DA SAN PIETRO A PIO XII (4)

DA SAN PIETRO A PIO XII (4)

[G. Sbuttoni: Da Pietro a Pio XII, Edit. A. B. E. S. Bologna, 1953; nihil ob. et imprim. Dic. 1952]

CAPO IV.

CRISTIANIZZAZIONE DELLA SOCIETÀ’

PREAMBOLO

Aiuti umani

Anche l’Impero Romano aveva preparato il terreno al Cristianesimo. Aveva resa presente e frequente negli spiriti l’idea di una umanità unica; unica e di pari diritto dinanzi alla legge. E questa idea di un’unica famiglia si era poi incarnata, con a capo l’Imperatore (Pontifex Maximus) in una organizzazione religiosa e politica, intellettuale e amministrativa che offrirà i quadri già stabiliti alla Gerarchia cattolica, in un sistema dì basiliche e di scuole, di strade e di comunicazioni che, partendo da Roma, portavano la civiltà, la cultura e la legge in tutti i paesi del mondo conosciuto. Anche la retorica aiutò la diffusione dei Cristianesimo. L’arte di ben parlare, l’arte di «persuadere », era stata una forza, non soltanto della politica, sulle labbra di Cesare, non soltanto una forza della giustizia nei tribunali e in bocca agli avvocati; ma soprattutto una forza della verità e della bontà in filosofi quali Socrate e Platone. – Il Cristianesimo s’impadronì subito di questa forza. Pose nell’arte vecchia della retorica il vin nuovo della Grazia, il principio della vita nuova. S. Paolo poté affermare la predicazione, cioè la parola parlata da uno a molti, essere il solo veicolo della Fede. Non disse il libro, non disse i monumenti; disse: la predicazione. E la Chiesa, che è un organismo vivo, parla; affida la verità alla parola viva trasmessa di bocca in bocca. La Chiesa ha sempre dato, attraverso i secoli, maggior valore alla « tradizione orale ». Le stesse S. Scritture sono affidate al Magistero Ecclesiastico. Contro coloro che riconoscevano soltanto i documenti scritti e i monumenti storici, la Chiesa Cattolica ha sempre difesa la Tradizione orale. Il Cristianesimo ha una voce che valica lo spazio e percorre i secoli. Il suo insegnamento parla con mille voci. Se stesse in un solo libro, basterebbe una biblioteca a contenerlo; anzi basterebbe uno scrigno. Non sarebbe necessaria la Chiesa viva, parlante ancora, cioè predicante. Sopra tutto il Cristianesimo veniva aiutato dalla filosofia greca e greco- romana, in quel che essa aveva dì più profondo e umano. Socrate non era morto invano, e il suo pensiero era luce intellettuale dell’anima. L’anima, che dal greco ànemos significa vento; alito, respiro, anche se riposta nell’ intelligenza cominciava a tralucere e a scoprirsi. E non soltanto si scoperse nel pensiero, l’anima, ma si cercò di educarla. Chi la diceva nata al piacere, chi nata al dolore; ma il fatto importante era questo: si capiva che l’anima aveva un fine superiore al corpo. – Il Cristianesimo rivelò qual fosse questo fine e quali i mezzi per raggiungerlo. Tutto ciò aiutava il Cristianesimo, non lo formava; lo

favoriva e lo diffondeva, non lo creava. C’è stato chi ha creduto di poter spiegare il Cristianesimo mettendo insieme questi elementi: ebraismo, misteriosofia, romanità, retorica, filosofia. – Sarebbe come voler spiegare la vita, facendo l’analisi del corpo

umano. Un corpo vivente si appropria elementi che lo possono sostenere, aria, acqua, calore… ma questi elementi entrano nella vita, non possono infondere la vita.

La vita cristiana l’aveva infusa Gesù. Il Cristianesimo si spiegava soltanto con Lui e per Lui. Tutto il resto non era che accessorio, magari utile, magari benefico.

1 . – LA PENETRAZIONE CRISTIANA

D. Come penetrò il Cristianesimo nelle masse?

— Con il solo mezzo della convinzione.

D. Gli Apostoli e i primi Evangelizzatori dove svolsero la loro attività?

— Nelle grandi metropoli, come Damasco, Antiochia, Efeso, Tessalonica, Atene, Corinto, Alessandria, Roma.

D. A chi rivolsero essi la loro parola?

— A tutti indistintamente. L a conversione di famiglie ragguardevoli e di persone eminenti per autorità e prestigio giovò poi a raggiungere intere masse..

2. – LA VITA DEI CRISTIANI

D. Come dovevano vivere i Cristiani?

— L o precisava bene S. Pietro nella sua prima lettera agli Asiatici.

D. Che dice in essa?

— « Carissimi, io vi scongiuro che vi guardiate dai desideri carnali, che guastano l’anima, vivendo bene tra le genti; affinché laddove sparlano di voi come malfattori, vedendo le vostre opere buone, glorifichino Dio. Siate dunque soggetti, per riguardo a Dio, ad ogni autorità; tanto al re, quanto ai presidi, perché tale è la volontà di Dio. Onorate tutti; amate i fratelli; temete Dio; rendete onore al re. – Servi, siate soggetti con ogni timore ai padroni, anche soffrendo ingiustamente; le donne siano soggette ai loro mariti; siate tutti una anima sola, compassionevoli, misericordiosi, modesti, uniti, non rendendo male per male, ma, al contrario, benedicendo ».

3. – CITTADINI MODELLO

D. Erano proprio cittadini modello i Cristiani di quei secoli?

— Sì, come ne fa fede lo stesso proconsole dell’Asia Minore, Plinio il Giovane, nella lettera indirizzata all’imperatore Traiano.

D. Che aveva ordinato l’imperatore?

— L a persecuzione contro i Cristiani.

D . Che risponde Plinio?

— « La loro colpa, egli dice, si riduceva a questo : — che in un dì stabilito (la domenica) solevano adunarsi prima che fosse giorno e cantavano a Cristo, come a Dio; e si obbligavano con giuramento non a commettere qualche delitto, ma a non commettere furto o latrocinio, o adulterio; a non tradire la fede data, e non rifiutarsi di restituire il deposito quand’erano invitati a farlo. Fatto ciò, avevano per costume di separarsi e riunirsi di nuovo per prendere insieme un pasto ordinario, e innocente. (Cioè le àgapi, alla fine delle quali si accostavano alla s. Comunione eucaristica). Perciò ho differito l’inchiesta e, sono ricorso a te, per consiglio ».

D. E quanti erano!

— Lo dice Plinio: « Mi è sembrato che ci fosse motivo di consultarti,, specialmente per il numero di quelli che sono in pericolo. Infatti molti di ogni età, d’ogni classe sociale, e anche d’ambo i sessi, sono e saranno chiamati a giudizio. E non solo per le città, ma anche per i villaggi e le campagne si è diffuso il contagio di questa superstizione ».

4. – GLI APOLOGISTI E L E SCUOLE CRISTIANE

D. Quali accuse venivano lanciate contro i Cristiani?

Venivano calunniosamente accusati di ateismo, di empietà, di atti crudeli.

D. Che avvenne di tali accuse?

— Vennero sfatate dai fatti. Osservatori imparziali, come Plinio, finirono per ammirare i Cristiani, particolarmente per l’affetto che si portavano a vicenda e per l’aiuto che si prestavano a vicenda; senza differenza di classe: nobili e plebei, padroni e schiavi.

D. Che giovò ancora a sfatarle?

— Le così dette « APOLOGIE » o difese della Fede cristiana, che uomini illustri per sapere presentavano agl’imperatori o al senato di Roma.

D. Quali le più celebri?

— Quella del sacerdote cartaginese TERTULLIANO, presentata all’imperatore Alessandro Severo, e quella di ORIGENE in risposta alle calunnie del filosofo pagano Celso.

D. I Cristiani erano nemici della scienza?

— Tutt’altro, come lo dimostrano le molte scuole e i molti letterati sorti fin dai primi secoli. La scuola superiore di Alessandria di Egitto e quella di Antiochia di Siria ebbero insegnanti e scrittori di grande fama, veri luminari della Chiesa antica.

5. – LA CRISTIANIZZAZIONE DELLO STATO

D. Chi si propose di dare allo Stato un’impronta cristiana?

— Costantino, il quale concesse al Cristianesimo favori di ogni genere.

NOTA. – Infatti costruì le magnifiche basiliche del Laterano, di San Pietro e S. Paolo; introdusse nelle città l’obbligo del riposo domenicale; mise in onore la Croce, proibendo che si adoperasse come strumento di condanna; proibì il maltrattamento degli schiavi, vietando che ai fuggitivi si imprimesse il marchio sulla fronte; chiuse i templi pagani; proibì ai suoi governatori di presenziare ufficialmente ai riti pagani; assunse Cristiani negli uffici pubblici; donò a Papa Silvestro il palazzo Laterano e l’annessa basilica del Salvatore, che divenne sede ufficiale del Capo della Chiesa.

D. In qual modo inoltre Costantino concorse a dar prestigio alla Chiesa?

— Trasferendo la Corte imperiale a Bisanzio, che da lui prese il nome di Costantinopoli. Così concorse a dare al Papa e alla Chiesa quella indipendenza, libertà e sovranità di Roma, senza la quale il Papa non avrebbe potuto esercitare sul mondo di allora, così agitato, quell’influenza religiosa e morale per la quale Cristo aveva istituito il Papato.

6. – ULTIMI BAGLIORI DEL PAGANESIMO

D. Chi tentò di risuscitare il paganesimo?

— Giuliano, nipote di Costantino, sul cui animo seppero tanto influire gl’insegnanti e filosofi pagani di Atene e Costantinopoli dove studiò, da fargli perdere la Fede cristiana e da farne un apostata. Nei 20 mesi che imperò, perseguitò molto la Chiesa. Poco dopo però Teodosio dichiarò il Cristianesimo Religione dello Stato. Fu la morte del paganesimo.

DA SAN PIETRO A PIO XII (3)

DA SAN PIETRO A PIO XII (3)

CATECHISMO DI STORIA DELLA CHIESA (3)

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CAPO III.

LE PERSECUZIONI NELL’IMPERO ROMANO

PREAMBOLO

Le causali

Il pretore Ponzio Pilato, autorità romana a Gerusalemme, conobbe Gesù lo stesso giorno nel quale doveva mandarlo a morte. L’autorità romana a Roma s’accorse dei seguaci di Gesù, tra il luglio e l’agosto dell’anno 64. E, anche questa volta, se ne accorse per condannarli a morte. I Cristiani vivevano a Roma e in ogni parte dell’Impero, ma non si sapeva bene qual fosse la loro dottrina, quale la loro credenza. Da molti venivano confusi con gl’Israeliti. Gl’Israeliti o, come li si chiamava nell’Impero, i Giudei, formavano a Roma e altrove una comunità non soltanto etnica, ma anche politica. Erano perciò riconosciuti come un popolo trasmigrato, che manteneva il suo costume rituale e mentale anche in mezzo all’Impero; sfera d’olio che non si scioglieva, ma si centuplicava dentro quell’oceano in mille goccioline, alla prima agitazione.

I Giudei mantenevano in seno al popolo romano dei « privilegi » e persino delle prerogative; il loro culto era consentito e, dalla gente di miglior condizione, rispettato. Contavano protettori e protettrici alla corte imperiale.

I Cristiani al contrario vivevano sparsi fra tutte le classi e contavano seguaci tra tutti i popoli. Il Cristianesimo non si presentava come una religione nazionale o razziale; era invece religione di tutti gli uomini di tutti i paesi: religione universale, o, come si sarebbe detto universalmente con termine greco, cattolica. I pagani consideravano sacrileghi i Cristiani, perché non adottavano né gli Dei nazionali di ciascun popolo, né gli Dei dell’Impero. Nemmeno gl’israeliti riconoscevano le divinità pagane; adoravano un solo Dio; ma il loro culto appariva ai gentili come culto d’un Dio nazionale, e perciò essi erano tollerati. I Cristiani non riscuotevano maggior tenerezza dai Giudei, che vedevano in loro i ladri dell’Arca Santa, i trànsfughi della loro nazione. Agli occhi dei Giudei, i Cristiani erano colpevoli di aver spezzato la compattezza del popolo eletto, e d’ aver dato i tesori della Rivelazione agl’indegni. Eretici, dunque, per i Giudei; atei per i pagani. O prima o poi su di loro sarebbe caduta l’ira congiunta dei Gentili e dei Giudei.

1. – « NON TEMETE: IO VINSI IL MONDO!»

D. Chi tentò con tutti i mezzi di sbarrare il passo alla Chiesa di Cristo?

— L’Impero Romano, che, dopo le Sinagoghe ebree dei vari paesi, per 300 anni la combatté con tutti i mezzi possenti di cui di sponeva.

D. Chi alzò mai la voce a difenderla?

— Nessuno. Solo la protezione divina promessa da Gesù con le parole: « Non temete: Io vinsi il mondo! » e « Io sarò con voi sino alla fine dei secoli » e ancora « Le potenze dell’inferno non avranno ragione contro la mia Chiesa ».

D. Che fu del fortissimo Impero Romano?

— Tramontò, mentre la Chiesa continuò e continua la sua strada. Segno evidente della sua divinità.

2. – I PERCHE

D. Perché s’ebbero sì atroci persecuzioni contro, la Chiesa Cattolica?:

— Per varie cause, secondo i tempi e le. persone che le organizzarono; ma il motivo che tutte le riassume è la lotta dèi male contro il bene, delle tenebre contro la luce, come aveva avvertito Gesù: « Vi mando come pecore in mezzo ai lupi » . . . . «Sarete in odio a tutti in causa del mio nome. » « Chi vi ucciderà, crederà di rendere onore a Dio ». ~

«— « Perché — son sempre parole di Gesù — non siete del mondo, per questo il mondo vi odia ».

D . Si avverarono le predizioni di Gesù?

— Alla lettera, nelle persecuzioni. Il paganesimo idolatra e vizioso non poté che odiare la Religione di Cristo, che predicava la verità e là virtù; e così scoppiarono le persecuzioni.

D . Da questo male ne venne del bene per la Chiesa?

— Sì, in quanto nella lotta risplendette fulgidamente 1’origine divina della Chiesa di Cristo; il sangue dei martiri (Tertulliano) fu seme di nuovi Cristiani; ai giorni della prova seguirono quelli del trionfo.

3. – LA FISIONOMIA DEL MARTIRE

D. Come si presentò la fisionomia del martire?

— Come la cosa più sublime che possa immaginarsi quaggiù e che più avvicina alle perfezioni divine.

D . Dove sta infatti la nobiltà dell’uomo e la sua naturale somiglianza con Dio?

— Sta nella sua spiritualità, per cui si solleva su tutto il mondo sensibile ed emerge dalla materia e ne domina la forza bruta.

D . Risalta tutto questo nel martire ?

— Pienamente, infatti nello stesso momento in cui usa eroicamente la propria libertà, non si commuove di fronte alle minacce e agl’impeti più brutali, nè si piega a rinunciare al suo generoso proposito per conservare o procacciarsi un bene offertogli dalla natura inferiore.

D. Che cosa contribuisce ancora ad accrescere la nobiltà, dell’uomo?

— Il conservare la propria libertà e indipendenza di fronte agli altri.

D . Il martire la salva questa libertà?

— Ne è il campione, perchè al tiranno, che tenta forzare il santuario della sua coscienza per cacciarne l’amore e il culto di Cristo, oppone — quale impenetrabile baluardo — la sua fermezza; sicché il tiranno con i torménti e con la morte avrà in balìa il corpo di lui, ma l’anima intemerata ne sfuggirà gli artigli.

D. Che cosa ancora conferisce vera grandezza all’uomo ?

— L a virtù, che, più è perfetta, più imprime in lui la somiglianza con Dio.

D . Vi è nel martire il culto della virtù ?

— In sommo grado, infatti sacrifica per lei sostanze ed affetti, onori e vita, con prezioso olocausto tutto profumato di fede e d’amore, di perdono, di rassegnazione, di religiosità, di fortezza.

D. Quale virtù ha particolare risalto nel martirio ?

— La fortezza. Di essa diedero ardue prove non solo gli atleti, i soldati, i gladiatori, ma anche i deboli — fanciulli, giovinette, vecchi. — E non è solamente l’energia fisica, ma anche e soprattutto quella spirituale che si manifesta splendidamente, dominando tutte le debolezze e le ripugnanze della natura.

D. Chi è all’avanguardia in questo campo?

— La gioventù. Tarcisio giovinetto, Pancrazio, Sebastiano sonogli atleti di Cristo più celebrati; Agnese, Cecilia, Lucia, Agata sono le più venerate Vergini vittoriose. Il loro numero è incalcolabile.

4. – LE PENE

D. Com’erano considerati i Cristiani?

— Come attentatori alla religione dello Stato. I Romani infatti adoravano una moltitudine di dei; i Cristiani invece proclamano la esistenza di un solo Dio e rovesciano gl’idoli, il cui culto è presieduto dall’imperatore. Quindi impossibile per i Romani sopportare simili rivoluzionari.

D. Quali pene vi erano contro gli attentatori della religione dello stato?

— L’esilio, la confisca dei beni, il carcere, la decapitazione, il patibolo, la condanna alle belve, il rogo. Inoltre le torture escogitate dall’arbitrio e dalla ferocia dei magistrati.

D . Toccarono tali pene ai Cristiani?

— Tutte. Per es. Nerone li straziò, cospargendoli di materie infiammabili e facendoli ardere come torce ardenti durante i pubblici divertimenti nei suoi giardini, ecc.

5. – L E CATACOMBE

D . La Chiesa e i suoi fedeli che fecero per sottrarsi ai persecutori nella celebrazione dei Sacri Misteri?

— Per tre secoli dovettero ritirarsi o fra pareti di palazzi dei ricchi convertiti, o giù sotterra, nei cimiteri, detti Catacombe. Là celebravano, di notte, i divini misteri e si preparavano alla lotta.

6. – I PERSECUTORI E I MARTIRI

D . Quanto durarono le persecuzioni?

— Circa 300 anni, ad intervalli più o meno lunghi.

D . Quante furono le persecuzioni?

— Le più gravi furono 10. La prima fu quella di Nerone, che sacrificò Pietro e Paolo; la seconda di Domiziano; poi Traiano e Marc’Aurelio; Settimio Severo, Massimino Trace, Decio, Valeriano, Aureliano e infine Diocleziano.

7. – IL TRIONFO

D . Di chi fu il trionfo?

— Della Chiesa. Il mondo pagano assiste sorpreso alla comparsa di un amore di Dio e di Cristo più forte della violenza dei persecutori, più perspicace dello spirito acuto di certi pensatori. La legione dei martiri ripete, in altri termini, le parole di S . Paolo: « Per me vivere è Cristo » .

D . Quando avvenne il trionfo ?

— Nel 313 con il famoso « EDITTO di MILANO » , con cui Costantino concedeva ai Cristiani piena libertà di professare la loro Fede e alle chiese cristiane restituiva le proprietà confiscate.

