COCOSCERE LO SPIRITO SANTO (26)

Mons. J. J. GAUME

IL TRATTATO DELLO SPIRITO SANTO, Vol. I

[vers. Ital. A. Carraresi, vol. I, Tip. Ed. Ciardi, Firenze, 1887; impr.]

CAPITOLO XXV.

(continuazione del precedente.)

Culto del serpente presso le nazioni moderne tuttora idolatre — La setta degli Ofiti — La Cina adora il Gran Drago — È il sigillo dell’impero — Solenne processione in onore del Drago — L’imperatrice attuale — La Cocincina — L’India: pubblica adorazione del serpente — Tempio di Soubra-Manniah — “Festa della Penitenza — Culto privato del serpente — L’Africa — Culto del serpente di Etiopia, a tempo di san Frumenzio — Culto attuale, di tutti più celebre — Passo di De Brosses e di Bosman — Culto del serpente nel Regno di Juidah (Widah) da un secolo a questa parte — Culto attuale, simile all’antichità pagane — Curiosi ma tristi dettagli — Relazione dei missionari e di un chirurgo di marina — L’America — Culto del serpente all’epoca della scoperta — Culto attuale — Relazione del Padre Bonduel — Culto del serpente nella Polinesia, l’Australia, l’Oceania — Il Vaudoux — Culto agli S tati Uniti — Parole di un missionario — Altre testimonianze — In Haiti — Sacrifizio umano — Esecuzione dei colpevoli nel 1864.

Se l’assioma da noi ricordato avesse bisogno di una nuova conferma, si troverebbe nella storia delle nazioni pagane ancora esistenti su diversi punti del globo. Molto tempo dopo la pubblicazione del Vangelo, vediamo il culto del serpente vivo perpetuarsi presso gli Ofiti, eretici  ostinati, dei quali parla Origène e sant’Epifanio (Contr. Cels. et hær., 37). Fra gli Gnostici apparve una sètta numerosa, la quale, per ragione del suo culto peculiare del serpente, ricevette il nome d’Ofìti. Gli adepti insegnavano che la sapienza erasi manifestata agli uomini sotto la figura di un serpente. Adoravano pure con devozione un serpente chiuso in una lunga gabbia. Quando era giunto il giorno di celebrare la ricordanza dei servizio reso al genere umano, mediante l’albero della scienza, aprivano la gabbia, e chiamavano il serpente, il quale saliva sulla tavola e si avvoltolava intorno ai pani; quest’era ai loro occhi, un perfetto sacrificio. Dopo avere adorato il serpente, offrivano per mezzo suo un inno di lode al Padre celeste. – Nessuno ignora che il Gran Drago è la suprema divinità della Cina e della Cocincina. Uno dei divertimenti, che spesso si ripete nel palazzo dell’imperatore al Pekino, è il Drago intorno alla gabbia dell’avoltoio, con la gola spalancata, con gli occhi inferociti che escono dall’orbita. Quest’è l’emblema inseparabile del figlio del cielo, che trovasi sopra il suo sigillo, sulle sue tazze, il suo vasellame, i suoi mobili, sugli angoli delle case, sulle porte, dappertutto. (Annali della Propag. della Fede, n. 223, p. 298, 1887). Il Drago scolpito sul sigillo imperiale! Non direbbesi l’infernale parodia della croce, che sormonta la corona dei principi cristiani; o dell’antica iscrizione delle monete d’oro del regno di Francia: Christus vincit, regnat, imperat! Non è un segno vano, il Dio che rappresenta, è l’oggetto di un culto reale. Cosi il giovine imperatore della China, essendo stato colpito da una grave malattia nel 1865, la imperatrice madre si è portata per nove giorni a piedi, mattina e sera, al gran tempio del Drago a pregare pel suo figlio. Poco fa gli abitanti della città cinese di Tlng-haè si lamentavano della siccità. Fu deciso che il Drago comparisse nelle strade, e si pregasse solennemente di mandare la pioggia nelle campagne. Al giorno stabilito noi vedemmo volgersi per le vie principali di Ting-haè in tortuosi giri il mostro, portato da cinquanta o sessanta persone, intorno alle quali si accalcava tutta la popolazione della città. (Annali della Filosof. Crist,, t. XVI, p. 355). Ancor oggi, le congregazioni cinesi di Saigon celebrano ogni anno, con un lusso ed una pompa inusitata, la festa del Drago. L’interminabile processione percorre le vie principali della città, e qualche volta anche attraversa il giardino del palazzo dei governatore. – (Corriere di SaXgon, 1865).La schifosa figura del Drago si incontra dovunque. Ad ogni momento la s’invoca, e in tutte le circostanze più importanti della vita ed anche dopo morte. L’Annamita che ha perduto un membro della sua famiglia non si permetterebbe di sotterrarlo, prima d’avere domandato allo stregone, od al sacerdote del Drago, di fargli conoscere il luogo della sepoltura. Si suppone che vi siano dei draghi sotterranei che passano e ripassano in certi luoghi privilegiati. I morti si pongono sulla loro via, nella credenza che i draghi ricolmino essi ed i parenti loro di ricchezze e di felicità. Se una disgrazia colpisce la famiglia, si va a dissotterrare il morto, e dietro l’indicazione di un nuovo oracolo, lo si sotterra in un luogo più prossimo al passaggio del Drago. – Il serpente ha rappresentato un ufficio considerevole presso gli antichi popoli dell’India (Massimo di Tiro, Dissert., VII, p. 139, ediz. Reiske), ed il suo culto si è mantenuto fino a questo giorno in quella vasta parte dell’Asia. I loro libri sacri sono pieni di racconti in cui è fatta menzione del serpente. Ivi, come in Egitto, tutti i simboli del culto, portano la sua immagine. Un gran serpente figura al principio del mondo, ed è l’oggetto di una profonda venerazione. « Vedesi un tempio rinomatissimo, consacrato al serpente, all’est del Maissour, in un luogo detto Soubra Manniàh. Questo nome è quello del gran serpente, tanto famoso nelle favole indiane. « Tutti gli anni nel mese di dicembre, ha luogo una festa solenne nel tempio. Innumerevoli devoti accorrono di molto lontano per offrire ai serpenti adorazioni e sacrifici in quel luogo privilegiato. Una moltitudine di questi serpenti hanno fissato il loro domicilio nell’interno del tempio, dove sono mantenuti e ben nutriti dai Brama che gli servono. La protezione speciale di cui godono, ha permesso loro di moltiplicarsi sino al punto che ne vediamo uscire da tutti i lati all’intorno. Molti devoti portano loro da mangiare. Guai a chi avesse la disgrazia di uccidere una di quelle divinità striscianti! Si tirerebbe addosso terribili castighi. » (Costumi e istituzioni dei popoli dell7India, del sig. Dubois, superiore delle Missioni straniere, il quale ha dimorato ventotto anni nelle Indie, t. II, c. XII, p. 435). Sopra un altro punto dell’immensa penisola, il serpente riceve pure gli onori divini. « Recentemente, scrive uno dei nostri missionari, sono stato a Galcutta, testimone oculare di una festa religiosa, celebrata in onore della dea Kalli. È una delle più solenni dell’anno: essa si nomina la festa della Penitenza. Il primo giorno della festa, la moltitudine dei curiosi era immensa, essa superava quasi il numero dei penitenti. Ma il secondo e il terzo giorno vidi in molti punti, principalmente sui canti delle strade e nei crocicchi, alcuni uomini che avevano la lingua traforata verticalmente da una lunga sbarra di ferro. Essi la dondolavano al suono degli strumenti, e ballavano essi medesimi in quello stato. Altri si erano fatta una larga apertura nelle reni e nelle spalle, e da ciascun foro passava un enorme serpente, che coi suoi giri tortuosi avvolgeva il loro corpo. » (Annali della Propag. della Fede, n. 18, p. 535, aprile, 1886). Oltre all’adorazione nazionale del serpente, gli Indiani, come gli antichi abitanti dell’Egitto, rendono anch’oggi un culto domestico ad un serpente comunissimo, la cui morsicatura dà quasi istantaneamente la morte; lo si chiama serpente capei. La loro condotta, che ognuno può verificare con i propri occhi, rende credibile tutto quello che abbiamo letto dell’antichità pagana. I devoti vanno in cerca dei buchi, ove stanno riposti questa sorta di serpenti. Allorquando hanno avuto la fortuna di scoprirne qualcuno, essi vanno religiosamente a deporre alla bocca di detti fori, del latte, dei banani (fichi di Adamo), ed altri cibi che sanno esser graditi da questi dèi rettili. – Se per caso uno di essi s’introduce in una casa, gli abitanti si riguardano dal cacciarlo via, ed è al contrario gelosamente custodito e onorato con sacrifici. Vediamo infatti degli Indiani conservare presso di sé per parecchi anni di questi grossi serpenti capels; ed ancorché dovesse costare la vita a tutta la famiglia, nessuno ardirebbe porre la mano su di essi (Costumi e istituzioni dei popoli dell’Indie, del Sig. Dubois. Per altri popoli moderni, vedi gli Ann. della Filos. Cristiana, citati più sopra). – Passiamo adesso in Africa. Antichissimamente il serpente è stato il gran dio della terra di Cam. Nel quarto secolo, allorché san Frumenzio andò a portare la fede agli Etiopi, trovò il culto del serpente in tutto il suo splendore. Per riuscire nella sua missione, dovette come Daniele, incominciare col distruggere il serpente che era stato sino allora la divinità degli Axumiti. (Gonzales, apud Ludolf. Etiopie, p. 479). Cosi accade ancora in tutta l’Africa non cristiana. Fra tutte le nazioni negre a lui note, dice un viaggiatore tedesco, non ve n’è una che non adori il serpente…. « I Fidas, oltre al gran serpente, che è là divinità di tutta la nazione, hanno ciascuno i loro piccoli serpenti, adorati come tanti dèi penati, ma che non sono stimati, potenti del pari quanto l’altro, di cui non sono che i subordinati. Quando un uomo ha riconosciuto che il suo dio lare, il suo serpente domestico, è senza forza per fargli ottenere ciò ch’egli domanda, egli fa ricorso al gran serpente. « I sacrifici che presso i popoli, formano la parte più interessante dei culti, consistono in bovi, vacche, montoni ecc. Alcune nazioni offrono altresì dei sacrifizi umani. Tra il numero delle feste annuali, bisogna contare il pellegrinaggio della nazione dei Fidas al tempio del gran serpente. Il popolo riunito dinanzi l’abitazione del serpente, con la faccia prostrata contro terra, adora quella divinità senza osare di levare gli occhi su di lei. Fuori dei sacerdoti non havvi che il re che abbia diritto a questo favore, e per una volta soltanto. » (Oldendrop, citato dal dott, Boudin nel culto del serpente, p. 57 e segg. in-8, 1864). Un altro viaggiatore si esprime in questi termini: « Il culto più celebre dell’Africa, dice Bosman. è quello del serpente. Tra il gran numero di serpenti che vi sono onorati con cerimonie più o meno bizzarre, ve ne ha uno che è riguardato come il Padre, ed a cui si rendono omaggi particolari. Gli si è fabbricato un tempio, dove sacerdoti sono incaricati di servirlo. I re gli inviano doni magnifici, e intraprendono lunghi pellegrinaggi per andare a presentargli le loro offerte e le loro adorazioni. » (Viaggio di Bosman, nel gran dizionario della Favola, art. Serpenti d’Africa). Trattando lo stesso soggetto nella sua storia degli Dei Fetisci, (Fetiscio viene dal portoghese fetisso che vuol dire incantato)il presidente de Brosses pronunzia parole d’oro allorché dice: « Il miglior mezzo d’illuminare certi punti oscuri dell’antichità, e di sapere ciò che avveniva presso le nazioni pagane antiche, si è di esaminare ciò che accade presso le nazioni pagane d’oggigiorno, e di vedere se non succede in qualche luogo, tuttora sotto gli occhi nostri, qualcosa di simile. La ragione si è, come dice un filosofo greco, che le cose si fanno e si faranno come le si son fatte. L‘Ecclesiastico dice pure; Quid est quod fuit? ipsum quod futurum est. Ora niente rassomiglia più al culto del serpente e degli animali sacri dell’Egitto, quanto quello del fetiscio o serpente vergato dell’Juidah (Dicesi oggi Whydah), piccolo regno sulla costa della Guinea, il quale potrà servire d’esempio per tutto quel che avviene di simile nell’interno dell’Africa. Vediamo già che nulla più rassomiglia al serpente di Babilonia, che il profeta Daniele ricusò di adorare. » (Del culto degli Dei Fetìsci, p, 16 e 26 ef. ediz, in-12, 1760)- La storia ci ha detto che gli Epiroti credevano che tutti i loro serpenti sacri discendessero dal gran serpente Python: medesima credenza in Africa. « Il serpente, continua l’autore, è un animale grosso quanto la coscia d’un uomo, e lungo circa sette piedi, rigato di bianco, di bleu, di giallo e di bruno, con la testa tonda, gli occhi aperti, senza veleno, di una dolcezza e di una familiarità sorprendente con gli uomini. Questi rettili entrano volentieri nelle case e si lasciano prendere e maneggiare. » (Del culto degli dei fetisci, p. 29 e segg.). « Tutta la specie di questi serpenti sacri, se deesi credere ai negri dell’Juidali, discende da un solo che abita il gran tempio presso la citta di Shabi, e che vivendo da parecchi secoli, è diventato di una grandezza e di una grossezza smisurata. Era stato prima la divinità dei popoli di Ardra; ma questi essendosi resi indegni della sua protezione, il serpente venne di suo proprio moto a dare la preferenza ai popoli dell’Juidah. Nel momento stesso di una battaglia, che le due nazioni dovevano darsi, lo videro passare pubblicamente da uno dei due campi all’altro. Ecco l’antica evocazione. II gran sacerdote allora lo prese nelle sue braccia e lo mostrò a tutto l’esercito. A questa vista tutti i negri caddero in ginocchio, e riportarono facilmente una vittoria completa sul nemico. » (Idem). A Babilonia, in Egitto, in Grecia e presso gli altri popoli pagani dell’antichità, il serpente aveva dei templi dove era servito da sacerdoti e da sacerdotesse, onorato, consultato, nutrito a spese del pubblico. I soli suoi ministri avevano il diritto, di penetrare nel suo santuario; fuori di lì, ei si rendeva familiare, e degnava lasciarsi prendere e maneggiare. Ecco parola per parola ciò che avviene in Africa: « Si edificò un tempio al nuovo fetiscio. Fu portato sopra un tappeto di seta per cerimonia con tutte le possibili testimonianze di gioia e di rispetto; e gli furono assegnati fondi per la sua sussistenza. Gli si scelsero dei sacerdoti per servirlo e, vergini per essere a lui consacrate. Subito questa nuova divinità prese autorità sulle antiche. Essa presiede al commercio, all’agricoltura, alle greggi, alla guerra, agli affari pubblici del governo ecc. Gli si fanno considerevoli doni, cioè pezze intere di stoffe dì cotone o di mercanzie d’Europa; tonnellate di liquori, e greggi interi: dei sacerdoti s’incaricano di portare al serpente le adorazioni del popolo, e riferire i responsi della divinità, non essendo permesso ad alcun altro che ai sacerdoti, nemmeno al re, d’entrare nel tempio e di vedere il serpente. La posterità di questo rettile divino è diventata innumerevole. Quantunque essa sia meno onorata del capo, non avvi negro che non si creda felicissimo d’incontrare serpenti di questa specie, e che non li alloggi e li nutrisca con allegrezza. » – Ricolmo d’onori e servito da sacerdoti, il gran serpente volle, come in antico, avere delle sacerdotesse. « Ecco in qual modo si prendono per procurargliele. Durante un certo tempo dell’anno, le vecchie sacerdotesse o beias, armate di clave, corrono il paese, dallo spuntar del sole fino a mezzanotte, furibonde come tante baccanti. Tutte le fanciulle dell’età di dodici anni che possono trovare, gli appartengono di diritto; né è permesso di resister loro. (Nell’antico Messico, trovasi la medesima tratta’di giovinette a profitto del serpente). Esse rinchiudono queste giovinette in delle capanne, le trattano assai dolcemente e le istruiscano nel canto, nel ballo e nei sacri riti. Dopo averle istruite, imprimono loro il segno della consacrazione, disegnando loro sulla pelle, con acute punture, delle figure di serpenti…. « Si dice loro che il serpente le ha contrassegnate, e in generale, il segreto su tutto ciò che avviene alle donne nell’interno dei chiostri, è talmente raccomandato sotto pena d’essere portate via e bruciate vive dal serpente; che nessuna di esse è tentata di violarlo. Allora le vecchie le riconducono, durante un’oscura notte, ognuna alla porta dei loro genitori, che le ricevono con gioia, e pagano carissima alle sacerdotesse la pensione della dimora, tenendo ad onore la grazia che il serpente ha fatta alla loro famiglia. Le giovanette incominciano allora ad essere rispettate ed a godere una infinità di privilegi. « Finalmente, quando sono esse nubili, ritornano al tempio in cerimonia e benissimo abbigliate per essere sposate al serpente. Il giorno dopo si riconduce la maritata nella sua famiglia, e d’allora in poi ha parte alle retribuzioni del sacerdozio. Una parte di quelle fanciulle si marita in seguito a qualche negro, ma il marito deve rispettarle quanto egli rispetta il serpente, di cui portano il marchio, né possono loro parlare fuorché in ginocchio, e restare soggetti in ogni cosa alla loro autorità. » (Del culto degli dei fetisci, p. 49 e seg.). Ecco oggi dunque, come anticamente, in Africa, come dappertutto, l’innocenza profanata dal serpente e consacrata al suo servizio. « Indipendentemente da questa specie di religiose affiliate, avvi una consacrazione passeggera per le giovinette… S’immaginano che queste siano state toccate dal serpente, il quale avendo concepito dell’inclinazione per esse, ispira loro una specie di furore. Talune si mettono tutt’ad un tratto a fare degli urli spaventosi, assicurando che il fetiscio le ha toccate. Esse divengono furibonde come tante pitonesse; e rompono tutto quel che cade loro tra mano, facendo mille danni. » (Ivi, p. 42). Stando alla relazione di Bosman, in altre contrade di questa trista parte di mondo, vedesi come nell’antichità, le più belle figlie del paese consacrate al servizio dei serpenti. Havvi questo di particolare, che i negri credono che il gran serpente ed i suoi confratelli abbiano l’usanza di adocchiare in primavera le giovinette in sulla sera, e che l’accostarsi, o il semplice contatto di questi rettili faccia perdere ad esse la ragione. (Bosman, come sopra). – Viaggi più recenti confermano questi dettagli e ne aggiungono dei nuovi: « In tutti i villaggi, si diceva poco tempo fa quello dei nostri missionari che penetrò assai addentro nell’Africa, voi trovate il fetiscio della località, senza contare quelli di ciascuna casa. Il fetiscio del villaggio è pel solito un grosso serpente che passeggia liberamente per tutte le strade. Il primo che io scòrsi, mi ispirò un vero spavento. Presi il mio bastone per batterlo, ma la mia guida mi trattenne il braccio, e fece bene. Se avessi avuta la disgrazia di offendere quel dio, sarei stato sull’istante fatto a pezzi. » Alla data del 28 aprile 1861 un altro missionario scrive da Dahomey: « Il popolo di questo paese pare consacrato al più abominevole feticismo. Il culto dei serpenti vivi è in voga su molti punti della costa: ma in nessuna parte hanno templi e sacrifici regolari come a Whydah. (Città di circa 20,000 anime, sul mare). In un recinto ben disposto, si nutrisce un centinaio di grossi serpenti, i quali vanno quando gli pare e piace a passeggiare per la città. Allora tutti quelli che gli incontrano, abbassano il capo fino in terra, mentre che l’animale abominevole avanza pesantemente per la via, fino a che qualche fervente adoratore non lo prende con rispetto e lo riporta nel suo covile. » (Annali ecc. Marzo 1861, p. 390. — I Gallas che abitano la costa opposta dell’Africa adorano pur essi il serpente. A questo dio rettile attribuiscono una terribile potenza sulla natura. Se si sente una scossa di terremoto, si vedono gli abitanti correre con le mani piene di doni verso la caverna, riguardata come l’abitazione del dio che scuote la terra). – Questo tempio, o piuttosto questa spaventosa tana, fu visitata nel 1860 da un chirurgo della marina imperiale, che ne fa la seguente descrizione. « La prima mia visita fu al tempio dei serpenti fetisci, situato non lungi dal forte, in un luogo un po’ isolato, sotto un gruppo di alberi magnifici. Questo curioso edificio consiste semplicemente in una specie di rotonda, di dieci o dodici metri di diametro e sette o otto di altezza. Le sue mura, in terra asciutta hanno due aperture, l’una opposta all’altra, per le quali entrano od escono liberamente le divinità di quel luogo. La vòlta dell’edificio, formata di rami d’alberi intrecciati che sostengono una tettoia d’erbe secche, è costantemente tappezzata di una miriade di serpenti che potei esaminare a tutto mio agio…. « La loro statura varia da uno a tre metri. La testa è larga, schiacciata e triangolare ad angoli rotondi, sostenuta da un collo un po’ meno grosso del corpo. Il loro colore varia dal giallo chiaro, al giallo verdastro. Il maggior numero porta sul dorso due linee brune. Gli altri sono regolarmente macchiati. Durante la mia visita, quegli animali potevano ammontare a più di un centinaio. Alcuni scendevano e salivano avvinghiati a dei tronchi d’alberi, disposti a tale effetto lungo le muraglia; altri sospesi per la coda, dondolavano in qua e in là sopra il mio capo, scintillando la loro triplice lingua e, guardandomi col continuo batter degli occhi; altri infine a spira, o addormentati sull’erbe del tetto, digerivano senza dubbio le ultime offerte dei fedeli. Malgrado l’affascinante stranezza di quello spettacolo, io sentiva dentro di me un certo malessere in mezzo a quelle viscose divinità…. « I sacerdoti che ne hanno cura, abitano vicino al tempio…. Queste spaventose divinità hanno pure delle sacerdotesse; sono come le fetiscie o spose del serpente fetiscio. In certe epoche dell’anno le vecchie sacerdotesse corrono per le strade del villaggio, rapiscono le bambine dagli otto ai dieci anni che incontrano, e le conducono nella loro abitazione. Queste bambinette subiscono là un noviziato più o meno lungo, e quando divengono nubili sono fidanzate al serpente fetiscio. Più tardi alcune finiscono per maritarsi a de’ semplici mortali, ma assai difficilmente, perché conservando sempre qualche cosa del loro sacro carattere, esigono dal loro marito una completa sottomissione. » (Rapporto del Sig. Repin nel Giro del mondo, n. 161, p. 71-74 —: 4° anno 1868). – Tutti questi dèi rettili non sono inoffensivi come quelli di Whydah. « Un altro punto della nostra missione, scrive il padre Borghero, offre uno spettacolo assai più ributtante. Al gran Popo, non lungi da Whydàh, i serpenti non hanno tempio, è vero; ma ricevono un culto che fa orrore. Vi è una specie di rettili ferocissimi, della razza dell’aspide, o del boa. Quando uno di questi serpenti incontra per via dei piccoli animali, li divora senza pietà. Quanto più e vorace, tanto più eccita la devozione dei suoi adoratori. Ma i maggiori onori, le maggiori benedizioni gli sono prodigate, quando ei trova qualche fanciullo, e ne fa suo pasto. Allora i genitori di questa povera vittima si prostrano a terra e rendono grazie ad una tale divinità, per avere scelto il frutto delle loro viscere per farne suo cibo; « E noi ministri di Colui che ha vinto l’antico serpente e che l’ha maledetto, siamo obbligati ad avere tutti i giorni questo spettacolo sotto gli occhi nostri, senza che ci sia dato modo di vendicare l’onore del nostro maestro cosi indegnamente oltraggiato. » (Annali ecc., marzo 1861, p. 890 e seg. Come sotto l’ardente sole dell’Africa, così il culto del serpente esiste ancor oggi in mezzo alle nevi della Mantchourie. Id., 1867, n. 175, p. 428). – Il culto del serpente si è rinvenuto nelle vaste contrade del nuovo mondo, e questa non è la minor prova dell’unità della razza umana. Al momento della scoperta dell’America, gli Spagnuoli riscontrarono su diversi punti tracce non dubbie del culto del serpente. Ricordiamoci che nel Messico, Huitzilopochtli, principale divinità dell’impero, era assiso sopra una gran pietra cubica, da ciascun angolo della quale, usciva un serpente mostruoso. La faccia del nume era coperta da una maschera, alla quale era appeso un altro serpente. Il tempio dedicato a Quetzalcohuatl, altra divinità messicana, era di forma rotonda, e l’entratura rappresentava una gola di serpente che pareva volesse divorare, riempiendo di terrore quelli che vi si accostavano la prima volta. – Negli annali più antichi dei Messicani la prima donna chiamata da essi la madre della nostra carne, è sempre rappresentata come vivente in relazione con un gran serpente. Questa donna figurata nei loro monumenti da una sorta di geroglifici, porta il nome di Cikuacohuatl, che significa donna del serpente. Fra gli altri doni gli si offrivano delle spine tinte di sangue dei sacerdoti e dei nobili, poi anche delle vittime umane. (Storia delle nazioni civilizzate del Messico dell’abate le Brasseur di Berigbourg, t. III, p. 504). – È qui il luogo di fare una osservazione che si riproduce parecchie volte nel nostro studio. Ogni credenza religiosa si traduce con atti speciali che le danno carattere. E niente è più vero della parola citata più sopra: Dimmi quel che tu credi, ed io ti dirò ciò che tu fai. Per ciò che concerne il culto dei serpenti l’esperienza dimostra, che presso quasi tutti i popoli il suo infallibile corollario è stato il sacrificio umano. Non è forse questa la prova evidente che il culto del serpente non è altro che il culto del grande omicida? Proseguiamo il nostro cammino. Durante i primi anni della conquista, un certo numero d’indigeni abbracciarono il Cristianesimo, piuttosto per timore che per convinzione. Gli adoratori del serpente non trascuravano nulla per far loro abiurare la fede, e ricondurli alle pratiche dell’antico culto. Sotto il titolo specioso di medici, s’introducevano nei villaggi, e spessissimo riuscivano nella loro colpevole impresa. Prima di ammettere il rinnegato alla iniziazione, esigevano la rinunzia al Cristianesimo. Gli lavavano quelle parti del corpo, sulle quali aveva quello ricevuto le unzioni del Battesimo, per cancellarne qualunque traccia. Di poi, conducevano il loro discepolo in una oscura foresta, o nel fondo di un precipizio, e là invocavano su di esso il gran serpente variegato, il quale si presentava accompagnato da altri piccoli serpenti. Il gran serpente si lanciava d’un tratto in bocca, e usciva per la parte posteriore del corpo. Gli altri uno dopo l’altro facevano altrettanto, poi rientravano tutti nel formicolaio; questi riti si ripetevano per tredici giorni di seguito. In questo tempo gli iniziatori comunicavano ai loro adepti, conferendo loro la maestranza, la misteriosa autorità che essi medesimi esercitavano sugli individui, direttamente o indirettamente ascrittisi all’idolatria. Con una sola parola, con un solo sguardo, potevano essi, entrando in una casa, soggiogare la volontà degli abitanti e specialmente delle donne. Le genti in tal modo affascinate, si sentivano impossessate da un tremito convulso in tutto il corpo sino al punto, che parevano come indiavolate. Si gettavano per terra con la bocca spesso spumante, e rimanevano cosi per tutto quel tempo che piaceva al mostro di ritenergli in quello stato. Il Vescovo di Chiapa dichiara di avere tutti questi particolari e altri ancora da parecchi iniziati, ravveduti dei loro errori. (Vedi Burgoa, descrizione geografica della provincia di san Domingo de Ozaca, cap. 17, Messico 1674. Torquemada, Monarchia indiana, t. II, 1, 6).Diminuito, ma non abolito, il culto del serpente si pratica ancora ai dì nostri, presso le tribù selvaggio dell’America del nord. Uno dei nostri missionari il P. Bonduel che ha dimorato per circa venti anni nel Wisconsin, ci raccontava nel 1858 che, gli stregoni non si dedicavano mai alle loro pratiche magiche che nei luoghi aridi, sulle spiagge di quelle fangose paludi e con la testa contornata della pelle del gran serpente Ketch-Kéfébeck. La formula della loro evocazione cominciava con queste terribili parole: « O tu che sei armato di dieci granfie, scendi nella mia capanna. » La preghiera continua, aggiunge il padre, finché la capanna non si sconvolge in cosiffatto modo che la vetta tocca il suolo.Lasciamo per un momento l’America, per fare una escursione negli Arcipelaghi di recente scoperti. Alle isole Viti, nell’Oceano Polinesiaco, gli abitanti adorano in un enorme serpente la loro principale divinità che porta il nome di Ndengeì. (Pritchard, Besearches into The physical history ou Menkind, Londra, 1846, in-8, t. V, p. 247). « Presso la donna australiana, scrive un missionario, è meno il gusto di un adornamento che l’idea di un sacrificio religioso che la porta a mutilarsi. Allorché è tuttora giovine le si lega la punta del dito mignolo della mano sinistra, con dei fili di ragnatelo. In capo a qualche giorno si strappa la prima falange, offesa dalla cancrena, e viene consacrata al dio serpente. » (Annali della Propag. della fede, n. 98, p. 275). – Nell’Oceania il pascersi di serpenti pare cammini insieme col culto del rettile. Non sarebbe forse in questo caso, per queste infelici vittime del demonio, la parodia sacrilega della Comunione eucaristica? Ecco quel che riferisce un viaggiatore moderno: « Quei dell’Australia mangiano ogni specie di serpenti, anco i più velenosi. Essi procurano però di sbuzzarli, e di tagliarli la testa.- Sebbene i serpenti siano in grandissima quantità nella Nuova Olanda, io non ne ho incontrato che un solo, durante la mia dimora a Sydney, ancorché facessi nei boschi delle lunghe e frequenti girate. « Quando mi apparve questo serpente, io l’uccisi con un colpo di fucile, e mi affrettai a mutilarlo più che potevo: ma l’indigeno che mi accompagnava lo prese, e dopo avergli tagliato il capo per maggior sicurezza, se ne servi come di una cravatta aspettando a mangiarlo poi a cena. » (E. Deiessert, Viaggi nei due Oceani, p. 185 e 186). – Ritorniamo in America e terminiamo il nostro viaggio per gli Stati del Sud e per Haiti. Nel trasportare dalla parte dell’Africa milioni di negri in America, il trattato vi portò seco anche il culto del serpente. La sètta di cui l’odioso rettile è la principale, forse l’unica divinità, si chiama la sètta dei Vaudoux. Molto diffusa tra i negri degli Stati Uniti, delle Antille e di S. Domingo, essa conta tra i suoi adepti molti creoli, gente di colore, ed anco bianchi, dei due sessi. Taluni anche occupano nella società, altissime posizioni. (L’imperatore Soulouque in particolare era un fervente adoratore del serpente). – I Vaudoux la cui immoralità agguaglia, se non sorpassa quella dei Mormoni, ispirano un grande spavento. Si credono possessori di segreti importanti per fabbricare terribili veleni, i cui effetti sono diversissimi. Taluni uccidono come la folgore, altri alterano la ragione o la distruggono completamente. Quantunque sia tanto difficile quanto pericoloso il mescolarsi nelle loro faccende, però alcuni fatti recenti sono venuti a porre in chiaro i vergognosi e crudeli misteri di questa abominevole sètta. I Vaudoux si adunano sempre di notte in abitazioni isolate o nelle montagne, in mezzo a folte foreste. Il serpente che riceve le loro adorazioni, comunica le sue volontà per l’organo di un gran sacerdote tra i settari, e più specialmente ancora per quello della compagna che si unisce al gran sacerdote, elevandola alla dignità di gran sacerdotessa. Questi due ministri, che diconsi ispirati dal serpente; ispirazione alla quale gli adepti hanno la più robusta fede, portano i pomposi nomi di re e di regina. Resistere loro, è resistere allo stesso nume esponendosi ai più terribili castighi: una volta riuniti, gli iniziati si spogliano affatto. Il re e la regina si pongono ad una delle estremità del recinto, vicino all’altare su cui è una gabbia che racchiude il serpente. Allorché si sono assicurati che nessun profano si è introdotto nell’assemblea, la cerimonia incomincia con l’adorazione del serpente. Questa consiste in proteste di fedeltà al suo culto e di sottomissione alle sue volontà. Si rinnova nelle mani del re e della regina il giuramento del segreto, accompagnato da tutto ciò che il delirio ha potuto immaginare di più orribile, per renderlo più imponente. In seguito, il re e la regina con tuono affettuoso come di padre e di madre, indirizzano ai loro diletti figli alcune commoventi osservazioni. Quindi la regina sale sulla gabbia che contiene il serpente (È precisamente ciò che faceva la Pitonessa di Delfo), non tarda, a sentirsi invasa dallo spirito del nume che ha sotto i piedi: ella si agita, prova in tutto il suo corpo un tremito convulso, e l’oracolo parla per bocca sua. Allorché l’oracolo ha risposto a tutte le questioni, il serpente è adorato di nuovo e ciascuno gli offre un tributo. Terminata l’adorazione, anche il re pone il piede sulla gabbia, e tosto riceve una impressione che egli comunica alla regina e questa comunica a tutti quelli che la circondano. Questi non tardano ad essere in preda alla più violenta agitazione; si contorcono ad un tratto e agitano così vivamente la parte superiore del corpo, che la testa e le spalle pare che si sloghino. (Ciò ricorda il Djedàb degli Aissaoua dell’Africa, che abbiamo visto a Parigi nel 1867, e i Coribanti dell’antichità, il cui nome greco significa agitare violentemente il capo. satana non invecchia). – Chi finisce per cadere di stanchezza, e chi di deliquio: altri finalmente provano un furibondo delirio. In tutti poi vi sono tali tremiti nervosi, che non sono più in grado di padroneggiare. Non possiamo descrivere quel che allora succede; è facile però il comprendere che in seguito all’eccessivo sovreccitamento dei sensi, che hanno dovuto produrre quelle scapigliate baccanali, lo sfogo dei grossolani piaceri, e delle brutali passioni, in quell’orrida promiscuità dei due sessi, non può mancar di presentare il più disgustoso spettacolo. – satana, nemico implacabile dell’anima dell’uomo che spinge a tutti i generi di degradamento, non lo è meno del suo corpo. Presso differenti popoli, antichi e moderni, il sacrificio umano è il corollario infallibile del culto del serpente. I Vaudoux continuano fedelmente la crudele tradizione; non si saprà mai il numero delle vittime che hanno scannato. (qui segue, in nota, un racconto di cronaca giudiziaria dell’epoca, di un fatto accaduto in Haiti, dai risvolti crudi, per non dire orripilanti, che preferiamo non riportare – ndr. -) – Tutti questi fatti e mille altri dello stesso genere, provano una volta di più all’Europa incredula, all’Europa che volge le spalle al Redentore, che il re della Città del male è sempre lo stesso; sempre pronto a riprendere il suo impero, sempre geloso di farsi adorare sotto la forma vincitrice del serpente, sempre sitibondo del sangue dell’uomo, divenuto suo schiavo. Essi stabiliscono ancora che il culto del serpente, come il sacrificio umano, ha fatto il giro del mondo. Entrambi esistono anch’oggi: il primo soprattutto sopra una larga scala, presso un gran numero di popoli dell’Africa, dell’Asia e dell’America. Cosi nella Città del male vi sono due perpetuità: perpetuità del sacrificio umano; perpetuità dell’adorazione del serpente, sotto la sua naturale forma. Queste due perpetuità ne amplificano una terza: la perpetuità cioè degli oracoli nel mondo pagano. Senza di ciò, come spiegare che sotto tutti i climi, in tutte le epoche, in tutti i gradi della civiltà, l’uomo non Cristiano abbia preso per suo dio, per suo gran dio, il più aborrito di tutti gli esseri; ed a lui abbia sacrificato quel che ha di più caro? (V. sul serpente un bel passo di Chateaubriand, Genio del Cristianesimo, t. I, lib. in, c. 2). Purnonostante, è cosi. Il fatto è universale e permanente; havvi dunque una causa universale e permanente. Questa causa non esiste, né nei lumi della ragione, né nelle inclinazioni della natura, né nella volontà di Dio. A meno che non si voglia rimanere dinanzi a questo fatto spietato, con gli occhi sgranati e la bocca spalancata, bisogna dunque spiegarlo, mediante l’ufficio sovrano del serpente nella caduta dell’umanità. Con la ragione illuminata dalla fede, bisogna riconoscere che un fatto simile, non venendo né da Dio né dall’uomo, è a fortiori rivelato da una potenza intermedia. Non dimentichiamo, che qui la parola rivelazione, non implica la divinità del rivelante; ma l’universalità e l’identità della rivelazione implicano 1’universalità ela identità del rivelante; di questo parleremo altrove. Trattare tutto ciò di superstizione, di figurismo e di allegoria, è mentire alla sua propria coscienza, e burlarsi del senso comune. Parlare di superstizione, d’ignoranza, di demenza, in una credenza fondamentale, è lo stesso che non dir nulla, o pronunziar la condanna dell’umano genere. Ma se dopo sei mila anni, il genere umano, straniero al Cristianesimo, è stato ed è ancora un fanatico, un pazzo, un ignorante; è confessare, che il Cristianesimo è la verità, la luce, la ragione. Lasciamo all’incredulo, per non confessar ciò, balbettare sofismi; e continuiamo.

