Terza Creazione dello Spirito Santo: la Chiesa.

Con la “terza creazione” dello Spirito Santo, siamo agli ultimi capitoli prima del “botto finale”, rappresentato dalla quarta creazione: il Cristiano! In attesa quindi della delucidazione delle azioni dello Spirito Santo sull’uomo “cristiano” da santificare, attraverso i “doni” che generano i “frutti”, le opere di misericordia, le virtù e le beatitudini, godiamoci con calma, ruminandoli e facendoli nostri, questi capitoli interessantissimi, che tra l’altro ci danno un’idea precisa della fondazione della “vera” Chiesa di Cristo da parte dello Spirito Santo, e del sostegno che, in collaborazione alla altre Persone della Santissima TRINITA’, Esso costantemente mostra, anche in questi tempi di generale apostasia, usurpazione dell’Autorità e di “eclissi”. Non finiremo mai di ringraziare il buon DIO per aver ispirato con largo anticipo a mons. Gaume quest’opera fondamentale per la rinascita ed un rinnovato splendore della Chiesa Cattolica, l’unica Chiesa per la Quale si giunge alla salvezza eterna.

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Terza Creazione dello Spirito Santo: la Chiesa.

[dal Trattato dello Spirito Santo, vol. II capp. XV, XVI, XVII]

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L’Incarnazione è l’asse del mondo. La storia universale non è altro che lo svolgimento di questo mistero: compiuto che sia una volta nell’ultimo degli eletti, i tempi finiranno. Per realizzare l’Uomo-Dio, lo Spirito Santo creò Maria. Per generalizzare l’Uomo-Dio, crea la Chiesa. In quella guisa che il cristiano è il prolungamento di Gesù Cristo, cosi la Chiesa è il prolungamento di Maria. Ciò che Maria è di fronte a Gesù, similmente la Chiesa lo è al cristiano. I tratti divini che distinguono Maria, distinguono la Chiesa. Maria è la prima creazione dello Spirito Santo nella legge di grazia, la Chiesa é la terza. Maria è ripiena di tutti i doni delio Spirito Santo: cosi la Chiesa è ripiena di tutti i doni dello Spirito Santo. Maria è Vergine; la Chiesa è vergine: Maria è madre e sempre vergine; la Chiesa è madre e sempre vergine. Lo Spirito Santo, sopravvenuto in Maria, riposa sempre in Lei; Ei La protegge, La ispira, La dirige. Disceso sulla Chiesa, lo Spirito Santo abita sempre in essa per proteggerla, ispirarla, dirigerla. Maria è il focolare della carità; la Chiesa lo è del pari. Queste analogie e altre ancora rivelano la misteriosa unità che presiede alla deificazione dell’uomo: ecco alcuni particolari sopra ciascuna. – Maria è la prima creazione dello Spirito Santo; la Chiesa, la terza. « La terza persona dell’augusta Trinità, dice san Basilio, non lascia 1′ Uomo-Dio risuscitato tra i morti. L’uomo aveva perduto la grazia che aveva ricevuta il di della sua creazione dal soffio di Dio. Il Verbo incarnato gliela vuol rendere. Per ciò Egli soffia sulla faccia de’ suoi discepoli. E che dice loro: Ricevete lo Spirito Santo, i peccati saranno rimessi a chi voi li rimetterete, e ritenuti a chi li riterrete. Che vuol Egli dir ciò, se non che la Chiesa, la sua gerarchia ed il suo governo sono evidentemente e senza contrastoL’opera dello Spirito Santo ? È Esso medesimo, dice san Paolo, che ha dato alla Chiesa da prima gli Apostoli: quindi i profeti: in terzo luogo i dottori: poi il dono delle lingue e dei miracoli, secondo che Egli ha giudicato conveniente. » Apriamo il Libro sacro e seguitiamo, passo passo, il racconto di questa meravigliosa creazione. Ei ci mostrerà che lo Spirito Santo ha formato la Chiesa, come ha formato Maria. « Cum complerentur dies Penlecostes: Come i giorni della Pentecoste erano per finire. [Acti II, 1.] ». – La risurrezione e l’ascensione del Salvatore erano state talmente rispettate, che la discesa dello Spirito Santo doveva in virtù dei numeri sacri, aver luogo nelle feste della Pentecoste mosaica. Siccome in questi giorni lo Spirito Santo aveva per mezzo del ministero degli Angeli dato a Mosè la legge di timore, la quale costituiva definitivamente gli Ebrei allo stato di nazione e di nazione separata, cosi parimente Egli scelse quei giorni solenni per dare, in persona, la legge d’ amore che sostituiva la Chiesa alla Sinagoga, e costituiva definitivamente allo stato di nazione universale la grande famiglia cattolica. Ecco perché la discesa dello Spirito Santo non ebbe luogo lo stesso giorno della Pentecoste mosaica, ma il giorno dopo, primo giorno della grande ottava. Sappiamo infatti, che i Giudei celebravano la Pentecoste il sabato, e gli Apostoli la celebrarono la domenica. Scegliere per la rigenerazione del mondo lo stesso giorno della sua creazione e il giorno, in cui per la sua risurrezione gloriosa, il Redentore aveva trionfato di satana, è appunto qui una di quelle belle armonie che si riscontrano ad ogni tratto nell’ opera divina. « Erant omnes pariter in eodem loco: erano essi tutti insieme in uno stesso luogo ». – Maria sino dalla sua più tenera infanzia, stando racchiusa nel tempio, si era preparata con cura alla visita dello Spirito Santo. Così la Chiesa appena nata dal sangue del Calvario, erasi ritirata nel cenacolo, a fine di prepararsi pel raccoglimento alla venuta dello Spirito Santo, e invocare i suoi favori. Centoventi persone componevano quel giovane consorzio: quest’era presso i Giudei il numero richiesto per formare una comunità ecclesiastica; imperocché centoventi persone composero la grande Sinagoga sotto Esdra, allorché ei ristabilì lo stato ed il culto della nazione. Non formando tutti che un sol cuore, un’anima sola, ed una preghiera ardente per domandare lo Spirito Santo, erano essi nello stesso luogo: “in eodem loco”. Questo luogo era il cenacolo. A qual fine scelse lo Spirito Santo il cenacolo per primo teatro delle sue rivelazioni meravigliose? Perché era il luogo il più santo della terra. E fu in questo stesso cenacolo che il Signore istituì la divina Eucaristia, e che dopo la sua risurrezione egli apparve all’apostolo Tommaso. Colà pure in memoria dei più grandi prodigi fu edificata la santissima Sion, la più venerabile delle Chiese. Luogo sacro, testimone delle più stupende meraviglie come il Sinai, il Giordano e il Tabor; luogo benedetto che rammentava agli Apostoli l’ineffabile bontà del maestro, i suoi discorsi divini, e la loro prima comunione per la stessa mano di Gesù. Oh come dovevano ritornarvi con tenerezza e rimanervi con amore! Questo cenacolo era nella casa di Maria, madre di Giovanni, soprannominato Marco, e cugino di san Barnaba. Secondo due Padri insigni della Chiesa orientale, sant’Esichio patriarca di Gerusalemme, e san Proclo patriarca di Costantinopoli, lo Spirito Santo discese in quello stesso momento, in cui san Pietro celebrava in mezzo ai discepoli l’augusto sacrificio della Messa. Subito che ebbe visto il corpo di Gesù e sentito il profumo ineffabile di quella carne immacolata, l’aquila divina si precipita dal cielo. Mirabile contrasto! Lo Spirito di Dio erasi separato dall’uomo, perché la carne l’aveva trascinato nelle sue vergognose cupidigie e il demonio erasi impadronito dell’umanità. Ma ecco che la carne purissima di Gesù si presenta dinanzi a Dio. Tosto lo Spirito discende, attratto da tutte le sue pure bellezze, affascinato da tutte le sue amabilità, e con essa dimora per sempre: e questa carne divina, moltiplicata all’infinito, estende a tutti i luoghi ed a tutti i secoli l’unione dello Spirito Santo con l’umanità. « Et factus est repente de coelo sonus: e venne di repente dal cielo un suono. » Ciascuna di queste divine parole racchiude un tesoro di verità: Venne di repente senza che gli Apostoli se l’aspettassero e senza alcuna precipitazione da parte loro. Così apprendiamo che lo Spirito Santo diffondeva l’abbondanza dei suoi doni interni ed esterni mediante la sua pura liberalità. Vediamo ancora la prontezza e la forza della sua grazia che in un batter d’occhio cambia gli uomini terreni in uomini celesti: Pietro in eroe, Maddalena in santa. O che meraviglioso artefice é lo Spirito Santo! Alla sua scuola nessuna dilazione per imparare, poiché Egli tocca l’anima e l’ammaestra; 1’averla toccata è come se l’avesse istruita. Dal cielo, per mostrare che là é la dimora dello Spirito Santo, che è Dio, e che viene ad innalzare al cielo gli Apostoli e per essi l’intero mondo. O leva potente! « Oggi, grida il gran Crisostomo, la terra per noi diviene il cielo, non per la discesa delle stelle sulla terra, ma per l’Ascensione degli Apostoli in cielo. L’abbondante effusione dello Spirito Santo fa dell’universo un cielo unico, non cangiando la natura degli esseri, ma divinizzando le volontà. Egli trova dei pagani e ne fa tanti cristiani; degli adoratori del demonio, degli adoratori del Verbo Dio; di ladri, tanti disinteressati; di persecutori, tanti apostoli; delle donne pubbliche Ei le agguaglia alle vergini. Ei pone in fuga la iniquità, e le sostituisce la bontà; la legge d’odio universale si converte in legge d’amore universale, la schiavitù in libertà. « Per operare queste meraviglie, tutti i mezzi sono per Lui buoni. Ei prende i timidi apostoli, e che ne fa Egli? ne fa dei vignaiuoli, dei pescatori, e delle torri e delle colonne e dei medici e dei generali e dei dottori, e dei porti, e dei governatori, e dei pastori, e degli atleti e dei trionfanti combattitori. Come colonne essi sono il sostegno e le fondamenta della Chiesa. Come porti, essi mettono in salvo il mondo contro le tempeste delle persecuzioni, dell’eresie, degli scandali. Essi ne hanno trionfato per sé e per noi, e ne trionfano ancora e sempre ne trionferanno. Come governatori hanno rimesso sulla buona via l’umanità. Come pastori hanno cacciato i lupi, e custodite le pecore. Come agricoltori hanno svelto le spine e seminato il grano della pietà. Come medici hanno guarito le nostre ferite. « Insomma non prender tu le mie parole per un vano linguaggio, poiché io metto sotto i tuoi occhi Paolo che fa tutte queste cose. Vuoi tu vedere un agricoltore? ascolta: Io ho piantato; Apollo ha annaffiato e Dio ha dato l’accrescimento. Un costruttore? Come un architetto ho poste le fondamenta. Un soldato? Io combatto non dando colpì in aria. Un corsiero? Da Gerusalemme ed i contorni sino in Illiria e al di là, nelle Spagne e sino alle estremità della terra io ho tutto riempito del Vangelo di Gesù Cristo, Un atleta? Per noi la lotta non è contro la carne ed il sangue, ma contro le potenze dell’aria. Un generale? Pigliate le armi di Dio e indossate la corazza della fede, l’elmo della salute e la spada dello Spirito Santo. Un guerriero? Io ho combattuto una buona battaglia ed ho conservato la mia consegna. Un trionfatore? Una corona di giustizia riposerà sul mio capo. Ciò che Paolo fa da sé solo, ogni apostolo lo fa, perché lo Spirito Santo essendo indivisibile è tutto intero in ciascuno. ». « Tanquam advenientis Spiritus vehementis: questo suono era come quello di un vento gagliardo che sopraggiunge. » Questo vento non era lo Spirito Santo ma il suo emblema. Perché quest’emblema e non un altro? Per mostrare la forza irresistibile dello Spirito Santo. Fra tutti gli elementi il vento è il più forte. In pochi minuti sconvolge l’Oceano sin nelle sue profondità, e alza sino alle nubi la pesante massa delle sue acque; ovvero sradica come per divertimento, secolari foreste. Come vento impetuoso ei renderà gli apostoli ardenti ai combattimenti e invincibili nella conquista del mondo. La loro parola animata dal soffio dello Spirito Santo farà cadere gli idoli, crollare gli imperi, confondere tutti i potentati, cacciare le nubi senz’acqua dell’errore e della filosofia; purificare l’aria corrotta da venti secoli di tenebre nauseabonde; condurre dai quattro punti del cielo le nubi cariche di acque fecondatrici, attirare nelle anime la vena divina e spingerle a piene vele come navi ben equipaggiate verso le sponde dell’eterna Gerusalemme. – «Et replevit totam domum: e riempì tutta la casa » . Tanto al morale che al fisico il vento o il soffio è il segnale della vita. Come principio di vita, lo Spirito Santo figurato da questo vento, riempie tutta la casa dove si trovavano gli apostoli; ma egli non riempie che quella: cosi per avere lo Spirito Santo, bisogna essere nella casa degli apostoli, vale a dire nella Chiesa. « Lo Spirito Santo, dice meravigliosamente sant’Agostino, non è che nel corpo di Gesù Cristo. Il corpo di Gesù Cristo è la santa Chiesa cattolica. Fuori di questo corpo divino, lo Spirito Santo non vivifica alcuno. » [Epist. III Class., epist. 1 8 5 , t. II, 995]. – E altrove: « Che divengano il corpo di Gesù Cristo, se vogliono vivere dello Spirito di Gesù Cristo. Solo il corpo di Gesù Cristo vive dello spirito di Gesù Cristo. Il mio corpo, certo, vive del mio spirito. Vuoi tu vivere dello spirito di Gesù Cristo ? sii nel corpo di Gesù Cristo. Che forse il mio corpo vive del tuo spirito? Il mio corpo vive del mio, e il tuo del tuo. » Ei riempì la casa tutta quanta, a fine di mostrare che la Chiesa, figurata da questa casa, riempirebbe un di il mondo intero dello Spirito Santo, e per conseguenza di luce e di carità. Essa l’ha fatto. Cercate in quale epoca l’umanità, tratta dalla barbarie pagana, ha incominciato a camminare sulla via della vera civiltà, voi troverete che fu il giorno delle Pentecoste. Dappertutto dove non è esso, il mondo resta nella sua antica degradazione. Dappertutto dove Egli cede, ritornano le antiche tenebre, ed il genere umano si arresta nella melma, o cammina negli scogli. « Datemi, dice san Crisostomo, una nave leggera, un pilota, dei marinari e delle gomene, degli attrezzi da nave, tutto l’apparecchio necessario alla navigazione, ma non però un soffio di vento; non è egli vero che tutto diventa inutile? Cosi è dell’umanità. Malgrado la filosofia, malgrado l’ intelligenza, la. più ampia provvista di discorsi, se lo Spirito Santo non gli dà l’impulso, tutto è vano. » [Homil. de Spirit. sancto, t. HE, sub. fin. ediz. vet.]. « Ubi erant sedentes: dove stavano seduti ». Non è senza ragione che la Scrittura nota l’attitudine della Chiesa, al momento della discesa dello Spirito Santo. Il riposo del corpo è il simbolo della tranquillità e della sovranità dell’anima: doppia disposizione necessaria per ricevere lo Spirito Santo. – La tranquillità: non è nel rumore esterno del mondo, né nel tumulto interno delle passioni che lo Spirito Santo si comunica alle anime. La sovranità: bisogna essere re della sua anima per ricevere lo Spirito Santo. Egli stesso dice, che non abita in chi é schiavo del peccato. La sovranità: aggiungiamo che Egli stava per darla alla Chiesa: sovranità imperitura, contro la quale non prevarranno giammai le porte dell’inferno. « Et apparuerunt illis dispertitae linguae: ed apparvero ad essi delle lingue ripartite ». Queste lingue dicevano agli occhi, che lo Spirito Santo si posò su tutti quelli che si trovavano nel cenacolo: la Santa Vergine, gli Apostoli e i discepoli, ai quali andava a comunicare la conoscenza delle lingue delle differenti nazioni, chiamate a benefìcio del Vangelo. Perché delle lingue? Il mondo era stato perduto per la lingua; ed è mediante la lingua che doveva essere salvato. Perché lingue visibili? Il più gran teologo dell’Oriente ne dà la ragione: « Il Figliuolo, dice san Gregorio Nazianzeno, aveva conversato con noi in un corpo sensibile e palpabile; era dunque conveniente che lo Spirito Santo apparisse agli uomini sotto una forma corporea. Cosi come il Verbo si è incarnato per insegnarci colla sua propria bocca la via della verità e della salute; parimente lo Spirito Santo si è, per cosi dire, incarnato in tante lingue di fuoco a fine di istruire gli Apostoli ed i fedeli. » Il dono delle lingue suppone la cognizione delle parole e del loro significato; l’accento o il modo di parlare; la vista chiara di tutte le verità necessarie al resultato della predicazione apostolica, accompagnata da una consumata prudenza per dire ciò che bisognava e nient’altro che ciò che bisognava, in mezzo a tante difficoltà e pericoli, e in faccia ad una si grande varietà d’individui e di congiunture: tutto ciò fu dato agli Apostoli. – Ora, i doni di Dio sono senza ripentimento, e lo Spirito Santo è sempre rimasto nella Chiesa, tale quale discese su di lei nel cenacolo. Il dono meraviglioso delle lingue si è dunque conservato nella Chiesa cattolica e in essa sola, non soltanto per eccezione, come in sant’Antonio da Padova, san Vincenzo Ferreri, san Francesco Saverio; ma abitualmente e perpetuamente per ciascun cattolico. – Ascoltiamo sant’Agostino : « Come mai, fratelli miei, oggi, quegli che è battezzato, non parla tutte le lingue; bisogna forse credere che non abbia ricevuto lo Spirito Santo? A Dio non piaccia che una tal perfidia tenti il cuor nostro. Ogni uomo riceve al Battesimo lo Spirito Santo, e s’egli non parla le lingue di tutte le nazioni, è perché la Chiesa medesima le parla. Ora la Chiesa è il corpo di Gesù Cristo. Io son membro di questo Corpo che parla tutte le lingue, io dunque le parlo tutte. Tutti i membri di questo Corpo uniti dagli stretti vincoli della carità, parlano come parlerebbe un solo uomo. La Chiesa è la loro bocca e lo Spirito Santo la loro anima. ».- « Tanquam ignis: queste lingue erano simili al fuoco. ». Il vento ed il fuoco erano simboli eloquenti dello Spirito Santo. Ripetuta parecchie volte la missione dell’augusta Persona, si è manifestata con segni analoghi ad ogni circostanza. « Al battesimo di Nostro Signore, dice l’angelo della scuola, lo Spirito Santo apparisce sotto la forma di una colomba, uccello fecondissimo, per mostrare che il Verbo incarnato è la sorgente della vita spirituale. Quindi quella parola del Padre: Qui è il mio figlio diletto; per suo mezzo tutti diverranno miei figli.

« Nella Trasfigurazione Ei prende la forma di una nube splendidissima per annunziare l’esuberanza della dottrina che farà cadere sul mondo: quindi quella parola: ascoltatelo. Agli Apostoli egli viene sotto l’emblema del vento e del fuoco, perché comunica ad essi la potestà del ministero nell’amministrazione dei sacramenti. Quindi quelle parole: Quelli ai quali rimetterete i peccati, gli saranno rimessi. E nella predicazione della dottrina, predicazione invincibile e vittoriosa di tutti gli ostacoli; da ciò quella parola: Essi cominciarono a parlare diverse lingue. » [I p., q. 43, art. 7, ad 6]. – Le lingue del cenacolo non erano un vero fuoco, ma un fuoco apparente di cui avevano il colore, lo splendore e la mobilità. Lo Spirito Santo elesse il fuoco come simbolo per due ragioni. La prima perché essendo l’amore in sostanza, egli stesso è un fuoco consumante: ignis consumens. – Il fuoco riscalda, illumina, purifica, e si leva in alto. Ora lo Spirito Santo fa tutto questo nelle anime. La seconda, perché la legge antica fu data sul Sinai mediante il fuoco in mezzo al fuoco. » [In dextera ejus ignea lex. Deuter. XXXIII, 2]. – Bisognava che la realtà rispondesse alla figura, e che la legge nuova fosse data mediante il fuoco ed in mezzo al fuoco; ma senza lampi né tuoni: atteso che essa è una legge non di timore ma d’amore. – «”Seditque super singulos eorum”: e questo fuoco in forma di lingua si posò sopra ciascuno di loro. » Il sacro testo non dice: Le lingue si posarono, ma il fuoco si posò. Ciò rivela singolarmente il profondo mistero di una lingua unica e universale, benché divisa in parecchie parti, secondo la diversità delle nazioni che dovevano parlarla, e alle quali doveva essa essere parlata. Rivela altresì l’unità dello Spirito Santo, di cui questa lingua era la lingua. Qual altro mistero in quella parola, si riposò? Una fiamma sul capo d’un uomo era agli occhi della più remota antichità, il contrassegno di una vocazione divina. – Era la prima volta che questo fenomeno si produceva presso i discepoli del Nazzareno. Attestando la divinità del Maestro, proclamava la grande missione affidata agli Apostoli; e per mezzo del fuoco, simbolo dello Spirito Santo, Dio aveva autorizzato i profeti. Sotto l’emblema del fuoco i cherubini che accompagnano il carro di Dio, appariscono ad Ezechiele : “e in un carro di fuoco Elia è trasportato in cielo. [Ez. I, 13]. I profeti ed i cherubini dell’ antica legge non erano che la figura degli Apostoli. Come profeti, essi hanno annunziato gli oracoli divini, non ad un popolo solo ma a tutti i popoli. Come cherubini hanno condotto il carro di Dio nell’intero mondo. « Cherubini della terra, dice san Gregorio di Nazianze, lo Spirito Santo li sceglie pel suo trono e riposa su di loro, come sopra i cherubini del cielo. » [Orat. XLIV]. Ei riposa su di essi per consacrarli dottori del mondo e per mostrare che sono uomini affatto celesti, dotati per conseguenza di una sapienza e di una eloquenza divina. Riposa su di essi, aggiunge san Crisostomo, per annunziare a tutto 1’universo che Ei dimora con loro e co’ loro successori sino alla consumazione dei secoli. [Apud Com. a Lap. in act., n, 3]. Dimora permanente, la quale, assicurando alla Chiesa l’infallibilità di tutti i giorni e di tutte le ore, confonde anticipatamente tutte le eresie, e condanna allo scetticismo ogni ragione ribelle all’insegnamento cattolico.