8. – IL MOVENTE

D. Come spiegarsi questo voltafaccia?

— Per la visione della Croce e della scritta : « Con questo segno vincerai! » .

http://www.exsurgatdeus.org/2020/07/09/da-san-pietro-a-pio-xii-4/

DA S. PIETRO A PIO XII (2)

DA SAN PIETRO A PIO XII (2)

CATECHISMO DI STORIA DELLA CHIESA

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CAPO II.

IL CRISTIANESIMO NEL MONDO GRECO-ROMANO

PREAMBOLO

San Paolo verso Roma

Ad Atene

Mezzo secolo dopo la nascita di Gesù, S. Paolo toccò l’Europa nel fianco della penisola Macedone. Scese poi lungo la costa frastagliata della Grecia e giunse finalmente ad Atene. – Atene, la città della civetta sapiente, di Minerva, accolse S. Paolo freddamente. Nella più famosa città della Grecia, ormai rattratta e loquace come una vecchia signora di gran nome, gli Dei pagani un giorno lontano avevano avuto le fattezze da Fidia e Prassitele. I templi, non grandi, non sfarzosi, erano miracoli di armonia e di grazia. L’Acropoli era il diadema della città, sulla collina. I retori insegnavano ai giovani la fiorita parola, i filosofi insegnavano agli uomini l’arte dei bei pensieri. Tra quei marmi lievemente ingialliti, tra quei parlatori ingegnosi e oziosi… che cosa poteva fare e dire quell’Israelita deforme, incolto, cattivo parlatore? – S. Paolo s’aggirava avvilito nella città elegante e scema di sé, quando s’imbatté in una solitaria pietra d’altare che portava questa scritta: « Al Dio Ignoto ».

Dunque anche gli Ateniesi avevano sentito che i loro Dei bellissimi non vincevano il mistero dell’universo e dell’uomo? Dunque neppure i filosofi s’appagavano della loro industria, neppure gli artisti erano quieti della loro arte? Sopra le fantasie dei poeti, sopra le arditezze dei filosofi, sopra le istituzioni dei savi, s’alzava, come sull’orlo delle cose si alza lo spazio e il cielo, un margine infinito per un Dio ignoto e presente, sconosciuto e operante, un Dio non di pietra, non d’avorio, non d’oro, ma un Dio vivente nelle anime e nei Cieli: Gesù. – S. Paolo in nome di questo Dio osò parlare anche ad Atene. Lungo le strade e attorno alle piazze correvano i portici: l’agorà era un mercato di parole e di notizie. S. Paolo cominciò a parlarvi arditamente. – Quel piccolo uomo, dalla barba ispida, gli occhi rossi e il naso lungo, quel Giudeo che parlava greco con l’accento del litorale asiatico, destò la curiosità divertita degli Ateniesi. Ne avevano visti e sentiti di tipi buffi. Ascoltarono anche lui.

— « Che cosa vorrà questo giramondo? » — si chiedevano. Ed intanto facevano circolo attorno a lui. Aspettavano che a un tratto cavasse fuori dal suo misero mantello qualche specifico da vendere. Ma l’omiciattolo invece si accalorava sempre di più in discorsi religiosi. Gli Ateniesi trovarono la cosa abbastanza allegra e… invitarono lo strano oratore nell’Areopago Paolo lassù cominciò col dire che egli era il messo del Dio Ignoto Quando cominciò a parlare della Morte e della Resurrezione…. « Ti ascolteremo un’altra volta », dissero. E se ne andarono, lasciandolo piccolo e scuro tra la solitudine dei marmi scoperti e accecanti. Non tutti però s’allontanarono da lui: una donna, Damaris, gli chiese di essere battezzata, e un areopagita, Dionigi, che cercava una religione che gli desse la vita e gli nutrisse l’anima, s’inginocchiò dinanzi all’Apostolo, e con lui l’anima greca si faceva cristiana.

A Roma

Nella primavera del 53 S. Paolo si rimise in viaggio; toccò il centro dell’Asia Minore, poi ripiegò verso Efeso, dove turbò i buoni guadagni che gli orefici della città ritraevano dal culto della Dea Artemide, chiamata la Diana degli Efesini. Dopo due anni la Chiesa cristiana, fondata da Paolo, si era così dilatata che gli argentieri della città temettero non avesse a sparire il culto della Dea Artemide. Perciò si levarono contro l’Apostolo, che dovette fuggire. Navigò verso la Palestina e risalì a Gerusalemme. Qui venne preso dai Giudei nel Tempio e fu incatenato. – Fu chiesto che fosse subito condannato a morte. S. Paolo era cittadino romano; fece valere questo suo diritto, e i cittadini romani non potevano esser ne flagellati, ne giudicati dal Sinedrio. – Fu condotto incatenato a Cesarea, presso il Procuratore Romano. Vi restò due anni. Finalmente si appellò a Cesare, chiese cioè di essere giudicato a Roma. Fu allora imbarcato con buona scorta di soldati. Era l’autunno del 59…. Dopo lunga odissea, finalmente approdava in quella che sarebbe stata, dopo Romolo e Cesare, la città di Pietro e sua, di Cristo e degli uomini salvati.

* * *

1. – GESÙ E IL MONDO GRECO-ROMANO

D. Gesù aveva trovato simpatizzanti tra persone del mondo grecoromano ?

— Sì. Ad es. il centurione romano di Cafarnao, a cui guarì il servo; l’altro centurione romano con i soldati, pur romani, che assistettero alla morte di Gesù sul Calvario e che ne discesero, dicendo: « Veramente costui era figlio di Dio » (Mt. XXVII, 54).

D. Come mai questi ed altri divennero simpatizzanti di Gesù?

— Per i contatti avuti con lui, da quando, divenuto il paese di Gesù provincia dell’Impero Romano, vennero a presidiarlo soldati e impiegati.

2. – CORNELIO IL CENTURIONE

D. Chi fu il primo pagano ad entrare ufficialmente nella Chiesa di Cristo?

— Il centurione Cornelio, che apparteneva alla legione italica di Cesarea.

D. Che uomo era ?

— Uomo pio e timorato di Dio, come tutta la famiglia, e generoso di elemosine con il popolo.

D. Come fu chiamato ad entrare nella Chiesa?

— Un giorno gli apparve un Angelo, che lo invitò ad inviare qualcuno a Joppe, l’odierna Giaffa, a chiamare Pietro e a stare agli ordini di Pietro.

D. Che avvenne intanto a Pietro?

— Una visione particolare gli fece sapere che anche: i gentili (= pagani) potevano, anzi dovevano, venir accettati nella Chiesa di Cristo, quando fossero ben disposti, perché il Signore non fa distinzione tra pagani e giudei.

D. Che fece Pietro appena arrivati i messi dei centurione?

— Si recò con altri fratelli nella fede a Cesarea, dove l’attendeva Cornelio con parenti ed amici, li istruì, nella fede, li battezzò, e lo Spirito Santo scese sopra di loro, primizie del mondo romano per la Chiesa di Cristo.

D. Avvenne altrettanto altrove?

Sì, per opera di fedeli dispersi.

D. Come si chiamarono ad Antiochia i segnaci di Cristo?

— « Cristiani ».

3. – GLI APOSTOLI FRA LE GENTI IDOLATRE

D. Chi lavorò alla conversione dei popoli?

— Ogni Apostolo, benché gli « ATTI degli APOSTOLI » parlino diffusamente solo della prima attività di Pietro e Paolo e diano solo qualche cenno di Giacomo e Giovanni. Ne tratta la Tradizione dei primi secoli.

D. Che sappiamo dalla Tradizione Cristiana dei primi secoli?

— Sappiamo che Pietro, dopo sette anni di permanenza ad Antiochia, nel 42, sotto Claudio imperatore, venne a Roma, dove fondò la prima Chiesa cristiana, che resse fino alla morte nel 67. Nel 51 fu a Gerusalemme al primo Concilio, dove quale Capo della Chiesa e Vicario di Cristo decise che i gentili ricevessero il Battesimo senza prima entrare nel giudaismo, né osservare le pratiche giudaiche.

D. Pietro ritornò a Roma?

— Sì, dopo aver predicato in Grecia e nell’Asia Minore. Da Roma anzi inviò alle Chiese dell’Asia Minore due lettere.

D. Che gli avvenne nella persecuzione di Nerone?

— Fu crocifisso con il capo in giù. Era il 29 giugno dell’anno 67. Fu Sepolto presso il circo neroniano, dove ora sorge la Basilica di S. Pietro. I recentissimi scavi, ordinati dal S. Padre Pio XII, hanno pienamente confermato la tante volte secolare tradizione, facendo ritrovare il sepolcro di Pietro.

D. E gli altri Apostoli?

— Morirono anch’essi tutti martiri, tranne Giovanni.

D. Qual è l’apostolo che emerge su tutti?

— S. Paolo, detto l’Apostolo delle genti.

4. – L’APOSTOLO DELLE GENTI

D. Che fece Paolo dopo la conversione?

— Estese il suo lavoro di evangelizzazione a quasi tutte le nazioni mediterranee, che visitò nei suoi tre viaggi apostolici.

D. Fu sempre bene accolto?

— Subì varie congiure da parte di fanatici Giudei, che lo volevano uccidere. Ma appellatosi a Cesare, venne condotto sotto scorta a Roma; dove dal suo domicilio coatto continuava a predicare. Assolto dall’imperatore, si spinse fino alle coste della Spagna. Ma nel 67, rientrato a Roma, fu decapitato il 29 giugno.

D. E la sua predicazione?

— Anche dopo la morte si può dire che continuò attraverso il Vangelo di S. Luca, che era stato suo segretario e che ne aveva registrato la predicazione, e attraverso le sue 14 lettere, che contengono interi trattati di Teologia.

5. – L’ULTIMO DEGLI APOSTOLI

D. Chi, degli Apostoli, sopravvisse a tutti gli altri?

— S. Giovanni, che visse con Maria SS.ma, poi passò ad Efeso. Novantenne, tradotto a Roma, fu condannato ad essere immerso in una caldaia di olio bollente. Uscitone illeso, fu relegato nell’isola di Patmos, dove scrisse l’Apocalisse. Amnistiato, morì ad Efeso.

D. Che cosa si chiuse con la morte di Giovanni?

— Si chiuse la divina Rivelazione. La Chiesa da quel giorno non fece che conservare il deposito della Fede lasciato dagli Apostoli.

NOTA. – PETRINISMO e PAOLINISMO

La scuola protestante e razionalista di Tubinga verso la fine del secolo XVIII si compiacque, tra le altre novità, sfruttare la divergenza di vedute tra S. Pietro e S. Paolo circa l’osservanza di alcune pratiche giudaiche, ben composta e liquidata nel primo Concilio di Gerusalemme, e trarne ad ogni costo la teoria della divergenza assoluta ed inconciliabile tra Cristianesimo di Pietro e quello di Paolo. – Amenità polemiche le quali hanno la loro smentita non solo nella critica biblica e storica e teologica, ma nella vita stessa della Chiesa e nella solennità bimillenaria della liturgia, che è il respiro del popolo cristiano.

http://www.exsurgatdeus.org/2020/07/07/da-san-pietro-a-pio-xii-3/

DA SAN PIETRO A PIO XII (1)

DA S. PIETRO A PIO XII

CATECHISMO DI STORIA DELLA CHIESA  (1)

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PREAMBOLO

— Può essere utile un Catechismo di Storia della Chiesa?

— Si ritiene di sì, specialmente per la gioventù in genere, come la più bisognosa di vedere — e proprio sminuzzato in domande e risposte il succedersi delle vicende vissute nei secoli dalla Chiesa di Gesù Cristo, al fine di riviverle con lei ora, senza esitazione e senza paura, riconoscendola sostenuta dalla mano di Dio e dominata da Colui che ha detto: « Abbiate fiducia. Io ho vinto il mondo! » (Giov. XVI, 33).

L’appartenere senza riserve alla Chiesa può, ai giorni nostri, persino importare il martirio: perché nel mondo attuale l’autentica vita cristiana è eroismo e spesso martirio. Ma che cosa è stata la storia della Chiesa, fin dal suo sorgere, se non proprio eroismo e martirio! – Il trovarsi perciò davanti all’ampio e svariato panorama di tutte le alternative che ha affrontato la divina Istituzione di Gesù, potrà rappresentare un opportunissimo incitamento ai presenti e futuri combattimenti, confermato dal proposito di non esser degeneri dagli eroi dei primi secoli e di tramandare ai posteri, perennemente vivida, la fiaccola della Fede da loro ricevuta, adornata dei più portentosi esempi.

Fu questa fiaccola che, custodita gelosamente nei cuori e passata di generazione in generazione, fece sì che al principio del IV secolo il mondo si svegliasse cristiano.

Quando — e speriamo tra breve — a Dio piacerà di dir: « basta! » alla furia diabolica, che, da tempo, ha preso ad esplodere, raggiungendo ora l’acme dei suoi infernali rigurgiti, allora l’umanità si ritroverà nuovamente ai piedi di Cristo, Maestro e Redentore, e intorno alla cattedra della Chiesa madre e maestra di tutte le genti. E il merito di questa ricristianizzazione sarà di chi s’è mantenuto alla luce della fiaccola divina, contribuendo a riportare l’umanità sotto la guida di Roma cattolica e del Sommo Pontefice, riconosciuto più che mai, non solo « Salus Italiæ », ma « et universi Orbi ». – Per giungere tuttavia a questo nuoto trionfo, superando le odierne durissime difficoltà, giova uno sguardo attento al passato. Esso ci dice che le istituzioni che hanno natura, costituzione e finalità puramente umane finiscono tutte, benché basate sul più violento diritto della forza, in un crollo fatale. La Chiesa invece, nonostante le tempeste furibonde delle persecuzioni, delle eresie, dei tradimenti…, sopravvive, si dilata, si afferma ovunque. Ad onta delle continue minacce di annientarla e degli sforzi inauditi da parte di tanti nemici, bramosi di celebrarne, finalmente, in un’orgia indescrivibile le funebri esequie, finisce sempre per essere essa stessa a comporre nel sepolcro i propri nemici. – Il che garantisce che nella Chiesa « est digitus Dei » e quindi « portæ inferi non prævalebunt ». Non prevalsero quando avanzavano all’ombra dei làbari dell’Impero Romano, non prevalsero quando avanzavano all’ombra della mezza luna turchesca o delle bandiere del Bonaparte o di quelle massoniche; non prevarranno ora nonostante tutte le agguerrite divisioni euro-asiatiche, all’insegna della falce e martello; non prevarranno « mai », [… nemmeno oggi che la sinagoga di satana ha usurpato la sede del trono di Pietro – ndr. ]. – E’ bene che specialmente la gioventù mediti su questo incancellabile « mai! » e riconosca che in realtà la storia dei vari regni, imperi, repubbliche, dittature… è, dopo un breve loro affermarsi, l’esposizione del loro inesorabile sfasciarsi; mentre la storia della Chiesa è sempre immancabilmente, dopo diuturne lotte, la descrizione dei suoi trionfi e la realizzazione dell’« adveniat regnum tuùm ».

PARTE PRIMA

DALLE ORIGINI AL 1000

PREAMBOLO

La Chiesa

Lo Spirito Santo discese, una prima volta, sopra una pura cameretta di Nazareth. E Gesù (si legge nel « La Barca del Pescatore » di Piero Bargellini e d. G. De Luca) prese la natura d’uomo. Tornò a discendere poi sotto forma di colomba, sulle rive del Giordano, mentre Gesù iniziava la vita pubblica. Quando, per la terza volta, in forma di fuoco, discese sopra la testa dei Dodici attorno alla Madonna, Gesù riprese corpo nella Chiesa. La Chiesa infatti era ed è il Corpo Mistico di Gesù: la perenne nascita, la perenne incarnazione di Gesù nel mondo… che continua a santificare, ad ammaestrare, a governare; e cioè a redimere e salvare le anime. – Di questo corpo Gesù è il Capo, lo Spirito Santo è il cuore, noi siamo le membra. Membra ricollegate e unite nella stessa vita dal vincolo della stessa Fede, degli stessi riti, degli stessi Sacramenti, della stessa obbedienza alla stessa Autorità. – La Chiesa è così una perfetta soprannaturale società, non fantastica né astratta, ma reale, come un corpo vivente. E come in un corpo vivente tutte le membra sono necessarie o utili, ma non sono tutte uguali, così la Chiesa è una società ineguale. Vi si distingue subito: la Gerarchia e il popolo di Dio. La Gerarchia, questo sacro principato, non ha soltanto una preminenza d’onore, ma un vero e proprio potere: Potere di giurisdizione ( = cioè di far leggi e farle rispettare), di magistero (= cioè di insegnare), e di ordine ( = cioè di santificazione). – Questo potere non è in tutti, ma nel Clero, suddiviso in tre ordini: Diaconi, Preti, Vescovi; ed è un potere di diritto divino, cioè indipendente, supremo, universale, necessario e perpetuo. – La Chiesa è una società monarchica. Il Re, in cielo, è Gesù, nostro fratello e. nostro sovrano. In terra il Papa, uomo al par di noi, ma in cui soltanto, in tutta la pienezza, risiede l’autorità della Chiesa. Questa società, visibile: una nel tempo e nello spazio; santa nella sua essenza, nel suo fine, nei suoi mezzi, nelle sue membra santificate, seppur qualche volta sozze di peccato; infallibile in ciò che riguarda il divino deposito della Rivelazione; apostolica, cioè dinastìa rimontante, attraverso i Vescovi, per una serie ininterrotta, agli Apostoli; questa Chiesa, Cattolica di diritto e in gran parte di fatto, cioè tale che gli uomini sono tenuti ad entrarvi, se vogliono esser salvi, al di sopra di razze e di confini; questa Chiesa, necessaria più del pane sulla tavola e dell’aria nel petto; indefettibile, che non verrà mai meno, prima che la terra non arda nel firmamento; questa Chiesa era già completa, perfetta e vitale nel Cenacolo, il giorno della Pentecoste, quando lo Spirito Santo la investì. Dalla « sala alta » uscì la nuova barca intravista da Platone, con il timoniere (San Pietro), i marinai (gli Apostoli) e i passeggeri formanti il popolo santo visto da Isaia. Spiegò le vele nel sorriso di Maria che, come aveva assistito l’infanzia di Gesù, assisteva ora l’infanzia della sua incorruttibile Chiesa.

CAPO I.

IL CRISTIANESIMO TRA GLI EBREI

A — L’aurora: « VENGA IL TUO REGNO! ».

D.  Tra le petizioni che Gesù pone sulle labbra degli Apostoli, quale emerge?

 — Questa: « Venga il tuo Regno! ».

D. Che cosa essa significa?

— La missione degli Apostoli (che impersonano la Chiesa di Gesù Cristo) di guadagnare allo stesso Cristo quelli che sono lontani da Lui.

D. Quali limiti assegna Cristo agli Apostoli, e quindi alla Chiesa, nel lavoro di conquista?

— Quanto allo spazio, i confini della terra; quanto al tempo, la fine del mondo.

D. Con quali credenziali Cristo manda nel mondo gli Apostoli.?

— Eccole:

« Sono Io che vi ho prescelti » (Jo. XV, 18).

« Come il Padre ha mandato Me, così Io mando voi » ( ibid. XX, 21).

« Andate, dunque, in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura » (Mc. XVI, 15).

« Io sarò con voi sino alla fine dei tempi » (Mt. XXVIII, 20).