CONOSCERE LO SPIRITO SANTO (25)

Mons. J. J. Gaume:  

IL TRATTATO DELLO SPIRITO SANTO, VOL. I

[vers. Ital. A. Carraresi, vol. I, Tip. Ed. Ciardi, Firenze, 1887; impr.]

CAPITOLO XXIV.

(seguito del precedente.)

Numa, scimmia di Mosè — Nuovo tratto di parallelismo: lo Spirito Santo, custode permanente delle leggi sociali della Città del bene — satana, sotto la forma del serpente, custode permanente delle leggi sociali della Città del male — serpente-dio, adorato dappertutto: in Oriente, a Babilonia, in Persia, in Egitto, in Grecia; le Baccanti ad Atene, in Epiro, a Deio e a Delfo: descrizione dell’oracolo di Delfo — A Roma, i serpenti di Lavinium — Il serpente d’Epidauro nell’isola del Tevere — Culto del serpente nelle Gallie e presso i popoli del Nord — Universalità di questo culto nell’antichità pagana — Sua cagione — I serpenti del tempo d’Augusto — Le vestali — Serpenti di Tiberio, di Nerone, d’Eliogabalo — Delle signore Romane.

Per ciò che risguarda l’ispirazione delle leggi nella futura capitale della Citta del male, niente manca alla parodia del Sinai. Ella va continuandosi nella loro promulgazione, come pure nella sua presenza sensibile e permanente del legislatore primitivo, in mezzo al suo popolo, tanto per assicurarne l ‘osservanza, quanto per darne l’autentica interpretazione. Ognun sa con quale apparato di cerimonie religiose, di sacrifici, di purificazioni solenni, Mosè proclamasse la legge ricevuta dal cielo nel misterioso colloquio della montagna. Ei non agì per altro modo che mediante l’ispirazione divina. Il suo scopo evidente era di rendere la legge rispettabile, facendola ricevere con una sottomissione religiosa, e praticare con una fedeltà costante. Numa ispirato da satana, ricorre agli stessi mezzi. Per farsi accettare dai Romani, egli e le sue leggi, lo vediamo, secondo Plutarco, servirsi dell’aiuto degli dei, di solenni sacrifici, di feste, di danze e processioni frequenti, che celebrava egli stesso; nelle quali oltre alla devozione vi era del passatempo misto al diletto. Qualche volta metteva dinanzi ai loro occhi degli spauracchi di dei, dando loro ad intendere che aveva visto qualche strana visione, o che aveva udito delle voci, con le quali gli dei gli minacciavano di qualche grande calamità, per sempre abbassare i loro cuori sotto il timore dei medesimi. Cosi pure, Numa dava ad intendere che era amato da non so quale dea o ninfa alpestre; ch’ella teneva con esso lui segreto commercio, come si è detto; e che egli conversava con le Muse, e aveva con esse reciproca corrispondenza, e però egli riferiva alle Muse la maggior parte delle sue rivelazioni.(Vita di Numa, come sopra, p. 236). » Che Numa abbia fatte tutte queste cose, niuno lo pone in dubbio. Ma che tutte queste cose non siano altro che una ciurmeria, come Plutarco sembra insinuare, è un’altra questione. Prima di tutto Varrone, il più dotto dei Romani, e sant’Agostino il più dotto dei Padri della Chiesa, affermano positivamente il contrario. Quindi, Plutarco non offre nessuna prova del suo asserto; e finalmente egli stesso si contradice. Non ha egli in una opera ben nota, proclamato la verità degli oracoli? Forse non è altro che una ciurmeria della quale nessuno si è accorto? Ma come mai questa stessa ciurmeria si rinviene presso tutti i popoli? E come tutti i popoli hanno preso una ciurmeria per una realtà? Risolvere queste questioni in un senso non cattolico, è negare la storia e la Rivelazione. Ma negare la storia e la rivelazione è negare la luce, e condannarsi all’abbrutimento. – Passiamo ad un altro tratto di parallelismo. Il Signore non si contenta di dare la sua legge. Egli medesimo se ne fa il custode e l’interprete. Sotto questo aspetto egli rimane in mezzo al suo popolo in un modo sensibile e permanente. Israele sa che vi è, come custode invisibile ma vigilante, un oracolo sempre pronto a rispondere. Se in qualche materia sorge una seria difficoltà, se ne domanda al Signore la soluzione. Occorre dare l’assalto ad una città, intraprendere una guerra, segnare un trattato? a lui pure s’indirizzano. Egli stesso indica i mezzi per ottenere il successo, per fargli i rendimenti di grazie, ed i castighi da infliggere ai violatori della sua legge. – Il serpente legislatore imita tutto ciò nella Città del male. Egli è il custode e l’interprete della sua legge, come Jehovah della sua. Come il Dio del Tabernacolo e del Tempio ricorda sempre con la sua terribile maestà, il Dio del Sinai, cosi satana con la forma sensibile sotto la quale si mostra, tiene a ricordare il vincitore del paradiso terrestre. Pronto sempre a rendere oracoli, egli ispira a quando a quando, il timore e la confidenza, decide della pace e della guerra, indica i mezzi di successo, e segna i sacrifici per rendimento di grazie, o d’espiazione ch’egli esige. Il suo popolo lo sa: e, nelle circostanze importanti, non manca di ricorrere a lui per ottenere lume e protezione. La filosofia dell’istoria dei popoli pagani è scritta in questi versi. Alla catena aggiungiamo la trama, ed avremo il tessuto completo. Fra tutti i fatti strani, consegnati negli annali del genere umano, non sappiamo se ve ne sia uno più strano di quello che noi stiamo per raccontare. Oltre le mille differenti forme sotto le quali i popoli pagani, tanto antichi che moderni, hanno onorato il demonio, tutti lo hanno adorato sotto la forma privilegiata del serpente, serpente vivo, serpente in carne e ossa, serpente che rende oracoli; e ciò non una volta, ma sempre. Lo vedemmo già; per i popoli dell’alto Oriente, vicini al paradiso terrestre, i Persiani, i Medi, i Babilonesi, i Fenicii, il Gran Dio, il Dio supremo, il padre delle leggi, l’oracolo della sapienza, era il serpente con la testa di sparviero. A lui i più bei templi, il fiore dei sacerdoti, le vittime scelte, la soluzione delle difficili questioni. I secoli non gli avevano fatto perdere nulla della sua gloria e della sua autorità. A tempo di Daniele il suo culto si era conservato in tutto il suo splendore. Il celebre tempio di Belo, fabbricato in mezzo a Babilonia, serviva di santuario ad un enorme serpente, che i Babilonesi circondavano delle loro adorazioni. (Dan., XIV, 22 e seg.). Sulla sommità di questo tempio di colossali proporzioni, appariva la statua di Rhèa. Questa statua d’oro, fatta a martello, pesava cento talenti, 31 mila kilogrammi circa. Seduta sopra un carro d’oro, aveva la dea ai suoi ginocchi, due leoni, e accanto a lei due enormi serpenti d’argento, ciascuno dei quali pesava trenta talenti, cioè 330 kilogrammi. (Diodoro di Sicilia, Ist., lib. XI, c. IX) Queste mostruose figure annunziavano di lontano la presenza del serpente vivo, e la gigantesca idolatria della quale era l’oggetto. – Per gli antichi Persi, il gran dio era il serpente con la testa di sparviero. Ora adorato come genio del bene, e ora come genio del male; sotto quest’ultimo aspetto era la causa di tutti i mali dell’umanità. La tradizione gli dava il nome d’Arimane. Questo mostro dopo aver combattuto il cielo, sorge sulla terra alla testa di una turba di geni malefici, sotto la forma di serpente; ricopre la faccia del mondo di animali velenosi, e s’insinua in tutta la natura. Le tradizioni cinesi fanno risalire l’origine del male alla istigazione di una intelligenza superiore, ribellata contro Dio e rivestita della forma del serpente. Tchi-seou è il nome del drago. Finalmente, allorché il Giappone ci dipinge la scena della creazione, prende immagine di un albero vigoroso, intorno a cui si avvolge un serpente. (G. di Mousseaux, Gli alti fenomeni dellct magìa, Parigi, 1864, in-8, p. 45). – L’Egitto ci offre, tratto tratto, lo stesso Dio. e lo stesso culto. « Il simbolo di Cnoufi, ossia l’anima del mondo, dice il signor Champollion, è dato sotto la forma di un enorme serpente, montato su gambe umane, e questo rettile, emblema del buon genio, il vero Agathodæmon è spesso barbuto. Accanto a questo serpente i monumenti egiziani portano l’iscrizione: dio grande, dio supremo, signore della regione suprema. 2 »2 (Panth. egypt., testo 3 e lib. II, p. 4). Molto prima di Champollion, Eliano, parlando della religione degli Egizi, aveva detto: « Il serpente venerabile e sacro, ha in sé qualche cosa di divino; e non è bene trovarsi in sua presenza. Così a Meteli in Egitto, un serpente abita una torre, dove riceve gli onori divini. Egli ha i suoi sacerdoti ed i suoi ministri, la sua tavola e la sua tazza. Ogni giorno versano nella sua tazza dell’acqua di miele, mescolata con farina, e si ritirano. Il giorno appresso essi ritrovano la tazza vuota. « Un giorno, il sacerdote più anziano, spinto dal desiderio di vedere il Drago, entra solo, mette la tavola del nume, ed esce dal santuario. Arriva tosto il Drago, sale sulla tavola e fa il suo pasto. Tutto ad un tratto il sacerdote apre, facendo rumore, le porte, che secondo l’uso aveva avuto cura di chiudere. Il serpente scorrucciato si ritira; ma il sacerdote avendo visto per sua disgrazia, quegli che desiderava vedere, diventa pazzo. Dopo aver confessato il suo delitto, perde l’uso della parola e cade morto. » (Aelian., De natur animal. lib. XI, c. XVII, ediz. Bidot, 1858). – Il celebre papiro Anastasi, recentemente scoperto in Egitto, conferma le asserzioni di Eliano, di Clemente Alessandrino e di Champollion. Esso dice: « Non bisogna invocare il gran nome del serpente altro che in una assoluta necessità, e quando non si ha nulla a rimproverarsi. Dopo alcune formule magiche, entrerà un dio con la testa di serpente che darà i responsi. » Che il demone possa dare la morte, basta a provarlo il ricordare nella sacra antichità l’esempio dei figli di Giobbe; nell’antichità profana, il passo dove Porfirio confessa che il dio Pane, quantunque fosse buono, appariva sovente ai coltivatori in mezzo ai campi, e che un giorno ne aveva fatti perire da nove, tanto essi erano stati colpiti di terrore per il suono terribile della sua voce, e per la vista di quel formidabile corpo che con impeto si slanciava. » (Apud Euseb Prαp. evang lib. I, c. VI. – La testimonianza che abbiamo citata del vescovo di Mantchouria, conferma che presso i moderni pagani, Satana non ha niente perduto della sua autorità omicida. Quanto a quel sacerdote fulminato per aver visto il suo Dio, ricorda in un modo così vivo, la proibizione di Jehovah, e la morte dei Bethsamiti che basta soltanto fare osservare la parodia l’usurpatore della divinità ha la sua arca dell’alleanza; ei vuole esservi rispettato come Jehovah nella sua: e nome Jehovah, punisce di morte il temerario che osa alzare gli occhi su di lui. Quel terribile santuario non era in Egitto la sola abitazione del serpente. In quel paese di primitiva idolatria, non si vedevano che serpenti adorati o familiari. I loro templi s’innalzavano in tutti i punti del territorio. Ivi, come a Babilonia si nutrivano con cura, si adoravano, e si consultavano. Gli egizi gli custodivano nelle loro case, gli guardavano con piacere, gli trattavano con deferenza e gli chiamavano a prender parte ai loro pasti. « In nessun luogo, dice Filarco, il serpente era stato adorato con tanto fervore. Nessun popolo mai ha uguagliato l’egizio nell’ospitalità data ai serpenti. » (Apud Aelian. lib. XVII, c. V). Per conseguenza il serpente entrava nell’idea o nella rappresentazione di ogni autorità divina ed umana. « Come segno di divinità, dice Diodoro siculo, le statue degli dei erano circondate da un serpente; lo scettro dei re, in segno di regia potestà; le berrette dei sacerdoti, in segno di potestà divina. »  (lib . V) Le statue di Iside, particolarmente, erano coronate di una specie di serpenti di nome thermuthis, che si consideravano come sacri, ed ai quali rendevansi grandi onori. [Panth. egypt., di Champollion, lib. II, p. 4 — Vedi in questa opera, la rappresentazione degli dei egiziani.]. – Secondo gli egizi, questi serpenti erano immortali, servivano a discernere il bene dal male; si mostravano amici della gente dabbene, e non davano la morte che ai cattivi. Non eravi angolo del tempio, ove non vi fosse un piccolo santuario sotterraneo destinato a questi rettili, che venivano nutriti con del grasso di bove. [Aelian.,De natur. Animal. lib. X, c. xxxi ; e Diod. Sicul., ubi supra]. Di qui quelle parole così note di Clemente Alessandrino: « I templi egizii, i loro portici ed i loro vestiboli sono magnificamente costruiti; le corti sono circondate di colonne; marmi preziosi e brillanti di vari colori ne adornano le mura, di modo che tutto è confacente. I piccoli santuarii rifulgono per lucentezza d’oro e d’argento d’electron, pietre preziose dell’India e dell’Etiopia: tutti sono ornati di tende tessute d’oro. Ma se voi penetrate nel fondo del tempio e vi vien voglia di cercare la statua del nume al quale é consacrato, un pastoforo o qualche altro inserviente del tempio, si avanza con un’aria grave cantando un paean in lingua egizia, e solleva alquanto il velo come per mostrarvi il nume. Che cosa vi vedete voi? Un gatto, un coccodrillo, un serpente! Il dio degli Egizi comparisce…. è una bestia spaventevole che si rotola sopra un tappeto di porpora. » [Champollion, ibid.]. – Il dotto filosofo avrebbe potuto aggiungere: un caprone. Difatti satana aveva condotto l’umanità sino all’adorazione di questo immondo animale, sotto i nomi diversi di fauno, di satiro, di becco, di peloso, pilosi, come lo appella la Scrittura. « Il culto del capro, dice il dotto Jablonski, non era speciale alla città egiziana di Mendès; tutto l’Egitto lo osservava, e tutti gli adoratori avevano presso di sé il ritratto più o meno fedele al loro dio. Il suo domicilio principale lo aveva anche a Mendès, prefettura della quale egli era il dio tutelare. Il suo tempio vi era grande e splendido, e ivi soltanto era un becco vivo e sacro. Esso era posto alla pari degli otto grandi numi anteriori ai dodici altri, » Jablonski, Pantheon egiziano, Jib. II, c. VII] e onorato da pratiche che ci asterremo dal descrivere. Come Eliano ce lo insegna, fosse gatto, capro, o coccodrillo, il dio principale era sempre accompagnato da un corteggio di serpenti. L’Egitto era dunque appunto la terra del serpente. Esso regnava tanto sulla vita pubblica che sulla vita privata, con una potenza, della quale il Cristianesimo ci ha messo nella felice impossibilità di misurare l’estensione. Sarebb’egli superfluo l’attribuire i prestigi eccezionali, riferiti nella Scrittura, a quelle relazioni più consuete e più intime che in nessun altro paese, dei medium egiziani col terribile padre della menzogna? Poiché è certo che il paganesimo occidentale è venuto dal paganesimo orientale, non ci dovremo meravigliare se troviamo il culto solenne del serpente nella Grecia, nell’Italia ed anche presso i popoli del Nord. E qual culto, gran Dio! Nei baccanali aveva per iscopo di celebrare l’alleanza primitiva del serpente con la donna. Ascoltiamo Clemente d’Alessandria: « Nelle orge solenni in onore di Bacco, i sacerdoti che si direbbero punti da un estro furibondo, strappano carni palpitanti, e coronati di serpenti, invocano Èva con urla acutissime, Èva che prima aprì la porta all’errore. Ora, l’oggetto particolare dei culti bacchici, è un serpente consacrato da riti segreti. Perciò, se volete sapere proprio il significato della parola Èva, voi troverete che pronunziato con una forte aspirazione, Beva vuol dire serpente femmina. » [Cohortat. Ad Gentes, c. II]. – Questa alleanza di continuo ricordata, celebrata, figurata, compiuta nella iniziazione ai misteri di certi culti, era cantata dalla poesia, e raccontata dalla storia, che non ardiva rivocarla in dubbio, né in sé medesima, né nelle sue conseguenze. Siccome non v’è niente di nuovo sotto il sole, e che la religione di satana ha sempre lo stesso fine, si può affermare che è nel contrattarla, che le giovinette divenivano nell’antichità pagana, come oggi in Africa, sacerdotesse del serpente. [Arnob., lib. V; …Vedi Boettiger, Sabina t. I, p. 454; xx, 2, 15, 16; e num. xxv, 2; e Lamprid. in Adrian]. Qualunque si fossero queste infamie, indicate qui per ricordare al mondo l’indicibile degradazione a cui satana aveva condotto l’uinanità pagana; l’infinita riconoscenza che dobbiamo al Verbo redentore, e la profonda capienza della Chiesa nelle sue prescrizioni antidemoniache; la venerazione, di cui l’odioso rettile godeva tra i Greci, era tale che Alessandro si faceva gloria d’averlo avuto per padre. Infatti le sue medaglie lo rappresentano sotto la forma di un fanciullo che esce dalla gola di un serpente. [Camer., Medit. Mst., p. n, c. ix, p. 81. — Vedi intorno a questo fatto curiosi particolari in Plutarco, Vita Alexand.]. Nessuno animale ha ottenuto in Grecia gli onori divini, fuorché il serpente. In questa terra, pretesa cuna della civiltà, egli aveva un grande numero di templi. Gli Ateniesi conservavano sempre un serpente vivo, e lo riguardavano come il protettore della loro città: parodia di Jehovah, custode del suo popolo nell’arca dell’alleanza. Essi gli attribuivano la virtù di leggere nell’avvenire. Per questo essi ne nutrivano dei domestici, allo scopo di aver sempre a loro disposizione i profeti e le profezie. [Pausania, lib. II, p. 175, e Dizionario della Favola, art. Serpenti.]. Volendo Adriano continuare con magnificenza questo culto, cosi glorioso per la sapiente Atene, fece fabbricare in questa città un tempio splendidissimo d’oro e di marmo, la cui divinità fu un gran serpente portato dall’India. [Dione, in Adriano]. Abbiamo dunque avuto ragione di dirlo, né  cesseremo di ripeterlo, che nei bei giorni della Grecia, ed altresì a tempo d’Adriano, la civiltà d’Atene, la metropoli dei lumi, almeno nei collegi, era inferiore alla civiltà di Haiti, dove si condanna a morte come ben tosto vedremo, gli adoratori del serpente. Secondo Plutarco, il culto del serpente era osservato nella Tracia, sino al delirio, dagli Edonesi. « Olimpia, dice egli, madre di Alessandro, emulando più ancora delle altre quelle invasioni di spirito divino, e portandosi con maniera più barbarica in quegli entusiasmi, traeva nelle sacre solennità grandi serpenti resi ammansiti, i quali spesse volte strisciando fuori dell’ellera ed i mistici canestri, e rivolgendosi intorno ai tirsi delle femmine ed alle ghirlande, sbigottivano gli uomini. » [Vita di Alessandro, traduzione del Pompei, t. III, p. 292]. Le loro grida erano la continua ripetizione di quelle parole : Evoe, sapoe, flues, altis. Presso gli Epiroti, l’orribile rettile godeva degli stessi onori e della stessa fiducia. Il suo santuario era un bosco sacro, circondato da muri. Una vergine era la sua sacerdotessa. Essa sola aveva accesso nel terribile recinto. Essa sola poteva portare da mangiare agli dei e interrogarli sull’avvenire. Secondo la tradizione del paese questi serpenti erano nati dal serpente Pitone, signore di Delfo. [V. Dizionario della Favola e secondo V opera ; Dio e gli dei, v. I, del Cavaliere Desmousseaux]. A Deio, Apollo era adorato sotto la forma di un drago che rendeva durante l’estate oracoli senza ambiguità. A Epidauro, il dio Esculapio era un serpente. Lo si credeva padre di una razza di serpenti sacri, la cui colonie epidauriche avevano cura di involare con esse un individuo che installavano nel nuovo loro tempio. [Aelìan.j lib. XI, c. II]. – Che sino dalla più remota antichità vi fosse stato a Delfo un mostruoso serpente tenuto per un dio, è ciò che affermano i primi abitanti del paese. Ancorché secondo la favola questo serpente fosse stato ucciso da Apollo, rimane pur sempre, che Delfo era divenuto il più celebre luogo fatidico dell’antico mondo. Sotto una forma o sotto un altra, l’antico serpente vi regnava da padrone, e di là su tutta la Grecia e sopra una gran parte dell’Occidente. Era tale la fiducia ch’egli ispirava, che le città greche ed anche i principi stranieri, mandavano a Delfo i loro più preziosi tesori, e gli ponevano in deposito sotto la protezione del dio rettile. Per un nuovo insulto a Colei che doveva un giorno schiacciargli il capo, a Delfo come in Epiro, a Lavinium e dapertutìo, satana voleva una vergine per sacerdotessa; e come la trattava! Essendo da prima giovine, dové più tardi, a causa della lubricità degli adoratori, essere di un età matura. Allorché il Nume voleva parlare, le foglie di un lauro piantato davanti al tempio si agitavano; lo stesso tempio tremava sin nelle fondamenta. Dopo aver la Pitia bevuto alla fonte di Castalia, condotta dai sacerdoti entrava nel tempio e si avanzava verso l’antro, che era rinchiuso nel tremendo santuario. Parecchi autori hanno scritto che quest’antro era sempre abitato da un serpente, e che nel principio, è lo stesso serpente che parlava.  [Gran dizionario della Favola, art. Serpenti.].  L’orifizio sosteneva il famoso tripode, ch’era una macchina di rame composta di tre sbarre, sulla quale Pitia si poneva nel più indecente modo, a fine di ricevere il soffio profetico. [S. J. Chyrs., in Ep. I ad Cor.,homil. xxix, n. 1]. Tosto si spandeva qualcosa di misterioso nelle sue viscere, e il movimento fatidico cominciava. L’infelice figlia d’Èva non era più padrona di se medesima e dava tutti i segni d’essere invasa. I suoi capelli si rizzavano; la sua bocca schiumava, i suoi sguardi diventavano truci; un tremito violento s’impadroniva di tutto il suo corpo e si era obbligati a mantenerla per forza sul tripode. Ella faceva risuonare il tempio delle sue grida e delle sue urla. In mezzo a questa straordinaria agitazione essa proferiva gli oracoli, che alcuni copisti scrivevano sopra tavolette. Da questi furori diabolici, resultava spesso la morte della Pitia, la quale per questa ragione, aveva due compagne. La scena infernale che abbiamo descritta aveva luogo tutti i mesi. Essa ha durato dei secoli, è stata vista da milioni d’uomini, tra’ quali figura tutto ciò che l’antichità conosce di più grave e di più illustre. [Lucan. Pharsal,, lib. V ; Virgil., lib. VI : Gran diz. Della Favola, etc., etc. ; Stràb. lib. VIII]. Dietro questo fatto e mille altri dello stesso genere, compiti in tutte le parti del mondo, su qual fondamento porre in dubbio il successo favoloso ottenuto sotto il regno di Marc’Aurelio, operato dal Mago Alessandro di Paflagonia? Discepolo di Apollonio Tianeo, questo medium, percorse, come il suo maestro, differenti provincie dell’impero, mostrando un serpente addomesticato e che faceva mille giri divertenti. Ei lo dette per un dio, e un dio che rendeva oracoli. A questa nuova, si videro gli abitanti dell’Ionia, della Galazia, della Cilicia, degli stessi Romani; e persino Rutulio che comandava l’esercito, accorrere in folla all’oracolo vivente, al Pitone viaggiatore. I suoi responsi gli guadagnarono fede. In queste provincie, come nel rimanente della terra si prostrarono tutti dinanzi al dio serpente; gli offrirono olocausti e doni preziosi; gli innalzarono perfino statue d’argento. L’imperatore medesimo volle vedere il nume: Alessandro fu mandato alla corte dove fu ricevuto con grandi onori. [Luciano, in Pseudomate.]. Non solo i Greci tanto vantati per la loro filosofia, ma anche i Romani padroni del mondo, non poterono sfuggire alla dominazione dell’odioso rettile. Sin dall’origine essi hanno adorato il dio serpente, ed i loro omaggi non si sono smentiti. [Proper., ffleg. in Oynthia]. II loro padre Enea fondò presso Roma una villa per nome Lavinium, che può appellarsi l’ava di Roma. Poco distante da Lavinium vi era un bosco sacro, vasto ed oscuro, dove in una profonda caverna abitava un gran serpente. [In Lavinia, oppido Latinorum, quae quidem Roma voluti avia nominari posset…. Prope Lavinium igitur est lucus magnus et opacus. In luco autem latibulum est, ubi draco, etc. Aelìan., lib. XI, c. xvi]. Ancor qui erano giovinette, sacerdotesse di questo dio. Quando esse entravano per dargli, da mangiare, le si bendavano gli occhi; uno Spirito divino le conduceva dirittamente alla caverna. Se il serpente non mangiava le focacce, era una prova che la fanciulla che le aveva presentate aveva cessato d’esser vergine, e veniva spietatamente messa a morte. [Ibid.]. – Come se il culto perpetuo del serpente indigeno non avesse bastato, i Romani, in difficili circostanze, ricorrevano ad un serpente straniero reputato più potente. Còsi nel 401 essendo la loro città da tre anni di seguito desolata da una peste, la cui strage non riusciva ad arrestare, essi consultarono i vecchi libri sibillini, inspectis sìbjllinìs libris. Fu trovato che l’unico modo di far .cessare il flagello era di andare a cercare Esculapio, a Epidauro e di condurlo nella città. Per conseguenza venne allestita una galea ed una deputazione, la quale condotta da Quinto Ogulnio si recò ad Epidauro. Quando ebbero i deputati presentato la loro istanza, un gran serpente uscì dal tempio, si mise a passeggiare nei punti più frequentati della città con occhi dolci e con un passo calmo, in mezzo all’ammirazione religiosa di tutto il popolo. Lo storico Romano continua: « Spinto ben tosto dal desiderio di occupare il celebre santuario che era a lui riserbato, il nume affrettò il suo cammino e sali sulla galea romana. Egli scelse per sua dimora la stessa camera di Ogulnio, si avvolse in tanti cerchi e si abbandonò alle dolcezze di un profondo riposo. I Romani che l’avevano ricevuto con un rispetto misto a spavento, lo condussero a Roma. La galea avendo approdato sotto al Monte Palatino, il serpente si lanciò nel fiume che attraversò a nuoto, e venne a riposarsi nel tempio a lui preparato sull’isola del Tevere. Appena che il nume fu nel suo santuario la peste scomparve.  [Valer, Maxim,, De Miracul., lib. I, c. vm , n° 2, ediz. Lemaìre, Parigi, 1832. — Le parole d’Aurelio Vittore non sono meno esplicite, et pestilentia mira celeritate sedata est]. Lattanzio conferma il racconto di Valerio Massimo, e ammette la scomparsa subitanea della peste attribuendo senza alcun dubbio all’influenza di un potente demonio, sotto la forma del serpente di Epidauro. [De Divin. Institi., lib. II, c. 17]. – Il primo popolo del mondo, la grande repubblica romana che manda una solenne ambasciata al serpente: quale eloquenza in questo sol fatto, e qual luce sinistra getta esso sull’antichità pagana! Anche all’epoca della storia romana, decorata nei collegi del nome del Secolo d’oro, il culto dell’odioso rettile non aveva perduto niente del suo splendore né della sua popolarità; tutto il contrario. Il serpente era dappertutto onorato nei templi del nume, nel palagio degli imperatori, nello spogliatoio delle matrone, nelle case dei semplici privati. Attia, madre di Augusto, essendo venuta a metà della notte a dormire nel tempio d’Apollo, secondo l’uso praticato nei templi dove si rendevano oracoli mediante sogni, fu tocca dal Nume sotto la forma di un serpente. Il suo corpo rimase segnato della figura indelebile di questo animale, in modo che ella non osò più mostrarsi nei pubblici bagni: Dietro questo fatto, Augusto si pretese figlio di Apollo, e volle che le sue medaglie perpetuassero la memoria di questa gloriosa discendenza.2 [Sveton., in Aug., c. XCIV. — Nel rovescio delle sue medaglie Augusto fece incidere Apollo con questa iscrizione: Cassar divi fitius., — Noi l’abbiamo visto coi nostri occhi.]. – Le vestali non avevano soltanto la custodia del fuoco sacro; erano esse specialmente incaricate di allevare un serpente sacro, venerato come il genio tutelare della città di Roma. Esse gli portavano il suo nutrimento tutti i giorni, e gli preparavano un gran banchetto ogni cinque anni. Queste vergini pagane, avevano altresì sotto la loro custodia un altro idolo, che il pudore non permette di nominare: idolo infame che si traeva dal tempio di Vesta i giorni di trionfo, per appenderlo al carro dei trionfatori. Di modo che il fine di satana era di condurre la povera umanità all’ultimo grado della crudeltà e della impudicizia. Ei l’aveva raggiunto, e poi ci vengono a parlare della bella antichità! [Paulin, adv. Pagan., v. 143; Doellinger, Paganesimo e giudaismo, Trad. fr. in-8°, t. i, p. 105 – Tertull, ad Uxor., lib. I, e. vi, p. 325, ediz. Pamel. in-fol;

id. de Monogam, sub. fin. – Plin. Hist. xxviii, c. vii, n. 4.— Vedi altresi Culto del fallo e del serpente, del dott. Boudin. in-8, Parigi, 1864]. – Eliogabalo non faceva nulla di nuovo, nulla che fosse di natura da sorprendere i Romani, ancor meno da urtarli, allorché egli fece portare a Roma dei serpenti egizi, a fine di adorarli come buoni genii. [Aegiptios dracunculus Romae habuit quos illi agathodæmenes appellant. Lamprid. in Heloogàb., p. I li, ediz. in-fol.]. – Tiberio aveva il suo serpente familiare che lo seguitava dappertutto, e ch’egli nutriva da sé medesimo con le sue proprie mani, manu sua. Mentre se ne stava ritirato a Capua, gli saltò in capo di rivedere Roma: non era distante che sole sette miglia da quella capitale, allorquando chiede del suo serpente per dargli da mangiare, quum eco consuetudine manu sua cibaturus. Ora il serpente era stato divorato dalle formiche, e l’oracolo consultato, avendo dichiarato questo accidente di cattivo augurio, l’imperatore prese il partito di ritornare immediatamente a Capua. [Sveton, in Tiber., c. 72]. – Nerone portava come talismano una pelle di serpente legata intorno al braccio. [Camerar., ubi supra]. Che più? « Parecchie medaglie di Nerone, dice Montfaucon, attestano che questo principe aveva preso il serpente per patrono, » [Àntic. spiegata, lib. I] e aggiungasi, per protettore. Così a Roma, sotto le mura della casa d’oro di Nerone, il viaggiatore legge ancora l’iscrizione che minaccia della collera del serpente, chiunque si permettesse di fare delle sozzure presso la reggia imperiale. [in Sveton., c. 72. id. in Neron., c. v.7 n. 6]. – Dietro l’esempio degl’imperatori, le signore romane avevano esse pure dei serpenti domestici. Ora se li passavano attorno al collo a guisa di collane, ora esse scherzavano con questi rettili, che durante il desinare gli montavano addosso e si introducevano nel loro seno. In questa familiarità col serpente, gli uomini galanti imitavano le donne.1 [Senec., De ira, xi, c. 31]. – Le provincie imitavano la capitale. A Pompei si vedono tuttora i santuari degli dei tutelari delle vie, chiamati Lares compitales. Gli affreschi rappresentano i sacrifici offerti a quelle divinità. Ora quasi dappertutto queste divinità sono due serpenti che ingoiano vivande confacenti. Babilonia e Pompei si rassomigliano. L’oriente e l’Occidente osservano lo stesso culto. Nella stessa città, sulle muraglie dei Pistrinæ, luoghi dove si manipola la pasta per fare il pane, è dipinto il sacrificio alla dea Fornax. La scena è coronata da due serpenti che rappresentano una cosi gran parte tra le divinità di Pompei. L’immagine della divinità favorita si rinviene persino negli ornamenti muliebri. Noi abbiamo contato un numero grandissimo di braccialetti d’oro in forma di serpenti, dei quali le signore di Pompei si ornavano le braccia ed i polsi. – Nelle Gallie, i Druidi portavano degli amuleti di pietra rappresentanti un serpente. Il culto dell’odioso rettile vi era talmente diffuso, che i primi missionari del Cristianesimo ebbero a combattere, come abbiamo visto, Draghi mostruosi, terribili divinità del paese. Ai fatti già citati aggiungiamo il seguente: Sant’Armentario arrivando nel Varo, fu obbligato a combattere un Drago. Il luogo del combattimento si chiama ancora il Drago, e lo stesso combattimento ha datò il suo nome alla città di Draguignan. Secondo le circostanze ed il genio dei popoli, il Padre della menzogna, sotto la forma preferita del serpente, si è manifestato come una divinità benefica o come un dio malefico. L’amore, o il timore hanno incatenato l’uomo ai suoi altari. Di qui quella giudiziosa osservazione del dotto Sig. De Mirville. « Il serpente! Tutta la terra lo incensa o lo lapida. » [Pneumatalog. 11, mem., t.II p. 431]. – I Lituani, i Samogizi ed altri popoli del Nord, non erano meno fedeli adoratori del serpente; lo chiamavano specialmente a santificare la loro mensa. In un canto delle loro capanne come nei templi dell’Egitto, erano mantenuti dei serpenti sacri. In certi giorni si facevano montare sulla tavola per mezzo di un panno bianco che scendeva sino alla loro tana. Assaggiavano tutte le pietanze, quindi rientravano nel loro buco. Così le vivande erano purificate; e i barbari le mangiavano senza paura. [Stuckins, Antiquit cenvivial, lib. II, c. xxxvi, p. 432, in-fol.]. Presso i Lituani particolarmente, il culto del serpente esisteva ancora nel quattordicesimo secolo. Nel 1387 il re di Polonia essendosi recato a Wilna, convocò un’assemblea pel dì delle ceneri. D’accordo con i vescovi che lo accompagnavano, si sforzò di persuadere i Lituani a riconoscere il vero Dio. Per mostrar loro che non era la verità che essi abbandonavano, fece spengere il fuoco perpetuo che si manteneva a Wilna, ed uccidere i serpenti che si custodivano nelle case e che si adoravano come tanti dei. I barbari vedendo che non avveniva alcun male a quelli che eseguivano gli ordini del principe, aprirono gli occhi alla luce e domandarono il battesimo. [Vedi anche Arnnal, di Filos. Crist., dicembre 1857, p. 242, e seguenti]. – Non spingeremo più oltre il nostro viaggio d’investigazione presso i popoli antichi. Notiamo soltanto, che il culto del serpente era cosi universale e così splendido nella bella antichità, che i templi avevano preso il nome di Draconie; il che significa che per designare un tempio, si diceva una dimora di serpenti. [Corn. a Lap., in Dan. xiv. 22.] Perciò il culto del serpente vivo, del serpente in carne e in ossa, è stato uno dei più difficili a sradicare; ne daremo bentosto la prova. Difatti secondo il concetto di sant’Agostino, il demonio ama di preferenza la forma del serpente, perché essa gli ricorda la sua prima vittoria. [De Gen. ad Litter., lib. XI, n. 35, ediz. Gaume]. Che tutte le nazioni dell’antichità, niuna eccettuata, abbiano pagato al serpente il tributo delle loro adorazioni, è un fatto acquisito alla storia. Per quanto sia strano, non è però meno certo. Ora quando un culto di una cosi evidente identità, si osserva per un cosi gran numero di secoli, in tutte le parti del mondo conosciuto, sotto tutti i climi, presso le nazioni le più differenti di costumi e di civiltà, come non riconoscere che le condizioni di razza sono senza influenza sulla religione dei popoli? Come non riconoscere che è la religione dei popoli che genera la loro civiltà ed i loro costumi, invece d’essere prodotta da quest’ultimi; lo che non si teme di ripeterlo ogni giorno? In una parola, come mai non riconoscere la verità di questo assioma:

Dimmi ciò che tu credi, ed io ti dirò quello che tu fai!