Che avvi di più dolce per i fanciulli che il contemplare la culla della loro madre! continuiamo dunque il racconto minuto della nascita della Chiesa. Restiamo nel cenacolo, nostra casa materna, ed ascoltiamo il sacro testo. Esso aggiunge: «Et replett sunt omnes Spiritus Sancto: e furono tutti ripieni di Spirito Santo. » Tale è la consumazione del mistero creatore. Come il Verbo incarnandosi in Maria mediante 1’operazione dello Spirito Santo, aveva formato sua madre; cosi lo Spirito Santo s’incarna in qualche modo oggi nella Chiesa per formare la madre dei cristiani. Studiamo alcuni tratti di questo sorprendente parallelismo. Sant’Agostino chiama lo Spirito Santo, il Vicario ed il successore del Verbo. Ora aggiungono gli interpreti, come il Verbo è disceso, così lo Spirito Santo ha voluto discendere per compiere la sua opera. Per conseguenza la discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli, rassomiglia alla discesa del Verbo nel mondo, vale a dire l’incarnazione. Quanto alla sostanza. In quella guisa che la sostanza del Verbo discese nella carne, così lo Spirito Santo discende sostanzialmente sugli apostoli. Quanto al modo. Il modo dell’incarnazione fu riunione ipostatica; così la Persona, o l’ ipostasi dello Spirito Santo, si unisce agli Apostoli in un modo quasi consimile. Il Verbo fu nella carne, come il fuoco nel carbone; ed i Padri lo paragonano ad un carbone incandescente: parimente lo Spirito Santo tu come un fuoco risedente negli Apostoli. – Quanto alla causa. La discesa dello Spirito Santo, come pure l’Incarnazione del Verbo, ebbe per causa l’amore immenso che lo portava, come Dio, a ricolmare l’uomo del più immenso benefìcio, comunicandosi a Lui nel modo il più perfetto; cioè dire sostanzialmente e personalmente. – Quanto alle proprietà. In Nostro Signore, le proprietà della natura umana si attribuiscono a Dio e al Verbo; di modo che in virtù della comunicazione degli idiomi, si può dire che Dio è nato, e parimente che 1′ uomo è Dio, onnipotente, eterno. Di più, tra lo Spirito Santo e gli Apostoli esiste una sorta di comunicazione degli idiomi, per la quale gli Apostoli sono chiamati santi, divini, spirituali, a cagione dello Spirito Santo e divino ch’essi ricevono. Similmente lo Spirito Santo medesimo è chiamato apostolico, profetico, dottore, predicatore multilingue, perché ha reso tali gli apostoli, le labbra dei quali sono divenute suoi organi. – Quanto ai frutti, La seconda Persona dell’adorabile Trinità incarnandosi, ci ha purificati de’ nostri peccati, ricolmi d’ogni sorta di grazie, perfezionati, beatificati e condotti alla gloria eterna. Discendendo sul mondo la terza Persona, ha fatto tutto questo. Purificazione, illuminazione, perfezione, beatificazione; tutto noi le dobbiamo. [Coni, a Lap., in hunc locum]. – Qui si affaccia una difficoltà. Il sacro testo viene a dirci che nel giorno della Pentecoste gli apostoli furono riempiti dello Spirito Santo: repleti sunt omnes Spiritu Sancto. Nostro Signore promette loro di continuo quest’immenso favore. « Se io non me ne vado, lo Spirito Santo non potrà venire in voi. Io vi manderò un altro Paracleto. Allorché sarà venuto, Egli vi insegnerà ogni verità. Fra poco voi sarete battezzati nello Spirito Santo. Lo Spirito Santo non era stato ancora dato perché Gesù non era ancora glorificato. » [Joan., VII, 39; XIV, 16, 26, etc. etc]. Ma che! sino al giorno della Pentecoste gli Apostoli erano stati privi delio Spirito Santo? Se lo avevano ricevuto, come può Nostro Signore prometterlo loro? Che si riceve ciò che già possediamo? Ascoltiamo i Padri e i Dottori. « Il Signore, risponde sant’ Agostino, dice agli Apostoli: Se voi mi amate, osservate i miei comandamenti, ed Io pregherò mio Padre che vi dia un altro consolatore. Evidentemente questo consolatore è lo Spirito Santo, senza del quale non si può, né amare Dio né osservare i suoi comandamenti. Ma se non l’avevano ancora, come potevan’ essi amare e adempiere ai precetti? E se già l’avevano, come è Egli promesso loro? – Frattanto è loro comandato di amare e osservare i comandamenti, a fine di ricevere lo Spirito Santo. -« I discepoli avevano dunque lo Spirito Santo che il Signore prometteva loro; poiché amavano il loro Maestro, ed osservavano i suoi precetti. Ma non l’avevano ancora “come” il Signore Glielo prometteva. L’avevano dunque e non l’avevano; attesoché non l’avevano nel modo che Lo dovevano avere. Essi l’avevano interiormente; e dovevano riceverLo esteriormente e con segni rumorosi. Quest’era un nuovo favore dello Spirito Santo il manifestare a sé medesimi ciò che possedevano. – « Di questo favore immenso l’Apostolo parla, allorché dice: Noi non abbiamo ricevuto lo spirito di questo mondo, ma lo Spirito di Dio, affinché conoscessimo i doni che Dio ci ha fatti. [I Cor., XI, 12.]. Che lo Spirito Santo sia dato con più o meno di abbondanza, la prova sta nella differenza della carità, con la quale gli uomini amano Dio, e osservano la sua legge. D’altronde, se non fosse più abbondantemente nell’uno che nell’altro, Eliseo non avrebbe detto ad Elia: che lo Spirito che è in voi sia doppio in me. Il Signore dunque ha potuto promettere agli Apostoli ciò che già avevano. » [In Joan Tract. 74, n. 1 e 2]. – San Gregorio Nazianzeno parla come sant’ Agostino. « Lo Spirito Santo, dice, è stato dato tre volte agli Apostoli in differenti epoche, e secondo la capacità della loro intelligenza: avanti la passione, dopo la risurrezione e dopo l’ascensione. Avanti la passione, allorquando essi ricevettero la potestà di cacciare i demoni, ciò che manifestamente non poteva farsi che mediante la potenza dello Spirito Santo. Dopo la risurrezione quando il Signore soffiò su di essi dicendo: Ricevete lo Spirito Santo. Dopo l’ascensione, allorché furono tutti riempiti dello Spirito Santo : repleti sunt omnes Spiritu Sancto. La prima volta in un modo più nascosto e meno efficace; la seconda più espressivo: e la terza più completo, in questo senso, che non è solamente in atto come innanzi, ma per essenza, se così posso esprimermi, che lo Spirito Santo fu loro presente e conversò con essi. » [Orat. in Pentecoste]. – La verità teologica è, pigliando ad imprestito il linguaggio di un dotto commentatore, che gli Apostoli innanzi la Pentecoste avevano ricevuto lo Spirito Santo sostanzialmente e personalmente, substantialiter et personaliter. [Corn. a Lap. in Act apost., n, 4]. – Tale è l’insegnamento dei Padri, e tra gli altri di san Cirillo. Circa le parole di Nostro Signore, Ricevete lo Spirito Santo, ei si esprime in questi termini: «Per insufflazione del Salvatore gli Apostoli divennero partecipanti, non solamente della grazia dello Spirito Santo, ma dello Spirito Santo medesimo. Se la grazia che è data per mezzo dello Spirito Santo, era separata dalla sostanza dello Spirito Santo, perché non dire apertamente: Ricevete la grazia pel ministero dello Spirito Santo ?» [Dialog., VII, p.638, vedi Petan, De dogmat. theolog., De Trnit, lib. VII, c. V et VI]. – Una volta che Egli è nell’anima vi diffonde la sua grazia, la sua carità, i suoi doni; come il sole una volta che è sull’ orizzonte sparge nel mondo la sua luce, i suoi raggi e il suo calore.[ Corn. Alapide]. – Ma perché queste donazioni successive? È con lo scopo di insegnarci che nell’ordine della grazia come nell’ ordine della natura, Dio fa tutto con misura, numero e peso, proporzionando i mezzi al fine, e dando a ciascuna creatura quel che ha di bisogno secondo i doveri che le sono imposti. – Altro mistero: perché la prima di queste donazioni manifeste ha avuto luogo per insufflazioni, mentre l’altra si compiè sotto la forma di lingua di fuoco? Il Salvatore risuscitato, andava ad affidare agli Apostoli la potenza meravigliosa di risuscitare le anime morte alla vita della grazia; e disse loro: « Come mandò me il Padre, anch’io mando voi, » e dopo questo soffiò sopra di essi e disse: «Ricevete lo Spirito Santo; saranno rimessi i peccati a chi li rimetterete, e saranno ritenuti a chi li riterrete. » [Joan., XX, 21-28]. – Richiamando in un modo sensibile la primitiva insufflazione che fece di Adamo un essere vivente, questa insufflazione nascondeva un gran mistero. Con questo linguaggio d’azione il divino Riparatore diceva : « Io gli ho comunicato lo Spirito Santo, principio della vita naturale e soprannaturale, come fece Iddio, soffiando sopra Adamo; oggi soffiando su di voi, Io vi dò lo Spirito Santo, principio di vita soprannaturale e divina, perduta per il peccato, affinché alla vostra volta voi la comunichiate al genere umano. Dunque, come Io sono il creatore dell’uomo, cosi sono il suo Rigeneratore e suo Redentore. » S, Cyrill. lib. XII, c: LIV , et & Athan,y Ad. Antioch. q. 64]. – « Et coeperunt loqui variis linguis: e cominciarono a parlare varie lingue. » Ecco gli Apostoli santi e santificatori; che cosa manca ad essi, e che può loro dare la terza e solenne effusione dello Spirito Santo? «Gli Apostoli, dice san Leone, che innanzi la Pentecoste possedevano già lo Spirito Santo, Lo ricevettero allora in tutta la sua pienezza e per fini differenti. » [Serm. III, de Pentecoste]. – Il primo era un grande accrescimento di carità. « Due amori, insegnano sant’Agostino e san Gregorio, costituiscono la perfezione: l’amore di Dio e l’ amore del prossimo.Mediante l’ insufflazione divina gli Apostoli erano riempiti dell’amore del prossimo, e rivestiti della sublime potestà di dargli il maggiore dei beni, la vita della grazia.Ma la carità, sebbene sia la medesima nel suo principio, ha due obietti: Dio e il prossimo. Ecco perché dopo l’insufflazione che comunica l’amore del prossimo vengono le lingue di fuoco che comunicano l’amore di Dio.«Quest’amore per dignità é il primo. Tuttavia lo Spirito Santo comincia col secondo. “Se, difatti, dice san Giovanni, Voi non amate prima di tutto il vostro fratello che vedete, come amerete voi Dio che non vedete?” – Cosi per formarci all’ amore del prossimo, il Signore mentre era visibile sulla terra, modello vivente della carità del prossimo, ha dato lo Spirito Santo, soffiando sul volto degli Apostoli; poi Egli dal cielo, come dimora della carità divina, ha mandato lo Spirito Santo. Ricevete dunque lo Spirito Santo sulla terra, ed amate il vostro fratello; riceveteLo dal cielo, e amate Dio. [“Spiritum sanctum accipe in terra, et diligis fratrem; accipe de coelo, et diligis Deum”. [S. August. serm. 265, n. 7 et 8; Tract. in Joan. 74, n. 1 et 2; S. Greg. Homil. xxx in Evang. S . Bern ., serm. I, n. 14, in festa Pentecoste]- La seconda era la predicazione del Vangelo per tutta la terra. Quindi il dono delle lingue che gli apostoli parlarono tutte, secondo l’occasione, con la stessa facilità. Poi quest’altro dono d’essere intesi da uomini di diverse lingue, ad onta che non parlassero essi medesimi che una lingua sola. Avanti la Pentecoste gli Apostoli avevano ricevuto la missione di evangelizzare tutto il mondo; ma non parlando tutte le lingue non avevano essi lo strumento della loro missione. – La terza era la piena conoscenza della verità. Avanti la Pentecoste, il loro spirito era troppo debole per portare il peso immenso dei misteri del Verbo incarnato, Dio di Dio e Dio medesimo. « Io molte cose ho da dirvi, diceva loro il Salvatore, ma non ne siete capaci adesso: ma venuto che sia quello Spirito di verità, v’insegnerà tutte le verità. » [Joann. XVI, 16]. Cosi, avanti la Pentecoste, veduto camminare sopra le onde del mare il Signore, si turbarono e dicevano: « Questo è un fantasma. » Dopo la Pentecoste scrivono: «Nel principio era il Verbo, e il Verbo era appresso Dio, e il Verbo era Dio. Egli è avanti a tutte le cose, e le cose tutte per lui sussistono. » Cosi altre verità. – La quarta era la forza di rendere alla verità la testimonianza del sangue. Avanti la Pentecoste, era stato detto loro di confessare il Figliuolo di Dio dinanzi ai tribunali, e dinanzi alle sinagoghe: ma nessuno aveva avuto il coraggio di farlo. Il più bravo aveva rinnegato il suo Maestro alla voce di una ancella. Sino alla venuta dello Spirito Santo neppure un discepolo, né un Apostolo fu adorno della corona del’ martirio. Viene la Pentecoste, e tutti a gara entrano nella lizza sanguinosa, e mietono le palme della vittoria : « Uscivano essi dinanzi ai giudici pieni di allegrezza per essere stati trovati degni di patire degli affronti pel nome di Gesù. » [Joann. V41]. – La quinta era la sovrana potestà di comandare ai demoni, agli uomini ed a tutta la natura, per mezzo dei miracoli. Come ambasciatori di Dio presso tutte le nazioni civilizzate o barbare, bisognava agli Apostoli delle lettere di credenza, autentiche e leggibili a tutti: queste consistevano nel dono dei miracoli, né potevano essere altre. Questa conferma è talmente evidente, che il mondo convertito senza miracoli, sarebbe il più grande dei miracoli. – « Prout Spiritus sanctus dàbat eloqui illis: secondo che lo Spirito Santo gli faceva parlare. » Perché tutti questi doni meravigliosi: dono delle lingue, dono di profezia, dono dei miracoli, dono di forza sovrumana e d’intelligenza, sconosciuta dai profeti d’Israele e dai savi del gentilesimo ? Perché tutti questi doni, accompagnati da un immenso accrescimento di carità, non discendono sulla Chiesa che nella Pentecoste e non avanti l’ascensione del Salvatore? Perché sono altresì comunicati non solitariamente, ma col più grande strepito? I Padri trovano parecchie ragioni degne dell’infinita sapienza: « I ricchi tesori di grazia, dice san Crisostomo, che hanno fatto degli Apostoli gli uomini i più straordinari, che il mondo abbia veduti e che vedrà, non sono stati loro comunicati durante la vita mortale del Salvatore, a fine di farglieli desiderare più vivamente e di preparargli cosi al ricevimento di questi immensi favori. Ecco perché lo Spirito Santo non viene che dopo la partenza del Maestro. Se fosse venuto mentre Gesù era con essi, non sarebbero stati in una viva aspettazione. Bisognava che essi fossero per qualche tempo tristi ed orfani, per apprezzare meglio i benefizi del Consolatore. « Non è dunque venuto né innanzi l’ascensione, né subito dopo, ma soltanto dopo dieci giorni d’intervallo.- Occorreva inoltre che la natura umana apparisse nel cielo perfettamente riconciliata, e l’atto di riconciliazione fosse segnato da Dio Padre in presenza di tutta la corte celeste, avanti che lo Spirito Santo discendesse sul mondo. » [In Act. apost., homil. I, n. 5]. Questi doni meravigliosi sono comunicati alla Chiesa con un tal fragore che ricorda il Sinai, a fine di verificare autenticamente le promesse del Salvatore e stabilire in un sol tratto, agli occhi degli Ebrei e dei gentili accorsi a Gerusalemme da tutte le parti del mondo, la divinità del Nostro Signore e la divinità dello Spirito Santo. In quella guisa che Dio Padre aveva spiegata la sua divinità mandando il Figliuolo; cosi il Figliuolo, Dio fatto carne, doveva per ultima prova della sua divinità, e come glorificazione suprema della sua persona, mandare 1o Spirito Santo, dimostrando in tal guisa che questa Persona divina procedeva dal Figliuolo come dal Padre. – La discesa dello Spirito Santo doveva essere uno dei frutti della passione e. della resurrezione del Salvatore; e l’ascensione, termine finale dei misteri della vita di Gesù sulla terra, il segnale della effusione abbondante e visibile dello Spirito Santo. [Domini ascensio dandi Spiritus fuit ratio. S. Leo, serm. in Pentecost.]. Avvenne ai giudei con gli Apostoli, ciò che era avvenuto al patriarca Giacobbe con i suoi figli. « I figliuoli di Giacobbe, dice la Scrittura, gli diedero le nuove e dissero: Giuseppe tuo figlio vive; ed è padrone di tutta la terra d’Egitto. Udito ciò, Giacobbe, quasi da profondo sonno svegliandosi, non prestava fede ad essi. Ma quelli tutta raccontarono la serie delle cose. E quando egli ebbe veduti i carri e tutte le cose che quegli aveva mandate, si ravvivò il suo spirito e disse:A me basta che sia ancora in vita Giuseppe mio figlio: anderò e lo vedrò prima di morire. » [Gen., LIX, 26 e seg.]. – Cosi gli Apostoli, come figliuoli della Sinagoga, annunziavano alla loro Madre, che Gesù Cristo era risuscitato. Ma a questa nuova i Giudei, uscendo come da un profondo sonno, restavano increduli. Finalmente allorché il dì solenne della Pentecoste ebbero essi veduto i carri ed i magnifici presenti, vale a dire i doni miracolosi stati mandati agli apostoli dal divino Giuseppe, in testimonianza della sua risurrezione e della sua onnipotenza nel cielo, furono colpiti di stupore, rapiti di ammirazione e si dissero l’un l’altro: «Forse che tutti questi uomini che parlano non sono Galilei? Come accade che ciascuno di noi gli intende nella sua lingua propria? Ed essi credettero. » [Vedi Diez, Summa praedicant t. Et, p. 464]. – Simile insegnamento per i gentili. Tutti questi miracoli, frutti della passione di Cristo e pegni delle sue promesse, erano per essi la prova palpabile della sua divinità e del suo trionfo nel cielo. Lo spettacolo che avevano veduto cosi di sovente nelle cose umane, lo vedevano nell’ordine divino. Allorché i re e gli imperatori prendono possesso del loro regno, e che ritornano vittoriosi dei loro nemici, hanno costume di spargere oro e argento nel popolo, in segno di gioia e di congratulazione. Cosi il Figliuolo di Dio pigliando possesso del cielo, suo regno, e vincitore del demonio, diffonde sulla chiesa un’immensa effusione di grazie meravigliose. San Pietro ha cura di dire: «Gesù che è stato resuscitato ed esaltato alla destra di Dio, ricevuta dal Padre la promessa dello Spirito Santo, lo ha diffuso come voi vedete e udite. » [Act, II, 82, 88]. – Ora, questa generazione di Giudei e di Gentili, testimone oculare dei miracoli della Pentecoste, si è perpetuata e si è estesa sul globo. Dei due popoli fusi in uno, essa forma la Chiesa cattolica, fiore dell’umanità, stirpe indistruttibile, la cui ostinazione nel credere ai prodigi della sua culla, spunta dopo diciotto secoli la scure di tutti i carnefici e sventa gli inganni di tutti i sofisti. – Per mezzo dei doni incomparabili della Pentecoste la divinità dello Spirito Santo non è provata con meno evidenza della divinità del Salvatore. È Dio, quegli che dà un Dio per un altro se stesso. Ora, il Figliuolo Dio, innanzi di lasciare gli Apostoli, aveva detto loro: « Io pregherò il Padre e vi darà un altro avvocato affinché resti con voi eternamente, lo Spirito di verità; Ei mi renderà testimonianza, e voi stessi testimonierete di me. » [Joan., XIV, 17, ecc.]. – Intorno a che sant’Agostino cosi si esprime: « Un altro, non inferiore a me, ma simile a me in gloria, in natura, in sostanza, sebbene altro in persona. Ei così parlava, affinché la fede degli Apostoli, preparata da questa infallibile promessa, riconoscesse per vero Dio Colui che era stato promesso loro in luogo di un Dio. Vedete con quale precisione questa promessa esprima il mistero della Trinità! Essa nomina il Padre che deve essere pregato; il Figliuolo che deve pregare; lo Spirito Santo che deve essere mandato. [2Homil. VIII in Miss. Spir. Sanct.]. « O bontà ineffabile del Redentore! Egli porta l’uomo in cielo, e invia Dio sulla terra. Nel Creatore qual cura della sua creatura! Per la seconda volta un nuovo medico è inviato dal cielo. Per la seconda volta la sovrana Maestà degna venire in persona a visitare i suoi infermi. – Per la seconda volta il cielo si unisce alla terra, deputando in lui il vicario del Redentore. Ciò che il Verbo ha cominciato, viene con la sua speciale virtù a consumarlo: ciò che Egli ha redento, lo santifica; ciò che ha acquistato lo custodisce: così si rivela mediante l’unità di grazia e di ufficio, l’unità di Dio, la Trinità, e la perfetta eguaglianza delle persone.3 » [Id., Serm. 185, de Tempore]. – È Dio quegli che dopo il giorno della Pentecoste fa tutte le opere di Dio, e le fa con più splendore del Figliuolo di Dio medesimo. Chi completa gli insegnamenti del Salvatore? Chi procura agli Apostoli una consolazione eguale alla privazione di un Dio? Chi comunica loro il dono delle lingue e dei miracoli? Chi insegna loro la verità di cui hanno inondato il mondo? Chi dà loro la forza invincibile di rendere testimonianza al loro Maestro, dinanzi ai giudici e dinanzi ai filosofi, a Gerusalemme, ad Atene, a Roma? Chi conserva nella Chiesa tutti questi doni sconosciuti da ogni altra società? Non è forse lo Spirito Santo alla Chiesa, ciò che l’anima è al corpo? [S. Aug.j Lib, de Gratia Nov. Test, et Corn. a Lap,, in Joan. XIV, 17].Che questo fiume di doni miracolosi, la cui sorgente deriva dal cenacolo, continui a scorrere sul mondo, basta aprir gli occhi per vederlo. Di dove attingono il loro incominciamento tutte quelle generazioni di martiri, i quali per la fede cattolica, hanno affrontato, e che affrontano ancora gli eculei, i roghi, i carboni, la spada, la canga, le torture le più squisite; tutti quei cori di vergini che per salvare la loro verginità hanno combattuto, e che ancora combattono sino a morire; e le seduzioni, e le minacce, e i supplizi; tutti quelli sciami di solitari, di anacoreti, di religiosi e di religiose che hanno vissuto e che vivono ancora unicamente per Iddio, separati dal mondo, come uomini celesti, o come angeli terreni; tutti quelli ordini di pontefici, di prelati e di sacerdoti, che ripieni di santità hanno governato e governano saggiamente le chiese e le anime affidate alla loro sollecitudine, e le formano ad una santità perfetta; tutte quelle legioni di dottori, di predicatori, di confessori, i quali con la loro parola e scrittura, hanno diffuso e diffondono ancora sul mondo intero tesori di dottrina e di pietà; tutte queste miriadi di fedeli, uomini e donne che hanno vissuto e che vivono ancora nel mondo con sobrietà, giustizia, pietà, attendendo con ansietà la venuta della gloria del gran Dio e del nostro Salvatore Gesù Cristo? In una parola, chi ha formato e chi conserva la grande nazione cattolica, i cui splendori e virtù la fanno brillare in mezzo alle nazioni come il sole tra gli astri del firmamento? Non è forse lo Spirito Santo ? E non è forse ciò un magnifico e perpetuo testimonio che questo divino Spirito rende a Se medesimo e alla divinità di Colui che l’ha mandato ?[Corn. a Lap., in Joan VIII, 39]. In cosiffatto modo, prodigi due volte misteriosi per il tempo in cui si compiono, e per la somiglianza con altri prodigi, accompagnavano la nascita della Chiesa. Mille cinquecento anni prima, alla creazione della Sinagoga sul Sinai, la montagna fu scossa sino dalle sue fondamenta. Mentre che dalla vetta uscivano torrenti di fiamme e di fumo, scese Mosè, col volto infiammato, per proclamare alla presenza del popolo d’Israele i comandamenti del decalogo. Oggi in mezzo agli stessi segni, è fondata la Chiesa della nuova alleanza. Pietro, nuovo Mosè, annunzia ai Giudei meravigliati la fine dell’antica legge, il compimento di tutte le profezie e la risurrezione dei corpi, operata nella persona di Cristo, primizie dei risorti. – Era circa le ore nove: la folla usciva dal tempio dove era stata ad assistere al sacrificio del mattino, allorquando udì il rumore della tempesta, vide la casa tremare, e alcuni uomini uscire tutti ispirati per parlare al popolo. Ciascuno invece di ritornare alla sua dimora, corse sulla piazza del cenacolo. Mirabile contrasto l’oggi tutti i popoli che sono sotto il cielo e che in antico si erano separati a Babele, si ritrovano insieme nei loro rappresentanti, e non formano che un solo e medesimo consorzio. – Eranvi infatti in quel momento a Gerusalemme alcuni uomini appartenenti ai tre rami dell’ umanità ed alle tre lingue madri, parlate sulla terra. Tra i figli di Sem, vi erano Elamiti, Mesopotamii, Lidii, Arabi ed Ebrei. I discendenti di Cham erano rappresentati da Egizii, da Cirenei, da abitanti della Colchide, da Cananei e Fenicii. I figli di Iaphet, da Romani, Greci, Parti, Medi, Cretesi, Pamfilii, Cappadocii e da Frigii. [ Act., II , 9, ecc.]. – « Tutti questi popoli, sebbene parlanti lingue differenti, intendevano i discorsi degli Apostoli. In questo giorno si faceva il contrario di ciò che era succeduto a Babele. Là, lo spirito di Dio era disceso per confondere il linguaggio degli uomini e forzarli cosi a separarsi: qui, Egli discende pure, e le lingue che allora si erano divise, si ritrovano in uno stesso linguaggio comprensibile per tutti. Chiamati d’ora in poi a non fare che una sola famiglia, tutti i popoli si riconoscono oggi dinanzi ai rappresentanti di Dio, come i figli di uno stesso. Padre. La parola che è loro annunziata, è la parola cattolica. Per questo tutte le tribù della terra si ritrovano oggi formanti una sola società spirituale e visibile insieme, mediante il legame di questa religione, che ricongiungeva all’origine, popoli e lingue. Perciò i Padri della Chiesa non temono di chiamare i fatti che oggi si compiono, il contrapposto di Babele » [Sepp., Storia di Nostro Signore Gesù Cristo, t. II, 258, ecc.]. – A nome di tutti ascoltiamo sant’Agostino : « A Babele satana, lo spirito d’ orgoglio, il padre del dualismo, ruppe in pezzi l’unico e primitivo linguaggio del genere umano. Al Cenacolo invece lo Spirito Santo ristabilisce l’unità di linguaggio. La ragione per la quale gli Apostoli parlano le lingue di tutte le nazioni, è che il linguaggio é il legame sociale del genere umano. Questa unità di linguaggio esprimeva l’unità sociale di tutti i figli di Dio, sparsi fra tutte le tribù della terra. E come nei primi giorni della Chiesa, quegli che parlava tutte le lingue era conosciuto per avere ricevuto lo Spirito Santo; cosi oggi si riconosce per avere ricevuto lo Spirito Santo colui che parla con la bocca e col cuore la lingua della Chiesa, diffusa fra tutte le nazioni. » Spiritus superbiae dispersit linguas; Spiritus sanctus congregavi linguas, etc. In Ps. liv ; et lib. De blasphem. in Spirit sanct. — Il dono universale delle lingue ha sussistito parecchi secoli. Sant’Ireneo afferma avere udito dei cristiani che parlavano tutte le lingue; “audisse se multos universis linguis loquentes”. Contr. Haer. lib. V, c. VI]. Perciò a questo miracolo senza analogia nella storia, la moltitudine rimase stupefatta. Essa perdeva il cervello sino al punto che alcuni esclamarono: Questi uomini sono ubriachi di vino dolce: “Mosto pleni sunt”: Ebbri di vin dolce nel mese di maggio! questa è la miglior prova, che voi non sapete quel che vi diciate. Pur tuttavia, avete ragione; questi uomini sono ubriachi, ubriachi di vin dolce; essi sono pazzi; ma ubriachi e pazzi diversamente da quel che ne pensate. « Il vino dolce che essi hanno bevuto, dice eloquentemente san Cirillo di Gerusalemme, è la grazia del Nuovo Testamento. Esso viene dalla vigna dello Spirito Santo, il quale area di già parecchie volte inebriato i profeti dell’antica alleanza, e che rifiorisce in questo giorno per inebriare gli Apostoli. Siccome la vigna naturale rimanendo sempre la stessa, dà ogni anno nuovi frutti; così la vigna spirituale, lo Spirito Santo, sempre lo stesso, opera oggi negli apostoli, quel che operava sui profeti. » Vera dicunt Judaei, sed irridendo. Nóvum enim vere erat illud vinum, novi Testamenti gratia, etc. Catech., XVII]. – Questa ubriachezza gli rende pazzi, poiché essa si manifesta con tutti i segni della comune follia. L’ubriachezza fa perdere la ragione, per questo gli Apostoli l’avevano perduta. In essi non più calcoli umani, non più giudizi umani; ma sentimenti, linguaggio, impresa, tutto è sovrumano, soprannaturale, divino e per conseguenza incomprensibile, e insensato per la semplice ragione. L’uomo ebbro non conosce più né parenti, né amici: ei gli assale e gli batte a torto e a traverso; cosi sono gli ubriachi della Pentecoste. Essi non conoscono più né parenti, né amici, né grandi sacerdoti, né magistrati, né popoli, né re. Alle difese, alle minacce, ai castighi, essi non sanno opporre che una parola: Val meglio obbedire a Dio che agli uomini; non temiamo nulla perché noi adempiamo il ministero che ci è stato affidato. L’uomo ubriaco va ora a diritta ora a sinistra, nelle strade, sulle piazze, e attacca discorso con tutti quelli che incontra. Cosi fanno gli Apostoli; essi vanno a Oriente e Occidente, da Gerusalemme a Samaria, da Samaria a Gerusalemme, a Cesarea, ad Antiochia, dappertutto: la loro vita non è che una serie di marce e contromarce. Con la stessa intrepidezza si gettano sul giudaismo e sul paganesimo, sui Greci e sui barbari, sui proconsoli di Roma e sui filosofi di Atene, sui principi e sui Cesari padroni del mondo, né abbandonano la preda fintanto che non l’hanno inebriata come sé medesimi, o lasciata la propria vita nel combattimento. L’uomo ubriaco è di una gaiezza folle; ride e canta. Chi più ubriaco degli apostoli? Sono battuti pubblicamente con verghe, ed essi se ne vanno ridendo e cantando la loro felicità per tutta la città di Gerusalemme.”Ibant gaudentes a conspectu concilii quoniam digni habiti sunt prò nomine Jesu contumeliam pati”. Act, V, 41]. L’uomo ubriaco è audace, aggressivo, ciecamente intrepido, non riconoscendosi più, come se fosse pazzo. – Tutto ciò si manifesta del pari negli Apostoli. Ebbri del loro vin dolce, non conoscono più pericoli, non respirano altro che combattimenti, e provocano tutto ciò che incontrano. Ieri, la vista del più piccolo pericolo gli faceva cadere; oggi, coraggiosi come leoni, non domandano che guerra, guerra contro il genere umano tutto quanto, guerra contro Satana, sostenuto da tutte le potenze dell’Oriente e dell’occidente. Senza impallidire si gettano intrepidamente in mezzo ai pericoli, presentano le loro mani ai ferri, il loro capo alla spada, il loro corpo alle zanne dei leoni, scendono nelle prigioni, salgono sui roghi: niente li può guarire della loro follia. – Udite uno di questi ubriachi che si ridono del mondo intero con tutti i suoi terrori: « Avete un bel fare: chi ci dividerà dalla carità di Cristo? Forse la tribolazione, forse l’angustia, la fame, la nudità, forse il rischio, la persecuzione, forse la spada? Io son sicuro che, né la morte, né la vita, né gli angioli, né i principati, né le virtù, né ciò che ci sovrasta, né quel che ha da essere, né la fortezza, né l’altezza, né la profondità, né alcun’altra cosa creata potrà dividerci dalla carità di Dio, la quale è in Cristo Gesù signor nostro. » [Rom. VIII, 35, 38, 39]. – Ma quel che fu più strano, l’ubriachezza degli Apostoli fu epidemica. Nella moltitudine che si era burlata di costoro, tre mila persone diventarono sull’istante ubriachi e pazzi; ebbri di santa ebbrezza, pazzi della sublime pazzia del cenacolo. Come i primi granelli della nuova raccolta che ai di della Pentecoste si offriva a Dio nel suo tempio, così furono le primizie di quel popolo immenso di pazzi, la cui stirpe incurabile si è perpetuata a traverso i secoli, su tutti i punti del globo, e che a malgrado di tutti i rimedi dell’umana sapienza, si perpetuerà sino alla fine del mondo. Questo popolo di pazzi é la grande nazione cattolica. Come fare ad enumerare tutti i suoi tratti di follia? Non vedete voi, da duemila anni a questa parte, questi innumerevoli sciami di giovani, tanto maschi che femmine, idolo del focolare domestico, gioia del mondo, fiore dell’umanità, rinunziante a tutti i piaceri del presente come a tutte le speranze dell’avvenire; e senza esservi forzati, ma liberamente e con allegrezza, abbandonano i loro parenti e la loro patria, per farsi schiavi del giogo dell’obbedienza, vivere poveri, sconosciuti, disprezzati, notte e giorno occupati in ciò che ripugna di più alla natura? Come a Paolo, si grida loro che sono pazzi: Insanis, Paule; e come Paolo ne convengono: nos stulti propter Christum; e come Lui, lungi dal cercare di divenir dotti, non aspirano altro che a completare la loro pazzia. Più pazzi sono i martiri. Dinanzi a quegli esseri strani, uomini, fanciulli, vecchi d’ogni stato e condizione, visti in tutti i luoghi illuminati dal sole, e oggi ancora visibili sulle contrade insanguinate della Cocincina e del Tonchino, si presentano con tutti i loro orrori, l’indigenza, la fame, la nudità, l’esilio, la prigione, 1′ apparato dei supplizi, infine la morte in mezzo alle torture. Una parola detta all’orecchio del giudice, un grano d’incenso gettato sopra un carbone, un passo sopra una croce di legno basta per salvarli. Malgrado le preghiere dei loro amici e le lacrime dei loro prossimi, quella parola non la diranno mai; quel grano d’incenso, mai lo bruceranno, quel passo mai lo faranno. Come a Paolo si grida loro che sono pazzi, Insanis Paule; e come Paolo ne converranno: nos stulti propter Christum; e come lui, invece di cercare di diventar saggi, cantano la follia che li conduce al patibolo: Libenter impendam et super impemdar ipse. E che dire di più ancora? La folla tumultuante, innumerevole, quel grosso dell’ umanità che appellasi mondo, vive appassionato per le ricchezze, per gli onori e per i godimenti. Al di là del presente il suo occhio nulla vede, il suo spirito nulla comprende, il suo cuore niente desidera. Secondo il parer suo, illusi, pazzi, visionari quelli che si danno per vedere, per cercare, per sperare altra cosa. Ora in mezzo a questo mondo esiste per tutta la terra un popolo numeroso che disprezza il presente e che aspira all’eternità; un popolo che preferisce la povertà alla ricchezza,- la mortificazione ai piaceri, l’oblio alla gloria, le tante veglie alle notti colpevoli; un popolo pel quale gli aspri combattimenti della virtù sono tante delizie, il perdono delle ingiurie un dovere amato, lo stesso nemico un fratello degno di compassione, oggetto preferito di preghiere e di benefizi. Come a Paolo si grida che sono pazzi: insanisi, Paule; e come Paolo ne convengono: Nos stiliti propter Chrìstum. E come lui, anziché cercare di divenir sapienti, si fanno gloria della loro follìa: Omnia detrimentum feci et arbitror ut stercora, ut Christum lucrifaciam. Quel che vi ha di più incomprensibile è la stessa natura della loro ubriachezza e della loro follia. Essi son pazzi di quella sublime follia, alla quale il mondo deve la sua ragione e tutta la sua ragione; pazzi di quell’ebbrezza del cenacolo che ha reso al buon senso i pazzi di Babele. Tale è stata, tale è ancora e tale sarà sino alla fine la Chiesa cattolica, istituzione per ciò solo, straordinariamente miracolosa, e di cui il reale profeta cantava la nascita mille anni innanzi alla Pentecoste cristiana: Signore voi manderete il vostro spirito, e tutto sarà creato : e voi rinnoverete la faccia della terra …. Mediante la follia del cenacolo aggiunge l’Apostolo: Per stultiiìam praeclicatìonis placuit salvos facere cedentes. 1 Cor., I, 21].

La storia particolareggiata della Pentecoste mostra che la fondazione della Chiesa è come la creazione di Maria, il capo d’opera dello Spirito Santo. Tra queste due meraviglie vi sono altre analogie che adesso indicheremo. Maria è ripiena di tutti i doni dello Spirito Santo, come un diadema d’immortalità, i quali brillano sul suo capo verginale [non bisogna eccettuarne il dono delle lingue. Maestra e consolatrice non solamente degli apostoli, ma di tutti i fedeli che accorrevano da tutte le parti per vederla e consultarla, era necessario che essa conoscesse le loro lingue per animarli, istruirli e infondere nel cuor loro il suo cuore materno. Altrettanto bisogna dire di santa Maddalena, presente al cenacolo con Maria e più tardi, apostolo della Provenza]: cosi la Chiesa. Lo Spirito Santo inseparabile dai suoi doni, gli diffonde non con misura, ma secondo la capacità dei vasi che incontra. Creazione immediata dello Spirito Santo, Maria, capacità completa; la Chiesa, parimente. In Maria dunque pienezza dei doni dello Spirito Santo, pienezza dei doni interiori, pienezza del dono di sapienza e di Intelletto, pienezza del dono di consiglio e di forza; pienezza del dono di scienza e di misericordia; pienezza del dono di timor di Dio; pienezza dei doni esteriori; pienezza del dono dei miracoli, e del dono di profezia; pienezza del dono di guarigione e del dono delle lingue. – Siccome ne attesta la storia, tutti i doni ch’Egli comunica all’augusta Madre del Verbo, lo Spirito Santo li comunica alla madre del cristiano. Oggi, in faccia al cenacolo, il cielo e la terra possono dire alla Chiesa ciò che l’Arcangelo diceva a .Maria: « Salve piena di grazia, il Signore è teco; tu sei benedetta tra tutte le genti e gli esseri beati ai quali tu darai nascimento saranno appellati figli di Dio. Non dubitare; vedi come la virtù dell’Altissimo ti circonda della sua ombra, e con quale magnificenza lo Spirito Santo scende sopra di te. «Il Verbo incarnato, vincitore del Re della Città del male, compie le sue promesse. Egli si è innalzato nei cieli, conducendo in trionfo i demoni incatenati, e gli schiavi loro, resi gloriosamente alla libertà. A guisa degli antichi trionfatori Ei distribuisce oggi le sue elargizioni. Dalle sue mani divine scorrono su di voi non talenti d’oro né mine d’argento, ma gli stessi doni dello Spirito Santo, e fra tutti, quelli delle lingue. Grazie a questo nuovo dono, 1’Ebreo divenuto vostro figlio e parlante il suo idioma materno, farà risuonare alle orecchie di tutti i popoli le glorie del Verbo e adorare dai Romani Colui che un dei loro Proconsoli, Pilato, fece morire sulla croce. » [S. Maxim., Serm. in Pentecoste versus fin.]. – Maria è vergine, la Chiesa è vergine. Fra tutte le prerogative di Maria brilla di uno splendore particolare la sua inviolabile verginità. La Chiesa è onorata della stessa prerogativa: essa è vergine e vergine immacolata. Depositaria incorruttibile del Verbo divino, essa è vergine nella sua fede e vergine nel suo amore. Ciò che era ieri, è oggi, e lo sarà sempre: essa non può non esserlo. Che forse il Verbo e lo Spirito Santo non hanno promesso solennemente d’essere tutti i giorni con lei sino alla fine del mondo? [Matth., XXVIII, 20; Joan. XIV, 16]. Una simile promessa può ella mancare? Se nella durata dei secoli fosse possibile di trovare non dico un’ora, ma un secondo, in cui la sposa dello Spirito Santo avesse insegnato l’ombra di un errore, il regno della verità sulla terra sarebbe finito. – I Protestanti accusando la Chiesa romana d’ infedeltà, non s’accorgono ch’essi pongono in principio lo scetticismo universale. Se la Chiesa si é ingannata, o, come dicono, si è corrotta, che cosa diventano le assicurazioni d’infallibilità date da Gesù Cristo? Che diventa tutto quanto il Cristianesimo ? Cosa diventa la verità qualunque sia il suo nome? La Chiesa é adunque, come Maria, vergine, sempre vergine e anche per questo, unicamente per questo, per un privilegio rifiutato a tutte le sette, essa è l’oggetto eterno dell’odio del demonio. Vergine come Maria, la Chiesa è madre come lei. « Il vostro capo, dice sant’Agostino, è figlio di Maria, e voi, siete figli della Chiesa; imperocché essa pure è madre e vergine. Essa è madre per le viscere della sua carità; vergine per la integrità della sua fede. Essa partorisce dei popoli interi, ma tutti appartengono a Quegli di cui è il corpo e la sposa: nuova rassomiglianza con Maria, poiché malgrado la molteplicità, essa é madre della unità.1 »1 [ “Caput vestrum peperit Maria, vos Ecclesia. Nam ipsa quoque et mater et virgo est. Mater visceribus charitatis, virgo integritate fìdei et pietatis. Populos parit, sed unius membra sunt, cujus ipsa est corpus et conjux ; etiam in hoc gerens ilìius virginis, quia et in multis mater est unitatis.” Serm. 142, n. 2]. Per la nascita del Verbo lo Spirito Santo discende in Maria: il seno dell’augusta Vergine è il santuario del mistero. Per opera misteriosa dello Spirito Santo il Verbo è concepito: gli stessi sono gli elementi nella formazione dei figli della Chiesa. Ciò che fu il seno di Maria per Gesù, per noi lo è la fontana battesimale. Dall’acqua fecondata mediante lo Spirito Santo nasce il cristiano; egli non può nascere altrimenti.22 [Joan III, 5]. – Nel libro dei cantici il divino Spirito, parlando alla sua sposa le dice: « Il tuo ventre è simile a un monticello di frumento contornato di gigli. » [“Venter tuus sicut acervus tritici vallatus liliis”. Cant., VII, 2]. Fecondità e verginità: tali sono le due prerogative significate dall’espressione profetica. Il seno verginale di Maria fu un monticello di frumento. Là come in un granaio di abbondanza fu formato e rinchiuso il frumento divino, frumento dorato e odorifero, frumento inalterabile e inestinguibile, il quale di generazioni in generazioni si muta in raccolte di eletti, destinati agli eterni granai del padre di famiglia.Il seno della Chiesa cattolica pure è un monte di frumento la cui fecondità è inesauribile e il grano indistruttibile.Contare le stelle del firmamento non sarebbe più difficile che il contare gli uomini ed i popoli generati dalla Chiesa alla vita della verità. Né le armi dei persecutori, né i loro roghi, né le loro belve feroci, né la zizzania degli eretici, né gli scandali dei peccatori hanno potuto mai distruggere il frumento cattolico. Su tutta la faccia della terra e sino alla fine dei tempi si riprodurrà sempre lo stesso. Siccome pianta cosmopolita, né la varietà dei climi, né la differenza di cultura lo faranno degenerare: ciò che è scritto è scritto.Questa inesauribile fecondità della Chiesa non è il contrassegno meno luminoso della sua origine celeste e della sua perpetua verginità. Se per caso la Chiesa avesse contratto con la menzogna un’adultera alleanza, da molto tempo avrebbe essa cessato di produrre. Solo lo Spirito Santo è fecondo. Ogni società, come ogni anima che esso abbandona, diventa sterile ; sterile perché ha cessato d’essere vergine. Vedete il protestantismo con la sua operosità febbrile, con le sue importazioni di bibbie stampate in tutte le lingue, con i milioni spesi a diffondere i suoi opuscoli o a stipendiare i suoi agenti; qual popolo ha egli generato a Gesù Cristo? Ma perché parlare del protestantismo? La sua essenza essendo una negazione, non potrebbe niente produrre; se è fecondo, lo è solamente nelle rovine. Rovine intellettuali, rovine morali, rovine sociali; queste tre parole riassumono la sua storia e quella di tutte le eresie passate e future.Volgiamo i nostri sguardi verso la Chiesa orientale, triste sorella della Chiesa latina, e com’essa dotata in antico di una gloriosa fecondità; dopo lo scisma che ha ella prodotto? Nulla. Ha piantato la croce in qualche regione lontana? ha ella civilizzato una sola popolazione dell’Asia o dell’America? ha ella favorito il movimento delle scienze, o compiute qualcuna di quelle opere che lasciano dietro di sé un lungo solco di gloria? No. Ma ha ella almeno potuto difendersi contro la sua propria corruzione ? Neppure. Come vittima della simonia, dello scandalo e dell’intrusione che la divorano come i vermi un cadavere, essa è caduta in una prodigiosa ignoranza ed in una mortale atonia. Essa non ha né un dottore celebre, né un concilio degno di qualche rilievo. « Se facciamo un parallelo tra il clero greco è quello latino, diceva Montesquieu, se paragoniamo la condotta dei Papi con quella dei patriarchi di Costantinopoli, vedremo della gente tanto dotta, quanto gli altri erano poco sensati. ».La differenza delle due chiese, rifulge nella continua espansione di forze e di vita della Chiesa romana, e nelle sue conquiste su tutti i punti del globo; mentre la chiesa greca rimane immobile, rinchiusa nei confini della servitù, e spogliata del principio di fecondità comunicato alla vera sposa, il giorno della Pentecoste.Lo Spirito Santo, siccome è inseparabile da Maria, cosi è inseparabile dalla Chiesa. Formata nel cenacolo, la madre del cristiano apparisce vivente il dì della Pentecoste.Essa vive, poiché possiede il principio del suo movimento, cioè lo Spirito Santo, il Quale si manifesta con atti riservati a lui solo. [“Dicimus animal vivere, cum incipit ex se motum habere”. S. Th. I p., q. 18, art. I corp.]. « Nel dì della Pentecoste, dice sant’Agostino, lo Spirito Santo discese come una rugiada santificante sugli Apostoli, sui templi viventi. – Non è un visitatore passeggiero ma un consolatore perpetuo, un eterno abitatore. Ciò che il Verbo incarnato aveva detto di Se medesimo ai suoi apostoli: Io sono con voi tutti i giorni sino alla fine del mondo, Ei lo dice dello Spirito Santo: Il Paracielo che mio Padre vi darà, dimorerà sempre con voi. Egli fu dunque presente ai fedeli, non per favore della sua visita e delle sue operazioni, ma per la presenza stessa della sua maestà. Questi vasi ricevettero, non solamente l’odore del balsamo, ma il balsamo medesimo, affinché il suo profumo riempisse la terra intera, e rendesse i discepoli degli Apostoli capaci della vita di Dio altresì, e partecipanti della sua natura. » [Serm, 185, De temp.]. – Ora lo Spirito Santo resta con Maria per proteggerLa, per ispirarLa, per dirigerLa; in altri termini, per conservarLa sino alla fine, piena di grazia e tipo unico di bellezza morale. Ei la protegge: senza la protezione speciale dello Spirito Santo, come avrebbe potuto Maria povera e delicata, come pure il suo giovine figlio, sottrarsi al furore d’Erode? La Chiesa è ancora nella culla, e la stirpe immortale d’Erode ha giurata la sua morte. – Tre armi micidiali sono tra le mani de’ suoi nemici: la persecuzione, l’eresia, lo scandalo. Queste armi troveranno sempre braccia per maneggiarle, ma sempre si spunteranno contro la forza, la sapienza, la costanza sovrumana, triplice corazza, della quale lo Spirito Santo ha rivestito la Chiesa. Il divin Verbo nel lasciarla le aveva detto: restate nella solitudine, non v’impegnate in nessun combattimento, non affrontate alcun pericolo, innanzi d’essere rivestita della forza celeste. Allora soltanto voi sarete in stato di servirmi di testimone a Gerusalemme, in Samaria e sin nell’estremità della terra. [Act. I, 8]. – Questa forza invincibile è data. Vengano i giudici ed i manigoldi di Gesù di Nazaret, vengano i giudei ed i gentili, vengano gli imperatori romani colla loro potenza, venga come un sol uomo tutta la vecchia società, furibonda di odio e folle di libidine; essi troveranno a chi parlare. La giovine società, animata dallo Spirito Santo, si riderà delle loro minacce, affronterà i loro supplizi, e circondandosi di miracoli, getterà loro nella fronte quella parola senza replica: “val meglio ubbidire a Dio che agli uomini”. Porgete l’orecchio, e udirete dopo diciotto secoli risuonare su tutti i punti del globo questa parola eternamente vincitrice delle porte dell’inferno. – Lo Spirito Santo ispira Maria ed ispira la Chiesa. A cagione della sublimità del suo canto profetico Maria è chiamata la Regina dei profeti. Se nei profeti l’ispirazione fu un ruscello, in Maria fu un fiume, e un vasto mare. – Cosi è lo stesso della Chiesa. Lo Spirito di sapienza che in bocca dei fanciulli o degli uomini del popolo fa stupire i pretori romani per l’opportunità e la sublime semplicità delle risposte, si esprime nelle assemblee della Chiesa, per organo dei Pontefici con una lucidità che confonde Terrore, e con una autorità fino allora sconosciuta. – Sin dall’origine, gravi questioni riuniscono in un concilio gli antichi pescatori di Galilea. Come teologi di prim’ordine e per conseguenza come filosofi eminenti, discutono i punti più difficili con ragionamento così alto, che fa ecclissare le sedute tanto vantate del Senato e dell’Areopago. – Terminate le discussioni, il concilio invia ai fedeli dell’Oriente e dell’Occidente la sua decisione formulata, come assemblea umana non osò mai formulare la sua: È parso cosa buona allo Spirito Santo ed a noi: “Visual est Spirititi Sancto et nobis’.” Ecco l’intelligenza umana posta allo stesso livello dell’intelligenza divina! Ecco l’uomo che divide con Dio l’infallibilità dottrinale e la potenza giudiziaria! Se qui non è il sublime, dove lo troverete voi? Questa deificazione dell’uomo, per opera dello Spirito Santo, non ha mai cessato nella Chiesa. In termini differenti, ma con la stessa assicurazione, tutti i concili generali, da diciotto secoli in poi, ripetono la gloriosa formula; « Il santissimo universale ed ecumenico concilio (di Trento), legittimamente radunato dallo Spirito Santo, insegna, statuisce, ordina, proibisce. » I concili hanno doppiamente ragione: da una parte, lo Spirito di verità è sempre con essi [Joan. XVI, 16]: dall’altra, la storia prova che di tutte le società la Chiesa è la sola, che non abbia niente da ritrattare. Lo Spirito Santo non ispira solamente le parole di Maria, ma dirige i suoi passi. Da Nazzaret Ei la conduce a Betleem, da Betleem in Egitto, d’Egitto nella Giudea, di Giudea nella Galilea, a Gerusalemme, al Calvario al Cenacolo. – Egli opera nello stesso modo sulla Chiesa. Sempre sensibile nel succedere dell’età, questa azione é palpabile nei primi secoli. Il ministro della potente regina d’Etiopia, venuto ad adorare a Gerusalemme, se ne ritorna nel suo paese; qual nobile conquista! Lo Spirito Santo parla al diacono Filippo che si accosta al ministro, sale sul carro, lo istruisce e lo battezza. In un attimo, lo stesso diacono trovasi trasportato dallo stesso spirito nella città di Azot, e la sua vittoriosa parola risuona in tutte le città intermedie sino a Cesarea. – Occorre chiamare i gentili alla fede? è lo Spirito Santo in Persona che sceglie Pietro per questa missione, e gli indica, volta per volta, il modo di compierla. È giunto il momento di portare lungi la face divina; chi saranno gli operai? Chi li piglierà per la mano, e li condurrà senza abbandonarli neppure un istante, come il precettore conduce il suo discepolo, e l’anima il corpo? Non sarà né il Padre, né il Figliuolo, ma lo Spirito Santo. – « Separatemi, dice egli, Paolo e Barnaba per 1′ opera alla quale Io gli ho destinati. » [Act., XIII, 2]. – Seguiamo per un istante i conquistatori evangelici, e vedremo che tutti i loro movimenti sono regolati dallo Spirito Santo medesimo: « Avendo attraversato, dice lo storico sacro, la Frigia e la Galazia, essi furono impediti dallo Spirito Santo di annunziare la parola di Dio nell’Asia. » [ Act, XVI, 6]. – Venuti nella Misia tentano di entrare nella Bitinia, ma lo Spirito Santo vi si oppone. La Macedonia è loro aperta, e lo Spirito Santo gli conduce nella città di Filippi, dove san Paolo deve riportare un splendido trionfo sul demonio, ispiratore di una giovine pitonessa. Atene, Corinto, Efeso gli vedranno di quando in quando, seminare i miracoli e moltiplicare le conquiste. – Con tutto ciò questi possenti uomini obbediscono in tutte le cose allo Spirito di forza e di sapienza. È Esso che avverte Paolo di lasciare Efeso, di attraversare rapidamente la Macedonia e l’Acaja e di recarsi a Gerusalemme. – Né i lacci de’ suoi nemici, né le lacrime dei suoi cari discepoli possono ritardare il suo cammino. « Io sono, dice egli medesimo, incatenato dallo Spirito Santo che mi conduce a Gerusalemme. Io ignoro ciò che mi starà per accadere; solamente in tutte le città dove io passo, egli mi fa annunziare che catene e tribolazioni mi attendono a Gerusalemme; ma io non temo nulla di tutto questo ; né stimo la mia vita più di me, purché io consumi la mia carriera e il ministero della parola che ho ricevuto dal Signore Gesù. »[Ibid., 22 e seg.]. – Nobili disposizioni che l’imminenza del pericolo non farà cambiare. «arrivammo ben presto, dice san Luca, a Cesarea, dove noi dimorammo alcuni giorni. Allora venne dalla Giudea un profeta di nome Agabbo, il quale pigliando la cintura di Paolo si legò i piedi e le mani e disse: Ecco ciò che dice lo Spirito Santo: l’uomo a cui appartiene questa cintola, sarà legato a questo modo dai Giudei in Gerusalemme e lo daranno in potere dei Gentili. Udita la qual cosa, e noi e quelli che erano di quel luogo, lo pregammo che non andasse a Gerusalemme. – Allora rispose Paolo e disse: che fate voi, piangete affliggendo il mio cuore? Conciossiaché io sono pronto non solo a essere legato, ma anche a morire in Gerusalemme per il nome del Signore Gesù. » [ Act., XXI, 11 e seg.]. – Il seguito della storia dimostra che Paolo non si smentisce un istante; essa dimostra altresì la ragione recondita di tutti i passi del grande apostolo e di tutte le persecuzioni alle quali è in balia. Se egli è obbligato a fuggire da Efeso, se gli è proibito di fermarsi in Bitinia, se gli è ordinato di attraversare l’Asia correndo, e di venire a farsi prendere a Gerusalemme, è perché lo Spirito Santo ha deciso di inviarlo a Roma. Caduto nelle mani dei Giudei, sarà da essi dato nelle mani dei Romani. Egli ricuserà il giudizio del governatore Festo, si appellerà a Cesare, e questo appello lo condurrà nella capitale di satana, le cui mura saranno scosse dalla sua potente parola. – Questa direzione dello Spirito Santo che trovasi anche nella vita degli altri Apostoli, non ha mai abbandonato la Chiesa. Dalla creazione in poi, la sapienza infinita conduce il sole come per mano, e gli addita ogni dì i luoghi in cui deve egli portare la luce. Così, dalla rigenerazione evangelica in poi, lo Spirito Santo dirige la Chiesa, il sole del mondo morale, e le indica con precisione i popoli e le anime ch’ella deve visitare o abbandonare. – A questa azione direttrice fa d’uopo attribuire il passaggio della fede da una nazione all’altra; la conversione dei popoli del Nord nel momento dello scisma orientale; la scoperta dell’America quarant’anni dopo il risorgimento del paganesimo in Europa; lo slancio meraviglioso della propagazione della fede, della quale siamo noi testimoni, nel momento in cui l’Apostasia generale delle società moderne domanda per riparare le perdite della Chiesa immensi compensi. – Diamo termine al parallelismo tra Maria e la Chiesa con un nuovo tratto, e che non è il meno commovente. – Simile a Maria per la sua feconda verginità, la Chiesa le rassomiglia altresì per l’amore materno. Madre del Verbo incarnato, Maria nutre il suo Figliuolo dei suo latte verginale, ubere de coelo pleno. Essa Lo circonda delle più teneri cure, Gli prodiga le più affettuose carezze, Lo salva da tutti i pericoli, prende parte a tutti i suoi dolori, né Lo abbandona neppure alla morte. La Chiesa Madre del cristiano, lo nutrisce del latte verginale della sua dottrina. Non un errore e neppur l’ombra di esso lascia penetrare in quella intelligenza, fatta per la verità, niente altro che per la verità. Essa è gelosa: incessante è la sollecitudine con cui questa madre veglia sul nutrimento de’ suoi figli. Per allontanare dalle loro labbra qualunque cibo corrotto, trova il coraggio della leonessa che difende i suoi leoncelli. Sopra gli Erodi avvelenatori o assassini, cadono le sue minacce ed i suoi anatemi. Felici i cristiani se avessero sempre inteso il cuore della loro madre! – Via via che suo figlio cresce e che i combattimenti della vita divengono più pericolosi, le precauzioni della Chiesa si moltiplicano. Se a malgrado dei suoi sforzi viene egli a cadere, ella lo rialza, lo incoraggia, medica le sue ferite, gli rende la sua salute, e fino all’ultimo momento raddoppia le sue cure materne, a fine di farlo morire riconciliato col suo maggior fratello, suo giudice e suo rimuneratore. Non basterebbero volumi per ridire ciò che dalla culla sino alla tomba, e al di là, fa la madre dei cristiani per il corpo e per l’anima de’ suoi figli: imitazione permanente delle sollecitudini di Maria per il suo diletto figliuolo. – Non solo Maria ha amato il suo Figliuolo, ma essa ha amato tutti quelli che egli ama. Ora ama Egli tutti gli uomini: il suo amore non conosce né incostanza, né freddezza, né limiti di tempo, di luoghi o di persone. “Ego dominus et non mutor”. Cosi pure è l’amore di Maria. Per attestarlo ha fatto ciò che nessuna madre ha fatto mai: Essa ha dato il suo proprio Figliuolo. Maria mostrando in tutti i secoli Gesù inchiodato sulla croce, può dire: Cosi ho amato il mondo sino a dargli il mio unico figlio. Siccome è stato necessario il mio consenso per l’incarnazione del Verbo, cosi ci è voluto questo per l’immolazione di questa cara vittima. – La Chiesa, come madre del cristiano, è in diritto di tenere lo stesso linguaggio. Su tutti i punti del globo divenuto per lei un immenso Calvario, essa mostra le croci, i roghi, i patiboli, le caldaie d’olio bollente, le canghe, i supplizi d’ogni sorta, le belve degli anfiteatri, tutti insomma i mille generi di torture e di morti, inventati da satana, e dopo diciotto secoli rimasti in permanenza nelle diverse parti della terra: poi i suoi figli i più diletti, crocifissi, bruciati, appesi, ridotti in polvere, squartati, torturati sino da quello stesso tempo in poi, e sulla medesima estensione. A questo spettacolo, pigliando in imprestito il linguaggio di Maria, essa dice agli Angeli ed agli uomini: a questo modo io ho amato il mondo; e per salvarlo, ho dato e do ancora i miei più amati figli, Yl’ossa delle mie ossa, il sangue del mio sangue. – Quest’ultimo tratto aggiunto a tanti altri somiglianti, ci mostra negli annali dell’umanità due madri, due soltanto, Maria e la Chiesa, che sacrificano i loro figli per la salute del mondo. O Maria! o Chiesa! miracoli inauditi di carità! anatema a colui che non vi ama!

