono da quelle dei nostri avi . Ma una cosa deve restare immutabile, e questa si è la fede; onde per metterla al coperto da questa perpetua instabilità delle lingue viventi, la Chiesa cattolica impiega una favella costante, una lingua, che, non essendo più parlata, non è più soggetta a cangiarsi. L’esperienza ne mostra che la Chiesa è stata, qui come dappertutto, diretta da una sapienza divina. – Osservate infatti ciò che accade ai protestanti: essi hanno voluto impiegare nelle loro liturgie le lingue viventi, ed ecco che sono incessantemente obbligati a rinnovare le formule, a ritoccare le versioni della Bibbia; ed eccovi alterazioni infinite! Se la Chiesa li avesse imitati sarebbe stato necessario che ad ogni cinquant’anni si riunissero i concilii generali per redigere nuove formule circa l’amministrazione dei sacramenti. – 2° Per conservare la cattolicità della fede. L’unità di favella è necessaria per mantenere un legame più stretto e una comunicazione di dottrina più facile tra le differenti Chiese del mondo, e per renderle più stabilmente attaccate al centro dell’unità cattolica. Togliete la lingua latina, ed ecco che il sacerdote italiano che viaggia in Francia, o il sacerdote francese che viaggia in Italia non può più celebrare i santi misteri, né amministrare i sacramenti. Questo è appunto ciò che accade al protestante; fuori della sua patria, egli non può più partecipare al culto pubblico. – Un cattolico non è fuor di paese in alcuna delle contrade della Chiesa latina. – Sia lode pertanto ai sovrani Pontefici, che non hanno trascurato verun mezzo per introdurre ovunque la liturgia romana; sicché l’uomo imparziale scorge qui pure una prova novella del loro luminoso zelo per la cattolicità, carattere augusto della vera Chiesa. Ohimè! se i Greci e i Latini avessero avuto uno stesso linguaggio, non sarebbe stato sì facile a Fozio e ai suoi aderenti di trascinare tutta la Chiesa greca nello scisma, attribuendo alla Chiesa romana errori e abusi, di cui non fu colpevole giammai! 3° Per conservare alla Religione la maestà che le conviene. Una lingua dotta, e che è intesa soltanto dagli uomini istruiti, ispira più rispetto del gergo popolare. I più santi misteri parrebbero forse ridicoli, se fossero espressi in sermone troppo famigliare. E questo è cosi vero, che gli stessi protestanti, nemici giurati della lingua romana, se ne sono accorti come gli altri; ma piuttosto che rinunziare ai loro anticattolici pregiudizi, han voluto divenire incoerenti a sé stessi, ed hanno fatto tradurre l’uffizio divino in francese. A meraviglia : ma i Bassi-Bretoni, i Piecardi, gli Alvergnesi, i Guasconi non avevano forse egual diritto di udire l’uffizio divino nei loro dialetti, come i Calvinisti di Parigi di udirlo in francese? Perchè mai i riformatori, così zelanti per l’istruzione del basso popolo, non hanno tradotto la liturgia della santa Scrittura in tutti questi dialetti? Non avrebbe ciò a parer loro contribuito a render la Religione più rispettabile? [Bergier, art. Langue]. Al contrario, la lingua greca in Oriente, la lingua latina in Occidente, doppio idioma del popolo-re, conservano qualche cosa della maestà romana, che conviene perfettamente alla maestà molto più grande della Chiesa cattolica. A una Religione padrona del mondo la lingua dei dominatori del mondo, come a una dottrina immortale una lingua invariabile. Ma se la Religione e la ragione debbono ringraziare la Chiesa cattolica per aver adottate le lingue greca e latina, le scienze non le debbono minor gratitudine. Immortalando la loro favella, la Chiesa ha rese immortali le letterature dei Greci e dei Romani, siccome i Papi hanno salvato, santificandoli, i monumenti dei Cesari. Senza la croce che le è soprapposta, da lungo tempo la colonna Traiana non sarebbe più in piedi. – Del resto, non è vero, che per l’uso di una lingua morta i fedeli si trovino privati della cognizione di quello che è contenuto nella liturgia. Anziché interdir loro questa conoscenza, la Chiesa raccomanda ai suoi ministri di spiegare al popolo le differenti parti del santo Sacrificio, e il senso delle pubbliche preghiere. [Conc. Trid., sess. XXII, c. VlII]. – Di più ella non ha assolutamente proibito le traduzioni delle preghiere della liturgia, per le quali il popolo può vedere nella sua lingua quello che i sacerdoti dicono all’altare. Non è dunque vero, come ne l’accusano i protestanti, ch’ella abbia voluto nascondere i suoi misteri: no, ella ha solamente voluto mettersi al coperto dalle alterazioni, conseguenza inevitabile dei cambiamenti di linguaggio [Bona, Rer. Liturg., lib. I , c. V, p. 53].