CONOSCERE LO SPIRITO SANTO (24)

Mons. J. J. Gaume:  

IL TRATTATO DELLO SPIRITO SANTO vol. I.

[vers. Ital. A. Carraresi, vol. I, Tip. Ed. Ciardi, Firenze, 1887; impr.]

CAPITOLO XXIII.

Storia Sociale delle due Città.

Parallelismo delle due Città nell’ordine sociale — Per costituire la Città del bene in stato sociale, lo Spirito Santo le dà da sé medesimo le sue leggi mediante il ministero dì Mosè — I Fondatori dei popoli pagani ricevono le loro leggi dal re della Città del male — Testimonianza di Porfirio — I popoli dell’Alto Oriente ricevono le loro leggi dal dio serpente con la testa di sparviero — Licurgo riceve quelle di Sparta dal serpente Pitone — Ninna, quelle di Roma, dall’antico serpente, sotto la figura della ninfa Egeria — Roma fondata mediante l’ispirazione diretta del demonio: passo di Plutarco — Le leggi di Roma, degne di satana per la loro immoralità: passo di Varrone e dì sant’Agostino.

Il parallelismo delle due Città, di cui abbiamo presentato un leggero schizzo nell’ordine religioso, si riscontra pure nell’ordine sociale, né può essere altrimenti. Per la natura stessa delle cose, la religione è stata presso tutti i popoli e sarà sempre l’anima della società: essa ispira le sue leggi, dà la forma alle sue istituzioni, e regola i suoi costumi. Esse la domina e le dà l’impulso, come l’anima stessa domina il corpo, mettendone in movimento tutti gli organi. Ora nella Città del bene lo Spirito Santo è, senza dubbio, il maestro della Religione. Questa autorità religiosa gli assicura dunque, almeno indirettamente, l’autorità sociale: anzi l’ha conquistata con mezzi diretti. – Apriamo la storia. Lasciando da parte i tempi primitivi, giungiamo all’epoca in cui il popolo fedele, essendo assai numeroso per uscire dallo stato domestico, Iddio lo fa passare allo stato di nazione. Niente di più solenne del modo con cui egli consacra questa nuova esistenza dell’umanità. Il sovrano legislatore vuole che la Città del bene sappia, che la sua costituzione e le sue leggi sono discese dal cielo, e che essa non lo dimentichi giammai. – Sulla vetta del Sinai, dove Egli stesso è presente, circondato da folte tenebre, chiama Mosè. In un lungo abboccamento gli comunica i suoi pensieri. Abbassandosi fino agli ultimi particolari dei regolamenti e delle ordinanze, che debbono dare alla nazione la sua forma politica, civile e domestica, non lascia niente all’arbitrio dell’uomo.- Affinché nel succedere dei tempi, nessuno sia tentato di sostituire, in un punto qualunque, la sua volontà a quella divina, la carta è scolpita dallo stesso Spirito Santo su tavole di pietra. Queste tavole conservate gelosamente, interrogate con rispetto, saranno l’oracolo della nazione, e la sorgente della sua vita. Così, nell’ordine sociale, come nell’ordine religioso, la Città del bene sarà, secondo tutta 1’estensione della parola, la Città dello Spirito Santo. Ad esclusione di ogni altro, Egli ne sarà Iddio, il re, il regnante e il governatore. In opposizione alla Città del bene, satana edificò la Città del male. Vediamo con qual fedeltà questa, scimmia eterna, adopra per innalzare il suo edificio, i mezzi che Dio ha adoperati per costruire il suo. Mosè riceve dallo stesso Dio la costituzione degli Ebrei sulla vetta del monte Sinai. Come contraffazione di questo grande avvenimento, satana vuole che i primi fondamenti degli imperi, dei quali si compone la Città del male siano in commercio intimo con lui. È lui stesso che si riserva di dettare le loro costituzioni e le loro leggi. Ei vuole che lo si sappia, affinché si rispettino, non come una elucubrazione umana, ma come una ispirazione divina. Infatti vediamo i primi legislatori dei .popoli pagani affermare ad una voce unanime, che le loro leggi sono discese dal cielo, e che sono state ricevute dalla bocca stessa degli dei. Chi ha il diritto di dar loro una smentita? Dietro a quel che noi sappiamo delle ispirazioni religiose di satana, come negare la possibilità di queste ispirazioni sociali? Chi più può, meno può. D’altronde i fatti rivelano la causa. Di dove vengono i delitti legali che deturpano tutti i codici pagani, niuno eccettuato? Quale spirito autorizzò, anzi comandò il divorzio, la poligamia, l’uccisione del fanciullo e dello schiavo, le crudeltà riguardo al debitore e al prigioniero di guerra? Chi eresse la ragione del più forte in diritto delle genti? Chi iscrisse sulle tavole di bronzo del Campidoglio la lunga nomenclatura d’iniquità civili e politiche, il cui solo nome fa ancora arrossire? Se non è lo Spirito Santo, è lo spirito maligno. In politica come in religione, non vi è per l’uomo che due fonti di ispirazioni. Ma ascoltiamo la storia. Le più antiche tradizioni c’insegnano che nell’Oriente, nella Persia, nella Fenicia, in Egitto, in tutti i luoghi vicini al paradiso terrestre, il demonio, sotto la forma di serpente, si faceva adorare non solo come il Dio supremo, ma come il Principe dei legislatori, la fonte del diritto, e della giustizia. « I Fenici e gli Egizi, dice Porfirio, hanno divinizzato il drago ed il serpente…. » I primi l’appellano Agatodemone, il buon genio, ed i secondi lo chiamano Kneph. Essi gli aggiungono una testa di sparviero, a motivo dell’energia di quest’uccello. Epeis, il più dotto dei loro gerofanti, dice precisamente ciò che segue: « La principale e più eminente divinità è il serpente con la testa di sparviero. Pieno di grazia, allorché apre gli occhi, riempie di luce tutta l’estensione della terra ; se questi vengono a chiudersi, succedono le tenebre.1 » (Porphyr. ex Sanchoniat., Apud Euseb., Præp. evang., lib. I, c. X). – Così nell’ordine sociale come nell’ordine religioso, ogni luce viene dal dio serpente, il più grande degli dei. L’antico legislatore dei Persi, Zoroastro, è anche più esplicito. « Zoroastro il mago, continua Sanconiatone, nel sacro rituale dei Persi si esprime in questi termini: il dio con la testa di sparviero, è il principio di tutte le cose: immortale, eterno; senza principio, indivisibile senza uguali, regola di ogni bene, incorruttibile, l’eccellente degli eccellenti; il più sublime pensatore dei pensatori, il padre delle leggi, dell’equità e della giustizia, non ripetendo la sua scienza che da sé solo; universale, perfetto, savio, solo inventore delle forze misteriose della natura. » (Ibid.). – Lasciamo l’alto Oriente, cuna di tutte le grandi tradizioni, e scendiamo nella Grecia. Allorché Licurgo vuol farsi legistatore va a domandare le famose leggi di Lacedemone allo stesso dio, vale a dire al serpente. Ei si reca a Delfo, luogo celebre nell’intero mondo per il suo oracolo. Appena Licurgo ha toccato il suolo del tempio, che il serpente Pitone – (Come il serpente orientale, così il serpente Pitone è un essere senza pari in natura; è rappresentato come un mostro enorme, un prodigio spaventevole. Ovidio lo chiama il gran Pitone. Serpente sconosciuto, il terrore dei popoli. Sebbene ucciso in apparenza da Apollo, era sempre lui che sotto il nome di Apollo rendeva gli oracoli. Ovidio, Metam., lib. I, v. 488),  gli dice, per l’organo della sua sacerdotessa: « Tu vieni, o Licurgo, nel mio tempio ingrassato dalle vittime; tu, l’amico di Giove e di tutti gli abitanti dell’olimpo. Ti chiamerò io dio o uomo? Io sto in dubbio; ma spero piuttosto che tu sii dio. Tu vieni a chiedermi savie leggi pe’ tuoi concittadini: volentieri te le darò. » (Porphyr, apud Euseb., lib. V, c. XXVII).  Ci si perdoni di profanare i nomi: Delfo è il Sinai dell’antico serpente, seduttore del genere umano. (Era il centro religioso del mondo pagano: da ciò viene che Ovidio lo chiama umbiculum orbis.). – Licurgo è il suo Mosè. Sparta e le altre repubbliche della Grecia, Roma stessa che tolsero ad imprestito da Lacedemone una parte delle loro leggi, formano il suo popolo. Licurgo di ritorno da Sparta, fa conservare preziosamente l’oracolo di Delfo nei sacri archivi della città, come lo stesso Mosè le tavole della legge nell’arca dell’alleanza (Vedi Plutarco, Disc. contro Colotes, c. XVII). – La parodia è completa. Tal’è, rapporto agli stessi pagani, l’origine di una legislazione, che dopo il Rinascimento i Cristiani fanno ammirare ai loro figli! –  Nella Vita dì Teseo, fondatore di Atene, Plutarco ha cura di notare che questo legislatore non mancò esso pure, di prendere i consigli dal serpente Pitone. – Ma lasciamo la Grecia, e veniamo a Roma. Ecco la città misteriosa che per l’accrescimento irresistibile della sua potenza, assorbirà la più gran parte del mondo, e di tutti gl’imperi fondati da satana, non formerà che un solo impero, del quale sarà la capitale. Qual fu l’influenza del serpente legislatore circa la fondazione di Roma? È facile prevedere che essa deve essere qui, più notevole che dappertutto altrove: la previsione non è chimerica. Avanti che ella ancora esista, satana comincia col dichiarare che questa città sarà la sua, e ne prende possesso nel modo il più solenne. Per ordin suo, alcuni sacerdoti, iniziati ai suoi più segreti misteri, sono mandati di Toscana per compiere le cerimonie, con le quali deve essere fondata la futura capitale del suo impero: « Romolo, dice Plutarco nell’antico francese di Amyot, dopo che ebbe seppellito suo fratello, si diede a fabbricare e a fondare la sua città, avendo fatti chiamare dall’Etruria uomini che con certi sacri riti e caratteri gli dichiararono ed insegnarono appuntino tutte le cerimonie che aveva ad osservare, secondo i formulari che possedevano, come se si trattasse di qualche mistero, o di qualche sacrificio. « Imperocché fu scavata una fossa circolare intorno a quel luogo che ora si appella Comizio, e riposte vi furono le primizie di tutte le cose; quindi portando ognuno una piccola quantità di terra dal paese d’onde era venuto, ve la gettarono dentro, e mescolarono insieme ogni cosa: questa fossa nelle loro cerimonie si chiama Mondo; indi all’intorno di questo centro, designarono la città a guisa di cerchio. « Il fondatore, avendo inserito nell’aratro un vomero di rame, ed aggiogati un bue ed una vacca, tira egli stesso, facendoli andare in giro, un solco profondo sui disegnati confini; e in questo mentre, coloro che gli vanno dietro, s’adoperano a rivoltare al di dentro le zolle che solleva l’aratro, non trascurandone alcuna rovesciata al di fuori. Dove poi divisano di far porta, estraendo il vomero e alzando l’aratro, vi lasciano un intervallo non tocco; onde reputano sacro tutto il muro, eccetto le porte. Poiché se credessero sacre anche queste, non potrebbero senza scrupolo né ricever dentro, né mandar fuori le cose necessarie e le impure. » (Vita dì Romolo, traduzione di Girolamo Pompei. Tomo I p. 119, Firenze 1822). Tale fu la fondazione piena di superstizioni sataniche della città di Roma. Ed i Romani del Risorgimento non hanno arrossito di celebrarne l’anniversario con feste religiose! – Se Romolo è il fondatore della città materiale, Numa, suo successore, è considerato con ragione come il fondatore della città morale. satana non poteva sceglier meglio. Noi diciamo scegliere, imperocché è per grazia dello stesso satana che Numa fu re di Roma. Prima di riferire a quelli che l’ignorano questo fatto significantissimo, è bene far conoscere gli antecedenti di Numa. « Dopo la morte di sua moglie, scrive Plutarco, Numa, lasciata allora la città, dimora per le più volte in campagna, dove se n’andava tutto solo vagando e conducendo la vita nei boschi dei numi e ne’ prati sacri e nei luoghi deserti. Dalle quali cose principalmente ebbe origine ciò che si dice intorno alla Dea, cioè che Numa non già per una certa tristezza e vagazione di mente abbia lasciato di conversare con gli uomini, ma perché gustata egli aveva una conversazione più nobile, ed era fatto degno d’incontrar matrimonio divino, unito essendosi ad Egeria, dea innamorata di lui, e passando la vita insieme con essa lei, onde egli era divenuto un uomo beato e nelle divine cose peritissimo. » (Vita di Numa, Plut, Traduz. del Pompei, t. I, p. 227,c. III. — Sed ut ad anguem redeamus, ne adeo mirum sit eum voluptatis et libidinis habere significatum: legimus apud Plutarchum, serpentem Etoliae amasium puellae. Pierius, [il serpente etolia era l’amante della fanciulla] Hierogly., lib. XIII , p. 148, ediz. in fol., Lyon, 1610). A ogni modo, di questo matrimonio e di altri simili, dei quali, stando allo stesso Plutarco, l’alta antichità ammetteva la realtà, (Vedi sant’Agostino e in tutti i grandi teologi, la questione de incubisi) resta che il primo legislatore di Roma ebbe, come i due oracoli della filosofia pagana, Socrate e Pitagora, il suo demone familiare. Vedremo che a questo tenebroso commercio Numa dovette la sua sovranità, e Roma le sue leggi. – Ascoltiamo ancora Plutarco: «Avendo Numa accettato il regno e sacrificato agli Dei, s’incamminò alla volta di Roma. Essendo a lui state presentate le insegne reali, egli comandò che fossero trattenute dicendo, di voler prima far preghiere agli Dei che il confermasse nel regno. Tolti però seco indovini e sacerdoti, salì sul Campidoglio, e quivi il maggiore degli indovini voltartelo a mezzo giorno, colla testa coperta, e standogli presso al di dietro e colla destra toccandogli il capo, si diede a far le sue preghiere, ed osservava d’intorno, guardando per ogni dove, ciò che dagli dei si manifestasse con uccelli o con altri segni. Intanto nella piazza se ne stava un sì numeroso popolo con incredibile silenzio tutto sospeso e in aspettazione di ciò che fosse per avvenire, finché apparvero uccelli destri e favorevoli che approvarono la cosa. Allora Numa, presa avendo la veste regale, discese dal Campidoglio verso la moltitudine, ed ebbe allora acclamazioni ed accoglienze, quali si convenivano ad uomo religiosissimo e carissimo ai Numi. (Vita di Numa, p. 233). Numa divenne re per la grazia del demonio, come Licurgo, come Teseo, come gli altri fondatori degli imperi pagani, legislatore sotto l’ispirazione del medesimo Spirito. Di già i rudimenti di legislazione che Romolo aveva dati ai Romani, uscivano dalla stessa sorgente. Abilissimo nel commercio con i demoni, optimus augur, come lo chiama Cicerone, egli ne aveva composto una parte; il resto, l’aveva tolto in imprestito dai Greci, i quali come abbiamo visto, ripetevano tutto dal serpente legislatore. (Dion. Halyc. Antiquit, rom., lib. XI, in Romul.). – Ma per Roma, sua città di predilezione e la futura capitale del suo impero, una ispirazione indiretta a satana non bastava. Egli stesso in persona volle dettare le sue leggi: Numa fu il suo Mosè. Questo personaggio che oggi noi appelleremo Medium, praticava apertamente l’idromanzìa. Questo genere di magia essendo noto a tutta l’antichità, e tante volte condannato dalla Chiesa, consiste nel fare sull’acqua stagnante o corsiva, delle invocazioni e dei cerchi concentrici, in mezzo ai quali apparisce il demonio sotto una forma visibile, e che pronunzia degli oracoli. (Delrio, disquisit. magic,, lib. IV, c. XI, sect. 3.). – Apulejo riporta questo celebre fatto d’idromanzìa : « Io mi ricordo, egli dice, d’aver letto in Varrone, filosofo di molta erudizione e storico di una grande esattezza, che gli abitanti di Tralles, inquieti dell’esito della guerra contro Mitridate, ricorsero alla magia. Apparve un fanciullo nell’acqua, il quale col volto verso una immagine di Mercurio annunziò loro in centosessanta versi quel che doveva accadere. » (Apolog,, p. 301). Tale fu il mezzo adoperato dal legislatore di Roma. « Numa, scrive sant’Agostino, che non aveva per ispiratore nè un profeta di Dio, né un buon angelo, ricorse all’idromanzia. 3 » (Civ. Dei, lib. VII, c. XXXV). Ei si portò presso ad una fontana solitaria che ancor si mostra, e faceva le pratiche d’uso. Allora sotto la figura di una giovine che pigliava il nome di Egeria, il demonio gli dettava i diversi articoli della costituzione religiosa e civile di Roma e gliene spiegava i motivi. Ora i motivi di questo codice, divenuto per le conquiste dei Romani come il vangelo dell’antichità, erano di tal natura che Numa, benché fosse re, non osò mai farli conoscere. A questo timore umano si aggiungeva un timore divino, che gettò il regio medium nella più grande perplessità. Da una parte, pubblicando le infamie che il serpente gli aveva dettate, temeva di rendere esecrabile agli stessi pagani, la teologia civile dei Romani; dall’altra, non ardiva annientarle, temendo la vendetta di quello al quale si era consacrato. Prese dunque il partito di far sotterrare presso la sua tomba questo monumento di oscenità. Ma un oprante, passando col suo aratro, lo fece uscire di sotto terra. Lo portò al pretore che lo sottomise al senato, e il senato ordinò di bruciarlo. Tale fu la rispettabile origine della legislazione religiosa e civile di Roma. Le cose utili e sensate che essa racchiude, sono un inganno di colui che non dice talora la verità, se non per meglio ingannare.(De civ. Dei, lib. VII, c. XXXV)

CONOSCERE LO SPIRITO SANTO (23)

Mons. J. J. Gaume:  

[vers. Ital. A. Carraresi, vol. I, Tip. Ed. Ciardi, Firenze, 1887; impr.]

CAPITOLO XXII.

(fine del precedente)

Esistenza degli oracoli divini e degli oracoli satanici provata dal fatto dei sacrifici — Parole d’Eusebio — Nuovo tratto di parallelismo — Lo Spirito Santo, oracolo permanente della Città del bene; satana, oracolo permanente della Città del male — satana si serve d’ogni cosa per parlare — Non si contenta del sacrificio del corpo: in odio del Verbo incarnato vuole il sacrificio dell’anima — Egli esige delle infamie e delle ignominie: prove generali — Quando egli non può uccidere l’uomo, lo deforma — Tendenza generale dell’uomo a deformarsi fisicamente — Spiegazione di questo fenomeno — Un sol popolo fa eccezione, e perché — Altro tratto di parallelismo: per far l’uomo a sua similitudine, Iddio si mostra a lui nei quadri e nelle statue. Per fare l’uomo a sua similitudine, satana adopra lo stesso mezzo: ciò che predicono le sue rappresentazioni.

A meno che non si voglia negare ogni certezza storica, i due fatti che siamo per leggere sono lampanti per quei che negano gli oracoli. Essi lo sono non solamente a causa della gravità degli autori che li riferiscono, ma ancora per la loro connessione con una moltitudine di altri fatti, egualmente certi. Per conservare il minimo dubbio sull’esistenza universale degli oracoli demoniaci, e sulla terribile autorità dei loro ordini, fa d’uopo essere giunti ad un partito preso di negazione che concerne la stupidità. Tutta la storia del mondo incivilito non riposa essa sulla certezza di un oracolo satanico? Cento volte nella Scrittura non vediamo noi la consultazione degli oracoli? cento volte questi oracoli non chiedono agli Ebrei, come ai Cananei, l’immolazione dei loro figli e delle loro figlie? Ci si citi una pagina della storia profana che non affermi l’esistenza degli oracoli presso tutti i popoli pagani d’una volta, che non raffermi altresì presso tutti i popoli pagani d’oggidì. Fra le innumerevoli pratiche, ridicole, infami e crudeli che deturpano la loro esistenza, ve ne ha forse una sola che essi non riferiscano alla prescrizione delle loro divinità? Intorno a questo punto, se la storia conferma la ragione, la fede dal canto suo spiega la storia. satana, come rivale implacabile del Verbo incarnato, vuole essere tenuto per Iddio. Il segnale della divinità, è il culto di latria. L’atto supremo del culto di latria, è il sacrificio. Il mezzo d’ottenere il sacrificio, è di comandarlo. Il mezzo di comandarlo, è l’oracolo. satana, immutabile nel male, ha sempre voluto farsi passare per Iddio, e sempre lo vorrà. Dunque egli ha voluto sempre e sempre vorrà il sacrificio. Dunque sotto un nome o sotto un altro, vi furono sempre e sempre vi saranno oracoli, dappertutto dove la scimmia di Dio potrà esercitare il suo impero. Eusebio dice: « Che nulla prova meglio l’odio dei demoni contro Dio, quanto la loro rabbia di farsi passare per iddìi, con la mira di togliergli gli omaggi che gli sono dovuti. Ecco perché essi impiegano le divinità e gli oracoli, a fine di attirare, gli uomini a sé, di strapparli al Dio supremo, e di sommergerli nell’abisso senza fondo dell’empietà e dell’ateismo. » (Præp. evang., lib. VII, c. XVI; vedi pure S. Tomm. I p., q. 115, art. 5 ad 3). Non è soltanto in cose di religione, e quando si tratta del sacrificio, che il ee della Città del male vuole essere consultato. Ei lo vuole e lo è nelle cose dell’ordine puramente sociale ed umano. Quest’è un nuovo tratto del parallelismo di già notato. Sappiamo che innanzi di incominciare qualche cosa d’importante, l’antico popolo di Dio aveva ordine di consultare l’oracolo del Signore: os Domìni. Il Vangelo non ha niente cambiato a questa prescrizione. Non vediamo noi il nuovo popolo di Dio, la Chiesa Cattolica, fedele ad implorare i lumi dello Spirito Santo all’oggetto di sapere, in circostanze importanti, quel che conviene di fare, e il modo di farlo? Le nazioni d’Oriente e d’Occidente finché furono cristiane, non si indirizzarono al Sovrano Pontefice, come oracolo vivente dello Spirito Santo, per domandare a lui regole di condotta, pregandolo a decidere tra il vero ed il falso, tra il giusto e l’ingiusto? Che cosa vuol dire, se non consultare l’oracolo del Signore: Os Domìni! Nella loro vita privata gli stessi Cattolici che hanno conservato la fede alle relazioni necessarie del mondo superiore col mondo inferiore, si mostrano religiosi osservatori di questa pratica. Cosa è infine questo, se non un consultare l’oracolo del Signore: Os Domìni? – È molto evidente che satana abbia dovuto contraffare a suo profitto un uso cosi proprio, ad ottenere la confidenza e gli omaggi degli uomini; prima di averne le prove ne abbiamo la certezza. Di fatti che cosa vediamo noi presso tutti i popoli pagani? degli oracoli che si va a consultare intorno a cose di guerra o di pace; circa a pubbliche calamità e intorno a sciagure domestiche; circa a matrimoni, a intraprese commerciali e malattie. Questi oracoli sono talmente rispettati, che i più fieri generali non ardiscono porsi in campagna senza averli interrogati. Essi sono talmente numerosi, che Plutarco non teme di scrivere questo celebre detto: « Sarebbe più facile trovare una città fabbricata nell’aria che una città senza oracoli. » (Vedi pure Theatrmn magnrnn vitæ hunanæ. Art. Oracula) Per tutti i popoli dell’antichità, l’esistenza degli oracoli satanici era dunque un articolo di fede, e la base della religione. Quanto al modo con cui venivano pronunziati, per quanto apparisca strano, esso non ha nulla che debba meravigliare, nulla che riguardi la certezza del fenomeno. Come il corpo è sotto la potestà dell’anima che lo fa muovere e parlare, così il mondo materiale in tutte le sue parti è soggetto al mondo degli spiriti, e specialmente degli spiriti maligni che sono chiamati i moderatori, ed i governatori: rectores mundi tenébrarum harum.D’allora in poi, per pronunziare i loro oracoli, fu per loro ogni cosa buona; per esempio un serpente o un pezzo di legno come nella Scrittura; una tavola, come vediamo in Tertulliano: un uomo, una donna, come si vede nella Storia Sacra e nella storia profana; una querce, come si vede in Plutarco; una statua di bronzo, come la statua di Memnone; una fontana, come quella di Colofone o di Castalia; una fava, un chicco di frumento, le interiora di un animale, una capra, un corvo, come vediamo in Clemente Alessandrino, e in venti autori pagani. (Fascinationis veluti negotiationis sociς habeantur capr  ad diviuandum informatæ, nec non corvi illi, quos ad responsa reddenda homines (i medium) erudiere. Exhort. Ad Græc., ec., ec.). – Porfirio aggiunge che, « nulla è più evidente né più divino, né più naturale di questi oracoli. » (Bis, nihil evidentius, nihil aut cum divinitate, aut cum ipsamet natura conjunctius dici queat. Apud Euseb., Præp. evang. lib. V, c. III). – Con tutto ciò, per quanto sia abominevole, il sacrificio del corpo, tante volte comandato per mezzo degli oracoli, non basta al demonio. Il suo odio ne esige un altro ancor più abominevole: quest’è il sacrificio dell’anima. Come ispira il primo, cosi ispira il secondo. Nella Citta del bene, lo scopo finale del sacrificio, come di tutte le pratiche religiose, si è di riparare o di perfezionare nell’anima l’immagine di Dio, affinché resa simile al suo Creatore, essa entri, al momento della morte, in possesso della felicità eterna. Spogliare l’anima della sua beltà natia, come ancora della sua santità, cioè cancellare in lei perfino le ultime vestigia di rassomiglianza con Dio, affinché all’uscir della vita essa divenga la vittima eterna del suo corruttore; è il fine diametralmente opposto che ha il Re della Città del male. Con la stessa tirannia con cui egli esige l’effusione del sangue, così esige la profanazione delle anime. La penna nostra rifugge dal descrivere l’ecatombe morali, compiute per suo ordine, su tutti i punti del pianeta, come pure le circostanze ributtanti, di cui il principe delle tenebre le circonda. Ignominie ed infamie: queste due parole riassumono il suo culto pubblico o segreto (quest’ultimo oggi praticato senza orrore nelle conventicole e logge massoniche! – ndr. – ).

Ignominie. Non vedete voi satana padrone di queste anime immortali, immagini viventi del Verbo incarnato, che le costringe a prostrarsi dinanzi a lui, non sotto la figura di un Serafino,, risplendente di luce e di bellezza; ma sotto la figura di tutto ciò che vi ha di più laido e di più ributtante nella natura? Coccodrillo, toro, cane, lupo, caprone, serpente, animali anfibi, animali di terra e di mare, sotto tutte queste forme, egli chiede omaggi, e li ottiene (Si pensi al baphomet adorato nelle logge massoniche – ndr. -). Questa lunga galleria di mostruosità non gli basta. A fine di trascinare l’uomo in più profonde ignominie, egli ne inventa una nuova. Sotto la sua ispirazione l’Oriente e l’Occidente, l’Egitto, la Grecia, Roma, tutti i luoghi insomma dove il genere umano respira, hanno visto le città e le campagne, i templi e le abitazioni particolari, popolarsi di figure mostruose sconosciute alla natura. Esseri spaventosi, metà femmine e metà pesci, metà uomini e metà cani, donne con chioma composta di serpenti, uomini coi pié di montone, donne con la testa di toro, uomini con quella di lupo, serpenti con la testa d’uomo o di sparviero, Magots e Budda aventi per testa un pan di zucchero, per bocca una tana spaventosa, correre da un orecchio all’altro; per ventre un tonno, tutti in attitudini ridicole, minacciose o ciniche; a questi dei, incarnazione moltiforme e lungo sogghigno di disprezzo dello spirito maligno, dovrà l’uomo, tremando, offrire i suoi incensi e domandare i suoi favori. Infamie. A qual prezzo sarà ricevuto l’incenso? A quali condizioni accordati i favori? Lo si domandi ai misteri di Cerere, ad Eleusi; a quelli della Dea Buona, a Roma; a quelli di Bacco, in Etruria; a quei di Venere, a Corinto ; a quei d’Astarte, in Fenicia; di Mendòs, in Egitto; del tempio di Gnido, di Delfo, di Cìaros, di Dodona e di certi altri che ci asteniamo dal nominare; in una parola, lo si domandi a tutti i santuari tenebrosi, dove, simile al tigre che aspetta la sua preda, satana notte e giorno attende l’innocenza, il pudore, la virtù, e l’immola senza pietà, con raffinamenti d’infamia che il Cristiano più non sospetta, e che lo stesso pagano non avrebbe mai inventati. (Clem. Alexand., Exhortat, ad Græc.; ed Euseb.,, Præp. evang. lib. IV, c. XVI. — Il Sig. di Mirville, Pneumatologìa ecc., t. III, seconda Memoria, p. 846 e seg.). – Quel che satana faceva presso tutti i popoli pagani, ei lo fece presso gli Gnostici loro eredi (i massoni odierni ad es. – ndr. -): lo fa ancora, quanto al fondo, tra i settari moderni, soggetti più direttamente al suo Impero. Udiamo il racconto di ciò che accade da lungo tempo in America, terra classica degli spiriti percussori, e dei grandi medium. Nel mese di settembre, dopo successe le raccolte, i metodisti hanno l’abitudine di tenere delle riunioni notturne, che durano tutta una settimana. Un annunzio è fatto nei giornali, affinché ogni fedele sia debitamente prevenuto, e possa profittare delle grazie che lo Spirito Santo prodiga in queste circostanze. Si sceglie un vasto spazio in mezzo alle foreste; il meeting ha luogo all’aperto, e nel silenzio della notte. Si vedono arrivare i settari da tutte le strade e per tutti i veicoli immaginabili: uomini, donne, bambini, tutti accorrono al convegno. Il luogo del meeting è ordinariamente in forma ovale. Ad una estremità si costruisce il palco per i predicatori, che sono sempre in buon numero. Questa specie disgraziatamente non manca in America. Da ciascun lato, in forma di ferro di cavallo, si erigono delle tende, e dietro di esse si pongono le vetture ed i cavalli. All’intorno sopra dei pali stanno lampioni o torce, che gettano una pallida luce. Il centro è vuoto. Qui si tiene il popolo, durante il meeting. Verso le nove o le dieci di sera, ad un dato segno, i ministri salgono sul palco; accorre il popolo, e se ne sta in piedi, o seduto sull’erba. Un ministro incomincia alcune preghiere, quindi declama un piccolo speech, che è il preambolo. Parecchi altri si succedono, e cercano di eccitare l’entusiasmo. Presto la scena si anima pigliando uno strano aspetto. Uno dei ministri intuona con voce lenta e grave un canto popolare; (È il carmen, consueto in tutte le evocazioni), la moltitudine accompagna su tutti i tuoni; poi il ministro aumenta la voce e va sempre crescendo, accompagnando il suo canto con gesti i più eccentrici. La Sibilla non era più tormentata sul suo tripode. Si canta, si declama a quando a quando, e l’entusiasmo aumenta. Ciò dura delle ore intere; l’eccitazione finisce col giungere ad un tal punto, di cui è impossibile dare un’idea (la stessa identica scena si osserva nei meeting del c. d. Rinnovamento dello spirito, dei pseudo-carismatici del novus ordo – ndr. – ). Fra le altre esclamazioni che odonsi risuonare, citiamo questa: Nella nuova Gerusalemme avremo del caffè senza denaro, e del vìn vecchio. Alleluia!. Tosto tutta questa moltitudine che riempie il recinto si mescola, si urta; tutto ciò in mezzo alle grida, a danze, a gemiti e a scoppi di risa. Viene lo Spirito! viene lo Spirito! Sì, viene di fatti; ma deve essere uno spirito infernale, a vedere quei contorcimenti, a udire quelle urla. Allora una confusione, una gazzarra degna del manicomio. Gli uomini si battono il petto, si onduleggiano come tanti scimmiotti cinesi, o eseguiscono evoluzioni come tanti dervis. Le donne si avvoltolano per terra con i capelli sparsi. Le giovani si sentono sollevarsi in aria e sono infatti trasportate da una forza soprannaturale. Frattanto i ministri, che sembrano presi dalla stessa follia, continuano a cantare e a dimenarsi come tanti ossessi: è una completa confusione, un caos…. all’infuori del pudore e della morale, tutto è puro per questi energumeni. Dio perdona tutto. Onta e infamia sopra i ciechi capi di un popolo cieco!… Le stelle del firmamento spargono una dolce luce su questo orrendo quadro; talora il vento muggisce nella foresta, e le torce fanno apparire gli uomini come tante ombre. La notte si passa allo stesso modo. Il mattino tutta quella moltitudine è sdraiata, inerte, stanca, snervata. Il giorno è consacrato al riposo, e la notte successiva si ricomincia. (Storia d’un meeting, del 1868, Estratti dai giornali americani). – Ecco che cosa si fa nella setta puritana dei metodisti. Chi oserebbe raccontare ciò che ha luogo presso i Mormoni? Noi siamo dunque in diritto di ripetere: perseguitare il Verbo incarnato nell’uomo suo fratello e sua immagine; perseguitarlo imitando, per perderlo, tutti i mezzi divinamente stabiliti per salvarlo; perseguitarlo senza posa e su tutti i punti del pianeta; perseguitarlo di un odio che va fino all’uccisione del corpo e dell’anima: tale è l’unica occupazione del Re della Città del male. Se egli non sempre raggiunge quest’ultimo risultato, sempre vi tende: quando non gli è dato distruggere l’immagine del Verbo, ei la sfigura. In mancanza di una completa vittoria, egli ambisce un successo parziale. Quel luminoso principio della filosofia cristiana ci conduce dinanzi a un fatto notabilissimo, fino ad ora poco notato in sé medesimo, e per nulla studiato nella sua causa. Vogliamo parlare della tendenza generale dell’uomo, a sfigurarsi. Noi diremmo universale, se un sol popolo che tosto nomineremo, non facesse eccezione. Avanti di occuparci della causa, avveriamo il fenomeno. La manìa di trasfigurarsi, o di deformarsi fisicamente, s’incontra dappertutto. Inutile d’aggiungere che essa è particolare all’uomo; quale esso sia, l’animale n’è esente. Se noi percorriamo le differenti parti del pianeta, troviamo in tutte le epoche e sopra un’ampia scala le deformità seguenti: deformazione dei piedi, mediante la compressione; deformazione delle gambe e delle cosce con legature; deformazione della statura, per mezzo di maggior corporatura; deformazione del petto e delle braccia col dipingersi il corpo; altra deformazione del petto, delle braccia, delle gambe e del dorso, con delle spaventevoli escrescenze di carne provenienti da incisioni, fatte per mezzo di conchiglie; deformazioni di unghie colorandole; deformità delle dita, per via dell’amputazione della prima falange. Deformazione del mento, mediante l’epilazione; deformazione della bocca, mediante lo spacco del labbro inferiore; deformazione delle gote, col bucherellarsele e colorirle; deformazione del naso, con lo schiacciarlo e forarlo dall’una all’altra estremità; con l’appendervi una larga placca di metallo, o un allungamento esagerato, derivante da una compressione verticale delle pareti; deformazione delle orecchie, per mezzo di pendenti che le allungano fino alla spalla; (« Nei dì di festa, le donne dell’isola di Pasqua si mettono i loro orecchini. Esse cominciano di buon ora a bucarsi il lobo dell’orecchio con un pezzetto di legno appuntato; a poco a poco si fanno entrare più avanti quel legno, e il foro s’ingrandisce. Quindi esse vi introducono un piccolo cilindro di scorza, il quale facendo l’ufficio di molletta, si distende ed allarga sempre più l’apertura. In capo a qualche tempo il lobo dell’orecchio è diventato una piccola correggia che ricade sulla spalla come un nastro. I giorni di festa vi introducono un enorme cilindro di scorza: questa è una grazia perfetta! » Tanto perfetta quanto il chignon moderno. Annali della propag. della fede. 11); deformazione degli occhi, dipingendoseli; o con la pressione dell’osso frontale che gli fa uscire dalla loro orbita; deformità della fronte con caratteri osceni, incisi in rosso col legno di sandalo; deformità del cranio, sotto l’azione di varie compressioni che gli fanno prendere, ora la forma conica, ora appuntata, ora convessa, rotonda, ora triangolare, ora stiacciata, ora quadra; deformazione generale mediante il belletto, con i cosmetici e con le ridicole mode; ecco il fenomeno. (Per le autorità e il nome dei popoli, vedi l’opera del medico dottor L. A. Glossò di Ginevra, intitolata: Saggio sulle formazioni del cranio; Parigi, 1855; Annali della propag. della fede, n. 98, p. 75). – Quale spirito suggerisce all’ uomo che esso non è ben fatto, come Dio lo fece? D’onde gli viene questa imperiosa mania di deformare, nella sua persona, l’opera del Creatore? Dare per causa la gelosia degli uni, la civetteria degli altri, non è un risolvere la difficoltà, ma respingerla. Si tratta di sapere qual principio ispiri questa gelosia brutale, questa civetteria ributtante; perché l’una e l’altra procedano mediante la deformazione, vale a dire in senso inverso della bellezza, e come esse si trovino su tutti i punti del pianeta. Se vogliamo non appagarci di parole ed avere il segreto dell’enimma, bisogna ricordarsi di due cose, del pari certe: la prima, che l’uomo è stato fatto nel suo corpo e nella sua anima ad immagine del Verbo incarnato, la seconda, che il fine di tutti gli sforzi di satana è di fare sparire dall’uomo l’immagine del Verbo incarnato, a fine di formarlo alla propria. Queste due verità certissime conducono logicamente alla seguente conclusione: che la tendenza generale dell’uomo a sfigurarsi, è l’effetto di una manovra satanica. Parecchi fatti il cui senso non è equivoco, vengono a confermare questa conclusione.