Per rinfrescare la memoria del cattolico

Per rinfrescare la memoria del cattolico antimodernista che vuole conservare intatta ed integra la fede dei Padri

Riportiamo i principali simboli di fede cattolica antimodernista, simboli che possono essere usati come memoriale ma anche come preghiere di lode a DIO e di fedeltà alla Chiesa Cattolica fondata da N.S. GESU CRISTO.

Sant_Atanasio

(Canticum Quicumque * Symbolum Athanasium) Quicúmque vult salvus esse, * ante ómnia opus est, ut téneat cathólicam fidem: Quam nisi quisque íntegram inviolatámque serváverit, * absque dúbio in ætérnum períbit. Fides autem cathólica hæc est: * ut unum Deum in Trinitáte, et Trinitátem in unitáte venerémur. Neque confundéntes persónas, * neque substántiam separántes. Alia est enim persóna Patris, ália Fílii, * ália Spíritus Sancti: Sed Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti una est divínitas, * æquális glória, coætérna maiéstas. Qualis Pater, talis Fílius, * talis Spíritus Sanctus. Increátus Pater, increátus Fílius, * increátus Spíritus Sanctus. Imménsus Pater, imménsus Fílius, * imménsus Spíritus Sanctus. Ætérnus Pater, ætérnus Fílius, * ætérnus Spíritus Sanctus. Et tamen non tres ætérni, * sed unus ætérnus. Sicut non tres increáti, nec tres imménsi, * sed unus increátus, et unus imménsus. Simíliter omnípotens Pater, omnípotens Fílius, * omnípotens Spíritus Sanctus. Et tamen non tres omnipoténtes, * sed unus omnípotens. Ita Deus Pater, Deus Fílius, * Deus Spíritus Sanctus. Ut tamen non tres Dii, * sed unus est Deus. Ita Dóminus Pater, Dóminus Fílius, * Dóminus Spíritus Sanctus. Et tamen non tres Dómini, * sed unus est Dóminus. Quia, sicut singillátim unamquámque persónam Deum ac Dóminum confitéri christiána veritáte compéllimur: * ita tres Deos aut Dóminos dícere cathólica religióne prohibémur. Pater a nullo est factus: * nec creátus, nec génitus. Fílius a Patre solo est: * non factus, nec creátus, sed génitus. Spíritus Sanctus a Patre et Fílio: * non factus, nec creátus, nec génitus, sed procédens. Unus ergo Pater, non tres Patres: unus Fílius, non tres Fílii: * unus Spíritus Sanctus, non tres Spíritus Sancti. Et in hac Trinitáte nihil prius aut postérius, nihil maius aut minus: * sed totæ tres persónæ coætérnæ sibi sunt et coæquáles. Ita ut per ómnia, sicut iam supra dictum est, * et únitas in Trinitáte, et Trínitas in unitáte veneránda sit. Qui vult ergo salvus esse, * ita de Trinitáte séntiat. Sed necessárium est ad ætérnam salútem, * ut Incarnatiónem quoque Dómini nostri Iesu Christi fidéliter credat. Est ergo fides recta ut credámus et confiteámur, * quia Dóminus noster Iesus Christus, Dei Fílius, Deus et homo est. Deus est ex substántia Patris ante sǽcula génitus: * et homo est ex substántia matris in sǽculo natus. Perféctus Deus, perféctus homo: * ex ánima rationáli et humána carne subsístens. Æquális Patri secúndum divinitátem: * minor Patre secúndum humanitátem. Qui licet Deus sit et homo, * non duo tamen, sed unus est Christus. Unus autem non conversióne divinitátis in carnem, * sed assumptióne humanitátis in Deum. Unus omníno, non confusióne substántiæ, * sed unitáte persónæ. Nam sicut ánima rationális et caro unus est homo: * ita Deus et homo unus est Christus. Qui passus est pro salúte nostra: descéndit ad ínferos: * tértia die resurréxit a mórtuis. Ascéndit ad cælos, sedet ad déxteram Dei Patris omnipoténtis: * inde ventúrus est iudicáre vivos et mórtuos. Ad cuius advéntum omnes hómines resúrgere habent cum corpóribus suis; * et redditúri sunt de factis própriis ratiónem. Et qui bona egérunt, ibunt in vitam ætérnam: * qui vero mala, in ignem ætérnum. Hæc est fides cathólica, * quam nisi quisque fidéliter firmitérque credíderit, salvus esse non póterit. V. Glória Patri, et Fílio, * et Spirítui Sancto. R. Sicut erat in princípio, et nunc, et semper, * et in sǽcula sæculórum. Amen.

[Chiunque vuol esser salvo, * prima di tutto bisogna che abbracci la fede cattolica. Fede, che se ognuno non conserverà integra e inviolata, * senza dubbio sarà dannato in eterno. La fede cattolica consiste in questo: * che si veneri, cioè, un Dio solo nella Trinità [di Persone] e un Dio trino nell’unità [di natura]. Senza però confonderne le persone, * né separarne la sostanza. Giacché altra è la persona del Padre, altra quella del Figlio, * altra quella dello Spirito Santo; Ma del Padre, e del Figlio, e dello Spirito Santo unica è la divinità, * eguale , la gloria, coeterna la maestà. Quale è il Padre, tale il Figlio, * e tale lo Spirito Santo. Increato è il Padre, increato il Figlio, * increato lo Spirito Santo. Immenso è il Padre, immenso il Figlio, * immenso lo Spirito Santo. Eterno è il Padre, eterno il Figlio, * eterno lo Spirito Santo. Pur tuttavia non vi sono tre [esseri] eterni, * ma uno solo è l’eterno. E parimenti non ci sono tre esseri increati, né tre immensi, * ma uno solo l’increato, uno solo l’immenso. Similmente è onnipotente il Padre, onnipotente il Figlio, * onnipotente lo Spirito Santo. E tuttavia non ci sono tre [esseri] onnipotenti, * ma uno solo è l’onnipotente. Così il Padre è Dio, il Figlio è Dio, * lo Spirito Santo è Dio. E tuttavia non vi sono tre Dèi, * ma un Dio solo. Così il Padre è Signore, il Figlio è Signore, * lo Spirito Santo è Signore. Però non vi sono tre Signori, * ma un Signore solo. Infatti, come la fede cristiana ci obbliga a professare quale Dio e Signore separatamente ciascuna Persona; * così la religione cattolica ci proibisce dì dire che ci sono tre Dèi o tre Signori. Il Padre non è stato fatto da alcuno, * né creato e neppure generato. Il Figlio è dal solo Padre; * non è stato fatto, né creato, ma generato. Dal Padre e dal Figlio è lo Spirito Santo, * che non è stato fatto, né creato, né generato, ma che procede. Dunque c’è un solo Padre, non tre Padri; un solo Figlio, non tre Figli; * un solo Spirito Santo, non tre Spiriti Santi. In questa Triade niente vi è di prima o di dopo, niente di più a meno grande; * ma tutte e tre le Persone sono fra loro coeterne e coeguali. Talché, come si è detto sopra, * si deve adorare sotto ogni riguardo nella Trinità l’unità, e nella unità la Trinità. Pertanto chi si vuol salvare, * così deve pensare della Trinità. Ma per la salute eterna è necessario * che creda di cuore anche l’Incarnazione di nostro Signor Gesù Cristo. Or la vera fede consiste nel credere e professare * che il Signor nostro Gesù Cristo, Figlio di Dio, è Dio e uomo. È Dio, generato, sin dall’eternità, dalla sostanza del Padre, * ed è uomo, nato nel tempo, dalla sostanza d’una madre. Dio perfetto e uomo perfetto * che sussiste in un’anima razionale e in un corpo umano. È eguale al Padre secondo la divinità, * è minore del Padre secondo l’umanità. Il Figlio quantunque sia Dio e uomo, tuttavia non sono due, ma è un Cristo solo. Ed è uno non perché la divinità si è convertita nell’umanità, * ma perché Iddio s’è assunta l’umanità. Uno assolutamente, non per il confondersi di sostanza; * ma per l’unità di persona. Ché come l’uomo, anima razionale e corpo, è uno: * così il Cristo è insieme Dio e uomo. Il quale patì per la nostra salvezza, discese agli inferi, * e il terzo giorno risuscitò da morte. Salì al cielo, siede ora alla destra di Dio Padre onnipotente, * donde verrà a giudicare i vivi ed i morti. Alla cui venuta tutti gli uomini devono risorgere con i loro corpi, * e dovranno rendere conto del loro proprio operato. E chi avrà fatto opere buone avrà la vita eterna; * chi invece opere cattive subirà il fuoco eterno. Questa è la fede cattolica, * fede che se ciascuno non avrà fedelmente e fermamente creduto non si potrà salvare. V. Gloria al Padre, e al Figlio, * e allo Spirito Santo. R. Come era nel principio è ora e sempre * nei secoli dei secoli. Amen.]

PROFESSIO FIDEI

Professione di Fede stabilita da Papa Pio IV
sulla base del Concilio di Trento

1545-1563

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Ego N.… firma fide credo et profiteor omnia et singula, quae continentur in symbolo fidei, quo sancta Romana Ecclesia utitur, videlicet: – Credo in unum Deum, Patrem omnipotentem, factorem coeli et terræ, visibilium omnium et invisibilium. Et in unum Dominum Jesum Christum, Filium Dei unigenitum. Et ex Patre natum ante omnia sæcula. Deum de Deo, lumen de lumine, Deum verum de Deo vero. Genitum, non factum, consubstantialem Patri: per quem omnia facta sunt. Qui propter nos homines, et propter nostram salutem fdescendit de coelis. Et incarnatus est de Spiritu Sancto ex Maria Virgine: et homo factus est. Crucifixus etiam pro nobis; sub Pontio Pilato passus, et sepultus est. Et resurrexit tertia die, secundum Scripturas. Et ascendit in coelum: sedet ad desteram Patris. Et iterum venturus est cum gloria judicare vivos et mortuos: cujus regni non erit finis. Et in Spiritum Sanctum, Dominum et vivificantem: qui ex Patre Filioque procedit. Qui cum Patre, et Filio simul adoratur et conglorificatur: qui locutus est per Prophetas. Et unam, sanctam, catholicam et apostolicam Ecclesiam. Confiteor unum baptisma in remissionem peccatorum. Et exspecto resurrectionem mortuorum. Et vitam venturi sæculi. Amen. – Apostolicas et ecclesiasticas traditiones reliquasque eiusdem Ecclesiae observationes et constitutiones firmissime admitto et amplector. Item sacram Scripturam iuxta eum sensum, quem tenuit et tenet sancta mater Ecclesia, cuius est iudicare de vero sensu et interpretatione sacrarum Scripturarum admitto, nec eam umquam, nisi iuxta unanimem consensum patrum accipiam et interpretabor. – Profiteor quoque septem esse vere et proprie sacramenta Novae Legis a Iesu Christo Domino nostro instituta atque ad salutem humani generis, licet non omnia singulis necessaria, scilicet Baptimam, Confirmationem, Eucharistiam, Poenitentiam, extremam Unctionem, Ordinem et Matrimonium, illaque gratiam conferre, et ex his Baptismum, Confirmationem et Ordinem sine sacrilegio reiterari non posse. Receptos quoque et adprobatos Ecclesiae catholicae ritus in supradictorum omnium sacramentorum sollemni administratione recipio et admitto. – Omnia et singola, quae de peccato originali et de iustificatione in sacrosancta Tridentina synodo definita et declarata fuerunt, amplector et recipio. – Profiteor pariter in missa offerri Deo verum, proprium et propitiatorium sacrificium pro vivis et defunctis, atque in sanctissimo Eucharistiae sacramento esse vere, realiter et substantialiter corpus et sanguinem una cum anima et divinitate Domini nostri Iesu Christi, fierique conversionem totius substantiae panis in corpus, et totius substantiae vini in sanguinem, quam conversionem catholica Ecclesia transsubstantiationem ap pellat. Fateor etiam sub altera tantum specie totum atque integrum Christum verumque sacramentum sumi. – Constanter teneo purgatorium esse, animasque ibi detentas fidelium suffragiis iuvari; similiter et sanctos una cum Christo regnantes venerandos atque invocandos esse, eosque orationes Deo pro nobis offerre, atque eorum reliquias esse venerandas. Firmiter assero, imagines Christi ac Deiparae semper virginis, nec non aliorum sanctorum, habendas et retinendas esse, atque eis debitum honorem ac venerationem impertiendam; indulgentiarum etiam potestatem a Christo in Ecclesia relictam fuisse, illarumque usum Christiano populo maxime salutarem esse affirmo. – Sanctam catholicam et apostolicam Romanam Ecclesiam omnium Ecclesiatum matrem et magistram agnosco; Romanoque pontifici, beati Petri apostolorum principis successori ac Iesu Christi vicario veram oboedientiam spondeo ac iuro. – Cetera item omnia a sacris canonibus et oecumenicis conciliis, ac praecipue a sacrosaneta Tridentina synodo [et ab oecumenico concilio Vaticano, tradita, definita ac declarata, praesertim de Romani pontificis primatu et infallibili magisterio], indubitanter recipio atque profiteor; simulque contraria omnia, atque haereses quascumque ab Ecclesia damnatas et reiectas et anathematizatas ego pariter damno, reicio et anathematiz

[Io N.… con fede sicura credo e professo tutto e singolarmente quanto è contenuto nel simbolo di fede di cui fa uso la santa romana Chiesa, cioè: Credo in un solo Dio, Padre onnipotente, Creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili ed invisibili; ed in un solo Signore Gesù Cristo, Figlio unigenito di Dio, e nato dal Padre prima di tutti i secoli, Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero, generato, non fatto, consustanziale al Padre; per mezzo di lui furono create tutte le cose; egli per noi uomini e per la nostra salvezza discese dai cieli, e s’incarnò per opera dello Spirito Santo da Maria Vergine, e si fece uomo; fu anche crocifisso per noi sotto Ponzio Pilato, patì e fu sepolto; e risuscitò il terzo giorno secondo le Scritture, e salì al cielo, siede alla destra del Padre, e tornerà di nuovo con gloria a giudicare i vivi e i morti, e il suo regno non avrà mai fine; (credo) nello Spirito Santo, Signore e vivificante, che procede dal Padre e dal Figlio; il quale è adorato e glorificato insieme col Padre e col Figlio; il quale parlò per mezzo dei profeti; e (credo) nella Chiesa una, santa cattolica e apostolica. Professo esservi un solo Battesimo per la remissione dei peccati, ed aspetto la resurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà. Amen. – Fermissimamente ammetto ed accetto le tradizioni ecclesiastiche e le altre osservanze e costituzioni della stessa Chiesa. – Ammetto pure la sacra Scrittura secondo l’interpretazione che ne ha dato e ne dà la santa madre Chiesa, alla quale compete giudicare del senso genuino e dell’interpretazione delle sacre Scritture, né mai l’intenderò e l’interpreterò se non secondo l’unanime consenso dei padri. – Confesso anche che sono sette i veri e propri sacramenti della Nuova Legge istituiti da Gesù Cristo nostro Signore e necessari, sebbene non tutti a tutti, per la salvezza del genere umano, cioè: Battesimo, Confermazione, Eucaristia, Penitenza, estrema Unzione, Ordine e Matrimonio; e che infondono la grazia, e che di essi il Battesimo, la Confermazione e l’Ordine non si possono reiterare senza sacrilegio. Accetto e riconosco inoltre i riti ammessi ed approvati della Chiesa cattolica per la solenne amministrazione di tutti i sacramenti sopra elencati. – Accolgo e accetto in ogni parte tutto quanto è stato definito e dichiarato nel sacrosanto concilio di Trento riguardo il peccato originale e la giustificazione. – Ritengo senza esitazione che esiste il purgatorio e che le anime ivi rinchiuse sono aiutate dai suffragi dei fedeli; similmente poi che si devono venerare e invocare i santi che regnano con Cristo, che essi offrono a Dio le loro preghiere per noi e che le loro reliquie devono essere venerate. Dichiaro fermamente che si possono ritrarre e ritenere le immagini di Cristo e della sempre vergine Madre di Dio, come pure degli altri santi, e che ad esse si deve tributare l’onore dovuto e la venerazione; affermo inoltre che da Cristo è stato conferito alla Chiesa il potere delle indulgenze e che il loro uso è della massima utilità al popolo cristiano. – Riconosco la santa, cattolica ed apostolica Chiesa Romana come madre e maestra di tutte le Chiese, e prometto e giuro obbedienza al romano Pontefice, successore di san Pietro principe degli apostoli e vicario di Gesù Cristo. – Accetto e professo ancora senza dubbi tutte le altre cose insegnate, definite e dichiarate dai sacri canoni e in particolare dal sacrosanto concilio di Trento [e dal concilio ecumenico Vaticano] [specialmente quanto al primato e al magistero infallibile del romano Pontefice]: nel contempo anch’io condanno, rigetto e anatematizzo tutte le dottrine contrarie e qualunque eresia condannata, rigettata ed anatematizzata dalla Chiesa. – Io N.… prometto, mi impegno e giuro, con l’aiuto di Dio, di mantenere e conservare tenacissimamente integra ed immacolata fino all’ultimo respiro di vita questa stessa vera fede cattolica, fuori della quale nessuno può essere salvo, che ora spontaneamente professo e ammetto con convinzione, e di procurare, per quanto sta in me, che sia ritenuta, insegnata e predicata ai miei soggetti e a coloro di cui mi sarà affidata la cura nel mio ministero: così faccio voto, così prometto e giuro; così mi aiutino Dio e questi santi Vangeli di Dio.].

 

IL GIURAMENTO ANTIMODERNISTA

voluto da San Pio X,

[Acta Apostolicæ Sedis, 1910, pp. 669-672]

SanPioX

[N.B.:il giuramento fu soppresso, per motivi ovvi, dall’antipapa iper-modernista Paolo VI nel 1966, dopo il Conciliabolo demolitivo della Chiesa, il c.d. Vaticano II]

Contro l’attuale folle e ben congegnata apostasia, il cattolico che vuole restare tale per accedere alla vita eterna e salvare la propria anima, deve ripetere frequentemente, con attenzione, oltre ai simboli di fede riportati, quanto è racchiuso nel giuramento antimodernista impegnandosi scrupolosamente ad osservarne i contenuti, onde conservare intatta la fede per la salvezza dell’anima. 

Io N. N. fermamente accetto e credo in tutte e in ciascuna delle verità definite, affermate e dichiarate dal magistero infallibile della Chiesa, soprattutto quei principi dottrinali che contraddicono direttamente gli errori del tempo presente. Primo: credo che Dio, principio e fine di tutte le cose, può essere conosciuto con certezza e può anche essere dimostrato con i lumi della ragione naturale nelle opere da lui compiute (cf Rm 1,20), cioè nelle creature visibili, come causa dai suoi effetti. Secondo: ammetto e riconosco le prove esteriori della rivelazione, cioè gli interventi divini, e soprattutto i miracoli e le profezie, come segni certissimi dell’origine soprannaturale della religione cristiana, e li ritengo perfettamente adatti a tutti gli uomini di tutti i tempi,compreso quello in cui viviamo. Terzo: con la stessa fede incrollabile credo che la Chiesa, custode e maestra del verbo rivelato, è stata istituita immediatamente e direttamente da Cristo stesso vero e storico mentre viveva fra noi, e che è stata edificata su Pietro, capo della gerarchia ecclesiastica, e sui suoi successori attraverso i secoli. Quarto: accolgo sinceramente la dottrina della fede trasmessa a noi dagli apostoli tramite i padri ortodossi, sempre con lo stesso senso e uguale contenuto, e respingo del tutto la, fantasiosa eresia dell’evoluzione dei dogmi da un significato all’altro, diverso da quello che prima la Chiesa professava; condanno similmente ogni errore che pretende sostituire il deposito divino, affidato da Cristo alla Chiesa perché lo custodisse fedelmente, con una ipotesi filosofica o una creazione della coscienza che si è andata lentamente formando mediante sforzi umani e continua a perfezionarsi con un progresso indefinito. -Quinto: sono assolutamente convinto e sinceramente dichiaro che la fede non è un cieco sentimento religioso che emerge dall’oscurità del subcosciente per impulso del cuore e inclinazione della volontà moralmente educata, ma un vero assenso dell’intelletto a una verità ricevuta dal di fuori con la predicazione, per il quale, fiduciosi nella sua autorità supremamente verace, noi crediamo tutto quello che il Dio personale, Creatore e Signore nostro, ha detto, attestato e rivelato. – Mi sottometto anche con il dovuto rispetto e di tutto cuore aderisco a tutte le condanne, dichiarazioni e prescrizioni dell’enciclica Pascendi e del decreto Lamentabili, particolarmente circa la cosiddetta storia dei dogmi. – Riprovo altresì l’errore di chi sostiene che la fede proposta dalla Chiesa può essere contraria alla storia, e che i dogmi cattolici, nel senso che oggi viene loro attribuito, sono inconciliabili con le reali origini della religione cristiana. – Disapprovo pure e respingo l’opinione di chi pensa che l’uomo cristiano più istruito si riveste della doppia personalità del credente e dello storico, come se allo storico fosse lecito difendere tesi che contraddicono alla fede del credente o fissare delle premesse dalle quali si conclude che i dogmi sono falsi o dubbi, purché non siano positivamente negati. Condanno parimenti quel sistema di giudicare e di interpretare la sacra Scrittura che, disdegnando la tradizione della Chiesa, l’analogia della fede e le norme della Sede apostolica, ricorre al metodo dei razionalisti e con non minore disinvoltura che audacia applica la critica testuale come regola unica e suprema. Rifiuto inoltre la sentenza di chi ritiene che l’insegnamento di discipline storico-teologiche o chi ne tratta per iscritto deve inizialmente prescindere da ogni idea preconcetta sia sull’origine soprannaturale della tradizione cattolica sia dell’aiuto promesso da Dio per la perenne salvaguardia delle singole verità rivelate, e poi interpretare i testi patristici solo su basi scientifiche, estromettendo ogni autorità religiosa e con la stessa autonomia critica ammessa per l’esame di qualsiasi altro documento profano. Mi dichiaro infine del tutto estraneo ad ogni errore dei modernisti, secondo cui nella sacra tradizione non c’è niente di divino o peggio ancora lo ammettono ma in senso panteistico, riducendolo ad un evento puro e semplice analogo a quelli ricorrenti nella storia, per cui gli uomini con il proprio impegno, l’abilità e l’ingegno prolungano nelle età posteriori la scuola inaugurata da Cristo e dagli apostoli. Mantengo pertanto e fino all’ultimo respiro manterrò la fede dei padri nel carisma certo della verità, che è stato, è e sempre sarà nella successione dell’episcopato agli apostoli3, non perché si assuma quel che sembra migliore e più consono alla cultura propria e particolare di ogni epoca, ma perché la verità assoluta e immutabile predicata in principio dagli apostoli non sia mai creduta in modo diverso né in altro modo intesa. -Mi impegno ad osservare tutto questo fedelmente, integralmente e sinceramente e di custodirlo inviolabilmente senza mai discostarmene né nell’insegnamento né in nessun genere di discorsi o di scritti. Così prometto, così giuro, così mi aiutino Dio e questi santi Vangeli di Dio.

cfr. Acta Apostolicæ Sedis, 1910, pp. 669-672 – 3 IRENEO, Adversus haereses, 4, 26, 2: PG 7, 1053 – 4 TERTULLIANO, De praescriptione haereticorum, 28: PL 2, 40.

 

 

 

MORTE DEL PECCATORE

A proposito della misericordia a buon mercato, comoda e senza sforzi strombazzata dalla setta apostatica modernista-ecumenista, leggiamo quanto la Chiesa CATTOLICA ha da sempre ribadito, a cominciare da Nostro SIGNORE GESU’ CRISTO, per evitare l’inferno alle anime ingannate dal falso perdono senza pentimento, né contrizione, né penitenza, ma con somma goduria del demonio.

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MORTE DEL PECCATORE

[da: I Tesori di Cornelio Alapide, vol. II, Torino, 1930]

Ogni sorta di mali si rovesciano sul peccatore che muore. — 2. Dio si allontana dal peccatore moribondo. — 3. Il peccatore in punto di morte cade nella disperazione. — 4. La morte sorprende i peccatori. — 5. I peccatori muoiono nell’impenitenza. — 6. La morte del peccatore è pessima. — 7. Esempi ricavati dalla morte di alcuni empi. — 8. La memoria dei peccatori finisce nella maledizione. — 9. Chi vive lontano da Dio muore in sua disgrazia.