Uso del canto. — Dall’idioma della Chiesa cattolica passiamo al suo canto ed esponiamone rapidamente l’origine, l’uso, la bellezza. Il canto è naturale all’uomo, e si rinviene presso tutti i popoli; il canto è essenzialmente religioso, e fin dal principio si vede da per tutto impiegato nei culto divino. Quest’accordo universale prova che il canto è gradevole al Signore, e che è un mezzo legittimo di rendergli una parte del culto che Gli dobbiamo. Ma che cosa è il canto? Esso, risponde un antico e pio autore, è il linguaggio degli angeli [Durandus, lib. V, c. 11]; forse è il linguaggio che l’uomo parlava primi della sua caduta. In questa ipotesi, la nostra attuale parola non sarebbe che un avanzamento di quella parola primitiva. * [Annuali di Filosofia Cristiana, an. 1830]. – Essendo l’uomo stato interamente degradato dal peccato originale, si comprende che la sua favella abbia dovuto subire una degradazione corrispondente. Almeno sembra che il canto sarà il linguaggio del cielo, o dell’uomo interamente rigenerato, poiché non parlasi che di canti e d’armonie tra i felici abitanti della celeste Gerusalemme. Checché ne sia di queste congetture, il canto sarà sempre l’espressione viva e misurata dei sentimenti dell’anima: il suo potere è magico, ed è questo un altro mistero. – Per ricordare all’uomo la sua lingua primitiva, o per insegnargli quella che deve parlare in cielo, la Religione ha consacrato l’uso del canto nei suoi divini esercizi. Ella non vuole che gli uomini si adunino al piede degli altari senza parlare il linguaggio degli Angeli, o la lingua dell’innocenza. L’uomo esiliato ri trova nei nostri templi l’idioma e il cammino della sua patria: re decaduto, quivi pure gli è dato di balbettare la lingua che parlò nei giorni della sua felicità. Si può ideare un insegnamento più utile, un pensiero più ammirabile? Il canto arreca ancora altri vantaggi: esso muove il cuore e lo eccita alla divozione [S. Aug., Confess. lib. VI]; scaccia la tiepidezza nelle pratiche religiose, infonde una santa letizia e inspira alacrità nella recita dell’uffizio divino, che senza ciò potrebbe talvolta sembrar lungo, e ingenerare ben anche della noia [S. Basil., In Psal. I. — Lactant., lib. VI, cap. 21. — S. Chrys., In Psal. 41]; egli è come una professione solenne di fede e di amore, mercé della quale ci rechiamo a vanto d’invocare il Signor Nostro, e di celebrare le sue lodi senza tener conto dei sarcasmi e delle bestemmie dell’empietà [Ruff, Hist., lib. X , c. 35, 37. — Theodoret., lib. III, c. I]; finalmente dissipa le suggestioni del demonio, ci merita i favori del cielo, e rende propizio lo Spirito Santo, come apparisce in moltissimi luoghi delle sante Scritture [Reg. passim. — Daniel. III]. – L’uomo dunque canta, e la Chiesa canta con lui, mostrandosi anche in questo l’erede fedele di tutto ciò che vi ha di vero, di bello, di buono, nelle tradizioni dell’universo, poiché tutti i popoli hanno cantato. Noi non parleremo dei pagani: essi avevano pervertito l’uso del canto: in luogo di celebrare il Dio della natura, essi cantavano i delitti e le avventure scandalose delle loro false Divinità. – Gli Ebrei appena furono riuniti in corpo di nazione, seppero abbellire cogli accenti della voce le lodi del Signore. Chi non conosce i cantici sublimi di Mose, di Debora, di David, di Giuditta, dei profeti? David non si limitò a comporre i salmi, ma stabilì cori di cantori e di musici per lodar Dio nel tabernacolo. Salomone suo figlio fece osservare l’uso medesimo nel tempio, ed Esdra lo ristabilì dopo la schiavitù di Babilonia. – Fin