1° Certi popoli riconoscono positivamente in queste deformazioni, l’influenza dei loro Dei. « Quanto alle donne australiane, scrive un missionario, è meno il gusto dell’acconciatura che l’idea di un sacrificio religioso, che le porta a mutilarsi. Allorché esse sono tuttora di piccola età gli si lega la punta del dito mignolo della mano sinistra con fili di tela di ragno; la circolazione del sangue trovandosi così interrotta, si stacca in capo a pochi giorni la prima falange, che si dedica al serpente boa, ai pesci, o ai kanguroos. » (Annali ec., n. 98, p. 75). – Così è della deformazione della faccia, mediante la colorazione. Il suo carattere d’oscenità ributtante rivela un’altra causa, cioè la gelosia dell’uomo, o la civetteria della donna.

2° La parte del corpo più universalmente e più profondamente deformata è il cervello. Donde viene questa preferenza? Dal punto di vista dell’azione demoniaca, è facile comprenderne il motivo. Il cervello è il principale istrumento dell’anima. L’alterarlo, è alterare tutto l’uomo. Ora questa deformazione ha per resultato d’impedire lo sviluppo delle facoltà intellettuali, di favorire le passioni brutali, e di degradare l’uomo al livello della bestia. (Gosse, p. 149, 150. — In diversi punti della Francia e dell’Europa, la deformità della faccia ha luogo anche oggidì. Ivi-).

3° Fra tutti i popoli, uno solo, misto a tutti i popoli, rifugge da questa tendenza, ed è il popolo ebreo; e satana non ha il permesso di sfigurarlo. « Come esente dalla deformazione, io citerò questa piccola nazione ebrea che ha rappresentato una parte cosi notabile nella umanità, e il cui tipo si è conservato puro sino dai più remoti tempi. » (Gosse, p. 16).

4° Quanto più le nazioni si trovano straniere all’influenza del Cristianesimo o dello Spirito Santo, tanto più la tendenza alla deformazione è generale; al contrario più esse sono cristiane e più essa diminuisce. « Parlando degli abitanti della Colombia, il sig. Duflot di Mofras, fa notare che là dove il Cattolicismo si è introdotto, la deformazione ha cessato. » (Gosse, p. 9). Essa scompare completamente presso i veri Cattolici, i santi, i preti, i religiosi e le monache. Non basta difformare l’uomo allo scopo di cancellare in esso l’immagine di Dio; satana vuole ad ogni costo farlo a immagine sua. Qui viene ad aggiungersi ancora un nuovo tratto al costante parallelismo che abbiamo osservato. – Nella Città del bene, l’immagine di Dio, la più eloquente e popolare, è il Crocifisso. Dunque il Crocifisso è l’immagine obbligata dell’uomo quaggiù. Mortificazione universale della carne e dei sensi, impero assoluto dell’anima sul corpo, sacrificio senza limiti, distacco dalle cose temporali, rassegnazione, dolcezza, umiltà, aspirazione costante verso la realtà della vita futura: non è in tutto ciò l’uomo vincitore? Ed ecco il Crocifisso. Quindi, quella definizione della vita, data dal concilio di Trento. La vita cristiana è una penitenza continua, vita Christiana, perpetua pænitentia. Con queste immagini, il re della Città del male definisce parimente la vita: ma la definisce alla sua maniera. In tutte le innumerevoli statue che si presentano agli omaggi degli uomini, vi è sempre un appello ad una certa passione. Abbiamo più volte visitato le gallerie di Firenze, i musei di Roma e di Napoli, le rovine di Pompei e di Ercolano. Abbiamo visto gli Dei dell’Oceania; altri han visto per noi i templi del Thibet, le pagode dell’India e della Cina. Ora, quelle migliaia di figure, emblemi, statue antiche e moderne che ingombrano quei luoghi, cosi differenti di età e di destinazione, ripetono, ciascuna a suo modo, la parola seducente che perdé l’uomo nel paradiso terrestre. Godi, cioè dire, dimentica i tuoi destini, dimentica il fine della tua vita, adora il tuo corpo, disprezza la tua anima, degradati, deformati; che l’immagine del Crocifisso si cancelli dalla tua fronte, dai tuoi pensieri e dai tuoi atti, affinché tu sii l’immagine di colui che tu adori, la Bestia. Si potrebbe facilmente continuare, sotto il rapporto religioso, la storia parallela delle due Città, ma è tempo di delineare la loro storia sotto il rapporto, non meno istruttivo, dell’ordine sociale.

CONOSCERE LO SPIRITO SANTO (22)

Mons. J. J. Gaume:  

[vers. Ital. A. Carraresi, vol. I, Tip. Ed. Ciardi, Firenze, 1887; impr.]

CAPITOLO XXI.

(altro seguito del precedente.)

Nuovo tratto di parallelismo tra la Religione della Città del bene e la religione della Città del male: il cibarsi della vittima — L’antropofagia: sua causa — Lettera di un missionario d’Africa: storia di un sacrificio umano con divoramento della vittima — Altre testimonianze— L’antropofagia presso gli antichi; prove — Altro tratto di parallelismo: il sacrificio comandato da Dio e da satana — Prove di ragione — Testimonianza d’Eusebio — Tirannie di satana per ottenere vittime umane: passi di Dionigi d’Alicarnasso e di Diodoro di Sicilia.

Non è solamente nella istituzione del sacrificio che il re della Città del male contraffà il Re della Città del bene: ei lo scimmiotta altresì nelle circostanze che l’accompagnano e nella ispirazione misteriosa che lo comanda. Conosciamo le purificazioni, le astinenze, le preparazioni che nella Città di Dio hanno sempre preceduto l’oblazione del sacrificio. Conosciamo del pari i trasporti di gioia, i canti, le danze, la musica sacra che l’accompagnavano presso l’antico popolo di Dio, come pure l’allegrezza e la pompa con cui il nuovo popolo l’accompagna nelle grandi solennità. – Inutile provare che tutto ciò si ritrova intatto, benché sfigurato nella Città del male. Il fatto è conosciuto da chiunque ha la più lieve nozione dell’antichità pagana. (Vedi tra altri Theatrum magnum vitæ humanæ art. Sacerdotes.). Ve n’ha un altro che ci sembra chiedere una speciale spiegazione. In tutte le condizioni del sacrificio la più universale, perché la più importante, è la partecipazione alla vittima mediante il mangiare. Abbiamo visto che quest’atto è materiale, morale o figurativo. Ad imitazione del vero Dio, satana lo vuole per se medesimo. Come egli esige delle vittime umane, cosi spesso esige dai suoi adoratori la partecipazione all’abominevole sacrificio, con un mangiare reale. Di qui l’antropofagia. Che in generale l’antropofagia sia dovuta ad una ispirazione satanica, ci sembra facile il provarlo con un perentorio ragionamento. L’antropofagia è un fatto. Ogni fatto ha una causa. La causa dell’antropofagia è naturale o soprannaturale. Naturale, se ella si trova negli istinti della natura o nei lumi della ragione. Ora gli istinti della natura portano cosi poco l’uomo a mangiar l’uomo, che per esempio, in una città assediata o sopra una nave priva di ogni mezzo di sussistenza, si è all’ultima estremità e con una ripugnanza estrema, che l’uomo si decide per salvar la sua vita, a nutrirsi della carne del suo simile. La ragione nei suoi lumi, non trova niente che comandi, che approvi, ed a più forte ragione, che glorifichi una simile azione. Che dico? appena si giunge a scusarla. Non vi è nessuno che non provi un sentimento di orrore, leggendo nella storia i fatti, per fortuna assai rari, di antropofagia, allorquando pare che sieno comandati dalle circostanze. Ci si lamenta, si deplora, ma non si applaudisce mai. – Se la causa dell’antropofagia non è naturale, essa è dunque soprannaturale. Vi sono due soprannaturali, quello divino, e quello satanico. È forse nel primo, che noi troviamo la causa dell’antropofagia? No per certo. Iddio la condanna. A meno che non si ammetta un effetto senza causa, rimane dunque l’attribuirlo al secondo, vale a dire all’eterno nemico dell’uomo,. Difatti è desso l’ispiratore, esso la cui infernale malizia perverte tutti gli istinti della natura, spegne tutti i lumi della ragione, sino al punto di far trovare all’uomo il suo piacere in un atto, che è il rovescio completo di tutte le leggi divine ed umane. Noi ritorneremo su questo fatto: per il momento dobbiamo occuparci dell’antropofagia, considerata come appendice obbligata del sacrificio. L’antichità ce la mostra praticata presso i Bassari, popolo della Libia. « Essi avevano, dice Porfirio, imitato i sacrifici dei Tauri e mangiavano la carne degli uomini sacrificati. Chi non sa che dopo quegli orrendi pasti, essi entravano in tal furore contro sé medesimi, che mordendosi reciprocamente, non cessavano di nutrirsi di sangue, se non quando, coloro che primi (i demoni) avevano introdotto quella specie di sacrifici, non ebbero distrutta la loro razza. » (De abstinent., lib. II, i, 56, ediz. Didot, p. 45). – Sotto la stessa forma l’abbiamo trovata presso la maggior parte dei selvaggi del nuovo mondo; essa si pratica ancora nell’Oceania e nell’Africa centrale. Non potendo trattenerci a lungo, ne riferiremo un solo esempio: « Il 18 ottobre 1861 uno dei nostri missionari, venuto a Parigi, dopo dodici anni di dimora sulla costa occidentale dell’Africa, ci diceva e, più tardi, voleva altresi scriverci ciò che segue: « Nel mese di settembre 1850 io stesso era in quei luoghi, dove si fece il sacrificio di cui ora vi parlo. Bisogna notare, che questo non è un fatto isolato; ma questa sorte di sacrifici sono di un uso molto frequente. La vittima era un bel giovane, preso da un borgo vicino. « Per quindici giorni fu tenuto attaccato per i piedi e per le mani ad un tronco d’albero in mezzo alle case del villaggio. Sapendo egli la sorte che gli toccava, questo disgraziato fece durante la notte, tra il quattordicesimo e quindicesimo giorno, un supremo sforzo per liberarsi da quei legami, e vi riuscì. Smarrito egli giunge avanti giorno ad un posto francese. Nessuno intendeva la sua lingua, per cui fu preso per uno schiavo fuggitivo, e si consegnò senza difficoltà ai negri, i quali essendosi posti in cerca di lui, non tardarono a reclamarlo. Ricondotto al villaggio, il sacrificio fu deciso per quello stesso giorno, che era un venerdì; ed ebbe luogo al solito modo. « La vittima fu strettamente legata e distesa sopra una pietra, a guisa di altare, nel centro di una gran piazza. Intorno alla piazza vengono poste sopra dei focolari, delle marmitte piene d’acqua. Una musica assordante accompagnata da innumerevoli tamtam, occupa una delle estremità della piazza, e aspetta il segnale. La popolazione del villaggio e di quei all’intorno, spesso in numero di tre o quattro mila persone, vestite dei loro abiti da festa si distendono in cerchio intorno alla vittima: in piccolo, assomigliava agli anfiteatri dei Romani. « Al dato segnale, la musica, i tamtams, i clamori della moltitudine riempiono l’aria di un frastuono infernale: è l’annunzio del sacrificio. I sacrificatori si accostano alla vittima, armati di pessimi coltelli, ed incominciano il loro atroce ministero. Secondo i riti, la vittima deve essere fatta a pezzi ancor viva, e con le articolazioni. Si comincia dalla mano destra che si stacca dal braccio, tagliando l’articolazione del polso; quindi si passa al piede sinistro, che viene tagliato sotto la noce; poi si viene alla mano sinistra, e al piede destro. Dai polsi si passa ai gomiti, dai gomiti ai ginocchi, dai ginocchi alle spalle, dalle spalle alle cosce, alternando sempre fino a che non resta che il tronco, sormontato dalla testa. Così fu immolato il mio disgraziato giovine. – « Via via che cadono le membra della vittima, vengono esse portate in quelle caldaie piene d’acqua bollente. L’operazione si termina troncando, o meglio, segando il capo che è gettato in mezzo alla piazza. Allora comincia uno spettacolo, del quale nulla saprebbe dare neppure una debole idea. Gli spettatori sembrano invasati da un furore diabolico. Al suono di una musica orribilmente scordante, al rumore di vociferazioni umane, le donne scapigliate, gli uomini strafiguriti da non so quale magica ebbrezza, si abbandonano a dei balli, o piuttosto a delle contorsioni spaventose. La ronda infernale non ha altra regola che l’obbligo per ciascun danzatore di dare, ballando e senza fermarsi, una pedata alla testa della vittima, da farla rotolare per tutti i punti della piazza, e di cogliere con un coltello, passando vicino a quelle caldaie, un pezzo di carne, mangiato con la voracità della tigre. Con ciò essi credono pacificare il feticcio scorrucciato. « Sotto una forma palliata, l’antropofagia religiosa si manifesta nei banchetti che seguono la vittoria. L’uomo comprende benissimo ch’è diretto da esseri a lui superiori, che senza distinzione di razze, di climi, o di civiltà, tutti i popoli celebrano gli avvenimenti felici, come i successi riportati in guerra, con feste religiose. Le nazioni cristiane offrono il loro Dio in olocausto, e cantano il Te Teum in rendimento di grazie. Il sacrificio dell’uomo è l’Eucaristia di quelle che non lo sono; e il mangiare della carne umana, è il Te Deum dell’antropofago: qui i fatti abbondano. « Innanzi la loro conversione gli abitanti delle Isole Gambier erano in continua guerra. Essi erano antropofagi a tal punto che una volta, dopo una lotta sanguinosa tra le due parti, un enorme cumulo di cadaveri essendo stato innalzato, i vincitori lo divorarono in un gran banchetto che durò otto giorni. » (Annali, ecc., n. 148, p. 299). – Quelli dell’Arcipelago Fidji non depongono mai le armi. « Tutto quel che cade nelle mani del vincitore, scrivono i missionari, è in un attimo, massacrato, arrostito e divorato. Adesso vi è una battaglia o piuttosto una strage di questo genere tra Pan e Reva, dove ogni giorno si rinnovano scene di un cannibalismo degno di bestie feroci. Immense piroghe vanno da una sponda all’altra, cariche, di corpi morti, dei quali ogni partito fa omaggio alle sue divinità sanguinarie,, innanzi di portarli al forno…. In certe isole si aggiunge l’insulto alla crudeltà. Si taglia la testa della vittima; la si profuma di olio; si accomodano con gran simmetria i suoi capelli, e quando il .corpo è arrostito, ella viene a riprendere il suo posto sulla tavola del banchetto. » (Id., n. 115, p. 509). « A Viti-Levou, quando arriva il tempo delle pubbliche feste, una vivanda qualunque è sempre decretata a prezzo d’omaggio al vincitore. Allorché noi sbarcammo, era il corpo arrostito di un infelice Vitiano. Io era stato invitato a prender parte alla festa. Voi indovinate il motivo del mio rifiuto. Del resto, in questa isola, e in quelle più prossime, i desinari di carne umana sono frequentissimi…. Per celebrare un avvenimento, ancorché sia di poco rilievo, il re ha uso di servire i suoi amici delle membra di qualcuno dei suoi disgraziati sudditi. » (Annali, ecc., n. 82, p. 198). – Sotto questo punto di vista l’antropofagia religiosa è molto più antica che non si crede. Nessun popolo l’ha praticata con pari tracotanza e sopra una più grande scala, dei Romani. Che cosa erano in ultima analisi quei combattimenti di gladiatori, quei giochi sanguinosi dell’anfiteatro, se non vasti banchetti di carne umana? Come presso i selvaggi, così erano imbanditi per ringraziare gli dei di qualche vittoria. Ond’è che lo stesso spirito che gli ordinava anticamente, gli comanda oggi; là sotto il nome di Marte o di Giove; qui sotto il nome di Feticcio o di Manitou. L’Oceanico mangia le sue vittime con i denti, mentre il Romano le divorava con gli occhi, e le gustava con delizia. L’Oceanico è un selvaggio incolto, il Romano era un selvaggio incivilito. Ma nell’uno come nell’altro, trovasi la sete naturalmente inesplicabile di sangue umano. (Credere che l’antropofagia fosse sconosciuta dai popoli dell’antico mondo sarebbe un errore. Sino al IX secolo essa regnava nella Cina, al Pegu, a Giava, è presso i popoli dell’Indocina. I condannati a morte, i prigionieri di guerra, erano uccisi e divorati; si facevano persino dei pasticci di carne umana. – Lettera del Sig. De Paravey. Annali di Filosofia cristiana, t. VI, 4a serie, p. 162). A questo proposito, dice il sig. Veuillot, « che l’Antica Roma, vista attraverso della Roma cristiana, ispira subito disgusto. Quei grandi Romani, quei padroni del mondo non appariscono se non che tanti selvaggi letterati, Vi è egli presso i cannibali nulla di più atroce, di più abominevole o di più abietto, della più parte delle costumanze religiose, politiche e civili dei Romani? Non vi si vede un lusso il più sfrenato, una crudeltà la più infame, un culto il più stupido? Che differenza di forma può segnalarsi, tra il Feticcio ed il nume Lare? Che differenza, tra il capo di un’orda antropofaga, che mangia il suo nemico vinto, ed il patrizio che compra dei vinti, perché essi combattono e si uccidono nei banchetti? » (Profumo di Roma. — Lo stolto pagano). – Fra le circostanze che accompagnano il sacrificio nella Città del bene, come nella Città del male, vediamo che il parallelismo è completo. Non lo è meno nella ispirazione misteriosa che lo comanda. Abbiamo mostrato che sotto nessun punto di vista l’idea del sacrificio si trova logicamente nella natura umana. Nonostante essa vi è dappertutto, e vi è fino dall’origine del mondo. Viene dunque dal di fuori; ed i fatti confermano il ragionamento. Che cosa dicono gli annali della Città del bene, l’Antico e Nuovo Testamento? Nell’immensa varietà di sacrifici offerti, sotto la legge mosaica, vi dicono che non ve ne ha uno, il cui ordine non sia venuto da un oracolo divino. Essi vi dicono che nella legge evangelica, l’augusto Sacrificio sostituito a tutti i sacrifici, è una rivelazione divina, Dio ha parlato, e l’uomo sacrifica. Ecco quel che succede nella Città del bene. – Per una ragione analoga, la stessa cosa ha luogo nella Città del male. satana ha parlato, e l’uomo sacrifica. La sua parola è tanto più certa, quanto più l’uomo sacrifica il suo simile. Ei lo sacrifica su tutti i punti del globo; la parola dunque di satana è universale. Ei lo sacrifica malgrado le più vive ripugnanze della natura, la parola dunque di satana è assoluta, minacciosa. Ei lo sacrifica dappertutto, dove il vero Dio non è adorato: l’Ebreo stesso, tosto che abbandona Jehovah, cade nel Moloch e gli sacrifica i suoi figli e le sue figlie. Il sacrificio umano non è dunque, né l’effetto dell’immaginazione, né il resultato di una deduzione logica, né un affare di razza, di clima, di epoca, di civiltà o di circostanze locali: è un affare di culto. Così nella Città del male, come nella Città del bene ogni sacrificio riposa sopra un oracolo: qui ancora l’istoria consacra la logica. – (Si è preteso spiegare il sacrificio umano dicendo: « L’uomo si è immaginato che quanto più la vittima era nobile, tanto più era accetta alla Divinità. Questo ragionamento ha dato luogo al sacrificio umano. » L’uomo si ‘è immaginato! Ecco che ciò è presto detto. Questo ragionamento, o piuttosto questa immaginazione, suppone che l’idea del sacrificio sia naturale all’uomo. Ora ciò è falso, come noi lo abbiamo provato. L’uomo non ha potuto immaginare il sacrificio di un pollo; perché ha egli immaginato il sacrificio del suo simile? L’uomo si è immaginato! ma quando gli è venuta questa immaginazione? Come si trova essa presso tutti i popoli che non adorano il vero Dio? come mai non si trova altro che là? Come sparisce ella con lo sparire del culto del grande omicida? L’uomo si è immaginato! non avvi di immaginario in tutto ciò che il ragionamento di coloro, i quali, per ignoranza o per paura del soprannaturale, hanno immaginato una simile spiegazione). – « I sacrifici umani, dice Eusebio, debbono essere attribuiti agli spiriti impuri, i quali hanno congiurato la nostra perdita. Non è la nostra voce, ma quella di coloro che non partecipano alle nostre credenze, che rende omaggio alla verità. È quella che accusa altamente la perversità dei tempi che ci hanno preceduto: dove la superstizione degli infelici, avidamente stimolata e ispirata dai demoni, era venuta sino al punto di abiurare tutti i sentimenti naturali, credendo di placare le potestà impure, mediante lo spargimento del sangue degli esseri più cari, è con innumerevoli vittime umane. Il padre immolava al demonio il suo unico figlio; la madre la sua figlia adorata; i vicini scannavano i loro parenti; i cittadini i loro concittadini ed i loro commensali nelle città e nelle campagne. Trasformando in una ferocia inaudita i sentimenti della natura, essi mostravano evidentemente, che una frenesia demoniaca

erasi impadronita di loro (la medesima assurda frenesia del “diritto all’aborto” diffusa in tutto il mondo scristianizzato ed oggi soggetto nuovamente alla schiavitù del demonio, al lucifero-baphomet, il signore dell’universo! – ndr. -). – La storia greca e barbara ne offre esempi innumerevoli. » (Præp. Evang. lib, IV, c. XV). – La voce di cui parla Eusebio, è quella degli autori pagani. Dopo averne nominati un gran numero, aggiunge: « Io citerò ancora un altro testimone della ferocia crudele di questi demoni, nemici di Dio e degli nomini: è Dionigi d’Alicarnasso, scrittore versatissimo nella Storia romana che ha tutta abbracciata in un’opera, fatta con grandissima cura. I Pelasgi, dice egli, rimasero poco tempo in Italia, grazie agli dei che vegliavano sugli aborigeni. Avanti la distruzione delle città, la terra era rovinata dalla siccità; nessun frutto giungeva a maturità sugli alberi. I grani che arrivavano a germogliare ed a fiorire, non potevano giungere al tempo in cui la spiga si forma. Lo strame non bastava più al nutrimento del bestiame. Le acque perdevano la loro salubrità; e tra le fontane, le une seccavano durante l’estate, le altre a perpetuità. « Una sorte simile colpiva gli animali domestici e gli uomini. Essi perivano prima di nascere, o poco dopo la loro nascita. Se taluni scampavano alla morte, erano colpiti da infermità o da deformità d’ogni specie. Per colmo di mali, le generazioni giunte al loro intero sviluppo erano in preda a malattie ed a mortalità che oltrepassavano tutti i calcoli di probabilità. « In questi estremi, i Polasgi consultarono gli oracoli per sapere quali dii mandavano loro queste calamità, per quali trasgressioni e infine con quali atti religiosi potevano essi sperare la cessazione. Il nume rese questo oracolo : « Nel ricevere i beni che avevate sollecitati non avete reso ciò che avevate fatto voto di offrire; ma vi ritenete il più prezioso. » Infatti i Pelasgi avevan fatto voto d’offrire in sacrifizio a Giove, ad Apollo ed ai Cabrii, la decima di tutti i loro prodotti. (Offerte delle primizie e delle decime: altro tratto di parallelismo…). – « Allorché fu loro riferito questo oracolo, essi non poterono comprenderne il senso. In questa perplessità uno dei loro vecchi disse: Voi siete in un completo errore, se voi credete che gli dei vi facciano ingiuste richieste. È vero, avete dato fedelmente le primizie delle vostre ricchezze; … ma la parte della umana generazione, la più preziosa di tutte per gli dei, è ancora dovuta. Se voi pagate questo debito, gli dei saranno placati e vi restituiranno il loro favore. « Taluni considerarono questa soluzione come perfettamente ragionevole; altri come un inganno. In conseguenza si propose di consultare il nume per sapere se infatti, gli conveniva di ricevere la decima degli uomini. Deputarono essi dunque una seconda volta, dei sacri ministri, e il nume rispose in un modo affermativo. Si sollevarono tosto delle difficoltà tra di loro circa il modo di pagare questo tributo. La dissensione ebbe luogo da primo tra i capi della città; quindi scoppiò tra tutti i cittadini, i quali sospettavano dei loro magistrati. Intere città furono distrutte; una parte degli abitanti disertò il paese, non potendo tollerare la perdita di esseri che erano più a loro cari, e la presenza di quelli che gli avevano immolati. Però i magistrati continuarono ad esigere rigorosamente il tributo, parte per essere offerti agli dei, parte pel timore di essere accusati di avere dissimulato delle vittime, finché alla fine la razza dei Pelasgi, trovando la sua esistenza intollerabile, si disperse in lontane regioni. » (Dion. Halyc lib. I).A questa testimonianza contentiamoci di aggiungere quella di un altro storico non meno autorevole: « Dopo la morte di Alessandro il Macedone e vivente il primo Tolomeo, scrive Diodoro di Sicilia, i Cartaginesi furono assediati da Agatocle tiranno di Sicilia. Vedendosi ridotti all’estremo, essi sospettarono che Saturno gli fosse contrario. Il loro sospetto si fondava su ciò che in tempi anteriori, avendo uso di immolare a questo dio i figli delle migliori famiglie, più tardi ne avevano fatti comprare alcuni clandestinamente, che educavano per essere sacrificati. Un’inchiesta ebbe luogo, e si scopri che parecchi dei fanciulli immolati erano stati supposti. « Pigliando questo fatto in considerazione, e vedendo i nemici accampati sotto le loro mura, furono presi da un religioso terrore per avere trascurato di rendere gli onori tradizionali ai loro dei. A fine di riparare al più presto questa omissione, scelsero a voce di suffragi duecento fanciulli delle migliori famiglie, e li immolarono in un solenne sacrificio. Quindi coloro che il popolo accusava di avere defraudato gli dei, si eseguirono da se medesimi, offrendo spontaneamente i propri figli. Ve ne furono circa trecento. » (Lib. XX). – La terribile potenza che esigeva il sacrificio dei fanciulli, comandava tutte le altre pratiche sanguinarie od oscene dei culti pagani. Ascoltiamo un altro rivelatore non sospetto dell’abominevole mistero. « Le feste, dice Porfirio, le immolazioni, i giorni nefasti e consacrati al lutto, che si celebrano, divorando delle crude vivande, sbranandosi le membra, imponendosi delle macerazioni, cantando e facendo cose oscene, con clamori, agitazioni violente di capo e movimenti impetuosi, non si rivolgono a nessun nume, ma ai demoni, per distornare la loro collera e come un addolcimento all’antichissima usanza di sacrificare loro delle vittime umane. – « Riguardo a questi sacrifici, non si può né ammettere che gli dei li abbiano pretesi, né supporre che alcuni re o generali li abbiano offerti spontaneamente, sia consegnando i propri loro figli ad altri per sacrificarli, ossia consacrandoli ed immolandoli essi medesimi. Essi volevano mettersi al coperto dalle ire e dalle violenze di esseri terribili e malefici, o saziare gli animi frenetici di quelle viziose potenze, le quali volendolo, non potevano unirsi corporalmente alle loro vittime. Come Ercole assediando Oechalia per amore di una vergine, così del pari i demoni forti e violenti, volendo godere di un’anima, tuttora impacciata dai legami del corpo, mandano alle città, pesti e sterilità, fanno nascere guerre e divisioni intestine, fino a che essi non abbiano ottenuto l’oggetto della loro passione. » (Apud Euseb., Pmep. evang., lib. IV, c. IV). – Come lo stesso sacrificio, cosi era il modo del sacrificio prescritto dagli oracoli. Non vi è miglior prova della presenza dello spirito infernale, quanto la maniera con cui si compieva l’uccisione abominevole di tutto ciò che l’uomo ha di più caro. A Cartagine esisteva una statua colossale di Saturno di bronzo: essa aveva le mani aperte e volte verso la terra. Ai suoi piedi era un fornello pieno di fuoco. Il fanciullo posto sulle braccia dell’idolo, non essendo ritenuto da niente, scivolava nel fornello, dove era consumato al rumore di canti e d’istrumenti musicali. (Diod. Sicul., ibid., ecc.,etc.). Sotto nomi differenti, questa statua omicida esisteva in Oriente ed in Occidente, presso i Giudei e presso i Galli.

 

CONOSCERE LO SPIRITO SANTO (21)

Mons. J. J. Gaume:  

[vers. Ital. A. Carraresi, vol. I, Tip. Ed. Ciardi, Firenze, 1887; impr.]

CAPITOLO XX.

(seguito del precedente).

Il Sacrificio: atto religioso il più significativo ed il più inesplicabile — Esso racchiude due misteri: un mistero d’espiazione e un mistero di rinnovamento; un mistero di morte e uno di vita — Tristezza e gioia; due caratteri del sacrificio — Manifestazione della gioia: danza, canti, banchetti — Triplice modo di mangiare la vittima — Parodia satanica di tutte queste cose — Come il Re della Città delbene, cosi il re della Città del male esige sacrifici — Esso ne determina la materia e tutte le circostanze: nuova testimonianza di Porfirio — Egli comanda in odio del Verbo incarnato, il sacrificio dell’uomo — Parallelismo: il Capro emissario presso gli Ebrei ed i Targelii presso i Greci — Medesimi sacrifici presso i popoli pagani,antichi e moderni: testimonianza.

Di tutti gli atti religiosi il sacrificio è senza dubbio il più significativo e nel tempo stesso il più inesplicabile.

Il più significativo. — Nessuno eleva così in alto la gloria di Dio: poiché nessuno proclama così eloquentemente il supremo suo dominio sulla vita e sulla morte di tutto quello che esiste. Ecco perché nell’antico come nel nuovo Testamento il Signore riserba a sé solo il sacrificio; perché colpisce con i suoi fulmini il temerario che osasse attribuirselo; (Qui immolat diis occidetur, praeterquam Domino soli. – Èxod. XX, 20.); perché non dissimula il piacere misterioso ch’egli prende all’odore delle vittime; perché infine lo chiede per sempre. (Vedi la maggior parte del capitolo del Levitico e dei Numeri).