  1. Ogni sorta di mali si rovesciano sul peccatore che muore. — Il Salmista tratteggiò con poche pennellate il quadro del peccatore morente. « I dolori della morte mi circondarono, e i torrenti d’iniquità mi riempirono di affanno. Avviluppato tra i lacci di morte, ebbi a soffrire dolori d’inferno »  (Psalm. XVII, 4-5). « Le vostre saette, o Signore, mi penetrano le carni, e la vostra mano si è aggravata sopra di me. Il vostro sdegno non mi lascia, più parte sana nel corpo, la vista dei miei peccati mi conturba fino al midollo delle ossa. Le mie iniquità mi si rovesciarono in capo, ed  io mi trovo accasciato come sotto insopportabile peso. Le mie piaghe sono imputridite a cagione della mia insensatezza. Curvato a terra, io divenni misero e tapino. Le mie viscere ardono di un fuoco che le divora; tutto il mio corpo non è che una piaga. Languisco affranto; fremo e urlo dentro di me. L’anima mia geme angustiata, la mia forza mi abbandona, il lume degli occhi miei si spegne; e già vo brancicando nel buio » (Psalm. XXXVII, 2, 10). « Lo sgomento della morte si è impadronito di me, il timore ed il terrore mi opprimono, le tenebre mi avvilupparono » (Ps. LIV, 4-5). «Ah! piombi la morte su gli empi e li trabalzi vivi nell’inferno. Essi sono vestiti delle loro malvagità, come di un abito » (LXXII, 6). «Nell’ora della morte i mali investiranno l’uomo che ha commesso ingiustizia » (Psalm. CXXXIX, 12). «Egli allora vedrà e infurierà, c fremerà di rabbia» — Peccator videbit et irascetur, dentibus suis fremet et tabescet (Psalm. CXI, 9). Il peccatore trema al ricordo della sua vita infame, alla vista dei suoi accusatori…; vien meno sotto il peso dei suoi patimenti, ed al pensiero di doversi staccare dal corpo, dal mondo, dai beni, dai piaceri…; gli sta innanzi orrenda, la morte, terribile il giudizio di Dio: gli orrori dell’inferno e un’eternità di supplizi non gli lasciano chiudere palpebra… « Da tutte le parti, dice il Crisostomo, spaventosi tormenti gli si presentano agli occhi: il timore dell’avvenire, i patimenti del presente, il rimorso del passato ». Il ricordo dei suoi delitti, dei suoi scandali, delle sue empietà, tutto si rovescia d’un tratto sul peccatore che muore. Mentre viveva, era quasi giunto, a forza di soffocarne il grido, a dimenticarli, ma nell’ora della morte gli si schierano tutti dinanzi come un esercito nemico, e gli dicono insolenti: Ci conosci tu ora? Ecco, noi siamo l’opera tua… Nel presente vede il mondo che frigge e lo disprezza, le ricchezze, gli onori, i piaceri che svaniscono…; il corpo ch’egli tanto curava e accarezzava e che, rotto dai dolori, comincia a corrompersi…; i demoni che lo assediano, se lo contendono, lo accusano…; il severo giudizio di Dio che lo attende…; la disperazione eterna…; insomma tutti i mali scrosciano a un tratto sul corpo e su l’anima del peccatore moribondo… Si adempie allora la parola del Signore: «Io farò degli ultimi istanti del peccatore, un giorno pieno di amarezza » (Amos. VIII, 10). Non avendo seminato che erbe cattive, non avendo piantato che alberi selvaggi, nel giorno della loro morte i peccatori mangeranno frutti acerbi e guasti; hanno studiato il male e concepito l’iniquità, mangeranno di ciò che hanno seminato…  (Prov. I, 31). « I miei giorni, esclamerà il peccatore con le parole di Giobbe, passarono, i miei disegni svanirono lasciandomi lo strazio nel cuore » (Iob. XVII, 11).
  2. Dio si allontana dal peccatore moribondo. — Sono terribili le parole di Dio: «Perché vi ho chiamato e voi non avete risposto, vi ho steso la mano e non vi degnaste di voltare la faccia; perché non avete ascoltato i miei consigli e non vi siete curati delle mie minacce, anch’io mi riderò e burlerò di voi, quando vi sarà avvenuto quello che temevate; quando la disgrazia vi piomberà sopra improvvisa, quando l’angustia e l’affanno vi stringeranno, quando la morte vi verrà sopra come grandine. Allora essi m’invocheranno, ed io farò il sordo; si leveranno di buon mattino per cercarmi e non mi troveranno » (Prov. I, 24-28). Dio tratterà i peccatori nel modo stesso con cui fu trattato da loro; renderà loro al punto di morte quello che essi gli diedero nel vigore della loro sanità e robustezza; il riso, l’ironia, la derisione, il disprezzo e l’abbandono… Quando, simili alle vergini stolte di cui parla il Vangelo, batteranno alla porta del perdono o della grazia, alla porta del ciclo, gridando: «Signore, Signore apriteci» (Matth. XXV, 11)), il gran Dio risponderà loro: «Andatevene; io non vi conosco» (Ib. 12). Voi non appartenete al mio ovile. Iddio si ride del peccatore moribondo e lo schernisce, 1° castigandolo come suo nemico, ma giustamente, a cagione dei suoi misfatti…; 2° esponendolo alle derisioni del cielo, della terra, dell’inferno…; 3° rinfacciandogli le sue iniquità, come farà poi di nuovo al giudizio universale…; 4° rallegrandosi della sua giusta pena e facendo sì che se ne rallegrino gli Angeli e i santi come, secondo l’Apocalisse, si rallegrarono della rovina della colpevole Babilonia, figura dei peccatori impenitenti. « È caduta, è caduta, grideranno anch’essi, questa Babilonia, ed è divenuta casa dei demoni, asilo di ogni spirito immondo » (Apoc. XVIII, 2). « Giubilatene, o cieli, o santi apostoli e profeti, che Dio l’ha giudicata» (Ib. 20); 5° Dio si ride del peccatore moribondo, abbandonandolo ai suoi nemici e principalmente ai demoni che nel torturarlo e tormentarlo lo coprono d’ironia e di scherno. « In quell’estremo, dice il Signore, m’invocheranno ed io non li esaudirò » (Prov. I, 28). Al presente non vogliono udire la mia voce che li chiama; in punto di morte, quando angoscio e miserie li stringeranno da ogni parte, io farò il sordo alla loro voce che implorerà il mio soccorso. Allora il dolore vi aprirà gli occhi, o peccatori, quegli occhi che le passioni e le impurità oggi vi tengono chiusi; griderete a me piangendo, ma io non vi darò retta, perché vivendo aborriste la disciplina e non voleste, temermi, non seguiste il mio consiglio, e disprezzaste le mie correzioni: (Ib. 29-30). La ragione per cui ordinariamente il peccatore moribondo non è esaudito da Dio, benché lo invochi, è perché si è ostinato nei quattro delitti, ai quali accenna il sopra riferito testo dei Proverbi; delitti che contengono quattro gravi ingiurie alla sapienza divina: la prima è l’aborrimento della disciplina, perciò della scienza divina; la seconda, la trascuranza del suo timore; la terza, il rifiuto di secondare i suoi consigli; la quarta, il misconoscere e bestemmiare le correzioni della Provvidenza.
  3. Il peccatore in punto di morte cade nella disperazione. — « Nel giorno della morte, tutti i pensieri (le buone volontà) del peccatore svaniranno » (Psalm. CXLV, 3). « E la loro speranza va in fumo » (Sap. III, li): « perché la piaga del peccatore è senza rimedio » (Mich. I, 9). Quanti vi sono che nell’ultima loro ora imitano Caino e gridano: « Ahi! troppo enorme è la nostra iniquità, perché possiamo sperare perdono» Gen. IV, 13). Invece di gettarsi nelle braccia della misericordia divina, essi non vedono che la sua giustizia… invece di considerare i meriti del sangue di Gesù Cristo, non vedono più che i molti ed enormi delitti di cui si resero colpevoli….
  4. La morte sorprende i peccatori. — S. Paolo scrive: «Voi sapete benissimo, o fratelli, senza che vi sia bisogno che noi ve ne scriviamo, che il giorno del Signore verrà come ladro notturno. Quando i peccatori diranno pace e sicurezza, allora sopraggiungerà ad essi improvvisamente la morte e non avranno scampo » (I Thess. V, 3). I cattivi fanno assegnamento sul tempo, e questo mancherà loro. La morte comparirà loro innanzi formidabile e pronta, dice la Sapienza (VI, 6). La sciagura li sorprenderà all’improvviso, leggiamo nei Proverbi, e la morte li investirà come turbine (Prov. I, 27). La loro sorte somiglierà a quella di una casa scossa dal terremoto, o di una nave che va a picco, sbattuta dalla tempesta, e sconquassata dagli scogli… Ecco come Dio percuote e castiga gli empi che disprezzano le sue leggi; sono in pericolo, e intanto scherzano credendosi al sicuro; la morte è vicina, ed essi pensano alla vita; il tempo loro fugge, ed essi non badano all’eternità. Né parenti, né amici ardiscono avvertirli dell’avvicinarsi della morte. Vogliono ingannarsi e s’ingannano; vogliono essere ingannati, e lo sono… A domani, dicono, a domani gli affari di coscienza… E il domani non li trova più: essi già sono entrati nella casa della loro eternità…
  5. I peccatori muoiono nell’impenitenza. — « Se volete fare penitenza solo quando non potete più peccare, è il peccato che abbandona voi, non voi che abbandonate il peccato », diceva S. Agostino. Alla morte i peccatori periranno, dice il Salmista (Psalm. XXXVI, 20). Periranno, perché Dio li abbandonerà. Né state ad opporre che, in tal caso, l’invocazione di Dio e la penitenza del peccatore in punto di morte si dovrebbero chiamare inutili e troppo tarde; poiché l’invocazione di Dio e la penitenza, per quanto tarde, non sono mai inutili in questa vita, quando siano sincere; ma piuttosto bisogna dire che raramente sono sincere quelle che sono tarde. Difatti può bene, in fin di vita, un peccatore qualunque, anche incredulo, empio e indurito, invocare Dio; ma che cosa è una tale invocazione? Essa ha comunemente lo scopo di chiedere la remissione della pena, non il perdono della colpa. Il peccatore non ha altro in mente, che di sottrarsi alla morte; ecco perché non è esaudito: il suo peccato non gli è rimesso, perché egli non domanda tale remissione. Allora è impenitente. Non chiedendo il perdono della colpa, non ottiene né quello della pena, né quello della colpa e muore da reprobo… E poi invoca egli Iddio veramente di buon animo?… si pente egli di vero cuore?… ha egli sincera volontà, qualora ottenga guarigione, di non più offendere Dio in quelle cose in cui l’ha fino allora offeso?… Ordinariamente tutto questo gli manca e, mancando queste condizioni essenziali della contrizione, l’impenitenza è reale… «Il peccatore morrà nell’ingiustizia che ha commesso », dice Ezechiele (XVIII, 26). Questo vuol dire che il peccatore indurito e impenitente morra nel suo peccato e sarà riprovato… Ma di questo indurimento e di questa riprovazione, si deve attribuire la causa non a Dio, ma al peccatore, come apertamente proclama Osea: « La tua perdita, o Israele, è opera delle tue mani » (XIII, 9). Non Dio, ma tu medesimo, o peccatore, metti ostacolo al tuo avviamento per la strada della salute; poiché da una parte tu fai e vuoi fare quello clic Dio vieta e detesta; dall’altra, né adempi né vuoi adempire quello ch’egli ama e comanda. Ora se tu non facessi quello che Dio abbomina, egli verrebbe a te; la giustizia che punisce, non precede il misfatto o il peccato, ma lo suppone e lo segue… Peccatore, tu morrai in terra contaminata, dice il profeta Amos: (VII, 17); cioè in un corpo brutto di peccati, macchiato dal vizio. « Voi mi cercherete e non mi troverete, disse Gesù Cristo, mi cercherete e morrete nel vostro peccato » (Ioann. VII, 34 — VIII, 21). Voi mi cercherete male e perciò non mi troverete e, non trovandomi, morrete nel vostro peccato… « I peccatori, come osserva S. Gregorio, avrebbero voluto, se fosse stato in loro potere, vivere sempre per poter sempre peccare; ed infatti non cessando mai dal peccare finché vivono, lasciano apertamente arguire dalla loro condotta, che desiderano di vivere per sempre nel peccato ». Se in fine di vita cessano di peccare, non è la loro volontà, ma la morte che li impedisce dal perseverare nel male.
  6. La morte del peccatore è pessima. — « La morte del peccatore è pessima » (Psalm. XXXIII, 21), dice il Salmista: « Morte orribile è la morte del peccatore, dice l’Ecclesiastico, e meno tristo di lei è l’inferno » (XXVIII, 25). Pessima e terribile è la morte del peccatore, perché abbandonato da Dio, dagli Angeli, dagli uomini, condannato dalla sua ragione e dalla sua coscienza, egli si sente opprimere sotto il peso dei suoi misfatti e cade in preda al dolore, alla disperazione e ai demoni. Orrenda è la sua morte, perché egli vede già, per così dire, le fiamme dell’inferno investirlo e consumarlo… Alla morte, scrive il grande Apostolo, i peccatori soffriranno le pene dell’eterna dannazione (II Thess. I, 9). In quel punto comincerà ad avverarsi la parola del Salmista: « Il Signore renderà agli empi le loro iniquità, e li perderà nella loro malizia » (Psalm. XCIII, 23).
  7. Esempi ricavati dalla morte di alcuni empi. — La Sacra Scrittura ci narra che Dio percosse l’empio Antioco di una piaga invisibile e incurabile; dolori atroci e spasimi crudeli ne laceravano le viscere; dal suo corpo scaturivano vermi, le sue carni cadevano corrotte a brani, ed egli viveva in mezzo a tanti dolori; e il puzzo che da tanta corruzione si levava era tale, che il suo esercito non poteva soffrirlo (II Machab. IX, 5, 9). Così moriva Antioco maledetto da Dio e dagli uomini. E di morte consimile finiva Erode Ascalonita, l’uccisore degli innocenti, il persecutore di Gesù Cristo; né altra sorte toccò al nipote suo Erode Agrippa. Considerate quale morte incontrarono l’ostinato Faraone e l’empio Baldassarre, e il traditore Giuda… Nerone, ridotto a doversi uccidere di proprio pugno, non poté riuscirvi se non con l’aiuto di Apafrodito, suo famigliare… Domiziano fu ucciso da un suo liberto… Settimio Severo morì di disgusto, lasciando un figlio che aveva attentato alla sua vita e che uccise poi il proprio fratello. Tutta la sua famiglia perì miseramente… Massimiano cadde trucidato dai propri soldati… Decio rimase sepolto in una palude… Gallo fu ucciso un anno dopo che aveva ordinato la persecuzione… Valeriano e Aureliano finirono di morte violenta… Caro, che si faceva chiamare dio, cadde incenerito dal fulmine. Numeriano suo figlio fu scannato dallo zio Apro; un altro figlio di Caro, da Diocleziano; Diocleziano terminò col veleno una vita divenutagli pesante o odiosa, una vita macchiata di orribili delitti… Massimiano Erculeo fu costretto a strangolarsi con le proprie mani… Galerio vide, come Antioco, la sua carne cadergli a brani, rosa dai vermi… Massimino Daia lasciò la vita tra spasimi atroci… Massenzio, sconfitto da Costantino, cadde nel Tevere e vi affogò… Licinio fu messo a morte… Tutti sanno come finì Giuliano l’Apostata… Quasi tutti gli eresiarchi finirono malamente e di morte inaspettata. Manete ebbe strappate le viscere dal corpo, per ordine del re di Persia… Montano s’impiccò… Alcuni Donatisti avendo gettato la santa Eucaristia ai cani, furono immediatamente messi in brani da quegli animali divenuti arrabbiati… Ario lasciò l’anima insieme con gl’intestini… Priscilliano fu decapitato per ordine del tiranno Massimo… Leone l’armeno, iconoclasta, fu assassinato in chiesa… Eraclio, fautore del monotelismo, fu colto da morte subitanea e spaventosa… Valente, ariano, fu vinto dai Goti e bruciato… Anastasio, partigiano di Eutiche, peri colpito dal fulmine. I vermi rosero la lingua del bestemmiatore Nestorio… Luterò morì soffocato nel suo letto, dopo una lauta cena, ed uno storico contemporaneo racconta che una frotta di diavoli, sotto sembianza di corvi, volarono attorno al suo corpo orribilmente gracchiando, e l’accompagnarono fino alla tomba… Zuinglio lasciò la vita in una battaglia. Calvino, divorato dai vermi, spirò bestemmiando… Enrico VIII, re d’Inghilterra, morì da disperato… Questi ed altri casi della morte spaventosa dei grandi peccatori stanno registrati nella Storia Ecclesiastica; del resto la propria esperienza può avere insegnato a ciascuno quanto riesca disgraziata in generale la morte dei malvagi induriti nel male.
  8. La memoria dei peccatori finisce nella maledizione. — « Il loro ricordo si è spento col rumore che destò la loro morte » (Psalm. IX, 7), dice il profeta. E in altro luogo così parla all’empio: «Iddio ti distruggerà per sempre; ti schianterà e ti porterà via dalla tua casa; ti sradicherà dalla terra dei viventi » Psalm. LI, 5). « Il Signore, leggiamo nella Sapienza, si riderà degli empi. Cadranno disonorati e diventeranno oggetto di obbrobrio tra i morti in eterno. Il Signore li stritolerà nel loro orgoglio fattosi muto e li strapperà dalla loro base; gemeranno oppressi da mali e il loro nome sparirà dalla memoria degli uomini » (Sap. IV, 18-19). « La memoria del giusto, dice il Savio, vivrà tra le lodi; il nome degli empi marcirà nell’infamia » (Prov. X, 7). Il nome dell’empio, la sua gloria e la sua fama spandono fetore di morte; avrà per sua porzione l’oblio e il disprezzo. Il loro nome cadrà infracidito, cioè sarà calpestato e scomparirà come tronco secco e tarlato divelto dal turbine e gettato lungo la pubblica strada. Non essendo condita del sale della virtù e della saggezza divina, la loro fama si corrompe, e si attirerà l’esecrazione e la maledizione universale. La gloria temporale degli empi si oscura e svanisce; di modo che gli uomini, quando se ne parla, li biasimano, li straziano, li nominano con orrore… «Vi sono di quelli, dice l’Ecclesiastico, di cui non si conserva memoria; perirono come se non fossero mai esistiti, nacquero ed è come se non avessero mai veduto la luce; e i figli degli empi dividono la sorte dei padri loro » (Eccli. XLIV, 9)… Detestati in vita, aborriti in morte, saranno ancora maledetti al di là del sepolcro.
  9. Chi vive lontano da Dio muore in sua disgrazia. — « Già sovente l’ho detto, scriveva S. Paolo ai Filippesi, ed ora piangendo lo ripeto: vi sono molti che vivono da nemici della croce di Gesù Cristo; molti la cui fine é la perdizione, i quali adorano il ventre e mettono la loro gloria in ciò che forma il loro disonore e altro non gustano che le cure terrene » (Philipp. III, 18-19). « Se non temete il peccato, scrive S. Agostino, temete la morte, perché il peccato consumato genera la morte. Se non temete il peccato, temete le conseguenze del medesimo, vi spaventi l’abisso al quale vi conduce. Il peccato è dolce, ma è amara la morte nel peccato. Questa è la disgrazia degli uomini, che morendo lasciano gli oggetti per possedere i quali si erano abbandonati al peccato, ed altro non portano con sé che il peccato il quale li brucerà in eterno ». Strana illusione dei peccatori! Essi non badano che il piacere del peccato, di cui vorrebbero godere in eterno, sfugge loro subito; e che il castigo del peccato, al quale vorrebbero sottrarsi, non si allontanerà mai da loro!… Di essi dice il Salmista: «Le nazioni sprofondarono nell’abisso di morte che esse medesime si sono scavate; il loro piede fu colto al laccio che esse medesime avevano teso… Gli empi siano precipitati nell’inferno insieme con tutte le genti che dimenticano Dio » (Psalm. IX, 15, 17). « Ecco che quelli i quali si allontanano dal Signore, periranno; e saranno travolti nell’abisso di perdizione » (Id, LXXII, 26); (LIV, 24). «La giustizia divina, secondo l’osservazione di S. Agostino, si vendica del peccatore permettendo che, avendo egli dimenticato Iddio in vita, dimentichi se stesso in morte ». I disgraziati andranno dicendo sul letto di morte: « Noi non abbiamo voluto dare nessun segno di virtù nei giorni della nostra vita ed eccoci ora. divorati dalla nostra malvagità» (Sap. V, 13). Ascoltiamo dunque l’avviso dell’Ecclesiaste, e « premuniamoci contro il giorno cattivo » (VII, 15), schivando il male e facendo il bene secondo la regola del profeta (Psalm.. XXXVI, 27). Guardiamoci dall’imitare quel cieco peccatore di cui il medesimo profeta scrive, che « non ha voluto comprendere per non essere obbligato a impiegarsi in buone opere» (Id. XXXV, 3).

 

GIURISDIZIONE EPISCOPALE e la SEDE ROMANA

Tonsura

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In risposta alle sette F.T. (False tradizionali): nessuna Tonsura = nessun prete cattolico!

Secondo i canoni 107 e 108 del C.J.C., decreti di legge divina, c’è una netta distinzione tra laici e clero. Questa distinzione è contrassegnata dall’ingresso nello stato clericale. Questa entrata garantisce la “vocazione” di un candidato al sacerdozio ad un Vescovo legittimo in comunione con il Pontefice Romano, ed il cui Seminario sia stato eretto con ordinanza dello stesso Pontefice e con l’approvazione della Santa Sede. Il rito della tonsura è solo un rito. Non si tratta di un ordine che comporti la necessità della trasmissione apostolica. Il rev. Charles Augustine, nel suo “Commentario di diritto canonico” afferma che la tonsura è chiaramente un atto giurisdizionale che deriva interamente dalla facoltà giurisdizionali del Vescovo. Un vescovo che non ha mai ricevuto tale giurisdizione non può esercitarlo per conferire la tonsura. Senza tonsura, un individuo non può diventare un chierico e solo i chierici sono in grado di essere ordinati, (canoni 108 [qui divinis ministeriis per primam saltem tonsuram mancipati sunt, clerici dicuntur]; 118): solo i sacerdoti possono diventare pastori e ottenere un ufficio, (canoni 154, 453). Non c’è nessun “tradizionalista” [Nota: i nemici più accaniti del “vero” Papato in esilio], intruppato in fraternità, istituti e pseudo-chiesette varie, o agente da “cane sciolto” liberamente scorrazzante, che oggi possa vantare una missione con “Giurisdizione canonica” e facoltà speciali ricevuta da un Vescovo consacrato sotto Papa Pio XII, l’ultimo Papa validamente eletto che abbia potuto esercitare liberamente il suo ufficio; così tutti questi attuali pretesi, sedicenti “vescovi”, innegabilmente mancano di giurisdizione, che solo può derivare loro dal Romano Pontefice (Papa Pio XII in “Mystici Corporis” e “Ad Sinarum Gentum“).

Infatti “… lui [il S.P. Papa Pio XII] ha insegnato per certo [ancora una volta ai duri di cervice – n.d.r.] che il Vicario di Cristo sulla terra è l’ unico dal quale tutti gli altri Pastori nella Chiesa cattolica ricevono direttamente la loro competenza e la loro missione .’ …

Monsignor Alfredo Ottaviani, cardinale del Santo Uffizio, dichiarava che questo insegnamento… “deve ora essere osservato come interamente ridefinito con certezza, a motivo di ciò che ha detto il Papa Pio XII.”- [fr. Joseph C. Fenton, vero teologo cattolico, 1949.

È peccato mortale: l’ “elusione” e la violazioni della legge sul mandato papale.

Greg. magno

 “Preferirei piuttosto essere condotto alla morte, che ricevere il Sacramento della Comunione dalla mano di un eretico”.  (Papa San Gregorio Magno, Padre e Dottore della Chiesa).

 I pseudo-traditionalisti/sedevacantisti sono sordi al fatto che il Papa Pio XII abbia condannato le “consacrazioni” prive di Mandato papale – anche per “gravi emergenze” o per un presunto, così detto, “stato di necessità”.

Pio XII in Ad Apostolorum Principis non ha riconosciuto valide le consacrazioni senza mandato papale “anche” nel caso di supposta emergenza, adducendo il pretesto che s’era ritenuto “lecito nei secoli precedenti”. Vedere Pio XII: enciclica sul crimine delle consacrazioni imposte senza mandato papale, promulgata il 29 giugno 1958!

Questo insegnamento infallibile di Pio XII stronca, annientandoli col Magistero della Chiesa, i gruppi eretici che, con falsi e pretestuosi sofismi, cercano pateticamente di giustificare il loro reato scismatico nel consacrare vescovi senza mandato pontificio, sostenendo che tale pratica si fosse verificata in passato, “nei secoli precedenti”!

Tentare di consacrare un vescovo senza Mandato Pontificio fa incorrere nella scomunica “ipso facto” (1) (automatica) latae sententiae (2) per il (falso) consacrato ed il consacrante. Questo significa che la scomunica avviene nel momento stesso della tentata consacrazione sacrilega: l’atto stesso comporta la pena della scomunica.

(1) ipso facto: non è necessaria un’accusa formale o altra prova per determinarne la colpevolezza.

(2) latae sententiae: è una scomunica che solo il Papa (vero) può rimuovere!

La censura più severa (la pena di scomunica): lo scomunicato non può partecipare al culto pubblico né ricevere il Corpo di Cristo o uno qualsiasi dei sacramenti. Inoltre, se egli sia un chierico, gli è proibito di amministrare un rito sacro o di esercitare un atto di autorità spirituale. Questa condanna (scomunica) si applica estendendosi a a tutti coloro che appartengono o sostengono e partecipano agli atti sacrileghi di queste sette scismatiche antipapali. La chiesa dichiara lo scisma stesso, essere un’eresia!

“Tale dovrebbe essere la nostra sottomissione alla Chiesa, che se apparisse visibile una cosa bianca, che Essa aveva dichiarato nero, noi dovremmo ritenerla nera. (S. Ignazio di Loyola, “Esercizi spirituali”)

 “Noi dovremmo costantemente ringraziare il Signore per averci concesso il dono della vera fede, associandoci come figli della Santa Chiesa Cattolica. Quanti sono gli infedeli, gli eretici e gli scismatici che non godono la felicità della “vera” fede! La terra è piena di costoro che sono tutti persi!” Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, dottore della Chiesa.

Giurisdizione episcopale e la sede romana di p. Fenton

Da:

American Ecclesiastical Review

Vol. CXX, gennaio-giugno 1949

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Uno dei contributi più importanti alla sacra teologia negli ultimi anni è quello che riguarda l’insegnamento del Santo Padre sull’origine immediata della giurisdizione episcopale nella Chiesa cattolica. Nella sua grande enciclica Mystici corporis, pubblicata il 29 giugno 1943, il Papa Pio XII ha parlato del potere ordinario della giurisdizione dei Vescovi cattolici come qualcosa che viene “conferito su di loro direttamente” dal sovrano Pontefice. [1] Più di un anno prima della pubblicazione della Mystici corporis il Santo Padre ha portato la stessa verità nella sua allocuzione pastorale per i parroci e i predicatori quaresimali di Roma. In questo discorso ha insegnato che il Vicario di Cristo sulla terra è quella da cui tutti gli altri pastori nella Chiesa cattolica “ricevono immediatamente la loro giurisdizione e la loro missione.” [2] . – Nell’ultima edizione della sua opera classica, Institutiones iuris publici ecclesiastici, Monsignor Alfredo Ottaviani dichiara che questo insegnamento, che precedentemente era considerato come “probabilior” o anche come “communis,” ora debba essere ritenute come interamente certo a motivo di ciò che Papa Pio XII ha affermato. [3] La tesi che deve essere accettata e insegnata come certa è un elemento estremamente importante nell’insegnamento cristiano circa la natura della vera Chiesa. La negazione o anche la sola negligenza di questa tesi, inevitabilmente impedirà un’accurata ed adeguata comprensione teologica della funzione di nostro Signore come Capo della Chiesa e dell’unità visibile del Regno di Dio sulla terra. Nel definire questa dottrina, conferendole lo status di istruzione “sicuramente certa”, il Santo Padre ha tratto il lavoro della sacra teologia.  – La tesi che vescovi derivano il loro potere di giurisdizione immediatamente dal Sommo Pontefice non è affatto un insegnamento nuovo. Nel suo breve Super soliditate, rilasciato, il 28 novembre 1786 e diretto contro gli insegnamenti del canonista Joseph Valentine Tony, Papa Pio VI ha aspramente censurato il Tony per gli attacchi insolenti di quell’autore sull’insegnamento secondo il quale il romano Pontefice è colui “dal quale i Vescovi stessi derivano la loro autorità” [4]. Papa Leone XIII, nella sua enciclica “Satis cognitum”, datata 29 giugno 1896, ha messo in evidenza un punto fondamentale in questo insegnamento quando ha ribadito, con riferimento a quei poteri che gli altri governanti della Chiesa tengono in comune con San Pietro, l’insegnamento del Papa San Leone I secondo il quale “tutto ciò che Dio aveva dato a questi altri, lo aveva dato attraverso il Principe degli Apostoli. [5]. – Simile insegnamento è enunciato esplicitamente in una comunicazione della Chiesa Romana del Papa S. Innocenzo I, nella sua lettera ai Vescovi africani, rilasciata il 27 gennaio 417. Questo grande Pontefice ha dichiarato che “l’episcopato stesso e tutta la potenza di questo nome” provengono da San Pietro. [6] la dottrina proposta da Papa San Innocenzo ero abbastanza familiare alla gerarchia africana. Era stata sviluppata e insegnata già dai predecessori di coloro ai quale scrisse, nella prima spiegazione sistematica ed estesa dell’Episcopato della Chiesa cattolica. Verso la metà del terzo secolo St Cipriano, il martire – vescovo di Cartagine, aveva elaborato il suo insegnamento sulla funzione di San Pietro e della sua “cattedra” come base dell’unità della Chiesa. [7] S. Optatus, vescovo di Milevi, ed un eccezionale difensore della Chiesa contro gli attacchi dei Donatisti, aveva scritto, intorno all’anno 370, che la “cattedra” di Pietro era la sede verso cui “l’unità dovesse essere mantenuta da tutti,” [8] e che, dopo la sua morte, Pietro aveva “da solo ha ricevuto le chiavi del Regno dei cieli, che dovevano essere consegnate anche (communicandas) per gli altri.” [9] Durante gli ultimi anni del quarto secolo Papa San Siricio aveva asserito l’origine Petrina dell’Episcopato nella sua lettera, Cum in unum, quando designava il Principe degli Apostoli come colui “Da cui l’apostolato e l’episcopato in Cristo derivavano la loro origine.” [10] ed ha introdotto questo concetto nel suo scritto come qualcosa di cui, coloro ai quali era stata indirizzata la sua epistola, avevano perfetta familiarità. Questo era ed è rimasto l’insegnamento tradizionale e comune della Chiesa cattolica. La tesi che vescovi derivano il loro potere di giurisdizione immediatamente dal romano Pontefice, anziché immediatamente da nostro Signore stesso, ha avuto una storia lunga e tremendamente interessante nel campo della teologia scolastica. San Tommaso d’Aquino ha citato nei suoi scritti, senza, tuttavia, dilungarsi eccessivamente [11] due altri scolastici medievali eccezionali, Richard di Middleton [12] e Durandus [13], seguendo il loro esempio. Il trattato teologico di eccezionale valore pre-tridentino sulla Chiesa di Cristo, la Summa de ecclesia del Cardinale John de Turrecremata è esaminato la questione nei minimi dettagli. [14] Turrecremata ha elaborato la maggior parte degli argomenti che i teologi successivi hanno poi utilizzato per dimostrare la tesi. Tommaso de Vio, cardinale Cajetano, ha contribuito molto allo sviluppo dell’insegnamento nel periodo immediatamente precedente al Concilio di Trento. [15]

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“Di gran lunga la fonte più importante della dottrina riaffermata  da Papa Pio XII è da considerarsi il Concilio di Trento…”

Durante il Concilio di Trento, la tesi è stata discussa dagli stessi padri conciliari. [16] il più forte La presentazione di gran lunga più vigorosa della dottrina in ultimo definita dal Papa Pio XII, è stata fatta nel Concilio di Trento del grande teologo gesuita, James Laynez. [17]. Su diversi argomenti, quelle di Laynez in: “quaestiones, De origine jurisdictionis episcoporum e De modo quo compete un summo pontifice in episcopos derivi”, rimangono le migliori fonti di informazione teologiche sulle relazioni degli altri Vescovi della Chiesa cattolica al Romano Pontefice fino ad oggi.Durante il secolo dopo il Concilio di Trento, tre dei teologi scolastici classici hanno scritto magnifiche spiegazioni con prove della tesi che l’autorità episcopale nella Chiesa di Dio deriva immediatamente dal Vicario di Cristo sulla terra. S. Roberto Bellarmino ha trattato la questione con la sua abituale chiarezza e certezza, [18] utilizzando un approccio un po’ diverso da quello impiegato da Turrecremata e Laynez e più vicino a quella di Gaetano. Francis Suarez ha trattate la tesi “in extenso” nel suo Tractatus de legibuse impostando alcune spiegazioni che completano l’insegnamento del Laynez stesso. [19] Francis Sylvius, nel suo: “polemiche”, riassume i risultati dei suoi grandi predecessori in questo campo e ha compilato quella che rimane fino ad oggi probabilmente la più efficace e completa presentazione dell’insegnamento di tutta la letteratura scolastica. [20] Durante lo stesso periodo una trattazione molto breve ma teologicamente valida dello stesso argomento è stato dato dal portoghese francescano Francis Macedo nel suo Clavibus De Petri. [21] due dei principali teologi del sedicesimo secolo, il tomista, Dominic Soto [22] e Dominic Bannez, [23] ugualmente includono questo insegnamento nel loro “commentari.”. – Il Papa Benedetto XIV acclude una trattazione eccellente di questa tesi nella sua grande opera De synodo diocesana. [24]. Tra le autorità più recenti che hanno affrontato la questione in un modo degno di nota sono i due teologi gesuiti Dominic Palmieri [25] ed il Cardinale Louis Billot. [26]; pure il Cardinale Joseph Hergenroether tratta l’argomento in modo efficace e preciso nella sua grande opera “Chiesa cattolica e stato cristiano.” [27] – L’opposizione più importante alla tesi, come era prevedibile, è venuta dai teologi gallicani Bossuet [28] e Regnier [29] che hanno difeso la causa su questa questione. Anche altri, non infettati dal “virus” Gallicano, si sono opposti a questo insegnamento in tempi passati. Degni di nota tra questi avversari sono stati Francis de Victoria e Gabriel Vasquez. Victoria, sebbene fosse un insigne teologo, sembra avere male interpretato la questione in esame, immaginando che, in qualche modo, nell’insegnamento tradizionale fosse coinvolto l’implicazione che tutti i vescovi fossero stati collocati nella loro sede su indicazione di Roma. [30]. Vasquez, d’altra parte, è stato attratto da una teoria ora desueta, per cui le giurisdizione episcopale era assolutamente inseparabile dal carattere episcopale, e che l’autorità del Santo Padre sui suoi compagni vescovi nella Chiesa di Cristo deve essere spiegata dal suo potere di rimuovere o sostituire la materia o i soggetti sui quali tale competenza viene esercitata. [31] – L’insegnamento del Papa Pio XII sull’origine della giurisdizione episcopale, sicuramente non è un riaffermare che San Pietro e i suoi successori alla romana Sede hanno sempre nominato direttamente ogni altro vescovo all’interno della Chiesa di Gesù Cristo. Significa, tuttavia, che ogni altro vescovo che è l’ordinario di una diocesi, occupa la sua posizione con il consenso e a almeno la tacita approvazione della Santa Sede. Inoltre, significa che il vescovo di Roma può, secondo la costituzione divina della Chiesa stessa, rimuovere in casi particolari, la giurisdizione dei Vescovi e trasferirli ad altra giurisdizione. Finalmente sta a significare che ogni vescovo che non sia in Unione con il Santo Padre non ha alcuna autorità sui fedeli. – Questo insegnamento in alcun modo coinvolge la negazione del fatto che la Chiesa cattolica sia essenzialmente gerarchica e monarchica nella sua costruzione. Non sta d’altra parte nemmeno in conflitto con la verità che i Vescovi residenziali hanno giurisdizione ordinaria, piuttosto che una giurisdizione semplicemente delegata nelle loro chiese. In realtà è certamente la vera spiegazione dell’origine di tale giurisdizione ordinaria nei consacrati che governano le singole comunità dei fedeli, come successori degli Apostoli e come soggetti del Collegio apostolico. Vuol dire quindi che il potere di giurisdizione di questi uomini viene a loro dal nostro Signore, ma attraverso il suo Vicario sulla terra, nel quale soltanto la Chiesa trova il suo centro visibile di unità in questo mondo.

[Joseph Clifford Fenton: L’Università Cattolica d’America – Washington, D.C.1949.]

NOTE DI CHIUSURA:

[1] Cfr. l’edizione di NCWC, n. 42.

[2] Cfr. Osservatore Romano, 18 febbraio 1942.

[3] Cfr Institutiones iuris publici ecclesiastici, 3a edizione (Typis Polyglottis Vaticanis, 1948), I, 413.

[4] Cfr. DB, 1500.

[5] Cfr Codicis iuris canonici fontes, modificato dal cardinale Pietro Gasparri (Typis Polyglottis Vaticanis, 1933), III, 489 f. La dichiarazione del Papa San Leone si trova nel suo sermone sia nel quarto, che nel secondo anniversario della sua elevazione all’ufficio papale.

[6] DB, 100.

[7] Cfr Adhemar D’Ales, La theologie de Saint Cyprien (Paris: Beauchesne, 1922), pp. 130 ff.

[8] Cfr. Libri sesso contra Parmenianum Donatistam, II, 2.

[9] Cfr ibid., VII, 3.

[10] Cfr EP. V.

[11] S. Tommaso ha insegnato nel suo Summa contra gentiles, lib. IV, cap. 76, che, per preservare l’unità della Chiesa, il potere delle chiavi deve essere trasmesso, mediante Pietro, agli altri pastori della Chiesa. Gli scrittori successivi fanno anche riferimento al suo insegnamento della Summa Theologiae, in IIa-IIae, q. 39, art. 3, nel suo commento sulle sentenze di Pietro Lombardo, IV, Dist. 20, art. 4 e al suo commento al Vangelo secondo Matteo, in cap. XVI, n. 2, a sostegno della tesi che i vescovi derivano loro potere di giurisdizione immediatamente dal Sovrano Pontefice.