« Chi ascolta voi, ascolta Me: chi disprezza voi, disprezza Me » (Lc. X. 16).

D. La dignità e i poteri degli Apostoli in chi continuano?

— Nei loro successori, il Papa e i Vescovi; la cui dignità e poteri vengono non dagli uomini, ma da Dio.

D. E’ dunque necessario accogliere l’insegnamento dei Pastori della Chiesa!

— Si, difatti: « Fuori della Chiesa non v’è salvezza ».

1. – IO SONO LA VIA, LA VERITÀ, LA VITA

D. Prima che sorgesse la Chiesa, qual era la condizione religiosa e morale delle nazioni del mondo!

— Tutte le nazioni del mondo, abbrutite dal peccato e traviate dal politeismo, erano immerse in una profonda ignoranza religiosa e soggiacevano ad un altrettanto profondo abbassamento morale.

D. E qual era la condizione religiosa e morale del popolo Giudeo?

— Nonostante la Rivelazione, che ebbe dal Signore, anche il popolo Giudeo, trascinato dagli avvenimenti degli ultimi secoli, precedenti la nascita di Cristo, era decaduto religiosamente e moralmente.

D. Da chi poteva venire la salvezza?

— Da GESÙ CRISTO, che aveva ripetuto alle turbe: « Io SONO la VERITÀ, la VIA, la VITA » (Jo. XIV, 6), e tale fu realmente per tutti coloro che accolsero il suo messaggio di redenzione.

D. In che modo Gesù è la VERITÀ?

— In quanto diradò le tenebre dell’ignoranza e dell’errore con il portarci dal cielo la verità del dogma, che sta alla base del suo Vangelo e del suo Credo.

D. In che modo Gesù è la VIA?

— In quanto con la sua dottrina morale sollevò l’umanità dal fango in cui era caduta e divenne la vera via della civiltà e del progresso per l’uomo.

D. In che modo Gesù è la VITA?

— In quanto con il lasciarci i suoi Sacramenti, frutto della sua morte dolorosa, ridonò all’umanità la Grazia Santificante, che è il principio e l’essenza della vita spirituale dell’ uomo.

D. Che manca dunque dove manca Gesù!

— Manca la verità, la civiltà vera, la vita.

2. – ANDATE E ISTRUITE TUTTE LE GENTI

D. A chi era diretta l’opera redentrice di Gesù!

— Non solo alla redenzione del popolo Giudeo, ma di tutti i popoli, di tutte le nazioni, di tutti i paesi, di tutti i secoli.

D. Doveva dunque essa continuare dopo l’ascesa di Gesù al cielo?

— Certamente, e perpetuarsi per tutti i secoli, finché ci fosse un uomo sulla terra.

D. Da chi doveva essere continuata!

— Dalla CHIESA, fondata da Gesù, il quale le diede per capo Pietro, suo Vicario.

D.. In che modo la Chiesa doveva continuare l’opera redentrice di Gesù?

— Eseguendo, per mezzo degli Apostoli guidati da Pietro, l’evangelizzazione del mondo intero.

D. Quando Gesù diede alla Chiesa tale incarico?

— Nel momento di prender congedo dagli Apostoli e discepoli, allorché pronunciò quelle solenni parole, che sono il programma della Chiesa Cattolica: « Andate e istruite tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre e del Figliolo e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto quello che vi ho comandato. Ed ecco che Io sono con voi (sarò cioè al vostro fianco come maestro e difesa), per tutti i giorni sino alla consumazione dei secoli » (Mt. XXVIII, 19-20).

9. – COMINCIANDO DA GERUSALEMME

D. Dove doveva cominciare l’evangelizzazione del mondo!

— Da Gerusalemme, capitale del popolo privilegiato, poi estenderai a tutta la Giudea e la Samaria, per raggiungere sino l’estremità del mondo (Act. I, 8).

D. Era giusto che così fosse!

— Sì. Il Messìa doveva venir predicato prima al popolo cui era stato promesso e che gli diede i natali, poi agli altri.

D. E trovò ascolto il comando di Gesù!

— Pienissimo, sia da parte degli Apostoli, come man mano dai vari convertiti: ciascuno dei quali si fece un dovere di far conoscere alla cerchia dei propri conoscenti il messaggio di Gesti. – Si può dire che la Chiesa nacque missionaria.

NOTA. – Un illustre storico protestante, Adolfo Hurnack, ha descritto con efficacia l’apostolato della Chiesa. Egli scrive: « I missionari più numerosi della Religione cristiana, quelli che fecero anche più copioso frutto, non furono i maestri di professione, ma spesso i più semplici fra i Cristiani con lo spettacolo di fedeltà e di forza che essi davano al mondo. Quanto poco ci giunge agli orecchi dei successi di quelli, quanto, al contrario, dei meravigliosi effetti di questi ultimi! Ogni confessore e martire, sopra tutto era missionario; non solo egli confermava quelli già guadagnati alla fede, ma sempre dei nuovi ne conquistava con la sua testimonianza e con la sua morte. Gli Atti dei Martiri sono pieni di queste conversioni ».

4. – LA PREPARAZIONE A QUESTA MISSIONE DIVINA

D. Che cosa era necessario agli Apostoli per eseguire il compito loro affidato?

— Divenire d’un tratto i teologi, i moralisti, i santificatori delle nazioni.

D. Chi poteva compiere in loro un miracolo di tal fatta!

— Dio onnipotente.

D. Lo promise mai tal miracolo Gesù agli Apostoli!

— Sì, quando disse loro: « Scenderà in voi lo Spirito Santo e vi insegnerà ogni verità. Intanto preparatevi con la preghiera, nel ritiro e nel silenzio del Cenacolo ».

D. Ubbidirono gli APOSTOLI?

— Sì. Scesi infatti dall’Oliveto, dal quale Gesù era salito al cielo, si raccolsero nel cenacolo con i discepoli e i pochi amici di Gesù, in tutto circa 120 persone.

D. Quale fu uno dei primi atti di Pietro, capo della Chiesa!

— La proposta di eleggere uno in luogo di Giuda, il traditore.

D. Chi fu sorteggiato?

— Mattia e fu aggregato agli Undici.

D . Quanto rimasero gli Apostoli nel Cenacolo!

— Dieci giorni.

D. Chi vi era pure con loro?

— Maria, la Madre di Gesù, affidata dal Salvatore alle cure di Giovanni e diventata ormai il centro della vita della nuova Chiesa.

5. – INAUGURAZIONE DELLA CHIESA

D. Quando venne lo Spirito Santo?

— Proprio il giorno in cui i Giudei festeggiavano la loro Pentecoste e ricordavano la promulgazione della legge divina sul Sinai.

D. Dorve è descritto l’avvenimento?

— Nel libro degli « ATTI degli APOSTOLI » di S. Luca, al capo II.

D. Chi vi era a Gerusalemme in quell’epoca?

— Una moltitudine di Giudei, di diverse nazioni, giunti per la festa.

D. Da che cosa furono colpiti.?

— Dal fatto che ciascuno udiva gli Apostoli parlare e li capiva come se avessero parlato nella sua lingua materna; perciò si chiedevano: « Costoro, che parlano, non sono tutti Galilei? E come mai abbiamo udito ognuno di noi il linguaggio nostro nel quale siamo nati? Che cosa è mai questo? »

D. Come si chiama questo fenomeno?

— Glossolalìa.

D. Da chi è stato operato questo prodigio?

— Dallo Spirito Santo.

D. Come è Egli apparso?

— Esternamente in forma di lingue luminosissime di fuoco, internamente con l’illuminare le menti degli Apostoli con una SCIENZA sovrumana, così che da ignoranti pescatori diventarono, d’un tratto solo, i profondi teologi e i filosofi del Cristianesimo: partecipò loro il dono della « glossolalìa », per cui ciascuno degli Apostoli, pur parlando la propria lingua, si faceva capire dagli altri nel rispettivo proprio linguaggio; inoltre riscaldò i loro cuori di un entusiasmo e di un coraggio tale, che diventarono intrepidi banditori del Nome e del Vangelo di Cristo.

D. Che fece Pietro?

— Scese, per la prima volta, sulla pubblica piazza di Gerusalemme, prese la parola, e, rinfacciato ai suoi connazionali il delitto del deicidio: « Sappiate, grida loro, che Colui che voi avete crocifisso e che è risuscitato da morte, è il Cristo ».

D. Che cosa fanno gli uditori?

— Commossi, chiedono a Pietro: « Che dobbiamo fare? » — E Pietro risponde: « Fate penitenza e si battezzi ciascuno di voi nel nome di Gesù Cristo, per la remissione dei vostri peccati; e riceverete il dono dello Spirito Santo » (Act. II, 37-39).

D. Quante persone, furono battezzate in quel giorno!

— Circa tremila.

6 . – I MIRACOLI DI PIETRO E DEGLI APOSTOLI

D. Che cosa aveva promesso Gesù agli Apostoli?

— Che avrebbero confermato la loro predicazione con prodigi di ogni genere.

D. E fu veramente così?

— Sì; infatti mentre un giorno Pietro e Giovanni salivano al tempio per pregare, un mendicante, storpio dalla nascita, giacente presso la porta, chiese loro l’elemosina. Pietro gli disse: « Io non ho né argento, né oro: ma quello che ho, te lo dò: Nel Nome di Gesù Cristo Nazareno, alzati e cammina » (Act. III, 6). E s’alzò guarito.

D. Che cosa seguì a questo miracolo?

— Un accorrere straordinario del popolo ammirato.

D. Che fece allora Pietro?

— Parlò così al popolo: Voi rinnegaste il Santo e il Giusto e chiedeste che vi fosse dato per grazia un omicida. Uccideste l’autore della vita che Dio risuscitò da morte, e testimoni siamo noi. Gesù continua a operare prodigi; ora lo vedeste con i vostri occhi, perché nel suo Nome questo infelice ricevette perfetta salute. Ora io so che voi commetteste il deicidio per ignoranza. Fate dunque penitenza, convertitevi perché siano cancellati i vostri peccati ».

D. Come fu accolto il discorso di Pietro?

— Molti credettero alle sue parole e ricevettero il Battesimo.

7. – L’ALBERO CHE CRESCE

D. Fecero altri miracoli gli Apostoli?

— Sì, al punto che l’ombra solo di Pietro risanava tutti gl’infelici ch’essa raggiungeva, così che si portavano i malati fuori nelle piazze lungo tutto il suo passaggio.

D. Qual era la conseguenza di tanti prodigi?

— Un accorrere incalcolabile di gente dalle vicine città e un aumento quotidiano del numero di Cristiani.

D. Che cosa si verificava intanto?

— La predizione di Gesù che il suo Regno, simile al piccolo grano di senape, da umili origini sarebbe presto cresciuto, divenendo un grande albero.

8. – LA VITA DELLA PRIMA CHIESA

D. Come visse la prima chiesa?

— Di vita tutta propria.

D. Il tempio divenne chiesa cristiana?

— Purtroppo no.

D. Non erano parecchie migliaia i Giudei convertiti?

— Sì, ma i più fanatici restavano ostili.

D. Che ne seguì per questo ?

— Il lento staccarsi della nuova Chiesa dalla Sinagoga, per vivere di vita propria.

D. Che cosa aveva infatti di proprio la nuova Chiesa?

— Un CREDO proprio, che aveva per centro la fede nella divinità di Gesù Cristo. Una MORALE propria, quella del Vangelo. Dei RITI propri, di cui il principale era la SS. Eucarestia, chiamata « frazione del pane », perché, imitando Gesù, si consacrava un unico pane, che veniva spezzato tra i fedeli. Un AMORE scambievole veramente straordinario, spinto fino alla comunanza volontaria dei beni, e una concordia tale da presentare l’intera comunità come una sola famiglia.

D. Era grande perciò il suo prestigio?

— Grandissimo e perciò si dilatava per la Giudea e per la vicina Samaria, e il nome Cristiano attraeva sempre nuove anime a Cristo.

9. – LA PRIMA PERSECUZIONE

D. Aveva mai parlato Gesù agli Apostoli delle persecuzioni che li attendevano?

— Sì, specialmente quando disse loro: « Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me ». « Se hanno perseguitato me; perseguiteranno anche voi ». « Vi cacceranno dalle Sinagoghe; anzi verrà tempo che chi vi ucciderà, si crederà di rendere onore a Dio ». (Jo. XV, 18-20; XVI, 2 ) .

D. Quando si scatenò la persecuzione contro la Chiesa nascente!

— Subito nei primi giorni della sua attività.

D. Come si svolse?

— Il Sinedrio, inquieto per la guarigione dello storpio, e impressionato per il numero rilevante dei convertiti, quella stessa sera chiuse in carcere Pietro e Giovanni, e il domani proibì loro di predicare Cristo. Pochi giorni dopo imprigionò anche gli altri Apostoli.

D. Ubbidirono gli Apostoli all’ingiunzione di non predicare Cristo?

— Risposero unanimi: « Bisogna ubbidire a Dio piuttosto che agli uomini ».

D. Che decisero i Sinedristi?

— Di metterli a morte.

D. Chi si oppose a tale sentenza?

— Il saggio Gamaliele, il quale fece riconoscere che non conveniva macchiarsi di altro sangue, perché se la religione che predicavano gli Apostoli non era divina, sarebbe svanita da sé; se invece era realmente da Dio, sarebbe fatica inutile tentare di distruggerla.

D. Che venne fatto agli Apostoli?

— Furono battuti con verghe e fu rinnovato il rigoroso divieto di predicare Gesù.

D. Come uscirono essi dal cospetto del consiglio sinedrista?

— « Contenti per essere stati degni di patito oltraggio per il Nome di Gesù » (Act. V, 41), e continuarono ad evangelizzare Gesù Cristo e nel tempio e per le case.

10. – ELEZIONE DEI DIACONI

D. Che cosa portò l’aumento quotidiano del numero dei fedeli?

— Ad un aumento tale delle varie cure della Chiesa, che gli Apostoli non bastavano più.

D. Che cosa si decise allora?

— L’elezione di sette aiutanti, che furon detti « diaconi ».

D . Quali cure furono loro affidate?

— La cura degli orfani, vedove e bisognosi; aiutavan pure a predicare.

D. Chi si distinse particolarmente fra i diàconi?

— Santo Stefano.

11. – IL PRIMO MARTIRE

D. Che faceva S. Stefano?

— Pieno di grazia e di entusiasmo, operava prodigi grandi tra il popolo e pochi resistevano alla sua predicazione.

D. Piacque tutto questo alla Sinagoga?

— Tutt’altro; per cui concentrò il suo odio contro il giovane evangelizzatore.

D. Che ne seguì?

— Fu citato a rispondere davanti al Sinedrio.

D. Si impressionò Stefano?

— Affatto; anzi comparso là dentro, rimproverò ai Giudei la loro incredulità, dimostrando che Gesù Nazareno era il Messìa promesso ai loro padri. E concluse: « Duri di cervice… voi resistete sempre allo Spirito Santo; come i padri vostri così anche voi; traditori e omicidi, uccideste il Cristo ».

D. Come accolsero il discorso di Stefano ?

— Furenti, lo cacciarono fuori città e lo lapidarono (uccisero con pietre).

D. Come cadde Stefano?

— Da eroe e da santo, gridando ad alta voce: « Signore, non imputar loro questo peccato » (Act. VII).

12. – L’EFFETTO DELLA PERSECUZIONE

D. Che cosa provocò la persecuzione di Stefano?

— Una persecuzione generale contro i Cristiani.

D . Ma con quale effetto?

— Di sbandare i Cristiani in tutte le direzioni, e (ciò che non previdero i persecutori) di farli banditori della nuova fede nelle varie Provincie della Palestina, di là dal Giordano, nella Siria, facendola conoscere non solo ai Giudei, ma anche ai Gentili, cioè agli idolatri dei vari culti orientali ed occidentali.

D. E la Sinagoga di Gerusalemme ne fu soddisfatta?

— Inferocita, per questo dilagare del Cristianesimo, usò tutti i mezzi per soffocarlo; suoi incaricati percorrevano le varie località, rastrellando quanti Cristiani trovavano, per trascinarli a Gerusalemme.

D. Chi si distinse tra i più fanatici persecutori?

— Uno di nome Saulo.

13. – SAULO

D. Chi era costui?

— Un fariseo di Tarso, in Cilicia, nell’Asia Minore. Venuto a Gerusalemme fu alla scuola di Gamaliele, poi passò al servizio del Sinedrio.

D. Aveva egli conosciuto Gesù?

— Personalmente no, ma, istigato dalla sètta dei farisei, ne odiava la dottrina e i seguaci. Quanti oggi, come Saulo, sono vittime della sètta in cui sono incappati!

D. Che cosa fece Saulo?

— Si presentò al sommo sacerdote e gli chiese lettere per le sinagoghe di Damasco, che lo autorizzassero a legare e a condurre prigionieri a Gerusalemme quanti Giudei trovasse, che credevano in Gesù.

14. – LA CONVERSIONE DI SAULO

D. Che gli avvenne sulla via di Damasco?

— Folgorato da un’improvvisa luce, che lo abbagliò, stramazzò a terra, mentre una voce misteriosa gli gridò: « Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? ».

D. Che rispose egli?

— « Chi sei tu, Signore? ».

D. Quale risposta ne ebbe?

— Questa: « Io sono Gesù che tu perseguiti ».

D. Capì Paolo il suo errore?

— Subito e decise di ripararvi, chiedendo a Gesù: « Signore, ora che ti conosco, che vuoi che io faccia? ».

D. Che cosa gli comandò Gesù?

— Levati su, entra in città e lì ti sarà detto quel che tu debba fare ». (Act. IX).

D. E gli sgherri che accompagnavano Saulo?

— Rimasero storditi, perché videro Saulo rovesciato da cavallo, udirono il colloquio, ma senza vedere.

D. Che fece Saulo?

— Alzatosi, s’accorse d’esser diventato cieco; si fece condurre a mano in città, dove rimase tre giorni senza vedere, in assoluto digiuno e preghiera.

D. Da chi fu incontrato a Damasco?

— Da Anania, discepolo del Signore. Anania, saputo, per rivelazione di Gesù, che quel persecutore sarebbe diventato uno dei più zelanti Apostoli, gli fece ricuperare la vista, lo battezzò, e lo ricevette nella comunità cristiana.

D. Come si diportò Saulo entrato in grembo alla Chiesa?

— Per quel carattere fiero, che aveva, non si accontentò di restare fra i semplici gregari, ma passò subito in prima fila tra i missionari, tra i propagandisti del Vangelo, predicando Gesù nelle stesse sinagoghe di Damasco.

D. Come fu accolto dai fanatici Giudei?

— Tentarono di ucciderlo, ma, riuscito a fuggire, ritornò a Gerusalemme e di là a Tarso sua patria, attendendo il momento di iniziare i suoi famosi viaggi di evangelizzazione.

15. – ALTRI AVVENIMENTI DELLA CHIESA FRA GLI EBREI

D. Che fece la chiesa palestinese, cessata la persecuzione?

— Approfittò della pace, per consolidarsi in Giudea, Galilea e Samaria. Pietro visitava le varie comunità, operando prodigi di ogni genere.