dall’origine del Cristianesimo, il canto fu ammesso nell’uffizio divino, quando specialmente la Chiesa acquistò la libertà di dare al suo culto la magnificenza e il lustro conveniente, in ciò autorizzata dall’esempio di Gesù Cristo e degli Apostoli. La nascita di questo divino Salvatore era stata annunziata ai pastori di Betlemme dai cantici degli angioli. Son noti quelli di Zaccaria, della santa Vergine, del vecchio Simeone; e il Salvatore stesso, durante la sua predicazione, gradì che le moltitudini del popolo venissero incontro a Lui e l’accompagnassero nella sua entrata in Gerusalemme, cantando: Osanna! Sia benedetto colui che viene in nome del Signore, benedetto il regno, che viene, del padre nostro Davide: Osanna nel più alto dei Cieli [Marc XI, 10], e continuassero così fino nel Tempio. San Paolo esorta i fedeli a eccitarsi mutuamente alla pietà con inni e cantici spirituali: “Parlando tra di voi con salmi ed inni e canzoni spirituali, cantando e salmeggiando, coi vostri cuori al Signore” [Ephes. V, 19], e cantava egli stesso nella sua prigione di notte con Sila. – I nostri padri nella fede misero in pratica le lezioni del grande apostolo. Plinio il giovane, avendoli interrogati per sapere che cosa operassero nelle loro adunanze, essi gli risposero, che si riunivano la domenica, per cantar inni a Gesù Cristo,come a un Dio [Epist. XCVIl. — Veggansi pure i Concili di Laodicea, c. XV; di Cartagine, IV, can. 10; di Agide, can. 21; di Aix, can. 152, 135, ecc.]. Lo stesso è avvenuto in tutta la serie dei secoli. I più grandi uomini, che la Chiesa abbia prodotto e la terra ammirato, annettevano al canto una tale importanza, che non disdegnavano di regolarlo da loro stessi e d’insegnarlo agli altri; testimoni di ciò noi abbiamo sant’Atanasio, san Crisostomo, sant’Agostino, sant’Ambrogio, san Gregorio papa. Sant’Ambrogio che regolò il canto della Chiesa di Milano in un tempo in cui i teatri del Paganesimo sussistevano tuttavia, evitò accuratamente d’imitarne la melodia, al che egualmente provvide san Gregorio per la chiesa di Roma, benché questi, riformando il canto in un secolo in cui erano scomparsi i teatri pagani, non trovasse veruno inconveniente a introdurre nel canto ecclesiastico melodie più piacevoli, ma tali per altro che non potessero eccitare alcuna pericolosa rimembranza. – Da ciò è derivata la distinzione tra il canto Ambrosiano e il canto Gregoriano. Il primo è più grave, il secondo più melodioso; il primo è tuttora in uso nella Chiesa di Milano, il secondo è diffuso in una gran parte della Cristianità. San Gregorio prese da tutte le Chiese ciò che vi era di meglio, appoggiandosi sopra il canto degli antichi Greci; egli scelse i mottetti che più gli piacquero, li modificò col suo gusto che era squisito, e li rese ad esprimere con maggior leggiadria i misteri lieti o dolorosi, la dolce tristezza della penitenza o la felicità d’una vita piena di virtù. – Ad esempio di David, Pipino re di Francia, ma specialmente Carlo Magno suo figlio, diedero molte cure al canto religioso. Avendo osservato che il canto Gallicano era meno dilettevole di quello di Roma, mandarono in quella capitale del mondo cristiano de’ chierici intelligenti affinché studiassero e imparassero il canto di san Gregorio, cui ben presto introdussero nelle Gallie. Non però tutte le Chiese di Francia l’adottarono uniformemente alcune non ne accolsero che una parte e lo mescolarono con quello che era anticamente in uso. È questa la cagione della differenza che esiste tra il canto delle diverse diocesi ‘ Leboeuf, Trattato storico del canto, c. 3].