[12] di cfr Richard commento sulle condanne, lib. IV, Dist. 24.

[13] Cfr D. annulipes a Sancto Porciano Ord. Praed. et Meldensis Epiccopi nei libri di Petri Lombardi sententias theologicas IIII (Venezia, 1586), lib. IV, Dist. 20, d. 5, n. 5, p. 354.

[14] Cfr Summa de ecclesia (Venezia, 1561), lib. II, capitoli 54-64, pp. 169-188. Tesi di Turrecremata sono identiche a quelle stabilite dal Papa Pio XII, anche se la sua terminologia è diverso. Il Santo Padre parla dei Vescovi che ricevono il loro potere di giurisdizione “immediatamente” dalla Santa Sede, cioè, dal nostro Signore attraverso il sovrano Pontefice. Turrecremata, d’altra parte, parla dei Vescovi come riceventi il loro potere di giurisdizione “mediatamente” o “immediatamente” del Santo Padre, cioè, da lui direttamente o da un altro il potere di agire nel suo nome. Di [15] Cf. Cajetan de comparatione auctoritatis Papae et concilii, cap. 3, nella edizione di p. Vincent Pollet della sua Scripta theologica (Roma: The Angelicum, 1935), I, 26 f.

[16] Cfr Sforza Pallavincini Histoire de concile de Trente (Montrouge: Migne, 1844), lib. XVIII, capitoli 14 ff; Lib. XXI, capitoli 11 e 13, II, 1347 ff; III, 363 ff; Hefele-Leclercq, Histoire des conciles(Parigi: Letouzey et Ane, 1907 ff), IX, 747 ff; 776 ff.

[17] nell’edizione di Hartmann Grisar di Laynez’ Disputationes Sebastian (Innsbruck, 1886), I, 97-318.

[18] Cfr. De Romano Pontifice, lib. IV, capitoli 24 e 25.

[19] Cfr. Lib IV, cap. 4, in Theologiae cursus completus (MTCC) XII di Migne, note di Suarez FF. 596 su questa materia nel suo trattato De Summo Pontifice nel suo Opus de triplici virtute theologica, De fide, tratto. X, sezione I. [20] Cfr. lib. IV, q. 2, art. 5, Opera omnia (Anversa, 1698), V, 302 ff.

[21] Cfr. clavibus De Petri (Roma, 1560), Lib. I, cap 3, 36 pp. ff.

[22] Cfr. In quartam sententiarum (Venezia, 1569), Dist. 20, d. 1, art. 2, 4, I, 991 conclusio.

[23] Cf. Scholastica commentaria in secundam secundae Angelici Doctoris D. Thomae (Venezia, 1587), in d. 1, art. 10, dub. 5, concl. 5, colonne 497 ff. [24] Cfr. In Lib. I, cap. 4, n. 2 ff, in MTCC, XXV, 816 ff.

[25] Cfr Tractatus de Romano Pontifice (Roma, 1878), 373 ff.

[26] Cfr Tractatus de ecclesia Christi, 5a edizione (Roma: l’Università Gregoriana, 1927) I, 563 ff.

[27] Cf. Chiesa cattolica e stato cristiano (Londra, 1876), I, 168 ff.

[28] Cfr Defensio declarationis cleri Gallicani, lib. VIII, capitoli 11-15, nelle Oeuvres complètes (Paris, 1828), XLII, 182-202.

[29] Cfr Tractatus de ecclesia Christi, pars. II, sez. I, nel MTCC, IV, 1043 ff. [30] Cfr. Relectiones undecim, in rel. II, De potestate ecclesiae (Salamanca, 1565), pp 63 ff. [31] Cfr. In primam secundae Sancti Thomae (Lyons, 1631), II, 31.

“È necessario per la salvezza che tutti i fedeli di Cristo siano soggetti al Romano Pontefice.” (Concilio Lateranense V)

 

SPIRITO SANTO – La seconda creazione: l’uomo-DIO

SPIRITO SANTO 

La seconda creazione: l’uomo-DIO

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[Mons. J.-J. Gaume: Trattato dello Spirito Santo – Capp. XIII e XIV]

Una Vergine Madre è la prima creazione dello Spirito Santo nel nuovo Testamento: un Uomo-Dio è la seconda. L’ordine della Redenzione chiedeva che cosi fosse. Satana, da una donna e da un uomo colpevole aveva formato la Città del male; per uno di quegli armoniosi contrasti così frequenti nelle opere della sapienza infinita, da una donna e da un uomo perfettamente giusti, lo Spirito Santo formerà la Città del bene. Dopo aver conosciuto la nuova Eva, ci rimane da studiare il nuovo Adamo. -Divinizzare l’uomo è l’eterno pensiero di Dio. Indemoniare l’uomo è l’eterno pensiero dell’inferno. Divinizzare, è unire, indemoniare è dividere: sopra questi due poli opposti si bilancia il mondo morale. Per divinizzare l’uomo, il Verbo creatore ha risoluto di unirsi ipostaticamente la natura umana. Come Uomo-Dio egli diverrà il principio di generazioni divinizzate. Ma chi gli darà questa natura umana che egli non ha e della quale ha bisogno? Chi lo farà Uomo Dio? Allo Spirito Santo è riserbato questo capo d’ opera’. Senza dubbio, Egli non crea la divinità, ma crea l’umanità e l’unisce di una unione personale al Verbo increato. – Egli l’ha creata non della sua sostanza, il che è mostruosamente assurdo, ma con la sua potenza. Egli l’ha creata della più pura carne, della più santa, di una vergine senza macchia di peccato, né attuale, né originale. [S. Ambr. De Spir. sancto, lib. II, c. V.] Egli l’ha creata rinnovando il miracolo della creazione del primo Adamo. Di una terra vergine ed inanimata Iddio formò il primo capo’ del genere umano. Lo Spirito Santo, della carne verginale di una vergine vivente forma il secondo. Di Adamo vergine, Iddio formò la vergine Eva; perché lo Spirito Santo non avrebbe potuto formare di una donna vergine un uomo vergine? « Maria, dice san Cirillo, rende la pariglia all’umanità. Eva nacque di Adamo solo: il Verbo nascerà da Maria sola. » [“Reddidit igitur Maria gratiae mutuum hujus officium; et non ex viro, sed ex ipsa sola impollute ex Spiritu sancto virtuteque” Dei peperit. Catech., XII]. – Così il più bello dei figli degli uomini è formato. Trent’anni Egli ha vissuto, ignorato dal mondo, sotto l’ali di sua madre e sotto la direzione dello Spirito Santo. L’ora della sua pubblica missione è suonata. Disceso dal cielo per riunire l’uomo a Dio, il suo primo dovere è di predicare la penitenza; imperocché la penitenza non è che il ritorno dell’uomo a Dio. Per dare autorità alle sue lezioni Ei incomincia dal proclamare sé medesimo il gran penitente del mondo. Sulle rive del Giordano, Giovanni Battista convoca le moltitudini sotto lo stendardo della penitenza. Gesù vi si reca, e agli occhi di tutti i peccatori radunati, Ei riceve il battesimo da Giovanni. Qui ricomparisce lo Spirito Santo. Sotto la forma misteriosa di una colomba, ei scende sull’Uomo Dio. Essendo principio della sua vita naturale, guida della sua vita nascosta, Ei sarà l’ispiratore della sua vita pubblica. [S. Aug., De Trinit., lib. XV, c. xxvi]. – Perché Colui che sarà nuvola luminosa sul Thabor, e lingue di fuoco nel cenacolo, diventa colomba nel Giordano? Nelle opere della sapienza infinita tutto è Sapienza. Questa questione ha altresì dato da fare alle più alte menti cristiane dell’Oriente e dell’Occidente: « La colomba è scelta, dice san Crisostomo, come il simbolo della riconciliazione dell’uomo con Dio, e della instaurazione universale che lo Spirito Santo andava ad operare per mezzo di Gesù Cristo. Essa pone il nuovo Testamento in confronto all’Antico: alla figura ella fa succedere la realtà. La prima colomba, col suo ramo di olivo, annunzia a Noè la cessazione del diluvio d’acqua; la seconda, riposando sulla gran vittima del mondo, annunzia la fine prossima del diluvio d’iniquità. » [In Gen IX, 12]. – Nella colomba del Giordano, san Bernardo vede la dolcezza infinita del Redentore. Egli è designato dai due esseri più miti della creazione: l’agnello e la colomba. Giovanni Battista l’appella l’agnello di Dio, Agnus Dei. Ora, per indicare l’agnello di Dio nulla conveniva meglio della colomba. Ciò che è l’agnello tra i quadrupedi, la colomba è tra gli uccelli: tanto dell’uno come dell’altra, sovrana è l’innocenza, sovrana la dolcezza, sovrana la semplicità. Che cosa di più estraneo a qualunque malizia dell’agnello e della colomba? [Seria, I de Epiphan.]. In questo doppio simbolo si rivela la missione dell’Uomo-Dio, e tutto lo spirito del Cristianesimo. Secondo Ruperto, la colomba indica la divinità del Verbo fatto carne. « Perché, dice egli, una colomba e non una lingua di fuoco? La fiamma o tal altro simbolo poteva designare una parziale infusione dello Spirito Santo, ma non la pienezza dei suoi doni. Ora in Gesù Cristo abita corporalmente tutta la pienezza della divinità. 2 3 2 [Inhabitat in ipso omnis plenitudo divinitatis corporaliter”. Col. II, 9]. – Tutta intera la colomba, la colomba senza mutilazione, riposandosi sopra di Lui, mostrava che nessuna grazia dello Spirito settiforme mancava al Verbo incarnato: poiché era bene il Padre dell’adozione, il Capo di tutti i figliuoli di Dio, e il gran Pontefice del tempo e dell’eternità.3 [De Spirit. sancto, lib. I, c. xx]. – San Tommaso trova nella colomba le sette qualità che formano il simbolo perfetto dello Spirito Santo, disceso sul battezzato del Giordano: « La colomba, dice, abita sulla corrente delle acque. Ivi, come in uno specchio essa vede l’immagine dello sparviero che spazia nell’aria, e si mette al sicuro: dono di Sapienza. Ella mostra un istinto meraviglioso per scegliere, tra tutti, i migliori granelli del grano: dono della Scienza. Essa nutrisce i pulcini degli altri uccelli: dono di Consiglio. Essa non gli rompe col becco: dono d’intelletto. Essa non ha fiele: dono di Pietà. Essa fa il suo nido nelle fessure degli scogli: dono di Forza. Essa geme invece di cantare: dono di Timore. » [III p., q. 89, art. 6, corp.] – Nel Verbo incarnato vediamo risplendere tutte queste qualità della divina colomba. Egli abita sulle sponde dei fiumi delle Scritture, delle quali possiede la piena intelligenza. Ivi, vede tutte le malizie passate, presenti e future del nemico, come pure i mezzi di sottrarsi ad esse: dono di Sapienza. Nell’immenso tesoro degli oracoli divini, sceglie con una meravigliosa opportunità le armi le più perfezionate contro ogni tentazione in particolare, le sentenze le meglio appropriate alle circostanze dei luoghi, dei tempi e delle persone. Lo vediamo dalle sue risposte al demone del deserto, e ai dottori dei tempio. Lo vediamo da quella profonda conoscenza delle Scritture che faceva stupire i suoi uditori: dono di Scienza. Egli nutrisce gli stranieri, vale a dire i gentili, sostituiti agli ingrati Giudei. Egli li illumina, gli ammette alla sua alleanza e gli ricolma delle sue grazie: dono di Consiglio. Esso è lontano dall’imitare l’eretico Ario, l’eretico Pelagio, l’eretico Lutero: che sono come tanti uccelli di rapina dal becco adunco, i quali gettandosi sopra alle Scritture, le fanno a pezzi con le interpretazioni del senso privato; e alcuni brani che essi portano via, se ne servono come di stracci, per nascondere le loro menzogne, ingannare i deboli e perdere le anime. – Esso, l’Allievo della colomba, comprende la Scrittura nel vero suo senso; l’ammette tutta quanta, e da ogni testo fa scintillare un raggio luminoso, che mostra nella sua persona il Verbo redentore del genere umano: dono dell’Intelletto. Ei non ha fiele. L’infinita mansuetudine della sua anima diviene trasparente nelle parabole del Samaritano, della pecora smarrita e del figliuol prodigo. Egli stesso praticando la sua dottrina non rende male per male, né ingiuria per ingiuria. Che dico io ? Quel che non si era mai visto le che l’uomo non avrebbe mai sognato, egli prega pe’ suoi carnefici; dono di Pietà. Egli fa il suo nido nello scoglio incrollabile della fiducia in Dio, e quello dei suoi pulcini nelle piaghe del suo adorabile corpo: duplice asilo inaccessibile al serpente. I suoi nemici vogliono precipitarlo dall’alto di una montagna, ed Egli passa tranquillamente di mezzo ad essi. Disceso negli abissi del sepolcro, n’esce pieno di vita. Da per tutto sul suo passaggio fa fuggire 1 demoni, risana gli infermi riesce ad incatenare satana, il principe di questo mondo: dono dì Forza. La sua vita è un lungo gemito. Va umilmente alla morte, ne prova tutti gli orrori,, chiede in ginocchio di esserne liberato: riceve il soccorso da un Angelo, e finalmente sulla croce prega e piange, rendendo l’anima sua a suo Padre: dono di Timore. Con tutto ciò il nuovo Adamo battezzato e confermato, è iniziato alla sua gran missione di conquistatore, e rivestito della sua impenetrabile armatura. Ei può con sicurezza andare al combattimento. Lo Spirito Santo che Lo anima, Lo spinge nel deserto.2 [E il deserto dell’Arabia Petrea al di là del mare Morto, non lontano dai luoghi dove Giovanni battezzava]. Il demonio ve Lo attende: David e Golia sono presenti. Lucifero impiega tutte le sue astuzie per vincere, o almeno per conoscere questo misterioso Personaggio, la cui austerità lo sorprende, e la santità lo inquieta. Alle inutilità dei suoi assalti, egli comprende che ha trovato il suo dominatore. Questa prima vittoria dell’Uomo-Dio, preludio di tutte le altre, scuote sin nelle loro fondamenta, le mura della Città del male. Ben presto con brecce di più in più larghe, gli schiavi di satana potranno sottrarsene, è venire ad abitare la Città del bene. Sino da quest’istante, il Cristianesimo avanza, ed il paganesimo indietreggia: la storia dei tempi moderni incomincia. – L’opera vittoriosa che il nuovo Adamo inaugura nel deserto, viene a continuarla nei luoghi abitati; sempre sotto la guida dello Spirito Santo, percorre le campagne, i borghi e le città. « Lo spirito del Signore, dice Egli medesimo, è sopra di me : per lo ché mi ha unto e mi ha mandato ad evangelizzare a’ poveri; a curare coloro che hanno il cuore contrito; ad annunziare agli schiavi la liberazione, ed ai ciechi il ricupero della vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a predicare l’anno accettevole del Signore e il giorno della retribuzione. » [Lue., IV, 14, 29]. Più sotto riassumendo in due parole tutta la sua missione dice: « Il Figliuolo dell’uomo è venuto per distruggere le opere del diavolo. » [“In hoc apparuit Filius Dei, ut dissolvat opera diaboli”. Joan., VIII, 8]. – L’opera del diavolo è la città del male con le sue istituzioni, le sue leggi, le sue città, i suoi eserciti, i suoi imperatori, i suoi’ filosofi, i suoi dei, le sue superstizioni, i suoi errori, i suoi odi, la sua schiavitù, le sue ignominie intellettuali e morali: città formidabile, di cui Roma, padrona del mondo, era allora la capitale. – Soltanto l’onnipotente Re della Città del bene può riuscire in una simile impresa. Non è che a forza di miracoli di uno splendore rilucente e di una autenticità vittoriosa, che possono cadere le fortezze di satana, fabbricate sopra prestigi e protette da oracoli in possesso della fede universale. Lo Spirito dei miracoli si comunica dunque tutto quanto al Verbo incarnato. Per bocca d’Isaia, Egli medesimo l’aveva predetto. « E sopra di lui riposerà lo Spirito del Signore, Spirito di sapienza e d’intelligenza; Spirito di consiglio e di forza; spirito di scienza e di pietà. E lo Spirito del timore del Signore Lo riempirà. » [Is XI, 2]. – Il Verbo incarnato riferisce, alla sua volta, allo Spirito Santo tutta la gloria del successo. Se Egli battezza, se caccia i demoni, se insegna la verità, se conferisce il potere di rimettere i peccati: in altri termini, se con una mano rovescia la Città del male, e con l’altra riedifica la Città del bene, è in forza del nome e della autorità, e come luogotenente dello Spirito Santo. [in Matth. III 8; XIII, 18, ecc. ecc.]. – Le stesse virtù che in Lui rifulgono, che rapiscono i popoli di ammirazione, si fa un onore di ripeterle dallo Spirito Santo e di essere Egli medesimo il compimento vivente della parola d’Isaia : « Ecco il mio Servo eletto da me, il mio diletto, nel quale si è molto compiaciuta l’anima mia. Io porrò il mio Spirito sopra di Lui ed Egli annunzierà la giustizia alle nazioni. Non litigherà, né griderà, né sarà udita da alcuno nelle piazze la voce di Lui. Egli non romperà la canna incrinata, né ammorzerà il lucignolo che fuma sino a tanto che faccia trionfare la giustizia, e nel nome di Lui spereranno le genti. » [Is., XLI, 1, 8. — Matth., IV, 1, XII, 18, 28]. – Giunge l’ora solenne nella quale Egli dee riportare l’ultima sua vittoria, e salvare il mondo col suo sangue divino. Novello Isacco, vittima del genere umano, é lo Spirito Santo nuovo Abramo che Lo conduce al Calvario e che Lo immola. Egli muore, e lo Spirito Santo Lo ritrae vivo dal sepolcro. [Ebr., IX, 14; Rom., VIII, 11]. – Se fa d’uopo difendere i diritti dello Spirito Santo, Egli dimentica i suoi. Egli stesso ha pronunziato questa sentenza : « Chiunque avrà pronunziato una parola contro il Fgliuolo dell’uomo sarà perdonata; ma colui che avrà detto contro lo Spirito Santo, il perdono non gli sarà accordato, né in questo mondo, né nell’altro. » [Matth., VII, 32]. – È egli venuto il momento di fargli luogo nelle anime? Ei non esita a separarsi da tutto ciò che ha di più caro al mondo, perché la sua presenza non sia un ostacolo al regno assoluto del divino Spirito. « A voi giova che Io me ne vada, dice ai suoi apostoli, poiché se Io non vo, non potrà venire in voi lo Spirito Santo. 4 » [Joan.? XVI, 7]. – Se trattasi della grande missione che deve essere loro affidata, Egli ne spiega loro la1 natura e l’estensione e ne dà ad essi l’investitura; ma gli avverte che la forza eroica di cui essi hanno bisogno per compierla, sarà loro comunicata per mezzo dello Spirito Santo.5 [Lue., XXIV, 46, 49]. Finalmente, continuando ad eclissarsi davanti il divin Paracleto, il Maestro disceso dal cielo, dichiara loro in termini formali che malgrado i tre anni passati alla sua scuola, la loro istruzione non è finita. Allo Spirito Santo è riserbata la gloria di completarla, addottrinandogli in tutto ciò che essi debbono sapere.[Ion. XVI, 12, 13]. – Tali sono stati gli ammaestramenti e gli atti dell’Uomo-Dio rispetto allo Spirito Santo. Il cielo e la terra non hanno mai inteso, né mai intenderanno niente di più eloquente, intorno alla maestà dello Spirito Santo, e intorno alla necessità della sua influenza, tanto per rigenerare l’uomo, quanto per mantenerlo nel suo stato di rigenerazione. – La seconda creazione dello Spirito Santo è come la prima, un capo d’opera inesplicabile. Il Figlio di Maria s’eleva ad una tale altezza, che supera tutto ciò che il mondo ha visto mai. Complesso ineffabile di grazia e dì maestà, di dolcezza e di forza, di semplicità e di dignità, di fermezza e di condiscendenza, di calma e di attività, parla, e nessun uomo ha mai parlato come Lui. Egli comanda ed ogni cosa obbedisce. Con una parola Ei calma le tempeste; con un’altra caccia i venditori dal tempio, o i demoni dal corpo degli ossessi. Egli ammaestra come avente un’autorità propria che nessuno divide con L ui. Le sue preferenze sono per i piccoli; per i poveri e gli oppressi. Egli semina i suoi miracoli via facendo, e tutti i suoi miracoli sono tanti benefizi. Quale si sia il delitto di cui uno si penta, Ei lo perdona con una bontà materna. – Tale è la santità della sua vita, ch’Egli pone a disfida dei suoi più accaniti nemici di trovare in lui l’ombra di una colpa. Ei si tace, quando Lo si accusa; benedice quando si oltraggia. Ingiustamente condannato da dei nemici avidi della sua morte, Ei sospende i loro colpi, sventa le loro trame, né lascia scoppiare la tempesta se non nel giorno da Lui decretato, e nel modo da Lui medesimo stabilito, provando la sua divinità più invincibilmente con la sua morte che con la sua vita. – Ma il fine dello Spirito Santo non è soltanto di fare del Verbo incarnato una creazione eccezionale, degna dell’ammirazione del cielo e della terra: prima di tutto, Egli vuole realizzare in Lui l’uomo per eccellenza, quale egli esisteva “ab eterno” nel pensiero divino, e quale doveva Egli comparire un giorno per fare di tutti gli uomini tanti dii; meravigliosa operazione che congiungendo la creazione inferiore alla creazione superiore, la natura umana alla divina, doveva ogni cosa ricondurre all’unità. Ora questa deificazione dell’uomo è l’ultima parola delle opere di Dio, lo scopo finale della Città del bene.11 [“Instaurare omnia in Christo”. — “Christus enim est stimma, caput et recapitulatio omnium operum Dei, visibilium et invisibilium. Quocirca omnes res feruntur in Christum, tanquam in centrum, cui conjungi desiderane”. Corn. a Lap., in Agg II, 8]. – « Sin da principio, dice il sapiente dottore Sepp, l’uomo e per esso la natura, della quale Egli era insieme e il capo e il rappresentante, erano intimamente uniti a Dio. Questa unione durò sino a che il peccato, staccando l’uomo dal suo Creatore, gli ebbe fatto perdere nel tempo stesso la potenza che aveva ricevuta sulla natura. Ma Dio, per riparare la sua opera alterata dal peccato, si riaccosta di nuovo alla creatura con l’incarnazione. « Essa consiste in ciò che la divinità essendosi unita all’umanità, nella persona di Gesù Cristo, Questi è divenuto, il centro della storia. Questa unione intima, una volta compita nel centro, si comunica mediante una effusione continua a tutti i punti della circonferenza e ciò che si è prodotto una volta nella vita di Gesù Cristo si riproduce e si svolge di continuo nella vita dell’ umanità. » – [Vita di Gesù Cristo, t. I, introduzione, 17, 18]. – Secondo il bel pensiero di Clemente di Alessandria tutto il dramma della storia si è compiuto, a modo di preludio nella vita di Gesù Cristo. Il Verbo che si è incarnato una volta nel seno di Maria, deve incarnarsi tutti i giorni, e nell’umanità e in ciascun uomo in particolare. – Ogni giorno pure la nascita del Verbo si riproduce nella storia, e in questo rinascimento spirituale, che operano incessantemente i sacramenti nei quali ha Egli depositato la sua grazia. Quindi è che il Nostro Signor Gesù Cristo non è solamente la più gran figura ma ancora la sola personalità della storia. Invece di non essere nulla o poco, Egli è tutto: “Omnia in omnibus”. Invece d’essere un mito o un falsario, come hanno osato dire alcuni stupidi bestemmiatori, Egli è la realtà alla quale fa capo tutto il mondo antico: il centro d’onde parte tutto il mondo nuovo. Cosicché se nostro Signor Gesù Cristo, nato in una stalla di Betleem e morto sulla croce del Calvario, non è l’uomo per eccellenza, l’Uomo-Dio, realmente Dio, realmente uomo e principio della deificazione universale, false da cima a fondo sono tutte le tradizioni e tutte le aspirazioni antiche, false tutte le credenze moderne; e la vita del genere umano é una demenza senza lucidi intervalli, incominciata or sono sei mila anni, per durare, con gran disperazione della incredulità, finché petto umano respirerà sul globo. Difatti, se avvi nella storia un punto non controverso, é che le nazioni, anche le più grossolanamente idolatre, non hanno perduta mai la memoria della prima caduta, né la speranza di una redenzione. Questo duplice domma ha la sua formula nel sacrificio, offerto costantemente sopra tutti i punti della terra. Un personaggio divino, Salvatore e rigeneratore deill’universo, è l’oggetto evidente di tutte le aspirazioni. – L’Ebreo lo vede in Noè, in Abramo, in Mosè, in Sansone, in venti altri che ne son le figure. Invano lo spirito del male si sforza, di alterare presso i gentili il tipo tradizionale del Desiderato delle genti. Ei ne può oscurare qualche tratto, ma il fondo rimane. Noi vediamo anche che alla venuta del Messia, l’intero mondo era più che mai nell’aspettativa di un liberatore. Diciamo il mondo intero, per esprimere tute le parti del quale si compone; il cielo, la terra, l’inferno. Doveva ciascuno a suo modo proclamare il Redentore universale, e secondo l’espressione di san Paolo, piegare il ginocchio davanti alla sua adorabile Persona. – Appena nato, tutta la Milizia celeste va a prostrarsi intorno alla sua culla, ed annunzia il compimento del più desiderato tra i misteri, la riconciliazione dell’uomo con Dio, la gloria in cielo e la pace sulla terra..Alla voce degli Angeli si unisce la voce degli astri. Non parliamo della stella che guida i magi a Betleem, ma di tutto il sistema planetario. I calcoli astronomici più dotti stabiliscono che gli astri predicevano la venuta del Verbo incarnato; che l’anno sabbatico, anno di perdono e di rinnovamento, era calcolato sulle loro rivoluzioni, e che gli astri rinnovavano il loro corso, ogni volta che la terra si rinnovava a penitenza. – I sapienti dottori tedeschi, Sepp e Schuberr, hanno mostrato che tutti i popoli dell’antichità conoscevano questo linguaggio degli astri e il grande avvenimento ch’essi annunziavano: « Ma tutte queste armonie particolari tendevano ad una più generale e più alta armonia nel movimento d’Urano, il più elevato e più lontano dei pianeti. Nell’anno della nascita di Nostro Signore Gesù Cristo, Urano, il tempo di rotazione del quale intorno al sole abbraccia quello di tutti gli altri pianeti, compiva la sua cinquantesima rivoluzione. Ora, può con ragione considerarsi l’anno di Urano come il solo anno reale e completo del sistema planetario, poiché allora tutti gli astri anche i più lontani ricominciano il loro corso. – « Ebbene! fu precisamente in quest’epoca, in cui tutto il sistema planetario riunito, celebrò il suo primo anno di riparazione e di riconciliazione, che tutte le profezie si compivano, che gli Angeli del cielo e gli abitatori della terra cantavano, mescolando le loro voci ai concerti armoniosi delle sfere: “Gloria nei cieli a Dio, pace agli nomini di buona volontà sulla terra. Quest’epoca coincideva con la fine della settimana dell’anno sabbatico, nel quale, secondo un’antica predizione, Dio doveva affermare la sua alleanza con i suoi. – « Insomma, in questo grande orologio dell’universo, il cui primitivo destino è di segnare il tempo, le ruote e le molle erano state sin dal principio, talmente disposte dallo stesso Creatore, che tutti si riferivano alla grande ora in cui Dio doveva fare splendere il giorno eternamente previsto del perdono e del rinnovamento dell’universo. Nelle grandi proporzioni del suo ordinamento generale, come pure nella disposizione delle sue armonie interiori, il firmamento annunziava dunque Colui col Quale e per il Quale è stato fatto il cielo stellato. » [Schuberr, Simbolica dei sogni; Sepp, Vita di Gesv Cristo, t. II, 887 e seg.].Cosi all’ora della sua Incarnazione gli Angeli e gli astri piegarono il ginocchio dinanzi a Lui e Lo riconobbero per il loro autore: “Omne genu flectatur coelestium”. Gli stessi omaggi sono a Lui resi dagli abitatori della terra. Istruiti sino dall’origine della loro nazione mediante la profezia di Giacobbe, che segnava la venuta del grande Liberatore, nel momento in cui lo scettro uscito dalla casa di Giuda, sarébbe portato da uno straniero, gli Ebrei sono nell’aspettativa della sua prossima venuta. Le loro orecchie sono aperte a tutti gli impostori i quali, chiamandosi il Messia, promettono di liberarli dal giogo delle nazioni: essi si affidano a costoro con una facilità sino allora senza esempio. 2 2 Act., V, 36, 37, ecc.]. – La storia attesta che il motivo principale della guerra insensata che sostennero allora contro i Romani fu un oracolo delle Scritture, annunziante che sorgerebbe a quel tempo, nella patria loro, un uomo che estenderebbe la sua dominazione su tutta la terra. [Joseph, De bell, judaico, lib. VI, c. V, n. 4]. – Quest’aspettativa della prossima venuta del Messia non era particolare agli Ebrei; tutte le nazioni del mondo la nutrivano. Bisognava bene che cosi fosse; senza di ciò, come mai i profeti, cominciando da Giacobbe e terminando con Aggeo, avrebbero potuto chiamare il Messia, l’Aspettativa delle genti, il Desiderato delle genti?11 [“Et ipse erit Expectatio gentium”. Gen. XLIX, 10. — “Movebo omnes gentes et veniet Desideratus cunctis gentibus.” Agg., II]. – I gentili dovevano questa conoscenza del futuro Redentore, tanto alla primitiva tradizione che al commercio dei Giudei, sparsi da parecchi secoli, nei differenti paesi della terra, e a Roma stessa. Lungi dall’essere un piccolo numero, ignorati e senza influenza, in questa capitale del mondo, essi vi erano numerosissimi. Occupavano uffici di molta rilevanza, e tale era la loro unione, che esercitavano una notevole influenza sulle pubbliche assemblee. « Voi sapete, diceva ai magistrati romani Cicerone nel difender Fiacco, come è considerevole la moltitudine dei Giudei, e quanta influenza hanno essi nelle nostre concioni. Io parlo sotto voce, tanto che basti a farmi sentire dai giudici, imperocché non manca mai gente che gli eccitano contro di me e contro i migliori cittadini. » [Fiacco, n. 28]. – Certo la religione di un tal popolo, almeno nei suoi dommi fondamentali, non poteva essere ignorata dai Romani: la ragione l’insinua, e molte testimonianze della storia lo confermano. [Vedi gli articoli stupendi degli Annali di Filosofia cristiana, anni 1862-63-64]. Per esempio, Erode era l’ospite e l’amico particolare di Àsinio Pollione, al cui figlio si applica nel senso letterale, la quarta egloga di Virgilio. Il Giudeo Niccolò di Damasco, uomo abile, a cui Erode affidava la cura delle sue faccende, era nelle buone grazie di Augusto. Macrobio, riferisce che Augusto conosceva altresì la legge per la quale era proibito ai Giudei di mangiare della carne di porco. Ora sappiamo che l’aspettazione del Messia era la base della religione mosaica.Via via che si avvicina la venuta del Bramato delle nazioni, una luce più viva si spande nel mondo ; si potrebbe dire che fossero i primi raggi della stella di Giacobbe. Essa sta per apparire; e Virgilio, interprete della Sibilla di Cuma, canta alla corte d’Augusto il prossimo arrivo del Figliuolo di Dio, il quale scendendo dal cielo, cancellerà i delitti del mondo, ucciderà il Serpente e ricondurrà l’età d’oro sulla terra.Agli oratori ed ai sacerdoti di Roma si uniscono gli storici più serii. « Tutto T Oriente, scrive Svetonio, rimbombava di una antica e costante tradizione, che i destini avevano decretato che a quell’epoca la Giudea darebbe dei padroni all’universo. » [In Vespas., n. 4].Tacito non è meno esplicito: « Si era, dice egli, generalmente convinti che gli antichi libri dei sacerdoti annunziavano che a quell’epoca l’Oriente prevarrebbe, e che dalla Giudea uscirebbero i padroni del mondo ». [Hist, lib. V, n. 3].Questa viva espettazione del Messia trovavasi presso tutti i popoli, ad onta che fosse svisata tra di essi la religione primitiva. Una tradizione cinese, antica quanto Confucio, annunzia che in Occidente apparirà il giusto. Giusta il secondo Zoroastro, contemporaneo di Dario figlio d’Istaspe, e riformatore della religione dei Persi; un giorno sorgerà un uomo vincitore del demonio, dottore della verità, restauratore della giustizia sulla terra e principe della pace. Una Vergine senza macchia Lo partorirà. L’apparizione del Santo sarà segnalata da una stella, il cui cammino miracoloso guiderà i suoi adoratori sino al luogo della sua nascita. [Schmidt, Redenzione del genere umano, p. 66-174]. – Sino all’epoca nostra, l’eresia ed anche l’incredulità, hanno riconosciuto e rispettato quest’accordo unanime dell’Oriente e dell’Occidente. « Immemorabili tradizioni, dice il dotto inglese Maurizio, derivate dai patriarchi e diffuse in tutto 1’Oriente, concernenti la caduta dell’uomo e la promessa di un futuro mediatore, avevano insegnato a tutto il mondo pagano ad aspettare verso il tempo della venuta di Gesù Cristo, la comparsa di un personaggio illustre e sacro. » [Id. ubi supra]. L’ empio Volney tiene lo stesso linguaggio: « Le tradizioni sacre e mitologiche dei tempi anteriori alla rovina di Gerusalemme, avevano sparso in tutta 1’Asia un domma perfettamente analogo a quello dei Giudei intorno al Messia. Non si parlava d’altro che di un grande Mediatore, di un Giudice finale, di un Salvatore futuro, il quale, re, Dio, conquistatore e legislatore, doveva ricondurre l’età dell’oro sulla terra, liberarla dall’ impero del male, e rendere agli uomini il regno del bene, la pace e la felicità. » [Rovine, c. XX, n. 13]. – Tale era l’universalità e la vivacità di questa credenza che, secondo una tradizione degli Ebrei, consegnata nel Talmud e in parecchie altre opere antiche, un gran numero di gentili si recarono a Gerusalemme verso l’epoca della nascita di Gesù Cristo, a fine di vedere il Salvatore del mondo, quando verrebbe a riacquistare la casa di Giacobbe. [Talmud, c. XI]. – Riepilogando: due fatti sono certi come l’esistenza del sole. Primo fatto: sino alla venuta del Verbo incarnato, tutti i popoli della terra hanno atteso un liberatore. Secondo fatto: dopo la venuta di Nostro Signore, questa aspettazione generale ha cessato. Che cosa si conclude da ciò ? O che il genere umano, instruito dalle tradizioni della sua culla, e dagli oracoli dei profeti, si è ingannato aspettando un liberatore e riconoscendo per tale Nostro Signore Gesù Cristo, o che Nostro Signore Gesù Cristo è veramente il Desiderato delle nazioni; non vi è via di mezzo. A questo modo la terra piega le ginocchia dinanzi a Lui e Lo riconosce per suo redentore: “Omne genu flectatar terrestrium”. – Lo stesso inferno non poteva rimanere estraneo alla venuta del Messia. Per esso era una questione di vita o di morte. Quante volte nel Vangelo noi vediamo gli spiriti immondi, cedere non solamente agli ordini di Gesù, ma proclamare altresì il Figliuolo di Dio! Questo omaggio individuale ancorché fosse così spesso ripetuto, non bastava. Dinanzi al Verbo eterno, il Verbo vivente, disceso sulla terra per istruire il mondo, il Verbo demoniaco, satana e i suoi oracoli dovevano restar muti. Bisognava pure, per un giusto ricambio, che gli ultimi accenti fossero una proclamazione solenne della divinità e della venuta sulla terra di Colui che gli riduceva al silenzio. – A questo proposito, Plutarco nel suo libro del Mancamento degli oracoli, riferisce una storia meravigliosa. È un dialogo tra parecchi filosofi romani, uno dei quali si esprime nel modo seguente: « Un uomo grave ed incapace di mentire, Epiterse, padre di quel retore Emiliano che taluni di voi hanno udito e che era mio concittadino e mio maestro di grammatica, raccontava che una volta s’imbarcò per l’Italia sopra una nave carica di ricche merci e piena di una turba di passeggeri. « Sulla sera trovandosi verso le isole Echinadi, il vento abbassò, e la nave andando qua e là con direzione incerta, venne ad avvicinarsi all’isola di Paro. [Oggi Curzolari, Paros e Antìparos]. Delle genti di sulla nave molte erano deste, e molte avendo cenato continuavano a bere. All’improvviso fu sentita una voce uscita dall’isola che a gran tuono chiamava: Tamo: di che la meraviglia fu. grande. Questo Tamo, egiziano di patria, era il piloto; ma non conosciuto per nome dalla maggior parte di quelli ch’erano sulla nave, chiamato due volte, non rispose; finalmente alla terza diede orecchio. Allora colui che chiamava, rinforzata la voce, disse: Quando sarai giunto alla palude, dai la nuova che il grande Pane è morto. « Raccontava Epiterse, che tutti, udito questo, si spaventarono; e che consigliandosi, se fosse meglio eseguire l’ordine, o non se ne dare per inteso; Tamo decise che se il vento sarebbe favorevole, passerebbe avanti a Palode senza nulla dire; ma se invece facesse bonaccia, direbbe ciò che aveva udito. Ora, giunti a Palode, senza vento e senza movimento d’acqua, Tamo di sulla poppa con la faccia rivolta verso terra, annunziò come aveva udito, che Pane grande era morto. [Pane, universale; gran pane, grande, universale, Dio degli dei]. « Non ebbe peranco finito di dire, che fu inteso gran gemito misto a voci di sorpresa non d’un solo, ma di moltissimi: e poiché vi si erano trovate presenti molte persone, velocemente se ne sparse la notizia fino a Roma; e Tamo fu chiamato colà dall’imperator Tiberio. Aggiungono che questi gli prestò fede a segno, di avere fatto premurose ricerche e domande intorno a quel Pane grande. » [Plutarco, Opuscoli Morali, t. VI, c. in, p. 31]. – La storia non dice qual fosse il risultato delle ricerche imperiali: ma dietro l’analogia dei fatti, la tradizione lo congettura con fondamento. Esse riuscirono ad accertare la morte di colui che il centurione del Calvario aveva proclamato Figliuolo di Dio. « Le voci delle quali si discorre, scrive il dottor Sepp, erano voci misteriose della natura, di cui infernali potenze si servivano per comunicare agli uomini questa notizia, oggetto di terrore per esse. La morte del Figliuolo di Dio fu annunziata per tutta la terra con fenomeni strani. [Catechismo di persev., t. HI, p. 155 e seg. 8a ediz.]. – II paganesimo risentì sin nelle sue più intime fondamenta, i suoi oracoli, il contraccolpo di questo grande avvenimento. – « In quella guisa che un segno che apparve in cielo aveva annunziato al sabeismo orientale là nascita del Salvatore: cosi la morte di Colui che era disceso nell’inferno, è annunziata nell’Occidente, per mezzo degli oracoli dell’inferno, agli adoratori dei demoni sino in Roma lor capitale. E nella stessa guisa che nell’arrivo dei magi, Erode convocò i sapienti tra i Giudei per interrogarli sulla nascita del Messia: cosi Tiberio consulta qui i savi del suo popolo, intorno alla notizia della sua morte. Quest’avvenimento è tanto più notevole, in quanto che poco tempo .dopo, il rapporto di Pilato circa la morte di Gesù, giunse a Roma nel palazzo dell’imperatore. » [Sepp., t. I, 145, 146]. Secondo Tertulliano, questo rapporto conteneva in compendio la vita, i miracoli, la passione, la morte di Nostro Signore. « Pilato, dice il grande apologista cristiano, nella sua coscienza, scrisse tutto ciò che concerneva il Cristo a Tiberio, allora imperatore. Sin da quel momento gli imperatori avrebbero creduto in Gesù Cristo, se i Cesari non fossero stati gli schiavi del secolo, o se dei cristiani avessero potuto essere Cesari. Comunque sia, allorché Tiberio ebbe appreso dalla Palestina i fatti che provavano la divinità di Cristo, egli propose al senato di metterlo tra gli dei, ed egli medesimo gli accordò il suo suffragio. Il senato, non approvando, rigettò la sua domanda. L’imperatore persistette nel suo parere, e minaccio del suo corruccio coloro che accusassero i cristiani. [Apol., v, et Pamelii notae, 67 et 58. »]. Cosi, abbandonare la loro preda, proclamare la sua divinità, divenir muti, annunziare là sua morte, disertare, per non più ritornarvi, i loro templi e i loro sacri boschi: tali sono gli atti con i quali i demoni, piegano il ginocchio dinanzi al Verbo incarnato, e lo riconoscono per il loro vincitore. “Omne gemi flectatur infernorum. – Dopo il passaggio sulla terra del Figliuolo di Maria, tutti i secoli hanno continuato a piegare il ginocchio dinanzi a Lui. La sua divina personalità è la base della loro storia come la stessa ragione, della loro esistènza e della loro dènominazione. A che data risale la caduta del paganesimi greco-romano, la comparsa nell’umano linguaggio del gran nome di cristiano, la nascita della più potente nazione del globo, la nazione cattolica, il rovesciamento della tirannia cesarea, l’abolizione della schiavitù? Quando sono scomparsi dal suolo dell’ Occidente il divorzio, la poligamia, l’oppressione della donna, l’assassinio legale dell’infante, i sacrifici umani? Indirizzate tutte queste questioni ai popoli che compongono il fiore dell’umanità; essi, ad una voce unanime,vi nomineranno Gesù Cristo, la sua dottrina, e la sua epoca. Se voi percorrete, uno dopo l’altro, tutti gli elementi della civiltà moderna, non ne troverete un solo che non supponga la fede nell’Incarnazione, vale a dire nella vita, nei miracoli, nella divinità, nella morte, nella risurrezione, nella storia completa di Nostro Signore. Ed i Renan moderni osano dire che non si son visti mai miracoli; e segnatamente che la resurrezione di un morto, è un fatto impossibile o almeno senza esempio! Come pimmei del dubbio, non vedono che sono essi medesimi una conferma vivente di questo miracolo! Non vedono che non possono nominare l’anno della loro nascita, della nascita o della morte del loro padre, l’anno degli avvenimenti che raccontano, che ammettono o che combattono, senza affermare il miracolo, del quale essi affettano stupidamente di negare l’esistenza! O negatori impotenti, voi mentitea voi medesimi; ma a voi soltanto. Malgrado le vostre negazioni, rimane evidente come il giorno, che tutta la storia religiosa politica, sociale e domestica del mondo moderno, parte dalla resurrezione di un morto; e che la civiltà europea, come la vostra vita intellettuale, ha per piedistallo un sepolcro. Se dunque Gesù Cristo non è risuscitato, tutto è falso, e il genere umano è pazzo. Ma se il genere umano è pazzo, provate che voi non lo siete. Cosi, atteso e desiderato, creduto e adorato il Dio uomo, il Verbo incarnato, la seconda creazione dello Spirito Santo nel nuovo Testamento, è il centro al quale tutto fa capo, il focolare da cui tutto parte, il fatto fondamentale su cui riposa l’edificio della ragione e della storia, la quale non è essa stessa nel suo corso, altro che lo svolgimento di questo fatto divino: « Il Cristianesimo possiede dunque tutti i caratteri di una rivelazione centrale, l’unità, l’universalità, la semplicità ed una fecondità tale, che diciotto secoli di meditazioni e di ricerche non hanno potuto estinguerlo, e nel quale la scienza, via via che va innanzi scavando in questo abisso, scopre nuove profondità. Quest’è ciò che dà al cristianesimo l’impronta della divinità, ed alle sue dimostrazioni quella della perfezione. » – L’Incarnazione essendo ciò che essa é nel piano della Provvidenza, il re della Città del male non poteva mancare, come abbiamo detto, di fare gli ultimi sforzi per impedire la credenza di questo domma distruttore del suo impero. Perciò le contraffazioni ch’egli aveva moltiplicate per sconcertare la fede del genere umano alla maternità divina della Vergine delle vergini, ei le adopera con una desolante astuzia, per rendere impossibile la fede delle nazioni alla divinità del suo Figliuolo. – Istruito sin dall’origine del mondo intorno all’incarnazione del Verbo, egli tiene consiglio, e dice: Per timore che questo Dio uomo non sia riconosciuto pel solo vero Dio, Figlio di una Vergine sempre vergine, oracolo insigne della verità, liberatore, e salvatore degli uomini, inventiamo una moltitudine di dii,’ tra i quali noi divideremo i suoi tratti diversi: dii visibili, nati da dee e da semi dii: dii sapienti, potenti e buoni che renderanno oracoli, che proteggeranno gli uomini, che gli libereranno dai loro nemici, che si faranno ascoltare dai sapienti, temere dai popoli, e servire dagli imperatori; dii antichi, dii nuovi e in si gran numero, che a malgrado del cielo, noi saremo padroni della terra. – Da questo consiglio infernale sono uscite le innumerevoli contraffazioni del grande Liberatore, la speranza del genere umano. Percorrete la storia del mondo pagano, antico e moderno: da per tutto troverete il tipo deformato del Messia, uomo Dio e rigeneratore di tutte le cose. L’indiano ve l’offre nel Chrishna, incarnazione di Vischnou, che dirige nel firmamento il cammino delle stelle, e che nasce tra i pastori. Eccolo in Buddha, il quale sotto nomi diversi, è ad un tempo il Dio della Cina, del Thibet e di Siam. Egli nasce da una vergine di regia stirpe, che non perde punto la sua verginità nel metterlo al mondo. Inquieto della sua nascita, il re del paese fa uccidere tutti quei bambini nati nello stesso tempo di lui. Ma Buddha, salvato dai pastori, vive come essi nel deserto, sino all’età di trent’anni. Allora incomincia la sua missione, insegna agli uomini, gli libera dai cattivi spiriti, fa miracoli, riunisce discepoli, lascia ad essi la sua dottrina, e sale al cielo. Vediamolo nel Feridun dei Persiani, vincitore di Zohac, sulle cui spalle sono nati due serpenti, i quali devono essere cibati ogni di con le cervella di due uomini. – « Eredi delle tradizioni primitive, tutti i popoli sapevano che il male era entrato nel mondo per mezzo di un serpente; sapevano che l’antico dragone doveva esser vinto un giorno, e che un Dio nato da una donna doveva schiacciargli la testa. Però troviamo presso tutti i popoli dell’antichità il riflesso di questa divina tradizione in un mito particolare, le .cui sfumature variano secondo i tempi ed i luoghi, ma il fondo del quale rimane lo stesso. – « Apollo combatte contro Python; Oro, contro Typhon, il cui nome significa serpente; Ormuzd contro Arimane, il gran serpente che presenta alla donna il frutto, il godimento del quale la rende delittuosa verso Dio; Chrishna contro il drago Caliya-Naza che gli spezzò il capo. Thor presso i Germani, Odino presso i popoli del Nord, sono vincitori del gran serpente che accerchia la terra come una cintura. Presso i Tibetani è Durga che combatte contro il serpente. Tutti questi tratti sparsi nelle mitologie dei differenti popoli, il paganesimo greco-romano gli aveva riuniti in Heracles o Ercole.1 » [Vedi D’Argentan, Grandezze della santa Vergine, 25-27]. – Questo seim-dio, salvatore degli uomini, sterminatore dei mostri, è figlio di Giove e di una mortale. Appena nato, egli uccide due serpenti mandati per divorarlo. Divenuto grande, ei si ritira in un luogo solitario, si vede in balia della tentazione e si decide per la virtù. Dotato di forze fisiche straordinarie, ei si consacra al bene degli uomini, percorre la terra, punisce l’ingiustizia, distrugge gli animali malefici, procura la libertà agli oppressi, soffoca il leone di Nemeo, uccide l’idra di Lerna, libera Hesione, discende negli abissi e ne strappa il guardiano Cerbero. Queste gesta ed altre non meno brillanti, compongono le dodici fatiche di Ercole, numero sacro, che rappresenta l’universalità dei benefizi di cui l’umano genere va debitore all’eroico semi-dio. – Ercole soccombe finalmente nella sua lotta per l’umanità; ma di mezzo alle fiamme del suo rogo, innalzato sulla vetta del monte Oeta, ascende nella celeste dimora. Aggiungasi che Ercole era l’oggetto principale dei misteri della Grecia, nei quali la sua nascita, le sue azioni e la sua morte erano di continuo celebrati. Aggiungasi ancora, che sotto un nome o sotto un altro, Ercole si trova presso tutti i popoli dell’Oriente e dell’Occidente: Candaule in Lidia, Belo in Siria, Som in Egitto, Melkart a Tiro, Rama nell’ India, Ogomios nelle Gallie. Come mai non vedere in quest’Ercole universale il tipo sfigurato del Desiderato di tutte le nazioni, che percorre la sua carriera da liberatore, e che offre la – sua vita per espiare i peccati del mondo ? [Satana avea resa popolare in Egitto un’altra contraffazione del Dio riconciliatore. Ogni anno si offriva al popolo uno spettacolo solenne di cui la vita di Osiride formava la base. Il Dio sole nasce sotto la forma di un bambino; una stella annunzia la sua nascita: il Dio cresce e si trova costretto a fuggire, essendo perseguitato da animali feroci; soccombendo finalmente alla persecuzione, muore. Allora incomincia un lutto solenne; il Dio sole, privato poco fa della vita, risuscita, e se ne celebra la sua resurrezione. Vedi anche Plutarco : De Iside et Osiride]. – Così, la lotta, i caratteri e l’eroe della stessa si trovano, per tutta la terra. In fondo alle tradizioni dei differenti popoli si scopre il tipo più o meno alterato del Messia, della sua opera e della sua vita: l’annunciazione, la nascita di una vergine, la persecuzione d’Erode, la lotta vittoriosa contro il serpente, la morte, la risurrezione, la redenzione dell’uman genere e l’ascensione al cielo. – Se tutti questi miti non fossero calcati sopra una verità comune; se essi fossero unicamente frutto della immaginazione dei popoli, come fare a spiegare un simile accordo fra tutte le nazioni dell’ universo, e quale ne sarebbe stato lo scopo? Se Lucifero e 1′ umanità non fossero stati istruiti, uno chiarissimamente, l’altro confusamente, che il Redentore apparirebbe un giorno sotto questi tratti, di dove gli avrebbero presi? Ma la realtà storica che ha servito di base a tutti questi miti, dove la troviamo noi, se non nella persona del Verbo incarnato, il quale ha mutato l’aspetto del mondo a costo delle sue fatiche e del suo sangue? Se l’universo tutto, diciamo ancora, dopo essersi ingannato quattromila anni nelle sue speranze, s’inganna dopo due mila anni nella sua fede, che cosa vi sarebbe di vero per lo spirito umano?