D. La sinagoga fece pace con il Cristianesimo?

— Mai. Gli rimase sempre e dovunque ferocemente ostile.

D. La Chiesa godette d’una pace lunga?

— Breve. Divenuto re di Palestina Erode Agrippa, ricominciò la persecuzione, durante la quale fu martirizzato Giacomo il Maggiore, fratello di Giovanni, e gettato in prigione Pietro, per ucciderlo, ma un Angelo lo trasse miracolosamente fuori dal carcere.

D. Dove si portò Pietro?

— Liberato dal carcere, si congedò dagli amici di Gerusalemme, per passare nella Siria ad Antiochia, e da qui a Roma, dove fissò la sua sede.

D. E gli altri Apostoli?

— Si dettero alla predicazione, confermandola con il martirio.

D. Quali le conseguenze del rifiuto dei Giudei di ricevere il Vangelo ?

— Il Vangelo fu accolto dai pagani; Gerusalemme distrutta e dispersi gli Ebrei.

http://www.exsurgatdeus.org/2020/07/02/da-s-pietro-a-pio-xii-2/

3 MAGGIO: S.S. GREGORIO XVIII, 29 ANNI CON LA CROCE DI CRISTO SULLE SPALLE!

Il 3 maggio del 1991, in un Conclave a porte chiuse, veniva eletto dai Cardinali nominati in segreto da Gregorio XVII, al Soglio pontificio, S.S. Gregorio XVIII, successore dello stesso S.S. Gregorio XVII, G. Siri. Il giorno non fu scelto a caso dallo Spirito Santo: è questo infatti il giorno in cui la Chiesa Cattolica festeggia l’Invenzione della Croce di Nostro Signore Gesù Cristo. Conosciamo la storia di S. Elena, recatasi a Gerusalemme con questa precisa intenzione, del Vescovo Macario che per distinguere tra le tre croci ritrovate in profondità nel terreno del luogo della crocefissione, escogitò un mirabile espediente, facendo avvicinare le croci, una per volta ad una donna mortalmente malata. La Croce sulla quale era morta l’umanità di Cristo, risanò all’istante la donna. Ma cosa vuole indicare lo Spirito con questo giorno scelto per l’elezione del Vicario di Cristo? La  Croce ritrovata, viene posta sulle spalle del nuovo Vicario di Cristo che dovrà così ripercorrere la salita sul Calvario fino alla crocifissione ed alla morte su quella stessa croce, per rinnovare la Passione di Cristo nella sua Chiesa nella persona proprio del suo Vicario. Come scriveva il Cardinal Manning nel secolo XIX, la Chiesa deve ripetere in tutto la vita terrena del suo Capo divino. Ecco che dopo il “tradimento di Giuda”, l’Apostasia dei più alti rappresentanti ecclesiastici, la passione nel Gestsemani di Gregorio XVII, costretto ad una cripto-prigionia sorvegliatissima per 31 anni, arrivava il momento della salita sul Golgota e dell’immolazione sulla Croce. Questo è stato il compito affidato al Pontificato di Gregorio XVIII, sottolineato ancora più dal ricordo che il Martirologio Romano fa in questo giorno di S. Alessandro I Pontefice e martire, ucciso dopo innumerevoli strazi. Alla morte in Croce, seguirà – come a Gerusalemme – la sepoltura nel sepolcro di Gesù, e la sua Chiesa sarà dichiarata morta e sepolta da tutti gli empi e dagli ipocriti marrani della terra. Ma … dopo tre giorni (di buio?), il Cristo Salvatore risorgerà vittorioso in maniera improvvisa ed inattesa dai suoi nemici, ancora una volta riprenderà la sua corona di gloria strappandola al “signore dell’universo-lucifero” – nel frattempo spacciatosi per Dio e postosi su tutti gli altari e sulla “usurpata” Cattedra di Pietro per essere adorato –; … e la Chiesa Cattolica, come Sposa immacolata di Cristo senza ruga né macchia di infamia o di errore, nuovamente risplenderà come Maestra dei popoli e Luce nelle tenebre per gli erranti accecati, ivi sarà ripristinato il culto divino apostolico autentico dei Padri e dei Pontefici di tutti i tempi con la restaurazione del Sacrificio perenne. Al Pusillus grex cattolico, mai come in questa giornata, si raccomanda preghiera e penitenza per il Santo Padre Gregorio XVIII, perché il Signore gli dia la forza e la grazia necessaria per affrontare la passione del Calvario, le sofferenze ad essa collegata, onde rinnovare, almeno in spirito, la morte sulla Croce di Gesù Cristo Nostro Signore. Che la Vergine Maria, assista ancora una volta ai piedi della Croce, come già fece con il Figlio suo e di Dio, questo figlio da Lei generato nello Spirito Santo, ed aiuti tutti noi in questa prova finale della nostra fede divina in Cristo l’uomo-Dio, nostro Salvatore.

26 OTTOBRE 1958: HABEMUS PAPAM! LA CHIESA ECLISSATA COMPIE 60 ANNI!

Pio XII, crea Cardinale il suo successore, il futuro Gregorio XVII.

La colomba, simbolo dello SPIRITO SANTO, mostra il vero designato da DIO.

26 ottobre 1958 ore 18.00:

FUMATA BIANCA: HABEMUS PAPAM:

Pontifex Maximus Gregorius XVII
(1958 – 1989 A. D.)

PAPA GREGORIO XVII

(1906-1989)

NascitaGiuseppe Siri, 20 Maggio, 1906, Genova, Italia.

Studi. Seminario di Genova; Università Pontificia Gregoriana, Roma.

Sacerdozio. Ordinato il 22 Settembre, 1928, Genova. Ulteriori studi, 1928-1930. Membro della Facoltà del Seminario di Genova e lavoro pastorale a Genova, 1930-1944.

Episcopato. Eletto Vescovo titolare di Liviade e nominato ausiliario di Genova, 14 Marzo, 1944. Consacrato, il 7 Maggio 1944, a Genova, dal Cardinale Pietro Boetto, S.J., Arcivescovo di Genova. Promosso  alla sede metropolitana di Genova, 14 Maggio 1946.

Cardinalato. Creato  Cardinale prete, il 12 Gennaio 1953; riceve la beretta rossa con il titolo di S. Maria della Vittoria, il 15 Gennaio 1953. Delegato Papale alla celebrazione del 4° centenario della morte di S. Ignazio di Loyola il 19 giugno del 1956,  e alle celebrazioni religiose dell’Esposizione Internazionale di Bruxelles, Belgio, il 24 luglio del 1958.

Romano Pontefice. Eletto  261° Successore di San Pietro, all’unanimità, con il nome di Gregorio XVII, il 26 Ottobre del 1958 in S. Pietro a Roma. (Scelse il nome di Gregorio in onore del Papa S. Gregorio VII)

Importanti Atti pontifici. Crea Cardinali (compresa la designazione di un Camerlengo) onde perpetuare la missione della Chiesa (Gerarchia) nel 1988. Elabora il Piano di continuità Papale che attua dal 1988 al 1989, comprese le direttive Pontificie per eleggere prontamente il suo successore nel caso fosse morto in modo improvvio (come effettivamente avvenne).

Morte. Muore il 2 maggio del 1989 in esilio (come S. Gregorio Vll) a Villa Campostano, Albaro, Genova, Italia.

 … le vera Fede si è spenta e la falsa luce rischiara il mondo … il Vicario di mio Figlio dovrà soffrire molto, perché per qualche tempo la Chiesa sarà abbandonata a grandi persecuzioni: quello sarà il tempo delle tenebre … la Chiesa avrà una crisi orrenda. –  Roma perderà la Fede e diventerà la sede dell’Anticristo La Chiesa sarà eclissata ed il mondo sarà nella costernazione

[La Beata Vergine a La Salette]

 “… il popolo romano, un po’ prima della fine del mondo, ritornerà al Paganesimo e scaccerà il Romano Pontefice…  (S. Roberto Bellarmino)

[Roma] da cristiana ridiventerà ribelle. Scaccerà il cristiano Pontefice e i fedeli che aderiscono a lui. Li perseguiterà e li ucciderà. …   (Cornelio Alapide in: comm. Apoc. cap. XVII).

… Verumtamen Deus confringet capita inimicorum suorum, verticem capilli perambulantium in delictis suis … [Sì, Dio schiaccerà il capo dei suoi nemici, la testa altéra di chi percorre la via del delitto]- Ps. LXVII, 22.

ET IPSA CONTERET CAPUT TUUM…

 

 

 

I PAPI DELLE CATACOMBE (10)

I Papi delle Catacombe [10]

[J. Chantrel: I Papi delle Catacombe. Dillet ed. Parigi, 1862]


San Ponziano (230-235), successore di Urbano, esiliato dapprima nell’isola di Buccina, una delle più selvagge della costa meridionale della Sardegna, ebbe in seguito la testa tagliata nel primo anno della persecuzione di Massimiano.

San Antero (235-236), eletto in dicembre, fu martirizzato il 3 gennaio seguente, dopo un mese di Pontificato, consacrato a raccogliere gli atti dei martiri, comprovati da notai o scrivani deputati a questo scopo dopo il pontificato di San Clemente. –

Un avvenimento meraviglioso decise l’elezione di San Fabiano (236-250). I confratelli erano riuniti per l’elezione, e si proposero diversi personaggi considerevoli, senza pensare a Fabiano, che era presente, ma che non ancora apparteneva al clero. Tutto ad un tratto una colomba, volando sopra l’assemblea, venne a posarsi sul capo di Fabiano. Si considerò questo fatto straordinario come un’indicazione del cielo, e Fabiano fu acclamato ad una voce. Fu durante questo Pontificato che San Gregorio, soprannominato Taumaturgo, o fautore di miracoli, per i numerosi prodigi che operò, cominciò ad essere conosciuto in tutta la Chiesa. Questo Santo nacque a Cesarea, nel Ponto. I suoi genitori erano pagani; ancora giovane si recò a Cesarea in Palestina, e vi incontrò Origene, al tempo nel pieno fulgore della sua rinomanza. Le lezioni di questo grande maestro lo attrassero talmente, che non volle più lasciarlo. Egli abbracciò il Cristianesimo e fu battezzato. Essendo Origene obbligato a nascondersi a causa della persecuzione, Gregorio si recò ad Alessandria dove un prodigio venne ad attestare la castità dei suoi costumi, che aveva eccitato la gelosia di qualcuno dei suoi compagni di studi. Egli tornò a Cesarea, quando Origene poté ricominciare le sue lezioni, e dopo essersi rafforzato nella fede, tornò nella sua patria. Ci si aspettava di vedere un oratore abile ed un eminente giureconsulto; egli si mostrò ai suoi concittadini come un fervente neofito. Ben presto Fedimo, Vescovo di Amasea, lo giudicò degno dell’episcopato, e lo mise a capo della Chiesa di Neocesarea, che all’epoca non contava che diciassette cristiani. Neocesarea era una città ricca, grande e popolosa, ma i costumi erano corrotti e l’idolatria vi regnava senza ostacoli. La fede di Gregorio si infiammò e gli fece operare dei miracoli. La sua vita, a partire da questo momento, non fu che una serie di prodigi che attestavano alla lettera queste parole del Signore Gesù-Cristo. « La fede trasporta le montagne … voi farete miracoli più grandi dei miei. » Un sacerdote pagano gli disse un giorno: « comandate a questa roccia di andare in quel posto, ed io crederò a Gesù. » Gregorio comandò alla roccia che si spostò fino al punto designato. Le sue prime predicazioni ed i suoi miracoli operarono numerose conversioni a Neocesarea. Il Lycus, fiume che scorre vicino a questa città, straripava spesso devastando le campagne circostanti; il Santo piantò il suo bastone in un punto vietando al fiume di oltrepassarlo. San Gregorio di Nissa scriveva, più di cento anni dopo, che da allora non si erano più avuti straripamenti. Durante un viaggio che il Santo fece, due giudei, che conoscevano la sua carità, fecero ricorso ad uno stratagemma per ingannarlo. Uno dei due si stese a terra fingendosi morto; l’altro si lamentava pregando il Vescovo di dargli qualcosa per sotterrare il compagno. Il santo prese il suo mantello e lo pose sul preteso morto. Quando fu ben distante, l’impostore corse dal compagno dicendogli di alzarsi, ma costui era realmente morto. I miracoli, la saggezza, la carità e lo zelo di Gregorio furono ampiamente ricompensati. Sentendo approssimarsi la sua ultima ora (verso il 270) si informò se ci fossero ancora molti pagani nella sua città episcopale; non se ne trovarono che diciassette. Egli allora alzò le mani al cielo, sospirando del fatto che la vera religione non era la sola della sua diocesi; ma nello stesso tempo ringraziò il Signore che, come quando era arrivato, non si erano trovati che diciassette cristiani, nel lasciarla alla sua morte, non si erano trovati che diciassette infedeli. Il Pontificato di Fabiano fu illustrato dalla pietà e dallo zelo profuso contro l’eresia dal Santo Pontefice. Egli raccomandò il culto dei martiri, fece distribuire in maniera regolare le risorse che la carità dei fedeli metteva tra le sue mani, e morì gloriosamente per Gesù-Cristo nel primo anno della persecuzione di Decio. Qualche storico gli attribuisce la conversione dell’imperatore Filippo. La sede di Roma restò vacante per diciotto mesi, dopodiché fu eletto San Cornelio, che governò la Chiesa solo per quindici mesi (251-252). « È stato necessario, dice S. Cipriano, costringere il nuovo Pontefice per fargli accettare questa dignità. In lui non si vide che la tranquillità, la modestia connaturale a coloro che Dio sceglie come Vescovi. È così che egli giunse al supremo grado del sacerdozio, dopo essere passato attraverso tutti i ministeri della gerarchia, ed essersi mostrato in ciascuno di essi lo strumento della grazia divina. » Tuttavia questa elezione fu contestata, ed è all’epoca che si vide il primo Antipapa: Novaziano, che accusò Cornelio di essere un “libellatico”, cioè di avere comprato la propria vita con il denaro durante la persecuzione. Cinque sacerdoti di Roma seguirono Novaziano. L’antipapa si fece ordinare da tre vescovi italiani, dei quali carpì grossolanamente la buona fede facendoli piombare in uno stato quasi di ebrezza. Allo scisma, Novaziano aggiunse ben presto l’eresia; egli pretendeva che la Chiesa non avesse il potere di assolvere coloro che erano caduti nella persecuzione, qualunque penitenza venisse fissata; egli condannò assolutamente le secondo nozze, e sedusse un gran numero di persone con le sue apparenze di austerità e severità. San Dionigi di Alessandria combatté vigorosamente lo scisma; egli rispose in questi termini alla notifica dell’antipapa: « Se vi si è ordinato vostro malgrado, come pretendete, datene una prova abdicando dal vostro pieno grado, perché bisogna soffrire tutto, piuttosto che dividere la Chiesa di Dio. Il martirio che avreste da sopportare per evitare uno scisma, non sarebbe meno grave dell’altro. » San Cipriano radunò a Cartagine un Concilio di settanta vescovi, che anatemizzarono Novaziano e riconobbero il Papa legittimo. San Cornelio radunò da parte sua a Roma un Concilio si sessanta vescovi: Novaziano fu condannato; i cinque sacerdoti che lo avevano seguito, si sottomisero, come uno dei Vescovi che avevano consacrato Novaziano, e lo scisma finì per risolversi con la riprovazione di tutte le Chiese. San Cornelio fu messo in prigione per ordine dell’imperatore Gallo, che era succeduto a Decio, e fu in seguito esiliato a Civitavecchia, ove la gloriosa morte giunse il 14 settembre 252. Egli meritava, ha detto San Cipriano, la palma dei Confessori, perché aveva sfidato il furore dei tiranni, osando accettare un titolo che in questi tempi era una sentenza di morte. » Si è lodata in lui una purezza veramente verginale, una moderazione ed una fermezza singolare. Gli si attribuisce il decreto che vietava di ammettere alcun fedele a prestare un giuramento o a pronunciare dei voti, prima dei quattordici anni. [L’abbé Darras, Histoire de l’Église,].

San Luce, o Lucio, successore di San Cornelio, e che era stato esiliato con lui, non governò la Chiesa che per cinque mesi (25 settembre-4 marzo 253). La sua elevazione al Pontificato supremo, lo espose alla collera di Gallo, che lo esiliò quasi subito. Egli potette tornare a Roma dove lavorò febbrilmente a distruggere i resti dello scisma; ma catturato nuovamente, fu decapitato.

Santo Stefano I 253-257) ebbe fin dall’inizio a segnalarsi per la sua carità durante una orribile peste che devastò tuto l’impero e che fece a Roma in un solo giorno quasi cinquemila vittime. Egli si dimostrò degno Pastore di questo gregge desolato, ed inviò soccorsi fin nelle città più sperdute dell’impero. Una grave questione venne ad affliggere il suo cuore e minacciò di dividere la Chiesa. Si trattava di decidere se il Battesimo, conferito dagli eretici, fosse valido o meno. La dottrina della Chiesa, fuor di contestazione oggi, è che ogni Battesimo conferito nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito-Santo, è valido, fosse anche amministrato da un eretico o un pagano, ma che invece è nullo, fosse anche conferito da un Cattolico o un sacerdote, se mancano le condizioni che ne costituiscono l’essenza: l’acqua ed il Nome delle tre Persone della Santissima Trinità. La sede di Pietro non ha mai variato su questo punto, ed è la dottrina che sostenne il Papa Stefano. Ma San Cipriano fu di opposto parere; egli sostenne che bisognava battezzare di nuovo gli eretici e gli scismatici che si convertivano, e lo sostenne con tenacia tale che stava per condurre ad uno scisma. Santo Stefano si mostrò pieno di longanimità; contento di aver proclamato la legge, lasciò che il tempo portasse alla riflessione per ricondurre gli uomini che si ostinavano per un eccesso di zelo perché credevano essere quella la verità. San Cipriano espiò ben presto con un glorioso martirio ciò che gli si poteva rimproverare in questa diatriba; Santo Stefano avrebbe poi conquistato la medesima corona  qualche tempo prima di lui. Si è scritto di Santo Stefano che avrebbe contraddetto San Cornelio facendo reintegrare nella loro sede due vescovi di Spagna che Cornelio avrebbe destituito, e che avesse errato nella questione del Battesimo degli eretici. Ciò che è stato già detto, confuta la seconda accusa. Quanto ai Vescovi spagnoli di cui si tratta, è stato dimostrato che Cornelio né il suo successore Lucio, avessero mai avuto a che fare con loro, e che solo Santo Stefano ebbe a riformare un primo giudizio che aveva espresso sulla base di false informazioni. Ma si trattava in ogni caso di una questione disciplinare, che non tocca l’infallibilità della sede di Roma [Vedi in: l’abbé Constant, l’Histoire et l’infaillibilité des Papes.].

San Sisto II (257-258) successe a Santo Stefano; si è già parlato in precedenza del suo martirio e di quello del suo diacono San Lorenzo. Il suo Pontificato fu seguito dalla vacanza di un anno.