Il più inesplicabile. — Nulla accusa più altamente una origine soprannaturale. I lumi della ragione non giungeranno giammai a scoprire, come il peccato dell’uomo può essere cancellato col sangue di una bestia. Qui essendo ogni cosa divina, si comprende che nulla è stato lasciato all’arbitrio dell’uomo. Perciò noi vediamo che nella Città del bene, la scelta delle vittime, le loro qualità, il loro numero, il modo di offrirle, il giorno e l’ora del sacrificio, i preparativi dei sacerdoti e le disposizioni del popolo; in una parola tutto ciò che si riferisce da presso o da lontano a quest’atto solenne, è divinamente ispirato e ordinato. – Ora, il sacrificio contiene un duplice mistero; mistero di espiazione e mistero di rinnovamento: mistero di morte e mistero di vita. Mistero di espiazione: l’uomo nell’offrire alla morte un essere qualunque, confessa da un lato che è desso che meriterebbe d’essere immolato, e che la vittima non è altro che il suo rappresentante; dall’altro egli proclama la più assoluta dipendenza riguardo a Dio, il bisogno che ha di Lui, e la riconoscenza alla quale è tenuto per la vita e per tutti i mezzi di conservarlo. – Mistero di rinnovamento: l’uomo mediante l’autentica protesta che egli fa della sua colpabilità e del suo nulla, si ripone di rimpetto a Dio nei suoi veri rapporti; egli si ritempera e si rigenera. Di qui due caratteri invariabili dei sacrifici: una tristezza solenne accompagnata, o seguita da una gioia che si manifesta con le dimostrazioni le meno equivoche, la danza, il canto ed i banchetti. (Come la musica, così la danza è un linguaggio divino nella sua origine e nel suo fine. Per ciò tutti i popoli hanno ballato in onore dei loro dei. David ballava in onore del vero Dio. Nella Chiesa Cattolica si è, per parecchi secoli, danzato nelle feste religiose. satana si è impadronito del ballo, e tutti i popoli, suoi schiavi, hanno ballato in suo onore, cominciando dai Coribanti della Grecia e dai Salii di Roma, sino ai Dervisci di Stamboul: dai Gitunpers e i Metodisti sino ai settari del Vandoux. — In Dionigi d’Alicamasso si legge (Kb. II, c. 18): « I Romani gli chiamano Salii (sacerdoti di questo nome) a motivo del loro movimento e del loro agitarsi continuo: imperocché essi si servono della voce salire per ballare e saltare: è per questa ragione che essi chiamano salitores tutti gli altri danzatori, traendo il loro nome da quello di Salii, perché essi saltano ordinariamente nel ballare. Ma ognuno potrà giudicare da ciò che essi fanno, se ho ben riscontrato, rapporto all’etimologia del loro nome. Imperocché essi ballano in cadenza al suono del flauto, tutti armati, ora insieme, ora uno dopo l’altro, e mentre che ballano essi cantano altresì alcuni inni del paese.) –  Tuttavia il banchetto è più che un segno di gioia. II sacrificio non è utile all’uomo se non in quantoché l’uomo partecipa della vittima. Cosi insegna la fede di tutti i popoli, fondata sulla natura medesima del sacrificio. Ora l’uomo mangiando si assimila la carne immolata, facendosi vittima. Tale è il modo più energico di proclamare che è lui e non essa che deve perire. Quindi l’uso universale di mangiare, in tutti i sacrifici. Solamente succede materialmente, moralmente o in modo figurato. Materialmente, quando si mangia realmente la carne della vittima; moralmente, quando invece si mangiano delle frutta o delle focacce offerte insieme; in modo figurato quando si prende parte ai pasti dati in occasione del sacrificio. Tali sono nella Città del bene le leggi, la natura e le circostanze di questo grande atto. –

Con una abilità sovrumana, il re della Città del male si è impadronito di questi mezzi divini e li ha fatti volgere a pro suo. Il sacrificio è la proclamazione autentica della divinità dell’essere a cui si rivolge. satana che vuole essere tenuto per Dio, se l’è fatto offrire; e persino nei minimi particolari egli contraffà Jehovah: « I demoni vogliono essere dii, dice Porfirio, e il capo che li comanda aspira a sottentrare al Dio supremo. Essi si dilettano nelle libazioni e nel fumo delle vittime, che ingrassa nel tempo stesso la loro sostanza corporea e spirituale. Essi si nutrono di vapori, di esalazioni, diversamente, secondo la diversità della loro natura, ed acquistano delle forze nuove col sangue e col fumo delle carni abbrustolite. » (Apud Euseb., Præp. evang., lib. IV, c. XXII). – Sant’Agostino e san Tommaso ci danno il vero significato delle parole di Porfirio, spiegandoci la natura del piacere che i demoni pigliano dall’odore delle vittime: « Quel che si stima nel sacrificio non è il pregio della bestia immolata, ma ciò che essa significa. Ora significa l’onore reso al sovrano padrone dell’universo. Quindi quella parola: I demoni non godono dell’odore dei cadaveri, ma degli onori divini. 2 » [In oblatione sacrifìcii non pensatur pretium occisi pecoris, sed signifìcatio, qua fìt in onorem summ rectoris totius universi. Unde sicut Augustinus dicit (De civ. Dei, lib. X, c. xix, ad fin.): « Dæmones non cadaverinis nidoribus, sed divinis honoribus gaudent. » 2a 2æ, q. LXXXIV, art. 2, ad 2]. satana non si contenta di domandare dei sacrifici: come il vero Dio, così egli si permette di determinarne la materia e di regolarne le cerimonie. Dopo aver fatto giuramento di dire la verità intorno ai misteri demoniaci, Porfirio si esprime in questi termini: « Trascriverò per conseguenza i precetti di pietà e di culto divino che l’oracolo ha proferiti. Quest’oracolo d’Apollo espone l’insieme e la divisione dei riti che debbonsi osservare per ciascuno Dio. « Entrando nella via tracciata da un Dio propizio, ricordati di compiere religiosamente i sacri riti. Immola una vittima alle beate divinità: a quelle che abitano gli emisferi celesti; a quelle che regnano nell’aria e nell’atmosfera piena di vapori: a quelle che presiedono al mare ed a quelle che sono nell’ombre profonde dell’Èrebo. Imperocché tutte le parti della natura sono sotto la potestà degli dei che la riempiono. Io conterò da prima il modo con cui le vittime debbono essere immolate. Inscrivi il mio oracolo sopra vergini tavolette. « Agli dei Lari tre vittime; altrettante agli dei celesti. Ma con questa differenza: tre vittime bianche agli dei celesti; tre di color di terra agli dei Lari. Dividi in tre le vittime degli dei Lari; quelle degli dei infernali tu le seppellirai in una fossa profonda col loro sangue ancor caldo. Alle ninfe, fai delle libazioni di miele e doni di Bacco. Quanto agli dei che svolazzano intorno la terra, che il sangue inondi i loro altari da ogni parte; e che un uccello intero sia gettato nei sacri focolari; ma innanzi tutto consacra loro delle focacce di miele e di farina e orzo, misti ad incenso e ricoperti di sale e di frutta. Allorché tu sarai venuto per sacrificare sulla riva del mare, immola un uccello e gettalo intero nelle profondità dei flutti. « Compiute tutte queste cose secondo i riti, avanzati verso gli immensi cori dei celesti dei. A tutti rendi lo stesso onore sacro. Che il sangue mescolato alla farina sgorghi a grosse gocce, e formi dei depositi stagnanti. Che le membra conosciute delle vittime rimangano come dono agli dei; getta le estremità alle fiamme e il rimanente serva per i conviti. Co’ grati profumi di cui tu riempirai l’aria, fai salire sino agli dei le tue ardenti suppliche.1 » – Ibid.,lib. IV, c. IX). – Tali sono con molti altri, i riti obbligati dei sacrifici richiesti dal re della Città del male. Sono tutti una contraffazione sacrilega delle prescrizioni religiose del Re della Città del bene. Ora l’immaginazione indietreggia spaventata dinanzi all’incalcolabile moltitudine di animali di ogni specie, dinanzi alla somma favolosa di ricchezze d’ogni genere, involate alla povera umanità dal suo odioso e insaziabile tiranno. Pur tuttavia, respirare la fragranza dei più preziosi aromi, assaggiare l’offerta delle più belle frutta, bere a lunghi sorsi il sangue degli scelti animali, non gli basta: gli bisogna il sangue dell’uomo. La storia degli umani sacrifici rivela nelle sue ultime profondità l’odio del grande Omicida, contro il Verbo incarnato e contro l’uomo suo fratello. Quest’odio non potrebbe essere più intenso nella sua natura, né più esteso nel suo oggetto. Da una parte esso va fin dove può andare, cioè alla distruzione; d’altra parte, il sacrificio umano ha fatto il giro del mondo. Egli regna ancora dappertutto dove regna senza contrapposto il re della Città del male. Tanto ò il divertirsi a stabilire l’esistenza del sole, che l’accumulare le prove di questo mostruoso fenomeno. Noi ci contenteremo di ricordare alcuni fatti, atti a mostrare fin dove satana spinge la parodia delle divine istituzioni, la sua sete inestinguibile di sangue umano e la sua preferenza, libera o forzata, per la forma del serpente. – Tra i riti sacri prescritti a Mosè, io non so se ve ne sia nessuno dei più misteriosi e più celebri di quello del “caprone emissario”. Due caproni, nutriti per quest’uso, erano condotti dal gran sacerdote all’ingresso del Tabernacolo. Carichi di tutti i peccati del popolo, uno era sacrificato in espiazione, l’altro cacciato nel deserto per segnare l’allontanamento dei meritati flagelli. Il sacrificio aveva luogo ogni anno verso l’autunno, per la festa solenne delle Espiazioni. Questa istituzione divina, il re della Città del male si dà premura di contraffarla. Ma egli la contraffà a suo modo: invece del sangue di un caprone, esige il sangue di un uomo. Ascoltiamo come ce lo raccontano gli stessi pagani con la loro gelida calma e orribile usanza. Nelle repubbliche della Grecia, e specialmente ad Atene, si nutrivano a spese dello Stato alcuni uomini vili ed inutili. Accadeva una peste, una fame od altra calamità, si andava a prendere due di queste vittime e le si immolavano per purgare la città e liberarla! Queste vittime si chiamavano demosioi, nutriti dal popolo; pharmakoi, purificatori; Katarmata, espiatori. Era costume sacrificarne due alla volta: uno per gli uomini, ed uno per le donne, senza dubbio, allo scopo di rendere più completa la parodia dei due capri emissari. L’espiatore per gli uomini portava una collana di fichi neri; quello delle donne una di fichi bianchi. Affinché tutti potessero godere della festa, si sceglieva un luogo comodo per il sacrificio. Uno degli arconti, o principali magistrati, era incaricato di curarne tutti i preparativi e di sorvegliarne tutti i particolari. Il corteggio si poneva in marcia accompagnato da cori di musici, esercitati da lunga mano e superbamente organizzati. Durante il tragitto, si battevano sette volte le vittime con rami di fico e con reste di cipolle selvatiche, dicendo: Sia la nostra espiazione e il nostro riscatto. Giunti al luogo del sacrificio, gli espiatori erano arsi sopra un rogo di legno selvatico e le loro ceneri gettate al vento in mare, per la purificazione della città infetta. D’accidentale che era in principio, il sacrificio divenne periodico, e ricevette il nome di festa dei Thargelii. Lo si faceva in autunno, e durava due giorni, durante i quali, i filosofi celebravano con allegri banchetti la nascita di Socrate e di Platone. Così ogni anno nella stessa stagione, mentre il vero Dio si contentava del sangue di un montone, satana si faceva offrire il sangue di un uomo. (Annali, luglio 1861, p. 46 e seg. Si crederebbe forse che i dizionari greci classici, invece di darci delle parole il loro vero significato, amino di fare dei contro sensi, piuttosto che rivelare questi abominevoli particolari? Cosi è che il Rinascimento inganna la gioventù e con essa l’Europa cristiana, sul conto della bella antichità. Id., ib.). – Nella stessa categoria si può collocare l’annuo sacrificio offerto dagli Ateniesi a Minosse. Gli Ateniesi, avendo fatto morire Androgeo, essi furono decimati dalla peste e dalla fame. L’oracolo di Delfo, interrogato sulla causa della duplice calamità e sul modo di porvi un termine, rispose: « La peste e la fame cesseranno, se voi designate con la sorte sette giovanetti e altrettante giovanette vergini per Minosse: voi le imbarcherete sul mare sacro come rappresaglia del vostro delitto. A questo modo voi vi renderete propizio il Nume. » (Ex Oenomao apud, Euseb., Præp. e vang. lib. V. c. XIX). Le infelici vittime venivano condotte nell’isola di Creta e rinchiuse in un labirinto, dove esse erano divorate da un mostro, mezz’uomo e mezzo toro, il quale non si nutriva che di carne umana. « Chi è dunque quell’Apollo, quel dio salvatore che consultano gli Ateniesi, chiede Eusebio agli autori pagani, storici del fatto? Senza dubbio, egli va ad esortare gli Ateniesi al pentimento ed alla pratica della giustizia. Si tratta bene di simili cose! Che cosa importano tali cure per questi eccellenti dei, o piuttosto per questi demoni perversi? Al contrario fa loro d’uopo di atti dello stesso genere, spietati, feroci, inumani, aggiungendo, come dice il proverbio, la peste alla peste, la morte alla morte. « Apollo ordina loro di mandare ogni anno al Minotauro sette adolescenti e sette giovani vergini, scelti tra i loro figli. Per una sola vittima quattordici vittime innocenti e candide! E non una volta solamente, ma per sempre; di maniera ché sino al tempo della morte di Socrate, più di cinquecento anni dopo, l’odioso e atroce tributo non era ancora soppresso presso gli Ateniesi. Ciò fu infatti la causa del ritardo apportato all’esecuzione della sentenza capitale decretata contro questo filosofo. » (Præp. evang., lib. V, c. XVIII). – Oltre queste periodiche immolazioni, gli Ateniesi nelle circostanze difficili, non esitavano nulla più degli altri popoli della bella antichità di ricorrere, a richiesta degli Dei, ai sacrifici umani. Era il momento di dichiarare battaglia alla flotta di Serse. « Mentre che Temistocle, scrive Plutarco, faceva agli Dei dei sacrifici sulla nave ammiraglia, gli si presentarono tre giovani prigionieri di una straordinaria bellezza, magnificamente vestiti e carichi di ornamenti d’oro. Dicevasi che fossero i figli di Sandace, sorella del re, e di un principe di nome Artaycte. « Al momento in cui gli apparve l’indovino Eufrantide osservò che una pura e chiara fiamma usciva di mezzo alle vittime, ed un augure a destra mandò uno starnuto. Allora appoggiando la sua mano diritta sopra Temistocle gli ordinò, dopo avere invocato Bacco Omestis (mangiatore di carne cruda), di sacrificare a lui questi giovanetti, assicurandolo che la vittoria e la salute dei Greci sarebbero in tal modo assicurati. » Temistocle, sembra esitare; ma i soldati vogliono che sia secondato il parere dell’indovino, ed i giovani sono sacrificati.22 (In Themist, c. III , n. 8). – A similitudine dei Greci, avevano i Romani eziandio i loro pubblici espiatori. Erano tante vittime scelte e anticipatamente consacrate. Nelle pubbliche calamità si andava a prenderle per scannarle nel luogo in cui erano nutrite: simile al macellaio che va a cercare nella stalla il bove che dee esser macellato. (Com. a Lap., in Levit., xvi, 10; et Dyon, Halicarn. apud Euséb., Præp. evang., lib. IV, c. XVI). – La capitale della civiltà pagana, Roma, ha sacrificato umane vittime sino alla comparsa del Cristianesimo; e tra i sacrificatori, Dione Gassio cita l’uomo il più eminente dell’antichità, Giulio Cesare. « In seguito ai giuochi ch’egli fece celebrare dopo i suoi trionfi (nei quali fu scannato Vercingetorige) i suoi soldati si ammutinarono. Il disordine non cessò che allor quando Cesare si fu presentato in mezzo ad essi, e che ebbe preso da sé uno degli ammutinati per consegnarlo al supplizio. Questi fu punito per questo motivo; ma altri uomini furono inoltre scannati a modo di sacrificio. Essi furono sacrificati nel campo di Marte, dai pontefici e dal flamine di Marte. (Hist. Rom., XLIII, c. 24).Aggiungiamo con Tito Livio, che era permesso al console, al dittatore ed al pretore, quando consacrava le legioni dei nemici, di consacrare non sé medesimo, ma il cittadino che egli voleva, preso nella legione romana. (Lib. VIII, c. 10 – Tutti i giochi dell’ anfiteatro in onore di Giove Laziale cominciavano con un sacrificio umano). – I Romani ed i Greci non erano che gli imitatori dei popoli dell’Oriente e dei Fenici in particolare. Vicini degli Ebrei, dei quali conoscevano i sacri riti, questi ultimi poterono infatti ricevere sino da principio, e accettare senza resistenza, la contraffazione del capro emissario. « Presso questo popolo, dice Filone di Biblos, vi era un’antica usanza, che nei gravi pericoli, per prevenire una rovina universale, i capi della città o della nazione consegnano i più cari dei loro figli per essere immolati, come riscatto ai due vendicatori. Cosi Crono re di quel paese, minacciato di una guerra disastrosa, sacrificò egli medesimo il suo unico figlio sull’altare che aveva per questo eretto. L’immolazione della vittima era accompagnata da misteriose cerimonie. » (Apud Euseb., Præp. evang. lib. IV, c. XVI). – In tutti i luoghi in cui il Cristianesimo non ha distrutto il suo impero, il re della Città del male continua la feroce parodia. I Tergelii sussistono tuttora presso i Condii popolo dell’India, tali all’incirca come gli abbiamo visti nella Grecia or sono tre mila anni. Ivi si ingrassano dei fanciulli che si scannano a centinaia a primavera, ed il cui sangue sparso sui prati, passa per avere la virtù di fecondarli. Alla data del 6 settembre 1850 il vescovo d’Olène vicario apostolico di Visigapatam (India inglese) scrive: « Il governo inglese ha creduto dover portare la guerra sin nel centro dei Condi: eccone la ragione. Gli umani sacrifici sono ancora in uso presso questo popolo disgraziato. In occasione di una festa o di una calamità, all’epoca soprattutto delle semente, essi immolano dei fanciulli dell’uno e dell’altro sesso. A questo fine si formano di queste vittime innocenti come tanti depositi per servire nelle differenti circostanze…. Ogni pretesto è buono per questo macello: un pubblico flagello, una grave malattia, una festa di famiglia ecc. « Otto giorni innanzi il sacrificio, l’infelice fanciullo o adolescente, che deve farne le spese, viene legato. Gli si dà da bere e da mangiare quel che desidera. Durante questo intervallo, i vicini villaggi vengono invitati alla festa. Vi accorrono in gran numero. Allorché tutti sono riuniti, si conduce la vittima nel luogo del sacrificio. In generale si ha cura di metterla in uno stato di ubriachezza. Dopo averla attaccata, la folla gli balla intorno. Ad un dato segnale, ogni astante corre a tagliare un pezzo di carne che porta via seco. La vittima è fatta a brani ancor viva. Il pezzo che ciascuno ne stacca per suo proprio conto, deve essere palpitante. A questo modo caldo e sanguinante è portato in tutta fretta sul campo che si vuol fecondare. Tale è la sorte riserbata a coloro che mi parlavano, e pur tuttavia ballarono una gran parte della notte. » (Annali della Propag. della Fede, n. 138, p. 402 e seg.). – Gli stessi sacrifici succedono presso certe popolazioni maomettane dell’Africa orientale: « In una città araba che io conosco,scrive un missionario, (Id. marzo 1863, p. 132), ho visitato una casa nella quale si immolò, quattro anni sono, tre verginelle per allontanare un infortunio che minacciava il paese. Questa barbarie non era il fallo di un solo, ma l’adempimento d’una decisione presa in consiglio dai grandi del paese. Io so da fonte certa, e potrei addurre i testimoni, che quelle infelici vittime della superstizione mussulmana furon fatte a pezzetti, e le loro membra portate e sotterrate in diversi punti del territorio minacciato. » (Annali della Prop. della Fede, n. 138, p. 337, 380). – Simili orrori si commettono in Cina e nell’Oceania: satana è sempre e dappertutto lo stesso. (Ibid., n. 116, p. 49, etc., etc.). – Il genere particolare di sacrifici che abbiamo segnalati, non offre che un’idea molto imperfetta della sua sete insaziabile di sangue umano. Per conoscerla un po’ meglio, è d’uopo ricordarsi che i sacrifici umani hanno esistito dappertutto per duemila anni; che essi sono stati praticati sopra una grande scala; che i giuochi dell’anfiteatro, nei quali comparivano in un solo giorno parecchie centinaia di vittime, erano tante feste religiose; che sotto i Cesari questi giuochi si rinnovavano parecchie volte la settimana; che vi erano anfiteatri in tutte le citta importanti dell’impero romano; che il sacrificio umano aveva luogo fuori delle frontiere di quest’impero; che in America egli ha oltrepassato tutte le conosciute proporzioni; finalmente che la stessa carneficina continua anche adesso, su tutti i luoghi rimasti sotto l’intera dominazione del principe delle tenebre. [Oggi il sacrificio umano offerto a satana, continua nei macelli-sale-operatorie delle cliniche e degli ospedali pubblici e privati, con la barbara pratica omicida degli aborti, che miete milioni di vittime innocenti… – ndr.-]. Nel 1447, trentaquattro anni innanzi la conquista spagnola, ebbe luogo al Messico la consacrazione del Teocalli, o tempio del Dio della guerra, fatto da Ahuitzotl, re del Messico. In nessun paese aveva avuto luogo mai tanta spaventevole carneficina, per onorare questa divinità. Gli storici indigeni, che non si possono accusare né d’ignoranza né di parzialità in questa occasione, portano a 80 mila il numero delle vittime umane immolate in quella festa, della quale danno la seguente descrizione. Il re ed i sacrificatori salirono sopra la piattaforma del tempio. Il monarca messicano si pose accanto alla pietra dei sacrifizi, sopra una sedia ornata di orribili pitture. Ad un segnale dato da una musica infernale, gli schiavi cominciarono a salire i gradini del teocalli; essendo coperti di abiti da festa, e col capo ornato di penne. Via via che arrivavano in cima, quattro ministri del tempio, col volto tinto di nero e le mani di rosso (immagini viventi del demonio), afferravano la vittima e la distendevano sulla pietra ai piedi del regio trono. Il re s’inginocchiava, volgendosi successivamente verso i quattro punii cardinali (parodia del segno della croce), gli apriva il petto, dal quale strappava il cuore, presentandolo palpitante agli stessi lati, e lo rimetteva in seguito ai sacrificatori. Questi andavano a gettarlo al quanhxicalli, specie di trogolo profondo, destinato a quest’orribile sacrifizio. Essi compievano la cerimonia scuotendo ai quattro punti cardinali il sangue, che gli era rimasto attaccato alle mani. Dopo avere sacrificato in tal guisa una moltitudine di vittime, il re stanco presentò il coltello al gran sacerdote; poi questi ad un altro, e così di seguito, fino a che le loro forze non furono esaurite. Secondo le memorie contemporanee, il sangue scorreva lungo i gradini del tempio, simile all’acqua durante i rovesci tempestosi dell’inverno; e si sarebbe detto che i ministri erano vestiti di scarlatto. Questa spaventevole ecatombe durò quattro giorni. Essa aveva luogo alla stessa ora e con lo stesso cerimoniale nei principali templi della città; ed i più grandi signori della corte vi disimpegnavano insieme ai sacerdoti, le stesse funzioni che Àhuitzotl nel santuario del dio della guerra. Ire tributari ed i grandi che avevano assistito al sacrificio, vollero imitarlo nella consacrazione di qualche tempio. Il sangue umano non fu risparmiato. Un autore messicano, Ixtlixochitl, stima a più di cento mila il numero delle vittime che si immolarono quell’anno. Il fiume di sangue umano, che in certe circostanze diventava un gran lago, non cessava mai di scorrere. Come i Greci, i Romani, i Galli ed altri popoli dell’antichità, così i Messicani avevano eziandio i loro Tergelii. In mezzo ad una folta foresta si trovava il sotterraneo consacrato a Pètela, principe dei tempi antichi. Sotto le sue oscure vòlte, il viaggiatore contempla con stupore la bocca spalancata di un abisso senza fondo, dove si precipitano muggendo le acque di un fiume. Quivi si conducevano nei momenti di prova pomposamente gli schiavi od i prigionieri, con questa intenzione. Si coprivano di fiori e di ricche vesti, e si precipitavano nell’abisso in mezzo a nuvole d’incenso, indirizzate all’idolo. Tutti i mesi dell’anno erano segnalati da sacrifici umani. Quello che corrisponde al nostro mese di febbraio, era consacrato ai Genii delle acque. Si acquistavano, per il loro sacrificio, dei piccoli bambini che i padri offrivano sovente da sé medesimi, a fine di ottenere per la prossima stagione, l’umidità necessaria alla fecondazione della terra. Questi bambini si portavano in vetta alle montagne, dove si producono le burrasche, e là si immolavano; ma se ne serbava sempre qualcuno per sacrificarli al principio della pioggia. Il sacerdote apriva loro il petto, strappandone il cuore che veniva offerto in propiziazione alla Divinità; ed i loro corpicini erano serviti dipoi in un banchetto di cannibalismo ai sacerdoti ed alla nobiltà. Un altro mese era appellato lo Scorticamento umano. Il suo patrono era Xipè, il calvo o lo scorticato, detto altrimenti Toiec, cioè dire, nostro signore, morto giovane e di morte infelice (contraffazione evidente del N. S. G. C.). Questa divinità ispirava a tutti un grande orrore. Gli si attribuiva il potere di dare agli uomini le infermità che cagionano il maggior disgusto (mezzo infernale di fare aborrire il Crocifisso); perciò gli si offrivano giornalmente sacrifici umani. Le vittime condotte ai suoi altari erano prese per i capelli e portate sino alla terrazza superiore del tempio. A questo modo sospese, i sacerdoti le scorticavano vive, si rivestivano della loro pelle sanguinosa, e se ne andavano per la città offrendo ad onore del nume. Quelli che le presentavano erano obbligati a digiunare per venti giorni in precedenza, dopo di che si regalavano di una parte dellaloro carne. (Storia delle nazioni incivilite del Messico, dell’abate Brasseur de Bombourg, t. III, p. 341, 21-503 ecc.). Citiamo ancora la festa delle Costumanze nel regno di Dahomey, nell’Africa occidentale. Eccone la relazione scritta nel 1860 da un viaggiatore europeo, testimone oculare di quel che narra: « Il 16 luglio viene presentato al re uno schiavo fortemente sbarrato. Il re gli dà delle commissioni pel suo padre defunto, gli fa rimettere pel suo viaggio, una piastra ed una bottiglia di acquavite, dopo di che lo si licenzia. Due ore dopo, quattro nuovi messaggi partivano nelle stesse condizioni. Il 23 io assisto alla nomina di ventitré ufficiali e musicanti, che stanno per essere sacrificati per entrare al servigio del re defunto. Il 28 immolazione di quattordici prigionieri di cui si portano le teste sopra differenti punti della città, al suono di una grossa campanella. « Il 29 si preparano ad offrire alla memoria del re Ghezo le vittime d’uso. Gli schiavi hanno una sbarra in forma di croce che deve fargli enormemente soffrire: si passa loro un ferro appuntato nella bocca, gli si applica sulla lingua, il che gli impedisce di chiuderla, e per conseguenza di gridare. Questi disgraziati hanno quasi tutti gli occhi fuori del capo. I canti non smettono, come pure le uccisioni. Durante la notte del 30 e del 31 sono cadute più di cinquecento teste. Parecchie fosse della città sono colme di ossa umane. I giorni seguenti continuazione degli stessi massacri. « La tomba dell’ultimo re è un gran sepolcro scavato nella terra. Ghezo sta in mezzo a tutte le sue mogli, le quali prima di avvelenarsi, si sono poste intorno a lui secondo il grado ch’esse occupavano alla di lui corte. Queste morti volontarie possono ascendere al numero di seicento. – Il 4 agosto esposizione di quindici donne prigioniere, destinate a prender cura del re Ghezo nell’altro mondo. Saranno uccise questa notte di un colpo di stile nel petto. – Il 5 è riserbato alle offerte del re. Quindici donne e trentacinque uomini vi figurano, sbarrati e legati con corde, con le ginocchia ripiegate sino al mento, le braccia attaccate al basso delle gambe, e contenuti ciascuno in una paniera da portarsi in capo: la processione ha durato più di un’ora e mezzo. Era uno spettacolo diabolico il vedere il movimento, i gesti, le contorsioni di tutta quella massa di negri. – Dietro di me erano quattro magnifici negri che funzionavano da cocchieri intorno ad un carrozzino destinato ad essere mandato al defunto in compagnia di quei quattro disgraziati. Essi ignoravano la loro sorte. Fattigli tosto chiamare, si sono avanzati tristamente senza proferire una parola ; uno di essi aveva due grosse lacrime che cadevano sulle sue gote. Essi vennero uccisi tutt’e quattro come tanti polli, dal re in persona…. Dopo questa immolazione il re è salito sopra un palco, ha acceso la sua pipa e dato il segnale del sacrificio generale. Furono tosto sguainate le scimitarre, e le teste caddero. Il sangue scorreva da ogni banda; i sacrificatori ne erano ricoperti, e quegli infelici che attendevano la lor volta ai piè del regio palco erano come tinti di rosso. –  Queste cerimonie dureranno ancora un mese e mezzo, dopo di che il re si porrà in campagna per fare nuovi prigionieri, e ricominciare la sua festa delle Costumanze;  verso la fine d’ottobre vi saranno ancora sette o ottocento teste abbattute. » (Ann. della Propag. della Fede; marzo 1861, p. 152 e seg. L’autore di questo racconto non è un missionario. Abbiamo visto un missionario che ci ha Confermato tutti questi particolari, aggiungendo che da dodici anni che è in Africa si può senza esagerazione portare a 16 mila il numero delle vittime umane, immolate nel regno di Dahomey. Vedi il Viaggio del S. Bepin, medico di marina, 1862). – Al re Ghezo è succeduto suo figlio, il principe Badou. L’ascensione al trono del nuovo monarca è stato il trionfo delle antiche leggi, che hanno ripreso tutto il rigore sanguinario reclamato dai Fetisci. « Non bisogna credere che la carneficina si limiti alle grandi feste. Non passa giorno senza che qualche testa non cada sotto la scure del fanatismo. Ultimamente l’Europa ha fremuto, apprendendo che il sangue di tremila creature umane aveva bagnato la tomba di Ghezo. Ahimè! se non vene fossero state che tremila! » Ibid., maggio 1862). – Non solamente a Cana, la città santa di Dohomey, ma ancora a Abomey, capitale del regno, si rappresentano queste sanguinose tragedie. « Chiamati al palazzo reale, scrive un viaggiatore, noi vedemmo novanta teste umane, troncate la mattina stessa; il loro sangue scorreva ancora sul terreno. Quegli avanzi spaventevoli erano schierati da ciascun lato della porta, di modo che il pubblico potesse ben vederli. Tre giorni dopo, nuova visita obbligata al palazzo e lo stesso spettacolo; sessanta teste troncate di fresco, accomodate come le prime da ciascun lato della porta, e tre giorni più tardi altre trentasei. Il re aveva fatto costruire sulla piazza del mercato principale, quattro grandi piattaforme, di dove gettò al popolo dei cauri, sorta di conchiglie che servono di moneta e sulle quali egli fece ancora immolare sessanta vittime umane. (Vedi Il Giro del mondo, n. 168, p. 107). Ecco la forma di questo nuovo sacrificio. « Si recarono grandi ceste contenenti ciascuna un uomo vivo del quale la sola testa usciva fuori. Le si ponevano in un istante in fila sotto gli occhi del re, poi le si precipitarono l’una dopo l’altra, dall’alto della piattaforma sul suolo della piazza, dove la moltitudine, ballando, cantando e urlando, si disputava questa fortuna inattesa, come in altre contrade, i fanciulli si disputano i confetti di battesimo. Ogni Dahomiano abbastanza favorito dalla sorte, per prendere una vittima e segargli la testa, poteva andare all’istante stesso a cambiare quel trofeo in tanti cauris (circa due lire e mezzo.) Quando l’ultima vittima fu decollata, e che due sanguinose pile, una di teste, l’altra di tronchi furono innalzate alle due estremità della piazza; allora soltanto mi fu permesso di ritirarmi Che cosa succedeva dei cadaveri? La storia ci insegna che sempre e dappertutto, il pasto sotto una forma o sotto un’altra, accompagna il sacrificio. Che cosa diventano dunque i corpi dell’innumerevoli vittime del Moloch Dahomiano? « Io ho posto sovente, dice un viaggiatore, questa questione a dei Dahomiani di varie classi, né ho potuto mai ottenere una risposta molto categorica. Io non credo i Dahomiani antropofagi…. Potrebbe darsi nonostante che essi annettessero qualche idea superstiziosa alla consumazione di quegli avanzi, e che essi servissero a delle segrete e ributtanti agapi; ma ripeto, io non ho su di questo che sospetti, i quali han fatto nascere nel mio animo l’esitanza e l’imbarazzo dei negri che ho interrogati a questo proposito. » (Il Giro del mondo, p. 102). Se ne giudichiamo dalla tirannia assoluta, che il grande omicida esercita su quel disgraziato popolo, è più che probabile che i sospetti del viaggiatore non tarderanno a diventare una spaventosa certezza. Con l’odio dell’uomo, e con la sete del suo sangue questa tirannia si rivela da un ultimo passo, unico nella storia: « È ad Abomey che si trova la tomba dei re, vasto sotterraneo scavato da mano umana. Quando muore un re gli si erige nel centro di quel sepolcreto una specie di cenotafio contornato di barre di ferro, e sormontato da un sarcofago, cementato di sangue di un centinaio di prigionieri provenienti dalle ultime guerre, e sacrificati per servire di guardie al sovrano nell’altro mondo. Il corpo del monarca è deposto nel sarcofago, con la testa che riposa sopra i crani dei re vinti. Come tante reliquie della monarchia defunta, si depone a piè del cenotafio tutto quel che si può porvi di crani e di ossa. – « Terminati tutti i preparativi, si apre la porta di quella tomba e vi si fanno entrare otto ahaies, danzatrici della corte, in compagnia di cinquanta soldati; ballerine e guerrieri, muniti di una certa quantità di provvisioni, sono incaricati di accompagnare il loro sovrano nel regno delle ombre: in altri termini, essi sono offerti in olocausto alle ceneri del re morto. Dopo diciotto mesi per l’esaltazione al trono del nuovo re, il sarcofago è aperto ed il cranio del re morto viene ritirato. Il reggente prende quel cranio nella mano sinistra, e tenendo una piccola scure dalla mano destra, ei la presenta al popolo, proclama la morte del re e l’avvenimento del suo successore. Con dell’argilla intrisa di sangue delle vittime umane, si forma un gran vaso, nel quale il cranio e le ossa del defunto re sono definitivamente chiusi. Giammai la sete del sangue del Moloch africano si manifesta più che in queste solennità. Migliaia di vittime umane sono immolate, sotto pretesto d’inviare e portare al fu re la nuova dell’incoronazione del suo successore. » (Il Giro del mondo, 108, 104). Tutti questi orrori si commettono in nome della religione, e vi sono dei pretesi grandi ingegni che dicono che … tutte le religioni sono buone. È dunque indifferente il praticare una Religione che difende sotto pene eterne, l’attentare alla vita dell’uomo, ed una religione che comanda d’immolare gli uomini a migliaia? … una Religione che protegge il fanciullo, la pupilla dell’occhio, e una religione che ordina ai genitori di portare quest’essere prediletto al coltello del sacrificatore, o di gettarlo vivo nelle braccia di una statua incandescente? … una Religione che condanna persino il pensiero del male, e una religione che fa della prostituzione pubblica una parte del suo culto? una Religione che dice: I beni di altri non piglierai, e una religione che adora delle divinità protettrici dei ladri? – Tutti questi orrori si commettono, oggi pure, ad alcune centinaia di leghe distante dalle coste della Francia! E l’Europa cristiana che ha delle migliaia di soldati per fare la guerra al Papa, non ne ha neppure uno per far rispettare le più sante leggi dell’umanità! Una sola cosa ha liberato l’Europa da simili crudeltà, una sola cosa ne impedisce il ritorno, ed è il Cristianesimo. E si trova oggidì in Europa migliaia d’uomini che non hanno voce se non che per insultare il Cristianesimo, non altre penne che per calunniarlo, mani che per batterlo! Ingrati! i quali senza il Cristianesimo sarebbero forse stati offerti in vittima a qualche Ghezo antico, o arsi in un canestro di vetrice, in onore di Teutatès!

CONOSCERE LO SPIRITO SANTO (20)

Mons. J. J. Gaume:  

[vers. Ital. A. Carraresi, vol. I, Tip. Ed. Ciardi, Firenze, 1887; impr.]

CAPITOLO XIX.

Storia religiosa delle due Città.

L’uomo nato per diventare simile a Dio e fratello del Verbo incarnato — Nella Città del bene la religione lo conduce a questa rassomiglianza e a questa fraternità — Nella Città del male la Religione lo conduce alla rassomiglianza ed alla fraternità di satana —Parallelismo generale delle due religioni — Tre punti particolari di confronto: la Bibbia, il Culto, il Sacrifizio — La Bibbia di Dio e la Bibbia di satana: parallelismo — Il culto di Dio e il culto di satana — Nel culto satanico, come nel culto divino, nulla è lasciato all’arbitrio dell’uomo: importante testimonianza di Porfirio.