La strana sindrome di nonno Basilio: 22

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La strana sindrome di nonno Basilio -22

  Caro direttore, eccomi pronto a riprendere il filo diretto con lei ed i suoi lettori che avranno la pazienza di sorbirsi le mie quattro chiacchiere che sono però, come sempre ho cercato di spiegarle, la richiesta di aiuto per intendere quanto la mia mente, supportata da una memoria smarrita, non riesce più a comprendere nell’interpretare le verità di fede da sempre conosciute e praticate nella santa Chiesa Cattolica. L’altro giorno, durante una giornata di afa oppressiva, approfittando della pennichella di Genoveffa, la mia cara mogliettina che, preoccupata oltre modo per le mie condizioni di salute, mi soffoca un poco con il suo amore iperprotettivo (non glielo dica mai, … per carità, la prego, … è una confidenza che faccio solo a lei … mi raccomando!), inizio, non visto, un giro di ispezione per la casa, e così finisco per giungere in soffitta, … in vero con il fiato un po’ corto (ma non lo dica in giro, la prego … soprattutto a mia moglie!), e noto uno scatolo ben coperto che non ricordo di aver mai utilizzato e che ovviamente suscita la mia curiosità. Mi guardo intorno e, cercando di non fare rumore, apro lo scatolo e … sorpresa! Indovini un po’ direttore? …: ci sono delle lettere che risalgono al periodo dell’inizio della mia malattia, che la mia buona Genoveffa, evidentemente per preservarmi da emozioni a suo parere nocive, mi ha tenuto celate, riservandosi probabilmente di farmele leggere quando le mie condizioni mentali fossero migliorate. Poi se ne sarà dimenticata, credo, anche perché le mie condizioni non sono certamente tornate ad essere brillanti. Apro così a caso, prendo una lettera ingiallita dal tempo, con un francobollo francese e, inforcati gli occhialoni appannati dai vapori del caldo, leggo: la data non si evidenzia bene … sembra 1961, la lettera è indirizzata a me, ed indovini un po’ il mittente: lo zio Pierre!! … che emozione, dunque il “professorino” non si era scordato di me e mi aveva scritto … direttore, mi sa che Genoveffa aveva proprio ragione a tenermi nascoste le lettere ma … non glielo dica mai, per carità! Però mi permetta di farla partecipe almeno di un po’ dello scritto, giusto per farle meglio comprendere la personalità di questo personaggio, bislacco per certi versi, ma profondo e lungimirante nelle sue analisi storiche! Ad un certo punto parla della “globalizzazione” (… poi la farò leggere pure a Mimmo, che è un fanatico dell’argomento, come in passato le ho già accennato!), ascolti: “La globalizzazione è un tema entrato di prepotenza nell’immaginario collettivo, uno dei grandi nodi della storia da cui l’umanità non può prescindere. Essa costituisce, però, nient’altro che la prima tappa della “grande opera”, quella che dovrà avvincere i popoli e gli Stati nelle ferree catene del libero mercato, o meglio del “mercato unico”, instaurandosi così un vero e proprio totalitarismo, quello che invece i burattinai, che lavorano nell’ombra, e gli obbedienti e ben foraggiati burattini, che i popoli pensano di eleggere con libero voto, vogliono far passare alla storia come unica ed incontrovertibile via verso il progresso liberista. La seconda tappa proseguirà con il processo politico, con la decolonizzazione e la fine dei Grandi Imperi, la costituzione di organismi unitari tra Stati diversi specie in America ed Europa: oltre agli Stati Uniti già realizzati, avremo l’Europa Unita, gli Stati sovietici indipendenti (si fa per dire!), poi le federazioni africane ed asiatiche costituendo così cinque aree geografiche che confluiranno a loro volta in una grande federazione mondiale sotto un unico governo. In via di preparazione è però già l’ultimo obiettivo, il “controllo spirituale”, quello ritenuto il superiore, destinato a completare gli altri, ad unificarli, a farne lo scopo vero dell’intera lunga, pervicace operazione, iniziata con la riforma luterana, proseguita con la rivoluzione francese, figlie entrambe dell’anticattolicesimo accanito. Se e quando il preannunziato governo mondiale avrà avuto vita, esso sarà espressione non solo della globalizzazione in campo economico-finanziario e del mondialismo in campo socio-politico, ma anche e soprattutto dell’ecumenismo realizzato in campo culturale-religioso, proprio quello sempre inesorabilmente stroncato e condannato dal Magistero della Chiesa. Per il conseguimento del dominio mondiale non sarebbe davvero sufficiente limitarsi al controllo della politica, dell’economia e delle finanze, tralasciando un intervento altrettanto deciso e totale sulla religione, su qualunque religione, beninteso, ma soprattutto su quella Cattolica, che tra le altre è quella che ha tratto vita dallo stesso Dio attraverso l’incarnazione del Figlio, fatto della sua sostanza e dunque Dio Egli stesso; è quella che ha avuto una gloriosa storia bi-millenaria, è quella sulla quale è fondata la civiltà di almeno tre continenti, è quella che si è formata rifiutando qualunque compromesso con altre false e pagane idealità, … e rappresentata da una Autorità il cui prestigio non può essere discusso, a meno che non venga surrogata da qualche attore-buffone! [ma guardi un po’ che modo di esprimersi!]. Le correnti positivistiche ed illuministiche hanno portato feroci attacchi alla Chiesa Cattolica con l’accusa di integralismo, di soffocare la libertà di coscienza e di pensiero e con i pretesti più falsi ed assurdi; ora nei programmi delle “conventicole” mondialiste si tende ad istituire un opposto tipo di integralismo diretto a cancellare, dalle menti e dalle coscienze degli uomini, ogni possibile riferimento alla Dottrina Cattolica, nel tentativo di omologarle tutte in senso contrario, e di sincronizzarle, senza che se ne avvedano, in una visione dell’uomo universalistica e perciò indifferenziata ed uniforme. Per raggiungere il traguardo concepito per abbattere il Cattolicesimo, “si fieri potest”, e perseguirlo con tenacia e pazienza, nell’arco di due secoli sono state battute molte strade: a) la prima è stata quella visibile della politica internazionale e militare (pensa ad esempio a Napoleone e alla prigionia di Pio VI!); b) la seconda è quella occulta della subdola infiltrazione nel corpo della Chiesa di mortali germi patogeni (uno in particolare l’ho battezzato AIDS, acronimo di “A”bbattere i dogmi, “I”dolatrare l’uomo, “D”emolire la liturgia, e “S”cardinare sacerdozio e Papato, ti piace, che ne dici … avrà futuro questa sigla!?). c) La terza infine è quella del cosiddetto “ecumenismo” (eresia denunciata da vari Papi, quelli con la tiara del “Triregno” in … testa, e … con la testa al … suo posto); queste vie sono state e sono percorse in contemporanea. Abbattere il potere temporale del Papa non ha portato, come pensavano le empie “conventicole”, alla fine della Chiesa, (nonostante gli eventi provocati ad arte per cancellare lo Stato della Chiesa e sostituire l’asse cattolico Francia-Austria con quello protestante Gran Bretagna-Germania e poi Stati Uniti), ed anzi il potere spirituale ne è uscito rafforzato per tanti aspetti, dimostrando così che l’autorità della Cattedra di San Pietro non dipende dall’esercizio di un potere temporale, per quanto legittimo nella difesa della propria autonomia ed indipendenza, ma dall’autenticità del suo messaggio cristiano e dalla solidità della sua costituzione dogmatica. Non si è ancora esaurita, perché ancora in corsa verso la sua finalizzazione ben profetizzata, come ben sai, dalle apparizioni della Vergine a La Salette e a Fatima, la seconda delle tre strade, quella diretta ad infiltrare nel corpo della istituzione ecclesiale cattolica, quei pericolosi germi destinati ad infettarla e a corromperla (ti piace il termine AIDS? Che ne dici…!?, non so perché, ma penso che se ne sentirà parlare moltissimo in un prossimo futuro!). Primo tra tutti il Modernismo che, nonostante la ferma reazione di Pio X e gli anatemi eterni, scaturiti dal Magistero infallibile ed irreformabile, è oggi subdolamente penetrato nei seminari, nelle parrocchie e presso gli alti vertici della Santa Sede, dando al Cattolicesimo un volto “stravolto” (scusa il bisticcio di parole!) e deformato, ben lontano dalla Tradizione, non solo sul piano dottrinale, ma anche, spudoratamente e vergognosamente, sul piano liturgico, dal momento che si cerca di far diventare un’agape rosacrociana la Santa Messa di sempre! [… ma cosa mai voleva dire lo zio? Questo punto è molto strano e lo studierò poi con calma con i nipoti –n.d.Bas.- ]. E tutto questo senza che i Cattolici abbiano la possibilità di rendersene conto, proprio perché la tattica primaria di questa dottrina eretica ed apostatica è quella di lavorare nell’ombra, senza combattere apertamente i dogmi ed i principi della dottrina cattolica, ma agendo per svuotarli dal di dentro e renderli privi del loro significato originale (una specie di tarlo del legno, per cui i mobili apparentemente solidi, improvvisamente si sgretolano irrimediabilmente!), cosicché i Cattolici, con l’inesorabile trascorrere del tempo, finiranno per dimenticarli o per trascurarne l’importanza, consentendo che, inavvertitamente, il loro spirito e le loro coscienze restino penetrati e corrotti da questo silenzioso tarlo della rivoluzione spirituale, apportatrice della “nuova e falsa religione”, quella “dell’UOMO”, che soppianterà, senza colpo ferire, quella di CRISTO. Così i dogmi della Tradizione, non potendo essere ufficialmente aboliti o riformati, verranno “addormentati”, narcotizzati e superati nella prassi, in modo che di fatto, risulteranno eliminati nel tempo, quando le nuove generazioni non avranno neanche il più pallido ricordo degli originali principi del Cattolicesimo e del loro significato. Il Modernismo è la “secolarizzazione del divino”, tutto ciò che finora era appartenuto al mondo della Divinità, viene sistematicamente ridotto ad una realtà banalizzata, soltanto umana e terrena. La radice ultima di questo errore è la perenne tentazione di voler conciliare ad ogni costo lo spirito del mondo con lo Spirito di Nostro Signore, le massime del primo con quelle del Secondo, ed in quella tremenda illusione di poter piacere nel contempo ai due padroni, a DIO e a mammona, cosa che il divin Maestro ha assolutamente escluso dalle possibilità di salvezza! Insomma a quella visione teocentrica, nella quale si sostanzia il Cattolicesimo, si vuole sostituire una visione antropocentrica, in cui l’uomo, e non più DIO, si pone al centro dell’universo: “non è DIO che crea l’uomo, ma è l’uomo che crea DIO a sua immagine e somiglianza”! Il movimento neo-modernista ha esteso la sua nefasta influenza penetrando in tutti gli ambiti della società umana, non solo religiosa. Ad esempio l’opera disgregatrice di un movimento che apparirà, io penso, da qui a poco, intorno alla fine di questi anni ‘60 (direttore, non le ricorda nulla il famigerato “Sessantotto”…! -N.d.Bas.-), che determinerà un radicale cambiamento di costumi e mentalità come effetto non spontaneo di una “enorme manipolazione del mondo giovanile”, dalla famiglia alla morale sessuale, dal condizionamento psichico, con l’introduzione massiva dell’uso della droga e la psicoanalisi, veicolo di cabala e gnosticismo talmudico, allo svuotamento del senso della vita e di ogni punto di riferimento, utilizzando giornali, cinema, televisione, musica leggera e classica “artefatta” (atonale, dodecafonica), etc. Guarda che gli errori denunciati da Pio X hanno continuato ad essere seminati negli ambienti ecclesiastici, in modo ancora più subdolo e scaltro, contaminando i giovani preti e propagandosi anche negli stessi vertici della Chiesa, sostenuti da una massoneria palesemente ecclesiastica, che usa le medesime dinamiche degli “Illuminati” ai quali essa è asservita [direttore, ma questo era proprio matto, non le pare?]. Essenzialmente gli errori più grossolani da seminare sono: – 1) la concezione immanentistica che, negando una divinità trascendente e riconoscendo all’uomo la stessa essenza di Dio (“scintilla divina” gnostica), afferma che la natura esigerebbe la grazia e quindi tutti avrebbero la grazia “d’ufficio”: “Gesù Cristo, essendo morto per tutti, tutti sarebbero salvi, che lo sappiano o no, che lo accettino o no” … “ogni uomo dotato di religiosità, nell’esercitare il suo istinto religioso sarebbe implicitamente cristiano”. – 2) La negazione di una Divinità trascendente, che comporta la radicale deformazione dell’assetto teologico, dottrinale e storico del Cattolicesimo con continue “riforme” ecumeniche per l’apporto di laici; – 3) l’alterazione della figura di Cristo, del Quale si nega la divinità, o Lo si riduce addirittura ad un simbolico “punto omega” dell’umanità, quello messo in auge dal luciferino Theilard de Chardin; – 4) la negazione dell’esistenza di verità oggettive con “relativismo” filosofico e morale, trasformando la Religione Cattolica in una generica spiritualità priva di veri Comandamenti e la consequenziale creazione di una nuova e artificiosa religione “universale” della “libera coscienza”, vero capolavoro satanico all’inverso. – 5) Il riconoscimento di un “sincretismo religioso”, meta finale del movimento modernista, parto distocico dello gnosticismo talmudico, per effetto del quale, se tutte le religioni sono uguali tra loro, nessuna di esse, nemmeno la Cattolica, può essere vera. Questo indirizzerà anche i vertici della Chiesa su questa sciagurata via, non solo quando invocherà il perdono per i presunti errori della Chiesa, con interpretazioni superficiali ed insensate, assurde e volutamente autolesioniste, ma lasciando intendere necessario il dialogo, o la fusione delle tre religioni pretese monoteiste, dimenticando tra l’altro di considerare la “quarta religione” monoteista esistente, oggi più che mai preponderante e dominante, l’adoratrice di satana, la “contro-chiesa”, quella che alla fine si imporrà, secondo le “conventicole” che infiltrano e logorano tutti gli ambiti, ed alla fine, quando a progetto realizzato non serviranno più, saranno bruciate dagli stessi “maestri superiori sconosciuti”. Delle altre devastanti conseguenze potrai poi rendertene facilmente conto da solo a breve termine. In altre successive lettere ti anticiperò le mie considerazioni e previsioni, che oramai sono abbastanza semplici da farsi, perché “ineluttabili!”, e sappi che ci sono in giro tanti falsi teologi che, come scriveva Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, vostro compaesano, «senza preoccuparsi del vero, scrivono per piacere al mondo. Sempre pronti a mettere guanciali sotto il capo dei peccatori, li addormentano nel vizio (…). Questi teologi causano un danno immenso alla Chiesa, perché chi ama la via facile si affretta a seguire le loro massime». Direttore, io sono allibito, per queste previsioni che “sicuramente” non si realizzeranno mai … questo è un complottista vero, come si dice di Mimmo che però a suo paragone è solo un “dilettante allo sbaraglio” …, è uno che vede satana sciolto dalle catene dell’inferno, dappertutto, finanche all’apice della Chiesa [… questo però, a pensarci bene, lo ha detto anche la Vergine Santa a La Salette e a Fatima!]; se non fosse per l’affetto che sempre gli ho portato, meriterebbe di essere disconosciuto e crocifisso … non capisco come sia potuto sfuggire questo “lapsus” mi perdoni; si vede che ora sono esausto, tant’è che ho appena la forza di citarle il vv. 14-15 del Salmo XXXVII “Io, come un sordo, non ascolto e come un muto non apro la bocca; sono come un uomo che non sente e non risponde”. Ne riparleremo, saluti! Suo, e dei suoi lettori, nonno Basilio.

Omelia della Domenica III dopo Pentecoste

Omelia della Domenica III dopo Pentecoste

[Del canonico G. B. Musso – Seconda edizione napoletana, Vol. II -1851-]

Abuso della Divina Misericordia

GesùBuonPastore

Mio Dio, dunque egli è vero che quell’istessa via da voi aperta per nostra salvezza, si cangia ora in via di perdizione per nostra malizia? E quell’istesso balsamo da voi preparato per nostro rimedio si converte sovente per nostra colpa in micidiale veleno? Così è, ascoltatori umanissimi, e ne abbiamo l’esempio nell’odierno Vangelo. Il divin Salvatore discende dal cielo a farci misericordia, dipinge sé stesso sotto l’allegoria di un buon pastore, che va in cerca della pecora errante, e trovatala se la pone in su le spalle e la riconduce all’ovile. E perché la figura corrisponda al figurato, egli va in cerca de’ peccatori, li accoglie, al suo seno e siede con essi a mensa. E pure la malignità de’ Farisei di questa sua bontà Lo incolpa e Lo condanna. E mirate, dicono, con chi ci conversa e con chi siede a tavola. “Hic peccatores recipit, et manducat eum illis”. Piacesse a Dio che stravolgimento consimile non si rinnovasse tra noi. Che cos’ha in effetti di più santo, di cui non abusi l’umana amicizia? Osservate: Iddio è il Padre delle misericordie: “Pater misericordiarum, et Deus totius consolationis” (2 ad Cor. I, 3), verità consolante, verità salutevole, ma al tempo stesso, per il mal uso che se ne fa, diviene per tanti una verità infruttuosa e dannevole. E come? Dio è buono, dice taluno, Dio è misericordioso, è vero, ma io appunto mi son prevaluto della sua bontà per oltraggiarLo. Come dunque volete ch’io speri? Dio è la stessa misericordia, dice un altro, ho peccato e pecco, è vero, ma sa compatire e saprà perdonarmi. Ed ecco la misericordia di Dio, nel passato abusata, dà motivo al primo di diffidenza e disperazione, la stessa misericordia, sperata in futuro, dà spinta al secondo di più liberamente peccare, e presumerne il perdono. Ad allontanare da questi due scogli fatali qualche anima ingannata, eccomi a confortare il peccatore che dispera, ed atterrire il peccatore che presume. Uditemi attentamente, ché ben lo merita l’importante argomento.

.I . Della divina misericordia (così un peccator disperato nell’agitazione de’ torbidi suoi pensieri e nelle fitte de’ suoi fieri rimorsi), della divina misericordia io ho disseccato il fonte, la mia vita è una catena di misfatti, anzi una mostruosa guerra tra me e Dio, Egli in beneficarmi, io in servirmi de’suoi benefizi come di tante armi per oltraggiarLo. Pazienza del mio Dio, io v’ho stancata, è troppo giusto che finalmente vi armiate contro il più perfido de’ vostri nemici a tremenda vendetta. Altro che la pecora errante descritta nell’odierno Vangelo, sono stato una vipera, che ha squarciate le viscere di quel seno che mi portò; per me dunque non v’è più né misericordia, né pietà. – Se vi fosse tra voi, uditori miei cari, chi, delirando così parlasse, ah! vorrei dirgli proteso a’ suoi piedi, abbiate, figlio , abbiate pietà di voi e della vostr’anima, non colmate la misura delle vostre colpe colla maggiore di tutte, qual è il disperare della divina misericordia: non imitate Caino primogenito de’ presciti, non imitate Giuda traditore. Fu grande il misfatto di Caino in uccidere l’innocente suo fratello; ma fu immensamente maggiore il suo reato, allorché disse con orrenda bestemmia, che la sua iniquità non era capace di perdono. Fu atrocissimo il delitto di Giuda in vendere per trenta danari, e tradir con un bacio il suo divino maestro; ma senza paragone più grave fu il disperare della divina clemenza. Confessò l’infelice aver tradito un sangue innocente, ma la disperazione lo condusse ad un laccio, che compì la sua malizia e la sua riprovazione. Disperare della misericordia di Dio, è il peccato più ingiurioso a Dio e il più nocivo all’uomo: il più ingiurioso a Dio, perché lo va direttamente a colpire in quell’attributo, di cui più si pregia, qual è la sua bontà; il più nocivo all’uomo, perché distruggendo in lui la speranza, estingue la carità, attacca la fede, e per conseguenza fa morire nell’uomo cristiano tutt’i princìpi della vita, della grazia e della salute. Di che temete, fratello carissimo, in ritornare a Dio? Ch’Ei vi rigetti, perché peccatore di molta età e di molta malizia? Pensate! anzi i più gran peccatori sono da Lui i più ricercati, i più ben accolti. Un Davide, un S. Pietro, una Maddalena, un Agostino, una Maria Egiziaca, una Margarita da Cortona, e mille altri di voi forse peggiori, non furono tutti accolti, abbracciati, careggiati come prede della sua carità, come trofei della sua grazia, come figli del suo cuore? Temete che non vi accolga? Oh Dio! Quegli che vi venne dietro quando da Lui fuggiste, come vi scaccerà se gli correte incontro? Chi vi desidera, chi vi cerca, chi vi vi prega a venire a Lui, come potrà rigettarvi? Osservate una immagine del suo buon cuore in un tenero tratto di S. Agostino. Scrivendo questi a Dioscoro, tu vuoi perderti, gli dice, o Dioscoro. Tu agitato da uno spirito di vertigine pronunzi la tua sentenza con dire, voglio dannarmi, ed Io rispondo non voglio. Vale più il mio non voglio, che il tuo voglio. Il tuo “voglio” è parto di un’insensata mania. Il mio non voglio è figlio d’un cuore tutto compassione ed amore per te. “Plus valet meum nolle, quam tuum velle”. E non son queste l’espressioni e le proteste del misericordioso nostro Signore a riguardo de’ peccatori? E di quanto vincono il paragone? “Nolo , dice egli , nolo mortem impii, sed ut convertatur, et vivat (Ez. XXXIII, 11). Peccatori miei cari, no, non voglio la vostra morte, non voglio la vostra dannazione. Se nulla mi costasse l’anima vostra, potreste forse diffidare della pienezza di mia volontà , ma costandomi tutto il sangue mio, ah! no, non voglio né la vostra né la mia perdita: “Nolo mortem impii”. Qual pro avere sparso per voi tutto il mio sangue, se poi vi perdo, se voi vi perdete? “Quae utilitas in sanguine meo?”- Se voi ancor dubitate è segno che voi non conoscete né la preziosità della vostr’anima, né la bontà del mio cuore, né il mio disgusto in perdervi , né la mia consolazione in acquistarvi. Venite orsù a farmi contento col vostro ritorno. Venite, o almeno non fuggite da me, ché anche fuggendo confido raggiungervi e stringervi al seno. Le vostre colpe vi fanno orrore? Appunto per questo nol fanno a me, e mi muovono a pietà e non a sdegno. Temete forse che me ne ricordi? Non sarà così, me ne dimenticherò totalmente, me le getterò dietro le spalle, anzi perché più non mi tornino sott’occhio le seppellirò nel più profondo del mare. Sono queste le patetiche espressioni, colle quali Iddio pietoso, ricco in misericordia, per la bocca de’ suoi Profeti per vincere le nostre ritrosie, per dileguare i nostri timori, per trarci a sé, per assicurarci di quel tenerissimo accoglimento, che ebbe già il figliuol prodigo in quella dolce parabola, in cui co’ più vivi colori dipinse la nostra miseria, e la sua misericordia. Ma ohimè! che queste amorevoli proteste del buon Dio servono di lusinga e di pretesto a più d’un peccatore, per durarla in peccato sulla falsa speranza della divina misericordia!