San Dioniso, che infine fu eletto, governò la Chiesa per dieci anni, (259-269). La persecuzione di Valeriano e le eresie di Sabellio e Paolo di Samosata turbarono il suo Pontificato. Il Martirologio dice di lui: « Egli si rese celebre per i grandi lavori che intraprese per la difesa della Chiesa, e per le istruzioni salutari che ha lasciato alla posterità. » San Basilio lo chiama un Papa illustre per l’integrità della sua fede e lo splendore delle sue virtù. Questi elogi mostrano che il santo Papa fosse degno dei suoi predecessori.

San Felice I fu eletto all’indomani della morte di San Dioniso. In capo a cinque anni (269-274), conquistò tra i tormenti la corona del martirio, durante la persecuzione di Aureliano.

San Eutichiano governò la Chiesa per quasi nove anni (275-283). I Cristiani godevano allora di grande libertà. Eutichiano si dimostrò pieno di sollecitudine per la conservazione delle reliquie dei martiri, e dichiarò che i fedeli che avevano sposato una donna non battezzata, godevano del diritto di ripudiarla o tenerla, a loro piacere. Qui ancora entra in gioco la disciplina della Chiesa, che non è contraria all’indissolubilità del matrimonio, poiché il Sacramento non può esistere che tra Cristiani.

Il Papa San Caio (283-296) vide ricominciare le persecuzioni. Cosa rimarchevole, egli era della Dalmazia, come l’imperatore Diocleziano, ed anche parente dell’imperatore, e fu dapprima schiavo di un senatore romano. La Provvidenza, dice uno storico della Chiesa (l’abbé Darras), destinava a due membri della stessa famiglia due sovranità ben diverse: l’uno assumeva con l’omicidio una corona che doveva ancora tingere con il sangue di migliaia di Cristiani; l’altro otteneva con le sue virtù una regalità spirituale che tanti dei suoi predecessori avevano pagato con il loro sangue. Era la differenza tre l’impero pagano e l’impero cristiano; essa indica tutto ciò che l’umanità aveva da guadagnare nella sostituzione del secondo al primo. Caio fu all’altezza delle terribili prove che si abbattevano sulla Chiesa: egli fu, dicono gli storici, un Pontefice di rara prudenza e di una virtù coraggiosa. Le sue sofferenze per la fede gli meritarono il titolo di martire.

San Marcellino, che gli successe (296-304), si dimostrò, dice Teodoreto, tanto forte per la persecuzione venuta ai suoi tempi. Non si poteva fare un elogio più bello ad un Papa che vide aprirsi l’era dei martiri. I donatisti, scismatici dell’Africa, osarono tuttavia, più di un secolo dopo, offuscare la memoria di questo coraggioso Pontefice, producendo gli atti supposti di un falso concilio di Sinuessa, che accusavano Marcellino di aver consegnato le Scritture sante ai persecutori e di avere, in un momento di debolezza, offerto incenso agli idoli. I lavori della moderna erudizione, in accordo con le testimonianze contemporanee più autentiche, hanno vendicato il Santo Papa di una calunnia che si appoggiava falsamente su di una leggenda inserita nel breviario romano. Sant’Agostino aveva già risolto la questione, rispondendo a Petiliano, capo e difensore dei donatisti: « Ed ora c’è dunque bisogno di rifiutare le accuse portate da Petiliano contro i Vescovi di Roma, che egli perseguitava con le sue imposture e calunnie con un accanimento incredibile? Egli accusa Marcellino, Melchiade, Marcello, Silvestro di aver consegnato i libri santi e presentato dell’incenso agli idoli;  ma un rimprovero che non è fondato su niente, può dunque da se stesso solo, stabilire la loro colpevolezza? Petiliano assicura che essi sono stati dei sacrileghi, ma io rispondo che essi sono innocenti: perché mettermi in pena di sviluppare mezzi di difesa, quando l’accusa non è sostenuta da alcuna prova? » Dopo il martirio di San Marcellino, la Santa Sede restò vacante per quasi quattro anni (304-308), tanto la persecuzione infuriava con violenza. Infine poté essere eletto San Marcello.

San Marcello. Il nuovo Papa doveva attendersi il martirio. Massenzio, figlio di Massimiano Ercole, essendo divenuto padrone di Roma, lo fece imprigionare, e gli ordinò di rinunciare al titolo di Vescovo e di sacrificare agli idoli. Marcello resistette: fu condannato a servire tra gli schiavi che prestavano cura alle scuderie imperiali. « Stravolto dalle fatiche e dalle umiliazioni di questa miserevole condizione, morì tra i rifiuti e le deiezioni. » È così che una pretesa Storia dei Papi, racconta la fine di San Marcello!  Quel che è vero però, è che dopo nove mesi dall’odioso supplizio che gli si inflisse, Marcello fu liberato nella notte dal suo clero, accolto nella casa ospitale di una dama romana, di nome Lucilla, che lo nascose con estrema cura. La polizia di Massenzio finì per scoprire il suo rifugio, ed il tiranno condannò il Santo Papa all’ultimo supplizio. San Marcello, eletto nel 308, morì nel 310.

San Eusebio,  che gli successe, governò la Chiesa solo per pochi mesi, durante i quali mostrò un grande zelo per la disciplina e la fede. Massenzio, che l’autorità del Sovrano-Pontefice, metteva in grande imbarazzo per la sua tirannia, volle mescolarsi agli affari della Chiesa, come d’altra parte fecero tanti imperatori e re dopo di lui. Eusebio conservò l’indipendenza del potere spirituale, ma fu esiliato in Sicilia, ove morì il 26 settembre del 310. La Santa Sede restò vacante quasi per un anno: i persecutori dovettero credere che avevano soffocato nel sangue questa Religione che perseguitavano così violentemente da sette interi anni. Si sono trovate delle iscrizioni nelle quali Diocleziano ed i suoi colleghi si vantavano di questa vittoria: « Diocleziano Giove, Massimiano Ercole, cesari augusti, dopo aver esteso l’impero romano in Oriente ed Occidente, ed aver abolito il nome di Cristiani che destabilizzavano lo Stato. » Triste trionfo! Diocleziano moriva a Salone, Massimiano Ercole moriva qualche mese dopo San Eusebio, la punizione di Massenzio era in preparazione, e dall’anno seguente, Galero doveva firmare, nel suo letto di dolore, l’editto che rendeva la pace alla maggior parte dell’impero. Questi sono i trionfi che si riportano sulla Chiesa. Lo stesso successore di San Eusebio,  San Melchiade, vide Costantino entrare a Roma; con questo grande imperatore, il Cristianesimo prendeva possesso del mondo.

San Melchiade, era il trentunesimo successore di San Pietro. Quale magnifica serie di santi e di martiri! Hanno tutti brillato per magnificenza di santità, di fede e di dottrina; tutti i Vescovi hanno reso loro omaggio, ed essi hanno dimostrato di condividere la sollecitudine di tutte le Chiese. L’eresia ha trovato in essi i più intrepidi avversari, la disciplina i suoi più decisi sostenitori; essi erano veramente i Vescovi dei Vescovi; era certamente la Chiesa Romana la madre e maestra di tutte le altre; era certamente là la sede di Pietro e queste porte contro le quali l’inferno non può prevalere. I fatti sono là; la storia, seriamente studiata, dissipa tutte le nubi che potrebbero restare negli spiriti: la falsa scienza, la blasfemia ed il sarcasmo non possono nulla contro la travolgente testimonianza di tutti i secoli.

FINE

 

 

I PAPI DELLE CATACOMBE (9)

I Papi delle Catacombe [9]

[J. Chantrel: I Papi delle Catacombe. Dillet ed. Parigi, 1862]

V

Successione dei Papi.

I Papi meritavano di essere i generali di queste armate di martiri, di queste legioni di dottori, di santi, di vergini? Quasi tutti coloro che si succedettero sulla cattedra di San Pietro, nei due secoli che vennero ad attraversare la storia, morirono martiri, e tutti furono modello di ogni virtù, tutti si mostrarono intrepidi difensori della fede e della dottrina; nelle difficoltà gli occhi erano voltati a loro, ad essi venivano indirizzati. Tutte le Chiese li riconoscevano come i Vescovi dei Vescovi: il loro primato brilla, da questi primi secoli, di un bagliore sul quale la sola empietà può tentare di ammassare nubi. Non li si vede indubbiamente produrre delle opere così magnifiche come quelle conosciute di diversi dottori; ma essi, quasi continuamente nascosti nelle catacombe, regnano spesso solo qualche anno o qualche mese, sostenendo le fatiche delle persecuzioni, affaticati dalle sollecitudini di una Chiesa tormentata più vivamente di tutte le altre, e dalla sollecitudine di tutte le Chiese del mondo, avrebbero mai potuto avere il tempo di scrivere magnifiche opere come quelle dei dottori che tutti i secoli hanno studiato ed ammirato? L’autorità ha generalmente un’azione meno eclatante, ma non meno utile e spesso più efficace della discussione, e questo lo si vede precisamente nell’oscurità relativa che circonda i primi Papi, una prova in più dell’universalità della loro azione e dell’autorità generale di cui essi godevano. Un rapido colpo d’occhio sulla loro successione fa vedere quale posto importante occupino nella Chiesa. Il Primato di san Pietro nel collegio apostolico non può essere contestato. Avendo Gesù-Cristo promesso alla Chiesa di essere con essa fino alla fine dei secoli, è ai successori di San Pietro che doveva passare questo Primato, con tutti i privilegi del Principe degli Apostoli, il potere supremo delle chiavi, e l’infallibilità che gli permetteva di confermare i suoi fratelli, secondo le stesse parole del Salvatore. Avendo San Pietro occupato successivamente due sedi, quella di Antiochia e quella di Roma, non potevano aversi dubbi che su queste due sedi. Ora non è ad Antiochia che Pietro è morto; il suo successore ad Antiochia, non potendo essere il capo della Chiesa quando S. Pietro viveva, non poteva trasmettere al suo successore se non i suoi privilegi, cioè quelli di un semplice Vescovo. Infatti mai Antiochia ha reclamato il primato; e si è visto sant’Ignazio, scrivendo ai romani, distinguere la loro Chiesa tra tutte le altre. Tutto si riduce dunque nel constatare che San Pietro è morto Vescovo di Roma e, fatto stabilito nel modo più incontestabile, a constatare la successione legittima degli altri Vescovi di Roma. Ora se c’è qualche difficoltà nell’ordine della successione dei due o tre Pontefici e sulla data precisa della loro nomina e della loro morte, queste difficoltà si spiegano perfettamente con lo stato di violenta persecuzione in cui essi si trovavano, e per le differenze di cronologia che esistono anche per i fatti più universalmente ammessi nella storia di tutti i tempi. Così, nel primo secolo, esistono delle difficoltà per i primi tre o quattro primi successori di San Pietro: alcuni dànno i nomi di Lino, Cleto, Clemente e Anacleto, altri non ammettono che tre Pontefici: Lino, Cleto e Clemente. Questo proverebbe solo che ci sono stati recenti dubbi su questa successione, e non certo che ai tempi dei Papi i Cristiani ignorassero in quale ordine questi si fossero succeduti. L’erudizione moderna è venuta poi a risolvere la difficoltà: si riconosce oggi generalmente che Cleto ed Anacleto non formano che un solo Papa. Cleto, eletto come successore a San Lino, l’anno 78, fu compreso in un ordine di esilio contro i Cristiani reso, sotto Vespasiano, dal prefetto di Roma; al suo ritorno, sotto il regno di Tito, egli prese il nome di Anacleto, che in greco significa “richiamato”.

San Lino successe dunque a San Pietro, nell’anno 65 dopo Gesù-Cristo.

San Cleto o Anacleto successe a San Lino nel 76.

San Clemente successe a San Anacleto nel 91.

San Evaristo successe a San Clemente, nell’anno 100.

Il Pontificato di San Evaristo (dal 100 al 109), vide la terza persecuzione, quella di Traiano. Si attribuisce a questo Papa, che fu una delle vittime della persecuzione, l’istituzione dei Cardinali-Preti, poiché fu il primo che divise Roma in titoli o parrocchie, assegnandovi a ciascuna un sacerdote; egli ordinò pure che sette diaconi accompagnassero il Vescovo quando predicava.

Sant’Alessandro I (109-119), morto pure martire, ordinò ai preti di richiamare nella Messa il ricordo della Passione; egli ordinò la mescolanza dell’acqua e del vino nel calice, ed introdusse tra i Cristiani l’avere acqua benedetta nelle loro case. Gli si attribuisce pure l’uso del pane senza lievito per il santo sacrificio. « Così, sottolinea in questa occasione il cardinale Baronio, le pie tradizioni venute dagli Apostoli venivano confermate e ricevevano una sanzione regolare dai loro immediati successori. »

San Sisto I (119-128), che fu martirizzato sotto Adriano, emanò un decreto per riservare ai soli ministri il potere di toccare le cose sante, e completò la liturgia della Messa con il canto del Sanctus. Egli ordinò pure che i Vescovi che erano stati inviati alla Cattedra apostolica, non potessero essere ricevuti nel luogo della loro giurisdizione, se non con lettera della Santa-Sede, indirizzata in forma di saluto al loro popolo. La gerarchia si costituiva dunque nell’unità di governo, nell’autorità dei successori di San Pietro, e nessuno vi resisteva perché si riconosceva che il Vescovo di Roma non faceva che uso di un legittimo diritto.

San Telesforo, che governò la Chiesa dal 128 al 139, confermò l’istituzione apostolica della quaresima, ordinando un digiuno di sette settimane prima di Pasqua, mantenendo così l’uso di non celebrar Messa prima dell’ora terza (le nove del mattino), eccetto per la Messa di mezzanotte di Natale, ed introdusse nella liturgia il canto del Gloria in excelsis. Un glorioso martirio pose fine alla sua vita come a quella dei suoi predecessori.

San Igino (139-142), era nato ad Atene, e si era convertito dalla filosofia pagana alla fede. Egli scomunicò l’eresiarca Cerdone, che era venuto a predicare i suoi errori a Roma; tentò di ricondurre all’ovile con la dolcezza un altro eresiarca, Valentino; ma costui continuò a propagare le sue dottrine gnostiche, ed il successore di Igino dovette allontanarlo dalla comunione con la Chiesa. Igino morì martire, gli si attribuisce il costume di prendere un padrino ed una madrina per il Battesimo dei bambini.

San Pio I (142-157) morì martire. Uno dei suoi decreti mostra che il Battesimo dato dagli eretici è stato in ogni tempo considerato valido, quando le condizioni richieste per la somministrazione di questo Sacramento, fossero state adempiute.

Sotto il pontificato di Sant’Aniceto (157-158), cominciò ad agitarsi una questione che preoccupò per lungo tempo la Chiesa: quella della celebrazione della Pasqua. Siccome si era trasferita la celebrazione del sabato alla domenica, San Pietro aveva trasferito ugualmente in questo giorno la celebrazione della festa di Pasqua, ma non ne aveva fatto un obbligo, ed i Pontefici romani tollerarono in Oriente la celebrazione del sabato. Ben presto si ebbero delle discussioni tra i Cristiani sul soggetto di questa differenza. San Policarpo venne a Roma per conferire con Sant’Aniceto: il venerabile discepolo di San Giovanni aveva lavorato con successo a sradicare diversi usi introdotti nella Chiesa dai giudei convertiti; egli non credeva di dover sradicare questo uso, al quale egli stesso teneva perché lo aveva sempre visto seguito dall’Apostolo suo maestro. Aniceto pensò che non fosse ancora venuto il momento di cambiare su questo punto la disciplina della Chiesa orientale; egli permise anche agli asiatici che si trovavano a Roma di seguire l’usanza dei loro paesi. Policarpo fu trattato con grandi onori;  Aniceto gli fece celebrare i santi misteri in sua presenza; molti eretici si convertirono alla predicazione del Vescovi di Smirne, e l’insolenza di Marcione fu confusa da queste parole, che sono state già riportate: « Io ti conoscono come il figlio primogenito di satana. » I due santi Pontefici si diedero il bacio di pace prima di separarsi; essi non dovevano più rivedersi che nel cielo, ove il martirio li condusse entrambi. Il viaggio di San Policarpo a Roma è una preziosa testimonianza del primato della Cattedra apostolica e romana. Sant’Aniceto proibì ai chierici di lasciarsi crescere i capelli, secondo il precetto dell’Apostolo, ciò che si deve senza dubbio intendere della tonsura.

San Sotero gli successe (168-177); egli ebbe a sostenere la persecuzione di Marco Aurelio: i gloriosi martîri di Santa Felicita, di San Policarpo, dell’apologista San Giustino e di migliaia altri, precedettero il suo. Egli mostrò un grande zelo contro l’eresia, principalmente contro quella dei montanisti che allora si moltiplicavano, ed una grande carità per le chiese che soffrivano della persecuzione. Una lettera di San Dionigi di Corinto richiama l’antica e toccante carità di questi Pontefici romani, la cui sollecitudine paterna si estendeva ai bisogni di tutte le chiese dell’universo, e sovveniva all’indigenza ed alle necessità dei fedeli esiliati per la fede, o condannati dai persecutori alle cave ed alle miniere: « il vostro beato Vescovo Sotero, diceva San Dionigi ai romani, non soltanto ha conservato questo costume, ma ha fatto ancor più, distribuendo delle elemosine più abbondanti agli indigenti delle provincie, accogliendo con affettuosa carità i fratelli che si recano a Roma, prodigando loro le consolazioni della fede, con la tenerezza di un padre che riceve dei figli nelle proprie braccia. »