L’uomo compie il suo pellegrinaggio quaggiù tra i due eserciti nemici. Noi conosciamo questi formidabili eserciti, i loro Re, i loro Principi, la loro formazione, i loro piani. Resta da studiare i loro mezzi d’azione, le loro vittorie e le loro sconfitte. Nate nel cielo, la Città del bene e la Città del male, non aspettano che la creazione dell’uomo per stabilirsi sulla terra. Difatti, l’obiettivo della lotta è l’uomo. Adamo è creato; egli respira, apparisce agli sguardi dell’universo, nella maestà della sua regia potenza. Adorno di tutte le grazie dell’innocenza e di tutti gli attributi della forza, egli è bello della bellezza dello stesso Dio, la cui immagine risplende in tutto il suo essere. Per mantenerlo nella sua dignità, durante la vita del tempo; per innalzarlo ad una più alta dignità, durante l’eternità, divinizzandolo, gli è data la Religione. Unire l’uomo al Verbo incarnato, in modo da fare di tutti gli uomini e di tutti i popoli altrettanti verbi incarnati; tale è il fine supremo della Religione. satana nel vedere svilupparsi sulla terra il concetto divino da lui combattuto in cielo, fremette. Per arrestare l’opera della infinita Sapienza, il suo odio spiega tutti i suoi mezzi. Egli oppone alla Religione che deve divinizzare l’uomo e condurlo ad una eterna felicità, una religione che deve imbestiarlo e trascinarlo per sempre nell’abisso dell’infelicità. Tutto ciò che Dio fa per salvare 1′ uomo, satana lo scimmiotta per perderlo. Fra questi mezzi di santificazione e di perdizione il parallelismo è completo. Il Re della Città del bene ha la sua Religione. Il re della Città del male ha la sua. Il Re della Città del bene ha i suoi Angeli; ha la sua Bibbia, i suoi Profeti, le sue apparizioni, i suoi miracoli, le ispirazioni, le minacce, le sue promesse, i suoi apostoli, i suoi sacerdoti, i suoi templi, le formule sacre, le sue cerimonie, le sue preghiere, i sacramenti, i sacrifici. Il re della Città del male ha i suoi angioli; ha la sua Bibbia, i suoi oracoli, le sue manifestazioni,‘i suoi prestigi, le sue tentazioni, le sue minacce, le sue promesse, i suoi apostoli, i suoi sacerdoti, i suoi templi, le sue formule misteriose, i suoi riti, le sue iniziazioni e sacrifici. Il Re della Città del bene ha le sue feste, i suoi santuari privilegiati, i suoi pellegrinaggi. Il re della Città del male ha le sue feste, i suoi luoghi fatidici, i suoi pellegrinaggi, i suoi soggiorni preferiti. Il Re della Città del bene ha le sue arti e le sue scienze; ha la sua danza, la sua musica, la sua pittura, la sua statuaria, la sua letteratura, la sua poesia, la sua filosofia, la sua teologia, la sua politica, la sua economia sociale, la sua civiltà. Il re della Città del male ha parimente tutte queste cose. [Non ha egli forse Satana trovato il suo cantore in Italia in Giosuè Carducci che ha composto un inno in suo onore, e lo stendardo di lucifero non ha egli sventolato e trionfato più volte in questi ultimi anni? – N. d. Ed.] –

Il Re della Città del bene ha i suoi segni di riconoscenza e di preservazione: il segno della croce, le reliquie, le medaglie, l’acqua benedetta.

Il re della Città del male ha i suoi segni cabalistici, le sue parole di passo, i suoi emblemi, i suoi amuleti, i suoi talismani, la sua acqua lustrale.

Il Re della Città del bene ha le sue congregazioni di propaganda e di devozione, legate a voti solenni.

Il re della Città del male ha le sue società segrete, destinate ad estendere il suo regno, e legate da giuramenti terribili.

Il Re della Città del bene ha i suoi doni, i suoi frutti, le sue beatitudini.

Il re della Città del male possiede la contraffazione di tutto ciò.

Il Re della Città del bene è adorato da una parte del genere umano.

Il re della Città del male è adorato dall’altra.

Il Re della Città del bene ha la sua dimora eterna oltre la tomba.

Il Re della Città del male ha la sua nelle stesse regioni.

Svolgiamo alcuni punti di questo parallelismo tremendo e tanto poco temuto: la Bibbia, il culto ed il sacrificio.

L’uomo è un essere istruito. A fine di conservarlo eternamente simile a se stesso, eterizzando l’insegnamento primitivo, il Re della Città del bene ha degnato fissare la sua parola mediante la scrittura: Egli ha dettato la Bibbia. La Bibbia dello Spirito Santo dice la verità, sempre la verità, nient’altro che la verità. Essa la dice intorno all’origine delle cose, intorno a Dio, intorno all’uomo e intorno a tutto quanto il creato. Essa la dice sul mondo soprannaturale, sui suoi misteri, sui suoi abitanti, e sopra i fatti luminosi che provano la loro esistenza ed il loro intervento nel mondo inferiore. Essa la dice sulle regole dei costumi, sulle lotte obbligate della vita, sul governo delle nazioni mediante la Provvidenza, sopra i castighi del delitto e sulle ricompense della virtù. Per illuminare il cammino dell’uomo attraverso ai secoli, consolare i suoi dolori, sostenere le sue speranze, essa gli annunzia mediante numerose profezie, gli avvenimenti che debbono compiersi nel suo passaggio, mostrando in lui tutto il termine finale verso cui deve camminare. La Bibbia dello Spirito Santo dice tutta la verità. Da lei, come da un focolare sempre acceso, escono la teologia, la filosofia, la politica, le arti, la letteratura, la legislazione, in una parola, la vita sotto tutte le sue forme. Per quanto siano così numerosi e così vari tutti i libri della Città del bene, non sono né possono essere che il commento perpetuo del libro per eccellenza. La Bibbia dello Spirito Santo non si contenta d’insegnare, ma canta le glorie ed i benefici del Creatore, canta la bellezza della virtù, la felicità dei puri cuori; canta i nobili trionfi dello spirito sulla carne; e, per educare l’uomo alla perfezione, canta le perfezioni di Dio medesimo, suo modello obbligato e suo magnifico rimuneratore. Ora a misura che il Re della Città del bene ispira la sua Bibbia, il re della Città del male ispira la sua. – La Bibbia di Satana è un miscuglio artificioso di molte menzogne e di alcune verità: verità alterate ed oscure per servire di passaporto alla favola. Essa mentisce intorno all’origine delle cose: mentisce su Dio, sull’uomo e sul mondo inferiore: essa mentisce nel mondo soprannaturale, sui suoi misteri ed i suoi abitanti, mentisce sulle regole dei costumi, sulle battaglie della vita, sui destini dell’uomo. Per mezzo d’oracoli sparsi in ogni sua pagina, essa inganna la curiosità umana, sotto pretesto di rivelarle i segreti del presente ed i misteri dell’avvenire. Ad ogni popolo soggetto al suo impero, satana dà un esemplare della sua Bibbia, lo stesso per il fondo, ma diverso nei particolari. Percorrete gli annali del mondo, voi non troverete una sola nazione pagana che non abbia per punto di partenza della sua civiltà un libro religioso, una Bibbia di satana. Mitologie, libri sibillini, Vedas; sempre e dapertutto avete un codice che ispirato dà nascita alla filosofia, alle arti, alla letteratura ed alla politica. La Bibbia di satana diventa il libro classico della Città del male, come la Bibbia dello Spirito Santo diventa il libro classico della Città del bene. La Bibbia di satana unisce alla prosa la poesia. Sotto mille nomi diversi essa canta lucifero e gli angeli ribelli; essa canta le loro infamie e le loro malizie: inneggia tutte le passioni; e per attirare l’uomo nell’abisso della degradazione essa gli mostra gli esempi degli dei. Oggetto di infiniti commenti, la Bibbia di satana diviene un mortale veleno, anche per la Città del bene. Sant’Agostino ne piange le devastazioni, e san Girolamo denunzia in questi termini il libro infernale: « La filosofia pagana, la poesia e la letteratura pagana, sono la Bibbia dei demoni. » [Cibus est dæmoniorum, sæcularis philosophia, carmina poetarum, rhetoricorum pompa verborum. Epist. de duób. Filiis). – All’insegnamento scritto o parlato non si limita il parallelismo della Città del bene e della Città del male: esso si manifesta in un modo forse più imponente nei fatti religiosi. Nella Città del bene, nessun ragguaglio del culto è lasciato all’arbitrio dell’uomo. Tutto è regolato da Dio medesimo. L’antico Testamento ce lo mostra dettando a Mosè, non solamente gli ordinamenti generali ed i particolari regolamenti, concernenti i sacerdoti e le loro funzioni; ma altresì dando il disegno del tabernacolo, determinandone le dimensioni e la forma, indicante la natura e la qualità dei materiali, il colore delle stoffe, la misura degli anelli, e persino il numero dei chiodi che devono essere adoprati nella sua costruzione. La forma dei vasi d’oro e d’argento, i turiboli, gli arnesi, le figure di bronzo, i sacri utensili, tutto è di ispirazione divina. Lo stesso è del luogo in cui l’Arca deve riposare, dei giorni in cui fa d’uopo consultare il Signore, delle precauzioni da prendere per entrare nel santuario, delle vittime che debbono essere immolate, o delle offerte che bisogna fare per piacere a Jehovah ed ottenere i suoi responsi e i suoi favori. (Exod., xxxv, e seg.). In ciò per cui vi era legge sacra nella Sinagoga, continua ad esservene una non meno sacra nella Chiesa. Nessuno ignora che tutti i riti del culto cattolico, la materia e la forma dei Sacramenti, le cerimonie che li accompagnano, gli abiti dei sacerdoti, la materia dei vasi sacri, l’uso dell’incenso, il numero ed il colore degli ornamenti, la forma generale, e il mobiliare essenziale dei templi, come pure i giorni più favorevoli alla preghiera sono determinati non per i particolari ma per lo stesso Spirito Santo, ovvero in suo nome, per la Chiesa. –  Si comprende quanto questa origine soprannaturale sia propria a conciliare al culto divino il rispetto dell’uomo, e necessaria per prevenire l’anarchia nelle cose religiose. satana ha compreso meglio di noi. Questa grande scimmia di Dio ha regolato da se medesimo tutti i particolari del suo culto. Ecco ciò che bisogna sapere e ciò che non si sa, attesoché, a malgrado dei nostri dieci anni di studi alla scuola dei Greci e dei Romani, noi non conosciamo la prima parola dell’iniquità pagana. Le sue usanze religiose, la forma delle statue, la natura delle offerte e delle vittime, le formule di preghiere, i giorni fasti o nefasti, e tutte le altri parti dei culti pagani, ci appariscono come il resultato della ciarlataneria, dell’immaginazione e del capriccio degli uomini; ma è un errore capitale. La verità è, che niente di tutto ciò è arbitrario. Ascoltiamo l’uomo, che meglio di tutti ha conosciuto i misteri della religione di satana. « É cosa costante, dice Porfirio, che i teologi del paganesimo hanno appreso tutto ciò che risguarda il culto degli idoli dalla scuola medesima dei grandi dei. Essi medesimi hanno loro insegnato i propri segreti più nascosti; le cose che loro piacciono; i mezzi di costringerli; le formule per invocarli; le vittime da offrirli e il modo di offrirle; i giorni fasti e nefasti; le figure sotto le quali volevano essere rappresentati; le apparizioni per le quali essi rivelavano la loro presenza; i luoghi che frequentavano con più assiduità. In una parola, non havvi assolutamente niente che gli uomini non abbiano appreso da essi per ciò che riguarda il culto da rendersi a loro, poiché tutto vi si pratica dietro i loro ordini ed i loro insegnamenti. 1 » (Apud Euseb., Præpar. evang., lib. V, c. XI). – Ed aggiunge: « Quantunque noi si possa affermare ciò che anticipiamo con una infinità di prove senza replica, ci limiteremo a citarne un piccolo numero, per mostrare che parliamo con cognizione di causa. Così l’oracolo di Ecate ci mostrerà, che sono gli dei che ci hanno insegnato come e di qual materia le loro statue debbano esser fatte. Quest’oracolo dice: Scolpite una statua di legno ben levigato come ve lo insegnerò: fate il corpo di una radice di ruta selvatica, poi ornatelo di piccole lucertole domestiche, stiacciate della mirra, dello storace e dell’incenso con gli stessi animali, e lascerete questo impasto all’aria aperta durante il crescer della luna; allora, indirizzate i vostri voti nei seguenti termini. « Dopo aver dato la formula della preghiera, l’oracolo indica il numero delle lucertole che devonsi prendere: quante differenti formule pronunzierò tanti di questi rettili piglierete; e fate queste cose con diligenza. Voi mi costruirete una abitazione con i rami di un olivo selvatico; e rivolgendo fervide preghiere a quella immagine, voi mi vedrete mentre dormirete ». Il gran teologo del paganesimo continua: « Quanto alle attitudini nelle quali devonsi rappresentare gli dei, essi medesimi ce l’han fatto conoscere; e gli statuari si sono religiosamente conformati alle loro indicazioni. Così Proserpina parlando di se stessa dice: Fate tutto ciò che mi spetta nell’ideare la mia statua. La mia figura è quella di Cerere adorna dei suoi frutti, con candide vesti e calzatura d’oro. Attorno alla mia figura scherzano lunghi serpenti che strisciandosi sino a terra, solcano le mie tracce divine; dalla sommità del mio capo, altri serpenti arrivano sino a miei piedi e avvolgenti intorno al mio corpo formano tante spire piene di grazia. Quanto alla mia statua essa deve essere di marmo di Paros, o d’avorio molto liscio. » (Apud Euseb., Præpar., evang. lib. V, c. XIII). – Pane insegna ad un tempo la forma sotto cui vuole essere rappresentato e l’inno che si deve cantare in onore suo: « Mortale, rivolgo i miei voti a Pane, il dio che unisce le due nature ornate di corna, bipede, con le estremità di un capro e propenso all’amore. » (Ib. Id.) – Non è dunque il Medio Evo che per primo abbia rappresentato il demonio sotto la forma di un montone. Prediligendo questa forma, satana, libero o forzato, si faceva giustizia: e nel dargliela il paganesimo restava fedele ad una tradizione troppo universale per essere falsa, troppo inesplicabile per essere inventata. Lo stesso Spirito Santo lo conferma, insegnandoci che i demoni hanno costume di apparire e di eseguire de’ giri infernali, sotto la figura di questo animale immondo. A causa di questi delitti, il paese di Edom è condannato ad essere distrutto: E in mezzo a queste ruine danzano i demoni sotto la forma di caproni e di altri mostri conosciuti dall’antichità pagana.  La contraffazione satanica va anche più oltre. Il Re della Città del bene si chiama lo Spirito dei sette doni. A fine di scimmiottarlo e di ingannare gli uomini imitandolo, il Re della Citta del male si fa chiamare il Re dei sette doni. Quindi egli indica i giorni favorevoli per invocare i suoi sette grandi satelliti, ministri dei sette doni infernali. Nei suoi oracoli, Apollo pigliando in imprestito la forma biblica così parla: « Ricordati d’invocare nello stesso tempo Mercurio ed il Sole, il giorno consacrato al Sole: di poi la Luna, allorché apparirà il suo giorno; poi Saturno; finalmente Venere. Tu adopererai le parole misteriose, trovate dai più grandi maghi, il Re dai sette doni conosciutissimo da tutti…. chiama sempre sette volte, a voce alta, ciascuno degli dei. » Sarebbe facile moltiplicare le testimonianze: ma a che giova? quelli che sanno le conoscono. Vale meglio affrettarsi a concludere, dicendo con Eusebio: « Che l’illustre filosofo dei Greci, il teologo per eccellenza del paganesimo, l’interprete dei misteri nascosti, fa conoscere con tali citazioni la sua filosofia per via di oracoli come racchiudenti i segreti ammaestramenti degli dei, allorquando evidentemente essa non rivela altro che le insidie tese agli uomini mediante le potenze nemiche, vale a dire per mezzo dei demoni in persona. » (Id. ib.). L’ispirazione satanica a cui si deve nel suo complesso e nei suoi ultimi particolari, la religione pagana dei popoli dell’antichità, prescrive con la stessa autorità e regola, con la stessa precisione i culti idolatri dei popoli moderni. Interrogate i sacerdoti, o come oggi noi diciamo i medium,, i quali presiedono a queste forme differenti di religione, tutti vi diranno che esse vengono dagli spiriti, dai manitous o da qualche personaggio amico degli dei e incaricato di rivelare agli uomini il modo di onorarli: essi non mentono. Satana è sempre lo stesso, ed egli regna presso questi popoli infelici con lo stesso impero ch’egli esercitava anticamente tra noi. Cosi le formule sacre dei Tibetani, dei Cinesi, dei negri dell’Africa, dei selvaggi dell’America e dell’Oceania, i loro misteriosi riti, le loro pratiche, ora vergognose, ora crudeli e ridicole, la distinzione dei giorni buoni o cattivi, del pari che la forma bizzarra, orrida, spaventevole o lascivia dei loro idoli, non debbono essere imputati a malizia naturale dell’uomo, ai capricci dei sacerdoti od all’immaginazione ed alla inabilità degli artisti. (1) Tutto viene dai loro dei, e tutti i loro dei sono tanti demoni: omnes dii gentium dæmonia.

(1) [Chi crederà che i Cinesi per esempio, supposto che siano Cinesi, non potessero rappresentare i loro dei, altrimenti che con fantocci ridicoli o idoli mostruosi? « In Cina, scrive un missionario, l’idolo principale è ordinariamente di una straordinaria grandezza, con un viso gonfio, col ventre di una ampiezza smisurata, una lunga barba finta e altri vezzi dello stesso genere…. Noi trovammo dentro una pagoda parecchi idoli alti 12 piedi, il cui ventre aveva almeno 18 piedi di circonferenza. » Annali etc., n° 72, p. 481; e n° 95, p. 341. — Si può dire la stessa cosa di tutti i popoli idolatri, antichi e moderni].

 

CONOSCERE LO SPIRITO SANTO (XVII)

IL TRATTATO DELLO SPIRITO SANTO 

Mons. J. J. Gaume:  

[vers. Ital. A. Carraresi, vol. I, Tip. Ed. Ciardi, Firenze, 1887; impr.]

CAPITOLO XVI.

(fine del precedente.)

La potenza dei demoni regolata dalla sapienza divina — Essi puniscono e tentano — Puniscono: prove, l’Egitto, Saul, Acabbo — Celebre confessione del demonio — Tentano: prove. Giobbe, il Nostro Signore, san Paolo, i Padri del deserto, tutti gli uomini — Perché  tutti non resistono ad essi — Imprudenza e castigo di quelli che si pongono in relazione col demonio — Egli tenta per odio al Verbo incarnato.

Abbiamo detto della potenza dei demoni. Iddio seguendo i consigli della sua infinita sapienza la mantiene in giusti limiti. [S. Aug. Enarr, in ps. c. 12]. Da ciò resulta che i principi della Città del male non possono nuocere all’uomo ed alle creature in tutta la misura del loro odio. [S. Th., III p.7 q. XXXIX, art. 1, ad 3]. Non solamente Iddio ristringe la loro potenza ma la dirige; imperocché, come tutto ciò che esiste, questa potenza deve, al modo suo, contribuire alla gloria del Creatore. Su questo punto essenziale nel governo della Città del bene, noi ricordiamo l’esatto insegnamento della teologia cattolica: « Gli Angeli buoni, dice san Tommaso, fanno conoscere ai demoni molte cose risguardanti i divini segreti. Queste rivelazioni hanno luogo tutte le volte che Dio esige dai demoni certe cose, sia per castigare i malvagi, ossia per esercitare i buoni. Cosi nell’ordine sociale, gli assessori del giudice notificano agli esecutori la sentenza chegli ha recata. Affinché dunque non vi sia nulla d’inutile nell’ordine generale, neppure nei demoni, Iddio gli ha fatti concorrere alla sua gloria, dando loro la missione di punire il delitto, ovvero lasciando loro la libertà di tentare la virtù. » [I p., q. CIX, art. 4, ad 1]. E altrove: « Gli angeli cattivi assalgono l’uomo in due modi. Il primo, eccitandolo a peccare: in questo senso essi non sono mandati da Dio ma qualche volta, secondo i consigli della sua giustizia, Iddio gli lascia fare. Il secondo, castigandolo e provandolo: in questo senso sono essi mandati da Dio. [Id., q. LXIV, art. 4. Corp.]. Fa d’uopo notare, che a cagione del suo odio inveterato contro il Verbo, il demonio è naturalmente tentatore dell’uomo: quest’è il suo uffizio. Di più bisogna osservare Ch’egli tenta anche quando è mandato per punire. Infatti, altra è la sua intenzione nel punire, altra quella di Dio che lo manda. Egli punisce per odio e per gelosia; mentre Dio lo manda per vendicare i diritti della sua giustizia. [Viguier, p. 91]. Occorre infine notare che questa delegazione o permissione divina, nulla aggiunge alla naturale potenza dei demoni: essa non fa altro che aizzarla e determinarne L’uso. Per intromissione dei buoni Angeli, Iddio indica loro i luoghi e le persone alle quali debbono far sentire la loro terribile presenza; il genere ed il limite dei castighi e delle prove di cui sono i ministri. Chi oserebbe alzarsi contro questa condotta della Sapienza infinita? Dio non è egli libero di fare, per mezzo di chi vuole e come vuole, rendere al malvagio, secondo le sue opere, e guadagnare al giusto la corona che Egli gli riserba? Di questa duplice funzione di punire e di provare, data ai cattivi angeli, le prove abbondano nella Scrittura e nella storia della Chiesa. Eccone alcune.

Funzione di castigare. — È per mezzo del demonio che furono colpiti di morte i primogeniti degli Egizi, in punizione della caparbietà di questo popolo e del suo re di resistere agli ordini di Dio. Oh abisso della giustizia divina! I demoni avevano, con i loro prestigi, potentemente contribuito all’ostinazione dell’Egitto, e gli stessi demoni vengono incaricati di punirli! Fors’anche questi spiriti maligni avevano il presentimento di ciò che doveva avvenire. Tant’è vero, che in tutto ciò che essi fanno, non hanno che uno scopo, il male dell’uomo. [Viguier, p. 92]. – Nel primo libro dei Re si legge: « Uno spirito maligno venuto dalla parte del Signore tormentava Saul. Questo spirito, mandato da Dio, s’impadroniva di Saul, e Saul profetizzava. » [I Reg., XVI, 14; XVIII, 10]. Secondo i commentatori, lo spirito maligno di cui si trattava, era un demone mandato da Dio per punire Saul. « Il primo re d’Israele, dice Teodoreto, essendosi volontariamente sottratto all’impero dello Spirito Santo, fu dato in preda alla tirannia di un demone.3 » [In hunc loc. q. XXXVIII]. – San Gregorio aggiunge: « Lo stesso spirito è chiamato a un tempo spirito del Signore e spirito maligno: del Signore, per notare rinvestitura di una giusta potenza: maligno, a cagione del desiderio di una ingiusta tirannia. » [Moral, lib. II, c. VI]. Questo sacro testo ha ciò di prezioso che non prova soltanto la delegazione divina data al demonio, ma altresì che ne determina l’uso. Saul non perde né l’udito, né la parola, né la salute, come certi ossessi del Vangelo: altra è la punizione regolata dal Giudice Supremo. Usurpando le funzioni sacerdotali, questo principe aveva voluto diventare il veggente d’Israele, e soffre delle violenti agitazioni, vede dei fantasmi, cade nell’eccesso del furore; e in questo stato, il quale manifesta sempre la presenza dello spirito del disordine, egli proferisce degli oracoli incoerenti [Theodor., ubi supra]. – Apprendiamo dallo stesso libro, che uno spirito della menzogna è mandato dai Signore per ingannare Acabbo re d’Israele, in punizione della sua ipocrisia: [III Reg., c. ultim.]; per dirla in brevi parole; l’ultimo dei sacri libri annunziando ciò che deve accadere alla fine dei tempi, ci mostra quattro demoni incaricati di punire la terra, il mare e i loro abitanti; ricevendo però, secondo gli interpreti, la loro missione da Dio mediante il ministero degli Angeli buoni. [Apoc., VIII, et Corn. a Lap. in hunc loc.]. – Nei secoli intermedi tra l’Antico Testamento e la consumazione del mondo, la missione di punire delegata al demonio non è stata mai sospesa. Come prova tra mille, citiamo soltanto un fatto celebre nella storia. Noi diciamo celebre, poiché ha dato luogo a quattro concili. A tempo di Carlomagno facevasi una solenne traslazione delle reliquie dei santi martiri Pietro e Marcellino. Numerosi miracoli si operavano sul loro passaggio; ma ve ne fu uno che meravigliò più di tutti gli altri. Una giovine ossessa fu condotta a uno dei sacerdoti perché l’esorcizzasse. Il sacerdote le parlò latino: qual fu la meraviglia della moltitudine, allorché si udì la giovine rispondere nella stessa lingua! Il sacerdote rimasto stupito egli stesso le domandò: « Dove hai tu imparato il latino? di qual paese sei tu? chi è la tua famiglia? » Il demonio rispose per bocca della giovine: « Io sono uno dei satelliti di satana, e sono stato per lungo tempo portinaio dell’inferno. Ma da qualche anno in qua abbiamo ricevuto ordine io e undici miei compagni di devastare il regno dei Franchi. Siamo noi che abbiamo fatto mancare le raccolte di grano e di vino, e attaccate tutte le altre produzioni della terra che servono di nutrimento all’uomo. Siamo noi che abbiamo fatto morire i bestiami con diversi generi di epidemie, e gli stessi uomini con la peste e con altre malattie contagiose. In breve, siamo stati noi che abbiamo fatto cadere sopra di essi tutte le calamità e tutti i mali, di cui soffrono da parecchi anni. » – « Perché, gli domandò il sacerdote, vi è stata data una simile potestà? » Il demonio rispose: «A cagione della malizia di questo popolo e delle iniquità di ogni genere di quelli che lo governano. Essi amano i doni e non la giustizia; essi temono l’uomo più di Dio. Essi opprimono i poveri, rimangono sordi alle grida delle vedove e degli orfani e vendono la giustizia. Oltre a questi delitti particolari ai superiori, havvene una infinità d’altri che sono comuni a tutti; lo spergiuro, la ubriachezza, l’adulterio e l’omicidio. Ecco perché noi abbiamo ricevuto ordine di render loro secondo le loro opere. » — Esci, gli disse il sacerdote minacciandolo, esci da questa creatura. — « Io ne uscirò, rispose, non in forza dei tuoi ordini, ma in forza della potenza dei martiri che non mi permettono di rimanervi più a lungo. » A queste parole egli gettò con violenza la giovine per terra, e ve la tenne per qualche tempo come addormentata. Appena che egli si fu ritirato, l’ossessa uscendo come da un sonno letargo,- per la potestà del Nostro Signore, e per i meriti dei beati martiri, si alzò sana e salva alla presenza di tutti gli spettatori. Una volta che si fu partito il demonio, non le fu più possibile parlare in latino; il che mostrò chiaramente che non era lei medesima che parlasse quella lingua, ma il demonio che la parlava per bocca sua. [Labbe, Collect., concil., t. VII, col. 1668]. – La fama di questo avvenimento, compiuto alla presenza di una moltitudine di testimoni, si sparse da per tutto, né tardò molto a giungere alle orecchie dell’imperatore. Carlo Magno era un grand’uomo, ma non a modo dei pigmei dei nostri dì, i quali usurpano questo titolo. Carlo Magno era un grand’uomo, perché era un gran Cristiano. Come tale ei credeva, con la Chiesa e con tutto quanto il genere umano, ai demoni ed alla loro potenza sull’uomo e sulle creature. Alla vista del prodigio e dei flagelli che desolavano l’impero, non disse come i piccoli grand’uomini d’oggidì : « Levate i bruci, fognate, insolfate e basta. » Carlo Magno, fatto comporre un antidoto col veleno stesso del serpente, convoca i Vescovi. D’accordo con essi egli ordina in tutto l’impero tre giorni di digiuno e di pubbliche preghiere. Poiché non bastasse guarire il male, ma bisogna prevenirne il ritorno, il magno Imperatore fa radunare quattro concili in diversi punti delle Gallie, allo scopo di provvedere alla correzione degli abusi ed alla riforma dei costumi. Questi concili furono tenuti a Parigi, a Magonza, a Lione ed a Tolosa: sapienti regolamenti furono in essi stabiliti, e dopo questa fognatura cattolica i flagelli cessarono e ritornò l’abbondanza.1 [Labbe, Collect. concil., t. VII, col. 1668].