Bellezza del canto. — Tuttavia questo canto, quale è oggi, quantunque abbia fatto grandi perdite nel passare pei secoli barbari, conserva tuttora bellezze di primo ordine, ed è, per l’uso cui è applicato, superiore di molto alla musica. Anche non aiutato da ritmo o misura offre agl’intelligenti imparziali un carattere di grandezza, una melodia piena di nobiltà, e una feconda varietà d’inflessioni. Vi ha egli infatti cosa più sublime del canto solenne del Prefazio e del Te Deum? Che di più commovente delle lamentazioni di Geremia, e più giulivo degl’inni di Pasqua? Ove trovare concenti più maestosi del Lauda Sion, o più terribili del Dies iræ? L’uffizio de’ morti è un capo d’opera, e pare di udire il sordo eco delle tombe. Nell’uffizio della settimana santa è notevole la Passione di san Matteo; il recitativo dello Storico, le grida della popolazione Giudaica, la nobiltà delle risposte di Gesù formano un dramma patetico. Pergolesi ha dispiegato bensì nello Stabat Mater la ricchezza dell’ingegno e dell’arte, ma ha egli forse perciò superato il semplice canto della Chiesa? Il carattere essenziale della tristezza consiste nella ripetizione del medesimo sentimento, e per così dire nella monotonia del dolore; e ciò non ostante esso ha variato la musica ad ogni versetto. Diverse cause possono eccitare le lacrime, ma le lacrime hanno sempre un’eguale amarezza; d’altra parte poi raramente si piange ad un tempo stesso per una moltitudine di mali, poiché quando le ferite sono molteplici sempre ve ne ha una più acerba delle altre che finisce per assorbire le minori. Quella uniforme melodia ad ogni strofa, non ostante la varietà delle parole, imita perfettamente la natura; l’uomo, che soffre, fa vagare i propri pensieri sopra diverse immagini, mentre il fondo delle sue afflizioni rimane lo stesso. – Pergolesi ha dunque disconosciuto questa verità, fondata sopra la teoria delle passioni, allorquando non ha voluto che un sospiro dell’anima rassomigliasse ad un altro sospiro che l’aveva preceduto. Egli ha obliato che dovunque è varietà ivi è distrazione, e dovunque è distrazione ivi non è tristezza [Genio del Cristianesimo, t II, c. 11]. – Che diremo dei salmi? La maggior parte sono sublimi per gravità; specialmente il “Dixit Dominus Domino meo”, il “Confitebor tibi”, e il “Laudate pueri”. L’ “In exitu” racchiude un misto indefinibile di gioia e di tristezza, di melanconia e di speranza; il “Kyrie eleison”, il “Gloria in excelsis” e il “Credo” delle Solennità sublimano lo spirito; il “Veni Creator” esprime in guisa ammirabile le ardenti suppliche d’un cuore che brama di venire esaudito. – Qual meraviglia dopo di ciò se il nostro canto sacro fa sì vive impressioni sopra uomini che hanno orecchio e cuore? – « Io non poteva saziarmi, o mio Dio, esclama sant’Agostino, di ammirare la profondità de’ vostri disegni in tutto quello che avete operato per la salute degli uomini, sicché la contemplazione di tante meraviglie riempiva il mio cuore d’inenarrabile dolcezza. Oh! qual pianto mi ha fatto spargere la melodia degli inni e de’ salmi che si cantavano nella vostra Chiesa! e quanto era io vivamente commosso all’udire risuonare nella bocca dei fedeli le vostre lodi! A misura che quelle parole tutte divine colpivano le mie orecchie, le verità da loro espresse s’insinuavano nel mio cuore, e l’ardore dei sentimenti di devozione ch’esse vi eccitavano faceva scorrere dai miei occhi un torrente di lacrime, ma di lacrime deliziose, che formavano allora il maggior piacere della mia vita » [Conf. Lib. 6]. – E per citare un uomo ben diverso da Agostino, è noto come più volte sia stato veduto Gian-Giacomo Rousseau assistere al Vespro in san Sulpizio, per provarvi quel divino entusiasmo da cui un’anima sensibile non può difendersi, quando ella prenda parte con qualche raccoglimento alle ecclesiastiche melodie, che, unite all’accordo di un popolo immenso, e alla maestà dei riti sacri, assumeva in quel superbo tempio un carattere capace di elevare l’anima fino al cielo, e di ammollire il cuore anche di uno scettico. Il semplice recitativo delle nostre preghiere, faceva su quell’uomo una tale impressione, ch’ei non poteva udirlo, senza sentirsi commosso fino alle lacrime. – « Un giorno, scrive Bernardino di Saint- Pierre, essendo io andato a passeggio con Rousseau al Monte-Valeriano, giunti alla sommità formammo il progetto di chieder da pranzo agli eremiti che vi dimoravano. Erano pochi istanti prima che si ponessero a tavola, e secondo il consueto stavano tuttora in chiesa; sicché Gian-Giacomo Rousseau mi propose d’entrare e di farvi noi pure le nostre orazioni, mentre gli eremiti recitavano le litanie della Provvidenza che sono bellissime. Fatta la nostra preghiera in una cappelletta, e quando gli eremiti si furono avviati al refettorio, Gian-Giacomo mi disse con emozione: Ora io sento tutta la verità di quel concetto del Vangelo: «Quando parecchi di voi saranno adunati in mio nome Io sarò in mezzo a loro ». In questo luogo si respira un sentimento di pace e di felicità, che penetra tutta l’anima 2 » [Etudes de la Nature, t. III, p. 508].

Preghiera.

O mio Dio, che siete tutto amore, io ringrazio di avere stabilito tanti mezzi di parlarmi al cuore; non permettete che io rimanga insensibile alla vostra voce. Mi propongo di amar Dio sopra tutte le cose, e il prossimo, come me stesso, per amor di Dio, e in prova di questo amore, io canterò col cuore e colle labbra le lodi di Dio.