Il Pontificato di San Eleuterio (177-186) è celebre per il martirio di San Potino, di Santa Blandina, si San Sinforiano e altri migliaia in Gallia. La persecuzione non impediva che la fede si estendesse. Mentre essa infuriava, un piccolo re della Bretagna (Inghilterra), chiamato Lucio, inviò al Papa Eleuterio una lettera in cui lo pregava di procurargli la conoscenza della Religione cristiana. Eleuterio inviò in Bretagna dei sacerdoti che battezzarono Lucio con un grande numero dei suoi sottoposti. La luce della fede era penetrata nelle isole britanniche fin dal primo secolo; una tradizione vuole  che San Paolo sia stato a predicare il Vangelo fino a queste isole lontane; la conversione di Lucio rianimò la fede e ne estese l’impero. Era senza dubbio un re tributario dei Romani, forse anche di origine romana; checché ne sia, si può considerarlo come il primo re cristiano dell’Europa. Qualche storico moderno, fondandosi su dei testi non compresi degli antichi Padri, ha accusato San Eleuterio di avere ad un certo punto tollerato e condivisa l’eresia dei montanisti. [tra gli altri, M. Amédée Thierry, nella sua Histoire de la Gauli sous l’administration romaine.]. Alcuni di questi testi, come ha dimostrato il sapiente abbate Gorini, [Défense de l’Église contre les erreurs historiques.], non prova ciò che si sostiene; ce n’è uno di Tertulliano che si cita, che non prova niente, mentre ce n’è un altro che prova il contrario. Tertulliano dice: « Prassea denunciava i montanisti e le loro assemblee e, per farli condannare, si appoggiava sull’autorità dei predecessori del Papa a cui parlava. » Ora questo Papa, a cui parlava Prassea, era San Vittore, i cui predecessori sono San Sotero e san Eleuterio »; questi ultimi non si erano però mai mostrati favorevoli a Montano. San Ireneo, del quale si invoca l’autorità contro Eleuterio, dice, dopo aver dato la lista dei Pontefici che si sono succeduti sulla sede di Roma, da San Pietro fino ad S. Eleuterio, dice inclusivamente: «  È da essi che la tradizione e la predicazione apostolica è stata conservata nella Chiesa, ed è arrivata fino a ni. È di tutta evidenza che la fede vivificante di questi Vescovi è la medesima di quella degli Apostoli conservata e trasmessa in tutta purezza fino a questo momento ». [S. Ireneo: Contra Hæres.]. –  Una terza testimonianza si legge nel libro dei Pontefici [L’abbé Constant, l’Histoire et l’infaillibilité des Papes.]: « San Eleuterio, vi si dice, rinnovò e confermò con decreto la proibizione, fatta ai Cristiani, di respingere, adducendo motivi superstiziosi, alcun genere di nutrimento di cui gli uomini hanno costume di servirsi. » Questa privazione di certi alimenti era evidentemente una pratica della nuova setta. A San Eleuterio, morto martire per questa fede che lo si accusa falsamente di aver abbandonato, successe San Vittore I (186-200), sotto il cui Pontificato cominciò la persecuzione di Settimo Severo. La questione della Pasqua si ripropose: gli orientali celebravano sempre questa festa il quattordicesimo giorno della luna, come i Giudei; gli Occidentali la rinviavano alla Domenica seguente. I Papi avevano tollerato questa divergenza disciplinare, ma gli orientali, e soprattutto il metropolita di Efeso e le Chiese che erano sotto la sua dipendenza, se ne prevalsero per dire che la Chiesa latina aveva torto, e portarono una tal vivacità nei loro attacchi, che divenne urgente adottare una decisione definitiva. Il Papa decise che l’uso della Chiesa romana dovesse essere seguito dappertutto. Un Concilio dei Vescovi italiani, riuniti a Roma, era di questo avviso. I concili provinciali, riuniti in Oriente, accettarono la decisione venuta da Roma; solo il Concilio di Efeso rifiutò di accettarle: Vittore minacciò di scomunicare gli Asiatici che vi resistessero. Sant’Ireneo intervenne per consigliare misure di conciliazione; il Papa giudicò che si potesse attendere ancora qualche tempo prima di imporre la sua decisione e la diatriba si quietò. Quasi tutte le Chiese d’Oriente adottarono l’uso di Roma, che alcuni del resto già seguivano; gli altri si videro sempre più isolati nel loro sentimento, ed il Concilio di Nicea poté chiudere interamente questo affare che aveva fatto brillare l’autorità della Sede di Roma. A coloro che continuarono nella pratica dei Giudei, si diede il nome di Quartodecimani, o uomini del quattordicesimo giorno. Alcuni autori moderni hanno accusato San Vittore di durezza e di ira eccessiva in questa questione della Pasqua; lo studio serio dei fatti però ridimensiona questa accusa, come quella di montanismo che pure si è intentata nei suoi riguardi, appoggiandosi senza ragione su di un testo di Tertulliano già caduto in questa eresia. [Si veda in: l’abbé Constant, l’Histoire et l’infaillibilité des Papes.]. San Vittore aveva, in effetti, inviato in un primo tempo delle lettere di comunione a Montano, Ma questo avvenne su di un esposto che non mostrava alcun errore nella dottrina dell’eresiarca; quando il Papa si informò meglio circa questa dottrina, revocò le sue lettere. San Vittore confessò la fede nei tormenti; egli ha ricevuto il titolo di martire, ma si ignorano i particolari della sua morte. Egli emise un decreto con il quale dichiarava che l’acqua comune della fontana, di stagno, di fiume o di mare, potesse servire, in caso di necessità, per l’amministrazione del Battesimo. Questo decreto mostra che fino ad allora ci si serviva di acqua benedetta per amministrare questo Sacramento. San Zefirino (200-217), successore di San Vittore, ebbe a sopportare tutto il peso della persecuzione di Settimo Severo; ebbe il dolore di vedere la caduta di Tertulliano; vide elevarsi, al posto del dottore caduto, il sapiente Origene, la cui dottrina non fu sempre irreprensibile, ma i cui immensi lavori hanno reso onore alla Chiesa. Origene aveva per padre San Leonida, che morì martire. San Zefirino mostrò un grande zelo contro le eresie che andavano allora moltiplicandosi, ed ebbe la gloria di soffrire per la fede; ma non si sa se egli morisse tra i tormenti; qualche storico nota che fosse il primo Papa che non terminasse la sua vita da martire. Gli si deve qualche decreto importante, come quello che ordina di consacrare d’ora innanzi, il prezioso Sangue di Gesù-Cristo in coppe di vetro o di cristallo, e non in vasi di legno. San Callisto, o Callisto I (217-222), morì martire sotto Eliogabalo dopo aver fatto ingrandire considerevolmente il cimitero che porta il suo nome. Regolò l’istituzione del digiuno delle quatempora. La scoperta fatta, in questi ultimi tempi, di un libro intitolato “Philosophumena”, attribuito falsamente a San Ippolito, vescovo di Porto, e che è l’opera di un eretico del terzo secolo, ha fatto nascere delle gravi controversie sull’ortodossia e sulle legittimità di questo Papa, indegnamente calunniato dallo scrittore sconosciuto. Ecco come questo scrittore racconta la storia di Callisto: « Callisto era schiavo di un cristiano di nome Carpoforo, che faceva parte della casa dell’imperatore. Poiché professava la medesima fede del suo padrone, questi gli affidò una somma considerevole per fargli fare delle operazioni di banca. Callisto stabilì il suo “banco” in un luogo che si chiamava la “piscina publica”, e in qualità di incaricato degli affari di Carpoforo, ricevette da un certo numero di vedove e di fedeli, dei depositi importanti. Egli perse tutto e cadde nel più grande imbarazzo. Si ebbero delle persone che avvertirono il padrone dei disordini nei suoi affari, e Carpoforo annunciò l’intenzione di chiederne conto. A questa nuova, Callisto tentò di nuocere chi lo minacciava, e prese la fuga verso il mare. Trovò ad Ostia un vascello pronto a partire e vi si imbarcò; ma quanto avvenuto venne risaputo da Carpoforo che, sulla base delle indicazioni ricevute, si diresse verso il porto e si dispose a salire su di un naviglio che stazionava in mezzo alla rada. La lentezza del pilota fece sì che Callisto, che era nel bastimento, scorgesse da lontano il suo padrone; vedendo che stava per essere preso, e non badando alla sua vita in questa triste estremità, si gettò in mare; ma i marinai, gettandosi a loro volta dalla barca, lo salvarono, malgrado lui e, tra i clamori che spingevano coloro che erano sulla riva, lo consegnarono al suo padrone, che lo riportò e lo mise a girare la macina. Dopo qualche tempo, come di solito succede, alcuni Cristiani vennero a trovare Carpoforo per pregarlo di perdonare al suo schiavo, assicurando che dichiarava di aver affidato a certe persone una somma considerevole. Carpoforo, che era un uomo pio, rispose che egli faceva poco caso a ciò che gli apparteneva, ma attribuiva importanza ai depositi, perché molte persone venivano a lamentarsi da lui lamentandosi del fatto che si erano affidati a Callisto sulla sua raccomandazione. [Il sapiente abbate Doellinger, in Germania, e Mgr. Cruice, vescovo di Marsiglia, hanno fatto giustizia di tutte le calunnie lanciate dall’autore delle Philosophumena contro San Callisto. – L’Histoire della Chiesa di Roma, dall’anno 192 all’anno 224, di Mgr. Cruice, allora direttore della scuola ecclesiastica degli studi superiori. Parigi, 1856]. Tuttavia Carpoforo si lasciò persuadere ed ordinò di liberare lo schiavo; ma costui che non aveva nulla da rendere, e che si trovava nell’impossibilità di fuggire di nuovo, perché sorvegliato, immaginò un mezzo per esporsi alla morte. Un sabato, fingendo di andare a trovare dei creditori, si recò alla sinagoga, ove i Giudei erano radunati, e cercò di eccitare una turba durante la loro riunione. Essendosi i Giudei sollevati contro di lui, lo insultarono e lo caricarono di colpi; poi lo trascinarono davanti a Fusciano, prefetto della città, e deposero contro di lui in questi termini: “i Romani ci hanno permesso di esercitare pubblicamente il culto dei nostri padri, ed ecco, quest’uomo viene ad impedirlo e disturba le nostre cerimonie, dicendo che egli è Cristiano”.  Fusciano si indignò della condotta che i giudei rimproveravano a Callisto, e riferì a Carpoforo ciò che succedeva. Costui si affrettò ad andare dal prefetto e gli disse: “vi prego, signor Fusciano, non crediate che questo uomo sia Cristiano, perché egli cerca un’occasione per morire avendo dissipato grosse somme di denaro, come vi proverò”. I giudei credendo di vedere in ciò un sotterfugio usato da Carpoforo per liberare il suo servo, e ne reclamarono immediatamente le sentenza dal pretore. Egli cedette alle loro sollecitazioni, fece frustare Callisto e l’inviò alle miniere in Sardegna. Qualche tempo dopo, siccome altri martiri erano esiliato in quest’isola, la concubina di Commodo, Marcia, che aveva qualche sentimento religioso, volle fare una buona azione; fece venire il beato Vittore, Vescovo della Chiesa in questa epoca, e gli domandò chi fossero i martiri di Sardegna. Vittore le diede i nomi di tutti, eccetto quello di Callisto, di cui conosceva la condotta colpevole. Marcia, che godeva di grande favore presso Commodo, ne ottenne le lettere di liberazione che affidò ad un vecchio eunuco chiamato Giacinto. Costui si recò in Sardegna, ed avendo portato l’ordine al governatore di questo paese, liberò i martiri ad eccezione di Callisto. Ma Callisto, gettandosi alle ginocchia e versando lacrime, lo pregò di non escluderlo. Giacinto si lasciò commuovere e consentì a chiedere al governatore la libertà del prigioniero, dicendo che aveva egli stesso allevato Marcia, che si assumeva la responsabilità della decisione favorevole che sollecitava. Il governatore, cedendo a questa preghiera, liberò Callisto con gli altri. Essendo questi tornato a Roma, Vittore fu vivamente afflitto da ciò che era successo; ma poiché aveva buon cuore, mantenne il silenzio. Tuttavia, per evitare i rimproveri di un gran numero di persone (perché i crimini di Callisto erano recenti, e per soddisfare Carpoforo, che non cessava dal reclamare), ordinò a Callisto di ritirarsi ad Antium [Anzio] assegnandogli una pensione per il suo sostentamento. Dopo la morte di Vittore, Zefirino, suo successore, avendo scelto Callisto come amministratore degli affari ecclesiastici, gli fece un onore che divenne funesto a se stesso; lo richiamò da Antium e gli conferì la sorveglianza dei cimiteri dei Cristiani. Callisto, trovandosi sempre con Zefirino, gli rendeva delle cure ipocrite, giungendo ad affossarlo completamente. Il Vescovo divenne incapace di discernere ciò che si diceva e di sorprendere il disegno segreto di Callisto, che si accomodava a tutto ciò che facesse piacere al suo protettore. Dopo la morte di Zefirino, Callisto, credendo di essere pervenuto allo scopo che si era prefisso da tempo, cacciò Sabellio come eretico. » – Questa recita, disseminata da inverosimiglianze e contraddizioni, è come il modello di tutti coloro che si sono dati da fare per calunniare altri Papi. Non è difficile infatti dare giustificazioni a Callisto. Innanzitutto nulla prova che Callisto abbia commesso delle frodi: da ciò che si vede, egli fece delle speculazioni maldestre, che si lasciò ingannare, che mancò di abilità; ma quando si vedono i Cristiani intercedere per lui presso Carpoforo che lo aveva condannato a girar la mola, non si può essere impediti dal pensare che Callisto non demeritasse la stima dei suoi confratelli. Carpoforo stesso non mostra egli stesso la stima e l’affetto che ha conservato per Callisto tentando di sottrarlo alla sentenza provocata dai giudei? Quanto al dolore che provò il Papa San Vittore al suo ritorno, il calunniatore ha cura di dire che il Pontefice non testimoniò nulla; aggiungendo poi che San Vittore gli assegnò una pensione per farlo vivere ad Antium, egli dimostra che il Papa non lo considerasse con tanta pena e gli affidasse poi un impiego importante. Infine quest’uomo che si pretende essere così disprezzato e spregevole, diventa sacerdote, cosa che prova, essendo egli schiavo, che Carpoforo lo stimasse sempre e lo considerasse veramente come un martire che aveva sofferto per la fede. La fiducia che gli assegnò poi San Zefirino nel corso di un Pontificato di diciannove anni, ci completa la giustifica che rende sovrabbondante l’ultimo tratto della recita: San Callisto scaccia da Roma l’eretico Sabellius; il suo odio per l’eresia, le misure che aveva indubbiamente suggerito a San Zefirino contro gli eretici: ecco la spiegazione delle calunnie che lo perseguitano. L’autore dei “Philosophumena” fa tre rimproveri principali a San Callisto dopo l’elevazione all’Episcopato: secondo lui il Papa errava sul dogma della Trinità, nella disciplina relativa alla penitenza, e nella disciplina relativa al matrimonio ed al celibato imposto agli ecclesiastici. Sul primo punto c’è la testimonianza anche dall’autore dei Philosophumena stessi, che la dottrina di Callisto era perfettamente ortodossa, e quando dice che la parte di Callisto, componente la maggioranza, conservò anche dopo la morte la sua dottrina, egli confessa implicitamente che la fede del Papa era quella di tutta la Chiesa. I rimproveri relativi alla disciplina della penitenza provano semplicemente che Callisto mostra grade dolcezza nei riguardi dei settari che tornano alla Chiesa Cattolica, e che rendendo facile il ritorno degli apostati pentiti, agisse con una carità ed una saggezza che trovano imitatori tra i suoi più illustri successori. San Callisto pretendeva di rendere la legislazione ecclesiastica relativa al matrimonio affatto indipendente dalla legislazione romana. Egli dichiarava validi, contrariamente alla legge romana, i matrimoni contratti dalle giovani libere o nobili con gli schiavi o con gli uomini liberi, ma poveri. Così la Chiesa migliorava sempre più la condizione della schiavitù, ed elevava la dignità dell’uomo; non è certo ai nostri giorni che si possono rimproverare al santi Papa le misure adottate a questo riguardo. – Quanto alla legge del celibato ecclesiastico, l’autore del “Philosophumena” dice solamente che S. Callisto aveva ammesso nel clero degli uomini sposati; ma non fa intendere se non che fossero membri del basso clero, che allora erano molto numerosi. – Così nessuna delle calunnie lanciate contro Callisto sussiste, anzi molte tornano a sua gloria, ed il libro, recentemente ripubblicato, serve come tanti altri, scritti per ben altro scopo, alla glorificazione della Chiesa romana e del Papato. Noi lo constateremo più di una volta nel corso della storia della Chiesa.

Sant’Urbano I (222-230), trascorse quasi tutto il suo Pontificato nelle catacombe; abbiamo già visto come il suo martirio seguì di poco quello di Santa Cecilia. Questo grande Papa si distinse per un grande zelo per la fede, ed operò numerose conversioni tra i pagani. Nello stesso tempo provvide alla dignità ed allo splendore del culto. Rinnovò i vasi dell’altare in argento, e fece fare venticinque patene per le diverse parrocchie della città.

I PAPI DELLE CATACOMBE [8]

 I Papi delle Catacombe [8]

[J. Chantrel: I Papi delle Catacombe. Dillet ed. Parigi, 1862]

L’era dei martiri (203-213).