Funzione di prova. — Tutti conoscono la storia di Giobbe. Questa storia scritta sotto l’ispirazione di Dio medesimo, è la prova eternamente perentoria della potenza data al demonio per provare il giusto. Giobbe, grande fra tutti i principi dell’Oriente, padre di una bella e numerosa famiglia, pacifico possessore di immense ricchezze, patriarca della fede d’Abramo, eccita la gelosia di satana. Il re della Città del male domanda il permesso di sottoporlo alla tentazione. Iddio che conosceva l’anima del suo servo, ne accorda il permesso. Egli sapeva che questo puro oro gettato nel crogiuolo del dolore, ne uscirebbe più lucido; che il trionfo della debolezza umana aiutata dalla grazia diverrebbe la confusione di satana, l’ammirazione dei secoli ed il modello di tutte le vittime dell’avversità. Come la missione dipunire, così questa del provare è determinata dalla sapienza divina: il sacro testo ce ne fornisce ancora la prova. « Il Signore dice a satana: Tutto ciò che Giobbe possiede ti è dato; ma tu non distenderai la mano sopra la sua persona. » [Job. I, 12]. Noi vediamo difatti, in questo primo assalto, tutte le possessioni di Giobbe crudelmente colpite e cosi interamente distrutte, che il sant’uomo può pronunziare con verità la parola di sublime rassegnazione, che da quattro mila anni in qua è ripetuta da tutti gli echi del mondo: « Io sono uscito dal seno di mia madre e nudo vi rientrerò. Il Signore mi aveva dato, il Signore mi ha tolto: come è piaciuto al Signore così è stato fatto: che il nome del Signore sia benedetto. » [Id 21]. Giobbe è spogliato di tutto; ma gli resta la salute. Malgrado la potenza del suo odio, il demonio non ha potuto far cadere un capello dal capo della sua vittima. Furibondo nel vedere che la sua malizia non fa che dare alla virtù di Giobbe uno splendore che lo confonde, satana ritorna a fare nuove prove: chiede a Dio il permesso di colpire Giobbe nella sua carne. Appena ottenutolo, il patriarca vien ricoperto da capo a piedi di un’ulcera della peggiore specie. Con la stessa rassegnazione ch’egli ricevette la perdita dei suoi beni, cosi accoglie Giobbe la perdita della sua salute. A fine di inacerbirlo e di strappargli se non delle bestemmie, almeno un rammarico, satana si serve contro l’eroico patriarca dell’ultimo degli esseri cari, che gli rimane. La moglie di Giobbe, complice dello spirito malvagio, gli dice: « Maledici quegli che ti colpisce. » Giobbe risponde benedicendolo. [Job., II, 7-10]. Fatto ciò, la prova è finita: satana resta confuso, e il giusto trionfa. Divenuto l’ammirazione degli Angeli e degli uomini, Giobbe non ha da attendere altro che le divine benedizioni, come ricompensa della sua vittoria. Senza parlare della tentazione di Nostro Signore nel deserto, troviamo nel Nuovo Testamento una simile missione data al demonio riguardo a san Paolo. Udiamo il grande apostolo: « E affinché la grandezza delle rivelazioni non mi levi in altura mi è stato dato lo stimolo della mia carne, un angelo di satana che mi schiaffeggi. Sopra di che tre volte pregai il Signore che da me fosse tolto. E dissemi: A te basta la mia grazia, perché nell’infermità la virtù si fa perfetta. » [II Cor., XII, 7, 8]. Notiamolo bene: san Paolo non dice: « Un angelo di satana mi schiaffeggia, ma dice: un angelo di satana mi è stato dato, datus est mihi, per schiaffeggiarmi. » Quest’angelo, aggiungono i commentatori, non è altro che un demonio, al quale Dio permise di tentare la castità del grande Apostolo, come aveva permesso allo stesso satana di tentare la pazienza di Giobbe. [Corn. a Lap. ibid.]. Ma perché san Paolo nomina schiaffi e non semplicemente tentazioni gli assalti che gli fa subire l’angelo di satana? Eccolo: in quanto ai Santi le tentazioni della carne producono l’effetto di uno schiaffo applicato sulla guancia. Esse non gli feriscono, ma fanno loro salire sul volto il rossore e sentire dei salutari dolori di umiliazione. Quanto più è grande la santità tanto più l’umiltà dev’essere profonda: quanto magnus es humilias in omnibus. Che cosa di più conforme ai savi consigli di Dio sopra i suoi eletti che Paolo, elevato al terzo cielo, fosse di continuo richiamato al sentimento della sua debolezza e del suo nulla per mezzo del demonio il più adatto ad umiliarlo! « Questo consigliere, dice san Girolamo, fu dato a Paolo per reprimere in lui l’orgoglio; a similitudine di quelli che trionfavano, ai quali in sul carro stava dietro uno schiavo incaricato di ripetergli di continuo: Ricordati che tu sei uomo. » Ep., xxv, ad Paulam, de obitu Blœsillœ].Paolo ha compreso la paterna intenzione del suo divino Maestro. Come atleta generoso, egli cinge le sue reni al combattimento, e assicurato che la prova tornerà a vergogna del suo nemico esclama: « Ebbene, volentieri mi glorierò negli oltraggi, nelle mie umiliazioni, nelle mie infermità: e quanto più la lotta sarà viva, tanto più grande sarà lo splendore della forza divina che combatte in me. » [II Cor., XII, 9]. Infatti l’Oriente e l’Occidente, Gerusalemme, Atene, Roma vedono passare l’instancabile atleta. Malgrado il suo importuno consigliere, procede di vittoria in vittoria sino al giorno in cui, il demonio per sempre confuso, Paolo intuona l’inno della liberazione e dell’eterno trionfo: « Ho combàttuto nel buon arringo, ho terminata la mia corsa, ho conservata la fede, del resto è serbata a me la corona della giustizia. » [II Tm., IV, 7]. – La Storia della Chiesa offre mille splendidi esempi della medesima delegazione o permissione divina data ai demoni. Per non ne citare che un solo, che vi ha egli di più famoso di quello delle tentazioni di sant’Antonio e dei Padri del deserto? Volete voi veder brillare di tutto il suo splendore una di queste belle armonie, che riscontrasi ad ogni istante nei consigli di Dio? fa d’uopo riferirsi alle circostanze di queste lotte formidabili. Eravamo a mezzo al terzo secolo. La guerra contro la Chiesa stava per diventare la mischia più spaventosa; diciamo meglio, la più orribile carneficina che il mondo avesse ancor visto. Da un capo all’altro dell’impero, risuonava il grido tremendo: I Cristiani al leone, Christianos ad leonem! e migliaia di giovanetti, vergini timide, deboli donne andavano a scendere negli anfiteatri ed a lottare corpo a corpo con le fiere e con i ministri di satana, più feroci delle bestie. A un dato momento Iddio fa partire per le sante montagne della Tebaide novelli Mosè. « Tutti quanti consacrati al servizio di Dio, dice Origene, e prosciolti dalle cure della vita, sono incaricati di combattere pei loro fratelli, mediante la preghiera, il digiuno, la castità, e mediante la pratica sublime di tutte le virtù. » [HomiL, XXIV in Num.]. Non sarà mai missione meglio adempiuta. Dal fondo della loro solitudine, Paolo, Antonio, Pacomio ed i loro numerosi discepoli alzarono verso il cielo le loro mani supplichevoli, e la voce della virtù, disarmando Diocleziano e Massimiano, otterrà la vittoria ai martiri, e Costantino alla Chiesa. satana vede ciò che si prepara e rugge. Iddio gli permette di scatenarsi contro gli intercessori, la cui potente preghiera va a scuotere i suoi altari e distruggere il suo impero. La lotta sarà una lotta a tutto sangue: all’oggetto di rendere più splendida la gloria del trionfo e la vergogna della sconfitta, essa avrà luogo nella stessa fortezza del demonio e contro i suoi più terribili satelliti. Qual’era questa fortezza ? Erano i deserti dell’alto Egitto, specie di galera, dove la giustizia di Dio teneva rilegati i più terribili di questi spiriti maligni. Questa non è solamente una vana supposizione, ma un fatto. Non leggiamo noi nella storia di Tobia che l’Arcangelo Raffaello, avendo preso il demonio che tormentava Sara, lo confinò nei deserti dell’alto Egitto dove l’incatenó?2 [Tob., VIII,[. Iddio, padrone sovrano di tutte le creature, non può Egli prescrivere ai demoni certi confini al loro potere, tanto in rapporto ai tempi ed ai luoghi quanto in rapporto alle persone ed alle cose? Il Nostro Signore nel Vangelo fa allusione alle stesse solitudini. Parlando di un demonio cacciato dall’anima, dice che se ne va in paesi aridi e senz’acqua, dove egli recluta sette altri demoni più maligni di lui. [Luc., XI, 24]. Quali sono questi paesi infamati? Gli interpreti più dotti rispondono senza esitare: « Sono gli orridi deserti situati nella parte orientale dell’Egitto, tante vaste solitudini ricoperte di ardenti sabbie, dove non piove mai, dove il Nilo cessa d’essere navigabile, dove lo spaventevole rumore delle cateratte riempie l’anima di spavento, e dove formicolano i serpenti e le bestie velenose.  » [Hier. in Ezech., c. xxx; Com. A Lap., in Tob. VIII, 3; Serarius, quoestiuncul., ad lib. Tob.; Scriptur. Sacr., cursus complet, t. XII, 647, etc.]. È là, in quei luoghi orridi, di cui Satana faceva come la sua cittadella, che la divina Sapienza condusse i Paoli, gli Antoni, i Pacomi, i Pafnuzi ed i loro valorosi compagni. É su quel campo di battaglia che avranno da sostenere contro i demoni frequenti e giganteschi combattimenti. La storia gli ha descritti, e la vera filosofia ne dà la ragione. Queste lotte accanite di lucifero contro gli eroi della Tebaide, simili a quelle che intraprese contro Giobbe e contro il grande Apostolo, tornarono a sua vergogna ed a gloria dei Santi. Ascoltiamo lo storico illustre e l’amico di sant’Antonio: «Guardatelo, esclama sant’Atanasio, quel fiero dragone sospeso all’amo della croce; trascinato da un capestro come una bestia da soma: con un monile al collo e le labbra forate da un anello come uno schiavo fuggitivo! Lo vedete, così orgoglioso, sotto ai nudi piedi di Antodio come un passero che non ardisce fare un movimento né sostenere il suo sguardo! 3 » [Vit. S. Ant.]. – La potenza di provare, che i demoni manifestano qualche volta con assalti straordinari, come quelli che si leggono, è abituale presso di loro. Notte e giorno dalla caduta originale in poi, e su tutti i punti del mondo, essi resercitano rispetto a ciascun figliuolo di Adamo. [S. Th., I p. q. CXIV, art. 1, ad 1]. Ne risulta che il Re della Città del male a cui obbediscono, è la cagione indiretta di tutti i delitti; imperocché è desso che spingendo il primo uomo al peccato, ci ha resi eredi dell’inclinazione a tutte le iniquità. [S. Th. I p. q. CXIX, art. 3, c.]. Aggiungasi che il peccato al quale ci porta con maggior furore e che gli cagiona la più grande gioia, a motivo della sua aderenza, è il peccato dell’impurità. Pur nonostante, la Sapienza di Dio determina l’esercizio di questa terribile potenza, e la sua bontà ne circoscrive i limiti. Essi sono tali ai quali possiamo resister sempre. « Iddio è fedele, dice san Paolo; egli non permetterà mai che siate tentati al di là delle vostre forze; egli vi farà pure trar profitto dalla tentazione, a fine di assicurare la vostra perseveranza. 4 [I Cor. X, 13].  Per rendere più palpabile la consolante verità insegnata dall’Apostolo, sant’Efrem adopera parecchi paragoni: « Se i mulattieri, dice egli, hanno abbastanza buon senso ed equità di non caricare le loro bestie da soma di pesi che non possono portare; con più ragione Iddio non permetterà che l’uomo sia in balia a tentazioni superiori alle sue forze. » E altresi: « Se il vasellaio conosce il grado di cottura che occorre ai suoi vasi in modo che non gli lasci nel forno se non il tempo necessario per dare ad ognuno quella solidità e bellezza che gli si conviene; a maggior ragione Iddio non ci lascerà nel fuoco della tentazione che quel tempo necessario per purificarci ed abbellirci. Ottenuto che sia l’effetto, cessa la tentazione. [Tractatus de patientia]. Disgraziatamente non tutti fanno uso della grazia di resistenza che è loro data. Essendo deboli, sono presuntuosi, e perciò essi soccombono ai colpi del nemico; e ad una sconfitta tosto ne precede una seconda. satana gli inebria del suo veleno, paralizza le sue forze, e sconvolge talmente il loro senso morale, che vengono ad amare le loro catene. Invece di spaventarli, il tiranno che s’impossessa di loro, non è altro che un essere immaginario, o un possente agente la cui intimità può in molti incontri procurare seri vantaggi. Per questo l’uomo aumenta a suo riguardo l’impero dei demoni, e questa potenza data volontariamente, è la più temibile, di tutte. Per rispetto alla libertà dell’uomo Iddio permette che succeda cosi, salvo a chieder conto all’uomo dell’uso della sua libertà. Di qui nascono le pratiche occulte mediante le quali l’uomo si pone in relazione diretta e immediata con gli spiriti delle tenebre. Noi nomineremo fra le altre i patti espliciti o impliciti, il potere di gettare dei malefìci e fare apparire il demonio, ottenerne i responsi e dei prestigi, o i mezzi di soddisfare le passioni. Come abbiamo visto, tutte queste cose sono antiche quanto il mondo e cosi volgari presso i popoli infedeli, quanto il culto medesimo degl’idoli. Sebbene siano meno generali tra i Cristiani, pure esse esistono sotto forme sempre antiche e sempre nuove. Per negarle bisognerebbe stracciare la storia. [Vedi la descrizione particolare della maggior parte delle pratiche demoniache nella costit. di Sisto V. Cœli et terrœ creator, etc., 1586 ; Ferraris, art. Superstitio.]. – Di qui ancora le leggi, giustamente severe, portate contro quelli che si danno a simili pratiche. Noi leggiamo nel Levitico: « Che l’uomo o la donna in cui sarà uno spirito pitonico o di divinazione, sia posto a morte senza misericordia » [XX, 27]. E nel Deuteronomio : « Che nessuno si trovi in Israello che purifichi il suo figliuolo o la sua figliuola facendogli passare per il fuoco, ovvero chi «consulti gli indovini e che dia retta ai sogni ed agli auguri, che non vi sia né fattucchiere né incantatore, nè consultore di serpenti e di maghi, né alcuno che domandi la verità ai morti. » [XVIII, 10, 11, 12].Le antiche legislazioni cristiane non sono meno rigorose. La degradazione, l’infamia, la prigione temporaria o perpetua, le pene corporali, la morte e la scomunica maggiore sono i castighi che esse infliggono agli addetti del demonio. [Vedi Ferraris ubi sopra.]. Agli occhi di ogni uomo imparziale, l’enormità del delitto in sé medesimo e nelle sue conseguenze tanto religiose che sociali, come l’esempio del medesimo Iddio, giustificano altamente i nostri avi. Che la nostra epoca neghi le pratiche demoniache e abolisca le pene che le proibiscono, ciò prova semplicemente la sua stupidità e l’influenza troppo reale che il demonio ha ripreso nel mondo. Ancor qui, se noi riepiloghiamo le operazioni dei principi della Città del male, vediamo che i loro artifizi infiniti, come i loro implacabili furori, tendono allo stesso scopo, cioè alla distruzione del Verbo incarnato, in sé medesimo e nell’uomo, fratello suo. Verità spaventosa e preziosa nel tempo stesso: spaventosa, perché ci rivela la natura e l’enormità incomprensibile dell’odio satanico; preziosa, perché ci colpisce di un timore salutare, e, riconducendo il male all’unità, ci mostra il vero punto del combattimento, e ci dà l’idea più alta di noi stessi.

CONOSCERE LO SPIRITO SANTO (XVI)

IL TRATTATO DELLO SPIRITO SANTO 

Mons. J. J. Gaume:  

[vers. Ital. A. Carraresi, vol. I, Tip. Ed. Ciardi, Firenze, 1887; impr.]

CAPITOLO XV.

(altra continuazione del precedente.)

Nuovo tratto di parallelismo tra la Città del bene e la Città del male — Come i buoni Angeli, cosi sono deputati dei demoni ad ogni nazione, ad ogni città, a ciascun uomo, a ciascuna creatura — Passi notevoli di Platone, di Plutarco, di Pausania, di Lampridio, di Macrobio, e altri storici profani — Evocazioni generalmente note e praticate — Evocazioni dei generali romani: Formule — Nome misterioso di Roma — Natura ed estensione dell’azione dei demoni — — Prove: la Scrittura, la teologia, l’insegnamento della Chiesa — Parole di Tertulliano — Il Rituale e il Pontificale — Ragione — Essi possono mettersi in rapporto diretto con l’uomo — I patti, le evocazioni — Il legno che si anima e che parla — Testimonianza importante di Tertulliano — Consacrazione attuale dei bambini cinesi ai demoni.

Bossuet dice: « Che dalle Sacre Scritture apparisce che satana e gli angeli salgono e scendono. Essi salgono, dice san Bernardo, [In Ps. Qui habitat., Ser. XII, n. 2] per l’orgoglio, e discendono contro di noi per gelosia: Ascendit studio vanitatis, descendit livore malignitatis. Essi hanno intrapreso a salire quando hanno seguitato colui che ha detto: Ascendam, cioè io mi innalzerò e mi renderò simile all’Altissimo. Ma la loro audacia essendo respinta, sono discesi pieni di rabbia e di disperazione, come dice san Giovanni nell’Apocalisse: O terra, o mare! guai a voi, perchè il diavolo scende a voi pieno di gran collera; Væ terræ et mari, quia descendtt diabolus ad vos, hàbens ìram magnam. » [Apoc,, XII, 12. — Bossuet, Ser, sopra i SS, Angeli]. Infatti con un nuovo tratto di parallelismo e che non è il meno temibile, l’azione generale dei demoni s’individua come quella dei buoni Angeli. Nella sua infinita bontà Iddio ha dato a ciascun regno, ad ogni città, ad ogni uomo un Angelo tutelare, incaricato di vegliare su di essi e di dirigerli verso il loro ultimo fine, che è l’amore eterno del Verbo incarnato. Parimente, nella sua implacabile malizia, satana deputa ad ogni nazione, ad ogni città, ad ogni uomo, fino dal momento che cominciano ad esistere, un demonio particolare, incaricato di pervertirli e di associarli al suo odio verso il Verbo incarnato, [Corn, a Lap,, in Dan,, x, 18]. – Questa delegazione satanica, fondata sul parallelismo rigoroso delle due Città, è un fatto di storia universale. I pagani ne avevano piena cognizione: essi sapevano che a ciascun regno, a ciascuna città come ad ogni individuo, presiedevano delle particolari divinità. « Parimente dicevano, che all’istante della nascita, differenti spiriti si pongono in contatto con i bambini; cosi nell’istesso giorno ed ora in cui s’innalzano le mura di una città, giunge un destino o un genio, il cui governo assicurerà la potenza della città. » [Prudent. Adv. Symmach., lib. II]. Essi conoscevano pel loro nome le divinità tutelari di un gran numero di città. Il protettore di Dodona era Giove; di Tebe, Bacco; Giunone di Cartagine e di Samo, Plutone di Micene; d’Atene Minerva; di Delfo, centro del mondo, Apollo; Fauno delle foreste dell’Arcadia; il Sole di Rodi; di Gnido e di Paphos Venere; così di molte altre. [Eplgram. ad custod. hortor. apud Ansaldi, De Romana tutelarium deorum evocatione, In-8, Oxford, 1765].Sapevano che gli Dei prendevano parte pei loro protetti, gli assistevano con i loro oracoli, e gli animavano del loro spirito. Tutti i poeti, tutti gli storici, tutti i riti religiosi depongono questa credenza. Le vittorie le attribuivano al favore dei loro Dii; le sconfitte al loro corruccio, tanto erano convinti che il mondo inferiore è diretto dal mondo superiore.  [Ovid. Trist. Lib. I, eleg. 2]. Sapevano che gli dei protettori erano presenti nei templi, o nelle statue regolarmente consacrate; ma che l’evocazione gli costringeva ad uscire fuori. « Sappiamo benissimo, dicevano, che il bronzo, l’oro, l’argento ed altre materie delle quali facciamo statue, non sono per se stessi dei, né gli riguardiamo come tali; ma nelle statue noi  onoriamo quelli che la consacrazióne attira in esse, e fa abitare in tanti simulacri fabbricati da mano umana. » [Amob. adv. Gentes. VI] In questa potente consacrazione, come non vedere la parodia dei nostri sacri riti, pei quali viene conferita ad oggetti benedetti una virtù soprannaturale? Se la consacrazione attraeva gli dei nelle statue, l’evocazione o la sconsacrazione gli faceva sopire. [Arnaldi, ibid. p. 21]. I Romani in particolare avevano una tal fede nella potenza della evocazione, che non esitavano ad attribuirle l’universalità del loro impero. [Vedi Minuzio Felice, Octav.; e Ansaldi, p. 49]. Di qui le usanze di cui adesso parleremo. – Presso i diversi popoli dell’Oriente e dell’Occidente si legavano le statue degli dei, affinché l’evocazione non potesse trarli fuori dal loro santuario, e fare abbandonar loro il regno o la città posti sotto la loro protezione. « Le statue di Dedalo, dice Platone, sono legate. Quando esse non lo sono, si scuotono e si salvano, e se lo sono, il Dio resta al suo posto. » [In Menone, apud Philipp. Carnerar., Medit. Mst., par. II, c. X, p. 37]. Pausania riferisce che eravi a Sparta una vecchissima statua di Marte attaccata per i piedi. « Col tenerla attaccata, dice il grave storico, gli Spartani avevano voluto avere questo dio per difensore perpetuo delle loro persone e della loro repubblica, e pigliandolo all’impegno, impedirgli di non mai disertar la loro causa.  » [In Menone, apud Philipp. Carnerar., Medit. Mst., par. II, c. X, p. 37.]. –  E Plutarco: « I Tirij si dettero premura di onorare i loro dii…, quando Alessandro venne ad assediare la loro città. Difatti, un gran numero di abitanti credettero udire in sogno che Apollo dicesse: Ciò che si fa nella città mi dispiace, e voglio andare da Alessandro. Per il che, contenendosi a suo riguardo come verso un disertore che vuol passare dalla parte nemica, essi legarono la statua colossale del nume, la inchiodarono nella base, chiamandolo l’Alessandrista. » [In Alexand.]. Omero afferma che i tripodi di Delfo camminavano da sé, [Iliade  XVIII]. Questi fatti e molti altri dello stesso genere provano, che i pagani credevano alla potenza della evocazione. Né s’ingannavano: anzi la praticavano sovente: i loro autori ed i nostri ne fanno fede. [Plin., Hist. lib. 28, c. 9; Festus, In peregrin; Virgil. Aeneid. lib. 2; Macrob., Salum ai. Ili, 9; Horaz., Carmin. lib. 2, ode 1.; Ovid., Fast. 6; Patron. Satyricon, Stace, Thehaid. lib. II, v. 8, 10; Glaudian., De Probo et Olibr. coss.; Tertull. Apolog. x; Prudent, lib. 2 adv. Symmachi; S. Ambr., epist. ad Valent adv. Symmach.; etc.]. Questa credenza universale spiega la condotta di Balac, che chiama Balaam per maledire Israello. La Potenza della evocazione ed il muoversi delle statue o degli dei, si manifestavano specialmente, quando il popolo, la città o il tempio erano minacciati da qualche grande infortunio. Parlando di certe pubbliche calamità, Stazio dice: « Voci terribili si fecero sentire nei santuari e le porte degli dei si chiusero da sé stesse. »  [Terrificaeque adytis voces, claus aeque deorum. Sponte fores. Thebaid. lib. 7]. – E Xifìlino: « Si trovo nel Campidoglio grandi e numerose vestigia degli dei che se ne andavano; ed i custodi annunziarono che durante la notte il tempio di Giove erasi aperto da sé con un gran fracasso. » [In Vitellium]. E Lampridio: « Si videro nel Foro le pedate degli dei che se ne andavano. »  [Vestigia deorum in Foro visa sunt exeuntium. In Commod. ]. E lo storico Giuseppe: « Qualche tempo innanzi la rovina di Gerusalemme, si senti nel tempio una voce che diceva: Usciamo di qui, migremus hinc. » Nell’antichità pagana lo stesso fenomeno ebbe luogo migliaia di volte. [Quod millies factum esse tradidere scriptores. Yid. Bulenger, De prodigiis veter. c. 48]. – Giusta la testimonianza di Lucano, ciò successe in una delle circostanze più memorabili della Storia Romana. Innanzi la battaglia di Farsalia, Pompeo conobbe che gli dei e i destini di Roma, evocati da Cesare, l’avevano abbandonato. [Transisse deos, Romanaque fata Senserat infelix. Parsal. VII]. Era parimente conosciuto che gli dei restavano immobili e revocazione inefficace, se non si pronunziava il nome proprio, il nome misterioso della città, o del luogo di dove si voleva fare uscire. [Carrier., ibid. C. x, p. 37. — Così nella Città del male le città avevano un nome volgare noto a tutti, e un nome misterioso dato senza dubbio dal demonio e la cui conoscenza era confidata, sotto gravi pene, a un piccolissimo numero di iniziati]. Questa tradizione, comune all’Oriente e all’Occidente, si riassume in un duplice fatto che illumina tutta una parte della Storia Romana. Macrobio riporta quei versi di Virgilio: « Gli Dei tutelari di quest’impero, uscirono tutti dai loro santuari e dai loro abbandonati altari. » Aggiunge poi: « Questa parola è uscita tutta intera dal fondo della più alta antichità romana, e dal segreto dei più reconditi misteri. Infatti, è cosa costante, che tutte le città sono sotto la custodia di qualche dio; e l’usanza dei Romani, usanza segreta e ignota al volgo, è, allorché assediano una città della quale hanno speranza d’impadronirsi, di evocarne, per mezzo di un incantesimo, carmen, gli dei tutelari. Senza di che, o essi non crederebbero poter prendere la città, e riguarderebbero come un delitto farne gli Dei prigionieri. Ecco perché i Romani stessi hanno voluto che la divinità protettrice di Roma, e il nome misterioso della loro città, fossero completamente sconosciuti, anche dai più dotti. L’evocazione ch’essi avevano fatta spesso contro i loro nemici, non volevano che una indiscretezza permettesse a nessuno al mondo di farla contro di essi. » [Saturn. Lib. III, c. IX]. – Il nome misterioso, il nome magico di Roma, non era Roma. Qual era? Nessuno oggi lo sa. Anche presso i Romani, questo nome era appena noto a qualche iniziato, al quale era proibito, sotto pena di morte, di rivelarlo. Varrone, Plinio, Solino c’insegnano che a tempo di Pompeo, un tribuno del popolo eruditissimo, Valerio Sorano, avendolo un dì pronunziato, fu immediatamente posto in croce.[Plin., Hist. Lib. III., C. 9, n. III. — Vedi altri particolari negli’ Annali di fil. crist. Febbraio 1865, p. 126 e seg. Intorno all’autorità di Pomponio Fiacco che viveva nel 3° e 4° secolo, Pierio e Camerario hanno preteso che il nome misterioso di Roma fosse Valentia. Ma questo non è punto provato. Camer., par. II, c. IX]. « Quanto alla formula di evocazione, continua Macrobio, eccola quale io l’ho trovata nel libro quinto delle Cose nascoste, di Sammonico Sereno. Lui stesso dichiara averla attinta in un antichissimo libro di un tal Furio. – Allorché l’assedio è formato, il generale romano pronunzia questo incantesimo evocatore degli dei: « Dio o dea, chiunque tu sia, protettore di questo popolo o di questa città; te soprattutto a cui la custodia di questo popolo e di questa città è stata specialmente affidata, ti prego, ti onoro, ti scongiuro di andartene via da questo popolo o da questa città; di abbandonare le loro terre, i loro templi, i loro sacrifici, le loro abitazioni, e di allontanartene; di dimenticare questo popolo e questa città e di diffondere in essi il timore e lo spavento; dopo essere usciti, di venire a Roma, presso di me e presso i miei e di dare le tue preferenze ed i tuoi favori al nostro paese, ai nostri templi, ai nostri sacrifici, alla nostra città; di essere d’ora in poi protettori miei, del popolo romano e dei miei soldati, in modo da averne certa la prova. Se tu fai così, io ti prometto con voto dei templi e dei giuochi. » – « Pronunziando queste parole si offrivano delle vittime e s’interrogavano le viscere circa l’esito della evocazione. » [Macrob. Saturn., lib III, c. IX]. – Macrobio dice che per mezzo di un canto, carmen da cui è venuto la nostra parola incantesimo, si invocavano gli dei, cioè i demoni. Questo carmen che variava probabilmente secondo i luoghi e le circostanze, era volgare tra i pagani. Cesare non saliva mai in cocchio senza pronunziare il suo carmen. In tutti i misteri, in tutte le feste, dove si mettevano più direttamente in relazione con gli spiriti, aveva luogo il carmen. – Anche oggi, gli incantatori di serpenti, nelle Indie, i Derwischi Giratori a Costantinopoli, gli Aissaoua dell’Africa che abbiamo visti a Parigi nel 1867, cominciano sempre con un canto, specie di melodia, che invoca lo spirito, il quale s’impadronisce di essi, e fa operar loro i più meravigliosi prestigi. – Ora tutto questo è una nuova parodia satanica delle usanze della vera religione. Per citarne un solo esempio; noi leggiamo che i re d’Israele, di Giuda e di Edom, consultando il profeta Eliseo, questi rispose: « Conducetemi l’incantatore o il musico. E appena che questo musico si messe a cantare, lo spirito o la potenza del Signore discese sopra Eliseo che profetò. » [IV Re, III, 15]. – Dopo la formula di evocazione veniva la formula del sacrificio. Essa aveva per fine di consegnare agli dei nemici la città o l’esercito, privata, con la evocazione, dei suoi dei tutelari. Più solenne della prima, era essa riserbata esclusivamente ai dittatori ed ai comandanti in capo dei grandi corpi d’esercito. Eccola: « O Dio Padre, ovvero Giove, ovvero Manete, o voi che con qualunque altro nome, sia permesso di chiamarvi, tutti riempite questa città (il nome della città) e il suo esercito, intendo dire, del desiderio di fuggire di spavento e di terrore; conducete via con voi le legioni che mi sono contrarie, l’armata, questi nemici e questi uomini, e le loro città ed i loro campi, e quelli che abitano questi luoghi, questi paesi, queste campagne o queste città; private del lume superno e l’esercito dei nemici, le città e le campagne, di quelli che io intendo dire; affinché queste città e campagne, le teste e l’età vi siano sacrificate e consacrate, secondo le più terribili formule con cui i nemici sono mai stati consacrati; e che io, in mia vece, per me, in virtù del mio giuramento e dell’autorità mia, per il popolo romano, i nostri eserciti e le nostre legioni, io do e consacro; affinché io, il mio giuramento ed il mio comando, le nostre legioni ed il nostro esercito, impegnati in questa spedizione, siano pienamente tutelati. Se voi fate cosi, in modo che io lo sappia, lo intenda e lo comprenda, allora, chiunque sia colui che abbia fatto questo voto, il luogo ove egli l’abbia fatto, che sia tenuto per ben fatto. Io ve lo domando per il sacrificio di tre pecore nere, a voi, o madre degli Dei e a voi Giove.1 » [Macrob. Saturnal. III, c. IX]. – « Nei tempi antichi, aggiunge Macrobio, ecco le citta che io trovo consacrate in questo modo: Tonies, Frégelles, Grabio, Veio. Fidene in Italia; all’estero, oltre Cartagine e Corinto, una moltitudine di eserciti, e di citta nemiche nelle Gallie, nelle Spagne, nell’Africa, presso i Mori e presso le altre nazioni. » – Così la prima operazione di un generale romano, quale si fosse il suo nome, Paolo, Emilio, Cesare o Pompeo, ponendo l’assedio dinanzi una città, o sul momento di dare battaglia, era d’invocare per sé gli dei protettori dell’esercito o della città nemica. [« Verno Fiacco, dice Plinio, cita quegli autori ch’egli ha per garanti, perché nell’assedio delle città si dovevano innanzi tutto fare evocare dai sacerdoti romani quel Dio sotto la protezione del quale era posta quella città, e promettergli che a Roma avrebbe lo stesso culto e anche più solenne; e questa sacra cerimonia esiste tuttora nelle prescrizioni dei Pontefici, ed è certo che si e nascosto il nome del Dio sotto la protezione del quale Roma è posta, affinché i nemici non potessero fare altrettanto. Imperocché non avvi alcuno che non tema di essere vittima di quelle terribili imprecazioni. – Hist, nat, lib. XXVIII, c. 4, n. 4]. Che cosa diranno tanti baccellieri apprendendo questo fatto che dieci anni di studi pagani lascian loro ignorare? Forse sorrideranno. Ma il ridere di un fatto non è distruggerlo. Ora la credenza alla delegazione speciale dei demoni è un fatto che ha per testimoni da mille anni in qua i Cammilli, i Fabii, gli Scipioni, i Paolo Emilii, i Marcelli, i Cesari. – Qui il riso non ha luogo affatto, perché non si tratta, né di Padri della Chiesa, né dei Santi, né degli uomini del medio evo, per la fede semplice ed ingenua; è questione di uomini, che i letterati considerano come tanti esseri quasi sovrumani, per il carattere serio, per la solidità della ragione, per la maturità dei consigli e per la superiorità dei talenti militari. – Aggiungiamo che l’uso di questa evocazione decisiva non veniva da loro. Gli oracoli più misteriosi l’avevano rivelato ; tutta l’antichità l’aveva praticato con una costante fedeltà. D’altronde, riflettendovi, si vede che questa evocazione rientrava a meraviglia nel destino di Roma pagana. satana voleva Roma per capitale. Ora chi vuole il fine vuole i mezzi. È dunque naturalissimo ch’egli abbia insegnato ai Romani il modo di disarmare i loro nemici, cioè di privarli del soccorso dei demoni, che egli medesimo aveva loro delegati. Tutti i demoni subalterni non dovevano cedere dinanzi agli ordini del loro re, e cedendo, contribuire alla formazione del suo impero? Perciò tutti manifestavano un gran desiderio di venire a Roma. [Ansaldi, p. 26 a 28]. – Che i Romani abbiano riconosciuta l’efficacia di queste terribili formule di evocazione e di sacrificio, tutta la loro storia lo dimostra. Senza di ciò, tutti i grandi uomini gli avrebbero così costantemente e così misteriosamente adoprati? Avrebbero eglino invariabilmente attribuito le loro vittorie alla superiorità degli dei di Roma? Avrebbero eglino, sotto pena di morte, proibito di rivelare il nome della divinità protettrice della loro città? Per una unica eccezione nella storia, avrebbero essi religiosamente recato a Roma, alloggiato in templi sontuosi, onorato con sacrifici e coi giochi del circo o dell’anfiteatro, gli dei delle nazioni vinte? Che cosa facevano i generali vittoriosi con tutte queste dimostrazioni, altrimenti inesplicabili? Essi compivano i loro voti, ringraziavano della loro compiacenza gli dei delle nazioni vinte, pagavano il debito del popolo romano. Questi non l’ignorava. Il fatto era cosi noto che il poeta il più popolare dell’impero [Virgilio] interpretava la fede comune, ringraziava pubblicamente Giove Capitolino, la cui potenza sovrana aveva evocato gli dèi dei nemici e dato la vittoria al suo popolo.2 [Macrob. Saturnal. III, c. IX]. – Passiamo adesso ai demoni deputati sulle città e sui regni. La delegazione di qualcuno di questi esseri malefìci ad ogni uomo in particolare, non è né meno certa né meno conosciuta dai pagani: « I demoni, dice Giamblico, hanno un capo che presiede alla generazione. A ciascun uomo egli invia il suo particolare demonio. Appena investito della sua missione, costui scopre al suo cliente e il culto che domanda e il suo nome, e il modo di invocarlo. Tale è l’ordine che regna fra i demoni. » [De myst, Aegypt p. 171]. Così il demone familiare di Pitagora, di Numa, di Socrate, di Virgilio e di tanti altri, di cui parla l’istoria, non è una eccezione. È un fatto che non ha di eccezionale che lo splendore più vistoso da cui è circondato. Da se medesimo egli rivela l’esistenza di un sistema generale, noto al paganesimo, come sui fianchi del Vesuvio, l’ardente cenere annunzia con certezza la nascosta vicinanza del vulcano. – L’insegnamento di Giamblico è confermato da una curiosa testimonianza di Tertulliano: « Tutti i beni portati nel nascere, dice questo Padre, il demonio stesso che gli inviò in origine, gli oscura adesso, e gli corrompe, sia allo scopo di nasconderci la causa, o di impedirci di farne uso conveniente. Difatti quale è quell’uomo a cui non sia congiunto un demone, uccellatore delle anime, appostato sullo stesso limitare della vita, o invocato da tutte le superstizioni che accompagnano il parto? Tutti hanno l’idolatria per levatrice: Omnes idolatria obstetrice nascuntur. – « È dessa che avvolge il ventre delle madri di fasce formate dagli idoli, e che consacra i loro bambini ai demoni. È lei che durante il parto fa offrire i piagnistei a Lucina e a Diana. È lei che durante tutta la settimana fa bruciare incenso sull’altare del Genio del bambino: Giunone per le bambine. Genio per i fanciulli. È lei che l’ultimo giorno fa scrivere i destini del bambino, e sotto quale costellazione è nato, a fine di conoscere il suo avvenire. È lei, che sin dalla deposizione del bambino sulla terra, fa un sacrificio alla dea Statina. «Qual è poi quel padre o quella madre che non voti agli dei un capello, o tutta la giovine chioma del suo figliuolo, che non faccia un sacrificio per soddisfare la sua particolar devozione, o quella della sua famiglia, o quella della sua stirpe, o quella del paese a cui appartiene? – Cosi un demonio s’impadronì di Socrate ancor fanciullo, e dei Genii, che è il nome dei demoni, sono deputati a tutti gli uomini: Sic et omnibus genti deputantur, quod dæmonum nomen est. » – [De anima, c. XXXIX. – La consacrazione del bambino al demonio è tuttora una legge delle religioni pagane. Per consacrare i loro infanti al Nostro Signore ed alla S. Vergine, le madri cristiane pongono loro al collo delle medaglie, votano di vestirle di bianco o di bleu. Udite invece quel che fanno le madri pagane: Una monaca francese scrive da Pinang, 10 febbraio 1868: « Noi leggiamo il Trattato dello Spirito Santo. Quest’opera c’interessa in modo particolare. Noi viviamo in paesi che appartengono al Re della città del male. Siamo circondate da pagani; vediamo con i nostri occhi le superstizioni del paganesimo. Quelli che rifiutassero di credervi vengano qui: vedranno ben tosto la verità di quel che si dice in questo libro, della schiavitù, dei disgraziati cittadini della città del male. « Abbiamo sovente la visita di donne cinesi che ci conducono le loro famigliole. L’altro giorno una di esse ci faceva vedere un bel bambino di sei mesi. Aveva in capo un berrettino a guisa di mitra, tutto ricoperto di fregi di oro puro, rappresentanti le più orribili figure d’animali; scorpioni, serpenti, draghi. Quella del diavolo era nel mezzo in diamanti. Il bambino aveva al collo altre figure appese con grosse catene parimente in oro. Il berretto solo costava più di 600 piastre, presso a poco 8000 franchi, così lo giudicavano dal peso. « Domandammo a questa donna di chi erano quelle figure. Essa ci rispose molto semplicemente che erano dei loro dii, e che quella del Padrone era nel mezzo. Del resto noi non vediamo mai di queste piccole creature infelici, ancorché così piccole, che non portino l’effigie del Re della Città del male. »]. L’angelo custode (li ciascun uomo, di ciascun regno, provincia o comune, non è inviato a caso dal Re della Città del bene; esso è scelto in vista dei particolari bisogni dell’individuo o dell’essere collettivo affidato alla sua sollecitudine. Cosi è che in uno Stato bene ordinato, non s’innalza ai pubblici impieghi gli uomini incapaci di adempierne i doveri. Si danno a quelli che mostrano le capacità necessarie nell’esito della loro missione. Con una maestria infernale, qui ancora satana contraffà la Sapienza eterna. Senza dubbio ei non possiede, come Dio, il potere di leggere nel fondo dei cuori; ma egli ha mille modi di conoscere, mediante i segni esterni, le disposizioni buone o cattive di ciascun uomo, il forte e il debole di ciascun popolo; e deputa all’uno ed all’altro il demone che gli bisogna per perderli. Ve ne ha di tutti i caratteri e di tutte le attitudini, in modo da fomentare ogni passione, e soprattutto la passione dominante. La Scrittura è spaventosa, allorché ne dà la nomenclatura. Essa nomina fra gli altri gli spiriti di divinazione o pytonici, Spiritus divinationis, seduttori del mondo, rivelatori di segreti e narratori di oracoli. Gli Spiriti di gelosia, Spiritus zelotypiæ, che gettano nelle anime i sentimenti di Caino contro Abele, o dei Giudei contro il Nostro Signore, i quali ispirano tutte le perfidie. Gli spiriti di menzogna, Spiritus mendacii maestri di ipocrisia, negatori audaci della verità conosciuta, oggi più numerosi e più potenti che mai. Gli Spiriti delle tempeste, Spiritus procellarum, a cui il mondo va debitore degli uragani, delle trombe, delle gragnuole, dei naufragi e delle fisiche rivoluzioni, così frequenti soprattutto nella storia moderna. Gli Spiriti di vendetta, Spiritus ad vindictam, i quali sostituendo la legge di odio alla legge di carità, accendono le guerre, provocano le risse e conducono all’assassinio sotto tutte le forme. Gli Spiriti di fornicazione, Spiritus fornicationis, i quali fanno dell’innocenza il loro cibo favorito. Gli Spiriti immondi, Spiritus immundus, il cui studio consiste nel cancellare nell’uomo perfino le ultime vestigia dell’immagine del Verbo incarnato, facendolo discendere al di sotto della bestia. Spiriti di infermità, Spiritus infirmitatis, che affliggono l’uomo nel suo corpo, mentre i loro confratelli uccidono la sua anima o la martoriano con piaghe.Tutta la tradizione, fondata nel Sacro Testo, è unanime nel proclamare l’esistenza di questa guerra individuale e incessante degli Spiriti di tenebre, contro ciascun uomo e contro ciascuna creatura. Uno dei testimoni più competenti, sant’Antonio, diceva: « Come in un esercito, tutti i soldati non combattono allo stesso modo né con le stesse armi; così fra i demoni, gli uffici sono divisi. La milizia prende tutte le forme: quante sono virtù, tante sono le specie di assalti.1 » [Diversa et partita dæmonum nequitia est…. atque omnes prò virium facilitate diversa contra singulas causas seu virtutes sumpsere certamina. S. Athan., in Vit S. Anton.]. – Sereno aggiunge: « Noi sappiamo che tutti i demoni non ispirano agli uomini le stesse passioni: ma ciascun demonio è incaricato d’ispirarne una in particolare. Taluni si compiacciono nelle immodestie, altri nelle bestemmie. Questi sono inclinati all’ira ed al furore e nelle turpitudini della voluttà: altri amano la cupa tristezza. Vi sono quelli che preferiscono l’allegria e l’orgoglio. Ognuno travaglia a gettare il suo vizio favorito nel cuore dell’uomo. « Che vi siano negli spiriti immondi tante passioni quante ve ne sono negli uomini, è indubitato. La Scrittura non nomina ella i demoni che accendono le fiamme del libertinaggio e della lussuria quando dice: Lo Spirito di fornicazione gli sedusse ed essi fornicarono lontano da Dio? Non parla essa egualmente di demoni diurni e di demoni notturni? Non segnala ella tra di essi una varietà che sarebbe troppo lungo far conoscere in tutti i suoi particolari? Ricordiamo solamente questa: I Profeti nominano uccelli notturni, struzzi, ricci, centauri, streghe. Nei Salmi si designano altri sotto il nome di aspidi e basilischi. Il Vangelo ne nomina altri, come leoni, draghi, scorpioni, principi dell’aria. Credere che questi nomi diversi siano dati a caso e senza motivo sarebbe un errore. Con queste qualità di bestie più o meno terribili, lo Spirito Santo ha voluto indicarci, nella loro varietà infinita, la ferocia e la rabbia dei demoni. » [Collat. VII, c. XVII; et Collat. XXXII . — In che senso tutte le passioni si trovino nei demoni, vedi S. Tommaso, I p., q. LXIII, art, 2, corp.]. – La stessa guerra si estende a tutte le parti del mondo visibile ed a ciascuna delle creature che lo compongono. È altresì un fatto di universale credenza, fondato sul parallelismo delle due Città. satana, nemico implacabile del Verbo, lo perseguita in tutte le sue opere. Dappertutto dove il Re della Città del Bene ha posto uno dei suoi Angeli per conservare e nobilitare, il Re della Città del male manda uno dei suoi satelliti per distruggere e corrompere. Di qui deriva che l’antagonismo è in tutte le parti della creazione, e che si può con certezza affermare dei cattivi angeli ciò che i Padri della Chiesa, sant’Agostino in particolare, dicono degli Angeli buoni: Non vi è creatura visibile in questo mondo che non abbia un demonio specialmente delegato per tenerla schiava, per deturparla e renderla ostile al Verbo incarnato, ed all’uomo nociva: Una quæqueres visibilis in hoc mundo angelicam potestatem hahet sibi præpositam. – Come abbiamo detto, questa lotta di satana contro il Verbo redentore, è in fondo tutta la storia della umanità. Cominciata nel Cielo, continuata nel Paradiso terrestre, essa ha attraversato, senza tregua, tutti i secoli antichi. Il Figliuolo di Dio incarnandosi, la trova più che mai accanita. Egli stesso, nel deserto, la sostiene in persona e dichiara non essere venuto sulla terra se non che per distruggere l’opera del diavolo, e cacciare l’usurpatore. Entrato nella vita pubblica, perseguita satana dappertutto, lo espelle da tutti i corpi, e si sente che il demonio ed i suoi angeli gli dicono: Santo di Dio, noi ti conosciamo; tu sei venuto per perderci. Cessa di torturarci, e se tu non vuoi lasciarci nell’uomo, permetti almeno che si passi nei porci. [Marc., I, 28; Luc., VIII, 32]. Con la sua morte vincitore del demonio, dei suoi principati e delle sue potenze, egli gli attacca alla sua croce e, nel giorno della sua resurrezione, gli conduce in trionfo alla presenza del cielo e della terra. Ma se egli indebolisce l’impero di Lucifero, non lo distrugge del tutto. Come il Signore aveVa lasciato in mezzo al popolo ebreo delle popolazioni idolatre, perché esercitassero la sua virtù, cosi il Divino Salvatore lascia al demonio un certo potere a fine di sperimentare la fedeltà del popolo cristiano. Prima di lasciare i suoi Apostoli Ei prende cura di annunziar ad essi, e insieme ai suoi discepoli nel seguito dei secoli, ch’essi dovranno continuare contro satana la guerra da Lui stesso vittoriosamente cominciata. – L’odio di satana si manifesterà con un furore particolare contro i membri del Collegio Apostolico, e soprattutto contro Pietro, loro capo: Simone, Simone, Satana ti ha domandato per tritarti a guisa del frumento; ma io ho pregato per te affinché la tua fede non venga meno [Luc. XXII, 31]. Essi partono per la loro missione, e sino dai primi passi, Pietro incontra il nemico nella persona di un apostata, per nome Simone. Quest’era il figlio maggiore di Satana; egli seduceva il popolo operando davanti a lui strani prodigi, con l’aiuto dei demoni. Un giorno il mago s’alza per aria: Pietro s’inginocchia, e prega: all’istante i demoni abbandonano Simone e questo primo Papa insegna a satana qual potenza avrà egli da combattere in tutti gli altri Pontefici di Roma, successori di Pietro. Paolo lo riconosce altresì nella Pitonessa di Filippi: In nome del Figliuolo, egli dice, io ti ordino di uscire da questa giovane; e ne usci nell’ora stessa. [Act., XVI, 18]. Con quale sicurezza lo stesso Apostolo riprende ancora satana, il quale si servi d’Elymas il mago, per paralizzare il suo apostolato-: 0 figlio del diavolo non cesserai tu mai di pervertire le rette vie del Signore? La mano di Dio è su di te, e tu diventerai cieco. 1 ]Act., XIII, 10]. – Tutti gli altri apostoli hanno pur vinto satana. Cosi avvenne lo stesso dei martiri; fu lui che per vendicarsi li fece morire in mezzo a tormenti fino allora inauditi. Sopprimete il soffio di satana nel martirio dei Cristiani e voi non lo intendete più. In questa sanguinosa lotta satana è ancor vinto ma non scoraggiato. Eccolo che tenta nuove armi. Col suo alito omicida suscita tra i Cristiani la divisione, gli scismi, le eresie. Impossibile spiegare ancor qui, senza l’intervento di satana, questo gran mistero dell’odio fraterno e dell’errore. Per distruggere nelle diverse parti del mondo gli avanzi del paganesimo, Roma invia dei missionari; e noi abbiamo veduto ch’essi ebbero a combattere satana sotto la forma palpabile di draghi e di mostruosi serpenti: a fine di riparare agli scandali occasionati dagli scismi e dalle eresie, la Provvidenza deputa nei deserti dell’alto Egitto delle legioni di espiatori. Là, tra gli Antoni, ed i Pacomio, tutti i patriarchi della solitudine, satana incomincia una guerra a morte. La vita di sant’Antonio è la grande epopea della battaglia dell’uomo contro il demonio. – Questa epopea non è finita. Sempre antica e sempre nuova, ciascuno di noi ne è l’eroe o la vittima. Avviene lo stesso delle creature che ci circondano. Più spesso che non si pensi esse sono tra le mani di satana strumenti del suo odio contro l’uomo. La Chiesa come depositaria di tutti i misteri del mondo morale e di tutte le vere tradizioni della umanità, niente di più le sta a cuore, quanto il tenere sempre presenti allo spirito dei suoi figli le terribili verità delle quali un’attenta Provvidenza aveva preso cura di conservare la conoscenza, anche presso i popoli pagani. – « Essa ci dice, per bocca dei Padri, che in antico i demoni ingannavano gli uomini, prendendo differenti sembianze; e tenendosi presso a fontane ed a fiumi, nei boschi e sugli scogli, sorprendevano con i loro prestigi gli insensati mortali. Ma dopo la venuta del divin Verbo i loro artifizi sono impotenti, poiché basta il segno della croce per smascherare tutte le loro furberie. » [S. Atanas. lib. de Incarnat. Verbi; vedi pure Origene e Sant’Agostino ec. citati più sopra.].  – La Chiesa non limita solo la sua sollecitudine nel segnalare la presenza di questi esseri malefici; ma grazie alla potenza che le è stata data dal Vincitore stesso del demonio, essa ha preparato e rimesso nelle mani dell’uomo tutte le armi necessarie per cacciare il nemico e preservarsi, lui e le creature, dai suoi perfidi assalti. Difatti, « Vi è un libro del quale nessuno può, senza abiurare la fede, rifiutare la testimonianza, o disconoscerne la competenza: quest’è il Rituale romano, l’organo il più sicuro e il più autorevole della dottrina ortodossa, il monumento più autentico della tradizione. Non solamente l’esistenza dei demoni vi è conservata ad ogni pagina, ma le astuzie di satana, le sue manovre, le sue nefande imprese contro gli uomini e contro le creature, vi sono segnalate minutamente, e direi quasi descritte.2 »2 [Vita del curato d’Ars, t. I, p. 386]. Nessun libro fa meglio conoscere i principi della Città del male, del quale ci intertiene in questo momento l’istoria; nulla conferma più potentemente ciò che abbiamo detto sin qui e che ancora diremo. Il Rituale ha principio Con esorcismi intorno al neonato che si presenta al Battesimo, e circa gli elementi che debbono servire alla sua rigenerazione. Il bambino diviene uomo, e gli esorcismi continuano. Tutte le creature con le quali ei si troverà a contatto durante il suo pellegrinaggio sono contaminate. La Chiesa per cacciare il demonio esorcizza l’acqua e la benedice. Acqua possente che raccomanda ai suoi figli di custodire con cura nelle loro case, a fine di spargerne su di essi e su tutto ciò che gli circonda. Allo stesso scopo ella esorcizza e benedice il pane, il vino, l’olio, i frutti, le case, i campi, le gregge. Finalmente, quando l’uomo è sul punto di lasciare la vita, essa impiega nuove benedizioni a fine di sottrarlo alle potestà delle tenebre.