.II. Io son divoto, dice taluno, d’una gran Santa che ne ha salvati tanti. Questa mia avvocata singolarissima è la è la misericordia di Dio, che è un mare di infinita bontà, io mi getto in seno a questo gran mare, ei può salvarmi, spero mi salverà. – Mirate quanto sono irragionevoli le vostre lusinghe, e mal fondate le vostre speranze. Voi dite che la divina misericordia è un mare in seno al quale vi abbandonate. Dite ora a me. Se trovandovi in alto mare, vicino ad imminente naufragio, diceste così: per non andare a fondo insieme colla nave, mi lascerò nel mare, esso ha tanta forza per cui sostiene navi di peso immenso, a più forte ragione sosterrà il mio corpo; e gittatovi in mare pretendeste che vi tenesse a galla, senza adoperare né braccia, né piedi al nuoto, non sarebbe ridicola, non sarebbe da pazzo la vostra pretensione? E il mare con tutta la sua capacità a sostenervi non vi lascerebbe lasciar andare a fondo naufragato e perduto? Mare immenso senza fondo e senza lido è la divina misericordia; ma se voi non fate le vostre parti, se non vi date ad opere di penitenza, se non alzate neppur la voce ad implorare il suo soccorso, è certo che vi lascerà cadere nell’abisso di eterna perdizione. Come pretendere che vi salvi, se nulla volete fare per salvarvi, se anzi fate di tutto per perdervi? Quel Dio, dice S. Agostino che ha creato voi senza di voi, non vi salverà se voi non vi adoperate per la vostra salvezza: “Qui creavit le sine te, non salvabit te sine te”. – Aspettate che Dio faccia un miracolo per farvi risorgere dallo stalo di morte, in cui giacete? Egli più volte si è accinto per farlo. Non è egli vero, che come a Lazzaro quatriduano, vi ha fatto sentire la sua voce per mezzo de’ suoi ministri, e coll’interne ispirazioni e co’ salutari rimorsi che ha eccitati nel vostro cuore? “Lazare, veni foras” (Io. 11, 43). Esci, o figlio dall’error del tuo sepolcro, sorgi dal fango di tante disonestà, che più di Lazzaro ti rendon fetente. E voi, sordo alle sue chiamate, avete amata la vostra tomba e la vostra morte. La sua misericordia però non si è stancata, ha rinnovate le prove per richiamarvi a vita, e come usò verso il defunto figliuolo della vedova di Naim col toccare il suo feretro, “tetigit loculum (Luc. VII, 14), fe’ sentire la sua mano sopra di voi, e vi toccò con quella infermità, con quella disgrazia, con quella tribolazione, e voi non vi curaste di alzarvi dal vostro peccato, né di aprire gli occhi sul vostro stato infelice. Ed ora per colmo di cecità e di follia pretendete persistere in questo stesso stato di morte, e che intanto la misericordia di Dio vi sopporti finché abbiate sfogato a sazietà le vostre passioni, e dopo poi quando vi piacerà, faccia il maggior di tutti i miracoli con risuscitarvi a vita di grazia, e prendendovi per i capelli come Abacuc vi porti di volo al Paradiso. Che deliri son questi, che diaboliche pretensioni? – Peggio ancora. Un’anima in peccato, e massime se nel peccato voglia persistere, ella è attuale nemica li Dio; sperare che la misericordia di Dio le sia propizia, è lo stesso che servirsi della misericordi stessa come di scudo e di riparo per oltraggiare impunemente, e con maggiore franchezza la sua maestà. Che vi pare? Può andare più oltre l’insensataggine e la temerità? – Iddio, peccatori miei cari, coll’abbondanza di pietà vi domanda la pace: voi ostinati volete guerra, che potete aspettarvi? Immaginate una città, come è avvenuto più volte, che scosso il gioco del proprio Sovrano abbia innalzato lo stendardo della ribellione. Il re clemente, compassionando l’infelice città, a condizione che dismetta le armi, le accorda un generale perdono. Quella vuol guerra e non perdono: egli la cinge con forte assedio, ella è combattuta, e combatte. Rinforza il re le batterie, apre la breccia, intima la resa: tutto è vano non vuol arrendersi: si dà finalmente la scalata, l’esercito nemico inonda le strade della città: pace, pace, perdono, gridano i rivoltosi, gettando le armi a terra. Che pace, che perdono, ferro, fuoco, sangue, strage, sterminio! Ecco ciò che dovete aspettarvi se a tempo non vi arrendete ai tratti pacifici della divina bontà. – Padre giusto, esclamava Gesù Cristo, il mondo non vi conobbe, non vi conosce : “Pater iuste, mundus te non cognovit” (Io. XVII, 14) . Non dice, Padre onnipotente, Padre misericordioso, ma Padre giusto, perché da taluni non si crede, né si vuol credere la severità della sua giustizia, e il rigore de’ suoi tremendi giudizi. Iddio a nostro modo d’intendere, con due mani regge e governa il mondo, colla misericordia cioè, e colla giustizia. Or l’una or l’altra adopera di queste mani. Ditemi ora, se dopo aver Egli steso la mano di sua misericordia in tollerarvi, non debba mai più venire il tempo, che alzi la sua destra a punirvi? Viva Dio! Che questa destra armata di spada fulminatrice si scaricherà sopra di voi con piaga insanabile. Volete sottrarvi da questo colpo? Opponete lo scudo della penitenza: distruggete in voi il peccato con dolore sincero, e rotta cadrà la spada della sua giustizia: volete misericordia da Dio? Usate misericordia all’anima vostra e fate pace con Dio; Egli stesso arriva a pregarvi che abbiate pietà della vostr’anima. “Miserere animae tuae placens Deo” [Eccl. XXX, 21]. Chi sa che questa non sia per voi l’ultimata chiamata? Schivate, carissimi, quei due scogli fatali, la disperazione e la presunzione della divina misericordia. Non disperate, ma non presumete; non disperate, che infinita è la sua misericordia: non presumete, ché di sua misericordia non sono infiniti gli effetti. Non disperate, avete a far con un Dio infinitamente buono; non presumete: avete a fare’ con un Dio infinitamente giusto!

La consacrazione dell’umanità al sacro Cuore di Gesù

Leone XIII

00207-Leone XIII 4

Annum sacrum

Lettera Enciclica

La consacrazione dell’umanità al sacro Cuore di Gesù

[25 maggio 1899]

Con nostra lettera apostolica abbiamo recentemente promulgato, come ben sapete, l’anno santo, che, secondo la tradizione, dovrà essere tra poco celebrato in quest’alma città di Roma. Oggi, nella speranza e nell’intenzione di rendere più santa questa grande solennità religiosa, proponiamo e raccomandiamo un altro atto veramente solenne. E abbiamo tutte le ragioni, se esso sarà compiuto da tutti con sincerità di cuore e con unanime e spontanea volontà, di attenderci frutti straordinari e duraturi a vantaggio della religione cristiana e di tutto il genere umano. – Più volte, sull’esempio dei nostri predecessori Innocenzo XII, Benedetto XIII, Clemente XIII, Pio VI, Pio VII, Pio IX, ci siamo adoperati di promuovere e di mettere in sempre più viva luce quella eccellentissima forma di religiosa pietà, che è il culto del sacratissimo Cuore di Gesù. Tale era lo scopo principale del nostro decreto del 28 giugno 1889, col quale abbiamo innalzato a rito di prima classe la festa del sacro Cuore. Ora però pensiamo a una forma di ancor più splendido omaggio, che sia come il culmine e il coronamento di tutti gli onori, che sono stati tributati finora a questo Cuore sacratissimo e abbiamo fiducia che sia di sommo gradimento al nostro redentore Gesù Cristo. La cosa, in verità, non è nuova. Venticinque anni fa infatti, all’approssimarsi del II centenario diretto a commemorare la missione che la beata Margherita Maria Alacoque aveva ricevuto dall’alto, di propagare il culto del divin Cuore, da ogni parte, non solo da privati, ma anche da vescovi, pervennero numerose lettere a Pio IX, con le quali si chiedeva che si degnasse di consacrare il genere umano all’augustissimo Cuore di Gesù. Si preferì, in quelle circostanze, rimandare la cosa per una decisione più matura; nel frattempo si dava facoltà alle città, che lo desideravano, di consacrarsi con la formula prescritta. Sopraggiunti ora nuovi motivi, giudichiamo maturo il tempo di realizzare quel progetto. – Questa universale e solenne testimonianza di onore e di pietà è pienamente dovuta a Gesù Cristo proprio perché Re e Signore di tutte le cose. La sua autorità infatti non si estende solo ai popoli che professano la fede cattolica e a coloro che, validamente battezzati, appartengono di diritto alla Chiesa (anche se errori dottrinali li tengono lontani da essa o dissensi hanno infranto i vincoli della carità), ma abbraccia anche tutti coloro che sono privi della fede cristiana. Ecco perché tutta l’umanità è realmente sotto il potere di Gesù Cristo. Infatti Colui che è il Figlio unigenito del Padre e ha in comune con Lui la stessa natura, “irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza” (Eb I,3), ha necessariamente tutto in comune con il Padre e quindi il pieno potere su tutte le cose. Questa è la ragione perché il Figlio di Dio, per bocca del profeta, può affermare: “Sono stato costituito sovrano su Sion, suo monte santo. Il Signore mi ha detto: Tu sei mio Figlio; io oggi ti ho generato. Chiedi a me e ti darò in possesso le genti e in dominio i confini della terra” (Sal II,6-8). Con queste parole Egli dichiara di aver ricevuto da Dio il potere non solo su tutta la Chiesa, raffigurata in Sion, ma anche su tutto il resto della terra, fin dove si estendono i suoi confini. Il fondamento poi di questo potere universale è chiaramente espresso in quelle parole: “Tu sei mio Figlio”. Per il fatto stesso di essere il figlio del Re di tutte le cose, è anche erede del suo potere universale. Per questo il salmista continua con le parole: “Ti darò in possesso le genti”. Simili a queste sono le parole dell’apostolo Paolo: “L’ha costituito erede di tutte le cose” (Eb I, 2). – Si deve tener presente soprattutto ciò che Gesù Cristo, non attraverso i suoi apostoli e profeti, ma con le stesse sue parole ha affermato del suo potere. Al governatore romano che gli chiedeva: “Dunque tu sei re”, Egli, senza esitazione, rispose: “Tu lo dici; io sono re” (Gv XVIII,37). La vastità poi del suo potere e l’ampiezza senza limiti del suo regno sono chiaramente confermate dalle parole rivolte agli apostoli: “Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra” (Mt XXVIII,18). Se a Cristo è stato concesso ogni potere, ne segue necessariamente che il suo dominio deve essere sovrano, assoluto, non soggetto ad alcuno, tanto che non ne può esistere un altro né uguale né simile. E siccome questo potere gli è stato dato e in cielo e in terra, devono stare a Lui soggetti il cielo e la terra. Di fatto Egli esercitò questo suo proprio e individuale diritto quando ordinò agli apostoli di predicare la sua dottrina, di radunare, per mezzo del battesimo, tutti gli uomini nell’unico corpo della Chiesa, e di imporre delle leggi, alle quali nessuno può sottrarsi senza mettere in pericolo la propria salvezza eterna. – E non è tutto. Cristo non ha il potere di comandare soltanto per diritto di nascita, essendo il Figlio unigenito di Dio, ma anche per diritto acquisito. Egli infatti ci ha liberato “dal potere delle tenebre” (Col 1,13) e “ha dato se stesso in riscatto per tutti” (1Tm II,6). E perciò per lui non soltanto i cattolici e quanti hanno ricevuto il battesimo, ma anche tutti e singoli gli uomini sono diventati “un popolo che egli si è conquistato” (1Pt II,9). A questo proposito sant’Agostino osserva giustamente: “Volete sapere che cosa ha comprato? Fate attenzione a ciò che ha dato e capirete che cosa ha comprato. Il sangue di Cristo: ecco il prezzo. Che cosa può valere tanto? Che cosa se non il mondo intero? Per tutto ha dato tutto”. – San Tommaso, trattando della questione, indica perché e come gli infedeli sono soggetti al potere e alla giurisdizione di Gesù Cristo. Posto infatti il quesito se il suo potere di giudice si estenda o no a tutti gli uomini, risponde che, siccome “il potere di giudice è una conseguenza del potere regale”, si deve concludere che “quanto alla potestà, tutto è soggetto a Gesù Cristo. anche se non tutto gli è soggetto quanto all’esercizio del suo potere”. Questa potestà e questo dominio sugli uomini lo esercita per mezzo della verità, della giustizia, ma soprattutto per mezzo della carità.

Tuttavia Gesù, per sua bontà, a questo suo duplice titolo di potere e di dominio, permette che noi aggiungiamo, da parte nostra, il titolo di una volontaria consacrazione. Gesù Cristo, come Dio e Redentore, è senza dubbio in pieno e perfetto possesso di tutto ciò che esiste, mentre noi siamo tanto poveri e indigenti da non aver nulla da poterGli offrire come cosa veramente nostra. Tuttavia, nella sua infinita bontà e amore, non solo non ricusa che Gli offriamo e consacriamo ciò che è suo, come se fosse bene nostro, ma anzi lo desidera e lo domanda: “Figlio, dammi il tuo cuore” (Pro XXIII,26). Possiamo dunque con la nostra buona volontà e le buone disposizioni dell’animo fare a Lui un dono gradito. Consacrandoci infatti a Lui, non solo riconosciamo e accettiamo apertamente e con gioia il suo dominio, ma coi fatti affermiamo che, se quel che offriamo fosse veramente nostro, Glielo offriremmo lo stesso di tutto cuore. In più Lo preghiamo che non Gli dispiaccia di ricevere da noi ciò che, in realtà, è pienamente suo. Così va inteso l’atto di cui parliamo e questa è la portata delle nostre parole. – Poiché il sacro Cuore è il simbolo e l’immagine trasparente dell’infinita carità di Gesù Cristo, che ci sprona a renderGli amore per amore, è quanto mai conveniente consacrarsi al suo augustissimo Cuore, che non significa altro che donarsi e unirsi a Gesù Cristo. Ogni atto di onore, di omaggio e di pietà infatti tributati al divin Cuore, in realtà è rivolto allo stesso Cristo. – Sollecitiamo pertanto ed esortiamo tutti coloro che conoscono e amano il divin Cuore a compiere spontaneamente questo atto di consacrazione. Inoltre desideriamo vivamente che esso si compia da tutti nel medesimo giorno, affinchè i sentimenti di tante migliaia di cuori, che fanno la stessa offerta, salgano tutti, nello stesso tempo, al trono di Dio. – Ma come potremo dimenticare quella stragrande moltitudine di persone, per le quali non è ancora brillata la luce della verità cristiana? Noi teniamo il posto di Colui che è venuto a salvare ciò che era perduto e diede il suo sangue per la salvezza di tutti gli uomini. Ecco perché la nostra sollecitudine è continuamente rivolta a coloro che giacciono ancora nell’ombra di morte e mandiamo dovunque missionari di Cristo per istruirli e condurli alla vera vita. Ora, commossi per la loro sorte, li raccomandiamo vivamente al sacratissimo Cuore di Gesù e, per quanto sta in noi, a Lui li consacriamo. – In tal modo questa consacrazione che esortiamo a compiere, potrà giovare a tutti. Con questo atto, infatti, coloro che già conoscono e amano Gesù Cristo, sperimenteranno facilmente un aumento di fede e di amore. Coloro che, pur conoscendo Cristo trascurano l’osservanza della sua legge e dei suoi precetti, avranno modo di attingere da quel divin Cuore la fiamma dell’amore. Per coloro infine che sono più degli altri infelici, perché avvolti ancora nelle tenebre del paganesimo, chiederemo tutti insieme l’aiuto del cielo, affinchè Gesù Cristo, che li tiene già soggetti “quanto al potere”, li possa anche avere sottomessi “quanto all’esercizio di tale potere”. E preghiamo anche che ciò si compia non solo nel mondo futuro, “quando Egli eseguirà pienamente su tutti la sua volontà, salvando gli uni e castigando gli altri”, ma anche in questa vita terrena con il dono della fede e della santificazione, in modo che, con la pratica di queste virtù, possano onorare debitamente Dio e tendere così alla felicità del cielo. – Tale consacrazione ci fa anche sperare per i popoli un’era migliore; può infatti stabilire o rinsaldare quei vincoli, che, per legge di natura, uniscono le nazioni a Dio. – In questi ultimi tempi si è fatto di tutto per innalzare un muro di divisione tra la Chiesa e la società civile. Nelle costituzioni e nel governo degli stati, non si tiene in alcun conto l’autorità del Diritto sacro e divino, nell’intento di escludere ogni influsso della Religione nella convivenza civile. In tal modo si intende strappare la fede in Cristo e, se fosse possibile, bandire lo stesso Dio dalla terra. Con tanta orgogliosa tracotanza di animi, c’è forse da meravigliarsi che gran parte dell’umanità sia stata travolta da tale disordine e sia in preda a tanto grave turbamento da non lasciare vivere più nessuno senza timori e pericoli? Non c’è dubbio che, con il disprezzo della Religione, vengono scalzate le più solide basi dell’incolumità pubblica. Giusto e meritato castigo di Dio ai ribelli che, abbandonati alle loro passioni e schiavi delle loro stesse cupidigie, finiscono vittime del loro stesso libertinaggio. – Di qui scaturisce quella colluvie di mali, che da tempo ci minacciano e ci spingono con forza a ricercare l’aiuto in Colui che solo ha la forza di allontanarli. E chi potrà essere questi se non Gesù Cristo, l’unigenito Figlio di Dio? “Non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo, nel quale sia stabilito che possiamo essere salvati” (At IV,12). A Lui si deve ricorrere, che è “la via, la verità e la vita” (Gv 14,6). Si è andati fuori strada? bisogna ritornare sulla giusta via. Le tenebre hanno oscurato le menti? è necessario dissiparle con lo splendore della verità. La morte ha trionfato? bisogna attaccarsi alla vita. – Solo così potremo sanare tante ferite. Solo allora il diritto potrà riacquistare l’autentica autorità; solo così tornerà a risplendere la pace, cadranno le spade e sfuggiranno di mano le armi. Ma ciò avverrà solo se tutti gli uomini riconosceranno liberamente il potere di Cristo e a Lui si sottometteranno; e ogni lingua proclamerà “che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre” (Fil II,11). – Quando la Chiesa nascente si trovava oppressa dal giogo dei Cesari, a un giovane imperatore apparve in cielo una croce auspice e nello stesso tempo autrice della splendida vittoria che immediatamente seguì. Ecco che oggi si offre ai nostri sguardi un altro divinissimo e augurale segno: il Cuore sacratissimo di Gesù, sormontato dalla croce e splendente, tra le fiamme, di vivissima luce. In Lui sono da collocare tutte le nostre speranze; da Lui dobbiamo implorare e attendere la salvezza. – Infine non vogliamo passare sotto silenzio un motivo, questa volta personale, ma giusto e importante, che ci ha spinto a questa consacrazione: l’averci Dio, autore di tutti i beni, scampato non molto tempo addietro da pericolosa infermità. Questo sommo onore al Cuore sacratissimo di Gesù, da Noi promosso, vogliamo che rimanga memoria e pubblico segno di gratitudine di tanto beneficio. Ordiniamo perciò che, nei giorni 9, 10 e 11 del prossimo mese di giugno, nella chiesa principale di ogni città o paese, alla recita delle altre preghiere si aggiungano ogni giorno anche litanie del sacro Cuore da noi approvate. Nell’ultimo giorno poi si reciti, venerabili fratelli, la formula di consacrazione, che vi mandiamo con la presente lettera. – Come pegno di favori divini e testimonianza della nostra benevolenza, a voi, al clero e al popolo affidato alle vostre cure, impartiamo di cuore, nel Signore, l’apostolica benedizione.

Roma, presso San Pietro, il 25 maggio 1899, anno XXII del nostro pontificato 

cuore di gesù

AD SACRATISSIMUM COR IESU

FORMULA COSECRATIONIS RECITANDA

“Iesu dulcissime, Redemptor humani generis, respice nos ad altare tuum humillime provolutos. Tui sumus, tui esse volumus; quo autem Tibi coniuncti firmius esse possimus, en hodie Sacratissimo Cordi tuo se quisque nostrum sponte dedicat. — Te quidem multi novere numquam: Te, spretis mandatis tuis, multi repudiarunt. Miserere utrorumque, benignissime Iesu: atque ad sanctum Cor tuum rape universos. Rex esto, Domine, nec fidelium tantum qui nullo tempore discessere a te, sed etiam prodigorum filiorum qui Te reliquerunt: fac hos, ut domum paternam cito repetant, ne miseria et fame pereant. Rex esto eorum, quos aut opinionum error deceptos habet, aut discordia separatos, eosque ad portum veritatis atque ad unitatem fidei revoca, ut brevi fiat unum ovile et unus pastor. Rex esto denique eorum omnium, qui in vetere gentium superstitione versantur, eosque e tenebris vindicare ne renuas in Dei lumen et regnum. Largire, Domine, Ecclesiae tuae securam cum incolumitate libertatem; largire cunctis gentibus tranquillitatem ordinis: perfice, ut ab utroque terrae vertice una resonet vox: Sit laus divino Cordi, per quod nobis parta salus: ipsi gloria et honor in saecula: amen”.

 

[Formula di consacrazione da recitarsi al sacratissimo Cuore di Gesù

O Gesù dolcissimo, o redentore del genere umano, riguardate a noi umilmente prostesi dinanzi al vostro altare. Noi siamo vostri, e vostri vogliamo essere; e per poter vivere a voi più strettamente congiunti, ecco che ognuno di noi oggi si consacra al vostro sacratissimo Cuore. Molti purtroppo non vi conobbero mai; molti, disprezzando i vostri comandamenti, vi ripudiarono. O benignissimo Gesù, abbiate misericordia e degli uni e degli altri; e tutti quanti attirate al vostro Cuore santissimo. O Signore, siate il re non solo dei fedeli che non si allontanarono mai da voi, ma anche di quei figli prodighi che vi abbandonarono; fate che questi quanto prima ritornino alla casa paterna, per non morire di miseria e di fame. Siate il re di coloro che vivono nell’inganno dell’errore o per discordia da voi separati: richiamateli al porto della verità e all’unità della fede, affinché in breve si faccia un solo ovile sotto un solo pastore. Siate il re finalmente di tutti quelli che sono avvolti nelle superstizioni del gentilesimo, e non ricusate di trarli dalle tenebre al lume e al regno di Dio. Largite, o Signore, incolumità e libertà sicura alla vostra chiesa, largite a tutti i popoli la tranquillità dell’ordine: fate che da un capo all’altro della terra risuoni quest’unica voce: sia lode a quel Cuore divino da cui venne la nostra salute; a lui si canti gloria e onore nei secoli. Così sia.]

la festa del CUORE DI GESU’ – l’ATTO di RIPARAZIONE

cuore di gesù

Nella straordinaria Festa del CUORE DI GESU’, rileggiamo l’enciclica del S.S. Pio XI [musica celestiale per le orecchie del vero cattolico] dedicata a questo culto centrale della fede Cattolica, ricordandoci soprattutto di recitare con cuore contrito l’ATTO DI RIPARAZIONE AL CUORE SACRATISSIMO Dl GESÙ, in unione col S.P. GREGORIO XVIII e la Gerarchia in esilio.  W il Cuore di Gesù, W il PAPA!

-Pio-XI-Basílica-del-LLedó

 Pio XI

Miserentissimus Redemptor

INTRODUZIONE

Il Redentore divino presente alla sua Chiesa sempre…

  1. – Il nostro misericordiosissimo Redentore, dopo aver compiuto sul legno della croce la salvezza del genere umano, prima di ascendere da questo mondo al Padre, nell’intento di sollevare gli apostoli e i discepoli dalla loro afflizione, disse: a Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt XXVIII,30). – Parole assai gradite e fonte di ogni speranza e di ogni sicurezza, che vengon da sé alla Nostra mente, Venerabili Fratelli, quando da questa, per chiamarla così, più alta specola, osserviamo la società umana afflitta da tanti mali e miserie, non ché la Chiesa fatta oggetto, senza intermittenza, di attacchi e di insidie. – Questa divina promessa, che sollevò gli animi abbattuti degli apostoli e così rianimati li accese e li infervorò di zelo per andare a spargere su tutta la terra il seme della dottrina evangelica, ha anche sostenuto in seguito la Chiesa, fino a farla prevalere sulle potenze degli inferi….ma in modo speciale nei tempi più critici,
  2. – Sempre il Signore Gesù Cristo ha assistito la sua Chiesa, ma più potente è stato il suo aiuto e più efficace la sua protezione quando la Chiesa s’è trovata in pericoli e sciagure più gravi. Fu allora che nella sua divina sapienza, che “si estende da un confine all’altro con forza e governa con bontà eccellente ogni cosa” (Sap VIII,1), offrì i rimedi più adatti alle esigenze dei tempi e delle circostanze. – E non “si è accorciata la mano del Signore” (Is LIX,1) in tempi a noi più vicini, come quando penetrò e largamente si diffuse l’errore che faceva temere che negli animi degli uomini, allontanati dall’amore e dalla familiarità con Dio, venissero a inaridirsi le fonti della vita cristiana.

Argomento dell’Enciclica: la riparazione

  1. – C’è nel popolo cristiano chi ignora o non si cura di quel che l’amatissimo Gesù ha lamentato nelle sue apparizioni a Margherita Maria Alacoque e quel che ha indicato di aspettare e volere dagli uomini, in vista del loro stesso vantaggio. – Perciò vogliamo, Venerabili Fratelli, trattenerci alquanto con voi a parlare di quella giusta riparazione che abbiamo il dovere di compiere verso il Cuore Sacratissimo di Gesù, affinché ciascuno di voi procuri diligentemente di insegnare ed esortare il proprio gregge a mettere in pratica quel che abbiamo in animo di esporvi.

LA RIVELAZIONE DEL CUORE DI GESÙ PER I NOSTRI TEMPI

Nel S. Cuore rivelate le ricchezze della bontà divina

  1. – Fra le testimonianze della benignità infinita del nostro Redentore, emerge in maniera particolare il fatto che mentre nei Cristiani s’andava raffreddando l’amore verso Dio, è stata proposta la stessa carità divina ad essere onorata con speciale culto, e sono state chiaramente rivelate le ricchezze di questa bontà divina per mezzo di quella forma di devozione con cui si onora il Cuore Sacratissimo di Gesù, “nel quale sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza” (Col II,3).

Il Cuore di Gesù vessillo di pace e di amore

  1. – Infatti, come un tempo al genere umano che usciva dall’arca di Noè, Dio volle far risplendere “l’arcobaleno che appare sulle nubi” (Gn II,14, in segno di alleanza e d’amicizia, così negli agitatissimi tempi più recenti, quando serpeggiava l’eresia giansenista -la più insidiosa fra tutte, nemica dell’amore e della pietà verso Dio- che predicava un Dio non da amarsi come padre ma da temersi come giudice implacabile, il benignissimo Gesù mostrò agli uomini il suo Cuore Sacratissimo, quasi vessillo spiegato di pace e di amore preannunziando certa vittoria nella battaglia..

Nel Cuore di Gesù tutte le nostre speranze

  1. – Perciò, molto a proposito, il nostro predecessore di f.m., Leone XIII, nella sua Lettera Enciclica “Annum Sacrum” osservando la meravigliosa opportunità del culto al Cuore Sacratissimo di Gesù, non dubitò di affermare: “Quando la Chiesa nascente era oppressa dal giogo dei Cesari, apparve in cielo al giovine imperatore una croce, auspice e in pari tempo autrice della splendida vittoria che seguì immediatamente. Ecco che oggi si offre ai nostri sguardi un altro consolantissimo e divinissimo segno: il Cuore Sacratissimo di Gesù, sormontato dalla croce, rilucente di splendidissimo candore tra le fiamme. In esso sono da collocarsi tutte le speranze, da esso è da implorare ed attendere la salvezza dell’umanità”.

Il Cuore di Gesù compendio della Religione

  1. – Ed è giusto, Venerabili Fratelli. Infatti, in quel felicissimo segno e in quella forma di devozione che ne deriva, non è forse contenuto il compendio dell’intera Religione e quindi la norma d’una vita più perfetta, dal momento che essa costituisce la via più spedita per condurre le menti a conoscere profondamente Cristo Signore e il mezzo più efficace per muovere gli uomini ad amarLo più intensamente e a imitarLo più fedelmente? – Nessuna meraviglia, dunque, che i nostri predecessori abbiano sempre difeso questa ottima forma di culto dalle accuse dei denigratori e l’abbiano esaltata con grandi lodi e propagata con grande impegno, secondo le esigenze dei tempi e delle circostanze.

Provvidenziale l’incremento di questa devozione

  1. – Ed è per ispirazione divina che la devozione dei fedeli verso il Cuore Sacratissimo di Gesù è andata crescendo di giorno in giorno, sono sorte pie Associazioni per promuovere il culto al divin Cuore, come pure la pratica, oggi largamente diffusa, di fare la Comunione ogni primo venerdì del mese, secondo il desiderio espresso da Gesù stesso.

LA CONSACRAZIONE AL CUORE Dl GESÙ

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Significato della consacrazione

  1. – Tra gli atti che sono propri del culto al Cuore Sacratissimo di Gesù, emerge -ed è da rammentarsi- la consacrazione, con la quale offriamo al Cuore divino di Gesù noi e tutte le nostre cose, riferendole all’eterna carità di Dio, da cui le abbiamo ricevute. – E fu lo stesso Salvatore, il quale, mosso dal suo immenso amore per noi più che dal diritto che ne aveva, manifestò alla innocentissima discepola del suo Cuore, Margherita Maria quanto bramasse che tale ossequio di devozione gli venisse tributato dagli uomini. E lei per prima, insieme al suo padre spirituale Claudio de la Colombière, fece questa Consacrazione. Col tempo l’esempio fu seguito da singole persone, da famiglie private e associazioni, e poi anche da autorità civili, città e nazioni.

La consacrazione argine contro l’empietà dilagante

  1. – In passato, e anche nel nostro tempo, per l’azione cospiratrice di uomini empi, s’è giunti a negare la sovranità di Cristo Signore e a dichiarare apertamente guerra alla Chiesa con la promulgazione di leggi e mozioni popolari contrarie al diritto divino e naturale, fino al grido di intere masse: “Non vogliamo che costui venga a regnare su di noi” (Lc. XIX,14). Ma dalla consacrazione, di cui abbiamo parlato, erompeva e faceva vivo contrasto la voce unanime dei devoti de] S. Cuore, intesa a rivendicarne la gloria e affermare i suoi diritti: a Bisogna che Cristo regni” (1 Cor XV,25), “Venga il tuo regno”! Di qui il gioioso avvenimento della consacrazione al Cuore Sacratissimo di Gesù di tutto il genere umano – che per diritto nativo appartiene a Cristo, nel quale si ricapitolano tutte le cose (Cf Ef I,10) – che all’inizio di questo secolo, tra il plauso di tutto il mondo cristiano, fu compiuta dal nostro predecessore Leone XIII di f.m.

Consacrazione riaffermata con la festa di Cristo Re

  1. – Queste felici e confortanti iniziative, Noi stessi, come dicemmo nella nostra Enciclica “Quas primas” abbiamo condotto, per grazia di Dio, a pieno compimento, quando aderendo agli insistenti desideri e voti di moltissimi Vescovi e fedeli, al termine dell’anno giubilare, abbiamo istituito la Festa di Cristo Re dell’universo, da celebrarsi solennemente da tutto il mondo cristiano. – Con questo atto non solo mettemmo in luce la suprema autorità che Cristo ha su tutte le cose, nella società sia civile che domestica e sui singoli uomini, ma pregustammo pure la gioia di quell’auspicatissimo giorno in cui il mondo intero, liberamente e coscientemente, si sottometterà al dominio soavissimo di Cristo Re. – Perciò ordinammo pure che in occasione di tale festa, ogni anno si rinnovasse questa consacrazione. nell’intento di raccoglierne più sicuramente e più copiosamente il frutto, e stringere nel Cuore del Re dei re e Sovrano dei dominatori, tutti i popoli, in cristiana carità e comunione di pace.

LA RIPARAZIONE

Alla consacrazione segue la riparazione

  1. – A questi ossequi, e in particolare a quello della consacrazione – tanto fruttuosa in sé e che è stata come riconfermata con la solennità di Cristo Re – conviene che se ne aggiunga un altro, del quale, Venerabili Fratelli, vogliamo parlarvi alquanto più diffusamente: del dovere, cioè, della giusta soddisfazione o riparazione al Cuore Sacratissimo di Gesù. – Nella consacrazione s’intende, principalmente, ricambiare l’amore del Creatore con l’amore della creatura; ma quando questo amore increato è stato trascurato per dimenticanza o oltraggiato con l’offesa, segue naturalmente il dovere di risarcire le ingiurie qualunque sia il modo con cui sono state recate. – È quel dovere che comunemente chiamiamo “riparazione”. – Richiesta dalla giustizia e dall’amore.
  2. – Sono le medesime ragioni che ci spingono sia alla consacrazione che alla riparazione. Vero è però che al dovere della riparazione e dell’espiazione siamo tenuti per un titolo più forte di giustizia e di amore. Di giustizia, perché dobbiamo espiare l’offesa recata a Dio con le nostre colpe e ristabilire con la penitenza l’ordine violato; di amore al fine di patire insieme con Cristo sofferente e “saturato di obbrobri” e recarGli, per quanto può la nostra debolezza, qualche conforto. – Siamo, infatti, peccatori e gravati di molte colpe; dobbiamo perciò rendere onore al nostro Dio non solo con quel culto che è diretto sia ad adorare, con i dovuti ossequi, la sua Maestà infinita, sia a riconoscere, mediante la preghiera, il suo supremo dominio e a lodare, con azioni di grazie, la sua infinita generosità; ma è necessario inoltre che offriamo anche a Dio giusto vindice, soddisfazioni per i nostri “innumerevoli peccati, offese e negligenze”. – Per questo, alla consacrazione per mezzo della quale ci offriamo a Dio e diventiamo a Lui sacri – con quella santità e stabilità che è propria della consacrazione, come insegna l’Angelico (2-2, q. 81, a. 8, c.) – si deve aggiungere l’espiazione al fine di estinguere totalmente le colpe, affinché l’infinita santità e giustizia di Dio non abbia a rigettare la nostra proterva indegnità e rifiuti, anzi ché gradire, il nostro dono.

Dovere che grava su tutto il genere umano

  1. – Questo dovere di espiazione grava su tutto il genere umano, giacché, come insegna la fede cristiana, dopo la funesta caduta di Adamo, l’umanità, macchiata della colpa ereditaria, soggetta alle passioni e in stato di grave depravazione, avrebbe dovuto finire nell’eterna rovina. – Non ammettono questo stato di cose i superbi sapienti del nostro tempo, i quali, seguendo il vecchio errore di Pelagio, rivendicano alla natura umana una bontà congenita, che di suo interno impulso spingerebbe a perfezione sempre maggiore. – Ma queste false invenzioni della superbia umana sono respinte dall’Apostolo che ammonisce che a eravamo per natura meritevoli d’ira” (Ef II,3). E di fatti, fin dagli inizi, gli uomini, hanno riconosciuto in qualche modo il debito che avevano d’una comune espiazione e mossi da naturale istinto si adoperarono a placare Dio anche con pubblici sacrifici.