L’inferno stava per fare un potente ed ultimo sforzo per distruggere il Cristianesimo, stava per insanguinare talmente la Chiesa, che l’ultima persecuzione generale ha preso il nome di “era dei martiri”. Essa ha fatto perire più Cristiani che probabilmente tutte le altre persecuzioni messe insieme, ma, più la battaglia fu terribile, più la vittoria doveva essere brillante: i coraggiosi soldati di questa guerra suprema conquistarono la libertà della Chiesa, e stabilirono definitivamente il Cristianesimo sulla terra. Ci vorrebbe qui un volume intero per raccontare i principali dettagli di questa lotta magnifica; ci vorrebbero un gran numero di pagine per citare solo gli eroi di cui gli annali della Chiesa hanno conservato i nomi; dobbiamo qui rinunciare a questo racconto che presenta tanto fascino ed attrattive, e ci contenteremo qui di tracciare un quadro generale della persecuzione. Erano tre secoli che Nostro Signore Gesù-Cristo era sceso sulla terra, ed il Vangelo era professato da milioni di fedeli che avevano acquisito il diritto di elevare dei templi al vero Dio, e che si trovavano dappertutto, nelle armate, nella magistratura, nel senato, nei palazzi stessi dell’imperatore, e fin sul cammino del trono. Prisca, la prima moglie di Diocleziano, e Valeria, sua figlia, passavano per Cristiane. Diocleziano stesso non si era dedicato a perseguitare il Cristianesimo; già oberato dal potere, egli esitava a ricominciare una lotta di cui non poteva prevedere il termine. Ma Massimiano era di tutt’altra disposizione, ed il cesare Galero, che Diocleziano aveva associato all’impero, come d’altra  parte Costanzo Cloro, padre di Costantino, portava ai Cristiani un odio implacabile. Verso la fine dell’anno 302, siccome Diocleziano si trovava a Nicomedia, Galero lo sollecitò vivamente. Il vecchio imperatore all’inizio resistette: « Era pericoloso, egli diceva, turbare ancora una volta il riposo del mondo, e versare flutti di sangue. I supplizi, da allora, non sarebbero avvenuti, poiché i Cristiani non chiedevano che di morire. » Si radunò un consiglio di magistrati e di ufficiali di guerra. I consiglieri che temevano tutta la collera di Galerio, si pronunciarono per la persecuzione. Diocleziano ancora esitava; egli inviò a consultare a Mileto l’oracolo di Apollo. Apollo rispose « … che i giusti sparsi sulla terra gli impedivano di dire la verità. » La pitonessa rimaneva muta, i sacerdoti dicevano che i giusti erano i Cristiani. Diocleziano non esitò più, ed il 23 febbraio comparve il decreto di sterminio. « Le chiese saranno abbattute, vi si leggeva, ed i libri santi bruciati; i Cristiani saranno privati di tutti gli onori, di tutte le dignità, e condannati al supplizio senza distinzione di ordine né di rango: essi potranno essere perseguitati davanti ai tribunali e non saranno ammessi a perseguire nessuno nemmeno per reclamare un furto, per riparare ad ingiurie o adulterio. Gli affrancati Cristiani ritorneranno schiavi. » In una parola i Cristiani erano messi fuori dalla legge; un editto particolare colpiva i Vescovi, ordinava di metterli ai ferri e forzarli all’abiura. La lotta fu atroce da parte dei carnefici; i Cristiani mostravano un coraggio intrepido, e si lasciavano sgozzare come agnelli. I Galli soltanto, tra cui comandava Costanzo Clorio, furono risparmiati; dappertutto allora le chiese crollavano sotto le mani dei soldati; i magistrati stabilivano i loro tribunali nei templi o nei pressi delle statue dei falsi dei, e forzavano la moltitudine a sacrificare; chiunque si rifiutasse di adorare gli dei era condannato e dato ai carnefici; le prigioni rigurgitavano di vittime; i sentieri erano coperti da truppe di uomini mutilati che venivano inviati a morire in fondo alle miniere o nei cantieri pubblici. Le fruste, i cavalletti, le unghie di ferro, la croce, le bestie feroci, laceravano teneri fanciulli con le loro madri. Qui si sospendevano per i piedi donne nude a dei pali, e le si lascia spirare in questo supplizio vergognoso e crudele; là, si legavano le membra dei martiri ad alberi avvicinati con la forza; gli alberi, raddrizzandosi portavano via brandelli della vittima. Ogni provincia aveva un particolare supplizio: il fuoco lento in Mesopotamia, la ruota nel Ponto, l’ascia in Arabia, il piombo fuso in Cappadocia. Spesso in mezzo ai tormenti, si leniva la sete del confessore, gettandogli dei getti di acqua in viso, per paura che l’ardore della febbre ne accelerasse la morte. Talvolta, stanchi di bruciare separatamente i corpi, i pagani li precipitavano in massa nei roghi; le ossa delle vittime, ridotte in cenere, erano disperse al vento. [Chateaubriand, Études historiques; l’abbé Darras, Histoire de l’Église]. Non c’era mai stata certamente alcuna religione così perseguitata e che avesse resistito a tali e numerosi supplizi, ed i Cristiani non erano accusati di altri crimini se non di rifiutarsi di adorare i falsi dei ed obbedire su questo punto agli imperatori. È impossibile, riflettendo su di un fatto così strabiliante, non riconoscere la divinità del Cristianesimo. Diversi Papi, centinaia di Vescovi, migliaia di Cristiani perirono nella decima persecuzione, ed è nella più grande debolezza dell’età e del sesso, che brillò soprattutto la forza divina che sosteneva i martiri. Due esempi tra gli altri sono sufficienti per darne un’idea. – C’era a Roma una giovane vergine di appena quattordici anni, di meravigliosa bellezza, che la rendevano ricercata per il matrimonio da parte di molti giovani romani delle famiglie più illustri dell’impero. Ella rifiutò tutti i partiti. Irritati da questa ingiuria, alcuni dei suoi pretendenti la denunciarono; essi si lusingavano del fatto che la costanza della giovane vergine non reggesse alla minaccia dei tormenti. Agnese, questo era il suo nome, respinse le promesse più seducenti dei suoi giudici; ella non fece attenzione alcuna alle loro minacce. Si portarono gli artigli di ferro, i cavalletti, tutti gli strumenti di tortura e si accese un grande fuoco. Agnese assistette a questi spaventosi preparativi senza mostrare alcuna emozione. La si trascinò dinanzi agli idoli per forzarla ad offrir loro incenso; ella non alzò la mano se non per farsi il segno della croce. Il giudice, stupito da tale costanza, ebbe un’ispirazione degna dell’inferno: minacciò la santa di mandarla in un luogo di dissolutezza, ove sarebbe stata esposta agli insulti dei libertini:  «Gesù-Cristo, rispose dolcemente Agnese, è troppo geloso della purezza delle sue spose per soffrire che tale virtù venga strappata; Egli ne è il guardiano ed il protettore. Voi potete spargere il mio sangue, ma non è in vostro potere profanare il mio corpo. » Il giudice fu talmente preso dalla collera per questa risposta, che mise in atto la sua minaccia. Ma i giovani libertini accorsi per oltraggiare la casta giovane, furono colpiti da tal rispetto alla sua vista, che restarono impietriti. Uno di essi, che si mostrava il più insolente, fu tutto ad un colpo gettato a terra mezzo morto e privo di vista. I suoi compagni, spaventati lo rialzarono e supplicarono la santa di aver pietà di lui. Agnese pregò ed il malcapitato recuperò subito la vista e la salute. Queste meraviglie, non fecero che irritare ancor più i nemici della santa, ed il giudice la condannò ad essere decapitata. La vista del carnefice riempì di gioia Agnese; ella andò al supplizio come ad una festa; rispose ancora una volta, agli ultimi tentativi che si facevano per convincerla, che ella non avrebbe mai tradito il suo Sposo celeste; pregò, abbassò la testa e ricevette il colpo che doveva colmare tutti i suoi desideri.  – Ad Antiochia, si conduce nella sala degli interrogatori, Barallah, un bambino di sette anni: « Bisogna adorare più dei o uno solo? » gli domanda il governatore. Il bambino sorride e risponde: « Non c’è che un solo Dio, e Gesù-Cristo è il Figlio suo. – Chi ti ha istruito così, piccolo empio? Riprende il prefetto. – È mia madre, dice il bambino, che mi ha insegnato queste verità, ed è Dio che le ha insegnate a mia madre. » Viene chiamata allora la madre. Due aguzzini spogliano il piccolo confessore dei suoi vestiti, lo sospendono in aria e colpi di frusta tagliano in mille parti la sua carne innocente. Ogni volta che l’impietoso osa colpire questa tenera vittima, ne resta coperto di nuovo sangue. Tutti gli astanti si sciolgono in lacrime; gli stessi carnefici colpiscono piangendo. Tuttavia il povero bambino si sente come bruciato da rigore dei tormenti: « Ho sete! Grida, datemi un poco d’acqua. » Ma sua madre, in cui la grazia trionfa sulla natura, lo guarda con aria severa, poi gli dice: « Ben presto figlio mio, tu giungerai alla fonte di acque vive. » Il bambino non sogna che il cielo. Il giudice lo condanna ad avere la testa tagliata. La madre di Barallah lo conduce ella stessa, nelle sue braccia, al luogo del supplizio. Ella lo bacia teneramente, si raccomanda alle sue preghiere, lo affida all’esecutore e stende il suo velo per ricevere la testa del giovane martire. [L’abbé Leroy, le Règne de Dieu]. L’inferno era vinto! Diocleziano, minacciato di morte da Galero, aveva abdicato; si ritirò a Salone, ove visse divorato dai rimorsi, non dormiva più, non mangiava più; prima di spirare vomitò la sua lingua rosa dai vermi. Sua moglie Prisca e sua figlia Valeria, che non avevano avuto il coraggio di confessare la loro fede, furono decapitate: i loro corpi furono gettati in mare. Massimiano Ercole era stato costretto ad abdicare; volle riprendere il potere, ma fu sconfitto. Egli fuggì allora presso Costantino, successo tra i Galli a suo padre Costanzo Cloro, e complottò per disfarsi di questo principe. Il complotto fu scoperto, e Massimiano si vide costretto a strangolarsi con le proprie mani. Infine la mano di Dio si appesantì su Galero. Un’ulcera spaventosa rose la parte inferiore del suo corpo, facendo fuoriuscire un sangue nero e corrotto, vermi che si replicavano incessantemente, ed un odore insopportabile. Domato dai dolori atroci che lo affliggevano, riconobbe infine la mano che lo colpiva, ed il terrore gli fece firmare un editto che era una eclatante dimostrazione dell’impotenza dell’uomo a distruggere ciò che Dio ha stabilito; eccone il testo: « L’imperatore Cesare, Galerio, Valerio Massimiano, invincibile, augusto, sovrano pontefice, grande Germanico, grande Egiziano, gran sarmatico, tebaico, Persiano, Carpico, armeno., medio, adiabenico, l’anno ventesimo della sua potenza tribuna, diciannovesimo anno del suo impero, console per la diciottesima volta, padre della patria, proconsole, agli abitanti delle sue provincie: salute. –  Tra le cure continue che prendiamo degli interessi pubblici, noi abbiamo cercato dapprima di far rivivere i costumi degli antichi romani, ed a riportare i Cristiani alla religione degli ancestri che essi hanno abbandonato. Subendo una influenza nuova, essi avevano abbandonato le massime dei loro padri, e formavano delle assemblee per un nuovo culto. In seguito alle nostre ordinanze, molti tra loro sono morti con supplizi diversi. tuttavia, poiché vediamo che restano perseveranti nei loro sentimenti e rifiutano di servire gli dei, per quanto non abbiano la libertà di adorare il Dio dei Cristiani, confidando nella nostra clemenza e questa bontà naturale che ci fatto sempre propendere dal lato dell’indulgenza, abbiamo creduto dover estendere anche ad essi la nostra paterna misericordia. Essi potranno dunque professare liberamente la loro religione. E ristabilire i luoghi delle loro assemblee, sottomettendosi alle leggi dell’impero. Noi faremo sapere ai magistrati, con altro decreto, la condotta che dovranno tenere. In virtù di queste grazie che noi accordiamo loro, i Cristiani saranno tenuti a pregare il loro Dio per la nostra salute, per la salvezza della repubblica, affinché l’impero prosperi in ogni parte, e possano essi stessi vivere in sicurezza e pace. » L’invincibile augusto e sommo Galero, non raccolse alcun frutto da questo pentimento forzato e da questa clemenza ipocrita: egli morì come Antioco, dopo aver vissuto come lui (311 dell’era cristiana). Costantino stava per diventare l’unico padrone del mondo, e la croce del Dio dei Cristiani stava per brillare sugli stendardi dell’impero.

IV

Le Eresie.

La sanguinosa persecuzione non fu però per la Chiesa l’unico pericolo che ebbe a correre nei primi secoli della sua esistenza. Dai tempi degli Apostoli, l’eresia aveva tentato di alterare la purezza della fede; essa fece nuovi sforzi durante i due secoli dei quali tracciamo rapidamente la storia, e non poco contribuì alle defezioni che vennero ad affliggere i fedeli durante le persecuzioni, poiché forniva ai pagani dei pretesti per accusare i Cristiani di cattivi costumi e di colpevoli pratiche. Ma Dio, che al furore dei pagani opponeva la costanza dei martiri, oppose anche alla perfidia dell’errore, la scienza e l’energia degli apologisti e dei dottori, che formarono come una seconda corona intorno alla testa gloriosa della Chiesa. – Quando cominciò la predicazione evangelica, l’idolatria, diffusa in tutto il mondo come culto, non era più che una forma simbolica per i filosofi; si lasciava la forma al volgare, e si cercava la scienza che doveva essere nascosta sotto i simboli. Una celebre scuola, fondata ad Alessandria d’Egitto, raccoglieva le tradizioni di Occidente e d’Oriente. Essa fede un miscuglio tra le dottrine filosofiche dei Greci e delle credenze dell’Asia, e da qui uscì ciò che si chiamò la conoscenza per eccellenza, o la “gnosi”, donde il nome di gnostici dati ai settari di queste dottrine. Gli gnostici facevano tutto emanare dall’intelligenza eterna; ma non vi erano emanazioni immediate se non quelle intelligenze; era una intelligenza inferiore, un demiurgo, come dicevano, che aveva creato la materia. Sotto il regno di Adriano, Valentino aggiunse alle antiche fantasticherie, nuove favole, e tentò di fare entrare il Cristianesimo nel suo sistema, spiegando i misteri a suo modo. Secondo lui il principio dell’essere abitava delle profondità inaccessibili con il suo pensiero; la profondità ed il pensiero, generano l’intelligenza e la verità, ciò che formò in tutto quattro esseri primitivi o eoni; era una tetrade che rimpiazzava la Trinità. L’intelligenza e la verità produssero il Logos o Verbo, e Zoé o la vita che a loro volta produssero l’Antropos o uomo, e la Chiesa. Questo formava gli otto eoni superiori che, padri di altri ventidue, formavano con questi il Pleroma o la pienezza. Gli ultimi eoni, produssero a loro volta, tre essenze: la “pneumatica” o spirituale, la “psichica” o animale, e l’”hylica”, o materiale, che costituivano il genere umano. La classe degli uomini pneumatici o spirituali comprendeva gli gnostici; gli psichici, partecipavano dello spirito e della materia; gli hylici formano una razza infima che vive una vita terrestre e soggetta ai sensi. Gli psichici avevano avuto bisogno di una redenzione, ed era l’ “eone” Gesù che, per riscattarli, si era incarnato nel Figlio di Maria; ma Egli si era ritirato al momento della passione, di modo che non c’era che il Cristo-materiale a soffrire. Così il Cristianesimo era capovolto da cima a fondo, gli hylici erano votati ad una morte eterna dall’imperfezione stessa della loro sostanza; ma gli gnostici erano impeccabili; la loro anima non poteva essere toccata da alcuna corruzione, di modo che, per essi, tutte le azioni divenivano indifferenti, ed essi potevano impunemente darsi a tutti i disordini. Era la distruzione di ogni morale e di ogni società; era, in altri termini, la riabilitazione della carne, tanto vantata ai giorni nostri; concezioni mostruose che produrrebbero in una generazione, l’annientamento del genere umano, se fossero completamente realizzate. Ma, se queste teorie hanno ancora una seduzione ai giorni nostri, in pieno Cristianesimo, immaginarsi quali devastazioni potevano fare in mezzo alle corruzioni del paganesimo, e come importasse che la Chiesa le combattesse vigorosamente. Il Cristianesimo, impedendo l’invasione dello gnosticismo, ha certamente reso uno dei più gradi servizi all’umanità [che purtroppo oggi rivive propagato dalle sette massoniche e dal modernismo anticristiano della setta del “Novus Ordo” -ndr. -]. Non è qui il caso di confutare tutte queste pericolose assurdità, che non possono trovare credito che in certe teste disordinate, o in costumi corrotti. È necessario solo sottolineare con quale nettezza, con quale verità la dottrina cristiana esponga tutte queste questioni circa l’origine e il destino dell’uomo: un Dio tre Persone, Creatore dello spirito e della materia, l’uomo creato per gioire del possesso di Dio, il male spiegato con la caduta degli angeli e quella dell’uomo, la riparazione del Figlio di Dio e la santificazione dello Spirito-Santo. Qui, nessuna incoerenza, nulla che porti a conseguenze assurde ed immorali. L’errore conduce direttamente al male, alla distruzione dei corpi ed alla corruzione dell’anima; si sa ciò che fa il Cristianesimo, quante virtù fa brillare sulla terra, quale rispetto manifesta per il corpo umano, e a quale altezza eleva le anime. Verso la metà del secondo secolo, un siro di nome Cerdone, venne a Roma e mescolò agli errori della gnosi, un nuovo errore preso dalle credenze della Persia. Valentino, conservava un principio unico, posto nelle profondità dello spazio; Cerdone insegnò che vi sono due principi uguali e due dei, uno buono e benefico, l’altro giusto e severo; uno invisibile e sconosciuto, l’altro visibile e manifesto; il primo, padre di Gesù-Cristo; il secondo creatore dell’universo; quello autore della grazia, l’altro della legge. Il Papa S. Igino scomunicò Cerdone, e fece tutti i suoi sforzi per premunire i fedeli contro le sue false dottrine. Qualche anno dopo, un certo Marcione, che aveva dapprima condotto una vita edificante, venne a soccombere ad una passione impura, e fu bandito dalla comunione dei fedeli, venne a Roma ove si legò a Cerdone, del quale amplificò gli errori. Egli negava l’incarnazione di Gesù-Cristo e la Resurrezione del corpo. Siccome i disordini degli gnostici allontanavano da essi i Cristiani, egli prese un’altra via ben più perfida per sedurli, e si mise ad esaltare la mortificazione ed il martirio. Così i marcioniti fecero un gran numero di adepti, e la loro setta visse più a lungo di quella di Cerdone; essa fece grande devastazione in Oriente ed in Occidente. Uno degli stessi discepoli di san Giustino, il sacerdote Tatiano, che aveva edificato i suoi fratelli con le sue virtù ed i suoi scritti, si lasciò sedurre dai marcioniti, fino a condannare il matrimonio come un adulterio. Egli si asteneva nello stesso tempo dal mangiare la carne degli animali e dal bere vino,  cosa che face dare ai suoi settari il nome di encratili o temperanti. Così il demonio cercava di prendere le anime che gli sfuggivano con rigori insopportabili, quando non poteva prenderli con l’attrattiva della voluttà: la Chiesa solo sapeva tracciare la vera strada che allontana da ogni degenerazioni, e cammina senza ondeggiare a destra o a sinistra verso gli errori più opposti. Verso la fine del secondo secolo, apparve l’impostore Montano, che fondò una setta di illuminati soggetti a convulsioni di natura straordinaria, facendole passare come il risultato dell’azione divina. Due donne opulente, Priscilla e Massimilla, si lasciarono sedurre da questo epilettico; esse ebbero come lui delle estasi e si misero a profetizzare. Montano si vantava di avere la pienezza dello Spirito-Santo, che gli Apostoli avevano ricevuto solo in parte nel giorno della Pentecoste; egli si presentava come il “paracleto” o il consolatore per eccellenza, e pretendeva di riformare la Chiesa, proibiva le seconde nozze, ma permetteva il divorzio; ordinava tre quaresime all’anno, imponeva ai suoi discepoli dei digiuni straordinari, diffidava dal fuggire durante la persecuzione e non ammetteva quasi nessun peccatore alla penitenza. Aveva pure stabilito il capoluogo della sua eresia in una piccola città di Frigia, da dove si diffuse in Asia ed Africa. I Vescovi si allertarono; un concilio condannò l’eresia, ed il Papa san Sotero confermò la sentenza del Concilio. Montano non si sottomise; si crede che finisse per darsi la morte, e la profetessa Massimilla fece altrettanto. Sembra assai certo che, sotto le apparenze di una austerità rigorosa, i montanisti avevano i costumi più licenziosi. Tertulliano, dopo aver combattuto con tanta eloquenza ed energia il paganesimo e l’eresia di Marcione, si lasciò sedurre dall’apparente austerità dei montanisti che non abbandonò che per formare una setta a parte. Terribile esempio di caduta in cui può condurre l’orgoglio! Tertulliano moriva (verso il 245) nel mentre che compariva una nuova eresia, quella di Sabellius, che negava la Trinità e la distinzione delle Persone divine. Diversi vescovi d’Egitto adottarono i suoi errori, combattuti vivamente da San Dionigi, Vescovo di Alessandria. Questa lotta fu l’occasione di una brillante testimonianza di fede resa al primato della Sede di Roma. Dei fedeli di Alessandria credettero di vedere negli scritti di San Dionigi delle espressioni che sembravano indicare che il Figlio è una creatura e che non è consustanziale al Padre; essi accusarono il Vescovo presso il Papa San Dioniso, che radunò subito un concilio a Roma. – Il Concilio condannò i due opposti errori, quello di Sabellius, che non distingueva le tre Persone, e quello che si attribuiva a Dionigi di Alessandria, che rigettava la consunstanzialità del Verbo. San Dionigi protestò la sua fede nel Verbo consustanziale, spiegò quelle sue parole che lo avevano fatto sospettare di eresia, e si giustificò completamente. Un altro errore eccitò ben presto lo zelo dello stesso Patriarca. Paolo di Samosata, Vescovo di Antiochia, uomo vano ed orgoglioso, insegnò che in Gesù-Cristo vi erano due persone, l’una Figlio di Dio per natura ed eterno, l’altra che non aveva ricevuto il nome di Figlio di Dio, dopo la sua unione con il Verbo, che per abuso di linguaggio. Sabellius era il precursore di Ario; Paolo di Samosata era il precursore di Nestorio. San Dionigi di Alessandria gli scrisse subito per dimostragli quale era la credenza della Chiesa: « Il Verbo si è fatto carne, egli diceva, senza divisione né frazionamento. Non si distinguono in Lui due persone, come se il Verbo abitasse nell’uomo e non gli fosse unito. Come osate definire Gesù-Cristo un uomo distinto dal suo genio, Egli, vero Dio, adorato da tutte le creature con il Padre e lo Spirito-Santo, incarnato nella Vergine Maria, Madre di Dio? » Questo passaggio è notevole poiché mostra la fede della Chiesa nella divina Maternità della Santa Vergine, che il Concilio generale di Efeso doveva rivendicare più tardi contro altri eretici. Paolo di Samosata finì per essere solennemente deposto a causa delle sue opinioni pertinaci nell’errore. – Un’altra eresia che doveva essere ben altre volte e contro la quale la Chiesa doveva combattere ancora nel Medio-Evo, uscì dal profondo della Persia con Manès. Questo eresiarca, padre del manicheismo, era nato in condizione servile: egli voleva accordare il Cristianesimo con la credenza ai due princîpi uguali, che si trova nel fondo della religione di Zoroastro, e farsi capo di una nuova setta. Egli colpiva le moltitudini per la singolarità del suo costume, più che per la bizzarria della sua dottrina; portava degli stivali molto alti per far apparire la sua statura più elevata; si avvolgeva in un mantello variopinto, ampio e fluttuante, che dava al suo incedere un certo apparente aspetto aereo; teneva in mano un gran bastone di ebano al quale si appoggiava nel camminare, e sotto il braccio un libro scritto con caratteri babilonesi; infine aveva una gamba avvolta da una stoffa rossa, e l’altra da una stoffa di color verde. Questo ciarlatanismo da solo avrebbe dovuto rivelare l’impostore, ma ci sono sempre immaginazioni malate e cuori viziosi che si lasciano sedure da tutto ciò che non è verità! Manès si fece numerosi partigiani, con i suoi due dii eterni, nati da se stessi, opposti l’uno all’altro, l’uno principe del bene, che egli chiamava “luce”, l’altro principe del male, che egli chiamava tenebre. Secondo lui l’anima era una scintilla di luce, mentre il corpo una particella di tenebre; poi venivano le emanazioni e gli eoni gnostici … ; il manicheismo fu proscritto pure dagli imperatori pagani e, poiché non era la verità, fu infine vinto. Il re di Persia, fece prendere Manès, che fu scorticato vivo con una punta di canna, ed il cui corpo fu abbandonato ai cani ed agli uccelli predatori. I partigiani dell’errore non si moltiplicarono con tanta rapidità come i difensori della verità. Si è già citato qualcuno di questi apologisti e dottori che rivendicavano la vera fede contro tutti gli attacchi della filosofia pagana e le assurde immaginazioni degli eretici. I loro nomi splendono con luce non meno brillante dei martiri, di cui la maggior parte condivisero battaglie e trionfi. San Ignazio, san Policarpo, san Papia, san Dionigi l’Aeropagita, san Quadrato, san Giustino, san Dionigi di Corinto, san Ireneo, Apollinare, Clemente Alessandrino nel secondo secolo, e nel terzo secolo Origene, Tertulliano, Minucio Felice, san Cipriano, san Dionigi di Alessandria, san Gregorio Taumaturgo, Arnobio, etc.: ecco dei nomi davanti ai quali impallidivano gli eresiarchi ed i filosofi pagani degli stessi tempi. Attaccati su tutti i punti nei suoi dogmi, nella sua disciplina, nella sua morale, nel suo culto, la Chiesa si difendeva su ogni punto. Essa spegneva la persecuzione nei flutti del proprio sangue, e faceva fuggire l’eresia davanti ai torrenti di luce diffusi dai suoi dottori; essa si trovava veramente alla testa dell’umanità, che andava conquistando l’impero del suo capo e suo Re, l’Uomo-Dio, Gesù-Cristo, il Figlio di Dio ed il vero Re dell’uomo …