Or dunque che cosa contiene ciascuno esorcismo? Racchiude tre atti di fede: atto di fede all’esistenza dei demoni; atto di fede alla loro azione reale permanente, generale e individuale sull’uomo e sulle creature; atto di fede sulla potestà data alla Chiesa di cacciare l’usurpatore. [S. Th., p. III, q. LXXI, art. 2 corp. et ad. 3]. E adesso se avvi qualche cosa di strano non è egli forse la disattenzione con cui i Cristiani, soggetti peraltro di mente e di cuore alla santa Chiesa, passano davanti a questi esorcismi così chiari, cosi positivi, senza essere colpiti dalle conclusioni che racchiudono? Oggi soprattutto è necessario di segnalarne qualcuna. Senza dunque uscire dai nostri libri liturgici, bramiamo sapere con certezza qual è l’azione demoniaca sull’uomo e sul mondo, e in quali modi essa diversifica? Apriamo il Rituale, a cui aggiungeremo il Pontificale: quest’altro monumento non meno officiale della fede Cattolica, quest’altro tesoro non meno prezioso di ogni vera filosofia. Che cosa viene insegnato in questi libri? È insegnato che i demoni possono allacciare l’uomo con legami visibili ed invisibili; come appunto un vincitore può caricare di ferri il suo prigioniero. Essi possono chiudere il suo spirito all’intelligenza delle cose divine: possono corromper l’acqua e farvi apparire dei fantasmi, il che costituisce l’idromanzia; possono frequentare le case, contaminarle e renderne il soggiorno penoso e pericoloso; possono spargere la peste, corrompere l’aria, compromettere la salute dell’uomo, turbare il suo riposo e molestarlo in tutti i modi; possono infestare non solamente i luoghi abitati ma i luoghi solitari, diffondervi il terrore e farne il centro di malattie contagiose o il teatro di molestie inquietanti; possono attaccar l’uomo nel suo corpo e nella sua anima, scagliarsi su di lui in gran numero, presentarsi a a lui sotto forme di spettri o di fantasmi; possono sollevare tempeste, mandare uragani, trombe, gragnuole, fulmini, insomma, mettere gli elementi in servizio dell’odio eterno; possono prestare all’uomo la loro malefica virtù, impadronirsi di lui, possederlo, comunicare al suo spirito cognizioni, ed al suo corpo forze, e sovrumane attitudini; possono infine tormentarlo nel più terribile modo negli ultimi suoi momenti; e nell’uscire dal corpo, contrastare all’anima sua il passaggio alla beata eternità. [Rituale, passim; Pontificale, specialmente la benedizione delle campane].Da questi insegnamenti, attinti alle fonti più pure, resultano due cose: primieramente la certezza di un’azione continua, generale e particolare dei demoni sull’uomo e sulle creature: secondariamente la possibilità di comunicazioni dirette, sensibili, e materiali dei demoni con l’uomo, e dell’uomo con essi. Di qui, le evocazioni, i patti, le obsessioni, le possessioni, i maleficii, l’esistenza delle quali, tanto spesso testimoniata dalla storia antica e moderna, sacra e profana, non può esser negata senza rinunziare a qualunque credenza divina ed umana. D’altra parte, per chiunque voglia riflettere, non sono motivo di dubbio, né la difficoltà intrinseca di queste comunicazioni, né le strane forme ch’esse possono rivestire. L’anima nostra non è essa una permanente comunicazione col nostro corpo? Se lo spirito può comunicare con la materia, dove sarebbe la radicale impossibilità per uno spirito di comunicare con un altro spirito? Trattasi di forme? Gli annali del genere umano non cominciano con una manifestazione satanica? Sotto tutti i punti di vista, questa manifestazione non è ella una delle più strane? Contuttociò essa è stata ammessa da tutti i popoli. Né vi ha alcuno le cui tradizioni non abbiano conservato la memoria del ‘fatto genesiaco, causa prima del male e di tutto il male.Che dico? questa primitiva comunicazione, reale e palpabile di satana con l’uomo, è un dogma di fede certo, quanto l’Incarnazione del Verbo: « Né  satana né Dio » diceva Voltaire. Bisogna allora aggiungere: né satana né caduta; non caduta, non Redenzione; non Redenzione

e nemmeno Incarnazione: non Incarnazione, non Cristianesimo; non Cristianesimo, ma pirronismo universale. Il nostro scopo non è di spiegare partitamente l’azione sensibile e moltiforme dei principi della Città del male sull’uomo e sulle creature. La possiamo vedere nelle dotte opere dei signori Mirville, Des Mousseaux e Bizouard. – Tuttavia le circostanze attuali non permettono di passare sotto silenzio certe manifestazioni demoniache, tanto più pericolose, in quanto che ci sforziamo di negare la vera causa: intendiamo parlare delle comunicazioni dirette con gli spiriti, delle tavole giranti ed altre pratiche, che non è molto, misero sossopra l’antico ed il nuovo mondo, le quali non hanno cessato mai, e che oggi si riproducono con una inaudita recrudescenza. – Quel che ci ha più stupiti al comparire di questi fenomeni è stata la meraviglia generale che essi hanno prodotto. Si direbbe che per gli uomini di questo tempo la ragione è colpita d’impotenza, la teologia non avvenuta, la storia muta. Il primo dogma della ragione è che due maestri opposti si disputano l’umanità che vive necessariamente sotto l’impero dell’uno, o sotto l’impero dell’altro. Alla vista del mondo attuale che si va emancipando rapidamente dal regno del Cristianesimo, era facilissimo e molto logico il concludere che esso ricadrebbe con la stessa prestezza sotto il regno del satanismo. Ora satana è sempre il medesimo. Ritornando nel mondo, ritorna con tutti gli attributi dell’antica sua autorità. Oracoli, prestigi, varie manifestazioni, tutto il corteggio di seduzioni, segni e istrumenti di regno, di cui aveva riempito il mondo antico, e ne riempie ancora il mondo moderno, dovevano necessariamente ricomparire in un mondo, tornato ad essere suo possesso per l’allontanamento dal Cristianesimo. La ragione dice ciò, come dice: che due e due fanno quattro. E la teologia? Sono circa seicento anni che l’Angelo della scuola, esponendo la dottrina della Chiesa, diceva, come il suo maestro sant’Agostino: [Apud S. Th., I p., q. 115. art. 5, ad 5. 1 « I demoni sono attratti da certe specie di pietre, di piante, di legni, di animali, di canti di riti, come segnali dell’onore divino dei quali sono gelosissimi. Essi si consacrano alle anime dei morti. Appariscono essi sovente sotto la forma di bestie, che designano le loro qualità. Qualche volta dicono la verità per ingannar meglio, e scendono a certe famigliarità; all’oggetto di condurre gli uomini e famigliarizzare con essi. [Id., I p., q. LXIV, art. 2, ad. 5]. In queste poche linee, che spiegheremo più sotto, non abbiamo noi la spiegazione, certo compendiata ma esatta, di ciò che accade sotto gli occhi nostri? Cosi parla la teologia. – E la storia? Trattasi, per es., del legno in particolare che si anima e che manifesta degli oracoli? È un fatto demoniaco la cui esistenza, quaranta volte secolare, ha per testimonio l’Oriente e l’Occidente. Che cosa vi ha di più celebre nella storia profana delle querce dodoniche? e che di più confermato? Se, come si vorrebbe pretendere, è falso che taluni alberi abbiano reso mai suoni articolati, la credenza sostenuta, per parecchie migliaia di anni, ad un tal fatto attestato dagli uomini più seri, compito in mezzo a popoli più còlti, sarebbe più incredibile del fatto stesso. D’altronde, non è egli posto fuor di dubbio dal libro in cui tutto è verità? Chi non ha letto nella Scrittura, gli anatemi lanciati contro chiunque dice al legno di animarsi, di alzarsi e di parlare come un essere vivente? « Guai a colui che ha detto al legno: animati ed alzati. Il mio popolo ha domandato oracoli al suo legno; ed il suo bastone gli ha risposto » [Habac. II, 19; Oseæ, IV, 12]. Per sempre più specificare la questione, trattandosi di tavole giranti e parlanti, esse sono conosciute sino dalla più remota antichità. Intorno a questo fenomeno demoniaco che non può sorprendere altro che l’ignoranza; abbiamo tra le altre la testimonianza perentoria di Tertulliano. Nella sua immortale Apologetica, cioè in uno scritto in cui egli non poteva niente asserire che potesse porsi in dubbio senza compromettere la grande causa dei Cristiani, questo Padre, nato in seno al paganesimo e profondamente istruito delle sue pratiche, nomina a tanto di lettere le tavole che i demoni fanno parlare. Quel che vi è di più notevole, egli ne parla non come di un fatto straordinario ed oscuro, ma come di una cosa abituale e nota a tutto il mondo. Egli designa francamente per il loro nome gli agenti spirituali del fenomeno, certo di diventare la favola dell’impero, se a somiglianza dei nostri pretesi sapienti, avesse voluto spiegarlo per via dei fluidi. [E i fatti straordinari avvenuti oggidì sotto i nostri occhi, di quella forma di spiritismo, che appellano ora ipnotismo, non mostra forse che nella società che ha fatto divorzio da Cristo, e che si sottrae all’influsso divino dello Spirito Santo l’intervento dello spirito maligno si fa ognor più potente e manifesto? (Vedi sull’ipnotismo il dottissimo studio pubblicato nella Civiltà Cattolica, serie XIII, vol. III. quad. 865 e segg.) – La testimonianza del- grande apologista è troppo preziosa per non essere citata per intero. « Noi diciamo che vi sono delle sostanze puramente spirituali, ed il loro nome non è nuovo. I filosofi conoscono i demoni: Socrate testimone egli stesso il quale attendeva l’ordine dal suo demonio per parlare e per agire. Perché? Perché egli aveva, cosi riferisce la storia, un demonio accanto a sé fino dalla sua infanzia. Quanto ai poeti, tutti sanno perfettamente che i demoni dissuadono dal bene. Infatti il loro lavoro è di distruggere l’uomo: Operatio eorum est hominis eversio. Hanno appunto inaugurata la loro malizia per perder l’uomo. Mandano essi al corpo, malattie e crudeli accidenti: all’anima moti violenti, subitanei e straordinari. « Per raggiungere la duplice sostanza dell’uomo hanno la loro sottigliezza e la loro tenuità. Come potenze spirituali hanno tutta la facilità di restare invisibili ed insensibili, di modo ché si mostrano piuttosto nelle loro opere che in se medesimi. Se per esempio attaccano i frutti e le messi, essi insinuano nel fiore, non so quale alito velenoso [Il che possono fare i demoni, come si intende facilmente, non solo direttamente, ma anche e più ordinariamente usando a questo fine delle cause naturali, come di mezzi.], che uccide il germe o impedisce la maturità; come se fosse l’aria viziata da una ignota cagione che manda esalazioni pestifere. Per cagione di questo stesso latente contagio eccitano nelle anime dei furori, follie vergognose, crudeli voluttà, accompagnate da mille errori, il più grande dei quali è di accecare l’uomo sino al punto di procurare al demonio, col sacrificio, il suo cibo favorito, l’esalazione dei profumi e del sangue. – « Avvi un’altra voluttà della quale è geloso, ed è quella di allontanare l’uomo dal pensiero del vero Dio, con prestigi mentitori, dei quali dirò il segreto. Ogni spirito è uccello: Omnis Spiritus ales est. Ciò è vero degli Angeli e dei demoni, poiché in un istante essi sono da per tutto. Per essi, tutto il pianeta è uno stesso luogo: Totus orbis illis locus unus est. Quel che si fa da per tutto essi lo sanno così facilmente come lo dicono. La loro volontà è presa per la divinità perché non si conosce la loro natura. Per conseguenza vogliono essi passare per essere gli autori delle cose che annunziano: e infatti lo sono spesso dei mali e mai dei beni: Et sunt piane malorum nonnunquam honorum tamen nunquam. » [Apolog. c. XXII]. La loro naturale celerità è per i demoni un primo mezzo di conoscere le cose che avvengono a molta distanza, o che sono prossime ad accadere. Havvene un altra, ed è la cognizione delle disposizioni della Provvidenza, per mezzo delle profezie che sentono leggere, e delle quali essi comprendono naturalmente il senso, molto meglio di noi. Attingendo a questa fonte la nozione di certe circostanze dei tempi, scimmiotteggiano la Divinità, rubando l’arte di divinare: Aemulator, divinitatem, dum farantur dtvinationem. Come padri e figli della menzogna, essi ravvolgono i loro oracoli di ambiguità, quando non vogliono, o non possono rispondere; di modo che qualunque si sia l’evento annunziato, possono difendere le loro parole. Creso e Pirro ne sanno qualche cosa. [L’oracolo dice a quest’ultimo: Aio te Romanos vincere posse; il che è anfibologico].« La loro abitazione nell’aria, la loro vicinanza agli astri, il loro commercio con le nubi, sono altresì per essi un mezzo di conoscere l’approssimarsi dei fenomeni fisici; come piogge, inondazioni, siccità. A queste meravigliose cognizioni aggiungono per attirarsi il culto dell’uomo, un artifizio più pericoloso; essi si offrono per guarire le infermità. Quali sono le guarigioni che si attribuiscono? Incominciano dal rendere l’uomo malato: poi per far credere al miracolo, prescrivono nuovi rimedi ed anche contrari. Fatta l’applicazione, tolgono il male che hanno comunicato, e fanno credere d’averli guariti. » [Apol, ubi supra.]. Per accreditare la fede alla loro potenza ed alla loro veracità, aggiungono a queste pretese guarigioni dei prodigi sorprendenti. La storia del paganesimo antico e moderno n’è ripiena. Tertulliano si contenta di citarne qualcuno, noto a tutto l’impero romano, e particolarmente ai magistrati ai quali indirizza la sua apologetica: « Che dirò io delle altre astuzie o delle altre forze degli spiriti di menzogna? L’apparizione di Castore e Polluce, l’acqua portata in un vaglio, il naviglio trascinato con una cintura, la barba diventata rossa al contatto di una statua: tutto ciò per far credere che le pietre sono tanti dei, e impedire di cercare il Dio vero. » [Nel momento in cui i Romani guadagnavano una battaglia in Macedonia, Castore e Polluce, semidei protettori dei Romani, apparvero a Roma ed annunziarono la vittoria. La vestale Tuscia portò dell’acqua in un paniere; la sua compagna, la vestale Claudia, trascinò alla riva con la sua cintura, una nave rimasta a secco nel Tevere e che portava la statua di Cibale, madre degli dei; Domizio con la barba bionda, se la vide diventar rossa al contatto della statua di Castore e Polluce. Di qui il nome di Oenobarbus, lasciato alla sua lunga e famosa posterità]. – La potenza dei demoni sul mondo fisico è accompagnata da una potenza non meno grande sul mondo spirituale. Cosa singolare! essi l’esercitano oggi allo stesso modo che a tempo di Tertulliano. Allora vi erano dei medium che facevano apparire dei fantasmi, che evocavano le anime dei morti; che davano il dono della parola a dei piccoli fanciulli; [L’abbiamo visto venti volte al principio dell’ultimo secolo presso i Camisardi. Leggi l’interessante e antichissima Storia dei Camisardi del Sig. Blanc], che operavano una infinità di prestigi alla presenza del popolo; che mandavano visioni e facevano parlare le capre e le tavole: due specie di esseri, i quali, grazie ai demoni, hanno costume di predire l’avvenire e rivelare le cose nascoste: Per quos et capræ et mensæ divinare consueverunt. [Apol., ubi supra]. Tale è la notorietà di tutti questi fenomeni che il grave apologista riferisce arditamente, senza frase, senza precauzione oratoria, senza tema di eccitare un sorriso, o provocare una smentita dalla parte di un pubblico ostile e motteggiatore. Poi aggiunge: « Se la potenza dei demoni è sì grande, ancorché essi operino per via di intermediari, come mai misurarla quando operano direttamente e da sé medesimi? È dessa che spinge gli uni a precipitarsi dall’alto delle torri: altri a mutilarsi; questi a tagliarsi il braccio e la gola…. è noto dalla maggior parte che le morti crudeli e premature sono opere dei demoni. » [De anima, c. LVII. — I sacerdoti galli facevano

tutto quEsto. I sacerdoti di Boudda al Thibet si sparano il ventre. In Africa e nell’Oceania, si tagliano i diti, e si fanno delle incisioni nella faccia. – Il suicidio! non mancava che quest’ultimo tratto per completare la rassomiglianza tra i fenomeni demoniaci del secondo e del diciannovesimo secolo. Sotto pena di rinunziare alla facoltà di legare due idee, fa d’uopo concludere, dicendo con Tertulliano: « La similitudine degli effetti dimostra l’identità della causa: Compar exitus furoris, et una ratio est ìnstìgationìs. » [Minuzio Felice, Araobio, Atenagora, Lattanzio, sant’Agostino e gli altri Padri della Chiesa, parlano come Tertulliano (V. Baltus, Risposta alla Storia degli Oracoli).

CONOSCERE LO SPIRITO SANTO (XV)

IL TRATTATO DELLO SPIRITO SANTO 

Mons. J. J. Gaume:  

[vers. Ital. A. Carraresi, vol. I, Tip. Ed. Ciardi, Firenze, 1887; impr.]

CAPITOLO XIV

(continuazione del precedente ) 

Agilità degli angeli cattivi — Loro potenza — Passo notabile di Porfirio.

L’agilità. — L’agilità dei demoni non gli rende meno terribili che la loro intelligenza. Per trasportarsi da un luogo ad un altro, occorre all’uomo un tempo relativamente abbastanza lungo: minuti, ore, giorni e settimane. Sovente i mezzi di trasporto gli mancano; altre volte l’infermità, o la vecchiaia gl’impediscono di muoversi. Al pari dei buoni angeli, i demoni non conoscono nessuno di questi ostacoli. In un batter d’occhio essi si trovano a volontà, presenti nei punti i più opposti dello spazio. Quindi quella risposta di satana riferita nel libro di Giobbe: « Donde vieni tu, gli chiede il Signore? ». satana risponde: « Io vengo dall’aver fatto il giro del mondo, circuivi terram. » Siccome non esiste distanza per i demoni, ciò che accade attualmente nel fondo dell’Asia, possono essi dirlo nel fondo dell’Europa e viceversa. Questa agilità, lo si comprende facilmente, è tanto pericolosa per noi quanto è indiscutibile. È pericolosa, perché  i demoni non hanno mezzo più possente di gettar l’uomo nello stupore e dallo stupore giungere alla fiducia, dalla fiducia alla familiarità, alla sottomissione, al culto stesso. È indisputabile: chi non ammirerebbe i consigli di Dio? Poco fa una scienza, sospetta d’origine, giovine d’età, povera di meriti, non ricca di presunzione, la geologia, veniva ad attaccare la genesi. Iddio ha detto alla terra: Apriti; mostragli gli avanzi delle creature nascoste dentro al tuo seno da seimila anni in qua. E la geologia, battuta dalle sue proprie armi, si è vista costretta a rendere uno splendido omaggio al racconto mosaico. – Il nostro tempo materialista si è fatto lecito di negare gli esseri spirituali e le loro proprietà. Per confonderlo, Iddio gli ha riserbato la scoperta dell’elettricità. Mercé di questo misterioso veicolo l’uomo può rendersi presente non solamente col pensiero ma con la parola su tutti i punti del globo, in un tempo impercettibile. Alla vista di un simile risultato, come fare a negare l’agilità degli spiriti?

La potenza. — Nella stessa guisa che il corpo appunto perché corpo, è naturalmente soggetto all’anima; cosi il mondo visibile in ragione della sua inferiorità, è naturalmente soggetto al mondo angelico. Subitoché si ammette altra cosa che la materia, la negazione di questa verità diviene una contradizione in termini. Ora, i demoni non hanno perduto nulla della superiorità o potenza inerente alla loro natura.  [Da ciò deriva che Nostro Signore medesimo chiama il demonio il Forte armato, Fortis armatus.].  Ella si estende come quella dei buoni Angeli, senza eccezione, a tutte le creature: la terra, l’aria, l’acqua, il fuoco, le piante, gli animali e l’uomo stesso, nel suo corpo e nella sua anima. Essi possono variarne gli effetti in mille maniere che sorprendono la nostra ragione, come allarmano la nostra debolezza. Questa potenza essenzialmente benefica negli Angeli buoni, è al contrario essenzialmente malefica nei demoni. Lucifero nell’assoggettarsi mediante il peccato il re della creazione, si è assoggettato anche la creazione tutta intera. All’uomo ed al mondo ei fa sentire la sua tirannia, inocula il suo veleno, comunica le sue sozzure, e sviandoli dal suo fine, gli cambia in istrumenti di guerra contro il Verbo incarnato. Che questa azione malefica dei demoni sia reale, ch’ella sia eziandio antica quanto il mondo e perciò estesa quanto il genere umano, nessuna verità ne è più certa. La tradizione universale la conserva fedelmente, e la esperienza conferma la tradizione. Non vi è nessun popolo, anche grossolanamente pagano, che non abbia ammesso l’azione malefica delle potenze spirituali sulle creature e sull’uomo. Le testimonianze autentiche di questa credenza si rivelano ad ogni pagina della storia religiosa, politica, domestica dell’umanità. Trattar ciò di favola sarebbe follia, Il vedere pazzi da per tutto è essere pazzo se medesimo. Tra mille testimonianze ci contenteremo di quella di Porfirio. Il principe della teologia pagana si esprime così: « Tutte le anime hanno uno spirito unito e congiunto perpetuamente ad esse. Fino a che non l’hanno soggiogato esse medesime, sono in molte cose soggiogate da lui. Allorché fa loro sentire la sua azione, egli le spinge all’ira, infiamma le loro passioni e le agita miserabilmente. Questi spiriti, questi demoni perversi e malefici, sono invisibili e impercettibili ai sensi dell’uomo, imperocché essi non hanno rivestito un corpo solido. Tutti d’altra parte non hanno la stessa forma, ma sono foggiati su tipi numerosi. Le forme che distinguono ciascuno di questi spiriti, ora appariscono e ora restano celate. Qualche volta cambiano e sono i più cattivi…. le loro forme corporee sono perfettamente disordinate. « Allo scopo di sfogare le sue passioni, questo genere di demoni abita più volentieri e più di frequente i luoghi vicini della terra; di modo che non è delitto che egli non tenti di commettere. Come miscuglio di violenza e di doppiezza, hanno essi dei sottili e impetuosi movimenti, come se si gettassero in un agguato; ora tentando la dissimulazione, ora usando la violenza. Fanno essi queste cose e altre simili, per distoglierci dalla vera e sana nozione degli Dei e attirarci ad essi. » [Apud Eus. Præp. Ev., lib, IV, c. XXII.] Entrando nei particolari delle loro pratiche, il filosofo pagano continua e parla come un Padre della Chiesa: essi si dilettano in tutto ciò che è disordinato ed incoerente, e godono dei nostri errori. L’esca di cui si servono per attirare la moltitudine è quella di accendere le passioni, ora con l’amore dei piaceri, ora con l’amore delle ricchezze, della potenza, della voluttà e della vanagloria. Cosi animano le sedizioni, le guerre e tutto ciò che viene loro dietro. « Essi sono i padri della magia. Anche coloro i quali, mediante il soccorso di pratiche occulte commettono azioni cattive, gli venerano, e soprattutto il loro capo. Hanno in abbondanza vane e false immagini delle cose, e con ciò sono eminentemente abili a fare giuocare delle molle segrete a fine di organizzare degl’inganni. Ad essi dunque fa d’uopo attribuire la preparazione di filtri amorosi: da essi viene l’intemperanza della voluttà, della cupidigia verso le ricchezze, e della gloria, e soprattutto l’arte della frode e dell’ipocrisia; essendo la menzogna il loro elemento. » [Apud Easeb., Præp. Evang., lib. IV, c. XXII]. Dopo aver parlato dei principi della Città del male, Porfirio si occupa del loro re ch’egli nomina Serapide o Plutone. Qui, crediamo leggere non un filosofo pagano, non un Padre della Chiesa, ma lo stesso Vangelo, tanta è la tradizione precisa su questo punto fondamentale. « Noi non siamo temerari di affermare che i cattivi demoni siano soggetti a Serapide. La nostra opinione non è fondata solamente sui simboli e sugli attributi di questo dio, ma ancora su questo fatto che tutte le pratiche dotate della virtù di invocare o di allontanare gli spiriti maligni, s’indirizzano a Plutone, come l’abbiamo mostrato nel primo libro. Ora, Serapide è lo stesso che Plutone (il re degli abissi); e quel che prova indubitatamente essere egli il capo dei demoni, egli è che esso dà i segni misteriosi per allontanarli e porli in fuga.  « È lui infatti che svela a quelli che lo pregano, come i demoni prendano ad imprestito la forma e la rassomiglianza degli animali, per mettersi in relazione con gli uomini. Di qui deriva che presso gli Egizi, i Fenici e presso tutti i popoli, niuno eccettuato, esperti nelle cose religiose, si ha cura di rompere le cuoia innanzi la celebrazione dei sacri misteri, che sono nei templi, e di battere contro terra gli animali. I sacerdoti pongono in fuga i demoni parte col soffio, parte col sangue degli animali e parte col percuotere nell’aria affinché avendo il posto, gli Dei possano occuparlo. « Imperocché bisogna sapere che ogni abitazione ne è piena. Per questo la si purifica cacciandoli tutte le volte che si vuol pregare gli Dei. Di più, tutti i corpi ne sono ripieni; poiché assaporano particolarmente un certo tal genere di cibo. Perciò, allorché ci poniamo a tavola essi non pigliano solamente posto presso le nostre persone, ma si attaccano altresì al nostro corpo. Quindi l’usanza delle lustrazioni, il cui scopo principale non è solamente l’invocare gli Dei ma di cacciare i demoni.Essi si dilettano soprattutto nel sangue e nella impurità, e per saziarsene s’introducono nei corpi di coloro che vi vanno soggetti. Ogni moto violento di voluttà nel corpo, ogni appetito veemente di cupidigia nello spirito, è eccitato dalla presenza di questi ospiti. Sono essi che costringono gli uomini a proferire dei suoni inarticolati e ad emettere dei singulti sotto l’impressione dei godimenti che dividono con essi. » [Apud Euseb,, Præp. Evang. lib. IV, c. XXIII].Fra tutte le verità che rifulgono in questo squarcio, come le stelle nel firmamento, avvene una che faremo notare di passaggio, poiché non vi ritorneremo sopra, ed è la profonda filosofia del Benedicite, e la stoltezza non meno profonda di quelli che lo disprezzano.