La riparazione adeguata fu offerta dal Redentore

  1. – Nessuna potenza creata però era sufficiente ad espiare le colpe degli uomini, se il Figlio di Dio non avesse assunto la natura umana per redimerla. – È ciò che lo stesso Salvatore degli uomini annunziò per bocca del Salmista: “Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: Ecco io vengo” (Eb X,5-7). – E realmente “Egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori; è stato trafitto per i nostri delitti” (Is LIII,4-5). a Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce” (1 Pt II,24), “annullando il documento scritto del nostro debito, le cui condizioni ci erano sfavorevoli. Egli lo ha tolto di mezzo inchiodandolo alla croce” (Col II,14), “perché non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia” (1 Pt II,24).

È richiesta però anche la nostra riparazione

  1. – È vero che la copiosa redenzione di Cristo ci ha abbondantemente perdonato tutti i peccati (Cf Col II,13), tuttavia, in forza di quella mirabile disposizione della divina Sapienza per cui si deve completare nella nostra carne ciò che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo, che è la Chiesa (Cf Col 1, 24), noi possiamo, anzi dobbiamo aggiungere le nostre lodi e soddisfazioni alle lodi e soddisfazioni che “Cristo tributò in nome dei peccatori”…. che ha valore per l’unione al sacrificio di Cristo.
  2. – Si deve però sempre tenere a mente che tutto il valore espiatorio dipende dall’unico Sacrificio cruento di Cristo, che senza intermittenza si rinnova nei nostri altari. Infatti “una sola e identica è la vittima, il medesimo è l’offerente che un tempo si offrì sulla croce e che ora si offre mediante il ministero dei sacerdoti; differente è solo il modo di offrire” (Conc. Trid. Sess. XXII, c. 2). – A questo augustissimo Sacrificio Eucaristico, perciò, si deve unire l’immolazione sia dei ministri che dei fedeli, in modo che anch’essi si dimostrino a ostie viventi, sante e gradite a Dio” (Rm XII,1). -Anzi S. Cipriano non dubita di affermare che “non si celebra il sacrificio di Cristo con la conveniente santificazione, se alla passione di Cristo non corrisponde la nostra offerta e il nostro sacrificio” (Ep. 63, n. 381). – Perciò ci ammonisce l’Apostolo che “portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù” (2 Cor IV,10), e sepolti con Cristo e completamente uniti a Lui con una morte simile alla sua (Cf Rm VI,4-5), non solo crocifiggiamo la nostra carne con le sue passioni e i suoi desideri (Cf Gal V,24) a fuggendo alla corruzione che è nel mondo a causa della concupiscenza” (2 Pt I,4), ma anche che “la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo” (2 Cor IV,10) e resi partecipi del suo sacerdozio eterno, offriamo “doni e sacrifici per i peccati” (Eb V,1).

Tutti i cristiani partecipi del sacerdozio di Cristo…

  1. – Partecipi di questo misterioso sacerdozio e dell’ufficio di offrire soddisfazioni e sacrifici, non sono soltanto quelle persone delle quali il nostro Pontefice Cristo Gesù si serve come ministri per offrire l’oblazione pura al Nome divino, dall’oriente all’occidente in ogni luogo (Cf Ml 1,11), ma tutti i cristiani – chiamati a ragione dal Principe degli Apostoli “stirpe eletta, il sacerdozio regale” (1 Pt II,9) – devono offrire per i peccati propri e per quelli di tutto il genere umano (Cf Eb V,2), a un di presso come ogni sacerdote e pontefice “scelto fra gli uomini viene costituito per il bene degli uomini nelle cose che riguardano Dio” (Eb V,1). – E quanto più perfettamente la nostra oblazione e il nostro sacrificio saranno conformi al Sacrificio del Signore – cosa che si compie immolando il nostro amor proprio e le nostre passioni e crocifiggendo la carne con quel genere di crocifissione di cui parla l’Apostolo – tanto più copiosi saranno i frutti di propiziazione e di espiazione che raccoglieremo per noi per gli altri.

…e per l’unione in Cristo si aiutano a vicenda

  1. – C’è, infatti, un mirabile legame dei fedeli con Cristo, simile a quello che vige tra il capo e le membra del corpo. Parimenti, per quella misteriosa comunione dei Santi, che professiamo per fede cattolica, sia gli uomini singoli che i popoli, non solo sono uniti fra loro, ma anche con Colui “che è il capo, Cristo, dal Quale tutto il corpo, ben compaginato e connesso, mediante la collaborazione di ogni giuntura secondo l’energia propria di ogni membro, riceve forza per crescere in modo da edificare se stesso nella carità” (Ef IV,15-16). Che è quel che lo stesso Mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù, vicino a morire, domandò al Padre: “Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità” (Gv XVII,23).

LA RIPARAZIONE NEL CULTO AL CUORE Dl GESÙ

La riparazione nell’intenzione di Gesù

  1. – La consacrazione esprime e rende stabile l’unione con Cristo; l’espiazione inizia questa unione con la purificazione dalle colpe, la perfeziona partecipando alle sofferenze di Cristo e la porta all’ultimo culmine offrendo sacrifici per i fratelli. – Tale appunto fu l’intenzione che il misericordioso Signore Gesù ci volle far conoscere nel mostrare il suo Cuore con le insegne della passione e le fiamme indicanti l’amore, che cioè riconoscendo noi da una parte l’infinita malizia del peccato e dall’altra ammirando l’infinita carità del Redentore, detestassimo più vivamente il peccato e rispondessimo con maggior ardore al suo amore.

Preminenza della riparazione nel culto al S. Cuore

  1. – Lo spirito di espiazione e di riparazione ha avuto sempre la prima e principale parte nel culto al Cuore Sacratissimo di Gesù, e tale spirito è senza dubbio il più conforme all’origine, all’indole, all’efficacia e alle pratiche proprie di questa devozione, come appare dalla storia, dalla prassi, dalla liturgia e dagli atti dei Sommi Pontefici. – Infatti, nel manifestarsi a Margherita Maria, Gesù, mentre proclamava l’immensità del suo amore, al tempo stesso, in atteggiamento di addolorato, si lamentò dei molti e gravi oltraggi che Gli venivano recati dagli uomini ingrati, e pronunziò queste parole che dovrebbero rimanere sempre scolpite nelle anime pie e mai dimenticate: “Ecco quel Cuore che ha tanto amato gli uomini e li ha ricolmati di ogni genere di benefici, e che in cambio del suo amore infinito non solo non ha avuto alcuna gratitudine, ma, al contrario, dimenticanza, indifferenza, oltraggi, e questi recati, a volte, anche da coloro che sono tenuti per dovere, a rispondere con uno speciale amore”.

Atti di riparazione richiesti da Gesù stesso

  1. – In riparazione di tali colpe, tra le molte altre cose, raccomandò questi atti, a Lui graditissimi; che cioè i fedeli, con l’intenzione di riparare si accostassero alla S. Comunione – chiamata perciò “Comunione riparatrice” – e compissero atti e preghiere di riparazione per un’ora intera, che per questo viene giustamente chiamata “Ora santa”. – Tali pratiche la Chiesa non solo le ha approvate ma le ha anche arricchite di favori spirituali.

Come si può consolare il Cuore di Gesù glorioso

  1. – Ma, se Cristo regna ora glorioso in cielo, come può venir consolato da questi nostri atti di riparazione? “Dà un’anima amante, e comprenderà ciò che dico”, rispondiamo con le parole di S. Agostino (Sul Vang. di Giovanni, tr. XXVI, 4) che qui vengono a proposito. – Infatti, un’anima ardente di amor di Dio, guardando il passato vede e contempla Gesù affaticato per il bene dell’umanità, addolorato e sottoposto alle prove più dure; Lo vede “per noi uomini e per la nostra salvezza” oppresso da tristezza, angoscia, quasi annientato dagli obbrobri, “schiacciato per le nostre iniquità” (Is. LIII,5) e che con le sue piaghe ci guarisce. Queste cose le anime pie le meditano con maggiore aderenza alla realtà per il fatto che i peccati e i delitti, in qualsiasi tempo siano stati commessi, costituiscono la causa per cui il Figlio di Dio fu dato a morte, e anche al presente cagionerebbero a Cristo la morte accompagnata dai medesimi dolori ed angosce, dal momento che ogni peccato rinnova in qualche modo la passione del Signore: “Per loro conto crocifiggono di nuovo il Figlio di Dio e lo espongono all’infamia” (Eb VI,6). – Pertanto, se a motivo dei nostri peccati che sarebbero stati commessi nel futuro, ma che furono previsti allora, l’anima di Cristo divenne triste fino alla morte, non vi può esser dubbio che abbia provato anche qualche conforto già da allora a motivo della nostra riparazione anch’essa prevista, quando “gli apparve un angelo dal cielo” (Lc XXII,43) per consolare il suo Cuore oppresso dalla tristezza e dall’angoscia. – Sicché, anche ora, in modo mirabile ma vero, noi possiamo e dobbiamo consolare quel Cuore Sacratissimo che viene continuamente ferito dai peccati degli uomini ingrati. Ed è Cristo stesso, come si legge nella Liturgia, che si duole per bocca del Salmista dell’abbandono dei suoi amici: “L’insulto ha spezzato il mio cuore e vengo meno. Ho atteso compassione, ma invano, consolatori, ma non ne ho trovati” (Sal LXVIII,21).

Si consola Gesù anche nelle sue membra sofferenti

  1. – A ciò s’aggiunga che la passione espiatrice di Cristo si rinnova e in certo modo continua e si completa nel suo corpo mistico, che è la Chiesa. – Infatti, per servirci ancora delle parole di S. Agostino, “Cristo patì tutto quello che doveva patire; ormai nulla più manca al numero dei patimenti. Dunque i patimenti sono completi, ma nel Capo; rimanevano ancora le sofferenze di Cristo da compiersi nel corpo” (In Sal 86). – Che è quel che il Signore Gesù stesso ha voluto dichiarare quando, parlando a Saulo “sempre fremente minaccia strage contro i discepoli” (At IX,1), disse: “Io sono Gesù, che tu perseguiti” (At IX,5). – Con ciò significò chiaramente che le persecuzioni mosse alla Chiesa, andavano a colpire e affliggere lo stesso Capo della Chiesa. – Giusto, dunque, che Cristo, sofferente ancora adesso nel suo corpo mistico, voglia averci compagni della sua espiazione, cosa che richiede la stessa nostra unione con Lui, perché essendo noi “corpo di Cristo e sue membra” (1 Cor XII,27), ciò che soffre il capo bisogna che con Lui soffrano anche le membra (Cf 1 Cor XII,26).

LA RIPARAZIONE RICHIESTA PER I NOSTRI TEMPI

Offensiva attuale contro Dio e la cristianità

  1. – Quanto sia urgente, specialmente in questo nostro tempo, l’espiazione o riparazione appare manifesto, come abbiamo detto all’inizio, a chiunque osservi con gli occhi e la mente questo mondo che giace sotto il potere del maligno” (1 Gv V,19). – Da ogni parte giunge a Noi il grido di popoli afflitti, dove capi e governanti sono, nel vero senso, insorti e congiurano insieme contro il Signore e contro la sua Chiesa (Cf Sal II,2). – Vediamo in quelle regioni calpestato ogni diritto divino e umano. I templi demoliti e distrutti, i religiosi e le sacre vergini cacciati dalle loro case, insultati, tormentati, affamati, imprigionati; strappati dal grembo della madre Chiesa schiere di fanciulli e fanciulle, spinti a negare e a bestemmiare Cristo e a commettere i peggiori crimini di lussuria; il popolo cristiano gravemente minacciato e oppresso, e in continuo pericolo di apostatare dalla fede o andare incontro a morte anche la più atroce. – Cose tanto tristi, che con tali avvenimenti sembra si preannunzi e si anticipi fin da ora “l’inizio dei dolori”, quali apporterà “l’uomo iniquo che s’innalza sopra ogni essere che viene detto Dio o è oggetto di culto” (2 Ts II,4).

Deficienze tra i cristiani

  1. – Ma è ancor più doloroso il fatto, Venerabili Fratelli, che tra gli stessi Cristiani, lavati col sangue dell’Agnello immacolato nel battesimo e arricchiti della sua grazia, ce ne siano tanti, appartenenti ad ogni classe, i quali ignorando in maniera incredibile le verità divine e infetti da false dottrine, vivono una vita viziosa, lontana dalla casa del Padre; una vita che non è illuminata dalla vera fede, non confortata dalla speranza nella futura beatitudine, non sostenuta né ravvivata dall’ardore della carità, sicché sembra davvero che costoro siano nelle tenebre e nell’ombra di morte. – Inoltre, va sempre più crescendo tra i fedeli la noncuranza della disciplina ecclesiastica e delle antiche istituzioni, da cui è sorretta tutta la vita cristiana, regolata la società domestica e difesa la santità del matrimonio. – Trascurata affatto è poi o deformata da troppe delicatezze e lusinghe l’educazione dei fanciulli e perfino tolta alla Chiesa la facoltà di educare cristianamente la gioventù. – Il pudore cristiano purtroppo dimenticato nel modo di vivere e di vestire, specialmente nelle donne. Insaziabile la cupidigia dei beni transitori, gli interessi civili predominanti, sfrenata la ricerca del favore popolare rifiutata la legittima autorità, disprezzata la parola di Dio, per cui la fede stessa vacilla o è messa in grave pericolo. Al complesso di questi mali si aggiunge l’ignavia e l’infingardaggine di coloro che, a somiglianza degli apostoli addormentati o fuggitivi, mal fermi nella fede, abbandonano Cristo oppresso dai dolori e circondato dai satelliti di Satana. E c’è anche la perfidia di coloro che seguendo l’esempio di Giuda traditore, con sacrilega temerarietà si accostano all’altare o passano al campo nemico. – E così, anche senza volerlo, si presenta alla mente il pensiero che si stiano avvicinando i tempi predetti dal Signore: e Per il dilagare dell’iniquità, l’amore di molti si raffredderà” (Mt XXIV,12).

Ci sono però anche confortanti reazioni

  1. – Riflettendo su queste cose i buoni fedeli, infiammati d’amore per Cristo sofferente, non potranno fare a meno di dedicarsi ad espiare con maggiore impegno le proprie colpe e quelle commesse da altri, risarcire l’onore di Cristo e promuovere la salvezza delle anime. – E possiamo davvero descrivere la nostra età adattando in qualche modo il detto dell’Apostolo: “Laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia” (Rm V,20). – Infatti, è vero che è cresciuta di molto la perversità degli uomini, ma è anche vero che va meravigliosamente aumentando, per impulso dello Spirito Santo, il numero dei fedeli dell’uno e dell’altro sesso, i quali con animo volenteroso si adoperano a dare soddisfazione al divin Cuore per tante ingiurie che gli si recano e giungono anche ad offrire a Cristo le loro stesse persone come vittime. – Certo che chi riflette con spirito di amore a quanto abbiamo fin qui rammentato e l’imprime, per così dire, nell’intimo del cuore, arriverà non solo ad aborrire il peccato come il sommo dei mali e a fuggirlo, ma anche ad abbandonarsi totalmente alla volontà di Dio e risarcire l’onore leso della divina Maestà con la preghiera assidua, le volontarie penitenze e col sopportare pazientemente le eventuali calamità, fino a vivere tutta la vita in spirito di riparazione. – E così che sono sorte molte famiglie religiose di uomini e di donne, le quali, con ambito servizio, si propongono di fare in qualche modo, giorno e notte, le veci dell’Angelo che conforta Gesù nell’orto. – Di qui pure le pie associazioni di uomini, approvate dalla Sede Apostolica e arricchite di indulgenze, che si assumono il compito dell’espiazione con opportuni esercizi di pietà e atti di virtù. – Di qui, infine, per non parlare di altre, quelle pratiche religiose e solenni attestazioni d’amore, introdotte allo scopo di riparare l’onore divino violato, usate frequentemente non solo da singoli fedeli ma anche da parrocchie, diocesi e città.

Atto di riparazione da farsi nella festa del S. Cuore

  1. – Ebbene, Venerabili Fratelli, come la pratica della consacrazione, cominciata da umili inizi e poi largamente diffusasi, ha raggiunto lo splendore desiderato con la nostra conferma, così grandemente bramiamo che la pratica di questa espiazione o riparazione, già da tempo santamente introdotta e propagata, abbia con la nostra apostolica autorità il più fermo suggello e diventi più solenne e universale nel mondo cattolico. – Stabiliamo perciò e ordiniamo che tutti gli anni, nella festa del Cuore Sacratissimo di Gesù – che in questa occasione abbiamo disposto che sia elevata al grado di doppio di prima classe con ottava – in tutte le Chiese del mondo si reciti solennemente, con la formula di cui uniamo esemplare in questa Lettera, la preghiera espiatrice o ammenda onorevole, com’è chiamata, per esprimere con essa il pentimento delle nostre colpe e risarcire i diritti violati di Cristo sommo Re e Signore amatissimo.

Frutti che si sperano

  1. – Non dubitiamo, Venerabili Fratelli, che da questa pratica santamente rinnovata ed estesa a tutta la Chiesa, molti e segnalati siano i beni che ne verranno non solo alle singole persone, ma anche alla società religiosa, civile e domestica. – Lo stesso Redentore nostro, infatti, ha promesso a Margherita Maria che “avrebbe colmato con l’abbondanza delle sue grazie celesti tutti coloro che avessero reso questo onore al suo Cuore”. – I peccatori “volgendo lo sguardo a Colui che hanno trafitto” (Gv XIX,37) e commossi dai gemiti e dalle lacrime di tutta la Chiesa, pentiti per le ingiurie recate al Sommo Re, “rientreranno in se stessi” (Cf Is XLVI,8), perché non avvenga che ostinandosi nei loro peccati, quando vedranno “venire sulle nubi del cielo” (Mt XXVI,64) colui che trafissero, troppo tardi e inutilmente piangano su di Lui (Cf Ap I,7). I giusti diventeranno più giusti e più santi (Cf Ap XXII,11) e si consacreranno con rinnovato fervore al servizio del loro Re che vedono tanto disprezzato e combattuto e oggetto di tante e così gravi ingiurie. Soprattutto s’infiammeranno di zelo per la salvezza delle anime, nel meditare il lamento della vittima divina: “Quale vantaggio dal mio sangue” (Sal XXIX,10), e nel riflettere al gaudio che avrà quel Sacratissimo Cuore “per un peccatore convertito” (Lc XV,7). – Ma quel che principalmente desideriamo e speriamo è che la giustizia divina, la quale per dieci giusti avrebbe usato misericordia e perdonato a Sodoma, molto più voglia perdonare a tutto il genere umano, in vista delle suppliche e delle riparazioni che dappertutto innalza la comunità dei fedeli, insieme con Cristo Mediatore e Capo.

Sia propizia Maria Riparatrice

  1. – Sia propizia a questi nostri voti e a queste nostre disposizioni la benignissima Vergine Madre di Dio, la quale col dare alla luce il nostro Redentore, col nutrirlo e offrirlo come vittima sulla croce, per la mirabile unione con Cristo e per sua grazia del tutto singolare, è divenuta anch’essa Riparatrice e come tale è piamente invocata. Noi confidiamo nella sua intercessione presso Cristo, il quale pur essendo il solo “Mediatore fra Dio e gli uomini” (1 Tm II,5) volle associarsi la Madre come avvocata dei peccatori, dispensatrice e mediatrice di grazia.

L’apostolica benedizione

  1. – Auspice dei divini favori e in testimonianza della paterna nostra benevolenza, a Voi, Venerabili Fratelli, e all’intero gregge affidato alle vostre cure, impartiamo di cuore l’apostolica benedizione. Dato a Roma presso S. Pietro, il giorno 8 del mese di maggio dell’anno 1928, settimo del nostro Pontificato.

Pio Papa XI

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PRECATIO PIACULARIS
AD SACRATISSIMUM COR IESU

“Iesu dulcissime, cuius effusa in homines caritas, tanta oblivione, negligentia, contemptione, ingratissime rependitur, en nos, ante altaria tua provoluti, tam nefariam hominum socordiam iniuriasque, quibus undique amantissimum Cor tuum afficitur, peculiari honore resarcire contendimus. – Attamen, memores tantae nos quoque indignitatis non expertes aliquando fuisse, indeque vehementissimo dolore commoti, tuam in primis misericordiam nobis imploramus, paratis, volontaria expiatione compensare flagitia non modo quae ipsi patravimus, sed etiam illorum, qui, longe a salutis via aberrantes, vel te pastorem ducemque sectari detrectant, in sua infidelitate obstinati, vel, baptismatis promissa conculcantes, suavissimum tuae legis iugum excusserunt. – Quae deploranda crimina, cum universa expiare contendimus, tum nobis singula resarcienda proponimus: vitae cultusque immodestiam atque turpitudines, tot corruptelae pedicas innocentium animis instructas, dies festos violatos, exsecranda in Te tuosque Sanctos iactata maledicta atque in tuum Vicarium ordinemque sacerdotalem convicia irrogata, ipsum denique amoris divini Sacramentum vel neglectum vel horrendis sacrilegiis profanatum, publica postremo nationum delicta, quae Ecclesiae a Te institutae iuribus magisterioque reluetantur. – Quae utinam crimina sanguine ipsi nostro eluere possemus! Interea ad violatum divinum honorem resarciendum, quam Tu olim Patri in cruce satisfactionem obtulisti quamque cotidie in altaribus renovare pergis, hanc eandem nos tibi praestamus, cum Virginis Matris, omnium Sanctorum, piorum quoque fidelium expiationibus coniunctam, ex animo spondentes, cum praeterita nostra aliorumque peccata ac tanti amoris incuriam firma fide, candidis vitae moribus, perfecta legis evangelicae, caritatis potissimum, observantia, quantum in nobis erit, gratia tua favente, nos esse compensaturos, tum iniurias tibi inferendas pro viribus prohibituros, et quam plurimos potuerimus ad tui sequelam convocaturos. Excipias quaesumus, benignissime Iesu, B. Virgine Maria Reparatrice intercedente, voluntarium huius expiationis obsequium nosque in officio tuique servitio fidissimos ad mortem usque velis, magno illo perseverantiae munere, continere, ut ad illam tandem patriam perveniamus omnes, ubi Tu cum Patre et Spiritu Sancto vivis et regnas Deus in saecula saeculorum. Amen”.

[ATTO DI RIPARAZIONE AL CUORE SACRATISSIMO Dl GESÙ]

Prostrati dinanzi al tuo altare, noi intendiamo riparare con particolari attestazioni di onore una così indegna freddezza e le ingiurie con le quali da ogni parte viene ferito dagli uomini il tuo amatissimo Cuore. –

[“Gesù dolcissimo: il tuo amore immenso per gli uomini viene purtroppo, con tanta ingratitudine, ripagato di oblio, di trascuratezza, di disprezzo. – Memori però che pure noi altre volte ci macchiammo di tanta ingratitudine, ne sentiamo vivissimo dolore e imploriamo la tua misericordia. – Desideriamo riparare con volontaria espiazione non solo i peccati commessi da noi, ma anche quelli di coloro che, errando lontano dalla via della salvezza, ricusano di seguire Te come pastore e guida, ostinandosi nella loro infedeltà, o, calpestando le promesse del Battesimo, hanno scosso il soavissimo giogo della tua legge. – E mentre intendiamo espiare il cumulo di sì deplorevoli delitti, ci proponiamo di ripararli ciascuno in particolare: l’immodestia e le brutture della vita e dell’abbigliamento; le insidie tese alle anime innocenti dalla corruzione dei costumi; la profanazione dei giorni festivi; le ingiurie scagliate contro di Te e i tuoi Santi; gli insulti rivolti al tuo Vicario e l’ordine sacerdotale; le negligenze e gli orribili sacrilegi con i quali è profanato lo stesso Sacramento dell’amore divino e in fine le colpe pubbliche delle nazioni che osteggiano i diritti e il magistero della Chiesa da Te fondata. Intanto come riparazione dell’onore divino conculcato, Ti presentiamo quella soddisfazione che Tu stesso offristi un giorno sulla croce al Padre e che ogni giorno si rinnova sugli altari: Te l’offriamo accompagnata con le espiazioni della Vergine Madre, di tutti i Santi e delle anime pie. Promettiamo con tutto il cuore di voler riparare, per quanto potremo, con l’aiuto della tua grazia, i peccati commessi da noi e dagli altri e l’indifferenza verso sì grande amore, con la fermezza della fede, la santità della vita, l’osservanza perfetta della legge evangelica e specialmente della carità. Inoltre d’impedire, con tutte le forze, le ingiurie contro di Te e attrarre quanti più potremo, a seguire e imitare Te. Accogli, te ne preghiamo, o benignissimo Gesù, per intercessione della B.V. Maria Riparatrice, questo volontario ossequio di riparazione, e conservaci nella fedele obbedienza a Te e nel tuo servizio fino alla morte, col dono della perseveranza, così che possiamo un giorno pervenire a quella patria, dove Tu col Padre e con lo Spirito Santo vivi e regni, Dio, per tutti i secoli dei secoli. – Amen.”]

ETERNITA’

ETERNITA’

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[da: I tesori di Cornelio Alapide, vol. II, Torino, 1930]

  1. VI È UN’ETERNITÀ — La ragione dell’esistenza divina riposa nell’immutabilità stessa di Dio. E impossibile che Dio non sia sempre esistito: se non fosse sempre stato, chi l’avrebbe tolto dal niente? Certamente un Essere increato, eterno è necessario; ed eccoci di bel nuovo a D i o . E Dio sarà sempre: egli è indistruttibile di sua natura; egli ha essenzialmente e al sommo grado la vita in se medesimo: è insomma la vita eterna. Egli non può essere in nessun modo toccato né da assalto, né da alterazione, né da distruzione. L’eternità è Dio medesimo. Ma Dio ha dato l’eternità futura agli Angeli e agli uomini? Sì, tale è la volontà di Dio: Egli lo ha rivelato; tutte le nazioni lo hanno creduto; è questo un dogma di fede universale: l’uomo desidera l’immortalità, egli ne prova il bisogno… Dio ha fatto gli uomini e gli Angeli a sua somiglianza ed immagine per l’eternità… « I reprobi andranno, secondo la sentenza di Gesù Cristo, al fuoco eterno; e i giusti all’eterna vita » — “Ibunt hi in supplicium aeternum; iusti autem in vitam aeternam” (MATTH. XXV, 46). « L’uomo, dice l’Ecclesiastico, se n’andrà alla casa della sua eternità » — Ibit homo in domum aeternitatis suae (XII, 5). «Chi di voi, domanda Isaia, potrà dimorare in mezzo alle fiamme eterne! » — Quis habitabit de vobis cum ardoribus sempiternisi (XXXIII, 14). E S. Paolo ci assicura che i reprobi saranno condannati a pene eterne: — Dabunt poenas in interitu aeternas (II Thess. I , 9). L’eternità dei castighi e dei premi è un dogma di fede, di cui tutti i secoli, tutte le nazioni, anche pagane, ebbero conoscenza. « Dio ha fatto l’uomo imperituro» “Creavit hominem inexterminabilem” (Sap. I, 23).
  2.  CHE COSA È L’ETERNITÀ. — « La sua origine, dice Michea parlando di Gesù Cristo, è dal principio, dai giorni dell’eternità » — “Egressus eius ab initio, a diebus aeternitatis” (V, 2). Egli è uscito dall’eternità passata che comprende l’eternità futura; perché in Dio che è l’eternità, non vi è né passato, né avvenire: tutto è eternamente presente… – L’eternità è un principio senza principio, un cominciamento senza cominciamento e il principio di ogni principio … Oh com’è lunga, com’è profonda, com’è immensa, com’è felice od infelice questa eternità, signora di tutti i secoli, interminabile, sempre vivente! … Oh quanto sei lunga, o eternità!… eppure oh quanto poco di te si occupano gli uomini!… Che cosa è l’eternità? è un circolo che si rigira in se stesso, il cui centro si chiama sempre; la circonferenza si chiama nessuna parte, cioè senza fine. Che cosa è l’eternità? È un globo perfetto che non ha né principio né fine. Che cosa è l’eternità? È una ruota che si volge sempre sopra se stessa e che girerà sempre senza mai né logorarsi né spostarsi… Che cosa è l’eternità? È un anno che nasce l’istante che muore, e questo per sempre… Che cosa è l’eternità? Una fontana le cui acque, via via che scorrono, rimontano alla, sorgente, senza che se ne perda neppure una goccia; è una fonte perenne donde zampillano senza interruzione acque di benedizione o di maledizione… Che cosa, è l’eternità? È un labirinto a mille andirivieni e giravolte, che fa camminare del continuo chi vi entra, lo aggira e lo smarrisce… Che cosa è l’eternità? Un abisso senza fondo e che si rinserra quando uno vi entra … L’eternità è un principio senza cominciamento, senza mezzo, senza fine. È un principio continuo, interminabile, sempre cominciante; principio nel quale i beati contemplano ognora la felicità e abbondano sempre di nuove gioie, mentre i reprobi muoiono ad ogni istante e, dopo tutte le agonie e tutte le morti, cominciano da capo le agonie e le morti. E come fu al principio così è ora, e così sarà per tutti i secoli dei secoli. Finché Dio sarà Dio, gli eletti saranno sommamente felici e regneranno e trionferanno. Quanto tempo durerà Dio, altrettanto i dannati soffriranno in mezzo ai tormenti … « La vera eternità, dice S. Anselmo, è una vita interminabile, che esiste tutta intera in ogni istante di tempo» (Menolog. c. XXIV). L’eternità, è una durata senza cominciamento, senza fine, e senza moto …
  3. BISOGNA VIVERE PER L’ETERNITÀ. — Andiamo ripetendo a noi medesimi quel detto del famoso pittore Zeusi: « Io dipingo per l’eternità, vivo per l’eternità [“Pingo aeternitati, vivo aeternitati” (Anton, in Meliss.)]». Lavoriamo intorno all’opera di una santa vita per l’eternità… Noi gettiamo quaggiù il dado per la nostra eternità, e sta a noi il gettarlo bene. Una volta gettato, non si può più riprendere … Crediamo…, studiamo…, lavoriamo…, viviamo per l’eternità… Regoliamoci in modo che abbiamo a vivere eternamente… Prima di ogni azione, pensate e dite: Io lavoro per l’eternità, io vivo per l’eternità: lavorerò dunque e vivrò santamente, per tracciare nell’anima mia e nel mio esteriore l’immagine e l’idea della virtù; cosicché Dio, gli Angeli, gli uomini, possano lodare la mia condotta. Ognuno di noi dica tra sè e sè: è in mio arbitrio il dipingere, in ogni mio pensiero e parola e azione, la ricca e preziosa immagine della virtù, ovvero gli orribili tratti del vizio; io lavorerò per la virtù affinché le opere mie risplendano come stelle per la mia gloria e felicità nel cielo, e non per il vizio che la divina giustizia condannerà al fuoco eterno. Ah! io dipingerò per l’eternità; lavorerò sì bene, che mi abbia da rallegrare, per tutta l’eternità, del mio lavoro; io penserò, parlerò, opererò come vorrei aver pensato, parlato, operato nell’eternità… Quando comparisce l’eternità, non vi è più tempo, dice l’Apocalisse: — Tempus non erit amplius (X, 6)… « Voi dormite, esclama S. Ambrogio, e intanto il vostro tempo cammina » — “Tu dormis et tempus tuum ambulat” (Serm.). E dove mi conduce questo tempo così veloce? All’eternità… O eternità! come sei grande, immensa, fortunata! Eppure, o quanti ti dimenticano!… Quanto pochi sanno stimarti al tuo giusto valore! Nessuno ti penetra, pochi ti pesano!… Ottimamente dice S. Gregorio: « Se siamo avidi di beni, cerchiamo quelli che possederemo senza fine; se abbiamo paura di mali, temiamo quelli che i reprobi soffriranno eternamente – [“Si bona quaerimus, illa diligamus quae sine fine habebimus; si autem mala pertimescimus, illa timeamus quae a reprobis sine fine tollerantur” (Lib. VI, Epistola XCV)]». Quindi conchiude in altro luogo: « Quantunque le opere nostre si compiano nel tempo, coll’intenzione però dobbiamo guardare all’eternità [“Quamvia in usu operis sit temporalitas; tamen in intentione, debet esse aeternitas (Moral.).]». S. Bonaventura ci insegna sette vie che conducono all’eternità felice. La prima è l’intenzione che guarda dirittamente all’eternità: bisogna che si occupi unicamente dell’eternità, che non intenda fuorché all’eternità, che non si diriga altrove che all’eternità; che solo nell’eternità dimori, a cagione del Dio eterno che è il solo vero bene, il solo necessario, e che giunta la sua fine, tutte le sue brame si compiano in colui che non le sarà mai più tolto. È questo il bene che Gesù Cristo assegnò alla Maddalena (Luc. X, 42). La seconda via all’eternità, è l’attenta meditazione delle cose eterne… La terza, è la chiara contemplazione delle medesime… La quarta, l’amore di quello che appartiene all’eternità. Quando le persone pie, dice S. Gregorio, ardono della brama dell’eternità, poggiano a tale altezza di vita, che anche il solo parlare di cose mondane riesce loro grave e le tiene in disagio; poiché per esse è intollerabile tutto ciò che è estraneo a quello che esse amano. La quinta via è la rivelazione segreta delle cose eterne: la meditazione assidua delle rivelazioni spirituali produce un continuo ingrandimento della vista e delle cognizioni dell’anima; per questo mezzo ella valuta al giusto i beni futuri, penetra il segreto delle verità eterne. Infatti coloro che amano con trasporto, scoprono meglio, distinguono più chiaramente, conoscono più a fondo. Perciò, più si amano le cose eterne e più addentro vi si penetra. Il che ha fatto dire a S. Gregorio: «L’eternità si verifica nei santi, per la considerazione dell’eternità di Dio » — “In sanctis fìt aeternitas, aspiciendo Dei aeternitatem (Mordi.). La sesta via all’eternità, è una certa esperienza che si è fatta delle dolcezze eterne. Questo assaporava il re al profeta, allorché diceva: « Gustate e provate come dolce è il Signore » — Gustate, et videte quoniam suavis est Dominus (Psalm. XXXIII, 8); questo celebrava la Sposa dei Cantici con quelle parole: « Dolce è al mio palato il frutto del mio celeste Sposo » — “Fructus eius dulcis gutturi meo” (Cant. II, 3). La settima via all’eternità, sono le buone opere, conformi agl’impulsi di Dio; i costumi puri ed una vita santa, poiché, dice la Scrittura, « le opere loro li accompagneranno» — “Opera enim illorum sequuntur illos(Apoc. XIV, 13 — In Speculo). Gesù Cristo che è la via , la verità, la vita, ci guida per le sue strade; Egli si adopera perché la nostra conversazione sia nei cieli; Egli ci ha aperto la porta dell’eternità con la sua vittoria su la morte. Fortunato chi va all’eternità per queste strade! Felice chi, liberandosi al di sopra della brevità del tempo e della volubilità dei secoli, ferma la sua mente sulla salda ed immobile eternità! Beato chi tiene a vile i beni vani e transitori della terra e si nutre di quelli solidi ed eterni! S. Agostino designa i quattro gradi della scala che poggia all’eternità beata, nella lettura, nella meditazione, nella preghiera, nella contemplazione. Poi conchiude: «Congiungi il tuo cuore all’eternità di Dio, e sarai eterno con esso [“Iunge cor tuum aeternitati Dei, et cum illo aeternus eris” (In Psalm. XCI)] ». Supponiamo che Dio dicesse a Giuda, o a qualsiasi altro reprobo: Ogni mille anni tu spargerai una lacrima per i tuoi peccati, e quando così facendo, tu avrai versato tante la crime da formare un diluvio che basti ad inondare la terra, io avrò pietà di te e ti caverò dalle pene e dal fuoco dell’inferno; grande sarebbe il giubilo, ineffabile la gioia che ne proverebbe quel dannato, perché egli avrebbe finalmente una speranza di salute. Ma ohimé! Non vi sono più lacrime per i dannati e quindi mai più perdono. Versiamo quaggiù amare lacrime sulle nostre colpe; esse ci chiuderanno l’eternità infelice … l’eternità è un abisso; diciamolo cento volte, diciamolo cento volte, diciamolo mille, diciamolo senza fine … o eternità! eternità!… meditiamo sull’eternità …