I PAPI DELLE CATACOMBE (7)

I Papi delle Catacombe [7]

[J. Chantrel: I Papi delle Catacombe. Dillet ed. Parigi, 1862]

Ottava persecuzione (257).

La Chiesa aveva avuto appena il tempo di respirare, quando l’imperatore Valeriano, che regnava dal 253, e che aveva inizialmente risparmiato i Cristiani, firmò un nuovo editto di persecuzione. Il Papa Stefano fu portato davanti all’imperatore: « Sei tu, dice Valeriano, che cerchi di rovesciare la repubblica e che persuadi il popolo ad abbandonare il culto degli dei? – Io non cerco di rovesciare la repubblica, risponde Stefano, ma esorto il popolo ad abbandonare il culto dei demoni che si adorano negli idoli, e riconoscere il vero Dio, e Colui che lo ha inviato, Nostro Signore Gesù-Cristo. » Santo Stefano Papa ebbe la testa mozzata! San Sisto, successore di Santo Stefano, non doveva tardare molto a raggiungerlo in cielo. L’anno seguente, il 6 agosto 258, mentre celebrava i santi misteri al cimitero di Callisto, dei soldati lo arrestarono e lo condussero al supplizio. Lorenzo, l’arcidiacono della Chiesa di Roma, lo seguiva piangendo: « Dove andate, padre mio, senza vostro figlio? – diceva – dove andate, santo Pontefice, senza il vostro diacono? Voi non avete l’usanza di offrire il sacrificio senza ministro; permettete che io aggiunga il mio sacrificio al vostro. – Io non vi abbandono, figlio mio – gli rispondeva il venerabile vegliardo, ma il cielo vi riserva per un combattimento più grave; voi mi seguirete tra tre giorni. » E lo incaricò sul campo di distribuire ai poveri i tesori della Chiesa di cui era depositario, per paura che i pagani se ne impossessassero. I soldati tagliarono la testa a Sisto. – Lorenzo, tutto pieno di gioia nella prospettiva di un prossimo martirio, si occupò subito di seguire le raccomandazioni del Pontefice. La Chiesa romana aveva al tempo delle ricchezze considerevoli, frutto delle elemosine e dei doni dei fedeli; esse venivano impiegate per sostenere i suoi ministri, per alleviare le vedove, gli orfani ed i poveri e ad inviare abbondanti elemosine alle altre chiese che potevano averne bisogno; le sue ricchezze erano veramente il patrimonio dei poveri e dei bisognosi. I pagani lo sapevano, e queste ricchezze eccitavano la loro cupidigia. Il prefetto di Roma fa venire Lorenzo e gli dice: « Io non vi convoco per inviarvi al supplizio, io voglio domandarvi una cosa che dipende da voi. Si dice che voi abbiate dei vasi d’oro e d’argento ed una grande quantità di denaro: l’imperatore chiede tutto questo, rendetelo a noi. – È vero, risponde Lorenzo, che la nostra chiesa è ricca, e lo stesso imperatore non ha tanti grandi tesori. Io vi farò vedere ciò che essa ha di più prezioso; datemi soltanto qualche tempo per mettermi in ordine, redigere il punto della situazione e fare il calcolo. » Il prefetto gli accordò tre giorni. Lorenzo percorse tutta la città per cercare i poveri che la Chiesa sosteneva con le sue elemosine; egli raccolse tutti i malati, zoppi, ciechi, lebbrosi. paralitici, malati coperti di ulcere, e li radunò n un vasto cortile; poi andò a trovare il prefetto e lo pregò di venire a vedere i tesori di cui aveva parlato: « Voi vedrete, egli diceva, un grande cortile pieno di vasi preziosi e di lingotti d’oro ammassati sotto le gallerie. » L’uomo di Dio voleva colpire questo pagano con un grande spettacolo, e fargli comprendere quanto le ricchezze della terra siano disprezzabili: « L’oro che voi desiderate, gli dice, non è che un metallo senza valore, ed è la causa di tanti crimini. Il vero oro è la luce del cielo di cui godono questi poveri, presenti davanti ai vostri occhi. Essi trovano nelle loro infermità e nelle loro sofferenze, sopportate pazientemente, i più preziosi benefici; voi vedete nelle loro persone i tesori che io ho promesso di mostrarvi. Vi aggiungo le perle e le pietre preziose della Chiesa, le vedove e le vergini consacrate a Dio: è la corona della Chiesa. Godete di queste ricchezze per Roma, per l’imperatore e per voi stesso. » Il prefetto, per tutta risposta, fece approntare una immensa graticola di ferro, sotto la quale si misero dei carboni ardenti. Si spogliò il generoso diacono dei suoi vestiti, e lo si legò su questa graticola, aumentando gradualmente l’intensità del calore. Lorenzo conservò un viso sereno e tranquillo; il suo pensiero era a cielo, la sofferenza sembrava non sfiorarlo. Dopo essere rimasto per un certo tempo esposto a questo atroce supplizio, egli dice dolcemente al tiranno: « Ora fatemi rigirare, perché da questo lato mi sono già arrostito! » I carnefici allora lo rigirarono effettivamente. Dopo un poco di tempo aggiunse: « Ora la mia carne è ben cotta, potete pure mangiarla. » Il prefetto non rispose a questo meraviglioso coraggio se non con insulti. Tuttavia il martire pregava con fervore, chiedeva a Dio la conversione di Roma, e pregava Gesù-Cristo di accordare questa grazia ai santi Apostoli Pietro e Paolo, che vi avevano piantato la croce bagnandola con il proprio sangue. Finita la preghiera, levò gli occhi al cielo e rese lo spirito, martire della fede e della carità … Lo stesso anno vide il martirio di San Cipriano, vescovo di Cartagine, una delle luci più brillanti della Chiesa. Il proconsole Galero lo cita davanti al suo tribunale: « Tu sei Tascio Cipriano – gli dice – Si, io lo sono. – Sei tu il capo dei Cristiani? – Si, sono io! – Sacrifica dunque agli dei. – Io non posso. – Riflettete, dice il proconsole; in una giusta cosa – replica Cipriano – ho ben riflettuto; eseguite gli ordini di cui siete incaricato. » Galero delibera con il suo consiglio, e di seguito dice: « Tu sei vissuto senza pietà; ha trascinato una moltitudine di persone al tuo culto, noi ti condanniamo ad essere decapitato. – Dio sia benedetto! » esclama il generoso Vescovo. Allora i Cristiani che erano intorno al tribunale, urlano: « Che ci si faccia morire con lui! » Ne segue una scena tumultuosa, ed il proconsole, temendo una sedizione, ordina di portare Cipriano fuori dalla città; molti cristiani lo accompagnano. Quando Cipriano giunge sul luogo dell’esecuzione, mette le ginocchia a terra e prega per un po’ di tempo; poi si toglie il mantello, si spoglia della sua dalmatica, o veste di sopra, rimanendo con una semplice tunica di lino. Si benda da se stesso gli occhi; un sacerdote ed un diacono che l’accompagnano gli legano le mani. Egli fa dare venticinque monete d’oro all’esecutore, e presenta la sua testa al carnefice, che la taglia con un colpo solo. I Cristiani raccolgono il suo sangue in stoffe di lino e di seta. Galero muore solo qualche giorno dopo. Si potrebbero raccontare tutti questi gloriosi combattimenti che illustrarono la Chiesa in tutte le provincie dell’impero, ma necessiterebbe uno spazio enorme. A Cirto, in Numidia, vi fu una strage di Cristiani,; in Spagna, San Fruttuoso, Vescovo di Tarragona, fu martirizzato con due dei suoi diaconi; ad Antiochia, un sacerdote, di nome Sapricio, che aveva in odio un cristiano chiamato Niceforo, apostatò vigliaccamente, malgrado le esortazioni di questo cristiano che gli chiedeva perdono, e che ricevette al suo posto la corona del martirio; a Cesarea, in Palestina, tre amici, Prisco, Malco ed Alessandro andarono insieme al cielo, dopo essere stato esposti alle bestie feroci; a Melitene, in Armenia, un ufficiale delle truppe dell’impero, Polieucto, che ha ispirato una tragedia così bella al poeta Corneille, confessò strenuamente la sua fede, malgrado le preghiere e le lacrime di Paolina, sua sposa, e dei suoi figli. Citiamo ancora San Romano, soldato, che San Lorenzo aveva convertito; la vergine Santa Eugenia, che era la maestra di diverse altre vergini consacrate a Dio; i santi detti della “massa bianca” a Utica che, in numero di centocinquantatré, furono precipitati in una fornace di calce, e le cui ossa, mescolate alla calce, formarono una massa bianca, da cui il nome designante, etc. etc. Ma il castigo di tanta crudeltà non tardò a raggiungere Valeriano. Mentre la peste devastava ancora una volta le grandi città dell’impero, i barbari invasero le frontiere, penetrando fin nel cuore delle più belle province e, in Oriente, i Persiani, sotto la guida di Sàpore, minacciavano l’Asia minore. Valeriano partì alla testa di un’armata per respingere il nemico, ma fu sconfitto e fatto prigioniero. Sàpore lo trascinò dappertutto, carico di catene, per renderlo testimone della devastazione delle più fertili contrade dei suoi stati; e quando il superbo vincitore voleva salire a cavallo, gli faceva un segno, e l’imperatore romano curvava il dorso affinché le sue spalle, ricoperte di porpora romana, servissero da sgabello al barbaro monarca. Questo supplizio durò tre anni. Quando Valeriano morì, si scorticò il suo cadavere, se ne conciò la pelle, la si tinse di rosso, e restò così sospesa per diversi secoli alle volte del tempio principale della Persia. Tuttavia Gallieno, figlio di Valeriano, si dispiacque ben poco della sorte del padre e, quando apprese della sua morte, si contentò di dire: « Lo sapevo che mio padre era mortale! »

Nona persecuzione (274)

Alla morte di Gallieno, trenta tiranni si disputarono l’impero. Aureliano finì per restare l’unico padrone nel 270; egli ristabilì la tranquillità, respinse i barbari, vinse Zenobia, regina di Palmira, e regnò gloriosamente, ma egli attribuì i suoi trionfi ai suoi falsi dei, e volle acquisire un’ultima gloria, quella di distruggere una religione che i suoi predecessori avevano invano proscritto. Dio non gli lasciò che più di otto mesi di regno. Un prima volta, un fulmine cadendo ai suoi fianchi, nel momento in cui stava firmando l’editto di proscrizione, aveva arrestato la sua mano; ma egli non ignorò questo avvertimento, e corse verso la sua fine. Il Papa San Felice fu uno delle sue vittime; la morte di Aureliano, ucciso da uno dei suoi ufficiali, non fece che rallentare la persecuzione, ma non la fece cessare completamente, e si contano ancora numerosi martiri fino alla fine del terzo secolo, benché non vi fosse stato un nuovo editto imperiale. Si cita, tra questi illustri confessori della fede, san Genesio, commediante che si convertì nel corso di una parodia teatrale delle cerimonie del Battesimo; san Maurizio ed i suoi compagni, tutti soldati di una legione chiamata Tebana, che si lasciarono sgozzare nel Valais  piuttosto che sacrificare ai falsi dei; San Crespino e San Crespiniano, nobili romani che furono martirizzati a Soissons; San Quintino, cittadino romano di famiglia senatoriale, che ha dato il suo nome ad una delle più fiorenti città della Francia; San Firmino, primo vescovo di Amiens; San Luciano, primo vescovo di Beauvais; San Vincenzo, in Spagna, i due Papi, San Sotero e San Caio, e soprattutto San Sebastiano, il cui martirio è rimasto celebre nella Chiesa. Gli imperatori si erano succeduti rapidamente dopo Galliano, ed i flagelli si succedevano ancor più rapidamente. Nel  284, Diocleziano salì al trono; gli si aggiunse, come pari, Massimino Ercole; l’ordine si ristabilì, ma non la pace della Chiesa. Sebastiano, originario di Narbonne nella Gallia, era capitano di una compagnia di guardie pretoriane: pieno di zelo per la fede, egli visitava i Cristiani prigionieri, incoraggiava i deboli, ed aveva convertito un gran numero di pagani che ebbe la ventura di condurre in seguito in cielo per la via del martirio. Lo stesso prefetto di Roma, di nome Cromazio, si convertì con tutta la famiglia, i suoi servi ed i suoi schiavi, in numero di millequattrocento persone. La sua casa era diventata come un tempio, ove il Papa Caio celebrava i divini misteri. Questi progressi del Cristianesimo allarmarono Massiminiano Ercole. Per evitare la persecuzione, Cromazio si rifugiò in campagna con una parte della sua casa, mentre il resto rimase a Roma con il Papa; tra questi ultimi si trovava Tiburzio, figlio di Cromazio; Sebastiano non aveva abbandonato il suo posto. La persecuzione scoppiò. Santa Zoé, pia dama convertita da San Sebastiano, fu arrestata per prima, nel momento in cui pregava sulla tomba di San Pietro e di San Paolo, il giorno della loro festa; la si sospese per i piedi sopra un fuoco il cui fumo la soffocò. Altri sei cristiani, tra i quali era Nicostrato, sposo di Zoé, furono gettati in mare dopo essere stati torturati; altri furono lapidati, altri inchiodati con i piedi a dei pali ed uccisi a colpi di lancia. Tiburzio, tradito da una spia, disse ai suoi giudici: « Come! Perché rifiuto di adorare una prostituta nella persona di Venere, l’incestuoso Giove, un ingannatore come Mercurio e Saturno, assassino dei suoi figli, io disonoro la mia razza, e sono un infame! » Per tutta risposta, gli si tagliò la testa. Sebastiano che aveva mandato tanti Martiri in cielo, sospirava il momento in cui si sarebbe riunito a loro. I suoi voti non tardarono ad essere esauditi. Egli fu denunciato a Diocleziano che allora si trovava a Roma; l’imperatore rimproverò al capitano delle guardie la sua ingratitudine; egli lo accusò di tradimento, perché avrebbe usato, contro il suo governo, l’autorità che gli dava il suo grado: « Io non ho mai cessato di essere fedele al mio dovere, rispose Sebastiano, né di fare voti per la salvezza del principe e dell’impero; ma io ho da lungo tempo riconosciuto che è follia adorare gli dei di pietra e di legno, ed ho rivolto le mie preghiere al vero Dio che è nei cieli, e al suo Figlio Gesù-Cristo. » Diocleziano, irritato dal generoso ardimento del confessore, fece venire una compagnia di arcieri di Mauritania che servivano tra le sue guardie, Si spogliò Sebastiano dei suoi vestiti; gli arcieri lo trafissero con le frecce e lo lasciarono morto sulla piazza. La pia vedova di un martire, venne di notte per prenderne il corpo. Poiché comprese che il santo ancora respirava, lo trasportò nella sua casa, nello stesso palazzo dell’imperatore, e dopo qualche giorno, Diocleziano vide con stupore, in mezzo alle guardie schierate al suo passaggio, sulla scala d’onore, colui che credeva morto sotto i colpi dei suoi arcieri. Furioso lo fece subito condurre nell’ippodromo del palazzo, ove Sebastiano fu finito a colpi di bastone. Il suo corpo fu gettato in una fogna, dalla quale poi i Cristiani lo estrassero. Questo avvenne tra il 19 ed il 20 di gennaio del 288.